The Project Gutenberg eBook of Kenilworth, vol. 1/4
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.
Title: Kenilworth, vol. 1/4
Author: Walter Scott
Translator: Gaetano Barbieri
Release date: July 5, 2026 [eBook #79029]
Language: Italian
Original publication: Napoli: Marotta e Vanspandoch, 1825
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79029
Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK KENILWORTH, VOL. 1/4 ***
KENILWORTH
DI
WALTER SCOTT
VOLGARIZZATO
DAL
Professore Gaetano Barbieri.
»E beltade e virtù, congiunte al paro
»L’eccelsa figlia di Tudor fregiaro;
»Tremi chi nanti a noi con felli accenti
»L’augusto nome lacerar s’attenti
IL CRITICO.
TOMO PRIMO.
NAPOLI,
Presso R. MAROTTA e VANSPANDOCH.
1825.
RAGGUAGLIO STORICO SUL CASTELLO DI KENILWORTH
POSTO NELLA CONTEA DI WARWICK, E SULLA PERSONA DEL CONTE DI LEICESTER
TOLTO DALLA NOTIZIA CHE HA PUBBLICATA A TALE PROPOSITO IN LONDRA
GIOVANNI NIGHTINGALE.
Se le mura degli abitati avessero la virtù della parola, oh quanti
fatti nascosti ci svelerebbero! Oh quanti punti di storia tuttavia
controversi ne rimarrebbero schiariti! Ma oimè! Qual serie di casi
cordogliosi ad un tempo e nefandi porrebbero esse in aperto! Egli
è pertanto ufizio del fedele storico, e del paziente antiquario il
prestar voce agli avanzi lor rovinosi, e trar di mezzo ai rottami di un
castello e di una gotica chiesa cattedrale le rimembranze de’ secoli
andati, e la dipintura de’ pensamenti, e delle costumanze de’ nostri
maggiori.
La città di Kenilworth, situata cinque miglia lontano da Warwick,
giace in altrettanta distanza da Leamington e da Coventry. Fertili e
pittoreschi ne appaiono i dintorni. Ma ciò che trae il viaggiatore a
vederli è un antico castello, ove sir Walter Scott introduce i suoi
leggitori.
Fin d’allora che comparvero fra queste contrade i Normanni
conquistatori, venne Kenilworth divisa in due parti, l’una delle quali
toccò ad Alberto Clerico, l’altra a Riccardo le Forestier.
Regnava il primo Enrico in que’ giorni ne’ quali Goffredo di Clinton
fondò e il castello che siamo or per descrivere, ed un monastero
abitato da monaci agostiniani, fabbrica di cui a’ dì nostri pochi
vestigi appena rimangono.
Goffredo di Clinton, comunque uscito d’oscura famiglia, per suo sapere
pervenne alle primarie dignità dello Stato, onde gli fu agevole
il fornire di ricchi assegnamenti il predetto monastero. Allorchè
l’insaziabile Enrico VIII venne nel divisamento di estirpare tutti
i frati che trovavansi sotto il suo dominio, prendendone empiamente
pretesto dagli abusi, che aveano corrotta la purezza delle primitive
istituzioni, il monastero di Kenilworth fu valutato 533 lire sterline,
e venduto siccome proprietà della Chiesa. Dispersi andarono i religiosi
che lo abitavano, chiuse le porte di esso allo straniero e al
viandante; e l’indigente e la vedova e l’orfanello si videro defraudati
degli onesti soccorsi onde verso di lor largheggiavano gli antichi
possessori di quel convento.
Se, come sul monastero, avesse potuto Enrico usare il suo dispotismo
sul castello di Kenilworth, esso diveniva certamente retaggio di un
qualche favorito di questo monarca; ma ben più ardua cosa era lo
scacciare dal suo dominio un sol proprietario secolare, che lo sperdere
un centinaio di pacifici religiosi.
È da sapersi, che il predetto castello non rimase lungo tempo dopo la
sua fondazione alla famiglia dei Clinton, divenuto un quartiere di
guardia reale fin sotto il regno di Enrico II.
Si crederà facilmente, che in que’ tempi, contrassegnati dalle
turbolenze delle fazioni e delle guerre feudali, i castelli dei baroni
non solamente erano utili a questi per offerire un rifugio ai loro
vassalli, ma anche perchè fruttavano una rendita a chi li possedeva. Di
fatto il seriffo di Kenilworth calcolava fra le sue entrate i tributi
pagatigli da coloro che gli chiedevano ospitalità.
Sotto i regni di Giovanni e di Enrico III, grosse somme furono spese
per convertire Kenilworth in una fortezza, a quei dì ragguardevole. Il
secondo di tai sovrani presentò di questo castello Simone di Montfort,
ed Eleonora, moglie di esso, ma la forza di simile donativo non doveva
estendersi oltre il termine del viver loro.
Allorachè il conte impugnò l’armi contro del proprio sovrano, diede
a sir John Gifford il comando dello stesso castello, ch’egli avrebbe
dovuto riguardare siccome pegno della regale munificenza verso di lui,
ed invece divenne per qualche tempo l’asilo de’ nobili che ribellarono.
Dopo la disfatta e la morte del conte di Leicester accaduta ad Evesham,
Simone di Montfort, figliuolo del defunto, si sostenne in aperta
ribellione entro di questa fortezza, ove il raggiunsero quei suoi
partigiani, che poterono sottrarsi al cattivo esito della battaglia.
Di lì Simone facea frequenti sortite, non ristandosi dal tribolare con
ogni maniera di militari vessazioni le adiacenti campagne.
Ma queste scene di violenza interruppe il re, che, condottiero di un
esercito, venne a mettere l’assedio dinanzi a Kenilworth. Simone,
in cui non iscemò l’arroganza sintantochè si conobbe il più forte,
diede allora prove di una pusillanimità, eguale alla ferocia in
pria dimostrata, rifuggendosi segretamente in Francia, e lasciando
il castello alla custodia di Enrico di Hustings, da lui nominatone
governatore. Il Re non ignorando quanta forza avesse per resistere
quella rocca, e sollecito d’altra parte di risparmiare un inutile
spargimento di sangue, mentre intimò agli assediati la resa, offerse
loro condizioni le più vantaggiose. Ma costoro, non contenti di farsi
beffe della sovrana clemenza, rimandarono dopo averlo insultato, e
fatto scempio delle sue membra, il regio parlamentario.
Allora ebbe principio l’assedio, e quel presidio si difese con gran
coraggio. Quel castello era munito di macchine guerresche, diverse
delle quali lanciavano enormi massi, come se ne vedono alcuni in mezzo
alle rovine, che durano tuttavia.
Sei mesi vennero consumati da Enrico in dare inutili assalti, ma
la fame e le infermità, potentissimi soccorritori degli eserciti
assedianti, manomisero in guisa orribile quel presidio. Benchè a tanto
stremo lo sapesse ridotto il re, pure gli offerse ancora onorevole
capitolazione, accettata la quale entrò nella rocca. Egli ne fece
immantinente dono al minore dei suoi figli, Edmondo, creandolo conte di
Leicester e di Lancastre.
Nel settimo anno del regno di Eduardo III, Kenilworth fu teatro di
un grandioso torneo, ove si segnalarono cento cavalieri, che erano
per la maggior parte stranieri d’alto nome, venuti in Inghilterra per
accrescerne in sì fatte giostre la gloria.
Vi assistette egual numero di matrone, e la storia, per far prova della
pompa di vestire da esse sfoggiata, ne racconta che portavano manti di
seta.
Dopo il bando, cui soggiacque Tommaso, conte di Leicester, figlio del
conte Edmondo, il castello tornò ad essere proprietà della corona, ed
Eduardo II lo scelse siccome asilo ne’ primi rischi fra’ quali trovossi
avvolto. Ma esposto di poi a disastri novelli, la cattiva stella di
questo monarca portò che questa rocca medesima fosse il luogo di sua
prigionia, ove il condusse Enrico, conte di Lancastre, ed ove udì
annunciarsi il decreto del Parlamento, tenutosi a Westminster, che lo
privava del trono.
Sotto il regno di Eduardo III, il castello di Kenilworth divenne
retaggio nuziale di Giovanni di Gaunt, fattosi sposo a Bianca, figlia
di Enrico, conte di Lincoln e duca di Lancastre. Sino a questo
momento, tutti coloro che godettero le fabbriche di tanto vasto
edifizio, non aveano pensato che alla propria sicurezza, lontana
troppo essendo dalle loro menti qualunque idea d’eleganza. Ma il regno
di Eduardo III contrassegnò l’epoca di un assoluto cambiamento nelle
costumanze della nazione; e fu in quel tempo, che per la prima volta
i riguardi di agiatezza e lusso vennero consultati nell’architettura
dell’Inghilterra. Giovanni di Gaunt ampliò considerabilmente il
castello di Kenilworth, onde gran parte delle attuali rovine derivano
dalle fabbriche, che la munificenza di questo personaggio innalzò.
Un’altra volta ancora tornò Kenilworth ai dominii della corona, per
essere figlio del duca di Lancastre il re Enrico IV, e ne venne
smembrato allora soltanto che Elisabetta lo diede in dono a Roberto
Dudley conte di Leicester, che spese 63,000 lire sterline per ampliarlo
ed abbellirlo; laonde Kenilworth divenne bentosto uno fra i più
splendidi castelli di tutto il regno.
I _piaceri principeschi_ di Kenilworth venivano riguardati siccome la
_quintessenza_ delle delizie cortigianesche. Sono quindi insino a noi
pervenute lunghissime e sfarzose descrizioni delle feste che ivi si
celebrarono. Tutto quanto vi fu sfoggiato in magnificenza e profusione,
potrebbe ancora far maraviglia a’ dì nostri; ma il buon gusto era
tuttavia nell’infanzia; laonde nulla presentavano que’ passatempi
da cui non traspirassero noiosa uniformità, grottesche e grossolane
combinazioni, e la pesante ed incomoda pedanteria d’un secolo
semibarbaro.
Allorchè nel dì 9 di luglio del 1595, la regina Elisabetta venne
ricevuta a Kenilworth, un ponte lungo 70 piedi fu costrutto per
traverso ad una valle, che guidava sino alla gran porta del castello.
Ogni pilastro di questo ponte andava guernito di offerte fatte alle
sette divinità della Grecia; offerte che stavansi in gabbie piene
d’uccelli, in frutta, biade, pesci, e grappoli d’uva, in musicali
strumenti d’ogni specie, ed in armi ordinate a foggia di trofei. Un
poeta che trovavasi alla testa del ponte, parlando in versi latini,
dava spiegazione di tutti questi emblemi alla Regina. La _donna del
Lago_, rimasta invisibile, fin da quando disparve il famoso principe
Arturo, s’avvicinava sopra un’isola galleggiante per recitare poesie
carezzevoli alla Sovrana. Videsi parimente Arione sopra un delfino
lungo 24 piedi, e che portava un’intera orchestra nel ventre. Una
sibilla, un selvaggio, ed un eco, collocatisi nel parco arringavano
Elisabetta nel medesimo stile. E musica e danze profanarono quel giorno
che cadeva in domenica. Ricchissimi razzi d’artifizio vennero tratti e
dalla terra e dal mare. Fu pure rappresentata una scena teatrale, ed un
battelliere italiano si segnalò per giuochi di destrezza. Nè mancarono,
un combattimento di trenta orsi contro una truppa di cani, e tre cacce
di cervi, ed una rappresentazione di nozze villerecce. Finalmente
si diede agli abitanti di Coventry la permissione di offerire lo
spettacolo d’una finta pugna, instituita a rammemorare in ciascun anno
una famosa vittoria riportata contra i Danesi.
Una tal festa, che costò al conte di Leicester la somma di 19,000 lire
sterline, spesa smisurata in que’ tempi, e che non si avrebbe per
leggiera ai dì nostri; una tal festa, che durò circa tre settimane, ben
meritava quelle replicate menzioni che di fatto ce ne hanno tramandate
gli annali dell’Inghilterra.
Sir Walter Scott commemora la descrizione che ne ha lasciata lo storico
Laneham, il cui racconto presenta originalità e vezzo incredibili.
Le poche cose che qui ne abbiamo raccolte sono prese da miss Aikin;
l’opera della quale sulla corte d’Elisabetta racchiude tutto ciò, che,
fra le cose pubblicate intorno agli annali di questa sovrana, può
maggiormente eccitare la curiosità.
Oltre al vino, e agli altri liquori, consumati in tale occasione a
Kenilworth, furono pure bevute trecento venti botti di birra.
Nel durare della predetta festa vennero conferiti gli onori della
cavalleria a sir Tommaso Cecil, figlio ed erede del gran Tesoriere, a
Sir Enrico Cobham, a sir Francis Stanhope, e a sir Tommaso Tresham.
Ma la più strana fra le particolarità, che a tal proposito ne vengono
raccontate, è il risanamento di nove persone infette della pericolosa
infermità detta _morbo del Re_ (scrofole).
La Regina per dare un compenso alla leale affezione dimostratale dagli
abitanti di Kenilworth, ed alla magnificenza con cui il loro signore
la ricettò, concedette ai medesimi un mercato ebdomadario ed una fiera
annuale.
Il conte di Leicester, privo di discendenza legittima, legò in
usufrutto il castello ed i suoi dominii al proprio fratello Ambrogio,
conte di Warwick, a condizione che dopo la morte dell’usufruttuario
divenissero retaggio di sir Roberto Dudley, figlio naturale del
testatore, il quale finchè visse non giudicò a proposito riconoscere
questo Roberto siccome figlio legittimo, e lo qualificò sempre col
titolo di bastardo.
La storia del conte di Leicester non è certamente fra le men meritevoli
di destar attenzione. Comunque sarebbe assai difficile impresa il far
tacere i gravi sospetti di colpe che ne oscurarono la memoria, pure è
gran vezzo il risapere le cose d’un uomo, il quale, finchè visse fu
presso questa celebre figlia d’Enrico VIII in tanto favore, che ognuno
credè da un istante all’altro vedernelo sposo.
Il fratello di lui, Ambrogio, che abbiam di già nominato, ottenne
l’ambìto titolo di _buon conte di Warwick_; ma non si potrebbe
assicurare che tal predicato non gli fosse stato attribuito in odio del
fratello, cui si volea generalmente dovuto l’altro di _cattivo conte di
Leicester_.
Il popolo era solito contraddistinguere quest’ultimo col nome di _cuor
della Corte_.
L’autore del romanzo di Kenilworth, cui piacque modificare i vizii
del Leicester, ebbe l’arte di far ricadere sopra Varney, favorito del
medesimo, pressochè tutta l’odiosità de’ torti, onde venne accagionato
l’altro, inverso una donna, certamente degna di più virtuoso marito.
Nato nel volgere del 1532 il conte di Leicester, ebbe per padre
Giovanni, duca di Northumberland. Ammesso di buon’ora al servigio del
re Eduardo, ed entratone tosto in favore, la troppo giovanezza non gli
fu ostacolo ad essere creato cavaliere.
Nel giugno del 1550, si sposò ad Amy, figliuola di sir Ugo Robsart,
maritaggio che il Re volle onorare di sua presenza. Rapido fu poi il
suo avanzarsi nella carriera dei servigi di corte.
Nei primi anni del regno di Maria, partecipò a tutti i disastri, che
percossero gli altri individui della famiglia, alla quale apparteneva,
e al pari d’essi fu imprigionato, giudicato e condannato; ma gli venne
fatta grazia quanto alla pena di morte; poi nel 1554 ottenne la sua
libertà.
Pervenuta alla corona Elisabetta, non solamente gli furono restituiti
gli antichi titoli, ma godè ben tosto degli onori di primo favorito
alla Corte. Prescelto alla carica di grande Scudiere, e nominato
cavaliere della Giarrettiera, ebbe adito nel consiglio privato, nè
fuvvi grazia di cui la regina non lo colmasse. Allorchè accompagnò nel
viaggio di Cambridge questa sovrana, ognuno gareggiò nel dimostrargli i
maggiori riguardi. Venne alloggiato nel collegio della Trinità. Niuno
osava chiedere favori senza volgersi a lui. A sua istanza Elisabetta si
valse del latino idioma nell’arringare quella Università.
Trovò nondimeno alla Corte un possente oppositore in Tommaso, conte
di Sussex, che sollecito di combattere tutti gli avvisi che venivano
dal Leicester, si manifestò caldissimo partigiano dell’arciduca
Carlo d’Austria, molto insistendo presso l’Inglese regina, affinchè
condiscendesse alle nozze, cui questo principe fervorosamente agognava.
E le opposizioni fra i due Lordi andaron tant’oltre, che scoppiata
fra essi aperta rottura, la Regina giudicò ben fatto interporsi per
costringerli ad una reconciliazione. Tale avvenimento non menomò in
conto alcuno il credito di cui godeva il Leicester, continuo nel
chiedere, e nell’ottenere, nuove munificenze, e nuove cariche per sè e
pe’ suoi aderenti.
Elisabetta, che voleva adombrare agli occhi del pubblico il vero
motivo di tanti favori cumulati sopra d’un suddito, cercò loro un
pretesto col proporre il conte di Leicester, siccome sposo a Maria
Stuarda di Scozia, e col promettere a questa principessa, così per
essa come pei sudditi di lei, quanti vantaggi avrebbe essa potuto
desiderare in guiderdone di prestata condiscendenza. Si ebbero per
sospette tali offerte dell’Inglese sovrana, ed i più antiveggenti
fra i politici credettero ravvisare, che se la Scozzese le avesse
accettate, il consenso da questa dato a tai nozze non avrebbe avuto
altro effetto se non se di autorizzare un divisamento già concetto
dall’altra, di fare cioè proprio sposo, anzichè di Maria, il conte
di Leicester. Il modo del rifiuto opposto dalla donna di Scozia fu a
questa altrettanto funesto, quanto apportarono danno alla contessa di
Leicester le ambiziose speranze che invasero il consorte di lei, vista
la possibilità di stringere nuziali nodi con una regina. Di questo
maritale orgoglio fu vittima, a quanto narrasi, la sfortunata Amy
Robsart, tolta di vita nel settembre del 1560.
Certamente l’istante del costei morire favoreggiò i sospetti a tal
proposito insorti nel pubblico, perchè era di tutta necessità, che il
Leicester fosse vedovo a fine di deliberare in quell’istante, in cui
sembrò che l’Inghilterra avesse poste a sua scelta le nozze con una fra
due regine, entrambe giovani e prive di marito.
Il Cambden sostiene che la contessa si precipitò dall’alto di un
tetto. Tal morte destò, nè altrimenti potea, la pubblica compassione,
eccitando le più sinistre voci a disonor del Leicester. Lo storico
Aubrey nonostante narra in diverso modo sì fatta avventura, e credo
ci sapran grado i leggitori se qui trascriviamo il racconto, siccome
nel porse l’Aubrey, tanto più che questa Amy Robsart è la vera eroina
del romanzo di Kenilworth, e che il movere a favor d’essa la più viva
sollecitudine sembrò lo scopo primario di chi ’l compose.
«Roberto Dudley, sì scrive l’Aubrey, vivea in sì fatta intrinsichezza
colla regina Elisabetta, che ognuno si aspettava ne diverrebbe marito
qualora vedovo rimanesse. A togliere pertanto tutti gli ostacoli che
lui rimovevano dal trono, il Leicester ottenne con istanze carezzevoli
dalla moglie, ch’ella scegliesse per suo fermo domicilio Cumnor,
paese situato nella contea di Berk, e divenuto di poi teatro della
morte tragica di questa donna. La casa di Antonio Foster fu l’ospizio
assegnato alla Contessa. Riccardo Varney, confidente, e vile complice
della perfidia del conte, ebbe da costui l’ordine di sperimentare sulle
prime il veleno, e ove tal metodo non fosse ben tornato a scellerata
meta, di adoprarne qualunque altro più opportuno a liberarsi di questa
infelice.»
»Di fatto essendo andata fallita la via dell’avvelenamento, il Foster
e il Varney deliberarono con più violento modo adempire l’esecranda
commissione, di cui s’erano incaricati.»
»Il primo di costoro mandò tutti i servi alla fiera d’Abingdon,
villaggio situato tre miglia oltre Cumnor, ed egli e Riccardo Varney
rimasero soli presso della infelice Contessa nel giorno in cui ella
morì.»
»Questi due scellerati dopo averla, non risparmiando crudeli atti,
strozzata, la precipitarono dall’alto di uno scalone, fatta indi
divulgare la voce, che a solo caso doveva attribuirsi sì grave
disastro. Ma nel darle sepoltura si affrettarono tanto, onde lo stesso
Conte dovesse riprovare siccome imprudente almeno la condotta che
tennero.»
»Sir Ugo Robsart accorse sollecitamente a Cumnor, e ordinato si
disotterrasse la figlia, domandò una legale disamina, a fine di
chiarire i sospetti, che d’ogni banda si sollevavano contra il
Leicester, ed i costui satelliti. Ma fu opinion generale che il Conte
trovasse modi per costringere il padre al silenzio. Certamente, lo
stesso Conte non ebbe misura nell’ostentare il più intenso dolore, e
volle che il cadavere di questa moglie virtuosa venisse in gran pompa
sepolto nel tempio di S. Maria d’Oxford.»
»Fu cosa degna d’osservazione, continua lo stesso Aubrey, che il
dottore Babington, cappellano del conte, il quale pronunziò l’elogio
funebre della contessa, per due o tre volte mostrò sbagliarsi nel
raccomandare alle preci degli assistenti _questa virtuosa matrona
trucidata sì crudelmente_, anzichè valersi di frasi atte a far
compredere che accidentale ne fosse stata la morte[1].»
Nel settembre del 1564, Elisabetta creò Roberto Dudley barone di
Denbig, e il dì appresso conte di Leicester, delle quali dignità prese
egli possesso con istraordinaria pompa e splendore. Non terminò l’anno
che venne nominato cancelliere di Oxford. Il grande credito che questi
godeva alla corte d’Elisabetta non risonava per Inghilterra solamente,
ma in tutta l’Europa; laonde Carlo IX lo presentò del cordone di S.
Michele; ordine in allora il più reputato fra quelli che dalla Francese
corte si conferivano.
Giusta un’opinione assai generale, nel 1572 il conte di Leicester si
fece sposo con lady Douglas, baronessa di Sheffield. Tali nozze vennero
tenute con tanta segretezza, che la Regina le ignorò. Molti racconti
sono stati fatti intorno questa sposa, non più felice dell’altra.
Congiunta in legittimo maritaggio al Leicester, non le fu mai conceduto
il farsi riconoscere siccome moglie. Niuna via lasciò intentata il
conte onde rimoverla da sì fatta pretensione, e quando costui non ne
vide altra più spedita, usò del veleno perchè la cosa stesse involta
nelle tenebre del segreto.
Nel 1576, morì Walter, conte d’Essex, avvenimento che coprì d’altri
obbrobriosi sospetti lord Leicester, soprattutto, allorchè due anni
dopo si fecero note al pubblico le nozze da lui contratte colla
contessa d’Essex. Perchè nel 1578, il duca d’Angiò essendosi posto fra
i pretendenti alla mano di Elisabetta, il ministro di questo principe
a Londra, che vedea nel conte di Leicester il più forte fra gli
ostacoli opposti ai voti dell’augusto suo commettente, fece pervenire
ad Elisabetta la notizia de’ nodi in cui si era stretto questo favorito
della medesima. Ella ne venne in molto furore, comandando al Conte di
non uscire dal castello di Greenvick, e stava per inviarlo alla torre
di Londra, ma la rimosse da tal consiglio il conte di Sussex.
Il lord Leicester essendo pervenuto all’apice del potere, tutte le
vie di perderlo furono poste in opera, nè quella si omise del certo
di mettere in evidenza la perversità del suo animo. Nell’anno 1584,
comparve contr’esso un invelenito libello, che portava per titolo
_Repubblica del Leicester_. Erane scopo il dimostrare rovesciata per
opera di costui l’inglese costituzione, e avere a poco a poco preso
radici una nuova instituzion di governo, che non potea con miglior
nome qualificarsi quanto con quello di _Repubblica del Leicester_. Per
invigorire vie maggiormente sì fatte accuse, venia rappresentato il
Conte, in cose di religione siccome un ateo, e in quanto spettava agli
affari dello Stato, qual segreto traditore della Regina, oppressore
del popolo, nemico inveterato della nobiltà, e vero mostro di natura,
fattosi abbominevole egualmente per ambizione, atti crudeli, e
sregolatezze.
La Regina credè della sua medesima dignità il sostenere in credito il
favorito da lei prescelto, e l’attenuare quanto poteasi l’impressione
che un simile libello aveva fatta nel Popolo. Con lettere pertanto
indiritte al suo Consiglio privato, ella pronunziò, che tutte le cose
asserite ad aggravio del Conte non erano men false agli occhi di lei,
regina, di quanto il fossero nella mente di coloro stessi che osarono
divulgarle.
Nel 1585, i Paesi Bassi protestanti essendo venuti a difficili e
pericolose circostanze, chiesero la regina Elisabetta, affinchè desse
loro un capo ragguardevole, ed idoneo a regolare i politici interessi
di quelle provincie; nè la Regina esitò nell’inviare ad essi il
Leicester. Cotal prova di sovrana confidenza il trasse in vie maggiore
alterigia. Ma non gli durò oltre un anno sì fatto incarico, poichè
tenne tale condotta da dispiacere alla stessa Elisabetta gelosissima
de’ propri diritti, e la quale mal comportando che questo suddito
intendesse a farsi independente, lo richiamò.
Ciò nonostante si vide ben accolto all’atto del suo ritorno, tanto
più che in quel momento la regina Inglese abbisognava di chi le desse
consigli sul modo di sciogliersi di Maria Stuarda senza scapitare nel
proprio credito. Il Conte volle persuaderle la via di un avvelenamento,
ma trovatasi questa impraticabile, ella poi si attenne all’altra
deliberazione, per cui l’Europa contemplò lo spettacolo di una Regina
perita sopra infame palco per sentenza d’una sorella.
Nel 1588, apportarono grave agitazione al popolo Inglese i preparamenti
di guerra che si facevano dal re di Spagna. Ma con Elisabetta
collegatesi le tempeste, i lidi dell’Inghilterra si allegrarono in
mirar galleggianti all’intorno di sè i dispersi avanzi dell’_armada_
tanto famosa.
Il Leicester si conservò in considerazione sino all’istante della sua
morte, che accadde ai 4 di settembre del 1588 in una sua casa posta a
Combury, nella contea di Oxford. Trasportate a Warwick le ceneri di un
tal personaggio, vi furono sepolte colla più grande magnificenza. V’ha
chi ne attribuisce la morte ad un veleno, che era stato preparato per
un altro, ed inghiottito da Leicester medesimo.
Il figlio del Conte, Roberto Dudley, gli venne, nel 1573, da lady
Douglas Sheffield. Il nascere di questo fanciullo fu celato con grande
cura; cautela che rendevano opportuna parimente, e la necessità di non
far conoscere ad Elisabetta i legami, in cui vivea colla predetta lady
il Leicester, e l’altro pur di nasconderli alla contessa di Essex,
se regge l’opinione che in quel tempo l’avesse egli fatta di già sua
consorte.
Alla morte del padre, il giovane Roberto ne fu riconosciuto erede,
senza potere però, come dicemmo, goderne i beni finchè viveva Ambrogio,
zio del medesimo. Proclive per naturale inclinazione d’ingegno alle
grandi imprese della navigazione, fece, nel 1594 un viaggio all’oceano
del Sud. Peregrinando di poi nei paesi stranieri, assunse il nome di
conte di Warwick, e avendo ricusato di abbandonarlo, vennero confiscati
i suoi beni, e fu costretto ad una vita raminga e di fuggitivo. Accolto
onorevolmente alla corte di Firenze, e dal pontefice Urbano VIII,
morì nel 1639 soggiornando al castello di Cabello, assegnatogli per
risedervi dal gran duca di Toscana.
Questo sir Roberto Dudley, non solamente dai principi, ma dai dotti
ancora, fu avuto in grande onore; poichè gli diedero cospicua sede fra
gli scienziati del secolo le cognizioni ch’ei possedea nella chimica,
nella medicina, e nelle matematiche. Molte opere egli scrisse, che si
apprezzano tuttavia.
La proprietà del castello di Kenilworth passò nel principe Enrico, il
quale comunque si tenesse assai caro un tanto delizioso possedimento,
nol credeva abbastanza assicurato dal titolo di una confiscazione
ingiustamente decretata contro sir Roberto. Laonde fece proporre a
questo di cedergli qualunque ragione sul predetto castello offerendogli
per tal cessione un compenso di 14,500 lire sterline. L’altro, che non
vedea migliore speranza di entrare a possesso di quanto per diritto gli
perveniva, accettò il partito, onde l’accomunato si stipulò. Non quindi
il Dudley potè toccare il pattuito danaro; perchè essendo morto poco
dopo il principe Enrico, s’impadronì di Kenilworth il principe Carlo,
che non si prese veruna sollecitudine di pagare i debiti del fratello.
Allor quando Carlo ascese al trono, fece dono di Kenilworth a Carey,
conte di Monmouth. Ma non tardata di poi a scoppiare la guerra
civile, i guasti che ne furono conseguenza percossero soprattutto
quest’edifizio, ed i soldati Puritani di Cromwell estinsero perfin la
memoria del suo antico splendore. Smantellatene le torri, atterrate
le sue muraglie, disseccati i laghi che il circondavano, e devastati
e lasciati ai rovi i giardini ed i parchi che lo abbellivano, quel
delizioso soggiorno non offrì in breve che un mucchio di rovine, quale
si scorge tuttora, e da cui non è risorto giammai.
Nei giorni della restaurazione, Carlo II concedè l’investitura di tali
resti di diroccamento alla figlia del conte di Monmouth, e dopo di lei
a Lawrence, visconte di Hyde, creato barone di Kenilworth, e conte di
Rochester, retaggio che i discendenti di questo trasmisero al conte di
Clarendon.
Non taceremo a tale proposito, che il lord Clarendon si è data grande
sollecitudine, onde sottrar questi avanzi a guasti maggiori.
Ma ciò non toglie che questo castello, il quale comprendendo un recinto
di sette _acri_ fu soggiorno d’ogni eleganza, e grande argomento
d’orgoglio a chi lo possedè, non sia presentemente ridotto ad un
cumulo di rottami. Rimangono, egli è vero, alcuni appartamenti per
metà diroccati, alcuni portici, alcune muraglie, e avanzi di merli, di
scaloni, di finestre, la più parte de’ quali presentano tuttavia le
vestigia de’ più vaghi ornamenti architettonici; ma il sovvertimento
e la confusione di questi rimasugli sono sì grandi, che mal da essi
può giudicarsi l’antico splendore di una fabbrica di cui fu sì alta un
giorno la rinomanza.
Chiunque si fa a contemplar questi luoghi, sente l’anima assorta in
soave malinconia, e l’incanto loro il richiama alla ricordanza delle
trascorse età, nel tempo che la sua immaginazione si compiace in
rialzare questo monumento della Inglese monarchia, sotto le cui volte
posò la regina più celebre dell’Inghilterra.
La principale porta di questo castello, che fu fabbricata dallo stesso
conte di Leicester, convertita ora in abitazione, è il soggiorno
ordinario di William Boddington, affittuale del luogo, e persona di
molti pregi fornita. E questa fa parte di tali rovine, ove si può
abitar tuttavia, ed è parimente quanto avvi di più conservato. In uno
degli appartamenti terreni vedesi un cammino, non privo di singolarità.
La porzione superiore di esso è di legno intagliato, la inferiore
che è di alabastro, presenta incise, la data del 1571, e le lettere
R. L. (_Roberto Leicester_) iniziali del nome di questo favorito di
Elisabetta.
La _torre di Cesare_ è la parte più antica e più affortificata di
esso castello. Le mura della medesima hanno una grossezza di sedici
piedi, e a quanto credesi, sì fatta torre è tutto ciò che rimane ancora
dell’antica rocca fabbricata in origine da Goffredo di Clinton.
La grande sala gotica ha ottantasei piedi di lunghezza, e
quarantaquattro di larghezza. Fu altra volta un sontuoso appartamento,
cui davano luce molte finestre d’elegantissima costruzione, oggidì
tappezzate di edera. Alle feste che vi furono un tempo celebrate, ai
romorosi clamori di gioia onde echeggiarono di già queste volte, è
succeduto un assoluto silenzio, talor soltanto interrotto dallo stridor
discorde de’ corvi, e dal gracchiare delle cornacchie e degli altri
augelli amici delle macerie. Cotesta sala fa parte di quegli edifizi,
che innalzati dal conte di Leicester, portarono propriamente il suo
nome. Gli sfasciumi di essi, sparsi qua e là, si nascondono sotto la
verzura dell’edere, e il soffiar de’ venti aquilonari, che agitano
l’erbe crescenti su que’ merli abbandonati, inspira agli animi mestizia
e venerazione ad un tempo.
Gli _edifizi del conte di Leicester_, così detti dal loro fondatore,
benchè fossero gli ultimi ad essere fabbricati, pur li diresti la parte
più antica di queste ruine, e ciò per la natura delle pietre adoperate
a tal costruzione. Nuovi diroccamenti ogni dì ad essi sovrastano.
E tempo ed elementi, unitamente congiurarono contro il castello di
Kenilworth. Nel 1817, una gran parte di facciata occidentale della
_torre di Cesare_ diroccò improvvisamente, e nel settembre del
successivo anno, tutto l’angolo verso tramontana si distaccò con
orrendo fracasso dal rimanente dell’edifizio. Nella quale occasione,
alcune signore trasferitesi colà per rilevare i disegni di quelle
maestose rovine, si sottrassero quasi miracolosamente alla morte.
«Questo castello (in tal guisa si esprime il Brewer, che alle
cognizioni di antiquario e topografo unisce l’immaginazione di un autor
di romanzi) questo castello, che ne’ giorni del suo splendore formò il
migliore ornamento di Kenilworth, comunica parimente una malinconica
maestà ai paesi circonvicini, tanta è la sublimità, che gli stessi
rottami presentano.»
E per vero dire, sì fatti rottami hanno di che commovere il viaggiatore
trattosi a contemplarli, perchè oltre al presentargli le più
pittoresche prospettive del più bello fra gli edifizi, che noverò
l’Inghilterra, gli rammentano importantissimi punti della storia di
questa nazione.
Il castello adunque di Kenilworth gode celebrità incominciando dal
secolo di Enrico I, soprannominato _Beauclerc_, ovvero il _Dotto_, e
venendo sino alla nostra età; celebrità dovutagli, sia che ci portiamo
a contemplare le immense moli innalzate dal Clinton, coperte oggidì
dalla ruggine de’ secoli e quasi interamente diroccate, sia che la
nostra mente si arresti a rimembrar quelle pompe, che il rendettero un
giorno teatro alle prodigalità dell’ambizioso Leicester. Sotto entrambi
gli aspetti, esso verrà sempre riguardato siccome obbietto prezioso
al topografo e all’antiquario, e qual fonte fecondissima d’immagini
all’istorico, al poeta ed al romanziere.
Dobbiamo pertanto saper grado all’autore del Romanzo di Kenilworth,
il quale seppe con tanta maestria sposare la favola all’istoria, che
tal suo lavoro non solamente assicura diletti a coloro, cui le lettere
leggiere offrono vezzo, ma riconcilia l’uomo dedito a più gravi studii
con un genere di componimenti, che la letteratura antica non ebbe.
_Fine del ragguaglio storico._
KENILWORTH.
CAPITOLO PRIMO.
»Il mio mestiere
È far l’ostiere;
E la natura
Di quel terreno,
Che presi in cura,
Conosco appieno,
»De’ miei fratelli
Entro i cervelli
Lor varie voglie
Legger, lor gioia,
Talor le doglie!
Talor la noia;
»Questo è il sapere
Del mio mestiere.
Ma mentre il fondo
Metto in lavoro,
Veder giocondo
Piacemi il coro
»Degli operai.
Non voglio guai.
In mezzo ai canti
Sol dei cultori
La terra ammanti
I suoi tesori.
_La Nuova Osteria._
È privilegio de’ romanzieri l’aprire in un’osteria i racconti che
imprendono; e nelle osterie di fatto si trovano a lor volta tutti
i viaggiatori, ed è in questi luoghi ove regna maggior libertà, e
ove l’indole di ciascuno è meno impacciata da riguardi nel darsi a
conoscere. E tal modo d’incominciare i romanzi soprattutto merita
preferenza, allorchè l’epoca delle cose da narrarsi rimonta agli
antichi tempi, nei quali coloro, che in un’osteria convenivano,
erano, in tal qual modo, non solamente gli ospiti, ma i commensali
dell’ostiere per tutto il tempo che si rimanevan con lui. Questo
padrone d’albergo era per l’ordinario uomo di buona fisonomia, assai
gioviale, e che arrogavasi il privilegio di dir con franchezza la sua
opinione. Facilmente alla presenza di lui si svelavano le varietà
d’indole fra le persone della brigata; perchè ben di rado avveniva,
che dopo aver vôtato un fiasco di sei boccali, ognuno de’ circostanti
non abbandonasse tutto umano rispetto, e gli uni cogli altri e
coll’ostiere, non si comunicassero le mutue idee usando la confidenza
propria di chi si conosce da lungo tempo.
Nel diciottesimo anno del regno di Elisabetta, il villaggio di Cumnor,
situato tre o quattro miglia lontano da Oxford, possedeva un’osteria
eccellente sì, che di tali osterie a’ dì nostri non se ne vedono
più. La conduceva, o a dir meglio la governava, Giles Gosling, uomo
gioviale, la cui faccia era di bevitore anzichè no, giunto ad età che
oltrepassava di qualche cosa i cinquant’anni, non uso a scorticare
troppo i suoi avventori, esatto nei pagamenti, pronto allo scherzo, e
che aveva una cantina fornita a tutto punto, ed una figlia assai bella.
Venendo fin dai tempi di quel vecchio Enrico, podestà di Southwark,
non vi era mai stato ostiere, che pari a Giles Gosling, possedesse
l’ingegno di piacere agli ospiti, qualunque ne fosse la condizione,
onde sì grande ne era divenuta la fama, che il dire di essere stato a
Cumnor senza reficiarsi all’_Orso nero_, era un confessarsi viaggiatore
privo di gusto e d’intelligenza, e degno di riso, quanto il sarebbe
stato un contadino che fosse tornato da Londra senza veder la Regina.
Gli abitanti di Cumnor superbivano di Giles Gosling, siccom’egli andava
fastoso della sua osteria, della sua figlia e di se medesimo.
Nella corte adunque dell’osteria, condotta da quest’uomo sì
rispettabile, al tramontare di un certo giorno si fermò un viaggiatore,
che dall’infiacchimento del suo cavallo dovea dirsi venisse da lungo
viaggio. Mentre il cavaliere dava a custodire questa bestia al mozzo
di stalla, gli fece tali interrogazioni, che furono poi cagione del
seguente dialogo tra i famigli dell’_Orso nero_.
«Olà. Eh! John Tapster».
«Che c’è, Will Holster?» rispose il cantiniere, il quale con una
camiciuola sbottonata, in brache di tela, e cingendo un grembiule verde
si fece vedere da un uscio aperto per metà, che pareva conducesse alla
cantina.
«Questo viaggiatore domanda, se hai buona _ala_ (_una certa qualità di
birra_).»
«Se ho buon’_ala_! E chi è che possa dubitarne? Non siamo distanti che
quattro miglia da Oxford; se la mia _ala_ non contentasse gli studenti,
mi spezzerebbero la testa coi boccali.»
«È questa che voi chiamate la logica di Oxford?» disse lo straniero
innoltrandosi verso la porta dell’osteria. Allora Giles Gosling gli si
presentò innanzi in persona così dicendo:
«Quando poi parlate di logica, ascoltate quest’argomentazione:
»Mentre ben mangia il destriero,
»Vuolsi vino al cavaliero.»
«_Amen_, e ben volentieri, soggiunse l’altro. Sturatemi dunque un
fiasco del canarie miglior che v’abbiate ed aiutatemi a vôtarlo.»
«Ah! voi non siete ancora che in minore, sig. viaggiatore, se avete
bisogno che l’ostiere vi aiuti per mandar giù un sorso di vino. Ne
aveste almeno ordinato un _gallone_! Allora, potreste anche chiedere
questo aiuto e passar tuttavia per un uomo che sa vivere co’ suoi
simili.»
