The Project Gutenberg eBook of Kenilworth, vol. 3/4
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Title: Kenilworth, vol. 3/4
Author: Walter Scott
Translator: Gaetano Barbieri
Release date: July 5, 2026 [eBook #79031]
Language: Italian
Original publication: Napoli: Marotta e Vanspandoch, 1825
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79031
Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK KENILWORTH, VOL. 3/4 ***
KENILWORTH
DI
WALTER SCOTT
VOLGARIZZATO
DAL
Professore Gaetano Barbieri.
»E beltade e virtù, congiunte al paro
»L’eccelsa figlia di Tudor fregiaro;
»Tremi chi nanti a noi con felli accenti
»L’augusto nome lacerar s’attenti
IL CRITICO.
TOMO TERZO.
NAPOLI,
Presso R. MAROTTA e VANSPANDOCH.
1825.
KENILWORTH.
CAPITOLO PRIMO.
S’avvicina il momento: è giunto: or tocchi
Di tua carriera la gran meta. Gli astri,
Che parteggiar per te, vinsero: amico
D’ogni Pianeta t’è l’influsso: ognuno
Co’ segni suoi giunto il gran dì t’addita.
_Schiller._
Pervenuta era al suo termine una sì rilevante ad un tempo e penosa
giornata. Il navilio del Leicester, dopo avere sofferto più d’una
burrasca, e urtato in più d’uno scoglio, entrò nondimeno in porto a
bandiera spiegata, allor quando quest’uomo straordinario, raggiunte le
soglie della propria abitazione, si trovò estenuato, siccome appunto un
nocchiero al cessare della tempesta. Non profferì egli una parola in
tutto il tempo speso dal Ciamberlano nel cambiare il ricco mantello da
Corte in una veste da camera foderata di pelliccia; ed allorchè questo
uficiale gli annunziò, che Varney desiderava parlare a sua Signoria,
rispose solamente collo scuotere il capo, come uomo dominato da mal
umore. Varney entrò ciò nonostante, interpretando un tal segno come una
tacita permissione; onde il Ciamberlano si ritirò.
Il Conte, che teneva appoggiata sulla propria mano la testa, ed il
gomito sul tavolino che gli stava a fianco, rimase silenzioso ed
immobile in quella positura, come quasi non s’accorgesse dell’arrivo
o della presenza del suo confidente. Il Varney studioso d’indagare in
quale stato d’animo si trovasse un uomo che in quel giorno medesimo
avea ricevute sì moltiplicate e variate impressioni, e tutte violente,
aspettava che il Conte aprisse egli stesso il discorso. Ma questo
aspettare fu indarno, e fermo l’altro nel tacersi, con tai detti il
confidente ruppe il silenzio scambievole.
«Poss’io congratularmi colla Signoria vostra della ben meritata
prevalenza che ella ottenne in tal giorno sul più terribile de’ suoi
rivali?»
Sollevò il capo Leicester, e mestamente, ma senza sdegno, rispose: «Tu,
Varney, che colla tua mente, vaga soltanto di correre le vie tortuose,
mi traesti in tale labirinto di bassi artifizi, puoi giudicare s’io
abbia, e quai motivi io m’abbia, per congratularmi con me medesimo.»
«E che? mi biasimereste forse, o signore, perchè al primo scoglio
che ci si presentò, non fui primo a tradire un segreto, da cui
dipende la vostra sorte, e che tante fiate e con sì premurose istanze
raccomandaste alla mia prudenza? La Signoria vostra era presente.
Quando che vi fosse piaciuto, non era forse in arbitrio vostro il
contraddirmi, e perder voi stesso, confessando la verità? Ma non
certamente si apparteneva ad un vostro fedel servo lo svelarla senza
che gliene deste un comando.»
«Non posso negarlo, o Varney (disse il Conte che indi si levò, fattosi
a traversare con lunghi passi la stanza). La mia ambizione fu quella
che tradì il mio amore.»
«Dite piuttosto, o signore, che l’amore tradì sul più bello i disegni
del vostro innalzamento, chiudendovi il cammino ad un avvenire colmo
di possanza e di onori, a quella sorte brillante, che l’Universo non
può offerire fuorchè a voi solo. Premuroso di assicurare alla mia
rispettabile padrona il titolo di Contessa, perdeste l’occasione di
divenir voi medesimo...»
Qui troncò a se stesso il proprio dire Varney, come se un concentrato
rammarico gli avesse impedito il continuare.
«Di divenir io medesimo?.... qual cosa? (gli chiese finalmente il
Leicester). Parla chiaro, o Varney.»
«Di divenire voi medesimo re, e quel che più monta, re d’Inghilterra.
Nè col parlare in tal guisa offendo io del certo la Regina. Poteva
egli accadere altrimenti, tostochè cedendo al voto generale dei suoi
sudditi, fosse venuta all’istante, non forse lontano, di scegliersi uno
sposo in cui si unissero nobiltà, avvenenza e valore?»
«Tu sei pazzo, o Varney, rispose il Leicester. Per altra parte, a’
dì nostri non abbiam forse veduto bastanti cose per far abborrire a
qualunque uomo una corona nuziale tolta dal grembo della sua donna? Hai
forse dimenticato quello che accadde in Iscozia a Darnley?»
«Darnley! disse il confidente. Signore, e che mi parlate voi di quello
sciocco, di quell’imbecille, di quel giumento sellato a tre basti, che
si lasciò lanciare in aria come un razzo tratto in giorno di festa? Se
la Stuarda avesse avuta la sorte di sposarsi a quel nobile Conte, che
parve un dì chiamato dal destino a dividere il soglio con lei, le cose
avrebbero preso assai diverso andamento. Ella non sarebbesi in allora
dimenticati i riguardi dovuti ad un tale sposo, e voi avreste trovato
in essa una moglie docile ed affezionata, quanto possa vantarla un
gentiluomo di villaggio, avvezzo a vedere la propria compagna, che ne
segue cavalcando i cani da caccia, o gli tiene la briglia del cavallo,
mentre egli sta per salirvi.»
«Poteva forse accader quanto dici, o Varney (replicò il Leicester,
e tosto un lieve sorriso d’amor proprio soddisfatto ne schiarì la
fronte in pria nuvolosa). Enrico Darnley conosceva poco le donne.
Tutto altr’uomo più pratico di questo sesso, avrebbe facilmente
mantenuta la dignità virile al cospetto della Scozzese. Ma non può
dirsi altrettanto per chi avesse che fare con Elisabetta. Credo
che Dio nel darle un cuore di femmina, le compartì ad un tempo un
cervello maschile per frenare questo cuore. Oh! la conosco troppo.
Ella accetta bensì pegni d’amore, e contraccambia di egual prezzo i
propri adoratori; ben collocherà nel proprio seno le amorose poesie che
le si offrono, ed altre ne saprà pur anche rispondere, e condurre le
galanti corrispondenze fino al termine che divengano un mutuo cambio
di affetti, ma _nil ultra_ ove trattisi di tutto quanto può lusingare
un uomo ambizioso. Costei non abbandonerebbe un _iota_ del suo potere
supremo per l’intero alfabeto dell’amore e dell’imeneo.»
«Tanto meglio per voi, o signore, disse il Varney, tanto meglio per
voi, intendo, se tale, come supponete, fosse la mente della Regina
da non poter voi aspirare al titolo di suo sposo. Ne siete però il
favorito, e vi conserverete tale sintantochè la signora del castello di
Cumnor rimarrà nel buio che la nasconde a tutti gli sguardi.»
«Povera Amy! (disse il Leicester mandando un profondo sospiro). Ella
che brama sì ardentemente, di essere riconosciuta alla presenza di Dio
e degli uomini!»
«So bene che ella lo brama, rispose Varney, ma è egli ragionevole un
tal desiderio, o Signore? I suoi scrupoli religiosi non sono al fine
soddisfatti? Essa è già sposa legittima, onorata ed amata siccome tale;
gode della società del marito ogni qualvolta egli può esimersi da
indispensabili doveri. Che può ella dunque bramare di più? A me sembra
che una persona affettuosa e d’indole tanto soave, com’ella si mostra,
piuttostochè menomare in alcun modo gli onori e la futura grandezza del
suo sposo col volere immaturamente dividerne le prerogative, dovrebbe
acconsentire a condurre anche tutta la vita nella oscurità in cui
trovasi presentemente; oscurità, che ben calcolando tutte le cose, non
è da posporsi all’ingrata vita cui si vedea costretta nel miserabile
castello di Lidcote.»
«Avvi, nol nego, qualche cosa di vero in quanto dici, o Varney, e
vedrei tutto perduto se Amy comparisse alla Corte. Però, come impedire
ch’ella si presenti a Kenilworth? Elisabetta non dimenticherà gli
ordini dati a tale proposito.»
«Lasciatemi dormir sopra a questa difficoltà, disse Varney. Non posso
così su due piedi aver formata tutta la pianta di un disegno che mi sta
or nella mente, e che concilierebbe i vantaggi di soddisfar la Regina,
di non offendere la mia padrona, e di lasciare questo fatale segreto
sepolto nel buio in che ora trovasi avvolto. Vostra Signoria ha altri
ordini da darmi per questa sera?»
«Bramo essere solo, rispose Leicester; lasciatemi; mettete su quel
tavolino la mia cassetta d’acciaio, e state pronto a ricevere gli
ordini che dovessi darvi.»
Non appena si fu ritirato Varney, il Conte aperse la finestra del
proprio appartamento, e dopo avere trascorso lungo tempo a contemplare
le stelle che in brillantissimi gruppi ornavano una delle più belle fra
le notti ancor vedutesi in quella state, lasciò sfuggirsi tai detti
senza avvedersene.
«No: mai non ebbi tanto d’uopo delle costellazioni del Cielo: troppo
oscuro e intralciato è il mio cammino su questa terra.»
È noto che in tal secolo si avea grande fiducia nelle vane predizioni
dell’astrologia giudiciaria; ed il Leicester, benchè generalmente
immune da tutte l’altre superstizioni, non era superiore sotto questo
aspetto al secolo in cui vivea. Che anzi niuno potè starsi dal por
mente all’incoraggiamento da lui dato ai professori di tale pretesa
scienza. Nè per vero dire è cosa maravigliosa, che il desiderio di
conoscere l’avvenire, sì comune agli uomini d’ogni paese, domini con
assai più grande forza sopra coloro, la cui vita si passa fra gli
avvolgimenti e le cabale della Corte.
Dopo avere il Leicester adoperata tutta l’attenzione per iscoprire se
mai la sua cassetta d’acciaio fosse stata aperta, e se la serratura
trovavasi tuttavia nello stato in cui egli l’aveva lasciata,
v’introdusse la chiave. Indi ne trasse una certa quantità di monete
d’oro contenute entro una borsa di seta, poi una pergamena, sulla quale
erano dipinti i segni planetarii, e le linee e le cifre numeriche,
di cui si valgono i facitori d’oroscopi. Dopo avere contemplati
minutamente questi mistici indizi, levò dalla cassetta medesima una
larga chiave, poi sollevando la tappezzeria, l’adattò alla serratura di
una piccola porta nascosta in un angolo della stanza, e che metteva ad
una scalinata fatta entro la grossezza del muro.
«Alasco, (disse il Conte alzando la voce, ma in tal guisa che lo udisse
soltanto l’abitante della torricella cui conducea quella scala).
Alasco! ripetè egli, discendi.»
«Vengo, signore,» rispose una voce dall’alto della torre, e il camminar
lento d’un vecchio faceasi udire lungo quella scaletta a lumaca;
finalmente Alasco comparve nell’appartamento del Conte. L’astrologo,
uomo di bassa statura, pareva assai attempato: la bianca barba gli
scendea lungo il suo nero mantello fino alla cintura di seta: bianchi
ne erano parimente i capelli; ma le sopracciglia apparivano nere,
siccome gli occhi vivaci e scaltriti ch’esse adombravano; singolarità,
che dava un’apparenza affatto straordinaria alla fisonomia del
vegliardo. Fresca però ne era tuttavia la carnagione, colorate le
guance, e gli occhi che già descrivemmo rassembravano quelli d’un
sorcio; tanto maligno e malauguroso ne era lo sguardo. D’una specie di
dignità non andavano privi i costui modi, e l’interprete delle stelle,
comunque rispettoso, sembrava uomo assai agiato, e che assumeva persino
il tuono dell’autorità conversando col primo favorito d’Elisabetta.
«Voi vi eravate ingannato ne’ vostri pronostici, o Alasco (disse il
Conte dopo avergli restituito il saluto). Egli è convalescente.»
«Figlio mio, replicò l’astrologo, permettetemi ricordarvi ch’io non
mi feci mallevadore della sua morte. Tutti i pronostici che noi
possiamo ottenere dai corpi celesti, dalla loro forma, e dalle loro
congiunzioni, sono sempre soggetti alla influenza superiore della
Divina possanza.
«Astra regunt homines, sed regit astra Deus».
«E a che giovano dunque tutti questi vostri misteri?» domandò il Conte.
«Giovano assai, figlio mio, rispose il vecchio, perchè dimostrano
il corso naturale e probabile degli eventi, benchè questo corso sia
subordinato ad un più alto potere. Così, se la Signoria vostra tornerà
ad esaminare l’oroscopo ch’ella assoggettò all’arte mia, potrà vedere
che Saturno è nella sesta casa opposta a Marte, che questo Pianeta
dà addietro nella _casa della vita_; nè si potea far di meno di non
leggere in tutto ciò una malattia lunga e pericolosa, di cui l’esito
sta nelle mani della Provvidenza, benchè quest’esito per solito sia la
morte. Nondimeno, s’io sapessi il nome della persona di cui si tratta,
potrei tirare un altro oroscopo.»
«Il suo nome è un segreto, disse il Conte. Pure sono costretto a
confessare, che la predizione non si appose in tutto al falso. Ei fu
infermo, pericolosamente infermo, ma non al punto di morire. Hai tu
novellamente tirato il mio oroscopo, siccome te ne diede il comando
Varney? Sei tu presto a scoprirmi qual cosa predicono gli astri sulla
mia fortuna avvenire?»
«La mia arte è tutta per voi, disse il vecchio, ed eccovi, figlio mio,
la carta della vostra fortuna, brillante al pari dei fuochi medesimi
di que’ sacri segni ai quali il nostro destino è soggetto. Questa
fortuna che vi predico però non andrà affatto esente da difficoltà, e
da pericoli.»
«Se fosse altrimenti, ripigliò a dire il Conte, io sarei al di sopra
d’un mortale. Proseguite pure a chiarirmi le cose, e persuadetevi di
parlare ad uomo pronto a tutto quanto i destini gli serbano, e risoluto
ad operare o a sofferire qual si conviene ad un nobile Inglese.»
«Quel coraggio che ti fa pronto all’una o all’altra delle due prove,
dee sublimarsi ancor maggiormente, rispose il vecchio; le stelle
sembrano annunziarti un titolo più superbo, un grado più fastoso.
Tocca a te l’indovinare il senso di una tal predizione, e non a me lo
scoprirlo.»
«Deh! mel dite, ve ne prego, ve lo comando,» dicea il Leicester, e in
ciò dire si faceano ardenti al par di brage i suoi occhi.
«Nè posso, nè voglio dirlo, replicò il vecchio. Lo sdegno de’ principi
è eguale alla collera del leone. Ma poni mente, e giudica di per te
stesso. Qui Venere, ascendendo nella _casa di vita_, e congiunta col
sole, sparge ondate di luce, ove lo splendore dell’oro si mescola con
quel dell’argento, certo presagio di potere, di ricchezza, di dignità,
di tutto quanto alletta l’umana ambizione. Quel Cesare sì rinomato
ne’ fasti dell’antica e potente Roma, non intese mai dalla bocca de’
suoi Aruspici un avvenire di gloria da paragonarsi con quello che,
invigorita dalla fecondità di un tal testo, potrebbe sfoggiare al
figlio mio favorito la mia sapienza.»
«Tu ti prendi giuoco di me, o vecchio,» disse il Conte, maravigliato
del fervore che l’astrologo poneva in quella sua predizione.
«Forse che questo è momento di scherzi per tale che, siccom’io, ha gli
occhi fisi verso il Cielo, e i piedi sull’orlo della tomba?» replicò
con solenne tuono il vegliardo.
Il Conte fece due o tre passi nel suo appartamento, tenendo le braccia
distese, e qual uomo che ubbidisse ai cenni di un fantasma, che lo
eccitasse ad alte imprese. Pure nel volgersi addietro sorprese l’occhio
dell’astrologo immobile sopra di lui, ed una maliziosa furberia
dipingevasi negli sguardi indagatori che costui lanciava per traverso a
quelle nerissime sopracciglia. L’anima altera e sospettosa di Leicester
prese fuoco tutto ad un tratto; si lanciò sopra il vecchio partendosi
dall’estremità di quel vasto appartamento, nè si fermò, che allorquando
la sua mano distesa fu quasi addosso al corpo dell’astrologo.
«Sciagurato! diss’egli, se per tua disgrazia ti fossi avvisato di
darmi ad intendere chimere, son tale da farti scorticar vivo. Confessa
che t’hanno pagato per ingannarmi, per tradirmi. Confessa che sei un
impostore, e ch’io sono la tua vittima, il tuo zimbello.»
Il vecchio diede alcuni indizi di sbigottimento; ma non però maggiore
di quello, che avrebbero potuto destare perfino in chi fosse stato
innocente le furie subitanee impadronitesi in allora del Conte.
«E che vuol dire una tal violenza, o signore?» tosto si fece a dire.
«Come posso io essermi meritato la vostra collera?»
«Provami, rispose, tuttavia fuor di se medesimo il Conte, provami che
non ti sei concertato co’ miei nemici.»
«Signore, rispose il Vecchio con ben mentita dignità, voi non potete
avere su di ciò prova migliore, siccome quella che vi sceglieste da
voi medesimo. Ho trascorse le ultime ventiquattr’ore rinchiuso in una
torricella, di cui voi solo vi riteneste in poter vostro la chiave.
Ho speso il tempo della notte in contemplando con questi miei occhi,
pressochè spenti, tutti i corpi celesti, e ho travagliato nel durare di
tutta la giornata il mio ingegno a compiere i calcoli che nascono dalle
combinazioni di tali pianeti. Non gustai cibo terrestre. Non udii una
voce d’uomo soltanto, e ben vi è noto che l’udirla m’era impossibile.
Pur v’accerto io, che ho passate, vi dissi, queste ventiquattr’ore
nella solitudine e nella meditazione, vi accerto, che la vostra stella
ha dominato sull’orizzonte; onde o il luminoso libro de’ cieli ha
mentito, o un felice mutamento debb’essere oggi accaduto nella vostra
sorte. Se in tale intervallo, nulla occorse per cui la vostra possanza
abbia acquistato maggiore fermezza, o siasi aumentato il favore di cui
godete, allora del certo non sarò io che un impostore; e la divina arte
che nacque nella pianura della Caldea, non sarà null’altro che una
bassa furfanteria.»
«Egli è vero, disse il Leicester, fattosi più tranquillo, che tu eri
strettamente rinchiuso, ed è parimente vero quel cambiamento delle cose
mie, che tu racconti avere letto negli astri.»
«E perchè dunque, o figlio, mi aggravi con tai sospetti? (disse
l’astrologo prendendo un tuono esortatorio). Le intelligenze celestiali
mal soffrono una tale incredulità, se anche alligna negli uomini ad
esse i più favoriti.»
«Chetati, o vecchio, rispose il Leicester, io m’ingannai; e sii pago
d’aver udito da me tal confessione, cui nè per bassa condiscendenza, nè
per iscusarsi, le labbra di Leicester discenderanno più mai, se non è
appunto innanzi al potere supremo, al quale tutto dee prostendersi su
questa terra. Ma passiamo ora a ciò che mi tiene sollecito l’animo in
mezzo a queste tue visioni d’un avvenire brillante. Tu dicesti esservi
ancora una parte di prospettiva men lieta. La tua scienza può essa
istruirmi d’onde il pericolo è da temersi, e qual sarà lo strumento che
lo condurrà sopra di me.»
«Le sole cose che la mia arte mi permette soggiugnere in risposta alla
vostra interrogazione son queste, disse allora l’astrologo. Il lato
sinistro degli astri vi annunzia qualche spiacevole vicissitudine,
siccome cagionata da un giovine.... forse un rivale. Ma non iscopersi
se un tal rivale debba esserlo in amore, o nella grazia della Regina.
Sola particolarità ch’io possa dirvi di più, è la seguente: il rivale
viene dalla piaggia d’occidente.»
«Dalla piaggia d’occidente! Basta così, sclamò tosto il Leicester,
perchè da tal piaggia appunto vien la tempesta. Le contee di
Cornovaglia, e di Devon! Raleigh, o Tressiliano! È chiaro che gl’indizi
portano sovr’un di questi. Io debbo dunque liberarmi d’entrambi. Saggio
vecchio, s’io ti feci ingiuria, ne avrai almeno una generosa ricompensa
da quel medesimo che t’ingiuriò.»
Detta la qual cosa trasse dal suo scrigno che gli stava innanzi una
borsa piena d’oro. «Eccoti il doppio di quanto ti promise Varney.
Sii fedele nel custodire i miei segreti, ubbidisci alle istruzioni
che ti verranno date dal mio grande scudiere, nè ti dolga di alcuni
istanti molesti che tu debba per ben servirmi trascorrere nel ritiro.
Te ne sarà tenuto largo conto, non ne temere. Olà! Varney, conduci
questo rispettabile vecchio nel suo appartamento; non lo lasciar
mancare di nulla; ma soprattutto prenditi gran cura ch’ei non abbia
corrispondenza con chicchessia.»
Varney, già comparso al primo cenno, chinò il capo dopo d’avere uditi
questi ordini; l’astrologo non si congedò altrimenti dal Conte che
col baciargli la mano; indi seguì il grande scudiere in un altro
appartamento ove stavano per l’indovino preparati vino e reficiamenti.
Sedutosi costui all’apprestatagli mensa, il Varney chiuse colla massima
cautela due porte, ed esaminò la tappezzeria per accertarsi che nessuno
fosse ivi a spiare; indi sedutosi rimpetto al suo personaggio, cominciò
in sì fatta guisa ad interrogarlo.
«Intendeste voi i segni che vi feci mentre tanta altezza ci disgiugneva
l’uno dall’altro?»
«Sì, disse Alasco (tale era il nome che in questo luogo si dava il
mariuolo) ed agli stessi segni mi conformai nel tirare il mio oroscopo.»
«E lo spacciaste senza incontrare difficoltà?»
«Non vi dirò senza difficoltà, ma lo spacciai; nè ho dimenticato di
accennare, come fu nostra intelligenza, un pericolo che potea scaturire
dalla rivelazione di un segreto, e da un giovine venuto dall’Occidente.»
«I timori in cui si sta il mio padrone, e la sua coscienza, ne
guarentiscono ch’ei crederà vere così l’una come l’altra delle
predizioni, risoggiunse il Varney. Non vidi mai uomo lanciatosi nella
carriera ch’ei corre, conservare con tanta forza i ridicoli suoi
pregiudizi. Ma non ho già scrupolo nell’ingannarlo, poichè si tratta
de’ suoi vantaggi medesimi. Parliamo ora de’ vostri altari, saggio
interprete delle stelle, perchè io posso dirvi la vostra sorte meglio
che tutti i pronostici possibili. Sappiate dunque che vi è d’uopo il
partire di qui sull’istante.»
«Non voglio saperne altro, disse impazientendosi Alasco. Troppe
agitazioni d’ogni genere ho provate da poco in qua. Dopo essere stato
per giorni e notti chiuso entro il breve ricinto di una torricella,
voglio godere finalmente della mia libertà, e proseguire ne’ miei
studii, ben più importanti, che nol sono i destini di cinquanta uomini
di Stato, o di cinquanta cortigiani, ch’io paragono volentieri a bolle
d’aria, le quali si sollevano, e scoppiano tosto nell’atmosfera di una
Corte.»
«Voi farete come crederete meglio (rispose il Varney, con quel
riso sardonico che una lunga consuetudine avea fatto famigliare ai
lineamenti del costui volto, e che è preso per distintivo dai pittori
allorchè vogliono dipingere il Diavolo). Godete pure della vostra
libertà, e continuate ne’ vostri studii fintantochè i pugnali degli
uomini stipendiati dal Sussex attraversando il vostro mantello, non vi
vengano a salutare le coste.»
Impallidì il vecchio a tai detti, ne’ quali così il Varney continuò.
«Credete voi ch’egli non abbia offerto una ricompensa a chi arresterà
il malvagio ciarlatano e venditor di veleni Demetrio, che fornì certe
preziose droghe alla cucina di sua Signoria? E che? Impallidite,
vecchio amico? Sarebbe forse perchè il vostro Alì vede qualche
disgrazia nella _casa di vita_? Ascoltami: noi ti manderemo in
un’antica abitazione di campagna che m’appartiene; tu menerai ivi la
tua vita in compagnia d’un buon rusticano, e gli trarrai ducati col
soccorso della tua alchimia, ch’è quanto di buono, cred’io, ella sappia
fare.»
«Tu te ne menti, derisore temerario quanto scortese (disse Alasco che
un impotente sdegno fece tutto fremente). Non v’è nel mondo chi ignori
essermi avvicinato alla perfezione più di quanti chimici sono sopra la
terra; nè fra questi se ne trovano sei che mi pareggino nel possedere
un’approssimazione esatta al _Grande Arcano_.»
«Via, via, disse interrompendolo Varney, a che, in nome del Cielo! far
meco queste commedie? Forse che non ci conosciamo l’un l’altro? Io ti
credo sì ben innoltrato, sì perfetto ne’ misteri della furfanteria,
che dopo avere ingannato tutto il genere umano, sei giunto persino ad
ingannar te medesimo; tal che senza cessare dal far tuo zimbello i tuoi
simili, sei divenuto in tal qual modo il tuo proprio zimbello. Non fare
il vergognoso, che non ne hai il motivo. Tu sei erudito. Ecco ch’io ti
presento un conforto classico:
«Ne quisquam Aiacem possit superare nisi Aiax.»
Tu solo potevi ingannar te medesimo dopo che riuscisti ad ingannare
tutta la confraternita dei _Rosa-Croce_. Niuno giunse più di te ad
alta meta nel _Gran Mistero_; ma fa che questi miei detti entrino bene
nel tuo orecchio: Se il veleno posto per opera tua nel brodo di Sussex
avesse avuto effetto più sicuro, stimerei un po’ più questa tua chimica
che tanto porti alle stelle.»
«Tu sei uno scellerato indurito nella colpa, o Varney, rispose Alasco;
molte persone ardiscono commettere azioni di tal natura, ma non hanno
poi l’impudenza di parlarne.»
«E molte ne parlano, che non ardirebbero di commetterle. Ma non andar
in collera. Io non voglio attaccar briga con te. Povero me se il
facessi! Mi crederei costretto a vivere per un mese di sole uova, onde
cavarmi con sicurezza la fame. Dimmi dunque tostamente, come ti sia
fallita la tua arte in un’occasione di tanta importanza.»
«L’oroscopo del conte di Sussex, rispose l’Astrologo, annunzia _che il
segno dell’ascendente essendo in combustione_...»
«Finiscila una volta con queste tue scipitezze. Credi forse aver che
fare con un compare?»
«Perdonatemi, disse il vecchio, vi giuro non conoscere io fuorchè un
solo rimedio che fosse stato capace di salvare la vita al Conte; ma non
v’è uomo in Inghilterra, che sappia tale antidoto eccetto me, e per
altra parte gl’ingredienti necessari a comporlo, e principalmente un
d’essi, sono sì rari, che è quasi impossibile il procurarseli. Laonde
mi è forza credere, ch’ei debba solamente la propria salvezza ad una
costruzione di polmoni e di parti vitali più robusta che in uom vivente
siasi trovata giammai.»
«Ho inteso parlare di un ciarlatano che lo ha curato (disse il Varney
dopo avere pensato un istante); siete voi ben sicuro, che nessun altro
possegga nell’Inghilterra questo prezioso segreto?»
«Eravi un uomo, disse il dottore, una volta mio servo, e che avrebbe
potuto rubarmi tale tesoro della mia arte, siccome me ne rubò due o
tre altri; ma la mia politica, come v’immaginerete bene, non comporta
che alcuna persona intrusa si frammetta nelle cose del mio mestiere.
L’uomo di cui vi parlo, non ha più voglia credetelo, di correr dietro
ai segreti; e tengo per fermo, che fu sollevato al Cielo sulle ali di
un dragone di fuoco.... lasciamolo in pace nel luogo che è. Ma passando
al ritiro ove vorreste confinarmi, avrò io un’officina ai miei comandi?»
«Un intero laboratorio, rispose Varney; perchè un reverendo padre
abate, obbligato a dar luogo al re Enrico ed ai suoi partigiani,
saranno vent’anni, aveva un compiuto apparecchio di cose chimiche, che
fu costretto lasciare ai suoi successori. Là tu potrai sciogliere,
soffiare, accendere, e moltiplicare, sintantochè _il dragone verde
divenga un’oca d’oro_ o come meglio piacerà esprimersi alla spettabile
confraternita.»
«Avete ben ragione signor Varney, disse l’alchimista digrignando i
denti, avete ragione anche quando vi fate beffe delle cose le più
giuste e le più ragionevoli; perchè di fatto quanto or dite per solo
dileggio potrebbe accadere innanzichè c’incontrassimo di bel nuovo. Se
i dotti i più venerabili degli antichi tempi hanno detta la verità;
se i più saggi de’ nostri giorni l’hanno ricevuta qual si dovea; se
venni accolto per ogni ove, e nella Polonia, e nell’Olanda, e sin negli
estremi confini della Tartaria siccome un uomo, cui la natura fe’
parte de’ più impenetrabili fra suoi misteri; se ho acquistati i più
segreti segni della cabala Giudaica a tal grado di perfezione, che le
barbe più venerabili della sinagoga si terrebbero onorate scopando i
gradini del tempio per farli degni di essere calcati da’ miei piedi;
se omai non v’è più d’un passo che disgiunga i miei lunghi e profondi
studii da quella immensa massa di luce, per cui giugnerò a scoprire
la natura che veglia sulla cuna di quante ricchissime e gloriosissime
produzioni vengono dalla sua mano; se brevissimo intervallo soltanto
separa lo stato mio di subordinazione, ed il potere supremo, la mia
povertà, ed un tesoro cotanto immenso, che senza questo nobil segreto,
non basterebbero a pareggiarlo le miniere dell’antico e del nuovo
Mondo... ditemi, ve ne prego, non ho io ragione di consacrare la mia
vita futura a questa ricerca, convinto, che dopo un breve tempo, dato
pazientemente allo studio, m’innalzerò al di sopra d’ogni soggezione
verso i favoriti, e le loro creature che oggidì mi tengono schiavo?»
«Bravo, bravo, mio buon padre (disse il Varney coll’espressione a
lui ordinaria di causticità e di riso sardonico); ma tutta questa
approssimazione alla pietra filosofale non trae un solo scudo dalla
borsa di milord Leicester, e molto meno da quella di Riccardo Varney.
Ci abbisognano servigi terrestri e visibili; e poco a noi rileva il
sapere chi sieno quelli che tu inganni altrove colle tue filosofiche
ciarlatanerie.»
«Figlio mio, Varney, disse l’alchimista, l’incredulità che ti sta
intorno, simile a folta nebbia, oscurò l’acuta tua vista, e ti fece
incapace di conoscere quelle cose che sono una pietra di paragone
per l’uomo dotto, e che nondimeno agli occhi di chi cerca umilmente
la verità presentano una dottrina sì chiara, che si può leggerla
speditamente. Credete voi che l’arte non possegga gl’ingegni, onde
compiere quelle concozioni, che la natura lasciò imperfette nel
formare i metalli preziosi? Nel modo medesimo, col soccorso dell’arte
noi terminiamo gli altri lavori d’incubazione, di cristallizzazione,
di fermentazione, e tutti quelli, onde vediamo da un uovo inanimato
sorgere di per se stessa la vita, da una lega fangosa scaturire una
bevanda pura e salutare, e ricevere moto la sostanza inerte d’un
liquido stagnante.»
«Ho già inteso parlare di tutto ciò, disse Varney, e mi son fatto
franco contro la tentazione di questi vostri bei discorsi fin quando
pagai (sia maledetto, allorchè vi penso, io era ben novizio in quei
giorni) sin quando pagai venti buone monete d’oro per impratichirmi nel
grande _magisterium_, che la dio mercè andò in fumo col mio denaro.
D’allora in poi che ho pagato sì bene il diritto d’essere libero
nella mia opinione, sfido la chimica, l’astrologia, e tutte quante le
scienze recondite, lo fossero pur anche al par dell’inferno, a slegare
i cordoni della mia borsa. Non dico perciò di sfidare la manna di san
Nicolò, il cui ministerio mi è necessario. Ti sia adunque prima cura il
prepararmene una certa quantità, appena giunto al mio piccolo eremo,
ove è d’uopo tu vada a confinarti. Dopo di che ti do licenza di far
quant’oro vorrai.»
»Non voglio più comporre nè poco nè molto di una tale pozione,» disse
in tuono risoluto l’alchimista.
«Allora, rispose il grande Scudiere, ti farò impiccare per quella che
già ne hai fatto; e tu vedi che ciò accadendo, il tuo segreto è perduto
per l’Universo. Non cagionare tal danno irreparabile all’umanità, mio
buon padre; credimi, fa di mestieri che tu soggiaccia al tuo destino,
componendo un’oncia o due di questa droga. Essa in fine non può portar
pregiudizio che ad un individuo o due tutto al più, e così prolunghi
la tua vita quanto basta per discoprire il rimedio universale, che
ne dee poi liberare da ogni genere di malattia. Ma non isgomentire,
o tu il più grave, il più dotto, il più irrequieto di tutti i matti
di questa terra. Non mi dicesti tu, che la tua droga somministrata in
picciola dose non può produrre se non se miti effetti, e in nessun modo
pregiudizievoli al corpo umano? Che ne derivano soltanto una stanchezza
per tutte le membra, nausee, avversione fortissima a cambiar luogo,
finalmente un tale stato dell’animo, simile a quello che impedirebbe ad
un augelletto di volar via, quando anche ne fosse aperta la gabbia?»
«L’ho detto, e nulla avvi di più vero, rispose l’alchimista, tale è
l’effetto ch’essa produce; laonde un uccello che ne prendesse nella
indicata proporzione resterebbe una intera state appollaiato nel suo
tronco d’albero senza pensare nè al cielo azzurro, nè alla verdura
della foresta per lui sì gradevole, nè lo distorrebbero da questa
languida immobilità o i raggi del sol nascente che colorano la volta
del firmamento, o il concerto mattutino onde fanno risonar le selve i
suoi pennuti compagni.»
«E tutto ciò senza pericolo di vita?» soggiunse allora ansiosamente il
Varney.
«Sì, purchè non si oltrepassi la voluta dose, e semprechè qualcuno
istrutto della natura di una tal manna sia presto a scandagliare i
sintomi ch’essa produce, ed a somministrare, quando faccia d’uopo,
l’antidoto.»
«Tu stesso regolerai ogni cosa, disse il Varney, e te ne verrà
splendida ricompensa, se adoprerai tali cautele, ond’_ella_ non corra
pericolo di vita. Altrimenti aspettati severissimo castigo.»
«Ch’_ella_ non corra pericolo di vita! ripetè Alasco. Gli è dunque
sopra una donna che si vuol far prova della mia abilità.»
«No, pazzo che tu sei! rispose lo Scudiere, non ti dissi già che si
trattava di un augelletto, d’una tortorella domestica, i cui gemiti
potrebbero impietosire il falco presto a piombare sovr’essa? Vedo
già agli occhi il tuo ingalluzzarti, e so bene che non hai la barba
tanto bianca quanto la fanno apparire gli artifizi che adoperasti.
Ecco almeno una cosa che tu giugnesti a mutare in argento. Ma bada
bene: questo augelletto non è pane per li tuoi denti. La tortorella
in gabbia appartiene a tal personaggio, che non soffrirebbe rivali, e
molto meno rivali della tua specie; tu devi sopr’ogni altra cosa aver
cura della sua vita. Ella può da un dì all’altro ricevere il comando
di recarsi alle feste di Kenilworth; pure egli è convenientissimo,
importantissimo, anzi d’ultima necessità ch’ella non vi comparisca.
Bisogna ch’ella ignori tutti questi ordini, e contr’ordini, e le
cagioni che li muovono; egli è quindi opportuno si creda che il proprio
desiderio di lei risparmia l’uopo di spiegarle que’ buoni motivi che si
hanno onde ritenerla in Cumnor.»
«Tutto ciò è assai naturale,» disse l’alchimista, componendo il
volto ad un sorriso non ordinario in lui, e più fatto a svelare la
vera indole della persona, anzichè conforme a quella indifferente
distrazione, che avrebbe dovuto scorgersi nella fisonomia di un uomo,
il quale veracemente fosse stato più inteso alle idee d’un mondo
astratto e lontano, che alle cose presenti attorno di lui.
«Gli è vero, rispose Varney; tu conosci assai bene le donne, comunque
sia possibile che da lungo tempo non conversi con esse. Di fatto
non è cosa espediente il contraddirle: nondimeno non torna sempre
il permetter loro tutto quello che vorrebbero fare. Intendimi bene;
un lieve incomodo, bastante a toglierle ogni desiderio di cambiar
luogo, e ad autorizzare i membri della tua dotta confraternita (i
quali potrebbero essere chiamati in suo soccorso) a prescriverle di
non uscire per qualche giorno di casa; ecco tutto il servigio che si
domanda da te, servigio, che sarà altamente valutato, e ricompensato
del pari.»
«Non si vuol dunque ch’io intacchi la _casa di vita_?» disse
l’alchimista.
«Guardati bene dal farlo; saresti impiccato per ogni menomo danno che
tu le cagionassi,» replicò il Varney.
«E avrò io tutto l’agio per preparare i miei lavori, ed inoltre venendo
scoperto, tutto il destro per fuggire o nascondermi?»
«Tutto quanto vorrai, uomo sempre incredulo, fuorchè per le
impossibilità della tua alchimia. E che? vecchio stregone! per chi
m’hai tu preso?»
Si alzò il vecchio ed afferrando un candeliere s’avviò a quella
estremità dell’appartamento, ov’era una porta, che guidava alla
cameretta assegnatagli per quella notte. Giunto vicino alla porta
medesima si volse, e prima di rispondere all’ultima interrogazione
fattagli da Varney, la replicò in questa guisa: «Per chi ti prendo, o
Riccardo Varney! Per Dio! ti riguardo siccome un malvagio, maggiore
ch’io stesso non lo sia stato giammai. Però adesso mi trovo fra le tue
reti, e buon grado o malgrado mi è forza servirti finchè sia spirato il
mio tempo.»
«Va bene così, disse impazientito il Varney; trovati in piedi allo
spuntare del giorno. Chi sa se nemmeno ci farà d’uopo della tua
medicina? In somma non far nulla prima che io arrivi. Michele Lambourne
ti condurrà al tuo destino.»
Allorchè il Varney si fu accorto che l’alchimista, dopo avere tirata a
sè la porta, l’avea prudentemente chiusa di dentro con due catenacci,
si avvicinò, usando le eguali cautele dalla parte esterna; poi tolse
la chiave della serratura articolando fra i suoi denti tali parole:
«Io più briccone di te, maladetto ciarlatano, stregone, avvelenatore!
Di te, che avresti volentieri sottoscritto un contratto col diavolo,
s’egli si degnasse di servitori della tua sfera! Io sono un mortale, e
cerco per tutte le vie umane di soddisfare le mie passioni, e innalzare
la mia fortuna. Ma tu! tu sei a dirittura un suddito dell’Inferno. —
Presto Lambourne,» andò a gridare da un’altra porta.
Comparve Michele col volto infiammato e barcollando nell’andatura.
«Tu sei ubbriaco, o birbante,» gli disse il Varney.
«Certamente, nobil signore, rispose senza intimidire Michele: noi
abbiamo bevuto tutta la sera alla gioia di questo bel giorno, ed
in onore del nobile lord Leicester, e del suo grande Scudiere. Io
imbriaco! che caschi morto se non dico il vero! Chi potesse rifiutare
in tal occasione di bere per fare almeno una dozzina di brindisi, non
sarebbe che un miscredente ed un vile, e gli farei inghiottire sei
pollici del mio pugnale.»
«Ascoltami, furfante, disse Varney. Ripiglia la tua ragione
immediatamente; te lo comando. So che puoi a tuo talento spogliarti del
delirio dell’ubbriachezza, com’altri cambiano di vestito. Se ciò non
fosse, ti capiterebbe male.»
Il Lambourne chinò la testa e lasciò la stanza, ove ricomparve nel
termine di due o tre minuti, colla fisonomia in istato naturale,
aggiustato ne’ capelli e nel vestimento, diverso in somma da quel
che mostrossi istanti prima, come se fosse accaduta in esso una
trasformazione.
«Sei padrone della tua mente ora, e puoi intendermi?» con severità gli
disse il Varney.
Michele chinò il capo in atto di affermare.
«Tu devi partir sull’istante alla volta dell’abbazia di Cumnor in
compagnia del rispettabile Dottore che dorme nella camera contigua.
Eccoti la chiave, onde entrare e svegliarlo quando ne sarà il tempo.
Conduci teco uno de’ tuoi compagni, di cui tu possa fidarti. Usate
ogni spezie di riguardo al Dottore; ma però tenetegli addosso gli
occhi; se volesse battere la ritirata, bruciategli le cervella, e
starò mallevadore per voi. Ti darò lettere da portare al Foster. Il
Dottore verrà alloggiato al pian terreno dell’ala posta a levante;
gli sarà libero il valersi del vecchio laboratorio, e di quanto si
contiene in esso. Non gli si permetteranno colla signora del castello
altre comunicazioni, se non se quelle che approverò e indicherò io
medesimo, a meno che ella stessa non trovasse qualche diletto a vedere
le ciarlatanerie filosofiche di costui. Tu aspetterai ulteriori miei
ordini a Cumnor, il che ti raccomando sotto pena di vita. Guardati
dalle osterie, e dai fiaschi d’acquavite. Nulla di quanto accade nel
castello dee trapelare al di fuori, nemmeno l’aria stessa che vi si
respira.»
«Basta così, nobil Signore, volli dire mio onorevol padrone, e ben
tosto dirò, come spero, mio onorevol cavaliere e padrone; voi mi
forniste d’istruzioni e di libertà; compirò puntualmente le une, e non
abuserò dell’altra. Il sole quando nasce mi troverà a cavallo.»
«Fa il tuo dovere, e sappi meritarti la mia protezione. Aspetta. Prima
d’andartene, vôtami una tazza di vino.»
Il Lambourne si apparecchiava a versarne dal fiasco che l’alchimista
aveva lasciato pieno a metà: «No, viva Dio, sclamò Varney, vammene a
cercare un altro.»
