The Project Gutenberg eBook of Kenilworth, vol. 4/4
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Title: Kenilworth, vol. 4/4
Author: Walter Scott
Translator: Gaetano Barbieri
Release date: July 5, 2026 [eBook #79032]
Language: Italian
Original publication: Napoli: Marotta e Vanspandoch, 1825
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79032
Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK KENILWORTH, VOL. 4/4 ***
KENILWORTH
DI
WALTER SCOTT
VOLGARIZZATO
DAL
Professore Gaetano Barbieri.
»E beltade e virtù, congiunte al paro
»L’eccelsa figlia di Tudor fregiaro;
»Tremi chi nanti a noi con felli accenti
»L’augusto nome lacerar s’attenti
IL CRITICO.
TOMO QUARTO.
NAPOLI,
Presso R. MAROTTA e VANSPANDOCH.
1825.
KENILWORTH.
CAPITOLO PRIMO.
Troppo ancor tollerai. Con detti oscuri
Per l’intricato labirinto il filo
Tolto m’avete. Olà. Se miglior senno
Vostre labbra non regge, io ben saprommi
Dal mio cospetto allontanar chi audace
Da mia bontade cimentar presume.
_Beaumont et Fletcher._
Non è nostro divisamento seguire l’esempio del più volte citato
Roberto Laneham nel raccontare minutamente ciascuna delle feste che
si celebrarono in Kenilworth. Ne basti il dire che dopo quel fuoco
d’artifizio alla cui descrizione giovonne l’eloquenza di questo
donzello del Consiglio, la Regina dopo avere attraversata la torre
di _Mortimero_, entrò nella corte di Kenilworth, passando fra mezzo
ad una lunga sequela di Divinità del Paganesimo, e di antichi eroi,
che prostrati le offerivano omaggio e doni, sintantochè giunse al
primo salone del castello decorato con pompa addicevole a sì grande
ricevimento. Nulla pareggiava lo sfarzo delle preziose tappezzerie che
l’ornavano, e torcie intrise di balsami vi spargeano ad un tempo luce
e profumi intantochè gratissima musicale armonia faceva incanto agli
orecchi. All’estremità del salone sorgeva un maestoso baldacchino che
ombrava il trono d’Elisabetta; e dietro ad esso aprivasi una porta che
metteva ad appartamenti adorni colla massima profusione, e che vennero
assegnati alla Regina e alle matrone del suo corteggio.
Il conte di Leicester porse il braccio ad Elisabetta nell’ascendere il
trono, ove sedutasi questa, le si prostrò innanzi il favorito, e con
modi in cui s’accordavano ottimamente una rispettosa e cavalleresca
galanteria, e i sentimenti d’un’affezione la più leale, baciò la mano
offertagli dalla Sovrana, ringraziandola con accenti di vivissima
riconoscenza dell’onor compartitogli, onore massimo di quanti un
monarca possa concedere ad un suddito. Tanta leggiadria spirava il
Conte in quell’atteggiamento, che per poco la Regina non s’adoprò a
prolungare una tal parte di scena più di quanto rigorosamente doveasi.
Nel ritrarre la propria mano, le permise di scorrere mollemente,
siccome a caso, sulla bella capigliatura del Conte, in profumate anella
cadente; e i moti d’interna compiacenza, che nel volto di quella
Sovrana si palesarono, ben fecero accorti gli spettatori, com’ella
avrebbe di buon grado sostituito a quest’atto che parea involontario
una lieve carezza. Si rialzò finalmente il Leicester; e postosi in
vicinanza del Trono, tessè in bell’ordine ad Elisabetta la descrizione
di quanto erasi divisato per riceverla ed intertenerla; e tutti questi
divisamenti la Regina approvò con quella grazia che ad essa era
connaturale. Allora il Conte le chiese per sè e pei gentiluomini, che
fin lì la scortarono permissione di allontanarsi per pochi istanti,
onde ricomparirle innanzi con abiti più convenevoli, e meglio degni
della sua Corte. «In tal breve assenza nostra, ei soggiunse, questi
signori (accennando in dir ciò Varney, Blount, Tressiliano ed altri)
che ebbero tempo di cambiare le loro vesti avranno l’onore di rimanersi
presso la Maestà Vostra.»
«V’acconsento, o signore, la Regina rispose. M’accorgo che sareste
un ottimo direttore di teatro, poichè sapete sì opportunamente
valervi di una doppia banda di attori. Quanto a noi, per questa
sera vi faremo minori complimenti, perchè non abbiamo divisato
di spogliarci dell’abito con cui venimmo. Ci ha prodotto qualche
stanchezza un viaggio, che il concorso de’ nostri fedelissimi sudditi
rendè altrettanto lungo, quanto nel fece delizioso l’amore che ci
dimostrarono.»
Dopo ricevutane la permissione, il Leicester si ritirò, e seco pur
si ritrassero gli altri gentiluomini, che aveano scortata la Regina.
Quelli che giunsero i primi, e che già si erano vestiti nel modo
convenevole a quella solennità, rimasero nel salone, ma per essere di
grado inferiori agli altri che uscirono, si tenevano ad una distanza
rispettosa dal trono. L’acuto sguardo della Regina ben ravvisò in
mezzo a quella moltitudine e Raleigh e due o tre altri gentiluomini,
ch’ella conoscea di persona. Fatto segno a questi d’avvicinarsi, li
salutò in grazioso modo, e primo nell’essere ben accolto si fu il
Raleigh, troppo ben rammentandosi la Sovrana le avventure del mantello
e delle strofette. Più volte ella si volse a lui onde le spiegasse il
nome e i gradi di quelli che le stavano alla presenza, e si mostrò
soddisfatta delle risposte a mano a mano datele dal Raleigh, poichè
oltre all’essere esatte, condite erano all’uopo di vezzi e di arguzie.
«E chi è quell’uom rustico (diss’ella accennando Tressiliano) quell’uom
rustico, il cui disadorno abito fa torto alla buona fisonomia?»
«Se vostra Maestà brama saperlo, è un poeta.»
«Lo indovinai quasi al sol vederne il vestito. Ho conosciuti alcuni
_poeti_ tanto distratti che gettavano i loro mantelli in mezzo al
fango.»
«Sarà stato perchè il sole ne abbarbagliava le menti siccome gli occhi.»
Elisabetta sorrise, e lasciò languire questo discorso. «Ma, signor
Raleigh, vi ho chiesto il nome di quella persona, e voi me n’additaste
in vece la professione.»
Di fatto Raleigh avrebbe voluto differir l’istante di nominare l’amico
suo Tressiliano, non credendo esserne occasione ben augurosa per lui il
motivo onde avea chiamati sopra di sè gli sguardi della Regina. Ma dopo
questi ultimi detti di Elisabetta non gli fu più lecita la reticenza.
«Egli chiamasi Tressiliano.»
«Tressiliano! rispose Elisabetta, il Menelao del nostro romanzo! Per
verità si è abbigliato in guisa che fa le scuse della sua Elena. Ma
dov’è Farnham?[1]... si dice Farnham?.... In somma l’uomo del conte di
Leicester... il Paride della contea di Devon.»
Raleigh, profferì il nome di Varney, e con maggiore ripugnanza ancora
lo indicò alla Regina, perchè nel costui abbigliamento aveva sfoggiata
tutta l’arte propria il sartore; laonde questo Varney annunziavasi
favorevolmente a primo aspetto, oltrechè se mancava di grazie, un certo
discernimento e l’uso di vivere nel mondo cortigianesco supplivano in
tal qual modo a sì fatta mancanza.
La Regina andava contemplando a vicenda Tressiliano e Varney. «Io
credo, diss’ella, che questo signor Tressiliano il poeta, troppo dotto,
giurerei, per ricordarsi alla presenza di chi dovea comparire, è uno
di que’ tali per cui Goffredo Chaucer disse: _Il più saggio fra i
letterati non è sempre il più saggio fra gli uomini_. L’altro, Varney,
è un furfante, però ha lingua dorata, me ne ricordo, e son certa che la
bella fuggitiva non mancò di buone ragioni per divenire infedele.»
Raleigh non sapea che rispondere, persuaso che avrebbe fatto mal
ufizio a Tressiliano col contraddir la Regina, e sembrandogli anzi che
sarebbe stata ottima cosa al medesimo, se finalmente Elisabetta avesse
intromessa la propria autorità per definire una bisogna, che occupava
tutto l’animo dell’amico, concentratosi con funesta ostinazione in
quest’unica idea. Mentre Raleigh volgea tai cose nella mente, s’aperse
la porta, ed il Leicester accompagnato da molti del suo parentado, e
della nobiltà a lui partigiana rientrò nel salone. Portava un vestito
di velluto bianco ricchissimo che contribuiva a farne spiccare il
maestoso portamento, la grazia, e le belle proporzioni della persona;
tal che parve ad ognuno il più avvenente fra quanti cavalieri si
fossero mai visti. Anche il Sussex e gli altri gentiluomini andavano
fregiati di ricche vesti, ma la grazia e la magnificenza del Leicester
tutti oscuravali. Elisabetta lo accolse con affabilità straordinaria.
«Rimane tuttavia da giudicarsi, diss’ella, una processura spettante
alla regale nostra giurisdizione, processura che mi sta nell’animo, e
come donna e come madre di tutti i miei sudditi.»
Un fremito involontario soprapprese il Leicester nell’atto che
inchinavasi per protestare obbedienza ad ogni volere della Regina.
Fremette, e agghiacciò del pari Varney, i cui sguardi non s’erano
in tutta quella sera distolti dal suo padrone. Dal cambiamento
comunque lieve che accadde nella fisonomia del Conte, Varney comprese
subitamente qual fosse la cosa di cui la Regina interteneva il suo
favorito; ma questi fece al proprio animo tale sforzo da poter fingere
l’intrepidezza, che alla sua politica tortuosa volevasi; ed allorchè la
Regina soggiunse: «Noi parliamo di Varney e di Tressiliano... Milord,
questa Signora è qui?....» il Conte potè senza titubazione rispondere:
«Nobile principessa, ella non è venuta.»
Aggrottò Elisabetta le ciglia, e mordendosi il labbro, non diede che
questa sola risposta: «Per altro, Milord, il nostro comando fu chiaro e
preciso!»
«E sarebbe adempiuto, illustre Sovrana, non fosse stato che un semplice
desiderio. Ma, fatevi innanzi, Varney. Questo gentiluomo farà noto a
vostra Maestà il motivo per cui la _ridetta Signora_ (che le labbra
di Leicester si ribellavano al chiamarla _moglie di Varney_), non può
comparire alla regale presenza.»
Avanzatosi Varney, sostenne senza esitare quanto credeva egli stesso;
che _la parte citata a comparire dinanzi a sua Maestà_ (non più di
Leicester ardiva egli chiamarla _sua moglie_) era nell’assoluta
impotenza di corrispondere alla chiamata.
«Ecco, proseguì a dire, l’attestato di un abilissimo medico, il cui
sapere e la cui probità sono pienamente conosciuti a sua Signoria di
Leicester. Eccone un altro di un devoto protestante, uomo dabbene e
d’intatta fama, del sig. Antonio Foster, che alberga in sua casa la
figlia di sir Robsart. Provano entrambi questi ricapiti che l’assalì
tale infermità, per cui non le fu possibile intraprendere il viaggio.»
«La cosa cambia d’aspetto, (disse la Regina ricevendo i ricapiti
ed esaminandone il contenuto). Fate avvicinare Tressiliano. Sig.
Tressiliano, noi prendiamo vivissima parte allo stato dell’animo
vostro, tanto più che da esso non sa dipartirsi l’immagine di questa
Amy Robsart, o diremo Amy Varney. Ma che volete? Il poter nostro,
ne siano grazie a Dio, e all’obbedienza che ci prestano i fedeli
sudditi Inglesi, ha bensì qualche estensione. Pur vi sono tai cose,
che si sottraggono a questo dominio. Noi non possiamo, a cagion
d’esempio, comandare agli affetti d’una giovinetta inconsiderata, nè
costringerla a preferire il sapere e il retto sentire alla elegante
veste d’un cortigiano. Tal cosa non è in nostro arbitrio più di quanto
lo sia impedire gli effetti della infermità che a quanto apparisce
la soprapprese, e non le permette di trovarsi alla nostra presenza,
siccome ne avevamo dato il comando. Più possenti de’ nostri ordini
sono i due attestati del medico che le presta cura, e dell’onesto suo
ospite, i quali entrambi fanno fede di tale infermità.»
«Chiedo permissione alla Maestà vostra di dirle che simili attestati
non dicono la verità,» rispose tantosto Tressiliano, che in
quell’istante paventando gli effetti di una sì perigliosa impostura
dimenticò la promessa fatta ad Amy.
«Che ascolto, o Signore? sclamò la Regina. Voi porreste in dubbio la
veracità di Leicester? Però vi sarà dato tutto il campo a difendervi.
Alla nostra presenza hanno diritto di parlare così il primo come
l’ultimo, così il più favorito come il più ignorato de’ nostri sudditi.
Voi sarete dunque ascoltato senza interrompimenti. Ma temete del
parlar vostro se manca di prove. A voi, prendete ed esaminate questi
attestati. Diteci seriamente se dubitate, e su quai fondamenti dubitate
della loro autenticità.»
Intantochè la Regina così favellava, tornò alla mente di Tressiliano la
promessa fatta ad Amy, e tal ricordanza combattè l’ardente desio ch’era
in esso di dismentire formalmente questi attestati, dei quali niuno
meglio di lui sapea la fallacia. Ma questa sua irresolutezza gli fece
torto e nell’animo d’Elisabetta e in quello de’ circostanti. Voltava
le carte, siccome un idiota incapace d’intenderne il contenuto; sicchè
l’impazienza postasi fin da prima nell’animo della Regina, divenne in
quell’istante manifesta ad ognuno.
«Voi siete un letterato, soggiuns’ella, e un letterato di merito, così
mi fu detto. Per altro, siete d’una lentezza sorprendente, quando non
fa d’uopo che leggere due parole. Veniamo dunque alla conclusione.
Questi attestati sono veri, o sono falsi?»
Crebbero in un modo a tutti palese l’imbarazzo e la titubazione di
Tressiliano, il quale non volea per una parte riconoscer per veri
tali ricapiti, che forse avrebbe dovuto fra breve chiarir come falsi,
e bramava per l’altra mantenere la promessa fatta ad Amy, e darle il
tempo, com’ella il chiese, di perorare da se medesima la propria causa.
Laonde, dopo aver detto interrottamente: _Regina! Regina!_ prese per
ultimo l’espediente di darle questa risposta: «La Maestà vostra mi
costringe a profferire sopra ricapiti, la cui autenticità, innanzi
tutt’altra cosa, dovrebb’essere provata da coloro che se ne valgono in
propria difesa.»
«Sig. Tressiliano, voi siete buon avvocato, siccome buon poeta (disse
la Regina lasciando sovr’esso uno sguardo in cui tutto se ne esprimea
lo scontento). Io credea veramente che questi scritti essendo stati
presentati al cospetto del nobile conte di Leicester, cui appartiene
questo castello, ed essendone chiamato in testimonio l’onore del Conte,
dovesse bastar ciò per convincervi che sono veraci. Nondimeno, poichè
durate nel bramare le formalità, Varney, o voi piuttosto Leicester,
perchè questo affare adesso riguarda voi (detti lanciati a caso, ma che
fecero fremere il Conte), dite, qual prova avete della verità di tali
attestati?»
Varney si affrettò a rispondere prima di Leicester: «Il giovine conte
di Oxford, che qui trovasi, conosce la scrittura del sig. Foster.»
Il conte d’Oxford, giovane libertino e dissipatore, che avea più
d’una volta avute somme ad interesse, anche onesto, dal Foster, dopo
l’inchiesta fattagliene attestò, come il Foster fosse un rispettabile
ed opulento _Franklin_[2], accertando ad un tempo ravvisarsene il
carattere in uno di que’ ricapiti.
«E chi riconoscerà il carattere del dottore? soggiunse allor la Regina.
Mi sembra ch’egli si nomini Alasco.»
Il Masters medico di Sua Maestà, che non avea dimenticato l’oltraggio
sofferto a Say’s-Court, e persuaso che la sua testimonianza fosse per
tornar grata al Leicester, quanto spiacevole al Sussex ed ai partigiani
di questo Conte, protestò aver fatto di molte consulte col dottore
Alasco, essere questi un uomo fornito di vasto sapere, benchè quanto
al suo sistema di medicare non lo giudicasse sulla buona via. Il conte
di Huntingdon cognato del lord Leicester, e la contessa di Rutland
ne fecero parimente gli encomi, e tutti si chiamarono a mente la
scrittura delle sue ricette, simile affatto, diceano, al carattere del
certificato su cui cadeva il discorso.
«Spero finalmente, sig. Tressiliano, che si potrà chiudere tal
discussione, soggiunse allor la Regina. Prima del finire di questa
notte noi prenderemo alcune risoluzioni onde persuadere sir Ugo Robsart
ad acconsentire alle nozze di sua figlia. Quanto a voi, avete fatto il
vostro dovere, e al di là del vostro dovere. Ma noi non apparterremmo
al sesso femminile, se l’animo nostro non fosse proclive a compiangere
le persone che amore ha ferite. Dunque vi perdoniamo l’arditezza che
dimostraste, e vi perdoniamo anche la sconvenevolezza di quei vostri
stivali, la cui infezione ha quasi soffocati i profumi di milord
Leicester.»
L’essere eccessivamente delicata di odorato era fra i distintivi
organici di Elisabetta, e ne diede lungo tempo dopo una prova, allorchè
scacciò dal suo cospetto il conte di Essex, non reo d’altro che di
essersi presentato a lei, siccome Tressiliano, cogli stivali alquanto
imbrattati di fango.
In questo mezzo, Tressiliano ebbe il tempo di raccogliere le proprie
idee, e riaversi dalla sorpresa prodottagli da un’impostura, sostenuta
con tanta audacia, e che dismentiva fatti de’ quali fu testimonio egli
stesso. Laonde si precipitò ai piedi della Regina, e tenendola per la
veste, le disse:
«Regina, se voi siete cristiana, s’egli è vero che regnate per rendere
giustizia eguale a tutti i vostri sudditi... per ascoltarli, come voi
sperate di essere ascoltata, e com’io ve l’auguro (Dio secondi il mio
voto!) a quel tribunale innanzi a cui un giorno tutti compariremo,
degnatevi concedermi un lieve favore. Non vi affrettate a pronunziare
giudizio. Concedetemi soltanto ventiquattr’ore di tempo. Dopo sì breve
indugio vi proverò a tutta evidenza la fallacia degli attestati onde si
fa credere che questa giovane infelice in tal momento si trovi inferma
nella contea di Oxford.»
«Lasciatemi, o signore (disse Elisabetta, sorpresa da un impeto che ben
dovea parerle stravagante, comunque fosse pel maschile suo animo forza
bastante per non concepirne timore). Quest’uomo senza dubbio è pazzo.
Il mio figlioccio Harrington potrebbe dargli una parte nel suo _Orlando
Furioso_. Però nel tenore della sua follia ravviso alcuna strana
singolarità. Parlate, Tressiliano: a qual cosa vi sottomettete voi,
se trascorse le ventiquattr’ore, non potete dimostrar falso un fatto
provato con modi tanto solenni, siccome lo è l’infermità della figlia
di sir Robsart?»
«Regina, a portare il mio capo sotto la mannaia,» rispose subito
Tressiliano.
«Eh! questi sono propositi da pazzo. E qual capo è mai caduto in
Inghilterra, se nol percosse il voler della legge? Io vi domando,
purchè però vi rimanga senno bastante a potermi comprendere, se quando
v’accorgerete dell’assurdità del vostro assunto col vederlo andare a
vôto, mi confesserete sinceramente qual fu l’intenzione, che aveste nel
cimentarvi a sostenerlo.»
Si tacque Tressiliano, condotto da tale inchiesta a titubar nuovamente;
perchè pensava egli: «Se in questo intervallo Amy si riconciliasse col
proprio marito, quanto mal ufizio le presterei se svelassi misteri
obbrobriosi ad un uomo col quale ella dovrà sempre vivere, e se facessi
toccar con mano ad una saggia e prudente Sovrana come fu sorpresa
con falsi attestati!» Tale incertezza portò nuovo imbarazzo e negli
sguardi, e nella voce, e nel contegno di Tressiliano. Per la qual
cosa, allorchè la Regina in severo tuono e corrucciata in viso gli
replicò l’inchiesta medesima, ei le rispose con interrotte parole, che
forse!... cioè!... secondo le circostanze!... avrebbe spiegati i motivi
del suo operare.
«Oh! per l’anima del re Enrico, sclamò quella Sovrana, qui cova
assolutamente o demenza o malvagità. Raleigh, il tuo amico è troppo
pindarico per potere starsene alla mia presenza; conducilo teco,
liberami dal vederlo, perchè potrebbe accadergli peggio. I suoi slanci
sono troppo impetuosi in tutt’altro luogo che non sia il Parnaso, o San
Luca. Tu però ritorna, poichè lo avrai condotto in luogo sicuro. Quanto
avremmo desiderato conoscere questa beltà che fa sì tremendo guasto nel
cervello d’un uomo decantato dianzi per la Sua saggezza!»
Tressiliano voleva dire altre cose alla Regina, ma Raleigh costretto ad
ubbidire agli ordini avuti, ne lo impedì, fattosi soccorrere da Blount
per condurlo fuor del salone, parte suo malgrado, e parte anche non
contro sua voglia, poichè incominciava ad avvedersi egli stesso, come
un più lungo rimanersi peggiorasse anzichè migliorare i suoi interessi.
Allorchè furono giunti nell’anticamera, Raleigh pregò il Blount a far
sì, che Tressiliano venisse condotto negli appartamenti preparati alle
persone del corteggio di Sussex, e che se era d’uopo vi si mettesse la
guardia.
«Tale stravagante passione, diss’egli, e l’infermità della donna
che ne è lo scopo, hanno stravolto in singolar modo il suo ingegno,
aggiustatissimo per l’addietro. Ma speriamo, un breve riposo calmerà
questo impeto. Solamente badate a non lasciarlo uscire. È già assai
male impressionato per lui l’animo di Sua Maestà; poche nuove
provocazioni basterebbero perch’ella gli trovasse un ritiro più
ingrato, e custodi più malaugurosi.»
«Io lo giudicai a dirittura pazzo (soggiunse Nicolò Blount, dando
un’occhiata alle sue calze cremesine, ed alle sue gialle rosette)
allorchè posi mente a que’ maledetti stivali che offesero le narici
della Regina. Voglio vederlo rinchiuso, e torno subitamente. Ma dimmi,
Walter, la Regina non ha chiesto chi mi fossi? Ho creduto accorgermi
d’una sua occhiata volta sopra di me.»
«Venti occhiate! sì, venti occhiate sopra di te! e le ho assicurato
che sei un bravo soldato, un... ma per l’amor del Cielo conduciti via
Tressiliano.»
«Vado, vado, rispose Blount. Ti dirò bene, che comincio ad avvezzarmi
a questa vita cortigianesca. Non è poi un passatempo tanto cattivo.
Se non altro, offre modi d’innalzarsi. Dunque, Walter, amico mio, le
dicesti che sono un bravo soldato, e _un_... _un_ che cos’altro?»
«_Un_... tutto che non si può esprimere. Ma spacciati dunque, in nome
di Dio!»
Tressiliano, senza opporre resistenza, e senza movere verun’inchiesta,
seguì Blount, o a dir meglio si lasciò condurre nell’appartamento di
Raleigh, sofferendo d’essere collocato in un letto sulle cinghie, che
in uno di que’ gabinetti era stato apparecchiato ad uso di qualche
servo. Nè tardò ad avvedersi che ogni sforzo per parte sua diverrebbe
inutile a conciliargli le premure e i soccorsi degli amici, sintantochè
il compire delle ventiquattr’ore da lui consacrate con promessa a
rimanersi inoperoso, non gli facesse abilità di svelare tutte le cose,
o veramente non gli togliesse ogni desiderio e pretesto di frammettersi
in quanto riguardava il destino d’Amy, forse vicina ad unirsi col suo
rapitore.
Dovette Tressiliano adoperare molta fatica, e assai rimostranze, fatte
con calma e dolcezza, per evitare la molestia di vedersi accampati
nella sua stanza due uomini della guardia del conte di Sussex.
Finalmente Blount in veggendolo tranquillo nel letto, diede due o tre
calci, maledicendoli con tutto il cuore, a quegli stivali del mal
augurio, i quali, giusta le nuove massime abbracciate dal Blount, erano
stati il sintomo concludente, o forse anche la primaria cagione del
disastro cui soggiaceva il suo amico. Per tal modo gli sforzi generosi
e disinteressati operati da Tressiliano per la liberazione d’una donna,
da cui non ebbe che ingratitudine, non gli partorirono in quel giorno
migliori conseguenze del cadere in disfavore della Regina, e del farsi
riguardare niente meno che pazzo dai propri amici.
CAPITOLO II.
I Sovrani anche i più saggi s’ingannano
spesse volte siccome gli uomini di più
bassa lega, e abbiam veduto alcuni
di questi monarchi colle reali loro
mani fregiar della ciarpa di cavaliere
indegne spalle, sol meritevoli del
marchio del carnefice. Che vuol farsi?
Questi re certamente nelle loro azioni
avevano per iscopo il meglio, ma non
si può domandar conto ad essi che
dell’intenzione, non già dell’evento.
_Antica Commedia._
«Ella è cosa ben crudele, disse la Regina dopo la partenza di
Tressiliano, il vedere un uomo, fornito dianzi di saggezza e dottrina
ora ridotto ad avere il cervello affatto guasto. Le prove evidenti
che ha date di follia dimostrano parimente essere prive di fondamento
le accuse ch’egli ha promosse. Laonde, signor di Leicester, noi non
abbiamo dimenticato l’inchiesta che ci avete fatta pel vostro fedele
servo Varney, i cui pregi e la cui lealtà vogliono avere il suo
compenso dalla Sovrana, poichè a voi sono utili. Così il favore che
siamo per compartirgli diverrà un premio dell’affetto zelante che
ponete in servirci. Vi concediamo adunque la grazia che sollecitaste
per Varney, e tanto più volentieri in tal giorno, che ricevendo
ospitalità in vostra casa, vi dobbiamo anche per tale riguardo qualche
prova d’animo grato. Si aggiugne che questa prova particolare di nostra
benevolenza apporterà qualche sollievo al buon cavaliere di Devon, a
sir Ugo Robsart, divenuto suo malgrado suocero di Varney; e spero per
tal via riconciliarlo più facilmente col genero. A me la vostra spada,
sig. di Leicester.»
La prese ella con molto riguardo, e la sguainò, e mentre le Milady,
che le stavano di corteggio, volgeano altrove il capo prese da un
brivido, finto o vero che fosse, gli occhi della Regina si portarono
avidamente a mirare il lustro e i ricchi ornamenti damascati di quella
scintillante lama.
«Se fossi stata uomo, diss’ella, credo che non avrei ceduto a nessuno
de’ miei antenati nel desiderio di possedere una bella spada. Mi
diletto molto nel contemplare le armi; e simile alla _fata Morgana_,
di cui lessi le avventure in un libro italiano... Oh! perchè mai qui
non trovasi il mio figlioccio Harrington? Egli mi rammenterebbe il
tratto di romanzo che vorrei citare... Certamente mi sarebbe grato il
poter aggiustare i miei capelli, e la mia acconciatura dinanzi ad uno
specchio d’acciaio, siccome è questo... Riccardo Varney, avanzatevi,
e mettetevi in ginocchio. _In nome di Dio; e di San Giorgio, noi vi
facciamo Cavaliere! Siate fedele, valoroso, e felice_... sir Riccardo
Varney, alzatevi.»
Così fece il Varney, e si ritirò inchinando con gran rispetto la
Sovrana, che tanto insigne onore gli conferiva.
«Domani, aggiunse la Regina, noi vi armeremo dello sperone nella
cappella del Castello, e così daremo fine alla cerimonia. Intanto,
vogliamo che abbiate un altro fratello d’armi. Ma poichè la giustizia
dee regolare la distribuzione delle nostre grazie, abbiam divisato di
consultare a tal uopo il nostro cugino, il conte di Sussex.»
Questo Pari, che dopo il suo arrivo a Kenilworth, ed anzi sin dal
principio del viaggio erasi visto oscurar dal Leicester, portava
ombrata da tetre nubi la fronte. L’aria sua di scontento non potè
sfuggire alla Regina, che sperò serenarne l’animo, e nel medesimo tempo
conformarsi al proprio sistema di _bilancia politica_[3], concedendo
un contrassegno particolare di favore al conte di Sussex, allor quando
parea più compiuto il trionfo di chi gli era rivale.
All’ordine che ne ricevette da Elisabetta il Sussex, fu sollecito ad
avvicinarsile, e la Regina gli chiese qual fosse fra i gentiluomini del
suo seguito cui darebbe voto di preferenza nella imminente promozione.
Ma quel Conte con maggior sincerità che accortezza, rispose: che
avrebbe osato parlare a favore di Tressiliano, cui si credeva debitore
della vita, e che d’altra parte, chiaro per sapere e per pregi
militari, discendea da una famiglia scevra di macchie: «Ma, soggiunse
di poi, temo che gli avvenimenti di questa notte!...» E qui si fermò.
«Vedo con piacere una tale circospezione per parte della Signoria
vostra, disse Elisabetta. Dopo quanto è accaduto, i nostri sudditi
avrebbero ragione di giudicare la loro Regina non meno stolta di quel
povero gentiluomo (perchè non credo mossa da cattive intenzioni la sua
condotta) avrebbero, dissi, ragione di giudicare stolta la loro Regina,
se prescegliessimo un tal momento, onde largheggiargli di favore.»
«Quand’è così, rispose il Conte alquanto scompigliato, la Maestà Vostra
mi permetterà di additarle il mio scudiere, il sig. Nicolò Blount. Egli
è gentiluomo di buona casa, ed anche abbastanza antica. Ha servito
nella Scozia e nell’Irlanda, e porta sul proprio corpo onorevoli
cicatrici.»
Elisabetta non potè far di meno di stringersi leggermente nelle spalle
a tal seconda proposta; e la duchessa di Rutland ben lesse negli occhi
della Regina come questa avesse sperato, che il Sussex le nomerebbe
Raleigh, ponendola così in grado di soddisfare i propri desiderii ad un
tempo, e di fare onore alla raccomandazione del Conte. Laonde, quale
donna avveduta nell’arti cortigianesche, aspettò prima che la Regina
acconsentisse all’inchiesta fattale a favore di Blount; poi soggiunse,
che avendo que’ due potenti Pari avuta la permissione d’indicare un
candidato alla cavalleria, ella oserebbe a nome di tutte le matrone
presenti supplicare per un eguale favore.
«Non sarei donna, se ricusassi cotale inchiesta,» sorridendo la Regina
rispose.
«Supplico adunque la Maestà vostra in nome di tutte queste Lady,
aggiunse allor la Duchessa, ad innalzare al grado di cavaliere Walter
Raleigh, che per lustro di nascita, e pei bei fatti d’armi, e per la
solerzia da lui posta nel servire il nostro sesso colla spada non meno
che colla penna, si è fatto degno di tale onore.»
«Ringrazio queste Lady, rispose Elisabetta col contento sul labbro, e
condiscendo alla loro inchiesta. L’amabile scudiere _senza mantello_
diverrà il prode cavaliere _senza mantello_, come voi altre lo
desiderate: fate dunque venire a noi i due candidati.»
Blount per anche non ritornava; onde il Raleigh si avanzò solo e
prostratosi, ricevè dalle mani della Sovrana il titolo di cavaliere,
che pochi meritavano al pari di lui; tanto andava adorno di pregi.
Nicolò Blount arrivò qualche momento dopo, e seppe dal labbro di
Sussex, che egli incontrò alla porta della sala, le intenzioni
favorevoli della Regina, e l’ordine avuto di farlo appressare al trono.
Egli è uno spettacolo non molto raro, e ad un tempo penoso e ridicolo
il vedere un uomo fornito di un criterio posato e non fatto agli
slanci, allorchè, o la civetteria di avvenente donna, o qualsivoglia
altro motivo lo traggono in quelle inezie che s’addicono soltanto
all’amabile giovinezza, o a coloro in cui l’abito fe’ di queste una
seconda natura. A tale condizione trovavasi il povero Blount, la cui
testa era già sconcertata dalla ricchezza del suo abbigliamento, e che
si era fitto in animo di dovere adattare a questo il proprio contegno.
La subitanea novella di una tal promozione diede compiuto trionfo
a quello spirito di leggerezza e di vanagloria che faceva guerra
all’indole di lui primitiva, e d’improvviso trasformò un uomo semplice
e di modi ruvidi anzi che no in un farfallino della specie più strana e
ridicola che mai si fosse veduta.
Il candidato cavaliere si avanzò nel salone, che per sua disgrazia
gli conveniva attraversare da cima a fondo. Volgeva la punta del
piede al di fuori con tanta caricatura, che la parte posteriore
della gamba presentandosi ognora la prima, somigliava assai ad uno
di quegli antichi coltelli a lama ricurva. In tutto il restante del
suo portamento il Blount non dismentiva questa andatura grottesca.
E tal mescolanza d’imbarazzo e di vanaglorioso contento era cosa sì
compiutamente ridicola che i partigiani di Leicester non poterono
rattenere un maligno sorriso, cui parteciparono senza volerlo alcuni
pure fra i gentiluomini del Sussex, benchè costretti a mordersi dalla
rabbia le dita. Lo stesso Sussex perdendo la pazienza, si vide alla
necessità di dirgli all’orecchio: «Maledetto Blount non sai dunque
camminare come fa un uomo e un soldato?» Tale rimprovero lo fece
fremere e si fermò sgomentito, allorchè volgendo un guardo alle sue
rosette gialle e alle sue calze rosse, prese nuova fidanza, e tornò a
camminar come prima.
La Regina accolse il povero Blount cavaliere con una ripugnanza che
non dava luogo ad equivoco. Perchè inoltre è da sapersi ch’ella
era al sommo riguardosa nel conferire questi titoli d’onore, de’
quali dopo lei gli Stuardi largheggiarono con sì poca politica, che
gl’impoverirono d’una gran parte dell’antico lor pregio. Non appena il
Blount si fu allontanato, che la Regina volgendosi alla duchessa di
Rutland, così disse: «Lo spirito di noi altre donne, mia cara Rutland,
supera d’assai lo spirito di queste creature che portan giubba e
calzoni. Dei tre cavalieri proposti, il tuo candidato solamente era
degno di questo titolo.»
«Sir Riccardo Varney, l’amico di milord Leicester... ha certamente il
suo merito...» la Duchessa soggiunse.
«Varney, replicò la Regina, ha la fisonomia torva e la lingua melata.
Temo bene non disonori il titolo che ha ricevuto. Basta! Io avea già
promesso ciò da lungo tempo. Ma quel Sussex assolutamente ha perduto
il cervello. La prima volta ci propone un matto della natura di
Tressiliano; poi dopo, un vero campagnuolo è il suo secondo protetto.
Ti giuro, mia cara Rutland, che quando mi stava davanti, facendo
contorsioni e smorfie, come se la zuppa troppo calda gli avesse
scottato il palato, ho fatto fatica, allorchè doveva percotergli
l’omero colla spada, a non fracassargli in vece la testa.»
«Vostra Maestà nondimeno gli ha dato un abbraccio alquanto aspro, disse
la Duchessa: noi abbiamo udito la lama della spada sonar sul suo collo,
e il pover uomo ha fatto un moto come di chi si credesse ferito.»
«Non seppi astenermene, mia cara amica, rispose la Regina... Ma noi
manderemo questo sir Nicolò nell’Irlanda o nella Scozia, o in qualunque
altro paese, purchè liberiamo la nostra Corte da tale cavalier
campagnuolo.»
Dopo sì fatte osservazioni della Regina, la conversazione divenne
generale; nè tardò il Leicester a supplicare sua Maestà perchè volesse
venire a prendere la sua sede al banchetto.
Dovettero i convitati attraversare la corte interna del castello per
giugnere ai nuovi edifizi ove trovavasi la vasta sala della mensa, già
imbandita di una cena degna di sì bel giorno.
In questo tragitto i novelli cavalieri si videro circondati dagli
araldi, dagli uomini d’armi e dai canterini che gridavano secondo
l’usanza: _generosità, generosità, o i primi fra i prodi cavalieri_.
Tale acclamazione, antica assai, intendeva ad eccitare la generosità
dei candidati a favore di quelli, il cui mestiere stavasi o nel
custodire le armature o nel celebrare con allegri canti le imprese de’
novelli cavalieri. Coloro ai quali s’indirigevano tali sollecitazioni,
lor corrisposero con molta liberalità. Il Varney adoperò cortesia, e
ricercata modestia nel distribuire i suoi donativi. Raleigh accompagnò
i propri di quella grazia disinvolta che appartiene soltanto alle
persone assuefatte al viver dei Grandi. Il povero Blount diede tutto
ciò che del suo assegnamento d’un anno il sartore gli aveva lasciato.
In mezzo a quello scompiglio del suo animo traeva fuori le monete, poi
si fermava a contemplarle, indi le distribuiva particolarmente a questo
e a quello, coll’aria inquieta e col contegno d’un sagristano che fa la
limosina ai poverelli della parrocchia.
Sì fatte liberalità vennero accolte fra i ringraziamenti e i _vivat_
di costume. Ma poichè coloro che ne profittarono erano pressochè tutti
persone poste al servigio del Leicester, il nome del Varney era quello
che in mezzo a più vivi applausi si ripetesse. Soprattutto il Lambourne
faceasi discernere co’ suoi schiamazzi: «Lunga vita a sir Riccardo
Varney — Salute e onore a sir Riccardo — Non fu mai creato più degno
cavaliere (ed aggiugneva abbassando la voce) incominciando dai tempi
del valoroso sir Pandaro di Troia[4],» conclusione che fece ridere
chiunque si trovò assai vicino per poterla udire.
Sarebbe cosa superflua l’intertenerci più a lungo delle feste di questa
sera, le quali furono sì brillanti, e tanto contentarono la Regina,
che il Leicester ritirandosi nel suo appartamento, vi si portò affatto
ebbro d’ambiziose speranze. Stava colà il Varney, che spogliatosi del
ricco suo vestimento, in abito semplice e modesto aspettava il padrone
per compiere le fazioni che giusta il suo ufizio spettavangli allorchè
il Conte si metteva in letto.
«Che vedo, sir Riccardo? disse sorridendo il Leicester, queste umili
vesti non si confanno alla nuova dignità cui siete innalzato.»
«La rinunzierei, rispose il Varney, sol ch’io immaginassi mi potesse
allontanare dalla Signoria vostra.»
«Lo vedo, tu sei un servo riconoscente, soggiunse il Leicester;
ma non ti permetterò il fare alcuna cosa, che possa pregiudicarti
nell’opinione degli altri.»
A malgrado di questi detti, il Conte accettava i servigi del nuovo
cavaliere, che diede a divedere in prestarglieli tanto contento quanto
ne dimostrava colle parole.
«Non ho paura delle male lingue, rispose a tale osservazione del Conte
il Varney, perchè non v’è in tutto questo castello (permettete adunque
ch’io vi levi il collare), non v’è in tutto questo castello alcuno che
non si aspetti di vedere persone ben poste in più alto grado di questo
ch’or debbo alla vostra bontà, di vederle, dico, tenersi onorate in
adempiere presso voi gli ufizi di camerlingo.»
«Sì: ciò potrebbe accadere,» disse il Conte mettendo un involontario
sospiro; poi soggiunse: «Dammi la mia veste da camera, o Varney, è
d’uopo ch’io contempli il Cielo. Dimmi non dovrebb’essere ben tosto
luna piena?»
«Credo di sì, Milord, lo mette almeno l’almanacco.»
Stava in quell’appartamento una finestra che aprendosi, mettea su
piccolo poggio di pietra, merlato com’era d’uso in tutti i castelli
d’architettura gotica. Spalancandola il Conte, vide dinanzi a sè gran
parte del lago e del bosco che copriva l’opposta sponda. I raggi della
luna posavano immobili sull’onda azzurra e sui folti gruppi degli olmi
e delle quercie che si mostravano in maggiore distanza. L’astro della
notte in mezzo al suo corso scorgeasi cinto da mille stelle secondarie.
Calma profonda regnava sulla terra, solamente interrotta a quando a
quando dalle voci delle sentinelle e dal lontano abbaiamento de’ veltri
svegliati dagli apparecchi d’una caccia magnifica, che divisavasi pel
nuovo giorno.
Contemplò il Leicester la volta del firmamento, e gli atti suoi e
il suo contegno esprimevano come si stesse assorto in un’estasi
irrequieta, intantochè il Varney, tenutosi all’ombra della parte
interna di quella stanza, potea, senz’esser veduto, osservare con
segreto giubilo il suo signore, che stendea le braccia verso i corpi
celesti.
«O voi globi di vivace fiamma (tal fu l’invocazione che indirisse loro
questo uomo ambiziosissimo), voi scorrete taciturni l’orbita della
misteriosa vostra carriera. Ma la saggezza vi attribuì una loquela.