«Non v’inquietate, mio ostiere; farò il mio debito al pari di
tutt’altro, che si trovi non più lontano di quattro miglia da Oxford.
Non vengo, credetelo, dai campi di Marte per voler perdere la mia
riputazione in mezzo ai seguaci di Minerva.»
Mentre in tal guisa si parlavano l’ostiere e l’ospite, il primo con
viso che esprimeva la gioia al ricettar l’altro, il fece entrare
nella sala terrena; ove già molti stavano uniti in diverse brigate.
Quali d’essi beveano, quali giocavano alle carte, alcuni parlavano
d’interessi, ed altri, costretti dai propri affari ad alzarsi alla
domane di buon mattino, finivano di cenare, ed ordinavano al garzone
dell’osteria che allestisse loro le stanze.
Il forestiere nell’entrare in quella sala non eccitò verso di sè
maggior attenzione di quella che in tai luoghi ognuno, senza però
farsene un gran pensiero, suol dare all’ultimo arrivato. Da un tal
genere di esame egli apparve ai circostanti uno di quegli uomini, che
comunque regolarmente costrutti, e di forme esterne, le quali nulla
presentano di spiacevole, nondimeno non hanno nella fisonomia nessuna
di quelle particolarità che concilian favore; laonde sia per difetto
dei loro lineamenti, sia per suono di voce, o per isgradevoli andamento
e modi, inspirano tal quale ripugnanza a rimanere con essi in società.
Scorgevasi in costui molto ardimento, scevro però di franchezza, e
sembrava annunziasse a prima giunta grandi pretensioni a riguardi,
ed a modi verso lui compiacenti, come chi teme andarne privo se non
fa valere ben presto i propri diritti ad ottenerne. Lo copriva un
pastrano, che laddove aprivasi alquanto, lasciava vedere una bella
camiciuola gallonata, e un centurino di bufalo, da cui pendevano una
sciabola e due pistole.
«Voi non viaggiate senza cautelarvi, o signore» disse Giles Gosling,
che diede un’occhiata a quell’armi nel tempo che metteva in tavola il
vino chiesto dall’ospite.
«Sì, mio caro albergatore, ho ravvisato quanto giovi essere provveduto
d’armi negl’istanti del pericolo, nè ho poi voluto imitare i vostri
magnati d’oggidì, che congedano la gente del loro seguito quando
credono non averne più di bisogno.»
«Per bacco! scommetto venite dai Paesi Bassi, ch’è il paese ove
nacquero la picca e l’archibuso.»
«Sì certamente, che ho viaggiato in lungo ed in largo, e vicino e
lontano, mio caro amico. Ma intanto ch’io bevo un bicchiere di questo
vino alla vostra salute, empitene un altro, e vôtatelo alla salute
mia. Se non sarà buono in grado superlativo, non dovrete almeno che
incolparne voi stesso.»
«Se non sarà buono in grado superlativo! (risoggiunse con qualche
enfasi il nostro Gosling, e nel tempo stesso vôtò la sua tazza facendo
passare la propria lingua per tutta l’estensione delle labbra con
quell’aria di soddisfazione che son soliti a dimostrare gli abili
assaggiatori di vino). Non so bene che cosa v’intendiate con questo
vostro _superlativo_. Posso però accertarvi, che di tal vino non
berreste alle _tre Cicogne_, e se lo trovate migliore, ardisco di dire,
alle Canarie, sto a patto di non toccar, finchè vivo, nè monete, nè
fiaschi. Mettete, mettete il bicchiere fra i vostri occhi e la luce, e
vedrete saltellar gli atomi per entro a questo liquore dorato, siccome
in mezzo ad un raggio di sole. Ma è così. Vorrei piuttosto somministrar
vino a dieci contadini, che ad un sol viaggiatore. Spero bene che
_Vostro Onore_[2] non si terrà offeso da questo mio modo di dire.»
«Non vi nego che il vostro vino è robusto e di buona lega, ma per aver
vino eccellente, amico mio, conviene berlo nel luogo medesimo, dove
cresce la vigna. Questo, che a giudizio vostro è un vino squisito, si
avrebbe in conto di mezzo vino al porto di S. Maria. Caro albergatore,
vi è d’uopo viaggiare, se volete farvi profondamente iniziato nei
misteri dei fiaschi e delle botti.»
«Davvero, mio signore, se il frutto de’ miei viaggi dovesse essere il
trovarmi poi mal contento delle cose che posso avere in mia patria,
stimerei il viaggiare una speculazione da matto. Ma v’assicuro,
trovarsi parecchi uomini, i quali non assottigliano tanto le cose, ma
che sanno annasare il buon vino, benchè non abbiano mai abbandonate le
nebbie di questa vecchia Inghilterra, e la Dio mercè, non si sieno mai
tolti da canto del loro focolare.»
«Oibò, mio caro ostiere, questo pensare è limitato e triviale, e fo
sicurtà che in ciò non s’accordano con voi tutti gl’Inglesi. Scommetto
io, che fra i vostri, avvezzi a darsi più bel tempo, ve n’ha parecchi
i quali han viaggiato alla Virginia, o almeno fatta una scorsa ne’
Paesi Bassi. Orsù. Recapitolate bene le cose nella vostra memoria. Non
avete voi in paese straniero qualche amico, di cui vi piacesse saper le
notizie?»
«No in fede mia. Non ve n’è un solo fin d’allor quando quello
spensierato di Robin di Drysand-ford si fece accoppare all’assedio di
Briel. Il diavolo si porti la colubrina, d’onde venne la palla che lo
spedì! Non ho mai conosciuto il miglior compagnone nel vôtare la sua
tazza a mezza notte sonata. Ma egli è morto, se n’è andato, e dopo lui
non conosco nè soldato, nè viaggiatore, pel quale io dessi una buccia
di mela.»
«Corpo di bacco! Voi me le dite strane. Nel tempo che tanti bravi
Inglesi dimorano in paesi stranieri, voi che mi parete persona di
vaglia, non avete, nè un parente, nè un amico fra questi?»
«Oh! se mi parlate di parenti, ho bensì una mala semenza di nipote, che
lasciò l’Inghilterra nell’ultim’anno del regno di Maria, ma egli è uno
di quegli sfaccendati, ch’è meglio il perderlo del trovarlo.»
«Non dite così, amico, ammeno che non aveste saputa qualche sua
scappata da poco in qua. Quanti pulledri che pareano indomabili
divennero poscia nobili corridori! Come lo chiamate voi?»
«Michele Lambourne. Il figlio di una mia sorella. Vi giuro che non
mi va niente a sangue il ricordarmi nè d’un tal nome, nè d’un tal
parentado.»
«Michele Lambourne! (sclamò lo straniero che finse essere colpito da sì
fatto nome) Sarebb’egli mai quel prode cavaliere di questo casato, il
quale si comportò con tanto valore all’assedio di Venloo, che il conte
Maurizio gli fece sin ringraziamenti alla presenza di tutto l’esercito?
Lo dicevano Inglese, nè di natali molto cospicui.»
«Bene; ma non può essere mio nipote, disse Gosling. Costui non avea
coraggio più che una gallina, se però non veniva occasione di far del
male.»
«La guerra fa nascere il coraggio» disse l’altro.
«Ed io credo gli avrebbe fatto perdere quel poco che gli rimaneva.»
«Il Michele Lambourne, da me conosciuto, era un giovinotto ben
complesso, cui piacea vestire in tutta eleganza, e possedeva vista di
falcone nell’adocchiare una bella ragazza.»
«E il mio Michele rassembrava un cane, che avesse un sonaglio alla
coda, e portava un abito composto di stracci, ognun de’ quali parea si
congedasse dall’altro.»
«Oh! ma il giorno dopo di una battaglia non v’è scarsezza di buoni
vestiti.»
«Io credo piuttosto che il nostro Michele ne avrebbe giuntato uno
nella bottega d’un rigattiere, nel punto che questi gli tenea volte le
spalle. Quanto all’occhio di falcone, per cui lo encomiate, v’assicuro
che non lo stogliea mai dai miei cucchiai d’argento. Fu mia ventura
che non rimanesse in questa casa più di tre mesi. Egli avea cura della
cantina, e ne sia lode ai suoi stravizzi ed ai suoi errori di calcolo,
fra il vino che m’ha bevuto e quello che ha mandato a male, se rimaneva
tre altri mesi, avrei potuto metter giù l’insegna, chiudere l’osteria,
e dare in custodia al diavolo la chiave del mio magazzino.»
«E ad onta di tutto ciò, caro ostiere, se vi venissero a dire che il
povero Michele Lambourne rimase morto comandando il suo reggimento,
e mentre assaliva un fortino presso Mastricht, ne sareste assai
contristato.»
«Contristato! Non mi si potrebbe arrecare più grata novella. Sarei
sicuro almeno che non finì sulla forca. Di grazia, non ne parliamo
più. Io temo bene che la sua morte non sia mai per far onore alla
nostra famiglia. Basta, se accadesse altrimenti (e in questo versava un
bicchier di Canarie) lo dico di buon cuore, Iddio gli dia pace!»
«Adagio, adagio, sig. albergatore. Non abbiate questi timori. Il
vostro nipote vi farà onore, e soprattutto, se è quel Michele che ho
conosciuto, e che amo, direi quasi.... sì in fede mia, al pari di
me medesimo. Non potreste voi indicarmi qualche contrassegno onde
verificare, se i due Micheli, di cui parliamo, fossero mai una stessa
persona?»
«No, per quanto mi ricordo.... Aspettate. Il mio Michele porta sulla
spalla sinistra l’impronta d’un ferro rovente appostagli in premio
d’essersi appropriato una tazza d’argento che apparteneva ad una buona
donna di nome Snort d’Hogsditch.»
«Oh! questa volta voi ne mentite, come un mariuolo, o mio zio (disse lo
straniero, che in quel punto medesimo sbottonò la camiciuola, e abbassò
tanta camicia quanta bastava a farne vedere ignuda la spalla). Per Dio!
questa mia pelle è sana ed intatta non meno della vostra.»
«Che ascolto? Michele! (sclamò l’ostiere). Il saresti tu veramente? Oh!
sì. Io dovea persuadermene, perchè non conosco persona al mondo, la
quale potesse affannarsi per te la metà di quello che tu facevi. Però,
ascoltami, Michele. Se la tua pelle è sana ed intatta come ten vanti,
è forza dire che il carnefice, mosso a pietà della tua giovinezza, ti
abbia toccato con un ferro freddo.»
«Via, via, caro zio. Tronchiamo le barzellette. Esse verranno all’uopo
per far passare i fumi della vostra birra alterata. Vediamo piuttosto
quale accoglienza sappiate fare ad un nipote che ha girato il mondo per
diciott’anni, che vide nascere il sole di là dove tramonta, e che ha
viaggiato tanto finchè l’occidente si trasformasse in oriente.»
«A quanto mi sembra, o Michele, tu hai riportata con te una delle
prerogative dei viaggiatori, nè veramente ti abbisognava un sì lungo
pellegrinaggio per acquistarla. Ben mi ricordo che fra tuoi insigni
pregi era quello di non ne dire mai una di vere.»
«Vedete, o signori, un miscredente più d’un pagano (disse Michele
Lambourne, volgendosi alla brigata, che non perdè alcuna parte di
questo stravagante riconoscimento fra zio e nipote, ed in mezzo alla
quale si trovavano alcuni, cui note erano le alte geste della costui
giovinezza). Questo è quanto a Cumnor chiamasi in proprii termini
_macellare il vitello grasso_. Ma sappiatelo, mio caro zio, che non
esco ora del guscio, e che non vengo da fare il guardiano di porci.
Poco mi rileva, se bene o mal mi accogliete. Ho con me quanto basta
onde farmi ben ricevere per ogni dove.»
E in ciò dire, levò di tasca una borsa assai piena di monete d’oro
per fare spalancar gli occhi a tutti quelli della comitiva. Alcuni
d’essi crollavano il capo, e bisbigliavano fra di loro. Ma due o tre,
meno scrupolosi, incominciarono a riconoscerlo siccome concittadino,
e lor compagno di scuola. Nel medesimo tempo alcuni altri personaggi
più gravi si alzarono, ed uscendo di quell’albergo l’un all’altro si
dissero, che se Giles Gosling volea che il suo negozio continuasse
a prosperare doveva liberarsi il più presto possibile di questo
spregevole nipote. E lo stesso Gosling si comportò in guisa da far
conoscere com’egli fosse parimente di sì fatto avviso; e si dee
rendergli tal giustizia: la vista dell’oro portò nell’animo di questo
galantuomo minor impressione, che non ne produce per solito nelle
persone dedite al mestiere da lui professato.
«Michele, nipote mio, gli disse, metti via il tuo danaro. Il figlio di
una mia sorella non dee pagar nulla per cenare, o dormire una notte in
questa casa. Dico una notte, perchè m’immagino non avrai molta ansietà
di rimanerti più lungo tempo in un luogo, ove sì poco favorevolmente
sei conosciuto.»
«In quanto a questo, mio caro zio, rispose il viaggiatore, non
consulterò che la mia inclinazione e la natura dei miei affari.
Intanto bramo pagar da cena a questi miei stimabili concittadini,
che non portano la fierezza sino a ricordarsi di quel che fu Michele
Lambourne. Se voi volete fornir la cena in cambio del mio danaro, ciò
sia. Altrimenti due soli minuti di cammino ne disgiungono dall’osteria
della _Lepre_, ove questi miei buoni colleghi non faranno difficoltò
d’accompagnarmi.»
«No, no, Michele, gli disse lo zio, poichè diciotto anni ti sono
passati sopra la testa, vorrei sperare che qualche poco almeno te
l’avessero addirizzata: onde non permetterò che tu abbandoni la mia
casa a quest’ora. Anzi ti verrà dato tutto ciò che onestamente potrai
domandare. Soltanto mi punge la curiosità di sapere, se questa borsa,
che sfoggiasti or ora sia guadagnata con altrettanta legittimità,
quanto mi sembra riboccante di danaro.»
«Nol dissi, o miei vicini, ch’egli è un miscredente? (soggiunse il
Lambourne, voltosi novellamente all’uditorio). È ben cosa stravagante
che uno zio, venuto nell’età, voglia disotterrare quelle leggerezze di
un nipote, che hanno già sulle spalle vent’anni. Per quanto spetta a
quest’oro, o signori, dovete sapere che fui nel paese ove nasce, ed ove
non si ha che l’incomodo di raccoglierlo. Io vengo, amici, dal Nuovo
Mondo, ed appunto dalla terra di Eldorado. Ivi i fanciulli giocando
alla fossetta non hanno d’altre pallottole che i diamanti; ivi le
contadine portano collane di rubini; in somma in questo paese le case
van coperte di tegole d’oro, e le strade son lastricate d’argento.»
«In fede mia, amico Michele (sclamò Lorenzo Goldthred, uomo che
primeggiava fra i merciai d’Abingdon) un tal paese sarebbe eccellente
per trafficarvi. Ditemi un poco, quanto si ritrarrebbe dallo spacciare
le tele, i nastri, le seterie, in una contrada ove l’oro è a sì buon
mercato?»
«Un profitto incalcolabile, rispose il Lambourne, soprattutto se un
mercante, fresco negli anni e disinvolto, vi porta il suo fardello egli
stesso. Oh! come son gaie le donne di quei beati luoghi, ed essendo
alquanto arse dal sole, prendono fuoco com’esca appena vedono una
carnagione appetitosa qual tu la presenti, e capelli siccome i tuoi che
inclinino un poco al rossiccio.»
«Vorrei bene far colà il mio commercio», disse tosto, spalancando due
grandi occhi, il merciaio.
«Nulla di più facile quando tu il voglia, disse Michele, e semprechè tu
sia ancora quel risoluto campione, che mi prestava un dì il braccio nel
portar via le mele dal giardino dell’abbazia. Basta a ciò un processo
chimico semplicissimo, con cui tu trasmuti la tua casa e i tuoi
poderi in bel danaro sonante, e questo di poi in un gran bastimento,
guernito di vele, d’ancore, di cordami, e d’ogni suo attrezzo. Allora
tu raccogli tutte le tue mercanzie in fondo di stiva, metti a bordo
cinquanta robusti vagabondi, io assumo il comando della spedizione,
sciogliamo le vele, e, voga, voga galera! eccoci avviati verso il Nuovo
Mondo.»
«Nipote mio, si mise allora di mezzo l’ostiere, tu gl’insegni il
segreto per trasmutare, valendomi del tuo stesso vocabolo, le sue lire
in soldi, e le sue tele in altrettanti spaghi. Ascoltate il parere
di un matto, mio caro Goldthred. Non vi fidate al mare, che divora
ogni cosa. Le carte e le donne, di cui vi dilettate la vostra parte,
facciano pure il loro peggio; le balle di mercanzia, lasciate da
vostro padre, dureranno un anno o due prima che si compiano i vostri
dì all’ospitale; ma il mare ha un appetito insaziabile, ed in una
mattina, vi divora tutte le ricchezze di Lombard Street[3], colla
prestezza che io manderei giù un uovo affrittellato, o un bicchiere di
vino. In quanto poi all’Eldorado di Michele, voglio che non mi crediate
più nulla in vita mia, se non trovò quel danaro nelle tasche di un
qualche papero della vostra specie. Oh! per questo, non ti turare il
naso a furia di tabacco, o Michele; mettiti a sedere, e sei il ben
venuto. Ecco la cena, che arriva. Invito tutti quelli che vorranno
parteciparne, ad onore d’un nipote che dà tante belle speranze di sè,
e confidandomi sia qualche cosa di men cattivo, che quando partì. In
coscienza, nipote mio, hai le sembianze della mia povera sorella più di
quanto nessun figlio abbia mai somigliato alla madre.»
«Non si somiglia tanto al vecchio Benedetto Lambourne, marito di essa,
disse il merciaio. Ti ricordi, Michele, che cosa rispondesti al tuo
maestro di scuola allorquando stava per batterti, perchè avevi fatto
cadere le stampelle, su di cui era solito appoggiarsi tuo padre? _Mio
padre! mio padre! stimo il fanciullo che conosce suo padre_. Il dottor
Brincham, me ne ricordo come se fosse adesso, rise tanto di cuore, che
gli vennero finalmente le lagrime agli occhi, e queste lagrime del riso
risparmiarono a te quelle del dolore.»
«Le vivacità di quei giorni, disse il Lambourne, erano un ritrarmi in
addietro per tentar più bel salto. Di fatto vi sono riuscito. E come
sta quel degno pedagogo?»
«Eh! quant’è mai che è morto!» soggiunse l’ostiere.
«Morto sicuramente, ripetè il Cherico della parrocchia; gli stava io al
capezzale quando morì, e morì qual visse. _Mori, morior, mortuus sum_,
tali furono le sue estreme parole, ed appena ebbe forza d’aggiunger
quest’altre: _Ecco ch’io ho coniugato il mio ultimo verbo_.»
«Ebbene, Dio l’abbia in pace, risoggiunse Michele, a me non deve nulla.»
«No in fede mia, soggiunse il merciaio. Mi ricordo avergli udito dir
tante volte che in ogni colpo di staffile di cui ti regalava, era
altrettanta fatica risparmiata al maestro di giustizia.»
«E si sarebbe detto che non voleva lasciargli nulla da fare, disse il
Cherico. Pure non fu un benefizio semplice che ottennero nè il nostro
amico (accennando Michele), nè il suo collega Goodman Thong.»
Sembrò a tai detti che scappasse la pazienza al Lambourne. Laonde
prese il suo cappello che stava sopra la tavola, se lo adattò fino al
sopracciglio in tal guisa, che l’ombra di una larga ala estendendosi su
i suoi lineamenti e su quegli occhi, i quali non promettevano nulla di
buono, ei compose il volto alla sinistra fisonomia di uno spadaccino
spagnuolo.
«_Voto a Dios_, signori, disse allor seriamente. Qualche libertà è
permessa fra amici, ma ho già tollerato abbastanza, che voi e questo
mio degno congiunto, vi spassiate su qualche inconsideratezza della
mia gioventù. Pensate ora che porto sciabola e pugnale, e che ho la
mano agile per valermene all’uopo. Dopo d’avere militato nella Spagna,
sono divenuto anche più dilicato nelle cose che riguardano l’onore, e
mi spiacerebbe se il dir vostro poco guardingo mi traesse a qualche
estremità.»
«E che fareste voi?» prese a domandare il Cherico.
«Sì. Che fareste voi?» soggiunse parimente il merciaio, portandosi
all’altro lato della tavola.
«Quanto a voi, sig. Cherico, vi taglierei il gorgozzuolo, cosa da
sofferirne ritardo le cadenze che siete solito a stonar la domenica
nella chiesa. E voi, signor mercante di tele, nastri e seterie, vi
bastonerei con tanta enfasi, da potervi stivare, senza che aveste
voglia di movervi, entro una delle vostre balle.»
«Tronchiamo, tronchiamo (disse l’ostiere, che giudicò ben fatto
l’interrompere questo diverbio). Astenetevi dal far romori in mia
casa. Nipote, non conviene essere sì pronto ad offendersi; e voi,
signori miei, dovreste pensare, che comunque vi troviate in un’osteria,
in questo momento siete i convitati dell’ostiere, e ogni ragione di
decenza vuole che risparmiate l’onore di sua famiglia. — Che Diavolo!
Tutto questo fracasso fa girare la testa anche a me, ed ora in grazia
vostra mi dimenticava l’ospite taciturno, chè non so dargli altro
nome. Sono due giorni che è qui, e non ha aperto bocca se non se per
chiedere quanto gli abbisogna, e l’importo delle cose avute. Guardate!
non mi dà maggiore fastidio che se fosse un contadino, e paga siccome
un principe di sangue reale. Quando gli si dà il conto non osserva
mai che la somma, nè dice finor di partire, nè so quando partirà. È
un vero gioiello. Ed io, cane degno di tutti i capestri, lo lascio là
in un canto, come una pecora rognosa, senza neanco usargli la civiltà
d’invitarlo a cenare, o a bere una tazza di vino in nostra compagnia.
Non mi tratterebbe peggio di quel che merito, se andasse in dirittura
alla _Lepre_ prima che la notte divenga più alta.»
Detto ciò, accomodò con grazia un tovagliolo sul sinistro braccio,
poi, tenendo colla destra mano il più bel fiasco d’argento che avesse,
e cavatosi per un istante il suo berrettone di velluto, mosse verso
l’individuo solitario, di cui avea fatta parola, e sul quale gli
sguardi dell’intera brigata furono tosto rivolti.
Era questi un uomo di età fra i venticinque e i trent’anni, di statura
al disopra della mediocre, vestito semplicemente, ma con decenza, e
che univa a scioltezza una cert’aria di dignità, per cui sarebbesi
detto che il modo in lui del vestire fosse al disotto di quanto al suo
grado addiceasi. Egli sembrava meditabondo e guardingo. Bruni ne erano
i capelli, e i suoi occhi nerissimi mostravano un brio non comune,
tutte le volte che qualche istantanea occasione di commoverne l’animo
si presentava. Fuori però di tal circostanza, e gli occhi e gli altri
lineamenti del volto non annunziavano in lui che un uomo circospetto
e tranquillo. I curiosi di questo picciolo paese non si ristettero da
indagini per discoprirne, come meglio poteano, il nome e l’indole, e
quali affari lo avessero condotto a Cumnor, ma niuna cosa giunsero a
penetrare che appagasse tal loro curiosità. Giles Gosling, ch’era il
primasso del villaggio, ardente partigiano della regina Elisabetta e
della religion protestante, sospettò sulle prime questo suo ospite
d’essere un gesuita, od uno di quei tanti preti che venivan mandati
da Roma e dalla Spagna, e che facean poi tristo fine sulle forche
dell’Inghilterra; ma non fu possibile che tale opinione gli durasse in
verso di un ospite, il quale oltre a dargli sì poco fastidio, pagava il
suo conto colla massima regolarità, e mostrava voler soggiornar qualche
tempo all’_Orso nero_.
Onde tai discorsi favorevoli al suo forestiere andava egli accozzando
tra sè: «Tutti i papisti sono uniti fra loro come le cinque dita di una
mano. Se il mio albergato fosse un papista sarebbe già ito a cercarsi
alloggiamento, o presso il ricco scudiere che sta a Belseley, o a
Wooton in casa del vecchio cavaliere, o che so io? in qualcuna delle
caverne romane, che a costoro non mancano. Avrebb’egli mai cercato
una pubblica osteria, in figura di galantuomo e di buon cristiano?
E poi, penso, che l’altr’ieri, venerdì, mangiò manzo condito colle
carote, benchè la tavola fosse anche imbandita di anguille poste alla
graticola, e delle migliori che vengano pescate nell’Isis.»
L’onesto Giles Gosling, già convintosi coi precedenti ragionamenti,
che il suo ospite non era cattolico, gli si presentò adunque con tutta
l’immaginabile cortesia, e lo pregò gli compartisse l’onore di bere un
bicchiere di fresco vino e di partecipare ad una ricreazione intesa a
festeggiare l’arrivo d’un nipote, e la riforma, se pure era vero, che
questi avea fatta nei suoi costumi. Lo straniero sulle prime, fece
colla testa il segno di chi ricusa, ma l’ostiere insistette, valendosi
d’argomenti sull’onore della propria casa; ed anche su i sospetti che
l’ospite avrebbe destati negli abitanti di Cumnor col mostrarsi d’umore
sì poco socievole.
«In fine poi, continuava Gosling, è del mio decoro medesimo, che
chiunque alloggia in questo albergo stia di buon umore. Perchè vi
sono in Cumnor certe male lingue.... Già qual è il paese che ne sia
senza? E v’assicuro, qui si guardano per traverso quelle persone, che
per coprire il loro accigliamento, fanno discendere a mezzo volto il
cappello, come se fossero sospirosi dei tempi andati, ed incapaci di
sentire il ben presente, di cui godiamo, grazie al cielo, sotto il
governo della buona regina Elisabetta, che Dio ci benedica e conservi.»
«Che dite, ostiere mio? rispose lo straniero. Un uomo dunque dovrà
parere sospetto, perchè s’abbandona ai suoi pensieri, sotto l’ombra
del suo cappello? Per altro, voi che siete stato a questo mondo doppio
tempo di me, dovreste sapere esservi certe idee, che alloggiano con noi
a nostro malgrado, e contro le quali non vale il dire: _scacciamole e
stiamo allegri_.»
«Per bacco! Se avete tali idee che vi travagliano lo spirito, sicchè
nemmeno i buoni Inglesi sian capaci di snidarle d’attorno a voi, faremo
venire da Oxford qualche allievo del buon padre Bacone, affinchè provi
a scongiurarle a furia di logica e di lingua ebraica. Perchè non
cercate piuttosto di annegarle entro un mare di scelto vin di Canarie?
Scusate, o signore, la mia libertà, ma son vecchio ostiere, e bisogna
che parli franco, e come la sento. Questo umor malinconico vi sta
male; e non s’accorda niente co’ vostri ben lustrati stivali, con quel
cappello di castoro fino, con quell’abito di buon panno, e colla borsa
ben fornita che avete ai vostri comandi. Mandate al diavolo questa
malinconia, e vada a stanziare presso coloro, che hanno le gambe piene
di paglia, costretti a coprir la testa con un cappellaccio di borra, il
corpo con un giustacuore grattugiato, e la cui saccoccia non manda mai
quel grato suono che ha forza di scacciare il demonio della tristezza.
Allegria, signore, allegria! o in nome di questo buon liquore, noi
vi proibiremo l’aria dolce che spira attorno ad una gioiosa brigata,
per confinarvi ad assorbire le nebbie della malinconia nei paesi del
malanno. Mirate là una banda di gente compagnevole che si diverte.
Non increspate il sopracciglio in vederli, che mi parreste il diavolo
quando guardava Lincoln.»
«Avete ragione, mio buon albergatore (disse l’ospite, componendosi ad
un sorriso, che a malgrado della mestizia ond’era compreso, dava a
divedere tutta l’amabilità della sua fisonomia), avete ragione. Coloro,
il cui animo si trova nello stato al quale soggiace il mio, non debbono
colla propria mestizia funestare la gioia di quelli che son più felici.
Mi metterò di tutta buona voglia insieme ai vostri convitati, piuttosto
che farmi credere un perturbatore degli altrui contenti.»
Detto ciò, alzossi per raggiugnere la comitiva, che incoraggiata
dai precetti e dall’esempio di Michele Lambourne, e composta per la
maggior parte d’uomini inclinati a profittar d’un buon pasto alle
spalle dell’oste, aveva già molto bene oltrepassati i limiti della
temperanza. La qual cosa apparve meglio dal tuono, onde Michele chiedea
notizia degli antichi suoi colleghi, e dagli scrosci di risa, che si
accompagnavano a ciascuna risposta. E la natura men che decente di
questa loro allegria giunse a tanto, che ne rimase scandalezzato lo
stesso Gosling, tanto più che, senza saperne il perchè, ei si sentiva
compreso d’un certo rispetto verso il suo ospite sconosciuto. Postosi
pertanto a qualche distanza dalla tavola, intorno a cui eran seduti
questi tavernieri tanto leggiadri incominciò coll’ospite istesso una
specie d’apologia sulle licenze di dire che si prendevano.
«Ad udirli, voi credereste non esserne un d’essi che non sia stato
abituato al bel mestiere di chi intima ai viandanti: _o la borsa o
la vita_. Eppure, ve ne potrete accorger domani; son tutti artigiani
laboriosi, e mercanti onesti, non però più di tutti gli altri, che vi
sottraggono il pollice nel misurare un’_auna_ di panno, o che stando
dal loro fondaco pagano le cambiali in _corone_ alquanto calanti.
Per esempio quell’uomo là che col cappello di traverso copre una
capigliatura arricciata, e simile al pelo d’un can barbone, tutto
spettorato, coll’abito che si licenzia da lui, direste a vederlo che è
il modello perfetto d’un malvivente. Ebbene! È un merciaio d’Abingdon;
e se andate domani alla sua bottega, lo trovate dalla testa ai piedi
ben messo, sì che il giudichereste un lord Maire. E adesso parla di
scalare l’altezza di una soffitta, e di forzare i cancelli d’un parco,
con tale disinvoltura, che il giudichereste avvezzo a passar la sua
notte sulla strada maestra per cui si va da Hounslow a Londra. In vece
egli dorme sempre tranquillamente, sopra un letto bene spiumacciato,
colla sua candela da una banda, e la sacra bibbia dall’altra per tener
lontani i demoni.»
«Di grazia, ostiere, (disse lo sconosciuto) il nipote vostro, Michele
Lambourne, che è il re di questa festa, ha egli pure la smania di farsi
credere uno schiamazzatore?»
«Voi mi serrate gli abiti un po’ troppo alla vita, caro signore. Mio
nipote è mio nipote, e benchè egli sia stato un vero cane in tempo di
sua gioventù, può essersi corretto, come han fatto tant’altri, non è
vero? Anzi se mai aveste dato ascolto alle cose che poc’anzi dissi
di lui, non dovete poi prenderle per parole d’evangelio. Io avea
conosciuto il malandrino, benchè non dessi a divederlo, e volli un poco
mortificare la sua vanità. — Oh! bramerei sapere ora sotto qual nome
debbo presentare a questa brigata il mio rispettabile ospite.»
«Sotto quello di Tressiliano, se così vi piace.»
«Tressiliano! un nome che mi sona bene all’orecchio, e che viene,
cred’io, da Cornovaglia. Già vi sarà noto il proverbio:
»Se porti _Pol, Pen, Tre_, del nome tuo alla festa,
»Che sei di Cornovaglia, la cosa è manifesta».
Noi diremo dunque, signor Tressiliano di Cornovaglia?»
«Non dite, vi prego, più di quello che ho detto io, e sarete certo
di non errare, signor ostiere. Si può portare un nome preceduto da
qualcuna di queste tre rispettabilissime sillabe, ed essere nato ben
lontano dal monte S. Michele.»
Il nostro Giles Gosling allora non ispinse più oltre la curiosità, e
sotto il nome di signor Tressiliano presentò lo straniero al nipote
ed a’ suoi amici, i quali dopo aver bevuto alla salute del nuovo
convitato, continuarono negl’intertenimenti che questo cerimoniale
aveva interrotti.
CAPITOLO II.
»Del giovin Lancilotto
»Parli tu forse?
(_Il mercante di Venezia_).
Dopo breve pausa, il merciaio Goldthred, così pregato dall’ostiere,
cui tutta la gioviale brigata fece eco, presentò i convitati d’alcune
strofette.
Di quanti battono
Augelli i vanni,
Re, a mio giudizio,
È il barbagianni.
Vengan le tenebre,
Ei non s’arresta.
Fuor della nicchia
Mette la testa.
Ricchezze annunzia
Suo canto strano
A chi alla cintola
Non tien la mano.
Dunque ripetasi:
Viva mill’anni.
Re degli aligeri,
Il barbagianni!
S’anco il sol languidi
Vibra i suoi strali,
Mostrar non degnasi
Esso ai mortali.
Sol quando annottasi,
Co’ l’ali stese
Egli incoraggia
Le belle imprese.
Finchè tracannansi
Nappi spumanti,
Sua virtù esimia
Per noi si canti.
Per noi ripetasi:
Viva mill’anni.
Re degli aligeri,
Il barbagianni!
«Così va bene (sclamò Michele, tosto che il merciaio ebbe terminato di
cantare); che ne dite amici? Questa almeno è una canzone che s’intende;
e vedo che non si è perduto fra noi il buon gusto. Ma che rosario mi
avete sfilato di tutti gli antichi miei colleghi! Non ve n’è uno a cui
non si unisca qualche storia di mal augurio. Sicchè dunque Will di
Wallingford ci diede la buona notte?»
«Certamente, soggiunse uno di quelli, egli rimase morto, come un grasso
daino, d’un colpo di balestra, che nel parco di Donnington gli venne
tratto da Thatcham, il vecchio boscaino del Duca.»
«Egli amò sempre la caccia, disse Michele, nè quindi gli piacque meno
il fiaschetto. È questa una ragione di più per vôtare una tazza in
onore della sua memoria. Andiamo, amici. All’armi.»
Fatto in tal guisa, col bicchiere alla mano, un omaggio al defunto, il
Lambourne domandò che cosa fosse accaduto del Partins di Padwoorth.
«Partito; e sono dieci anni ch’egli intraprese il suo viaggio. Il
castello d’Oxford lo vide andarsene, e Goodman Thong fece i convenevoli
della partenza, alla quale non è occorso altro apparecchio che una
corda del valore di dieci soldi.»
«Che? Il povero Partins è morto in piena aria, fra cielo e terra! Ecco
le conseguenze di amar troppo l’andar a diporto a chiaro di luna!
Presto, miei colleghi, si beva anche alla sua memoria. Egli era un buon
compagnone, gioviale quanto la luna piena.
«E quali notizie mi darete voi di.... di Hal.... di quell’Hal,
che portava sempre una lunga piuma, e che abitava in vicinanza di
Yattenden?..... Non posso ricordarmi il suo nome.»
«Chi! Hal Hempseed? dimandò il merciaio. Voi dovete ricordarvi, che
egli si dava il tuono d’uomo d’alto affare, e che voleva frammettersi
nelle cose di stato. Si volle impicciare in quelle del duca di Norfolk,
e sono due, o tre anni, ha dovuto fuggire con un ordine d’arresto alle
calcagna. Da quel tempo non se n’è più intesa notizia.»
«Dopo tutte queste disgrazie, che mi avete raccontate, io non ardisco
nemmeno pronunziare il nome di Tony Foster. In mezzo ad una tal pioggia
di corde, di balestre, d’ordini d’arresto, sarebbe un miracolo s’egli
fosse rimasto asciutto.»
«Di qual Tony Foster intendi parlare?» chiese allora l’ostiere.
«Per bacco! di quello al quale fu posto il soprannome di Tony
_Brucia-cataste_, fin da quando portò il fuoco, onde accendere il rogo,
su di cui perirono Latimer e Ridley. Nè senza di lui si compiea la
faccenda, perchè il vento avendo smorzata la torcia nera di Goodman
Thong, nessuno voleva, nè per amore nè per danaro, portargli il fuoco
da riaccenderla.»
«Questo Tony Foster vive tuttavia ed è un gran signore. Ma nipote mio,
che non ti venisse la tentazione di chiamarlo _Brucia-cataste_, te ne
avverto per tuo bene, ammeno che tu non volessi far conoscenza colla
lama della sua spada.»
«E che? Si vergognerebbe ora di sì fatto nome? Mi ricordo, che se ne
gloriava, allor quando diceva che il vedere arrostire un eretico o un
bue era per lui la medesima cosa.»
«Sicuramente, nipote mio, ma il dir ciò, avea buon garbo ai tempi
della regina Maria, allorchè il padre di questo Tony era intendente
dell’abbazia d’Abingdon. Le cose cambiarono, e dopo di questi
avvenimenti sposò una purissima _precisiana_[4] ed è te lo giuro buon
calvinista quanto potrebb’esserlo Calvino in persona.»
«Vedere che tuono di sufficienza egli ha preso! soggiunse il merciaio.
Porta ora la testa alta, e disprezza gli antichi colleghi.»
«È questa una gran prova ch’egli ha fatto fortuna, riprese a dire il
Lambourne. L’uomo giunto una volta ad avere danaro in proprietà non si
trova volentieri in vicinanza di quelli il cui tesoro sta nelle tasche
degli altri.»
«Se ha fatto fortuna! Ti ricordi tu di Cumnor-Place, antico palazzo di
città, a poca distanza dal cimiterio?»
«Sì: e perchè tu veda, s’io me ne ricordo ho rubato ivi per tre volte
tutte le frutta del verziere. Ma che importa ciò? Era ivi l’ordinaria
residenza dell’abbate tutte le volte che in Abingdon dominava un
qualche morbo epidemico.»
«Va benissimo, disse l’ostiere; e adesso è divenuto soggiorno di Tony
Foster in conseguenza di cessione fattagliene da un gran signore, al
quale la corona diede in feudo tutti i beni dell’Abbazia. Ei vi ha
creato il suo castello, e guarda dall’alto al basso i poveri abitanti
di Cumnor, come se fosse già un cavalier-baronetto.»
«Non bisogna però attribuire affatto ad orgoglio tal sua condotta,
disse il merciaio. Si mischia in questo affare una bella signora, che
Tony non vorrebbe vista nè meno dalla luce del giorno.»
«Come sta la cosa? (interruppe allor Tressiliano, che per la prima
volta prese parte a sì fatti intertenimenti). Non fu detto da qualcuno
di voi, che il Foster, si è fatto sposo ad una _precisiana_?»
«Sì certo, e ad una _precisiana, rigorista_ quanto il sia chi non
mangiò mai carne in quaresima. Tony ed essa, a quanto raccontasi,
viveano come cani e gatti fra loro. Ma presentemente ell’è morta, e Dio
l’abbia in pace. Non è rimasta a Tony che una figliuoletta, onde si
giudica, egli sposerà questa incognita, che move tanto romore.»
«E perchè?... (domandò Tressiliano) intendo chiedere perchè move tanto
romore?»
«Perchè si dice, rispose Gosling, che è bella al pari d’un angelo,
perchè nessuno sa donde venga, e perchè si vorrebbe capire il motivo
di tenerla così custodita, e rinchiusa fra quattro mura. Per me non so
com’ella sia fatta. Voi signor Goldthred, dovete averla veduta.»
«Sì, mio vecchio. La vidi un giorno che cavalcando me ne veniva da
Abingdon a questo vostro paese, e la vidi passando sotto il gran
finestrone della vecchia casa, che porta dipinta nei vetri un’infinità
di santi, e di storie. Quel dì io non avea presa la strada ordinaria,
ed attraversai il parco. Dovete sapere che la porta non ne era chiusa
fuorchè col saliscendi, e credei d’arrogarmi i privilegi del mio antico
collega, prendendomi la libertà di venir per que’ viali. Così profittai
dell’ombra degli alberi, chè facea, mi ricordo, gran caldo, e schivai
la polvere, che mi diveniva tanto più molesta per aver messo in quel
giorno la mia camiciuola, color di pesca, gallonata d’oro...»
