The Project Gutenberg eBook of Kenilworth, vol. 2/4
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Title: Kenilworth, vol. 2/4
Author: Walter Scott
Translator: Gaetano Barbieri
Release date: July 5, 2026 [eBook #79030]
Language: Italian
Original publication: Napoli: Marotta e Vanspandoch, 1825
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79030
Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK KENILWORTH, VOL. 2/4 ***
KENILWORTH
DI
WALTER SCOTT
VOLGARIZZATO
DAL
Professore Gaetano Barbieri.
»E beltade e virtù, congiunte al paro
»L’eccelsa figlia di Tudor fregiaro;
»Tremi chi nanti a noi con felli accenti
»L’augusto nome lacerar s’attenti
IL CRITICO.
TOMO SECONDO.
NAPOLI,
Presso R. MAROTTA e VANSPANDOCH.
1825.
KENILWORTH.
CAPITOLO PRIMO.
«Qui ei pose sua fucina,
»Nè aspettar suol la mattina
»Per menar con braccia ignude
»Aspri colpi sull’incude.
»Quelle stanze dell’Averno
»Buio ingombra un fumo eterno,
»Che mal rompon le scintille,
»Benchè svolte a mille a mille
»Fuor del ferro ripercosso,
»E le vampe che il fan rosso.»
_Gay_.
Tressiliano, non meno di Giles Gosling, avea riconosciuto essere cosa
comandata dalla prudenza il non farsi vedere ne’ dintorni di Cumnor
da coloro che il caso avesse fatto uscire di letto avanti giorno.
Perciò quell’ostiere gli aveva indicata una via composta di sentieri,
e strade di traverso, cui dovea tenersi successivamente, la quale via
s’egli avesse al giusto seguita, si sarebbe infine trovato sulla strada
maestra di Marlborough.
Ma, simili ad un altro genere di consigli dati dal Gosling, tali
istruzioni erano più facili da fornirsi, che da mettersi in pratica;
onde le frequenti tortuosità del cammino, l’oscurità della notte, la
niuna conoscenza che Tressiliano aveva del paese, e le considerazioni
malinconiche, lo sviarono sì fattamente, che l’aurora lo trovò non
più innoltrato che nella valle di White-Horse, luogo memorabile per
una vittoria ivi un dì riportata contra i Danesi. Arrivato a quel
punto, si accorse che il suo cavallo avea sferrato un piede dinanzi,
accidente che rendendo zoppo il corridore, minacciava ritardo a chi lo
saliva. Prima cura di Tressiliano fu il domandare a due contadini, che
si trasferivano ai loro lavori, ove potrebbe trovare un maniscalco,
ma n’ebbe tai confuse risposte che nol soddisfecero in modo alcuno.
Sollecito di alleviare il suo cavallo quanto il potea, scese a terra, e
lo condusse a mano verso certo casale, ove sperava trovare un fabbro,
del cui soccorso non potea più far di meno. Giunse colà per un cammino
stretto, pieno di loto e di rotaie, nè vi trovò che alcune miserabili
capanne, e alla porta di esse due o tre contadini in atto di accignersi
ai loro lavori. L’esterno di costoro corrispondeva a quello delle
loro abitazioni. Nondimeno una di tali capanne pareva in migliore
stato, ed una vecchia che ne scopava l’ingresso, aveva una presenza
men ributtante, che non gli altri suoi confinanti. Avvicinatosi a lei
Tressiliano, le ripetè la domanda, che per più riprese ed invano aveva
fatto a diversi di que’ contadini.
«Un maniscalco! (sclamò la vecchia, e nel guardarlo fece una fisonomia
poco meno che di spaventata). Se vi è, dite, un maniscalco? Vi è
certamente. Ma che cosa volete dal maniscalco?»
«Che ferri il mio cavallo. Non vedete mia buona donna, che ha perduto
un ferro?»
«Signor Holyday (si fece a gridare la vecchia senza darsi pensiero di
rispondere a Tressiliano). Sig. Erasmo Holyday, venite qui, di grazia,
fate presto.»
«_Favete linguis_ (rispose una voce che veniva dall’interno). Io mi
trovo al punto più importante degli studii della mattina, e non li
posso abbandonare.»
«Bisognerà bene che veniate, sig. Holyday. È qui un viaggiatore, che
domanda ov’e la dimora del maniscalco Wayland, e non voglio essere io
quella che gl’insegni la strada di andare a casa del diavolo. Il suo
cavallo è sferrato.»
«_Quid mihi cum caballo?_ rispose la medesima voce. Guardate! Non credo
vi sia che un uomo dotto in tutto il cantone, e non si ha da poter
ferrare un cavallo senza di lui!»
Nondimeno nel terminare queste parole, l’onesto pedagogo si lasciò
vedere; ed il solo suo abito bastava a far conoscere l’arte ch’ei
professava. Ad un corpo lungo, magro, e curvato ad uso di volta,
sovrastava un capo coperto di lunghi capelli neri, che incominciavano
a volgere al grigio. I lineamenti del volto avean l’impronta di un
abituale esercizio d’autorità, impronta, che senza dubbio Dionigi
porto seco allorchè discese dal trono per andare a fare il maestro di
scuola, e passata poi a titolo di legato sulle teste di tutti quelli,
che gli succedettero in tal professione. Dell’abbigliamento di costui
non vedevasi che una lunga sottana di traliccio nero, stretta da un
cinturino di cuoio dello stesso colore, dalla quale pendea in luogo
di sciabola un lungo calamaio da scuola. Il suo staffile si mostrava
dall’altra parte a guisa di frusta d’Arlecchino. Teneva fra le mani un
volume tutto sfasciato, ch’era quello su di cui stava meditando nella
sua stanza.
Nel vedere un uomo del portamento nobile di Tressiliano, su di che,
il pedagogo poteva intendersene meglio degli altri abitanti di quel
miserabile paese, si levò la berretta e il salutò in questa foggia:
_salve domine. Intelligis ne linguam latinam?_ Tressiliano volle far
prova del suo sapere, e sì gli rispose: _Latinae linguae haud penitus
ignarus, venia tua, domine eruditissime, vernaculam libentius loquar._
Tale risposta in latino produsse sul maestro di scuola l’effetto
medesimo, che, a quanto si dice, opera il segno dei franchi muratori
sui fratelli della mestola. Il prese tosto grande sollecitudine in
verso il dotto viaggiatore, ed ascoltò con molta attenzione la storia
del suo cavallo sferrato; poi gli si fece a dire in tuono solenne:
«Ella potrebbe sembrare semplicissima cosa, _doctissime domine_, il
dirvi che distante un miglio incirca _ab hoc tugurio_, avvi il migliore
_faber ferrarius_, il più abile maniscalco, che abbia unqua ferrato
cavallo. Che se tal linguaggio io mi tenessi con voi, ardisco dire che
sareste _voti compos_ o, come si spiega l’uomo volgare, all’apice de’
vostri voti.»
«Almeno, disse Tressiliano, avrò una risposta confacevole alla mia
interrogazione, cosa che non par tanto facile in questo paese.»
«Veramente, soggiunse la vecchia, vi è sempre tempo per mandare
un’anima peccatrice a trovare Belzebù; che torna lo stesso
coll’insegnare ad una creatura vivente la dimora di Wayland.»
«Zitto, mia cara Gammer Sludge, la interruppe il pedagogo, zitto.
_Curetur ientaculum_, e badate piuttosto a non lasciare il frumento nel
latte, che sta cocendosi. Dovete por mente che questo gentiluomo non è
una delle vostre commari.» Poi volgendosi a Tressiliano: «Dunque, mio
signore, voi vi chiamereste _bis terque felix_, s’io v’insegnassi ove
sta questo maniscalco?»
«Se non _bis terque felix_, avrei almeno ciò che ora mi manca; cioè un
cavallo capace di condurmi sino alla fine del mio viaggio, e _fuor di
gittata della vostra erudizione_» disse solo in animo suo queste ultime
parole.
«_O caeca mens mortalium!_ sclamò quel dottor di campagna. Sapete voi
al giusto quello che vi domandate? Disse pur bene Giovenale: _Numinibus
vota exaudita malignis!_»
«Signore, soggiunse Tressiliano, la vostra erudizione è tanto al
di sopra della mia intelligenza, che vi prego scusarmi, se vado a
procacciarmi in altra parte indizii per me più facili da comprendersi.»
«Ecco come tutti gli uomini son fatti! Fuggono da chi li vuole
instruire. Quintiliano disse con verità....»
«Vi prego, signore, non disturbiamo il riposo di questo illustre
Romano, e ditemi se la vostra sapienza degnerà discendere alla mia
pochezza tanto d’informarmi, s’io potrò qui trovare qualche albergo per
far ristorare il mio cavallo finchè lo abbian ferrato.»
«Questa cosa sarà molto facile, o signore, perchè comunque in questo
povero villaggio, _nostra paupera regna_, non si trovi ciò che chiamasi
_hospitium_ in forma, pure avendo voi qualche cognizione, o almeno
tintura di lettere, impiegherò il mio credito presso la padrona di
casa, perchè ella vi somministri una scodella d’ottimo frumento
cotto nel latte, nudrimento sanissimo, di cui nessun autore latino
parlò. Quanto al vostro cavallo, verrà messo nella stalla, e gli si
appresterà un fascio del miglior fieno, di cui la nostra buona Sludge
va provveduta a dovizia, e provveduta tanto, che la sua vacca vi si
seppellisce dentro fino alle corna; onde potrebbe dirsi _foenum habet
in cornu_. Che se vi piace impartirmi l’onore della vostra compagnia
per far colezione, il banchetto non vi costerà nulla, _ne semissem
quidem_, poichè la nostra Gammer Sludge mi ha grandi obbligazioni per
le cure datemi ad allevare il suo unico erede, Dick, _vel_ Riccardo,
fanciullo che dà grandi speranze, ed al quale felicemente ho fatto far
tutto il viaggio per traverso agli elementi della lingua latina.»
«Che Dio ve ne renda quel merito che non potrò io, sig. Holyday,
disse allora la vecchia; e quanto a questo degno gentiluomo, se vuole
accettare la nostra colezione, questa comparirà sulla tavola in un
batter d’occhio. Non ho poi l’anima così vile da pretendere nemmeno un
soldo per aver dato da colezione ad un uomo e ad una bestia.»
Pensando allo stato in cui trovavasi il suo cavallo, Tressiliano non
credè poter far nulla di meglio dell’accettare un invito offertogli
con tanta dottrina per una parte, per l’altra con tanta ospitalità.
Il prese anche lusinga, che quando il buon pedagogo sarebbe una volta
sazio di sfoggiare la sua sapienza, gl’indicherebbe finalmente la
dimora di questo sospirato maniscalco. Entrò dunque nella capanna, e
postosi a tavola con Erasmo Holyday, prese la sua parte di frumento
cotto nel latte, e ascoltò per buona mezz’ora il dotto racconto, che
il maestro gli fece dell’intera sua vita; senza che mai capitasse a
Tressiliano il momento di trarre il discorso sulla cosa per lui più
importante. Il lettore ne avrà per iscusati se non teniamo dietro
al sapiente personaggio in tutte le particolarità di cui presentò
Tressiliano, e se ci limitiamo ad offerirgliene il seguente epilogo.
Il nostro maestro era nato in Hogsnorton, paese, ove, giusta un
proverbio popolare, i porci sonano l’organo; ed egli interpretava
allegoricamente un tale proverbio, che secondo lui si riferiva ai
porci di Epicuro, fra i quali Orazio si dava vanto di annoverarsi.
Il nome d’Erasmo gli veniva in parte dall’avere avuto per padre il
figlio di una celebre lavandaia, la quale teneva cura della biancheria
di quel sommo filosofo che portava lo stesso nome, e ciò per tutto
il tempo ch’egli rimase ad Oxford; impiego per vero dire non privo
di difficoltà, perchè il ridetto sapiente non aveva al suo comando
che due camicie, l’una delle quali, al dire della stessa lavandaia,
sospirava il momento che l’altra fosse imbianchita. Il sig. Holyday
andava superbo di possedere ancora gli avanzi di una di queste camicie,
che la sua nonna si era appropriata per pareggiare l’ultimo conto.
Ma il nostro Holyday credeva che una cagione ben più possente, e più
rilevante avesse regolata la scelta del nome datogli di Erasmo. Ed
era questa cagione un segreto presentimento venuto nella madre del
fanciullo, quando lo portavano al battesimo, ch’egli possedesse cioè un
genio segreto, per cui la sua fama un dì sorgerebbe a pari con quella
del celebre Olandese.
Il predicato di maestro di scuola, che univasi nell’Holyday, trasse
costui ad una dissertazione anche più lunga, che non fu quella
instituita sul nome battesimale. Egli inclinava a credere, che portava
questo nome di Holyday, _quasi lucus a non lucendo_, perchè dava poche
vacanze alla sua scolaresca[1]. «Egli è in tal modo, diceva egli,
che il maestro di scuola vien nominato dagli autori classici _ludi
magister_, perchè non permette il giocare ai ragazzi, che gli son
confidati.» Pensava poi ancora, che a tal nome si potesse dare un’altra
interpretazione, e supporre si riferisse ad una prerogativa, ch’ei
dicea possedere in grado eminente, e ch’egli sfoggiava ogni qualvolta
accadea ordinare giochi scenici, danze, o altri divertimenti d’un
giorno festivo[2]. E di questa abilità, a suo dire aveva fatto prova
alla presenza di personaggi d’altissimo riguardo, così in provincia,
come alla corte, e soprattutto dinanzi al nobile conte di Leicester.
«E benchè sembri, soggiunse egli, che questo personaggio m’abbia ora
posto in dimenticanza, attesi i suoi grandi affari, non ho minor
sicurezza che se dovesse ordinare qualche festa per ricreare sua
Maestà, si vedrebbe più d’un cavaliere, mandato da lui a rintracciare
l’umile capanna di Erasmo Holyday. Intanto, _contentus parvo_, ascolto
i miei allievi che vanno declinando i nomi e coniugando i verbi, e
passo il tempo che mi rimane col soccorso delle muse. E mi credo tanto
beato che ho sempre sottoscritto la mia corrispondenza coi dotti
stranieri, _Erasmus ab die fausto_, e per questo titolo ho goduto della
considerazione dovuta ai sapienti; e vi dirò di più che l’erudito
Diedrich Bucherscochio ha dedicato _Erasmo ab die fausto_ il suo
Trattato sulla lettera greca _Tau_. In somma, o signore, io fui sempre
un uomo felice e distinto.»
«Possiate lungamente godere di questa medesima felicità, disse
Tressiliano; ma permettete ch’io mi valga dell’istesso vostro
dotto linguaggio, e vi chieda _quid hoc ad Iphycli boves_? Qual
corrispondenza ha tutto ciò con un cavallo sferrato?»
«_Festina lente:_ noi verremo anche a questo. Dovete sapete, che, due
o tre anni fa, capitò in questi dintorni un uomo, il quale davasi
il nome di dottore Doboobie, benchè probabilmente non sia stato mai
neppure _magister artium_, a meno che non fosse stato creato dottore
per la grazia di un ventre affamato. O se costui aveva qualche grado
nelle scienze, glielo conferì il diavolo, perchè era un uomo furbo, e
che praticava ciò, che i volgari chiamano _magia bianca_. M’accorgo,
signore, che vi date alla impazienza: voi divenite _impatiens morae_.
Ma se un uomo non vi racconta una storia alla sua usanza, qual
mallevadore avete voi che la possa raccontare alla vostra?»
«Ebbene, signore, raccontatela come volete; fate solamente che non sia
tanto lunga, perchè il tempo stringe.»
«Io non vi starò dunque a dire (ripigliò l’Holyday con una costanza
invariabile il suo discorso) non vi starò a dire che questo Demetrio
(si faceva egli dare tal nome nei paesi stranieri ove andava) fosse
veramente uno stregone, ma è certo che si dava per iniziato all’ordine
mistico dei Rosa-croce, e per un discepolo del Geber, _ex nomine cuius
venit verbum vernaculum_ gabeur. Costui guariva le ferite compiendo
certi lavori sullo strumento istesso che le avea fatte; dava la buona
ventura per via della Chiromanzia; non aveva d’uopo che d’un setaccio
per discoprire le cose rubate; sapeva raccogliere la semenza di
felce maschia, fornita della virtù di rendere invisibili gli uomini;
pretendeva di essere al momento di trovare la panacea universale, e
possedea l’arte di convertire il piombo di buona qualità in argento,
però di bassa lega.»
«O in altri termini, disse Tressiliano, era un ciarlatano, un
impostore. Ma tutto questo che cosa ha di comune col mio cavallo, e col
ferro che gli manca?»
«Con un poco di pazienza lo saprete subito, rispose il prolisso nostro
erudito. Pazienza dunque, o mio signore! la qual parola, al dire di
Marco Tullio Cicerone significa _difficilium rerum diurna perpessio_.
Il detto Demetrio Doboobie pertanto, dopo avere stordito il popolo,
cominciò a pompeggiare _inter magnates_, in mezzo ai gran signori,
ed è verisimile che si sarebbe grandemente innalzato, se, stando ad
una tradizione volgare di cui non posso guarentire l’autenticità,
il diavolo non fosse un giorno venuto per la ricuperazione de’ suoi
possedimenti, trasportandosi seco Demetrio, di cui da quel tempo non
si è più mai inteso parlare. Eccoci ora alla _medulla_, al midollo
della mia storia. Questo dottore Doboobie aveva un servo, uno di quei
poveri diavoli, che si chiamano: _Giovanni-fa-tutto_; lo adoperava egli
ad accendere i suoi fornelli, a misurar le sue droghe, a mescolare
insieme, a descrivere i circoli, ad accarezzare i suoi pazienti _et sic
de caeteris_. Ebbene! Il dottore essendo sparito d’una maniera tanto
straordinaria, d’una maniera che impresse terrore per ogni dove del
contado, il superstite _Fa-tutto_ fu preso dalla fantasia di esclamare
col nostro amico Virgilio: _Uno avulso non deficit alter_. E come fa
un giovine di mercante, che divien capo della bottega, accadendo o la
morte del suo padrone, o che questi dismetta il commercio, Wayland,
(vero nome del nostro _Fa-tutto_) assunse il risicoso mestiere del
suo principale. È vero che il mondo è generalmente propenso a prestar
fede ai discorsi di quei millantatori, i quali prendendo il titolo di
dottori di medicina, e pompeggiando di scienza presa ad imprestito,
non sono in sostanza fuorchè saltimbanchi e ciarlatani. Ma il povero
Wayland non aveva tanta abilità per buttar polvere negli occhi alla
gente; onde non v’era un rustico che non gli volgesse, travestendoli in
sua favella, questi versi di Persio:
«_Diluis helleborum, certo compescere puncto_
«_Nescius examen? Vetat hoc natura medendi_.»
I quali versi, mia buona Gammer Sludge, vogliono dire: _tu ti frammetti
in preparar droghe, tu che non sai in qual dose debbano entrare nella
tua pozione. Il Dio della medicina te lo divieta_. Aggiugnete, o
signore, che il cattivo nome del suo padrone, il fine straordinario e
sospetto che costui avea fatto, o almeno il subitaneo suo scomparire,
faceano sì, che nessuno, eccetto coloro che non credono nulla nè in
questo mondo nè nell’altro, nessuno, dico, andasse a chiedere pareri
al successore di Demetrio. E sarebb’egli probabilmente morto di
fame, se il demonio, che gli si è messo a’ fianchi dopo la morte, o
sparizione, o partenza, come volete chiamarla, del dottore, non gli
avesse inspirato un nuovo espediente. Sia che costui debba al diavolo
tal cognizione, sia che l’abbia imparata in giovinezza, egli ferra i
cavalli meglio che nol faccia il primo maniscalco dell’Inghilterra.
Laonde rinunziando alla cura de’ bipedi, di quegli animali forniti sol
di due gambe, e privi di penne, che i volgari chiamano genere umano, si
limita ora al mestiere di maniscalco.»
«Oh! ci siamo finalmente! sclamò Tressiliano. E ferra egli veramente a
dovere i cavalli? Ove alloggia? Indicatemi sul momento la sua dimora.»
«_Oh caeca mens mortalium!_ ho già adoperata un’altra volta questa
citazione, ma cerco invano in tutti gli autori classici un passo capace
di fermare chi vuol correre al suo precipizio. — Ascoltate quai patti
quest’uomo mette al suo lavoro prima di risolvervi a correre il rischio
di fidarvi a lui.»
«Nessuno gli paga il danaro della sua opera» non potè starsi dal
dire la vecchia, che rimaneva a bocca aperta, e cogli occhi fisi
sul maestro, beandosi ad ogni parola ch’ei pronunziava. Ma questa
interrogazione non andò al verso del dotto Holyday più di quanto gli
fossero piaciute tutte l’altre interrogazioni che il viaggiatore gli
fece sopportare.
«Zitto là! Gammer Sludge, sclamò egli, _sufflamina_. Tocca a me lo
spiegare per intero come sta la cosa al rispettabile nostro ospite.
Questa buona donna non ha mentito, o signore. Non può dirsi, che questo
_faber ferrarius_, altrimenti detto maniscalco, riceva danaro dalle
mani di nessuno.»
«Ed è sempre più una prova, che egli ha patto col diavolo, interruppe
nuovamente la vecchia; perchè non vi fu mai buon cristiano che
ricusasse la mercede dell’opera prestata.»
«Anche questa volta la buona donna ha toccato il punto, disse il
pedagogo: _rem acu tetigit_. Egli è verissimo, che Wayland non prende
danaro, perchè non vuole nemmeno che nessuno lo veda.»
«Ma come fa, e come può essere, sclamò Tressiliano, che un pazzo,
perchè come tale soltanto io lo riguardo, s’intenda del suo mestiere?»
«Qui poi, o signore, bisogna far giustizia al diavolo. _Mulciber_, e
tutti i suoi Ciclopi non potrebbero intendersene meglio. Ma non per
questo sarà mai cosa d’uomo saggio il prevalersi dell’opera o del
consiglio d’un tristo, collegato evidentemente coll’autore di tutti i
mali.»
«Eppure voglio correre questo rischio, sig. Holyday, e poichè il mio
cavallo avrà a quest’ora finito di mangiare la sua biada, non mi rimane
che ringraziarvi della buona accoglienza fattami, e pregarvi ad un
tempo che m’indichiate la dimora di quest’uomo, ond’io possa continuare
il mio cammino.»
«_Do manus_. Acconsento, chiamando però in testimonio l’Universo, che
vi ho pienamente avvertito del pericolo cui vi esponete bazzicando in
tal foggia con Satanasso. Non vi ci condurrò già io medesimo, ma vi
darò per guida il mio allievo, il piccolo Riccardo. _Ricarde, adsis,
nebulo_.»
«Con vostra buona licenza, non ne farete niente, gridò tosto la
vecchia. Mettete la vostr’anima in pericolo, se ciò vi dà gusto; ma
il piccolo Dick non si frammetterà in questo negozio. Mi par fin
impossibile, mio caro sig. Holyday, che un uomo, quale vi siete, sogni
solamente di dar sì fatto incarico al vostro scolaro.»
«Ponete mente, mia cara Gammer Sludge, disse il maestro, che Riccardo
non farà altra cosa, fuorchè salire sulla cima della collina,
e indicare col dito a questo degno forestiere il luogo ove dee
trasferirsi. E poi non può accadergli nessun sinistro, perchè questa
mattina ha letto a digiuno un capitolo dei Settanta, e recitata la sua
lezione del Nuovo Testamento Greco.»
«È anche vero, soggiunse la nonna, che gli ho cucito entro il collare
della sua camiciuola un ramiscello dell’olmo contro le streghe, e lo
feci fin da quando questo maledetto incantatore cominciò ad operar
sortilegi sugli uomini e sulle bestie».
«E poichè va spesso per suo diporto a vederlo, come almeno ne ho grande
sospetto, aggiunse il maestro, può bene per una volta avvicinarsi alla
sua casa per far servigio ad un viaggiatore. Dunque _Heus, Ricarde
adsis, quaeso, mi didascale_.»
L’allievo uditosi chiamare con voce sì caricata, comparve nella
stanza. Al vederne la statura, non gli si sarebbero dati che dodici
o tredici anni, benchè ne avesse probabilmente due di più. Goffa ne
era l’andatura, disavvenenti le forme, mal fatto il corpo; pure nella
fisonomia mostrava spirito, o piuttosto malignità. Avea capelli rossi
e mal composti, un naso stiacciato, un mento fatto a galoscia, due
occhi grigi che pareano forati con un succhiello, e che senza potersi
dir loschi, mandavano raggi alquanto obbliqui, onde non era facile
guardarlo in volto senza esser preso da voglia di ridere. Per compiere
questa pittura ed accrescerle vezzo, Gammer Sludge se lo strinse fra
le braccia, chiamandolo perla di beltà, e colmandolo di carezze, alle
quali egli non corrispondeva meglio che col cercar di sottrarsene.
«_Ricarde_, gli disse il precettore, fa d’uopo che vi portiate
sull’istante, cioè _protinus_, sulla cima della collina per indicare a
questo signore la fucina del maniscalco Wayland.»
«Qual bella commissione che mi date! (rispose quel ragazzo,
esprimendosi con maggiore aggiustatezza che non ne avrebbe aspettata da
lui Tressiliano). Chi vi giura poi ch’io ritorni, e che il diavolo non
mi porti via?»
«Sicuramente, sclamò la vecchia, e voi avreste dovuto pensarci più
d’una volta, sig. Holyday, prima di appoggiare un tale incarico al mio
Beniamino. È questo il modo che mi contraccambiate perchè vi do vitto e
vestito?»
«_Nugae_, Gammer Sludge; mi fo mallevadore che Satanasso, se pur
Satanasso entra in questa faccenda, non gli tocca solamente uno de’
suoi capelli. Egli è in grado di ripetere il _Pater noster_ al pari
di chiunque altro, e può scongiurare il demonio in latino: _Eumenidum
stygiumque nefas....._»
«Ed ho cucito, aggiunse la vecchia, nella manica del suo vestito alcune
foglie di frassino di montagna, ciò che vale più di tutto il vostro
latino; ma non v’è bisogno per questo di andare a cercare il diavolo,
nè i suoi colleghi.»
«Mio buon giovinetto (disse allora Tressiliano, cui parve leggere nella
fisonomia di quel ragazzo molta propensione a far piuttosto la volontà
propria che quella di nessuno), io vi donerò un _groat_ d’argento[3] se
non ricusate condurmi alla fucina del maniscalco.»
Riccardo allora fece d’occhio a Tressiliano, come promettendogli di
secondarlo, e disse ad un tempo: «Io condurvi dove sta Wayland! Non
vi ho già detto che il diavolo potrebbe portarmi via, come il gatto,
osservate là, porta via in questo momento una delle galline di mia
nonna?» e nel dir ciò guardava verso la finestra.
«Al gatto, al gatto» si diede a gridare la vecchia, nè pensando più che
alla sua gallina, corse nel cortile con tutta quella prestezza, che le
permisero le sue gambe.
«Adesso è il momento, disse Riccardo a Tressiliano. Prendete il
cappello. Tirate di stalla il cavallo, e preparate il _groat_ d’argento
che mi prometteste.»
«Adagio, adagio, _sufflamina Ricarde_» disse il maestro.
«Non pensate a me, rispose Riccardo, e pensate in vece al modo di
scusarvi con mia nonna perchè m’avete mandato a casa del diavolo per le
poste.»
Il pedagogo conoscendo tutto il peso della guarentigia, che stava per
gravitargli addosso, volle unire i gesti ai precetti, onde si avanzò
contra il discepolo per impedirgli il partire. Ma Riccardo, che non
mancava di lestezza, fu d’un salto fuor della capanna, e leggiero al
pari d’un cervo, aggiunse ad una vicina altura, intantochè Holyday
sicuro per esperienza che non avrebbe potuto far a correre col suo
discepolo ebbe ricorso a tutti gli epiteti più carezzevoli, che il
suo vocabolario latino gli suggerisse per determinarlo a tornare
addietro. Ma nè i _mi anime_, nè i _corculum meum_, nè tutte le altre
tenerezze di sì fatta natura produssero alcun effetto. Il tristarello
fece orecchie da mercante, e dall’altura di cui si era impadronito,
saltellando tal quale si descrivono gli spiriti che ballano a chiaro di
luna, facea segno al suo nuovo conoscente di raggiugnerlo prestamente.
Tressiliano non perdè tempo nel correre alla stalla, e nel ritrarne
il cavallo per seguir tosto il suo piccolo conduttore. Ringraziato il
pedagogo della concedutagli ospitalità, gli fece accettare quasi a
forza una ricompensa, che però parve ne calmasse alquanto il terrore
in cui stavasi, pensando al momento che sarebbe tornata la vecchia. Nè
molto ella indugiò a ricomparire; perchè il cavaliere, e la sua guida
erano ancora poco lontani, allorchè udirono gli acuti strilli d’una
voce femminile, che si mescolavano alle classiche citazioni del dotto
Erasmo Holyday. Ma Riccardo, sordo così alla voce della tenerezza verso
l’ava, come a quelle dell’autorità magistrale, marciava d’un passo
intrepido a fianco di Tressiliano, contentandosi di dire, che se li
prendea la raucedine, poteano lambire la pentola, ove si conserva il
miele; poichè quanto al contenuto, ei se l’era tutto mangiato il dì
innanzi.
CAPITOLO II.
»Gli eran, dimora una spelonca oscura,
»Compagno un nano che mettea paura.
_Spencer_.
«Siamo ancora molto lontani, mio bel fanciullo?» chiese Tressiliano
alla sua giovine guida, dopo che ebbero fatto alcuni minuti di strada.
«Come mi chiamate voi?» disse il ragazzo, fissando in esso que’ suoi
due occhi grigi pieni di vivacità.
«Vi chiamo, mio bel fanciullo. Fors’è che questa cosa vi offende?»
«Niente affatto. Ma se vi trovaste tuttavia con mia nonna, e con Erasmo
Holyday, potreste cantare con essi a coro quest’antica arietta:
»Tutt’e tre, diam lode al vero,
»Siamo pazzi da legar:
»Vostro adesso sia il pensiero
»Di trovarne ove alloggiar.
«E perchè dite così?»
«Perchè in tutto il mondo non vi sono altri fuori di voi tre che mi
chiamino bel fanciullo. Mia nonna mi dà questo titolo, perchè l’età le
ha indebolita la vista, e la parentela gliel’ha tolta affatto. Il sig.
Holyday perchè vuol dar nel genio alla nonna, e assicurarsi il miglior
posto vicino al fuoco, e la più grande scodella di frumento cotto
nel latte. Quanto a voi, signore, i motivi che avete, li saprete voi
stesso.»
«Ebbene! Se vi manca la bellezza, non si può dire altrettanto della
malizia. I vostri compagni come vi chiamano?»
«Lo spirito folletto; ed aggiungono altri complimenti ad onore di
questa mia bellezza. Ma con tutto ciò son più contento di tenermi il
mio brutto volto, che nol sarei se avessi una testa senza cervello,
simile a quella ch’essi portano sulle spalle.»
«Voi non temete dunque il maniscalco che andiamo a trovare?»
«Io temerlo! Fosse anche così diavolo come lo fanno questi sciocchi,
nemmeno allora lo temerei. Ma benchè in quest’uomo si trovi qualche
particolarità affatto straordinaria, non è un diavolo più di quello che
lo siate voi; non credeste però, che dicessi tal cosa a tutto il mondo.»
«E perchè dunque la dite a me?»
«Perchè voi non mi parete un uomo sullo stampo di quelli che siam
soliti veder tutti i giorni; e benchè io mi conosca orrendo quanto il
peccato, non vorrei per questo che mi reputaste un giumento, tanto più
che avrò qualche giorno una grazia da domandarvi.»
«E quale è questa grazia, o Riccardo che non devo chiamare mio bel
fanciullo?»
«Oh! se ve la dicessi adesso, me la neghereste. Aspetterò, per farvi
tale inchiesta, che c’incontriamo insieme alla Corte.»
«Alla Corte! Divisate d’andare alla Corte?»
«Ah! Voi siete dunque un uomo fatto all’usanza di tutti gli altri.
Perchè mi vedete sì brutto, andate pensando fra voi stesso: _che cosa
vorrebbe far costui alla Corte?_ Oh! fidatevi in Riccardo Sludge. Non è
per nulla che in questo paese sono stato finora il gallo del pollaio, e
pretendo che la sostanza mi compensi dell’apparenza.»
«Ma che cosa dirà la vostra nonna Gammer Sludge? che cosa dirà il
signor Erasmo Holyday vostro precettore?»
«Diranno tutto quel che vorranno. Mia nonna ha assai faccende nel
contare le sue galline, e il maestro nello staffilare i suoi scolari.
Oh! sarebbe gran tempo che gli avrei lasciati a custodire le loro
pecore, e che avrei voltate le calcagna a questo sgraziato villaggio,
se il sig. Holyday non mi promettea di darmi da rappresentare una parte
nella prima festa che sarà regolata da lui; e si dice che se ne stia
preparando una ben grande.»
«E dove sarà questa gran festa, mio piccolo amico?»
«In un castello, dalla parte di tramontana, ma lontano assai dalla
contea di Berk, e _Dominus_ pretende che non si potrà farla senza di
lui. Può darsi che abbia ragione. Egli non è pazzo, sappiatelo, la metà
di quello che comparisce, soprattutto quando si mette ad un’impresa
di cui s’intenda. Egli è in grado di recitar versi quanto un bravo
personaggio da teatro, e nonostante se lo incaricaste di portar via un
uovo di sotto un’oca, vi giuro, che si lascerebbe dar beccate dalla
chioccia.»
«E voi dovete sostenere una parte nella prima festa?» disse
Tressiliano, il quale incominciava a prender diletto nell’intertenersi
con un fanciullo, che mostrava col suo dire di non essere sfornito nè
d’un certo coraggio, nè d’una tal quale accortezza per valutare gli
uomini.
«Sì: devo sostenere una parte. Il maestro me l’ha promesso, e se non
mi mantiene la parola, tanto peggio per lui. Perchè se gli salta nella
fantasia di volermi mettere il morso fra i denti, e farmi volgere la
testa dalla banda del villaggio, gli do una tal trinciata di briglia
che andrà giù di sella, e si fracasserà tutte l’ossa. Per altro mi
spiacerebbe fargli male; perchè, noioso come lo provaste, si è preso
molti fastidi per insegnarmi tutto quello che sa egli medesimo. Ma
eccoci alla fucina del maniscalco Wayland.»
«Voi scherzate, caro amico. Io qui non vedo che una collina su di
cui stanno grandi pietre ordinate in circolo. Ne osservo là in mezzo
una più grossa dell’altre, e tutto ciò mi fa ricordare certi antichi
sepolcri, che si vedono tuttavia in Cornovaglia.»
«Ebbene, quella grossa pietra posta in mezzo all’altre è il banco del
maniscalco. È là che dovete mettere il vostro danaro.»
«Che significa questa pazzia?» domandò Tressiliano, che cominciava ad
impazientirsi, e a sospettare che il ragazzo si volesse divertire a
spese di lui.
«È d’uopo (continuò Riccardo facendo una contorsione come di chi vuol
frenare il riso) che voi attacchiate il vostro cavallo a quella pietra,
dove vedete un anello di ferro, e che gettiate un _groat_ d’argento su
quella di mezzo; dopo di che, darete tre fischi, uscirete fuori del
cerchio, e andrete a sedervi dietro di questa macchia, senza guardare
nè a destra nè a manca, sintanto che ascolterete battere il martello.
Allora reciterete tre _pater noster_, ovvero conterete i numeri
dall’uno al cento, che tornerà poi allo stesso. Ritornato indi entro al
cerchio, troverete sfumato il vostro denaro, e ferrato il cavallo.»
«Sfumato il denaro; è ciò di che non dubito punto; ma quanto al
restante... Ascoltatemi, Riccardo; io non sono il maestro; ma se
vi credeste di usarmi qualcuna delle bindolerie che forse vi saran
famigliari, saprò fare le veci d’Erasmo, e vi giuro che non isfuggirete
al castigo.»
«Se vi riuscirà trappolarmi» rispose il ragazzo, e in ciò dire fece
gamba con tal prestezza, che Tressiliano, ritardato dal peso de’
propri stivali non valse a raggiungerlo. E quanto raddoppiava in lui
il dispetto era, che questo piccol ribaldo non sembrava già fuggire
colla fretta di chi si crede in pericolo o di chi ha paura. Si fermava
di distanza in distanza, quasi provocando Tressiliano ad inseguirlo, e
quando se lo vedeva vicino, correva colla rapidità del vento, facendo
giravolte, in modo da non allontanarsi dal cerchio d’onde era partito,
e attorno al quale aggiravasi.
Stanco finalmente Tressiliano, si fermò, e stava quasi per cessare dal
corrergli dietro, limitandosi a maledire con tutto il cuore il deforme
simiotto che gli fece sì brutto scherzo; allorchè Riccardo collocatosi
sopra una piccola altura, rimpetto a lui, si diede a batter le mani,
ad accennarlo col dito, e a far tutte le smorfie d’un ragazzo che
prende a gabbo chi nol può raggiungere. Non sapeva bene Tressiliano se
dovesse ridere o andare in collera; ma finalmente, deliberato almeno
d’intimorire il ragazzo, risalì a cavallo, giudicando che così gli
sarebbe arrivato addosso senza difficoltà.
Allorchè Riccardo s’accorse di questo disegno: «Aspettate un momento,
gridò: solo un momento. Piuttosto che vedere lo strazio del vostro bel
cavallo dalle zampe sferrate, tornerò a voi, se però mi promettete di
non toccarmi.»
«Io non fo patti con un tristo della tua sorte, disse Tressiliano, e
fra un momento tu sarai a mia discrezione.»
«Forse sì e forse no, sig. viaggiatore. Voi non sapete dunque che
qui vicino sta una palude capace d’inghiottire tutti i cavalli della
guardia della Regina? Io vado a farvi la mia ritirata, e vedremo se vi
darà l’animo di seguirmi fin là.»
Tressiliano osservò di fatto essere oltre l’altura uno spianato,
coperto di giunchi e pieno di frane; laonde giudicando che per questa
parte almeno Riccardo non lo ingannava, decise conchiuder la pace
con un nemico sì lesto e sì risoluto. — «Vieni, gli disse, vieni,
bricconcello: prometto in fede di gentiluomo che non ti farò alcun
male.»
Il fanciullo corrispose a tale invito senza titubare un istante, e
scendendo con passo deliberato, avea gli occhi fisi sopra Tressiliano,
che smontato da cavallo, e tenendo in mano la briglia, si sentiva
mancare il fiato per la corsa fatta, intanto che sulla fronte di quel
diavoletto non compariva una sola gocciola di sudore.
«Ah! direte ora, o perversa creatura; per qual cagione mi trattate in
tal guisa? Qual era il vostro disegno nel raccontarmi l’assurda favola,
che volevate mi prendessi per vera? Conducetemi una volta alla fucina
di questo maniscalco, e vi regalerò di che comprarvi poma per tutto
l’inverno.»
«Voi potreste donarmi tutte le poma che nascono in un verziere, nè
io saprei ripetervi che le medesime cose. Attaccate il cavallo a
quell’anello, mettete il denaro sulla pietra, date tre fischi e andate
a sedere dietro la macchia. Vi prometto di non dipartirmi dal vostro
fianco, e vi do licenza di torcermi il collo, se due minuti dopo che
saremo seduti, non udirete il maniscalco a batter l’incude.»