Ditemi adunque qual sia l’alto destino a me serbato? La grandezza che
agogno, sarà ella brillante, sublime, durevole quanto la vostra? o
sarei io condannato a non risplendere che qual lampo fugace in mezzo
alle tenebre della notte per ricadere indi verso la terra, simile agli
avanzi di que’ fuochi d’artifizio, onde gli uomini tentano imitare i
vostri raggi?»
Rimirò ancora il Cielo per un minuto o due, indi rientrò nella stanza,
mentre Varney si mostrava inteso a riporre entro una cassetta i
gioielli, che il Conte aveva posati sopra una tavola.
«Che pensa del mio oroscopo Alasco? richiese il Conte. Gli è vero che
tu mel dicesti, ma me ne sono dimenticato, perchè non ho seria fiducia
in quest’arte.»
«Pure, v’ha degli uomini istrutti che pensano altrimenti, rispose
Varney, e se io debbo dire sinceramente il mio avviso alla Signoria
vostra, comunque non istrutto, sono fra quelli.»
«Ah! come Saule in mezzo ai profeti!... soggiunse il Conte. Io credea
che tu professassi in vece un assoluto scetticismo su di tutte quelle
cose che non puoi o vedere, o intendere, o toccare, o gustare, o
ascoltare, in somma pensai limitata alla sola prova de’ sensi la tua
credulità.»
«Potrebbe anch’essere che il desiderio di vedere adempiuta la
predizione dell’astrologo mi rendesse più credulo in questo giorno.
Alasco disse, che il vostro pianeta favorevole si trova nella sua
_culminazione_, e che l’_influenza contraria_ (nè volle più chiaramente
spiegarsi) benchè non affatto vinta, è evidentemente nel suo
_retrogrado_. Furono questi, mi sembra, i suoi propri termini.»
«Sì, veramente questi, replicò il Leicester, osservando una
recapitolazione di calcoli astrologici, ch’ei si tenea fra le mani;
l’_influenza_ più forte sarà prevalente, e a quanto credo, l’ora fatale
è passata. Aiutatemi, o Riccardo, a spogliarmi della mia veste da
camera, e rimanete un qualche momento, tanto che io mi ponga in letto.
Credo che le fatiche di questa giornata mi abbiano messo la febbre nel
sangue; ei scorre per le mie vene ardente al pari di piombo liquefatto.
Aspetta anche un poco, te ne prego, vorrei pure sentirmi gli occhi
gravi dal sonno.»
Il Varney rimase officiosamente vicino al letto del suo signore; indi
pose una lampada d’argento massiccio insieme ad una spada sopra una
tavola di marmo che era presso del capezzale. Fu allora che il Conte,
fosse per non essere incomodato dalla luce della lampada, o fosse
per nascondere il proprio volto a Varney, abbassò quanta parte di
cortina bastava ad entrambi questi due scopi. Il Varney nel tornare
ov’era prima, sedè colle spalle volte al Conte in tal modo, da fargli
comprendere che in lui non era il disegno di spiarne la fisonomia, o
indovinarne i moti dell’animo; poi aspettò che Leicester incominciasse
a parlar della cosa, che il teneva meditabondo.
Il Conte, dopo avere per qualche tempo aspettato invano che il suo
scudiere fosse primo a dar motivo ai discorsi si fece a dire in tal
guisa: «Dunque, Varney, si va parlando della bontà che la Regina ha per
me?»
«E come vorreste, o Milord, che si tacesse di cosa tanto manifesta?»
«Di fatto, ella è una buona padrona, soggiunse il Conte; ma fu la
Saggezza stessa che scrisse: non ti fidare soverchio sulla buona grazia
dei principi.»
«La sentenza è ottima e vera, sempre quando però non si abbia
l’accortezza di collegare i nostri cogl’interessi loro in tal guisa, da
tenerli in pugno come il falco prima di permettergli il volo.»
«Indovino a che intende il tuo discorso, disse il Leicester con
impazienza, nè m’impedisce il comprenderlo tutta la circospezione che
metti nel farlo. Vuoi significarmi, che sposerei la Regina, sol che il
volessi.»
«La Signoria vostra lo disse, e non io. Ma che rileva qual di noi
due l’abbia detto? Sopra ogni cento persone ve n’ha novantanove in
Inghilterra che credono la medesima cosa.»
«Sì, (disse il Leicester, ravvolgendosi per il letto) ma la centesima
è meglio istrutta delle novantanove. E tu! tu, a ragion d’esempio,
conosci tali ostacoli che non si possono superare.»
«E nondimeno, la cosa debb’essere, se vogliamo aver fede alle stelle,»
disse posatamente l’astuto Varney.
«Che cosa dici? Eh! ch’io so non credere tu nè all’astrologia, nè a
verun’altra cosa.»
«Domando perdono alla Signoria vostra, ella è nell’errore. Io credo a
certi presagi dell’avvenire. Non dubito per portarne un esempio, che se
pioverà in aprile, vi saranno fiori nel maggio, che se farà bel sole,
il grano diverrà maturo. E nella mia filosofia naturale trovo parecchie
cose che mi trarrebbero a prestar fede alle stelle, se le stelle le
predicessero. Ne deriva quindi che non mi asterrò certamente dall’aver
fiducia in questi eventi, i quali generalmente sono aspettati siccome
desiderati, per ciò solo che gli astrologi credettero d’averli letti
nel Cielo.»
«Hai ragione (disse Leicester smaniando più fortemente nel letto).
Tutti desiderano queste nozze. Ne ho ricevute congratulazioni dalle
chiese riformate dell’Allemagna, de’ Paesi Bassi e della Svizzera,
tutte persuase che dipenda da tali nozze la salute d’Europa. La Francia
non sarebbe per opporsi al loro effettuarsi, e la fazione dominante
della Scozia le avrebbe siccome una sua guarentigia; la Spagna le teme,
ma non ha forza di contrariarle; e contuttocciò vi è noto che sì fatto
avvenimento è impossibile.»
«Non vedo tutta questa impossibilità. La Contessa è incomodata nella
salute.»
«Sciagurato! (sclamò Leicester alzandosi dal letto ed afferrando la
spada posta sopra la tavola) abbandona questi pensieri esecrabili.
Vorresti forse assassinarla?»
«Per chi mi prende la Signoria vostra? (disse il Varney pompeggiando
di tutta quella dignità che s’addirebbe alla calunniata innocenza).
Non mi è sfuggito alcun accento che possa dar motivo a tanto orribili
imputazioni. Solamente dissi che la Contessa è inferma, e comunque
amabile e teneramente amata, non è per ciò men soggetta alla legge
universale. Ella potrebbe morire, e la Signoria Vostra rimanere in
libertà.»
«Lungi da me un’idea sì desolante! Che non se ne parli più mai!»
«Auguro la buona notte alla Signoria vostra,» e in dir questo si alzò
Varney, il quale finse interpretare le ultime parole del Conte siccome
un comando d’andarsene. Ma lo rattenne il Leicester.
«Tu non mi fuggirai così, compare matto. E credo in vero, che il tuo
nuovo grado ti abbia fatto dar volta al cervello. Dimmi dunque, tu non
riguardi questi ostacoli come invincibili?»
«Milord, permettetemi. Piaccia a Dio di concedere lunga vita alla
vostra bella Contessa, benchè nè l’amore che le portate, nè i miei voti
abbiano forza di renderla immortale. Ma viva pur ella quanto lungamente
è da desiderarsi per la sua e per la vostra felicità! questi nodi a mio
avviso non v’impediscono di farvi re d’Inghilterra.»
«Eccone una d’altro conio! Tu sei pazzo; assolutamente pazzo, povero il
mio Varney!»
«Eppure! vorrei come son sicuro di quanto dico, esserlo di possedere
un giorno una bella e buona signoria. Ignorate forse, come in altri
paesi può starsi un maritaggio _di mano manca_ fra persone di grado
diverso, e che tal maritaggio non costringe il marito a ricusare nodi
più convenevoli al suo stato?»
«Sì veramente; intesi dire, che quest’uso veniva praticato
nell’Allemagna.»
«Vi dirò di più. Si pretende che i dottori delle università straniere
aggiungano forza a questa duplicità di nozze col peso di vari testi
della scrittura. In fine poi qual gran male sarebbe? L’amabile compagna
che vi siete prescelta avrebbe tutti i migliori vostri momenti, quelli
cioè del riposo, che son pur quelli in cui l’animo si apre con libertà
in seno all’amore ed all’amicizia. Non danno per la sua fama: non pace
tolta alla sua coscienza. Allora, voi siete padrone di provvedere a
tutto, se il Cielo vi fa felice di prole. Potete poi anche riserbare
ad Elisabetta dieci volte più tempo e dieci volte più amore di quanto
mai don Filippo di Spagna non ne abbia consacrato a Maria, sorella
d’Elisabetta. E nondimeno sapete che quella moglie di don Filippo ad
onta di tanta negligenza e freddezza amò assai suo marito. Non sono
necessarie a tal fine che bocca chiusa e fronte aperta, ed è in voi
tutto l’arbitrio di tenervi ad un tempo e la vostra Eleonora, e la
vostra bella Rosamonda. Lasciate a me l’incarico di trovarvi un ritiro,
ove non giunga mai a penetrare l’occhio geloso della Regina.»
Il Leicester mantenne per qualche tempo il silenzio poi sospirando
disse: «No, la cosa è impossibile. Addio, Varney... Rimanete un altro
istante. Che giudicate voi di Tressiliano e del disordinamento della
sua mente? Non potrebb’egli essere che questo delirio ed il negletto
abito con cui si presentò agli sguardi della Sovrana, avessero secondi
fini? Ch’ei credesse forse d’eccitare nell’animo d’Elisabetta quella
compassione non solita a negarsi giammai ad un amante abbandonato dalla
sua donna, e tratto perciò fuor di senno?»
Varney diede in grande scoppio di risa, e ridendo rispondea: «Oh!
Tressiliano non pensa a tal cosa.»
«Spiegati, non t’intendo. Nè tu ridi mai che sotto il tuo riso non covi
qualche malizia.»
«Volea dire, o Signore, che Tressiliano ha trovato l’espediente il più
sicuro per non morire d’affanno. Si è provveduto d’un divagamento,
d’una compagnia. La sorella d’una specie di commediante, cred’io,
alloggia seco lui in quella camera della torre di _Merwyn_ che per
motivi particolari io avea ordinato gli fosse assegnata.»
«Si è fatta un’amica, tu il credi, si è fatta un’amica?»
«Certamente! Milord, ma una di quelle amiche, che vanno nelle stanze
dei gentiluomini ad aspettare ore intere tantochè giungano.»
«In fede mia è tal novelletta, che sarà ottima da raccontarsi a tempo
e luogo. Già per massima non ho mai creduto a questi dotti che hanno
la fisonomia di bacchettoni. Ma bene! sig. Tressiliano, voi almeno
non fate cerimonie in mia casa. Se do passata a questa libertà ch’ei
si prende, può ringraziarne una certa ricordanza che mi dura tuttora.
Nondimeno, Varney, tenete l’occhio sopra di lui.»
«Per vegghiarlo meglio appunto lo alloggiai nella torre di _Merwyn_,
ove gli fa la guardia il mio servo, vigilantissimo comunque sia il
primo beone che viva su questa terra. Intendo Michele Lambourne,
quell’uomo di cui altre volte ho parlato a _Vostra Maestà_.»
«_Vostra Maestà!_ Che significa un tale epiteto?»
«È un epiteto, Milord, che se non istò bene attento, mi corre al labbro
senza che io il voglia; ma mi sembra epiteto sì naturale, che non ho
cuore di ritrattarlo.»
«In somma, mi confermo in questo ognor più: la tua recente dignità ti
ha sconcertato il cervello; i nuovi onori vanno alla testa, come il
buon vino.»
«Possa la Signoria vostra parlarne ben tosto per esperienza!» e in
questa Varney si ritirò augurando al suo signore la buona notte.
CAPITOLO III.
«Ecco la vittima in vicinanza dell’empio
che la tradisce, a guisa di cerva
giacente a piedi del cacciatore, che
offre a nobil matrona, signora della
caccia, la spada ignuda, per portare il
colpo estremo allo spirante animale.
_Il Taglialegna_.
N’è d’uopo far ritorno all’appartamento di _Merwyn_; o piuttosto al
carcere dell’infelice contessa di Leicester, che per qualche tempo
seppe frenare l’impazienza e l’inquietezza fra cui avvolgeasi. Ella ben
sentiva come in mezzo al tumulto, inevitabile in sì fatto giorno, era
tra le cose possibili, che la sua lettera non fosse così presto giunta
a Leicester, e che per altra parte non gli era lecito il sottrarsi
improvvisamente al suo servigio presso Elisabetta per venire a visitar
lei in quell’asilo recondito. «Comprendo che non posso sperare di
vederlo prima di notte, pensava ella fra se medesima. So che farà ogni
possibile per anticiparmi tale contento. Pur m’accorgo che dovrò portar
con pazienza questo ritardo.»
Ciò nullameno non passò istante che ella non si aspettasse il Conte,
e mentre volea persuadere a se stessa il contrario, ogni lieve rumor
ch’ella udia, gli dipignea il Conte frettoloso di correre fra le sue
braccia.
Le fatiche del precedente viaggio, e l’agitazione, ben naturale in chi
sofferiva tanto penosa incertezza, diedero tale scotimento ai suoi
nervi ch’ella omai si temeva incapace di aver forza per quegli eventi
quali si fossero che l’aspettavano. Ma comunque viziata anzi che no
in sua fanciullezza, robusti ne erano l’animo ed il temperamento; chè
alla robustezza del secondo genere avea molto contribuito l’esercizio
di cacciar sovente in compagnia di suo padre. Ella chiamò in soccorso
attorno di sè tutte le proprie forze, e ben comprendendo come il suo
futuro destino dipendesse in gran parte dall’intrepidezza che avrebbe
serbata, pregò silenziosa il cielo volesse reggerla, e fece ad un tempo
proposito di non cedere ad alcun moto dell’animo che fosse inteso ad
indebolirla.
Pure allor quando la maggior campana del castello, che posta sulla
torre di _Cesare_ distava poco dall’altra di _Merwyn_, incominciò ad
annunziare l’arrivo della Corte, tal suono fu oltre ogni dire penoso
ad organi delicati, che l’interno turbamento rendea men atti a forti
impressioni; laonde non potea rattenersi al mettere un dolente grido
ogni qual volta udiva il cupo squillar di quel bronzo.
E peggio fu poi allora che vide la picciola stanza in cui stavasi
come innondata da flutti di luce, mandata ivi dai razzi che
s’incrocicchiavano per l’aria a guisa di fantasmi di fuoco, o di
salamandre che eseguissero bizzarre danze nella regione de’ Silfi. Le
parve in quell’istante, che ognun di que’ razzi scoppiasse in tanta
vicinanza de’ suoi occhi ond’ella ne sentisse il calore.
Pur lottò contro questi terrori fantastici, superando se medesima tanto
da mettersi alla finestra e contemplare uno spettacolo che, in altri
tempi, e vago e maestoso le sarebbe comparso. Le torri magnifiche del
castello andavano ornate di ghirlande di fuochi artifiziali, o coronate
da un pallido vapore. La superficie del lago scintillava siccome ferro
nella fornace, mentre i razzi lanciati all’aria, e cadenti senza
spegnersi nell’acqua, rassembravano draghi incantati che giostrassero
sopra un lago di fuoco.
Diremmo quasi che per brevi istanti ella ebbe diletto d’uno spettacolo
tanto nuovo per lei.
«Io crederei (tali erano le sue meditazioni) tutto questo essere
effetto d’arte magica, se il povero Tressiliano non mi avesse insegnato
ad apprezzare al giusto le cose... Gran Dio! questi vani splendori
sarebbero mai l’emblema delle speranze ch’io nutro? La felicità che ho
provata sarebbe forse una scintilla, presta ad essere inghiottita entro
un mare di tenebre?... un chiarore effimero, che si solleva un momento
nell’aria sol per far di più alto la sua caduta?... O Leicester!
dopo quanto mi dicesti, dopo quanto tu mi giurasti, ho da credere
che tu sia il mago al cui cenno nascono tanti prodigi, e che la tua
Amy non si rimanga a vederli se non se come una donna esiliata, anzi
prigioniera?... quell’Amy che era il tuo amore, la tua vita!»
La continua musica che risonava dalle diverse bande del castello, or
più distanti or più vicine, le mantenevano variatamente nell’animo
le stesse idee dolorose. L’armonia più lontana e più dolce sembrava
accordarsi meglio colle sue pene; e l’altra come più romoreggiante e
più gaia parea far quasi insulto all’infortunio, cui soggiacea.
«Questa musica appartiene a me, se appartiene _a lui_; ma non è in
mia facoltà l’interromperla. Oh! farei cessare questi suoni troppo
rumorosi. Il più infimo fra i contadinelli, postosi in danza, ha per
regolare la musica più potere che non ne ho io padrona di tutti questi
luoghi.»
Cessato a poco a poco il suono degli strumenti, la Contessa abbandonò
la finestra d’ond’era stata ad ascoltarli. Comunque fosse innoltrata la
notte, tanto era in quella stanza il chiaror della luna, che Amy potè
ordinarvi le cose come le piacque meglio. Ella sperava che Leicester
non avrebbe tardato di recarsi a lei tostochè il tutto fosse più
tranquillo entro il castello. Ma doveva ad un tempo temere ch’altre
persone non venissero a disturbarla. Nè più sicura teneasi per avere
ella la chiave della stanza; poichè Tressiliano era entrato con tanta
facilità benchè la porta fosse chiusa internamente. Laonde tutta la
diligenza che potè usare in tal circostanza si ridusse a collocar
la tavola per traverso, affinchè il rumore l’avvertisse se qualcuno
facea prova di penetrare lì entro. Dopo aver dunque praticata questa
necessaria cautela, l’infelice Amy si gettò sul suo letticciuolo, tutta
assorta ne’ pensieri che le dava un aspettar sì penoso, e contando
ogni minuto finchè sonasse un’ora dopo la mezzanotte. La natura
spossata finalmente potè più di quanto avevan potuto e il cordoglio e
l’inquietezza; laonde Amy fu vinta dal sonno. Sì: ella dormì... Dorme
l’Indiano nelle pause frapposte ai tormenti cui lo assoggettano i suoi
crudeli padroni. Così del pari i tormenti del cuore stancano finalmente
la forza in lui di sentirli, nè rinnovellano i loro assalti che presa
nuova lena nel durar d’un sonno letargico.
La Contessa pertanto dormì alcune ore; e sognò trovarsi nell’antico
soggiorno di Cumnor, attenta coll’orecchio se udiva il fischio, onde
Leicester facea nota la sua giunta fin dal cortile allor quando con una
delle segrete sue visite la veniva a sorprendere gratamente. Poi le
parve udire in vece lo squillo d’un corno da caccia, e quella stessa
sinfonia, cui l’aveva usata il padre suo ogni qualvolta stendea morto
un cervo, sinfonia che i cacciatori nomavano _della morte_. Credè indi
correre ad una finestra che guardava nella corte, ov’era molta turba di
gente raccolta in lugubri vesti, e il vecchio curato che recitava meste
preci, e Mumblazen messo in antico uniforme d’araldo e tenendo uno
scudo che presentava gli emblemi di cui si fa mostra ne’ funerali; ossa
incrocicchiate e cranii e oriuoli a polvere posti attorno allo stemma
gentilizio cui sormontava una corona di Conte. E vedea il vecchio
genitore, che con sorriso per lei terribile sì le diceva: _Amy, che ti
sembra del blasone di questo stemma?_ e dopo tali parole le sonava di
nuovo all’orecchio la musica _della morte_, e in questa si risvegliò. E
udì veramente suono di corno da caccia, anzi di molti, che empieano il
castello non d’armonia ferale, ma che annunziavano a tutti gli ospiti
di Kenilworth una lieta alba, e la caccia del cervo, da cui nel vicino
parco doveano cominciare i sollazzi di quella giornata.
«Egli non pensa a me, andava ripetendo fra se medesima Amy. Fastoso di
avere una Regina per ospite, poco gli grava che in quest’angolo oscuro
del suo palagio languisca una misera donna, omai tratta a disperazione
da un’incertezza la più dolorosa.»
D’improvviso un romore che le parve ascoltare all’uscio, come se
alcuno avesse cercato d’aprirlo di soppiatto, portò nell’animo suo un
delizioso sentimento di gioia cui però la tema si frammettea. Tantosto
sorta, si affrettò a liberar la porta dalla sbarra che vi avea posta
ella stessa, ma innanzi aprirla, ebbe la cautela di chiedere: _Sei tu
mio amore?_
E il sommesso mormorio d’una voce che le rispondea: _Sì, mia Contessa_,
non le lasciando più dubbio veruno, aperse la porta, sclamando
_Leicester!_ e gettò le braccia attorno al collo di quello straniero
che rimanea sulla soglia avvolto nel suo mantello.
Ma costui era in vece lo scellerato Lambourne, che sì rispose, in
suo stile: «Non è del tutto, del tutto Leicester, o mia leggiadra e
tenerissima duchessa, ma è tal uomo che equivale bene a Leicester.»
Immantinente con una forza che non avrebbe mai creduto di possedere,
Amy respinse quell’uomo indegno e si sciolse dalle sue braccia,
arretratasi fino in mezzo alla stanza, ove la disperazione le diè
coraggio a fermarsi.
Costui seguendola fin lì, lasciò cadere il mantello che il volto gli
ricopriva. Allora fu che Amy riconobbe il servo di Varney, quell’uomo,
da cui men che da tutt’altri di questa terra avrebbe voluto essere
riconosciuta, se si eccettui l’indegno padrone che lo stipendiava. Ma
portando ella ancora il suo abito da viaggio, e Lambourne non essendo
stato ammesso che una sola volta al cospetto di lei nel castello di
Cumnor, sperò che egli non così agevolmente la ravviserebbe, com’ella
riconobbe appieno quel ribaldo, che Giannina le avea fatto osservare
dalla finestra, e lo avea dipinto coi colori che a costui pertenevano,
tutte le volte che dopo accompagnato Varney nel castello di Foster,
s’interteneva nella corte ad aspettare il padrone.
E tali considerazioni avrebbero maggiormente accresciuta in Amy la
fidanza di rimanergli ignota, se si fosse accorta che costui era briaco
oltre ogni confine; ma il fare una tale scoperta le sarebbe stato
tutt’altro che conforto per quanto spetta al rischio di trovarsi sola a
tale ora, in tal luogo, con uomo giunto a quello stato e di sì perversa
natura.
Il Lambourne chiuse la porta appena entrò, ed incrocicchiate le braccia
come in atto di schernire la donna che non conoscea, prese a favellarle
in tai sconci modi:
«Ascoltami, bella Callipoli, amabile contessa de’ cenci, divina
duchessa de’ cantucci reconditi; se ti vuoi prendere il fastidio di
raggrupparti in te stessa, come un cuoco raggruppa un uccello tolto
dallo spiedo, e ciò per farmi più gradevole il diletto di trinciare...
ti assolvo da questa briga... La tua prima franchezza mi piaceva assai
più; sì, mi piaceva assai più (e in ciò dire fece un passo innanzi e
barcollò)... come ti dico, mi piaceva più, ed il metodo che hai preso
ora, non mi garba.... come non mi garba questo maledetto pavimento,
lasciato, credo, in alto e basso dal diavolo, e che mette un galantuomo
in pericolo di rompersi il collo, se non si tiene all’erta come un
saltatore sulla corda tesa.»
«Fermati, disse la Contessa, non ti accostare se t’è cara la vita.»
«Anche minacce! Come sta questa faccenda, o signora? Ma potete voi
trovare un uomo più compagnevole di Michele Lambourne? Figlia mia, ho
viaggiato in America, ove l’oro nasce da sè, e ne ho portate tai grosse
verghe....»
«Mio caro amico (disse la Contessa atterrita dal tuono d’audacia e di
sicurezza nella quale si teneva il malvagio) mio caro amico, esci te ne
prego e lasciami sola.»
«Gli è quello che dirò a te, mia carina, quando saremo stanchi l’uno
dell’altro.... ma non prima.»
Allora l’afferrò per un braccio, ed Amy incapace di resistenza, si
difendeva unicamente colle sue grida.
«Eh via! gridate quando volete, dicea il Lambourne così tenendola. Ho
udito il flutto nel suo più forte mugghiare. Figuratevi se mi prendo
fastidio dello strillar d’una donna! Il miagolare d’un gatto mi fa la
stessa impressione... Mi porti il diavolo.... se a queste orecchie non
sono arrivate le urla di cento donne in un colpo, quando abbiam preso
una fortezza d’assalto.»
Nondimeno le grida di Amy attrassero in quella stanza un difensore
non aspettato. Lorenzo Staple cui giunse il suono di questi strepiti
fino nella sua stanza da letto, corse a proposito per impedire che la
Contessa fosse scoperta e fors’anche per salvarla da una più atroce
violenza. Non che questo Lorenzo non fosse egli pure briaco la sua
parte per una conseguenza tuttor durevole della crapola del dì innanzi;
ma per buona sorte la sua ubbriachezza avea presa indole affatto
diversa da quella del Lambourne.
«Che cosa è tutto questo bordello nella mia prigione? diss’egli. E che?
un uomo e una donna appollaiati nella medesima stanza! Gli è contro
tutte le regole. Oh! voglio che si serbi decenza ne’ miei dominii! Sì,
per S. Pietro _in Vinculis_.»
Allora il Lambourne: «Scendi presto la scala, affrettati, cane
d’imbriaco, non vedi che questa donna ed io vogliam restar soli?»
«Ottimo e degno signore (esclamò allor la Contessa, indirigendosi a
quel guardiano), salvatemi da quest’uomo, salvatemi per pietà!»
«Questo si chiama parlar bene! soggiunse allora Lorenzo. Io porto
affetto ai miei prigionieri, e ne tengo in custodia di tanto buoni
quanto quelli di Newgate, o dell’altre prigioni di Londra. Laonde
questa donna, appartenendo alla mia greggia, non vi sia chi la molesti
entro il suo ovile. Michele! o lasciala in pace, o per Dio! t’accoppo
colle mie chiavi.»
«Voglio piuttosto fare un sanguinaccio col tuo diafragma (rispose il
Lambourne mettendo una mano alla squarcina, e tenendo la Contessa
coll’altra). Laonde pensa ai casi tuoi, vecchia ostrica, che hai tutto
il tuo catta pane in un mazzo di chiavi.»
Lorenzo fermò il braccio di Michele impedendogli di sguainare la
sciabola, e mentre il Lambourne lo rispigneva, la Contessa fece tale
sforzo, che pervenuta a sciogliersi dalle mani di quello scellerato, e
lanciandosi verso la porta, uscì della stanza, e con indicibile agilità
fece quant’era la scala: già fin dall’atto dei primi suoi passi aveva
udito, il che le accrebbe in quell’istante sbigottimento, il romore
fatto dai due campioni che stramazzarono entrambi. Essendo rimasto
aperto l’ultimo sportello, ne profittò, e trovossi tutta abbrividita
nel _luogo di delizia_ che le parve il più favorevole per sottrarsi a
nuova persecuzione.
Intanto Lorenzo e Michele s’avvoltarono pel pavimento stringendosi
fortemente l’un contra l’altro. Per buona ventura di ciascun d’essi,
non aveano sguainate le sciabole. Lorenzo però trovò modo di lanciar
le pesanti sue chiavi in volto al Lambourne, che per vendicarsi prese
sì fortemente per il collo il guardiano della torre, che gli fece
uscir sangue dalla bocca e dalle narici. Erano in tale stato, quando
un ufiziale della casa di Leicester, mosso da quello strepito entrò e
pervenne non senza durar molta fatica a disgiugnere i due combattenti.
«Possa entrambi soffocarvi la peste, e voi sopra tutti, maestro
Lambourne! Sì disse quel caritatevole mediatore. Che diavolo fate lì,
battendovi come due cani che s’azzuffano in un macello?»
Sorse da terra il Lambourne, e calmato alquanto dalla mediazione di
questo terzo, lo riguardò con minore impudenza, che non fosse in lui
d’uso: «Se vuoi saperlo, ci battiamo per una donna.»
«Una donna! dov’è?» soggiunse l’ufiziale.
«Sarà scomparsa, disse il Lambourne guardandosi intorno; se
però Lorenzo non se l’è trangugiata. Quel suo lordo ventraccio,
nell’inghiottire misere donzelle ed orfani oppressi, non la cede alla
gola dei giganti ricordati dalla storia del re Arturo. Costui non ha
altro nudrimento, e si divora le povere creature in corpo, anima, e
sostanze.»
«Sì, sì; ma qui non cade la quistione, soggiunse alzatosi da terra
Lorenzo. Ho avuto sotto il dominio delle mie chiavi molta gente che
valea meglio di te, la intendi, maestro Lambourne? E prima che le
cose sieno finite, ci cascherai tu pure; e la tua sfrontatezza non ti
salverà sempre le gambe dalla catena, nè il collo dallo spago.»
Pronunziate appena da Lorenzo queste parole, Michele voleva gettarsi
un’altra volta sovr’esso.
«Orsù, non ricominciate, gridò imperiosamente quello scudiere, o
chiamerò un tale che farà far giudizio ad entrambi. Intendo maestro
Varney, o vogliamo dire Sir Riccardo, che appunto ho veduto, son pochi
istanti, attraversare la corte.»
«Dici tu vero? (gli chiese bestemmiando il Lambourne, indi corse al
bacino e alla brocca). A te maledetto elemento, fa ora l’ufizio tuo.
Credea essermi per sempre liberato da te, trascorrendo nel galleggiare
da _Orione_ l’intera notte, chè mi sembrava essere divenuto un
turacciolo di sughero, sopra un barile di birra.»
Si lavò, ciò dicendo, il volto e le mani, e riparò alla presta il
disordinamento dell’abito.
Intanto lo scudiere seriamente volgeasi al guardiano: «Che gli facesti
dunque? vedi come n’è enfiato il volto.»
«Oh! è una piccola impressione fatta dalla chiave del mio gabinetto,
marchio troppo nobile ancora pel ceffo di quell’animal di galera.
Nessuno debbe attentarsi ad oltraggiare i miei prigionieri; sono eglino
i miei gioielli, e troppo mi rileva l’immunità della cassetta ove li
custodisco. Però cessino le vostre grida, o Signora... Ma qui era pure
una donna!»
«Credo che siate matti per tempo e l’uno e l’altro, soggiunse allor lo
scudiere. Io qui non ho veduto donne, e per parlare aggiustatamente
nemmeno uomini, ma solamente due animali che si ravvolgeano l’un
l’altro sul pavimento.»
«Oh misero me! Lorenzo sclamò. La prigione è stata forzata! questo è il
tutto, la prigione di Kenilworth è stata forzata! Chi l’avrebbe detto,
della più forte prigione che siavi incominciando dal nostro paese e
portandosi fino alla terra di Galles? d’una torre, ove e cavalieri
e conti e re hanno dormito con tanta sicurezza quanta se ne trova
nella torre di Londra! Ella è forzata, i prigionieri fuggirono, e il
guardiano di essa corre rischio di venir appiccato!»
Così parlando si ritrasse nella propria stanza per continuare a
bell’agio le sue lamentazioni, o piuttosto per ricuperare dormendo la
ragione andatagli a diporto.
Il Lambourne e lo scudiere il seguiron d’appresso, e ben lor tornò,
perchè costui, seguendo il suo stile, avea chiuso lo sportello, che non
erano anche usciti, e se non fossero stati in tempo per farlo riaprire,
rimanevano trappolati là d’onde la Contessa si liberò.
Come il dicemmo, l’infelice Amy erasi rifuggita nel _luogo di delizia_,
ch’ella avea già considerato standosi alla finestra della torre di
_Merwyn_. Nell’atto della ricuperata libertà il primo pensiere corsole
all’animo fu che in mezzo ai boschetti, ai frascati, alle statue e
alle grotte onde quel luogo abbellivasi, avrebbe facilmente trovato
un asilo, ove starsi nascosta sintantochè le comparisse qualcuno atto
a proteggerla, e degno ch’ella gli confidasse le sue angoscie, e
proclive a sentirne pietà, tale in fine che le procacciasse una via di
abboccarsi col Conte.
«Oh potessi vedere Wayland! Saprei finalmente se la mia lettera fu
consegnata. Ovvero, m’incontrassi almeno in Tressiliano! Costretta a
scegliere fra’ mali sarebbe anche minore l’espormi alla collera di
Dudley, svelando il mio stato ad un gentiluomo d’onore a fronte del
rischio di sofferir nuovi insulti dalla ciurma invereconda di questo
fatale castello. Oh! non mi commetterò più mai a starmi chiusa entro
una stanza! Aspetterò..... starò all’erta..... Fra tanta moltitudine di
persone, non ne troverò io una sola buona, e capace di sentir pietà del
mio affanno?»
Veramente, Amy vedea trascorrere dinanzi a sè molti gruppi di quegli
ospiti, che attraversavano il _luogo di delizia_. Ma numerosi troppo
erano tai drappelli per incoraggiarla a presentarsi, e per altra parte
non sembravano fuorchè intesi a ridere e a folleggiare in una giornata
che parea sacra unicamente al diletto.
Il ritiro ch’ella avea scelto involavala ad ogni sguardo; ed era una
grotta di rustici ornamenti tappezzata, in fondo a cui zampillava
una fontana, luogo opportunissimo ad Amy per tenervisi ascosa, o per
iscoprirsi a qualcuno che vago di sottrarsi alla folla, e in compagnia
de’ propri pensieri, cercasse in quel romantico asilo un riposo. Ella
si mirò nello specchio cui offerivale il cheto bacino della fontana;
e sin dalla propria immagine fu atterrita, tanto si vedea cambiata e
sformata. Certamente, nel disegno di fidarsi ad altri, le venne pure
in mente, che una persona del suo sesso sarebbe stata più inclinata ad
impietosire di lei; ma dopo essersi riguardata, temette se si scontrava
in tale persona non esserne anzi con ribrezzo rispinta.
Quindi ragionando, come ragionar dovea una giovinetta che dà qualche
peso e si confida al potere delle forme sue e dei suoi vezzi, svestì
l’abito da viaggio, che ne copriva un più adorno, e mise a terra
il suo largo cappello, i quali arnesi tenne vicino a sè in modo da
poterli prendere prima che qualche persona giugnesse al fondo di quella
grotta, se per mala sorte le persone entratevi fossero state Varney, o
Lambourne, che nuovamente le rendessero necessario il travestirsi.
Tal sopravvesta, di cui Wayland la provvide nel viaggio, somigliava
a quelle delle commedianti che doveano aver parte negli spettacoli
apparecchiati per la Regina. Quella fontana adunque prestò ufizio
di specchio e di brocca ad Amy, che ne profittò per assettarsi
affrettatamente: indi tenendosi fra le mani lo scrignetto delle sue
gioie, che pur poteva divenirle utile a procacciarsi intercessori,
si adagiò sopra un sedile di verzura posto in fondo alla grotta,
aspettando ivi soccorso unicamente dal caso.
CAPITOLO IV.
Così nibbio talor ratto in suo volo
Corre a ghermir la timida pernice,
Che instupidita manca di consiglio
Per fermarsi o fuggir dal crudo artiglio.
_Prior_.
Accadde in questo giorno sì memorabile, che fra le cacciatrici più
sollecite di prevenire il mattino si trovò la Principessa medesima, la
Regina vergine d’Inghilterra. Non so se a caso, o per un effetto della
cortesia, che il Leicester dovette ad una Sovrana in ver lui prodiga
di tanti onori, non appena Elisabetta avea posto il piede sulla soglia
della porta, si vide innanzi il Conte, che le domandò, tantochè si
terminavano gli apparecchi della caccia, se le sarebbe tornato in grado
visitare il _luogo di delizia_, e i giardini del castello.
Al che avendo acconsentito la Regina, ed appoggiandosi al braccio di
Leicester, scesero sul terrazzo innoltrandosi fino ai giardini. Le dame
di Corte, quali persone antiveggenti, e comportandosi come avrebbero
voluto ch’altri facessero con se medesime, credettero loro dovere
il non seguire in troppa vicinanza la Principessa; e paghe di non
perderne coll’occhio le tracce, lasciarono libertà ai segreti colloqui
che, senza spiegarlo, potea desiderar la Sovrana col ragguardevole
personaggio, in cui ella vedea non solamente il proprio ospite in
quell’istante, ma il primo fra i suoi servi ch’ella onorava di
considerazione e favore. Le ridette Milady ammiravano intanto le grazie
che sfoggiava l’illustre coppia, vestiti entrambi d’abiti da caccia,
ricchi in loro semplicità quanto lo erano gli sfarzosi del giorno
trascorso.
L’abito della Sovrana, tessuto di seta azzurra e guernito di galloni
e cordelline d’argento alla foggia delle antiche Amazzoni, giovava
ammirabilmente nel farne spiccare le belle forme della persona, e la
dignità del portamento, perchè consuetudine di comando e naturale
orgoglio aveano giunto a queste forme non so quale apparenza di
maschile, che lor toglieva alcun poco di vezzo, quando Elisabetta
andava ornata degli abiti al sesso di lei addicevoli.
Vestito il Leicester di panno verde di Lincoln con preziosi ricami
d’oro, lo cignea sontuoso pendaglio cui raccomandati erano il corno e
il coltello da caccia che tenea luogo di spada. Nè men leggiadro sotto
tale abito mostravasi il Conte che sotto quelli, ond’era solito pararsi
ossia alla Corte, ossia assistendo a cerimonie militari. Poichè tanto
ne era perfetta la struttura de’ muscoli, onde ad ogni veste addossata,
detta l’avresti quella che meglio a lui convenivasi.
Certamente non pervennero a noi per intero i discorsi che ebbero
insieme i due personaggi, ma acuti e finissimi oltre ogni dire sono
gli occhi e le orecchie de’ cortigiani, per lo che alcune fra le
persone di seguito pretesero essersi accorte che non mai in altre
occasioni Elisabetta avea sì volentieri addolcito il rigore del regio
decoro per dar luogo ad accenti da’ quali traspariva tenerezza e soave
perplessità. Più lento erane il passo, e quasi parve dimentica di
quella severità che dominava ne’ modi soliti del suo andamento.
Tenea chini gli occhi, e mostrava una irresoluta intenzione di
allontanarsi dal Conte, ma con quell’esterno atteggiamento, che nelle
femmine non di rado annunzia come ciò che sentono internamente sia
diverso da quanto manifestano al di fuori. La duchessa di Rutland
che più dell’altre ebbe coraggio di avvicinarsi alla Regina credette
avere scorta una lagrima su quel ciglio, ed un improvviso rossor sulle
guance. «Soprappiù, aggiugnea la Duchessa, i suoi sguardi si volsero
altrove per non iscontrarsi ne’ miei; eh sì! le occhiate solite di
questa Sovrana avrebbero forza d’intimidire un leone». I nostri
leggitori indovineranno agevolmente quale oroscopo si trasse da tali
sintomi, nè forse si mancò di fondamento nel trarlo.
Un segreto colloquio fra due persone di sesso differente decide
il più delle volte de’ loro destini, e le guida oltre alla meta,
ch’elleno stesse forse avean preveduta. La galanteria si mesce
all’intertenimento, e alla galanteria a gradi a gradi l’amore. I
potenti al par de’ pastori, in que’ momenti di crisi, dicono più di
quanto avrebbero voluto dire, e le regine, fattesi in ciò pari alle
semplici villanelle, ascoltano più lungo tempo di quel che avrebbero
voluto ascoltare.
Intanto i cavalli nitrivano nella corte, e impazienti rodevano i loro
morsi, i veltri abbaiavano, e i bracchieri e gl’intendenti della
caccia doleansi, che colle ore della rugiada lasciate trascorrere,
si andavano sperdendo le orme impresse sull’erba dal cervo. Ma il
Leicester volgea nell’animo un’altra caccia, e per dir meglio si
trovò, senz’averlo previsto, in arringo a guisa di cacciatore ardente
in seguir l’orme d’una muta di bracchi, che il caso gli presentò. La
Regina, donna avvenente e cortese, orgoglio dell’Inghilterra, speranza
della Francia e dell’Olanda, e terror della Spagna, manifestò forse più
che di costume l’interna compiacenza in udir sensi di una galanteria
romanzesca a lei accetta mai sempre, e il Conte, o ambizione o vanità,
o entrambe il movessero, crebbe la misura di seducenti frasi che vedea
ben accolte, sintantochè il suo linguaggio si trasformò nella grata
importunità d’un amante felice.
«No, Dudley, gli dicea con accenti interrotti Elisabetta, è forza
ch’io rimanga la madre del mio popolo. Que’ cari nodi che formano
il contento di giovin donzella posta in tutt’altro grado, non sono
conceduti a noi assise sul trono... No, Leicester, mettete modo alle
vostre espressioni... se fossi come tutt’altra, libera di procacciarmi
a mio grado felicità... allora il confesso... ma ciò non è possibile!
no... non è possibile!... Ordinate si differisca la caccia... che si
differisca sol di mezz’ora!... Lasciatemi, Milord!»
«Io lasciarvi, eccelsa donna! V’avrebbe offesa una fiamma che non ebbi
forza d’ascondere?»
«No, Leicester, non è per questo; ma è una chimera; non voglio più
udirne parlare. Andate... Però non vi scostate di troppo... Abbiate
cura che nessuno venga a frastornarmi. Voglio esser sola.»