«E poteste sfoggiarla, (soggiunse Michele) il che certamente non
vi dispiacque innanzi agli occhi di bella donna. Ah! scapestrato,
scapestrato! Non rinunzierete voi mai alle antiche vostre abitudini?»
«Oh! nol feci con questo fine, Michele, credetelo, (risoggiunse il
merciaio pavoneggiandosi). Mi mosse sola curiosità, ed anche interno
sentimento di compassione verso quella povera signora, condannata dalla
mattina alla sera a non vedere se non se Tony Foster, che mette schifo
e paura con quelle sue folte sopracciglia nere, con quella sua testa di
bue, e con quelle storte sue gambe.»
«E in vece gli avreste mostrato volentieri un pezzo d’uomo ben
complesso, vestito in giustacuore di seta, una bella gamba attillata
entro bello stivaletto di corduano, un volto rotondo, e pronto al
sorriso anche senza averne occasione, che sembrasse dire: _Qual cosa
vi abbisogna?_ un bel berrettone di velluto e sovr’esso svolazzante
una piuma di Turchia, uno spillo d’argento dorato. Credetelo, amico
merciaio, chi possede belle mercanzie, ama parimente sfoggiarle. Oh!
andiamo signori, che i bicchieri non facciano festa. Io bevo alla
salute dei lunghi speroni, dei corti stivaletti, dei giustacuori bene
imbottiti, e delle teste sventate.»
«Ben m’accorgo, o Michele, che di me siete geloso, soggiunse allora
il Goldthred, ma se il caso mi favorì in quell’istante, non mi trattò
meglio di quello che avrebbe fatto con voi o con qualunque altro.»
«Viso di torta! sclamò il Lambourne, il cielo ti castighi della tua
impudenza! Vorresti tu, mercantuccio a ritaglio, porti a confronto di
un militare, d’un uomo della mia sorte?»
«Garbato signore, disse Tressiliano, vi pregherei a non interrompere il
nostro merciaio d’Abingdon. Il suo racconto mi alletta sì, che non mi
moverei dall’udirlo se durasse fino alla mezzanotte.»
«Voi mi onorate più che non merito, si fece a dire Goldthred; e
poichè questa storia vi dà piacere, io la continuerò a malgrado de’
motteggi e de’ sarcasmi di questo valoroso militare, che ha guadagnato,
cred’io, più botte che _corone_ nella guerra de’ Paesi Bassi. Vi
dirò adunque, che passando al di sotto di quel finestrone, lasciai
le redini sul collo al mio palafreno, e perchè ciò mi giovava, e per
essere più sciolto nel guardarmi all’intorno. Non mi credete più mai, o
signore, se non vi dico il vero asserendo, che non mi è capitato veder
altrove donna così leggiadra, e credo bene averne passate in rassegna
quant’altri può fare, e d’intendermi di tal mercanzia al pari di
chiunque abbia in ciò fama d’esperto.»
«Ve la ricordate sì da farmene la descrizione?» soggiunse Tressiliano.
«Oh! v’assicuro, signore, ch’ella era abbigliata qual si conviene a
femmina di riguardo. Ricca, e studiata se ne vedeva l’acconciatura,
che una regina non avrebbe sdegnato l’andarne ornata. La sua veste,
il corsaletto e le maniche erano di un raso color di zenzevero, che a
mio parere sarà costato 30 scellini al braccio. Si lasciava vedere la
fodera di zendado ondato, e il tutto guernito da due larghi galloni
d’oro e d’argento. Il suo cappello poi, o signore... non si è mai
veduta cosa più leggiadra in tutti i nostri dintorni; lo copriva un
drappo di seta giallo, ricamato d’oro, e parimente ornato di frangia
d’oro. Vi giuro, quel cappello, era sontuoso al di là di quanto io ve
lo sapessi descrivere.»
«Veramente non intesi chiedervi come ella fosse vestita (disse
Tressiliano, che si mostrò fin sulle prime impazientito di tutte queste
particolarità in cui si diffondeva il merciaio). Vorrei mi parlaste
della sua carnagione, dei lineamenti del viso, del color dei capelli.»
«Quanto alla carnagione nulla di sicuro vi saprei dire. Osservai però
ch’ella tenea un ventaglio, guernito di manico d’avorio, e in bizzarra
foggia damaschinato. Non so poi se ella fosse bionda ovvero bruna.
Stavano le sue chiome entro d’una reticella di seta verde tessuta con
oro....»
«Si vede veramente essere un merciaio che parla, si fece di mezzo il
Lambourne. Il Signore chiede ragguaglio intorno le fattezze di una
donna, e costui gli parla dell’acconciatura ch’ella portava.»
«Ti dico (replicò Goldthred, alquanto imbarazzato da tale osservazione)
che ho avuto appena il tempo di guardarla. Io stava lì per augurarle il
buon giorno, e volgerle un sorriso....»
«Simile a quello d’una simia che trovi per terra una castagna»
interruppe il Lambourne, ma il merciaio fè vista di non dargli retta e
così continuò:
«D’improvviso comparve Tony Foster, egli medesimo, con in mano un
grosso bastone...»
«Col quale, spero, vi avrà carezzate le spalle in premio della vostra
sfacciataggine» non potè ristarsi dal dire l’ostiere.
«Questo poi è più facile da dirsi che da mettersi in opera (disse in
tuono di sdegno il merciaio). No, no, signor Tressiliano, non accadde
nessuna cosa di tal natura. Certamente colui si avanzò contro di me
rotando il suo bastone, e volgendomi alcune male parole, e domandandomi
perchè non avea io tenuto la strada maestra, e cose simili. Mi prese
allora tal bile che gli avrei fracassato il cranio col manico della
frusta; ma mi rattenne la presenza di quella signora che temei
tramortisse dalla paura.»
«Va via, cuor di gallina, va via, soggiunse il Lambourne. Avvi prode
cavaliere che mai pensasse alla paura d’una bella, quando occorse per
liberarla affrontar giganti, draghi, od incantatori? Ma che parlo io
d’incantatori e di draghi ad un uomo che si è lasciato cacciar via da
una mosca? Tu perdesti una gran bella occasione di segnalarti.»
«Ebbene, millantatore, cerca tu di trarne miglior profitto. Il castello
incantato è poco lontano. Il drago e la bella sono ai tuoi comandi.
Ardisci presentarti.»
«Lo farei per un boccale di vino di Canarie. Ma aspetta. Ho bisogno
di biancheria. Vuoi tu scommettere una pezza di tela d’Olanda contro
questi cinque _angeli_ d’oro? e domani mattina vado a casa di Tony
Foster, e lo costringo a presentarmi egli medesimo alla sua bella.»
«Accetto la scommessa, e benchè tu non la ceda al diavolo nella
sfrontatezza, sono sicuro di vincere. Il nostro ostiere custodirà le
poste, e tanto ch’io vado a prendere la pezza di tela, metto nelle sue
mani questi cinque _angeli_ d’oro.»
«Io non tengo poste di sì fatte scommesse, disse subitamente l’ostiere.
Nipote mio, bevi tranquillamente il tuo vino, e non cercar di tali
avventure. Ti sto mallevadore, che Tony Foster ha bastante credito per
ottenerti ricovero nel castello di Oxford, e farti decorare i polsi
della mano di due smaniglie di ferro.»
«Per Michele non sarebbe altro che rivedere un suo antico ospizio, e i
suoi polsi sono avvezzi a questo genere di smaniglie, disse allora il
merciaio. Ma non può più tornare addietro dalla sua scommessa, a meno
che non confessi d’averla perduta.»
«Per Dio! sclamò il Lambourne. Vi giuro che mi dà tanto fastidio la
collera di Tony quanto un guscio di noce; e voglia egli, o non voglia,
vedrò la sua principessa.»
«Sarei volentieri con voi a metà nel rischio della scommessa, disse
Tressiliano, semprechè mi permetteste accompagnarvi nella ricerca di
quest’avventura.»
«E qual pro ne trarreste?» gli domandò tosto il Lambourne.
«Nessuno, o signore, fuorchè il piacere di ammirare la destrezza e il
coraggio che voi porreste in sì fatta impresa. Sono un viaggiatore,
per cui han vezzo le cose straordinarie, quanto pei cavalieri erranti
n’ebbero le avventure.»
«Se dunque vi diletta il veder prendere col rampone una trota, consento
che siate spettatore di questa mia pesca. Intanto bevo al buon successo
di tale impresa, e se vi è chi neghi farmi ragione, lo spaccio per un
galuppo, e gli taglio senza complimento i garretti.»
La tazza vôtata questa volta dal Lambourne era preceduta da tante
altre, che la ragione gli vacillò finalmente. Laonde ben due o tre
fiate imprecò giurando il merciaio, perchè questi sosteneva con molto
senno di non poter far brindisi alla perdita della scommessa accettata.
«Pretenderesti forse farla da logico con me? gridava Michele, tu, nella
cui testa non è più cervello di quel che ne sia in una matassa di seta
intricata. Sai tu dalla parte di Dio, che farò del tuo corpo 50 _aune_
di cordella?»
E intanto che traeva la sciabola per mostrarsi uom di parola, due
garzoni dell’osteria s’impadronirono di lui, poi lo condussero nella
stanza assegnatagli, affinchè digerisse a tutto suo agio il vino bevuto.
Tutti allora si levarono da tavola, e la brigata si sciolse, il che
tornò a grande soddisfazione dell’ostiere, ma non altrettanto a quella
de’ convitati, i quali aveano poca voglia di rinunziare al buon vino,
che non costava danari, fintanto almeno che aveano forza di tenere in
mano il bicchiere. Ciò nonostante costretti a ritirarsi, partirono
finalmente, lasciando padroni del campo Tressiliano e l’albergatore.
«In fede mia, disse il secondo, non intendo qual diletto trovino i gran
signori nel dar feste e banchetti, e sostenere la parte d’ostieri senza
avere poi il vantaggio di presentare il conto a ciascuno dei convitati.
Fortunatamente, tal cosa mi accade di rado, e per san Giuliano, è
sempre contro mio genio. Vedete! tutti questi corpi senz’anima,
tutti questi fiaschi, che mio nipote, e i beoni suoi colleghi si
tracannarono, doveano portarmi un bel profitto, ed ecco in vece una
partita di scapito da portarsi ne’ miei registri. Assolutamente non mi
par possibile il divertirsi in mezzo al romore, allo schiamazzo, alle
querele e ai disordini che derivano dall’ubbriachezza, vedere atti,
udir propositi dissoluti, e bestemmie, ogni volta che in tutto questo
vi è perdita in vece di guadagno. Eppure quanti in questo bel trastullo
hanno dissipati ricchissimi patrimonii, senza curarsi del danno che
arrecavano agli ostieri. Perchè, chi diavolo vorrà venire a pagare il
conto all’_Orso nero_, quando possa sedersi _gratis_ alla tavola d’un
lord o d’un cavaliere?»
Il modo stesso di tale declamazione contro l’ubbriachezza diè a
divedere a Tressiliano, che il vino avea fatta qualche impressione sul
cervello, comunque agguerrito, del rispettabile ostiere. Lo straniero
che solo in quella brigata si era tenuto guardingo, volle adunque
profittare della loquacità che il vino suole infondere, per iscavare
dall’albergatore qualche miglior contezza intorno Tony Foster e la
donna, che il merciaio avea veduto nell’abitazione di costui. Ma le
indagini di Tressiliano non condussero per parte dell’ostiere che a
nuove insulse declamazioni contro l’astuzia femminile, nelle quali il
buon uomo chiamò in aiuto tutta la sapienza di Salomone per far valere
la propria. Finalmente Gosling trasportò la sua attenzione verso i
garzoni dell’osteria che stavano sparecchiando, diede loro diversi
ordini e taroccò. Poi volendo unire l’esempio ai precetti, ruppe un
piatto e una mezza dozzina di bicchieri nel mostrare ai famigli come si
faceva a dovere il servizio alle _Tre Cicogne_, taverna in quei giorni
la più rinomata di Londra. Il quale inconveniente lo richiamò sì bene
alla ragione, che salito in fretta nella propria stanza, si pose in
letto, ove dopo aver profondamente dormito, si svegliò tutt’altro uomo
nel dì successivo.
CAPITOLO III.
»È vano il vostro predicar. Vo’ piena
»Far la scommessa. Figlia fu del vino,
»Voi dite. Un cavalier tiene, il mattino,
»Quel che promise sbevazzando a cena.
_La tavola del giuoco._
«Che cosa è di vostro nipote, mio buon ostiere?, disse Tressiliano
nella mattina del successivo giorno, appena vide Giles Gosling
discendere nel salone, ove si era cenato la sera innanzi. Come sta
questo vostro nipote? Si mantien sempre fermo nella scommessa fatta?»
«Vi dirò. Dopo aver girato due ore per visitare tutte le tane de’ suoi
antichi colleghi, è rientrato adesso, ed ha fatta la sua colazione di
uova fresche e moscato. Ma quanto alla scommessa, mio buon signore, vi
consiglio da amico a non ve ne impicciare, come di nessun’altra cosa
che venisse in testa d’imprendere a Michele. Ora pensate piuttosto a
refocillare il vostro stomaco con un buon brodo caldo, e lasciate,
che mio nipote e Goldthred si sbarazzino dalla loro scommessa come
crederanno meglio.»
«Se volete essere sincero, mio caro albergatore, voi non sapete come
prenderla nel parlare di questo vostro nipote, che non potete nè
biasimare, nè lodare, senza qualche rimorso di coscienza.»
«È propriamente così, degnissimo signor Tressiliano. Certa affezione
di natura mi dice all’orecchio: Giles, Giles, perchè pregiudicare la
riputazione del figlio di tua sorella? perchè diffamare un nipote?
perchè bruttar da te stesso il tuo nido, disonorare il proprio
sangue? Ma viene poi da un’altra banda la giustizia e mi grida:
Guarda quest’ospite rispettabile, che non ne è più capitato un simile
all’_Orso nero_, un uomo il quale non ha mai avuto che dire sul conto:
lo dico alla vostra presenza sig. Tressiliano, e non è nemmeno perchè
abbiate avuto occasione di trovar da ridire.» Poi continuò a parlar
con se stesso. «Un viaggiatore, che a quanto può giudicarsi, non sa
per qual motivo sia venuto, nè quando partirà!... E voi che siete
albergatore, che da trent’anni pagate le vostre tasse in Cumnor,
presentemente primo costabile del borgo, permettereste che questa
fenice dei forestieri, degli uomini, e dei viaggiatori, cadesse nelle
reti d’un nipote sol conosciuto per uno sfaccendato, per un malvivente,
che vi sta unicamente colle carte e coi dadi, e dottore in tutti sette
i peccati mortali, se in queste facoltà si dessero le lauree, ed i
gradi? No dalla parte del cielo! Sia, che chiudiate gli occhi finchè
costui non tende le reti che per inviluppare un Goldthred! Ma quanto
al vostro ospite! Siete in obbligo d’avvertirlo, di armarlo de’ vostri
consigli, semprechè voglia ascoltarli. Voi suo fedele albergatore!....»
«Vi son grato, onest’uomo, nè dimenticherò i vostri suggerimenti,
ma in quanto spetta alla presente scommessa, debbo tenere la mia
parola, poichè mi sono tanto innoltrato. Onde vi prego piuttosto a
tale proposito volermi fornire qualche migliore contezza. Chi è questo
Foster? Qual mestiere fa egli? Perchè custodisce con tanto mistero una
donna?»
«In vero, mio signore, non posso aggiugnere fuorchè poche cose a
quelle che sapeste ieri. Egli fu un papista della regina Maria.
Adesso è un protestante della regina Elisabetta. Già vassallo
dell’Abbate di Abingdon, or è padrone di un bel possedimento che
apparteneva all’Abbazia. In fine, egli era povero. Si trova ricco al
dì d’oggi. Dicesi che nella vecchia casa abitata da costui si trovino
appartamenti sì ben forniti, da potervi alloggiare la nostra regina,
che Dio la protegga. Alcuni si danno a credere ch’egli abbia trovato
un tesoro nel verziere, altri che si sia venduto al diavolo per far
ricchezze. Molti poi sostengono aver egli rubata tutta l’argenteria
della casa abbaziale, che, al dir di questi, nei tempi della riforma
era stata nascosta nel palazzo di città. Comunque si stia la cosa,
ha fatto fortuna, e Dio, la sua coscienza, e probabilmente anche il
demonio sanno solamente il modo con cui l’abbia fatta. Il suo umore è
intrattabile, ed ha rotta ogni corrispondenza cogli abitanti del paese,
come chi ha qualche gran segreto da custodire, o pensandosi forse
impastato d’una creta diversa da quella onde lo siamo noi. Se Michele
persiste nel volere rinnovar conoscenza con lui vedo cosa infinitamente
probabile che attaccheranno briga fra loro, ed è perciò, ottimo sig.
Tressiliano, che vorrei distorvi dall’accompagnare in questa visita mio
nipote.»
Tressiliano lo accertò, che si sarebbe regolato colla massima
circospezione; onde non dovere egli, l’ostiere, prendersi a tal
proposito nessun affanno; ed aggiunse tutte quelle assicurazioni di cui
largheggiano sempre coloro che sono risoluti ad eseguire alcuna cosa
contro il suggerimento de’ loro amici.
Intanto aveva accettato l’invito dell’albergatore, e terminava di
far con lui colezione, che ottima l’avea loro fornita l’avvenente
Cicily, la bellezza del banco. In quel mentre capitò ivi l’eroe della
sera precedente, Michele Lambourne, che avea prima dato qualche
sollecitudine ad acconciarsi, e dismesso il vestito da viaggio, altro
ne avea preso foggiato all’ultima usanza, e mostrava non so quale
ricercatezza in tutto il suo esterno.
«Per bacco! diss’egli, mio caro zio, ci avete leggiadramente inaffiati
la scorsa notte; ma trovo altrettanto arida questa mattina, e ve lo
proverei volentieri col bicchiere alla mano. Oh! che vedo? Questa è
Cicily, la mia vezzosa cugina. Mi ricordo avervi lasciata in fasce,
e or vi trovo in corsaletto di velluto, e attillata quanto il possa
essere avvenente giovinetta che vive sotto il sole dell’Inghilterra.
Vedete in me un congiunto e un amico, amabilissima Cicily, ed
accostatevi perchè io vi stringa al seno e vi benedica.»
«Adagio, adagio; sig. nipote, (si frappose tosto Giles Gosling) non vi
date tante cure per riguardo a Cicily, e lasciatela attendere alle sue
faccende. Se vostra madre fu mia sorella, non ne viene di conseguenza
che voi dobbiate essere cugino di Cicily.»
«Oh bella! ma che? mio caro zio! M’avete preso per un cane di
miscredente, capace di dimenticare i riguardi che debbo alla mia
famiglia?»
«Io non dico nessuna di queste cose, ma le cautele non sono mai
cattive, e poi la penso così. Certamente alle dorature del tuo vestito
si direbbe che hai cambiato pelle, ma la cambiano anche i serpenti
in tempo di primavera, e tu non t’introdurrai nel mio Eden, perchè
farò io la guardia ad Eva. Siine certo, Michele. Mi pare un sogno. A
veder te in quell’aggiustamento, e paragonandoti col sig. Tressiliano,
si è tentato a credere che tu sei il gentiluomo, ed egli il nipote
dell’ostiere.»
«Questo equivoco, mio caro zio, nol può fare che la gente del vostro
villaggio, perchè non vede più in là. Sappiatelo, e poco monta se
v’è chi m’ascolti, nel vero gentiluomo si trovano certe qualità che
appartengono solo a lui, e che per quanto faccia, non arriva ad
acquistare chi non nacque in quella condizione. Non saprei dire da
che derivi. Ma certamente, benchè io sappia presentarmi con aria
franca in una taverna, chiamare, strapazzandoli, i famigli, bere con
disinvoltura, giurare senza riguardi, e buttare il mio danaro da una
finestra al pari di qualunque gentiluomo che porti sproni dorati, e
pennacchio bianco, il diavolo mi porti se son capace di farmi prendere
per un d’essi, benchè a ciò mi sia studiato le cento volte. Il padrone
dell’osteria mi mette sempre in fondo di tavola, mi serve per l’ultimo.
Se domando da bere, il garzone risponde: _ho capito_, senza mostrarmi
il minimo riguardo, o atto di rispetto. Ma che rileva? Non voglio
ammazzarmi per questo. Ho quant’aria nobile mi basta per far testa a
Tony Foster, e per oggi non mi bisogna meglio.»
«Siete adunque fermo nel divisamento di render visita a questo vostro
antico conoscente?» disse Tressiliano.
«Fermissimo, rispose l’uom di ventura. Fatta una scommessa, è dovere
il sostenerla sino alla fine; legge riconosciuta dall’universo. Ma
signore, se la mia memoria non m’inganna, perchè confesso che ieri sera
le diedi molta rugiada di vin di Canarie, voi dovete aver qualche parte
nei pericoli di tale impresa!»
«È giusto, rispose Tressiliano, io mi offersi, semprechè me ne aveste
conceduta la permissione, di accompagnarvi nel far questa visita, ed
ho già posta nelle mani del nostro degno albergatore metà della somma
equivalente alla scommessa.»
«Sì certo, disse Giles Gosling, ed in _nobili_ d’oro[5], che credo non
sieno mai stati adoperati i più belli nel pagare un conto. Io auguro
adunque ad entrambi il miglior successo possibile in questa impresa,
giacchè vi veggo risoluti a tale visita. Ma fate a mio modo, bevete
un’altra volta prima d’andarvene, perchè prevedo, che da Tony Foster
avrete un ricevimento alquanto secco. Ascoltatemi però. Se mai vi
trovaste in pericolo, invece di ricorrere all’armi, fatene avvertire
me, Giles Gosling, primo costabile di Cumnor; perchè comunque sia fiero
Tony, mi può bastar l’animo di metterlo al dovere.»
Michele, da obbediente nipote, fece la volontà dello zio col bere un
altro bicchier di vino, asserendo, che la sua mente non si trovava mai
tanto lesta, come dopo avere di buon mattino inumidito il gorgozzuolo;
indi partì insieme a Tressiliano per alla volta dell’abitazione di Tony.
Il villaggio di Cumnor è deliziosamente situato sopra d’una collina. In
mezzo ad un parco assai boscoso, trovavasi l’antico edifizio abitato
allora da Tony Foster, edifizio le cui rovine si vedono forse ancora
oggi giorno. Questo parco in allora riceveva ombra da smisurati alberi,
e soprattutto da antichissime querce, che le loro braccia gigantesche
stendevano fino al di sopra delle muraglie, da cui questa abitazione
andava ricinta; laonde quello spartato luogo presentava un non so che
di tetro e monastico. Vi si entrava per una porta di forma antica che
s’apriva in due battitoi, costrutta di fitto legno di rovere, e la
guernivano chiodi di grossa capocchia, onde l’avresti detta la porta
d’una città.
«Affè che non sarà sì facile il prendere la fortezza d’assalto (disse
il Lambourne, ponendo mente alla costruzione di questa porta), ogni
qualvolta l’umor sospettoso del nostro mariuolo gli desse fantasia di
negarcene l’ingresso; la qual cosa è possibilissima, se la sciocca
visita di quel mercante di carabattole gli ha messe pulci nel capo.
Ma no (soggiunse tosto accorgendosi che la porta cedeva al primo
impeto) vedete cosa di buon augurio, ed eccoci a quest’ora sul terreno
proibito, senz’aver trovato peggior ostacolo fuorchè l’inerzia d’una
pesante porta di rovere impernata sopra cardini rugginosi.»
Trovaronsi allora in un viale ombreggiato da grandi alberi, simili
a quelli di cui favelliamo. Altra volta lo fiancheggiavano, una per
banda, due file leggiadramente ordinate di tassi, e di allori spinosi.
Ma questi arbusti non rimondati dopo lunga serie di anni aveano fatta
una folta boscaglia d’alberi nani, i cui rami malinconici e neri
usurpavano terreno a quel viale che un giorno avevan protetto. Vi
crescea l’erba per ogni dove, e in due o tre luoghi si vedeano cataste
delle loro legna, fatte nell’istesso parco, e poste ivi a disseccarsi.
Lo stesso viale era attraversato da altri viali, ma parimente ingombri
di macchie, rovi, ed erbe cattive. Oltre a quel senso di molestia, che
ne invade con tanta forza al vedere le più nobili opere dell’industria
andare in scadimento per una sequela d’incurie, e le tracce della
vita sociale scomparire a gradi a gradi sotto la prevalenza di una
intemperante vegetazione, non più regolata dall’arte, l’immensa altezza
delle querce, e la foltezza di questi sottoposti alberi diffondeano
colà tal tetraggine anche allor quando il sole era più alto, che si
comunicava in proporzione agli animi di chiunque stavasi a contemplare
sì fatta scena. Lo stesso Lambourne non ne andò immune, benchè
d’ordinario lo commovessero le cose che urtavano di fronte le sue
passioni.
«Questo bosco è nero quanto la gola d’un lupo», disse Tressiliano,
innoltrandosi verso quel viale solitario, che parea la sede della
mestizia. Di lì vedeasi la facciata dell’edifizio, costrutto altra
volta dai frati. Centinate ne erano le finestre, e costrutte di
mattoni le muraglie, cui si rampicavano l’edere e l’altr’erbe vaghe di
tappezzar vecchie pareti. Sovrastavano alla fabbrica alti cammini.
«Per altro, dicea Michele, non so dar torto al Foster, se avendo
sposata la massima di non vedere nessuno, tiene la sua abitazione in
tale stato da non invogliar le persone ad entrarvi. Ben v’assicuro, che
s’egli fosse tuttavia il Foster da me conosciuto altra volta, da lungo
tempo queste roveri sarebbero ite a starsene in qualche legnaia, ed i
materiali della casa che vediamo avrebbero servito a fabbricarne altre,
intanto che il nostro galantuomo avrebbe sfoggiato il prezzo ritrattone
sopra un vecchio tappeto verde, in qualche tenebroso nascondiglio dei
dintorni di White Friars.»
«Era egli adunque tanto dissipatore?» soggiunse Tressiliano.
«Non si mostrava nè più nè meno di quel che sono gli uomini della
nostra fatta, nè santo, nè economo. Ma ciò che fortemente spiaceami in
esso era il vederlo avverso ad ogni comunanza di godimenti. Sospirava,
come suol dirsi, tutte le gocciole d’acqua, che non passavano pel suo
molino. — Tracannava sempre da solo tal quantità di vino, che vi giuro
non mi sarei preso assunto di finirla, nemmen col soccorso del beone
più accreditato della contea di Berk. Tal circostanza, aggiunta a ciò
ch’egli era per natura dedito alla superstizione, lo facea indegno di
stare in brigata co’ suoi colleghi. E vedete di fatto come si è sepolto
in una tana, che è quanto al giusto conviensi ad una volpe di tal
natura.»
«Ma poichè l’umore di questo che vi fu un giorno compagno si confà sì
poco col vostro, potrei chiedervi, sig. Lambourne, d’onde viene in voi
tanta vaghezza di rinnovellar con lui conoscenza?»
«E potrei io domandarvi a mia volta dond’è in voi la vaghezza
d’accompagnarmi in tal visita, sig. Tressiliano?»
«Non vel dissi? la parte che presi alla scommessa, la curiosità.....»
«Davvero! Ecco in qual modo, voi altri signori, usi a vantarvi di
urbanità e ragionevolezza, vi levate d’impaccio nel rispondere a noi,
che però sappiamo usar liberamente del nostro ingegno. Ma se alla
vostra prima inchiesta avessi dato per risposta, ch’io non aveva
altro motivo di visitare il mio antico collega Foster, se non se la
curiosità, oh! scommetto che l’avreste detta una scappatoia, un ingegno
del mio mestiere. Nonostante capisco bene, mi sarà d’uopo aver per
buona la risposta che mi avete data.»
«E perchè non potrebbe la semplice curiosità avermi indotto a far
questa camminata in vostra compagnia?»
«Servitevi, signore, servitevi; ma non credeste però di darmela ad
intendere. Ho vissuto assai lungo tempo in mezzo a quelli che sanno
sbarazzarsi in questo mondo, nè quindi è sì facile il darmi semola per
farina. Voi siete gentiluomo, così per nascita come per educazione, e
il vostro portamento stesso lo dà a divedere. Da questo si scorge pure
che godete buona riputazione, cosa di cui si fece anche mallevadore
mio zio. Or vi mettete in compagnia d’uno sfaccendato, tale almeno è
il titolo di cui mi si fa onore, e ciò per andar a trovare un altro
della stessa lega, a voi sconosciuto. Nè v’induce che sola curiosità!
Eh! via. Se questa ragione da voi addotta, venisse pesata in una giusta
bilancia, oh! per bacco, si troverebbe calante, e calante assai.»
«Quand’anche non v’ingannaste in tal raziocinio, dovreste considerare,
signor Lambourne, che non mi deste finora assai prove di confidenza
onde eccitarne, o meritarne altrettanta per parte mia.»
«Se dipende da ciò, i miei fini li vedete a fior d’acqua. Osservate
(e in ciò dire trasse di saccoccia la borsa, che gettò in aria, lesto
indi a raccoglierla colla mano, affinchè non toccasse terra)... Tanto
che durerà questa borsa non mi mancheranno passatempi di morbino,
ma, terminata che sia, mi farà d’uopo cercarne d’altro genere. Ora
se la misteriosa signora di questa casa, questa bella invisibile di
Tony _Brucia-cataste_ è un pezzo appetitoso, come la dipingono, non
è fuor del probabile ch’essa mi aiuti a convertire in soldi di rame
tutti questi _nobili_ d’oro. Ma se per altra parte è vera l’asserita
ricchezza di Tony, quanto è fuor di dubbio la costui ribalderia,
potrebbe anche accadere che queste due cose diventassero per me la
pietra filosofale, onde cambiar nuovamente i miei soldi di rame in
_nobili_ d’oro.»
«Non posso negarvi che questo doppio divisamento è immaginato assai
bene; ma non vedo troppo la via di mandarlo ad esecuzione.»
«Nè io vi dico che ciò debba succedere piuttosto oggi o domani. Perchè
non mi son già messo in mente di prendere nelle mie reti questo
vecchio praticone, prima d’avergli preparato quel vischio che sarà più
confacente a tal uopo. Ma conosco meglio sta mane le cose sue di quello
che le vedessi ier sera, e saprò ben io far valere il poco che so per
dargli a credere di saperne anche di più. Del rimanente, se non avessi
sperato o diletto o profitto nel tentare questa avventura, credete
pure, che non mi sarei cimentato, tanto più che non la vedo priva
affatto di rischio. Ora vi siamo, e convien andarne al termine.»
Nel dirsi queste cose, entrati erano in un gran verziere, che
circondava da due bande la casa, se però potea più dirsi verziere
un bosco d’alberi, che comunque da frutto, frutto non produceano
pressochè di sorte alcuna, tanto ne crebbero i rami parassiti; e tanto
l’industria umana gli avea abbandonati, che i tronchi loro andavano
tutti ricoperti di musco. Quelli di tali alberi che prima erano stati
piantati in ispalliera, avendo ripreso l’andamento primitivo del
crescer loro, presentavano tai forme, che confondeano in grottesca
guisa l’opera dell’arte e l’opera della natura. La maggior parte di
questo terreno dianzi foggiato in aiuole ornate di fiori, mostravasi
incolto, tranne pochi scompartimenti ove si faceano nascere legumi.
Alcune statue che aveano abbellito il giardino ne’ giorni del suo
splendore, vedeansi rovesciate dai loro piedistalli e messe in pezzi.
Nè in migliore stato trovavasi una conserva, pria serbata alle piante
più timorose del freddo, la cui fronte, adorna di bassi rilievi in
pietra, rappresentava la vita e le geste di Sansone.
Aveano già i due viandanti attraversato questo giardino della pigrizia,
e giunti erano pochi passi lontano dalla porta della casa, allorchè
il Lambourne terminava il suo discorso. La qual cosa fu di grande
soddisfazione per Tressiliano, poichè lo tolse dall’imbarazzo di
corrispondere con egual sincerità a quella che gli dimostrò il suo
compagno nel confidargli senza ritegno quai mire lo avessero tratto
in questo luogo. L’ardimentoso Lambourne diede alcune aspre picchiate
alla porta, non senza far osservare al suo collega, che avea visto
guernita di porte men sode più d’una prigione. Non fu se non se dopo
aver picchiato parecchie volte, allorchè un servo di figura sgradevole
si affacciò, per fare scoperta, a un buco quadro, tagliato nella porta
medesima, e munito di spranghe di ferro, poi chiese ai venuti che si
volessero.
«Parlar tosto per affari importantissimi di stato, al sig. Foster»
disse con sicuro tuono il Lambourne.
«Temo che incontrerete qualche difficoltà all’atto di provare il vostro
assunto» soggiunse Tressiliano con voce sommessa al compagno, nel tempo
che il servo portava al suo padrone questo messaggio.
«Che mi dite ora? (rispose l’altro). Niun soldato marcerebbe avanti,
se stesse prima a meditare in qual modo farà la sua ritirata. La prima
cosa è entrare. Indi tutte le cose si accomoderanno da sè.»
Non tardò il servo a tornare, e tratti i grossi catenacci che fermavano
quella porta, fece passare gli stranieri per una stretta in volta
d’onde trovaronsi in una corte quadrata, cinta d’ogn’intorno di
fabbriche. Poi aperta altra porta, che in fondo della corte stava
rimpetto alla prima d’ingresso, gl’introdusse in una sala lastricata
di pietre, e fornita di poche suppellettili, antiche e ridotte in
cattivo stato. Le finestre della medesima guardando soltanto nella
corte, l’altezza delle fabbriche non lasciava che i raggi del sole
penetrassero in quel luogo. Aggiungasi che ogni battitoio di finestra
essendo separato dall’altro col mezzo di scompartimenti di pietra, e
i vetri carichi di dipinture, che rappresentavano diversi fatti della
sacra storia, finestre di sì fatta costruzione, lunge dall’ammettere
la luce in proporzione di lor grandezza, produceano che quella tenue
ancora cui davano passaggio, fosse ingombra de’ colori tetri e
malinconici dipinti su i loro vetri.
Tressiliano e la sua guida ebbero tutto l’agio di contemplare tali
particolarità, perchè il padrone di casa si fece aspettar qualche
tempo. Comparve in fine, e benchè Tressiliano fosse preparato a vedere
una figura spiacente e schifosa, la costui laidezza oltrepassava
ancora tutto quanto immaginato egli aveva. Era il Foster uomo di
mezzana statura, nerboruto a quanto scorgeasi, ma di fattezze sì poco
diverse dalla difformità, che mettea nausea; alle quali grazie esterne
aggiugneasi ancora ch’egli era mancino. In quei tempi davasi per solito
molta cura all’acconciatura del capo. Ma i capelli di costui, anzichè
essere o ben lisciati, o ordinati in anella, o ritti sulle loro radici,
come se ne vedono i modelli in alcuni ritratti antichi, e come usano in
circa i nostri cicisbei nel mentre ch’io scrivo, cadeano sconciamente
fuori d’un fitto berrettone, intricati insieme, che parea non avessero
mai visto pettine, e coprendo a grado dell’aria la fronte ed il collo
del nostro uomo, la qual circostanza non faceva cattivo accompagnamento
ad un aspetto sì tristo. I suoi occhi neri, nè per vero dire privi di
vivacità, s’ascondeano sotto due foltissime sopracciglia, e per lo più
guardavano verso terra, quasi, vergognosi del cattivo animo che davano
a scorgere, volessero sottrarre la bruttezza di questo indizio ai
circostanti. Nelle poche volte però, che per la necessità di vedere in
volto gli altri, li sollevava, si leggeva in essi la forza di esprimere
ardentissime passioni, e l’altra ad un tempo di simularle a talento.
Tutti gli altri lineamenti erano irregolari, ma buttati là in modo
da far sì che chi avea veduta una volta quella sì ladra fisonomia,
non la dimenticasse più mai. E bastò a Tressiliano il trovarsi alla
presenza di costui per confessare a se medesimo essere questo Foster
l’ultimo fra gli uomini cui avesse dovuto fare una visita, che non era
certamente nè aspettata, nè desiderata da chi la riceveva.
Portava un giubbone con maniche di cuoio rosso, simile al vestito
usato allora dai contadini più facoltosi degli altri, ed un cinturino
parimente di cuoio, che sosteneva a mano diritta un pugnale, e a manca
una scimitarra. Alzò gli occhi nell’atto di entrare, misurando d’un
guardo rapido ed accorto le persone che il visitavano, poi gli abbassò,
come se avesse dovuto numerare i passi che dovea fare per arrivare
alla metà della sala; indi con voce bassa e contegnosa si fece a dire:
«Vogliate spiegarmi, o signori, il motivo di vostra venuta».
Parve che a Tressiliano principalmente fosse volta l’inchiesta, e
che da questo solo aspettasse il Foster risposta, tanto era giusta
l’osservazione del Lambourne, che la superiorità derivata da nascita e
da educazione si fa scorgere per traverso al più semplice vestimento.
Ma la risposta venne in vece da Michele, che prese nel darla i modi
famigliari d’uomo francheggiato da ricordanza d’antica amicizia, e che
punto non dubitasse della cordialità, con cui stava per essere accolto.
«Mio caro amico, primo compagno di mia giovinezza, dilettissimo Tony
Foster! (e così sclamando, lo prese quasi a costui malgrado per la
mano, dimenandola con sì bel garbo che gliene comunicava lo scotimento
a tutta la persona) come avete passata la vita vostra dopo tant’anni
che non ci vediamo? Ma che? avete forse dimenticato affatto l’amico, il
fedele compagno, Michele Lambourne?»
«Michele Lambourne! (replicò Foster levando sopra di lui gli occhi,
che poi immantinente abbassò; indi senza cerimonie sciolse da quella
dell’altro la propria mano); voi siete dunque Michele Lambourne?»
«Sicuramente, come voi Tony Foster.»
«E ciò pur sia (soggiunse Foster, aggrottando le ciglia). Qual cagione
può condurre in questo luogo Michele Lambourne?»
«_Voto a Dios_, sclamò Michele, io credea trovar qui migliore
accoglienza di quella che, se non m’inganno, s’avrebbe voglia di farmi.»
«E che? Mercanzia da forca, masserizia da galera, avventor del
carnefice! puoi tu pensarti di ricevere buona accoglienza da chiunque
non abbia sempre dinanzi gli occhi la spaventosa prospettiva di Tiburn?»
«Tutte queste cose possono esser vere, e voglio anche supporle tali.
Ma non toglierebbero mai ch’io non fossi la compagnia che si vuole a
Tony _Brucia-cataste_, benchè ora, non so troppo bene per qual merito o
titolo, si trovi egli padrone di Cumnor Place.»
«Ascoltatemi, Lambourne, come giuocatore dovreste conoscere il calcolo
delle probabilità. Calcolate quante ne stanno ora per voi che da questo
finestrone io vi getti nella fossa sottoposta.»
«C’è da scommettere venti contr’uno che non ne farete niente.»
«E perchè di grazia?» chiese Foster coi denti serrati, e colle labbra
convulse, com’uomo agitato da forte commozione interna.
«Perchè, se vi piace vivere (rispose senza punto scomporsi il
Lambourne), voi non ardirete toccarmi colla punta di un dito. Io sono
più giovane e più vigoroso di voi, e il demonio della guerra mi ha
infuso una doppia dose di coraggio, benchè io non sia invasato come
voi dal demonio dell’astuzia, e benchè non vi rassomigli nel sapermi
aprire strade sotterra per arrivare ai miei fini, e nel mettere, come
suol dirsi in teatro, il tossico nelle pietanze, e il capestro sotto il
guanciale di chi dorme.»
Foster alzò una volta gli occhi sopra di Michele, poi fece due giri
lungo la sala con passo fermo e tranquillo siccome quando v’entrò.
Indi volgendosi d’improvviso e stendendo a questo la mano, sì gli
disse: «Non conservare verun astio contro di me, buon Michele. Volli
sperimentare se avevi mantenuta quell’antica, e lodevole franchezza,
che gl’invidiosi e i maligni sogliono denominare sfrontatezza e
impudenza.»