Il Lambourne ubbidì, e il Varney, dopo essersi risciacquata la bocca
col vino, ne bevve una tazza colma, indi nel prendere una lucerna per
recarsi al suo appartamento pronunziò tai detti: «È cosa straordinaria!
niuno meno di me si lascia aggirare dalla propria immaginazione;
pure non posso parlare un istante con questo Alasco che la mia bocca
e i miei polmoni non sembrino assaliti dai vapori dell’arsenico
calcinato... Eh! a parte queste malinconie;» dette le quali cose si
ritirò. Il Lambourne, com’è da credersi, rimase per assaggiare il vino
che aveva portato. «È vino di St. Johnsberg (diss’egli contemplando il
liquore che facea cader nella tazza, e già odorandone la fragranza):
ha il vero odore della violetta: ma conviene per ora fare un poco
d’astinenza, per poterne un dì assaporare a tutta mia volontà.» Dopo
averne per allora bevuto con discretezza, trangugiò un bicchiere colmo
d’acqua per mitigare il calore solito ad eccitarsi da questo vino del
Reno, poi ritrattosi lentamente verso la porta, fece una pausa, nè
sentendosi capace di vincere la tentazione, tornò addietro con vivacità
ed appressatosi il fiasco alle labbra, si soddisfece finchè fosse vôto,
dispensandosi allora dal ceremoniale del bicchiere. «Se non fosse
questo maledetto vizio, dicea egli intanto, potrei salire alto quanto
lo stesso Varney. Ma chi è che sia capace di salire, quando la stanza
vi gira attorno come una trottola? Bisognerebbe che la mia mano e la
mia bocca fossero più distanti l’una dall’altra, che per arrivare alla
bocca si stentasse un po’ più. Ma domani non voglio bere che acqua. Oh
sì, acqua pura!»
CAPITOLO II.
_Pistol._ Porto messaggi di gioia e di
felicità, notizie d’alto valore.
_Falstaff_. Va bene. Ma ti prego
raccontarle, come si dee a persone di
questo mondo.
_Pistol._ Al diavolo il vostro mondo, e
gl’imbecilli che ne fanno parte! Io
parlo dell’Affrica e de’ suoi tesori.
_Enrico IV. Parte II._
La sala pubblica della famosa osteria dell’_Orso nero_ posta in
Cumnor, ove ora ci riconduce la nostra storia, potea vantarsi nella
sera di cui parliamo, di accogliere una brigata più che per solito
meritevole di riguardo. Eravi stata una fiera nelle vicinanze: il
merciaio, che vedemmo essere lo zerbino d’Abingdon, e molti altri di
que’ ragguardevoli personaggi che già presentammo ai nostri leggitori
siccome amici ed avventori dell’osteria di Giles Gosling, aveano
formato attorno al fuoco l’usato lor crocchio, e stavano parlando delle
notizie del giorno.
Un uomo vivace e lepido assai, che il suo fardello e il bastone di
quercia guernito di punte d’ottone additavano per un di coloro, i quali
professavano il mestiere d’Autolico[1], si conciliò assai l’attenzione
degli uditori, nè contribuì per poco all’intertenimento di quella
serata. Giova qui il rammentare che i merciaiuoli di que’ tempi erano
tutt’altra cosa de’ merciaiuoli degenerati de’ nostri giorni. Da questi
trafficanti peripatetici il commercio delle campagne si provvedea
pressochè interamente dei tessuti fini che servivano all’uso delle
donne. Chè se un mercante di tal natura fosse stato abbastanza ricco
per viaggiare a cavallo, diveniva uom d’alto affare, e potea starsi
in brigata coi più agiati fittaiuoli in cui scontravasi nelle sue
peregrinazioni.
Il mercante foraneo adunque, di cui parliamo, prendea liberamente
parte siccome attore ne’ passatempi che faceano eccheggiare le
soffitte dell’_Orso nero_ di Cumnor. Or trovava motivi di sorridere
coll’avvenente Cecily, or di sghignazzare senza ritegno col nostro
ostiere, e spesso di prendersi giuoco del leggiadro sig. Goldthred,
che senza averne l’intenzione era lo scopo generale dei motteggi di
quell’assemblea. Questi e il merciaiuolo si trovavano già innoltrati in
una discussione intorno la preferenza da darsi alle maglie di Spagna
sopra quelle di Guascogna; e il nostro Gosling facea un cenno d’occhio
agli ospiti, quasi volesse dir loro: amici, fra poco avrem di che
ridere; ma allora appunto si fece udir nella corte grande strepito di
cavalli misto a quello di varie bestemmie delle più usitate in quei
tempi, e profferite dalla persona che chiamava lo stalliere con sì bel
garbo.
Tostamente uscirono, gettandosi gli uni addosso degli altri, Will
palafreniere, Giovanni garzone, e tutta la milizia dell’_Orso nero_,
che prima avea disertato dai suoi posti per ascoltare le facezie
di questo e di quello. Anche il nostro ostiere scese nella corte,
sollecito di rendere agli ospiti nuovamente giunti l’accoglienza che
avrebbero meritato; ma ritornò quasi subitamente, introducendo il
suo degnissimo nipote, Michele Lambourne, a sufficienza ubbriaco, il
quale scortava l’astrologo. Alasco, comunque serbasse le forme d’un
vecchio, coll’aver cambiato la sua posata veste in abito da cavaliere
ed essendosi rasa la barba e le sopracciglia, mostrava men di vent’anni
al disotto della età che in lui compariva; lo avresti preso per uno
di quegli uomini tuttavia robusti che s’avvicinano ai sessant’anni.
Egli sembrava grandemente inquieto, e molte istanze aveva fatto al
Lambourne, onde non fermarsi nell’osteria, e trasportarsi in dirittura
al luogo ov’era inviato. Ma col Lambourne non si poteva toccar questo
cantino. «Per il Cancro e per il Capricorno, sclamò egli, e per tutte
le celestiali milizie, senza calcolare le stelle che ho vedute nel
cielo del Mezzogiorno, rimpetto alle quali i vostri pallidi astri
del Settentrione appariscono altrettante candele, il capriccio di
chicchesia non mi farà mai essere cattivo parente. Voglio fermarmi per
abbracciare il mio degno zio, l’ostiere dell’_Orso nero_. Buon Gesù!
sarà egli possibile che gli amici si scordino delle lor buone massime?
Un _gallone_ del miglior vostro vino, carissimo zio, e noi lo berremo
alla salute del nobile conte di Leicester. E che? Non trincheremo noi
insieme per riscaldare la nostra vecchia amicizia? Non trincheremo noi
insieme, io domando?»
«Con tutto il cuore, parente mio (disse il nostro ostiere che cercava
alla presta sbarazzarsi di cotal ospite). Ma ti prendi tu l’assunto di
pagare tutto il vino che si beverà?»
Una tale quistione trasse a sgomentire più d’uno di que’ compagni, ma
non cambiò punto le deliberazioni del Lambourne.
«Dubitate forse de’ modi ch’io ho di pagare, mio caro zio? (diss’egli
mostrando una mano piena di monete d’oro e d’argento). Siete voi
incredulo alle ricchezze del Messico e del Perù? Non sapete quanto
valga lo scacchiere della Regina? Dio protegga sua Maestà, che è la
buona padrona del signore che mi stipendia!»
«Ebbene, caro parente, disse l’albergatore, il mio mestiere è vender
vino a coloro che lo possono pagare. Dunque _Giovanni, fa l’ufizio
tuo_, questo è il proverbio. Ma io vorrei bene, o Michele, guadagnar
denaro con tanta facilità, come vedo che lo fai tu.»
«Mio zio, te ne insegno tosto il segreto. Vedi tu questo vecchiarello,
secco e aggrinzato più che le toppe di cui si serve il diavolo per fare
scaldar la sua pentola? Costui, caro zio, sia detto fra voi e me, ha il
Potosì nella testa. Corpo del demonio! Fa ducati con più prestezza che
io giuramenti.»
«Io non voglio monete sue nella mia borsa, o Michele, disse l’ostiere;
so qual fine si possono aspettare quelli che contraffanno la moneta
della Regina.»
«Tu sei un asino, carissimo zio, a dispetto degli anni che porti sulle
spalle. Non tirarmi per le vesti, o dottore, perchè sei un asino anche
tu. Per conseguenza asini tutti due.... Parlo così in via di metafora.»
«Siete pazzo, disse il vecchio sotto voce al Lambourne, ovvero avete il
diavolo in corpo? Non volete dunque che andiamo via di qui prima d’aver
concitati su di noi gli occhi di tutto il mondo?»
«Tu t’inganni, rispose senza curarsi di parlar sommesso il Lambourne,
nessuno ti vedrà se io non gliene do la licenza. Giuro per tutte le
potenze del Cielo, o signori, che se qualcuno di voi ha la temerità di
volger gli occhi addosso a questo vecchio galantuomo, glieli strappo
fuor della testa col mio pugnale. Dunque, vecchio compagno mio, sediti
e non pensare a malinconie. Tutte quelle persone là, sono di mia antica
conoscenza, ed incapaci di tradir nessuno.»
«Ditemi: non fareste meglio, o Michele, a ritirarvi in uno stanzino
a parte? soggiunse Giles Gosling. Voi parlate di cose alquanto
stravaganti, e vi sono per ogni dove orecchie che ascoltano.»
«Non me ne importa niente affatto, disse magnanimamente il Lambourne.
Io servo il nobile conte di Leicester. Ecco il vino, vôtate in giro,
maestro cantiniere; una tazza alla salute del fiore dell’Inghilterra,
del nobile conte di Leicester. Sì, del nobile conte di Leicester!
Chi ricusa di farmi ragione è un porco di Sussex, e lo sforzerò ad
inginocchiarsi mentre faremo il brindisi, dovessi tagliargli le cosce,
e farne altrettanti presciutti affumicati.»
Nessuno ricusò di prestarsi ad un brindisi proposto di sì buona
grazia, e Michele Lambourne, cui questa nuova libagione non diminuì
ubbriachezza, continuò nelle stesse stravaganze, rinnovando lega con
quelli della brigata ch’ei conosceva, e ricevendo da tutti accoglienze
mosse da buona volontà unita a timore; perchè l’ultimo servo del conte
di Leicester, e soprattutto un uomo tal quale il Lambourne, era fatto
per eccitare così l’uno come l’altro di tai sentimenti.
In questo mezzo, Alasco, che vedeva in tale stato di mente il suo
condottiero, pensò bene non fargli più rimostranze, e sedutosi nel
più recondito angolo di quella sala domandò una piccola misura di
vino delle Canarie, sopra di cui parve s’addormentasse, sollecito di
commettersi il men che poteva agli sguardi dell’assemblea, e di non
fare nessuna cosa, che potesse rammentare nè meno la sua esistenza al
Lambourne, il quale si pose in conversazione, a quanto sembrò, la più
animata col suo collega antico Goldthred di Abingdon.
«Non mi credere più mai nessuna cosa, o mio caro Michele, disse il
merciaio, se non mi dà gusto il vederti quanto me ne darebbe il denaro
d’un mio avventore. So che tu puoi procurare ad un amico buon posto per
godere di una festa, o di una mascherata; inoltre tu puoi mettere una
buona parola presso il tuo nobile padrone, quando _sua Grazia_ verrà
a visitare questi paesi, ed avrà, per esempio, bisogno d’un collare
spagnuolo, o di qualche altra bagattella di tal natura. Gli dirai
allora: tien qui bottega uno de’ miei antichi amici, Lorenzo Goldthred,
che ha un bellissimo fondaco di tele rense finissime, di veli, di tele
batiste, e che soprappiù è onestissimo giovane fra quanti vivono nella
contea di Berk. Egli è tanto affezionato a vostra Signoria che si
batterebbe per lei con qualunque altro uomo della propria classe. Puoi
aggiugnere ancora....»
«Posso aggiugnere ancora mille altre bugie; non è vero, merciaio?
rispose il Lambourne. Ebbene! non si dee stare per tema di dire una
parola di più dal far servigio ad un amico.»
«Alla tua salute, Michele, che ti fo questo augurio di tutto cuore,
risoggiunse il merciaio. Tu puoi ancora istruirlo delle cose che sono
oggidì più alla moda. Era qui poco fa una bestia di merciaiuolo, il
quale voleva dar preferenza alla maglia di Spagna, andata or giù
d’usanza, sopra la maglia di Guascogna. E tu vedi bene quanto una calza
francese faccia spiccar meglio la gamba e il ginocchio, principalmente
se i legacci sono di bella fettuccia, screziati e ben guerniti.»
«Ottimamente, rispose il Lambourne. Di fatto le magre polpe delle tue
gambe, con tutti quegli apparati di frange e di nastri impiastrati con
gomma, hanno la vaghezza di un fuso villereccio, cui manchi la metà
della sua lana.»
«Ma dove è andato questo maledetto merciaiuolo? (prese a dire ad alta
voce il nostro mercante di maggiore considerazione, al quale i fumi del
vino montavano al cervello) dov’è andato? Non era qui un momento fa un
merciaiuolo? ostiere, dove diavolo si è rintanato costui?»
«Egli si trova dove dee trovarsi un uomo di giudizio, maestro
Goldthred, rispose Giles Gosling. Rintanato, come dite voi, nella sua
stanza, fa il conto delle cose vendute oggi, e si prepara alle vendite
di domani.»
«Venga il malanno a questo tanghero! disse il merciaio; sarebbe,
cred’io, opera buona l’alleggerirlo delle sue mercanzie. Questi malvagi
vagabondi girano i paesi con grave danno dei mercanti patentati. Anche
nella contea di Berk si trovano uomini allegri. Il vostro merciaiuolo,
ostiere mio, lungo il cammino potrebbe scontrarsi in alcuno di
questi...»
«Oh! sì, rispose ridendo Gosling, e se una di queste persone allegre
s’abbatterà in lui, troverà con chi barattare facezie; perchè il nostro
merciaiuolo è uomo di buona complessione.»
«Veramente?» disse il Goldthred.
«Veramente, soggiunse l’ostiere, e posso giurarlo. Egli può dirsi in
persona il medesimo merciaiuolo, che diede a Robin-Hood quella buona
lezione, onde fu fatta la canzonetta
«Baldo, dalla guaina
»Trasse Robin l’acciaro.
»Ma il merciaiuol del paro
»Snudò la sua squarcina,
»E botte sì autorevoli
»Al misero applicò,
»Che dal trovar suo spasso
»Nel farla da Gradasso
»Tosto Robin cessò.»
«Ebbene dunque! ch’egli se ne vada, disse il Goldthred, non v’è nulla
da guadagnare con un uomo di questa tempera. Or dimmi, Michele, mio
caro Michele, la tela d’Olanda che mi guadagnasti ti ha profittato
bene?»
«Ottimamente, come puoi accorgertene, rispose Michele. Ti voglio far
dare una tazza di vino per provarti la mia gratitudine. Empi il fiasco,
maestro cantiniere.»
«Ti do avviso, Michele carissimo, che sopra simili scommesse non mi
guadagni più tela d’Olanda, disse il merciaio. Il brutale guardiano
Tony Foster si sfoga contro di te in invettive, e giura che non
metterai più il piede nella sua abitazione, perchè le sole tue
bestemmie bastano a far saltare in aria la casa d’un cristiano.»
«Parla in sì fatta maniera di me questo ipocrita vigliacco, questo
miserabile avaro? sclamò il Lambourne. Or bene! Io voglio che in questa
sera medesima si trasferisca qui, in casa di mio zio, a ricevere i
miei ordini, e gli farò tale ammonizione che continuerà per un mese a
credersi tirato per le vesti dal diavolo, tutte le volte che udirà la
mia voce.»
«Si vede bene adesso che il vino ha fatto il suo effetto, disse
Goldthred. Tony Foster ubbidire ad una tua chiamata! povero Michele! va
a metterti a letto. Fa a modo mio, va a dormire.»
«Ascoltami, imbecille, disse con forza il Lambourne. Scommetto
cinquanta scudi contro i cinque primi scaffali della tua bottega, e
contro tutto quello che vi sta sopra, ch’io obbligo Tony Foster a
venire in questa osteria prima che ne abbiamo fatto tre volte il giro.»
«Io non voglio poi fare scommesse di tale importanza (disse il
merciaio, alquanto sgomentito da una proposta che annunziava una
cognizione un po’ troppo esatta di tutti i cantoni del suo fondaco
per parte di chi la facea). Ma se ti piace, scommetterò teco cinque
scudi, che Tony Foster non lascia la sua casa per venire dopo l’ora
della preghiera a far conversazione in un’osteria, nè con te, nè con
qualsivoglia altra persona.»
«T’ho preso in parola, disse il Lambourne; venite qui, caro zio,
tenete le poste, e ordinate subito a qualcuno dei vostri ragazzi, dei
vostri novizii d’osteria, che si trasporti sull’istante a Cumnor,
che dia questa lettera a maestro Foster, e gli dica che il suo
collega Michele Lambourne l’aspetta nel castello del proprio zio, qui
presente, per parlare seco lui d’affari di altissima importanza. Corri
presto, ragazzo, è omai notte, il tanghero va a dormire col sole per
risparmiare la candela.»
Il breve intervallo trascorso fra l’andata e il ritorno del messaggero
fu speso tra ridere e sbevazzare. Il famiglio adunque portò per
risposta che il Foster veniva subitamente.
«Ho vinto, ho vinto,» gridò il Lambourne, mettendo la mano sopra i
denari.
«Non ancora, disse il merciaio impedendolo, fa di bisogno aspettare che
sia arrivato.»
«Che diavolo! egli è già sulla soglia, soggiunse Michele. Che ti ha
egli commesso rispondermi, o giovinetto?»
«Con buona licenza di _vostro Onore_, soggiunse quel messo, egli ha
posto la testa fuori della finestra, tenendo un moschettone fra le
mani, e dopo avergli io partecipato il vostro messaggio, cosa che ho
fatto tremando, mi ha risposto, piuttosto bruscamente che la Signoria
vostra poteva andarsene alle regioni infernali.»
«Avrà anzi detto senza complimenti all’inferno, soggiunse il
Lambourne, perchè egli manda colà tutti quelli che non sono della sua
congregazione.»
«Sì, signore: ha propriamente usato di queste parole, riprese a dire il
messo; ma mi è sembrata più poetica l’altra frase.»
«Vedete un garzone di spirito! disse Michele. Tu beverai una tazza di
vino per rinfrancare la tua piva poetica. E che altro soggiunse il
Foster?»
«Mi ha richiamato, incaricandomi dirvi, che essendo voi il quale
avevate bisogno di parlargli, potevate bene andare a casa sua.»
«E poi?»
«E poi ha letta la lettera, che parve lo mettesse in grande imbarazzo;
indi mi ha domandato se _vostro Onore_ era... così... allegro. Gli
ho risposto che parlavate a metà spagnuolo, come quelli che hanno
viaggiato alle Canarie.»
«Che dici mariuolo? tu non vali una tazza a metà piena; ma tiriamo
innanzi.»
«In ultimo ha borbottato fra i denti, che _vostro Onore_ col non andare
da lui avrebbe fatto fuggire quanto era d’uopo tenere racchiuso. Così
dicendo ha preso il suo vecchio berrettone, e si è messo addosso il
suo giustacuore turchino tutto spelato, e come vi dissi lo vedrete fra
poco.»
«Ed è che costui dice vero, replicò il Lambourne parlando con se
medesimo; il mio sciocco cervello mi ha fatto uno dei suoi soliti
giuochi. Ma coraggio! ch’egli venga. Non ho corso sì lungo tempo il
mondo per non mi sapere liberare dagl’imbarazzi in qualunque stato
io mi trovi, o imbriaco o digiuno. Portami un fiasco d’acqua fresca,
ond’io possa battezzare il mio vino.»
Tantochè il Lambourne, tratto, a quanto parve, dal vicino arrivo del
Foster in più mature considerazioni sul proprio stato presente, si
accigneva a riceverlo, Giles Gosling, cheto cheto, si trasferì nella
stanza del merciaiuolo. E lo trovò fortemente esagitato, e che facea
grandi passi innanzi e indietro per la camera.
«Voi vi siete ritirato assai presto,» disse l’ostiere all’ospite.
«E n’era ben tempo, rispose il merciaiuolo, poichè il diavolo è venuto
a stare in mezzo a voi altri.»
«Non trovo cosa molto urbana per parte vostra, che qualifichiate di
tal titolo un mio nipote; anzi come buon parente, non dovrei nemmeno
rispondervi, benchè pur troppo sia vero che Michele possa in qualche
modo riguardarsi come un confratello di Satanasso.»
«Ah! non parlo dell’imbriaco, replicò il merciaiuolo, ma dell’altro,
perchè posso parlarne... in somma, quand’è che partono? Qual è il fine
di questo lor viaggio?»
«Veramente, disse l’ostiere, son tali interrogazioni, a cui non saprei
che rispondere. Ma ascoltatemi, signore. Voi mi portate un contrassegno
della memoria che il degnissimo sig. Tressiliano conserva di me. È un
bel diamante.» Prese l’anello; tornò a contemplarlo con aggradimento;
poi aggiunse, rimettendolo nella sua borsa, essere tal ricompensa al di
sopra di quanto mai potea fare per mostrarsi grato a sì rispettabile
donatore. Egli, Gosling, facea il mestiere d’albergatore, e meno che a
chiunque gli conveniva frammettersi negli affari altrui. Quel poco che
aveva potuto sapere intorno alla signora di Cumnor, lo aveva già detto;
ella continuava sempre a dimorarvi nella più compiuta solitudine; que’
pochissimi che per caso ben raro l’avevano veduta, si accordavano
nel dipingere l’aria sua di tristezza, e il contraggenio che ella
mostrava a rimanersi così confinata. «Ma, continuò a dire l’ostiere,
se voi voleste far cosa gratissima al vostro padrone, ne avete cred’io
il più bel destro di quanti mai se ne sieno a voi presentati. Tony
Foster sta per venire in questo luogo. Noi non abbiamo bisogno che di
fare annasare al Lambourne un altro fiasco di vino, per essere sicuri
che gli ordini stessi della Regina non basterebbero a smoverlo dal
banco ov’è seduto. Voi avete adunque un’ora o due per poter fare con
sicurezza le cose. Se volete prendere con voi il vostro fardello, il
miglior fra i pretesti a mio avviso che possiate trovare è trasferirvi
alla casa del Foster; non vi sarà forse difficile l’indurre la vecchia
fantesca, sicura che il suo padrone è lontano, ad introdurvi dinanzi
alla Signora per venderle alcune delle vostre galanterie. Con questo
espediente voi potete conoscere il suo stato, meglio che non ve lo
potessimo spiegare io o qual si voglia altra persona.»
«Ottimo, eccellente stratagemma! (sclamò Wayland, il quale, come ognun
facilmente immagina, era il merciaiuolo). Stratagemma però non immune
da pericoli; perchè... supponete un poco che tornasse a casa il Foster!»
«Supposizione facilissima a verificarsi!» aggiunse l’ostiere.
«Ovvero, continuò Wayland, che la signora non mi fosse molto obbligata
delle mie premure.»
«Il che parimente è fra le cose possibili, riprese a dire Giles
Gosling. Io mi maraviglio come il sig. Tressiliano si affaccendi tanto
per una persona che lo cura sì poco.»
«Sia in un modo o nell’altro, ho ricevuto una trista commissione, disse
Wayland, e considerando bene tutte le cose, tale disegno non mi quadra
gran fatto.»
«In verità, sig. servitore, disse il nostro ostiere, questo è affare
del vostro padrone e non mio. Voi dunque dovete sapere meglio di
me quali sono i rischi da temersi, o fin dove siate risoluto di
cimentarli. Ma non potete sperar certamente che nessun altro si esponga
per voi, là donde vi tirate addietro voi stesso.»
«Aspettate, soggiunse allora Wayland, ditemi solamente una cosa; il
vecchio, giunto questa sera, va egli pure a pernottare al castello di
Cumnor?»
«Sicuramente, rispose l’oste. Il servo, che condussero seco, ha detto
aver ordine di trasportar colà il loro fardello; ma la birra ha tanto
potere sopra costui, quanto ne ha il vino delle Isole sopra Michele.»
«Basta così (disse Wayland, prendendo un’aria risoluta), io confonderò
i divisamenti di questo vecchio scellerato. Il ribrezzo inspiratomi
dalla sua orrenda presenza comincia a far luogo all’odio che sento
contro di lui. Aiutatemi a caricarmi del mio fardello, o buon ostiere:
e tu, vecchio Albumazar, trema; vi è nel tuo oroscopo un’influenza
maligna, e viene questa dalla costellazione della grand’Orsa.»
Nel dir ciò Wayland si pose sulle spalle la sua bottega portatile, e
guidato dall’albergatore, uscì per una porta di dietro, prendendo il
cammino men frequentato che conduceva a Cumnor.
CAPITOLO III.
V’ha di tai merciaiuoli che valgono
meglio di quanto v’immaginate, sorella
mia.
_Novella del verno. Atto IV._
Nel tempo che Tony Foster pensava ad eseguire appuntino le
raccomandazioni per più riprese fattegli dal Conte, era parimente
sollecito di conciliarle colle proprie massime insociabili, e colla
propria avarizia. Onde nell’assestare all’uopo che richiedevasi
la sua casa, pose maggior arte ad evitare di farsi scorgere, che
ad assicurarsi da una molesta altrui curiosità. Perciò in vece di
procacciarsi molti servi che vegghiassero alla sicurezza del deposito
affidatogli, e alla difesa dell’abitazione, aveva cercato anzi col
tener poca gente al suo servigio di sconcertare i calcoli dei curiosi.
Quindi, eccetto il caso che si trovasse a Cumnor qualcuno del seguito
di Varney o del Conte, un vecchio servo, e due altre vecchie fantesche,
le quali si prestavano agli ufizi più abbietti degli appartamenti della
Contessa, erano le sole persone impiegate nella famiglia. Fu una di
queste due vecchie, che aperse la porta, allorchè Wayland picchiò;
ed essa corrispose con sole ingiurie alla domanda fattale dall’altro
di potere in persona offerire le sue mercanzie alle signore che ivi
abitavano. Ma il merciaiuolo trovò un espediente onde pacificarla col
lasciarle scorrere fra le mani una moneta d’argento, e col prometterle
in dono un pezzo di drappo da farsi un vestito, semprechè la padrona di
casa comperasse da lui qualche cosa.
«Dio ti benedica, perchè la vesta che ho è tutta in minuzzoli. Fa
d’introdurti disinvoltamente col tuo fardello dentro al giardino,
poichè la signora vi sta ora a diporto.» Lo guidò ella stessa, ed
additandogli una vecchia conserva da piante esotiche abbandonata:
«Vedila là, figlio mio. Ella farà buone compere quandochè le convengano
le tue mercanzie.»
«Ella mi lascia solo (cominciò a far queste meditazioni Wayland,
allorchè udì che la vecchia partitasi da lui chiudeva la porta del
giardino). Mi toccherà uscirne alla meglio che potrò. — Vado io a
procacciarmi un presente di bastonate? — Uccidermi! non oseranno
uccidermi per sì poco ed in una sera tanto chiara. — In somma non è più
tempo di tornare addietro. Andiamo. Un buon generale non dee pensare
alla ritirata, che quando si vede vinto. — Scorgo due donne dalla parte
di quel vecchio edifizio. In qual modo mi farò a parlar loro? Proviamo.
William Shakespeare, sii tu il mio soccorritore in tal congiuntura.
Canterò un pezzo dell’_Autolico_.» Allora con voce forte e sicura
intuonò questa cotanto nota strofetta.
»Bella, bella mussolina,
»Bianca al par di neve alpina!
»Veli neri come l’ali
»D’uccellacci sepolcrali!
»Guanti degni della mano
»Delle spose del Sultano!
»Mascherine mezze, e intere,
»Buone ai furti del piacere!
«Che cosa è questa novità? Il caso ne manda cose straordinarie, o
Giannina. Comprendi tu nulla?» disse la Contessa.
«Signora, rispose Giannina, egli è uno di quei mercanti di vanità
mondane, detti merciaiuoli, che spacciano le loro inutilità con canzoni
ancora più inutili. Ben mi maraviglio, che la vecchia Dorca l’abbia
lasciato passare.»
«Anzi è una fortuna, ragazza mia, disse la Contessa; noi meniamo qui
una vita tanto noiosa, avremo forse di che distrarci per qualche
momento.»
«Dite bene, mia graziosa signora; mio padre però!...»
«Ma non è padre di me, o Giannina, e non è neanco mio padrone. Dunque
fa avanzare quest’uomo. Mi abbisognano appunto molte bagattelle.»
«Se è per questo bisogno, riprese a dire Giannina, basta lo facciate
sapere, colla prima lettera che gli scrivete, al vostro sposo, e purchè
le cose di cui mancate si possano trovare in Inghilterra, non tarderete
certamente ad averle. Diversamente, ci accadrà qualche disastro. Ve ne
supplico ancora, mia buona padrona, permettete che ordini a quest’uomo
d’andarsene.»
«E voglio anzi che tu gli dica di presentarsi a me. — Ma no: fermati,
mia buona fanciulla; andrò verso lui io medesima per evitarti
rimproveri.»
«O mia cara signora, piacesse a Dio che non vi fosse da temere
null’altro!» disse mestamente Giannina, intantochè la Contessa dicea ad
alta voce a Wayland:
«Accostati buon uomo, e disfà il tuo fardello. Se ne porti mercanzie di
buona qualità, benediremo entrambe la fortuna che qui ti condusse.»
«Di qual cosa abbisogna la Signoria vostra?» disse Wayland intanto che
apriva la sua bottega portatile, e faceva la dimostrazione delle cose
contenutevi, con tanta maestria che l’avresti detto merciaiuolo di
condizione fin dalla prima sua giovinezza; benchè per vero dire nelle
diverse trasformazioni della vagabonda sua vita avesse professato anche
questo mestiere. Nè si stette dal far l’encomio delle proprie merci
colla scioltezza ordinaria alla gente di tal condizione, nè si mostrò
ignaro della grand’arte di assegnarne il prezzo. Tornò in ultimo a
ripetere: «Di che abbisogna la Signoria vostra?»
«Di che abbisogno? disse la Contessa. In verità, considerando che
da sei lunghi mesi in qua, non ho comprato per mio uso un’_auna_ di
tela rensa o batista, nè la menoma bagattella, credo stare meglio a
me l’interrogarti: _che cosa hai da vendere?_ Metti da parte questo
collare e queste maniche di tela batista, queste frange d’oro a doppio
giro guernite di tocca... e questa mantellina di colore scarlatto non
ti piace, Giannina?»
«Se mi permettete dirvi il mio parere, rispose Giannina, direi che la
ricchezza pregiudica alla grazia del lavoro.»
«Non te ne intendi, figlia mia, disse la Contessa. Per tua penitenza,
porterai tu stessa questa mantellina, e i bottoni d’oro massiccio
consoleranno tuo padre, e lo faranno più indulgente sul colore
scarlatto del drappo. Osserva però ch’egli non li levi per mandarli a
far compagnia agli _angeli_ d’oro che tien prigionieri entro il suo
scrigno.»
«Ardirei io pregare la Signoria vostra a far risparmio del mio povero
padre?»
«Oh pei risparmi, lasciamoli fare a lui, che è tenerissimo de’
risparmi,[2] replicò la Contessa. Ma torniamo alle nostre spese; io
prendo questa guarnizione da testa, e questo spillone d’argento fornito
di perle. Giannina, metti a parte quanto basta del drappo men fino che
vedi lì, onde Dorca e la sua compagna Alison si facciano due vesti.
Povere vecchie! nel venturo verno si ripareranno meglio dal freddo.
Or dimmi un poco (voltasi di nuovo al merciaiuolo) non hai essenze, o
sacchetti profumati, o boccettine da odore di nuova foggia?»
«Se fossi un vero merciaiuolo, avrei trovato la mia fortuna,» pensò
Wayland fra se stesso mentre rispondeva alle inchieste che la Contessa
volgevagli con vivacità, una addosso all’altra, coll’ardore di giovane
persona priva da lungo tempo d’intertenimento cotanto gradevole. Egli
avrebbe voluto condurre i discorsi a più importanti considerazioni. Ma
come farlo? Mostrandole allora tutto il fornimento che avea d’essenze e
profumi, per conciliarsi maggior attenzione da lei, trasse il proprio
dire alla seguente osservazione: che tali merci aveano pressochè
raddoppiato di prezzo dopo i magnifici apparecchi, cui stavasi intento
il conte di Leicester per ricevere nel maestoso suo palagio di
Kenilworth la Regina e la Corte.
«Ah! disse con forza la Contessa, questa voce è dunque fondata, o
Giannina?»
«Certamente, o signora, rispose Wayland; e mi fa maraviglia che ciò non
sia giunto alle orecchie di vostra Signoria. La Regina d’Inghilterra
passerà una settimana di questa estiva stagione fra le feste e i
piaceri che sta allestendole il Conte. Quanti dicono che sono vicini,
il nostro paese ad avere un Re, ed Elisabetta d’Inghilterra, Dio la
benedica sempre! uno sposo prima che finisca la state.»
«Chi parla così mente con impudenza,» sclamò la Contessa,
impazientitasi oltre ogni dire.
«Per amor del Cielo, mia Signora, acchetatevi, soggiunse Giannina,
fattasi tutta tremante. E chi fa attenzione alle notizie date da un
merciaiuolo?»
«Sì, Giannina, sclamò la Contessa, tu hai ragione di rimproverarmi.
Tali ciance, intese ad oscurare la fama del più chiaro, del più nobile
fra i Pari dell’Inghilterra non possono trovare credito e spaccio che
presso persone abbiette ed infami.»
«Voglio morire, o Signora (disse Wayland che vedea la collera della
Contessa tutta scaricarsi sopra di lui), voglio morire se ho fatto
nulla che possa meritarmi questi rimproveri. Ho detto solamente ciò che
pensano alcune persone.»
In questo mezzo, la Contessa erasi composta a tranquillità, e fatta
cauta dai suggerimenti di Giannina, cercava sbandire da sè ogni
apparenza di mal umore. Onde voltasi a Wayland, sì gli disse: «Mi
spiacerebbe, buon uomo, se la nostra Regina abbiurasse il titolo di
vergine sì caro a tutti i suoi sudditi: accertati che non accadrà nulla
di quanto ti fecero credere». Poi studiosa di cambiare discorso: «Che
cosa è la mistura ch’io vedo custodita con tanto riguardo nel fondo di
questa scatoletta di argento?» soggiunse ella esaminando l’interno d’un
cofanetto, entro cui si trovavano, ordinati in cassettini disgiunti,
vari profumi e droghe.
«È un rimedio, o signora, contro un’infermità, di cui come spero non
avrete mai a lagnarvi. Una dose di questa pomata, non più grossa d’un
pisello, inghiottita nel durare d’una settimana, fortifica il cuore
contro i vapori neri prodotti dalla solitudine, contro la tristezza,
contro una passione infelice, o una speranza delusa....»
«Impazzite ora? si fece a dire vivacemente la Contessa; ovvero credete
che per aver io avuto la bontà di comperare a prezzo esorbitante le
vostre cattive mercanzie, potrete d’ora in avanti farmi credere quanto
vi verrà nella mente? Ove si è mai detto che le affezioni del cuore
potessero essere vinte da rimedi amministrati alla parte fisica del
nostro corpo?»
»Salvo l’onorevole vostro beneplacito, vi dirò, nobile Signora, ch’io
sono un galantuomo, e che vi ho venduto a moderato prezzo le mie
mercanzie. In quanto spetta a questo prezioso rimedio, nel vantarvene
la virtù, non vi ho già consigliato a comperarlo. Nè tampoco vi
guarentisco che valga a risanare da una malattia di spirito fortemente
radicata; cosa che possono operare Dio solamente ed il tempo. Pure
vi sostengo, che il mio balsamo dilegua i vapori neri che nascono
nel corpo, come parimente la tristezza che opprime l’animo. Con
questo rimedio guarii diversi, e cittadini e cortigiani, e fra gli
altri ultimamente il nobile sig. Edmondo Tressiliano, gentiluomo di
Cornovaglia, che i cattivi trattamenti, mi fu detto, di una giovane da
lui teneramente amata, aveano ridotto a tale estremo di tristezza, onde
si temesse per la sua vita.»
Qui si fermò; e la Contessa si tenne per qualche tempo in silenzio, poi
con tuono di voce, che invano ella tentava di rendere intrepido e qual
di persona indifferente, gli chiese:
«E questo infermo da voi curato, presentemente ha riacquistata la
salute del tutto?»
«Sta assai meglio, rispose Wayland; almeno non soffre più mali fisici.»
«Voglio provare questo rimedio, o Giannina, disse la Contessa; anch’io
soggiaccio ad assalti di questa nera malinconia che offusca la mente.»
«No del certo, fu presta a dire Giannina; qual certezza avete voi che
le droghe di questo mercante non sieno pericolose?»
«Sarò io medesimo mallevadore della mia buona fede,» disse Wayland, ed
inghiottì alla loro presenza una parte di quel rimedio. La contessa
ne comperò il rimanente; poichè le osservazioni fatte da Giannina per
dissuaderla da ciò, non valsero che a confermarla nel suo disegno.
Anzi in quell’istante medesimo ne assaggiò la prima dose, assicurando
sentirsi già il cuor sollevato, e risorta in sè la naturale gaiezza,
effetti che giusta ogni apparenza non erano che nell’accesa sua
immaginazione. Raccolte allora tutte le cose acquistate, consegnò la
sua borsa a Giannina, raccomandandole di pagare il merciaiuolo, intanto
ch’ella, quasi parendole d’essersi anche di soverchio allettata in
quell’intertenimento, augurò la buona sera al venditore, e ritornò con
aria indifferente al castello, sicchè non rimase speranza a Wayland di
parlarle oltre in privato. Ei tentò nondimeno di procurarsi qualche
schiarimento maggiore da Giannina.
«Mia giovinetta, diss’egli, la tua fisonomia indica, che tu debba amar
molto la tua padrona. Ella di fatto ha grande bisogno del tuo fedele
servigio!»
«E ben ella lo merita. Ma a qual proposito dici questo?»
«Figlia mia, io non sono propriamente quel tale che comparisco essere,»
disse, abbassando la voce, Wayland.
«Doppia ragione per non crederti un onest’uomo!» rispose Giannina.
«Anzi doppia ragione, soggiunse Wayland, per credermi tale, giacchè non
son io un merciaiuolo!»
«Vattene tosto di qua, disse Giannina, o corro a chiamar gente in
soccorso. Mio padre dovrebb’essere già di ritorno.»
«Non fare questa pazzia, rispose Wayland, perchè te ne pentiresti. Io
sono fra gli amici della tua padrona. Ella ha bisogno di acquistarne
altri ancora, e non di perdere per tua colpa quelli, su i quali già può
far conto.»
«Qual prova vorresti darmi di ciò?» fu pronta a chieder Giannina.
«Guardami in volto, e dimmi se non leggi in questi lineamenti l’aspetto
d’un onest’uomo.»
Di fatto, benchè il nostro artefice fosse lontano dall’esser bello,
pure scorgeasi nella sua fisonomia l’acutezza d’un ingegno inventivo,
che unita ad occhi vivaci e pieni di brio, ad una bocca ben fatta, ad
un modo gentil di sorridere, dava sovente grazia e vezzo a lineamenti
irregolari di lor natura.
Giannina lo contemplò qualche tempo con quello sguardo scaltrito,
che è proprio del suo sesso, poi gli rispose: «O amico mio, ad onta
della buona fede di cui ti vanti, e benchè io non abbia la sapienza di
leggere libri della natura di quelli che ora mi vorresti presentare,
credo vedere in te qualche cosa, che sta fra il merciaiuolo, ed il
vagabondo.»
«Eh! un pochettino forse anche di questo! disse Wayland sorridendo; ma
ascoltami; questa sera o domani mattina arriverà qui un vecchio, in
compagnia di tuo padre. Egli ha il passo leggiero del gatto, l’occhio
fino e maligno del sorcio, i modi carezzevoli del can di Spagna, e la
ferocia del mastino. Guardati da lui, e per il tuo bene, e per quello
della tua padrona. Guardati da lui, bella Giannina; egli nasconde il
veleno dell’aspide sotto la pretesa innocenza della colomba. Non saprei
dirti al giusto qual delitto egli mediti, ma la malattia e la morte gli
tengono dietro. Non dir nulla di tutto ciò alla tua padrona. La mia
esperienza m’insegna che nel suo stato il timore di un male può esserle
dannoso quanto il male medesimo. Abbi cura ch’ella faccia uso del mio
specifico. Sappi (continuò egli abbassando la voce e con tuono solenne)
che è un antidoto contro il veleno. Stiamo ad ascoltare; Essi entrano
nel giardino.»
Di fatto si udiva un bisbiglio, in mezzo a cui distinguevansi voci di
smodata allegria ed altre più serie e robuste. Wayland, a questo primo
sentore s’appiattò in fondo d’una folta macchia, e Giannina si nascose
nel vecchio edifizio delle piante esotiche per non esser veduta, e
affine di nascondere per allora le compere che avea fatte dal preteso
merciaiuolo; del rimanente ella non aveva alcun motivo d’inquietarsi
per se medesima.
Il padre di lei, il vecchio servo del lord Leicester, entrarono
nel giardino tumultuando, e posti nel più grande imbarazzo dal
Lambourne, al quale il vino aveva affatto volta la testa. Cercavano
di acchetarlo, ma invano; perchè costui aveva inoltre la bella sorte,
che quando il vino lo prendeva, non si lasciava infine vincere dal
sonno, come è solito degli altri imbriachi. Ma egli era uno di quelli
che si reggevano lungo tempo sotto l’influenza del liquore di Bacco,
sintantochè a furia di libagioni cadono in una indomabile frenesia.
Diverso inoltre il Lambourne dalla maggior parte degl’imbriachi, che
perdono la libertà de’ moti e delle parole, egli al contrario nello
stato d’ebbrezza parlava con più enfasi e più scioltamente che mai
nol facesse, oltrechè raccontava tutte quelle cose, che a mente sana
avrebbe voluto non lasciar traspirare all’aria medesima.
«E che? gridava Michele con tutta la forza de’ suoi polmoni, non farete
voi altri una festa al mio arrivo, non farete gozzoviglie in onore di
me che conduco nel vostro canile la fortuna in sembianza d’un cugino
del diavolo? d’un cugino del diavolo, che ha virtù di cambiare i pezzi
d’ardesia in buone piastre di Spagna? Accostati, Tony _Brucia-Cataste_,
papista, puritano, ipocrita, avaro, libertino, demonio impastato
di tutti i peccati mortali, accostati e prostrati dinanzi a chi ti
condusse il _Mammone_ che adori.»
«In nome di Dio! parla sommesso, disse il Foster; entra in casa, avrai
vino, avrai quello che saprai domandare.»
«No, vecchio tanghero; voglio averlo qui, gridava a tutta voce lo
spadaccino, qui _al fresco_, come dicono gl’Italiani. Se sarò matto a
bere fra due muraglie, avendomi vicino questo diavolo d’avvelenatore,
che mi farebbe soffocare fra i vapori dell’arsenico o dell’argento
vivo! Varney m’ha insegnato a non fidarmene.»
«In nome di tutti i diavoli! dategli vino,» disse l’alchimista.
«Ah! ah! che tu ci metteresti poi il condimento! non è vero, vecchio
ghermitore? Sicuramente! ci troverei il verde rame, l’elleboro, il
vitriolo, l’acqua forte, e vent’altri ingredienti diabolici, che
fermenterebbero nella mia povera testa, come il filtro che le vecchie
streghe fanno bollire nelle loro caldaie per chiamare a sè il diavolo.