«Bada bene, perchè se tu mi fai fare una figura ridicola per prenderti
spasso, potrei esser tentato a pigliarti in parola. Facciamo dunque
le prime prove sull’effetto del tuo talismano. Ecco il mio cavallo
attaccato a questa pietra, ecco un _groat_ d’argento su quest’altra, e
darò anche i tre fischi.»
«Oh! non è così che si fischia. Un barbaggianni che non abbia anche
messe le penne, sa far meglio da starsene nel suo nido. Bisogna
fischiare più forte, se volete che il maniscalco vi possa udire. Perchè
chi sa adesso dove si trovi? egli sta forse nelle scuderie del re di
Francia.»
«Tu m’hai però detto che non è un diavolo.»
«Uomo o diavolo che sia, ho già capito, converrà che faccia io le
vostre veci.» Detto ciò diede tre fischi acuti tanto, che Tressiliano
si turò le orecchie. «Questo si chiama ben fischiare, soggiunse il
ragazzo, andiamo ora dietro la macchia, o non son più io, se il vostro
_dai piedi sferrati_ non è ferrato dentr’oggi.»
Tressiliano era curioso di vedere a che intendesse tutto questo
cerimoniale. E per altra parte l’intrepidezza del ragazzo, il quale
mostrava tutt’altra voglia che di fuggire, lo metteva in sospetto
che le conseguenze di un tal affare potessero divenir serie. Pure si
lasciò condurre dietro la macchia, e venutogli in mente che tutto ciò
fosse una gherminella per rubargli il cavallo, non dipartì la propria
mano dal collo di Riccardo, risoluto che questo furfantello divenisse
ostaggio per il corridore.
«Zitto! disse Riccardo. Siamo al momento. Voi ascolterete lo strepito
d’un martello, che non è stato fabbricato da mano d’uomini, e che ha
la mazza fatta di una pietra che precipitò dalla luna.» Nè passò un
istante, allorchè Tressiliano udì uno strepito, non per vero dire, più
violento di quei che s’ascolta quando un maniscalco ferra un cavallo.
Ma la singolarità delle circostanze, per cui questo strepito si fece
udire, e la natura del luogo, lontano a quanto parea da ogni abitato,
eccitò in Tressiliano un moto involontario e più forte di quello che
la sola sorpresa produce. In quell’istante medesimo guardando in volto
il fanciullo, e, dalla espressione maligna della costui fisonomia,
accorgendosi com’ei godesse di vederlo in tale perplessità, si persuase
nel modo il più fermo che fosse stata ordita anticipatamente una trama,
e fece risoluto proposito di saperne l’autore, e il fine che in far ciò
erasi avuto.
Nondimeno rimase tranquillo sintantochè udì battere il martello, e ciò
durò appunto il tempo di cui abbisogna un abile maniscalco per ferrare
un cavallo. Ma cessato appena lo strepito, invece di aspettare che
trascorressero i minuti dei _pater noster_ indicati a lui dal ragazzo,
snudando la sciabola si lanciò verso il luogo della scena, e fatto
il giro del bosco, si accorse d’un uomo che portava un grembiule di
cuoio, quai gli usano i maniscalchi, ma stranamente coperto d’una pelle
d’orso col pelo in fuori, e sì avvolto il capo in una berretta della
stessa roba, che ne rimanevano in gran parte nascoste le sue affumicate
sembianze.
«Tornate addietro, tornate addietro, sig. Tressiliano, gridò a tutta
voce il ragazzo, o vi metterà in quarti. Nessuno può vederlo senza
morire.» E veramente l’invisibile maniscalco, fattosi allora visibile,
alzò il suo martello, e parea si preparasse all’assalto, o per lo meno
alla difesa.
Allorchè il fanciullo s’avvide, che nè le sue grida, nè i modi
minaccevoli del maniscalco avevano forza di rattenere Tressiliano, che
coll’arme impugnata sempre avanzavasi, cambiò stile, e ad alta voce
volse al fabbro tai detti: «Wayland, guardatevi dal toccarlo. Egli è un
gentiluomo, è un vero gentiluomo, incapace di lasciarsi atterrire.»
«Tu m’hai dunque tradito, o Flibbertigibbet, (gridò il maniscalco, che
con tal nome solea chiamare il ragazzo). Ma per Dio! facesti un cattivo
mercato.»
«Chiunque tu sia, disse Tressiliano voltosi al maniscalco, tu non corri
alcun rischio con me, ma è d’uopo che tu mi dica il perchè eserciti il
tuo mestiere in un modo sì misterioso, e sì stravagante.»
Al qual proposito rispose in tuono minaccevole il fabbro: «Chi è che
ardisce interrogare il guardiano del castello di _Cristallo di Luce_,
il signore del _Leon Verde_, il padrone del _Drago Rosso_? ritirati,
allontanati, prima ch’io chiami dagli abissi _Talpach_ colla sua lancia
di fuoco a ridurti in atomi e in cenere;» ed accompagnò tai detti coi
gesti che loro si confacevano, brandendo in aria formidabile il suo
martello.
«Taci là, vile impostore, disse Tressiliano: credi tu spaventarmi
con questo dialetto del tuo mestiere? seguimi tosto innanzi ad un
magistrato, se non vuoi sapere come è fatto il filo della mia sciabola.»
«Acquetati, buon Wayland, disse Riccardo, le parolone non ti gioveranno
nulla in quest’oggi, e conviene prendere la cosa in altro tuono.»
«Io credo, signore, (disse il maniscalco in aria sommessa, e abbassando
il martello) che quando un pover’uomo fa bene i suoi affari, gli sia
permesso il farli nel modo che più gli conviene. Il vostro cavallo è
ferrato, il maniscalco non avanza nulla. Che vi resta da far meglio del
rimontare a cavallo, e continuare per la vostra via?»
«Sì, mi resta da far meglio, rispose Tressiliano, perchè è dovere
d’ogni uomo onesto lo smascherare i ciarlatani e gl’impostori. Questo
tuo modo di vivere fa che io ti sospetti d’essere l’uno e l’altro.»
«Se voi siete a ciò risoluto, o signore, non potrò salvarmi che usando
la forza, nè vorrei adoperarla contro di voi, signor Tressiliano.
(Ognun giudica come il Cavaliere restasse maravigliato in udire il suo
nome profferito da costui). Non che io tema le vostre armi, continuò
il maniscalco, ma perchè mi è noto quanto voi siete generoso ed umano,
e che voi amereste meglio trar dagl’impacci uno sfortunato, anzi che
cagionargliene dei maggiori.»
«Questo è parlar bene, o Wayland (disse il ragazzo che con inquietudine
aspettava la conclusione di un tale intertenimento). Ma scendiamo nella
vostra caverna: sapete pure che l’aria aperta vi pregiudica nella
salute.»
«È vero,» rispose il maniscalco, e portandosi verso la macchia, dalla
banda più vicina al cerchio di pietre, ed opposta a quella ove Riccardo
aveva condotto Tressiliano nel durare della misteriosa faccenda, fu
presto ad una porta orizzontale accuratamente nascosta in mezzo agli
sterpi, e dopo averla sollevata, scese sotterra, scomparendo così
agli occhi de’ due circostanti. Comunque punto da grande curiosità
Tressiliano, esitò un momento prima di risolversi a tenergli dietro in
quest’antro, che poteva essere una caverna di malandrini, e crebbe in
lui la perplessità, allor quando udì una voce, che pareva uscisse dalle
più profonde viscere della terra: «Flibbertigibbet, abbi cura d’entrare
per l’ultimo, e di chiudere a dovere il trabocchello.»
«Quanto avete veduto intorno al maniscalco Wayland vi basta, o
signore?...» domandò lo scaltrito a Tressiliano, accompagnando tale
inchiesta con quel maligno sorriso, che lo mostrava accorto della
titubazione in cui stavasi il Cavaliere.
«Non mi basta ancora» rispose con fermezza Tressiliano, e preso il
suo partito, scese per la scaletta cui mettea la porta orizzontale,
seguendolo Riccardo, che la chiuse tosto; onde a lieve crepuscolo
che lì vedevasi succedettero buie tenebre. La scala non aveva che un
picciol numero di gradini, e metteva ad una via stretta non più lunga
di venti passi, in fondo alla quale scorgevasi una luce rossiccia.
Ivi giunto Tressiliano, che non pose mai nel fodero la sua sciabola,
e seguito passo a passo dal fanciullo, si trovò sotto una piccola
volta, ov’era una fucina di fabbro ferraio, piena d’acceso carbone, il
cui vapore avrebbe soffocato qualunque vivente, se non fosse sfuggito
per alcune aperture preparatevi con grande arte. Quella luce che
diffondevano il carbone acceso, ed una lampada sospesa da una catena di
ferro, dava a vedere, che oltre all’incude, al mantice, alle tenaglie,
al martello, alle masse di ferro pronte per esser poste in lavoro,
e a tutti gli ordigni necessari ad un maniscalco, si trovavano colà
crogiuoli, lambicchi, storte ed altri apparecchi, de’ quali fa uso la
chimica. La figura grottesca del maniscalco, ed i lineamenti irregolari
e maligni del ragazzo nano, veduti al lume di quel fuoco di carbone e
d’una lampada moribonda, si accordavano sì bene col rimanente di questo
mistico apparato, che in un secolo superstizioso, come era quello,
poteano fare impressione anche sopra animi i più coraggiosi.
Ma la natura aveva fornito Tressiliano di una grande fermezza di
nervi, e il suo spirito fortificato da studio, e da buona educazione
era incapace di cedere ai vani terrori. Guardandosi adunque d’intorno
domandò nuovamente all’artefice chi egli fosse, e soprattutto dond’era
che sapea il nome di Tressiliano.
«_Vostro Onore_ dee ricordarsi, disse il maniscalco, che saranno circa
tre anni, un bagattelliere girovago, presentatosi a certo castello
della contea di Devon vi fece pompa delle proprie virtù, al cospetto di
un degno cavaliere e della sua rispettabile comitiva. Comunque regni
poca luce in questa spelonca, scorgo dalla vostra fisonomia che di ciò
non vi siete dimenticato.»
«Tu dicesti abbastanza» soggiunse Tressiliano, volgendo altrove il
volto, ove leggevansi le amare rimembranze che nell’animo di lui si
risvegliarono a que’ detti del maniscalco.
«Il bagattelliere, continuò il maniscalco, fece sì bene la sua
parte, che i contadini e i gentiluomini campagnuoli ivi trovatisi di
brigata, s’indussero quasi a credere essere effetto di magia quanto
il giocolatore faceva ad essi vedere. Ma trovavasi in quel luogo una
donzella di quindici anni all’incirca, la più avvenente di quante io
abbia mai viste, il cui volto color di rosa impallidì all’aspetto delle
maraviglie che costui operava.»
«Taci una volta, disse Tressiliano, taci una volta. Parlasti anche
troppo.»
«Io non vorrei offendere _vostro Onore_, ma non credeste già avere io
dimenticato, che per calmare i timori di quella vaga fanciulla, le
spiegaste il modo onde si operavano questi incanti, e che metteste a
cattivo passo il povero bagattelliere, scoprendo i misteri della sua
professione con tanta dottrina da farvi credere un suo confratello. Oh
com’era bella! Un solo sorriso di essa valeva più...»
«Finiscila, te ne supplico: non ho dimenticata la sera di cui mi parli:
essa entra nel piccolo numero delle sere felici ch’io m’abbia mai
conosciute.»
«Ella dunque se n’è andata (disse il maniscalco che dal sospiro con
cui le parole di Tressiliano vennero accompagnate giudicò morta quella
donzella) e andata per sempre! così giovane, così leggiadra, così amata
da tutti! Ma io domando perdono a _vostro Onore_; vedo che avrei dovuto
battere il ferro sopr’altra incude, e che in vece l’ho conficcato nelle
carni vive.»
E pronunciò tai detti con un tuono, che lo dimostrava sinceramente
commosso da rincrescimento e pietà, comunque rozzi fossero in lui i
modi di esprimere tai sentimenti. Laonde Tressiliano prese opinione più
favorevole del povero artefice, che egli aveva giudicato da principio
con alquanta severità. Ma nulla è più fatto per cattivare a sè il cuore
d’un uomo sfortunato, siccome il dimostrarsi impietosito delle sciagure
cui egli soggiace.
«Se non m’inganno, disse Tressiliano dopo un istante di silenzio, tu
eri allora un uomo gioviale, capace d’intertener bene una brigata non
solamente con giuochi, ma facendo racconti ed intonando ballate. D’onde
accade che tu sia divenuto artefice in sì strana guisa, e in questa sì
orribil dimora?»
«La mia storia non è tanto lunga, rispose Wayland, e se _vostro Onore_
vuol sedersi, gliela racconterò.»
Così dicendo, accostò al fuoco uno sgabelletto fatto a treppiedi,
prendendone un altro per sè, come fece pure Riccardo, che sedutosi
appiè del maniscalco, tenea gli occhi fisi sopra di lui; onde le
brutte forme di questo fanciullo schiarite meglio dal fuoco della
fucina, si vedeano accese di una vivissima curiosità. Quindi gli
disse il maniscalco: «Tu pure saprai la storia della mia vita. Ben mi
prestasti servigi tali da meritarti la mia confidenza. Poi, tanto vale
il raccontare le cose mie in tua presenza, che lasciartele indovinare,
perchè la natura non ha mai nascosto un ingegno più acuto sotto una
scorza sì laida. Ebbene, o signore, eccomi ai vostri comandi, ed
incomincio tosto la mia narrazione. Ma non accetterete voi un bicchiere
di _ala_? Non ne vado sprovvisto, benchè mi vediate in sì povero
soggiorno.»
«Ti ringrazio, disse Tressiliano, ma veniamo alla tua storia perchè ho
poco tempo da perdere.»
«Non vi pentirete di tale indugio, perchè in questo mentre il vostro
cavallo farà miglior pasto che non lo fece stamane, e avrà maggior
gagliardia pel rimanente del viaggio.»
Wayland abbandonò per un istante la sua dimora sotterranea, e
ritornatovi dopo qualche minuto, incominciò la sua storia, come si
vedrà nel seguente capitolo.
CAPITOLO III.
»Il valor di sue parole
»Può cangiar, s’ei così vuole,
»Tutto questo pavimento
»In un lastrico d’argento.
_Favole di Cantorbery_.
«Imparai da giovane l’arte del maniscalco, disse Wayland, e conosceva
questo nobil mestiere al pari d’ogn’altro che cignesse grembiule di
cuoio, e avesse la faccia e le mani annerite dal fumo. Ma stanco di
cantare battendo l’incude, mi diedi a correre il mondo, e così entrai
in conoscenza con un celebre bagattelliere, il quale accorgendosi
che le sue dita cominciavano a farsi men agili ai mestieri dell’arte
professata, pensava all’espediente di educarsi un allievo. Io lo servii
per sei anni, sintantochè fui ricevuto maestro nel novello mio stato.
Me ne appello a _vostro Onore_, sul cui giudizio si può far conto. Non
adempieva io la mia parte passabilmente?»
«Non si poteva farlo meglio, disse Tressiliano, ma spicciati presto.»
«Poco dopo il tempo in cui alla vostra presenza feci maravigliata della
mia destrezza la conversazione di sir Ugo Robsart, presi la carriera
del teatro, ove nello scopare il palco, io non aveva chi potesse starmi
a prova fra gli scopatori di granai, anche i più accreditati. Ma le
poma erano sì a buon mercato in quell’anno, che gli spettatori non ne
mangiavano mai che un boccone o due, e gettavano il rimanente sulla
testa dei personaggi a mano a mano del loro comparire sulla scena.
Questo incidente mi disgustò della professione; onde rinunziando la
mezza parte ch’io aveva nella compagnia, lasciai le mele ai miei
colleghi, i coturni al direttore, poi volsi le calcagna al teatro.»
«E qual nuovo stato abbracciasti tu allora?» domandò Tressiliano.
«Divenni per metà collega, per metà servitore d’un uomo fornito di
molta sapienza e di poco danaro, che faceva il mestiere di medico.»
«Che vuol dire, soggiunse Tressiliano, tu eri il pagliaccio del
ciarlatano.»
«Qualche cosa di più, ottimo signor Tressiliano, permettetemi dirlo;
benchè volendo dar loda al vero, si operasse talora a fortuna, e
quello ch’io aveva imparato ne’ miei primi studii per rendermi utile
ai cavalli, giovò più d’una volta alla specie umana. Perchè in fine
poi, i germi delle malattie sono tutti gli stessi; e se la trementina,
il catrame, la pece, e il grasso di bue, mescolati colla gomma, colla
resina, e con uno spicchio di aglio, hanno virtù di guarire un cavallo
offeso da un chiodo, non vedo ragione perchè la stessa ricetta non
debba far bene ad un uomo trafitto da un colpo di spada. Ma la scienza
del mio maestro andava più in là della mia, e si estendeva sopr’altri
rami. Oltre all’essere un medico pratico de’ più coraggiosi, egli
era anche, se volete, un di quelli che si chiamano _iniziati_. Niuno
meglio di lui leggeva nelle stelle, e coll’aiuto della genetliologia,
come diceva egli, o fosse poi anche in tutt’altra maniera, vi predicea
l’avvenire. Profondissimo chimico, sapeva distillare i semplici, aveva
fatti molti tentativi per fermare il mercurio, e si trovava lì lì per
iscoprire il _lapis philosophorum_. A tale proposito conservo tuttavia
alcuni versi, ch’egli custodiva gelosamente, e se _vostro Onore_
arriva ad intenderli, è più sapiente di tutti coloro che li lessero, e
probabilmente anche di chi gli ha fatti.»
Nel medesimo tempo consegnò a Tressiliano un foglio di pergamena,
ov’erano dipinti, e di sopra, e di sotto, e nei margini i segni
zodiacali, e pieno in oltre di caratteri greci, ebraici e talismanici.
Vi stavano in mezzo quattro versi sì bene scritti, che a malgrado
dell’oscurità del luogo, Tressiliano li potè leggere senza fatica. Tale
capolavoro di poesia era il seguente:
»Si fixum solvas, faciasque volare solutum,
»Et volucrem figas, facient te vivere tutum;
»Si pariat ventum, va’ et auri pondere centum,
»Ventus ubi vult spirat: — Capiat qui capere potest».
«Tutto quanto v’intendo, disse Tressiliano, è, che l’ultima linea
non è un verso, e che le quattro ultime parole sembrano voler dire:
_m’intenda chi può_.»
«E v’assicuro bene esser questa la massima, con cui si regolava sempre
il mio degno padrone ed amico, dottor Doboobie. Ma finalmente burlato
dalla propria immaginazione medesima, e impazzito dietro alla sua
cara chimica, spese ingannando se stesso tutto il denaro, che aveva
guadagnato ingannando gli altri. Non ho mai saputo se avesse scoperto a
caso, o fatto fabbricare in segreto egli stesso questo laboratorio ove
era solito venirsi a rinchiudere, lontano così dai suoi infermi come
dai suoi scolari. Fu creduto, che queste lunghe e misteriose assenze
dalla città di Faringdon, luogo ordinario di sua dimora, fossero
prodotte dagli studii delle scienze mistiche, e da un commercio ch’egli
avesse col mondo invisibile. Fece prova d’ingannare me parimente; ed io
voleva fingermi persuaso delle baie onde a mano a mano mi regalava; ma
ben s’accorse ch’io conosceva tutti i suoi segreti, per lo che cominciò
a non garbargli troppo la mia compagnia. Intanto il nome di costui
acquistò celebrità, e la maggior parte di quelli che si conducevano a
consultarlo, venivano persuasissimi ch’ei fosse uno stregone. Dopo di
che, l’ottenuta fama d’essere iniziato nelle scienze occulte, guidò
segretamente ad ascoltarne gli oracoli, personaggi potenti, che il
nominare non sarebbe prudenza; ed i quali macchinavano divisamenti
pericolosi, e che non giova qui il menzionare. Allora insorsero
contr’esso molti nemici, e la cosa si terminò col predicargli la croce
addosso, e col minacciarne la vita; ed io innocente cooperatore de’
suoi studii, venni soprannominato _il Bastone del diavolo_, titolo
che mi fruttava una scarica di sassi sulla persona ogni qual volta
mi mostrava in qualche vicino villaggio. Per finirla, il mio padrone
disparve improvvisamente, dicendomi che andava a lavorare in questa sua
segreta officina, e vietandomi di venirlo qui a disturbare prima che
fossero trascorsi due giorni. Passato un tale intervallo, mi trasportai
in questo luogo; e rinvenni il fuoco estinto, tutti gli ordigni chimici
in pieno sconquasso, ed una lettera del dotto Doboobie, che dotto ei
soleva chiamarsi da se medesimo. Con questa mi avvisava, che non ci
saremmo più riveduti, lasciandomi in legato le sue suppellettili, e
la pergamena che vi feci vedere. Mi consigliava inoltre di seguire a
tutto punto le istruzioni, che vi si contenevano, essendo quella la via
infallibile di pervenire alla _grand’opera_.»
«E tu ti sarai tenuto ad un così savio consiglio?»
«Oh! no signore. Prudente io e sospettoso per natura, oltrechè non
sapeva troppo bene con chi mi avessi a bazzicare, feci una visita
per ogni dove, e fortunatamente la feci prima d’accendere il fuoco,
perchè rinvenni un piccolo barile di polvere ch’egli aveva con gran
cura nascosto sotto il cammino del focolare, venuto cred’io nel
caritatevol disegno di farmi trovare morte e sepoltura in questo
luogo, e ciò appunto nell’atto che mi sarei dato alla _grand’opera_
della trasmutazione dei metalli. Vi giuro che una tale scoperta mi
fece passare ogni voglia d’Alchimia, e divenni più che mai desideroso
di tornare onestamente all’incude ed al martello. Ma chi voleva far
ferrare un suo cavallo dal _Bastone del Diavolo_? Per buona sorte
contrassi amicizia con questo bravo Flibbertigibbet; che col suo
maestro Erasmo Holyday si trovava in allora a Faringdon, e tale
amicizia mi venne dall’avergli insegnati alcuni segreti, fatti per
piacere ad uno della sua età. Tenemmo consiglio insieme, e risolvemmo,
che non potendo io sperare di procacciarmi avventori col seguire le vie
ordinarie, avrei provato a guadagnarmeli profittando della credulità di
questi villani. Ne sia tutta la lode a Flibbertigibbet, che ha fatto
tutto il mio credito, gli avventori non mi sono mancati. Ma mi avvedo
che sforzo troppo la carta; e temo non la finiscano col credermi uno
stregone, e come tale farmi un brutto servigio. Perciò nulla bramerei
ora di meglio quanto un’occasione di abbandonare la mia fucina, se
trovassi qualche personaggio di gran conto, che mi volesse proteggere
contro la furia della ciurmaglia, caso che venissi ad essere scoperto.»
«Conosci tu bene le strade di questo paese?» gli domandò Tressiliano.
«Di notte come di giorno» rispose Wayland.
«Ma tu non avrai sicuramente cavallo?»
«Vi chiedo scusa. Mi dimenticai dirvi esser questa la migliore eredità
ch’io mi abbia fatta dal dottore, eccetto due o tre segreti di
medicina, che m’appropriai suo malgrado.»
«Ebbene, va a lavarti il volto e le mani, butta via questa ridicola
pelle, vestiti il più convenientemente che puoi, e se ti comporterai
con saviezza e fedeltà, ti permetto seguirmi per qualche tempo finchè
siano dimenticati i tuoi giuochi di mano. Credo che non ti manchino
coraggio e destrezza, ed ho intavolati certi affari, che possono
abbisognare d’entrambe queste prerogative.»
Wayland senza farsi pregare abbracciò un tale partito, assicurando il
suo novello padrone di prestargli fedelissimo ed affezionato servigio.
In pochi minuti, col prendere nuovi abiti e coll’aggiustarsi la barba
e i capelli, si trasformò in guisa tale, che Tressiliano non potè
ristarsi dal dirgli: «Credo che omai non abbisogni di protettore,
perchè chi avvi mai fra quelli che ti conoscevano anticamente, il quale
possa sotto questi abiti ravvisarti?»
«I miei debitori no, perchè non mi vorrebbero pagare (disse Wayland
scotendo la testa), ma quanto ai creditori di ogni specie, oh! vi dico
bene che non sarebbe sì facile l’accecarli, nè mi terrei sicuro, se non
mi fossi posto sotto la protezione d’un personaggio pari a voi e per
natali e per fama.»
Detto ciò, prese per uscire della caverna la stessa strada, d’onde
tutti e tre vi erano entrati. Tressiliano lo seguì, e Riccardo che li
raggiunse qualche minuto dopo, comparve carico di tutta la bardatura
di un cavallo. Wayland chiuse quella porta orizzontale, ponendo molta
accuratezza nel ricoprirla; «Chi sa, diss’egli, che non mi torni
un’altra volta a proposito questa caverna? Poi gli ordigni che vi
lascio hanno sempre un qualche valore.» Mandò un fischio, ed un cavallo
che pascolava nella più vicina prateria, comparve a quel segnale a
cui già tal bestia era avvezza. Mentre Wayland mettea la sella al suo
cavallo, Tressiliano saliva sul proprio, dopo averne ristretta la
cinghia.
Intantochè Wayland montava a cavallo, così gli disse Riccardo. «Voi
siete dunque per abbandonarmi, o antico mio collega, e mi togliete
per sempre il piacere di ridere alle spalle di tutti que’ goffi, che
tremavano dalla testa ai piedi quando io li conducea qui per far
ferrare i loro cavalli dal diavolo e dai suoi ministri?»
«Che vuoi farci, mio caro Flibbertigibbet? rispose Wayland: anche
i migliori amici, bisogna che si lascino presto o tardi; ma te ne
accerto, mio caro ragazzo, tu sei la sola cosa per cui mi rincresca
abbandonare la vallata di White-Horse.»
«Oh! non vi dico per questo l’ultimo addio. Voi sarete sicuramente
a quelle belle feste che stanno per celebrarsi, e non mancherò di
trovarmivi io pure; perchè se il sig. Holyday non mi ci vuol condurre,
giuro per la luce di quel sole, che non è mai entrato nella vostra
fucina, mi darà l’animo di venirci da me.»
«Bada, Flibbertigibbet, a non far corse in fallo.»
«Voi vorreste far di me un fanciullo, e di que’ fanciulli che corrono
rischio se muovono un solo passo non tenuti per le cordicelle. Oh!
vi proverò il contrario, e non sarete lontano un miglio da queste
pietre, allorchè v’accorgerete che non mi diedero fuor di proposito il
nome di spirito folletto. A quest’ora, e lo saprete fra poco, ho già
meditata una cosa, che vi tornerà di grande vantaggio, purchè sappiate
approfittarne.»
«Che intendi tu dire?» gli chiese tosto Tressiliano. Ma il fanciullo
non rispose che con una capriola, ed esortandoli entrambi che non
frapponessero alla partenza verun indugio, ne diede ad essi l’esempio,
prendendo a tutte gambe il sentiero della sua capanna, e sfoggiando
tutta quella medesima agilità che dianzi aveva opposta a Tressiliano,
allorchè questi lo volle indarno raggiugnere.
«Sarebbe inutile il tenergli dietro, disse Wayland, e tanto varrebbe
l’accignersi a seguire una lodola per aria. Per altra parte a che
monterebbe? La miglior cosa da farsi per noi è quella di seguire il suo
consiglio ed andarsene.»
Tressiliano fece comprendere al compagno il luogo, verso cui bramava
indirizzarsi, e si misero insieme in cammino.
Non avevano essi fatto un miglio, quando Tressiliano si avvide che il
proprio cavallo era in maggior ardenza di quanta ne avesse avuta il
mattino all’atto in cui lo salì, e tal cosa ei fece osservare a Wayland.
«Ho piacere che ve ne siate accorto, questi rispose; tale è l’effetto
d’uno dei miei segreti, da me aggiunto alla misura di biada che gli
somministrai. Di qui a sei ore almeno, _vostro Onore_ non abbisognerà
più di servirsi de’ suoi speroni. Credete voi che per nulla io abbia
studiato la medicina e la farmacia?»
«Spero bene non gli avrai dato nulla, che possa fargli del male.»
«Credete che gli potesse produr male il latte della cavalla che lo
nudrì? Tanto gliene produrrà il mio segreto.»
E si diffondeva Wayland in fare encomi all’efficacia di tal suo
segreto, allorchè l’attenzione d’entrambi fu interrotta da uno scoppio,
violento quanto quello di una mina che faccia saltare all’aria i
baluardi d’una città assediata. I due cavalli fecero un salto, nè men
sorpresi si dimostrarono quelli che vi stavano sopra. Si volsero essi,
e verso la parte appunto che abbandonarono, videro una densa colonna di
fumo, che sorgendo altissima, copriva il cielo a guisa di nuvola.
«Ecco la mia fucina andata al diavolo! (sclamò Wayland, indovinando
subito il motivo di tale scoppio). Ho avuto poco giudizio allorchè
parlai alla presenza di Flibbertigibbet dei divisamenti caritatevoli,
che aveva sulla mia casa il dottor Doboobie. Dovea ben io immaginarmi
che quel demonio di ragazzo non avrebbe avuto più pace se non mandava
a termine tale impresa. Ma adesso bisogna raddoppiare il passo, perchè
questo romore metterà sossopra tutto il paese.»
Detto ciò, punse leggermente il fianco del suo cavallo, e fattosi
altrettanto da Tressiliano, di gran galoppo si allontanarono da quel
luogo.
«Era questo dunque il senso misterioso di que’ detti con cui ci lasciò!
soggiunse Tressiliano. Ma ciò è ben altro che una vivacità da ragazzo.
Per poco che avessimo indugiata la partenza, eravamo già sepolti sotto
quelle rovine.»
«Oh! ci avrebbe avvertiti, disse Wayland, ed ho osservato che tornò
più volte addietro per assicurarsi se eravamo in cammino. Egli è bensì
un vero diavolo quanto a malizia, ma non però un diavolo cattivo. Ci
vorrebbe troppo se dovessi raccontarvi tutte le impertinenze che mi ha
fatte cominciando dal momento che strinsi lega con lui. Ma gli debbo
altresì gratitudine d’avermi prestati rilevanti servigi, e quello
soprattutto di condurmi avventori. Non v’era maggior delizia per lui
quanto il veder que’ poveri contadini, che non ne potevano più di paura
stando dietro la macchia ad udire il rimbombo del mio martello. Io
credo, che la natura abbia messo in quella testa difforme una doppia
quantità di cervello, per dargli almeno il compenso di saper ridere a
spese di quegli sciocchi, che fanno le maraviglie della sua orridezza.»
«Forse è così, disse Tressiliano. Coloro che la stranezza del loro
esterno separò in tal qual modo dalla società, se non odiano il
rimanente del genere umano, sono certamente propensi a prendersi spasso
delle sue follie, e talvolta ancora, che è peggio, delle disgrazie che
non li toccano.»
«Però Flibbertigibbet, rispose Wayland, possede tali prerogative per
cui gli si perdonano volentieri le sue stesse furfanterie. Non nego
che si diletta far burle un po’ forti veramente agli estranei, ma
è indicibile la fedeltà, onde si fa pregio verso coloro ai quali è
affezionato, e non è senza motivo, come già vi dissi, ch’io parlo così.»
Tressiliano non andò più avanti in questo intertenimento, e il loro
viaggio fu continuato senza incidenti, e senza avventure sino alla
città di Marlborough, divenuta celebre di poi per aver dato il suo
nome al più grande generale, eccettone uno, che l’Inghilterra abbia
prodotto. Ivi i nostri due viaggiatori riconobbero nel tempo stesso la
verità di due antichi proverbi, l’un dei quali è, che le cattive novità
hanno le penne, l’altro, che chi sta ad ascoltare alle porte non ode
mai dir bene di se medesimo.
La corte dell’osteria ove smontarono stava in una specie di sconquasso,
e a stento trovarono essi chi prendesse cura de’ loro cavalli, tanto
ognuno era intento alla notizia sparsa d’intorno, e che correva di
bocca in bocca. Rimasero qualche tempo senza poter discoprire di che si
trattasse, ma finalmente compresero che la cosa agitata da quella gente
li riguardava assai da vicino.
«Abbiam capito, signori, abbiam capito, (rispose finalmente lo
stalliere alle ripetute chiamate di Tressiliano). In verità so appena
dov’io m’abbia la testa. È passato di qui, son minuti, un viaggiatore,
che ne ha raccontato.... voi altri sicuramente avrete inteso a nominare
il maniscalco Wayland, che abitava, non si sa bene in qual parte della
vallata di White-Horse. Ebbene, questa mattina, il diavolo se lo è
portato via con uno spaventevole fracasso, in mezzo ad una colonna di
fuoco e di fumo, e nel far questo ha mandata all’aria una collina su di
cui vedevasi un cerchio di grosse pietre. A quanto pare, l’abitazione
di Wayland era lì.»
«Vi dico la verità, tal cosa mi dispiace, disse allora un vecchio
fittaiuolo, poichè questo Wayland, poco importa che avesse o no
patto col diavolo, possedeva eccellenti rimedi contro le malattie
dei cavalli, e d’or innanzi la vedo brutta per que’ galantuomini che
avranno cavalli rognosi, se il demonio non ha dato tempo a Wayland di
far testamento, e di lasciare a qualcheduno il suo segreto.»
«Dite ottimamente, Gaffer Grimesby, si fece a dire lo stalliere.
Anch’io una volta gli ho condotto un cavallo, nè vi era in tutto il
paese un maniscalco abile al pari di lui.»
«L’avete veduto, Giacomo?» domandò a questo stalliere madonna Alison
Cicogna, padrona di quell’osteria, la cui insegna presentava l’uccello
di questo nome, vero emblema quanto al collo e alle gambe del marito
della Alison. Chiamavasi questi Goodman Cicogna, ed il contegno
sommesso e rispettoso ch’egli teneva alla presenza della sua cara metà,
ben dimostrava come madonna Alison era degna di portare in vece del
marito anche quella parte di vestimento, che per lo più suol essere
riserbata al solo sesso mascolino.
Pure in tale occasione, prese coraggio a ripetere in questi termini
l’interrogazione fatta dalla moglie: «Avete veduto il diavolo, Giacomo?»
«Sì! come doveva io fare a vederlo?» rispose sgarbatamente costui,
perchè in questa casa l’esempio della padrona non inspirava ai famigli
grande rispetto verso quello che li stipendiava.
«Gli è perchè, se lo aveste veduto, rispose il pacifico Goodman
Cicogna, avrei avuto gusto di sapere come il diavolo sia fatto.»
«Oh? vi avanzerà tempo per impararlo a conoscere, gli rispose la
carezzevole compagna, sempre che non mutiate registro di vita, e non
cominciate a pensare un po’ più a’ vostri affari senza impacciarvi
tanto in quelli degli altri. Ma però, Giacomo, non sarei malcontenta io
pure d’intendere come fosse fatto questo Wayland.»
«È quanto mi è impossibile il dirvi, buona padrona Alison (rispose lo
stalliere in modo ben più rispettoso, che non aveva usato col padrone)
perchè non l’ho mai veduto.»
«Ma senza vederlo, disse allora Gaffer Grimesby, come hai potuto dargli
a comprendere la malattia del tuo cavallo?»
«La feci scrivere dal maestro di scuola; e mi fu guida il più brutto
aborto di ragazzo, che madre natura abbia formato giammai.»
«E che rimedio ordinò? — Il cavallo guarì?» — Queste furono le
interrogazioni che s’intesero da molte bande.
«Non vi dirò il nome di questo rimedio, perchè lo lasciò sopra una
grossa pietra. Mi feci però coraggio per metterne in bocca tanto,
quanto è grosso il pomello di una spilla. Al gusto e all’odore si
sarebbe detto che fosse un miscuglio di corno di cervo e d’erba savina,
stemprati nell’aceto; ma non par possibile che una tal droga di per se
stessa guarisca un cavallo con tanta prontezza. Oh! lo veggo anch’io;
non sarà sì facile d’ora in avanti il risanar dalla rogna i nostri
cavalli.»
L’amor proprio, che, senza distinzione di stati o di condizioni, fa
nido in tutti gli animi umani, ebbe tanto potere in quel punto sopra
Wayland, che dimenticò il pericolo cui si sarebbe esposto dandosi a
conoscere; onde non potè ristarsi dal volgere di soppiatto un’occhiata
a Tressiliano, sorridendo misteriosamente, e quasi volesse dirgli: «Voi
gli udite! eccovi altrettante prove irrefragabili della mia sapienza.»
Continuava intanto quell’intertenimento.
«Non fa niente (disse un grave personaggio vestito di nero, e venuto lì
in compagnia di Gaffer Grimesby). È assai meglio veder morire i nostri
cavalli della malattia che vorrà mandar loro il Signore, che farli
curare dal diavolo.»
«È vero, disse l’ostessa, e sono molto maravigliata, che Giacomo abbia
voluto mettere a repentaglio la sua anima per quella rozza di cavallo.»
«Dite bene, padrona, rispose Giacomo, ma quella rozza apparteneva al
padrone col quale allora io mi stava. Supponete fosse stata vostra.
Che avreste voi detto, se per paura del diavolo non l’avessi fatta
medicare? Poi, ci pensi il Clero. Ognuno si prenda brighe delle sue
faccende, dice il proverbio. Il ministro della Chiesa pensi al suo
vangelo, e lo stalliere alla sua stregghia.»
«Io protesto, disse madonna Alison, che Giacomo parla qual deve un buon
cristiano, ed un servo fedele, che non risparmia, nè anima, nè corpo
per l’interesse de’ suoi padroni. Vi dirò bene che il diavolo si è
portato via a tempo questo maniscalco, perchè un uffiziale del cantone
è venuto questa mattina a cercare il vecchio Pinniewink, famoso per
avere fatto i processi a tante streghe, e dovevano andare insieme nella
vallata di White-Horse per arrestare questo Wayland, e convincersi se
era veramente uno stregone. Ho aiutato io medesima il Pinniewink ad
aguzzare le sue molle e i suoi punteruoli, ed ho veduto il decreto
d’arresto spedito dal giudice Blindas.»
«Sì, che avrebbero fatto molto, disse la vecchia Crank, lavandaja
e cattolica; il diavolo si sarebbe riso di Blindas, del suo ordine
d’arresto, di Pinniewink e delle sue molle; e le carni di Wayland
avrebbero tanta paura del punteruolo, quanta ne ha del ferro da
stirare un collare di tela batista increspato. Ma badate a me, brave
persone. Il diavolo avrebbe egli avuto potere di privarvi con questa
disinvoltura dei vostri maniscalchi e dei vostri artefici, allorchè gli
abati d’Abingdon erano padroni del paese?.... Oh! no per la Vergine.
Essi sapevano scongiurarlo e non lo lasciavano venire avanti. Dite ai
vostri ministri di farne altrettanto.»
Questo sarcasmo, che feriva la chiesa riformata, mise in mezzo a quella
discussione il tumulto, e Tressiliano ne profittò per entrare con
Wayland nella casa. Goodman che lor tenne dietro li fece entrare in una
stanza particolare, ove li lasciò soli intanto che andò ad ordinare
quella refezione di cui lo chiesero.
«Voi vedete, o signore, disse allora a Tressiliano Wayland con tuono
grave e trionfante, voi vedete che non v’ingannai, allor quando
mi diedi presso voi per iniziato in tutti i misteri dell’arte del
maniscalco, persona sì ragguardevole appo i Francesi, che diedero così
a lui, come ai primi uffiziali della Corona il nome di _marescialli_.