Mentr’ella pronunziava tali parole, Dudley la inchinò profondamente, e
si ritirò con volto mesto e sparuto. Fermossi la Regina a contemplarlo
intanto ch’ei si allontanava, così meditando ella fra se medesima: «Se
fosse possibile!... se fosse unicamente possibile!... ma no, no!...
Elisabetta non debb’essere che sposa e madre al suo regno.»
Assorta in tali pensieri, e sollecita di evitare alcuno che le parve
accostarsi, entrò prestamente nella grotta, ove stavasi la sua
sfortunata rivale.
Comunque il colloquio, per suo stesso volere interrotto, avesse
lasciata sì profonda agitazione nell’animo di Elisabetta, ella andava
fornita d’una di quelle indoli ferme e risolute, che tostamente
riacquistavano il loro imperio. Poteasi paragonare quel cuore ad uno
degli antichi monumenti, che ci ricordano i tempi dei Druidi, mobili
sul loro punto d’appoggio. Il Dio dell’amore, comunque rappresentato
sotto figura di fanciullino, potea crollarne i sentimenti, ma tutta la
forza d’Ercole non bastava a far loro perdere l’equilibrio.
Ella innoltravasi a lenti passi entro la grotta; nè giunta erane
a mezzo, che già gli sguardi di lei aveano ricuperata la primiera
dignità, e il portamento suo tutti i modi autorevoli per cui fu solita
contraddistinguersi.
S’accorse in quell’istante d’una donna seduta presso una colonna
d’alabastro, al cui piede stava il bacino di quella limpida fontana,
che una mezza luce di giorno schiariva.
La memoria classica d’Elisabetta, col presentarle all’animo l’istoria
di Numa e di Egeria, la trasse a credere, che qualche Italiano scultore
avesse voluto rappresentare in quel luogo la ninfa, le cui inspirazioni
forniron Roma di leggi; ma più addentrandosi incominciò a dubitare,
se l’obbietto che le si offeriva alla vista fosse una statua, o non
veramente una donna.
L’infelice Amy immobile si rimanea, divisa fra il desio di confidare il
suo stato ad una persona del proprio sesso e la confusione sorta in lei
all’aspetto di donna sì maestosa; chè comunque ella non avesse visto
giammai Elisabetta, pur si trasse a credere fortemente di scorgere la
Regina degli Inglesi dinanzi a sè.
Abbandonato finalmente il suo sedile di verzura, fece un passo
alla volta dell’augusta straniera, ma poi ricordandosi quanto si
fosse mostrato atterrito Leicester alla sola tema, che le sue nozze
divenissero palesi alla Regina, ristette col piede innanzi pallida e
immota come la colonna d’alabastro cui dianzi si sorreggea. La sua
veste d’un color verde chiaro, fra l’ombre di quell’antro, rassembrava
il panneggiamento di greca ninfa, e per poco non ritrasse Elisabetta
nella primiera illusione.
Ella si fermò distante alcuni passi dalla Contessa, fissando
attentamente le pupille su quella dianzi supposta Naiade. La prima
sorpresa che avea fatta immobile Amy, diede luogo al rispetto; onde la
donzella abbassò taciturna lo sguardo, e chinò il capo, incapace di
sostenere il guardo maestoso della Regnante.
La natura dell’abito che Amy portava, e lo scrignetto ch’ella si tenea
fra le mani, persuasero ad Elisabetta che questa beltà taciturna
avesse l’incarico di sostenere una parte in alcuna delle allegorie da
rappresentarsi ne’ diversi luoghi del parco ove compariva la Regina, e
che presa da rispettoso timore al vederla, si fosse dimenticata i versi
preparati in omaggio della Sovrana, o le fosse mancato il coraggio per
recitarli. Sollecita però di rincorarla si fece a dirle affettuosamente:
«Perchè dunque, o vaga ninfa di questa grotta, vi lasciate soggiogare
dalla possanza di quel mago, cui gli uomini imposero nome _timore_...
noi siamo la giurata nemica di un tale mago, e qui venimmo a
scioglierne l’incanto. Parlate. Vel comandiamo.»
In vece di rispondere, la Contessa si gettò a’ piedi della Regina,
lasciando cader lo scrignetto, e giugnendo le mani, e sollevando verso
Elisabetta quelle pupille, in cui e il timore e la preghiera pigneansi
in modo sì compassionevole che ne fu tocco altamente l’animo della
Regina.
«Che significa questo? diss’ella. Voi mi sembrate turbata più di quanto
è naturale per una semplice dimenticanza. Alzatevi, giovinetta. Qual
cosa bramate da noi?»
«La vostra protezione, o Regina,» rispose titubando la supplichevol
donzella.
«Non avvi fanciulla nell’Inghilterra che non abbia ad essa diritto,
purchè la meriti; ma la vostra sventura sembra aver cagioni più serie
che non lo è una colpa involontaria di memoria. Ond’è che mi chiedete
di protezione? Chi vi ha fatto oltraggio?»
Amy si diede a pensare qual cosa le convenisse rispondere per sottrarsi
ai rischi fra cui s’avvolgea senza compromettere lo sposo, e passando
da un’idea all’altra, ed in mezzo alla confusione che ne turbava lo
spirito, si lasciò fuggire queste parole. «Oh Dio! non so nulla.»
«Questa fanciulla delira! (sclamò la Regina impazientita, perchè nel
contegno tenuto d’Amy scorgea tali circostanze che se per una parte
l’eccitavano a compassione, irritavano per l’altra la sua curiosità).
Confidatemi i vostri mali. Posso guarirli. Rispondetemi, e avvertite
ch’io non uso ripetere le mie inchieste.»
«Domando... imploro, disse balbutendo l’infelice Contessa, imploro la
vostra protezione... contro Varney.» Indi si tacque come se già avesse
pronunziato il detto che decidea di sua sorte. Rispose tosto la Regina:
«E che? Varney! sir Riccardo Varney! il servo di lord Leicester! E qual
cosa avvi tra voi e lui di comune?»
«Io era... io era sua prigioniera. Attentò ai miei giorni. Sono fuggita
per... per...»
«Per venire senz’altro a porvi sotto la mia assistenza. L’avrete, se
però ne siete degna. Voglio conoscere minutamente questo affare. Io
già l’indovino (soggiunse gettando sovra lei uno sguardo fatto per
indagarne i nascondigli i più segreti dell’animo). Voi siete Amy figlia
di sir Ugo Robsart di Lidcote Hall.»
«Perdonatemi, ah! perdonatemi, gran Regina,» sclamò Amy prostrandosi
nuovamente ai piedi d’Elisabetta.
«E che debbo io perdonarti, fanciulla solamente inconsiderata? Non
sei tu dunque la figliuola del buon sir Ugo? Avresti mai smarrita
la ragione? Narrami quanto accadde. Tu ingannasti il vecchio e
rispettabile tuo genitore. Ti facesti giuoco del signor Tressiliano, e
divenisti sposa a Varney.»
Si rialzò a tali accenti il coraggio di Amy che interrompendo la Regina
sì disse: «No, Regina, no. Non sono quella figlia disonorata di cui
credete parlare; non la moglie d’un abbietto schiavo, che è pure il più
detestabile fra tutti gli uomini. No, non sono congiunta con Varney; e
mi piacerebbe meglio esserlo colla morte.»
In udir la veemenza di tale linguaggio fattasi attonita la Regina,
rimase muta un istante. Poi soggiunse: «Sia lode al Cielo! Vedo che non
potete spiegarvi più chiaramente sopra un argomento che ci riguarda.
Ma ditemi (soggiunse ella in tuono autorevole, chè già i detti d’Amy
aveano destato nel cuore d’Elisabetta un senso vago di gelosia, onde
la curiosità divenne in essa ardentissima). Ditemi dunque qual è il
vostro sposo... il vostro amante. È d’uopo ch’io sappia la verità, e
nol dimenticate: sarebbe meglio per voi l’esservi presa giuoco d’una
lionessa che non d’Elisabetta.»
Trascinata come da una inevitabile fatalità che schiudeva il precipizio
sotto i suoi piedi, e atterrita dalle parole imperiose e dai gesti
minaccevoli di quella offesa Sovrana, Amy permise alla propria
disperazione tal breve risposta: «Il conte di Leicester sa tutto.»
«Il Conte di Leicester! sclamò Elisabetta, il conte di Leicester!
ripetè ancora con accenti di massimo sdegno. Intendo, foste prezzolata
per sostener questa parte. Tu calunnii Leicester. Egli non si abbassa
a creature tue pari. Sì: fosti prezzolata per coprire d’infamia questo
nobile Pari, il gentiluomo il più chiaro di tutta Inghilterra. Ma,
foss’egli il nostro ministro favorito, fosse ancora qualche cosa di
più, tu sarai ascoltata liberamente, ed alla sua presenza. Seguimi,
seguimi sull’istante.»
Amy, presa da spavento si ritrasse; e la Regina, che credè leggere in
questo spavento una confessione di commesso inganno fatto da quella
infelice, divenne furiosa e la afferrò per un braccio, indi uscendo
precipitosa dalla grotta, attraversò come se avesse l’ali, il gran
viale del _luogo di delizia_, traendo con sè l’atterrita Contessa,
ch’ella teneva ancor per il braccio, e che avea sì poca forza onde
seguirla.
Stavasi in quell’ora Leicester in mezzo a brillante drappello di
gentiluomini e matrone assembratisi sotto elegante portico, situato
in fondo del viale. Era questo il corteggio venuto ivi ad aspettare
che gli ordini di sua Maestà dessero incominciamento alla caccia, e
ognuno s’immagina quali furono le maraviglie dei circostanti allorchè,
invece di veder giugnere ad essi Elisabetta col portamento usato della
sua dignità, ferì il loro sguardo quel violento correre, per cui fu
quasi un punto l’avvedersi di lei in lontananza, e l’essere ella in
mezzo di loro. Ognuno atterrì in quell’istante all’aspetto de’ suoi
lineamenti che solamente sdegno e agitazione spiravano, della sua
capigliatura caduta in disordine, de’ suoi occhi scintillanti, come
accadeva ogni qualvolta il furore d’Enrico VIII ne invasava la figlia.
Minore non fu la sorpresa nell’osservare la donna pallida, estenuata,
e bella ancora benchè semiviva, cui la Regina teneva per forza con una
mano, mentre coll’altra allontanava le matrone e i Lordi, che le si
affollavano intorno. «Milord di Leicester dov’è?» chies’ella d’un tuono
che agghiacciò per lo spavento tutti que’ cortigiani. «Mostratevi,
Leicester.»
Se in un bel giorno di state allorchè più tranquilla e ridente mostrasi
la campagna, il fulmine scoppiato da un cielo sgombro di nubi rompesse
ai piedi del viaggiatore, più tremenda non ne sarebbe in lui la
sorpresa di quella che fu eccitata nel Leicester da uno spettacolo
cui giammai non erasi preparato. Egli stavasi in allora accogliendo,
e ributtando con artificiosa modestia le velate congratulazioni che
gl’indirigevano i cortigiani intorno alle prove di favore, spinte a
quanto pareva al più alto grado nell’intertenimento che egli ebbe in
quella mattina colla Sovrana; e molti già anticipavano ad esso gli
encomi addicevoli ad uomo che stava per togliersi dal grado di loro
eguale per assumerne altro ben più sublime. E fu appunto nell’istante
in cui si abbellivano ancor le sue labbra dell’orgoglioso e mal
nascosto sorriso onde sottraevasi a tante congratulazioni, che la
Regina ardente e fremente di sdegno comparve in mezzo dell’assemblea.
Mentre con una mano sosteneva la Contessa quasi priva di senso,
l’additava coll’altra mano ai cortigiani, e domandò ad essi: _Conoscete
voi questa donna?_ con tuono di voce che loro parve uscir della tromba
fatale, che nel dì del giudizio chiamerà i vivi ed i morti.
Come nel giorno di quel terribile squillo il colpevole supplicherà le
montagne a riversarsi sul proprio capo, il Leicester in suo segreto
pensiero implorava quel portico, che l’orgoglio suo fabbricò, a
crollare e seppellire lui sotto le proprie rovine. Ma que’ sassi furono
sordi a’ suoi voti, e il fondatore dell’edifizio, quasi colpito da
segreta forza, si trasse a’ piedi d’Elisabetta, e prosternò la fronte
su quel pavimento di marmo, che la Regina pestava co’ piedi.
«Leicester, diss’ella, con voce fatta tremebonda dallo sdegno, poteva
io immaginarmi che tu cospirassi contro di me?... contro di me tua
Sovrana!... contro di me tua amica!... e troppo.... credula alle tue
parole. La confusione che ti ha preso mi svela la perfidia dell’animo
tuo. Trema sciagurato! Tel giuro per quanto v’ha di più sacrosanto, il
tuo capo, uomo ingannatore ed abbietto, è più in pericolo che nol fu
quello del padre tuo.»
Se mancò al Leicester quella forza che viene dall’innocenza, naturale
grandezza d’animo ne sostenne il coraggio. Sollevando quella sua
fronte, su cui mille contrari affetti pigneansi, rispose alla Regina:
«Questo mio capo non può cadere che dopo un giudizio pronunziato dai
miei pari... Al cospetto di essi mi giustificherò, ma non dinanzi ad
una principessa, capace di ricompensare in tal guisa i generosi servigi
che le prestai.»
«Che ascolto? Nobili Lordi, sclamò Elisabetta guardando intorno di se,
si osa disfidare la mia possanza! Si osa portarmi oltraggio in questo
medesimo castello, che l’uomo orgoglioso tiene sol da un mio dono!...
Sig. Shrewsbury, voi siete maresciallo d’Inghilterra: denunziate il
Conte come colpevole d’alto tradimento.»
«E chi debbo denunziare? (chiese non senza grande maraviglia il
Shrewsbury, che giugnea in quell’istante) Chi?»
«E poss’io parlar d’altri che di questo traditore, di questo Dudley
conte di Leicester?... Mio cugino Hunsdon, partite, adunate tutti i
nostri gentiluomini, assicuratevi di lui senza indugio... Correte,
voglio essere ubbidita.»
Hunsdon, vecchio non uso per sua indole a far cerimonie, ed a cui in
oltre il parentado coi Boleni dava diritto di parlare con maggior
libertà alla Regina, rispose con ardimentosa franchezza: «Sì, correrò,
e domani la Maestà vostra mi manderà alla torre di Londra per essermi
troppo affrettato nell’ubbidirla. Vi supplico d’aver un poco di
pazienza.»
«Di pazienza!... gran Dio! sclamò la Regina. Guai chi pronunzia
un’altra volta _pazienza_ dinanzi a me. Voi... Voi non sapete il
delitto, onde costui si è fatto colpevole!»
Amy, che in tale intervallo avea ripresi alquanto i suoi sensi, in
veggendo il proprio sposo in preda ai furori d’una oltraggiata Regina,
dimenticò in quello istante (e ben molte femmine amanti ne avrebbero in
allora seguito l’esempio), dimenticò le ingiurie fattele dal Leicester
e il proprio rischio. Laonde invasa da subitaneo terrore, si gettò
a’ piedi della Regina, sclamando: «Egli è innocente, Maestà, egli è
innocente!... Non avvi al mondo chi possa imputar colpe al nobile
Leicester!»
«Ma e che? rispose la Regina, non mi diceste voi noti per intero i casi
vostri al Leicester?»
«Io, Regina, lo dissi? (rispose quell’infelice tosto dimentica d’ogni
considerazione di propria convenienza e riguardo), oh! se il dissi
calunniai questo nobile Pari! Gran Dio, siatemi giudice voi se ho
creduto sol per un istante Leicester partecipe di disegni che dovessero
tornarmi funesti!»
«Donna, soggiunse Elisabetta, io saprò i fini di quanto dici, di quanto
fai, o la mia collera!.... Trema! la collera dei re è un fuoco vorace.
Essa t’inaridirà, ti struggerà come rovo dentro d’una fornace.»
Nell’udir tali accenti di minacce profferiti dalla Sovrana, il cuor
generoso di Leicester si riscosse allo sdegno, e vide in uno a quanto
grave obbrobrio egli sarebbesi condannato per sempre, quandochè,
difeso in cotal modo dall’eroico affetto della sua Amy, l’avesse di
poi abbandonata all’ire della Regina. Già rialzava con dignità la sua
fronte; e stava per chiarirsi altamente il protettore di Amy, allorchè
Varney, Varney messogli a fianco dal destino qual suo genio cattivo,
torvo negli occhi, e colle vesti disordinate corse precipitoso dinanzi
alla Regina.
«Che vuole costui?» domandò la Sovrana.
Allora il Varney, siccome uom preso da vergogna e tristezza cadde ai
piedi di Elisabetta, sclamando: «Perdono, mia Regina, perdono!... O
almeno il braccio della tremenda vostra giustizia si aggravi sopra di
me, sopra di me che solamente lo merito, e risparmiate il mio nobile,
il mio generoso padrone. Egli è innocente.»
Amy, che stavasi tuttavia prostrata, in vedersi al fianco l’odievole
uomo, si rialzò tosto, ed era per rifuggirsi presso Leicester, ma la
rattennero ancora il timore di nuocergli, e la perplessità cui lo vide
tratto al subito comparire di questo sciagurato confidente, venuto ivi
per aprire scena novella. Abbrividì, mise un grido con fioca voce, e
supplicò Elisabetta la facesse rinchiudere nel più stretto carcere...
«Ma allontanatemi, sclamò, da costui, capace di distruggere quel poco
di ragione che mi rimane... Allontanatemi dal più scellerato degli
uomini.»
«Che ascolto, figlia mia! (soggiunse allor la Regina, nella cui mente
i detti d’Amy destarono novelle idee) Che vi ha dunque fatto questo
cavaliere, per trattarlo in simile guisa? Qual colpa gli rampognate?»
«Tutti i miei affanni, o Regina, tutti gli oltraggi a cui sono esposta,
e peggio ancora... Egli ha disseminata la discordia là dove dovea pur
regnare la pace. Sì, diventerei folle, se fossi costretta a vedermelo
innanzi più lungo tempo.»
«Folle! credo che la ragione non abbia aspettato questo momento per
abbandonarvi... Sig. Hunsdon, assumetevi la custodia della giovane
sfortunata, e procuratele un ricovero onesto e sicuro sintantochè ne
piaccia richiamarla alla nostra presenza.»
Due o tre matrone del corteggio d’Elisabetta, o tocche fossero da
compassione per una giovinetta così atta ad eccitare tal sentimento, o
le movesse altro fine, s’offersero di custodirla. Ma la Regina rispose
loro queste poche parole: «No, mie care Milady. Voi tutte, la dio
mercè, avete orecchio fino e lingua sciolta... Gli orecchi del nostro
cugino Hunsdon sono più ottusi, e la lingua talvolta ruvida, ma almeno
assai circospetta... Hunsdon, datevi pensiere che nessuno le parli.»
«Per la Vergine (disse Hunsdon nell’atto di prendersi fra le vigorose
sue braccia Amy, caduta in deliquio), ella è una leggiadra fanciulla, e
benchè la nudrice or assegnatale da sua Maestà sia ruvidetta alquanto,
non con minor zelo per questo si presterà al proprio ufizio. La giovane
è sicura presso di me, come se fosse una delle mie figlie.»
Nel profferire tali accenti trasse con sè la Contessa, che non oppose
veruna resistenza; onde la lunga e bianca barba del lord Hunsdon fu
vista confondersi colle nere trecce d’Amy, che appoggiò il capo sulle
larghe spalle del nuovo custode. La Regina li seguì collo sguardo
per qualche tempo. Già, grazie a quella prerogativa che le rendea sì
agevole il riprendere l’imperio di se medesima, ella avea bandito dai
lineamenti del proprio volto qualunque segnale d’interna agitazione, e
parea volesse far perdere ai circostanti ogni ricordanza dell’impeto
cui erasi abbandonata; per lo che disse con calma: «Gli è vero: il sig.
di Hunsdon è una nudrice assai ruvida per sì tenera giovinetta.»
«Milord Hunsdon, soggiunse il decano di St-Asaph, nè intendo per ciò
scemargli l’altre sue nobili prerogative, ha un parlar troppo libero,
e spesse volte mette nel suo dire certi giuramenti superstiziosi, che
sanno di papismo e di paganesimo.»
«Gli è mal di famiglia, sig. Decano, rispose la Regina, voltasi con
acerbità all’Ecclesiastico reverendo. Si potrebbe a me pure far gli
stessi rimproveri. I Boleni possedettero ognora franchezza e vivacità,
più gelosi d’esprimere quanto pensavano, che non di scegliere le frasi;
e in mia parola! Spero che questo modo di affermare almeno non sarà
peccato.... Sto incerta, se il sangue dei Boleni non siasi piuttosto
raffreddato nel mescolarsi con quel dei Tudor.»
Un grazioso sorriso accompagnò questi ultimi detti della Regina,
che girava attorno i propri occhi cercando quasi a non saputa di se
medesima quelli di Leicester, in verso cui le parve essere stata troppo
severa sul fondamento d’un sospetto che ella cominciò a sperar fosse
ingiusto.
Ma tal guardo della Regina ben altra impressione fece sul Conte, poco
proclive in allora ad accettare queste mute offerte di riconciliazione.
Gli occhi di lui, interpreti sol di rimorso, aveano seguito quella
infelice, che il lord Hunsdon seco traeva; onde tenea il fronte
mestamente chino verso terra. Elisabetta invece credè scorgere in
quella fisonomia lo sforzo di frenar l’ira, vero gastigo d’un uomo
orgoglioso accusato a torto, anzichè la vergogna di chi si conosce
colpevole. Ne distolse con dispetto gli sguardi, e portandoli sopra
Varney, sì disse: «Parlate sir Riccardo, spiegateci questi enigmi; voi
avete libero l’uso de’ sensi e della parola, che cerchiamo invano negli
altri.»
I quai detti vennero seguiti da un’altra occhiata volta al Leicester.
Ma l’astuto Varney si affrettò ad aggiustare la sua storia in questa
guisa.
«L’occhio della Maestà vostra, cui nulla sfugge, avrà a quest’ora
scoperto qual sia la crudele infermità che opprime la mia sventurata
compagna. Tale infermità io non volli accennata nel certificato del
medico per desio di nascondere quanto poteasi più lungo tempo quella
sventura, che ora è comparsa con tanto scandalo.»
«Ella dunque ha smarrita la sua ragione! Gli è ciò per vero dire su di
cui non eravamo più in dubbio. Io la rinvenni meditabonda in questa
grotta... ad ogni parola ch’ella profferiva, e che io le strappava
di bocca quasi per via di tortura, quell’infelice si contraddicea.
Ma d’onde è che si ritrova in questo castello? Perchè non la faceste
rinchiudere in luogo sicuro?»
«Regina, disse Varney, il degno gentiluomo al quale io l’aveva
affidata, il sig. Antonio Foster è ora qui giunto per annunziarmi come
fosse fuggita, valendosi di quell’arti, in cui unicamente sono accorte
le persone che soggiaciono a sì spaventoso disastro. Voi potreste udire
le cose da lui medesimo.»
«Riserberemo ciò a miglior tempo, soggiunse la Regina; ma sir Riccardo,
a quanto parmi la vostra domestica felicità non può destare invidia
nell’animo di nessuno. La moglie vostra si scaglia in amarissime accuse
contro di voi, e credei svenisse al solo vedervi.»
«Egli è dell’indole di sì crudele infermità, rispose il Varney,
l’inspirare in chi n’è afflitto l’orrore verso coloro che ne’ lucidi
intervalli sono scopo di maggior affetto.»
«Ciò è quanto abbiamo inteso dire talvolta, ripigliò Elisabetta; ed è
quanto il nostro animo è inclinato a credere.»
«Oso supplicare la Maestà vostra, allor soggiunse Varney, a voler
ordinare che l’infelice mia sposa venga restituita alla protezione de’
suoi amici.»
Fremette il Leicester, ma fatta forza a se stesso, sedò il turbamento
del proprio animo, intanto che Elisabetta rispose affrettatamente al
Varney: «Questo è un correr troppo, sig. Varney. Noi vogliamo che
Masters, il nostro medico, c’informi tantosto sulla salute di questa
persona, e sullo stato della sua mente, ed in appresso ordineremo
quanto si crederà più convenevole. A voi intanto è conceduto il
vederla. Se fra voi altri fosse nato alcun dissapore, cosa che può
succedere anche fra sposi che teneramente si amino, fate che torni la
conjugale concordia, ma fatelo in modo da non portare scandali in mezzo
alla nostra Corte, e da non incomodar noi ad intertenerci sopra un
affare di tal natura.»
Il Varney fece un umile inchino senza rispondere.
Elisabetta si diede nuovamente a riguardare Leicester con tale
affabilità, che la mostrò grandemente commossa dallo stato in cui, ad
avviso di lei, era l’animo del favorito, poi tali accenti gli volse:
«La discordia, come lo dice un poeta Italiano, sa insinuarsi e ne’
silenziosi conventi, e nell’interno delle famiglie, onde temiamo che
neanco le nostre guardie e i nostri servi sieno da tanto di vietarle
tutte le volte l’accesso nella nostra Corte. Milord Leicester, voi mi
parete irritato; noi pure lo siamo contro di voi. Ma vogliamo assumere
la parte di lione, e dar noi il primo esempio del perdonare.»
Il Leicester si sforzò di richiamare le apparenze della serenità sulla
fronte, ma troppo profondamente stava scolpito il dolor nel suo animo,
perchè vi riuscisse; e quanto potè sovra se stesso fu il rispondere
essergli tolto per parte sua il piacere di perdonare, perchè la persona
cui tal perdono avrebbe dovuto indirigersi era per sua natura incapace
di avere torti verso di lui.
Elisabetta soddisfatta, a quanto parve, di tali detti, esternò la sua
brama di veder cominciare le feste della mattina; e tantosto risonarono
i corni da caccia, e i veltri si diedero ad abbaiare, i cavalli a
contrassegnar colle zampe la loro impazienza; ma i gentiluomini e le
matrone della Corte portavano a que’ diporti impressioni nell’animo ben
diverse da quelle che sentirono quando il mattutino suono della caccia
li risvegliò. Il timore, il dubbio, la curiosa impazienza si leggevano
su tutti i volti, e ciascuno susurrava misteriose parole all’orecchio
dell’altro.
Blount prese questa occasione per dir sotto voce a Raleigh: «Questa
burrasca è capitata come un colpo di vento nel Mediterraneo.»
«_Varium et mutabile!_» rispose Raleigh collo stesso tuono di voce.
«Oh! non so altro di tuo latino, disse il Blount, e mi limito
a ringraziare il Cielo perchè non permise a Tressiliano che si
commettesse al mare in mezzo ad un turbine sì tremendo. Ei naufragava,
non è da dubitarne, perchè non sa governar le vele ai venti di Corte.»
«Poteva impararlo da te,» rispose sorridendo Raleigh.
«Perchè no? rispose il nostro Blount; io ho messo il tempo a profitto
al pari di te, al pari di te son cavaliere, e nominato anche prima di
te.»
«Che il Cielo ti dia ora un poco di spirito soggiunse Raleigh; ma in
rispetto di Tressiliano, lo sa Dio s’io arrivo ad intendere nulla di
quanto fa. Egli mi ha detto questa mattina di non volere abbandonare la
stanza prima del termine in circa di dodici ore, avere a ciò obbligata
la sua parola; e temo bene che la pazzia in cui è caduta la donna per
cui egli folleggia non sarà per lui un soccorso ad accelerarne il
risanamento. Oggi abbiamo luna piena; e il cervello degli uomini ne
sente l’influenza al pari del lievito. Ma silenzio! il corno da caccia
rimbomba dalla montagna. Affrettiamoci, convien galoppare, e poichè
siamo cavalieri, è forza in tal giorno meritarci i nostri speroni.»
CAPITOLO V.
Sincerità, prima delle virtù! Possano
gli uomini non si dipartire mai da’
tuoi sicuri sentieri; quando anche
squarciatesi le viscere della terra,
uscisse dal fondo degli abissi una
voce che persuadesse ai viventi le vie
tortuose della simulazione!
_Douglas_.
Solamente dopo una caccia lunga e felice, e dopo il banchetto
apprestato sull’istante che la Regina ricomparve al castello, potè il
Leicester trovarsi con Varney in disparte. Quest’ultimo tacendo col
massimo riguardo le trame adoperate contro la salute della Contessa,
narrò tutte le particolarità della fuga cui ella si risolvette, e le
narrò tai quali le aveva intese dal Foster, che tutto spaventato era
venuto ad arrecarne in Kenilworth la notizia. Laonde il Leicester
ignaro delle vere cagioni che la costrinsero ad un tal passo, non
suppose altro motivo che un’impaziente e gelosa brama di assumere il
grado di contessa di Leicester. Fermo nella qual persuasione si adontò
della leggerezza, onde Amy trasgredendo gli ordini dello sposo, lo
esponeva agli sdegni d’Elisabetta.
«Io diedi, così ragionava egli, a questa figlia d’un oscuro gentiluomo
di Devon, il più bel nome che siavi in tutta Inghilterra, io l’ho fatta
partecipe del mio talamo e d’ogni mia fortuna. Non le chiedo che un
istante di sofferenza innanzi di pubblicare il trionfo da lei riportato
sopra mille rivali; e l’orgogliosa donna preferisce il rischio di
perdersi, e di perder me seco lei: e l’alternativa di spingermi in
un abisso di mali, o di forzarmi ad espedienti fatti per degradarmi
ai miei occhi medesimi, le piace meglio che il rimanersi ancora per
qualche tempo in una oscurità, cui fu avvezza sin dal suo nascere! Ella
che mostrò in ogni occasione animo sì docile, sì dilicato, e soave e
fedele, lasciarsi trascinare dai capricci della vanità in tal momento
che si poteva pretendere moderazione dalla persona, anche la più
insensata! Gli è un farsi giuoco di me.»
«Se la signora vuole lasciarsi condurre e sostenere la parte che le
circostanze comandano, ella è ancora in tempo, e noi potremo uscire di
queste strette,» disse Varney.
«Non v’ha dubbio, o Riccardo, rispose il Leicester, nè vedo omai
migliore rimedio. Osservai che quando la Regina la chiamò tua moglie,
non v’è stato nessuno, che la disingannasse. Ora si è fatta cosa
inevitabile ch’ella mantenga un tal titolo, fintantochè sia allontanata
da Kenilworth.»
«Ed anche lungo tempo dopo, aggiunse Varney, perchè io penso che molto
tempo debba trascorrere prima che ella possa portare il titolo di
contessa di Leicester. Tremerei per essa e per voi se lo assumesse
tanto che dura il vivere della Regina. Ma la Signoria vostra può
giudicare su di tai cose assai meglio di me; come il sol uomo che sia
in grado di sapere quai propositi sul principio di questa mattina siano
stati tenuti tra il lord Leicester e la Sovrana.»
«Ben parli, o Varney, soggiunse il Leicester. In questa mattina io
mi regolai come il più stolto, il più sconsigliato degli uomini; e
qualunque volta queste sfortunate nozze venissero all’orecchio di
Elisabetta, ella non potrebbe far di meno di vedere nel mio contegno un
premeditato disprezzo, colpa che da una donna non si perdona giammai.
Noi facemmo quest’oggi l’infausta esperienza che un solo sospetto basta
a trarmi nel precipizio; e pavento, e ben pavento che tal rovina non
sia fuorchè differita.»
«Voi credete adunque la Regina implacabile nel suo risentimento?»
soggiunse Varney.
«Non posso neanco dire implacabile, rispose il Conte, perchè ad onta
della sublimità del suo grado, ho trovato in essa tanta condiscendenza
da offerirmi l’occasione di riparare una colpa, che ella attribuì
solamente ad impeto ingenito della mia indole.»
«Ah! rispose Varney, vero dicono gl’Italiani: nelle amorose discordie,
chi meglio ama è sempre il più inclinato a confessarsi colpevole. Se
pertanto si giugne a nascondere le vostre nozze, voi siete sempre nella
medesima condizione al cospetto di sua Maestà.»
Sospirò il Leicester, tacque un istante, indi rispose: «Varney, ti
credo sincero, nè ti nasconderò quindi tutto quello ch’io penso. No, la
mia condizione non è più la stessa. Parlai stamane ad Elisabetta, e le
parlai sopra tale argomento, che non è più lecito l’abbandonarlo senza
offendere vivamente l’amor proprio di una donna. Pure non oso ritornare
sul discorso medesimo. No: ella non mi perdonerà giammai l’essere stato
cagione e testimonio della sua debolezza.»
«Pure fa d’uopo appigliarsi ad un partito, o signore, disse il Varney,
e fa d’uopo appigliarvisi prontamente.»
«Non me ne rimane più alcuno, rispose il Leicester col tuono d’uomo
scoraggiato. Io mi vedo pari a colui che inerpicandosi ad una montagna
ingombra per ogni dove di precipizi, trova pochi passi lontan della
vetta ostacoli tali onde non gli è permesso nè il salire oltre, nè
tampoco il tornare addietro. Vedo il pinacolo dinanzi a me senza
poterlo aggiugnere, e nel medesimo tempo mi si apre una voragine sotto
i piedi che sta per inghiottirmi, allorquando il mio braccio stanco,
e la mia mente smarrita non mi danno soccorsi per reggermi in una
situazione tanto precaria.»
«Giudicate meglio dello stato vostro, o Milord. Esamineremo gli
espedienti, che intanto furono presi. Se si arriva a tenere nascoste
alla Regina queste nozze, nulla avvi onde mettersi in disperazione.
Corro in questo punto a ritrovare la vostra sposa. Non già ch’io
ignori quanto ella mi detesti, perchè parlando colla Signoria vostra,
mi mostrai sempre, (e la Contessa il sospetta) di contrario avviso a
far valere quelli ch’ella chiama suoi diritti. Ma la quistione di un
tale istante non cade sopra odii, od antipatie. È mestieri ch’ella
m’ascolti, e riuscirò a provarle la necessità di sottomettersi alle
circostanze, e tanta sarà l’efficacia del mio dire da condurla, non ne
dubito, a convenire in tutti quegli espedienti, che l’interesse vostro
comanda.»
«No, Varney, disse il Leicester, ho pensato a quanto doveva farsi; e ad
Amy voglio parlare io medesimo.»
A tali accenti il Varney provò per se stesso tutto quel terrore, di cui
si finse compreso per la salvezza del suo padrone.
«Oh! vostra Signoria non debbe avventurarsi a veder la Contessa!»
«Gli è un partito già preso, rispose il Leicester. Trovami tosto un
abito di livrea, mi farò credere tuo servo alla sentinella, giacchè sei
tu il solo che abbia la permissione di vedere Amy.»
«Ma, Milord!...»
«Non mi garbano i _ma_, soggiunse il Conte. Adempirò quanto ho
risoluto. Hunsdon debb’essere a dormire nella torre di _St-Lowe_, noi
ci porteremo colà per la via di questo segreto corritoio senza rischio
d’incontrare alcuno; o s’anco ci abbattessimo in Hunsdon, egli m’è
piuttosto amico che inimico, ed ha un ingegno tardo quanto vuolsi a
credere tutto ciò che mi parrà espediente il dargli ad intendere. Orsù!
quest’abito di livrea! Non più indugi!»
A Varney non rimaneva miglior espediente dell’ubbidire. In due minuti
il Conte avea compito il travestimento e calato sino agli occhi il
suo berrettone, seguì il Varney lungo il corritoio che guidava agli
appartamenti di Hunsdon, passaggio segreto tanto, che nel superarlo non
era a temersi curiosità d’importuni, e sì oscuro a quell’ora che vi si
vedea appena luce bastante per discernere gli obbietti. Così pervennero
alla porta. Ivi il signor Hunsdon, osservantissimo d’ogni militare
cautela, avea posto un soldato di sentinella. Era costui un Montanaro,
che non fece ostacolo a lasciarli passare, e si contentò dire in suo
linguaggio al Varney. «Possa tu riuscire a far tacere questa matta! I
suoi gemiti m’hanno rotta la testa di tal maniera, che vorrei piuttosto
montar la guardia nel deserto di Caslandia, vicino ad una montagna di
neve!»
Frettolosi di entrare, chiusero la porta dietro di sè.
«Oh! venga, se v’è un demonio protettore, ad assistermi in tale
istante, disse fra se medesimo il Varney, perchè la mia barca è in
mezzo agli scogli!»
La Contessa, colle vesti e colle chiome disordinate, stavasi seduta
sopra una specie di canapè, ove ogni suo atteggiamento mostrava
l’immensa afflizione che la premea; e volto il guardo là d’onde venian
le persone, lo fisò sopra Varney, esclamando: «Sciagurato! Sei qui per
eseguire alcuno de’ tuoi disegni infernali?»
Leicester troncò il corso alle rampogne, aprendo il mantello, e con
tuono più imperioso che tenero, sì dicendole: «Gli è a me, o Signora,
che dovete rivolgervi, e non a Riccardo Varney.»
Tai detti operarono un subitaneo cambiamento negli sguardi e ne’ modi
d’Amy, che dopo avere sclamato: «Dudley! Dudley! ecco adunque ch’io
ti riveggio!» più presta del lampo, lanciossegli al collo, e senza
prendersi cura che fosse ivi il Varney, colmò di accarezzamenti il
suo sposo, e ne bagnò il volto di lagrime, lasciando sfuggire per
intervalli alcuni monosillabi disordinati e sconnessi; soavi e tenere
espressioni, che l’amore inspira alle anime appassionate.
Il Leicester si credeva in diritto di querelarsi contro una donna,
che avea violato in tal guisa i comandi del marito, compromettendolo
al rischio, cui si trovò in quella mattina. Ma qual è il genere di
risentimento che non avesse ceduto a tai testimonianze d’amore, venute
da tanto amabile creatura? Lo scompiglio di quelle vesti, e quella
mescolanza di tema e di cordoglio, che avrebbe invilita la beltà di
tutt’altra donna, rendea più care le forme d’Amy. Il Leicester accolse
le carezze della sposa con una soavità di modi, da cui però trapelava
la tristezza che l’opprimea. Amy se n’avvide cessato in lei il primo
impeto della gioia nel vedere ben corrisposta la sua tenerezza, e
dimandò palpitando al Conte s’ei si sentisse male.
«Non sono infermo di corpo, egli rispose, o mia Amy.»
«Se ciò è, anche la mia salute è vigorosa. Oh! Dudley quanto male mi
stetti, oh! male assai dopo l’ultima volta che ti vidi! Perchè non
chiamo averti veduto essermi toccata una parte nell’orribile scena che
accadde in giardino. Ho sofferto infermità, cordogli, pericoli. Ma or
ti riveggio; e mi sento felice e tranquilla.»
«Oimè! Amy, tu mi perdesti.»
«Io, Signore! (disse Amy, ed in tal dire scomparve quel raggio di gioia
che brillato le era sugli occhi). Come avrei io potuto nuocere all’uomo
che amo più di me stessa?»
«Non è per farvi rimprovero, Amy, ma non siete forse in questo luogo
ad onta de’ miei divieti i più formali, e la vostra presenza non mette
ella in pericolo voi e me?»
«Sarebb’egli vero? sclamò Amy coll’accento del massimo dolore. Oh!
perchè mai rimarrovvi più lungo tempo? Pure, se sapeste quali timori
mi costrinsero a fuggir da Cumnor!... Ma non voglio qui parlare di
me medesima, e ciò dissi or solamente perchè fintantochè vi sieno
altri partiti da prendere, non sarà mai che di mia buona voglia io
ritorni colà! Ciò nondimeno se fosse ciò indispensabile per la vostra
salvezza!.....»
«Noi sceglieremo, Amy, qualch’altro ricovero, soggiunse il Leicester,
e vi trasferirete in uno de’ miei castelli del Nort, portando, ma per
pochi giorni, lo spero, il titolo di moglie di Varney.»
«Che ascolto, Milord di Leicester! sclamò ella in gran fretta, e
togliendosi dalle sue braccia. E siete voi che date a vostra moglie
il disonorante consiglio di confessarsi la sposa d’un altro? E questo
altro è un Varney!»
«Signora, vi parlo seriamente. Varney è un leale servo, un servo
fedele, messo a parte d’ogni mio segreto. Vorrei piuttosto perdere la
mano diritta che privarmi in tale occasione de’ suoi servigi. Voi non
avete alcun motivo per disprezzarlo, siccome fate.»
«Io potrei provarvi, o Milord, che non me ne mancano, rispose la
Contessa, e già un solo mio sguardo lo fa impallidire. Ma non accuserò
io l’uomo che vi è necessario quanto la mano diritta. Piaccia al
cielo, ch’egli sia sempre sincero in verso di voi, ma comunque possa
esserlo, badate a non fidarvene troppo. È un dirvi assai il protestare,
che soltanto la forza può costrignermi a seguitarlo, e che mai non
acconsentirò a riconoscerlo per mio sposo.»
«Signora, non sarà questa che una finzione di breve tempo, rispose il
Leicester irritato dalle opposizioni; una finzione necessaria alla
vostra salvezza, ed anche alla mia, che hanno compromessa i vostri
capricci e la smania di mettervi in possesso d’un grado e d’un diritto
che io vi concedei a sola patta di tenere per qualche tempo nascoste
le nostre nozze. Se un tal partito vi spiace, rammentate che voi sola
ne avete procurata ad entrambi la necessità. Non v’è altro rimedio;
e conviene or sottomettersi a tutto ciò che l’imprudente leggerezza
vostra rendè indispensabile. Ve lo comando.»