«La chiamino come diavolo credono. È una qualità indispensabile per
chi ama viver nel mondo. Corpo di mille diavoli! Sappi Tony, che il
fardello di franchezza da me posseduto non era abbastanza considerabile
per la natura del mio commercio, onde ho cresciuto il mio carico
d’alcuni barili in tutti que’ porti ove ho toccato nel viaggio della
vita; anzi per far luogo a questi, ho gettato sopra bordo quel poco di
modestia e di scrupoli che mi rimanevano.»
«Via, via! replicò il Foster. Quanto alla modestia e agli scrupoli, vi
stavate già sulla zavorra nell’atto di salpare dall’Inghilterra. Ma chi
è il vostro compagno, onesto Michele? Sarebb’egli un uom di Corinto[6]?»
«Io vi presento, bravo Foster, il signor Tressiliano (così si affrettò
il Lambourne a rispondere all’interrogazione dell’amico). Imparate
a conoscerlo e a rispettarlo, perchè egli è un gentiluomo fornito
d’ammirabili prerogative; e comunque il suo traffico non sia, almeno
per quanto so, della natura del mio, egli onora ed ammira i prodi della
nostra confraternita. E spero col tempo ne farà parte, perchè è cosa
che non suol fallire. Presentemente non è che un neofito, un proselito,
il quale cerca la compagnia de’ grandi maestri, come coloro che
imparano ad armeggiare frequentano le sale di scherma per vedere come i
più abili sanno maneggiare il passetto.»
«Se i suoi pregi stanno in tale misura, onesto Michele, è d’uopo che
tu passi con me in un altro appartamento, poichè ho da dirti alcune
cose che non debbono andar più in là delle tue orecchie. Quanto a voi,
signore, vi prego aspettarne qui, e di non uscire da questo luogo,
perchè si trovano nella mia casa, persone, che la vista d’uno straniero
potrebbe conturbare.»
Tressiliano diede il suo assenso chinando il capo, e i due degni amici
lo lasciarono nella sala, ove rimase solo ad aspettare che ritornassero.
CAPITOLO IV.
È un cattivo impegno servir due
padroni. Ma questo malandrino
vorrebbe servire ad un tempo il Cielo
e l’Inferno, e mostrarsi riconoscente
al primo del salario che si fa pagare
dall’altro.
_Monologo tolto da antica commedia._
La sala entro cui Foster condusse il rispettabile collega era più vasta
assai di quella onde uscivano; e più dell’altra offeriva tracce di
sofferto smantellamento. Le pareti all’intorno sostenevano un edifizio
ad uso di biblioteca, costruito di rovere, e cogli scaffali dello
stesso legno. Dell’immensa raccolta di libri ch’essi contennero, ne
restava ancora una parte, ma tutti coperti di polvere, e laceri gli
uni, privi gli altri de’ lor fibbiagli d’argento, e messi in disordine
sulle scanzie, e siccome cose non meritevoli di veruna cura abbandonati
al primo che volea impadronirsene. L’edifizio istesso pareva aver
incontrato il disfavore dei saccheggiatori, che non contenti di
distruggere una maggior parte de’ volumi, fracassarono le nicchie ove
questi stavano, e ne tolsero molti scaffali, e tutte le cortine, delle
quali tenean vece in quel tempo le tele di ragno.
«Gli autori di queste opere, disse, dando un’occhiata intorno il
Lambourne, non s’immaginavano certamente in che mani sarebbero andate a
finire.»
«Nè tampoco l’uso cui verrebbero riserbate, soggiunse il Foster. La mia
cuciniera non si vale mai d’altro per pulire i candelieri, ed è con la
loro carta che il mio servo accende il fuoco ogni giorno.»
«Eh sì: ho veduto più d’una città, ove si avrebbero tuttavia in tanto
pregio da non valersene mai in questa guisa.»
«Lo credi tu? Dal primo all’ultimo non contengono che insulsaggini
scritte da altrettanti papisti. Ella era la biblioteca di quel vecchio
rimbambito dell’abbate di Abingdon. La diciannovesima parte di un
sermone, composto da un predicatore della nuova dottrina, val meglio
che tutto un carro di queste istorie pescate nel lezzo di Roma.»
«Che ascolto? Ed è il sig. Tony _Brucia-cataste_ che tiene simile
linguaggio?»
«Uditemi, Michele (disse austerissimamente il Foster, che lanciò
sull’altro uno sguardo d’indignazione), dimenticate questo soprannome,
e l’occasione che lo fece nascere, se non vi piace che la nostra
conoscenza, rinnovellata da poco in qua, muoia di morte improvvisa.»
«Almeno spiegatemi una cosa, che non posso comprendere; perchè vi
fu un tempo in cui vi davate vanto voi stesso di avere contribuito
all’arrostimento di due vecchi vescovi eretici.»
«Pur troppo, in que’ giorni mi gravarono i ceppi dell’iniquità, ed io
era ingolfato nel mare della perdizione. Ma ho cambiato avviso dopo una
chiamata che ebbi dal Signore per entrare nella sua casa. Il degnissimo
predicatore Melchisedec Maultext paragonò a tal proposito la mia
disgrazia a quella, cui soggiacque l’apostolo san Paolo, allor quando
tenne da conto i vestiti di coloro, che si affaccendavano a lapidar
santo Stefano. Egli impiegò tre successive domeniche a predicare su
questo argomento, e senza nominarlo, citava l’esempio d’uno de’ suoi
ragguardevoli uditori, ch’io sapeva essermi quel tale.»
«Basta, Foster, basta. Tai vostri discorsi mi fanno venire la pelle
d’oca, cosa che mi accade sempre, nè so il perchè, quando ascolto il
diavolo parlare di santa scrittura. Ma come avete potuto licenziare
l’antica vostra religione colla facilità che altri mette nel levarsi un
guanto? voi che non vi stavate mai un mese dall’andarvi a confessare,
benchè poi nell’uscire da quel tribunale di penitenza, non vi trovaste
men pronto a commettere la più enorme ribalderia che vi fosse venuta al
destro, pari in ciò ai ragazzi che per aver il bell’abito della festa
non si astengono all’uopo di avvoltolarsi in mezzo al pantano. E non
sentite nessun rimprovero dalla vostra coscienza?»
«Lascia in disparte la coscienza. È questa una cosa intorno la quale
non puoi ragionare, perchè non ne avesti mai in vita tua: ed entriamo
piuttosto in materia. Dimmi in poche parole, qual affare credi avere
con me, o quale speranza qui ti condusse?»
«Quale speranza? quella certamente di star meglio, dicea la vecchia
che si mettea lunga distesa sul ponte di Kingston. Osserva questa
borsa: è quanto mi rimane di una somma tanto rispettabile, che ciascun
galantuomo se la sarebbe augurata nelle sue tasche. Ti vedo ben
collocato, e a quanto sembra spalleggiato meglio, perchè si sa che
un gran signore ti ha preso a proteggere. Sì, Tony, si sa, perchè tu
non puoi sguizzare entro la rete, senza darti a conoscere di mezzo
ai buchi. Io poi ho pratica, che queste protezioni non si concedono
gratuitamente; e tu la cambi del certo con servigi che vai prestando.
Venni adunque per assisterti in questo mercato.»
«Ma io non ho bisogno del tuo aiuto, Michele! la tua modestia almeno
doveva farti ravvisare questo caso come possibile.»
«Vale a dire, che tu vuoi fare ogni cosa da solo, per non partire con
altri il salario. Ma bada bene. La troppa avidità nel voler mettere più
grano che non ne cape in un sacco, fa rompere il sacco e il grano va
alla malora. Poi osserva come si regola un accorto cacciatore. Prende
con sè un bracco a fine di non perdere l’orme del cervo, ma non lascia
a casa nè meno il cane da corsa, che è quanto vi vuole per raggiungere
la bestia selvaggia. Il tuo protettore, senz’altro, ha bisogno di due
persone, ed io posso essere all’uopo d’una di queste. Perchè è vero,
che possedi profonda sagacia, che corri in dirittura alla tua meta,
che la malignità della tua indole è ferma, instancabile oltre quanto a
tal proposito io possa vantarmi: ma in compenso ti supero in audacia,
in vivacità, in prontezza di eseguire, e in fertilità d’inventar
espedienti. Disgiunti l’uno dall’altro, manca a ciascun di noi qualche
cosa; uniti, chi vale a resisterci? Pondera bene quanto ti dico.
Dunque!... Faremo noi insieme la nostra caccia?»
«Questa tua proposta ha molto dello stravagante, o Michele, ed è un far
più che da cane da presa il venire sino in casa mia a morsicarmi la
polpa della gamba. Ma già, tu fosti sempre un cane mal educato.»
«Accetta la mia offerta, e non avrai motivo, di dir così. — Infine,
poi, fa come credi. Ma ti avverto, che se non mi vuoi soccorritore
nelle tue imprese, m’avrai instancabile nell’intralciarle; perchè
assolutamente ho bisogno di lavoro, e ne troverò adoperandomi o per te,
o contro di te.»
«Dunque poichè la tua cortesia è tanta, che mi lasci la scelta, ti
accetterò piuttosto amico, che nemico. — Di fatto non t’inganni. Posso
procurarti un protettore, che ha modi per giovare ad entrambi e ad un
centinaio d’altri; e per vero dire tu hai quanto abbisogna per fartigli
utile. Il servigio ch’egli chiede domanda ardimento e destrezza; e i
protocolli dei tribunali fanno testimonianza in tuo favore. Egli ha
d’uopo di gente che non si lasci arrestare dagli scrupoli; e nessuno
ti fa il torto di credere nemmeno che tu abbi coscienza. — Per tener
dietro a un cortigiano è necessaria la sapienza di non si dar a
conoscere; e la tua fronte è impenetrabile come se un elmo di pelle di
nibbio la ricoprisse. — Non vorrei in te altra riforma che in un certo
punto.»
«E qual è questo punto, mio buon Tony? Parla, e ti giuro pel guanciale
dei sette dormienti, che cercherò gradirti in tutto e per tutto.»
«Me ne dai adesso una bella pruova! Prima di tutto il modo de’ tuoi
discorsi non quadra ai tempi in cui siamo. Tu gl’infilzi sempre con
giuramenti che sanno di papismo. Poi il tuo portamento è troppo
dissoluto, troppo mondano per mostrarti in mezzo alla comitiva di un
gran signore, obbligato a mantenersi in una certa riputazione agli
occhi del Pubblico. Ti fa mestieri l’assumere un contegno più grave
e composto, portar vesti men licenziose, un collare senza pieghe e
ben inamidato, brache più strette, un cappello con più larghe ale,
non giurar mai che sulla tua fede e sulla tua coscienza, rinunziare a
quest’aria di spadaccino; in somma non toccar mai l’impugnatura della
tua sciabola che quando veramente è dovere di adoperarla.»
«Per la luce del giorno! tu sei divenuto pazzo. Questo ritratto che mi
fai, s’adatta a qualche famiglio d’una vecchia puritana, non mai ad
uom bravo che si dia al servigio d’un cortigiano ambizioso. Per ben
conformarmi al modello che mi dipingesti, non mi mancherebbe altro che
tener la bibbia in luogo di pugnale al mio centurino, nè conservare
in me altra apparenza di fortezza che quanta al più se ne pretende da
chi accompagna qualche orgogliosa devota alla predica, se talvolta
occorre farsele campione contro quegl’insolenti garzoni di bottega che
le vogliono disputare la parte del muro. Non è così, cred’io, che deve
mostrarsi il cortigiano d’un grande.»
«Tu non sai dunque, Lambourne, che da quando partisti dall’Inghilterra,
tutte le cose sono cambiate, e che tal uomo il quale in segreto corre
alla sua meta con passo risoluto, e che nulla potrebbe rattenere,
si studia poi in compagnia, di non prorompere mai in minacce, in
giuramenti, in detti profani.»
«Intendo. Si dee far commandita col diavolo, ma con patto di non
pronunziare mai il suo nome. Ebbene. Mi sforzerò piuttosto a
contraffarmi, che accattar brighe con questo nuovo mondo, che tu vuoi
divenuto sì puntiglioso. Come si chiama adunque questo signore, sotto
cui debbo far noviziato d’ipocrisia?»
«Ah! ah! signor Michele, egli è con questo bel garbo, che vi siete
accinto all’impresa di scoprire i fatti miei. E che sapete voi se
l’uomo che vi ho descritto si trovi in questo mondo, o che piuttosto io
non abbia voluto divertirmi a vostre spese?»
«Tu divertirti a mie spese! Povero gonzo! (disse senza intimidire il
Lambourne). Non sai tu, o testa sventata, che dietro al letamaio ove
credesti nasconderti a tutto il mondo, mi bastano ventiquattr’ore per
vedere tutte le cose tue chiaramente come a traverso all’osso di una
lanterna da scuderia?»
Finiva di dir ciò il Lambourne, quando un acuto grido interruppe questo
intertenimento.
«Per la santa croce d’Abingdon (sclamò il Foster, che preso da paura in
tale momento, dimenticava d’essersi fatto protestante). Io sono un uomo
rovinato, perduto.»
Dette le quali cose, corse nell’appartamento d’onde il grido era
uscito, e ove Michele lo accompagnò. Ma per ispiegare la cagione di
un tal contrattempo ne è d’uopo risalire all’istante d’allora che il
Foster condusse nella biblioteca il Lambourne.
Tressiliano nel rimaner solo, lasciò sovra coloro che uscivano,
un’occhiata di sprezzo, sprezzo di cui serbava parimente una gran
parte per se medesimo per essere disceso a mettersi, anche per poco,
in brigata con gente di tal natura. «Amy, donna crudele, diceva
egli fra se stesso, son questi compagni, che la tua ingiustizia,
la tua leggerezza, l’inconsiderata tua crudeltà m’hanno costretto
a cercarmi! Io non avvezzo a sperar soccorso che da amici degni di
me, i quali oggidì mi sprezzeranno altrettanto quanto io per amarti
mi sono degradato agli sguardi di me medesimo! Ma non quindi io
discontinuerò dal seguirti, o tu che fosti un giorno la meta del più
puro, del più tenero affetto. E benchè tu non possa omai essermi che
argomento di lagrime e di cordoglio, ti strapperò di mano all’autore
del tuo precipizio. Ti salverò da te medesima, ti restituirò ai tuoi
congiunti, al tuo Dio. Gli è vero che non vedrò più quel bell’astro
brillar sulla sfera da cui scese egli stesso! Ma almeno....» Tai
cose ragionava, allorchè un legger romore udito nell’appartamento lo
distolse dal meditare. E voltosi verso la porta laterale, gli occhi
suoi si scontrarono in una donna tanto leggiadra, quanto pomposamente
vestita, ch’ei ravvisò per quella di cui era in traccia. La prima
cosa ch’egli fece dopo tale scoperta fu nascondere il volto entro
il collare dell’abito, onde aspettar così il momento migliore per
darsi a conoscere. Ma la giovinetta (chè essa non contava oltre ai
diciott’anni) mandò a vôto questo divisamento; perchè, tutta brio, il
trasse per l’abito, e con gajezza gli disse:
«Oh! amico del mio cuore! Dopo esservi fatto aspettare sì lungo tempo,
avvisate forse di venire in una festa da maschere? Voi siete accusato
di tradimento al tribunal dell’amore. Dovete comparirmi innanzi, e
rispondere a viso scoperto. Udiamo che cosa sapete addurre in vostra
discolpa. Siete reo, o siete innocente?»
«Oimè! Amy....» disse Tressiliano con voce fioca e dolente, e in dir
ciò lasciò vedere il suo volto.
Il suono di questa voce, ed una presenza sì poco aspettata, posero
termine alla gioia onde la giovinetta era compresa. Diè un passo
addietro, fattasi pallida come la morte, e coprendosi il viso con
ambo le mani. Lo scotimento fu troppo grave per Tressiliano, sicchè
nel primo istante non gli lasciò forza ad articolare parola. Ma poi
ricordandosi la necessità di afferrare un momento che forse non si
sarebbe offerto altra volta, si disse, «Amy, non vi prenda timore
alcuno».
«E perchè dovrei temere? (rispose ella, togliendosi le mani dal volto,
che il rossore ingombrava) e di che temere? Sol mi fa stupore, sig.
Tressiliano, che vi presentiate in casa mia senza esservi nè invitato,
nè desiderato.»
«In casa vostra, Amy! rispose Tressiliano. È dunque un carcere il
vostro soggiorno? e un carcere custodito dal più infame fra gli uomini,
tranne quello che stipendia costui!»
«Sono in casa mia, vi ripeto, e questa abitazione mi appartiene
sintantochè mi piacerà soggiornarvi. Se mi diletta vivere in un ritiro,
chi è che abbia diritto di opporsi a questa mia inclinazione?»
«Vostro padre, o giovinetta; vostro padre tratto alla disperazione.
Egli è che m’ha ingiunto cercarvi per ogni dove, confidandomi
un’autorità, che gli è impossibile l’usare in persona. Leggete questa
lettera, ch’egli scrisse, mentre benediva i patimenti cui soggiace il
suo corpo, sol perchè gli facevano dimenticare per pochi istanti le
angosce del cuore.»
«I patimenti, cui soggiace il suo corpo! È dunque infermo mio padre?»
«Infermo tanto, che è incerto, se la vostra presenza, comunque vi
affrettiate, sarà valevole a restituirgli la salute. Un istante basta
agli apparecchi della partenza, se consentite seguirmi.»
«Tressiliano, non posso, non debbo, non oso abbandonar questa casa. —
Ma tornate da mio padre, ditegli che otterrò la permissione di vederlo
prima che 12 ore sieno trascorse. Accertatelo ch’io sto bene, ch’io
sono felice, o che almeno il sarei, se potessi crederlo felice al pari
di me. Ditegli che non tema di non vedermi, e di non vedermi in modo
da dimenticare tutti gli affanni che gli ho cagionati. — La povera Amy
si trova oggidì in un grado più sublime di quanto osi dir ella stessa.
— Andate, virtuoso Tressiliano. Fui colpevole d’ingiustizia verso di
voi; ma, credetelo, ho il potere di compensarvi per la ferita che vi
apportai. Vi ho negato un cuore che non era fatto pel vostro, ma saprò
in vece assicurarvi onori e fortune degne di voi.»
«E Amy può parlarmi in tal guisa? Meritai sì poca stima da voi che or
mi offeriate in compenso di rapita pace e tranquillità gli spregevoli
trastulli d’una frivola ambizione? Ma della prima ferita che faceste al
mio cuore non vi fo omai più rimprovero, nè qui sono che per giovarvi,
e rendervi la libertà. Sì, la libertà. Vorreste invano celarmelo. Vi
tengono qui prigioniera; perchè se fosse altrimenti, il vostro animo
ben fatto (tale fu almeno una volta) vi farebbe sospirare di essere
già a quest’ora al letto di vostro padre. Venite, figlia infelice, ed
ogni colpa sarà dimenticata, perdonata. — Quanto a me, non temete per
parte mia veruna importunità, veruna querela. Feci un sogno, ma già mi
sono svegliato. Bensì, pensate a vostro padre... Affrettatevi finchè
vive ancora. Venite: una soave parola, una lagrima di pentimento,
cancelleranno da lui la rimembranza di tutto il passato.»
«Non vi dissi già, Tressiliano, ch’era mio volere di condurmi ad
esso? nè metterò a questo soave dovere maggior indugio di quel che
m’è indispensabile per compierne altri parimente sacri. Ne chiamo in
testimonio questo giorno che mi rischiara. Io sarò da mio padre appena
ne avrò ottenuta la permissione.»
«Che ascolto? (rispose impazientendosi Tressiliano) V’ha d’uopo di
permissione per vedere un padre infermo, che giace forse sul letto
della morte? E a chi la chiederete voi, tal permissione? Forse allo
sciagurato, che sotto larva di amicizia, abusò di tutti i diritti della
ospitalità per involare alle paterne braccia una figlia?»
«Non parlate in tal guisa di lui, Tressiliano. L’uomo che ingiuriate
ora, porta una sciabola ben arrotata quanto la vostra, e fors’anche
meglio arrotata. Uomo vano! le azioni più gloriose che tu hai fatte in
tempo di guerra o di pace, cedono tanto al confronto di quelle che lo
illustrano, quanto il grado che tieni nel mondo è al di sotto della
sfera sulla quale egli campeggia. — Lasciami, compi il messaggio, di
cui t’incaricasti col padre mio. Desidero però che dovendomi far sapere
altre cose, egli scelga un messaggiere a me più gradevole.»
«Amy (rispose con tranquillità Tressiliano) questi oltraggi non hanno
forza di movermi a sdegno. Ditemi solamente una parola, che possa far
rilucere un raggio di consolazione all’animo del mio vecchio amico. —
Quest’alto grado di colui che vantate cotanto, lo dividete voi seco? Ha
egli il titolo e le prerogative d’uno sposo per decidere sulle vostre
azioni?»
«Basta così, sclamò ella. Voi vi prendete tal libertà, che non mi
conviene il sofferirla. Avrei rossore di rispondere ad interrogazioni
che offendono l’onor mio.»
«Col negar di rispondere, Amy, mi dite più di quel che vi chiedo.
Ma ascoltatemi, giovinetta infelice! Io vengo munito di tutta
l’autorità d’un padre, e quindi vi comando ubbidire. Saprò sottrarvi
alla schiavitù dell’obbrobrio e della colpa, anche a malgrado di voi
medesima.»
«Non mi minacciate una violenza, (sclamò la giovane, facendosi indietro
alcun passo, e intimorita dal tuono risoluto dell’altro) non mi
minacciate, Tressiliano. Ho modi di resistere alla forza.»
«Ma spererei non aveste vaghezza di prevalervene a difesa di una sì
trista causa. È impossibile, Amy, che liberamente e di pien vostro
grado acconsentiate a vivere nel disonore e nella schiavitù. O qualche
talismano vi rattiene, o voi siete il giuoco di perfidi artifizi,
o finalmente vi credete legata da giuramenti, che vi si fecero
pronunziare per forza. — Comunque sia, romperò io tutti gl’incanti con
poche parole: Amy, in nome di vostro padre, di vostro padre condotto
all’ultima disperazione, v’intimo seguirmi in questo medesimo istante.»
Dette le quali cose, le si avvicinò stendendo il braccio, come per
afferrarla, e fu allora che spaventata mandò il grido, onde giunsero in
quella sala il Lambourne e il Foster.
«Per satanasso! (esclamò entrando il secondo) che si fa qui?» Poi
volgendosi alla giovane, le disse in tuono, nè di comando tutto, nè
tutto di preghiera; «Signora, per qual combinazione vi trovate voi fuor
de’ vostri confini? Sarà bene vi ritiriate. È cosa, in cui può stare
la vita e la morte. — E voi, amico mio, chiunque vi siate, uscite di
questa casa. Partite subito prima che la punta del mio pugnale abbia
tempo di far conoscenza col vostro giustacuore. — Fuori la sciabola,
Michele, liberane da questo sciagurato.»
«No, sulla mia anima, disse il Lambourne. Egli è venuto qui in mia
compagnia, e per una conseguenza de’ miei principii, non ha nulla
da temere da me fintanto almeno che non ci torniamo a trovare. — Ma
però ascoltatemi (soggiunse volgendosi a Tressiliano), caro amico di
Cornovaglia, sparite, sfumatevi, levate il campo dalla parte di Dio....»
«Taci, ente spregevole, gli disse fieramente Tressiliano. Vi saluto,
o signora. Quel poco di spirito vitale, che rimane tuttavia al padre
vostro, non so se reggerà alla notizia di cui sto per essergli
apportatore.» Dopo queste parole si ritirò, in tanto che la giovinetta
gli dicea con fioca voce: «Tressiliano, non commettete imprudenze, e
guardatevi dal calunniarmi.»
«Quest’è una bella faccenda, disse Foster. Milady, ritiratevi, ve ne
prego nel vostro appartamento, e lasciateci meditare qual cosa torni
meglio in tal circostanza. — Presto, ritiratevi.»
«Signore, non vivo sotto i vostri comandi» ella rispose.
«È vero, milady; ma però è necessario...... scusate la mia libertà,
milady; ma.... viva Dio! non è momento da cerimonie, e fa d’uopo che
torniate nel vostro appartamento. — Michele, se ti sta a cuore....
tu mi capisci. — Va dietro a quello sfrontato manigoldo, e fallo
sloggiare. Intanto io persuaderò questa signora. — Presto, impugna la
sciabola, e segui l’orme di colui.»
«Lo seguirò, disse il Lambourne, e lo farò andar fuori delle nostre
frontiere, ma quanto ad alzar la mano contro un uomo, con cui ho vôtato
il bicchiere della mattina, nol farò mai. Opererei contro coscienza.»
Dette tali cose, partì.
Intanto Tressiliano, già uscito fuor della casa, prese quel primo
viale, che credè conducesse alla porta d’onde entrò; ma lo stato di
salvatichezza cui era ridotto il parco, le idee che tenevano agitato
il suo animo, la stessa premura di sottrarsi da un luogo ove non
era saggezza il rischiar nulla, gli fecero prendere un viale per un
altro. Quindi invece di trovarsi nel cammino che metteva al villaggio,
dopo molto aggirarsi, si vide dall’altra banda di quel possedimento,
rimpetto ad una porticella fatta nel muro, d’onde si andava ne’ campi.
Si fermò un istante; e poco per vero dire, gli rilevava da qual porta
sarebbe uscito, purchè abbandonasse un soggiorno che non gli offeriva
se non se amarissime ricordanze. Ma vi era probabilità che quella
porticella fosse chiusa, e gli negasse un varco da quella parte.
«Pur conviene farne la prova, pensò egli fra se medesimo. La sola via
di salvare questa infelice giovinetta, questa giovinetta sempre cara
al mio cuore, sta in ciò che il padre di lei faccia appellazione alle
leggi violate del nostro paese. È dunque mestieri partecipargli senza
indugio questa notizia, che oh! quanto deve trafiggergli l’anima.»
Così intertenendosi co’ suoi pensieri, si avvicinò alla porticella, e
mentre indagava se vi era modo d’aprirla, o se tornava meglio scalare
il muro, udì dalla parte esterna il romore d’una chiave introdotta
nella serratura. Tosto la porta si aprì, e mentre aggiravasi su i
suoi cardini, Tressiliano vide innanzi a sè un uomo involto in grande
ferrajuolo, coperto da un cappello tutto disteso cui soprastava un
pennacchio. Questi si fermò pochi passi distante da Tressiliano. E
fu un tempo medesimo, allorchè con esclamazione di risentimento e di
stupore pronunziarono, il nome di Tressiliano quegli che entrava, il
nome di Varney, l’altro che meditava l’uscita.
«Che fate voi qui? (domandò aspramente il nuovo giunto, dopo avere
lasciato trascorrere l’istante della prima sorpresa). Che fate voi qui,
in questo luogo, ove non siete, nè atteso, nè desiderato?»
«E che cosa vi fate voi? posso chiederlo egualmente, o Varney? (rispose
Tressiliano). Venite qui forse per trionfare dell’innocenza che
sagrificaste, siccome l’avoltoio od il corvo si pascono dell’agnello,
cui prima strapparono gli occhi? o veniste piuttosto a ricevere
dovuto castigo dalla mano d’un uomo d’onore? Sguaina quella sciabola,
scellerato, e difenditi.»
E già in ciò dire, Tressiliano avea snudata la sua; ma Varney non
fece per allora altra cosa che metter la mano sulla impugnatura della
propria. «Tu sei, gli disse, in errore, o Tressiliano, benchè le
apparenze, il confesso, stiano contro di me. Ti protesto, con tutti
que’ giuramenti che un sacerdote può suggerire, e che un uomo può fare,
non esservi alcuna cosa che Amy Robsart abbia diritto di rimproverarmi.
T’assicuro che mi spiacerebbe in tal circostanza sollevar la mano
contro di te. Tu però non ignori che mi so battere.»
«L’ho inteso dire, Varney, disse Tressiliano, pure in questo momento ne
bramo un miglior mallevadore che non la tua stessa parola.»
«L’avrai, rispose Varney, se questa lama, e quest’impugnatura non
mi tradiscono». E nel punto medesimo trasse con la mano destra la
sciabola, ed involgendo la manca nel suo mantello assalì Tressiliano
con tal impeto, che pareva dovesse stare per l’assalitore il vantaggio.
Ma questo vantaggio non gli durò lungo tempo, perchè ad un cuore arso
dalla sete della vendetta, aggiugnea Tressiliano un braccio avvezzo
a trattar l’armi, ed un occhio esperimentato a tutti gli stratagemmi
della scherma. Laonde Varney trovandosi a sua volta incalzato
d’appresso, risolvette di assalire da corpo a corpo il nemico, e fermo
in tale disegno, avventurò ad una stoccata di Tressiliano quella parte
del proprio corpo che il mantello copriva meglio; per cui prima che
l’altro avesse sbarazzata la propria arme, gli si gettò addosso, e
tenendogli vicinissima la punta, stava per trapassargli il petto.
Ma l’avversario, esperto ad ogni genere di guardia, trasse presto
coll’altra mano il pugnale, e colla lama di questo parò un colpo che
avrebbe posto fine alla pugna.
Nella qual difesa mostrò tal destrezza, per cui, se Giles Gosling fosse
stato presente, si sarebbe confermato nella credenza che esternò,
essere cioè Tressiliano nativo di Cornovaglia. Gli abitanti di questa
contrada posseggono tanta perizia nell’armeggiare, che se tornassero in
usanza i giuochi e le giostre dell’antichità, essi potrebbero disfidare
il rimanente d’Europa. Varney dopo il suo mal avvisato tentativo fu
rovesciato sì aspramente e sì all’impensata, che la sua sciabola andò
alcuni passi distante da lui, e prima di potersi rialzare, vide sul
proprio collo la punta dell’arme avversaria.
«Dammi tosto modo di salvare la vittima del tuo tradimento, gridò in
quell’atto Tressiliano, o preparati a congedarti dalla luce del giorno
che ti rischiara.»
Varney, troppo confuso, ed irritato per trovar parole a rispondergli,
fece un nuovo sforzo a fine di rialzarsi; ma il suo nemico, sollevando
la sciabola, stava per vibrargli il mortal colpo, allorchè si sentì
rattenere il braccio da un uomo che gli stava alle spalle. E nel
volgersi, vide Michele Lambourne condotto ivi dal fragore dell’armi, e
giunto in tempo di salvar la vita a Varney.
«Su via, compagno, disse a Tressiliano il Lambourne, sono già assai
queste faccende per una giornata. Rimettete nel fodero la vostra
squarcina, e partiamo. L’_Orso nero_ ci ulula da presso.»
«Ritirati, vile insetto! (sclamò Tressiliano, dimenando il braccio per
isciogliersi da costui). Ardisci tu metterti fra me e il mio nemico?»
«Oh! vile insetto tu!, rispose il Lambourne. Ma un ferro mi darà
ragione di questo oltraggio, dopochè un boccale di Canarie m’avrà
fatto dimenticare il bicchiere che bevemmo insieme questa mattina. Per
ora non facciamo scene. Alzate le gambe, andatevene, e sloggiate. Non
vedete che siamo due contra uno?»
E dicea vero; perchè Varney profittando dell’istante, raccolse la
propria sciabola, onde Tressiliano ben vide che sarebbe stata follia il
cimentarsi a tanto dispari combattimento. Cavò due _nobili_ d’oro dalla
sua borsa, e gettandoli al Lambourne: «Tieni, disse, uomo spregevole,
ecco il salario della tua mattinata. Non sarà mai detto che tu m’abbia
servito gratuitamente qual guida. Addio, Varney, noi ci troveremo in
qualch’altro luogo, ove non sia chi possa sottrarti alla mia vendetta.»
Dette le quali cose, uscì del parco per la porticella ch’era rimasta
aperta.
Varney non mostrò avere nessuna voglia di molestare la ritirata al
nemico; e forse nemmeno il potea, tanto lo stordì la sofferta caduta.
Aggrottò solamente le ciglia nel vederlo discomparire; indi voltosi al
Lambourne: «Brav’uomo, gli disse, sei tu un collega di Foster?»
«Suo amico giurato, quanto lo è dell’impugnatura la lama.»
«Tieni questa moneta d’oro, e segui quell’astuta volpe. Indagherai
in qual tana va a rannicchiarsi, poi torna qui a ragguagliarmene. Ma
soprattutto silenzio, e prudenza, se ti è cara la vita.»
«Basta così. V’accorgerete, che non isceglieste un cattivo bracco, e vi
darò contezza di tutte le cose.»
«Fa dunque presto,» disse Varney, rimettendo entro il fodero la sua
sciabola; poi voltando le spalle a Michele s’avviò verso la casa. Il
Lambourne non si fermò che un istante onde raccogliere i due _nobili_
gettatigli con sì poca cerimonia da Tressiliano, e li mise nella sua
borsa insieme all’oro venutogli dalla liberalità del Varney.
«Vedete!, dicea fra se stesso Lambourne, io parlava ieri sera di
Eldorado con quegl’imbecilli. Viva S. Antonio! Per un uomo della mia
fatta, qual più bell’Eldorado della vecchia Inghilterra? I _nobili_
d’oro vi piovono dal Cielo; e la terra ne è coperta, come se fossero
stille di rugiada: non vi vuole che l’incomodo di raccoglierle. Oh! se
di tale preziosa manna non tocca a me la mia parte, sto a patto che la
lama di questa sciabola si liquefaccia come la neve.»
CAPITOLO V.
Dell’ago pur, che la grand’Orsa addita
Ai naviganti, va fornito; e polo
Gli è cieco amor di se medesmo: i lini,
Ch’arte maestra dispiegò, fa gonfi
L’immonda piena degl’ingordi affetti.
_L’Ingannatore, Tragedia._
Il Foster stava adunque disputando colla giovane signora, che opponeva
soltanto disprezzo e sdegno alle preghiere reiterate da costui,
ond’ella entrasse nel proprio appartamento, allorchè un fischio si fece
udire alla porta della casa.
«Eccoci ad una bella stretta, disse egli; questo è, cred’io il segnale
di Milord che arriva. Qual cosa dirgli ora intorno all’accaduto? Il
malanno sta sempre alle calcagna di quel maledetto Lambourne. Pare non
sia scappato dalla forca che per portarmi disgrazia.»
«Datevi pace, sig. Foster, disse la giovane, e pensate solamente ad
aprire al vostro padrone.»
«Milord, amato milord, diss’ella correndo frettolosa verso la porta.
— Ah mio Dio! (sclamò indi in tuono fatto per additarne il dolore
di vedersi defraudata nelle sue speranze); non è altri che Riccardo
Varney.»
«Sì, o signora (disse Varney, salutandola rispettosamente; saluto
ch’ella gli restituì con un’aria mista d’indifferenza e di dispiacere),
sì, non è che Riccardo Varney. Ma non dispiace il mattino veder dalla
parte d’oriente una nube dorata; è questa la foriera del dio del
giorno.»
«Dunque verrà quest’oggi Milord?» soggiunse ella con una gioia, fra
mezzo a cui scorgeasi l’agitazione di quell’animo. La stessa inchiesta
fu ripetuta dal Foster. Varney rispose alla signora, ch’ella avrebbe
ricevuta la visita di Milord in quel giorno medesimo, e stava per
farle alcuni complimenti, quand’essa correndo verso la porta della
sala, cominciò a gridare a tutta voce: «Giannina, Giannina, venite nel
gabinetto della mia toletta.» Indi voltasi a Varney, gli richiese:
«Milord vi ha egli dato nessun ordine da comunicarmi?»
«Eccovi, o signora, una lettera, che egli v’invia, e con essa un pegno
del suo affetto verso la persona, che è sovrana del suo cuore.» In
ciò dire le consegnò parimente un plico accuratamente annodato da un
filo di scarlatto. Fattasi con vivacità a scioglierne il gruppo, non
vi riusciva. Onde si diede a gridare una seconda volta: «Giannina,
Giannina, una forbice, un coltello, tutto è buono, purch’io possa
sciogliere un tal gruppo, che tarda la mia felicità.»
«Questo strumento non potrebb’essere all’uopo, o signora?» disse il
Varney, presentandole un pugnaletto di prezioso lavoro, ch’ei portava
alla cintura entro fodero di marrocchino.
«No, mio signore (rispos’ella, in atto alquanto disdegnoso), l’acciaio
del vostro pugnale non troncherà il mio nodo d’amore.»
«Eh sì! ne ha troncato più d’uno di questi nodi» disse da se stesso il
Foster, lanciando un’occhiata significante al Varney.
In questo mentre il gruppo fu disfatto senz’altro soccorso che quello
delle agili dita di Giannina, fanciulla avvenente, figlia di Foster, la
quale avendo udito la voce della padrona, si era data tutta la premura
di accorrere. Una collana di perle orientali stavasi entro quel plico.
La giovane signora le rimise all’ancella, appena guardandole, e si
affrettò a leggere, o piuttosto a divorare il contenuto del profumato
biglietto, che accompagnava un tal dono.
«Certamente, o signora, disse Giannina (contemplando con grande
ammirazione questa collana) le fanciulle di Tiro non portavano di più
belle gemme[7]. E l’iscrizione: _Per adornare ciò ch’è al di sopra
d’ogni ornamento_. Oh! per verità! ognuna di queste perle vale uno
Stato.»
«E ogni parola di questa lettera vale l’intera collana, o mia
fanciulla. Ma passiamo nel gabinetto della nostra _toletta_, mia cara
amica, è d’uopo ch’io mi faccia bella. Milord arriva fra poco, e
desidera, signor Varney, che io vi usi buona accoglienza. Oh! i suoi
desiderii sono leggi per me. Questa sera siete invitato meco a cena nel
mio appartamento, e voi pure, signor Foster. Date gli ordini, affinchè
non si omettano i preparativi necessari a ricevere, come si conviene,
Milord.» Dette le quali cose, uscì dell’appartamento.
«Ella prende già i grandi modi, disse tosto il Varney, e ne ammette
come per favore al suo cospetto. Ha ragione. La prudenza c’insegna a
sperimentare anticipatamente la parte, che la fortuna può un giorno
assegnarne su questa terra. Bisogna che la giovane aquila impari a
guardare il sole prima di spiccare in maggior vicinanza di quest’astro
il suo volo.»
«Oh! se non si tratta, che di alzare la testa in alto, converrebbe
esser ben ciechi a non accorgersi che questo uccello non abbassa più
la sua cresta. È un falcone, vi giuro, che il mio fischio non verrà a
richiamare. Se udiste, sig. Varney, con qual aria di sprezzo ella mi
parla a quest’ora!»
«Colpa tua! sciocco, imbecille, privo di fantasia come d’accorgimento,
che fuor d’una brutale violenza non conosci altre vie di far fare una
persona a tuo modo. Perchè, a renderle più aggradevole l’interno di
questa casa, non adoperi la musica ed altri passatempi? E a toglierle
ogni vaghezza d’uscirne, perchè non farle qualche racconto di spiriti?
Il cimiterio tocca le muraglie del parco, e tu non hai nemmeno quanto
senno basta a trarne fuori l’ombra d’un morto per tener a dovere le
donne che soggiornano nella tua casa?»
«Non dite così, sig. Varney. Niun’anima vivente mi fa timore, ma non
voglio prendermi troppa dimestichezza coi morti miei confinanti.
V’assicuro che non vi vuole poco coraggio ad abitare in tanta vicinanza
di essi; e so che il degnissimo signor Holdforth, quegli che predica la
sera nella chiesa di sant’Antolina, ebbe una bella paura l’ultima volta
che venne a trovarmi.»
«Taci subito, stolto superstizioso, e piuttosto, giacchè sei entrato
nel proposito di coloro che ti vengono a far visita, dimmi, astuto
malandrino, come è stata ch’io abbia incontrato Tressiliano nel parco?»
«Tressiliano! Chi è questo Tressiliano? Io nol conosco nemmeno di nome.»
«Che mi racconti tu, o sciagurato? Ignori dunque, che Tressiliano è
quel certo cacciatore di Cornovaglia, cui il vecchio sir Ugo Robsart
avea destinato quel caro augelletto di Amy? Tutto rabbia d’esserselo
visto volar via, è venuto a tendergli reti fin qui. Conviene essere
bene attenti, perchè costui crede gli sia stato fatto affronto, e non
è uomo da berselo in santa pace. Per buona sorte egli non sospetta di
Milord, nè crede aver da fare che con me solo. Ma in nome del diavolo!
qual combinazione lo ha portato qui?»