Questi cani di stallieri, i quali poi sono in sostanza i migliori
giudici in sì fatte cose, ben sanno in quanto pregio debbano aversi i
medicamenti. Vi prendo in testimonio, sig. Tressiliano, se non furono
solamente le voci della calunnia e l’opera della violenza, che mi
costrinsero ad abbandonare questo decoroso ed utile mestiere.»
«Non mi ristarò mai dal renderti tal giustizia, mio caro amico, ma
parleremo di ciò a miglior tempo, semprechè non credessi tu necessario
all’aumento di tua fama il far conoscenza colle molle e coi punteruoli
del dotto sig. Pinniewink; perchè tu vedi che le stesse persone più
ardenti in tuo favore ti notificano per uno stregone.»
«Che Dio perdoni a costoro i quali confondono la scienza colla magia!
Ma io spero che un galantuomo possa possedere abilità al pari, e più di
chiunque espertissimo chirurgo abbia mai tastato polso a cavalli, e non
aver patto col diavolo.»
«Lo spero anch’io. Ma taci ora: è qui l’ostiere, che a quanto mostra in
fisonomia non ha comuni con noi queste speranze.»
Ognuno dell’osteria era talmente immerso ne’ pensieri di questa
sparizione di Wayland, portato via dal diavolo, e nel confrontare le
diverse tradizioni che su di tale argomento si moltiplicavano e si
ingrandivano ad ogni istante da tutte le bande, che Goodman non potè
farsi aiutare fuorchè dal più giovane de’ suoi garzoni, d’età in circa
ne’ dodici anni, e di nome Sansone.
«Io vorrei (diss’egli, scusandosi con quegli ospiti sull’averli fatti
aspettare, e mettendo sulla tavola un fiasco di vino) che il diavolo
si fosse portato via mia moglie e tutti i miei famigli in luogo di
questo Wayland, che a ben pesare tutte le cose, non meritava quant’essi
l’onore concedutogli da Satanasso.»
«La penso anch’io così, buon galantuomo, disse Wayland; e berremo
insieme una tazza di vino all’adempimento dei vostri auguri.»
«Non è per pretendere di giustificare nessuno, che faccia lega col
diavolo, disse Goodman dopo avere bevuto, ma gli è che.... Avete mai
gustato un vin di Canarie più squisito di questo, miei signori?...
gli è che si vorrebbe aver faccende con una dozzina di rompicolli
come Wayland, anzichè con un diavolo in carne, con cui si è obbligato
trovarsi sempre a tavola ed a letto. Quanto a me, vorrei, anzichè
continuare una tal vita...»
Ma sul più bello venne interrotto dalla voce aspra della sua metà, che
stava chiamandolo dalla cucina; onde dopo avere chiesto perdono agli
ospiti, uscì affrettatamente di quella stanza.
Partito appena costui, Wayland pose in opera tutti gli epiteti di
sprezzo, fornitigli dal vocabolario della sua lingua contro questo
ostiere, cui diede nome di gallina tuffata nell’acqua per tale suo
nascondere la testa entro il grembiule della moglie, e soggiunse, che
se le loro cavalcature non avessero avuto gran bisogno di riposo e di
nudrimento, sarebbe stato per pregare il signor Tressiliano a tirare
avanti ancora per qualche miglio, piuttostochè pagar conti ad un uomo,
che era l’infamia del proprio sesso.
Intanto il comparire d’un buon piatto di garretto di bue condito col
lardo, temperò alquanto il mal umore venuto nel nostro maniscalco,
mal umore che affatto si dileguò all’arrivo di un bellissimo cappone
arrostito in quell’istante, e coperto di falde di lardo, che al dir di
Wayland, spumeggiavano come rugiada di maggio al di sopra di un giglio.
Goodman e la moglie di questo, Alison, divennero allora ai suoi occhi
persone stimabili, industri e persino gentili, che meritavano ogni
genere d’incoraggiamento.
Giusta l’usanza di que’ tempi, il padrone ed il servo sedettero ad un
medesimo desco, ma il secondo si accorse con dispiacere che l’altro
faceva poco onore alla mensa. Ricordandosi però il turbamento dianzi
nato in Tressiliano all’udir soltanto rammemorare la giovine donzella,
nella cui abitazione l’uno e l’altro si conobbero la prima volta,
temette Wayland di rinovare con indiscrete interrogazioni una ferita,
a quanto gli parea, troppo acerba nel cuore del Cavaliere, e mostrò
di attribuire ad altra cagione la poca voglia di cibarsi che in esso
scorgea.
«Forse queste vivande non sono assai dilicate per _vostro Onore_ (gli
disse facendo sparire il terzo quarto di cappone, da cui Tressiliano
non avea tolto che un’ala). Ma se aveste alloggiato tanto tempo
quant’io vi stetti nel sotterraneo, a cui Flibbertigibbet ha or or dato
aria, in quel sotterraneo ove io ardiva appena di far cuocere i miei
alimenti per paura d’essere tradito dal fumo, v’accorgereste al pari di
me che un cappone è una squisita vivanda.»
«Godo che il banchetto sia di tuo aggradimento, rispose Tressiliano;
ma spicciati; questo luogo non è sicuro per te, e i miei affari non mi
permettono di perder tempo.»
Eglino non si fermarono adunque più di quanto bastò a restituire forza
ed ardore ai loro cavalli, indi con incredibile velocità si spinsero
fino a Bradford, ove passarono la notte.
Ne partirono allo schiarire della domane; ma per non annoiare il
leggitore col racconto d’inutili particolarità, ci limiteremo a dire,
che attraversarono, senza scontrarsi in avventure, le contee di Wilt
e di Sommerset; ond’era il terzo giorno dacchè Tressiliano partì da
Cumnor, allorchè verso il mezzodì si trovarono al castello di sir Ugo
Robsart, detto Lidcote-Hall sulle frontiere della contea di Devon.
CAPITOLO IV.
»Quale invilì furía di nembo il fiore,
»Che fu di questa rocca e vanto e onore?
_Giovanna Baillie_.
Il vecchio castello di Lidcote-Hall era situato presso al villaggio del
medesimo nome, contiguo alla grande foresta di Exmoor, ed abbondante
d’ogni specie di selvaggiume. Ivi antichi privilegi spettanti alla
famiglia di Robsart, davano a sir Ugo un diritto riservato di andare
alla caccia, passatempo a lui prediletto sopra tutti gli altri,
come vedemmo. Questo vetusto edifizio poco alto, e che inspirava
venerazione, teneva un grande spazio di terreno, circondato all’intorno
da profondissima fossa. Una torre ottangola, ed un ponte levatoio
lo difendevano contro chi ostilmente avesse preteso avvicinarvisi.
Fabbricata di mattoni questa vecchia fortezza, le muraglie ne erano
sì fattamente coperte di edera, e di altre piante serpeggianti, che
sotto quel tappeto mal potea indovinarsi la materia prima adoperata
nell’edificarla. Ogni angolo della torre andava decorato di una
torricella, nè l’una di tali torricelle somigliava all’altra; il che
si scostava di gran lunga dalla regolare monotonia dell’architettura
gotica moderna. Quadrata era la base di una fra esse, e vi stava un
orologio, ma fermo; la qual cosa sorprese tanto più Tressiliano, che
il signore del luogo, fra l’altre sue innocenti manìe, avea quella
di voler conoscere scrupolosamente le ore e i minuti, fantasia assai
famigliare a tutti coloro, i quali non sanno che farsi del tempo. Nella
stessa guisa vediamo parecchi mercanti spassarsi nel far l’inventario
delle lor mercanzie, quando appunto vi sono minori occasioni di
spacciarle.
Entravasi nella corte del castello per una strada in volto, appena
dentro la torre. Abbassato in quell’istante era il ponte levatoio, e
socchiuso uno de’ battitoi della porta foderata di ferro. Tressiliano
affrettatosi di attraversare il ponte, entrò nella corte, chiamando
ad alta voce ognun dei servi per nome. Alla prima chiamata non gli
risposero se non se l’eco, che ripetea la sua voce, e parecchi veltri
che abbaiavano dal lor canile situato non lungi dal castello nel
ricinto attorniato dalla fossa. Ei vide finalmente giugnere William
Badger, vecchio favorito di sir Ugo, che gli era ad un tempo, e primo
bracchiere a cavallo, e soprantendente de’ suoi piaceri, e fedele
guardia del corpo. La fronte di quel vegliardo, dianzi cupa, si aperse
alla vista di Tressiliano.
«Che il Cielo vi protegga, sig. Edmondo Tressiliano! Siete veramente
voi in carne ed in ossa? Avvi dunque alcun raggio di speranza per sir
Ugo? Nessuno sa più quali vie tenere con lui, cioè nol sappiamo nè il
ministro, nè il sig. Mumblazen, nè io.»
«Sir Ugo adunque sta peggio che non quand’io lo lasciai?»
«Peggio... no. Starebbe anzi meglio, perchè lo stomaco.... gli
serve bene; ma... è la testa che è sconcertata; non v’è più luogo
da dubitarne. Beve e mangia siccome d’ordinario, ma non dorme, o se
vogliamo dire più acconciamente, non si sveglia mai, perchè è sempre
in una specie di torpore, che non può dirsi nè un vegghiare, nè un
dormire. La governante Swineford si dava a credere che fosse una specie
di paralisia. Ma no, le dissi: il suo male sta nel cuore, solamente nel
cuore.»
«Nè potete distrarlo con qualcuno dei suoi soliti passatempi?»
«Non trova più diletto in nessuna cosa. Non tocca più nè la tavola
reale, nè il _shovel-board_; non ha guardato una sola volta il grosso
volume di Blasone del signor Mumblazen. Mi venne in pensiere di fermar
l’orologio, dicendo fra me stesso, che il non udire più sonare le ore
gli darebbe uno scotimento: voi ben sapete che non si stava mai dal
contarle. Tutta opera gettata, in guisa che fo conto ora di tornare a
mettere in lavoro i pesi dell’orologio. Vi dirò sino, che sperando di
farlo andare in collera, mi presi la libertà di camminar sulla coda di
Bungay; vi è noto che cosa mi sarei buscato con ciò in altri tempi. Eh!
non pensò alle grida del povero cane più di quanto avrebbe fatto mente
ad una civetta che strillasse dalla sommità esterna del cammino. In una
parola, perdo la testa io medesimo nel pensarci.»
«Ebbene, William, mi racconterai il rimanente entrati che saremo in
casa. Ma fa intanto condurre quest’uomo alla credenza, e procura gli
sieno usati tutti i convenienti riguardi. Egli è un artefice, che sa di
molte cose.»
«Vorrei che sapesse la magia, fosse poi la nera o la bianca, purchè
avesse abilità di portare qualche sollievo al mio povero padrone.
Eh! Tommaso, (gridò egli al cantiniere che si mostrò ad una finestra
bassa della corte). Prendi cura di questo artefice, e (soggiunse con
voce sommessa) abbi occhio ai cucchiai d’argento perchè ho conosciuto
artefici di più d’una fatta.»
Indi condotto Tressiliano in una sala a pian terreno, il Badger andò a
vedere come stava il padrone, temendo che l’inaspettato ritorno d’un
uomo da esso amato siccome figlio, e che anzi egli si era scelto per
genero, non producesse una impressione troppo violenta nel suo animo.
Ma tornò addietro quasi nel medesimo istante, narrando come sir Ugo
era poco men che sopito nella sua sedia a bracciuoli; che però, appena
darebbe egli sentore di svegliarsi, il signor Mumblazen non avrebbe
mancato d’avvertirne il sig. Tressiliano.
«Sarà un gran caso se vi riconosce, aggiunse il bracchiere, perchè non
si ricorda il nome d’un solo fra i suoi cani. Otto giorni fa, veramente
io sperai d’aver causa vinta, perchè dopo aver preso la bevanda della
sera nella sua grande tazza d’argento, mi disse: _domani mattina tu
metterai la sella al vecchio Sorrel, e andremo a cacciare sulla collina
di Hazelhurst_. Tutti giubilanti fummo pronti allo spuntare dell’alba,
e salito egli a cavallo, si mise alla caccia secondo l’ordinario, ma
non disse altra parola se non che il vento spirava da ostro, e che
i cani avrebbero fatto male il loro dovere; ma questi non erano per
anche sguinzagliati, quand’egli si fermò d’improvviso, guardò attorno
di sè come uomo che si svegli subitamente da un sogno, e volgendo la
briglia del suo destriero, tornò al castello, lasciando noi padroni di
continuare la caccia senza di lui se così avessimo voluto.»
«È ben acerbo il racconto che mi fate, o William, disse Tressiliano, ma
speriamo in Dio, perchè omai gli uomini non possono nulla.»
«Voi non ci arrecate adunque nessuna notizia della nostra giovane
padrona Amy? Ma qual uopo omai di farvi questa interrogazione? Non me
ne dice abbastanza la vostra fisonomia? Eppure io aveva sperato, che se
v’era qualcuno capace di scoprirne la pesta, voi ci sareste riuscito. È
dunque deciso, ed il male è senza rimedio! Ma se arrivo ad incontrare
il Varney a gittata del mio archibugio, oh! non lo sbaglierò. Lo giuro
per il pane e per il sale.»
Si aperse in quell’istante la porta ed entrò nella sala il sig.
Mumblazen, vecchio magro increspato, le cui guance parevano due mele su
le quali sia passato tutto un inverno: le sue chiome grigie stavano in
parte coperte sotto un piccolo cappello simile ai canestri entro cui si
vendono le fragole a Londra, vale a dire di forma conica. Egli era uno
di quegli uomini gravi, che temono far troppo dispendio di parole nel
salutar qualcheduno. Laonde, chinando solamente il capo e strignendo
la mano a Tressiliano, gli diede a comprendere come gli fosse grato
il rivederlo, e con un cenno lo sollecitò a seguirlo nella stanza di
sir Ugo. William Badger gli accompagnò, senza averne avuto l’ordine
da nessuno, ma troppa curiosità lo pungea di scoprire se la presenza
di Tressiliano trarrebbe infine dal suo torpore un padrone che tanto
eragli caro.
Sir Ugo Robsart signore di Lidcote, seduto sopra una grande sedia a
bracciuoli, se ne stava in una vasta sala più lunga che larga, le cui
pareti andavano ornate di corna di cervo, e di tutti gli strumenti
necessarj alla caccia tenuti quanto meglio poteasi. La sedia ov’ei
posava era poco distante da un grande cammino, sopra cui vedevansi una
sciabola, ed alcune armi, come usavano i cavalieri, non però troppo
rispettate dalla ruggine. Essendo sir Ugo fornito di un gran volume di
corpo, il solo esercizio della caccia avea posto qualche limite alla
pinguedine, cui egli propendea. Tressiliano credette osservare, che
la specie di letargo nel quale giacevasi il suo vecchio amico, avesse
aumentata questa pinguedine nelle poche settimane che l’altro rimase
lontano. Certamente, era sparita ogni vivacità dagli occhi di quel
vecchio infelice, i quali si portarono tosto sopra il sig. Mumblazen,
che andò a passi lenti a sedersi dinanzi una tavola di quercia su cui
stava aperto un grosso volume in foglio; poi si fissarono con aria
d’incertezza sopra Tressiliano, che veniva dietro al sig. Mumblazen.
Il vecchio ministro, che avea sofferto grandi persecuzioni ai tempi
della regina Maria, stava seduto con un libro in mano nell’altro angolo
dell’appartamento. Salutò egli Tressiliano con faccia mesta, e chiuso
il volume, si diede ad esaminare qual effetto produrrebbe sull’anima di
quell’afflitto genitore la presenza del Cavalier sopraggiunto.
S’avvicinava Tressiliano, cogli occhi gonfi di lagrime, al buon
vegliardo, che lo avrebbe voluto per genero, ed in proporzione
sembrava, che la ragione riprendesse il suo impero sullo spirito di sir
Ugo.
Questi mandò un profondo sospiro, come uomo che si riscote da uno stato
di stupidezza; una leggiera convulsione ne agitò tutti i muscoli; e
senza pronunziare parola aperse ambo le braccia, tra le quali si lanciò
Tressiliano, ch’egli si strinse al seno con tenerezza.
«Non ho io dunque ancora perduto ogni cosa!» sclamò egli, e nel
mandare tali accenti, la natura ebbe ristoro d’abbondanti lagrime, che
gl’innondarono le guance e la bianca barba.
«Non avrei creduto giammai, disse William Badger, dovere render grazie
a Dio per veder piangere il mio padrone, ma ora lo fo di tutto cuore,
benchè mi senta costretto a piangere in sua compagnia.»
«Io non ti farò interrogazioni, no: nemmeno una interrogazione, o mio
Edmondo, disse allora sir Ugo. Tu non la trovasti; ovvero la trovasti
sì digradata, che meglio varrebbe averla perduta.»
Tressiliano non seppe meglio rispondere a quel vecchio infelice che
coprendosi il volto con tutte due le mani.
«Basta così. Già intesi assai. Non piangere, Edmondo, per essa. Io ho
ragione di piangere, perchè ell’era mia figlia. Tu in vece hai di che
rallegrarti, poichè non divenne tua moglie. Onnipotente Iddio, tu sai
meglio di noi quello che tu ne devi concedere. La mia preghiera d’ogni
sera era di vedere Edmondo sposo d’Amy; se fossi stato esaudito, quanto
più acerbo dolore or proverei!»
«Consolatevi, mio degno amico, gli disse il Ministro; egli è
impossibile, che la figlia delle nostre speranze, delle nostre tenere
sollecitudini, sia divenuta spregevole siccome lo immaginate.»
«Oh senza dubbio! sclamò sir Ugo col tuono dell’impazienza, avrei
torto nel chiamarla schiettamente col nome ch’ella merita di portare.
Ne avranno inventato alcun altro, che soni meglio alla Corte. Ivi
l’infamia sa coprirsi d’una vernice brillante. La figlia di un
gentiluomo di campagna, d’un vecchio contadino di Devon, è abbastanza
onorata col divenire la favorita d’un cortigiano.... e d’un Varney!
di quel Varney, il cui avolo ebbe d’uopo de’ soccorsi del padre mio,
allorchè i suoi beni furono confiscati dopo la battaglia di... di...
Eh! vada al diavolo la mia memoria! e state lì, e nessuno mi aiuterebbe
nemmeno a dire quello che voglio dire.»
«Dopo la battaglia di Bosworth, disse il sig. Mumblazen, che accadde
fra Riccardo il Gobbo, ed Enrico Tudor avolo della presente Regina,
_anno primo_ del regno di Enrico Settimo, 1485 _post Christum natum_.»
«È questo che io voleva dire; non vi è ragazzo che non sappia tai cose.
Ma la mia povera testa dimentica tutto ciò che amerei ricordarmi, e si
ricorda di tutto ciò che vorrei dimenticarmi. Sai Tressiliano? Il mio
cervello ha vacillato dopo la tua partenza, e anche adesso, credo che
vada a caccia a dispetto del vento.»
«_Vostro Onore_ farebbe assai meglio col mettersi a letto, disse il
Ministro, e col procurare di prendere qualche ora di riposo. Il dottore
ha lasciato una pozione calmante, e quell’altro medico, che ne sa al
di sopra di tutti i dottori, vuole che per noi s’adoprino tutti gli
espedienti umani a fine di metterci in grado di sopportare le prove,
che ne vengono dalla sua mano.»
«Voi dite il vero, mio vecchio amico, rispose sir Ugo, e mi sforzerò di
sopportarle qual si conviene ad un uomo: infine ella è una donna che
noi abbiamo perduto. Vedi, Tressiliano (disse il vecchio, traendosi dal
seno un riccio di capelli), la sera innanzi del suo allontanamento,
ella mi abbracciò colmandomi di carezze anche più dell’ordinario, ed io
come un vecchio insensato, la riteneva per questo riccio. Ella prese la
cesoia, sel tolse dalle chiome, e lo lasciò fra queste mie mani quasi
unico ricordo che doveva rimanermi di lei.»
Tressiliano non fu capace di rispondergli. E pensava fra se medesimo
all’aspra lotta, che in quel momento avrà sofferta entro il suo cuore
la misera fuggitiva. Il ministro stava per dire qualche cosa, allor
quando lo interruppe sir Ugo.
«So che cosa volete dirmi, non è che un riccio di capelli di una
donna, e sol per opera di una donna, la vergogna, la morte, il peccato
entrarono in questo mondo. E il dotto sig. Mumblazen potrebbe qui
citarmi molte autorità per provarmi l’inferiorità di questo sesso.»
«Un celebre autore Francese, soggiunse allora il Mumblazen, dice: _che
l’uomo è nato per la guerra e per li consigli_.»
«Ebbene, disse sir Ugo, procuriamo adunque di comportarci siccome
uomini, intendo con saggezza e coraggio. Edmondo, io ti rivedo
volentieri nel modo istesso che se tu m’avessi apportato migliori
novelle. Ma tanto parlare che abbiam fatto non può a meno di non averne
inaridite le labbra. Amy, ordina che ci portino vino.» Poi ripensando
sull’istante, che quella figlia, un giorno a lui tanto cara, non era
ivi per ascoltarlo, dimenò il capo, e voltosi al ministro: «È deciso,
diss’egli; il cordoglio sta nella mia mente alienata, come la chiesa
di Lidcote nel mio parco. Posso ben perdermi per qualche istante fra
i boschetti e le macchie: ma non sono appena al finire d’un viale,
vedo il campanile, che mi ricorda il sepolcro de’ miei maggiori.
Oh! piacesse al cielo che coll’incominciar di domani io mi stessi
tranquillamente in loro compagnia!»
Tressiliano e il ministro raddoppiarono di preghiere al vegliardo
per indurlo a mettersi in letto, tantochè finalmente vi riuscirono.
Lo condussero nella stanza sua di riposo, ove Tressiliano rimase con
lui, finchè il sonno venisse a chiuderne le pupille; portatosi di poi
a raggiugnere il ministro, ed a deliberare congiuntamente con lui su
quanto di meglio era da operarsi in una circostanza cotanto malaugurata.
Non potevano essi escludere il signor Mumblazen da tale colloquio,
e per altra parte non ebbero discaro ch’ei ne fosse partecipe,
perchè, anche non calcolando i soccorsi che potessero venir loro
dall’accortezza di quest’uomo, lo sapevano per indole sì taciturno
da non temere ch’ei commettesse imprudenze. Era egli un vecchio
celibe, venuto da famiglia onesta, ma povera anzi che no, e parente
in lontananza della casa di Robsart. Tale affinità fu il motivo, per
cui già volgeano venti anni dacchè dimorava in quella magione. Accetta
oltre ogni dire era al vecchio signor del castello la compagnia di
questa persona, e ciò soprattutto per la scienza profonda posseduta dal
Mumblazen (nè si estendeva più in là) sopra il Blasone e le genealogie,
e sopra tutte le date storiche che alle genealogie si riferivano. Ma
gli era questo il genere di sapienza più conforme ai gusti di sir Ugo,
che trovava per sè espedientissima cosa l’avere ad ogni uopo pronto un
amico a cui volgersi, se lo tradiva la memoria, o se lo conduceva in
errore intorno i nomi e le date, cosa non rara a succedergli. Allora
Michele Mumblazen non mancava mai dal fornirgli con aggiustatezza
e laconismo quanti mai indizi l’altro potesse desiderare. E benchè
nelle bisogne ordinarie di questo mondo adoperasse il più delle volte
uno stile enigmatico, e mescolato con termini andati a pescar nel
Blasone, la sostanza dei suggerimenti che venivano dal suo labbro non
era da disprezzarsi; onde aveva ragione William Badger nel dire che il
Mumblazen snidava la cacciagione, intanto che gli altri scotevano i
rami.
«Avremmo noi creduto mai che lo starci col buon Cavaliere ne avesse
tratti a soffrir tanto, signor Edmondo? (gli disse il Ministro): io non
aveva mai più provato simil cordoglio dopo il momento che togliendomi
al mio prediletto ovile, mi costrinsero a lasciarlo alla discrezione di
lupi affamati.»
«_In anno tertio_ del regno di Maria» disse il signor Mumblazen.
«In nome del Cielo, signor Edmondo, continuò il Ministro, narrateci se
il vostro tempo fu impiegato meglio del nostro, e se otteneste qualche
notizia della sciagurata giovinetta, che dopo aver fatto per diciotto
anni le delizie di questa casa immersa oggi nel pianto, ne è divenuta
la vergogna e la disperazione? Scopriste voi il luogo ov’ella si
asconde?»
«Vi è noto il castello di Cumnor?» chiese a lui Tressiliano.
«Certamente, rispose il Ministro. Era come una casa di campagna, goduta
dagli abati d’Abingdon.»
«Ed io ne ho veduto lo stemma, aggiunse tosto il Mumblazen, sopra il
cammino di pietra, posto nel salone a pian terreno: è una croce, cui
sovrasta una mitra, fra quattro merli.»
«Ebbene: è colà, disse Tressiliano, ove quella infelice soggiorna in
compagnia dello scellerato Varney, che la mia sciabola avrebbe punito
di tutti i suoi delitti, se un puro caso non lo sottraeva al mio
furore.»
«Sia lodata la Divina Providenza, soggiunse il Ministro, poichè
v’impedì, o giovine ardito, di bagnar le mani nel sangue di un vostro
simile. _A me si aspetta il vendicarmi_, dice il Signore: ben varrebbe
meglio il pensare a liberar questa misera dagl’infami lacci in cui
quello sgraziato la tiene.»
«E che si chiamano, in termine di Blasone, _laquei amoris_» non potè
starsi dal dire il Mumblazen.
«Egli è appunto su di ciò, che vi chiedo consiglio, diletti amici,
ripigliò Tressiliano. Il mio disegno è gettarmi ai piedi del Trono, e
colà accusare questo scellerato, come perfido, come seduttore, come
violatore in somma di tutte le leggi della ospitalità. La Regina non
negherà darmi ascolto, quand’anco stesse al suo fianco il conte di
Leicester che lo protegge.»
«La Regina, disse il Ministro, che ha dato sì grande esempio di
continenza ai suoi sudditi, ne darà certamente uno di giustizia contra
questo malfattore. Ma non sarebbe migliore avviso, sig. Tressiliano,
il volgervi a dirittura al conte di Leicester, che è all’immediato
servigio della Regina? Se potete ottenere giustizia da lui, perchè
farvene un potente nemico? E lo diverrebbe certo, se per prima cosa
accusaste dinanzi la Regina quell’uomo che egli tiene non solamente in
grado di suo scudiere, ma di favorito e di confidente.»
«Sento in me medesimo tal qual ripugnanza contra sì fatto avviso,
Tressiliano rispose. Mi è grave persin l’idea di trattar la causa di
questa figlia infelice di un padre non meno infelice, alla presenza
di tutti altri fuor che a quella della legittima mia Sovrana. Il
Leicester, mi direte voi, tiene un grado elevato, e ve lo concedo; ma
è suddito al pari di noi, nè mi pare ben fatto portare ad esso le mie
querele, allorchè espedienti migliori stanno in mia mano. Nondimeno
mediterò più maturamente il parer che mi date. Intanto mi fa d’uopo
della vostra assistenza per far risolvere sir Ugo a conferirmi un
mandato legale ed ostensibile. Voi comprendete essere in nome di sir
Ugo, e non nel mio ch’io debbo parlare. Poichè il cuore della nostra
Amy si digradò fino ad amare un ente così spregevole, fa di mestieri
almeno che costui la sposi, e le renda in tal guisa quell’unica
giustizia che sta in suo potere di renderle.»
«Tornerebbe assai meglio (sclamò il Mumblazen con un calore
straordinario in tal uomo) tornerebbe assai meglio che ella morisse
_cælebs et sine prole_, anzichè inquartare i nobili stemmi della casa
di Robsart con quelli d’un simile miscredente.»
«Se lo scopo che vi prefiggete, come non ne dubito punto, disse
il Ministro, è di salvare quanto ancora si può, l’onore di questa
sventurata fanciulla, persisto sempre sulla necessità d’incominciare le
cose coll’indirigersi al conte di Leicester. Egli è padrone assoluto
nella sua casa non meno di quello che Elisabetta il sia nel suo regno.
Oh! vi prometto che s’egli ne dimostra soltanto un desiderio a Varney,
il fallo commesso da Amy avrà almeno minore pubblicità.»
«Il vostro raziocinio è giusto, disse con vivacità Tressiliano, sì,
giustissimo; e vi son grato d’avermi fatto pensare a cosa, che il
turbamento dell’animo mio non mi lasciava vedere. Io veramente non
aveva mai sognato in vita mia di trovarmi nella circostanza di chieder
grazia di sorte alcuna al conte di Leicester; ma mi sentirei fin capace
di piegare il ginocchio innanzi a questo orgoglioso Dudley, se ne fosse
premio il diradare soltanto alcun poco la macchia portata al nome della
misera Amy. Voi mi aiuterete adunque ad ottenere da sir Ugo Robsart le
facoltà necessarie?»
«Certamente che vi aiuterò» rispose il Ministro, intanto che il
Mumblazen col chinar la testa conveniva nelle loro conclusioni.
«Sarà parimente ben fatto, continuò Tressiliano, che vi teniate pronti,
ove l’uopo il volesse, ad attestare i modi ospitali, con cui il buon
sir Ugo accolse questo traditore in sua casa, e la perfidia, onde
costui gli corrispose, seducendone l’infelice figlia.»
«Nei primi tempi, disse il Ministro, non parea che Amy trovasse molto
diletto nello starsene con costui; ma dipoi li vidi molto spesso
rimanere insieme.»
«_Parlamentando_ nel salone, disse il Mumblazen, e _trascorrendo_ nel
giardino.»
«In una sera della primavera passata, soggiunse il ministro,
gl’incontrai nella foresta del mezzogiorno. Varney era avvolto in
un pastrano bruno, sicchè il viso non se ne vedeva. Si separarono
affrettatamente, allorchè s’accorsero del mio arrivo, ed osservai
ch’ella volse addietro la testa per continuare a guardarlo.»
«_Teste in profilo_» fece questa osservazione di Blasone il Mumblazen.
«E nel giorno della fuga riconobbi alla livrea il servo di Varney, che
teneva il cavallo del suo padrone, e il palafreno di miss Amy, entrambi
bardamentati, dietro la muraglia del cimitero.»
«Ed ora, disse Tressiliano, ella vive confinata in un’oscura prigione.
Vi sono dunque prove di fatto contro quel perfido! Vorrei ch’egli si
cimentasse a negare il proprio delitto per convincerlo con questa
sciabola. Ma è d’uopo ch’io m’allestisca per mettermi in cammino. Voi
intanto, o miei amici, preparate l’animo di sir Ugo a conferirmi il
diritto di fare atti in suo nome.»
Dopo tai detti, Tressiliano lasciò l’appartamento.
«Egli è troppo focoso, disse il Ministro, e prego Dio gli conceda tutta
la pazienza, di cui abbisogna chiunque abbia che fare con Varney.»
«_Pazienza e Varney_, sono due cose, le quali non s’accordano meglio
insieme che metallo sopra metallo giusta le regole del Blasone, disse
tosto il Mumblazen. Colui è più falso d’una _Sirena_, più rapace d’un
_Griffo_, più crudele d’un _Leone rampante_.»
«Non so, disse il Ministro, se noi possiamo in coscienza, e nello stato
di mente in cui si trova sir Ugo, domandargli che deleghi a nessuno la
sua paterna autorità.»
«La Reverenza vostra non debbe avere scrupoli su di ciò, (disse William
Badger, che entrava in quel momento) perchè, e scommetterei la vita, il
mio padrone all’atto dello svegliarsi si troverà tutt’altro da quel che
lo vediamo, sono omai trenta giorni.»
«Tu hai dunque una fiducia ben grande nella pozione ordinata dal
dottore Diddleum?» disse il Ministro.
«Nessuna affatto, rispose il Badger, e guardate se posso averne; il
padrone non ne ha bevuto una gocciola, perchè si è rotta l’ampolla.
Ma il sig. Tressiliano ha condotto qui un semplicista, il quale ha
composto per sir Ugo una bevanda, che vale per venti pozioni del
dottore Diddleum. Ho parlato a lungo colla persona che vi accenno, e
posso giurarvi che non vi è il più bravo maniscalco....»
«Un maniscalco!» e volea più dire il Ministro, ma il Badger non lo
lasciò continuare.
«Sì; un maniscalco, e non ho conosciuto uomo che s’intenda meglio delle
malattie dei cavalli. Figuratevi se vorrà far male ad un cristiano.»
«Ah disgraziato! sclamò inviperito il Ministro. Somministrare a sir Ugo
una bevanda preparata da un maniscalco! E chi te ne diede l’autorità?
Chi si farà mallevadore per le conseguenze?»
«Per quanto spetta all’autorità, vostra Reverenza sappia, che me la
sono data da me. Quanto al resto non vedo il bisogno d’un mallevadore:
perchè a quanto parmi, venticinque anni che sto in questo castello,
devono bene avermi dato il diritto di porgere, se occorre, una bevanda
ad un uomo, se ne ho date tante ai cavalli. Oh! quante medicine ho
distribuite nelle scuderie; e a quante bestie ho fatto salassi, e messo
cauteri e ventose!»
I due consiglieri privati credettero non dover perdere un istante,
per arrecare tale notizia a Tressiliano, il quale chiamò tosto in sua
presenza Wayland e gli domandò, ma in segreto, con qual diritto ei si
fosse avvisato di preparare una bevanda per sir Ugo Robsart.
«_Vostro Onore_ dee ricordarsi, rispose Wayland, ch’io gli dissi come
fossi entrato nei segreti del mio padrone, cioè del dottore Doboobie,
più di quello ch’egli non avrebbe voluto; e per dir vero se costui mi
prese in tanto contraggenio non gli do torto, perchè molte persone
fornite d’accorgimento, e singolarmente una giovane e bella vedova
d’Abingdon, preferivano le mie ricette alle sue.»
«Non è questa ora di scherzi, disse Tressiliano. Ti giuro che se la
medicina da cavallo che hai somministrata a sir Ugo reca il menomo
pregiudizio alla sua salute, ti do per sepoltura la parte più profonda
di una delle nostre miniere di stagno.»
«Oh! non ho per anche assai profittato nel grande _arcanum_ della
trasmutazione dei metalli per desiderare questo soggiorno (rispose
senza scomporsi Wayland). Ma non abbiate paura di nulla, sig.
Tressiliano; William Badger mi ha spiegato con troppa verità lo stato
in cui trovasi il degno Cavaliere, e mi tengo sicuro di non avere fatto
sbaglio nel somministrargli una dose di mandragola, non eccedente il
bisogno di procurargli un sonno dolce e tranquillo, che è quanto fa di
mestieri a rimettere in calma lo spirito agitato di sir Ugo.»
«Spero, o Wayland, non sarai tu l’uomo che mi tradisca.»
«Il fatto ve lo proverà. E qual interesse avrei io di nuocere ad un
povero vecchio che vi sta a cuore? Se Gaffer Pinniewink non mi caccia
ora nelle carni il suo punteruolo, e se non mi straccia con quelle
maledette sue tenaglie ogni parte del mio corpo ove si trova qualche
macchia, per vedere se è stata fatta dal diavolo, non è a voi forse
che ne ho tutta l’obbligazione? Il mio più ardente desiderio è che mi
riguardiate tra i più fedeli vostri servitori, e vi sarà prova della
mia buona fede tutto quanto vedrete succedere dopo il sonno che avrà
dormito il vecchio Cavaliere.»
Nè s’ingannò Wayland nelle sue congetture. La bevanda calmante ch’ei
preparò, fidatosi alla propria esperienza, e che William Badger
somministrò, non dubitando della propria saggezza, produsse il
migliore effetto. Sir Ugo dormì di un sonno lungo e tranquillo, e
nello svegliarsi, non si trovò per vero dire risanato dalla ferita del
cuore, nè dall’indebolimento che aveva sofferto il suo corpo, ma lo
spirito di lui era, più che mai nol fosse stato da qualche tempo, in
grado di giudicare sulle cose che gli venivano proposte. Non convenne
egli sull’istante con Tressiliano intorno al divisamente di portar
suppliche alla Corte, onde ottenere la più possibile riparazione
dell’ingiuria fatta ad Amy. «È d’uopo abbandonarla, egli disse. Ella è
un falco che tien dietro al vento, e che val meno del fischio adoperato
per richiamarlo.» Si giunse nondimeno a convincerlo, che era di suo
debito il cedere al grido di natura, a quel grido che gli parlava a suo
malgrado al cuore, e di acconsentire che Tressiliano facesse per Amy
quanto rimaneva ancora da farsi. Egli sottoscrisse adunque il mandato,
quale il ministro gliel preparò, perchè in quel secolo la greggia di un
pastor d’anime trovava in lui non solamente una guida spirituale, ma un
consigliere che la regolava per gli affari di questa terra.
Ventiquattr’ore dopo che Tressiliano era tornato a Lidcote-Hall, ogni
cosa stava pronta per la sua seconda partenza, ma erasi dimenticato
un punto rilevante, del quale il sig. Mumblazen fece che gli altri si
ricordassero. «Voi andate alla Corte, sig. Tressiliano, diss’egli,
e non pensate che i colori del vostro stemma debbono essere oro ed
argento, soli colori che vi possono essere ricevuti!» L’osservazione
non era meno giusta che imbarazzante, perchè, nè sotto il regno
d’Elisabetta, nè da poi procedendo fino a quella data che si giudichi
più opportuna, era cosa troppo facile il tener dietro ad un affare che
agitavasi in Corte, per chiunque mancasse d’argento monetato, genere di
derrata alquanto rara a Lidcote-Hall. Tressiliano non trovavasi gran
che in capitali, e le rendite di sir Ugo Robsart erano sempre mangiate
in erba, per cagione dell’ospitalità che a tutti ei praticava. Ma il
promotore della difficoltà fu parimente quegli che la tolse di mezzo.
Il signor Michele Mumblazen presentò un sacchetto di cuoio, entro cui
stavano circa trecento sterlini in monete d’oro e d’argento di ogni
spezie, frutto d’un risparmio d’oltre a venti anni, ch’egli consagrò
senza pronunziar parola al servigio di colui, il quale ricettandolo in
propria casa, gli aveva forniti i modi di accumulare questo piccolo
tesoro. Tressiliano accettò, senza mostrar d’esitare, tal presente
della cordialità, nè fu che stringendosi scambievolmente la mano che
dimostrarono, l’uno la soddisfazione d’impiegare quanto possedeva
all’adempimento d’un sì onorevol disegno, l’altro l’aggradevole
sorpresa di veder dissipato in un modo così istantaneo e non preveduto
un ostacolo, che si presentava da prima siccome insuperabile.
Intanto che Tressiliano allestiva tutte le cose per partire nel dì
successivo, Wayland chiese parlargli; e dopo aver fatto valere agli
occhi del padrone i favorevoli effetti della bevanda data a sir
Ugo, gli domandò la permissione di accompagnarlo alla Corte. Nè a
condiscendervi era avverso l’animo di Tressiliano, cui la destrezza,
l’accorgimento, e la fecondità d’immaginare espedienti, qualità da lui
ravvisate a prova in questo compagno di viaggio, ben persuasero che
il condurlo con sè cosa anzi utilissima gli sarebbe stata. Ma non era
tolto il mandato d’arresto uscito contro Wayland, il che Tressiliano
gli ricordò, non dimenticando le tenaglie e il punteruolo di Pinniewink.
Wayland rise di questo. «Chi mai, diss’egli, vuol andare a rintracciare
il maniscalco sotto gli abiti d’una vostra livrea? Poi osservate le mie
basette, e i miei capelli: basta dare altro andamento alle prime, e
tingere in nero i secondi con una preparazione di cui tengo il segreto,
e sfiderò allora il diavolo a riconoscermi.»
