La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2)

By Villari

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Title: La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2)

Author: Pasquale Villari


        
Release date: June 16, 2026 [eBook #78880]

Language: Italian

Original publication: Firenze: Le Monnier, 1859

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/78880

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA STORIA DI GIROLAMO SAVONAROLA E DE' SUOI TEMPI, VOLUME 1 (OF 2) ***

                               LA STORIA
                                   DI
                          GIROLAMO SAVONAROLA
                           E DE’ SUOI TEMPI,


                      NARRATA DA PASQUALE VILLARI

                    CON L’AIUTO DI NUOVI DOCUMENTI.


                             VOLUME PRIMO.



                                FIRENZE.
                           FELICE LE MONNIER
                                 1859.




                         Proprietà letteraria.




AVVERTENZA.


Questo primo Volume della _Storia di Girolamo Savonarola e de’ suoi
tempi_ viene alla luce prima che la stampa del secondo volume sia
giunta al suo termine, perchè i doveri universitari a cui l’autore
è chiamato, ed il tempo che richiede la collazione dei documenti
gl’impedirebbero di corrispondere alle premure dell’editore.

La prefazione, nella quale si ragiona delle altre biografie e de’ nuovi
documenti su cui questa è condotta, sarà pubblicata col secondo volume,
che verrà seguito da un altro di opere inedite o rare del Savonarola.




LA VITA DI FRATE GIROLAMO SAVONAROLA.




LIBRO PRIMO.

[1452-1494.]




CAPITOLO PRIMO.

Dalla nascita del Savonarola, alla sua entrata nel chiostro.
[1452-1475.]


La famiglia dei Savonarola traeva la sua antica origine dalla città
di Padova. Nel principio del secolo XV si trasferì a Ferrara, dove fu
invitata dagli Este, che allora vi signoreggiavano. Niccolò III, amante
delle lettere e delle arti, mecenate dei dotti, orgoglioso di tenere
una corte fiorita d’ingegni rinomati, chiamò presso di sè Michele
Savonarola. Questi era un medico a quel tempo divenuto famoso nella
Scuola Padovana; ed il suo nome è passato ai posteri, non solamente pei
suoi molti e pregevoli scritti,[1] ma ancora per l’affetto che portò
al nipote Girolamo Savonarola, il quale più tardi riempì il mondo della
sua fama.

Venuto a Ferrara, Michele fu nella corte assai ben veduto, ottenne
favori ed onori d’ogni sorta, visse con agiatezza e con bella fama.
Poco sappiamo del suo figlio Niccolò: pare che studiasse molto la
scolastica, ma niuno scritto ricorda il suo nome: passò i suoi giorni
bazzicando per la corte, e consumando il patrimonio che suo padre avea
cogli studi e colla industriosa perseveranza raccolto. La sua moglie
Elena, venuta dalla illustre famiglia dei Buonaccorsi di Mantova, fu
però donna di elevata indole; ebbe una forza di carattere, una fermezza
d’animo quasi virile. Poco raccontano di lei i cronisti, ma quel poco
raccontano a provare la grandezza del suo animo.[2] Ed in vero, le
lettere con le quali il figlio Girolamo, in tutti i suoi pericoli o
dolori si rivolge a lei, quasi alla sola confidente intima della sua
vita, ci confermano da un lato le virtù di lei; mentre da un altro ci
fanno ripetere l’osservazione, che uno degli affetti più costanti e
inalterabili nelle anime grandi è appunto questo amore e direi quasi
culto alla madre.

Girolamo Savonarola, del quale intendiamo scrivere la vita, nacque
il giorno 21 settembre dell’anno 1452, e fu il terzogenito di sette
figli[3] che nacquero a Niccolò ed Elena. I suoi biografi raccontano
maraviglie di lui sin dalla più tenera età; ma ognuno conosce che fede
sia da dare a simili racconti. Assai più facilmente si può credere
che egli non avesse nulla di tutto ciò che fa amare i bambini; non
era nè bello nè ridente, ma fin d’allora serio e tranquillo; niuno
forse immaginava quale avvenire la sorte volesse apparecchiargli.
Nondimeno, il primogenito della famiglia, Ognibene, essendosi dato
all’armi; il secondo prendendo cura degli averi paterni, e forse
anche promettendo troppo poco di sè; non appena Girolamo fu uscito
dalla fanciullezza, che verso di lui si rivolsero tutte le speranze
della famiglia: farne un gran medico divenne il loro sogno. Quella
professione parea loro la sola nobile e dignitosa: sopra di essa erasi
fondata la casa dei Savonarola. E l’avo Michele rivolse ora al nipote
Girolamo tutte le sue cure più affettuose. Con quella pazienza e quella
ingenua semplicità che dánno i molti anni e la lunga esperienza, con
la chiarezza e precisione d’un forte ingegno educato allo studio delle
scienze naturali, si prese la cura di aprire il tenero fiore di quella
giovanile intelligenza ai primi pensieri, alle prime idee. Certo
niuno potrebbe augurarsi una scuola migliore di questa, ed il giovane
Girolamo corrispose ben presto al paziente e tenero amore dell’avolo,
innamorandosi dello studio e dei libri, quasi prima di poterli
comprendere: vi correva dietro come ad arca di tesori sconosciuti.

Sfortunatamente però l’avo morì assai presto (1462),[4] ed al
giovinetto non rimase altra guida che quella del padre, il quale prese
ad insegnargli la filosofia. Le scienze naturali non erano allora
che una parte principalissima della filosofia, colla quale lo studio
della medicina solea sempre incominciarsi; la filosofia poi, come
ognun sa, altro non era che la scolastica. In alcune parti d’Italia
era cominciato, è vero, qualche primo albore di filosofia platonica,
qualche traduzione fedele dell’originale greco d’Aristotele; ma di ciò
si discorrea solo come di gran novità: i libri che vennero nelle mani
del giovine Savonarola, furono San Tommaso e i commentatori arabi di
Aristotele. Questi libri gli eran dati come una guida e un indirizzo
necessario alla medicina; e fu singolare il vedere come egli, così
giovane, si abbandonasse e quasi deliziasse in quel mare o piuttosto in
quel laberinto d’incomposti sillogismi, e come presto divenisse valente
nella disputa.[5] Le opere di San Tommaso lo attiravano con una forza
incredibile; egli vi rimanea estatico a meditarle i giorni interi, e
con difficoltà potevano separarnelo per ricondurlo agli altri studi più
necessari alla medicina. Così da un lato lo trasportava e chiamava la
natura della sua mente, da un altro lo trattenevano i suoi genitori; e
già, senza che alcuno se ne avvedesse, era cominciata quella lotta che
dovea più tardi decidere il suo avvenire e deludere le speranze della
sua famiglia. Innamorato del vero, inconsapevole ancora di sè stesso,
egli era allora tutto pieno di quella felice ebbrezza che prova il
giovane, quando per ogni dove la natura sembra invitarlo ad entrare
lietamente nella vita; leggeva con fervore gli antichi scrittori,
scrivea versi, studiava il disegno e la musica.[6]

Sfortunatamente però mancano tutti i particolari di questa prima
giovinezza: la storia sembra averci voluto nascondere come si svolgesse
il suo spirito, come si educasse la sua mente, quali fossero in
particolare i progressi de’ suoi studi, quali le difficoltà con cui
dovette combattere, come si andassero formando la mente ed il cuore
d’un uomo che ebbe tanta parte nelle cose del mondo. Se non che,
si può osservare che ciò deve esser nato dalla mancanza di fatti
notevoli, e degni d’essere tramandati ai posteri. Probabilmente, la
vera storia della sua giovanezza riducesi a quei pensieri intimi, a
quelle impressioni segrete, che pochi poterono conoscere. Noi perciò
rivolgiamo invece lo sguardo alle cose che lo circondarono, per
argomentarne le impressioni del suo animo; giacchè egli non fu mai
un uomo chiuso tutto nelle solitarie meditazioni, ma si sentì sempre
trascinato verso la società e verso il popolo, col quale infatti visse
ogni qual volta non fu costretto a separarsene per troppo disgusto de’
suoi vizi.

Chi oggi osserva l’abbandono in cui trovasi la città di Ferrara, le
vie solitarie ove di rado s’incontra un uomo, ove l’erba cresce fra le
lastre, immagina difficilmente la splendida città degli Este coi suoi
100,000[7] abitanti, con una corte fra le prime d’Italia, col passaggio
continuo di principi, d’imperatori e di papi, colle feste che parea
non avessero mai fine: pur tale essa era quando vi nacque e visse il
Savonarola. Il quale essendo d’una famiglia che vivea nella corte,
udiva i discorsi rivolgersi continuamente intorno a queste feste ed
a questi sollazzi, dai quali dovè pure ricevere le prime impressioni
della sua infanzia. Non sarà, dunque, fuor di proposito, se ci fermiamo
a dire qualche parola di quella corte.

Nel 1402 Niccolò III governava, col titolo di marchese, lo stato
di Ferrara, a cui andava unita ancora la ricca e fertile provincia
Modanese. Egli dovette per sedici anni combattere di continuo la
nobiltà dei castelli intorno; e dopo averla con ogni arte di guerra,
d’astuzia e di tradimenti sottomessa, si trovò assoluto signore, e
diedesi colla pace a rendere illustre la sua corte. Fece innalzare
la torre del Duomo, i palazzi di Belriguardo e S. M. Belfiore, ed
altri splendidi edifizi. Abbiamo visto che chiamò da Padova Michele
Savonarola, e così fece di molti altri; fra i quali fu il celebre
erudito Guarino Veronese, a cui affidò l’educazione dei suoi due
figli naturali, Lionello e Borso. Questi furono poi legittimati, e per
espressa volontà del padre gli successero nel governo, a preferenza
di Ercole, figliuolo legittimo, ma di età troppo tenera. Lionello,
adunque, successe a Niccolò l’anno 1441, e Borso successe a Lionello
l’anno 1450. Essi governarono in tempi assai difficili. L’estinzione
della casa Visconti, la sollevazione di Milano, la gelosia dei
Veneziani e degli stati vicini, aveano per tutto acceso la guerra;
onde parea quasi impossibile che gli Este non vi fossero dagli uni o
dagli altri trascinati. Pure seppero non solamente tenersene fuori, ma
composero in Ferrara tante discordie fra principi e stati avversi, che
le acquistarono il nome di _terra della pace_. Ma ciò che più di tutto
fece crescere la fama degli Este, fu la magnificenza della corte, e il
titolo di mecenati che essi acquistarono prima d’ogni altro principe
italiano. Lionello era, infatti, amico di molti dotti; il Guarino,
il Valla, il Trapezunzio ed altri furono da lui protetti: egli avea
scritto orazioni latine, sonetti in volgare, dato principio ai famosi
musei degli Este, messo in fiore l’Università, fondato lo Spedale
di Sant’Anna e molti pubblici edifizi. Tenne la corte in un lusso
sfolgorante, e le feste che diede in occasione delle sue nozze furono
materia di discorso in tutta Italia. Ma egli non regnò che nove anni,
ed alla sua morte avvenuta nel 1450, gli successe Borso, che fece assai
presto dimenticare la munificenza e la magnificenza del fratello. Il
marchese Borso era un uomo della stampa dei Medici: a lui non mancavano
buone qualità, ma nascevano tutte dal bisogno di primeggiare e far
parlare di sè. Quando la giustizia non era a suo danno, egli l’amava
e facevala severamente osservare; ma assai più della giustizia, amava
il nome di giusto, che presso tutti s’era acquistato. Egli divise
equamente fra i cittadini il peso delle imposte, pigliò a suo carico
le spese dell’Università, introdusse a Ferrara la stampa, allora appena
in sul nascere; fondò la Certosa, fortificò di bastioni la città dalla
parte del Po, ed allargò il suo stato. Le discordie nate in Italia ai
tempi di Lionello, crebbero ancora nei suoi, ed egli visse in tempi più
difficili: pure seppe tenersi neutrale, e fu arbitro di quasi tutte le
discordie occorse al suo tempo fra gli Stati italiani. Il suo nome andò
tanto oltre, che gl’Indiani inviarongli ricchi donativi, credendolo il
re d’Italia.

Ora, se noi dicessimo che questo gran nome gli veniva principalmente
dal lusso della corte, e dalle feste con cui sollazzava di continuo
il popolo ferrarese, parrebbe strano, e sarebbe pure la verità. La sua
rinomata giustizia non avea mai potuto sostenere una prova difficile;
nè la sua vita passò senza qualche grave accusa. La vantata prudenza
colla quale seppe mantenersi in pace fra vicini che guerreggiavano,
si riduceva in fondo, per chi bene l’avesse considerata, all’arte di
non sposare mai la causa d’alcuno, e tenersi pronto per unirsi sempre
al più forte. Ma il marchese Borso apriva liberalmente la sua casa a
tutti, aveva una rara collezione di codici ed antichità, vestiva sempre
di broccato d’oro; nella sua corte sfoggiavano le più ricche stoffe
d’Italia; avea i più bei falconi, cani e cavalli che si fossero mai
visti; gli stessi buffoni della sua corte eran divenuti famosi, e le
descrizioni delle feste che egli dava correvano stampate da un capo
all’altro d’Italia.

Quando nel 1452 l’imperatore Federigo III scese in Italia con un
séguito di 2000 uomini per andare in Roma a prendere la corona
imperiale, passò per Ferrara. E Borso gli andò incontro colla nobiltà
e col clero, lo accolse sotto un ricco baldacchino; e per dieci giorni
continui tenne la città intera fra giostre, conviti, musica e danza.
Nel ritornare da Roma, l’imperatore si era deciso di dare a Borso i!
titolo di duca; le feste furono perciò riprese con più fervore. Fu
eretto nella piazza un suntuoso palco, sul quale sedeva l’imperatore,
col manto e la corona imperiale ricchi per 150,000 fiorini di gioie.
Borso mosse dal suo palazzo vestito di broccato d’oro, carico di gioie,
accompagnato dalla nobiltà ferrarese, fra lo schiamazzo del popolo
che andava gridando: _Duca, duca, viva il duca Borso_. Giunto innanzi
all’imperatore ed inginocchiatosi a’ suoi piedi, ne ricevette il titolo
desiderato.

Ma le feste a cui, per la sua età, potette assistere il Savonarola,
furono ancora più magnifiche, ed ebbero una ragione assai più notevole.
Allora era un continuo discorrere della caduta di Costantinopoli
(1453), della potenza sempre crescente del Turco, del pericolo
che esso minacciava a tutta la Cristianità: ognuno voleva fare una
crociata, ma per la indifferenza e la fiacchezza universale niuno si
movea. Finalmente, nell’anno 1458, Enea Silvio Piccolomini salito al
pontificato col titolo di Pio II, ordinò un concilio a Mantova, nel
quale egli dovea in persona incitare alla guerra santa i principi
cristiani. Dieci cardinali, sessanta vescovi, un gran numero di
principi secolari lo accompagnavano con indicibile pompa, nel 1459,
per le città italiane, che gareggiavano a sfoggiare di lusso nel
riceverlo e rendergli onore. A Firenze il Santo Padre entrò sulle
spalle di Galeazzo Maria Sforza, e dei signori Malatesta, Manfredi
ed Ordelaffi; la repubblica gli fece quelle feste con cui onorava
solamente l’imperatore o altri gran principi secolari. A Ferrara il
papa entrava sotto un baldacchino di broccato; le vie per cui passava
eran coperte di drappi e sparse di fiori; dalle finestre pendevano
arazzi ricchissimi; la città era piena di musica e di canto. Nel Duomo
il Guarino lesse una lunga orazione latina tutta piena d’erudizione e
di lodi al Santo Padre; il quale per otto giorni continui fu tenuto in
festa. Così procedette oltre per la sua via fino a Mantova, ove giunse
il 27 maggio 59. Ivi fece prova della sua maravigliosa facondia latina,
e mosse il pianto degli uditori nel descrivere la miseria dei cristiani
di Costantinopoli. Parlò il dottissimo Francesco Filelfo, parlò
anche in latino Ippolita figlia di Francesco Sforza; e finalmente gli
ambasciatori Greci mossero una più vera e profonda pietà col descrivere
le sventure della loro patria, la feroce crudeltà dei Turchi. Tutti i
principi offerirono aiuto d’uomini e danaro, ed il duca Borso promise
la somma, per lui esorbitante, di 300,000 fiorini. Ben presto però
si vide che egli era stato più astuto che volenteroso: questi grandi
apparecchi non si facevano che in parole, e bastò il pazzo tentativo
di Renato d’Angiò, il quale con pochi Francesi voleva andare alla
conquista del Regno di Napoli, per mandare a vuoto tutta l’impresa
d’Oriente.

L’anno 1460, il papa ritornava a Ferrara senza aver nulla concluso:
nondimeno le feste furono maggiori di prima. Il duca venne ad
incontrarlo nel Po sopra un magnifico bucintoro, circondato per ogni
dove da una miriade di barchette ornate a festa, con bandiere e con
musica, le quali occupavano tutta la gran larghezza del fiume, e
procedevano lentamente col bucintoro. Sulle rive sparse di fiori
attendeva una moltitudine di giovanetti vestiti di bianco, con
ghirlande in mano; e nel posto ove dovea discendere il Santo Padre, gli
facevano corona tutte le statue degli Dei pagani!

Il Savonarola assistè certamente a quella festa, e ne udì lungamente
parlare. Nè è da dirsi con parole che profonda impressione queste cose
producessero su quel giovane animo. Il suo entusiasmo religioso era
fieramente scosso da tali profanazioni, e fin dalla più tenera età
il suo cuore veniva travagliato da passioni diverse, e si trovava in
guerra aperta col mondo in cui vivea.

La vita di Borso procedè sempre allo stesso modo, e tali continuarono
ad essere i fasti del popolo ferrarese. Tali erano, pur troppo, anche
quelli del resto d’Italia: indifferenza e corruzione per tutto, il
paganesimo che invadeva da ogni lato, ed il popolo che si abbandonava
ad una gioia lasciva e spensierata.

Il 27 maggio 1471, moriva il Duca; e le sue ceneri erano ancora calde,
quando Niccolò figlio di Lionello, ed Ercole I (il figlio legittimo
di Niccolò III, pervenuto ora all’età maggiore), si contrastarono
fieramente la successione, tentando la fortuna dell’armi, che fu
favorevole ad Ercole. Il 20 agosto, egli entrava trionfante in Ferrara,
veniva ad alta voce acclamato signore del popolo; mentre che i seguaci
di Niccolò erano scannati per le vie, e quelli che potevano sfuggire,
venivano, come contumaci, condannati a morte. Le feste e le danze
riprendevano poi il loro usato giro, e l’indomani il popolo sembrava
avere dimenticato il sangue che s’era versato il giorno innanzi.[8]
— Tale era la famosa, splendida e allegra corte degli Este; tali i
signori che venivano corteggiati e probabilmente levati a cielo dalla
famiglia del nostro Savonarola.

Noi chiediamo invano ai biografi del Savonarola quali fossero le
impressioni e i giudizi suoi sopra questi fatti. Essi si tacciono
tutti. Ci descrivono però il suo vivere tristo e solitario, il suo
andare dimesso e sconsolato, il quasi mai non parlare, il dimagrare
continuo, il pregare sempre più fervido, le lunghe ore passate nelle
chiese, i digiuni frequenti. _Heu fuge crudeles terras, fuge litus
avarum_, erano le parole che di continuo e quasi involontariamente,
gli uscivan di bocca.[9] Era allora tutto immerso nella lettura della
Bibbia e di San Tommaso; nè pigliava altro riposo che quello di sonare
qualche mesta melodia, o scrivere dei versi, nei quali, non senza
energia e semplicità, dava sfogo ai dolori del suo cuore. E di ciò si
può avere un esempio nella canzone _De ruina mundi_, composta l’anno
1472, nella quale descrive a chiare note lo stato del suo animo, la
tristezza e lo sconforto de’ suoi pensieri.

    Vedendo sotto sopra tutto il mondo,
      Ed esser spenta al fondo
    Ogni virtude ed ogni bel costume,
      Non trovo un vivo lume,
    Nè pur chi de’ suoi vizi si vergogni.
    . . . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . . . .
    Felice ormai chi vive di rapina,
    E che[10] dell’altrui sangue più si pasce;
    Chi vedoe spoglia e i suoi pupilli in fasce,
    E chi di povri corre alla ruina.
    Quell’anima è gentile e peregrina,
    Che per fraude e per forza fa più acquisto;
    Chi sprezza il ciel con Cristo,
    E sempre pensa altrui cacciare al fondo.

E questi sentimenti agitavano così fortemente l’animo del Savonarola,
che i suoi biografi raccontano, come avendolo una volta i genitori
condotto nel palazzo ducale, egli, con una tenacità di proposito assai
notevole nella sua età, non volle d’allora in poi mai più rimettervi
il piede.[11] Veramente, quella severa massa quadrangolare, con le
sue quattro torri, coi larghi fossati, coi ponti levatoi, dovea in
quei giorni rendere immagine della tirannide trincerata in mezzo
al popolo ferrarese. Quelle mura non erano ancora consacrate dalla
memoria d’Eleonora e del Tasso, le cui ombre immortali sembrano ancora
passeggiare le splendide sale, e mandano in oblio ogni altra sinistra
ricordanza. Nè allora si andava per diletto a visitare le sottoposte
carceri, a cui sette inferriate chiudono la luce, ma ivi si udiva il
rumore delle catene, il gemito dei miseri che viveano quasi sepolti
sotto la terra. E sul loro capo la musica, la danza, i conviti non
avevano mai posa; il rumore degli argentei piatti, delle scintillanti
maioliche, dei veneziani bicchieri era continuo! Questi contrasti non
sfuggivano certo all’animo fervido, al cuore passionato del Savonarola:
egli fremeva a quella vista, e tutta la sua vita portò una dolorosa
rimembranza dei fatti che vide nella sua prima giovinezza: spesso la
sua mente si esaltava nel dolore, e non sapeva trovare rifugio altrove
che nelle chiese. La preghiera fu il continuo conforto di quell’anima
esaltata; egli bagnava di lacrime le soglie degli altari, sui quali
rimaneva prostrato lunghissime ore, chiedendo a Dio conforto contro i
mali di un secolo dissoluto, vile e corrotto.

In quel tempo appunto abitava accanto alla sua casa un esule
fiorentino, che portava il nome illustre degli Strozzi, e avea seco una
figliuola naturale. Un cittadino esiliato dalla patria di Dante dovea
sul suo animo avere un gran prestigio. Egli lo immaginava, infatti,
oppresso da nemici ingiusti, sofferente per amore della libertà e
della patria; e in quella casa dell’esule cominciò ad immaginare una
gente diversa da quella che lo circondava. I suoi occhi s’incontrarono
con quelli della giovane fiorentina, e provò quella prima arcana
rivelazione del cuore, che fa credere alla felicità sulla terra. Il
mondo s’illuminava innanzi a lui di nuova luce, la fantasia accesa di
mille speranze sognava giorni beati; ed egli, tutto pieno d’ardore
e di fiducia rivelò il suo animo alla giovane amata. Ma qual fu il
suo dolore nel sentirsi una superba risposta, che, rifiutandolo,
gli faceva capire che gli Strozzi non s’abbassavano a far parentado
coi Savonarola! Egli respinse quest’ingiuria con parole piene di
sdegno;[12] ma il suo cuore ne restò desolato. In un istante cadeva nel
nulla un mondo di sogni e speranze lungamente nudrite nell’animo, gli
fuggiva dinanzi tutta la felicità della vita, ed egli era nuovamente
solo in mezzo ad una moltitudine che d’ognintorno lo respingeva. Ancora
non avea venti anni: i fatti recentissimi della successione d’Ercole
I lo facevano disperare della sua patria; e l’affetto in cui avea
riposto tutta la sua felicità, era finito con una crudele illusione.
Ove, dunque, riposare l’animo affaticato e stanco? I suoi pensieri si
volsero allora spontaneamente a Dio.

      Se non che una speranza
    Pur al tutto non lascia far partita,
      Ch’io so che in l’altra vita
    Ben si vedrà qual alma fu gentile
    E chi alzò l’ale a più leggiadro stile.[13]

Il sentimento religioso s’impadroniva prepotentemente di tutto il suo
animo, gli creava nel cuore una nuova sorgente di conforto, aprivagli
una via ormai sicura. La sua preghiera era ogni giorno più fervida,
e quasi sempre egli concludeva con queste parole: «Signore, fammi
nota la via per cui deve camminare la mia anima.»[14] Già il pensiero
di abbandonare il mondo e darsi alla religione si affacciava assai
spesso alla sua mente, e la sua ammirazione per San Tommaso gli facea
inclinar l’animo all’ordine domenicano. Ma nel 1474 essendo andato a
Faenza, vi udì predicare un Agostiniano, le cui parole s’impressero
così fortemente in lui, che da quel giorno egli si era irrevocabilmente
deciso di darsi alla vita claustrale.[15]

Tornando a Ferrara, era per la via tutto lieto; ma quando mise il piede
sotto il tetto domestico, s’avvide che cominciava per lui una prova
durissima. Bisognava celare la sua deliberazione ai genitori; e la sua
madre, quasi fosse consapevole di tutto, lo fissava con uno sguardo che
parea volesse penetrargli il cuore, ed egli non ardiva più guardarla in
viso. Questa lotta durò un anno, e più volte il Savonarola ne rammentò
i supremi dolori: «Se io avessi manifestato il mio animo, egli diceva,
io credo che il cuore mi sarebbe scoppiato, e mi sarei rimosso dal
proponimento già fatto.»[16] E fra gli altri giorni, il 23 aprile
1475, il Savonarola sedutosi, prese in mano il liuto e sonò una canzone
così mesta, che la madre, quasi mossa da uno spirito di divinazione,
rivolgendosi ad un tratto pietosamente verso di lui, gli disse:[17]
«Figliuolo mio, questo è segno di partenza.» Egli allora si fece
forza, e colla mano tremante continuò a toccare il liuto, senza punto
rimuovere gli occhi da terra.

L’indomani, 24 aprile, era un gran giorno per Ferrara: celebravasi in
tutta la città la festa di San Giorgio, ed i parenti del Savonarola,
insieme cogli altri, vi assistevano. Quel giorno egli avea deliberato
di lasciare la casa paterna, e come si vide tutto solo, si pose in
viaggio per Bologna, ove s’indirizzò al convento di San Domenico, ed
espresse la sua volontà di vestir l’abito, chiedendo d’essere adoperato
agli uffici più vili del convento. Voleva essere il servo di tutti,
e veniva per far severa penitenza de’ suoi peccati, non per passare,
secondo il costume allora generale, da _Aristotele nel secolo, ad
Aristotele nel chiostro_. Venne ricevuto, e subito s’apparecchiò al suo
noviziato.

Non appena però egli fu solo, che il primo pensiero si rivolse alla
famiglia; e quel medesimo giorno 25 aprile, scrisse al padre una
lettera assai affettuosa, nella quale cercava confortarlo e rendergli
ragione della sua decisione. La cagione che lo avea mosso, era stata il
non poter più tollerare la gran corruzione del secolo, e il vedere per
tutta Italia sollevato il vizio, messa in fondo la virtù. Non si era
deciso puerilmente, ma dopo una lunga meditazione ed un lungo dolore.
Non avea avuto il cuore di rivelare il suo pensiero, perchè forse
allora non gli sarebbe più bastato l’animo a metterlo in atto. «Padre
carissimo,» egli conclude, «non vogliate col vostro dolore accrescere
il mio, già gravissimo. Fatevi animo, confortate mia madre, e insieme
con essa datemi la vostra benedizione.»[18]

Tale era il tenore di questa lettera; nella quale disse ancora, che
vicino alla finestra avea lasciato alcune carte, ove era descritto lo
stato del suo animo. Ed il padre ricercò subito fra i libri del figlio,
e nel luogo da lui indicato ritrovò uno scritto _Sul dispregio del
mondo_. Ivi sono i medesimi sentimenti espressi nella lettera: descrive
i costumi del suo tempo, e li paragona a quelli di Sodoma e di Gomorra.
«Non v’è rimasto pure uno, uno solamente, che voglia il bene: a noi
bisogna imparare dai bambini e dalle donnicciuole, perchè in essi soli
è rimasta ancora qualche ombra d’innocenza. I buoni sono oppressi,
ed il popolo Italiano è divenuto simile all’Egizio, che teneva in
soggezione il popolo di Dio. Ma già le carestie, le inondazioni, le
malattie ed altri segni moltissimi preconizzano futuri mali, annunziano
l’ira di Dio. Apri, apri, o Signore, nuovamente le acque del mar
Rosso, e sommergi gli empi nelle onde del tuo furore.»[19] Questo
breve scritto si credette perduto da tutti i biografi; ma si ritrova
presso la famiglia Gondi di Firenze, cui fu religiosamente confidato
da un Marco Savonarola l’anno 1604. Esso è assai notevole, perchè vi
si scorge chiaramente come sin dal suo primo entrare nel chiostro,
il Savonarola prevedesse flagelli all’Italia; e perchè fin d’allora
trovasi in lui il sentimento d’una straordinaria missione affidatagli
da Dio. Egli chiede al Signore che le acque del mar Rosso aprano il
passaggio ai buoni e sommergano i tristi; ma egli non può nello stesso
tempo nascondere la speranza, che la verga la quale dovrà comandare
a queste acque, sarà un giorno messa tra le sue mani. Invano volea
nasconderlo a sè stesso, invano umiliarsi ed essere adoperato agli
uffici più vili del convento: nel suo petto si nutrivano speranze e
disegni straordinari.

Quale effetto producessero sull’animo dei genitori quegli scritti,
non sappiamo; ma si può bene argomentare che si dolessero amaramente
della risoluzione imprevista del loro figliuolo, giacchè noi troviamo
di lui una seconda lettera, nella quale rimprovera i loro immoderati
rammarichi. «Se un principe temporale,» egli dice, alludendo al
mestiere del suo primo fratello, «mi avesse cinto la spada e fattomi
de’ suoi seguaci, voi ne avreste creduto onorata la vostra casa e
fattone allegrezza; ed ora che il Signore Gesù Cristo mi cinge la sua
spada e mi fa suo cavaliero, voi piangete!»[20] Dopo ciò i parenti si
dovettero rassegnare, ed il Savonarola pose tutto il suo animo ai nuovi
doveri assunti.

Egli era di mediocre statura, di colore scuro, di temperamento
sanguigno-bilioso, d’una fibra oltre ogni dire delicata e sensibile.
I suoi occhi fiammeggiavano sotto nere sopracciglia, il naso era
aquilino, la bocca larga, le labbra grosse, ma strette in modo fra
loro, che manifestavano una fermezza irremovibile di propositi:
la fronte, sin d’allora solcata da profonde rughe, indicava una
mente già data alla contemplazione di gravi pensieri. Tutta la sua
fisonomia invero non avea bellezza di forme: esprimeva però una severa
nobiltà di carattere; ed un certo sorriso di mestizia rendeva a que’
suoi lineamenti rozzi e taglienti, una tale aria di bontà, che al
solo vederlo ispirava fiducia. I suoi modi erano semplici, sebbene
incolti; il discorso disadorno e quasi rozzo, divenia nel suo animarsi
efficace e potente in maniera, che convinceva e dominava ognuno.[21]
In quei giorni però egli era chiuso in un silenzio profondo, e dato
alla contemplazione delle cose celesti. A vederlo passeggiare pei
chiostri, parea piuttosto un’ombra che un uomo vivo; tanto i digiuni
e le astinenze lo aveano macerato: le prove più dure del noviziato gli
parevano lievi, e i superiori doveano di continuo trattenerlo per non
farlo eccedere. Quando egli non digiunava, mangiava appena tanto che
bastasse a sostenerlo. Il suo letto era un graticcio con un saccone di
paglia ed un lenzuolo di lana; gli abiti erano sempre i più rozzi che
potesse avere, ma la nettezza ne era esemplare; la modestia, l’umiltà,
l’obbedienza, senza pari nel convento; il fervore della orazione tale
e tanto, che i superiori ne restavano ammirati, ed i confratelli assai
spesso credevano di vederlo rapito in ispirito. E veramente parea che
le mura del chiostro, separandolo dal mondo, gli avessero restituito
la calma dello spirito, e che egli allora non desiderasse altro che
obbedire e pregare.




CAPITOLO SECONDO.

Dalla sua entrata nel Chiostro, sino alla prima venuta in Firenze.
[1475-1482.]


Il Savonarola dimorò sette anni nel convento di San Domenico a
Bologna. Ivi, fra i solitari chiostri, nel tempio maestoso, ove le
ceneri del fiero fondatore dell’ordine riposano sotto quel monumento,
che è opera stupenda di Nicola Pisano, divise i suoi giorni fra la
preghiera e le privazioni. I superiori però, si avvidero ben presto
della dottrina e delle qualità non comuni della sua mente; onde, invece
di adoperarlo a quegli umili uffici a cui volea solamente darsi, lo
posero all’insegnamento dei novizi. In sul primo fu dolente di togliere
una parte del suo tempo alla preghiera ed alle pratiche religiose; ma
considerando poi che l’obbedienza era divenuta il suo primo dovere, e
che egli poteva dirigere i suoi compagni nella via della virtù e della
vera religione, si piegò volonterosamente al nuovo ufficio.

Chi però dalla obbedienza ed umiltà del Savonarola volesse argomentarne
tutti i suoi pensieri, anderebbe di gran lunga errato. Il suo era uno
spirito pieno di fede, ma anche pieno d’impeto e pieno d’ardore. La
corruzione del secolo lo avea deciso a chiudersi nel chiostro, ove
sembrava aver trovato pace nella solitudine e nella preghiera: ma
quando egli si faceva a considerare le tristi condizioni della Chiesa,
l’animo ribolliva di sdegno, e nel suo petto nascevano pensieri che
invano egli s’adoperava a frenare colla disciplina religiosa e con
tutte le forze della sua volontà.

L’anno medesimo che lasciava il mondo, quell’anno d’esaltato fervore,
egli dava sfogo ai pensieri più segreti del suo animo in una Canzone,
che intitolò _De ruina Ecclesiæ_. In essa egli domanda alla Chiesa, che
figura sotto l’immagine d’una casta vergine: — Ove sono gli antichi
dottori, gli antichi santi; ove la dottrina, la carità, il candore
antico? — Ed in risposta la vergine, presolo per mano, lo conduce
in una spelonca e gli dice: — Quando io vidi la superba ambizione
penetrare in Roma e contaminare ogni cosa, allora mi ritirai e chiusi
in questo luogo,

    Ove io conduco la mia vita in pianto. —

Dopo ciò gli mostra le piaghe che avevano contaminato il suo bellissimo
corpo; ed allora il Savonarola, tutto pieno di dolore, si rivolge ai
santi nel cielo e li invita a piangere tanta sventura: —

    Prostrato è il tempio e l’edifizio casto. —

— Ma chi ha ridotto le cose a tale? — riprende nuovamente il
Savonarola. E la Chiesa, riferendosi a Roma, risponde: — _Una fallace,
superba meretrice_. — Allora il giovane e devoto novizio, il solitario
ed umile fraticello, dice una di quelle parole, che rivelano tutta la
sua anima: —

                  deh! per Dio, donna,
    Se romper si potria quelle grandi ale? —

A che la Chiesa, quasi in tuono di rimprovero gli dice: —

    Tu piangi e taci; e questo meglio parmi.[22] —

Tale era dunque il Savonarola nel convento: i digiuni e la preghiera
confortavano il suo cuore, l’insegnamento dei novizi era il suo
riposo; ma nell’animo suo era già sorto un dolore profondo, uno sdegno
irrefrenabile di vedere la Chiesa di Cristo abbandonata e piena di
corruzione. Egli piange e si tace, è ben vero, ma nella sua mente
ritorna assai spesso quel pensiero: — Deh! per Dio, se rompere si
potriano quelle grandi ali, ali di perdizione! — Or si mettano innanzi
ad un’anima così esaltata i fatti che di giorno in giorno seguivano
per tutta Italia, gli si dipinga il quadro tristo ed osceno di ciò che
avea luogo nella corte romana; ed allora solo si potrà comprendere che
fuoco dovesse finalmente accendersi in quel cuore già per sè stesso
infiammato.

Sin dalla morte di Pio II (1464) era cominciata quella scandalosa
corruzione dei papi, che in Alessandro VI dovea raggiungere il suo
apice. La mala fede, e la smisurata avarizia di Paolo II divennero
ben presto note in tutto il mondo; e quando Francesco della Rovere gli
successe (1471) col nome di Sisto IV, si previdero alla Chiesa degli
anni ancora più tristi. Assicuravasi pubblicamente che l’elezione del
nuovo papa era stata simoniaca; si ripetevano per tutta Roma i nomi
di coloro che aveano venduto i loro voti, e gl’impieghi che ne aveano
ricevuto. La scandalosa libidine di Sisto non riconosceva, poi, limiti
di sorte alcuna; la sua prodigalità nello spendere era uguagliata
solamente dalla sete inestinguibile di oro; le passioni lo accecavano
così fieramente, che per raggiungere i suoi disonesti fini, non
retrocedeva innanzi ad alcuna disonestà di mezzi, e non v’era scandalo
che non fosse stato per commettere.

Si vide quasi in un istante sparire il tesoro con infinita avidità
raccolto da Paolo II; e ben presto il lusso sfolgorante dei nipoti di
Sisto, fece comprendere in quali mani fosse stato versato. Essi eran
quattro: uno di loro fu fatto prefetto di Roma; un altro cardinale,
che fu poi papa Giulio II; un terzo comprò per 40,000 ducati d’oro la
città d’Imola, e sposò la figlia di Galeazzo Sforza; ma di tutti il più
scandaloso e più prediletto era Pietro Riario. La preferenza del papa
per questo giovane di ventisei anni fu tale, che fece correre per Roma
mille scandolose dicerie. Da semplice frate fu levato alle dignità di
cardinale prelato col titolo di San Sisto, patriarca di Costantinopoli,
arcivescovo di Firenze. Egli ebbe pienissima autorità nella corte, e
quando vi andava, le vie non bastavano alla folla che lo accompagnava:
le sue udienze erano più frequentate di quelle del pontefice stesso. Il
suo fasto, dice uno scrittore contemporaneo,[23] avanzava tutto ciò che
i nostri padri seppero mai fare, tutto ciò che i nostri nipoti potranno
mai immaginare. Nel ricevere gli ambasciatori di Francia, dette loro un
pranzo, in cui si usarono quasi tutte le arti conosciute a quel tempo:
fu messo sossopra il paese per ricercare tutto ciò che v’era di più
raro e pregiato; fu fatto ogni sforzo perchè la posterità non potesse
produr nulla di simile: e le descrizioni in versi d’una tal festa
corsero non solamente per le città d’Italia, ma andate oltre le Alpi,
si sparsero in tutta l’Europa. Quando Eleonora d’Aragona, figlia del re
di Napoli, andando sposa al Duca di Ferrara, si fermò a Roma (1473),
il lusso passò ogni confine. Cardinali ed ambasciatori ricevettero
la sposa, e la menarono al papa per vie ricoperte di veli ed arazzi;
dipoi la condussero in un palazzo, fatto costruire a bella posta dal
giovane Riario accanto alla sua casa. Le mura erano di bellissimi
legni; l’interno splendeva di seta ed oro; i piatti, i bicchieri, ogni
specie di vasellame era d’oro e argento.[24] Così il cardinal Riario
avea in meno d’un anno speso la somma di 200,000 fiorini, e malgrado
i molti e ricchissimi impieghi, avea già 60,000 fiorini di debito. Non
perciò moderava i suoi eccessi; ma invece, quell’anno medesimo, partiva
per Milano, dove entrava in gara di lusso col duca Galeazzo, uno dei
principi più dissoluti in Italia. Dipoi andossene a Venezia, ed ivi
si abbandonò così perdutamente alle lascivie, che finalmente le forze
vennero meno alla mala volontà, e tornato a Roma, cessò di vivere il
giorno 5 gennaio 1474. In questo modo ebbe origine quello scandalo e
quella piaga profonda del papato, che fu conosciuta nella storia col
nome di nepotismo; e Sisto IV continuò a vivere sempre nello stesso
modo sino al 1484, anno ultimo del suo pontificato. In verità, sebbene
quella età fosse corrottissima, v’era pure un generale sconforto nel
vedere così desolata la Chiesa. Il mondo aborriva gli scandali dei
quattro nipoti del papa, e quelli di lui, che, pieno d’avarizia e
libidine, si dava ciecamente in preda a tutte le passioni.[25]

Chi poi dalla Chiesa si fosse volto a guardare il resto delle cose
d’Italia, ne avrebbe ricevuto non minore sconforto. Erano tempi
veramente infelici. Non solo si lamentava la libertà già da lungo tempo
perduta; ma in quei medesimi signorotti che tiranneggiavano, non si
vedeano più quelle doti d’energia e d’accortezza politica, che erano
state nei loro padri ammirate. Spenti quei forti desiderii, quelle
ardenti e smisurate ambizioni, parea che per tutto contemporaneamente
decadesse la razza dei principi. — Nel regno di Napoli, ad Alfonso
il Magnanimo era successo (1458) Ferdinando I d’Aragona, che ben si
avrebbe meritato il nome di crudele. Egli non seppe spegnere i suoi
nemici altrimenti che coll’astuzia, la simulazione e i tradimenti;
avaro poi e meschino in maniera, che negoziava sopra gli averi e
le proprietà dei suoi sudditi stessi. In Firenze, all’accorto ed
intelligente Cosimo dei Medici era successo (1465) l’incapacissimo
Piero, che in pochi anni di governo seppe mettere la supremazia
della sua casa in tale pericolo, che se la morte fosse venuta più
tardi, suo figlio Lorenzo non avrebbe potuto prendere in mano le
redini dello Stato. In Milano, al valoroso condottiero, all’astuto
politico Francesco Sforza, era successo (1466) il debole Galeazzo; ed
in Venezia, finalmente, all’abile ed ambiziosa politica di Francesco
Foscari, era seguita quella di Pasquale Malipiero (1457), le imprese
più notevoli del cui dogato furono le feste che dètte in piazza San
Marco. Questo peggioramento così universale sembrava quasi fatale e
misterioso: ma egli era che i padri di coloro che regnavano allora,
s’erano impadroniti degli Stati attraverso mille pericoli, rimovendo
ostacoli d’ogni sorta, combattendo un numero infinito di nemici; mentre
i loro figli, nati nella pace, cresciuti fra i cortigiani, s’erano
educati alla mollezza.

Eppure, quasi tutti questi mali non fossero bastevoli ad affliggere
l’Italia, se ne aggiungevano molti altri non meno gravi. Pareva che
questa mollezza dei principi facesse risentire i popoli, fra i quali
si trovava ancora un pugno d’uomini, che scontenti di quel nuovo stato
di cose, erano pronti di mettersi ad ogni cimento, di tentare ogni
impresa più disperata. Quegli anni, infatti, pareva fossero divenuti
gli anni delle congiure. Nel 1476 ne seguirono tre. — Girolamo Gentile
tentò di sottrarre Genova al giogo milanese: l’Olgiati, il Visconti
ed il Lampugnani pugnalarono in chiesa il duca Galeazzo, e furono poi
a furore di popolo ammazzati per le vie di Milano: a Ferrara, Niccolò
d’Este con 600 uomini ritentava la fortuna delle armi, ed insieme colla
più parte dei suoi vi perdeva la vita. Così queste congiure risultavano
sempre a danno di chi le tentava, nè facevano altro che peggiorare
la condizione dei popoli, rendere la tirannide sempre più ferma e più
crudele.

Nondimeno, la gravità del pericolo, invece di spaventare, parea che
eccitasse gli animi a fatti sempre più disperati, ed ogni anno se
ne udivano dei nuovi. Niuna delle congiure però fu terribile quanto
quella avvenuta a Firenze l’anno 1478, il giorno 26 aprile, quando
nella Cattedrale, mentre che si celebrava la messa, nel momento stesso
in cui si levava l’ostia consacrata, i Pazzi pugnalarono Giuliano
dei Medici, e fallirono il colpo dato a Lorenzo, che avuto tempo di
sguainare la spada, potè, difendendosi, ricoverare e salvarsi nella
sagrestia. Angelo Poliziano, che fu subito pronto a chiuderne la porta,
racconta che il disordine e le grida di quel momento furono tali,
che parve il tempio intero ne rovinasse.[26] Certamente in questa
congiura ogni cosa era fuori dell’ordinario: l’accortezza e l’ardire
con cui l’aveano tramata; il momento scelto per menarla ad effetto;
la nobiltà delle famiglie che vi aveano preso parte; le vittime che
allora, e per molto tempo dipoi, ne seguirono. Ma ciò che più di tutto
faceva maraviglia, era il numero e la qualità degli ecclesiastici che
vi si erano mescolati: ad un prete era stato affidato il pugnale che
dovea ferire Lorenzo dei Medici; il cardinal Salviati era stato il
centro principale dei congiurati a Firenze ed a Roma; il più caldo ed
instancabile istigatore ne era stato il santo padre medesimo, Sisto IV.
Egli avea sperato con questi modi crescere stato ai suoi nipoti; onde
non potè resistere allo sdegno di veder fallita la congiura, e posto da
banda ogni rispetto, divenne nemico dichiarato, e mosse guerra aperta
ai Fiorentini.

In questi tempi e fra questi fatti, s’andava formando l’animo di
Girolamo Savonarola. Egli riguardava l’andare del mondo e le condizioni
della Chiesa con un orrore ed un dolore, a cui non sapeva ritrovare
altro conforto che la preghiera e lo studio. I suoi superiori,
crescendo però sempre più nella stima che aveano già concepita
di lui, dall’insegnamento lo passarono alla predicazione. Ed egli
intraprese con ardore anche questo nuovo ufficio; giacchè il suo primo
proponimento di chiudersi nel silenzio e nella solitudine, cominciava
a cedere terreno innanzi all’imperioso e sempre crescente bisogno di
attività morale ed intellettuale: onde questa nuova palestra riusciva
assai gradita alle forze giovani e rigogliose del suo spirito.

Pare che in questi primi sermoni seguisse lo stile medesimo delle sue
lezioni; distendendosi però nelle osservazioni pratiche e nei precetti
di morale; allontanandosi a poco a poco da Aristotele per avvicinarsi
sempre più alla Bibbia, che dovea finalmente divenire il compagno unico
e indivisibile della sua vita. Nè altro possiam dirne, giacchè pare
ottennessero assai poco successo, non trovandosi scrittore del tempo
che ne accenni pure una sola parola, nè restandone memoria di sorte
alcuna.

L’anno 1482, i superiori lo mandarono a predicare in Ferrara. Ivi egli
fu come morto al mondo: non vide alcuno dei conoscenti; assai poco i
parenti, per non ridestare affetti ancora vivi nel suo cuore. Le vie,
le case, le chiese della sua patria gli richiamavano un passato che
egli voleva allontanare dalla sua mente. Ma neppure i suoi concittadini
fecero gran plauso al suo predicare; giacchè noi lo udiamo più tardi
lamentarsi che in lui si era verificato l’antico detto: _nemo propheta
in patria sua_.[27] Non avendo alcuno di quei sermoni, potremmo
difficilmente indagare la cagione di questa indifferenza de’ suoi
uditori; la più probabile congettura però è questa, che egli non volle
seguire la via tenuta dagli altri predicatori, i quali si perdevano sui
loro pergami negli interminabili sofismi della scolastica, o scendevano
a bassezze tali di linguaggio, che ai nostri giorni sarebbero permesse
appena nelle bettole.[28] Il Savonarola, d’altronde, ancora non avea
potuto ritrovare la sua maniera: rimanea, quindi, troppo incerto per
dominare l’uditorio e ricondurlo in un’altra via. Pure, fin d’allora vi
era qualche cosa di eloquente ed efficace nella sua parola, come si può
cavare dalla narrazione che fanno i biografi di molti aneddoti simili
al seguente. — Da Ferrara navigava egli un giorno sul Po verso Mantova,
con una piccola nave, in cui si trovavano ancora tredici soldati che
giocavano e bestemmiavano, senza rispetto alcuno all’abito nè alla
dignità del frate. A questo il Savonarola sdegnato, indirizzò loro la
parola; e subito dopo undici di quei soldati caddero in ginocchio ai
suoi piedi, pentiti dei loro peccati.[29] — Di certo però, altra cosa è
rivolgere efficacemente il discorso a pochi soldati e persuaderli, per
così dire, coll’impeto della propria coscienza; altra cosa parlare sul
pergamo a un uditorio numeroso e fare un sermone. Nel primo caso basta
la natura, che nel Savonarola era fecondissima; nel secondo ci vuole
l’arte, che sembrava ancora mancargli.

In quell’anno medesimo (1482), una guerra addensavasi d’ognintorno
sopra Ferrara; onde il superiore dei Domenicani mandava altrove buona
parte dei suoi frati; ed il Savonarola dovette volgere i passi a
Firenze, dando così l’ultimo addio ai parenti, agli amici ed alla sua
patria, che vedea per l’ultima volta.

Questa guerra mossa da principio contro il solo duca di Ferrara, s’era
a poco a poco sparsa per ogni dove, ed avea diviso in due fazioni quasi
tutta Italia. Le cagioni vere che la moveano, erano da una parte la
nuova ambizione dei Veneziani, che si volevano stendere sulla terra
ferma; da un’altra, lo smodato desiderio che avea il Papa d’accrescere
stato ai nipoti. Queste cagioni però si tenevano celate; ed il Papa
adducea, volersi vendicare contro il duca, per essersi egli condotto al
soldo dei Fiorentini, nella guerra che questi aveano dovuto sostenere
contro di lui dopo la mal riuscita congiura dei Pazzi; i Veneziani
pigliavano occasione da certe contestazioni di confini, e dalle loro
eterne quistioni pel commercio del sale. Il duca di Ferrara si offerì
pronto a cedere in tutto, ma non gli valse a nulla: quei due potentati
erano omai decisi alla guerra, e si tiravano dietro la repubblica
di Genova, ed un gran numero di quei signorotti che dominavano nelle
Marche e nelle Romagne. Pigliavano da un altro lato le parti del duca,
la repubblica Fiorentina, il re di Napoli e il duca di Milano; a cui
si univano il marchese di Mantova, il Bentivoglio signore di Bologna
e la potente casa dei Colonna. L’Italia si trovava tutta sulle armi,
e non v’era che la repubblica Fiorentina la quale pigliasse parte a
queste contese solamente in parole: nel resto s’era già cominciato a
guerreggiare. Il duca di Calabria veniva alle mani coi pontificii,
comandati da Roberto Malatesta; i Colonna, usciti dai loro feudi,
devastavano la campagna Romana; e i Genovesi attaccavano il confine
occidentale del ducato di Milano. Ma il nodo principale della guerra
era nelle mani dei Veneziani: essi stringevano fortemente Ferrara con
due eserciti, mentre un terzo portava la guerra al duca di Milano;
e spingevano le cose in modo, che già la fame opprimeva la città di
Ferrara, e la sua resistenza non poteva andare più in lungo. Si vedea
chiarissimo che, fra poco, il premio di tutta la guerra sarebbe caduto
nelle mani dei Veneziani.

Non appena Sisto IV s’avvide come la preda tanto desiderata fosse per
fuggirgli di mano, che, quasi cieco per la rabbia, voltò bandiera;
e fece un trattato col re di Napoli; concesse al duca di Calabria
il passaggio pe’ suoi stati; scomunicò i Veneziani, chiamandoli
nemici di Cristo; invitò tutti i potentati d’Italia a portar loro la
guerra. Questo subito mutamento poteva sorprendere solo quelli che non
conoscevano qual fosse la furiosa natura di Sisto, e ove lo conducesse
la sete dell’oro e degli stati. I Veneziani non si lasciarono, è
vero, spaventare dal Papa; ma la sua defezione avea mutato tutte le
condizioni della guerra. Il duca di Calabria avea già col suo esercito
approvvigionato Ferrara, e veniva a disturbare i lavori d’assedio: le
cose doveano perciò di nuovo procedere in lungo. I due eserciti si
posero l’uno accanto all’altro, senza che si venisse ad alcun fatto
risoluto di armi: le campagne erano ogni giorno devastate; moltissimi
moriano di fame, niuno di ferro. Con questa incredibile fiacchezza
procederono le cose sino all’anno 1484, quando ognuno si trovò stanco
d’una guerra egualmente dannosa a tutti. Allora il generale dei
Veneziani accettò le proposte d’un trattato di pace; gli eserciti da
ogni banda si ritirarono; ed in un punto cessò tutta la guerra, con
soddisfazione generale.

Il papa solamente non avea mai lasciato di soffiare nel fuoco da lui
acceso: troppo gli era crudele il pensiero di perdere le speranze
concepite nella guerra; onde, quando il 12 agosto vennero presentati
gli ambasciatori e che gli lessero le condizioni della pace, egli,
tutto pieno di furore, levatosi in piedi, gridò: — Voi mi annunziate
una pace di onta e di vergogna. — Il giorno seguente la gotta, di
cui già da lungo tempo soffriva, gli andò al petto, ed il santo padre
moriva pel dolore della pace conclusa.[30]

Questa era, dunque, la guerra che cacciava il Savonarola da Ferrara
verso Firenze; ed egli traversava l’alpestre e solitario Appennino per
venire in città nuova, fra gente sconosciuta, con l’animo travagliato
dal pensiero di vedere che un papa, per accrescere stato a due o tre
giovani dissoluti, metteva in tanto disordine tutta Italia: mentre i
Turchi erano quasi alle porte, mentre ancora non erano scorsi due anni
dalla loro discesa in Otranto. Il vento che sibilava fra quegli abeti e
faggi, pareva quasi sonasse maledizione contro coloro che laceravano il
manto alla sposa di Cristo; e forse gli portava di nuovo alle orecchie
quel suo troppo audace verso:

    Se romper si potria quelle grandi ale!

Arrivato, dunque, la prima volta a Firenze nel 1482, egli entrò in
quel convento di San Marco, ove passò poi gli anni più belli e i più
infelici della sua vita. E siccome nella memoria dei posteri il nome
del Savonarola va inseparabilmente unito a quello di San Marco, così
sarà bene dire anche di questo qualche parola.

Nel principio del secolo XV, esso era una fabbrica miserabile e
quasi rovinata; ove abitavano alcuni frati Silvestrini, i quali vi
menarono una vita così scandalosa, che molti ne fecero richiamo alla
corte di Roma. Finalmente, Cosimo il Vecchio, avutone il permesso dal
papa, trasmutò altrove i frati Silvestrini, e concesse il convento
ai Domenicani riformati della congregazione Lombarda. Volle rifare
dalle fondamenta un nuovo edifizio, dandone l’incarico al celebre
architetto Michelozzo Michelozzi; che, dopo sei anni di lavoro ed una
spesa di 36,000 fiorini, lo condusse finalmente a termine l’anno 1443.
Il vecchio Cosimo non era mai avaro quando si trattava di chiese,
di monasteri o d’altre opere che potessero accrescere il nome della
sua munificenza, e dargli ascendente sul popolo. Durante i sei anni
nei quali si era condotta la costruzione del nuovo convento, egli
avea continuamente sovvenuto i Domenicani; ed ora che ogni cosa era
stata menata a buon termine, non si teneva ancora contento, se non lo
avesse dotato anche d’una ricca biblioteca. Questo però non era nè
facile nè di piccola spesa, trattandosi di raccogliere manoscritti,
che specialmente allora erano saliti a prezzi esorbitanti: ma la
fortuna gli porse una buona occasione, ed egli seppe valersene. Era
morto Niccolo Niccoli, il più celebre raccoglitore di manoscritti che
si conoscesse in Europa: egli era stato uno dei più dotti uomini del
suo tempo; avea consumato un patrimonio ed una vita intera a mettere
insieme una collezione di codici che era l’ammirazione di tutta Italia.
Nel testamento la lasciava ad uso del pubblico; ma la sua donazione
restava inefficace, perchè gravata di moltissimi debiti. Cosimo allora
pagò i debiti, e fatta una scelta di alcuni più pregevoli codici, che
ritenne per sè, affidò tutto il resto al convento di San Marco. Così
venne aperta in Italia la prima biblioteca pubblica; la quale fu tenuta
da quei frati sì bene ordinata, che si mostrarono degni veramente del
dono ricevuto. San Marco divenne quasi un centro di studi; e, riunendo
la sua congregazione tutti i conventi dell’alta Italia, da per ogni
dove venivano in Firenze i frati più dotti e crescevano lustro al
nuovo convento, ove assai spesso gli uomini più reputati di quel tempo
erano a conversare coi frati. In quegli anni medesimi, Fra Giovanni da
Fiesole, più noto col nome di Beato Angelico, venne con profusa mano
a spandere su quelle mura gl’impareggiabili tesori del suo pennello.
Ma tutte queste glorie venivano di gran lunga avanzate dall’avere quei
frati avuto per padre e fondatore religioso un santo conosciuto col
nome di Antonino, uno di quei caratteri che onorano veramente la specie
umana.

Difficilmente si trovano nella storia esempi di abnegazione più
costante, di carità più attiva, d’un amore del prossimo più evangelico.
Non v’è quasi istituzione di beneficenza che egli non abbia o creata
o rinnovata in Firenze. A lui si deve il santo pensiero di aver mutato
in una istituzione di carità, quella compagnia del Bigallo fondata da
San Pietro Martire a sterminio degli eretici, e che di tanto sangue
avea macchiato le vie e le mura fiorentine. D’allora in poi i capitani
del Bigallo, in luogo di bruciare o ferire a morte, raccolgono e
soccorrono gli orfani vagabondi. Sant’Antonino fu il fondatore dei
Buoni Uomini di San Martino, che ancora oggi adempiono il cristiano
ufficio di raccogliere le oblazioni e portarle alle case dei _poveri
vergognosi_. Sarebbe veramente impossibile raccontare tutto ciò che
egli fece in benefizio del popolo; ma al tempo di cui noi discorriamo,
molti rammentavano ancora averlo visto le mille volte percorrere la
città o la campagna, conducendo un somiero carico di pane, di panni
o di altro, per soccorrere gli abituri dei poveri che la peste o la
carestia avea desolati. La sua morte, avvenuta l’anno 1459, fu pianta
in Firenze come una sventura pubblica; e quando nell’82 il Savonarola
entrò in San Marco, ne trovò la memoria così viva e venerata da tutti,
che quasi pareva la sua ombra passeggiasse ancora quei chiostri.
Niuno pronunziava il suo nome senza un profondo rispetto; i suoi detti
tenevano un’autorità incontrastabile; e quando i frati volevano citare
un modello di virtù cristiana, pareva non sapessero trovare altro nome
che quello di Sant’Antonino.[31]

In quei primi giorni, perciò, il Savonarola sembrava quasi inebriato
di tutto ciò che vedea. L’amena campagna, le linee vaghe dei colli
toscani, il linguaggio sempre più elegante, le maniere sempre più
gentili degli abitanti, a misura che s’era avvicinato a Firenze;
tutto lo avea predisposto a bearsi in questo veramente fiore delle
città italiane, ove la natura e l’arte gareggiano di bellezza. Pel
suo animo così pieno di sentimento religioso, l’arte fiorentina era
come una musica sacra, e attestava l’onnipotenza dei genio ispirato
dalla fede. Le pitture dell’Angelico, gli parea quasi che avessero
chiamato gli Angeli ad abitare i chiostri di San Marco: innanzi ad
esse il Savonarola era portato in un mondo beato, che parevagli il
mondo della sua anima. Quelle sante tradizioni di Sant’Antonino; le sue
opere di carità vive ancora e tanto lodate tra quei frati, più culti e
gentili di quanti avea sino allora conosciuti; tutto gli faceva sperare
d’essere finalmente venuto in mezzo ai suoi fratelli. Il suo cuore si
apriva quindi perdutamente alla speranza, e non rammentava più i tristi
disinganni provati, nè pensava doverne avere dei nuovi, quando fosse
restato ancora qualche tempo in Firenze, quando ne avesse imparato a
conoscere gli abitanti più da vicino.




CAPITOLO TERZO.

Lorenzo il Magnifico[32] e i Fiorentini del suo tempo.


Quando il Savonarola venne a Firenze, dominava già da più anni Lorenzo
il Magnifico, ed era nell’auge del suo nome e della sua potenza. Sotto
il suo governo, ogni cosa avea preso apparenza prospera e felice:
cessati da lungo tempo quei partiti che d’ora in ora aveano sollevato
la città; imprigionati, esiliati o spenti coloro che non s’erano voluti
piegare alla dominazione Medicea, la calma e la tranquillità erano per
tutto. Le feste, le danze, le giostre tenevano occupato continuamente
quel popolo fiorentino che, una volta così geloso de’ suoi diritti,
sembrava che ora avesse dimenticato il nome stesso della libertà.

Lorenzo era sempre mescolato in questi sollazzi; ne ricercava, ne
inventava ogni giorno dei nuovi. Ma fra tutte le sue invenzioni, la
più celebre fu quella dei _Canti Carnascialeschi_, da lui per la
prima volta composti, e destinati a cantarsi nelle mascherate del
carnevale, quando la nobile gioventù, travestita a rappresentare ora il
trionfo della morte, ora una schiera di diavoli, ora un’altra simile
bizzarria, percorreva schiamazzando la città. La lettura di questi
canti ci può dipingere la corruzione di quei tempi, assai meglio
d’ogni altra descrizione. Oggi non la nobile gioventù, ma l’ultima
plebe li avrebbe a sdegno; e l’andarli cantando per la città sarebbe
considerato un’offesa al pubblico decoro, nè resterebbe impunito.
Allora essi erano la prediletta occupazione d’un principe lodato per
tutto il mondo, e tenuto come il modello d’ogni sovrano, un prodigio
d’accortezza, un genio politico e letterario. E quale i più lo dicevano
allora, tale molti vorrebbero giudicarlo oggi. Gli si perdona il sangue
sparso per mantenere un dominio ingiustamente acquistato da lui e
dai suoi; il disordine che mise nella repubblica; il rubare che fece
gli averi del comune per sopperire alle sue strabocchevoli spese; la
invereconda libidine,[33] a cui, malgrado una salute cagionevole e mal
ferma, abbandonavasi perdutamente; ed anche quella rapida ed infernale
corruzione del popolo, alla quale studiò di continuo con tutte le forze
e la capacità del suo animo: e tutto ciò gli si perdona per essere
stato protettore delle lettere e delle arti belle!

Nella condizione sociale di Firenze a quel tempo, eravi invero un
contrasto assai singolare. La cultura si era universalmente diffusa;
tutti conoscevano il latino ed il greco, tutti ammiravano i classici;
moltissime donne eran note per la eleganza dei loro versi greci e
latini. La pittura e le arti belle, dopo i tempi di Giotto decadute,
aveano ripreso una nuova vita; e per tutto si vedevano sorgere palazzi,
chiese, edifizi pieni d’eleganza. Ma artisti, letterati, politici,
signori e plebe, eran tutti d’animo corrotto, privi d’ogni virtù
pubblica o privata, di ogni sentimento morale. La religione o era
strumento di governo o bassa ipocrisia; non aveano fede nè civile,
nè religiosa, nè morale, nè filosofica; neppure il dubbio pigliava
forza nei loro animi. Dominava una fredda indifferenza per ogni
principio; e nei loro volti pieni d’accortezza, pieni d’acume e di
sottile intelligenza, appariva un freddo sorriso di superiorità e di
compassione, ogni volta che vedevano sorgere qualche entusiasmo per le
idee nobili e generose. Non le combattevano nè le mettevano in dubbio,
come avrebbe fatto un filosofo scettico, ma le compativano; e questa
loro forza d’inerzia opponeva alla virtù un ostacolo assai maggiore che
non avrebbe fatto una guerra dichiarata ed aperta.

Un tale stato morale doveva, di necessità, agire potentemente
sulla cultura intellettuale. La filosofia, infatti, erasi ridotta
ad erudizione; era caduta quella scolastica contro cui s’è tanto
declamato, ma che pure ebbe una gioventù, una vita, un ardore, che
invano cerchiamo negli scritti del secolo XV. Le lettere o erano
filologia o imitazione di Virgilio, d’Omero, di Pindaro e via
discorrendo. Sin dalla morte del Boccaccio, Franco Sacchetti piangeva
ne’ suoi versi, pieni di semplicità e di candore, la decadenza delle
lettere; e ciò che maggiormente lo affliggeva, non era (egli dice)
la perdita di quei sommi ingegni, ma il non esservi speranza che
alcuno sorgesse simile a loro, il non trovarsi più chi sapesse almeno
comprenderli.[34] E se egli fosse vissuto ai tempi di cui ora parliamo,
avrebbe avuto ben più alta cagione di pianto: avrebbe udito coloro
che dichiaravano la lingua italiana incapace di esprimere gli alti
concetti; avrebbe udito coloro che giudicavano la _Divina Commedia_
inferiore alle _Ballate_ ed ai _Canti Carnascialeschi_ di Lorenzo dei
Medici![35] Le arti belle, che sono ultime a risentirsi delle sventure
morali e politiche di un popolo, perdettero anch’esse quegli arditi ed
universali concetti coi quali Giotto, l’Orgagna e tanti altri aveano
ornato i monumenti d’Italia. E certo, nè il Duomo nè il Palazzo Vecchio
avrebbero in quel secolo potuto trovare un altro Arnolfo, che sapesse
infondere nelle loro mura tanto spirito di libertà e d’indipendenza.

Ma fra questi danni, avea pure la caduta libertà recato un solo
vantaggio alle lettere ed alle arti. Chiuse le vie ad ogni attività
politica, ad ogni civile ambizione, ad ogni virtù pubblica; decaduto
quel commercio e quelle industrie con cui s’erano raccolte fortune
così straordinarie; le forze che restavano ancora vive, si rivolsero
tutte allo studio delle arti e delle lettere. E così, sebbene non
si trovassero più di quegli altissimi ingegni fioriti nel tempo
della repubblica, si aveva almeno un moto universale di studi, una
moltitudine avida d’imparar nuove lingue, di produr nuovi libri
e nuovi quadri; e tanto più ingordamente avida, in quanto che non
sapea degli studi farsi scala a fini più alti. La città aveva infatti
l’apparenza d’una grande scuola; la passione che dominava ognuno era
quella di raccogliere codici e statue antiche; tutte le discussioni
erano grammaticali, filologiche o erudite. I Greci che per la caduta
di Costantinopoli riparavano in Occidente, venivano in Firenze accolti
con entusiasmo; ed essi, colle loro lezioni, colla loro dottrina,
accendevano sempre più la passione verso gli antichi; il desiderio di
conoscere la Grecia, di ricercare i suoi conventi, i suoi tempii; di
scavare il terreno per trovarvi gli antichi frammenti. E si facevano
delle spedizioni in Oriente; donde, dopo aver corso non pochi disagi
e pericoli, dopo avere spesso consumato patrimoni non piccoli, si
tornava carichi di tesori più o meno preziosi. Sono note nella storia
le ricerche fortunate che Poggio Bracciolini fece in quasi tutte le
città d’Europa; i viaggi in Oriente di Guarino Veronese, a cui un
naufragio rapì in poche ore il frutto di tante fatiche, e fece pel
dolore incanutire i capelli; quelli di Giovanni Aurispa, il quale tornò
a Venezia con 238 manoscritti, avendo però consumato ogni suo avere,
onde nell’estrema vecchiezza si trovò ricco di gloria, ma poverissimo
d’ogni bene di fortuna; quelli di Francesco Filelfo e di tanti altri,
che si partivano allora per visitare le classiche terre della Grecia.
Ogni volta che uno di costoro ritornava in Italia, ma specialmente in
Firenze, il suo arrivo era una pubblica festa, un trionfo. Gli andavano
incontro i primi del paese; il principe lo accoglieva con grandi
onori; le sue scoperte venivano celebrate in iscritto, e le lettere dei
privati amici non parlavano d’altro. Cominciavano poi le discussioni
sull’autenticità e la interpretazione dei codici; si accendevano le
quistioni filologiche o grammaticali, e le ire non aveano allora più
limiti: si laceravano quei dotti nella fama, nell’onore, con tutti i
modi più violenti. E questa poteva dirsi l’unica libertà lasciata ai
Fiorentini.

Le belle arti furono più fortunate: gli artisti si abbandonavano alla
vita gaia del tempo, godevano, sollazzavano e lavoravano colla stessa
spensieratezza. Il costume divenuto universale di proteggere le arti,
faceva sì che per tutta Italia i ricchi, i signori, le chiese ed i
conventi volevano le loro opere, ed essi erano invitati e bene accolti
dovunque; onde, beati di questa vita, lavoravano e godevano. Perderono
molto nell’altezza ed universalità dei concetti; guadagnarono però
infinitamente nella imitazione del vero, nel disegno, e nel meccanismo
dei colori: si trovò allora la pittura ad olio, che segnò un nuovo
periodo nella storia dell’arte. La scultura e l’architettura, in cui la
materia piglia una parte maggiore assai che nella pittura, fecero anche
dei grandi progressi, sia coll’aiuto delle statue o monumenti greci e
romani, sia per le mille difficoltà che la pratica insegnò a superare:
talchè i nomi del Donatello, del Ghiberti, del Brunellesco, restarono
immortali. L’arte raggiunse certamente in quel tempo una finezza, che
nel passato non avea avuta, e nel secolo dipoi perdette.

Ma i fatti da noi qui sopra descritti, ebbero la più parte luogo prima
che la dominazione dei Medici si fosse stabilita, e furono affatto
indipendenti dai loro aiuti. L’amore per gli studi classici si era
diffuso fin dai tempi del Boccaccio, ed era andato di poi sempre
crescendo: nei viaggi e nelle ricerche sopra accennate, privati
cittadini aveano consumato private fortune, senza speranza di aver
compenso d’altro che di gloria. Quanto agli artisti, essi eran quasi
tutti fioriti nel principio del secolo, come Brunellesco (1337-1446),
Ghiberti (1381-1455), Donatello (1386-1468), Masaccio (1402-1443); e
le loro più grandi opere furon fatte senza protezione nè consiglio dei
Medici.[36] La cupola del Brunellesco venne ordinata, per consiglio
dei cittadini liberamente adunati nel Duomo, l’anno 1407. Le porte
del Ghiberti furono cominciate l’anno 1400, e la enorme somma di
30,798 fiorini fu pagata tutta dall’arte dei doratori. La cappella del
Carmine, in cui lavorò Masaccio ed altri celebri artisti, fu fatta
a spese di privati cittadini; e le pitture del Beato Angelico furon
dipinte per amore dell’arte e per sentimento religioso, assai spesso
senza volerne accettar compenso di sorta.

I Medici, adunque, non crearono uno stato di cose che non era in
forza umana il creare; ma questo fu la conseguenza inevitabile delle
vicissitudini per tanti secoli corse dalla repubblica; del generale
rovescio di ogni libertà, che allora aveva luogo in tutta Italia.
Essi lo trovarono già apparecchiato; ebbero però la rara accortezza
di saperne profittare e, secondandolo, volgerlo a loro profitto. E
se mai vi fu uomo che potesse dirsi nato a ciò, questi fu certamente
Lorenzo il Magnifico. Egli aveva ereditato da Cosimo tutta quella
sottile astuzia, per la quale, senza essere un grande uomo di stato,
era prontissimo nei sottili ritrovati, pieno di prudenza e d’acume,
abile nel trattare cogli ambasciatori, abilissimo nello spegnere i
suoi nemici, ardito e crudele quando gli pareva che l’opportunità lo
permettesse. Non avea rispetto nè a fede, nè ad onestà, nè a condizione
alcuna di cittadini: andava direttamente al suo fine, senza riguardi
umani nè divini. Il crudele sacco della infelicissima città di
Volterra; i danari presi dal Monte delle fanciulle, per cui moltissime,
rimaste senza dote, si dierono alla pessima vita; la disonesta
avidità con cui pose le mani negli averi del comune, sono macchie che
neppure i suoi più caldi adulatori poterono cancellare.[37] Il suo
volto dipingea veramente tutto il suo carattere: avea qualche cosa di
sinistro e spiacevole; un colore olivastro, una bocca assai grande,
il naso schiacciato e la voce nasale; ma il suo occhio era vivo e
penetrante, la fronte alta, le sue maniere aveano quanto di più gentile
può immaginarsi in un secolo culto ed elegante come quello; il suo
conversare era pieno di vivacità, d’ingegno e di dottrina; coloro che
erano ammessi alla sua familiarità, restavano sempre di lui innamorati.
Egli secondò il secolo in tutte le sue tendenze: di corrotto che era,
lo fece corrottissimo, spingendolo a ciò per tutte le vie: abbandonossi
ai piaceri, e vi fece perdutamente abbandonare il suo popolo, per
ubbriacarvelo ed addormentarvelo. Infatti Firenze era al suo tempo
divenuta un’orgia di piaceri e dì feste.

Lorenzo però avea per la poesia e le arti un gusto assai squisito.
Abbandonato e mandato a male tutto il commercio della sua casa,
dètte le ore d’ozio alle lettere, nelle quali era stato educato dagli
uomini più dotti del suo tempo: il Landino eragli stato maestro nella
poesia, l’Argiropulo nella filosofia aristotelica, ed il Ficino
nella platonica. Fin dai primi anni avea mostrato un’intelligenza
degna del culto delle muse, una grande facilità di comprendere, una
precisione nell’esprimersi ed una fantasia assai vivace; messosi poi a
proteggere i dotti e gli artisti, la sua casa era divenuta il ricovero
degl’ingegni più chiari del suo tempo: ogni uomo di riputazione nelle
lettere, che si trovasse in Firenze, faceva capo a lui; molti venivano
d’altre parti d’Italia per vivere in quel cerchio fiorito di dotti.
E sia nelle radunanze tenute in sua casa, sia nella famosa Accademia
Platonica, il suo ingegno brillava in quella eletta schiera, da cui la
sua cultura letteraria ricevea non piccolo profitto. Così Lorenzo andò
lodato fra gli scrittori del suo tempo, e le sue opere allora portate
a cielo, neppure oggi restano senza fama. Le sue poesie volgari,
e specialmente la favola dell’Ambra, hanno una certa naturalezza e
disinvoltura, una spontanea eleganza, un’osservazione ed un sentimento
della natura, che a quei tempi non erano comuni. Spesso vi è troppo
chiara l’imitazione delle ottave del Poliziano; ma anche allora non
si possono negare a Lorenzo le rare doti del suo ingegno. Egli era
proprio l’uomo di quel secolo: nella intelligenza venivano ristrette
tutte le qualità del suo spirito; le sue maniere medesime erano in lui
conseguenza di cultura intellettuale, e non di gentilezza d’animo; la
protezione ai dotti era consiglio di governo, o desiderio di passar
lietamente il tempo. — Singolare vita fu veramente quella di Lorenzo!
Dopo essersi adoperato, con tutta la forza della sua volontà e della
sua mente, a distruggere con qualche nuova legge, qualche ultimo avanzo
di libertà; dopo aver fatto decidere qualche nuova confisca o condanna
di morte;[38] egli entrava nell’Accademia Platonica, e disputava con
calore sulla virtù e sulla immortalità dell’anima; di là usciva, e
mescolandosi colla gioventù di perduti costumi, cantava i suoi _Canti
Carnascialeschi_, abbandonavasi al vino ed alle donne; ritornava a
casa, ed alla sua tavola, insieme col Pulci e col Poliziano, recitavano
versi, discorrevano di poesia: ed in tutte queste occupazioni egli
vi si recava tanto intero, che ciascuna di esse pareva esser l’unica
della sua vita. Ma più singolare di tutto si è, che in tanta varietà
di vita, non si trovi a citare un atto solo che sia veramente di virtù
generosa verso il suo popolo, o i suoi familiari, o i suoi parenti: e
sì, che ove mai vi fosse stato, non lo avrebbero i suoi infaticabili
lodatori dimenticato. Segno in lui d’animo tristo, ma di tempi ancora
tristissimi; perchè se mai la virtù e la giustizia fossero state in
quel secolo, tenute nel grado che si dovea, egli non era uomo da non
istudiarsi, con qualche apparenza teatrale, d’averne almeno il nome.

Intorno a Lorenzo dei Medici si vedeano sempre due uomini i quali
godevano allora una grandissima fama in tutta l’Europa, e tramandarono
dipoi i loro nomi alla posterità. L’uno di essi era Angelo
Poliziano; il dotto di più vasta erudizione letteraria in quel secolo
eruditissimo, ed il solo che avesse nell’anima una vena ingenua di
poesia. A 13 anni aveva scritto bellissimi epigrammi latini, a 17 ne
aveva scritto degli altri in greco; e si vuole che di poco avanzasse
i 18 anni, quando compose quelle stupende ottave sulla giostra di
Lorenzo e Giuliano, che lo resero il primo poeta del secolo e fecero
il suo nome immortale. Per esse egli acquistò il favore di Lorenzo, ne
divenne segretario privato, bibliotecario, educatore de’ suoi figli, e
visse sempre nella sua medesima casa. Ma in questa nuova e più agiata
condizione, parve che s’estinguesse in lui la sacra fiamma della
poesia: l’erudizione soltanto andò sempre crescendo, e divenne col
tempo straordinaria. Lorenzo ricevè non poco vantaggio dai servigi e
dal conversare d’un uomo di sì vasta dottrina, ma la fama del Poliziano
ne soffrì grandemente; e forse a questa sua troppo intima familiarità
col Magnifico, si deve attribuir l’insistenza colla quale i posteri
hanno voluto accusarlo di vizi così osceni, che la storia sdegna di
rammentare. L’altro amico intimo di Lorenzo fu messer Luigi Pulci;
giovane di nobile famiglia, fratello di due poeti, dei quali fece
quasi dimenticare il nome col suo famoso _Morgante Maggiore_: poema
pieno di brio, di vivaci e strane fantasie; nel quale alla invocazione
della Vergine succede quella di Venere, ed a questa la satira della
immortalità dell’anima. E quale era il poema, tale fu l’uomo: spirito
bizzarro ed allegro, se mai ve ne fu; scettico pieno d’ironia, amante
dei piaceri e dell’ebbrezza dei sensi, anima e corpo con Lorenzo, che
accompagnava sempre alle veglie, ai sollazzi leciti o illeciti; ad
istanza della cui madre, Clarice Orsini, scrisse il poema, che lesse
alla loro tavola; accompagnando la poesia col vino. Oltre di questi
amici, Lorenzo passava assai spesso le sue ore in mezzo agli artisti;
pigliava parte ai loro piaceri, amava singolarmente le loro strane
avventure ed il loro carattere. Non potè già verso di loro usare una
protezione uguale a quella di Cosimo, il quale avea speso tesori a
fondare chiese e palazzi; ma pure li accoglieva sempre con lieto viso,
li soccorreva ed aiutava in tutti quei modi che un principe come lui
poteva. E se egli non avesse fatto per le arti altro che fondare il
giardino di San Marco, sarebbe già degno di grandissima lode. Ivi
raccolse tutte le statue o frammenti antichi che gli riuscì d’avere,
tutti i disegni dei più valenti artisti; e lo aperse ad ogni giovane di
qualche speranza. Ivi segnò le prime linee Michelangiolo Buonarroti,
quando ancora giovinetto, povero e da pochi conosciuto, trovò quella
ospitalità che tanto onore fece a Lorenzo.[39]

Ma noi abbiamo fino ad ora taciuto di un uomo che più d’ogni altro
poteva dirsi creatura dei Medici. Questi fu Marsilio Ficino, amico e
maestro di Lorenzo, capo di quell’Accademia Platonica le cui idee si
sparsero allora per tutto il mondo; e modificarono in modo quelle del
Savonarola, che noi crediamo doverne tenere più minuto discorso nel
capitolo seguente.




CAPITOLO QUARTO.

Marsilio Ficino e l’Accademia Platonica.


Il Concilio che si tenne a Firenze l’anno 1439, per riunire le
due Chiese greca e latina, non riuscì di alcun giovamento alla
religione; ma profittò invece assai alle lettere. L’imperatore mandò
a rappresentare la Chiesa orientale uomini di molta dottrina, i
quali parlando la medesima lingua di Platone e d’Aristotele, oggetto
allora di tanto studio e di tanta ammirazione, venivano dappertutto
circondati, riveriti e quasi corteggiati.

Eravi fra costoro l’aristotelico Teodoro Gaza, eravi il Bessarione,
convertito più tardi al cattolicismo; ma fra tutti splendeva il
nome di Giorgio Gemisto, di cui la posterità assai ingiustamente ha
quasi dimenticato la fama, sebbene fosse in quel tempo tenuto, fra
tutti i greci, il filosofo più valente. Egli sembrava essere davvero
vissuto cogli antichi: i suoi scritti erano tali, che anche i più
consumati filologi duravano fatica a non confonderli con quelli dei
più bei tempi della Grecia;[40] la sua ammirazione e la sua profonda
conoscenza di Platone gli fecero dare il nome di Giorgio Gemisto
Pletone. Tanta era la sua passione per gli antichi, che parlando assai
spesso dell’approssimarsi d’una riforma religiosa, nella quale un solo
predicatore avrebbe predicata una sola dottrina a tutto il genere umano
e sarebbe sparita ogni differenza di culto, si vedea dalle sue parole
che egli sperava nel ripristinamento degli Dei pagani. L’opera in cui
espresse queste idee, andò dopo la morte dai suoi nemici bruciata; ma
tali erano i tempi che, sebbene egli ne parlasse liberamente, venne
pure scelto a sostenere i diritti della Chiesa greca nel concilio
di Firenze. Dappertutto egli trovava una grande accoglienza: la
gravità dei suoi modi, la vastità della dottrina, l’eleganza degli
scritti, il parlare quasi il linguaggio stesso di Platone, gli davano
un’autorità non contrastata da alcuno. Le sue platoniche convinzioni
dovettero però essere assai poco soddisfatte in Firenze, ove allora
si leggeva con uguale avidità Aristotele e Platone, senza notare e
senza quasi discernere alcuna differenza fra loro. Dopo avere studiato
per sì lungo tempo la filosofia Aristotelica sui commentatori arabi,
gl’Italiani ebbero nel secolo XV, per la prima volta, fra le mani
le opere originali d’Aristotele, insieme con quelle di Platone. Essi
passavano perciò dall’uno all’altro filosofo, senza fare ancora alcuna
distinzione: le difficoltà dell’interpetrazione e della lingua tenevano
occupata la mente dei dotti; l’erudizione filosofica ancora non era
cominciata; tutte le discussioni versavano sopra soggetti di grammatica
o di filologia.[41]

Gemisto ad un tratto portò la quistione nel campo filosofico, col suo
opuscolo _De platonicæ atque aristotelicæ philosophiæ differentiâ_;[42]
nel quale paragonando con molto acume e penetrazione le due filosofie,
dava su tutti i punti la preferenza a Platone. Si accese allora
una gran lite fra i Greci, che si tirarono dietro gl’Italiani; e
sorsero così i due partiti degli Aristotelici e dei Platonici, che
si attaccarono con una violenza non credibile ai giorni nostri.
Giorgio Scolario[43] e Teodoro. Gaza, ambedue greci ed aristotelici,
furono primi a rispondere con violenza contro l’opuscolo di Gemisto:
prese dipoi la penna il Bessarione, che era suo discepolo, e difese
il maestro in una lettera anonima, nella quale cercava rimettere la
quistione in termini più civili. Ma, per mala sorte, si lasciò sfuggire
che egli stimava Teodoro Gaza più dotto di Giorgio Trapezunzio,[44]
altro greco che trovavasi allora in Firenze. Questi era un uomo di
carattere violento e presontuoso, di modi rotti, facile a prender
briga con tutti. Entrò subito nella lite con una tal violenza,[45]
che fece maravigliare ognuno: era aristotelico, ma attaccò platonici
ed aristotelici col medesimo furore; li chiamò _non philosophos sed
philotenebras_; aggiunse villanie e scurrilità d’ogni sorte; finalmente
non contento di avere oltraggiato i vivi, si volse contro i morti.
Platone, secondo lui, s’era abbandonato a tutti i vizi, dato alla gola,
alla libidine, ad ogni crapula; era uomo senza fede, senza dignità,
senza onore, e così via discorrendo. Un linguaggio a tal segno privo
di decoro, di convenienza e di verità, dovea naturalmente disgustare
tutti gli uomini onesti; ed infatti il Trapezunzio fu abbandonato e
disapprovato da ognuno. Nè per questo egli fece senno; ma continuando
sempre nello stesso tenore, passò infelicemente gli ultimi anni della
sua vita, senza neppure trovar compatimento.

Il Bessarione avea intanto lavorato ad una grande opera, _In
calumniatorem Platonis_,[46] che diede finalmente alla luce quando più
fervea la lite. Dopo aver vittoriosamente difesa la memoria di quel
filosofo, veniva a dimostrare che la sua discordanza da Aristotele non
era nè così grande nè così profonda, come molti volevano far credere.
L’Aristotele ellenico,[47] egli concludeva, può e deve mettersi in
accordo con Platone: questo hanno fatto gli Alessandrini; questo
possono e debbono fare gl’Italiani nel secolo XV. Così fu rimesso un
poco di ordine e di civiltà nella discussione, e finalmente trionfò in
Firenze quella filosofia, che sebbene abbia sempre portato il nome di
platonica, non fu che neo-platonica o alessandrina. La sua tradizione
si era tenuta sempre viva in Grecia, ed ora gli ultimi sostenitori
venivano a trapiantarla in Italia.

Ma più di tutto fu notevole in quella battaglia filosofica, il punto
in cui tutta la quistione s’era ristretta. Platone ed Aristotele,
aveva detto Gemisto, convengono ambedue che la natura opera ad un fine
determinato; ma Platone sostiene che la natura opera con consiglio
(_consulto agit_); che in essa, cioè, v’è uno spirito, una essenza
che si rende ragione del fine a cui cammina: mentre Aristotele la
paragona ad un operaio, che, appresa una volta la sua arte, lavora
poi istintivamente (_non consulto_), sebbene vada sempre al fine
determinato. E qui, Gemisto notava la grande superiorità del concetto
platonico: la natura, egli diceva, è l’arte di Dio, superiore di gran
lunga a quella dell’uomo; in essa la mano ed il consiglio divino son
sempre presenti; e se l’uomo può qualche volta operare per abito,
Iddio opera solo e sempre per suprema ragione. Una tal quistione,
sebbene espressa in una forma arida e confusa, era pure nel fondo
gravississima. Trattavasi di determinare se nella natura opera la
ragione o il caso; se essa è la manifestazione di uno spirito divino ed
universale che anima e regola il mondo, o l’effetto cieco delle leggi
che governano la materia. L’avere il Pletone, nel secolo XV, saputo
non solo portare d’un tratto l’erudizione italiana nel campo della
filosofia, ma anche fermarla sopra una quistione di vitale importanza,
fu in lui prova d’una grande penetrazione filosofica. Nè fu meno
notevole che quegli eruditi ne comprendessero così presto il valore, e
si disputassero con tanto ardore il terreno.[48]

Quando Gemisto vide l’ardore con cui il Bessarione sosteneva le idee
platoniche e conobbe che esse trionfavano in Firenze, si astenne da
ogni discussione, e cercò invece un modo più efficace a diffonderle
durevolmente. Egli avea un’arte singolare d’infondere negli altri
quell’ammirazione e quasi culto che avea per Platone: avvicinossi
perciò a Cosimo dei Medici, e dopo lunghi ragionamenti, che furono
uditi con molta attenzione, riuscì ad infondere entusiasmo anche
nell’animo di quel principe. Quando lo vide acceso di quelle idee,
procedette ancora più oltre, e gli comunicò il pensiero che avea di
ripristinare in Firenze quell’antica Accademia, che tanto onore avea
portato alla Grecia e tanto utile alla filosofia platonica.[49] L’idea
piacque a Cosimo, che subito se ne impadronì, e adoperossi a metterla
in atto. Tale fu l’origine di quella famosa Accademia Platonica, che
ebbe tanta parte nei destini della filosofia di tutto quel secolo.

Assicurato in questo modo il trionfo della sua dottrina, Gemisto se ne
tornò nel Peloponneso sua patria, a passare tranquillamente i pochi
anni che gli avanzavano di vita. Ma i suoi nemici non lo lasciarono
in pace; giacchè quello stesso Scolario che era stato dei primi a
combatterlo in Firenze, fatto ora patriarca di Costantinopoli, continuò
più fieramente la guerra. Lo perseguitò in vita colle accuse di eretico
e miscredente; dopo la morte cercò ogni modo di macchiarne la fama, e
bruciò parecchie delle sue opere, che andarono perciò inevitabilmente
perdute.[50] Pletone lasciò nondimeno in Italia un gran nome e tanto
amore di sè, che nel 1471, venti anni dopo la sua morte, le ceneri
di lui furono mandate a richiedere da Pandolfo Malatesta signore di
Rimini, il quale fattele portare in quella città, dette loro onorevole
sepoltura. Il decadere fra noi degli studi greci ha fatto dipoi assai
ingiustamente dimenticare la fama di questo filosofo; ma chiunque
legge la storia di quel tempo, vi troverà sempre che egli fu il vero
iniziatore della filosofia platonica in Italia, e però uno degli uomini
più benemeriti della nostra patria.[51]

Quando egli fu partito d’Italia, Cosimo s’avvide che l’Accademia
Platonica non fioriva, per mancanza d’un uomo che ne pigliasse la
direzione e ne fosse la forza animatrice. I suoi sguardi si volsero
allora ad un giovane che dava già maravigliose speranze di sè. Questi
era Marsilio Ficino, figlio del suo medico, nato l’anno 1433, e da lui
protetto d’aiuti ed incoraggiamenti efficacissimi, senza i quali non
avrebbe potuto studiare la filosofia. Egli s’era immerso avidamente
nello studio di Platone, e in età giovanissima avea scritto intorno
a quella filosofia opere voluminose.[52] Avanzatosi poi nello studio
del greco, si dètte a commentarne più diligentemente e tradurne ogni
scritto, apparecchiando quella traduzione che anche oggi, dopo tanti
progressi della filologia greca, è la migliore che abbia l’Italia.
Il suo culto per quell’antico filosofo andò crescendo in maniera, da
far credere che egli, canonico di San Lorenzo e ripristinatore della
filosofia cristiana, tenesse accesa una lampada innanzi al busto di
Platone. S’andò più oltre allargando nello studio di tutta l’antichità,
e non incontrò nome d’antico filosofo di cui non cercasse avidamente
le opere. Leggeva con ardore instancabile aristotelici, platonici,
alessandrini; cercava frammenti di Confucio e Zoroastro; studiava la
Genesi; passava da un’età ad un’altra, da un sistema ad un altro, senza
quasi avvedersene: bastava essere antico per aver la sua ammirazione.
Un tempo s’era giurato sopra Aristotele, ora si giurava sopra tutta
l’antichità. Era certo un gran passo; ed infatti, già nella lite dei
platonici e degli aristotelici si potea prevedere che il rivolgersi
alla ragione sarebbe stato fra poco inevitabile.[53] Ma prima di fare
una sì grande conquista, la filosofia avea ancora bisogno di percorrere
tutta l’antichità; e solo dopo averla, per così dire, smaltita, poteva
acquistare la coscienza della sua indipendenza.

Questa febbre di lettura invase e dominò talmente il Ficino, che la
sua testa divenne quasi un dizionario vivo dell’antica filosofia, e le
sue opere debbono considerarsi come una grande enciclopedia di tutte le
dottrine del suo secolo. Egli conosceva, oltre la filosofia, le scienze
naturali e la medicina, a cui suo padre avea voluto nei primi anni
indirizzarlo. Tutto ciò non gli avea però dato l’abito dell’esperienza
e dell’osservazione: a provare un vero, a lui non bastava la sua
ragione, non bastava la natura intera nè la coscienza del genere umano;
bisognava assolutamente trovarne riscontro in qualche verso di Platone,
o di altro autore antico, fosse pure scettico o materialista.

Un’operetta di poca importanza che il Ficino scrisse _Sulla religione
cristiana_, potrà forse più facilmente d’ogni altra dipingere quella
strana mescolanza d’idee ch’erasi formata nella sua mente.[54] Egli
vuol provare la verità della dottrina di Cristo, la divinità della sua
missione, ed incomincia il discorso così: «La venuta di Cristo è stata
più volte profetizzata dalle Sibille: i famosi versi di Virgilio sono
noti a tutti. Platone, domandato quanto tempo sarebbero i precetti
della sua filosofia durati, rispose: — insino a tanto che non verrà
Colui che aprirà la fonte d’ogni vero; — e Porfirio dice nei suoi
responsi: — gl’Iddii pronunziarono Cristo sommamente pio e religioso,
ed affermarono ch’era immortale, _molto benignamente testificando di
lui_. — » E su questi argomenti riposa principalmente tutta l’opera.
A provare la verità della religione cristiana, v’era dunque bisogno
delle Sibille, di Virgilio, di Platone; v’era, bisogno che Porfirio
ci assicurasse, avere gli Dei benignamente testificato di Gesù
Cristo! Tale era la mente e tali gli studi di Marsilio Ficino. Quella
universale ammirazione destata in tutta Europa allo scoprirsi degli
antichi tesori, si era in lui personificata ed avea in modo soggiogata
la sua mente, ch’egli era divenuto incapace d’ogni slancio di libero
pensiero. Confessava ingenuamente ai suoi amici, che quando ebbe la
prima idea di scrivere la grande opera della _Teologia Platonica_,
voleva scriverla in senso tutto pagano, e solo dopo una più matura
considerazione, s’era indotto a renderla cristiana.[55]

Questa è l’opera principale del Ficino,[56] quella in cui cercò
raccogliere tutta la sua dottrina e darle un certo insieme e forma di
sistema. Ma chi credesse potervi trovare una vera unità filosofica,
andrebbe di gran lunga errato: essa mancava nella mente stessa
dell’autore, i cui scritti piglian sempre la forma d’una lunga
dissertazione, che una folla d’idee secondarie, accattate da un numero
infinito d’autori diversi, viene di tratto in tratto ad interrompere
e confondere. Non vi si trova nè unità scientifica nè séguito di
ragionamento, e neppure eleganza di forme; cosa che poteva attendersi
da chi avea consumato la sua vita sopra gli scrittori greci. Tanto è
vero che essa procede solo dalla chiarezza e precisione delle idee, da
quello spontaneo e libero svolgersi del pensiero, che nel Ficino era
stato soffocato.

Nondimeno, nella storia di tutte le scienze e soprattutto della
filosofia, v’è una certa unità, una vita che appartiene più alla
scienza stessa che ai suoi cultori, che procede continuamente e si fa
strada malgrado le volontà particolari, malgrado gli ostacoli d’ogni
sorta. Già la battaglia dei platonici e degli aristotelici avea fermata
la filosofia sopra una quistione principale, e intorno ad essa si
trovava il Ficino costretto a raccogliere le sue idee, recandovi, quasi
senza avvedersene, una qualche unità ed ordine di sistema. — In qual
modo opera la natura? — domandavano allora tutti i filosofi; non tanto
perchè capissero l’importanza della quistione, quanto perchè essa era
stata il soggetto della gran lite. Sebbene platonico, il Ficino avrebbe
voluto dar ragione ad ambedue i partiti, o almeno tacersi; ma ciò non
gli era possibile; bisognava invece fermarsi a ragionare e discutere il
soggetto in tutte le sue parti. Così anche nella _Teologia Platonica_
vi fu un problema fondamentale, intorno al quale si andarono di
necessità raccogliendo tutti gli altri.

La natura, egli adunque disse, è animata da un numero infinito di
anime; l’acqua, la terra, le piante, gli astri, la luce hanno tutte
una _terza essenza_, o sia un’anima loro particolare. Queste anime
sono tutte razionali, immortali, ma inseparabili però dai corpi: esse
affaticano eternamente la natura d’una in un’altra trasformazione:
per esse l’acqua genera spontaneamente animali, la terra continuamente
fiorisce, gli astri si muovono con supremo ordine, e tutta la natura
procede con eterna ragione. Ma queste anime, rispondono esse all’idea
di Platone o pure alla forma di Aristotele? All’una e all’altra,
diceva il Ficino. Per Platone, le cose in tanto esistono, in quanto
corrispondono ad un’idea; per Aristotele, in quanto hanno una forma:
questi riconosce però in ogni cosa una prima forma generale, che è
forma di tutte le altre particolari; essa non differisce in fondo
dall’idea platonica, e questa è una cosa stessa coll’anima razionale o
la terza essenza. Ecco, adunque, in qual modo il Ficino cerca mettere
in armonia Platone ed Aristotele.

Questo infinito numero di anime o terze essenze è diviso in dodici
ordini, secondo le dodici costellazioni del zodiaco: esse hanno
una mutua corrispondenza fra loro, e si specchiano tutte nell’anima
dell’uomo, che è quasi il microcosmo della creazione. In conseguenza di
ciò, avviene che tutte le anime della natura possono agire su quella
dell’uomo, perchè tutte vi trovano riscontro; e in questo modo viene
spiegata l’influenza delle stelle. Se la stella Marte in una certa sua
posizione può avere influenza sopra un uomo, egli è perchè nell’anima
di lui già sono gli spiriti marziali ch’essa chiama in vigore. Se una
pietra o un’erba desta in noi una passione e ne spegne un’altra, ciò
è perchè l’anima della pietra o dell’erba trova nella nostra la sua
corrispondenza o il suo opposto. Così il Ficino colla sua filosofia
dava ragione a tutti i pregiudizi del secolo in cui viveva, pregiudizi
dai quali non andava esente egli stesso. Attribuiva infatti a
Saturno[57] la sua abituale malinconia; andava sempre pieno d’amuleti,
che mutava continuamente secondo lo stato del suo animo: e nel suo
libro _De vitâ cœlitus comparandâ_,[58] fece un trattato compiuto su
queste influenze degli astri, delle pietre, degli animali; discorse
a lungo sulle occulte virtù dell’agata e del topazio, dei denti della
vipera, delle unghie del leone, e via discorrendo.

Nè questa era una singolarità del Ficino, ma, come abbiam detto, il
carattere di tutto quel secolo, in cui tali credenze cominciavano a
pigliare nuovo vigore e divenivano di giorno in giorno più generali.
Sia che i Greci le riportassero d’Oriente, sia che gli animi vi
fossero singolarmente inclinati per quella universale mancanza che vi
era di sicura fede e di sicura scienza; certo è che gli uomini più
gravi di quel secolo ne erano dominati; e non avendo la forza ed il
coraggio di credere a se stessi, correvano avidamente dietro a questi
fantasmi. L’alchimia, l’astrologia divinatrice, tutte le scienze
occulte si propagavano di nuovo per le università e per le piazze. La
natura intera sembrava piena di forze occulte, di spiriti misteriosi
che parlavano ai mortali: un presentimento di strani casi, di grandi
mutamenti, di grandissime sventure era comune a tutti gli uomini, ma
più specialmente agl’Italiani. Molti parlavano anche di mutazioni
e riforme che si apparecchiavano nella religione. Abbiam visto che
il Pletone attendeva il trionfo degli antichi Dei; il grave e dotto
Landino tirava l’oroscopo della religione, e dalla congiunzione di
Giove e Saturno argomentava che il 25 novembre 1484, avrebbe avuto
luogo una grande riforma nella religione cristiana.[59] Era un secolo
di dubbio e di superstizione, d’indifferenza e di strano esaltamento.
Non voleano gl’Italiani difendere la patria, ed affrontavano mille
pericoli per ritrovare un codice; dubitavano dell’esistenza di Dio e
credevano agli spiriti. Niccolò Macchiavelli, infatti, pensava «che
questo aere fosse pieno di spiriti i quali, pietosi ai mortali, li
avvertissero con sinistri auguri dei mali che loro soprastavano.[60]» E
Francesco Guicciardini più tardi assicurava anch’esso, «che gli spiriti
aerei, quelli cioè che dimesticamente parlano agli uomini, esistono;
perchè n’ho visto esperienza tale, che mi pare esserne certissimo.»[61]
Marsilio Ficino non faceva, dunque, che portare l’antichità a sostegno
delle strane credenze di quel secolo; e la filosofia neoplatonica vi si
prestava mirabilmente.

Noi dobbiamo, secondo il Ficino, distinguere nell’uomo due anime: l’una
è l’anima sensitiva, o la _terza essenza_ del corpo, che è inseparabile
da esso, e dopo la morte lo sottopone alle eterne trasformazioni
della materia: l’altra è la mente, o sia l’anima intellettiva, che
è il soffio divino in lui infuso dal Creatore. Essa costituisce la
nostra alta e universale natura, è il microcosmo del creato, risente
il contatto di tutte le anime; e però mentre è attirata dalle cure
terrene, soggetta alle passioni, piena di dolori e di miserie, si
leva anche alla contemplazione delle cose celesti, può vedere oltre il
presente, profetizzar l’avvenire e, nell’estasi, giungere alla beata
visione di Dio. Questa visione, che fu concessa a Plotino e Porfirio, è
la suprema felicità che possiamo sperare in questa terra; è un’immagine
di quella beatitudine che ci attende in cielo. Ma che cosa è l’Essere
Supremo secondo il Ficino? Esso è l’_Unità_. Il perfetto per lui e pei
neoplatonici non è altro che l’_uno_; e però Iddio è essenzialmente
_uno_, anzi è l’_Unità_ stessa. Potrebbe anche dirsi che Iddio è la
_mente_; ma allora bisognerebbe aggiungere che in lui la _mente_ è
anima e corpo nello stesso tempo. Il Creatore, poi, non poteva degnarsi
di venire in contatto colla natura; ed ha perciò circondato il suo
trono di angeli, i quali sono creature immortali e intellettive, per
cui mezzo ha avuto luogo la creazione di tutte le _terze essenze_,
che sono alla loro cura affidate. Così dal Supremo Essere si diffonde
una serie infinita di anime, che vengono le une per mezzo delle altre
create e governate. Nell’uomo soltanto il Signore volle infondere il
suo divino soffio; volle che egli fosse opera delle sue mani e fatto
a similitudine sua. Per questa ragione, conclude il Ficino, v’è nel
centro della mente umana un punto, in cui avviene il sublime contatto
della creatura col Creatore.[62]

Tale era in sostanza la dottrina del Ficino: una imitazione delle
dottrine neoplatoniche; una fusione, per così dire, di tutta
l’antichità nella scuola alessandrina; priva di originalità, priva di
qualunque unità organica. Malgrado ciò, la scienza ha camminato; ed il
Ficino, senza saperlo, ha servito al suo progresso. Quando egli diceva:
— Il mare ha una terza essenza sua propria, i fiumi ne hanno un’altra,
un’altra ne hanno le pietre, e così via discorrendo; ma v’è una terza
essenza più generale, che è l’anima di tutto il nostro pianeta, come in
ogni cosa v’è una forma che è forma di tutte le altre; — egli allora,
senza punto avvedersene, apriva la via al primo filosofo indipendente
ed originale che abbia avuto l’Italia. Che cosa, infatti, fece Giordano
Bruno quando, sulle ali d’una nuova filosofia, levò quel volo audace
e sublime che tanto dovea essergli fatale? Niente altro che riunire
in una sola tutte le anime dei Ficino. — Questa, egli disse, è l’anima
del mondo; è mente, anima e corpo nello stesso tempo; è Iddio e natura
ad una volta; si manifesta per modi e mondi infiniti; non conosce
nè tempo nè misura; in essa si trova l’armonia di tutti i contrari.
— Impadronitosi di questa nuova e più alta _Unità_, in balia di se
stesso, abbandonossi alle forze vive del suo ingegno, ruppe le servili
tradizioni della scuola platonica, e pieno d’_eroico furore_ si spinse
nel libero cielo della scienza, ove il suo astro brilla eternamente.
Ma il Bruno non venne che un secolo dipoi, ed il Ficino non sognava di
spianar la via ad un ingegno così ardimentoso, che dovea muover guerra
a quell’antichità da lui tanto adorata, per amor della quale avea speso
tutta la vita.

Oltre i due grandi lavori della traduzione di Platone e della _Teologia
Platonica_, fece Marsilio Ficino un numero infinito di traduzioni degli
scrittori alessandrini; trattati, epistole, orazioni; diè pubbliche
lezioni nello Studio fiorentino; insegnò a Cosimo, Piero e Lorenzo
dei Medici; e fu l’anima della nuova Accademia, la quale sotto di lui
cominciò finalmente a fiorire, con grande compiacenza de’ suoi mecenati
e con plauso universale.

Quando poi Lorenzo dei Medici venne ad onorarla della sua presenza e
s’animò anch’egli in quelle discussioni, v’accorse un numero infinito
di dotti, e tutti sollecitarono l’onore d’esservi ammessi. Leggevano
i dialoghi di Platone, ed alcuni di essi prendevano le parti dei vari
personaggi, le commentavano e difendevano: si facevano lunghe orazioni
latine, nelle quali trionfava sempre la vasta dottrina di Marsilio, era
applaudito il vario e facile ingegno di Lorenzo. Il 29 di novembre,
giorno in cui nacque e morì Platone, e secondo un antico uso solenne
fra i platonici, divenne per quell’Accademia fiorentina quasi una festa
religiosa. Il busto di quel filosofo, inghirlandato di lauro, messo in
luogo eminente, era soggetto di continue apostrofi, di continui inni;
ed alcuni andarono così oltre nel loro fanatismo, da proporre che si
richiedesse alla corte di Roma la canonizzazione di Platone![63]

Pochi potrebbero immaginarsi l’importanza che acquistò quella riunione
di dotti, e l’onore che ne tornò al Ficino, ai Medici ed a Firenze.
La città divenne centro degli eruditi italiani; la gioventù studiosa
accorreva di Germania, di Francia e di Spagna, per assistere alle
pubbliche lezioni del Ficino; i suoi scritti erano letti avidamente
in tutta l’Europa; i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi errori e
le sue verità, tutto contribuiva a renderlo popolare. Invero, quei
dotti e Firenze e l’Italia iniziavano allora una nuova civiltà; per
tutto erano cattedre affollate, università fioritissime, un’attività
incredibile di studi. La lingua latina, che tutti parlavano; la stampa,
che moltiplicava per la prima volta i libri e spargeva in pochi giorni
le idee per tutto il mondo; ogni cosa contribuiva a ravvicinare gli
uomini, a destare nel genere umano la coscienza della sua unità, ed
a far sorgere quel sentimento d’universale fratellanza, che un giorno
sarà forse l’ultimo trionfo del Cristianesimo. Quello era infatti il
principio della civiltà moderna, e l’Italia fu iniziatrice del gran
movimento; divenne scuola e civilizzatrice del mondo; fu maestra a
tutte le nazioni d’Europa, che poi la compensarono così amaramente
dei benefizi ricevuti. E i dotti, gli eruditi, i servili imitatori
degli antichi e lo stesso Lorenzo dei Medici, senza saperlo e senza
volerlo, furono anch’essi strumento nella mano di Dio a questa grande
opera; lavorarono, loro malgrado, al grande rinnovamento della civiltà
moderna, alla conquista della libertà del pensiero!




CAPITOLO QUINTO.

Primo soggiorno in Toscana, viaggio in Lombardia, ritorno a Firenze.
[1482-1490.]


Il Savonarola si trovò di nuovo isolato dopo i primi giorni della
sua dimora in Firenze. A misura che egli diveniva più familiare e
dimestico con alcuno di quei cittadini, subito scorgeva attraverso
quella grande cultura della mente, un dubbio eterno nell’anima, un
sarcasmo continuo sulle labbra. Questa universale mancanza di principii
e di fede, lo faceva di nuovo rientrare in sè stesso, e lo disgustava
tanto più fieramente, quanto maggiori erano state le speranze da lui
concepite nell’entrare in Firenze. Negli stessi frati di San Marco non
vedea alcuna vera religione, e il nome di Sant’Antonino, che sì spesso
ripetevano, era pronunziato piuttosto a stimolo di vanagloria, che di
carità. Quei loro vantati studi più di tutto lo sdegnavano: vederli
discutere con calore sopra i detti di Platone e d’Aristotele, non
curando o non avvedendosi neppure quando l’amor di partito e l’impeto
della discussione li portava a contrastare i principii stessi della
religione, era cosa per lui nuova ed orrenda. Epperò, sin d’allora
cominciò a nutrire nell’animo un certo sdegno e quasi disprezzo per
tutti quegli eruditi, letterati e filosofi; sdegno che andò sempre
crescendo, e qualche volta lo portò fino a sparlare della filosofia
stessa, nella quale tanti anni avea spesi, tante fatiche durate e così
valente era divenuto.

Nè è da credere che, a lungo andare, i Fiorentini potessero mostrargli
simpatia; giacchè una diversità d’indole, profonda e irreconciliabile,
li separava da questo frate nuovamente arrivato. In lui tutto partiva
dal cuore, il cui impeto generoso moveva i pensieri stessi della sua
mente: i suoi modi però e le forme del dire erano rozze e neglette;
la pronunzia aspra; le parole incolte; il gesto impetuoso e quasi
violento. I Fiorentini amavano invece nei loro predicatori uno studio
misurato di gesti, di parole, di frasi; una imitazione visibile di
qualche antico; citazioni continue d’altri: quanto alla sostanza delle
prediche, non vi facevano gran caso; spesso anzi applaudivano chi
lasciava travedere di crederci poco. Il Savonarola venia fuori ne’
suoi sermoni furioso contro i vizi, e la poca religione del clero e
dei secolari; sparlava dei poeti e dei filosofi; condannava lo strano
fanatismo per gli antichi; e non voleva citare altro libro che la
Bibbia, sulla quale fondava tutti i suoi discorsi. Ma a Firenze pochi
volevano leggere la Bibbia, perchè ne trovavano scorretto il latino, e
non voleano guastarsi lo stile.[64]

Così avvenne che nella chiesa di San Lorenzo, ove l’anno 1483 predicava
il frate di San Marco, non si raccolsero mai più di venticinque
uditori; mentre a Santo Spirito, ove andava un tal Mariano da
Gennazzano, la chiesa non bastava a contenere la folla. Questi era un
favorito dei Medici, i quali gli aveano fatto edificare un convento
fuori Porta San Gallo, ove Lorenzo il Magnifico, che voleva essere
tenuto un uomo universale, andava spesso a trattenersi per disputare
con lui di teologia. Il suo nome era divenuto grandissimo in Firenze,
massime fra i letterati cortigiani, che correvano a udirlo e lo
andavano lodando per tutto. In una lettera assai bella, il Poliziano
descrive con molta eloquenza i pregi di questo oratore; ma nel
lodarlo, senza avvedersene, scopre invece i difetti di lui e del suo
uditorio. «Io andai, egli scrive all’amico Tristano Calco, assai male
prevenuto, perchè le grandi lodi mi aveano reso diffidente. Non appena
però entrai in chiesa, che l’abito, il volto, la sua figura mutarono
il mio animo, e subito desiderai ed aspettai qualche cosa di grande.
Io ti confesso che più volte mi è sembrato vederlo ingigantirsi sul
pergamo assai al disopra della figura umana. Ecco egli incomincia a
parlare. _Io son tutto orecchi alla canora voce, alle parole elette,
alle grandi sentenze. Discerno poi gl’incisi, riconosco i periodi,
son dominato dall’armoniosa cadenza, ec._»[65] Così, anche un uomo di
tanta dottrina e di tanto gusto, quale era il Poliziano, si fermava a
notare principalmente la scelta delle parole e la cadenza dei periodi.
La posterità, è vero, ha dimenticato il nome del Gennazzano;[66] ma
i contemporanei lo levarono a cielo, ed il Savonarola rimanea allora
da un tale emulo sopraffatto. Lo stesso Girolamo Benivieni, divenuto
fin d’allora seguace del Savonarola, gli diceva: — «Padre, non si
può negare che la vostra dottrina sia vera, utile e necessaria; ma il
vostro modo di porgere manca di grazia, specialmente essendovi ogni
giorno il paragone di Frà Mariano.» — Il Savonarola gli rispose: —
«Questa eleganza di parole deve cedere innanzi alla semplicità del
predicare sana dottrina.»[67] — Ma comunque si fosse dell’avvenire,
era certo per ora che l’uditorio del Gennazzano ogni giorno cresceva.
Egli studiava le frasi, le parole, i gesti; declamava con eleganza
versi latini e greci; citava di continuo Aristotele e Platone: le sue
prediche imitavano le orazioni del Ficino nell’Accademia Platonica, le
quali erano tenute allora il perfetto modello d’ogni eloquenza; spesso
raccontava aneddoti che facevano ridere gli uditori; e sempre si valeva
di tutti i mezzi che potessero accrescerne il numero.

Il trionfo d’un tale emulo non doveva certo umiliare il Savonarola;
ma chi conosce di quanti triboli sieno seminati i primi passi della
vita, fra quante incertezze bisogni lottare prima d’acquistar sicura
coscienza di sè, che inevitabile necessità sia per l’oratore la
simpatia dell’uditorio, colui potrà facilmente comprendere che il
Savonarola non restasse indifferente alla freddezza con cui veniva
accolto. Egli si vedeva come arrestato nel principio del suo cammino;
gli era chiusa una via necessaria, indispensabile alla sua esistenza.
Un momento pensò di abbandonare la predicazione e darsi solo
all’insegnamento; ma dipoi il suo impeto naturale si ridestò più forte,
e decise di fulminare con voce più terribile i vizi di quel popolo
addormentato, e scuoterlo così dal suo letargo.

Quella sua fantasia per sè stessa eccitabile, s’andò allora sempre
più esaltando. In luogo di retrocedere, procedeva più oltre nelle
sue idee: la freddezza e l’indifferenza del popolo continuavano a
persuadergli sempre più la necessità della sua divina missione: innanzi
alla mente gli ritornava la storia degli antichi profeti, che tutti e
sempre aveano dovuto combattere colla ingratitudine del popolo Ebreo.
Il paragone infiammava il suo animo, e dava maggior forza al pensiero
d’una feroce guerra contro i vizi del suo tempo, contro gli scandali di
Roma; guerra che egli cominciò a riguardare come ordinata dal Signore.
Nella preghiera, nelle contemplazioni, nelle estasi si attendeva la
diretta visione di Dio, quella visione che la filosofia del Ficino
voleva far credere quasi familiare e domestica; ed il Savonarola
la desiderò tanto ardentemente, che finì col persuadersi d’essere
esaudito.

In questo strano esaltamento di spirito, non è da farsi maraviglia
se molte e diverse visioni cominciassero realmente a circondarlo. Un
giorno, mentre parlava con una monaca, gli parve ad un tratto che il
cielo s’aprisse dinanzi a lui; vide descriversi ai suoi occhi le future
calamità della Chiesa, e udì una voce che gl’imponeva d’annunziarle al
popolo.[68] Da quel momento si tenne sicuro della sua divina missione,
la considerò come il supremo dovere della sua vita e non pensò che a
poterla adempiere. Avrebbe voluto una voce per tuonare sopra tutta
la terra, per gridare a tutti i popoli: «Ravvedetevi, ritornate
al Signore.» Le visioni del Vecchio Testamento e dell’Apocalisse
si schieravano innanzi alla sua fantasia come cosa reale, e gli
raffiguravano le sventure dell’Italia e della Chiesa; gliene
simboleggiavano la futura rigenerazione per opera sua. Egli udiva per
tutto risuonare voci che gl’imponevano di continuare l’intrapreso
cammino, di non lasciarsi vincere dalla stanchezza, di non farsi
umiliare dalla indifferenza del popolo fiorentino.