«Ah! Sarà forse l’uomo venuto con Michele Lambourne.»
«E chi è poi questo Michele Lambourne? Per Dio! non ti manca che
mettere un’insegna alla tua porta e invitare tutti i vagabondi, perchè
entrino a vedere quelle cose che dovresti persino nascondere al sole e
all’aria.»
«Ecco in qual bel modo i cortigiani ringraziano pei servigi che
loro si prestano! Signor Riccardo Varney, non siete voi quello, che
m’incaricaste di trovarvi un uomo, bravo per adoperare la lama, e
d’una coscienza che non tema la ruggine? Non doveva io darmi attorno
per contentarvi? E la cosa non era tanto facile, perchè grazie al
cielo, non fo conversazione con questa razza di gente. Ma il Cielo
ha permesso, che questo ribaldo, il quale è, nè più nè meno, il
briccone che si conviene ai vostri fini, si presenti qui per rientrare
impudentemente nei diritti d’una conoscenza ch’ebbe meco in lontani
tempi. Gli ho menate buone le sue pretensioni sol per fare a voi cosa
accetta; e quindi mi sono abbassato fino ad intertenermi con lui. E
questa adesso è la vostra riconoscenza?»
«Ma se costui è un briccone che ti somiglia, ed al quale manca solo
la vernice dell’ipocrisia, che copre la superficie della tua anima,
simile a un dipresso ad un resto d’indoratura che sta sopra una vecchia
arme irrugginita, come sta poi, che il pio, l’amoroso Tressiliano, sia
venuto in sua compagnia?»
«Non ne so niente io. Ma vennero insieme. Sì dalla parte del cielo! E
se ho da dirvi la verità, questo Tressiliano, giacchè si chiama così,
ha avuto un momento di colloquio coll’amabile nostra prigioniera,
intanto che, tutto intento a servirvi, io discorrea con Lambourne nella
sala della biblioteca.»
«Oh! tristo senza cervello, che hai perduto te e me in un sol colpo!
In tempo che Milord non è qui, tu il sai, ella ha sospirato, e non una
volta sola, verso la casa paterna. Se a furia di sermoni Tressiliano
l’ha ridotta all’idea di tornarvi, noi non valiamo più una scorza di
fico.»
«Non temete, sig. Varney, i sermoni di costui non farebbero nulla.
Il solo aspetto di esso le fece mandar tal grido come se un aspide
l’avesse punta.»
«Tanto meglio, se così è. Ma dimmi, mio buon Foster, non potresti tu
esaminare tua figlia per sapere i discorsi accaduti fra essi?»
«Ve lo dico candidamente, sig. Varney, mia figlia non si frammetterà,
nè poco nè assai, nelle nostre faccende; non voglio che ella si scaldi
ad uno stesso fuoco con noi. Posso assistervi io, perchè mi riserbo
poi a far penitenza, ma non voglio mettere in pericolo l’anima di mia
figlia per servire le fantasie di Milord, o le vostre. Che cammini io
fra gli agguati e i precipizi, pazienza! sono armato di discernimento,
e saprò cavarmene a tempo; ma non voglio mettere in rischio il mio
povero sangue.»
«Stupido automa! Se nol vuoi tu, il voglio men io, che quella insulsa
di tua figlia sia iniziata nei nostri segreti, e a me niente rileva
ch’ella vada, o non vada a casa del diavolo sulle tracce del suo buon
padre. Dissi unicamente, che puoi sapere da lei qualche cosa.»
«Ah! tali indagini non ho mancato di farle a quest’ora, sig. Varney;
ella sa dalla padrona, che il padre di questa è ammalato.»
«Ammalato! Tale notizia è utile, nè mancherò di trarne partito. Ma
converrebbe liberare il paese da questo Tressiliano. Per simile impresa
non avrei avuto bisogno d’altro braccio, perchè odio costui come il
veleno, e la sua sola presenza mi fa l’effetto d’un bicchier di cicuta.
Anzi ho veduto un momento, che se andava bene egli avea terminato
d’esserci molesto. Ma sdrucciolai con un piede, in verità, se quel tuo
compagno non giugneva a tempo per trattenergli il braccio, a quest’ora
sarei in istato di giudicare se tu ed io ci siam posti nella strada
dell’Inferno o del Cielo.»
«Considero che parlate di un tal rischio con tanta disinvoltura! Non
si può negare che siete coraggioso, signor Varney. Per me, se non mi
tenesse in piedi la speranza di vivere ancor molti anni, e d’aver tempo
di lavorare alla grand’opera di mia salute col pentimento, non vi
seguirei nel cammino che andate correndo.»
«Tu vivrai quanto Matusalemme, o mio Foster; tu accumulerai più
ricchezze che non fece Salomone, e sia pur anco che tu divenga più
famoso per l’edificante tua penitenza di quanto il fosti per le tue
bricconerie, e non è dir poco. Ma per ora convien pensare a guardarsi
da Tressiliano. Intanto quella buona lana del tuo collega gli ha
tenuto dietro. Medita bene, che ogni negligenza a tale proposito può
compromettere la nostra fortuna.»
«Lo so, lo so, rispose Foster, con aria malinconica. Ecco, che cosa
vuol dire il collegarsi con un uomo, il quale non conosce nemmeno
abbastanza la santa Scrittura per sapere che vuol data la lor mercede
agli operai! Vedo che secondo il solito, non mi toccheranno se non se
le fatiche e i pericoli.»
«I pericoli! Ove sono questi grandi pericoli? Non è vero che il
malandrino viene a girare attorno al tuo parco e alla tua casa? Tu lo
prendi per un ladro. Nulla di più naturale. Adoperi contr’esso o il
ferro freddo del tuo pugnale, o il piombo scaldato dalla polvere. Anche
ciò è naturalissimo. Chi potrà darti torto? Perfino un bracco messo
alla catena ha ragione di morder coloro che si accostano troppo al suo
canile.»
«Ottimamente! e commettendomi fatiche da cane, mi pagate al giusto come
si pagano i cani. Voi, signor Varney, vi siete fatto una bella e buona
proprietà dell’Abbazia d’Abingdon, ed io non ho che il povero usufrutto
di questo piccolo dominio, usufrutto in oltre che durerà, quello che
durerà, perchè rivocabile a vostro buon grado.»
«Intendo benissimo. Tu vorresti che il tuo usufrutto si convertisse
in proprietà. Questo ancor può succedere, Tony, se però lo saprai
meritare. Ma non è ora di tener le mani alla cintola. Nè basta, per
mostrarti degno di quanto desideri, il prestare una stanza o due di
questo vecchio casamento ad uso d’uccelliera pel leggiadro animaletto
che Milord vi ha racchiuso; ed è ancor poca cosa il serrare le tue
porte e le tue finestre per impedirgli di volar via. Ricordati che
la rendita depurata di questo fondo è valutata 79 lire, 5 scellini,
e 5 _pence_ e mezzo, senza comprendervi le legna. Abbi coscienza
un istante, e concedimi che ci vogliono grandi servigi, ben arcani
servigi, e qualche cosa in somma più di quello che fai, per guadagnarti
tal ricompensa. Intanto manda il tuo servo a levarmi gli stivali, e
pensa a farmi dare da pranzo, ed un fiasco del tuo miglior vino; e dopo
con serena fronte, con lieto animo, e leggiadro come un Adone, tornerò
a vedere questo vezzoso augelletto.»
Si separarono in quell’istante, e si rividero solamente al mezzogiorno,
ora in cui era usanza di pranzare. Varney comparve vestito in leggiadro
aggiustamento adatto alla costumanza di que’ tempi, ed anche il Foster
avea data qualche cura ad allindarsi; cura però che non ebbe miglior
effetto del farne spiccar maggiormente la laidezza della persona.
Pure tal novità diede nell’occhio a Varney. Laonde terminata la mensa,
ed allorchè i servi si furono ritirati, questi disse, squadrando
l’altro dalla testa ai piedi. «Per bacco! Tony, come ti sei fatto
bello! Sembri un cardellino. Non ti manca ora che zuffolare una giga.
Ma no, no: quest’atto profano ti farebbe scacciare dalla congregazione
de’ zelanti beccai, de’ puri tessitori, e dei santi fornari d’Abingdon,
avvezzi a lasciar venir freddo il forno tanto che si scaldano le loro
teste.»
«Parlarvi il linguaggio della fede, signor Varney, sarebbe un far
ragione alla parabola, un gettare le perle agli animali immondi.
Adoprerò adunque con voi linguaggio adatto mondano, solo linguaggio che
chi ordina tutte le cose vi ha dato facoltà di comprendere, e da cui
imparaste a trar profitto non ordinario.»
«Dì pure quello che ti piacerà, onestissimo Tony, perchè sia che, senza
intenderti da te stesso, tu prenda per base de’ tuoi discorsi la fede,
o intendendoti ottimamente, ne faccia tu l’applicazione che torna
più comoda alle pratiche di tua vita, tali discorsi saranno sempre
opportunissimi a far sentir meglio il gusto di questo alicante. Le
ciance sono egregio stimolo ad assaporare il buon vino, al di sopra del
caviale, delle lingue salate, e di tutt’i cibi fatti per istuzzicare il
palato.»
«Ebbene dunque. Compiacetevi dirmi, signor Varney, se vi pare che
il Lord nostro padrone non sarebbe meglio servito, avendo la sua
anticamera guernita di gente onesta, timorata di Dio, e che non
pensasse ad altro, fuorchè ad eseguire gli ordini di chi comanda, ma
posatamente e senza strepito e senza scandalo; o se più gli torni
l’averla piena di tagliacantoni sullo stile d’un Tidesly, d’un
Killigrew, di quello scellerato del Lambourne, che m’avete dato il
disturbo di cercarvi, e di tant’altri bricconi, che portano il patibolo
nella fisonomia e il delitto nelle lor mani, spavento di tutta la gente
che ha voglia di far bene, e vera infamia della casa di Milord.»
«Voi dovete sapere, onestissimo Tony, che chi va a caccia così
d’uccellame come di quadrupedi, deve avere al proprio comando tanto
cani quanto falconi. La strada che Milord corre, è ingombra di molti
pericoli, e gli fa mestieri di gente d’ogni classe a lui affezionata,
e della quale possa fidarsi. In una sì estesa bisogna adunque
gli vogliono cortigiani, qual mi son io, capaci di fargli onore
nell’accompagnarlo alla Corte, abili per dar di mano alla sciabola per
ogni motto ch’altri pronunzi contro l’onor del Signore, e....»
«Pronti, continuò Foster, a dir per lui due parole all’orecchio di
bella donna, ogni volta ch’egli non se le può avvicinare.»
«Gli abbisognano parimente (seguitò Varney, senza far mostra
d’accorgersi di cotale interruzione) procuratori, che sappiano
fare all’uopo da minatori, e addottrinati ora nel dar tal forma ai
contratti, che vincolando gli altri, non mettano lui in angustia, ora
nell’agevolargli le migliori vie di vantaggiare su i concedimenti de’
fondi ecclesiastici e delle grazie: gli abbisognano farmacisti, periti
nell’apparecchiare un brodo o un cordiale: gli abbisognano spadaccini,
risoluti ad affrontare il diavolo se venisse loro all’incontro, e per
ultimo gli abbisognano, religiosissimo Foster, anime sante, innocenti,
puritane, come la tua, le quali valgano nel compiere le opere di
Satanasso, e nello sfidarne ad un tempo il potere.»
«Non v’intendereste già dire, signor Varney, che il nostro padrone,
l’uomo da me riguardato superiore a tutti i primati di questo regno
nella nobiltà dei pensamenti, ricorra per innalzarsi a pratiche della
natura di quelle che voi indicaste, e che non si possono mettere in
opera senza l’offesa di Dio?»
«Amico Foster, non prenderla con me in questo tuono, e guarda di non
fare abbaglio. Io non mi metto in tuo potere, come forse il tuo scarso
cervello te lo dà ad immaginare, se anche non mi prende dinanzi a te
il fastidio di palliare gli strumenti, le molle, le viti, le leve, i
rampiconi, di cui un grande non può far senza per sorger alto, e alto
mantenersi nei tempi scabrosi. Non dicevi tu testè, che il nostro buon
Lord supera tutti nella nobiltà dei pensamenti? Ebbene! Appunto perchè
non permette cose ignobili a se medesimo, fia tanto maggior bisogno
d’avere al suo salario uomini non tanto scrupolosi, ed i quali, non
ignorando, che se cadesse il padrone, verrebbero trascinati nella sua
rovina, sudino sangue e cimentino corpo ed anima per sostenerlo. Se ti
dissi ciò è perchè non m’importa che egli lo sappia.»
«Queste che voi pronunziate sono parole di vangelo, signor Varney.
Il capo di una fazione non è altro che una barca in mezzo al mare,
incapace di sollevarsi da se medesima se non la innalzano i flutti che
la sostengono.»
«Tu non sai che sciorinare metafore, o Tony, e il tuo abito di velluto
ti trasformò in un oracolo. Vedo, converrà che ti mandiamo ad Oxford
per assumervi i gradi di quella università. Ma finchè venga questo
momento, raccontami se impiegasti a dovere le somme che ti mandammo da
Londra. Hai tu fatto mettere all’ordine un appartamento che sia degno
di Milord?»
«Degno di Milord! sarebbe degno d’un re nel giorno delle sue nozze; e
la nostra giovane ospite è venuta in tal boria che nol potrebbe di più,
ve ne accerto, la regina di Saba.»
«Tanto meglio! mio buon Foster. Ben abbiam di bisogno ch’ella sia
contenta di noi. Da essa dipende la nostra sorte.»
«Se ciò è, vedo che fabbrichiamo sulla sabbia. Supponendo ch’ella
andando alla Corte partecipi al grado e all’autorità del marito, di
qual occhio volete riguardi me, che sono in tal qual modo il suo
carceriere, costretto a tenerla qui, le piaccia o non le piaccia,
come un bruco in un albero di spalliera, quand’ella non si augura che
d’essere una farfalla dorata, libera di spaziare a suo buon grado, e in
lungo ed in largo, per tutto un giardino?»
«Ti crucci, mal a proposito. Sarà mia cura il farle comprendere che
quanto operasti ebbe a solo fine il buon servigio di Milord e di
lei medesima. Lascia che abbandoni il guscio dell’uovo entro cui
sta racchiusa, e dirà ella stessa, che noi facemmo sbucciare la
magnificenza cui si vedrà sollevata.»
«Badate, sig. Varney; perchè in questa faccenda, potreste aver fatt’i
conti senza dell’oste. Ho veduto questa mattina che vi accolse con
molto gelo, nè credo che siate voi più di me il suo prediletto.»
«Tu t’inganni, Foster, è di gran lunga che tu t’inganni; ella tiene a
me per tutti que’ legami che la possono vincolare ad un uomo, la cui
mercè vide soddisfatti ad un tempo, il suo amore e la sua ambizione.
Chi se non io, ha sottratto all’umile sorte che le si presentava
l’ignorata Amy Robsart, figlia d’un vecchio rimbambito, d’un cavaliere
privo di ricchezze, la futura sposa d’un pazzo, d’un entusiasta, di
questo Edmondo Tressiliano? Chi se non io, fece brillare a’ suoi
occhi la prospettiva del più ridente destino, ch’uom possa augurarsi
nell’Inghilterra, e fors’anche in tutta l’Europa? Io, te l’ho pur detto
altre volte, condussi i primi intertenimenti misteriosi di questi
due amanti. Io vegliava attorno del bosco, intanto che Milord facea
la sua caccia. Io solo accompagnai Amy nella fuga, e su di me solo
ne rinversano la colpa i suoi congiunti; motivo onde se mi trovassi
ne’ loro dintorni, mi converrebbe portar tutt’altro che una camicia
di tela d’Olanda sulla mia pelle per non metterla in corrispondenza
coll’acciaio di Spagna. Chi portava le lettere dell’uno all’altro?
Chi teneva a bada Tressiliano ed il vecchio? Chi regolò tutti gli
apparecchi della fuga? Io soltanto. Io fui in somma che trassi questa
vezzosa pratellina dal campo ignoto in cui fioriva, per collocarla sul
cimiero più ragguardevole dell’Inghilterra.»
«Ottimamente, sig. Varney. Ma credete non s’accorga, che se dipendea
soltanto dai vostri consigli, il fiore sarebbe stato attaccato molto
debolmente al cimiero; e che il primo soffio del vento sempre variabile
della passione, avrebbe fatto cader per terra la povera pratellina?»
«Ella dee pur anche pensare (disse sorridendo Varney), che la fedeltà
da me dovuta a Milord dovea tenermi lontano dal consigliargli a prima
giunta un tal matrimonio; che però non mi stetti dal darne il parere,
allorchè m’avvidi che non potea renderla paga altra cosa fuorchè....
dirò il sacramento, o il contratto di nozze, Foster?[8]»
«Ma cova anche un altro rancore contro di voi, e ve lo dico perchè vi
mettiate in riguardo finchè siete in tempo. Non le va troppo a genio
questo nascondere il proprio splendere entro la lanterna d’un vecchio
monastero. Brillar alla corte col titolo di contessa, questo è quanto
ella desidera.»
«E non le do torto. La cosa è naturalissima. Ma che ha di comune tal
suo desiderio con me? Splenda essa dietro di un osso, o dietro d’un
cristallo, come piacerà meglio a Milord; in tutto questo io non entro
per nulla.»
«Ella pensa in vece che teniate il timone del navilio, e che stia in
voi il governarlo a vostro buon grado. In una parola dà tutta la colpa
della ritiratezza in cui vive ai consigli segreti, che suggerite a
Milord, e alla sollecitudine ch’io metto nell’adempire i vostri ordini,
onde ama entrambi all’incirca, come qualunque galantuomo ama il giudice
che lo condanna e l’altra persona che eseguisce la sentenza.»
«Eppure le sarà d’uopo amarci un po’ più, quando le piaccia uscire
di questo luogo. Se ho avute ragioni d’alto peso per consigliare,
che fosse qui custodita per qualche tempo, potrei anche averne altre
per dar pareri, che la traessero a brillare in tutto lo splendore
cui tanto sospira; ma colla carica che occupo presso la persona di
Milord, sarei ben pazzo a far ciò se costei mi fosse nemica. Tu devi,
o Foster, al primo destro che n’hai, farle ben capire una tal verità,
e a me poi lascia la cura di parlare in tuo favore, e metterti in buon
aspetto presso di lei. _Fa per me, e farò per te_, è adagio ricevuto
in tutto l’universo. È d’uopo ch’ella conosca i propri amici, ma
che calcoli ad un tempo il potere in cui sono di divenirle nemico.
Intanto falle guardia da presso, ma con tutto quel rispetto esterno,
che può sperarsi dalla tua indole grossolana. Però divengono ora una
providenza quest’aria rubesta, e questo umor burbero, di cui sei
provvisto a dovizia, e devi ringraziar Dio d’un tal dono, utile persino
agl’interessi di Milord; perchè quando è d’uopo venire ad atti di
severità, sembrano piuttosto effetti della tua natural buona grazia.
Ella ne incolpa questa sola, e non gli ordini segreti che hai ricevuti,
e così risparmia di sospettare di Milord. Ma zitto. Alcuno picchia alla
porta. Guarda alla finestra, e non permettere ch’entri nessuno. Non è
giorno questo in cui abbiamo d’uopo d’interrompimenti.»
«È Michele Lambourne, disse il Foster, dopo avere osservato chi fosse,
quel medesimo di cui vi ebbi discorso prima del pranzo.»
«Oh! entri, entri, disse il cortigiano. Ei ne apporterà sicuramente
notizie di Tressiliano, e a noi rileva troppo il sapere ogni andamento
di costui. Fallo entrare, ti dico; ma non condurlo qui. Io verrò poi a
trovarti nella biblioteca.»
Uscì il Foster, e il Varney colle braccia incrocicchiate sul petto,
e assorto in profondissima meditazione si lasciò di tempo in tempo
sfuggire alcune parole interrotte, che noi abbiamo raccozzate con
qualche maggior ordine per renderne più intelligibile il monologo ai
nostri leggitori.
«Non è cosa che troppo vera (egli disse, arrestandosi d’improvviso, ed
appoggiando la mano destra sulla tavola ove aveva pranzato). Questo
antico scellerato ha scorta nel midollo la natura de’ timori onde sono
compreso, nè mi trovò preparato a celarglieli. Costei non mi ama, e
piacesse al Cielo che nemmen io l’avessi amata giammai. Ben lo vedo.
Fui uno stolido a parlarle per me, quando ogni regola di prudenza
m’insegnava a non essere che il fedele interprete di Milord. Questo
momento fatale d’inconsideratezza mi ha posto a discrezione di Amy, e
un uomo savio non si commette mai ad una donna, che, valga quanto sa
valere, sarà sempre una copia della nostra madre comune Eva[9]. Dal
momento che la mia politica cadde in sì goffo strabocco, non posso
veder questa femmina, senza sentire in me una mescolanza di tema,
di odio e di tenerezza ch’io non so se, standone in me la scelta,
preferissi il perderla al piacere di possederla. Ma assolutamente non
mi torna ch’ella esca di qui, finch’io non sappia come aggiusteremo
le partite fra noi. L’interesse di Milord vuole che queste oscure
nozze rimangano occulte. Tal pure è l’interesse mio, perchè se Milord
cade, mi vedrò involto nella sua caduta. Per altra parte, sarei
grandemente stolto se le dessi braccio a salire sullo scanno suo di
parata, perchè sedutavi una volta, mi mettesse i piedi sul collo. È
d’uopo che l’amore, o la tema le parlino in mio favore. Chi sa s’io
non possa vendicarmi ancora nella più dolce guisa degli sprezzi ch’io
ne soffersi? Sarebbe questo il capolavoro di un cortigiano. Ma perciò
fa di mestieri.... sì ch’io possa venire ammesso alle confidenze di
quella mente, ch’ella mi sveli un segreto, non fosse che il disegno
di scoprire una nidata di fanelli, ed in allora... in allora, bella
contessa, voi siete in potere di Varney.»
Fece indi alcuni altri giri su e giù per la stanza, si versò una tazza
di vino, la bevve, quasi ne traesse speranza di calmare l’agitazione
in cui era il suo spirito. «Ora armiamci di fronte serena, e di cuore
impenetrabile.» Uscì di poi dell’appartamento, e andò a trovare il
Lambourne per ascoltarne il riferto, e munirlo di nuove istruzioni.
CAPITOLO VI.
»Su i prati, i campi e sulla zolla erbosa
»Spargeva sue rugiade
»La notte umida, ombrosa,
»E donna allor delle stellate strade,
»Da ogni veron dell’edifizio antico
»Ribatter fea la luna il raggio amico.
_Mickle._
Quattro sale che teneano il lato occidentale dell’antico edifizio detto
_Cumnor Place_ erano state adorne con tal magnificenza che superava
ogni descrizione; la qual cura di metterle in tanto splendore aveva
preceduto d’alcuni giorni il tempo cui si riferisce l’incominciamento
della nostra storia. E fu l’opera d’artefici mandati da Londra, che
cambiò in appartamento degno veramente d’un re quel pezzo di fabbrica,
parte dianzi più abbandonata e mal messa di quel vecchio convento. In
tutto ciò venne adoperato tanto mistero che non solamente fu impedito
agli operai l’uscire di quel luogo sintantochè non avessero compiuto
il lavoro, ma questi, e s’introdussero di notte tempo, e di notte
tempo partirono; nè si risparmiò cura onde nascondere alla curiosità
indiscreta di que’ contadini i cambiamenti che si operavano nella casa
di un lor confinante, già sì povero, or venuto in ricchezza. Senza
tali cautele eglino si sarebbero dati del certo ad indagar le cagioni
de’ cambiamenti medesimi. E si riuscì nel conservare il segreto quanto
bastò, onde le poche cose che traspirarono non diedero luogo se non se
a voci vaghe, le quali comunque passassero d’orecchio in orecchio, per
l’incertezza con cui si divulgarono, non ottennero molta considerazione
nè fede.
Nella sera che venne dopo il giorno di cui parliamo, questi
appartamenti, di nuovo, e sì pomposamente adorni, vennero illuminati
per la prima volta, e con tanta profusione, che lo splendore mandato
da essi sarebbesi scorto ad una lontananza di sei miglia all’intorno;
ma imposte di rovere ben chiuse da spranghe e da catenacci, e grandi
cortine, tutte di seta e di velluto, guernite con frange d’oro, non
permettevano al più sottile raggio di luce che si diffondesse al di
fuori.
Questa parte di edifizio era composta, come dicemmo, di quattro
principali sale, e ognuna di queste comunicava coll’altra. Vi si
giugneva per un grande scalone che metteva alla porta di un’anticamera,
simile per sua forma ad una galleria. L’Abbate avea spesse volte tenuto
capitolo in tale stanza, le cui pareti erano ora intarsiate di legname
peregrino d’un color bruno, tratto, diceasi, dall’Indie occidentali,
che avea ricevuto a Londra bellissima pulitura, e d’una durezza, che
ben molti de’ loro strumenti gli operai vi dovettero logorare. Il
colore oscuro del legno ottenea spicco dal chiarore mandato dalle
candele che stavano sopra ventole d’argento attaccate alle pareti, e
da sei grandi quadri, che erano lavoro de’ primi dipintori del secolo,
e fregiati di ricchissime cornici. Verso lo sfondo inferiore vedeasi
una tavola di legno massiccio, fatta per quelli che voleano ricrearsi
al giuoco del _Shovel-Board_[10], ch’era in grand’uso a quei giorni.
Vedeasi dall’altro lato una ringhiera per collocarvi i sonatori ed i
buffoni che venissero ivi chiamati per aggiugnere giocondità ad una
serata.
Da questa anticamera si passava alla sala della mensa. Era essa di
mezzana grandezza, ma tanto sfarzosa, che per dovizia d’ornati potea
far incanto all’occhio anche il più avvezzo a veder cose grandiose.
Le muraglie, poco prima ignude e nere di fumo, miravasi parate di
un velluto cilestro, ricamato d’argento; erano le sedie d’ebano,
riccamente scolto, e guernite di cuscini somiglianti alla tappezzeria
delle pareti. In vece di ventole d’argento, che sostenessero le
candele, come nell’anticamera, il luogo veniva rischiarato da
un’immensa lumiera, parimente d’argento. Il pavimento era coperto da un
tappeto di Spagna, su di cui i fiori e le frutta vedeansi rassembrati
con colori tanto naturali e brillanti, che si esitava a calcar col
piede un’opera così preziosa. La tavola, costrutta di vecchia quercia
d’Inghilterra, riceveva abbellimento dalla squisitezza dei panni di
lino che vi stavano sovrapposti; ed una grande credenza portatile,
da’ suoi aperti battitoi, mostrava scaffali carichi di vasellami di
porcellana e d’argento. Nel mezzo della tavola sorgeva una saliera
fabbricata in Italia, bellissimo lavoro d’argento, alto due piedi,
che rappresentava il gigante Briareo, le cui cento mani offerivano ai
convitati ogni spezie d’aromi, e tutto quanto potea aggiugnere grazia
al sapore delle vivande.
Di qui si andava alla grande sala, ornata di maestosa tappezzeria,
in cui rappresentavasi la caduta di Fetonte; chè in allora i telai
della Fiandra trattavano a preferenza argomenti classici. Fra gli
altri sedili se ne distingueva uno da parata, che sorgea d’un gradino
dal pavimento, e capace abbastanza perchè vi stessero sedute due
persone. Sovrastava a questo un baldacchino, che al pari de’ cuscini,
de’ paramenti, e fin del sottoposto tappeto era di velluto cremisino,
ricamato a semi di perle. Fregiavano la sommità di esso baldacchino due
corone, quali addiceansi al grado di Conte e di Contessa. Altri sedili
poi non vi si vedevano fuorchè sgabelli coperti parimente di velluto,
e cuscini ad uso moresco, ornati di rabeschi ricamati coll’ago.
Trovavansi nell’appartamento, e strumenti di musica, e telai da ricamo,
e altre cose onde in que’ tempi s’intertenevano le femmine distinte.
La principale illuminazione di questa sala veniva da quattro grandi
torce di cera vergine portate da altrettante statue che rappresentavano
cavalieri Mori armati. Sosteneano questi colla sinistra mano uno scudo
d’argento, che veniva ad essere collocato fra il petto del cavaliere e
la torcia, e lustrato con tant’arte, che ripercoteva i raggi al pari di
uno specchio di tersissimo cristallo.
La stanza del riposo, ultima di questo magnifico appartamento, era
decorata meno sfarzosamente, ma non con minore ricchezza delle altre.
Due lampade d’argento, colme d’olio profumato, vi spargevano d’ogni
intorno odor delizioso, e la luce lor tremebonda producea il gradevole
effetto di un sereno crepuscolo di sera. Sì fitto era il panno de’
tappeti che la pedata anche più grossolana non potea svegliare chi
stavasi a letto. Era questo letto di caluggine, e lo copriva una coltre
d’oro e di seta. Di tela batista le lenzuola, le coperte serbavano la
bianchezza degli agnelli, che fornirono a intesserle i loro velli.
Le cortine erano di velluto turchino, trapuntato di seta cremisina,
tagliate a festoni d’oro, e fregiate d’un ricamo che rappresentava gli
amori di Cupido e di Psiche. Trovavasi sulla _toletta_ un magnifico
specchio di Venezia, con cornice messa in filigrana d’argento, e a
canto d’esso vedeasi una bella coppa d’oro, serbata a contenere la
bevanda, ch’era allora costume di libare prima di mettersi al riposo.
Un pugnaletto, ed un paio di pistole, ornati d’oro, stavano presso al
capezzale del letto, armi che non si mancava di presentare agli ospiti
di riguardo, piuttosto, com’è da credere, per una formalità, che per
mettergli in sospetto di verun pericolo. Non dobbiamo qui tralasciare
una circostanza che caratterizza i costumi di que’ tempi. Trovavasi
nella grossezza delle muraglie un incavo, rischiarato da un cero,
entro cui erano due cuscini riquadrati, coperti della stessa stoffa
che le cortine del letto, e posti dinanzi ad un inginocchiatoio di
ebano, scolpito nella parte più alta. Fu questo luogo, altra volta,
l’oratorio dell’Abbate. N’era stato tolto in allora il Crocefisso, in
cui vece vennero posti due libri di preci, riccamente legati e guerniti
d’argento.
Il sol mormorio de’ venti che agitavano i rami delle querce del parco,
potea penetrare in questo asilo della quiete, tranquillo cotanto, che
il Dio del sonno lo avrebbe invidiato. Contigui alla stanza da letto
erano due gabinetti da _toletta_, non apparati con minor lusso delle
sale dianzi descritte. La parte di edifizio cui tenea l’ala meridionale
dava luogo alle cucine, agli ufici, e agli altri alloggiamenti
necessarii alla comitiva del ricco e nobile signore, per comando del
quale sì delizioso soggiorno fu apparecchiato.
La divinità che n’era lo scopo, ben meritava le spese fatte in esso, e
le fatiche adoperate nel condurlo a sì bel termine. Seduta nell’ultima
delle descritte stanze, stavasi contemplando tai delizie create
d’improvviso in suo onore, con occhio di compiacenza, e d’una vanità
che era naturale quanto innocente. Perchè la sola cagione del mistero
posto nel fornire sì ricco appartamento era il soggiorno che essa
faceva a Cumnor Place. Si ebbero le più accurate diligenze, affinchè
sino all’istante, or giunto per lei, di entrarne al possedimento, ella
ignorasse che si fabbricava in quella parte dell’antico edifizio, e che
non comparisse mai innanzi agli operai adoperati a tal fine. Pertanto
non essendo ella mai stata nel ridetto luogo, ed entrando questa sera
la prima volta in un appartamento cotanto diverso dal rimanente della
fabbrica, credè per un istante trovarsi in un palazzo incantato. E
vistasi in mezzo a tanta grandezza, si abbandonò a quella gioia vivace
e libera, che ognun pensa dover nascere in una giovinetta avvezza a
vivere nel ritiro della campagna, tratta d’improvviso ad uno splendore,
cui non avrebbe mai osato aspirare, comunque strani ne fossero stati
i desiderii; e fornita in oltre d’un cuore tenero e riconoscente, che
ben comprende essere sì cari incanti l’opera dell’amore, mago il più
possente di quanti se ne possano immaginare.
La contessa Amy, tal si era il grado, cui l’avevano sollevata
le sue nozze, segrete sì ma non mancanti di alcuna formalità,
coll’uomo maggiore per dignità e più possente di quanti vivessero
nell’Inghilterra, non potè starsi per qualche tempo dal correre d’una
stanza all’altra, nè mai era sazia di contemplare le cose ognor
nuove che le ferivano il guardo, tanto più lieta che nel trarne
motivo di apprezzar vie più il delicato gusto del Lord impadronitosi
dell’innocente suo cuore, vi leggeva le prove della tenerezza con cui
era amata.
«Quanto sono belle, sclamava, queste tappezzerie, e naturali queste
dipinture! Com’è ricco il lavoro di questi argenti! Non direbbesi
padrone di tutti i galeoni di Spagna colui che il fece eseguire? Ma
Giannina! (ripeteva ella sovente alla figlia del Foster, che la seguiva
con eguale curiosità, benchè più moderata nella sua gioia) come è più
delizioso di tutto ciò il pensare, che tante maraviglie vennero qui
attorno adunate per amor mio, e che ad una qualche ora di questa sera
potrò starmi col creatore di tal novello Paradiso, e ringraziarlo, ben
assai più che delle maraviglie contenute in esso, di quella tenerezza,
che sola ve le collocò!»
«Egli è il Signore, o Milady, rispose tosto la giovane Puritana, cui
dovete dar grazie d’avervi conceduto uno sposo sì tenero e che fa tante
cose per voi. Anch’io veramente mi sono studiata ad ornarvi quanto
meglio sapessi. Ma se non la finite di correre così da una stanza
all’altra, non terrà saldo una sola delle spille de’ vostri ricci, e
la mia opera scomparirà, come al primo raggio di sole si dileguano i
disegni, che la brina ha fatti su i vetri.»
«Hai ragione, Giannina,» disse la giovane e bella contessa, uscendo
dell’estasi in cui era assorta, e d’improvviso fermando il suo correre.
Poi postasi innanzi ad uno di quegli specchi, de’ quali non avea mai
veduto più grandi (nè forse i più belli si trovavano nell’appartamento
della Regina) tornò a ripetere: «Hai ragione, Giannina», indi si
abbandonò ad un moto di gioia, ben perdonabile alla sua età, in vedere
che quello specchio riflettea forme presentatesi ben di rado alla
lucida sua superficie. «Sembro piuttosto una venditrice di latte che
una contessa con queste guance rosse e riscaldate, e con queste brune
trecce che tu avevi aggiustate in tanta simmetria, e che ora vanno
qua e là, come i tralci d’una vite che non sia mai stata potata. Gli
ornamenti del collo non si reggono più, e mi scoprono il seno oltre
quanto la decenza permette. Vieni, Giannina, è d’uopo ch’io m’accostumi
alle molestie unite alla pompa. Entriamo nella gran sala, mia buona
giovane, tu ricomporrai questi capelli in sommossa, e imprigionerai
sotto la batista ed il pizzo questo mio seno che è troppo vivamente
agitato.»
Esse passarono adunque nella gran sala, ove la Contessa,
negligentemente appoggiandosi sui cuscini, ora si abbandonava alle
proprie meditazioni, ora udiva con diletto le ciance di questa giovane
sua seguace.
In tale atto ed espressione di fisonomia che tiene un grado di mezzo
fra la distrazione e l’impazienza di chi aspetta, credo che per
trovare lineamenti sì amabili e che significassero tanto, si sarebbero
corsi invano i mari e le terre. La ghirlanda di brillanti, posta
sopra capelli d’un bruno carico, splendea meno di quell’occhio nero
adombrato da un sopracciglio bruno, sì regolare che l’avresti detto
dipinto, e da lunghe ciglia dello stesso colore. Le corse fatte per
le stanze; il contento della vanità soddisfatta, l’ardente desio di
veder giungere il Conte, invermigliavano in deliziosa foggia quelle
guance, che d’ordinario peccavano alcun poco di pallidezza. Bianca ne
era la collana di perle quanto il latte, che, novello pegno dell’amor
dello sposo, ella già portava al seno. Ma era un nulla questo candore
a fronte di quel de’ suoi denti, che avrebbero fatto perder vezzo
alla pelle, se la speranza e il contento non le avessero impresse le
gradazioni del color della rosa.
«Ebbene, Giannina, queste tue dita sì affaccendate non hanno ancora
terminato il loro lavoro? chies’ella alla giovane ancella, che si dava
grande sollecitudine di riparare i guasti occorsi nell’acconciatura
della Contessa. Va bene, Giannina, va bene. Ora fa d’uopo ch’io veda
tuo padre prima che giunga Milord. Voglio anche vedere il signor
Riccardo Varney, che è in tanto favore presso il Conte. Eh! sì: non
dipenderebbe da me che il farglielo perdere col rivelare certe cose a
mio marito....»
«Oh! fate bene ad astenervene, mia buona padrona, disse subito
Giannina. Mettete questo Varney nelle mani del Signore, che sa punire
i cattivi, quando lo giudica a proposito. E poi se mi credete, non
entrate mai in disparere con Varney. Egli gode la confidenza del
padrone, e chiunque lo ha contrariato ne’ suoi divisamenti, rare volte
ha fatto fortuna.»
«E come sapete tai cose, mia Giannina? Perchè dovrei io avere tutti
questi riguardi con un uomo d’una condizione tanto inferiore, io che
sono la moglie del suo padrone?»
«Milady conosce meglio di me quello che ha da operare; ma ho udito
più volte dir da mio padre, ch’egli vorrebbe incontrarsi in un lupo
affamato, anzichè sconcertare a Riccardo Varney il minimo de’ suoi
divisamenti. Mi ha in oltre raccomandato di non fare alcuna lega con
essolui.»
«Tuo padre ti ha parlato da savio uomo, Giannina, e ti posso guarentire
che t’ha così consigliata per il tuo bene. È una sfortuna che i
lineamenti, e i modi di Foster non s’accordino colle sue intenzioni,
perchè potrebbero anche essere pure.»
«Oh! non ne dubitate, Milady, che le intenzioni di mio padre non sieno
rette. So che non è bello, ma non bisogna giudicare il cuor degli
uomini dalla figura.»
«Lo credo, mia buona fanciulla: e voglio crederlo, se non foss’altro,
per amore di te. La sua fisonomia però è tale che non si può guardarlo
senza provare un certo fremito. Io penso, che fin tua madre.... Non
hai anche finito, mia cara, di torcermi i capelli con questo ferro?...
Penso che tua madre tremasse sempre al suo aspetto.»
«Se la cosa fosse stata così, mia signora, mia madre avea tai parenti,
che avrebbero saputo sostenerla. Ma voi stessa, Milady, io vi ho veduto
divenir rossa e tremare, quando Varney vi pose fra le mani quella
lettera di Milord.»
«Voi vi prendete libertà più del dovere, o Giannina (disse la Contessa,
abbandonando il cuscino, su cui, appoggiato il capo alla spalla
dell’ancella, si stava seduta: poi riprendendo tosto il tuono di bontà
che le era famigliare) tu non sei pratica, le disse, che in certe
occasioni si può tremare senza essere preso da verun timore. Per tuo
padre, mi sforzerò d’avere di lui la migliore opinione possibile,
se non per altro perchè gli sei figlia, mia cara fanciulla. Oimè
(soggiunse di poi, e nel dire le seguenti cose, una nube di tristezza
le coperse la fronte, e i suoi occhi si fecero gonfi di lagrime), io
non posso non aprir l’orecchio agli accenti della pietà filiale, io
che ho un padre non consapevole del mio destino, io che or ora ho
saputo esser egli infermo e angoscioso sulla mia sorte! Ma lo rivedrò,
e la notizia della fortuna cui ascesi, lo farà tornar giovane. Io gli
restituirò la primiera gioia. — Ma intanto non è bene ch’io pianga (e
nello stesso tempo si rasciugava gli occhi). Milord non dee trovarmi
fredda alle bontà che mi usa; mal si starebbe ch’ei vedesse la sua
creatura in istato di tristezza, allorchè dopo sì lunga lontananza
viene ad allegrarne di sua presenza il ritiro. Componiamoci alla gioia,
diletta Giannina; la notte non è lontana; ed avremo presto Milord.