Operò egli questa nuova trasmutazione, e dopo alcuni minuti si presentò
a Tressiliano sotto forme affatto diverse. Ciò nondimeno Tressiliano
esitava ancora nell’accettare gli offertigli servigi, la quale
perplessità facea, che Wayland raddoppiasse ancora d’istanze.
«Io vi debbo, diss’egli, la vita, e tanto più desidero pagarvi una
parte del mio debito che seppi dal Badger, tali essere i motivi che
vi chiamano alla Corte, da non andare immune da pericolo per voi
una simile spedizione. Non già ch’io mi dia il vanto di essere uno
spadaccino, o uno di que’ bravacci, che vorrebbero ad ogni istante
frammettersi colla sciabola alla mano nelle brighe de’ lor padroni.
Che anzi, per dirvi la verità, amo meglio il termine d’una cena, che
il principio d’una contesa; ma so parimente di poter servire _vostro
Onore_ in siffatto affare, meglio assai di que’ disperati, che
null’altro conoscono fuorchè i moschettoni e gli stili, e so parimente
che questa mia testa val sola più di cento delle loro braccia.»
Stavasi ancor dubbioso Tressiliano, siccome quegli che conoscendo da
poco tempo questo personaggio straordinario, non sapea troppo al giusto
fin dove gli convenisse concedergli confidenza; e gli sarebbe stato pur
d’uopo confidarsi in lui volendolo rendere utile ai propri divisamenti.
Non si era per anco deliberato, allorchè udì il calpestio d’un cavallo
nella corte, e vide quasi nel medesimo tempo entrar frettolosi nella
sua stanza il Mumblazen e il Badger.
«Giunse in quest’istante, disse il bracchiere, un servo, a cavallo
della più bella pulledra grigia ch’io m’abbia mai visto in mia vita...»
«Che ha sul braccio, continuò il Mumblazen, una piastra d’argento, su
di cui vedesi un drago che inghiottisce un pezzo di mattone, fregiato
d’una corona di conte. Questi mi ha rimessa una lettera per voi che ha
lo stemma medesimo nel suggello.»
Tressiliano prese la lettera, di cui tale era la soprascritta: _Allo
spettabile Edmondo Tressiliano nostro caro parente_, e al disotto della
soprascritta medesima leggeasi: _in tutta fretta, come se vi fosse
pericolo di vita_. Tressiliano si fece tosto a leggere la lettera, e
tale ne era il contenuto:
_Sig. Tressiliano
nostro buon amico e caro cugino_
«Nel momento in cui vi scriviamo, è sì cattivo lo stato di nostra
salute, e sono per altra parte tanto moleste le circostanze in
cui ci troviamo, che è nostro desiderio unire attorno alla nostra
persona tutti quegli amici sul cui affetto possiamo maggiormente
fondarci. Noi vi diamo fra questi la prima sede, sig. Tressiliano,
tanto a cagione dell’amicizia, che ci è noto essere in voi per
nostro riguardo, quanto in considerazione delle altre prerogative
che vi adornano. Vi preghiamo pertanto venirci a trovare il più
presto che potrete al castello di Sav’s-Court, presso Depford, ove
vi parleremo d’affari, che non giudichiamo ben fatto il confidare
alla carta. Nella speranza di vedervi tantosto, siamo il vostro
affezionato parente
_Ratcliffe_ conte di Sussex».
«Affrettati, Badger, sclamò Tressiliano, e fa che questo messaggiere
sia subito alla mia presenza». E appena il vide: «Ah! Stevens, siete
voi! come sta dunque Milord?»
«Male, sig. Tressiliano, male assai, e tanto più egli ha bisogno di
aver buoni amici d’intorno a sè.»
«Ma quale è il genere della sua infermità? Io non ne aveva ancora
inteso parlare.»
«Assai brutte apparenze: non altro potrei dirvi, o signore. I medici
non sanno qual cosa giudicarne. Molti della casa sospettano vi entri
opera di tradimento, o di fattucchieria, o fors’anche qualche cosa di
peggio.»
«Quali ne sono i sintomi?» Chiese tosto il maniscalco, frammettendosi
arditamente in tale discorso.
«Che mi chiedete?» disse Stevens che non intendeva la domanda.
«Dove sta il suo male? disse Wayland. In qual parte del corpo si
sente egli peggio?» Stevens si diede a riguardar Tressiliano, come
per comprendere da lui se dovesse rispondere alle interrogazioni di
questo straniero, ed avendone ricevuto un segno affermativo, fece
l’enumerazione de’ sintomi che si univano alla malattia del suo
padrone: perdita successiva di forze, notturne traspirazioni, mancanza
di appetito, debolezza, ec.
«E a tutto questo andranno congiunti, disse Wayland, un rodente dolor
nello stomaco, ed una lenta febbre?»
«Appunto» disse lo Stevens alquanto maravigliato.
«Conosco assai bene questa malattia, soggiunse Wayland, e ne conosco
l’origine. Il vostro padrone ha mangiato, o gli hanno fatto mangiare la
manna di S. Nicolò. Ma ne conosco altresì il rimedio; e il dottore non
dirà che indarno io abbia studiato nella sua officina.»
«Che intendete voi? (disse Tressiliano aggrottando le ciglia). Pensate
bene che or si parla d’uno fra i primi signori dell’Inghilterra. Non è
questo un momento per far la parte da buffone.»
«Dio me ne guardi, rispose Wayland. Sostengo che conosco una tal
malattia, e che mi darà l’animo di guarirla. Avete a quest’ora
dimenticato quello che feci per sir Ugo Robsart?»
«Ebbene! noi partiremo in questo momento, sclamò Tressiliano. Egli è
Dio medesimo che ne chiama.»
Annunziando il motivo sopravvenutogli onde non aspettare il dì vegnente
a partir dal castello, e tacendo però i sospetti raccontati da Stevens,
e le speranze concette da Wayland, Tressiliano si congedò da sir Ugo, e
di gran galoppo s’avviò per alla volta di Londra, nè altri il seguivano
che Wayland, e il servo del conte di Sussex.
CAPITOLO V.
»Ogni specie in sua officina
»Scorgerai di medicina,
»Sali, spiriti, antimonio,
»Egli è, corpo del demonio!
»Il migliore in fra i perfetti,
»Cui nel gregge degli addetti
»Vanti aver d’Alchimia il regno.
»Che se ancor non giunse al segno
«Di scoprire il _Grande Arcano_,
»N’è, per Dio, poco lontano.
_L’Alchimista._
Tressiliano e la sua comitiva composta di due persone, misero la più
grande celerità nel loro viaggio. All’atto del partirsi, questi avea
chiesto a Wayland, se non giudicherebbe prudente consiglio lo evitare
la contea di Berk, ove lo stesso Wayland avea sostenuta una parte così
brillante. Ma il maniscalco gli rispose non avere il menomo timore. Di
fatto egli impiegò troppo bene il breve tempo trascorso nel castello
di Lidcote-Hall a trasformarsi compiutamente. Della sua folta barba,
che avea può dirsi segata, non gli rimanevano che due piccole basette
rivolte sul labbro superiore all’usanza dei militari; ed un sarto del
villaggio, ben pagato a tal fine, adoperò sì acconciamente il suo
sapere nel secondare la mente esternatagli da Wayland, che si sarebbe
detto, questi avesse vent’anni di meno di quanti ne mostrava alcuni
giorni prima. Perchè per lo innanzi a veder quel volto, e quelle mani
annerite dal fumo e dal carbone, quelle chiome disordinate, quella
barba lunga e sconvenevole, ed una statura incurvata dal genere del
suo lavoro, nè lui coperto che da una pelle d’orso, gli si potevano
attribuir cinquant’anni; ma in allora vestito della livrea di
Tressiliano, con la sciabola a fianco ed una targa alla spalla, non ne
appariva che la vera sua età, vale a dire una trentina d’anni. Ed egual
cambiamento aveano preso pur anche gli esterni suoi modi, poichè in
vece della selvatichezza di chi fugge dai boschi, vedeasi in lui una
gagliardia congiunta a destrezza e ad accorgimento, non mancandovi mai
una tal qual dose di sfrontatezza.
Avendogli Tressiliano domandato il motivo di una metamorfosi tanto
compiuta e singolare, Wayland per tutta risposta gli canticchiò una
strofetta, solita cantarsi in una commedia, allora affatto nuova, che
dava a sperar molto dall’ingegno di chi la compose. Ne giova in questo
luogo il citarla.
»Caliban, odimi,
»Se da naufragio,
»Se da sinistri
»Vuoi star lontan;
»Novo il dominio,
»Novi i registri
»Sian del servigio,
»O Caliban.
Questi versi di cui Tressiliano non si ricordava più, gli fecero venire
a mente, che Wayland era stato commediante, circostanza che rendea
meglio ragione del perchè ei cambiasse con tanta disinvoltura il suo
esterno. E certo il trasmutamento di costui nascondea sì bene l’antico
Wayland, ch’egli non avrebbe temuto, ma anzi desiderato di ripassare
pel luogo, dove fu prima la sua fucina.
«Sotto queste vesti, gli diss’egli, e divenuto uno del seguito di
_vostro Onore_, non mi sgomenterei di mettermi in faccia al giudice
Blindas, fosse pur giorno di piena adunanza. E mi piacerebbe ancor di
sapere che è divenuto di Flibbertigibbet, il quale farà il diavolo in
questo mondo, se giunge a rompere affatto le briglie con cui cercano
frenarlo la nonna ed il precettore. E vorrei in oltre vedere i guasti
che ha fatti lo scoppio per mezzo alle storte e ai crogiuoli del
dottore Demetrio Doboobie. Corpo del diavolo! so ben io che la memoria
di me rimarrà nella vallata di White-Horse lungo tempo dopo che il
mio corpo sarà sparito da questo mondo; e più d’un contadino verrà
ad attaccare il suo cavallo all’anello, ed a mettere il suo _groat_
d’argento sopra la pietra del centro, ed a fischiare come un marinaio
nel tempo della bonaccia, per chiamar di sotterra il maniscalco
dell’inferno; ma i cavalli di questa gente avranno tutto il tempo
d’inchiodarsi prima che io abbia il divertimento di mettere ad essi un
sol ferro.»
La fretta che era in Tressiliano di giugnere presto alla meta del suo
cammino, fece, che questi due viaggiatori non si fermassero più del
tempo necessario a dare riposo e biada ai loro cavalli; e poichè i nomi
del conte di Leicester, o di chiunque si fosse annunziato della sua
comitiva, potevano grandemente su gli animi della moltitudine per tutte
le terre d’onde passarono, credettero prudente cosa il nasconderli, e
il celar parimente il motivo dell’intrapresa peregrinazione. Lancilotto
Wayland, che tale si era il vero nome di costui, ritraeva soprattutto
grande diletto dal deludere la curiosità degli osti e degli stallieri,
facendo loro credere una cosa per l’altra, e spargendo al proposito del
suo padrone tre voci diverse, che si contraddicevano scambievolmente.
Qui Tressiliano era il Lord vicerè dell’Irlanda, venuto incognito
per prendere ordini dalla Regina intorno al famoso ribelle Rory Oge
Mac-Carthy Mac-Mahon; lì un ministro del principe d’Angiò, inviato per
sollecitare le sospirate nozze colla regina Elisabetta; in altri luoghi
il Duca di Medina Sidonia, travestito, che si portava a Londra per
aggiustare i dispareri non anco sedati fra questa Sovrana e Filippo re
di Spagna.
Tressiliano fu malcontento che si divulgassero tai finzioni, e se ne
dolse per più riprese col maniscalco, dimostrandogli i disordini che
alle menzogne sempre si uniscono, e quello principalmente di volgere
sopra di lui, Tressiliano, l’attenzion pubblica in un modo troppo
vistoso — «Eppure, poichè l’aria e il portamento di _vostro Onore_
annunziano un uom d’alto affare, gli è ben d’uopo dar qualche ragione
straordinaria, che giustifichi la rapidità con cui viaggiate, e il
grande segreto che custodite sui motivi del vostro viaggio.»
In proporzione che questi viaggiatori si avvicinavano a Londra,
sminuiva la curiosità da essi eccitata, atteso il grande numero di
stranieri che vanno alla capitale. Entrarono finalmente nella città.
Era mente di Tressiliano trasferirsi sull’istante a Say’s-Court, presso
Depford, ove in allora il lord Sussex aveva residenza, e ciò ancora
per trovarsi in maggior vicinanza a Greenwich, soggiorno favorito
d’Elisabetta, e paese ad un tempo ov’ella sortì i suoi natali. Era
indispensabile ciò nondimeno il fare una breve pausa a Londra, la qual
pausa divenne più lunga per le istanze vivissime mosse da Wayland, onde
poter fare una corsa per la città.
«Prendi adunque la tua sciabola e la tua targa, e mi segui, dissegli
Tressiliano. Io parimente ho disegno di vedere diversi luoghi. Andrem
di conserva.»
Tressiliano avea un motivo segreto per operare in tal modo; ed era
il non credersi abbastanza sicuro della fedeltà di questo novello
servo, onde dispensarsi al sopravvegghiarlo in tal momento, che due
diverse fazioni rivali stavano a fronte l’una dell’altra presso la
corte di Elisabetta. Wayland acconsentì all’aggiustamento propostogli
dal padrone, ma volle stipulare un patto che gli fosse cioè, permesso
di entrare, secondo il crederebbe a proposito, in tale o tal altra
officina di alchimista o di speziale, e di comperarvi le droghe che
gli sarebbero abbisognate. A ciò non si oppose Tressiliano; onde
trascorrendo le strade di Londra, entrarono successivamente in quattro
o cinque botteghe, ed in ognuna di esse Tressiliano osservò, che
Wayland non acquistava mai più d’una droga. Le prime ch’ei domandò si
trovarono speditamente, ma non vi fu l’eguale facilità a procacciarsi
le successive, delle quali costui mostrò desiderio. Nè fu senza
maraviglia di Tressiliano che molte volte ricusò le droghe offertegli,
negando essere quelle ch’egli chiedeva, o almeno della voluta qualità;
e se le facea quindi cambiare, o andava a cercarne altrove delle
migliori. Fuvvi una di tali droghe, che parve impossibile il trovare
per ogni dove. In tal luogo non si conoscea neanco che vi fosse. In
tal altro si sosteneva, non aver questa esistenza che nel cervello
d’alcuni alchimisti. Altrove si offeriva di sostituirle qualche altro
ingrediente fornito, diceasi, e in più alto grado, d’una efficacia
della stessa natura. Per tutto poi mostravasi una certa curiosità di
saper l’uso che si voleva farne. Finalmente un vecchio farmacista
rispose con ischiettezza a Wayland, ch’egli cercherebbe inutilmente una
tal droga per tutta Londra, a meno che non gli riuscisse per avventura
di rinvenirla nella bottega dell’ebreo Yoglan.
«Gli è quanto io cominciava già a sospettare (disse Wayland qual uomo
impazientito). Vi chiedo perdono, o signore, ma comunque abile fosse un
artefice, ben vedete che non può lavorare senza ordigni. Mi è d’uopo
veder tosto l’Ebreo. Che, se anche una tale necessità pone ritardo
di pochi istanti alla nostra partenza, non temiate di non averne
compenso grandissimo dall’uso ch’io son per fare di questa droga rara e
preziosa. Permettetemi soltanto ch’io vi preceda nel cammino, perchè ne
è di mestieri abbandonare la strada maestra; e arriveremo più presto al
cercato luogo se io ve ne insegno la via.»
Acconsentì Tressiliano, fattosi a seguitare questo suo condottiero,
che col guidarlo velocemente, e senza impacciarsi, per mezzo ad un
labirinto di viottoli e di traversi, diede a conoscere al suo compagno
quanto fosse pratico di quel rione. Finalmente si fermò nel mezzo di
angusta strada, in fondo a cui si scorgeva il Tamigi, e gli alberi di
due vascelli, i quali non aspettavano che il grosso fiotto per salpare.
La bottega a cui si fermarono, non era chiusa da invetriate, ma vi
tenea vece di vetri una grossa tela stesa sui telai delle finestre;
tutta aperta poi si vedea la parte davanti di quell’edifizio, come
scorgonsi tuttavia oggidì le botteghe dei pescivendoli. Si presentò
ad essi un vecchio, piccolo di statura, e che a vederlo non sarebbesi
detto un Ebreo. Questi lor chiese tosto di che abbisognassero, e appena
Wayland domandò la droga, per cui venuto era sin lì, quel droghiere
fece un atto di gran maraviglia.
«E come può occorrere all’_Onor vostro_ una droga, non richiestami
ancor da nessuno dopo quarant’anni che fo il mestiere di farmacista in
questa contrada?»
«Io non ho obbligo alcuno di rispondere a tale interrogazione, disse
Wayland; bramo solamente sapere se avete questa droga, e se me la
volete vendere.»
«Se ho questa droga, Dio di Mosè! Sicuramente che l’ho. E quanto al
volerla vendere, non son io un mercante?» Dette le quali cose, gli
pose innanzi agli occhi una polvere. «Ma ella è assai cara, continuò
l’Ebreo, e ho dovuto pagarla in oro effettivo, e di peso. Essa viene
dal monte Sinai, ove la nostra santa legge fu promulgata, ed è tal
pianta che non fiorisce più d’una volta per secolo.»
«Poco m’importa di tutta questa vostra cicalata (disse Wayland,
guardando con occhio di sprezzo la polve offertegli dal Giudeo), ma
ben so trovarsi in tutti i fossi di Aleppo, ed ai comandi di chiunque
voglia il fastidio di raccoglierla, questa cattiva mercanzia che or mi
fate vedere.»
«Ebbene, (rispose l’Ebreo sempre più maravigliato) io non ne ho di
migliore; e quand’anche ne avessi, non ne venderei senza l’ordinanza
d’un medico, o senza conoscere l’uso, che divisate di farne.»
Wayland diede a tal proposito una risposta laconica, ed in cotal
linguaggio, che Tressiliano non potè intendere nulla; risposta che
raddoppiò la sorpresa dello Israelita, e gli fece spalancar due grandi
occhi che fissò sopra Wayland, non diversamente da quel che farebbe
taluno, il quale in uno straniero sconosciuto, e in apparenza di lieve
conto, riconoscesse d’improvviso un celebre eroe, o un potentato di
prima sfera.
«Santo profeta Elia! (sclamò egli, dopo essersi riavuto dai primi
effetti dello stordimento che lo avea colpito, e facendo rapido
passaggio dai modi rubesti e sospettosi ai più sottomessi e servili),
non mi concederete voi l’onore di entrare in quest’umilissimo mio
soggiorno, e di portargli felicità calcandolo co’ vostri piedi?
Ricuserete voi di bere un bicchier di vino unitamente al povero Ebreo
Zaccaria Yoglan? Volete voi vino d’Alemagna.... del Tokai... del
Lacoimo?...»
«Non ci perdiamo in ciance, disse Wayland, datemi quel che vi chiedo, e
tacete.»
L’Israelita prese il suo mazzo di chiavi, ed aperto con circospezione
un armadio, chiuso, a quanto vedeasi, più accuratamente che non tutti
gli altri di quella bottega, spinse una molla, d’onde uscì un cassetto
segreto, coperto di cristallo, entro cui trovavasi una polve nera in
assai piccola quantità. Ei l’offerse a Wayland, facendo la fisonomia
d’uomo che per riguardo ad un tal personaggio non sa ricusare veruna
cosa, ma nel tempo medesimo lascia scorgere il contraggenio, e il
dolore di dover cedere solamente un grano di simil tesoro; laonde
avresti detto che due opposti sentimenti si disputavan terreno
nell’animo di costui.
«Avete voi bilance?» chiese ad esso Wayland.
L’Ebreo gli mostrò quelle, di cui servivasi d’ordinario nella sua
bottega, ma dando a divedere sì chiaramente una irresolutezza ed un
timore, che non isfuggirono agli occhi acutissimi del nostro maniscalco.
«Altre bilance ben diverse da queste mi occorrono, gli disse con severi
modi il secondo. Ignorate forse che le cose sante perdono la loro
virtù, se vengono pesate in una bilancia che non sia giusta?»
Chinò la testa l’Ebreo, e da un cassettino foderato d’acciaio trasse
un paio di bilance che avevano bellissima apparenza. — «Sono queste di
cui mi valgo nelle mie esperienze chimiche (disse costui presentandole
dilicatamente a Wayland). Un pelo della barba del gran Rabbino messo in
uno dei piattelli è assai per far che l’altro si abbassi.»
«Basta così» rispose Wayland, e prendendo le bilance, vi pesò egli
stesso due dramme di quella polve nera, e avviluppate con gran cura
entro un pezzetto di carta, se le mise in saccoccia, chiedendone il
prezzo.
«Nulla, signore; non voglio nulla da un personaggio della vostra sorte.
Ma, voi tornerete, lo spero, a vedere il povero Zaccaria? A dare
un’occhiata al suo laboratorio, ove a furia di lavoro, si è disseccata
la zucca, che par quella del santo profeta Giona? Voi vi moverete a
compassione di lui, e gli presterete man soccorrevole onde faccia
qualche passo di più nella _nobile strada_...»
«Zitto là! (disse Wayland, mettendosi misteriosamente il dito contro
le labbra). Non è cosa impossibile che ci rivediamo. Voi possedete
già lo Schah-Majm, così almeno lo chiamano i vostri Rabbini, la
_creazion generale_. Vegghiate dunque ed orate, perchè è d’uopo che
voi arriviate a conoscere l’elissire Alchahest Sainech prima ch’io
possa entrare in comunicazione con voi.» Corrispondendo allora con una
lieve inclinazione di capo al saluto profondissimo e rispettosissimo
dell’Ebreo, uscì gravemente della bottega, seguendolo il suo padrone,
il cui primo discorso con Wayland si fu il fargli osservare quanto
sarebbe stato convenevole e giusto il pagare a quel mercante, qualunque
ne fosse il valore, la droga da esso fornita.
«Io pagarla! sclamò Wayland. Voglio mettermi al salario del diavolo,
s’io la pago. Senza la tema di spiacere a _vostro Onore_, avrei
tratto da costui un’oncia o due di purissimo oro, dandogli in cambio
altrettanto peso di polve di mattoni.»
«Vi consiglio, sin tanto che state al mio servigio, a non fare simili
furfanterie.»
«Non v’ho detto essere questo il motivo che mi trattiene? Ma... voi le
chiamate furfanterie? Uno scheletro ambulante, ricco abbastanza per
poter lastricare di dollari tutta la sua contrada, che ne leva uno a
fatica dal suo scrigno, e che a guisa di matto, corre dietro al _lapis
philosophorum_! Poi, non era egli stesso nella intenzione d’ingabbiare
un povero papero, se tal mi trovava, col vendermi a peso d’oro una
droga che non costava un soldo? Scaltrito contro scaltrito, disse il
diavolo al carbonaio; e se la sua cattiva polvere valeva le mie corone
d’oro, per Dio! la mia polvere di mattoni poteva ben valere le _corone_
d’oro di costui.»
«Questo raziocinio sarà forse opportuno avendo che fare con Ebrei e con
farmacisti. Ma il sig. Wayland pensi bene, ch’io non posso permettere
questi giuochi di mano sintanto ch’egli riceverà stipendio da me.
Avrete terminato, spero, le vostre compere.»
«Sì, o Signore; e con tutte queste droghe io comporrò in tal giorno
medesimo il vero orvietano, prezioso medicamento, tanto raro, tanto
difficile da trovarsi in Europa; e ciò per mancanza di quella polvere
che ho avuto ora da Yoglan.»
«Ma perchè non avete comperate tutte le vostre droghe ad una stessa
bottega? Abbiamo perduto quasi un’ora correndo da un mercante
all’altro.»
«Vel dico subito, signore. Non voglio far sapere il mio segreto a
nessuno; e ben vedete che non sarebbe più segreto, se acquistassi tutte
le mie droghe da uno stesso mercante.»
Così ragionando se ne tornarono al loro alloggiamento: ed intanto che
Stevens preparava ad essi i cavalli, Wayland, fattosi dare un mortaio
ad imprestito, si rinchiuse nella sua stanza, e spolverizzò, triturò,
mescolò, amalgamò, serbate le debite proporzioni, tutte le acquistate
droghe; e ciò con prontezza e destrezza, tali da ben comprendersi ch’ei
non era novizio nelle opere manuali della farmacia.
Preparatosi così da Wayland il suo elettuario, i tre nostri viaggiatori
salirono a cavallo, ed una corsa di un’ora li fece essere all’antico
castello di Say’s-Court, ove allora risedeva il conte di Sussex,
castello altra volta appartenuto ad una famiglia Say, ma che da un
secolo in poi era divenuto dominio della antica e ragguardevole
gente di Evelyn. Il rappresentante attuale di questa nobile casa,
tenendo grandemente a cuore tutto ciò che al lord Sussex si riferiva,
aveva in sì fatta occasione ricettati nel suo ostello così il detto
Lord, come la numerosa sua comitiva. Say’s-Court fu in appresso la
residenza del celebre signor Evelyn, autore di un’opera intitolata
_Sylva_, che è tuttavia il manuale di coloro, i quali piantano alberi
nell’Inghilterra; e personaggio rinomato parimente, perchè la vita, i
costumi, e le massime di cotest’uomo, come giova il ravvisarlo dalle
particolarità che si leggono nelle sue memorie, sono tal modello, che
dovrebbero conformarsi ad esso tutti i veri gentiluomini Inglesi.
CAPITOLO VI.
»Veramente una gran novità! Due tori
che si battono per amore d’una bella
giovenca, spettatrice e futuro premio
delle loro prodezze! Lasciali fare.
Caduto un d’essi, la mandria sarà fuori
d’impiccio.
ANTICA COMMEDIA.
Say’s-Court era guardata in quel tempo a guisa di una fortezza
assediata, ed i sospetti giugnevano tant’oltre, che allor quando
Tressiliano vi si avvicinò, lo fermarono, e dovette rispondere a ben
molte interrogazioni mossegli dalle sentinelle a piedi e a cavallo,
poste colà d’antiguardia. L’alto grado che il Sussex teneva fra i
personaggi onorati del favore della Regina, e la notoria nè dissimulata
rivalità che era tra lui e il conte di Leicester, faceano che ognuno
riguardasse siccome cosa rilevantissima la conservazione della vita di
quest’uomo, tanto più perchè pendeva tuttavia incerta la lotta, cui
tanto egli quanto il Leicester si erano accinti per soppiantare l’un
l’altro.
Elisabetta, siccome è stile di tutte le donne che regnano, aveva
abbracciato il metodo di rendere le fazioni strumento al suo governare,
serbando a sè la bilancia fra gli opposti interessi delle medesime,
e la facoltà di concedere preponderanza all’una o all’altra parte,
secondochè il richiedesse la ragione di Stato, o tante volte il
capriccio, perchè da tal debolezza non andò immune questa Regina.
Ricorrere opportunamente ai maneggi, contrapporre una fazione
all’altra, tenere in briglia quella che si credea più salita nella
carriera del regio favore, valendosi della tema inspirata dall’altra
fazione, metter questa, se così ai regii fini tornava, al livello
della prima, nel dimostrarle, se non affetto eguale, egual confidenza,
tai furono l’arti ch’ella usò sempre in tutto il durar del suo regno,
e quelle pur furono che a malgrado delle passioni accese nel suo
cuore dai favoriti, salvarono la monarchia e lo Stato da ogni funesta
conseguenza delle passioni medesime.
Diverse affatto erano le pretensioni dei due nobili, che allor
contendevano in questo arringo. Quanto ai meriti loro potea dirsi in
generale, che il conte di Sussex aveva prestati maggiori servigi alla
Regina, e che nel Leicester fu l’accortezza di rendersi più gradito
alla donna. Guerriero il Sussex, militò con buon successo nell’Irlanda
e nella Scozia, e soprattutto nella grande ribellione del nord
Britannico, accaduta nel 1569, e spenta in gran parte per la sapienza
militare di questo capitano. Gli erano dunque per naturale conseguenza
partigiani ed amici tutti coloro, che nella carriera dell’armi
agognavano strade d’innalzamento. Uscito inoltre d’una famiglia più
antica e più ragguardevole, che non era quella del suo competitore,
univa in se medesimo i retaggi delle due nobili case dei Fitz-Walter e
dei Ratcliffe; intanto che gli stemmi del conte di Leicester venivano
inviliti dal digradamento tutt’or ricordato dell’avolo suo, abborrito
ministro di Enrico VII, digradamento non certamente ammendato dal
padre dello stesso Leicester, da Dudley Duca di Nortumberlandia,
decapitato a Tower-Hill nel dì 22 di agosto del 1553. Ma bellezza di
forme, grazie, disinvoltura, armi cotanto formidabili alla corte di una
Regina, diedero al Leicester un sopravvento oltre l’uopo per mettere
queste prerogative al paraggio dei servigi militari, della chiarezza
di sangue, e della franca lealtà, che adornavano il Sussex; onde agli
occhi della Corte e del Regno, il Leicester era tenuto per primo nel
cuore di Elisabetta, comunque ella, consentanea al sistema di politica
abbracciato, non ispignesse tant’oltre i segni di tale predilezione,
che il Leicester potesse vantare un compiuto trionfo sulle pretensioni
del rivale.
L’infermità del Sussex era accaduta appunto in un momento troppo
acconcio a far nascere i gravi sospetti, che si sparsero nel Pubblico
intorno al Leicester; e tali ne furono le conseguenze, che mentre
rimasero altamente costernati gli amici del primo, si diedero a più
alte speranze tutti i partigiani dell’altro. Però siccome in que’
tempi, ancor favorevoli allo spirito di cavalleria, niuno dimenticava
la possibilità, che la conclusione di qualunque disparere si stesse
sulla punta della spada, gli amici di questi due magnati, si univano,
ciascun per lor parte attorno di essi, mostrandosi armati a poca
distanza dai luoghi ove soggiornava la Corte, e fin nel recinto della
Reggia, facendo pervenire all’orecchio della Sovrana le notizie
di queste mutue contese. Mi era indispensabile l’entrare in tali
particolarità, onde il leggitore potesse intendere più agevolmente i
racconti che vengono dopo.
Tressiliano, appena arrivato a Say’s-Court, trovò il castello tutto
ingombro dalla gente del seguito del Sussex, e da grande numero di
gentiluomini venuti a porsi al suo fianco. Ogni braccio era armato, ed
accigliata ogni fisonomia, come se si fosse aspettato da un momento
all’altro un violento assalto per parte dell’opposta fazione. Uno di
quegli ufiziali fece entrare Tressiliano nell’anticamera del Conte,
intanto che un altro ufiziale andò ad avvertire lo stesso Conte di
questo parente arrivatogli. Nella ridetta anticamera però non istavano
che due gentiluomini, ed era non immeritevole di osservazione la
differenza di abbigliamento, contegno, e modi fra tali due personaggi.
Il più attempato d’essi, e nondimeno assai giovane, di condizione, a
quanto pareva, distinta, vestiva abito militare, affatto semplice; e
comunque i lineamenti del suo volto annunziassero molto senno, non ne
traspariva forza d’immaginazione o vivacità d’indole. L’altro, ancora
più giovane, cui non si sarebbero dati venti anni, portava un vestito
foggiato all’usanza più recente di que’ tempi, un abito cioè di velluto
cremesino ornato di galloni e ricamato d’oro, ed un berrettone dello
stesso drappo, intorno a cui avvolgevasi per tre volte una catenella
d’oro, che terminavasi in un medaglione. I suoi capelli vedeansi
aggiustati all’incirca come quelli de’ zerbini dei nostri giorni, vale
a dire ritti sulle loro radici, e gli stavano alle orecchie pendenti
d’argento fregiati ciascuno d’una bellissima perla. Ben fatto, di
grande statura, i lineamenti di lui regolari ed aggradevoli esprimevano
sì bene la sua anima, che vi si leggevano fermezza d’indole risoluta,
ardore di spirito intraprendente, consuetudine di meditare, e prontezza
a deliberare.
Questi due gentiluomini erano ad una medesima panca, seduti l’un
presso l’altro, ma ognun di loro inteso alle proprie considerazioni,
tenea lo sguardo fiso alla parete rimpetto, nè pensavano a parlarsi
scambievolmente. Gli occhi del più attempato null’altro dicevano, se
non se ch’ei stava contemplando nella parete una vecchia intarsiatura
di rovere, gli scudi, le daghe, le ramose corna di cervo, e l’armi
d’ogni specie antiche e moderne, che secondo l’uso di que’ tempi vi
stavano appese. Ma gli occhi del più giovane, sfavillavano del fuoco
dell’immaginazione, onde avresti detto quello spazio vôto che lo
disgiugneva dall’opposto muro essere per lui un teatro, ove la sua
mente comunicasse azione a diversi personaggi, e gli offerisse uno
spettacolo laddove la realtà non presentava cosa veruna.
Appena Tressiliano entrò, si alzarono l’uno e l’altro per salutarlo, ed
il più giovane soprattutto nel modo più cordiale gli disse.
«Che siate il ben venuto, o Tressiliano! La vostra filosofia ne ha
privato di voi allorchè questa casa poteva offerire allettamenti
all’ambizione; ma dessa è una filosofia ben onesta, poichè vi ci
riconduce, quando non potete esser partecipe che di rischi.»
«Milord è dunque infermo sì gravemente?» domandò Tressiliano.
«Noi temiamo che non vi sia più oltre speranza, rispose il più
attempato, ed ogni cosa conferma la persuasione, essere effetto di
tradimento quanto or si vede.»
«Nol crediate, disse Tressiliano. Il lord Leicester è uom d’onore.»
«E perchè dunque tien egli un corteggio composto di veri banditi?
sclamò il più giovane gentiluomo. Sia onesto, se così vi piace,
colui che chiama in aiuto il diavolo; ma non si renderà egli sempre
mallevadore di tutti i mali operati dal diavolo?»
«Or ditemi, o miei signori, chiese ai medesimi Tressiliano: siete voi
forse i soli amici di Milord, accorsi presso di lui in questo momento,
che dite di tanto pericolo?»
«Oh! no certo: rispose il più avanzato in età. Qui si trovano e Tracy,
e Markham, ed altri assai, ma ci alterniamo col prestar servigio a due
a due, ed alcuni, ora stanchi, prendono sonno nella galleria posta in
alto.»
«Ed alcuni altri, disse il giovinetto, sono andati a Depford per
comperare col denaro che hanno potuto raccogliere qualche vecchio
scheletro di vascello. Così allorchè il tutto sarà deciso, e quando il
nobile Lord si troverà collocato nella sepoltura de’ suoi maggiori,
dopo aver pettinato, qual si conviene, i malandrini che ve lo spinsero,
s’imbarcheranno per l’Indie, col cuore alleggerito al par della borsa.»
«È assai possibile ch’io viaggi in lor compagnia, disse Tressiliano, se
avrò in quel fatale momento compiuto un affare, che mi chiama adesso
alla Corte.»
«Voi affari alla Corte! sclamarono ad un tempo i due gentiluomini; voi
viaggiare alle Indie!»
«Come sta una tal cosa, o Tressiliano? continuò il più giovane. Non
siete voi in tal qual maniera maritato? Nè vi metteste già a coperto
contro que’ giuochi di sorte che costringono un uomo a commettersi al
mare, anche allor quando la sua navicella vorrebbe rimanersi tranquilla
nel porto? Qual cosa faceste voi dunque della vostra bella _Indamira_,
che doveva pareggiare la mia _Amoretta_[4] così per bellezza, come per
fedeltà?»
«Non me ne parlate oltre» disse Tressiliano, volgendo il volto verso
altra parte.
«A tale stato dunque veniste, o mio povero amico? (disse il più
giovane gentiluomo prendendo affettuosamente fra le sue la mano di
Tressiliano). Non temiate già io tocchi per la seconda volta una ferita
che vedo sì viva nel vostro cuore. Ma voi mi deste una notizia per
me inaspettata quanto sgradevole. È egli dunque deciso che in questa
burrascosa stagione, non sia permesso a nessuno de’ gioviali nostri
compagni il veder salva da naufragio la propria felicità? Io sperava
che voi, almeno voi, mio caro Edmondo, già vi trovaste nel porto. Ma
pur troppo vedo avverarsi il detto di un nostro amico, che portava il
vostro nome medesimo.»
«Del suol, dell’onda, e dell’eterea sfera
«La Fortuna reina
«Orgogliosa, fera,
«Or solleva or inchina
«Con volubili giri
«La rota, sol di labili contenti,
«E di lunghi martiri
«Dispensiera ai viventi;
«Onde securi ci teniam più in alto,
«Quand’ora è giunta al rovinoso salto.
Intanto che il nostro amico recitava con tuono commosso ed animato tai
versi di Edmondo Spencer, il suo compagno impaziente correva su e giù
per la stanza. Avvoltosi indi nel proprio mantello, e seduto nuovamente
in sulla panca, «Mi fa maraviglia, o Tressiliano, diss’egli, che voi
diate pascolo alla follia di questo giovine coll’ascoltar le sue baie.
Se nulla vi fosse che autorizzasse il giudicar sinistramente d’una casa
rispettabile e virtuosa, quale si è quella di Milord, ella sarebbe del
certo l’udirvi tal dialetto, o a dir meglio guazzabuglio poetico, che
vi hanno apportato questo nostro Walter e i suoi compagni, studiosi di
sformare in tutti i modi possibili il pretto linguaggio Inglese, che la
misericordia di Dio ne avea conceduto.»
«Blunt, s’immagina, disse Walter, che il demonio abbia fatto in versi
la sua corte alla nostra madre Eva, e che il senso mistico dell’albero
della scienza del bene e del male non si riferisca fuorchè all’arte di
accozzar rime o di scandere un esametro.»
In quel punto il ciamberlano del Conte venne annunziando a Tressiliano
che sua Signoria desiderava vederlo.
Tressiliano trovò il lord Sussex in veste da camera, ma adagiato
sul proprio letto, e fu grandemente spaventato dal vederne per la
malattia alterati di tanto i lineamenti. Il Conte lo accolse nella più
amichevole guisa, ed ignaro delle afflizioni che accoravano questo
suo ospite, gli chiese tosto notizie della figlia di sir Robsart.
Tressiliano si scansò per allora dal rispondere a tale interrogazione
coll’informarsi de’ sintomi che accompagnavano l’infermità di Milord, e
si accorse, maravigliandone, essere questi in ogni parte conformi alla
descrizione fattane da Wayland, dopo le poche cose che lo Stevens ne
aveva raccontate. Non esitò allora a narrare al Conte tutta la storia
dell’uomo preso di recente al proprio servigio, e della sicurezza,
che questi aver presumea di guarirlo. Il Conte ascoltò Tressiliano
con attenzione, ma con aria d’incredulità, sino all’istante che udì
pronunziare il nome di Demetrio. Allora chiamò immediatamente il suo
segretario, ordinandogli portasse una cassetta, che conteneva alcune
carte di grande importanza.
«Cercate, gli diss’egli, la confessione di quel furfante di cuoco,
che noi sottomettemmo ad un interrogatorio, e vedete se non vi si fa
menzione del nome di un Demetrio.»
Il segretario trovò il passo additatogli, e lesse quanto segue:
«Il suddetto, esaminato, dichiara ricordarsi d’aver fatto la salsa al
detto storione, e che il nobile Milord dopo averne mangiato si sentì
subitamente male in salute; che egli, il cuoco, non adoperò se non se
erbe ed ingredienti ordinari, cioè....»
«Omettete tutta questa nomenclatura, disse il Conte, ed osservate
soltanto se gl’ingredienti di cui si parla, sieno stati comperati da un
erbolaio di nome Demetrio.»