«Non mi è lecito, rispose Amy, il bilanciare quando vengono al
confronto de’ comandi vostri quelli dell’onore e della coscienza. No,
Milord, non vi ubbidirò io questa volta. Voi potete, se così vi piace,
perdere il vostro onore col farvi seguace di una tortuosa politica; ma
io non farò mai nessuna cosa che lo degradi. E con qual coraggio, o
signore, ravvisereste voi una sposa e casta e pura e degna di dividere
con voi le vostre prerogative in colei, che abbiurando un così insigne
carattere si desse a trascorrere l’Inghilterra qual moglie d’un uomo
abbominevole quanto è Varney?»
«Milord! (si frammise tosto in tal discorso Varney) la vostra sposa
sfortunatamente è troppo impressionata a mio danno per prestare
orecchio alle offerte ch’io sto per proporle. Pure dovrebbero esserle
più aggradevoli del partito posto da voi. L’animo suo non è sì mal
propenso per riguardo del sig. Edmondo Tressiliano: egli seconderebbe,
non v’ha dubbio, un’inchiesta fattagli da Milady, per averlo compagno
nel trasportarsi al paterno soggiorno di Lidcote. Ivi ella potrebbe
rimanersene in sicurezza sintantochè venisse tempo da potere svelare il
mistero.»
Stavasi muto il Leicester contemplando attentamente l’infelice
Contessa, che leggeva negli occhi del marito il risentimento ed il
sospetto. Ella quindi si limitò a dire al proposito dei suggerimenti
del maligno Varney:
«Piacesse al Cielo ch’or mi trovassi nella casa del padre mio!
Nell’atto di dipartirmene non pensai certamente di abbandonar con essa
l’onore e la pace dell’animo.»
Varney continuò coi modi d’uomo che suggerisce un consiglio: «Ben vedo
che tale espediente ne costrignerebbe ad iniziare persone estranee nei
nostri arcani; ma la signora Contessa, lo spero, si farebbe guatante
dell’onorato silenzio di Tressiliano e degl’individui della propria
famiglia.»
«Taci subito, disse il Conte a Varney, o giuro al cielo! ti passo a
traverso i fianchi questa mia spada, se tu parli ancora di confidare i
segreti di Leicester a Tressiliano.»
«E perchè no? soggiunse Amy, ogni qual volta non fossero segreti di
tal natura da confidarsi piuttosto a gente della specie di Varney
anzichè ad un uomo di onore. Milord! Milord! non mi guardate con occhio
corrucciato per questi detti. Essi contengono la verità, ed io son
degna di palesarvela. Per amor vostro ho tradito un dì Tressiliano;
non sarò ingiusta una seconda volta verso di lui col tacermi allora
che si mette in dubbio il suo onore. Posso ben sopportare, soggiunse
ella fisandosi col guardo in Varney, che alla mia presenza si porti la
maschera dell’ipocrisia, ma non che la virtù sia calunniata.»
Tacquero tutti alcuni momenti dopo tai detti. Leicester, comunque
irritato stavasi irresoluto, chè ben vedea per altra parte di chiedere
cosa ingiusta. Varney, ostentando grande umiltà e quel simulato dolore
che all’ipocrisia s’appartiene, tenea chinati a terra gli sguardi.
In tale angustioso momento la Contessa diede a divedere tal forza
di carattere, che l’avrebbe condotta ad essere, se così volea il
destino, uno fra i migliori ornamenti delle persone poste nel grado
ad essa dovuto. Ella si avanzò con passo grave e misurato verso il
Leicester, e vestendo tal aria di dignità, che lo sguardo di lei,
comunque ne trapelasse tenera affezione di sposa, cercava invano di
temperare quella fermezza cui danno diritto soltanto una pura coscienza
e un retto cuore[5]. «Ascoltatemi Milord, voi manifestaste i vostri
disegni intesi a sciogliervi d’impaccio in sì periglioso momento.
Sfortunatamente non mi è lecito secondarli. Cotest’uomo ha suggerito un
diverso avviso, contro di cui non ho altra obbiezione fuorchè il sapere
che spiace a voi. La Signoria vostra acconsentirebbe ella ad ascoltare
ancora quel partito che una donna giovane e timida, ma la più tenera
fra le spose crede il più convenevole nel caso estremo a cui siamo
venuti?»
Non rispose il Conte; ma un suo chinar di capo fece comprendere alla
Contessa ch’ella potea favellare liberamente.
«Tutte le sventure fra cui ci avvolgiamo, non hanno, ella prese a
dire, che una sola sorgente, ed è quella misteriosa doppiezza che vi
si vuol costringere a sostenere. Liberatevi una volta, o Milord, dalla
tirannide di una cabala abbietta: mostratevi vero gentiluomo Inglese,
mostratevi quel cavaliere che ravvisa nella verità il principio d’ogni
onore, ed a cui l’onore è più caro dell’aura ch’egli respira. Prendete
per mano la vostra sposa infelice; guidatela ai piedi di Elisabetta;
ditele che in un istante di delirio vi sedussero le vane apparenze
d’una beltà, di cui non rimane più alcun vestigio; ditele che uniste la
vostra alla destra di Amy Robsart. Così voi mi renderete giustizia, o
Milord, e la renderete parimente al vostro onore; e se allora la legge,
o la possanza della Regina vi sforzano a disgiugnervi da me, non sarà
più ch’io m’opponga all’amara separazione; sol che mi sia conceduto di
andarmene senza disonore a nascondere il cordoglio, la desolazione di
questo cuore nell’ignorato ritiro da cui mi toglieste.»
Scorgeasi tanta dignità, e tanta tenerezza ad un tempo in tali accenti
della Contessa, che ne furono ridesti tutti quei sentimenti nobili e
generosi, che fatto era per provare l’animo di Leicester. Parve gli si
aprissero gli occhi in quell’istante, e la doppiezza onde s’era fatto
colpevole gli si parò innanzi in compagnia de’ rimorsi e della vergogna.
«Non sono degno di te, diletta Amy; proruppe allora in tai detti; non
ne son degno, poichè ho potuto esitare fra un cuore siccome il tuo, e
tutte le seducenti promesse dell’ambizione. Oh! qual sarà l’amarezza
di questo mio cuore umiliato all’atto di dovere scoprire io medesimo
dinanzi ai miei giubilanti nemici, e ai miei attoniti partigiani, tutti
gli avvolgimenti della mia obbrobriosa politica. E la Regina? Ebbene!
Ella si prenda il mio capo siccome non si stette dal minacciarlo.»
«Il vostro capo, o signore! La Contessa esclamò; e sarebbe questo
in pena d’aver usato di quella libertà che non è negata a nessun
Inglese, della libertà di scegliersi una moglie? Che ascolto? Una sola
diffidenza dunque nella giustizia della Regina, un timore chimerico,
sono i vani spauracchi, onde abbandonereste il sentiero che vi sta
aperto innanzi, il sentiero il più onorevole ad un tempo ed il più
sicuro!»
«Oh! mia Amy! tu non sai...» Ma si rattenne il Dudley dal continuare il
periodo ed aggiunse, opportunamente interrompendosi: «Per altro ella
non troverà in me la facil preda d’una vendetta arbitraria. Non mi
mancano parenti ed amici; nè io, pari a Norfolco, mi lascerò trascinare
al supplizio, come si trae all’altare una vittima. Non temete di nulla,
o mia Amy. Voi troverete Dudley degno di portar questo nome. Corro
tosto a confidarmi ad alcuno fra’ miei amici della cui fedeltà mi è
lecito ripromettermi; perchè nello stato a cui son giunte le cose, non
mi maraviglierei d’essere imprigionato entro il mio castello medesimo.»
«No, Milord, non vi cimentate a turbare uno stato tranquillo col
ribellarvi. Voi non avete amici più sicuri della vostra franchezza,
del vostro onore. Forte di questi confederati, non potete paventare
di nulla, nè anche in mezzo ad un esercito di nemici o d’invidiosi
della vostra gloria. Senza il soccorso de’ confederati che v’additai,
divengono inutili tutti gli altri. Oh! non a torto, o mio nobil
Signore, dipingono disarmata la verità.»
«Ma la saggezza, o Amy, va guernita di tale armatura che nessun dardo
la offende. Non ti studiare, o sposa, di stogliermi dalle vie, che
dovrò calcare per rendere meno perigliosa la mia confessione, poichè a
tal venimmo di doverla chiamar confessione. Credilo: sono anche troppo
i rischi che mi si preparano intorno. Lasciati regolare da me. Varney,
ne è d’uopo uscire di questo luogo. Addio, cara Amy, che ben presto
divulgherò per mia moglie, a costo di que’ pericoli che non mi sarà
duro l’affrontare in ripensando a’ tuoi pregi. Fra poco ti giugneran
mie contezze.»
Indi abbracciandola teneramente, s’avvolse nel suo mantello, e
accompagnato da Varney uscì di quella stanza. Prima d’esserne fuori,
il Varney le fece profondo inchino, e nel rialzare la fronte le volse
tal guardo, quasi ansioso di scorgere se, e in quai termini, ei fosse
compreso nell’atto di riconciliazione conchiuso tra la Contessa e il
suo sposo. Amy si fisò sopra di lui, ma senza mostrare di porgli mente
più di quel che avrebbe fatto ad uomo lontano.
«Ella è che mi ha spinto ad estremo passo, disse fra i denti costui.
Uno di noi due è sacro omai alla morte. Sentii fin qui certo ritegno,
mosso, mal saprei dirlo, se da pietà o da timore. Il fatale espediente
mi ripugnava. Ma il dado è tratto. Uno di noi due è sacro alla morte.»
Nell’articolar tali accenti, il Varney osservò con sorpresa che un
picciolo ragazzo, fermato dalla sentinella, si era fatto incontro
al Leicester e gli parlava. Era il Varney uno di que’ politici, cui
nessuna cosa pareva indifferente. Prese dunque ad interrogare la
sentinella, da cui ebbe per risposta, che il fanciullo l’avea pregata
di far giugnere uno scrignetto alla Signora delirante; commissione,
di cui la stessa sentinella non volle incaricarsi, perchè contraria
alle istruzioni che avea ricevute. Soddisfatta su di ciò la propria
curiosità, il malvagio scudiere s’accostò al suo padrone, e gl’intese
dire: «Va bene, mio fanciullo, lo scrignetto sarà consegnato.»
«Io ve ne sarò quanto mai obbligato, mio buon Signore,» rispose il
fanciullo che come lampo scomparve.
Il Leicester, seguito sempre dal Varney, tornò in gran fretta ai suoi
appartamenti privati, tenendo lo stesso corritoio che dianzi gli avea
condotti alla torre di _St-Lowe_.
CAPITOLO VI.
Ruppe d’Imene i sacri patti, è rea,
E ’l seduttor suo vile appien t’è noto.
_Novella dell’Inverno_.
Appena entrato nel suo gabinetto il Conte, diede mano al libretto
de’ ricordi, e si pose a scrivere, ora parlando con Varney, ora con
se medesimo: «Ve ne son molti il cui destino è collegato col mio....
Quelli soprattutto che si stanno ne’ primi gradi...... Avvene di
tali ancora che se si ricordano le mie beneficenze, e i pericoli cui
rimarrebbero compromessi, non mi lasceranno morire senza soccorrermi.
Vediamo. Knolle è per me; e in conseguenza col suo ministerio il
saranno ancora Guernsey e Iersey. Lorsey è governatore dell’isola
di Wight; mio cognato Lungtengdon e Pembrock comandano nel paese di
Galles. Coll’aiuto di Bedford sono miei i Puritani, e i loro interessi
che hanno tanto peso in tutte le sedizioni. Mio fratello di Warwick
è potente al pari di me. Io regolo a mia voglia sir Owe Hopton il
governatore della torre di Londra. In questo luogo sta il tesoro
pubblico. Oh! mio padre, e l’avo mio non avrebbero mai portate le loro
teste sul palco se avessero combinate sì bene le proprie imprese. Che
vuol dire quel mesto sguardo, o Varney? Credilo, un albero che ha sì
profonde radici non cade facilmente atterrato dal turbine.»
«Oimè! Milord,» disse Varney con un accento di dolore contraffatto a
maraviglia, e ricomponendo i suoi sguardi a quell’aria di mestizia che
eccitò l’interrogazione del Conte.
«_Oimè_! Replicò il conte di Leicester, e perchè _oimè_, sir
Riccardo? La vostra nuova dignità non v’inspira altra esclamazione
più coraggiosa, quando sta per aprirsi una sì nobile lotta? Se mai
questo _oimè_ indicasse disegno in voi di evitare lo scontro, potete
abbandonare il castello ed anche unirvi ai miei nemici, se ciò meglio
vi piace.»
«No, rispose il confidente, Varney saprà morire e combattere al
fianco vostro. Perdonatemi se compreso da sollecitudine per tutto
quello che vi risguarda, io vedo forse più chiaramente le cose di
quanto a voi lo permetta la nobiltà del vostro cuore. Io vedo, sì,
gl’insuperabili ostacoli che v’attorniano per ogni dove. Siete forte e
potente, o Signore, lo so; ma permettetemi il dirlo senza offendervi,
tale non siete che per favore della Regina: sintantochè esso vi dura,
voi avrete, salvo il titolo reale, tutti i dritti d’un Monarca; ma
supponete ch’ella vi tolga questo favore; vi trovate derelitto più
presto che non rimase inaridita la zucca del profeta. Derelitto il
ripeto, se vi ribellate alla Regina; nè il sarete soltanto in mezzo
a questo paese, in mezzo a questa provincia; ma nel centro dello
stesso vostro castello, fra i vostri vassalli, fra i vostri amici, fra
i vostri congiunti, vi faranno prigioniero, nè tarderete ad essere
giudicato, se così il vorrà la Sovrana. Pensate a Norfolco, o Milord,
al potente duca di Nortumberlandia, allo spettabile Westmoreland.
Pensate che tutti coloro i quali vollero resistere a sì avveduta
principessa, rimasero tutti o morti o prigionieri, o errano fuggitivi.
Il soglio d’Elisabetta non viene a paragone di tant’altri sogli, cui
basta una congiura per rovesciarli; esso ha per sue basi l’amore e
la riconoscenza de’ popoli. Voi potete dividerlo, se il volete, con
lei; ma nè voi, nè altra potenza o straniera o domestica perverrà ad
abbatterlo... Che dico? nemmeno a crollarlo.»
Costui in allora si tacque, ed il Leicester gettò lungi da sè il
libretto dei ricordi con aria di non curanza e dispetto.
«Fo a tuo modo, soggiunse, e in fine poco rileva se la sincerità o
il timore ti hanno fatto parlare. Però non sia mai che io cada senza
resistenza. Va a dar ordine, onde quelli fra i miei vassalli che
servirono sotto di me nell’Irlanda si conducano ad uno ad uno nella
torre principale; che i miei gentiluomini e i miei amici si mettano in
istato di difesa, come se temessero venir assaliti dai partigiani del
Sussex: dissemina sospetti e timori fra gli abitanti della città, fa
che s’armino, e ad un dato segnale stiano pronti ad impadronirsi de’
soldati posti alla guardia della Regina.»
«Permettetemi ripetervi, o Milord, soggiunse mestamente Varney,
quest’ultimo vostro ordine, di far cioè tutti gli apparecchi opportuni
a disarmare all’uopo la guardia della Regina; e permettetemi ad un
tempo di rammentarvi che questo è un atto d’alto tradimento: nondimeno
sarete ubbidito.»
«Nulla monta, soggiunse con un accento di disperazione il Leicester,
nulla monta; l’infamia mi sta alle spalle, il precipizio dinanzi agli
occhi; è d’uopo ch’io mi mostri a viso scoperto.»
Venne indi altra pausa di silenzio, che poscia Varney interruppe in
tal guisa: «Eccoci finalmente arrivati a quell’istante che io temea da
lungo tempo! Eccomi al bivio o d’essere vil testimonio della caduta del
miglior fra i padroni, o di svelare quanto avrei desiderato sepolto in
profondissimo obblio, se altro labbro diverso da quel di Varney non ve
ne arrecava l’infausta scoperta.»
«Ora che dici tu? O piuttosto che intendi dire? rispose il Conte. Ti
avverto che non abbiamo tempo da perdere in ciance. È giunta ora di
fatti.»
«Quanto mi è forza dire, sarà ben tosto detto, o Milord. Piacesse al
cielo che sì breve fosse la vostra risposta! Queste nozze sono la sola
cagione onde dobbiamo romperci colla Regina, non è egli vero, Milord?»
«Tu lo sai al pari di me. A che tende questa insulsa domanda?»
«Perdonate Milord, non è insulsa. Vi sono tali uomini, che
sagrificherebbero sostanze e vita per possedere un ricco diamante. Nè
voglio ridir su di ciò. Ma prima di fare un tal sagrifizio, ogni ragion
di prudenza non insegnerebbe almeno l’assicurarsi se questo diamante
sia immune da macchie?»
«Come sarebbe a dire? (soggiunse Leicester guatando bieco il suo
confidente). Di chi parli tu?»
«Parlo... della Contessa, Milord! sono costretto a parlare di lei. Sì,
ne parlerò, dovesse anche la Signoria vostra dar guiderdone di morte al
mio zelo!»
«La morte.... puoi forse meritarla dalle mie mani medesime. Nondimeno
parla. Ti sto ascoltando.»
«Ebbene, o Milord, mi armerò di coraggio, che qui non tanto io parlo
per la mia vita, quanto per gl’interessi del mio Signore. Giammai
non mi piacquero le misteriose corrispondenze che questa Signora ha
serbate con Edmondo Tressiliano. Voi lo conoscete, o Milord, nè v’è
ignoto averle costui sulle prime inspirato un tale affetto, di cui se
la vostra Signoria trionfò, il trionfo non fu disgiunto da qualche
difficoltà. Voi vedeste con qual calore l’uomo di Cornovaglia sostenne
contro di me gl’interessi della Contessa. Lo scopo evidente ch’egli si
prefiggeva, era quello di costringere la Signoria vostra a confessare
pubblicamente queste, ch’io dirò sempre, malaugurose nozze, ed è
parimente tal pubblicazione che Milady vorrebbe ad ogni costo da voi.»
Il Leicester accolse tai detti con un forzato sorriso: «Intendo, buon
Riccardo. Tu stai meditando ora il modo di sagrificare il tuo onore,
ed anche quello di un’altra persona, a fine di stogliermi da un’ardua
impresa. Ma... ricordati (aggiunse con tuono cupo, siccome irresoluto)
che è la Contessa di Leicester quella di cui favelli.»
«Lo so; ma favello parimente per l’interesse del conte di Leicester.
Ho appena cominciato, o Signore, le cose che debbo dire. Credo
fermissimamente, che sin d’allor quando voi entraste personaggio in
tal dramma, Tressiliano tutto quanto operò, lo operò d’accordo colla
Contessa.»
«Tu spacci stravaganze colla calma d’un predicatore. Ma dove e come
poterono accordarsi?»
«Dove, e come! Milord, per mala sorte, non posso che troppo chiaramente
additarvelo. Poco prima che venisse presentato in nome di Tressiliano
il memoriale, onde la Regina arse di tanto sdegno nella sua Corte, io
incontrai, con mia grande sorpresa, questo Tressiliano medesimo alla
porta segreta del parco di Cumnor.»
«Tu l’incontrasti, sciagurato, nè lo stendesti morto dinanzi a te?»
«Ci precipitammo l’un sopra l’altro, e s’io non ponea un piede in
fallo, vostra Signoria non avrebbe mai più veduto costui.»
Lo stupore tolse per qualche tempo la parola all’attonito Leicester,
che finalmente si disse: «Quali prove confermano quanto asserisci?
Poichè siccome la punizione debb’essere grande, voglio esaminare
freddamente, e circospettamente... Gran Dio! ma no... voglio esaminare
freddamente e circospettamente,» e tal proposito ripetè più d’una
fiata, come per ritrarne qualche calma ad ogni fiata che il ripetea.
Poi mordendosi le labbra, quasi timoroso di lasciarsi sfuggire accenti
conformi alla tempesta che infieriva entro il suo animo, sclamò: «Hai
tu altre prove?»
«Troppe, o Milord. E così le avessi conosciute sol io! Poteano allora
andar sepolte in una eterna dimenticanza; ma il mio servo Michele
Lambourne fu testimonio del tutto, ed è pur quegli che agevolò a
Tressiliano l’ingresso in Cumnor. Per ciò solo presi al mio servigio
questo Lambourne, e per ciò solo non me ne sono liberato dappoi,
comunque tristo il conosca; ma volli mantenermi in grado di frenarne la
lingua.»
E qui il perfido confidente si fece a dimostrare, come agevole gli
sarebbe il convalidare quanto egli asserì e coll’attestazione di Tony
Foster, e colle testimonianze di diverse persone presenti allorchè
insieme patteggiarono il Lambourne e Tressiliano, e presenti pure
al momento che questi due individui partirono insieme dall’Osteria
dell’_Orso nero_. Nè in tal racconto il Varney avventurò altra falsità,
che maligne insinuazioni, destramente intese ad indur persuasione che
il colloquio avutosi da Amy con Tressiliano in Cumnor fosse durato più
di quanto durò veramente.
«E perchè non ne fui avvertito, (disse il Leicester, la cui fisonomia
ad ogn’istante s’annuvolava di più). Perchè tutti voi altri, e tu
principalmente, o Varney, perchè nascondermi questi fatti?»
«Perchè la Contessa, rispose lo scellerato, ne assicurò, che
Tressiliano a non saputa e a malgrado di lei s’introdusse in quel
castello; perchè conchiusi da questo che il colloquio non avesse
portato disonore alla Signoria vostra, perchè finalmente giudicai, o
Milord, che la Contessa medesima ve ne avrebbe fatto consapevole in
appresso; nè Milord ignora con quanta ripugnanza si porge orecchio a
sospetti che feriscono persone amate, e la Dio mercè, non son io nè
un disseminatore di zizzanie, nè un referendario per farmi il primo a
divulgare cose di tal natura.»
«Ma siete poi troppo pronto ad ammetterle, sig. Riccardo. Come sapete
voi che tale colloquio sia stato colpevole, siccome il vorreste far
credere? La contessa di Leicester, a quanto m’è avviso, può ben
rimanere alcuni istanti con una persona qual è Tressiliano, senza che
ne conseguano o disdoro per me, o sospetti contro di lei.»
«Certamente, o Milord, e se tale opinione non fosse stata in me, neanco
avrei custodito sì lungo tempo un segreto di simil fatta. Ma debbo or
dirvi ciò che dà forza a presunzioni contrarie. Tressiliano si mette
in corrispondenza con un tapino ostiere di Cumnor e ciò collo scopo di
agevolare la fuga della signora Contessa; manda uno de’ suoi messi, che
siccome spero, avrem ben tosto sotto chiave nella torre di _Merwyn_,
perchè Killegren e Lambsbey stanno inseguendolo. L’ostiere riceve un
anello in prezzo di buoni ufici e silenzio. La Signoria vostra potrebbe
anche aver visto questo anello nelle dita di Tressiliano. Egli è
qui[6]. Il messo mandato dal Cornovagliese giunge a Cumnor travestito
da merciaiuolo, ha segreti colloqui colla Contessa, fuggono l’uno e
l’altra nel durar della notte. Involano, tanta è la colpevole loro
premura, un cavallo ad un povero scimunito, che incontrano lungo il
cammino. Arrivano finalmente al castello, e la Contessa di Leicester
trova un asilo!... non oso dire ove lo trovi!»
«Parla, te lo comando, parla sinchè conservo ancora tanta pazienza per
ascoltarti.»
«Poichè il volete, rispose Varney, la Contessa si trasferì
immediatamente nell’appartamento di Tressiliano, ove rimase parecchie
ore, non vi dirò se sola, od in sua compagnia. Vi dissi già come
Tressiliano si tenesse una sua conquista nella stanza assegnatagli. Ma
non avrei sognato giammai che questa conquista....»
«Fosse Amy, vuoi dire, rispose il Leicester, ma questa è un’impostura
nera quanto il vapor dell’Inferno! Ch’ella sia ambiziosa, leggiera,
impaziente, posso crederlo: è donna, e ciò basta. Ma tradirmi! non mai!
non mai! La prova, la prova di quanto osi asserire!» sclamò egli con
forza.
«Ieri dopo il mezzogiorno vi si fece condurre da Carol ella stessa.
Lambourne e il guardiano della torre di _Merwyn_ ve la trovarono di
buonissim’ora questa mattina.»
«E Tressiliano era con lei?» soggiunse il Conte rapidamente.
«No, Milord, dovete ben ricordarvi, che Tressiliano ha passata l’intera
notte sotto la vigilanza di Blount.»
«E Carol e gli altri servi la riconobbero?»
«No, mio signore. Carol e Lorenzo Staples non l’aveano mai vista, e
il suo travestimento ha fatto che Lambourne non la ravvisasse per la
Contessa; ma nel volerle impedire la fuga da quelle stanze raccolsero
un suo guanto caduto, e questo guanto, sua Signoria lo riconoscerà
certamente!»
E in ciò dire rimise al Conte il guanto, su di cui stava ricamato a
perle lo stemma della casa di Leicester.
«Sì, ravviso i doni che le feci io medesimo; l’altro di tali guanti
copriva quel braccio che in questo giorno stesso ella avvolgeva al
mio collo,» accenti che vennero pronunziati in mezzo a violentissima
agitazione.
«Sua Signoria potrebbe procacciarsi, coll’interrogare la Contessa,
maggiori prove sulla verità del mio asserto[7].»
«Non fa d’uopo, non fa d’uopo (rispose il Conte che tutti i tormenti
dell’inferno straziavano). Questa verità mi sta innanzi agli occhi
scritta in caratteri di fuoco. Vedo l’infamia di costei. Chi può negar
fede all’evidenza? Sommo Dio! Per questa abbietta creatura io stava
cimentando le vite de’ migliori fra’ miei amici! io stava per crollare
un trono! io stava per portare e ferro e fuoco nel seno d’un regno
tranquillo, per combattere la generosa Sovrana che mi fece quello ch’io
sono, e che se non era questo orrendo nodo, m’avrebbe già sollevato
al maggior grado ch’uom possa sperare! E tutto ciò per una donna
collegatasi coi miei accaniti nemici!.... Ma tu sciagurato! perchè non
parlasti più presto?»
«Milord, io ben sapea che una lagrima della Contessa vi avrebbe fatto
dimenticar tutto quanto avessi potuto dirvi; nè per altra parte io ebbi
tal chiarezza dei fatti se non se questa mattina, allorchè l’improvviso
arrivo di Foster, e le confessioni cui costrinse egli l’ostiere
dell’_Orso nero_, m’hanno istrutto della sua fuga da Cumnor, e fatto me
più solerte nelle ricerche di quanto sfortunatamente ho scoperto.»
«Or sia lode al Cielo, ministro di luce al mio fatal disinganno! Tanta
è l’evidenza del tradimento, che non vi sarà in tutta Inghilterra
chi possa tacciarmi di una vendetta ingiusta o troppo sollecita.
Chi l’avrebbe creduto, o Varney? Tanto giovane, tanto bella, sì
carezzevole, e sì menzognera! Comprendo ora la fonte di quell’odio
implacabile che giurò a te, mio fedele, diletto mio servo. Costei
abborriva un uomo, studioso di far cadere le sue inique trame, e pel
cui braccio fu quasi privo di vita il vile che la seducea.»
«Non le diedi mai altro motivo di odiarmi, o Milord; ma ella sapea come
i miei consigli s’adoperassero a scemare la possanza che s’arrogò sopra
di voi, mi sapea costantemente preparato a cimentar la mia vita contro
i vostri nemici.»
«Or ben lo vedo. E nondimeno, Varney, quale apparenza di grandezza
d’animo metteva la perfida nell’esortarmi di commettere agli sdegni
della Regina il mio capo anzichè nascondermi più lungo tempo sotto il
velo dell’impostura! Mi parea che l’angelo della Verità non potesse
parlare più persuasivo linguaggio! ed è egli possibile, o Varney? La
menzogna adunque la più atroce potrà in tal guisa ostentare le forme
della verità, e l’infamia coprirsi sotto la maschera della virtù?
Varney, tu mi prestasti buon servigio fin dalla fanciullezza. Devi
a me ogni tuo innalzamento, puoi dovermene di maggiori; ma assumiti
ora l’incarico di meditare in mia vece. Il tuo ingegno fu mai sempre
acuto e profondo. Pensa! non potrebb’ella essere innocente? Sforzati a
provarmi che è tale, e quanto fin ora operai in tuo favore sarà stato
un nulla, in confronto del compenso che tu n’avrai.»
L’inconsolabil dolore che straziava l’anima del Conte si dipinse con
tanta forza nel pronunziare di questi ultimi accenti, onde ne fu quasi
scosso l’indurito cuor di Varney[8], che in mezzo ai funesti disegni
suggeritigli da scellerata ambizione, non cessava d’amare il suo
protettore, d’amarlo però come amar poteva un Varney. Ma tornò tosto a
raffermarsi negl’iniqui divisamenti, e domò ogni rimorso, in pensando,
come quel dolor passeggiero cui egli stava per cagionare al Leicester,
agevolerebbe a questo il sentiero di quel trono, ch’Elisabetta già si
mostrava inclinata a dividere col favorito, e dal quale lo rispingeva,
in sentenza di Varney, il solo viver d’Amy. Perseverò quindi nella
infernale politica, e dopo avere pensato un istante sulla risposta da
farsi a quella commovente inchiesta dell’angoscioso Leicester, gli
rispose col fissarlo di un mesto sguardo, che dicea quasi: _Le cerco
invano una scusa_. Poi rialzando il capo prese per un istante il
contegno di uomo, cui brillasse un raggio di speranza che per breve
passò pure nell’animo del misero Conte, ma seppe l’empio confidente far
sì che non v’allignasse, e tali ne furono i detti: «Però, s’ella era
veramente colpevole, perchè avventurarsi a venire fra queste mura?.....
Gli è vero, che un tal passo s’accorda col desiderio continuo in lei
d’essere riconosciuta Contessa di Leicester.»
«Così è! così è! (sclamò in cupo tuono il Conte, innanzi cui dileguossi
tosto il lampo della concetta speranza). Tu non leggi com’io ne’
profondi avvolgimenti del cuor d’una femmina. Varney, indovino tutto.
Ella non vuole rinunziare al titolo e al grado dell’uomo infelice
divenutole sposo, e se cieco nel mio delirio avessi inalberato lo
stendardo della ribellione, o se lo sdegno d’Elisabetta avesse fatto
cadere il mio capo, come questa mattina ne udii dal labbro di lei la
minaccia, il ricco assegnamento che la legge concede alla vedova d’un
Leicester, non sarebbe stato cattivo incerto per quel miserabile di
Tressiliano. Il vedi! Ella mi sollecitava ad affrontare un pericolo
che poteva esserle utile. Ah! non parlarmi, non parlarmi in favore di
costei, o Riccardo. Voglio il suo sangue.»
«Milord, l’eccesso del vostro dolore si palesa al furore che anima
questi detti.»
«Te lo replico, cessa dal parlarmi in suo favore. Ella m’ha disonorato.
Ella avrebbe voluto il mio esterminio. Non vi è più legame di sorte
alcuna fra me e questa femmina. Ella morirà, come s’aspetta morire
ad una perfida, ad un’adultera moglie, colpevole innanzi a Dio, e
innanzi agli uomini.... Or ch’io penso!... Che si contiene in questa
cassetta? Il fanciullo che me la consegnò per farla pervenire ad Amy
nominò ancor Tressiliano. Sì: _se non vi riesce darla a lei, datela
al sig. Tressiliano_. Furono queste le sue parole... Oh Dio!... E in
quell’istante pur mi sorpresero, ma ammaliato dagli ultimi detti di
quell’indegna, assorto ne’ gravi divisamenti che concepii sol per
essa.... Oh! queste parole mi tornano ora con maggior forza alla
mente. Gli è lo scrignetto delle sue gioie. Aprilo, Varney, forzane la
cerniera col tuo pugnale.»
«Un giorno ella disdegnò valersene per rompere il nodo che tenea chiusa
una lettera[9] (a ciò meditava il Varney nel prestarsi al cenno del suo
padrone). Amy Robsart! quest’arme oggi avrà una parte più rilevante nel
destino che ti s’appresta.»
Nel tempo stesso che costui facea tali considerazioni, il suo
pugnaletto a triangolo fu la leva, cui cedè la cerniera argentea
dello scrignetto. Nè appena ciò vide il Leicester, che ne strappò il
coperchio, e trattine i gioielli che v’eran racchiusi, li gettò preso
da rabbia sul suolo, intantochè i suoi occhi cercavano avidamente
qualche lettera o biglietto, che ponesse in evidenza sempre maggiore
le colpe immaginarie della sfortunata Contessa. Indi calpestando i
diamanti sparsi all’intorno di sè:
«Egli è, sclamava in tal guisa, ch’io anniento questi miserabili
pegni, per cui vendesti il tuo corpo e l’anima tua, per cui ti
consacrasti ad una morte innanzi tempo, per cui condannasti me ai
rimorsi e ad un’eterna disperazione. Non parlarmi di perdono, o
Riccardo. La sentenza di costei è già pronunziata!» E replicando ancora
questi ultimi fatali accenti, si lanciò entro un contiguo gabinetto,
chiudendone a catenaccio la porta.
Varney lo accompagnò cogli sguardi, divenuti allora men atti a quel suo
maligno sorriso; solo effetto onde la sopita umanità potea farsi ancora
sentire in quell’anima scellerata. «Io ne compiango la debolezza, si
dicea costui fra se stesso; l’amore lo ha trasformato in un fanciullo.
Egli getta, egli infrange queste gemme. S’affretterà egualmente ad
infrangere il gioiello ben più fragile d’esse, ch’egli amò finora con
tanto ardore. Ma le sue furie cesseranno, cessata la cagione da cui
son mosse. Egli non sa valutare nè le cose, nè il vero lor prezzo.
Questa prerogativa, natura la riserbò soltanto a Varney. Leicester,
divenuto re, non penserà fra quai procelle di superate passioni sarà
giunto sul trono; non penserà a ciò più di quel che un nocchiero
mediti, toccato il porto, i pericoli affrontati nella sua corsa. Ma
giova che non restino così sul pavimento questi testimoni d’un cieco
furore. Sarebbero troppo ricca preda per la ciurma, che rassetta
l’appartamento.»
Mentre Varney intendeva a raccogliere le gemme ed a collocarle entro
il cassettino segreto d’un armadio che a sorte trovavasi aperto, vide
dischiusa una parte d’uscio del gabinetto ov’entrò prima il Conte, nè
quel vano era coperto dalla cortina. Leicester pose fuori il capo, e
tanto oppresse ne apparivano le pupille, e tanto pallide le labbra,
che fremette il Varney, e appena gli occhi dell’uno si scontrarono in
quelli dell’altro, abbassò la fronte il Leicester, e di nuovo chiuse
quella porta. Per due volte la riaperse, e per due volte vi si affacciò
nella medesima guisa senza pronunziare un solo accento, onde il Varney
incominciò veramente a credere la ragione del suo signore affatto
smarrita. La terza volta però questi fece al confidente un cenno
d’avvicinarsi, e Varney entrando seco nel gabinetto potè avvedersi che
non da delirio derivava quel turbamento, ma da barbaro disegno che il
Conte stava allor meditando, ma da fiera lotta che contrarie passioni
moveano nell’animo di chi il concepiva. Passarono un’ora discorrendo
insieme, dopo di che il Conte cambiate in tutta fretta le vesti, tornò
a fare la sua corte alla Sovrana.
CAPITOLO VII.
Voi avete sbandita la gioia e portato il
disordine nella festa.
_Shak._
Nel durar della mensa e delle feste di questa rilevante giornata, i
modi di Leicester e di Varney furono ben diversi da quello che per
solito si mostravano fino a quel giorno. Riccardo Varney si era fatto
conoscere uomo operoso e fornito d’intelligenza, anzichè dedito ai
piaceri. Gli affari ne pareano il naturale elemento. In mezzo alle
feste e alle gioie ch’ei sapea regolare maestrevolmente, la parte sua
riduceasi a quella di semplice spettatore, o se talvolta intendeva
l’animo ad esse gli era piuttosto per deridere in guisa caustica e
severa i convitati, che per partecipare ai loro sollazzi.
Ma avresti detto che in tal giorno l’indole ne fosse cambiata. Continuo
nel mettersi di brigata coi giovani signori, e colle amabili donne
di quella Corte, spirava ogni suo atto e detto tal gaiezza vivace
e leggiera ad un tempo, che i ganimedi i più leggiadri nol potean
superare. Coloro ch’erano avvezzi a riguardarlo siccome uomo sempre
immerso ne’ divisamenti i più gravi dell’ambizione, e pronto a lanciar
sarcasmi contro coloro, che non sanno usar del tempo se non se per
godere d’ogni diletto che lor s’appresenta, vedeano maravigliando,
com’egli esternasse uno spirito amabile, una gioia sciolta, una fronte
serena al pari di loro. Ma con qual arte potea l’infernale ipocrisia
di costui coprir col velo di soave giocondità i più atroci pensamenti
ch’uom possa immaginare? Il segreto di un tal palliamento il conoscono
solamente quelli, che gli somigliano, se pur avvi chi gli somigli.
Varney avea ricevuto altissimo ingegno dalla natura, dono che ad opere
malvage egli unicamente converse.
Ben tutt’altro era di Leicester. Comunque usato a comportarsi da
cortigiano, a parer gaio, uficioso, libero d’ogn’altra cura oltre
quella di promovere i piaceri, quand’anche segretamente il rodeano le
angoscie dell’ambizione, dell’odio e della gelosia, allora il suo cuore
stavasi in preda ad un più terribile nemico, che non lasciavagli un
istante sol di riposo. Ben si leggea nello smarrimento di quegli occhi
e nel turbamento di quella fronte come fosse co’ suoi pensieri lunge
dal teatro, ove in quell’istante avea parte. Continuo sforzo scorgeasi
nel suo parlare, nel suo operare, e sembrava quasi avesse perduto
affatto la posseduta consuetudine di comandare ad uno spirito acuto, e
pieghevole ad un leggiadrissimo corpo, prerogative, onde cotanto già
prevalea. Ma niun atto, niun accento erano più in lui la conseguenza
della sua volontà, ma venian da un automa che aspetta per moversi
l’impulso d’interna molla. Le parole gli usciano del labbro ad una ad
una e sconnesse, sicchè mostravano in lui il bisogno di pensare a ciò
che dovea dire, poi di pensare al modo di dirlo; e avresti perfino
creduto che quando pronunciava una frase gli volesse molta fatica
d’attenzione per non dimenticare l’altra che la precedè.
L’effetto che queste continuate distrazioni operarono sul contegno
e sul modo di conversare del cortigiano più leggiadro che vi fosse
nell’Inghilterra apparve manifestamente a tutti coloro che gli si
appressarono, nè sfuggì del certo al guardo finissimo della principessa
la più accorta di quel secolo. Nè si sarebbe taciuta sopra tale
stranezza e quasi negligenza dei riguardi dovutile, se non l’avesse
attribuita alla vivacità, ond’ella nell’uscire della fatal grotta gli
avea dato a conoscere il suo regale scontento. Giudicò adunque che
ne durasse ancor l’impressione nell’animo del favorito, e che tal
rimembranza gl’impacciasse a malgrado di lui medesimo, quelle grazie e
que’ vezzi che sì giocondamente per solito il rendean compagnevole.
Nè sì tosto le si presentò tale idea, cotanto lusinghiera al cuore di
femmina, scusò in proprio animo quanto era di sconvenevole verso lei
nella condotta di Leicester; ed i circostanti cortigiani stupirono
in veggendo, che anzichè trovarsi offesa delle reiterate distrazioni
del favorito (colpe ch’ella non era usa a perdonare) studiavasi di
offerirgli occasioni a riprendere coraggio, e gliene agevolava i modi
con una indulgenza non connaturale ad essa in simili casi. Pure ognun
prevedea che sì fatta indulgenza non poteva essere di lunga durata, e
che Elisabetta cedendo alla forza primitiva della sua indole, stava
già per irritarsi del contegno di Leicester, allorchè venne a questo
per parte di Varney un avviso onde volesse trasferirsi nel contiguo
appartamento. Dopo essersi lasciato chiamare due volte alzossi, e fece
atto di volere uscire in tutta fretta, poi arrestatosi d’improvviso
chiese alla Regina la permissione di allontanarsi per affari premurosi.
«Come vi piace, o Milord, le diss’ella. Non ignoriamo che la nostra
presenza in questo luogo vi dee cagionare affari non preveduti ed
istantanei. Nondimeno se vi è grato che Elisabetta si consideri da
voi accolta come noi accoglieremmo un ospite ben veduto nella nostra
reggia, vi preghiamo a pensare un poco meno ai nostri piaceri, ed
invece a darne a conoscere la vostra giocondità meglio che da alcune
ore nol fate. Si ricetti un principe od un contadino, la cordialità è
sempre la migliore fra le accoglienze. Andate, Milord; noi speriamo al
vostro ritorno di vedervi più serena la fronte, e di scorgere in voi
quell’amabile scioltezza, cui avete accostumati i vostri amici.»
Tutta la risposta di Leicester si stette in un rispettoso inchino,
indi uscì; e giunto alla porta dell’appartamento, incontrò Varney, che
trattolo con grande sollecitudine in disparte gli disse all’orecchio:
«Il tutto va a dovere.»