In quell’anno medesimo (1484) ebbe luogo la morte di papa Sisto IV;
e mentre che molti si aspettavano dalla nuova elezione un conforto ai
tanti mali che travagliavano la Chiesa, si udì invece essere nata fra
i cardinali del conclave tanta dissensione, che temevasi d’uno scisma.
Ed il Savonarola scrisse allora una poesia nella quale, rivolgendosi a
Gesù Cristo, diceva:

    Deh! mira con pietade in che procella
      Si trova la tua sposa,
    E quanto sangue, oimè! tra noi s’aspetta,
      Se la tua man pietosa,
    Che di perdonar sempre si diletta,
      Non la riduce a quella
    Pace che fu quando era poverella.[69]

La seguíta elezione tolse però ai buoni ogni speranza. Si udirono
per tutta Italia i particolari dello scandaloso mercato tenuto nel
conclave; si seppero il prezzo e i nomi di coloro che aveano venduto
i voti. Ed il pontefice Innocenzo VIII, non appena salito sulla
Sedia, condusse le cose a tale, che contro ogni immaginazione degli
uomini rese desiderabili i tempi di Sisto! Egli non copriva più i
suoi protetti col nome di nipoti, ma li chiamava principi pontificii
e li riconosceva apertamente per figli: era non solo padre e padre
dissoluto, ma così indulgente verso ogni sorta di vizi, che la corte
romana divenne ricovero d’ogni lascivia e d’ogni scandalo. Ognuno era
commosso per questi fatti, che minacciavano la religione e disonoravano
l’umanità; nè si sapea preveder ove mai dovesse precipitare l’umana
società con questa serie di papi che ogni giorno peggioravano. Alla
morte di Sisto s’era creduto impossibile il non migliorare, ma ora si
perdeva ogni speranza ed ogni fiducia nell’avvenire. Se questi fatti
indegnavano in tal modo un popolo così corrotto, che dovea essere del
Savonarola? È certo più facile immaginare che descrivere la tempesta
che allora aveva luogo nel suo animo.

Fortunatamente, fu mandato a predicare le due quaresime dell’84 e
85[70] nella piccola terra di San Geminiano, posta fra i monti di
Siena. Essa non era per altro il povero e abbandonato paesello che
oggi si vede. I monumenti, le torri che si levano altissime e si
scoprono così lontane alla vista di chi percorre la Toscana, le chiese
adorne dei più vaghi concetti del Ghirlandaio, attestano ancora che
San Geminiano fu una volta fiorente di arti e di senno civile. La sua
popolazione non avea certo la squisita raffinatezza dei Fiorentini;
ma neppure corrompeva col troppo studio e i molti sofismi la spontanea
ingenuità del suo cuore; non perdeva le idee sotto alle frasi; nè, come
il Poliziano, cercava nei predicatori solamente maestria di periodi e
d’incisi, armoniosa cadenza di parole. Su quei monti e nelle pianure
d’intorno la campagna vi sorride un sorriso eterno, la primavera vi è
quasi divina, il largo e tranquillo orizzonte che si scopre da quelle
alture riconcilia l’uomo colla natura e lo ravvicina a Dio.

Fra le torri di San Geminiano, adunque, la voce del Savonarola echeggiò
più sicura e più padrona di sè; egli manifestò per la prima volta
quelle idee che da lungo tempo lo dominavano, e mise fuori quelle
parole che doveano essere il suo grido di guerra, la bandiera di tutta
la sua vita:

1º La Chiesa sarà flagellata,

2º E poi rinnovata;

3º E ciò sarà presto.

Egli medesimo ci avverte che allora non manifestò queste cose come
rivelazioni divine, perchè non credette quel popolo ancora maturo; ma
si tenne solo all’autorità della Bibbia e della ragion naturale.[71]

Invero, la storia del popolo Ebreo non è che una serie di trasgressioni
e punizioni continue: vi trovava perciò il Savonarola mille argomenti
a provare che la universale corruzione della Chiesa rendeva inevitabile
il flagello dell’ira di Dio. E questi argomenti venivano da lui esposti
con tanto maggior forza, in quanto erano quelli appunto che aveano
cominciato a persuadergli le sue idee prima che esse rivestendosi, per
così dire, di realtà e pigliando forma d’immagini divine, gli fossero
penetrate più profondamente nell’anima.[72] Ogni volta che parlò dei
costumi corrotti, ogni volta che annunziò i futuri flagelli, sentì
crescersi l’animo; la parola gli venne più franca, più efficace ed
eloquente; l’attenzione del popolo era scossa, l’uditorio quasi rapito.
A San Geminiano, adunque, egli ritrovò la sua strada; ivi conobbe che
i tristi presentimenti i quali agitavano il suo petto, erano del pari
nascosti nel cuore delle moltitudini; e che annunziando arditamente
i futuri flagelli, egli veniva quasi a rivelare il popolo italiano
a se stesso, e trovava sempre un eco universale. Ritornava, dunque,
a Firenze più tranquillo e sicuro di sè: ma divenuto più certo dei
suoi principii, egli era anche fatto più cauto dall’esperienza, più
guardingo e accorto nel parlare a quel popolo indifferente.

Riprese perciò il suo modesto ufficio di lettore fino alla quaresima
dell’86, quando fu mandato a predicare in varie città della Lombardia,
e principalmente a Brescia. Ivi espose l’Apocalisse. La sua parola fu
piena di fervore, il suo accento imperioso, la voce quasi tuonava:
egli accusò quel popolo dei suoi peccati, accusò tutta Italia,
minacciò l’ira di Dio. Descrisse le figure dei ventiquattro vecchioni,
e immaginò che uno di loro sorgesse ad annunziare i futuri danni
dei Bresciani. — La città verrebbe in preda di furiosi nemici, e si
sarebbero visti per le vie rivi di sangue; le mogli verrebbero tolte
ai mariti, le vergini violate, i figli trucidati sotto gli occhi
delle madri; tutto sarebbe stato pieno di terrore, di sangue e di
fuoco. Concludeva il sermone invitando ognuno alla penitenza, perchè
il Signore avrebbe avuto misericordia dei buoni. — La misteriosa
immagine del vecchione fece una profonda impressione sul popolo; la
sua voce sembrò risuonar veramente da un altro mondo; le sue minacce
spaventarono terribilmente. E quando nel 1512 la città dovette
sopportare quel feroce sacco dai soldati di Gastone di Foix, nel quale
morirono incirca seimila persone, i Bresciani rammentarono allora il
vecchione dell’Apocalisse ed il predicatore ferrarese.[73]

Il successo di questo quaresimale fu quello che prima cominciò a
spandere in Italia il nome del Savonarola, e pose un suggello alla
sua vita, perchè da quel giorno egli non dubitò mai più di se stesso.
Il candore però e la bontà dell’animo suo eran tali, che con questa
sicurezza di sè cresceva la modestia e l’umiltà. La sua preghiera,
la fede, il religioso esaltamento erano divenuti tali, che il suo
compagno, Frà Sebastiano da Brescia, andava raccontando come il
Savonarola era nella orazione continuamente rapito ai sensi; che nel
celebrare la messa si trovava costretto ritirarsi in luogo solitario,
tanto il fervore lo portava fuori di sè; che la sua testa gli appariva
qualche volta circondata di luce.[74]

Un’altra occasione dètte al Savonarola un secondo successo. Tenevasi
a Reggio un Capitolo di Domenicani, nel quale si doveano trattare
discussioni teologiche e quistioni concernenti la disciplina: egli
v’intervenne, ed insieme con lui v’assistevano non solo un gran
numero d’ecclesiastici, ma ancora alcuni laici di grandissima fama
nelle lettere e nelle scienze. Fra questi, quegli che più di tutti
richiamava l’attenzione, era il celebre Giovanni Pico, principe
della Mirandola.[75] Non aveva allora che ventitrè anni, ma già era
conosciuto nel mondo come un prodigio d’intelligenza, e tutti gli
davano il nome di _Fenice degl’ingegni_. Fin da’ suoi più teneri anni,
fecero in lui maraviglia il precoce ingegno e la portentosa memoria.
Avanzatosi ben presto negli studi, volle percorrere tutte le università
d’Italia e di Francia, assistere a tutte le lezioni. Non contento di
scrivere latino e greco più facilmente che il suo natio linguaggio, fu
il primo che si désse in quel tempo allo studio delle lingue orientali,
e di qualunque altra potè trovare un maestro o una grammatica; tanto
che ebbe fama di conoscerne ventidue. E come nelle lingue, così nelle
scienze sperava di essere universale, e pensava di potere abbracciare
tutto lo scibile de’ suoi tempi. Furono poi tante le lodi che ricevè
da tutti, e venne in tale opinione di sè, che andato a Roma propose
di rispondere pubblicamente sopra novecento conclusioni, nelle quali
pretendeva di aver raccolto lo scibile; ed invitò in suo nome tutti
i dotti, promettendo ai meno agiati di pagar le spese del viaggio.
Quelle conclusioni erano, in vero, una povera cosa, ed in fondo
non contenevano nulla; pure alcune di esse riguardando l’astrologia
divinatrice, furono tutte dal papa condannate, e la sfida perciò non
ebbe effetto. Il Pico scrisse subito la sua Apologia e si sottomise
alla Corte di Roma; sebbene la sua fama in luogo di sminuirne, fosse
andata per questi fatti sempre crescendo. E certo, dopo il nome di
Lorenzo de’ Medici, non ve n’era un altro che si fosse sparso nel
mondo, quanto quello del Mirandolano. La posterità è stata però assai
più severa, ed a poco a poco quella fama s’è andata oscurando: la sua
vasta erudizione era, per verità, poco profonda; egli restava assai
indietro al Poliziano nelle lettere, al Ficino nella filosofia.[76]
Delle ventidue lingue che si vantava di conoscere, era sì poco pratico,
che un ebreo potè vendergli sessanta codici come libri scritti per
comando di Esdra, mentre non erano che la notissima cabala: di alcune
altre sapeva poco più che l’alfabeto. In italiano scrivea poi senza
alcuna eleganza, ed i suoi giudizi erano tanto mal sicuri, che egli
fu di coloro i quali preferivano le poesie di Lorenzo a quelle del
Petrarca e di Dante.[77] Nondimeno, molti erano i meriti del Pico.
Egli fu il primo ad allargare l’erudizione del suo secolo nelle lingue
orientali, che innanzi a lui non erano da alcuno studiate; egli dètte
l’esempio d’un’attività instancabile, spesa tutta nel culto delle
lettere; di un principe che rinunziava agli onori del suo grado per
vivere da uguale fra gli studiosi. Il suo facile ingegno, la portentosa
memoria, il conversare svariato e vivace, le maniere nobili e gentili,
la bella e giovanile presenza, i biondi capelli che profusamente
inanellati gli cadevano sulle spalle, tutto destava in lui simpatia
ed aiutava a diffondere il suo nome.[78] — Tale era l’uomo intorno
a cui facevano corona tutti i dotti che si trovavano nel capitolo di
Reggio, a cui mostravano singolare deferenza anche i più alti dignitari
ecclesiastici.

Il Savonarola sedeva in mezzo ai frati, tutto concentrato in se stesso:
la testa avvallata nel cappuccio; il volto pallido e scarno; l’occhio
infossato, immobile e vivissimo; la fronte solcata da rughe profonde;
tutto attestava nella sua figura un animo dominato da forti pensieri.
Chi lo avesse quel giorno paragonato al Pico, vedendo l’uno così vago,
gentile, socievole e leggiero; l’altro grave, solitario, severo e
quasi duro, li avrebbe giudicati due caratteri in opposizione fra loro,
due uomini che non potrebbero giammai intendersi. Eppure quel giorno
doveano divenire amici per tutta la vita. Nel Pico, la fama, gli elogi
e l’opinione che aveva di sè, non erano arrivati a guastargli il cuore.
Il suo animo, diverso assai da quello dei dotti del suo tempo, era
essenzialmente buono, si apriva ingenuamente alle sante ispirazioni
del vero e del bene; e questo dovea, malgrado ogni contraria apparenza,
stringere fra due uomini così diversi un’amicizia eterna.

Quel giorno il Savonarola s’accese fortemente nella disputa. Fino a che
si parlò di domma, egli restò immobile e silenzioso; non prese parte in
una disputa nella quale si faceva prova solamente d’acume scolastico:
ma quando si venne a parlare della disciplina, allora si levò, e la
sua voce parve quella medesima di Brescia, scosse come una folgore gli
uditori, li tenne immobili ed attoniti. Parlò contro la corruzione
del clero, e l’impeto delle parole lo trascinò cosiffattamente, che
egli medesimo durò fatica a fermarsi. Il suo discorso lasciò in tutti
impressione d’un uomo straordinario, d’un uomo animato da uno spirito
superiore.[79] Molti vollero conoscerlo, parecchi principi si misero
con lui in corrispondenza di lettere; ma quegli che più di tutti
restò rapito dalla sua eloquenza, fu il giovane Pico, che da quel
giorno divenne ammiratore, seguace ed uno degli amici più cordiali del
Savonarola. Cominciò a levarne a cielo il nome, a spanderne la fama per
tutta Italia; e fermatosi a Firenze, non fu contento sino a che non
ebbe persuaso Lorenzo dei Medici d’invitarlo a venire nuovamente in
San Marco. Ivi si strinse sempre più la loro amicizia; l’ammirazione
del Pico andò ogni giorno crescendo; ed è fuori di dubbio che solo la
morte prematura gl’impedì di vestir l’abito ed entrare anch’egli nel
convento.

Il Savonarola rimase ancora nella Lombardia fino al gennaio dell’anno
1470, quando partì per andare a predicare in Genova.[80] Ai 25 di
quel mese egli era a Pavia, donde scriveva alla madre una lunga
lettera, piena d’affetto e di abbandono. Si scusa di non aiutar la
famiglia d’altro che orazioni, giacchè la sua professione di religioso
gl’impedisce di fare altrimenti; egli però prende coll’animo parte
a tutti i loro dolori, a tutte le gioie. «Io ho rinunziato a questo
mondo e sommi dato a lavorare la vigna del Signore in diverse città,
per salvare non solo l’anima mia, ma ancora quella degli altri. Se
il Signore m’ha dato il talento, bisogna che l’adoperi come a lui
piace; e poi che m’ha eletto a questo santo ufficio, siate contenta
che l’adempia fuor della patria mia, perchè vi faccio assai maggior
frutto che a Ferrara. Ivi mi avverrebbe come a Cristo, quando i suoi
compatrioti dicevano: _Non è costui fabro e figliuolo d un fabro?_
Ma fuori della patria mia non mi è detto così; anzi quando mi voglio
partire, piangono uomini e donne, ed apprezzano grandemente le mie
parole. — Io credevo di scrivere pochi versi; ma l’amore ha fatto
trascorrere la penna, e vi ho aperto il mio cuore assai più di quello
che non avevo pensato di fare. Sappiate adunque, che esso è più che mai
fermo ad esporre l’anima, il corpo e tutta la scienza che Iddio m’ha
data per amore di lui e salute del prossimo; e poichè questo non posso
farlo nella patria, voglio farlo di fuori. Confortate tutti al ben
vivere. Oggi partirò per Genova.»[81]

Dopo aver predicato la quaresima del 90 a Genova, il Savonarola era,
per le istanze di Lorenzo il Magnifico, richiamato dai suoi superiori a
Firenze. E così il fiero nemico dei Medici, il sovvertitore della loro
potenza, veniva da essi medesimi invitato e pregato. Malgrado la sua
accortezza, Lorenzo ignorava che tristi danni apparecchiava alla sua
casa, e che fuoco accendeva in quel convento dal suo avo edificato.[82]

Il Savonarola non aveva ancora dimenticato la glaciale indifferenza
dei Fiorentini, e non voleva esporvisi una seconda volta. Riprese
perciò di nuovo l’insegnamento dei novizi di San Marco, che a poco
a poco divennero la sua cura più tenera, la sua speranza più cara.
Infondeva in loro i suoi sentimenti e le sue idee, e aspettava intanto
giorni migliori. Ma il suo nome era già noto, e l’opinione del Pico
avea molto peso in Firenze; onde un numero d’amici più benevoli lo
pregavano che soddisfacesse alla curiosità del pubblico, e permettesse
che almeno alcuni pochi venissero a udire le sue lezioni. Ed egli
finalmente volle consentirlo: nel chiostro di San Marco, sotto una
pianta di rose damaschine, che per la venerazione de’ suoi frati s’è
andata fino ad oggi rinnovando, cominciò ad esporre l’Apocalisse ad un
cerchio ristretto di pochi e benevoli uditori. Ma il numero ne andava
ogni giorno crescendo; ogni giorno v’erano nuove istanze perchè salisse
una volta sul pergamo. Non volendo più resistere a queste domande,
raccomandò ai suoi uditori che pregassero per lui il Signore, ed un
sabato disse loro: — Domani parleremo in chiesa, e sarà lezione e
predicazione.[83] —

Era il primo d’agosto di quel medesimo anno 1490; San Marco era
affollato di gente, che voleva conoscere questo nuovo predicatore, il
quale, passato altra volta inosservato in Firenze, avea saputo levare
così gran fama di sè nel resto d’Italia. Il Savonarola finalmente salì
sul pergamo, ed egli stesso lasciò scritto che fece quel giorno una
predica terribile. Continuò l’esposizione dell’Apocalisse; le mura di
San Marco echeggiarono per la prima volta delle sue famose conclusioni,
ed egli riuscì per un poco ad infondere in quella moltitudine estatica
l’impeto del suo cuore; la sua voce parve quasi più che umana. Il
successo di quel giorno fu compiuto; egli divenne il soggetto dei
discorsi di tutte le brigate fiorentine; gli eruditi lasciarono un
momento Platone, per disputare sui meriti del predicatore cristiano.

Ma egli non si lasciò illudere da questo momentaneo trionfo; capì
che gli eruditi avrebbero ben presto mossa una guerra ostinata, e
non potendo apporgli altro, lo avrebbero certamente accusato di poca
dottrina. Onde, per ispegnere queste voci prima che nascessero, si
decise a metter fuori parecchi de’ suoi scritti, acciò servissero nel
medesimo tempo d’istruzione al popolo e di risposta agli eruditi. E noi
prenderemo in esame questi primi lavori, affinchè ci facciano conoscere
più da vicino il suo ingegno; del quale ancora non si è potuto dir
nulla, per essersi perduto quasi tutto ciò che egli avea predicato o
scritto finora.




CAPITOLO SESTO.

La filosofia del Savonarola.


Fra tutte le opere del Savonarola, i suoi scritti filosofici, che
servirono la più parte ad uso dei novizi, sono quelli che furono
tenuti in minor conto. Quasi tutti i biografi, senza neppur leggerli,
pigliarono in uso di ripetere ch’erano una debole e servile imitazione
d’Aristotele e di San Tommaso. Più cose hanno contribuito a spargere
questo giudizio, secondo noi, falsissimo: dapprima il piccolo volume di
quelle opere, e il non essere tenute in grande considerazione neppure
dal Savonarola medesimo: dipoi, le tante accuse che egli fece alla
filosofia, ai filosofi ed alla vanità dei loro studi. Non potevasi
credere che un uomo il quale avea tanto sparlato d’una scienza, potesse
in quella medesima far cosa alcuna di pregio; ed a questo aggiungevasi,
che quegli scritti, essendo veramente in molte parti una traduzione
o un compendio di Aristotele e San Tommaso, confermavano secondo ogni
apparenza il giudizio prevalso.

Tutte queste cagioni però, non poterono rimuoverci dal prenderli in
maturo esame, nè dal desiderio di accertare noi medesimi intorno alla
verità dell’opinione generalmente adottata. Noi sapevamo fra quali
tenebre andassero nascosti i primi lampi di luce che mandò la filosofia
moderna, e quanto agli storici fosse stato difficile rintracciarli:
sapevamo come in quel tempo tutti indistintamente imitassero Aristotele
o Platone o qualche altro antico; ma quando fu giunta l’ora in cui
la nuova filosofia dovea risorgere, essa fecesi strada attraverso
aristotelici e platonici, attraverso tutte le scuole. Allora imitatori,
traduttori e commentatori cominciarono a poco a poco a risentire una
nuova vita, a prendere un nuovo cammino; ma difficilmente si trova fra
questi primi novatori alcuno che abbia lasciato del tutto la scorta di
qualche antico. Non è dunque l’avere o no seguito Aristotele, l’averlo
o no imitato e copiato in molti luoghi, ciò che deve farci giudicare il
vero merito d’un filosofo del risorgimento; ma egli è piuttosto l’avere
o no riconosciuta l’autorità della propria ragione, della propria
coscienza. Vive in essi veramente lo spirito nuovo? Ecco ciò che noi
chiediamo. E così, nel prendere in esame gli scritti del Savonarola,
non siamo andati cercando quante volte ha tradotto Aristotele, imitato
Boezio, copiato San Tommaso; ma abbiamo cercato piuttosto se v’era
qualche pagina in cui il Savonarola dicesse: vogliamo credere alla
nostra propria esperienza, alla nostra ragione; vogliamo una volta
credere alla voce che parla nella nostra coscienza, e nella coscienza
del genere umano.

Ed invero, ciò che non poteva indurci a seguire l’opinione
universalmente adottata dagli altri biografi, era il considerare con
quanta energia il Savonarola avesse sempre combattuto sul pergamo tutta
l’antichità, la quale andava invadendo col suo paganesimo la società
di quei tempi. Mille volte egli aveva accusato di materialismo quella
filosofia aristotelica di cui lo voglion far così cieco seguace. —
«Il vostro Aristotele, egli soleva dire continuamente, non riesce a
provare neppure l’immortalità dell’anima: rimane incerto sopra punti
così capitali, che io non so veramente comprendere come voi possiate
affaticarvi perdutamente dietro alle sue carte.» — Ma per noi era
anche di maggior peso l’osservare come nei suoi scritti teologici il
Savonarola ragionasse con tanta libertà, con tanta indipendenza, con
un’analisi tanto sottile, un indurre così accorto. Di maniera che,
volendo noi seguire l’opinione comune, ci saremmo veduti forzati a
dire: — Il Savonarola ebbe due filosofie affatto contrarie fra loro:
in una egli era schiavo d’Aristotele, seguace di quella scolastica
che tanti aveano già abbandonata; e questa filosofia egli espose nei
suoi scritti filosofici, insegnò ai novizi: in un’altra era libero,
indipendente, pieno d’ardire e di fierezza; e questa si trova in un
numero infinito di scritti teologici ed ascetici, la manifestò sul
pergamo, la confermò con tutta la sua vita. — Il desiderio di risolvere
una tal contradizione ci costrinse ad esaminare con molta diligenza gli
scritti ed i principii filosofici del Savonarola; dopo di che a noi è
sembrato che ogni contradizione sia sparita.

Due scuole di filosofia regnavano a quel tempo in Italia: la Platonica
e l’Aristotelica. La prima, cominciata con l’Accademia di Firenze,
si allargò verso il mezzogiorno; e procedendo sempre più oltre
nelle sue idee, andò a finire, come abbiam visto,[84] nell’idealismo
trascendentale di Giordano Bruno. La seconda cominciata a fiorire
col Pomponaccio ed altri molti, si sparse invece nelle università
di Bologna, Pavia, Padova e in tutta l’Italia superiore; raccomandò
l’esperienza, dètte uno slancio grandissimo alle scienze naturali,
e raggiunse in Galileo Galilei il suo più alto grado. Così, fra i
moderni come fra gli antichi, Aristotele fu il vero instauratore della
filosofia sperimentale; ed a torto la sua fama andò scadendo presso
molti che non seppero distinguere il vero Aristotele da quello della
Scolastica.

Da queste due scuole ne risultò più tardi una terza, che si può dire
iniziata da Bernardino Telesio e stabilita da Tommaso Campanella. Il
Telesio studiò a Padova, dove fu educato nella filosofia sperimentale e
nelle scienze naturali. Egli volle combattere Aristotele e raccomandare
l’esperienza, ma nel fatto seguì piuttosto Parmenide, con le cui idee
scrisse il libro _De Rerum Natura_: tornato in patria, vi fondò la
celebre Accademia Cosentina. In essa s’andò educando Tommaso Campanella
frate domenicano, il quale dalla natura ideale del suo ingegno fu
portato a deviare alquanto dalla via tenuta dal Telesio; e così ebbe
propriamente origine la terza scuola di cui parliamo. Il Campanella,
da un lato raccomandava l’esperienza, e dava, nella formazione delle
nostre conoscenze, una parte così grande alla sensazione, da sembrar
quasi un puro sensista; da un altro lato, ammetteva una _cognitio
abdita_, o sia un intuito delle prime idee, delle quali diceva che
senza aiuto della sensazione noi abbiamo una certezza maggiore
d’ogni altra: ma non potè mai trovar modo di scendere da queste
prime idee alle sensazioni, o dalle sensazioni risalire alle idee.
Onde la sua dottrina riuscì nel fondo un imperfetto ecclettismo,
nel quale la filosofia sperimentale si trova accanto ad una specie
d’idealismo neoplatonico, a cui l’autore era per natura inclinato;
e la teologia di san Tommaso ci si va sempre mescolando; senza che
questi diversi elementi arrivino mai a fondersi insieme, o a prendere
unità di sistema. Di tratto in tratto si vedono però lampi di genio
maraviglioso, e per tutto una libertà, una indipendenza di pensare
grandissima: quella dottrina era, infatti, concepita da una mente
vasta, ardita, intraprendente; e quantunque disordinata e confusa, pure
capace non di rado d’una penetrazione e precisione straordinaria.[85]

Nel Savonarola s’erano riscontrate, in modo singolare, quasi tutte
le medesime condizioni che fecero più tardi nascere la filosofia
del Campanella. Domenicano anch’egli, aveva fatto un lungo studio
delle opere di San Tommaso, la cui dottrina formò parte di tutte le
sue idee: educato nei suoi primi anni nelle scienze sperimentali e
nella filosofia aristotelica, venne dipoi a Firenze, ove si trovò
nel centro della filosofia neoplatonica, accanto a Marsilio Ficino
ed all’Accademia, con un’indole che lo portava quasi al misticismo. E
l’ingegno stesso del Savonarola avea non poca somiglianza con quello
del Campanella. Anch’egli era uno spirito libero ed ardito che avrebbe
colla sua mente voluto abbracciar l’universo; anch’egli prendeva a
volte una luce ed una forza inopinata, mentre a volte si perdeva nelle
formole della Scolastica. Aveva però un vantaggio sul Campanella, in
quanto che nel fondo del suo cuore e della sua mente v’era un’idea
morale, chiara, precisa, potente; anima de’ suoi pensieri, luce
della sua vita, unità della sua esistenza. Le filosofie di questi due
domenicani hanno perciò tanta somiglianza fra loro, che è molto da
maravigliarsi come altri prima di noi non l’abbia osservata.[86]

Venendo ora a discorrere partitamente delle opere filosofiche
del Savonarola, innanzi tutto, che dai vecchi cataloghi dei suoi
manoscritti apparisce come egli avesse molto studiato la scienza e
lasciato parecchi lavori, che sono dipoi andati smarriti, fra i quali
vogliamo citare un compendio di quasi tutte le opere di Platone e
d’Aristotele.[87] Ma le operette a stampa si riducono tutte in un sol
volume, che contiene quattro piccoli trattati: _Compendio di filosofia,
di morale, di logica_, e finalmente un opuscolo sopra la _Divisione e
dignità di tutte le scienze_.[88]

La _filosofia_ incomincia a parlare dell’ente, del moto, del primo
motore, del cielo, della generazione e corruzione delle cose; e
così discorrendo, piglia in esame la natura intera, e cominciando
dagli oggetti inanimati, percorre tutta la scala insino all’uomo.
Ci descrive il mondo, come lo descrivevano allora gli aristotelici;
cioè quasi un grande animale in cui si trovano tre grandi anime; la
vegetativa, la sensitiva e l’intellettiva. Non staremo però in questo a
seguire minutamente l’autore, perchè egli non fa che ripetere le idee
della scuola, e niente altro. Ma nella teorica della cognizione noi
riconosciamo la mano ardita del Savonarola, il suo libero ingegno; e
però la esporremo più particolarmente. «Bisogna cominciare dalle cose
più note, egli dice, per andare alle ignote; giacchè solo per questa
via si perviene facilmente a ritrovare il vero.[89] Le sensazioni sono
le cose a noi più note e vicine; esse vengono raccolte dalla memoria,
ove la _mente_ viene a trasformare più sensazioni particolari in una
sola regola generale, o esperienza. Dopo ciò essa non si ferma ancora,
anzi procede oltre, e da molte esperienze unite insieme raccoglie le
verità universali.[90] Perciò la vera esperienza si volge verso i primi
principii, le prime cause; è speculativa, libera, altissima.[91] Ogni
nostra conoscenza, adunque, comincia dal senso; onde nella filosofia,
quella parte che è della sostanza sensibile deve precedere l’altra
che è della sostanza sovrasensibile.»[92] Altrove egli discorre in
questo modo il processo con cui la sensazione si trasforma in idea. «Le
sensazioni si raccolgono in forma d’immagini nella nostra fantasia; ivi
l’intelletto se ne impadronisce, e per virtù sua propria le trasforma
in atti intellettivi.[93] Dal senso, adunque, senza un raziocinio
propriamente detto e senza _alcuna autorità di dottore_, si formano le
nostre cognizioni. L’intelletto stesso però, non potrebbe trasformare
le sensazioni in idee, senza _preesistenti cognizioni intellettive_;
privo delle quali non sarebbe altro che una _potenza_, incapace di
venire all’_atto del conoscere_, incapace di comprendere il significato
stesso delle parole. _Ogni dottrina, adunque, deve esser fondata sulle
preesistenti cognizioni dei sensi, e sulla preesistente cognizione dei
primi principii._ Questi poi si conoscono senza alcuna dimostrazione,
perchè veri e per sè evidentissimi.[94] Essi, infatti, ci sembrano
in apparenza lontani da noi e difficilissimi ad intendersi; ma in
sostanza la loro essenza stessa è la verità e l’evidenza. Non sono
veri solamente in quanto a sè; ma ancora in quanto formano e sono la
verità di quegli altri principii di esperienza, che a noi sembrano più
vicini e più facili. Ed invero, le cose in sè più note son quelle che
partecipano più dell’_actum essendi_; come appunto sono Iddio, le prime
intelligenze ed i primi principii. Il nostro intelletto procede dalla
potenza all’atto del conoscere: in potenza, esso vede con evidenza e
quasi per intuito quei primi principii chiarissimi e vicini alla nostra
mente; ma quando si viene all’_atto del conoscere_, quando cioè noi
siamo forzati a salire dal particolare al generale, allora invece li
troviamo ultimi e difficilissimi.»[95] La difficoltà, adunque, non è
già di conoscere le preesistenti cognizioni dell’intelletto; ma essa
sta nel mettere in rapporto le prime sensazioni con le prime idee, nel
riempire l’immenso vuoto che è fra loro, cioè a dire nel fondare la
scienza stessa.

In questo modo il Savonarola poneva, con acume grandissimo, il problema
fondamentale della filosofia; ma egli non andava più oltre di ciò, nè
volle pure arrischiarsi a superare le difficoltà che sì chiaramente
avea vedute. Ci ripete più volte che l’induzione è il metodo più
efficace per passare dal noto all’ignoto; ma si contenta di queste
troppo vaghe generalità, e così rimane nel suo sistema quel vuoto
medesimo che più tardi troviamo nella filosofia del Campanella. Anche
nel nostro autore, infatti, si possono notare assai spesso più ordini
d’idee che mal si conciliano insieme: anche nella sua mente le dottrine
platoniche ed aristoteliche andarono mescolate insieme colla teologia
di san Tommaso, senza mai compiutamente armonizzarsi fra loro. Di
tale errore si potrà nondimeno più facilmente scusare il Savonarola,
in quanto che egli non fece della filosofia il suo unico studio, e in
quei brevissimi trattati, scritti solo per aiuto dei novizi, non era
possibile affrontare e molto meno risolvere il problema più arduo della
scienza.

Di questa prima parte degli scritti filosofici, o sia della _filosofia_
propriamente detta, non ci resta a dire altro, perchè l’autore segue
nel resto servilmente Aristotele, e spesso lo traduce. Passiamo
quindi alla _morale_. In questo secondo trattato egli segue ancora
san Tommaso; ma piega un poco più alle idee neoplatoniche, e vi si
scorge chiarissima la prossimità dell’Accademia e del Ficino. L’ultimo
fine dell’uomo, egli dice, è la beatitudine, la quale non istà già
nella contemplazione delle scienze speculative, come vogliono i
filosofi naturali, ma nella pura visione di Dio. In questa vita non
possiamo averne che un’immagine lontana, un’ombra incerta; nell’altra
solamente potremo gustarne la pienezza e la realtà. Sebbene questa
beatitudine non si possa raggiungere per sola forza umana, pure l’uomo
deve cooperarvi mediante un _motus ad beatitudinem_, che gli dà la
disposizione necessaria a riceverla. Non v’è che Dio, il quale è per
sè stesso beato; l’uomo ha bisogno di molti sforzi, _motibus multis_;
e questi non sono altro che le opere buone, le quali si dicono anche
meriti, _perchè la beatitudine è il premio delle azioni virtuose_.[96]
E qui bisogna notare che, tanto in filosofia come in teologia, il
Savonarola ha sempre insistito sulla efficacia e necessità delle buone
opere, e quindi sulla libertà umana. «Ciò che distingue l’uomo dagli
animali, esso dice, è il libero arbitrio, il quale non è una qualità
o un abito, ma è l’essenza stessa della volontà; _est ipsa hominis
voluntas_.»[97] Si scaglia poi contro gli astrologi, che la fanno
soggetta agli astri. «La nostra volontà non può essere mossa fatalmente
da alcuna forza estranea; sieno gli astri, sieno le passioni, sia
Iddio medesimo. Il Creatore, infatti, conserva e non distrugge, muove
il creato e tutte le cose secondo le leggi della loro natura. Or la
nostra volontà è di sua natura essenzialmente libera; essa è la libertà
stessa: Iddio, dunque, non potrà muoverla che liberamente, se non
vuole distruggerla.» Noi potremmo notare in questo trattato moltissime
osservazioni giuste ed acute; ma avremo occasione di trovarne maggior
copia in altre sue opere: onde per ora le lasciamo da banda. Vogliamo
però citare alcune sue idee intorno alla veracità; perchè servano a
combattere l’opinione di coloro i quali vorrebbero credere che il
Savonarola assumesse un carattere che sapeva non essere il suo, e
si fingesse profeta per meglio condurre il popolo. Questa opinione
noi crediamo combattuta dalla storia dei fatti e dalle parole stesse
del Savonarola, delle quali ora diamo un solo esempio. «Per veracità
noi intendiamo un certo abito, secondo il quale l’uomo nell’azione e
nelle parole si mostra tale quale egli è veramente, e piuttosto minore
che maggiore.... Questo non è già un dovere legale, bensì morale;
in quanto che, per onestà, è certamente un debito che ogni uomo ha
verso il suo simile, e la manifestazione del vero è sempre una parte
di giustizia.»[98] Non ci fermeremo qui a parlare della _politica_ e
dell’_economica_, che secondo le dottrine scolastiche facevano parte
della morale; perchè avremo occasione di discorrerne più largamente
nell’esaminare le idee politiche dell’autore. Nemmeno prenderemo
in esame la _logica_; giacchè essa non è altro che un sunto della
dialettica degli scolastici; e le poche idee che si trovano in essa di
qualche importanza, le abbiamo già esposte più sopra.

Ci resta ora a dir qualche cosa dell’opuscolo intorno alla _Divisione
di tutte le scienze_, scritto dal Savonarola quando lo accusavano
di tenere in dispregio la poesia e di non fare alcun conto della
filosofia. Egli allora, per difendersi, presentò un quadro generale di
tutte le scienze, mostrando che dava a ciascuna il suo proprio luogo,
e le rispettava tutte secondo la loro dignità. Il quadro che egli
presenta, è chiaro, preciso e felicemente condotto; ma in fondo, non
è altro che la divisione medesima degli scolastici. La filosofia vien
divisa in razionale e reale: la prima serve a guidar la ragione, ed è
la logica: la seconda tratta dell’ente reale, e suddividesi in pratica
e speculativa. — La pratica poi si divide in meccanica e morale,
secondo che tratta delle professioni meccaniche o delle azioni morali
dell’uomo; e la morale suddividesi in etica, economica e politica.
— La filosofia speculativa si tripartisce in tre scienze: fisica,
matematica e metafisica, secondo che tratta di ciò che è inseparabile
dalla materia, di ciò che può separarsene solamente per astrazione, o
di ciò che è assolutamente immateriale. — La metafisica siede regina
di tutte le scienze, va in cerca dei più alti veri, più di tutte
nobilita ed eleva l’uomo.[99] Ma questo però è un parlar _secondo puri
naturali_, aggiunge il Savonarola; perchè, cristianamente parlando, la
vera ed unica scienza è la teologia. Tutte le altre considerano cose
particolari sotto aspetti particolari: essa solamente considera il
tutto sotto un solo ed universale aspetto; essa è la scienza prima, e
guarda tutte le cose nella prima causa: ma perciò appunto non le basta
il lume naturale, ed ha bisogno del lume divino. Di qui è facile vedere
come innanzi a questa scienza suprema, tutte le altre debbano oscurarsi
e cederle il luogo; onde quel soverchio disprezzo che il Savonarola
manifestò più tardi per la filosofia, la poesia e tutti gli studi
profani in genere.

Noi ci siamo fermati solamente alle divisioni principali, e non volemmo
venire a parlar della poesia (di cui, secondo il costume scolastico,
egli fa una parte della logica), perchè anche di ciò avremo altra volta
occasione di parlare più a lungo. Ci basti ora riportar le parole che
dice contro coloro che in ogni cosa, ma specialmente nella poesia,
volevano servilmente correr dietro agli antichi. «Alcuni si sono
talmente ristretti e talmente hanno sottomesso il proprio intelletto
al carcere degli antichi, che non solamente non vogliono dir nulla
contro il loro costume, ma nulla che essi non dissero.... Che ragione
è dunque questa, qual nuova forza d’argomentare? Gli antichi non hanno
parlato così, epperò neppure noi parleremo in tal modo. Se dunque gli
antichi non fecero una bella azione, neppur noi dovrem farla?»[100] E
tale fu sempre il suo linguaggio. In quel secolo in cui non si scrivea
libro che non fosse per levare a cielo gli antichi, il Savonarola era
solo a prendere la penna e muovere la voce contro di loro. Ma egli fece
ancora di più, quando, dimenticando affatto gli antichi, prese a guida
la propria ragione, e appoggiandosi solo ad essa, procedette innanzi.
Nè ciò fece solo negli scritti filosofici, ma, come abbiam detto più
sopra, se ne trova un numero infinito d’esempi nelle prediche e nelle
opere teologiche. Si pigli, infatti, il _Trionfo della Croce_, il suo
lavoro principale; quello in cui espose tutta la dottrina cristiana
con ragioni naturali. Ivi, nel proemio, egli discorre così: «E perchè
in questo libro noi vogliamo disputare solamente con ragione, non ci
fonderemo in alcuna autorità; ma per tal modo procederemo come se non
si avessi a credere a veruno uomo del mondo, quantunque sapiente, ma
solo alla ragione naturale.»[101] Ed altrove: «Noi bisogna per le cose
visibili venire in cognizione delle invisibili, perchè ogni nostra
cognizione comincia dal senso, il quale conosce solamente gli attributi
corporali estrinseci; ma lo intelletto nostro, per la sua sottilità,
penetra insino alla sostanza delle cose naturali, dalla considerazione
delle quali si leva fino alla cognizione delle cose invisibili»[102]
Nè si creda che questi sieno dei pensieri staccati che ci è venuto
fatto di trovare nel corso dell’opera; perchè si trovano invece in sul
bel principio di essa, e vi stanno ad esporre il disegno ed il metodo
con cui deve esser condotta. Ogni capitolo comincia col premettere
l’ipotesi, che non si sia imparato nulla da alcun uomo del mondo;
col ripetere che non bisogna accettare altra autorità che la propria
esperienza, la propria ragione; e così dal noto andando all’ignoto,
procede infino alla fine.

Se ora si voglia riflettere che il Savonarola vivea quando ancora
non era finito il secolo XV, quando il più gran filosofo dell’Europa
era Marsilio Ficino, si dovrà senza dubbio consentire che egli fu
primo[103] a scuotere il vecchio giogo dell’autorità in filosofia,
e che le lodi da noi dategli sono veridiche e fondate sopra un esame
accurato ed imparziale dei suoi scritti. Già l’antico biografo Pacifico
Burlamacchi, che avea conosciuto di persona il nostro frate, lasciò
scritto: «che fino dalla prima infanzia non volle giudicar gli autori
secondo la maggior fama, nè seguire quelle opinioni solamente che erano
in voga, _ma avea sempre l’occhio alla verità ed alla ragione_.»[104]
Queste poche e semplici parole sono un ritratto assai più fedele di
qualunque altro ce ne abbiano dato i biografi posteriori; e noi, dopo
aver molto considerato le opere del Savonarola, torniamo al giudizio
del vecchio cronista.

Sentiamo però l’obbligo di dire al nostro lettore, che non vogliamo
con ciò tenere il nome del Savonarola tanto alto nella storia della
filosofia, da dargli una importanza scientifica maggiore di quella che
egli ebbe veramente. Assai spesso trascurò questa scienza; l’accusò di
continuo, qualche volta anche disprezzandola; e volle quasi nascondere
quei suoi brevi trattati, che perciò vennero in dimenticanza. Non
si troveranno esaminati in nessuna storia della filosofia, non si
troveranno citati in alcun filosofo posteriore; e lo stesso Campanella,
il quale, come abbiam visto, potrebbe dirsi un suo seguace, non ebbe
forse neppure una lontana notizia della loro esistenza. Ma se queste
ragioni possono diminuire l’importanza che quegli scritti ebbero nella
storia della filosofia, non potranno certo di niente scemarne il peso,
quando si tratta di portare un giudizio sulla mente di chi li dettava.
E per noi era di somma importanza il conoscere la forza intellettiva
d’un uomo che ebbe tanta parte nelle cose de’ suoi tempi; tempi nei
quali in tutta Europa si apparecchiava il rinnovamento della civiltà
ed il ripristinamento dell’umana ragione. Qualunque fosse stata la
missione del Savonarola, qualunque la sua indole e i fini che egli
ebbe, era per noi sopra ogni altra cosa indispensabile il determinare
l’altezza speculativa della sua mente, il decidere se egli dovea o
no andare fra gli _uomini nuovi_. E ci pare omai certezza, che se il
Savonarola non va messo alla testa del risorgimento, del quale ebbe
come una profetica visione; se non viene considerato come il precursore
di tutti coloro che più tardi ne fecero parte, e dei quali egli ebbe
in supremo grado le eroiche virtù, le ardite aspirazioni e gli strani
errori; non si potrà mai comprender nulla di quest’uomo, sul quale si
è tanto scritto, senza che alcuno sia ancora riuscito a determinarne il
vero carattere.




CAPITOLO SETTIMO.

I primi opuscoli religiosi del Savonarola, e la sua interpretazione
della Bibbia.


Se noi ci facciamo a considerare quel gran moto di civiltà che rinacque
nel secolo XVI, troveremo che in fondo a tutte le dottrine, a tutte le
dispute, a tutte le guerre religiose di quel tempo, v’era un bisogno
universalmente sentito di ravvicinarsi a Dio: esso animava i dottori,
creava il nuovo entusiasmo, dava la forza ai martiri. Che cosa,
infatti, fu tutta la filosofia, tutta la scienza moderna, se non lo
sforzo di ravvicinare la creatura al Creatore, sebbene eccedesse troppo
spesso fino a confondere l’uno con l’altra? Che cosa promisero le nuove
dottrine religiose, se non di mettere il fedele in rapporto diretto col
Signore,[105] sebbene trascorressero poi, sino a distruggere la libertà
umana? Pure, a chi bene lo considera, questo solo principio, malgrado
i suoi eccessi, rinnovava la civiltà; quest’unico amore redimeva il
genere umano dall’abisso di colpe in cui era caduto.

Già, in sul cadere del secolo XV, noi ci possiamo avvedere che un nuovo
calore penetra gli animi, che si comincia a sperar nuovamente nella
forza delle idee e dei principii. Anima e vita di questo moto fu allora
la filosofia alessandrina, perchè essa prometteva la visione in Dio,
ed in questa poneva la somma dell’umana felicità. Una tale idea si fece
strada e penetrò rapidamente il cuore degli uomini, in un tempo in cui
sembrava che il materialismo dovesse solo signoreggiare in eterno. Ma
essa cominciava appena ad essere una teoria cavata dai libri, che già
nel Savonarola era un sentimento nato con lui, che dominava tutta la
sua vita, e poteva anzi dirsi la sua vita istessa. Egli non aveva,
infatti, altra aspirazione che verso Dio; non sperava nè desiderava
altro che trascinare dietro a sè il mondo nella beatitudine d’una tale
aspirazione. E sotto questo aspetto, bisogna che noi prendiamo in esame
la più parte dei suoi scritti religiosi, i quali assai spesso non sono
altro che la manifestazione di questo sentimento religioso, di questo
suo, per così dire, _santo furore_.

Gli opuscoli che pubblicò intorno al 1492, furono quattro trattati
sull’Umiltà, l’Orazione, l’Amore di Gesù Cristo e la Vita vedovile;
scritti in parte ascetici, in parte semplicemente religiosi e morali.
Noi cercheremo di esporre le idee del Savonarola più fedelmente che
sarà possibile, acciò il lettore conosca bene con quali mezzi egli
cominciasse allora a stabilire il suo ascendente sul popolo.

«L’Umiltà e la Carità,» egli dice adunque nel suo primo opuscolo,[106]
«sono due virtù nello edificio spirituale estreme; perocchè l’umiltà è
il fondamento che porta tutta la fabbrica, e la carità è la perfezione
e consumazione dell’edifizio. Bisogna perciò che il fedele si umilii
dinanzi a Dio, che riconosca come egli è per sè stesso incapace
di fare il bene, e come senza l’aiuto del Signore le sue opere non
sarebbero altro che peccati. Nè basta che ciò sia una convinzione
dell’intelletto; bisogna che sia anche un sentimento profondo
dell’anima. La volontà dell’uomo è libera; ond’egli deve con tutte le
sue forze adoprarsi a scacciare l’orgoglio, disporsi a ricevere la
grazia; e gli atti esteriori saranno in ciò non solamente utili, ma
anche necessarii. Si umilii perciò il credente verso i superiori, verso
gli uguali; si umilii anche verso gl’inferiori. Ma se, giunto a questo
punto, crederà di aver fatto gran cosa, allora l’umiltà esteriore sarà
cresciuta a scapito della interiore, ed avrà perduto ogni merito. Si
tenga, dunque, continuamente fermo nell’idea della sua nullità.»

La preghiera, di cui si discorre nel _Trattato della orazione_,[107]
è, secondo il Savonarola, uno dei mezzi più efficaci a tener vivo
nell’uomo il sentimento dell’umiltà. «Sia perciò lunga, fervida
e diuturna: rammentiamoci però di continuo che essa deve essere
accompagnata dall’umiltà e dalla carità; senza di che è nulla. Finchè
vi è fervore, si può dire che vi sia preghiera; e quando si esercitano
opere di carità, anche allora si può dire che l’uomo preghi.»

Queste medesime idee si trovano assai meglio svolte in un altro
trattato _Della orazione mentale_.[108] «Colui che prega, deve parlare
a Dio come se fosse presente; giacchè il Signore è per tutto, in ogni
luogo, in ogni uomo; specialmente nell’anima del giusto. Epperò non
si cerchi in terra o in cielo o altrove; si cerchi nel proprio cuore,
si faccia come il profeta, che dice: — Io udirò ciò che parlerà in me
il Signore. — Nella preghiera, l’uomo può attendere alle parole, e
questa è cosa tutta materiale; può attendere al senso delle parole,
e questo è piuttosto studio che preghiera; può, finalmente, mettere
il suo pensiero in Dio, e questa è la vera, la sola preghiera. Non
bisogna stare a discorrere su per le sentenze, nè su per le parole; ma
elevare le mente sopra di sè, e perdersi quasi nel pensiero di Dio.
A questo punto il credente dimentica il mondo e i suoi desiderii;
ha quasi un’ombra della celeste beatitudine. A tale altezza può
giungere l’ignorante così facilmente come il dotto; anzi assai spesso
avviene che colui che recita i salmi senza comprenderli, fa una
preghiera assai più santa del dotto che saprebbe spiegarli. Le parole,
infatti, non sono indispensabili alla preghiera; anzi, quando l’uomo
è veramente rapito in ispirito, l’orazione vocale diventa quasi un
impedimento, e deve dar luogo alla _mentale_. Epperò si vede quanto sia
grande l’errore di coloro i quali prescrivono un numero di orazioni
determinate. Il Signore non si diletta di moltitudine di parole, ma
di fervore di spirito. Qui ci si faranno incontro, continua a dire
il Savonarola, coloro che non sanno difendere altro che le cerimonie
e il culto esteriore della Chiesa. A costoro noi risponderemo come
il Salvatore alla Samaritana: «Donna, credimi che l’ora viene in cui
non adorerete il Padre nè in questo monte nè in Gerusalemme..... Ma
l’ora viene, ed è già al presente, che i veri adoratori adoreranno il
Padre in ispirito e verità.» (Gio. VI, 21, 23.) Il che significa che
il Signore vuole il culto interiore, senza tante cerimonie; e così
infatti usava la Chiesa primitiva, quando non c’era bisogno di tanti
organi e canti per levare la mente a Dio. Quando mancò il fervore, si
cominciarono a introdurre le cerimonie per medicina delle anime: ma
oggi noi siamo divenuti simili all’infermo che ha perduto ogni virtù
naturale, e le medicine non hanno più forza sopra di lui. Ogni fervore,
ogni culto interiore è muto; e le cerimonie crescono sempre, ma restano
inefficaci. Perciò noi siamo venuti ad annunziare al mondo, che il
culto esteriore è destinato allo interiore, e le cerimonie non sono
altro che mezzi per eccitare lo spirito.»

Ma il _Trattato dello amore di Gesù Cristo_, di cui in poco tempo si
videro più di sette edizioni,[109] esprime più chiaramente ancora quel
mistico entusiasmo del Savonarola, di cui abbiamo più sopra parlato.
«L’amore di Gesù Cristo è quel vivo affetto per cui il fedele desidera
che la sua anima diventi quasi parte di quella di Cristo, e che la
vita del Signore si riproduca in lui, non per esterna imitazione, ma
per interna e divina ispirazione. Egli vorrebbe che la dottrina di
Cristo fosse in lui cosa viva, vorrebbe patire il suo martirio, salire
misticamente con lui sulla stessa croce. Questo amore è onnipotente, e
non si può avere senza la grazia; perchè esso solleva l’uomo sopra sè
stesso, e congiunge la creatura finita al Creatore infinito. L’uomo,
infatti, sale continuamente dalla umanità alla divinità, quando è
animato da questo amore; che è il più dolce di tutti gli affetti,
penetra l’anima, s’impadronisce del corpo, e fa che il fedele cammini
sulla terra come rapito in ispirito.»

Noi abbiamo riportato quasi le parole medesime del Savonarola, perchè
questo concetto dell’amore, che ritorna di continuo nelle sue opere
ed è un punto fondamentale della sua dottrina, non è stato ancora
abbastanza osservato. È ben vero che nel definirlo il Savonarola non
è molto preciso; giacchè qualche volta dice, questo amore non essere
altro che la grazia; e qualche volta, non essere che la carità. In
vero, esso partecipa d’ambedue, senza essere precisamente nè l’una
cosa nè l’altra. — Quando la grazia s’infonde nell’uomo, genera
immediatamente la carità; e senza la grazia, vera carità non può
esservi: v’è però uno stato intermedio, in cui il credente, sentendo la
vicinanza e quasi l’afflato di Dio, prova una suprema felicità, e come
una celeste ebbrezza. Questo stato interno dell’anima che riceve la
grazia ed è per generare la carità, è quello appunto che il Savonarola
intende per _amore di Gesù Cristo_. E l’importanza di questo concetto
nella sua dottrina, sta appunto nell’esprimere esso uno stato tutto
subbiettivo dell’animo. Il Cristiano non può raggiungere la carità,
senza la grazia che è un dono gratuito di Dio, per ottenere il quale
la nostra volontà può assai poco contribuire; ma l’amore essendo invece
una nostra _disposizione_, l’uomo può assai più facilmente elevarvisi:
la grazia viene allora ad infondersi in noi quasi naturalmente, e la
carità scaturisce dal nostro cuore come di necessità. Così l’_amore_
ha la sovrumana potenza di riunire la creatura che è finita al Creatore
che è infinito, e spiega in certo modo il mistero della libertà umana e
della onnipotenza divina.

Quest’opuscolo si conclude con alcune _Laudi e Contemplazioni
infiammative_, nelle quali il Savonarola s’abbandona ad ogni sorta
d’esclamazioni intorno alla misericordia e bontà del Signore, al
desiderio ardente che ha la sua anima d’essere una sola cosa con Lui,
di salire sulla stessa croce, essere trafitto dagli stessi chiodi
e dalla stessa corona di spine. Di certo, se noi le leggiamo collo
scetticismo dei nostri giorni, non vi troveremo alcun valore; ma se
ci poniamo invece a considerare che erano scritte per il popolo, che
parlava un’anima ebbra veramente di questo suo abbandono in Dio, un
uomo a cui questo santo delirio dava un conforto a noi sconosciuto,
allora solamente potremo rettamente giudicarle. E più le valuteremo
se ci rammentiamo che il Savonarola riuscì ad infondere questo suo
entusiasmo in tutto un popolo; e fu il primo a prevedere e presentire
che questo nuovo amore, questo nuovo delirio, impadronendosi delle
moltitudini, dovea rigenerare e ringiovanire il mondo.

Nel _Libro della vita viduale_,[110] pubblicato fin dal 1491, egli
dètte invece sani precetti di morale alle vedove. In questo opuscolo si
potrà vedere quanto falsa sia l’opinione di coloro che ci rappresentano
il Savonarola come nemico del matrimonio, e quasi gli attribuiscono
l’idea di voler ridurre Firenze a forma di convento; quando esso invece
insegnava su questo proposito una dottrina piena di buon senso. Le
vedove, egli dice, son come gli orfani sotto la speciale proiezione
del Signore. La vera loro vita sarebbe di abbandonare i pensieri del
mondo, darsi intieramente a Dio, ed essere «come la tortola, la quale
è uno animale casto; e però, che quando ha perso il suo compagno,
mai più s’accompagna con altri, ma vive tutto il tempo della vita
sua gemendo solitaria.» Nondimeno, se per la educazione dei figli, se
per la povertà o per non sapere resistere agli stimoli della carne,
volesse la vedova rimaritarsi, lo faccia pure: questo sarà assai
meglio che circondarsi d’adoratori, esporsi alle calunnie, tenersi fra
mille pericoli. Quella vedova che non si sente disposta a mantenere lo
stretto decoro, le difficili riserve del suo stato, ritorni piuttosto
alla vita dignitosa di moglie. Quelle poi che si sentono forza
maggiore ed animo uguale al loro stato, sieno il modello di tutte le
altre donne. La buona vedova deve vestire di bruno, vivere solitaria,
evitare il consorzio degli uomini, essere la stessa gravità, portare
nel volto tanta severità, che alcuno non ardisca muoverle parola o
sorriso di poco rispetto. E questa vita sarà un insegnamento continuo
alle altre donne; onde è inutile che la vedova si affatichi con parole
ad ammaestrare gli altri: non dia precetti, se non quando l’occasione
assolutamente lo richiede, e cerchi di farlo solamente verso i figli
o nipoti. Disconviene alla gravità della vedova ricercare la vita ed
i peccati altrui; disconviene a lei essere o anche parere vana, e per
salvare gli altri, abbandonare sè stessa.

Con questi opuscoli il Savonarola riusciva nel suo intento, giacchè
andava ogni giorno crescendo nella stima dei dotti e nell’amore del
popolo. Sebbene però egli avesse nella filosofia con fermo proposito
seguito la sola ragione, e negli scritti religiosi si fosse abbandonato
tutto al sentimento spontaneo dell’animo suo; pure questo a lui
medesimo parea non bastare in un secolo che volea fondarsi unicamente
sull’autorità. È ben vero che egli era assai spesso dominato e
trascinato dai suoi pensieri in modo, che si contentava di affermarli
come verità innegabili; e che nel suo esaltamento religioso egli
credeva di essere in diretto rapporto colla Divinità, onde non sentiva
bisogno d’altra conferma alle sue visioni del futuro.[111] Nondimeno,
quando si trattava di convincere gli altri, di far tacere la superbia
e l’importunità dei dotti, di persuadere al popolo cose straordinarie,
allora l’autorità d’un libro diveniva in quel secolo indispensabile.
E quale altra autorità poteva il Savonarola accettare, se non quella
della Sacra Scrittura? Chi avrebbe ardito resistere alla parola del
Signore? La Bibbia, d’altronde, era stato il compagno più fedele dei
suoi giovani anni, il conforto dei suoi dolori, l’educatore del suo
spirito. Non vi era verso che non rammentasse a memoria; non vi era
pagina che non avesse commentata, da cui non avesse preso qualche idea
pe’ suoi sermoni. A forza di studio e di meditazione, essa avea cessato
d’essere per lui un libro, ed era divenuto un mondo vivo e parlante;
un mondo infinito, in cui trovava la rivelazione del passato e
dell’avvenire. Non appena egli apriva le Sacre Carte, che era esaltato
dal pensiero di leggere la parola rivelata dal Signore; vi trovava
come il microcosmo di tutto l’universo, l’allegoria di tutta la storia
del genere umano. Questo era uno studio che dava alimento a sè stesso;
e quindi egli riempiva i margini del sacro volume d’interminabili
postille, nelle quali notava le varie ispirazioni del momento, le
moltiplici interpetrazioni di ciascun passo.[112]

Solamente esaminando i suoi Sermoni, si potrà avere un’idea del vario
uso che il Savonarola seppe fare della Bibbia. Pure, riducendo le cose
a sommi capi, per darne sin d’ora un’idea generale, diremo che, oltre
la interpetrazione letterale, egli ne faceva altre quattro sopra quasi
ciascun passo della Bibbia, ed erano: _spirituale, morale, allegorica_
ed _anagogica_. Per meglio spiegarci, prendiamo ad esempio il primo
verso della Genesi: «Nel principio Iddio creò il cielo e la terra
ec.» Il senso spirituale riguarda lo spirito, e quindi cielo e terra
significheranno anima e corpo. Il senso morale riguarda invece la
morale, e quindi cielo e terra vorranno dire ragione ed istinto. Il
senso allegorico è doppio, riguarda la storia della Chiesa ebraica, o
della Chiesa cristiana: nel primo caso, cielo e terra rappresenteranno
Adamo ed Eva; il sole e la terra significheranno il gran sacerdote ed
il re del popolo ebreo: nel secondo caso, saranno invece significati
il popolo eletto ed il popolo dei gentili, il papa e l’imperatore.
Il senso anagogico si riferisce alla Chiesa trionfante; e quindi il
cielo e la terra, il sole, la luna e le stelle, significheranno gli
angeli, gli uomini, Gesù Cristo, la Vergine, i Beati, e così via
discorrendo.[113]

In questo modo il Savonarola trovava nella Bibbia la conferma di tutti
i pensieri, di tutte le ispirazioni, di tutte le profezie che sorgevano
nel suo animo. Non vi era cosa grande o piccola, pubblica o privata,
sacra o profana, di cui egli non trovasse un qualche riscontro nella
Bibbia. Egli avvertiva però di andar cauto in questo studio. «Vi
bisogna, egli diceva, una conoscenza della lingua e della storia, una
continua lettura, una lunga familiarità:[114] bisogna guardarsi di non
andar contro alla ragione, contro alle opinioni ricevute dalla Chiesa
e dai dottori,[115] di non tirare la scrittura ai nostri propri fini;
perchè allora si metterebbe il nostro intelletto in luogo della parola
divina.[116] Ma chi guiderà il fedele in questo mare di pericoli,
in questo laberinto inestricabile dall’umana ragione? Lo guiderà la
grazia divina. Si apparecchi, adunque, il fedele a leggere la Bibbia
con una grande purità di cuore, con un lungo esercizio della carità,
con levare il pensiero dalle cose terrene; giacchè in questo libro non
si può penetrare solo colla mente, ma bisogna entrarvi con l’anima
e col cuore. Allora solamente il credente potrà entrare nel mondo
infinito delle Sacre Scritture senza pericolare, ed aver quel lume che
è necessario alla sua salute. Ma non a tutti questo lume è concesso
ugualmente. Iddio manda spesso sulla terra degli uomini a cui concede
un lume maggiore, col quale debbono illuminare le moltitudini: questi
sono i dottori della Chiesa, ai quali il Signore spesso parla in
ispirito, rivelando per diretta comunicazione cose occulte a tutti gli
altri. Essi debbono essere la guida e la luce dei fedeli.»[117]

Malgrado però tutti questi riguardi, il Savonarola s’era messo
sull’orlo d’un precipizio, dal quale era assai difficile salvarsi.
Non v’era cosa che un sistema d’interpetrazione così vario e largo
non potesse confermare coll’autorità della Bibbia: onde, quando egli
si fosse lasciato trasportare dalla fantasia in un modo qualunque, le
Sacre Carte, in luogo di essergli freno, sarebbero divenute sprone a
maggiori eccessi. Ed infatti, quante volte la sua mente esaltata vide
strane visioni del futuro; quante volte udì per l’aria voci di sinistri
augúri, di flagelli minacciati all’Italia ed alla Chiesa; egli vi fu
sempre dalla lettura della Bibbia riconfermato, e tanto più vivamente,
quanto maggiori erano la fede e la sincerità del suo animo. Ma di ciò
noi avremo altra volta lunga occasione di discorrere: bastici per ora
avere interpretato generalmente il sistema del nostro autore.


NOTA.

_Sulla Esegesi biblica del Savonarola, e sopra alcune Bibbie postillate
di sua mano._

Diamo qui sotto un saggio del vario modo tenuto dal Savonarola
nell’interpretare la Bibbia, facendone applicazione al principio della
Genesi. Questo saggio l’abbiamo cavato dalle postille marginali che
egli fece di suo pugno in due Bibbie; una delle quali trovasi nella
Biblioteca Magliabechiana, l’altra nella Riccardiana. La prima, che è
la più preziosa delle due, è stampata a Basilea 1491, e contiene un
numero assai maggiore di annotazioni, non solo nei margini ma anche
in molti fogli aggiunti nel principio e nella fine del libro. Queste
annotazioni sono però scritte in un carattere così minuto e così
pieno di abbreviazioni, che senza molto studio e senza una lente non
si possono leggere. Minori di numero sono le postille della Bibbia
Riccardiana (Venezia 1492), ma il carattere però ne è assai più chiaro.
Sono tutte interpetrazioni fatte secondo il sistema da noi esposto:
dánno la moltiplice interpretazione di molte parole, di interi periodi;
segnano notizie storiche e geografiche; dánno il significato d’alcune
parole ebraiche, dal quale cavano poi la interpetrazione mistica,
allegorica ec. È notevole però, che di rado entrano in discussioni
puramente teologiche, come più tardi fece la Riforma; anzi noi
abbiamo costantemente osservato, che quei passi sui quali i Riformati
sollevarono più tardi le loro controversie, si trovano senza alcuna
annotazione. Ma di ciò avremo altrove materia di discorrere. Per ora
notiamo solo, che il Savonarola, leggendo la Bibbia, non faceva che
appunti secondo il suo sistema, da noi esposto, e solo per servire alle
sue prediche. Spesso queste sue postille riempiono tutti i margini,
entrano fra un verso e l’altro della stampa, si continuano sopra fogli
aggiunti, e sempre con un carattere fitto, uguale e microscopico.

Ponendo la Bibbia Magliabechiana, nel principio della quale si
trovano le regole dei vari modi d’interpetrare, accanto a quella
della Riccardiana, dove sono queste medesime regole applicate ai primi
capitoli della Genesi, abbiam potuto formare il quadro che segue. Chi
volesse poi più minuti particolari, potrebbe trovarne infiniti nelle
suaccennate Bibbie, e in molte prediche del Savonarola; come, p. es.,
la XXIII di quelle sul Salmo _Quam bonus_. Le postille bibliche ci
dánno però assai meglio tutto l’insieme di questa singolare esegesi.

Vogliamo ancora notare, che nel convento di San Marco si trovano
due antiche Bibbie in pergamena, sui margini delle quali sono molte
annotazioni di carattere minutissimo e simile alquanto a quello del
Savonarola. Malgrado però questa somiglianza, e malgrado ancora che in
una di esse si sia trovato un foglio che diceva: _utebatur Hieronymus
Savonarola_; noi non crediamo che quelle postille sieno di lui, ma
più antiche; giudicandolo tanto dalla forma del carattere, come dalla
natura delle postille medesime. E ci ha confermato in questa opinione
il vedere che nel catalogo: _De operibus viri divini, non impressis_,
più sopra citato (Magliabechiana, cod. I, VII, 28), non sono menzionate
altre Bibbie postillate, se non queste: «Bibliæ tres glossatæ, 1ª Apud
Ferrariam, in conventu Angelorum; 2ª Florentinæ, apud Fratrem Nicholaum
de Biliottis; 3ª Florentiæ, apud Marcum Simonem de Nigro.» Non è
probabile che l’autore di quel catalogo, il quale sembra essere stato
frate di San Marco e notava con tanta diligenza le cose inedite del
Savonarola, sapesse delle Bibbie che erano allora presso i privati, ed
ignorasse quelle che si trovavano nel convento.

Saggio delle varie interpretazioni che il Savonarola dava alla Bibbia,
ricavato dalle sue postille autografe alla stessa.

  =Interpretazione       | =Interpretazione     | =Interpretazione
  Letterale.=            | Spirituale. =        | Allegorica.=
                         |                      | Si riferisce
                         |                      | al _Vecchio
                         |                      | Testamento_.
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  1º _Giorno_. Cielo,    | Anima, Corpo,        | Adamo, Eva, Luce
  Terra, Luce.           | Intelletto agente.   | della grazia.
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  2º _Giorno_.           | La volontà, fra le   | Arca di Noè.
  Firmamento.            | opposizioni          |
                         | dell’anima e del     |
                         | corpo.               |
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  3º _Giorno_.           | Il movimento delle   | Gentili separati dal
  Divisione delle acque  | passioni e degli     | popolo eletto.
  dalla terra,           | errori che occupano  |
                         | l’intelletto.        |
  Luoghi asciutti,       | Intelletto avido di  | . . . . . . . .
                         | scienza.             |
  Erbe e piante.         | . . . . . . . .      | La moltitudine degli
                         |                      | eletti.
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  4º _Giorno_. Sole,     | Metafisica ed Etica, | Gran sacerdote, Re,
  Luna, Stelle.          | Scienze naturali e   | altri Sacerdoti.
                         | razionali.           |
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  5º _Giorno_. Uccelli,  | Contemplazione delle | Maccabei (che sempre
  Pesci.                 | cose superiori e     | fluttuarono).
                         | delle inferiori.     |
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  6º _Giorno_. Bestie,   | Appetito irascibile  | . . . . . . . .
  Animali terrestri,     | . . . . . . . .      | Popolo Ebraico (dato
                         |                      | nel tempo di Cristo
                         |                      | all’avarizia).
  Giumenti,              | Senso.               | I Buoni.
  Uomo ad immagine       | Uomo che domina le   | Cristo (che era
  di Dio.                | passioni.            | l’espettazione del
                         |                      | vecchio Testamento).


  =Interpretazione       | =Interpretazione     | =Interpretazione
  Allegorica.=           | Morale.=             | Anagogica.=
  Si riferisce           |                      |
  al                     |                      |
  _Nuovo Testamento_.    |                      |
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  Popolo Ebraico,        | Anima, Corpo (nel    | Angeli, Uomini,
  Gentili, Gesù Cristo.  | senso di ragione ed  | Visione di Dio.
                         | istinto), Luce della |
                         | grazia.              |
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  Gli Apostoli e gli     | Fermezza morale.     | Eternità della
  altri Santi.           |                      | beatitudine e della
                         |                      | dannazione.
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  Le tribolazioni, che   | Lotta delle passioni | Gaudio dei beati che
  dividono molti dalla   | contro il dovere.    | furono liberati
  Chiesa.                |                      | dalle tribolazioni.
  . . . . . . . .        | Ragione.             | . . . . . . . .
  Le buone dottrine      | . . . . . . . .      | Le loro laudi e
  della Chiesa.          |                      | opere perfette.
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  Papa, Imperatore,      | La legge di carità   | Cristo, la Vergine,
  Dottori.               | antica e nuova, i    | gli altri Beati.
                         | precetti minori.     |
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  Vita contemplativa,    | Contemplazione delle | Angeli, ed uomini
  vita attiva.           | cose divine e delle  | che entrano nel coro
                         | umane.               | degli Angeli.
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  Anti-Cristo, coi suoi. | Cattivi.             | Quelli che furono
                         |                      | persecutori.
  Cristiani dati alle    | Persecutori.         | . . . . . . . .
  cose terrene.          |                      |
  Eletti.                | . . . . . . . .      | I predicatori.
  I perfetti che         | Colui che            | . . . . . . . .
  abbonderanno nel tempo | progredisce nelle    |
  dell’Anti-Cristo.      | tribolazioni.        |

NB. Facciamo osservare, che sebbene nelle due interpretazioni, morale
e spirituale, si trovino significate le medesime cose, debbono sempre
intendersi in due sensi diversi: in un caso, p. es., _ragione_ vorrà
dire la forza che domina le passioni, nell’altro la facoltà che intende
il vero. — Questo quadro che noi abbiamo dato, deve senza dubbio essere
imperfetto, perchè cavato da appunti incompiuti e qualche volta appena
accennati.




CAPITOLO OTTAVO.

Il Savonarola si dimostra avverso a Lorenzo il Magnifico. Predica sulla
prima Epistola di San Giovanni. [1491.]


Il popolo s’era andato sempre più affollando in San Marco, e la chiesa
non era più capace di contenerne la moltitudine: onde, nella quaresima
dell’anno 1491, il Savonarola predicò nel Duomo, e le mura di Santa
Maria del Fiore echeggiarono per la prima volta della sua voce. Da quel
momento, egli parve divenuto signore del pergamo, padrone del popolo,
che ogni giorno crescendo di numero, raddoppiava d’entusiasmo verso
il suo predicatore. Quelle immagini dal frate descritte, rapivano le
fantasie della moltitudine; quelle minacce di futuri flagelli avevano
una forza magica sull’animo d’ognuno, perchè parea veramente che tutti
fossero pieni di sinistri presentimenti.

Ma questo appunto cominciava a dispiacere fortemente a Lorenzo
dei Medici, e faceva ne’ suoi amici nascere una certa opposizione
contro il Savonarola. Al quale furono un giorno mandati cinque dei
principali cittadini di Firenze,[118] perchè mettendogli in vista i
pericoli ch’egli faceva correre a sè ed al convento, lo consigliassero
a moderarsi. Il Savonarola interruppe ben presto il loro discorso
dicendo: «Vedo che voi non venite per vostro consiglio, ma siete
mandati da Lorenzo. Ditegli che s’apparecchi a far penitenza de’ suoi
peccati, perchè il Signore non risparmia nessuno, e non ha paura dei
principi della terra.» Il frate era fierissimo della sua indipendenza
ecclesiastica, e voleva smettere, sin dal principio, il costume invalso
in San Marco di piegarsi e prostrarsi continuamente innanzi ai Medici.
E quando gli fu da quei medesimi cittadini fatto osservare che egli
poteva essere esiliato, rispose: «Io non temo i vostri esilii, perchè
questa vostra città è come un grano di lente sulla terra. Ma sebbene io
sia forestiero e Lorenzo cittadino ed il primo della città, io debbo
restarvi ed egli dovrà partirsene.» Aggiungendo dipoi parole tali
sulle condizioni di Firenze, che quei cittadini restarono maravigliati
della sua intelligenza nelle cose di stato. In quel tempo medesimo,
trovandosi nella sagrestia di San Marco in presenza di più persone,
affermò che le cose d’Italia volevano mutar presto, e che il Magnifico,
il papa e il re di Napoli s’avvicinavano alla morte.[119]

Il malumore dei medicei ne cresceva perciò a tal segno, che il
Savonarola tornò più volte sopra sè stesso a considerare questo
mormorare continuo, questa contraddizione sempre crescente d’una parte
piccola ma potente dei cittadini; ed avrebbe voluto, per qualche tempo
almeno, restringersi solo ai precetti di morale e di religione. Ma
nel fatto trovò che un tal cambiamento era per lui assai più facile
desiderarlo che metterlo in pratica. Egli medesimo ci descrive, nel
_Compendio di Rivelazioni_, la lotta inutile che sostenne con se
stesso, per mutar modo di predicare. «Ogni cosa che mi allontanava dal
primo studio mi veniva subito a noia, e quante volte meditai di seguire
un’altra via, venni subito in odio a me stesso. E mi rammento come
predicando nel Duomo l’anno 1491,[120] ed avendo già composto il mio
sermone sopra queste visioni, deliberai di sopprimerle, e nell’avvenire
astenermene affatto. Iddio mi è testimonio, che tutto il giorno di
sabato e l’intera notte sino alla nuova luce, io vegliai; ed ogni altra
via, ogni dottrina fuori di quella, mi fu tolta. In sull’alba, essendo
per la lunga vigilia stanco ed abbattuto, udii, mentre io pregavo, una
voce che mi disse: — Stolto, non vedi che Iddio vuole che tu seguiti la
medesima via? — Perchè io feci quel giorno una predica tremenda.»[121]
Ed in verità, il Savonarola era nato a questa specie d’eloquenza,
per così dire, battagliera. Persuaso come era d’una missione divina,
non appena si trovava innanzi al popolo, che sentivasi esaltato ed
era trascinato dal corso dei suoi pensieri; allora la sua fantasia
s’animava, risorgevano le sue forze, raddoppiava la sua energia. Ma
se egli avesse dovuto far violenza a sè stesso, non avrebbe di certo
saputo più trovare i colori delle sue immagini, il vigore della sua
eloquenza.

Nel luglio di quel medesimo anno 1491, veniva eletto priore di San
Marco; e la nuova carica ponendolo più in vista ed in maggior grado,
faceva crescere la sua indipendenza. Fin dal principio, egli ricusò
di piegarsi all’abuso introdotto nel convento, che il nuovo priore,
cioè, andasse a portare ossequio ed obbedienza al Magnifico. «Io
riconosco,» egli disse, «la mia elezione solamente da Dio, ed a Lui
porterò obbedienza.» Lorenzo dal suo lato se ne doleva, dicendo: «Voi
vedete! un forestiero è venuto in _casa mia_, e non si degna neppure
visitarmi.»[122] Pure, non volendosi mettere in guerra col priore
d’un convento nè far troppo caso d’un frate, cercò di conciliarselo
colla via della dolcezza. Andò parecchie volte a sentire la messa in
San Marco, trattenendosi dipoi a passeggiare nell’orto, senza che il
Savonarola volesse per questo lasciare i suoi studi e venire a fargli
compagnia. Egli giudicava severamente il carattere di Lorenzo, sapeva
tutto il danno che esso aveva fatto alla morale pubblica; non voleva
perciò avvicinarsi ad un tiranno, in cui vedeva non solo il nemico e
distruttore della libertà, ma ancora l’ostacolo maggiore a migliorare
i costumi del popolo e rimetterlo nella vita cristiana. Vedendo che
queste vie non riuscivano, Lorenzo cominciò a mandare al convento dei
ricchi donativi e delle larghe limosine. Ma ciò dovea naturalmente
accrescere il disprezzo che il Savonarola avea già concepito pel
carattere morale di lui; e sul pergamo egli vi fece in fatti qualche
sdegnosa allusione, dicendo che queste cose lo rendevano sempre più
fermo nei suoi propositi. Non andò guari che trovò nella cassetta
delle limosine certa quantità di monete d’oro; le quali, non potendo
esser venute da altri che Lorenzo, egli mandò ai Buoni Uomini di San
Martino perchè le dispensassero ai poveri, dicendo che ai bisogni del
convento bastava il rame e l’argento. «E così,» osserva il Burlamacchi,
«Lorenzo si persuase finalmente che questo non era terreno da piantar
vigne.»[123]

Il Magnifico non era, però, uomo da cedere così presto; onde, per
abbassare il crescente predominio del nuovo oratore sul popolo, egli
incitò il Gennazzano a riprendere le sue prediche. Questo frate avea
tutto l’impeto, la malignità e l’ipocrisia dei pedanti: sino ad ora
egli s’era congratulato col Savonarola del successo da lui ottenuto;
ma non appena ebbe da Lorenzo l’incarico di combatterlo, lo accettò
subito baldanzosamente. Il giorno dell’Ascensione doveva predicare su
quel passo della Bibbia: _Non est vestrum nosse tempora vel momenta_.
Firenze era piena di questa voce, e la folla correva numerosissima
alla predica del Gennazzano. Ma egli si lasciò tradire dal suo furore.
Incominciò a pronunziare accuse d’ogni sorta contro il Savonarola,
chiamandolo vano e falso profeta, seminatore di scandali e disordini
nel popolo; ed arrivò a tanta insolenza e bassezza di linguaggio, da
disgustare assai l’uditorio, in modo che quel giorno perdette della sua
reputazione più che non s’era colle fatiche di molti anni acquistato.
E così quello che, secondo i disegni di Lorenzo, doveva essere la
disfatta, fu invece il trionfo del Savonarola; il quale aveva quel
giorno predicato sul medesimo testo, interpretandolo tutto a favore
della sua dottrina; e restò dipoi affatto padrone del campo, perchè
il Gennazzano non ardì continuare le sue prediche.[124] Questi fece
vista di prendere la cosa con indifferenza; invitò il Savonarola al suo
monastero; celebrarono insieme una messa solenne, e si scambiarono ogni
sorta di cortesie: ma il francescano aveva troppo vivamente sentito
nell’anima l’umiliazione ricevuta. Essere tenuto il primo predicatore
d’Italia, aver quasi annientato il Savonarola nella sua prima venuta in
Firenze, e trovarsi ora vinto e disfatto innanzi a tutti, era cosa che
egli non sapeva tollerare senza rancore. Da quel momento, infatti, covò
nel petto un odio profondo contro il Savonarola, gli giurò un’eterna
vendetta, nè si stancò mai di suscitargli nuovi pericoli e nuovi
nemici, sino a che riuscì veramente ad essere uno dei principali autori
della sua rovina.

Lorenzo allora, vedendo assolutamente fallito il suo intento,
sentendosi già preso da quella infermità che doveva poi condurlo alla
tomba, e stanco di lottare contro un uomo che, suo malgrado, cominciava
ogni giorno a stimare di più, lo lasciò ormai predicare liberamente.

Noi non abbiamo fino ad ora, altrimenti parlato delle prediche del
Savonarola, perchè le prime che si trovino a stampa, son quelle che
fece sulla prima Epistola di San Giovanni, le quali non si possono
riferire ad un tempo anteriore a quest’anno 1491. Ora, dunque, bisogna
venire a discorrerne. È veramente un’ardua impresa il dar ragguaglio
d’una raccolta di sermoni; la forma stessa dell’opera non presenta
unità di soggetto nè connessione alcuna di parti: e se a ciò si
aggiunga l’indole alquanto disordinata dell’ingegno e degli studi
del Savonarola, si comprenderà quanto sia difficile il trovare in
essi un punto fermo da cui partire, ed a cui far capo nel renderne
ragguaglio. Egli comincia sempre con un passo della Bibbia, intorno
al quale, col sistema d’interpretazione da noi esposto, raccoglie
tutte le idee teologiche, politiche e morali che si presentano alla
sua mente, appoggiandole sempre a qualche nuova citazione biblica. In
questo modo si forma una massa eterogenea di materiali incomposti, fra
cui il lettore quasi si smarrisce. Ad un tratto però il Savonarola
se ne libera affatto: il discorso è caduto sopra un soggetto vivo,
che interessa profondamente lui ed il suo uditorio: la fantasia gli
si accende, immagini gigantesche sorgono innanzi alla sua mente, la
voce si ode più sonora, il gesto è più animato, i suoi occhi quasi
fiammeggiano: egli è divenuto in quel momento originale, è un grande,
un potente oratore. Ben presto però egli ricade di nuovo in quel mondo
artificiale d’idee mal connesse e mal digerite, per sorgerne di nuovo
e di nuovo ricadervi, senza mai riuscire a liberarsene affatto, nè
lasciandosene mai compiutamente dominare. Così, chi legge ed esamina
con diligenza quei sermoni, sarà forzato a concludere che il Savonarola
era nato oratore, mancava però di arte; onde, quando il soggetto lo
dominava e s’impadroniva affatto di lui, la natura tenevagli luogo
di arte, ed allora soltanto riusciva eloquente. Se poi ci mettiamo a
paragonarlo coi suoi contemporanei più rinomati, come l’Attavanti e
Frà Roberto da Lecce, i quali o rimanevano sepolti nella scolastica o
ne uscivano solo per scendere a scurrilità tali di linguaggio, da far
dubitare se fossero veramente in chiesa; allora il Savonarola ci parrà
gigante anche ne’ suoi momenti meno felici. Ed invero, chi esamina
pazientemente i suoi sermoni, troverà che nelle pagine meno eloquenti
vi è pure disseminata una quantità immensa d’idee secondarie e di
osservazioni particolari, le quali aggiungono merito al pensatore,
quando anche tolgono pregio all’oratore.

Possiamo vederne un esempio appunto nei diciannove sermoni sulla prima
Epistola di San Giovanni, i quali, sebbene d’incerta data, sembrano
pronunziati nell’avvento di quest’anno 1491. L’autore vi espone
lungamente i misteri della messa, con precetti e consigli utilissimi
alla religione del popolo. Il ragguagliare dell’ordine e di tutta la
materia di essi, ne darebbe però un’idea assai più imperfetta di quella
che ne avremo, scegliendo quei pensieri e brani che, per così dire,
rappresentano tutti gli altri. Fra i molti che si potrebbero notare, ve
ne sono alcuni intorno alla _parola della vita_, dei quali l’oratore
sembra particolarmente compiacersi. Oggi potranno a molti sembrare
artificiosi e di poco peso; ma a chi bene li considera e li pone a
riscontro collo stato degli studi teologici e di tutte le discipline
religiose in quel secolo, riveleranno non poca originalità, e faranno
vedere nel Savonarola una forza intellettiva di gran lunga superiore
a quella di tutti gli oratori contemporanei. Egli, adunque, discorre
in questo modo: «La nostra parola procede separata e diversa per una
successione di sillabe; e però, quando una parte di essa vive, le altre
ricadono nel nulla; quando tutta la parola è pronunziata, essa più non
esiste. Ma il verbo o la parola divina non ha parti; procede unita in
tutta la sua essenza, si diffonde pel creato, vive e sta in eterno,
come la celeste luce di cui è compagna. Onde è _parola della vita_;
anzi è la vita, ed è una cosa col Padre. Noi prendiamo, è vero, questa
parola in diversi sensi: alle volte per vita intendiamo l’essere stesso
dei viventi; altre volte invece la loro occupazione; onde diciamo: la
vita di quest’uomo è la scienza, la vita dell’uccello è il canto. Ma
la vita veramente non è che una, ed è Dio, perchè in Lui solo tutte
le cose trovano il loro essere. E questa è quella vita beata che è il
fine dell’uomo, e nella quale si trova la felicità infinita ed eterna.
La vita terrena non solo è fallace, ma essa non si può godere tutta
perchè manca della sua unità. Se tu ami le ricchezze, devi rinunziare
ai sensi; se ti dài ai sensi, devi rinunziare alla scienza; e se vuoi
la scienza, non godrai gli uffici. Ma i piaceri della vita celeste si
godono tutti nella visione di Dio, che è la suprema felicità.»[125]

L’autore si trattiene a sviluppare lungamente queste idee; ma più
spesso discorre contro il mal costume del secolo, condannando ad uno
ad uno i vizi che vi dominavano. Ecco, per esempio, come parla contro
il giuoco. «Se vedete alcuni attendere ai giuochi in questi giorni,
non credete che sieno cristiani: sono peggiori che gl’infedeli, sono
ministri del diavolo e celebrano le sue feste. Sono uomini avari,
bestemmiatori, maldicenti, detrattori dell’altrui fama, susurroni,
odiosi a Dio, ladri, omicidi e pieni d’ogni iniquità.... Io non vi
permetto in alcun modo di giocare in queste feste: dovete stare in
continua orazione.... rendendo continuamente grazie a Dio in nome del
Signore Gesù Cristo. Sarà maledetto colui che giocherà e maledetto
colui che lascerà giocare; maledetto il padre che giocherà in presenza
del figliuolo; maledetto la madre che giocherà in presenza della
figliuola.... Sarai, dunque, maledetto chiunque tu sii, che giocherai
o acconsentirai che si giuochi; sarai, dico, maledetto nella città,
maledetto nel campo della terra; sarà maledetto il frumento tuo,
le reliquie tue, maledetto il frutto del ventre tuo e della terra
tua, gli armenti de’ tuoi buoi e le greggi delle pecore tue; sarai
maledetto andando e ritornando.»[126] E contro l’usura e gl’immoderati
guadagni: «Voi, adunque, per l’avarizia non vivete bene nè voi nè
li vostri figliuoli; e avete già trovato molte arti a guadagnare col
danaro, e molti cambi che chiamate reali e sono ingiustissimi, e avete
corrotto gli ufficii e i magistrati.... Niuno vi può persuadere che
’l sia peccato a fare usura ovver cambi ingiusti, anzi vi difendete in
dannazione delle anime vostre...; nè più si vergogna alcuno a prestar
con usura, anzi reputano pazzi quelli che fanno altramente; e così
in voi si compie quel detto d’Isaia: — Il peccato loro, come Sodoma e
Gomorra, predicarono nè lo ascosero; — e quello di Geremia: — Ti sei
fatta la fronte come di donna meretrice, non hai voluto arrossirti.
— Tu di’, la buona vita e beata essere il guadagno; e Cristo dice: —
Beati i poveri di spirito, perchè di quelli è il regno dei cieli. —
Tu di’, la vita beata essere i piaceri e le voluttà; e Cristo dice: —
Beati quelli che piangono, perchè essi saranno consolati. — Tu di’,
la vita beata essere la gloria; e Cristo dice: — Beati siete quando
vi averanno perseguitato e dispregiato gli uomini. — La vita si è
manifestata; e niuno la seguita, niuno la desidera, niuno l’apprende.
Lamentasi adunque Cristo di voi, perchè essendosi molto affaticato
per manifestar questa vita acciocchè tutti fossino salvi; ha giusta
querela contro di voi; imperocchè dice per bocca del profeta: — Sonmi
affaticato chiamando, son fatte rauche le mie fauci, perchè tutto il
giorno grido per le bocche dei predicatori, e niuno ode. — »[127]

Altre volte il Savonarola si volge al cuore del suo popolo, e
commovendolo, cerca di condurlo al bene. «Oh s’io vi potessi persuadere
che lasciate le cose terrene seguitaste le eterne! Certamente, se
Dio facesse questa grazia a me ed a voi, mi reputerei felice in
questa vita. Ma questo dono è di Dio: _Niuno può venire a me_, dice
il Signore, _se il Padre non lo trarrà_. Io non posso illuminare di
dentro, posso solo percuotere le vostre orecchie; ma che giova se
dentro non è illuminato l’intelletto, non è acceso l’affetto?»[128]
«E ciò, chi potrà farlo se non la parola di Dio? Affaticatevi adunque
intorno ad essa, e fate come si fa del grano, che si macina e si
trita per cavarne la farina. Altrimenti, a che gioverebbe avere i
granai pieni? a che gioverebbe avere i tesori delle Sacre Scritture,
senza cavarne il senso spirituale? Io, adunque, mi affaticherò a fare
l’ufficio degli Apostoli, dichiarandovi la Sacra Scrittura; a voi si
apparterrà di essere operatori e non solamente uditori della parola di
Dio.»[129]

Ma il Savonarola riuscì veramente superiore a sè stesso nell’esporre
il vangelo dell’Epifania; e condusse il sermone non solo con fantasia
ed affetto, ma ancora con arte grandissima. «Essendo nato Gesù in
Betlem della Giudea, nei giorni del re Erode, ecco i Magi dell’Oriente
vennero in Jerosolima, dicendo: — Dove è questo che è nato dei Giudei?
Imperocchè abbiamo veduto la sua stella in Oriente, e veniamo con
doni ad adorarlo. — Notate le parole e segnate i misteri.... Ecco,
adunque, che quello per il quale tutte le cose furono fatte, oggi è
nato temporalmente. Onde il principio di tutte le cose, poi che ha
creato ogni cosa, nasce ed ha madre una vergine giovanetta.... Ecco che
quello che nel pugno porta il mondo, è portato da una vergine. Ecco
quello ch’è sopra tutte le cose, comincia aver patria; già comincia
essere compatriota degli uomini, compagno degli uomini, fratello degli
uomini e figliuolo dell’uomo. Ecco quanto a voi s’approssima Dio!
Cercate, adunque, il Signore mentre si può trovare, invocatelo mentre
è appresso.... Questo è certamente quel pane che discende dal cielo, e
ricrea i cuori degli angeli e degli uomini; acciocchè sia agli uomini e
agli angeli un comun pane....

«Attendete, adunque, fratelli, e non vogliate essere vagabondi. Aprite
gli occhi vostri e vedete chi son questi che vengono. Io esclamo a voi,
uomini, e la mia voce è ai figliuoli degli uomini: _Ecco i Magi; ecco i
Caldei_; ecco quelli che non sono nati tra i Cristiani; ecco quelli che
non furono battezzati; ecco quelli che non sono istrutti nella legge
evangelica; ecco quelli che non sono muniti di tanti e tanti sacramenti
della Chiesa; ecco quelli che non udirono le predicazioni. _Ecco i Magi
dall’Oriente_: dal mezzo della nazione prava e perversa, da lontano, da
remote regioni; non s’aggravano delle spese, non della fatica, non dei
pericoli. _Vennero_. Quando vennero? Quando tutto il mondo era pieno
d’idolatria; quando s’adoravano le pietre ed i legni; quando era piena
la terra di caligine di oscurità; quando tutti gli uomini erano pieni
d’iniquità.... Quando vennero? Quando Gesù era piccolo, quando giaceva
sopra il fieno, quando dimostrava ancora la sua fragilità, quando non
avea ancora fatto miracoli.... _Vedemmo la sua stella in Oriente_; la
stella che mostra il suo avvenimento. Ecco che videro la stella, non
altri miracoli; non illuminare i ciechi, non suscitare i morti, non
far altre cose visibili. _E siam venuti ad adorarlo_. Abbiam fatto un
gran cammino, solamente per adorar i vestigi dei piedi di quello. Se
lo possiam vedere, se lo possiamo adorare, se lo possiam toccare, se
gli possiam offerire i nostri doni, stimiamo d’esser beati. Abbiam
lasciata la patria, abbiam lasciati i parenti, abbiam lasciati gli
amici, abbiamo lasciati i regni, abbiam lasciate molte ricchezze; siam
venuti per così lungo cammino, in tanti pericoli, così velocemente;
solamente per adorarlo. Questo a noi basta, questo stimiamo più che
i nostri regni, questo più desideriamo che la propria vita.... Che
cosa, adunque, diremo a queste cose, fratelli? Che cosa, per nostra fè,
diremo? O fede viva, o carità grandissima! Or vedete quanta sia stata
la perfidia dei Giudei, quanta la durezza di cuore; imperocchè nè per
miracoli nè per profezie nè per questa voce si sono commossi.

»Ma perchè abbiam volto il nostro sermone contro i Giudei, e non
piuttosto contro di noi?... Perchè vedi la festuca nell’occhio del tuo
fratello, e la trave che è nell’occhio tuo non vedi? Ecco il Signore
Gesù non è oggi piccolo nel presepio, ma è grande in cielo. Già ha
predicato, ha fatto miracoli, è crocifisso, è resuscitato, siede alla
destra del Padre, ha mandato lo Spirito Santo nel mondo, ha mandati gli
Apostoli, ha già soggiogate le genti....» «Già per tutto è il regno
dei Cieli; ecco è aperta la porta; il Signore ha corso la via, gli
Apostoli e i martiri lo han seguitato. Ma tu sei pigro, e ogni fatica
ti aggrava, e non vuoi seguitare i vestigi di Cristo. Ecco ogni giorno
moltiplica l’avarizia, cresce la voragine delle usure, la lussuria ha
già contaminato ogni cosa, la superbia ascende fino alle nuvole. Voi
siete del padre diavolo, e volete fare i desiderii di vostro padre.
Oh! quanto bene di voi si potria ripetere quel detto: — Ecco che io
vado a gente che non mi sapeva e non invocava il mio nome; ho estese
tutto il giorno le mie mani al popolo incredulo che va nella via della
perdizione, popolo che mi provoca ad iracondia. — »[130]

Questa descrizione dei Magi che si muovono da lontani paesi, fra
tanti pericoli, a cercare Gesù ancora bambino; mentre i Cristiani
restano indifferenti a Lui che, cresciuto e nello splendore della
sua gloria, apre le braccia invitandoli; fu certamente di quelle che
più rapirono il popolo, e tutto il sermone è dei migliori che fece il
Savonarola. Tali esempi d’eloquenza vergine e spontanea erano ignoti
affatto in quel secolo d’erudizione e d’imitazione.[131] Allora era
morta anche quella troppo semplice ed ingenua eloquenza che troviamo
nei sermoni del trecento, e della quale San Bernardino da Siena era
stato l’ultimo seguace. I predicatori, noi lo abbiamo già detto, quando
non erano dei grammatici, come il Gennazzano, somigliavano a volgari
istrioni, o parlavano un gergo scolastico che niuno più capiva. Il
segreto, quindi, del gran successo ottenuto dal Savonarola, sta tutto
nell’affetto ch’egli sentiva e sapeva ispirare nel popolo. La sua voce
era la sola che riuscisse familiare e domestica;[132] egli parlava un
linguaggio che toccava il cuore della moltitudine; discorreva cose che
la riguardavano direttamente; era il solo a combattere sinceramente pel
vero, ad avere un fervido amore pel bene; a commoversi profondamente
delle sventure di quell’uditorio a cui parlava: e fu perciò il solo
eloquente in tutto quel secolo. Da che si spense l’antica e santa
eloquenza dei Padri e Dottori cristiani, non s’era più udita una voce
che fosse degna d’essere tramandata ai posteri. Frà Girolamo Savonarola
fu quegli che rimise in onore la predicazione e le ridonò vita; potrà
quindi chiamarsi il primo oratore moderno.


NOTA.

_Sulla lingua in cui furono pronunziate le Prediche del Savonarola._

Da quanto si dice nel testo, apparisce come il signor Perrens e molti
altri scrittori, si sieno di gran lunga ingannati quando han creduto
che il Savonarola predicasse assai spesso in latino. Essi sono caduti
in questo errore per aver visto che molti Sermoni, come quelli appunto
sulla prima Epistola di San Giovanni, si trovano nell’autografo e nella
prima edizione latini; e per averli in italiano, fa bisogno tradurli.
Ma ciò è avvenuto solo per l’uso generalmente invalso a quel tempo
di scrivere latino. Quando, infatti, i Sermoni furono raccolti dalla
viva voce, come più tardi avvenne per opera di Ser Lorenzo Violi, si
ebbero sempre in italiano; ma quando il Savonarola medesimo dovette
scriverli per la stampa, gli riusciva più agevole il latino. Ed è
tanto vero che nello scrivere preferisse sempre questa lingua, che
noi troviamo latine tutte le postille ai margini delle sue Bibbie; ed
in alcune _selve_, o sieno primi abbozzi di prediche, che si trovano
autografi nella Magliabechiana (_Vedi nell’Appendice_), si osserva
con evidenza, che quando il Savonarola voleva dare l’ultima forma ad
un pensiero e ridurlo, per così dire, ad un pezzo della predica che
dovea fare, allora solamente usava l’italiano; ma quando metteva giù
l’idea alla prima per rammentarsene, usava sempre il latino. Molte
delle sue opere scrisse in latino, per tradurle poi egli medesimo
in italiano e farne così una seconda edizione, _perchè servisse alla
universalità dei credenti_: parole che il Savonarola ripete innanzi
a tutte le traduzioni delle sue opere, e che tolgono ogni peso
all’opinione di coloro che vorrebbero farci credere che il latino fosse
allora universalmente inteso. Quanto allo scrivere, essendo il latino
comune a tutta Europa, era divenuta la sola lingua dei dotti; epperò,
trattandosi di opere teologiche o filosofiche, si aveva un linguaggio
scientifico già tutto formato in latino: per iscrivere italiano,
sarebbe stato quindi necessario cominciare dal cercar nuove frasi e
nuovi modi, e quasi creare un nuovo stile.

Per non distenderci ora in più parole, noteremo solo come le prediche
sull’_Arca di Noè_, fatte dal Savonarola nel 94, vennero raccolte dalla
viva voce in italiano; ma per dar loro _una forma più letterata_,
furono poi (come l’editore stesso ci avverte) tradotte in pessimo
latino, e così date alla luce. Le prediche sopra Giobbe furono del
pari raccolte in italiano e tradotte in latino, ma da questa traduzione
rimesse di nuovo in volgare, _come a principio in verità furon fatte et
predicate_, secondo che anche qui ci avverte l’editore, il quale volle
questa volta pubblicarle in italiano. Questi fatti debbono persuaderci
che se ci avviene di trovare latini i Sermoni del Savonarola, sia
nell’edizione originale, sia nell’autografo stesso, ciò non è argomento
per credere che sul pergamo li dicesse in latino.




CAPITOLO NONO.

Morte di Lorenzo de’ Medici e d’Innocenzo VIII; elezione d’Alessandro
VI. Viaggio del Savonarola a Bologna: separazione di San Marco dalla
Congregazione Lombarda: riforma del Convento. [1492-93.]


Lorenzo il Magnifico si era ritirato nella sua amena villa di Careggi.
Un male fierissimo travagliava le sue viscere, e già nei primi giorni
dell’aprile 1492 non v’era più alcuna speranza di guarigione. Invano
i medici tentavano ogni prova dell’arte salutare; invano era venuto
da Pavia il rinomato Lazzaro da Ficino: la sua maravigliosa bevanda
di gemme distillate non dava alcun risultato; il Magnifico era vicino
a morte. I pochi amici che restano fedeli in quelle ore estreme, gli
dimostravano un grande affetto; il Ficino ed il Pico lo visitavano
di continuo; Angelo Poliziano non s’era mai dipartito dal suo letto.
Questi amava sinceramente il suo mecenate; sentiva di perdere in lui
quello a cui dovea tutto nella vita, quello a cui la gratitudine lo
avea legato più che ad ogni altro uomo sulla terra. Invano cercava
nascondere il suo dolore, invano voleva trattenere le lacrime: Lorenzo
lo fissava con quello sguardo misterioso dei moribondi, ed egli non era
più padrone di sè, dava in un pianto dirotto.[133]

L’affetto rendeva solenni queste ultime ore del Magnifico, che avendo
rivolto sinceramente i suoi pensieri alla religione, sembrava essere
tutto mutato. Ed infatti, quando gli fu portata la comunione, si forzò
di levarsi; volle essere sostenuto sulle braccia dei suoi familiari
per andare incontro al sacerdote; che, vedendolo così stranamente
commosso, dovette ordinargli di ritornare a letto, ove si durò non poca
fatica per rimetterlo in calma. Il passato ridestavasi alla memoria
di Lorenzo terribile e spaventoso: a misura ch’egli si avvicinava
all’ora estrema, le sue colpe parevano giganteggiare innanzi ai suoi
occhi e divenire sempre più minacciose. A questo terrore gli estremi
uffici della religione non davano alcun conforto, perchè egli avendo
perduto ogni fiducia degli uomini, non credeva neppure alla sincerità
del suo medesimo confessore. Usato a vedere ognuno obbedire ai suoi
cenni, piegarsi alla sua volontà, non sapea persuadersi che alcuno
potesse ardire di negargli l’assoluzione; onde essa non avea di niente
alleviato il peso che opprimeva la sua coscienza, ed i suoi rimorsi
erano sempre più crudeli. — Niuno osò mai darmi un no risoluto, —
andava egli fra sè ripensando; e questo pensiero che una volta era
stato il suo orgoglio, diveniva ora il suo martirio.

Ad un tratto, però, gli venne innanzi l’immagine severa del Savonarola;
si rammentò che esso non aveva ceduto nè alle minacce nè alle lusinghe,
ed esclamò: — «Io non conosco altro vero frate, se non questo;» — e
mostrò desiderio di confessarsi a lui. Fu subito mandato a San Marco
pel Savonarola, il quale restò così maravigliato d’una tanto insolita
e inaspettata chiamata, che quasi non vi credette; e fece rispondere,
come gli pareva inutile il suo andare a Careggi, perchè certo le sue
parole non sarebbero state di buon animo accolte da Lorenzo. Ma quando
gli fu descritto il grave stato del malato e il desiderio da esso
manifestato di confessarsi a lui, si mise subito in cammino.[134]

Lorenzo sentivasi quel giorno più che mai presso alla morte. Aveva
chiamato a sè il figlio Piero, e dato i consigli ultimi e l’estremo
addio. Quando gli amici, che erano stati esclusi da questo colloquio,
poterono rientrare in camera ed allontanare il figlio la cui presenza
lo avea già troppo commosso, egli mostrò desiderio di rivedere Pico
della Mirandola, che subito venne. Parve che la dolce presenza di
quel giovane benevolo e tranquillo lo calmasse un poco, e gli disse:
«Io sarei morto assai scontento, se non mi fossi prima rallegrato un
poco della tua vista.» Il suo volto si rasserenava, i suoi discorsi
divenivano quasi lieti; cominciava, infatti, a ridere e scherzare col
suo amico. Non appena si partiva il Pico, che entrava il Savonarola
e s’accostava ossequiosamente al letto del moribondo Lorenzo. Tre
peccati egli voleva confessare a lui e chiederne assoluzione: il
sacco di Volterra; i danari tolti al Monte delle fanciulle, cagione
a moltissime di perduta vita; il sangue sparso dopo la congiura dei
Pazzi. Nel parlare, il Magnifico si agitava di nuovo, ed il Savonarola
per calmarlo andava ripetendo: — Iddio è buono. Iddio è misericordioso.
— «Ma,» aggiunse, non appena Lorenzo ebbe finito di parlare, «vi
bisognano tre cose.» — «E quali, padre?» — rispose Lorenzo. Il volto
del Savonarola divenía grave, e spiegando le dita della sua destra,
egli incominciava a dire. — «Primo. Vi bisogna avere una grande e viva
fede nella misericordia di Dio.» — «Questa io l’ho grandissima.» —
«Secondo. Vi bisogna restituire tutto il mal tolto, o commettere ai
vostri figli che lo restituiscano per voi.» — A questo il Magnifico
parve rimanere maravigliato e dolente; pure, facendo forza a sè stesso,
acconsentì con un cenno del capo. Il Savonarola levossi finalmente
in piedi, e mentre il moribondo principe si rimpiccioliva pauroso nel
letto, egli sembrava divenire maggiore di sè, dicendo: — «Ultimo. Vi
bisogna restituire la libertà al popolo di Firenze.» — Il suo volto
era solenne; la voce quasi terribile; gli occhi, per indovinare la
risposta, stavano intenti e fissi in quelli di Lorenzo; il quale,
raccogliendo quante forze la natura gli avea lasciate in quel punto,
volse sdegnosamente le spalle senza pronunziar più parola. E così
il Savonarola si partiva senza dare l’assoluzione; ed il Magnifico,
lacerato dai rimorsi, dava poco dipoi l’ultimo fiato, il giorno 8
aprile 1492.[135]

La morte di Lorenzo dei Medici portava un gran mutamento nelle cose di
Toscana e d’Italia. Il suo accorto procedere, il sapersi con prudenza
destreggiare fra i vari potentati, il tenerli con molta arte uniti
fra loro, lo aveano fatto quasi moderatore della politica italiana;
e Firenze ne era divenuto centro delle più gravi faccende di stato.
Piero, invece, parea che in ogni sua qualità fosse opposto al padre.
Bello e valido della persona, s’era abbandonato tutto ai piaceri delle
donne ed agli esercizi del corpo. Egli aveva una facilità grande di
verseggiare improvviso, ed una pronunzia grata e piacevole; ma poneva
la sua ambizione nel cavalcare e giostrare, nei giuochi del calcio,
del pugno e della palla, nei quali si teneva tanto valente da sfidare
i primi giocatori d’Italia, che venivano perciò in Firenze. Egli
aveva ereditato dalla sua madre tutta la superbia di casa Orsina; ma
dal padre, niuna di quelle maniere modeste e civili che tanto avevano
contribuito a renderlo popolare. Era invece di modi rotti e spiaceva
ad ognuno: lasciavasi poi trasportare così violentemente dall’ira, che
un giorno, in presenza di molti, dètte uno schiaffo ad uno de’ suoi
cugini. Queste cose erano tenute in Firenze assai più intollerabili
d’ogni aperta violazione delle leggi, e bastavano per sè sole a
creargli un gran numero di nemici.[136]

Nè i suoi modi spiacevano solo ai privati; ma fin dal principio del
suo governo, s’era in maniera disgustato tutti i principi italiani,
che Firenze ne perdeva tutta quella preminenza che Lorenzo aveva
saputo conservarle. Trascurava affatto le cose dello Stato, nè si
dava altra cura se non quella di cercare una occasione a restringere
vieppiù il governo nelle sue mani: ogni giorno distruggeva qualcuna
di quelle apparenze di libertà, che il Magnifico con tanta cura aveva
lasciate intatte, ed a cui il popolo era ancora assai affezionato. Onde
l’universale dei cittadini ne stava sempre più malcontento; e s’era
già formato un partito avverso, che veniva di continuo accresciuto
da moltissimi di coloro medesimi che sotto Lorenzo erano stati dei
più affezionati ai Medici. Già cominciava una certa espettazione di
cose nuove, le quali divenivano d’ora in ora più desiderabili e più
necessarie, perchè Piero, vedendosi abbandonato dai cittadini di
reputazione, era costretto circondarsi di gente sempre più nuova ed
incapace.

La moltitudine cresceva perciò intorno al pergamo del Savonarola, il
quale veniva considerato come il predicatore del partito avverso ai
Medici. L’essersi il Magnifico, presso alla morte, voluto confessare
a lui, avevagli fatto guadagnare infinitamente nell’opinione di
tutti coloro che erano stati ammiratori di quel principe, e che ora
si allontanavano dal figlio pe’ suoi modi violenti e per la sua mal
sicura politica. Il popolo andava da un altro lato rammentando, come
nella sagrestia di San Marco, in presenza d’alcuni rispettabili
cittadini,[137] il Savonarola aveva predetto la morte vicina di
Lorenzo, del papa e del re di Napoli. Una parte di questa predizione
erasi quasi immantinente verificata; un’altra sembrava già vicina al
suo adempimento.

Le forze vitali d’Innocenzo VIII svanivano rapidamente: egli era da
più tempo caduto in una specie di sopore, cresciuto qualche volta sino
al punto di farlo creder morto a tutta la corte. Si cercava invano
ogni mezzo per ridestare la spenta vitalità del papa, quando un medico
ebreo propose di tentare con un nuovo strumento la trasfusione del
sangue; cosa tentata fino allora soltanto sugli animali. Il sangue
del decrepito pontefice doveva passare tutto nelle vene d’un giovane,
che dovea cedergli il suo. Tre volte fu tentata la difficile prova,
nella quale, senza alcun giovamento del papa, tre giovanetti perderono
successivamente la vita; forse a cagione di aria introdottasi nelle
loro vene. Il giorno 25 aprile 1492 cessava di vivere Innocenzo VIII; e
cominciavasi subito a trattar la nuova elezione.[138]

La corruttela era nella corte romana giunta a tal segno, che quelle
medesime enormità le quali una volta si facevano in segreto ed erano
nondimeno cagione di scandalo e di rammarico universale, avevano
luogo adesso, sotto agli occhi di tutti, senza che alcuno quasi se
ne maravigliasse. I cardinali non passarono nel conclave il numero di
ventitrè; la elezione si ridusse ad un semplice mercato di voti, nel
quale riuscì vittorioso Roderigo Borgia, per essere il cardinale che
poteva offerire un maggior prezzo ed un maggior numero d’impieghi. Quel
giorno medesimo, i Romani videro con indifferenza le mule cariche di
oro entrare nel palazzo d’Ascanio Sforza,[139] che era stato il più
forte rivale del Borgia; e parlavasi dei particolari di quel mercato
come di cose ordinarie e naturali.[140]

Il nome d’Alessandro VI, che fu assunto dal nuovo pontefice, è noto
abbastanza per turpe fama, senza che vi sia bisogno di fermarsi
a parlarne troppo lungamente. Di nazione spagnuolo, egli era in
origine avvocato di Valenza. La sua grande facilità nel parlare,
un’attitudine maravigliosa a tutti gli affari, specialmente di finanza
e di amministrazione, lo avevano di grado in grado fatto salire al
cardinalato. Una delle passioni che più fortemente lo dominarono, era
l’avidità insaziabile del danaro; per cui egli si trovava di continuo
in intimi rapporti coi Mori, coi Turchi e cogli Ebrei, disprezzando
ogni pregiudizio ed ogni uso più rispettato del suo secolo. Così potè
raccogliere quella ricchissima fortuna che lo fece ascendere al papato.
Amava la vita libera e sciolta dei sensi, ed era sempre stato sotto
il dominio di qualche donna. Quando pervenne al pontificato, era la
famosa Vannozza; prima era stata la madre di lei; e più tardi fu la
figlia Lucrezia Borgia, cagione di quegli scandali e quelle sanguinose
gelosie che tutto il mondo conosce, e che resero il nome di quella
famiglia un disonore della specie umana. Tale era la fama di colui che
saliva al pontificato, che l’annunzio ne fu ricevuto in tutta Italia
con un rammarico universale; e Ferdinando di Napoli non potè trattenere
le lacrime: cosa che non gli era seguita neppure nella morte dei
figli.[141]

Parve, nondimeno, che il principio di questo pontificato volesse
smentire l’opinione che se n’era concepita. Si vide per la prima volta
rimessa in qualche ordine l’amministrazione delle entrate pontificie:
i delitti che negli anni decorsi avevano infestato la Campagna e tutte
le province, numerandosi per ogni settimana quasi a centinaia, furono
severamente repressi, e scemarono ad un tratto maravigliosamente.
Troppo presto però si conobbe che tutto ciò aveva un solo scopo; quello
di cavare più facilmente dai sudditi una maggior quantità di danaro, e
creare dei principati più fermi e sicuri ai figli del papa, i quali già
si rendevano noti per la oscenità delle loro libidini e l’atrocità dei
loro delitti.[142]

Per questi fatti, gli animi erano davvero atterriti, e guardavano con
trepidazione il futuro. Gli occhi si volgevano involontariamente a
colui che sempre avea predetto sventure all’Italia ed alla Chiesa, e le
cui parole sembravano stranamente verificarsi tutte. Due dei principi
ai quali aveva predetto la morte, erano adesso già scesi nella tomba;
il terzo non poteva, per la sua decrepitezza, tardare ancor molto; e
la Chiesa non avea da secoli versato in condizioni sì tristi. Le tre
famose Conclusioni passavano perciò di bocca in bocca: lo sconforto
dei veri credenti faceva ch’essi vi cominciassero a prestare un’intera
fede, e lo strano terrore che s’era impadronito dell’universale
spargeva nel mondo il nome del Savonarola. Il quale era nel medesimo
tempo causa e vittima di queste voci. Il vedere come allora quasi
ognuno si volgesse verso le sue idee, lo confermava ed esaltava più
che mai in esse. I tempi destinati gli parevano ormai vicini; leggeva e
rileggeva i profeti; predicava con maggiore impeto; nè è maraviglia che
in tale stato crescessero le sue visioni.

Infatti, questo medesimo anno 1492, mentre che egli predicava
l’avvento, ebbe un sogno che aveva tutta l’apparenza d’una visione,
e che il Savonarola non esitò un istante a credere una rivelazione
divina. Gli parve di vedere nel mezzo del cielo una mano con una spada,
su cui era scritto: _Gladius Domini super terram cito et velociter_.
Udì molte voci chiare e distinte, che promettevano misericordia ai
buoni, minacciavano flagelli ai cattivi e gridavano che l’ira di Dio
era vicina. Ad un tratto la spada si rivolge verso la terra; l’aere
s’oscura; piovono spade, saette e fuochi; s’odono terribili tuoni;
e tutta la terra è in preda alle guerre, alla fame, alla peste.
La visione sparisce, con un comando al Savonarola di minacciare i
flagelli, ispirare agli uomini il timore di Dio ed indurli a pregare il
Signore perchè mandi alla Chiesa buoni pastori, che prendano finalmente
cura delle anime smarrite.[143] Più tardi noi vediamo questa visione
rappresentata in un numero infinito d’incisioni e medaglie, e quasi
divenuta un simbolo del Savonarola e della sua dottrina.

In questi mesi, però, inaspettatamente lo troviamo lontano da Firenze:
nell’aprile del 1492 egli era a Pisa, dove fece alcuni sermoni
nel monastero di Santa Caterina, e strinse amicizia con Stefano da
Codiponte,[144] che fu poi uno dei suoi più fedeli ed affettuosi
seguaci. Nella quaresima del 93 è più lontano ancora, giacchè predica a
Bologna. Sembra che Piero dei Medici, annoiatosi di questo predicatore
troppo popolare, intorno al quale si radunavano i suoi nemici, lo
facesse per mezzo dei superiori di Roma o di Milano allontanar qualche
tempo da Firenze. I frati di San Marco ne erano dolentissimi, ed il
Savonarola cercava di confortarli per mezzo di lettere. «Io mi ricordo
sempre della vostra dolce carità, e spesso ne ragiono con Frà Basilio,
diletto mio figliuolo e unanime vostro fratello in Cristo Gesù.....:
noi stiamo molto solitari, come due tortorine che aspettano che torni
la primavera, per tornare nei luoghi caldi, dove siamo usati di vivere
in mezzo i fiori e gaudi dello Spirito Santo.... Ma se vi par troppo
essere contristati, reputando di non poter vivere senza me, la vostra
carità è ancora imperfetta, e però Dio mi ha tolto a voi per qualche
tempo.»[145]

A Bologna il Savonarola predicava, però, di mala voglia. Mandato via
da Firenze come troppo amico del popolo, si trovava in città governata
dalla ferrea mano dei Bentivoglio; bisognava dunque tenersi assai
stretto nei limiti. Obbligato ad un predicare tutto contrario a’ suoi
impulsi, riuscì freddo, e lo chiamavano «uomo semplice e predicatore da
donne.»[146] L’uditorio nondimeno era numeroso, e la folla, invitata
dal suo nome, accorreva. Vi frequentava, fra gli altri, la moglie del
Bentivoglio, la quale veniva assai tardi, e traendosi dietro un lungo
strascico di dame, di cavalieri e di paggi, interrompeva ogni giorno
la predica. Questo era uno di quei disordini che il Savonarola non
sapeva tollerare. Le prime volte fermò il suo discorso, credendo che
fosse un rimprovero bastevole: la cosa procedeva invece più oltre;
onde egli fece qualche cenno sul peccato di distorre i fedeli dai
loro uffici religiosi. Ma la superba dama, messa in punto, veniva
ogni giorno con maggiore strepito e più orgoglioso dispetto. Sino a
che il Savonarola, trovandosi una mattina nel fervore della predica
e venendo secondo il costume interrotto, non seppe più trattenersi e
gridò: « — Ecco, ecco il diavolo che viene ad interrompere il verbo di
Dio.»[147] — La Bentivoglio fu talmente presa dall’ira, che ordinò a
due de’ suoi staffieri che andassero a finirlo sul pergamo; ma ad essi
mancò in sul fatto l’animo di commettere una tanta enormità. Ella non
pertanto fremeva al pensiero d’essere stata umiliata da un frate, e
mandò due altri de’ suoi satelliti perchè lo cercassero nella cella e
gli facessero qualche grave ingiuria. Ed il Savonarola seppe riceverli
con una tale fermezza d’animo, e parlò loro con un accento tanto sicuro
e quasi imperioso, ch’essi lo udirono e si partirono confusi.[148] Per
buona fortuna, la quaresima era già in sul finire, ond’egli ben presto
dètte il suo addio al popolo. Pure, volendo dare un’altra prova che non
si lasciava facilmente spaventare, disse pubblicamente sul pergamo:
«Questa sera piglierò il cammino verso Firenze col mio bastoncello e
fiasco di legno, ed albergherò a Pianoro. Se alcuno volesse nulla da
me, venga prima che io parta. Sappiate però che la mia morte non si
deve celebrare a Bologna.»[149]

Volgendo i passi a Firenze insieme col suo compagno Frà Basilio,
egli pensava alle mutate condizioni della città, al malcontento del
popolo, allo sdegno di Piero e alle difficoltà che avrebbe incontrate
nelle sue future predicazioni. E mentre l’animo suo era occupato da
questi pensieri, e che si trovava ancora parecchie miglia lontano da
Firenze, fu in modo vinto dalla stanchezza, che non aveva più forza di
continuare oltre il suo cammino nè di prendere cibo. Quand’ecco gli
viene in aiuto la visione d’un uomo incognito, che gli ridona forza
e coraggio, ed accompagnatolo a Firenze infino alla Porta San Gallo,
gli dice: — «Rammentati di fare quello per cui sei stato mandato da
Dio;» — e così detto, sparisce.[150] Non è certo da maravigliarsi che
il Savonarola, vinto dalla stanchezza, avesse un’altra visione. Il
lettore potrà d’altronde fare di tali leggende il giudizio che crede:
noi le raccontiamo perchè sono parte della storia di quei tempi,
avendovi allora prestato fede uomini grandissimi,[151] e più di tutti
il Savonarola medesimo; come abbiamo già notato altrove, e come avremo
occasione di discorrerne assai più a lungo.