«Appunto, disse il segretario, ed il cuoco asserisce qui parimente che
dopo quella volta non rivide più lo stesso Demetrio.»
«Tutto ciò s’accorda colla storia narrata dal tuo nuovo personaggio, o
mio Tressiliano, soggiunse il Conte. Voglio tosto vederlo.»
Wayland condotto dinanzi a lui, replicò con fermezza la storia, tal
quale l’avea contata da prima, ed una sola circostanza non ne variò.
«Sarebbe fra le cose possibili, disse il Conte volto a Wayland, che
coloro i quali incominciarono l’opera avessero inviato qui appunto la
tua persona per terminarla. Ma bada bene che se il tuo rimedio avesse
conseguente funeste, la passeresti male tu pure.»
«Veramente, rispose Wayland, ciò sarebbe un prendere la cosa con
troppo rigore, perchè la guarigione sta nelle mani di Dio, siccome la
morte. Pure acconsento di correre io tutto il rischio. Mi sono avvezzo
a restar sì lungo tempo sotterra, che non mi fa tanto spavento il
tornarvi.»
«Giacchè in te la sicurezza è sì grande, nè per altra parte i dottori
san più qual cosa farsi per sollevarmi, ripeterò le tue parole
medesime: acconsento di correrne io tutto il rischio. Dammi il tuo
medicamento.»
«Poichè mi faceste mallevadore della cura, disse Wayland, permettetemi
prima di tutto, ch’io pure per parte mia metta un patto, ed è che
nessun medico v’intervenga.»
«Gli è giusto, disse Sussex; proviamo ora questo tuo rimedio.»
Intanto che Wayland lo preparava, i servi del Conte lo spogliarono;
indi si mise in letto.
«Vi avverto, aggiunse Wayland, che il primo effetto del medicamento
sarà l’eccitare in voi un sonno profondissimo, e converrà che
nell’intervallo di questo sonno si osservi il più alto silenzio in
tutta la stanza, perchè dall’omissione di tal cautela potrebbero
derivare conseguenze sinistre. Io stesso farò la veglia alla Signoria
vostra unitamente a due de’ suoi gentiluomini di camera.»
«Che tutti si ritirino, disse il Conte, eccetto Stanley, e questo bravo
uomo.»
«Ed eccetto me, aggiunse Tressiliano. Mi riguarda troppo da vicino
l’effetto di un tale rimedio.»
«Sia come desiderate, disse il Conte; ma prima d’ogni altra cosa si
facciano venir qui il mio segretario ed il mio ciamberlano.»
«Signori, (volgendosi a questi appena gli furono alla presenza) vi
voglio qui testimoni, che il nostro onorevole amico Tressiliano non è
mallevadore di sorte alcuna per le conseguenze, quali che si fossero
del medicamento, cui or mi assoggetto. Mi spinse a tal risoluzione
la sola mia volontà, riguardando io il caso, che guida (accennando
Wayland) questo uomo dinanzi a me, siccome un favore del Cielo,
deliberato forse a risanarmi per non prevedute vie dall’infermità
che mi opprime. Se le cose non vanno a seconda della speranza che ho
concetta, richiamatemi alla memoria della nobile mia padrona, e ditele
che morii qual fedele servo le vissi. Auguro a tutti coloro che stanno
d’intorno al trono una purezza d’animo eguale alla mia, ed auguro ad
essi nel prestarle servigio tutta la possibile acutezza d’ingegno, chè
non fu colpa di Tommaso Ratcliffe, se non ne ha posseduto di più.»
Incrocicchiate indi le sue braccia sul petto, sembrò farsi meditabondo
per un istante. Poi ricevendo dalle mani di Wayland la pozione,
fissò gli occhi sopra di lui, come volendo leggergli sin nel fondo
dell’anima; ma non iscorse in quel volto verun segno d’inquietudine o
di turbamento.
«Nulla avvi da temere» disse dopo di ciò in aria di sicurezza a
Tressiliano, e tosto si trangugiò la bevanda.
«Prego Vostra Signoria[5], disse Wayland, a collocarsi nel modo che
le è più comodo per dormire; e voi, o signori, mettetevi immobili e
taciturni come se foste presso al letto di vostra madre in punto di
morte.»
Il Ciamberlano ed il Segretario si ritirarono, dando ordine che
si chiudessero le porte, e che il più profondo silenzio dominasse
in tutta la casa. Non rimasero altri in quella stanza fuorchè
Stanley, Tressiliano e Wayland, ma molte furono le persone, che non
abbandonarono l’anticamera, per trovarsi pronte a qualunque evento
potesse accadere.
Non tardò a compiersi quanto aveva predetto Wayland. Il Conte fu preso
da un sonno tanto profondo, che Tressiliano e Stanley temettero non
fosse piuttosto un letargo, da cui non si svegliasse più mai; e lo
stesso Wayland diede alcun segno d’inquietudine. Portava spesse volte
le mani sulle tempia dell’infermo, ed il respiro di esso forte e
frequente, però facile e non interrotto, era la cosa cui facesse egli
maggior attenzione.
CAPITOLO VII.
»Ebbene, i miei cari storditi! è questo
il modo di fare il servigio, o di
compiere i propri doveri? Che cosa è
accaduto dello stupido inviato qui per
mio ordine?
_Shakespeare._
L’istante, in cui le persone si mostrano l’una all’altra in forma
più svantaggiosa, e che produce parimente in ciascheduna una tal
quale molestia, si è quello del primo albeggiare, se sorprende
uomini, che abbiano passata vegghiando tutta la notte. Anche una
donna di bellezza la più peregrina, allorchè lo schiarire del giorno
mette fine ai diletti di una festa da ballo, opererebbe con senno,
sottraendosi agli sguardi sin delle persone più ardenti nell’adorarla
e ammirarla. Produttrice di simile effetto era la luce pallida,
sgradevole ed incomoda, che incominciava a spargersi sopra coloro,
che vegghiato avevano tutta la notte nell’anticamera del conte di
Sussex, luce che mescolava una tinta turchiniccia ai raggi, fra il
rosso e il giallo, mandati tuttavia da quelle lampade cui mancava già
l’alimento alla fiamma, e dalle torce che stavano per ispegnersi. Il
giovine gentiluomo, di cui facemmo parola nel capitolo precedente,
aveva abbandonato questa sala per andare a vedere chi picchiasse alla
porta del castello, e nel suo ritorno rimase sì attonito in vedere il
pallore e la sformazione dei volti di que’ suoi compagni, che esclamò:
«Per l’anima mia, padroni miei, si direbbe che siete altrettanti
barbaggianni. M’aspetto, quando leva il sole, vedervi volar tutti, e
cogli occhi incantati correre alla presta a nascondervi entro il tronco
infracidito d’un vecchio albero, o nel primo buco che trovate d’un muro
diroccato.»
«Taci là, testa sventata, disse il Blount. Ti par questo un momento da
scherzare, mentre nella vicina stanza l’Onore dell’Inghilterra manda
forse l’estremo sospiro?»
«Tu ne menti» rispose il Walter.
«Io mentire! (replicò il Blount, levatosi da sedere), io mentire! Ed è
con me che tu parli in sì fatta guisa?»
«Sì, bravo Blount, tu ne menti; ma non ti prendere la mosca al naso per
una parola. Io amo ed onoro Milord quanto il faccia alcun altro di voi;
pure se anco piacesse al Cielo di chiamarlo a sè, non direi per questo
sparito l’onore dall’Inghilterra. Ei vi rimarrà sempre sintantochè vi
sarai tu o Blount, sintantochè vi saranno e Markham e Tracy, e tanti
altri nostri camerata.»
«Fra i quali certamente non ti starai dall’annoverar te medesimo.»
«Figurati! e soggiungo di più essere io quello che farà valer meglio
l’ingegno compartitoci da Domeneddio.»
«Ne vorresti far sapere il segreto che hai per giugnere a questa
supremazia?»
«Perchè no? Voi siete come quelle buone terre dalle quali non si
raccoglie nulla, perchè appunto si crede che non abbisognino di
concime. Io al contrario sono un fondo forse men fertile per se stesso,
ma l’ambizione lo mantiene di continuo in tale fermento che lo farà
produttivo.»
«La cosa di cui prego il Cielo, si è che tu non divenga matto. Quanto
a me, se noi perdiamo il nobile Conte, dico addio alla Corte, e ai
campi di battaglia. Possedo cinquecento acri di terra nella contea di
Norfolk, e vado a seppellirmivi, ed a cambiare in una vanga la mia
corazza.»
«Vile metamorfosi! Però fai bene, perchè tu hai veramente una schiena
d’agricoltore; le tue spalle sono incurvate, come se ti abbassassi ad
ogni istante per tenere l’aratro; poi senti odor di terra, invece di
olezzar profumi, come il dovrebbe un cortigiano galante. In vero si
direbbe che tu esci in questo momento di mezzo ad un mucchio di fieno;
nè avresti altra scusa da addurre, se non che la figlia dell’affittuale
è una bella ragazza.»
«A parte gli scherzi, o Walter, gli disse Tracy, non ne sono questi
nè il tempo, nè il luogo. Dinne piuttosto chi venne a picchiare alla
porta?»
«Ah! il dottor Masters, medico della Regina, che per ordine immediato
di lei veniva ad informarsi sulla salute del Conte.»
«Corbezzoli! Sclamò Tracy, non è questo un piccolo contrassegno di
favore. Se il Conte ricupera la salute, il sig. di Leicester potrà
tuttavia avere in lui un emulo formidabile. Ma dov’è dunque il dottore?»
«Sulla strada di Greenwich (rispose Walter), ed assai arrabbiato.»
«Come sarebbe a dire? sclamò Tracy. Spero bene che non gli avrai negato
l’ingresso.»
«Oh certamente! non avrai commessa una tale mattezza!» soggiunse il
Blount.
«Eppure l’ho congedato con quel garbo, che tu metteresti, o Blount, a
mandar via un mendicante, ovvero tu, o Tracy, un tuo creditore.»
«Dalla parte di tutti i diavoli, perchè l’hai tu lasciato fuor della
porta?» dimandarono a coro Blount e Tracy.
«Perchè lo stare fuori della porta conviene meglio alla sua età che
alla mia.»
«Ma questo atto di tua storditaggine va ad essere la nostra rovina.
Viva ora, o muoia Milord, non otterrà mai più uno sguardo favorevole
dalla Sovrana.»
«E gli mancheranno i modi di far la fortuna de’ suoi partigiani
(aggiunse Walter sorridendo schernevolmente). Ecco la piaga segreta,
delicata, che non può toccarsi. Signori, io ho fatto sonar men alto
di voi le mie lamentazioni intorno la malattia di Milord, ma quando è
il momento di rendergli servigio, non la cedo a nessuno. Se io avessi
permesso a questo sapiente dottore di penetrare nella camera del
Conte, non comprendete voi, che tra questo medico, e l’altro venuto
con Tressiliano, sarebbe nato un bordello, capace non solamente di
svegliare l’infermo, ma perfino i morti? Credo che una campana a
martello faccia minore strepito d’una disputa insorta fra due dottori.»
«E chi prenderà sopra di sè il biasimo d’aver contravvenuto agli ordini
della Regina? domandò Tracy; perchè, non v’ha dubbio, il dottore
Masters veniva per comando assoluto di sua Maestà a curare il Conte.»
«Io mi assumerò questo biasimo, disse Walter, e se ho commessa una
colpa, acconsento esserne castigato.»
«Fa dunque un addio ai tuoi sogni brillanti, e rinunzia ai favori della
Corte, gli disse il Blount. La tua ambizione avrà bel fermentare, ma
la contea di Devon non vedrà mai in te, che un cadetto di famiglia,
opportuno per rimanersi al lato inferiore della mensa a far parte delle
vivande insieme col cappellano, o per vegghiare che i cani sieno ben
nudriti, e strignere la cinghia al cavallo del suo padrone tutte le
volte che va alla caccia.»
«No (soggiunse fattosi rosso in volto quel giovinetto), no: non accadrà
nulla di questo, sintantochè si farà la guerra nell’Irlanda e ne’
Paesi Bassi; sintantochè l’onde dell’Oceano apriranno un cammino ai
pericoli, alla gloria, ed alla fortuna. Il ricco Occidente nasconde
terre tuttavia sconosciute, e vivono nell’Inghilterra anime abbastanza
ardimentose per tentarne la scoperta. Io vi lascio brevi istanti, o
signori, per far la mia ronda, e vedere se le sentinelle sono al lor
sito.»
«Io credo per certo ch’egli abbia argento vivo invece di sangue» disse
il Blount, che dopo partito il Walter si fece a riguardare Markham.
«Io dico, rispose Markham, che in quella testa e in quel sangue vi è
quanto basta, o per sorgere a somma altezza, o per far tal caduta da
non più rilevarsene. Però, se il chiudere la porta al dottore Masters
fu un atto di temerario ardimento, non si può negare che con esso rendè
al Conte un segnalato servigio, perchè il compagno di Tressiliano disse
in chiari termini, che svegliare Milord, e dargli la morte sarebbero
state cose contemporanee; e per altra parte il Masters è tale, che
sveglierebbe i sette dormienti, se non vedesse un’ordinanza messa in
buona forma dalla facoltà medica, che autorizzasse la continuazione del
lor sonno.»
La mattina cominciava ad innoltrarsi, allor quando Tressiliano giunse
nell’anticamera apportatore di lieta notizia, vale a dire che il
conte di Sussex si era svegliato da se medesimo, che sofferiva meno
internamente, che parlava con ilarità, e scorgersi finalmente nella
sua fisonomia tal brio insolito da molto tempo, che parea nunzio
sicuro d’un cambiamento fattosi nello stato di sua salute. Nel tempo
medesimo, Tressiliano, così incaricato dal Conte, si fece raccontare le
cose accadute nel durar della notte, per portarne allo stesso Conte un
riferto.
Allorchè questi intese il modo, onde il giovine Walter aveva accolto il
medico inviatogli dalla Regina, sorrise da prima; ma dopo aver meditato
un istante, comandò al Blount, suo primo scudiere, facesse allestire
immantinente una barca, e si trasferisse al palazzo di Greenwich,
conducendo seco Walter e Tracy; ed incaricò lo stesso Blount di farsi
interprete presso la Sovrana dell’umile rispetto e della gratitudine in
lui, Sussex, eccitata da tanto regio favore, ed a spiegarle nel tempo
stesso i motivi, che non gli permisero di volgersi ai consigli del
sapiente dottore Masters.
«Possa venir la peste a un tal ordine (disse il Blount, ritornando
nell’anticamera). S’egli mi avesse comandato di portare un cartello
di disfida al Leicester, avrei forse più passabilmente soddisfatto
al dovere di un tale messaggio. Ma presentarmi innanzi alla
graziosa nostra Sovrana, alla cui presenza tutte le parole debbono
essere inzuccherate, e melate come se uscissero della bottega d’un
confettiere, questo è quanto non mi va a verso per nulla. Partiamo
dunque Tracy, e devi seguirmi, o Walter, tu pure; tu che sei la
cagione di tutto questo intrigo: staremo a vedere se il tuo cervello
fecondissimo di artifizi, potrà venire in soccorso d’un uomo che non sa
parlare, fuorchè lo schietto e buon inglese.»
«Non temete di nulla, sclamò il Walter. Io vi toglierò da tutti
gl’impicci. Datemi tempo solamente ch’io vada in cerca del mio
mantello.»
«Del tuo mantello? Non l’hai sulle spalle? Credo che tu perda la testa,
se però mai tu avesti una testa.»
«Che cosa dici? Questo è un vecchio mantello di Tracy. Pensi tu forse
che io voglia mostrarmi alla Corte, non vestito in abito di cerimonia?»
«Già la tua cerimonia non sarà sfoggiata che agli occhi dell’usciere, o
di qualche meschino servitore.»
«Non importa. Voglio mettere il mio mantello, e dar quattro colpi di
spazzola alla mia giubba prima di pormi in cammino.»
«Questo è ben darsi grandi faccende per un mantello e per una giubba!
Andiamo. Sbrigati in nome del cielo.»
Nè andò guari, che si trovarono navigando sul maestoso Tamigi, le cui
acque percosse dal sole brillavano in tutto il loro splendore.
«Ecco due cose che non hanno nulla che le pareggi nell’universo, disse
il Walter a Blount, in cielo il Sole, e sulla terra il Tamigi.»
«I raggi dell’uno, rispose pacatamente Blount, ci schiariranno per
giugnere a Greenwich, e l’acque dell’altro ci condurrebbero più presto
se fosse ora di grosso fiotto.»
«Ecco dove vanno a finire tutti i tuoi pensieri, tutte le tue
inquietudini. Tu non trovi ora altra utilità nel re degli elementi,
e nel re de’ fiumi, che quello di aiutare tre poveri diavoli, quali
siamo, tu, Tracy, ed io, nel portarsi a Corte per fare una visita di
cerimonia!»
«In fede mia, che m’importerebbe assai poco di questa visita! sclamò
il Blount, e risparmierei di tutto buon grado al Sole e al Tamigi
l’incomodo di condurmi laddove io non aveva nessuna voglia di andare, e
laddove m’aspetto per tutta ricompensa d’essere ricevuto come un cane.
E sull’onor mio (soggiunse egli, volgendo gli occhi verso Greenwich,
a cui si avvicinavano a mano a mano), credo bene che avremo fatto un
viaggio inutile, poichè vedo la barca della Regina presso le gradinate
del parco, il che pare indizio, che S. M. voglia andare a diporto
sull’acque.»
Nè s’ingannava egli di fatto. La bandiera inglese sventolava sulla
barca reale, e già i navicellai della Regina, parati delle lor ricche
livree, avvicinavano questa barca alla gradinata che mena al parco
di Greenwich. Due o tre altre barche poste dietro di questa doveano
contenere quella parte del corteggio di Elisabetta, cui non era lecito
entrar nella prima. Le reali guardie del corpo, tolte dai più begli
uomini dell’Inghilterra, formavano doppia schiera, che incominciava
dalla porta del palagio, venendo fino alla riva dell’acqua; talchè
aspettavasi imminente il giugnere della Regina, benchè fosse assai di
buon’ora.
«In verità, tutto ciò non presagisce nulla di favorevole, disse
il Blount. Convien dire che la Regina abbia possenti ragioni per
mettersi in viaggio tanto di buon mattino. Noi faremmo assai meglio
col ritornarcene a Say’s-Court, per ragguagliare Milord di quello che
abbiamo veduto.»
«Di quello che abbiamo veduto! replicò il Walter. E che cosa abbiam
veduto? Una barca, molti navicellai, alcuni soldati vestiti di
scarlatto e armati di labarda. Pensiamo ad adempiere gli ordini di cui
il Conte ne ha incaricati, ed a ragguagliarlo del modo onde la Regina
ci ha ricevuti.»
Dette queste parole, comandò ai battellieri di avvicinare la barca
a tal parte di riva, ove si potesse scendere a terra, perchè pensò
che un riguardo di rispetto non permetteva loro in tal momento il
valersi della gradinata del parco. Allora d’un leggier salto prese a
sponda, seguito indi dal prudente e circospetto Blount, che parea lo
accompagnasse contro sua voglia. Appena presentatisi alla porta della
reggia, intesero che non si poteva lasciargli entrare, stando allora in
atto d’uscir la Sovrana. Per ottenere ciò nonostante la permissione di
più innoltrarsi, adoperarono il nome del conte di Sussex, ma sì fatto
talismano non producendo verun effetto nell’animo dell’uficiale posto
di guardia alla porta, questi rispose loro, non potersi stogliere nè
poco nè assai dalla consegna avuta.
«Non te l’aveva io detto? sclamò il Blount. Andiamo dunque, mio caro
Walter, raggiugniamo la nostra barca, e torniamcene a Say’s-Court.»
«No per Dio; se prima non mi presento alla Regina» rispose
risolutamente l’altro.
«A quel che vedo, sei matto, arcimatto.»
«E tu a quel che vedo, sei diventato una gallina tuffata nell’acqua.
E per bacco! ti ho veduto far fronte ad una dozzina di maledetti
Irlandesi, senza che il loro numero ti spaventasse. Ed ora temi che una
bella signora ti volga un guardo corrucciato.»
Terminava il Walter queste parole, allorchè apertesi le porte del
castello, ne uscirono guardie, poi uscieri, e finalmente Elisabetta
in mezzo alle dame e ai magnati della sua corte, schierati con tale
artifizio, che da qualunque lato lo spettator si trovasse, potea veder
la Regina. Ella era giovane tuttavia, e brillava di tutto quello
splendore che chiamavasi beltà in una Sovrana, ma che avrebbe avuto
nome di apparenza nobile e dignitosa in qualunque grado ella si fosse
trovata. Si appoggiava essa sul braccio del lord Hunsdon, che essendole
parente da lato di madre, ne ricevea spesso tai contrassegni di favore
e di distinzione.
Walter non si era forse mai veduto tanto vicino alla persona della
sua Sovrana; onde si spinse avanti sino alla fila formata dalle
guardie, per non perdere sì fatta occasione di contemplarla a suo
bell’agio. Blount intanto ne maledicea questa, ch’egli chiamava
imprudenza, facendo di tutto per trarlo addietro. Ma Walter se ne
sciolse ben presto, e permettendo al proprio mantello di ondeggiargli
negligentemente sopra una spalla, dispiegò meglio le grazie d’una bella
statura. Levatosi allora il berrettone, fisò gli occhi sulla Regina
con tal atto, che trasparivano da essi ad un tempo e la rispettosa
curiosità che l’accendeva, ed un’ammirazione quanto viva, altrettanto
modesta. Finalmente le guardie colpite dalla sua avvenente fisonomia
e dalla ricchezza degli abiti, comportarono ch’ei si mettesse di pari
nelle loro file; cosa che non erano solite concedere agli spettatori
d’un grado comune. Per tal modo l’intrepido giovinetto si trovò
pienamente esposto agli sguardi d’Elisabetta, non mai indifferente nè
all’ammirazione ch’ella a buon dritto eccitava, nè ai pregi d’esterna
forma che ella scorgesse in alcuno de’ suoi cortigiani. Giunta in
vicinanza del luogo ove stavasi fermo il Walter, lanciò sovr’esso uno
sguardo, che annunziava bensì qualche sorpresa per l’ardire ch’ei
dimostrava, ma non però nessuna specie di risentimento. Accadde cosa,
che dovette più particolarmente chiamare sopra di lui l’attenzione
della Regina. Era piovuto tutta la notte, ed appunto dinanzi al luogo
occupato dal nostro giovane, vedeasi un tratto di terreno coperto
ancora di fango, e sopra quello dovea passar la Regina, che si fece
a titubare per un istante. Ma non titubò il Walter nel togliersi in
un batter d’occhio il suo mantello, e gettarlo su quella parte di
cammino fangosa, onde la Sovrana vi tragittasse a piedi asciutti. E
tale atto, in cui comprendevansi e cortesia ed affezione di suddito,
accompagnò egli con un rispettoso saluto, cui cresceva grazia il suo
volto copertosi d’improvviso rossore. La Regina tornò ad alzar gli
occhi sopra di lui, e provando un istante di confusione, ed arrossendo
a sua volta, gli fece un gentil cenno col capo; poi affrettatasi in suo
cammino, salì la barca senza profferire una sola parola.
«Ebbene, re degli storditi, gli disse Blount, adesso sì avrai il
diletto di far passeggiare la spazzola sul tuo mantello. Se era in
te mente di formarne un tappeto per mettervi i piedi, tanto valeva
conservare quello di Tracy; il bigello almeno non teme le macchie.»
«Questo mantello (disse il Walter, piegandolo in guisa da poterselo
portare sul braccio) non verrà mai spazzolato sintantochè m’appartenga.»
«E non ti apparterrà lungo tempo, se non ne farai miglior conto. Noi ti
vedremo ben presto _in cuerpo_, come dicono gli Spagnuoli.»
In questo, il loro colloquio venne interrotto da un usciere della
Regina.
«Io cerco (diss’egli guardando per tutto con attenzione) un giovine
senza mantello, o con il mantello coperto di fango. Siete voi
senz’altro, diss’egli a Walter: abbiate la bontà di venire con me.»
«Egli è del mio seguito, disse Blount; io sono il primo scudiere del
nobile conte di Sussex.»
«Tutto ciò è possibilissimo, rispose l’usciere, ma io porto gli ordini
immediati di Sua Maestà, nè riguardano essi che questo signore.»
Dette tali parole, si allontanò facendo cenno al Walter di seguirlo,
mentre gli occhi del Blount rimasto addietro gli uscivano della
testa; tanto era l’eccesso della sua maraviglia. «Chi diavolo voleva
immaginare questa faccenda?» finalmente egli sclamò, e scotendo il capo
in aria di chi non vede andar le cose a suo modo, raggiunse la barca, e
se ne tornò solo a Say’s-Court.
Intanto l’usciere condusse il Walter verso il Tamigi e fino alla grande
gradinata, usandogli sempre i più rispettosi modi; la qual cosa non è
di mal augurio in simili circostanze. Poi lo fece entrare in una delle
picciole barche preste a seguire quella della Regina, che già navigava
rapidamente in mezzo del fiume col favore del grosso fiotto, favore di
cui lamentò la mancanza il nostro Blount nel trasferirsi a Greenwich.
I due navicellai obbedendo ad un segnale fatto lor dall’usciere,
remigarono con tanta forza, che in pochi minuti si trovarono appresso
alla barca della Regina, ov’ella stavasi seduta sotto magnifico
padiglione con due o tre dame del suo corteggio ed alcuni grandi
uficiali della regia casa. La Sovrana volse più d’una fiata gli occhi
ed alla barca che le si avvicinava ed all’avvenente giovane che sovra
essa venia trasportato, e nel tempo stesso diceva sorridendo alcune
parole alle persone che la corteggiavano. Finalmente uno fra que’
signori, certamente per avere ordinato così la Regina, fece segno ai
navicellai che accostassero la barca, poi disse a Walter di passare in
quella della Sovrana, al qual cenno egli ubbidì con agilità e grazia
eguali. Ritrattasi la barca che lo avea trasportato, ei venne condotto
alla presenza di Elisabetta. Sostenne esso gli sguardi di Sua Maestà
con una modesta sicurezza, e s’anco un leggiero imbarazzo scorgeasi
in lui, ne avea nuovo spicco la vaghezza delle sue forme. Teneasi
costantemente sul braccio il mantello coperto di fango, e fu questo
come è ben da credersi, che diede alla Regina il primo argomento di
movergli accenti.
«Voi avete quest’oggi rovinato un ricco mantello, o giovinetto; noi vi
ringraziamo per tale servigio, benchè nel prestarlo vi siate stolto
alcun poco dalle forme ordinarie, e vi abbiate aggiunto alquanta
arditezza.»
«L’arditezza si fa dovere per un suddito, rispose Walter, quando è
d’uopo d’arditezza nel servire il proprio Sovrano.»
«Viva Dio! egli ha risposto bene, o Milord (disse la Regina, volgendosi
ad un grave personaggio che stavale a canto, e che solamente le
rispondea con un dignitoso chinar di capo in segno di approvazione).
Ebbene, o giovinetto, la galanteria onde sfoggiasti non andrà priva di
ricompensa. Ti trasferirai presso l’intendente della nostra guardaroba,
e troverai l’ordine perchè ti dia un altro mantello, invece di quello
che danneggiasti per nostro servigio; tu ne avrai uno de’ più ricchi, e
de’ meglio foggiati secondo l’usanza del giorno: te lo prometto in fede
di Principessa.»
«Non tocca ad un umile servo della Maestà Vostra, disse titubando
Walter, discutere intorno i favori, che degnate concedergli, ma se mi
fosse permesso lo scegliere......»
«Tu preferiresti che ti si donasse oro, lo indovino, disse
interrompendolo Elisabetta. Oh no, giovane! no. È per me un rossore
il dirlo, ma nella nostra capitale si trovano tanti modi di spendere
il denaro in follie, che il presentarne ai giovani, gli è un gettar
l’olio sul fuoco, un fornirli d’armi contro di lor medesimi. Se il
Cielo mi conceda più lunga vita, metterò un limite a questi disordini.
Ciò nondimeno, tu non sei forse ricco, fors’anche i tuoi parenti son
poveri..... Ebbene, sì, tu avrai denaro; ma è d’uopo tu mi renda conto
dell’uso che vorresti farne.»
Walter aspettò con pazienza che la Regina avesse terminato il suo dire,
per assicurarla indi modestamente, che dell’offertogli mantello, l’oro
era anche assai meno la meta cui egli aspirasse.
«E che? sclamò la Regina; nè il nostro oro, nè un mantello ti possono
contentare! Qual cosa brami tu dunque?»
«Bramo soltanto, o Regina, se non è portar troppo alto le mie
pretensioni, il vostro assenso, ond’io porti sempre questo mantello,
che vi arrecò sì lieve servigio.»
«Il mio assenso, onde tu porti il tuo mantello! E poss’io negartelo, o
giovinetto?»
«Oh! questo mantello non è più mio. Dacchè il piede di Vostra Maestà lo
calcò, è divenuto degno di un Principe; egli è troppo sfarzoso per un
uomo della mia condizione.»
La Regina arrossì nuovamente, e si sforzò di coprire con un riso non
naturale un lieve grado di sorpresa e di confusione, che non le erano
per altro discare.
«Udiste mai nulla di consimile, o Lordi? La lettura dei romanzi ha
volto il capo a questo povero giovine. È d’uopo io sappia chi egli sia
per mandarlo in istato di sicurezza ai suoi genitori. Chi siete voi,
giovinetto?»
«Gentiluomo della casa del Conte di Sussex, che mi aveva qui spedito
col suo primo scudiere per arrecare un messaggio alla Maestà Vostra.»
Pronunziato appena questo nome, l’aria di favore con cui la Regina avea
sino a quell’istante contemplato Walter si dileguò, e diede luogo a
disdegnosi modi e severi.
«Il lord Sussex, diss’ella, ci ha insegnato in qual prezzo dobbiamo
avere i suoi messaggi, col farne conoscere il conto ch’ei fa de’
nostri. In questa istessa mattina, e ad un’ora che non è ordinaria,
abbiamo spedito a lui il nostro medico, tosto che sapemmo essere più
seria la sua infermità di quello che si era immaginato da prima.
Non v’è Corte d’Europa in cui si trovasse un uomo più sapiente del
dottore Masters, ed egli presentavasi in nostro nome alla casa di uno
fra i nostri sudditi. Nondimeno trovò la porta di Say’s-Court difesa
da uomini armati di colubrine, come se quel castello fosse stato
situato sulle frontiere della Scozia, e non in vicinanza della nostra
medesima Corte. Ha chiesto in nostro nome che gli si aprisse, ed ha
sofferto l’affronto di un rifiuto. Noi non riceveremo, almeno per
ora, alcuna scusa sul disprezzo, con cui Milord ha contraccambiato un
contrassegno di bontà che fu ancor troppo grande. Vi avverto di ciò,
perchè m’immagino altro non essere lo scopo del vostro messaggio che il
presentarci scuse a nome del Conte.»
Questi detti furono pronunziati con un tuono, e con gesti tali, onde
ne fremessero tutti que’ cortigiani presenti che parteggiavano per il
Sussex. Ma non ne fu atterrito quel solo a cui il discorso era volto.
Non cessò appena di parlar la Regina, che alzando gli occhi verso di
lei, le disse in modo umile e rispettoso Walter: «Supplico la Maestà
Vostra a permettermi dirle, ch’io non sono incaricato di presentarle
scuse per parte del conte di Sussex.»
«E di che vi ha dunque incaricato, o signore? (sclamò la Regina con
quell’impeto, che comunque altre nobilissime prerogative d’animo il
bilanciassero, formava la parte principale della sua indole). Vi ha
forse incaricato di giustificarlo, o per la morte di Dio[6] di venir
qui a disfidarci?»
«Il conte di Sussex, rispose Walter, conosceva tutta la gravezza della
colpa che fu commessa, nè pensò che ad assicurarsi del colpevole e ad
inviarlo a voi per metterlo affatto nel vostro arbitrio. Ma il Conte
dormiva profondamente, quando giunse il dottore Masters, perchè il
suo medico gli avea fatto bere una pozione a tal fine. Questa mattina
soltanto nello svegliarsi seppe il clemente messaggio della Maestà
Vostra, e il rifiuto dato al medico nell’atto ch’egli stava per
entrare.»
«Ciò cambia lo stato della quistione, disse la Regina con tuono
alquanto più mite. Ma chi fu quello fra i suoi servitori, ardito assai
per negare l’ingresso del castello al mio proprio medico che veniva a
curare il Conte per ordine mio?»
«Il colpevole vi sta dinanzi, o Regina (rispose Walter accompagnando
con profondo inchino tale risposta). Sopra di me solamente dee cadere
tutto il biasimo di quanto accadde, e giustamente Milord m’inviò al
cospetto vostro, per sottopormi alle conseguenze di un fallo, di cui
egli è tanto innocente, quanto degli atti operati da un uomo desto sono
innocenti i pensieri di chi sta immerso nel sonno.»
«Tu! Sei tu veramente che negasti l’ingresso di Say’s-Court al mio
medico mandatovi da me medesima! Qual cagione potè inspirare cotanta
audacia ad un giovane sì affezionato... o almeno il cui esterno mostra
tanta affezione alla sua Sovrana?»
«Regina (disse Walter, che in mezzo all’apparenza di severità, onde
cercava tuttavia coprirsi il volto della Sovrana, scorgeva com’ella
fosse propensa a non avere per imperdonabile un tal delitto), suol
dirsi nel mio paese, che un medico per un certo tempo è il sovrano
del suo ammalato. Ora il mio nobile padrone, nel tempo appunto
ch’io mi rendetti colpevole, si era assoggettato ad un medico, le
cui prescrizioni gli divennero grandemente vantaggiose, e che aveva
pronunziata in pericolo la vita del medesimo, ogni qualvolta si avesse
voluto svegliarlo.»
«Il tuo padrone avrà data la sua confidenza a qualche miserabile
empirico.»
«Gli è quanto ignoro, o Regina; so bene ch’ei si risvegliò sta mane
trovandosi molto più sollevato che non lo era da parecchi giorni.»
In tale momento le persone del corteggio della Regina si guardarono
in volto le une coll’altre, non per comunicarsi cogli sguardi le loro
osservazioni, ma per leggere nelle scambievoli fisonomie l’effetto che
una tal notizia producea negli animi di ciascuno. La Regina rispose
tantosto, senza curarsi di palliare la soddisfazione venutale da tale
notizia: «Per fede mia godo assai in udire ch’egli stia meglio. Ma tu
fosti ben ardito nel ricusare l’ingresso al medico ch’io inviai. Ignori
tu forse quel detto della santa Scrittura, starsi la sicurezza nella
moltitudine dei consigli?[7]»
«Non lo ignoro, o mia Sovrana; ma intesi anche molti dotti i quali
pretendono che la _sicurezza_, a cui questo passo di scrittura si
riferisce, riguardi il medico e non l’ammalato.»
«In verità, disse la Regina, non so qual cosa rispondergli perchè non
sono troppo disinvolta nella sposizione dell’Ebraico. Che ne dite voi,
milord di Lincoln? Questo giovane ha egli interpetrato come doveasi il
sacro testo?»
«Il vocabolo _sicurezza_, o Regina, disse il vescovo di Lincoln, sembra
essere stato accettato con troppa fretta per rendere il senso della
parola Ebraica...»
«Già ve l’ho detto milord, coll’Ebraico non ho gran confidenza. Or
ditemi, o giovinetto, qual è il vostro nome, qual è la vostra famiglia?»
«Regina, io mi chiamo Walter Raleigh e sono tra i figli cadetti d’una
famiglia numerosa ma onesta della contea di Devon.»
«Raleigh! (disse Elisabetta dopo d’avere meditato un istante): non
avete voi militato in Irlanda?»
«Sì, o Regina; ma non posso aver tanta fortuna, che le poche cose da
me operate colà abbiano fatto pervenire il mio nome sino all’orecchio
della Maestà Vostra.»
«Oh! Il mio orecchio si estende più in là che nol credete, o Raleigh.
Mi ricordo assai bene d’un giovane che, nella contea di Shannon, difese
il passaggio di un fiume contro una truppa d’Irlandesi ribelli, e che
ne tinse le acque col loro sangue e col proprio.»
«Se il mio sangue fu versato in quella occasione, (disse il Walter
chinando gli occhi) non ho fatto che soddisfare una parte di mio
debito, perchè tutto il sangue che scorre nelle mie vene è sacro al
servigio di Vostra Maestà.»
«È assai, disse la Regina, che in età così giovane tu abbia combattuto
sì valorosamente, e tu posseda ad un tempo tanta facondia. Non mi
starò nondimeno dal punirti per avere chiusa la porta in faccia al mio
povero Masters. Quest’uomo rispettabile si è guadagnata una flussione
sull’acque del Tamigi. Egli giugneva da Londra ove avea fatte molte
visite, allorchè gli arrivò il mio comando; pure si fece un dovere, un
affare di coscienza di partir tosto alla volta di Say’s-Court. Io ti
condanno dunque, o Raleigh, a portare coperto di fango il tuo mantello,
sintantochè mi piaccia decretare altrimenti. Ed eccoti l’ornamento
ch’io pretendo tu porti al collo» aggiunse ella, presentandolo d’un
gioiello legato in oro, simile quanto alla forma ad una pedina del
giuoco degli scacchi.
Walter, al quale la natura avea insegnato tutta quell’arte, cui
solamente dopo una lunga esperienza si fa destra la maggior parte dei
Cortigiani, piegò un ginocchio a terra, imprimendo un bacio sopra la
mano, d’onde gli veniva tal dono. Fors’egli sin da quel punto superava
tutti i circostanti nel saper accoppiare il devoto rispetto che debbesi
ad una Regina, e l’omaggio della galanteria chiesto imperiosamente
dalla beltà. Ed in questo primo tentativo di combinare tai riguardi,
tanto maestrevolmente riuscì, che ne furono paghi e la vanità personale
di Elisabetta, e la sua ambizione di dominare.
Se la Regina rimase contenta di questo primo abboccamento avuto con
Walter Raleigh, non tardò a coglierne gradevol frutto anche il conte di
Sussex.
«Lordi, e Milady (sì disse la Regina, volgendosi alle persone del
suo corteggio) poichè ci troviamo già sul Tamigi, credo sarebbe cosa
assai ben fatta il rinunziare al nostro divisamento di trasferirci a
Londra, sostituendogli l’altro di fare una gradevol sorpresa al povero
conte di Sussex. Egli è infermo, e i suoi patimenti raddoppiarono,
non v’ha dubbio, per la tema nata in lui d’averne spiaciuto; mentre
poi l’ingenua confessione di questo giovane stordito lo giustifica
pienamente. Che ne giudicate voi? Non sarebb’ella una bell’opera di
misericordia il recargli tal conforto siccome riuscirà per lui la
visita di una Sovrana alla quale prestò così eminenti servigi?»
Ben crederà ognuno, che fra coloro, cui si volse la Regina a chiedere
consiglio in sì fatto modo, non ne fu un solo il quale aprisse bocca
per ispiegare contrario avviso.
«Vostra Maestà, disse il vescovo di Lincoln, è l’aria che ci fa vivere.»
I militari soggiunsero, la presenza della Sovrana essere siccome la
cote che affila la sciabola del soldato.
Gli uomini di Stato giudicarono, che l’aspetto della Regina era la luce
rischiaratrice d’ogni consiglio de’ ministri.