Chiamami tosto tuo padre, e Varney. Non ho nessun astio contro di loro,
e benchè e l’uno e l’altro m’abbiano dato motivi di non esser contenta,
sarà omai colpa d’essi soltanto, se mi costringessero a farne qualche
querela a Milord. Vanne, Giannina, dì loro che qui gli aspetto.»
La giovane Foster ubbidì alla sua padrona, e pochi minuti dopo, il
Varney si mostrò nella gran sala con tutta quella disinvoltura, grazia
e arditezza, di cui non è penuria in un cortigiano, che sappia ben
avvolgersi entro manto d’urbanità, per nascondere il proprio animo, e
disvelar meglio quello degli altri. Veniva dopo lui Tony Foster, la cui
fisonomia malaugurosa e triviale si faceva appunto più scorgere pel
goffo studio ch’egli metteva a non lasciar comprendere come vedesse di
mal occhio, e con vera inquietudine che quella femmina, sulla quale
avea fin allora usato d’autorità quasi dispotica, fosse adorna di tutti
gli apparati della grandezza, e vedesse d’ogn’intorno a sè sì luminosi
pegni dell’amor d’uno sposo. E fu una confessione del nudrito mal animo
la sinistra riverenza fattale da costui, non diversa da quella ch’è
solito praticare un reo giunto al cospetto del giudice, allorchè vuole
ad un tempo darsegli per colpevole ed implorarne pietà.
Il Varney, che per la sua prerogativa d’essere nobile, lo precedè
entrando nell’appartamento, avea già in un istante recapitolato nella
sua mente le cose da dirsi ad Amy, onde per tutti i riguardi potea
meglio del Foster esporle con garbo e franchezza.
Il saluto voltogli da Amy fu sì cortese da presagire a lui compiuta
indulgenza su gli antichi falli; ed alzatasi e mossagli incontro, gli
porse la mano così dicendogli: «Sig. Varney, voi mi portaste in questa
mattina tai notizie, la cui sorpresa tanto mi fu deliziosa, ch’io temo
perfino avermi dimenticato la raccomandazione fattami da Milord perchè
ben vi accogliessi. Vi offro la mia mano qual pegno di riconciliazione.»
«Non son degno di toccarla (rispose Varney, piegando a terra un
ginocchio) in altra guisa che come il suddito tocca talvolta quella
del suo sovrano.» E in ciò dire accostò alle proprie labbra quelle
belle dita snodate, cariche di brillanti, e d’altri sontuosi ricordi
dell’amore di Milord; indi alzatosi, con leggiadria fece alcun passo
per condur lei verso il sedile di parata.
«Scusatemi, sig. Varney, non mi sederò certamente in quel luogo, ammeno
che non sia lo stesse Milord a condurmivi. Non mi vedo finora che una
contessa in maschera, nè voglio attribuirmene le prerogative, prima di
essere a ciò autorizzata da lui, che ha il potere di conferirmele.»
«Io spero, Milady (cominciò allora Foster il suo discorso), che
nell’eseguire gli ordini datimi da Milord vostro marito, non avrò
incorso la vostra disgrazia. Col tenervi rinchiusa non feci, voi stessa
lo vedete, che adempire il mio obbligo verso chi è padrone mio, ed
anche di voi, perchè il Cielo, come lo dice la sacra Scrittura, diede
al marito autorità e supremazia sopra la moglie. Son queste, o poco
diverse da queste, le parole del testo.»
«Sig. Foster, la soave sorpresa ch’io provai entrando in questi
appartamenti fa le scuse della rigida severità, con cui me ne
allontanaste, ond’io non li vedessi che ornati in tanto splendida
foggia.»
«Certamente, Milady, e si sono spese in ciò ben molte _corone_;
ma poichè non conviene spenderne oltre i limiti di ciò che è
indispensabile a compir tutto a dovere, vado intanto ad attendere io
medesimo pei preparamenti che restano a farsi in questa casa; e finchè
arrivi il vostro sposo, vi lascio col sig. Varney, che a quanto penso,
dee dirvi alcune cose per parte del nobile lord. Giannina, vieni con
me.»
«No, sig. Foster, no. Giannina rimarrà meco. Basta si tenga
all’estremità della sala, finchè il sig. Varney avrà da dirmi per parte
di Milord cose, ch’ella non debba sapere.»
Il Foster si ritirò salutando losco la Contessa, e lasciando sugli
apparati della sala tal guardo, come di chi sospirasse le somme
prodigalizzate per convertire in palazzo asiatico un corpo di edifizio,
che avea sembianza d’un granaio in rovine. Partito lui, la sua figlia
prese il telaio da ricamo, e si pose in fondo dell’appartamento, vicino
alla porta della sala della mensa. Varney allora cercò con tutta umiltà
lo sgabello che gli parve il più basso, e vi si pose vicino ad Amy,
sedutasi un’altra volta sopra i cuscini; poi chinando gli occhi a
terra, rimase tacito per qualche tempo in tale positura.
«Io giudicava, sig. Varney (disse la Contessa, quando credè accorgersi
ch’ei non avea voglia di assumere la parola), che doveste parlarmi per
parte di Milord, o almeno così mi diedero a pensare le cose dette dal
Foster. Perciò feci allontanare l’ancella. Qualora mi sia ingannata,
la richiamerò presso di me. Ella non è per anche ben addestrata nel
ricamo, ed ha bisogno di qualche occhiata che regoli il suo lavoro.»
«Foster mi ha male inteso, o Milady, rispose Varney. Gli è bene del
nobile vostro sposo, del rispettabile mio protettore, che desidero
intertenervi; ma non per sua commissione.»
«Sia che mi parliate di Milord, sia per parte di Milord, o signore,
tale scopo d’intertenimento non può essermi che accetto. Ma
affrettatevi, perchè ad ogni istante egli può esser qui.»
«Vi parlerò adunque, signora, con egual brevità e franchezza, perchè
l’argomento ha d’uopo d’entrambe le cose. Voi vedeste Tressiliano in
quest’oggi?»
«Sì, o signore. Quali conclusioni ne deducete perciò?»
«Io! nessuna, Milady. Ma credete voi, che Milord accoglierà con eguale
tranquillità d’animo tal notizia?»
«Perchè no? A me sola portò molestia ed affanno la visita di
Tressiliano, perchè ne seppi la malattia di mio padre.»
«Di vostro padre, o signora? Convien dire che questa malattia sia stata
ben subitanea, perchè il messaggere, da me speditogli, per ordine di
Milord, trovò questo degno cavaliere, che montato sul suo palafreno, e
animando con giovial volto i suoi cani, si dilettava, com’ha costume,
alla caccia. Credo fermamente che Tressiliano abbia inventata questa
notizia. Nè vi è ignoto del certo quali sieno in esso i motivi di
disturbare le presenti vostre contentezze.»
«Voi gli fate un’ingiustizia, sig. Varney (ripigliò a dire con vivacità
la Contessa). Egli è l’uomo del mondo il più franco, il più veritiero,
il più leale. Ed eccetto l’ottimo sposo mio, non conosco altro che
nell’odiar la menzogna si possa paragonare a Tressiliano.»
«Perdonatemi, o Milady, io non ebbi intenzione di rendermi ingiusto
verso di Tressiliano, nè m’immaginai che vi sareste assunte con tanto
calore le sue difese. Ma si può in alcune circostanze mascherare
qualche poco, e ciò con fini onesti e legittimi, la verità. Ben
comprendete, che se questa si dovesse dire apertamente ogni volta e in
tutti i tempi, non si saprebbe come vivere in questo mondo.»
«Voi avete la coscienza d’un cortigiano, sig. Varney, e forse un
eccesso di sincerità non sarà mai quello che pregiudichi alle vostre
fortune nel mondo, tal quale esso è. Per rispetto a Tressiliano, è
altra cosa, e mi è forza rendergli giustizia, benchè io abbia avuti
molti torti verso di lui, e nessuno meglio di voi può saperlo. La
sua coscienza, credetelo, non fu fatta ad un medesimo stampo. Quel
mondo di cui parlate, non gli presenta vezzi bastanti a distoglierlo
dal cammino della verità e dell’onore, e se giungessi a vedere ch’ei
macchiasse questa sua riputazione, crederei ancora possibile, che un
animaletto nobile, com’è l’ermellino, andasse a metter cova comune col
gatto salvatico. Può darsi al più, che Tressiliano, il quale ignora e
le nozze da me contratte, e il nome del mio sposo, persuaso quindi di
avere saldissime ragioni per tormi di qui, abbia esagerato il cattivo
essere di mio padre; ed una tal persuasione è sì lusinghiera al mio
cuore, che amo creder vere le notizie da voi datemi a tale proposito.»
«Abbiatele indubitatamente per tali, o Milady. Non son qui agli occhi
vostri per vantarmi campione smodato di questa virtù, che nomasi
verità. Credo anzi che giovi talora il velarne un poco le forme, non
fosse tante volte che per amor di decenza. Ma voi portate troppo
svantaggiosa opinione d’un uomo, che il nobile vostro sposo onora del
titolo d’amico, allorchè lo credete capace di venire spontaneo e senza
necessità a spacciarvi una menzogna, che, trattandosi massimamente di
cosa tanto congiunta colla vostra felicità, verrebbe tosto scoperta.»
«So che Milord vi tiene in molto conto, sig. Varney, e che vi considera
siccome un nocchiero fedele, e perito nel veleggiare que’ mari, sui
quali ei si avventura con tanto ardimento e coraggio. Mentre però io
giustifico Tressiliano, non voglio lasciarvi credere ch’io pensi male
di voi. Ma sono un’abitatrice dei campi, lo sapete, ne ho tutta la
schiettezza, e preferisco la verità a qualunque complimento foggiato
anche nella miglior guisa. Forse cambiando ora di condizione, mi sarà
d’uopo modificare alquanto le mie consuetudini: non è egli vero?»
«Sì certo, o Milady (rispose sorridendo Varney), e benchè voi parliate
ora da scherzo, non fareste tanto male ad applicare seriamente al
presente vostro stato le cose da voi dette poc’anzi. Per esempio, una
dama di corte, supponetela pure la più nobile, la più virtuosa, la più
irreprensibile di quante circondano il trono della nostra regina....
Ah! una tal dama, se mi permettete farvene osservazione, si sarebbe
astenuta dal dire la verità, o da ciò ch’ella credea verità, per
tessere alla presenza di chi è servitore e confidente del suo sposo
l’elogio di un amante licenziato.»
«E perchè? (disse la Contessa, che il mal timore in udir tai propositi,
traeva ad arrossire), perchè non dovrei io rendere giustizia al merito
di Tressiliano innanzi ad un amico del mio sposo, e fosse pur anche
innanzi a questo sposo medesimo, e alla presenza, se ne venisse l’uopo,
di tutto il mondo?»
«Se ciò è dunque, Milady questa sera, senza nessuna difficoltà,
racconterà a Milord, che Tressiliano ha scoperto il luogo ov’ella sta
ritirata, luogo che abbiamo avuto tanta cura di tenere a tutti celato;
e gli racconterà inoltre, che ha avuto un intertenimento con questo
antico adoratore.»
«Certamente: sarà la prima cosa che mi farò a narrargli, e gli ripeterò
fino all’ultima sillaba, e tutto ciò che Tressiliano mi disse, e
tutto quello che gli risposi. Se nulla in tale rivelazione potesse
condurmi ad arrossire, sarebbe che i rimproveri fattimi da Tressiliano,
comunque men giusti di quanto ei sel credette, non erano affatto privi
di fondamento. Per questa parte mi sarà penoso l’imprendere un tal
racconto; ma non quindi io mi starò dal farlo.»
«Milady si regolerà come le sarà meglio avviso. Io direi nondimeno
nulla esservi che richieda una confessione così franca, e che meglio
vi tornerebbe, o signora, risparmiare a voi stessa questo principio
di rossore, questa pena che dite poter produrvi il racconto da voi
divisato: risparmiereste ad un tempo motivi d’angustiarsi a Milord, e
schivereste al sig. Tressiliano, il cui nome entrerebbe per qualche
cosa nel vostro racconto, que’ rischi, che ne sarebbero la probabile
conseguenza.»
«L’ammettere per probabile la conseguenza, che credete scorgere (disse
allora con fredda severità la Contessa), sarebbe un attribuire a Milord
sensi indegni di lui, ed a’ quali il suo nobile animo non ha dato
accesso giammai.»
«Nulla è più lontano dalle mie idee (disse Varney, che si fece
silenzioso per un istante, indi prese un tuono che imitava a maraviglia
quello di una verace franchezza, e che sembrava affatto nuovo in tal
uomo). Ebbene, o Milady: io vi farò toccar con mano che un cortigiano
ha coraggio di dire la verità quando è d’uopo salvar l’interesse delle
persone ch’egli rispetta ed onora; ed ha un tal coraggio senza pensare
alle conseguenze anche men favorevoli che gliene possano derivare.»
Tornò indi a tacere, quasi aspettando l’ordine, o almeno la permissione
di continuare il suo dire; ma vedendo che perciò la Contessa non
rompeva il silenzio, riprese ei la parola, abbassando la voce quasi per
una cautela. «Osservatevi d’attorno, o Milady. Vedete le barriere che
circondano questo ricinto; pensate al profondo mistero, con cui la più
preziosa gemma che l’Inghilterra possedè vien sottratta a qualunque
sguardo; per ultimo ponete mente al rigore, onde vi è limitato ogni
mover di passo, sicchè non ne siete padrona che a grado d’un uomo
intrattabile, dispettoso quanto lo è il Foster; meditate tutte queste
particolarità; e fatevi a giudicare qual ne possa essere la cagione.»
«Il genio di Milord, disse la Contessa. Il mio dovere m’insegna a non
cercare altra cagione.»
«Oh! il genio di Milord certamente: e questo genio deriva da un amore
degno della persona che lo ha saputo inspirare. Ma chi possede un
tesoro, e ne conosce il valore, in proporzione di tal conoscenza,
desidera con più ardore di porlo in salvo dalle altrui depredazioni.»
«Che vorreste dire con tutto ciò, signor Varney? Se non erro, i vostri
discorsi intendono a farmi credere che Milord è geloso. Ove ciò fosse,
conosco un potente rimedio contro la gelosia.»
«Davvero, Milady?»
«Oh! sì. Dirgli sempre la verità, aprirgli in ogni occasione il mio
animo, confidargli fedelmente i miei pensieri, come se questo specchio
li riflettesse, di modo che quando gli piacerà esaminare il mio cuore,
non lo troverà diverso da quello che è.»
«Non ho più nulla da dirvi, o Milady; e poichè non è in me ragione
veruna onde affannarmi per Tressiliano, che mi toglierebbe, potendolo,
di tutto buon grado la vita, mi rassegnerò a quanto avrà per accadergli
dopo che avrete, a norma del vostro disegno, svelato francamente a
Milord, ch’egli ebbe l’ardire di penetrare in questo luogo e parlarvi.
Ora si spetta a voi che conoscete il vostro sposo, indubitatamente
assai meglio di me, a giudicare s’egli è tale da sofferire impunito sì
fatto affronto?»
«Se veramente credessi, disse allor la Contessa, di farmi con questo
apportatrice di sciagure a Tressiliano, io che gliene ho cagionate
tante, potrei risolvermi al partito del silenzio. Ma a che gioverebbe
ciò, se già lo hanno veduto e Foster ed un’altra persona? No, no,
sig. Varney. Non me ne parlate più. Val meglio ch’io racconti tutto a
Milord, e saprò ben io trovare scuse alla follia di Tressiliano in modo
tale da rendergli piuttosto propenso che sfavorevole l’animo del mio
sposo.»
«La vostra accortezza, o Milady, è d’assai superiore alla mia. Per
altra parte, potete far la prova del ghiaccio prima di comprometter voi
stessa camminandovi sopra. Sul primo istante di nominar Tressiliano
alla presenza di Milord, ben v’accorgerete quale impressione produca
su di lui un tal nome. Quanto a Foster e a quel suo amico, essi non
conoscono Tressiliano nè di persona, nè di fama, e mi dà l’animo di
trovar loro una scusa ragionevole per giustificare la venuta d’un
incognito in questa casa.»
La Contessa meditò un momento: indi soggiunse: «Se è vero che Foster
ignori essere Tressiliano lo straniero ch’ei vide, confesso mi
spiacerebbe se colui sapesse una cosa che gli è affatto estranea. Si è
già arrogato anche oltre l’uopo autorità su di me, nè mi curo d’averlo
nè per giudice, nè per confidente de’ miei affari.»
«E qual diritto avrebbe di fatto questo sgraziato bifolco a saper cose
che riguardano voi, o Milady? Costui non conta nulla più del cane, che
sta alla catena nel cortile. Anzi, se assolutamente la sua presenza vi
dà disgusto, ho assai credito per farlo licenziare, e mettere in sua
vece un siniscalco meno indegno di gradirvi.»
«Basta così, sig. Varney. Se avrò di che querelarmi contra alcuno di
quelli che Milord mi ha posti vicino, saprò io stessa volgermi a lui.
Silenzio. Odo strepito di cavalli. È desso, è desso» sclamò alzandosi
trasportata dalla gioia.
«Non posso credere, ch’ei sia per anche giunto, disse Varney. Poi niuno
strepito può penetrare per traverso a queste finestre chiuse con tanta
attenzione.»
«Non mi trattenete, sig. Varney; le mie orecchie vagliono meglio che le
vostre. Son certa che è desso.»
«Però, Milady (sclamò Varney col tuono d’uomo agitato, e ponendosi
fra essa e la porta) spero che quanto vi dissi con mente di giovarvi,
e mosso da un umile sentimento di dovere, non verrà rivolto a mio
danno. Non vorrete, che gli avvisi d’un fedel servo contribuiscano a
rovinarlo. Vi supplico....»
«Vivete tranquillo; ma lasciate il lembo della mia veste. Voi osate
troppo nel volermi rattenere. Vivete tranquillo, vi ripeto. Non penso a
voi.»
Nel momento medesimo apertasi la porta della gran sala, entrò un uomo
maestoso al portamento, ed avvolto in ricco e lungo mantello di colore
che traeva allo scuro.
CAPITOLO VII.
La Corte è un mare, di cui il cortigiano
si crede il padrone. Diresti che
i venti, il flusso e il riflusso,
gli scogli e i turbini sono ai
suoi comandi, che a sua voglia le
navi giungono a salvamento o fanno
naufragio. Ma egli è uno di que’ falsi
arcobaleni che talvolta ci presentan le
nubi, e forse poco durevole al pari di
esse.
_Detti d’antica Commedia._
La lotta sostenuta dalla Contessa contro l’insistenza del Varney,
le avea inspirato nell’attimo sì fatto mal umore e tal confusione,
che le si leggean sulla fronte. Ma questa nube si dissipò per dar
luogo al comparirvi di purissima gioia, e d’ogni segno di tenera
affezione, allorchè gettatasi fra le braccia di quel diletto ospite,
e stringendolo al proprio seno, sclamò, tratta fuor di se stessa:
«Finalmente!.... finalmente!.... eccoti giunto.»
Varney, nell’atto istesso di vedere il Conte, rispettosamente si
ritirò, e Giannina volea ritirarsi del pari; ma fattole segno dalla
padrona di rimanere, si ridusse in fondo all’appartamento, stando
attenta se qualche ordine le venisse dato.
Intanto il Conte colmo d’accarezzamenti fattigli dalla sua sposa, li
contraccambiò con tenerezza non meno affettuosa; e soltanto mostrò di
resistere quand’ella si fece a levargli il mantello.
«Oh! (sclamò la medesima sorridendo) voi non vi nasconderete sotto
di esso più lungo tempo. È d’uopo ch’io veda se mi teneste la parola
datami, se venne a visitarmi il Conte, o un privato, siccome è stato
finora.»
«Tu non dismentisci l’esser di donna, o mia Amy (disse il Conte dandosi
per vinto in lotta cotanto soave). La seta, i pennacchi, le gemme, agli
occhi del vostro sesso hanno maggior pregio dell’uomo che ne va adorno.
Vi son molte lame, è vero, le quali traggono ogni valore dal ricco
fodero che le copre.»
«Cosa che mai non sarà detta di voi (rispose Amy, tanto che il mantello
cadutole a’ piedi le scoperse il conte fregiato di vesti, quali un
principe avrebbe credute assai sfarzose per presentarsi in esse alla
corte). Voi rassembrate l’acciaio di buona tempera, che sdegna gli
esterni ornamenti di cui è meritevole. Non vi deste a credere di essere
in queste pompose vesti meglio amato da Amy, che ella non vi amò sotto
il bruno pastrano ond’eravate coperto, quand’essa nella foresta di
Devon vi diede il suo cuore.»
«E tu pure (disse il Conte, conducendola con grazia congiunta a maestà
verso il sedile di parata, che entrambi gli aspettava) tu pure, o mio
amore, vesti un abito confacevole al tuo grado; e che nondimeno non
può aggiugnere alcuna cosa a’ tuoi vezzi. Che ti sembra del buon gusto
delle dame della nostra Corte?»
«Non so dirtene nulla in questo momento (diss’ella, portando l’occhio
ad un grande specchio che veniva ad essere rimpetto al Conte). Non
posso pensare a me finchè vedo le tue sembianze riflettute da quello
specchio. Sediti là (soggiunse avvicinandolo di più a quel sedile)
sediti là siccome un ente cui deve ognuno ammirazione ed onore.»
«Spero prenderai tu pure al mio fianco la sede che t’appartiene.»
«No, no: voglio starmi a’ tuoi piedi assisa su questo sgabello per
mirarti meglio in tutto il tuo splendore, e vedere la prima volta in
qual modo i principi vanno vestiti.»
Indi, mossa da una curiosità infantile che trovava scusa e nella sua
giovane età, e nella vita ritirata, cui fu avvezza, e che meglio le
si addicea, perchè inspirata da tenero amore di sposa, si fece ad
esaminare e ad ammirare dal capo ai piedi il vestire dell’uomo, che
formava il più bell’ornamento della corte di Elisabetta, di quella
corte copiosa egualmente di giudiziosi ministri, come di amabili
cortigiani. Tutto compreso d’affetto per l’avvenente sua sposa, il
Conte gioiva dello stupore ch’essa dava a divedere; onde i nobili
lineamenti di questo personaggio esprimevano passioni più soavi di
quelle che per solito venivano manifestate dall’altera sua fronte, e
da que’ neri occhi sfolgoreggianti e nunzii d’altissimo accorgimento.
Più d’una volta ei sorrise dell’amabile ingenuità onde Amy gli movea
interrogazioni su diverse parti del suo abbigliamento.
«Questa lista ricamata, come voi la nominate, che cinge il mio
ginocchio, gli diss’egli, è la giarrettiera d’Inghilterra, ornamento
del quale i re vanno superbi. Vedete? è questa la stella che le
appartiene. Questo è il diamante il _Giorgio_, gioiello dell’ordine. Vi
sarà noto, cred’io, che il re Eduardo e la contessa di Salisbury....»
«Oh! conosco tale istoria, soggiunse Amy, fattasi alquanto rossa, nè
ignoro già che un legaccio di donna si è convertito nel più nobile
emblema dell’Inglese cavalleria.»
«Venni fregiato di quest’ordine congiuntamente a tre ragguardevolissimi
cavalieri, che furono il duca di Norfolk, il marchese di Northampton,
e il conte Butlan. Di noi quattro io era in dignità il men sublime.
Ma che rileva? A chi brama raggiugnere la sommità d’una scala fa di
mestieri incominciare dal più basso gradino.»
«E questa collana di sì ricco lavoro, nel mezzo della quale sta sospeso
un ciondolo, simigliante ad una pecora quanto alle forme? un tale
emblema che cosa significa?»
«Esso è l’ordine del Toson d’oro, già instituito dalla casa di
Borgogna. Chiunque ne vada ornato, gode d’alte prerogative; onde il
medesimo re di Spagna, erede dei dominii e degli onori che appartennero
alla ridetta casa, non ha diritto a giudicare un cavaliere del Toson
d’oro, tutte le volte che mancano l’assenso e il concorso del gran
capitolo di un tal ordine.»
«Questo è dunque un ordine che appartiene al crudele re della Spagna!
Oh Dio!, Milord, non è forse per un Inglese far onta alla nobiltà del
proprio cuore, l’accostarsi solamente a sì fatto emblema? Ricordatevi i
tempi sfortunati della regina Maria, allora che quest’istesso Filippo
regnava con essa su l’Inghilterra, que’ tempi, in cui si apprestarono
orrendi roghi ai più ragguardevoli, ai migliori e più santi in
fra i prelati Anglicani. E voi, detto il campione della religione
Protestante, potete senza ribrezzo portar l’ordine di un tal sovrano,
qual è il re di Spagna, inimico mortale del culto che professiamo?»
«Tu non imparasti ancora, o mia vita, che noi cortigiani, ai quali è
d’uopo veder gonfie le nostre vele dall’aura favorevole della reggia,
non abbiamo l’arbitrio d’inalberar sempre lo stendardo che ne è più
caro, o di sottrarci a nostro grado alla necessità di veleggiare sotto
sgradita bandiera. Non mi ho per men Protestante, mel credi, perchè
spinto da riguardi politici ho accettato l’onore che il re di Spagna
mi compartì, decorandomi del primario ordine di sua cavalleria. Poi
quest’ordine, volendo considerare al giusto le cose, appartiene alla
Fiandra, e i d’Egmont, gli Orange, e molt’altri insigni personaggi
superbiscono nel vederlo oscillare sul cuor d’un Inglese.»
«Voi sapete quel che vi conviene, o Milord. E quest’altra collana,
questo bell’ornamento in cui vien terminata, da qual paese derivano?»
«Dal più misero di tutti. È questo l’ordine S. Andrea di Scozia,
tornato in vigore per volere del defunto re Giacomo. Ne fui presentato
allor quando credeasi, che la giovane vedova Maria regina di Scozia
avrebbe gratamente accettata la mano di un barone di nostra patria; ma
la corona di un libero barone, di un barone Inglese, è ben altra cosa
che nol sarebbe stata una corona nuziale, venuta soltanto dal capriccio
fantastico d’una femmina, che nacque a regnare sugli scogli e sulle
paludi del nostro Settentrione.»
La Contessa si fece taciturna, quasi dando a divedere, che questi
ultimi accenti del Conte le aveano destato nell’animo alcune sgradevoli
idee, e tal dispiacenza, e ciò che n’era cagione le crescea vezzo agli
occhi del suo sposo, che tosto ripigliò la parola.
«Ora, mio cuore, le vostre curiosità sono paghe. Voi vedeste il vostro
vassallo sotto l’abito più sfarzoso, che gli fosse dato l’assumere,
perchè le vesti di parata non si possono mettere che alla Corte, e in
giorni di gran cerimonia.»
«Ebbene, disse la Contessa, tu sai che un desiderio soddisfatto ne fa
nascere un altro.»
«E qual cosa puoi chiedermi, o delizia di quest’anima, ch’io non mi
trovi propenso a concederti?» le chiese il Conte, fissando le pupille
in tenera guisa sovr’essa.
«Io desiderava in questo ignorato ritiro vedere cinto da tutto il suo
splendore il mio sposo. Adesso, vorrei trovarmi in uno de’ suoi superbi
palagi, e vedercelo entrare in bruno pastrano, tal quale si mostrò
allor quando vinse il cuore dell’umile Amy Robsart.»
«Non è difficile il far paga tal nuova brama. Domani ripiglierò il
pastrano bruno.»
«Ma potrò poscia venire con voi in uno de’ vostri castelli, e saziarmi
in confrontare la magnificenza de’ luoghi ove soggiornate colla
semplicità delle vostre vesti?»
«Che ascolto, Amy? (disse il Conte, volgendo il guardo all’intorno),
non vi sembrano adunque decorati con bastante splendidezza questi
appartamenti? Io ordinai che fossero forniti in guisa degna di voi e
di me. Forse io poteva essere secondato anche meglio. Ma ditemi; quali
cambiamenti desiderate? È cosa di brevissimo tempo l’appagarvi.»
«Voi volete prendervi giuoco di me, o Milord. La magnificenza di questo
alloggiamento è al di sopra di tutto ciò che io possa e immaginarmi e
meritare. Ma e quando verrà per la vostra sposa il momento di vedersi
cinta da quello splendore, che non deriva, nè dal lavoro degli artefici
intesi ad adornarne le stanze, nè dai ricchi drappi o dalle gemme, di
cui piacque alla vostra generosità di fregiarla? da quello splendore
congiunto al grado ch’ella dee tenere fra le matrone Inglesi, siccome
sposa del più onorevole Conte di questo regno?»
«Verrà un tal giorno, Amy; sì, mia vita! un tal giorno arriverà
certamente, nè tu puoi desiderarlo con più ardore ch’io nol sospiri.
Oh! quanto mi sarà cosa soave l’abbandonare le cure dello Stato, gli
affanni, e le sollecitudini che non si dipartono mai da ambiziosi
pensieri, per vivere in ritiro onorato i miei giorni, non avendo veri
compagni od amici fuori di te! Ma diletta Amy! mi è impossibile per ora
il godere questa gioia tanto compiuta, e qualche intertenimento alla
sfuggita, questi momenti a me sì preziosi, son tutto quanto fin qui mi
è lecito tributare alla donna più amabile e più amata fra tutte l’altre
persone del suo sesso.»
«Ma perchè è impossibile? (disse la Contessa col tuono il più adatto
a persuadere). Perchè questa più perfetta unione, questa unione non
interrotta, che voi mi accertate essere il miglior vostro voto, che
tanto si accorda colle leggi del Cielo e degli uomini, perchè questa
unione non può sull’istante verificarsi? Ah! se voi la bramaste una
metà soltanto di quello che dite, qual motivo, qual persona potrebbe
mettere argine ai desiderii d’un uomo ricco di credito e di possanza
come lo siete?»
Qualche offuscamento apparve allora in sulle ciglia del Conte. «Amy,
le disse egli, voi ragionate sopra di cose che non potete comprendere.
Costretti una volta a vivere alla Corte, noi siamo siccome il
viaggiatore, cui tocchi inerpicarsi ad un monte di sabbia; nè quindi
osiamo arrestarci in cammino, innanzi di trovare qualche punta di
vivo sasso che ne offra una sicura fermata. Che se vogliamo prima del
tempo far pausa, ne succede cader travolti dal nostro peso medesimo,
e diveniamo scopo al pubblico riso. Io mi vedo, gli è vero, giunto a
meta ben alta, ma non per anco salda abbastanza, onde abbandonarmi alle
sole inclinazioni dell’animo mio. Il divulgare le nozze contratte con
voi, sarebbe un fabbricare la mia rovina. Ma credetelo, perverrò ad un
punto di sicurezza, e non ne è sì lontano l’istante. Allora adempirò
tutto quanto il dovere prescrive, così per riguardo di voi come di me
medesimo. Ma intanto, o mia cara, non vogliate intorbidare la pura
gioia di cui n’è dato godere ad entrambi, col formar desiderii che per
ora ci è impossibile l’appagare. Ditemi piuttosto, se nel luogo ove
siete, ogni cosa vada a seconda delle vostre brame. Come si conduce
Foster con voi? Voglio sperar vi usi tutto quel rispetto che vi è
dovuto. Guai per esso s’io potessi accorgermi del contrario!»
«Mi ricorda qualche volta con molto zelo la necessità del mistero
(sospirando la Contessa rispose); ma poichè questo è un ricordarmi
i vostri desiderii, mi trovo più propensa a sapergliene grado che a
biasimarlo.»
«Vi ho già spiegato i motivi, che rendono indispensabile una tale
necessità. Confesso che trovo in Foster molta rustichezza; ma Varney mi
si è fatto mallevadore della fedeltà, e dell’affezione ch’egli ha pei
nostri interessi. Se nondimeno avete per la menoma cosa a dolervi dei
modi che tiene nel prestarvi servigio, saprò punirnelo.»
«Oh! è impossibile ch’io me ne lagni, sintantochè non farà che adempire
con fedeltà i comandi venutigli da voi. Per altra parte, la figlia di
lui, Giannina, mi è un’ottima compagna in questa solitudine. Io l’amo
assai; e lo zelo del culto puritano che traspira da quanto fa e dice,
aggiugne vezzo alla sua ingenuità.»
«Me lo assicurate? una giovane che sa farvisi accetta non deve andar
priva di ricompensa. Accostatevi, Giannina.»
Giannina, la quale, come dicemmo, si era ritirata in qualche distanza
per lasciar più libero l’intertenimento de’ due sposi, si trasse
innanzi facendo una riverenza rispettosa; nè il Conte potè ristarsi
dal sorridere sul chiaroscuro che presentavano in lei la semplicità
delle vesti e il modesto contegno, e ad un tempo forme avvenenti, e due
occhi neri, la cui vivacità contrastava collo studio ch’ella facea di
comparir grave e posata.
«Debbo ringraziarvi, mia bella fanciulla, le diss’egli, poichè la
Contessa è soddisfatta de’ servigi che le prestate.» In ciò dire si
tolse dal dito un anello, che non potea non essere di valore, e nel
porgerlo a lei soggiunse. «Portatelo, siccome un pegno dell’affetto che
vi acquistaste presso l’uno e l’altra di noi.»
«Son molto contenta, o Milord (rispose Giannina con quell’aria sua di
santità) se il poco che ho potuto fare è stato accetto ad una signora,
cui nessuno può avvicinarsi senza desiderar di piacerle. Ma tutte noi,
che apparteniamo alla congregazione del rispettabile sig. Holdforth, ci
faremmo scrupolo, se simili alle giovani mondane, portassimo attorno
alle nostre dita oro, od altri ornamenti; nè tampoco possiamo fregiare
il collo di pietre preziose, come praticavano le fanciulle di Tiro e di
Sidone.»
«Ah! ah! voi tenete adunque alla grave confraternita dei _Precisiani_
e credo sincerissimamente che ne sia membro ancor vostro padre. Ciò fa
ch’io vi ami sempre più l’uno e l’altro. Non mi è ignoto che si prega
per me nelle vostre assemblee, e che mi siete affezionati. Poichè non
vi è permesso portare sì fatti ornamenti, non mi opporrò alle massime
che professate, e vedo poi ancora che potete far senza di questi,
perchè le vostre dita snodate, e quel collo bianco al pari dei gigli,
non ne hanno bisogno per ritrarne spicco maggiore. Accettate in vece
tal cosa, che nè Papista, nè Protestante, nè Puritano, nè Precisiano
hanno ricusata giammai.»
Nel medesimo tempo le pose fra le mani cinque monete d’oro che
portavano il conio di Filippo e della regina Maria.
«Non accetterei neanco quest’oro, rispose la _Precisiana_, se non fosse
in me la speranza di farne tal uso, che possa chiamare le benedizioni
del Cielo su di voi, di Milady, e di me.»
«Usatene poi a vostro grado, Giannina. A questo dovete pensar voi. Ma
intanto fateci apparecchiare la cena.»
«Ho detto ai sig. Varney e Foster di cenare con noi, o Milord (disse
la Contessa, mentre Giannina usciva per eseguire gli ordini dati dal
Conte), vi degnate approvarlo?»
«Approvo tutto quello che fate, o mia Amy, ed anzi mi è caro, che
abbiate conceduto questo contrassegno di distinzione a Varney, l’uomo
più affezionato ch’io m’abbia, e che può dirsi l’anima de’ miei
consigli segreti. Quanto a Foster, gl’incarichi che ora sostiene per
me, gli danno un diritto ad una prova di mia amorevolezza.»
«Presentemente, o Milord, ho... ho una grazia da chiedervi e... un
segreto da confidarvi» disse esitando la Contessa.
«Serbate queste cose per domani mattina, o mio amore, rispose il Conte.
Odo aprire la porta della sala della mensa. E poichè feci con grande
sollecitudine una lunghissima corsa, m’accorgo che non mi sarà inutile
una tazza di vino.»
E ciò dicendo condusse la moglie nel vicino appartamento, ove Varney e
Foster li ricevettero a furia d’inchini, nei quali il primo mettea la
leggiadria del cortigiano, l’altro la gravità _precisiana_. Il Conte
contraccambiò tali omaggi con quell’aria distratta che appartiene ad
uomo uso da lungo tempo a riceverne, la Contessa con que’ modi di
ceremoniale, che ben disvelavano non essersi ella per anco fatta agli
usi de’ grandi.
Il banchetto apparecchiato per quella brigata conformavasi alla
magnificenza degli appartamenti, entro di cui fu imbandito. Unicamente
non comparve alcun famiglio, e la sola Giannina servì i quattro
convitati. Nè per vero dire d’un maggior numero di servi era d’uopo
perchè la mensa andava sì abbondantemente fornita di quanto poteva
abbisognare a ciascuno, che le faccende della stessa Giannina non
furono assai rilevanti. Il Conte e la sua sposa si assisero alla
sommità della tavola, Varney e Foster al di qua della saliera, sede
serbata sempre alle persone di grado inferiore. Foster, preso da
soggezione per trovarsi in una compagnia cui sì poco era avvezzo, non
aperse bocca in tutto il durar della mensa. Varney, cui non mancavano
e finezza di sentire ed accorgimento, prese parte alla conversazione
quanto facea di mestieri, per non lasciarla languire, senza però
mostrar mai di voler prender l’arringo, laonde contribuì grandemente
ad intertenere il buon umore del Conte. Nè certamente niuno meglio di
Varney ottenne dalla natura tutte le qualità necessarie a sostenere la
parte, cui lo chiamò la sua vocazione. Si univano in lui e moderazione
e prudenza, e ad un tempo vivacità, spirito, ed immaginazione. E
perfino la Contessa, comunque per più d’un motivo non propensa
ad essergli amica, non potè ristarsi dal trovarne dilettevole la
compagnia, nè mai inclinò maggiormente ad unire il proprio suffragio
agli elogi, de’ quali largheggiava il Conte col suo favorito. Terminato
il banchetto, i due sposi si ritrassero nel loro appartamento, ed il
più profondo silenzio regnò nel castello per tutto il rimanente di
quella notte.
Alla domane di buon mattino, Varney compì presso il Conte gli ufici di
gran ciamberlano, e di primo scudiere, benchè d’ordinario il secondo
ufizio soltanto gli appartenesse nella casa di questo favorito della
Regina, il quale teneva appo sè gentiluomini, usciti di buone famiglie,
e ornati degli stessi gradi, che i primi nobili del regno assumevano
nella casa reale. Ne’ doveri di tutte le ridette cariche era bene
addottrinato il Varney, che disceso di famiglia antica sì, ma andata
affatto in rovina, fu paggio del Conte sin d’allor quando incominciò
questi a far la sua carriera. Statogli fedele ne’ momenti avversi,
seppe rendersi utile al medesimo, allorchè marciò a gran passi nel
cammino della fortuna. Per tal modo fondato il credito del Varney, e su
i servigi prestati, e su quelli che continuava a prestare, divenne tal
confidente, che quasi il padrone non ne potea più far di meno.
«Datemi un abito più semplice, Varney (disse il Conte mentre stava
per metter via la sua veste di camera ch’era di seta sparsa di fiori,
e foderata d’ermellino), poi prendete in custodia queste catene,» e
gli additò nel medesimo tempo i suoi diversi ordini che stavano sopra
di una tavola. «Il loro peso, ier sera, ebbe a rompermi il collo. Son
quasi deliberato di non me ne caricare più mai; non vedo in essi se non
se altrettanti ceppi, che inventò l’accorta malignità per incatenar la
stoltezza. Che ne dite, Varney?»
«Per verità, Milord, io penso che le catene d’oro non somigliano in
alcun modo alle altre catene, e le riguardo anzi più gradevoli in
proporzione del loro peso.»
«Eppure, te lo ripeto, o Varney, sono per metà risoluto ch’esse non
m’incatenino per più lungo tempo alla Corte. Qual cosa mi possono omai
fruttare novelli servigi? E qual favore mi rimane a sperare al di sopra
del grado e della fortuna, che non mi possono più sfuggire? D’ond’è
che cadde la testa del padre mio? Non da altro che dal non aver saputo
por limite ai propri desiderii. Tu il sai che io medesimo ho corso
gravi rischi; che più d’una volta mi sdrucciolò il piede sull’orlo del
precipizio. Sì: credo giunto l’istante di non avventurarmi più al mare,
e di sedermi finalmente con tranquillità sulla spiaggia.»