A Firenze trovò peggiorato assai lo stato della città, essendo
cresciuta l’insolenza di Piero, e i mali umori del popolo divenendo
ogni giorno più manifesti. Il priore di San Marco doveva trovarsi
perciò in condizione assai più difficile: bisognava tacersi, o esporsi
ad esser mandato via con qualche nuovo ordine che venisse dai superiori
di Lombardia o di Roma. Considerando questo stato di cose, rammentò il
Savonarola che la Congregazione Toscana era stata divisa dalla Lombarda
sino all’anno 1448, quando vi fu unita a cagione della peste che aveva
in Toscana disertato i conventi: non dovea quindi riuscir difficile
ridurla alla sua prima indipendenza, ora che i frati vi si erano
moltiplicati.[152] Si mise, dunque, con ogni ardore a quest’opera,
dalla quale dovevano dipendere tutti i suoi futuri disegni. Ed in
essa manifestò per la prima volta una grande attività pratica; mentre
l’indole leggiera ed inconseguente di Piero de’ Medici ne risultò
sempre più manifesta. Questi, infatti, si lasciò persuadere a favorire
una domanda che era diretta solo a render vana la sua autorità sul
convento di San Marco; e fece dai magistrati scrivere più lettere
all’ambasciatore fiorentino a Roma ed al cardinal di Napoli, caldamente
raccomandandola.[153] La condotta di Piero era tanto più inesplicabile,
in quanto che egli s’era allora appunto dato a favorire i Frati Minori,
stati sempre nemici dei Domenicani, e i quali ora predicando, contro a
gli ordini espressi della Signoria, la cacciata degli Ebrei, avevano
fatto nascere in Firenze non pochi disordini.[154] Ma, sia che egli
non capisse l’importanza della domanda, sia che volesse dispiacere
a Lodovico il Moro signore di Lombardia, certo è che in questa cosa
favorì il Savonarola; il quale profittando del momento, mandò subito a
Roma Frate Alessandro Rinuccini e Frà Domenico da Pescia, di cui avremo
in appresso lunga occasione di discorrere. Egli era il suo più sincero
e ardente seguace: nato ai piedi della montagna pistoiese, aveva tutto
l’ardire e l’audacia di quei montanari; animo pieno di sincerità e di
fede, era tutto entusiasmo e devozione pel Savonarola; lo credeva un
profeta mandato da Dio a Firenze, e si sarebbe per lui gettato nel
fuoco senza esitare un istante. Questi due frati trovarono a Roma,
che i favori ottenuti non bastavano a combattere i Lombardi, i quali,
per mezzo di Lodovico il Moro, avevano l’aiuto di molti ambasciatori;
onde quella disputa di conventi sembrava essere divenuta un affare di
stato.[155] Da Roma scrivevano perciò al Savonarola, che bisognava
deporre il pensiero di riuscire nell’impresa; ma egli in risposta
diceva loro: «Non dubitate, state forti ed avrete vittoria: il Signore
disperde i consigli della gente, e manda per terra i disegni dei
principi.»[156]

Ed invero, la vittoria si ebbe in un modo inaspettato e strano. Il
22 maggio 1493, ogni speranza di successo sembrava perduta; il papa,
svogliato, licenziava il concistoro, dicendo di non volere per quel
giorno firmare alcun breve. Restava solamente il cardinal di Napoli,
con cui si tratteneva in discorsi piacevoli ed ameni, abbandonandovisi
col solito eccesso della sua indole. Al cardinale parve essere venuto
il momento opportuno, e destramente cavatosi di tasca il breve, che
già era stato disteso, pregava il papa di firmarlo. Questi sorridendo
negava, e quegli sorridendo, cavatogli dal dito l’anello, bollava il
breve.[157] Non aveva appena finito, che, quasi l’avessero saputo,
arrivavano messi pressantissimi dei Lombardi con nuove e più valide
raccomandazioni. Ma il papa non volle più udir parola di questo
affare, che già lo aveva noiato, dicendo: _Quel che è fatto è fatto_.
In tal modo, San Marco otteneva la sua indipendenza, e le parole del
Savonarola si verificavano.

I Lombardi, rimasti vinti così inaspettatamente, fecero mille tentativi
per annullare o almeno scemare la forza del breve; e furono in questo
favoriti dallo stesso Piero dei Medici, che dopo averli combattuti,
voleva aiutarli.[158] Ma ormai era troppo tardi: San Marco, divenuto
centro d’una congregazione, dipendeva solo da Roma. Il Savonarola
venne subito rieletto priore; e nella sua nuova condizione, libero
finalmente e padrone di sè, poteva parlar franco e sicuro; nè doveva
più riuscire ad alcuno rimuoverlo da Firenze, sua unica sede. Egli solo
aveva sin dal principio capita l’importanza del breve ottenuto; gli
altri dovevano avvedersene più tardi. Nuovi e più gravi pericoli si
avvicinavano però rapidamente, ed il nostro frate vi si apparecchiava.

Bisognava, innanzi tutto, riordinare e disciplinare il convento. Una
volta, egli aveva pensato di ritirarsi coi suoi frati sopra un monte
solitario, ed ivi menare vita povera e romita;[159] ma ora questi sogni
giovanili aveano ceduto il luogo a più mature idee. Si trattava, non
di abbandonare la società, ma di viverci in mezzo per correggerla;
non di formare dei romiti, ma dei buoni religiosi, che menassero
vita esemplare e fossero pronti a spendere il sangue per salute delle
anime. Correggere i costumi, riaccendere la fede, riformare la Chiesa:
ecco ciò che il Savonarola voleva promuovere. E quando il Signore
avesse adempiuti questi santi desiderii, si sarebbe allora partito
d’Italia coi suoi più animosi frati, per andare a portare in Oriente la
religione di Cristo. Costantinopoli era uno dei sogni di quel tempo:
i politici volevano umiliare il nemico dell’Europa e ristabilire
l’impero latino; i religiosi volevano convertire gl’infedeli e
rimettere Gerusalemme in mano dei credenti; e moltissimi credevano col
Savonarola, che si avvicinasse il tempo annunziato nelle profezie e che
si dovesse finalmente avere _un solo ovile ed un solo pastore_.

Ma, per tornare al convento, la prima riforma che fece il Savonarola,
fu di rimettere in vigore la povertà. San Domenico avea con terribili
parole minacciata la sua maledizione contro coloro che ardissero
introdurre le possessioni fra i suoi religiosi; ma dopo la morte
di Sant’Antonino, quelle parole rimanevano solo scritte sulle mura
dei chiostri:[160] il convento di San Marco aveva, con una riforma,
assunto la facoltà di possedere, ed in breve tempo erano moltiplicate
le sue ricchezze. Il Savonarola, adunque, chiamò in vigore l’antica
costituzione; ma siccome le oblazioni erano già da lungo tempo scemate,
bisognò provvedere in modo da sopperire altrimenti ai bisogni del
convento. Ne scemò le spese col vestire i frati di panni più poveri;
col rendere le loro celle più semplici e disadorne; col vietare di
tenervi libri miniati, crocifissi d’oro o argento, e simili vanità.
Ma ciò non bastava. Volle, adunque, che i suoi frati vivessero col
frutto delle loro fatiche, e fece quindi istituire delle scuole nelle
quali studiavasi pittura, scultura, architettura, arte di scrivere e
miniare codici. I conversi e quei frati che erano meno atti alle più
alte opere di spirito, dovevano esercitare queste arti per aiutare
ai bisogni del convento. I sacerdoti e prelati in tal modo potevano
più liberamente attendere alla confessione, aver cura delle anime,
dirigere l’educazione intellettuale e spirituale dei novizi. I più
provetti nello spirito di carità e nella teologia, dovevano darsi
alla predicazione e percorrere le varie città, accompagnati da un
solo converso, che non doveva mai tralasciare il lavoro, per potere
coi suoi guadagni, in parte almeno, aiutare il compagno. Tre sorta
di studi il Savonarola promosse dipoi principalmente nel convento:
teologia, morale, e sopra ogni altra cosa lo studio delle Scritture,
per l’intelligenza delle quali s’insegnava il greco, l’ebraico ed altre
lingue orientali. E queste lingue dovevano servire anche di più in
quel giorno in cui, siccome sperava, egli ed i suoi sarebbero stati dal
Signore inviati a portare il Vangelo fra i Turchi.[161]

Non tutte queste idee si misero facilmente in atto nè tutte restarono
senza ostacoli, ma il convento cominciò rapidamente a fiorire: cresceva
il fervore e lo zelo per gli studi; cresceva l’amore per le Sacre Carte
e lo spirito di religione. Facile riusciva il progredire, quando si
vedeva il priore essere un modello vivo e parlante dei principii che
inculcava. I suoi panni erano sempre i più rozzi; il suo letto era
il più duro; la sua cella la più povera; severo verso gli altri, era
severissimo verso di sè. Onde un entusiasmo nacque nel popolo in favore
di San Marco; molti nobili cittadini domandarono di vestir l’abito;
si diceva che Angelo Poliziano e Pico della Mirandola vi fossero assai
inclinati: ma quello che è più, queste simpatie eran sórte ancora negli
altri conventi. Quelli di San Domenico di Fiesole, Prato e Bibbiena; i
due ospizi della Maddalena in pian di Mugnone e di Lecceto, chiesero di
rientrare nella nuova Congregazione Toscana e furono ricevuti.[162] Le
cose arrivarono a segno, che i Camaldolensi del monastero degli Angioli
stesero per man di notaio un contratto, col quale si obbligavano di
mutare ordine per riunirsi a San Marco. Il Burlamacchi fu portatore
di questa domanda al Savonarola, che la ricusò, perchè fuori del suo
arbitrio e dell’autorità concessagli dal breve. Non voleva dare ai suoi
nemici occasione di muovergli giuste accuse: avrebbe bensì desiderato
di raccogliere intorno a sè tutti i Domenicani della Toscana; ma questo
neppure poteva facilmente riuscire, a cagione degli odii politici
che dividevano quel paese.[163] Infatti, noi lo troviamo a Pisa assai
male ricevuto; e di quarantaquattro frati non poterne avere che soli
quattro, fra cui primo fu quello Stefano Codiponte di cui abbiamo
più sopra accennato.[164] A Siena venne accolto anche peggio, perchè
ricevette dalla Signoria ordine di partire; ed egli tornossene sdegnato
a Firenze,[165] dove la Congregazione di San Marco cresciuta e fiorente
procedeva innanzi, piena di fervore in quelli che ne facevano parte,
incoraggiata dalle simpatie di coloro che la circondavano.


NOTA.

_Sulla morte di Lorenzo il Magnifico, e sulle ultime parole che gli
disse il Savonarola._

Alcuni storici, desiderosi di difendere i Medici in ogni occasione,
a torto e a diritto, hanno voluto negare che il Savonarola dicesse
veramente a Lorenzo le tre parole da noi riportate. Di tutte le ragioni
che adducono per sostenere la loro asserzione, una sola merita di
essere presa in considerazione. — Il Poliziano, nella sua lettera a
Iacopo Antiquario (_XV kalendas iunias_ 1492), descrive minutamente
la malattia e la morte di Lorenzo, parla della visita del Savonarola,
e non riferisce le tre parole da noi citate. Ora, aggiungono quegli
storici, esso era il solo testimonio oculare del fatto; scriveva
privatamente ad un amico, e quindi non avea alcuna ragione di
alterarlo: esso, dunque, merita più fede dei biografi del Savonarola,
che per lodare il loro eroe, hanno probabilmente colorito i fatti a lor
modo. —

Innanzi tutto, non ci è alcuna ragione per accertare che il Poliziano
fosse stato presente al colloquio di Lorenzo e del Savonarola; anzi,
il biografo Razzi (Cap. VI) dice espressamente che in quel momento _gli
altri usciron di camera_. Certo è che il Poliziano dice di essere stato
più volte rimandato nella vicina stanza, ed è assai probabile che ivi
ritornasse quando si trattava di confessione: se pure restò presente,
non è da credere che il Magnifico volesse confessare i suoi peccati ad
alta voce. Quanto poi allo scrivere privatamente ad un amico, questa è
una ragione che si può addurre solamente da chi ignora come le lettere
che gli eruditi del XV secolo si scrivean tra loro, erano pubbliche
quanto le loro opere, e assai spesso venivano da loro medesimi raccolte
e messe a stampa.

Ma volgiamoci a considerare un poco, chi sono coloro che raccontano
il fatto nel modo da noi descritto. Il numero ne è infinito: possiamo
dire che tutti i biografi del Savonarola, antichi o moderni, a stampa
o manoscritti, sono d’accordo a seguire la medesima narrazione; fatta
eccezione solamente del signor Perrens e del Rastrelli, che scrisse un
lavoro anonimo (colla data di Ginevra 1781), il quale può chiamarsi un
libello piuttosto che una biografia. La nostra narrazione, adunque,
è appoggiata all’autorità di questi scrittori: Burlamacchi, pag. 19;
Pico, cap. VI; Barsanti, lib. I, paragr. XXVI-VII; Razzi, cap. VI, Ms.
nella Riccardiana e nella Magliabechiana; Cinozzi Ms., come sopra,
nella Riccardiana 2053, e nella Magliabechiana XXXV, 206; Fra Marco
della Casa, _Vita_ ec., Ms. nel convento di San Marco a Firenze; _Vita
Fratris Hieronymi, Fratris Salvestri et Fratris Dominici_, prezioso
Ms., che sembra autografo, passato dalla biblioteca del noviziato di
San Marco alla Magliabechiana, I, VII, 28. Nel cap. XXIII di questa
Vita l’autore dice: «Omnia hæc quæ in hac Vita scripta sunt, aut ab
autore visa aut a fide dignis audita;» e nel cap. XI egli racconta
il fatto siccome il Padre Burlamacchi e gli altri. Nella biblioteca
di Gino Capponi, Cod. CCCXIII, si trova un Ms. che, sebbene sia una
parafrasi del Burlamacchi, pure serve a confermare il medesimo fatto;
un altro simile se ne trova nella Biblioteca imperiale di Parigi, e ve
n’è un numero infinito in altre biblioteche pubbliche e private, che è
inutile di qui riferire. Vedi anche ciò che dice il Rubieri, intorno
a questo fatto, nelle sue pregevolissime _Osservazioni critiche_ al
Perrens, _Polimazía_, Num. 3 e 4, anno II.

Non volendo, però, discutere ad una ad una tutte le autorità che
sostengono la nostra opinione, ci fermeremo solo a quelle del
Burlamacchi e del Pico. (Burlamacchi, pag. 28 e 29; Pico, cap. VI.)
Messa in questi termini la cosa, si tratta di sapere: se bisogna
credere al Poliziano, che era un cortigiano costretto dalla sua
condizione ad adular sempre; o pure al Burlamacchi, uomo onesto e
sincero, ed al Pico, non solo onesto e sincero, ma principe ricco e
indipendente, e di famiglia amica ai Medici: se bisogna credere ad
un cortigiano il quale tace un fatto che non poteva raccontare senza
mettere in pericolo tutta la sua fortuna; o pure a due uomini onesti,
contemporanei e conoscenti del Savonarola, i quali scrivevano in tempi
affatto contrari alla sua memoria, ed affermavano di lui cosa che,
quando non fosse stata vera, avrebbero dovuta inventare, e moltissimi
si sarebbero trovati interessati a contrastarla. Essi invece ci
raccontano il fatto come generalmente noto, e dicono d’averlo potuto
confermare per mezzo di Silvestro Maruffi, che l’ebbe dal Savonarola
stesso; e per mezzo di Domenico Benivieni, che l’ebbe da alcuni
familiari di Lorenzo, a cui egli medesimo lo aveva prima di morire
raccontato. (Riscontra anche il Cinozzi, che conobbe personalmente il
Savonarola, ed è su questo punto molto minuto e preciso.)

Sembrerebbe invero, che non dovesse restarvi dubbio di alcuna sorte;
ed infatti, sino al secolo passato niuno pensò di negar fede a
quella narrazione. Il Fabroni, nella sua _Vita Laurentii Medicis_,
lavoro dottissimo ma pure tutto ligio ai Medici, fu il primo che,
appoggiandosi alla lettera del Poliziano, la impugnasse. Il Roscoe, che
tanti documenti prese dal Fabroni e assai spesso lo copiò, volle anche
in questo seguirlo; e finalmente il Perrens, che più d’una volta cadde
in errore per seguire il Roscoe, v’è anche questa volta caduto.

Prendendo ora a leggere la lettera del Poliziano, si vedrà che lungi
dall’impugnare il fatto, egli lo storpia solamente in modo così
visibile, da farci nelle sue stesse parole trovar la conferma di
ciò che voleva nasconderci: «Abierat vixdum Picus, cum Ferrariensis
Hieronymus, insignis et doctrinâ et sanctimoniâ vir, cœlestisque
doctrinæ prædicator egregius, cubiculum ingreditur: _hortatur ut fidem
teneat; ille vero tenere se ait inconcussam: ut quam emendatissime
posthac vivere destinet; scilicet facturum obnixe respondit: ut mortem
denique, si necesse sit, æquo animo toleret; nihil vero, inquit
ille, iucundius, si quidem ita Deo decretum sit_. Recedebat homo
iam, cum Laurentius: heus, inquit, benedictionem, pater, priusquam a
nobis proficiscaris. Simul demisso capite vultuque, et in omnem piæ
religionis imaginem formatus, subinde ad verba illius et preces rite ac
memoriter responsitabat, ne tantillum quidem familiarium luctu, aperto
iam neque se ulterius dissimulante, commotus. Diceres indictam cœteris,
uno excepto Laurentio, mortem.»

Or chi sarà di tanto buona fede, da voler credere che il Savonarola
si presentasse spontaneamente a Lorenzo moribondo, e gli dicesse:
1º Abbiate fede: 2º Proponetevi di viver bene: 3º Apparecchiatevi
alla morte; e che, avendo il Magnifico risposto a tutte queste
domande affermativamente, il frate si partisse senza dare neanche la
benedizione? È fuor di dubbio, che se il Savonarola andò da Lorenzo,
dovette essere chiamato; perchè nè egli era uomo da andare non chiamato
nè i cortigiani lo avrebbero lasciato passare. E per quale altra
cagione poteva Lorenzo richiedere in quel momento il Savonarola, se
non per confessarsi? E se vi fu confessione, quali peccati doveva
principalmente dire, se non quelli che erano noti in tutto il mondo,
come i più gravi della sua vita; quelli appunto di cui parlano il
Pico ed il Burlamacchi? Finalmente, se il frate partiva senza dare
la benedizione, è segno evidente che i peccati non furono perdonati.
Tutta la quistione si restringe adunque, non sulla visita, nè sulla
confessione, nè sull’assoluzione che certamente non fu data; ma solo
sopra le tre parole del Savonarola. Or, quanto alla prima di queste
parole, la narrazione del Poliziano non differisce punto dalle altre;
quanto alla seconda, la differenza è di poco momento; non vi rimane che
la terza, cioè: _restituire la libertà al popolo fiorentino_; e questa
è quella appunto che il Poliziano doveva tacere, ed è troppo naturale
che la mutasse in quest’altra: _apparecchiarsi alla morte_.




CAPITOLO DECIMO.

Il Savonarola espone i punti principali della sua dottrina,
nell’Avvento del 1493: predice la venuta dei Francesi, nella Quaresima
del 1494. [1493-1494.]


Nell’avvento del 1494 riprese, adunque, la sua predicazione in Firenze,
coll’animo più sicuro e la parola più franca, con un uditorio sempre
crescente. Era il capo della Congregazione Toscana che parlava, il
frate di vita esemplare; quegli le cui parole si verificavano così
stranamente, la cui assoluzione era stata desiderata dal Magnifico.
Queste cose tutte gli accrescevano talmente il favore della
moltitudine, ch’ei poteva spingersi a parlar con ogni ardire, senza
più temere le vendette di Piero de’ Medici. Ed infatti, la cattiva
vita dei principi italiani e dei grandi ecclesiastici, la corruzione
e rovina di tutta la Chiesa, l’avvicinarsi dei flagelli, ed il
desiderio che dovevano averne i buoni affinchè si mettesse finalmente
un argine a questa universale depravazione; tali furono gli argomenti
su cui versarono di continuo le venticinque prediche che egli fece
nell’avvento di quest’anno sul salmo _Quam bonus_. In esse si occupava,
però, anche di trattare distesamente punti gravissimi di teologia
cristiana; perchè allora volle far quasi un quadro compiuto della sua
dottrina, disegnandola a grandi tratti e fermandola bene nell’animo
degli uditori, acciò si apparecchiassero ai flagelli che dovevano
venire. Ed invero, possiam dire che quanto alla parte teologica, queste
vanno fra le migliori prediche del Savonarola.

Incominciamo adunque dalla fede, riportando le sue parole medesime:
«La fede è dono di Dio, data in salute di ciascheduno credente; però,
figli miei, non vogliate errare con molti che dicono: se io vedessi
qualche miracolo, suscitare almanco un morto, io crederei. Costoro
s’ingannano, perchè la fede non è messa in potestà nostra, ma è un dono
soprannaturale, cioè un lume infuso di sopra nella mente dell’uomo.
E qualunque lo vuole ricevere, deve dentro prepararsi e umiliarsi a
Dio.»[166] «Qui potrà dirsi: — Se tutte le cose che sono ordinate ad
un fine, vi pervengono coi loro mezzi naturali; come mai la natura
dell’uomo non basta per sè stessa a raggiungere il fine a cui è
ordinata? È forse l’uomo inferiore agli animali? — No: questo gli si
deve attribuire a nobiltà e ad eccellenza; giacchè egli ha un fine
divino, un fine che trascende la natura.[167] — Ma perchè, potresti
tu allora domandarmi, perchè alcuni vengono eletti, ed altri no? — Le
cose della fede, figliuol mio, «tu hai a cercare d’intenderle mediante
il lume della fede, in quello modo che te le pongono le Scritture; e
più oltre non ti debbi estendere, se tu non vuoi inciampare. Chi sei tu
che replichi a Dio? Non ha il vasellaio la podestà sopra l’argilla, da
fare d’una medesima massa un vaso ad onore e un altro a disonore?[168]»
«Negli eletti Iddio mostra la sua misericordia, nei reprobi la sua
giustizia. Ma se tu domandi: perchè Iddio ha predestinato questo e non
quello? perchè Giovanni è più predestinato di Pietro? Allora dirotti,
che Dio vuole così; e non c’è altra risposta. Origene volle passare
questi termini, e disse che la predestinazione dipendeva dai meriti
d’un’altra vita anteriore a quella. I Pelagiani dissero che dipendeva
dalle nostre opere in questa vita: secondo questi eretici il principio
del ben fare veniva da noi, la consumazione e perfezione veniva da
Dio. Essi vollero varcare i termini assegnati, e caddero nell’eresia.
La Scrittura è chiarissima: non in un luogo solamente ma in molti essa
dice, che non il fine solo del bene operare, ma il principio ancora
viene da Dio; anzi tutte le nostre buone opere, è Iddio che le opera
in noi.» «Non è, adunque, vero che per l’opere e meriti preesistenti
Iddio ci dia la grazia, e che siamo per ciò predestinati a vita eterna,
quasi che l’opera e meriti siano causa della predestinazione; ma la
volontà divina è causa della predestinazione, come di sopra abbiamo
detto.»[169]

«Dimmi, Pietro, dimmi, o Maddalena, perchè siete voi in Paradiso? Voi
pur peccaste come noi. Tu, Pietro, che confessasti il figliuolo di Dio,
che conversasti con lui, l’udisti predicare, vedesti i suoi miracoli
e, solo con due discepoli, lo vedesti trasfigurato nel monte Tabor,
udisti la voce paterna; e nondimeno, poi, alla voce d’una femminuccia
lo negasti ben tre volte, e poi fosti restituito alla grazia, e fatto
capo della Chiesa, e ora possiedi la beatitudine celeste; donde hai
avuto tanto bene?... Confessa, adunque, che non per li meriti tuoi,
ma per la bontà di Dio, che t’ha fatto tanto bene, che ti dette in
questa vita tanta grazia e tanto lume, sei salvo. E tu, Maddalena, che
volgarmente eri chiamata la peccatrice, udisti molte volte predicare
il tuo maestro Cristo Gesù; nondimeno tu stavi dura, e quantunque Marta
tua sorella ti correggesse ed esortasse a mutar vita, tu non attendevi.
Ma quando piacque al Signore, e che ei ti toccò il cuore, tu corresti
come ebra col vaso d’alabastro in casa del Fariseo, colle lacrime gli
bagnasti i piedi, e meritasti d’udire quelle dolci parole: _Dimittuntur
tibi peccata multa_. Dipoi fosti tanto accetta al Salvatore, che tu
meritasti di vederlo prima di tutti resuscitato, e fosti fatta apostola
degli apostoli. Queste grazie, Maria, questi doni non furono per li
meriti tuoi; ma perchè Iddio t’amò e volseti bene.»[170]

Fermandoci però a citazioni come queste, ed isolandole dal resto,
potrebbe alcuno trovare appiglio a cadere nell’errore medesimo d’alcuni
tedeschi o inglesi, i quali hanno voluto vedere nel Savonarola un
sostenitore di quella parte delle dottrine riformate, che dice: la
giustificazione essere per la sola fede senza le opere, ed il credente
non essere altro che uno strumento passivo nella mano del Signore,
il quale può eleggerlo o abbandonarlo, senza che la volontà libera
dell’uomo possa per nulla contribuire alla propria salvazione. Sopra
punti così importanti, il Savonarola s’è però spiegato con tanta
chiarezza, che non si può dar luogo ad alcun dubbio; e non appena le
sue opere furono esaminate con diligenza, quegli scrittori stranieri
vennero nella loro patria medesima combattuti.[171]

La necessità delle opere, il libero arbitrio e la cooperazione
dell’uomo alla grazia, che è pure un dono gratuito del Signore, sono
argomenti sui quali il Savonarola ritorna ad ogni piè sospinto, dicendo
sempre che non solo possiamo, ma dobbiamo apparecchiarci a ricevere
questo dono della fede e della grazia, il quale non mancherà mai a
coloro che fanno quanto è in poter loro.[172] Tre sono le cose che,
secondo lui, ci apparecchiano e dispongono; cioè: sforzarsi a credere,
pregare ed operare.[173] «Epperò noi non dobbiamo mai giudicare il
peccatore, ma piuttosto piangere i suoi peccati ed avergli compassione;
giacchè fino a tanto che dura il libero arbitrio e la grazia di Dio,
egli si può sempre volgere al Signore e convertirsi.[174] E se uno
domandasse perchè la volontà è libera, noi rispondiamo: perchè è
volontà.[175] Bisogna, dunque, che l’uomo concorra all’atto della
giustificazione, e faccia dal canto suo quello che può, perchè Dio non
è per mancargli. Vuoi tu, fratel mio, ricevere l’amore di Gesù Cristo?
Fa che tu consenta alla voce divina che ti chiama. Il Signore ogni
giorno ti chiama; fa anche tu qualche cosa.[176]»

Invero, il motto dal Savonarola assunto nella sua giovinezza, era
questo: _Tanto sa ciascuno quanto opera_;[177] e noi diremmo la sua
esser la dottrina delle opere, se non dovessimo invece chiamarla
dottrina dell’amore; prendendo questa parola nel senso da noi più
sopra espresso, cioè a dire per quello stato in cui l’animo tocco dalla
grazia è già acceso di carità. «Questo amore, egli dice, è anch’esso
un dono del Signore; ma è come un fuoco che accende ogni cosa arida,
e chiunque vi si dispone, lo sentirà subito scendere nel suo cuore ad
infiammarlo.»

«Gran cosa è certamente l’amore potente, perchè l’amore fa ogni cosa,
muove ogni cosa, supera e vince ogni cosa.... Niente si fa se non è
impulso dell’amore.... E perchè la carità è un massimo amore infra
tutti gli amori, però opera cose grandi e mirabili.» «Essa adempie
facilmente e dolcemente tutta la legge divina, perchè è misura e regola
di tutte le misure, di tutte le leggi. Ciascuna legge particolare è
misura e regola d’un atto e non d’un altro; ma non così la carità,
perchè la è misura e regola d’ogni cosa e di tutte l’operazioni umane.
E però, chi ha questa legge della carità, regola bene sè e altri,
e interpreta bene tutte le leggi. Questo si può assai bene notare
in quelli che hanno cura delle anime e si lasciano guidare da ciò
che trovano scritto nelle leggi canoniche, le quali essendo leggi
particolari, senza la carità che è misura e legge universale, non
reggeranno mai bene.» «Piglia l’esempio del medico che porta amore e
carità all’infermo, che se egli è buono e amante, dotto ed esperto,
niuno è meglio di lui. Tu vedrai che l’amore gli insegnerà ogni cosa,
e sarà misura e regola di tutte le misure e di tutte le regole della
medicina.» «Durerà mille fatiche senza che gli paia, chiederà di
tutto, ordinerà le medicine e vorrà vederle fare; non abbandonerà mai
il malato. Se, invece, uccellerà al guadagno, allora non si curerà
dello infermo, e la sua scienza stessa gli verrà meno.» «Guarda quel
che fa l’amore: piglia l’esempio dalla madre verso il figliuolo. Chi
ha insegnato a quella giovanetta che non ha mai più avuto figliuoli,
governare ora il suo? L’amore. Vedi quanta fatica dura il dì e la notte
per allevarlo, e parle ogni gran cosa leggeri. Chi ne è causa? L’amore.
Vedi quanti versi, quanti atti e gesti e quante dolci parole fa verso
del suo figliuolino. Chi le ha insegnato? L’amore.... Piglia l’esempio
da Cristo, che, mosso da intensissima carità, è fatto a noi piccolo
fanciullo; assomigliatosi in ogni cosa ai figliuoli degli uomini; in
sopportare fame, sete, freddo, caldo e disagi. Chi gli ha fatto far
questo? L’amore. Ora conversa con giusti, ora con pubblicani; e tenne
tal vita, che tutti gli uomini e tutte le donne, piccoli e grandi,
ricchi e poveri, lo possono imitare, ognuno secondo il modo suo e
secondo lo stato suo, e senza dubbio si salva.... E chi gli ha fatto
tenere tal vita comune e così mirabile? Senza dubbio, la carità.... La
carità lo legò alla colonna, la carità lo menò in croce, la carità lo
risuscitò, fecelo ascendere in cielo, e così operare tutti i misteri
della redenzione.» «Questa è la vera, questa è la sola dottrina; ma
oggi invece i predicatori non predicano che vane sottilità.»[178]

E così viene a parlare degli ecclesiastici. «Con Aristotele, Platone,
Virgilio e Petrarca, solleticano le orecchie, e non si occupano della
salute delle anime. Perchè, invece di tanti libri, non insegnano quel
solo dove è la legge e lo spirito della vita? L’evangelio, o Cristiani,
bisognerebbe portarlo sempre indosso: non dico già il libro, ma lo
spirito di esso. Che se tu non hai lo spirito della grazia e che tu
porti indosso l’intero volume, non ti gioverà a nulla. Oh quanto sono
più sciocchi ancora quelli che s’empiono il collo di brevi, di polizze
e di carte, che sembrano botteghini che vanno alla fiera! La carità non
sta nelle carte. I veri libri di Cristo sono gli Apostoli e i Santi;
la vera lettura sta nell’imitare la vita loro. Ma oggi gli uomini sono
fatti libri del diavolo.» «Parlano contro la superbia e l’ambizione,
e sonvi immersi fino agli occhi; predicano la castità, e tengono
le concubine; comandano che si digiuni, e vogliono splendidamente
vivere.... Costoro sono libri disutili, libri falsi, libri cattivi e
del diavolo, perchè esso vi scrive dentro tutta la sua malizia.»[179]
«Questi prelati s’estollono delle loro dignità e disprezzano gli altri;
sono quelli che vogliono essere reveriti e temuti; sono quelli che
cercano le prime cattedre nelle sinagoghe, i primi pergami d’Italia.
Costoro cercano la mattina d’essere trovati in piazza, ed essere
salutati, ed essere chiamati maestri e rabbi; dilatano le fimbrie e
filatterie[180] loro; sputano tondo; vanno in sul grave e vogliono
essere intesi ai cenni.»[181]

Dai prelati passa a descrivere i principi d’Italia. «Questi principi
cattivi sono mandati per punire i peccati dei sudditi: essi sono
veramente un gran laccio alle anime: i palazzi e le corti loro sono il
rifugio di tutti gli animali e mostri della terra; il ricovero, cioè,
dei ribaldi e scellerati. I quali vi accorrono perchè vi trovano modo
e incitamento a cavarsi tutte le sfrenate voglie, tutte le malvage
passioni. Ivi sono i cattivi consiglieri, che studiano sempre nuovi
pesi e nuovi balzelli per succiare il sangue del popolo. Ivi sono i
filosofi e poeti adulatori, i quali con mille favole e bugie fanno
cominciare dagli Dei la genealogia di questi principi malvagi; ma,
quel che è peggio, ivi sono i religiosi che seguono il medesimo stile.
Questa, o fratelli, è la città di Babilonia, la città degli stolti e
dagli empi, la città che il Signore vuol distruggere.»[182]

E qui viene a descrivere minutamente la costruzione di questa città,
la quale è stata edificata dalle dodici stoltezze degli empi. «Essi
vedono la luce e le tenebre; preferiscono queste a quella: trovano
una via agevole ed una aspra e pericolosa; preferiscono la seconda
alla prima, e così via discorrendo. Essi entrano in mare e salgono
sopra una balena, che credono uno scoglio, e vi si fermano sopra.
— Che generazione mai è questa? Che fine è mai quello di costoro?
Massime, che io intendo essi vogliono edificarvi sopra una città. — Che
fate voi? dico io. Voi aggravate troppo la bestia; voi affogherete.
— Ma essi si affaticano tuttavia, e discutono, e si fortificano, e
s’azzuffano, e l’uno vuole soggiogare l’altro; e finalmente sorge un
tiranno, che li opprime tutti. Costui cerca a morte i suoi nemici, ha
spie per tutto; e quindi nuove guerre e nuove dissensioni. La balena,
stanca finalmente di tanto rumore, si muove, e tutti affogano, e la
città di Babilonia è distrutta. Così viene manifestato,» conclude il
Savonarola, «che gli empi si perdono nelle fatiche degli stolti, e che
gli stolti saranno flagellati.»[183]

Era assai facile vedere, che in questa città degli stolti il Savonarola
ardiva simboleggiare la potenza di Piero de’ Medici e de’ suoi amici,
la quale, secondo le sue predizioni, non doveva tardare molto ad essere
rovesciata. Ma egli non si fermò a questo. Dopo aver parlato della
corruzione del popolo e dei principi italiani, ritorna a discorrere
con uguale ardire il soggetto assai più grave dei sacerdoti e della
Chiesa. Seguendo una interpetrazione assai singolare d’alcune parole
della Bibbia, egli diceva: «_In securi et in asciâ deiecerunt eam._ —
Il demonio, quando vede che un uomo è debole, gli dà dei colpi d’ascia
per farlo cadere nel peccato; quando vede invece che è forte, dà colpi
di scure. Sarà quella giovane onesta e bene allevata; le si mette
intorno quel giovane scorretto, e con mille lusinghe la inganna e fa
cadere nel peccato. Ecco il demonio le ha dato un colpo di scure. Sarà
quel cittadino onorato; egli entra nelle corte dei gran maestri; ivi
è la scure bene affilata; non è virtù che vi sappia resistere. Ma oggi
siamo in tempi ancora più tristi: il demonio ha chiamato a raccolta i
suoi, ed hanno dato colpi terribili alle porte stesse del tempio. Le
porte sono quelle che t’introducono in casa, e li prelati son quelli
che debbono introdurre nella Chiesa di Cristo i fedeli. Ecco perchè il
diavolo ha misurato contro di loro i gran colpi, ed ha spezzato queste
porte. Ecco perchè ora non si trovano più nella Chiesa buoni prelati.»
«Non vedi tu ch’ei fanno ogni cosa a rovescio? Non hanno giudizio. Non
sanno discernere _inter bonum et malum, inter verum et falsum, inter
dulce et amarum_: le cose buone paiono loro cattive, le cose vere
paiono loro false, le dolci paiono loro amare, e così viceversa....
Vedi oggi li prelati prostrati coll’affetto in terra ed in cose
terrene; la cura dell’anime non è più loro a cuore; basta tirar le
entrate: e i predicatori predicano per piacere ai principi, per essere
da loro laudati e magnificati.... E v’è peggio ancora: non solo hanno
distrutta la Chiesa di Dio, ma ne hanno fatta una a lor modo. Questa è
la Chiesa moderna, non edificata più di pietre vive, cioè di Cristiani
stabiliti nella fede viva, formata di carità.... Vattene a Roma e per
tutto il Cristianesimo; nelle case de’ gran prelati e de’ gran maestri
non s’attende se non a poesie e ad arte oratoria. Va’ pure e vedi, tu
gli troverai co’ libri d’umanità in mano; e dánnosi a intendere, con
Virgilio, Orazio e Cicerone, saper regger le anime. Vuoilo tu vedere
che la Chiesa si regge per mano d’astrologi? E’ non v’è prelato nè
gran maestro che non abbia familiarità con qualche astrologo, che gli
predica l’ora ch’egli ha a cavalcare o fare altra faccenda. E questi
grandi maestri non uscirebbono un passo fuora della volontà dei loro
astrologi.»

»Solamente una cosa è in questo tempio che ci diletta assai. Questo
è, che egli è tutto dipinto e morpellato. Così la nostra Chiesa ha di
fuori molte belle cerimonie in solennizzare gli ufficii ecclesiastici,
con bei paramenti, con assai drappelloni, con candellieri d’oro e
d’argento, con tanti calici, che è una maestà. Tu vedi là quei gran
prelati, con quelle mitrie d’oro e di gemme preziose in capo, col
pastorale d’argento; tu gli vedi con le belle pianete e piviali di
broccato all’altare, cantare quei vespri e quelle belle messe, adagio,
con tante cerimonie, con tanti organi e cantori, che tu ne stai
stupefatto; e paionti costoro uomini di grande gravità e santimonia, e
non credi che e’ possano errare: ma ciò che dicono e fanno credi che
s’abbia a osservare come l’evangelo. Gli uomini si pascono di queste
frasche e rallegransi di queste cerimonie, e dicono che la Chiesa di
Cristo Gesù non fiorì mai così bene, e che il culto divino non fu mai
così bene esercitato quanto al presente..., e che li primi prelati
erano prelatuzzi rispetto a questi nostri moderni. Non avevano ancora
tante mitrie d’oro nè tanti calici; anzi quei pochi che gli avevano,
li disfacevano per la necessità dei poveri: i nostri prelati, per far
de’ calici, tolgono quello che è de’ poveri, senza di che questi non
possono vivere. Ma sai tu quello che ti voglio dire? Nella primitiva
Chiesa erano li calici di legno e li prelati d’oro; oggi la Chiesa
ha li calici d’oro e li prelati di legno.» «Essi hanno introdotto fra
noi le feste del diavolo; essi non credono a Dio e si fanno beffe dei
misteri della nostra religione!».... «Che fai, adunque, o Signore?
Perchè dormi tu? Levati su, e vieni a liberare la Chiesa tua dalle mani
dei diavoli, dalle mani dei tiranni, dalle mani dei cattivi prelati....
Ti sei tu dimenticato della Chiesa tua? Non l’ami tu? Non l’hai tu
cara?».... «Noi siamo divenuti, o Signore, l’obbrobrio delle genti: i
Turchi sono padroni di Costantinopoli; abbiam perduto l’Asia, abbiam
perduto la Grecia, già siamo tributari degl’infedeli. O Signore Iddio,
tu hai fatto come il padre adirato, tu ci hai scacciato da te. Accelera
almeno la pena ed il flagello, perchè presto ci sia dato ritornare a
te.»....[184] «_Effunde iras tuas in gentes._ Nè vi scandalizzate,
o fratelli, di queste parole; ma anzi, quando vedete che i buoni
desiderano il flagello, egli è perchè essi desiderano che sia scacciato
il male e prosperi nel mondo il regno di Gesù Cristo benedetto. A
noi oggi non resta a sperare altro, se non che la spada del Signore
s’avvicini presto alla terra.»[185]

Così questo avvento discorre i costumi, la politica, la religione e la
Chiesa; condanna i principi ed i sacerdoti, e viene alla conclusione:
che il flagello si avvicina ed i buoni debbono desiderarlo. Dopo
avere esposta tutta la sua dottrina, gettava il Savonarola un guanto
di sfida a tutti i potenti della terra: principi temporali e principi
ecclesiastici, ricchi, dignitari della Chiesa e dei governi; tutti
erano bersaglio alle sue accuse. «Io sono, egli diceva, come la
gragnuola, che colpisce chiunque si trova allo scoperto.» E così,
sebbene queste prediche del 93 non sieno nè le più eloquenti nè le
più ardite, son quelle che più compiutamente rappresentano la dottrina
del Savonarola in tutte le sue parti. Noi possiamo vedervi ad un tempo
l’acuto esponitore dei dommi, l’ardito accusatore dei corrotti costumi
della Chiesa, il dichiarato amico della libertà e del popolo.

Riposatosi fino alla quaresima del 91, ripigliò l’esposizione della
Genesi, da lui cominciata già nel 1490, e continuata poi senza quasi
mai interromperla.[186] Le prediche che fece allora, portano il nome
di _Prediche sopra l’Arca di Noè_. Noi le troviamo rammentate da
tutti i biografi; ognuno ci parla della grande impressione che fecero
sul popolo, dell’uditorio maravigliato e rapito, delle predizioni
stranamente verificatesi. Ma, sfortunatamente, possiamo assai poco
giudicarne, perchè l’edizione ne è tanto incompiuta e scorretta, da
aver quasi perduta ogni orma del Savonarola. Colui che le raccolse
dalla viva voce, non ebbe la mano abbastanza rapida per seguir
l’oratore; e lasciò un manoscritto informe e pieno di lacune, che poi
venne, per dargli _una forma più letterata_, tradotto e pubblicato a
Venezia in un latino quasi barbaro.[187] Per queste ragioni, il Quetif
ed altri dubitarono che fossero veramente del Savonarola. Certo,
il disordine vi è grandissimo, e ne riesce impossibile una lettura
continuata; ma pure son troppo chiare le parole degli storici, e le
idee sono in fondo con troppa evidenza quelle medesime del Savonarola,
per ammettere il dubbio del Quetif.

Dopo avere nel precedente avvento dimostrato la necessità e prossimità
del flagello, viene il Savonarola a costruire un’arca mistica, nella
quale debbono rifugiarsi tutti coloro che vogliono salvarsi dal nuovo e
vicino diluvio. Quest’arca, che nel senso letterale è quella costruita
da Noè nella Genesi, nel senso allegorico è la riunione dei buoni:
la sua lunghezza è la fede, la larghezza è la carità, l’altezza è
la speranza. Il Savonarola si trattenne tutta la quaresima in questa
strana allegoria, ed ogni giorno, dicendo di mettere una nuova tavola,
veniva ad esporre un’altra delle virtù che debbono avere i buoni
cristiani. Finalmente, la mattina di Pasqua l’arca era compiuta.
«Ognuno s’affretti,» egli concluse quel giorno, «ognuno s’affretti
ad entrare nell’arca del Signore. Noè oggi invita tutti, la porta è
aperta; ma verrà tempo in cui l’arca sarà chiusa, e molti invano si
pentiranno di non esservi entrati.» In tutta la quaresima parlò a lungo
di questi vicini flagelli, ed annunziò la venuta d’un nuovo Ciro, che
avrebbe traversato vittorioso l’Italia, senza trovare ostacoli e senza
rompere lancia. Moltissimi storici e biografi ci hanno lasciato memoria
di tali predizioni; e Frà Benedetto riferisce le parole del suo maestro
nei versi che seguono:

    Presto vedrai sommerso ogni tiranno,
      E tutta Italia vedrai conquistata
      Con sua vergogna e vituperio e danno.
    Roma, tu sarai presto captivata;
      Vedo venir in te coltel dell’ira,
      E tempo è breve e vola ogni giornata.
      . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Vuol renovar la Chiesa el mio Signore,
      E convertir ogni barbara gente,
      E sarà un ovile et un pastore.
    Ma prima Italia tutta fia dolente,
      E tanto sangue in essa s’ha a versare,
      Che rara fia per tutto la sua gente[188]
      . . . . . . . . . . . . . . . . .

Questi sermoni, che noi possiamo dire di non conoscere, destarono un
interesse così straordinario e così universale, che il Duomo s’empieva
ogni giorno di maggior popolo, ed il Savonarola era divenuto il
personaggio più importante che vi fosse in Firenze. Faceva solamente
maraviglia che si fosse trattenuto così a lungo nel costruire l’arca,
e in tutta la quaresima non avesse ancora finita l’esposizione di
quel breve Capitolo della Genesi, che ne parla. Egli medesimo dice
che si maravigliava di questa sua lentezza, e gli pareva quasi che
una forza superiore ve l’obbligasse. Ma verso il settembre, avendo
ripreso il predicare e fatto sul medesimo argomento altri tredici
sermoni, s’affrettò di venire alla conclusione.[189] In fatti, il
terzo di quei sermoni doveva già esporre il 17º versetto, che parla del
diluvio; e cadde nel 21 settembre, giorno memorabile pel Savonarola e
pel suo uditorio. Il Duomo bastava appena a contenere la folla, che,
piena d’una nuova e strana ansietà, attendeva da più ore. L’oratore
saliva finalmente sul pergamo; l’attenzione ed il silenzio erano
maggiori assai del solito. Quando egli ebbe collo sguardo misurato il
suo uditorio, quando egli ebbe visto l’insolita trepidazione che lo
dominava, gridò terribilmente: _Ecce ego adducam aquas super terram_.
Quella voce parve come una folgore che scoppiasse nel tempio; quelle
parole sembrarono mettere uno strano terrore nell’anima d’ognuno.[190]
Pico della Mirandola raccontava che un brivido era corso per tutte
le sue ossa, che i capelli gli s’erano rizzati sulla fronte; ed il
Savonarola ci assicura ch’egli non era quel giorno meno commosso de’
suoi ascoltatori.

Ma donde nasceva mai tanta agitazione? La cagione ne era veramente
gravissima. In que’ giorni appunto era venuta la nuova, che un fiume
d’eserciti stranieri traversava le Alpi per venire a conquistare
l’Italia. E la fama, accrescendo il vero, ne diceva il numero infinito,
la statura gigantesca, l’indole feroce e le armi invincibili. La
nuova giungeva come inaspettata: niuno dei principi italiani vi era
apparecchiato; le armi nazionali erano spente, le straniere nemiche; il
terrore dominava talmente gli uomini, che già pareva di vedere scorrere
i rivi del sangue. La folla correva, perciò, quasi ad implorare aiuto
dal Savonarola. Tutte le sue parole s’erano verificate: i principi di
cui avea predetto la morte, erano già scesi nella tomba; la spada del
Signore s’era avvicinata alla terra; i flagelli cominciavano. Egli
solo aveva predetto questi mali e veduto l’avvenire; egli solo doveva
conoscere il rimedio a tanta sventura. Il suo nome si sparse perciò
in tutta Italia; tutti gli occhi si rivolsero verso di lui, che, per
la forza inevitabile delle cose, si trovava di essere divenuto un uomo
politico. A lui ricorreva tutto il popolo, a lui andavano i più abili
cittadini; il suo partito era divenuto, come per incanto, padrone della
città. Invero, lo stato di Firenze e di tutta Italia era talmente
mutato, che noi dobbiamo rifarci alcuni passi addietro, e parlarne
distesamente nel Libro che segue.




LIBRO SECONDO.

[1494-1495.]




CAPITOLO PRIMO.

La venuta dei Francesi in Italia. [1494.]


Dopo la morte di Lorenzo dei Medici e la elezione del nuovo papa, le
cose d’Italia avevano rapidamente peggiorato. Il Borgia, divorato
dall’ambizione di creare uno stato ai suoi figli, volgeva l’occhio
avido di preda ovunque vedesse un principe debole o pauroso; faceva e
disfaceva trattati, amicizie e giuramenti; avrebbe messo l’Italia e
l’Europa intera a qualunque cimento, per ottenere i suoi fini.[191]
Nè meno pericolosa era l’indole di Lodovico il Moro, dominato dalla
paura e dall’ambizione nel medesimo tempo. Il suo nome era conosciuto
in tutta Italia per doppiezza e mala fede: i trattati da lui giurati
erano alla prima opportunità violati; anzi, nel momento stesso che
li segnava, studiava fra sè il modo di romperli quando un’occasione
lo richiedesse. Si vantava d’essere il più astuto uomo d’Italia, e
non aveva mai posa nel mulinar sempre nuovi disegni e nuove trame
per raffermare il suo stato, spegnere i suoi nemici, crescere la sua
potenza. Quando egli era, poi, assalito dalla paura, allora tutte le
facoltà della sua mente crescevano di forza e venivano in una specie
di convulsa attività, nè vi era mente umana che potesse prevedere i
partiti a cui egli era allora capace di ricorrere.[192] Sfortunatamente
per lui e per l’Italia, la paura dominavalo appunto in quel tempo di
cui ora discorriamo, e lo teneva continuamente sospeso.

La signoria di Milano era stata da lui crudelmente usurpata al nipote
Giovan Galeazzo, che egli teneva prigioniero a Pavia, non senza
sospetto d’amministrargli lento veleno. Quel giovane, infatti, era
già debole, malato ed ogni giorno più esausto di forze. Esso non
era perciò capace di fare alcuna resistenza al Moro; ma sua moglie
Isabella d’Aragona, figlia di Alfonso di Napoli, non sapeva tollerare
la violenta usurpazione dei loro diritti, la umile e trista condizione
a cui erano condannati. Ella empieva perciò de’ suoi rammarichi tutta
Italia, invitava continuamente il padre e l’avo, perchè venissero a
vendicar le ricevute ingiurie, a rimettere lei ed il marito nei loro
stati. Il re Ferdinando e suo figlio Alfonso, signori d’un vasto reame,
superbi del nome acquistatosi nelle armi, per le guerre avute contro
i Baroni e per l’assedio di Otranto, trattavano il Moro con un alto
disprezzo, lo chiamavano nei loro dispacci il Duca di Bari o anche
Messer Lodovico,[193] e di continuo minacciavano di andare a torgli
l’usurpata signoria, per rimettervi la figlia. Non è descrivibile in
quale stato si trovasse allora il Moro e che disegni passassero per
l’animo suo: se egli avesse potuto dar fuoco all’Italia ed al mondo per
salvarsi da questa paura, non avrebbe certo esitato un momento.[194]

Lorenzo dei Medici aveva, al suo tempo, mostrato una grandissima
prudenza nel mettersi fra queste due parti, e, restando neutrale,
mantenerle amiche, con una specie quasi d’equilibrio politico, per
cui fu allora chiamato l’ago della bilancia d’Italia. Sino dal 1480,
egli aveva, con un trattato, riunito le corti di Napoli, Milano e
Firenze; e dipoi, col piegare ora da un lato ora dall’altro, aveva
sempre impedito che quest’alleanza venisse sciolta. Ma dopo la sua
morte, si vide subito le cose mutare aspetto; onde il primo pensiero
del Moro fu di esperimentare in qualche modo l’animo de’ suoi
nuovi alleati. Propose, adunque, che nella elezione del Borgia, gli
ambasciatori delle tre corti entrassero contemporaneamente in Roma,
e come amici riuniti si presentassero al papa. Ma Pietro de’ Medici,
avendo stabilito farsi capo d’una solenne ambasceria fiorentina, di
cui già aveva apparecchiato la pompa, indusse il re di Napoli a trovar
pretesti per negarsi alle proposte del Moro. Ed il re prese subito
questa occasione per ferire il suo nemico personale, dimostrando nel
medesimo tempo, che e’ lo faceva per secondare i desiderii di Piero. Di
quanto sospetto un tal fatto empiesse l’animo del Moro, non è facile
immaginarselo. Ben presto, però, egli si dovette anche avvedere, che
questi erano segni d’una discordia assai più profonda, e che egli si
trovava ora isolato in Italia; giacchè gli Orsini, i quali ricevevano
condotte dal re di Napoli, erano già riusciti a tirare Piero de’
Medici dal loro lato.[195] Questo fece sì che il Moro cominciasse a
pensare deliberatamente ai casi suoi, nè mai potesse fermar l’animo
suo, fino a tanto che non si fu deciso d’invitare i Francesi a venire
alla conquista del regno di Napoli. E in tal modo cominciò quella
serie di lunghe calamità, che per tanti secoli desolarono l’Italia, e
vi distrussero ogni prosperità di commercio, ogni cultura di lettere
e di scienze, ogni aura di libertà. Il Moro fu, certo, la colpevole
occasione che dètte principio a tante sventure; ma a torto si è
accumulato sul suo nome un odio infinito, facendolo autore di quei
fatti, le cui vere cagioni erano di lunga mano già apparecchiate, e
dandogli così una importanza storica che egli non merita neppure nel
male che ha fatto.

La vita troppo attiva ed irrequieta dei tempi passati aveva logorato
l’Italia, che si trovava nel secolo XV invecchiata d’una vecchiezza
precoce, divisa e debole. E intorno ad essa crescevano già degli Stati
grandi, forti, pieni di gioventù e di vita: il Turco era nel vigore
della sua potenza, aveva già messo piede in Europa, minacciava per mare
e per terra l’Italia e tutto l’Occidente: la Spagna aveva unito i reami
di Castiglia e d’Aragona, cacciato i Mori e già traversato l’Atlantico,
guidata dal genio e dall’ardire di Colombo. In Francia, Luigi XI aveva,
col suo ferreo dispotismo, abbassato l’aristocrazia e sollevato il
popolo; dato ordine alla finanza, unità alla nazione, allargatone i
confini sul Reno e sui Pirenei; mentre l’estinzione della casa d’Angiò
faceva ricadere nei re di Francia il Ducato, la Provenza, e tutti i
diritti che gli Angioini vantavano sul regno di Napoli: la Germania,
sebbene apparisse infiacchita sotto il debole ed incerto governo di
Massimiliano, aveva pure le sue forze nazionali più che mai vive: gli
Svizzeri, finalmente, divenuti la prima fanteria d’Europa, si tenevano
pronti a scendere formidabili dalle Alpi per chiunque li pagasse.

Il sentimento della propria forza, il desiderio d’avventure, il bisogno
di civiltà e, più che ogni altra passione, una certa gelosia nazionale,
spingeva tutti questi popoli verso l’Italia. Non le sapevano perdonare
che ancora fosse maestra al mondo; che ancora la gioventù movesse
da tutte le parti d’Europa per accorrere nelle sue università; che
sempre fosse la sede unica delle arti e delle lettere; che in tutte
le corti, ognuno si studiasse d’imitare i modi e la lingua italiana;
che gli scrittori, gli artisti, i filosofi, i medici, gli astrologi,
i navigatori d’Italia avanzassero ancora tutti gli altri nella gloria,
come i signori e mercatanti li avanzavano nelle ricchezze. Ciò faceva
nascere come un misto di amore e di odio, che spingeva verso di
essa tutte le altre nazioni d’Europa. Era divenuto inevitabile che
l’Italia spargesse nel mondo i semi della sua civiltà; e non avendo
ormai forza di essere conquistatrice, bisognava che fosse conquistata.
_L’impresa d’Italia_ era, infatti, divenuta la crociata del secolo
XV: i capitani e gli uomini di stato ci vedeano una preziosa e facile
conquista; i dotti ci vedevano il mondo della scienza e dell’arte
rivelato all’Europa; i soldati sognavano il sacco dei tesori raccolti
nei palazzi e nelle ville italiane; tutti il bel cielo e le ubertose
campagne.[196]

Ma quello che fra tanti popoli sembrava allora destinato a passare le
Alpi, era senza dubbio il popolo francese. La sua posizione nel centro
d’Europa ed ai confini d’Italia, la sua indole, il suo stato politico
e militare; tutto, insomma, lo chiamava ad essere primo in quel gran
moto che doveva, col dar morte all’Italia, portar vita all’Europa. Si
aggiungeva a questo, l’essere allora salito sul trono Carlo VIII, che
non aveva più di ventidue anni, ed era pieno d’uno strano desiderio
di avventure. Debole di complessione, piccolo di statura, d’aspetto
quasi deforme; conosceva appena i caratteri dell’alfabeto; non aveva nè
consiglio nè prudenza; era avido di comandare, ma incapace di ritenere
co’ suoi alcuna maestà.[197] Egli veniva sempre aggirato da uomini
di basso lignaggio, i quali ottenendo i suoi favori, salivano alle
più alte dignità dello stato; e costoro eccitavano di continuo la sua
puerile ambizione d’imitare San Luigi di Francia, e rendere immortale
il suo nome con una crociata contro i Turchi, di cui la conquista di
Napoli doveva essere il primo passo. Mentre essi cercavano così indurlo
a far valere quelle ragioni che dalla casa d’Angiò si credevano scadute
alla corona di Francia,[198] gli esuli napoletani stavano sempre
ai suoi fianchi per ridestare queste medesime ambizioni. I principi
di Salerno e di Bisignano, scampati alla strage dei baroni, non si
fermavano mai dal parlare contro il crudele dispotismo di Ferdinando
e d’Alfonso; dipingevano il partito angioino potentissimo nel Regno,
assicuravano che il re sarebbe ricevuto a braccia aperte da tutto il
popolo. Ed invero, a tutti era noto lo stato infelice dei Napoletani;
ed il desiderio d’un qualunque mutamento, per quanto potesse dagli
esuli essere esagerato, era pure assai universale.

Riguardando, poi, al resto d’Italia, si vedeva che la venuta dei
Francesi era assai più desiderata che temuta da tutti quelli che
amavano la libertà. L’indole facile e pieghevole di quel popolo,
l’incerto e l’impreveduto che si trova sempre in quel carattere,
facevano sì che ognuno aspettasse da loro quello che desiderava: onde
non v’era popolo oppresso o repubblica tiranneggiata, che non sperasse
colla loro venuta sollevare le sue miserie. Già Luigi XI era stato più
volte da vari partiti invitato a venire in Italia; ed ora che Lodovico
il Moro mandava i suoi ambasciatori per tentare l’animo di Carlo VIII,
sembrava che neppure i governi gli fossero del tutto contrari. Sia che
Alessandro volesse spaventare il re di Napoli, per offerirgli poi la
pace a miglior prezzo; sia che si fosse lasciato aggirare dalle arti
sottilissime e dalla politica astuta del Moro; certo è che anch’egli
incoraggiava la venuta dei Francesi.[199]

Onde riesce assai singolare il pensare come questa invasione straniera,
cagione a noi di tanti mali, fosse in quel momento da quasi tutti
gl’Italiani desiderata, e dai Francesi contrastata. I baroni di
Francia, infatti, radunati a consiglio, s’erano apertamente dichiarati
contrari ad una impresa che giudicavano inconsiderata e pericolosa.
Non doversi fidare, dicevano essi, negli aiuti d’un alleato come il
Moro, d’un papa vario e mutabile come il Borgia; le armi del re di
Napoli non essere spregevoli, e la Francia esausta di danari, non avere
alcun mezzo per sostenere una lunga campagna. In fondo, diffidavano
più di tutto del loro medesimo re, che non tenevano capace a condurre
un’impresa di sì grave momento. Ma egli sprezzava i loro consigli, e
lasciavasi guidare da due uomini che non s’intendevano nè di guerra nè
di stati. Uno di essi era Stefano di Vers, in origine cameriere ed ora
maresciallo Beaucaire; l’altro era Guglielmo Brissonet, che da semplice
mercante era salito ad essere generale di Francia e ministro delle
finanze. Costoro, per la speranza di nuovi guadagni, e per le promesse
del Moro e del papa, erano i soli che favorissero allora la guerra e la
persuadessero al re Carlo.

Egli licenziò, finalmente, dalla sua corte gli agenti del re di
Napoli, e mandò quattro oratori francesi a riconoscere le intenzioni
dei vari stati italiani. Questi, invero, non trovarono alcuna simpatia
nei governi: la repubblica di Venezia era neutrale; Piero dei Medici
tutto amico degli Aragonesi; ed anche il papa, dopo avere invitato
i Francesi, voltando faccia, s’era unito a Napoli. Al re Ferdinando,
quando la sua fortuna cominciò a pericolare, non potè mai riuscire,
malgrado le molte promesse, guadagnarsi l’animo del Borgia: onde
egli moriva, il giorno 25 gennaio del 1494, tormentato da rimorsi
atrocissimi, che lo lacerarono crudelmente nelle sue ultime ore
d’agonia, e col dolore di lasciare la sua famiglia in procinto di
perdere il regno. Dopo una vita lunga e piena di prosperità, egli,
secondo l’espressione d’uno scrittore contemporaneo, finiva _sine lux,
sine crux_.[200] Suo figlio Alfonso si apparecchiava, però, con tutte
le forze alla guerra; e mentre raccoglieva i soldati e metteva in
ordine le navi, era riuscito a tirare dal suo lato il pontefice con la
somma di trentamila ducati pagati a lui, e larghi assegnamenti fatti ai
figli.

Ma se gli oratori francesi trovarono che tutti i governi italiani,
eccettuatone solo il Moro, erano divenuti contrari alla venuta del re;
videro, invece, che le popolazioni si tenevano sempre assai favorevoli.
A Firenze soprattutto, dove il Savonarola invitava apertamente dal
pergamo il _nuovo Ciro_ a passare i monti, la pubblica opinione si
mostrava senza ritegno favorevole ai Francesi, e contraria a Piero de’
Medici. Questi aveva dovuto confinare in alcune ville i suoi medesimi
cugini, che s’erano dati al partito popolare; ed avendo mandato in
Francia ambasciatori a difendere e scusare appresso il re Carlo la sua
politica, essi invece si manifestavano quasi tutti avversi al governo
Mediceo. Eravi andato, fra gli altri, Piero Capponi, il quale essendo
stato sempre uomo di partiti risoluti, consigliava al re di cacciar
via di Francia i mercatanti fiorentini; e con questo grave colpo
agl’interessi materiali della repubblica, far sollevare tutto il popolo
contro ai Medici.[201]

Queste cose avrebbero dovuto sollecitare il re Carlo a partire; ma
pareva, invece, che lo stato più naturale al suo animo fosse l’esitare.
Quando tutto era pronto per agire, quando il tempo d’operare veniva,
allora cominciavano i suoi dubbi. Come, infatti, si fu accertato che
le popolazioni erano in suo favore, cominciò allora a vedere tutte
le difficoltà dell’impresa. Ma ecco, a Lione dove il re si trovava,
arrivare il cardinale di San Piero in Vincola, che fuggiva dalla
fortezza di Ostia; donde aveva prima minacciato e spaventato il papa, e
dove era dipoi stato assediato e stretto in maniera, che trovatosi in
grave pericolo, e’ si era appena potuto salvare colla fuga. Egli era
quel medesimo che ascese più tardi al pontificato col nome di Giulio
II; uno dei pochi cardinali che non avevano voluto vendere il loro voto
al Borgia, di cui era nemico a morte, e che chiamava sempre marrano ed
eretico. Non si stancò mai di muovergli guerra; voleva raccogliere un
concilio per farlo deporre; ed era uomo che nè gli anni nè le fatiche
nè i pericoli sbigottirono mai. Venuto adunque alla presenza del re,
le parole del cardinale furono tali, che gli tolsero ad un tratto ogni
incertezza dall’animo, e lo decisero finalmente a mettersi in punto di
partire.[202]

Innanzi tutto, bisognò pensare a raccogliere danari, dei quali v’era in
Francia grandissima penuria; sebbene Lodovico il Moro avesse già dato
200,000 ducati, e facesse ora nuove promesse.[203] Si ricorse perciò
ai banchieri di Genova, pagando fortissimi interessi; s’impegnarono le
gioie della corona e di vari signori della corte. Dopo ciò, bisognò
anche fare accordo colla Spagna e coll’imperatore, per non lasciarsi
due nemici alle spalle. Si fece, adunque, colla prima un trattato
d’alleanza, con cui si cedettero Perpignano e la contea di Rossiglione,
che formavano la chiave de’ Pirenei, e che Luigi XI con molta fatica
e gloria aveva conquistate. La contea d’Artois, altra conquista del
medesimo re, fu ceduta all’imperatore, a cui venne rimandata la sua
figlia, che era stata già da lungo tempo ripudiata dal re Carlo, senza
che la volesse mai rilasciare, malgrado le istanze continue del padre.
Queste cose spiacevano naturalmente ai Francesi, i quali vedevano
l’onor nazionale gravemente compromesso dalla cessione di provincie
così importanti, da trattati che offendevano la dignità del paese, da
nuovi debiti che non si potevano comportare. Tutti auguravano perciò
male d’una impresa disapprovata dagli uomini di guerra e di stato, e
per cominciare la quale era bisognato umiliarsi in faccia ai vicini.
Nondimeno, Iddio aiutava la Francia, e la fortuna doveva esserle
prospera, perchè l’Italia non poteva fare alcuna resistenza.

Le nostre armi erano cadute assai basso, per non dire spente del tutto;
e quella reputazione che i soldati del re di Napoli ancora godevano,
per aver combattuto alla spicciolata contro i Baroni, non era per far
buona prova in campo aperto. I nostri famosi condottieri e capitani di
ventura, che una volta con tanto onore avevano incontrato i soldati
stranieri, che erano stati i primi a fondare la scienza della guerra
e maestri a tutta l’Europa nella milizia moderna, erano omai tutti
spenti. I loro successori non avevano ereditata alcuna delle loro
qualità: tiravano vergognosamente innanzi una guerra di mestiere, in
cui non s’occupavano d’altro che d’accrescere la paga e risparmiare
la vita. Erano i tempi di cui Niccolò Machiavelli raccontava, che
spesso due eserciti combattevano per più ore senza che alcuno vi
morisse di ferro, e perivano solo quelli che, caduti, erano pestati
dai cavalli.[204] Allora la forza degli eserciti italiani consisteva
quasi unicamente nella cavalleria: il cavaliero, poi, ed il suo cavallo
erano così gravemente armati, che una volta caduti, riusciva quasi
impossibile il potersi rilevare senza aiuto. La fanteria era invece
troppo leggera, ed appena si erano introdotti l’archibugio e la picca:
combatteva sparsa per la campagna, o dietro i fossati e gli argini; e
quando si raccoglievano le schiere, erano larghe di fronte, strette
di fianco; facilissime quindi a sfondarsi. Le artiglierie, poche e
pesanti, tirate dai bovi, difficili a caricarsi, con palle grosse e per
lo più di pietra, facevano pochissimo danno.[205]

L’esercito francese era, invece, modello di quanti se ne vedevano in
Europa. Migliorato secondo tutti i progressi dell’arte, la sua forza
consisteva principalmente nella fanteria, che camminava in ischiere
grosse e serrate, le quali con un numero grandissimo di nuove manovre,
si disponevano facilmente in tutte le guise, con agilità incredibile
di movimenti. Aveva nell’avanguardia ottomila svizzeri, e nella
cavalleria era la più ricca nobiltà di Francia e la più bella gioventù
di Scozia: onde l’emulazione ne cresceva la forza. I Francesi avevano
anche le migliori armi che si lavorassero allora. Splendeva la loro
fanteria di bellissime alabarde e picche, ed in ogni mille fanti
v’erano cento fucili. Oltre le colubrine ed i falconetti, portavano
trentasei cannoni, che erano tirati da cavalli, sopra quattro ruote,
due delle quali si smontavano per metterli in batteria; ed andavano
quasi di pari passo colla fanteria: il che era in quel tempo tenuta
cosa meravigliosa.[206] Il valutare con precisione il numero di questo
esercito, riesce quasi impossibile; perchè gli antichi scrittori sono
sempre inesatti sopra tali materie, ed il loro uso di numerare per
_uomini d’arme_,[207] ne accresce non poco la confusione. Nondimeno,
i più stimano che Carlo VIII comandasse 22 mila fanti e 24 mila
cavalieri; e che unendovi tutta la gente che lo accompagnava, e i
soldati del Moro che dovevano raggiungerlo in Italia, le sue forze
potessero ascendere a 60 mila uomini.[208]

Il re Alfonso di Napoli si apparecchiava, dal suo lato, alla guerra
con tutta l’attività e le forze di cui era capace. D. Federico, suo
fratello, andava con l’armata ad assalire Genova, dove si raccoglievano
le navi di Francia; D. Ferdinando, duca di Calabria, assistito dal
conte di Pitigliano e da Gian Iacopo Trivulzi, capitani rinomatissimi
di quel tempo, avanzavasi nelle Romagne per allontanare la guerra dai
confini del Regno.

In tale stato di cose, tutto spingeva il re Carlo ad affrettare i suoi
movimenti; e quei medesimi generali che avevano contrastato l’impresa,
ora la sollecitavano, persuasi che l’indugio non avrebbe fatto che
peggiorare le sue condizioni. Ma appunto allora il re cominciava di
nuovo a dubitare e perdersi in mille incertezze: egli sembrava aver
quasi del tutto mutato il suo animo; tanto che alcune delle sue genti
che già s’erano poste in moto, ricevettero ordine di retrocedere.
Allora il cardinale di San Piero in Vincola presentossi di nuovo, e
le sue parole furon quasi violente: egli accusò il re di mettere a
repentaglio non solo il proprio onore, ma quello anche di tutta la
nazione; e il suo impeto fu tale, che vinse ogni incertezza. Così,
finalmente, il giorno 22 agosto 1494, il re e l’esercito si mossero;
pel Monte Ginevra andarono ad Asti, dove vennero loro incontro il Moro
colla moglie, e il duca di Ferrara.

Tra le feste e le donne, Carlo dimenticava nuovamente la guerra,
e si abbandonava in modo ai piaceri, che ammalatosi gravemente, fu
costretto fermarsi per un mese. Da Asti andò a Pavia, dove visitò
l’infelice Giovan Galeazzo, che nel fiore degli anni consumavasi in
un letto; e udì i lamenti della moglie di lui, che gettandoglisi ai
piedi, raccomandava a calde lacrime il loro stato infelice. Parve che
il re si commovesse grandemente, tanto che promise a quel principe
aiuti efficaci: ma non era appena da Pavia giunto a Piacenza, che ivi
gli pervenne la nuova della morte di quel giovane, e la fama riportava
essere seguita per veleno amministratogli dal Moro. Tutto l’esercito
era indegnato di questo fatto, perchè vedeva con che sorta d’alleato
si aveva a fare: il re solo pareva non darsene alcun pensiero. Egli,
caduto un’altra volta nelle sue incertezze, non sapeva se prendere
la via di Romagna o procedere per la Toscana; e in questo mezzo, si
fermava di nuovo e davasi nuovamente ai piaceri.

Intanto, arrivavano da tutti i lati notizie di fortuna prospera ai
Francesi. In Romagna, ove già era stato mandato il valoroso generale
d’Aubigny per tenere a bada i Napoletani, egli aveva saputo, con poca
gente e senza venire ad alcun fatto d’armi, stancarli in modo, che già
si ritiravano nel Regno. A Genova, il duca d’Orleans aveva potuto, con
una flotta assai maggiore, obbligare D. Federico a retrocedere. Sbarcò
poi a Rapallo, dove era piccola guarnigione di Napoletani, un certo
numero di Svizzeri; che, aiutati dalle artiglierie delle navi, poterono
prendere la terra, metterla a sacco ed a fuoco, passare a fil di spada
non solo la guarnigione che si arrendette, ma tutti gli abitanti ed
anche quaranta malati che trovarono in letto. La nuova d’un tal fatto
sparse un terrore indescrivibile per tutta Italia, dove questo modo
feroce di guerreggiare era insolito e sconosciuto. Ogni città, ogni
più piccolo borgo s’immaginava d’avere a dividere la medesima sorte
dell’infelice Rapallo; ed il nome dell’esercito francese ne diveniva
terribile, il suo cammino si rendeva sempre più libero da contrasti.

In questo medesimo tempo, arrivavano al campo Giovanni e Lorenzo
de’ Medici, cugini di Piero, che s’erano dati al partito popolare; e
fuggiti dalle ville ove erano stati confinati dal fratello, venivano
ad assicurare al re, lo stato della Toscana essere tutto favorevole
al passaggio dei Francesi. E così l’esercito, messosi finalmente
per la Lunigiana, procedeva oltre, lungo la Magra. Giunti innanzi al
castello di Fivizzano, i Francesi lo presero d’assalto, ed emularono
le crudeltà degli Svizzeri. Ben presto però si dovettero accorgere
d’essersi messi per una via piena di pericoli. Essi erano in un paese
sterile; chiusi a sinistra dai monti; a destra, col mare tenuto ancora
dal nemico; ed in fronte avevano le fortezze di Sarzana, Sarzanello
e Pietra Santa, le quali con piccola guarnigione potevano facilmente
chiudere il passo ad ogni più formidabile esercito. Se Piero de’ Medici
avesse ardito prendere qualche forte provvedimento, egli poteva anche
in su quell’ultima ora respingere i Francesi, con loro gravissimo
danno e vergogna. Ma sembrava davvero che la Provvidenza guidasse
miracolosamente quegli eserciti alla nostra rovina; e che, malgrado
la stolta indolenza del re e il niun provvedimento d’ogni cosa più
necessaria, tutto dovesse riuscire, per loro, a prospero fine.

Intanto, la confusione era a Firenze grandissima. Il partito popolare
aveva sempre parteggiato per Francia; ma la pazza politica di Piero
aveva fatto avanzare il re da nemico, onde il paese ne andava a
sacco ed a fuoco: che fare, adunque, in tale stato di cose? Aprire
la via quando si potevano chiedere patti, sembrava imprudenza e
viltà; chiuderla, era un dichiarare la guerra. Il governo della
città trovavasi intanto nelle mani di Piero, autore unico di questi
disordini: tutti stavano perciò a guardare che partito egli fosse per
prendere, e nel comune pericolo ognuno si compiaceva di notare il suo
smarrimento e la sua confusione. La condizione di Piero era, infatti,
peggiore di ogni altra: il nemico vittorioso e vicino era contro
di lui personalmente adirato; egli, senza danaro, senza alcuno che
volesse dargliene, e col paese avverso, aveva perduto ogni consiglio.
Mandò Paolo Orsini, con alcuni cavalli e trecento fanti, a rinforzare
la guarnigione di Sarzana; ma subito dopo, crescendo la paura, si
decise di presentarsi al campo del re e chiedere egli stesso la pace.
Questo doveva essere una imitazione del viaggio che Lorenzo suo padre
fece a Napoli, quando si mise coraggiosamente nelle mani di quel
re per ottenerne patti onorevoli. Ma le imitazioni riescono assai
difficilmente; e Piero facendo per paura ciò che Lorenzo avea fatto per
coraggio, riuscì a lui in umiliazione e rovina quello che al padre era
risultato ad accrescimento di potenza e d’onore.[209]

Fattosi, adunque, accompagnare da ambasciatori della repubblica, se
ne andò a Pietra Santa; ove subito seppe come l’Orsini, incontrato per
via da alcuni Francesi, era stato disfatto. Cresciutogli perciò vieppiù
il desiderio d’ottenere la pace a qualunque costo, mandò a chiedere un
salvacondotto, ed ottenutolo, si presentò al campo. Ivi trovò che il re
e l’avanguardia battevano invano da tre giorni il forte di Sarzanello.
Ogni altro uomo si sarebbe vantaggiato della sua posizione e del grave
pericolo in cui era l’esercito nemico; ma egli non potè mai uscire
dal suo smarrimento, anzi ne fu sempre più dominato quando vide la
fredda e severa accoglienza fattagli dal re. Senza neppure interrogare
gli ambasciatori che lo accompagnavano, cedette, con una stoltezza
veramente incredibile, tutte e tre le fortezze; dando immediato ordine
a chi le teneva, di consegnarle ai Francesi; i quali subito ne presero
possesso. Prometteva anche di somministrare danaro, e di cedere le
fortezze di Pisa e Livorno; e ciò sino a guerra finita.

Padroni ormai del territorio toscano, si avanzavano i Francesi
rapidamente, non credendo quasi alla loro medesima fortuna, che così
miracolosamente li avea cavati di tanti pericoli. Divenne fra loro
universale l’opinione, che la Provvidenza aiutava quest’impresa; e vi
prestavano fede non solamente i soldati, ma anche i generali, e più di
tutti il re stesso, che si era convinto di esser davvero quel nuovo
Ciro che il predicatore di San Marco aveva annunziato.[210] Intanto,
gli ambasciatori che avevano accompagnato Piero, senza più far parola
nè a lui nè al re, partivano adirati e correvano a Firenze; dove
trovavano ogni cosa già piena di disordine, di confusione e di sdegno,
per le nuove già arrivate delle fortezze così vilmente cedute.




CAPITOLO SECONDO.

I Medici sono cacciati da Firenze. Il Savonarola va ambasciatore al
campo francese. [Novembre 1494.]


Il mese di novembre 1494 cominciava in Firenze con sinistri auspici.
La notizia, già arrivata, dell’abbandono di quelle fortezze, che
erano costate alla repubblica lunghi assedi e spese enormi,[211] e che
erano la chiave di tutto il territorio toscano, aveva già sollevato
il popolo. Il ritorno degli ambasciatori dal campo francese, fece poi
crescere assai più il furore di tutta la città. Essi raccontavano
quanto facile sarebbe stato ottenere dal re patti onorevoli: con
quanta viltà, e con quanto orgoglio nel medesimo tempo, Piero dei
Medici aveva messo l’intera repubblica nelle mani di Carlo VIII, senza
neppure interrogarli. I discorsi erano perciò in Firenze tutti pieni
di sdegno, e il popolo cominciava a radunarsi nelle piazze e nelle
vie. Si vedevano nella folla comparire di nuovo certe vecchie armi,
tenute nascoste per più di mezzo secolo; qualche pugnale che si vantava
d’essere stato vibrato in Duomo il giorno della congiura dei Pazzi:
uscivano dagli opifici dell’arti della lana e della seta alcuni di
quegli uomini forti, tarchiati e con visi terribili, che rammentavano
ancora i Ciompi di Michele di Lando.[212] Pareva quel giorno che
si fosse, come per incanto, tornati un secolo addietro; e che quel
popolo il quale aveva per sessanta anni sopportato così pazientemente
la tirannide, fosse ora deciso di correre al sangue ed alle armi per
riconquistare la sua libertà.

Se non che, in quello universale furore, una universale incertezza
e diffidenza dominava gli animi. I Medici, è vero, non aveano
lasciato alcuna guardia in Firenze, ed il popolo poteva d’ora in ora
impadronirsi di tutta la città; ma esso non sapeva di chi fidare,
a cui lasciarsi condurre. I vecchi amici della libertà erano quasi
tutti morti nei sessanta anni trascorsi, fra gli esili, le condanne
e le persecuzioni; i pochi che ancora s’intendevano dello stato,
erano uomini vissuti sempre col favore dei Medici; e la moltitudine,
uscendo dalla servitù, non poteva per sè stessa se non trascorrere
alla licenza.[213] Era, quindi, uno di quei momenti terribili, in cui a
nessuno è dato vedere quali eccessi, quali fatti atroci possono d’ora
in ora commettersi. Il popolo scorreva tutto il giorno incerto per le
vie, come un fiume impetuoso; guardava con occhio sinistro le case di
quei cittadini che avevano accumulato ricchezze coll’oppressarlo; nè
aveva altra direzione sicura, se non che in sull’ora della predica
raccoglievasi tutto nel Duomo. Ivi non s’era mai vista la gente
accalcarsi così stretta: gli uni pigiavano gli altri sino a che non
si potevano più muovere; e quando il Savonarola saliva finalmente sul
pergamo, egli era come sopra un piano fitto e immobile di teste che
lo riguardavano. Si vedeva dipinta su quei volti un’insolita fierezza,
un’insolita concitazione, ed a qualcuno di sotto al lucco rilucere la
corazza.

Quel frate era il solo uomo che potesse in quei giorni comandare alla
moltitudine; la quale sembrava pendere dalle sue labbra, e da lui
solamente aspettare la sua salvezza. Una parola inconsiderata, uscita
dalla bocca di lui, avrebbe potuto mandare a sacco le case dei più
potenti cittadini, ricominciare l’antica storia delle guerre intestine,
far versare dei fiumi di sangue; giacchè molte erano le ingiurie dal
popolo ricevute, grande il desiderio della vendetta. Egli si astenne
perciò da ogni discorso politico; ma, col cuore riboccante d’affetto,
con ambe le braccia aperte, con la persona sporgente dal pergamo,
con una voce che rimbombava in tutta la chiesa, predicava la pace, la
carità, l’unione «Ecco la spada è venuta, le profezie si verificano,
i flagelli cominciano: ecco il Signore conduce questi eserciti. O
Firenze, è cessato il tempo dei canti e dei balli: ora è tempo di
piangere con fiumi di lacrime le tue colpe. I tuoi peccati, o Firenze,
i tuoi peccati, o Roma, i tuoi peccati, o Italia, sono causa di questi
flagelli. Fate, adunque, penitenza; fate limosina; fate orazione; fate
unione. O popolo, io ti sono stato in luogo di padre; sommi affaticato
tutto il tempo della vita mia a farti conoscere le verità della fede
e del ben vivere, e non ho avuto altro che tribolazioni, scherni ed
obbrobrio: almeno mi fosse dato il compenso di vederti far le buone
opere! Popolo mio, che altro ho mai desiderato che vederti salvo, che
vederti unito? Fate penitenza, perchè s’avvicina il regno de’ Cieli.»
«Ma io l’ho detto tante volte, io ho esclamato tante volte, io ho per
te pianto tante volte, o Firenze, che ti doveria bastare.... Io mi
volto a te. Signor mio, che se’ stato morto per nostro amore e per li
nostri peccati: perdona, o Signore, perdona al popolo fiorentino, che
vuole esser tuo.[214]» E così egli andò innanzi predicando la carità,
la fede, la concordia degli animi, con tanto impeto, con tanta forza,
che ne restò più giorni esausto e quasi ammalato.[215] Quei sermoni
non furono dei più eloquenti, perchè l’agitazione toglieva luogo
alla riflessione ed all’arte; ma l’affetto con cui furono pronunziati
dominava, soggiogava quel popolo, che dopo il tumulto delle strade,
veniva in luogo di pace, ove udiva parole evangeliche. Tanta fu la
forza che ebbe in quei giorni la voce del Savonarola, che fra sì gran
tumulto di passioni popolari, non si trascorse ad alcuno eccesso;
e la rivolta che sembrava apparecchiarsi tumultuante e pericolosa
nella piazza, si compiè tranquilla e pacifica nel Palazzo: miracolo
nuovo nella storia di Firenze, che tutti gli storici di quel tempo
attribuiscono al benefico ascendente che il frate di San Marco seppe
acquistare sul popolo.[216]

Il giorno 4 di novembre, adunque; la Signoria raccolse i più reputati
e prudenti cittadini in Palazzo, per consigliarsi sul partito da
prendere. La legge e l’antica usanza della repubblica portavano che a
niuno fosse permesso di prendere la parola, se non ne veniva richiesto
dai Signori; ed allora doveva discorrere in favore del partito che
essi proponevano. Nei momenti di tumulto, però, nè questa nè altra
legge fiorentina veniva rispettata. Quel giorno, gli animi erano
pieni d’agitazione; trattavasi della salute della patria; la Signoria
domandava consiglio ad ognuno e tutti volevano parlare. Pure, tanto la
lunga servitù aveva legato gli animi, che quando messer Luca Corsini
ruppe l’antica usanza, e, senza esserne personalmente richiesto,
levatosi in piedi, cominciò a dire che le cose andavano male, che la
città rovinava nel disordine, che bisognava prendere qualche rimedio
efficace; la maraviglia fu universale: qualcuno sussurrava, qualche
altro tossiva, e, finalmente, a lui si avviluppò in modo la lingua in
bocca, ch’egli non potette procedere più oltre.[217]

Il discorso, però, fu subito ripreso da Tanai di Jacopo de’ Nerli,
giovanetto assai animoso, il quale rinforzava le parole del Corsini: ma
anche a lui cominciò a tremare la voce; ed il padre, allora, levatosi
in piedi tutto confuso, lo scusava appresso i colleghi, dicendo non
badassero alle sue parole, perchè egli era giovane e di poca testa.

Si levò, finalmente, Piero di Gino Capponi: la sua persona ben
quadrata, il capo canuto, gli occhi fiammeggianti ed una certa aria di
allegra fierezza, come di destriero ch’ha udito il suono della tromba
guerriera, fecero rivolgere verso di lui tutti gli sguardi e tacere
ognuno. Lo sapevano uomo di parole brevi, ma risolute, e di fatti
ancora più risoluti. Egli parlò chiaro, e disse: «Piero de’ Medici
non è più capace a tenere lo stato; la repubblica deve provvedere a sè
stessa; _ormai è tempo d’uscire di questo governo di fanciulli_.[218]
Si mandino ambasciatori al re Carlo; i quali se incontrano Piero, non
lo salutino; ed espongano come tutto il male è venuto da lui, e che
la città è amica del nome francese. Si facciano uomini d’onoranza, i
quali non manchino di ricevere il re con ogni festa: ma, nello stesso
tempo, si chiamino dal contado i comandanti coi loro soldati, e si
nascondano nei chiostri od altri luoghi segreti, e insieme colle genti
d’arme si tengano parati al bisogno; acciocchè quando non s’è mancato
per nulla in quello che è onesto con questo Cristianissimo principe,
nè tralasciato di contentare con danari l’avara natura dei Francesi,
si possa, ove egli trascorra ad atti e pensieri non comportabili,
mostrargli il viso e l’armi. E sopra ogni altra cosa,» egli disse
conchiudendo, «non si manchi di mandar cogli altri ambasciatori
il Padre Girolamo Savonarola, il quale ora ha tutto l’amore del
popolo.[219]» E poteva aggiungere ancora, tutto il rispetto del re;
perchè questi avea davvero concepita una quasi religiosa venerazione
per quel frate, che da tanti anni predicava la sua venuta, dicendola
ordinata dal Signore.

Il 5 novembre furono eletti gli ambasciatori, tra i quali erano il
Capponi medesimo, il giovane Nerli ed il Savonarola.[220] Questi lasciò
che gli altri partissero subito per Lucca, ove speravano d’incontrare
il re; ed egli, con due suoi frati, li seguì a piedi, come era suo
costume di viaggiare.[221] Ma prima di muoversi, parlò di nuovo al
popolo, e fece un sermone, che concluse con queste parole: «Il Signore
ha esaudito le tue orazioni; ha fatto pacificamente seguire una gran
rivoluzione. Egli solo è venuto in aiuto della città, quando tutti
l’avevano abbandonata. Attendi, e vedrai i disastri che seguiranno
nelle altre città. Persevera, adunque, o popolo di Firenze, nelle buone
opere; persevera nella pace. Se tu vuoi che il Signore perseveri nella
misericordia, sii misericordioso verso i tuoi fratelli, verso i tuoi
amici, verso i tuoi nemici: altrimenti, cadranno anche sopra di te i
flagelli che s’apparecchiano al resto d’Italia. _Misericordiam volo_,
grida a voi il Signore. Guai a chi non ubbidisce ai suoi comandi.»[222]
Fatta questa predica, si partiva per andare alla volta di Pisa; giacchè
gli ambasciatori arrivati a Lucca avevano trovato il re sul punto di
partire; onde, dopo averlo salutato, lo seguivano in quella città.

Non appena Piero dei Medici ebbe veduto ch’essi venivano in nome della
repubblica senza fare a lui alcun segno di ossequio, capì subito
che qualche grave mutamento era avvenuto nella città. Raccomandava
perciò caldamente al re la sua causa, e prometteva di pagargli 200,000
ducati:[223] raccomandava a Paolo Orsini di raccogliere le sue genti,
di soldare nel contado quanti uomini potesse e venire subito a Firenze;
dove egli entrava frettolosamente la sera dell’8 novembre.[224]
La mattina seguente, presentavasi al Palazzo verso le ore 11,
accompagnato da molta gente, con la intenzione di raccogliere il popolo
a parlamento, e restringere nelle sue mani tutto il governo. Ma la
Signoria, che era già istruita del suo disegno, lo fece passare con
alcuni solamente de’ suoi compagni; e ricevutolo con gran freddezza,
gli raccomandava di licenziare la gente assoldata, per non mettere
sè stesso e la città a qualche inutile cimento. Pietro restò talmente
confuso da un’accoglienza così fredda e risoluta, che non sapendo come
decidersi, se ne uscì, dicendo ch’egli avrebbe prima deliberato sul
da fare, e poi sarebbe venuto di nuovo a renderne conto ai Signori.
Tornato a casa, mandava ordine all’Orsini che s’impadronisse della
porta a San Gallo; ed egli armatosi, si presentava il giorno al
Palazzo, con una guardia di gente parimente armata. Ma sull’uscio
trovava alcuni dei Collegi che gl’impedivano l’entrata, dicendo avere
ordine di non lasciarlo passare altro che solo e senza armi, e per lo
sportello piccolo. Egli allora, tutto sbuffante di sdegno e minaccioso,
tornavasene indietro. Non aveva però dato appena due passi, che veniva
chiamato da un mazziere della Signoria, mandato per ordine di messer
Antonio Lorini, il solo che fosse, tra i Signori, restato ancora amico
ai Medici. Costui trovavasi appunto quel giorno tenere l’ufficio di
Proposto;[225] onde, a lui toccando il proporre le deliberazioni da
farsi, aveva in quel giorno potuto impedire che se ne facesse alcuna
contro a Piero de’ Medici: ed essendo a lui pure affidate le chiavi
della torre, avea sino allora impedito che si sonasse la campana per
raccogliere il popolo. Ma ora che, trascorrendo tutti i limiti, contro
alla volontà di ognuno richiamava indietro il Medici, messer Luca
Corsini, insieme con Iacopo de’ Nerli e Filippozzo Gualterotti, scesero
alla porta e di fatti gli vietarono il passo. Piero, che nel vedersi
richiamato avea già ripreso il suo orgoglio, voleva usar modi superbi;
ma il Nerli, respingendolo con ingiuriose parole, gli chiuse l’uscio in
sul viso.

Il popolo, che s’era trovato testimonio di questo fatto, cominciò a
levargli il rumore addosso; e per maggior dispregio, lo cacciavano via
solamente colle grida e coi becchetti dei cappucci; mentre i fanciulli
lo inseguivano coi fischi e coi sassi. Piero, colla spada sguainata
in mano, non sapendo nè usarla nè rimetterla, si restrinse pauroso in
mezzo ai suoi, atterrito dalla sola voce di quel popolo che aveva poco
prima tanto superbamente calpestato. Mentre così retrocedevano gli uni
e gli altri inseguivano, scontrarono per via il bargello, Pier Antonio
dell’Aquila; il quale volendo aiutare i Medicei, fu, dal popolo, che
era senza armi, disarmato e svaligiato con tutti i suoi. Menatolo
poi al suo palazzo, gli fecero liberare i prigionieri; e ritornando
i sollevati indietro, fu singolare il vedere come le armi tolte al
bargello fossero le prime che si brandissero in difesa della libertà.
Ma già la campana della Signoria cominciava a sonare a distesa, e
tutto il popolo correva tumultuoso in piazza: abbandonavano le case;
chiudevano le botteghe; uscivano colle ronche, cogli spiedi, coi pali,
con ciò che trovavano. Alcuni vecchi cittadini si vestirono quel giorno
con abiti d’antica foggia, con armi irrugginite, che rammentavano i
tempi della repubblica; ed erano accolti con grida di gioia, ogni volta
che comparivano nella folla.[226]

Non s’era appena il popolo radunato in piazza, quando ecco, tutto
polveroso, a cavallo di una mula, Francesco Valori arrivare da Pisa,
dove aveva parlato cogli ambasciatori fiorentini. La gente si stringeva
intorno a lui chiedendo notizie, ed in un momento egli si trovava nel
più fitto del tumulto. Il Valori era stato un antico partigiano dei
Medici, adoperato da Lorenzo in molti impieghi; e fu uno di quei cinque
cittadini mandati al Savonarola per consigliarlo a moderare le sue
prediche. Ma da quel momento, esso cominciò invece a sentir simpatia
pel frate, ed a poco a poco ne divenne uno dei più caldi seguaci. Il
mal governo di Piero lo spinse poi decisamente nel partito popolare,
che assai più si addiceva alla natura del suo carattere. Egli aveva,
infatti, tutte le qualità d’un capo-popolo: impetuoso ed ardito,
di poca testa e di gran cuore, eccessivo in tutti i suoi partiti,
trovavasi in mezzo ai tumulti come a casa sua. E quel giorno, su
quella stessa mula, così polveroso com’egli era, cominciò ad arringare
la moltitudine. — Raccontava, come gli ambasciatori avevano a Lucca
trovato il re assai ben disposto; ma che seguitolo a Pisa, ne erano
stati freddamente ricevuti, perchè Piero de’ Medici, prima di lasciare
il campo, aveva fatto mille preghiere e mille promesse a danno della
città. — Quando poi s’avvide che il popolo era venuto in furore, si
mise alla sua testa, e col grido di _abbasso le palle_, lo condusse ad
assalire la casa dei Medici.[227]

Piero aveva, in questo mezzo, fatto chiamare l’Orsini con la sua gente;
s’era armato di tutto punto, e colla forza voleva ritornare in Palazzo.
Il cardinal Giovanni suo fratello[228] s’era già avviato innanzi; e
correndo le vie, cercava sollevare il popolo in suo favore col grido
di _palle, palle_: ma niuno gli rispondeva, anzi molti dalla strada
e dalle finestre lo minacciavano. Quando fu giunto alla chiesa di San
Bartolommeo, egli potè distinguere la moltitudine guidata dal Valori,
che armata e tumultuante si avvicinava, onde assai rapidamente volse
indietro i suoi passi. Arrivato a casa, trovò che Piero s’era già
dato alla fuga. Avendo esso ricevuto un bullettino della Signoria,
che dichiarava ribelli lui ed il cardinale, e saputo come questi
già retrocedeva, non gli era bastato l’animo neppure d’aspettarlo; e
raccolta la poca gente che aveva intorno, era corso alla porta a San
Gallo. Ivi fece l’ultimo tentativo di sollevare quel borgo, popolato
d’infima gente, stata sempre affezionatissima alla sua casa; ma invano
egli alzava la voce, invano gettava oro per le vie: anche quell’ultima
plebe lo guardava con disprezzo, correndo invece verso il palazzo dei
Signori. Allora si persuase, finalmente, che era inutile sperare; che
bisognava, invece, provvedere a salvare la vita. Avvilito, prostrato
da tante traversíe che in sì breve spazio gli erano venute addosso,
si mise per la via di Bologna; e non s’era appena allontanato pochi
passi, che vide chiuderglisi dietro la porta della città. Egli andava
in compagnia del fratello Giuliano,[229] e d’alcuni pochi soldati; i
quali, più di lui spauriti per la tema d’essere nella campagna assaliti
e messi a pezzi dai contadini, lo lasciarono, la più parte, prima di
uscire dai confini della Toscana. Giunto in fine a Bologna, stracco
e trafelato dal lungo viaggio, con poca e misera compagnia, fu dal
Bentivoglio quasi villanamente ricevuto. — «Mi sarei lasciato piuttosto
tagliare a pezzi, egli disse, che abbandonare lo stato. — » Non andò
guari per altro, che presentatosi un uguale pericolo, anche il superbo
Bentivoglio si dette vilmente alla fuga. Piero, intanto, sempre più
abbattuto dall’avversa fortuna, continuava oltre il viaggio sino a
Venezia; dove finalmente trovava cortesia e riposo. Anche ivi ebbe il
dolore di vedere che il Soderini, ambasciatore fiorentino, s’era già
dichiarato in favore del nuovo governo: ma la Signoria veneziana lo
accolse con tutti gli onori che soleva usare verso i principi decaduti;
e ciò fu un gran sollievo al suo animo travagliato.

A lui pareva d’essere in quei pochi giorni vissuto un secolo, ed ora
si destava come da un lungo sogno, e cominciava a comprendere con
quanta stoltezza si era condotto, con quanta viltà aveva abbandonato
lo stato, senza che ancora nessun reale pericolo lo avesse minacciato,
quando già il re Carlo si era volto in suo favore. E certo, se in quei
primi giorni egli avesse saputo mostrare un animo risoluto, avrebbe
potuto spegnere o frenare quei movimenti in sul nascere, sicuro come
era del vicino aiuto di Francia.[230] Infatti, quel re tanto gli
era divenuto favorevole, che già arrivavano suoi messi a Venezia,
invitando Piero de’ Medici a tornare in Firenze. Ma a questo, oggimai,
non bastava più l’animo di trovarsi una seconda volta in mezzo a quel
popolo tumultuante, le cui grida minacciose ancora pareva che lo
spaventassero. Intanto, arrivava a Venezia anche il cardinale, che
nella sua fuga aveva mostrato animo maggiore. Assai più tardi aveva
abbandonato la città, travestito da frate, con molta fatica e non
senza grave pericolo: aveva presi tutti quegli oggetti più preziosi che
potette nel disordine raccogliere, e portatili subito ai frati di San
Marco, riusciva in questo modo a salvarli; come fecero anche parecchi
altri di quei cittadini che sapevano d’essere più invisi al popolo.
Tanto era grande appresso tutti il nome della onestà di quei frati, che
mentre il loro convento era tenuto quasi centro del partito popolare, i
partigiani dei Medici ed il cardinale medesimo non sapevano ove meglio
ricoverare le loro cose più preziose.

In questo mezzo, la Signoria metteva una taglia di 5,000 fiorini
per chi consegnasse vivi Piero o il cardinale, e di 2,000 per chi li
desse morti. Si cercava nel medesimo tempo distruggere ogni memoria
del passato: erano cancellate dal palazzo del Podestà le immagini
dei ribelli del trentaquattro, dalla porta della dogana quelle dei
ribelli del settantotto:[231] venivano richiamate le famiglie dei
Neroni Diotisalvi, dei Pazzi e di molti altri esuli o confinati; fra i
quali erano Lorenzo e Giovanni de’ Medici, cugini di Piero, che appena
tornati, levarono dalle loro case le insegne delle palle per mettervi
l’arme del popolo, e di Medici che erano, si vollero chiamar Popolani.
Così cominciavasi già ad adulare quella moltitudine, pochi giorni
innanzi tanto vilipesa!

Il tumulto intanto cresceva, e la plebe sembrava cominciare a divenire
ebbra nel disordine. Andavano a sacco le case di Giovanni Guidi notaio
e cancelliere delle Riformagioni, e d’Antonio Miniati provveditore
del Monte; due uomini ch’erano stati fidi strumenti dei Medici, e
sottili consiglieri nel trovar modo a gravare il popolo d’imposte
incomportabili; onde erano divenuti l’odio di tutta Firenze. Fu del
pari saccheggiata la casa del cardinal Giovanni dei Medici, e quel
giardino di San Marco, ove essi avevano raccolto tanti oggetti preziosi
di arte. Ancora non s’era cominciato a sparger sangue, ma pure molti vi
erano assai inclinati; e vi sarebbero certo venuti, se i partigiani del
Savonarola non si fossero molto adoperati per impedirlo, se d’ora in
ora non si fosse aspettata la sua venuta dall’ambasceria al re Carlo,
e se la Signoria non avesse con severissimi bandi cercato di metter
termine a questi disordini.

Ad accrescere però i mali umori, arrivavano ora gli ambasciatori da
Pisa, e portavano del re Carlo notizie poco soddisfacenti. Essi gli
avevano esposto: — La città essergli amica, ed apparecchiarsi già
a riceverlo con quegli onori ch’erano convenevoli alla sua maestà;
chiedere solo, che siccome da amico era ricevuto, così da amico volesse
comportarsi: venisse perciò sin d’ora agli accordi, acciò la pubblica
gioia più compiuta si potesse manifestare. — Ma quel re non dava mai
altra risposta, se non che: — «Dentro alla gran _villa_ s’assetterebbe
ogni cosa.» — E dalla sua freddezza appariva evidente, che le istanze,
le preghiere e le promesse che Piero dei Medici gli aveva fatto di
danari, di obbedienza, di ogni cosa, lo avevano volto in suo favore.
Onde gli ambasciatori tornavano ora senza alcuna conclusione, e solo
potevano assicurare, il re non esser punto favorevole alla repubblica.

Se non che, quando essi avevano fallito l’intento loro, il frate
di San Marco si presentava al campo francese; e, passato fra quella
gran moltitudine d’armati, arrivava finalmente alla presenza del re,
che, in mezzo ai suoi generali, gli faceva assai lieta accoglienza.
Ed il frate, senza molti preamboli, cominciava un breve sermone,
che pronunziò con voce sonora, con accento quasi imperioso. — «O
Cristianissimo re, tu sei uno strumento nella mano del Signore, che
ti manda a sollevare i mali d’Italia, come io già da più anni ho
predetto; e ti manda a riformare la Chiesa, che giace prostrata in
terra. Ma se tu non sarai giusto e misericordioso; se tu non rispetti
la città di Firenze, le sue donne, i suoi cittadini, la sua libertà;
se tu dimentichi l’opera per cui il Signore ti manda; Esso allora
sceglierà un altro per adempierla, aggraverà la sua mano adirata sopra
di te, e ti punirà con flagelli terribili. Queste cose io ti dico
da parte del Signore.»[232] — Il re ed i generali sembrarono udire
assai attentamente le minacciose parole del Savonarola, e prestarvi
grandissima fede. Era, in fatti, venuta in ognuno l’opinione, che
quegli eserciti fossero veramente guidati dal Signore ad un fine
provvidenziale; ed il re Carlo nutriva una grande venerazione per colui
che aveva profetato la sua venuta ed assicurava prospero successo alle
sue imprese: onde quel sermone pareva che mettesse davvero un certo
terrore nell’animo suo, e lo risolvesse a comportarsi più onestamente
coi Fiorentini; ai quali il Savonarola, tornando poco dopo gli altri
ambasciatori, portava migliori speranze.




CAPITOLO TERZO.

Sollevamento di Pisa. Entrata di Carlo VIII in Firenze; suo trattato
colla repubblica, e partenza. [Novembre 1494.]


Le cose di Toscana per moltiplicati disordini divenivano peggiori. Il
giorno stesso che i Medici venivano cacciati da Firenze, i Pisani si
sollevavano a rivendicare furiosamente la loro libertà. Dacchè erano
caduti sotto il giogo fiorentino, o, come essi dicevano, straniero,
altro non avevano mai agognato che il momento di poterlo scuotere.
Perduta la loro indipendenza, essi avevano quasi in un istante visto
rovinato il commercio e l’industria, scemata la popolazione e distrutto
ogni ordine civile: la più parte di loro avevano perciò preferito
l’esilio alla servitù. Ma all’avvicinarsi degli eserciti francesi,
risorgevano tutte le speranze; ed il Moro, che sempre pescava nel
torbido e aveva già fatto il disegno d’impadronirsi di Pisa, l’istigava
di continuo a sollevarsi, promettendo ogni sorta d’aiuti, e facendo
segretamente dar buone speranze anche da persone ch’erano intorno al
re. Quindi, non appena Carlo VIII entrava in città, che il popolo di
Pisa corse a rumore le vie, distruggendo tutte le insegne fiorentine,
gettando in Arno il marzocco che era sul ponte, e ponendovi invece
la statua del re: saccheggiarono poi le case dei rettori fiorentini,
che vennero a furore di popolo cacciati dalla città. La libertà
e l’indipendenza furono così proclamate, gli esuli richiamati; si
raccoglievano armi, danari ed uomini per cominciare quella celebre
e male augurata guerra pisana, che doveva logorare le forze di due
repubbliche appena rinate, spegnere tanti valorosi cittadini senza
vantaggiare ad alcuno.

Il re, trovandosi presente a tutti questi movimenti, li volle dapprima
incoraggiare; ma vedendo poi cacciati i rettori fiorentini, se ne
mostrava invece adontato. Egli quasi avrebbe voluto che i Pisani
rivendicassero la loro libertà, e che nello stesso tempo prestassero
ubbidienza ai Fiorentini! Il popolo, invece, avendo preso il suo andare
nella rivolta, procedeva oltre rapidissimamente; e Carlo allora,
non occupandosi d’altro che di lasciare un presidio nella fortezza,
partivasene, senza quasi avvedersi di ciò che avveniva, senza punto
riflettere alle conseguenze di ciò che aveva lasciato sperare ai
Pisani. Così, prima di entrare in Firenze, egli già le aveva recato
una gravissima ferita col permettere che i sudditi della repubblica,
sotto ai suoi occhi e cogli eserciti francesi in casa, si ribellassero:
esempio pericoloso per tutto il dominio, e che non tardò molto ad
essere imitato da Arezzo, da Montepulciano e da altre città. Egli
continuava intanto il suo cammino, fermandosi ancora qualche giorno a
Signa; ove attese che i tumulti sedassero in Firenze, e che gli onori
si apparecchiassero convenevolmente al suo ingresso. Nuovi ambasciatori
fiorentini vennero ivi a sollecitarlo perchè volesse fermare i patti
prima di procedere oltre: ma la sua risposta fu sempre: «Dentro alla
gran _villa_ assetteremo ogni cosa.[233]»

Per tutte queste ragioni, lo stato della città era sempre incerto e
confuso: i Medici appena cacciati; il vecchio governo distrutto, ed
il nuovo ancora non ordinato; il re che entrava senza patti, alla
testa d’un’esercito poderoso, e già bagnato di sangue italiano.
C’era da sbigottirsi veramente: per buona fortuna, si trovavano però
a consigliare la Signoria cittadini di molta prudenza e d’animo
fermissimo. V’era, fra gli altri, Piero Capponi, che in quei
giorni pareva essere divenuto il braccio della repubblica, come il
Savonarola ne era l’anima ed il cuore. L’uno predicava la carità, la
pace, l’unione; l’altro si trovava dovunque c’era bisogno d’aiuto e
consiglio, provvedeva armi e soldati. Le case erano provviste d’ogni
sorta munizioni da guerra; i pali e le tavole pei serragli erano in
pronto; i chiostri e le corti erano pieni di gente assoldata, che si
diceva ascendesse al numero di seimila, e tenevasi presta per uscire in
difesa della Repubblica al primo suono della campana.[234]

A quindici, a sedici per volta, si vedevano intanto entrare nella città
alcuni Francesi, i quali, con la loro aria marziale e disinvolta,
senza armi e col gesso in mano, andavano segnando le case degli
alloggiamenti. Affettavano sprezzo ed indifferenza; ma pure non
potevano nascondere la loro maraviglia nel vedere una città tanto
splendida per stupendi edifizi, ed in ogni sbocco di via rimanevano
come attoniti della nuova prospettiva che si apriva ai loro occhi.
Ma ciò che più di tutto richiamava la loro attenzione, erano quei
severi palazzi che parevano fortezze inespugnabili, quelle torri che
portavano ancora i segni delle fiere e sanguinose guerre cittadine. Il
giorno 15 novembre, essi videro poi uno spettacolo che pose nei loro
animi una quasi trepidazione. Fosse caso o disegno, a un tratto corse
per la città la voce, che Piero de’ Medici s’avvicinava alle porte:
la campana sonò a distesa, le vie brulicarono di popolo in furore, la
terra sembrava partorire uomini armati che correvano verso la piazza,
i palazzi si chiudevano, le torri s’armavano; già s’apparecchiavano
i serragli, ed i Francesi vedevano quel giorno il primo saggio delle
barricate. Subito si conobbe la voce esser falsa, ed il rumore sedò
con la rapidità medesima con cui s’era levato. Ma rimase nell’animo di
quegli stranieri la certezza, che le loro manovre e i loro battaglioni,
chiusi in quelle vie, potevano fare assai poco di fronte a questa nuova
e a loro sconosciuta maniera di guerreggiare. I Fiorentini, infatti,
guardavano quella gente con una certa cotale aria di familiarità, come
se avessero voluto dire: _vedremo!_ A quel popolo, riacquistata la sua
libertà, pareva essere divenuto signore del mondo, e quasi credeva non
esservi più cosa alcuna che dovesse temere.[235]

Il palazzo dei Medici[236] era, intanto, apparecchiato per ricevere
splendidamente il re; le case dei principali cittadini per gli
uffiziali dell’esercito; le vie per cui si doveva passare erano tutte
ricoperte di tende, parate a festa con tappeti ed arazzi. Il giorno
11 novembre, la Signoria attendeva in un palco costruito alla porta
a San Frediano: molta nobile gioventù fiorentina andava fuori ad
incontrare il re, che ad ore ventuna faceva il suo solenne ingresso.
I Signori si levavano allora in piedi per andargli incontro; e messer
Luca Corsini, avendone ricevuto l’incarico, presentavasi per leggere
il discorso apparecchiato: ma in quel momento appunto cominciando a
piovere, i cavalli spingevano furiosamente gli uni gli altri, e tutta
la cerimonia andò a vuoto. Solamente il Gaddi, che era ministro di
Palazzo, trovatosi d’animo e di lingua più pronta, si fece avanti
fra quel trambusto, e seppe dire in francese alcune poche parole
accomodate al bisogno: dopo di che il re, entrato sotto un ricco
baldacchino, procedeva subito oltre. La sua figura faceva un singolare
contrasto col marziale aspetto di quel numeroso e potente esercito
alla cui testa egli camminava. Era quasi mostruoso: il capo aveva
grosso, il naso lungo, la bocca larga, il corpo piccolissimo, le
gambe straordinariamente sottili, i piedi deformi. Vestiva di velluto
nero, con un manto di broccato d’oro; cavalcava un bellissimo e alto
destriero; entrava in attitudine marziale, colla lancia sulla coscia,
segno allora di conquista. E tutto ciò non faceva che mettere in
maggiore evidenza la povertà della sua persona. Accanto a lui venivano
il fiero cardinale di San Piero in Vincola, con quello di San Malò, e
alcuni marescialli. Seguiva subito la guardia reale, composta di 100
arcieri, scelti fra la più bella gioventù di Francia; e 200 cavalieri
francesi, che andavano a piede, vestiti d’armi e abiti splendidissimi.
Veniva poi l’avanguardia svizzera, coi suoi vivissimi e vari colori,
colle alabarde d’acciaio battuto, colle ricche piume sugli elmi de’
suoi uffiziali. In quei volti si leggeva la fierezza montanara e
l’orgoglio d’essere tenuti la prima fanteria d’Europa: la più parte
di loro avevano con disprezzo lasciato la corazza, per combattere a
petto scoperto. I Guasconi formavano il centro; erano piccoli, agili e
lesti, e parevano quasi crescere e moltiplicare a misura che l’esercito
si avanzava. Nella cavalleria, dove era la più nobile gioventù di
Francia, splendeva poi la maggiore ricchezza: armi cesellate, manti
di broccato ricchissimo, bandiere di velluto ricamato in oro, catene
e altri ornamenti d’oro. Una terribile apparenza facevano i corazzieri
coi loro cavalli, divenuti quasi mostruosi per avere le orecchie e le
code tagliate. Gli arcieri erano di straordinaria altezza, portavano
lunghissimi archi di legno, venivano dalla Scozia o da altri luoghi
settentrionali, e parevano, dice uno storico di quel tempo, _uomini
bestiali_.[237]

Questa tanta varietà di gente, di vesti e di armi, con tanto ordine,
tanta disciplina riunite, era uno spettacolo nuovo e maraviglioso in
Firenze e in tutta Italia, dove non erano ancora eserciti stanziali
e non si conoscevano altre armi che le mercenarie. Non potremmo dire
con quanti uomini il re facesse la sua entrata; giacchè le artiglierie
s’erano per altra via indirizzate verso Roma, molti presidii erano
rimasti nelle fortezze, altra gente s’era avviata per le Romagne.
Il Gaddi,[238] che si trovò presente alla loro entrata, dice che
ascendevano a 12,000; il Rinuccini, che vi si trovò anch’egli, li
giudicò assai meno; altri di più: comunque sia, la città ed i borghi ne
erano pieni.