Tutte quelle matrone finalmente s’accordarono in dire, che niun signore
dell’Inghilterra pareggiava il conte di Sussex nel meritare i favori
della sua Sovrana; _senza far pregiudizio ai diritti del Conte di
Leicester_, soggiunsero però quelle che aveano maggiore accorgimento in
politica. Ma la Regina non mostrò di por mente a questa clausola.
I navicellai pertanto ebbero l’ordine di fermare la barca a Depford
nel luogo il più prossimo a Say’s-Court, affinchè la Regina potesse
soddisfare prontamente questa sollecitudine degna d’una vera madre dei
sudditi, col trasferirsi in persona a rintracciare notizie intorno la
salute del conte di Sussex.
Walter, che nella scioltezza del suo ingegno prevedea le conseguenze
rilevanti, cui talora davano origine gli avvenimenti più semplici in
apparenza, si fece frettoloso di chiedere alla Regina la permissione
di precederla in una barca leggiera per annunziare sì gradita visita
al suo padrone; ed a tale inchiesta dava disinvoltamente colore col
dire, che un eccesso di gioia e dolce sorpresa, nello stato mal messo
di salute in cui trovavasi il Conte, avrebbe potuto nuocergli se troppo
improvviso, come talvolta il cordiale più ristorativo, amministrato
senza qualche cautela, torna in danno d’un infermo, che una lunga
malattia abbia sfinito.
Ma, sia che la Regina trovasse troppo presuntuoso il contegno d’un
giovinetto che apriva un avviso alla presenza di lei senza esserne
stato richiesto, o fosse piuttosto il desiderio ch’ella aveva di
verificare se il castello di Say’s-Court ringorgava d’uomini armati ad
uso di piazza di guerra, come ne era stata assicurata, rispose assai
severamente a Raleigh, si riserbasse i suoi consigli pel momento in cui
gli verrebbero domandati. Dopo di che, replicò il comando affinchè si
approdasse a Depford, soggiugnendo: «noi vedremo co’ nostri occhi qual
sia l’ordine di casa che tiene il Conte.»
Intanto il Walter facea da se medesimo queste meditazioni. «Il Cielo
a quanto pare ha volto verso di noi un occhio di compassione; ma non
vorrei...... I cuori ben fatti non mancano attorno al Conte; ma le
buone teste... Oh! le buone teste sono assai scarse... E la sua salute
è troppo sconcertata perchè possa dar ordini da se stesso. Figuratevi!
Tutti saranno intenti a far colezione quando arriviamo. Blount avrà
innanzi di sè le sue aringhe di Yarmout e un boccale di birra; Tracy
i suoi sanguinacci e un fiasco di vino del Reno; quegli spensierati
di Gallois, Thomas, Ap, Rice e Evan la loro zuppa coi porri, e il
lor formaggio liquefatto, tutte cose che non sanno nè di rosa nè di
gelsomino; e si dice che la Regina abborrisce questi odori gagliardi.
Pensassero almeno a bruciare un poco di ramerino nell’anticamera!....
Ma voga galera! Fidiamci alla fortuna che per vero dire non mi ha
trattato male questa mattina. Ci ho rimesso un bel mantello; ma spero
di aver già fatto carriera alla Corte. Possa almeno quest’incidente
tornare a vantaggio del rispettabile Sussex!»
Giunta bentosto la barca a Depford, la Regina scese a terra in mezzo
alle acclamazioni, che non mancavano mai quando ella facea mostra di
sè; e si trasferì a piedi sotto di un baldacchino, e accompagnata da
tutto il suo seguito a Say’s-Court.
Le gioiose grida di una intera popolazione furono quelle che diedero
al castello il primo annunzio dell’arrivo della Sovrana. E il Sussex
stava appunto consigliando con Tressiliano sui modi da tenersi per
riguadagnare il favore d’Elisabetta, ch’ei temeva avere perduto,
allor quando dal giugnere di lei fu sorpreso, ed in qualche modo
impacciato. Non già ch’egli ignorasse esser costume della Regina il far
di tai visite ai grandi personaggi della Corte, fossero eglino sani o
ammalati: ma un arrivo sì inaspettato non gli lasciava il tempo di fare
per riceverla que’ preparamenti, ch’egli sapeva quanto allettassero
la vanità di tale Regina. Per altra parte, la confusione che dominava
in un castello tutto pieno di militari, e fatta maggiore dalla
circostanza della sua infermità, rendea il soggiorno poco opportuno in
quell’istante ad essere onorato da una regale presenza.
Imprecando nel suo interno il caso che gli procurava sì d’improvviso
tal graziosa visita, si accinse affrettatamente a discendere con
Tressiliano, che allora appunto aveva terminato di raccontargli la
storia d’Amy.
«Mio caro amico, conchiuse con dirgli il Sussex, potete star certo che
per riguardi così di giustizia come dell’affezione che ho per voi, vi
sosterrò il più possibile in questo affare. Mancano pochi istanti ad
accorgerci s’io godo ancora di qualche credito presso la Regina, o
se in vece col voler proteggere la vostra inchiesta, non vi diverrei
pregiudizievole, anzichè utile.»
Così dicendo ei metteva con sollecitudine le braccia entro una specie
di lunga veste foderata di pelliccia, e dava al suo aggiustamento tutta
la cura a lui permessa dai brevi istanti che gli rimanevano prima di
comparire dinanzi alla Sovrana. Ma quand’anco avesse potuto adoperare
la massima diligenza nel suo abbigliamento, non potea questa cancellar
l’orme che una infermità pericolosa aveva lasciate sopra lineamenti
più espressivi di quel che fossero gradevoli. Picciolo inoltre di
statura, comunque una struttura atletica e larghe spalle il rendessero
quanto mai atto agli esercizi militari, la sua comparsa in una sala
non era quella di tal uomo, su cui dovessero fermarsi con ansietà gli
sguardi femminili. E ben supponevasi generalmente, che questo esterno
svantaggioso del conte di Sussex, a malgrado della stima in cui lo
tenea la Regina, gli nuocesse nell’animo di lei, allorquando ella il
paragonava con Leicester, l’uomo più avvenente e il più adorno di
grazie che quella Corte si avesse.
Tutta la premura che di far presto si diede il Conte non gli permise
che d’essere nella sala sull’istante medesimo in cui vi giugneva la
Regina, e s’avvide che una nube ne ingombrava la fronte; e questa
nube era sorta fin quando ella vide il castello guardato con tanta
accuratezza, come se fosse tempo di guerra, e pieno di soldati e di
gentiluomini armati; onde, fin dai primi accenti ch’ella mosse al
Conte, espresse il disgusto del proprio animo.
«Ci troviamo noi in una piazza assediata, o Milord? Ovvero per isbaglio
avremmo noi oltrepassato il castello di Say’s-Court, e sarebbe questa
la nostra torre di Londra?»
Lord Sussex incominciò a balbettare alcuni accenti di scusa.
«Non fa d’uopo di scusa, o Milord, gli disse la Regina. Non ignoriamo i
dispareri che passano tra voi, ed un altro signore della nostra casa,
ed abbiamo anzi divisato di prendercene serio pensiero, e di frenare
la libertà di cignervi di gente armata, e potrei dire di stipendiati
duellanti, come se in vicinanza della nostra capitale, e a canto
della nostra reale residenza, voi vi preparaste ad una guerra civile
l’uno contro dell’altro. Godiamo però di trovare migliorata la vostra
salute, benchè non abbia potuto averne merito il dotto medico che vi
spedimmo... Risparmiate le scuse, o Milord. So quanto è accaduto a tale
proposito, ed ho ammonito come dovevasi questo giovane spensierato,
questo Walter Raleigh, del quale, sia detto per incidenza, ho divisato
liberare la vostra casa per prenderlo nella nostra. Egli ha certe
qualità d’animo fatte per ramificar meglio in mia Corte, che in mezzo
alla gente armata di cui vi faceste un antemurale.»
Sussex rispose a tale annunzio con un rispettoso inchino, senza
intender troppo fra se medesimo qual fosse il motivo, onde la Regina
si prendesse tanta cura per questo giovane. Egli la supplicò ad
accettare qualche reficiamento; ma non vi acconsentì la Regina. E
però dopo alcuni complimenti di stile, più freddi assai che non li
dava ad immaginare una visita apparentemente presaga di favore, la
Regina abbandonò il castello di Say’s-Court, ove col suo arrivo gettò
confusione, ed ove col modo di quel dipartirsi, lasciò il dubbio,
l’inquietudine ed il timore.
CAPITOLO VIII.
»A me sian tratti entrambi: al mio cospetto
»Questi rivali di vendetta ardenti
»Io voglio esaminar; le accuse udirne,
»Che l’uno all’altro appon; mirar la lotta,
»Ch’han l’invidia, il furor, l’orgoglio accese.
_Shakespeare._
«Ho ricevuto ordine di trasportarmi domani alla Corte, disse il
Leicester a Varney. A quanto si suppone dovrò trovarmi alla presenza
del lord Sussex. La Regina è venuta nel disegno d’intromettersi nelle
nostre querele, ed è questo l’effetto della visita da lei fatta a
Say’s-Court, visita che voi riguardate di così poca importanza.»
«E continuo a riguardarla per tale, rispose Varney. Ho saputo da
persona che potè udire la maggior parte di quanto ivi detto, essere
più assai la perdita del guadagno che il Sussex ha ritratto da questa
visita. La Regina, nel ritornare alla sua barca, disse che il Castello
di Say’s-Court aveva tutta l’apparenza d’un corpo di guardia; e l’odore
d’uno spedale, o piuttosto d’una di quelle bettole ove si dà pasto per
dieci soldi, aggiunse la contessa di Rutland, sempre ardentissima amica
di vostra Signoria. Il vescovo di Lincoln volle mettervi la sua parola,
e disse doversi attribuire il cattivo ordine in cui lord Sussex teneva
la propria casa, al non essere egli maritato.»
«Ed a ciò, quale risposta ha fatto la Regina?....» domandò
premurosamente il Leicester.
«Una risposta non troppo gioviale. Qual bisogno ha d’una moglie lord
Sussex? E qual bisogno ha il vescovo di Lincoln di entrare in questo
proposito? Se il matrimonio è permesso, soggiunse ella, non vedo che in
nessun paese venga comandato dalla legge.»
«La Regina non ama che gli ecclesiastici si maritino» disse Leicester.
«E nemmeno i cortigiani» aggiunse Varney. Ma vedendo il Conte che
cambiava di fisonomia, mutò subito registro, narrandogli che tutte le
dame aveano fatto coro nel mettere in ridicolo l’ordine con cui era
tenuta la casa del conte di Sussex, ed aveano detto di più, che Sua
Maestà sarebbe stata ben altrimenti ricevuta nel castello del conte di
Leicester.
«Voi avete ben raccolte molte notizie, disse Leicester, ma dimenticate
la più importante di tutte, se però non fu vostro disegno il tacermela.
La Regina ha aggiunto un nuovo satellite a tutti quelli ch’ella
desidera veder rivolgersi intorno di lei.»
«La Signoria vostra intende certamente parlare di Raleigh, di quel
giovane della contea di Devon, del cavaliere del mantello, poichè già
non chiamasi con altro nome alla Corte.»
«È che potrà un giorno esserlo della Giarrettiera, perchè ha fatto
progressi assai rapidi nella buona grazia della Regina. Essa
ha recitato versi in sua compagnia, e lo ammette già nella sua
intrinsichezza. Quanto a me rinunzierei di buon grado alla parte che
possedo sugl’incostanti favori di questa femmina, ma non mi sento di
permettere che il Sussex, o quest’uomo novamente giunto mi facciano
licenziare. Anche quel Tressiliano è molto avanti nel cuor di Sussex.
Io vorrei risparmiarlo per riguardo a..... Ma vuole egli stesso correre
al suo precipizio. E questo Sussex! si dice ora che abbia ricuperato
interamente la sua salute.»
«Non vi è bella carriera che non presenti ostacoli, o Milord;
soprattutto quando ella guida a grande innalzamento. La malattia del
Sussex era per noi un favore del Cielo, ed io assai ne sperava. Egli
l’ha superata. Ma non per questo è diventato più formidabile per la
Signoria vostra. Ella si ricorda che lottando contro di lui lo ha
atterrato più d’una volta. Non vi manchi il cuore, o Milord; e andranno
bene tutte le cose.»
«Il cuore non mi è mai mancato, o Varney.»
«No: ma vi ha spesse volte tradito. Chi vuol salire un albero non dee
curarsi di tutti i fiori che ha messi la pianta, ma impadronirsi de’
rami maestri.»
«Bene bene, (disse con tuono d’impazienza Leicester) comprendo quel
che vuoi dire; ma sarò fermo, e il mio cuore non mi tradirà. Metti in
buon ordine tutto il mio seguito, ed abbi cura che comparisca con tale
splendore da offuscare non solamente il miserabile corteggio da cui
si farà scortare Ratcliffe, ma quello parimente che porteranno seco
i più nobili cortigiani. Che ciascuno sia bene armato, ma senza fare
ostentata mostra delle sue armi, e come se ne andasse cinto piuttosto
per servir l’uso che con disegno di prevalersene. In quanto a te, ti
starai sempre al mio fianco; la tua presenza può essermi necessaria.»
A non dissimili preparamenti intendeano per parte loro il Sussex e i
suoi partigiani.
«Il vostro scritto contro Varney, dicea il conte di Sussex a
Tressiliano, si trova in questo momento fra le mani della Regina;
ho fatto che le pervenga per una strada sicura, nè dubito non vi
riusciate. La vostra domanda è fondata sulla giustizia e sull’onore,
delle quali prerogative è zelantissima la Sovrana. Ma è a uopo
confessare che l’Egiziano (nome che il Sussex solea dare al Leicester
a motivo della carnagione alquanto bruna di questo cortigiano) ha
tutto il tempo di parlarle a sua voglia in tempo di pace. Se avessimo
la guerra alle porte, sarei io il miglior favorito d’Elisabetta; ma i
soldati, come i loro scudi e le loro lance, van giù di usanza cessato
il pericolo, ed in vece ottengono preferenza i vestiti di raso, e i
coltelli da caccia. Ebbene, poichè l’usanza è così, sagrificheremo
all’usanza. — Blount, hai tu avuto attenzione che tutto quanto riguarda
la mia casa sia assestato di nuovo? Ma tu non t’intendi meglio di me su
queste attività; ti piacerebbe assai più, il vedo bene, mettere a posto
un picchetto di lancieri.»
«Raleigh si è preso questo incarico, o Milord. Onde non dubitate;
il vostro corteggio comparirà brillante, come una mattina del mese
di maggio. Quanto poi alla spesa è un’altra cosa. A’ dì nostri si
manterrebbe uno spedale d’invalidi colla somma che è necessaria
solamente a vestire dieci servi da livrea.»
«Adesso non è tempo di spaventarsi per la spesa, mio Blount. Son grato
a Walter della premura che si è data. Vorrei nondimeno, che non si
fosse dimenticato essere io un vecchio militare, e che avesse conceduto
all’usanza del giorno quella parte soltanto che non le si può ricusare.»
«Non so dirvelo, o Milord, perchè non ho nessuna cognizione in sì fatta
materia. Posso ben assicurarvi che i vostri parenti ed amici vengono a
ventine per accompagnarvi alla Corte, e che che si faccia Leicester,
spero gli opporremo una fronte non men formidabile della sua.»
«Però, raccomandate rigorosamente ad ognuno di condursi nel più
pacifico modo; non voglio dispute, a meno che i nostri nemici si
portassero ad aperta violenza. So che si trova più d’una testa calda
fra le persone che m’accompagnano, e mi spiacerebbe assai se la loro
imprudenza desse a quelli qualche vantaggio sopra di me.»
Tanto era assorto il Conte nel dare questi diversi ordini, che
Tressiliano trovò a fatica l’istante di manifestargli la propria
maraviglia, perchè egli si fosse così affrettato nell’inviare alla
Regina la supplica scritta a nome di sir Ugo Robsart. «Il parere degli
amici di sir Ugo, gli disse Tressiliano, era che le prime appellazioni
fossero portate alla giustizia del Leicester, poichè il colpevole
è uno dei principali ufiziali della sua casa; io ve ne aveva però
ragguagliato.»
«Per movere questo passo non facea di mestieri volgersi a me (rispose
il Sussex con qualche disdegno), o per lo meno non doveva io essere
preso qual consigliere, ove trattavasi di umiliarsi innanzi a
Leicester; e mi fa maraviglia, che voi, Tressiliano, voi uomo d’onore
e mio amico, abbiate potuto a ciò sottomettervi. Voi dite d’avermene
ragguagliato. Non vi avrò forse inteso, perchè non potea cadermi in
mente che un sì fatto disegno fosse concepito da voi.»
«Nè io l’ho concepito, o Milord; chè per parte mia avrei sempre
prescelta la strada cui vi siete tenuto, ma gli amici di questo padre
sciagurato.....»
«Oh! gli amici, gli amici!!! Essi debbono lasciarci condurre gli affari
nel modo che giudichiamo noi il più convenevole. È questo il momento
di accumulare tutte le lagnanze cui hanno dato motivo e il Leicester e
i suoi satelliti. La Regina riguarderà il torto che si riferisce alla
casa di Robsart come uno de’ più gravi argomenti, che presenteremo alle
sue considerazioni. Poi, su di ciò non è più ora di deliberare; la
Regina ha già il vostro scritto dinanzi agli occhi.»
Tressiliano non potè far di meno di sospettare, che il Sussex volendo
per tutte le possibili vie affortificarsi contro il proprio emulo, si
fosse comportato in tal modo, non tanto per favorire sir Ugo, quanto
per non perdere occasioni di gettar biasimo sopra Leicester, senza poi
darsi il fastidio di esaminare la maggiore o minore probabilità del
buon esito. Ma non vi era strada per tornare addietro, ed il Conte
terminò la discussione congedando tutti quelli che stavano presso lui.
«Ognuno, diss’egli, sia pronto per le undici ore, perchè a mezzo giorno
in punto debbo essere nella sala d’udienza della Regina.»
Intanto che i due emuli cortigiani si preparavano, ciascun per parte
sua, a comparire al cospetto della Sovrana, la stessa Elisabetta non si
stava priva affatto di tema sul modo onde andrebbe a terminare questo
convegno fra due nemici, forniti di fierezza e l’uno e l’altro, e di
cui ciascuno andava scortato d’una numerosa e risoluta caterva, di due
nemici che si dividevan fra loro, o palesemente o in segreto, tutti i
voti e le speranze della sua Corte. Quanta era, la guardia reale venne
posta sotto le armi, e la Regina ordinò parimente venisse un rinforzo
da Londra. Pubblicò inoltre un bando che proibiva a tutti i nobili di
avvicinarsi al palazzo scortati da un corteggio, che portasse armi da
fuoco, o quelle che allor chiamavansi lung’armi, vale a dire adatte
a servigio di guerra. È stato anche detto, che il gran seriffo della
contea di Kent avesse ricevuti ordini segreti, onde al menomo segnale
stessero pronte a marciare le sue milizie.
L’ora di questa udienza, che avea costato tanti preparamenti e tante
inquietudini così all’una come all’altra delle due parti, arrivò
finalmente, e nel punto del mezzogiorno, i due Conti, accompagnati
ciascuno da seguito numeroso, entrarono ad un medesimo tempo nella gran
corte del palagio di Greenwich.
Come se i concerti ne fossero stati presi dianzi, o forse perchè la
Regina avea fatto sapere ai Conti tale essere la sua volontà, giunsero
il Sussex da Depford per acqua, e il Leicester da Londra tenendo la
strada di terra, tal che da due porte opposte comparvero entrambi
nella corte. Tal circostanza, che un nulla era di per se stessa, diede
nonostante una grande prevalenza al Leicester nello spirito del popolo,
perchè quelli che lo scortarono, saliti sopra ricchissimi corridori,
presentavano una maestosa cavalcata, la quale facea più impressione ed
occupava maggiore spazio che non il corteggio di Sussex, necessitato
ad andare a piedi. I due Conti si guardarono l’un l’altro, ma senza
salutarsi, perchè ognun d’essi aspettando forse che l’altro gli desse
qualche contrassegno di cortesia, nessuno voleva essere il primo. Fu
quasi nel medesimo tempo del loro arrivo che la campana del castello
fece udire le ore del mezzogiorno. Spalancatesi tosto le porte del
palagio, i due Conti entrarono dentro con quelle persone delle due
comitive, alle quali il grado loro concedeva tale diritto; gli altri
restarono nella corte, ognuna delle due fazioni lanciando sull’altra
occhiate d’avversione e disprezzo, e sembrando non si desiderasse da
entrambe le parti che un pretesto per venire alle mani; ma da ciò li
rattennero i severi ordini dei loro capi, e fors’anche più la presenza
d’una guardia sotto le armi superiore ad essi di forze.
In questo mezzo, gli uomini i più distinti di ciascun corteggio avevano
seguito i due Conti fino alla grande anticamera, simili a due fiumi, le
cui acque, costrette ad entrar nel medesimo letto, sembrano confondersi
insieme a fatica. Si schierarono essi, mossi come da istinto, ciascuno
da un diverso lato dell’appartamento, e sembravano solleciti di
rimettere fra loro una linea di separazione, qual trovavasi all’atto
dell’ingresso, e che erasi dileguata per pochi momenti. Quella
anticamera presentava una lunga galleria, dal cui fondo non tardarono
ad aprirsi due battitoi, dinanzi ai quali un usciere annunziò che la
Regina trovavasi nella sua sala d’udienza. I due Conti si avanzarono
a passi lenti e con portamento maestoso verso la porta, seguìto il
Sussex da Tressiliano, da Blount, e da Raleigh, mentre Leicester non
aveva con sè che il solo Varney. L’orgoglio del Leicester fu costretto
cedere all’etichetta della Corte, e salutando il suo rivale con aria
grave e solenne, si fermò per lasciarlo passare innanzi a lui, siccome
Pari di più antica nomina. Il Sussex ne contraccambiò la cortesia con
non minore gravità e cerimonia, indi entrò nella sala di udienza.
Tressiliano e Blount fecero per seguitarlo, ma l’usciere rifiutò ad
essi l’ingresso, adducendo non potere ammettere se non se coloro di cui
gli erano stati dati i nomi in lista. Vedutosi da Raleigh il rifiuto
cui soggiacquero i suoi compagni, si rimaneva in addietro; ma di lui
accortosi l’usciere: «Oh! voi, signore, potete entrare.» Laonde entrò
dopo il conte di Sussex.
«Seguimi Varney» disse il conte di Leicester che si era tenuto in
disparte per veder entrare Sussex, ed avanzandosi verso la porta stava
per entrare, quando Varney che non si discostava dai suoi passi, e che
facea sfarzo d’un abito dei meglio foggiati all’ultima usanza, ebbe
dall’usciere egual complimento a quello che ricevettero prima di lui
così Blount come Tressiliano.
«Che vuol dir questo, maestro Bowier? disse il conte di Leicester;
sapete voi chi io mi sia, o ignorate forse che quest’uomo del mio
corteggio è parimente mio amico?»
«La Signoria vostra mi perdonerà, rispose con fermezza l’usciere;
ma gli ordini che io ho non ammettono eccezioni, ed è mio dovere
l’eseguirli.»
«Tu sei un temerario (sclamò il Leicester, fattosi rosso in volto), ed
il tuo contegno è parziale. Ardisci farmi un tale affronto, dopo che
hai lasciato passare uno del seguito del conte di Sussex!»
«Milord, rispose il Bowier, il sig. Raleigh è presentemente al servigio
di Sua Maestà, e gli ordini d’esclusione non lo riguardano.»
«Tu sei uno sciagurato, uno sconoscente; ma chi ti collocò in questa
carica ha potere per fartene uscire; tu non abuserai più a lungo della
tua autorità.»
Dimenticò certamente i riguardi della convenienza e della sua politica
ordinaria il Leicester, quando si lasciò sfuggire a voce alta sì
fatte parole. Dopo di che, entrato nella sala d’udienza salutò
rispettosamente la Regina, che vestita con pompa anche maggiore del
solito, e circondata da que’ guerrieri e da quegli uomini di Stato, che
per coraggio e consiglio fecero immortale il suo regno, stavasi pronta
ad accogliere gli omaggi di questi due sudditi. Contraccambiò ella con
graziosi modi il saluto portole dal Conte suo favorito, e volgendo gli
occhi or sopra lui or sopra il conte di Sussex, pareva accignersi a
movere ad essi il discorso, allorchè il Bowier, che non poteva digerire
l’insulto fattogli dal Leicester pubblicamente, ed in atto di adempiere
gli ufizi della sua carica, s’innoltrò tenendo fra le mani la verga
nera, suo distintivo, e si prostrò ai piedi della Regina.
«Ebbene, Bowier, disse Elisabetta, che cosa è stato? Mi sembra che tu
colga male il tuo tempo per darmi questo contrassegno di rispetto. »
«Graziosa Sovrana (rispose egli, mentre tutti i cortigiani tremavano
per lui sulle conseguenze di un tale ardimento), io vengo a chiedervi
se nell’esercizio della mia carica io debba ubbidire agli ordini di
vostra Maestà, o a quelli del signor conte di Leicester, il quale mi ha
minacciato pubblicamente gli effetti del suo disfavore, e mi ha inoltre
volti motti ingiuriosi, perchè, conformandomi nè più nè meno agli
ordini di vostra Maestà, non ho lasciato entrare una persona del suo
corteggio.»
Il sangue di Enrico VIII fermentò in quell’istante nelle vene della sua
figlia, la quale si volse al Leicester con tale aria di severità, che
trasse ad impallidire lui, e tutti gli amici suoi che erano in quella
sala d’udienza.
«Per la morte di Dio, Milord! (sclamò la Regina, valendosi di questa
sua favorita esclamazione). Che significa ciò? Noi portavamo grande
opinione di voi, e quindi vi avevamo avvicinato alla nostra persona,
ma non perchè doveste nascondere il sole agli altri nostri fedeli
sudditi. Chi vi ha dato il diritto di contraddire i nostri ordini, e
di censurare gli ufiziali della nostra casa? Non si trova in questa
Corte, in tutto quant’è questo regno, fuorchè una sola padrona; e non
soffrirò ch’altri vi comandino. Badate che Bowier non abbia da sofferir
nulla per aver fedelmente adempiuto i propri doveri, perchè ne renderò
mallevadore voi stesso... Andate Bowier, e non temete di nulla. Voi vi
comportaste qual uomo onesto, e qual suddito fedele. Noi non abbiamo
qui un _Maire_ di palazzo.»
Dette le quali cose gli porse la mano che il Bowier baciò tornando
indi alla sua porta, stupito egli medesimo del buon successo che il
suo ardire aveva ottenuto. Un sorriso di trionfo dilatò le fisonomie
dei partigiani del Sussex, mentre quelli del Leicester chinavano gli
occhi per la confusione, ed egli stesso, componendo il volto alla più
profonda umiltà, non fece il tentativo di dire nemmeno una parola in
propria scusa.
Nel che operò egli con molto senno. La politica d’Elisabetta intendeva
a mortificarlo, ma non a perderlo, ed era da uomo prudente il lasciarle
la soddisfazione di sfoggiare la sua autorità senza opposizione nè
repliche. Dopo che la Regina ebbe sostenuta la parte, che alla sua
dignità offesa addicevasi, la donna non tardò a sentir compassione
d’un favorito in questa guisa umiliato. L’acuto occhio di Elisabetta
avea già letti gli sguardi di giubilo che l’uno all’altro volgeansi
i partigiani del Sussex, e l’accorgimento di questa Regina volea
tutt’altro fuorchè un trionfo assoluto di nessuna fra le due fazioni.
«Quanto dissi al lord Leicester (soggiunse ella dopo un momento di
pausa) lo dico a voi parimente, lord Sussex. Voi ancora vi mostrate
alla Corte d’Inghilterra qual corifeo d’una fazione che vi riconosce
per capo.»
«I miei amici, graziosa Sovrana, disse il Sussex, si mostrarono per
vero dire, e si mostrarono sostenitori della vostra causa nell’Irlanda,
nella Scozia, e contro i ribelli del Nort; ma ignoro in che...»
«Silenzio, Milord! disse interrompendolo la Regina, avete forse
disegno di venire ad assalto di parole con me? La modestia del conte
di Leicester avrebbe dovuto insegnarvi a tacere allorchè v’indirigo
un rimprovero. Io vi dico, o Milord, che la saggezza del mio avo e
del padre mio, i quali ingentilirono l’Inghilterra, ha vietato ai
nostri nobili il viaggiare con tale corteggio d’uomini armati. Credete
voi, perchè vesto gonna, che lo scettro sia divenuto una rocca fra
le mie mani? Vi fo noto che fra tutti i re della Cristianità, non
ve n’ha alcuno men proclive di quella che ora vi parla, a sofferire
l’oppressione del popolo, o la regia autorità vilipesa, o la pace del
regno turbata dalla smodata arroganza di chicchessia. Lord Leicester,
lord Sussex, io vi comando di essere amici, ovvero, per la corona
che io porto, vi farete un nemico troppo forte perchè gli possiate
resistere.»
«Regina, disse il conte di Leicester, voi siete l’origine d’ogni onore,
e dovete quindi sapere quello che il mio onore domandi; io lo metto a
vostro arbitrio. Vogliatemi permettere soltanto ch’io aggiunga, non
essere opera mia la discordia accesasi fra il lord Sussex e me, e
ch’egli non ebbe luogo di riguardarmi come suo nemico se non se dopo
avermi fatti insulti ed oltraggi.»
«In quanto mi riguarda, o Regina, disse il conte di Sussex, io sono
pronto ad uniformarmi ai sovrani vostri ordini; ma bramerei che il
lord Leicester volesse spiegarsi in qual modo gli ho fatto _insulti ed
oltraggi_, per valermi delle sue voci medesime; poichè questo labbro
non ha mai profferito un solo accento, ch’io non sia pronto a sostenere
così a piedi come a cavallo.»
«E per parte mia, disse il Leicester, salvo sempre il beneplacito della
mia graziosa Sovrana, questo braccio non è men pronto a giustificare
le parole uscitemi del labbro, di quanto possa esserlo il braccio di
chiunque abbia mai portato il nome di Ratcliffe.»
«Milordi, disse la Regina, tai discorsi non son fatti per tenersi
alla nostra presenza, e se voi non potete sedare le nimistà che vi
disgiungono, vedrete, sapremo trovar modo d’impedirvi che alle medesime
vi abbandoniate. Ch’io vi veda porgervi l’un l’altro la destra, o
Milordi, e promettetemi di porre in dimenticanza ogni disparere.»
I due nemici si riguardarono con aria d’irresolutezza, e pareva che
niun d’essi volesse muovere il primo passo per obbedire alla Regina.
«Sussex, disse Elisabetta, io ve ne prego; Leicester, ve lo comando.»
E il modo con cui questi accenti vennero pronunziati, diede forma di
comando alla preghiera, e di preghiera al comando. Pure i due cavalieri
rimanevano tuttavia immobili. Allora la Regina, alzando la voce in
tuono da far comprendere l’impazienza venuta in lei, e la fermezza
della propria volontà, chiamò un ufiziale del suo seguito.
«Sir Enrico Lee, gli diss’ella, fate star pronto un picchetto delle mie
guardie, e si allestisca a partir sull’istante una barca. Lord Sussex,
lord Leicester, vi comando anche una volta di darvi la mano, o per la
morte di Dio, quegli che esiterà ad ubbidirmi, prima di ricomparire
alla mia presenza, avrà assaggiato il nostro pane nella nostra torre di
Londra. Abbasserò il vostro orgoglio innanzi che ci separiamo. Ve ne do
parola di Regina.»
«La prigionia potrebbe sopportarsi, disse il Leicester, ma l’essere
sbandito dalla presenza della Maestà Vostra, sarebbe perdere ad un
tempo la luce del giorno, e della vita. Sussex, eccovi la mia mano.»
«Ed eccovi la mia, disse il Sussex; io ve l’offro con franchezza, e con
lealtà; ma...»
«Voi non aggiugnerete alcun’altra cosa, lo interruppe in questo la
Regina. Sono contenta, ed ecco il punto a cui mi era prefissa di
condurvi entrambi (aggiunse ella riguardando con occhio più favorevole
sì l’uno che l’altro). Quando i pastori sono uniti, gli armenti ne
trovano sollievo. Io ve lo annunzierò senza mistero, o Milordi; le
vostre dissensioni hanno cagionato scandalosi disordini per parte delle
persone che vi sono affezionate. Lord Leicester, non avete voi al
vostro servizio un uomo per nome Varney?»
«Sì, o Regina. Già lo presentai a Vostra Maestà, ed ebbe l’onore di
baciarle la mano all’occasione dell’ultimo viaggio, che la Maestà
Vostra fece a Nonsuch.»
«Me ne ricordo. La sua apparenza esterna non è cattiva; ma non vidi in
esso nessuna cosa da far tanta impressione, onde una giovinetta ben
nata potesse risolversi a sagrificargli il proprio onore col divenirne
la favorita. Però un tale caso è accaduto. Questo ufiziale del vostro
seguito ha sedotta la figlia d’un buon vecchio cavaliere della contea
di Devon, di sir Ugo Robsart di Lidcote. Ella ha abbandonato per lui la
casa paterna. Che avete voi dunque, lord Leicester? Vi sentireste male?
Il vostro volto è coperto di un pallore di morte.»
«No, Regina» rispose Leicester, e gli fu d’uopo di far grande forza a
se stesso per pronunziare queste due sole parole.
«Sicuramente voi vi sentite male (continuò Elisabetta avvicinandosi
a lui colla più viva premura). Si cerchi subito Masters; si chiami
il chirurgo di servigio. Ove son essi adunque e l’uno e l’altro? La
negligenza di costoro ci farà perdere l’uomo, che forma l’orgoglio
della nostra Corte! Sarebbe egli possibile, o Leicester (soggiunse
ancora riguardandolo in atto il più soave) che la tema di essere
incerto nel nostro disfavore avesse prodotto un tale effetto sopra di
voi? Rassicuratevi, nobile Dudley; noi non intendiamo farvi mallevadore
de’ falli d’un uomo che è al vostro servigio; voi non potete preveder
tutto, e ben sappiamo che a più alto scopo intendono i vostri pensieri.
Chi vuol giugnere insino al nido dell’aquila, non s’accorge di coloro
che stanno cercando fanelli fra gli sterpi ond’è ingombra la falda
della montagna.»
«La udite voi? (disse il Sussex, fattosi all’orecchio di Raleigh).
Convien dire che il diavolo gli presti soccorso. Ciò che basterebbe a
sommergere un altro cento braccia al di sotto del mare, mette a fior
d’acqua costui. Se uno de’ miei ufiziali avesse fatto altrettanto...»
«Silenzio, Milord! disse Raleigh; per l’amor del cielo silenzio!
Aspettate che il fiotto cambi; non ne credo tanto lontano l’istante.»
Nè s’apponeva certamente al falso l’accortezza di Raleigh, perchè la
confusione dimostrata dal Leicester era sì grande in tale momento, e
ne parea vinto con tanta forza, che Elisabetta, dopo averlo riguardato
con aria di sorpresa, e vedendo ch’ei non dava risposta alcuna alle
espressioni di straordinaria bontà sfuggitele dal labbro, girò
rapidamente l’occhio sulle fisonomie di tutti i cortigiani, che le
davano intorno, e senza dubbio leggendo in esse alcuna cosa atta a
confermare i sospetti, che già cominciarono a pullulare nell’animo suo,
sclamò d’improvviso: «Ovvero tutto ciò nasconderebbe più di quanto
comparisce a’ miei occhi, o Milord, e più di quanto voi bramereste che
noi scorgessimo? Ov’è questo Varney? V’è qui alcuno che l’abbia veduto?»
«Se piace alla Maestà Vostra (disse il Bowier che se ne stava alla
porta), egli è quel medesimo al quale ricusai l’ingresso nella sala
d’udienza.»
«Se mi piace! (replicò con asprezza Elisabetta, la quale in quel
momento non si sentiva d’umore di trovare nessuna cosa che le
piacesse). Non mi piace, nè che alcuno si presenti al mio cospetto
senza averne il comando, nè che si allontani da me un uomo, il quale
dee rispondere ad un’accusa mossa contro di lui.»
«Se piace a Vostra Maestà (tornò a dire l’usciere per metà spaventato),
s’io sapessi in tale circostanza come condurmi, mi darei ogni
premura...»
«Voi dovevate spiegarci meglio le cose, e ricevere i nostri comandi.
Voi vi credete un grand’uomo, signor usciere, perchè per vostra cagione
abbiamo rimproverato uno dei primari signori della nostra Corte; ma in
fine, voi non siete nulla di meglio del chiavistello che tiene chiusa
la porta. Fate venir tosto questo Varney. Nella supplica che mi è stata
data si parla anche d’un Tressiliano. Si cerchino l’uno e l’altro.»
Eseguiti immantinente i cenni della Regina, comparvero innanzi ad
essa e Tressiliano e Varney. Il primo sguardo di questo fu portato
sopra Leicester, il secondo sopra la Regina, le nubi della cui fronte
gli diedero a conoscere essere vicino lo scoppio d’una tempesta. Nè
per altra parte gli occhi costernati del Conte poteano instruirlo
del modo onde governare il suo navilio per farsi pronto a resistere
all’arrembaggio che si preparava; e vie più pericoloso gli si
dimostrava il suo stato, per essere Tressiliano insieme con lui alla
presenza della Regina. Ciò nonostante Varney, altrettanto impudente
quanto poco scrupoloso, e destro e fertile in espedienti, non era tal
uomo da abbandonare il suo vascello prima che andasse a picco. Misurava
inoltre colla sua mente quanto v’era da guadagnare per lui se toglieva
d’impaccio Leicester, e quanto da perdere se gli falliva l’impresa.
«È egli vero, o sciagurato (gli domandò la Regina, e tal domanda venne
accompagnata da uno di que’ fulminanti sguardi, ai quali poche persone
sapeano reggere senza impallidire) è egli vero che tu avesti l’audacia
di sedurre, e di disonorare una giovane donzella ben nata e bene
allevata, la figlia di sir Ugo Robsart di Lidcote?»
Il Varney piegò un ginocchio dinanzi alla Regina, e vestendo un
contegno umiliato e contrito, disse non poter negare che vi era stata
qualche corrispondenza d’amore fra lui e Amy Robsart.
Il Leicester fremette d’indignazione nell’udire costui esprimersi in sì
fatta maniera, e per un istante provò in se medesimo tanto coraggio,
che fu quasi tentato a confessare le nozze contratte segretamente con
Amy, e così sbandirsi da se medesimo dalla Corte, e perdere per propria
opera il favore della Regina; ma volse uno sguardo sopra il Sussex, e
l’idea del trionfo che per tal confessione avrebbe porto al suo rivale
gli chiuse la bocca. «Non sia almeno per ora, meditò fra se stesso; non
è questo l’istante di assicurare tale vittoria a costui»; e rinserrando
un labbro contro dell’altro rimase fermo, immobile, attento ad ogni
detto che Varney pronunciava, e risoluto a nascondere fino all’ultimo
momento un segreto da cui sembrava soltanto dipendere l’aura che lo
circondava.
La Regina intanto continuava ad interrogare Varney.
«Qualche corrispondenza d’amore! E di qual genere fu una tale
corrispondenza? Se l’amore che provavi per questa donzella era onesto,
perchè non ne chiedesti la mano al padre suo?»