Dammi il fiasco tu stesso, vecchio Tony _Brucia-Cataste_, e guarda
che sia vino fresco, e che non fosse mai riscaldato a quel focolare,
dove furono arrostiti i vescovi in questo paese. Ovvero aspetta che
Leicester sia Re se vuol esserlo! Bene! e Varney, lo scellerato
Varney! gran Visir. Ottimamente per mia fede! E che cosa poi sarò io?
Imperatore. Sì signori, l’imperatore Lambourne. Vedrò questa divinità
che costoro hanno imprigionata qui pei loro segreti piaceri. Voglio
che ella venga questa sera a vôtarmi da bere, e a mettermi la mia
berretta da notte. Che cosa può farsi un uomo di due mogli, fosse egli
venti volte Conte? Rispondi a questo, Tony, figlio mio, vecchio cane,
ipocrita, reprobo, che Dio cancellò dal libro della sua grazia, vecchio
fanatico, bestemmiatore, intenditore di vescovi, rispondi a tutto
questo.»
«Or ora gl’immergo fino al manico il mio coltello nel ventre,» disse
Foster a voce bassa e fremendo di collera.
«Per l’amor di Dio! non commettiamo violenze, disse l’Astrologo, ce
le farebbero pagar care. Su via, Lambourne, mio buon amico, vuoi tu
trincare con me alla salute del nobile conte di Leicester e di Riccardo
Varney?»
«Certo! mio vecchio Albumazar, certo! mio bravo venditor di veleni. Io
ti abbraccerei, onestissimo violatore della legge Giulia (come dicono a
Leida) se tu non avessi addosso un esecrabile odore di solfo e d’altre
infernali droghe di tal natura. Andiamo dunque, son pronto. Alla salute
di Varney e di Leicester, delle due menti più nobilmente ambiziose di
tutta l’Inghilterra, dei due increduli più profondi e più simulatori,
più sublimi e più maligni, più... basta. Non dirò altro; ma chiunque
ricuserà darmi ragione!... Giur’al Cielo gli pianto il mio stilo nel
cuore. Andiamo, miei buoni amici.»
Così parlando il Lambourne terminò di trangugiar la bevanda versatagli
dall’Astrologo, la quale non era già vino, ma liquor distillato
che costui ebbe in pronto da sostituire. Onde il nostro Michele
incominciava un giuramento, allorchè gli cadde di mano la tazza vôta.
Mise la mano all’impugnatura della sciabola, ma non ebbe forza per
tirarla fuori; barcollò e cadde privo di moto e di sensi fra le braccia
dei famigli, che portatolo nella sua stanza, lo adagiarono sul letto.
In quel generale bisbiglio, Giannina, senza che alcuno la vedesse,
raggiunse la camera della padrona. Tremava ella siccome foglia,
risoluta nullameno nel suo animo di celare alla Contessa i terribili
sospetti che le parole del Lambourne le avevano inspirato: tanto più
che tali timori, comunque non le apparissero ancora perfettamente
schiariti, troppo s’accordavano coi suggerimenti del merciaiuolo. Onde
confermò la Contessa nel disegno di prevalersi dello specifico datole
dal medesimo; consiglio, che ella forse non avrebbe mai insinuato senza
gli avvenimenti di recente accaduti!
Nè i propositi del Lambourne sfuggirono certamente a Wayland,
appiattato, come dicemmo, dietro la macchia, ed il quale era in istato,
meglio assai che Giannina, di assegnar loro il giusto valore. Si sentì
commosso da forte compassione in osservando che una donna vezzosa
quanto lo era la giovane Contessa, e già da lui conosciuta in seno
alla domestica felicità, fosse così abbandonata alle trame di una
banda di scellerati. Aggiugnevasi che l’abborrita voce di quell’antico
padrone, da lui temuto ed odiato del pari, gli risvegliava nell’animo
commozioni conformi a questi due sentimenti. Fidato grandemente nella
propria destrezza, e nei modi ancora che possedea per adoperarla,
concepì adunque il disegno di scoprire in quella sera medesima tutte
le fila dell’orrendo arcano, e di salvare l’infelice prigioniera, se
ne era anche in tempo, fattosi pronto ad affrontare qualunque rischio
che andava unito al compimento d’un’idea sì generosa. Alcune fra le
parole fuggite al Lambourne nel forte del costui delirio, lo trassero
la prima volta a mettere in dubbio, se il Varney operasse unicamente
per proprio conto nel corteggiare la giovine bellezza, e nel cercare di
cattivarsene l’affezione. Diversi romori intendevano a far credere, che
questo zelante servo fosse stato soccorrevole in altre amorose tresche
al padrone; per lo che venne il pensiero a Wayland, che il medesimo
conte di Leicester potesse anche essere il protagonista dell’orrido
dramma. Comunque non avesse alcun motivo di supporre che la figlia del
cavaliere Robsart fosse già maritata col Conte, ben vedea come una
tresca ancorchè passaggiera con una donzella posta nel grado di Amy,
diveniva un segreto d’altissima importanza, la cui rivelazione avrebbe
portato fatali conseguenze a questo favorito di Elisabetta.
«Quand’anche il Leicester, dicea Wayland fra se stesso, titubasse a
valersi di modi violenti per estinguere sì fatte voci, ha al fianco
tai malandrini, che gli presterebbero il reo servigio senza aspettarne
l’assenso. S’io voglio adunque frammettermi in questa bisogna, mi è
d’uopo prender l’esempio del mio antico maestro, allorchè componeva
la sua diabolica manna, cioè mettermi una maschera al volto. Domani
adunque abbandonerò Giles Gosling, e cambierò dimora così spesso come
una volpe inseguita. Vorrei ben rivedere ancora questa giovinetta
puritana: ella è sì avvenente, e se non m’inganno sì fornita d’ingegno,
che non direbbesi mai primogenitura di quello schifoso, scellerato uomo
di Tony _Brucia-Cataste_.»
Si recò pertanto a prender congedo da Giles Gosling, che non fu per
vero dire scontento di vederlo partire. L’onesto pubblicano scorgeva
cosa sì pericolosa il contrariare i voleri d’un favorito del Conte di
Leicester, che bastava appena la sua virtù per sostenerlo in sì fatta
prova. Non risparmiò ciò nonostante proteste di buona volontà, e della
sua premura di prestare, occorrendone il bisogno, a Tressiliano o al
di lui messo que’ soccorsi tutti, che fossero stati compatibili collo
stato suo di pubblicano.
CAPITOLO IV.
»Ambizion se frettolosa troppo
»La vetta aggiunga, dall’opposta banda
»Del pendio discosceso alfin dirupa.
_Shakespeare._
Le splendide feste che stavano per celebrarsi a Kenilworth erano
già divenute l’argomento de’ discorsi che faceansi da ognuno
nell’Inghilterra. Tutta dovizia di cose atte a render più deliziosi
alla regina Elisabetta que’ giorni che le sarebbe piaciuto dimorare nel
castello del suo favorito, venne adunata, e d’ogn’intorno dell’isola,
e dal Continente. Intanto il Leicester progrediva ogni dì maggiormente
nelle buone grazie della Regina. Sempre a fianco di lei ne’ consigli,
ben ascoltato nell’ore consacrate ai passatempi della Corte, accolto
in qualsivoglia istante coi contrassegni della massima intrinsichezza,
era il Leicester la speranza di tutti coloro, che avevano grazie da
chiedere alla Sovrana: ricercato da tutti i ministri delle corti
straniere, che in nome de’ loro monarchi gli largheggiavano delle
più lusinghiere dimostrazioni d’affetto, egli era, giusta il dire
cortigianesco l’_alter ego_ dell’orgogliosa Elisabetta, impaziente a
quanto credevasi dell’istante favorevole per collegarselo al poter
supremo con fargli dono della sua mano.
Nel mezzo di tante prosperità, questo favorito della Regina e della
fortuna era forse l’uomo il più infelice che si vivesse in quel regno
di cui sembrava l’arbitro ed il dominatore. Egli aveva certamente al
di sopra delle sue creature la sovranità data da ingegno, e vedea
cose, che ad esse fuggivano. Niuno al pari di lui conoscea l’indole
della Sovrana; siccome quegli che aveva fatto un unico studio di
indagarne ad un tempo le singolarità e le virtù, studio che unito ai
poderosi espedienti di quella sua mente abilissima, e al lustro che
gli crescevano le esterne sue prerogative, valse a sollevarlo in tanto
favore. Ma questo medesimo conoscimento ch’egli aveva dell’indole di
Elisabetta gli facea temere, ad ogni piè sospinto, qualche disgrazia
rovinosa e non aspettata. Il Leicester somigliava a nocchiere, che
avendo innanzi agli occhi la carta su di cui stanno delineati tutti i
punti della via da trascorrersi, scorge nel medesimo tempo gran numero
di secche, di scogli coperti, e di scogli a fior d’acqua; onde tutto il
vantaggio ritratto da sì inquietante schiarimento è la certezza, che in
un prodigio soltanto sta la speranza di uno scampo.
Di fatto, la regina Elisabetta aveva un’indole stranamente impastata
di maschia fortezza d’animo, e di tutte quelle debolezze, che sono di
consueto il retaggio del sesso, cui perteneva. Gran profitto traevano
i sudditi dalle virtù che in questa Regina superavano di gran lunga
i difetti; ma quanto ai cortigiani, ed alle persone che le stavano
intorno, trovavansi di sovente esposte ai capricci e alle violenze
d’uno spirito per sua natura geloso e dispotico.
Tenera madre verso i suoi popoli, ella era ad un tempo verace figlia di
Enrico VIII; e benchè i patimenti da lei sofferti in giovinezza, e le
cure di un’ottima educazione avessero compresse e modificate in essa
le inclinazioni che si portava seco col sangue, queste non si potevano
dire sradicate.
«Lo spirito di una tal donna (così esprimevasi sir John Harrington,
che l’aveva avuta in matrina al fonte battesimale, e ch’ebbe a vicenda
occasioni di provarne l’affabilità e i mali umori), lo spirito di una
tal donna era il più delle volte siccome un vento leggiero, che in una
mattina estiva sen venga dall’occidente; dolce e soave a tutti quelli
che la circondavano; i discorsi di lei guadagnavano ogni cuore; ma
giugnevano istanti, in cui credendo ella scorgere qualche disobbedienza
o mancanza di rispetto, prendea quel tuono che palesava compiutamente
di chi fosse figlia. Il sorriso di lei era come dolce calor di sole, di
cui ciascuno si contende l’influenza gradevole; ma tantosto sorgeva la
burrasca preceduta da oscure nubi, e il fulmine cadeva indistintamente
sopra d’ognuno[3].»
Tale mobilità di carattere, nè lo ignorava il Leicester, era sopra
tutto formidabile per coloro che le avevano inspirato qualche
sentimento di affetto; perchè il credito, frutto di tal sentimento
medesimo, non lo era così di servigi indispensabili, che que’ favoriti
prestar potessero alla corona. Perciò la grazia conceduta al Burleigh,
o al Walsingham, benchè al di sotto, quanto allo sfarzo, di quella onde
godeva il Leicester, era fondata manifestamente sul senno e non sul
capriccio di Elisabetta: laonde questi cortigiani non temevano le fasi
dell’incostanza da cui erano ad ogni istante minacciati coloro, pei
quali i primi meriti ai favori della Regina si stavano in prerogative
esterne, e nelle inclinazioni d’un cuore femminile.
Que’ grandi e saggi ministri non venivano giudicati se non se in
proporzione degli espedienti di stato che suggerivano, e delle massime
onde affortificavano i partiti per essi posti nelle adunanze del
consiglio. Al contrario il buon successo dei disegni formati dal
Leicester dipendeva da tutti que’ venti leggieri ed incostanti di
capriccio o di umore, che contrariano o favoriscono i progressi di un
amante nel cuore della sua donna; ed era Elisabetta tal donna, che
offeriva ai propri adoratori altro scoglio, cioè il timore continuo che
era in lei di dimenticare la propria dignità, e di compromettere il
poter di Regina coll’ascoltare di troppo le inclinazioni connaturali al
suo sesso.
Le spine che circondavano il possedimento del favore d’una tale amante
ben comprese erano dal Leicester; ed allorchè spiava egli intorno di sè
quai modi avesse per conservarsi in uno stato sì precario, ovvero, (che
a ciò pur meditava) di scenderne senza pericolo, poca speranza egli
vedea di buon esito, così ad un partito come all’altro appigliandosi.
Ora gli erano altissimo argomento di considerazione il segreto suo
maritaggio e le conseguenze che ne sarebbero derivate. E preso da
amarezza contro di se medesimo (ch’ei certamente non potea concepirne
contro la sfortunata Contessa), si rampognava d’essersi gettato
nell’impossibilità di fondare sopra salde basi il proprio potere collo
stringere un nodo inconsiderato, ed attribuiva a questa, così chiamata
da lui, sconsigliata passione il pericolo di una vicina caduta.
«Ognuno dice, così ragionava egli in questi momenti di perplessità
e di pentimento, ch’io potrei sposare Elisabetta, e divenire re
d’Inghilterra. Ogni contrassegno sembra annunziarlo. Non si fa menzione
nelle ballate fuorchè di queste nozze desiderate ansiosamente dal
Pubblico. Se ne favella ne’ ginnasi; i predicatori le raccomandano
dai pulpiti; esse son quanto l’un dice all’orecchio dell’altro fin
nelle stanze d’udienza della Regina. Si prega che tal maritaggio si
verifichi nelle chiese dei calvinisti del Continente; fino i nostri
uomini di Stato ne han fatto parola nel Consiglio. Niuna ammonizione
è venuta a frenare sì arditi propositi, intorno ai quali la regina
Elisabetta ha dismessa la consueta sua protesta di voler morir vergine.
Ella conosce l’esistenza di tali romori, nè mai si mostrarono ver
me più affabili i suoi detti, più graziosi gli atti, più soavi gli
sguardi. Niuna cosa sembra mancare a che io divenga re d’Inghilterra,
ed a che trattomi finalmente al sicuro dall’incostanza delle corti, io
m’impadronisca di questa corona regale, gloria dell’universo. E sarà
dunque, allor quando io potrei stendere più ardimentosa la mano per
impadronirmene che questa mano medesima si vedrà incatenata da un nodo
segreto ed indissolubile. Ecco, diceva egli impazientemente, ecco le
lettere di Amy che mi persegue colle sue incessanti inchieste, ond’io
pubblicamente la riconosca, e renda giustizia a lei, a me, e non so a
chi! Quanto a me ho ben fatto finora tutt’altro che rendermi giustizia.
Ed Amy mi parla come se Elisabetta fosse presta ad ascoltare la notizia
di tal mio maritaggio colla contentezza di una madre alle nozze d’un
figlio prediletto! Elisabetta quella figlia di Enrico VIII, la cui
collera non risparmiò giammai uomini o donne che la contrariassero ne’
suoi disegni! Che direbbe ella all’atto di scorgere maritato quell’uomo
che con una simulata passione la trasse in tanto inganno da confessare
ella stessa il proprio amore verso di un suddito? Quell’uomo che si
fosse fatto giuoco di lei, come potrebbe un cortigiano prendersi
trastullo d’una povera contadina! Oh! ben vedremmo allora quanto una
femmina furibonda sappia operare!»
Fermandosi in sì fatte meditazioni chiamava Varney, e lo chiedeva di
consigli, assai più di quanto il facesse in addietro, poichè spesse
volte da tal consigliere lo aveva allontanato il ricordarsi gli avvisi
che contro tal segreto nodo avea posti in campo. La conclusione
di questi intertenimenti era sempre il deliberare sul modo di far
comparire a Kenilworth la Contessa. Risolvettero, finchè poterono, far
ritardare la partenza della Regina, ma alla perfine una conclusione
divenne necessaria.
«Elisabetta non sarà certamente paga a men di vederla. Non so
s’ell’abbia concepiti alcuni sospetti, come mel fanno presagire i miei
timori, o se il Sussex o alcun altro de’ miei segreti nemici s’adoprino
a ricordarle sovente la supplica di Tressiliano; ma certamente in mezzo
alle espressioni di bontà con cui ella è solita ad onorarmi, la storia
di Amy Robsart si frammette frequentemente. Io credo che Amy sia la
schiava postami dalla cattiva sorte dietro il mio carro per umiliare i
miei trionfi nel momento il più glorioso per me. Suggeriscimi qualche
espediente, o Varney, per sottrarmi da passo cotanto arduo. Ho fatto
per differire queste maledette feste tutte le obbiezioni, che con
qualche apparenza di convenevolezza, potevano essere messe innanzi;
ma l’abboccamento ch’ebbi oggi colla Sovrana non mi permette omai di
commettermi fuorchè alla sorte. Ella mi ha detto con tuono di dolcezza
sì, ma ad un tempo risoluto. — Noi non vogliamo più, sig. Conte,
lasciarvi tempo a fare apparecchi per timore che andiate del tutto in
rovina. Sabbato, giorno nove del mese di luglio, saremo in casa vostra
a Kenilworth. Vi preghiamo non dimenticare alcuno degli ospiti, pei
quali mostrammo desiderio: ci sta a cuore soprattutto conoscere la
donna, che ha potuto preferire al poeta Tressiliano il vostro servo
Riccardo Varney. — Dunque, Varney abbi ricorso alla tua fantasia che
mi è stata utile le tante volte; perchè come è vero ch’io mi chiamo
Dudley, le disgrazie predette nel mio oroscopo incominciano finalmente
a minacciarmi.»
«Nè vi sarebbe qualche modo di persuadere a Milady l’esser contenta
di sostenere per alcuni istanti la parte oscura cui circostanze del
momento l’astringono?» disse il Varney dopo aver esitato per qualche
tempo.
«Che osi dire, o scellerato? La mia Contessa passar per tua moglie! Ciò
non può accordarsi nè col mio, nè col suo onore.»
«Oimè! Milord, rispose il Varney, pur non è conosciuta sott’altro nome
dalla Regina. Col toglier questa d’errore si andrebbe a rischio di
scoprir tutto.»
«Pensa qualch’altro espediente, disse agitato oltre ogni credere
il Conte; cotesto che tu proponi non può giammai essere all’uopo.
Ammetti ancora ch’io condiscendessi, non vi sarebbe mai l’assenso
della Contessa; perchè debbo farti sapere, o Varney, che Elisabetta
sul proprio trono non ha tanto orgoglio quanto ne ha questa figlia
d’un gentiluomo oscuro della contea di Devon. Dolce, pieghevole nelle
circostanze ordinarie, in tutte quelle, ov’ella creda scorgere il suo
onore compromesso, l’indole ne è accensibile e violenta al par della
folgore.»
«Ne abbiam fatto prova, o signore, e se tale non fosse la sua indole,
non ci troveremmo ora in questo impiccio. Non so ora a qual altro
stratagemma ci resti ricorrere. Mi sembra poi che la persona dalla
quale scaturisce il pericolo, dovesse mostrarsi, quand’è in suo potere,
sollecita di allontanarlo.»
«Ti ripeto che è impossibile (risoggiunse il Conte facendo tal gesto,
che proibiva al Varney fino il pensare a tale divisamento). Non conosco
forza, d’autorità o di lusinghe, che inducesse mia moglie a portare il
tuo nome nemmeno un istante.»
«La cosa per altro è alquanto scabrosa,» disse il Varney con tuono
tronco, e senza fermarsi su di tale argomento. Poi soggiunse: «Se si
trovasse qualch’altra persona da sostituirle! Tai giuochi di mano sono
andati a buon termine sotto gli occhi d’altri monarchi antiveggenti
quanto lo è la Regina Elisabetta.»
«Tu perdi il cervello, o Varney, rispose il Conte: la falsa Amy
dovrebbe sostenere il confronto di Tressiliano, e ne diverrebbe
inevitabile lo scoprimento.»
«Si potrebbe allontanare Tressiliano dalla Corte,» disse allora senza
esitare il Varney.
«E con quai modi?».
«Con quai modi? Un personaggio posto nella vostra condizione ne ha
infiniti per allontanare dalla scena un uomo, che incessante nello
spiare i vostri segreti, vi è divenuto un pericolosissimo oppositore.»
«Non voglio udirmi parlare di tal genere di espedienti politici, o
Varney, disse il Conte. Poi nel caso in cui siamo non gioverebbero
a nulla. Possono esservi alla Corte molte altre persone che abbiano
veduta Amy, e mancando Tressiliano, non si starebbero dal far venire
il padre di lei o alcuni de’ suoi amici. Cerca ancora qualch’altro
stratagemma nella tua immaginazione.»
«Signore, io non so più qual cosa proporre, ma so bene che se mi
trovassi in una perplessità qual si è quella dell’animo vostro,
correrei volando a Cumnor, e costringerei mia moglie ad acconsentire a
quegli espedienti, che la sua e la mia sicurezza chiedessero.»
«Non posso, allora soggiunse il Conte, costringerla a cosa, che
ripugnerebbe alla nobiltà della sua indole. Troppo, così operando, mi
mostrerei ingrato all’amore ch’ella ha per me!»
«Ebbene, o signore, rispose Varney, voi siete un uomo nel quale onore
e saggezza vanno del pari. Non vi dirò dunque che questi scrupoli
delicati son da romanzo, e non possono aver corso fuorchè in Arcadia,
come lo ha scritto il nipote vostro Sydney. Ma permettete un’altra
osservazione ad un vostro umilissimo servo, il quale ebbe finor la
fortuna di vedere non disdegnata nemmeno dalla Signoria vostra la poca
cognizione ch’egli si acquistò vivendo nel mondo. Vorrei sapere se
in questo felice nodo che unisce a voi la figliuola di sir Robsart,
l’obbligazione maggiore sia dal canto vostro, o da quello della
Signora, e qual dei due abbia maggiori motivi di usar compiacenza, e
prendere in esame i desiderii, la convenienza, la sicurezza dell’altro.»
«Ti ripeto, Varney, disse il Conte, che quanto fu in mio poter di
concederle, non fu merito mio, ma pagato al di là dalla sua virtù non
minore in lei della bellezza. Ah! no: fra le persone pervenute ad alto
stato, non fuvvi giammai altra creatura più capace di ornarlo e di
abbellirlo.»
«È una gran fortuna, o signore (riprese a dire Varney con quel suo
sorriso sardonico, che ad onta de’ riguardi di rispetto non era sempre
in suo potere il frenare), è una gran fortuna che ciò tanto vi appaghi!
Voi avrete tutto il tempo di bearvi con sì deliziosa compagna, però
spirato il termine di una prigionia, forse proporzionata al delitto di
aver delusi gli affetti di Elisabetta Tudor. Voi non isperate, cred’io,
di scontarlo a più lieve costo!»
«Spirito infernale! Osi tu schernirmi sulla sventura in cui m’avvolgo?
rispose il Leicester. Aggiusta le cose, come ti parrà meglio.»
«Se dite davvero, o signore, convien sull’istante portarsi a briglia
sciolta a Cumnor,» replicò il Varney.
«Vacci tu stesso, o Varney. Il demonio ti ha compartito quel genere
d’eloquenza, che fa più impressione allorchè si tratta una cattiva
causa. La mia fronte tradirebbe la bassezza della mia anima se ardissi
proporre sì fatta frode. Vattene, dico, hai d’uopo ancora ch’io
t’aggiunga sproni per compiere il mio disonore?»
«Per servirvi non ho d’uopo di sprone, o Milord. Ma se volete
seriamente affidarmi l’incarico di far gradire a Milady un espediente
divenuto unico ed indispensabile, fa di mestieri mi diate uno scritto,
che presso la nobile mia padrona mi faccia vece di credenziale.
Assicuratevi poi, che io sosterrò questo partito con quanto è in me
d’eloquenza. Porto sì ferma opinione dell’amore che la Contessa nudre
per la Signoria vostra, e della inclinazione ch’è in essa a far tutto
quanto possa tornare a vantaggio del suo sposo, per non dubitar punto
ch’ella non acconsenta a portare per alcuni giorni un nome umile come
il mio, tanto più che per antichità non cede in nessuna parte a quello
della famiglia Robsart.»
Il Leicester prese tutto quanto occorrevagli per iscrivere, ed
incominciò per la Contessa due o tre lettere, che stracciò senza
terminarle. Finalmente scrisse alcune righe slegate e disordinate,
colle quali supplicava, per cagioni che riguardavano il proprio onore
e la propria vita, la sua Amy a voler portare il nome di Varney per
quel solo tempo che duravano le feste di Kenilworth. Aggiugnea che lo
stesso Varney le avrebbe comunicati questi motivi onde si rendea tanto
necessario sì fatto inganno. Dopo avere sottoscritta e suggellata la
lettera, la gettò sopra la tavola, facendo tal gesto che intimava al
Varney di partir sull’istante, e che questo consigliere intese a prima
vista.
Leicester rimase siccome uomo impietrito fintantochè udì lo scalpitar
de’ cavalli; perchè il Varney senza nemmeno indugiare quant’era
d’uopo per cambiar di vestito, salì in sella, e seguito da un solo
servo s’avviò a tutta briglia verso la contea di Berk. Udito questo
rumore, il Conte si alzò precipitosamente, e s’affacciò alla finestra,
venuto sull’istante in idea di rivocare l’indegno messaggio di cui
aveva incaricato l’uomo, che a confessione stessa del Leicester,
non possedeva alcuna sorte di virtù, eccetto l’affezione per chi lo
proteggea. Ma il Varney era già lontano tanto da non poter neanco
udirne la voce, e l’aspetto del firmamento seminato di stelle,
riguardato in quel secolo siccome il libro del destino, stolse il Conte
da una risoluzione che sarebbe stata più degna di lui.
«Eccoli che seguono il taciturno lor corso (dicea il Conte trattosi
alla contemplazione del Cielo), eccoli questi astri, il cui possente
influsso è sentito da tutti gli abitatori del nostro Pianeta. Se gli
astrologi non mentiscono, ecco la crisi de’ miei destini! S’avvicina
l’ora, l’ora per me di sperare e di temere ad un tempo, come mi fu
predetto. Re si fu la parola. — Ma in qual modo? — La corona di
Elisabetta! Da questo lato ogni mia speranza si dileguò. — Ebbene! io
la rinunzio. Le ricche province dei Paesi Bassi mi domandano per loro
capo, e se Elisabetta non si opponesse mi offrirebbero la corona di
que’ Paesi. — E non ho io forse diritti al diadema?... anche entro il
regno? Se Elisabetta venisse a morire, non appartengo io alla famiglia
degli Huntingdon?... Ma asteniamoci dall’addentrarci maggiormente in sì
rilevanti misteri. È d’uopo che per qualche tempo ancora, io continui a
guisa di fiume sotterraneo il mio corso nell’oscurità e nel silenzio.
Verrà giorno che mi mostrerò con tutto l’apparato della mia forza, e
trascinerò meco tutto quanto si opporrà al mio passaggio.»
Intantochè il Leicester cercava ingannare la sua coscienza medesima col
presentare a se stesso l’aspetto di una pretesa politica necessità,
e s’avvolgea per tal modo fra i lusinghevoli sogni dell’ambizione,
il perfido suo ministro aveva abbandonato la Corte e la città per
trasferirsi in tutta fretta al suo destino. Nè meno del Conte il
Varney si era sollevato ad altissime speranze. Costui di fatto avea
condotto al punto cui voleva il padrone, che discoprivagli, come
ben vedesi, i lati più reconditi del proprio cuore, e si prevalea
dell’opera di quest’uom detestabile, persino nel mantenere le più
intrinseche corrispondenze colla sposa. Divisò dunque il Varney,
che per l’avvenire il suo protettore non potesse più, nè far senza
di lui, nè ricusar di secondarne le inchieste, comunque si fossero
sragionevoli; onde se la _disdegnosa signora_, tal era il predicato con
cui solea, fra se stesso e con Foster, qualificar la Contessa, se la
_disdegnosa signora_ condiscendea finalmente alla domanda dello sposo,
egli, Varney divenutone il marito supposto, divorava colla mente la
futura condizione a se favorevole in modo cotanto straordinario, da
non vedere omai limite alcuno alla propria autorità.... nè ravvisava
perfin difficile l’ottenere un trionfo, cui agognava, primeggiando fra’
sentimenti infernali che lo stimolavano quello di vendicare i sofferti
disprezzi. Ma in mezzo a tali speranze non trascurava il ribaldo di
meditare all’altra possibilità di trovare Amy affatto renitente ad
accettar la parte che le si voleva assegnare nel dramma di Kenilworth.
«Alasco, diceva egli, farà se ciò accade il suo ufizio; ed una
infermità sarà il colore onde scusare presso Elisabetta la negligenza
posta dalla signora Varney nel venire a tributarle omaggio in persona.
Oh sì! e sarà, cred’io, una lunga e pericolosa malattia, se la Regina
continua a riguardare milord Leicester con occhio sì favorevole. Non
rinunzierò già di leggieri a divenire il favorito di un Monarca.
Trotta, mio buon palafreno. L’ambizione, la sete di piacere e di
vendetta conficcano i loro stimoli nel mio cuore, come io nel polveroso
tuo fianco gli sproni. Trotta, trotta, mio buon palafreno, e il diavolo
raddoppi la nostra velocità.»
CAPITOLO V.
«Perchè colei, che un giorno
»Fu vita tua, disdegni?
»Del padre mio al soggiorno
»Chè non lasciarmi allor?
»Ah! invano, invan di lagrime
»Quest’occhi miei van pregni;
»Nè mai tanto durevole
»Tua lontananza amara,
»Ch’io più non son, rischiara,
»Barbaro, nel tuo cor!
(_Il castello di Cumnor_
di W. Giulio Mickle).
Le più leggiadre signore de’ nostri giorni avrebbero certamente trovato
nella contessa di Leicester, oltre all’avvenenza ed alla giovinezza,
due qualità che a buon diritto le meritavano un grado fra le persone
distinte. Noi la vedemmo nel suo intertenimento col merciaiuolo
manifestare una grande propensione alla compera di cose inutili, ed
avidità verso tutte quelle graziose inezie, che appena possedute
perdono tutto il vezzo. In oltre le piaceva assai lo spendere molto
tempo nell’adornarsi, comunque la ricca varietà del suo aggiustamento,
nel luogo ov’era, non le giovasse che a procacciarsi o lodi per metà
satiriche dalla scrupolosa Giannina, ovvero solamente l’approvazione
di que’ due occhi brillanti, che vedeano riflettuto dallo specchio il
proprio splendore. La contessa Amy per vero dire potea sulla leggerezza
de’ propri gusti allegare in iscusa l’educazione solita in que’ giorni
a darsi alle fanciulle, la quale non era fatta per inspirare la volontà
dell’applicazione a giovani menti per natura leggiere e nemiche dello
studio. Se questo eccessivo diletto per l’adornarsi non fosse stato in
Amy, avrebbe potuto anche nella casa paterna fare tappezzerie o ricami,
e decorare de’ lavori delle proprie mani le pareti e le suppellettili
del castello di Lidcote, ovvero distrarsi da tai cure col preparare
un grosso podingo a sir Ugo quando tornava da caccia. Ma Amy non avea
preso genio di sorte alcuna nè al telaio, nè all’ago, nè alla lettura.
Ella avea perduta in sua fanciullezza la madre: il padre non osava
contraddirle cosa veruna; Tressiliano, unico che sarebbe stato capace
di coltivarne lo spirito, molto si danneggiò appunto nell’animo di lei
accettando con troppa sollecitudine il ministerio d’esserle precettore.
Perchè accadde che questa giovinetta, la cui vivacità e la cui
indolenza non trovavano mai opposizione, si avvezzò a riguardarlo con
una specie di timore, e con un rispetto, mal concorde con que’ soavi
sentimenti, che Tressiliano avrebbe voluto inspirarle. Così preparato
il cuore d’Amy, ognun vede quanto fosse esposto a cedere al primo
assalto, e quanto dovesse cattivarsi l’immaginazione della fanciulla il
Leicester e per nobiltà di esterno portamento, e per grazia di modi, e
per accorte lusinghe, prima ancora ch’ella avesse in lui conosciuto il
favorito della ricchezza e del potere.
Le frequenti visite che il Conte fece a Cumnor ne’ primi momenti delle
nozze contratte con Amy, le rendeano sopportabili la solitudine ed il
ritiro, cui si vedea condannata. Ma dacchè queste visite si diradarono,
e fecero luogo a lettere di scusa, le quali, oltre al non contener
sempre espressioni di tenero affetto, erano generalmente laconiche, il
mal umore e i sospetti cominciarono ad introdursi in questi splendidi
appartamenti, che l’amore aveva preparati alla bellezza: ed ella il
dava troppo a divedere nelle risposte che faceva al Leicester, colle
quali, adoperando più di franchezza che d’accorgimento, lo pregava
finalmente a liberarla da quell’oscura prigionia col pubblicarne
solennemente il maritaggio; ed ordinando i suoi argomenti con quella
sola destrezza che in lei trovavasi, credeva renderli più efficaci col
calor delle suppliche. Talvolta pure li mescolava di rimproveri, di cui
il Leicester pensava aver qualche motivo di lamentarsi.
«Non l’ho io fatta Contessa? diceva questi a Varney: ben mi sembra
ch’ella potrebbe aspettare per prenderne il titolo e lo stemma
quell’istante, in cui ciò mi fosse gradevole.»
Ma la contessa Amy contemplava sotto tutt’altro aspetto le cose.
«Che mi giova, ella dicea, d’avere di fatto il grado e gli onori di
Contessa, se nessuno lo sa, se mi vedo costretta a vivere oscura,
prigioniera, lontana da ogni consorzio, ed esposta a vedere ogni
giorno ingiuriata la mia fama? Poco mi cale di queste perle, che tu,
o Giannina, frapponi ogni dì alle mie trecce. Ti dico bene, che nel
castello di Lidcote io non avea che a mettere una rosa novella ne’
capelli, ed il padre mio mi chiamava presso di lui per contemplarla più
da vicino, il vecchio curato sorridea, il buon Mumblazen vi trovava
qualche allusione _blasonica_. Ora eccomi ornata d’oro e di pietre
preziose, che sembro un reliquiario, nè vi sei che tu, o Giannina, per
ammirare tutto questo mio aggiustamento. A Lidcote vi si trovava anche
il povero Tressiliano... ma gli è inutile oggi il parlarne.»
«Di fatto, mia signora, tutto ciò è inutile in giornata, rispose
la grave Giannina, e per vero dire mi fate talvolta desiderare di
non ve ne udire parlar sì sovente, e, perdonatemi, con qualche
inconsideratezza.»
«Le tue rimostranze mi sembrano fuor di stagione, o Giannina; io sono
libera, benchè in questo momento si voglia tenermi incatenata, sicchè
mi si direbbe piuttosto una schiava straniera che la sposa d’un Pari
dell’Inghilterra. Te lo ripeto, Giannina: amo il mio sposo; l’amerò
fino all’ultima mia ora, nè potrei cessar dall’amarlo, quand’anche il
volessi, e perfino s’egli giugnesse a dimenticarmi... Dio solo vede
s’io sia pur serbata a quest’ultima disavventura. Ma ciò nonostante,
lo dico con franchezza, sarei stata più felice col rimanermi a
Lidcote; avessi anche dovuto divenire la sposa del povero Tressiliano,
e sostenere lo sguardo malinconico, e la farragine delle dottrine
di cui egli avea piena la testa, e delle quali m’importava sì poco.
Egli soleva però dirmi, che se mi fossi data a leggere i libri suoi
prediletti, siccom’egli me lo consigliava, sarebbe venuto tempo, in cui
trovarmi molto contenta di avere abbracciati i suoi suggerimenti....
Oh! credo, Giannina, che questo tempo sia giunto.»
«Mia signora, soggiunse allora l’ancella, ho comperato per voi alcuni
libri da uno zoppo, che li vendeva sulla piazza del mercato, e che mi
guardò in un modo bene ardimentoso, ve ne assicuro.»
«Vediamoli, Giannina, disse la Contessa, ma soprattutto ch’essi non
siano di que’ tuoi libri puritani!... E di che trattano questi qui,
mia devota compagna? _Smoccolatoio per un candeliere d’oro! Fascetto
di mirra e d’isopo per purgare un’anima inferma! Tazza d’acqua della
valle di Bacca! Le volpi e le fiaccole!_ Che nome dai tu a questo
guazzabuglio, o mia cara?»
«Oh Dio! signora, era mio debito prima di tutto il mettervi innanzi
agli occhi la _Grazia_, ma se poi la rifiutate, non so che dirvi:
eccovi componimenti teatrali, e poesie, a quanto penso.»
La Contessa cominciò con aria di trascuratezza il suo esame aprendo
parecchi volumi, divenuti omai sì rari, che uniti insieme, sarebbero
oggidì un tesoro per qualche dilettante d’ogni antichità bibliografica.
Eranvi il _libro di cucina stampato da Riccardo Lant, i passatempi
del popolo, il castello della Scienza_ ec.... ma tal genere di
letteratura, non maggiormente che il primo si confaceva al gusto di
Amy. D’improvviso un calpestio di cavalli si fece udir nella Corte. La
Contessa, levatasi con gioia, abbandonò il noioso intertenimento di
scartabellare in questa preziosa raccolta, e lasciando cadere molti
libri sul pavimento corse alla finestra, sclamando: «Egli è Leicester!
il mio nobile Conte, il mio Dudley! Ogni calpestio del suo cavallo
rimbomba a guisa di suono armonioso.»
Videsi qualche bisbiglio nella casa, e il Foster, con
quell’accigliamento ch’eragli solito, entrò nella stanza della Contessa
per dirle, che Riccardo Varney dopo aver corso tutta la notte giugneva
portando ordini del suo signore, e chiedendo di essere sull’istante
presentato a Milady.
«Varney vuol parlar meco! Ebbene! avrà da arrecarmi notizie del Conte.
Introducetelo tosto.»
Varney entrò nell’appartamento, ove stavasi seduta Amy, adorna di tutta
la sua naturale avvenenza, e di tutti i novelli fregi aggiunti dalla
ricchezza, dalla eleganza del semplice suo abito, e dalle cure datesi
da Giannina nel farli meglio spiccare. Ma il migliore adornamento di
Amy era la bella capigliatura, che ondeggiava in leggiadrissime anella
attorno ad un collo bianco siccome quello di un cigno, e sopra un seno
che la concetta speranza di rivedere lo sposo aveva agitato, colorando
di un animato vermiglio tutti que’ vezzosi lineamenti.
Il Varney se le presentò in quell’abbigliamento medesimo con cui aveva
in tal giorno accompagnato il suo padrone alla Corte, sicchè lo spicco
dell’abito facea strano chiaroscuro col disordine d’aggiustamento
prodotto da un viaggio sì precipitoso, intrapreso di notte e per
cattivi sentieri. Leggeansi sulla costui fronte l’inquietezza
dell’animo e l’imbarazzo proprio di chi debbe annunziar cose che
non crede dover essere ben accolte, ed è nondimeno costretto dalla
necessità ad eseguire con tutta sollecitudine l’assuntosi ministerio.
A tale aspetto spaventata subito la Contessa, sclamò: «Voi mi arrecate
notizie di Milord, o Varney! Gran Dio! Sarebb’egli infermo?»
«No, Milady, per grazia del Cielo, soggiunse il Varney. Calmatevi
adunque, e permettetemi di riprender fiato prima ch’io adempia il mio
messaggio.»
«Non voglio indugi, o signore, rispose la Contessa. Conosco i vostri
artifizi; e poichè il fiato vi ha sostenuto a condurvi fin qui, vi
potrà sostenere ancora nel raccontarmi quello che avete da dirmi, o
almeno per darmene succintamente una idea.»
«Signora, rispose il Varney, non siamo qui soli, ed il messaggio di
Milord non riguarda che voi.»
«Lasciatene, Giannina, e voi pure signor Foster, diss’ella, ma rimanete
nella stanza contigua in modo di udir la mia voce.»
Il Foster pertanto e Giannina obbedirono agli ordini di milady
Leicester, ritirandosi nel prossimo vestibolo. Allora la porta della
stanza fu chiusa accuratamente a chiave ed a catenaccio. Il padre
e la figlia rimasero al di fuori, il primo con feroce e sospettosa
attenzione, l’altra coll’animo diviso fra il desiderio di conoscere
la sorte della sua padrona, e la cura di pregare il Cielo per la
salvezza della medesima. Si sarebbe detto che lo stesso Tony Foster
avesse qualche sentore delle idee in cui stavasi immersa la mente di
sua figlia, perchè attraversò l’appartamento, e prendendone la mano le
disse: «Tu hai ragione, prega, Giannina, prega il Cielo: tutti abbiamo
gran bisogno di pregarlo, e qualcuno di noi più degli altri. Orerei io
medesimo, se non volessi porgere orecchio a quanto succede là entro:
qualche disastro si prepara, o mia cara figlia. Sì veramente: qualche
disastro è vicino. Dio ci perdoni i nostri peccati, ma questo arrivo
subitaneo del Varney non mi presagisce nulla di favorevole.»
Era questa la prima volta, in cui Giannina intendesse dal padre
simili detti, che doveano in vero renderla diffidente, e sollecitarne
l’attenzione a tutto quanto avveniva in quel soggiorno del mistero.
La paterna voce sonava all’orecchio di lei siccome quella funesta di
un gufo, che pronostica lutto e sventure. Fisò ella gli occhi alla
porta con tale ansietà d’animo, come se da un istante all’altro avesse
aspettati accenti d’orrore, o spettacoli di spavento.
Nondimeno le cose erano tuttavia affatto tranquille, e le persone che
parlavano nella contigua stanza il faceano con voce tanto sommessa,
che non se ne poteano distinguere le parole. Se non che, tutto
all’improvviso, si udirono alcuni detti pronunziati affrettatamente,
indi la voce della Contessa, che col tuono della più veemente
indignazione esclamò: «Apritemi la porta, o signore, ve lo comando:
apritemi la porta. Non è tempo di repliche, (continuò ella coprendo
colle sue grida la voce soffocata di Varney, che però per più riprese
si fece ascoltare). Temerario! Uscite, vi dico. Giannina, chiamate
gente in soccorso. Foster, atterrate la porta. Uno scellerato mi
trattiene a forza. Adoperate leve ed accette, sig. Foster: vi starò per
mallevadore io medesima.»
«Non farà mestieri di ciò, o signora, (disse finalmente Varney
in modo da essere inteso); e quando vogliate palesi a tutto il
mondo gl’importanti segreti di Milord ed i vostri, io non pretendo
impedirvelo.»
Vennero tolti i catenacci e aperta la porta; onde Giannina ed il padre
di essa si lanciarono nella stanza ansiosi di sapere i motivi che
produssero queste reiterate esclamazioni.
Entrati appena, trovarono il Varney in piedi innanzi alla porta, che
digrignava e presentava nella fisonomia i sentimenti, fra loro opposti,
della rabbia, della vergogna e del timore ad un tempo. La Contessa
stavasi nel mezzo dell’appartamento, siccome giovane pitonessa invasata
da fuoco profetico.