Passarono pel Ponte Vecchio, tutto ornato con festa e con musica;
riuscirono nella Piazza, che era piena di carri, di trionfi e di
statue; e pel canto dei Pazzi sboccarono dietro al Duomo, girando il
quale, vennero in sulla facciata. Il popolo andava acclamando il nome
di Francia; ed il re non sapeva fare altro che sorridere stupidamente,
e dire qualche parola italiana male a proposito. Entrato in Duomo, vi
trovò la Signoria, che dalla furia dei soldati era stata costretta a
condurvisi per vie traverse; e quivi pregarono insieme. Finalmente, il
re alloggiò nel suntuoso palazzo dei Medici, ed i soldati pigliarono i
loro quartieri. Quella notte e l’altra si fece illuminazione per tutta
la città; il giorno si passò tra feste continue; e, finalmente, si
venne a trattare gli accordi.[239]

I sindaci eletti dalla Signoria a questo fine, erano: messer
Guidantonio Vespucci, messer Domenico Bonsi, Francesco Valori e Piero
Capponi; uomini tutti di grandissima reputazione nella città. Il
Vespucci era dei più dotti nelle leggi e nelle cose di Stato; il Bonsi
aveva tenuto con onore molte ambascerie; il Valori, chiamato dipoi
il _Catone fiorentino_, era, come abbiam visto, divenuto capo del
popolo; ed il Capponi, già più volte nominato, era veramente un’indole
straordinaria di uomo. — Egli era nato l’anno 1447, da famiglia
di antico sangue fiorentino, tenutasi sempre amica della libertà e
per molte azioni generose divenuta illustre. Il padre lo educò alla
mercatura, raccomandandogli di lasciar la politica, perchè i tempi
piegavano assai male; e Piero si dette allora ai traffici con tanta
energia, che molti lo accusavano d’essere divenuto troppo amico del
guadagno. Egli era in su i trenta anni, quando Lorenzo de’ Medici che
vantava di sapersi valere degli uomini, offerì a lui alcune ambascerie,
ch’esso accettò assai volentieri e le condusse con mirabile destrezza.
In queste occasioni, mostrò il Capponi d’avere un’attitudine singolare
a conoscere i caratteri degli uomini, ed una facilità grandissima
nell’acquistare predominio sull’animo de’ principi coi quali trattava,
e di quelli specialmente che più si vantavano d’indole cupa e non
penetrabile. Infatti, Ferdinando di Napoli e Alfonso suo figlio
s’affidarono più volte ai consigli di lui, preferendolo ai loro stessi
generali e ministri del regno. Ma se il Capponi passando dai traffici
alla diplomazia, s’era trovato bene; passando da questa al mestiere
dell’armi, si trovò assai meglio; e s’avvide ch’egli non era nato nè
per stare al banco nè per condurre trattati, ma piuttosto per menar
le mani. E fu un caso che lo fece conoscere a sè stesso. Egli era
commissario della repubblica nel campo di Alfonso d’Aragona, quando
veniva co’ suoi a difendere il duca di Ferrara. L’esercito napoletano
fu battuto dalle genti del papa, ed Alfonso s’era perduto d’animo in
modo, che si sarebbe certamente ritirato, se il Capponi non avesse
saputo rimetter coraggio in lui e ne’ suoi. Aggiungendo poi alle parole
i fatti, egli condusse quelle genti alla zuffa, e trovò d’essere un
valoroso e destro soldato, abile a comandare e più abile ancora ad
eseguire.[240] Da quel giorno, egli fu sempre nel più fitto delle
mischie; e la repubblica vedendo d’avere a un tratto acquistato un
così valente capitano, lo adoperava sempre nelle più ardue imprese. Più
difficile era poi l’incarico affidato al Capponi, più volentieri egli
l’adempiva, e voleva sempre far l’ufficio del soldato e del capitano:
cosa che fu infine cagione della sua morte.

Il Capponi era stato sempre amantissimo del governo popolare e nemico
della tirannide medicea; ma il bisogno di attività superava in lui
ogni cosa; e però, durante la vita di Lorenzo il Magnifico, lo aveva
in molte occasioni servito. Dopo la morte di quel principe, non poteva
il Capponi favorire in alcun modo il governo di Piero, e si dichiarò
subito pel partito popolare; che lo tenne in grandissimo concetto,
ed ora nelle sue mani principalmente affidava la salute di tutta la
repubblica. Il Capponi, infatti, era l’uomo che meglio d’ogni altro
potesse maneggiarsi con Carlo. Egli era stato più volte ambasciatore
in Francia, ed aveva imparato a conoscere l’indole di quel re e de’
suoi Francesi; dei quali soleva dire: «Quando questi nostri Italiani
si saranno una volta annasati coi Francesi, finiranno d’averne tanta
paura.[241]» Tutto il peso, adunque, di quelle faccende gravi e
difficili, cadeva naturalmente sopra di lui; ed egli, nel vedersi
in mano i destini di un intero popolo, si sentiva come allargare gli
spiriti, e diveniva quasi maggiore di sè.

Intanto, la madre e la moglie di Piero de’ Medici s’erano messe
ai fianchi del re e de’ suoi consiglieri: «davano, promettevano,
offerivano, che se Piero tornasse, lui, insieme con loro, sarebbe
stato signore della città.[242]» Con tali argomenti, l’animo dei
Francesi s’era piegato sempre più in favore de’ Medici, ed i sindaci
della Repubblica venivano con severo aspetto ricevuti dal re, che
circondato da’ suoi generali, affacciava pretensioni sempre nuove e
più esorbitanti: diceva, fra le altre cose, d’essere venuto in città
conquistata, perchè egli v’era entrato colla lancia sulla coscia! Tali
discorsi non facevano altro che inasprire gli animi, senza concludere
nulla; epperò si procedeva in lungo, peggiorando sempre. Ma quando, in
presenza dei sindaci, il re ebbe l’ardire di lasciarsi sfuggire qualche
parola in favore di Piero de’ Medici, il volto di quei repubblicani
divenne assai severo, e in poco tempo si vide mutato l’aspetto
della città. La Signoria tenne subito consiglio in Palazzo; chiamò i
principali cittadini, e fece loro conoscere il pericolo che si correva,
il bisogno che v’era di tenersi pronti al suono della campana, per
uscire armati a guidare il popolo. Nel quale erano già penetrate queste
voci; onde popolani e Francesi cominciavano a guardarsi in cagnesco,
correvano fra loro ingiuriose parole, e qualche volta si veniva ai
fatti.

Una di queste risse fu per divenire un giorno tumulto gravissimo.
Alcuni soldati francesi tenevano legati colla corda alcuni prigionieri
italiani che avevano presi in Lunigiana, e li menavano per la città,
acciò accattassero per Dio tanto da pagare la taglia che avevano loro
imposta; senza di che non li avrebbero liberati, e minacciavano anche
di ucciderli. Questo spettacolo barbaro dispiacque tanto ai Fiorentini,
che alcuni giovani più arditi, tagliata la corda, lasciarono fuggire
i prigionieri; con sdegno grandissimo dei Francesi, che non poterono
riprenderli. Onde si venne alle mani; ed il popolo tenendo forte,
da un lato e dall’altro accorreva gente ad ingrossare la zuffa. Gli
Svizzeri immaginandosi, per quel rumore, che la persona del re fusse
in pericolo, si dierono a correre verso il suo alloggiamento: ma
trovarono resistenza in Borgo Ognissanti; e volendo sforzarlo, venne da
tutte le finestre una tal pioggia di pietre, che li fece retrocedere.
Già da un’ora si menavano le mani, quando i capitani del re, e molti
principali cittadini mandati dalla Signoria, vennero, e sedarono
il tumulto. Ma questa fu una gran lezione ai Francesi, che allora
abbassarono un poco il fiero orgoglio, e s’avvidero che a conquistare
Firenze, non bastava entrarvi _col gesso in mano e la lancia sulla
coscia_.[243] Una città che al suono della campana diveniva un
castello armato, asserragliava le strade, vomitava da tutte le finestre
sassi, proiettili d’ogni sorta e fuochi lavorati, era qualche cosa di
misterioso e terribile anche per quella superba fanteria svizzera, la
quale vedeva ora che un esercito chiuso fra quelle mura poteva assai
facilmente essere distrutto; e ne rimase perciò atterrita.[244]

La Signoria colse allora il momento opportuno; e coll’aiuto di molti
ambasciatori forestieri, riuscì finalmente a temperare un poco l’animo
del re. Furono moderate le strane proposte: nè di Piero nè di città
conquistata si fece più parola: si riuscì quasi a concludere i patti.
Il re avrebbe il titolo di protettore della libertà fiorentina; egli
potrebbe ritenere per due anni le fortezze, restituendole prima, se
prima finisse la guerra; si consentiva ancora a dargli buona somma
di danari. Ma quando si fu a determinarla, cominciarono di nuovo i
dissensi. Carlo VIII era pieno di tutte le promesse fattegli da Pietro
de’ Medici e dalle sue donne: chiedeva, perciò, somme che la Repubblica
non poteva in alcun modo pagare, senza molto oppressare i cittadini.
S’erano quindi di nuovo inaspriti gli animi, e si andava di continuo
dalla Signoria al re e da questi a quella, senza poter concludere
nulla, perchè Carlo VIII s’era ostinato nelle sue parole; e già il
Capponi durava fatica a frenare il suo ardore ed impeto naturale. Il re
fece leggere allora dal segretario il suo _ultimatum_, dicendo che non
voleva retrocedere più oltre di quello. I sindaci dovettero ricusarlo
di nuovo; al che egli, rivolgendosi loro tutto adirato, disse in tuono
minaccioso: — «Noi soneremo le nostre trombe.» — Il Capponi parve
divenire di fuoco, e levato il foglio di mano al segretario, rispose
lacerandolo sulla faccia del re, quelle parole divenute immortali: —
«E noi soneremo le nostre campane.[245]» Le quali furono pronunziate
in modo, che fecero in poche ore concludere quell’accordo a cui non
s’era potuto riuscire colle preghiere, e l’andare e venire di tanti
giorni.[246]

Il trattato, adunque, diceva: — Che tra la Repubblica ed il Re
sarebbe corsa buona e fedele amicizia; che i loro sudditi troverebbero
vicendevole protezione; che il Re avrebbe titolo di restauratore e
protettore della libertà fiorentina; che gli si pagherebbe in tre rate
la somma di 120,000 fiorini; che le fortezze non sarebbero ritenute
oltre due anni, restituendosi prima, se prima finisse l’impresa di
Napoli; che i Pisani riceverebbero perdono, appena tornassero alla
obbedienza dei Fiorentini. Fu del pari tolta la taglia sui Medici,
rimanendo la confisca sui beni del cardinal Giovanni e di Giuliano,
fino a che non avessero pagato i debiti di Piero; il quale rimaneva
confinato a 200 miglia dal contado, i fratelli a 100. — Rogati i
capitoli del trattato, vennero giurati in Duomo; e la sera s’illuminò
di nuovo tutta la città, sebbene nel popolo non si vedesse più quella
prima affezione pel re.[247]

Ma pareva che cessata una difficoltà, fosse per sorgerne subito
un’altra. Quando tutto era concluso, ecco che il re non mostrava più
alcuna volontà di partire. La città era piena di soldati francesi
acquartierati nelle case, e di soldati italiani nascosti per tutto; le
botteghe chiuse, i traffici sospesi, ogni cosa incerta e disordinata;
e le querele continue fra paesani e forestieri facevano temere pericoli
più gravi. La notte succedevano assai spesso rubamenti, ed ammazzamenti
continui; cosa insolita in Firenze: e ad ogni piccolo rumore la città
intera pareva sollevata. Queste cose seguivano tutti i giorni, e però
gli onesti cittadini sollecitavano in ogni maniera la partenza del
re: ma invano; perchè egli, ricaduto nella sua inerzia, pareva quasi
non volersi più muovere da Firenze. Il che teneva gli animi tanto
più sospesi, in quanto che non si vedeva alcuna via per obbligarlo a
decidersi.

In questa occasione, si ricorse di nuovo all’autorità del Savonarola,
il quale altro non faceva allora che adoperarsi di continuo a tenere
la città tranquilla; e con le parole di pace le aveva, in quei momenti
di trambusto e pericolo, recato un utile non punto minore di quello
che avesse fatto il Capponi col suo eroico ardimento. I discorsi del
frate erano stati, quei giorni, sempre sul bene universale. «Mettano
i cittadini da parte gli odii e le ambizioni; vadano in Palazzo
coll’animo retto, col desiderio di cercare il ben comune e non il
privato, colla volontà ferma di stabilire nella loro città l’unione
e la concordia. Allora saranno veramente accetti al Signore.» Egli
s’indirizzava ad ogni ordine di cittadini, e dimostrava a ciascuno in
particolare, come il suo vantaggio in questa e nell’altra vita stesse
nel difendere la libertà, nello stabilire l’unione e la concordia.[248]
Invitato allora di andare al re Carlo e cercare di persuaderlo a
partire, egli accettò subito l’incarico, e senza indugio si presentò
al reale alloggiamento. Ivi gli uffiziali e baroni voleano vietargli
l’entrata, perchè temevano che la presenza del frate potesse impedire
il saccheggio di quel ricchissimo palazzo, sul quale già avevano fatto
disegno. Ma ripensando poi alla quasi venerazione che il re aveva per
lui, non vollero resistere alle sue istanze, e lo lasciarono passare.
Carlo, circondato da’ suoi baroni, gli fece lietissima accoglienza,
ed il Savonarola usò brevi parole: «O Cristianissimo principe, la tua
dimora riesce di grave danno alla città ed alla tua impresa. Tu perdi
il tempo, dimenticando il dovere che la Provvidenza ti ha imposto, con
grave danno della tua salute spirituale e della gloria mondana. Ascolta
adesso la voce del servo di Dio. Prosegui oltre il tuo cammino, senza
indugio. Non voler fare la rovina di questa città, e promuovere contro
di te lo sdegno del Signore.[249]»

E così, finalmente, il giorno 28 di novembre, a ore 22, il re si
partiva, insieme coll’esercito, lasciando di sè assai poco buona
opinione nel popolo di Firenze. E fra le giuste cagioni di rammarico,
non fu ultima il vedere, come quello splendido palazzo nel quale con
tanta generosità e buona fede era stato alloggiato, fosse mandato
a sacco; e non per le mani solamente de’ soldati o bassi uffiziali,
ma per quelle ancora dei generali e baroni, per quelle del medesimo
re, che portò via gli oggetti più preziosi, e rubò fra le altre cose
un liocorno, che il Comines pensò valesse circa sette mila ducati.
Quel che facessero gli altri dopo un tale esempio, si può facilmente
immaginare: «s’impadronirono senza pudore,» scrive lo stesso Comines,
«di tutto quel che tentò la loro cupidigia.[250]» In questo modo
andarono perdute le ricche e maravigliose collezioni dei Medici;
giacchè il poco che i Francesi non rubarono, lasciarono in tale stato,
che bisognò venderlo.[251] Nondimeno, era tale e tanta la gioia di
vedersi finalmente liberi da quel pericoloso ingombro d’eserciti
forestieri, che niuno pensò più ai danni ricevuti; ma invece nelle
chiese rendevansi pubbliche grazie al Signore, nelle vie il popolo
riprendeva la sua spensierata allegrezza, ed in Palazzo cominciavasi a
pensare di provvedere agli stringenti bisogni dello Stato.

L’aspetto della città s’era, in questo mezzo, affatto mutato. I
partigiani dei Medici sembravano, come per incanto, spariti; il partito
popolare si trovava solo a dominare ogni cosa, ed il Savonarola era
quello che dirigeva le volontà di tutto il popolo. Lui dicevano profeta
veridico delle cose avvenute, lui solo essere stato capace a moderare
l’animo del re nel suo entrare in Firenze, lui solo averlo indotto
a partire; e così da lui attendevano consiglio, aiuto e comando, in
ogni cosa che fosse per seguire. E quasi che gli uomini del vecchio
Stato volessero sparire per dar luogo ai nuovi, morivano in quei mesi
alcuni di coloro che meglio avevano rappresentata la corte medicea.
Angelo Poliziano era morto nel 24 settembre di questo anno, «con tanta
infamia e pubblica vituperazione, quanto uomo sostener potesse.[252]»
Lo accusavano di mille vizi, di mille oscenità; ma la cagione vera
di tutto quest’odio risiedeva piuttosto nell’essere Piero de’ Medici
divenuto allora già esoso a tutti, e nel sentirsi vicina la cacciata
di lui e de’ suoi.[253] Nè a temperare quelle passioni, bastò il
conoscere che le ultime parole dell’illustre poeta, del sommo erudito,
erano state parole di pentimento. Egli aveva chiesto che il suo corpo,
vestito dell’abito domenicano, fosse sepolto nella chiesa di San Marco;
ove infatti le sue ceneri riposano accanto a quelle di Giovanni Pico
della Mirandola, morto il giorno medesimo in cui Carlo VIII entrava in
Firenze.[254] Il Pico aveva, anch’esso, mostrato da più tempo desiderio
di vestire l’abito di San Marco; ma avendo esitato, non potè adempiere
il suo proposito, perchè venne sorpreso dalla morte nella giovane
età d’anni trentadue.[255] E morendo chiese al Savonarola, che non lo
lasciasse scendere nella tomba senza averlo prima vestito dell’abito.

La fine di questi due illustri italiani faceva tornare alla memoria le
ultime ore e la confessione del Magnifico; ed a molti pareva quasi che
la società medicea volesse nello spegnersi riconoscere i suoi peccati,
e chiederne assoluzione a quel popolo che aveva tanto oppressato, a
quel frate che ne era come la persona viva e parlante. Singolare era,
certamente, che tutti costoro si rivolgessero ora a quel convento
di San Marco, donde era partito il primo grido di libertà, la prima
opposizione e la prima accusa contro la tirannide dei Medici.




CAPITOLO QUARTO.

Condizione politica di Firenze, dopo la partenza dei Francesi. Il
Savonarola propone la forma del nuovo governo. [Decembre 1494.]


In Firenze, per antichissima usanza, s’erano sempre mutati i governi
col mezzo dei Parlamenti. Il popolo, chiamato al suono della campana,
si raccoglieva, senza armi, nella piazza, che era guardata dai
fanti armati della Signoria; la quale scendeva sulla ringhiera[256]
a chiedere Balía per sè, o pe’ suoi amici. La Balía era, poi, una
dittatura, che si poteva avere per mesi o per anni; poteva rinnovarsi
più volte di seguito, e dava facoltà di mutare la forma del governo.
Allora il popolo veniva di nuovo chiamato a parlamento; e, radunato
sotto questa menzognera apparenza di libertà, si mostrava sempre docile
strumento alle voglie ambiziose dei più potenti, e sempre applaudiva
ad alta voce le proposte della Balía; credendo dare prova della sua
indipendenza e libertà, nel momento stesso che la distruggeva. Così ne
venne quell’antichissimo proverbio fiorentino: _Chi disse parlamento,
disse guastamento_. Colle Balíe e coi Parlamenti avevano, infatti,
dominato lungamente gli Albizzi; con essi avevano tiranneggiato
i Medici. Nondimeno, tanta era la forza dell’uso, che non furono
appena nel 94 partiti i Francesi, e subito, il 2 dicembre, la campana
di Palazzo sonava a parlamento; i fanti della Signoria tenevano,
armati, le bocche della piazza; ed il popolo, tutto fiero di sè,
veniva raccolto _all’antica_,[257] cioè sotto i suoi Gonfalonieri di
compagnia. I Signori leggevano una provvisione, colla quale chiedevano
di nominare venti Accoppiatori, colla Balía e facoltà di eleggere per
un anno, la Signoria e tutti i principali magistrati, e di scegliere a
Gonfaloniere di giustizia uno di loro medesimi.[258] La moltitudine,
quasi furibonda di gioia, applaudiva ad altissime grida; e così il
nuovo governo, che si chiamò dei Venti, veniva formato.

In antico, il governo della repubblica fiorentina componevasi di
otto Priori ed un Gonfaloniere di giustizia; i quali formavano il
supremo magistrato, o la Signoria, che mutavasi ogni due mesi. I
Dodici Gonfalonieri delle compagnie, sotto i quali si era usato una
volta raccogliere il popolo armato, uniti coi dodici Buoni Uomini,
non ebbero di poi quasi altro ufficio che quello di accompagnare la
Signoria; e tutti insieme formavano il Collegio, e si chiamavano anche
i tre maggiori uffizi. Seguivano i Dieci della guerra, eletti ogni sei
mesi; e gli Otto, che stavano principalmente sopra i delitti criminali
e politici, ed erano eletti ogni quattro mesi. Venivano, finalmente,
i due Consigli o assemblee del Comune e del Popolo; i quali erano
stati formati quando la città si trovava divisa in Popolo propriamente
detto, e Potenti, che più particolarmente si arrogavano il diritto di
formare il Comune. A questi Consigli era affidato il votare le leggi e
la elezione dei magistrati, nella quale facevasi allora consistere la
principale importanza del governo.[259] Quando i Medici cominciarono a
dominare, essi distrussero ogni ordine di cittadini, ed uguagliarono
tutti sotto la loro tirannide: onde i due Consigli, del Comune e del
Popolo, non avevano più alcuna ragione di esistere; ma pur tenevano le
loro adunanze per una vana apparenza, e perchè quei principi avevano
osservato come il popolo fosse attaccato più al nome, che alla sostanza
stessa della sua libertà. Lorenzo il Magnifico, seguendo questa
politica, continuò sempre a farli radunare; ma creava nello stesso
tempo un nuovo Consiglio, che chiamò dei Settanta; e lo fece tutto
di suoi partigiani. Trasferiva in esso ogni autorità degli antichi
Consigli, e massimamente la elezione dei magistrati, colla quale sapeva
di poter essere padrone di tutta la repubblica.[260]

E adesso, radunandosi il Parlamento, si lasciavano intatti gli antichi
magistrati, e distruggevasi solo il Consiglio dei Settanta, la cui
autorità passava tutta nei venti Accoppiatori; onde si mutavano le
persone ed il nome, piuttosto che la forma stessa del governo. Pareva
al popolo, come era parso ai Medici, e come sembrava allora ad ognuno,
che chi avesse in mano l’elezione della Signoria, avesse la balía
ed il governo di tutto. In vero, l’ufficio dei magistrati era assai
male definito, sì che ognuno di essi credeva essere onnipotente, e la
Signoria poi lo era di fatti. Essa aveva l’amministrazione dello Stato;
giudicava le liti; condannava nella vita e nella roba; mandava, qualche
volta, ambasciatori, e dichiarava la guerra; faceva nuove leggi;
insomma, gli Statuti le concedevano molto; e ciò che gli Statuti non
le concedevano, essa poteva con modi straordinari ottenerlo.[261] Nè a
questa sua illimitata potenza s’era trovato altro freno, che il farla
mutare ogni due mesi; onde l’essere dei Signori era divenuto assai meno
che avere autorità di eleggerli: perchè, a chi sedeva nel magistrato,
bisognava dopo due mesi deporre ogni autorità; mentre chi lo eleggeva,
poteva di continuo, o per molti anni, essere padrone del tutto.[262]
Questo era mirabilmente riuscito al Magnifico col suo Consiglio de’
Settanta: questo niuno dubitava che dovesse ora, per mezzo dei Venti,
riuscire al popolo.

Venendo però al fatto, si vide che le cose seguivano diverse assai
da quello che s’era disegnato. La repubblica era nelle mani degli
Accoppiatori, ma la macchina dello Stato non camminava; avevano
autorità sopra ogni cosa, ma di nulla si trovavano nel fatto padroni.
Ai Medici, agli Albizzi o ad altra potente famiglia, circondata
d’amici, piena di danari e con un nome grandissimo, era stato possibile
dominare la città con quegli arbitri: ma che cosa potevano fare venti
cittadini, di pensare, di condizione e d’indole diversissimi, molti
dei quali erano nuovi affatto nelle cose di Stato? Malgrado la loro
autorità, si trovarono incapaci e deboli a governare; e la principale
debolezza nasceva dal non potersi facilmente mettere d’accordo. Di
ciò si ebbe subito una prima esperienza nella elezione che si dovette
fare del gonfaloniere, non essendo stato possibile raccogliere più di
tre voti intorno ad un medesimo nome; tanto che, con loro grandissimo
carico, furono costretti deliberare di scegliere quello che avesse più
voci, sebbene non raggiungesse il numero voluto dalle leggi.[263]

In questo modo, l’antica usanza dei Parlamenti partoriva subito gli
antichi disordini; perchè ancora non era cominciato il nuovo governo,
che già tutti pensavano di mutarlo. Ognuno vedeva che era una vana
speranza il far rivivere la repubblica, lasciando intatte quelle
vecchie istituzioni da cui i Medici aveano tolto ogni residuo di
vita; ognuno vedeva che nelle mani degli Accoppiatori s’era messo
un cadavere, ed invano si aspettava che vi spirassero la vita.
Si cominciava, perciò, a pensar di rinnovare tutto il governo,
ricostituire tutto il popolo; ma quando si veniva alla prova, sembrava
che il provvedere con efficacia fosse tanto più difficile, quanto
maggiore ne era il bisogno: da tutti i lati crescevano le difficoltà,
moltiplici e inopinate.

La ribellione di Pisa diveniva ogni giorno più grave: quivi il pericolo
aveva stabilito la concordia degli animi; il governo si era rapidamente
costituito; si raccoglievano uomini, armi e danari; i cittadini
erano animati da un grande ardore di libertà e d’indipendenza.
Il resto del territorio fiorentino era tutto mal fermo: Arezzo e
Montepulciano, incoraggiati dall’esempio di Pisa, dai danari e consigli
di Siena, ribellavansi ben tosto anch’essi; altri borghi o città
s’apparecchiavano a fare lo stesso. Quindi in Firenze la necessità
urgente di danari, per nutrire tre guerre e pagare le somme promesse al
re di Francia, che già chiedeva che gli fossero anticipate. Bisognava
assoldare gente, levar fanti nel contado, trovar capitani, ed imporre
nuove e maggiori gravezze ad un popolo già oppressato. A ciò sarebbe
difficilmente bastato un governo forte ed unito, e se ne aveva invece
uno così debole ed incerto, che bisognava mutarlo.

I cittadini fiorentini avevano, d’altronde, nei sessanta anni
trascorsi, perduta affatto quella loro antica e maravigliosa attitudine
politica a formar nuove leggi e nuove istituzioni; onde, trovandosi a
un tratto liberi e padroni di sè, erano come smarriti e confusi nella
loro stessa libertà. Non v’era più un ordine di ottimati che avesse,
come al tempo degli Albizzi, potuto prendere in mano la direzione
della cosa pubblica. Gli agiati cittadini non avevano, sotto i Medici,
goduto altro privilegio che quello della loro ricchezza; con essa e con
qualche impiego, per favore ottenuto, aveano vissuto tutta la loro vita
senza esperienza, senza pratica e senza affezione alcuna alle cose di
Stato. Il popolo minuto poteva poi dirsi assolutamente disfatto. Quelle
antiche Capitudini delle arti, che erano state ad un tempo centro della
vita industriale e della vita pubblica; officine ove s’erano raccolte
quelle straordinarie ricchezze, che soccorrevano la patria nelle
sue lunghe e difficili guerre; arena politica, nella quale entravano
a lottare e si educavano quei bravi artigiani, che tanto abilmente
sapevano poi consigliare la repubblica, tanto coraggiosamente servirla;
quelle antiche capitudini, adunque, più non esistevano che di nome; il
popolo viveva, perciò, sgominato e sciolto. Egli era, dunque, difficile
ordinare un nuovo governo; non solamente perchè la guerra consumava
la città, perchè le antiche istituzioni avevano perduto ogni vita, il
popolo ogni educazione politica; ma ancora perchè esso era talmente
mutato in ogni sua parte, che niuna delle antiche forme repubblicane
più gli si addiceva.

Nè solamente mancavano nel popolo le disposizioni più necessarie;
ma ancora mancavano affatto gli uomini che potessero guidarlo nella
grave e difficile impresa di dare costituzione a sè stesso. Noi
abbiamo visto nella moltitudine tumultuante sorgere Francesco Valori
per guidarla a cacciare i Medici; ma, per quanto egli fosse in piazza
un uomo impareggiabile, era non per tanto incapace di ascendere nel
Palazzo, ove con difficoltà sapeva frenare l’impeto delle sue esaltate
passioni. Abbiam visto rendersi immortale Piero Capponi in faccia al
re ed ai generali di Francia; ma anch’egli s’impazientiva a discorrere
lungamente nei Consigli. Quando bisognava rompere una discussione per
metter mano alla spada, quello era il momento di Piero Capponi; ma
stare a discutere, a lottare, a ragionare lungamente col lucco sulle
spalle e il cappuccio in testa, era cosa che lo annoiava. Si trovava
assai meglio colla corazza indosso, esposto al sole, alla pioggia ed
alle palle nemiche. Egli, infatti, ora non chiedeva altro, che d’essere
mandato al campo di Pisa per cominciare la guerra.

In un momento, adunque, di tanta necessità, non si sapeva veramente
vedere in chi si potesse sperare: nè era facile il credere che la
opportunità dovesse far sorgere uomini nuovi; perchè nei sessanta
anni trascorsi sotto la tirannide, niuno s’era educato alla libertà,
ed ognuno aveva perduta quella pratica delle cose pubbliche, che è
indispensabile a chi vuol dare nuova forma e nuovo governo a tutto
un popolo. Se non che, come a tutti i mali sorge sempre un qualche
naturale compenso; così allora in Firenze s’era già cominciata a
formare quella scuola di politici italiani, che più tardi produsse
Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini e Donato Giannotti; i
quali entravano appena nella loro prima giovanezza, ora che la patria
ritornava libera. In quei petti fiorentini era stato così grande
l’amore della libertà, che dal momento in cui non poterono più entrare
a discutere liberamente nei Consigli, si misero a ragionare dello
Stato, e crearono la scienza politica. Nell’aprire i loro libri,
noi, infatti, troviamo che essi incominciano sempre col dire, come
la più grande felicità che dall’uomo possa provarsi su questa terra,
sia il partecipare al governo della patria; e quando la tirannide ci
nega questa suprema felicità, allora altro non gli resta che cercarla
negli studi, aspettando tempi migliori, ed apparecchiando esperienza
ai posteri. Ma il sorgere di questa scienza era assai inefficace
compenso ai mali che travagliavano allora la Repubblica. Non solamente
non si vedeva ancora, fra gli uomini di quella scuola, alcuno che
potesse collo splendore della sua fama comandare al popolo; ma essi,
quasi tutti educati alla solitudine degli studi, poco pratici nel
maneggiare gli affari e ignoti alla moltitudine, non erano certamente
per acquistare importanza in quei giorni di tumulto, nei quali il
mondo appartiene alla forza. Le loro idee dovevano, però, in quella
rivoluzione acquistare nuova forza e diffondersi assai largamente nella
moltitudine; onde a noi importa conoscerle.

Lo studio della politica si fonda oggi sopra principii generali:
nei governi, si cerca la più equa divisione dei poteri, la più
sana amministrazione della giustizia, la maggiore indipendenza dei
magistrati, la più larga libertà dell’individuo. Allora, invece, la
scienza dei politici italiani non era quasi altro che un’analisi e
uno studio delle umane passioni. Partendo dalla sola idea, che il
governare sia la maggiore felicità, il maggiore desiderio dell’uomo;
ne veniva naturalmente, che tutti dovessero aspirarvi, che tutti
volessero ridurre nelle loro mani il governo della patria, e ognuno,
di necessità, a danno degli altri. Da queste ragioni doveva nascere
un continuo pericolo di cadere nella tirannide; ed in essa erano,
infatti, caduti quasi tutti i governi italiani. Alla domanda: — quale
è il perfetto governo? — tutta la scuola dei politici italiani non
dava, quindi, altra risposta se non: — quello in cui non potrà nascere
tiranno. — Ed in quale non potrà nascere tiranno? — In quello che sarà
ordinato in maniera, da soddisfare contemporaneamente alle passioni di
tutti gli ordini di cittadini. In ogni città, dicevano essi, vi saranno
sempre i pochi che cercano comandare a tutti, gli ottimati che vogliono
onori, il popolo che vuole libertà.[264] — E quindi, si ricercava sin
d’allora una forma di governo misto, che avendo in sè contemperate
le varie parti della monarchia, dell’aristocrazia e della democrazia,
potesse contentare alle passioni degli ambiziosi, degli ottimati e del
popolo; e in questo modo si sperava raggiungere una sicura libertà.

Passando, poi, dalla teoria alla pratica, l’occhio dei politici
fiorentini si volgeva costantemente a Venezia. Di tutti i governi
italiani, quello era il solo che fosse sopravvissuto alla generale
rovina; il solo che, cresciuto di forza, di potenza e di onore,
non avesse ancora veduto sorgere un tiranno. Quindi, il desiderio
di Firenze e di tutte le spente repubbliche italiane, era di poter
rinascere nella forma veneziana: quello sembrava perfettissimo fra
tutti i governi. Quando, infatti, si paragonava la serie interminabile
di mutazioni avvenute in Firenze, colla eterna e severa quiete
della veneta laguna; si provava, quasi, la medesima impressione che
proviamo oggi nel paragonare la politica interna di Francia a quella
dell’Inghilterra. Ma nel desiderio che i Fiorentini avevano allora
di trasportare a Firenze la forma del governo veneziano, trovavano
quelle medesime difficoltà che incontrerebbero oggi i Francesi nel
volere adottare la costituzione inglese. I Veneziani avevano, sin da
tempi remotissimi, avuta una forte e potente aristocrazia; questa non
s’era mai vista a Firenze, dove i Medici avevano distrutta perfino
quella poca differenza che v’era stata in origine fra i vari ordini di
cittadini; ed uguagliato talmente ogni cosa, che ormai ognuno vedeva
non esservi possibile altro che o un’assoluta tirannide o un’assoluta
libertà. Nondimeno, ognuno si studiava di trovare il modo come
introdurre in Firenze il governo veneziano: alcuni volevano renderlo
più largo, altri invece restringerlo; ma a questo limitavansi allora
le diversità di tutti i pareri. Tali erano stati i ragionamenti dei
politici, e tali erano adesso i discorsi che si tenevano nelle strade,
nelle logge, da per tutto in Firenze.

Ma egli era come un navigare per perduti, fino a che si rimaneva
nell’astratto o si discuteva in piazza, senza che sorgesse alcuno in
Palazzo a proporre un partito qualunque, consigliarlo, persuaderlo agli
altri, e soprattutto ai Venti Accoppiatori, senza il consenso dei quali
era divenuto adesso difficile assai fare alcun mutamento. In questa
condizione di cose, adunque, tenendosi in disparte gli uomini della
scienza come poco pratici, e gli uomini d’azione come poco prudenti o
poco abili, incominciava a farsi largo un’altra specie di cittadini;
e questi erano i dottori di legge, nelle cui mani la fortuna suol
mettere quasi sempre il timone dello Stato, ogni volta che un popolo
passa dalla tirannide alla libertà. L’essersi molto adoperati nelle
faccende della vita, l’aver fatto professione e studio delle leggi,
fa creder sempre ch’essi abbiano quella pratica delle cose umane, e
quella dottrina appunto che si richiede in quei momenti difficili, nei
quali si muta la forma dei governi; nè bastò la lunga e sempre trista
esperienza a persuadere che gli avvocati non riuscirono giammai a
fondar nulla di stabile negli ordini politici d’alcuna nazione.

Comunque sia di ciò, dopo molto incerto ondeggiare nei consigli che
si tenevano in Palazzo, predominavano finalmente i pareri di messer
Guidantonio Vespucci e messer Paolo Antonio Soderini, ambedue dottori
in legge. Il Soderini era del partito popolare, e stato lungamente
ambasciatore a Venezia, aveva avuto opportunità di conoscere meglio
d’ogni altro la forma di quel governo. Egli proponeva, quindi,
di abolire i due Consigli del Comune e del Popolo; sostituendovi
invece un Consiglio Maggiore, a similitudine del Gran Consiglio di
Venezia, nel quale entrasse il popolo per eleggere i magistrati
e votare le leggi; ed un Consiglio più ristretto, di ottimati o
uomini di maggiore esperienza, ove, a similitudine del Consiglio dei
Pregati, si deliberassero quelle cose che in pubblico non si possono
discutere. Proponeva ancora di abolire subito i Venti, e di lasciare
intatto l’ufficio della Signoria, degli Otto, Dieci e Gonfalonieri
di compagnia. Quanto a questa seconda parte, niuno pareva che ne
disconvenisse; ma circa la formazione dei Consigli, e massime del
Maggiore, era grande la disparità dei pareri, opponendosi fortemente
gli Ottimati, le cui opinioni venivano dal Vespucci sostenute. Egli
discorreva a lungo contro l’incapacità e gli eccessi della moltitudine;
riandava tutte le scene più triste della storia di Firenze; diceva
che il Gran Consiglio era a Venezia composto di gentiluomini, e non di
popolo; il quale, nondimeno, era quivi assai più serio, tranquillo e
temperato, che a Firenze; ove gl’ingegni sono più sottili, le fantasie
più vive, le passioni più sfrenate. Rispondevasi dall’altra parte: che
tanto valeva essere gentiluomo a Venezia, quanto cittadino a Firenze,
perchè la plebe non vi aveva cittadinanza; e non essendovi, d’altronde,
un ordine di Ottimati, un governo stretto vi riusciva sempre in una
tirannide di pochi: ed in fine, che avendo il popolo cacciato i Medici,
non era giusto escludere dal governo quella parte di cittadini, per
cui mezzo solamente erasi guadagnata la libertà.[265] L’opinione del
Soderini era, senza dubbio, quella che trovava più favore nel popolo, e
appresso gli uomini savi di tutta la città; ma l’opinione del Vespucci
predominava, invece, nei Consigli del Palazzo. Ivi si celavano ancora
molti partigiani dei Medici, e vi erano i Venti Accoppiatori; i quali
dovendo ora perdere l’ufficio, cercavano che il nuovo governo si
formasse in maniera da far ricadere nelle loro mani la somma principale
delle cose. Tutti costoro non potevano però nascondere a sè stessi, che
un governo stretto dispiaceva assai al popolo e a tutti quelli che non
vi partecipavano; onde poteva assai facilmente partorire nuovi tumulti;
e si sarebbe forse caduti in una sfrenata libertà, o in un ritorno
violento dei Medici.[266]

Su queste cose ragionavasi di continuo in Palazzo, ove i Consigli
sedevano fino a notte assai avanzata.[267] Essendo la discussione
venuta nelle mani di due avvocati, superbi della importanza acquistata
in quel momento, non era per aver termine assai facilmente. Parlavasi,
discutevasi, ciarlavasi, quando vi era bisogno di agire; quando il
pericolo della guerra era gravissimo; quando tante città del dominio
minacciavano sollevarsi; quando l’intero popolo poteva stancarsi di
rimanere più a lungo sospeso sui destini del suo avvenire, e pigliare
le armi per correre a qualche sanguinoso eccesso. Molti erano perciò
spaventati, molti confusi in modo, che non sapevano che si dire nè che
si fare. Se i dotti non avevano potuto aiutare il popolo, perchè la
loro dottrina era lontana dal mondo; se non avevano potuto gli uomini
d’azione, perchè ad essi mancavano la pratica e l’esperienza della
libertà; molto meno potevano aiutarlo i dottori di legge, perchè in
essi era allora, come è stata sempre, una falsa dottrina ed una falsa
esperienza. Non vi era che il buon senso, il vero amore del bene, la
forte ed ardente volontà di farlo, che potesse salvare il popolo dalla
sua confusione. E certo, la più grande lezione che la storia possa dare
agli uomini è quella che ci mostra come, in quei terribili momenti
nei quali sembra che il mondo voglia divenir preda del più ardito e
il caos minaccia di ritornar sulla terra, quando è vana la scienza,
quando è vana la potenza, la ricchezza, gli onori, ed il coraggio
stesso è vinto dall’audacia sfrenata della plebe; allora è la virtù, è
il generoso volere, è il santo amore del bene, ciò che può solamente
aiutare un popolo. L’uomo, perciò, destinato a salvare il popolo di
Firenze era il frate Girolamo Savonarola: sonava l’ora in cui egli
doveva entrare nella politica: la necessità delle cose ve lo trascinava
inevitabilmente, malgrado la ferma volontà che egli aveva sinora avuta
di astenersene.

Nella repubblica fiorentina si erano assai spesso veduti dei religiosi
mescolati nella politica; e vi era anche l’esempio di alcuni santi,
come la famosa santa Caterina da Siena. Nondimeno, il Savonarola era
così pienamente dominato dalle sue idee religiose, che egli aveva
sempre voluto astenersene. Sebbene ora il corso inevitabile delle cose
fosse divenuto assai più forte dell’umana volontà, e che egli vedesse
come, per quella incertezza di cose, il popolo languisse nell’ozio
e nella miseria, e il suo cuore gli rammentasse che la carità rompe
ogni legge; pur nondimeno, continuava sempre a lottare con sè stesso.
Nel fare, però, le medesime prediche sopra i medesimi soggetti, nuove
idee cominciavano ad entrarvi di necessità, pel nuovo stato di cose.
— «Abbandonate le pompe e le vanità,» egli diceva, «vendete le cose
superflue e datele ai poveri. Cittadini, raccogliamo limosine in
tutte le chiese, pei poveri della città e del contado. Spendete per
essi, almeno quest’anno, il danaro dello studio di Pisa;[268] e se non
basta, mettiamo mano ai vasi e paramenti delle chiese; ed io voglio
essere il primo. Ma sopra ogni altra cosa,» egli continuava, «_fate
una provvisione_, per la quale si aprano le botteghe, e si dia lavoro
a questo popolo che rimane ozioso per le vie.[269]» Venendo poi a
discorrere della Chiesa, disse che il Signore voleva rinnovare ogni
cosa; e fece una predica nella quale, ripetendo di continuo queste
parole: _Cantate Domino canticum novum_, le spiegava ai Fiorentini
in questo modo: «Il Signore vuole che rinnoviate ogni cosa; che
distruggiate tutto il passato; che non resti nulla dei cattivi costumi,
delle cattive leggi, del cattivo governo.» Ma poi, quasi gli paresse
di avere trascorso, rivolgeva di nuovo il discorso alla Chiesa,
dicendo: «Questo è un tempo in cui le parole debbono cedere il luogo
ai fatti, le vane cerimonie ai veri sentimenti. Il Signore ha detto:
Io ero famelico, e voi non mi deste a mangiare; io ero nudo, e voi non
mi vestiste. Non ha già detto: Voi non edificaste una bella chiesa
o un bel convento; esso narra solo opere di carità; colla carità,
adunque, bisogna rinnovare ogni cosa.»[270] E in questo modo, nelle
prime prediche che fece _sopra Aggeo_, il Savonarola rimaneva ancora
ondeggiante ed incerto.

A misura, però, che l’onda del popolo diveniva più agitata, questi
discorsi riuscivano meno efficaci, ed il frate, quasi per forza e
violentemente, diveniva cittadino. Egli vedeva innanzi a sè un popolo
intero, confuso e desolato, che aveva bisogno d’aiuto, e volgeva
verso di lui solo uno sguardo pieno di fiducia. Vedeva la vanità della
scienza, l’incapacità dei prudenti, la tristizia dei molti; mentre il
suo buon senso, il suo forte volere, il suo sincero amore del bene,
gli facevano vedere chiarissima la via da percorrere. Egli diveniva
maggiore di sè; parevagli aver la forza di riunire le discordi volontà,
per dirigerle alla religione ed alla libertà; sentivasi capace di
riempiere col suo amore e colla sua anima l’intero popolo. «O Firenze,»
egli esclamava allora, «io non ti posso dire ogni cosa che io sento in
me.... Oh! se io ti potessi dire il tutto, vedresti come un vaso nuovo
e serrato, pieno di mosto che bolle per ogni verso, ma non può uscir
fuora.»[271]

Queste parole egli diceva il giorno 12 dicembre, terza domenica
dell’avvento, e quel giorno medesimo entrava a discorrere più
decisamente di politica. Incominciava collo spiegare una teoria,
allora molto diffusa nelle scuole: che il governo di un solo, cioè,
sia ottimo, quando il principe è buono; pessimo, quando il principe è
cattivo; perchè esso è più forte ed unito così al bene come al male,
e rende immagine del governo di Dio sopra la natura, la quale in ogni
cosa ricerca la sua unità.[272] Tale era il linguaggio della scuola, e
tale era anche il principio del discorso con cui il Savonarola entrava
nella politica. Ma procedendo oltre, il suo buon senso veniva a cavarlo
fuori del vecchio formalismo. «Questi principii,» egli continuava
a dire, «si debbono, però, adattare alla natura del popolo, cui si
vogliono applicare. Nei popoli del nord, ove è molta forza e poco
ingegno, e nei popoli del sud, dove al contrario è molto ingegno e
poca la forza, il governo d’un solo può essere qualche volta ottimo.
Ma in Italia, e massime in Firenze, ove abbonda forza e intelletto,
ove gl’ingegni sono sottili e gli animi inquieti, il governo d’un solo
non può riuscire altro che tirannico. Il solo governo che a noi possa
convenire, è il governo civile ed universale. Guai a te, Firenze, se
tu fai capo che possa dominare e soperchiare gli altri! Da questi capi
nascono tutti i mali che possono guastare una città. Tiranno è nome di
uomo di mala vita, pessimo fra tutti gli altri, usurpatore degli altrui
diritti, distruttore dell’anima sua, e di quella del popolo. Epperò,
la prima legge che tu devi fare, sarà questa: che nessuno possa per
l’avvenire farsi mai capo della tua città: altrimenti, tu sarai fondata
in sull’arena. Questi uomini che si vogliono elevare sopra tutti,
e che non sanno sopportare la civile uguaglianza, sono pessimi fra
tutti gli altri; cercano la rovina delle anime loro, e di quella del
popolo.»[273]

«O popolo mio! Tu sai che io non sono mai voluto entrare nelle cose di
Stato: credi tu che ci verrei al presente, se io non vedessi che ciò è
necessario alla salute delle anime? Tu non volevi credere; ma ora hai
visto che le mie parole si sono tutte verificate; che esse non sono di
mia volontà, ma vengono dal Signore. Prestate, adunque, le orecchie a
chi non cerca altro che la vostra salute. Purificate il vostro animo,
attendete al ben comune, dimenticate i privati interessi; e se in tale
disposizione voi riformate la vostra città, essa sarà più gloriosa
che non è mai stata. E tu, popolo di Firenze, incomincerai in questo
modo la riforma di tutta Italia, e spanderai le tue ali in tutto il
mondo, per portarvi la riforma di tutti i popoli. Rammentati che il
Signore ha dato segni evidenti ch’Esso vuole rinnovare ogni cosa, e
che tu sei il popolo eletto a cominciare questa grande impresa; se
però tu segui i comandi di Lui, che ti chiama e t’invita a tornare
alla vita spirituale. Apri, o Signore, il cuore di questo popolo,
acciocchè intenda quelle cose che sono in me, e che tu mi hai rivelate
e comandate.»

«La vostra riforma deve incominciare dalle cose spirituali, le quali
stanno al di sopra delle cose materiali, di cui formano la regola e
sono la vita; e tutto il bene temporale deve servire al bene morale e
religioso, da cui dipende. E se avete udito dire _che gli Stati non si
governano coi paternostri_,[274] rammentatevi che questa è la regola
dei tiranni, la regola degli uomini nemici di Dio e del ben comune, la
regola per opprimere, e non per sollevare e liberare la città. Bisogna,
invece, se voi volete un buon governo, che voi lo riduciate a Dio. Io
certamente non vorrei impacciarmi dello Stato, se non fosse così.

«Quando, adunque, avrete purificato il vostro animo, corrette le vostre
intenzioni, condannato i giuochi, le lascivie e le bestemmie; mettete
allora mano al governo, e fatene prima la bozza, per venire più tardi
alle minuzie, e correggerla. E questa prima bozza, o sia il modello e
la sostanza del nuovo governo, deve esser questa: _che nessuno conosca
benefizio alcuno se non dallo universale, il quale deve, solo, creare i
magistrati ed approvare le leggi_. La forma che meglio si adatterebbe
a questa città, è quella d’un Consiglio Grande, secondo la maniera
veneziana. Io però vi consiglio di radunare tutto il popolo sotto i
sedici Gonfalonieri, e ciascuna delle compagnie scelga una forma: dalle
sedici così ottenute, i Gonfalonieri ne scelgano dipoi quattro, e le
portino alla Signoria, che, fatta in prima solenne orazione, sceglierà
la migliore. E quella che dal popolo sarà scelta in questo modo, voi
potete tener per certo che verrà da Dio. Io credo che ne risulterà la
forma dei Veneziani, la quale a voi non deve parer vergogna d’imitare,
perchè anch’essi l’hanno avuta dal Signore, donde viene ogni cosa
buona. Voi vedete come dal tempo che c’è quel governo in Venezia, non
vi è nata alcuna setta o dissensione di sorta: epperò bisogna credere
che sia voluta da Dio.»[275]

Dopo ciò, il Savonarola disse poche parole sopra alcuni provvedimenti
più particolari, ma non meno necessari a farsi speditamente. L’uno
di questi era il riordinar le gravezze, che non solo oppressavano il
popolo minuto con una ingiustizia non credibile, ma facevano ancora
che, mentre tutti lamentavano d’essere soverchiamente aggravati, lo
Stato si trovasse in continue strettezze. Proponeva del pari, che
mentre a tutti gli uffici di qualche importanza si dovesse provvedere
con la elezione, si lasciassero gli altri alla sorte, per dare
ad ognuno incoraggiamento e speranza di prender parte al governo.
Concludeva, poi, col raccomandare pubbliche orazioni, ed una pace
generale fra tutti i cittadini del vecchio e del nuovo governo.[276]

Nelle prediche antecedenti, queste medesime idee avevano cominciato
già a filtrare separatamente; ma dal giorno 12 dicembre in poi, il
Savonarola le trattò di proposito, e con un discernimento che destò
maraviglia universale in tutti gli uditori; perchè, considerando la sua
vita e i suoi studi, niuno aveva immaginato che egli potesse discutere
così minutamente le cose di Stato. E tanto le sue prediche parvero
savie e prudenti, che più volte fu dalla Signoria medesima richiesto
di consiglio in San Marco, ed anche in Palazzo; ove egli non ricusò di
fare qualche sermone.[277] Ma, finalmente, volle raccogliere in Duomo
tutti i magistrati ed il popolo, escludendone le donne e fanciulli, e
fece un sermone, nel quale propose principalmente quattro cose:

1º Il timore di Dio, e la riforma dei buoni costumi.

2º L’amore al governo popolare ed al pubblico bene, posponendo ogni
privata utilità.

3º Una pace universale, colla quale si assolvessero gli amici del
passato governo da ogni colpa, perdonando anche le pene pecuniarie; e
si usasse indulgenza verso tutti i debitori dello Stato.

4º Costituire una forma di _governo universale_, che comprendesse
tutti i cittadini ai quali, secondo gli antichi ordini della città,
apparteneva lo Stato.[278] E proponeva, come più adatta, la forma
del Consiglio Grande dei Veneziani, accomodandolo però all’indole del
popolo fiorentino.[279]

Questi consigli dati sul pergamo di S. M. del Fiore, da un frate,
dal Savonarola, quando le sue profezie s’erano verificate, quando
l’incertezza dominava tutti gli animi; ebbero una forza grandissima, e
fecero decidere la vittoria in favor del partito popolare. È opinione
unanime di tutti gli storici, che, senza quelle prediche, avrebbe vinto
in Palazzo l’opinione del Vespucci, e si sarebbe formato un governo
di ottimati, che avrebbe dato origine ad altri disordini e nuove
rivoluzioni.[280] Ma quando la voce del frate tuonò in favore della
libertà, allora niuno potette più resistere. Il popolo, che era stato
sinora incerto, senza sapere a qual partito appigliarsi, ed ignorando
perfino il linguaggio stesso della politica, credette ora di esser
chiaro di tutto; voleva assolutamente il _Consiglio Grande al modo
viniziano_, e lo andava gridando per la città.

L’autorità divina che il Savonarola mescolava nella politica, aveva
poi una forza assai grande in tutta Firenze, ove sempre la repubblica
era stata sotto la speciale protezione dei santi, ove sempre la
religione e lo Stato s’erano uniti a difesa della libertà. E se faceva
qualche maraviglia vedere un frate sul pergamo parlar di politica,
questa maraviglia accresceva la sua autorità. E, davvero, nel leggere
gli storici di quel tempo, nel leggere ciò che più tardi dissero il
Giannotti, il Guicciardini ed il Machiavelli intorno al governo allora
istituito, si direbbe quasi che in Firenze sia avvenuto un miracolo;
giacchè noi vediamo un frate, senza nessuna esperienza delle cose del
mondo, riuscire a confondere i savi, a salvare la patria, a fondare una
nuova repubblica. Se non che, questo fatto straordinario viene, come
abbiam detto, spiegato dal riflettere, che in quei momenti solenni nei
quali tutta la società e tutti gli ordini che la tengono unita vanno in
fascio, una sola forza fu quella che sempre riuscì a salvarla: quella
forza vergine ed ingenua, che si trova solo nell’indole degli uomini
veramente grandi; la fervida, cioè, e forte aspirazione al vero; la
ferma e tenace volontà nel volere il bene: cose tutte le quali erano
nel Savonarola grandissime, e formavano l’essenza stessa del suo
generoso carattere. Nei momenti di prova, qual dottrina sostenne mai il
paragone con questa sapienza? qual prudenza vantò mai le vittorie e le
conquiste di questo amore?

Ed ora, sarà egli mestieri difendere il frate del suo essere entrato
nella politica? Bisognerà egli ripetere che il Savonarola voleva la
libertà per far meglio trionfare la religione? Bisognerà chiamare in
aiuto l’esempio e l’autorità d’altri ecclesiastici e frati che fecero
lo stesso? Noi ci fermeremo, piuttosto, a dire che il Savonarola
non entrò di sua elezione nella politica; ma, come si è visto, vi fu
inevitabilmente trascinato dalla necessità delle cose. Diremo ancora,
che non vi è abito nè legge nè giuramento che valga contro le leggi
della natura; contro il giuramento che ogni uomo onesto ha fatto nel
suo cuore; d’operare, cioè, il bene sotto ogni forma, in ogni tempo e
condizione.

Ma, lasciando da un lato queste vane discussioni, il passo era oggimai
dato, e le conseguenze doveano esserne molte ed inevitabili. Il
Savonarola si trovava ad un tratto divenuto capo di tutta la città;
e bisognava procedere oltre rapidamente nella formazione del nuovo
governo, se non si voleva che i molti nemici avessero vittoria.
Già Piero dei Medici era corso verso Napoli al campo francese, ove
era stato assai bene accolto da quel re Carlo, che portava così
indegnamente il nome di _protettore della libertà fiorentina_. Un
tiranno era, dunque, già pronto per tornare in Firenze, ad ogni
cambiamento di fortuna che vi potesse aver luogo. Bisognava, perciò,
adoperarsi a tuttuomo per condurre e compiere la costituzione del
governo popolare; farlo unito, forte, potente e rispettato, se non si
voleva esser vittima d’una nuova tirannide. E noi vedremo con quanta
prudenza e quanta esperienza il Savonarola continuasse a consigliare
tutte le leggi fondamentali del nuovo Stato, come il suo spirito
animasse e quasi penetrasse tutto quel popolo; come ognuno sembrasse a
un tratto avere le sue stesse idee, parlare il suo medesimo linguaggio.




CAPITOLO QUINTO.

Formazione del nuovo governo per opera del Savonarola. Si costituisce
il Consiglio Maggiore ed il Consiglio degli Ottanta: si riordinano
le gravezze, riducendole tutte alla Decima o imposta fondiaria.
Discussione nella quale si vince la legge che decreta la pace
universale; e l’appello _delle sei fave_, o sia l’appello dagli Otto al
Consiglio Maggiore. Si ristabilisce il tribunale della Mercatanzia, o
di Commercio: li Accoppiatori depongono il loro ufficio: i Parlamenti
sono aboliti: si fonda il Monte della Pietà. Opinione del politici
italiani sulle riforme operate dal Savonarola. [1495.]


Per mettere in luce tutta l’importanza politica del Savonarola,
bisogna seguire passo a passo la formazione del nuovo governo, e
leggere nello stesso tempo le prediche che egli faceva in quei giorni.
Quando noi vediamo che tutte le nuove leggi sono precedute da una o
da più prediche del Savonarola, che le propongono, le consigliano e
le spiegano al popolo; quando assistiamo alle Pratiche[281] che la
Signoria tiene in Palazzo, e sentiamo quei cittadini discutere col
linguaggio stesso del frate, addurre le sue ragioni con le sue medesime
parole, in maniera da farci quasi credere che i loro discorsi sieno
una copia delle sue prediche, e la legge che essi discutono qualche
sua nuova epistola; allora noi potremo dire di aver visto come un uomo
solo fosse divenuto l’anima di tutto un popolo. E quando, alla fine di
questo esame, raccogliendo insieme le varie leggi, e ricostruendo, per
così dire, la forma di tutto il governo, noi lo troveremo ammirabile
nelle sue parti, stupendo nel suo insieme, e udiremo la voce di tutti
i più grandi storici e politici italiani assicurarci quello essere il
migliore, anzi il solo buon governo che abbia avuto Firenze in tutta
la sua lunga e tumultuosa istoria; allora solo noi potremo equamente
giudicare il Savonarola.

Le prediche che egli fece in Duomo, nel tempo che in Palazzo si formava
la nuova costituzione della repubblica, furono quelle dell’Avvento
_sopra Aggeo_; a cui bisogna unire altre otto che fece _sui Salmi_, nei
giorni di festa che seguirono l’Avvento. La loro principale importanza
è tutta politica: non perdono, però, mai il carattere religioso, perchè
la riforma politica non era pel Savonarola che una parte minima della
sua universale riforma; ed il nuovo governo non dovea essere altro
che il primo passo al rinnovamento della morale e della Chiesa. Egli,
perciò, non tralasciava mai i suoi discorsi sul buon costume e sulla
vera religione: la politica vi dava, anzi, continua occasione. Queste
prediche di cui parliamo, non sono per eloquenza notevoli sopra le
altre; ma preziosissime sono certamente più di tutte, per la storia dei
tempi e per la biografia del Savonarola. Se le altre ci fanno conoscere
la sua bontà e la sua vasta dottrina religiosa, queste ci presentano un
nuovo lato del suo ingegno e ci manifestano la forza grandissima del
suo carattere. Noi vi troviamo ancora un trattato compiuto sul nuovo
governo; assistiamo alla storia viva della sua formazione; e quasi
potremmo da esse ricostituire tutta la storia politica della repubblica
di Firenze in quei giorni.

Abbiamo già visto come, nel giorno 12 dicembre, il Savonarola volgesse
il discorso decisamente alla politica, e quali fossero i nuovi
principii, che egli raccomandava. Il 22 e 23 dello stesso mese, noi
vediamo che già una legge di gravissima importanza era stata distesa,
tutta secondo le idee del frate, e veniva con grandissimo favore votata
nei Consigli del Comune e del Popolo. Questa legge o, come dicevano
allora, provvisione, fermava la base del nuovo governo; e noi dobbiamo
perciò esaminarla minutamente. Essa, adunque, costituiva il Consiglio
Maggiore, e gli dava facoltà di creare tutti i principali magistrati,
di approvare tutte le leggi: in altri termini, lo faceva sovrano dello
Stato. Dovevano entrare nel Consiglio, indistintamente, tutti quelli
che avevano l’età d’anni 29 e che erano cittadini _beneficiati_;[282]
il che, secondo un’antica legge, voleva dire quelli che fossero stati
_veduti_ o _seduti_[283] nei tre maggiori uffizi, o che avessero
avuto questo _beneficio_ dal padre, avo o bisavolo. Qui non importa
esaminare qual fosse l’origine e lo scopo di quell’antica legge: basti
solamente osservare, che nel Consiglio Maggiore, anzichè avervi luogo
tutti i cittadini (come voleva far credere chi accusava di troppo
democratico quel nuovo governo), vi entravano solo i _beneficiati_.
E quando il numero di questi passava i 1,500, la legge stabiliva
che fossero _sterzati_; cioè divisi in tre parti, ognuna delle quali
dovesse per sei mesi formare successivamente il Consiglio Maggiore.
Fatto il primo squittinio, si trovò che in tutta la popolazione di
Firenze, la quale ascendeva a 90,000[284] abitanti incirca, v’erano
solo 3,200[285] beneficiati che avessero l’età richiesta; in modo
che il Consiglio dovevasi per 18 mesi formare di poco più che mille
persone per volta.[286] Perchè la radunanza fosse poi valida, bisognava
che fossero presenti almeno due terzi dei chiamati. La nuova legge
stabiliva inoltre, che, «per dare animo ai giovani ed incitare gli
uomini a virtù,» si dovessero, ogni tre anni, eleggere 60 cittadini,
non beneficiati, e 24 giovani d’anni 24, per farli entrare nel
Consiglio Maggiore. E questo doveva anche, cominciando dal 15 gennaio
prossimo futuro, eleggere 80 cittadini, d’anni 40 ciascuno, i quali
avrebbero formato il Consiglio degli Ottanta, che ogni sei mesi doveva
rinnovarsi. Esso assisteva di continuo la Signoria, che aveva obbligo
di consultarlo una volta almeno ogni settimana; ed insieme coi Collegi
e gli altri magistrati, nominava gli ambasciatori ed i capitani, faceva
le condotte, ed altre cose d’importanza che non si potessero decidere
in pubblico.

In questo modo era formata la base del nuovo governo: col Consiglio
Grande, cioè, e con quello degli Ottanta; i quali erano come il Senato
e l’Assemblea del popolo. Quando, adunque, si voleva vincere una
legge, il _Proposto_, che era uno dei Signori e mutava ogni giorno, la
proponeva alla Signoria: vinta che s’era nella Signoria e nei Collegi,
si poteva raccogliere una Pratica di esperti cittadini, se la legge
era di straordinaria gravità, o portarla addirittura negli Ottanta: da
questi passava al Consiglio Maggiore, dove ricevea l’ultima sanzione.
Le leggi poi non si discutevano, ma si votavano solamente; e niuno
poteva parlare se non ne veniva richiesto dalla Signoria; nel qual caso
non gli era lecito di farlo altrimenti che in favore di essa. Onde,
quando la Signoria richiedeva i Consigli del loro parere, i cittadini
allora si ristringevano nelle _pancate_, secondo i magistrati a cui
appartenevano, o l’ordine in cui erano stati squittinati; consultavano
tra loro, e poi mandavano a riferire il parere uno di essi, il quale
doveva ragguagliare dei voti, ma non poteva parlar mai contro la legge
dalla Signoria proposta. Queste erano antiche usanze di una repubblica,
la quale avendo troppo facilmente aperte le porte del Palazzo alla
moltitudine, voleva poi frenarla con quelle leggi improvvide e
inefficaci.[287]

Comunque sia di ciò, la provvisione di cui abbiamo discorso concludeva:
«Che trovandosi la città in grandissima confusione di leggi, nè
essendovi alcuno magistrato di dentro o di fuori che sappia il certo
del suo ufficio, si ordina che sia scelto un numero di cittadini che
riducano in un volume tutte le leggi.»[288] La importanza di un tale
provvedimento si può giudicare solamente da coloro che hanno una
qualche pratica degli antichi statuti fiorentini, e che sanno in quale
disordine si fossero, sotto i Medici, ridotte tutte le istituzioni e le
leggi della repubblica.

Insieme colla legge del Consiglio Maggiore, ne veniva in quei due
medesimi giorni votata ancora un’altra, la quale ordinava che si
eleggessero dieci cittadini per far grazia, in tutto o in parte,
delle gravezze non pagate e delle pene pecuniarie incorse nei passati
governi; e per riformare tutte le imposte, ponendole sopra i beni
stabili, includendovi anche gli ecclesiastici, quando però se ne fosse
avuto il permesso da Roma.

In questo modo s’erano messe in atto, e quasi letteralmente, tutte le
parole del Savonarola. Il nuovo governo era fondato; gli Accoppiatori
dovevano di necessità rinunziare al loro ufficio, divenuto inutile;
i due vecchi Consigli del Comune e del Popolo dovevano subito essere
sciolti. Ed infatti, l’ultima provvisione di qualche importanza,
che veniva da essi votata, fu quella del 28 dicembre, colla quale
toglievasi per certo tempo ogni dazio sulle armi, acciò ognuno potesse
facilmente armarsi.[289] Coi Signori di gennaio e febbraio 95, le leggi
cominciarono ad essere approvate dal Consiglio Maggiore,[290] il quale
doveva ora compiere e condurre a perfezione il nuovo governo.

La prima cosa a cui bisognava adesso provvedere, era la riforma
delle imposte.[291] Il Savonarola v’insisteva continuamente nelle sue
prediche: «Mettete le gravezze sui beni stabili solamente, distruggete
i prestiti continui, distruggete gli arbitrii;» ecco ciò che esso
consigliava ai magistrati. Al popolo, poi, diceva: «Cittadini, io
vorrei che stessi saldi ad amare ed aiutare il Comune vostro. Il
figliuolo è tanto obbligato al padre, che non potria mai satisfargli.
Così dico a voi: il padre è il vostro Comune, e però ciascuno è
obbligato aiutarlo; e se tu di’: Io non ho utile nessuno; sappi che tu
non puoi dire così, perchè lui ti conserva la tua roba, la famiglia e
li figliuoli. Doveresti andare là e dire: Ecco qua cinquanta fiorini,
eccone cento, eccone mille. Così fanno i buoni cittadini che amano la
patria loro.»[292] Ed invero, da un lato il disordine delle imposte
era grande, oltre quello che possono descrivere le parole; da un altro,
il malcontento del popolo, mosso in origine da giuste cagioni, era poi
divenuto eccessivo, e molti pretendevano quasi dover essere esenti da
tutte le imposte.

In origine, la repubblica fiorentina, vivendo sobriissima, bastava a
sè stessa col provento delle sole gabelle. Dipoi, le guerre resero
necessarii prestiti volontari, che andavano sempre crescendo e non
si restituivano mai, con tale danno del credito pubblico, che di
volontari bisognò mutarli in obbligatori. Nei bisogni della repubblica,
cominciò la Signoria ad imporre ciascun cittadino _ad arbitrio_, o
secondo che stimava le sue ricchezze: i potenti cercavano allora ogni
modo di esimersi; il peso maggiore cadeva, di necessità, sul popolo
minuto, ed ognuno si chiamava scontentissimo. Nel 1427, i Medici,
volendo acquistar favore appresso il popolo ed abbassare i grandi,
ordinarono il _Catasto_, cioè a dire la stima dei beni d’ognuno; acciò
nei prestiti si potesse a ciascuno imporre giustamente secondo la sua
fortuna. Ma quello che nei detti appariva giustissimo, si trovò nei
fatti ingiusto e crudele. Essi vollero imporre i beni vari e mutabili
delle industrie e del commercio: cosa in Firenze tanto inusitata, e
ricevuta con sì straordinario malcontento, che moltissimi abbandonarono
perciò i loro traffici; onde il Catasto dette così l’ultimo crollo
all’industria fiorentina. E mentre portava tanti danni, non rimediava
ad alcuno dei disordini già esistenti: era sempre un prestito, la
cui somma variava ogni volta ad arbitrio, e che la repubblica poteva
assai di rado restituire. Il valutare, poi, le fortune del commercio,
era cosa tanto incerta, che dava ai Medici un adito assai maggiore di
favorire o disfavorire chi essi volevano. — Tale era lo stato delle
cose, quando il 5 febbraio 1495 si presentava nel Consiglio Maggiore
la nuova legge, che riordinava le imposte secondo i consigli del
Savonarola; e le riordinava con tanta prudenza, sapienza e stabilità,
che oggi ancora si continua ad osservare quel sistema medesimo che
fu introdotto al tempo e sotto i consigli del Frate! La nuova legge
stabiliva, per la prima volta in Firenze ed in Italia, l’imposta
fondiaria; e distruggendo tutti i prestiti e gli arbitrii, obbligava
ogni cittadino indistintamente, a pagare il dieci per cento sulla
rendita de’ suoi beni stabili, senza diritto ad alcuna restituzione. Si
chiamò la Decima, ed un nuovo ufficio fu creato per accatastare tutti i
beni e riscuotere ogni anno equamente le imposte.[293]

Messo termine con tanta prudenza e tanta prosperità ad una materia
così grave, nella quale l’ufficio del Savonarola era stato degno
dei più grandi riformatori degli Stati, rimanevano due leggi d’una
importanza non punto minore. La prima era quella sulla pace e perdono
generale; circa la quale, mercè le prediche continue di lui, pareva
che tutti fossero venuti d’accordo. Non così era dell’altra, che
chiamavasi _la legge delle sei fave_, della quale bisogna ora fermarsi
a parlare; perchè dètte occasione a lunghe discussioni nel Senato, e
fu in appresso cagione di molti disordini e pericoli alla Repubblica,
d’ingiuste e gravissime accuse contro la memoria del Savonarola. I
delitti di Stato e i delitti criminali venivano, secondo gli statuti,
giudicali generalmente dagli Otto di Guardia e Balía, il quale
magistrato con _sei fave_, cioè a dire sei voti, poteva confinare,
esiliare, condannare nella roba e nella vita.[294] Ora, con quei
magistrati che mutavano sì spesso, cogli odii di parte così vivi in
Firenze, seguivano ogni giorno ingiustizie crudeli ed incomportabili.
Tutti gli uomini di legge giudicavano, quindi, essere indispensabile un
qualche appello, che, frenando la soverchia autorità delle _sei fave_,
mettesse un argine a questi mali che affliggevano la città: e tale era
l’opinione anche del Savonarola.[295]

Nel gennaio e febbraio 95, egli, avendo terminato l’Avvento, faceva
alcune prediche sopra i Salmi,[296] nelle quali raccomandava di
continuo la pace generale e questo appello dalle sei fave, dicendo
quasi ogni giorno: «Firenze, perdona e fa’ la pace, e non gridare
più: carne, carne e sangue, sangue.»[297] E poi continuava: «Bisogna
temperare un poco questa autorità delle sei fave, _con l’appello ad
un Consiglio di ottanta o di cento_, cavandoli dal Consiglio Grande.
Tu dici che questo scema l’autorità della Signoria: io ti rispondo
invece che l’accresce. O la Signoria vuol fare il male, ed allora non
deve averne autorità; o la vuol fare il bene, ed allora avrà l’aiuto
d’un Consiglio di buoni cittadini.[298]» Altra volta raccomandava con
moltissima istanza il riformare l’amministrazione della giustizia;
discorreva contro il continuo abuso che allora si faceva della tortura;
inculcava la pace, e di nuovo concludeva: «Io ti dissi di quelle sei
fave, che bisognava dargli _uno certo bastoncello, cioè quel Consiglio
dello appello_.»[299] E ritornava sempre sullo stesso argomento, fino
a che la Signoria non si decise a distendere una provvisione, che il
15 marzo 1495 presentava agli Ottanta; e, vista la gravità della cosa,
essa li richiedeva solennemente del loro parere. L’uso voleva che la
legge fosse presentata nei Consigli innanzi che alcuno l’avesse veduta;
onde l’attenzione di tutti nel leggerla e sentirla fu grandissima.

La prima parte di questa provvisione era affatto secondo le idee
del Savonarola; pareva anzi che egli medesimo l’avesse scritta, e
diceva presso a poco così: «Visto di quanta utilità sia l’unione
e la concordia in una repubblica bene istituita; e per seguire i
vestigi di nostro Signore, il quale in ogni sua operazione, o andando
o predicando o quiescendo, sempre diceva: pace; e questo medesimo
potendo vedere nelle cose naturali, le quali cercano sempre l’unità,
secondo la loro natura; onde il filosofo diceva: la virtù unita è
più forte; ed ammonendoci, finalmente, le cose soprannaturali che
abbiamo sperimentate questo anno, nella formazione di questo governo,
e la misericordia usataci dal Signore, la quale noi siamo obbligati
d’imitare:

»I magnifici Signori e Gonfalonieri ordinano che sia fatta pace
generale, e sieno perdonate tutte le ingiurie e tutte le pene in cui
sono incorsi i fautori del passato governo.»[300]

Procedendo poi oltre alla seconda parte, la legge deviava alquanto dai
consigli del Savonarola, e stabiliva: «Che qualunque cittadino abile
agli uffici venisse dalla Signoria o dagli Otto, per causa di Stato,
condannato nella vita, o in una pena corporale qualunque, o in una pena
pecunaria maggiore di 200 fiorini, o confinato, ammonito ec., potesse
nello spazio di quindici giorni appellare al Consiglio Maggiore. Nel
quale caso, doveva la Signoria accettare chiunque volesse parlare
in difesa; proporre il caso in Consiglio sei volte in due giorni; ed
avendo due terzi dei voti in favore di lui, assolverlo.»[301]

Il punto sul quale questa legge deviava dai consigli del Savonarola,
era di molta importanza; perchè in luogo di portare l’appello ad un
Consiglio ristretto, di uomini prudenti e periti nelle leggi, portavalo
al Consiglio Maggiore; ove avrebbero deciso più le passioni del
momento che la giustizia, più l’imperizia dei molti che la prudenza
dei pochi. Gli Ottimati si erano fin dal principio opposti ad ogni
sorta di appello, perchè essendosi usati a vedere l’ufficio degli
Otto cader quasi sempre nelle loro mani, non sapevano comportare che
se ne scemasse in modo alcuno l’assoluta autorità. Ma, da un altro
lato, il popolo adesso considerava che il Consiglio Maggiore fosse il
solo signore della città, e che a quello dovesse ogni cosa, per legge,
ricadere. Queste passioni, urtandosi in Palazzo, si erano accese; ed
il partito popolare, trovandosi assai più forte, trascorse all’eccesso
di questa nuova legge, che nelle cause più gravi faceva giudice la
moltitudine. Ma, ora che la provvisione era fatta, tornava difficile
assai moderarla. Non potendosi parlare contro di essa, bisognava o
respingerla o accettarla; e respingerla era divenuto quasi impossibile,
dacchè i suoi fautori l’avevano, a disegno, unita con la legge della
pace universale, che tutti credevano indispensabile.

Nondimeno, dai discorsi che si tennero nella Pratica, apparisce che
gli onesti popolani s’erano avveduti dell’eccesso, e facevano ogni
sforzo per mettervi rimedio. Vi sarebbero forse anche riusciti, se
i nemici del nuovo governo non avessero usata un’arte ed un’astuzia
quasi infernale. Quando essi videro che il popolo, i prudenti, il
Savonarola stesso volevano assolutamente un appello dalle _sei fave_;
si persuasero che niente poteva venir meglio a loro proposito che la
nuova legge, la quale, essendo eccessiva, avrebbe nella prima occasione
partorito gravi disordini; e coi disordini solamente, essi speravano
poter mutare la forma del governo e metterlo in mano dei pochi.
Così, dopo avere con ogni modo contrastato l’appello ad un Consiglio
ristretto di savi e prudenti cittadini, si dierono, tutti uniti, a
favorire energicamente e quasi furiosamente l’appello al Consiglio
Maggiore. Per queste ragioni, con grande meraviglia si vide nella
Pratica, che mentre i popolani andavano moderati, ed i partigiani del
Savonarola ardivano anche esprimere la loro disapprovazione contro
una legge proposta dalla Signoria; gli ottimati, i nemici del nuovo
governo, i partigiani dei Medici, la favorivano con tutta la forza
della loro eloquenza. In un volume di _Frammenti di Pratiche_,[302]
noi abbiamo, per fortuna, trovato la bozza o, come allora dicevano,
lo _straccetto_ di questi discorsi, fatto dal notaio della Signoria;
e con essi, possiamo assistere ad una delle principali e più animate
discussioni di quella repubblica. Il soggetto era di gravissima
importanza: parlarono uomini di molta autorità, e fecero sforzo di
tutta la loro facondia in quei discorsi, che mentre ci rappresentano
come in quegli antichi consigli si formassero e discutessero le
leggi, mettono in nuova luce un fatto sinora assai male conosciuto, e
difendono il Savonarola da una delle più gravi accuse che gli vennero
mai fatte.

Presentata, adunque, la legge e richiesto dalla Signoria il parere
dei cittadini, essi si ristrinsero nelle pancate; e, dopo avere fra
loro consultato, fu primo a parlare messer Domenico Bonsi, amico
del Savonarola, ed uno degli Accoppiatori. Riferendo il parere della
sua pancata, egli raccomandava la pace, dimostrandone l’utile e la
necessità con molte citazioni del Vangelo e di san Paolo, insieme
con altre di Demostene e d’Aristotele. Venendo, poi, a discorrere
dell’appello, diceva che esso era certamente assai utile: dava però a
conoscere, che tra’ suoi colleghi era una grande diversità di pareri;
ma, quasi egli non ardisse andare più oltre e discorrere contro una
legge proposta della Signoria, si fermava a questo. Pigliava poi
la parola messer Francesco Gualterotti; il quale, dopo aver levata
a cielo la pace universale, veniva a parlare della necessità d’un
appello contro la soverchia autorità degli Otto, dicendo che essi
avevano sempre empito la città di esilii e di confische: pure, tanto
esorbitante dovette a lui parere la nuova legge, ch’egli si fece ardito
proporre, che la facessero _a tempo_, e non in perpetuo.

Essendosi in questo modo animata la discussione, si levava a parlare
messer Luca Corsini, uno di quelli che nel giorno del tumulto avevano
chiuso la porta del Palazzo in faccia a Piero de’ Medici. Egli era
cittadino di maggiore autorità ed eloquenza, tra i più riscaldati nella
parte popolare, e descrisse con vivi colori le tristissime condizioni
dei tempi. — «Noi vediamo,» egli diceva, «tutta Italia per nuovi e
grandi pericoli fluttuare; e, trovandoci nel centro di essa, siamo,
per necessità, più d’ogni altro esposti a soffrire. Epperò, l’unione
e la concordia è la sola medicina utile a farci rispettare dai potenti
vicini, che già si vede essere pronti per assalirci nella nostra prima
divisione. Noi, d’altronde, abbiamo data ad ognuno facoltà libera
d’entrare nel Consiglio: onde, se non teniamo contenti tutti gli amici
del vecchio Stato, essi, colle fave ed in segreto, ci lavoreranno
contro. Che se niun’altra cosa vi dovesse muovere,» egli gridava con
voce più alta e sonora, «dovrebbe pure bastare l’esempio che ci ha
dato Nostro Signore, il quale, dopo avere stretto contro di noi il
brando della sua giustizia, lo ha voluto allontanare, perdonandoci
misericordiosamente. Facciamo, adunque, anche noi misericordia;
facciamo un generale perdono. Che se questo pare a qualcuno rimedio
estraordinario, si rammenti allora che nei casi straordinari, ordine
sia l’andar fuori dell’ordine.»

Venendo poi alle _sei fave_, egli si riscaldava ancora più nel
discorso, dicendo essere assolutamente necessaria una qualche
modificazione. E tutto pieno di quello spirito democratico che
assai facilmente eccede, aggiungeva: — «Il corpo della repubblica
è un solo, e questo è l’universo popolo; il quale, non potendo
amministrare ogni cosa, elegge i magistrati. Ma se nascono dubbi
o disordini o dissensioni, come vediamo tuttogiorno seguire; non è
ingiusto che si ritorni a quel Maggiore Consiglio che rappresenta il
popolo, e da cui i magistrati hanno ricevuto gli uffici: nè si viene
a diminuire l’autorità dei Signori col fare appellare a quel popolo
a cui appartiene tutta la repubblica. Che se poi consideriamo le
cose avvenute in questi ultimi tempi, diremo essere somma prudenza e
consiglio, il desiderare che queste leggi sortiscano buon fine.»

Quando ebbe il Corsini messo termine al suo animato discorso, tutti
gli occhi si volsero verso il dottore in legge messer Guidantonio
Vespucci, noto per la sua eloquenza, per la sua dottrina e per essere
uno dei più forti sostegni nel partito degli ottimati; quello stesso
che noi abbiamo visto, nel dicembre passato, addurre in Palazzo tutte
le ragioni per contrastare la nuova forma del governo popolare. La
sua dottrina dava un peso grandissimo alla sua opinione; ed egli, che
lo sapeva, parlò con molta gravità, e fece saggio della sua celebrata
facondia. Lodò, innanzi tutto, i discorsi di coloro che lo avevano
preceduto; «perchè ognuno,» egli disse, «in diversi modi ha mirato al
medesimo fine, quello cioè di raffermare la libertà: mi piace anche
il vedere che molti hanno francamente espressa un’opinione contraria a
quella della Signoria; perchè in questo modo solamente si può giungere
al vero.[303] In quanto a me,» continuava il Vespucci, entrando
direttamente nella quistione delle sei fave, «non vedo altro, se non
che bisogna cercare la via alla eguaglianza di tutti i cittadini; e
se la vecchia strada vi conduce, si deve seguirla; se non vi conduce,
bisogna mutarla. In vero, l’antica legge a me pare assai pericolosa;
e chi bene la considera, vedrà che non è bene ordinata, nè bene si
pratica, nè è giusto concedere ai Signori tanta autorità, che non sia
lecito da loro appellare. Dal Re di Francia si appella al Consiglio
Parisiense, dall’Imperatore si appella al Papa, ed anche contro la
sentenza del Sommo Pontefice si ritrova appello.[304] Niuno, adunque,
deve sdegnarsi di veder corretto da altri quell’errore in cui per
troppa celerità o inavvertenza, sia caduto. E se i principi, i quali
sono sciolti da ogni legge, si sottomettono spontaneamente all’appello;
perchè debbono ricusarlo i magistrati, che hanno dal popolo tutta la
loro autorità? Questo appello, adunque, non fa altro che restituire
al popolo un suo diritto, e reprimere le voglie immoderate di quelli
che troppo ambiscono. Un gran freno sarà certo a coloro che giudicano,
il pensar che le loro sentenze debbono essere approvate dal Consiglio
Maggiore. Onde io non vedo che danno si debba temere, se una volta si
distrugge questa perniciosa autorità delle _sei fave_.»

«Della pace, poi, è inutile discorrere; giacchè non v’è altro parere
fra i cittadini, se non che: quanto prima e quanto più generale si
faccia, tanto più sarà utile. Ma,» e queste furono le sue ultime
parole, «niuna pace più utile si potrà concludere, che togliere questa
maledetta autorità delle sei fave, causa di tutte le discordie.[305]»

Fu grande la maraviglia di tutti nel vedere il Vespucci difendere con
tanto ardore quei diritti del popolo, che aveva, nel dicembre passato,
con uguale ardore oppugnati. Pure, il suo discorso fu quello che dètte
il crollo alla bilancia; ed il 18 marzo, noi vediamo la nuova legge
approvata nel Consiglio degli Ottanta con 80 voti favorevoli contro
13;[306] il 19, approvata nel Consiglio Maggiore con 543 contro 163.
Tale è la storia vera di questa discussione: ma tutti gli scrittori
si sono intorno ad essa taciuti, accusando poi con grave ingiustizia
il Savonarola, come autore d’una legge eccessiva; mentre le sue
prediche ci dimostrano ch’egli ne favoriva un’altra assai moderata;
e dalle Pratiche della Signoria, come noi abbiam visto, resulta che i
partigiani di lui avevano quasi violato gli antichi usi parlamentari
della Repubblica, per opporsi a quelle intemperanze.[307]

Questa legge si deve considerare, invece, come il primo passo ed il
primo trionfo del partito che mirava alla distruzione della repubblica:
partito che noi cominceremo ben presto a vedere instancabile nel
cercare la rovina del Savonarola; e disposto sempre a valersi di
queste arti doppie e subdole, nelle quali dètte prova d’una finezza e
d’una astuzia politica da disgradarne tutti i diplomatici dei nostri
tempi. Il Savonarola si tacque, è vero, dopo che la legge fu fatta;
perchè era inutile seminare discordie e mali umori fra il popolo e
la Signoria; e fors’anche, nè egli nè molti altri potevano, allora,
prevedere tutte le sinistre e pericolose conseguenze che dovea portare,
l’aver solo alquanto ecceduto nel fare una legge che per sè stessa era,
poi, giustissima. Ma di tutti i mali prevedibili e futuri, maggiore
era il presente e visibile; giacchè si vedeva come in quei giorni
medesimi, nei quali il popolo faceva una pace e perdono universale, i
nemici del nuovo governo si univano per formare un partito e rovinare
la repubblica, nel momento stesso ch’essa li beneficava. Certo,
quel giorno le passioni s’inasprirono assai, e quella ingratitudine
e doppiezza dovette molto irritare l’animo franco ed aperto del
Savonarola. Egli serbò su quel fatto un profondo silenzio; ma, nei
seguenti sermoni, si tradisce un certo irritamento ed un’asprezza di
parole che non avevamo mai veduta in lui. Tanto è vero quell’antico
proverbio che dice: _una goccia d’aceto guasta una botte di miele!_

Essendosi colla legge delle sei fave cominciato a pensare
all’amministrazione della giustizia, si continuava ora a volervi
provvedere, perchè in tutte le sue prediche il Savonarola la
raccomandava.[308] Infatti, in essa era un disordine grandissimo; una
confusione indescrivibile di leggi e di magistrati, creata specialmente
da Lorenzo il Magnifico, il quale aveva nella repubblica mescolato in
maniera il vecchio ed il nuovo, che quasi non si poteva più venire a
capo di nulla.[309] I giudici principali nelle cose civili e criminali,
erano in antico due magistrati forestieri, il Potestà ed il Capitano
del popolo: ad essi andavano le liti di maggiore importanza, e si
appellava dalle sentenze emanate dai giudici minori, che risiedevano
nei vari quartieri.[310] Verso il 1477, furono aboliti quei due
magistrati;[311] onde ne crebbe moltissimo l’importanza della Signoria
e degli Otto, a cui ricadde gran parte della loro autorità. In quel
medesimo anno, decadde ancora grandemente il tribunale di commercio
o la _Casa della Mercatanzia_, che risiedeva accanto al Palazzo
dei Priori ed aveva una grandissima importanza nella repubblica;
giacchè essa era come il nucleo, il centro principale della vita
delle Arti in Firenze. Nè essendosi pensato di mettere a queste cose
alcun rimedio, ora non sapevasi mai con certezza a quale magistrato
bisognasse ricorrere, e la giustizia veniva assai male amministrata.
Il Savonarola, quindi, raccomandava una riforma generale: voleva che
si creasse una _Ruota_, o sia un tribunale di giudici cittadini, savi,
ricchi e bene pagati, acciò fossero incorruttibili. «Ma se questo,»
egli diceva, «è per ora troppo grande spesa, fate almeno venir subito
un buono e valente giudice delle appellazioni;[312] e fate ancora che
si riordini la Mercatanzia, e si elegga il suo giudice forestiero,
secondo gli antichi statuti.»[313] In quanto alla Ruota, essendo essa
una istituzione affatto nuova in Firenze, non si potè fondarla che
parecchi anni dopo;[314] ma si pensò, invece, di restituir subito la
Mercatanzia nella sua primiera grandezza.

Il 20 ed il 21 maggio 1495, passava, quindi, nei due Consigli la
nuova legge, il cui tenore era questo: «Considerando che niuna cosa
importi quanto l’amministrazione della giustizia; e vedendo come
sia caduta basso la reputazione della Casa della Mercatanzia, per la
confusione delle leggi fatte dopo gli antichi statuti;[315] e volendo
i Magnifici Signori e Gonfaloniere rimediarvi coll’imitare le antiche
e bene considerate leggi, e ridurre tale Casa nella sua buona e antica
riputazione; provvidero e ordinarono:

«Che i Signori della Mercatanzia debbano eleggere trentotto savi
cittadini d’anni trentacinque, i quali verranno squittinati nel
Consiglio Maggiore; e i tredici che avranno più fave, saranno
_Statutari e Riformatori della Casa e Corte della Mercatanzia ed
Università dei mercatanti_, colla medesima autorità avevano gli
statutari nel 1477; di togliere, cioè, aggiungere e riformare affatto
lo statuto; il quale, dopo essere stato approvato nel Consiglio
Maggiore, avrà pieno vigore.» — In questo modo rinacque l’antica ed
illustre Casa della Mercatanzia, e venne compilato in Firenze quel
secondo Codice di commercio, che si chiamò dai mercatanti lo Statuto
del novantasei.[316] Esso fu nuovo documento della risorta sapienza
civile dei Fiorentini, e riuscì di vantaggio grandissimo al popolo,
alla giustizia ed alle Arti.

Mentre che il nuovo governo s’andava sempre più conducendo alla sua
perfezione, era necessario che gli Accoppiatori deponessero il loro
ufficio, il quale o restava inutile, o veniva a contrastare con quello
dei nuovi magistrati. A ciò si adoperava il Savonarola; e messer
Domenico Bonsi, suo amico, fu dei primi a deporre volontariamente
l’ufficio.[317] Gli altri seguirono il suo esempio; e l’8 di giugno,
si vinceva una provvisione che dava loro «autorità, facoltà e balía di
renunziare, e trasferire nel Consiglio Maggiore tutta quella autorità
e potenza che avevano avuta dal Parlamento.[318]» La medesima legge
stabiliva il nuovo modo e le nuove forme con cui si doveva d’ora
innanzi eleggere la Signoria.[319]

Cessata, fortunatamente e senza disordini, l’autorità degli
Accoppiatori, restava ancora una legge gravissima da fare: bisognava,
cioè, abolire i parlamenti, cagione in Firenze di tutti i disordini,
di tutte le mutazioni, di tutte le tirannidi. Ora che il Consiglio
Maggiore poteva fare e disfare ogni cosa, il parlamento aveva perduta
ogni ragione di essere; nè altro scopo si poteva avere nel radunarlo,
se non quello di distruggere la repubblica. E certo, se Piero de’
Medici, che già tutti vedevano adoperarsi, non senza fortuna, appresso
i Francesi e i potentati d’Italia, fosse riuscito a tornare in Firenze;
egli non avrebbe avuto altra via a volgere la plebe in suo favore, che
quella dei parlamenti. E se i suoi amici, i quali, come ora pur troppo
si vedeva, non erano nè pochi nè deboli, avessero pensato di tentare
in suo favore qualche cosa nella città stessa; essi certo non speravano
in altro, che in quei parlamenti, stati sempre a Firenze il più docile
strumento della tirannide, e la via più facile a mutare gli Stati.

Spesso, negli storici e politici fiorentini, noi troviamo lunghi
ragionamenti che dimostrano i danni, i pericoli e le enormità dei
parlamenti;[320] ma in quei giorni la questione era divenuta assai più
viva. Si vedevano di lontano i Medici tramare; si era, nel deliberare
la legge delle sei fave, scoperto che nel seno stesso della repubblica
v’erano i nemici della libertà: gli animi s’erano, perciò, su quella
questione alterati; ed il Savonarola stesso si lasciò trasportare a
tenere sul pergamo un linguaggio insolito, e che certo non conveniva
ad un ministro di pace, qual egli era: — «Io ho pensato a questo tuo
parlamento, che non mi pare che sia altro che uno distruggimento, e
però è necessario di levarlo via. — Popolo, fatti innanzi. Non sei tu,
ora, signore tu? — Sì. — Or guarda che non si faccia parlamento, se
tu non vuoi perdere il governo tuo. Sappi, che non vuole dire altro
parlamento, che voler torre di mano al popolo il reggimento. Tenetelo
a mente, e insegnatelo ai vostri figliuoli. Popolo, come tu senti la
campana che si vuole fare il parlamento, lieva su, e tira fuori la
spada e di’: — Che vuoi tu fare? Non può egli questo Consiglio ogni
cosa? Che legge vuoi tu fare? Non può farla questo Consiglio? — E però
vorrei che voi facessi una provvisione, che quando entra la Signoria,
giurasse di non fare parlamento; e che se nessuno volesse pure
tentare di fare parlamento, chi lo rivela, se quello è dei Signori,
guadagni trentamila ducati; se altro, mille. E se quello volessi fare
parlamento sarà dei Signori, gli sia tagliato il capo; se è altro,
sia rubello e confiscatogli tutti i beni. E che tutti i gonfalonieri,
alla entrata dell’ufficio loro, giurino tutti, che come e’ sentano
sonare a parlamento, la prima cosa corrino a mettere a sacco le case
de’ Signori; e guadagni quello gonfaloniere che va a mettere a sacco
una delle case de’ Signori, il quarto della roba; il resto guadagnino
e’ suoi compagni. Item, che quando e’ Signori voglion far parlamento,
che come mettono el piede in ringhiera, subito s’intenda non essere più
Signori; e ognuno li possa tagliare a pezzi senza pecca.[321]» — Questo
era un momentaneo eccesso; e noi potremmo osservare, che la confisca,
ed il mettere a sacco e distruggere le case, erano pene, a quel tempo,
comunissime nei delitti politici. Ma nè questo nè il rammentare che
i Medici e i Medicei avevano già cominciato a lavorare contro la
repubblica; anzi, come noi vedremo, si accostavano già alle mura di
Firenze; potrà affatto scusare il Savonarola del suo essersi lasciato
trasportar così oltre dalla passione.

Comunque sia di ciò, il giorno 28 luglio 1495 egli aveva fatta quella
predica, ed il 13 agosto la legge era già vinta, e diceva: «Che la
riforma del presente Stato, avendo ad essere della libertà di questo
fiorentissimo popolo; e desiderando conservare in perpetuo questo
governo, acciò non solo noi ma i nostri figliuoli godano di questa
santa libertà; e nessuno ardisca, levando capo, farsi tiranno e
sottomettere i liberi cittadini; e conoscendo nessuna via essere tanto
facile a sottomettere la nostra libertà, ed impedire questo nuovo e
buono reggimento e Stato, quanto la via del parlamento; e considerando,
finalmente, che non può occorrere caso nessuno, per il quale abbi ad
essere necessario fare parlamento, essendo venuto il governo in mano
del popolo, che è vero e legittimo signore della nostra città, e può
fare ogni nuova legge senza convocare il parlamento ec.:

»I magnifici Signori e Gonfaloniere provvedono ed ordinano: che per
l’avenire non si possa più fare parlamento; che la Signoria debba per
lo innanzi giurare di mai più convocarlo; e chi macchinasse una tal
cosa, sia sottoposto alla pena di morte, e 300 fiorini dati a chi lo
rivelasse.»[322]

Dopo quel primo furore, il Savonarola tornava alle sue idee ed alla
sua opera di pace, occupandosi tutto intorno alla formazione del
Monte di Pietà. «Io vi raccomando questo Monte di Pietà, che ognuno
l’aiuti; massime queste donne doverrebbono dare tutto quello che
hanno di superfluo..... Ognuno offerisca; e non si dieno quattrini, ma
ducati.»[323] Ed in questo modo continuando, predicava assai spesso
in favore di quella istituzione, e raccomandava il basso popolo alla
carità dei cittadini, delle donne, dei ricchi.

In vero, niuna cosa poteva immaginarsi più utile a sollevare la miseria
del popolo, che questo Monte della Pietà. Eranvi allora a Firenze gli
Ebrei, i quali imprestavano al 32½ per cento, con interesse composto;
in maniera che s’era visto, che 100 fiorini, imprestati alla loro
ragione ordinaria, arrivavano, dopo 50 anni, a 49,792,556 fiorini, 7
grossi e 7 denari.[324] Queste cose avevano sollevato un grande odio
del minuto popolo contro gli Ebrei, e facevano a molti pensare di
trovar modo per mettervi qualche rimedio. Frà Barnaba da Tenti aveva
da più tempo predicato il Monte di Pietà, e fondatolo a Perugia; Frà
Bernardino da Feltre si dette, poi, a diffonderlo in Italia; e a tempo
di Lorenzo dei Medici, venne a predicarlo in Firenze. Il 26 marzo
1473 era già fatta la provvisione, quando pare che un ebreo arrivasse
con 100,000 fiorini a corrompere i magistrati e lo stesso Lorenzo
il Magnifico: in questo modo la cosa andò a vuoto, e Frà Bernardino
fu esiliato da Firenze. A tempo di Piero de’ Medici, i Frati Minori
eccitarono il minuto popolo contro gli Ebrei, e predicarono di nuovo
il Monte della Pietà: dal che seguirono molti disordini, cagionati
specialmente dalla imprudenza di Piero; il quale, solo per andare
contro alla opinione dei magistrati e della gente più culta, favoriva i
Frati Minori.[325]

Il Savonarola si era sempre astenuto dall’entrare in quelle inutili
controversie; nè mai una sola parola era uscita dalla sua bocca contro
gli Ebrei: esso voleva convertirli, e non perseguitarli. Quando, però,
il popolo divenne libero, egli si mise a propugnare il Monte della
Pietà, ed a lui solo riuscì di fondarlo in Firenze. Il 28 decembre
95, veniva approvata la legge, che incominciava così: «Beato colui
che veglia sul bisognoso e sul povero: nel giorno dell’avversità
sarà liberato dal Signore.» Essa procedeva, poi, a parlare contro
«la pestifera voragine e pessimo veneno dell’usura; già sopportata in
Firenze 60 anni, da quella pessima e di Dio inimica setta ebraica.»
Ordinava, finalmente, che si eleggessero otto cittadini, i quali,
senza avere alcun salario, facessero lo statuto del Monte; dopo di che
s’intendesse finito ogni contratto cogli Ebrei, cui si dava tempo un
anno a partire. — Il 15 dell’aprile 1496, era già scritto lo statuto,
che veniva approvato nei Consigli. Tutto vi era inteso a vantaggiare
il popolo: le spese d’amministrazione non dovevano passare i 600
fiorini l’anno: l’interesse che pagherebbero i portatori dei pegni, non
eccedere il sei per cento: essi dovevano, però, giurare di non venire
al Monte per giocarsi il danaro che ricevevano.[326] Nel promuovere
questa santa istituzione, tanto il Savonarola favoriva il popolo,
che il suo disegno proponeva che gl’impiegati venissero salariati a
spese del Comune, e i prestiti fatti senza interesse.[327] Ciò non fu
possibile, ma il nuovo statuto del Monte riusciva a sollevar molto
la minuta gente; nè per questo fu necessario cacciare gli Ebrei,
chè i tempi del Savonarola erano tempi d’esaltate passioni, non però
d’intolleranza.

E queste furono le leggi colle quali il popolo fiorentino ordinava
la sua libertà, e dava a sè stesso una nuova costituzione. Di certo,
aprendo i libri delle provvisioni fatte in questi anni, se ne può
trovare un numero assai maggiore; che noi abbiamo tralasciate, per
essere d’interesse tutto particolare. Fra queste, però, vogliamo
nominarne una, che fu fatta l’8 di giugno 1495. Con essa, i magnifici
Signori e Gonfalonieri: «Considerando che messer Dante Alighieri,
bisnipote di Dante poeta, non può rientrare in Città per non aver
potuto pagare la tassa impostagli dai Signori di novembre e dicembre
passato; e giudicando essere bene usare qualche gratitudine alla
posterità di quello poeta, il quale è di tanto ornamento a questa
città; provvedono che il detto messer Dante s’intenda essere, e sia,
libero da qualunque bando, relegazione ec.[328]» Era un tardo perdono
alla memoria del gran Ghibellino; una troppo debole giustizia al nome
del divino poeta: pure, fece molto onore a quella repubblica l’avervi,
nel suo primo nascere, pensato. — Di altre leggi non parleremo, perchè
noi abbiamo voluto mettere innanzi agli occhi del lettore solamente
l’insieme del nuovo governo.

In un anno si era, dunque, costituita la libertà di un popolo;
concessogli le armi; ordinato le gravezze; spenta l’usura col Monte
di Pietà; fatta la pace universale; riordinata la giustizia; aboliti
per sempre i parlamenti; e costituito quel Consiglio Maggiore, a
cui il popolo di Firenze restò sempre affezionato con una tenacità
che non ebbe mai per alcun’altra delle sue politiche istituzioni. Si
mise, allora, sulla ringhiera di Palazzo quella statua di Giuditta che
ammazza Oloferne, la quale è opera dell’immortale Donatello; e perchè
da quel luogo eminente stesse a simboleggiare agli occhi di tutto il
popolo il trionfo della libertà sopra la tirannide, vi posero quella
iscrizione che dice: _Exemplum sal: pub: cives posuere. MCCCCXCV._[329]

E tutto ciò venne fatto in così poco tempo, senza sguainare una
spada, senza versare una goccia di sangue, senza una sola discordia
cittadina; e questo in Firenze, la città dei tumulti! Ma più di tutto,
fu maraviglioso a vedere, come un uomo solo, un semplice frate,[330]
potesse reggere dal pergamo tanta impresa, e guidarla sempre al bene:
esempio unico nella storia, della onnipotenza della parola e dell’umana
volontà. Egli non era in piazza, non sedeva in Palazzo: eppure seppe
divenire l’anima di tutto il popolo, l’autore principale di tutte le
leggi che fondarono il nuovo governo. Dopo la rivoluzione del 1494, noi
subito scorgiamo nelle provvisioni, a chiare note ed in ogni parola,
l’impronta del democratico frate. Esse diventano italiane, di latine
che erano;[331] una nuova forma, un nuovo stile, un nuovo spirito le
anima; vi riconosciamo quasi la voce stessa del Savonarola: spesso,
anzi, non sono altro che il brano medesimo della predica in cui egli le
aveva raccomandate. Noi entriamo nei Consigli, e sentiamo i cittadini
sostenere le sue medesime idee, discorrere il suo stesso linguaggio.
Ma che diremo quando, arrivati alla fine di questo anno 1495, e
rivolgendo indietro lo sguardo, noi troviamo che Firenze non è stata
mai così savia e prudente; che la forma di governo ora costituita è la
migliore, la sola stabile che, in tanti anni di tumultuosa vita, il suo
popolo abbia saputa creare? Che diremo quando noi vediamo i più grandi
politici fiorentini prenderla in esame, e non potersi trattenere di
levarla a cielo?[332]

Il Machiavelli, il Guicciardini, il Giannotti, che scrissero quando la
libertà fiorentina era caduta, quando le speranze dei patrioti erano
spente; meditarono tutta la storia di Roma, tutta la storia di Firenze
e d’Italia, per trovare una forma di governo che meglio si potesse
adattare alla loro patria, quando la fortuna volesse mutare aspetto: e
tutti conclusero sempre, non esservi altro che il Consiglio Maggiore e
la forma del 94, che eglino s’adoperavano solamente a modificare, per
adattarla ai tempi mutati. Ed è meraviglioso veramente a considerare,
come anche nelle modificazioni che proposero, quei grandissimi
ingegni non si discostassero dalle idee del Frate: essi volevano un
gonfaloniere a vita, ed egli lo aveva prima di morire consigliato
più volte: essi volevano un nuovo tribunale per le cose criminali, ed
egli lo aveva nei suoi sermoni predicato: essi proponevano una libera
discussione nei Consigli, e niuna cosa egli aveva più costantemente
raccomandata.

Alcuni, è vero, si sono affaticati a provare che il Savonarola non fu
autore del Consiglio Maggiore, perchè il Soderini ne aveva portato
l’idea da Venezia; che non inventò il Monte della Pietà, perchè era
stato già predicato da altri; e così via discorrendo. Ma questa è una
vana fatica: il Savonarola non inventò alcuna delle istituzioni che
fece adottare in Firenze; ed in ciò sta, anzi, il suo merito maggiore.
Le istituzioni non si creano nè s’immaginano; ma debbono essere il
resultato dei tempi e delle condizioni d’un popolo. Egli seppe, per
così dire, ritrovarle e riconoscerle; ebbe la forza di persuaderle e
farle adottare: e questo è il più grande elogio che si possa fare al
suo ingegno politico. Noi lo ripetiamo: il Savonarola vide più giusto
di tutti, perchè vide col suo buon senso naturale, col suo profondo
amore del bene, colla mente libera da teorie e l’animo libero da
spirito di parte. Egli va messo, perciò, tra i più grandi fondatori di
repubbliche.

Che se a persuadere la verità di questi giudizi non basta l’evidenza
della storia, non bastano le leggi stesse che abbiamo riportate quasi
alla lettera, non basta l’autorità dei grandi politici italiani; noi
non sapremmo davvero a quali argomenti ricorrere. Oggi, pur troppo, è
invalsa una opinione che, ponendo in vista alcune particolari stranezze
del Savonarola, sopra quelle solamente vorrebbe giudicarlo. Ma noi
diremo, innanzi tutto, che nella vita politica di questo anno, egli
aveva saputo assai moderarle; e dipoi, che se troppo spesso le troviamo
mescolate nei suoi discorsi religiosi, scientifici ed anche politici,
questo fu un errore ch’esso ebbe comune cogli uomini più grandi del
suo tempo. Di certo, maggiori assai furono le stranezze di Girolamo
Cardano, del Pomponaccio, del Porta e di tanti altri; ma niuno pensò
mai che si dovesse perciò negare ad essi l’ingegno che pure ebbero
nelle scienze fisiche e matematiche. E si potrà negare al Savonarola
la sua grandezza politica, e cercare di spargere il ridicolo sulla
sua persona, quando abbiamo innanzi a noi un popolo che quasi vive
solamente della vita ch’egli ha saputa infondergli, e vediamo ordinata
da lui una costituzione che è l’ammirazione di tutti gli antichi e
moderni scrittori? Che se certe singolarità del suo carattere dánno
ombra, ed impediscono, ancora, che nell’animo del lettore si formi un
giudizio chiaro e sicuro; noi lo preghiamo che seguiti oltre questa
narrazione, perchè, quando di esse avremo fatto un esame minuto e
diligente, appariranno, forse, sotto un aspetto assai diverso da quello
che hanno loro dato gli altri biografi.


NOTA.

_Delle opinioni che professarono i grandi politici fiorentini, intorno
al Savonarola ed al governo da lui istituito._

Non pare che il Machiavelli avesse avuta molta simpatia pel Savonarola;
giacchè, in una delle sue prime lettere, ne parla solamente come d’un
frate furbo e astuto: ma ciò non fa che dare maggior peso al rispetto
con cui ne parlò in età più matura. Egli non si astiene, è vero,
dal notare alcuni di quelli che credette errori politici del Frate:
specialmente a proposito della legge delle sei fave, di che abbiamo
parlato più sopra ed avremo altrove occasione di tornarvi: ma assai
più spesso, parla della «dottrina, prudenza e virtù dell’animo suo»
(_Discorsi_ lib. I, Cap. XLV); lo chiama «afflato di virtù divina»
(_Decennale primo_); e dice, che «d’un tanto uomo se ne debbe parlare
con riverenza» (_Discorsi_ lib. I Cap. XI). Quando, poi, viene a
discorrere delle istituzioni fondate dal Savonarola, è costretto
confessarne tutta l’importanza; come si vede nel suo _Discorso_ a
Leone X, ove dice espressamente: non esservi altra via a riordinare lo
Stato di Firenze, che quella di aprire il Consiglio Maggiore. «Senza
satisfare all’universale, non si fece mai alcuna repubblica stabile.
Non si satisferà mai all’universale dei cittadini fiorentini, se
non si riapre la sala (del Consiglio); e sappia vostra Santità, che
chiunque penserà tôrle lo stato, penserà innanzi ad ogni altra cosa di
riaprirla.» Se, poi, si volesse osservare che le lodi del Machiavelli
sembrano assai più sentite, quando riguardano le leggi dal Savonarola
istituite o il predominio ch’egli seppe acquistare sul popolo,
piuttosto che quando discorrono della persona stessa del frate; questo
sarà assai facilmente spiegato dal considerare la grande diversità e
quasi l’opposizione di que’ due caratteri, l’uno tutto fede e spontaneo
entusiasmo, l’altro tutto analisi, dubbio e ricerca. Eran certamente
due grandi uomini che non si potevano intendere. Il Savonarola avrebbe
condannato con soverchia severità le idee del Segretario fiorentino;
e questi, malgrado la sua ammirazione pel fondatore della repubblica
del 94, non poteva risparmiare i suoi sarcasmi contro al frate ed al
profeta. Onde, quell’ironia che trasparisce qualche volta di sotto
alla lode, e quel biasimo che viene sempre moderato dalla stima e
dal rispetto, ci dipingono la vera impressione che era nell’animo del
Machiavelli, assai meglio d’ogni giudizio più definito.

Il Giannotti, poi, quel nobile e generoso cittadino che ebbe la
sventura di vedere due volte caduta la libertà della sua patria, e
due volte sopportò l’esilio, temperandone il dolore col darsi tutto
a studiare il modo come riordinare il governo di Firenze pel tempo
in cui fosse ritornata libera; egli non s’imbatte mai nel nome del
Savonarola, senza che quel cuore di bravo popolano palpiti più forte; e
la sua ammirazione per le istituzioni da lui consigliate, si manifesta
con una sì spontanea ingenuità, che muove quasi le lagrime. «Chi
fece il Consiglio Grande,» egli dice, «fu più savio di Giano della
Bella; perchè questi pensò, per assicurare il popolo, d’abbassare i
grandi; mentre l’altro cercò d’assicurare la libertà a tutti.» (_Della
Repubblica fiorentina_, pag. 87; Firenze 1850.) Così tutto il suo libro
è pieno di questa ammirazione. E quando egli vuole rimproverare l’abuso
che facevano i frati al suo tempo, del predicare di continuo sulle cose
di Stato ed in Palazzo, egli aggiunge: «E se Frà Girolamo vi predicò,
egli non è più un Frà Girolamo ornato di tanta dottrina, di tanta
prudenza e di tanta sapienza; e però non debbono essere sì presuntuosi,
che paia loro conveniente di fare quello che faceva, chi di gran lunga
in ogni cosa li superava.» (_Della Repubblica fiorentina_, lib. III,
pag. 233.)

Ma chi volesse veramente conoscere il giudizio che i grandi uomini
di Stato facevano del Savonarola, e vedere esaminata minutamente la
forma di governo da lui ordinata, ed i grandi servigi ch’egli rese
alla libertà della sua patria; bisogna che legga le _Opere inedite_
di Francesco Guicciardini. Nella _Storia d’Italia_, egli, scrivendo
in tempi avversi al Frate, aveva frenato la sua penna; ma in quelle
opere che scrisse nel segreto del suo studio, e che non destinava
forse alla luce, noi troviamo in lui un altro uomo. Pare come s’ei
volesse alleviare un peso che opprime troppo la sua coscienza, e dare
sfogo a sentimenti con violenza e lungamente repressi nell’anima sua.
Quasi ci sembra vedergli cadere di dosso il pomposo manto del corrotto
diplomatico, ed uscirne di sotto lo schietto lucco repubblicano.
Dall’anima sua esce spontaneo un inno eloquente alla libertà, ed
egli è forzato di gridarlo alle mura della sua stanza, non avendo
avuto il coraggio di farlo sentire ai suoi concittadini. In questi
scritti, egli non ha parole bastevoli per lodare il Savonarola, ed
il Consiglio Maggiore da lui favorito. Nei suoi _Ricordi_ egli dice:
«Che i Fiorentini hanno messo tanto lo animo a questa libertà del 94,
che ai Medici non basterà nè arte nè dolcezza nè astuzia per farla
dimenticare. Che una volta era facile, perchè si trattava di togliere
la libertà a pochi; ma dopo il Consiglio Grande, si tratta di toglierla
a tutti.» (_Ricordi_, XXI, XXXVIII, CCCLXXVI.) E nel _Reggimento di
Firenze_, egli ripete più e più volte: «Voi avete un grande obbligo a
questo Frate, che ha levato il rumore a tempo, ed ha fatto senza sangue
quello che, senza di lui, si sarebbe fatto con sangue e disordine
grandissimo. Chè avreste avuto, prima un governo ristretto di ottimati,
e poi un governo popolare eccessivo; dal quale sarebbero venuti i
disordini ed il sangue, e forse sarebbe finito con una tornata violenta
di Piero. Egli solo ha saputo, fin dal principio, essere largo, per
frenare poi a tempo le cose.» (pag. 28, e _passim_.) Ma nella _Storia
di Firenze_, il Guicciardini diviene quasi un Piagnone. Egli esalta
la prudenza e l’ingegno pratico e politico del Savonarola, lo chiama
salvatore della patria; e le sue parole son tanto eloquenti, che,
non potendole riferire tutte, non vogliamo, riportandone il senso,
scolorirle. (Quest’opera vedrà quanto prima la luce, nella bella
edizione curata dal chiariss. Sig. Canestrini.)

Ai nostri tempi, è vero, si è da alcuni cominciato a discreditare il
Savonarola come uomo politico; e quando non poterono fare altro, lo
misero in ridicolo, giudicandolo sempre con una leggerezza incredibile.
Ma anche appresso i moderni, se qualche scrittore serio ha preso
in esame il soggetto, venne sempre nella medesima conclusione degli
antichi. E certo, se fra i moderni politici fiorentini v’è un nome che
ei possa ardire di citar dopo quei grandi Italiani; questo è senza
dubbio quello di Francesco Forti, cui solo la morte immatura impedì
ch’egli divenisse chiaro nel mondo quanto meritava. Egli, adunque, che
ebbe nelle cose di diritto e nelle antiche istituzioni della sua patria
una penetrazione veramente straordinaria, ecco in qual modo discorre
del Savonarola: «La riforma del Frate è stata forse il solo giusto
governo che abbia avuto Firenze in istato repubblicano. Difatti, quanti
uomini di merito parteggiarono in Firenze pel governo popolare sino al
1530, tutti furono in devozione delle idee del Savonarola. Pochi uomini
più grandi di lui ha da rammentare la storia italiana del secolo XV;
forse nessuno la storia politica della Repubblica di Firenze.» (Forti,
_Istituzioni Civili_.) — Riempire questa nota d’altre citazioni, ci
sembra superfluo, giacchè i fatti parlano con troppa evidenza.




CAPITOLO SESTO.

Le profezie e gli scritti profetici del Savonarola.


Chi, leggendo le cose da noi discorse nel capitolo antecedente, volesse
inferirne lo stato in cui era l’animo del Savonarola, anderebbe forse
assai lungi dal vero. Ognuno crederebbe di trovarlo, se non superbo,
almeno lieto del successo ottenuto, del gran bene che aveva fatto al
suo popolo. Ma, invece, basta leggere le prediche che egli faceva in
quel tempo, per vedere come una profonda tristezza occupava l’animo
suo. Mentre che egli domina dal pergamo tutto il popolo, che pende
da’ suoi cenni; mentre che la città intera ubbidisce alla sua volontà;
egli è ben lungi dall’abbandonarsi alla gioia. L’avvenire si presenta
tristo ai suoi occhi, ed invano egli cerca allontanarne la sinistra
immagine. — «Io sono stanco, o Firenze, per quattro anni di continue
predicazioni, nei quali non ho fatto altro che affaticarmi per te.
Ancora, afflitto m’ha assai la continua memoria del flagello che io
veggo venire, e la paura e timore di te, che tu non pericolassi in
quello. Onde io faccio, per te, una continua orazione al Signore.»[333]
— Invero, le grandi promesse e le belle speranze da lui date a Firenze,
erano state sempre condizionate: «Se voi non vi convertite al Signore,
i lieti augurii si muteranno in tristi.» E quel popolo era tanto
inveterato nel male, che l’avvenire dell’Italia, l’avvenire della
Chiesa ed il suo proprio avvenire apparivano agli occhi del Savonarola
pieni di pericoli e dolori sempre maggiori.

Questi tristi presentimenti, pare che si affacciassero a lui più vivi,
in quei momenti appunto nei quali si sarebbe creduto che più sereno
e contento dovesse essere l’animo suo. Quando aveva superata la prima
lotta politica; quando avea fatta vincere la forma del governo popolare
ed il Consiglio maggiore; in quei giorni in cui il popolo tutto lieto
andava ad ascoltarlo, e si aspettava da lui quasi un cantico di gloria
al Signore; egli, cominciando invece una delle solite allegorie,
dipingeva la tristezza del suo animo, e profetizzava agli uditori la
sua morte violenta, della quale sembra che non abbia mai dubitato. —
«Un giovane, partendosi da casa sua, si mise nel mare a pescare; ed
il padrone della nave lo condusse pescando in alto mare, dove non si
vedeva più il porto: onde il giovane cominciò a lamentarsi altamente.
O Firenze! quel giovane che si lamenta, è su questo pergamo. Io fui
condotto fuori della casa mia al porto della religione, ove andai
nella età di ventitrè anni, solo per cercare la libertà e la quiete;
due cose che amavo sopra tutte le altre. Ma ivi riguardai le acque di
questo mondo, e cominciai colla predica a guadagnare qualche anima; e
trovandovi io piacere, il Signore mi ha messo in mare e portatomi in
alto mare, dove ora sono e donde non vedo più il porto. _Undique sunt
angustia._ Dinanzi ai miei occhi, io vedo apparecchiarsi tribolazione
e tempesta; di dietro io ho perduto il porto, ed il vento mi spinge
in alto. A destra sono gli eletti che domandano aiuto; a sinistra i
demonii e cattivi che ci molestano e tempestano: di sopra io vedo la
virtù eterna, e mi spinge la speranza; di sotto è l’inferno, che come
uomo io debbo temere, perchè senza l’aiuto di Dio vi cadrei certamente.
— Oh Signore, Signore! dove mi hai tu condotto? Per volerti salvare
alcune anime, sono in luogo donde non posso più tornare alla mia
quiete. Perchè m’hai generato uomo di rissa e discordia sopra tutta la
terra? Ero libero, ed ora sono servo d’ognuno. Io vedo per tutto guerra
e discordia venire sopra di me. Almeno voi, o amici miei, o eletti di
Dio, pei quali notte e giorno m’affliggo, abbiate misericordia di me.
Datemi dei fiori, come dice la cantica, _quia amore langueo_. I fiori
sono le buone opere, ed io non desidero altro se non che voi piacciate
a Dio e salviate l’anima vostra.» E tanto il Savonarola s’agitava in
questo discorso, ch’era costretto fermarsi: «or lasciami riposare in
tanta tempesta.»