«Masters l’ha egli veduta?» chiese il Conte.
«Sì, Milord, nè avendo ella voluto rispondere alle sue interrogazioni,
nè dargli spiegazione sul motivo del suo silenzio, questo medico
attesterà esser ella di fatto presa da un’infermità di mente, nè
rimanere ad operar miglior cosa del rimetterla fra le mani de’ suoi
amici. L’occasione è sicura per allontanarla giusta quanto si risolvè.»
«Ma Tressiliano?» rispose Leicester.
«Gli si terrà per ora occulta la partenza, che debb’essere questa sera,
e domani penseremo a lui.»
«No, per l’anima mia! esclamò Leicester, di Tressiliano voglio
vendicarmi colle mie mani medesime.»
«Voi, Milord, vendicarvi d’un uomo di sì lieve conto qual è
Tressiliano! Oh! no, mio signore. Egli ha sempre mostrato desiderio di
correre terre straniere. Prenderommi io cura di lui, e riposatevi sopra
di me che non tornerà sì presto a raccontar la storia de’ suoi viaggi.»
«No, giur’al Cielo, Varney! Chiami tu di lieve conto un nemico da cui
m’ebbi sì profonda ferita, che il viver mio non sarà d’or innanzi
fuorchè una vicenda di rimorsi e di cordogli! No. Anzichè perdere il
diletto di vendicarmi colle mie proprie mani di un tale sciagurato,
andrò io medesimo a svelare ogni cosa ad Elisabetta, ad implorare la
sua vendetta sulla testa dei colpevoli e sulla mia.»
Varney scorse non senza concepirne terrore tanta essere la
perturbazione di animo nel Conte, che non giugnendosi a sedarla, egli
era ben anco capace di portarsi a quest’atto estremo di disperazione,
atto estremo che avrebbe irreparabilmente mandati a vôto gli ambiziosi
disegni che così per sè come pel proprio padrone avea divisati costui.
Ma il furore del Conte vie più raccoltosi quanto più fu concentrato
parea non ammetterebbe argini se straripava; gli fiammeggiavano gli
occhi, mal fermo ne era il suon della voce, livida bava gli scendea
dalle labbra.
Pure il suo confidente giunse a padroneggiarlo in mezzo a questa
estrema tempesta. «Mio signore, gli diss’egli traendolo innanzi ad uno
specchio, guardatevi in questo cristallo, e giudicate voi stesso se una
così alterata fisonomia sia quella d’uomo capace di prender partito da
se medesimo in una circostanza cotanto grave?»
«Che pretendi adunque fare di me? (disse il Leicester, colpito dal
cambiamento della propria fisonomia nel tempo stesso che s’adontava
della libertà presasi da un suo subordinato). Sono io il tuo suddito,
il tuo vassallo? o divenni forse lo schiavo d’un mio servo?»
«No, Milord (disse Varney mostrando una fermezza, che sarebbe stata
bella in tutt’altri, e per tutt’altra occasione); ma se vi piace
comandare, comandate a voi stesso ed alle vostre passioni. Arrossisco,
io che vi servo fin da’ prim’anni di vostra infanzia, al vedere la
debolezza che dimostrate in tal punto. Correte ai piedi d’Elisabetta;
confessate le contratte nozze. Accusate siccome adulteri la moglie
vostra e il suo amante. Promulgate alla presenza di tutta la Corte
che foste il trastullo d’una giovinetta di villaggio, e del suo
erudito zerbino. Fatelo, Milord; ma ricevete prima le salutazioni
di Riccardo Varney, che rinunzia a tutti i beni di cui lo colmaste.
Egli potè prestar servitù al grande, al magnanimo Leicester, egli era
più orgoglioso d’obbedire a lui che di comandare ad altri; ma questo
istesso Leicester che si digrada da se medesimo, che cede al menomo
colpo d’avversa fortuna, i cui sublimi divisamenti si dileguano come
fumo al più leggier soffio delle passioni, non è questi l’uomo cui
acconsentirà Varney di servire. Varney porta un’anima tanto superiore a
quella di Leicester, quanto gli è inferiore per ricchezze e per grado.»
E nell’ultimo asserto Varney non era ipocrita, comunque la fermezza
d’animo di cui pompeggiava non fosse in esso che crudeltà e profonda
dissimulazione; ma ei sentiva veramente in sè le superiorità onde
vantavasi; e in tal momento la premura d’assicurare quello ch’ei
chiamava _alto destino_ di Leicester, ne animava i gesti e prestava
alla costui voce gli accenti d’una insolita commozione.
E fu questo che soggiogò finalmente il Leicester. Parve all’infelice
Conte di vedersi già abbandonato fin dal migliore fra’ suoi amici,
onde stendendo le mani verso il Varney pronunziò tali parole. «Non
abbandonarmi. Che vuoi tu ch’io faccia?»
«Che voi siate voi stesso, mio nobil padrone (disse il Varney, baciando
la mano al Conte dopo avergliela stretta con rispettoso affetto) che
voi siate voi stesso, e superiore agl’impeti di quelle passioni, che
sconvolgono l’anime vulgari. Siete voi il primo che abbia provato
tradimenti in amore? Il primo al quale una giovane capricciosa e
leggiera abbia inspirato un affetto, di cui ella siasi fatta giuoco in
appresso? V’abbandonerete adunque ad una forsennata disperazione, sol
perchè non foste più saggio che l’uomo più saggio del mondo nol fu?
Ch’ella sia per voi come se non vissuta giammai. Che la ricordanza di
lei si cancelli dalla vostra mente come indegna d’avervi mai avuta una
sede. Che l’ardimentoso disegno da voi concetto stamane si faccia quasi
decreto emesso da un ente supremo, atto di indipendente giustizia. Ella
meritò la morte, ella muoia.»
Mentre Varney favellava in tal guisa, la mano del Conte gli premea con
forza la sua. Al veder Leicester immoto col labbro superiore stretto
all’inferiore e con aggrottate ciglia, sarebbesi detto operasse sforzi
onde dal confidente si trasfondesse in lui quella fermezza fredda,
atroce, inumana, che i costui detti gli persuadevano. Allorchè tacque
il Varney, Leicester gli stringea tuttavia la mano. Finalmente con
ricercata tranquillità giunse a pronunziare queste parole: «Acconsento:
ella muoia. Ma almeno mi si conceda versar una lagrima.»
«No, mio signore, rispose con forza il Varney, che scorse nel ciglio
già inumidito del padrone, come la pietà di leggieri avrebbe ripreso il
suo imperio. No, mio signore. Ora sono inopportune le lagrime. È d’uopo
pensare a Tressiliano.»
«Oh! questo sol nome basterebbe a cambiar le lagrime in sangue. Varney,
vi ho pensato. Ho risoluto, Tressiliano sarà mia vittima.»
«Ella è una follia, Milord; ma voi siete potente troppo ond’io presuma
arrestare il braccio della vostra vendetta. Scegliete solamente e il
tempo e il destro, e non vi cimentate finchè l’uno e l’altro non vi
s’appresentino.»
«Farò quanto vorrai, purchè non ti opponga a questo disegno.»
«Ebbene, o Milord, disse il Varney, incominciate dunque col fare
scomparire dal vostro volto quella fisonomia cupa e smarrita, che
trae sopra di voi gli sguardi di tutta la Corte, e che la Regina non
vi avrebbe mai perdonata se in questo giorno non si facesse ella uno
studio d’usarvi ogni sorta di riguardo.»
«Ho dunque dato a scorgere verso lei tanta incuria? soggiunse il
Leicester, che pareva uscisse d’un sogno. Io credeva aver composti
adattatamente il contegno e la fisonomia; ma non temere di nessuna
cosa. Ora è in pace il mio spirito. Io sono tranquillo. Il mio oroscopo
sarà compiuto, e tutte le facoltà dell’animo mio si adopreranno a
secondare il destino che mi s’appresta. Non temere per me, ti dico.
Io torno presso della Regina. Non la cederò a te nel far sì che i
miei sguardi o i miei detti non tradiscano il mio interno. Non hai tu
null’altro da dirmi?»
«Debbo pregarvi a consegnarmi quell’anello che vi serve ad uso di
sigillo. Mi diviene necessario per provare a quei vostri servi del cui
ministerio mi sarà d’uopo, che mi valgo d’essi per vostro ordine.»
Trattosi dal dito l’anello, il Leicester lo consegnò con volto cupo e
smarrito al Varney, e solamente aggiunse a mezza voce ma con accento
terribile, questi detti: «Qualunque cosa tu eseguisca, opera con
prontezza.»
Intanto la prolungata assenza del Conte facea nascere ansietà
e sorpresa in coloro che si stavano nella sala del trono, ed i
Leicesteriani assai s’allegrarono, poichè il videro entrare con tal
contegno che facea crederne l’animo sgombro d’ogni molesta cura.
Il Conte di fatto mantenne per tutto quel giorno la promessa data al
Varney, che fin d’allora si credè sciolto dalla necessità di sostenere
una parte brillante che alla sua indole repugnava, e riprese a mano
a mano le consuetudini gravi e severe, e quello spirito satirico ed
indagatore a lui famigliare.
Il Leicester si comportò presso Elisabetta com’uomo il quale
profondamente ne conoscea e la forza d’animo, e le fralezze, che
sotto due o tre aspetti adombravano i pregi di questa Regina. Troppo
avveduto per non dare a divedere istantaneo salto dal contegno che
serbava prima di ritrarsi col Varney al contegno presente, compose
fin sulle prime dell’avvicinarsi ad Elisabetta e gli atteggiamenti e
le parole ad una dolce malinconia, da cui trapelava tenero affetto
in ver la Sovrana. E questo sentimento pareva aumentarsi vie più
in proporzione de’ contrassegni di favore ch’egli ne ricevea, e il
trasse a proteste amorevoli le più fervorose, le più assidue, le più
delicate e persuasive e ad un tempo le più rispettose, che mai suddito
abbia indiritte a Sovrana. L’udiva siccome estatica Elisabetta, in
cui avresti detto addormirsi la gelosia del potere, e venir meno la
risoluzione fermata in prima d’evitare ogni vincolo domestico per darsi
unicamente alle cure del regno. In fine la stella di Dudley dominò
anche una volta sull’orizzonte della corte Inglese.
Ma tale trionfo che sulla natura e sulla propria coscienza andava
riportando il Leicester, fu avvelenato per più riprese, non solamente
dalle rampogne di un interno sentimento mal tollerante dello sforzo
cui colpevoli divisamenti lo costrigneano, ma ben anche da altre
circostanze che nel durare del banchetto e delle feste svegliavano
nell’animo del Conte un’idea divenutagli tremendo supplizio.
La prima di tali circostanze fu la seguente. Terminata la mensa,
stavano i cortigiani aspettando nella gran sala una sontuosa mascherata
che dovea contribuire ai passatempi di quella sera, ed intanto il
Leicester adoperava l’amenità del suo ingegno nel dir leggiadri motti
intorno il lord Wellonghby, Raleigh, e molt’altri cortigiani, allorchè
la Regina prese a dirgli con brio: «Milord, noi ordineremo vi si tratti
come reo d’alto tradimento, se continuate in tal guisa a farci morire
dal ridere. Ma giunge in tempo l’uomo che ha la prerogativa di rendervi
serio a suo talento. Ecco il bravo medico Masters, che non v’ha dubbio
ne arreca notizie della nostra povera supplicante lady Varney. Spero,
signore, che non ci abbandonerete or che si discute una querela di
sposi, argomento sul quale non abbiamo esperienza per poter pronunziare
senza il soccorso d’un buon consiglio. Ebbene, Masters, che pensate voi
di questa povera delirante?»
Il sorriso onde si avvivarono fino a quel punto le labbra di Leicester,
a tai detti della Regina vi si fermò, come se lo avesse sovr’esse
scolpito lo scarpello di Michel Angelo, o del Chauntry, immobilità che
durogli tutto il tempo speso dal medico nel suo riferto.
«Lady Varney, graziosa Sovrana, si mantiene in un cupo silenzio, nè
vuol meco spiegarsi sullo stato di sua salute; ferma inoltre nel non
voler rispondere alle interrogazioni d’alcun altra persona, ella chiede
di perorare la propria causa dinanzi alla Maestà vostra.»
«Il Cielo me ne liberi! sclamò la Regina; abbiam già sofferto
abbastanza delle turbolenze e delle discordie, che sembrano seguire
questa donna infelice ovunque ella si trae. Non siete voi del mio
parere, o signore?» soggiunse Elisabetta volgendo a Leicester tal
guardo, ove pigneasi il rincrescimento delle cose accadute nel _luogo
di delizia_ alla presenza d’Amy. Il Leicester rispose con profondo
inchino, poichè gli tornò vano ogni sforzo inteso ad esprimere con
parole che _tale era parimente il suo avviso_.
«Voi siete vendicativo, o signore, disse allor la Regina, ma sapremo
punirvene a tempo e luogo opportuno. Torniamo alla nostra guastafeste,
a lady Varney. Che vi pare o Masters, dello stato suo di salute?»
«Maestà, ella è immersa in una nera malinconia, come vel dissi, rispose
il Masters; ella non vuol sottomettersi ad alcuna prescrizione medica
più che rispondere alle mie inchieste. La credo invasata da un delirio,
che mi sembra del genere _ipocondriaco_ anzichè del _frenetico_ e
stimerei opportuno, che il marito la facesse curare in propria casa
lontano da tutto questo tumulto, che ne turba vie più la debole mente,
e le mostra immaginari fantasmi. Ella si lascia sfuggire parole per
cui un estraneo la giudicherebbe qualche gran personaggio travestito,
qualche contessa, o che so io? principessa!... Il Cielo l’aiuti. Son
queste le solite _allucinazioni_ degli sfortunati soprappresi da morbi
di tal natura.»
«Ebbene, disse la Regina, si faccia tosto partire, e venga affidata
alle cure di Varney; ma ch’ella abbandoni senza indugio il castello.
Se tal è il suo delirio, in fede mia! ella potrebbe anche immaginarsi
d’essere qui la padrona. Ella è però una grande sventura che così
avvenente donzella abbia perduta la ragione in sì fatta guisa. Che ne
dite, Milord?»
«Ella è veramente una grande sventura,» replicò il Conte lasciando
scorgere il contraggenio di chi risponde per obbligo sol di rispondere.
«Ma che? soggiunse Elisabetta, non la pensate siccome noi intorno
l’avvenenza di questa giovinetta? Per vero dire ho veduto uomini
preferire l’occhio maschile e maestoso di Giunone a queste bellezze
delicate, che chinano il capo siccome giglio se il gambo n’è infranto.
Sì, Milord: gli uomini sono tai nemici del nostro sesso che la pugna li
diletta più della vittoria, e simili a vigorosi atleti, amano le donne
in proporzione della resistenza che da queste si vedono opporre. Mi
unisco a voi, mia Rutland, nel giudicare che se si potesse costrignere
Leicester a sposare una figurina di cera qual è la giovane Robsart, ciò
tornerebbe allo stesso col fare ch’ei si augurasse la morte dopo il
primo mese di matrimonio.»
Nel profferire tali accenti, volse ella uno sguardo cotanto espressivo
al Conte, che a malgrado dei rimproveri d’odiosa doppiezza mossigli
dalla coscienza, trovò forza bastante per dire ad Elisabetta, essere
l’amor di Leicester un amor sottomesso più di quanto ella il credea,
poichè volto a persona, cui obbedirebbe sempre, non comanderebbe
giammai.
Fattasi rossa in volto la Regina, impose silenzio al Conte, e intanto
gli occhi di lei manifestavano la speranza che ella avea di non essere
obbedita.
In tale momento il suono delle trombe e il romor dei tamburi che si
fece udir da un balcone annunziò l’arrivo della mascherata; onde per
allora il Leicester fu libero dallo stato orribile di sforzo, e di
simulazione in cui l’avea posto la sua politica tenebrosa.
La mascherata che tosto entrò dividevasi in quattro separate bande,
composte ciascuna di sei personaggi principali, e di altri sei che a
qualche distanza portavano fiaccole. Tai gruppi rappresentavano le
diverse nazioni che a mano a mano avevano occupata l’Inghilterra.
I Bretoni aborigeni che entrarono i primi, venivano condotti da due
druidi, i cui bianchi capelli andavano coronati di quercia, e che
portavano in mano un ramo di vischio. Il drappello che seguiva i
venerandi vegliardi, era accompagnato da due Bardi in bianca veste, che
per intervalli toccavano le loro arpe ed intonavano cantici ad onore
di Belo o del Sole. Furono scelti a rappresentare i Bretoni quelli fra
i gentiluomini della Corte che prevalevano agli altri per altezza di
statura e per robustezza; la loro maschera vedeasi fregiata di lunga
barba e lunga capigliatura; pelli di volpe e d’orso vestianli. Tutta la
parte superiore del loro corpo mostravasi coperta d’un drappo serico
color di carne, su di cui scorgeansi bizzarramente delineate varie
figure di corpi celesti, e d’animali e d’altre cose allegoriche, per
lo che rassembravano al giusto que’ nostri maggiori, contro la cui
independenza i Romani attentarono.
I figli del Lazio che portarono la civiltà all’Inghilterra venivano
dopo i Bretoni. Chi vestiva le maschere nel loro carattere aveva con
tutta verità imitati i grandi elmi, gli abiti guerreschi usati da
quell’illustre nazione, i suoi scudi fitti ed angusti, e quella corta
spada a due tagli, che la fece trionfatrice del mondo. L’aquila Romana
precedea quel drappello, mentre i due porta stendardi cantavano un inno
in lode del Dio della guerra; li seguivano i combattenti col portamento
grave e sicuro d’uomini che aspiravano alla conquista dell’Universo.
Il terzo gruppo rappresentava i Sassoni, coperti delle pelli d’orso
che portavano seco dalle foreste della Germania. Armati il braccio di
quella terribile lor picozza di punta e taglio che fece tanta strage
de’ primitivi Bretoni, li precedeano due Scaldi, cantori che intonavano
le lodi di Odino.
Venivano finalmente i cavalieri Normanni, vestiti della lor ferrea
maglia, e coperti dai loro elmi d’acciaio. Due _menestrelli_[10] che
cantavano le guerre, e le donne si presentavano i primi di questa
schiera.
Tutti i ridetti personaggi entrarono serbando il massimo ordine nella
sala, dopo essersi arrestati prima alcun tempo alla soglia, affinchè
gli spettatori potessero innanzi contemplarli a lor agio; indi fecero
il giro della sala per dispiegare le loro file. I personaggi principali
posero dietro a sè gli altri, incaricati delle fiaccole, e si
collocarono dalle due bande della sala in guisa, che i Romani stessero
rimpetto ai Bretoni, ed i Sassoni ai Normanni. Parve allora che una
parte guardasse con occhio sorpreso l’opposta; alla sorpresa succedè
lo sdegno, espresso con gesti minaccevoli, indi ad un segnale dato
dalle bande di musica militare poste in orchestra, questi finti nemici
sguainarono le loro spade, e marciarono gli uni contro degli altri
in cadenza, ed eseguendo una specie di danza militare; batteano coi
loro acciari l’armatura degli avversari ogni volta che si scontravano
insieme secondo le norme di quella danza. Fu spettacolo bizzarro a
vedersi il buon ordine onde quelle diverse truppe a malgrado delle loro
fazioni che apparivano sì irregolari, serbavano sempre il tempo, e si
mescolavano, si disgiugnevano, tornavano ai loro posti, come il voleano
i vari tuoni di musica.
Tali danze allegoriche rappresentavano i combattimenti che accaddero
fra i diversi popoli, che occuparono altra volta il territorio della
Gran Brettagna.
Finalmente dopo molte fazioni che assai dilettosamente intertennero
gli astanti, s’udì uno di quegli squilli di tromba nunzi soliti d’una
battaglia, o d’una vittoria; ed a questo le persone immascherate
interruppero le loro danze, e raunatesi ognuna presso i loro capi,
parve dividessero l’attenzione degli spettatori, conversi ad osservare
qual cosa a questo suono di tromba dovesse succedere.
Spalancatisi entrambi i battitoi della porta, apparve un incantatore.
Era egli il celebre mago Merlino, messo in abito strano e misterioso,
che indicava la sua doppia nascita, e l’arte magica ch’ei possedea.
Dinanzi e dietro a lui folleggiavano e facevano scambietti per aria
molti personaggi stravaganti, che rappresentavano gli spiriti pronti ad
ubbidire i comandamenti del mago, parte di festa sì gradevole ai servi
ed agli altri vassalli, che parecchi d’essi dimenticando il rispetto
dovuto alla Regina penetrarono fin nella sala.
Il conte di Leicester accorgendosi, che i suoi uficiali avrebbero
durato fatica ad allontanar questa ciurma, senza che accadesse
qualche disordine alla presenza di Elisabetta, si alzò egli stesso
trasferendosi in mezzo al salone; ma la Regina con tratto di bontà
non nuovo in lei, mostrò desiderio che si permettesse al popolo di
assistere a quel passatempo. Per vero, il Leicester aveva anche
colto volentieri tale pretesto per allontanarsi dalla Regina, e per
sollevarsi alcuni istanti dal penoso incarico di nascondere sotto
velo di giocondità e di galanteria lo strazio che faceano del suo
animo il rimorso, la vergogna, lo sdegno e la sete della vendetta.
D’un gesto e d’un guardo impose silenzio a quella moltitudine; ma in
vece di tornarsene presso la Sovrana, s’avvolse nel suo mantello, e
mescolandosi alla folla, rimase in tal qual modo un oscuro spettatore
dell’ultima parte di quel divertimento. Avanzatosi Merlino in mezzo
alla sala, colla sua bacchetta magica fe’ un cenno alle bande rivali,
onde si assembrassero attorno di lui; indi con un discorso in versi
annunziò ad esse, come l’isola della Gran Brettagna fosse allor
governata da una vergine regale, cui per voler del destino tutte le
parti combattenti doveano indistintamente prestare omaggio, e aspettar
da lei sola una sentenza intorno ai diritti, che ciascuna delle
medesime contendea, ond’essere riconosciuta qual primo stipite, da
cui traevano origine i presenti isolani, sudditi di quella angelica
principessa.
Docili a tal ordine, le diverse bande marciarono al suono d’una
musica grave ed armoniosa, passando successivamente dinanzi al trono
d’Elisabetta, cui offerivano rispettosi omaggi, ciascuna secondo lo
stile della nazione rappresentata. Tali omaggi accogliea la Regina con
quella grazia e con quella cortesia, che solea contraddistinguerne
ogn’atto fin dall’istante del suo giugnere a Kenilworth.
I capi delle diverse bande addussero allora, ciascun per la propria, i
motivi onde si credeano avere diritti a tal preminenza; ed ascoltati
che gli ebbe tutti Elisabetta fece loro questa graziosa risposta: Ben
dispiacerle di non essere meglio istrutta per decidere la difficile
quistione che il famoso Merlino le aveva proposta: pur sembrarle che
non vi fosse una sola di queste nazioni, la quale potesse pretendere
preminenza sopra dell’altra intorno il merito di avere contribuito a
render gl’Inglesi tali quali ella allora li governava; esserle avviso,
che il suo popolo avesse ricevuto da ognuno dei diversi popoli qualcuna
delle varie qualità nel cui complesso stavasi l’indole della nazione.
«Così, proseguiva ella, l’Inglese debbe agli antichi Bretoni il suo
coraggio e quell’indomabile ardore che gli fa amare la libertà, ai
Romani il suo valore disciplinato nell’arti della guerra, l’amor delle
lettere, e l’interna civiltà del paese; ai Sassoni le savie e giuste
leggi di cui si vanta; ai cavalieri Normanni la cortesia e la generosa
passion della gloria.»
Merlino non esitò nel rispondere che di fatto era d’uopo si trovassero
unite tutte le virtù e le prerogative presso gl’Inglesi onde formare la
prima fra le nazioni, e la sola degna della felicità di cui godevano
sotto il regno della grande Elisabetta.
Dopo di che la musica si fece nuovamente udire; e le bande
immascherate, e Merlino, e il suo corteggio incominciavano a ritirarsi,
allorchè il Leicester che stavasi all’estremità della sala sentì
qualcuno che lo tirava per il mantello, e gli diceva all’orecchio:
«Bramo senza indugio un istante di colloquio con voi.»
CAPITOLO VIII.
A qual venn’io, ch’ogni rumor m’agghiaccia!
_Macbeth_.
_Bramo senza indugio un istante di colloquio con voi._ Tai detti erano
semplici di per se stessi; ma il Leicester trovavasi in uno di que’
momenti d’agitazione, in cui l’animo smarrito scorge ne’ casi i più
ordinari un lato sinistro ed affannoso; onde si volse con vivacità per
esaminare da capo a piedi la persona che sì gli parlava.
L’apparenza esterna di tale individuo non presentava alcuna cosa
meritevole di particolare osservazione. Vestito in giubba e mantello
corto di seta, neri, gli copria il volto una maschera parimente nera,
ed a quanto appariva facea parte delle persone immascherate di cui
componeasi il corteggio di Merlino, benchè il suo travestimento non
presentasse le stravaganze onde si contraddistinguevano gli altri di
quella turba.
«Chi siete voi? che bramate da me?» disse Leicester, non senza
manifestare col tuono della voce il turbamento che gli premea l’animo.
«Non domando nulla, che possa pregiudicarvi o Milord. Voi vedrete al
contrario non poter essere per voi che vantaggiose e onorevoli le mie
intenzioni, semprechè sappiate valutarle al giusto. Ma è d’uopo che io
vi parli da solo a solo.»
«Io non parlo con persone sconosciute che non mi dicano il loro nome
(rispose il Leicester, nel cui animo l’inchiesta dello straniero avea
destati vaghi sospetti) e le persone ch’io conosco debbono prendere
momento più opportuno per domandarmi udienza.»
Detto ciò, stava per ritirarsi, ma l’uomo immascherato il fermò di bel
nuovo.
«Chi parla alla Signoria vostra sopra cose, dalle quali l’onore della
Signoria vostra dipende, ha diritto sui vostri momenti, qual che sia il
genere d’affari, che dobbiate abbandonare per dargli attenzione.»
«Ascolto io bene? Il mio onore! Chi ardisce metterlo in dubbio?» disse
il Leicester.
«La vostra condotta, o Milord, potrebbe sola dar fondamenti onde
accusarlo; e per quest’unico motivo io desiderava intertenermi con voi.»
«Voi siete un temerario, così proruppe il Leicester. Voi abusate della
franchigia che offrono queste giornate d’ospitalità. Ringraziate un
tale riguardo s’io non ve ne punisco. Qual è il vostro nome?»
«Edmondo Tressiliano di Cornovaglia, rispose l’uomo immascherato: la
mia lingua fu legata per ventiquattro ore da un giuramento. Questo
intervallo è trascorso. Posso ora spiegarmi; ed è un solo rispetto alla
Signoria vostra, se a lei mi volgo per prima cosa.»
Alto stupore comprese nel più profondo dell’animo il Conte all’udir
pronunciare tal nome dall’uomo ch’ei più detestava, e da cui si credea
in tanto fiera guisa oltraggiato. Rimase immoto un istante; poi la
sorpresa fece luogo tantosto al bisogno della vendetta, imperioso in
Leicester, quanto lo è la sete al viaggiator del Deserto. Ciò nullameno
gli rimase tanta forza sopra di se medesimo per non trapassare il petto
dell’uomo, ad avviso di Leicester, scellerato e impudente sì, che
dopo averlo ridotto alla disperazione, osava inverecondamente mettere
ad estrema prova la pazienza della persona oltraggiata. Deliberò di
nascondere per l’istante ogni sintomo d interna agitazione, onde
comprendere in tutta l’estension loro i divisamenti di Tressiliano,
e prendersi una più sicura vendetta: perciò rispose con voce che un
concentramento di sdegno rendeva intelligibile appena.
«Che domanda da me il sig. Tressiliano?»
«Giustizia,» rispose Tressiliano con tuono tranquillo e fermo ad un
tempo.
«Giustizia! soggiunse il Leicester; tutti gli uomini hanno diritto ad
ottenerla. Voi più d’ogni altro sig. Tressiliano! Accertatevi che vi
sarà fatta giustizia!»
«Nè io m’aspettava meno dalla nobiltà del vostro carattere; disse allor
Tressiliano; ma ne strigne il tempo; fa d’uopo ch’io vi parli in questa
notte medesima. Posso venirvi a trovare nel vostro appartamento?»
«No, proruppe in fiero tuono il Leicester, non è sotto un tetto, nè
in una casa di mia ragione che noi dobbiamo vederci; bensì sotto alla
volta del Cielo.»
«Voi siete scontento, o Milord, riprese a dir Tressiliano, bench’io
non veda alcuna cosa che possa eccitarvi a sdegno. Però il luogo m’è
indifferente; purchè mi concediate una mezz’ora non interrotta.»
«Basterà più breve tempo lo spero, rispose il Leicester: trovatevi
con me nel _luogo di delizia_, appena ritiratasi la Regina ne’ suoi
appartamenti.»
«Mi basta,» e in ciò dir Tressiliano lasciò il Leicester in preda
ad agitate meditazioni che parve per allora ne occupassero l’animo
interamente.
«Il Cielo, così dicea fra se stesso, si mostra finalmente propizio a’
miei voti, ed offre alla mia vendetta quel perfido che impresse una
macchia indelebile sul mio nome; lo sciagurato che mi fece provare
angoscie tanto crudeli. Or non debbo più querelarmi del mio destino;
poichè mi presenta modi di scoprire gli artifizi, onde il malvagio
presume ancora assonnarmi. Oh! saprò smascherare e punire ad un tempo
la sua perfidia. Ora è forza che io torni a sottomettermi al mio giogo;
ma sento che mi parrà lieve. A mezzanotte al più tardi sonerà l’ora di
mia vendetta.»
In mezzo a tali considerazioni, che non lasciavano tregua al suo
spirito, il Leicester attraversò di nuovo la calca, che schiudevasi
innanzi a lui, e riprese sede a fianco della Regina, invidiato ed
ammirato da ciascuno de’ circostanti. Oh! se il cuore dell’uomo cui si
portava cotanta invidia, avesse potuto comparire nel suo vero stato
a quella numerosa assemblea, se si fosse potuto scorgere le lotte
che vi movevano la colpevole ambizione, la persuasione dell’amore
tradito, la sete orribile della vendetta, le furie compagne agli atroci
divisamenti, idee che si succedevano l’una all’altre, quasi spettri
suscitati dagli abissi ad aggirarsi nel cerchio d’infernal maga, qual
ente vi sarebbe stato, dal cortigiano il più ambizioso scendendo al
servo il più abbietto, che avesse voluto cambiar la sua sorte col
signore di Kenilworth, col favorito di Elisabetta?[11]
Nuovi tormenti lo aspettavano a fianco della Regina.
«Voi giugnete a tempo, Milord, gli diss’ella, voi giugnete a tempo
per farvi giudice in una contesa nata fra queste Milady. Sir Riccardo
Varney è venuto a chiederci la permissione di allontanarsi dal castello
per accompagnare la sua moglie inferma, e a fine di ottenere il nostro
beneplacito ci ha data sicurezza del vostro. Del certo non è nostra
intenzione di stoglierlo dal prestare affettuose cure ad una persona
tanto meritevole di compassione, ma non possiamo tacervi una cosa.
Questo Varney in tal giorno si mostrò rapito in estasi dai vezzi delle
nostre dame..... e lo credereste? la nostra duchessa di Rutland è
persuasa ch’ei non accompagnerà sua moglie al di là del lago, se pur
non la manda ad abitare i palagi di cristallo, de’ quali ci parlò la
magica ninfa, per tornarsene vedovo e sciolto, a rasciugar le sue
lagrime, e a cercar conforto alla perdita fra gl’incanti e le seduzioni
del femminile nostro corteggio. Che ne dite, o Milord? Noi abbiamo
veduto il vostro Varney sotto quattro diversi travestimenti. Ma voi che
lo conoscete più profondamente, lo giudicate tanto cattivo da usare sì
barbaro trattamento alla moglie?»
Se il Leicester si trovasse confuso, ognun lo immagina, ma il
rischio del mostrarsi smarrito era troppo grave, e per altra parte
indispensabile una risposta. «Queste Milady, si spacciò egli in tal
guisa, o hanno ben poca opinione della loro costanza se suppongono che
una donna possa meritare tal sorte, o giudicano troppo severamente il
nostro sesso col pensare esservi tal uomo capace di assoggettare una
innocente a sì fatto castigo.»
«Lo udite, Milady? soggiunse Elisabetta. Egli è, come il rimanente
degli uomini, che ci trattano con crudeltà, poi cercano giustificarla
col tacciarne d’incostanti.»
«La Maestà vostra non voglia dir _noi_, replicò il Conte: sostengo che,
quando appartengono ad ordine inferiore, così i pianeti come le donne
hanno rivoluzioni e fasi irregolari, ma chi avvi sì ardito per accusare
il sole di mutabilità, o d’incostanza la grande Elisabetta?»
La conversazione poco dopo prese andamento men periglioso per il
Leicester, che continuò ad assumervi parte operosa, ad onta degli
affanni che ne straziavano l’anima, e sì gratamente intertenne
Elisabetta, che la campana del castello avea sonata mezzanotte prima
che questa regina si fosse ritirata; circostanza rara nelle regolari
sue consuetudini. La partenza della Sovrana fu il segnale a cui
l’assemblea si disciolse, trasferendosi ognuno ai propri appartamenti
chi meditando sulle ricreazioni godute in quel giorno, chi deliziandosi
anticipatamente nel pensare a quelle della domane.
L’infelice signore di Kenilworth, egli, da cui solo derivavano queste
feste cotanto magnifiche si ritrasse per darsi a sollecitudini ben
diverse; e si fu la prima ordinare al servo che lo seguiva, gli venisse
tosto innanzi Varney; ma tornò il messo poco dopo annunziandogli,
essere già trascorsa un’ora dacchè il Varney aveva abbandonato il
castello uscendone per la porta di soccorso insieme a tre persone,
l’una delle quali era rinchiusa entro d’una lettica.
«Com’è che a tal ora la guardia lo ha lasciato uscire? Io non credea
ch’ei partisse prima dell’alba.»
«Egli addusse tai ragioni che persuasero le sentinelle; poi a quanto
m’han raccontato, mostrò loro un anello di vostra Signoria.»
«Sì, disse il Conte, me ne ricordo, ma non è men vero ch’egli si è
affrettato di troppo. Dimmi (continuando a parlare a quel servo), t’è
noto, se qui sia rimasto alcun del suo seguito?»
«Sì certamente. Allora quando il signor Varney stava per partire, non
si potè ritrovare Michele Lambourne, cosa per la quale sir Riccardo
andò in tutte le collere. Momenti fa, ho veduto lo stesso Lambourne
affaccendato a mettere la sella al suo cavallo per correre dietro di
gran galoppo al padrone.»
«Mandalo a me tostamente. Debbo dargli un ordine da portare a Varney.»
Partì il servo a quest’uopo, ed intanto il Leicester camminando su e
giù pel suo appartamento tai cose andava fra sè meditando.
«Varney eccede in zelo. Sarà, voglio crederlo, effetto dell’essersi
affezionato alla mia persona. Nondimeno ha egli pure i suoi disegni,
e non va a rilento quando gli preme farli riuscire. S’io m’innalzo,
s’innalza egli del pari. Già l’ho veduto anche più del dovere
sollecito di liberarmi da quell’inciampo che mi chiude la via del
trono!.... Più del dovere?.... Però!.... io non debbo sopportare
l’affronto, l’umiliazione a cui m’ha tratto costei... Sì, debb’essere
punita, ma debbe esserlo dopo più mature considerazioni. M’accorgo
anticipatamente, che gli espedienti troppo precipitosi desterebbero nel
mio cuore tutte le furie d’inferno. No! per ora basta una vittima, e
questa vittima mi sta aspettando.»
Prese affrettatamente quanto facea di mestieri a scrivere, e gettò
sulla carta queste poche linee.
«SIR RICCARDO VARNEY,
Abbiamo risoluto differire l’esecuzione di quanto fu commesso alle
vostre cure, e vi ordiniamo ne’ più stretti termini di non andar
oltre per tutto ciò che s’aspetta alla nostra Contessa, a meno
di non ricevere da noi ulteriori comandi. Vi ordiniamo parimente
di ritornare a Kenilworth, non appena avrete posto in luogo
sicuro il deposito a voi affidato. Se per avventura l’adempimento
di questo dovere vi desse maggiori indugi che noi stessi non
c’immaginiamo, al ricevere della presente ordinanza ci rimetterete
tosto, valendovi d’un messo pronto e fedele, il nostro anello,
di cui abbisogniamo sull’istante. Noi riposiamo nella sicurezza
della obbedienza la più esatta per parte vostra, e su di ciò
raccomandandovi alla divina custodia, ci sottoscriviamo vostro
amico e buon padrone.
R. LEICESTER.
Dal nostro castello di Kenilworth, giorno decimo di luglio, anno di
grazia 1575.»
Intanto che il Leicester terminava, e suggellava tal lettera, scortato
dal servo entrò nell’appartamento Michele Lambourne, colle gambe entro
stivaloni che gli venivano sino alla coscia, col mantello legato
attorno al corpo da una cintura ad uso di chi dee cavalcare, e coperto
da un cappellaccio di feltro, come i corrieri costumano.
«In qual grado servi tu?» il Conte gli disse.
«Nel grado di scudiere del grande scudiere della Signoria vostra,»
rispose il Lambourne con quel suo tuono di sfrontatezza ordinaria.
«Metti da un canto la sfacciataggine. Le buffonerie che ti puoi
permettere con sir Riccardo Varney, non sono buone per me. Solamente
rispondimi. In quanto tempo ti riprometti di raggiugnere il tuo
padrone?»
«In un’ora, o Milord, se il cavaliere o il cavallo ci durano,» rispose
Lambourne, che fece tosto passaggio dal tuono pressochè famigliare ai
modi il più profondamente rispettosi.
Il Conte lo squadrava da capo a piedi: «Ho udito parlare di te,
come d’uomo infaticabile nel servigio, ma troppo dedito al vino, e
accattabrighe, sicchè non so bene se convenga il fidarti negozi di alto
rilievo.»
«Milord, fui soldato, marinaro, viaggiatore, avventuriere, mestieri
tutti nei quali si gode del tempo presente, perchè non avvi mai
sicurezza del dì successivo; ma benchè questo tempo molte volte io
l’abbia mal impiegato, non ho mai posto in dimenticanza quanto si dee
ad un padrone.»
«Fa ch’io me n’avvegga in tal circostanza, e te ne verrà bene. Rimetti
prontamente, e con tutta l’accuratezza questa lettera nelle mani di sir
Riccardo Varney.»
«La mia incumbenza non si estende più in là?» soggiunse il Lambourne.
«No, rispose il Conte, ma riguardo come affare di massima importanza
che ella sia eseguita a dovere e con sollecitudine.»
«Non risparmierò nè le mie cure, nè il mio cavallo,» e dopo avere così
risposto il Lambourne si ritirò immediatamente, e nell’attraversare il
lungo corritoio e nel discendere per la scaletta segreta, borbottava
fra se medesimo: «Ecco a che si riduce questa segreta udienza, onde io
era già salito in tanta speranza! Che io caschi morto! Avrei giurato
che il Conte abbisognasse della mia assistenza per qualche segreto
maneggio, e il tutto sta in una lettera da portar via! Nondimeno sia
fatta la sua volontà! E sua Signoria dice benissimo. Me ne verrà bene
per un’altra volta. Il fanciullo va carpone prima di camminare, ed è
giusto che un novizio cortigiano, come son io, faccia lo stesso....
Ma diamo un poco un’occhiatina a questa lettera, che il nostro Conte
ha suggellata con tanta negligenza.» Compiuto ch’ebbe tale disegno si
credè rapito in estasi, ed esclamò: «La Contessa! la Contessa! Giur’al
cielo ho scoperto un segreto che o farà la mia fortuna, o mi rovina per
sempre. Ma va innanzi o mio Baiardo, soggiunse egli mentre conducea
nel cortile il suo cavallo; va innanzi perchè i miei speroni e i tuoi
fianchi sono in procinto di stringere nuovamente amicizia.»
Salì dunque a cavallo il Lambourne, abbandonando il castello, ed uscì
per la portella di soccorso, ove trovò gli ordini lasciati dal Varney
affinchè non gli si contendesse il passaggio.
Non appena il Lambourne ed il servo si erano partiti dalla stanza di
Leicester, questi cambiò le magnifiche vesti in altre più semplici,
ed avvoltosi nel suo mantello, e presa in mano una lucerna, tenne la
via del corritoio, d’onde scese ad una porticella che mettea nella
corte vicina all’ingresso del _luogo di delizia_. Le considerazioni
cui si dava egli in allora erano d’un’indole più tranquilla e più
risoluta che da lungo tempo nol fossero state, e studiavasi di assumere
quel contegno, che a’ suoi occhi medesimi fosse giusto, fermo però
nell’opinione d’essere egli l’offeso, non il colpevole.