«Non osai avventurare tale inchiesta, (rispose il Varney, sempre col
ginocchio a terra), perchè io sapeva che sir Ugo l’aveva promessa ad
un gentiluomo pieno d’onore (chè gli renderò sempre giustizia, benchè
lo sappia a me non propenso), al sig. Edmondo Tressiliano, che or vedo
alla presenza di Vostra Maestà.»
«E con qual diritto persuadeste una giovane, senza dubbio abusando
della semplicità ed ingenuità ch’era in lei, a contravvenire alla
volontà del padre, a legarsi con voi in corrispondenza d’amore, poichè
questo è il nome che date con volto franco alle vostre sregolatezze?»
«Regina, ripose Varney, sarebbe vana impresa il perorare la causa
della fralezza umana innanzi ad un giudice a cui questa fralezza è
sconosciuta, o difendere l’amore al cospetto di donna che non cedè
mai a sì fatta passione... benchè la inspiri a tutti coloro che le si
avvicinano» soggiunse costui con voce timida e bassa, e dopo aver fatta
una pausa.
Elisabetta fece prova di aggrottare il ciglio; pur sorrise a malgrado
di se medesima. «Tu sei un malvagio, gli diss’ella, che spingi oltre
ogni limite l’impudenza. Sposasti almeno questa giovane?»
Cotal domanda trasse a fremere nuovamente il Leicester, e si sentì
il cuore lacerato da tanti e vari sentimenti, sicchè gli sembrò non
dipendere omai la sua vita se non se dalla risposta che avrebbe data
Varney. Questi, dopo avere titubato, per vero dire, un istante,
rispose: «Sì, o Regina.»
«Perfido sciagurato!» Non potè ristarsi dallo sclamare il Leicester
spumante di rabbia; ma questo furore fattosi in lui eccessivo, e
l’interruzione posta dalla Regina al suo dire, non gli permisero di
aggiugnere a tale esclamazione una sola parola.
«Milord, gli diss’ella, con vostra buona licenza, saremo noi che
instruiremo questa processura; non abbiamo anche finito di ascoltare il
vostro ufiziale. Il tuo padrone, il lord Leicester, era egli informato
di questa bella impresa? Dimmi la verità, tel comando; e ti guarentirò
di ogni pericolo per parte di chicchessia.»
«Graziosa Sovrana, soggiunse Varney, quand’io debba dirvi la verità,
come se fossi al cospetto di Dio, il mio solo padrone ne fu l’origine.»
«Scellerato! Che ardisci tu dire?» sclamò il Leicester.
«Prosegui pure (disse la Regina colle guance accese siccome brage e con
occhi fulminanti); nessuno in questo luogo dee ricevere ordini che da
me.»
«E questi sono onnipossenti, o Regina, rispose il Varney, nè io oserò
celar segreti, che la Maestà Vostra voglia conoscere; ma bramerei che
gli affari del mio padrone non fossero intesi da altri orecchi, fuorchè
da quelli della mia stessa Regina.»
«Allontanatevi quanti siete (disse Elisabetta a tutti quelli che le
stavano attorno, ed i quali si ritrassero tosto sul fondo della sala).
Ora parla. Che ha di comune il Conte con questa colpevole tresca? Guai
a te se mi racconti la più piccola menzogna, e guai a te parimente se
ti fai a calunniare il Conte!»
«Lungi da me sì scellerata mira, o Regina. Pure debbo confessare, che
da qualche tempo il mio nobile padrone vive interamente assorto in un
profondo pensiero, di cui non si sa la cagione. Ben si vede col fatto
che questo pensiero lo distoglie da ogni vigilanza sul modo di vivere
delle persone di suo servigio, fra le quali in passato mantenne un
ordine sì rigoroso; ed è tale negligenza, che ci ha condotti fuori
della retta strada. Perciò lo accagionai della colpa onde mi trovo
alla presenza della Maestà Vostra. Di fatto, se egli fosse stato il
padrone rigoroso d’altra volta, non avrei avuto nè i modi, nè il tempo
di cadere in una mancanza, che mi ha posto ora in sua disgrazia, pena
la più crudele che mi possa percotere, eccetto il risentimento della
Maestà Vostra.»
«E a questa tua colpa il Conte non ha preso parte di nessuna maniera?»
«No, Regina; ma dopo un certo avvenimento accadutogli, egli non è
più riconoscibile. Osservatelo, Maestà. Vedete com’egli è pallido e
tremebondo! Qual differenza fra questo stato, e l’aria di dignità che
in lui splendea per lo innanzi! Pure che ha egli a temere dalle cose
ch’io posso dire alla Maestà Vostra? Ah Regina! Dopo che egli ricevette
quel fatal plico.....»
«Qual plico? (lo interruppe con vivacità la Regina) Chi glielo inviava?»
«Questo è quanto ignoro, o mia Sovrana; ma gli son sì vicino onde non
sia sfuggito alla mia cognizione, che dopo quel tempo ha sempre portato
attorno al collo una treccia di capelli, cui sta sospeso un piccolo
gioiello legato in oro, foggiato a forma di cuore: a questo gioiello ei
volge la parola allora che è solo: non lo abbandona nè dì, nè notte. Vi
giuro, o Regina, che niun Pagano adorò i suoi idoli con più fervore.»
«Mi è forza dire che in te si trovan congiunte, e malignità
ardimentosa, che ti move a spiar sì d’appresso gli arcani del tuo
padrone, e imprudente loquacità, che ti fa raccontare in questa guisa
le sue follie (disse la Regina arrossendo, ma senza collera). Or via;
qual è il colore della treccia di cui mi parli?»
«Un poeta direbbe, o Regina, che fu sfilata da una tela d’oro tessuta
per le mani della stessa Minerva; ma a mio avviso, il colore di questa
treccia è più pallido che non quello dell’oro il più puro; e meglio
rassembra l’ultimo raggio che manda il sole in una bella giornata di
primavera.»
«Veramente, sig. Varney, ora vi trasformate voi stesso in poeta,
(sorridendo la Regina soggiunse): ma io non ho bastante fantasia
per tener dietro alle vostre metafore. Osservate attorno queste
dame; guardate se ve ne sia una... (e nel dir ciò la Regina vestì
l’aria della massima indifferenza) se ve ne sia una i cui capelli vi
rimembrino il colore della treccia che mi descriveste. Avrei gusto di
conoscere questi capelli somiglianti alla tela di Minerva, ovvero.....
com’è che avete detto? all’ultimo.... raggio di sole in una giornata di
primavera.»
L’accorto Varney si fece successivamente a squadrare coll’occhio
tutte le dame di quella adunanza, indi, ma con aria del più profondo
rispetto, portò gli occhi sulla Regina.
«Non vedo, diss’egli, alcuna capigliatura che regga ad un tal paragone,
a meno che i miei occhi non si trasportassero laddove non debbono
riguardare.»
«Che ascolto! Temerario! ardiresti tu dare ad intendere?....»
«Perdono, Regina (replicò Varney mettendosi una mano dinanzi agli
occhi). Un raggio di sol di maggio mi trasse fuori di me.»
«Ritirati, disse la Regina; non v’ha più dubbio che tu non deliri»:
indi stogliendosi da lui mosse i suoi passi verso Leicester.
Una vivissima curiosità mescolata a timori, a speranze, e alle diverse
passioni che tengono agitato chi parteggia alla Corte, s’impadronì
degli animi de’ circostanti per tutto il durare del colloquio che
la Regina ebbe con Varney. Nessuno si permetteva il più leggier
movimento, e astenuti si sarebbero dal respirare, se la natura non
si fosse opposta a tale interruzione del suo ministerio. Contagiosa
era questa atmosfera; ed il Leicester in veggendo tutti quelli che il
circondavano, quai sospirosi, quai tremanti, o pel suo innalzamento
o per la sua caduta, dimenticò in quell’istante tutte le più tenere
inspirazioni d’amore, assorto nella sola idea, che il suo credito
o la sua disgrazia dipendevano da un cenno d’Elisabetta e dalla
fedeltà di Varney. Raccolse in fretta la mente per prepararsi a ben
sostenere la parte nella scena, di cui diveniva allora importantissimo
personaggio; e fortunatamente alcuni sguardi che la Regina volse dalla
sua parte lo istrussero, come, quali che si fossero state le cose
discusse nel segreto colloquio, le conseguenze non potevano essergliene
svantaggiose. Nè in questa incertezza medesima durò lungo tempo, perchè
il modo oltre ogni dire gioviale onde si fece a parlargli Elisabetta lo
additò trionfante e al suo rivale ed a tutta la Corte.
«Milord, voi avete un servo ben loquace nel vostro Varney. È cosa
molto prudente per parte vostra il non confidargli segreti che possano
farvi danno nella mia opinione, perchè cesserebbero presto dall’esser
segreti.»
«Egli si renderebbe colpevole (disse il Leicester piegando a terra un
ginocchio) sol col nascondere qualche cosa alla Maestà Vostra. Ma io
bramerei che le fosse così aperto il mio cuore, ond’ella non avesse
d’uopo del ministerio de’ miei servi per leggervi entro.»
«E che Milord? (disse Elisabetta riguardandolo con bontà). In
quel vostro cuore non si trova qualche piccolo angolo, su di cui
voleste gettare un velo? Vedo che questa interrogazione vi mette
nell’imbarazzo; ma la vostra Regina sa di non dovere esaminare
troppo d’appresso i fini che guidano i più fedeli fra i suoi servi
a ben adempiere i lor doveri, per tema di scoprir qualche cosa, che
potrebbe.... o dovrebbe almeno spiacerle.»
Rincorato del tutto da queste ultime parole, il Leicester spiegò
inaudita eloquenza nel dipingere alla Regina una rispettosa affezione,
che non aveva limiti verso di lei; e forse in tal momento le parole si
accordarono coi sentimenti del cuore, perchè le variate commozioni,
alle quali fu dianzi in preda, diedero luogo in lui all’entusiasmo,
ed alla fermissima risoluzione di mantenere il suo grado nei favori
della Regina. Laonde egli non comparve giammai ad Elisabetta, nè più
eloquente, nè più leggiadro, nè più facondo, siccome in quell’istante,
che prostrato dinanzi a lei la supplicò a spogliarlo di ogni potere,
ma lasciargli il nome di suo servitore. — «Togliete al povero Dudley,
così diceva, tutto quanto gli deste; immergetelo un’altra volta nello
stato oscuro, d’onde fu per opera vostra ritratto; non gli rimangano
che cappa e spada; ma sofferite ch’ei continui a godere di quanto non
meritò perder giammai, della stima di un’adorata Sovrana.»
«No, Dudley (rispose Elisabetta, facendogli segno di alzarsi con
una mano, e presentandogli da baciar l’altra), Elisabetta non ha
dimenticato che allor quando eravate un povero gentiluomo, spogliato
della vostra dignità ereditaria, ella era una principessa non meno
povera di voi, e che avventuraste per lei tutto quanto vi fu lasciato
dall’altrui oppressione, e per fin la vita e l’onore. Alzatevi, vi
dico, o Milord, e rendetemi la mia mano; alzatevi e continuate ad
essere quello che foste mai sempre; l’ornamento della nostra Corte,
il sostegno del nostro soglio. Può accadere che la vostra padrona vi
rimproveri di qualche torto, non perciò scorderà ella mai i servigi che
le prestaste. Prendo Dio in testimonio (diss’ella volgendosi a tutti
i cortigiani presenti ad una scena tanto rilevante), che non credo
esservi un Sovrano sulla terra che possa vantarsi d’un servo sì fedele,
com’io ravvisai in ogni circostanza il nobile Conte.»
Un rumorio di approvazione partì da tutti que’ circostanti che
partigiani erano del Leicester, e gli amici del Sussex non osarono
che opporre un rispettoso silenzio. I loro occhi bassi, e le umiliate
fisonomie ben dimostrarono fino a qual grado li costernasse tal
compiuto e pubblico trionfo de’ loro antagonisti.
Il primo uso che il Leicester fece del riacquistato favore della
Regina, fu chiederle qual cosa le piacesse decretare intorno a Varney.
«Benchè egli non meriti che il mio sdegno, se però mi fosse permesso
intercedere.....»
«Io aveva dimenticato questo affare, disse la Regina, e ne fo a me
stessa rimprovero. Noi dobbiamo giustizia al più umile, come al più
elevato de’ nostri sudditi, e vi ringraziamo, o Milord, di avercene
fatto ricordare. Dov’è Tressiliano? dov’è l’accusatore? Si presenti
dinanzi a noi.»
Tressiliano si avanzò tosto, chinandosi rispettosamente alla Regina. Il
portamento, come dicemmo, di questo cavaliere spirava nobiltà e grazia,
la qual cosa non isfuggì alle acute indagini di Elisabetta. Essa lo
contemplò attentamente, tanto che stavasi in piedi d’innanzi a lei con
aspetto fermo e composto, ma da cui traspariva il profondo cordoglio
ch’egli portava nell’animo.
«Provo un vero rincrescimento in vederlo, disse la Regina a Leicester;
ho assunte questa mattina informazioni sopra di lui, e ho saputo che è
un uomo istrutto, e soldato valoroso ad un tempo; e basta il vederlo
per esserne convinti. Ma noi altre donne, o Milord, nelle nostre scelte
siamo capricciose. Io avrei detto poc’anzi, stando al solo giudizio
degli occhi, non potersi far confronto fra Tressiliano e il vostro
scudiere; pure questo Varney ha una lingua dorata, e spesse volte nel
cuore di più d’una donna l’amore s’introdusse per la via degli orecchi.
Signor Tressiliano, una freccia perduta non è un arco rotto. Una
tenerezza sincera, com’io credo quella che voi provaste, fu a quanto
sembra mal compensata; ma essendo voi dotto, non dovete ignorare, che
incominciando dalla guerra di Troia e venendo sino ai dì nostri, vi
fu più d’una Cresside ingannatrice. Dimenticate una donna infedele, e
i vostri affetti per l’avvenire abbiano sguardo più antiveggente. Noi
vi parliamo in tal guisa sulla traccia di quanto leggemmo nell’opere
di dotti autori, anzichè colla scorta di una personale intelligenza,
perchè il nostro grado, e il nostro volere allontanarono ben lungi da
noi le lezioni dell’esperienza intorno ad una passion tanto frivola.
Per riguardo al padre di questa nobil donzella, ne raddolciremo
l’angoscia, concedendo al genero di lui qualche carica, che lo metta
in grado di sostenere decorosamente le contratte nozze. Nè voi stesso,
o Tressiliano, verrete dimenticato. Seguite la nostra Corte, e
v’accorgerete che un vero Troilo può sempre far fondamento sulla nostra
buona grazia. Pensate a quanto dice a tal proposito il Shakespeare.
Egli è un vero incantatore; le leggiadre sue bagattelle mi tornano alla
mente, allorchè dovrei pensare ad altre cose. Se non isbaglio sono
questi i suoi versi.
»Tua per decreto dei Celesti fatta
»Crisëide era già. Ruppe ella stessa
»Un imeneo sì augusto. A Dïomede
»Cessa d’invidïarla? A lui non cedi
»Che infranti avanzi d’un tradito nodo.
Voi sorridete, lord Southampton! Forse che la mia cattiva memoria fa
zoppicare i versi del vostro favorito? Ma basta così. Non si parli più
a lungo di questa tenuità.»
Tressiliano si stava sempre dinanzi a lei in atto d’uomo che vorrebbe
essere ascoltato, mentre il rispetto gli tiene chiuse le labbra.
«Ebbene (soggiunse la Regina inclinata per indole ad impazientire)
che volete voi ancora? Questa giovane non può sposarvi tutt’e due.
Ella ha già fatto la sua scelta. Non è forse la migliore, cui potesse
appigliarsi, ma infine ella è presentemente la sposa di Varney.»
«Se così fosse, graziosa Sovrana, disse Tressiliano, non avrei più
nulla che impetrare dalla vostra giustizia, e sarebbe sopita in me
ogni idea di vendetta; ma di queste seguite nozze vorrei qualche prova
migliore di quel che il sia la parola di Varney.»
«In tutt’altro luogo, ove si osasse affrontarmi con tale dubbio, disse
Varney, la mia sciabola.....»
«La tua sciabola! (lo interruppe Tressiliano, lanciando sopra di lui
uno sguardo di sprezzo) ringrazia il rispetto ch’io debbo a sua Maestà:
altrimenti la mia...»
«Temerari! sclamò la Regina. Silenzio! Dimenticate e l’uno e l’altro
ove siete? Ecco le conseguenze delle vostre dissensioni, o Milordi
(diss’ella volgendo il guardo ora a Leicester ora a Sussex). Le persone
del vostro seguito prendono i vostri sentimenti, il vostro umore,
e sino nella mia Corte, alla mia stessa presenza, s’insultano, si
disfidano ad uso di Rodomonti. Signori, chiunque parlerà di sfoderare
la sciabola per altra causa che per la mia, porterà ai polsi delle mani
tali smaniglie di ferro, che ne sentirà tutto il peso, me ne fo garante
io medesima.» Conservò ella il silenzio un istante, indi assumendo
più dolce tuono: «La mia giustizia nondimeno, ella soggiunse, debbe
intervenire fra questi ardimentosi paladini. Lord Leicester, guarentite
voi sull’onor vostro, cioè fin dove potete saperlo, che il vostro
scudiere dice la verità nell’assicurare che si è fatto sposo ad Amy
Robsart?»
Era questa tal botta diritta, contro di cui diveniva impossibile la
parata, e dalla quale fu Leicester quasi atterrato. Ma egli si era
compromesso troppo innanzi per poter dare addietro; laonde, dopo avere
titubato un istante, rispose: «Fin quanto io posso sapere, o Regina...
Anzi debbo dire a mia piena ed intera conoscenza... Amy Robsart è
maritata.»
«Graziosa Sovrana, disse Tressiliano, mi sarebbe egli permesso di
chiedere, in qual tempo, ed in qual luogo questo preteso maritaggio...»
«Questo preteso maritaggio! sclamò la Regina. La parola del nobile
Conte non ti è un mallevadore bastante della veracità di quanto un suo
servo asserì? Ma voi siete il perditore, o credete esserlo almeno...
e voglio usarvi indulgenza. Questa discussione ci ha intertenuti
abbastanza. Lord Leicester, ho divisato la prossima settimana farvi
una visita nel vostro castello di Kenilworth. Desidero che invitiate a
tenerci ivi compagnia il nostro buono e stimabile amico, il conte di
Sussex.»
«Se il nobile conte di Sussex (disse il Leicester, salutando il
suo rivale con altrettanto di urbanità che di disinvoltura) vuol
compartirmi sì fatto onore, io riguarderò la sua visita siccome una
prova della stima e dell’amicizia, che la Maestà Vostra desidera
consolidata fra noi.»
Il Sussex mostrò maggiore imbarazzo. «L’infermità di cui mi risento
ancora, o Regina, non mi fa troppo adatto a contribuire ai diletti di
una festa.»
«Foste dunque tanto seriamente ammalato? (disse Elisabetta, fattasi
con maggiore attenzione a riguardarlo). Egli è vero che siete
molto cambiato, e me ne duole grandemente. Ma vivete tranquillo.
Vigileremo colla stessa opera nostra alla salute di un suddito, che
ne è sì prezioso, ed al quale abbiamo tante obbligazioni. Il Masters
prescriverà la regola del vostro vivere, e noi faremo eseguire le sue
prescrizioni, ma è d’uopo che voi siate di brigata nel viaggio di
Kenilworth.»
Ella pronunziò questi detti d’un tuono sì perentorio, ma nel tempo
medesimo pieno di tanta bontà, che il Sussex a malgrado di quanta
ripugnanza fosse in lui a ricevere ospitalità dal proprio rivale, si
vide costretto a fare un profondo inchino, che annunziava alla Regina
essere egli pronto ad ubbidirne i comandi; poi con accattata urbanità
disse al Leicester che avrebbe accettato il suo invito. Nel tempo che
i due Conti si stavano in una reciprocazione di complimenti a tale
proposito, la Regina diceva a mezza voce al suo gran tesoriere. «Mi
sembra, Milord, che le fisonomie di questi due Pari rassomiglino quei
due famosi fiumi classici, l’uno sì nero e melanconico, l’altro sì
nobile e limpido. Il mio vecchio maestro Aschan mi sgriderebbe per aver
io dimenticato il nome dell’autor che ne parla. Credo però sia stato
Cesare. Osservate qual maestosa calma domina sulla fronte di Leicester,
e quai modi sforzati adopera Sussex nel volgere all’altro qualche
accento di cortesia, sol per un riguardo ai nostri ordini.»
«Lo starsi in dubbio sul favore della Maestà Vostra, rispose il lord
tesoriere, può bastare, cred’io, a spiegare una differenza che non è
sfuggita, come nulla sfugge, agli occhi della nostra Regina.»
«Un tal dubbio ci farebbe ingiuria, o Milord, replicò Elisabetta.
Entrambi i Conti ne sono cari egualmente, ed impiegheremo con
imparzialità l’uno e l’altro ai vantaggi del nostro regno. Ma il loro
colloquio è durato abbastanza. Lord Sussex, lord Leicester, noi abbiamo
ancora qualche cosa da dirvi. Tressiliano e Varney fanno parte delle
vostre case; desideriamo che ci accompagnino a Kenilworth. E poichè
allora avremo presso di noi Paride e Menelao, vogliamo vedere anche
questa bella Elena, la cui incostanza ha mosso tanto rumore. Varney, tu
condurrai tua moglie a Kenilworth, e preparala a comparirmi dinanzi.
Lord Leicester, incarico voi dell’esecuzione di un tal ordine.»
Il Conte ed il suo scudiere fecero un rispettoso inchino, indi
rialzando il capo non osarono levar gli occhi verso la Regina, nè l’uno
sopra dell’altro, perchè entrambi credettero in quell’istante veder le
reti della menzogna ch’essi avevano tese, chiudersi sopra di loro per
avvilupparli.
«Milordi, disse ai Conti la Regina, ci è d’uopo della presenza vostra
al consiglio privato, che andiamo ora ad aprire, e dove importanti cose
si discuteranno. Noi andremo indi a diporto sul fiume, e voi vi ci
accompagnerete. Oh! questa navigazione mi chiama una circostanza alla
mente. Signor cavalier _del mantello_, diss’ella sorridendo a Raleigh,
pensate che d’ora in avanti dovete seguirmi in tutte le mie spedizioni,
onde fatevi somministrare vestimento quale vi si conviene. Voi vi
rivolgerete al grande intendente della nostra guardaroba.»
Così terminò questa memorabile udienza, nella quale, siccome in tutto
il corso della sua vita, Elisabetta unì i capricci ai quali va di
frequente soggetto il gentil sesso, a quel profondo senno, e a quella
retta politica, che la fanno primeggiare fra quanti Sovrani abbiano mai
portato corona.
CAPITOLO IX.
»Già del peregrinar scelta è la meta;
»Discior le vele è quant’omai rimane.
»Tien gli occhi al governal, nocchiero; appresta
»Le faci, e il filo indagator del fondo.
»E basse terre, e scogli a mille a mille
»Quest’oceano insidioso asconde,
»Cui diè più d’un naufragio orribil fama.
_Il Naufragio._
Nel breve intervallo trascorso fra il terminar dell’udienza e l’adunata
del consiglio privato, Leicester ebbe il tempo di meditare, che avea
posto egli stesso il suggello al proprio destino. Egli era impossibile,
così andava questi pensando, che dopo avere, alla presenza di quanto
eravi di più cospicuo nell’Inghilterra, attestato, benchè in termini
ambigui, essere verace l’asserto del Varney, gli fosse più lecito il
contraddirlo, o il dismentirlo, senza compromettersi, non solamente a
perdere il favore di cui godeva alla Corte, ma eziandio ad incorrere
nel risentimento personale della Regina, la quale non gli avrebbe al
certo perdonato di essere stata ingannata; al che aggiugneasi l’idea
non meno spaventosa dell’altre, di vedersi esposto al disprezzo e alla
derisione del rivale, o di tutti i suoi partigiani. La certezza di
tanti pericoli costernava lo spirito di Leicester; e nel tempo medesimo
gli si paravano in tremenda forma allo sguardo tutte le difficoltà
che si opponevano a conservare un segreto, il cui divulgarsi portava
inevitabile ed ultimo crollo al suo onore ed alla sua possanza. Ei
vedevasi allora simile ad uomo, che cammina sopra un diaccio presto ad
infrangersi, ed al quale può essere sola via a salvamento il camminare
avanti con passo fermo e sicuro. Gli conveniva pertanto a qualunque
rischio assicurarsi il favore della Regina, favore acquistato a costo
di tanti sagrifizi, ed unica tavola su cui gli fosse ancora sperabile
l’evitare il naufragio. Nè solamente si limitava ora il suo incarico
al sostenersi in tale favore, ma gli era d’uopo mettervi l’ancora più
tenacemente che mai. Essere il favorito di Elisabetta, o sottoscrivere
alla perdita persin della fama, divenne il bivio a cui egli si vide
ridotto. Ogn’altra considerazione dovette per conseguenza tacer
sull’istante. Laonde cercò sbandire dalla sua memoria l’immagine d’Amy,
che a malgrado di lui vi si presentava, nè gli rimaneva che la rimota
lusinga d’aver tempo in appresso per avvisare ai modi onde svolgersi da
sì crudel labirinto; siccome nocchiero che vede la sua prora minacciata
dagli scogli di Scilla, nè pensa che a schivarli, dimenticando per
allora i più lontani rischi, che gli apparecchia Cariddi sull’altra
riva.
Tale era lo stato dell’animo del Leicester allora che andò a prendere
la sua consueta sede nel consiglio privato di Elisabetta, e allora che
l’accompagnò di poi nell’andare a diporto sulle acque del Tamigi. Pure
non fece mai siccome in tale occasione maggiore sfarzo d’ingegno, sia
come accortissimo politico, sia come leggiadrissimo cortigiano.
Giunse egli nel consiglio, allorchè agitavansi le cose intorno la
sfortunata Maria regina di Scozia, che contava allora il settimo
anno della sua cattività in Inghilterra. Il Sussex, ed alcuni altri
parlarono fortemente in favore di questa misera principessa, mettendo
in campo la legge delle nazioni e i diritti dell’ospitalità con detti
sì vigorosi, che comunque non oltrepassassero i limiti del rispetto
e della moderazione, troppo gratamente non risonarono agli orecchi
della Regina. Della qual cosa ben avvedutosi il Leicester, fu pronto
ad abbracciare l’opinione contraria, ponendo in ciò tutto il calore
della più animata eloquenza. Rappresentò la necessità di continuare
a custodire in rigorosa prigionia la Scozzese, siccome espediente
indispensabile alla sicurezza del regno, e soprattutto alla sacra
persona di Elisabetta: «L’ultimo capello del capo di questa Regina
doversi riguardare per più prezioso ed importante che non la vita e la
fortuna di una rivale, fattasi pericolosa coll’armare pretensioni vane
parimente ed ingiuste sul trono dell’Inghilterra, d’una rivale, che dal
fondo ancora del suo carcere si faceva centro alle speranze di tutti i
nemici così interni come esterni di Elisabetta.» Ei terminò il dire col
domandare scusa, se il suo zelo lo aveva trasportato tropp’oltre; ma
«la conservazione della Regina era tal causa che il traeva sempre fuori
dei limiti della sua moderazione ordinaria».
Elisabetta lo censurò, ma colla massima dolcezza sul troppo peso
ch’egli attribuiva alle cose che la riguardavano personalmente.
Confessò per altro nel tempo medesimo, che avendo piaciuto al Cielo
di collegare gl’interessi di lei con quelli de’ suoi sudditi, credea
far cosa comandata dal dovere prendendo espedienti, che la propria
sicurezza additasse siccome indispensabili. Sperava ella, che qualora
il Consiglio avvisasse la necessità di prolungare la prigionia della
sua sfortunata sorella di Scozia, non troverebbe almen biasimevole,
che la Regina d’Inghilterra pregasse la contessa di Shrewsbury ad
usare alla prigioniera tutti i riguardi compatibili colla necessità
di custodirne la persona. Annunziati per tal modo i propri voleri,
Elisabetta sciolse quell’adunanza.
Non fu mai veduta sì grande la premura nell’aprirsi le file per dar
passaggio al conte di Leicester, siccome allora che uscendo egli dal
consiglio privato, attraversò le anticamere piene d’una folla di
cortigiani. Giammai gli uscieri non avevano gridato più ad alta voce:
_Fate luogo, fate luogo al nobile Conte_. Mai questo segnale non fu
ubbidito con più di prontezza e di rispetto. Nè mai volti eransi verso
il Leicester tanti occhi di persone, ansiose d’aver qualche sede nel
novero degli umili suoi clienti, o di ottenerne un semplice segno
di non essergli ignoti, intanto che il cuore di parecchi fra i suoi
partigiani ondeggiava fra la brama di offerirgli congratulazioni, e la
tema di parer troppo arditi coll’indirigerle in pubblico ad un uomo
posto in grado cotanto sublime. Tutta la Corte pensava che l’esito
dell’udienza di quel giorno, aspettata dianzi fra mezzo a tante
dubbiezze e perplessità, era il più concludente fra i trionfi del conte
di Leicester. Ognuno avea per cosa indubitabile, che il satellite,
rivale del Leicester, se non potea dirsi interamente offuscato dallo
splendore dell’altro, sarebbe al certo costretto per l’avvenire a
compiere i suoi giri in un’orbita più rimota del sole. Così le cose
vedeva la Corte, e giusta una tal norma si comportavano dal primo
all’ultimo i cortigiani.
Per altra parte il Leicester non fu giammai più officioso, nè mai
spiccò tanto per cortesia nel restituire i saluti, che d’ogni lato
gli venivano porti; nè mai riuscì tanto felicemente (per adoperare la
frase di tal persona che allora non si stava gran che lontana da esso),
nell’indorare l’opinione che il Pubblico portava sopra di lui.
Parea ch’ei tenesse in serbo per ciascheduno un saluto, un sorriso, una
parola gradevole; saluti, sorrisi, parole gradevoli, ch’ei distribuiva
in gran parte a tai cortigiani, i cui nomi disparvero da lungo tempo
sotto l’acque del fiume di obblio; ma che indirisse anche talvolta ad
alcuni enti, che ne riesce quasi estraneo l’udirli rammemorare nelle
pratiche più oscure della lor vita, le quali lo furono tanto, ond’or
ci costi fatica il credere, che vi sieno discesi, confrontandole
col prodigioso innalzamento a cui li trasse la riconoscenza dei
posteri. Accenneremo qui alcune tra le frasi che spacciò il Leicester
nell’attraversar che fece queste anticamere.
«Oh! eccovi Poynings! Come stanno la moglie e la vostra amabile figlia?
Perchè non vengono dunque alla Corte? — La vostra inchiesta non può
essere esaudita, Adams; la Regina non vuole più concedere privilegi non
estendibili; ma mi riuscirà servirvi in altra occasione. — Mio caro
alderman Aylford, la procedura della Città intorno a Queenhithe verrà
continuata con tutta quella sollecitudine che la mia prevalenza potrà
infonderle. — Sig. Edmondo Spencer, vorrei poter sostenere la vostra
supplica, anche per secondare l’amor che porto alle Muse. Ma Dio!
lanciaste sì furiosi sarcasmi contro il lord Tesoriere!»
«Milord, rispose il poeta, se mi fosse lecito lo spiegarmi....»
«Venite a vedermi in mia casa, caro Edmondo; non domani, nè dopo
domani, ma il più presto possibile. — Ah William Shakespeare! Matto di
William! Convien dire che tu abbia dato a mio nipote Filippo Sydney
una dose di polvere simpatica; egli non può mettersi in letto se non
ha sotto il guanciale _Venere_ e _Adone_, da te composti. Ti farò
appiccare come il più grande stregone di Europa. Oh! a proposito. Non
ho dimenticato il tuo affare cogli orsi. Me ne prenderò cura.»
L’Autore comico gli fece un rispettoso saluto; e il Conte, chinata
leggermente la testa, continuò il suo cammino. Così gli è forza narrare
la cosa riferendola a quel secolo. Trasportandola al nostro, dovrebbe
dirsi che un ente immortale avea prestato omaggio ad un uomo.
La persona alla quale il favorito volse la parola in appresso era uno
de’ più zelanti suoi partigiani, che lo salutò col riso sulle labbra,
e in aria di trionfo: «Sir Francis Denning, gli disse il Leicester,
quest’aria di buon umore vi fa la fisonomia men lunga un terzo di
quello che non l’ho veduta stamane. — Ebbene, signor Bowier! perchè vi
tenete così in disparte? Pensate ch’io conservi odio contro di voi!
Poche ore sono, non faceste che il vostro debito, e se mi ricordassi
mai del nostro piccolo disparere, non sarebbe che per sapervene grado.»
Il Conte vide allora avanzarsi verso di lui, facendo grandi riverenze,
un personaggio bizzarramente vestito, con giubba di velluto nero
tagliata a festoni, e guernita di raso cremesino. Un pennacchio tolto
dall’ali d’un gallo gli sventolava sul berrettone di velluto ch’ei
teneva in mano, e molto amido ne inrigidiva un enorme collare: le quali
cose unendosi ad una fisonomia in cui non leggevasi che la vivacità di
chi ha grandi pretensioni, annunziavano in lui un ente impastato d’amor
proprio, e sfornito di spirito. Una bacchetta ch’ei tenea fra le mani,
e il tuono d’uom d’affari ch’egli assumea, lo dimostravano insignito
di qualche dignità onde traeva non poca boria. Un colore rosso carico,
che in luogo di starsi sulle sue guance magre e incavate, si era
impadronito di tutta la superficie di un naso proffilato, annunziava
in lui piuttosto la consuetudine dell’intemperanza che quella della
modestia, e il modo con cui si fece a parlare al Conte provò che gli
atti si conformavano all’aspetto.
«Buon giorno, sig. Roberto Laneham,» disse il Conte senza fermarsi, e
manifestamente desideroso di scansarlo.
«Ho una supplica da presentare alla Signoria vostra,» disse il Laneham
che arditamente gli tenea dietro.
«E che cosa contiene ella, _maestro guardiano della porta della camera
del Consiglio_?»
«Volete dire: _donzello della porta della camera del Consiglio_,»
soggiunse con enfasi il Laneham.
«Chiama il tuo ufizio col titolo che ti piace; ma qual cosa brami da
me?»
«Unicamente vorrei dalla Signoria vostra la permissione di far parte
nel viaggio che sta per imprendersi al suo magnifico castello di
Kenilworth.»
«E perchè questo, Laneham? Non sai tu ch’io debbo aver colà una
compagnia numerosa?»
«Non tanto numerosa, che vostra Signoria non possa concedervi un po’
di luogo ad un antico suo servitore. Poi, pensate, o Milord, alla
contingenza che vi si tenga qualche consiglio, e che questa verga
è necessaria per allontanare dalle porte quegli spioni che mettono
l’occhio al buco della serratura, e a tutte le fessure che possono
scorgere. La mia verga è indispensabile al Consiglio quanto lo è un
paramosche alla stalla d’un beccaio.»
«La tua comparazione fa onore al Consiglio, ma ti prego: non cercare
di giustificarla. Sia come brami, acconsento; vieni a Kenilworth, se
questo ti fa piacere. Non mancherò di pazzi colà, e vi troverai quindi
con chi barattare parola.»
«E se vi saranno pazzi, o Milord, tanto maggiore soddisfazione ne
avrò. Amo divertirmi alle spalle di un pazzo, quanto un cane levriere
ad inseguir la sua preda. Ma mi sarebbe d’uopo supplicare la Signoria
vostra d’un’altra grazia.»
«Spicciati adunque: conviene ch’io parta; la Regina sta per uscire.»
«Io vorrei Milord, condurvi meco una compagna da letto.»
«Che vuol dir questo? Non ti vergogni?...»
«Oh Milord, le mie domande stanno fra i limiti del giusto e
dell’onesto. Io ho una moglie curiosa non meno di quella sua antica
progenitrice che mangiò la poma proibita. Or questa moglie, secondo le
regole, non potrei condurmela meco, perchè gli ordini di sua Maestà
vietano rigorosamente ad ogni uficiale di prender seco la moglie ne’
viaggi che fa la Corte, e ciò per non ingombrare di donne i calessi. Ma
vorrei anche ottenere un’altra grazia da vostra Signoria...»
«Oh Dio!»
«Ho tosto finito. Vorrei che deste alla ridetta mia moglie una parte da
sostenere nella vostra festa, in modo che vi potesse comparire sotto
qualche travestimento, senza che gli altri s’accorgessero ch’ella è mia
moglie.»
«Che il gran diavolo vi porti l’uno e l’altro (sclamò Leicester, che
tanto più perdè la pazienza per le ricordanze che in lui destava un
tale discorso); perchè mi trattieni tu con queste tue baie?»
Il nostro _usciere della porta della camera del Consiglio_, spaventato
da questo subitaneo accesso di collera, lasciò cadere la bacchetta,
distintivo della carica, e fise sul Conte due grand’occhi stupidi che
mostravano lo sbigottimento ond’era compreso costui, e che tornarono in
mente a Milord non dover egli in quel luogo dar da comprendere nè poco
nè assai le inquietudini del proprio animo.
«Io voleva solamente convincermi, se tu possegga l’arditezza che si
vuole al tuo ministerio, gli disse il Conte con tuono più mite; vieni
dunque a Kenilworth, e conducivi il diavolo se così brami.»
«Mia moglie ha ben fatto la parte di diavolo in un mistero, che venne
celebrato, o Milord, ai giorni della regina Maria; ma ci mancherebbe
una bagattella per il corredo.»
«Tieni una _corona_, ma liberami dalla tua presenza: odo sonare la
campana maggiore del palazzo.»
Roberto Laneham gli tenne dietro per qualche istante coll’occhio
sorpreso, ed abbassandosi per raccoglier di terra il distintivo della
sua dignità, disse fra se medesimo; «Il nobile Conte in quest’oggi
non è del suo bell’umore; ma quando questi signori ci vanno regalando
corone, noi altre persone di spirito possiamo anche chiudere un occhio
sui loro ghiribizzi, perchè in verità, se non pagassero per ottener
grazia, con noi non la passerebbero bene.»
Intanto Leicester attraversava gli appartamenti del palazzo,
trascurando in allora que’ riguardi d’urbanità, de’ quali dianzi
era stato sì prodigo; e traendosi il più presto che potè fuor delle
stanze aperte al Pubblico, si fermò in una piccola sala, approfittando
di quella solitudine per abbandonarsi un istante alle proprie
considerazioni.
«Che cosa dunque son io divenuto, diss’egli a se medesimo, onde i vani
discorsi d’un pazzo, d’un vero cervello d’oca, facciano sopra di me una
tale impressione? Coscienza! tu sei un cane da guardia che svegliano
del pari il lieve calpestio d’un misero sorcio, e il ruggito di un
lione! Nè potrò io dunque con un passo ardito togliermi da uno stato sì
difficile, sì penoso? Se corressi a gettarmi ai piedi d’Elisabetta, a
confessarle il tutto, ad implorarne pietà!...»
Egli stava in quest’ultima idea, allorchè apertasi la porta, entrò
precipitoso Varney.
«Sien grazie al Cielo, o Milord, che finalmente vi trovo!»
«Dì piuttosto grazie al diavolo, del quale sei il ministro.»
«Sì, sì, grazie a chi volete, ma non perdiamo un istante. La Regina è a
bordo, e domanda ove siete.»
«Va a dirle che d’improvviso mi è venuto male; perchè viva il Cielo! la
mia testa non può resistere più lungo tempo.»