«Ma quale,» diceva egli, riprendendo il sermone, «quale sarà, o
Signore, il premio conceduto nell’altra vita a chi riesce vittorioso
in simile battaglia? — Cosa che l’occhio non può vedere, l’orecchio non
può udire; la beatitudine eterna. — E quale fia il premio conceduto in
questa vita? — Non sarà il servo maggiore del suo padrone, risponde il
Signore. Tu sai che dopo la predicazione, io fui crocifisso: così il
martirio toccherà anche a te. — Oh Signore, Signore!» esclamava qui il
Savonarola con la sua voce sonora, che echeggiava in tutta la chiesa,
«concedimi, dunque, questo martirio, e fammi presto morire per te, come
tu sei morto per me. Ecco già parmi vedere il coltello affilato....
Ma il Signore mi dice: aspetta ancora un poco, acciò vengano le cose
che hanno a seguire, e poi userai quella fortezza d’animo che ti sarà
concessa.» E qui, riprendendo l’esposizione del Salmo al verso _Laudate
Dominum, quia bonus_, continuava la predica.[334]

Fu questo uno di quei momenti, de’ quali egli soleva dire: «un fuoco
interno brucia le mie ossa, e mi forza a parlare.» Il Savonarola era
allora rapito come in una specie d’estasi, nella quale l’avvenire
sembrava veramente aprirsi ai suoi occhi. Quando ciò gli seguiva nella
solitudine della sua cella, esso rimaneva lungo tempo in preda alle
visioni e vegliava le notti intere, fino a che il sonno, vincendolo,
non veniva a riconfortare le stanche sue membra. Ma se ciò seguiva,
invece, quando era sul pergamo, in presenza di tutto il popolo; il
suo esaltamento allora non aveva più limiti, superava tutto ciò che
la penna può descrivere: egli era come prepotentemente rapito, e
rapiva seco il suo uditorio. Si vedevano uomini e donne, d’ogni età
e condizione, artigiani, poeti e filosofi, prorompere in un pianto
dirotto, che echeggiava per tutta la chiesa. Colui che dalla viva
voce raccoglieva la predica, era allora costretto a scrivere: «qui
il pianto mi vinse, e non potetti andare più oltre.» Il Savonarola
stesso sedeva esausto, e qualche volta rimaneva ammalato ed a letto
per più giorni.[335] La critica non potrà mai giudicare la forza e
l’eloquenza di questi momenti, di cui le parole ci sono in gran parte
sfuggite o rimangono prive dell’ardore con cui furono pronunziate;
prive cioè della loro vita. E noi dobbiamo credere quell’esaltamento
tanto maggiore, e tanto più straordinaria la veemenza dell’oratore,
l’eloquenza, se così può dirsi, della sua persona; in quanto che le
poche parole che ci restano di quei momenti solenni, non sempre sono
atte a spiegarci la grande commozione che da esse veniva prodotta nel
pubblico fiorentino, che pure era il più culto in Europa.

Invero, se ci mettiamo a considerare imparzialmente la vita e la
dottrina del Savonarola, troveremo ch’egli ebbe un singolare ed
inesplicabile presentimento dell’avvenire, il quale dètte ai suoi
scritti, alle sue prediche, alla sua vita, una straordinaria potenza.
Spogliando le sue molte predizioni da tutto ciò che vi è di particolare
e d’accessorio, noi saremo sorpresi di vedere che si son quasi tutte
verificate. Noi qui non vogliamo parlar solo di quell’acume politico
che gli fece, prima d’ogni altro, annunziare la venuta dei Francesi,
la cacciata dei Medici e i tanti altri avvenimenti che seguirono;
quell’acume, che destava così gran maraviglia in tutti i più accorti
uomini di stato in quel secolo.[336] Nè ci fermiamo a quel costante e
continuo presentimento che il Savonarola ebbe della sua morte violenta,
la quale annunziava con una sicurezza inesplicabile, e maravigliosa
davvero. Ma vogliamo piuttosto notare, ch’egli fu il primo a sentire
che si avvicinava un grande rinnovamento nel genere umano; che il senso
religioso doveva rinascere nel cuore degli uomini per rigenerarli;
che, attraverso sanguinose battaglie, la società avrebbe ripreso
vigore. Altro non significano, se noi bene le esaminiamo, quelle sue
famose conclusioni: — La Chiesa sarà rinnovata, ma prima flagellata;
e ciò sarà presto. — Quel suo continuo ripetere che gl’infedeli
saranno convertiti, che il Cristianesimo deve trionfare sulla terra,
che vi sarà ben presto un solo ovile ed un solo pastore; ci fanno
scorgere, assai spesso con grande evidenza, come egli presente che
il genere umano è vicino a ritrovare la sua unità, e che ben tosto
il Cristianesimo sarà la sola religione dei popoli civili. Leggendo
e considerando attentamente le sue opere, noi restiamo davvero
maravigliati nel vedere la costanza, l’insistenza con cui ripete le sue
_conclusioni_; la certezza con cui sembra vederle verificate. E quando
noi lo udiremo, più tardi, descrivere le future calamità dell’Italia
con minuti particolari, con singolare evidenza; quando noi vedremo
ch’ei si esalta, si commuove ed è quasi rapito in un delirio di dolore
nel descriverle; noi non potremo spiegare il fatto, ma di certo è un
fatto straordinario. Quest’uomo vede il tristo e doloroso avvenire
della sua patria; e con tanta evidenza ne presente i dolori, che già
quasi li soffre egli stesso.

Tale ci apparisce il carattere profetico, se così possiam dire, del
Savonarola, quando volgiamo uno sguardo a tutta la sua vita, a tutte
le sue predizioni; fermandoci a quelle solamente che possono avere
una generale importanza, e lasciando da un lato tutto ciò che v’è in
esse di particolare e d’accessorio. Che se, invece, vogliamo fermarci
a questa parte, le cose mutano aspetto, e noi saremo costretti di
esaminare un altro lato affatto diverso nel carattere del Frate. Noi
vedremo, allora, che in lui erano come due nature di uomini diversi:
l’uno si spingeva nell’avvenire; l’altro, quasi, retrocedeva nel
passato. Dopo avere esaminato il primo, ci viene innanzi il secondo, e
bisogna conoscerlo.

Lo studio della scolastica avea avuto una parte così grande nel formare
il carattere del Savonarola, ch’egli ne ricevette una grandissima
disposizione al sottilizzare e sofisticare. Aveva poi sin da fanciullo
preso una strana passione nel leggere e studiare in San Tommaso tutto
ciò ch’esso dice sulle operazioni angeliche, sull’indole dei profeti
e delle loro visioni: andava e riandava senza posa quelle minute e
sottili distinzioni del dottore angelico, le accompagnava con una
lettura continua del vecchio Testamento e dell’Apocalisse; onde non
vi era sogno o visione dei profeti e patriarchi, che a lui non fosse
divenuta familiarissima. Queste cose formavano, per giorni interi,
l’occupazione della sua mente giovanile; accendevano la sua fantasia
già per sè stessa esaltata; e la sua fibra, assai nervosa, ne veniva
scossa ed eccitata in maniera, che la penna non potrebbe descriverlo.
I sogni e le visioni, che aveva avute sin da fanciullo, cominciarono
a moltiplicare; si affollavano intorno alla sua mente, e nella notte
egli ne veniva quasi assalito. Quando poi s’avvide che la lettura
della Bibbia e dei Padri, la fervida preghiera, le notti vegliate,
le facevano crescere ogni giorno; incominciò a crederle ispirate dal
Signore, prodotte nella sua mente dagli angeli, in quel modo appunto
che San Tommaso dice avvenire dei profeti. Allora non vi fu più
sogno da lui fatto, non vi fu strana immaginazione cui non trovasse
un riscontro nella Bibbia, che non mettesse a scrutinio colle regole
dell’angelico dottore. Passava, inginocchiato nella sua cella, le notti
intere in preda a queste visioni, le quali esaurivano sempre più le sue
forze, esaltavano il suo cervello; ed egli finiva col vedere in ogni
cosa rivelazioni del Signore.

Ma qui dobbiamo narrare un altro fatto, che pure merita di essere preso
in considerazione. Eravi tra i frati di San Marco un tale Silvestro
Maruffi, che ebbe gran parte nei destini del Savonarola. Costui sembra
che, per una malattia avuta sin da fanciullo, andasse soggetto ad
una nuova specie di sonnambulismo, nel quale cadeva anche di giorno,
vedendo singolari visioni, facendo strani discorsi. Ma lungi dal dare
a queste cose alcun valore misterioso o soprannaturale, non appena
egli seppe come il Savonarola cominciava a parlare di rivelazioni e
ad annunziare il futuro, gliene fece aspro rimprovero, dicendola cosa
pazza e indegna di uomo grave come lui. Ed il Savonarola, con quello
sguardo e quella sicurezza che gli dava tanto ascendente sopra gli
uomini, lo consigliò allora a pregare fervidamente il Signore, perchè
lo illuminasse sopra la verità di questa cosa. Il Maruffi stesso,
presso alla sua morte e quando non aveva più il coraggio di difendere
il suo maestro, confessò esplicitamente: «O fosse la mia malattia,
o altra ragione, certo a me parve che gli spiriti mi riprendessero
del non gli credere.»[337] Era senza dubbio un altro effetto di
quello strano sonnambulismo; ma pur fece una così grande impressione
sull’animo de’ due frati, che da quel giorno non dubitarono più un solo
momento, che quelle visioni fossero davvero rivelate dal Signore. Il
Savonarola cominciò ad avere pel Maruffi una stima e quasi un rispetto
che la sua poca dottrina ed il suo carattere debole e leggiero non
meritavano punto; prestò una fede veramente cieca alle sue parole;[338]
e così trascinato d’errore in errore, si confermò sempre più nelle sue
strane idee intorno alle visioni. E veramente, la natura, il caso, lo
studio, la preghiera, ed ogni cosa sembrava aver voluto contribuire a
spingerlo, quasi per forza, in questo pericoloso pendío.

Non è descrivibile che cieca fede egli prestasse ormai a queste sue
visioni e sino a che punto ne fosse divenuto schiavo. A sentirlo
discorrere, si sarebbe in certi momenti creduto che in esse sole
consistesse tutta l’importanza della sua missione. Egli vi faceva
sopra uno studio continuo, una seria meditazione: si occupava lunghe
ore a distinguere come gli angeli producono le visioni nella mente
dell’uomo; come si odono le voci soprannaturali, e via discorrendo.
Nelle prediche, nelle epistole, per tutto, noi troviamo sparse le idee
ch’era riuscito a formarsi su questo soggetto. Ma nel _Dialogo della
verità profetica_, pubblicato nel 1497, egli le raccolse insieme, per
farne quasi un trattato scientifico. In esso si scorge, a chiare note,
la ingenua credulità del frate, e la strana confusione ch’erasi fatta
nella sua mente. Invano noi cerchiamo qual fosse il concetto preciso
che egli aveva delle sue profezie e della sua profetica missione:
sembra, invece, che nella sua mente fosse una strana mescolanza di
opposte teorie, per niuna delle quali sapesse assolutamente decidersi.
Qualche volta parrebbe ch’egli profetizzi l’avvenire per semplice
ragionamento; giacchè lo studio della Bibbia, e la considerazione
dei corrotti costumi della Chiesa, debbono persuadere ad ogni uomo
savio che il flagello è vicino.[339] Altre volte, invece, egli crede
conoscere l’avvenire per mezzo delle celesti visioni, le quali sono
altrettante rivelazioni a lui fatte direttamente da Dio, per il bene
del popolo italiano. E questo dono, secondo lui, è indipendente affatto
dal suo carattere di buon cristiano: egli è un puro strumento nella
mano di Dio; e, sebbene profeta, può anche non essere salvo. Con tale
concetto, calcato sulla dottrina di San Tommaso, assumeva, dunque,
esplicitamente il carattere di profeta, e dava alle sue visioni la
spiegazione e l’importanza medesima che l’angelico dottore e la Chiesa
dànno a quelle dei profeti. «Vengono,» egli diceva, «direttamente da
Dio, e sono dagli angeli dipinte nella parte dello intelletto e non
dello affetto, senza che per esse l’uomo debba esser salvo.»[340]

Ma nelle sue opere intorno alla profezia, si presenta assai spesso
un concetto quasi opposto; il quale lasciando da un lato le visioni
e i sogni puerili, considera quel maraviglioso istinto o, se
così vuol dirsi, divinazione dell’avvenire, che niuno potrà mai
negare al Savonarola, non già come una ispirazione venuta da Dio
indipendentemente dalla grazia e dalla salute; ma, anzi, come un
risultato e quasi una parte essenziale di quello spirito evangelico
di cui il cristiano deve essere informato. «Io non sono,» esso diceva
allora, «nè profeta nè figlio di profeta; io non voglio questo nome
terribile; ma io sono certo che le cose che annunzio seguiranno,
perchè esse partono dalla dottrina cristiana, dallo spirito di
carità evangelica...[341] In verità, sono i vostri peccati, i peccati
d’Italia, che mi fanno per forza profeta, e che dovrebbero far profeta
ognuno di voi. Il cielo e la terra vi profetizzano contro, e voi non
lo vedete nè lo udite. Voi siete ciechi della mente, voi chiudete
le orecchie alla voce del Signore che vi chiama. Se voi aveste lo
spirito di carità, voi tutti vedreste, come lo vedo io, il flagello
che s’avvicina.»[342] — E questi varii concetti s’incontrano nelle sue
opere ad ogni piè sospinto, si urtano, si contraddicono, senza che mai
alcuno di essi riesca a dominare compiutamente. Una tale contraddizione
si trova assai spesso nelle prediche; ma è anche maggiore in quelle
opere che trattano specialmente di profezia, le quali meritano di
essere esaminate più da vicino da chi vuol conoscere anche questo lato
della mente di Frà Girolamo Savonarola.[343]

Nel _Dialogo della verità profetica_, che abbiamo più sopra accennato,
egli discorre con sette interlocutori allegorici, che sono i sette
doni dello Spirito Santo; e risponde alle loro varie obbiezioni. Essi
cominciano col domandargli: — Se mai egli si finga profeta, onde più
facilmente persuadere al popolo le verità della fede. — Al che egli,
pieno d’indegnazione, risponde: — Che la verità è una sola, e che ogni
menzogna è peccato; peccato gravissimo sarebbe, poi, quello di chi
volesse ingannare tutto un popolo col nome del Signore, e così fare Dio
medesimo impostore. — Non potrebbe tutto questo, gli domanda un altro,
essere una tua arroganza, nascosta sotto l’abito di falsa modestia?
— A ciò il Savonarola, citando l’autorità di San Tommaso, risponde:
— Questo lume non giustifica l’uomo: su che cosa fonderei io dunque
la mia superbia, la mia arroganza? — Non potrebbe essere, soggiunge
un terzo, che tu, in buona fede, ingannassi te stesso? — No, risponde
egli, non è possibile. Io conosco la purità delle mie intenzioni: io
ho adorato sinceramente il Signore, io cerco imitarne i vestigi; io
ho vegliato le notti intere nella orazione; io ho perduta la pace,
ho consumato la salute e la vita pel bene del prossimo: no, non è
possibile che il Signore m’abbia ingannato. Questo lume è la verità
stessa; questo lume aiuta la mia ragione, regge la mia carità.[344] —
E così va oltre, sostenendo con molta eloquenza un concetto affatto
contrario a quello che aveva esposto poche pagine innanzi. Ad un
interlocutore, egli ha provato la verità del suo _lume_ col dirgli, che
è indipendente dalla grazia; ad un altro vuol provarlo col dirgli, che
è quasi una medesima cosa con essa.

Ma quello che, più di tutto, è meritevole di considerazione, si è ciò
che risponde quando gli vien domandato: — Quale è, dunque, la certezza
che tu hai di queste tue rivelazioni? — È singolare veramente il
vederlo dibattersi fra mille argomenti, fra mille sillogismi, che sono
altrettanti sofismi, per dimostrare la verità delle sue rivelazioni.
Trista posizione è quella di chi deve colla ragione provare che egli è
al di sopra della ragione, e cogli umani argomenti provare ch’egli è
al disopra degli uomini. Il Savonarola, senza avvedersene, camminava
sopra un terreno che poteva aprire sotto i suoi piedi una voragine
pericolosa. Per dimostrare la sua soprannaturale potenza, non vi
era che un solo modo irrecusabile: il miracolo. Tal domanda poteva
un giorno essergli fatta da quella cieca moltitudine che, colla sua
credulità, spingevalo a sempre maggiori eccessi; tal domanda poteva,
nelle mani dei suoi avversari, divenire un giorno arme contro di lui
potentissima. Ma egli era così cieco in queste sue credenze, che mai
non gli poteva venire il pensiero di dubitarne: gli sarebbe, quasi,
sembrata un’ingratitudine al Signore; nè sapeva persuadersi che coloro
i quali non gli volevano credere, potessero essere in buona fede.

Aveva scritto ancora un altro opuscolo sullo stesso soggetto della
profezia, col titolo di _Compendium Revelationum_, che fu pubblicato
nell’agosto dell’anno 1495.[345] Si trova in esso un compendio delle
sue principali visioni, e molte notizie importantissime intorno alla
sua vita; alcune delle quali si riferiscono, appunto, al modo con cui
egli cominciò a profetare, ed alla lotta ch’ebbe a sostenere l’animo
suo contro quel bisogno di raccontar visioni, che pur finalmente lo
vinse. Questo scritto è dettato in un latino assai corretto e quasi
elegante, se lo paragoniamo a quello delle altre opere del Savonarola:
alcune delle visioni che racconta non mancano d’una certa vigorosa
fantasia; come quella più sopra narrata (1492) della spada del Signore,
e un’altra che vide circa il medesimo tempo. Gli apparve, allora,
una croce nera, che si elevava nel bel mezzo della città di Roma e
montava fino al cielo; dove era scritto: _Crux iræ Dei_. Il cielo
conturbavasi; nuvoli terribili volavano per aria; traevano venti,
tuoni e saette; piovevano fuochi e spade; moriva numero grandissimo di
gente. A un tratto la visione si muta; il cielo rasserena e la croce
nera sparisce. Di mezzo a Gerusalemme, ne sorge un’altra che sembra
di oro, che illumina e rallegra il mondo; sopra vi è scritto: _Crux
misericordiæ Dei_; e da tutte le parti della terra corre gente ad
adorarla. Questa visione divenne anch’essa popolare, e fu incisa in
un numero infinito di stampe e di opere del Frate: il significato e le
speranze che voleva simboleggiare, erano facili assai a comprendersi.
Ma che diremo quando il Savonarola, fattosi ambasciatore dei Fiorentini
a Gesù Cristo, racconta il suo lungo e strano e incomprensibile
viaggio nel paradiso, del quale dà una minuta descrizione, riportando
i discorsi che gli furono tenuti da vari personaggi allegorici e
dalla Vergine, di cui descrive il trono, e ci dà perfino il numero
e la qualità delle pietre preziose che lo adornavano? Il misterioso
viaggio si conclude, poi, con un sermone che Gesù Cristo fa, per mezzo
del Savonarola, ai Fiorentini; nel quale sermone viene confermata
tutta la dottrina del frate. E questa visione, che fu descritta la
prima volta in una predica del maggio 1495, pare che sollevasse alcune
critiche e contraddizioni nella città; giacchè troviamo che in una
lettera _ad amicum deficientem_,[346] il Savonarola se ne lamenta,
affermando che quelle diceríe erano mosse da malignità: «perchè, chi
avesse udito attentamente, si sarebbe persuaso che io non ho inteso
dire d’essere stato corporalmente in paradiso, ma che fu tutta una
visione immaginaria; perchè in paradiso non sono nè alberi nè acque
nè scale nè porte nè sedie; onde, se essi non erano maligni, potevano
facilmente intendere, che tutte quelle cose furono formate nella mente
per ministerio angelico.» Chi vorrà, però, credere che questi strani
sogni sieno effetto d’operazioni angeliche, piuttosto che di fantasia
alterata?

Ma la puerilità stessa di queste visioni ci presenta un forte argomento
per difendere il Savonarola dalle accuse che molti gli han voluto fare
di poca sincerità e di mala fede, quasi che egli avesse voluto, col
secondare la credulità della plebe, rendersene meglio padrone. Questa
opinione confonderebbe tutto il suo carattere, ridurrebbe tutta la sua
vita in un caos, e renderebbe inesplicabili non solo le sue più belle
qualità, ma anche i suoi più gravi errori. Come si potrebbe mai credere
che un uomo dell’ingegno, della prudenza, della esperienza che aveva
il Savonarola, fosse nel fingere così poco accorto, così puerile? Qual
bisogno aveva egli, quando avesse voluto fingere, di raccontare le sue
finzioni ai quattro venti? Qual bisogno aveva, per ingannare la plebe,
di scrivere astrusi e difficili trattati sulle visioni; parlarne agli
amici, alla madre stessa; discuterne sui margini delle sue Bibbie?[347]
Quelle cose che i suoi imparziali ammiratori più vorrebbero nascoste;
quelle cose che la doppiezza meno accorta avrebbe, forse, raccontate al
popolo, ma non avrebbe certo messe a stampa; sono quelle appunto che
egli pubblicava e ripubblicava, quelle ch’egli sosteneva colla Bibbia
e con San Tommaso. Anzi, questa è la singolarità del suo carattere,
questo è il fatto che più merita di essere considerato: il vedere,
cioè, un uomo che dominava un intero popolo, che empieva il mondo
della sua eloquenza, che era il filosofo più originale di quel secolo,
che aveva dato a Firenze la miglior forma di repubblica che avesse
mai avuta; il vederlo quasi inorgoglire d’aver sentito per aria delle
voci, d’aver visto la spada del Signore, d’essere stato ambasciatore
dei Fiorentini alla Vergine! Questo è un fatto che la storia non deve
nascondere nè alterare; ma deve porlo nella sua vera luce, perchè esso
può divenire soggetto d’alta meditazione pel filosofo. È certo uno
spettacolo solenne il vedere come la Provvidenza umilia terribilmente
gli uomini anche grandissimi, ponendo accanto alle loro quasi divine
facoltà, debolezze tali, che ci rammentano come anche essi furono
mortali.

Nè questo singolare contrasto fu mai così grande come nel Savonarola,
ed in quella età ch’egli incominciava. Pareva che, in quel nuovo
ringiovanire del genere umano, tutte le facoltà si fossero esaltate,
e la vita fosse divenuta, quasi, una febbre, in cui gli uomini non
potevano salvarsi dal delirio. Noi abbiam visto il grave e solenne
Marsilio Ficino mutare ogni giorno le pietre de’ suoi anelli, a
seconda dello stato del suo animo; mutare ne’ suoi amuleti le unghie,
i denti dei vari animali, e discorrere dalla cattedra sulle loro
occulte virtù. Abbiam detto come Francesco Guicciardini ci assicurasse
di avere avuto _esperienza degli spiriti aerei_, e come Cristoforo
Landino ricercasse negli astri l’avvenire della religione cristiana.
Onde si può concludere, che tra il Savonarola ed i suoi più celebri
contemporanei, non passava altra differenza, se non che egli attribuiva
a cause tutte religiose e soprannaturali, quelle cose medesime che gli
altri filosofi e pensatori attribuivano alle potenze occulte. Ma se
diamo ancora un passo per entrare più oltre in quel periodo di storia
che i Francesi chiamarono _Rinascenza_, la nostra maraviglia non avrà
allora più limiti. I sogni del Pomponaccio, del Porta, del Cardano,
lasciano di gran lunga addietro quelli del Frate di San Marco. Quegli
arditi ingegni che, attraverso le scienze occulte, spianarono la via
al Galileo, sembravano delirare in tutta la loro vita. Certo, niuno
oggi vorrebbe creder veri i sogni del Cardano, se egli medesimo non
li avesse narrati nella sua biografia; e niuno vorrebbe allora credere
all’ingegno ch’egli ebbe, se i suoi scritti non stessero a confermare
le sue scoperte. Le visioni tolsero alla scienza la metà della sua
vita: un fischio che udiva nell’orecchio, era la voce del suo genio;
una vespa che entrava nella camera, gli faceva quasi scrivere un volume
di predizioni: alle quali prestava, poi, tanta fede, che gli storici
raccontano come ei si lasciasse morir di fame, per farne verificare
una![348]

Tali furono quegli uomini, tali que’ tempi, che dovevano dare alla
religione, alla scienza ed alla libertà tanti martiri. E noi lo abbiam
detto più volte: senza mettere il Savonarola alla testa della nuova
età, non si potrà mai comprendere il suo carattere. Quando egli saliva
sul pergamo ad annunziar l’avvenire; con tanta evidenza lo vedeva,
che già quasi sembrava varcare la soglia del nuovo secolo; con tale
forza lo presentiva, che già lo incominciava. Ma quando, invece, voleva
ragionare e discutere su quel suo dono maraviglioso, la cui spiegazione
stava solo nella grandezza del suo animo; egli, allora, retrocedeva
nel passato e, ricadendo nella scolastica, non comprendeva neppure sè
stesso. Onde in lui, come in tutto quel tempo, noi vediamo il passato
e l’avvenire darsi come una fiera battaglia. Il passato tien profonde
ancora le sue radici, ma già inaridisce e perde il senso della realtà;
l’avvenire, invece, cresce giovane e rigoglioso, e sente che il mondo
appartiene a lui.




CAPITOLO SETTIMO.

Varii partiti si cominciano a scorgere in Firenze. Il Savonarola
predica nelle feste, _sopra i Salmi_; nella quaresima, incomincia colle
prediche _sopra Giobbe_ la riforma generale dei costumi, ed ottiene
grandissimo successo. Conversione di Frà Benedetto. [1495.]


Riprendendo il filo della storia, noi torniamo ai principii dell’anno
1495, e rintracciamo i semi di quelle discordie cittadine, che,
sebbene non ancora visibili, dovevano pure germogliare più tardi e
far rinascere le parti in Firenze. Invero, allora sembrava non esservi
che una sola opinione, un solo partito; quello, cioè, che chiamavano
del Frate e dei _Frateschi_. Chi, però, lo avesse riguardato un poco
da vicino, subito vi avrebbe scorto una gradazione di opinioni assai
diverse. Vi eran dapprima quelli che, sebbene amassero il governo
popolare, non avevano alcuna simpatia nè pei frati in genere nè pel
Savonarola in particolare. Costoro erano pochi di numero, e male
riuniti insieme; vedevano, d’altronde, che il Frate conduceva le
cose in favore di quella libertà che essi amavano; onde nei Consigli
solevano votare in favore di lui e de’ suoi seguaci. E per questo
loro carattere, quasi inoffensivo, ebbero il nome di _Bianchi_;
mentre quello di _Bigi_ veniva dato a un numero assai maggiore di
cittadini, meglio uniti fra loro, e assai più pericolosi. Erano questi
i partigiani dei Medici, che, avendo avuto il perdono generale per
opera del Savonarola, s’erano in apparenza uniti a lui e si dicevano
amici del governo popolare; ma, nel fatto, tenevano fra loro segreti
colloquii e stavano in corrispondenza continua con Piero de’ Medici, di
cui desideravano ardentemente il ritorno. Sebbene questi loro maneggi
segreti non dovessero tardar molto a venire alla luce, restavano pure
sul principio nascosti, e la Repubblica si covò lungamente una serpe
nel seno. I Bigi, infatti, tanto più erano pericolosi, in quanto
lavoravano sott’acqua, e si valevano della generosità verso di loro
usata dal Savonarola e della soverchia buona fede de’ suoi seguaci,
per più facilmente rovinare la patria. I buoni popolani, tutti pieni
delle prediche del Frate, tutti contenti del perdono che avevano
concesso e della libertà che avevano ottenuta, non sognavano neppure
quei tenebrosi maneggi, quelle trame segrete; e quando il Savonarola
li avvertiva dal pergamo che stessero desti, «perchè c’è chi lavora
contro alla libertà e cerca di fare tiranno,» quasi pensavano che egli
esagerasse per soverchio zelo del bene comune, e andavano ripetendo
che, ormai, in Firenze non c’erano più amici dei Medici.

Il partito popolare teneva l’occhio ad altri nemici più scoperti; a
quei partigiani dello Stato stretto, i quali noi abbiamo già visto con
quanta energia combattessero, fin dal principio, il nuovo governo.
Costoro erano uomini di ricche famiglie e di molta esperienza, per
essere stati dai Medici adoperati nelle faccende di stato; avevano
amicizie e relazioni d’importanza nella corte di Roma; ma soprattutto
a Milano, donde il Moro, che odiava cordialmente la Repubblica e Piero
de’ Medici, li favoriva con ogni aiuto. Essi avrebbero voluto stringere
tutto il governo nelle loro mani, e fondare una specie di repubblica
aristocratica, come al tempo degli Albizzi. Odiavano, perciò,
fieramente i Medicei, che, lungi dal perdonare come aveva fatto il
Savonarola, avrebbero voluto perseguitarli cogli esilii, le confische
e le condanne a morte; odiavano tutti gli amici dal governo popolare:
ma contro al Frate, che consideravano solo autore della loro disfatta,
e contro i suoi seguaci, che per disprezzo chiamavano _Piagnoni_,
erano davvero furibondi; e per queste ragioni furono chiamati gli
_Arrabbiati_.[349] Avevano, infatti, tutto quell’antico e irrequieto
spirito di parte che sembrava essere naturale a Firenze, e che il
Savonarola solamente aveva saputo frenare; onde ne veniva da loro
tanto più odiato. Avrebbero voluto mettersi a qualche cimento, venire
a qualche fatto risoluto; ma si trovavano a ciò, ancora, troppo deboli
e pochi di numero. Ed in vero, dopo che fu vinta la nuova costituzione,
la condizione degli Arrabbiati era divenuta difficile assai: combattere
il governo popolare non potevano in alcuna maniera, perchè avrebbero
avuto contro di loro i Bianchi, i Piagnoni e, più di tutti ancora, i
Bigi, i quali sapevano che in un governo di Arrabbiati non c’era per
loro nè perdono nè speranza.[350] In tale stato di cose, pensarono
anche gli Arrabbiati di mostrarsi amici o almeno tolleranti del governo
popolare, e concentrare tutto il loro odio contro al Savonarola, che
sapevano esserne l’anima ed il sostegno. Cercavano, quindi, argomento
continuo di ridicolo nelle sue visioni e profezie; dicevano non essere
ufficio di frate il mescolarsi di stato; chiamavano le sue accuse
contro la corte di Roma enormi e scandalose. Speravano, in questo modo,
allontanare i Bianchi ed i Bigi dal Savonarola e da’ suoi seguaci, e
combattendo un uomo, aprirsi la via a combattere un partito.[351]

Cominciarono, adunque, la loro guerra sin dal principio dell’anno
1495; e quando i Venti Accoppiatori, dopo molta discordia, elessero
a gonfaloniere messer Filippo Corbizzi, uomo inetto a governare,
poco amico del popolo e punto del Savonarola,[352] gli Arrabbiati
s’accostarono a lui e lo trovarono docile strumento delle loro
voglie.[353] Un giorno egli fece cosa assai insolita, raccogliendo in
Palazzo un consiglio di teologi e maestri in divinità, abbati, priori,
canonici di San Lorenzo e del Duomo: vi fu, tra gli altri, invitato
anche Marsilio Ficino, il quale, sebbene fosse ammiratore della
dottrina del Savonarola, era pure un partigiano dei Medici.[354] Non
appena costoro si furono radunati, che il gonfaloniere espose come egli
voleva muovere accusa contro al Frate, perchè s’impacciava nelle cose
di Stato. Nè andò guari, che il Priore di San Marco, ignaro di tutto,
entrava accompagnato dal suo fedele Frà Domenico da Pescia; e non
aveva appena varcato la soglia, che si vide assalito da quella turba
di teologanti, i quali tutti furiosi si scagliarono contro di lui. Più
terribile degli altri era un tal domenicano di Santa Maria Novella,
il quale aveva nome di gran teologo, e per esser piccolo assai della
persona, e pieno d’impeto e di sottigliezza nell’argomentare, veniva
chiamato il Garofanino. Costui, pigliando per testo quelle parole
dell’Apostolo: _Nemo militans Deo, implicat se negotiis sæcularibus_,
fece un discorso pieno d’invettive contro al Savonarola; il quale,
dopo che tutti gli altri ebbero finito, si levò tranquillamente a
parlare. Egli disse: «In me si verifica ora quel detto del Signore:
_Filii matris meæ pugnaverunt contra me_; pure, mi duole di vedere che
il mio più fiero avversario vesta lo stesso abito di San Domenico.
Quell’abito gli doveva rammentare che il nostro fondatore si è
impacciato non poco nelle cose di questo mondo; che dal nostro ordine
è uscita una moltitudine di religiosi e di Santi che si sono occupati
nelle faccende di Stato. Deve la repubblica fiorentina ricordarsi del
cardinale Latino, di San Pietro Martire, di Santa Caterina da Siena, di
Sant’Antonino, che sono tutti usciti dall’ordine di San Domenico. Non
è l’occuparsi delle faccende di questo mondo nel quale Iddio pure ci
ha messi, ciò che in un religioso si deve condannare; ma l’occuparsene
senza un fine più alto, senza mirare al bene della religione.» Sfidò,
quindi, ognuno a citare un solo passo della Bibbia, che condannasse il
favorire un governo libero per far meglio trionfare il buon costume e
la religione. E concluse col dire: «Assai più facilmente voi troverete
che la religione non si deve trattare nei luoghi profani, e che la
teologia non si discute in Palazzo.» Quella radunanza di teologanti
restò talmente confusa a questo discorso, che niuno seppe rispondervi
altro. Se non che, si levò uno tutto adirato, e gridava: — «Orsù,
dicci chiaro; le tue parole vengono esse veramente da Dio, o pur no?»
— «Ciò ch’io ho detto, l’ho detto in palese,» rispose il Savonarola;
«ora non ho altro da aggiungere.» — E così fu sciolto quel singolare
consesso.[355]

Vinti e confusi in questo modo gli avversarii, il Savonarola continuava
la sua predicazione, adoperandosi a conciliare gli animi, a calmare e
spegnere le parti. Ora discorreva della pace universale, ora dimostrava
i vantaggi del Consiglio maggiore: un giorno, lo troviamo sul pergamo,
tutto pieno di entusiasmo, paragonare i vari gradi che ha percorso il
governo da lui istituito, alle sette giornate della creazione;[356] un
altro giorno, egli lo paragona a quello delle gerarchie angeliche.[357]
— «Continuate questa riforma», egli diceva sempre, «procedete nella
via già intrapresa; e voi sarete benedetti dal Signore.» — Nell’ultima
predica che fece _sopra Aggeo_, disse che il Signore voleva dar nuovo
capo alla città di Firenze; tenne l’uditorio lungamente sospeso sopra
quel discorso, e finalmente concluse: — «Questo nuovo capo è Gesù
Cristo; egli vuole essere il vostro re!» — Descrisse poi, che grande
felicità sarebbe quella di non avere altro capo, altra guida che Lui, e
le grandi prosperità che ne verrebbero a tutti. «Oh Firenze! tu allora
sarai ricca di beni temporali e spirituali; tu farai la riforma di
Roma, d’Italia e di tutti i paesi; tu spanderai nel mondo le ali della
tua grandezza.»[358]

In questo modo, fra un indescrivibile entusiasmo del popolo, egli
poneva termine a quell’Avvento _sopra Aggeo_, nel quale la politica e
la religione sono così strettamente e così singolarmente mescolate,
ch’esso rimane un monumento eterno della storia dei tempi, e delle
diverse passioni che agitarono l’anima di quel frate. Egli aveva preso,
quell’ultimo giorno, licenza dal popolo, dicendo di volersi riposare:
ma poco durava il suo riposo; perchè, nel gennaio 95, lo troviamo di
nuovo sul pergamo a fare le prediche _sopra i Salmi_, continuandole
per tutte le feste che precedettero la quaresima. In questo modo,
noi abbiamo sette lunghi sermoni i quali, sì per la materia come per
la forma, son simili a quelli _sopra Aggeo_.[359] Se non che, vi si
scorgono già chiaramente i segni delle discordie cittadine, e di quella
lotta che esso cominciava a sostenere cogli Arrabbiati. — «Oh ingrata
Firenze, ingrato popolo! Io ho fatto per te quello che non volli fare
per i miei fratelli, pei quali mi son sempre ricusato pregar pure una
sola volta un principe del mondo. Ed ora quello che io ho fatto per te,
mi concita addosso tanta invidia di religiosi e di secolari.»[360]

Fra queste prediche _sopra i Salmi_, merita di essere particolarmente
considerata una che fu fatta il giorno 13 gennaio, e si chiamò _Predica
della Rinnovazione_. Il Savonarola, pigliando allora per testo
quelle famose parole da lui udite nelle sue visioni: _Ecce gladius
Domini super terram cito et velociter_, esponeva tutte le sue idee
intorno alla Rinnovazione. Incominciava col dire che le cose future e
contingenti sono note solamente a Dio; onde l’astrologia, che pretende
conoscere il futuro per mezzo degli astri, è falsa, perchè contraria
alle regole della fede ed ai principii delle scienze. E dopo averla
con tali argomenti lungamente combattuta, viene a parlar del lume
profetico, «che per divina partecipazione fa conoscere il futuro, senza
che per questo giustifichi l’uomo: come se ne può vedere un esempio
in Balaam, che fu peccatore e profeta.» Espone i vari modi in cui può
essere manifestato il futuro, e viene finalmente alle sue visioni: «Io
le ebbi,» egli dice, «fin dalla mia prima giovinezza; ma cominciai a
manifestarle solo a Brescia. Di là fui dal Signore mandato a Firenze,
che è il cuore d’Italia, perchè così venisse incominciata la riforma di
tutta Italia.»

Dopo queste generali premesse, viene a discorrere la necessità del
flagello e della rinnovazione. Espone dapprima le ragioni naturali,
che sono: l’oppressione degli eletti, l’ostinazione dei peccatori,
il desiderio dei buoni, e via discorrendo sino all’ultima, che è
l’opinione universale. «Tu lo vedi! ognuno pare che annunzii il
flagello e la tribolazione. Tu lo vedi! ad ognuno sembra giusto
che venga la punizione di tante nostre iniquità.» Rammenta l’abate
Gioacchino, «il quale anch’egli predisse la rinnovazione per questo
tempo;» porta innanzi un gran numero di parabole, che servono tutte a
dimostrare la grande probabilità del flagello; ripete mille distinzioni
sulla diversità delle visioni; racconta, finalmente, le sue. Si
restrinse a descrivere principalmente quella della spada che s’avvicina
alla terra, e quella delle due diverse croci che vide sorgere sopra
Roma e sopra Gerusalemme. — Niuno potrebbe mai dire con quale accento,
con che ardore egli descrivesse queste sue immaginazioni; con quanta
fede le desse per visioni celesti. Egli ripeteva le parole che aveva
udite pronunziare nel cielo da esseri invisibili;[361] la sua voce
risonava grave e solenne sotto le arcate del tempio, scendeva come una
divina manifestazione su quel popolo estatico, che fremeva di terrore,
di maraviglia e diletto nello stesso tempo. Tutti gli uomini erano
allora eccessivamente vaghi delle cose soprannaturali; l’uditorio e
l’oratore si scambiavano, quindi, uno sguardo quasi magnetico, in cui
non si potrebbe appieno distinguere chi dominava e chi era dominato: si
esaltavano a vicenda, e venivano in uno stato di febbrile eccitamento,
che noi non potremmo facilmente nè descrivere nè comprendere.

Ma, nel dimostrare la necessità del flagello, ancora il Savonarola
non si fermava a questi argomenti; egli, anzi, riprendeva da capo il
soggetto per dimostrarlo colle ragioni cavate dalla Sacra Scrittura. —
«Il profeta Daniele ha detto, che l’Anticristo verrà a perseguitare i
Cristiani in Gerusalemme: bisogna dunque che i Turchi sieno convertiti.
E come potranno essere convertiti, se la Chiesa non si rinnova? San
Matteo dice che il Vangelo sarà predicato in tutto il mondo; ma chi è
oggi capace di farlo? Ove sono i buoni predicatori e pastori?» E così
procedendo oltre, conchiudeva: «Tu lo vedi, adunque, che la Scrittura
e la rivelazione, la ragione naturale ed il consenso universale ti
annunziano che il flagello è vicino. O Italia! o principi! o prelati
della Chiesa! l’ira di Dio è sopra di voi, e non avete rimedio alcuno
se non convertirvi al Signore. O Firenze! o Italia! pei vostri peccati
sono venute le avversità. Fate penitenza, mentre che la spada non
è fuori della guaina, mentre che essa non è ancora insanguinata:
altrimenti, non basterà nè potenza nè sapienza nè forza.... Oramai
eccoti le mie ultime parole: io ti ho rivelato ogni cosa con ragioni
divine e con umane, ti ho pregato, ti ho supplicato; comandare non li
posso, perchè ti sono padre e non signore. Fa tu, o Firenze; a me non
resta che pregare il Signore perchè t’illumini.[362]»

Questa predica fu subito stampata, e corse tutta Italia, diffusa dagli
amici e dai nemici del Savonarola: gli uni volevano far conoscere la
sua eloquenza, spargere la sua dottrina; volevano gli altri mostrare
la sua audacia, irritare contro di lui i principi italiani ed il papa.
Ed essa fu, nelle mani degli Arrabbiati, un assai utile documento
per muovere lo sdegno dei Borgia. Riuscirono, infatti, verso la fine
di quello stesso mese di gennaio, a far venire da Roma un ordine che
imponeva al Savonarola di andare a predicare in Lucca:[363] nè v’era
cosa che non sperassero di poter fare, con una Signoria amica e col
Frate lontano. Questi, onde non muovere scandali, già s’apparecchiava
a partire pel tempo ordinato. Faceva, però, altre quattro prediche,
nella prima delle quali inculcava al popolo di persistere nella
formazione del nuovo governo, raccomandava la carità, la pace e
l’unione. Discorreva in un’altra della semplicità e dei buoni costumi;
consigliava di levar via ogni cosa superflua per darla ai poveri,
incominciando a farlo dai conventi. E quando il governo fosse riuscito
ad ottenerne il permesso da Roma, il suo sarebbe stato dei primi.
«Io non ho mai trovato evangelo che raccomandi le croci d’oro e le
pietre preziose; ho bene trovato: io ebbi sete, e tu non mi desti da
bere; io ebbi fame, e tu non mi desti da mangiare. Se voi ottenete il
consenso di Roma, io, per me, voglio dare, dal mantello in su, ogni
cosa.»[364] Nelle due ultime prediche,[365] prese commiato dal popolo,
dicendo che doveva dar luogo all’ira. «Io debbo andare a Lucca, e
di là forse altrove, secondo gli ordini; pregate il Signore che mi
aiuti a predicare la sua dottrina. Vi sono molti in questa città, che
vorrebbero ammazzarmi; ma sappiate che la mia ora non è anche sonata.
Io parto perchè debbo obbedire agli ordini, e non voglio generar
scandalo nella nostra città. — Voi, o eletti del Signore, perseverate
nella orazione e nella carità; non vi spaventate dei flagelli, non
delle tribolazioni, che sempre perseguitano i buoni; ma siate fermi nel
ben fare.» Ciò detto, fra la commozione e lo sconforto di tutti i suoi,
discendeva dal pergamo.

Se però la Signoria, a causa del gonfaloniere Corbizzi, era stata
avversa al Frate, i Dieci si erano invece mostrati favorevolissimi.
Sapendo d’essere sostenuti dalla opinione di tutto il popolo, scrissero
a Roma, pregando istantemente il Santo Padre perchè volesse concedere
al Savonarola di predicare la quaresima in Firenze, nonostante
l’ordine ricevuto di andare a Lucca.[366] La città intera s’era, poi,
commossa all’annunzio che il Frate partiva; molti già tenevano per
ispacciato il governo popolare; e lettere d’ogni sorta arrivavano a
Roma, sollecitando dal papa una revoca dell’ordine dato. Il Borgia,
veramente, non aveva ancora alcuna grave cagione di odio contro al
Savonarola: delle sue accuse contro il mal costume, delle sue visioni
e predizioni, poco allora sapeva e meno si curava. Il re Carlo,
d’altronde, amico del Frate e dei Fiorentini, era nel regno di Napoli
nella maggiore prosperità della sua fortuna, e il papa non voleva
farselo nemico. Per tutte queste ragioni, si lasciò assai facilmente
indurre a consentire al desiderio dei Fiorentini; e, revocato il breve,
permise al Savonarola di predicare la quaresima in Firenze.[367]

Ma questo fatto, che in apparenza era di assai poco momento,
produceva sull’animo del Frate una profonda impressione, che egli
non potette giammai dimenticare, e che diede un nuovo corso alle
sue idee.[368] L’essere mandato a predicare fuor di Firenze, certo
allora gl’incresceva assai; ma pure l’obbedienza era per lui un sacro
dovere, ed egli per nessuna cosa al mondo avrebbe voluto violarlo.
Ma che pensare quando il papa stesso teneva così poco conto de’ suoi
brevi, da farli e disfarli a seconda di chi ultimo lo pregava? Oramai
diveniva certezza che il breve era venuto solo per compiacere ai nemici
del Frate, a quelli che avevano già cominciato a tendergli ogni sorta
d’insidie. Che peso, adunque, poteva darvi egli, se il papa stesso non
ve ne dava alcuno? Avrebbe dovuto obbedirvi, quando lo avesse sin dal
principio saputo con certezza? Ma il Savonarola scacciò allora questi
pensieri come importune tentazioni, e si pose subito a predicare la
quaresima. Prese per soggetto il libro di Giobbe, quasi ad indicare
che a lui conveniva far prova di pazienza; e si astenne, per quanto
potette, dal discorrere di Stato, onde non dare nuovo appiglio ai
suoi nemici. V’era da fare un’altra riforma, non meno utile, non meno
necessaria della politica; _la riforma dei costumi_: ed a questa egli
si mise con tutto l’animo nelle sue prediche _sopra Giobbe_. Esse,
però, ci sono pervenute in uno stato poco meno imperfetto di quelle
_sopra l’Arca di Noè_. Raccolte, incompiutamente e quasi a brani,
da uno il quale di continuo ci avverte che la commozione lo vinceva
e l’obbligava a smettere, furono poi tradotte in latino e quindi
ritradotte in italiano, per essere in questa forma pubblicate la prima
volta a Venezia, l’anno 1545.

Il ben vivere, l’unione e la concordia dei cittadini formano il
soggetto principale di queste prediche. Fin dal principio comincia a
stabilire, che tutti si possono salvare, purchè vogliano sinceramente
il ben vivere: «Non ci è scusa nessuna, o fratelli; la rettitudine
ci avvicina al Signore, e l’evangelo viene in aiuto della nostra
debolezza.»[369] In questi sermoni tutto comincia e tutto finisce col
ben vivere. Discorre dell’amicizia, e, dopo averne esaminato i vari
gradi e qualità, conchiude, che «quella amicizia sola merita questo
nome, ed è veramente ferma e stabile, che è fondata sopra il bene e
sopra lo onesto e sopra la virtù.»[370] Discorre della essenza della
libertà, e viene alla medesima conclusione: «Iddio è essenzialmente
libero, e l’uomo giusto è libero a similitudine sua. La vera, la sola
libertà sta nel volere il bene. A te pare che il buono religioso non
sia libero, perchè ha sottoposto la sua volontà a quella d’altri; ma
egli ha maggiore libertà di coloro che sono nel secolo, perchè egli
vuole appunto ciò che altri gli comanda. Che libertà è quella di essere
dominato dalle passioni? — Orsù, a proposito nostro: Firenze, vuoi
tu libertà? Cittadini, volete voi esser liberi? Amate principalmente
Iddio, amate il prossimo, amatevi l’un l’altro, amate il ben comune:
se avrete questo amore e questa unione fra voi medesimi, avrete la vera
libertà.»[371]

L’altro soggetto su cui ricadono continuamente queste prediche, è, come
abbiamo già detto, l’unione e la concordia dei cittadini. «Firenze,
io ti dico che ti bisogna essere unita, se tu vuoi essere liberata dai
tuoi mali. E se tu dicessi: oh! noi abbiamo unione; tu ne menti. Dico
che se tu dici d’avere unione, tu ne menti; la seconda e la terza volta
tu ne menti.... E se tu fussi unita, quello che t’avevo promesso, tu
di già l’avresti conseguito.... State dunque uniti; se volete avere
forza e virtù da Dio, bisogna che la materia sia disposta a ricevere;
e la disposizione sarebbe l’unione, la quale tu, Firenze, non hai.
Dove è l’unione, quivi è Dio; e dove è Dio, quivi è ogni forza ed ogni
bene.»[372] Queste medesime parole il Savonarola mette di continuo in
bocca del Signore, e le fa da Lui pronunziare al popolo fiorentino.
Pare che, essendosi per prudenza astenuto dalla politica, ricadesse
allora con tanto maggiore abbandono nelle sue visioni. Una predica
intera è sul lume profetico;[373] in un’altra egli divide il mondo
in due schiere, l’una dei cattivi capitanati dal Diavolo, l’altra
dei buoni capitanati da Gesù Cristo; propone agli eletti di far lega
con Cristo, e si offre di andare ambasciatore a Lui. Nelle prediche
seguenti riferisce, poi, i dialoghi avuti in questa strana ambasceria
con la Vergine e con Gesù Cristo, ed anche in essi si discorre
principalmente dell’unione e del ben vivere. «Guarda le cose naturali,»
dice Gesù Cristo al Savonarola, «tutte si riducono, di grado in
grado, ad una che è più perfetta in fra loro. Tutti i moti delle cose
materiali si riducono al moto del cielo; tutti i moti del nostro corpo
si riducono al cuore; tutti i moti dell’anima alla ragione; tutti i
reggimenti e governi a Dio, primo rettore dell’universo. Considera che
quando le parti d’una cosa sono disperse, non si dice più che quella
esiste; e volendola tornare alla sua esistenza, vi bisogna una virtù
che ricostituisca la sua unità. Se fosse stato possibile mostrare tutta
la mia potenza e bontà in una sola creatura, l’avrei fatto; e solo
perchè niuna sarebbe stata capace di tanto, ho fatta una moltitudine di
creature, le quali tutte insieme rappresentano una maggiore e più larga
unità. Osserva la natura intera, e tu vedrai che ogni essere desidera
la sua unità; ogni essere la cerca, fuori che questo popolo fiorentino,
il quale non vuole altro che separarsi e dividersi.» Continuando il
medesimo discorso, si viene a parlar del ben vivere. «Il bene,» è
sempre il Signore che parla, «è di sua natura diffusivo; e però, Io,
che sono la somma bontà, mi diffondo nel creato, e ho dato l’essere a
tutte le creature, nelle quali ogni bene che hanno, è partecipazione
della mia bontà. Per essa Io discesi fra gli uomini, mi feci uomo e
salii sulla croce. Questo, adunque, sarà il segno per cui si conoscerà
chi è buono: quando uno, cioè, diffonde negli altri la sua bontà e li
fa partecipi di quel bene che egli ha in sè, allora esso veramente è
buono e partecipa della mia bontà.» «Ma dove si vede il contrario, che
non diffondono nè spargono il talento che io loro ho dato, questo è
manifesto segno che non partecipano della mia bontà. La vita cristiana
non consiste in cerimonie, ma nell’essere buono; e chi è buono, non si
può contenere che non mostri la sua bontà. L’essere buono vuol dire
essere pietoso e misericordioso. E però dirai a ciascheduno, e siano
di che stato e condizione si vogliano, che a questo si conosce la bontà
dell’uomo: se lui, cioè, è pietoso e diffonde quel che è suo in altri,
e massime ne’ poverelli. Ed in questo consiste la religione cristiana,
che è fondata nell’amore e nella carità.»[374]

Il soggetto continuo, di queste prediche, dunque, è sempre la riforma
dei costumi, necessaria adesso più della riforma politica, la quale
camminava oramai da sè. È ben vero che esse son piene di visioni, di
allegorie, di singolari interpetrazioni della Bibbia: cose le quali
riescono ancora più strane, perchè la compilazione di quelle prediche
fu inesatta ed incompiuta. Nondimeno, tutto ciò rimane come la veste
esterna di esse, ed il soggetto è sempre il medesimo: egli, in fondo,
non raccomanda mai altro che il ben vivere e l’unione. Ecco, infatti,
un esempio delle allegorie bibliche che espose in quel quaresimale.
«Narra San Marco, che, passato il sabato (santo), la mattina seguente,
le tre Marie vennero di buona ora al sepolcro di Gesù, con quelli
unguenti aromatici per ungere il corpo del Salvatore. Queste tre
Marie significano i perfetti, i proficienti e gl’incipienti, che vanno
cercando di Gesù. Come altra volta vi ho detto sopra questo evangelo,
portano cose aromatiche ed odorifere; _idest_ le virtù, con le quali
piacciono a Gesù. Giungono al sepolcro, _orto jam sole_, cioè quando
già era levato il sole.»... «Se tu cerchi Gesù, nascendo in te il sole
della giustizia, tu sarai illuminato e avrai il desiderio bramato. Ma
bisogna che tu vada con rettitudine e che tu operi, perchè l’opera
è quella che ti farà perfetto. — Ecco qui le tre Marie che andavano
rette, cercando il loro Signore, e vedi che al fine furono consolate.
E camminando, pensavano in fra loro: chi sarà che rimuoverà la lapide?
E così parlando, giunsero al tempio, e videro che la lapide era tolta.
Questo significa che ancora che tu il quale vai col ben fare cercando
Cristo, non lo conosci. Egli è in te, e sì ti lieva questa lapide
della ignoranza, ed il lume rivelato diràtti come l’Angelo alle Marie:
_Jesum quæritis Nazarenum? surrexit, non est hic._» «Io so che voi
cercate Cristo; Egli è resuscitato, non è qui. Cioè, cercate Cristo in
cielo; nè lo cercate nelle cose della presente vita, non nelle cose
di questo mondo; cercatelo nelle cose celesti e divine e spirituali;
lasciate l’affetto delle cose temporali: Egli è in cielo, e sì vi
aspetta. O cristiani! che state voi a fare qua? Cercate di andare dove
è il vostro capo, chè quivi è la vostra felicità. _Venite et videte_,
disse l’Angelo alle Marie; cioè venite e vedete qua, nel sepolcro, che
Cristo non ci è, perchè Egli è risuscitato. _Sed ite_, ma andate, cioè
camminate di virtù in virtù nella presente vita, se volete trovar poi
Cristo nell’altra.»[375] E così finiva il quaresimale sopra Giobbe,
rimanendo l’ultima predica, come molte altre, interrotta per la
commozione di colui che le raccoglieva.[376]

Dopo questo quaresimale, il Savonarola sembrava affranto e vinto dalla
fatica: sebbene la sua energia si leggesse ancora nel vigore dello
sguardo e nel fuoco degli occhi, egli era straordinariamente dimagrato,
visibilmente esausto di forze, ed una malattia viscerale lo indeboliva
ogni giorno di più. La vita degli ultimi anni era stata una battaglia
troppo continuata, un esaltamento troppo maggiore di quello che ogni
fibra di uomo possa sopportare; la lotta politica lo aveva abbattuto
assai più di quello ch’egli medesimo non credeva. Non era stato
solamente un riflettere, un ragionare, un consigliare continuo per
dirigere quei rapidi mutamenti che di giorno in giorno avevano luogo;
ma fu quasi un sostenere sopra di sè i destini e l’avvenire di tutto
un popolo che si affidava ed abbandonava in lui. Quindi il bisogno di
mantenere sempre vivo il suo predominio morale, e quasi di animare
l’intera moltitudine col suo animo, reggerla e sostenerla colla sua
volontà: uno stato di tensione, di esaltamento, di febbre continua.
Pur tale era il cuore di quel frate, che, non appena fu sedata un poco
questa lotta politica, invece di riposare, egli si era messo colle
prediche sopra Giobbe ad un’opera non punto minore. E vi si pose con
tutto l’animo, come soleva mettersi ad ogni cosa, con un amore, una
pertinacia ed una forza di volontà non descrivibile. Le parole son
forse la parte minore di queste prediche che ci furono trasmesse così
incompiute. Egli discorreva un soggetto che gli stava più d’ogni altro
a cuore, e la sua debolezza fisica cresceva il suo morale esaltamento;
i suoi occhi fiammeggiavano, il suo gesto era vibrato, il suo accento
oltre il solito passionato e pietoso; e se un po’ troppo si perdette
nelle visioni, questo veniva facilmente perdonato al suo straordinario
eccitamento. Era in lui tanta l’espressione di sincerità, di bontà e
di benefico desiderio, che mai non si vide una così grande moltitudine
essere così pienamente dominata dalla pietà, così facilmente dare
in pianti dirotti. Ed alla fine della quaresima, il Savonarola aveva
ottenuto un trionfo quasi maggiore di quel trionfo politico che gli
avevano dato le prediche _sopra Aggeo_.

L’aspetto della città era del tutto mutato. Le donne abbandonavano
i loro ricchi ornamenti, vestivano semplici e andavano dimesse; la
scorretta gioventù era come per incanto divenuta modesta e religiosa;
i Canti Carnascialeschi cedevano il luogo alle canzoni religiose.
Nelle ore di riposo, si vedevano gli artigiani seduti a bottega, con
in mano la Bibbia o le opere del Frate; si riprendevano le orazioni, si
frequentavano le chiese, si facevano limosine. Ma quel che più di tutto
riuscì mirabile, fu il vedere banchieri e mercanti restituire, per
scrupolo di coscienza, somme di danaro che montavano a più migliaia di
fiorini male acquistati.[377] Tutti gli uomini restavano maravigliati
di questo singolare e quasi miracoloso mutamento; e se il Savonarola
era stanco, affranto e malato, noi possiamo facilmente immaginarci
che grande consolazione dovette essere per lui, vedere il suo popolo
divenuto più cristiano. Adesso avrebbe potuto morire contento: ma la
sua ora non era anche sonata; Iddio lo serbava a maggiore destino.

In tutto questo, gli Arrabbiati, naturalmente, non volevano vedere
altro che argomento di ridicolo; e andavano sempre più adirandosi, e
beffando il Savonarola e i suoi seguaci, che essi chiamavano Piagnoni e
Stropiccioni e Masticapaternostri. Ma questi Piagnoni erano i soli che
fortemente sostenevano i diritti del popolo; quelli che più volenterosi
si videro correre alle armi, quando avea minacciato il pericolo dei
Francesi; quelli che erano più larghi del loro avere al Comune, che
più amorevolmente soccorrevano il minuto popolo, oppresso ora dal caro
dei viveri e dal poco lavoro. Essi amavano tanto più tenacemente la
Repubblica, in quanto che la libertà s’era nel loro cuore unita alla
religione; e nelle più gravi necessità dello Stato, solo su questi
seguaci del Frate, su questi Piagnoni, appunto, la patria poteva
sperare.

Epperò l’entusiasmo in favore di San Marco e del Savonarola andava
sempre, a grandissimo dispetto degli Arrabbiati, divenendo più
universale. Dalla campagna e dalle ville, si partivano di notte
contadini e signori per trovarsi alla predica; alcuni eran venuti fino
da Bologna a starsi la quaresima in Firenze;[378] e il Duomo stesso
non bastava più a contenere la folla. Molti conventi chiedevano di
nuovo unirsi a questa Congregazione Toscana, ed il numero di coloro che
vestivano l’abito di San Marco era moltiplicato in modo non credibile.
Da cinquanta, quanti erano nel principio i frati, arrivavano ora a
duecentotrentotto; onde bisognò chiedere alla Repubblica la contigua
fabbrica della Sapienza, che, mediante un traforo di sotto alla via
del Maglio, si congiunse al convento. Vi erano giovani delle prime
famiglie di Firenze, come i sei fratelli Strozzi; alcuni dei Gondi,
Salviati, Acciaiuoli: vi entrarono uomini di matura età, reputati
nelle lettere, nelle scienze e nel maneggio dei pubblici affari; come
Pandolfo Rucellai, Giorgio Vespucci zio del celebre navigatore, Zanobi
Acciaiuoli, l’ebreo Blemmet maestro di Pico della Mirandola, Pietro
Paolo Urbino professore di medicina, e molti altri.[379]

Il modo, poi, in cui queste conversioni al chiostro avevano luogo,
merita di essere particolarmente considerato; perchè si veda come il
Savonarola, lungi dall’incoraggire le subite risoluzioni e i troppo
facili entusiasmi, andasse invece con una prudenza grandissima. Ce ne
darà esempio la conversione che racconta di sè stesso un tale Bettuccio
fiorentino, più noto a noi col nome di Frà Benedetto. Era figlio di un
orafo, ed esercitava l’arte allora assai profittevole della miniatura:
giovane nel fiore degli anni, d’indole allegra, pieno d’impeto e di
coraggio; conosceva il canto, la musica e la poesia; amava il bel
vivere, e s’era perdutamente abbandonato ai piaceri. Così fu il ben
venuto e ben veduto delle liete brigate, fra le quali passava una vita
spensierata e galante:

    Tanto musco e profumo allor portavo,
      Con tante pompe e leggiadrie e gale,
      Che col cervel senza penne volavo.[380]

Correvano allora, dice egli stesso, giorni infausti; erano i tempi di
papa Alessandro, pieni d’avarizia, di lussuria e di miscredenza;

    Nè quasi si credea dal tetto in su.

Tale era la vita che faceva il miniatore Bettuccio, quando incominciò
a levarsi la fama del Frate di San Marco, ed ognuno accorreva alle
sue prediche. Bettuccio, però, fu assai lontano dal seguire la folla;
parteggiava, invece, per gli Arrabbiati, e insieme con essi beffava
i Piagnoni. Pure, trovandosi una volta in casa d’una nobile e bella
matrona, costei cominciò con calore a parlargli delle prediche del
Savonarola, ed egli ne rise molto; ma un altro giorno, vinto da
quelle gentili insistenze, si lasciò menare al Duomo. Ci descrive la
grande confusione che provò allora, nell’entrare in chiesa e vedersi
fra tanta moltitudine di devoti, i quali, pieni di maraviglia, lo
guardavano: avrebbe sul primo voluto partirsi, ma poi rimase, sebbene
assai malcontento. Quando, però, il Savonarola ascese sul pergamo, la
cosa mutò subito aspetto. Fissati una volta sopra di lui gli sguardi,
non potette mai più rimuoverli; la sua attenzione fu prepotentemente
dominata, l’impressione fu grandissima; «ed allora,» così egli dice,
«conobbi finalmente esser più morto che vivo.» Finita la predica, se
ne andò per luoghi solitari, «e per la prima volta mia mente addussi
dentro di me stesso.» Dopo una lunga meditazione, tornò a casa ed era
tutto mutato. Abbandonò le carte del canto e gli strumenti di musica,
lasciò l’usata compagnia, gettò via gli abiti profumati:

                       Come un vento,
    Spogliâmi al tutto d’ogni leggiadria.

Da quel giorno, fu dei più assidui alla predica; frequentava San Marco,
recitava le orazioni e litanie. «Dura,» egli dice, «fu la lotta ch’ebbi
a sostenere contro i miei compagni, i quali per tutto mi andavano
deridendo: pure assai più dura fu quella che sostenni contro le mie
stesse passioni, che d’ora in ora, sbrigliate di nuovo, m’assalivano
fierissime.» Finalmente, quando credette poter esser sicuro di sè, andò
ad inginocchiarsi ai piedi del severo priore di San Marco. La voce
gli tremava, non poteva quasi profferire parola innanzi a quell’uomo
che lo aveva rigenerato: pure disse che voleva vestir l’abito di
quel convento. Il Savonarola gli parlò sul pericolo delle decisioni
precipitose, sulle difficoltà della vita monastica, e concluse
consigliandolo a fare una migliore esperienza di sè, col vivere
cristianamente fuori del convento, prima di varcarne la soglia. Non fu
inutile il consiglio, perchè Bettuccio ebbe di nuovo a sperimentare la
fiera lotta delle sue violente passioni, nè sempre con felice successo.
Pure, dopo fatta severa penitenza dei suoi nuovi trascorsi, e quando
si fu per lungo tempo sentito padrone di sè, ritornò più sereno al
Savonarola. Ma questi, che mai non lo aveva perduto d’occhio, non volle
ancora concedergli l’abito. Lo pose invece ad assistere i maiali ed a
seppellire i morti:

    Così più mesi in un santo ospitale,
    A vivi e morti carità facevo.

Di tanto in tanto era chiamato nella cella del Frate, da cui ricevea
consigli e udiva lezioni sulla vita monastica: finalmente, il 7
novembre 1495, vestiva l’abito, ed il 13 dicembre pronunziava i voti
solenni col nome di Fra Benedetto.[381]

In questo modo il Savonarola acquistò uno de’ suoi più fedeli seguaci,
uno di quelli che fecero miglior prova nell’ora del pericolo, e che
insino all’ultimo andò sempre crescendo nella sua ammirazione e quasi
devozione pel maestro. Colla medesima prudenza consigliava tutti gli
altri; nè mai sollecitò alcuno a vestirsi frate. Il suo unico scopo era
migliorare i costumi, diffondere la morale, rigenerare quella religione
di Cristo che sembrava morta negli animi. Ed a tal fine dedicava
adesso, più specialmente, tutte le sue ore, tutte le sue forze, la
sua volontà e l’anima intera. Quando egli predicava del buon costume e
delle virtù cristiane, sembrava quasi che la sua anima rilucesse nei
suoi occhi, che le potenze del suo spirito si effondessero colla sua
voce sul popolo, il quale di giorno in giorno migliorava visibilmente
sotto quella benefica forza. Tutti gli scrittori contemporanei non
cessano mai di esprimere la loro maraviglia per questo quasi miracolo:
alcuni sono edificati del trionfo che allora ebbe la religione, altri
deplorano i tempi delle allegre ballate e dei canti carnascialeschi; ma
tutti insistono ugualmente sul mutato costume, e sull’unico autore di
ciò, Frate Girolamo Savonarola.




LIBRO TERZO.

[1495-97.]




CAPITOLO PRIMO.

Carlo VIII ritorna in Francia. Gli alleati aiutano Piero de’ Medici
a tentare il suo ritorno in Firenze. Il Savonarola predica contro la
tirannide e contro i Medici: questi vengono respinti. [1495-96]


Le cose d’Italia riceveano nuova alterazione, e con esse mutavano
grandemente le condizioni della Repubblica e del Savonarola.
— Nel principio dell’anno, la fortuna di Francia aveva sempre
maravigliosamente prosperato: il re Carlo era giunto a Napoli senza
incontrare al suo cammino ostacolo di sorte alcuna; gli Aragonesi eran
fuggiti; il nuovo dominio s’era stabilito come per incanto.[382] Ma
ben presto, le cose precipitarono al fondo con quella medesima rapidità
con cui erano salite in alto. In brevissimo tempo, i Francesi avevano
trovato il modo di scontentare ugualmente tutti i governi e tutti
i popoli d’Italia. La loro condotta verso i Fiorentini non potrebbe
essere condannata con parole abbastanza severe: essi non facevano altro
che chieder danari, dando sempre nuove promesse, che non mantenevano
mai. I Napoletani ancora erano scontentissimi della loro insolenza; già
agognavano il ritorno degli Aragonesi. I governi erano atterriti dalla
potenza di questo nuovo esercito che aveva corso vittorioso l’Italia da
un capo all’altro; ma più di tutti era scontento quel medesimo Lodovico
il Moro, che lo aveva invitato a passare le Alpi. Egli vedeva, con
inquietudine grandissima, l’esercito francese pieno d’emigrati lombardi
e genovesi; vedeva con terrore il suo nemico personale Gian Giacomo
Trivulzi, fra i primi generali e più accetti al re; e finalmente,
cresceva adesso la sua irritazione e il suo sospetto, dacchè il re
Carlo gli negava quel principato di Taranto che gli era stato nei
patti della guerra promesso. Eccolo, adunque, nuovamente dominato dalla
paura, darsi tutto a meditar nuove trame; ed egli che aveva chiamato
la Francia ai danni d’Italia, tentare ora di farsi capo d’una lega
italiana per _cacciare i barbari_, e riuscirvi![383]

Il giorno 31 marzo 1495, la lega era segnata a Venezia. Vi pigliavano
parte quella repubblica, il papa, l’imperatore e il re di Spagna. Il
fine che si palesava era: difendere la Cristianità contro il Turco,
mantenere l’integrità dell’Italia e degli Stati alleati, mettere in
armi 34,000 cavalli e 24,000 fanti. Nel fatto però, il Sultano era
stato uno di quelli che più avevano favorito la lega, e prometteva
uomini e danari per aiutarla; il suo vero scopo era di cacciar
dall’Italia i Francesi.[384] Gli articoli segreti stipulavano, che la
Spagna avrebbe mandato un’armata navale per aiutare il re Ferdinando
a riconquistare il Regno; i Veneziani avrebbero attaccato le coste
dell’Adriatico; il duca preso Asti e chiuso la via ai rinforzi
francesi; l’imperatore e la Spagna assalirebbero per terra le frontiere
francesi. Così, in un momento, il Moro riusciva a sollevare da per
tutto armi contro la Francia.[385] Queste cose non restavano ignote al
re Carlo. L’accorto ambasciatore francese, messer Filippo di Comines,
penetrava subito lo scopo della lega; ed il medesimo giorno che si
concludeva, egli ne scriveva a Napoli: affrettavasi, poi, a partire per
raggiungere il re, cui non restava altra via di salvezza, che lasciare
nel Regno forti presidii, e tentare col resto dell’esercito d’aprirsi
una via per tornare in Francia.

Nel suo viaggio, l’ambasciatore prendeva la via di Toscana, dove era
l’unico stato italiano che, respingendo tutte le offerte degli alleati
e non curando le loro minacce, si manteneva ancora fedele a Carlo.
Giunto a Firenze, il primo pensiero del Comines fu di andare a San
Marco: voleva conoscere da vicino il Savonarola, e formarsi un concetto
chiaro di quest’uomo che aveva saputo riempiere il mondo della sua
fama. E quello sperimentato conoscitore degli uomini, uscì dalla cella
del frate, pieno d’un’ammirazione e d’una venerazione grandissima,
di cui nelle sue _Memorie_ parla continuamente. Egli credeva trovare
un uomo singolare, ma trovò invece un uomo straordinario. La sua
maraviglia cominciò subito, giacchè lo intese discorrere di politica
con una conoscenza grandissima delle cose. «Egli mi parlò della _grande
assemblea_[386] che facevano i Veneziani, meglio di me che allora
ne venivo. La sua vita era, poi, la più bella del mondo, come ognuno
poteva vedere; le sue prediche erano contro i vizi, ed hanno introdotto
il buon costume in Firenze. Io non voglio giudicare le sue rivelazioni;
ma è certo che ha predetto a me ed al re cose che niuno credeva, e
che si sono tutte verificate. Quanto al valersi, come dicevano i suoi
nemici, della confessione per conoscere i segreti dello Stato; dirò
che io lo credo un uomo buono, e che egli ha rivelato cose che niuno
dei Fiorentini potrebbe mai avergli dette.» E tanta fu la fede che
il Comines pose nel Savonarola, ch’ei lo interrogava con istanza e
con fiducia perchè gli dicesse se il re sarebbe scampato dai pericoli
che lo circondavano. Qui il Frate prese un tuono solenne, e cominciò
a riandare la fede dal re violata, le promesse mancate, i comandi di
Dio disubbiditi, la grande opera della riforma d’Italia e della Chiesa
abbandonata. «Questi nuovi pericoli», così egli concludeva, «sono
precursori d’un castigo assai maggiore da cui il re sarà flagellato,
se non torna all’obbedienza del Signore ed alla buona via. Quanto
al presente, dovrà combattere molto; ma pure ne uscirà finalmente
vittorioso.» Dopo questo singolare colloquio, il Comines continuava
subito il suo viaggio verso il Regno.[387]

Il re Carlo era, intanto, già partito da Napoli il 20 maggio: lasciava
forti presidii nel Regno e menava seco tutto il resto dell’esercito
sotto i comandi del Trivulzi, onde aprirsi col ferro una via per
tornare in Francia. Entrato a Roma il dì primo giugno, desiderava
venire ad abboccamento col papa; ma questi era il giorno innanzi
fuggito alla volta d’Orvieto. Alessandro Borgia avea molte ragioni
per temere lo sdegno dei Francesi. Egli li aveva dapprima invitati in
Italia; il danaro avuto, poi, dagli Aragonesi gli aveva fatto voltar
faccia; venuta in auge la fortuna francese, si avvicinava di nuovo
ad essi; ed ora, non solamente diveniva un’altra volta loro nemico,
ma uno degli autori principali della lega. A tutto ciò s’univa anche
una storia assai singolare, propria del carattere di quei tempi e
del Borgia. — Quando i Francesi passarono la prima volta per Roma, si
trovava quivi prigioniero il principe Gemme, fratello del Gran Sultano
Bajazetto II. Esso era un giovane d’una fisonomia e d’un’indole tutta
orientale, pieno d’ardire; onde aveva trovato molti partigiani, e,
non senza qualche speranza di successo, aveva conteso il trono a suo
fratello. Costretto poi dall’avversa fortuna a fuggirsi nell’isola
di Rodi, veniva fatto prigioniero dal gran Maestro dell’ordine e da
lui consegnato a papa Innocenzo VIII; morto il quale, Gemme venne
nelle mani d’Alessandro Borgia, che ne faceva mercato. Il Sultano,
infatti, temendo moltissimo la liberazione di suo fratello, pagava
al papa 20,000 ducati annui pel suo mantenimento; e più volte aveva
offerto di dargliene 200,000, quando lo avesse ammazzato. Nel passare,
adunque, i Francesi da Roma, la prima cosa che il re Carlo domandava
al papa, era di portar seco Gemme, onde servirsene nella guerra che
voleva fare al Sultano. Alessandro Borgia, sebbene assai di mal animo,
dovette pur cedere alla volontà del re; ed ancora, dovette mandare
suo figlio Cesare (che fu poi il Duca Valentino), a seguire il campo
francese col nome e gli onori di ambasciatore; ma, in verità, come
ostaggio contro la sempre mutabile politica del padre. Ad un tratto,
però, si vide che Cesare era fuggito dal campo, e subito dopo moriva
inaspettatamente il giovane Gemme. Dissero alcuni che il papa lo aveva
dato nelle mani del re, già avvelenato; assicuravano altri, che gli
aveva fatto somministrare il veleno per mezzo del figlio. Comunque sia
di ciò, è certo che il Sultano mandò subito i 200,000 ducati promessi,
più la veste inconsutile di Cristo; ma i suoi inviati furono presso a
Sinigaglia fatti svaligiare da Giovanni della Rovere. Tali erano allora
i tempi, e tali gli uomini.[388]

Malgrado tutte queste cagioni di risentimento, il re Carlo, non potendo
fermarsi a Roma nè pensare allora a vendette, continuava il suo viaggio
ed il 13 giugno entrava in Siena. Non è credibile come questa nuova
sollevasse gli animi fiorentini, e quanto il re fosse ormai divenuto
esoso a quella Repubblica. Essa rimaneva ancora ferma nella sua
alleanza; ma non gli poteva perdonare la fede violata, i patti traditi,
e l’avere aiutato e sostenuto i Pisani nella loro sollevazione. Non
aveva il re fatto altro che chieder sempre nuovi danari, promettendo
continuamente di render le fortezze e di far sottomettere Pisa; ma
nè l’una cosa nè l’altra aveva poi mantenuta. E per queste ragioni, i
Fiorentini, malgrado ogni loro sforzo, s’erano trovati in condizioni
sempre peggiori. Essi avevano mandata la loro più ardita gioventù a
combattere sotto il comando di Piero Capponi, avevano assoldato Ercole
Bentivoglio ed altri capitani; ma i Pisani ricevevano da Genova, da
Siena, da Milano e perfino dallo stesso re Carlo, nuovi aiuti. Quando
gli ambasciatori fiorentini rammentarono a quel re le promesse da lui
fatte, egli aveva risposto: «Ma che posso fare, se i vostri Signori
scontentano tutti i loro sudditi?» E poi, mandava ai Pisani ben 600 de’
suoi fanti svizzeri e guasconi, che eran loro d’un grandissimo aiuto
nella guerra.[389] Così la ribellione veniva incoraggiata su tutto
il territorio fiorentino, e Montepulciano si dava ora (26 maggio) ai
Sanesi, che subito vi mandavano un presidio. In tale stato di cose, si
avvicinava il re Carlo; e, quasi tutto questo non fosse ancora cagione
bastevole di malcontento, egli menava seco Piero de’ Medici!

Non appena ne giunse la nuova in città, che tutti corsero furiosamente
alle armi. E fu cosa maravigliosa a vedere, dice lo storico Jacopo
Nardi, in quanto poco tempo si fossero armati uomini e fanciulli;
e come i privati cittadini facessero a gara coi commissari della
Signoria, per empiere la città di vettovaglie e di armi. Nei borghi,
vennero in brevissimo tempo raccolti undicimila fanti di corazza;
nelle case, ognuno aveva raccolto amici e familiari, provveduto le
torri di sassi, sbarrato le porte; molte vie furono asserragliate;
e i gonfalonieri delle compagnie percorrevano di notte la città,
perchè non si volle in questa occasione permettere ad alcun fante
forestiero di entrarvi. E tutto ciò era provveduto da quei Piagnoni
che gli Arrabbiati dicevano buoni solo a borbottare Ave-Marie.
Essi non tralasciarono, è vero, gli uffici divini; fecero pubbliche
orazioni, molte limosine, e portarono in solenne processione la Madonna
dell’Impruneta; ma quelli che più erano caldi in questi uffici divini,
più erano pronti a pigliare le armi. Ed il Savonarola, che si trovava
allora a continuare le prediche delle feste _sopra i Salmi_, gridava
dal pergamo: «Fate orazione, ma non tralasciate i provvedimenti umani:
bisogna aiutarsi in ogni modo, con tutti mezzi, chè allora il Signore
sarà con voi: animo, o fratelli, e soprattutto unione. Se voi starete
uniti e concordi in un solo volere, sia pure tutto il mondo contro
di noi, la vittoria sarà nostra. Non vi spaventate di queste cose,
perchè noi siamo appena al principio del gioco. Voi vi troverete in
tempi terribili, voi vedrete nemici da tutte le parti, voi udirete:
eccoli a Roma, eccoli da quella parte, eccoli da questa, eccoli, son
qui. Ed allora, oh povera Firenze! oh povera Italia! Unione, adunque,
fra voi, unione nel Signore; perchè la vittoria dev’essere in fine dei
buoni.»[390]

Ma, intanto, i primi ambasciatori che la Repubblica mandava al re
Carlo, non ottenevano altro che brusche risposte. Essi chiedevano per
qual via volesse passare, acciò la fornissero di vettovaglie; ed il
re: «Fornite tutto il dominio.» Era sdegnatissimo di vedere la città
di Firenze mettersi tutta in armi, come all’avvicinarsi d’un nemico. E
dall’altro lato, gli ambasciatori, vedendo nel campo Piero de’ Medici e
dubitando che il re non volesse rimetterlo in Firenze, usarono parole
più ardite che savie; onde ne era a vicenda cresciuto lo sdegno, e
senza un uomo che avesse avuto grande autorità e fermezza, non era
più sperabile accordo amichevole. Tutti si rivolsero, allora, unanimi
al Savonarola. Egli solo aveva saputo usare un linguaggio fermo ed
imperioso verso quel re, senza irritarlo; egli ne era quasi venerato,
ed aveva tenuto con lui continua corrispondenza di lettere, delle quali
ora tutti sapevano quale fosse il tenore. Una di esse, venuta nelle
mani de’ suoi nemici, era stata da loro pubblicata per muovergli contro
lo sdegno della lega; ma, invece, gli aveva immensamente accresciuto
l’amore del popolo, perchè discorreva presso a poco in questi termini:
«Cristianissimo Sire, il Signore vuole che i Fiorentini restino
collegati con la Vostra Maestà, ma vuole che sotto la vostra protezione
sia ampliata la loro libertà e non l’autorità di alcuno particolare
cittadino; imperocchè la Divina Bontà ha disposto e deliberato di
mandare, per tutto, a terra i tiranni. Il Signore punirà terribilmente
quei privati cittadini che volessero usurpare il dominio di questa
florida repubblica, come nel passato è avvenuto; perchè questo nuovo
e popolare governo e reggimento è stato fatto da Dio, e non da uomo
alcuno; e perchè Egli ha eletta questa città e vuole magnificarla e
l’ha ripiena dei suoi servi; e chi la tocca, tocca la pupilla del
suo occhio. Onde, o Sire, se voi non obbedirete, e non manterrete
le promesse ai Fiorentini, e non restituirete le loro fortezze,
molte saranno le avversità che vi verranno addosso, ed i popoli si
ribelleranno contro di voi.»[391]

Chi altri poteva, chi doveva presentarsi al re per liberare la
Repubblica da tanto pericolo, se non colui che sapeva usare un tale
linguaggio? A Poggibonsi, adunque, s’incontravano di nuovo Carlo
VIII ed il Savonarola; il quale, assumendo il suo tono profetico ed
imperioso, ripeteva a voce quelle cose medesime che aveva dette in
iscritto. Rammentava al re, che ora tornava quasi fuggendo verso casa,
come questi nuovi pericoli erano quelli appunto che esso gli aveva già
predetti a Firenze, e che gli aveva riconfermati nelle sue lettere.
«Cristianissimo principe,» egli diceva, «tu hai provocato l’ira del
Signore per non avere mantenuta la fede ai Fiorentini; per avere
abbandonata quella riforma della Chiesa, che il Signore ti aveva per
mezzo mio tante volte annunziata, ed a cui ti aveva eletto con segni
così manifesti. Tu, per ora, uscirai da questi pericoli; ma se non
riprendi l’opera abbandonata, se non obbedisci ai comandi che di nuovo
il Signore ti ripete per mezzo del suo inutile servo, io ti annunzio
che maggiori assai saranno le sventure che ti manderà l’ira di Dio, ed
un altro sarà eletto in tua vece.»[392] Il re parve quasi atterrito
a questo linguaggio, e continuando subito il suo cammino verso Pisa,
pregò il Savonarola di accompagnarvelo. Ma questi, dopo avergli parlato
una seconda volta a Castel Fiorentino, volle tornarsene indietro, per
non avere a capitar nelle mani dei nemici di Firenze. Il 21 di giugno,
egli annunziava dal pergamo che il pericolo era anche questa volta
passato; e di qui pigliava occasione per raccomandare di nuovo le
orazioni, il ben vivere, l’unione ed il governo popolare.[393]

L’entrata del re a Pisa era, intanto, trionfale. I Pisani gli aprivano
le case dei principali cittadini; le loro donne si privavano di tutte
le gioie per donarle a lui ed ai suoi baroni: così, facendo contrasto
al mal umore che avevano mostrato i Fiorentini, cercavano, contentando
la sua avarizia, tirarlo dalla parte loro. E quando egli, per questi
segni d’affezione, era già assai ben disposto, ecco che, uscendo un
giorno dalla messa, gli vengono incontro le più belle donne pisane
vestite a bruno, colle chiome sciolte, coi piedi nudi, con funi al
collo, in segno dell’odiata servitù, e ad alta voce chiedevano la
loro libertà. Il popolo intero si univa a quelle voci, il re e i suoi
generali parevano commossi a questa scena. Si raccolse, difatti,
il consiglio dei baroni e si tenne, per un momento, serio discorso
d’aiutare i Pisani; ma questo pensiero fu, poi, come tutti gli altri
abbandonato. Ai Pisani non fu data la libertà, ai Fiorentini non si
resero le fortezze, al Savonarola non si tennero le nuove promesse;
ma, pigliando la via di Lucca e Pontremoli, il re insieme coll’esercito
continuava il suo cammino. A Fornovo sul Taro, incontrava gli eserciti
alleati; egli aveva 9000 uomini, i nemici assai di più. Si venne a
giornata il 6 luglio, e fu poi lunga disputa da qual lato fosse stata
la vittoria. Ma certo, il re volendo passare, passò; gli alleati
volendolo impedire, nol poterono. Carlo VIII si fermava ad Asti, ove
s’abbandonò di nuovo ai piaceri; tornava poi lentamente in Francia. —
Il 7 luglio, Ferdinando II d’Aragona faceva la sua entrata in Napoli,
ristabiliva il caduto governo; e non gli restava altro a combattere
se non quelle poche guarnigioni che, ancora non avendo ceduto, si
trovavano sparse nel Regno senza aiuto e senza consiglio. — Così
i Francesi, in meno d’un anno, avevano traversato due volte tutta
Italia, conquistando e perdendo colla medesima facilità; scontentando
ugualmente amici e nemici, nè lasciando di loro altra memoria che di
avidità e di mala fede.[394]

La loro condotta verso Firenze continuava ad essere sempre la stessa.
Sia che il generale che teneva la fortezza di Pisa ricevesse in segreto
ordini diversi da quelli che il re gli mandava in palese; sia, come
altri dicevano, che egli si fosse innamorato d’una giovane pisana:
certo è, che non solamente non rese mai le fortezze; ma giunse (una
volta che i Fiorentini, combattendo i Pisani, s’erano spinti assai
oltre verso la porta di San Marco), a far fuoco addosso a loro colle
sue artiglierie, ammazzandone parecchi. La Repubblica faceva, per
queste cose, continue rimostranze, mandava nuovi ambasciatori e nuovi
danari al re, prometteva d’aiutare i soldati sparsi nel Regno. Nel
mese di settembre, messer Niccolò Alamanni tornava, finalmente, dalla
Francia, con un ordine espresso del re ai suoi generali e soldati,
che rendessero le fortezze e lasciassero il soldo pisano: ma, lungi
dall’obbedire, nel gennaio del 1496, i Francesi vendettero ai Pisani
la loro fortezza per 14,000 fiorini, ed altri 10,000 ne ricevettero
pel prezzo delle artiglierie che lasciavano. Le fortezze di Sarzana e
Sarzanello furono, per 20,000 fiorini, vendute ai Genovesi; quella di
Pietrasanta ai lucchesi, per 30,000; ai Fiorentini non fu rilasciata
che la fortezza di Livorno.[395]

Eppure, malgrado tutto ciò, la partenza dei Francesi dall’Italia aveva
peggiorato gravemente le condizioni della Repubblica. Gli alleati,
ormai liberi e sicuri da ogni pericolo, si potevano rivolgere contro
di essa. Odiavano mortalmente quel nuovo governo, e volevano punirlo
per essersi mantenuto fedele alla Francia, e non aver voluto entrare
in quella lega, che essi dicevano aver fatta per liberare Italia dai
barbari. Il pericolo diveniva, quindi, gravissimo; e la sola speranza
che Firenze potesse avere contro nemici così potenti, stava nel poco
accordo che regnava fra di loro. Il papa ed i Veneziani volevano,
infatti, rimettere Piero de’ Medici; ma il Moro, sebbene in apparenza
consentisse a questa proposta, odiava personalmente Piero, andava
d’intesa cogli Arrabbiati, e nutriva qualche lontana speranza di
potere un giorno stendere la sua potenza anche su quella Repubblica.
Nondimeno, fu concluso, per allora, d’incoraggiare il Medici a
raccogliere uomini e danari, onde tentare il suo ritorno in Firenze.
Egli, come è ben da credere, si mise all’opera assai volenteroso; e
sebbene fosse già rovinato nella fortuna e nel credito, pure, fatto il
suo maggiore sforzo, raccolse 10,000 ducati, che pose nelle mani di
Virginio Orsini, acciò radunasse i suoi antichi soldati. E l’Orsini,
che il giorno della battaglia del Taro s’era vergognosamente fuggito
dal campo francese, pigliò con ardore questa occasione, onde mettersi
di nuovo sulla riputazione delle armi. — Nel tempo che Piero e l’Orsini
si sarebbero avanzati verso Firenze, Giovanni Bentivoglio, assoldato
dai Veneziani e dal Moro, doveva irrompere dai confini bolognesi contro
la Repubblica; Caterina Sforza, signora d’Imola e Forlì, mandare da un
altro lato le sue genti a fare lo stesso; i Sanesi e Perugini facevano
sperare larghi aiuti: e così tutto sembrava augurare prospero esito
al tentativo di Piero de’ Medici. Ma quando si venne al fatto, le cose
mutavano aspetto. Piero e l’Orsini s’erano avvicinati colle loro genti,
a piccole giornate, verso i confini della Repubblica; aspettando sempre
gli aiuti promessi, i quali non venivano mai: onde consumavano invano
il tempo e i danari.

Mentre nel campo mediceo le cose procedevano con tanta freddezza, a
Firenze i cittadini, animati dal Savonarola, mostravano grandissima
energia. Il Frate s’era da più tempo taciuto, a causa dei cresciuti
mali umori di Roma, de’ quali parleremo a lungo nel capitolo seguente.
Ma nel ritirarsi dal pergamo, aveva annunziato che gravi pericoli
sovrastavano alla città, ed aveva fatto votare quella legge contro
i Parlamenti, che doveva essere la guardia principale della libertà.
Ora, verificandosi i pericoli annunziati, il suo nome saliva in nuovo
auge; ed egli, messo da banda ogni riguardo, tornava sul pergamo il
giorno 11 ottobre, per dare animo ai cittadini e incoraggiarli alla
difesa della patria. La sua predica incominciava col discorrere di
cose tutte religiose: — «La vita dell’uomo, o fratelli,» così egli
diceva, «è una milizia continua sopra la terra; e la maggiore milizia
è quella del vero cristiano, perchè egli deve combattere contro ogni
cosa che impedisce lo spirito. Combatte contro il mondo, contro la
carne, contro il demonio; ed è sempre in continua guerra. Così fu degli
Apostoli, così fu dei martiri, così sarà sempre dei buoni cristiani:
Iddio lo vuole, per dar poi a loro maggiore gloria nell’altra vita.
Onde non vi dovete maravigliare se, annunziando noi cose nuove, abbiamo
tanta contraddizione. Io mi maraviglio che non le abbiamo ancora
maggiori. E perchè noi dobbiamo combattere, così siamo tornati in
campo, per rassettare un poco le schiere disordinate ed apparecchiarle
ad una nuova guerra. E vogliamo far due cose: l’una combattere, che
non cesseremo mai insino alla morte; l’altra vincere, perchè le cose
di Cristo debbono sempre avere vittoria. Voi non dubitate di nulla,
chè in ultimo la vittoria sarà nostra; e se io morissi, questa cosa
sarà come l’idra dei poeti, che tagliato un capo, ne uscivano sette.»
Procedendo oltre in questo modo, egli volgeva il discorso dalle cose
religiose alle politiche; e prima discorse ironicamente contro coloro
che dicevano male del nuovo governo. «Magnifici Signori, io vorrei che
quando voi avete qualche cosa difficile alle mani, chiamaste uno di
questi cicalatori e gli diceste: — Di’ su un poco, che s’ha egli a fare
di questa cosa? — E s’ei sa quel che si dice, io voglio perderci il
mantello. Voi vedrete che egli non saprà cosa rispondere, o pure dirà
qualche gran pazzia. E voi allora, togliete un quarteruolo di panico e
ditegli: vien qua, prendi e dài beccare ai polli; ma lascia le cose di
Stato.»

Questo tuono burlesco continua ancora un poco; e finalmente il
Savonarola, entrando nella quistione grave e seria del giorno, muta
linguaggio e diviene terribile. Egli non vuole mezze misure quando la
patria è in pericolo. In chiesa, sul pergamo, col crocifisso in mano,
egli consiglia apertamente e ad alta voce, di mettere a morte quelli
che vogliono ristabilire la tirannide in Firenze, che vogliono farvi
ritornare i Medici. «Bisogna usare con costoro, come fecero i Romani
contro quelli che volevano rimettere Tarquinio. Tu che non vuoi avere
riguardo a Cristo, vuoi averne ai privati cittadini? Fa giustizia,
ti dico io. _Tagliali il capo; e sia pure il maggiore della casa sua
quanto voglia: tagliali il capo_. Rammentati la legge che si è fatta
contro i parlamenti, insegnala ai tuoi figli, scrivila per tutto. Tu
non devi fidarti in altro che in questo Consiglio Grande, che è opera
di Dio e non degli uomini; e chi vuole mutarlo, chi vuol fare tiranno,
chi vuol fare governo di privati cittadini, sarà dal Signore maledetto
in eterno.» Raccomandava poi energia, coraggio e risoluzione nel
prendere i necessari provvedimenti; perchè «colui che spera negli aiuti
divini senza aiutarsi da sè, tenta il suo Signore.» Queste medesime
cose ripeteva con uguale energia i giorni 15 e 25 dello stesso mese;
e solo quando fu sicuro che il popolo aveva ripreso il suo coraggio,
tornò di nuovo in quel silenzio che gli era imposto da cagioni di cui
fra poco dovremo discorrere.

L’effetto di quelle parole non tardò molto a farsi sentire. Quattro
giorni dopo la prima predica, si vinceva una provvisione, che, mentre
rimetteva la taglia sopra i Medici, era quasi un generale eccitamento
alle armi. Essa diceva, presso a poco, così: «Avendo Piero de’ Medici,
pel suo tirannico appetito, tentato molte cose contro la libertà
fiorentina, viene per gli Otto della Balía dichiarato ribelle; onde,
secondo gli statuti, può essere impunemente ammazzato. E perchè si
vede perseverare nel cattivo animo, incitando ai danni di questa
città, non solo molti baroni di Roma, ma il sommo Pontefice e quasi
tutti i potentati d’Italia; sperando con questi favori occupare la
vostra libertà, usurpare le vostre entrate, violare le vostre donne e
fanciulle, e riassumere quella tirannica vita colla quale egli e i suoi
antenati hanno tanto tempo afflitto la vostra città: venne pei medesimi
Signori Otto di Guardia e Balía deliberato, che chiunque uccidessi
detto Piero de’ Medici, debba avere fiorini 4000 larghi di oro.»[396]
Più tardi fu messa una taglia di 2000 fiorini anche sulla testa di
Giuliano dei Medici;[397] e furono creati uffiziali per amministrare i
loro beni a vantaggio della Repubblica.[398]

Ma ciò non bastava, nè il popolo fiorentino si fermava a questo.
Le prediche del Savonarola avevano allora mosso a prendere le armi
Arrabbiati e Piagnoni; perchè l’odio contro i Medici era loro comune,
e la vicinanza di Piero metteva sdegno e paura sì agli uni come agli
altri. I provvedimenti presi furono, quindi, forti e prontissimi. La
guerra di Pisa venne subito sospesa, lasciandovi solo 2000 fanti e
300 uomini d’arme. Mandarono 1000 fanti e 3000 uomini d’arme presso
Cortona, per tener fronte al nemico, che sembrava avvicinarsi da quel
lato. Nel medesimo tempo, venne formato un campo di 1500 fanti e 300
uomini d’arme, presso al confine dei Sanesi, per impedire che questi
si riunissero coi Medicei. In tal modo Piero dei Medici era come
circondato da ogni lato. Egli aspettava ozioso, fra le Tavernelle e
Panicale, gli aiuti promessi, che non vennero mai. Ed in su questo
aspettare, finivano i danari e l’esercito si scioglieva, partendone
anche lo stesso Virginio Orsini. Così Piero de’ Medici si trovava nella
campagna, solo con qualche soldato, con l’impresa andata a vuoto,
e senza aver fatto altro che raccogliere danno e vergogna, e dare
l’ultimo crollo alla sua già rovinata fortuna. Si dava, dunque, ramingo
alla fuga, e, lamentando la tradita fede e le vane promesse degli
alleati, tornava a Roma per cercare ricovero nella corte o presso i
suoi amici.[399] I Fiorentini, lieti del pericolo superato, rimandavano
le genti a Pisa, e si mettevano in sempre maggiore sospetto della
Lega; la quale, come si vedeva ora troppo chiaro, coprivasi col nome
d’Italiana, per meglio opprimere la Repubblica.




CAPITOLO SECONDO.

Il Savonarola è invitato a Roma con un breve del papa: sua risposta. Un
nuovo breve gli sospende la predicazione; ma i Dieci ne ottengono dal
papa la revoca. Viene offerto al Savonarola il cappello cardinalizio,
ed egli lo rifiuta. [1495-96.]


Il tentativo di Piero dei Medici non riusciva, per l’odio che avevano
contro di lui Arrabbiati e Frateschi: ma quando gli alleati avessero
voluto aiutarlo davvero, la città di Firenze non avrebbe facilmente
potuto resistere alla forza delle loro armi; onde il niun successo
di quella impresa deve attribuirsi ancora al non regnare fra di essi
alcuno accordo. Lodovico il Moro non aveva mai dimenticato le ingiurie
ricevute da Piero dei Medici; e malgrado le continue proteste che
questi ora faceva, di amicizia, anzi di soggezione, egli non lo voleva
ristabilito in Firenze. Andava, invece, d’accordo cogli Arrabbiati,
i quali erano riusciti ad irritarlo fortemente contro al Savonarola,
dandogli ad intendere ch’ei lo pigliasse direttamente di mira, anzi lo
nominasse personalmente nelle prediche che faceva contro i vizi dei
principi italiani, e nelle sue descrizioni del tiranno. Onde, già da
più tempo, s’erano uniti a procurare la rovina del Frate, il Moro e gli
Arrabbiati.[400] Questi, così, ottenevano il loro fine di combattere
il governo popolare, senza parere; mentre il Moro, nel perseguitare un
frate a lui già avverso, si creava degli amici in Firenze, e nutriva le
sue speranze d’avere un giorno a mettervi piede.

Quanto al resto degli alleati, i Veneziani che non vedevano di buon
occhio questi segreti accordi e maneggi del Moro, favorivano sempre
Piero de’ Medici; ma erano soli a volerlo decisamente rimettere in
Firenze. Il papa stesso vi andava assai freddo, giacchè il suo fine
principale era solo di accrescere stato ai suoi figli: simpatie vere
non aveva per alcuno, ed anch’egli agognava segretamente di stendere
le sue avide mani sulla repubblica fiorentina. Facile assai dovette,
quindi, riuscire agli Arrabbiati ed al Moro, tirarlo con loro nella
sanguinosa guerra che disegnavano fare contro al Savonarola. Ed una
volta acceso il fuoco dell’ira, in quell’animo così tenace nell’odiare,
la cosa procedette da sè stessa rapidamente al suo fine.

Alessandro VI, noi lo abbiamo detto più sopra, non aveva sul principio
alcuna cagione di particolare odio contro al Savonarola; ma quando
cominciarono, sin dal principio dell’anno 1495, a venir lettere da
Firenze e da Milano, che gli dipingevano il Frate come un audace
accusatore del clero e del Santo Padre; quando quelle prediche, già
per sè stesse ardite, venivano messe sotto ai suoi occhi, alterate,
esagerate, trasformate; quando gli dicevano che il priore di San
Marco era il solo sostegno del partito popolare, il solo autore
dell’odio contro ai Medici; Alessandro cominciò allora a destarsi
ferocemente. Il cardinale Ascanio Sforza, fratello di Lodovico il Moro
e strumento principale nella elezione del Borgia, era quegli che con
maggiore efficacia maneggiava queste trame, e soffiava abilmente in
quel fuoco, appena acceso. A Roma si trovava ancora un altro dei più
fieri persecutori del Savonarola in quel predicatore Frà Mariano da
Gennazzano, che mai non gli aveva perdonato la vergognosa disfatta
da lui ricevuta in Firenze. Egli era dei più attivi a cospirare in
favore dei Medici e contro al Savonarola; lo accusava con ogni sorta di
calunnie; lo chiamava _istrumento del Diavolo_; e pretendendo conoscere
i suoi segreti fini, lo faceva autore di mille trame contro al papa
istesso.[401]

Il Borgia finalmente si pose all’opera, e cominciò con un’astuzia degna
di lui. Il giorno 25 di luglio 1495, scriveva al Savonarola un breve
tutto pieno di dolcezza. «Diletto figlio,» ei gli diceva, «salute ed
apostolica benedizione! Noi udimmo che, fra tutti quelli che lavorano
la vigna del Signore, tu ti adoperi con maggiore zelo: di che siamo
altamente lieti[402] e ne innalziamo lodi all’Onnipotente Iddio.
Udimmo ancora come tu affermi, quello che pronunzi dell’avvenire,
non procedere da te, ma da Dio: onde desideriamo, siccome è dovere
del nostro pastorale ufficio, discorrerne teco; _acciò, per tuo mezzo
meglio conoscendo quel che a Dio piace, noi possiam praticarlo_.[403]
Così, in virtù di santa obbedienza, ti esortiamo a venir quanto prima
presso di noi, che ti vedremo con amore e con carità.[404]»

Quel breve era tanto più finamente astuto, in quanto calcolava sulla
buona fede del Savonarola, la quale era invero grandissima. Ma il
carattere del Santo Padre era troppo noto; ed in Firenze si conoscevano
troppo bene le trame degli Arrabbiati, che già avevano col ferro o
col veleno tentato d’ammazzare il Savonarola, ed ora si vantavano
apertamente della loro amicizia con Roma: sì che a niuno poteva essere
nascosto il fine di un invito così stranamente benigno. Era chiaro
che trattavasi o d’ucciderlo per via, o, quando questo non potesse
riuscire, di farlo morire nelle prigioni di Castel Sant’Angelo.[405]
I suoi amici, perciò, vennero a pregarlo che non volesse muoversi
da Firenze, ove la sua presenza diveniva più che mai necessaria,
quando già la partenza dei Francesi faceva correre nuovi pericoli al
governo popolare. Era un caso pel Savonarola assai grave e difficile:
trattavasi o di non obbedire alla chiamata del papa, o di esporsi
ad essere vittima degli Arrabbiati, che volevano in lui uccidere la
Repubblica. Fortunatamente, però, aveva una scusa assai legittima
per non partire. Egli era appena guarito della sua grave infermità
viscerale, da cui si trovava in modo rifinito, che secondo i medici,
ove non sospendesse lo studio e la predica, sarebbe stato in pericolo
di morte. Già alcuni giorni innanzi, egli aveva annunziato queste cose
al popolo, dicendo che la sua malattia lo costringeva a sospendere la
predicazione;[406] ognuno, d’altronde, poteva leggergli nel volto il
suo esaurimento, e vedere come a fatica salisse le scale del pergamo.
È ben vero che, arrivato in presenza del popolo, e cominciato una volta
a parlare, egli riacquistava subito il suo vigore, e sembrava anzi più
fiero e più forte che mai. Ma tutto ciò era solo un momentaneo e quasi
fittizio eccitamento, del quale si risentiva assai spesso in maniera,
che per molti giorni ne restava affatto esausto. Decise, adunque, di
sospendere del tutto le sue prediche, e nello stesso tempo addurre
al papa queste giuste e valide ragioni che l’obbligavano, per ora, a
ritardare la sua partenza. Ma prima di ciò fare, volle pigliar commiato
dal popolo, e dare quei consigli che, nelle presenti condizioni, erano
divenuti necessari. Egli prevedeva i pericoli che soprastavano alla
Repubblica; vedeva che bisognava allora guardarsi, non solo dagli
Arrabbiati, ma ancora dai Medici, tanto più pericolosi, quanto meno
erano temuti.

Il 28 luglio fece, quindi, una delle sue prediche terribili. La
Signoria venne, quel giorno, in Duomo con tutti i magistrati, ed il
Savonarola saliva il pergamo coll’animo assai contristato. Doveva
prendere commiato dal suo popolo, nel momento in cui la partenza del
re Carlo, e la fede da lui violata, avevano messo la Repubblica in
nuovi pericoli; nel momento in cui i suoi nemici gli movevano guerra
per cominciare colla sua rovina quella della Repubblica, ed erano
abilmente riusciti a fare il papa valido strumento di queste ire di
parte. Se, però, in lui si voleva attaccare la Repubblica, egli vedeva
assai chiaro che nel difendere sè stesso, difendeva il popolo intero.
Onde, sebbene salisse a fatica le scale del pergamo, quando si trovò in
presenza del popolo e riguardò in faccia l’attenta moltitudine, fu come
animato d’un subito spirito.

Prese a discorrere dei corrotti costumi, e degli scandali che sempre
avevano luogo in Firenze. I giuocatori, i bestemmiatori, le donne di
mala vita, ed altra gente dedita a vizi che il pudore non permette
di nominare, ammorbavano ancora Firenze, e più audaci divenivano a
misura che il Frate era perseguitato: che sarebbe, ora che egli doveva
tacersi? Il Savonarola, perciò, fu quel giorno senza pietà contro
di loro. Raccomandava di punirli severamente, di punirli anche colla
morte, se non si potevano altrimenti frenare. Narrava il delitto di
Acor, e come il Signore si fosse, per quello, adirato contro tutto il
popolo ebreo, nè fu placato altrimenti che colla morte del colpevole.
«Vedi, adunque, Firenze, tu che vuoi essere così pietosa, vedi quello
che fece fare Iddio. Sei tu più savia di Dio? sei tu più misericordiosa
di Dio? sei tu più d’assai di Dio, tu?»... «O Firenze! tu vuoi essere
più clemente di Dio; ma la tua clemenza è una demenza: tu hai una pietà
crudele: fa giustizia, ti dico io, di quel vizio nefario.[407] Io vi
dico che l’onnipotente Iddio vuole giustizia: bisogna levarsi su e
pigliare uno di questi, e menarlo là e dire: costui merita la morte.
Altrimenti, pericolerete voi e la vostra città. Sospendete i balli,
sospendete i giuochi, chiudete le taverne. Io ti dico, o Firenze, che
questo è tempo di pianto e non di festa.» — Queste, però, non erano che
minacce, fatte solo per spaventare il popolo; giacchè il Savonarola
non abbandonò mai la sua naturale moderazione, sebbene più volte si
lasciasse trasportar dalle parole.

Viene poi a discorrere della profezia; e dice ch’essa è necessaria alla
salute del popolo e della Chiesa, «la quale, oggi, è desolata per la
corruzione de’ suoi capi, per la mancanza di buoni predicatori. Il vero
predicatore dovrebbe mettere in abbandono la sua vita per la verità, e
per cercare la salute del suo popolo: ma dove si trovano oggi questi
predicatori? Io ti dico che sino a tanto si continua così, la Chiesa
anderà sempre in maggiore rovina, l’Italia non avrà più riposo. Te l’ho
già detto, o chierica, per te è nata questa tempesta.»

Qui muta di nuovo soggetto, e si rivolge alla politica. «Io vi ho
predicato quattro cose: il timore di Dio, la pace, il bene comune e
la riforma del governo, cioè il Consiglio Maggiore: ora non mi resta
che confermarvele.» E così, pigliandole in esame ad una ad una, le
ribadisce con nuovi argomenti. Raccomanda soprattutto l’unione, e vuole
che si facciano Uffiziali di pace, «i quali tolgano questi nomi di
Bigi, di Bianchi e di Arrabbiati, che sono la rovina della città....
Si solleciti in ogni modo la costruzione della sala del Consiglio; si
prendano, se bisogna, gli operai del Duomo, chè la loro opera sarà così
più accetta al Signore. Si tenga fermo questo Consiglio, si migliori,
si corregga; e sia la sola speranza, la sola fortezza del popolo.» Fu
in questo giorno e in questo punto che il Savonarola propose quella
legge per l’abolizione dei parlamenti, della quale abbiamo più sopra
discorso; e disse quelle tremende parole contro coloro che sempre li
desideravano, «e non si vogliono persuadere che questo Consiglio è
divenuto il padrone di tutto, e deve fare ogni cosa.» Egli non trovava
minacce, non trovava pene bastevoli contro di essi; perchè sapeva che
il Parlamento era l’arme a cui gli Arrabbiati, e massime i Medici,
volevano fra poco ricorrere per mutare la forma del governo. Quando
egli ebbe, così, persuaso al popolo d’assicurarsi contro i nuovi
pericoli, dètte alcuni altri brevi consigli, e s’affrettò a concludere.
Raccomandava alla Signoria di non perdere il tempo continuamente nelle
piccole cose, come troppo si usava in Firenze; ma provvedere solo a
ciò ch’era d’importanza, e commettere il resto agli altri magistrati.
Raccomandava si facesse ogni cosa per incoraggiare il lavoro, «quando
bene si dovessero lasciare le gabelle all’arte della seta e della
lana.» E, finalmente, così prese commiato: «Popolo mio, quando io sono
quassù, io son sempre sano; e se fuori di pergamo io stessi come sto
qua sopra, io starei sempre bene.» «Ma quando sarò disceso giù, credo
che avrò le mie, e per questa ragione starò un pezzo a rivedervi; chè
bisogna pure attendere un poco a guarire. Ricomincerò poi a predicare,
se sarò vivo. Credo di stare un mese, se già le vostre orazioni non mi
rivocassero prima. In questo tempo verrà a predicare Frà Domenico: io
tornerò poi, se sarò vivo.» «Ma il bene di Firenze starà in ogni modo.
Si affatichino pure i malvagi a lor posta, chè questa sementa deve
fruttificare, perchè Iddio lo vuole. Oggi io potrei dirvi chi sono gli
autori dei vostri pericoli; ma non voglio far male a nessuno, e voi li
saprete quando saranno puniti. Io ora concludo, che ho tanto predicato
e sonmi tanto affaticato, che ho abbreviato la vita mia di molti anni,
e sono forte mancato. — Orsù, frate, che premio vuoi tu? — Io voglio il
martirio; io sono contento di sopportarlo; io te ne prego ogni giorno,
o Signore, per amore di questa città.»[408]

Fatta questa predica, il Savonarola subito rispose al papa, il giorno
ultimo di luglio; e la sua lettera è notevole per decorosa umiltà, e
per nobile franchezza nello stesso tempo. Egli diceva, che il primo
dovere del religioso è certamente l’obbedienza ai superiori; ma, pure,
gli è permesso di addurre quelle ragionevoli scuse che qualche volta
possono farvi ostacolo; e citava a questo proposito le parole di papa
Alessandro IV al vescovo di Ravenna. «Beatissimo Padre,» continuava
poi, «nulla io desidero più ardentemente che vedere la soglia degli
apostoli Pietro e Paolo, per adorarvi le reliquie di tanti Santi;
e assai più volentieri sarei venuto ora, che il Santo Padre si
degna chiamare a sè l’umile servo. Ma esco appena da una gravissima
infermità, che mi ha fatto sospendere la predicazione e lo studio, e mi
tiene ancora in pericolo di vita.

»Io sono, d’altronde, tenuto d’obbedire più alla benigna intenzione del
comando, che alle semplici parole di esso. Ora, avendo il Signore per
mezzo mio liberata questa città da una grande effusione di sangue, e
ridottala a buone e sante leggi;[409] son molti i nemici, così dentro
come fuori di essa, che avendo desiderato metterla in servitù, e
trovandosi invece delusi, vogliono il mio sangue; e più volte hanno col
ferro e col veleno attentato alla mia vita. Onde io non potrei muovermi
senza manifesto pericolo, e neppure in città posso camminare senza una
scorta armata. Inoltre, questa nuova riforma che il Signore ha voluto
per mezzo mio introdurre in Firenze, ancora non ha ferme radici, e,
senza un continuo aiuto, pericola visibilmente: onde, per giudizio
di tutti i buoni e savi cittadini, la mia partenza sarebbe di danno
grandissimo alla città, mentre riuscirebbe costì di poco profitto.[410]
Io non debbo supporre che il mio superiore desideri la rovina d’una
intera città: spero, quindi, che la Vostra Santità voglia benignamente
tollerare questo indugio; acciò sia condotta a perfezione la riforma
incominciata per volontà del Signore, e per vantaggio della quale,
io ne son certo, Esso ha fatto ora nascere questi impedimenti al mio
partire.[411]

»Che se la Vostra Santità desidera farsi più certa delle cose da
me pubblicamente predette intorno al flagello d’Italia ed alla
rinnovazione della Chiesa, le potrà leggere in un mio libro che ora
viene alla luce (_Compendium revelationum_). Io volli per le stampe
pubblicare queste predizioni, acciò, se non si verificano, sia chiaro
a tutto il mondo che io sono falso profeta. Quelle cose, poi, che sono
più occulte e che debbono ancora restare nell’arca, non le posso, per
ora, rivelare ad alcun mortale.

»Supplico, adunque, la Vostra Santità che voglia accettare le mie tanto
vere e così manifeste scuse, e credere che io desidero ardentemente di
venire a Roma; onde non appena potrò, sarò di sprone a me stesso.[412]»

Il papa non diede a questa lettera alcuna risposta, ma fece
espressamente sapere al Savonarola che accettava le sue scuse.[413]
E questi, ritiratosi in San Marco, attendeva a curare la sua salute,
facendo solo qualche breve discorso ai frati. Nel Duomo predicava in
sua vece Frà Domenico da Pescia, il quale cercava ripetere la dottrina,
imitare lo stile e il modo di porgere del suo maestro.[414] Egli non
aveva nè quella originalità nè quella energia ed eloquenza: nondimeno,
il popolo andava assai volentieri ad ascoltarlo, perchè tutti amavano
quel carattere pieno di sincerità e buona fede, e perchè ognuno sapeva
che Frà Domenico era sotto la direzione del Savonarola.

Ma quando le cose procedevano così tranquillamente e pacificamente,
ecco, in data del dì 8 settembre, un nuovo ed inaspettato breve venire
da Roma, indirizzato ai frati di Santa Croce, poco amici di quelli di
San Marco. Esso parlava del Savonarola, come d’_un tal Frà Girolamo_,
seminatore di falsa dottrina; e con parole minacciose gl’intimava
d’andare a Roma.[415] Perchè mai questo mutamento e così subita ira,
dopo di avere accettato le scuse? Perchè indirizzare a Santa Croce un
breve che andava a San Marco, ed alimentare, così, quegli odii che pur
troppo regnarono sempre tra i frati di ordine diverso? Era un mistero
inesplicabile davvero; nè altra ragione si poteva allora supporre a
questo procedere, se non che, forse, il papa cercasse metterlo in fallo
davanti agli occhi del popolo, e suscitargli contro l’odio d’altri
religiosi. Ben presto, però, si cominciò a vedere la cagione di quella
nuova ed inaspettata insistenza di volerlo a Roma. I pericoli che dal
Savonarola erano stati predetti nella sua ultima predica di luglio,
si verificavano tutti; e si vedeva quanta ragione egli aveva avuta
d’inveire contro ai parlamenti, giacchè seguiva quel tentativo di
Piero de’ Medici, che il nesso della storia ci ha obbligati a narrare
nel capitolo antecedente. Il Savonarola, perciò, invece d’andare a
Roma, risaliva il pergamo nel mese d’ottobre, e faceva quelle tre
prediche nelle quali lo abbiam visto incoraggiare il popolo alla difesa
della patria: la città intera correva alle armi, il campo mediceo si
scioglieva, e la impresa di Piero, come abbiamo già detto, andava a
vuoto. In che modo il papa restasse adirato contro al Savonarola, per
questo effetto straordinario dalle sue prediche ottenuto, può ciascuno
immaginarlo facilmente. Egli fulminava, nel principio di novembre,
un quarto breve[416] col quale sospendeva del tutto la predicazione
al Frate; e questi, essendo già tornato nel silenzio, non doveva fare
altro che persistervi. Nell’avvento di questo anno 1495, infatti, si
tacque, e Frà Domenico continuava a tenere il suo luogo sul pergamo di
Santa Maria del Fiore.