Le vene turchine della sua bella fronte si erano enfiate per la
violenza che fatto avea nel gridare. Rossi al par di scarlatto il
collo e le guance, gli occhi sfavillanti d’ira, lanciavano sguardi
simili a quelli che un’aquila prigioniera manda sopra coloro cui non
può avventarsi dalla sua gabbia. Se fosse ragionevole l’immaginare
una delle tre Grazie agitata dalle Furie, nulla esprimeva meglio
tal fantasia siccome il volto d’Amy, in cui si univano nel medesimo
punto e quanti vezzi, e quanti sentimenti di sdegno, di disprezzo, di
alterezza, di rabbia sia possibile l’ideare. I gesti e l’atteggiamento
d’Amy corrispondevano alla sua voce, al suo sguardo, e mostravano un
aspetto maestoso e seducente ad un tempo; tanto la forza della passione
aveva accoppiato naturale avvenenza a sublimità. All’atto istesso dello
schiudersi la porta, Giannina era corsa inver la padrona, e Foster,
benchè a passi più lenti che non la figlia, pur sollecitandosi più che
d’ordinario, si avvicinò a Varney.
«In nome della verità! che accadde alla Signoria vostra?» chiese
Giannina alla Contessa.
«In nome di Satanasso, che le avete voi fatto?» disse Foster al suo
amico.
«Chi? io? (rispose Varney colla testa bassa e di mal umore). Ho dovuto
comunicarle gli ordini del suo sposo, e se a questi non si vuole
uniformare Milady, sa meglio di me che le convenga rispondere.»
«Giannina, ne chiamo in testimonio il Cielo! disse la Contessa, il
traditore ha orrendamente mentito; egli non può che mentire, poichè
dice cose che oltraggiano l’onore del mio nobile sposo; mentisce
doppiamente, perchè le parole di costui non sono intese che a favorire
un disegno esecrabile quanto impossibile ad effettuarsi.»
«Voi mi avete inteso male, o signora (disse il Varney ricorrendo ad una
specie di sommessione). Ma lasciamo tale argomento, finchè sia calmata
la vostra collera. Allora vi soddisferò su tutti i punti.»
«Non te ne verrà mai l’uopo, disse ella a Varney. Mira quest’uomo, o
Giannina. Egli è ben abbigliato, l’esterno suo è d’un gentiluomo; ed è
venuto qui per farmi credere essere intenzione, anzi comando assoluto
del mio legittimo sposo, ch’io parta seco lui per Kenilworth, e che là
alla presenza della Regina, de’ nobili della Corte, del mio consorte
medesimo io riconosca lui, lui che spazzola i vestiti, che pulisce
gli stivali, lui dico, lo staffiere di Milord, ch’io lo riconosca per
mio signore, per mio marito! Gran Dio! Dovrei io stessa fornire armi
contro di me, quando vado ad implorare i miei diritti, il mio grado?
rinunziare alla fama di onesta persona, rinunziare a prendere la mia
sede fra le rispettabili matrone della nobiltà Inglese?»
«Voi la udite, Foster! e voi Giannina la udite! (disse Varney
profittando di quell’istante di silenzio); voi la udite nel momento
medesimo della sua collera. Non mi rimprovera ella fuorchè un
divisamento suggerito dal nostro buon padrone nella lettera che sta ora
fra le sue mani, un divisamento comandato dalla necessità di custodire
un certo segreto.» Allora il Foster tentò di porsi in mezzo con
quell’aria autorevole ch’ei giudicava conforme al grado affidatogli in
quella casa.
«Sì, o signora, debbo confessare che vi lasciaste condurre da
troppo impeto in tal circostanza. Simile frode non è tutte le volte
riprovevole, e semprechè venga adoperata a buon fine. Non altrimenti il
patriarca Abramo finse che Sara gli fosse sorella, allorchè andarono
insieme in Egitto.»
«Non vi nego questo, disse la Contessa, ma Dio per riprovare sì fatta
impostura commessa dal padre del suo popolo, si valse fin della voce
del pagano Faraone. Vergognatevi di non leggere la Scrittura se non
se per citare, a guisa d’esempi, quelle cose che vi sono proposte, in
vece, siccome avvertimenti.»
«Ma con vostra buona licenza, risoggiunse il Foster, Sara non si oppose
alla volontà del suo sposo; e fece anzi quanto le venne ingiunto da
Abramo col nominarsene la sorella, così per l’interesse del marito come
per quello della propria anima, che la troppa avvenenza delle forme
poneva in pericolo.»
«Oh! il Cielo mi perdoni ora un inutile sdegno! replicò la Contessa, ma
tu sei un ipocrita ardimentoso quanto colui è un mentitore impudente.
Potrò io creder giammai che il nobile Dudley abbia approvato il disegno
di disonorarmi! Egli è in cotal modo che calpesto co’ piedi questa
lettera infame... S’egli ne è veramente l’autore, io ne cancello per
sempre la rimembranza.»
E in ciò dire lacerò di fatto la lettera di Leicester, calpestandola
co’ piedi nell’eccesso del suo disdegno, quasi volesse annichilarne
fino i più piccioli rimasugli.
«Siatemi testimoni, disse il Varney, ripigliando il suo tuono di
sicurezza, siatemi testimoni, ch’ella ha lacerata la lettera di Milord,
immaginandosi di far ricadere sopra di me un disegno che partì dal
volere del suo medesimo sposo. Ella vorrebbe che fossi io solo il
colpevole, quando in tutto questo non ho verun personale interesse.»
«Tu menti ognor più, o abbominevole ribaldo (disse la Contessa ad
onta degli sforzi, che per costringerla al silenzio facea Giannina,
sfortunatamente presaga che tanto impeto non le gioverebbe se non se
a fornir armi contro di se medesima). Tu menti. Non m’impedir ch’io
parli, o Giannina. Dovesse questo essere l’ultimo mio detto, egli
mente! Egli si prefiggea, sappiatelo, uno scopo infame, e vi sarebbe
corso più apertamente, se il mio sdegno mi permettea di conservare più
a lungo il silenzio che lo aveva incoraggiato da prima a discoprire le
scellerate sue mire.»
«Signora, disse il Varney (preso da grave confusione, che la sua
medesima sfrontatezza non gli valse a nascondere) vi prego a credere
che prendeste abbaglio.»
«Crederò piuttosto che sia notte in pieno meriggio. Ho io forse
dimenticato ogni cosa? Non rammento io certi tuoi artifizi, che, se
Milord gli avesse saputi, ti avrebbero meritato una morte degna di chi
ti somiglia anzichè la sua intrinsichezza? O perchè non sono io un uomo
per soli cinque minuti? Questo tempo mi basterebbe per costrignere un
vile tuo pari alla confessione della propria scelleratezza. Ma vattene.
Esci di qui. E dì al tuo padrone, che quand’anche mi sentissi capace
di tenermi all’obbrobriosa via, in cui mi porrebbe necessariamente
l’impostura, che osi dire da lui suggerita, cercherei dargli un rivale
meno immeritevole di questo titolo. Oh! puoi accertarlo che nol
soppianterebbe almeno un vil salariato, le cui glorie si stanno nel
far la caccia agli abiti di Milord prima che sieno del tutto usati, nè
atto a sedurre che una qualche giovane di contado coll’eleganza di un
nastro nuovo, aggiunto opportunamente ad un paio di scarpe vecchie del
suo padrone. Vattene, dissi, esci di qui. Io ti disprezzo, quanto mi
vergogno di sdegnarmi contro un ente obbrobrioso quale ti sei.»
Varney abbandonò quella stanza dando a divedere ne’ moti della
fisonomia la cupa rabbia che gli premea l’animo. Lo seguì il Foster,
che comunque non avesse una coscienza facile ad atterrire, si trovò
soprappreso da questo torrente d’indignazione impetuosa, uscito dalle
labbra d’una giovane, che si era mostrata insino allora di tempra
dolcissima, e assai indolente per altra parte onde si potesse crederla
capace di nudrire un pensiero di sdegno, o di pronunziarne un accento.
Il Foster si fece come ad inseguire di appartamento in appartamento il
Varney, addossando interrogazioni ad interrogazioni, alle quali non
rispose l’altro sintantochè non furono alla vecchia biblioteca, di cui
già il lettore ha fatto pratica. Colà giunto il favorito di Leicester,
si volse al vecchio Puritano, e gli parlò con una certa sicurezza,
perchè pochi istanti bastavano a costui, avvezzo a comandare ai
movimenti del proprio animo, per ricuperarne la fermezza e ricomporsi.
«Tony, diss’egli, usando dell’ironia a costui famigliare, non vo’
negartelo, la donna e il diavolo, i quali, come te lo potrà confermare
il tuo oracolo, Holdforth, ingannarono l’uomo sin dalla creazione del
mondo, hanno quest’oggi trionfato della mia saggezza. Questa piccola
Furia aveva modi cotanto seducenti, ebbe l’arte di contenersi con tanta
naturalezza tutto il tempo da me impiegato a comunicarle il messaggio
di Milord, che finalmente (odilo in pace), ho creduto potere lasciare
andar qualche parola anche per me. Costei crede ora aver la mia testa
sotto la sua cintura, ma l’ha sbagliata d’assai. Dov’è il dottore
Alasco?»
«Nel suo laboratorio, disse il Foster: è questa l’ora in cui non se
gli può parlare. È d’uopo lasciar trascorrere il mezzogiorno, se non
vogliamo distruggere l’effetto de’ rilevanti suoi studii, o a meglio
dire, divini.»
«Sì, egli studia la divinità del diavolo, disse Varney, ma semprechè io
voglia vederlo, tutte le ore sono a proposito. Conducimi dunque al suo
_Pandemonio_.»
«Sì,» disse il Varney, e con quel passo trepidante di chi sta per
precipitare l’esecuzione d’orribil disegno, seguì Foster, che lo guidò
per traverso a corritoi, dei quali la maggior parte stava per cadere
in rovina, sino all’appartamento sotterraneo occupato in allora dal
chimico Alasco. Fu in questo luogo medesimo, che qualche tempo prima
un abate di Abingdon delirante per le scienze occulte, avea con grande
scandalo del suo convento messo un laboratorio, ove pari ad altri
insensati di questo secolo perdè e gli anni e molte somme di denaro
nella ricerca di un grande segreto.
Tony Foster fermatosi dinanzi alla porta, che era con diligenza chiusa
al di dentro, mostrò di nuovo grande titubazione. Ma Varney che non
dividea coll’altro gli scrupoli, a furia di grida e di ripetuti colpi
all’uscio, trasse il saggio da’ suoi lavori. Alasco aperse dunque
lentamente, e a ritroso. Gli occhi di costui si vedeano accesi, ed
offuscati soltanto dal calore e dai vapori usciti del lambicco, su
di cui prima stavasi meditando. L’interno di quella cella offeriva
alla vista di chi vi entrava un confuso miscuglio di sostanze fra
loro eterogenee, e di arnesi misteriosi. Il vecchio allora borbottò
impazientemente tai detti:
«È dunque deciso, che ad ogni momento io debba essere distolto dagli
affari del Cielo per que’ della Terra?»
«Per que’ dell’Inferno, soggiunse il Varney, perchè quello è l’elemento
che ti si conviene. Foster, abbiamo d’uopo che tu assista alla nostra
confabulazione.»
Il Foster entrò a passi lenti in quell’antro seguito dal Varney, che
chiuse la porta dietro di sè. Ma lasciamo questi tre scellerati che
stanno deliberando, per venire alla contessa Amy, che col disdegno e
il timore dipinti su quel bel viso andava innanzi e indietro pel suo
appartamento.
«Scellerato, traditore, vile artefice d’iniquità! Ma io l’ho
smascherato, Giannina! Aspettai che il serpente svolgesse dinanzi a me
tutte le spire entro cui raggruppavasi, e mi comparve strisciando in
tutta la sua laidezza. Ho repressi i moti della mia collera in modo,
che mi sentiva scoppiarne io medesima per lo sforzo, ma gli ho repressi
fintantochè m’abbia egli scoperto il fondo del suo cuore più nero
degli abissi. E tu, o Leicester, avresti potuto per un solo istante
rinnegare i diritti legittimi che ho sopra di te, o cederli tu stesso
ad un altro? Ma egli è impossibile. Tutto fu menzogna quanto venne da
quell’uomo infame. Giannina, io non voglio rimanermi più lungo tempo in
questo luogo. Temo Varney, temo tuo padre. Sì, Giannina, lo dico con
ispavento, temo tuo padre, ma soprattutto questo abominevol Varney.
Voglio fuggire da Cumnor.»
«Oh Dio! Signora, e dove vorreste voi fuggire? Quai modi sono in voi
per sottrarvi da queste mura?»
«Nol so nemmen io, Giannina (disse la sventurata Amy, sollevando gli
occhi al cielo e giugnendo le mani) nol so nemmen io ove mi fuggirò,
nè quai modi mi avrò per fuggire. Ma sono ben certa, che quel Dio, al
quale prestai sempre omaggio, non mi abbandonerà in una crisi cotanto
tremenda, poichè al presente mi trovo fra le mani degli empi.»
«Non pensate questo così in generale, mia cara Signora, disse Giannina.
Mio padre è bensì di un’indole severa, compie scrupolosamente i comandi
che gli vengono trasmessi, però....»
Nell’istante medesimo Tony Foster entrò nell’appartamento tenendo
fra le mani una tazza di vetro, ed un’ampollina. I costui modi
aveano questa fiata qualche cosa di straordinario, perchè comunque
nell’avvicinarsi altre volte alla Contessa non si fosse mai comportato
se non se col rispetto dovuto al grado della medesima, pure lasciava
sempre scorgere quella salvatichezza naturale che parea non si potesse
scompagnare da lui.
In tal circostanza soltanto, nè dalla sua fisonomia, nè da’ suoi detti
traspirò quel tuono d’autorità, che costui d’ordinario occultava sotto
una maschera grossolana d’urbanità e cortesia, come i malandrini
nascondono le pistole o il bastone sotto un ferraiuolo mal messo. Ciò
nondimeno il sorriso di questo ipocrita parea mosso da tema anzichè da
benevolenza. Quella sua venuta era intesa ad offerire alla Contessa un
cordiale, prezioso al dir del malvagio, e tale che avrebbe ridonata
la calma allo spirito di essa, agitato tuttavia dallo spavento dianzi
sofferto. Pur quel suo sguardo e la mano e la voce tremebonda, e
tutto il suo portamento lo dinunziavano complice di qualche sinistro
disegno, e posero in sospetto fino Giannina, la quale dopo essersi
fermata qualche minuto secondo a contemplarlo con maraviglia, parve
si preparasse d’improvviso ad un atto ardito: onde alzato il capo,
prese aria ed andamento, risoluti ed autorevoli, e lenta frapponendosi
alla padrona ed al padre, volle togliere di mano a questo la tazza,
aggiugnendo con voce sommessa ma ferma queste parole: «Padre mio,
verserò il cordiale alla mia nobil Signora quando a lei sarà in grado.»
«No, cara figlia (disse il Foster con tuono vivace ed inquieto ad un
tempo) no: non s’appartiene a te il renderle tale servigio.»
«E perchè, disse Giannina, perchè non a me, se trattasi di cosa che dee
ristorarla?»
«Perchè, perchè! (disse il ribaldo, alle prime esitante, poi mettendosi
in collera, il che gli era ottimo espediente per sottrarsi alla
necessità di dar ragioni migliori) Perchè voglio così, figlia mia.
Andate all’ufizio della sera.»
«Altre volte potrò assistere all’ufizio, rispose Giannina, ma per
questa, ve lo protesto, non uscirò di qui sin ch’io non mi veda meglio
rassicurata sulla sorte della mia signora. Datemi, o padre mio,
quest’ampolla,» e a malgrado di lui la tolse dalle sue mani, che pareva
avesse aperte il rimorso. «Quanto può giovare alla mia signora non può
essere a me nocevole. Padre mio, alla vostra salute.»
Il Foster senza rispondere parola, si lanciò sulla figlia e le
strappò di mano l’ampolla. Indi confuso di quanto avea fatto,
irresoluto su quello che dovea operare in allora, rimase immobile in
quell’atteggiamento, com’uom fatto di pietra, coll’ampolla in mano,
colle gambe allontanate l’una dall’altra, e tramandando dagli occhi,
che fermi avea sulla figlia, tutta quella schifosa orridezza che nasce
dal collegamento della rabbia, del timore e della perfidia.
«La cosa è stravagante, o padre mio (disse Giannina, e nel tempo stesso
lanciò sul padre una di quelle occhiate, onde, a quanto dicesi, i
custodi delle persone prese da nero delirio le fan soggette al proprio
volere). Voi non vorrete adunque nè ch’io serva alla mia padrona, nè
ch’io beva alla sua salute?»
Il coraggio della Contessa si resse nel durare di sì terribile scena,
e conservò quella rassegnazione che le era connaturale; e benchè
impallidita fin dal primo istante dell’apparsole tradimento, l’occhio
di lei appalesava tranquillità, e quasi disprezzo verso i suoi
assassini.
«Questo prezioso cordiale, volete assaggiarlo voi, signor Foster?
Poichè non permettete che Giannina ne gusti, non mi negherete almeno
di soddisfarmi nel secondo modo che vi propongo. Bevete adunque, ve ne
prego.»
«Non voglio,» disse il Foster.
«E a chi era dunque serbata questa peregrina bevanda?» disse allor la
Contessa.
«Al diavolo che l’ha composta,» sclamò il Foster, e detto ciò
affrettatamente partissi.
Giannina mirava la Contessa con occhio, in cui esprimevansi la
vergogna, la compassione, il cordoglio.
«Non piangete per me, o Giannina,» disse dolcemente a questa giovane la
Contessa.
«No, mia Signora (rispose l’altra con voce che interrompeano i
singulti). Non è già per voi ch’io pianga, ma per me medesima, per
quello sciagurato, che oso appena... Coloro che si disonorarono innanzi
agli uomini, e che Dio condannò, coloro debbono piangere, e non già
chi si conosce innocente. Vi lascio, o mia buona padrona,» diss’ella,
prendendo in tutta fretta la mantellina ch’era solita usare, allorchè
usciva di casa.
«Mi abbandonate forse, o Giannina, mi abbandonate voi, mentre mi trovo
in una condizione tanto crudele?»
«Abbandonarvi, o signora, (sclamò questa buona compagna correndo
tosto verso di lei, e coprendole di baci le mani). Abbandonarvi!
Possa abbandonarmi, se di ciò fossi capace, fin la speranza della mia
eterna salute. No, signora: voi ben diceste che il Dio, cui prestate
omaggio, vi aprirebbe una strada di scampo: io l’ho pregato notte
e giorno perchè m’illuminasse; io mi stava irresoluta fra i doveri
dell’obbedienza verso quel miserabile, che or volse di qui i suoi
passi, e di quella obbedienza cui avete diritto. Non debbo chiudere
quella porta di salvezza che Dio stessa vi apre. Non mi domandate altro
intorno a ciò. Fra poco mi rivedrete.»
Così parlando si avvolse nella sua mantellina, e passò nell’altro
appartamento, ove scontrandosi nella vecchia fantesca, le diede a
credere di trasferirsi, come di solito, all’uficio della sera, indi
uscì fuor di casa.
Intanto il padre di Giannina era tornato nel laboratorio, ove trovò i
complici del delitto ch’egli non aveva ardito mandar a fine.
«L’uccelletto ha bevuto?[4]» disse il Varney con un dimezzato sorriso;
ed eguale interrogazione faceano gli occhi dell’Astrologo che non parlò.
«No, disse il Foster, nè sarò io quel tale che le presenti il veleno.
Vorreste adunque ch’io commettessi un assassinio alla presenza di mia
figlia?»
«Oh uomo vile senza essere perciò migliore! E non ti fu detto, rispose
con rabbia il Varney, che qui non trattavasi di assassinio, come piace
a te, o stolido, il chiamarlo con quella tua voce tremante, e con quel
tuo sguardo smarrito? Non ti venne assicurato che si volea soltanto
procurarle una infermità leggiera e di niuna conseguenza, della natura
di quelle che le donne fingono continuamente, onde potersi a lor agio
sdraiare sopra un canapè anzichè curare i loro affari domestici? Ecco
un uom ragguardevole che giurerà per la _chiave del castello della
Saggezza_.»
«Lo giuro, disse Alasco, l’elissire contenuto nell’ampolla che tieni
ancor fra le mani, non è mortale. Lo giuro per l’eterna invariabile
quintessenza d’oro racchiusa in tutte le sostanze della natura, e la
cui segreta esistenza non può essere scoperta se non se da colui, al
quale Trimegisto cederà la chiave della scienza cabalistica.»
«Ecco un giuramento d’alto peso, disse il Varney: Foster, tu saresti
peggio assai che un pagano, se ti rimanessi nella tua incredulità.
Per altra parte, puoi prestar fede a me, che giuro unicamente sulla
mia parola: se tu continui a ricalcitrare, rinunzia alla speranza di
convertire in atto di proprietà il tuo contratto enfiteutico. Nè Alasco
cambierà in oro il tuo stagno, e per quanto spetta a me, virtuoso Tony,
tu non sarai in eterno altra cosa che il mio fittaiuolo.»
«Io non comprendo, signori miei, disse il Foster, qual sia l’ultimo
fine di tutti questi vostri divisamenti: ma ben avvi una cosa, a cui mi
son risoluto; ed è che qualunque incidente stia per accadere, voglio
siavi alcuno che preghi il Cielo per me, e questo alcuno, sarà mia
figlia. La mia vita fin qui non è stata buona, ed ho pensato troppo
agli affari mondani; ma Giannina è innocente siccome allor quando
scherzava in grembo a sua madre. Mia figlia almeno non andrà priva
della sua sede in quella beata città, che ha muraglie di oro puro, e le
fondamenta di pietre preziose.»
«Che sarebbe veramente un paradiso conforme al tuo cuore, disse Varney.
Discutete con lui su quest’argomento, dottore Alasco; io tornerò fra
brev’ora.» Nel dire tali cose, il Varney si alzò da sedere, e presa
l’ampolla che stava sopra la tavola si partì da quel luogo.
«Figlio mio, (disse Alasco al Foster, appena uscito il Varney) io ti
protesto che qualunque cosa ardisca dire questo impudente e profano
schernitore della scienza sovrana, in cui per la grazia del Cielo ho
fatti tanti progressi, non v’è alcuno fra gli artefici viventi ch’io
volessi riconoscere per mio maestro. Lascio pure che questo riprovato
inveisca in bestemmie contro cose troppo sante per essere comprese da
uomini incapaci di concepir pensamenti, fuorchè carnali e colpevoli; ma
te lo giuro io, la città veduta da san Giovanni nella luminosa visione
dell’Apocalisse, questa nuova Gerusalemme, a cui sperano giugnere tutti
i credenti, annunzia in figura la scoperta del gran segreto[5]; di
questo gran segreto, per cui le cose le più preziose e perfette che la
natura abbia create, si ricaveranno da produzioni abbiette e vilissime
della medesima, siccome la farfalla dall’ali leggiere e dorate,
vezzosissimo tra i figli del venticel della state, sfugge dal carcere
d’informe crisalide.»
«Il maestro Holdforth non ha parlato di questa versione, disse il
Foster con aria di perplessità; per altra parte, dottore Alasco, la
santa scrittura ne insegna, che l’oro e le pietre preziose della città
santa non sono fatte in verun modo per chi fabbrica menzogne, o si
lorda d’abbominazioni.»
«Ebbene, disse il Dottore, che concludete voi da tutto ciò, figlio mio?»
«Concludo che chi distilla veleni, o chi li somministra segretamente,
non può aver parte a queste ricchezze ineffabili.»
«Conviene distinguere, figlio mio, riprese a dire l’alchimista, fra
le cose necessariamente cattive e nei modi e nei fini, e fra quelle
che comunque ingiuste possono produrre un bene. Se la morte di un
individuo può avvicinare a noi quel tempo, in cui basterà il desiderio
per vedere compiuto quanto è di bene, per vedere tolto dalla superficie
della terra ogni male; per arrivare a quel tempo in cui le infermità,
i patimenti, gli affanni, ubbidiranno alla scienza umana siccome
schiavi; a quel tempo che il menomo cenno del sapiente sarà assai per
farli fuggire; a quel tempo in cui quanto avvi oggidì di più prezioso
e di più raro sarà posto all’arbitrio di chiunque ascolterà le voci
della saggezza; a quel tempo in cui l’arte medica cederà affatto luogo
al rimedio universale; e i saggi divenendo i monarchi della terra,
la stessa morte rifuggirà alla lor voce; se vi ripeto questo felice
avvenire può essere affrettato da un accidente di sì lieve conto,
qual è la perdita d’un fragile corpo fatto di polve, e che soggetto
necessariamente alla comun legge, vada a finir nel sepolcro qualche
istante prima dell’ora assegnatagli dalle leggi della natura; che è
egli mai un tal sagrifizio per accelerare il Santo _Millenio_?[6]»
«Se non m’inganno, _Millenio_ vuol dire il regno de’ Santi,» disse
crescendo sempre nelle sue dubbiezze il Foster.
«Dì, ch’è il regno de’ saggi, o mio figlio, o piuttosto il regno della
stessa Saggezza,» rispose Alasco.
«Si è toccato questo articolo col maestro Holdforth nell’ultima
congregazione; ed egli sostiene che una dottrina simile alla vostra è
eterodossa, e la spiegazione che voi date, falsa e diabolica.»
«Egli è avvinto fra i ceppi dell’ignoranza, o mio figlio, rispose
Alasco: il suo grado non si estende oltre al _cuocer mattoni in
Egitto_, o al più ad _errare nell’arido deserto del Sinai_. Facesti
male in parlando di sì fatte cose ad un simile uomo: nondimeno ti
darò ben tosto tal prova, che sfiderò questo teologo di mal umore a
confutare, quand’anche volesse lottar meco, come i Magi lottarono
contro Mosè alla presenza del re Faraone. Assisterai tu medesimo,
figlio mio, quando _getterò la mia polvere di proiezione_, e ti
convincerò co’ tuoi stessi occhi della verità.»
«Prosegui, prosegui, dotto filosofo (disse il Varney che entrava in
quel medesimo istante), egli può bene ricusare le testimonianze che
vengono dal tuo labbro; ma come negherà quelle che i suoi occhi stessi
gli procacceranno?»
«Varney, disse l’alchimista, Varney di ritorno? Hai già?...» nè
proseguì oltre.
«Hai già eseguita la tua impresa? tu volevi dire, rispose il Varney.
Sì; e tu (soggiunse, mostrandosi più che d’ordinario irrequieto) sei
ben sicuro di non aver versato più o meno della misura esatta?»
«Lo sono, rispose Alasco; sicuro almeno quanto si può esserlo nel
far proporzioni tanto delicate, e che dipendono anche molto dalla
differenza delle costituzioni.»
«Se ciò è, disse il Varney, mi converrà starmi tranquillo. E sono poi
anche certo che tu non vorresti fare verso l’inferno un passo al di là
di quanto ti obbliga il tuo salario. Fosti pagato per procurare una
malattia, e del certo avresti per insensata prodigalità il commettere
un assassinio allo stesso prezzo. Andiamo; ciascuno si ritiri ne’ suoi
appartamenti e domani vedremo l’esito.»
«Qual modo adoprasti tu per costrignerla ad ubbidirti?» disse il Foster
fremendo.
«Nulla, rispose il Varney. La fisai soltanto con una di quelle
occhiate che mettono a dovere i pazzi, le donne e i fanciulli. Mi fu
detto nell’ospital di S. Luca[7] aver io uno sguardo quale appunto
fa di mestieri per sottomettere un infermo ricalcitrante. Tale fu il
complimento che ricevei dal custode de’ matti; onde vedi che non mi
manca una via di guadagnar pane quando cadrò di favore alla Corte.»
«Nè temi, soggiunse il Foster, di qualche sproporzione nella dose?»
«Se ciò fosse, disse il Varney, dormirebbe un sonno più profondo; nè
questo timore è tale da intorbidare il mio. Addio amici.»
Tony Foster mandò un profondo sospiro alzando gli occhi e le mani al
Cielo. L’alchimista annunziò la risoluzione in cui era di continuare
in quella notte un’esperienza di grande importanza, e il Foster e il
Varney si separarono per andare al riposo.
CAPITOLO VI.
Ora m’assista Iddio in questo terribile
pellegrinaggio! Ho già scacciato
lungi da me ogni speranza di terreno
soccorso. Chi fra i viventi si
augurerebbe mai d’appartenere al mio
sesso? Misere donne, compassionevoli
e fedeli, sì spesso derelitte, e sì
capaci di provare il dolore, soggette
a’ più duri trattamenti per parte
di coloro sul cui affetto avete più
forti diritti, e contraccambiate
d’ogni vostra bontà con altrettanto
d’ingratitudine!
_Il Pellegrinaggio d’amore._
Stava per finire il giorno, e Giannina temendo col prolungare il suo
allontanamento di eccitare ricerche in una casa piena di sospetti,
quanto lo era necessariamente il castello di Cumnor, affrettò il suo
ritorno e risalì all’appartamento ove lasciata avea la Contessa. Questa
se ne stava allora col capo appoggiato alle braccia incrocicchiate
sulla tavola innanzi cui era seduta; e neanco alzò gli occhi, o fece un
moto benchè menomo al giugnere di Giannina.
Questa fedele seguace corse verso la sua padrona colla rapidità del
lampo, e lievemente toccandola per toglierla da quel letargo, la
supplicò d’uno sguardo e di narrarle qual nuovo avvenimento l’avesse
posta in quello stato. L’infelice Amy alzando il capo a quella
preghiera, e fisando gli occhi che pareano spenti sulla compagna:
«Giannina, disse, bevei il fatale liquore.»
«Sia lodato Dio! disse Giannina con vivacità. Intendo sia lodato,
perchè le cautele prese non furono inutili, nè potete paventare alcun
danno da quella bevanda. Alzatevi, e fatevi forza per iscuotere
quel letargo che vi assidera le membra. Bandite soprattutto dalla
vostr’anima la disperazione.»
«Non mi togliere da questa positura, o Giannina, ripetè la Contessa,
lasciami in tale riposo; lascia che io finisca tranquillamente i miei
giorni. Sono avvelenata.»
«Voi non lo siete, mia buona signora, voi non lo siete, disse con
grande commozion d’animo la giovinetta, e grazie a previdenze che
certamente furono additate dal Cielo, non può nuocervi quanto beveste.
Venni qui in tutta fretta ad avvertirvi, che i modi di fuggire sono in
vostro potere.»
«Di fuggire! (sclamò l’infelice Contessa, levandosi dalla sedia ov’era,
intanto che a poco a poco gli occhi di lei ripigliavano l’usata
vivacità, ed il loro colore le guance). Ma oimè! Giannina, egli è
troppo tardi.»
«No, cara padrona. Alzatevi ed appoggiatevi al mio braccio per fare
un giro all’intorno della stanza. Non vogliate che la immaginazione
produca in voi l’effetto del veleno. Non vi accorgete or forse che
ricuperaste l’uso perfetto delle vostre membra?»
«Di fatto sembra diminuire il sopore in cui stavami (disse la Contessa
facendo passi lungo l’appartamento, sempre appoggiata al braccio di
Giannina). Ma sarebb’egli adunque vero, ch’io non sono altrimenti
avvelenata? Il Varney qui si trasse allorchè eri lontana, e lanciandomi
sguardi, ne’ quali io leggea il mio destino, mi comandò bere questa
orribil pozione. Oh Giannina! essa debb’esser mortale. Fuvvi mai
bevanda innocente presentata da un tal coppiere?»
«Nè egli credeva, a quanto temo, che sarebbe stata inefficace a
mal’opera; ma Dio confonde i disegni degli uomini malvagi. Credetemi,
e lo giuro sul santo Vangelo, in cui stassi ogni nostra speranza, la
vostra vita è in sicuro dal veleno somministratovi da Varney. Ma come
non cercaste resistergli?»
«Regnava il silenzio attorno di me. Tu non eri in mia compagnia. Sola
io a fronte di costui!... di costui capace d’ogni delitto! Venni a
patti con esso onde mi liberasse dall’odioso suo aspetto, e a tal fine
bevvi quanto mi porse. Ma tu parlavi di fuga o Giannina? Sarei forse io
tanto felice?....»
«Siete voi forte quanto basta per reggere al contento di un annunzio di
fuga, e per intraprenderla?»
«Forte quanto basta! rispose la Contessa. Oh! domanda alla giovane
capriola, se è forte assai per superare i dirupi quando i denti dei
veltri stanno per afferrarla. Oh! sì. È in me tutto il coraggio che
vuolsi per fuggire da questo luogo.»
«Dunque ascoltatemi, disse Giannina. Un uomo ch’io credo fermamente
essere nel novero de’ vostri fedeli amici, mi si mostrò sotto diversi
abbigliamenti, e cercò venir meco a confabulazioni. Ma non essendo per
anche schiariti i dubbi che teneano perplesso il mio animo, ricusai
sempre tale colloquio. Colui che il chiedeva era e il merciaiuolo
dal quale comperaste diverse bagattelle e il venditore dei libri che
poc’anzi vi diedi. Ogni volta ch’io usciva del castello era sicura
di vederlo. L’accidente di questa sera mi ha indotta finalmente a
parlargli. Egli vi aspetta alla porta segreta del parco, ed ha seco
quanto è d’uopo ad agevolare la vostra fuga. Ma ripeto, vi sentite in
voi forza e coraggio a tentarla?»
«Chi fugge dalla morte trova sempre forza bastante, nè il coraggio
manca giammai a chi vuol sottrarsi all’infamia. L’idea di aver vicino
lo scellerato da cui sono minacciati i miei giorni, ad un tempo, e
l’onore, mi darebbe vigore per sorgere dal letto della morte.»
«Allora dunque, in nome di Dio! soggiunse Giannina. Io debbo dividermi
da voi e confidarvi alla sua santa custodia.»
«Non vuoi tu dunque seguirmi, o Giannina? disse sorpresa da novello
turbamento la Contessa. Io ti perderò adunque? ed è questa la tua
fedeltà?»
«Mia cara padrona, io fuggirei in vostra compagnia con quel contento
che ha un uccelletto nell’abbandonar la sua gabbia; ma sarebbe la
stessa cosa che scoprire il tutto sull’istante, e dar luogo ai vostri
persecutori d’impedirvi ogni via di salvezza. È d’uopo ch’io rimanga
e mi adoperi a celare la verità. Il Cielo perdona una menzogna che
imperiosa necessità suggerisce.»
«E dovrò io dunque viaggiar sola con uno straniero? disse Amy. Pensaci
bene, o Giannina. Non potrebbe questa essere una cabala più nera e
meglio tessuta dell’altre per disgiugnermi sino da te, diletta mia
amica?»
«No, mia signora: non la crediate tale, rispose vivacemente Giannina.
Questo giovane è sincero; egli è amico del signor Tressiliano; nè venne
fra noi che guidato dalle istruzioni medesime di chi desidera il vostro
scampo.»
«S’egli è l’amico di Tressiliano, soggiunse allor la Contessa, io mi
abbandonerò dunque a tale soccorso, come a quello d’un angelo inviatomi
dal Cielo, perchè uomo non fuvvi giammai al pari di Tressiliano immune
da rimproveri di viltà, o di personale interesse. Ha sempre dimenticato
se stesso quando ha potuto giovare agli altri. Oh Dio! qual compenso
n’ebb’egli!»
Le due donne raccolsero in grande fretta tutto quanto dovea portar
seco quella di lor che fuggiva. Nè dalla sollecitudine andò disgiunta
la destrezza di Giannina nel preparare il fardello, e collocarvi le
minute cose preziose, che più prontamente le si offerivano alla mano,
e soprattutto uno scrignetto di diamanti, che giudiziosamente pensò
poterle venire all’uopo ne’ più urgenti bisogni. Indi la contessa di
Leicester cambiò i suoi panni con quelli che Giannina era solita a
vestire dovendo imprendere gite di breve tempo; perchè nel consiglio
ch’elleno fecero, si trovò cosa necessaria il mettere in disparte
qualunque distintivo, che avesse potuto eccitare particolarmente
l’altrui sguardo su quella d’esse che dovea rimanere sconosciuta.
Tali apparecchi erano terminati nell’ora che già essendo alta la luna
sull’orizzonte, tutti quegli abitanti aveano ceduto al sonno, o almeno
stavano ritirati nelle proprie stanze; laonde per uscire della casa e
del giardino non potevano esse temere altri ostacoli fuorchè quello
di trovarsi sopravvegghiate. Ma in tal momento diveniva questo un
ostacolo di nessun conto, perchè Foster si era accostumato a riguardare
la propria figlia con quell’occhio, onde un peccatore tormentato da’
rimorsi riguarderebbe un angelo custode incessante in proteggerlo ad
onta di continuate malvagità; quindi metteva un’illimitata confidenza
sovr’essa, e Giannina, padrona delle proprie azioni in tutto il durare
del giorno, possedeva in oltre una chiave della porta di dietro del
parco, per cui poteva trasferirsi al villaggio ogni qual volta glie
ne veniva talento, sia per gli affari interni della casa ad essa
affidati, sia per prestarsi ai pietosi doveri della setta cui pertenea.
Ben è vero che alla figlia del Foster non era stata conceduta una sì
ampia libertà, fuorchè a patto di non valersene mai a proteggere una
fuga della Contessa; divisamento che si sospettò covare in questa fin
d’allor quando si mostrò impazientita dei confini che s’imponeano al
suo libero arbitrio. E di fatto le orribili certezze apportate dalla
precedente scena, bastarono appena a trar Giannina nella risoluzione
di violare la promessa data, e d’ingannare la fiducia in lei riposta
dal padre. Ma le vedute cose non solamente la giustificavano, ma le
comandavano imperiosamente di provvedere alla sicurezza della padrona,
e di mettere da banda tutt’altro riguardo.
La Contessa fuggitiva, e la sua seguace attraversavano con affrettato
passo un sentiero, talor fatto più oscuro dai folti rami degli alberi
che s’incrocicchiavano al di sopra de’ loro capi, talora schiarito dal
lume tremolante ed incerto de’ raggi della luna, che penetravano fra
le tacche fatte dalla mannaia fra mezzo alle frasche. La strada era di
frequente sbarrata da alberi atterrati, o da grossi tronchi, che si
lasciavano sparsi qua e là finchè si avesse il tempo di affastellarli
per l’uso giornaliero de’ cammini.
La fatica e le moleste sensazioni del timore che si mesceva colla
speranza, sfinirono sì fattamente le forze della Contessa, che Giannina
fu costretta a proporle di fermarsi alcuni minuti per riprendere
fiato. Si assisero entrambe sotto di un’antica quercia, e com’era
ben naturale, volsero il guardo verso il castello che lasciato
avevano dietro di sè. Se ne discernea l’ampia fronte a malgrado della
oscurità e della distanza, e i cammini, e le torri, e l’orologio, che
sormontavano i tetti, parean disegnati sul campo azzurro del cielo.
Una sola face rischiarava quelle tenebre, ed era posta sì bassa, che
sembrava ne venisse il chiarore dal terrazzo posto innanzi al castello,
anzichè da una di quelle finestre. Nel contemplarla fu presa da
subitaneo timor la Contessa. «Essi ne inseguono,» diss’ella indicando a
Giannina quello splendore che le metteva spavento.
Meno agitata della padrona la figlia del Foster, s’accorse che quella
luce era immobile, e spiegò alla Contessa come venisse dalla celletta
ove l’alchimista era solito fare le sue segrete sperienze. «Egli è,
soggiunse, nel novero di coloro, che si alzano e vegghiano di notte
tempo per commettere le iniquità. Fu ben trista la combinazione
che trasse fra noi sì fatto uomo; il quale in ogni suo discorso
mescolando la speranza dei tesori della Terra alle idee di una scienza
soprannaturale, unisce tutte le qualità pur troppo atte a sedurre il
mio povero padre. L’ottimo sig. Holdforth aveva pur ragione allorchè
dicea, e penso ben che il dicesse con animo di somministrare un’utile
lezione ad alcune persone di nostra casa: avvi tali uni, ripetea di
frequente, i quali anzichè ascoltare i detti che parlò il Signore
per bocca de’ suoi veri profeti, vogliono, siccome Acabbo, prestare
orecchio ai sogni del falso profeta Zedechia. E molto fermavasi su
queste parole; indi aggiugnea: Oimè! fratelli carissimi, molti Zedechia
si trovano in mezzo a voi, molti uomini che vi promettono i lumi della
loro scienza carnale, purchè abbandoniate la ragione, dono venutovi
dal Cielo. Costoro vagliono forse meglio del tiranno Naas, che volea
l’occhio destro di tutti coloro che gli erano sottomessi?...»
Chi sa fin dove la memoria avrebbe soccorso l’avvenente Puritana nel
recapitolare il discorso del sig. Holdforth? Ma la interruppe la
Contessa per assicurarla di essersi riavuta in forze quanto bastava per
giugnere, senza fermarsi novellamente, sino alla porta del parco.
Elleno pertanto si ridiedero a fuggire con maggior sicurezza; e
Giannina per la prima volta osò chiedere alla padrona verso qual parte
ella divisasse condursi. E non ottenendo sull’istante una risposta,
poichè forse in quella confusione d’idee tal rilevante argomento
di deliberazione non s’era ancor presentato al suo animo, Giannina
aggiunse: «Forse vorrete portarvi alla casa del padre vostro, ove siete
certa di ritrovare sicurezza e protezione?»
«No, Giannina, rispose mestamente la Contessa: lasciai il castello di
Lidcote con un cuor felice e con un nome onorevole. Non vi ritornerò
fintantochè la permissione del mio sposo, e la pubblicazione delle
nostre nozze, non mi restituiscano alla mia famiglia, ed ai luoghi
ove nacqui con tutti gli onori e le distinzioni, di cui questo sposo
medesimo mi colmò.»
«E dove andrete dunque, o signora?» disse Giannina.
«A Kenilworth, figlia mia, rispose senza esitar la Contessa; mi porterò
a veder queste feste, queste reali magnificenze, delle quali i soli
apparecchi eccitarono tanto rumore. Ben m’è avviso, che mentre la
Regina d’Inghilterra viene onorata di feste nel palagio di mio marito,
la contessa di Leicester non debba esservi un ospite importuno.»
«Prego Dio, che vi siate bene accolta!» rispose Giannina.
«Voi abusate dello stato in cui mi trovo, e dimenticate quello in cui
siete,» rispose la Contessa, presa da un moto di collera.
«Oh Dio! rispose mestamente la giovane seguace, vi sfuggirono dalla
memoria i severi ordini dati dal nobile Conte per tener nascoste queste
nozze, e che in tali ordini non ebbe egli altro fine che di conservarsi
il favore di cui gode presso la Corte? E vi date a credere dopo ciò che
egli possa gradire un subitaneo apparir vostro nel suo castello in tali
circostanze ed al cospetto di tai testimoni?»
«Ho inteso: voi giudicate che non gli farei onore; lasciate andare il
mio braccio: so camminare senza l’uopo del vostro soccorso, come so
operare se anche risparmiate i vostri consigli.»
«Non vi sdegnate contro di me, le rispose dolcemente Giannina, e
permettete ch’io continui a porgervi il braccio: la strada è cattiva, e
voi non siete avvezza a camminar fra le tenebre.»
«Al dir vostro (continuò la Contessa sempre dominata dal risentimento)
il conte di Leicester sarebbe dunque capace di favorire, e fors’anche
d’aver voluti gli orribili attentati che si commisero dal padre vostro
e da Varney! Oh! saprà dal mio labbro medesimo tutte le colpe di
costoro.»