«E ivi raccogliere conchiglie in compagnia di Cupido» aggiunse Varney.
«Che v’intendete con ciò, Varney?» disse il Conte con tutta la vivacità
mossa da un tale scherzo.
«Non prendete collera col vostro servo, o Milord. Se la compagnia di
una sposa ricca di sì rari pregi, è cagione che per più liberamente
bearvi in essi, vogliate rinunziare a quanto finora fu prima meta de’
vostri desiderii, è vero che ne potranno andar danneggiati alcuni
poveri gentiluomini, or lieti di starsi al vostro servigio; ma ciò non
potrebbe essere applicato a Riccardo Varney. Egli, la mercè vostra,
avrà sempre modo di mantenersi degno del distinto grado che gli
concedeste nella vostra casa.»
«Nondimeno, il tuono de’ vostri ultimi detti, non mostrò che foste
contento nell’udire il mio divisamento di abbandonare un giuoco
ruinoso, il quale però potrebbe, un dì o l’altro, perderne entrambi.»
«Io, Milord! Per me non ho alcun motivo di trovare molesto un ritiro,
in cui dovrei soggiornare presso di voi. Non sarebbe, ad ogni evento,
Riccardo Varney che cadesse in disfavore di Sua Maestà, non egli che
divenisse la favola della Corte, allorchè il più sublime edifizio che
mai sia stato fondato sul favore d’un principe, rovinasse da cima a
fondo, come uno di que’ castelli di carte da giuoco che i fanciulli
sogliono fabbricare. Bramerei solamente, o Milord, che prima di
prendere una risoluzione, dopo la quale non potreste tornare addietro,
consultaste maturamente gl’interessi della vostra felicità e della
vostra fama.»
Tai cose furon dette da Varney con quella titubazione di chi teme
dir troppo, onde soggiunse il Conte: «Parlate, Varney, continuate
liberamente. Non vi dissi di avere presa una risoluzione assoluta, ed
amo di bilanciare il pro ed il contro in tale discussione.»
«Ebbene, Milord, supponiamo dunque la cosa fatta; nè si parli ora di
real disfavore, di sarcasmi cortegianeschi, e nemmeno dei danni che
portereste ai vostri partigiani. Ritirato in uno de’ vostri più lontani
castelli, e a tanta distanza dalla Corte, non giungono sino a voi, nè
il dispiacere di coloro che vi sono affezionati, nè la gioia di chi
vi è nemico. Supponiamo in oltre che il vostro rivale, giunto allora
al colmo della felicità, sia pago assai (la qual cosa è per lo meno
incerta) nel vedere spogliato di rami l’albero, quel grand’albero che
gli nascose il sole sì lungo tempo: supponiamo pure ch’ei non curi
di atterrarlo, di sradicarlo. Ebbene, l’antico favorito della regina
d’Inghilterra, che teneva il bastone del comando, che volgeva a suo
grado i Parlamenti, ora non è nulla più di un gentiluomo di campagna,
ridotto ai diletti di cacciare per le sue terre, di bere la birra
insieme ai confinanti, e di passare in rassegna i propri vassalli
allorchè gli aduna il seriffo.»
«Varney!» disse il Conte aggrottando le ciglia.
«Milord, il comando di parlare mi venne da voi. Vogliate permettermi
che io termini il quadro che ho principiato.... Sussex dunque governa
l’Inghilterra; viene a vacillare la salute della Regina, e l’ambizione
del vostro nemico vede schiudersi dinanzi a sè una strada, qual mai non
avrebbe osato immaginarsi. Queste notizie vi giungono mentre che state
ad un canto del vostro fuoco. Allora incominciate a pensare alle vostre
speranze cadute a vôto, all’inerzia cui vi condannaste da voi medesimo.
E perchè tutto ciò? Perchè non vi bastò di contemplare una volta ogni
quindici giorni gli occhi d’una sposa avvenente!»
«Basta così, Varney. Io non vi ho detto infatti di voler abbracciare
precipitosamente, e senza aver consultato come si debbe il pubblico
interesse, una risoluzione, cui mi fa proclive l’amor del riposo e
della domestica felicità. Vedrete, o Varney, che saprò trionfare di
tal mia inclinazione; ma non credeste mosso da mire ambiziose un
tal sagrifizio, bensì dalla necessità di mantenermi in un grado,
d’onde potrò all’uopo essere utile all’Inghilterra. Ordinate i nostri
cavalli. Metterò, come ho fatto altre volte, un abito da livrea, e il
mio cavallo porterà la valigia. Oggi tu sarai il padrone, o Varney,
non trascurare alcuna cautela necessaria a tenere addormentati i
sospetti. Fra breve saremo a cavallo. Non mi occorre che un istante per
congedarmi dalla Contessa; indi son pronto. Comando un crudel dovere al
mio cuore, e ne trafiggo un altro che m’è più caro del mio, ma l’amor
di patria vuole la preferenza su quello di sposo.»
Dette tai cose con modo risoluto, e con accento ad un tempo
malinconico, lasciò la stanza ove si era abbigliato.
«È bene che tu sia partito (meditava fra se stesso Varney), perchè
comunque avvezzo alle umane follie, io non poteva omai più ristarmi
dal ridere della tua alla tua presenza. Stancati presto di questo
nuovo trastullo, di questa creatura avvenente, degna figlia d’Eva che
ti comanda; a me poco rileva. Ma ben mi spiacerebbe se ti stancassi
del trastullo antico dell’ambizione; perchè, Milord! nel salire la
montagna, voi vi traete addietro Riccardo Varney, che spera vantaggiare
quando sarete in alto. Perciò se vi vedo andare a rilento, oh! non
mancherò di adoperare e frusta e sperone sinchè io vi veda alla cima.
Quanto a voi, mia garbata signora, che volete sostener seriamente la
parte di Contessa, vi consiglio a non mi far nascere intoppi dietro la
strada, o avremo conti antichi da aggiustare fra noi. Oggi tu sarai
il padrone, o Varney, egli mi dicea. Affè ch’ei potrebbe aver parlato
più vero di quanto egli medesimo lo pensasse. Vedete! quest’uomo, che
al dir di tante persone sensate non la cede in profondità di mire
politiche nè ad un Burleigh, nè ad un Walsingham, nè per sapienza
militare al Sussex, si fa servo di uno de’ proprii servi, e tutto
ciò per due neri occhi, per un bell’accordo di bianco e vermiglio
che scorgasi sulle guance di una gentildonna di villaggio. Dove va a
perdersi l’ambizione! Se però i vezzi di una donna possono in alcuna
circostanza scusare i traviamenti delle teste umane, Milord non ebbe
mai migliore scusa. Ebbene! lasciamo che le cose vadano come sanno
andare. O egli avrà cura della propria grandezza, o l’avrò io della
mia felicità; e circa quest’amabil Contessa, se ella non racconta di
aver veduto Tressiliano: e credo già che non oserà raccontarlo, le sarà
d’uopo il far causa comune con me; converrà che noi abbiamo insieme
i nostri segreti, che ci sosteniamo l’un l’altro anche a malgrado
di un’avversione, che costei non mi lascia ignorare. Corrasi alla
scuderia. Milord, vado ad ordinare i vostri cavalli. Non è forse sì
lontano il giorno che il mio scudiere andrà ad ordinare i miei.»
Dopo fatte queste considerazioni uscì dell’appartamento.
Intanto il Conte rientrava nella camera da letto per congedarsi in
tutta fretta dall’amabil Contessa, ed osava egli appena avventurarsi ad
udire ripetuta un’inchiesta, che il ricusar gl’increscea, ma che egli
era ben lungi dal voler secondare dopo l’intertenimento avuto collo
scudiere.
Nell’udirlo giugnere, ella corse giù dal letto, avvolgendosi in una
zimarra di seta bianca foderata di pelliccia, e collocando il gentil
piede entro eleganti pianellette, chè non trovò ella il tempo di metter
le calze; le sue lunghe chiome fugian di sotto della cuffia da notte,
nè avea quindi altro adornamento, fuorchè i proprii vezzi, cui acquistò
novello spicco perfino il dolore prodotto dall’annunzio onde il Conte
l’amareggiò.
«Addio, Amy, addio, mio amore (le disse il Conte, avendo appena forza
di staccarsi da amplessi tanto soavi, e tornando addietro per più
riprese onde stringerla fra le sue braccia). Il sole comincia ad
alzarsi sull’orizzonte; non oso rimanermi più lungamente. Già dovrei
essere dieci miglia lontano di qui.»
In tal modo cercava egli abbreviare i momenti d’una sì dolorosa
separazione.
«Voi dunque non mi concederete quanto vi chiesi (con soave sorriso gli
disse la Contessa). Ah! cavaliere sleale!... Eh! si udì mai che cortese
cavaliere ricusasse inchiesta fattagli dalla sua donna che tenesse i
piedi ignudi nelle proprie pianelle?»
«Domandatemi tutto ciò che volete, o mia Amy, e vi appagherò. Ne
eccettuo le cose che potrebbero perdere voi e me.»
«Ebbene! non vi chiedo più di riconoscermi sul momento in quel grado,
che mi farebbe invidia dell’Inghilterra, nel grado di moglie del più
nobile, del più prode, del più universalmente amato fra i baroni
Inglesi. Mi limito a pregarvi di poter dividere questo segreto col
padre mio, e di metter così un termine al cordoglio che gli cagionai.
Si dice ch’egli sia pericolosamente infermo.»
«_Si dice?_ (ripetè il Conte con forza) chi ve lo ha detto? Varney
non ha egli fatto sapere a vostro padre tutto ciò di che si poteva
ragguagliarlo in tale momento, cioè di essere voi felice, ed in ottimo
stato di salute? Non vi ha soggiunto di più, che trovò il rispettabile
vecchio mentre si dava con ilarità al suo prediletto esercizio della
caccia? Chi ha ardito far nascere idee contrarie nel vostro spirito?»
«Nessuno, Milord, nessuno (rispose la Contessa, scoraggiata dal tuono
onde il Conte le movea tali inchieste). Nondimeno, o Milord, bramerei
molto accertarmi co’ miei occhi medesimi, che mio padre sta bene.»
«Ciò è impossibile, Amy. Voi non potete in questo momento avere alcuna
comunicazione, nè con vostro padre, nè colla sua casa. Sarebbe assai
trista politica il mettere a parte di un tal segreto un numero maggiore
di persone, oltre a quelle alle quali è indispensabile lo svelarlo.
Poi... quel _Travaillon, Tressiliano_, poco importa del nome, non è
egli continuamente in casa di vostro padre? Il vecchio cavaliere ha
forse nulla di nascosto per lui?»
«Mio padre, Milord, è conosciuto per un uomo prudente e rispettabile;
e quanto a Tressiliano, potrei offerire per mallevadore di quanto
asserisco quella corona di contessa, che porterò un giorno
pubblicamente. Così potessimo noi perdonare a noi stessi l’ingiuria che
gli arrecammo, com’egli è incapace di una bassa vendetta!»
«Nondimeno non mi confiderei seco lui, Amy, non mi confiderei seco
lui. Vorrei che il demonio si frammettesse nei nostri affari anzichè
Tressiliano.»
«E perchè, Milord? (gli chiese la Contessa, fatta tremante nel suo
interno dal tuono di risolutezza adoperato dal Conte) perchè avete idea
tanto sinistra di Tressiliano?»
«Signora, rispose il Conte, la mia volontà dovrebb’essere per voi una
ragion sufficiente. Ma se vi piace saperne di più, considerate le
persone con cui Tressiliano sta in lega. Egli, amico, creatura di quel
Radcliffe, di quel Sussex, contro il quale, non senza fatica, sostengo
il campo che ci disputiamo nel godere il favore di una sospettosa
padrona. S’egli ottiene sopra di me il vantaggio di sapere le nostre
nozze prima ch’io abbia con accorti modi preparata la Regina ad udir
tale segreto, sarebbe irrevocabile, eterna la mia disgrazia; nè forse
si starebbe nelle perdute mie dignità. Chi sa fin dove divenissi
vittima del risentimento d’Elisabetta, in cui è trasfusa in qualche
parte la fiera indole d’Enrico suo padre?»
«Ma perchè, Milord, portate voi opinione tanto ingiuriosa verso un uomo
che conoscete sì poco? Tressiliano non vi è noto che a cagion mia, e
son io ad accertarvi che per qualsivoglia motivo non tradirebbe il
nostro segreto. Se per amor di voi io l’offesi, tanto più è mio obbligo
il desiderare di vedervi giusto per suo riguardo. Se il parlarvi solo
di lui vi eccita a tanto sdegno, che direste adunque s’io lo avessi
veduto?»
«Se l’aveste veduto! (ripetè il Conte con severo ciglio) sarebbe per
voi buon consiglio il tener nascosto un tale congresso come le cose
da non rivelarsi che in confessione. Io non bramo la perdizione di
nessuno. Ma chiunque vorrà penetrare i miei segreti, badi bene a se
stesso. Il cinghiale non soffre di vedere chi attraversi il sentiero
che ha scelto.»
«Com’egli divien terribile!» disse la Contessa a mezza voce, e
impallidendo.
«Che avete, mio amore? (le disse il Conte sostenendola fra le sue
braccia). Tornate in letto. Voi lo lasciaste troppo di buon mattino.
Vi resta a chiedermi qualch’altra cosa, che non comprometta la mia
fortuna, la mia vita, il mio onore?»
«Nulla, Milord, nulla (rispos’ella con fioca voce). So che io volea
parlarvi sopra un altro argomento, ma il vostro sdegno me ne ha fatto
dimenticare.»
«Vi tornerà in mente allorchè ci rivedremo, o mia vita, (e in ciò dire
l’abbracciò con tenerezza). Eccetto inchieste di tal natura, ch’io
non possa e non osi concedere, non vi state dal confidarmi tutte le
vostre brame, e ben farebbe mestieri che fossero al di sopra di quanto
possono fornir l’Inghilterra e le sue pertinenze, perchè non le vedeste
pienamente soddisfatte.»
Pronunziate quest’ultime parole, partì. Giunto a piedi dello scalone,
Varney gli diede un grande ferraiuolo da livrea, ed un larghissimo
cappello, travestimento, sotto di cui diveniva impossibile il
ravvisarlo. Stavano pronti in corte i cavalli così per lui come per
Varney. Il Conte non era venuto la notte addietro che con due servi,
iniziati sino ad un certo grado ne’ misteri del lor padrone, i quali
cioè credeano che ivi lo conducesse una tresca con qualche bella, di
cui ignoravano la condizione ed il nome. Ma questi servi erano nella
stessa notte partiti.
Tony Foster teneva egli stesso la briglia al palafreno del Conte,
corsiero vigoroso al pari che agile, e intanto il servo del Foster
presentava un cavallo di più bella apparenza e più riccamente
bardamentato a Riccardo Varney, che dovea sostenere la parte di padrone
lungo la strada.
Ciò non di meno Varney, vedendo avvicinarsi il Conte, si fece innanzi
per tenergli le redini del cavallo, e impedì a Foster l’incaricarsi
di tale ufizio, ch’ei riguardava, senza dubbio, come una delle sue
prerogative.
Traspirò dalla fisonomia del Foster, che assai gl’increscea perdere
questa occasione di far la corte al suo protettore. Ciò non ostante
cedè il luogo a Varney senza osare di moverne alcuna lagnanza. Il
Conte salì con mente distratta a cavallo, e dimenticando per un
istante che la parte assuntasi l’obbligava a rimanere addietro al suo
padrone posticcio, uscì della corte senza pensare a Varney, e mandò
più d’un baciamano alla Contessa, che da una finestra, sventolando un
fazzoletto, gl’inviava i suoi estremi saluti.
Mentre ei passava sotto l’oscura volta che mettea fuor della Corte:
«Ecco, diceva il Varney, ciò che si chiama fina politica. Il servitore
che va avanti al suo padrone.» E profittò di questo momento per dire
a Foster: «Tu mi fai il viso dell’arme, o Tony. Ma se ti ho privato
d’un grazioso sguardo di Milord, in compenso l’ho indotto a lasciarti
un premio de’ tuoi prestati servigi, che non ti sarà meno gradevole
d’uno sguardo. Eccoti una borsa del migliore oro che le dita di un
avaro abbiano contato giammai. Prendila (soggiunse, e a tal vista
la fisonomia di Foster si fece più aperta), prendila, ed aggiungi
quest’oro a quello che egli donò la scorsa notte a tua figlia.»
«Come? Che mi dite voi? Egli ha fatto un dono di danari a Giannina?»
«Certamente. Qual maraviglia? I servigi ch’ella presta alla Contessa,
non vogliono forse la lor ricompensa?»
«Essa non lo terrà e la obbligherò a restituirlo. Conosco troppo bene
Milord, e so quanto lo alletti la novità. I suoi amori sono variabili
come la luna.»
«Impazzisci, o Foster? O entreresti nella vanità di credere che Milord
possa essere preso da un capriccio per la tua figlia? Chi è mai che
sogni a por mente a una lodola, finchè ode il canto dell’usignuolo?»
«Sia lodola, sia usignuolo, tutto fa per l’uccellatore; e so ancora,
sig. Varney, essere in voi molta maestria nello scuotere i rami tanto
che gli uccelli gli corrano nelle reti. Mi porti il diavolo anzichè
io desiderassi mai che metteste Giannina nel novero di tante povere
fanciulle cadute ne’ vostri agguati! Voi ridete! ma vi ripeto che
voglio almeno salvare un individuo di mia famiglia dagli artigli di
Satanasso; e tenetelo ben per sicuro. Ella restituirà quest’oro.....»
«Ovvero ella te lo darà in custodia, o mio Tony, il che torna allo
stesso. Ma mi è d’uopo il parlarti di cosa più rilevante. Il nostro
padrone parte di qui con intenzioni, che potrebbero sconcertar molto le
nostre.»
«Come sarebbe a dire? È egli stanco del suo trastullo, della sua nuova
conquista? Non mi maraviglio. Ha speso per essa ciò che pagherebbe il
riscatto di un re, e ora è pentito del suo contratto.»
«Oh! quanto ti scosti, o Tony, dal vero! Egli è delirante più che nol
sia stato mai per Amy, ed anzi vuole per lei abbandonare la Corte.
Allora, addio speranze nostre, addio possedimenti, addio sicurezza. Ci
vengono ritolti i beni di chiesa, e sarebbe gran ventura, se non ci
facessero rigettare le rendite.»
«Oh! sarebbe la nostra rovina (sclamò Foster, cui tal novella empiè di
grinze la fronte), e tutto ciò per una donna! Lo compatirei se fosse
per la salute dell’anima sua! Perchè anche a me talvolta viene l’idea
di sbarazzarmi dal lezzo di questo mondo, e vivere come uno dei più
poveri della nostra congregazione.»
«Credo bene che finirai così, mio Tony. Ma ascolta: il diavolo
non perderà nulla se anche ti condanni alla povertà. Onde tu non
guadagneresti da nessun lato. Ma ora bada a quanto ti suggerisco, e
puoi ancora conseguire la proprietà di Cumnor Place. Non far motto con
nessuno della visita di Tressiliano. Su di ciò non aprir bocca, ammeno
che non tel consigli io medesimo.»
«E perchè di grazia?» domandò Foster in tuono di chi sospetta.
«Ma sei bene una talpa, se non vedi che nello stato in cui or trovasi
l’animo di Milord, una tale scoperta lo confermerebbe ne’ suoi novelli
disegni. S’egli sapesse che questo fantasma comparve alla Contessa
nel tempo ch’egli era lontano, non si fiderebbe più di nessuno, e
vorrebb’esser egli medesimo il drago custode delle poma d’oro. E
allora, Tony? Chi ha più bisogno dell’opera tua? Una parola basta a chi
la sa intendere. Addio, Tony, mi è d’uopo seguirlo.»
Pronunciate queste parole toccò dello sprone il cavallo, galoppando a
tutta briglia per raggiungere il Conte....
«Possa tu romperti il collo, maledetto pagano (disse tra sè il Foster
guardandogli dietro). Fa’ d’uopo nondimeno eseguire le sue istruzioni,
perchè trattiamo tutt’e due la medesima causa. Quanto poi a Giannina...
oh! ella metterà nelle mie mani le monete d’oro, e sia in una guisa,
sia nell’altra, le impiegherò al servigio di Dio. Finchè ne trovi
il modo, le custodirò a parte nel mio scrigno; altrimenti potrebbe
uscirne un vapor contagioso, che si diffonderebbe sulla mia Giannina.
Oh! questa fa di mestieri si conservi pura come uno spirito celeste,
se non altro, acciò preghi Dio per suo padre. E ben ho bisogno delle
sue orazioni, perchè sono ad assai brutto passo. Corrono sinistre voci
sulla mia maniera di vivere. Son visto con freddezza dai confratelli
della Congregazione. E quando il sig. Holdforth, nell’ultima sua
predica, paragonava gl’ipocriti ad un sepolcro imbiancato, la cui
cavità è piena d’ossa umane, pareva fissato sopra di me. Come sono
severi questi puritani!... Ma penserò.... Prima d’aprire lo scrigno,
andiamo a leggere per un’ora la Bibbia.»
Intanto Varney avea raggiunto il Conte che lo aspettava alla porta del
parco, d’onde uscì Tressiliano nel dì antecedente.
«Voi perdete il tempo, o Varney, il Conte gli disse, e gl’istanti
sono preziosi. Mi è d’uopo arrivare a Woodstock per mettere a basso
quest’abito di maschera, e sino a quel punto, voi lo sapete, non
viaggio senza pericolo.»
«Non è che una corsa di due ore, o Milord. Mi sono trattenuto brevi
momenti con Foster per eccitarlo a diligenze sempre maggiori, affinchè
non traspiri il nostro segreto, ed anche per chiedergli il ricapito
d’un uomo, che penso, o signore, di mettere al vostro servigio in vece
del licenziato Trevors.»
«E questi è tale che veramente mi convenga?»
«A quanto sembra, promette assai. Ma se voi voleste continuare senza
di me il vostro cammino, tornerei a Cumnor, per condurlo a Woodstock,
prima che siate uscito del letto.»
«Allora io dormo profondamente, il sapete. Basterà bene che facciate
trottare il vostro cavallo all’uopo di essere colà quando mi alzo.»
Pronunziate le quali parole dal Conte, Varney galoppò a briglia sciolta
verso Cumnor, tenendo la strada maestra per non ripassare in vicinanza
del parco. E sceso alla porta dell’_Orso nero_ chiese di parlare a
Michele Lambourne. Questo rispettabile nipote dell’ostiere non fece
aspettare il nuovo suo protettore, che anzi parea tenere l’orecchie
tese, come se ne indovinasse il vicino arrivo.
«Tu perdesti l’orme del compagno tuo Tressiliano, gli disse Varney, me
lo annunzia quella tua fisonomia di furfante. È questa la destrezza di
cui ti vantasti, impudente millantatore?»
«Oh! per la morte, disse il Lambourne, sfido chi abbia meglio seguite
le tracce di una volpe. Lo trovai che si riparò qui, in casa di mio
zio, l’ho veduto cenare, l’ho veduto entrare nella propria stanza, in
somma mi sono attaccato a lui come la sua ombra. Ma che volete? Prima
del giorno egli era partito, senza che lo avesse visto nessuno, e
nemmeno il mozzo di stalla.»
«Sarei tentato a credere, che tu ti avvisi ingannarmi; ma se vengo a
scoprirlo, sull’anima mia, te ne pentirai.»
«Non v’è cane, comunque buono, cui non vada talora fallita la preda.
Qual interesse aveva io di fare sparire costui? Domandatene conto a
Giles Gosling mio zio, ai suoi garzoni, al mozzo di stalla, a Cicily,
a tutta la casa, e vi convincerete, che nol perdei d’occhio un istante
in tutta la sera. Che diavolo! Dopo averlo veduto entrare nella sua
stanza, io non poteva collocarmivi a guisa d’un infermiere. Spero che
in ciò almeno mi farete ragione.»
Il Varney prese alcune informazioni dagli altri dell’osteria, e le
trovò conformi a quanto in propria discolpa gli disse il Lambourne;
e soprattutto ognuno fu concorde nell’accertare che Tressiliano era
partito di notte tempo senza avvertire nessuno.
«La giustizia però vuole che non si taccia una cosa, soggiunse
l’ostiere; ed è che ha lasciato sulla tavola quanto corrispondeva
all’importare del conto datogli, ed in oltre una mancia ai garzoni, la
qual cosa pareva tanto meno essenziale, che non ha dato, come sembra,
l’incomodo a nessuno di mettere la sella al suo cavallo.»
Convintosi che il Lambourne non lo aveva ingannato, il Varney entrò
nel proposito dei divisamenti fatti sopra di esso, incominciando dal
mostrarsi ragguagliato dal Foster, ch’egli, Lambourne, non sarebbe
stato avverso ad accettar servigio presso qualche signore.
«Siete mai stato alla Corte?» gli chiese il Varney.
«No, rispose l’altro, ma fin da quando aveva dieci anni, sognava una
volta per settimana di esservi e di far ivi fortuna.»
«Sarà colpa vostra se il vostro sogno non si verifica. Avete bisogno di
danaro?»
«Non ne ha mai troppo un galantuomo che ami passare giocondamente la
vita.»
«Questa risposta mi basta e la trovo assai onesta. Or ditemi: sapete
voi le qualità che si vogliono da chi è al servigio d’un cortigiano?»
«Credo: occhio aperto, bocca chiusa, mano pronta a tutto, acuto
ingegno, e coscienza intrepida?»
«E senza dubbio è gran tempo che la tua non patisce spaventi?»
«Non mi ricordo che ne abbia mai conosciuti. Nella mia prima giovinezza
parea qualche volta ch’ella volesse alzare la voce, ma il tumulto della
guerra la mise al dovere, e l’annegai del tutto nell’onde del mare
Atlantico.»
«Tu hai dunque servito nell’Indie?»
«Orientali e occidentali, per terra e per mare. Ho servito il
Portogallo e la Spagna, l’Olanda e la Francia, e per mio proprio conto,
ho fatto la guerra con una banda di brave persone che veleggiavano
sopra di un brigantino, e che al di là della linea non erano in pace
con nessuno.»
«Va bene. Tu puoi renderti utile a Milord ed a me. Ma bada ve’! perchè
son pratico del mondo. Ti comprometti tu di servire con fedeltà?»
«Se non foste pratico del mondo, dovrei rispondervi di sì senza
esitare, e giurarlo sulla mia vita e sul mio onore; ma poichè vedo
che l’_Onor vostro_ desidera una risposta dettata piuttosto dalla
verità che dalla politica, vi risponderò che posso esservi fedele
fino a’ piedi d’un patibolo, e fino al nodo corsoio di quella tal
cordicella..... quando però io sia ben trattato, e ben pagato. Se no,
no.»
«E a tutte l’altre tue virtù (disse con ironico tuono il Varney) tu
aggiugnerai sicuramente la felice prerogativa di saper comparire
all’uopo uom religioso ed austero?»
«Non mi costerebbe nulla il lasciarvelo credere, ma per rispondervi
francamente devo dirvi di no. Se vi abbisogna un ipocrita, volgetevi
a Tony Foster, che fin dalla sua giovinezza è tormentato dalle visite
di certi scrupoli coi quali poi viene a patti; laonde in sostanza, il
diavolo non vi perde nulla. Oh no, io non sono di questo temperamento.»
«Ebbene! Se non hai ipocrisia, sei tu provveduto d’un buon cavallo?»
«Oh buono! Vel guarentisco, un cavallo, che supera le siepi ed i
fossi come il miglior cavallo di milord Duca. Una volta ch’io feci
una piccola corsa a Shooters-Hill, mi accadde sulla strada maestra di
dire alcune parole ad un fittaiuolo fornito meglio di saccoccia che di
cervello. Ma il mio cavallo mi trasse di affare in pochi minuti, ad
onta di tutti quelli che m’inseguivano.»
«Ebbene, monta in sella, e seguimi, lascia pur qui tutto il tuo
fardello, e ti farò aver servigio presso un tale, che se tu non fai
fortuna, non sarà colpa della sorte, ma tua solamente.»
«Va a maraviglia. Eccomi di tutto cuore. In un istante son lesto. Olà.
Eh! la sella al mio cavallo. Spicciati. Cicily! Amabile Cicily, vieni
a farmi i tuoi congedi, ti voglio donare la metà della mia borsa per
consolarti della mia lontananza.»
«Giur’al cielo (sclamò Giles Gosling che avea uditi tutti questi
apparecchi di partenza), Cicily non sa che farsi de’ tuoi donativi.
Buon viaggio, e possa tu trovar la grazia di Dio in qualche parte,
benchè a dir vero credo che non germogli nel paese dove tu vai.»
«Fa dunque ch’io veda la tua Cicily, caro ostiere, si vuole che sia una
bellezza» disse Varney.
«Una bellezza arsa dal sole, capace di resistere al vento ed alla
pioggia, ma che non ha nulla per piacere a’ zerbinotti della vostra
sorte, o signore. Ella non si muove dalla sua stanza, nè si espone agli
sguardi dei cortigiani.»
«Alla buon’ora, amico mio. La pace sia dunque con lei. Ma i nostri
cavalli impazientiscono. Vi diamo il buon giorno.»
«Mio nipote viene dunque con voi, o signore?»
«Tale è la sua mente» rispose Varney.
«Fai bene, o Michele, riprese Gosling, fai ottimamente. Tu hai un buon
cavallo. Ora non ti resta che a guardarti dallo sforzino. O se di tutti
i modi che vi sono per terminare i tuoi giorni, ti si confà meglio la
corda, come mi par verisimile al partito che prendi, fammi un piacere;
scegliti una forca il più lontano che puoi da Cumnor.»
Senza prendersi molta molestia per questi congedi di mal augurio,
Varney e Lambourne montarono a cavallo, e corsero con tanta rapidità,
che non poterono ricominciare il loro intertenimento, se non se
all’atto di salire una montagna alquanto scoscesa.
«Tu acconsenti adunque, gli disse Varney, di entrare al servigio di un
signor della Corte?»
«Sì: semprechè vi piacciano i patti ch’io son per farvi.»
«Udiamoli.»
«S’io debbo aver gli occhi aperti sugl’interessi del mio padrone, è
d’uopo ch’ei li chiuda su i miei difetti.»
«Purchè non sieno di natura da pregiudicare al servigio.»
«Siam d’accordo. Se fo buona caccia debbo avere almeno le ossa da
rosicchiare.»
«Nulla avvi di più ragionevole. Molti che valgono meglio di te,
domandano la stessa cosa.»
«Va bene. Rimane un altro punto da chiarire. Se entro in brighe colla
giustizia, il mio padrone deve aiutarmi ad uscirne colle mani nette.
Voi vedete che questo è un articolo importante.»
«Anche ciò è giusto, ogni volta però che l’impaccio in cui tu possa
trovarti abbia origine da servigio prestato al padrone.»
«Quanto allo stipendio (continuò il Lambourne con aria d’indulgenza)
non ne parlo neanco, perchè fo conto di vivere sui profitti.»
«Non temere. Non ti mancheranno nè danari, nè modi di divertirti. Tu
vai a stare in una casa, ove, come suol dirsi, l’oro esce fuori degli
occhi.»
«Tutto ciò è un incanto. Non mi rimane ora a sapere che il nome del mio
padrone.»
«Io mi chiamo Riccardo Varney.»
«Ma intendo dire il nobile Lord, al cui servigio voi mi mettete.»
«Sciagurato! Ti credi forse troppo gran signore onde arrossire di
chiamarmi tuo padrone? Ti permetto d’essere impudente cogli altri. Ma
bada bene che con me...»
«Ne domando umilmente perdono al _vostro Onore_; ma vi ho veduto in
tanta intrinsichezza con Tony Foster, col quale vivo in intrinsichezza
ancor io...»
«Vedo che non ti manca nulla per essere un furfante calzato e vestito.
È vero che ho deliberato collocarti nella casa di un gran signore,
ma da me solamente riceverai i comandi, nè ubbidirai altri che me.
Io ne sono il primo scudiere, nè andrà guari che ti sarà noto il suo
nome. Egli è un uomo che governa lo Stato, che porta tutto il peso
dell’amministrazione sopra di sè.»
«Poter del Cielo! è un eccellente talismano per disotterrare i tesori
nascosti.»
«Quando si sa farne uso prudente. Ma bada bene, perchè tu potresti
invece chiamar sopra te un demonio capace di ridurti in polvere.»
«Non dubitate. Mi terrò fra i limiti convenienti.»
I due viaggiatori ripigliarono allora il galoppo, e giunsero di lì a
non molto al reale parco di Woodstock. Questo antico dominio della
Corona aveva aspetto ben diverso da quello che presentò allorquando vi
soggiornava la bella Rosimonda, e quando fu nascondiglio ai proibiti
amori di Enrico II; ed era ben anche diverso da quel che si mostra
a’ nostri giorni, in cui Blenheim-House ne rimembra le vittorie del
Marlborough, e invita i viaggiatori a contemplare i nobili sforzi
dell’ingegno del Vanburgh, lacerato sintantochè visse da uomini che gli
stavano di gran lunga al disotto. Woodstock sotto la regina Elisabetta
non era che un vecchio castello rovinoso, nè da lungo tempo onorato
della presenza dei sovrani; circostanza che contribuì grandemente ad
impoverir quel villaggio, e che trasse quegli abitanti ad umiliare più
d’una supplica alla Regina, onde volgesse sovra essi un suo benefico
sguardo. E tale era l’apparente motivo per cui il Conte si era condotto
a Woodstock.
Il Varney e il Lambourne entrarono francamente nella corte del vecchio
castello, che offeriva in quella mattina un aspetto animato, qual non
s’era visto dopo volgere di due regni. Gli ufficiali della casa del
Conte, i suoi servi da livrea, le guardie, andavano e venivano collo
strepito caratteristico della lor professione. Udivansi gran nitrir
di cavalli e grande abbaiare di cani; perchè il Conte incaricato di
esaminare in qual essere trovavasi quella terra, e dovendo far credere
di rimanervi quanto tempo fosse stato necessario a tal uopo, volle lo
accompagnasse tutto il treno che gli facea di mestieri per gustare ivi
il piacer della caccia. Diceasi che il parco di Woodstock fosse stato
nell’Inghilterra il primo ricinto chiuso da mura ad uso di caccia; ed
abbondava di daini, il cui riposo da lungo tempo non veniva turbato.
Una grande folla d’abitanti, sperando che tale visita straordinaria
produrrebbe i favorevoli effetti, cui sospiravano, si assembrarono
nella corte, ove agognavan l’istante che si mostrasse ad essi il più
sublime personaggio dell’Inghilterra. L’arrivo di Varney eccitò la loro
attenzione, tanto più che si sparse subito la voce essere egli il primo
scudiere del Conte, onde tutti solleciti di amicarsi il Varney, si
levarono i cappelli, e si affollarono frettolosamente per tener briglia
e staffa così al cavallo di lui, come a quello del suo compagno.
«Allontanatevi, miei galantuomini, (disse loro con alterigia il
Varney), nè impedite ai servi di fare il loro dovere.»
I contadini afflitti di ciò, si ritiravano, allorchè il Lambourne,
credendosi copiare i modi del primo scudiere, più duramente ancora li
rispingeva: «Giù le mani o bifolchi, andate al diavolo. Pensate forse
che non abbiam salariati per farci servire?»
Consegnati i loro cavalli agli uomini da livrea, entrarono nel
castello dandosi un tuono di superiorità, che la nascita ed una lunga
consuetudine rendevano naturale nel Varney, e che il Lambourne si
studiava d’imitare siccome vedemmo. Intanto i poveri abitanti di
Woodstock si dicevano uno all’altro sotto voce: «Dio ci liberi presto
da questi superbi. Se il padrone somiglia ai servi, il diavolo se li
porti tutti, che non prenderà più di quanto gli si appartiene.»
«Zitto, amici miei, soggiugnea il podestà, e morsicatevi piuttosto la
lingua per non lasciarle dire sciocchezze. Col tempo chiariremo tutto.
Nessuno verrà mai accolto a Woodstock con tanto giubilo quanto se ne
dimostrava al veder giugnere l’antico re Enrico. Se per caso regalava
non so quanti colpi di bacchetta ad un contadino, poco dopo gli gettava
addosso un pugno di monete d’argento coniate colla sua effigie, e con
tal espediente tutto veniva dimenticato.»
«Dio abbia in pace l’anima sua! sclamaron que’ villici. Ma pur troppo
dovrà correre molto tempo prima che la regina Elisabetta ci venga a
distribuire colpi di bacchetta.»
«Non si può anche sapere, mia buona gente; ma ci vuol pazienza, e per
ora ne consoli la sicurezza di meritare tali favori da Sua Maestà.»
Intanto Varney seguito dal suo nuovo accolito entrò nell’anticamera,
ove persone di più alto affare che non quelli di cui la corte era
ripiena, aspettavano l’istante di veder il Conte, non per anche uscito
della sua stanza. Tutte corteggiavano, qual con maggiore, qual con
minore considerazione il Varney, e proporzionatamente sempre al grado
di ciascuna, o alla cosa che ivi conducea al levarsi del favorito.
All’interrogazione generale: «Quando credete che comparirà Milord, sig.
Varney?» questi rispondea in poche parole: «Non vedete la polvere che
ho su gli stivali? Giungo ora da Oxford. Non so nulla.» Ma fattagli
tale inchiesta da un personaggio più distinto, s’affrettò a rispondere:
«Vado subito ad informarmene dal ciamberlano sir Thomas Copely.»
Il ciamberlano, che si facea conoscere pel distintivo della chiave
d’argento, disse che il Conte non aspettava se non se l’arrivo del
sig. Varney per venire abbasso, ma volea prima parlargli da solo a
solo. Varney allora salutando la brigata, ne prese congedo per entrare
nell’appartamento del suo padrone.
Vi fu per qualche istante un mormorio prodotto da tale aspettazione;
ma questo fece luogo al più profondo silenzio allor quando si
videro aprire entrambi i battitoi della porta, situata nel fondo
dell’appartamento. E subito comparve il Conte preceduto dal Ciamberlano
e dal Maggiordomo, e seguito da Riccardo Varney. I lineamenti di
quello, nobili e maestosi, nulla aveano che si confondesse coll’audacia
improntata su i volti degli altri del suo corteggio. Proporzionate
erano del certo al grado di ciascheduno le gentilezze ch’ei dicea
a questo e a quello; ma non vi fu chi potesse chiamarsi scontento
dell’accoglienza ricevuta. Le domande ch’ei faceva sullo stato in cui
si trovavano il castello e le sue pertinenze, l’enumerazione ch’ei
tessea de’ vantaggi sperabili per il paese e per que’ dintorni dalla
deliberazione in cui era la Regina di portarvisi a quando a quando,
intendeano a far credere, ch’egli avesse già lette ponderatamente
tutte le suppliche ìndirittegli da quelle genti, e che fosse in lui la
massima propensione a secondarle.
«Adesso il Signore lo benedica (dicea il podestà che ivi condusse
una deputazione del villaggio, della quale era egli il presidente).
Vedete come ha l’aria smunta; giurerei che ha trascorsa tutta la notte
in leggere la nostra rimostranza. E il maestro Toughyarn, che ha
impiegato sei mesi a metterla insieme, credea breve una settimana per
ben intenderla! Or vedete che ventiquattr’ore sono bastate al Conte per
cavarne la quintessenza.»
Il Conte gli assicurò allora d’interporre i suoi buoni uffizi, onde
persuadere la Regina ad onorare qualche volta della sua presenza il
reale castello di Woodstock, e ciò affinchè gli abitanti di que’
dintorni non andassero privi de’ vantaggi, che avean goduti sotto i
precedenti monarchi. Intanto gli era cosa gradevole il farsi interprete
delle intenzioni della Sovrana favorevoli ad essi, e anzi di notificar
loro, che Sua Maestà, premurosa d’incoraggiare e d’avvivare il
commercio di Woodstock, avea risoluto d’instituirvi un mercato per le
lane.