L’agitazione del Savonarola, in quei mesi di silenzio e di salute
ancora mal ferma, dovette, però, essere grandissima. Egli si vedeva
tirato a combattere con Roma, per difendere la sua dottrina da accuse
evidentemente calunniose, per difendere la sua vita da quelle insidie
di cui l’odio di parte circondavalo. E nel pensare a difendere la sua
persona, egli doveva trascurare quella riforma politica che tanto bene
s’era avviata, quella riforma di costumi che aveva già dato così felici
risultati. Nè altro i suoi nemici desideravano. Le accuse di eretico,
di seminatore di scandali, di seduttore del popolo e via discorrendo,
non erano credute da coloro stessi che le facevano. Il papa, noi lo
vedremo assai chiaramente, non trovava nulla a ridire sulla dottrina
del Frate; ma esso gli faceva, insieme cogli Arrabbiati e col Moro,
una guerra tutta politica, nella quale si cercava di spegnere in lui
il suo partito. Fino a che la lotta s’era manifestata, qual essa era
veramente, ristretta cioè nella politica, il Savonarola aveva sempre
tenuto la fronte altissima: ma ora il terreno mutavasi, dacchè si
cercava astutamente di nascondere la lotta politica sotto una disputa
religiosa; ed egli vedeva tutta la grave e pericolosa difficoltà della
nuova posizione. Se fosse stata davvero una quistione di domma, avrebbe
potuto sottometterla all’autorità della Chiesa; ma il papa non faceva
che chiamarlo, in generale, seminatore di falsa dottrina, ed imporgli
silenzio. Trattavasi, adunque, o di abbandonare il popolo, per obbedire
ai comandi di uno che evidentemente non aveva altro fine se non quello
di distruggere la libertà fiorentina; o di resistere all’autorità
del pontefice, portare la propria causa innanzi al pubblico, e così
seminare scandali e discordie nella Chiesa. Egli fu rattristato di
molto dolore; ma non esitò un momento a tacersi, aspettando che i
magistrati ed i cardinali amici avessero tentato piegare di nuovo alla
benignità l’animo del Borgia. E dalle lettere che il Savonarola scrisse
in quel tempo, noi vediamo che egli era fermissimamente deciso a non
risalire sul pergamo, senza ottenerne da Roma il permesso.[417]

Ma se egli si tacque, non perciò dubitava della giustizia della sua
causa: egli non credeva punto validi quei comandi venuti per fini
politici, mossi da informazioni false e calunniose de’ suoi nemici.
Anzi, in quel tempo appunto, cominciava a pigliare nel suo animo sempre
maggiore consistenza il pensiero di trovare un modo onde mettere
fine ai mali che tanto travagliavano la Chiesa. Era, allora, presso
molti buoni e valenti cattolici sparsa l’opinione che la elezione del
Borgia, così patentemente simoniaca, fosse nulla; e che il solo modo
di rimediare ai tanti scandali da lui cagionati, fosse il radunare
un Concilio per deporlo. Alla testa di tutti costoro s’era messo
quel bellicoso cardinale di San Piero in Vincola che fu poi papa
Giulio II:[418] egli chiamava il Borgia marrano ed eretico, e stava
di continuo ai fianchi del re Carlo per sollecitarlo a radunare il
concilio, onde riformare la Chiesa. Nè il re si mostrava da ciò punto
alieno; anzi lo stesso Comines, suo ambasciatore, ci ripete più volte:
«mancò poco che non si venisse al fatto di questa riforma.[419]»
Quando i Francesi passarono la prima volta per Roma, non meno di
diciotto cardinali si erano stretti, insieme con quello di San Piero
in Vincola, intorno al re, per sollecitarlo istantemente di dare
opera alla desiderata riforma. E due volte furono puntati i cannoni
a Castel Sant’Angelo, per impadronirsi della persona di Alessandro,
e raccogliere violentemente il Concilio;[420] ma dipoi, restando il
re sempre più dubbioso quanto più si avvicinava ad una risoluzione,
prevalsero i consigli di quel Brisonnetto, che tanto dominava
sull’animo di Carlo, e tanti favori e danari aveva dal papa ricevuti.

Fra quelli che sollecitavano il Concilio e la riforma, il Savonarola
era certamente dei più caldi; e se aveva qualche volta esitato a
spingere le cose, pel timore di mettere scandali in quella Chiesa la
cui unione gli era sopra ogni cosa carissima, la condotta del papa
veniva ora a togliere ogni esitazione dall’animo suo. Egli sapeva,
d’altronde, d’avere un valido appoggio nel Cardinale di San Piero in
Vincola:[421] onde, sebbene la prudenza non gli permettesse parlare sul
pergamo di tali materie, non tralasciava di sollecitare il re Carlo con
lettere continue, che ora divenivano, assai più del solito, numerose e
stringenti.

Tre lettere che noi troviamo indirizzate al re, _post admissionem
regni neapolitani_,[422] furono scritte in questi mesi; e ne fanno
supporre ancora delle altre. In esse il Savonarola parla sempre come il
profeta del Signore: «Rammentatevi,» egli dice al re, «che io ho già
tante volte annunziata la vostra venuta in Italia, quando nessuno ci
pensava; ho predetta la vostra fortuna e i vostri pericoli. Il Signore
v’ha punito perchè, deviando dai suoi comandi, voi avete abbandonato
la sua opera. Ma più gravi saranno le punizioni, se ora non tornate
alla buona via. Io vi annunzio da parte di Dio, che se non mutate modo,
se non mantenete le giurate promesse, se non fate ciò che v’è stato
per mezzo mio comandato, «il Signore rivocherà la vostra elezione da
questo ministero al quale vi ha eletto suo ministro, ed eleggerà un
altro.» Il caso volle che in questi giorni appunto morisse il Delfino
di Francia,[423] con dolore grandissimo del re; il quale, così, sempre
più si andava persuadendo della verità di ciò che il Savonarola gli
profetizzava. Tutto questo, però, non bastava ancora a farlo uscire
da quella sua eterna irresolutezza, con cui sembrava destinato a
scontentare ognuno.

Intanto il Savonarola perseverava nel silenzio, occupandosi de’ suoi
studi, e scrivendo lettere alla famiglia, ch’era allora oppressa dalla
povertà e da sventure domestiche. Queste lettere ci manifestano che
l’affetto ai suoi parenti era nel Savonarola, come fu sempre negli
uomini veramente grandi, tenace ed inalterabile. Egli raccomandava
affettuosamente ai fratelli, che s’aiutassero vicendevolmente;
perchè, quanto a sè, avendo rinunziato al mondo, non poteva dare
altro che conforto di parole. Coll’animo, però, partecipava a tutte
le loro gioie, a tutti i loro dolori.[424] Alla madre, poi, che aveva
allora perduto il fratello Borso, scrisse una lettera, nella quale
il suo cuore si espande teneramente verso di lei, che era la sua
più forte affezione su questa terra, la confidente più intima de’
suoi pensieri.[425] E questa lettera è notevolissima, non solo pel
delicato sentire di cui è piena, ma ancora perchè in essa noi possiamo
vedere come il Savonarola che discorre affettuosamente alla madre,
sia identico a quello che predica e fulmina sul pergamo, in faccia
alla moltitudine esaltata. Sono le medesime idee, le stesse parole:
egli è sempre pieno della sua alta e profetica missione; anche alla
madre predica sul ben vivere, sulla vanità del mondo; e conclude
annunziando la sua morte vicina. «Io vorrei che tanta fosse la vostra
fede, che voi poteste, come quella santissima donna ebrea del vecchio
Testamento, vedere senza lacrima i vostri figli martorizzati innanzi
ai vostri occhi. Madre carissima, io non dico questo per non volervi
confortare; ma perchè, se mai avvenga che io debba morire, vi troviate
apparecchiata.»[426]

In questo mezzo, cominciava a rimettersi la sua salute, e il bisogno
d’attività rinasceva in lui più forte. Ma che fare? Ritornare sul
pergamo senza il permesso di Roma, non voleva; e nel dirigere le
prediche di Frà Domenico, non poteva sperare quei grandi risultati
che aveva ottenuti colle sue. Pure il Savonarola era uomo che trovava
sempre modo a fare il bene; e, quando non poteva il molto, contentavasi
del poco. In quei giorni s’avvicinava il carnevale dell’anno 1496; e
gli Arrabbiati, ora che il Frate taceva, s’apparecchiavano a celebrarlo
come a tempo dei Medici, per dare sfogo a quelle sfrenate passioni,
a quegli osceni sollazzi che erano stati per loro troppo lungamente
repressi. Ed il Frate si propose, invece d’impedirlo.

L’impresa, però, non era facile quanto a primo aspetto si sarebbe
creduto. I Fiorentini erano stati sempre vaghissimi di quelle feste
carnovalesche; e, venuti poi i Medici, s’erano abbandonati a quegli
eccessi con una sfrenatezza non facilmente credibile: la città intera
diveniva in quei giorni un’orgia, ognuno s’abbandonava al vino ed alla
crapula, il pubblico decoro veniva affatto dimenticato. Colle prediche
del Savonarola, è ben vero, le cose cambiarono molto; ma certe usanze
del carnevale s’erano così profondamente radicate, che nè la nuova
dottrina, nè le mutate leggi, nè i magistrati, con severissimi bandi,
avevano mai potuto distruggerle. E, come è ben naturale, quelli che più
affezione avevano per quelle feste, erano i fanciulli. In quei giorni,
essi usavano di fermare continuamente la gente per via, chiudendo loro
il cammino con certi lunghi pali, che non venivano rimossi, se prima
essi non avevano ricevuta qualche moneta, per far, poi, la sera i loro
pazzi desinari. Dopo de’ quali, accendevano grandi fuochi nelle piazze,
vi ballavano e cantavano intorno; e finalmente, facevano ai sassi con
tanta violenza, che ogni anno più d’uno di loro restava morto per le
vie. Fu più volte proibito questo _pazzo e bestiale giuoco dei sassi_;
furono minacciate pene severissime: ma tutto era inutile. I più savi
cittadini, gli Otto, la Signoria stessa vi s’erano invano adoperati:
la sera, i fanciulli si trovavano in modo eccitati dal baccano di tutto
il giorno, che non v’era pena che li spaventasse. Si pose finalmente a
quest’opera il Savonarola. Dopo avere, negli anni passati, condotto a
così prospero successo la riforma politica e la riforma dei costumi,
ora che le mutate condizioni gl’impedivano di condurre innanzi opere
di sì grave momento, immaginò questa terza e più modesta riforma, che
chiamò _la riforma dei fanciulli_.

Egli comprese che sarebbe stato assai difficile distruggere affatto
le vecchie usanze: decise, quindi, di mutarle, sostituendo alle feste
carnascialesche delle feste religiose. Su quelle medesime cantonate,
adunque, dove i fanciulli si raccoglievano a chieder danari per le
loro cene, fece costruire piccoli altari, innanzi ai quali dovevano,
pure, stare i fanciulli a chiedere danari; ma invece di spenderli in
gozzoviglie, dovevano darli ai poveri. Si canti pure, egli disse; ma
in luogo di oscene canzoni, sieno inni e laudi spirituali. Ed egli
medesimo volle comporne alcune, tornando così alla poesia da tanti anni
abbandonata: altre ne fece comporre dal poeta Girolamo Benivieni. E
perchè queste cose seguissero con maggiore ordine, fece da Frà Domenico
radunare i fanciulli, ed eleggere fra loro stessi dei capi, alcuni dei
quali si presentarono alla Signoria, ed esposero il fine e l’ordine
della loro riforma. Avutane l’approvazione, quei fanciulli, tutti pieni
della nuova importanza per loro acquistata, si misero volonterosi
all’opera. Invero, neppure in quel carnevale la città fu molto
tranquilla, nè per le vie si poteva camminar molto liberi: ma quella
importunità dei fanciulli non era nuova; nuovo era il fine di carità
a cui era stata dal Savonarola indirizzata. E così, l’anno 1496, si
vide per la prima volta abbandonato il giuoco dei sassi, abbandonate le
smoderate cene, e trecento ducati furono raccolti per darli ai poveri.
L’ultimo giorno di carnevale fu poi fatta una solenne processione, alla
quale assisteva, per la novità del caso, l’intero popolo. Andarono i
fanciulli cantando inni religiosi e visitando le principali chiese
della città: dopo di che depositarono i danari raccolti nelle mani
dei Buoni Uomini di San Martino, acciò li distribuissero ai _poveri
vergognosi_.[427] Alcuni mormorarono contro questa cosa, perchè
mormoravano sempre contro ogni buona opera che venisse dal Savonarola;
ma la generalità dei cittadini e degli uomini dabbene disse che anche
questa volta il Frate aveva saputo fare quel che non era riuscito ad
alcun altro in Firenze.[428]

In questo mezzo, i Dieci della guerra, che nel nuovo governo si
chiamavano Dieci di libertà e pace, essendosi mantenuti sempre amici
del Savonarola, s’erano efficacemente adoperati perchè il papa gli
concedesse licenza di predicar la quaresima. Ne aveano scritte lettere
continue a molti cardinali, ed all’ambasciatore messer Ricciardo Becchi
cui dicevano: «Non potreste far cosa che a tutti i vostri cittadini più
fusse grata e accetta, e sarà sempre dalla prudenza di tutto questo
popolo riconosciuta» (26 gennaio 1496).[429] Ed, infatti, pare che,
con l’aiuto del cardinal di Napoli e di quello di Lisbona, si riuscisse
a piegare, almeno in parte, l’animo del papa; giacchè, se non si ebbe
un nuovo breve che rivocasse quello di sospensione, fu per mezzo di un
cardinale rimesso al Savonarola l’arbitrio del predicare.[430]

Un altro fatto, il quale merita di essere particolarmente considerato,
pare che avesse luogo appunto in questi giorni medesimi; sebbene la
data non ci venga con precisione indicata dai molti storici che lo
raccontano. Avendo il papa rimesso le prediche del Savonarola ad
un dotto vescovo domenicano, perchè cercasse se vi era materia di
condanna; questi, dopo averle esaminate, ritornava col volume in
mano, dicendo: «Santo Padre, questo frate dice cose tutte savie,
tutte oneste; esso parla contro la simonia e contro la corruzione
dei preti, che pure è grandissima; egli rispetta i dommi e l’autorità
della Chiesa: onde io cercherei piuttosto farmelo amico, offerendogli,
quando fosse necessario, anche la porpora cardinalizia.» Sia che il
papa cominciasse, ora, a temere del frate, e non volesse altro che
farlo tacere; sia che pensasse tendergli qualche nuova rete; certo è
che, per mezzo di un domenicano a bella posta mandato da Roma, venne
fatta al Savonarola l’offerta del cappello rosso, a patto però ch’egli
avesse nelle sue prediche mutato linguaggio. Qual fosse la confusione
della sua mente al sentire una offerta così inaspettata, quanta
l’indegnazione del suo animo, non è facile descriverlo. Egli aveva ora
in mano le prove visibili che a Roma facevasi mercato d’ogni cosa più
sacra: e tanta fu la piena del suo sdegno, che non seppe dare alcuna
risposta, ma disse solo a colui che faceva la scandalosa proposta:
«venite alla mia prossima predica, e voi udirete la risposta che mando
a Roma.»[431]

Con tali auspici dovea, dunque, cominciare il quaresimale dell’anno
1496. La folla accorreva con raddoppiata curiosità, a udire quella voce
che i fulmini di Roma avevano per più mesi ridotta al silenzio. Intorno
alla chiesa, che più non bastava a contenere tanta moltitudine, s’era
costruito un alto anfiteatro, che saliva fino alle prime finestre,
con diciassette scalini sui quali sedevano i fanciulli: essi erano
divenuti ora una parte importantissima dell’uditorio del Savonarola,
che spesso indirizzava a loro la sua parola. Andando al Duomo, egli si
trovava in continuo pericolo di vita; perchè molti Arrabbiati volevano
ammazzarlo, e dicevasi che il Moro avesse mandato sicari prezzolati.
Veniva, perciò, circondato da molti de’ suoi amici armati, che si
prestavano volontariamente a difendere la sua vita: essi andavano a
prenderlo in San Marco e, udita la predica, lo riaccompagnavano al
convento, senza mai lasciarlo solo. Quella quaresima era pel Savonarola
un tempo di nuovo e maggiore esaltamento. Egli risaliva sul pergamo
coll’animo traboccante di tristezza e di sdegno: dopo aver durata
una lotta sempre più aspra colla corte di Roma; nel momento in cui
si cercava di corromperlo con una dignità ecclesiastica; veniva per
rispondere all’indegna offerta, e deciso ormai di portare la sua causa
in faccia al mondo. Il suo quaresimale fu più audace di quanti ne aveva
fatti sinora, più eloquente di quanti ne facesse mai il Savonarola. Noi
dobbiamo, perciò, renderne minuto ragguaglio nel capitolo seguente.




CAPITOLO TERZO.

Il Savonarola ritorna sul pergamo, e predica la quaresima del 1496.


Il giorno 17 febbraio 1496, fu un giorno solenne nella vita del
Savonarola. A lui era stato concesso il permesso di predicare ed
offerto il cappello cardinalizio: malgrado ciò, egli vedeva assai
bene che la guerra col papa andava divenendo ogni giorno più fiera, e
che il Borgia voleva il suo sangue. Con tale disposizione di animo,
incominciava il suo quaresimale _sopra Amos e Zaccaria_. Invero, se
non si fosse trattato d’altro che della sua persona, egli si poteva
offerire vittima volontaria alla pace della Chiesa; ma in lui veniva
attaccata principalmente la repubblica fiorentina, di cui tutti lo
riguardavano come la personificazione viva e parlante. Nel difendere
sè stesso, egli difendeva, perciò, la libertà e la religione d’un
popolo intero, che per sua opera cacciando i tiranni, era tornato alla
morale ed alla fede cristiana. Di certo, niuno poteva dubitare delle
sue dottrine religiose: non quel papa che gli offeriva la porpora
cardinalizia; non quegli Arrabbiati che odiavano in lui il severo
riformatore dei costumi, e non sapevano comportare il soverchio rigore
della sua pietà. Nondimeno, ambedue s’erano uniti a nascondere la
quistione politica sotto una quistione religiosa, sperando così di
poterlo vincere più facilmente; ed egli, sicuro della sua coscienza,
veniva ora deciso a difendersi audacemente su questo terreno.

La Signoria aveva quel giorno dovuto prendere molti provvedimenti per
impedire i disordini che si apparecchiavano. Gli Arrabbiati s’erano
disposti ad ammazzare il Frate, quando lo avessero potuto sorprendere
per via; sapevasi anche dei sicari del Moro: i famigli degli Otto e
alcuni Gonfalonieri delle compagnie percorrevano, quindi, la città
per mantenervi l’ordine. Quando il Savonarola uscì dal convento, lo
schiamazzo e le grida di gioia del popolo che lo attendeva, arrivarono
al cielo; e molti de’ suoi amici armati subito lo circondarono per
difenderlo da ogni insulto, e lo accompagnarono al Duomo. Quel giorno
tutte le passioni erano esaltate: il Savonarola rompeva un silenzio
di molti mesi, che aveva in ognuno cresciuto il desiderio d’udirlo;
veniva a trattare un soggetto gravissimo; e sapeva che la sua predica
doveva essere inviata subito a Roma, alle cui offerte e lusinghe egli
aveva quel giorno promesso di rispondere. Salito che fu sul pergamo,
egli stette col capo alto e volse intorno fieramente lo sguardo;
i suoi occhi, quel giorno, fiammeggiavano come carboni accesi; la
moltitudine era affollata in modo che niuno avrebbe potuto muovere un
passo; l’attenzione ed il silenzio erano tali, che si udiva quasi il
respiro dell’oratore, divenuto per la profonda agitazione assai più
affannoso. Non pertanto egli, frenandosi, cominciava il suo discorso
tranquillamente ed in forma di dialogo.

«Che vuol dir, frate, che tu sei stato tanto a riposarti, e non sei
venuto in campo ad aiutare li tuoi soldati? — Figliuoli miei, io non mi
sono stato a riposare, anzi io vengo di campo, e sono stato a difendere
una rôcca, che se la fosse andata per terra, forse che anche voi
eravate rotti; ma ora, per grazia di Dio, mediante le vostre orazioni,
l’abbiamo salvata.... — Orsù, Frate, hai tu forse avuto paura d’essere
stato morto? — Figliuoli miei, certo no; che se io avessi avuto paura,
non saria venuto ancora adesso, perchè io porto maggiore pericolo al
presente che prima. — Hai tu dunque avuto scrupolo di coscienza al
predicare? — Non io. — Perchè, dunque? Noi intendiamo che è venuta una
scomunica, e che t’è stato fatto comandamento che tu non predichi. —
L’hai tu letta questa scomunica? Chi l’ha mandata? Ma poniamo caso che
così fosse; non ti ricordi come io ti dissi, che ancora che la venisse,
non varrebbe nulla e non gioverebbe a questi cattivi pieni di bugie?...
— Che è stato dunque? Frate, tu ci tieni troppo a bada. — Ora ve lo
dirò, se voi mi ascoltate pazientemente. — »

«Io ho detto e pensato: innanzi che io vada, _custodiam vias meas_;
cioè, io riguarderò le vie mie se sono nette da ogni contaminazione.
Vedendo tanta contradizione da tanti luoghi, contro uno omicciuolo
che non vale tre danari, io ho detto nel mio cuore: forse forse che tu
non guardasti bene le tue vie, e però la tua lingua ha fatto errore;
ed holle riguardate ad una ad una. Io ho ricercato solo intorno alla
fede, chè la grammatica e la logica non sono ora il mio ufficio; e
certo, trovai in quella parte la via essere tutta netta;» «perchè
io ho sempre creduto e credo tutto quello che crede la Santa Romana
Ecclesia, e sempre a quella mi sono sottoposto e sottopongo....[432] Io
l’ho scritto a Roma, che se ho predicato o scritto cosa eretica....,
sono contento emendarmi e ridirmi qua in pubblico. Sono sempre parato
alla obbedienza della Romana Chiesa, e dico che sarà dannato chi non
obbedisce ad essa.... Dico e confesso che la Chiesa Cattolica non
mancherà mai infino al dì del giudicio;... ed a chiarire, poi, qual
sia questa Chiesa Cattolica, sono diverse le opinioni, onde io me ne
riferisco a Cristo ed alla determinazione della Chiesa Romana.»[433]

Dopo che il Savonarola ebbe fatto una dichiarazione così esplicita,
da non lasciar più dubbio d’alcuna sorte sulla cattolicità delle sue
dottrine, venne alla parte più ardita di esse. Egli disse, allora, che
sebbene la Chiesa sia nel domma infallibile, non per questo si è tenuti
d’obbedire ad ogni sorta di comando che ci venga dai superiori, o anche
dal papa. «Il superiore non può comandarmi contro alla costituzione
del mio ordine; il papa non può comandarmi contro alla carità o contro
al Vangelo. Io non credo che il papa voglia mai farlo; ma quando lo
facesse, io gli direi: Tu, ora, non sei pastore, tu non sei Romana
Chiesa, tu erri.»[434] Anzi io dico: «Ogni volta ch’ei si potesse
vedere espressamente, che i comandamenti de’ superiori sono contrari
a quelli di Dio, e massime al precetto della carità, niuno debbe in
questo caso obbedire, perchè egli è scritto: _oportet obedire magis
Deo quam hominibus_.»... «Se però il caso non fosse evidente, o che vi
fosse il menomo dubbio, allora bisogna sempre obbedire.» Ciò premesso,
egli procede oltre e viene al suo fatto particolare, per dire che
non si crede punto obbligato d’obbedire a chi lo vuole allontanare da
Firenze; perchè tutta la città, e fino le donnicciole, conoscono che
questo si cerca per solo odio politico, e che risulterebbe a danno,
non solo della libertà, ma anche della religione. «Quando io vedessi
espressamente che il mio partire d’una città fusse ruina spirituale e
temporale del popolo, non obbedirei a uomo vivente che mi comandasse di
partire... Sì perchè questo sarebbe contro i comandi del Signore; sì
perchè presumerei che il mio superiore non avesse l’intenzione di far
male, e si fosse ingannato per false informazioni. — O tu che scrivi
a Roma tante bugie, che scriverai tu ora? Io so bene quello che tu
scriverai! — Oh che, frate? — Tu scriverai che io ho detto che non si
debba obbedire al papa, e che io non voglio obbedire. Io non dico così:
scrivi come io ho detto, e vedrai che non farà per te.»[435] Infatti,
la dottrina esposta dal Savonarola era tutta cattolica, e per niente
si allontanava da ciò che avevano detto San Tommaso, e molti dottori
e pontefici della Chiesa: nondimeno era tale, che di poco alterandone
le parole, si poteva facilmente farla cadere nell’eresia; e questo
tentavano appunto i suoi nemici.

Egli, intanto, ripigliava il filo della predica, dicendo: che, dopo
avere esaminato le sue vie e trovatele tutte nette, per aver sempre
sottomessa la sua dottrina alla Chiesa; dopo essersi persuaso che i
brevi venuti da Roma erano nulli, perchè mossi solamente da mendaci
informazioni e contrari alla carità; aveva, nondimeno, deciso di
usar prudenza, e si era, perciò, fino allora taciuto, e così avrebbe
ancora continuato. «Se non che, quando io vidi che molti buoni si
raffreddavano, che i tristi pigliavano animo, che l’opera del Signore
andava per terra; allora io mi decisi audacemente a tornare quassù.
Ma prima mi volsi al Signore dicendo: — Io mi dilettavo della pace e
della quiete; ma tu m’hai tirato fuori mostrandomi la tua luce, ed io
ho fatto allora come la farfalla, che, per desiderio di luce, brucia
le sue ali. Io ho bruciato, o Signore, le ali della contemplazione;
mi sono messo per un mare tempestoso, dove i venti sono da ogni parte
contrari.» «Io vorrei andare al porto e non trovo la via, vorrei
riposarmi e non trovo loco, vorrei star cheto e non parlare; ma non
posso, perchè il verbo di Dio è nel mio core come un foco, il quale,
se io non lo mando fuora, mi arde la medulla delle mie ossa. Orsù, o
Signore, poichè tu vuoi che io navighi in così profondo mare, sia fatta
la tua volontà.»

Il Savonarola concludeva finalmente questa predica, rivolgendo le sue
parole, prima ai giovani, che egli credeva quasi tutti buoni; e dipoi
ai vecchi, nei quali aveva assai minore fiducia. — «In voi, o giovani,
sono le mie speranze e le speranze del Signore. Voi governerete bene
la città di Firenze, perchè non avete preso la cattiva piega dei
padri vostri, che non si sanno spiccare dal reggimento tirannico, nè
sanno quanto è grande questo dono che il Signore ha fatto al popolo,
della sua libertà.» «Voi, invece, o vecchi, voi state tutto il dì ai
circoli e sulle botteghe a dir male, e con vostre lettere scrivete
molte bugie fuor della città di Firenze. E perciò molti dicono che io
ho conturbata la Italia; e questo mi è stato scritto anche in carte
autentiche. Oh insensati! _Quis vos fascinavit non obedire veritati?_
Dove sono le squadre mie e li danari da conturbare l’Italia?... Io non
conturbo Italia, ma bene annunzio che la deve essere conturbata.» «Io
annunzio che i vostri peccati affrettano il flagello. Una gran guerra,
o incredulo, ti farà lasciare la pompa e la superbia. Una grande
pestilenza vi farà lasciare le vostre vanità, o donne; popolo minuto e
mormoratore, una grande carestia ti farà stare cheto. Cittadini, se voi
non vivete col timore di Dio e non amate il governo libero, il Signore
vi farà mal capitare, e serberà solo ai vostri figli le felicità
promesse a Firenze.»[436]

Così finiva questa predica, nella quale il Savonarola restringeva,
come in un quadro, tutto ciò che voleva dire nelle altre di quella
quaresima. Le sue dottrine sono ardite, le accuse che muove contro Roma
sono audaci, le parole con cui descrive il flagello che s’avvicina
son parole di fuoco; ma nulla di ciò ch’ei dice può essere appuntato
d’eresia. Noi dobbiamo anche ammirare la sua prudenza, che mai non gli
permise di muovere sul pergamo discorso intorno alla simoniaca elezione
del Borgia, od alla speranza del concilio; nè gli fece fare allusione
d’alcuna sorte alle offerte dal papa ricevute. La sua generosa indole
non gli permetteva di prendere vantaggio d’un fatto, che, giovando
solamente a lui, poteva seminare scandalo nella Chiesa. In tutto questo
quaresimale, noi troviamo il Savonarola sempre uguale a sè stesso;
essenzialmente cattolico, ma, nello stesso tempo, pieno d’un coraggio
e d’una indipendenza morale, che pochi ebbero prima o dopo di lui;
non vi è cosa al mondo che lo spaventi, non vi è cosa che lo faccia
retrocedere dalla sua via. Egli è solo a difendere la libertà del
popolo, la libertà della propria ragione e della propria coscienza;
ma pur tiene alta sul pergamo la sua bandiera, e sta fermo in faccia
a tutti i principi d’Italia, in faccia alla corte di Roma, che fulmina
mal consigliati brevi; nè teme i veleni e pugnali degli Arrabbiati, che
nelle vie, in chiesa, sul pergamo stesso lo minacciano.

Le sue accuse contro i vizi di Roma, contro la falsa e ipocrita
religione de’ suoi tempi, furono in questa quaresima continue e
terribili. La seconda domenica, faceva su questo soggetto una predica
divenuta celebre;[437] non tanto per l’audacia, che non era insolita,
quanto per essere stata di quelle sospese dalla corte di Roma. Egli
cominciava con una strana interpetrazione di queste parole: _Audite
verbum hoc, vaccæ pingues quæ estis in monte Samaria_. «Vien qua: chi
sono quelli che dicono che io debbo predicare la Scrittura Sacra?...
Io non predico altro, io. Se tu sapessi quello che è la Scrittura
Sacra, tu non diresti così. Tu dovevi dire, più presto, predica Tullio
e Virgilio, e non t’avrei allora trovato; ma la Scrittura Santa
la ti troverà in ogni luogo. Orsù, io predicherò la Scrittura; io
voglio ubbidirti. Dimmi, come esporrai tu questa Scrittura: _O vaccæ
pingues_.... A me queste vacche grasse vogliono dire le meretrici
d’Italia e di Roma.... Eccen’egli nessuna in Italia e in Roma? Mille
sono poche a Roma, diecimila sono poche, quattordicimila sono poche;
quivi uomini e donne son fatte meretrici.» E così continuando, descrive
i vizi di Roma con parole che ai nostri tempi non si potrebbero tutte
ripetere. Si rivolge, quindi, al popolo per accusare la sua falsa e
ipocrita religione, che si appaga solo di cose materiali. «Voi siete
corrotti in tutto, nel dire e nel tacere, nel fare e nel non fare,
nel credere e nel discredere. Voi parlate contro alla profezia; ed
ecco viene un tale e vi racconta uno strano sogno, e voi gli credete;
vi dice: digiunate il tale sabato, alla tale ora; e voi lo fate e
credete di essere salvi. Io vi dico che il Signore non vuole il tale
sabato o la tale ora; ma vuole che per tutta la vita vi allontaniate
dal peccato. E voi, invece, siete buoni una ora del giorno, per esser
poi cattivi tutta la vita. — Osservateli negli ultimi tre giorni
della settimana santa. Ecco» «costoro vanno attorno alle indulgenze e
perdoni. Va di qua, di là; bacia San Pietro, San Paolo, quel santo,
quell’altro. Venite, venite, sonate campane, apparecchiate altari,
ornate le chiese; venite tutti, quei tre giorni innanzi Pasqua, ma non
poi più là. Dio se ne ride dei fatti vostri, e non si cura di vostre
cerimonie,... perchè voi sarete dopo Pasqua peggiori di prima. Tutto
è vanità, tutto è ipocrisia nei nostri tempi; la vera religione è
spenta.»[438] Ed altrove: «Che vuol dire che se io dicessi: dammi dieci
ducati per dare a un povero, tu nol faresti; ma se io ti dico: spendine
cento in una cappella qua in San Marco, tu il faresti? Egli è per
mettervi l’arme tua, e lo farai per tuo onore e non per onore di Dio...
Guarda per tutti i luoghi dei conventi, tu gli troverai pieni di arme
di chi li ha murati. Io alzo il capo di sopra a quell’uscio, io credo
che vi sia un crocifisso, ei v’è un’arme; va più là, alza il capo, ei
v’è un’altra arme; ogni cosa è pieno d’arme. Io mi metto un paramento,
io credo che vi sia un crocifisso dipinto, ella è un’arme che vi hanno
messa acciò si veda meglio dal popolo. Questi sono, adunque, i vostri
idoli ai quali voi destinate i vostri sacrifici?»[439] E quando egli ha
descritto e condannato la corruzione de’ suoi tempi, massime nel clero,
allora si volge sempre ad annunziare il flagello a Roma ed all’Italia.

«Apparecchiati, dico, che la tua bastonata sarà grande, o Roma. Tu
sarai cinta di ferro, tu andrai a spade, a fuoco e fiamme... Povera
Italia! come ti vedo tutta conquassata; poveri popoli! come vi
vedo tutti oppressati.....[440] Italia, tu sei inferma d’una grave
infermità... Roma, tu sei inferma d’una grave infermità _usque ad
mortem_. Tu hai perduto la tua sanità, ed hai lasciato Iddio; tu sei
inferma di peccati e di tribolazioni.... Se tu vuoi guarire, lascia li
tuoi cibi; lascia la tua superbia, la tua ambizione, le tue lussurie,
la tua avarizia: questi sono i cibi che ti hanno infermata, questi sono
quelli che ti conducono a morte... La Italia se ne ride, la Italia se
ne fa beffe e non vuole la medicina; ma dice che il medico farnetica...
O increduli, poi che non volete udire nè convertirvi, il Signore dice
così: — Giacchè la Italia è tutta piena di giudicio di sangue...; piena
d’iniquità, di meretrici, di ruffiani e scellerati; io condurrò in essa
la più pessima gente che si trovi;... abbasserò i suoi principi e farò
cessare la superbia di Roma. Questa gente possederanno li santuari
loro, deturperanno le chiese loro: da poi che l’hanno fatte stalle
di meretrici, io le farò stalle di porci e cavalli; perchè questo
manco dispiace a Dio, che il farle stalle di meretrici. Quando verrà
l’angustia, quando verrà la tribolazione, non avranno pace; vorranno
convertirsi e non potranno; saranno conturbati e smarriti. — O Italia!
sarà allora conturbazione sopra conturbazione; conturbazione di guerra
sopra la carestia, di pestilenza sopra la guerra; conturbazione da
una parte, conturbazione dall’altra. Sarà lo audito sopra lo audito;
cioè udirassi da una parte uno barbaro, ecco dall’altra parte un altro
barbaro. Sarà uno audito dall’oriente, uno dall’occidente; da ogni
parte audito sopra lo audito.» «Cercheranno, allora, le visioni dei
profeti e non potranno averle, perchè il Signore dice: — Ora tocca
di profetare a me. — Andranno all’astrologia, e non varrà loro nulla.
Perirà la legge dei sacerdoti e perderanno le loro dignità; i principi
si vestiranno di cilizio; i popoli saranno conquassati di tribolazioni.
Tutti gli uomini perderanno lo spirito, e come hanno giudicato, così
saranno giudicati.»[441]

Ecco in che modo descrive, altrove, il flagello della peste che verrà
in Italia. «Credetelo a questo frate, che non basterà la gente a
seppellire i morti, e non vi sarà modo a fare tante sepolture. Saranno
tanti morti per le case, che andranno gli uomini per le strade dicendo:
mandate fuora i morti; e metterannoli sulle carra e sui cavalli, ne
faranno monti e arderannoli. Passeranno per le vie gridando forte: Chi
ha morti! chi ha morti! Verranno alcuni fuora e diranno: ecco il mio
figliuolo, ecco il mio fratello, questo è il mio marito... Andranno
ancor di nuovo per le strade gridando: Ècci più nessun morto? Chi
ha più morti? E rarificherassi la gente in modo, che ne rimarranno
pochi!»[442]

E così continua il Savonarola in tutto questo quaresimale. Egli prima
descrive i peccati di Roma e dell’Italia; annunzia poi il flagello,
per concludere sempre invitando i popoli alla penitenza. «_Heu! Heu!
Heu! fuge de terrâ Aquilonis._ Fuggitevi dalla terra d’Aquilone, cioè
dai vizi, e tornate a Cristo..... Ecco ch’ei viene un tempo oscuro;
ecco ch’ei pioverà fuoco e fiamme, pietre e sassi; e sarà un tempo
torbido... Io vi ho messo tra quattro venti, dice il Signore; cioè tra
prelati, principi, preti e cittadini cattivi. Fuggitevi dai vizi loro,
raccoglietevi tutti insieme in carità.... _Fuge, o Sion, quæ habitas
apud filiam Babilonis_.... Fuggitevi, cioè, da Roma, perchè Babilonia
vuol dire confusione; e Roma ha confuso tutta la Scrittura, ha confuso
insieme tutti i vizi, ha confuso ogni cosa. Fuggitevi, dunque, da Roma;
tornate a penitenza.»[443]

Questa continua descrizione delle miserie d’Italia è, invero, così
viva, così evidente, che il Savonarola sembra quasi trasportato
dalla sua fantasia nell’avvenire, ed esservi come presente. Nè meno
straordinaria è la costanza con cui annunzia la sua vicina morte,
l’insistenza con cui sempre ripete: «Il giorno in cui potrete fare
di me ciò che vorrete, ancora non è arrivato; _sed adhuc modicum
tempus vobiscum sum_....[444] Io ho detto al Signore: — Lascio a te
il pensiero di quest’opera; io non sono che strumento nella tua mano.
— Ed egli: — Lascia fare a me. A costoro avverrà come ai Giudei che
si credettero spegnermi col mettermi in croce, ed invece dilatarono
il nome mio in tutto il mondo. — Io, adunque,» così conclude il
Savonarola,» voglio, come buono capitano, combattere e lasciarvi anche
la pelle.»[445]

Ma, sebbene egli sempre resistesse, sebbene il papa non riuscisse
mai a piegarlo; questi era, però, riuscito a metterlo sulla difesa.
Sino ad ora, la vita del Savonarola è stata sempre un dirigere, un
comandare, un infondere le sue idee e la sua volontà nella moltitudine,
un allargarsi in una sfera sempre più larga; ma adesso, con grave
danno del popolo, il campo della sua attività si restringe: egli
deve pensare, invece, a difendere la sua dottrina e la sua vita. I
suoi nemici crescono da ogni parte; essi hanno deciso che, se pure la
repubblica resterà in piedi, deve perire almeno chi n’è stato autore;
già circondano da ogni lato il misero Frate. Il quale si difende e
combatte con sempre maggiore energia; grida all’Italia ed al mondo
intero, che in lui si vuole uccidere la repubblica, distruggere i
diritti inviolabili dell’umana ragione e della coscienza: ma, intanto,
ha quasi dovuto abbandonare la riforma dei costumi e la riforma
politica; la sua posizione è essenzialmente mutata, diviene ogni giorno
più difficile e piena di maggiori pericoli.

La politica, però, non fu neppure in questa quaresima del tutto
abbandonata; giacchè si presentò un’occasione di tornarvi per qualche
giorno. Erasi, allora appunto, finita di costruire la nuova sala
del Consiglio Maggiore, di cui, sin dal principio del nuovo governo,
era stata affidata la cura al celebre architetto Cronaca; ma questi
condusse la cosa con molta lentezza, fino a che il Savonarola non
cominciò a sollecitarla nelle sue prediche. Allora si procedette,
invece, con tanta celerità, che i popolani andavano dicendo, avervi
messo mano gli angeli.[446] Il 25 febbraio, vi si radunarono 1,753
persone, che procedevano alla elezione della nuova Signoria.[447]
Ed il Savonarola, tutto lieto in questa solenne occasione, volgeva
alla politica due prediche del suo quaresimale.[448] Il suo discorso
trattava particolarmente sul modo di fare le elezioni, e condannava
aspramente quello spirito di parte che sempre le adulterava.[449] «Sono
molti che vanno seminando polizze per la città, le quali dicono: non
eleggete il tale. Io vi dico: non fate ciò che suggeriscono queste
polizze. Se quelli i quali non volete che sieno eletti, son cattivi,
voi potete dirlo apertamente in Consiglio, ora che non c’è tiranno.
Vieni, adunque, fuori e di’ su franco: il tale non è buono a questo
uffizio. Se poi è buono, lascialo eleggere.»[450] Ed altrove: «Intendo
che sonvi alcuni in Consiglio che, quando uno va a partito, dicono:
diamoli la fava nera o bianca, perchè egli è della tal parte. _Et quod
pejus est_, intendo che v’è alcuni che dicono: egli è di quelli del
Frate, diamoli le fave nere.[451] Come! hovvi io insegnato così? Io non
ho amico nessuno, se non Cristo e chi fa bene: non fate più così, chè
questa non è mia intenzione, e voi fareste presto nascere divisione.
Chi rende le fave, le dia a chi pare a lui che sia buono e prudente;
secondo la coscienza sua, come io v’ho detto altre volte.»[452] E qui
vogliamo osservare, che il Savonarola, quale noi lo vediamo nelle sue
prediche, nei suoi scritti, nella storia vera dei fatti, è ben diverso
da quello che ci hanno dipinto i tanti biografi antichi e moderni.
Dove è mai quello spirito di parte che, secondo alcuni, era il solo
movente delle sue azioni? Dov’è quel desiderio di aiutare i suoi amici
e deprimere gli altri? Dove sono quelle idee ristrette, quei principii
poco generosi? Noi troviamo, invece, un uomo di altissime vedute,
di nobili principii, pieno di disinteresse, amante della libertà
per tutti, senza volerne eccettuare quegli stessi che cercavano di
ammazzarlo.

Dopo avere, in quella solenne occasione, insistito a lungo sul fare
buone elezioni, senza spirito di parte; egli raccomandava affezione
al Consiglio maggiore, al nuovo governo ed alla libertà. E, per
maggiormente infonderne l’amore nel popolo, fece in ambedue quelle
prediche una lunga descrizione del tiranno, e dei mali che esso produce
nelle città che opprime. «Tiranno,» egli diceva, «è nome di uomo di
pessima vita, che vuole tutto per sè e niente per altri, nemico di Dio
e degli uomini. Egli è superbo, è lussurioso, è avaro; e come questi
tre vizi contengono in germe tutti gli altri, così ne segue ch’egli
contiene in germe tutti i vizi di cui l’uomo è capace. Esso ha corrotti
ancora tutti i sensi: gli occhi al vedere lascivie; le orecchie ad
udire laude per sè e vituperio per altri; il palato al vizio della
gola; e così via discorrendo. Corrompe i magistrati, è rubatore di
vedove e pupilli, opprime il popolo, favorisce coloro che lo eccitano a
rubare il Comune. È pieno di sospetto e tiene spie per tutto; vuole che
ognuno apparisca sciocco al suo cospetto e che sia suo schiavo; onde,
dove è tiranno, non si può nè operare nè parlare liberamente. In questo
modo il popolo diventa pusillanime, ogni virtù è spenta, ogni vizio
esaltato. Ecco, o Firenze, quello che ti tocca se tu vuoi tiranno. Esso
è causa di tutti i peccati che si commettono nel popolo; onde sarà
chiamato a renderne conto innanzi a Dio, e porterà la pena dei suoi
e degli altrui falli. E tu cittadino che lo seguiti, tu non sei meno
misero di lui. La tua lingua è schiava nel parlargli, i tuoi occhi nel
guardarlo, la tua persona è sempre schiava di lui, la tua roba è sua;
ti tocca delle bastonate e bisogna dire: gran mercè! Tu sei misero
da ogni parte. E queste,» così concludeva il Savonarola, «sono le
miserie del tiranno e di coloro che lo seguitano; le quali essi hanno
a sopportare in questa vita, per aver, poi, nell’altra la dannazione
eterna.»[453] Questa descrizione egli la svolgeva minutamente,
esponendo passo a passo tutta la vita, tutte le passioni, tutte le
oppressioni del tiranno. E questo ritratto spaventoso e terribile,
fatto qualche volta con arte grandissima, veniva da lui presentato
di continuo agli occhi del popolo, per concludere sempre: «Ecco, o
Firenze, quello che tu vai cercando.»

In questa quaresima, il Savonarola volgeva il discorso ancora a quei
fanciulli che sedevano in grandissimo numero sull’anfiteatro del
Duomo. Raccomandava la carità e lo studio; voleva che niuno di loro
ignorasse, almeno, i principii della grammatica; ed ai padri imponeva
non risparmiassero per ciò nè spesa nè fatica. Raccomandava, del pari,
che si guardassero dal vestir troppo presto l’abito ecclesiastico, e
dava altri utili consigli.[454] Avvicinandosi, intanto, la Domenica
delle Palme, ordinava per questi fanciulli una solenne ed assai utile
processione. Erano allora stati eletti gli uffiziali del Monte di
Pietà; ed il Savonarola che l’aveva tanto favorito, volle che fosse
dai fanciulli solennemente aperto.[455] Nella domenica delle Palme,
adunque, fu sin dal mattino apparecchiato in chiesa un tabernacolo,
su cui era dipinto Gesù Cristo quando entra in Gerusalemme sopra
l’asinello. Venne più tardi il Savonarola, e fece a tutti i fanciulli
riuniti una predica piena di buoni consigli, la quale concludeva
così: «O Signore, dalla bocca di questi fanciulli verrà la tua vera
laude. Li filosofi ti lodano per lume naturale, e costoro per lume
soprannaturale; li filosofi per amor proprio, e costoro con semplicità;
li filosofi con la lingua, e costoro con le opere.» Rivolgendosi poi
a tutto il popolo, col Crocifisso in mano diceva: «Firenze, questo è
il re dell’universo, questo vuole essere il tuo re. Lo vuoi tu?»[456]
Al che, tutti ad alta voce e molti piangendo, rispondevano di sì; ed
il Frate scendeva dal pergamo fra l’entusiasmo del popolo e il fremito
degli Arrabbiati, che, sebbene si tenessero lontani e in disparte,
non lo perdevano mai di vista. Il giorno, i fanciulli vestiti di
bianco andavano col tabernacolo in processione, e, visitate le chiese,
si fermarono in piazza a cantare una canzone di Girolamo Benivieni
sulla futura felicità di Firenze.[457] Fatta poi una larga raccolta
di limosine, le portarono agli ufficiali del Monte di Pietà, con
questa processione solennemente aperto da quei fanciulli che, sotto la
direzione del Savonarola, avevano lasciate le feste carnascialesche per
darsi alle opere di carità.[458]

Se, però, noi vogliamo eccettuare queste due occasioni in cui venne
aperta la sala del Consiglio ed il Monte di Pietà, il Savonarola non
fece, in tutta la quaresima, altre prediche che mirassero al pratico
vantaggio del popolo fiorentino. Egli procedette oltre nel modo stesso
che aveva cominciato; ed il giorno ottavo dopo la Pasqua, fece l’ultima
predica di quel quaresimale, la quale ne era la conclusione, come
la prima erane stata, per così dire, il programma. In esse trovansi
raccolte tutte le idee principali che il Savonarola s’era proposto
di esporre. Quell’ultimo giorno, infatti, egli di nuovo si sottomise
esplicitamente all’autorità della Chiesa Romana, dicendo che essa
starà ferma in eterno, e sarà dannato chiunque se ne vuol separare;
riconosce l’autorità del papa in quelle parole del Vangelo: «Tu sei
Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa; e ciò che tu
legherai in terra, sarà legato in cielo.» Ma dopo ciò, egli ripete
di nuovo: «Noi, però, non siamo tenuti d’obbedire a tutti i comandi.
Se essi vengono per false informazioni, non sono validi; se essi
contrastano evidentemente alla legge di carità che è nel Vangelo, si
deve resistere, come San Paolo resistette a San Pietro. Noi dobbiamo
supporre che ciò non sia possibile; ma quando pur fosse, bisogna allora
rispondere al superiore: tu erri, tu non sei Romana Chiesa, tu sei
uomo e peccatore.» Appoggiava il Savonarola queste idee sull’autorità
di molte citazioni, le dichiarava con molti esempi. «Se il mio
superiore mi comanda di abbandonare la povertà, io resisto; se il tuo
confessore ti comanda cosa che è contro a Dio, tu devi resistergli e
condannarlo: quando la cosa è per sè evidente, non bisogna temere di
nulla, ma seguire solo la via del bene.» Quantunque, però, sostenute
dall’autorità dei dottori, queste idee sembravano assai ardite, erano
come un grido di guerra. Nè forse il Savonarola stesso le avrebbe
esposte sul pergamo, se egli non si fosse convinto che la elezione di
papa Alessandro era nulla,[459] e non avesse nudrito ferma speranza
che il Concilio doveva presto venire a riordinare i mali della
Chiesa, desolata da tanti osceni scandali, da tanti delitti, da tanto
abbominio.

Venendo poi al caso particolare della sua disputa con Roma, ripeteva
quel giorno: «Chi non sa che il breve è venuto per secondare i nemici
miei e della repubblica, i quali spargono bugie e calunnie contro
di me? Chi non sa che la mia partenza sarebbe non solo con pericolo
grandissimo della mia vita, ma ancora con danno di questo popolo ed
a rovina della libertà? Che il buon costume sarebbe abbandonato, che
la religione anderebbe per terra? Questo, e non altro, vogliono i
nostri nemici. Io, adunque, debbo credere che il Santo Padre sia stato
ingannato dalle false accuse dei miei detrattori: obbedisco, piuttosto,
a quella che debbo credere sua intenzione, e non voglio supporre che
esso desideri la rovina di tutto un popolo.»

E quel giorno ancora annunziava al popolo la sua morte. — «Qual sarà la
fine della guerra che tu sostieni? — Se tu mi domandi in universale,
ti rispondo che sarà la vittoria; se tu mi domandi in particolare, ti
dico, invece, morire ed essere tagliato a pezzi. Ma ciò servirà solo
a sempre più dilatare questa dottrina, la quale non viene da me, ma
da Dio. Io non sono che strumento nella sua mano; onde sto deciso a
combattere fino all’ultimo.» Raccontò di avere, nella scorsa notte,
avuta una visione, durante la quale parevagli di vedere un Crocifisso
sorgere fra Roma e Gerusalemme. Da esso scorreva un fiume di sangue,
in cui gl’infedeli mostravano grande desiderio di bagnarsi, mentre
i cristiani andavano quasi renitenti. Quindi le tenebre ricoprivano
la terra, pioveano fuochi, saette; e così via discorrendo. Da ciò,
l’oratore pigliava argomento a fare un’altra di quelle animate ed
eloquenti descrizioni dei flagelli d’Italia,[460] di cui tutto il
quaresimale è pieno; e così concludeva.

In queste prediche vi sono davvero delle pagine che mostrano con grande
evidenza, come in altre condizioni e con altri studi, il Savonarola
sarebbe stato il più grande oratore italiano. V’è nelle sue parole un
ardore, un fuoco d’una eloquenza tutta originale. Il suo linguaggio è
affatto nuovo, e nel modo stesso che egli concepisce l’idea, ritrova
anche una forma tutta propria; le sue immagini si presentano con forza
e, quasi con violenza, dominano la immaginazione dell’uditorio. Se a
ciò vogliamo, poi, aggiungere la forza del gesto e del suo accento,
comprenderemo allora tutto il grande entusiasmo del popolo fiorentino.
L’impressione che il Savonarola produsse in questa quaresima, fu
superiore a quella di tutti gli altri anni; per tutto corse la fama di
queste prediche; l’odio degli avversari giungeva al colmo; l’entusiasmo
dei seguaci diveniva fanatismo; i principi d’Italia protestavano;
il papa era pieno di feroce ira, e quasi gli pareva che il Vaticano
tremasse sotto i fulmini di quella eloquenza. — Ma delle passioni che
si destarono allora da ogni lato, noi discorreremo nel capitolo che
segue.




CAPITOLO QUARTO.

Scritti diversi intorno alla dottrina del Savonarola. Lettere che
gl’indirizzano vari principi, e sue risposte. Colloquio del Papa
coll’ambasciatore fiorentino. Il Savonarola ritorna sul pergamo, e
predica nelle feste _sopra Rut e Michea_. [1496.]


Per ben comprendere quale e quanta fosse l’impressione prodotta
dalle prediche del Savonarola, bisognerebbe leggere le lettere che
si scrivevano in quei giorni a Firenze.[461] Sembra, davvero, che i
Fiorentini non sapessero ragionare d’altro che del Frate, e che niuno
di loro potesse più stare nei limiti del vero. Alcuni dicono ch’ei si
fa beffe d’una scomunica già arrivata;[462] che tratta il papa peggio
che turco, i principi d’Italia peggio che eretici: altri assicurano
ch’egli vuol rivelare sul pergamo i peccati de’ suoi persecutori; che
s’apparecchia a far nuove e più maravigliose profezie. Chi dice che
esso è divenuto il tiranno di Firenze; e chi, invece, ch’egli fra poco
ridurrà a mal partito i nemici della repubblica, se non li distrugge
con qualche miracolo: ognuno si aspetta cose grandi e maravigliose. E
così, esagerandosi da una parte per odio e mala fede, da un’altra per
fanatismo ed affezione, gli animi si andavano sempre più esaltando, e
le passioni ricevevano ogni giorno nuovo alimento.

Nello stesso tempo, cominciava ad uscire per le stampe un numero così
grande di strani opuscoli, che minacciavano, quasi, voler formare
un nuovo genere di singolare letteratura. Da una parte, si esaltava
insino alle stelle il nome del Frate; da un’altra, non si trovavano
parole, accuse, contumelie bastevoli per denigrarlo. Invero, il merito
letterario di quegli scritti non inviterebbe molto a discorrerne; ma
pure ritraggono così bene i tempi e gli uomini, che dobbiamo fermarci a
dirne qualche parola.

Uno dei più notevoli fra questi opuscoli, si chiamò _Oraculum de
novo sæculo_:[463] fu scritto dal Nesi, discepolo assai riputato di
Marsilio Ficino, e tutto pieno delle sue idee neoplatoniche. Il titolo
stesso del libro dava subito a conoscer l’autore per un seguace del
Savonarola: si discorre, infatti, d’una strana visione, in cui il
Nesi, trasportato in un altro mondo, ragiona a lungo con le ombre
di Enea e di Platone, il quale ci vien descritto come precursore del
Cristianesimo. L’autore incontra, poi, il gran Pico della Mirandola,
che, menandolo per le sfere celesti, gli mostra in esse un riscontro
della dottrina del Savonarola; e mentre continuano questo celeste
viaggio, il Pico esalta l’ingegno, il cuore, il carattere del Frate,
e conclude dicendo: _sed quid plura? Christi est in omnibus æmulator
egregius_.

Un predicatore in San Spirito attaccava la nuova dottrina, scagliava
ogni giorno ingiurie contro al Savonarola, e lo sfidava ad entrare nel
fuoco.[464] Questi, invece, lo disprezzava, e non faceva alcun caso
delle sue parole: ma ecco subito venire in risposta un opuscolo di
messer Filippo Cioni, notaio fiorentino, che prendeva la difesa del
Frate.[465] Un altro avversario, per poterlo vie meglio ferire, pensa
di fingersi suo seguace, e stampa una lettera, nella quale, sotto forma
di dubbi, ripete le solite accuse che si fanno contro al Savonarola:
che egli, cioè, semina scandali nella Chiesa, disobbedisce a Roma, si
chiama profeta, e via discorrendo.[466] Domenico Benivieni, fratello
del poeta e autore d’un gran numero di scritti religiosi, smascherava
subito la grossolana ipocrisia dell’anonimo con una sua Epistola:
veniva, poi, con molti dialoghi e trattati a difendere la dottrina e
le profezie del Savonarola.[467] In essi faceva la storia della sua
predicazione: descriveva lo stato di corruzione e d’incredulità, da
cui il popolo fiorentino era stato liberato mercè la nuova dottrina:
ne dimostrava la verità colla rettitudine della vita di tutti coloro
che la seguivano, col suo perfetto accordo col Vangelo: enumerava
finalmente le molte profezie del Frate, accennando così quelle che già
s’erano verificate, come quelle che erano ancora in via di verificarsi.

E mentre questa discussione s’era animata, ecco venir fuori un tal
frate Angelo anacoreta, che, dall’eremo di Vallombrosa, indirizzava per
le stampe lettere ai governi d’Italia. _Ai Signori e popolo di Firenze_
riconfermava le promesse fatte dal Savonarola; e, pretendendo ad una
particolare ispirazione delle Sacre Carte, assicurava di aver trovato
nell’Apocalisse predetta la discesa di Carlo VIII in Italia, ed il
suo passaggio in Oriente per ristabilirvi l’Impero Cristiano, diceva
anche di avere scritto alle Chiese d’Affrica e di Asia, per annunziare
questi prossimi eventi. _Al Senato e Doge di Venezia_ mandava un’altra
lettera, per disapprovare la loro politica e quella della Lega, che,
opponendosi a Carlo, si opponeva alla volontà del Signore, che lo aveva
eletto a questa impresa.[468]

Singolare veramente era questo frate, che dal suo eremo enumerava le
forze del Turco e quelle di Francia, discorreva le probabilità e le
conseguenze d’una guerra in Oriente. La politica era divenuta allora
d’universale interesse, nè si trovava alcuno che non mulinasse nella
mente i suoi piani e disegni dell’avvenire: gli uomini d’ogni partito
avevano preso in mano la penna. Gli opuscoli politici, infatti,
cominciavano ogni giorno a moltiplicare, e con essi gli Arrabbiati
davano sfogo alle loro passioni, all’odio irrefrenabile che avevano
contro al Savonarola; giacchè tentavano ogni via, non tralasciavano
alcuna arme che potesse ferirlo. Tutti i giorni, gli Otto scoprivano
nuovi attentati contro alla sua vita, e dovevano spesso mettere
qualcuno alla fune; nè, a quanto dicevasi, mancarono dei casi in cui
il delitto fu così presso a compiersi, che bisognò pronunziare la
sentenza di morte.[469] Non perciò gli Arrabbiati si spaventavano, anzi
procedevano oltre con uguale ardimento; e quando non potevano usare il
ferro, si valevano della penna, come bisognava fare adesso che il Frate
si era, causa dei brevi di Roma, ritirato nel suo convento. Furono
epistole in versi o in prosa, sonetti, canzoni, frottole; ogni forma di
scritto in cui si potessero mettere assieme ingiurie contro di lui.

Un tale Girolamo Muzi scriveva una frottola, che incominciava così:

    O popolo ingrato,
    Tu ne vai preso alle grida,
    E drieto a un guida
    Piena d’ipocrisia...

Egli attaccava non solamente il Savonarola, ma, rivolgendosi contro ai
magistrati, biasimava la loro condotta:

    Che i ducati o marroni,
    Le some dei capponi
    Giovenchi, han sì gran forza,
    Che rompono ogni scorza
    Ch’è innanzi alla giustizia.

E procedeva oltre con tale insolenza, che venne dagli Otto privato
per cinque anni di tutti gli uffici, e condannato a pagare 60 fiorini
d’oro.[470]

Ma del linguaggio che tenevano allora gli Arrabbiati, ci darà forse
più chiara idea, la _Defensione contro all’Arca di Fra Girolamo_,
scritta da Francesco Altoviti.[471] L’autore dice di aver sofferto
l’esilio ed ogni sorta di persecuzione dai tiranni, e di amare sopra
ogni altra cosa la libertà, per difendere la quale scrive ora contro
al Savonarola. «Egli pare,» così di lui discorre l’Altoviti, «che sia
tanto accecato e acceso nel vizio e nella monarchia della sua superbia,
che siccome ha simulatamente detto che parlava con l’alto Iddio, così
crede dovere tenere lo stato e l’arme come dittatore; per dare le sue
leggi a questa città, e poi a tutto il mondo, come Moisè; e stringere
e minacciare ogni pontificale potestà, che le debbi ricevere e pigliare
per forza.» Lamenta che il Frate ha tolto le feste di San Giovanni, ha
distrutto il carnevale ed ogni allegria in Firenze; e, non sapendo poi
dire altro, continua così: «Egli vuol fare tiranno, e se qualche volta
gli ha parlato contro, si è poi mitigato, perchè Piero gli è divenuto
amico.» «E ora, non è dubbio alcuno che ove è Fra Girolamo, quivi è
Piero de’ Medici; e chi vuole Fra Girolamo, vuole Piero de’ Medici. E
però, volendo spegnere in tutto il nome del tiranno, bisogna spegnere
il nome del Frate; perchè egli è padre del tiranno e luogotenente del
tiranno;» e così via discorrendo. Si può egli immaginare nulla di più
assurdo? Eppure, tale era ogni giorno il linguaggio degli Arrabbiati.

I Frateschi, invero, non sempre restavano tranquilli; ma qualche volta
anch’essi davano sfogo alla loro bile, come si può vedere nei versi che
seguono:

    Voi ridete, e con sonetti
      Dispregiate il divin verbo;
      Ma spectate il duro nerbo
      Che le spalle vi rassetti.
    Su, mosconi, a scompigliare;
      Scarafaggi, a vostra stalla;
      Calabron che siete a galla,
      Fate i vizi un po’ svegliare.
    Ma sappiate che mai falla
      La iustizia col supplicio....[472]

Questi scritti erano alle volte opuscoli, alle volte fogli volanti,
che correvamo per le mani del popolo o si affiggevano alle cantonate;
ma più spesso ancora, versi che venivano ripetuti e cantati per la
città, e che Piagnoni ed Arrabbiati si scagliavano contro, quando
s’incontravano per via. Se però vogliamo conoscere il carattere
politico dei seguaci del Savonarola, non dobbiamo cercarne il ritratto
in quegli scritti coi quali essi respingevano l’ingiuria coll’ingiuria.
Noi dobbiamo, invece, cercarlo in quel numero assai maggiore di versi e
di prose, nei quali viene esaltato il nome e la grandezza della patria
fiorentina, nei quali essi propongono nuove leggi e nuove riforme, o
discorrono l’indole di quelle che già sono in vigore.

E qui accenniamo alcuni brevi trattati _Sul Cambio, Sul Monte
Comune_, e _Sul Monte delle fanciulle_; solo perchè sono indirizzati
al Savonarola ed al suo convento da un Frà Santi Rucellai; e perchè,
mentre discorrono d’alcune istituzioni importantissime nella repubblica
fiorentina, ci dànno anche notizie utili a conoscere lo stato in
cui erano allora le sue finanze.[473] Ma gli scritti più importanti,
quelli cioè che ci ritraggono al vivo i seguaci del Frate, uscirono
dalla penna dei popolani, che, senza grammatica, scrivevano solo
per uno spontaneo impulso e per una interna soddisfazione dell’animo
loro. Uno di questi scritti, che potrà darci un saggio di tutti gli
altri, era intitolato: _Riforma santa ha fatta Domenico Cecchi, per
conservazione della città di Firenze_. L’autore ci spiega la ragione
del suo scrivere, in queste parole: «Per grande amore che io porto
a questo popolo, mi sono messo colla mia fantasia a fare tale opera,
e non ne posso fare altra; e dì e notte me ne pare essere sforzato,
che ne potrei dire cose di miracolo me n’è avvenuto, ch’io stesso ne
sto stupefatto.» Il Cecchi è un vero tipo dei popolani fanatizzati
dalle prediche del Savonarola: la politica e la religione sono nella
sua testa stranamente combinate; egli discorre, come se una forza
superiore lo costringesse a consigliar la repubblica, ed è tutto pieno
di entusiasmo, d’ingegno naturale e di amore alla libertà. Il suo
scritto presenta un curioso misto d’ignoranza nei primi rudimenti dello
scrivere e di singolare acume politico; i suoi suggerimenti manifestano
un raro buon senso, e si direbbero fondati sopra una consumata
esperienza delle cose di Stato. Egli propone che il Consiglio maggiore
venga sciolto dall’incarico di provvedere ad un numero infinito di
piccole faccende, le quali non solo tolgono il tempo alle cose di
maggiore momento, ma disgustano molti dall’andare alle adunanze.[474]
Discorre sulla Decima, e dimostra i grandissimi vantaggi d’avere
un’imposta unica come quella; condanna gravemente gli arbitrii,[475]
«imperò l’arbitrio,» egli dice, «è quella cosa che sotterra questa
città;» approva l’imposta sopra i beni ecclesiastici, e vorrebbe che si
mettesse un limite alle doti, «perchè così non si disfarà un gentiluomo
o un artefice a maritare una sua fanciulla.»[476] In questo scritto noi
troviamo, per la prima volta, l’idea di creare quella milizia cittadina
che fu più tardi istituita dal Machiavelli, e che difese tanto
eroicamente la repubblica. Il Cecchi avvisava che si dovessero eleggere
alcuni uffiziali, per educare al mestiere dell’armi tutti coloro
che, nella città o contado, fossero atti a portarle. «E così, oltre
il vantaggio che i danari delle paghe girerebbero fra i cittadini,
sappiate che farà più frutto mille dei nostri uomini, che non fanno
tremila forestieri. E queste leggi,» così egli concludeva, «faranno
diventare buoni i cattivi, ed in Firenze viverà ognuno in felice stato.
Porteranno anche in brieve tempo la riforma, l’unione e la pace per
tutta Italia; chè verranno a imparare qui, perchè questa città è il
pernio ed il cuore d’Italia.[477]

Noi concludiamo, finalmente, il ragguaglio di questa letteratura
popolare, col mettere accanto alle parole del Cecchi, i versi d’un
tale che firmavasi: _Io Giovanni non sere nè messere, ma sarto
fiorentino_.[478] Egli nutre per la repubblica il medesimo entusiasmo
che aveva il Cecchi, ha il medesimo zelo per la patria; e sebbene sia
lungi dall’essere dotto, non cade così spesso nelle sgrammaticature e
negli errori d’ortografia. In un sonetto condanna quelli che vogliono
sempre impieghi, ma ricusano di servire la patria quando bisogna
portare pericolo: esalta il nome di coloro che combattono al campo
di Pisa. Volge, in un altro, i suoi rimproveri contro quei Bigi che
ipocritamente si fingono Piagnoni; ma li avverte che non riusciranno
nel loro intento:

    O prete, o frate, o secolare strano,
      Sia chi vuol, che non terrà la bocca
      Al popol fiorentino alto e sovrano.
    Che chi al popol vorrà porre il freno,
      Cadere lo vedrò in un baleno.
      . . . . . . . . . . . . . . .

In alcune ottave, loda l’amore alla patria e l’obbedienza al Consiglio
Maggiore; in varie terzine, esalta la futura gloria di Firenze, biasima
la politica del Moro, dei Veneziani e di tutta la Lega, minacciando ai
Pisani una prossima rovina:

    Però bisogna che il Pisano cali,
      Co’ ferri a’ piedi giù nella sentina,
      Po’ ch’è stato cagion di tanti mali.
    E la famosa patria fiorentina
      In alia stae come bel falcone,
      E la Lega nïente lo domina;
    . . . . . . . . . . . . . . .
      Però non creda nessun sottoposto
      Uscire delle branche al gran lione.
    E chi lo ingannerà, tornerà tosto,
      A suo dispetto, sotto il suo artiglio
      Come Cristo superno ha ben disposto.[479]

Quando consideriamo questi scritti, ed i molti altri che andavano
allora per le mani di tutti, noi vediamo subito la gran differenza che
passa fra quelli degli Arrabbiati e dei Piagnoni. L’onestà e la buona
fede è senza dubbio coi seguaci del Frate; i suoi avversari esagerano,
calunniano, fingono, non credono a loro stessi. Se, poi, lasciati da
parte gli scritti di questi ultimi, ci facciamo a considerare solamente
i primi; noi li troveremo allora divisi in due ordini assai distinti:
politici e religiosi. Grande è la distanza che corre fra di essi; non
solamente per la diversità del soggetto, ma ancora per l’indole di chi
li scrive, pel modo con cui sono dettati. È il popolo che ragiona di
politica, sono i dotti che discorrono di religione: il primo è ignaro
affatto delle lettere; i secondi conoscono greco e latino, la filosofia
aristotelica e la platonica: nondimeno, se vogliamo considerare il
valore dei loro scritti, la palma tocca senza dubbio ai popolani. Tutti
questi opuscoli erano, infatti, un prodotto della vita politica e della
vita religiosa. Or la prima di esse rendeva in Firenze l’immagine d’un
albero piantato sopra un terreno fertile e nel suo clima naturale, che
subito spande i suoi rami verdeggianti e rigogliosi; l’altra, invece,
a cui il Savonarola aveva profuso le sue cure più affettuose, sembrava
una pianta che si trova in un terreno ingrato, e cresce solo a forza
d’aiuti continui.

I Fiorentini furono un popolo essenzialmente politico; onde avevano
subito ripresa l’antica loro indole, ed ora sembrava, quasi, che la
repubblica non avesse mai cessato di esistere. Se noi vediamo che il
popolo, sentendosi quasi profano, non piglia mai la penna per scrivere
di religione; esso è, invece, occupato tutto il giorno a ragionare
ed a scrivere di politica: gli manca l’ortografia e la grammatica,
ma tanto più ingenuamente manifesta la sua indole; è sempre pieno di
ardore, di vita e di spontanea originalità. Che se, poi, ci venisse
domandato se, in questo ridestarsi dello spirito fiorentino, i dotti
s’occupavano di politica e quale era il merito dei loro scritti;
dovremmo allora rammentare, che il genio dei Machiavelli, Guicciardini
e Giannotti incominciava a sorgere con questa repubblica, si spandeva
al sole di questa libertà; e che essi furono, senza alcun dubbio, figli
della rivoluzione del 94, di quella rivoluzione dal Frate iniziata.
Noi troviamo, invero, la vita politica attiva e fiorente in ogni sua
parte. Le nuove leggi e riforme si discutono con maravigliosa perizia,
si vincono con facilità grandissima; sorge una gioventù novella, e
gli uomini maturi paiono consumati al governo degli Stati. Nè meno
felicemente procedevano le cose della guerra: Piero Capponi, che ne era
l’anima, acquistava al campo di Pisa un nome sempre maggiore; e quello
del valoroso Antonio Giacomini era già divenuto illustre: tutte le
cose si conducevano in maniera da rendere onore ad ogni più agguerrita
repubblica, non che ad una che aveva scosso appena il giogo d’una
servitù di sessanta anni. E se di questo così gran vigore di libertà
principale autore fu il Savonarola, che fondò la nuova repubblica; egli
l’aveva, quasi, ritrovata nell’indole stessa del popolo fiorentino,
a cui subito era divenuta tutta naturale. Essa, infatti, sopravvive
alla morte del Frate: spenta dalla forza di molti nemici, risorge più
gloriosa: circondata di nuovo da eserciti potentissimi, deve cadere; ma
la sua caduta è eroica, e la sua gloria rimane eterna.

Assai muta l’aspetto delle cose, quando si rivolge lo sguardo alla
vita religiosa di questo popolo. Noi vi troviamo qualche cosa di
effimero e di forzato, che non sapremmo definire; ma di cui ognuno
s’avvede, quando legge le storie di quei tempi e gli scritti religiosi
dei seguaci del Savonarola. Essi non sanno fare altro che riprodurre
languidamente le idee del maestro, ripetere senza calore le sue parole.
Dalla loro mente non esce mai un pensiero originale; dalla loro penna
non cade mai una parola energica.[480] Questo popolo che si dice rinato
alla religione, non ha saputo lasciare ai posteri nessun monumento
della sua fede. Il Savonarola è il solo personaggio veramente e
grandemente religioso; egli sembra il solo uomo reale, in mezzo ad un
mondo mutabile di sogni che svaniscono. Non è già che grande non sia la
riforma religiosa, non è già che universale non sia il miglioramento
morale; ma questo popolo che corre così spontaneo alla libertà, ha
bisogno, per mantenersi saldo nella fede, di udire ogni giorno le
prediche del Frate. Quando egli si tace, risorgono subito i vizi e la
miscredenza. Ognuno si avvede che a lui sopravvive la repubblica, ma
non la religione fiorentina.

Sebbene il Savonarola volesse nasconderlo a sè stesso, dovette pure
più volte avvedersene. Moveva allora amari rimproveri contro quel
popolo che tanto amava; minacciava la terribile ira del Signore, e
diceva che le promesse felicità si sarebbero mutate in spaventosi
flagelli. Ma aveva troppo bisogno di credere e sperare in quella
moltitudine; ed il corso naturale delle cose era, d’altronde, così
inevitabile, che trascinava fatalmente anche lui. Egli aveva cominciato
a parlare di religione e di morale, ed i Fiorentini s’erano svegliati
all’amore della libertà; li aveva allora secondati col consigliare
e fondare la nuova repubblica, e subito divenne l’idolo della
moltitudine: ma quando volle che la politica e la libertà servissero
alla religione, i Fiorentini, invece, facevano servire la religione
alla libertà. Ogni volta che il Frate perdeva affatto di mira la
politica, l’attenzione dell’uditorio lo abbandonava; egli veniva,
quindi, costretto a proclamare Gesù Cristo re di Firenze; a fare che
la Vergine consigliasse sul pergamo la nuova costituzione, e che il
Signore comandasse l’abolizione dei parlamenti. Doveva continuamente
paragonare il nuovo governo a quello delle gerarchie angeliche, e i
vari giorni della rivoluzione fiorentina alle sette giornate della
creazione! In sostanza, il Savonarola che sembrava essere un uomo
onnipotente sui Fiorentini, aveva trovato un ostacolo insuperabile nel
loro indifferentismo religioso, il quale era la sola parte dell’opera
dei Medici, che non gli potè mai riuscire di distruggere affatto. Quel
popolo correva dal dubbio al fanatismo, e dal fanatismo ritornava al
dubbio; senza che egli potesse mai renderlo veramente religioso, per
quanto vi si fosse adoperato.

E questo è un fatto d’una importanza gravissima, che merita di essere
seriamente considerato; perchè solamente esso potrà darci la chiave
a comprendere lo scioglimento inaspettato di questo singolare dramma
della vita del Frate. Egli volle essere il rinnovatore della religione;
ma il popolo fiorentino volle in lui adorare il fondatore della
repubblica. Lo difendevano con tanto ardore contro al papa, perchè
questi voleva portare i Medici a Firenze, perchè la causa del Frate era
divenuta la causa della libertà. Ma il giorno in cui Alessandro Borgia,
il quale non pensava egli stesso gran fatto alla religione, fosse
riuscito a separare l’una cosa dall’altra; il Savonarola non avrebbe
potuto più contare sullo stesso ardore, sul medesimo zelo; il terreno
avrebbe tremato sotto ai suoi piedi!

Ma, per tornare finalmente al corso della interrotta narrazione,
colle prediche _sopra Amos e Zaccaria_, la fama della nuova dottrina
s’era sparsa in tutto il mondo. Molto se ne parlò in Oriente, dove
il gran Sultano per leggere quelle prediche le faceva tradurre in
turco.[481] Di Francia, di Germania e d’Inghilterra, venivano al
Savonarola lettere di nuovi seguaci che la lettura dei suoi sermoni gli
aveva acquistati.[482] E nel medesimo tempo, i principi italiani gli
scrivevano, movendo contro di lui aspri lamenti giacchè ognuno d’essi,
o per falsi rapporti o per avere poco tranquilla coscienza, si credeva
personalmente preso di mira nelle prediche che egli faceva contro i
vizi e contro i tiranni.

Principalissimo fra questi era Lodovico il Moro, che scriveva al
Savonarola: «La sua vita essere tutta pura, tutta cristiana; onde non
vedeva perchè dovesse, così di continuo, essere accusato da lui, al
quale piuttosto si poteva far grave rimprovero del suo dire che non
si deve obbedire al papa.» Il Savonarola non lasciava questa lettera
senza risposta, ma gli scriveva in data del 25 aprile, serbando il
rispetto dovuto ad un principe, e tenendosi, nello stesso tempo,
in una dignitosa riserva verso quell’uomo, cagione di tanti danni
all’Italia, e così fiero nemico della repubblica. «Non è vero,» egli
diceva, «che io abbia mai detto assolutamente che non si deve obbedire
al papa; perchè questo sarebbe assai reprensibile, e contrario a quei
sacri canoni, secondo i quali mi sono sempre governato. E così ancora,
per darmi carico, è stato falsamente riportato che io ho sparlato di
V. S. Io sono affezionato a tutti, e non debbo parlare di alcuno in
particolare. Che se la V. S. è verso Dio di quello animo che dice,
non deve fare altro che perseverare: nè in questo si può avere giudice
migliore della propria coscienza.»[483]

Per le stesse ragioni e nel medesimo modo, doveva il Savonarola
scrivere a Galeotto Pico, principe della Mirandola, che allora
tiranneggiava crudelmente i suoi Stati, e credevasi, perciò, anch’egli
preso di mira nelle prediche. Il Frate smentiva, di nuovo, queste
accuse personali; ripeteva che il suo ufficio era solo di annunziare il
flagello, e raccomandare ad ognuno di far penitenza.[484] Quel principe
era fratello del famoso Pico della Mirandola, e padre dell’altro che
fu biografo del Savonarola; ma per indole assai da loro diverso. La
sua vita fu piena d’atroci crudeltà, ed egli tenne lungamente prigioni
nel fondo d’una torre un fratello e la madre: onde il Savonarola,
mutato dipoi linguaggio, gli scrisse, il 26 marzo 1496, una lettera
assai minacciosa. «Io vi conforto di convertirvi a Dio, vivere come
è obbligato ogni buon cristiano, dolervi del passato e ridurvi alla
pietà. Altrimenti, io vi annunzio che è sopra di voi imminente un gran
flagello, e sarete flagellato nella roba, nella persona e nella casa
vostra. Vi annunzio ancora; che della vostra vita ce n’è per poco;
che, se non farete quel che vi dico, anderete nell’inferno; e questa
lettera vi sarà presentata innanzi al tribunale di Dio, nè vi potrete
scusare.»[485] Ed il giovane Pico a questo proposito osserva: «Mio
padre si trovava allora in età virile, era nel fiore della salute e
poteva promettersi una lunga vita: pure, dopo quella lettera veramente
profetica, non sopravvisse che due anni; e d’allora in poi, la storia
della nostra famiglia fu una lunga tragedia di sangue, della quale
ancora non si vede la fine.»[486] L’infelice giovane, certamente, non
previde che egli doveva essere una delle vittime più infelici di questa
tragedia profetizzata dal Savonarola. La notte del 5 febbraio 1533,
veniva trucidato per le mani del suo stesso nipote!

Ma di tutti gli sdegni principeschi, maggiore di gran lunga era quello
del papa: esso faceva continui e minacciosi rimproveri all’ambasciatore
fiorentino messer Ricciardo Becchi, lamentandosi non solo del Frate, ma
più ancora della Signoria che gli aveva permesso di predicare. I Dieci
scrivevano e riscrivevano in sua difesa, ma il papa ne veniva in sempre
maggiore sdegno; onde, per calmarlo, si pensò mandargli ambasciatore
straordinario Messer Niccolò Pandolfini, arcivescovo di Pistoia. Non
appena egli fu giunto alla presenza del Borgia, che questi cominciò a
biasimare aspramente i Fiorentini del loro tenersi sempre uniti alla
Francia, e non volere entrar nella _Lega santa per cacciare i barbari_;
ma procurare, piuttosto, la rovina d’Italia. Veniva, poi, a parlare
del Frate, e le sue parole erano brevi; ma rivelavano un odio cupo e
profondo, un’ira assai male repressa. Cercava l’arcivescovo di scusare
la repubblica nel miglior modo che poteva. Circa l’alleanza francese,
egli adduceva la fede dei trattati, l’odio che i Veneziani ed il Moro
avevano sempre manifestato verso la repubblica. Rispondendo poi alle
cose del Frate, rammentava come la Sua Santità gli aveva, per mezzo
d’un cardinale, concesso nuovamente il predicare; onde nè esso nè la
Signoria avevano creduto d’incorrere in alcuna disobbedienza. Ed a
questo, il papa interruppe bruscamente il discorso, dicendo: — «Ben,
bene: di Frà Girolamo non ne parliamo ora; forse verrà tempo che ne
parleremo assai meglio. Quanto al resto, voi non date che parole, e
volete tenere il piè in due staffe.» — [487] Così finiva quel primo
colloquio.

Intanto, il papa radunava un concistoro di quattordici teologi
domenicani, ai quali proponeva di esaminare la condotta e la dottrina
del Savonarola; onde trovassero modo di condannare e punire con
severità, non solamente lui, ma ancora i suoi seguaci. Fu singolare,
però, il vedere come in tutta quella radunanza di teologi, la
principale accusa che si movesse contro al Savonarola, fosse quella
di essere _suto cagione di tutto il male di Piero de’ Medici_.[488]
Prova indubitabile, se pure ve n’era bisogno, che si trattava d’un
odio politico e non punto religioso. L’ambasciatore fiorentino messer
Ricciardo Becchi, non restava, in questo mezzo, ozioso; ma, aiutandosi
del favore e delle raccomandazioni d’alcuni cardinali, correva per le
case di tutti gli altri, cercando volgerli in favore della repubblica
e adoperandosi a guadagnare tempo; giacchè, per ora, non si poteva fare
altro.[489]

Il Savonarola, intanto, finita la quaresima, era andato a Prato e
Pistoia, dove riveduto i suoi frati e riposato alquanto, tornava subito
a Firenze.[490] Ivi si affrettava a pubblicare il suo trattato _Della
Semplicità della vita cristiana_, il quale doveva essere una seria
risposta alla corte di Roma; giacchè l’autore veniva, con una compiuta
esposizione di tutta la dottrina cattolica, a smentire le accuse
d’eretico e scismatico che gli volevano muovere. Il merito principale
di questo trattato sta solo nell’aver dato un compendio chiaro,
preciso, intelligibile ad ognuno, dei principali dommi cattolici. E,
sebbene questo non sia che un pregio di forma e di esposizione, fa
pure un grandissimo onore all’ingegno del Savonarola, l’aver, prima
d’ogni altro, tentato di spogliare la teologia del soverchio apparato
scolastico con cui molti la ingombrano ancora oggi; e di avere,
in questo modo, cominciato a renderla intelligibile a tutti. Noi
dovremo più tardi notare questi medesimi pregi in un’opera di mole e
d’importanza assai maggiore, di cui il presente trattato non essendo
che un primo abbozzo, ci contenteremo discorrerne di volo.

L’autore lo pubblicò, quasi contemporaneamente, nell’originale
latino e nella traduzione italiana, fatta da Girolamo Benivieni;[491]
innanzi alla quale pose una prefazione, in cui dichiarava nuovamente
di sottomettersi all’autorità della Chiesa Romana, e di scrivere e
predicare solo «per combattere la miscredenza dei nostri tempi, nei
quali si è raffreddata la carità e non apparisce più lume alcuno di
buone opere.» Il primo libro di questo scritto è poi il solo che tratti
propriamente della dottrina. Incomincia coll’insistere sulla necessità
delle buone opere; viene, quindi, a descrivere la vita cristiana,
e dice che il fondamento e la radice ne sta tutto nella grazia di
Dio. Definisce la grazia, e conclude che a questa deve il cristiano
tendere con tutto il suo animo; giacchè le buone opere senza di essa
non acquistan valore. Nel medesimo libro si discorre a lungo ancora di
quella estasi divina che era un portato delle dottrine neoplatoniche, e
che il Savonarola tanto predilesse. Egli conchiude, però, col dire, che
sebbene in quello stato di estasi le buone opere sono quasi inutili,
pure il cristiano non può mai giungere alla visione di Dio, senza
aver prima esercitato lungamente la carità. Vien poi a discorrere
delle cerimonie e dei sacrifizi; intorno ai quali ripete affatto la
dottrina di san Tommaso. Si ferma a notare la differenza che passa fra
i sacrifizi della legge mosaica e della cristiana; notando che i primi
operavano solo come mezzo, ed a seconda della disposizione di chi li
faceva; mentre i secondi infondono la grazia, anche per loro intrinseca
virtù. In tal modo finisce il primo libro, che è la parte principale
di questo trattato. Gli altri contengono piuttosto precetti di morale;
discorrono a lungo della semplicità interna del cuore, della semplicità
esterna negli atti, nel vestire, e via discorrendo; concludono con una
descrizione della suprema felicità nella vera vita cristiana. Questo
scritto venne letto avidissimamente, fu più volte ripubblicato,[492]
e dovè, certo, avere gran forza a combattere quell’accusa di eretico,
sotto cui la corte di Roma voleva nascondere l’accusa politica.

Nel medesimo anno, il Savonarola pubblicava una esposizione del salmo
_Qui regis Israel_; nella quale raccomandava al Signore che venisse
a soccorrere il secolo caduto sì basso. «Ora è spenta,» egli diceva,
«ogni religione, e si costuma: oggi in teatro, e domani nella cattedra
episcopale; oggi in teatro, e domani canonico in coro; oggi soldato,
e domani prete.» Nell’esporre il salmo, egli s’imbatte nella parola
_aper_, e si ferma a notare le qualità di questo animale, per trovare
ad ognuna di esse un corrispondente vizio nei preti de’ suoi tempi; e
poi si rivolge di nuovo al Signore, esclamando: «mostraci finalmente
la faccia tua, la tua luce, la tua verità.»[493] Tale fu sempre il
Savonarola; sottomesso nel domma, ardito anzi audace nella disciplina:
tale noi lo troveremo fino all’ultima ora della sua vita.

Nel mese di maggio, egli risaliva il pergamo a predicare nelle
feste, _sopra Rut e Michea_. I suoi sermoni erano questa volta radi
e lunghissimi; spesso si taceva più settimane o anche un mese, per
tornare, poi, in Duomo a predicarvi molte ore di continuo. Così
sperava non dare al Borgia continua occasione di lamentarsi; e da
un’altra parte, teneva nel popolo sempre viva la sua dottrina e
l’amore alla libertà. — «Noi siamo ancora qua, e non siamo fuggiti
come molti hanno detto. La prima cagione che ci ha spinto a venire,
è lo sparlare di questi avversari; dipoi, vedevamo che, mancando
l’acqua della predicazione, ogni cosa diveniva arida, e la brigata
andava per terra: anche vi dirò il vero, che senza predicare io non
posso vivere; e finalmente, io sono venuto per obbedire a Colui che
è prelato dei prelati e papa dei papi.» Il Savonarola spiegava in
queste prediche, come lo spirito del Signore, per mezzo dei Santi,
discendesse nei prelati, onde diffondersi poi in tutto il popolo.
«Ma ora,» egli diceva, «la corruzione del clero, la corruzione della
Chiesa impedisce che lo spirito si diffonda fra i credenti. Non
resta, dunque, che raccomandarsi a Dio perchè ci aiuti; perchè mandi
il flagello che, correggendo la Chiesa, riaprirà la via ad una larga
diffusione della grazia e dello spirito.» Il 23 maggio, egli Avocava la
discesa dello Spirito Santo con parole così ardenti, così passionate,
che facevano scoppiare l’uditorio in un pianto dirotto. E il giorno
seguente, ripigliando lo stesso soggetto, diceva: «Come gli astri,
congiungendosi, producono sopra la terra effetti diversi; così i
prelati, che dovrebbero essere gli astri della Chiesa, producono nel
popolo vizi o virtù, a seconda delle loro qualità buone o cattive.
Quando essi sono corrotti, tutta la Chiesa e la cristianità intera
è corrotta. I buoni si trovano allora in una terribile guerra;
giacchè debbono obbedire, perchè ogni potestà superiore è da Dio;
ma non debbono, poi, piegarsi ai comandi che sono contro la legge
del Signore. Grande è, perciò, la tribolazione; grande è la guerra,
quando i principi cristiani sono cattivi; maggiore assai è quando alla
potestà temporale si unisce ancora la spirituale. Allora l’angustia
non si può comportare; ma pure bisogna tenersi sottomessi, perchè
_il Signore non vuole mutar chiavi_. Costoro hanno doppia potenza,
spirituale e temporale; e usano l’una e l’altra in difesa del male.
Come, dunque, si può vivere bene? Ognuno par che ne abbia, invece,
paura. Più felici assai erano i tempi degli Apostoli; chè essi, almeno,
avevano a combattere un’autorità che non dovevano rispettare. Che
s’ha dunque oggi a fare? Bisogna aspettare che venga il flagello.»
Volgendosi poi ai sacerdoti, diceva. — «Io sono la porta, grida a
voi il Signore; e chi non entra per questa porta, è ladro. — Tu,
prelato, che compri i benefizi, sei ladro; tu, padre, chè li compri
pe’ tuoi figliuoli, sei ladro. Non vendete le cose spirituali, vi
dico io; voi le avete _gratis_, e datele anche voi _gratis_. Chi,
dunque, vuol seguire l’invito che fa il Signore; chi si vuol vestire di
semplicità e abbandonare ogni cosa per la Chiesa? — Oh prelati! Oh capi
della Italia! Fatevi innanzi, volete voi questa donna? — Ecco, essi
rispondono: _Cedo jura propinquitatis_; essi cedono i loro diritti, e
non vogliono saperne altro. Siatemi, adunque, testimoni, che io li ho
chiamati già sei anni continui; anzi Cristo li ha chiamati per mezzo
mio, e non sono voluti venire, e hanno rinunziato ai loro diritti. —
Scalzali, dunque, o Signore, dei beneficj loro, e togli loro ogni cosa.
— Spada, spada, tu porrai rimedio a tutto. Io ti avviso, o Italia; io
ti avviso, o Roma, che niuna cosa ti può salvare se non Cristo. Ancora
non è venuto il tempo di mandare lo Spirito Santo; ma verrà il tempo
suo; e allora, o Signore, tu sarai lodato in eterno.»[494]

Così finiva questa predica, e così continuavano, presso a poco, le
altre che fece il Savonarola fino al 20 di agosto 1496. In quel giorno,
noi lo troviamo nella sala del Consiglio maggiore, dove, a richiesta
dei Signori, predicava a tutti i magistrati ed a tutti i principali
cittadini quivi radunati. Il luogo lo richiamava alla politica; ed
egli, facendo una generale esposizione della sua vita passata, prendeva
occasione per respingere le tante accuse che contro di lui s’andavano
spargendo. «A torto il clero si rammarica di me. Se io ho parlato
contro i vizi, non ho offeso mai alcuno in particolare. Ma assai più
grave è il torto dei cittadini che vanno gridando che io mi mescolo
in tutte le faccende di Stato. Io non sono mai entrato nelle vostre
faccende; io l’ho detto in pubblico ed in privato; io lo ripeto ora,
in questo luogo, che tale non è il mio ufficio; e, quando io volessi
impacciarmene, niuno dovrebbe prestarmi ascolto. Che se, poi, ho dato
delle buone leggi per il bene del popolo e della sua libertà; se ho
impedito le discordie, ho pacificato gli animi; ciò è stato in onore
di Dio, e costoro vogliono lapidarmi d’una buona opera. Essi vanno
gridando: — Il Frate vuole danari, il Frate ha intelligenze, il Frate
vuole farsi tiranno, il Frate vuole cappello. — Io vi dico, che se
così fosse, non avrei a quest’ora il mantello lacero. Io non voglio
gloriarmi in altri che in te, Signor mio. Io non voglio nè mitre nè
cappelli; io non voglio se non quello che tu hai dato ai Santi, la
morte: un cappello rosso, un cappello di sangue, questo desidero. Ma
io vi dico, che se voi non provvedete a queste mormorazioni, un gran
danno ne seguirà alla vostra città.» Dopo questa lunga introduzione,
l’oratore volgeva il suo discorso a consigliare sul modo di mantener
fermo il nuovo governo. E il suo avviso era questo: che si dovesse dare
nel Consiglio una piena libertà di discussione, una facoltà di dire
tutto ciò che si volesse; ma fare nello stesso tempo una legge, che
punisse severamente quelli che andavano sparlando di fuori. «Quando
i cittadini sono congregati, e’ non si può dire bene, se non si dice
tutto quello che l’uomo ha in animo. Lascia pur dire a ognuno quel
ch’ei vuole. — O padre, v’è di molti ai quali non ci si può fidare.
— Non ti curar di ciò. Lascia pur dire, perchè la vita loro li farà
sempre conoscere. Ordinate che niuno possa, sotto grave pena, sparlare
di ciò che si dice nel Consiglio. Se a te non piace ciò che dice quel
tale, non dir già male di colui, ma vien su e rispondi: a me non piace
questa ragione; e allegane una migliore. Ma se voi siete sfiduciati gli
uni degli altri, e non fate che sparlare; allora non nasce altro che
divisioni e discordie.»[495]

Questa predica, fatta nella sala del Consiglio Maggiore, alla presenza
di tutti i magistrati riuniti, sembra quasi trasportarci due anni
indietro, a quei giorni pieni di vita e di successo, nei quali il
Frate fondava la nuova repubblica. Come mai i Fiorentini ardiscono
sfidare a questo segno l’ira del Borgia; mettere in non cale i brevi
e le minacce? Noi dobbiam credere che le condizioni della repubblica
sieno assai mutate. Ed, invero, i nuovi avvenimenti d’Italia avevano
fatto da ogni lato sorgere nuovi pericoli; onde tutti si rivolgevano,
spaventati, a quel Frate che solo aveva saputo nei momenti difficili
guidarla a salvezza. Ed egli, sebbene fosse stato già una volta con
tanta ingratitudine pagato, ritornava a prestare la sua opera in difesa
della patria; per esperimentare, come noi vedremo, una ingratitudine
maggiore e più crudele.




CAPITOLO QUINTO.

Strettezze della repubblica, e rovesci nella guerra contro Pisa. Morte
di Piero Capponi. Minacce degli Alleati, che chiamano l’imperatore
Massimiliano in Italia. Nuovi brevi del papa contro al Savonarola,
e sue risposte. La repubblica assediata in Livorno dagl’Imperiali e
dagli Alleati. Il Savonarola, intanto ritorna sul pergamo. Si scampa
maravigliosamente da ogni pericolo. [1496.]


I tumultuosi mutamenti degli anni passati avevano arrestato in Firenze
il commercio e l’industria: le somme pagate al re di Francia e le spese
della guerra erano state esorbitanti e continue: il credito pubblico
era andato scemando in maniera, che chi aveva un _luogo_[496] di 100
fiorini sul Monte Comune, non poteva venderlo più di 10. Per due anni
la Signoria aveva, quasi ogni mese, radunato il Consiglio per chiedere
nuovi danari e mettere nuove imposte;[497] ma ora le finanze della
repubblica e dei privati erano ad un tempo esauste. A tutto questo si
aggiungeva anche la carestia; per il che le campagne erano crudelmente
travagliate dalla fame, e i contadini venivano a branchi in Firenze,
donde l’antica legge li cacciava come forestieri; ma la nuova carità
li riceveva, invece, come fratelli. Si tenne lunga discussione su
questo proposito; e vinse finalmente l’opinione dei seguaci del Frate,
i quali aprirono le loro case per ricoverarvi quel maggiore numero
che potevano.[498] In questo modo, però, avanzava maggiormente la
povertà; e i visi sparuti e stenti di quei contadini crescevano la
generale tristezza, mentre che la peste già cominciava a portarne via
qualcuno.[499]

Nè con minore avversità procedevano le cose al campo di Pisa, che,
sprovvisto di danari e di vettovaglie, assottigliava ogni giorno di
uomini. Più volte si ebbe il dolore di vedere qualcuno dei capitani
assoldati passare al nemico per paga migliore; giacchè i Pisani
ricevevano ora sempre nuovi soccorsi, per la gara venuta fra il Moro
ed i Veneziani di tenere un piè fermo in quella città. E mentre che i
Fiorentini vedevano il nemico di fronte a loro crescere ogni giorno di
forza e di numero, si trovavano da altri nemici combattuti alle spalle.
I contadini, che per due anni avevano visto le campagne desolate dalla
guerra, ora che sopravveniva la carestia, erano per la fame divenuti
furiosi; e assai spesso, levandosi a tumulto, correvano ad assalire
il campo in tanto numero e con tale impeto, che bisognava colle armi
combatterli più ore prima di poterli respingere.[500]

Profittando i Pisani d’un tale stato di cose, uscirono, sotto il
comando di Gian Paolo Manfroni, ad un assalto generale contro il
nemico. Combattèssi dall’una parte e dall’altra con valore; ma
i Fiorentini dovettero lasciare tutti i castelli che avevano sul
piano,[501] e ritirarsi alle colline. Verso la metà del settembre-,
essi furono una seconda volta assaliti, e dovettero cedere anche le
colline; sicchè perderono, così, tutto quello che avevano acquistato.
Ed ora, il nemico, spingendosi oltre con maggiore animo, mirava a
tagliare la comunicazione fra Livorno e Firenze: cosa che, quando fosse
riuscita, sarebbe stata l’ultima rovina della repubblica; giacchè
solo per quella via potevano venire i soccorsi tanto necessari del
grano.[502]

Ma fra le molte sventure, niuna pareva sì grande, niuna rattristò così
universalmente gli animi, come la morte del prode e generoso cittadino
Piero Capponi, seguita appunto in questi ultimi fatti, il giorno
25 di settembre 1496. Egli s’era messo ad assediare il castello dì
Soiana, per riprenderlo al nemico; e siccome usava sempre far l’ufficio
del soldato e del capitano, così, mentre che egli medesimo piantava
le artiglierie sotto alle mura, venne da una palla nemica ferito e
morto.[503] Il giorno innanzi, vedendo rompersi la maggiore delle
due artiglierie, ne aveva preso sinistro augurio e si era predetta
la morte; scrivendone a frate Salvestro Maruffi suo confessore,
perchè lo raccomandasse a Dio.[504] È incredibile il terrore che la
nuova di questo fatto sparse nella città e nel campo. I suoi soldati
fuggirono, quasi spaventati, da Soiana, e ne abbandonarono per
sempre l’assedio.[505] A Firenze, furon subito ordinate le esequie
splendidissime a spese della Repubblica; e mai non s’era vista la
morte d’un privato cittadino con tanto universale dolore compianta.
Il suo corpo fu trasportato per Arno in una barca funebre; lo deposero
a Firenze, nella sua casa presso al ponte a Santa Trinità; e di quivi
fu portato a Santo Spirito, ove lo accompagnarono tutti i magistrati
e una moltitudine innumerevole di cittadini. La chiesa splendeva per
un grandissimo numero di doppieri, e intorno ad essa v’erano quattro
ordini di bandiere, nei quali le insegne dei magistrati erano alternate
con quelle della famiglia. In sulla bara venne, con altissime lodi,
celebrata la vita e compianta la morte del valoroso soldato e del gran
cittadino, che andò poi a riposare nella tomba medesima, che il suo
avolo Neri aveva fatta all’illustre bisavolo Gino Capponi.[506]

Ma ancora l’avversa fortuna non era stanca di opprimere la Repubblica.
Gli Alleati, vedendo in quanti pericoli ella versasse, la stringevano
da tutti i lati, per indurla a separarsi dall’amicizia di Francia, ed
entrare in quella lega che essi chiamavano _santa_. Non parlavano più
di Piero de’ Medici, sapendo l’odio grandissimo che v’era contro di
lui; promettevano, invece, di mantenere il governo libero, e di aiutare
a sottomettere Pisa: in contrario, però, minacciavano di venire alla
guerra. Gli Arrabbiati favorivano queste pretensioni; ma il popolo
universalmente le avversava, perchè sapeva bene quello non essere
altro che un principio a mutare il governo,[507] e perchè giudicava non
potersi fare alcuno assegnamento sulle parole della Lega, nella quale
erano tante le volontà, che mai non si veniva a capo di nulla. Il re
Carlo, d’altronde, parlava nuovamente di tornare in Italia, e mostrava
già apparecchiarsi all’impresa; onde fu deliberato di restar sempre
fermi nell’amicizia di Francia.

Ma quella voce del ritorno dei Francesi, metteva nuovamente a
soqquadro l’anima del Moro. Egli che si vantava d’essere il moderatore
d’Italia, e che era, infatti, l’autore di tutti i disordini che vi
seguivano; tremava ad ogni mutar di vento, e temeva sempre di perder
la sua usurpata signoria. Eccolo, adunque, a meditar nuovi trattati
e nuove alleanze, a chiamar nuovi stranieri. Esso era da qualche
tempo in buona relazione coll’imperator Massimiliano, che aveva in
moglie una sua nipote, e gli aveva concesso l’investitura del ducato
di Milano qual feudo imperiale. Pensò, adunque, d’invitarlo a venire
in Italia per pigliarvi la corona di ferro, stabilirvi l’autorità
decaduta dell’impero, farsi arbitro nelle molte dissensioni dei vari
Stati, e rimettervi l’ordine. Il nome dell’imperatore, egli pensava,
avrebbe impedita la discesa dei Francesi; ed inoltre, trovandosi
Massimiliano affatto sprovvisto d’uomini e danari, avrebbe dovuto stare
alla discrezione di chi gliene forniva. E seppe il Moro così bene
maneggiar la cosa, ch’egli potè invitarlo in nome di tutta la Lega,
colla promessa di 40,000 ducati; dei quali 16,000 avrebbero pagato i
Veneziani, altrettanti il Moro stesso, e 8000 il papa: nel caso, però,
che l’imperatore fosse venuto con esercito capace di operar qualche
effetto.[508]

Ma in questo mezzo, si seppe che il re Carlo aveva deposto ogni
pensiero di tornare in Italia. Egli aspettava ben presto di essere
nuovamente padre; e, tutto pieno di questa sperata felicità,
abbandonava il pensiero d’Italia. Nel settembre nasceva, infatti, il
Delfino; ma un mese dipoi moriva, lasciando il re oppresso da tanta
tristezza, che egli non pensava neppure a soccorrere il piccolo resto
de’ suoi soldati, che si trovavano nel regno di Napoli, sprovvisti
di tutto, stretti da ogni lato, e vicini a cader nelle mani del
nemico.[509] Fu vario l’effetto che queste nuove produssero in
Italia. A Firenze, la morte del Delfino parve un altro avveramento
delle profezie del Savonarola. La nuova, poi, che Carlo abbandonava
il pensiero d’Italia, raffreddò subito gli alleati nell’invito fatto
all’imperatore, e quasi ritiravano le loro promesse. Ma il Moro, sebben
solo, restava fermo ne’ suoi propositi; anzi con più ardore spingeva
l’imperatore a muoversi, avendo la speranza di poterlo maneggiare a suo
arbitrio, ora ch’egli era solo ad aiutarlo. E mentre che Massimiliano
si avvicinava, il papa, preso animo pel nuovo stato di cose, veniva,
senza metter tempo in mezzo, a vie di fatto contro la repubblica.
Le sue genti, unite a quelle dei Sanesi, erano sul ponte a Valiano
e cercavano sforzare i confini fiorentini. Vennero, però, più volte
respinte, e finalmente furono costrette darsi alla fuga e ricoverare
in Montepulciano. Ma i Fiorentini, sebbene vittoriosi, s’erano per
questi fatti trovati nella necessità d’indebolire il campo di Pisa;
mentre esso era nelle tristi condizioni più sopra descritte, quando
i movimenti dell’imperatore e del Moro facevano temere nuovi assalti
da quel lato.[510] L’imperatore, infatti, aveva già varcato le Alpi;
ma egli veniva con sì piccolo numero di gente, che, quasi vergognando
di sè stesso, evitava il passar per Milano, ove il duca gli aveva
apparecchiato una grande accoglienza. Prese, invece, la via di Genova;
e di quivi, il giorno 8 di ottobre, partiva con sei galee veneziane
ed alcuni legni genovesi. Sbarcava alla Spezia, donde, per la via
di terra, entrò in Pisa con 100 cavalli e 1,500 fanti. I Pisani lo
accolsero con festa grandissima: corsero subito al ponte dell’Arno e
gettarono nel fiume la statua del re Carlo, per mettervi invece quella
dell’imperatore: lo alloggiarono splendidamente. Essi erano pieni di
speranza, avevano uomini e danari, buoni capitani e molte vettovaglie;
da ogni parte venivano sempre nuovi aiuti; ed ora che cercavano tirare
in loro favore il nome e l’autorità dell’impero, pareva che anche in
ciò volesse la fortuna secondarli.[511]

Ogni cosa riusciva, invece, avversa ai Fiorentini, che avevano
contraria la fortuna e gli uomini: nondimeno fu mirabile l’energia
colla quale seppero aiutarsi in quelle avversità. Essi non perderono
l’animo; ma raccolsero uomini, danari, vettovaglie quante poterono; e
mandarono ogni cosa al campo. Scrissero ai loro mercatanti in Francia,
perchè aiutassero la patria colle loro private fortune; assoldassero
uomini; mandassero grano; facessero, come buoni cittadini, ogni cosa
che era in loro. Nè si stavano a questo; anzi, vedendo che Livorno
era in quel momento divenuta la chiave del territorio toscano, e che
ad esso i nemici avevano messo la mira, mandarono subito a fornirlo e
fortificarlo così gagliardamente, che quasi non pare credibile come in
tanta strettezza si potessero fare tanti provvedimenti.[512] Il primo
pensiero della Signoria, però, era già stato, come noi abbiam visto più
sopra, quello di ricorrere al Frate; perchè venisse a mettere animo in
quel popolo scoraggiato da tanti pericoli e da tanti nemici riuniti; in
quel popolo che sembrava non essere più capace di nulla, senza l’aiuto
delle sue prediche. Ed il Savonarola correva pronto e volenteroso
all’opera; sebbene egli prevedesse che, in quel momento appunto, la
corte di Roma avrebbe contro di lui cominciata una guerra assai più
aspra e difficile.

Di tutti i nemici della repubblica, più fiero certamente era il
papa. — Il Moro sarebbe stato contento di veder, per ora, trionfare
gli Arrabbiati in Firenze; i Veneziani volevano acquistare qualche
autorità in Pisa; ma il papa voleva, invece, distruggere assolutamente
la repubblica, e rimettervi i Medici come suoi vassalli, per aprire,
poi, la strada a’ suoi figli: e quando tutti gli alleati aspettavano
la discesa dell’imperatore, egli solo, non sapendo frenare il suo
impeto, s’era mosso colle proprie armi. Più d’ogni altra cosa era poi
grande nel Borgia l’odio contro al Savonarola, di cui temeva assai
il ritorno sul pergamo; perchè capiva che questo poteva ora mandare a
vuoto tutte le speranze concepite per l’avvicinarsi dell’imperatore.
Il popolo fiorentino, guidato nuovamente dal suo Frate, rianimato da
quella voce, sarebbe forse divenuto capace di qualche eroica difesa.
Decise, quindi, il Santo Padre di usare le minacce, le lusinghe, le
promesse, ogni arte di cui era capace, per impedire che il Savonarola
risalisse sul pergamo, ora che tutto il popolo e la Signoria stessa
ne lo pregavano. Il breve che aprì questa nuova guerra, partiva da
Roma il giorno 8 settembre; era indirizzato al convento di San Marco,
e, simile a quello venuto nel settembre dello scorso anno ai frati di
Santa Croce, parlava del Savonarola come di un tal Frà Girolamo amico
di novità, e seminatore di falsa dottrina.[513] «Egli,» così diceva il
breve, «è venuto, per queste commutazioni delle cose d’Italia, in tanta
insania, da far credere al popolo che è mandato da Dio e che parla
con Dio; senza provarlo nè con miracoli nè con speciale testimonianza
delle Sacre Scritture, come esigerebbero le canoniche leggi. Noi
abbiamo dato prova di lunga pazienza, sperando che volesse pentirsi
e rimediare ai suoi trascorsi, col sottomettersi a noi e desistere da
quella scandalosa separazione dalla Congregazione Lombarda, che alcuni
frati con ingannevoli arti avevano da noi estorta.» Si conchiudeva,
poi, col rimettere tutta questa causa a Frà Sebastiano de Madiis,
Vicario Generale della Congregazione Lombarda; imponendo al Savonarola
di riconoscere la sua autorità, di recarsi tosto ove da lui gli venisse
comandato, e in questo mezzo _astenersi da qualunque predicazione
pubblica o privata_. Il convento di San Marco veniva unito alla
Congregazione Lombarda; ed era ordinato, a Frà Domenico, Frà Salvestro
e Frà Tommaso Bussino, di recarsi fra nove giorni a Bologna. Tutto ciò
sotto pena di scomunica _latæ sententiæ_.

Il fine di questo breve era per sè stesso evidente: il Santo Padre
voleva, innanzi tutto, far tacere il Frate; ma perchè ad ognuno
diveniva oggimai palese, che la guerra da lui mossa contro al
Savonarola era una guerra tutta politica, e parte principale di
quella che esso faceva alla repubblica; così, col rimettere la causa
in altri, e col ridurla a una disputa di unione o separazione di
conventi, esso cercava nasconderne il vero carattere e rendervi la
repubblica indifferente. Una volta che la Congregazione di San Marco
fosse sciolta, l’autorità del Savonarola cadeva; e se egli, obbedendo
ai comandi del superiore di Lombardia, usciva dal territorio toscano,
verrebbe subito nelle mani del Borgia.[514]

Il Savonarola, che capiva chiaramente tutto ciò, risolvette sin dal
principio di non obbedire; ma, per non rendere la sua posizione più
difficile coll’inasprire maggiormente l’animo del papa, mandò, il 29
settembre, una sua lunghissima risposta.[515] — Si doleva in essa,
che i suoi nemici riuscissero ad ingannare il Santo Padre sopra cose
che avevano avuto luogo alla presenza di tutto il popolo. «In quanto
alla dottrina,» egli diceva, «io mi son sempre sottomesso alla Chiesa:
in quanto alla profezia, io non ho mai detto assolutamente di esser
profeta, sebbene questa non sarebbe eresia; ma bene ho predetto varie
cose, alcune delle quali si sono verificate, altre lo saranno col
tempo. Noto è, d’altronde, a tutta Italia, come il flagello sia già
cominciato, e come, solamente per mezzo delle mie parole, sia seguita
la pace in Firenze; senza di che le sventure sarebbero state per tutti
assai maggiori.» Così, procedendo oltre, egli rammentava al Santo
Padre, che il breve della separazione non fu estorto da pochi frati,
ma venne chiesto da tutti, e fu concesso dopo lunga discussione. «Il
rimettere, poi, la nostra causa alla decisione del vicario lombardo,
questo è un volere far giudice il nostro avversario; giacchè a tutti
sono note le contese delle due congregazioni. Donde mai può nascere,
Santissimo Padre, tutto ciò, se non dalle false accuse, dalle mendaci
relazioni dei nemici di questa repubblica che io ho salvata da tanti
pericoli, che ho ridotta alla vera religione e libertà, distruggendo
le fazioni, correggendo i costumi ed introducendovi la pace? E
d’altronde,» così continuava il Savonarola, appoggiandosi sull’autorità
di molti dottori di Santa Chiesa, «ad ognuno è permesso passare da
una regola ad un’altra più stretta e severa. Questo è quello che noi
abbiamo fatto colla nostra separazione. L’unirci poi ai frati lombardi,
sarebbe un crescere i rancori che sfortunatamente già esistono fra
le due congregazioni, un dare occasione a nuove dissensioni e nuovi
scandali. E finalmente, dicendo la Vostra Santità di volere questa
unione, per evitare che altri cada nei miei errori; ed essendo ora
chiarissimo che io non sono in questi errori caduto; cessando la
causa, deve cessare l’effetto. Avendo, dunque, provate false tutte le
accuse mosse contro di me, conceda Vostra Santità che io attenda una
risposta alla mia difesa, ed un’assoluzione. Io predico la dottrina dei
Santi Dottori; in niente mi discosto da essi; e sono apparecchiato,
ove avessi errato, non solo di correggermi, ma dichiararlo ancora e
farne ammenda innanzi a tutto il popolo. Ed ora, ripeto di nuovo quel
che ho sempre detto, che sottopongo me stesso e tutti i miei scritti
alla correzione della Santa Romana Chiesa.» Nello stesso tempo, il
Savonarola scrisse molte lettere che indirizzò ad amici di qualche
autorità in Roma, ripetendo le medesime ragioni che adduceva al papa in
favore della sua causa, e raccomandandola a tutti caldissimamente.

Alessandro VI, col suo occhio sagace e penetrante, comprese la
difficoltà del caso, ed usò allora un’astuzia degna veramente
dell’antico avvocato di Barcellona. Visto che il Frate era deciso a
non sciogliere la sua congregazione ed a non partire di Firenze; visto
che il momento era assai decisivo per la repubblica, onde la sola cosa
che importasse al presente era di far sì che il Frate non predicasse;
lasciò le minacce, e si volse alle lusinghe. Il 16 ottobre, partiva,
quindi, un altro breve,[516] nel quale il Santo Padre, rispondendo alla
lettera del Savonarola, rallegravasi come del ritorno d’una pecorella
smarrita. «Noi ti abbiamo,» così gli diceva, «in altre lettere
manifestato il nostro dolore per questi sollevamenti fiorentini, di
cui le tue prediche sono state precipua cagione; giacchè, in luogo di
predicare contro i vizi e raccomandare l’unione, tu vai annunziando
il futuro: cosa che potrebbe far nascere discordia in ogni popolo
pacifico; massime, poi, nel fiorentino, ove sono tanti semi di
discordie e fazioni. Per queste ragioni ti chiamammo appresso di noi;
ma ora che, per le tue lettere e per mezzo di molti cardinali, sentiamo
che sei apparecchiato all’obbedienza della Romana Chiesa, grandemente
ci siamo rallegrati, persuadendoci che tu abbi errato piuttosto per
soverchia semplicità, che per animo cattivo. Onde rispondiamo di nuovo
alle tue lettere, e in virtù di santa obbedienza ti comandiamo che _ti
astenga da ogni sermone, non solo pubblico ma anche privato_; acciò non
possa dirsi che dalla predicazione ti sei ridotto ai conventicoli. E
questo modo terrai insino a che potrai, più sicuramente e con decoro,
venire alla presenza di noi, che ti riceveremo con paterno e lieto
animo; o insino a quando avremo più maturamente deliberato qual modo tu
debba tenere, e destinato una persona idonea a riordinar queste cose.
E se, come non dubitiamo, tu vorrai obbedire, fin da ora sospendiamo
tutti i brevi antecedenti, acciò tu possa, per ora, attendere
tranquillamente alla tua spirituale salute.»

Dopo questo breve, il Savonarola trovavasi in una difficilissima
condizione. Egli capiva bene, che tutta quella paterna dolcezza, non
era altro che un’arte per chiudergli la bocca nel momento in cui la
repubblica aveva maggiore bisogno di lui: era la solita astuzia del
Borgia, che ormai tutti conoscevano. Le lettere dell’ambasciatore di
Roma, infatti, facevano sapere che l’ira del Santo Padre era più che
mai violenta; ch’egli voleva assolutamente metter le mani sulla persona
del Frate. Le armi dal papa mosse contro la repubblica; le istigazioni
che faceva all’imperatore; il perfetto accordo che regnava fra lui e
Piero de’ Medici, che s’era fermato a Roma, e di quivi cercava stendere
nuove fila di congiure in Firenze;[517] tutto metteva fuori di dubbio,
che il Borgia voleva, ora, far tacere il Savonarola, per poter meglio
opprimere la repubblica; dopo di che gli sarebbe stato assai facile
spegnerlo affatto. Nondimeno, in che modo poteva questi disobbedire ad
un comando, in apparenza così giusto e benigno; ad un breve che gli
offeriva generale perdono, a condizione solamente ch’ei si tacesse?
Il disobbedire non sarebbe a molti sembrato un voler mettere scandalo
nella Chiesa, un rendere impossibile ogni conciliazione? Sebbene,
adunque, il Savonarola non fosse sordo alla voce della patria che lo
chiamava; sebbene conoscesse in che gravi pericoli ella versasse, e
fosse persuaso che la finta benignità del papa non era che astuzia;
pure volle obbedire. Infatti, sin da che giunse il breve[518] dell’8
settembre, egli s’era taciuto, e continuava tuttavia nel suo proposito.