«Per amor di Dio, mia buona padrona, risparmiate il padre mio nel
racconto che divisate fare al vostro sposo. Possano i servigi, comunque
deboli che vi ho prestato, giovare all’espiazion dei suoi falli!»
«Commetterei troppo grave ingiustizia se non riconoscessi questi tuoi
servigi, o Giannina (disse allor la Contessa, che riprese ben tosto
la dolcezza sua naturale, e il tuono di confidenza che fu sempre usa
mostrare a quella fida compagna). Non temerne Giannina: io non dirò
mai una sola parola, che possa nuocere a tuo padre; ma tu comprendi
da te medesima, mia cara fanciulla, ch’io non posso concepire altro
desiderio, tranne quello di abbandonarmi alla protezion del mio sposo.
La perfidia di chi mi circondava m’ha costretta a fuggir dal soggiorno
che m’avea scelto egli stesso; ma sarà questa la sola cosa in cui mi
avrà inobbediente. A lui solo voglio appellarmi. Da lui unicamente
bramo esser soccorsa. Io non feci mai noti a nessuno, nè li farò
independentemente dal suo volere, i segreti nodi che uniscono i nostri
cuori e i nostri destini. Voglio vederlo, e ricevere dalla sua propria
bocca le istruzioni che regoleranno la mia condotta avvenire. Non ti
studiare a combattere tale divisamento, o Giannina; tu non faresti che
confermarlo nell’animo mio. Quando tu il voglia sapere, ho risoluto
di portarmi senz’altri indugi ad ascoltare dalle labbra medesime del
mio sposo la sorte mia. Queste sole me la debbono annunziare. Voglio
cercarlo a Kenilworth; unico espediente che m’assicuri di non vedere un
tal disegno infruttuoso.»
Giannina dopo aver calcolato nel suo spirito le difficoltà e le
incertezze inseparabili dalla condizione della sua sfortunata padrona,
cominciò ad inclinare ad opinione affatto contraria a quella che
aveva manifestata da prima; e perfino a persuadersi, che costretta
ad abbandonare il soggiorno assegnatole dallo sposo, la Contessa non
avesse più importante dovere del portarsi a lui onde spiegargli i
motivi di sua condotta.
Non ignorava ella quanta fosse in Milord la cura di tenere nascoste sì
fatte nozze, nè tampoco si dissimulava, che il fare senza permissione
di lui un’inchiesta da cui ne fosse derivata la loro pubblicità, poteva
essere cagione di eccitarlo a sdegno. Ma per altra parte, s’ella
facea ritorno alla casa paterna senza che il suo grado fosse chiarito
solennemente, si mettea in uno stato sommamente pregiudizievole alla
sua fama; e il pubblicarlo a malgrado del Leicester potea occasionare
una compiuta rottura fra i due sposi. Aggiugneasi alle considerazioni
soccorse a Giannina, che la Contessa, giunta a Kenilworth, avrebbe
potuto trattare da se medesima la sua causa, e comunque la figlia del
Foster non dividesse colla sua padrona quella intera sicurezza sulle
intenzioni del Leicester, ella era però ben lungi dal crederlo capace
di partecipare alle colpevoli trame delle sue creature. È vero, pensava
ancor fra se stessa, che fuggendo Amy dalle costoro mani, non avrebbero
risparmiati espedienti per soffocarne le giuste querele. Ma supponendo
pure il peggio, e che il Conte le avesse negato protezione e giustizia,
e ch’ella fosse stata costretta a far pubblico il sofferto aggravio,
non le sarebbero mancati in Kenilworth un avvocato nella persona di
Tressiliano, un giusto giudice nella Sovrana; cose tutte che Giannina
aveva potuto raccogliere in sua mente nel breve colloquio avuto con
Wayland. Per tutte queste ragioni bilanciate fra loro, Giannina trovò
finalmente ben fatto che la sua padrona si portasse a Kenilworth, e
solamente le raccomandò la massima prudenza nel far sapere questo
arrivo al suo sposo.
«E tu hai avuto per parte tua le necessarie cautele? le disse la
Contessa. Questo condottiero, cui sto per mettermi fra le mani, ignora
egli il segreto del presente mio stato?»
«Nulla egli seppe del certo dal mio labbro, rispose Giannina, nè forse
egli crede più o meno di quanto si giudica dal Pubblico intorno a voi.»
«E che si giudica dunque dal Pubblico?» Si fece tosto a chiedere Amy.
«Che abbandonaste la casa del padre vostro. Ma voi vi sdegnerete
un’altra volta contro di me, se continuo,» così interruppe il suo dire
Giannina.
«No, prosegui, disse la Contessa; gli è ben d’uopo ch’io m’avvezzi a
sopportare le sinistre voci, cui diede origine la mia imprudenza. Si
penserà, m’immagino, che io abbia abbandonata la casa di mio padre per
unirmi ad un amante con illegittimi nodi. Questo errore finirà ben
tosto, perchè son risoluta o a vivere con una riputazione immune da
macchia, o a non vivere più lungo tempo. Io vengo dunque riguardata
siccome la favorita di Leicester?»
«La maggior parte, o signora, vi crede anzi la favorita di Varney,
rispose Giannina. Avvi però chi pensa non essere questo secondo che il
mantello entro cui s’avvolge il Conte nel soddisfare le proprie brame.
Si è saputo qualche cosa dell’esorbitanti spese fatte nel fornire a
tutto punto questo castello, profusione, che passa di gran lungo le
sostanze del Varney. Ma sì fatta opinione non è generale: tanto più che
quando si viene a parlare d’un personaggio sublime, qual’è il vostro
sposo, le persone osano appena pronunziare i concepiti sospetti, per
tema di essere puniti dalla _Camera Stellata_ siccome calunniatori
della Nobiltà.»
«E fanno bene a parlar sotto voce, disse subito la Contessa, coloro
che osano credere l’illustre Dudley complice di uno sciagurato quale
è Varney!.... Eccoci arrivate alla porta del parco. Oimè! mia cara
Giannina, è d’uopo ch’io mi congedi da te. Non piangere, mia buona
figliuola (e nel dir questo cercava nasconder sotto apparenza d’ilarità
il suo contraggenio a dipartirsi da una sì fedele compagna), e allor
quando ci rivedremo, o Giannina, fa che in luogo di questo tuo collare
troppo semplice, io te ne veda uno di pizzo ricamato, ond’abbia
maggiore spicco quel collo avvenente. Cambia questo corsaletto di
bigello, sol convenevole ad una fantesca, in un altro di bel velluto
messo ad oro. Troverai nella mia stanza molta quantità di vesti:
accetta questo dono che ti fo sin d’ora di tutto cuore. È d’uopo che
ti adorni, o Giannina; perchè comunque tu sia stata fin qui la seguace
di una donna infelice ed errante, priva di nome, e persino di buona
fama, all’atto di rivederci, dovrai portar vestimenti confacevoli a
persona che terrà il primo grado nell’amicizia e nella casa della più
ragguardevole fra le Contesse della Inghilterra.»
«Possa Dio esaudirvi, mia cara padrona, e permettere, non già ch’io
porti vesti più ricche, ma che l’una e l’altra portiamo i nostri
corsaletti sopra cuori più contenti ch’ora nol sono!»
Mentre quest’ultime cose dicevansi, la serratura della porta segreta
dopo vigorosa resistenza avea ceduto alla chiave di Giannina, e la
Contessa, non senza un segreto fremito, si trovò al di là delle mura,
che lo sposo le aveva indicate siccome limite de’ suoi diporti.
Wayland, nascosto a qualche distanza dietro una siepe che stava sul
confin della strada rimanea con grande impazienza aspettandole.
«Avete preparato ogni cosa»? gli disse, appena furono vicini, Giannina
grandemente commossa.
«Ogni cosa, rispos’egli: solamente non ho potuto trovare un cavallo per
la signora. Giles Gosling che non sa scordarsi d’essere pubblicano, me
ne ha ricusato uno benchè glie n’abbia io offerto qualunque prezzo;
e ciò per timore, dicea, di entrare in disgrazie. Ma non importa.
Ella monterà sul mio cavallo; io l’accompagnerò a piedi sintantochè
possa provvedermene un altro. Non saremo inseguiti, semprechè voi non
dimentichiate la vostra lezione, leggiadra Giannina.»
«Nel tenerla a memoria imiterò la saggia vedova di Tekoa, che non
obbliò le parole postele in bocca da Gioabbo. Domani dirò che la mia
padrona non si può alzare dal letto.»
«Sì, e aggiugnerai che soffre grandemente, che prova grave peso al
capo, palpitazioni al cuore, che non vuole essere disturbata. Non temer
di nulla; crederanno d’intenderti ad una mezza parola, nè ti faranno
molte interrogazioni, perchè conoscono l’effetto della malattia che si
lusingano averle procacciata.»
«Ma, soggiunse la Contessa, eglino scopriranno ben presto la mia
lontananza, e per vendicarsi uccideranno Giannina. Amo meglio tornare
addietro che esporla ad un tale pericolo.»
«Non vi affannate per la mia vita, o diletta padrona. Piacesse a
Dio, che voi foste certa di essere ben accolta da coloro a’ quali
dovete volgervi, com’io lo sono che mio padre, qualunque sdegno abbia
egli concepito contro di me, non soffrirà che mi si faccia il menomo
aggravio!»
Wayland pose la Contessa sul suo cavallo, avendo piegato il proprio
mantello attorno alla sella in guisa che le divenisse un comodo cuscino.
«Io vi saluto e possa la benedizione del Cielo accompagnarvi!» disse
Giannina baciando per l’ultima volta la mano alla Contessa, che con un
muto accarezzamento le contraccambiò il fattole augurio. Finalmente
si separarono, e Giannina volta verso Wayland, esclamò: «Possa il
Cielo, allorchè lo implorerete ne’ vostri bisogni, usar con voi in
quella proporzione onde voi vi mostrerete o fedele o traditore a questa
Signora tanto ingiustamente perseguitata, e tanto sfornita di terreni
soccorsi!»
«Così sia, bella Giannina! disse Wayland. Credetemi, giustificherò la
confidenza avutami in modo da meritare che i vostri begli occhi, in
mezzo a tutta la lor divozione, sieno men disdegnosi meco quando ci
rivedremo.»
Le ultime parole di questo congedo furono pronunziate con qualche
ricercatezza; ma Giannina non fece ad esse una risposta; ben la fecero
i suoi sguardi, mossi senza dubbio dal desiderio che era in lei di
accrescere forza ad ogni motivo che potesse maggiormente assicurare
lo scampo alla sua padrona, ma non però di natura da distruggere le
speranze, che co’ suoi discorsi mostrava aver concepute Wayland. Ella
rientrò per la porta segreta chiudendola dietro a sè. Wayland afferrò
tosto la briglia del cavallo, ed egli e la Contessa incominciarono
silenziosamente l’incerta loro peregrinazione.
Benchè Wayland facesse trottare, quanto poteva, il suo corridore, pur
questo modo di camminare era sì lento, che quando il giorno cominciò a
diradare i vapori dell’Oriente, i due viaggiatori non si trovarono più
di dieci miglia distanti da Cumnor.
«Maledetti tutti questi ostieri larghi di belle parole! (sclamò
il maniscalco incapace di nascondere più lungamente il dispetto e
l’inquietezza che lo premea). Se quel cane di Giles Gosling m’avesse
detto con franchezza, due giorni sono, di non far conti sopra di lui,
mi sarei provveduto da altra parte: ma costoro hanno talmente il vizio
di promettere qualunque cosa lor si richiede, che solamente quando
v’attignete a ferrare un cavallo, vi dicono che non hanno ferri. Se
avessi potuto preveder questo, avrei potuto accomodarmi in venti altre
maniere. Poi, in un affare sì importante e per una causa sì buona,
avrei ben io avuto scrupolo di rubare un cavallo nel vicino villaggio!
Tutto sarebbe finito col rimandarlo al commissario del cantone.
Possano il moccio e la rogna impadronirsi in sempiterno delle scuderie
dell’_Orso nero_!»
La Contessa andava confortando il suo condottiero col fargli osservare
come il giorno che già spuntava gli avrebbe permesso di camminar più
veloce.
«Va benissimo, mia Signora, ma il giorno farà ancora che altre persone
ci vedranno; cosa che potrebbe essere di non poco incomodo sul bel
principio del nostro viaggio. Ciò mi sarebbe stato indifferente
affatto, se avessimo potuto essere ora più lontani da Cumnor; ma
la contea di Berk, dacchè conosco questo paese, è piena di diavoli
maliziosi, che vanno a letto tardi, e si levano di buon’ora col solo
disegno di spiare i fatti degli altri. Oh! questa genia mi ha dato
faccende altre volte. Però non vi spaventate, mia bella Signora; poichè
quando si ha spirito, ogni poco che le occasioni lo favoriscano, si
trova rimedio a qualunque incidente.»
I timori mossi da Wayland fecero più impressione nell’animo della
Contessa di quel che la consolassero i conforti, con cui cercò medicare
i primi detti. Ella riguardava attorno di sè inquietamente, e a mano
a mano che l’orizzonte brillando di un più vivo splendore annunciava
vicino il nascer del sole, ella s’immaginava ad ogni passo, che la
nuova luce l’abbandonerebbe alla vendetta de’ suoi persecutori, o che
qualche ostacolo insuperabile interrompesse il lor viaggio.
Wayland si accorgeva dell’agitazione in cui venuta era la Contessa, e
scontento di averle dato alimento egli stesso, cominciò ad ostentare
gaiezza camminando dinanzi a lei. Laonde or parlava al cavallo com’uomo
bene addottrinato nel dialetto delle scuderie, or canticchiava a mezza
voce squarci di ballate: spesso, assicurava la Signora non esservi
alcun pericolo, e nell’istesso tempo guardava bene all’intorno se
mai vi fosse qualche cosa che dismentisse le sue parole nell’atto
stesso del pronunziarle. Continuarono in tal guisa il viaggio, finchè
un accidente non preveduto offerse loro i modi di proseguirlo più
comodamente e più presto.
CAPITOLO VII.
_Riccardo._ Un cavallo! un cavallo! il regno mio
Cedo per un cavallo.
_Catesby._ Ecco un cavallo
_Riccardo III._
I nostri viaggiatori passavano vicino ad una macchia posta sul confin
della strada, allorchè si offerse ai loro occhi la prima creatura
vivente che avessero incontrato dopo la loro partenza da Cumnor, ed era
un picciolo rustico stupido di fisonomia, e che parea il famiglio d’un
qualche podere. Col capo scoperto, vestito d’abito grigio, colle calze
che gli cadeano sulle calcagna, e tenendo i piedi in un paio di grosse
scarpe, stava alla custodia di quella cosa che i nostri venturieri
potessero maggiormente desiderare, intendo dire di un cavallo, fornito
inoltre di una sella da donna, e di tutte l’altre cose necessarie ad
una viaggiatrice. E per migliore combinazione il contadino, accostatosi
a Wayland, gli disse in sua maniera queste poche parole: «_Signore,
siete voi quella certa coppia?_»
«Certamente che lo siamo, mio garbato giovane,» gli rispose senza
esitare Wayland. E sia giustizia alla verità, anche qualche coscienza
educata ad una scuola di morale più severa che non forse quella cui
studiò il maniscalco, avrebbe ceduto ad un’occasione tanto seducente.
Il darsi tal risposta da Wayland, prender la briglia dalle mani del
contadino, far discendere la Contessa dal suo cavallo, e metterla su
quello che il caso aveva fornito, furono l’opera di pochi istanti. E
la cosa andò con tanta naturalezza, che la Contessa, come si è saputo
dappoi, credè fermamente che quel cavallo fosse stato ivi apparecchiato
per cura del suo condottiero o di qualche amico del medesimo.
Ciò nondimeno il giovine merlotto, che si vide con tanta sollecitudine
liberato dal suo deposito, cominciò a girar gli occhi e a grattarsi
in capo, come covando qualche rimorso di avere abbandonato il cavallo
contentandosi d’una spiegazione così succinta.
«Non v’ha dubbio, borbottava fra i denti, che questa non sia la
_coppia_, ma tu al vedermi avresti dovuto dir _fava_. Lo sai bene!»
«Sì, sì, è vero, rispose a caso Wayland, e tu _presciutto_.»
«No, no; aspettate; io doveva dire _cece_.»
«Bene, sia _cece_ se vuoi così; ma _presciutto_ era una _parola di
passo_ migliore.»
In questo, trovandosi già sul suo cavallo, tolse dalle mani dello
stupido villano quel resto di briglia che l’altro esitava ad
abbandonare, e gettandogli una moneta d’argento, senza altre cerimonie
cercò di riguadagnare a gran galoppo il tempo perduto. Il baggeo rimase
a’ piedi della collina, mentre la salivano i nostri viaggiatori,
e Wayland volgendosi, lo vide colle dita nei capelli, immobile
come un palo, e col capo sempre volto alla dirittura da essi presa
nell’abbandonarlo. Finalmente essi avevano di già raggiunto la sommità
della collina, allorchè lo videro abbassarsi per raccogliere la moneta
d’argento.
«In fede mia! disse Wayland, questo può dirsi vero dono della
Provvidenza. Una buona bestia che cammina bene, e che vi porterà fino
al luogo ove se ne possa trovare un’altra d’egual gagliardia! Allora
potremo rimandar questa per far tacere qualsisia rimostranza.»
Ma non erano tanto lisci questi suoi calcoli, e il destino, che sulle
prime parve sì propizio ai due viaggiatori lor diede a temere bentosto,
che l’incidente per cui menava tanto vanto Wayland, non divenisse
cagione della compiuta loro rovina.
Non avevano essi per anche fatto un miglio dopo lasciato il villanello,
allorchè intesero una voce d’uomo che gridava a tutta possa alle loro
spalle: _Al ladro, al ladro, ferma mariuolo_ ed altre espressioni di
simil natura. La coscienza di Wayland lo trasse naturalmente a credere
essere ciò una legittima conseguenza dell’avventura che poc’anzi aveva
mandato a termine.
«In verità, sarebbe stato meglio per me andare a piedi per tutta la
mia vita. Siamo spietatamente inseguiti, ed eccomi uomo perduto.
Ah Wayland, Wayland! tuo padre te lo predisse più d’una volta che
i cavalli t’avrebbero condotto alla forca! Se un qualche giorno mi
trovo mai sano e salvo fra i sensali da cavalli di Smithfield o di
Sumball-Street, darò loro licenza di appiccarmi all’altezza del
campanile di San Paolo se mi trovano mai più a frammettermi negli
affari o de’ gran signori, o de’ cavalieri e delle loro donne.»
In mezzo a queste malinconiche considerazioni, volse la testa per
sapere chi lo inseguiva, ed ebbe qualche conforto in accorgersi di non
aver dietro a sè che un uomo solo a cavallo, ben montato per vero dire,
e che si avvicinava ad essi con una rapidità da non permettere idea di
fuga, quand’anche la Contessa fosse stata abbastanza forte per poter
galoppare a pari della gagliardia del suo cavallo.
«In fine poi, pensava Wayland, il cimento è eguale fra noi; non siamo
che un uomo per banda; e a quanto parmi il mio futuro competitore
nello stare a cavallo ha più garbo di simia che di cavaliere. Se mai
si venisse agli espedienti estremi, non dovrebbe essermi difficile il
gettarlo di sella. Ma zitto! Il suo cavallo medesimo, per quanto spero,
mi risparmierà questo incomodo: esso ha il morso ai denti. Diavolo!
Qual uopo ho io d’inquietarmi (gli sembrò di ravvisare sull’istante il
cavaliere), non è che quella caricatura del merciaio d’Abingdon.»
L’occhio avvezzo di Wayland avea scorto giusto a malgrado della
lontananza. Il cavallo del valente merciaio, pieno d’ardore, ed inoltre
eccitato dal vedere due cavalli, che alla distanza di alcune centinaia
di tese pareva corressero colla massima velocità, si diede a tanto
furiosa scappata, che ruppe affatto l’equilibrio del cavaliere. Costui,
a grado del cavallo, non solamente raggiunse, ma oltrepassò di gran
galoppo le persone inseguite, comunque non cessasse dal tirarlo per
la briglia e dal gridar a tutta possa: _Ferma, ferma_, esclamazione
allor indiritta, come ognun vede, al cavallo, anzichè alle persone
lasciatesi addietro. Di questo passo ei fece più di mezzo miglio
senza potere arrestare il corridore: riuscitovi finalmente, tornò
all’incontro de’ nostri viaggiatori, riparando alla meglio il disordine
de’ suoi vestiti, e cercando coprire con un’apparenza di audacia e di
collera la confusione e il dispetto, dipintisi sul suo volto durante
l’involontaria sua corsa.
Intanto Wayland ebbe tempo di avvertire la Contessa sulle prerogative
del personaggio, ond’ella cessasse dallo spaventarsi: «Credetemi, non è
che uno sciocco, e m’accingo a trattarlo siccome tale.»
Allorchè il merciaio ebbe riacquistato quanto fiato e coraggio
bastavangli a ricomparire dinanzi alla Contessa, ordinò in aria
minaccevole a Wayland di restituirgli il suo cavallo.
«Che ascolto? (disse Wayland con enfasi ed in tragico tuono) ne si
comanda arrestarci, e consegnare le cose nostre sulla regale strada
maestra! A te, mia Escalibar, esci del fodero e fa sentire a questo
prode cavaliere, che la forza dell’armi dee sola decidere la tenzone.»
E l’altro: «Correte, correte quante siete, oneste persone. Si pretende
involarmi ciò che mi appartiene legittimamente.»
«Indarno tu invochi i tuoi Numi, o scellerato pagano! M’è d’uopo
compiere il mio divisamento, vi dovessi anche perire. Sappi, intanto,
infedel trafficante, esser io il merciaiuolo che ti vantasti volere
spogliare della sua mercanzia sullo spianato di Maiden Castle. Onde
preparati a sostener la disfida.»
«Ma io dissi questo per modo di scherzo, soggiunse fattosi tutto mite
Goldthred; sono un onesto cittadino, un merciaio, e arrossirei di
assalire chicchessia.»
«Quand’è così, formidabilissimo merciaio, mi duole in fede mia del voto
che feci, e fu questo, di portarti via il cavallo la prima volta che
t’incontrassi, e farne dono a questa mia sovrana se tu non ti sentivi
di difenderlo coll’armi. Ma ora che il giuramento è pronunziato, la
sola cosa che io possa fare in tuo favore, si è lasciare il cavallo a
Donnington nella prima osteria.»
«Ma v’assicuro, disse il merciaio, che su questo cavallo medesimo
io doveva condurre oggi alla chiesa parrocchiale, poco distante di
qui, Giovanna Hackam di Shottesbroock per cambiare ivi il suo nome di
famiglia in quello di signora Goldthred. Per venire a raggiugnermi,
ella si è fatta strada saltando giù da un finestrino del granaio
del vecchio Gaffer Hackam, ed eccola già colla sua mantellina di
ciambellotto, e la sua frusta fornita di manico d’avorio, al luogo,
ove credea trovare il cavallo, soprappresa sì che sembra la moglie di
Loth. Io ve ne prego colla maggior possibile civiltà: rendetemi il mio
cavallo.»
«Ne sono afflitto così per l’avvenente donzella, come per te,
merciaio mio nobilissimo, soggiunse Wayland, ma fa d’uopo che si
compiano i voti. Tu troverai il tuo cavallo a Donnington, all’osteria
dell’_Angelo_: gli è tutto ciò che posso fare in buona coscienza.»
«Al diavolo tu e la tua coscienza! disse dando nelle disperazioni
il merciaio. Pretenderesti forse che una giovane promessa sposa si
conducesse a piedi alla chiesa?»
«Mettila in groppa dietro a te, sir Goldthred, rispose Wayland. È tal
cosa che gioverà parimente a calmare l’impeto del tuo corridore.»
«Sì, e se poi vi dimenticate di lasciare all’_Angelo_, come lo
promettete ora, il mio cavallo?» chiese titubando il Goldthred, in cui
era venuto meno ogni coraggio.
«Il mio fardello resterà in pegno pel tuo cavallo. Esso è presentemente
in casa di Giles Gosling, nella stanza parata di cuoio damaschinato,
ed è pieno, stivato di velluti a uno, a due, a tre peli, di felpe, di
zendadi, damaschi, rasi, e di ogn’altra sorte di tessuto di seta.»
«Aspetta, aspetta, gridò il merciaio, io veramente sto a patto d’essere
appiccato, se nel tuo fardello si trova la metà di quanto tu dici. Ma
se il mio povero Baiardo cade nelle mani di qualche mascalzone...»
«Può anche darsi, mio buon Goldthred, ma intanto io vi auguro il buon
giorno. Felice viaggio!» soggiunse indi continuando il cammino colla
Contessa; intantochè il merciaio scompigliato se ne tornava assai più
lentamente che non fosse venuto, meditando quali scuse avrebbe addotte
alla sua diletta donna, che stava mestamente aspettando il novello
sposo in mezzo alla strada.
«Mi sembrò, disse la Signora, che la caricatura da cui siamo disgiunti
mi desse occhiate come di chi si ricordasse avermi veduta; io però le
nascosi quanto mi fu possibile il volto.»
«Se potessi creder questo, soggiunse Wayland, tornerei addietro per
fracassare il cranio a costui, nè avrei paura di danneggiargli il
cervello, perchè tutto quello che ha non basterebbe, cred’io, a darne
una boccata ad un papero nato di fresco. Nondimeno è miglior consiglio
proseguire il nostro viaggio. Lasceremo a Donnington il cavallo di
questo sciocco, anche per togliergli ogni talento di tenerci dietro,
poi cambieremo i nostri abiti, onde ingannare le sue indagini se
volesse pur continuarle.»
I viaggiatori giunsero senza altri spiacevoli incontri a Donnington,
ove fu necessario che la Contessa si procacciasse il ristoro d’alcune
ore di riposo. In questo intervallo Wayland prese, con prontezza e
sollecitudine eguali, tutte le cautele necessarie ad assicurare il buon
successo del rimanente del viaggio.
Dopo avere cambiato il suo mantello di merciaiuolo in una zimarra,
condusse il cavallo di Goldthred all’osteria dell’_Angelo_, situata ad
una estremità del villaggio opposta a quella ove i nostri viaggiatori
avevano preso stanza. Nella mattina, Wayland mentre attendeva ad
altre cose sue vide il cavallo ricondotto dallo stesso merciaio, il
quale avendo raccolta una numerosa banda d’uomini per gir contro chi
gli aveva involata la sua cavalcatura veniva a riconquistarla colla
forza dell’armi. Gli fu questa rimessa senza dover pagare altro
riscatto, fuorchè il prezzo dell’_ala_ bevuta in copia dalle sue truppe
ausiliari, che il cammino aveva assetate, e intorno al cui prezzo
maestro Goldthred sostenne una disputa veementissima col commissario
del quartiere, chiamato in soccorso dallo stesso Goldthred per far
marciare la gente della Contea.
Dopo eseguita una tale restituzione, che la giustizia e la prudenza
egualmente volevano, Wayland procurò per sè e per la Contessa due
vestiti compiuti, che li faceano sembrare agiati campagnuoli. In oltre
fu deciso per togliere alla curiosità tutti i pretesti, che la donna,
durante il cammino, si spaccierebbe per sorella del suo condottiero.
Un buon cavallo, non brioso, e fatto per andar di pari passo con
quello di Wayland, compiè i preparativi del viaggio, cose tutte
che il maniscalco pagò col denaro somministratogli a tal fine da
Tressiliano. Era quindi vicino il mezzogiorno, allorchè la Contessa
trovò riparate assai le sue forze da un profondo riposo di alcune ore;
onde continuarono il loro cammino, deliberati di condursi il più presto
possibile e tenendo la strada di Coventry e di Warwick, al castello di
Kenilworth; ma il loro destino non volea che procedessero molto innanzi
senza scontrarsi in nuovi avvenimenti che li tribolassero.
Fa qui di mestieri avvertire il leggitore, che l’ostiere di Donnington
avea fatto noto ai nostri pellegrini, come una lieta brigata si era
un’ora o due prima d’essi, partita da Donnington per trasferirsi a
Kenilworth; e che questa, a quanto sembrava, accigneasi a rappresentare
una di quelle mascherate o commedie solite ad entrare fra i
divertimenti offerti alla Regina allorchè portavasi in viaggio; dal
quale avviso nacque in Wayland il consiglio di unirsi, se il potea, a
questa banda, tosto che l’avesse raggiunta in cammino, sembrandogli
che per tal modo diverrebbe più difficile il riconoscimento così della
Contessa come di lui che non se avessero camminato soli.
Comunicò pertanto sì fatta idea alla compagna, la quale in sostanza,
non desiosa che di giugnere senza interrompimenti a Kenilworth, lasciò
al giudizio di Wayland la scelta d’ogni espediente più adatto all’uopo
medesimo. Quindi fecero trottare i lor cavalli, sinchè videro la
picciola carovana con parte di gente a piedi e a cavallo, che saliva un
monticello da essi distante non più d’un mezzo miglio. In quel medesimo
tempo Wayland che non guardava solamente dinanzi a sè, si vide dietro
alle spalle un personaggio a cavallo, che correa con istraordinaria
velocità. Seguialo un servo galoppando, perchè gli sforzi del galoppare
bastavano appena a pareggiare in celerità il cavallo del suo padrone,
comunque unicamente trottasse. Wayland osservò con inquietezza d’animo
queste due persone, mostrò turbarsi, osservò di bel nuovo, indi fattosi
pallido, disse alla Contessa.
«Quello è il famoso corridore di Riccardo Varney. Saprei riconoscerlo
in mezzo a mille cavalli. Questo è ben un incontro più serio, che non
lo fu quello del mercante merciaiuolo.»
«Sguainate la vostra spada, gli disse Amy, e trafiggetemi il cuore,
anzichè lasciarmi cadere nelle mani di costui.»
«Preferirei mille volte passargliela a traverso del corpo, o ferirmene
io stesso. Ma per vero dire, l’arte dello schermitore non è fra quelle
ch’io conosca meglio, benchè ad un estremo evento io abbia il coraggio
di valermi del ferro freddo al pari d’un altro. E accade in oltre
che la mia spada (trottate, ve ne prego!) è una trista draghinassa,
mentre son certo che egli è armato d’una delle migliori sciabole di
Toledo. Aggiugnete esser con lui un servo, ch’io giurerei quell’infame
del Lambourne, perchè sta sopra il medesimo cavallo, di cui si valse,
dicono (vi prego, correte!) quando svaligiò un ricco mercante di
bestiami verso la parte occidentale della Contea. Non è già ch’io tema
nè Varney, nè Lambourne, tanto più ch’io difendo una buona causa (il
vostro cavallo, se lo spronate, può trottare di più!) ma nondimeno
(vi supplico! non gli lasciate poi prendere il galoppo; potrebbero
accorgersi che li temiamo e inseguirci; basta che lo manteniate nel
gran trotto) benchè, dico, io non tema costoro, avrei molto caro di
spacciarmene piuttosto per le vie dell’accorgimento che per quelle
della violenza. Sol che potessimo raggiugnere i commedianti ed unirci,
passeremmo con essi senza essere osservati, purchè per altro Varney non
sia venuto a posta per inseguirci.»
Dicendo tai cose, ora stimolava, ora frenava il cavallo, agitato ad un
tempo e dalla tema di far sospettar che fuggiva, e dalla cura di non
essere giunto dal Varney.
Salirono finalmente la collina dianzi accennata, ed arrivatine alla
vetta, si confortarono in veggendo la picciola carovana fermatasi in
fondo alla valle in vicinanza di tenue ruscello, a’ cui margini erano
due o tre capanne; onde allora Wayland non dubitò più di non essere in
tempo a raggiugnerla. Cresceva inquietezza a Wayland l’osservare la sua
compagna che senza profferire accenti di timore o querelarsi, andava
vie più impallidendo, onde aspettavasi ad ogn’istante vederla cader da
cavallo. Pure a malgrado di tai sintomi di debolezza, spinse ella tanto
vigorosamente il destriero, che si trovarono presso i commedianti in
fondo della valle prima che Varney fosse arrivato alla sommità della
collina d’ond’erano scesi.
Videro essi nel massimo disordinamento la compagnia colla quale
divisavano di collegarsi. Le donne, tutte scapigliate e come
affaccendate in cosa d’alta importanza, entravano continuamente nelle
capanne e ne uscivano. Gli uomini stavano qua e là tenendo per le
briglie i loro cavalli, e mostrando quella sbadata fisonomia che è
solita in essi nel durar d’affari pe’ quali non si ha bisogno di loro.
I due viaggiatori s’intertennero, come mossi da curiosità; poi a grado
a grado, senza interrogare nè essere interrogati, si frammisero alla
carovana, come se ne avessero fatto parte da lungo tempo.
Non erano scorsi più di cinque minuti dopo il fermarsi lor nella valle,
ov’ebbero grande cura di tenersi quanto poteano sui labbri della
strada, onde mettere gl’individui della carovana fra sè, e fra Varney e
Lambourne, i quali discesero rapidamente dalla collina. I fianchi dei
costoro cavalli, e le spronette, col molto sangue di cui erano lorde,
contrassegnavano assai con quanta velocità il padrone ed il servo
fossero corsi. L’esterno de’ commedianti, che sotto sopravveste di
traliccio nascondevano i lor vestiti da maschera, la picciola carretta
per trasportarvi le loro decorazioni, e i diversi arnesi bizzarri e
fantastici ch’essi aveano fra le mani, bastarono onde i due cavalieri
scorgessero lo scopo cui quella brigata intendea.
«Voi siete commedianti, disse il Varney, e vi trasferite senza dubbio a
Kenilworth?»
«Sì, o nobil signore,» rispose un attore.
«Ma come diavolo indugiate qui, soggiunse allora il Varney, se non
avete un istante da perdere sol per giugnere a tempo al castello di
Kenilworth? La Regina desina domani a Warwick, e voi canaglia, state
qui a darvi bel tempo?»
Si fece allora a rispondere un ragazzo nano in zimarra che aveva una
maschera al volto, e un paio di corna d’un bel rosso di fuoco, e sotto
la zimarra un abito di rascia nero stretto con cordicelle alla persona,
calze rosse, e scarpe fatte all’uopo d’imitare i forcuti piedi del
diavolo. «In verità, o signore, la indovinaste. Ma sappiate che mio
padre, il diavolo, sorpreso dai dolori del parto, ci ha ritardati nel
cammino per accrescere la nostra brigata d’un diavolino di più.»
«Come! il diavolo!» disse Varney, la gaiezza del quale non avea indizi
più forti d’un caustico sorriso.
«Il ragazzo ha detto la verità, soggiunse la persona in maschera che
avea parlato da prima; il nostro diavolo in capo, poichè questi non è
che diavolo secondario, sta ora entro di quel _tugurium_ ad invocare
Lucina.»
«Per san Giorgio! o piuttosto per il drago che è forse il compare del
futuro diavolo infante! questo è un caso comico; se ve ne furono, disse
Varney. Che ne pensi, Lambourne? Vuoi tu essere per questa volta il
patrino? Certamente, se il diavolo dovesse sceglierne uno, non vedo
persona che ti pareggi nel meritar tanto onore.»
«Eccetto che alla presenza de’ miei superiori,» disse il Lambourne con
quella impudenza per metà rispettosa di un servo, che nel giudicare
indispensabile la propria opera fonda la sicurezza di avanzar qualche
scherzo.
«Qual è il nome di questo diavolo, o per meglio dire di questa
diavolessa che colse sì male il suo tempo? disse Varney. A Kenilworth
noi non possiamo far senza d’alcuno dei nostri attori.»
«_Gaudet nomine Sibyllae_, disse il primo interlocutore, e si chiama
Sibilla Laneham, moglie di maestro Riccardo Laneham.»
«Il donzello della camera del consiglio! disse Varney. Che mi dite?
Ella non merita scusa; doveva avere bastante esperienza per ordinare
meglio le cose sue. E chi erano quell’uomo e quella donna, che un
momento fa ascesero la collina con tanta fretta?»
Wayland stava per avventurare qualche risposta, allorchè il piccolo
diavoletto si fece avanti di bel nuovo.
«Con vostra buona licenza, (diss’egli accostandosi a Varney, e parlando
in modo che gli altri compagni non lo intendessero) l’uomo sarà il
nostro primo diavolo, perito quanto basta nelle astuzie per far le veci
ai cento diavoli della natura di Sibilla Laneham. E la donna, sempre
con vostra buona licenza, è quella savia persona, i cui soccorsi in
tale momento sono della massima necessità alla nostra parturiente.»
«E che? Voi avete la commare in questi dintorni? disse Varney. Di fatto
la fretta del suo correre dava a divedere come si portasse in tal
luogo, ove era grandemente desiderata. Voi avete dunque in riserbo un
altro suddito di Belzebù da sostituire a Mistress Laneham.»
«Senza dubbio, Signore, disse il picciol mariuolo, i sudditi di Belzebù
non sono tanto rari in questo mondo, come vostra Eminenza potrebbe
supporli. Questo maestro demonio che voi vedete, saprà, se vi è in
grado, lanciare alcune migliaia di scintille, e vomitare nubi di fumo
dinanzi a voi, sì che crediate aver egli nell’addomine tutto l’Etna.»
«Non ho il tempo di fermarmi a contemplare tal maraviglia, o
chiarissimo figlio dell’inferno, ma ecco di che farvi bere per una
buon’ora, e come dice il proverbio, Dio prosperi le vostre fatiche.»
Così licenziandosi diede due botte di sprone al cavallo, e continuò la
sua strada.
Il Lambourne rimase un istante addietro del padrone per cercar nella
borsa, d’onde tratta una moneta d’argento ne presentò il compagnevole
diavoletto «a fine, disse costui, d’incoraggiar la tua carriera verso
il fuoco delle regioni infernali. Già si discerne qualche scintilla di
questo fuoco, che ti scappa fuori dagli occhi». Dopo avere ricevuti
i ringraziamenti del fanciullo, spronò egli pure il cavallo, e colla
rapidità del vento raggiunse il padrone.
«Ora (disse l’astuto diavoletto, accostandosi al cavallo di Wayland,
e facendo uno scambietto per aria, che legittimava le sue pretensioni
al parentado col principe di questo elemento), io raccontai loro chi
siete. Ditemi a vostra volta chi mi son io?»
«Flibbertigibbet, ovvero sicuramente un figliuolo del demonio,» rispose
Wayland.
«Tu lo dicesti, replicò Dick Sludge. Vedi qui il tuo Flibbertigibbet.
Mi sono sciolto dai legami, in cui mi teneva il dotto mio precettore,
come ti diedi parola di farlo, volesse egli o non lo volesse. Or
narrami chi è la donna che conduci teco. Io ti vidi nell’imbarazzo sin
dal momento della prima interrogazione, e venni in tuo soccorso. Ma mi
fa di mestieri sapere tutto quello ch’ell’è, caro Wayland.»
«Tu saprai cinquanta altre cose ancora più belle, o mio diletto
compagno, disse Wayland, ma per un momento metti da una parte le
tue interrogazioni; e poichè andate tutti a Kenilworth, io vi ci
accompagnerò, e ciò per amore, vedi! della tua amabile figura e della
spiritosa tua compagnia.»
«Tu avresti dovuto dire, _spiritosa figura,_ ed _amabile compagnia_,
rispose Dick. Ma come viaggerai tu con noi? Intendo che parte
sosterrai?»
«Certamente quella che mi scegliesti tu stesso: la parte di
giocolatore. Tu sai che questo mestiere, lo conosco,» disse Wayland.
«Va benissimo: ma e quella milady! soggiunse Flibbertigibbet, perchè
debbo dirti aver io già indovinato che ella è una milady, e comprendere
pure dalla impazienza che mostri l’imbarazzo in cui ti ritrovi per lei.»
«Ella... (rispose Wayland) ella... sì, ella è una povera mia sorella.
Canta e sona il liuto con tanta dolcezza che farebbe uscire i pesci
fuori dell’acqua.»
«Procurami tosto un saggio di tale sua abilità. Amo assai il liuto.
Nulla avvi che mi dia maggior diletto, benchè non abbia mai udito suono
di liuto.»
«Oh bella! come puoi dunque amarlo?»
«Ti dirò, come negli antichi romanzi i cavalieri amano le loro donne,
per fama.»
«Quand’è così amala _per fama_ qualche tempo di più, finchè mia sorella
siasi riavuta dalle fatiche del viaggio (disse Wayland, che poi
soggiunse fra i denti:) Maledetta la curiosità di questo nano! Ma non
mi torna disgustarmelo. Troppo mal partito ne avremmo.»
Dopo tale intertenimento, Wayland corse al maestro Holyday per fargli
offerta de’ suoi talenti personali, e di quelli della sorella, qual
donna perita di musica. Furono prima chieste alcune prove dell’abilità
di lui, e senza farsi pregare, ne diede di sì convincenti, che gli
attori giubilanti di acquistare un uomo fornito di tanta capacità,
ebbero per buone le scuse da lui fatte per sua sorella, che dianzi
voleano parimente sperimentare.
I nuovi compagni vennero invitati a partecipare de’ reficiamenti di
cui ben provvista andava quella banda, e nel tempo di tal colezione,
non però senza difficoltà, Wayland trovò un momento per parlare
segretamente alla supposta sorella e per pregarla a dimenticar qualche
istante così le proprie sventure come il proprio grado acconsentendo a
starsi in brigata con coloro, che dovevano esserle compagni di viaggio,
espediente il più sicuro onde non venire scoperti.
Tutto questo impero di circostanze fu sentito dalla Contessa; laonde
quando si rimisero in cammino, cercò ella di porre in opera i
suggerimenti datile dal suo condottiero, e volgendosi ad un’attrice che
le era vicina, introdusse il discorso esternando compassione per quella
povera donna che era stato forza l’abbandonare.
«Oh! ella ha buona assistenza, mia cara! rispose l’attrice, che pel suo
allegro umore avrebbe potuto dirsi il perfetto emblema della moglie di
Bath[8]. La mia commare Laneham non si prende fastidio di ciò, come di
nessun’altra cosa; di qui a nove giorni, se tanto duran le feste, sarà
con noi a Kenilworth, fosse anche costretta a portarsi il suo bamboccio
sugli omeri.»
In questo modo di discorso regnava un non so che di _libero_[9],
che tolse alla Contessa di Leicester ogni voglia di continuare la
conversazione; ma ella avea rotto il diaccio parlando per la prima
alla compagna, onde questa che negl’intermezzi dovea far la parte di
Gillian di Croydon, si diede tutta la cura che il troppo silenzio non
rendesse malinconica quella peregrinazione. Narrò dunque alla Contessa,
fattasi muta, un migliaio d’aneddoti di feste reali, cui s’era trovata
incominciando dai tempi del re Enrico fino a quei dì, e le accoglienze
che avea ricevute dai gran signori, e i nomi degli attori più cospicui;
e faceasi ritornello d’ogni racconto il soggiugnere: «Tutto ciò sarà
nulla in confronto delle feste che avremo a Kenilworth».
«E quand’è che vi giugneremo?» disse la Contessa con tale agitazione
che invano studiavasi di palliare.
«Noi che siamo a cavallo, noi possiamo trovarci questa sera a Warwick,
d’onde Kenilworth non arriva forse ad essere distante cinque miglia.