«Nulla è più facile del rimanere addietro, o Milord (disse con
amaro sorriso il Varney), perchè nè voi, nè io, che come vostro
primo scudiere dovea seguirvi, a quest’ora abbiamo più luogo nella
barca della Regina. Mentre io mi affannava correndo al palazzo per
rintracciarvi, ho udito che venivano chiamati il nuovo favorito Walter
Raleigh, e il nostro conoscente antico, Tressiliano, per dare ad essi i
nostri posti.»
«Tu sei un vero demonio, o Varney, (rispose Leicester scotendosi
affrettatamente) ma tu hai causa vinta in tale istante. Ti seguo.»
Varney non rispose altra cosa, ed additandogli il cammino, passò senza
far cerimonie dinanzi a lui, ed uscito del palagio s’avviò verso il
Tamigi, chè il suo padrone come macchinalmente gli tenea dietro.
Voltosi il Varney per vedere se veramente l’altro il seguiva, si fermò,
e con tuono che sapeva di famigliarità, e quasi autorevole: «Che
vuol dir questo, o Milord? Il vostro mantello cade tutto da un lato,
sbottonata la giubba... permettetemi...»
«Non v’incomodate, o signore (disse il Conte rimettendosi in tutta
l’aria sua di padrone); quando vi darò ordini, allora penserete ad
eseguirli. Intanto statevene al vostro posto», e passando dinanzi a
lui, s’avviò verso la riva del fiume.
La barca della Regina trovavasi sul momento del partire, e già
assegnati ad altri erano i posti, riserbati dianzi sulla poppa al
Leicester, e sulla prora al suo scudiere. Ma appena comparve il
Conte, i remi, presti a battere l’acqua, rimasero fermi, come se
i navicellai avessero preveduto, che qualche mutazione stava per
accadere nell’ordinamento di quella nobil brigata. Il rossor delle
guance annunziava l’interno disgusto della Regina, che ebbe ricorso
a quel tuono di freddezza sotto cui nascondono gli alti personaggi
certe agitazioni dell’animo, cui senza invilire la propria dignità non
potrebbero palesare; onde a lui volse queste agghiacciate parole: «Noi
vi abbiamo aspettato, o Milord».
«Graziosa Sovrana, rispose il Leicester, voi usa a perdonare tante
debolezze sconosciute alla vostra grand’anima, non degnerete di qualche
pietà quei moti, che l’agitazione del cuore comunica al corpo e alla
mente? Io mi presentai a voi questa mane in guisa d’uomo accusato e
sospetto. La vostra bontà penetrò in mezzo alle nubi onde si tentò
oscurare il mio onore. Voi sola mi restituiste questo onore; e cosa più
preziosa ancora, la vostra buona grazia. È egli da maravigliarsi, se,
non ancora essendo stanca d’affliggermi la fortuna, il mio scudiere mi
trovò in tale stato, che mi lasciava appena la forza di trascinarmi
sin qui, ove uno sguardo della Maestà vostra, oh Dio! fino uno sguardo
sdegnoso potè sopra di me quanto Esculapio medesimo avrebbe tentato
invano.»
«Che ascolto? (sclamò Elisabetta, fissandosi sopra Varney). Tanto ha
sofferto Milord?»
«Egli soggiacque ad una specie di svenimento, rispose l’astuto Varney,
e ben la Maestà vostra può accorgersene al disordine che è tutt’ora nel
suo aggiustamento; disordine che neanco mi lasciò il tempo di riparare,
tanto egli era frettoloso di comparirvi innanzi, o Regina.»
«Oh poco monta quanto all’aggiustamento (disse tosto Elisabetta
volgendo uno sguardo sui lineamenti nobili del Conte, ai quali
cresceano novello vezzo le contrarie passioni che ne agitavano lo
spirito). Entrate, Milord, entrate, troveremo luogo per voi. Quanto al
vostro posto, sig. Varney, lo abbiamo assegnato ad altri. Converrà che
vi collochiate in una delle barche di seguito.»
Varney, fatto un inchino, si ritirò.
«Voi pure (soggiunse la Regina guardando con gentil modo Raleigh),
nostro giovane cavalier _del mantello_, converrà che voi pure diate
luogo. Prenderete posto nella barca delle nostre dame d’onore; poichè
quanto a Tressiliano, egli ha già sofferto assai dal capriccio delle
donne, onde non vogliamo cambiare le distribuzioni che lo riguardano.»
Il Leicester entrò adunque nella barca della Regina, la quale fece
ancora altri piccoli cambiamenti di posti con tal arte che finalmente
il Leicester fu assiso accanto di lei. Raleigh si alzò da sedere,
e Tressiliano avrebbe avuta la mal accorta cortesia di offerire il
proprio luogo all’amico; ma un rapido sguardo lanciato sovr’esso
da Walter, di cui pareva elemento naturale la Corte, gli fece
comprendere, che la Regina si poteva tener per offesa se egli mostrava
sì poca cura di profittare del primo favor concedutogli. Tressiliano
adunque rimase senza dir altro al suo luogo, intanto che Raleigh,
salutando profondamente Elisabetta, si accigneva colla fisonomia del
rincrescimento ad uscir della barca.
Un giovane cortigiano, il galante lord Willonghby credette leggere sul
volto della Regina non so qual cosa che la indicava impietosita di
questo rincrescimento, o vero o artifizioso, dimostrato dal giovane
Walter.
«Non si conviene a noi vecchi cortigiani, diss’egli con gaia
disinvoltura, il nascondere lo splendor del sole ai novelli. Quando Sua
Maestà ne acconsenta, io mi priverò per un’ora della cosa più deliziosa
a tutti i suoi sudditi, della fortuna di godere la sua presenza, e farò
il sagrifizio di ritrarmi al chiaror delle stelle, togliendomi per
qualche istante la vista di Diana sfavillante di tutta la sua gloria.
Io mi porterò adunque nella barca delle dame d’onore, e cederò a questo
giovane cavaliere un’ora di beatitudine.»
«Se voi consentite ad abbandonarci, o Milord (gli disse la Regina in
tuono fra il serio e lo scherzevole), converrà che ci adattiamo a
tal sagrifizio. Ma comunque vi diate il nome di vecchio cortigiano,
non siamo in voglia di affidarvi la cura delle nostre dame d’onore.
La venerabile vostra età (soggiunse ella con malizioso sorriso) si
accorderà meglio con quella del nostro gran Tesoriere, che ci segue
nella terza barca, e la cui esperienza può profittarsi ancor della
vostra.»
Il lord Willonghby si sforzò di palliare con un sorriso il contraggenio
ch’egli aveva all’ammenda posta dalla Regina, e dopo aver porto a
questa un rispettoso saluto, andò a sottomettersi al suo destino nella
barca del lord Burleigh. Leicester che sollecito di divagare il suo
animo dalle triste idee che per entro vi si agitavano, afferrava tutte
quelle occasioni fatte per allegrarlo un istante, non si lasciò sfuggir
la presente. Laonde, appena la barca si fu allontanata dalla riva, e
mentre le bande musicali collocate sull’altra facevano echeggiare il
suono de’ loro strumenti, cui si mescevano le acclamazioni del popolo,
che copriva le due sponde del Tamigi, ebbe sopra di se medesimo assai
dominio, onde non pensar per allora che al brillante stato in cui si
trovava, ed alla necessità di mantenersi nel favore della Regina. Per
la qual cosa sfoggiò con tanto buon successo le grazie compartitegli
dalla natura, che Elisabetta rapita fuor di sè dall’amabile facondia
del cortigiano, e timorosa ad un tempo ch’egli ne sofferisse nella
salute, gli prescrisse in tuono gioviale un silenzio di pochi istanti,
necessario, diss’ella, onde la gaiezza medesima non ne estenuasse le
forze.
Voltasi allora al conte di Sussex: «Milord, gli disse, dopo aver noi
messo un decreto che condanna a tacersi il conte di Leicester, ci
faremo ad ascoltare i vostri avvisi sopra argomento degno più d’essere
discusso in mezzo alla gioia ed ai suoni musicali, che d’interrompere
la gravità delle consuete nostre deliberazioni. Evvi tra voi chi abbia
notizia d’una supplica presentataci da Orsone Pinnit, guardiano, com’ei
s’intitola, de’ nostri orsi reali? Chi di voi vuol farsene protettore
dinanzi al trono?»
«Per bacco! disse il conte di Sussex, colla permissione della Maestà
vostra, son qua io. Orsone Pinnit era un valente soldato innanzi che le
sciabole della tribù di Mac-Donough in Irlanda lo rendessero inabile
alla guerra, e credo bene che la Maestà vostra voglia continuare ad
essere, come il fu sempre, la protettrice de’ fedeli suoi servitori.»
«Certamente è tale la nostra intenzione, disse la Regina; e soprattutto
verso i poveri nostri soldati e marinai, che per sì poca paga mettono
a rischio la loro vita. Noi cederemmo la nostra reggia, (diss’ella, e
in dir ciò le sfolgoravano gli occhi) per costruire uno spedale per
essi, anzichè dovessero ravvisare in noi un’ingrata padrona[8]. Ma ci
siamo allontanati dal nostro discorso.» Onde dopo essersi abbandonata a
questa effusione di patrio amore, riprese il tuono che si conviene alle
cose gioviali: «La supplica di Orsone Pinnit va un po’ più in là; ei si
lamenta del gusto che ha incominciato a prendere il pubblico per gli
spettacoli di nuovo genere, e principalmente della spezie di furore,
con cui si trasporta in folla a vedere le rappresentazioni composte,
dice egli, da un William Shakespeare, il cui nome, m’immagino, non
è ignoto a nessun di voi, o Milordi; e se ne lamenta perchè in
proporzione del crescere di questo gusto, cade in discredito il vezzo
che si aveva di ammirare il maschio spettacolo del combattimento degli
orsi. Egli soggiunge essere una vergogna che uomini Inglesi, divenuti
vaghi di contemplare le prove di sciagurati commedianti, che si
ammazzano da burla, lascino in non curanza i nostri cani ed orsi reali,
che si straziano l’un l’altro con tutta verità. Che dite su di ciò lord
Sussex?»
«In fede mia, o Regina, rispose il Conte, voi non crederete, che un
vecchio soldato qual mi son io possa dir molte cose in favore dei
combattimenti finti, allorchè si pretende metterli a paragone coi veri.
Pure non so voler male a questo Shakespeare. Egli è un malandrino
vigoroso. Si dice che è zoppo, ma ha maneggiato maravigliosamente il
bastone, e si battè con coraggio col boscaiuolo del vecchio sir Thomas
Lucy di Charlecot, allorchè s’introdusse nel parco per dar la caccia ai
daini del padrone, e per abbracciare la figlia del guardiano.»
«Vi domando grazia per Shakespeare, Milord; si parlò di tale affare in
consiglio, e la figlia del guardiano non vi entrava per nulla. Non è
nostra mente che si gravi la mano sopra le leggerezze di questo povero
galantuomo. Ditemi piuttosto qual sia la vostra opinione sul suo modo
di recitare, sui suoi componimenti, sul teatro instituito da lui. Il
punto della quistione sta qui, e non nelle follie della sua giovinezza,
non nelle cacce del parco, non nell’altre bizzarrie di cui mi parlate.»
«Lo creda pure la Maestà vostra, ch’io non voglio male a questo
matto. Ho inteso alcuni de’ suoi versi, e mi è fin sembrato trovarvi
alcune immagini degne di non dispiacere a un guerriero. Ma è tutta
spuma, son tutte bolle, non vi è sostanza, nulla di serio, e credo lo
abbia osservato anche vostra Maestà. Qual vezzo posso io avere nel
contemplare una mezza dozzina di birboni armati di spade irrugginite
e di scudi, di lotte che mi presentano la parodia d’una battaglia, se
metto questo in confronto del nobile spettacolo d’un combattimento
d’orsi? Spettacolo onorato dalla presenza della Maestà vostra, e da
quella de’ suoi illustri predecessori; spettacolo che fra tutti i
regni della Cristianità ha posta in novello grido la nostra contrada
posseditrice di mastini tanto famosi, e d’uomini di sì alto ingegno
che sanno addestrare gli orsi alla pugna. È molto da temersi che
queste due razze non s’imbastardiscano; se gl’Inglesi incominceranno
a dar più volentieri ascolto alle frivole declamazioni d’un istrione
anzichè incoraggiare la più bella immagine della guerra, che si possa
mai offerire in tempo di pace, intendo dire la pugna degli orsi. Là
voi vedete una di queste bestie che si tiene in guardia coll’occhio
rosso siccome brage, e simile a perito capitano, che sta sulle difese
per adescare il nemico a venirlo ad assalire ne’ propri trinceramenti.
Allora sir _Mastino_ fa carriera, e prende lord _Bruin_ alla
gola[9]; ma questi gl’insegna qual sia la ricompensa di coloro, che
abbandonandosi a sconsigliato coraggio in tempo di guerra, dimenticano
le cautele insegnate dalla prudenza. Egli se lo stringe fra le braccia,
e da vigoroso lottatore lo comprime contro il suo seno tanto che
s’oda lo scricchiolare delle coste della vittima, fatte in pezzi con
fracasso simile a quello d’uno scoppio di pistola. In questo momento
arriva un altro mastino non men prode, ma più giudizioso del primo.
Egli s’attacca al labbro inferiore di lord _Bruin_, e vi resta sospeso,
mentre colui perdendo il suo sangue, e mandando urla orribili, cerca
invano sciogliersi dal secondo assalitore. Allora....»
«In fede mia, disse la Regina, ho veduto più d’una volta il
combattimento degli orsi, e spero vederlo ancora. Voi però lo
descrivete con sì ammirabile verità, che se anche non ne fossi stata
mai spettatrice, me ne avreste data l’idea la più chiara. Ma ascoltiamo
ora qualcun altro che ci parli su questo argomento. Leicester, avete
voi nulla da aggiugnere?»
«Vostra Maestà dunque permette ch’io mi consideri libero dalla mia
musoliera?»
«Sì, purchè parliate senza stancarvi. Per altro, allorchè penso che
l’orso e il bastone si trovano negli antichi stemmi di vostra famiglia,
vedo che farei meglio ad ascoltare un oratore meno parziale.»
«Vi do parola, o Regina, che comunque mio fratello Ambrogio di Warwick,
ed io, portiamo nei nostri stemmi l’antica insegna che vi degnate
ricordare, non siamo per questo meno amici della imparzialità. Vi dirò
dunque in favore dei commedianti che sono bensì mariuoli anzichè no, ma
mariuoli pieni di spirito, e che sollevando l’animo del popolo colle
loro facezie, lo tengono lontano dal frammettersi ne’ pubblici affari,
dall’ascoltar false voci, perfide insinuazioni, discorsi pericolosi.
Chi ha la mente intesa a vedere in qual modo Marlow e Shakespeare
scioglieranno sul teatro un intreccio, non pensa ad esaminare la
condotta dei governanti.»
«Ma io non m’intendo, o Milord, di allontanare il mio popolo dal far
l’esame della condotta ch’io tengo. Più da vicino ch’ei la consideri,
ne valuterà meglio i veri motivi.»
«Mi permetta di soggiugnere la Maestà vostra (disse il decano
di Sant’Asaph, puritano al di là d’ogni credere) che costoro di
commedianti non solamente introducono nelle loro parlate espressioni
profane e licenziose, le quali danno moto al peccato ed alla
dissolutezza, ma si permettono ancora considerazioni sul governo, sulla
sua origine, sui fini che dee proporsi, e possono per tal modo seminare
mali umori fra la popolazione; e crollare i fondamenti della società
civile. Aggiugnerò ancora, sempre colla debita permissione di vostra
Maestà, non essere cosa prudente il tollerare, che queste bocche impure
mettano in ridicolo la gravità delle persone pie, bestemmiino il Cielo,
calunniino quelli che governano la terra, e disfidino insomma le umane
leggi e le divine.»
«Se noi potessimo credere simili abusi e licenze, o Milord, le avremmo
a quest’ora tolte di mezzo. Ma non è giustizia il proibire qualsisia
cosa per ciò solo che è possibile l’abusarne. Quanto poi a Shakespeare,
noi pensiamo trovarsi ne’ suoi componimenti tai squarci che valgono
venti lotte d’orsi. Particolarmente quelle che egli chiama sue
_cronache_[10] possono fornire onesta ricreazione ed utili notizie, non
solamente ai nostri sudditi, ma alle generazioni che verranno dopo di
noi.»
«Il regno della Maestà vostra, disse il Leicester, non avrà mestieri di
un sì debole soccorso per giugnere alla posterità; pure il Shakespeare
ha toccato con quella maniera sua propria diversi incidenti del
governo di vostra Maestà, e gli ha toccati in guisa da rispondere
vittoriosamente a quanto disse contro di lui sua Reverenza il decano di
Sant’Asaph. Vi sono per esempio alcuni versi... vorrei fosse qui mio
nipote Filippo Sidney, che gli ha sempre fra le labbra. È una specie di
racconto d’incantesimi, vi si parla d’amore, di frecce spuntate... Ah!
comunque sieno belli, son però lontani dall’avvicinarsi soltanto alla
persona ch’essi pretendono additare. Credo che Sidney li ripeta ancor
quando dorme.»
«Voi ci fate sopportare il supplizio di Tantalo, Milord. Sappiamo bene
che Filippo Sidney è un favorito delle Muse, e ce ne rallegriamo. La
virtù non è mai tanto splendente, siccome allor quando le vanno uniti
il gusto e l’amore delle lettere. Ma non ne dubito; vi sarà qualcuno
fra i nostri giovani cortigiani, nella cui memoria dureranno impresse
tuttavia quelle cose che i vostri affari più serii cancellarono dalla
vostra. Sig. Tressiliano, voi mi foste descritto come un adorator delle
Muse. Vi rammentate voi questi versi?»
Il cuore di Tressiliano era troppo oppresso dalla tristezza, e
la prospettiva della sua vita gli si mostrava troppo crudelmente
offuscata, perch’ei volesse profittare di tale occasione che gli si
offeriva a volgere sopra di se l’attenzione della Regina. Deliberò
nondimeno far godere di un tal vantaggio al suo giovane amico, più
ambizioso di lui. Allegando adunque un preteso difetto di memoria,
aggiunse, che egli credea si sapessero da Walter Raleigh i versi onde
favellava il conte di Leicester.
Avendone tosto ricevuto ordine dalla Regina, il Raleigh sorse, e
declamò con grazia non inferiore alla squisitezza del suo sentire la
celebre visione di Oberon, sicchè ne fece gustare la soavità, e col suo
porgere le aggiunse vezzi novelli.
»Io vidi, oh! in te di scorgerlo virtude
»Stata allor fosse! il pargoletto Amore,
»Baldanzoso in sua possa, e nell’immenso
»Vano dell’etra dispiegando il volo,
»Che del più fido in fra gli strali suoi
»Impoverendo la faretra, all’arco
»Sollecito il commise. Fischiò l’aura
»Rotta dal dardo, cui destra, secura
»Sino a quel dì, vibrò: ma tocca appena
»L’aurata fascia, contro cui battea
»L’invitto cor della maggior Reina
»Che Occidente adorò, de’ guardi un raggio
»Ne fe’ ottuso il ferir; ricadde al piede
»Della Vestale, doppiamente altera,
»Che sfidò il Nume, e serbò intatto il core.
La voce di Raleigh nel recitare tai versi era alquanto tremebonda, come
di chi avesse dubitato se questo omaggio tornerebbe o no a grado della
sublime persona a cui si volgea. Se tale perplessità era ricercata in
Raleigh, fu un artifizio di buona politica; se reale, non ve n’era
necessità. Questi versi non erano probabilmente nuovi per la Regina,
poichè non è accaduto giammai che un complimento lusinghevole tardi a
pervenire all’orecchio del sovrano per cui fu fatto. Ma ciò non gli
scemò buona accoglienza allorchè le labbra di Raleigh lo pronunziarono.
Dilettata parimente e dai versi, e dal modo ond’erano recitati, e dalle
animate grazie di chi faceva allora da attore, Elisabetta tenendo fisi
gli occhi sopra di Walter, segnava colla mano le pause e gli accenti
di ciascun verso, come le aveste misurato il tempo di un pezzo di
musica[11]. Cessato ch’ebbe Walter dal declamare, la Regina ripetè come
distrattamente l’ultimo verso:
«Che sfidò il Nume, e serbò intatto il core»
e nel tempo stesso la sua mano lasciò cadere la supplica del guardiano
degli orsi reali, supplica che il Tamigi accolse favorevolmente nelle
sue acque, incaricatosi di portarla a Sheerness e forse insino ai
gorghi del vasto Oceano.
Il buon successo ottenuto dal giovane cortigiano spronò d’emulazione
il Leicester, presso a poco siccome un corridore antico raddoppia
di sforzi quando vede un giovane destriero oltrepassarlo nella
carriera. Fece egli cadere il discorso sui giuochi, sui banchetti,
sulle feste e sull’indole di quelli che in mezzo a tali diletti erano
più degli altri scopo al pubblico sguardo. Nel far la qual cosa unì
adattatamente ad acute osservazioni una tinta di critica che tenea
un giusto limite, lontano egualmente dalla profusa scipitezza degli
encomi, e dall’acerbità della satira. Imitò con molta verità il tuono
dell’affettazione e della rustichezza, onde allor quando fece ritorno
ai modi che gli erano connaturali, vie più leggiadro ne apparve. Passò
opportunamente in rassegna i paesi stranieri, i loro costumi, le loro
consuetudini, l’etichetta delle varie corti, le fogge, e il vestire
persino delle matrone, nè procedeva da un argomento all’altro senza
trovare occasione (che non appariva mai ricercata) di volgere un
complimento in soave guisa alla Regina vergine, alla sua Corte ed al
suo governo. Tal fu l’intertenimento del restante di quella navigazione
di diletto, intertenimento ornato dalle osservazioni di alcuni dotti
sugli autori antichi e moderni, ed arricchito di massime di profonda
politica e di sana morale dagli uomini di Stato, che introduceano il
linguaggio della saggezza in mezzo ai propositi più leggieri della
galanteria, necessariamente dominante in una Corte cui presedeva una
femmina.
Nel far ritorno al palagio, Elisabetta accettò, o a dir meglio scelse
il braccio di Leicester per trasferirsi dalla grande gradinata che
mettea al Tamigi sino alla porta situatale di rimpetto. Parve anzi di
accorgersi al Leicester (non esamineremo qui se fosse un lusinghiero
inganno della sua immaginazione, o verità) che in questo breve tragitto
ella si appoggiasse a lui più di quanto il solo bisogno d’appoggiarsi
il chiedea. Certamente, gli atti e i discorsi d’Elisabetta si
accordarono in tutta quella mattina a fargli credere d’essere giunto
ad un grado di favore oltre alla meta che avea fin allora toccato. La
Regina, gli è vero, indirisse sovente con bontà la parola all’emulo
di Leicester; ma quanto gli disse parea meno inspirato dal cuore, che
necessaria conseguenza di un merito, cui la stessa Elisabetta non
poteva non riconoscere nel conte di Sussex. Finalmente quanto ella
disse di cortese al Sussex, nell’opinione de’ più destri cortigiani
fu contrabbilanciato da un frizzo, che la Regina vibrò a questo
personaggio, all’orecchio per altro di lady Derby: «M’accorgo essere
l’alchimia più capace di prodigi ch’io non credeva: il conte di Sussex
aveva il naso color di rame; vedetelo cambiato in oro.»
Passò da un labbro ad un altro l’epigramma; e il conte di Leicester
abbandonatosi al suo trionfo, siccome uomo che aveva per primo ed unico
scopo d’ogni azione l’assicurarsi il favore della Sovrana, dimenticò
nell’ebbrezza del momento l’imbarazzo e il pericolo dello stato in cui
si trovava. È certamente comunque strano venga riguardato un modo tale
di ragionare, ei pensava meno in allora ai rischi, cui lo esponeva
il suo segreto maritaggio, che alle prove di bontà onde Elisabetta
onorava a quando a quando il giovane Raleigh. Passeggeri, momentanei si
mostravano questi lampi, ma ne era scopo un giovane degno per le sue
forme di essere modello ad uno scultore, il cui spirito andava ornato
della più accurata coltura, e che univa al valore le grazie ed i vezzi
della galanteria.
I cortigiani che avevano accompagnata la Regina a quella navigazione
di diporto, vennero invitati a lauto banchetto, che per altro la
Sovrana non onorò di sua presenza. Ragioni di etichetta non le fecero
credere cosa conveniente l’intervenirvi, e si ritrasse come in simile
circostanza era suo uso ad una mensa modesta e frugale insieme a due
delle sue favorite. Levate le mense, tutta la Corte si unì di bel
nuovo ne’ magnifici giardini del palagio, e fu camminando lungh’essi,
allorchè la Regina domandò d’improvviso ad una dama di sua compagnia,
che fosse divenuto del giovane cavalier _del mantello_.
La lady Paget rispose averlo veduto pochi minuti prima, che da stare
in piedi dinanzi alla finestra d’un padiglione posto sopra il Tamigi,
scriveva alcune cose sopra d’un vetro, valendosi d’un diamante, che le
descrisse qual foggia avesse di legatura.
«Glielo donai io medesima, disse la Regina, come compenso del mantello
guastato per mia cagione. Ma andiamo da quella parte, o Paget;
sono curiosa di sapere quel ch’egli abbia scritto. Già comincio a
conoscerlo. Egli possede ingegno acutissimo.»
Entrambe si trasferirono al padiglione; e il giovinetto ne era poco
distante siccome uccellatore che vegghia sulle reti tese da lui
medesimo. La Regina s’accostò alla finestra dalla parte del vetro, su
di cui Raleigh, valendosi del regio donativo, aveva scritto i seguenti
versi.
»Arduo è il colle, ma mi alletta
»La vaghezza della vetta
»Avrò forza per salir?
Sorrise la Regina, e li lesse due volte; la prima, ad alta voce, a lady
Paget, la seconda a voce sommessa. «Non comincia male, (diss’ella, dopo
aver meditato un minuto o due) ma non direbbesi che la Musa abbandonò
quella giovane fantasia a mezzo cammino? Questa strofetta ne chiama
un’altra a motivo dell’ultima rima. Sarebbe un atto di carità il
terminare il lavoro. Che ne dite, lady Paget? Fate or prova del vostro
ingegno poetico.»
La lady Paget, consacratasi, fin cred’io dal suo nascere alla prosa, al
di sopra di quante dame d’onore di regine sieno mai state, si protestò
nell’assoluta impotenza di soccorrere il giovane poeta.
«Converrà dunque che sacrifichi io stessa alle Muse,» disse Elisabetta.
«Non vi può essere incenso che torni più aggradevole ad esse, soggiunse
la Lady, nè può immaginarsi onor più grande per le divinità del
Parnasso quanto...»
«Zitto là! mia Paget, zitto là! Non commettete un sacrilegio contro
le nove sorelle immortali. È vero, che vergini esse pure dovrebbero
prestarsi favorevoli ad una Regina vergine; ma.... rileggiamo un poco
questi versi.
»Arduo è il colle, ma mi alletta
»La vaghezza della vetta.
»Avrò forza per salir?
«Non sapendo far di meglio questa risposta vi parrebbe adatta?
»Non commetterti ad imprese,
»Se il tuo cor le vie scoscese
»Bastan solo ad atterrir».
La dama d’onore mandò un’esclamazione di gioia e di sorpresa in
considerando la felicità delle due rime che si corrispondevano; e
certamente ne furono applaudite altre assai meno felici, benchè non
composte da autori coronati.
Incoraggiata dal suffragio della lady Paget, la Regina prese un anello
di diamanti, e scrivendo questa seconda strofetta sotto della prima,
dicea: «Il nostro giovane poeta rimarrà ben sorpreso nel vedere
terminata la sua arietta senza ch’egli abbia in ciò avuto parte».
La Regina abbandonò il padiglione; ma ritraendosi a lenti passi girò
più volte indietro la testa, onde vide il giovine Walter correre colla
celerità d’una pavoncella verso il luogo da essa abbandonato. «La
traccia della mia polvere ha preso fuoco diss’ella; è tutto quanto io
voleva vedere»; e ridendo di tale incidente insieme con Milady, ritornò
nel palagio raccomandandole di non raccontare a nessuno com’ella si
fosse fatta soccorritrice del giovane poeta. La dama d’onore le promise
un segreto inviolabile, ma con una restrizione mentale in favore del
Leicester, al quale raccontò senza perder tempo questa storiella, non
fatta a dir vero per metterlo di buon umore.
Intanto il Raleigh che s’accostò, come dicemmo alla finestra, lesse con
indicibile giubilo, e direm con ebbrezza questo incoraggiamento che
la Regina concedeva alla sua ambizione, e coll’animo gonfio di gioia
e di speranze, raggiunse il conte di Sussex, che stava per imbarcarsi
insieme col suo corteggio.
Il rispetto dovuto alla persona del Conte fece che nel tempo impiegato
per giugnere a Say’s-Court non si motivasse veruna cosa sul ricevimento
fattogli alla Corte; poichè questo, tutt’altro era che un trionfo per
lui. Pervenuto al castello il Conte, estenuato così dallo stato suo
valetudinario, come dalle fatiche di quella giornata, si ritirò nella
sua stanza domandando di vedere Wayland, che lo aveva curato con sì
buon esito. Ma Wayland non si trovava da nessuna parte; ed intanto
che alcuni ufiziali ne andavano in cerca coll’impazienza propria ai
militari e maledicendo questa sua lontananza, gli altri si fecero
in gruppo attorno a Raleigh per congratularsegli della brillante
prospettiva, che innanzi a lui dischiudevasi.
Egli ebbe ciò nonostante assai discernimento e criterio per tacere
il fatto più conchiudente, quello cioè della strofetta che la Regina
aveva aggiunto alla prima da lui composta; ma altre circostanze già
traspirate, palesavano chiaramente i progressi ottenuti da questo
giovane nel favore di Elisabetta. E queste congratulazioni erano mosse
in alcuni da vero sentimento di amicizia, in altri dalla speranza
che la fortuna di Walter potrebbe accelerare la loro, nella maggior
parte da una mescolanza d’entrambe le considerazioni, in tutti poi dal
riguardo, che un favore conceduto ad un ufiziale del conte di Sussex
diveniva trionfo per ognuno de’ suoi partigiani. Raleigh li ringraziò
della mostratagli affezione, aggiugnendo però con addicevole modestia,
che il buon successo d’un giorno non fa un favorito più di quello che
una sola rondine faccia la primavera. Osservando nondimeno che le
congratulazioni del Blount non si univano a quelle degli altri suoi
colleghi, e trafittone alquanto, gli chiese con franchezza qual fosse
in lui la cagione di tal contegno.
«Mio caro Walter (gli rispose il Blount con franchezza uguale), io ti
amo tanto quanto possano amarti questi parabolani di tuoi compagni,
che ti stordiscono a furia di complimenti, perchè il sole ora sembra
splendere alle tue finestre; ma io temo per te, Walter, temo per te (e
in dir ciò si coperse gli occhi con una mano, quasi uomo atterrito).
Alla Corte si fanno giuochi di molte spezie. La sete di piacere a
donna avvenente, cambiò spesse volte in soldi le _corone_, e le
corrispondenze rischiose hanno condotto più d’un capo sotto la scure.»
Pronunziati tai detti, uscì dell’appartamento, intanto che Raleigh
lo seguiva cogli sguardi, lasciando apparire tale espressione di
fisonomia, che prometteva non sarebbe stato inutile sì fatto avviso.
Entrò in tal momento Stanley, dicendo queste cose a Tressiliano:
«Milord non fa che chiedere di Wayland, e questo Wayland è finalmente
arrivato, ma non vuol portarsi dal Conte se prima non ha parlato con
voi. All’aspetto si direbbe che il suo cervello ha sofferto; vorreste
subitamente vederlo?»
Tressiliano uscì nel medesimo istante; e fattosi venire alla presenza
Wayland in un altro appartamento, maravigliò egli pure d’una sì
sconcertata fisonomia.
«Che avete voi dunque? gli chiese egli. Vedeste forse il diavolo?»
«Peggio, Signore, cento volte peggio! Ho veduto un basilisco. Ringrazio
Dio di essere stato io il primo, e ch’egli non vide me. Il malanno sarà
minore.»
«In nome del Cielo! spiegatevi: io non v’intendo.»
«Ho veduto il mio antico padrone. Questa sera un nuovo amico che mi son
procacciato in Londra mi ha condotto all’orologio del palazzo, pensando
che sarei curioso di vedere questo lavoro; e alla finestra d’una
torricella poco distante di lì ho riconosciuto il vecchio dottore.»
«Ma siete poi sicuro di non esservi ingannato?»
«Ingannato io! Oh! no no! Chi si è impresso una volta nella testa la
fisonomia di quel briccone lo ravvisa fra un milione d’uomini. Egli
si è ben travestito in un modo singolare; ma non può restar celato al
mio sguardo com’io per grazia del Cielo sono in tempo di fuggire il
suo, nè tenterò la Provvidenza col restargli in vicinanza. Lo stesso
commediante Tarleton non avrebbe bastante abilità nel trasfigurarsi in
modo, che Doboobie presto o tardi non lo ravvisasse. Fa d’uopo che io
parta domani mattina. Dopo il modo onde costui ed io ci abbandonammo,
sarei un uomo morto se respirassi in sua compagnia l’aria medesima.»
«Ma il conte di Sussex!...»
«Egli non corre più alcun pericolo, purchè per un certo tempo continui
a prendere tutte le mattine a digiuno tanta porzione d’orvietano,
quanto è la grossezza di una fava. Ma che ei badi a non ricadere.»
«E come guarentirsene?»
«Guarentirsene poi!... Vi vorranno le stesse cautele che
s’adoprerebbero contro il diavolo in persona. Soprattutto ch’egli
non mangi se non se carni d’animali ammazzati e cucinati dal suo
proprio cuoco, e ch’egli non comperi mai droghe fuorchè da persone
conosciute e sicure. Che inoltre lo scalco metta, egli stesso, in
tavola le pietanze, e che l’intendente della casa di Milord le faccia
assaggiare prima al cuoco quando le avrà preparate, poi allo scalco
quando le metterà innanzi al padrone. Che il Conte rinunzi ai profumi,
agli unguenti, alle pomate: ch’egli non beva nè mangi in compagnia
di stranieri: che raddoppi di previdenze se va a Kenilworth; ch’egli
faccia valere il pretesto della sua malattia e le ordinanze del suo
medico per iscusare una regola di vivere sì stravagante.»
«E quanto a voi Wayland, qual cosa divisate fare?»
«Quanto a me, non ne so nulla. Rimanermi in Inghilterra, no certo.
Andrò in Francia, nella Spagna, nell’Indie, a casa del diavolo se farà
d’uopo, purchè mi trovi lontano da Doboobie, da Demetrio, in somma da
questo sciagurato, qualunque poi sia il nome ch’egli abbia assunto oggi
giorno.»
«Ebbene! tutto ciò non arriva fuori di tempo. Ho una commissione da
darvi per la contea di Berk, ma in un cantone affatto diverso da quello
ove siete conosciuto; e prima ancora che fosse in voi tale motivo di
allontanarvi di qui, io aveva già divisato d’inviarvi segretamente
colà.»
Non appena Wayland si mostrò pronto ad eseguire gli ordini di
Tressiliano, questi conoscendo già l’altro istrutto di una parte
de’ motivi, che avevano condotto lui, Tressiliano, alla Corte, non
gliene tacque più alcuno, ed aggiunse i patti ch’egli avea concertati
con Giles Gosling a Cumnor; e parimente le asserzioni che in quella
mattina aveva sostenute alla reale udienza il Varney, e che il conte di
Leicester aveva confermate.
«Ben v’accorgete, soggiunse questi, nelle circostanze a cui mi trovo
ridotto, quanto mi rilevi il vigilar da vicino ogni piè sospinto
di cotesti uomini senza legge nè fede, parlo del Varney e de’ suoi
complici Foster e Lambourne, e dicasi pur anco del conte di Leicester,
che ho grave sospetto sia ingannatore anzi che ingannato in così
orribil bisogna. Eccovi un anello che porrete nelle mani di Giles
Gosling, siccome pegno che vi ho mandato a lui io medesimo, ed eccovi
una somma d’oro, che sarà triplicata se mi servite con fedeltà. Itene
dunque a Cumnor, e scandagliate tutto quanto ivi accade.»
«Avrò piacer doppio nel prestarmi a tal cosa, rispose Wayland;
primieramente perchè trattasi di servir _vostro Onore_, che dimostrò
per me tanta bontà; in secondo luogo poi, per allontanarmi alla presta
dal mio vecchio padrone, il quale, se non è il diavolo incarnato in
persona, possede al certo tutte quante diaboliche prerogative abbiano
mai disonorata l’umanità. Ch’ei però badi a non trovarsi meco. Io
cerco ben di scansarlo; ma se si mettesse nell’animo d’inseguirmi, io
mi rivolterò contra lui col furore che invade i tori salvatici della
Scozia. Parto adunque sull’istante. L’_Onor vostro_ vuole degnarsi
ordinare che si ponga la sella al mio cavallo? Io vado intanto per
consegnare a Milord il mio orvietano, distribuito in convenienti dosi,
e gli darò ad un tempo alcuni suggerimenti: indi la sicurezza per lui
della vita si starà soltanto nelle cure, che ne avranno i suoi amici e
i suoi servi. Egli non ha più nulla che temer del passato, ma vada ben
guardingo sull’avvenire.»
Nel partirsi da Tressiliano, Wayland andò a prendere l’ultimo congedo
dal conte di Sussex, dandogli istruzioni sulla regola di vivere ch’ei
doveva osservare per l’avvenire, e su le cautele da tenersi: indi prese
il cammino di Cumnor senza aspettar la domane.
_Fine del secondo volume._
NOTE:
[1] Holyday, vuole dire in lingua Inglese _giorno di congedo_, o _di
vacanza_.
[2] Holyday significa ancora _giorno di festa_.
[3] Moneta d’argento che a quei giorni correva nella Scozia e
nell’Inghilterra.
[4] Nomi poetici, che a quanto è credibile, davano questi due colti
giovani nelle ballate, che componevano in lode delle loro amanti.
[5] Il titolo di _Signoria_ era anche più che quello di _Onore_, e
davasi ai Lordi ed al membri del Parlamento.
[6] _Per la morte di Dio_, esclamazione cui erasi assuefatta la regina
Elisabetta, siccome Enrico IV di Francia all’altra _Ventresaingris_.
[7] Certe citazioni di passi scritturali, siccome certe esclamazioni o
modi di giuramento posti nella bocca di un Sovrano, moverebbero le risa
ai dì nostri. Ma è necessario che il leggitore si riferisca colla mente
ai tempi, cui questo stesso romanzo si riferisce.
[8] Il palagio di Greenwich veramente fu convertito in ospedale pe’
marinai sotto il regno di Guglielmo e di Maria, ed accresciuto indi di
molte fabbriche.
[9] È quasi inutile l’avvertire che questi _Sir_, e questi _Lordi_ non
sono se non se orsi e cani.
[10] Così il Shakespeare chiamava quelle sue Tragedie che erano tolte
dalla storia dell’Inghilterra.
[11] Ciò ne dà a divedere qual fosse allora il gusto della declamazione
in Inghilterra. In Italia almeno, e ai dì nostri, benchè molto scarsi
di buoni attori, non troviamo però buona declamazione quella che a
costo della naturalezza ci fa troppo conoscere la giustezza dei versi.
Il sommo Astigiano ne ha anzi arricchiti d’una poesia che serbando
tutta la sublimità essenziale al verso sciolto, aiuta chi lo recita a
nasconderne la misura.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK KENILWORTH, VOL. 2/4 ***
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