Questa buona notizia produsse grandi dimostrazioni di giubilo, non
solamente per parte de’ membri della Deputazione che si trovavano
nell’appartamento, ma per parte ancora de’ contadini adunati nella
corte, fra i quali la stessa notizia non tardò a divulgarsi. I
magistrati presentarono al Conte, piegando il ginocchio, le libertà e
franchigie di Woodstock, accompagnate da una borsa piena d’oro, ch’egli
passò immantinente a Varney, e questi ne rimise una parte al Lambourne,
siccome un saggio anticipato de’ profitti che gli avrebbe fruttato il
novello servigio.
Il Conte, e quelli del seguito, non tardarono a mettersi a cavallo
per ritornare alla Corte. Udivansi d’ogni lato grida di allegrezza di
tutti gli abitanti di Woodstock: _Viva la regina Elisabetta! Viva il
nobile conte di Leicester!_ ripetevano tutti. Che anzi i modi cortesi
adoperati dal Conte sparsero una vernice di popolarità per fino sugli
altri del suo corteggio, l’alterigia de’ quali avea sulle prime portato
discredito allo stesso loro padrone.
Laonde le voci: _viva Milord, e tutti quelli che gli appartengono_
pervennero all’orecchio di Varney e di Lambourne, che seguivano il
Conte, ordinati ciascuno secondo il lor grado.
CAPITOLO VIII.
Datemi i vostri consigli; saranno
ascoltati, sig. Fenton, e posti anche
in opera.
_Le Commari di Windsor._
Diviene cosa indispensabile il risalire alle circostanze che
accompagnarono, o a dir meglio produssero nell’osteria dell’_Orso
nero_ la subitanea sparizione di Tressiliano. Dopo lo scontro avuto
con Varney egli era tornato al _Carovanserai_ di Giles Gosling, ove
chiese carta, penna e calamaio, ed annunziando che passerebbe tutta la
giornata nel suo appartamento, vi si rinchiuse. Ricomparve nonostante
la sera nella gran sala, ove Michele che, giusta l’obbligo assuntone,
avea spiato ogni suo andamento, cercò di rinovar lega con essolui:
«Spero che non avrete conservato rancore per l’affare di questa
mattina.»
Ma Tressiliano rispinse con fermezza, non però disgiunta da urbanità,
tal genere di cortesia: «Sig. Lambourne, non dovreste essere scontento
del modo onde vi ho compensato pel tempo, che vi ho tenuto in faccende.
A traverso la maschera di rozza semplicità, sotto cui vi coprite, vedo
che è in voi discernimento bastante ad intendermi allorchè vi dico con
franchezza, che avendo io ottenuto quanto era unicamente mio scopo,
dobbiamo per l’avvenire considerarci come stranieri l’uno per l’altro.»
«_Voto a Dios_ (esclamò il Lambourne rilevandosi colla sinistra mano
una basetta, e portando la destra all’impugnatura della sua sciabola),
se credessi che fosse in voi disegno di farmi aggravio...»
«Avreste bastante prudenza per sopportarlo, come è di vostro dovere
in tutte le immaginabili combinazioni (gli rispose Tressiliano senza
scomporsi). Voi conoscete assai bene qual distanza ne separi per non
chiedere una spiegazione più ampia. Vi auguro la buona sera.»
Voltegli indi le spalle, si pose a favellar coll’ostiere. Il Lambourne
non ne potea più dalla voglia di fare il bravo, ma limitò la sua
collera a bestemmiare fra i denti, cedendo a quella prevalenza, che un
uomo distinto per nascita, e maggiore di meriti, possede sempre sopra
enti spregevoli di tal natura. Si assise borbottando in un angolo
della sala, datosi ad osservar di soppiatto, ma in modo non equivoco,
i pensieri, non che i moti di Tressiliano; e l’idea che nacque in lui
di vendicarsi a proprio conto era nudrita dalla speranza di soddisfare
ad un tempo le brame del Varney. Giunse l’ora della cena, che quando fu
terminata, Tressiliano si ritirò nel proprio appartamento, tutti gli
altri facendo lo stesso.
Era poco dacchè Tressiliano si era messo in letto senza poter prendere
sonno, di cui teneano luogo le considerazioni nelle quali era immerso.
D’improvviso ne fu interrotto il corso dal rumore che fece la sua porta
aggirandosi su i proprii cardini, e da un debole raggio di luce, che
si diffuse per tutta la stanza. D’un animo forte come l’acciaio, saltò
giù del letto, ed afferrata la sciabola, stava per trarla dal fodero,
allorchè udì questa voce; «Fermatevi, sig. Tressiliano, fermatevi. Son
io, è il vostro albergatore Giles Gosling.»
E nello stesso tempo girando la parte opaca della sua lanterna, che
sino a quel punto avea mandato un languido chiarore, mostrò i proprii
lineamenti e la solita gioviale fisonomia all’attonito Tressiliano.
«Che vuol dir questo, sig. Gosling? Avete forse cenato bene come la
scorsa notte? È uno sbaglio di stanza che fate? ovvero vi dareste a
credere esser questo un luogo opportuno per venire a sfoggiare dopo
mezzanotte le vostre facezie?»
«Non mi sbaglio nè di luogo nè di tempo, sig. Tressiliano: conosco
queste due cose al pari d’ogn’altro ostiere dell’Inghilterra. Ma
primieramente ho osservato, che quel ribaldo di mio nipote, in tutta la
sera non ha dipartito gli occhi da voi più di quanto lo faccia un gatto
che dia la caccia ad un sorcio. In secondo luogo, voi avete attaccato
briga, vi siete battuto, o con lui o con alcun altro, e temo vi arrivi
qualche sinistro.»
«Impazzite, mio caro ostiere? Vostro nipote, scusate, è al di sotto
di chi può meritare il mio risentimento. Per altra parte, qual motivo
v’induce a credere che io abbia attaccato briga con chicchesia?»
«Oh! il colore delle vostre guance me ne disse assai quando tornaste,
o signore. E questo è un indizio sicuro, quanto è certo che la
congiunzione di Marte e di Saturno partorisce sfortuna. Aggiugnete, che
le fibbie del vostro centurino andavano traverso. Poi avevate l’aria
agitata, camminavate d’un passo frettoloso. In somma non era cosa in
voi, da cui non comparisse, che la vostra mano aveva accarezzato pochi
istanti prima l’impugnatura della vostra sciabola.»
«Ebbene, amico, stando ancora che mi fossi trovato nella necessità
di metter mano alla sciabola, è questo motivo bastante a lasciare da
quest’ora un buon letto caldo per venire da me? Voi vedete che non mi è
accaduta veruna disgrazia.»
«No sin qui. Ma non è anche finita. Tony Foster è un uomo pericoloso,
ed ha alla Corte potenti protettori, che lo han tratto d’impaccio più
d’una volta. Quanto a mio nipote....... vi dissi già l’animo mio. E se
due bricconi hanno rinovato lega, non vorrei che fosse a vostro costo,
mio rispettabile ospite. Michele ha fatto una specie di processo col
mozzo di stalla per sapere l’ora della vostra partenza, e la via che
sarete per prendere. Mi piacerebbe dunque che pensaste, se avete detto
o fatto nessuna cosa da mettervi in riguardo contro d’un tradimento.»
«Voi siete un onest’uomo, Gosling (disse Tressiliano dopo avere
meditato un istante), e quindi vi parlerò con franchezza. Se questi
due malvagi han fatto cattivi disegni sopra di me, e non vi nego che
sia ciò possibile, egli è perchè sono i commessi subalterni d’altro
malvagio assai più potente di loro.»
«Voi intendete dire del sig. Riccardo Varney, non è vero? Egli venne
ieri a Cumnor-Place, e ad onta delle cautele che ha prese costui, v’è
chi lo ha veduto e me lo ha raccontato.»
«Sì, io parlava di lui, o mio ospite.»
«Ebbene. Per l’amor del Cielo, signor Tressiliano, pigliate bene i
vostri passi innanzi. Questo Varney è il protettore, il signore del
Foster. L’usufrutto di Cumnor-Place e del parco che costui gode,
lo tiene dal sig. Varney, il quale poi ha avuti dal suo padrone,
Conte di Leicester, i beni dell’Abbazia d’Abingdon, che comprendono
i fondi usufruttuali del Foster. Si dice che lo stesso Varney possa
tutto sull’animo del Conte. Io stimo troppo questo ultimo signore per
non persuadermi che egli si valga del suo favorito nel modo, come
pretendono certe persone. Ma è sempre vero, che lo ama, ed è inoltre
indubitabile che il Conte può altrettanto sulla mente della Regina,
intendo nelle cose convenevoli e giuste. Ora vedete quali nemici vi
siete tirati alle spalle.»
«Su questo poi, la cosa è fatta. Non vedo un modo di rimediarvi.»
«Per Bacco! è ben necessario che vi rimediate o d’una maniera o
dell’altra. Riccardo Varney... appunto per questo predominio ch’egli ha
sullo spirito del Conte, e attese le moleste pretensioni che per essere
succeduto nei diritti dell’Abbazia, fa valere in questi luoghi.... si
ardisce appena pronunziare il suo nome fra noi. Voi vedeste di fatto
che ieri sera non se ne disse una parola, mentre poi niuno si ristava
dal gridar croce addosso a Tony Foster; e nella mia osteria non v’era
al certo una sola persona non convinta, che Tony Foster eseguisce
unicamente gli ordini del Varney, e che per conto del secondo la bella
signora misteriosa viene custodita in Cumnor-Place. Ma a tale proposito
voi ne sapete più di me, e benchè le signore non portino sciabola, ne
hanno fatto uscire più d’una dal suo fodero.»
«Sì, onesto Gosling, intorno a questa infelice so molte particolarità,
che non vi possono esser note. Anzi sento che ora abbisogno di
suggerimenti, e ne prenderò volentieri da voi. Quindi vi narrerò per
intero la storia che si riferisce ad un tale avvenimento, e tanto più
volentieri il farò, che terminato il mio racconto, mi sarà d’uopo di
raccomandarmi all’opera vostra.»
«Io non sono che un povero albergatore, sig. Tressiliano, e poco
quindi capace di dar consigli ad un pari vostro. Ma, quanto è sicuro
che ho tenuto sempre la strada dell’onestà in questo mondo, e che ho
dato a tutti buona misura non mi facendo pagare prezzo maggiore del
ragionevole, altrettanto potete star certo che se non mi riuscisse
d’aiutarvi, non tradirei per un regno le confidenze che mi farete.
Parlatemi adunque a cuore aperto, come se raccontaste le cose a vostro
padre, ed assicuratevi, che se ho anche un poco di curiosità, perchè la
curiosità entra fra le virtù della mia professione, questa va sempre
accompagnata da una dose ragionevole di prudenza.»
«Non ne dubito punto, o Gosling, Tressiliano rispose (e intanto che
il suo uditore preparavasi a dargli intera attenzione, meditò un
istante donde incominciar doveva il racconto). Per rendermi adunque
intelligibile, mi farà di mestieri il rimontare ad una data più antica.
Voi avete senza dubbio udito far parola della battaglia di Stoke, e
fors’anche di Sir Ruggiero Robsart, che valorosamente sostenne le parti
di Enrico VII avo della Regina, e che mise in rotta, e il conte di
Lincoln, e il lord Geraldin co’ suoi Irlandesi, ed i Fiamminghi che la
duchessa di Borgogna aveva inviati in soccorso di Lambert Simnel.»
«Mi ricordo di tutto ciò, disse Gosling. Nella mia sala se ne canterà
dodici volte per settimana la ballata. Ed è in onore di Sir Ruggero
Robsart di Devon, l’aria, che intuonano per le strade i nostri
canterini:
»Fior de’ prodi oppone il petto
»Alla mischia orrenda e fiera,
»Come sfida onde e bufera
»Fermo scoglio in mezzo al mar».
»Oh! sì; e mi ricordo ben anche di Martino Swart e de’ bravi Alemanni
da lui condotti, di quei loro giustacuori tagliati a festoni, e di
quelle loro stravaganti brache tutte increspate colle fettucce. V’è
un’aria anche in onore di questo Martino, e dovrei ricordarmela.
»Allestite, o soldati, i corsieri,
»È Martin che vi chiama alla pugna.
»La sua voce.....»
«Se cantate così, caro ostiere, sveglierete tutti quei della casa, e
avremo più uditori di quello ch’io non vorrei aver confidenti.»
«Perdonatemi, sig. Tressiliano, io andava via colla mente. Ma quando
una vecchia canzone torna in memoria a noi altri cavalieri dello
spiede, par che a forza ci voglia uscire di bocca. Ora vi ascolto.»
«Il mio avo grandemente affezionato alla casa di York, come lo erano
molti fra gli abitanti di Cornovaglia, si mise dalla parte di questo
Simnel, che assunse il titolo di conte di Warwick, perchè tutta questa
contea stette a favore di Perkin Warbeck, che s’intitolava duca d’York.
Il detto mio avo raggiunse gli stendardi di Simnel; ma dopo avere
combattuto con prodigioso valore, fu fatto prigioniero nella giornata
di Stoke, ove i capi di questo sfortunato esercito perirono per la
maggior parte coll’armi alla mano. Il prode cavaliere cui questo mio
antenato si arrendè, fu Sir Ruggero Robsart, che postolo al sicuro
della regale vendetta, il rimandò libero senza riscatto; ma non potè
sottrarlo agli altri effetti della sua prima imprudenza, alle grosse
ammende cioè pronunziate contr’esso, espediente favorito di Enrico,
che infievoliva per tal modo i proprii nemici. Il buon Robsart ciò
nonostante fece quanto potè per alleviare l’infortunio dell’avo mio, e
sì intrinseca divenne la loro amicizia, che mio padre fu allevato come
fratello e compagno di Sir Ugo Robsart figlio unico di Sir Ruggero, nè
inferiore al padre in indole generosa, benefica, ospitale, benchè nella
sapienza militare nol pareggiasse.»
«Ho inteso parlare, e ben più d’una volta di quest’ottimo Sir Robsart,
disse l’ostiere. Il suo primo bracchiere, William Badger, servo, più di
quanti mai ve ne sieno, affezionato al padrone, ne ha detto bene più di
cento volte in mia casa. È un cavaliere che ama l’allegria, passionato
ad usar atti d’ospitalità, ed avvezzo a tener tavola aperta più di
quello che s’usa ai nostri giorni; perchè ora in soli galloni d’oro si
mette sulle spalle d’un servo quanto basterebbe per regalare, tutto un
anno, di manzo e birra una dozzina di galantuomini, ed anche per fornir
loro il modo di andare una sera d’ogni settimana a ricrearsi alla
taverna, a fine di non dimenticare i poveri ostieri.»
«Quando dunque conoscete il Badger, mio caro Gosling, è certo che
avete inteso a parlar molto di Sir Ugo Robsart; laonde mi limiterò
a dirvi che ha spinto l’ospitalità, di cui lo lodate, al punto di
vederne sconcertate le proprie sostanze. Ma ciò non sarebbe il massimo
de’ mali, non avendo egli altra erede fuorchè una figlia. Ed è qui
che comincio io a comparire nella tessitura di tale storia. Morto mio
padre, son già parecchi anni, il buon Sir Ugo non avrebbe mai voluto
che mi dipartissi da lui. E la passione della caccia, passione in
me ardente quant’era in Sir Ugo, mi scemava il merito di secondare
le brame di un uomo cui mi stringevano vincoli di gratitudine e di
amicizia ereditaria. Pur talvolta io provava rimorso, perchè tale
inclinazione m’impediva di darmi a studii che mi sarebbero stati
assai più giovevoli. Ma questo istesso rimorso cessò affatto in me
per ben altra cagione. La rara bellezza di Amy figlia di questo uomo
rispettabile, cresceva in essa al pari dell’età, nè potea non fare
impressione in un giovane che stava di continuo al suo fianco.»
«E il padre non approvò il vostro amore. La cosa va co’ suoi piedi; e
in tali circostanze è sempre l’uso così. Il sospiro che vi è sfuggito
in questo istante prova che il padre della vostra Amy non si dipartì da
tal uso.»
«La cosa è affatto all’opposto. Il generoso sir Ugo approvò il mio
amore, ma fu il cuor della figlia che ricusò di dividerlo. Ella mi
concedè nondimeno la propria stima, permettendomi di sperare che a
questa stima un sentimento più tenero sarebbe succeduto. Il nostro
contratto di nozze fu stipulato e sottoscritto, perchè così volle il
padre, ma venne differito ad un anno il celebrarle, tale essendo il
desiderio che la giovane ne dimostrò. In questo intervallo, Riccardo
Varney comparve in quelle vicinanze. Prevalendosi d’una lontana
parentela, ch’egli avea con sir Ugo, gli fece frequenti visite, ed
infine passava pressochè tutti i giorni in sua compagnia.»
«Cattivo augurio per la casa ch’egli onorava di sua presenza!» disse
Giles Gosling.
«Ah! voi non dite che troppo vero, e non ne derivarono che disgrazie.
Ed in un modo sì strano ch’io non so ancora unire insieme le successive
combinazioni onde piombarono su d’una famiglia, infino a quel giorno
tanto felice. Per qualche tempo, la giovane Amy sembrò accogliere le
premure dimostratele dal Varney con quella indifferente urbanità, con
cui generalmente si sogliono contraccambiare cortesie che non abbiano
un serio scopo. Non andò guari che sembrò lo vedesse con rincrescimento
e fino con ripugnanza. D’improvviso, strinsero insieme una lega di
natura affatto straordinaria. Varney rinunziò ai modi di pretendente e
di amante, che sulle prime aveva assunti presso di lei. Amy, in vece,
non gli dimostrò più quella agghiacciata freddezza che aveva opposta
per lo innanzi alle prime sue cortesie. Sembrò regnasse fra essi una
segreta intelligenza fondata sulla confidenza scambievole. Ne fui
oltremodo scontento, e sospettai perfino che avessero segreti convegni
per intendersi l’un l’altro senza essere impacciati dalla presenza mia
o del padre d’Amy. Nondimeno io credeva ancora il cuore di lei franco
ed aperto, come lo annunziavano quegli angelici lineamenti; benchè
una folla di circostanze offertesi dopo quel tempo alla mia memoria,
avrebbero dovuto convincermi delle segrete loro corrispondenze. Ma che
giova ora il descrivere particolarità? Il fatto parla da se medesimo.
Ella scomparve dalla casa paterna, Varney se ne allontanò in quel
medesimo giorno; e ieri ho trovata Amy Robsart nella casa del vilissimo
Foster, ove ho veduto Varney, quando giugneva da una porta di dietro,
avvolto in grande mantello.»
«E questa è la cagione per cui vi siete cimentato? Mi pare, sig.
Tressiliano, che prima di farvi campione di questa signora, avreste
potuto informarvi s’ella lo desiderava, o lo meritava?»
«E che? Non sapete voi che mio padre, e come tale io riguarderò
sempre sir Ugo Robsart, stassi fra le domestiche mura immerso nel più
disperato dolore, o cerca invano, dandosi alla caccia, ricreazione
sua prediletta, di sbandir dal cuore una immagine che vi si presenta
soltanto per lacerarlo? Poteva io sopportare l’idea di veder vivere
questo padre nell’affanno, e la figlia sua nell’infamia? Io mi posi
dunque in traccia di Amy, mosso da speranza d’indurla a tornare
nel seno di sua famiglia. Trovai questa giovane sciagurata, e
quando, o sarò riuscito nel concetto disegno, o ne avrò ravvisata
l’impossibilità, la mia risoluzione è presa. I miei giorni si
termineranno nell’isola della Virginia.»
«Non vi abbandonate a sì violento partito, sig. Tressiliano, nè
vogliate rinunziare alla patria vostra, perchè una donna è una donna,
che cambia cioè amanti siccome nastri, senz’altro motivo che la sua
fantasia. Ma prima di esaminare più addentro la cosa, permettetemi
chiedervi come avete saputo sì bene mettervi sulla via di trovare il
soggiorno di questa giovane signora, o per meglio dire il luogo ove si
tiene nascosta?»
«Non ignorava io che Varney aveva ottenuti i dominii dell’Abbazia
d’Abingdon, e tal circostanza mi trasse a credere che Amy fosse in
questi dintorni. Si raddoppiarono i miei sospetti, allorchè l’altro
ieri intesi parlare d’una signora, che vivea sotto velo di tanto
mistero a Cumnor-Place. La visita che feci colà con vostro nipote, mi
provò poi quanto fossero essi fondati.»
«E quali sono al presente i vostri divisamenti? Scusate la libertà
ch’io mi prendo d’interrogarvi.»
«È mia mente tornare in questo giorno medesimo alla casa del Foster, e
procurarmi con Amy un intertenimento più concludente dell’ultimo. Sarà
forza dire che quell’animo è cambiato sotto ogni aspetto, se non arrivo
a farvi impressione.»
«Con vostra buona grazia, sig. Tressiliano, voi non vi cimenterete, io
spero, a tal passo. Se non vi ho male inteso, la giovane ricusò già
d’ascoltarvi.»
«Non è che troppo vero. Non posso negarlo.»
«E in qual modo adunque sperate poter costringerla a far cosa contro
la propria inclinazione, comunque disonorante ne sia la condotta e
per conto di lei e per quello della sua famiglia? Quand’anche le
foste padre, o fratello, la genìa fra le cui mani ell’è capitata,
non esiterebbe un istante a chiudervi la porta in faccia. Ma essendo
inoltre un amante da lei ributtato, correte di più rischio, che
coloro vi facciano un mal partito. E allora a qual magistrato volete
volgervi per ottenerne protezione ed assistenza? Perdonatemi la troppa
franchezza, ma voi siete in procinto di gettarvi nell’acqua per
afferrare un’ombra, nè potete uscirne che ben bagnato, se pure avete la
fortuna di non annegarvi.»
«Porterò querela al Leicester contro l’infamia del suo favorito. Il
Conte cerca di farsi forte colla sponda dei severi e rigidi Puritani.
Egli dunque non ardirebbe negarmi giustizia per un riguardo a se
medesimo, quand’anche non fossero in lui i principii d’onore e di
nobiltà, che gli vengono generalmente attribuiti. Poi, ad ogni evento,
spingerò la mia appellazione al trono della stessa Regina.»
«Quanto al Leicester, non mi maraviglierei se lo trovaste propenso
a difendere il suo favorito, perchè Varney si vanta di poter tutto
sopra di lui. Ma, dite bene; un’appellazione alla Regina li metterebbe
e l’uno e l’altro alle cose ragionevoli, perchè Sua Maestà cammina
stretto in questo genere di negozi, e a quel che in oltre si vocifera,
perdonerebbe più volentieri a dodici cortigiani l’essere innamorati
di lei, che ad un solo di questi il dar a comprendere che trova
un’altra donna più bella. Fatevi dunque coraggio, ed anzi tenetevi
solamente all’ultima idea. Portate a’ piedi del trono una supplica di
sir Ugo colla descrizione dell’insulto, che vi è stato fatto, e il
Conte, oh! lo vedrete, getterebbe piuttosto la sua testa nel Tamigi,
che compromettersi a sostenere il favorito in cosa di tal natura. Ma
per compir tutto questo, e poter sperar buon successo, è mestieri il
mettersi all’opera seriamente. In vece di perdervi qui a tirar botte
col primo scudiere del Leicester, o d’esporvi ai pugnali de’ suoi
colleghi, correte subito nella contea di Devon, fate sottoscrivere una
supplica a sir Ugo, e cercatevi amici che vi possano proteggere alla
Corte.»
«Il vostro raziocinio è giusto, o Gosling, e voglio ad esso
uniformarmi. Partirò dimani allo schiarire del giorno.»
«Fate meglio, sig. Tressiliano. Partite in questa notte medesima.
Non ho mai desiderato tanto di veder giungere un viaggiatore al mio
albergo, come ora desidero di vederne voi andar via. Mio nipote verrà,
un dì o l’altro, appiccato. Lo sia, poichè questo è il suo destino;
ma non vorrei che ciò gli accadesse per avere scannato uno tra’ miei
più rispettabili ospiti. Il proverbio dice: È meglio viaggiar da solo
la notte, che in pieno mezzogiorno a fianco d’un assassino. Partite,
signore, partite tosto per la sicurezza di voi medesimo. Il vostro
cavallo è lesto, perchè gli ho messo io briglia e sella; e qui è il
vostro conto.»
«Non ascende ad un _nobile_ (disse Tressiliano, mettendogli fra le mani
una piastra d’oro). Piacciavi passare il restante alla gentile vostra
figlia Cicily, e ai famigli dell’albergo.»
«Essi faranno onore alla vostra generosità, mio signore, e voi
ricevereste dalla propria bocca di mia figlia i suoi ringraziamenti, se
non si opponesse a ciò l’ora che è.»
«Non permettete, che i viaggiatori si prendano troppa libertà con
vostra figlia, mio caro Gosling.»
«Oh! avrò cura di starci attento. Ma, dopo quello che mi raccontaste,
non mi fa maraviglia che da voi vengano avvertimenti di tal natura.
Narratemi dunque. La bella signora, con qual occhio vi guardava ieri?»
«Sembrava più indispettita che confusa, e temo assai ch’ella si trovi
avvolta tuttavia nel delirio di una funesta illusione.»
«Ma se ciò è, caro signore, perchè farvi il campione di una donna, che
non si cura di voi? Perchè affrontare per essa il risentimento del
favorito di un favorito? Ah! l’amore è il mostro più pericoloso, in cui
possa scontrarsi un cavaliere che vada rintracciando avventure.»
«Voi v’ingannate, Gosling, e vedo che non mi avete inteso. Io non
desidero più, che Amy mi conceda un solo de’ suoi pensieri. Ch’io la
veda un’altra volta fra le braccia del padre, e quanto mi rimane a fare
in Europa, e forse su questa terra, è terminato del tutto.»
«E non sarebbe migliore risoluzione bere un bicchier di vino, e
dimenticare ogni malinconia? Ma capisco bene che venticinque anni e
cinquanta non vedono questi affari coi medesimi occhi, soprattutto
quando questi occhi si trovano lì sulla testa d’un giovane nobile,
e qui sulla testa d’un vecchio ostiere. Io vi compiango, sig.
Tressiliano..... Ma mi diceste, che potrei esservi utile! Non vedo
ancora in qual cosa.»
«Vel dico subito, Tressiliano rispose. Vorrei che steste coll’occhio
aperto su quanto accade a Cumnor-Place; cosa che potete fare
senza timore di dar sospetto a nessuno, attese le molte persone
che frequentano il vostro albergo; poi, che me ne informaste per
iscritto, valendovi di quel qualunque, che vi presenterà per parte mia
quest’anello. Osservatelo attentamente per riconoscerlo, ed in allora
vi pregherò conservarlo come una mia memoria.»
«Io non bramo ricompensa di sorte alcuna, o signore, ma mi sembra
sarebbe cattivo partito per un uomo posto, com’io, in una condizione
dipendente affatto dal Pubblico, il frammettermi in un affare di tal
natura, ed in cui non posso nemmen dire a mia giustificazione d’avere
verun interesse.»
«Verun interesse, dite? E che? non siete voi padre? Qual altro è lo
scopo del servigio chiestovi che di far rientrare sul cammino della
virtù una giovane traviata fra i sentieri del disonore e del vizio?
Avvi in tutto il mondo interesse più rilevante?»
«È per altro vero, e compiango con tutto il cuore questo vecchio
rispettabile e sfortunato, che ha malmesso il suo patrimonio a furia
di liberalità e facendo onore al suo paese, ed or si vede rapire
barbaramente da uno sparviero, come Varney, una figlia, che dovea
essere la sua consolazione. L’impresa cui vi accingete è veramente
arrischievole, ma non importa. Imparerò ad urlare coi lupi, e vi
assisterò nel nobile disegno di restituire la sua figlia ad un misero
vecchio, finchè però non mi diate altra incumbenza che di farvi
giungere con fedeltà le notizie di quanto saprò. Voi potete adunque far
conto sulla mia persona. Ma voi dal canto vostro abbiate prudenza, ed
anche riguardo per me, nel custodire gelosamente il mio segreto, perchè
se venisse a sapersi, che l’ostiere dell’_Orso nero_ si prende brighe
di questa natura, addio miei avventori. Varney avrebbe abbastanza
credito presso i Magistrati per farmi atterrare l’insegna[11], e
togliermi la patente, e rovinarmi in somma, incominciando dalla
cantina, e andando fino al granaio.»
«Non temete ch’io non usi circospezione, o Gosling, nè ch’io dimentichi
mai quanta gratitudine è dovuta e ai servigi che siete per prestarmi,
ed ai rischi cui potreste esporvi per me. Ricordatevi bene di
quest’anello, nè vi fidate ad altri che a chi ne sarà apportatore, per
farmi giugnere le notizie che avrete a trasmettermi. Ora profittando
del savio vostro suggerimento, non penso più che ad andarmene.»
«Seguitemi, sig. Tressiliano, e abbiate cura di marciare con tanta
leggerezza, come se invece di camminare sopra un tavolato d’assi, foste
coi piedi sulle uova. Rileva assai che nessuno sappia nè il come, nè
quando siete partito.»
Tostochè Tressiliano fu vestito, l’ostiere lo scortò colla sua lanterna
sino ad un picciolo cortile contiguo ad una scuderia, che per solito
non veniva posta in uso, che quando erano piene tutte l’altre. Il
cavallo di Tressiliano stava lì, mercè alle cautele prese da Gosling,
il quale dopo avere aiutato il cavaliere ad attaccare la valigia alla
sella, aperse la porta di dietro, gli strinse la mano, e rinnovatagli
la promessa d’istruirlo d’ogni cosa che accadrebbe a Cumnor-Place, gli
lasciò intraprendere la sua solitaria peregrinazione.
_Fine del primo volume._
A S. E. REVERENDISSIMA
MONSIGNOR COLANGELO
PRESIDENTE DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE
ECC. REV.
_Marotta_ e _Vanspandoch_ librai tipografi desiderano di ristampare
la _Collezione de’ romanzi storici di Walter Scott_. All’oggetto la
pregano di accordarne loro il permesso.
R. MAROTTA e VANSPANDOCH.
_A dì 19 dicembre 1824._
PRESIDENZA DELLA GIUNTA PER LA PUBBLICA ISTRUZIONE.
Il Regio Revisore signor D. Girolamo Parroco Pirozzi avrà la
compiacenza di rivedere la soprascritta Collezione, e di osservare se
vi sia cosa contro la Religione, ed i dritti della Sovranità.
_Il deputato per la revisione de’ libri_
_Canonico_ FRANCESCO ROSSI.
ECCELL. E REVER. SIGNORE
Ho con attenzione osservata la _Collezione de’ romanzi storici di
Walter Scott_. In essa niente si oppone alla Religione, od al Re (D.
G.). Può quindi, previa licenza dell’E. V., darsi alla stampa; anche
per fomentare il buon gusto delle amene lettere.
Dalla parrocchia di S. Gio. in Corte
li 24 dicembre 1824.
_Il Regio Revisore_
GIROLAMO M.RE PIROZZI PARROCO.
_Napoli 28 Dicembre 1824._
PRESIDENZA DELLA GIUNTA PER LA PUBBLICA ISTRUZIONE.
Veduta la dimanda de’ librai tipografi R. Marotta e Vanspandoch, con
la quale chiedono di ristampare la _Collezione de’ romanzi storici di
Walter Scott_;
Veduto il favorevole rapporto del R.º Revisore D. Girolamo Parroco
Pirozzi;
Si permette che l’indicata Collezione si stampi, però non si pubblichi
senza un secondo permesso, che non si darà se prima lo stesso Regio
Revisore non avrà attestato di aver riconosciuto nel confronto uniforme
la impressione all’originale approvato.
_Il Presidente_
M. COLANGELO.
_Pel Segretario Generale e Membro
della Giunta_
_L’Aggiunto_ ANTONIO COPPOLA.
NOTE:
[1] Vedi le Antichità della contea di Berk scritte dall’_Ashmole_.
[2] _Vostro Onore, Vostra Grazia_ sono predicati di rispetto, che si
usano anche oggidì nell’Inghilterra, massimamente dagl’inferiori verso
i superiori; come fra noi _Vostra Signoria, Vostra Eccellenza_ ec.
[3] Contrada di Londra, abitata pressochè interamente da ricchi
banchieri.
[4] Nome di una setta di Calvinisti.
[5] Una specie di moneta.
[6] Denominazione, con cui i giocatori di vantaggio s’intendeano fra
loro nell’indicare i giocatori novizzi, che faceano proprie vittime.
[7] Se qualche leggitore facesse le maraviglie nell’udire parlare
in tal guisa la figlia di Foster, rammenti che avea par madre una
_Precisiana_, e doveva essere quindi grandemente istrutta nello studio
della Sacra Scrittura.
[8] Quest’ultima interrogazione è intesa a ferire i cambiamenti di
religione fatti dal Foster.
[9] Fu buon consiglio dell’autore Inglese l’avvertire, che questo
colloquio è stato ordinato ad arte per comodo dei leggitori.
Certamente, chi in passione parla da se medesimo non si perde in
epigrammi. Astenendosi da sì fatte ricercatezze, porto avviso che
si possano comporre monologhi, abbastanza conformi alla verità, ed
intelligibili anche senza la premessa fatta dall’autore, premessa che
piuttosto mette in voglia i leggitori di far tale inchiesta: _e chi gli
raccontò i discorsi che tenea seco stesso Varney?_
[10] Giuoco simile assai al _trou-madama_, o più veramente alla
piastrella.
[11] Niuno nell’Inghilterra può vendere acqua-vite, vino, o birra, se
non ne ottiene la patente dai magistrati del cantone; e tal patente
debb’essere rinnovata ad ogn’anno. Ma questi magistrati usano molti
arbitrii a tale proposito, onde son derivate assai vessazioni ed abusi.
Vedi su di ciò una Memoria intorno la _Polizia_ di Londra, inserita in
un volume del _Corrispondente_, e pubblicata a Parigi presso il Gide.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK KENILWORTH, VOL. 1/4 ***
Updated editions will replace the previous one—the old editions will
be renamed.
Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
law means that no one owns a United States copyright in these works,
so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United
States without permission and without paying copyright
royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
of this license, apply to copying and distributing Project
Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™
concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
and may not be used if you charge for an eBook, except by following
the terms of the trademark license, including paying royalties for use
of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for
copies of this eBook, complying with the trademark license is very
easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation
of derivative works, reports, performances and research. Project
Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away—you may
do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected
by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark
license, especially commercial redistribution.
START: FULL LICENSE
THE FULL PROJECT GUTENBERG™ LICENSE
PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
To protect the Project Gutenberg™ mission of promoting the free
distribution of electronic works, by using or distributing this work
(or any other work associated in any way with the phrase “Project
Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full
Project Gutenberg License available with this file or online at
www.gutenberg.org/license.
Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg
electronic works
1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg
electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
and accept all the terms of this license and intellectual property
(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
the terms of this agreement, you must cease using and return or
destroy all copies of Project Gutenberg electronic works in your
possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
Project Gutenberg electronic work and you do not agree to be bound
by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the person
or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.
1.B. “Project Gutenberg” is a registered trademark. It may only be
used on or associated in any way with an electronic work by people who
agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
things that you can do with most Project Gutenberg electronic works
even without complying with the full terms of this agreement. See
paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg electronic works if you follow the terms of this
agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg
electronic works. See paragraph 1.E below.
1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation (“the
Foundation” or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
of Project Gutenberg electronic works. Nearly all the individual
works in the collection are in the public domain in the United
States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
United States and you are located in the United States, we do not
claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
displaying or creating derivative works based on the work as long as
all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
that you will support the Project Gutenberg mission of promoting
free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg
works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
Project Gutenberg name associated with the work. You can easily
comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
same format with its attached full Project Gutenberg License when
you share it without charge with others.
1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
in a constant state of change. If you are outside the United States,
check the laws of your country in addition to the terms of this
agreement before downloading, copying, displaying, performing,
distributing or creating derivative works based on this work or any
other Project Gutenberg work. The Foundation makes no
representations concerning the copyright status of any work in any
country other than the United States.
1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
immediate access to, the full Project Gutenberg License must appear
prominently whenever any copy of a Project Gutenberg work (any work
on which the phrase “Project Gutenberg” appears, or with which the
phrase “Project Gutenberg” is associated) is accessed, displayed,
performed, viewed, copied or distributed:
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg™ License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you
are not located in the United States, you will have to check the laws
of the country where you are located before using this eBook.
1.E.2. If an individual Project Gutenberg electronic work is
derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
contain a notice indicating that it is posted with permission of the
copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
the United States without paying any fees or charges. If you are
redistributing or providing access to a work with the phrase “Project
Gutenberg” associated with or appearing on the work, you must comply
either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg
trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.
1.E.3. If an individual Project Gutenberg electronic work is posted
with the permission of the copyright holder, your use and distribution
must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
will be linked to the Project Gutenberg License for all works
posted with the permission of the copyright holder found at the
beginning of this work.
1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg
License terms from this work, or any files containing a part of this
work or any other work associated with Project Gutenberg.
1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
electronic work, or any part of this electronic work, without
prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
active links or immediate access to the full terms of the Project
Gutenberg License.
1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
any word processing or hypertext form. However, if you provide access
to or distribute copies of a Project Gutenberg work in a format
other than “Plain Vanilla ASCII” or other format used in the official
version posted on the official Project Gutenberg website
(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
of obtaining a copy upon request, of the work in its original “Plain
Vanilla ASCII” or other form. Any alternate format must include the
full Project Gutenberg License as specified in paragraph 1.E.1.
1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
performing, copying or distributing any Project Gutenberg works
unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
access to or distributing Project Gutenberg electronic works
provided that:
• You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
the use of Project Gutenberg works calculated using the method
you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
to the owner of the Project Gutenberg trademark, but he has
agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
within 60 days following each date on which you prepare (or are
legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
payments should be clearly marked as such and sent to the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
Section 4, “Information about donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation.”
• You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
does not agree to the terms of the full Project Gutenberg™
License. You must require such a user to return or destroy all
copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
all use of and all access to other copies of Project Gutenberg™
works.
• You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
receipt of the work.
• You comply with all other terms of this agreement for free
distribution of Project Gutenberg™ works.
1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
Gutenberg™ electronic work or group of works on different terms than
are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of
the Project Gutenberg™ trademark. Contact the Foundation as set
forth in Section 3 below.
1.F.
1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
Gutenberg™ collection. Despite these efforts, Project Gutenberg™
electronic works, and the medium on which they may be stored, may
contain “Defects,” such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
cannot be read by your equipment.
1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the “Right
of Replacement or Refund” described in paragraph 1.F.3, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
Gutenberg™ trademark, and any other party distributing a Project
Gutenberg™ electronic work under this agreement, disclaim all
liability to you for damages, costs and expenses, including legal
fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
DAMAGE.
1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
written explanation to the person you received the work from. If you
received the work on a physical medium, you must return the medium
with your written explanation. The person or entity that provided you
with the defective work may elect to provide a replacement copy in
lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
or entity providing it to you may choose to give you a second
opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
without further opportunities to fix the problem.
1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS’, WITH NO
OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of
damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
violates the law of the state applicable to this agreement, the
agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
remaining provisions.
1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in
accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
production, promotion and distribution of Project Gutenberg™
electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg work, and (c) any
Defect you cause.
Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg
Project Gutenberg is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.
Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg’s
goals and ensuring that the Project Gutenberg collection will
remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg and future
generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org.
Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
U.S. federal laws and your state’s laws.
The Foundation’s business office is located at 41 Watchung Plaza #516,
Montclair NJ 07042, USA, +1 (862) 621-9288. Email contact links and up
to date contact information can be found at the Foundation’s website
and official page at www.gutenberg.org/contact
Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation
Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread
public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.
The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
visit www.gutenberg.org/donate.
While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.
International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: www.gutenberg.org/donate.
Section 5. General Information About Project Gutenberg electronic works
Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
Gutenberg concept of a library of electronic works that could be
freely shared with anyone. For forty years, he produced and
distributed Project Gutenberg eBooks with only a loose network of
volunteer support.
Project Gutenberg eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.
Most people start at our website which has the main PG search
facility: www.gutenberg.org.
This website includes information about Project Gutenberg,
including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.