Ma ivi ne converrà aspettare i nostri compagni pedoni, se però il mio
buon signore di Leicester, come è probabile, non manderà incontro ad
essi cavalli o calessi, a fine di liberarli dalla molestia di andare
a piedi, che è un assai tristo apparecchio per danzare innanzi a
personaggi di corte. Nondimeno ho veduto un tempo, in cui, coll’aiuto
di Dio, avrei fatto cinque leghe colle mie gambe il mattino, e ballato
sulla punta de’ piedi tutta la sera, siccome un piattello di peltro,
che un giocolatore fa girare attorno sulla punta d’un ago. Il crescer
degli anni ha raffreddato un poco questo mio ardore; ma quando mi si
affanno la musica e il mio danzatore, posso ballare una giga così bene
e così lungo tempo, come qualunque altra donna di Warwick, obbligata,
quando vuole scrivere i suoi anni, a valersi dell’ingrata cifra
_quattro_, posta innanzi ad un _zero_.»
Se la Contessa per parte sua si trovava incomodata dalla loquacità di
tal donna, non era minore la pena che sofferiva Wayland per ispacciarsi
dai frequenti assalti dell’insaziabile curiosità del suo conoscente
antico Riccardo Sludge. Il malizioso nano aveva un’indole naturalmente
proclive ad osservare e voler conoscere a fondo tutte le cose; il che
collegavasi maravigliosamente col genere suo di spirito malignoso anzi
che no. Avido di spiar tutto, non v’era forza che lo avesse impedito
d’intromettersi negli affari, gli fossero pur estranei quanto si volea,
bastava che ne avesse sorpreso il segreto. Egli passò tutto quel giorno
a guatare per di sotto alla propria maschera la Contessa, e le poche
cose che potè scorgere non contribuirono poco a crescergli curiosità.
«Questa tua sorella, o Wayland, ei diceva, ha un collo ben bianco per
essere nata in una fucina, e le mani ben liscie e delicate per donna
avvezza a maneggiare il fuso. In fede mia! crederò che siate fratello e
sorella, quando vedrò dalle uova di corvo nascere i cigni.»
«_In fede mia_, disse Wayland, tu sei un piccolo ciarliero, che
meriteresti un cavallo in pena di tua sfrontatezza.»
«Ottimamente, disse allontanandosi quel furfantello; quanto posso dirvi
è che voi mi nascondete un segreto, e che se non vi rendo fava per
piselli, non sono più Dick Sludge.»
Sì fatta minaccia, e la distanza in cui gli si tenne nel resto di
quella giornata il diavoletto Hobgoblin, mise in molta agitazione
Wayland. D’onde fu ch’ei persuase alla finta sorella il fermarsi,
prendendone pretesto dalla stanchezza, tre o quattro miglia al di qua
della buona città di Warwick, e promise agli altri di quella banda, che
gli avrebbero raggiunti sul mattino della domane. Un picciolo albergo
di villaggio loro offerse asilo per riposare, e s’allegrò entro il suo
cuore Wayland in veggendo allontanarsi e Dick Sludge, e il resto della
brigata, da cui con affettuosi congedi si separò.
«Domani, o Signora, diss’egli alla compagna di viaggio, se così
vi piace, di buon’ora ci rimetteremo in cammino, onde giugnere a
Kenilworth prima che si faccia folla alle porte del castello.»
La Contessa approvò le idee del suo fedel condottiero, ma fu per questo
una grande sorpresa ch’ella non gli soggiugnesse altra cosa a tale
proposito. Questo silenzio lasciava ignorare a Wayland se Amy avesse
immaginato qualche divisamento intorno al modo di condursi in appresso.
Comunque gli fossero note solo imperfettamente le particolarità che
la risguardavano, pur vedea la necessità di continuare a movere con
circospezione ogni passo. Dal tacersi della Contessa egli indusse, che
forse ella avea nel castello alcun amico alla cui protezione poter
fidarsi, e che l’incarico di lui sarebbe finito non appena l’avesse
guidata colà, come ripetutamente ne mostrava quella il desio.
CAPITOLO VIII.
«Udite! Il suono de’ bronzi e lo squillo
degli oricalchi or chiamano le persone
convitate; ma la più avvenente non
risponde all’invito. Le sale ringorgano
di cavalieri e matrone; ma la donna
più amabile è costretta a celarsi.
Come potesti, o principe orgoglioso,
lasciarti abbagliar dal fulgore di
quelle brillanti meteore, e perdere
quel giudizioso senso che ne trae a
preferire lo splendor degli astri a
quello di una lucciola, e il rossore
del modesto merito all’arroganza delle
corti?»
_La pantoffola di cristallo._
L’infelice contessa di Leicester, fin dalla prima sua fanciullezza
era stata accostumata ad una indulgenza così illimitata come mal
provvida, che le usavano tutte le persone cui spettava l’incarico di
educarla. Certamente la dolcezza della sua indole l’avea difesa dal
prender modi o disdegnosi o superbi. Ma il capriccio che le aveva fatto
preferire il bello e seducente Leicester a Tressiliano, del quale ella
stessa apprezzava cotanto l’onore e l’animo affettuoso non mai verso
lei dismentitosi, questo solo capriccio che distrusse la felicità di
sua vita, era frutto di quella mal concetta tenerezza, che risparmiò
alla sua infanzia le lezioni, moleste sì ma indispensabili, della
sommessione e del riguardo. Tal debolezza medesima degli educatori
l’aveva usata a non aver uopo che di concepir desiderii ed esprimerli
lasciando agli altri la cura di soddisfarli. Queste si furono le
cagioni, per cui nel punto più fatale della sua vita si trovò sfornita
affatto di quella prontezza di mente, che le sarebbe stata necessaria
a divisar norme di una condotta prudente, ragionevole e adatta alle
circostanze cui ella era venuta.
Le difficoltà si moltiplicarono incessantemente per la misera Amy allo
spuntare di questo giorno che stava per decidere del suo destino.
Abbandonando ogni idea che vi si frapponeva, ella non avea desiderato
altra cosa, che trovarsi a Kenilworth alla presenza di suo marito,
ed ora che ne era tanto vicina, il dubbio e l’incertezza si fecero a
spaventare il suo animo, presentandole il timore di mille pericoli,
quali reali, quali immaginari, ma tutti gravi, ed ingranditi dal suo
stato e dalla mancanza di chi la consigliasse.
La veglia di quella notte l’avea talmente spossata, che non seppe qual
cosa rispondere a Wayland quando venne la mattina ad avvertirla essere
l’ora della partenza. Questa guida fedele incominciò a sentire vive
inquietudini, e ad agitarsi ancora per la propria persona. Era Wayland
in procinto di partir solo per Kenilworth, nella speranza di trovarvi
Tressiliano e di potergli annunziare che Amy era poco distante. Ma
s’avvicinavano le ore nove del mattino allorchè Amy fece chiedere del
suo condottiere.
Egli la trovò pronta bensì a continuare il viaggio, ma il pallor delle
guance lo pose in gran tema sulla salute della medesima. Gli disse ella
di allestir tosto i cavalli, resistendo impazientemente alle istanze
che l’altro facevale onde persuaderla a munirsi di qualche ristoro
innanzi di mettersi in cammino. «Mi hanno dato, diss’ella, una tazza
d’acqua. Lo sciagurato che viene tratto al supplizio non abbisogna
d’altro cordiale. Debbo contentarmene al pari di lui. Fate quel ch’io
vi dico.» Titubava tuttora Wayland. «Che volete voi ancora, allora
soggiunse, non mi avete forse inteso?»
«Vi chiedo, perdono, ripigliò a dire Wayland; ma permettetemi
domandarvi quai disegni avete. Non vi fo tale interrogazione che per
meglio uniformarmi ai vostri desideri. Tutte le persone del paese
corrono a Kenilworth. Sarebbe difficile il penetrar nel castello anche
muniti dei necessari passaporti. Sconosciuti e privi di amici, può
accaderne qualche disgrazia. La Signoria vostra mi perdonerà se le
offro un umile avvertimento. Non faremmo noi meglio col ricercare la
nostra comica banda, e unirci ad essa di nuovo?» La Contessa crollò il
capo. «Venite, continuò la guida, non vedo che un unico rimedio.»
«Spiega dunque le tue idee, disse Amy, soddisfatta forse di vedersi
offerire consigli ch’ella avea rossore di chiedere. Ti credo fedele.
Ebbene! Qual cosa sai tu suggerirmi?»
«Dovete permettermi ch’io renda consapevole il sig. Tressiliano del
vostro arrivo costì. Son ben certo ch’ei salirà a cavallo insieme ad
alcuni uficiali della casa di Sussex, ardente di vegghiare alla vostra
sicurezza.»
«Che ascolto? Ed è a me che osate proporre di mettermi sotto alla
protezione del Sussex, di quell’indegno rivale del nobile Leicester?»
disse la Contessa. Indi accorgendosi della sorpresa che tai detti
aveano portata in Wayland, e pavida di aver lasciato apparir troppo
l’affetto suo per Leicester, soggiunse: «E quanto a Tressiliano, questa
cosa è impossibile. Guardatevi dal pronunziare il mio nome dinanzi
a lui. Ve lo comando. Non fareste che accrescere le mie disgrazie e
procacciare a Tressiliano tali sventure, cui egli non saprebbe come
sottrarsi.» Ma osservando ella che Wayland continuava a contemplarla
con aria incerta ed inquieta, e tale che il mostrava perfino dubbioso
se la Contessa fosse assolutamente padrona della sua ragione, prese
ella modi più tranquilli, così dicendogli.
«Guidami solamente al castello di Kenilworth, e sarà compiuto il tuo
incarico. Colà penserò a quanto mi convenga eseguire in appresso. Tu
mi hai servito fedelmente sin qui. Eccoti una bagattella che ti potrà
compensare.»
Gli offerì ella un anello che conteneva un diamante di molto prezzo.
Postosi a considerarlo Wayland, titubò un istante, indi lo restituì
alla Contessa.
«Non è, diss’egli, ch’io mi creda al di sopra de’ vostri favori, o
Signora, perchè io non sono nulla meglio d’un povero sfortunato,
costretto alle volte, e Dio lo sa, a ricorrere a’ più umilianti
espedienti, nè certamente io novero fra gli umilianti la generosità di
una Signora vostra pari. Ma, com’era solito dire a’ suoi avventori il
mio antico maestro maniscalco: _non guarigione, non salario_, io vi
farò osservare, che non siamo ancora giunti al castello di Kenilworth,
e voi avrete tutto il tempo di pagare la vostra guida quando il mio
viaggio sarà interamente compiuto. Spero con tutto il cuore che tanta
sarà nella Signoria vostra la sicurezza di essere accolta in modo qual
si conviene al vostro arrivo, quanta la fiducia ch’io non ometterò
sforzi, per condurvi là sana e salva. Vado a cercare i cavalli.
Permettetemi di pregarvi una seconda volta e come vostro condottiero,
ed un poco ancora come vostro medico, a prendere qualche nudrimento.»
«Sì, ne prenderò, diss’ella con vivacità; andate, allestite subitamente
tutte le cose.» Appena uscito della stanza Wayland, ella sclamò fra
se stessa: «Ah! pur troppo lo veggio: gli è invano ch’io voglio
mostrar sicurezza. E quel povero servo ben s’accorge che i miei timori
tradiscono il mio improntato coraggio; ei legge, sì, ei legge nel fondo
di quest’animo quanta ne sia la debolezza.»
Allora sperimentò prendere qualche cibo per conformarsi ai consigli
che la sua guida le diede, ma nol potè; chè gli sforzi fatti per
inghiottire qualunque minima parte di nudrimento le davano una nausea,
onde credea rimaner soffocata. Poco dopo i cavalli comparvero innanzi
alla grata della finestra. Amy salì sopra il suo, sembrandole rinvenire
all’aria aperta e dal cambiamento di sito il sollievo solito derivarne
in sì fatte circostanze.
Ben tornò ai divisamenti della Contessa il genere di vita irregolare
e vagabonda, condotto un dì da Wayland. Costretto per tal cagione
a scorrere in lungo e in largo il suolo dell’Inghilterra, si era
fatto pratico così dei traversi e de’ sentieri spartati, come delle
strade maestre della ricca città di Warwick: la quale cosa in allora
mirabilmente giovava, perchè la folla, che trasferiva a Kenilworth per
vedere entrare la Regina in questa magnifica residenza del primo suo
favorito, era tanta, che ingombrava e omai toglieva l’accesso a tutte
le principali strade; onde i viaggiatori per portarsi innanzi erano
costretti a lunghi giri.
Gl’intendenti della Regina avevano trascorso la contrada levando dai
poderi e dai villaggi tutte le vittuarie che i proprietari dovevano
fornire quando viaggiava la Corte, aspettandone tardo rimborso dal
regio erario. Coll’intenzione medesima gli uficiali della casa di
Leicester erano stati per tutti i dintorni; e molti amici e parenti
del Conte procurarono questa fiata di guadagnarsi favore, mandando
derrate d’ogni specie, e cumuli di salvaggiume e botti di squisiti
liquori. Ogni strada maestra era coperta di mandrie di bovi, di
castrati, di vitelli, e di maiali, ed ingombra di carri, i cui assi
gemevano sotto il peso degli smisurati lor carichi. Succedevano
continue pause per l’imbarazzarsi degli uni cogli altri, ed i rustici
condottieri bestemmiando, e ingiuriandosi sintantochè la loro collera
fosse all’estremo grado, terminavano discutendo i propri diritti colle
fruste e co’ loro grossi bastoni. Tali dispute venivano di ordinario
sedate da qualche intendente, o sindaco, o altra persona autorevole del
villaggio, che fracassava la testa ad entrambi i competitori.
Eranvi inoltre canterini, istrioni, bagattellieri d’ogni specie, che in
gioiose bande tenevano le strade d’onde pervenivasi al palagio _delle
reali delizie_, nome dato dai giullari girovaghi a Kenilworth nelle
poesie che precorsero le feste da celebrarsi. In mezzo a tai confuse
scene, diversi mendici mettendo in mostra i loro mali o finti o veri,
presentavano uno stravagante chiaroscuro, non però insolito a vedersi
tra le vanità e le angosce della umana vita. Si trovava parimente su
quelle strade un’immensa popolazione condotta ivi dalla sola curiosità.
Qui un operaio, che tale lo annunziava il suo grembiule di cuoio,
dispensava gomitate a qualche signora posta in tutta eleganza, alla
quale avrebbe fatto di cappello in città; altrove i villani colle loro
scarpe ferrate andavano sopra gli scarpini di agiati borghesi, o di
rispettabili gentiluomini. E Giovanna la venditrice di latte, col suo
pesante andamento, e con due braccia arsicce e vigorose, si apriva
strada fra mezzo a gruppi d’avvenenti donzelle, i cui padri erano
cavalieri o scudieri.
Tutta questa moltitudine ciò non ostante presentava l’indole della
gaiezza; tutti venivano colà per prendere la loro parte di diletto;
tutti rideano di piccoli inconvenienti, che in altre occasioni gli
avrebbero adirati, o messi almeno di mal umore. Eccetto le risse
accidentali, che, come dicemmo, insorgevano per mezzo alla razza
irritabile de’ carrettieri, i confusi accenti che udivansi fra quella
calma, annunziavan contento e folleggiamenti di gioia. I sonatori
accordavano i loro strumenti, i canterini canticchiavano le loro
ariette, i buffoni di professione brandendo i loro panconcelli,
mandavano grida che sapean di gioia e di delirio ad un tempo; i
danzatori faceano sonare le loro campanelle, i contadini gridavano
e fischiavano; spettacolo che facea scoppiar dalle risa gli uomini,
mentre le giovinette con acute esclamazioni esternavano le loro
maraviglie. Chi da un canto mandava ad alta voce scherzi ad un altro
che li rimandava a guisa di volante cui le due opposte racchette si
rispingono scambievolmente.
Nulla avvi forse di più crudele per un’anima assorta nella tristezza
quanto la necessità di assistere a scene di gioia, che son ben lungi
dal trovarsi in armonia co’ sentimenti dell’animo. Questa volta ciò
nonostante il tumulto e la confusione di tale spettacolo, diedero
qualche divagamento alla contessa di Leicester, arrecandole se non
altro il misero alleviamento di toglierla alla considerazione delle sue
sciagure e allo sconforto di crearsi anticipatamente idee terribili
sulla sorte che l’aspettava.
Ella camminava siccome persona dominata da un sogno, abbandonandosi
interamente alla condotta di Wayland, che mostrò allor più che mai
quanto per disinvoltura ei potesse. Or si apriva un cammino per
mezzo alla folla, or si fermava per aspettare occasion favorevole
d’avanzarsi; spesse fiate abbandonando la strada maestra, battea
sentieri tortuosi che vel riconducevano dopo avergli somministrato
il vantaggio di aver trascorsa una parte di cammino con rapidità ed
agiatezza.
Fu quest’ultimo espediente che gli fece evitare Warwick, ove Elisabetta
aveva passata la notte in quel castello. Era il castello di Warwick un
fastoso monumento dello splendore de’ secoli della cavalleria, e che
la falce del tempo ha rispettato sino ai dì nostri. Ivi ella doveva
rimanersene sino al mezzogiorno, ora a quei tempi in cui pranzavasi
in Inghilterra, poi dopo la mensa trasferirsi a Kenilworth. Lungo
il cammino ciascun gruppo delle persone fra cui ella trascorreva,
trovava qualche osservazione da dire in lode della Regina, non senza
framettervi però quella tinta di satira, usa a condire i giudizi che
portiamo sul nostro prossimo, massimamente se è prossimo al di sopra di
noi.
«Avete udito, dicea taluno, con quale grazia ella parlò al giudice,
al cancelliere, e al buon ministro sig. Griffin allorchè stavano
inginocchiati alla portiera della sua carrozza?....»
«Sì: poi come disse in appresso al picciolo Aglionby: Maestro
cancelliere, mi volevano far credere che avevate paura di me; ma per
verità m’avete sì bene sfilata la enumerazione delle virtù necessarie
ad un Sovrano, che vedo omai esser io che dovrò avere grande paura di
voi. — Vedeste dopo con quanta grazia prese la bella borsa ov’erano
le venti sovrane d’oro. Parea non la volesse toccare; ma nondimeno la
prese.»
«Sì, sì, disse un altro; m’ha sembrato che le sue dita si fermassero
assai volentieri su quella borsa, e ho creduto fin d’osservare che la
pesò un momento colla sua mano quasi volesse dire: Spero che le sovrane
saranno di peso.»
«Oh! non aveva a temere nulla di questo, soggiunse un terzo. Gli è
solamente allorquando la municipalità paga conti d’un gramo operaio
come son io. Allora sì, lo rimanda con monete tosate. Fortunatamente
vi è un Dio al di sopra di tutti. Intanto poichè fa d’uopo che le cose
vadan così, il nostro piccolo cancelliere sta per divenire più grande
di quello che lo sia mai stato.»
«Su via, caro vicino, disse quegli che fu primo a parlare; non vi
mettete fra le lingue malediche. Elisabetta è una buona Regina, e
generosa... Ha donato la borsa al conte di Leicester.»
«Io lingua maledica! Il diavolo ti porti via per questa parola che hai
detto, replicò l’operaio. Ma io credo bene, che un dì o l’altro donerà
tutto al conte di Leicester.»
«Mi sembra che soffriate assai,» disse alla contessa Wayland, e le
propose di abbandonare la strada maestra, e di fermarsi fintantochè si
fosse alquanto riavuta. Ma Amy si rendè padrona della commozion d’animo
in lei destata da tali parole, e da altre della stessa natura, che le
ferirono l’orecchio nel durar di quel viaggio; ed insistette affinchè
il suo condottiero la guidasse a Kenilworth con tutta quella celerità,
cui permettevano i numerosi ostacoli che incontrarono nel cammino.
L’inquietezza di Wayland per questi quasi reiterati deliquii che la
prendevano, e per vederne assai dissestata la mente, si aumentava
ad ogni istante; onde egli pure cominciò a desiderar grandemente
quanto ella con ripetute istanze chiedeva, di vederla cioè arrivata
al castello, ov’egli non dubitava che la Contessa non fosse sicura
d’essere ben accolta, comunque sembrasse non voler confessare su di che
si fondasse tal sua speranza.
«Se mi libero una volta da questo rischio, pensava fra se medesimo, e
se qualcuno mi vede più mai scudiere d’una donzella errante, gli do
licenza di rompermi la testa col mio martello di fabbro ferraio.»
Apparve finalmente il magnifico castello di Kenilworth, in cui per
abbellirlo e migliorarne i dominii che vi appartenevano, il conte di
Leicester aveva speso, dicesi, 63,000 sterlini[10].
Le mura esterne di questo grandioso e gigantesco edifizio racchiudevano
sette acri di terreno, del quale una parte era occupata da vaste
scuderie e da un delizioso giardino ricco di vaghi boschetti e di
fioritissime aiuole. Il rimanente presentava il primo cortile.
La fabbrica che s’innalzava nel mezzo di sì sfarzoso ricinto, era
composta di molti spartimenti magnifici d’abitazione, i quali
sembravano essere stati costrutti in diversi tempi, e cignevano un
cortile interno. I nomi e gli stemmi presentati da ciascun d’essi
spartimenti, richiamavano la rimembranza d’alti personaggi morti da
lungo tempo, e la storia dei quali, se l’ambizione fosse stata capace
d’intenderli, avrebbe data utile scuola all’orgoglioso favorito che
aveva acquistati e dilatati i loro dominii. La vasta torre, che di
fatto era la rocca del castello, contava un’antichità rimotissima,
benchè nulla di sicuro potesse additarsi intorno al tempo in cui fu
costrutta.
Essa portava il nome di _Torre di Cesare_, forse per la simiglianza
che avea con quella dell’istesso nome che vedeasi nella torre di
Londra. Alcuni antiquari pretesero l’avesse fatta innalzare Kenelph, re
Sassone, da cui il castello di Kenilworth trasse la sua denominazione;
altri la voleano stata costrutta poco prima della conquista de’
Normanni. Dalla parte esterna di quelle mura vedeasi il terribile
scudo dei Clinton, che sotto il regno di Enrico I. furono i fondatori
dello stesso castello, e l’altro anche più formidabile di Simone di
Mont-fort, che nelle guerre de’ Baroni difese lunga stagione Kenilworth
contro l’armi d’Enrico II. Mortimero conte della Marca, famoso così
pel suo innalzamento che per la sua caduta, celebrò ivi feste, e
liete giostre v’aperse, intantochè il suo sovrano balzato dal trono,
Eduardo II, languiva nel confine d’un carcere. Molti ingrandimenti
avea ricevuti il castello da Giovanni di Gaunt, che fece fabbricare
quell’ala nominata tuttavia _edificio di Lancastre_; ma il Leicester
avea superati tutti i suoi predecessori comunque fossero e ricchi
e possenti, edificando altra immensa facciata, che poi scomparve
sotto le proprie rovine, quasi monumento dell’ambizione di chi la
fondò. Il castello riceveva ornamento e difesa da un lago, su di cui
il Conte avea fatto costruire magnifico ponte, onde procacciare ad
Elisabetta allorchè entrasse in quella dimora una strada preparata a
solo suo onore. L’ingresso ordinario era dalla parte di tramontana,
ove proteggeva il castello altissima torre, che si vede anche oggidì,
ed alla quale per estensione e stile d’architettura pochi castelli di
signori si agguagliano.
Dall’altra parte del lago, era un immenso bosco popolato di daini,
caprioli, cervi, e di tutta sorte di salvaggiume. Verdeggiavano ivi
grandissimi alberi, dal cui mezzo si faceano scorgere in maestosa
foggia la fronte e le massicce torri di quell’abitato. Nè possiamo
tacere a tale proposito, che questo sì nobil palagio, già teatro a
feste di cui tanti principi vennero presentati, e pur campo illustre
a parecchi guerrieri, ora di veraci e sanguinosi assalti, ora di
giostre cavalleresche ove la beltà distribuiva i premii che il valor
meritavasi, questo palagio non offre se non se un deserto oggi giorno;
il suo bel lago non presenta omai che una limacciosa palude, e le vaste
rovine attestandone solamente l’antico splendore, non giovano che a
meglio imprimere nell’anima meditabonda dello straniero, mosso per
visitarle, così la vanità delle umane ricchezze, come la felicità di
coloro, cui meglio allettano i contenti in mediocre stato offerti dalla
virtù.
Con sentimenti diversi assai l’infelice Contessa di Leicester contemplò
queste torri maestose ed abbrunite dal tempo, allorchè le vide per
la prima volta innalzarsi al di sopra di folti boschi cui pareva
signoreggiassero. La sposa legittima del favorito di Elisabetta,
il quale era ad un tempo l’idolo dell’Inghilterra, s’appressava al
palagio, ove il suo marito stava per aver ospite la propria Sovrana,
e vi s’appressava in compagnia d’un misero giocolatore da cui avea
per ventura l’essere scortata, o a meglio dire protetta; e comunque
signora di quest’orgoglioso castello, le cui porte pesanti ad un menomo
cenno di lei avrebbero dovuto di per se stesse aggirarsi sui propri
cardini, non potea dissimularsi in proprio cuore gli ostacoli che le si
opponevano ad essere accolta entro il ricinto di queste mura, che ciò
nonostante le pertenevano.
Di fatto le difficoltà sembravano crescere ad ogni minuto: nè andò
guari che i nostri viaggiatori ebbero da temere non fosse loro conteso
l’innoltrarsi oltre un grande cancello d’onde procedeasi a delizioso
viale che guidava per mezzo alla foresta di cui favellammo. Cotesto
viale che disvelava le più belle prospettive del palagio e del lago,
si terminava al ponte novellamente costrutto, e postogli in dirittura;
ed era per quel cammino che la Regina dovea trasferirsi al castello in
questa sì memorabil giornata.
La Contessa e Wayland trovarono questo cancello, che mettea sulla
strada di Warwick, custodito da una compagnia di _Yeomen_ a cavallo
della guardia della Regina, coperti di corazze riccamente cesellate
e dorate, e che portavano elmi invece di berrettoni, tenendo i calci
delle lor carabine appoggiati alla coscia. Tali guardie, solite a
prestar servigio ovunque in persona si trasferiva la Regina, andavano
comandate da un araldo d’armi, che i colori e gli stemmi della divisa
annunziavano appartenere alla casa del conte di Leicester. Era loro
istruzione il non concedere l’ingresso che alle persone invitate alle
feste, o a coloro che aveano parti ed ufizi negli spettacoli, e ne’
giuochi.
La calca premeasi attorno al ridetto cancello, ognun presentando
qualche diverso motivo per venire ammesso; ma le guardie si mostravano
inesorabili alle preghiere, adducendo a scusa il rigore degli
ordini avuti, rigore soprattutto fondato sulla specie di ribrezzo
che notoriamente avea la Regina a vedersi stretta troppo da vicino
dall’affollamento della plebaglia. Coloro, che le ragioni non
appagavano, venivano rispinti senza cerimonie dai soldati, i quali
o movean contr’essi i loro cavalli bardamentati di ferro, o gli
allontanavano coi calci delle carabine; fazioni che produceano sì
fatto ondeggiamento in mezzo a quella piena di popolo, onde più d’una
volta temette Wayland vedersi disgiunto d’improvviso dalla compagna;
nè tampoco egli sapeva con qual pretesto conciliarsi la permissione
di andare avanti, e stava con grande perplessità discutendo in sua
mente sì fatta quistione, allorchè l’araldo d’armi del Conte, avendo a
caso volti gli occhi sopra di lui, esclamò a grande maraviglia dello
stesso Wayland: «Soldati, fate luogo a quest’uomo del mantello giallo.
Avanzate, maestro buffone, e spacciatevi. Qual diavolo vi ha trattenuto
sin ora? Su via, avanzatevi con quella vostra carabattola di donna.»
Mentre l’araldo sollecitava Wayland con tale invito non soverchiamente
cortese, li _Yeomen_ aprivano ad esso il passaggio. Fattosi questi
sollecito di avvertir la compagna onde ascondesse il volto quanto il
potea, entrò conducendo per la briglia il cavallo proprio e quello
della Contessa; ma tanto umiliato si mostrava nella fisonomia, e
sì dipinte vi erano e l’agitazione e la tema, che la folla già
indispettita dal vedergli usata simile preferenza, lo accompagnò con
urla, e risa insultatrici.
In tal foggia, tutt’altro che lusinghevole, ammessi nell’interno
della foresta, Wayland e la Contessa incominciarono a meditar sugli
ostacoli che loro rimanevano tuttavia da superare attraversando quel
grande viale, d’entrambi i lati difeso da lunga fila d’uomini armati
di sciabole e daghe, riccamente vestiti delle livree, e fregiati degli
stemmi del conte di Leicester.
Questi soldati erano situati alla distanza di tre passi l’uno
dall’altro, talchè quella strada ne andava guernita incominciando
dal cancello e portandosi fino al ponte. Non appena la Contessa
vide più da vicino l’aspetto maestoso di quel superbo castello, e
le bandiere che sulle torri e sulle mura sventolavano, e immenso
ondeggiare di splendidi pennacchi su tutti i merli e tutti i terrazzi,
non mai usa per lo innanzi a sì fatte magnificenze, ne provò tale
interna confusione, che chiese per un istante a se medesima qual cosa
avess’ella donato a Leicester onde meritarsi di dividere seco lui
questa pompa veramente regale. Ma un connaturale suo orgoglio, ed un
generoso entusiasmo ne discacciarono dall’animo simile invilimento che
a disperazione l’avrebbe ridotta.
«Che gli ho donato? soggiugneva fra se stessa. Gli ho donato quanto
femmina possa donare; e nome, e fama, e questa mano e questo mio
cuore. Ecco quanto io diedi a piè degli altari al signore di questo
magnifico ostello, nè di più la regina Inglese poteva offerirgli.
Egli è mio sposo; io la sua sposa legittima. L’uomo non varrà mai a
separare coloro che Dio stesso annodò. Io ridomanderò i miei diritti,
e mi presterà maggior sicurezza il venirmene improvvisa e sfornita di
tutto soccorso. Troppo m’è noto il mio nobile Dudley. S’impazientirà
un istante della mia inobbedienza; ma Amy verserà qualche lagrima, e
Dudley le concederà il suo perdono.»
Tali meditazioni vennero interrotte da un grido di sorpresa, cui
mandò il suo condottiero Wayland nel sentirsi d’improvviso stretto
con molta forza da due lunghe braccia, nere e magrissime, spettanti
ad un individuo che dai rami d’una quercia gli si lanciò in groppa al
cavallo, fra molto ridere delle circostanti sentinelle.
«Certamente o il diavolo, o Flibbertigibbet (sclamò Wayland dopo
avere tentati vani sforzi onde spacciarsi e scavalcare il nano, che
strettamente a lui si tenea). Le quercie di Kenilworth portano adunque
tal natura di ghiande!»
«Sicuro che le portano, maestro Wayland! rispose questo non aspettato
compagno, e ghiande troppo dure, perchè voi con tutta l’esperienza
che vi danno gli anni siate capace di romperle se non ve ne addita i
modi io medesimo. Credete voi che avreste superato neanco il primo
cancello, s’io non mi fossi dato cura d’avvertire l’araldo d’armi, che
avevamo lasciato dietro noi il nostro capo buffone? Io mi son posto ad
aspettarvi sopra d’un albero ove aggiunsi spiccando un salto dalla mia
carretta, ed immagino la rabbia ch’avranno i miei compagni nel vedermi
mancare in questo momento.»
«Non v’è che dire, m’accorgo ora che sei il figliuolo del diavolo
veramente, replicò Wayland. Riconosco la tua superiorità, nano
proteggitore; nè mi resta fuorchè a supplicarti che tu ne mostri tanta
bontà quanto hai potere.»
Favellando in questa guisa giunsero ad una forte torre situata
all’estremità meridionale del ponte da noi descritto, e che difendeva
l’ingresso esterno del castello di Kenilworth.
In circostanze sì malaugurose per essa, e con un corteggio cotanto
straordinario, la contessa di Leicester fece il suo primo ingresso
nella magnifica residenza di uno sposo, che andava quasi a pari co’
principi.
CAPITOLO IX.
_Snug._ Avete voi scritta la parte del
Leone? Datemela, ve ne prego; poichè mi
occorrerà molto tempo innanzi impararla.
_Quince._ Oh! voi potrete anche
improvvisarla. Non fa d’uopo che
ruggire.
Allorchè la contessa di Leicester fu giunta sul limitar della torre al
cui piede stava la porta maggiore del castello di Kenilworth, la trovò
difesa da uomini d’aspetto straordinario. I merli andavano guerniti
di sentinelle la cui statura vedeasi gigantesca, e portavano, chi
scuri, chi clave ferrate, chi altre armi antiche: con che s’intendeva
rappresentassero i soldati del re Arturo, que’ Bretoni de’ vecchi
tempi, i quali giusta la tradizione, primi occuparono il castello,
benchè la storia non ne faccia ascendere l’antichità che all’epoca
dell’_ettarchia_. Alcuni di tali strani custodi erano veri uomini
che portavano coturni e visiere; ma la maggior parte di essi stavasi
in uomini di legno, che faceano compiuta illusione a chi dal basso
all’alto li riguardava. Un portinaio, vero colosso, posto alla soglia,
ne difendeva l’ingresso. Tanta era la larghezza delle costui spalle,
e tanta l’altezza della statura, che avrebbe potuto far la parte di
Colbrando Ascapart, o di qualunque altro gigante degli antichi romanzi
senza l’uopo d’ingrandirsi artificialmente d’un pollice. Ignude le
braccia e le spalle, calzava zoccoli adattati al piede con liste di
cuoio rosso, e guerniti di fibbiagli di bronzo. Una stretta casacca
di velluto ornata di trine d’oro, e due brache dello stesso drappo,
gli coprivano le gambe ed una parte del corpo, tenendo luogo a lui
di mantello una pelle d’orso che gli pendea dalle spalle. Scoperto
mostrava il capo, e folti capelli e nerissimi ne ombravan la fronte.
Ogni suo lineamento presentava quell’aspetto grossolano e feroce, onde
salvo poche eccezioni, si attribuiscono ai giganti indole burbera e
tardo ingegno. L’arme ch’ei brandiva corrispondeva al rimanente di tale
arredo, ed era un’enorme mazza guernita di molte punte di ferro, che
valea per se sola una compiuta armadura.
La fisonomia di questo moderno Titano, nell’atto che Wayland si pose
a considerarlo mostrava impazienza ed inquietezza: or s’adagiava
sopra enorme sedile di pietra posto innanzi alla porta, ora si alzava
crollando l’immenso capo, poi fatti alcuni passi innanzi, tornava
al suo luogo. Mentre il terribile portinaio in simil guisa agitato
trovavasi sulla soglia, Wayland come continuando indifferente per la
sua strada, fece per entrar nel castello. _Fermo là!_ gli gridò il
gigante con una voce di tuono, e sollevata la sua grande mazza come per
accrescere forza al dato comando, lasciolla cadere per terra, quasi
sotto le narici del cavallo di Wayland. Sorsero scintille di fuoco da
quell’urto col pavimento, e le volte della porta ne rimbombarono.
Allora Wayland, così consigliato da Flibbertigibbet, cercò chiarirgli
com’ei fosse un individuo della compagnia comica, rimasto per accidente
in addietro, ed essere necessaria la sua presenza entro il castello.
Ma inesorabile il portinaio, incominciò a borbottare alcune frasi che
Wayland imperfettamente intendea, tranne quelle con cui gli negò per
più riprese l’ingresso. Ecco quanto il maniscalco potè raccapezzare dei
detti affastellati da costui. (Prima parlando da sè) «_Che bordello!_
no... _inferno_!» (Indi a Wayland) «Voi siete un infingardo. State
fuori» (Un’altra volta a se stesso) «_Che inferno!_... nemmeno... vedo
che non ci riesco» (A Wayland) «Su via vattene, o ti rompo la testa.»
(A se stesso) _Che! Che!_... Ah! non saprò mai dir altro, più della
parola _Che_.»
«Aspettate un momento, soggiunse Flibbertigibbet a Wayland, ho capito
dove la scarpa gli fa male. Lasciate a me il pensier d’ammansarlo.»
Detto ciò, scese da cavallo, e avvicinatosi al portinaio, lo tirò per
la coda della sua pelle d’orso, onde abbassasse quella grossissima
testa, poi gli disse alcune parole all’orecchio. Non fuvvi mai
talismano che operasse maraviglie con maggior prestezza; perchè
comparvero tosto la modestia e la sommessione sulla fronte del Titano,
che lasciando cadere la mazza da una mano, sollevò da terra il nano
portandolo a livello del suo orecchio, altezza da cui certamente
Flibbertigibbet non avrebbe voluto cadere.
«Sì, così, appunto così, sclamò il portinaio con quella enorme sua
voce, va benissimo, mio bravo ragazzo. Chi diavolo te l’ha insegnata?»
«Non pensate a questo, rispose il diavoletto. Ma statemi dunque
attento.» Indi continuò a susurrargli altre cose all’orecchio,
mandando nello stesso tempo a Wayland ed alla signora occhiate che
li rassicuravano. Terminato il misterioso parlamento, il portinaio
rimise a terra il fanciullo con quel riguardo onde una prudente massaia
colloca sul cammino un vaso screpolato di porcellana. Indi chiamati
Wayland e la sua compagna: «Entrate, entrate, ed abbiate un altra volta
attenzione di annunziarvi meglio quand’io sono di guardia.»
«Or via, andate innanzi, aggiunse Flibbertigibbet. Io debbo rimanermi
un istante col mio Golia. Vi raggiugnerò ben tosto, e scoprirò i vostri
segreti, fossero profondi quanto la torre di questo castello.»
«Può darsi, rispose Wayland, ma spero in Dio che questi stessi segreti
finiranno d’essere sotto la mia custodia, ed in allora, li sappia tu, o
chiunque altro, poco m’importa.»
Superato questo ultimo passo, la Contessa ed il suo condottiero,
attraversarono tal prima torre, chiamata la _torre della Galleria_.
Il ponte, che dall’ingresso di essa estendeasi fino ad altra torre
situata sulla riva opposta del lago e detta la _torre di Mortimero_,
era ivi costrutto in modo di formare ampio steccato, di circa cento
trenta canne di lunghezza, e largo dieci, coperto di sabbia, e riparato
e difeso d’ogni banda da alte e forti impalizzate. Stava questo luogo
preparato per le matrone che dovevano assistere alle giostre. I nostri
viaggiatori lo trascorsero sintantochè fossero all’altra estremità
ov’era la torre _di Mortimero_, per cui entravasi nella parte interna
del castello.
Questa torre presentava sulla sua fronte lo stemma del conte della
Marca, la cui audace ambizione dopo avere rovesciato il trono d’Eduardo
II, aspirò a dividere l’autorità suprema colla _Lupa di Francia_ sposa
di questo sventurato monarca.
La porta, su di cui vedeasi tale scudo malauguroso, veniva custodita da
molte sentinelle vestite di ricche livree. Me esse lasciarono passare
la Contessa e la sua guida, poichè ammesse una volta le persone dal
portinaio della _Galleria_, non vi era un motivo d’impedir loro il
procedere innanzi. Silenziosi pertanto si avanzarono nella gran corte,
d’onde poterono liberamente osservare questo vasto ed antico castello
e le maestose sue torri. Tutte le porte erano state aperte in segno di
ospitalità, e folti scorgeansi gli appartamenti di signori d’altissimo
grado, seguiti da un numero considerabile di vassalli, di servi, e di
tutto il corteggio, ond’erano usi farsi scortare a tali feste di gioia.
Wayland fermò qui il suo cavallo, fisando gli occhi sulla Contessa,
e in atto di chiederle comandi su di quanto dovea farsi ora ch’erano
giunti al luogo cui intendevano. In silenzio tenevasi la Contessa.
Finalmente Wayland, dopo avere taciuto un minuto o due, si fece
coraggioso a chiederle i suoi comandi. Amy si pose la mano alla fronte,
qual chi vuole raccogliere le proprie idee e decidersi ad un partito,
poi con voce quasi spenta, e siccome persona che parla standosi assorta
in un sonno doglioso:
«I miei comandi! Sì, non v’ha dubbio che in questo luogo ho diritto di
darne. Ma chi è che vorrà ubbidirmi?»
Dopo di che, sollevò con una certa dignità il capo, e risoluta
s’indirisse ad un servo assai ben vestito, che attraversava la corte in
aria d’aver molte faccende.
«Andate a dire al conte di Leicester che bramo parlargli.»
«Al conte di Leicester?» rispose il servo, che stupì a tale inchiesta.
Poi volgendo gli occhi al misero arnese di colei che prendea sì fatto
tuono d’autorità, aggiunse con arroganza: «Molto bene! Chi è dunque
costei, fuggita certamente da Bedlam, che domanda di vedere il mio
padrone in un giorno siccome è questo?»
«Risparmiatemi il disturbo d’udire le vostre insolenze, rispose la
Contessa, e fate quanto vi dico. Gli affari per cui vo’ vedere il Conte
sono della massima importanza.»
«Bella Signora, risoggiunse il servo con ironia, volgetevi a
tutt’altri, fuori che a me per adempire le vostre commissioni. Fossero
queste anche dieci volte più importanti di quello che dite, non me ne
incaricherei certamente. Andare ad incomodare il padrone, che sta ora
colla Regina! e ciò per farvi cosa grata, non è vero? M’insegnereste
bene. Sarebbe per me ottimo espediente onde guadagnarmi, non so quanti
buoni colpi di frusta. Mi maraviglio però che il nostro vecchio
portinaio lasci entrare certa sorte di persone. Ma! il pover’uomo
ha perduta la testa dopo che vogliono costringerlo ad imparare un
complimento a memoria.»
Il tuono schernevole che questo servo tenea, fece accostarne due
altri, onde Wayland, che incominciava a temere per se medesimo e per
la Contessa, s’indirisse a quel d’essi, in cui gli parve scorgere più
urbani modi, e fattagli passare fra le mani una moneta, lo pregò,
volesse procacciare un ricovero alla signora, ch’ei conduceva seco. La
persona a ciò pregata, che giusta quanto appariva, godea di qualche
autorità nel castello, rampognò a quel servo sfacciato la sua villania,
intimandogli prender cura de’ cavalli di que’ due stranieri, dai quali
si fece seguire.
Amy rimase assai presente a se stessa onde comprendere, come per
quell’istante le fosse d’uopo abbandonare l’idea di vedere il suo
Leicester; e sprezzando gl’insulti di que’ servi arroganti, e i bassi
motteggi di cui le avventuriere leggiadre divennero tema, seguì
taciturna insieme a Wayland la nuova sua guida.
Entrarono essi nella corte interna per un’ampia porta collocata fra la
torre principale chiamata, il dicemmo, _torre di Cesare_, e un grande
corpo di edifizio, conosciuto sotto nome di _alloggiamento del re
Enrico_. Per lo che si trovarono nel centro di questa grande fabbrica,
le cui diverse fronti offerivano superbi modelli d’ogni genere
d’architettura, introdottasi nell’Inghilterra dai primi giorni della
conquista dei Normanni fino al regno d’Elisabetta.