«Soffersi il più grave degli oltraggi! Tal si era il senso di queste
meditazioni; e nondimeno ho ricusato di prenderne quell’immediata
vendetta che era in mio potere per riserbarmi quella sola voluta
dall’onore. Ma ne deriverà perciò che un nodo profanato in un giorno
da questa perfida donna debba legarmi per tutta la vita, ed oppormi
impacci nella brillante carriera, che i miei destini mi apersero? No:
vi sono altri modi d’infrangere sì fatti lacci senza attentare ai
giorni di quella che mi tradì. Dinanzi a Dio sono libero d’un legame
ch’ella stessa ha distrutto. Molti e molti regni separeranno lei e me
d’ora innanzi: l’immenso oceano starà frapposto tra noi: ed i flutti
che ne’ loro abissi inghiottirono intere flotte, rimarranno i soli
depositari di questo infausto segreto.»
Con sì fatti ragionamenti procurava il Leicester di calmare la propria
coscienza. Di fatto egli avea ritrattati gli ordini atroci d’una
vendetta, che bramò troppo nel primo impeto dello sdegno. E quanto
alle mire ambiziose, erano queste divenute per tal modo inseparabili
dai suoi atti e dai suoi disegni, che non era più nemmeno in facoltà
di lui il risolversi d’abbandonarle. Quella sola vendetta cui divisava
limitarsi, prese a’ suoi occhi un color di giustizia, e perfino di
moderazione e di generosità.
In tale stato trovavasi l’animo dell’uomo ambizioso, e che veramente
si credea provocato, allorchè entrò nel magnifico ricinto del _luogo
di delizia_, che la luna adorna del massimo suo splendore chiariva.
I raggi ne venivano ripercossi da tutti i marmi bianchicci ond’erano
costrutti i cancelli e gli altri ornamenti architettonici di quel
delizioso sito. Non una leggiera nuvoletta ingombrava l’azzurrina volta
de’ cieli; laonde la prospettiva che stavasi innanzi potea vedersi in
quella guisa, come se il sole avesse abbandonato allor l’orizzonte.
Le numerose statue di bianco marmo al chiarore di quella pallida luce
sembravano altrettanti spettri, che avvolti in bianchi drappi uscissero
delle lor tombe. Le fontane che in brillanti zampilli descrivevano la
loro curva nell’aere, ricadeano indi nei propri bacini in forma di
pioggia che inargentavano i raggi della luna. Calda oltremodo era stata
quella giornata; spirava lungo il terrazzo un dolce orezzo notturno,
leggiero al pari d’aura agitata dal ventaglio d’avvenente donzella.
Gli usignuoli avevano costrutti numerosi nidi nel contiguo giardino,
e questi armoniosi cantori delle notti estive cercavan compenso del
silenzio serbato per tutto il giorno nell’intonare deliziosi concerti,
i cui accordi, or vivaci e giulivi, or patetici, corrispondevano, detto
sarebbesi, all’estasi prodotta in essi dal cheto e soave spettacolo di
que’ giardini allegrati dalla lor melodia.
Ma il Leicester pensava a tutt’altro che al mormorio dell’acque, al
chiaror della luna, o ai canti degli usignuoli, e dignitoso e a passi
lenti trascorrea quel terrazzo da un’estremità all’altra, avvolto nel
suo mantello, e tenendo sotto il braccio la spada, nè gli veniva fatto
di veder cos’alcuna che a figura umana si assomigliasse.
«Fui scherno, diceva egli, della mia stessa generosità, lasciai
sfuggirmi quello scellerato, e forse a quest’ora egli ha fatta libera
la sua adultera amante, che sì debolmente è scortata.»
Tali ne erano i sospetti, che tantosto si dileguarono, allor quando
s’accorse di un uomo che dopo avere attraversato il portico, veniva a
lui lentamente, ed oscurava colla propria ombra gli obbietti innanzi ai
quali avvicinandosi trascorrea.
«Ferirò io, prima che il suono di questa odievole voce mi giunga
all’orecchio? (pensò il Leicester nell’atto di mettere la mano
all’impugnatura della sua spada). Ma no: voglio sapere a che tendano
i suoi vili divisamenti: voglio conoscere, comunque orribile ne sia
l’esame, tutti i raggruppamenti, gli avvolgimenti di questo rettile
impuro, innanzi ch’io adoperi la forza mia a stritolarlo.»
Abbandonata colla mano l’elsa della spada, mosse lentamente ver
Tressiliano, cercando di raccogliere attorno al suo animo quella calma
di cui sentivasi capace.
Tressiliano il salutò con molto riguardo, alla quale salutazione
corrispose il Conte chinando disdegnosamente il capo, e dicendogli:
«Voi volevate parlarmi in segreto, o Signore! Eccomi a voi. Sto
ascoltandovi.»
«Milord, quanto debbo comunicarvi mi sta sì a cuore, e bramo tanto
di avere in voi un ascoltatore paziente, e persin favorevole, che
incomincerò prima dal giustificarmi sopra tutte quelle circostanze che
potessero avere impressionato sinistramente intorno a me l’animo della
Signoria vostra. Voi mi credete vostro nemico?»
«Non pare ch’io ne abbia qualche motivo?» Rispose il Conte, in veggendo
che Tressiliano aspettava una risposta.
«Voi siete ingiusto, o Milord. Io mi protesto amico del conte di
Sussex, che i cortigiani nomano vostro rivale; ma non ne sono o la
creatura o il partigiano, nè aspettai questo momento ad accorgermi che
le Corti e i loro maneggi non si confanno nè colla mia indole, nè colle
mie idee.»
«Certamente! rispose il Leicester. Avvi cure più degne d’un dotto
che gode tanta fama quanto il sig. Tressiliano; ma l’amore ha i suoi
maneggi, non meno che l’ambizione.»
«M’accorgo, Milord, che voi date troppo peso all’antico affetto ch’io
nudrii per l’infelice persona di cui debbo or favellare, e immaginate
forse ch’io ne abbia assunta la causa, mosso piuttosto da uno spirito
di rivalità, che da un sentimento di giustizia.»
«Quali che siano le mie idee a tal proposito, procedete innanzi nel
vostro discorso, o Signore. Fin qui non m’avete parlato che di voi
medesimo; gli è un argomento per certo grave ed importantissimo; ma
che non mi riguarda personalmente in un modo sì rilevante da farmi
abbandonare il riposo per venire ad intertenermene. Risparmiate di
farmi udire più lunghe frasi, o Signore, e dite quel che vi rimane a
dire, se pur è vero che abbiate da parlarmi di cose che si riferiscano
a me. Terminato che sia il vostro discorso, io pure a mia volta ho
altre cose da comunicarvi.»
«Quando ciò sia, entro senza preamboli in argomento, o Milord, e
poichè trattasi di tal materia che va strettamente congiunta all’onore
della Signoria vostra, son certo che non riguarderete come perduto
il tempo trascorso in udirmi. Debbo domandar conto alla Signoria
vostra dell’infelice Amy Robsart, la cui storia non vi è che troppo
conosciuta. Rimprovero acerbamente me stesso di non aver preso questa
via sulle prime, e di non avervi sulle prime fatto giudice tra me,
e lo scellerato che l’oltraggiò. Milord, ell’è giunta a sottrarsi
all’illegale cattività di Cumnor: la vita di lei era in pericolo:
ella ha sperato che le sue rimostranze produrrebbero qualche effetto
sopra l’animo d’un indegno marito: ella mi strappò la promessa di non
mettermi nell’arringo di suo difensore, fintantochè ella stessa non
avesse esperimentato ogni sforzo per far riconoscere da costui i propri
diritti.»
«Signore, dimenticate voi di qual persona parlate?»
«Parlo del suo indegno sposo, e il rispetto che ho per voi non sa
trovare linguaggio più mite onde additarlo. La persona infelice per
cui m’adopero viene sottratta a’ miei sguardi, e la tengono celata
in qualche angolo recondito di questo castello, se all’ora in cui
parlo non trovasi già rinchiusa in un di que’ nascondigli, opportuni
ai malvagi per mandare a fine scellerati disegni. A questi disegni
è d’uopo finalmente troncare il corso. Parlo con tanto coraggio,
invigorito dall’autorità, che lo stesso padre della giovane in me
trasmise. Questo fatal maritaggio vuol essere pubblicato e provato
alla presenza della Regina. Amy dee finalmente essere liberata dalla
sua schiavitù, e posta in grado di fare quanto vorrà di se stessa.
Permettetemi d’aggiugnere, non trovarsi persona, il cui onore esiga
tanto imperiosamente che si faccia diritto a tale inchiesta, quanto
nella presente circostanza la Signoria vostra lo è.»
Rimase attonito, e quasi fatto di pietra, il Conte in udir l’uomo,
da cui si credea oltraggiato nella più crudel guisa, difendere colla
fermezza di chi non ha nulla da rimproverarsi la causa della sua
colpevole amante (che tale Dudley la credea) quasi che ella fosse
innocentissima fra tutte le donne, ed egli, Tressiliano, un imparziale
proteggitore. Nè certo a scemare tale sorpresa contribuiva il fervore
posto dal gentiluomo di Cornovaglia nel chiedere per Amy quel grado e
quegli onori, che in senso di Leicester cotesta donna aveva inviliti,
e che, siccome più apparivano le cose, ella avrebbe poscia divisi
col suo inverecondo campione. Laonde trascorse più d’un minuto dopo
l’arringa di Tressiliano, innanzi che il Conte si riavesse dal proprio
stordimento; e per chi consideri in qual persuasione trovavasi l’animo
del secondo, allorchè si condusse in questo ricinto, non parrà strano,
se finalmente cedè ai moti dell’ira, fattosi cieco a qualunque altro
riguardo.
«Vi ho ascoltato senza interrompervi, sig. Tressiliano, e ringrazio
Dio, poichè ha fino a questo giorno risparmiato alle mie orecchie il
disgusto di udir gli accenti d’un uomo malvagio quanto sfrontato. La
frusta di un carnefice sarebbe strumento più convenevole a punirti che
non la spada d’un cavaliere. Nondimeno mettiti in parata, o scellerato;
difenditi.»
Dicendo le quali ultime cose, lasciò cadersi il mantello, e colla
spada guernita ancora di fodero percosse fortemente Tressiliano, indi
tantosto la sguainò, fattosi primo ad assalirlo. Già i detti ingiuriosi
che Tressiliano sapeva di non meritare, aveano prodotto in questo un
istantaneo stupore, non dissimile a quello onde rimase attonito il
Conte allorchè ascoltò i primi accenti dell’altro. Ma non appena alle
ingiurie tenne dietro sì fatto oltraggio, che escludeva ogn’altra
idea fuorchè quella del venire all’armi, la sorpresa diede luogo
al risentimento il più vivo nell’animo di Tressiliano, che sguainò
parimente la spada, e comunque men destro in valersene che nol fosse
il Conte, trovò nullameno vigor bastante per sostenere da valoroso il
cimento, tanto più che la mente del Cornovagliese era più tranquilla
assai di quella del Leicester, la cui condotta l’altro non poteva
attribuire che a vera frenesia, o alla forza di qualche inesplicabile
illusione.
Si durava da più minuti combattendo senza che alcuno de’ due rivali
avesse ricevuto ferite, allorchè d’improvviso si udì suono di voci e di
passi affrettati sotto il portico, che mettea nel terrazzo.
«Noi siamo interrotti, disse al suo antagonista il Leicester,
seguitemi.»
Nel medesimo tempo si fece ascoltare tal voce: «Sì, in fede mia! costui
ha ragione: sono persone che si battono.»
Allora il Leicester condusse Tressiliano ad un frascato posto dietro
ad una fontana, che fu loro di nascondiglio. Intanto che sei _Yeomen_
della guardia reale trascorreano il viale maestro del _luogo di
delizia_, si fece udire uno di que’ soldati che diceva all’altro:
«Non ci verrà mai fatto per questa notte trovarli in mezzo a queste
fontane e a queste grotte, veri covi di scoiattoli e di conigli.
Laonde, se non gl’incontriamo prima d’essere in fondo, torneremo
addietro, e basterà mettere una sentinella all’ingresso del sito
per assicurarci quando sarà giorno che i nostri schermidori non ci
scappino.»
«Bella impresa veramente! diceva un altro, sguainare la spada in tanta
vicinanza alla dimora della Regina, e può dirsi anche nel suo palagio
medesimo. Saranno, non v’ha dubbio, due smargiassi presi dal vino. Mi
spiacerebbe quasi se li raggiugnessimo; perchè la loro colpa, non è
vero? è punita col taglio della mano destra. Sarebbe a dirla, un brutto
caso il perderla per aver toccata una lama, che appunto vuol essere
tenuta con quella mano.»
«Eh! se si parla di smargiassi e di accattabrighe tu non ti stai
addietro, mio caro amico, un altro di que’ soldati gli soggiugnea. Ma
bada al fatto tuo, perchè la legge è al giusto qual la citasti.»
«Sì, replicò il primo, volendo interpretarla a tutto rigore. Questo
palagio per altro non appartiene alla Regina, ma a milord Leicester.»
«Se non hanno altra circostanza che li favorisca, disse allora il
secondo, non la vedo tanto bella per essi, perchè se la graziosissima
nostra sovrana è regina, come lo è, grazie a Dio, milord Leicester non
è lontano dall’esser re.»
«Taci, bestia, entrò di mezzo un terzo. Chi t’assicura che qualcheduno
non sia qui ad ascoltarci?»
Così proseguirono la loro corsa, facendo una specie d’indagine assai
negligente, e molto più intesi, giusta quanto pareva, a continuare la
loro conversazione, che a discoprire que’ notturni perturbatori.
Allorchè Leicester s’accorse che i soldati avevano oltrepassato il
terrazzo, diede cenno a Tressiliano di seguirlo, e prendendo dirittura
opposta a quella cui si erano avviate le guardie, fece coll’avversario
tutto il portico, senza che alcuno s’accorgesse di loro. Indi il Conte
accompagnò lo stesso Tressiliano alla torre di _Merwyn_, ove questi
avea tornato a prendere alloggiamento, e gli disse prima di separarsi
da lui:
«Se è coraggio in te bastante per terminare il combattimento interrotto
in tal guisa, tienti domani poco discosto da me, allorchè la Corte
uscirà. Troveremo istante opportuno, e da me ne avrai il segnale.»
«Milord, rispose Tressiliano, in tutt’altra occasione, avrei potuto
chiedervi il motivo dello strano furore che vi accieca contra la mia
persona; ma l’insulto che mi faceste vuol esser cancellato solo col
sangue, e foste voi giunto pur anche al sublime grado, cui aspira la
vostra ambizione, il mio onore oltraggiato debbe avere la sua vendetta.»
In guisa tal si divisero; ma le avventure di quella notte non erano
terminate ancora per Leicester. Costretto a passare per la torre
di _St-Lowe_ onde giugnere al corritoio segreto che guidava al suo
appartamento, si scontrò nel lord Hunsdon, che tenea sguainata sotto il
braccio la spada.
«Anche voi, milord Leicester, sì prese a dire il vecchio Capitano,
foste svegliato da questo _chi va là_? Ma va benissimo dalla parte di
tutti i diavoli! Qui in questo vostro castello la notte non è meno
romorosa del giorno. Non sono due ore che mi destarono le urla di
quella povera pazza, di quella lady Varney, che suo marito conducea via
a viva forza. E vi giuro bene che vi ha voluto tutta la forza degli
ordini dati da voi e di quelli che prima ebbi dalla Regina perchè io
non mi mettessi in mezzo di questo negozio, e perchè io non la finissi
spaccando le tempia a quel vostro favorito Varney. Adesso poi liti e
duelli nel luogo... luogo... Come chiamate voi quel terrazzo lastricato
ove metteste tutte le vostre carabattole?»
La prima parte di tale discorso fu un colpo d’acuto stile al Leicester,
che si limitò a rispondere all’altro aver egli pure udito lo
scricchiolar delle spade, ed essere disceso per fare stare a dovere i
temerari che osarono battersi in tanta vicinanza della Regina.
«Quand’è così, disse Hunsdon, spero bene che la Signoria vostra vorrà
accompagnarmi.»
Il Leicester pertanto si trovò nella necessità di tornare addietro
fino al _luogo di delizia_ insieme al vecchio parente della Regina;
il quale giunto sul luogo udì narrarsi dagli uomini di guardia (erano
questi sotto l’immediato comando di Hunsdon) come fosse stata inutile
ogni ricerca intesa a scoprire gli autori dello scompiglio; ond’egli
in guiderdone della fatiga che aveano fatta indarno, li presentò d’una
dozzina delle sue solite imprecazioni, trattandoli come gente pigra e
da nulla.
Ed anche il Leicester trovò ben fatto di mostrarsi corrucciato per lo
stesso motivo; ma finalmente pervenne a capacitare il lord Hunsdon, che
tutto questo soqquadro non poteva in sostanza aver origine se non se
dalla sconsigliatezza di due giovinastri che aveano forse bevuto al di
là, e assai castigati dalla paura d’esser presi da chi gl’inseguiva.
Il lord Hunsdon, che non era poi egli stesso fra gli ultimi devoti al
dio Bacco, convenne che il vino scusava in parte molte delle pazzie che
ne derivavano. «Però, soggiunse, se la Signoria vostra non mette un po’
meno di liberalità nella regola della sua casa, e soprattutto qualche
maggiore economia nella distribuzione del vino, dell’_ala_ e de’
liquori, vedo che non potrò esentarmi dal far alloggiare in prigione
qualcuno di questi garbati giovanotti e dal regalarli di non so quanti
colpi di frusta. Con questo le auguro la felicissima notte.»
Si trovavano allora appunto a quell’ingresso della torre di _St-Lowe_
ove s’incontrarono la prima volta, e contento il Leicester di potersi
spacciare d’un tale compagno gli augurò del pari la buona notte,
e recatosi in dirittura al corritoio segreto, riprese la lucerna,
lasciatavi dianzi, e che vicina a spegnersi durò quanto bastava a
rischiarargli di pallido lume il cammino sintantochè fosse al suo
appartamento.
CAPITOLO IX.
«State su, state su, se preziosa
»Vita pur v’è; non mi venite addosso.
»Vel canto in versi, e non vel dico in prosa.
»A manca e a dritta i calci a più non posso
»Mena la bestia mia; chè baldanzosa
»La rende nobiltà fitta nell’osso;
»Nobiltà, che suo padre ebbe ai tornei,
»Ch’alla figlia d’Enrico offria Dudlei.»
_Mascherata de’ barbagianni_ — Ben Jonson.
Il passatempo che stavasi apparecchiando pel successivo giorno
ad Elisabetta ed alla sua Corte era una battaglia fra i Danesi
e gl’Inglesi, la quale doveva essere rappresentata dai fedeli e
coraggiosi abitanti di Coventry, giusta una costumanza da lungo tempo
mantenutasi in quell’antico borgo, e guarentita autentica dalle vecchie
loro croniche.
I cittadini divisi in due bande, Sassoni, e Danesi, recitavano in
versi sufficientemente aspri, accompagnati da botte ancor più aspre
che costoro si menavano, le contese delle due prodi nazioni, e il
valor magnanimo delle amazzoni Inglesi, che ebbero la più gran parte
nella generale strage dei Danesi, accaduta nel secondo martedì dopo
pasqua, dell’anno di grazia 1012. Tale lotta che fu lungo tempo il
favorito sollazzo degli abitanti di Coventry, era stata a quanto
sembra proibita dal rigorismo d’alcuni ministri d’un’austera setta,
i quali aveano acquistata grande prevalenza sopra la Magistratura.
Perciò que’ borghesi indirissero istanze alla Regina, affinchè venisse
loro restituito questo patrio divertimento, ed anzi per ottenere la
permissione di offerirne lo spettacolo a sua Maestà. Allor quando
tale argomento si discusse nel consiglio privato, solito per la
maggiore celerità degli affari a seguire ovunque portavasi la Regina,
l’inchiesta del popolo di Coventry, benchè disapprovata da alcuni
membri più severi di quell’assemblea, incontrò grazia al cospetto di
Elisabetta. Ella trovò che passatempi di tal natura intertenevano
innocentemente molte persone, che prive d’essi avrebbero impiegato
in più perniciosi giuochi il proprio tempo, e che i loro predicatori
comunque commendabili per dottrina e pei santi fini che gli animavano,
mostravansi di soverchio acerbi nel negare i modi di ricrearsi al lor
gregge.
Avutasi pertanto causa vinta dagli abitanti di Coventry, dopo un
banchetto, che mastro Laneham chiama _colezione d’ambrosia_, i
principali personaggi della Corte, seguendo sua Maestà, si trasferirono
in folla alla torre _della Galleria_ per vedere avvicinarsi le due
truppe nemiche, Inglese e Danese.
Ad un dato segno si schiuse per riceverli lo steccato del parco; ed
entrarono tutti insieme i fantaccini ed i cavalieri, perchè i più
ambiziosi fra i borghesi ed i coltivatori si erano addossate bizzarre
vesti che in tal qual modo imitavano quelle dei cavalieri, e così
intendevansi rappresentare il corpo nobile delle due nazioni. Ciò
nullameno onde evitare ogni sinistro, non fu permesso ai medesimi il
montare veri cavalli; costretti quindi a valersi di quei corridori
di legno, onde ebbe in altri tempi il suo vezzo principale la danza
moresca, e che vediamo anche ai dì nostri sul teatro nella grande
battaglia, con cui viene terminata la tragedia del sig. Bayes. Nè
d’arnesi men singolari, che la cavalleria, pompeggiava l’infanteria;
la quale comparsa potea riguardarsi quasi una parodia di quegli
spettacoli più splendidi, ne’ quali i nobili avendo parte, imitavano
colla possibile fedeltà i personaggi rappresentati. Nè la festa di
cui parliamo era soltanto parodia a motivo dei cavalli di legno, e
delle combinazioni bizzarre e ridicole di vesti, che quegli attori
d’una classe inferiore sfoggiavano non ne sapendo di più, e che noi ci
asterremo dal descrivere per non interrompere il corso della nostra
storia; ma ad accrescere materia di riso aggiugneasi la qualità delle
lor armi, che sebbene capaci di portare vigorosi colpi, non erano che
lunghe pertiche in vece di lancie, ed i bastoni teneano luogo di spade.
Le armi da difesa poi così per la fanteria come per la cavalleria erano
caschetti e scudi di fitto cuoio.
Il capitano Coxe (quel celebre buffone di Coventry, autore d’una
biblioteca di ballate, d’almanacchi, e di storielle, che legate in
carta pecora, ed annodate con uno spago, vengono anche oggidì cercate
avidamente dagli antiquari) era egli stesso l’ingegnoso ordinator della
festa. Avanzavasi gagliardamente sul suo cavallo conducendo le bande
Inglesi. «Feroce all’aspetto, dice il Laneham, brandiva la sua lunga
sciabola, qual si conveniva ad uno sperimentato guerriero, che avea
portato l’armi all’assedio di Bologna sotto il padre della Regina, il
re Enrico.» Questo Generale pertanto fu il primo a far carriera; e
passò vicino alla galleria, seguito da’ suoi compagni. Poi abbassando
rispettosamente innanzi alla Regina l’impugnatura della spada fece tale
corbetta, che non mai cavalli di legno a due gambe ne avevano fatta una
simile.
Indi continuando in suo cammino con tutta la schiera de’ fantaccini
e de’ cavalieri, li schierò abilmente in ordine di battaglia
all’estremità del ponte, aspettando che i suoi antagonisti fossero
preparati all’assalto.
Nè gli fu d’uopo indugiar lungo tempo; perchè i Danesi, così infanteria
come cavalleria, non inferiori nè di numero nè di coraggio agl’Inglesi,
arrivarono quasi nell’istante medesimo; e preceduti dal suono della
cornamusa del Nort, strumento della nazione, ubbidivano ai comandi
d’un abile condottiero, il quale nella perizia della guerra non la
cedeva che al capitano Coxe, se però non eragli eguale. I Danesi,
siccome assalitori, si collocarono sotto la torre _della Galleria_,
posta rimpetto a quella _di Mortimero_, e prese che ebbero tutte le
necessarie cautele fu dato il segno della battaglia.
Molta moderazione dimostrarono i combattenti nel primo scontro; perchè
ciascuna delle due parti temeva essere respinta sino al lago. Ma col
giugnere de’ rinforzi la scaramuccia si trasformò in combattimento
accanito. Gli uni si lanciaron su gli altri, che sembravano, come si
esprime il donzello della camera del Consiglio, _montoni ardenti di
gelosia_; e gli urti scambievoli erano tanto furiosi, che a coppie
stramazzavano al suolo, e faceano strano fracasso quelle sciabole di
legno che si scontravano negli elmi; ed accadde per reiterate riprese
ciò che i campioni più esperimentati delle due bande temevano: i
cancelli laterali, fors’anche ad arte mal rinfrancati, cedettero
alla forza di quelle spinte, di modo che il coraggio della maggior
parte illanguidì. E tale accidente sarebbe divenuto più serio di
quanto volevasi in una lotta fatta per divertire, poichè parecchi di
que’ campioni non sapevano nuotare, e quelli ancor che lo sapevano
si trovarono impacciati dalle loro infrante armature di legno e di
cartone. Ma ogni cosa erasi preveduta, onde stavano pronti molti
battelli per raccogliere i guerrieri che soggiacessero a tale disastro,
e per isbarcarli sulla terra ferma. Ivi tutti molli e sconfortati
cercavano l’obblio dell’avuta sconfitta nella copia d’_ala_ calda, e
di spiritosi liquori che vennero ad essi somministrati colla massima
liberalità; e tal ne era l’effetto, che non mostravano più alcuna
vaghezza di rimettersi in quel pericoloso certame.
Il solo capitano Coxe, balzato due volte dal ponte nel lago egli ed
il suo cavallo di legno, e giudicandosi nondimeno capace d’affrontar
quanti pericoli siensi giammai offerti agli eroi favoriti dell’antica
cavalleria, agli Amadigi, ai Beliani, ai Bevi, e a Guido di Warwick,
il cui personaggio egli rappresentava, il solo capitano Coxe, lo
ripetiamo, dopo due disgrazie di tal fatta si lanciò in mezzo al più
folto della mischia, colle vesti e colla gualdrappa del cavallo tutte
imbevute d’acqua, e giunse per due volte a ridestare colla voce e
coll’esempio il coraggio degl’Inglesi, che pareva inchinasse; tal
che finalmente la vittoria loro sopra i Danesi divenne, siccom’era
convenevole e giusto, compiuta e decisiva. Meritevole quindi che un
mezzo secolo dopo la facesse immortale la penna di Ben Jonson, il quale
giudicò non potere un ballo immascherato aprirsi degnamente da verun
altro fuorchè dall’ombra del capitano Coxe, montato sul formidabile suo
corridore di legno.
Questi passatempi campestri, e per vero dire grossolani anzichè no, mal
parranno forse accordarsi coll’idea che il leggitore dovea concepire e
d’una ricreazione preparatasi per Elisabetta, per quella Principessa,
che nel durar del suo regno fece fiorire in guisa tanto brillante
le lettere, e d’uno spettacolo rappresentato dinanzi una Corte, cui
presedea la donna la più reputata così per l’osservanza in ch’ebbe mai
sempre ogni sorte di convenevolezze, come per saggezza e spirito, e per
gusto finissimo e dilicato.
Ma fosse politica in essa il prendere parte a que’ diletti popolari, o
vogliasi dire che Enrico VIII avesse trasfuso alcuno de’ propri gusti
nella sua prole, gli è certo ch’ella rise di tutto cuore sul modo onde
la popolazione di Coventry dipinse, o piuttosto mise in parodia le
consuetudini cavalleresche. Ma finalmente vogliosa di una ricreazione
più conforme al suo genio che questi spettacoli burleschi nol fossero,
chiamò a se vicini il lord Hunsdon, e il conte di Sussex col quale
aperse un intertenimento sopra cose a lei più gradevoli, nel che ebbe
parimente, a quanto parve, lo scopo di compensare questo uomo illustre
del disgusto forse arrecatogli dalle lunghe udienze particolari, onde
in quell’intervallo si vide onorato il Leicester. La compiacenza che la
Sovrana dava a divedere nel ridere e scherzare co’ suoi generali, fornì
al Favorito l’occasione ch’ei stava aspettando di ritrarsi dal regale
cospetto. E così bene egli colse l’istante, onde il suo allontanarsi
fu attribuito dai cortigiani a cortesia, che gli persuadesse lasciar
libero al rivale il campo di avvicinarsi ad Elisabetta, anzichè
profittare del vantaggio che la sua qualità di signor del castello
offerivagli a poter sempre mettersi di mezzo siccome barriera fra i
propri emuli e la Regina.
Ma il Leicester pensava in allora a tutt’altra cosa fuorchè al
dimostrarsi così generoso rivale; nè appena vide la Regina in colloquio
col Sussex e col lord Hunsdon, dietro ai quali stavasi sir Nicolò
Blount, spalancando da un orecchio all’altro la bocca ad ogni parola
che udiva pronunziare, il Leicester fece un cenno a Tressiliano, che
in tutto quel tempo non avea mai partiti gli occhi da quanto il Conte
facea.
Il Leicester pertanto s’innoltrò dalla banda del parco, rompendo
le ondate degli spettatori, che si beavano ammirando il battagliar
degl’Inglesi contra i Danesi. Poi quando, non senza avere superata
qualche difficoltà si vide fuori di quella calca, volse il capo per
verificare se Tressiliano se n’era spacciato al pari di lui, ed
accorgendosi che questi lo seguia da vicino, s’avviò ad un piccolo
boschetto, ove gli aspettava un servo con due cavalli forniti di
sella. Asceso sopra uno di essi additò per cenni a Tressiliano di fare
altrettanto sull’altro. Il Cornovagliese lo secondò senza profferire un
solo accento.
Il Leicester punse i fianchi del suo corridore, e galoppò senza posa
fino ad uno spartato luogo, cinto di spessissime quercie, lontano un
miglio dal castello, e situato in parte contraria affatto a quella ove
la curiosità attraeva la piena degli spettatori. Allora discese, e
legato il suo cavallo ad un albero, altro non disse che queste parole:
«Qui non corriamo rischio di venire interrotti»; indi posto il mantello
suo sulla sella, sguainò la spada.
Fece egual cosa Tressiliano, che solamente non potè ristarsi dal
dire: «Milord, chiunque mi conosce sa ch’io non pavento la morte ogni
qualvolta sia compromesso il mio onore. Credo potere senza avvilirmi
domandare in nome di quanto è più sacro giusta le leggi dello stesso
onore, per qual motivo la Signoria vostra si è tratta a farmi un
oltraggio siccome quello che ora mette l’uno a fronte dell’altro, nello
stato in cui ci troviamo.»
«Se voi non amate aver tali prove del mio disprezzo, mettetevi tosto in
difesa, o temete ch’io rinnovelli il trattamento onde vi querelate.»
«Non ne farà d’uopo. Dio sia giudice fra di noi, e ricada sul vostro
capo il sangue vostro, se voi succumbete!»
Terminate queste parole si avvicinarono, e diedero principio
all’assalto.
Il Leicester che sapea profondamente l’arte della scherma, imparò nella
scorsa notte a ben conoscere la forza di Tressiliano ed a sentire la
necessità d’usare molta cautela, e di assicurarsi la vendetta col
non volerla troppo affrettata. Continuò molti minuti la pugna, e la
maestria e la fortuna eguali erano d’entrambe le parti, allor quando
Tressiliano avventurando con eccessivo impeto una botta al Leicester,
questi riuscito a pararla pose l’avversario in mal punto; tanto che
potè disarmarlo, e riversarlo sul suolo. Sorrise ferocemente il Conte
in vedere la punta della propria spada non lontana più di due pollici
dal collo dell’inimico. Postogli un piede sul petto, gli comandò
confessasse le infami colpe, onde si era fatto reo verso di lui, indi
si preparasse alla morte.
«Non ho colpe, nè infamie da rimproverarmi nella condotta che tenni
verso di te, Tressiliano rispose. Meglio di te son preparato a morire.
Usa, come ti piace del riportato vantaggio, e possa Iddio perdonarti!
Io non ti diedi nessun motivo di perseguitarmi coll’odio tuo.»
«Nessun motivo! sclamò il Conte, nessun motivo! Ma perchè parlar io con
un ente sì vile? Muori, siccome vivesti.»
E già rialzato avea il braccio, risoluto a portargli l’estremo colpo,
quando sentì arrestarselo da alcuno che gli stava dietro alle spalle.
Furibondo ei si volse per isciogliersi da tale ostacolo non mai
preveduto, e vide colla massima delle sorprese che chi gli tenea il
braccio era un fanciullo d’aspetto il più straordinario; e lo tenea sì
vigorosamente, che gli sforzi operati dal Conte a fine di spacciarsene
diedero tempo a Tressiliano di rialzarsi e di riprendere la sua spada.
Il Leicester gli si avventò lanciando sovr’esso guardi inveleniti
siccome prima, e con più furore sarebbe rincominciata la pugna, se il
fanciullo gettatosi a’ piedi del Conte, non lo avesse con voce stridula
ed acutissima supplicato ad ascoltarlo un istante.
«Levati e lasciami, disse Leicester, o pel giusto Iddio!... proverai
quel che la mia spada si valga. Qual interesse è in te di togliermi la
mia vendetta?»
«Un interesse potentissimo, rispose senza intimidire il fanciullo,
perchè la mia sola pazzia è cagione di questa sanguinosa contesa, e
lo sarà fors’anche di mali assai più terribili. Oh! se voi volete
goder la gioia d’una pura coscienza, oh! se voi sperate dormire
i vostri sonni liberi dal tormento crudelissimo de’ rimorsi, oh!
trascorrete, trascorrete questa lettera solamente, poi farete quel che
vi aggrada.» E questi detti movea con tale istanza, cui i lineamenti
del volto e la singolarità della voce prestavano non so qual vezzo
fantastico, e nel tempo medesimo faceva vedere al Conte una lettera
annodata da lunga treccia di capelli. Comunque cieco di rabbia nel
vedersi sfuggir dalle mani in guisa tanto strana la sua vendetta,
non seppe il Conte resistere a questo supplicante d’un genere sì
straordinario. Gli strappò dalle mani la lettera, impallidì nello
scorgerne la soprascritta, slegò con tremebonda destra il nodo che la
chiudea, e portatine gli occhi sul contenuto, vacillò e sarebbe caduto
all’indietro, se nol reggea il tronco di un albero. Rimase un istante
in quella positura, cogli occhi fisi sulla lettera, e colla punta della
spada rivolta al suolo, sicchè non parea più pensasse di modo alcuno
alla presenza d’un nemico ch’egli avea sì spietatamente aizzato, e
venuto in tutto il destro di assalirlo con vantaggio a sua volta. Ma
troppo nobile era l’anima di Tressiliano per pensare ad una sì fatta
vendetta. Egli stavasi non men del Conte immobile per la sorpresa,
tenendosi però ognor pronto a schermirsi, se fosse stato d’uopo, contro
qualunque subitaneo assalto d’un inimico ch’ei sospettava sempre più
essere vittima soltanto d’una inconcepibile frenesia. Gli parve per
vero dire ravvisar nel fanciullo quel ragazzo che avea fatto seco a
correre intorno all’antro del maniscalco, perchè tal era la figura di
Dick, che non la dimenticava sì di leggieri chi l’avea vista una volta.
«Ma come giunto qui in tal momento? considerava fra se medesimo; perchè
interporsi con tanto fervore nella nostra contesa? e quel che più mi
sorprende, perchè il costui frammettersi ha potuto tanto sull’animo di
Leicester?»
Ma tal si era quella lettera da produrre effetti ben ancora più
maravigliosi; e fu quella stessa che l’infelice Amy aveva scritta al
suo sposo onde rendergli noti i motivi che la costrinsero a fuggire da
Cumnor, e i modi dell’eseguito divisamento. In essa instruivalo come
si fosse rifuggita a Kenilworth, soltanto per implorare la protezione
del marito; in essa spiegava circostanze da cui appariva il perchè si
fosse trovata nella stanza di Tressiliano; in essa pregava il Conte a
procurarle senza indugio un ricovero più convenevole che la torre _di
Merwyn_ non le offeriva. Terminavasi questa lettera colle proteste le
più solenni d’un inviolabile affetto, e di una sommessione sott’ogni
riguardo assoluta alle volontà dello sposo, e principalmente per quanto
si riferiva al tenore di vita ignorata ch’egli da lei pretendeva, e di
cui si chiamava contenta purchè non fosse oltre affidata alla custodia
di Varney.
Percorso ch’ebbe l’intero foglio il Leicester, gli cadde queste di
mano. «Prendete, diss’egli, la mia spada, o Tressiliano, e trapassatemi
il cuore, com’io volea pochi momenti dianzi trafiggere il vostro.»
«Milord, rispose Tressiliano, voi mi faceste una grande ingiustizia,
ma un segreto presentimento ripeteva al mio animo, che questa doveva
essere la conseguenza di qualche inesplicabile errore.»
«Fatale errore! (Soggiunse il Leicester nell’atto stesso in cui
rimetteva la lettera a Tressiliano). Mi si è fatto credere scellerato
un uomo d’onore, e un servo infido e dissoluto vestì a’ miei occhi il
carattere del migliore fra gli uomini! Oh tristo d’un fanciullo! perchè
mi giugne questa lettera solo adesso? A che indugiò, ove trovasi lo
sciagurato che doveva recarmela?»
«Non ardisco dirvelo, Milord (rispose il fanciullo, e facea nel tempo
stesso le sue consuete prove di allontanarsi e di mettersi fuori del
pericolo d’essere raggiunto). Ma ecco il messo.»
Arrivò in quel punto stesso Wayland; che interrogato dal Leicester,
gli narrò tutte le particolarità della fuga presa insieme con Amy;
gli orribili espedienti dei malvagi che rendettero necessaria tal
fuga, e il desiderio ch’ella avea di mettersi sotto la protezione del
marito. Ed in prova di quanto asseriva, citò la testimonianza de’
servi del castello, i quali, soggiugneva egli, non poteano del certo
aver dimenticate le premurose istanze ch’ella fece appena giuntavi
ond’essere condotta al conte di Leicester.
«Ah scellerati! sclamò il Conte. Ma di tutti più infame, più scellerato
Varney! E Amy or che parliamo è in poter di costui!»
«Ma _costui_, disse tosto Tressiliano, spero non avrà ricevuti comandi
che le possano tornare funesti.»
«No, no, rispose precipitosamente il Leicester; dissi alcune cose nel
primo impeto di furore, ma quest’ordine è compiutamente ritrattato, un
corriere è partito in tutta fretta. Ora ella si trova.... ella deve
trovarsi in piena sicurezza.»
«Sì disse Tressiliano, ella _deve_ trovarsi in piena sicurezza, ed io
_devo_ esserne certo. I miei dispareri particolari con voi sono finiti,
o Milord; ma ne restano altri su cui debbo chiedere conto al seduttore
di Amy Robsart, a quel seduttore che di Varney si fece manto onde
coprire le proprie colpe.»
«Il _seduttore_ d’Amy! replicò in terribile tuono Leicester. Dite il
suo sposo, il suo sposo ingannato, accecato, il suo indegno sposo. Ella
è di fatto la contessa di Leicester, quanto è vero ch’io sono armato
cavaliere. Non avvi genere di giustizia ch’io non sia pronto a renderle
di mio buon grado. Non ho d’uopo dirvi che se avvisaste essere in voi
gli espedienti per costringermi a ciò, non li temo.»
Tanta era la generosità di Tressiliano, che gl’impedì di arrestarsi
sulle personali considerazioni, cui dava luogo quest’ultima parte della
risposta del Conte, e tutte le sue idee si raccolsero immantinente
a meditare sulla sorte d’Amy Robsart. Non aveva egli una illimitata
fiducia nelle risoluzioni, che temea volubili, del Leicester, e per
altra parte ne scorgea l’animo troppo fieramente agitato per potere
assicurarsi che la fredda ragione lo avrebbe sola condotto. Per ultimo
non credeva Amy fuor di pericolo finchè la sapea fra le mani delle
perfide creature del Conte.
«Milord, diss’egli colla massima calma, non ho mente d’offendervi, ed
ora sono lontano più che mai dal voler cercare contese, ma i doveri
che mi astringono a sir Ugo Robsart, vogliono ch’io in questo istante
medesimo mi conduca alla Regina per farle note le cose accadute, e per
adoperarmi, onde il grado di Amy Robsart venga riconosciuto siccome è
di dovere.»
«No, Signore, il Conte replicò con nobile disdegno; non siate cotanto
ardito per frammettervi in un affare che mi riguarda personalmente;
la voce sola di Dudley dee promulgare l’infamia di cui si è coperto
Dudley[12]. Corro sull’istante a farne consapevole Elisabetta, poi
veloce come il lampo sarò a Cumnor.»
Così parlando distaccò il cavallo, e montatovi sopra, s’avviò, correndo
a tutta briglia, al castello.
Nè meno impaziente di condursi a quella volta Tressiliano salì egli
pure a cavallo; il che vedendosi da Flibbertigibbet, questi gli disse:
«Ah Signore! portatemi con voi; la mia storia non è per anco finita. Ho
bisogno della vostra protezione.»
Il gentiluomo di Cornovaglia secondò l’inchiesta del fanciullo, che in
rispettosissimi modi gli confessò lungo la strada com’egli, Dick, si
credesse avere diritto alla confidenza di Wayland, come lo avessero
punto i misteriosi avvolgimenti, onde lo stesso Wayland evitava di
appagarne la curiosità allor quando veniva da lui richiesto sullo
stato della Signora, a questo maniscalco affidata, come in fine per
vendicarsi avesse furtivamente tolta di dosso a Wayland quella lettera
d’Amy, che tardata al Leicester, produsse cotanti inconvenienti.