In una lettera che scrisse ad un amico, il 15 settembre di questo anno,
manifestava chiaramente lo stato del suo animo. «È noto,» egli diceva,
«a tutto il mondo, che le cose di cui vengo accusato sono false; e sarà
d’una grande infamia a cotesti prelati ed a tutta la città di Roma. Io
so bene che essi non hanno ragione di procedere contro di me, chè anzi
mi lapidano per una buona opera; ma io non li temo, nè temo la loro
potenza, perchè basta la grazia di Dio e la pura coscienza. Conosco
la radice di tutte queste insidie, e so che procedono dai perversi
cittadini, i quali vogliono ristabilire la tirannide in Firenze,
e vanno d’accordo con alcuni potentati d’Italia. Tutti costoro mi
vorrebbero uccidere; onde ora non posso più camminare senza la guardia
di gente armata. Nondimeno, se non potrò altrimenti soddisfare alla mia
coscienza, io voglio obbedire, nè peccare anco venialmente.»[519]

Ma nel mentre egli si taceva, le cose della repubblica andavano di
giorno in giorno rapidamente peggiorando. Gl’imperiali, accresciuti
dai Milanesi e Veneziani, già stringevano d’assedio Livorno, in numero
di 4000. Le navi venete tenevano il mare e chiudevano il porto, mentre
un drappello delle loro genti era al ponte di Sacco, per impedire
qualunque comunicazione fra Livorno ed il campo di Pisa. I Fiorentini,
non pertanto, provvedevano ai loro stringenti bisogni con un coraggio
degno dei loro antichi tempi. Mandavano al campo di Pisa Antonio
Colligiani, perchè rimettesse disciplina nell’esercito disordinato
dopo la morte del Capponi; e gli ordinavano di restringere le genti
a Montopoli, per tenersi pronto ad accorrere dovunque il bisogno ed i
movimenti del nemico lo chiamassero. Bettino Ricasoli, assai reputato
per la sua energia e capacità militare, comandava in Livorno; ed, ora,
i Dieci della guerra vi mandavano altri trecento uomini d’arme, guidati
dal conte Cecco, il quale, profittando della oscurità della notte
e d’una pioggia dirotta, passava per mezzo dei nemici ed entrava in
città. In questo modo si riusciva a fare più d’una onorevole sortita,
nelle quali gl’imperiali vennero battuti. Ciò che, fra tante avversità,
aiutava i Fiorentini, era non solamente la incapacità dell’imperatore
nel dirigere la guerra, ma ancora il trovare egli nei Veneziani e nel
Moro più ostacoli che aiuto. Essi volevano bene opprimere Firenze, ma
non volevano però levare un altro potente in Italia: onde spingevano
l’imperatore, e spinto, poi, lo arrestavano; tanto da fargli molestare
il nemico, ma non soddisfare l’ambizione che aveva di segnalare la sua
venuta in Italia con qualche gran fatto d’armi. Era, inoltre, sorta una
nuova discordia fra i Veneziani ed il Moro, non volendo alcuno di essi
permettere all’altro d’occupare Livorno, finita che fosse la guerra.

Per tutte questo ragioni, i Fiorentini avevano potuto durare sino ad
ora, non solo senza cedere a tanti nemici e tanto più potenti di loro,
ma anche, qualche volta, battendoli. Non si poteva, però, continuare
più a lungo; giacchè quel che le armi nemiche non facevano, cominciava
ora a farlo la fame. Ed a togliere ogni altra speranza, arrivava la
nuova che gli sforzi fatti dai mercatanti fiorentini in Francia per
soccorrere la patria, erano stati tutti invano. Essi aveano assoldato
il conte d’Albigion con la sua gente; avevano assoldate molte navi
e caricatele di grano comprato a loro spese: ma, in sul momento di
partire, il conte s’era ricusato di venire in Italia; e le navi,
spaventate da un grosso temporale che avevano per via incontrato,
s’erano parte tornate a Marsiglia, e parte, allargandosi sul mare,
avevano preso diverso cammino, per speranza di maggiori guadagni. E
quando pure fossero venute innanzi a Livorno, come mai potevano entrare
nel porto, che era guardato dai Veneziani?[520]

A Firenze, perciò, lo squallore era cresciuto a un segno, che non si
potrebbe con parole descrivere. Sul volto di ognuno si leggeva lo
sgomento dell’avvenire, su quello dei popolani, poi, erano dipinti
lo stento e i travagli della fame patita. I contadini, non di rado,
si appoggiavano estenuati ai muriccioli delle vie, e vi morivano
per mancanza d’alimento.[521] La peste ogni giorno faceva qualche
progresso.[522] Pure, tanto lo spirito di parte può accecare gli
uomini, che in questa universale miseria pareva che gli Arrabbiati ne
trionfassero. Andavano ad alta voce gridando: «Ora, finalmente, siamo
tutti chiari che al Frate ci ha ingannato. Ecco le felicità da lui
promesse a Firenze.» E già parlavano di cedere; ardivano pubblicamente
sparlare del nuovo governo, e dicevano ch’era venuta l’ora di mutarlo.

La Signoria, non sapendo più a quale partito appigliarsi, ricorreva
agli uffici divini; ed ordinava che si facesse, con una solenne
processione, entrare in Firenze quella miracolosa immagine della
Madonna dell’Impruneta, a cui il popolo fiorentino soleva sempre
ricorrere nelle sue avversità. Ma la sola cosa che ad ognuno pareva
potesse veramente confortare il popolo in tanta avversità, era
la voce di quel Frate, che tutti vedevano ora, con dolore e con
disapprovazione, tacersi. Onde la Signoria tornò di nuovo a lui,
supplicandolo e quasi imponendogli che non mancasse al dovere verso
la patria: non volesse permettere che quel popolo, il quale aveva in
lui riposta tanta fiducia, restasse ora, fra tanti pericoli, in tanta
miseria, senza il conforto, almeno, della sua parola.

Il Savonarola, che già da più tempo era crudelmente afflitto, nel
vedere lo sgomento, lo squallore e la desolazione di quel popolo,
non seppe resistere alle nuove istanze della Signoria; ed il giorno
28 di ottobre, ritornava finalmente sul pergamo. Quanto diverso dal
solito era l’aspetto del suo uditorio! Su tutti i volti stava dipinto
lo sgomento del presente, il terrore dell’avvenire. Ad ognuno pareva
che fosse vicina la fine del governo popolare, che gli Arrabbiati
dovessero ben presto trionfare, e che alla fame ed alla guerra
dovessero succedere gli esilii e le condanne. Tutti gli occhi si
volgevano, dunque, a lui, pieni d’incertezza e titubanza. Egli, come
spesso faceva, cominciò quella predica in forma di dialogo. «Io non
avrei dovuto parlare. Ma io vengo per obbedire alla Signoria, e per
invitarvi un’altra volta alla penitenza. — _Voi siete chiari?_ Ed io
vi dico che sono chiaro io, e che ogni cosa da noi detta, fino ad un
minimo iota, si deve verificare. Io sono chiaro che Iddio aggira il
cervello d’Italia, e che molti saranno ingannati. Questo flagello pare
una cosa, e sarà un’altra. — _Tu sei chiaro?_ Di che cosa? Che sono
vicine le tribolazioni? che tu combatti contro a Cristo? Sappi che
il bene promesso a Firenze verrà, e che i cattivi avranno l’inferno
in questa vita e nell’altra. Siete adunque chiari, che se non mutate
vita avrete guai? I vizi continuano sempre, o Firenze: si giuoca, si
bestemmia; e in questo modo voi vi tirate addosso il flagello. Orsù,
fate questa processione che sarà buona cosa; «e se voi ricorrete a Dio
come si deve, io mi confido che si avrà qualche grande grazia, e che
non dovremo avere paura di nessuno.»

«Ma tu poni sempre la tua speranza negli uomini, tu aspetti sempre
soccorso da quel re che mai non viene, e che già è stato punito, come
noi gli minacciammo;[523] ed io, invece, ti dico: _maledictus homo qui
confidit in homine_. — Orsù, che dobbiamo noi dunque fare, o padre?
— Prima di tutto, bisogna che ritorni a Dio; dipoi, che tu deponga il
pensiero che già avevi fatto (di mutare governo e di arrenderti); che
ti aiuti con ogni provvisione umana; che tu presti alla città tutto il
danaro che tu puoi, e che tu lo presti _gratis_. Io vi dico finalmente:
unitevi tutti insieme, e lasciate ogni dissensione. E se voi fate una
vera unione, ascoltate bene le parole che vi dico: «Io voglio perdere
la cappa, se non cacciamo ora li nostri nemici. Io dico che se voi fate
questo, io voglio essere il primo ad uscire fuora contra di loro con
uno crocifisso in mano, e faremo fuggire li nostri nemici insino in
Pisa, ed ancora più là.» «Credi alle mie parole, o Firenze; rammentati
quante lacrime versasti in questa chiesa il giorno 6 di novembre;[524]
e, poi, fu fatta la rivoluzione quel medesimo giorno, e fosti libera.
Rammentati che io feci partire da Firenze il re Carlo; e quando egli
ritornò da Napoli, corsi quasi a rotta al suo campo e lo minacciai,
onde egli non fece alcun danno. Credi, dunque, alle mie parole; confida
nel tuo Signore. Segua quel che si voglia, io non temo nulla, se voi
tornate a Dio e state uniti e fate ogni provvisione umana.»

Volgendo poi, di nuovo, il suo discorso a coloro che mormoravano
contro il nuovo governo, diceva: — «Ora io voglio dirti un’altra
parola. Voi siete cittadini di tre sorta: prima, quelli che nel vecchio
governo erano esuli e desideravano invano la patria. Or tu l’hai; sta
cheto, adunque. Secondo, quelli che avevano il capestro alla gola.
Ora voi avete sicurezza e libertà; state cheti, adunque. — Io non mi
muovo, padre. — Non è già vero; voi tutti macchinate, e lo so ben io
quello che voi volete. — Finalmente, vi sono quei cittadini che hanno
magistrati in questa presente Repubblica; e questi non fanno giustizia,
e la città è tutta piena di giuochi, di bestemmie, di lussuria, di
sodomia e disunione. A questi io dico: se non fate giustizia, il
flagello verrà sopra di voi. Io dico, finalmente, a tutti, e lo dico
_in verbo Domini_: chiunque vuole tiranno capiterà male. Unitevi,
adunque; fate questa processione, e sperate nel Signore.»[525] Così
parlava il Savonarola quel giorno; ma, in verità, sino a che durava
il pericolo imminente, quelle parole d’una fiducia tanto cieca davano
agli Arrabbiati nuovo argomento di mettere in canzone il Frate ed i
frateschi. Nondimeno, al popolo era già un gran conforto che egli
predicasse; e fino a tanto che la sua voce risonava sul pergamo,
sembrava che Firenze non dovesse temere nuove sventure.

Il giorno trenta di ottobre, entrava in città la miracolosa immagine
di S. M. dell’Impruneta; una moltitudine immensa l’accompagnava, e
giammai i Fiorentini non avevano dimostrato una devozione più sincera.
La gente procedeva mesta e silenziosa; le limosine erano larghissime;
la tristezza stava dipinta su tutti i volti; e nella faccia del popolo
minuto si vedevano i segni della fame già sopportata, il timore di
stenti maggiori. La processione era giunta in Por Santa Maria, quando
un messaggiero, entrato per la porta a San Frediano e passato di sul
ponte alla Carraia, veniva lung’Arno correndo a cavallo, con un ramo
d’ulivo in mano, per andare al Palazzo dei Signori. Ma, imbattutosi
nella folla, si trovava da ogni parte circondato; ed afferrando il
cavallo per la briglia, tutti domandavano le nuove di Livorno. Erano,
finalmente, all’improvviso e quasi per incanto, arrivati da Marsiglia
i tanto aspettati soccorsi di uomini e di grano. Le navi giungevano
innanzi a Livorno, spinte da un vento così impetuoso di libeccio,
che non s’erano appena viste sul mare, che già entravano nel porto;
nè i Veneziani avevano potuto arrestarle, perchè dalla forza di que’
medesimi venti erano stati costretti a riparare sotto la Meloria. — Non
si potrebbe mai con parole descrivere la sfrenata gioia del popolo. Il
messaggiero veniva per tutto accompagnato con altissime grida; le sue
parole ripetute di bocca in bocca, si amplificavano ed esageravano; la
città era, quasi in un istante, tutta piena della lieta novella; le
campane sonavano a festa; in tutte le chiese si rendevano pubbliche
e solenni grazie del miracoloso aiuto. Invero, agli Arrabbiati
stessi pareva che il Signore avesse voluto salvar la repubblica dalla
imminente rovina, e che il Savonarola fosse stato questa volta, senza
dubbio, profeta. Il suo nome, la sua autorità ne crebbero a mille
doppi; ed il popolo minuto andava ora gridando: «Le prediche del Frate
ci hanno anche questa volta salvato.»[526]

Il soccorso non era, in verità, gran cosa. Delle genti dai mercatanti
assoldate, non erano voluti partire che 600 uomini; e delle navi già
pagate, una parte, quando furono in alto mare, presero diverso cammino
per speranza di maggiori guadagni, ed invece naufragarono: onde si era
poi sparsa la voce, che i soccorsi non sarebbero altrimenti venuti.
E adesso non erano entrati nel porto che cinque navi e due galeoni,
carichi d’uomini e di grano. Ma il modo ne era stato così inaspettato,
il tempo così opportuno, che l’effetto ne fu grandissimo, non solo
in Firenze, ma anche a Livorno, dove gli animi si riempirono di tanta
speranza, che fatto, per allegrezza, fuoco con tutte le artiglierie,
uscirono ad assalire i Pisani; e contemporaneamente andarono,
dall’altra parte, a rinforzare la bastía del Ponte a Stagno, che già
minacciava cadere nelle mani del nemico. Ivi trovarono gl’imperiali
così spaventati dal gran rumore delle artiglierie, e dalla voce che
aveva, anche fra loro, esagerato assai la forza degli aiuti arrivati;
che li misero in fuga, con grande uccisione di gente, con guadagno non
piccolo di prigionieri e cavalli.

Intanto, nel primo giorno di novembre, il Savonarola saliva di nuovo
sul pergamo; e, pigliando occasione dalla inaspettata fortuna, esaltava
la misericordia di Dio; inculcava il bisogno di tornare alla religione,
correggere i vizi, fare continue orazioni, e non fidare in altri che
nel Signore. Cercava ancora di moderare la soverchia allegrezza del
popolo. «Non bisogna lasciarsi vincere così facilmente dalla gioia e
dal dolore; non bisogna abbandonare le provvisioni umane; bisogna più
che mai provvedere alla guerra.» Il 2 novembre, giorno dei morti, fece
un’altra predica, che ebbe grandissimo successo; e fu _sull’arte del
ben morire_.[527] Diceva che il vero cristiano dovrebbe tener sempre
presente l’idea della morte, e che una vera considerazione di essa
condurrebbe ognuno alla buona vita. Con assai vivi colori descriveva
lo stato dell’animo nostro in quell’ora suprema; faceva un’analisi
ingegnosa e minuta di tutte le passioni che ci dànno assalto in quel
momento di prova. «La morte,» egli diceva, «è il momento solenne della
nostra vita: il diavolo ci dà allora la battaglia estrema. Egli è come
se esso giocasse sempre a scacchi con l’uomo, ed aspettasse il momento
della morte per dargli lo scacco matto. Chi lo vince in quel punto,
vince la battaglia della vita. Noi, o fratelli, non viviamo in questo
mondo, se non per imparare a ben morire.» Proponeva ad ognuno, di
tenere al suo letto un quadro che gli rammentasse l’ora ed il pericolo
della morte. Descrisse minutamente questi quadri fantastici, cui il
popolo prestava un’attenzione grandissima, e che vennero nelle molte
edizioni di quella predica incisi da Sandro Botticelli, e da altri
principali artisti di quel secolo. Nè lasciava quel giorno di dare
incoraggiamento al popolo, incitarlo a mantenersi unito e provvedere
ai bisogni della patria. Dopo di che, tornava subito nel suo silenzio,
dolendosi già d’aver dato al papa qualche pretesto di nuovi lamenti.

Infatti, quasi non era giunta a Roma la notizia dei soccorsi arrivati
a Livorno e della prima predica del Frate, che un altro breve, in
data del dì 7 novembre, veniva indirizzato a tutti i Domenicani di
Toscana.[528] Ora non si trattava più di riunire San Marco alla
Congregazione Lombarda; ma, invece, separarlo da essa, insieme
con tutti i conventi di Toscana e di Roma, per fondare una nuova
_Congregazione Tosco-Romana_, con un vicario suo proprio; il quale
verrebbe, secondo gli statuti domenicani, eletto ogni due anni dai
vari priori della nuova Congregazione, senza però derogare con ciò
all’autorità del vicario generale di Roma. Pel primo biennio, il
papa stesso nominava come nuovo vicario il cardinale di Napoli,
stato sempre amico di San Marco e del Savonarola. Così il Borgia,
ripigliando di nuovo la quistione dei Conventi, cercava destramente
evitare tutte le obbiezioni che il Savonarola aveva fatte nella sua
lettera. Non rimetteva la sua causa al vicario lombardo; non riuniva
due congregazioni fra loro nemiche; sceglieva egli stesso un vicario
stato sempre amico di San Marco; e finalmente, così diceva il breve
istesso, si dava opportunità di allargare la nuova riforma a tutta
Toscana ed allo Stato romano.[529] Ma questa non era che l’apparenza:
la sostanza delle cose era, invece, assai diversa. Una volta sottoposto
il Savonarola all’autorità del nuovo vicario che dipendeva sempre
dal generale dell’ordine in Roma; egli avrebbe perduta quella sua
indipendenza, per cui tanto aveva bramata la separazione dai frati
lombardi; quell’imperio sopra i suoi frati, che gli dava tanta autorità
in Firenze; e poteva d’ora in ora essere obbligato a partire per
qualche altro convento: il che, in fondo, era sempre la mira del papa.
Inoltre, egli vedeva assai chiaro, che nella nuova Congregazione, il
convento di San Marco, stretto in mezzo ad una moltitudine d’altri
conventi quasi tutti gelosi o nemici, ben lungi dal potere in essi
infondere la sua riforma, ne sarebbe stato invece assai facilmente
oppresso.

Per tutte queste ragioni, in luogo di obbedire, il Savonarola
prese nuovamente in mano la penna, e scrisse la sua _Apologia della
Congregazione di San Marco_; nella quale, non più rispondendo al papa,
ma dirigendosi invece al pubblico, assumeva un linguaggio assai franco
ed ardito. «Io non mi fermerò,» così egli diceva, «a confutare le
accuse che mi vengono fatte circa la dottrina; perchè già vi ho tante
volte risposto, e perchè mi apparecchio a combatterle tutte nella
mia opera del _Trionfo della Croce_, che verrà ben presto alla luce.
Ma io rispondo al comando che ora mi è fatto di riunirmi alla nuova
Congregazione. Ed innanzi ogni altro, questo non dipende solo dalla
mia autorità, ma dall’arbitrio ancora di 250 frati, i quali tutti hanno
scritto al papa in contrario; ed io non posso nè voglio contrastare al
loro proposito, che mi par giusto ed onesto.» E qui veniva adducendo
le sue ragioni, per dimostrare come quella unione avrebbe corrotta e
rilasciata la severità della regola di San Marco, con danno gravissimo
di tutti loro; ma specialmente dei giovani che formavano, ora, la
massima parte di quel convento. «Se gli altri frati non hanno bisogno
di riformarsi, perchè unirsi a noi? Se poi si uniscono per essere da
noi riformati, noi abbiamo già tanti giovani inesperti che a fatica
bastiamo ad ammaestrarli: l’unirsi, adunque, non sarebbe altro che
disordine e confusione per tutti; ma per noi specialmente.» Rammentava
i deplorabili odii de’ vari conventi; il pericolo della vita che
egli aveva, per questa ragione, corso a Pisa ed a Siena. E dopo ciò
concludeva: «Questa unione adunque, è impossibile, irragionevole,
dannosa; e i frati di San Marco non debbono esservi obbligati, perchè i
superiori non possono comandare contro alla costituzione dell’ordine,
contro alla carità ed al bene delle nostre anime. Bisogna, dunque,
supporre che essi vengano da false informazioni ingannati; e resistere,
intanto, ad un comando che è contrario alla carità; non lasciarsi
atterrire da minacce o scomuniche, ma piuttosto esporsi alla morte,
che sottomettersi a quel che sarebbe veleno e perdizione delle anime.
Quando la coscienza ripugna al comando ricevuto dai superiori, bisogna
prima resistere ed umilmente correggere: il che noi abbiamo già fatto:
ma se ciò non basta bisogna allora far come San Paolo, _qui coram
omnibus restitit in faciem Petri_.» Ed in questo modo, dopo un’assai
breve tregua, il Savonarola si trovava di nuovo in aperta guerra col
papa.[530]

Intanto, dopo quel primo successo degl’inaspettati aiuti, peggioravano
di nuovo le cose di Livorno; e se non fosse stato la continua gelosia
fra il Moro ed i Veneziani, già sarebbe da un pezzo venuta la fine
dell’assedio. Ma parve che la Provvidenza volesse una seconda volta
venire in soccorso dei Fiorentini. Quei medesimi venti di libeccio
che, nella fine dell’ottobre passato, avevano condotto in Livorno le
navi venute da Marsiglia; cominciarono, verso il 15 di novembre, ad
imperversare di nuovo così furiosamente, che batterono a terra tutta
l’armata veneziana. La Capitana urtò di fianco sulla rôcca Nuova, dove
naufragarono gli uomini e le artiglierie; ed a fatica potè salvarsi
l’imperatore stesso, che vi era sopra. Altre due navi corsero la
medesima sorte: il resto fu ridotto in istato tale, da non poter più
servire. Tutti i naufraghi, per salvare la vita, s’arrendevano; onde
fu grande il numero di prigionieri che si fece quel giorno a Livorno;
e molti, in poche ore, arricchirono della preda.[531] L’imperatore
stanco, finalmente, di combattere, come egli stesso diceva, «contro a
Dio e contro agli uomini,» abbandonò con poco onore quella impresa,
che con tanto poca riflessione aveva cominciata e condotta.[532] Nè
di questa subita risoluzione volle renderne ragione alcuna, o anche
parlarne, fino a che non fu giunto in Lombardia; dove amaramente
si dolse della condotta del duca e dei Veneziani. E parve che fino
all’ultimo la fortuna volesse essergli nemica; giacchè, essendosi,
nella ritirata, una buona mano de’ suoi Tedeschi uniti ad un numero
di Pisani per assalire il castello di Lari, il commissario fiorentino,
Alessandro degli Alessandri, li fece prima scendere nei fossati, e poi,
colle artiglierie, ne ammazzò la più parte. Così, fra l’ottobre ed il
novembre, l’avversa fortuna dei Fiorentini si mutava in prospera; ed
essi erano, quasi per miracolo, liberati da ogni più urgente pericolo.

Il 26 novembre, il Savonarola, ritornando sul pergamo, rammentava ai
suoi uditori, i pericoli per cui erano passati, lo scoramento a cui
s’erano abbandonati, la misericordia infinita con cui erano stati
salvati; e raccomandava a tutti di ringraziare il Signore con vera
e viva riconoscenza. Continuava, poi, facendo di nuovo, la storia e
l’elogio del governo popolare; paragonava, un’altra volta, i vari gradi
della sua formazione alle sette giornate della creazione; confermava
il lume profetico; e prometteva di tornare a predicare nel prossimo
avvento.

Ed infatti ritornò, allora, e fece le prime otto prediche sopra
Ezechielle; nelle quali si vede come egli avesse perduto ogni speranza
di tregua o di riconciliazione col Borgia. «O Signore, io ti domando la
via delle avversità. Io questa mattina ricomincio a predicare, solo per
ripetere quello che ho detto infino a qui, e confermarlo di nuovo; e
voglio metterci anche la vita.... Se io mi ridicessi,» così continuava,
rivolgendosi al popolo, «di che questo frate contraddice a Dio, e che
io mento per la gola; e lápidami e mandami fuor di questo pergamo.»
Ritornava sul suo lume profetico; riconfermava i vicini flagelli, «i
quali saranno tanto maggiori, quanto meno il popolo si manterrà fedele
alla religione ed alla libertà.»[533]

Il più importante di questi otto sermoni fu il sesto, che fece il
giorno 13 dicembre, a richiesta speciale dei Signori che assistevano
in Duomo. Dopo la introduzione, che allora soleva fare quasi ogni
giorno, sulla misericordia e bontà del Signore; venne ad enumerare le
benedizioni ch’Esso aveva mandato a Firenze. «Questa è la tua città;
tu l’hai eletta, o Signore, e l’hai benedetta; tu l’hai illuminata
del ben vivere; hai infuso la fede e il lume tuo nell’anima di questo
popolo. Dopo le benedizioni spirituali, tu gli hai voluto dare ancora
le temporali;» «e la prima e maggiore di tutte è la libertà che gli hai
restituita. Questa è una massima benedizione; _quia non bene pro toto
libertas venditur auro_. Prima gli bisognava fare a modo di uno: ora
non è così legato. Colui diceva: fa male, e bisognava farlo. Diceva
quell’altro: marita la tua figliuola a colui, e bisognava dargliela:
disfà quel parentado, e bisognava disfarlo: dà qui quei danari, e
bisognava darli. Aveva questo popolo tuo delle bastonate, e bisognava
avere pazienza.» Continuando in questo modo, il Savonarola fece tutta
la storia della liberazione di Firenze, incominciando dalla cacciata di
Piero de’ Medici insino alla partenza dell’imperatore, per dimostrare
di nuovo la bontà del Signore verso quel popolo. Si rivolgeva, quindi,
ad incitarlo al ben fare; e rimproverava la freddezza con cui ognuno
continuava d’andare tutti i giorni alla predica, senza mai mettere in
pratica le cose udite. «Predica a costoro quanto tu vuoi; essi hanno
fatta una consuetudine di bene udire, e un’altra di male operare. Hanno
fatto natura di questa consuetudine, e vanno in sul corso dell’udire
senza operare. E così è difficile a voltare questo corso, come è
difficile a voltare il corso delle acque. Tu hai fatto consuetudine
di questo udire sempre: fate giustizia, fate giustizia. Tu diventerai
cornacchia di campanile, la quale al primo suono della campana ch’ella
sente, ha paura e spaventasi; ma, poi, quando ella ha cominciato a fare
consuetudine, tu puoi sonare quanto tu vuoi, che sta in sulla campana e
non si muove.»

Rimproverò al popolo la sua ingratitudine verso Dio, «che vi ha dato
una libertà, che voi cercate sempre guastare col continuo mormorare
e sparlare, colle congiure continue che si ordiscono dentro e fuori
della città. Ingrato popolo! Iddio t’ha dato questo Consiglio grande, e
tu cerchi guastarlo col mettervi dentro i nemici della patria. Questa
non è stata già la mia intenzione. In sul cominciare, io permisi bene
ad ognuno di entrarvi, perchè la libertà era allora sul principio e
bisognava esperimentare; ma non lo feci già per dar luogo ai cattivi,
come ora è seguíto. Magnifici Signori, io vi dico che bisogna tenere
l’occhio a questo Consiglio, e andarlo limando e racconciando, e
vedere se molti che vi sono è bene che vi sieno. Bisogna restare in
sul numero grande; ma bisogna restringerlo solo per cacciarne i nemici
della patria. Non approvo, però, quelli che vorrebbero astenersi dal
votare sino a che non sia fatta questa nuova riforma; e molto meno
approvo quelli che vorrebbero rimettere alla sorte le elezioni dei
magistrati. Questo è contro alla libertà, vi dico io.» «Tu sei un
cristianaccio! Va, leggi la istoria che scrisse Lionardo d’Arezzo,
dove e’ dice che andò sempre bene la città mentre che si resse senza
sorte; e che poi quella sorte fu trovata da gente ambiziosa. E se ne
trova sempre di questi cattivi, che vanno sibilando simili cose nelli
orecchi. Questi sono quelli che fanno i conventicoli contro la tua
città, dentro e di fuori, con preti e con frati; e fanno quelle belle
cene e desinari. E il parlar loro va sempre in su il frate; e quivi
si mangia pane e frate, carne e frate, vino e frate.» «Provvedi, o
Firenze, a questi conventicoli, i quali non cercano altro che la rovina
della tua libertà. Questo povero fraticello è solo a combattere contro
a tutto il mondo. Orsù, quanto a me, io vi dico: chiamate dottori,
prelati e chi volete; io sono pronto a combattere contro tutti. Io vi
annunzio che nella religione di san Domenico non vi è stato mai alcun
eretico; ma bensì molti che hanno fatto grandi riforme in Italia. E
voi dovete rammentarvi del Cardinale Latino, di Angelo Acciaioli e di
sant’Antonino. Così deve seguire adesso; ma bisogna, innanzi tutto,
fare giustizia ed essere severi. A voi, o Signori, tocca provvedere:
fatevi una scorta di uomini armati e mettete mano alla spada: se questo
non basta, chiamate il popolo e fatevi terribili. Quei Magistrati che
non puniscono i delitti, abbiano la pena del reo.» «Giustizia, adunque,
magnifici Signori; giustizia, signori Otto; giustizia, magistrati di
Firenze; giustizia, uomini e donne; ognuno gridi giustizia.»[534]

E in questo modo si chiudeva l’anno 1496. La repubblica fiorentina era
maravigliosamente uscita da un numero infinito di pericoli; il nome e
l’autorità del Savonarola erano tornati in alto; il partito popolare
era una seconda volta padrone assoluto del campo. Ma, nel medesimo
tempo, s’era inasprita la lotta con Roma; e l’odio del papa contro
al Frate e contro al governo da lui creato, sembrava essere divenuto
inestinguibile. S’erano, inoltre, nel seno stesso della repubblica
scoperti tanti nemici, tanti e così continui maneggi degli Arrabbiati
e dei Bigi; che il Savonarola stesso credeva essere indispensabile
non solamente l’usare molta severità, ma ancora il restringere un
poco la forma del Consiglio maggiore, per non mettere il governo della
repubblica nelle mani di coloro che altro pensiero non avevano, se non
quello di distruggerla; nè ad altro scopo si valevano della indulgenza
verso di loro sino ad ora usata, che a più sicuramente cospirare contro
la libertà della patria.




CAPITOLO SESTO.

Francesco Valori, eletto Gonfaloniere, propone delle nuove leggi. Si
celebra il carnevale col _bruciamento delle vanità_. I Frati di San
Marco comprano la libreria dei Medici. Idee del Savonarola intorno al
bello; sua difesa della poesia; suoi componimenti poetici. [1497.]


Nel gennaio e febbraio 97, avendo gli avvenimenti dell’anno passato
rimesso in favore il partito popolare, veniva eletto Gonfaloniere di
giustizia Francesco Valori, con una Signoria tutta a lui devotissima.
Se egli fosse stato d’animo più temperato e di passioni meno ardenti,
era forse venuto il momento di mettere un freno agli Arrabbiati ed ai
Bigi. Ma il Valori che si lasciò sempre trascinare dal suo impeto, non
volle questa volta prestare alcun ascolto alle parole del Savonarola,
che suggeriva di restringere un poco il Consiglio Maggiore, per
escluderne quelli che cospiravano contro alla repubblica; e volle
invece allargarlo. Fece, quindi, vincere una nuova legge, la quale
decretava, che per entrare nel Consiglio Maggiore, in luogo di trenta
anni, bastasse averne ventiquattro. Il suo fine era di assicurare
la repubblica, col renderne il popolo sempre più largamente ed
assolutamente signore; ma l’effetto seguiva assai contrario ai suoi
desiderii, giacchè questa legge apriva il Consiglio alla gioventù
scorretta e tumultuosa degli Arrabbiati, la quale era quella che più
di tutti odiava il Savonarola, il nuovo governo e il nuovo vivere da
lui introdotto. Proibiti i balli e le feste, distrutto il carnevale,
la vita avea per essi perduto ogni scopo; onde s’erano fatti autori
principali di tutte le insidie dirette contro al Frate. E per meglio
operare di concerto, s’erano uniti in una compagnia sotto il comando di
messer Dolfo Spini: andavano armati, attaccavano brighe, commettevano
atti violenti; onde il popolo li chiamava _i Compagnacci_. La nuova
legge, aprendo ad essi il Consiglio, poneva nelle loro mani un’arme
potentissima, di cui seppero subito profittare, con grave danno della
repubblica.[535]

Nè il Valori sembrava accorgersi di questi pericoli; perchè, verso quel
tempo medesimo, noi troviamo proposta dalla Signoria un’altra legge
ugualmente improvvida. Le davano il nome di _Decima scalata_, ed altro
non era, se non quella che noi chiamiamo oggi imposta progressiva.
Essa trovava naturalmente una grave opposizione in tutti gli uomini di
qualche fortuna; ma il partito popolare la favoriva con una grandissima
insistenza. Si riscaldarono, quindi, le passioni, cercandosi dall’una
parte e dall’altra argomenti per favorirla o disfavorirla; ed è
singolare il vedere, come allora si portassero quelle ragioni e si
facessero quei discorsi medesimi che, dopo quattro secoli, noi abbiamo
udito ripetere ai nostri giorni.[536] Affermava il partito popolare:
«Che la uguaglianza delle imposte consiste nello scommodare tutti
ugualmente: al che neanche la nuova legge provvedeva abbastanza; perchè
se una decima sola strema il povero nelle cose necessarie, due o anche
tre decime non restringono al ricco che le cose superflue.[537] «Questo
nostro paese,» essi dicevano «è come una pezza di panno che fosse
capace a darci mantelli ragionevoli per tutti; ma è si male partito,
che ci è tale che ha un mantello in cui si ravvolge tre volte dentro, e
strascica due braccia di coda per terra; e ci è tale a cui non ne resta
tanto che basti pure ad un pitocco.» E poi concludevano scagliandosi
contro i ricchi, e le spese superflue, e i danni che queste recano alle
città. Rispondevano, dall’altra parte, gli uomini più moderati: «La
eguaglianza vuole che niun cittadino possa opprimere l’altro, e che
tutti gli uomini sieno ugualmente sottoposti alle leggi: ma il dire
che tutti debbano essere pari in ogni cosa, sarebbe un’intenderla ad
occhi chiusi, e come un voler mettere tutte le abitazioni d’una casa
in un medesimo piano, e far nascere un caos tale, da rovinarvi sotto
un mondo, non che una città. Non vedete come voi con queste leggi
improvvide seminate discordie, fate nascere disordini, aprite le porte
a Piero de’ Medici?» — Sia che queste ragioni persuadessero la Signoria
a ritirare la legge, sia che la votazione le risultasse contraria,
certo è che non si potè vincere la _Decima scalata_; e d’allora in poi
le cose andarono assai più moderate.

In questo mezzo, il Savonarola s’era ritirato nel silenzio della
sua cella, ove attendeva a correggere il _Trionfo della Croce_, ed a
scrivere un gran numero di minori operette che voleva ben presto dare
alla luce, onde diffondere più largamente la sua dottrina, e trovare
dei fautori in quella nuova lotta contro Roma, che pareva oggimai
inevitabile. Per queste cagioni, la direzione delle cose spirituali era
venuta nelle mani di Frate Domenico da Pescia, fervido e bollente nelle
cose religiose, quanto il Valori nelle politiche. Egli era così cieco
ammiratore del suo maestro, che non solo prestava una fede pienissima
a tutte le sue profezie, ma lo teneva ancora capace di operare ogni
più grande miracolo, e con infinita gioia avrebbe speso la vita per
sostenere una qualunque delle parole di lui: se non che, tradito
assai spesso da uno zelo eccessivo e da una soverchia credulità, era,
sfortunatamente, troppo facile a trascorrere in pericolosi eccessi.

In tale disposizione d’animi e di cose, s’avvicinava il carnevale;
e gli Arrabbiati s’erano apparecchiati a promuovere il ritorno delle
antiche orgie, delle scandalose feste medicee, e soprattutto del giuoco
dei sassi, a cui sapevano il minuto popolo essere più d’ogni altra
cosa inclinato. Onde Fra Domenico, assai indegnato di ciò, si decise
a combatterli con tutto il suo ardore. Ogni giorno faceva sermoni,
indirizzava epistole ai fanciulli;[538] e con nuove leggi della
Signoria, fece rafforzare quella loro riforma che il Savonarola aveva
incominciata nel passato anno.[539]

Già essi, uniti sotto alla direzione dei loro capi, percorrevano la
città, e, picchiando alle case dei ricchi e dei poveri, chiedevano ciò
che chiamavano le _vanità_ o _l’anatema_. Erano disegni e libri osceni,
abiti e maschere carnevalesche; le quali cose non appena ottenute,
ripetevano una certa orazione composta dal Savonarola, e andavano
oltre. Fu in questo modo raccolta una grande quantità di oggetti
che dovevano servire per una festa, immaginata da Frà Domenico e dal
Savonarola. Infatti, l’ultimo giorno di carnevale (7 febbraio), niuno
pensava più alle solite orgie pagane, ma tutti s’erano apparecchiati
ad una solennità religiosa. Nella mattina, uomini, donne e bambini
assistevano ad una solenne messa del Savonarola, e si comunicavano per
le sue mani. Tornati alle loro case, e fatto un desinare assai frugale,
andavano il giorno tutti uniti in una grande processione per la città.
Portavano innanzi a loro un Gesù bambino, il quale, opera bellissima
del Donatello, era sostenuto sopra quattro angeli, e colla sinistra
accennava ad una corona di spine, mentre con la destra era in atto di
benedire il popolo. Seguiva dietro la gran moltitudine: alcuni erano
vestiti di bianco; la più parte avevano in mano croci rosse e rami
d’ulivo; cantavano inni religiosi e laudi spirituali. I limosinieri
giravano intorno con vassoi d’argento, accattando pei Buonuomini di
San Martino, che ricevettero in quel giorno maggiore limosina che
non avevano fatto in tutto l’anno. Arrivata finalmente la processione
nella piazza, vi trovarono una gran piramide ottangolare, che sorgeva
all’altezza di 30 braccia e girava nella base braccia 120. Era spartita
in 15 scalini, sopra i quali erano depositate tutte le vanità raccolte
nel carnovale, la cui mostruosa immagine fu posta sulla cima della
piramide: l’interno di essa era tutto pieno di materie infiammabili.
La folla riempì subito la piazza, ed i fanciulli furono disposti
parte sulla ringhiera, parte sotto alla loggia dei Lanzi, continuando
sempre a cantare canzoni religiose ed invettive contro al carnovale.
Dato un segnale, i quattro custodi misero il fuoco ai quattro angoli
della piramide: il fumo e le fiamme si alzarono subito al cielo; le
trombe della Signoria sonarono, sonarono le campane di Palazzo; e la
moltitudine levò un tal grido di gioia, che parve quasi fosse spento in
quel giorno il nemico del genere umano. Così finiva la processione ed
il carnevale dell’anno 1497.[540]

Quelli che sparlavano d’ogni cosa diretta o consigliata dal Savonarola
e dai frati di San Marco, non potevano, certo, restarsi dallo sparlare
contro la distruzione di quegli oggetti, e dal dire che assai meglio
si sarebbero venduti per darne il valore ai poveri.[541] È singolare,
però, che negli antichi storici si trovi appena qualche rara memoria
di queste accuse; e che nel numero, quasi infinito, di quegli scritti
in difesa o in detrazione del Savonarola, nei quali s’era preso ogni
argomento per muovergli ingiurie, questo solo sembra essersi affatto
tralasciato. Così non è avvenuto presso i moderni.

Quando incominciò a rinascere l’amore delle cose antiche, quando questo
amore crebbe sino al fanatismo, in maniera da far credere che noi non
fossimo destinati ad altro ufficio che a pubblicare antichi codici e
restaurare antichi quadri o monumenti; allora il _bruciamento delle
vanità_ divenne un argomento rettorico per chiunque discorreva di quei
tempi. Il nome di superstizioso, di barbaro e distruttore delle nostre
antiche grandezze, venne profusamente dato al Savonarola. Un antico
manoscritto era smarrito? Si affermava subito bruciato dal Savonarola.
Un’edizione del Boccaccio diveniva rarissima? Ognuno assicurava che
era stata dal Frate distrutta.[542] Fu perduta un’antica statua? Niuno
dubitò che i Piagnoni l’avessero annichilata nel bruciamento delle
vanità.

Ma qual fuoco dovette essere quello che bruciava statue di marmo?
Era egli credibile che i fanciulli potessero raccogliere una intera
edizione del Boccaccio? Il soggetto, però, si prestava così bene
alla rettorica, secondava così mirabilmente le passioni del pubblico,
che pochi sapevano resistere alla tentazione di ergersi a difensori
dell’antica grandezza dei nostri monumenti, di fare una lunga orazione
sopra i funesti effetti del fanatismo. E bisogna notare che il primo
innocente autore di questi eccessi, fu il Burlamacchi medesimo,
il quale, con una ingenuità sua propria, si fermò lungamente a
raccontare e colorire ed esagerare quel _bruciamento_, come un’opera
tutta religiosa, tutta cristiana: a lui non pareva mai di aver detto
abbastanza, quando si trattava d’esaltare il santo zelo del suo eroe.
Nondimeno, le sue parole non erano tali da dare appiglio all’eccesso
cui arrivarono i moderni scrittori; giacchè, fra i molti oggetti di
valore che menziona quel biografo, non riuscì a determinarne alcuno
di cui si dovesse veramente deplorare la perdita.[543] Se non che,
alla fine della sua narrazione, il Burlamacchi, tutto esultante,
conclude: che avendo un mercatante veneziano offerto per quegli oggetti
la somma di 22,000 fiorini, il suo ritratto venne posto sulla cima
della piramide, accanto alla immagine del Carnovale, e fu con essa
bruciato. Una somma così ingente e quasi favolosa, dava libero gioco
alla fantasia, e permetteva facilmente d’immaginare la perdita di ogni
oggetto più prezioso.

Avendo, dunque, amici e nemici del Savonarola, per opposte ragioni,
ugualmente esagerato in questa materia, divenne assai difficile
determinare i giusti limiti del vero. Si doveva, però, considerare che
sebbene il Burlamacchi sia assai diligente nel raccontare i fatti che
egli vide o sentì ripetere da testimoni oculari, è sempre inesatto ed
esagerato in tutte le cifre che riporta. Quando egli ci parla della
processione dei fanciulli, ne fa ascendere il numero quasi a tutta
la popolazione di Firenze; quando ci parla di limosine raccolte, le
cifre che menziona vanno sempre al di là del verosimile. Gli anni e
le date sono poi sbagliate in maniera, che da questo principalmente
nacque quella tanta confusione nello scrivere la vita del Savonarola,
di cui bisognò rifare tutta la cronologia sopra i documenti originali.
Che peso, adunque, possono avere dei giudizi fondati sopra una cifra
addotta da tale scrittore? Che logica è quella che vuole in questo caso
credere alle cifre del Burlamacchi, quando è stato forza discredergli
in tutti gli altri? Ed è poi credibile che il Savonarola avesse
potuto bruciare delle statue o dei codici preziosi, quando gl’Italiani
facevano lunghi e pericolosi viaggi per ricercarli, spendevano la vita
e la fortuna per averli? È egli credibile che, nel secolo di Marsilio
Ficino e d’Angelo Poliziano, nessuna voce si levasse a condannarlo?
e che il Nardi, traduttore di Livio e così caldo ammiratore degli
antichi, accennasse con tanta noncuranza a quei pochi che mormoravano?

Ma nel respingere le strane esagerazioni, noi non vogliamo
assolutamente negare l’esistenza d’un fatto di cui cerchiamo piuttosto,
determinare il giusto valore. Quali fossero _le vanità_ in quella
occasione bruciate, noi non sappiamo; ma certo la più parte dovettero
essere abiti, maschere ed altri oggetti carnevaleschi;[544] giacchè
il bruciamento era stato immaginato, solo per distruggere il giuoco
dei sassi, e metter fine alle antiche feste del carnovale. Crediamo
pure, che a manifestare la sua disapprovazione contro il mal costume
dei tempi, avesse il Savonarola fatto bruciare qualche copia di quel
_Decamerone_ che era allora divenuto lettura favorita delle suore
nei chiostri, e di quei poeti più osceni che andavano per le mani
dei fanciulli e delle donne, e contro i quali egli aveva fulminato
nelle sue prediche con parole assai energiche. Nè di queste cose
intendiamo scusarlo affatto; ma, se il dotto può lamentare la perdita
di qualche volume, se il filosofo deplora l’umana debolezza che spesso
combatte gli errori con altri errori, e ad un fanatismo ne oppone
un altro; la storia deve rammentare che tale fu sempre il carattere
degli uomini animati da un forte, da un eccessivo zelo di religione.
Che cosa, infatti, non distrussero gl’iconoclasti in Oriente, o i
primitivi Cristiani a Roma? Nè si adduca contro al Savonarola la
progredita civiltà dei tempi; giacchè, nel secolo dipoi, niuna chiesa
e niun quadro resisteva in Germania ed in Olanda alla furia, ben
altrimenti devastatrice, dei distruttori delle immagini. Non era
forse contemporaneo di Leone X e Francesco I, quel Giovanni Calvino,
d’ingegno senza dubbio cultissimo e d’animo ferreo; il quale, fattosi
anch’egli capo d’una repubblica, senza il merito d’averla fondata,
e chiamandosi banditore di libertà e di tolleranza, non solo puniva
severamente i bestemmiatori e chi lavorava la domenica, ma anche
imprigionava le donne per la poco modesta acconciatura dei loro
capelli.[545] Non era egli che, nell’anno 1553, bruciava a Ginevra
l’innocente ed infelice Serveto?

Ma perchè andiamo noi risvegliando queste tristi memorie del passato,
che umiliano tutte ugualmente il cuore dell’uomo? Per difendere il
Savonarola, noi non abbiamo bisogno di ricorrere a questi esempi
di fanatismo religioso. Quando le ragioni da noi già addotte non
bastassero a provar falsa l’accusa di barbaro distruttore, basterebbero
allora i fatti; fra i quali uno che avvenne nel tempo medesimo di
questi bruciamenti, è tale che può mettere per sempre termine alla
disputa.

Noi abbiamo visto in che grandi strettezze si fosse trovata la
repubblica negli anni passati. Per queste ragioni, dovette decidersi
a porre in vendita la biblioteca dei Medici, la quale, dopo che essi
furono cacciati, era stata insieme coi loro beni confiscata. Ma le
strettezze dei privati cittadini non essendo punto minori di quelle
della repubblica, nasceva il pericolo che quella stupenda collezione
dovesse andare dispersa, o forse anche cadere in mano straniera;
giacchè molti erano i creditori dei Medici; e fra gli altri, v’era
l’ambasciatore francese, messer Filippo di Comines, che faceva adesso
valere un suo credito di mille fiorini. Per buona fortuna, potevano
i frati di San Marco disporre d’una forte somma di danaro; perchè
essi si trovavano ora appunto in sul finire la vendita dei loro beni,
secondo i consigli di povertà dati dal Savonarola. Qual più bella
occasione, pensò questi allora, per mettere a profitto ciò che se ne
era riscosso? Comprando quella ricchissima collezione di codici, egli
la salvava dalla dispersione e dal pericolo d’andare in mano straniera;
l’avrebbe messa nella biblioteca del convento, la sola in Italia che
stesse aperta al pubblico; e nel medesimo tempo, veniva, coi danari
cavati dalla vendita di tutti i beni, ad aiutare la repubblica nelle
sue grandi strettezze. Quale uso più nobile e più santo dei loro averi
potevano fare i frati di San Marco?

Essi, adunque, comprarono quei libri per la somma di tremila fiorini,
pagandone subito due mila, che già avevano; e per gli altri mille, ne
restarono debitori sino al gennaio 1498, quando, avuta in aiuto la
firma di Bernardo Nasi, s’obbligarono di pagarli fra diciotto mesi
a Filippo di Comines, sperando che in un’opera di pubblica utilità,
sarebbero aiutati da tutti gli amici e parenti. E tutto ciò aveva
luogo in quegli anni medesimi, in cui veniva distrutto il Carnovale
mediceo; e quei contratti si facevano nel tempo medesimo in cui seguiva
il tanto vituperato _bruciamento delle vanità_. Così il Savonarola
impiegava il provento di tutti i beni del suo convento, gravandolo
anche di un fortissimo debito, per salvare al mondo quella stupenda
collezione _Laurenziana_, che oggi forma una delle più belle maraviglie
di Firenze, ed era allora la più compiuta e preziosa raccolta di
autori greci e latini che si conoscesse in Europa. Tale fu colui che
molti vorrebbero chiamare barbaro frate, bruciatore di codici antichi,
distruttore di quadri e di statue![546]

Ma se il nostro Frate portò tanto amore agli antichi codici, non fu
minore la sua ammirazione per le arti belle. Infatti, non era egli che
fondava le scuole di disegno in San Marco? che voleva fare delle arti
belle la professione dei suoi novizi, per sostenere col lavoro le spese
del convento, senza bisogno di limosine? Non era egli forse circondato
sempre dalla schiera eletta dei migliori artisti del suo secolo?
L’affezione ch’ebbe per lui Frà Bartolommeo della Porta, il quale
per quattro anni dopo la morte del suo maestro non potè riprendere i
pennelli, è nota al mondo.[547] Tutti i Della Robbia furono devoti
al Savonarola; due di essi vestirono l’abito per le sue mani, e la
devozione al suo nome rimase per molti anni tradizionale in quella
famiglia. Di Lorenzo di Credi dice il Vasari, che «fu partigiano della
setta di Frà Girolamo;» del Cronaca racconta, «che gli era entrata
in capo tanta frenesia delle cose del Savonarola, che d’altro che di
quelle non voleva ragionare;» e Sandro Botticelli fu tra i primi di
quelli che illustrarono con belle incisioni i suoi scritti. Ma basterà
per tutti il nome di Michelangiolo Buonarroti, di cui è noto che fu dei
più costanti uditori alle prediche del Savonarola; che le rileggeva
di continuo nella sua vecchiezza, rammentando sempre la potenza che
avevano avuto il gesto e la voce di quel frate.[548] E sugli spaldi
di San Miniato al Monte, dove il Buonarroti difendeva la Repubblica
risorta (1527-30), non dimostrava egli di aver profittato di quelle
prediche?

In vero, tanto furono ingiuste le accuse di coloro che dissero il
Savonarola poco amico delle arti belle, che un eloquente scrittore
francese volle prenderne la difesa.[549] Se non che, egli dominato
soverchiamente dall’amore del soggetto e dallo spirito di sistema,
trascorse assai i limiti del vero, e rese così meno efficace la sua
giusta e nobile difesa. Egli volle vedere nel Savonarola un caposcuola
della pittura italiana, ed un restauratore di quella che chiamò _arte
cristiana_. Trasformò tutti gli artisti che erano stati suoi ammiratori
in altrettanti discepoli di quella scuola, a fondar la quale, quando
pure il Savonarola avesse avuta l’attitudine, gli sarebbe certamente
mancato il tempo e il modo; perchè, come egli stesso ripete più volte,
l’agitazione soverchiante della vita politica e religiosa gli fece
trascurare ogni altro studio, ogni altra occupazione.

Ma qui, il soggetto stesso ci porta ad esaminare quali fossero le idee
del Savonarola intorno al bello, perchè esse furono parte non piccola
nè dimenticabile de’ suoi pensieri. La mente di quel frate si allargava
sopra un campo vastissimo: colla sua filosofia egli abbracciava lo
scibile intero, ed ovunque fermava lo sguardo, gli sorgevano innanzi
concetti nuovi ed originali. Noi incominciamo col raccoglierne alcuni
dalle sue prediche. «In che consiste la bellezza? — Nei colori? —
No. — Nella effigie? — No. — Ma la bellezza è una forma che resulta
dalla corrispondenzia di tutte le membra e dei colori..., e questo è
nelle cose composte: nelle semplici, poi, la bellezza loro è la luce.
Vedete il sole e gli astri, la bellezza loro è aver luce; vedete li
spiriti beati, la loro bellezza consiste nella luce; vedete Iddio, che
è luce, egli è la stessa bellezza.[550].... Così la bellezza dell’uomo
e della donna, quanto è più simile alla prima bellezza, tanto è
maggiore e più perfetta. Ma che cosa è, dunque, questa bellezza? Essa
è una qualità che risulta dalla proporzione e corrispondenzia delle
membra e delle parti del corpo. Tu non dirai che una donna sia bella
per avere uno bello naso e belle mani; ma quando vi sono tutte le
proporzioni. Donde viene questa bellezza? Se vai investigando, vedrai
che è dall’anima....[551] Togli qua due donne di pari bellezza; l’una
sia buona, costumata e pura; l’altra diventi meretrice: vedrai in
quella buona rilucere una bellezza quasi angelica; ed in quell’altra,
benchè sia formosa, non vi sarà comparazione con quella buona e
costumata....[552] Vedrai che quella santa sarà tanto più amata da
ciascuno, e tutti gli occhi saranno volti a lei, _etiam_ degli uomini
carnali.[553]

»E questo nasce perchè l’anima buona partecipa della bellezza di Dio,
e diffonde nel corpo la sua celeste bellezza. Leggiamo della Vergine,
che, per la sua grande bellezza, gli uomini che la vedevano, stavano
stupefatti; e, nondimeno, per la tanta santità che riluceva in lei,
non fu mai alcuno che avesse verso lei mala volontà; anzi ciascuno
l’aveva in reverenzia.» Da ciò il Savonarola pigliava argomento per
rivolgersi alle donne, e condannare quel bello esterno e materiale
a cui esse andavano dietro, trascurando la bellezza spirituale,
che sola egli teneva in pregio. «Donne che vi gloriate dei vostri
ornamenti, dei vostri capelli, delle vostre mani; io vi dico che voi
siete tutte brutte. Volete voi vedere la vera bellezza?» «Abbiate cura
a una persona divota, uomo o donna, che sia di spirito; abbiategli
cura, dico, quando è in orazione, e quando gli viene quel caldo della
bellezza divina, e quando e’ torna dalla orazione: vedrete la bellezza
di Dio rilucere in quella faccia, ed uno viso quasi angelico.»[554] Si
volgeva poi agli artisti, i quali nel ritrarre i Santi e la Vergine,
non solamente si perdevano dietro alle svariate fogge di vestimenti,
ma in luogo di ricercare la nobile e santa espressione d’un tipo
elevato e sublime, ritraevano assai spesso da persone note a tutti per
mala vita, per costumi osceni e scandalosi. «E li giovani vanno poi
dicendo a questa donna ed a quell’altra: costei è la Maddalena, quello
è san Giovanni, ecco la Vergine; perchè voi dipingete le loro figure
nelle chiese, e questo è in grande dispregio delle cose divine. Voi
dipintori fate male assai; e se voi sapeste, come so io, lo scandalo
che ne segue, certo nol fareste.» «Voi mettete tutte le vanità nelle
chiese: credete voi che la Vergine Maria andasse dipinta a questo modo
come voi la dipingete? Io vi dico che ella andava vestita come una
poverella.»[555]

E queste idee, che si trovano spesso ripetute nelle prediche del
Savonarola, formano parte integrante di tutto un sistema. Egli volle
sempre il trionfo del cristianesimo e delle cose spirituali; e quindi
nell’arte, nei costumi, nella politica, in ogni cosa, quello era il suo
fine. Ma per meglio conoscere la sua estetica, noi dobbiamo esaminare
l’operetta che scrisse intorno alla poesia. Essa ebbe origine in questo
modo. Il Savonarola, nel calore della sua eloquenza, s’era assai spesso
lasciato trascinare ad usar parole molto severe, e qualche volta
forse anche eccessive, contro i poeti osceni, e contro l’abuso che
facevano i predicatori al suo tempo, di riempiere le loro prediche con
citazioni d’autori pagani. Ciò fece subito mormorare contro di lui, che
egli fosse, in generale, poco amico dei poeti e del poetare. Per tal
ragione, Ugolino Verino, uomo dottissimo e suo amico, gli scrisse una
lettera su questo argomento, invitandolo a rispondere ed a mettere in
chiaro le sue idee. Il Savonarola pubblicò, allora, l’operetta intorno
alla _Divisione ed utilità di tutte le scienze_, una parte della quale
era intitolata _Apologetica del poetare_.[556] Scopo dell’autore fu
di provare che egli non dispregiava parte alcuna dello scibile, ma
voleva dare a ciascuna di esse il suo vero luogo. Noi, però, essendoci
altrove occupati intorno alla divisione delle scienze adottata dal
Savonarola,[557] esporremo qui solamente quella parte dell’opera che
tratta della poesia, per metter termine alla quistione discussa in
questo capitolo, colle parole stesse dell’autore. Ma innanzi tutto,
vogliamo osservare, come qui l’autore non accenna mai al fatto del
bruciamento; mentre se vi fosse stato alcun bisogno di difesa, sarebbe
stata in questo luogo non solamente opportuna, ma anche necessaria.

Incomincia, dunque, il Savonarola coll’indirizzare una lettera
al Verino, nella quale dice: «Io non ho mai avuto in animo di
condannare l’arte del poetare, ma solamente l’abuso che molti ne
facevano;[558] sebbene colle parole e cogli scritti si sia da molti
cercato calunniarmi. In verità, io aveva deliberato di non farne caso,
seguendo quel motto che dice: non rispondere allo stolto, secondo
la sua stoltezza; ma ora le tue parole mi fanno prendere la penna.
Non ti attendere, però, da me alcuna eleganza di stile, perchè sono
ormai venti anni, che io ho lasciati tutti gli studi di umanità per
discipline più gravi.» Dopo questo breve preambolo, egli entra in
materia, cominciando primieramente col distinguere la sostanza dalla
forma della poesia. «Alcuni vorrebbero restringerla tutta nella forma,»
egli dice; «ma costoro s’ingannano di gran lunga: l’essenza della
poesia è costituita dalla filosofia stessa; senza di che non ci è
vero poeta. Se alcuno crede che l’arte del poetare insegni solamente
i dattili e spondei, le sillabe lunghe o brevi, e l’ornato di parole;
costui certamente è caduto in un grande errore.»[559] Viene poi a
definire la poesia, secondo un concetto tutto scolastico; dal quale,
però, subito si allontana, per seguire idee più originali. «Il fine
della poesia,» egli dice, «è di persuadere per mezzo di quel sillogismo
che chiamasi esempio, espresso con eleganza di parole, per convincere
e dilettare nello stesso tempo. E perchè la nostra anima si diletta
sovranamente nei cantici e nelle armonie, così gli antichi trovarono
la misura del verso, acciò con questi mezzi gli uomini fossero più
agevolmente spinti alla virtù. Questa misura, però, non è altro che una
pura forma, ed il poeta può discorrere il suo argomento senza metro e
senza verso.[560] Così, infatti, vediamo nella Sacra Scrittura, nella
quale il Signore volle dare la vera poesia della sapienza, la vera
eloquenza dello spirito di verità; onde essa non trattiene gli animi
nella corteccia della lettera, ma subito li riempie di spirito, li
porta alla essenza del vero, e in modo mirabile pasce le menti libere
dalle terrene vanità. A che giova, infatti, quella eloquenza che mai
non può arrivare al fine proposto? A che giova la nave dipinta ed
ornata, che travaglia sempre tra i flutti, e giammai non conduce gli
uomini al porto, anzi se ne allontana sempre? O grande vantaggio delle
anime! dilettare le orecchie del popolo, dare a sè stesso lodi divine,
allegare con labbro rotondo i filosofi, cantare con vana modulazione
i carmi dei poeti, e l’evangelo di Cristo abbandonare o rammentarlo di
rado!»[561]

Dopo avere parlato della poesia in generale, viene a discorrere dei
poeti del suo tempo. «V’è una falsa genía,» egli dice, «di pretesi
poeti, i quali non sanno fare altro che correre dietro alle orme dei
Greci e Romani: vogliono la medesima forma, lo stesso metro; invocano
i loro medesimi Dei, nè sanno usare altri nomi, altre parole che
quelle usate dagli antichi. Noi siamo uomini al pari di loro, ed
avemmo da Dio uguale facoltà di dar nome alle cose che vanno ogni
giorno mutando. Ma costoro si resero schiavi degli antichi, in maniera
che non solamente non vogliono parlare contro la loro usanza; ma
neppure vogliono dire ciò che essi non dissero.[562] E questo non è
solamente un falso poetare; ma è anche una peste perniciosissima alla
gioventù. Io certo m’affaticherei a provarlo, se non fosse più chiaro
del sole: l’esperienza che è l’unica maestra delle cose, ha resi così
manifesti agli occhi di tutti i danni che nascono da questo falso
genere di poetare, che è vano ormai fermarsi a condannarlo.[563] Ma
che diremo noi, quando i pagani stessi condannarono questi poeti? Non
fu quel Platone medesimo che oggi tanto si leva a cielo, colui che
disse necessaria una legge che scacciasse dalle città questi poeti,
i quali coll’esempio e l’autorità di nefandissimi Dei, col solletico
di turpissimi versi, empievano ogni cosa d’ignominiose libidini e
devastazione morale? Che fanno, adunque, i nostri principi cristiani?
Perchè dissimulano questi mali? Perchè non mettono fuori una legge che
scacci dalle città, non solo questi falsi poeti, ma anche i loro libri,
e quelli degli antichi che discorrono di cose meretricie, che lodano i
falsi Dei? Gran fortuna sarebbe se questi libri venissero distrutti, e
vi rimanessero solo quelli che incitano a virtù.»[564]

Queste son di quelle parole, sopra cui molti fondarono le loro accuse
contro al Savonarola: ma noi abbiamo già visto più volte, come esse
non sono che parole, e come nel fatto egli teneva carissimi tutti
i tesori dell’arte antica e moderna; sebbene, trascinato qualche
volta nel calore del discorso, sembrasse trascorrere ad una eccessiva
severità. Questo era, però, divenuto scusabile per la corruzione di
que’ tempi, nei quali s’era abbandonata la vera, la nobile e forte
poesia, onde correre dietro alle oscenità che quasi unicamente si
tenevano in pregio. «Ei vi son pure fra gli antichi;» così continuava
il Savonarola, «di coloro che sdegnarono le cose turpi, che esaltarono
le azioni generose di uomini forti: costoro bene usarono la poesia,
ed io non posso nè debbo condannarli.[565] Nondimeno, anche questi
migliori poeti pagani vanno studiati dopo una sana e ferma educazione
cattolica. Si sottraggano questi libri dagli occhi dei giovanetti, sino
a che essi non abbiano bevuto il primo latte dalle dottrine cattoliche,
e che queste non sieno bene impresse nelle loro tenere menti. Non è di
poco momento il cominciare ad avviare i giovanetti in una via piuttosto
che in un’altra; anzi è molto, anzi è tutto, giacchè il principio è più
che la metà delle cose. Per me, stimo assai meglio avere i Cristiani
ornati di buoni costumi e splendere di minore eloquenza; che vederli, a
cagione della eloquenza, rendersi indegni del nome di Cristo.»[566]

Viene, finalmente, il Savonarola a considerare la poesia in rapporto
alla religione, e dice: «Quando un poeta non volesse cantare altro
che le lodi della religione, potrebbe certamente riuscirle di decoro:
di utile vero non mai. Lo spirito solo vivifica, la lettera uccide:
l’onore e la gloria che cerca il poeta stanno sempre nell’arte che
adopera, non già nel soggetto che tratta: come mai potrà egli, in
questo modo, essere utile alla religione, innanzi a cui ogni altro
umano interesse sparisce? L’esempio d’una poverella ignorante e
semplice, che inginocchiata prega fervidamente, reca agli animi
un utile assai maggiore del poeta o del filosofo che celebrano
pomposamente le lodi del Signore: il cuore di quella è riscaldato dalla
fede; la mente di questi è piena di mondana vanità.»[567]

Di certo, molti potranno trovare questo un modo soverchiamente
esclusivo di considerare le cose: nondimeno, esso parte da una critica
assai più sana di quello che non si crederebbe a prima giunta. L’arte,
in vero, vive in un mondo suo proprio, nel quale ritrova il suo fine
e basta a sè stessa. Coloro che, credendo nobilitarla, l’hanno voluta
ridurre ad esser mezzo di un fine morale, politico o religioso,
l’hanno sempre fatta scendere al grado della prosa. Ed infatti, niun
poema, o quadro, o musica restò mai immortale per lo scopo, quanto si
voglia nobile e generoso, che s’era proposto; mentre parecchi lavori
valicarono secoli di molte civiltà, sebbene si fossero proposto un fine
assai poco lodevole. Onde il Savonarola non ebbe già un concetto poco
adequato dell’arte; egli anzi ne aveva compreso la vera indole: il suo
torto fu, piuttosto, di avere qualche volta troppo poco considerato
quanto la coltura della mente nobiliti il cuore, e come il mondo
dell’arte sublimi gli animi. Egli, allora, si scagliava con parole
troppo severe contro quella filosofia nella quale era così valente,
contro quella poesia che pure aveva tanto amata. Ma andarono assai
lungi dal vero coloro che vollero crederlo insensibile alla sublime
armonia del vero, all’arcana musica del bello. Chi, infatti, gli
diè conforto e coraggio nelle dure prove della giovanezza, se non la
filosofia? Chi fu confidente de’ suoi primi dolori, se non la musica
e la poesia? I suoi versi attestano ch’egli non fu indegno cultore di
quelle muse, di cui alcuni lo vorrebbero chiamare cieco dispregiatore.
E se essi non meritano sempre il nome di vera poesia; non pérdono,
però, mai una loro particolare originalità ed altezza di concetti, che
li rende preziosi a conoscere la nobiltà dell’animo di chi li scrisse:
onde noi veniamo ora a prenderli in esame.

Sebbene questi versi trattino sempre soggetti religiosi, pure si
dividono in due ordini assai diversi, e confermano singolarmente ciò
che il Savonarola aveva detto intorno all’indole ed ai vari generi
della poesia. Egli scrisse le _Canzoni_ principalmente nella sua
giovinezza, quando ancora non era divenuto estraneo al mondo, quando
amava ardentemente le lettere, e scriveva solo per dare sfogo alla
piena degli affetti interni. Le _Laudi spirituali_, che sono in
assai maggior numero, furono scritte in età più matura, con un fine
unicamente religioso, e per combattere i Canti Carnascialeschi, che
avevano allora grandissima voga nel popolo. In queste _Laudi_, noi
sentiamo subito d’esser fuori del libero campo dell’arte e della
poesia: il metro, la forma e, quasi, le idee stesse vengono suggerite e
determinate da un’altra poesia colla quale si mettono in opposizione.
L’autore scrive sulla stessa musica dei Canti Carnascialeschi; ne
segue l’andamento, e cerca di mettere a contrasto con ognuna di
quelle bestemmie, una parola di religione e di fede. E così, postosi
volontariamente sopra un letto di Procuste, viene dallo stesso
antagonismo obbligato ad imitare quei versi che sono poveri d’idee
e pieni d’artificiosi concetti; onde è costretto ad una miserabile
industria di parole e di sofismi. Non è, quindi, da maravigliarsi se
in queste _Laudi_ non si trovi la vera poesia: si potrebbe piuttosto
notare che esse conservano, quasi sempre, una certa temperanza, un
certo decoro e buon senso. Quando Girolamo Benivieni, poeta al suo
tempo famoso, volle tentare lo stesso genere di poesia,[568] egli
balestrò, assai spesso, non solamente fuori dell’arte, ma anche del
senso comune; e cantando la gioia ed il sollazzo di divenir pazzo per
amor di Gesù,[569] poteva dar nome di poesia a questi versi:

    To’ tre once almen di speme,
      Tre di fede e sei d’amore,
      Due di pianto, e poni insieme
      Tutto al foco del timore:
    Fa dipoi bollir tre ore;
      Premi, in fine, e aggiungi tanto
      D’umiltade e dolor, quanto
      Basta a far questa pazzía.[570]

Vicino a questi versi, le Laudi del Savonarola risplendono di bellezza:
il concetto ne è più semplice, il sentimento più spontaneo, lo scopo
più pratico e morale. Ne riportiamo una, che fu scritta nello stesso
anno in cui si formava il nuovo governo:

    Viva, viva in nostro core
    Cristo re, duce e signore!

    Ciascun purghi l’intelletto,
    La memoria e volontade,
    Del terrestre e vano affetto:
    Arda tutto in caritade,
    Contemplando la bontade
    Di Gesù re di Fiorenza;
    Con digiuni e penitenza
    Si riformi dentro e fore.

    Se volete Jesù regni,
    Per sua grazia in vostro core,
    Tutti gli odii e pravi sdegni
    Commutate in dolce amore;
    Discacciando ogni rancore,
    Ciascun prenda in sè la pace:
    Questo è quel che a Gesù piace.
    Su nel Cielo e qui nel core.[571]
    . . . . . . . . . . . . . .

Parecchie furono le Laudi che scrisse il Savonarola, ed alcune se ne
trovano tuttora inedite: ma queste aggiungono assai poco al suo nome di
poeta; perchè, oltre ad avere tutti i medesimi difetti delle altre, vi
mancò l’ultima mano dell’autore, e restarono, perciò, incompiute.[572]

Quando, però, il Savonarola abbandona quei vincoli e quella servitù
che il soggetto stesso delle Laudi gl’imponeva; quando i suoi versi non
debbono essere mezzo e strumento d’uno scopo estraneo alla poesia, e la
voce esce libera e spontanea dal petto suo; allora egli può dire: «Son
poeta anch’io.» Questo gli avvenne più volte nelle sue Canzoni, scritte
quasi tutte nella prima giovanezza; quando l’animo ancora travagliato
dalle passioni, non era stato rapito in quei celesti diletti che
gli fecero soverchiamente disprezzare il mondo. In quelle _De ruina
Ecclesiæ_ e _De ruina mundi_, noi già ammirammo una rozza vigoria, ed
un poetare, sebbene trascurato nella forma, pure energico e forte. In
altre Canzoni troviamo, invece, che non manca una gran delicatezza di
sentire, espressa non senza eleganza di forma; come si può vedere in
alcune parti di quella che incomincia:

    Quando il soave e mio fido conforto,
      Per la pietà della mia stanca vita,
      Con la sua dolce citara fornita
      Mi trae dall’onde al suo beato porto,
      Io sento al core un ragionare accorto.

E così nell’altra a Santa Maria Maddalena,[573] nella quale è
descritto, con molto affetto, la Santa che viene rapita in cielo da
Gesù Cristo:

            E tutto il suo cor arde,
    E nell’amor di Dio non si raffrena.

Ma per dare un esempio di queste Canzoni, ne portiamo, per intero,
una che fu scritta in lode di Caterina de’ Vegri, nata l’anno 1463, e
canonizzata poi dalla corte di Roma nel 1724.

I.

    Anima bella, che le membra sante,
      Salendo al ciel, abbandonasti in terra,
      Per far fede fra noi dell’altra vita;
      Or ch’è fornita pur la lunga guerra,
      Ove giammai non fusti isbigottita,
      Nè mai voltasti al Sposo tuo le piante;
              Sei gita a lui davante
      Col cor pudico e con la mente pura,
      Per trionfar della tua gran vittoria,
               In sempiterna gloria,
      Fuor di quest’aspra e cieca vita dura,
      Là dove ormai con Cristo sei secura.

II.

    Il sacro corpo ben dimostra quanto
      Esaltata t’ha Iddio nell’alto cielo:
      È la virtude che fra noi si vede,
      Spirto gentil, esempio al mondo felo,
      Fiamma celeste alle coscienze frede,
      E degli afflitti è refrigerio santo!
               Chi con devoto pianto
      A te s’inchina, Vergine beata,
      Sciolto riman da mille pensier frali;
               Perchè quanto tu vali
      Dinanzi a Cristo, o sposa coronata,
      Il ciel il vede e ’l mondo ove sei nata!

III.

    Da mille parti, sol per fama, core
      Diverse genti a rimirar le membra
      Che, essendo spente, par che viva ancora,
      E del suo spirto par che si rimembra.[574]
      Ogn’uomo il vede, quivi ogn’uom l’adora,
      E pien di maraviglia gli fa onore.
               Deh! qual selvaggio core
      Non lacrimasse forte di dolcezza,
      Vedendo l’opre sante e l’umil viso?
               Se, adunque, è un paradiso
      Il corpo al mondo e tanto qui si prezza,
      Che ha a veder di spirto la bellezza?
    O felice alma, che giammai non torse
      Il santo piè dal dritto suo cammino,
      Sempre sprezzando quel che ’l mondo brama!

Se non andiamo errati, in questa canzone è una grande delicatezza
di squisito ed affettuoso sentire. In generale, però, è ben vero che
volendo giudicare i componimenti poetici del Savonarola solamente dal
lato dell’arte, dovremmo assai spesso esser molto severi; perchè v’è
una soverchia e continua negligenza della forma, ed il concetto stesso
di rado si eleva all’altezza d’una vera creazione poetica. Nondimeno,
questa lettura ci accresce sempre la stima dell’autore; perchè quando
la vera poesia manca ne’ suoi versi, noi la troviamo nel suo cuore;
essa non è in lui disciplina della mente, ma vita e realtà dell’animo.
Trasparisce, è vero, a balzi e di rado; ma pure, vien fuori tanto più
luminosa, quanto meno l’autore sembra esserne consapevole.

Il Savonarola dettò ancora alcuni componimenti latini, i quali, sebbene
non serbano nessuna misura di verso, si possono chiamare poesia, in
quanto che prendono a modello i Salmi. In uno di essi egli celebra le
lodi del Signore, e dice: «Io ti cercai per tutto, ma non ti trovavo.
Interrogai la terra: Sei tu il mio Dio? E mi rispose: Talete s’inganna;
io non sono il tuo Dio. Interrogai l’aria, e mi rispose: Ascendi ancora
più alto. Interrogai il cielo, le stelle, il sole; e mi risposero:
Colui che ci ha fatto dal nulla, quegli è Iddio; esso empie il cielo
e la terra, esso è nel tuo cuore. Io, adunque, o Signore, ti cercavo
lontano, e tu eri vicino. Interrogai allora gli occhi, se tu eri
entrato per essi; e risposero di non conoscere che i colori. Interrogai
l’orecchio, e rispose di non conoscere che il suono. I sensi, adunque,
non ti conoscono, o Signore; tu sei entrato nell’anima mia, tu sei nel
mio cuore, ed operi in me quando io faccio le opere di carità.»[575]
E così vi è sempre, in ciò che scrive il Savonarola, qualche cosa che
lo spinge in alto: vi è una santa e nobile aspirazione che, rompendo
l’involucro d’una forma spesso ostinatamente ribelle, ci fa sentire la
sua grandezza morale; ed obbliga ciascuno a riconoscere, che se egli
non era sempre poeta, poteva però esser sempre soggetto d’altissima
poesia.


  FINE DEL VOLUME PRIMO.




INDICE DEL VOLUME PRIMO.


  LIBRO PRIMO.

  La gioventù del Savonarola, ed i suoi primi lavori. [1452-1494.]

  CAPITOLO
     I.  Dalla nascita del Savonarola, alla sua entrata
           nel chiostro.                                    Pag.   1
    II.  Dalla sua entrata nel chiostro, sino alla prima
           venuta in Firenze.                                     21
   III.  Lorenzo il Magnifico e i Fiorentini del suo tempo.       37
    IV.  Marsilio Ficino e l’Accademia Platonica.                 49
     V.  Primo soggiorno in Toscana, viaggio in Lombardia,
           ritorno a Firenze.                                     67
    VI.  La filosofia del Savonarola.                             84
   VII.  I primi opuscoli religiosi del Savonarola, e la
           sua interpretazione della Bibbia.                     101
  VIII.  Il Savonarola si dimostra avverso a Lorenzo il
           Magnifico. Predica sulla prima Epistola di
           San Giovanni.                                         118
    IX.  Morte di Lorenzo de’ Medici e d’Innocenzo VIII;
           elezione d’Alessandro VI. Viaggio del Savonarola
           a Bologna: separazione di San Marco dalla
           Congregazione Lombarda: riforma del Convento.         135
     X.  Il Savonarola espone i punti principali della sua
           dottrina, nell’Avvento del 1493: predice la
           venuta dei Francesi, nella Quaresima del 1494.        159

  LIBRO SECONDO.

  Il Savonarola entra nella vita politica. [1494-1495.]

  CAPITOLO
     I.  La venuta dei Francesi in Italia.                  Pag. 177
    II.  I Medici sono cacciati da Firenze. Il Savonarola
           va ambasciatore al campo francese.                    195
   III.  Sollevamento di Pisa. Entrata di Carlo VIII in
           Firenze; suo trattato colla repubblica, e
           partenza.                                             211
    IV.  Condizione politica di Firenze, dopo la partenza
           dei Francesi. Il Savonarola propone la forma
           del nuovo governo.                                    228
     V.  Formazione del nuovo governo per opera del
           Savonarola. Si costituisce il Consiglio
           Maggiore ed il Consiglio degli Ottanta: si
           riordinano le gravezze, riducendole tutte alla
           Decima o imposta fondiaria. Discussione nella
           quale si vince la legge che decreta la pace
           universale, e l’appello _delle sei fave_, o sia
           l’appello dagli Otto al Consiglio Maggiore. Si
           stabilisce il tribunale della Mercatanzia, o di
           Commercio: gli Accoppiatori depongono il loro
           ufficio: i Parlamenti sono aboliti: si fonda il
           Monte della Pietà. Opinione dei politici italiani
           sulle riforme operate dal Savonarola.                 252
    VI.  Le profezie e gli scritti profetici del Savonarola.     289
   VII.  Vari partiti si cominciano a scorgere in Firenze.
           Il Savonarola predica nelle feste, _sopra i Salmi_;
           nella quaresima, incomincia colle prediche
           _sopra Giobbe_ la riforma generale dei costumi,
           ed ottiene grandissimo successo. Conversione
           di Frà Benedetto.                                     309

  LIBRO TERZO.

  Il Savonarola in lotta con Roma. Pericoli della Repubblica
    Fiorentina. [1495-97.]

  CAPITOLO
     I.  Carlo VIII ritorna in Francia. Gli alleati aiutano
           Piero de’ Medici a tentare il suo ritorno in
           Firenze. Il Savonarola predica contro la
           tirannide e contro i Medici: questi vengono
           respinti.                                        Pag. 335
    II.  Il Savonarola è invitato a Roma con un breve del
           papa: sua risposta. Un nuovo breve gli sospende
           la predicazione; ma i Dieci ne ottengono dal
           papa la revoca. Viene offerto al Savonarola il
           cappello cardinalizio, ed egli lo rifiuta.            354
   III.  Il Savonarola ritorna sul pergamo, e predica la
           quaresima del 1496.                                   377
    IV.  Scritti diversi intorno alla dottrina del
           Savonarola. Lettere che gl’indirizzano vari
           principi, e sue risposte. Colloquio del Papa
           coll’ambasciadore fiorentino. Il Savonarola
           ritorna sul pergamo, e predica nelle feste
           _sopra Rut e Michea_.                                 397
     V.  Strettezze della repubblica, e rovesci nella
           guerra contro Pisa. Morte di Piero Capponi.
           Minacce degli Alleati, che chiamano
           l’imperatore Massimiliano in Italia. Nuovi
           brevi del papa contro al Savonarola, e sue
           risposte. La repubblica assediata in Livorno
           dagl’Imperiali e dagli Alleati. Il Savonarola,
           intanto, ritorna sul pergamo. Si scampa
           maravigliosamente da ogni pericolo.                   425
    VI.  Francesco Valori, eletto Gonfaloniere, propone
           delle nuove leggi. Si celebra il carnevale col
           _bruciamento delle vanità_. I Frati di San Marco
           comprano la libreria dei Medici. Idee del
           Savonarola intorno al bello; sua difesa della
           poesia; suoi componimenti poetici.                    457




=Errata-corrige.=

                              _Errori._          _Correzioni._

  Vol. I, pag. 203, nota 1.  mutava ogni        mutava ogni due
                               giorno             o tre giorni,
                                                  ed anche ogni
                                                  giorno.




NOTE:


[1] _Practica de ægritudinibus; De pulsibus; Canonica de Febribus_.
Scrisse anche un trattato d’igiene: _Trattato utilissimo di molte
regole per conservare la sanità, dichiarando qual cose sieno utili da
mangiare e quali triste_. In Vinegia, 1554.

[2] Frà Benedetto, _Vulnera diligentis_ MS. Bibl. Magliab., Cl. XXXIV,
cod. 7, nel principio. Di questo amico e discepolo del Savonarola
avremo altrove occasione di parlare. Il _Vulnera diligentis_ è un
opuscolo in cui si difende la vita e la dottrina del Savonarola, e vi
si danno spesso notizie preziose.

[3] Furono: Ognibene, che si dette alle armi; Bartolommeo, di cui non
si conosce bene la professione; Girolamo; Marco, che col nome di Fra
Maurelio vestì poi l’abito di San Marco per le mani del fratello;
Alberto, che si distinse nella medicina. Delle donne, Beatrice
restò sempre nella casa paterna; Chiara invece si maritò, ma rimasta
vedova tornò anch’essa a vivere colla madre ed il fratello Alberto.
Burlamacchi, _Vita del Savonarola_. Lucca 1764, p. 3. Questo scrittore
fu frate di San Marco, e conobbe il Savonarola: Gio. Franc. Pico della
Mirandola, autore anch’esso d’una vita del Savonarola, ne fu pure amico
ed ammiratore; onde queste due biografie sono la sorgente principale di
tutte le notizie intorno al Savonarola.

[4] L’anno preciso è incerto. Il Fossi (_Catalogo_) dice: «Eius obitus
contigisse videtur circa finem anni 1461, vel tardius.»

[5] Jo. Franc. Pici, _Vita_ ec.; Parisiis 1674, p. 9.

[6] Frà Benedetto, _Vulnera diligentis_, MS. lib. I, cap. VIII.
Burlamacchi, _Vita_ ec.

[7] Tanti almeno gliene dánno gli storici.

[8] Muratori, _Antichità Estensi_; Sismondi, _Hist. des Répub. Ital_.,
chap. LXXVIII; Litta, _Famiglie italiane_; Tiraboschi, _Storia della
Letteratura_, tomo VI, cap. II.

[9] Lettera al padre.

[10] Il Meier ha stampato invece _chi_; meglio forse per la grammatica,
ma non è secondo l’originale. A questo autore si deve però l’onore di
avere il primo pubblicate le poesie del Savonarola, nell’appendice alla
sua pregevolissima biografia dello stesso; lavoro quasi non conosciuto
in Italia. _Girolamo Savonarola aus grossen Theils handschriftlichen
Quellen dargestellt von Fr. Karl Meier; Berlin 1836_. Per le poesie del
Savonarola, vedi l’edizione di Firenze 1847.

[11] Burlamacchi, p. 5; Jo. Franc. Pici, _Vita_ etc., p. 9.

[12] Questo amore del Savonarola, lungo tempo sconosciuto, vien
raccontato da frà Benedetto, _Vulnera diligentis_, MS. lib. I, Cap. IX.
Ed anche qui dobbiamo rendere giustizia al Meier, che è stato primo a
servirsi e valutare l’importanza di questi scritti di frà Benedetto;
sebbene assai più tardi furono ritrovati in Italia, e fatti conoscere
come cosa nuova da chi non avea letto il Meier.

[13] Nella medesima poesia, _De ruina mundi_.

[14] Vedi la lettera del Savonarola al padre, della quale or ora
parleremo.

[15] Il Savonarola stesso riferisce questo fatto nelle sue prediche,
dicendo che _una parola_ gli rimase così fortemente impressa nel cuore,
da non poterla mai più dimenticare, e dopo un anno era frate. Su questa
parola però egli tenne sempre un segreto quasi misterioso, e non volle
dirla neppure ai suoi più intimi amici. Vedi Pico, Burlamacchi, Fra
Benedetto ec.

[16] Lettera al padre, come sopra.

[17] Fra Benedetto, _Vulnera diligentis_, lib. I, cap. X.

[18] Questa lettera è riportata testualmente da tutti i biografi,
ma da tutti scorrettamente. Il conte Carlo Capponi, avendone trovato
l’autografo, ha potuto restituirla alla sua vera lezione in un opuscolo
pubblicato in occasione delle nozze di suo fratello. Noi la daremo
nell’epistolario del Savonarola.

[19] Noi daremo nell’Appendice questo scritto, fino ad ora non solo
inedito, ma creduto inevitabilmente perduto. Il Signor Aquarone, in
una biografia dei Savonarola che va pubblicando in Piemonte, crede che
l’operetta _Sul dispregio del mondo_ non sia altro che una poesia, la
quale trovasi nella Magliab., Classe VII, cod. 365. Ma il MS. posseduto
dal Gondi toglie ogni dubbio, perchè vi si trova scritto: «Ricordo
come alli 24 aprile, che fu il dì di San Giorgio del 1475, Gerº mio
figlio studente nell’arte (intendi della medicina), si partì di casa
e andò a Bologna, et entrò nelli frati di San Domenico per stare et
essere frate, e lassome a mi Nicolò della Savonarola suo padre, le
imp.te confortationi per mio contento.» Questo scritto insieme colla
lettera mandata dal Savonarola al padre, restarono nella sua famiglia
sino al 1604, quando uno dei Gondi, sempre devotissimi alla memoria
del frate, chiese a Marco Savonarola di vederli. Questi li accompagnò
con una lettera, dicendo che li mandava colle lacrime agli occhi, e
si raccomandava che fossero rimandati a posta corrente. Ma tanto la
lettera al padre, che pare sia l’autografo stesso, come lo scritto sul
_Dispregio del mondo_, che è una copia antica, rimasero sempre appresso
i Gondi.

[20] Anche questa lettera è inedita (nella bibl. Riccardiana), e sarà
da noi pubblicata nell’epistolario.

[21] Oltre del Pico e del Burlamacchi, frà Benedetto descrive
minutamente la figura del Savonarola, tanto nel suo _Vulnera
diligentis_, quanto nel _Cedrus Libani_, poemetto scritto in onore del
Savonarola, citato la prima volta dal Meier, pubblicato poi dal Padre
Marchese nell’Archivio Storico. Oltre di ciò, vi sono del Savonarola
tre ritratti, notevoli anche come bei lavori di arte. Uno di essi
trovasi nella Galleria degli Uffizi, ed è una mirabile incisione
in corniola, fatta da Giovanni delle Corniole; un altro fu dipinto
da frà Bartolommeo sotto le immagini di San Pietro martire, forse
per essere stato lavorato dopo la morte del Savonarola, e trovasi
nell’Accademia di Belle Arti in Firenze; un terzo finalmente, anche
dipinto da fra Bartolommeo, è posseduto dal Signor Ermolao Rubieri.
Questi tre ritratti lo rappresentano sotto tre diversi aspetti.
Nel primo è scolpita la fierezza dell’oratore che fulmina i vizi, e
profetizza la rovina d’Italia: la sua faccia è concitata, il suo occhio
quasi fiammeggia. Nel secondo è dipinta tutta la bontà e dolcezza del
martire: nel terzo è il santo rapito alla contemplazione delle cose
celesti. Si potrebbero citare moltissimi altri ritratti; ma non così
autentici, nè di contemporanei. Vogliamo però rammentare una vecchia
tavola che si trova in San Marco, la quale, sebbene assai sciupata e
senza alcun merito d’arte, non manca d’una certa forza d’espressione.
Tutti i ritratti dipingono il Savonarola col cappuccio in testa,
eccettuatone solo quello dell’Accademia di Belle Arti, nel quale si
vede che il giro del suo cranio mancava verso il vertice: ragione,
secondo alcuni, che gli facea portar sempre il capo coperto. Diremo
altrove delle molte medaglie.

[22] _Poesie del Savonarola_. Canzone II, col comento dello stesso
autore. Firenze 1847.

[23] Jacopo Ammannati.

[24] Sismondi, chap. LXXXIII; Muratori, _Antichità Estensi_, nella vita
del Duca Ercole I.

[25] Vedi Sismondi, Leo, ec.; Steph. Infessuræ, _Diarium Curiæ Romæ_,
in Jo. Ge. Eccardi, _Corpus historicorum medii ævi_, tomo II. Lipsia
1723; Platina _de Vitis Pontificum_, Basil. 1529. Vedi anche Rudelbach,
_H. Savonarola und seine Zeit, aus den Quellen dargestellt. Hamburg.
1835. Einleitung: die Signatur des fünfzehnten Jahrhunderts. 1.
Pabstmacht_.

[26] A. Politiani, _De Pactiana conjuratione historia sive
commentarium_.

[27] _Lettera_ alla madre, scritta da Pavia il dì della conversione di
San Paolo 1490. Lo stesso ripetè spessissimo nelle sue prediche.

[28] Vedi Tiraboschi, _Storia della Letteratura_, ove parla degli
oratori sacri del secolo XV. Vedi anche i sermoni di Frà Paolo
Attavanti, che dal Ficino fu paragonato ad Orfeo; e quelli di Frà
Roberto da Lecce, il più famoso discepolo di San Bernardino. Questi
però avea avuto una grandissima semplicità ed ingenuità, della quale
s’era già perduta ogni traccia nel cadere del secolo.

[29] Burlamacchi.

[30] Sismondi, cap. LXXXVIII.; Leo, lib. V, § VII.; Steph. Infessuræ
_Diarium_ etc.

[31] Padre Vincenzo Marchese, _Storia di San Marco_, Libro I. Firenze,
Le Monnier, 1855. In questo lavoro, scritto con molta eleganza di
stile e con uguale diligenza e precisione, si trova un gran numero
di notizie tanto sul convento, come sulla vita di Sant’Antonino. Chi
volesse ancora più minuti particolari, veda: la _Summa historialis_,
o _Chronicon_ dello stesso santo, con le aggiunte del P. Pietro
Maturo gesuita. _Lugduni_ etc. _ap. Junctas_, 1585 e 86, vol. III.;
Castiglioni, Vita di Sant’Antonino. Ciò che riguarda le istituzioni
di beneficenza, può vedersi più minutamente nel Passerini, _Storia
degl’Istituti di Beneficenza in Firenze_. Vedi anche Richa, _Notizie
storiche delle chiese di Firenze; Annales Conventus S. Marci_; Fabroni,
_Vita Magni Cosmi Medicei_.

[32] Nacque nel 1448, governò dal 1469 al 1492. Noi non istaremo
ad empiere questo capitolo d’inutili citazioni. Sono troppo noti
gli autori che parlano di Lorenzo de’ Medici, perchè vi sia bisogno
di citare i loro nomi. Diremo solamente che il Roscoe (_The life
of Lorenzo de’ Medici_), a cui tutti ricorrono, si è la guida meno
sicura che vi sia. Varrebbe assai meglio rivolgersi al Fabroni (_Vita
Laurentii Medicis_), che il Roscoe ha quasi saccheggiato, così nel
testo come nell’appendice. Lorenzo dei Medici va studiato innanzi
tutto nei suoi scritti (_Poesie di Lorenzo de’ Medici_, Firenze 1825,
4 vol. in-4; _Canti Carnascialeschi_, nella collezione del 1750), e
nelle molte opere dei contemporanei che scrissero liberamente, e non
per corteggiarlo. Non poca luce sulla vita di Cosimo e di Lorenzo
dei Medici dànno le _Opere inedite_ del Guicciardini, che si vanno
ora pubblicando in Firenze, per cura dei conti Guicciardini, con le
illustrazioni di Giuseppe Canestrini. Vedi specialmente il Dialogo sul
_Reggimento di Firenze_, nel 2º vol. Anche alcuni dei _discorsi_ di
Iacopo Nardi, che si trovano inediti nella Riccardiana (Cod. 2022),
possono servire di conferma a tutti i nostri giudizi sul dominio dei
Medici.

[33] _Ancora che fosse nelle cose veneree maravigliosamente involto._
Machiavelli, _Istorie fiorentine_.

[34] Poesie di Franco Sacchetti, Canzone IV; nei _Lirici Italiani_,
Firenze 1839.

[35] Fra questi, il famoso Pico della Mirandola.

[36] Cosimo tornò dall’esilio l’anno 1434; Lorenzo, come abbiamo detto,
non cominciò a dominare che nel 1469.

[37] Vedi il Guicciardini, _Del reggimento di Firenze_.

[38] Chi volesse, potrebbe nel Sismondi trovare l’elenco dei moltissimi
cittadini fatti da Lorenzo condannare a morte per causa politica: la
più parte erano di nobili famiglie. Vedi anche il Guicciardini, _Del
reggimento di Firenze_, pag. 43 e seg.

[39] A questo proposito, citeremo un lavoro pubblicato recentemente
in Inghilterra: _The life of Michael Angelo Buonarroti, also Memoirs
of Savonarola, Raphael and Vittoria Colonna_ by John S. Harford; in
two volumes, London 1857. Questo lavoro contiene molte notizie su quei
tempi; ma sebbene l’autore professi idee politiche diverse da quelle
del Roscoe, pure ne segue i giudizi letterari. Conviene che Lorenzo era
un tiranno; vorrebbe però darcelo pel più gran poeta del suo tempo, e
pel restauratore delle arti belle!

[40] Su questo, niuno può essere giudice migliore di Giacomo Leopardi,
il quale nel suo _Discorso in proposito di una orazione greca di G.
G. Pletone, e traduzione della medesima_, dice che i suoi scritti sono
dettati «con tanta copia e gravità di sentenze, con tal sanità, con tal
forza, con tal nobiltà di stile, tanta purità, tanta finezza di lingua,
che leggendoli, presso che si direbbe non mancare a Gemisto ad essere
uguale ai grandi scrittori greci, di quegli antichi, se non l’essere
antico. E questo fu anco il parere dei dotti della sua nazione in quel
secolo.»

[41] Tiraboschi, _Storia della letteratura_. Bruckeri, _Historia
philosophiæ_; Lipsia 1743.

[42] Basilea 1574. Una copia se ne trova nella Marucelliana di Firenze.

[43] Detto anche _Gennadius_. La sua risposta trovasi manoscritta
nella biblioteca imperiale a Parigi. Tutta questa contesa filosofica
leggesi assai minutamente illustrata nelle _Mémoires de l’Académie
des inscriptions_, vol. II, p. 715, _Querelles des philosophes du
XVe siècle_, par M. Boivin le Cadet. Vedi anche Bruckeri, _Historia
philosophiæ_; Lipsia 1743, vol. 4, cap. II e III: Leonis Allatii, _De
Georgiis et eorum scriptis diatriba_ (parla di Giorgio Gemisto, Giorgio
Scolario e Giorgio da Trebisonda o Trapezunzio), in Alberti Fabricii
_Bibliotheca Græca_, vol. X; Hamburgi 1721.

[44] Conosciuto tra noi anche col nome di Giorgio da Trebisonda, per la
patria dei genitori. Egli era nato a Creta.

[45] _Comparationes philosophorum Aristotelis et Platonis_; Venet. 1523.

[46] Egli mandò fuori due scritti: nell’uno, Bessarionis Card.
Sabini, Patriarchæ costantinopolitani, _De naturâ et arte, adversus
Georgium Trapezuntium cretensem_, raccontò tutta la storia della
lite; nell’altro, _In Calumniatorem Platonis_, discusse lungamente la
quistione filosofica. Nella bella edizione in foglio di quest’opera
(Venetiis, in ædibus Aldi et Andreæ Soceri MDXVI), il primo scritto vi
è aggiunto e pubblicato come ultimo libro della stessa.

[47] Così chiamavasi l’Aristotele nell’originale greco, a differenza di
quello che s’era conosciuto solo per mezzo dei commentatori.

[48] Gemisti Pletonis, _De platonicæ atque aristotelicæ philosophiæ
differentiâ_: Bessarionis, _In calumniatorem Platonis_: Trapezuntii,
_Comparationes philosophorum Aristotelis et Platonis_.

[49] L’origine di questa Accademia trovasi dai Ficino stesso narrata
nella lettera dedicatoria premessa alla sua traduzione latina di
Plotino. Vedi Ficini _Opera_; Basileæ, 1576 in fol.º, vol. II, p. 1320.

[50] Fra queste è da menzionare l’opera _De legibus_, nella quale erano
esposte le sue opinioni religiose.

[51] Giacomo Leopardi, nel suo _Discorso_ sopra citato, cerca di
rivendicarne il nome. «Tace la fama al presente di Giorgio Gemisto
Pletone costantinopolitano; non per altra causa se non che la celebrità
degli uomini, siccome, possiamo dire, ogni cosa nostra, dipende più
da fortuna che da ragione...... Certo è che Gemisto fu de’ maggiori
ingegni e più pellegrini del tempo suo, che fu il decimoquinto secolo.
Visse onorato dalla patria; e poi trovatosi sopravvivere alla patria
ed al nome greco (o, come esso diceva, romano), fu accolto ed avuto
caro in Italia....; ed ebbe una splendidissima riputazione in questa
sua nuova patria, e medesimamente nelle altre parti d’Europa, per
quanto si stendeva in quei tempi lo studio delle lettere». È singolare
però, che il Leopardi, così dotto nelle cose greche e così preciso
in tutto ciò che dice, cada qui in due errori; chiamando il Gemisto
costantinopolitano, quando egli era del Peloponneso; e facendolo venire
in Italia dopo la caduta di Costantinopoli, quando egli era già morto
nel 1451, cioè due anni prima della presa di quella città.

[52] In età più matura condannò queste opere alle fiamme.

[53] Il Gibbon, _Decline and fall_ etc., osservò con molto acume: «So
equal, yet so opposite are the merits of Plato and Aristotle, that they
may be balanced in endless controversy; but some sparke of freedom may
be produced by the collision of adverse servitude». Tutta la fine del
cap. LXVI di quest’opera è piena di notizie ed osservazioni importanti
sul carattere e la dottrina dei Greci che vennero in Italia. Vedi anche
Meier, _Savonarola_ etc.; Zweit: Kap: Ueberblick des Wissenschaftlichen
und politischen Lebens in Florenz unter den Mediceern.

[54] _Della religione cristiana_. In Fiorenza, presso i Giunti 1568.

[55] Bruckeri, _Hist._ ec.; Marsilii Ficini _Vita, auctore Johanne
Corsio_, pubblicata da Ang. Mar. Bandini.

[56] Marsili Ficini, _Opera_; Basilea, vol. 2 in fol.

[57] Ficini, _Epistolæ_, lib. III.

[58] Lugduni 1567. — È la parte principale della sua opera _De vita_.

[59] _Commento alla Divina Commedia_: Firenze, per Niccolò de la Magna
1481. Vedi propriamente il luogo ove interpetra il Veltro allegorico.
È singolare che Lutero sia nato proprio nel mese di novembre del 1483 o
84, essendovi dubbio sull’anno preciso.

[60] _Discorsi_, lib. I, cap. LVI.

[61] _Ricordi politici e civili_, Ricordo CCXI.

[62] Questa esposizione della dottrina del Ficino è cavata
principalmente dalla sua _Theologia platonica_. Vedi Ficini _Opera_.

[63] Molti sono gli autori che parlano dell’Accademia. Il Ficino stesso
ne discorre più volte nelle lettere e nelle sue opere. Vedi anche
_Ficini Vita, auctore Corsio_. Ne discorrono quasi tutte le storie
letterarie e filosofiche d’Italia; e così il Fabroni, il Roscoe, il
Gibbon: ed ultimamente il sig. Harford, nella sua opera più sopra
citata (_Life of Mich. Ang. Buonarroti_ etc.; London 1858, vol. 2), ha
scritto sull’Accademia Platonica alcune pagine che, senza aver nulla
di veramente nuovo, hanno il grandissimo merito di non essere la solita
ripetizione del Roscoe e del Tiraboschi.

[64] Il Cardinal Bembo scriveva al Sadoleto: «Non leggere le Epistole
di San Paolo, chè quel barbaro stile non ti corrompa il gusto; lascia
da banda queste baie indegne di uomo grave.»

[65] _Politiani Epistolæ_, Lugduni, 1533, vol. 2. — Vedi lettera a
Tristano Calco scritta nell’aprile 1489, vol. I, pag. 116. Questa
lettera è stata citata dal Villemain (_Cours de Littér. au moyen-âge_)
ed anche dal Guizot; ma, con manifesto errore, essi riferiscono al
Savonarola ciò che il Poliziano dice del Gennazzano, nominandolo
espressamente fin dal principio della lettera. — Vedi Niccolò Valori,
_Vita Laurentii Medicis_: il Quetif anche dà, nel 2º vol., parecchie
notizie sul Gennazzano.

[66] Non conosciamo di lui alcuna raccolta di prediche, nè a stampa nè
manoscritte. Vien citato un suo Sermone fatto a papa Innocenzo VIII
e stampato a Roma; ma è divenuto rarissimo. Nella Vaticana ne esiste
una copia, o almeno si trova citata nei cataloghi: malgrado però molte
ricerche, non potemmo ritrovarla.

[67] _Epistola_ di Girolamo Benivieni a Clemente VII, in difesa della
dottrina e profezie del Savonarola. MS. riccardiano, cod. 2022.

[68] _Processo a stampa._ — I processi del Savonarola son due: uno
è quello stampato nel sec. XV e dipoi dal Baluzio; l’altro fu da noi
ritrovato, ed avremo occasione di parlarne più a lungo. — Vedi anche
Padre Marchese, pag. 118; Burlamacchi; Frà Benedetto, ec.

[69] _Lauda composta l’anno 1484_; Poesia VIII, nell’edizione
fiorentina.

[70] In quanto alla cronologia della Vita del Savonarola, noi dobbiamo
rendere il debito onore al Padre Marchese, che nella sua _Storia di
San Marco_ l’ha con molta diligenza riordinata, correggendo non pochi
errori ch’erano incorsi negli altri biografi.

[71] Nel _Compendium revelationum_ e nei suoi Sermoni del 97 e 98,
si trova più volte ripetuta la storia della sua predicazione. Vedi
anche il _Processo_, la _Lettera_ del Benivieni, il Burlamacchi, Frà
Benedetto, ec.

[72] Jo. Francisci Pici, _Vita_ ec. Nel cap. V di questa biografia,
è minutamente esposto come il Savonarola trovasse nella Bibbia le
prime ragioni che gli persuasero i futuri flagelli dell’Italia e della
Chiesa.

[73] Pico, Burlamacchi, Marchese ec. Vedi anche Barsanti, _Della
Storia_ del Padre Girolamo Savonarola da Ferrara; Livorno 1787. Questa
biografia, pubblicata senza nome d’autore, sebbene sia fatta su quelle
del Burlamacchi e del Pico, è pure preziosa, perchè ci dà moltissimi
brani delle _Giornate_ di Lorenzo Violi, manoscritto importantissimo
che si è perduto. Pare che questo codice del Violi, conservato a tempo
del Barsanti dalle Suore di Santa Caterina, venisse venduto, non ha
molti anni, al libraio Molini, e da lui fosse rivenduto probabilmente
a qualche inglese; onde se ne è perduta ogni traccia. Citeremo qui
anche la biografia scritta dal Razzi, altra compilazione, ma di minore
importanza, che trovasi MS. in molte biblioteche. Il Razzi ha raccolto
pure molti scritti apologetici intorno al Savonarola, e ci ha lasciato
un compendio abbastanza esteso di tutte le _Giornate_ del Violi. Vedi
Cod. riccard. 2012.

[74] Burlamacchi, Barsanti, ec.

[75] Zio di quel Giov. Francesco Pico della Mirandola, che scrisse la
Vita del Savonarola.

[76] Jo. Pici, _Opera_; Basil. vol. 2, in fol. — La sua filosofia non
era altro che una fiacca imitazione del Ficino.

[77] _Lettera_ a Lorenzo de’ Medici: Idibus Julii 1484. Eran parecchi
allora quelli che facevano pochissimo conto della poesia di Dante.

[78] Gli scrittori che parlano di Pico della Mirandola sono moltissimi;
ma il vero giudizio intorno al suo ingegno si potrà cavare solo dalla
lettura dei due grossi volumi in foglio delle sue opere, che versano
sopra i soggetti più svariati, non di rado con molta leggerezza, ma
sempre con un amore del vero ardente e sincero. Fra i moltissimi che
ragionano di lui, vogliamo citare una miscellanea storica, che dà molte
notizie esatte e ben raccolte intorno al Poliziano, al Pico e a molti
altri, e fu pubblicata a Manchester nel 1805 dal Rev. W. Pair Greswell.

[79] Burlamacchi, Pico, Barsanti.

[80] Ripetiamo un’altra volta che la cronologia di questi viaggi del
Savonarola, è stata ordinata tutta dalle ricerche del Padre Marchese:
_Storia di San Marco_.

[81] Padre Marchese, _Lettere inedite del Savonarola_. Lettera I,
_scritta in Pavia, in fretta, il dì de la conversione di San Paulo
Apostolo, 1490_. Ne abbiamo riportato solo il senso, avvicinandoci però
alle parole del testo, per quanto era possibile.

[82] Che il Savonarola sia venuto in Firenze la seconda volta, pregato
da Lorenzo, il quale fu dal Pico indotto a chiamarlo, è un fatto
che viene narrato in tutte le biografie antiche e moderne. Il signor
Perrens (_Jérôme Savonarole, sa vie, ses prédications, ses écrits_;
Paris 1853, vol. 2.), fondandosi sopra un MS. che egli medesimo
confessa essere una cattiva parafrasi del Burlamacchi, anzi una copia
con qualche giunta fatta ad arbitrio, nega il fatto. Ma ognuno deve
seguir l’originale, piuttosto che una cattiva copia, la quale si trova
in contradizione con tutte le altre biografie. Neppure può aver forza
l’altra ragione addotta dal signor Perrens, che scorse cioè troppo
tempo dal Capitolo di Reggio alla venuta del Savonarola in Firenze, e
che Lorenzo era uso di esser subito obbedito. Potè il Pico non andar
subito a Firenze, potè Lorenzo non prendere la cosa con calore; ed in
ogni caso, un frate non dipendeva direttamente dai suoi ordini. Vedi
Burlamacchi, p. 15; Barsanti, p. 20; Marchese, p. 25; ec.

[83] Come abbiam detto più sopra, la storia della predicazione
trovasi non solamente nei biografi, ma si può con maggiore esattezza
cavar tutta dal _Compendio di Rivelazione_, e da alcune prediche del
Savonarola che avremo più tardi occasione di citare. Non poche notizie
ci han dato ancora il processo a stampa e quello da noi scoperto, oltre
la lettera del Benivieni e le opere di Frà Benedetto.

[84] Capitolo IV.

[85] Campanella, _Metaphysica_; Parisiis 1638: si trova nella
Magliabechiana. Nella Riccardiana e nella Marucelliana si trovano la
più parte delle altre opere del Campanella. Il Baldacchini di Napoli ne
ha scritto una biografia assai diligente; il D’Ancona ne ha pubblicato
le opere politiche (Torino 1851), precedute da una biografia, in cui
sono notizie importanti. Egli ha però tralasciato di pubblicare e di
esaminare la _Monarchia Messianica_; cosa che non sappiamo approvare,
perchè in quest’opera si trova il complemento di tutto il sistema
politico dell’autore. Avendo pubblicato la _Monarchia Spagnuola_, in
cui l’Italia vien sottomessa a Spagna, bisognava pubblicare l’altra
opera, in cui Spagna è sottomessa a Roma, che rimane, secondo il
Campanella, capo del mondo. Quanto al sistema filosofico, si può
vedere ciò che ne dice il Mamiani nel suo _Rinnovamento_; quello che ne
discorre lo Spaventa nei suoi dotti articoli pubblicati nel _Cimento_,
rivista piemontese; e l’esame assai minuto che ne ha fatto il Ritter,
_Geschichte der Philosophie_; Hamburg 1841-52.

[86] Il Padre Marchese, _Storia di San Marco_, pag. 164, volle notare
una somiglianza fra le idee politiche del Savonarola e del Campanella,
paragonando la _Città del Sole_ col trattato del _Reggimento di
Firenze_. Ma le idee politiche dei due frati erano, come vedremo, molto
diverse: oltre di che, nella _Città del Sole_ trovasi l’_utopia_ del
Campanella, e non già il sistema ch’egli voleva veramente mettere in
pratica; quindi mal si paragona al _Reggimento di Firenze_. Ma di ciò
altrove. Quanto poi alle opere filosofiche, il Marchese (pag. 104)
dice: «Abbiamo pertanto in questo compendio un sunto di tutti gli
scritti, comechè svariatissimi, dello Stagirita.» — Il Meier, così
diligente nell’esaminare le opere del Savonarola, non dice altro,
che: «Aristoteles bildet natürlich die Grundlage, doch zeicht sich bei
haüfiger Berücksichtung des Thomas von Aquino, auch eigenes Urtheil und
Kritik. Der Stil ist meistens leicht, und ein Streben nach Klarbeit
und Bestimmtheit nicht zu verkennen.» (_Savonarola_ ec., Erst. Kap.,
s. 25.) — Anche il Poli, nelle sue addizioni al Tennemann, avea notato
quest’ordine e chiarezza del Savonarola. — Il Rudelbach si occupa
solo di cercare le idee protestanti, e quindi tralascia affatto gli
scritti filosofici. — Il signor Perrens ha il merito di aver preso
in considerazione questi scritti; ma egli, secondo il suo costume,
ne traduce dei brani, senza occuparsi di giudicare l’insieme delle
dottrine. Esprime non pertanto la sua opinione in queste parole:
«Ces écrits sont, pour ainsi dire, des catéchismes sans prétension.
_L’auteur n’y met rien du sien_.» (Vol. II, pag. 308.)

[87] _Aristotelis pene omnia opera, et Platonis abreviati._
Nell’Appendice daremo questo catalogo, _De operibus viri divini non
impressis_, da noi trovato in una biografia latina del Savonarola,
MS. passato dal Convento di San Marco alla Magliabechiana, I, VII,
28. Nel Convento di San Marco a Firenze è una Miscellanea ms. di molte
cose relative al Savonarola, nella quale si parla anche di varie opere
inedite, e di moltissimi autografi del Savonarola, ora smarriti.

[88] Venetiis, apud Juntas, 1542. Un’altra edizione ne fu fatta a
Vittemberga, nel 1596. Non sappiamo quali sieno tutte le edizioni
più antiche. Nella Magliabechiana di Firenze trovasene una della
Logica: _Impressum Pisciæ MCCCCLXXXXII. die XV Augusti, ad laudem
individuæ Trinitatis_. L’Audin cita un’edizione del sec. XV, S. L. A,
dell’opuscolo: _De omnium scientiarum divisione_ ec.

[89] Lib. I. 17. «In omni doctrina a notioribus nobis est incipiendum.
Sic enim facilior est disciplina, quia faciliter magis nota ducunt in
cognitionem earum quæ sunt nobis ignota vel minus nota, quae tamen sunt
_secundum naturam notiora_.»

[90] «Homo autem potest facere talem collationem: ratio enim hominis
inferior, est collativa singularium et intentionum individualium; unde
ex multis memoriis unius rei colligit experimentum. _Ex multis autem
experimentis fit universalis quadam acceptio de omnibus similibus._»
Lib. I, 28.

[91] Lib. I, 6, 7, 8, 9, 10.

[92] «Illa pars huius scientiæ quæ est de substantia sensibili, prior
est ea quæ est de insensibili (qui sta per _suprasensibili_) ordine
doctrinæ.» Lib. I, 28.

[93] L. XIV, 7. «Intellectus agens est virtus animæ. In anima
est virtus quædam, per quam anima se ipsam possit reducere in
actum intelligendi: hoc autem fit per hoc, quod sensibilia fiunt
acta intelligibilia; quod nullo modo fit nisi a conditionibus
individuantibus abstrahuntur et fiunt universalia; conditiones
autem individuantes per phantasmata intellectui afferuntur, seu
appropinquantur, et per virtutem intellectus agentis similitudo
universalis resultat in intellectu possibili.» _Logica_, Lib. XIV, 7.

[94] «Omnis doctrina et omnis disciplina intellectiva fit ex
præexistenti cognitione. Primum quidem, omnis cognitio intellectiva
fit præexistenti cognitione sensus. Per sensum enim acquirimus
cognitionem in intellectu. Quædam igitur intellectus, _absque discursu
et absque doctore, mediantibus sensibus cognoscit_; sed doctrinam et
disciplinam acquirens, vel per se ipsum vel per alterum habere non
potest sine _præexistenti cognitione intellectiva_. Si enim omnino
nihil cognosceret, esset in pura potentia ad cognitionem, et ideo se
ipsum non posset in actum cognitionis reducere, nec per alterum reduci
posset.» _Logica_, Lib. VIII, 5.

[95] Comp. Phil. L. I, 13. «Cognitio veritatis partim facilis, partim
difficilis. Facilis quidem est, quia nullus ita expers veritatis quin
aliquid cognoscat; et licet unus solus parum apponat ad veritatem,
tamen facile est ut multi faciant magnam veritatis aggregationem,
et maxime quia nullus est qui erret circa prima principia, juxta
proverbium: in foribus quis aberret? Difficilis autem est, quia
_difficilis est composita resolvendo usque ad ultimas causas, et
componentia usque ad compositionem perfectam reducere_.» Lib. I, 13.
Vedi anche Lib. I, 17, 18; L. II, 4; Logica Lib. VIII, 6, 7, 8. Dai
brani che abbiamo citati, il lettore può facilmente vedere come il
linguaggio, la forma e molte idee sieno tutte aristoteliche, e come
malgrado ciò l’insieme della dottrina sia nuovo ed originale. Bisogna
anche riflettere che, dando lezione a novizi, il Savonarola era forzato
a prendere quella forma; giacchè nei chiostri allora, e per molti
secoli dipoi, non si è insegnato altra filosofia che la Scolastica.
Oggi gli studi vi sono decaduti e non vi fiorisce che la teologia; ma
essa, come ognun sa, si veste ancora della forma scolastica.

[96] _Comp. Phil. Mor._, Lib. I, 25.

[97] Idem. Lib. I, 2.

[98] Idem, Lib. III, 23.

[99] Sebbene siasi da alcuni levata a cielo la divisione delle scienze
fatta da Tommaso Campanella, essa è quasi identica con quella del
Savonarola, e in fondo non differiscono quasi punto da quella degli
scolastici. È ben vero che qualche volta si trovano nel Campanella idee
che farebbero supporre una divisione secondo principii assai più alti;
ma sono idee che rimangono solo accennate, e spesso anche contraddette.
Il quadro seguente darà la divisione delle scienze secondo il
Savonarola, accennando ove il Campanella differisce. Aggiungiamo solo,
che essi sono in perfetto accordo intorno alle idee sull’importanza e
natura della teologia.