Attraversata la corte, il duce loro li condusse ad una torricella
situata a greco del castello, e contigua ad un salone, che essa
disgiugneva dal vasto edifizio ov’erano le cucine. Abitavano la parte
bassa di sì fatta torre que’ servi della casa di Leicester, che i
doveri del loro uficio teneano in tale angolo di quell’ostello. Nel
piano superiore, cui salivasi per una scala foggiata in curva spirale,
era una stanza che atteso il bisogno di alloggiar tanta gente, fu essa
pure posta all’uso di ricoverare qualche straniero. Fu questa per lungo
tempo lasciata in abbandono; e correa voce esservi stato racchiuso,
poi trucidato, un prigioniero di nome Merwyn da cui quella torre avea
preso il nome. Costruttone in volto ogni piano, erano quelle mura di
una prodigiosa grossezza, mentre la stanza più ampia che vi fosse non
oltrepassava in estensione i quindici piedi quadrati.
Angusta parimente la finestra che le dava luce, si apriva essa sul
_luogo di delizia_, nome imposto ad un ricinto fregiato d’archi
trionfali, e di trofei, e di fontane e di statue, e d’altri ornati
architettonici, il qual luogo divenuto era tragetto a chi si portava al
giardino del castello.
Venne pertanto introdotta la Contessa in tale stanza, ove non si
trovavano fuorchè le suppellettili indispensabili; cosa per altro cui
non pos’ella grande attenzione, chè gli sguardi suoi unicamente si
volsero a fin di vedere se vi fosse il bisognevole per iscrivere, e
scorse di fatto quanto bramava su di un tavolino; nè fu poco a que’
giorni, in cui ben di rado tali attrezzi si collocavano in una stanza
da letto. Le venne tosto nell’animo di scrivere al conte di Leicester e
di starsene ivi rinchiusa sintantochè ne avesse ricevuto risposta.
L’ufiziale che lor fu di guida domandò cortesemente a Wayland, la cui
generosità aveva già esperimentata, se di null’altro abbisognassero;
e poichè Wayland ebbe fatto comprendere, che qualche reficiamento
non gli sarebbe stato discaro, l’altro il condusse alla credenza,
ove lautamente si dispensavano commestibili di ogni specie a
chiunque ne richiedea. Scelse Wayland que’ più leggieri alimenti
che credè confacevoli al gusto delicato della Contessa, ma quanto
a sè non trascurò sì fatta occasione onde procacciarsi una mensa
più sostanziosa; e così se ne tornò alla stanza della Contessa, che
terminata appunto avea la sua lettera; nè tenendo ivi suggello o filo
di seta, la chiuse con un riccio de’ propri capelli.
«Fedele amico, diss’ella a Wayland, tu che il Cielo inviommi
soccorritore nei più incalzanti infortuni della mia vita, ti prego
anche di tal favore, e sarà l’ultima molestia che ti assumerai per una
sventurata. Piacciati arrecare la lettera che vedi al nobile conte di
Leicester. Ogni modo è opportuno purchè gli pervenga. (Pronunciò ella
tai detti dimostrando una agitazione mescolata di speranza e di tema).
Vanne, fedele amico, omai non ti sarà d’uopo l’angustiarti per mia
cagione. Ora concepisco più dolci speranze. Oh! tornino i giorni del
mio antico splendore; nè verun servigio prestato avrà avuto miglior
guiderdone quanto quelli che mi rendesti! Consegna, ti dico, questa
lettera a Leicester, ma in proprie sue mani, ed osserva soprattutto
qual ne diverrà il contegno nel leggerla.»
Wayland non esitò nell’accettare tal commissione, e solamente mise
molto calore nel pregar la Contessa a prendere qualche cibo; al che
ella consentì per mostrarsi compiacente a sì buon compagno, ed affinchè
egli si trasferisse con più sollecitudine presso il Conte. Wayland
partissi, raccomandandole di chiudere per di dentro la stanza, e di non
uscirne. Indi andò a cercare un’occasione di adempiere il messaggio
fidatogli, e ad un tempo di mettere in opera un disegno, che le
circostanze gli aveano suggerito; perchè la condotta serbata da Amy nel
durare del viaggio, un silenzio mantenuto sì a lungo, la titubazione
e l’incertezza che scorgevasi in tutte le risoluzioni di essa,
l’assoluta impotenza sua di pensare e d’operar da se stessa, tutte le
ridette cose aveano fatte conchiudere a Wayland, nè al certo senza
molta verisimiglianza, che gli scogli dello stato cui era pervenuta le
avessero fino ad un certo segno alterata la mente.
All’atto della sua fuga da Cumnor, il partito più ragionevole per lei,
non v’ha dubbio, sarebbe stato di ripararsi fra le mura paterne, o
in tutt’altro luogo lontano dalla prevalenza di coloro che l’aveano
perseguitata. Allorchè in vece ella mostrò desio di recarsi a
Kenilworth, Wayland non potè spiegare a se medesimo lo scopo di una
tale risoluzione, che supponendo Amy deliberata o di mettersi sotto
la custodia di Tressiliano, o d’implorare la protezione della Regina.
Ma ora, anzichè attenersi ad un partito sì naturale, consegnava ella
alla sua guida una lettera pel conte di Leicester, pel protettore del
Varney, di quel Varney che avea giurisdizione sopra i luoghi ove le si
fecero sofferire tutti i mali, ai quali fin allora soggiacque, salvo
sempre il dubbio se da immediato ordine del Varney le fossero derivati.
Tal condotta parve a Wayland imprudente e suggerita soltanto dal
delirio e dalla disperazione. Laonde temendo questi di compromettere
la sicurezza propria non men che quella di Amy, coll’eseguirne troppo
tosto la commissione, risolvè non movere alcun passo sino a che non
si fosse accertato all’uopo d’un sostenitore; al qual fine divisò di
cercar Tressiliano prima di consegnare la lettera, e partecipandogli
l’arrivo della figlia di sir Robsart a Kenilworth, addossare al suo
committente e padrone tutte le conseguenze degli atti avvenire.
«Egli comprenderà meglio di me, diceva a se stesso Wayland, se ben
torni il soddisfare la brama nata in lei di portare appellazione a
milord di Leicester. Per me lo credo un atto di demenza. Ma sia che
vuolsi! Quando avrò rimesse le cose nelle mani del sig. Tressiliano,
quando avrò confidata a lui questa lettera, quando avrò ricevuto
quel compenso che vorrà darmisi, volgo, che non mi parrà vero, le
calcagna a Kenilworth. Dopo tutto quanto mi è accaduto, prevedo che
sarebbe un soggiorno poco delizioso per me. Partiamo, partiamo. Vorrei
piuttosto ferrare per tutta la vita le rozze del più tristo villaggio
dell’Inghilterra, che partecipare alle feste e ai banchetti cogli
abitanti di questo castello, comunque bellissimo.»
CAPITOLO X.
»In sin dai giorni ch’io m’andava a scuola,
»Più d’un portento ho visto, e cose rare.
»Ho visto il figlio di Robin compare
»Passar pel buco d’una gattaiuola.
Fra ’l tumulto in cui stavansi allora il castello di Kenilworth e
i suoi dintorni, non era sì agevole cosa il trovare una persona di
cui s’andasse in traccia, e meno agevole per Wayland, che, comunque
gli rilevasse grandemente lo scoprir Tressiliano, conosceva tutti i
pericoli che andavano uniti al volgere sopra di sè l’altrui attenzione,
nè osava quindi movere le sue inchieste a nessuno che appartenesse alla
casa del Conte.
Ciò nonostante col far molte interrogazioni indirette, giunse a sapere
che Tressiliano dovea trovarsi fra que’ gentiluomini del seguito del
conte di Sussex, arrivati in quella mattina medesima a Kenilworth, ove
il Leicester gli aveva accolti con ogni genere di riguardi. Qualcuno
aggiunse che i due Conti unitamente al loro corteggio, e molt’altri
nobili Signori erano montati a cavallo, e partiti alla volta di Warwick
per iscortare di là sino a Kenilworth la Regina.
L’arrivo di questa Sovrana, come accade d’ogni altro rilevante
avvenimento, aspettavasi d’ora in ora. Finalmente un corriere venne di
tutta carriera annunciando che sua Maestà, trattenuta dal desiderio di
ricevere l’omaggio de’ suoi vassalli assembratisi a tal fine a Warwick,
non sarebbe stata al Castello prima del far della sera; la qual notizia
concedette un momento di respiro a tutti coloro che immaginandone
istantaneo l’arrivo, non aveano posa per tenersi pronti a compier gli
ufizi a ciascuno assegnati nel cerimoniale di sì fatto ricevimento.
Accortosi Wayland che molti cavalieri si volgeano intanto verso il
castello, entrò nella speranza che Tressiliano fosse di tal comitiva.
A fine di assicurarsene ei corse a mettersi nella gran corte presso la
torre di _Mortimero_, situazione tale che niuno poteva o entrare od
uscire senza ch’ei lo vedesse. Guatava pertanto con ansietà le vesti e
l’andamento di ciascun cavaliere che vedea spuntare dalla torre della
_Galleria_ ed attraversar caracollando lo steccato coperto per venir
nella corte.
Mentre Wayland stava così di sentinella per iscoprire Tressiliano, che
non gli riusciva mai di vedere, lo tirò per la manica un tal altro cui
avrebbe in vece voluto tenersi nascosto.
Era questi Dick Sludge, che simile allo spirito folletto di cui portava
il nome ed in allor l’uniforme, pareva essere per mestiere all’orecchio
di chi a lui meno pensava. Benchè molesto oltre modo ne fosse
l’incontro al nostro maniscalco, pure giudicò prudente cosa dissimulare
ogni mal umore, e fingendo anzi d’aver ciò a caro, così disse al nano:
«Ah! sei tu, mio diavoletto protettore, mio piccolo sorcio.»
«Sì: veramente il sorcio, rispose Dick, che rode ad una ad una le
maglie della rete allorchè il lione che vi si lasciò accalappiare si va
trasformando in giumento.»
«Mio piccolo saltamartino, in questo dopo pranzo tu sei agro al par
dell’aceto. Or dimmi come la passasti col gigante quando ti lasciai
solo con lui; io temeva non ti spogliasse, e fatto di te un boccone,
non t’inghiottisse come una castagna.»
«Oh! replicò il nano, se così avesse operato, gli starebbe ora
nel ventre più cervello di quanto ne fu mai nel suo capo. Ma il
gigante è persona cortesissima, e conosce la gratitudine al di là
_di molt’altri_, che ho soccorsi in momenti cattivi per loro, _sig.
Wayland_.»
«Diavolo! Flibbertigibbet, rispose Wayland, tu tagli più acuto che non
farebbe una lama di Sheffield. Nondimeno sarei curioso assai di sapere
di quale incanto ti valesti per mettere la musoliera a quel vecchio
orso.»
«Molto bene! replicò Dick. Vedo il vostro stile. Volermi trappolare con
belle parole. Sappiate dunque che il buon portinaio, allorchè giugnemmo
in questo luogo, avea scompigliata la testa per non potere imparare
una poesia composta, è vero, per lui, ma che a quanto pare è al di
sopra della sua intelligenza, inferiore assai al suo corpo. Ora essendo
questo eloquente componimento, siccome molt’altri, opera del mio dotto
maestro sig. Erasmo Holyday, l’ho inteso ripetere tante volte che me
lo ricordo sino all’ultima parola. Appena accortomi pertanto, che la
memoria del mio Golia lo serviva male nel tenere il filo delle idee,
gli ho suggerito quella parola che lo mettea di mal animo. Fu allora
che presomi fra le sue braccia, mi sollevò, fattosi tutto gaudioso,
al livello del proprio orecchio. Sappiate ancora che per allettarlo a
concedervi l’ingresso, gli promisi nascondermi entro il suo mantello
d’orso, e starmegli in aiuto della memoria quando sarà l’istante di
recitare il complimento. Or che mi son ristorato prendendo un po’ di
cibo, torno a trovarlo.»
«Ottimamente! ottimamente! mio caro Dick, risoggiunse Wayland.
Spicciati per amor del Cielo, poichè quel povero gigante sarà in
grave angustia per la lontananza del suo piccolo suggeritore. Addio.
Conservati, mio caro Dick.»
«Oh sì! _Conservati, mio caro Dick_, rispose quel folletto. È forse in
tal guisa che si ringraziano le persone dopo avere ottenuto da esse
quanto volevasi? Tu non sei dunque nell’intenzione di contarmi la
storia di quella signora ch’è tua sorella quanto il son io?»
«Che ti gioverebbe quand’anche la sapessi, maligno diavoletto?» gli
disse Wayland.
«Potevi risparmiare questa interrogazione. Ma così sia! E dunque non
cercherò più i fatti tuoi. Però! tienti a memoria, che incapace io di
tradire un segreto affidatomi, m’adopero con tutta l’anima a sventare
i divisamenti di cui si pretende farmi un mistero. Ti auguro la buona
sera.»
«Non correre via sì tosto, (soggiunse prestamente Wayland,
che conosceva a prova per paventarla l’operosa solerzia di
Flibbertigibbet). Non correre via sì tosto, mio caro Dick. È egli ben
fatto separarsi così acerbamente dai suoi vecchi amici? Saprai un
giorno tutto quello che so presentemente io di questa signora.»
«Oh! e questo _un giorno_ verrà forse presto, replicò Dick. Sta bene,
Wayland; torno dal mio gigante, che se non ha mente acuta al par di
tanti altri, conosce meglio, come ti dissi, il valore de’ servigi che
gli si prestano. Nuovamente; ti auguro la buona sera.»
Detto il che, fece uno scambietto e usando della sua solita agilità in
un istante scomparve.
«Dio volesse ch’io fossi a quest’ora fuor del castello! meditò fra se
stesso Wayland. Se questo malizioso nano mette le mani nella pietanza,
diverrà degna di Satanasso medesimo. Quanto mi cruccia il non vedere il
sig. Tressiliano!»
Ma Tressiliano, che Wayland bramava con tale ansietà, era entrato
nel castello per parte opposta a quella in cui l’altro si ritrovava.
Uscitone la stessa mattina per accompagnare i due Conti, che è quanto
per appunto si era immaginato Wayland, egli sperò saper ivi qualche
notizia del suo messo. Deluso poi in tale speranza, e sembrandogli che
Varney, il quale era nel corteggio di Leicester, volesse accostarsi a
lui per parlargli, giudicò cosa prudente l’evitare sì fatto colloquio,
ed uscì della sala di ricevimento in quel tempo che il seriffo della
Contea arringava sua Maestà. Risalito indi a cavallo, e tenendo la
strada men frequentata, entrò nel castello per una porta segreta, che
facilmente gli venne aperta quando lui riconobbero per un ufiziale
pertenente al corteggio del conte di Sussex. Tal fu il motivo, onde
Wayland lo cercò inutilmente fra i cavalieri che tacito andava passando
in rassegna.
Dopo avere affidato al servo il proprio cavallo, Tressiliano si
diportò qualche tempo nel _luogo di delizia_ e ne’ giardini, men
tratto da desio di ammirare le bellezze della natura, e i capolavori
dell’arte raccolti quivi dal Leicester, che voglioso di abbandonarsi
senza incontrare divagamenti alla mestizia delle sue idee. La massima
parte delle persone di maggior riguardo abbandonò quel palagio per
accompagnare i due Conti; tutta la gente rimasta avea preso luogo,
qual su i merli, qual su le mura esterne e le torri per vedere il
grandioso spettacolo dell’ingresso della Regina. Perciò intantochè
ogn’altro luogo del castello eccheggiava di romori festevoli, nel sol
giardino regnavano allora la quiete e il silenzio; nè tal silenzio
interrompevano che il susurro delle foglie, il canto degli augelli e il
mormorio delle fontane.
L’immaginazione malinconica di Tressiliano copriva d’un tetro velo
tutti gli obbietti che lo circondavano. Laonde volgendo l’occhio ai
disordinamenti della natura che arte maestosa avea parimente imitato
in que’ giardini, li paragonava ai folti boschi e alle deserte paludi
che circondano Lidcote-Hall. L’immagine di Amy Robsart, somigliante a
fantasma gli compariva in tutti i dintorni di quel paese che la sua
fantasia a mano a mano gli dipingea.
Nulla avvi di più funesto alla felicità di coloro cui piacciono la
solitudine e la meditazione, quanto l’aver nudrito di buona ora una
passione sfortunata, che getta ne’ loro cuori sì profonde radici, onde
questa diviene per essi il sogno di tutte le notti, il pensier continuo
di tutti i giorni.
Quella molestia cui sente l’animo, quelle ricordanze dalle quali veniam
tratti a seguir l’ombra di quanto già perdè tutto lo spicco de’ suoi
colori, quel continuo ritorno verso un sogno crudelmente interrotto,
tal è il complesso di sentimenti in cui si sta la fralezza d’un cuor
nobile e generoso. Era questa la fralezza cui soggiacea Tressiliano.
Provò finalmente egli stesso la necessità di divagarsi; e uscì quindi
del _luogo di delizia_ per unirsi alla folla giuliva che coronava le
mura, e per veder con essa gli apparecchi della cerimonia. Ma appena il
suo orecchio udì quello strepito, quei suoni, quelle grida di gioia che
rintronavano d’ogni lato, sentì violentissima ripugnanza a collegarsi
con persone i cui sentimenti sì mal s’accordavano con quelli del suo
interno. Per lo che deliberò ritrarsi nella propria stanza, e rimaner
ivi sintantochè la campana maggior del castello annunziasse l’arrivo
d’Elisabetta.
Attraversato pertanto il luogo che disgiugnea le cucine del salone,
ascese al terzo piano della torre di _Merwyn_. Spignendo allora
la porta del piccolo appartamento assegnatogli, fu sorpreso sulle
prime di trovarla chiusa. Ma poscia si ricordò che il Ciamberlano
nel somministrargliene la chiave, lo aveva avvertito come in
quella generale confusione fosse d’uopo il tener ben custoditi gli
appartamenti. Laonde pose la chiave nella serratura ed aperta la porta,
qual ne fu la maraviglia in veggendo una donna, che gli presentava
le sembianze di Amy Robsart! Sua prima idea divenne esser quello un
seducente fantasma che l’esagitata immaginazione gli dipignea; ma
rimase ben tosto convinto di vedere Amy, la stessa Amy, nella donna
che gli stava innanzi, più pallida certamente che non si mostrò in
que’ lieti giorni, allorchè univa all’avvenenza e alla freschezza
d’una ninfa dei boschi la vivacità d’un _Silfo_[11]; ma ell’era sempre
Amy, nè gli occhi di Tressiliano videro mai altra donna che potesse
pareggiarla in bellezza.
Non minore di quella provata da Tressiliano fu la maraviglia nella
Contessa, ma non però sì durevole, perchè Wayland l’aveva avvertita
come il Cornovagliese dovesse trovarsi nel castello. Si alzò ella da
sedere appena il vide, e il pallore delle sue guance diede luogo ad un
vivace rossore.
«Tressiliano! diss’ella, che cercate voi qui?»
«E voi stessa, Amy, qual motivo vi ci condusse? Venite forse in traccia
d’un soccorso che non vi sarà negato giammai?»
Si mantenne ella un istante in silenzio, poi rispose con voce che
esprimeva duolo anzichè sdegno: «Tressiliano! io non imploro i soccorsi
d’alcuno. Quelli che la vostra bontà potesse offerirmi mi sarebbero più
pregiudizievoli che vantaggiosi: credetemi: è poco lontana di qui tal
persona, che le leggi e l’amore costringono ad essermi proteggitrice.»
«Questo sciagurato adunque si prestò a quella sola espiazione che
rimaneva in sua facoltà il tributarvi, soggiunse Tressiliano, e or vedo
alla mia presenza la sposa di Varney!»
«La sposa di Varney! (rispos’ella con tutta l’enfasi del disprezzo).
Con qual infame titolo osate dunque disonorar la...» e pronunziò più
volte balbutendo l’articolo _la_. Poi chinò gli occhi mesti e confusi
pensando alle conseguenze cui poteva commettersi col pronunciar le
parole _contessa di Leicester_. Ella si sarebbe creduta di tradire
un segreto da cui la fortuna dello sposo suo dipendea, e giudicò che
svelarlo a Tressiliano diveniva la stessa cosa siccome svelarlo a
Sussex, alla Regina, a tutta la Corte.
«Non romperò mai, disse tra se medesima, il silenzio giurato a Dudley,
dovessi anche per esso espormi ai sospetti i più disonorevoli.»
Gli occhi suoi si gonfiarono di lagrime, e rimase muta alla presenza
di Tressiliano, che dopo aver volto sovr’essa uno sguardo di dolore e
di pietà, sclamò: «Oimè! Amy, i vostri occhi dismentiscono il vostro
labbro. Voi parlate d’un protettore, che vuole, che può difendervi;
ma queste lagrime mi annunziano assai che foste delusa, abbandonata
dall’uomo abbietto cui concedeste gli affetti vostri.»
Amy lanciò su di lui tali sguardi, dai quali trapelava in mezzo al
pianto lo sdegno, e si contentò di ripetere con accento sprezzante di
compassione sull’errore in cui stavasi Tressiliano: _L’uomo abbietto!_
«Sì, l’uomo abbietto! ripetè questi, nè dissi abbastanza. Ma ond’è
dunque che vi trovate sola nel mio appartamento? Perchè tutte le cose
non vennero preparate per accogliervi onorevolmente?»
«Nel vostro appartamento! sclamò Amy. Dunque, vi libero tosto dalla
mia presenza.» E in ciò dire cors’ella verso la porta; ma ricordando
lo stato derelitto cui si vedea abbandonata, s’arrestò sulla soglia un
istante, e aggiunse con tuono doglioso e commovente oltre modo: «Oh
Dio! mi era dimenticata che non so a qual parte volgermi.»
«Lo vedo, sì, lo vedo (soggiunse Tressiliano, sollecito di correre
a lei e di avvicinarla ad un sedile, ove si lasciò ella cadere) voi
abbisognate di soccorso; sì: abbisognate di un protettore comunque
il confessarmelo vi spaventi; ma no: non rimarrete senza difesa, e
vi affiderete al mio braccio. Io, io rappresenterò il vostro degno e
sfortunato genitore, e ci trasporteremo uniti alla soglia di questo
castello. Voi vi presenterete ad Elisabetta, e il primo atto di questa
Sovrana in Kenilworth sarà un atto di giustizia in verso il proprio
sesso e in verso i suoi sudditi. Affortificato dalla bontà della mia
causa e dalla giustizia della Regina, non mi ratterrà la possanza del
suo favorito. Vado in traccia di Sussex sull’istante.»
«Arrestatevi in nome del Cielo! (sclamò spaventata la Contessa,
per cui il guadagnar tempo era necessità). Tressiliano, voi siete
generoso. Concedetemi una grazia... Credete a me, se gli è vero che
vogliate salvarmi dal massimo de’ mali e dalla disperazione, soltanto,
concedendomi ciò che vi chiedo, mi gioverete più di quanto saprebbe
giovarmi tutto il potere d’Elisabetta.»
«Fatemi qualunque inchiesta di cui possiate spiegare il motivo, disse
Tressiliano, ma non pretendete da me...»
«Ah! per pietà! ristatevi dal metter patti, mio caro Edmondo, sclamò la
Contessa. Vi piacque altra volta udirvi chiamar con tal nome. Non v’è
che stranezza nello stato in cui mi vedete, ed ora la sola stranezza
può somministrare util consiglio.»
«Favellando in tal guisa (soggiunse Tressiliano, cui lo stupore facea
dimenticare l’affanno e la risoluzione in che erasi tratto) voi mi date
a credere di essere incapace di pensare e di operare da voi medesima.»
«Oh no! (diss’ella, piegando un ginocchio dinanzi a lui), no; non
sono io già un’insensata, ma bensì la più misera fra le donne, che si
è veduta trascinar nel precipizio da un collegamento straordinario
di circostanze e fin dal braccio di chi pensa sottrarmene... sì, dal
vostro braccio medesimo, o Tressiliano... da voi ch’io onorava, ch’io
stimava, e ch’io amava ancora, posso dirlo, benchè non dell’amore che
avreste desiderato.»
Erano in quella voce, in que’ gesti una tale asseveranza,
un’appellazione sì commovente alla generosità di Tressiliano, ch’ei ne
fu scosso nel più profondo dell’animo. Dopo averla rialzata, volle con
voce interrotta confortarla a rassicurarsi.
«Non posso, ella rispose, non mi terrò mai sicura se non mi concedete
la grazia che vi chiedo. Ascoltatemi. Io vi parlerò con quella
chiarezza che or mi è lecito adoperare. Aspetto qui gli ordini di tale
ch’è in diritto di darmene... La mediazione d’uno straniero... e di
voi soprattutto, o Tressiliano, mi perderebbe... e mi perderebbe senza
speranza di scampo. Aspettate soltanto ventiquattr’ore, e forse la
sfortunata Amy avrà modo di provarvi, ch’ella apprezza, che forse può
ricompensare il vostro disinteresse, la vostra amicizia; ch’ella stessa
è felice, ed in istato di rendere tale voi pure, premiando questa
sofferenza che vi chiedo per sì breve tempo.»
Tressiliano sull’istante non rispose veruna cosa, e si diede a
ricapitolare per congettura nella sua mente le diverse contingenze,
che potessero far divenire la sua mediazione pregiudizievole, anzichè
utile alla fama ed alla fortuna d’Amy. Considerò indi esser ella entro
le mura di Kenilworth, non potere ragionevolmente paventare alcuna
sorte d’insulto in un ricinto onorato dalla presenza della Sovrana,
ed abitato allora da tante persone ragguardevoli, e da tante guardie
difeso, poter convertirsi in mal uficio il volere a malgrado della
stessa Amy implorare per lei l’assistenza di Elisabetta. Dopo aver
fatto queste considerazioni acconsentì a quanto ella gli chiese con una
restrizione, mossa dal dubbio che l’unica speranza di Amy si stesse in
un cieco affetto per Varney, supposto da Tressiliano il seduttore.
«Amy (le disse fisando in essa gli sguardi con quella tristezza che
annunziava ad un tempo la perplessità del suo animo); ho spesse
volte osservato che dai capricci anche i più fantastici della vostra
fanciullezza, non si disgiugnevano buon cuore e retto sentire. Mosso
da questa sola considerazione vi lascio padrona del vostro destino per
ventiquattro ore, e vi fo promessa in tale durata di non frammettermi,
nè con atti nè con parole, nelle cose che vi riguardano.»
«Voi me lo promettete, o Tressiliano? la Contessa soggiunse. E crederò
io che abbiate assai fiducia in me per tenermi tale promessa? Ah!
porgetemene la vostra fede di gentiluomo e d’uomo d’onore. Promettetemi
fermamente di non prender parte negli affari che si riferiscono a me,
qualunque cosa voi possiate vedere od udire, o comunque le apparenze vi
traessero a credere me abbisognante dell’opera vostra. Vi fiderete in
Amy fino a tal segno?»
«Ve lo prometto sull’onor mio, rispose Tressiliano, ma trascorso questo
indugio...»
«Trascorso questo indugio, sì lo interruppe, sarete libero di operare
quanto giudicherete più all’uopo.»
«Avvi altra cosa, o Amy, ch’io possa fare per voi?»
«Null’altro che lasciarmi, ed anche... arrossisco di vedermi ridotta a
tal seconda inchiesta, ed anche cedermi per ventiquattr’ore l’uso del
vostro appartamento.»
«Non so riavermi dallo stupore. Quale speranza, quale vantaggiosa
prospettiva potete scorgere in un castello, ove neanco è arbitrio in
voi d’una stanza?»
«Oh! vi chiedo tal grazia, lasciatemi.» E quando ella vide che
Tressiliano si allontanava lentamente e a ritroso, soggiunse:
«Generoso Edmondo! verrà giorno che Amy ti proverà com’ella non fosse
immeritevole del nobile affetto che in lei collocasti.»
CAPITOLO XI.
»A qual pro tema cotanta?
»Non mi far l’anima santa;
»Nè ti prenda già paura,
»Ch’io denunzi tal freddura.
»Il mio stil questo non è;
»E ’l mestier che Dio mercè
»Abbracciai di vagabondo
»Quel vorrei di tutto il mondo.
_Pandemonio._
Tressiliano, il cui animo era in preda a violentissima agitazione,
non avea appena fatti i due o tre primi gradini della scala di quella
torre, allorchè con grande sua maraviglia si scontrò in Michele
Lambourne. Costui, servo degno veramente di Varney, portava scolpita
sul fronte tale impudenza, che rendea Tressiliano proclive quanto mai
a fargli misurar la scala d’un salto, ma gli si presentarono alla
mente i danni che il menomo atto di violenza, usato in tal momento e
in tal luogo, avrebbe potuto partorire ad Amy, meta unica delle sue
sollecitudini.
Pago quindi d’aver lanciato alla sfuggita sopra costui una di quelle
occhiate che s’addicono ad enti indegni d’ogni considerazione,
continuava a discendere come se non lo avesse ravvisato. Ma
il Lambourne che in cotal giorno di profusione non si stette
dall’inaffiarsi con copiosa dose di vino dell’Isole, benchè la sua
ragione non fosse ancora affatto alterata, avea tutt’altra vaghezza che
d’abbassar gli occhi dinanzi a nessuno. Laonde fermò senza cerimonie
in mezzo alla scala il gentiluomo di Cornovaglia, e indirigendosi a
lui con modi convenevoli a coloro che vivono nella più intrinseca
famigliarità: «Ebbene! diss’egli, Tressiliano, spero non vi sia più
alcun rancore fra noi. Di fatto io son uomo più proclive a dimenticare
le querele recenti che non gli antichi servigi. Oh! ti potrò convincere
che le mie intenzioni per riguardo vostro erano buone ed oneste.»
«Non mi garba molto la vostra intrinsichezza, Tressiliano gli rispose,
serbatela ai vostri simili.»
«Ma guardate come va subito in collera! risoggiunse Lambourne. Questi
signori che si stimano creati d’un’argilla più nobile, guardano
dall’alto al basso il povero Michele Lambourne. Chi non direbbe essere
il sig. Tressiliano uno fra i più timidi, fra i più modesti degli
spasimanti che amoreggiarono ne’ primi tempi della cavalleria? Perchè
volere fare il santo dinanzi a noi, sig. Tressiliano? O dimenticate
ora, che a grande scandalo del castello di sua Signoria avete rinchiuso
nella vostra stanza quanto può compensarvi? Ah! Ah! ho colpito, cred’io
nel segno, sig. Tressiliano!»
«Non vi comprendo (rispose l’altro, il quale da tai detti concluse, che
il ribaldo s’era accorto della presenza d’Amy): se però, soggiunse, voi
siete incaricato del servigio delle stanze, e fosse la vostra mancia
che ora desiderate, tenete, a condizione però di non mettere piede nel
mio appartamento.»
Il Lambourne considerò la moneta d’oro, e ponendola nella scarsella
disse: «Ora non so più nulla. Ma avreste fatto meglio i vostri affari
usando meco dolci parole, che non con questa moneta. Nonostante è
sempre un pagar bene il pagare in oro. Michele Lambourne non fu mai un
disturbatore, nè un guastafeste: gli è giusto che ognuno viva; tal è la
mia massima. Solamente mal comporto queste persone, che mi passano da
vicino con quel disdegno come s’eglino fossero d’oro ed io di piombo.
Se custodisco il vostro segreto, sig. Tressiliano, voi mi tratterete
d’ora in poi più umanamente, non è vero? E se mai avessi d’uopo io
pure di scusa per sì fatte fralezze, mi fondo sulla vostra indulgenza.
Voi vedete che vi cadono gli uomini ancora i più saggi! Del rimanente,
che quella camera sia il caso vostro, e della picciola capinera che vi
collocaste, non son questi i pensieri di Michele Lambourne.»
«Fatevi in là, ch’io passi (disse Tressiliano, omai divenuto incapace
di raffrenare la collera), già vi diedi la mancia.»
«Corbezzoli! (disse ritraendosi il Lambourne, benchè a ritroso e
borbottando fra i denti le parole pronunziate da Tressiliano: _Fatevi
in là! vi diedi la mancia_)! Non importa. Se non mi fo un guastafeste,
come vi dissi, non sono nemmeno un cane alla mangiatoia. Intendete?»
Costui cresceva il tuono della voce a mano a mano che l’altro, il quale
pur lo tenea in un certo rispetto, continuando a discendere, veniva
meno in grado di udirne i detti.
«Non sono un cane alla mangiatoia, e neanco uno che somministra i
carboni. Intendete, sig. Tressiliano?» Tressiliano era già fuor del
caso di udirlo quando il furfante così continuava: «Conviene però che
veda anch’io alla sfuggita questa giovinetta, che voi leggiadramente
vi procacciaste nella vostra stanza. Ah! forse temete gli spiriti, ed
è per questo che non volete dormir solo! Vedete un poco! S’io mi fossi
dato un tal passatempo si sarebbe sclamato: Scacciate subito questo
ribaldo, strigliatelo con un buon nerbo di bue, fatelo balzar dalla
scala a guisa di trottola. Oh! questi virtuosi gentiluomini si arrogano
di grandi privilegi sopra di noi miserabili, schiavi de’ nostri sensi.
Ottimamente! Ma almeno una sì felice scoperta mi dà in potere il sig.
Tressiliano. Oh! sì, è ben cosa certa, come n’è un’altra ch’io voglio
procurare di dare un’occhiata a questa nuova beltà.»
CAPITOLO XII.
»Io perigliai per te; cotal profitto
»Di servigio fedel mi rendi? Addio.
»_Tu ver Gerusalemme, io ver l’Egitto_.
_Imitazione d’alcuni versi del Falconer._
Tressiliano camminando avanti e indietro per la corte del castello
meditava sullo strano avvenimento di questa comparsa di Amy e del
colloquio avuto seco lei; dubbioso ad un tempo se l’obbligare la
propria promessa, e lasciare tutto un giorno in balia di se medesima
quella giovinetta fosse stato buon consiglio per parte d’uomo
rivestito, com’egli era, della paterna autorità.
Ma in qual modo ricusar tale inchiesta ad Amy, ch’ei poteva anche
credere legittimamente sottomessa all’autorità di Varney?
«Se Varney, diceva egli, l’avesse riconosciuta per moglie, qual diritto
sarebbe in me di toglierla al suo potere? Converrebbe neanco, ponendo
la discordia fra entrambi, distruggere le sole speranze di domestica
felicità, che possono rimanere a questa sventurata?»
Tale riguardo si fu quello che fece risolvere Tressiliano a mantenere
scrupolosamente la promessa fatta ad Amy. Che anzi, poichè a tal si
era giunti, allegravasi di vedersi in circostanze più propizie onde
soccorrere una donna infelice a lui sempre cara. Amy non era più
rinchiusa in un ritiro solitario e lontano, sotto la guardia di persone
sospette. Ella trovavasi nel castello di Kenilworth, in mezzo alla
corte della Regina, difesa contra ogni sorte di violenza, e sempre
in grado di mostrarsi ad Elisabetta; le quali cose tutte sembravano
collegarsi a favore della figlia di sir Robsart.
Intantochè Tressiliano stavasi così esitando, or fra i pericoli da
temersi, or fra i vantaggi da sperarsi per la giovane, giunta in sì
strano modo a Kenilworth, gli si accostò Wayland, che esclamò in
veggendolo: «Lode al Cielo! pur trovo la Signoria vostra,» e gli disse
all’orecchio, che la giovane era fuggita da Cumnor.
«Ed è ora in questo castello, soggiunse Tressiliano: lo so, l’ho
veduta. Fu per proprio volere di lei che venne condotta nel mio
appartamento?»
«No, rispose Wayland, ma abbracciai il primo espediente che mi
s’offerse per metterla al sicuro e si fa per me un nuovo contento il
sapere che alloggiate voi in quella stanza. Piacevole situazione per
vero dire! Da un canto il refettorio e dall’altro la cucina!»
«Taci, che questo non è momento di scherzi,» risoggiunse mestamente
Tressiliano.
«Non lo so che troppo, prese a dire il maniscalco; ho passati tre
giorni che non mi sarebbero stati più amari col capestro al collo.
Questa povera Signora non ha la mente a segno sicuramente; nè è,
credetelo, per accettare le nostre offerte. Mi ha proibito parlarle di
voi, ed è risoluta a commettersi fra le mani di Leicester. Del certo,
se nel punto che entrò nella vostra stanza l’avesse ella conosciuta per
tale, mi sarebbe stato impossibile indurla a profittarne.»
«Qual è dunque il suo divisamento? ripigliò Tressiliano. Pensa ella
forse, che il conte di Leicester per favorirla, vorrà far uso del
proprio potere sopra un infame vassallo?»
«È ciò che non saprei accertarvi. Quanto v’ha di sicuro è, che
accordandosi ella con Leicester o con Varney, il lato per noi più
sicuro di Kenilworth sarà quello, d’onde potremo più facilmente
metterci al largo. Se debbo dirvela, io non fo conto di fermarmivi
un istante, tostochè avrò consegnata al Leicester la lettera della
Signora. Prima di portargliela, io non aspettava che i vostri ordini.
Ecco, vedetela... ma no. Oh! venga il malanno a questa lettera! L’avrò
dimenticata in quel fenile, o per dir meglio canile, che è divenuto la
mia stanza da letto.»
«Per la morte! gridò Tressiliano perdendo in un subito la pazienza.
Piaccia a Dio che tu non abbia smarrita quella lettera da cui dipende
un avvenimento più importante che non mille vite pari alla tua!»
«Smarrita! rispose prontamente Wayland. Vostra Signoria scherza; l’ho
rinchiusa con tutta diligenza entro il sacchetto delle mie robe da
notte. L’avrete a momenti.»
«Corri tosto, e con fedeltà recala a me. N’avrai ricompensa. Ma se si
avverasse quanto ho temuto, se più non fosse in tua mano, guai, guai a
te! ti farei portar invidia ad un cane ammazzato.»
Wayland partì colla gioia e la sicurezza sul fronte, ma tremante in
fondo dell’animo suo.
La lettera era smarrita, e nulla eravi di più sicuro, ad onta della
scusa che il maniscalco allegò per calmare la furibonda inquietezza di
Tressiliano. La lettera era smarrita, ed era tal lettera che se cadeva
in cattive mani, facea noto tutto un maneggio, di cui Wayland era
complice. Nè comunque andasser le cose, vedeva egli alcuna speranza,
che tal maneggio non si scoprisse. Or lo traevano ancora a molesti
pensieri gli atti d’impazienza di Tressiliano.
«Ecco la bella moneta onde vengo pagato per prestar servigi, in cui
va la mia testa di mezzo. Gli è ora che pensi a me stesso. Io qui non
fo altro, se non m’inganno, che rendermi colpevole verso il signore
di questo magnifico castello, verso uno che può togliermi la vita con
tanta facilità quanta ve n’è a spegnere una candela da sei denari. E
tutto ciò mi guadagno a servire una donna impazzita, ed un malinconico
amante, altro matto, che per aver io perduto un cencio di carta piegata
in quarto, mette mano alla spada e minaccia d’ammazzar tutto il mondo!
Soprappiù, qui si trovano Varney e il dottore. La vita vale anche più
dei denari. Ho risoluto. Vada al diavolo ogni compenso, e fo di gamba
in quest’istante medesimo.»
Egli è naturale che sì fatte considerazioni si presentassero all’animo
di Wayland, ingolfatosi più avanti ch’ei nol credesse da prima in una
sequela di maneggi misteriosi, inesplicabili, e tali che perfino i
primari attori parea non sapessero qual fosse la loro parte. Nondimeno
fa d’uopo rendergli giustizia. Queste personali considerazioni
erano, fino ad un certo grado, contrabbilanciate nell’animo suo
dalla passione, che l’idea di abbandonare quella infelice giovane
gl’inspirava.
«Non penso a Tressiliano più di quello che pensi ad una moneta di sei
denari. Con lui non ho debiti. Condussi la sua errante donzella in
questo castello. Studii egli a farle la sentinella. Ben mi rattiene la
pietà dovuta ad un’infelice. Chi sa a quai disgrazie andrà soggetta in
mezzo a questo chiasso, a questo tumulto. Sì: è necessario ch’io mi
rechi nella sua stanza, ch’io le confessi d’aver perduto la lettera.
Così almeno potrà allestirne un’altra, nè ella mancherà, spero, di
messi, in una casa ove non è penuria di servi, che possono ben portare
una lettera al loro padrone. Indi le dirò che vado via, raccomandandola
alla bontà del Cielo, alla sua propria saviezza, alle cure e alle
previdenze del sig. Tressiliano. Forse le verrà in mente l’anello che
mi aveva offerto. Affè, che me lo sarei guadagnato! Infine! ella è
un’amabile creatura. Dunque all’inferno l’anello! Non voglio avvilirmi
per sì poca cosa. Se anche fossi vittima del mio buon cuore in questo
mondo, sarò più felice nell’altro. Due parole alla Signora, indi gambe
mie fate il resto.»
Col piè leggiero e coll’occhio attento d’un gatto che guati la sua
preda, Wayland s’avviò alla stanza della Contessa, trapassando e corti,
e corritoi, studioso ad un tempo e d’osservar coloro che gli passavano
da vicino, e di sottrarsi quanto il poteva agli altrui sguardi. Con tal
tenor d’andamento si trovò al grande atrio situato fra la cucina e il
salone, indi alla scaletta della torre _di Merwyn_.
Già il nostro buon maniscalco si compiacea d’avere scansati tutti
i pericoli, e preparavasi a salire, facendo due gradini per volta,
quando s’accorse dell’ombra d’un uomo che dipigneasi sopra una porta
socchiusa. Allora scese tosto sulla punta dei piedi tornandosene
alla corte interna del castello, che trascorse in lungo ed in largo
per un quarto d’ora all’incirca, sembratogli quattro volte più
lungo dell’ordinario; poi rivenne alla torre colla speranza che
finalmente quest’uomo a lui ignoto ne fosse partito. L’ombra di fatto
era scomparsa, onde ascese qualche gradino di più, e mentre stava
deliberando se fosse miglior partito il salire ancora o tornarsene
addietro, s’aprì d’improvviso la porta, offerendo a’ suoi occhi rimasti
attoniti Michele Lambourne che tantosto sclamò: «Chi diavolo sei tu?
Che cosa vieni a cercare in quest’angolo del castello?»
«Non son già io un cane, che ubbidisca al primo uomo che fischia, lo
sapete voi?» rispose Wayland ostentando una sicurezza troppo smentita
dal tuono tremebondo della sua voce.
«Tu cerchi credo me, Lorenzo Staples.» Sì disse il Lambourne ad un
omaccio mal costrutto, cogli occhi loschi e alto più di sei piedi, che
comparve alla porta. Indi rivolto a Wayland, continuò: «Poichè ti piace
tanto, amico mio, questa torre, posso dartene a conoscere le parti le
più profonde, poste dodici grossi piedi sotto il letto del lago. Le
troverai abitate da serpenti, rospi, lucertole e da altri leggiadri
animali di simili famiglie, che ti faranno buona compagnia. Presto!
rispondimi, chi sei? che vuoi tu in questo luogo?»
«Se una volta si chiude sopra di me la porta d’una prigione, sono
spedito,» ragionava in suo cuore Wayland. Laonde rispose con modi i
più sommessi esser egli il povero bagattelliere che _suo Onore_ aveva
incontrato il dì innanzi a Weatherly.
«E qual giuoco di mano pretendi tu di fare in questa torre? La tua
brigata, disse il Lambourne, è nell’edificio di Clinton.»
«Vado a trovare una mia sorella, disse Wayland, che abita là in alto
nella camera del sig. Tressiliano.»