Aggiunse però in propria difesa essere stata intenzione in lui di
restituire la stessa lettera in quella sera medesima, non dubitando
che il suo vecchio amico non si trovasse al castello per sostenere
la parte d’Arione; avergli per vero dire fatta molta sensazione il
nome accennato nella soprascritta, ma essergli noto che non prima di
quell’ora potea giugnere al castello il conte di Leicester, ne più
presto quindi eseguire la sua commissione Wayland.
«Ma continuò il fanciullo, Wayland non si vide più» (e i nostri
leggitori sanno come lo avesse posto fuori del castello il Lambourne).
«Mi diedi, ma invano, tutta la sollecitudine per trovarlo. Cercai in
allora un’occasione che non mi venne prima d’ora, onde parlare alla
Signoria vostra[13]. Allora sì, cominciai a temere le conseguenze dello
scherzo fatto all’amico, vedendomi detentore d’una lettera indiritta
ad un personaggio cotanto ragguardevole, quale si è il conte di
Leicester. Prima dell’allontanamento di Wayland potei accorgermi che
egli non si curava punto, anzi temeva d’incontrarsi in Lambourne e in
Varney. Pensai quindi che tale lettera fosse da rimettersi nelle mani
stesse del Conte, e che forse avrei dato danno a chi l’avea scritta col
fidarla a qualunque altra persona. Cercai bene d’ottenere un’udienza da
milord Leicester; ma quella canaglia de’ suoi servi a’ quali mi volsi a
tal uopo mi respingevano colle male parole, fosse per vedermi piuttosto
brutto, fosse perchè i miei abiti non mi annunziavano per un signore.»
Narrò in appresso, come si fosse trovato vicino ad aggiugnere il
desiderato scopo, allorchè in mezzo alle praticate indagini gli
accadde trovar nella grotta lo scrignetto ch’ei ben sapeva appartenere
all’infelice Contessa, avendoglielo veduto nel breve tempo ch’ella
viaggiò di conserva coi commedianti, perchè niuna cosa sfuggiva
all’occhio vispo di quel fanciullo. Dopo essersi dato premura onde
consegnare alla Contessa o a Tressiliano quella cassettina, ei la pose
per ultimo (e vedemmo per quale combinazione) fra le mani medesime
del Leicester, ma il travestimento di questo personaggio gli impedì
ravvisarlo.
Parve propizia a Dick la sera della mascherata, e vedea imminente
l’istante di poter parlare al Conte egli stesso, ma Tressiliano il
prevenne. Fino d’orecchio quanto lo era d’ingegno, udì i due campioni
che si diedero convegno nel _luogo di delizia_, e gli venne vaghezza
d’entrar terzo ne’ lor colloqui, e di spiarne i passi; perchè già lo
mettevano in tal quale inquietezza le strane voci che intorno alla
signora si andavano divulgando fra le persone di servigio.
Un incidente non preveduto gl’impedì di seguire da vicino l’orme del
Conte, onde giunto sotto del portico trovò gli avversari alle prese.
Avvertì di gente che si batteva la guardia, nè dubitò oltre, che la
burla da esso fatta non fosse la cagione di una tale disfida, di cui
potevano essere tanto funeste le conseguenze. Da starsi nascosto
sotto del portico, udì il secondo patto di disfida, in cui Leicester
e Tressiliano convennero. Per ciò non tenne che sovr’essi l’occhio
intantochè i paesani di Coventry battagliavano. Allora a grande sua
maraviglia, scorse in mezzo alla folla Wayland travestito con molta
arte, ma non quanta voleasi per ingannar l’acuto sguardo del fanciullo
collega. Si sottrassero insieme alla calca per confidarsi lo stato
loro scambievole. Flibbertigibbet confessò al maniscalco tutto quanto
abbiamo or raccontato, e l’altro a sua volta gli narrò, come lo avesse
ricondotto in quel luogo l’altissima agitazione che il fece paventare
per la giovane Amy, appena in un villaggio dieci miglia distante da
Kenilworth, ove trovossi quella mattina, intese che fin nella notte
precedente aveano abbandonato il castello del Conte così Varney come
Lambourne, uomini a suo avviso capaci d’ogni più nero attentato.
Mentre di queste cose s’intertenevano Wayland e Dick, videro
Tressiliano e Leicester che si erano spacciati dalla calca, e li
seguirono fino al luogo, ove montarono a cavallo. Ivi fu che Dick,
della cui sveltezza hanno già avute riprove i nostri leggitori,
giunse in tempo a salvare a Tressiliano la vita. Era lo stesso Dick
pervenuto a questa conclusione del suo racconto, allorchè egli ed il
Cornovagliese si trovarono dinanzi alla torre _della Galleria_.
CAPITOLO X.
Dal balcon dell’orïente
Le tenèbre della notte
Schiude il sol, che fuggon rotte
Per virtù del suo splendor
Veritade, astro possente,
Se da lunge sol ti sveli,
Sperdi l’ombre più crudeli
Dell’inganno e dell’error.
_Antica ballata_.
Nel tempo che Tressiliano attraversava il ponte, che fu dianzi arena
di spettacolo così tumultuoso, non potè far di meno di non osservare
un’alterazione sorta in tutte le fisonomie nel durare della breve sua
lontananza. La burlesca battaglia era finita; ma i lottatori anzichè
pensare a dimettere i loro travestimenti, si erano raunati in diversi
gruppi, siccome avrebbero fatto gli abitanti d’una città scompigliata
da qualunque annunzio straordinario e malauguroso.
Nè in miglior aspetto trovò le cose, giunto al cortile esterno. I
servi, le persone del corteggio di Leicester, gli ufiziali subalterni
del castello stavano assembrati in vari drappelli essi pure, e l’uno
susurrava all’orecchio dell’altro, e tutti teneano fisi i loro sguardi
verso la finestra del gran salone, dipignendosi nel volto d’ognuno
inquietezza e mistero.
La prima persona di sua particolare conoscenza in cui Tressiliano
scontrossi fu sir Nicolò Blount, che senza dar tempo all’altro
d’interrogarlo, lo fermò con queste parole:
«Dio ti perdoni Tressiliano! ma tu sei fatto più per essere
buon campagnuolo che uomo di Corte. Non sai che cosa sia quella
sollecitudine necessaria a chi fa parte del corteggio di sua Maestà.
Sei domandato al castello, desiderato, aspettato; niuno può sostenere
nel presente affare le veci tue, ed ecco che arrivi con un simiotto sul
collo del tuo cavallo, come se tu fossi la balia di qualche diavoletto
lattante, o avessi l’incarico di fargli prendere un poco di aria.»
«Che parli? che c’è di nuovo?» disse Tressiliano, lasciando andare il
ragazzo, che si lanciò a terra colla leggerezza d’una piuma e scendendo
nel medesimo tempo egli stesso.
«In fede mia che cosa ci sia di nuovo, non v’è chi lo sappia, replicò
il Blount: non lo so nemmen io, che ho odorato fino quanto mai
cortigiano possa vantarsene. Ti dirò solamente che milord di Leicester
ha traversato galoppando il cortile, e galoppando con tal furia....
avresti detto volesse accoppar tutti quelli che si trovavano dove
passava: ha domandato un’udienza alla Regina: e mentre parliamo, sta
rinchiuso con essa, con Walsingham, e con Burleigh. Hanno chiesto di
te; ma a nessuno è noto, se si tratti di tradimento, o di qualche cosa
ancora di peggio.»
«Per il giusto Iddio! il nostro Blount ha ragione, disse Raleigh,
sopraggiunto in quell’istante. Tressiliano, è d’uopo che tu ti porti
immantinente al cospetto della Regina.»
«Non precipitar tanto le cose, mio caro Raleigh, soggiunse Blount, e
pensa a quei suoi stivaloni. Tressiliano, da parte di Dio! fa a mio
modo; va nella mia stanza e mettiti quelle mie brache di seta color di
rosa; non le ho portate che due volte.»
«Eh via! rispose Tressiliano. Amico Blount, tu pensa soltanto ad aver
cura di questo ragazzo; trattalo con dolcezza; ma guarda bene che non
ti sfugga; egli può essere più necessario di quanto t’immagini.»
Detto ciò Tressiliano, seguì frettolosamente Raleigh, lasciando lì
quel buon galantuomo di Blount, che tenea con una mano il fanciullo,
e la briglia del cavallo coll’altra, accompagnando per lungo tempo
coll’occhio Tressiliano.
«Considero che nessuno mi chiama a parte di questi misteri! dicea
Blount fra se stesso, e Tressiliano mi pianta qui a far la guardia ad
un cavallo e ad un ragazzo. Pazienza il cavallo! perchè per natura sono
inclinato a queste bestie se le trovo di buona fatta, ma dovermi anche
prender la briga di questa leggiadra creatura! D’onde venite voi mio
bel comparino?»
«Dalle maremme,» rispose Flibbertigibbet.
«Eh! che cose vi hai imparato, mio caro bamboccio?»
«A trappolare le oche dai piedi larghi, e dalle calze gialle.»
«Che ti venga la peste! disse Blount, guardando le immense rosette
delle sue scarpe. Se ella è così, il diavolo si porti il primo che ti
chiede più nulla!»
Intanto Tressiliano attraversò in tutta la sua lunghezza il grande
salone; ove si vedeano per ogni parte crocchi di cortigiani attoniti, e
che parlavano fra loro in modo misterioso; gli occhi d’ognuno stavano
immobili verso la porta d’ingresso che metteva all’appartamento
particolare della Regina. Raleigh additò questa porta a Tressiliano,
il quale picchiò, e venne introdotto nell’istante medesimo. In quel
momento era spettacolo non privo di vezzo il vedere tutte le persone di
fuori torcere i colli per iscorgere pur qualche cosa coll’occhio entro
di quell’appartamento; ma la cortina che copriva l’uscio ricadde troppo
presto, perchè la loro curiosità potesse venire appagata.
Entrato appena Tressiliano, non senza interna palpitazione trovossi
alla presenza di Elisabetta. Questa facea grandi passi lungo la stanza,
in preda a violentissima agitazione, che nemmeno pareva ella si curasse
nascondere, intantochè due o tre fra i consiglieri più ammessi alla
regal confidenza, si andavano guardando inquietamente l’un l’altro,
ed aspettavano per parlare che si calmasse lo sdegno della Sovrana.
Dinanzi al regal seggio ov’ella prima si stette, e che vedevasi ancora
smosso dal suo posto per l’impeto, onde Elisabetta l’abbandonò,
vedeasi genuflesso Leicester, colle braccia incrocicchiate sul petto,
gli sguardi chini al suolo, immobile, muto siccome statua sopra una
tomba; a fianco di lui era il lord Shrewsbury, in que’ giorni conte
maresciallo dell’Inghilterra, che tenea il bastone spettante alla
propria dignità. La spada del Leicester staccata dal pendaglio, giacea
dinanzi ad esso sul pavimento.
«Ebbene, Signore! (disse la Regina, facendo alcuni passi verso
Tressiliano, e battendo il piede col gesto e nell’atteggiamento
d’Enrico VIII in persona). Voi la sapete tutta, questa bella tresca!
voi siete complice dell’inganno di cui fu zimbello la nostra persona!
voi medesimo foste una fra le principali cagioni dell’ingiustizia che
abbiamo commessa!»
Tressiliano cadde prosteso dinanzi alla Regina, e il suo accorgimento
gli fece vedere quanto sarebbe stato per lui rischioso il difendersi in
un momento ch’ella era oltre modo irritata.
«Sei dunque muto Tressiliano? continuò Elisabetta. Tu conoscevi questo
maneggio! Tu lo conoscevi, non è egli vero?»
«Io ignorava, mi è forza dire alla Maestà vostra, rispose finalmente
Tressiliano, che questa infelice Signora fosse Milady, la contessa di
Leicester.»
«E chi è, che la riconoscerà in questo grado? rispose furiosa
Elisabetta, per la morte di Dio! Milady! Contessa di Leicester!
La Amy Dudley, dico io, e sua gran fortuna se non dovrà ben tosto
sottoscriversi: vedova del traditore Roberto Dudley!»
«Regina, soggiunse allora Leicester, trattate me come vi piace, ma non
punite questo gentiluomo; egli è affatto innocente.»
«Sì certo, che gli gioverà la tua intercessione!» disse la Regina,
abbandonando Tressiliano, che lentamente si rialzò, e correndo con
grand’impeto verso Leicester, che conservava sempre la stessa positura.
«Sì certamente, tu sei un valevole intercessore! Oh! uomo doppiamente
infedele, doppiamente spergiuro! tu la cui scelleratezza mi ha fatta
ridicola agli occhi de’ miei sudditi, odiosa a me stessa! Vorrei
strapparmi questi occhi per punirli del loro accecamento.»
Burleigh allora si fece coraggioso a parlarle: «Augusta donna,
rammentate che siete Regina, regina d’Inghilterra, madre de’ vostri
sudditi: non vi abbandonate al torrente di questa collera tanto
impetuosa.»
Si volse ver lui Elisabetta, ed una lagrima brillò in quell’occhio
fiero, ed infiammato dall’ira: «Burleigh, diss’ella, tu sei un uomo
di stato: ma non comprendi, non puoi comprendere quai cordogli, quai
obbrobri costui abbia versato nel mio seno.»
Serbando la massima circospezione, e mostrandole ad un tempo profondo
rispetto, Burleigh prese la mano della Regina, di cui vedea straziarsi
il cuore, indi trasse l’irata donna in disparte verso il vano d’una
finestra che sottraevasi agli sguardi degli spettatori.
«Regina, diss’egli, io sono ministro ma nondimeno sono uomo. Ho
incanutito ne’ vostri consigli. Non bramo che la vostra gloria e la
vostra felicità! calmatevi, ve ne supplico!»
«Ah Burleigh, tu non sai!...» E in ciò dire copiose lagrime a malgrado
dei suoi sforzi per rattenerle rigarono le guance d’Elisabetta.
«Io so, io so tutto, mia gloriosa Sovrana. Oh! guardatevi dal non dar
luogo ad altri di sospettare quello che ignoravano.»
«Ah! (soggiunse Elisabetta facendo tal pausa come persona cui si
presentano alla mente nuovi pensieri) Burleigh, tu hai ragione, ogni
ragione. Tutto sia fuorchè il disonore. Tutto fuorchè la confessione
della mia debolezza; tutto fuorchè comparire ingannata, sprezzata. Per
la morte di Dio! questa idea sola basta a trarmi in disperazione.»
«Date a divedere l’accostumato vostro coraggio, o mia Sovrana,
soggiunse il Burleigh. Innalzatevi al disopra d’una fralezza, che
niun Inglese sospetterà giammai nella sua Elisabetta; a meno che ella
medesima colla violenza di manifestato affanno non ne porti il fatale
convincimento fin entro il cuor de’ suoi sudditi.»
«Di qual fralezza parlate, o Milord? sclamò fattasi più dignitosa
Elisabetta. Tal vostro dire intenderebbe forse a mostrarvi persuaso
che il favore onde onorai un traditore orgoglioso prendesse origine da
qualche tenera affezione?» Poi incapace di sostenere l’altero tuono
ch’ella aveva assunto, lo ammollì dicendo: «Deh! perchè cercherò io di
palliarti la verità, di palliarla a te, o mio servo saggio e fedele?»
Burleigh si chinò per baciare affettuosamente la mano d’Elisabetta, e,
cosa rara negli annali delle corti, una lagrima sincera cadde dagli
occhi del ministro a bagnar la mano del suo Monarca[14].
Forse questo interno convincimento di aver commosso l’animo di Burleigh
confortò Elisabetta a meglio sopportare l’umiliazione cui soggiacea,
ed a por qualche limite al risentimento; ma potè in essa non meno il
timore di scoprire al pubblico con una eccedente manifestazione di
sdegno il sofferto oltraggio, e una perturbazione d’animo, che la
Regina e la donna desideravano egualmente nascondere. Ella si scostò
da Burleigh e trascorse più volte la sala in aria severa, sintantochè
i suoi lineamenti avessero ricuperata la consueta dignità, e il suo
portamento quella grandezza nobile e maestosa che era connaturale ad
una tanta Regina.
«La nostra Sovrana è divenuta un’altra volta la saggia Elisabetta,
disse Burleigh a Walsingham sotto voce. Osservate tutto quanto ella sta
adesso per operare, e badate bene a non contraddirla.»
Elisabetta si avvicinò allora a Leicester, e d’un tuono tranquillo
pronunziò questi accenti:
«Milord Shrewsbury, noi vi liberiamo dell’incarico del vostro
prigioniero. Milord di Leicester, alzatevi, e riprendete la vostra
spada. Un quarto d’ora penoso trascorso sotto la vigilanza del nostro
Maresciallo, non è a quanto ne sembra, o Milord, un gastigo troppo
severo per la doppiezza di cui vi rendeste sì lungo tempo colpevole
verso di noi. Vogliamo dunque udire il rimanente di tale storia.»
Collocatasi indi nel proprio seggio: «Accostatevi, Tressiliano, ella
disse, e narrate quanto sapete.»
Tressiliano adoperò tutta la connaturale sua generosità nel tessere il
proprio racconto, onde omise quanto il potè tutte le circostanze, che
erano di natura da pregiudicare il Leicester, e tacque soprattutto che
aveva dovuto per due volte battersi con esso. Gli è da credersi, che
con tale contegno l’uomo di Cornovaglia rendesse il massimo de’ servigi
al Conte; perchè se la Regina in quell’istante avesse potuto trovare in
lui qualche torto, e quindi un pretesto di sfogare il suo sdegno senza
fare apparire sentimenti de’ quali arrossiva, mal forse ne sarebbe
accaduto al favorito in disgrazia. Terminata ch’ebbe Tressiliano la
sua narrazione, Elisabetta meditò pochi istanti, indi favellò in cotal
guisa:
«Noi prenderemo al servigio nostro questo Wayland, e collocheremo
il fanciullo negli ufizi della nostra segreteria di Stato, affinchè
impari per l’avvenire l’inviolabile riguardo che si debbe alle
lettere. Quanto a voi, Tressiliano, aveste torto nel non palesarci
interamente la verità; e la promessa di segreto con cui vi legaste ad
Amy, era imprudente ad un tempo e colpevole verso la nostra persona.
Ciò nondimeno, poichè confermaste la promessa coll’obbligare la
parola d’onore a questa sventurata Signora, diveniva dovere d’uomo e
di gentiluomo il mantenere scrupolosamente la data fede. Bilanciate
tutte le circostanze, noi vi stimiamo per la condotta che serbaste in
tale andamento di cose. Milord di Leicester, ora tocca a voi dirci la
verità, cosa che avete troppo negletta da qualche tempo.»
Indi con successive interrogazioni gli tolse quasi a forza dalle
labbra tutta la storia, e della conoscenza da prima incontrata con
Amy Robsart, e delle loro nozze, e della gelosia, e delle cagioni che
ne diedero motivo al Conte, e di molte altre particolarità. Questa
confessione del Leicester, chè ben confessione potea chiamarsi, fu
strappata a più pezzi e riprese; ciò nullameno riuscì assai esatta,
eccetto che il Conte tralasciò affatto di narrare, come avesse
acconsentito ai divisamenti scellerati, che formò il Varney sopra
la vita della Contessa. Pur tale idea era quella che più gravemente
affannava il Leicester, e comunque in gran parte lo tranquillasse il
contr’ordine espresso in chiarissimi termini, che aveva inviato al
Varney, suo disegno era di trasferirsi personalmente a Cumnor, appena
congedatosi dalla Regina: poichè non dubitava egli che questa Sovrana
non fosse per abbandonar sull’istante il castello di Kenilworth.
Ma troppo affrettato erasi ne’ suoi conti il Leicester. Certamente
la presenza e le confessioni di lui divenivano fiele ed assenzio per
una padrona che dianzi lo amava cotanto. Ma priva ella d’un modo
più immediato di vendicarsi, ben si avvide come le sue inchieste
torturassero l’infedele amante, e le traeva in lungo con tale
intenzione, non più badando al proprio sofferire, di quel che le mani
del selvaggio s’accorgano dell’infocamento delle tenaglie adoperate a
straziare le carni dell’inimico.
Giunse però istante, che l’altero Conte, simile a cervo ridotto ad
estrema ambascia, fece comprendere come fosse stanca la sua pazienza:
«Regina, diss’egli, io fui grandemente colpevole, più forse ancora
che nol deste a divedere in mezzo al vostro giusto risentimento. Ciò
nonostante, permettetemi il dirlo, o Regina, comunque grave, comunque
imperdonabile sia il mio delitto, non fu commesso senza provocazione, e
quando si volesse ammettere che la bellezza, e l’affabile dignità hanno
forza di sedurre il debole cuore dell’uomo, potrei citarle entrambe
siccome motivi, che m’indussero a nascondere alla Maestà vostra un tale
segreto.»
Grandemente colpita apparve la Regina da sì fatta risposta, che il
Conte ebbe cura non fosse intesa fuorchè da lei solamente; e colpita
sì che non seppe qual cosa rispondergli sull’istante. Ma il Conte osò
troppo col voler profittare di questo momentaneo vantaggio.
«La Maestà vostra, diss’egli, mostratasi già a riguardo mio tanto
indulgente, mi permetterà implorare la sua regale clemenza in favore di
quelle espressioni, le quali, solamente ieri non venivano riguardate,
che come _leggerissime offese_.»
Presa da sdegno allor la Regina, e tenendo fermi gli occhi sul Conte
tanto che gli parlò, tal si fu il tenore della sua risposta: «Per il
giusto Iddio! Milord, la tua sfrontatezza passa ogni limite; ma essa
non ti gioverà nulla. (Indi voltasi all’assemblea col tuono del più
feroce sarcasmo): Venite Lordi, venite tutti ad ascoltare una novità:
le nozze clandestine di milord di Leicester hanno tolto uno sposo a me,
e un Re all’Inghilterra. Non si può negare, che i gusti di sua Signoria
siano affatto patriarcali: non gli bastava una sola moglie, e riserbava
a noi l’onore della sua mano sinistra. Ora domando io, non è questo
l’eccesso della temerità? Ch’io non abbia potuto onorarlo con qualche
contrassegno di regio favore, senzachè egli già si presuma avere in
pugno la mia corona e la mia mano? Voi però Lordi, lo spero, voi
portate miglior opinione della vostra Regina; ed io sento per questo
ambizioso la compassione che mi desterebbe un fanciullo, allorchè si
vede scoppiar fra le mani un globo di sapone. Gli è ora di recarsi alla
sala del ricevimento. Milord di Leicester, vi comandiamo di seguirci e
di non allontanarvi da noi.»
Ognuno in quella stavasi impaziente per la curiosità, ed universale fu
lo stupore, allorchè la Sovrana così parlò ai circostanti:
«Le ricreazioni di Kenilworth non sono ancor terminate, Milordi e
Milady: ne rimane da celebrare le nozze del nobile proprietario.»
E qui destossi un generale mormorio di maraviglia; ma continuò la
Regina:
«Null’avvi di più sicuro, e ve ne diamo noi la nostra reale parola.
Egli ce ne ha fatto un segreto per riserbarne il piacere di una tale
sorpresa. Voi morite di curiosità, ben me n’accorgo, di conoscere la
fortunata sposa del Conte di Leicester. Ella è Amy Robsart, quella
medesima, la quale perchè nulla mancasse ai divertimenti del giorno
scorso, vi sostenea la parte di moglie d’un servo del medesimo Conte,
di Varney.»
«In nome di Dio, gran Regina! (soggiunse il Conte che le si avvicinò
portando scolpiti sul volto l’umiltà, il dolore, la vergogna, e
parlando sotto voce abbastanza perchè altri non lo ascoltassero)
prendetevi il mio capo, siccome lo minacciaste nell’impeto del vostro
sdegno, e risparmiatemi questi insulti; non vogliate calpestare col
regal vostro piede un verme già stritolato.»
«Un verme Milord! (e in dir ciò contraffece il tuono del
supplicante...) Oh! dite piuttosto un serpente, egli è un rettile
più nobile, e meno inesatto sarebbe il paragone..... Il serpente
intorpidito, agghiacciato a voi ben noto, che riprese calore in tal
seno....»
«Per l’amore di voi, Regina, e per riguardo a me stesso finchè mi resta
ancora qualche lume di ragione....»
«Parlate a voce più alta, o Milord, e più di lontano se vi piace; il
vostro fiato guasta le pieghe al nostro collare. Qual cosa avete da
domandarci?»
«La permissione, disse con voce sommessa il misero Conte, di
trasferirmi tosto a Cumnor.»
«Sarà, cred’io, per condurvi la vostra sposa! L’idea è ottima, perchè
a quanto intendemmo dire, ella si trova in assai cattive mani. Ma,
Milord, voi non potete andarvi in persona. Abbiamo divisato di passare
alcuni altri giorni in questo castello di Kenilworth: non sarebbe
troppa compitezza per parte vostra il privarci della presenza del
nostro ospite, tanto che ne piacerà farvi dimora. E con vostra buona
licenza, noi non siamo d’avviso d’assoggettarci a tale affronto al
cospetto de’ nostri sudditi. Tressiliano andrà in vece vostra a Cumnor
e lo accompagnerà uno de’ nostri gentiluomini di camera, affinchè
Milord di Leicester non torni ad essere geloso del suo antico rivale.
Chi vuoi avere per tuo compagno di viaggio, o Tressiliano?»
Tressiliano pronunziò con umile sommessione il nome di Raleigh.
«Sì veramente! disse la Regina: hai fatto un’ottima scelta. Raleigh
è di recente armato cavaliere, e liberare una donna dalla prigionia
non è un cattivo principio nella carriera delle belle avventure.
Miei signori e signore, dovete sapere che il soggiorno di Cumnor non
vale nulla meglio d’una prigione.... Poi vi hanno preso stanza certi
cavalieri di mal talento, che brameremmo, sotto buona guardia, avere in
nostro potere. A voi, nostro segretario; consegnerete a Tressiliano e a
Raleigh un’ordinanza, affinchè si assicurino delle persone di Riccardo
Varney e d’Alasco. Li vogliamo qui o morti o vivi. Prendete con voi
la scorta che sarà sufficiente. Signori, conducete milady Leicester
a Kenilworth con tutti gli onori dovuti al suo grado. Non perdete un
istante. Dio v’accompagni!»
I due gentiluomini incaricati di tale comando chinarono rispettosamente
il capo ed uscirono.
Chi varrà a descrivere il modo onde si terminò in Kenilworth cotale
giornata? La Regina rimastavi, siccome parve, a solo disegno
d’insultare, e mortificare il conte di Leicester, si mostrò esperta in
tutti gli affinamenti di femminile vendetta, quanto lo era nell’arte
di governare con saggezza i suoi popoli. La Corte non secondò che
troppo la mente della Sovrana; onde il signore di Kenilworth, in mezzo
a feste da lui ordinate, e nel suo proprio castello, provò sotto ogni
aspetto qual sia la sorte di un cortigiano caduto in disgrazia; e
l’annunziavano a lui così il contegno freddo e poco rispettoso de’
suoi partigiani, pronti ad abbandonarlo, come la mal repressa gioia di
coloro, che già erano i suoi chiariti avversari. Soli, Sussex serbando
quella franchezza militare adatta all’indole sua generosa, Burleigh e
Walsingham, servendo ad un accorgimento che facea loro vedere più da
lontano le cose, ed alcune matrone, mosse da quella compassione, che è
caratteristica del lor sesso, questi, dissi, furono i soli in una corte
sì numerosa, che in quella sera mostrassero a Leicester la fisonomia
del mattino.
Dudley si era accostumato a riguardare il favor delle Corti siccome
scopo principale della sua vita; laonde non è maraviglia, se tutti
gli altri sentimenti dell’animo suo per alcun tempo rimasero assorti
in mezzo a quelli de’ tormenti, onde l’altero suo spirito si vedea
martoriato da una non interrotta sequela di picciole umiliazioni e di
studiati disprezzi, de’ quali era divenuto il bersaglio. Ma ritrattosi
la notte in sua stanza, gli si offerse al guardo quella lunga e
bellissima treccia di capelli, che servì ad annodare la lettera di Amy,
ed ebbero quei capelli la virtù magica d’un talismano per ridestare
nel cuore di lui sentimenti più nobili e più soavi. Mille volte egli
baciò que’ capelli, e ripensando che stava sempre in suo arbitrio il
ritrarsi nel delizioso soggiorno di Kenilworth, degno veramente d’un
Sovrano, e condurvi gioconda vita colla tenera ed avvenente compagna,
in cui poneva omai ogni speranza di futura beatitudine, tale idea il
confortò sì fattamente, che non solo vide in essa una via di sottrarsi
alle acerbità cui soggiacque il dì innanzi, ma quella ben anche di
sollevarsi al di sopra della vendetta onde la regina Inglese il
percosse.
Per la qual cosa, nel giorno successivo, il Leicester diè a divedere
sì nobile serenità d’animo, sì generosa indifferenza sul contegno che
verso la persona di lui serbavano gli ospiti, e tanta sollecitudine
ad un tempo affinchè nulla mancasse ai loro diletti, e per ultimo sì
rispettosa magnanimità nel sopportare pazientemente le mortificazioni,
onde cercava amareggiargli l’animo Elisabetta, che perfino questa
Sovrana si credè costretta ad assumere novelli modi ver lui, i quali
comunque freddi ed alteri, non furono omai di tal natura ch’ei
potesse riguardarli siccome strali vibrati contro di lui. Che anzi
la stessa Regina, voltasi a coloro che credeano blandirla coll’usar
maniere men convenevoli al Conte, lor fece intendere col tuono della
rampogna, come, sintantochè rimaneano a Kenilworth, avessero l’obbligo
di prestare al Leicester tutti quei riguardi, che qual signore del
Castello gli erano dovuti. In somma nel volgere di ventiquattro ore
le cose aveano preso sì diverso aspetto che le persone più pratiche e
destre nell’oceano della Corte, prevedendo perfino la possibilità di
vedere riasceso in favore il Leicester, vestirono un contegno adatto,
se ad essi ne fosse venuto l’uopo, a farsi merito di non averlo
abbandonato nel giorno della sciagura. Ma gli è omai tempo di togliersi
alle mene cortigianesche per seguire nel loro viaggio il Cornovagliese
e Raleigh.
Oltre a Wayland, seguiva questi due gentiluomini, un ajutante di campo
della Regina, e due vigorosi servi. Ognuno di tale brigata era armato
a tutto punto, e il viaggio faceasi con quanta sollecitudine potea
conciliarsi colla necessità di far conto de’ cavalli, che uno sforzo
troppo violento, attesa la lunghezza della corsa, avrebbe sciupati.
Ben cercarono indizi sulla via tenuta dal Varney, ma sendo stato nel
durar della notte il viaggio di costui, nessuna traccia lor venne fatto
raccoglierne.
Giunti ad un picciolo villaggio lontano dodici miglia da Kenilworth,
ove si fermarono per dar riposo ai cavalli, videro farsi loro incontro
un povero ecclesiastico, curato di quel luogo, che uscendo d’un angusto
abituro veniva per chiedere se alcuno di quel drappello s’intendesse
di chirurgia, e per pregarlo ad entrar pochi istanti nella capanna per
visitare un moribondo.
Wayland, l’empirico, si offerse tosto a mettere in opera tutto il suo
sapere; ed intanto che il curato lo introducea nell’additato luogo, udì
narrarsi, come alcuni contadini, che nella mattina dell’antecedente
giorno si portavano ai lor lavori, avessero trovato sulla strada
maestra, dieci miglia lontano dal villaggio, un uomo ferito, che poi il
curato ricettò nella propria abitazione, e come la ferita, derivatagli
da un’arme da fuoco ed evidentemente mortale, avesse portata sì
violenta febbre al paziente, che gl’impediva il tenere alcun seguìto
discorso, onde niuno era giunto a comprendere se lo avesse condotto a
quel deplorabile stato o rissa, od opera d’assassini. Entrò Wayland in
un’oscura cameretta; ma non appena sollevatesi dal curato le cortine
del letto, riconobbe ai lineamenti comunque alterati del moribondo
la figura di Michele Lambourne. Immantinente Wayland, con pretesto
di andar a prendere qualche cosa di cui abbisognava, uscì frettoloso
per avvertire di questo avvenimento straordinario i compagni. Grande
inquietudine allora prese Tressiliano e Raleigh, i quali seguirono
in tutta fretta Wayland per assistere all’ultim’ore del vivere di
Lambourne.
Quello sciagurato trovavasi in quel punto alle angoscie di morte, nè
da morte lo avrebbe salvato, non diremo Wayland, ma neanco un chirurgo
il più esperto nell’arte sua, perchè la palla gli aveva attraversato
il corpo da una parte all’altra. Gli rimaneva ancor qualche poco l’uso
de’ sensi, e ne sia prova, che riconobbe Tressiliano, e per cenni lo
sollecitò ad inchinarsi al suo capezzal della morte. Avvicinatosi
Tressiliano, il moribondo pronunziò interrotti accenti, fra’ quali
i nomi di Varney e di lady Leicester si fecero udire, ma la cosa
unicamente chiara si fu la conclusione, che eccitava Tressiliano a
far presto per non arrivar troppo tardi. Indarno s’adoperò lo stesso
Tressiliano onde ottenere più intelligibili indizi, perchè il Lambourne
cadde in delirio, ed allorchè questi gli si volse anche una volta per
conciliarsene l’attenzione fu sol per pregarlo di far sapere all’oste
dell’_Orso nero_, _che finalmente il suo nipote era morto..... ma nel
proprio letto_[15]. Un istante dopo venne una convulsione a verificarne
la profezia, e tale incidente, e soprattutto le penultime frasi del
Lambourne non valsero che ad eccitare nell’animo de’ nostri viaggiatori
un’affannosa perplessità sulla sorte della Contessa. Addoppiarono di
premura nel rimanente del loro viaggio, chiedendo cavalli in nome della
Regina tutte le volte che quelli su cui stavansi divenivano inetti alla
corsa.
CAPITOLO XI.
Tre volte rintronò di morte il tetro
Suon la squilla feral; di quelle fosse
Ogn’eco ripetè dolente metro
Di moribondi lai; tre volte scosse,
Il corvo i tardi vanni, e con sinistri
Colpi le vette di Cumnor percosse.
_Mickle_.
Or n’è d’uopo far ritorno a quella parte della nostra storia, allorchè
vedemmo Varney, incoraggiato dagli arbitrii che il Conte gli conferì
e dalla regale permissione di vedere Amy ogni qualvolta il volea,
darsi tutta la sollecitudine onde impedire che si scoprissero le
scellerate sue trame, ed allontanare quindi dal castello di Kenilworth
la sfortunata Contessa. Egli avea per vero divisato di non partire
che nel dì successivo a quello in cui ricevette dal Conte il fatale
anello; ma temendo non se ne ammollisse l’animo in quell’intervallo, o
non gli venisse desio di vedere una seconda volta la moglie, deliberò
con un’immediata partenza distruggere persino la possibilità di un
avvenimento, in cui vedea col palesarsi de’ suoi infami divisamenti,
compiuta la propria rovina. In tale idea fece chiamare il Lambourne
e grandemente, come il dicemmo, irritossi, allorchè seppe che questo
complice servo era uscito del castello per darsi bel tempo nel vicino
villaggio od altrove; ma non dubitando ch’ei non fosse di ritorno
tantosto, lasciò ordine affinchè costui si allestisse ad accompagnarlo,
o a seguirlo se non rientrava in tempo di uscire con lui.
Ed intanto si prevalse del ministerio d’altro servo, di nome Robin
Tider, cui erano in parte noti i misteri di Cumnor, ove più d’una
volta si portò in compagnia del padrone. Cotest’uomo, che quanto
all’indole si assomigliava molto al Lambourne, comunque, nè accorto
nè dissoluto al pari di lui, ricevette comando dal Varney di mettere
la sella a tre cavalli, e di preparare una lettica, tenendosi presto
al partire. Lo sconcerto intellettuale di Amy, creduto generalmente
quanto credeasi ch’ella fosse moglie dello scudiere di Leicester,
fu scusa bastante a spiegare il modo misterioso che teneasi nel
rimoverla dal castello, e sperò il ribaldo diverrebbe parimente scusa
per lui, se le grida e la resistenza della infelice Contessa lo
avessero costretto a giustificarsi. Ma ai suoi neri disegni diveniva
parimente indispensabile l’assistenza di Tony Foster, onde s’avviò ad
accertarsene.
Il Foster di mal umore, ed insociabile di sua natura, stanco inoltre
del cammino fatto da Cumnor a Kenilworth per annunziare la fuga
della Contessa, si tolse per tempo di mezzo alle gozzoviglie; e già
ritiratosi nella propria stanza, dormiva profondamente, allorchè
vi entrò Varney, già vestito compiutamente da viaggio, e con una
lanterna cieca alla mano. Si fermò un istante per ascoltare quali cose
borbottasse costui che sognava, e ne udì chiaramente queste voci:
«_Ave Maria, ora pro nobis_.... No, non deve dire così... Liberaci dal
male... Ah! va meglio.»
«Il malandrino fa orazione dormendo, disse Varney, e confonde insieme
i rituali, nuovo ed antico. Avrai bisogno di maggiori orazioni, amico
mio, se finiremo insieme la faccenda per cui ti cerco[16]. Ho! Ho! uomo
santo, beatissimo penitente, svegliati. Il diavolo non ti ha per anche
licenziato dal suo servizio.»
E nel dir queste cose scosse per un braccio il dormiente, e con tale
scotimento gli ruppe il corso delle prime idee, onde questi si diede a
gridare: «Al ladro! al ladro! morirò in difesa del mio oro, del mio oro
guadagnato con tanta fatica, e a sì caro prezzo. Dov’è Giannina? Non le
sarebbe già accaduta qualche disgrazia?»
«Nessuna, storditaccio che sei con tutti que’ tuoi muggiti! Non ti
vergogni di far tanto baccano?»
Intanto il Foster ebbe tempo di svegliarsi compiutamente, e sedutosi
sul letto chiese a Varney che cosa significasse quella visita ad una
tal ora: «Essa non mi presagisce nulla di buono,» aggiunse.
«La tua profezia è falsa, mio caro sant’Antonio; perchè la mia visita
annunzia esser giunta l’ora che il tuo contratto enfiteutico si cambi
in atto di proprietà. Che ne dici?»
«Se tu me l’avessi detto a chiaror di giorno, me ne sarei rallegrato;
ma in quest’ora di mal augurio, illuminato da quella luce sepolcrale
che porti con te, e mentre il pallor del tuo volto fa un chiaroscuro
spaventevole colla leggerezza delle tue parole, mi vedo costretto ad
angustiarmi sulle commissioni che stai per impormi, anzichè rallegrarmi
del compenso che mi prometti.»
«Che cosa ti viene in mente, o vecchio stolido? Tutto l’affar si riduce
a ricondurre al castello di Cumnor l’antica tua prigioniera.»
«Tutto si riduce qui? Eppure il tuo volto ha un color cadaverico, e ad
alterarlo in sì fatto modo non vi vogliono freddure. Non è propriamente
altro?»
«Oh! non altro. Al più, al più una bagattelluccia di giunta!»
«Ah! risoggiunse il Foster, la tua pallidezza aumenta sempre più ad
ogn’istante.»
«Non ci badare, disse Varney, tu non mi vedi in fisonomia che alla
squallida luce di questa lanterna. Alzati ed opera. Pensa a Cumnor ed
al tuo atto di proprietà. E ti par poco? Potrai fondare una bottega di
congregazioni ebdomadarie, ed assegnare a Giannina una dote sì ricca,
come se fosse la figlia d’un barone. Settanta e più lire sterline!»
«_Settantanove lire sterline, cinque scellini, e cinque soldi e mezzo,
oltre il valor delle legna_, così Foster portò ad esattezza il conto. E
tutto questo in proprietà?»
«Tutto, mio caro collega, fin gli scoiattoli del sito, in somma tutto.
Non verrà uno zingaro a tagliare un pezzetto di legna, non un ragazzo
ad acchiappare un nido d’uccelli sopra i tuoi fondi, se non ti pagano
il valore delle cose che portano via. Tu il vedi, non può andare di
meglio per te. Spicciati adunque, e fa il tuo fagotto più presto che
puoi. I cavalli sono sellati, tutto è pronto. Non manca se non se quel
rompicollo d’inferno del Lambourne, che sarà a fare qualcuna delle sue
diavolerie.»
«Ecco, sir Riccardo, quel che vi frutta il non dar retta ai miei buoni
consigli! Ve l’ho sempre detto: questo beone, questo scapestrato vi
mancherà quando ne avrete più di bisogno. Io avrei potuto in vece di
costui provvedervi d’un qualche giovane sobrio, e contegnoso.»
«Sicuramente! qualche ipocrita della tua congregazione! Ma potrà venire
all’uopo anche questi. Grazie a Dio, avremo bisogno d’operai d’ogni
specie. Ottimamente! Non dimenticare le tue pistole. Su via, andiamo.»
«Ove si deve andare prima di tutto?»
«Alla stanza di Milady, e bada bene ch’ella dee venire con noi. Tu non
sei uomo, cred’io, da lasciarti intimidire dalle sue grida.»