«Ah! ah! Ho capito adesso (sclamò sorridendo il Lambourne). Affè che
questo sig. Tressiliano per essere un forestiere non si prende fastidi
o riguardi, come se fosse in casa sua; e con molta leggiadria mette
nelle proprie stanze le suppellettili che gli accomodano meglio.
Ottimamente! Sarà un fattarello di più da ingrossare la vita del santo
sig. Tressiliano; scommetto vi saranno persone alle quali ne andrà
a sangue il racconto più che non a me una borsa d’oro. Ascoltami,
furfante, sì disse volgendosi a Wayland, e intendimi bene. Non vogliamo
che tu faccia stanare il lepre, perchè è nostra mente prenderlo al
covo. Vattene di qui con quel tuo ceffo da imbroglione o ch’io ti fo
saltare dalla finestra; e in verità sarei tentato a sperimentare se con
qualcuna delle tue astuzie sei capace di preservar le tue ossa dagli
effetti d’un capitombolo.»
«La signoria vostra, come spero, non avrà un’anima sì crudele, ne sono
certo, ripigliò Wayland. Conviene lasciar vivere la povera gente; anzi
spero dalla bontà di vostra Signoria la permissione di parlare con mia
sorella.»
«Tua sorella, sì, dal lato d’Adamo, non è vero? Che s’ella lo fosse
altrimenti, non ne saresti che più colpevole; ma sorella o non sorella,
ti sventro come una volpe se tu ritorni a questa torre. Anzi or che ci
penso, dalla parte di tutti i diavoli! sloggia subito dal castello.
L’affare è più importante che nol sono tutte le tue gherminelle da
barattiere.»
«Sempre col rispetto dovuto alla Signoria vostra, rispose Wayland,
è d’uopo ch’io faccia la parte d’Arione nello spettacolo da
rappresentarsi questa sera sul lago.»
«Per san Cristoforo! la farò io, disse il Lambourne. _Orione!_ È così
che tu lo chiami? Sì: io rappresenterò _Orione_ col suo cinto, e le sue
sette stelle, chè è più. Su via esci, mala semenza. Seguimi. E poi!....
a te, Lorenzo, metti fuori questo mascalzone!»
Lorenzo prese per il collo il tremebondo bagattelliere, e Lambourne
correndo affrettatamente dinanzi ad entrambi, si indirisse verso una
segreta porta forata pel muro di ponente a poca distanza dalla torre, e
fu quella medesima, per cui Tressiliano dianzi era entrato.
Intantochè attraversavano lo spazio che disgiugne la ridetta porta
di soccorso dalla torre _di Merwyn_, Wayland si lambiccava invano il
cervello per iscoprire una via di giovare alla infelice giovane di
Lidcote ch’ei continuava a compiangere ad onta dell’incalzante pericolo
in cui si trovava egli stesso, ma appena posto fuor del castello, e
udito ch’ebbe Lambourne, il quale con tremendo giuramento gli chiarì
come una pronta morte e il ritorno in quel luogo sarebbero stati
una stessa cosa per lui, alzò gli occhi e le mani al Cielo, quasi
prendendolo in testimonio, che sino all’ultimo istante avea difesa la
donna oppressa; volte indi le spalle alle superbe mura di Kenilworth,
andò in traccia d’un ricovero più umile, ma più sicuro.
Lorenzo e Lambourne, dopo averlo seguito cogli occhi per qualche tempo,
rientrarono nel castello, e in tanto che camminavano, il primo disse
al secondo. «Il Cielo mi benedica se indovino qual motivo aveste per
discacciare questo povero disgraziato che dovea sostenere una parte
nella festa già vicina ad incominciare, e tutto questo per una donna!»
«Ah! Lorenzo, rispose Lambourne, tu pensi a Black Ioan Suggs di
Plingdon, nè hai svestite ancora le umane fragilità! Ma fa coraggio,
mio nobilissimo duca della Torre, investito dell’alto dominio di
tutte le prigioni: per giudicare di questi affari non sei illuminato
da maggior luce di quella che rischiara i tuoi feudi. Sappi adunque,
mio molto reverendo signore dei _paesi bassi_ di Kenilworth, che il
rispettabilissimo nostro padrone Riccardo Varney, sol per trovare un
buco nel mantello di questo Tressiliano, ci regalerebbe quante piastre
bastano per farci bere cinquanta notti di seguito, e ne darebbe ampio
concedimento di licenziare l’intendente della casa, se ci venisse a
sconcertare prima d’avere votato l’ultimo fiasco.»
«Oh! quand’è così, non so darvi torto, soggiunse il gran carceriere
di Kenilworth. Ma come farete voi, sig. Lambourne, a custodire il
deposito, se vi allontanate di qui; perchè giusta quanto mi sembra,
all’arrivo della Regina, voi dovete starvene presso al vostro padrone.»
«Ah! ho fatto i miei conti sull’opera tua, mio vicerè. Sei tu che farai
la guardia in mia assenza. Lascia entrar Tressiliano, s’ei lo desidera,
ma non permettere a nessuno l’uscita. Se la giovane tentasse fuggire,
cosa parimente fra le possibili, avrai cura di spaventarla colla
tua grossa voce..... In fine poi, non è che la sorella d’un misero
saltimbanco.»
«Farò meglio, ripigliò Lorenzo. Chiuderò il catenaccio di ferro che sta
alla seconda porta; in tal guisa o per amore o per forza non durerò
molta fatica a guarentire questa donna.»
«Allora poi Tressiliano non potrà più andarla a trovare (e qui
Lambourne si fermò a pensare un momento). Ma non importa. È assai
se nella stanza di lui verrà sorpresa la donna. Tu però confessami,
vecchio barbagianni delle prigioni, che temi di passare svegliato la
notte in questa torre _di Merwyn_.»
«Io! perchè volete che ciò sia, signor Lambourne? Tal cosa non mi dà
maggior fastidio del dar di volta a una chiave. Gli è vero che in
questa torre si sono intese ed anche vedute strane maraviglie. E benchè
non siate che da poco tempo in Kenilworth, è difficile non v’abbia
parlato qualcuno delle visite che la nostra torre va ricevendo dallo
spirito d’Arturo di Merwyn, di quel capo di Barbari, il quale caduto
nelle mani del valente lord Mortimero, che comandava l’esercito sulle
frontiere del paese di Galles, qui venne, a quanto dicesi, assassinato.»
«Sì, ho inteso raccontare tal favola più d’una volta, e che il fantasma
non istrepita mai tanto forte come allor quando si fanno bollire porri,
o si fa frigger formaggio nella cucina. _Santo Diavolo_; non ti lasciar
udire, Lorenzo!»
«Tu però ti lasci udire, soggiunse quel guardiano, con tutta la
saggezza che ti piacerebbe ostentare. Gli è un caso, credilo, da far
fremere i più intrepidi, l’assassinio d’un prigioniere! Si consegni
una stilettata ad un uomo sorpreso nell’angolo d’una strada, non è
gran cosa per te: si meni un gran colpo di chiavi sulla testa d’un
prigioniere ricalcitrante, dicendogli nel tempo stesso: _Sta buono_,
io chiamo ciò mantenere il buon ordine delle prigioni. Ma sguainar a
sangue freddo una sciabola, e piantarla, come fu fatto, nel corpo di
quel trucidato signore di Galles, è tale eccesso da suscitare fantasmi
capaci di rendere inabitevole per più secoli una prigione. E vedi fin
dove io spingo la mia affezione verso i prigionieri! Povere creature!
Quando ho avuto in consegna e scudieri e persone di riguardo, che
s’erano spassati a far camminate proficue nelle strade maestre, o a
dir male di sua Signoria il sig. conte di Leicester, ho preferito
l’alloggiarli cinquanta piedi sotto terra al chiuderli in quell’alta
camera ove fu commesso il misfatto. Sì, per s. Pietro _in Vinculis_
ch’io maraviglio come il mio nobile Signore, o il sig. Varney,
acconsentano ad assegnar tale stanza agli ospiti del castello. E se il
sig. Tressiliano ha potuto indurre qualcuno, e massimamente una bella
giovinetta, a tenergli compagnia, dico che ha fatto assai bene.»
«Ed io ti dico, rispose il Lambourne, andando su e giù per la stanza di
Lorenzo, che sei un asino e nulla meglio. Va a mettere il catenaccio
all’uscio della scala, e tralascia di pensar agli spiriti, o piuttosto
portami vino. Mi sono alquanto riscaldato nel mettere quel cialtrone
fuor della porta.»
Mentre Michele andava ammorzando la sete col tracannare per più
riprese, e senza ricorrere al bicchiere, un fiasco di Bordò, il nostro
guardiano della torre, persuaso veramente dell’esistenza de’ fantasmi,
cercava destramente di ricondurre il discorso sul fantasma d’Arturo di
Merwyn, per giustificare la propria credulità.
«Scorsero poche ore soltanto dacchè sei nel castello, e queste ancora
impiegasti sì bene nell’avvinazzarti, che non ti fu possibile nè
parlare, nè vedere, nè udire. Chè certo, faresti meno il gradasso,
se avessi passata con noi una notte di plenilunio, tempo in cui il
fantasma smania più forte, massimamente allorchè soffiando con violenza
il vento di maestro, cominciano a cadere gocciole di pioggia, e s’odono
a quando a quando colpi di tuono! Oh Gesù! Che fracasso, che tintinnio,
quali urla, quai gemiti si odono allora nella torre di Merwyn. Quando
siamo a questi spaventi, t’assicuro, che due boccali d’acquavite
bastano appena, pei miei figli e per me.»
«Ah! tu non sei che una bestia (rispose il Lambourne, cui le ultime
beviture, aggiunte a tutte le precedenti, cominciavano ad alterare
il cervello), non sai tu stesso quel che ti dica. Nessuno ha veduto
questi spiriti, e chi ne parla meno dice minori sciocchezze. Chi crede
una cosa, chi ne crede un’altra. Visioni tutte! fanfaluche! Io ho
conosciuto persone d’ogni fatta, io vedi! mio caro Lorenzo, ed anche
uomini di molto merito... ve n’è uno soprattutto... un gran signore,
che non voglio qui nominare. Egli crede agli oracoli, alla luna, ai
pianeti, e al loro corso. S’immagina perfino che questi non isfavillino
se non se per lui. Ma quant’è sicura la parola d’un uom digiuno, o vera
quella d’un imbriaco, io credo che le stelle risplendano unicamente
per salvare dalle cadute ne’ fossi le buone creature della mia razza.
Nondimeno questo tal signore dia pure buon pascolo alle sue fantasie,
chè è ricco per poterne avere. Conosco un altro, uomo dottissimo, te ne
fa fede Lambourne, che parla il greco, l’ebraico, come io il latino:
Ebbene! Egli ha la debolezza delle simpatie e delle antipatie, e di
voler cambiare il piombo in oro. Lasciamolo fare, e lasciamlo pagare di
tale moneta i gonzi che di tal moneta sono contenti. Tu ancora ti metti
nel novero di queste persone, tu altro grand’uomo, benchè nè nobile nè
sapiente; ma sei alto sei piedi, e cieco quanto una talpa. Credi pure
agli spiriti. Per altro abbiamo qui un altro grand’uomo, un grande
piccol uomo, o piccolo grand’uomo, che tu lo voglia chiamare, mio caro
Lorenzo; il suo nome incomincia per un V.»
«E che cosa crede costui?»
«Niente, mio caro Lorenzo, niente, assolutamente niente. Non adora nè
Dio, nè il diavolo. Per me ho fede nel demonio, perchè credo debba
esservene uno che possa portarsi sulle sue corna la mia anima
»Quando stanca del mio frale
»Gli darà l’estremo vale,
versi di una famosa canzonetta; perchè non v’è antecedente che non
abbia il suo conseguente, solea dire il dottor Brucham. Ma questo è
greco per te, mio caro Lorenzo, e in fin de’ conti son cose affatto
inutili da sapersi. Dammi dunque un altro fiasco.»
«Corpo di bacco! Se voi continuate a bere così, Michele carissimo, vi
troverete mal in ordine per far la parte d’_Orione_ o per accompagnare
il padron vostro in una notte tanto solenne. A tutti i momenti, io
m’immagino udire la grande campana della torre di _Mortimero_, nunzia
dell’arrivo d’Elisabetta.»
Intanto che Lorenzo faceva tali osservazioni, proseguiva in suo bere il
Lambourne, che finalmente rimettendo sulla tavola il fiasco pressochè
vôto, e mandando un lungo sospiro, disse con voce a metà spenta, e che
sollevavasi a grado a grado mentr’ei parlava: «Non ti prendere fastidio
di questo, o Lorenzo. Se m’imbriaco, Varney saprà richiamarmi alla
ragione. E perciò non ti prendere fastidio. L’ubbriachezza farà a modo
mio. Poi se devo andare sull’acqua come _Orione_, bisogna mi premunisca
contro l’umidità. Tu t’immagini che non sarò capace di far da _Orione_!
Io sfido anzi il più intrepido gracchiatore fra quanti si sono mai
sfiatati per dodici soldi a farmi la critica. Avvi forse un sol uomo
che non s’imbriachi in tal notte? rispondimi. È una prova di fedeltà
l’imbriacarsi, e ti giuro che se mi scontro in chi dopo aver bevuto non
sia allegro, rischia in mia fede di non essere mai più allegro nemmeno
a digiuno. Non nomino persone, ma... gran virtù che ha una foglietta
di vino per mandare al diavolo i mali umori, e per eccitare allegria.
_Vivat_ per la regina Elisabetta, pel nobile Leicester, pel degnissimo
sig. Varney e per Michele Lambourne, che potrebbe farseli girar tutt’e
tre attorno a un dito.»
Dopo dette quest’ultime parole, scese la scala, ed attraversò il
cortile interno.
Quel guardiano continuò per qualche tempo ad osservarlo, poi chiudendo
lo sportello della torre, dicea fra se stesso: «Che bella cosa l’essere
un favorito! Poco mancò un giorno ch’io non perdessi l’impiego sol
perchè il sig. Varney sognò ch’io sapessi d’acquavite, e quel furfante
non teme d’essere cacciato via su due piedi col presentarsegli innanzi
gonfio di vino siccome un otre. Bisogna però fargli giustizia: egli è
un furfante pieno d’abilità. Io non intendo mai la metà di quello che
dice.»
CAPITOLO XIII.
»Ella s’appressa a noi: l’annunzi il suono
»Delle festanti squille; e tu soldato,
»Corri, t’affretta ai merli: or non ministro
»Di morte, il foco al cavo bronzo appresta;
»E l’aura ripercossa e rotta a lei
»Gl’impazienti nostri voti adduca.
_La Regina Vergine._ Tragicom.
Dopo che Wayland abbandonò Tressiliano, come dianzi il dicemmo, il
secondo stavasi incerto su quanto si dovesse operare, allor quando vide
venire a se Raleigh e Blount che si tenevan per braccio, e ad un tempo
disputavano fortemente fra loro, giusta il costume. In quello stato
d’animo in cui si trovava il giovane di Cornovaglia, egli sentivasi
per vero dir poco vezzo della lor compagnia, ma oltrechè non vedea
un modo convenevole ad evitarli, comprendea che obbligato qual erasi
con promessa ad Amy di non vederla e di non avventurare per lei alcun
tentativo, il miglior partito per esso lui diveniva quello di mettersi
tra la folla, nè lasciar comparire, che il men possibile nella sua
fronte le angosce e le incertezze, fra cui internamente agitavasi.
Fatta dunque di necessità virtù, salutò i compagni: «Ebbene, come
passaste il tempo, o signori? D’onde venite?»
«Da Warwick, disse Blount. Siamo tornati per cambiar d’abito, come
usano gli attori di certe compagnie comiche povere per moltiplicare
sulla scena i lor personaggi. E voi, Tressiliano, perchè non faceste
altrettanto?»
«Blount ha ragione, soggiunse Raleigh. La Regina è tenerissima
dell’etichetta, e reputa una violazione del rispetto dovutole il
comparire innanzi a lei con un abito ove si veda la più piccola orma di
polve o di fango. Ma guarda! mio caro Tressiliano, guarda, e fa se puoi
di non ridere, il nostro Blount. Osserva come quel suo cane di sartore
gli ha messo addosso un catafascio di turchino, di grigio, di rosso, di
nastri color di carne, e compiscono l’opera quelle rosette gialle sulle
sue scarpe!»
«Che cosa pretenderesti di meglio? rispose Blount. Certamente non mi
stetti dal raccomandare a quel mariuolo di fare una bella cosa, e di
non guardare a spese; e credo poi anche che questo da te chiamato
catafascio, non manchi di fare spicco. Per lo meno il mio abito è
migliore del tuo, e ne fo giudice Tressiliano.»
«E lo sia, disse Walter Raleigh. Per bacco! ne ho tutto il piacere. A
te, Tressiliano, profferisci sentenza.»
Tressiliano, instituito arbitro, cominciò ad esaminare le cose che
divenivano materia di procedura, e indovinò d’un guardo, che il povero
Blount prese sulla parola del sartore quell’abito carico di nastri, in
mezzo ai quali sentivasi imbarazzato più d’un contadino quando mette
il suo abito della domenica. Il vestito di Raleigh invece, elegante e
ricco ad un tempo, gli si affacea sì vantaggiosamente, che chiamava
ogni sguardo sopra di lui. Laonde Tressiliano pronunziò, più ricco
essere il vestito di Blount, di miglior gusto l’altro di Raleigh.
Blount si tenne contento di una tal decisione. «Lo sapea ben io che
quel furfante di Doublettich non avrebbe avuta la poca accortezza
di presentarmi una giubba liscia come quella di Raleigh. Gli avrei
spaccato il cranio col suo stesso ferro da distendere. Poichè se
dobbiamo essere pazzi, siamo almeno pazzi di prima sfera.»
«Ma, e tu, Tressiliano, allora disse Raleigh, che aspetti tu per
andarti a vestire?»
«Un equivoco m’ha fatto rimanere fuori della mia stanza, rispose
il gentiluomo di Cornovaglia, e mi priva qualche tempo del mio
arredo. Anzi stava io per pregarti a darmi un poco di luogo nel tuo
appartamento.»
«E con tutto il piacere, soggiunse tosto Raleigh. La mia stanza è assai
vasta, nè può negarsi, sua Signoria di Leicester ci tratta con ogni
riguardo, e ne volle alloggiati da principi. Certamente, se anche è a
ritroso tal sua compitezza, ei la porta sì lunge, che la ritrosia non
si scorge. Laonde nell’atto stesso di farti padrone della mia stanza,
ti consiglierei volgerti al ciamberlano del Conte; egli ti farà subito
avere soddisfazione per l’altra stanza che t’hanno levata.»
«Oh! la cosa non merita l’incomodo di pensarvi sopra, massimamente
poichè condiscendi tu ad alloggiarmi. È egli poi ben sicuro che non
darò disturbo a nessuno. A proposito! Avevate compagnia nel venir da
Warwick?»
«Grande, rispose Blount. Varney, e un’intera tribù di _Leicesteriani_,
poi anche una ventina circa di fedeli amici del conte di Sussex.
Noi dobbiamo, a quanto sembra, ricevere la Regina nella torre, che
costoro chiamano della _Galleria_, e assistere a tutte le buffonerie
che si preparano per farle festa; indi saremo noi gl’incaricati di
farle corteggio nel trasferirsi al Salone, affinchè tutti quelli che
l’avranno accompagnata sino al castello, abbiano il tempo di cambiare
in più ricche vesti gli abiti loro da viaggio. Sto da re, se la Sovrana
mi volge qualche parola. Dio mi castighi s’io so che risponderle.»
«Qual cagione vi ha trattenuti sì lungo tempo a Warwick?» continuò ad
interrogar Tressiliano, studioso di allontanare il discorso dalle cose
che lo riguardavano.
«Ci ha trattenuti... una infinità di stravaganze, rispose Blount, ma
stravaganze tali, che non se ne vedono di sì fatte alla fiera di S.
Bartolommeo: discorsi imparati a memoria, commedie, cani, orsi, uomini
vestiti da simie, donne trasformate in fantocci, che so io? In verità
maraviglio come la Regina abbia potuto reggere a tante goffaggini.
Eh sì! coloro che ne erano i personaggi ricavavano a quando a quando
clementi occhiate dalla Sovrana, e lessero nel volto di lei più d’un
segno d’aggradimento. Convien dirlo: la vanità fa talvolta impazzire
i più saggi; ma andiamo tutti alla torre _della Galleria_. Vieni,
Tressiliano... non capisco per altro come ti trarrai d’imbarazzo con
quell’abito pieno di polvere, e con que’ tuoi stivaloni.»
«Starò sempre dietro a te, caro Blount. Così la nobiltà della tua
presenza, e l’eleganza delle tue vesti copriranno quanto è di sconcio
nel mio aggiustamento,» rispose Tressiliano, che s’accorse come tutte
le idee del nostro Blount si fossero concentrate allora in una sola,
intendo la pompa insolita de’ panni che aveva indosso.
«E pensi che ciò accadrà veramente? rispose Blount. Ebbene!
rassegniamci. Non puoi credere quanta sia la mia soddisfazione, perchè
trovasti di buon gusto il mio abito. O non fare una pazzia, ma tratti a
farla, si faccia almen grandemente!»
Nel dir tai cose il Blount, ora s’aggiustava il cappello, or mettea
studio a ben portare la gamba, pago di se stesso come se avesse
preceduta la sua brigata di lancieri, talvolta mandava occhiate
contente alle cremesine sue calze, e alle larghe rosette gialle che si
spiegavano sulle sue scarpe. Mesto e pensieroso il seguia Tressiliano,
senza por mente a Raleigh, il quale spassandosi sulla goffa vanità
di Blount ne facea il testo di mille graziosi motteggi che susurrava
all’orecchio dell’altro compagno.
Di tal maniera attraversarono il ponte coperto, andati indi a porsi con
altri gentiluomini innanzi alla porta esterna della _Galleria_, o torre
d’ingresso. Il loro numero era di quaranta persone all’incirca, scelte
fra i cavalieri di primo ordine, e schierati in doppia fila da ciascun
lato della porta come una guardia d’onore.
Armati soltanto delle loro spade questi gentiluomini, portavano
abiti ricchi sin quanto l’immaginazione può concepirli; e poichè
l’usanza d’allora volea grande sfoggio di magnificenza, non vedeansi
che velluti, ricami d’oro e d’argento, nastri, perle, e preziose
catenelle. I gravi pensieri che occupavano l’animo di Tressiliano non
gl’impedirono d’avvedersi, come con quel suo abito da viaggio benchè
elegante, facesse meschina comparsa in mezzo a cotanta pompa, e più il
trassero in tale considerazione le maraviglie fatte da’ suoi amici,
e gli sguardi schernitori de’ partigiani del Leicester. Non potevamo
omettere simile circostanza, quand’anche taluno la riguardasse men
consentanea al carattere grave che attribuimmo a Tressiliano. Ma però
questa maggior cura che si dà all’esterno aggiustamento è una specie
d’amor proprio, di cui neanche l’uomo il più saggio va immune, ed è sì
connaturale alla specie umana, che non solamente la serba il soldato
fin quando si cimenta ai rischi d’una morte quasi sicura, ma lo stesso
colpevole che cammina al supplizio si studia di mostrarsi nel modo men
disdicevole. Però si evitino le digressioni.
Terminava il crepuscolo vespertino della giornata estiva de’ 9 luglio
1575, che tutti aspettavano ancora con grande ansietà l’arrivo della
Regina. Ogni istante ingrossava la folla già da molte ore adunatasi.
Un’abbondante distribuzione di reficiamenti e di bue arrostito, e
le botti d’_ala_ congegnate con pertiche in diversi punti della
strada, mantenevano nel popolo la gaiezza, e la sua affezione in
ver la Regina e il favorito della Regina, affezione che sarebbesi
del certo affievolita, se la molestia del digiuno si fosse aggiunta
all’impazienza di un lungo aspettare.
Così a quella turba non parve lungo un tempo trascorso fra popolari
trastulli, e schiamazzi, e risa, e triviali scherzi, che gli uni agli
altri mutuamente si indirigevano.
Di tal genere era l’agitazion che vedeasi nello spianato vicino al
castello, e principalmente presso la porta del parco, ove il popolo
più numeroso assembrossi; allor quando vistosi d’improvviso brillar un
razzo nell’atmosfera, si fece ad un tempo udire per tutta l’estensione
della pianura il suono della campana maggiore del castello.
Cessarono in quest’istante le grida, cui succedè il sordo mormorio
dell’aspettazione, onde non altra cosa ascoltavasi, che un confuso
ronzio di migliaia d’uomini che parlavano sotto voce, e per valermi
d’una frase bizzarra, il bisbigliar lieve d’una moltitudine immensa.
«Giungono adesso, non v’è dubbio, disse Raleigh. Tressiliano, questo
suono ha un non so che di maestoso. Noi di qui l’ascoltiamo, siccome
naviganti, che dopo un lungo viaggio, odono in lontananza il flutto che
si rompe urtando in qualche incognita spiaggia.»
«Secondo me, rispose il Blount, questo rumore ha molta simiglianza col
muggito che fan le mie vacche nel ricinto di Wittens-Westlowe.»
«Adesso, per Dio! sta pascolando, disse Raleigh a Tressiliano, e non
gli passano per la mente che buoi e praterie. Di fatto ei non val
meglio de’ suoi armenti cornuti, nè diventa uomo che quando gli si
parla di sangue o di morte.»
«Bada, soggiunse Tressiliano, ch’egli sull’istante non te ne dia prova,
se non la finisci colle tue spiritose bizzarrie.»
«Eh! non ci penso neanche, rispose Raleigh. Ma tu pure, mio
Tressiliano, sei divenuto un barbagianni, lo sai! Tu non voli più che
di notte tempo. Tu cambiasti i tuoi canti in lugubri lamentazioni, e la
buona compagnia in un buco di muro.»
«E tu! che specie d’animale sei tu, o Raleigh, che corri tanto nel
giudicare i tuoi simili?» disse allor Tressiliano.
«Io! io sono un’aquila che non mi abbasserò mai fino a terra,
sintantochè vi sia un cielo verso cui indirigere il volo, finchè vi
sarà un sole ove fisare il mio sguardo.»
«Bella millanteria! per san Barnaba! entrò in campo il Blount.
Ma, caro il mio signor _dall’aquila_, guardatevi dalla gabbia, e
dall’uccellatore. Ho visto altri uccelli volar alto quanto il vorreste
voi; poi gli ho visti dopo, molto leggiadramente impagliati far da
spavento agli altri uccelli loro compagni. Ma zitti. Da che deriva
questo improvviso silenzio?»
«È il corteggio, disse Raleigh, che si ferma alla porta del parco,
ove una sibilla, una di queste _fatidicae_, parla colla Regina e ne
trae l’oroscopo. Ne ho veduti i versi che non hanno gran vezzo. Poi
sua Maestà è stanca di poesie. Ella stessa in tempo che il cancelliere
di Ford-Mell l’arringava, mi disse all’orecchio, che era _pertaesa
barbarae loquelae_.»
«La Regina parlargli all’orecchio! meditò subito il Blount. Come finirà
mai questa faccenda?»
Ma tali sue considerazioni vennero interrotte dai romorosi applausi
della moltitudine, che da ogni eco venivano rimandati due miglia
all’intorno. I gruppi situati a mano a mano ne’ luoghi d’onde passava
Sua Maestà, mettevano plaudenti grida, che da un gruppo all’altro
si comunicavano fino al castello, onde finalmente quelli ch’eran di
dentro n’ebber gli annunzi, e quando la Regina aveva oltrepassato la
porta del parco, e quando fu entrata in Kenilworth. Allora si fece
udire la musica del castello, e il romor del cannone si mescolò a quel
delle scariche degli archibusi. Pur questo fracasso di tamburi, di
trombe e di spari di cannone discernevasi appena, tanto forti erano le
acclamazioni ognor crescenti di tutta quella popolazione.
Allorchè lo strepito cominciò a sminuire, si fece vedere alla porta
del castello un vivacissimo splendore, che si distendeva ed ingrandiva
col suo avvicinarsi. Tale splendore avanzavasi, tenendo il sentiero
del viale che guidava alla torre della _Galleria_, e venendo per mezzo
alle file della gente del Conte. Tantosto da entrambi i lati di quelle
file medesime s’alzò un grido: la Regina! la Regina! silenzio! Di fatto
giugnea Elisabetta, preceduta da dugento suoi cavalieri, che portavano
torcie di legno resinoso, il cui chiarore, pari a quello del giorno,
splendea su tutto il corteggio, in mezzo al quale stavasi la Regina
vestita nella massima pompa, e raggiante tutta di gemme. Saliva ella un
bianco destriero, unendo dignità e grazie in condurlo, talchè in quel
portamento nobile e maestoso ben ravvisavasi l’augusta discendente di
cento monarchi.
Le dame d’onore che seguivano sua Maestà non trascurarono certamente
nel loro ornarsi nessuna cosa di quante si voleano a sostenere il
lustro di un sì brillante corteggio. Tutte queste costellazioni
secondarie erano degne del glorioso astro che circondavano. La pompa,
onde cresceano spicco all’avvenenza di loro forme, stavasi bensì ne’
limiti d’un ritegno che le facea riguardose di non parer gareggianti
col maggior astro, ma tale sempre si mantenea, onde si scorgesse essere
elleno il fiore d’un regno tanto rinomato pe’ suoi fasti e per la
leggiadria delle sue abitatrici. La magnificenza dei cortigiani, non
frenata da prudenziali considerazioni andava oltre ogni limite.
Il Leicester, tutto splendente d’oro e di preziosi ricami, veniva a
cavallo alla diritta della Regina, onore che gli si addicea e come
ospite di lei, e come grande scudiere. Era il destriero uno de’ più
famosi corridori di tutta l’Europa, ed un’insigne somma avea spesa
il Conte per procacciarselo, e farsene merito in tale circostanza.
Questo nobile animale mostrandosi impaziente del lento marciare di
quel corteggio, ritondava con grazia il maestoso collo, e rodea in
leggiadra guisa l’argenteo morso che lo frenava. Ne uscia dalla
bocca la spuma, e cadea come fiocchi di neve in su le belle sue
membra. Degno il cavaliere del proprio grado, e di salire sì nobil
corsiero, non eravi alcuno in Inghilterra, nè forse in Europa, che gli
potesse contender la palma o nell’arte di guidare un cavallo, o in
tutt’altr’arte cavalleresca. Col capo scoperto, siccome ognuno di quel
corteggio, il lume delle torce rischiarava e le prolungate anella della
sua nera capigliatura, e quel dignitoso volto, ove il censore anche
il più severo non avrebbe potuto notare altro difetto, che un’altezza
di fronte, soverchia anzichè no. In questa sera tanto memorabile,
dipigneasi nei suoi lineamenti la tenera sollecitudine di un suddito
compreso d’alta gratitudine per l’onore compartitogli dal Monarca, ma
che ad un tempo va orgoglioso d’esserne meritevole.
Ciò nondimeno, comunque gli raggiasse la gioia sul viso, alcuni del suo
seguito credettero accorgersi d’una pallidezza più che ordinaria in
quel volto, e gli uni agli altri si manifestarono la tema, che le molte
cure e fatiche cagionate a lui da un tal giorno non ne pregiudicassero
la salute.
Varney seguiva da vicino, siccome primo scudiere, il padrone portando
un berrettone di velluto nero ornato d’un fibbiaglio di diamanti, e
sormontato da bianco pennacchio. Egli tenea gli occhi costantemente
fisi sul Conte, siccome colui che per motivi non ignoti al certo ai
nostri leggitori, dovea fra tutti i numerosi servi del Leicester
augurargli più ardentemente e forza e risoluzione nel sostenere
i travagli di un giorno per lui sì penoso. Comunque il Varney
appartenesse a quel picciolo numero di scellerati, che giunti a
spegnere i rimorsi passano dall’ateismo a tale indifferenza, onde
i loro animi si chiudono ad ogni nobile affetto, e si fanno simili
ad agonizzanti assonnati dall’oppio, egli sapea nondimeno vivere
fortissima nel cuore del suo padrone questa fiamma inestinguibile del
sentimento morale, e che in mezzo anche a tante pompe e magnificenze
lo martoriava il rimorso, verme roditore che mai non muore. Nondimeno
l’astuto scudiere si confortava in pensando, che il Leicester era
giunto a persuadersi di quanto gli avea egli detto sulla leggiera
infermità cui soggiacea la Contessa, scusa validissima a dispensarla
dal comparire innanzi alla Regina, e s’immaginò quindi che in tal
momento ogn’altro affetto avrebbe ceduto all’ambizione, potentissima
nello spirito del Conte, e che per ciò non si sarebbe egli mai tradito
col lasciar trapelare sensi di debolezza.
I cavalieri del corteggio della Regina erano quelli fra gli ospiti del
viril sesso che maggiormente attraessero a sè gli sguardi d’ognuno.
Appartenevano tai gentiluomini alla nobiltà la più illustre di que’
tempi, e lo sfarzo onde pompeggiavano toglieva ai circostanti ogni
vaghezza d’osservar quelli che venivano dopo di loro.
Era giunto il momento che quella insigne schiera facesse mostra di
sè al gigante custode della porta. Ma questo grande baggeo stavasi
in tanta agitazione, ed in oltre una brocca d’_ala_ ch’ei trangugiò
credendo rinfrancar la memoria, produsse effetto sì contrario in quel
povero suo cervello ch’ei poteva appena respirare standosi adagiato,
nel suo sedile di pietra. La Regina, cred’io, sarebbe passata senza che
ei si movesse da quella positura, se il suggeritore Flibbertigibbet,
che stavasi dietro lui in vedetta, non gli avesse conficcata la punta
d’uno spillone nelle sue larghe spalle.
Costui mandò un grido, per vero dire fuor di concerto in quella parte
che ei dovea sostenere, poi alzatosi incominciò a girare a destra e
sinistra la sua mazza ferrata, e simile ad un cavallo che dopo avere
ricevuto un colpo di frusta, precipita in sua carriera e aggiugne
in un sol tratto la meta, così egli recitò d’un fiato la sua tirata
coll’aiuto sempre del suggeritore. Ella era la seguente; e il leggitore
comprenderà, senza fatica, che i primi versi di essa s’indirigevano
alla folla, il rimanente ad Elisabetta, al cui avvicinarsi il gigante,
quasi colpito da un’apparizione, abbandonava ogni insegna della propria
carica, cedendo il luogo alla Dea della notte, e al corteggio della
medesima.
Che bordello! è qui l’inferno?
O un guardian son’io di paglia?
Che si vuol? Fuori, o canaglia,
O le membra vi squinterno.
Però adagio! il guardo mio
Chi abbarbaglia oltre il costume?
È una donna, o fora un nume?
Addio, mazza, chiavi addio.
Gran Reina, cui d’appresso
Va il contento, io t’offro omaggio.
Al mirarti chi ha coraggio
Di contenderti l’ingresso?
Elisabetta accolse con molta grazia l’omaggio di questo Ercole moderno,
e avendogli fatto col capo tal cenno, che grata ne l’indicava,
attraversò la torre datagli prima in guardia, da’ cui merli udivasi una
musica guerresca. Tal musica ripetuta da altri sonatori collocati su
diversi punti di que’ baloardi, e prolungata dai vari ripercotimenti
dell’eco, dilatò cotanto quell’armonia che parea omai venisse da tutte
le bande.
Al suono di tal musica deliziosa la regina Elisabetta attraversò il
ponte che tenea tutto lo spazio compreso fra la torre della _Galleria_,
e l’altra di _Mortimero_. Innumerabili torcie poste alle impalizzate,
spargevano un chiarore vivace siccome quello del giorno. La maggior
parte di quei gentiluomini, scesi a terra, mandarono i loro cavalli al
villaggio di Kenilworth, per seguire a piedi la Regina; come il faceano
gli altri ch’erano stati scelti per riceverla nella galleria.
In quel tempo Raleigh volse alcune parole a Tressiliano, come per più
riprese avea fatto in fino allora, nè poco stupore destarono in lui le
risposte vaghe ed insignificanti che ne ricevea. E tal circostanza,
e quelle dell’appartamento abbandonato, e simile comparsa in abito
da viaggio che non potea far di meno di non ferire gli occhi della
Regina, e molt’altri sintomi osservati in Tressiliano, trassero Raleigh
a dubitare che non fosse accaduto qualche istantaneo sconcerto nella
mente di questo Cornovagliese.
Giunta appena la Regina sul ponte, altro nuovo spettacolo le si
offerse alla vista. Fin d’allora che i suoni musicali annunziarono
per ogni dove la sua presenza, si vide movere una grande zattera, che
rassembrava ad isola galleggiante illuminata da molte torcie, e cinta
di macchine intese a rappresentare i cavalli marini, su de’ quali si
posavano i Tritoni, le Nereidi, e le altre divinità de’ fiumi e del
mare. Tale isola si avanzò lentamente fino alla vicinanza del ponte.
Scorgevasi sovr’essa un’avvenente donna, vestita d’un mantello di seta
azzurra, annodato alla persona da un cinto, che presentava misteriose
cifre improntate, come il Filottero degl’Israeliti. Nuda le mani e
i piedi, smaniglie d’oro ne ornavano le braccia e l’estremità della
gamba. In mezzo a lunghe trecce di neri capelli stavale una corona
di vischio finto, e portava in mano un bastone d’avorio guernito
d’argento. La seguivano due ninfe vestite al pari di lei d’un abito
antico e simbolico.
Il tempo venne calcolato sì al giusto, che la signora dell’isola
galleggiante era con entrambe le sue seguaci alla torre, quando vi
giugnea Elisabetta. Allora questa abitatrice dell’acque con elegante
parlamento si annunziò per la famosa donna del Lago, rinomata nelle
storie del re Arturo, e celebre per avere protetta la giovinezza del
formidabile Lancilotto, e per avere coi pregi di sua beltà trionfato
della saggezza e degl’incanti del poderoso Merlino. Da quel tempo non
avea giammai abbandonato i cristalli cui dominava, comunque illustri
personaggi avessero a mano a mano tenuto il castello di Kenilworth. Nè
i Sassoni, nè i Danesi, nè i Normanni, nè i Samolowi, non i Clinton,
non i Monfort, non i Mortimeri, non i Plantageneti, benchè grandi ne
fossero la magnificenza e la gloria, aveano potuto indurla ad uscir
fuor dell’alghe del suo palagio. Ma appena un nome più di questi famoso
risonò al suo orecchio, divenne ansiosa d’offerire omaggio d’obbedienza
all’Inglese eroina, e d’invitarla a quelle feste, di cui sarebbero
stati teatro il castello e i dintorni, il lago e le rive.
La Regina che accolse gratamente tale salutazione, le rispose
sorridendo: «Noi avevamo creduto fin qui che il lago facesse parte de’
nostri dominii, ma poichè una donna tanto celebre a sè lo richiama, ci
sarà gradevole a miglior tempo di metterci in corrispondenza secolei
onde regolare i comuni nostri interessi».
Ottenuta ch’ebbe sì cortese risposta, la donna del Lago scomparve;
e Arione che entrava fra le marine divinità si fece vedere sul suo
delfino. Ma il Lambourne, che si era assunta questa parte dopo avere
discacciato Wayland, intirizzito dal freddo in un elemento tutt’altro a
lui che aggradevole, nè sapendo a memoria la propria parte, nè avendo,
come il guardiano della torre della _Galleria_ un Flibbertigibbet
che gliela suggerisse, si volse all’unico soccorso che l’impudenza
fornivagli; e gettata da sè la maschera si diede a giurare ch’egli
non era nè _Arione_, nè _Orione_ quale che dei due nomi si fosse il
vero, ma bensì l’onesto Michele Lambourne, che dalla mattina alla sera
non avea fatto che bere ad onore di sua Maestà, e condotto erasi a
Kenilworth unicamente per aggiugnere le sue congratulazioni a quelle
degli altri sopra un arrivo sì desiato.
Tale buffoneria improvvisata ebbe più favorevole effetto d’un preparato
discorso. La Regina ne rise di tutto cuore, e col suo usato giuramento
affermò essere questa la migliore fra le arringhe da lei ascoltate in
quel giorno. Il Lambourne accortosi che l’espediente cui si tenne avea
incontrato fortuna, saltò subito a terra, dando un calcio alla sua
marina cavalcatura e facendo voto di non intricarsi mai più co’ pesci,
se ciò non era attorno d’una tavola ben imbandita.
Intantochè la Regina entrava nel castello, fu tratto quel memorabile
fuoco d’artifizio, nella cui descrizione si adoperò sì fortemente
l’eloquenza del maestro Laneham, personaggio che dianzi demmo a
conoscere ai leggitori.
_Tali erano_, son questi i termini propri del donzello della camera del
Consiglio, _il chiarore de’ razzi, lo spicco delle stelle splendenti, i
lampi de’ fuochi artifiziali, lo strepito del cannone, che ne rimbombò
il Cielo, commosse ne furono l’acque, e crollò la terra, e quanto a me
comunque io sia uomo coraggioso, non mi presi mai tanta paura in mia
vita_[12].
_Fine del terzo volume._
NOTE:
[1] Personaggio di merciaio in una commedia del Shakespeare.
[2] La Contessa fa qui un giuoco di parole, che necessariamente nella
traduzione non può avere egual grazia come nell’origliale Inglese ove
dipende dalla voce _to pare_, che corrisponde egualmente ad _avere
riguardi_ e ad _usare sudicia economia_.
[3] _Nugæ antiquæ_, Vol. I, pag. 355.
[4] L’obbligo di fedel traduttore m’impedisce di dare e a questa parte
di romanzo, e ad alcun’altre dello stesso genere che vengono dopo,
quelle tinte che pur a mio avviso, non sarebbero state inopportune
per indicare quel senso di molestia, da cui esser dee compreso
gentil narratore, e da cui sarà stato, anche non assai fortemente
esprimendolo, compreso l’autore di _Kenilworth_, comunque tratto
dalla necessità della sua orditura, ed in parte da storica verità, a
raccontare delitti or meditati, or eseguiti col riso sul labbro.
[5] È superfluo l’avvertire, che tai cose sono poste sul labbro d’un
ipocrita scellerato; è noto per altra parte che l’autore del romanzo è
protestante.
[6] Ci riportiamo sempre alla nota precedente.
[7] Ospitale dei pazzi a Londra.
[8] Eroina d’un racconto del Chaucer, rimodernato da Pope.
[9] Giova qui il far presente, che in Inghilterra il pudor delle frasi
fra le persone educate, principalmente se appartengono al gentil sesso,
è spinto sì oltre, che sovente nelle buone società conviene adoperar
molto studio per trovarne di adatte a far intendere cose che sol di
lontano risveglino le idee di quanto le leggi della modestia vogliono
espresso velatamente.
[10] Vedi notizie istoriche di Kenilworth, Tom. I. Pag. 7.
[11] Nome che i Cabalisti danno ai pretesi genii elementari dell’aria.
[12] Vedi il racconto lasciatone dal Laneham sul soggiorno
ch’Elisabetta d’Inghilterra ebbe a Kenilworth nell’anno 1575, storia
dilettevole scritta dal più stolido fra tutti gli autori. Rarissimo ne
è l’originale, quantunque se ne sieno fatte due edizioni.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK KENILWORTH, VOL. 3/4 ***
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