«No: semprechè per altro possiamo avvalorare la nostra condotta con
qualche passo di santa Scrittura. Avvene uno che dice: _donne, ubbidite
ai vostri mariti_. Ditemi adunque: gli ordini di Milord ci mettono
abbastanza al sicuro, caso che adoperassimo la violenza?»
«Ma guarda Tony! È questo il suo anello.» Ribattute così dal Varney
le obbiezioni del suo collega, andarono di conserva all’appartamento
del lord Hunsdon, e fattisi conoscere dalla sentinella quali esecutori
d’un disegno approvato dalla Regina e dal conte di Leicester, entrarono
nell’appartamento dell’infelice Contessa.
Ognuno immagina l’orrore onde fu compresa Amy, allorchè destatasi
d’improvviso, vide al fianco del suo letto Varney, l’uomo ch’ella
temeva ed odiava maggiormente su questa terra; e in sì tristo punto,
le fu quasi conforto l’accorgersi, ch’ei non era solo, comunque grandi
motivi avesse parimente d’abborrirne il compagno.
«Signora, le disse il Varney, non è il tempo questo di far cerimonie.
Milord di Leicester, costretto dall’impero delle circostanze vi comanda
venire con noi a Cumnor; ecco il suo anello, ch’io vi fo vedere come
contrassegno de’ suoi formali voleri.»
«Ella è un’impostura, rispose la Contessa; tu gl’involasti un
tal pegno... Tu che ti senti capace di tutte le scelleratezze,
incominciando dalla più atroce e venendo ad ogn’altra più abbietta!»
«Quanto v’annunzio, o Signora, riprese a dire il Varney, è vero, e
tanto vero, che se non vi preparate a secondarci, noi saremo costretti
adoperare la violenza per eseguire gli ordini di cui siamo incaricati.»
«La violenza!.... Tu non oseresti venire a tale espediente..... Vile
che sei!»
«Ciò è quanto, o Signora, rimane a provarsi (soggiunse il Varney che
aveva calcolato sul terrore, siccome unico espediente a soggiogare
quell’anima nobilmente altera). Non mi riducete dunque a tale
estremità, o troverete in me un ruvido cameriere.»
All’udir tale minaccia l’infelice Amy mandò grida sì spaventevoli che
se in quel castello non l’avessero fermamente creduta delirante, le
sarebbero corsi in aiuto e il lord Hunsdon, e molt’altri; ma accortasi
che le sue grida erano vane, s’indirisse al Foster, supplicandolo ne’
modi i più commoventi, ed in nome dell’onore, e dell’innocenza della
figlia di lui Giannina a non comportare che la sposa d’un Leicester
fosse trattata con tanta indegnità.
«Che vi pensate voi, o Signora? allor disse il Foster; le donne debbono
stare soggette ai loro mariti: questa è una legge che loro vien fatta
dalla Scrittura. Se vi vestite da voi medesima per venire con noi, se
non opponete resistenza, non vi sarà chi vi tocchi colla punta di un
dito, sintantochè almeno io sia libero di scaricare una pistola.»
Non vedendo ella giugnere alcun soccorso, e in qualche modo rassicurata
dalla risposta del Foster, a malgrado del tuono burbero in cui fu
pronunziata, ella promise di abbandonare il letto e vestirsi, semprechè
i suoi tiranni volessero ritirarsi nella stanza contigua. Allora il
Varney l’accertò ch’ella non avea nulla da temere pel proprio onore, e
per la propria sicurezza sintanto ch’egli la tenea in custodia, e di
più promise non avvicinarsele, poichè s’accorgeva di essere per lei
oggetto tanto sgradevole.
«Il vostro sposo, soggiunse costui, sarà a Cumnor ventiquattro ore dopo
di voi.»
Confortata alquanto da tale promessa, cui però molto non s’affidava, la
sfortunata Amy si vestì al lume della lanterna, che il Varney le lasciò
nella stanza mentre nell’altra si trasferiva.
Sorse ella dal suo letto, piangendo a cald’occhi, tremando, implorando
il Cielo; e compresa da sentimenti ben diversi da quelli che provò
un giorno, allorchè adornandosi le stava d’appresso il contento che
appartiene ad una beltà consapevole dell’impero de’ propri vezzi.
Ella impiegava più che il poteva lungo tempo a vestirsi; ma finalmente
spaventata dagli accenti d’impazienza che le facea udire il Varney, fu
costretta ad annunziare a quei mostri ch’ell’era già pronta.
Nell’istante che si metteva in cammino, ella si tenne vicino al Foster,
dando sì chiaramente a conoscere la tema inspiratale dal Varney, che
questi credè opportuno l’accertarla con giuramento d’aver tutt’altra
intenzione fuorchè quella d’avvicinarsele.
«Se acconsentite, diss’egli, ad obbedire pazientemente ai voleri del
vostro sposo, non mi vedrete che rade volte; e vi lascerò fra le mani
del condottiere che il vostro buon gusto a me preferisce.»
«I voleri del mio sposo! sclamò ella, ma!... Sono i voleri di Dio, e
tal motivo mi dee bastare.... Seguirò il signor Foster colla docilità
d’una vittima che viene tratta al sagrifizio. Foster almeno è padre, e
mi userà i riguardi della decenza, se non quelli dell’umanità. Ma tu,
o Varney, te lo ripeto, dovessero pur anche essermi queste le ultime
parole, entrambi tai sentimenti sono estranei per te.»
Fu il Varney pago di risponderle stare in lei la scelta di chi dovea
accompagnarla; e marciò primo per additare il cammino. La Contessa,
sorretta, e quasi trascinata dal Foster venne condotta dalla torre di
_St-Lowe_ alla porta di soccorso, ove Tider stava aspettandola con
cavalli e con una lettica. Ella si lasciò collocare entro questa sorte
di calesse, guidato da Tider; e mostrò gradire che mentre il Foster
si tenea vicino alla sua lettica, l’odioso Varney le stesse addietro
in qualche distanza. In mezzo all’ombre della notte costui scomparve
affatto ai suoi occhi.
Amy, che ancora non glielo impedivano le tortuosità del cammino, volse
gli ultimi sguardi ver quelle maestose torri, retaggio del suo sposo, e
che brillavano tuttavia della festiva illuminazione fattasi in quella
notte. Ma poichè non le fu dato oltre il vederle, lasciò ricadere il
capo sul proprio seno, e raggruppandosi nella lettica si pose nelle
mani della Providenza.
Al desiderio che Varney aveva di procacciare nel durar del viaggio
tranquillità alla Contessa, aggiugneasi un bisogno, conforme affatto al
divisato colpevole scopo, d’intertenersi senza testimoni col Lambourne,
dal quale sperava essere bentosto raggiunto.
Ei conosceva l’indole di questo malvagio, avida, capace freddamente
d’ogni crudeltà, e risoluta ad un tempo, ond’ei lo riguardava come
l’uomo il più atto a secondarlo.
Erano oltre due ore ch’ei si trovava in cammino, quando udì il galoppar
di un cavallo, nè tardò Michele Lambourne ad essergli d’appresso.
Impazientito come era Varney della tardanza di costui durissimamente
l’accolse:
«Sfaccendato, ubbriacone! la tua pigrizia, la tua mala condotta ti
metteranno ben presto la corda al collo, e vorrei fosse domani.»
Sì fatto stile di rampogna non piacque punto al Lambourne che dimenticò
la solita docilità, perchè gli avevano oltre ogni misura scaldata la
testa non solamente la copia delle beviture, ma la vanità di avere
avuto una specie d’intertenimento confidenziale con sua Signoria di
Leicester, e la maggiore di essersi impadronito d’un segreto che
pungeva la costui curiosità.
Le risposte pertanto date al Varney intendevano a significare, ch’ei
non avrebbe sofferti modi arroganti dal primo cavaliere del mondo; che
il lord Leicester lo aveva tenuto seco per affari d’alta importanza;
che una scusa di tal natura poteva ben bastare ad un Varney, ad un
Varney che in sostanza era un servitore come il Lambourne.
Poca non fu la sorpresa dell’altro, quando udì parlarsi in tal
temerario tuono, ma reputando ciò, solo effetto del vino bevuto da
Michele, fe’ vista di non accorgersene, e s’accinse invece ad indagare
l’animo di questo servo con politiche interrogazioni: «Acconsentirebbe
il Lambourne ad allontanare certo unico ostacolo che impediva il Conte
di salire a quell’alto grado, in cui soltanto gli sarebbe agevole il
rimunerare al di là de’ lor desiderii i suoi servi fedeli?»
Michele per allora la fece da stupido come se non intendesse a che
mirava il discorso di Varney, il quale tantosto gli spiegò in chiari
termini come l’ostacolo, di cui egli favellava, fosse la persona
trasportata in lettica.
«Ottimamente sir Riccardo! Ma fate ben attenzione a quello che sto
adesso per dirvi, rispose Michele: vi sono tali uni, che la sanno più
lunga di tali altri, mi capite? E vi è anche diversità fra malvagi
e malvagi. Al proposito di cui mi parlate, io conosco la mente di
Milord meglio di voi, perchè mi ha confidato tutto. A voi! I suoi
ordini stanno in questa lettera, e ascoltate mo quali furono le
ultime sue parole: Michele Lambourne, mi ha egli detto, (perchè sua
Signoria mi parla come si parla ad uomo che porta spada, e non mi dice
_sfaccendato, ubbriacone_, nè mi regala d’altri titoli di simil natura,
come certuni, cui il fumo delle nuove dignità è andato alla testa).
Il Varney (m’ha detto egli, sapete?) deve avere tutto il rispetto
possibile per la mia Contessa..... V’incarico di tenerlo d’occhio, sig.
Lambourne, e di ridomandargli in chiari termini il mio anello.»
«Sì? rispose freddamente Varney. Ti ha egli proprio detto questo? Tu
sai dunque ogni cosa?»
«Ogni cosa, ogni cosa, e voi opererete con molto giudizio procurando di
restarmi amico, sintantochè fra noi due possiamo darci bel tempo.»
«E non era presente nessuno quando ti parlava Milord?» domandò ancora
Varney.
«Non un’anima vivente! Pensate voi che Milord Leicester volesse
confidare i suoi segreti a tutt’altr’uomo, il quale non fosse risoluto
al pari di me?»
«Davvero?» disse Varney, e in questa girò il guardo attorno, e in lungo
e in largo di quella strada che i raggi della luna schiarivano. Si
trovavano appunto attraversando una vasta macchia. La lettica era un
miglio innanzi di loro, e troppo lontana perchè potessero essere veduti
o intesi da quelli che la scortavano. Dietro d’essi regnava un cupo
silenzio: tutto annunziava che non v’erano testimoni. Varney pertanto
ricominciò con Lambourne il suo colloquio.
«Tu vorresti dunque rivolgerti contro il tuo padrone! contro l’uomo che
ti ha aperto la strada ai favori della Corte! contro la persona di cui
tu fosti in tal qual modo il novizio, o Michele; contro chi in somma ti
mostrò la vastità e ad un tempo gli scogli della cabala!»
«Piacciavi non chiamarmi così secco secco, _Michele_. Il mio nome può
essere preceduto dal titolo di _Signore_ quanto quello di qualcun
altro; del rimanente poi, se sono stato novizio, il tempo del noviziato
è finito, e ho risoluto di passare a mia volta maestro.»
«Abbiti dunque il tuo salario, o insensato,» e dir ciò, e aver dato di
mano ad una pistola, e attraversar d’una palla il corpo a Lambourne,
furono per Varney una sola cosa.
Quello sciagurato cadde da cavallo, e Varney il credè morto sul
colpo. L’uccisore, sceso a terra, ne visitò le saccocce, volgendone
all’infuori la fodera, onde le persone che si scontrerebbero in quel
miserabile lo credessero assassinato dai ladri. Prese la lettera del
Conte, ed anche la borsa di Lambourne, che contenea tuttavia alcune
monete d’oro; perchè nell’animo dello scellerato combinavasi un
bizzarro accoppiamento di sentimenti. Dopo aver portata in mano questa
borsa sino ad un fiumicello che bipartiva per traverso la strada, la
gettò nell’acqua lontano da sè quanto la sua forza il potea: tali
strane reminiscenze d’onore si provano persino dalle anime le più
accostumate al delitto. Questo uomo feroce, e privo di rimorsi, avrebbe
creduto digradarsi, conservando alcune monete d’oro, appartenute a
quello sgraziato, ch’ei fece spietatamente vittima d’un’infernale
politica.
L’uccisore caricò di nuovo la pistola dopo averne diligentemente
rasciugato la canna e la cartella dell’acciarino, onde fare scomparire
ogni traccia di scoppio recente, indi si fece a seguire in tutta
calma, e tenendosi sempre nella stessa distanza, la lettica; che non
parea vero a costui d’essersi con tanta disinvoltura disciolto di
quell’importuno testimonio delle sue malvagità, e nel medesimo tempo
apportatore d’un comando che Varney avea tutt’altra mente fuorchè
d’eseguire, reputando sua gran ventura il poter far credere che non gli
era pervenuto.
Si compiè il viaggio con tal prestezza che ben comprovò come poco
si avesse in conto la salute di quell’infelice a cui danno venne
intrapreso. Le stazioni erano sempre in que’ luoghi, ove Varney
avea qualche sorte di prevalenza, ed ove poteva esser creduta senza
difficoltà la spacciata follia della giovane di Lidcote, caso che ella
avesse voluto far prova di ricorrere alla compassione di coloro co’
quali nel durar delle pause si sarebbe trovata. Ma oltrechè ella non
vide speranza di adoperare con vantaggio questo espediente, le facea
troppo orrore la presenza del Varney, e il suo starsi tranquilla era il
solo patto sotto cui quel ribaldo le promise di tenersele lontano nello
scortarla.
I frequenti misteriosi viaggi che in compagnia del conte di Leicester
aveva fatti a Cumnor il Varney, gli acquistarono considerazione
presso tutte le poste di ricambio, e gli fu quindi agevole il trovar
prestamente cavalli tutte le volte che ne abbisognò. Laonde la lettica
ove stava quella deplorabile vittima era già vicina a Cumnor in quella
notte medesima che venne dopo la partenza di Kenilworth.
Allora Varney si accostò alla lettica, ma chetamente, come per
intervalli lo avea fatto lungo il cammino, e chiese al Foster: «Che fa
ella?»
«Dorme, gli rispose l’altro. Vorrei fossimo presto a casa; le vengono
affatto meno le forze.»
«Il riposo la ristorerà, e ben presto dormirà più lungo sonno,
risoggiunse il malvagio..... pensiamo, giunti, a metterla in un luogo
sicuro.»
«E perchè non nel suo appartamento? rispose il Foster. Già non v’è più
Giannina, perchè questa, dopo averla ben bene sgridata, la mandai a
stare con sua zia. Delle vecchie fantesche possiamo star certi.... esse
odiano di tutto cuore questa signora.»
«Nemmeno perciò voglio che ci fidiamo di loro, mio bell’amico. N’è
d’uopo racchiuderla nella stanza ove tieni in serbo il tuo oro.»
«Il mio oro! disse Tony mostrandosi molto agitato. Che intendete voi
dire, e di qual oro parlate? Iddio m’assista! non ho oro. Vorrei ben
averne!...»
«Oh! ti possa soffocare la peste, scimunito animale! Chi pensa al tuo
oro? Se fosse in me questa sete non ho io cento vie più sicure per
impadronirmene? In somma, la tua stanza da letto, che tu fortificasti
in un modo tanto bizzarro, sarà il carcere della Contessa, e tu
tanghero, andrai a sprofondarti ne’ morbidissimi materassi, che le
servivano per l’addietro. Già posso accertarti, che il Conte non ti
ridomanderà mai le ricche suppellettili di quelle quattro stanze.»
La quale ultima considerazione rendè più maneggevole il Foster, che
chiese unicamente al Varney la permissione di andare avanti per
apparecchiare ogni cosa, ed incalzando cogli speroni il cavallo, lasciò
la lettica sotto la scorta di Tider e di Varney, i quali la seguivano
ad una distanza di sessanta passi.
Giunta a Cumnor la Contessa, domandò di Giannina con gran premura, e
fortemente si turbò in udendo, che non potea più far conti sul servigio
di questa ottima giovinetta.
«Mia figlia mi sta a cuore, o Signora, le disse il Foster, con
quell’aria sua cipigliosa, nè ho gran vaghezza che impari a mentire, e
a macchinar fughe; su di tal particolare è già istrutta più ch’io non
l’avrei voluto, con buona licenza della Signoria vostra.»
Spossata dal viaggio, e tutta via spaventata dalle circostanze che
il precedettero, la Contessa non mostrò risentirsi dell’arrogante
acerbezza di tali detti, e si limitò a manifestare mansuetamente il
desiderio di ritirarsi nelle proprie stanze.
«Sì, sì, borbottò il Foster; l’inchiesta è ragionevole; ma con vostra
sopportazione voi non andrete più in quell’appartamento, pieno, stivato
di vanità mondane. Per questa notte dormirete in un luogo più sicuro.»
«Piacesse a Dio, nella mia tomba! soggiunse la Contessa; ma noi
fremiamo, anche nol volendo, all’idea della separazione che farà
l’anima dal nostro corpo.»
«Voi non avete alcun motivo perchè vi faccia fremere tale idea, disse
Tony; Milord arriva qui al nuovo giorno, e sicuramente tornerete in
grazia con lui.»
«Ma verrà egli? verrà egli sicuramente, buon Foster?»
«Sì, sì! _buon Foster_. Ma si vedrà qual _buon Foster_ sarò domani
quando parlerete di me con Milord! Benchè tutto quello che ho fatto sia
stato fatto unicamente per conformarmi ai comandi ricevuti da lui.»
«Voi sarete il mio protettore, un protettore alquanto ruvido per vero
dire, nondimeno mio protettore. Oh! se Giannina fosse qui!»
«Ella sta meglio dov’è. Basta una signora della vostra tempera
a scompigliare la testa d’una ragazza. Ma, vi abbisogna qualche
reficiamento?»
«Oh! no, no! La mia stanza, la mia stanza! Spero bene che potrò
chiuderla per di dentro.»
«Più che padrona! purchè io il sia altrettanto di chiuderla per di
fuori,» ed in questa prese una lucerna, e condusse Amy in una parte di
quell’edifizio, ove ella non era stata giammai. Convenne fare una lunga
scala a chiocciola per giugnervi, e li precedeva una delle vecchie
fantesche tenendo in mano una lampada.
Giunti al pianerottolo che seguiva l’ultimo gradino, attraversarono una
strettissima loggia di legno di quercia; e in fondo ad essa vedeasi
una grossa porta, che chiudea l’ingresso alla stanza del vecchio
avaro. Sfornita una tale stanza d’ogni arredo fatto per l’agiatezza
dell’abitarvi, non le mancava di prigione che il nome.
Fermatosi sulla soglia della porta il Foster, consegnò la lampada alla
Contessa, nè permise alla fantesca il seguirla. Amy entrò tostamente,
e dopo averla chiusa assicurò la porta coi numerosi catenacci di cui
Foster l’avea provveduta.
In tutto questo intervallo il Varney si stette nascosto a piè della
scala; ma udendo il romore de’ catenacci venne sulla punta de’ piedi,
e Foster gli accennò coll’occhio, quasi compiacendosi del proprio
ingegno inventivo, una macchina nascosta nel muro, il cui giuoco potea
facilmente e senza strepito abbassare una parte di loggia a guisa di
ponte levatoio, e togliere così ogni comunicazione fra la porta della
camera di Tony e il pianerottolo posto all’estremità superiore della
scala. La cordicella che metteva in lavoro la macchina, per solito
Foster se la tenea nella stanza onde premunirsi contra una esterna
invasione; ma or che la bisogna era di custodire un prigioniero, egli
raccomandò al pianerottolo la fune; ed anzi fece vedere al Varney
l’esperimento di abbassare questa specie di ponte levatoio.
L’altro si diede tosto ad esaminare la macchina con grand’attenzione, e
questa attenzione soprattutto rivolse a contemplare l’immenso vano che
quel trabocchello apriva schiudendosi.
Tetra oscurità vi dominava, ed era quella cavità profondissima,
poichè discendeva agli ultimi sotterranei, come il Foster lo disse
all’orecchio a Varney. Dopo che questi ebbe misurato per più riprese
col guardo la profondità della voragine, tutto venne rimesso
all’ordinario; indi costoro si trasferirono congiuntamente alla sala
del castello.
Colà pervenuti, il Varney disse a Tony di far portare da cena, e vino
del migliore in tanto ch’egli conduceasi in traccia di Alasco. «Vi
saranno faccende anche per lui, e conviene metterlo di buon umore.»
Foster intese il senso di questi detti, ma senza fare alcuna
rimostranza, credette soddisfare alla sua coscienza col mandare un
gemebondo sospiro. La vecchia assicurò Varney, che fin da quando egli
si partì, Alasco non avea, si può dire, nè mangiato nè bevuto, rimasto
continuamente rinchiuso nel suo laboratorio, e mostrando credere di
tanta importanza i propri lavori, come se la durata del mondo ne
dipendesse.
«Gl’insegnerò io, che il mondo aspetta qualch’altra cosa da lui,»
soggiunse il Varney, che prese una lucerna per andare a trovare
l’alchimista.
Ritornò indi nè tanto presto, e pallido era e contraffatto, comunque il
sorriso abituale in costui gli stesse ancor sulle labbra. «Il nostro
amico è sfumato!» tali ne furono le parole.
«Come? Che intendete voi dire? soggiunse il Foster. Fuggito
forse?... Oh Dio! le mie quaranta lire sterline, che costui doveva
decuplicare!... Ricorrerò subito alla giustizia.»
«No: t’insegno un modo più facile di ricuperarle.»
«Qual modo? sclamò Foster, qual modo? Voglio le mie quaranta lire...
Certamente io le credeva moltiplicate, ma ch’io non perda almeno il
capitale.»
«Va dunque ad appiccarti, ed a citare Alasco alla grande cancelleria
del diavolo, perchè si è là adesso che devi portar la sua lite.»
«Come? spieghiamoci. È fors’egli morto?»
«Appunto. Egli è morto, e la sua testa, il suo corpo son gonfi... Egli
stava mescolando le sue droghe infernali; gli è caduta la maschera di
cristallo, onde per solito si riparava il volto; il veleno volatile gli
è entrato nel cervello, ed ha operato il suo effetto.»
«_Sancta Maria!_ (sclamò il Foster, poi ricordandosi ch’era divenuto
puritano) cioè volli dire, Dio ci salvi nella sua misericordia
dall’avarizia e da tutti i sette peccati mortali... Ma ditemi: la
_protezione_, a vostro giudizio, era già consumata? Vi siete accorto,
che nei crogiuoli stessero verghe d’oro?»
«No, caro amico, non ho guardato che il cadavere. Oh lo schifoso
spettacolo! Se vedessi! Alasco è enfiato, come sarebbe un uomo esposto
dopo tre giorni sopra la ruota... Uh! Uh! Fa presto. Versami una tazza
di vino.»
«Voglio andare colà, soggiunse Foster, voglio esaminare io
medesimo....» E prese la lucerna a tal fine. Ma giunto all’uscio si
fermò titubando: «Non venite meco, sig. Varney?»
«A che fare? Ho veduto e ho gustato di quell’atmosfera più del bisogno
per perderne l’appetito. Però ho aperte le finestre e rinnovata
l’aria. Ne uscirono vortici di vapore sulfureo e d’altre materie che
soffocavano, come se lì entro avesse stanziato il demonio.»
«Eh! Non potrebbe anch’essere che questa morte fosse stata opera dello
stesso demonio?» soggiunse il Foster, sempre esitando. «Ho inteso dire
che in tali momenti e con tal genere di persone egli può tutto quello
che vuole.»
«Se quel demonio che ti sei creato in tua testa, ti conturba
l’immaginazione, per questa volta rimanti tranquillo. Bisognerebbe poi
che fosse un demonio irragionevole affatto. Qui, in brevissimo tempo,
egli ha avuto due bocconi squisiti.»
«Come due bocconi? Che significa ciò? Che volete voi dire?»
«Lo saprai a suo tempo; e poi oggi gli si prepara un altro
banchetto.... Oh! ma tu stimerai la vivanda troppo delicata per il
palato del diavolo. _Ella_ avrà salmi, concerti celestiali di serafini,
non è egli vero?»
All’udir tai detti Tony Foster s’avvicinò lentamente alla tavola, e
disse con voce sommessa:
«Buon Dio! Sir Riccardo: converrà dunque venire a tal punto?»
«Sì certamente, Tony; o a parte l’idea d’un fondo in tua proprietà.»
«L’ho predetto sempre che la faccenda andrebbe a finire così. Ma come
faremo sir Riccardo? Per qualunque cosa al mondo io non vorrei portare
le mani sovr’essa.»
«Di questo, non so biasimartene; e ne avrei ribrezzo, se ho da dirtela,
io stesso. Vedo che ci tocca augurarci Alasco e la sua manna... ed
anche quel cane di Lambourne.»
«Come sarebbe a dire? Dov’è dunque restato Lambourne?»
«Non interrogarmi d’altro. Tu lo rivedrai un giorno come t’insegna la
tua credenza. Ma torniamo ai nostri affari più seri. Voglio insegnarti
un lacciuolo per acchiappare una capinera. Dimmi Tony, quella trappola
in alto, quella macchina di tua invenzione, non può parere sicura,
anche quando le sono tolti i sostegni?»
«Sicuramente, rispose Foster. Essa di per se medesima non si abbassa,
se qualcuno non la preme.»
«E se la Signora, presa da voglia di fuggire, vi passasse sopra, il
peso del suo corpo basterebbe a darle la volta?»
«Basterebbe il peso d’un sorcio.»
«Or bene! Ella morirebbe nel tentare una fuga. Nè tu, nè io ci avremmo
colpa, mio bravo Tony. Andiamo a dormire.... Concerteremo meglio le
nostre cose domani.»
Nel dì successivo, sul far della sera, Varney chiamò il Foster per dar
compimento all’infame loro disegno.
Era già stato preso un pretesto per mandare al villaggio Tider e il
vecchio servo di Tony. Il Foster visitò in persona la prigione della
Contessa, come per vedere se nulla le abbisognasse.
E qualche forza ebbero pure su questo ribaldo la mansuetudine e la
pazienza della misera prigioniera, sì ch’ei non potè starsi dal
raccomandarle anche con calore, di non mettere il piede sulla soglia
della porta, sintantochè il lord Leicester non fosse arrivato. «Io
spero, costui soggiunse, che non tarderà.» Amy promise rassegnarsi
con pazienza a quella cattività; e Foster corse a raggiugnere il suo
complice, sentendosi in parte sollevata la coscienza dal peso che
l’opprimeva.
«Io l’ho avvertita, diceva fra se stesso. Ella è un’insidia priva di
conseguenza quella che si lascia vedere ad un uccelletto nell’atto di
tenderla.»
Partitosi adunque dalla stanza della Contessa senza chiuderne la
porta al di fuori, levò i sostegni del trabocchello, che rimase in
equilibrio per la lieve forza del combaciamento tra la sua estremità e
il pianerottolo.
I due ribaldi si ritrassero a pian terreno per aspettare ivi ciò che
accaderebbe; ma fin qui aspettarono indarno. Il Varney si diede a
meditare passeggiando su e giù per la stanza, e tenea nascosto il volto
nel suo mantello, che scoperse improvviso dicendo: «In fede mia! non
vi fu mai donna sì pazza da trascurare una tanto bella occasione di
fuggire.»
«Forse ella ha risoluto, rispose Foster, di aspettare l’arrivo di suo
marito.»
«Gli è vero, verissimo! (sclamò il Varney che immantinente uscì della
porta), io non vi aveva per anche pensato.»
Scorsi erano appena due minuti quando il Foster udì lo scalpitar d’un
cavallo nella corte, ed un fischio simile al consueto segnale, onde il
Conte faceva noto il suo arrivo. Un istante dopo la porta di Amy si
aperse, e tantosto cedè il trabocchello. S’udì il romor prolungato di
una caduta... un piccol gemito... e ogni cosa fu terminata.
Allora il Varney si fece alla parte esterna di una finestra e con
voce, il cui accento esprimeva una mescolanza atroce di fremito, e di
ostentata giocondità, chiese a Foster:
«Ebbene, la capinera è presa? Il tutto è finito?»
«Iddio ci perdoni!» Null’altro il Foster seppe rispondere.
«Stolto! soggiunse il Varney, non hai tu adempiuto il tuo ufizio? La
tua ricompensa non è ella sicura? Or guarda nel sotterraneo. Qual cosa
vedi tu là in quel fondo?»
«Non vedo fuorchè vesti bianche affastellate che sembrano un mucchio di
neve. Oh mio Dio.! Ella alza un braccio.»
«Gettagli qualche cosa addosso per levarla di stento. Tony, la cassa
de’ tuoi denari, sai ch’ella pesa!»
«Varney, tu sei un demonio in carne umana. Non v’è più bisogno di
nulla. Amy Robsart non è più.»
«Eccoci tolti da ogni impaccio! sclamò Varney entrando in quella
stanza, d’onde era uscito per accelerare il misfatto. Io non mi credeva
tanto abile ad imitare il fischio del Conte.»
«Oh! Se v’è un Cielo vendicatore, tu hai ben meritato di provarlo tale,
proseguì il Foster, e tu lo proverai; tu la uccidesti col renderle
ministri di morte gli affetti più teneri del suo cuore. Gli è un far
bollire l’agnello nel latte della propria sua madre.»
«Tu sei un imbecille, un fanatico, riprese a dire il Varney,
componiamci ora a mentir la sorpresa e a spargere intorno scompiglio su
questa morte. Il corpo dee rimanersi dov’è.»
Ma tanta scelleraggine non andò lungo tempo impunita; perchè mentre
i malvagi stavano consigliando, sopravvennero Tressiliano e Raleigh,
i quali avendo incontrati nel villaggio Tider e l’altro servo, li
costrinsero ad accompagnarli, e col loro ministerio s’introdussero nel
castello.
Tony Foster fuggì non sì tosto li vide entrare, e siccome pratico di
tutte le segrete vie di quell’abitazione, s’involò alle loro ricerche.
Ma il Varney fu sorpreso nello stesso luogo, ed anzichè manifestare
verun rimorso, sembrò che quell’anima d’inferno prendesse diletto
dall’additare il luogo, ove era la insanguinata salma della Contessa,
disfidando ad un tempo chi potesse provare aver egli parte a tal morte.
Tressiliano al contemplare il lacero corpo della donna, così
bella dianzi, e da lui amata cotanto, fu colpito da sì terribile
disperazione, che Raleigh trovossi costretto ad usare la forza per
allontanarlo da tale vista acerbissima, ed a prendersi cura da se solo
di quanto era mestieri eseguire dopo l’avvenimento fatale.
Varney dimise bentosto il pensiero di nascondere nè il delitto, nè le
cagioni che il mossero a commetterlo, e addusse per motivo di tale
inaspettata sincerità, che comunque una gran parte di quanto egli
confessava, non avesse potuto aver fondamento se non se di sospetti,
pur questi sospetti medesimi sarebbero bastati a privarlo della
confidenza di Leicester, e a distruggere tutto il sistema de’ suoi
ambiziosi divisamenti.
«Del rimanente, costui soggiunse, io non nacqui per condurre
nell’esilio e nella proscrizione gli avanzi di una vita disonorata, nè
per fare sì che la mia morte divenga spettacolo alla ciurmaglia.»
Tali erano questi detti, che diedero a temere non volesse attentare ai
propri giorni; onde si ebbe cura di rimover da lui tutto quanto avrebbe
potuto giovargli a tal uopo. Ma pari a certi eroi dell’antichità
portava sempre con sè una picciola dose di veleno potentissimo,
preparatogli senza dubbio dal dottore Demetrio Alasco, e ch’egli
trangugiò nel durare della notte.
Fu rinvenuto morto alla mattina del dì successivo, nè a quanto
appariva, sofferse lunga agonia; perchè ne’ lineamenti del suo volto,
ancorchè morto, leggeansi ancora le impronte di quel riso sardonico che
gli fu tanto famigliare. Ma la morte dell’empio è eterna, come dice la
Scrittura.
La sorte del costui complice rimase lungo tempo sconosciuta. Il
castello di Cumnor, dopo il commesso tradimento, fu abbandonato; perchè
i servi credettero avere udito vicino alla stanza, che fu poi detta la
_Camera di lady Dudley_, e grida, e gemiti, ed altri suoni straordinari.
Scorsi alcuni anni, Giannina, non ricevendone notizia alcuna, divenne
padrona delle sostanze del padre, e le divise con Wayland, che lasciata
affatto la vita del venturiere, fu tra gli onesti impiegati della
regale casa d’Elisabetta.
E lungo tempo dopo la morte di questi sposi, il loro figlio
primogenito, inteso a fare alcune ricerche nel castello, scoperse nella
_Camera di lady Dudley_ un segreto passaggio, chiuso da una porta di
ferro che aprivasi dietro il letto. Conducea questa porta ad una specie
di celletta, ove trovossi una cassa piena di oro, e sovr’essa uno
scheletro; onde allor solamente apparve qual fu la fine di Tony Foster.
Egli era fuggito in questo segreto luogo, l’uscio del quale chiudeasi
per di dentro con una molla, ma avendo dimenticata al di fuori la
chiave onde unicamente poteva aprirsi, rimase egli stesso vittima degli
espedienti adoperati per custodire quest’oro al cui acquisto aveva
venduta la salute della propria anima.
Gli è credibile che le grida e i gemiti uditi dai servi non fossero del
tutto immaginari, ma venissero dal misero agonizzante che implorasse
aiuto.
Giunta a Kenilworth la notizia dell’atroce destino cui soggiacque la
contessa di Leicester, furono interrotte immantinente tutte le feste.
Il Conte, ritrattosi dalla Corte, non si abbandonò lungo tempo che
ai suoi rimorsi. Ma poichè il Varney nelle confessioni fatte innanzi
morire nulla disse di pregiudizievole alla fama del suo protettore, il
Leicester divenne per la Regina scopo di compassione anzichè di sdegno.
Elisabetta lo richiamò finalmente presso di sè, colmandolo di nuovi
onori e qual uomo di Stato e qual favorito. Il rimanente della vita
di questo personaggio è noto assai dalla storia; ma sarebbesi in tal
qual modo scorta la giustizia del Cielo nella sua fine, se giusta una
tradizione generalmente accolta, fosse vero ch’ei morì vittima di un
veleno preparato ad un altro.
La morte di sir Ugo Robsart seguì bentosto quella della figlia. Egli
instituì suo erede Tressiliano; ma nè l’allettante independenza del
viver campestre, nè le promesse di Elisabetta che lo invitava alla
Corte, valsero a stoglierlo dalla profonda malinconia che si stanziò
nel suo cuore. Finalmente dopo avere provveduto all’esistenza degli
antichi amici e de’ vecchi servi di sir Ugo, col suo fedele Raleigh,
s’imbarcò nella spedizione fatta alla Virginia; e giovane d’anni,
ma fatto vecchio dai cordogli, morì di morte immatura in una terra
straniera.
In quanto spetta ai personaggi secondari della nostra storia ci
contenteremo dire, che lo spirito del Blount s’ingentilì in proporzione
che le sue rosette gialle appassirono, e diremo soprattutto ch’ei
si comportò qual valoroso uficiale nei campi della guerra, suo vero
elemento più che nol fosse la Corte. Quanto a Flibbertigibbet,
l’ingegno suo disinvolto lo trasse in considerazione e favore presso il
gran Tesoriere dell’Inghilterra, Guglielmo Cecil di Burleigh.
. . . . . . .
Tutto ciò che può dirsi abbozzo della presente storia, leggesi nelle
antichità della contea di Berk, scritte dall’Athmole; e n’è pure
sovente discorso nell’altre opere ov’è menzionato il conte di Leicester.
L’ingegnoso traduttore del Camoens, Guglielmo Giulio Mickle, ha
composto sulla tragica morte della Contessa una commovente elegìa,
intitolata: _Il Castello di Cumnor_, e terminata coi seguenti versi:
Da lunge sol quel diroccato resto
Osa guatar del loco, che ancor serba
Dal rio fatto d’Amy grido funesto,
La pastorella, e tanto le inacerba
Dolore il cor, che ne disvia gli armenti,
Quasi fosse velen di Cumnor l’erba.
Nè passeggier di notte è che s’attenti
Accostarsi a que’ merli, e n’ha ribrezzo
Tal, che suon crede di ferali accenti
Fin molle susurrar d’estivo orezzo.
FINE DI KENILWORTH.
NOTE:
[1] Quanto è maestro il pennello di Walter Scott nel non dimenticare
nessuna lievissima tinta purchè atta a rendere vie più veri i suoi
personaggi! Una Regina orgogliosa, quanto lo era Elisabetta, si sarebbe
vergognata, mostrando di ricordarsi minutamente i nomi di persone
ultime nella sua Corte. E che con questo sbaglio di nome abbia voluto
accennar ciò Walter Scott, apparirà manifestamente a chi rammenti, che
sul principio del Romanzo, il conte di Leicester, voglioso d’essere
re, ed a cui piacea farla da re, parlando di Tressiliano con Amy, non
sapea pronunziarne il nome, e profferiva invece l’altro ch’ei si creò
sull’istante, _Travaillon_, T. I, pag. 202.
[2] Classe di nobili, che viene dopo i Baroni e di cui si parla più a
lungo nell’_Ivanhoe_, altro romanzo di Walter Scott.
[3] _Balancing policy_: sembra che questo giuoco d’altalena sia stato
d’usanza, incominciato per lo meno dal tempo degl’Imperatori Romani, e
venendo in giù quanto si vuole.
[4] Pandaro, personaggio di _Troilo e Criseide_ in Shakespeare, che ha
qualche somiglianza col _Bonneau_ della _Pulcella_.
[5]
Se non che la coscienza m’assecura
La bella compagnia che l’uom francheggia
Sotto l’usbergo del sentirsi pura.
_Dante_.
[6] Si osservi che il Foster prima di partirsi da Cumnor per venire a
Kenilworth nunzio della fuga d’Amy, avrà naturalmente fatte indagini
sul modo di questa fuga, ed avrà parimente interrogato Giles Gosling,
che comunque propenso a Tressiliano, protestò già di non volersi
mettere in brighe principalmente col conte di Leicester o co’ suoi
partigiani. Si osservi in oltre che Varney avea già a lungo parlato con
Foster. Comunque tai cose vengano schiarite nel progresso del dialogo,
ho creduto non inopportuno il rammentarle, onde meglio apparisca che
l’autore in questo tratto del suo romanzo non può essere incolpato di
mettere a tortura indebita l’ingegno d’un attento leggitore.
[7] Osservisi qui ancora la maestria del pittor romanziere. Se in
tutt’altro istante tai detti avesse pronunziati il Varney si sarebbe
posto al grave pericolo d’un confronto. Ma lo scaltro accolse l’istante
degli _accenti pronunziati_ (dal Leicester) _in mezzo a violentissima
agitazione_, l’istante in cui già lo vedea persuaso della reità della
moglie, ed in cui per conseguenza un tale suggerimento, oltre a non
essere rischioso a chi ’l profferiva, gli procacciava fede maggiore.
[8] Alcuno potrebbe far questa obbiezione che sembra presentarsi
spontanea: _Ma Varney era egli più in tempo di tornare addietro
senza perdersi affatto? È egli possibile che un uomo indurato nella
scelleratezza, e giunto al passo cui era giunto costui, bilanciasse
nemmeno un istante fra un rimorso venuto troppo tardi, ed il proprio
annientamento?_ Tale obbiezione però perde forza; allorchè si consideri
che Varney poteva a tutti gl’istanti vedere Amy, e che ogni qual
volta avesse date prove non equivoche di pentimento a questa donna,
oltre ogni dire virtuosa, credula, compassionevole, ella era tale da
perdonargli e da sottrarlo col tacerne i commessi attentati ai furori
del Conte.
[9] V. Tom. 1. pag. 126.
[10] Nome di cantori girovaghi, assai giulivi, da cui vennero indi i
buffoni.
[11]
Oh! se color che invidiosi or sono
Del grado altero, d’onde a me gli omaggi
Vengon di cieche turbe, entro quest’alma
Il duol leggesser che la rode, e l’aspro
Martir di rattenerlo, non sì abbietto
Un sol fôra di lor, che sè in Dudley
Disïasse cangiar.
_Schiller_. Maria Stuarda.
[12] Arte ammirabile dell’autore del romanzo! Dopo tai detti chi non
ama Leicester? Chi non è proclive a perdonargli i fatali errori, in cui
lo trasse la sua colpevole e cieca ambizione? Chi quasi non lo assolve
anticipatamente delle crudeli conseguenze, che questi errori medesimi
son per produrre?
[13] Il fanciullo sapea fin da quando si disgiunse dal maniscalco, che
questi era al servigio di Tressiliano.
[14] Chi non è proclive a piangere con Burleigh all’udire questi ultimi
accenti della Regina? Pur tali detti non sono che la confessione di
un’amante, che si sforza invano di nascondere la passione che la
signoreggia. Ma questa amante è la grande Elisabetta, e chi ne dipinge
la lotta d’affetti cui ella soggiace, è Walter Scott.
[15] Vedi il congedo di Giles Gosling e Michele Lambourne al tom. 1.
pag. 216, 217.
[16] E a questo passo e a diversi altri del presente capitolo, fino
alla terribile sua conclusione, richiamo i leggitori alla nota posta a
pag. 124 del 3.º tomo.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
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