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             |           |             |            |
             |           |             | MECCANICA  |
             |           |             |— — — — — — — — — — — — — — — —
             |           |             |            | _Etica,
             |           |             |            | Economica,
             |           |             |            | Politica._
             | REALE     | PRATICA     |            |
             |           |             | MORALE     | Di questi 3
             |           |             |            | trattati, il
             |           |             |            | Campanella ne
             |           |             |            | fa un solo in
             |           |             |            | tre parti.
  FILOSOFIA  |— — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —
  UNIVERSALE |           |             |            | Campanella:
             |           |             | FILOSOFIA  | _De sensu rerum,
             |           |             | NATURALE   | De rerum natura._
             |           |             |— — — — — — — — — — — — — — — —
             |           |             |            | Campanella:
             |           |             | MATEMATICA | _Astrologicorum._
             |           |             |— — — — — — — — — — — — — — — —
             |           |             |            |
             | RAZIONALE | SPECULATIVA | METAFISICA |
             |           |             |— — — — — — — — — — — — — — — —
             |           |             |            | Il Campanella
             |           |             |            | divide la Logica
             |           |             | LOGICA     | in _Dialettica,
             |           |             |            | Grammatica,
             |           |             |            | Rettorica,
             |           |             |            | Poetica_, ec.
  — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —

[100] _De divisione_ etc., Lib. IV. Anche queste parole trovano
un singolare riscontro nel Campanella. Vedi la sua _Poetica_, e il
trattato _De libris propriis_.

[101] Proemio al _Trionfo della Croce_.

[102] Cap. I.

[103] Si potrebbe citare anche Lorenzo Valla, ingegno arditissimo; egli
fu il primo che mosse guerra ad Aristotele: lo fece però in un senso
piuttosto grammaticale che filosofico.

[104] Burlamacchi, pag. 5. Pici _Vita_, pag. 8. «Mirus erat veritatis
amator, eo usque provectus, eius gratia, ut in his quos coleret
doctoribus, si quid non placeret, ingenue fateretur.» Fra Benedetto,
e tutti quelli che conobbero personalmente il Savonarola, ripetono le
medesime osservazioni. Vedi _Vulnera Diligentis_, ec. Tutti i dotti
del secolo XV tennero poi in altissima stima la dottrina filosofica
del Savonarola. Il Ficino (lettera a Gio. Cavalcanti, 12 dicembre
1494) ed il Poliziano (lettera a Iacopo Antiquario, giugno 1492) lo
chiamano uomo per dottrina _insigne_; Pietro Crinito, nel suo libro,
_De honesta disciplina_, lib. I, cap. 3, dice di lui: _qui ætate nostra
in omni prope philosophia maxime præstat_. Ma, per concludere, citeremo
l’opinione d’un uomo che varrà per tutti. Francesco Guicciardini fu
uno dei grandi ammiratori del Savonarola, come risulterà chiaro dalla
sua _Storia di Firenze_, che è per vedere la luce. Egli aveva studiato
diligentemente le sue opere, fatto alcuni sunti delle sue prediche,
di cui discorre con grandissima ammirazione. Della filosofia, poi,
dice che egli era il più valente in Italia, e ne ragionava con tanta
maestria, da sembrare quasi che _lui l’avesse fatta_.

[105] Con questa promessa, la Riforma prima tolse allo scetticismo ed
al materialismo una buona parte del genere umano; poi dètte occasione
al cattolicismo di combatterla, e nella lotta riprendere forza e
ringiovanirsi: e questa è opinione approvata dagli scrittori più
ortodossi.

[106] _Trattato dell’Umiltà._ In Firenze, per Antonio Miscomini, a dì
ultimo di giugno 1492; 14 carte. Altre edizioni: Firenze 1495, Venezia
1538, 1547. L’Audin ne cita altre quattro del secolo XV., S. L. A. —
Nella esposizione di questi opuscoli ci atteniamo, secondo il nostro
uso, per quanto è possibile, al linguaggio stesso dell’autore.

[107] _Trattato o vero sermone della Orazione._ Firenze, per Antonio
Miscomini, 20 ottobre 1492; 14 carte. Altre edizioni: Firenze 1495;
Venezia 1538; quattro del secolo XV, S. L. A.

[108] Firenze 1492, 1495. Venezia 1538, 1547: altre due edizioni del
secolo XV, S. L. A.

[109] Firenze, per Antonio Miscomini, a dì XVII maggio 1492; 28 carte.
Una seconda edizione se ne fece nel giugno dello stesso anno, altre
cinque sono S. L. A. Queste edizioni degli opuscoli del Savonarola sono
assai eleganti; spesso anche illustrate da incisioni dei primi artisti
di quel tempo.

[110] _Libro della vita viduale_; Firenze, per ser Francesco
Bonaccorsi, 1391; 30 carte. L’Audin cita altre tre edizioni: due S. L.
A.; una per ser Lorenzo Morgianni, 1486; 26 novembre.

[111] Nel principio della Bibbia Magliabechiana (per cui vedi la nota
in calce a questo Cap.), fra le altre postille autografe, trovasi
questa: _Conemur ita Scripturas exponere, ut ab infidelibus non
irrideamur_; e ciò, in fondo, altro non volea dire, se non che: le
mie visioni vengono direttamente da Dio; non avrebbero quindi bisogno
d’altra conferma, se però gli uomini non fossero oggi increduli.
Vogliamo qui rammentare che queste postille erano scritte per uso tutto
privato.

[112] «Dictis quæ aperta credimus, cum interjecta aliqua obscuriora
invenimus, quæri quibusdam stimulis pungimur ut ad aliqua altiora
intelligendum vigilemus; et tunc obscurius perlata sentiamus ea etiam
quæ aperta putavimus.» Nelle postille autografe della medesima Bibbia.

[113] Vedi la nota in calce a questo Capitolo.

[114] «Ad charitatem, familiaritatemque Christi non pervenerit quisquis
Sacræ Scripturæ deliciis abundare non contendit.

»Sic, si familiaritate alicui homini ignoto conjungamur, usu colloquii
eius etiam cogitationes indagamus, dum alia ex aliis colligimus; ex
quibus cognoscimus aliud esse quod voces intimant et aliud quod sonant:
ita summe augendum cum accedimus in Scripturis et in eis assuescimus;
nam nobis locutiones earum innotescunt....

»Intelligentia dictorum ex causis est assumenda dicendi, quia non
sermoni res, sed rei est sermo subjectus. _Vide Hilarium._ Optimus
lector dictorum intelligentiam expectet ex dictis, potius quam imponat,
et retulerit magis quam attulerit, ne cogat id videri dictis contineri
quod ante lectionem præsumpserit intelligendum. Cum ergo de rebus
dictis sermo est, concedamus Deo sui cognitionem, dictisque eius pia
veneratione famulemur.» _Ibidem._ Queste postille sono qualche volta
bellissime, e confermano non di rado quanto abbiamo già detto sulla
indipendenza dell’ingegno del Savonarola. Da esse si potrebbero cavare
anche dei piccoli trattati inediti, delle esposizioni compiute di molti
Salmi (vedi, p. es., il Salmo 94 nella _Bibbia Magl._), di moltissime
parti dell’Apocalisse ec., che formerebbero quasi altrettante operette
inedite.

[115] »In exponendis Scripturis, semper grammaticum utamur sensum,
videlicet literalem primo; et ubi sunt plures sensus, eum maxime
sequimur quem plures gravioresque sequuntur, _præsertim cum sequitur
eum Ecclesia Romana_: non spernentes tamen expositiones contrarias
aliorum Sanctorum.

»Circa ea quæ ad fidem pertinent, quædam sunt de substantia, ut
articuli; et circa hæc non licet contrarium opinari: et quædam non
sunt de substantia, ut diversæ doctorum expositiones; et circa haec
contingit opinari contraria.

»Quia lumine super rationali Scriptura est, non debemus ab expositione
Sanctorum recedere, maxime in sensu literali, ne labamur in hæresim;
ne etiam ab infidelibus irrideamur, et falsa pro veris asseramus:
neque etiam debemus eam exponere contrarie ad philosophiam naturalem.»
_Ibidem._

[116] Egli stesso sembrava temerlo, perchè di continuo noi troviamo
delle note con cui avverte sè stesso di stare in guardia; come si vede
in alcune di quelle citate più sopra, e come si può vedere in questa:
«Cave ne voluntas præcedat intellectum, aut etiam intellectus tuus
intellectum Dei in Scripturas, ut velis illas exponere sicut prius
concepisti et tuo sensui aptare: sed potius earum intellectui te ipsum
accomoda, ut semper dicit Hilarius.»

Quest’altro pensiero trovasi anche assai spesso ripetuto. «Nec etiam
ab infidelibus irrideamur et falsa pro veris sumamus, non debemus
Scripturas exponere contra philosophiam naturalem veram. Si nos
Dominus doceret aliud per lumen naturale, aliud contrarium per lumen
supranaturale, aut dicerent homines eum decipere aut errare. Ergo
Scriptura est summa philosophia vera, quia verum vero consonat.»
_Ibidem._

[117] Ibidem.

[118] Erano messer Domenico Bonsi, Guidantonio Vespucci, Paolo Antonio
Soderini, Bernardo Rucellai e Francesco Valori. — Vedi Burlamacchi,
Pico ec. È notevole che quasi tutti e cinque divenissero più tardi
partigiani del Savonarola, e l’ultimo di essi fosse dipoi il più caldo
de’ suoi seguaci.

[119] Questi fatti si trovano ripetuti nel Burlamacchi, nel Pico
e nella lettera di Girolamo Benivieni a Clemente VII, che trovasi
nella Riccard., Cod. 2022, e fu pubblicata in calce alla Storia del
Varchi, ediz. Le-Monnier 1857-58. Vedi anche un sunto della biografia
del Savonarola intitolato: _Extracto d’una epistola Fratris Placidi
de Cinozzis, ordinis præd. S. Marci de Florentia: de vita et moribus
Rev. P. F. Hieronymi Savonarolæ_ ec. (Cod. Ricc. 2053.) Ne parla anche
Frà Benedetto, che ha scritto sulle profezie del Savonarola un’opera
che trovasi inedita nella Magliab., Cl. XXXIV, Cod. 7: _Secunda Parte
delle Profezie dello inclito Martire del Signore Hyeronimo Savonarola_.
Questo lavoro è la seconda parte di un’opera, il cui titolo era _Nova
Jerusalem_: la prima parte sembra ora smarrita. In questo codice si
trova anche un piccolo ritratto del Savonarola, ed è una delle poche
miniature autentiche di Frà Benedetto.

[120] Nell’originale dice 90, seguendo l’uso dei Fiorentini che
cominciavano l’anno il 28 di marzo.

[121] _Compendium Revelationum._ Vedi l’edizione del Quetif, p. 227.

[122] Burlamacchi, p. 20 e seg.; Pico; Barsanti; Razzi, ec.

[123] Burlamacchi, p. 20 e seg.; Barsanti, ec.

[124] Pico, Burlamacchi, Barsanti, Razzi, ec.

[125] _Sermoni sulla I Epistola di San Giovanni._ Vedi tutto il Sermone
I, il V e il VI passim. Citeremo l’edizione di Prato 1846, perchè
è la più facile a trovarsi da chi volesse riscontrare l’originale.
Avvertiamo però, che essa è mutilata in alcune parti; onde chi vuole
esser diligente, non potrà servirsene senza averla posta a confronto
con le altre di Venezia 1547 (italiana) e 1536 (latina).

[126] _Serm._ X, p. 93.

[127] _Serm._ V, p. 47-50.

[128] _Sermone_ VI, p. 52.

[129] _Sermone_ V, p. 43, 44.

[130] _Sermone_ XVII, p. 164-9.

[131] Il Cerretani, nella sua _Storia di Firenze_, che trovasi
manoscritta e autografa nella Magliabechiana, discorre così delle
prediche del Savonarola: «Introdusse quasi un nuovo modo di pronunziare
il Verbo di Dio; cioè all’apostolica, senza dividere il sermone, non
proponendo questione, sfuggendo gli ornamenti d’eloquenza: solo il suo
fine era d’esporre qualche cosa del Vecchio Testamento, e introdurre la
semplicità della primitiva Chiesa.» Il Guicciardini, nella sua _Storia
inedita di Firenze_, dice che dopo aver lette e considerate le prediche
del Savonarola, le trova eloquentissime, e d’una eloquenza _naturale e
non artificiosa_. Aggiunge che da secoli non s’era visto un uomo tanto
dotto nelle Sacre Carte; e che mentre niuno riuscì mai a predicare in
Firenze più di due quaresime, senza stancare, il Savonarola fu quegli
che solo potesse andare avanti molti anni, crescendo sempre nella
estimazione del popolo. Questa Storia vedrà ben tosto la luce, e noi
dobbiamo alla gentilezza del signor Canestrini l’averne potuto scorrere
sin da ora alcune pagine. Come abbiam detto più sopra, il Guicciardini
era uno dei più alti estimatori del Savonarola, delle cui prediche fece
un sunto, che trovasi scritto tutto di suo pugno. Il suo giudizio,
poi, ha tanto maggiore importanza, in quanto egli si adoperò sempre
in favore dei Medici, non era punto un uomo religioso, e molto meno
fanatico.

[132] Vedi la nota a pag. 133.

[133] Politiani, _Epistolæ_. Iacopo Antiquario, XV kalendas iunias 1492.

[134] Burlamacchi, Pico, Barsanti, Razzi, ec.

[135] Vedi la nota in fine del Capitolo.

[136] Nardi, _Storia di Firenze_; Guicciardini, _Storia d’Italia_;
Sismondi, _Hist. des Rép. Ital._; ec.

[137] Erano: Alessandro Acciaioli, Cosimo Rucellai e Carlo Carnesecchi.
Questa predizione, come abbiamo già detto, trovasi menzionata nel
Burlamacchi; nel Barsanti; nella lettera del Benivieni a Clemente VII;
nel Cinozzi, _Extracto_ etc., MS. riccardiano citato più sopra; in Frà
Benedetto, _Secunda parte delle prophetie dello inclito Martire del
Signore Hyeronimo Savonarola ferrarese_ ec., MS. magliabechiano citato
più sopra. Il Savonarola stesso, nelle prediche, accenna più volte a
questa sua predizione.

[138] Infessuræ, _Diarium_; Burchardi, _Diarium_; Sismondi, _Hist. des
Rép. it._; Leo, _Storia d’Italia_; Muratori, _Annali_, ec.

[139] Fratello di Lodovico il Moro.

[140] Infessuræ, _Diarium_; Burchardi, _Diarium_; Guicciardini, _Storia
d’Italia_; Sismondi, _Hist. des Rép, it._; Leo; Muratori, ec.

[141] Guicciardini, _Storia d’Italia_.

[142] Guicciardini, _Storia_; Machiavelli, _Legazioni_; Sismondi,
_Histoire des Rép. it._; Michelet, _Renaissance_; Burchardi _Diarium_.

[143] _Comp. Revelationum_, ediz. del Quetif, pag. 231 e seg.

[144] Era un giovane venuto dalla Liguria a studiar legge nello studio
di Pisa. Noiatosi del mondo, volle nell’aprile 92 vestir l’abito; e
dopo pochi giorni noiatosi del chiostro, domandava di uscirne. Appunto
allora venne a Pisa il Savonarola, dalle cui prediche il Codiponte fu
cosiffattamente commosso, che non solo tornò al primo proposito, ma
vi restò tanto fermo e divenne così osservante della religione, che un
mese dipoi il Savonarola dovea quasi rimproverargli il soverchio zelo,
in una lettera (22 maggio 92) che è fra le più belle che egli abbia
mai scritte. Questa lettera, che fu da noi trovata nella Riccardiana
(cod. 2053), sarà pubblicata nell’Appendice. Vedi, per queste notizie,
gli _Annali del Monastero di Santa Caterina di Pisa_, pubblicati
nell’_Archivio Storico_.

[145] Questa lettera, piena d’affetto e di consigli cristiani, si trova
nel Quetif, vol. II, pag. 99.

[146] Burlamacchi, Barsanti, ec.

[147] Idem.

[148] Idem.

[149] Burlamacchi, 26-77; Barsanti.

[150] Burlamacchi (pag. 15-16) pone questa visione nel viaggio che il
Savonarola fece dalla Lombardia a Firenze; ma egli venne allora per
Genova e non per Bologna: d’altronde, quel biografo erra continuamente
nelle date; onde noi abbiam creduto di dover narrare la visione in
questo luogo.

[151] Il Libri, nella sua _Histoire des sciences mathématiques_,
porta una lettera di Cristoforo Colombo, nella quale descrive una
simile visione che egli ebbe in America; quando essendo stato da tutti
abbandonato, venne da una voce divina incoraggiato a continuare la sua
impresa. Ed a ragione il Libri giudica quella lettera come una delle
più eloquenti nella nostra letteratura.

[152] Marchese, pag. 83. Di ciò parlò più volte il Savonarola: ne
parlavano anche i Dieci nelle lettere che scrivevano a Roma su questo
affare; per le quali vedi le note che seguono.

[153] Nell’Archivio delle Riformagioni sono, infatti, due lettere
dei Dieci; una all’ambasciatore Filippo Valori, a Roma; l’altra al
Cardinale Oliviero Caraffa, in data del 10 maggio 1493; le quali
raccomandano caldamente la domanda dei frati di San Marco.

[154] Una minuta narrazione di questi tumulti si trova nel Parenti,
_Storia di Firenze_, vol. I, pag. 23 e seg. — Ms. nella Magliabechiana,
palch. II, 129.

[155] Erano per San Marco: il Card. Giovanni dei Medici; il Card.
Oliviero Caraffa, arcivescovo di Napoli; il generale de’ Domenicani,
Gioacchino Turriano. Pei Lombardi erano: il Moro, i Genovesi, il Duca
di Ferrara, i Bentivoglio di Bologna, e pare anche il re di Napoli.

[156] Burlamacchi, pag. 47.

[157] È inedito nella Riccardiana, cod. 2053. Vedi nell’Appendice.

[158] Essi avevano, prima che fosse segnato il breve di Roma, spedito
da Milano un ordine, col quale s’imponeva al Savonarola di partir
subito da Firenze. Per fortuna, però, l’ordine fu indirizzato al
priore di Fiesole, che si trovava assente; onde non venne consegnato
al Savonarola se non dopo l’arrivo del breve. Allora essi, valendosi
dell’aiuto di Piero de’ Medici, fecero accettare al Savonarola una
convenzione, nella quale si diceva che la Congregazione Lombarda
riteneva in Toscana la sua antica autorità, in tutto quello però che
non contraddicesse al breve già ottenuto. Convenzione ch’era per sè
stessa nulla, e che il Savonarola perciò accettava con una brevissima
lettera di due o tre versi; la sola che scrivesse a Piero de’ Medici.
Il signor Perrens, riportando questa lettera, sembra non aver saputo
la vera cagione per cui fu scritta, e la cita perciò (vol. I, pag. 51,
nota 2) come una prova di _souplesse_, e come una dimostrazione che «le
prieur sut fort bien, dans l’occasion, faire acte de soumission, sinon
à Laurent, du moins à son fils Pierre.» (vol. I, pag. 51.) Ma questa
lettera, insieme colla convenzione di cui abbiamo parlato, si trova
nell’Archivio Mediceo acclusa in un’altra di Iacopo Salviati; e dai
tre documenti che daremo nell’Appendice, risulta chiarissimo che non si
tratta nè di _souplesse_ nè di _soumission_. — Vedi Burlamacchi, pag.
46; Barsanti; Pico ec.

[159] Vedi Burlamacchi, pag. 46; ec. Pare che il Savonarola andasse
così oltre in questa sua idea, che avesse già fatto tagliare una selva
sopra un monte, dove voleva costruire il romitorio.

[160] «Abbiate la carità, conservate l’umiltà, possedete la povertà
volontaria: la mia maledizione e quella di Dio cada sopra colui che
porterà le possessioni in questo ordine.» Tali furono le ultime parole
di San Domenico ai suoi discepoli. Il Beato Angelico avea dipinto sul
muro esterno del dormentorio la Vergine con molti santi, e fra questi
San Domenico con un libro aperto dove erano scritte quelle sue parole.
Vedi Lacordaire, _Vita di San Domenico_; P. Marchese, _Storia del
Convento di San Marco_.

[161] Burlamacchi; P. Marchese, _Storia di San Marco_. Spesso il
Savonarola parla nel suoi _Sermoni_ di queste varie lingue che ha
introdotte nel convento, e dell’uso che dovranno avere. Il Rio (_Art
Chrétien_) ha parlato con eloquenza delle scuole di belle arti in San
Marco, esagerandone però l’importanza.

[162] Marchese, _Storia di San Marco_.

[163] In una lettera al Papa, della quale avremo più tardi occasione di
parlare, il Savonarola discorre di questi odii, e dei pericoli ai quali
fu per essi esposto.

[164] Vedi _Annali del convento di Santa Caterina di Pisa_, pubblicati
nell’_Archivio Storico_.

[165] Questi fatti si cavano da documenti esistenti nell’Archivio di
Siena.

[166] _Prediche sul Salmo_ Quam bonus; Prato 1846. È la medesima
edizione delle prediche sulla I. Ep. di S. Giov.; Predica IV, pag. 237.
Vedi anche le edizioni di Firenze 1528, e di Venezia 1544.

[167] Ibidem.

[168] Predica IX, pag. 20-21.

[169] Predica VIII, pag. 299 e seg.

[170] Predica IX, pag. 323.

[171] Il Rudelbach (vedi _Savonarola_ etc., cap. 3º della 3ª parte:
_Savonarola’s dogmatischer Standpunct_) è senza dubbio il più forte
sostenitore della prima opinione; ma egli è stato nella stessa Germania
combattuto vittoriosamente dal Meier, che anch’esso cerca fare del
Savonarola un protestante; ma vorrebbe, almeno in parte, moderare le
esagerazioni del suo connazionale. Il Rudelbach (pag. 359) prende in
appoggio delle sue idee specialmente queste prediche sul salmo _Quam
bonus_; ma il Meier è costretto a dirgli: «Die Folgerungen welche
Rudelbach (s. 359) aus diese Stelle zieht, sind den Vorstellungen
Savonarola’s fremd und beruhen lediglich, wie so Vieles in der
genannten Schrift, auf willkürlich eingeschobenen Deutungen des
ursprunglichen Textes.» Nota 2 alla pag. 274. Da tutto ciò si vede
quanto male si sia consigliato il signor Perrens nel riportare (dopo
aver dato il Savonarola per cattolico) quel capitolo del Rudelbach,
come la vera esposizione delle dottrine del frate. L’autorità del
Rudelbach, quando fosse valida, rovescerebbe tutto ciò che il signor
Perrens ha detto nella sua biografia.

[172] Predica IV, pag. 237-38.

[173] Predica V, pag. 246.

[174] Predica XII, pag. 373.

[175] Predica XIV, pag. 309-400.

[176] Predica XVI, pag. 443.

[177] Tutti i biografi riportano questo suo motto, che egli stesso
ripete nelle sue prediche. Vedi p. es., la predica V sopra Giobbe.

[178] Predica II, pag. 208-10.

[179] Predica VII, 271-4.

[180] Filateria era una carta che gli Ebrei portavano avvolta intorno
al braccio, e nella quale erano scritti i passi della Bibbia e i
Comandamenti della legge.

[181] Predica VIII, pag. 296.

[182] Predica X, pag. 344-5.

[183] Predica XIII, 383-4.

[184] Predica XVII, 543. e seg.

[185] Predica XXIII. Il medesimo pensiero trovasi ripetuto in molte di
queste prediche, e quasi forma il fondo di questo Avvento.

[186] _Compendium Revelationum._

[187] Venezia 1536, _ex officinâ divi Bernardini_. Per capire con
quante lacune furono messi insieme questi sermoni, bisogna prima di
tutto leggerli, e poi vedere ciò che ne dicono tanto l’editore di esse,
quanto quello delle _Prediche sopra Job_.

[188] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_, poemetto pubblicato dal Padre
Marchese nell’_Archivio Storico_, Cap. II. «Sunto delle profezie le
quali udì predicare el compilatore al profeta Jeronimo, esponendo
l’arca di Noè, quando nullo sospetto era di tribulazione alcuna.»

[189] L’editore veneto ha messo il titolo di _Avvento_ a questi 13
sermoni, che sono premessi ai 43 della quaresima e furono stampati
colle medesime scorrezioni. Ma nelle opere del Savonarola stampate a
Venezia, gli errori di tal sorta sono frequentissimi. L’avvento del 93
fu quello sul Salmo _Quam bonus_, e l’avvento del 94 fu sopra _Aggeo_.
Questi 13 Sermoni sull’Arca non debbono, perciò, precedere ma seguire
il quaresimale del 94, come si può veder chiaramente leggendoli. Il
3º di essi, infatti, espone le parole: _Ecce ego adducam aquas_, ed
il Savonarola stesso ci dice, nel _Compendio di Rivelazioni_, che ciò
avvenne il 21 settembre; quindi dopo la quaresima. Egli usava far delle
prediche fra la quaresima e l’avvento, che chiamava prediche _delle
feste_; e tali sono queste tredici sull’Arca di Noè. Il signor Perrens
si è lasciato ingannare dall’editore; ma leggendo quei sermoni, si
sarebbe egli stesso potuto chiarire.

[190] «Aveva predicato in Santa Reparata, ed avendo innanzi all’entrata
del re di Francia appunto chiuso l’Arca, con tanto terrore, spavento e
grida e pianti aveva fatto alcune prediche, che ciascuno quasi semivivo
senza parlare per la città si aggirava.» Cerretani, _Storia_, MS.
autografo nella Magliabechiana.

[191] Machiavelli, _Legazioni_; Francesco Guicciardini, _Storia
d’Italia_; Sismondi, _Hist. des Répub. ital._; Michelet, _Renaissance_;
Parenti, _Storia di Firenze_; Cerretani, idem. Le ultime due opere si
trovano Mss. nella Magliabechiana.

[192] «Le dict seigneur Ludovic estoit homme tres sage, mais fort
craintif, et bien souple quand il avoit peur (j’en parle come de celuy
que j’ay congnu et beaucoup de choses traicté avec luy), et homme
sans foy, s’il voyoit son profit pour la rompre.» Philippe de Comines,
_Mémoires_ etc., Lib. VII, chap. II. Vedi anche gli autori più sopra
citati.

[193] Alcuni di questi dispacci, scritti la più parte dal Pontano, sono
importantissimi, e si trovano nell’Archivio di Napoli.

[194] Si vedano i medesimi autori citati più sopra.

[195] Vedi i medesimi autori.

[196] Sismondi, _Hist. des Rép. ital.; Histoire des Français_. Il
Michelet, nella sua _Renaissance_, ha trattato questo soggetto con
molta eloquenza ed originalità.

[197] Il carattere di Carlo VIII è descritto mirabilmente dal
Guicciardini, _Storia d’Italia_. Vedi anche il Nardi, _Storia di
Firenze_; il Parenti, Ms. sopra citato; il Cerretani, _Storia di
Firenze_, Ms. idem; Sismondi; Michelet ec. Sopra ogni altro autore,
però, bisogna leggere, per tutto questo periodo di storia, _Les
Mémoires de Philippe de Comines_, che fu uno dei più grandi osservatori
e diplomatici del secolo XV. Può anche giovare: _Histoire de Charles
VIII depuis l’an 1485 jusqu’à 1498_, par Guill. de Jaligny, A. de la
Vigne etc.; Paris 1618.

[198] Il Gibbon meditava una volta di scrivere la storia della discesa
di Carlo VIII in Italia: «an event,» egli dice, «which changed the face
of Europe.» Nel 3º vol. delle sue _Miscellaneous works_ (London 1814)
si trova l’idea di questo lavoro, e vi è esaminata la nullità delle
ragioni a cui pretendeva la corona di Francia.

[199] Guicciardini, _Storia d’Italia_; Dispacci di re Ferdinando,
nell’Archivio di Napoli. Vedi l’Appendice.

[200] Burchardi, _Diarium_, ecc.

[201] _Memoires de Messire Philippe de Comines, seigneur d’Argenton,
sur les principaux faicts et gestes de Louis XI, et Charles VIII, son
fils, roys de France;_ Paris, 1580. Nel Cap. V del settimo libro,
parla di due ambascerie mandate da Piero de’ Medici a Carlo VIII,
nella prima delle quali erano il vescovo d’Arezzo e Piero Soderini. «A
la seconde fois envoya le dict Pierre (de’ Medici) à Lyon, un appelé
Pierre Capon, et autres; et disoit pour excuse (come ja avoit fait),
que le roy Louis onzieme leur avoit commandé à Florence se mettre en
ligue avec le roy Ferrand.... En toutes les deux ambassades y avoit
tousjour quelcun ennemi du dict de Medicis, et pour especial ceste
fois le dict Pierre (Capponi), et faisait sa charge plus aigre qu’elle
n’estoit, et aussi conseilloit qu’on bannist tout Florentin du royaume.
Cecy je dis pour mieux vous faire entendre ce qui advint après; car
le roy demoura en grande inimitié contre le dicte Pierre; et les dicts
general et seneschal (Beaucaire e Brissonet) avoyent grand intelligence
avec ses ennemis en la dicte cité, et par especial ce Capon, et avec
deux cousins germains du dict Pierre, et de son nom propre.» — Da
ciò risulta evidentissimo che il Capponi e tutto il partito liberale
volevano i Francesi. Per le stesse ragioni, e coi medesimi fini, li
favoriva anche il Savonarola.

[202] Guicciardini, _Storia d’Italia_.

[203] Phil. de Comines, _Memoires_. «Ego quantum potero præstabo armis,
pecuniâ, equis; viris iuvabo etc.» così scriveva il Moro a Carlo VIII,
in una lettera riportata dal Corio nella sua _Storia di Milano_.

[204] Forse non bisogna prendere alla lettera le parole del
Machiavelli, il quale più volte ripete questa sua sentenza, senza
dubbio esagerata. Pure, tristi assai dovevano essere i tempi di cui
tali cose potevano dirsi.

[205] Il Porzio, _Congiura dei Baroni_, LI, § II, descrive minutamente
e con molta maestria le armi italiane di quel tempo. Vedi anche
Guicciardini, Sismondi, ec.

[206] Sismondi, _Hist. des Répub. ital.; Historie des Français_:
Michelet, _Renaissance_; Guicciardini, ec.

[207] Un uomo d’arme era composto da un cavaliero, due balestrieri ed
altri due cavalli da servire in caso di bisogno; sicchè facevano in
tutto cinque cavalli e tre cavalieri. Ma questo numero variava assai
spesso, e variava ancora grandemente la moltitudine di servi, di paggi
e d’altra gente che si traeva dietro un esercito.

[208] La differenza degli storici antichi su questo proposito è tanta,
che non staremo a citarli: essi giudicavano sempre ad occhio o per
udita. Noi abbiamo seguito il computo del Nardi, che viene accettato
anche dal Sismondi e dal Michelet.

[209] Il Parenti, nella sua _Storia di Firenze_, scrive che Piero
dicesse in quella occasione: «Ciascuno faccia per sè.» Per questo
viaggio del re vedi: Comines, de la Vigne, Sismondi, Michelet,
Guicciardini, Nardi, Parenti, Cerretani, ec. ec. Su tutti questi fatti
gli storici vanno perfettamente d’accordo.

[210] Philippe de Comines, _Memoires_ etc. Egli medesimo se ne era
persuaso, e ripete più volte: «Dieu monstroit conduire l’entreprise.»

[211] La fortezza di Pietrasanta costò alla Repubblica 150,000 ducati
e un assedio di due mesi; quella di Sarzana costò 50,000 fiorini. —
Vedi Rinuccini, _Ricordi storici_, pag. 141: questo importante Diario
fu pubblicato dall’Aiazzi nel 1840, in Firenze. Vedi anche Cerretani,
_Storia di Firenze_, p. 524: Ms. magliabechiano.

[212] Iacopo Nardi, _Storia di Firenze_.

[213] «Firenze, tu sai che sessanta anni hai avuto un forte armato in
casa.... Costui se ti toglieva la roba e ti toglieva le donne, e’ ti
bisognava avere pazienza.... Dove era l’appoggio tuo? In che governo
ti trovavi tu allora, che era un governo non so come fatto? Dimmi che
cervelli avevi tu dal tuo? Con lui erano migliori cervelli del tuo,
dico quelli che erano suoi aderenti ec.» _Predica_ fatta la terza
domenica della quaresima del 1496.

[214] _Prediche sopra Aggeo_, fatte nell’avvento del 1491. Pred. Iª.
Aggeo fu il profeta che parlò agli Ebrei, usciti appena dalla servitù
di Babilonia, incitandoli a ricostruire il tempio: è facile, quindi, il
comprendere perchè il Savonarola lo prendesse allora ad esporre.

[215] Calendis igitur Novembris, id est Sanctorum omnium solemnitate,
et duobus proximis diebus, voci ei lateri non perperci, et (ut omni
populo notum est) tantum ex pulpito declamavi, quod infirmior corpore
factus, pæne langui. _Compendium Revelationum, edit. Quetif_., p. 236.

[216] Tutti gli storici sono unanimi nel dire, che il Savonarola era
in quei giorni divenuto l’anima della moltitudine. Se molto a lui si
deve, per avere negli anni trascorsi ridestato il popolo dal suo lungo
sonno, assai più gli si deve ora per aver saputo mantenere la pace
e la concordia. Noi lo dimostreremo più ampiamente nei Capitoli che
seguono, e queste prediche sopra Aggeo ne saranno certissima prova. Il
Guicciardini è uno di quelli che meglio compresero e giudicarono il
Savonarola. Nel suo dialogo _Sul reggimento di Firenze_, p. 28, egli
fa dire a Bernardo del Nero queste parole: «Io credo che voi abbiate
un obbligo grande a questo frate, che per avere levato a buona ora il
romore, è stato causa che e’ non si sia fatto esperienza di quello che
arebbe partorito quella vostra forma di governo; perchè io non dubito
che arebbe introdotto discordie civili di qualità, che si sarebbe
presto venuti a qualche mutazione disordinata e tumultuosa.» Ma come
il Savonarola fosse il solo a salvare la repubblica dai disordini, il
Guicciardini lo descrive e ragiona assai distesamente nella sua _Storia
di Firenze_.

[217] Cerretani, _Storia di Firenze_.

[218] Il Cerretani ci ha lasciato una minutissima narrazione di questa
pratica (Ms. magliab., carta 594 e seguenti): egli però mette in bocca
del Nerli queste parole, che furono veramente pronunziate dal Capponi;
a cui, infatti, essendo uomo di età matura, si addicevano assai meglio
che al Nerli, giovanissimo. Vedi Acciaioli, _Vita di Piero Capponi_,
nell’_Archivio Storico_, vol. IV., parte II.

[219] Cerretani ed Acciaioli, come sopra. Il Capponi ebbe sempre
una grande venerazione pel Savonarola e pel convento di S. Marco
Egli si confessava da Fra Salvestro; e nelle sue lettere, pubblicate
nell’_Archivio Storico_ in calce alla vita del Capponi, si vede più
volte come egli facesse gran conto dell’autorità del Savonarola.

[220] Vedi la parte del _Priorista Gaddi_, pubblicata nel sopracitato
volume dell’_Arch. Stor. Ital._, in appendice alla Vita del Capponi.
Ivi si nominano altri due ambasciatori: Pandolfo Rucellai e Giovanni di
Niccolò Cavalcanti.

[221] Parenti, _Storia di Firenze_.

[222] _Prediche sopra Aggeo_, pred. III.

[223] Parenti, _Storia di Firenze_, Ms. magliab. Vedi nel novembre 1494.

[224] Iacopo Nardi, _Storia di Firenze_.

[225] Il Proposto mutava ogni due o tre giorni, ed anche ogni giorno.

[226] Iacopo Nardi, _Storia di Firenze_, pag. 41 e seg. (ediz. Arbib.);
Rinuccini, _Ricordi Storici_; Gaddi, _Priorista_; Parenti, _Storia di
Firenze_; Cerretani, _Storia di Firenze_.

[227] Vedi gli scrittori più sopra citati.

[228] Più tardi papa Leone X.

[229] Poi duca di Nemours.

[230] Questa è l’opinione non solo del Nardi e degli altri storici, ma
del Savonarola stesso, che perciò attribuiva la cacciata dei Medici
all’aiuto divino. — «Iddio t’ha levato questo forte armato: non sia
nessuno che ti dica, io fui io; non sia nessuno che se ne vanti; perchè
non avevi tanta forza, che potesse sbarbare tanto gran casa e sì forte
armato.... Iddio è venuto più forte di lui; hagli tolto le spoglie sue
e la roba sua, e l’autorità sua sopra di te.» _Predica_ fatta la terza
domenica della quaresima del 1496.

[231] Nel 1434 Cosimo tornò dall’esilio; nel 1478 seguì la congiura dei
Pazzi.

[232] Questo discorso si trova riportato nel _Compendium Revelationum_.
Nel racconto di tutti questi fatti, noi abbiamo seguito principalmente
il Nardi, che è minuto, diligente ed esatto; ma ci siamo valsi ancora
molto del Cerretani, Parenti, Rinuccini, Gaddi; del Guicciardini,
Machiavelli, Comines, ec.

[233] Sismondi, _Histoire des répub. ital._; Michelet, _Renaissance_;
Leo, _Storia d’Italia_; Guicciardini, Machiavelli, Nardi, Parenti,
Cerretani, Rinuccini, Gaddi, Comines, ec.

[234] Iacopo Nardi, _Storia di Firenze_.

[235] Nardi, Parenti, Cerretani, Sismondi, ec.

[236] Quello che oggi chiamasi Palazzo Riccardi.

[237] Cerretani, _Storia di Firenze_.

[238] L’autore del _Priorista_, quello stesso che fece il discorso al
re quando egli entrava nella città.

[239] Tutta questa narrazione abbiamo cavata principalmente dal Nardi,
Gaddi e Rinuccini, che si trovarono presenti all’entrata del re Carlo.
Il Cerretani descrive assai minutamente l’esercito francese: molte
notizie dànno il Parenti, il Guicciardini ed il Comines: tra i moderni
vanno menzionati sopra tutti il Sismondi, _Hist. des répub. ital._ e
_Histoire des Français_; il Michelet, _Renaissance_.

[240] Questo fatto, quanto onora il Capponi, altrettanto dimostra in
che misero stato dovesse allora trovarsi l’arte della guerra in Italia.
Acciaioli, _Vita di Piero Capponi_, nell’_Arch. Stor._ vol. IV. parte
II.

[241] Lettere del Capponi, pubblicate nell’Appendice alla sua Vita più
sopra citata, pag. 55. Vedi anche ciò che ne ha scritto il marchese
Gino Capponi, nella sua bella avvertenza in fine dei primo vol.
dell’_Archivio Storico_.

[242] Parenti, _Storia di Firenze_.

[243] Con queste parole il re ed i suoi s’andavano vantando.

[244] Vedi la descrizione di questo tumulto nel Cerretani (Magl.,
Palch. III, Cod. 74) pag. 211 e seg.; e nel Parenti (MS. Magl.) pag.
74. Il Cerretani conclude la narrazione del fatto con queste parole:
«La qual fu tenuta animosa difesa, e conobbesi nei Francesi paura non
piccola; chè la maggior parte, benchè armati si raunassino, temevano
come femmine.»

[245] Il marchese Gino Capponi, dice a questo proposito: «Egli ebbe la
fortuna di vivere in uno di quei momenti che bastano a tutta una vita.»
Vedi Cerretani; Parenti; Guicciardini; Nardi; Machiavelli; Acciaiuoli,
_Vita del Capponi_, ec.

[246] Sono assai noti quei versi del Machiavelli, ne’ suoi Decennali:

    Lo strepito dell’armi e de’ cavalli
      Non potè far che non fosse sentita
      La voce d’un Cappon fra cento Galli.

[247] Il trattato fra Carlo VIII e la repubblica fu pubblicato nel
primo vol. dell’_Archivio Storico_, dal marchese Gino Capponi, con
alcune belle riflessioni.

[248] Vedi le _Prediche sopra Aggeo_. Questi sermoni, pronunziati
nell’Avvento del 1494, furono raccolti dalla viva voce da quel frate
Stefano da Codiponte, di cui abbiamo parlato più sopra, e stampati
a Venezia nel 1544. Come già abbiamo detto, le edizioni venete sono
scorrette, e gli editori s’ingannano assai spesso anche nel mettere
il titolo all’opera, e nelle parole che aggiungono in principio o
in fine di alcune prediche. Così in queste, la predica 4ª ci vien
data come quella fatta dopo la cacciata dei Medici, e la 5ª come
quella pronunziata dopo il ritorno del frate da Pisa: il che ha fatto
erroneamente credere al Perrens, che il Savonarola fosse partito da
Firenze per Pisa dopo la cacciata dei Medici. Leggendo però queste
prediche sopra Aggeo, ed osservando che la 1ª, 2ª e 3ª furono fatte
nei giorni 1, 2 e 6 novembre; si vedrà che la 4ª è quella fatta dopo il
ritorno di Pisa, e che nella cacciata dei Medici il Savonarola non era
in Firenze; secondo appare anche dai Cronisti del tempo, e dalla data
del giorno in cui furono eletti gli ambasciatori, cioè il 5 novembre.

[249] Oltre ai biografi, il Savonarola medesimo racconta più volte
questi fatti. Vedi la pred. XXVI _sopra Michea_, fatta il 28 ottobre
1496.

[250] Comines, _Mémoires_. liv. VIII, chap. IX.

[251] Comines, come sopra; Sismondi, _Hist. des Rép._, chap. XCIII.

[252] Parenti, _Storia Fiorentina_, vol. I, pag 51: settembre 94.

[253] «La vituperazione sua (del Poliziano) non tanto dai suoi vizi
procedeva, quanto dall’invidia in cui era venuto Piero de’ Medici nella
nostra città.» Parenti, loc. cit.

[254] Ecco le due iscrizioni come si leggono in San Marco.

                                D. M. S.

             IOHANNES IACET HIC MIRANDULA CAETERA NOR[=U]T
                 ET TAGUS ET GANGES FORSAN ET ANTIPODES
              OB. AN. SAL. MCCCCLXXXXIIII. VIX. AN. XXXII.

                HIERONIMUS BENIVIENUS NE DISIUNCTUS POST
                 MORTEM LOCUS OSSA SEPARET QUOR. ANIMAS
                    IN VITA CONIUNXIT AMOR HOC HUMO
                         SUPPOSITA PONI CURAVIT

In un’altra lapide, sottoposta alla prima, si trova quella del
Poliziano.

                               POLITIANUS
                          IN HOC TUMULO IACET
                              ANGELUS UNUM
                          QUI CAPUT ET LINGUAS
                          RES NOVA TRES HABUIT
                         OBIIT AN. MCCCCLXXXXIV
                          SEP. XXIV — AETATIS
                                  XL.

[255] Per questa sua lunga esitazione, il Savonarola dubitò un momento
della salvezza del suo amico, quasi avesse voluto resistere alla voce
del Signore che lo chiamava. Ma poi ebbe una visione, nella quale gli
parve di vederlo portato in cielo dagli angeli, e con ciò si credette
assicurato che egli fosse andato in purgatorio, e lo disse dal pergamo
al popolo. Vedi nelle _Prediche sopra Aggeo_, il fine della predica
sesta.

[256] La ringhiera stava sulla facciata del Palazzo, dove ora si
trovano il Marzocco e le scale esterne.

[257] Parenti, _Storia di Firenze_, vol. I, fol. 63.

[258] _Lex Parlamenti anni Domini 1494, die vero 11 decembris._
Parlando degli Accoppiatori, dice così: «E’ quali Venti così electi
s’intendino essere et siano Accoppiatori per un anno proximo futuro.
E’ quali per decto anno habbino auctorità d’imborsare la Signoria et
Gonfaloniere di giustizia et loro notaio.... Et che per da hora, per la
presente provvisione, pel numero de’ cinque Accoppiatori ne tocca al
quartiere di S. M. Novella, s’intenda essere et sia electo, et etiam
per Accoppiatore et secretario a qualunque squittinio s’ha affare,
come di socto si dirà, lo spectabile huomo Francesco di Martino dello
Scarfa al presente Magnifico Gonfaloniere di Giustizia; et che etiamdio
de 20 Accoppiatori così electi per essere Accoppiatori, non habbino
divieto a essere Gonfaloniere di giustizia...» Questa provvisione,
cavata da un volume miscellaneo è incompiuta. Vedi nell’Archivio delle
riformagioni _Registro di Parlamento, o sieno leggi del Consiglio
Maggiore_ (sic), _1452-97_ (nell’antico ordinamento era segnato cl.
II, 27.) Il Rinuccini, nei suoi _Ricordi Storici_, dice: «I Signori
vennono in sulla ringhiera, e quivi feciono leggere una petizione,
che conteneva fra l’altre cose il fare li Otto di balía a mano, per
una volta; e che le borse dei tre maggiori uffici si tenessino a mano
e aperte, per un anno, per Venti Accoppiatori; e facessino Dieci di
libertà e pace per sei mesi; e privorono di ufficio li Otto di guardia
e balía che allora erano in uficio.» Ed il Nardi: «Venti cittadini
riformatori, i quali per vigore della legge fatta del parlamento, erano
stati creati con pienissima autorità e balía quanto avesse tutto il
popolo fiorentino. Per la deliberazione e l’autorità dei quali, durante
il tempo d’uno anno, si dovevano creare i principali magistrati; cioè
i Signori, i Gonfalonieri delle compagnie del popolo, e i dodici Buoni
Uomini; i quali magistrati, dal volgo particolarmente, si chiamano i
tre maggiori uffici, e tutti insieme il Collegio; e così il magistrato
dei Dieci della guerra, chiamati poi con migliore augurio i Dieci
di libertà e pace, e parimenti il magistrato degli Otto di guardia e
balía.» (Vol. I, p. 60).» — Stimiamo bene di spiegare in questo luogo
le parole: _imborsare, tenere le borse serrate, tenere le borse aperte_
e simili, che si trovano spesso nelle provvisioni e negli storici.
Nella elezione dei magistrati tenevansi generalmente due borse; una per
l’arte maggiore, l’altra per la minore: in esse mettevansi i nomi di
coloro che dovevano sedere in quei magistrati, secondo lo squittinio
fattone, e si chiamavano perciò _imborsati_ o _squittinati_. Lo
squittinio poteva farsi per sei mesi, per un anno, o anche per più.
Ogni volta, poi, che dovevano essere eletti i magistrati, si tiravano,
generalmente, _a sorte_ i nomi dalle borse, e questo si diceva _tenere
le borse serrate_; ma se, dopo fatto lo squittinio, davasi balía di
scegliere i magistrati ad arbitrio, o sia _tenere le borse aperte_, le
_borse a mano_, ciò voleva dire, che si potevano scegliere dalle borsa
i nomi che meglio piacessero, senza ricorrere alla sorte.

[259] Per queste notizie sul governo della Repubblica Fiorentina, vedi
Giannotti; Guicciardini, vol. II delle opere inedite; le storie del
Villani, Ammirato ec.; ma soprattutto gli Statuti e le Provvisioni
originali, che soli possono dare idee esatte sopra questa materia,
assai poco studiata.

[260] Il marchese Gino Capponi ha pubblicato la legge colla quale il
Magnifico istituì questo Consiglio, ed ha fatto con belle osservazioni
capire tutta l’importanza di questa tirannica istituzione. Vedi
_Archivio Storico_, vol. I.

[261] Il Guicciardini, nel suo _Reggimento di Firenze_, discorre
mirabilmente questa materia. Vedi pag. 282, e seg.

[262] Guicciardini, _ibidem_; Giannotti, _Della Repubblica Fiorentina_.

[263] Nardi, _Storia di Firenze_.

[264] Questa teoria è minutamente esposta dal Giannotti, e forma
la base e il fondamento dei suoi scritti politici; si trova nel
Machiavelli e nel Guicciardini (_Del Reggimento di Firenze_); ma più
comune assai era negli scritti e nel discorsi tenuti dai contemporanei
del Savonarola. Vedi il suo trattato sul _Reggimento di Firenze_.

[265] I due discorsi del Soderini e del Vespucci sono famosi nella
_Storia del Guicciardini_.

[266] Questa è l’opinione di tutti gli storici del tempo, e
specialmente del Guicciardini, nel suo _Reggimento di Firenze_ e nella
_Storia inedita di Firenze_.

[267] »Facevano lunghissime dispute infra di loro, stando alle volte
infino alle cinque ore di notte o sei.» Burlamacchi, p. 67.

[268] L’università istituita da Lorenzo dei Medici, trovavasi allora
chiusa per la rivoluzione di Pisa; e le sue rendite potevano perciò
spendersi altrimenti. Nessun uso, certamente, ne sarebbe stato in quel
tempo migliore, che darle ai poveri.

[269] Predica VII _sopra Aggeo_.

[270] Predica VIII, idem.

[271] Predica XIII, idem.

[272] Queste idee si trovano pienamente espresse nel trattato _De
Regimine principum_; ed erano diffuse tra i politici fiorentini al
tempo del Savonarola. Il Ficino le aveva adottate, e nel Guicciardini
se ne trova ancora qualche traccia visibile (Vedi il suo _Dialogo
sul reggimento di Firenze_). Il Savonarola poi le espresse anche più
estesamente nel suo _Trattato circa il reggimento di Firenze_.

[273] Parte di queste parole aveva già dette anche in altre prediche di
questo avvento; come, per esempio, l’ottava.

[274] Questo era stato un famoso detto di Cosimo il Vecchio, il quale
soleva dire ancora: _Che due canne di panno rosato fanno un uomo
dabbene_.

[275] Vedi tutta la Predica XIII. Nelle prediche antecedenti aveva già
detto qualche cosa di politica; ma nella XIII entrò addirittura nel
soggetto, discutendolo minutamente in ogni parte.

[276] Predica XIII.

[277] Burlamacchi. Il Violi, citato dal Barsanti (pag. 86), dice nella
sua Giornata XI: «Trattandosi de’ modi del nuovo reggimento, lui (il
Savonarola), con più altri religiosi (di S. Marco), fu ricercato a
disputare e consigliare qual modo di governo fosse il migliore e più
appropriato della città, per conservare la libertà che nuovamente era
stata ricuperata; e fu accettata l’opinione di frate Hieronimo, che
meglio fosse il governo universale di tutti i cittadini, che di pochi o
di un capo solo, per tenere più la città e i suoi cittadini in pace: e
così fu fermato questo governo per migliore.»

[278] Vedremo come questo numero non era troppo largo, ma anzi assai
ristretto.

[279] Nella Predica XXIX _sopra Giobbe_, il Savonarola stesso ci dà
minuto ragguaglio di questa predica, che non si trova a stampa. Ne
discorre minutamente anche il Nardi che aggiunge poi queste parole:
«Credevasi in quel tempo che quest’uomo non s’intendesse molto della
vita attiva, ma discorresse universalmente secondo la morale, ma molto
più secondo la vera e cristiana filosofia. Circa la dottrina del quale,
se veramente fosse stato ascoltato, senza dubbio arebbe disposto gli
animi de’ nostri cittadini a ricevere la forma d’ogni buono e santo
governo. Le quali tutte cose, però, avendo egli predicate e più altre
volte confortate, finalmente furono fatte e deliberate, dopo molte
difficoltà e contradizione.» Vedi pag. 58-60; Firenze 1857.

[280] «Avrebbe nel Consigli, ne’ quali non interveniva numero molto
grande di cittadini, potuto più quella sentenza, che tendeva alla
forma non tanto larga del governo, se nella deliberazione degli uomini
non fosse stata mescolata l’autorità divina, per la bocca di Girolamo
Savonarola da Ferrara, frate dell’ordine dei predicatori. Costui...
in questo tempo, detestando pubblicamente la forma deliberata nel
Parlamento, affermava, la volontà di Dio essere che e’ s’ordinasse
un governo assolutamente popolare, e in modo che non avesse a essere
in podestà di pochi cittadini alterare nè la securtà nè la libertà
degli altri; talmente che, congiunta la riverenza di tanto nome al
desiderio di molti, non potettero quegli che sentivano altrimenti
resistere a tanta inclinazione.» Guicciardini, _Storia d’Italia_,
lib. II, pag. 164-65, ediz. del Rosini. Nella _Storia d’Italia_,
però, il Guicciardini non ardì esprimere tutte le sue idee intorno al
Savonarola, perchè scriveva in tempi contrari alla sua memoria. Nella
_Storia inedita di Firenze_, che egli forse non voleva pubblicare, si
vedrà il grandissimo conto che faceva del frate come uomo politico.
Ivi esso dice, che il Savonarola discorreva della politica non solo
per principii generali, ma veniva ai particolari, e pareva allora che
fosse nato e vissuto al reggimento degli Stati: dice anche che esso
coll’ardire e la moderazione salvò il nuovo governo dal pericolo di
rovinare in sul nascere.

[281] Quando la Signoria insieme con i Collegi, cogli altri magistrati
e con alcuni cittadini da essa richiesti (i quali perciò venivano
chiamati _Arroti_) si radunavano in consiglio per discutere; questo si
diceva tenere la _Pratica_. Dopo il 94, questa parola dinotava anche le
radunanze che la Signoria teneva semplicemente cogli altri magistrati
e col Consiglio degli Ottanta: e nei _Libri di Pratiche_ di quel
tempo, si trovano, più o meno imperfetti, i discorsi tenuti in queste
radunanze.

[282] Ecco come ne discorre il Pitti, nella sua _Apologia dei
Cappucci_, (pag. 277) pubblicata nell’_Archivio Storico_, vol. IV,
parte II: «Perchè, come sapete, noi aviamo tre spezie cittadini:
aggravezzati, statuali e benefiziati. Di questi tre, solo i benefiziati
sono ricevuti nel Consiglio Grande. Li statuali sono capaci di tutti
i magistrati, dentro e fuori della città, secondo le borse dove sono
messi per la elezione fattane dallo squittinio generale, avuto rispetto
alle qualità di ciascuno: e ogni volta che uno di costoro ascende ad
uno dei tre maggiori, acquista il _benefizio_ e diventa capace del gran
Consiglio. Li aggravezzati (cioè quelli che pagano imposta) non hanno
parte nei magistrati: ma godono solamente il privilegio di portare
arme, franchigia di certe gabelle ed alcune altre immunità, come i
veri cittadini. Il restante, poi, degli artefici abitatori della città,
restano tra la plebe, senza alcuna partecipazione della repubblica.»

[283] Il Giannotti, _Della Repubblica Fiorentina_, lib. II, cap. VII,
pag. 113-14 (della pregevole edizione curata dal sig. Polidori),
discorrendo dell’ufficio dei Collegi o Gonfalonieri di Compagnia,
discorre così: «Crebbe, poi, la sua riputazione quando, per certa
peste, non si trovando chi volesse stare nella città ed esercitare i
magistrati; fu fatta quella legge per la quale si toglieva a ciascuno
il potere ottener magistrati, l’avolo del quale non fosse stato veduto
o non avesse seduto in uno de’ tre maggiori uffizi...» E continua,
discorrendo de’ danni che questa nuova legge portava, e dell’autorità
che aveva data ai Medici; perchè «ciascuno cittadino ricorreva a loro
per averne alcuno (dei maggiori uffici); e non solamente cercava
d’essere egli imborsato e tratto, ma se aveva ancora figliuoli che
fossero eziandio in fascia, operava che fossero tratti; acciò che se
pure non avessero a sedere, fossero almeno di tali magistrati veduti.»
— Di qui si vede come _seduto_ era quello che teneva effettivamente il
magistrato; _veduto_, quello che lo aveva solo di nome. Nello scegliere
a sorte i magistrati, si tirava spesso uno per tenere l’ufficio e un
altro per esser solamente _veduto_.

[284] Zuccagni Orlandini, _Statistica della Toscana_.

[285] Rinuccini, _Ricordi Storici_, pag. 146.

[286] Contro quest’accusa di troppo democratico, parla il Pitti
nella sua _Apologia dei Cappucci_; ne parla anche distesamente il
Guicciardini, nel suo _Reggimento di Firenze_ e nella sua _Storia
inedita di Firenze_. Il Nardi ne discorre a lungo, non solo nella
_Storia_, ma ancora, e molto più, nei suoi _Discorsi_, che sono inediti
nella Riccardiana.

[287] «Chi tolse quella facultà, fu perchè i Consigli approvassino
le provvisioni, o ragionevoli o no, collo essere straccati; e
dessino giudicio col non udire mai se non una parte.» Guicciardini,
_Opere inedite_, vol. II, pag. 296. Si era cercato ogni modo perchè
la Signoria vincesse sempre il partito che proponeva: essa poteva
presentare una legge per un numero quasi infinito di volte nello stesso
giorno; e questo, acciò i Consigli, così stancati, l’approvassero.
Anche ora, la provvisione che stabiliva il Consiglio Maggiore,
decretava che la Signoria vi potesse mandare a partito la medesima
legge sino a 28 volte, sei volte per dì! — Questa provvisione, e tutte
le altre che si accennano, vedile nell’_Archivio delle Riformagioni;
Libri di provvisioni_ anni 1494-98.

[288] Questa provvisione fu votata il 22 dicembre, nel Consiglio del
Popolo, con 229 fave nere contro 35 bianche; ed il 23, in quello del
Comune, con 195 contro 16. _Archivio delle Riformagioni_.

[289] Nel Consiglio del Popolo ebbe 203 fave nere contro due
sole bianche; in quello del Comune, 166 contro 9. _Archivio delle
Riformagioni_.

[290] Rinuccini, pag. 146; Arch. delle Riformagioni, _Lib. di
Provvisioni_.

[291] Vedi le prediche _sopra Aggeo_, e fra le altre la XIII.

[292] _Prediche sopra Amos_; in quella del martedì dopo la Pasqua.

[293] Questa materia fu pienamente trattata nella pregevole opera del
Pagnini, _sulla Decima_. Ivi sono ancora pubblicate le provvisioni che
decretano la nuova imposta. L’uffizio della Decima esiste tuttora;
i suoi registri si chiamano _libri della Decima_, ed il primo è del
1494-98. Ci volle però del tempo, prima che le disposizioni della nuova
legge si potessero mettere ad effetto; ed il permesso d’imporre i beni
ecclesiastici non si ebbe che nel 1516.

[294] La Signoria, mescolandosi, come abbiam detto, in ogni cosa,
poteva fare il medesimo in questo; ma l’ufficio ne era propriamente
devoluto agli Otto.

[295] E tale fu sempre l’opinione dei politici fiorentini; come
si può vedere nel Giannotti, _Della Repubblica Fiorentina_; e nel
Guicciardini, _Del Reggimento di Firenze_.

[296] _Prediche sui Salmi_. Nota che queste prediche furono dal
Savonarola cominciate il 6 gennaio 1495 (stile nuovo), e ne fece otto;
dopo di che, arrivato alla quaresima, predicò _sopra Giobbe_. Finita
la quaresima, riprese, il primo di maggio, le prediche sui Salmi; ed
andò sino al 28 di luglio, facendone così in tutto, fra le prime e
le seconde, ventinove. Le prime otto vanno, perciò, esaminate come
un seguito dell’Avvento _sopra Aggeo_, e serbano lo stesso carattere;
mentre le altre ventuna sono il seguito del quaresimale _sopra Giobbe_.

[297] Predica I, _sui Salmi_.

[298] Ibidem.

[299] Predica II, _sui Salmi_.

[300] _Archivio delle Riformagioni_.

[301] _Archivio delle Riformagioni_. Vedi la stessa Provvisione.

[302] _Archivio delle Riformagioni_. Era segnato nell’antico
ordinamento: Cl. II, nº 137. Alcune di queste miscellanee di frammenti
diversi furono per noi preziosissime; perchè, dopo averne ricercate
molte, trovammo documenti che illustrarono punti oscuri o male intesi
della nostra istoria.

[303] Questa era quasi un’ironia; ed un rimprovero a quelli che,
violando la legge, s’erano permesso di esprimere un voto, in parte
solamente, contrario alla proposta della Signoria.

[304] Allora non si era ancora radunato il Concilio di Trento, ed era
fresca la memoria del Concilio di Costanza: la dottrina che dal Papa
si potesse appellare al Concilio, non era stata condannata dalla Chiesa
romana.

[305] Questi discorsi si trovano tutti nel _Frammento di Pratica_
più sopra citato: _Archivio delle Riformagioni_. Abbiamo cercato di
esser fedelissimi nel riportarne il senso, e quasi le parole stesse;
traducendole però, dal latino in cui que’ discorsi furono scritti dal
notaio, nell’italiano in cui furono pronunziati dagli oratori.

[306] Vedi, _Archivio delle Riformagioni_. Negli Ottanta, entrandovi
la Signoria, i Collegi ec., il numero passava la cifra che il suo nome
parrebbe indicare.

[307] Bisogna dire che gli scrittori contemporanei si tacciono su
questa materia, o esprimono la sentenza contraria al Savonarola,
come una voce contraddetta. Nel cinquecento, però, i nemici del
frate sostennero quella voce, e la fecero credere anche a molti che
erano amici alla sua memoria. Così noi troviamo che il Guicciardini,
_Reggimento di Firenze_, pag. 165, fa dire al del Nero, che va parlando
degli Otto di Guardia e Balía: «E vi aggiugnerei quello che io intendo
che questo frate propone; cioè, che da ogni condannazione che facessino
a alcuno cittadino per conto di Stato, e non per altra causa, vi fussi
lo appello; non del Consiglio Grande, come propone lui, ma al Senato
(_al margine del MS., l’autore aggiunge_: parrebbe forse meglio questo
appello alla Quarantía), dove avesse a venire il magistrato che lo
condannassi, a difendere la sentenza sua.» E senza avvedersene, egli
sostiene quella che era appunto l’opinione del Savonarola, come fuor di
dubbio apparisce dalle sue prediche. — Il Machiavelli, che è anche più
esplicito nell’accusare il frate di questa legge, dice così: «Essendo
Firenze, dopo il novantaquattro, stata riordinata nel suo stato con
l’aiuto di frate Girolamo Savonarola, gli scritti del quale mostrano la
dottrina, la prudenza, la virtù dell’animo suo; ed avendo, tra l’altre
costituzioni, per assicurare i cittadini, fatto fare una legge, che si
poteva appellare al popolo dalle sentenze che per cose di Stato, gli
Otto e la Signoria dessero; la qual legge persuase più tempo, e con
difficoltà grandissima ottenne, ec.» (_Discorsi_, lib. I, cap. 45.)
Questa opinione del Machiavelli e degli altri scrittori, mentre non può
contrastare all’evidenza stessa dei fatti, prova da un altro lato, che
la parte avuta dal Savonarola nella formazione del nuovo governo, dovè
essere tanto grande, da farlo credere autore anche di quelle leggi che
egli aveva disapprovate.

[308] Vedi le _Prediche sopra Aggeo_, e le _Prediche sopra i Salmi_.

[309] In questo modo si ricorreva sempre a lui, che voleva esser
giudice e padrone di tutto.

[310] Vedi gli Statuti fiorentini, pubblicati nel 1778, colla data di
Friburgo, in tre volumi.

[311] _Archivio delle Riformagioni_. Vedi la provvisione del 20
aprile 1498, che, nel ristabilire il Potestà e il Capitano del popolo,
discorre di ciò.

[312] Vedi le _Prediche sopra Aggeo_, e quelle _sopra i Salmi_. Vedi
anche le _Prediche sopra Rut e Michea_, fatte nelle feste del 96, e
principalmente quella del 3 di luglio.

[313] Ibidem.

[314] Il 30 aprile 1498, si volle tornare al Potestà e Capitano del
popolo (vedi la provvisione nell’_Archivio delle Riformagioni_); ma nel
1502, fu seguito il consiglio del Savonarola, e si creò la _Ruota_.

[315] L’antico statuto era stato compilato nel 1393.

[316] Nella Magliabechiana, cl. XXIX, cod. 143, si trova un’antica
copia del nuovo statuto; e innanzi ad esso la provvisione sopra
riportata.

[317] Burlamacchi, _Vita_ ec.

[318] Vedi la Provvisione nell’_Archivio delle Riformagioni_.

[319] Ecco come doveva, secondo la stessa Provvisione, eleggersi
la Signoria. Radunato il Consiglio Maggiore, si tiravano a sorte 96
elezionari, cioè 24 per quartiere. Ognuno di essi ne nominava uno del
suo quartiere, e i 96 in questo modo scelti, andavano a partito per
essere dei Signori. Fra quelli che ottenevano più della metà dei voti,
se ne sceglievano 8 (cioè due per quartiere), e s’imborsavano nella
borsa generale, mettendosi il più vecchio nel _borsellino_. Per ognuno,
poi, dei Signori effettivi, s’imborsavano _per rispetto_, cioè per
essere _veduti_, due di quelli che avevano ottenuto più fave, purchè
fossero giunti al di sopra della metà. — Quanto al _borsellino_, pare
che vi si mettesse il più vecchio, perchè a lui toccava cominciare a
fare il _Proposto_; ufficio che andava in giro ogni giorno ad uno dei
Signori.

Pel Gonfaloniere, poi, si traevano 20 elezionari: ognuno dei primi 10
ne eleggeva due, uno per _sedere_ gonfaloniere, l’altro per essere
_veduto_: i secondi 10 ne sceglievano ciascuno altri due; uno per
gonfaloniere, l’altro per notaio. Se ne avevano così 20, scelti per
creare il gonfaloniere: si squittinavano, e quello che aveva più
fave, purchè più della metà, era imborsato per gonfaloniere; i due che
venivano appresso, _per rispetto_, o sia per essere _veduti_. Vedi la
medesima Provvisione. — _Archivio delle Riformagioni_.

[320] Ecco, fra gli altri, come ne discorre il Guicciardini ne’ suoi
_Discorsi_ (_Opere inedite_, vol. II, pag. 299): «A tenere saldo
questo modo di governo, è necessario tenere salda la legge del non fare
parlamento, il quale solo è facile a dissolvere il vivere popolare;....
e non è altro che, col terrore delle armi e colla forza, costringere
il popolo a acconsentire a tutto quello che ei propongono; e dare
ad intendere che quello che è fatto, sia fatto per volontà e modo di
tutti.»

[321] _Prediche sui Salmi_, Predica XXVI, fatta il giorno 28 luglio.

[322] Vedi la provvisione nell’_Archivio delle Riformagioni_. Poco
dipoi, il Savonarola fece, nella sala del Consiglio Maggiore, scrivere
a lettere maiuscole i versi che seguono:

    Se questo popolar consiglio e certo
    Governo, popol, della tua cittate
    Conservi, che da Dio t’è stato offerto,
    In pace starai sempre e ’n libertate.
    Tien, dunque, l’occhio dalla mente aperto,
    Chè molte insidie ognor ti fien parate;
    E sappi che chi vuol far parlamento,
    Vuol torti delle mani il reggimento.

[323] _Prediche sopra Amos_, martedì dopo la Pasqua.

[324] Questo non è calcolo esagerato di storici; ma è detto nella
stessa Provvisione che decreta il Monte di Pietà.

[325] Il Parenti, _Storia di Firenze_, racconta questi fatti, e
aggiunge che la gente più culta era in favore degli Ebrei.

[326] _Archivio delle Riformagioni_. Queste Provvisioni che riguardano
il Monte, si trovano pubblicate nel Passerini, _Storia degli
Stabilimenti di Beneficenza in Firenze_. L’autore, però, è caduto
in errore quando ha detto essere falso che il Savonarola favorisse
il Monte di Pietà; che egli, anzi, l’oppugnasse, perchè promosso dai
Frati Minori, suoi nemici. Questa opinione è combattuta non solo dalla
concorde opinione di tutti gli storici e biografi del Savonarola, ma
anche da tutto ciò che il Frate disse pubblicamente sul pergamo.

[327] _Prediche sopra Amos_, predica XXI.

[328] _Archivio delle Riformagioni._

[329] Questa statua avea appartenuto ai Medici; e dopo la rovina della
repubblica, essi la posero sotto alla loggia dei Lanzi, ove ora si
trova colla medesima iscrizione repubblicana. Si vuole da alcuni,
che quando, sotto alla stessa loggia, venne posto il capolavoro del
Cellini, rappresentante Perseo che taglia la testa a Medusa, si fosse
voluto simboleggiare, in risposta, la tirannide risorta, che ammazza la
repubblica.

[330] Ecco in qual modo, il 1º di aprile 1495, il Savonarola stesso
parlava della mutazione del nuovo governo, e delle principali leggi da
lui ordinate: «Vedendo appropinquare la mutazione del nuovo governo, e
considerando che non poteva essere senza scandalo e grande effusione
di sangue;... deliberai, inspirato da Dio, di cominciare a predicare
ed esortare il popolo a penitenzia, acciocchè conseguissi da Dio
misericordia. Ed il dì di San Matteo Apostolo, cioè a dì 21 settembre
94, cominciai; e, con quante forze mi dette Iddio, esortai il popolo
a confessarsi, e digiunare, ed orare. Le quali cose avendo fatte
volentieri, la bontà di Dio commutò la giustizia in misericordia;
ed a dì 11 novembre, mutossi lo Stato e governo, miracolosamente,
senza sangue e senza alcun altro scandalo nella vostra città. Avendo,
dunque, tu, popolo fiorentino, a pigliare nuovo governo; ti convocai,
escluse le donne, nella chiesa maggiore, presenti i Magnifici Signori
e gli altri magistrati della tua città: e dopo molte cose dette del
buon governo delle cittade secondo la dottrina delli filosofi e delli
sacri teologi, ti dimostrai quale era il governo naturale del popolo
fiorentino; e, dipoi, continuando la predicazione, ti proposi quattro
cose che tu dovevi fare. — La prima: temere Iddio. — La seconda: amare
il ben comune della città, e quello cercare più che il proprio. — La
terza: far pace universale tra te e quelli che ti avevano governato pel
passato; aggiungendo a questo, lo appello delle sei fave.» Predica 29,
di quelle sopra Giobbe. Nota che questa predica veniva fatta quando
già la nuova legge dell’appello era decretata; e che tanto qui come
altrove, il Savonarola dice sempre di aver consigliato l’appello delle
sei fave; non mai quello delle sei fave al Consiglio Maggiore.

[331] Le Provvisioni antecedenti al 94 sono, infatti, latine; quelle
dopo la cacciata dei Medici, cominciano subito ad essere italiane.
Così, dopo la metà del 1495, anche lo straccetto dei discorsi che si
tennero nelle Pratiche, si trova scritto in italiano: più tardi ritorna
in campo il latino.

[332] Vedi la nota in fine del capitolo.

[333] Predica XXIII, _sopra Aggeo_.

[334] Predica XIX, _sopra Aggeo_.

[335] _Compendium Revelationum._

[336] Il Comines, come abbiamo più sopra notato e come diremo ancora
più basso, erasi persuaso da ciò, che il Savonarola fosse un vero
profeta; e nelle sue _Memorie_, piene d’una continua ammirazione per
lui, ripete sempre «Egli ha predetto la venuta del re quando niuno
vi pensava; gli ha, poi, scritto ed ha detto a me stesso cose che
niuno ha credute, e che si sono tutte verificate.» Il Nardi, ed un
numero infinito d’altri contemporanei, dettero al Savonarola il nome
di profeta; ed il Machiavelli stesso, il quale, come abbiam visto,
non era di quelli che meglio comprendessero o più imparzialmente
giudicassero il Savonarola, non ardì mai di negare o anche mettere
in dubbio le sue profezie, «perchè d’un tanto uomo se ne deve parlare
con reverenza;» aggiungendo che infiniti vi credevano, «perchè la vita
sua, la dottrina, il soggetto che prese, erano sufficienti a fargli
prestar fede.» _Discorsi sulle Deche_, lib. I, cap. XI, pag. 52; Italia
1813. Il Guicciardini, che è forse quello che meglio di tutti lo ha
giudicato, rimane incerto su questo punto della profezia, e dice: «Io
aspetto dal tempo la risoluzione di questi dubbi; ma se il Savonarola
fu sincero, come la sua vita tutta santa farebbe credere, noi abbiamo
visto ai nostri tempi un profeta sommo; se egli non fu sincero, noi
abbiamo veduto un uomo grandissimo. Non sarebbe stato possibile fare le
cose che egli ha fatte, condurle con tanta arte, con tanta prudenza,
senza avere qualità straordinarie.» Guicciardini, _Storia inedita di
Firenze_. Quest’opera, non essendo ancora data alla luce, noi citiamo
solo di memoria, dopo una scorsa che ci è stato permesso di dare al
Ms. La sua pubblicazione, dai Conti Guicciardini affidata al signor
Canestrini, sarà di grandissima importanza.

[337] Questo fatto risulta ora evidente, ed è messo fuor d’ogni dubbio
dalla scoperta che noi facemmo del secondo processo del Savonarola, e
del processi di Frà Salvestro e Frà Domenico. Frà Salvestro descrive
le sue visioni, e confessa esplicitamente che i medici le facevano
risultare da una malattia; aggiunge, che quando gli furono, a cagione
d’un’altra malattia, cavate otto libbre di sangue, le visioni scemarono
ad un tratto. La confessione di Frà Domenico viene a riconfermare tutto
quello che dice Frà Salvestro. Le parole di quest’ultimo trovano anche
nuova conferma nelle deposizioni del testimoni. Vedi _Appendice_.

[338] Solo la lettura dei _processi_ più sopra citati, può dimostrare
pienamente la verità di ciò che noi diciamo. Frà Domenico confessa che
egli ed il Savonarola prestavano tanta fede alle parole del Maruffi,
che, una o due volte, dettero per viste da loro certe visioni che il
Maruffi diceva avere avute dagli angeli, onde ripeterle ai suoi due
compagni, che dovevano raccontarle al popolo come avvenute a loro.
E Frà Domenico, presso alla morte, si sforza di provare che ciò era
permesso, anzi era d’obbligo, una volta che gli angeli lo volevano.
Vedi _Appendice: Processo di Fra Domenico da Pescia dell’ordine dei
predicatori, registrato per sua mano propria_. Questo importantissimo
documento fu da noi trovato nel codice riccardiano 2053 foglio CXXXI
retro, e seg. Esso prova luminosamente l’eroica fermezza d’animo
di Frà Domenico; il quale, mentre manifesta con grande ingenuità la
propria superstizione e quella del Savonarola, viene implicitamente a
distruggere ogni dubbio che potesse muoversi sulla sincerità del loro
animo. Nel discorrere di questi processi, noi dobbiamo di continuo
rimandare il lettore all’_Appendice_, ove le nostre opinioni verranno
tutte dai nuovi documenti riconfermate; e non possiamo valerci d’una
recente pubblicazione fatta dall’Archivio di Firenze nel suo _Giornale
Storico_, perchè (siccome potrebbe averne una prova chiunque la
confrontasse col summenzionato codice), essa è parte apocrifa, parte
scorretta.

[339] Il Pico, nella sua _Vita Fr. H. Savonarolæ_, cap. V: «De divinis
citra velamen revelationibus, quarum particeps factus Hieronymus,
futuras predixit clades;» mostra assai bene come il Savonarola,
ragionando sulla Bibbia, venisse alle sue _Conclusioni_. Il Savonarola
stesso parla continuamente, in tutte le sue opere, di queste _ragioni
naturali_ che profetizzano il futuro, e più volte chiama la profezia
parte della sapienza: «Inter alias partes prudentiæ tres principales
ponuntur; videlicet: memoria præteritorum, intelligentia præsentium,
et previdentia futurorum.» _Expositio Abachuch prophetæ, per Fr.
Hieronymum de Ferrariâ_; opera inedita che sarà da noi pubblicata.

[340] Vedi _Compendium Revelationum; Dialogo della verità profetica;
Predica del 27 marzo 1496_ (fra quelle _sopra Amos_); _Prediche sopra
Giobbe_.

[341] _Prediche sopra Amos_, fol. 40, e altrove; Firenze 1497.

[342] _Epistola a certe divote persone_ ec., nel Quetif, vol. II, pag.
181; _Prediche sopra l’Esodo_, Firenze 1498, fol. 12.; _Prediche sopra
Amos_, fol. 39.

[343] Bisogna qui rendere giustizia al Rudelbach, che è stato il primo
a notare l’opposizione dei due principali concetti del Savonarola
intorno alla profezia. Egli appoggia la sua esposizione ad un esame
diligente delle opere dell’autore: ne cava, però, secondo il solito,
delle conseguenze al tutto arbitrarie. (Vedi nella sua biografia
un lunghissimo capitolo, intitolato: _Ueber die prophetische Gabe
und die Prophezeihungen Savonarolas_.) Dopo aver giustamente notata
la differenza di quei due concetti, vuole distruggere il primo ed
esagerare il secondo, per fare del Savonarola un profeta evangelico, in
un senso tutto protestante: in altri termini, il profeta della Riforma.
Egli lo mette in rapporto coll’Abate Gioacchino, con Santa Brigida e
Santa Caterina, che, secondo lui, son tutti, più o meno, profeti della
Riforma.

Il Meier, sebbene voglia anch’esso fare del Savonarola un protestante,
cerca temperare le esagerazioni del suo compatriotta, e conviene che
questi s’abbandona troppo ciecamente alla sua sbrigliata fantasia.
Nota, anch’egli, la differenza di quei due concetti nel Savonarola;
ma dopo, ne vuol distruggere l’uno, nascondere l’altro, e quasi
persuadersi che il Savonarola nè era nè si credeva profeta, ma solo
cercava colla Scrittura interpretar l’avvenire. Il Meier sembra non
avere un concetto abbastanza chiaro di ciò che vuol dimostrare; e
discorre questo argomento con tale freddezza, con sì poca decisione,
che non convince nè persuade, ma solamente annoia. Nondimeno, la
giustizia vuole che si renda a questi due tedeschi l’onore di essere
stati i primi ed i soli che abbiano studiato le opere profetiche del
Savonarola, ed abbiano compresa la necessità di trattare distesamente,
nella biografia del Frate, questo soggetto, e non saltarlo a piè pari,
come han fatto gli altri.

[344] _De veritate prophetica, Dialogus in lib. VIII_, S. L. A.
Un’altra edizione, colla data di Firenze 1497, porta per titolo: _De
veritate propheticâ, libri seu dialogi IX_. La differenza di esse
sta in ciò, che la seconda mette anche l’introduzione fra i dialoghi.
Una terza edizione fu fatta in italiano nello stesso anno 1497, e una
ristampa della medesima opera si vide a Venezia l’anno 1548.

[345] Fu pubblicato quasi contemporaneamente in latino ed in italiano:
_Compendium revelationum_ Impressit Florentiæ ser Franc. Bonaccorsius,
1495; V nonas mensis octobris. Lo stesso stampatore lo aveva pubblicato
in italiano il 18 agosto 1495, e dopo dodici giorni veniva ristampato
da ser Lorenzo Morgianni. Nel 1498 fu ristampato in latino, a Parigi ed
a Firenze; nel 1537 a Venezia, e nel 1674 di nuovo a Parigi, per cura
del Quetif.

Non solamente il Savonarola, ma la più parte de’ suoi seguaci hanno
lasciato dei trattati intorno alle sue profezie. Principali fra
questi furono il Benivieni nella _Lettera a Clemente VII_, nei vari
_Trattati_ in cui espone la dottrina del suo maestro; il Violi nelle
sue _Giornate_, di cui ci restano solo dei brani ed il compendio
fattone dal Razzi; Frà Benedetto ne parla in quasi tutte le sue opere,
ma più espressamente nel sopracitato MS. magliabechiano: _Secunda parte
delle profezie di Fra Girolamo_; e per non citarne un numero infinito,
Pico il giovane e tutti i biografi ne parlano distesamente. A questo
proposito, non vogliamo tralasciare un’osservazione, che può dare
maggiore conferma a tutto ciò che abbiamo detto in questo capitolo. Frà
Benedetto scrisse un’opera intitolata: _Fons vitæ_ (MS. magl., XXXV,
96), nella quale racconta una lunga serie di _rivelazioni o visioni_
da lui avute, che sono circa diciassette. Fra la quindicesima e la
sedicesima di esse, v’è un paragrafo intitolato: _Humilis excusatio
prophetæ_, nel quale dice: «Hæc autem scripsimus, non quia firmiter
vera esse credamus et quia sopniis fidem aliquam adhibeamus, sed
quia sopnia aliquando non sunt spernenda; quum, sicut patet clarum in
Scripturis, mulla sopnia revelationes fuerunt. Scripsimus, etiam, ut
cognoscamus an sint a naturâ an a Diabolo an a Deo; ut facta naturæ
adiscamus, et illusiones Demonum vitemus, et ut Divinam Bonitatem
cognoscamus et annumeremus. Obsecro omnes legentes, ut fidem certam
hiis do (forse deve dire _nec do_) nec dare decrevi, et sic protestor
ante Deum et homines, et sunt sicut si ista non sopniassem. Solus
Deus est, qui ab æterno novit, qui futura predicere possit. Et si
aliqua ista significare inveneris, non mireris quia ego peccator sim;
quum donum prophetis (teste sancto Thomâ) stat cum peccato mortali.
Hac etiam ratione non me justum et bonum existimes, quum ego infelix
peccator sum, et multorum sum conscius peccatorum.» — Certamente
è assai notevole che Frà Benedetto, dopo essersi chiamato profeta,
ci confessi ingenuamente di non saper dire se queste visioni siano
puramente sogni o rivelazioni, operazioni di natura o del diavolo.
Tanto è vero che nè il Savonarola nè i suoi seguaci s’erano fatto su
questa materia un concetto chiaro; e che essi erano assai inclinati a
pigliare per rivelazione tutte le illusioni e i sogni che avevano un
carattere religioso.

[346] Quetif., tomo II, p. 209.

[347] Nelle sue postille bibliche, nelle lettere alla madre, ai
fratelli, agli amici, egli esprime sempre le stesse idee sulla
importanza delle sue profezie: vi si trovano i medesimi principii, i
medesimi sentimenti e le contraddizioni stesse.

[348] Quest’ultimo fatto viene asserito dal De Thou. Vedi Libri,
_Histoire des sciences mathématiques_; Cardani, _De vitâ propriâ_.
Quanto al Porta, si potrà leggere ciò che ne dice il Libri e ciò che
egli medesimo scrive nella sua opera della _Magia_. Vedi anche: _Die
philosophische Weltanschauung der Reformationszeit_, von Carriere:
Stuttgart 1847.

[349] Questi medesimi nomi ebbero più tardi, al tempo cioè dell’Assedio
di Firenze (1527-30), un diverso significato. Piagnoni ed Arrabbiati
erano, allora, gli amici del governo popolare; ed il secondo nome
davasi più specialmente a quelli ch’erano più caldi nell’amore di quel
governo.

[350] «E chi amava il governo universale, desiderava che fosse da quel
Frate introdotto e favorito. Al che concorrevano molto volentieri gli
amici dello stato passato dei Medici, per assicurarsi dall’appetito
della vendetta degli avversari; al quale pericolo sarebbero stati
maggiormente sottoposti sotto il governo d’uno stato particolare,
se per mala sorte della nostra città un particolare nuovo reggimento
succeduto fosse.» Nardi, _Storia di Firenze_, ediz. Arbib, pag. 66.
Vedi il sunto delle _Giornate_ del Violi, nel Razzi; Cod. riccard.
2012.

[351] «Sì che tra i cittadini nacquero molti dispareri e contrarietà
dell’uno contro all’altro, e tra i grandi e tra i popolani: ma
le cagioni della diversità, dall’una parte e dall’altra, molto si
dissimulavano. Ma più scopertamente si cominciava ad oppugnare il
Frate, per la diversità delie opinioni che si tenevano delle profezie
di quello. Della credulità, non si vergognavano gli uomini di disputare
liberamente; come si sarebbero vergognati, in quel principio, di non
amare, o che si credesse ch’ei non amassero, più tosto quel governo
universale, che qualunque altro particolare.» Nardi, pag. 65. E
altrove: «Tuttavia, di questa forma di reggimento, non essendo ben
contenti molti dei principali cittadini, dissimulando però la vera
cagione (come più sopra abbiamo detto), oppugnavano astutamente il
sopradetto Frà Girolamo, come colui che n’era stato confortatore.»
Idem., pag. 88. Vedi anche il Violi.

[352] Nardi, pag. 82; Ammirato, _Storia di Firenze_, lib. XXVI.

[353] Burlamacchi, pag. 69 e seg.

[354] Burlamacchi, idem. Ecco in che modo il Ficino parlava del
Savonarola e delle sue predizioni: «Nonne, propter multa delicta,
postremum huic urbi, hoc autumno (settembre e ottobre 94), exitium
imminebat, nullâ prorsus hominum virtute vitandum? Non divina
clementia, Florentinis indulgentissima, integro ante hunc autumnum
quadriennio, nobis istud pronunciavit per virum sanctimoniâ
sapientiâque præstantem, Hieronymum ex ordine prædicatorum, _divinitus_
ad hoc electum? Nonne _præsagiis monitisque divinis_ per hunc impletis,
certissimum jam jam supra nostrum caput imminebat exitium, quod, nullâ
prorsus virtute nostrâ, sed præter spem mirabiliter vitavimus? _A
Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris._ Reliquum
est, optime mi Johannes, ut deinceps salutaribus tanti viri consiliis
obsequentes, non solum ego atque tu, sed omnes etiam Florentini Deo
nobis clementissimo grati simus, et publicâ voce clamemus: Confirma
opus hoc, Deus, quod operatus es in nobis.» _Lettera_ a Giovanni
Cavalcanti, 12 dicembre 1494. Vedi Marsilii Ficini, _Opera_; Basilea,
vol. II, pag. 962.

[355] Burlamacchi, pag. 69 e seg.

[356] Predica XVIII, _sopra Aggeo_.

[357] Predica I, _sopra i Salmi_.

[358] Predica XXII, _sopra Aggeo_.

[359] _Prediche del Rev. P. Frate Hieronimo, fatte sopra diversi Salmi
e Scritture in S. M. del Fiore, cominciando il giorno della Epifania e
seguitando gli altri giorni festivi, raccolte per ser Lorenzo Violi_.
Firenze 1496, e Bologna, 1515. Come abbiamo già detto, le prime sette
di queste prediche fanno seguito a quelle _sopra Aggeo_; l’ottava
è indirizzata ad alcune suore e parla dei voti monastici; seguono
poi altre diciassette, che si possono considerare come continuazione
del Quaresimale _sopra Giobbe_. Questi sermoni sono assai lunghi e
formano un grosso volume; in fine del quale sono alcune prediche di
Frà Domenico da Pescia, a cui accenneremo più basso. Varie edizioni di
queste prediche sono mutilate: così quelle di Venezia 1517 e 1543.

[360] Predica II _sopra i Salmi_, fatta il dì 11 gennaio 1495 (stile
nuovo.)

[361] Ecco alcune di quelle parole: «Audite omnes habitatores terræ,
hæc dicit Dominus: Ego Dominus loquor in zelo sancto meo: ecce dies
veniet et gladium meum evaginabo super vos. Convertimini, ergo, ad
me antequam compleatur furor meus. Tunc enim, angustia superveniente,
requiretis pacem et non invenietis.»

[362] Predica _della Rinnovazione_. È la terza di quelle _sopra i
Salmi_, e fu anche stampata a parte.

[363] Il Nardi, il Pitti, il Violi ed altri raccontano più e più volte,
che i primi atti di Roma furono procurati dagli Arrabbiati e dal Moro.

[364] Predica V _sopra i Salmi_.

[365] Predica VI (fatta il 20 gennaio); Predica VII (25 gennaio).

[366] In data dell’8 gennaio 1495, avevano scritto all’ambasciatore:
«Sarà con questa una lettera alla Santità di nostro Signore, pregando
con essa che Frate Hieronimo da Ferrara, che è qui priore in S.
Marco, predichi questa quaresima prossima qui in Firenze, non ostante
qualunque commissione avessi di andare a predicare in Lucca. Ed affine
non scambiate le lettere, è scritto dappiè: — _pro Fr. Hieronymo_.
— Presentatela quanto prima possiate, e fate di ottenere uno brieve
diritto a Frate Hieronymo, che li commetti el predicare questo anno
qui, come è detto.» Archivio delle Riformagioni, _Lettere dei Dieci_.
Questa lettera trovasi pubblicata nel Meier, pag. 80, nota 2.

[367] «Della qual cosa (cioè del suo partire) per la maggior parte
degli uomini si prese grande alterazione, per ciò che e da’ magistrati
tutti e dagli uomini di buona mente si giudicava che le sue prediche
fossero molto utili alla correzione dei costumi, e necessarie a
pacificare insieme gli animi discordanti de’ mal disposti cittadini nel
principio di quel nuovo governo. Per la quale considerazione, per opera
e procaccio di molti suoi devoti, e massimamente dei Dieci di libertà e
pace, fu procurato che il papa rivocasse il sopradetto breve; e così fu
facilmente ottenuto.» Nardi, pag. 65.

[368] Di queste impressioni il Savonarola stesso parlò più tardi nelle
sue prediche.

[369] Prediche _sopra Giobbe_. Predica II.

[370] Predica III.

[371] Predica XIV.

[372] Predica XIII.

[373] Predica XII.

[374] Predica XVI _sopra Giobbe_.

[375] Predica XLV di quelle _sopra Giobbe_.

[376] «Tanto fu il dolore e il pianto che mi sopravvenne, ch’io
non potetti andare più oltre.» Così scrisse l’amanuense alla fine
dell’ultima predica, e di molte altre di quel quaresimale.

[377] Qui non istaremo a citare Burlamacchi, Pico, Barsanti, Frà
Benedetto e gli altri biografi: possiamo, invece, rimandare il lettore
a tutti gli storici del tempo, come Nardi Guicciardini, _Storia inedita
di Firenze_; ec. ec; ed alla stessa corrispondenza dei Dieci colla
Corte di Roma, pubblicata dal Padre Marchese.

[378] Burlamacchi, Marchese, ec.

[379] Padre Marchese, _Storia del convento di San Marco_.

[380] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_, poemetto pubblicato dal Padre
Marchese nell’_Archivio Storico_.

[381] Tutta la Storia di questa conversione abbiamo cavata dalle parole
stesse di Frà Benedetto, nel _Cedrus Libani_. Volendo altre notizie
sulla sua vita, si può leggere ciò che ne dice il Padre Marchese, ne’
suoi _Scritti vari_.

[382] Guicciardini, Sismondi, Leo.

[383] Nardi, Guicciardini, Sismondi, Leo, Comines, ec.

[384] Sismondi, _Hist. des répub. ital._, chap. 95; e gli altri autori
più sopra citati.

[385] Ibidem.

[386] Così chiama il Comines la radunanza di gente che si faceva dalla
Lega.

[387] Diamo qualcuno dei molti brani nei quali il Comines parla del
Savonarola; perchè la sua autorità, come di forestiero e contemporaneo,
come uomo di grandissimo acume e che conobbe il Savonarola, deve aver
molto peso. «J’ay dit en quelque endroit de ceste matière d’Italie,
comme il y avoit un frère prescheur, renommé de fort saincte vie....
appelé frère Hieronyme, qui a dit beaucoup de choses avant qu’elles
fussent advenues, comme j’ay dit cy dessus, et tousiours avait soustenu
que le roy passeroit les monts.... _et disoit que le roy estoit esseu
de Dieu pour réformer l’Eglise par force, et chastier les tyrans_...
Sa vie estoit la plus belle du monde ainsi qu’il se pouvoit voir,
et ses sermons preschoient contre les vices, et a réduit en icelle
cité maintes gens à bien vivre, comme j’ay dit....» Parlando di ciò
che alcuni dicevano contro alle sue profezie, cioè che egli desse
per rivelazioni quel che sapeva in segreto dai cittadini, il Comines
risponde: «Je ne les veux point accuser ni excuser... mais il a dit
maintes choses vrayes que ceux de Florence n’eussent sceu luy avoir
dictes; mais touchant le roy et les maux qu’il dit luy devoir advenir,
luy est advenu ce que vous voyez; qui sont, premier, la mort de son
fils, puis la sienne, et ay veu des lettres qu’il escrivoit au dict
Seigneur.» Comines, _Mémoires_, liv. VIII, chap. XIX. Diamo anche
quest’altro brano, importante perchè si parla del dialogo dall’autore
avuto col Savonarola: «J’ay oublié à dire, que moy estant arrivé à
Florence, allant au devant du roy, allay visiter un frère prescheur,
appellé frère Hieronyme, demeurant à un couvent réformé; homme de
saincte vie, comme on disoit, qui quinze ans avoit demeuré au dit
lieu; et estoit avec moy un maistre d’hostel du roy, appellé Jean
François, sage homme. La cause de l’aller veoir, fut par ce qu’il avoit
tousiours presché en grande faveur du roy, et sa parole avoit gardé
les Florentins de tourner contre nous; car jamais prescheur n’eut tant
de crédit en cité. Il avoit tousiours asseuré la venue du roy (quelque
chose qu’on dist ne qu’on escrivist au contraire); _disant qu’il
estoit envoyé de Dieu pour chastier les tyrans d’Italie_, et que rien
ne pouvoit résister ne se deffendre contre lui. Avoit dit aussi qu’il
viendroit à Pise et qu’il y entreroit, et que ce jour mourroit l’estat
de Florence; et ainsi advint, car Pierre de Medicis fut chassé ce jour.
Et maintes autres choses avoit preschées avant qu’elles advinssent,
comme la mort de Laurent de Medicis; et aussi disoit publiquement
l’avoir par révélation, _et preschoit que l’estat de l’Eglise seroit
réformé à l’espée. Cela n’est pas encore advenu, mais il en fut bien
près, et encore le maintient_. Plusieurs le blasmoient de ce qu’il
disoit que Dieu luy avoit révélé, autres y adjustèrent foy: de ma part
je le répute bon homme. Aussi luy demandoy si le roy pourrait passer
sans peril de sa personne, veu la grande assemblée que faisoient les
Venitiens, de la quelle il scavoit mieux parler que moy qui en venoys.
Il me respondit qu’il aurait affaire en chemin, mais que l’honneur luy
demeureroit, et n’eust il que cent hommes en sa compagnie; et que Dieu
qui l’avoit conduit au venir, le conduiroit encore à son retour: _mais
pour ne s’estre bien acquitté à la réformation de l’Eglise, comme il
devoit, et pour avoir souffert que ses gens pillassent et desrobassent
ainsi le peuple, aussi bien ceux de son parti et que lui ouvroient
portes sans contrainte, comme les ennemis; que Dieu avoit donné une
sentence contre luy, et brief auroit un coup de fouet_. Mais que je
luy disse, que s’il vouloit avoir pitié du peuple, et délibérer en soy
de garder ses gens de mal faire, et les punir quand ils le feraient,
comme son office le requiert, que Dieu révoquerait sa sentence ou la
diminueroit; et qu’il ne pensast point estre excusé pour dire, je ne
fay nul mal. Et me dist que luy mesme iroit au devant du roy et lui
diroit; et ainsi le feit, et parla de la restitution des places des
Florentins. Il me cheut en pensée la mort de mon seigneur le Daulphin,
quand il parla de cette sentence de Dieu, car je ne voyois autre chose
que le Roy peut prendre à cœur; et dis encore cecy afin que mieux on
entende _que tout ce dit voyage fut vray mystère de Dieu_.» Liv. VII,
chap. II.

[388] Nardi, _Storia di Firenze_, ediz. Arbib., 1842, vol. I, pag.
75; Guicciardini, _Storia d’Italia_, ediz. Rosini, vol. I, pag. 129;
Giovio; Sismondi, _Hist. des répub. ital._, chap. 94; _Histoire des
Français_, tom. XV; Michelet, _Renaissance_.

[389] Sismondi, _Histoire des républ. ital._; Michelet, _Renaissance_;
Leo; Guicciardini; Nardi, ec. Gli storici francesi non sono meno
severi degl’italiani nel condannare la condotta di Carlo VIII verso la
repubblica fiorentina.

[390] Predica XVIII, _sopra i Salmi_.

[391] Era in data del 26 maggio 1485, e venne pubblicata con molti
errori ed alterazioni; tanto che il Savonarola stesso se ne dolse nella
predica del 28 luglio successivo: «Quella lettera che io scrissi al re
di Francia, è stata messa in stampa senza averlo io inteso, et e’ vi
sono di molti errori.» Una copia esatta se ne trova nella Riccardiana,
Cod. 2053. — Perchè sempre meglio si veda quanto fosse allora divulgata
e creduta l’idea che il viaggio di Carlo VIII era predestinato da
Dio, riportiamo alcuni versi d’una orazione di Marsilio Ficino allo
stesso re Carlo, «Veri namque simile est, Christianissimus Gallorum
regem a Christo mitti, et Carolum, præ cæteris insignem pietate regem,
christianâ pietate duci; præsertim cum iter opusque tantum eâ mente sis
aggressus, ut sanctam Jerusalem sævissimis barbaris occupatam, summo
humani generis Redemptori denique redimas.... Benedictus qui venit
in nomine Domini, Carolus charus nobis, excelsus, rex pacificus. Hæc
est dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in eâ....» E così
continua il Ficino, con lodi sempre crescenti e più esagerate; le quali
nella bocca d’ogni uomo sarebbero biasimevoli: in quella poi di chi
si poteva chiamar creatura dei Medici, muovono sdegno. Vedi: _Oratio
Marsilii Ficini ad Carolum Magnum Gallorum regem. Ficini Opera_,
Basilea, vol. II. pag. 960.

[392] Tutti i biografi, ed il Nardi nella _Storia di Firenze_, parlano
di questo incontro. Ne parla anche il Comines (libro VII, cap. II), il
quale espone più volte il tenore delle lettere e dei discorsi che il
Savonarola faceva al re: e ci sarà condonato se riportiamo anche qui le
sue parole, vista la grande autorità dello scrittore, non molto letto
fra noi. Vedi lib. VII, cap. XIX: «Il a publiquement presché que le roy
retourneroit de rechef en Italie, _pour accomplir ceste commission que
Dieu luy avoit donnée, qui estoit de réformer l’Eglise à l’espée, de
chasser les tyrans d’Italie, et qu’au cas qu’il ne le feist, Dieu le
punirait cruellement_; et tous les sermons premiers et ceux de présent,
il les a fait imprimer, et se vendent. Cette menace qu’il faisoit au
roy, luy a plusieurs fois escrite le dicte Hieronyme, peu de temps
avant son trespas; et aussi le me dist de sa bouche Hieronyme, quand je
parlai a luy (qui fut en Italie), en me disant que la sentence estoit
contre le roy au ciel, en cas qu’il n’accomplist ce que Dieu luy avoit
ordonné...» Comines, _Mémoires_.

[393] Predica XXV, _sopra i Salmi_.

[394] Guicciardini, Nardi, Cerretani, Parenti, Comines, Sismondi, Leo,
Michelet.

[395] Vedi gli autori più sopra citati. Come poi i popolani fiorentini
si risentissero di quelle ingiurie francesi, si può vedere da queste
parole che si trovano nei _Ricordi Storici del Rinuccini_: «A dì 2
gennaio 1495 (stile fiorentino), venne la novella in Firenze, come uno
castellano francioso, che teneva la cittadella nuova per il barbaro
traditore e assassino Carlo VIII, indegnamente re di Francia, aveva
dato e consegnato detta cittadella a’ cittadini pisani, che allora
si reggevano in libertà; benchè più volte.... con giuramenti e doppi
capitoli, giurati in sulla pietra sacrata in sullo altare di S. M. del
Fiore, aveva promesso rendere ditta cittadella...; e con nove speranze
ci avesse tratto di mano, tra lui e li suoi assassini ministri, più che
fiorini trecento migliaia, fidandoci noi di sua dislealtà e perfidia;
più simile a tradimento che mai si udisse, mentre si narrano di Gano di
Maganza, che almanco non era re.»

[396] Archivio delle Riformagioni, _Provvisione del 15 ottobre 1495_.

[397] Ivi, _Provvisione del 26 novembre 1495_.

[398] Ivi, _Provvisione del 16 dicembre 1495_.

[399] Nardi, Guicciardini, Ammirato, Parenti, Cerretani, Sismondi, Leo,
ec.

[400] Il Pitti, nella sua _Storia di Firenze_, dice: «Perlochè
sbigottiti i nemici suoi (del Savonarola), si misero sotto, con più
effetto che mai, al Duca di Milano, il quale desideroso col favor
loro di restringere quello Stato, aveva fino all’anno 1495, a loro
istanza, per mezzo del Cardinal suo fratello, cavato brevi da Roma per
interdire la predica del Frate.» Vedi _Arch. Storico_, vol. I, pag.
50. — Il Nardi discorre assai spesso delle mene degli Arrabbiati. A
pag. 88, vol. I, egli dice: «Tuttavia di questa forma di governo non
essendo ben contenti molti dei principali cittadini, dissimulando però
la vera cagione (come già abbiamo detto) della poca contentezza loro,
oppugnavano astutamente il sopraddetto fra Girolamo, come colui che
n’era stato confortatore, intanto che, per opera d’alcuni cittadini
e di certi religiosi, il papa lo fece citare di nuovo a Roma ec.»
Le stesse cose dice, presso a poco, il Guicciardini nella _Storia
d’Italia_. Ma una lettera del Savonarola al Moro, e quelle delle spie
di quest’ultimo, mettono anche meglio in luce, come la persecuzione
che si faceva al frate era assai più politica che religiosa. Vedi
_Appendice_.

[401] Più basso avremo occasione di discorrere per minuto le trame del
Gennazzano.

[402] «Inter ceteros vineae Domini Sabaothis operarios, te plurimum
laborare, multorum relatu percepimus. De quo valde laetamur etc.»

[403] «Ut, quod placitum est Deo, melius per te cognoscentes, peragamus
etc.»

[404] Questo breve e la risposta del Savonarola, furono assai
scorrettamente e con molte lacune pubblicati dal Perrens. Noi, con
migliori codici, li restituiremo alla vera lezione. Vedi l’_Appendice_.

[405] Come Papa Clemente VII fece più tardi a Benedetto da Foiano,
frate di San Marco, che nell’Assedio di Firenze (1527-30), predicando
la dottrina del Savonarola, aveva incoraggiato il popolo alla difesa
della libertà. Andato a Roma, morì di fame in una carcere sotterranea
di Castel Sant’Angelo.

[406] _Prediche sui Salmi._ Predica XXIII (fatta il 24 giugno), XXIV (5
luglio), XXV (12 luglio).

[407] Qui ed altrove, il Savonarola riferisce a quel vizio che anche
oggi è punito in Inghilterra colla morte, e che era, allora, assai
sparso in Firenze.

[408] _Prediche sopra i Salmi_, predica fatta il 28 luglio.

[409] «Quum civitatem a non mediocri sanguinis effusione et a multis
aliis noxiis, meâ operâ. Dominus liberaverit et ad concordiam legesque
sanctas revocaverit, infesti facti sunt mihi, tam in civitate quam
extrâ, iniqui homines.»

[410] «Discessus meus maximæ jacturæ huic populo, et modicæ isthic
utilitatis foret.»

[411] «Dum hoc ceptum perficiatur opus, cuius gratiâ hæc impedimenta,
ne proficiscar, nutu divino accidisse, equidem certus sum.»

[412] Vedi l’_Appendice_.

[413] Il Savonarola, nella predica del 18 febbraio 1498, fece la storia
di tutti i brevi che vennero da Roma. Ivi, parlando di questa sua
risposta, dice: «Egli (il papa) accettò la escusazione molto bene.»
Vedi foglio 20-22, ediz. di Venezia 1540.

[414] Una delle sue prediche trovasi alla fine di quelle del Savonarola
_sopra i Salmi_, e porta la data del 29 settembre.

[415] «E poi, passato alcuni giorni, cioè uno mese e circa mezzo di uno
altro, perchè il breve predetto fu fatto circa il fine di luglio, venne
un altro breve fatto a dì 8 di settembre o circa, pieno di vituperi,
nel quale erano più che diciotto errori. E il primo era, che il breve
era iscritto al monasterio di Santa Croce; e così andava il breve a
Santa Croce, che volevano che andassi a San Marco. Dipoi diceva in
quel breve: _Quemdam Hieronymum Savonarolam_, cioè uno certo Gieronimo
Savonarola, come se non mi conoscesse; e non era ancora uno mese e
mezzo che mi aveva scritto così amorevolmente. Dipoi, ci era molte
altre bagattelle, che per onore non voglio dire qua: sì che tu vedi che
il Pontefice è stato circonvento, per tante mutazioni che tu vedi nelli
suoi brevi in sì poco tempo.» _Predica_ del 18 febbraio 1498, come
sopra.

[416] «Dipoi venne un altro breve, dicendo che io avevo seminato
dottrina da mettere zizania in ogni popolo pacifico, e molte altre cose
false; e però mi sospendeva dalla predica.» _Predica_ del 18 febbraio
1498. Noi non abbiamo questo breve, la cui esistenza vien dimostrata
non solo dalle parole stesse del Savonarola, ma anche dal silenzio che
egli serbò nei mesi seguenti, e dalle lettere dei magistrati Fiorentini
all’ambasciatore in Roma.

[417] Vedi nell’_Appendice_ la lettera a Frate Antonio di Olanda,
Priore di Prato. Questa breve lettera fu da noi ritrovata nella
Riccardiana.

[418] Padre Marchese, _Storia di San Marco_, pag. 225 e seg.; Raynald.
ad an. 1492. «Julianus Robureus, Card. S. Petri ad Vincula, in Gallias
aufugit, iram Alexandri veritus, cum celebrandum concilium œcumenicum
diceret, nimirum ad erigendam Ecclesiam a simoniacis conculcatam.»
Lo stesso cardinale, divenuto papa, mandò fuori, il 14 gennaio 1505,
una bolla che fece confermare dal Concilio lateranense, nella quale
dichiarava la elezione di Alessandro nulla, e da non potere essere
convalidata neppure dalla susseguente adorazione dei cardinali. Vedi
Padre Marchese, pag. 226, nota 1. Il Padre Marchese dice a questo
proposito: «che dopo la lunga e continua approvazione della Chiesa,
questa opinione non può essere accettata dai Cattolici; ma se essa
non chiuse al Cardinale della Rovere la via al papato, non doveva al
Savonarola aprire quella del martirio.»

[419] «Preschoit que l’estat de l’Eglise serait reformé à l’espée.
Cela n’est pas encore advenu, mais il en fut bien près, et encore le
maintient.» Comines, _Mémoires_ etc., liv. VIII, chap. II.

[420] Marchese, pag. 227; Guicciardini, lib. I, cap. IV; Rainaldo, ad
ann. 1495 nº 1.

[421] Dal processo del Savonarola apparisce, che il Cardinale gli aveva
qualche volta mandate parole d’incoraggiamento e di sprone.

[422] Queste lettere, finora sconosciute affatto, sono senza data: noi
le trovammo nella Riccardiana, e le daremo nell’_Appendice_.

[423] Carlo Orlando, morto il 10 ottobre 1495, nella età di tre anni.

[424] Vedi, fra le lettere pubblicate dal Padre Marchese, quella al
fratello Alberto, in data del 28 ottobre 1495.

[425] Questa lettera fu da noi trovata nella Magliabechiana, e il Padre
Marchese, pubblicandola nell’Appendice dell’_Archivio Storico_, nº 26,
ne discorre così: «Quando il tempo e gli uomini ci avessero involato
tutti gli scritti di Frà Girolamo Savonarola, quella lettera starebbe a
provare la forte e sincera pietà dell’animo suo.»

[426] Vedi la lettera, fra quelle pubblicate dal Padre Marchese.

[427] Questa processione carnevalesca, che fu la prima fatta dal
Savonarola, non trovasi menzionata nei biografi; ma la descrive
minutamente, in una sua lettera, Paolo de Somentiis _cancellarius_, il
quale ne ragguagliava il Moro, da cui era stato mandato a Firenze per
queste cose del Savonarola. Esso dice che i fanciulli arrivavano al
numero di 10,000! Vedi nell’_Appendice_.

[428] Di questi giuochi e di questa riforma dei fanciulli, parla a
lungo il Burlamacchi, pag. 104 e seg. Il Nardi, a questo proposito,
discorre così: «Tra l’altre cose, questa parve molto notabile,
che in quel tempo fu dismessa e lasciata volontariamente quella
stolta e bestiale consuetudine del giuoco de’ sassi, che ne’ giorni
carnevaleschi si usava di fare; tanto radicato per la sua antichità,
che eziandio dai severi spaventevoli bandi de’ magistrati non s’era mai
potuto reprimere, non che diradicare.» _Storia di Firenze_, pag. 96.
Il Savonarola stesso considerava il successo da lui ottenuto in quel
carnevale, come straordinario. «Tu sai che per li tempi passati non si
è mai potuto, per forza d’alcuno magistrato, nè per bandi e pene forti,
rimovere quella mala consuetudine di trarre e’ saxi al carnesciale, che
ogni anno ne moriva qualcuno; et hora uno fraticello, con poche parole,
mediante l’oratione, la ha rimossa. Secondo: tu sai che pel carnesciale
si facevano di molti peccati; et hora si sono confessati etiam li
fanciulli; et è stato questo carnesciale come una quaresima, che non
può essere se non opera divina. Tertio: solevano accattare e’ fanciugli
e’ danari per fare stili, et ardere scope, et mangiare et bere; hora
hanno accattato tanti danari per li poveri, che tu che se’ così savio,
non ne haresti potuti trovare tanti.» _Predica prima_, nella quaresima
del 1496.

[429] _Documenti_ pubblicati dal Padre Marchese.

[430] Burlamacchi, Razzi, Barsanti, ec.

[431] Questo fatto riposa sull’autorità non solo del Burlamacchi,
Razzi, Barsanti ec.; ma vien narrato anche dal Bozovio (anno 1494),
dal Fontana e dal Souveges; viene accettato come indubitabile dal
Padre Marchese, dal Meier, dal Perrens ec. Il Savonarola stesso vi
fece parecchie allusioni nelle sue prediche e nelle sue opere. «Io
non voglio cappelli, non mitre grandi nè piccole; non voglio se non
quello che tu hai dato ai tuoi Santi, la morte: un cappello rosso,
un cappello di sangue, questo desidero.» _Prediche_ delle feste del
1496. Predica XIX, fatta il 20 agosto. Così più volte egli dice: «Se
io avessi voluto dignità, tu sai bene che ora non avrei il mantello
lacero;» e nel dialogo _De veritate propheticâ_, cap. 5, chiaramente
conferma di essere stato tentato, non solo colle minacce, ma ancora con
molte promesse. L’autenticità di questo fatto è, quindi, indubitabile,
nè viene contestata da alcuno dei biografi: ne rimane incerta solamente
la data. Noi abbiam creduto doverne parlare in questo luogo, perchè la
prima predica del quaresimale che segue immediatamente, ci sembra con
molta evidenza essere la risposta mandata a Roma; nè sapremmo vedere in
quale altro tempo questo fatto potesse esser seguito.

[432] Predica del 17 febbraio. — Vedi _Prediche raccolte per ser
Lorenzo Violi dalla viva voce del Reverendo P. F. Hieronymo da
Ferrara, mentre che predicava_. Firenze, a dì 8 febbraio 1496 (stile
fiorentino). Parecchie altre edizioni ne furono fatte a Venezia nel
1514, nel 1519, nel 1539 e nel 1543. Queste edizioni venete sono, però,
spesso mutilate, come è, p. es., quella del 1514.

[433] Questi ultimi due passi, il primo dei quali comincia: _Io l’ho
scritto_, l’altro: _Dico e confesso_, si trovano nell’ultima predica di
questo quaresimale, fatta nell’ottava di Pasqua. Li abbiamo riportati
in questo luogo, onde seguire il nostro sistema di raccogliere insieme,
quando è possibile, le idee sparse del Savonarola, per non avere a
ripetere molte volte la stessa cosa. Inoltre, nella prima ed ultima
di queste prediche sopra _Amos e Zaccaria_, il Savonarola ripeteva più
volte la sua sottomissione a Roma, e toccava il medesimo soggetto quasi
colle stesse parole.

[434] Queste idee si trovano, non solo nella predica del 17 febbraio
e in quella dell’ottava di Pasqua; ma sono sparse in tutto il
quaresimale, e ne formano come la base ed il fondamento.

[435] Predica prima, _sopra Amos e Zaccaria_.

[436] Ibidem.

[437] Trovasi in quasi tutti gli esemplari tagliata; ma si può leggere
in qualche esemplare della Magliabechiana, ed in uno che è nel Convento
di San Marco.

[438] Predica della seconda domenica di quaresima.

[439] Predica del sabato, dopo la seconda domenica di quaresima.

[440] Predica dell’ottava di Pasqua.

[441] Predica della quarta domenica.

[442] Predica del martedì dopo la terza domenica.

[443] Predica del mercoledì dopo la quinta domenica. — In tutti
questi brani, noi siamo stati fedelissimi a riportare le parole del
Savonarola; abbiamo, però, tolte le soverchie ripetizioni e, qualche
volta, le troppo evidenti sgrammaticature.

[444] Predica del mercoledì dopo la terza domenica, del martedì dopo
Pasqua, e molte altre di tutto il quaresimale.

[445] Predica del lunedì dopo la quarta domenica di quaresima.

[446] Burlamacchi.

[447] Rinuccini, _Ricordi Storici_, pag. 159.

[448] Il 24 e 25 febbraio.

[449] Il 27 aprile di questo anno, fu scoperta una intelligenza di gran
numero di cittadini, «di non rendere le fave nere, se non a quelli di
tale intelligenza.» I capi di questa congiura erano: Giovanni Benizi,
Filippo Corbizzi (quello stesso che, essendo gonfaloniere, radunò i
teologi in Palazzo per accusare il Savonarola) e Giovanni da Tignano;
e il dì seguente, la Signoria, avendo consultato co’ Collegi e Otto
di Balía e Dieci di Libertà, li condannava a 10 anni di prigionia, ed
a perdere per sempre ogni ufficio e dignità nello Stato. Rinuccini,
_Ricordi storici_, pag. CLX.

[450] Predica del 25 febbraio.

[451] Ognuno sa che la fava nera si dava pel voto favorevole, e la
bianca pel voto contrario; onde imbiancare un partito voleva dire
respingerlo, ed è frase che anche oggi si usa comunemente in Firenze.

[452] Predica fatta la seconda domenica di quaresima.

[453] Predica del 25 febbraio 96.

[454] Prediche del sabato dopo la prima domenica di quaresima, e del
lunedì dopo la terza domenica.

[455] Vedi le prediche del mercoledì e degli altri giorni innanzi
la domenica delle Palme, «Intendo che s’è fatto gli ufficiali del
Monte della Pietà: mi piace assai, acciocchè questa opera abbia buon
principio. Andranno questi fanciulli in processione per questa opera...
e sarà ordinato dove s’avrà a fare la colletta dei danari.» Predica dei
mercoledì innanzi la domenica delle Palme. In tutto questo quaresimale,
viene raccomandato più volte il Monte di Pietà.

[456] Vedi la Predica fatta nella domenica delle Palme.

[457] Questa canzone trovasi stampata fra le poesie del Savonarola,
nell’ediz. di Firenze, 1847.

[458] Burlamacchi, Razzi, ec. Vedi la predica fatta il mercoledì
innanzi la domenica delle Palme, e quella fatta la domenica stessa.

[459] Ripetiamo che questa era opinione sostenuta allora da molti
autorevoli dottori cattolici, sostenuta più tardi anche da papa Giulio
II. Vedi Padre Marchese, _Storia del Convento di San Marco_.

[460] Predica ultima del quaresimale _sopra Amos e Zaccaria_.

[461] Se ne trovano molte nelle Miscellanee della Magliabechiana. Vedi,
fra le altre; Cl. XXXVII, cod. 288.

[462] «Ti so dire che Frà Girolamo dice di cose molto alte; e tra
l’altre cose, ha avuto una scomunica che se ne fa beffe, come tu sai.»
_Lettera di Roberto Giugni a Lorenzo Strozzi alle Selve_, 18 marzo
1496. Vedi la _Miscellanea_ sopra citata.

[463] Quest’opuscolo era dedicato al giovane Pico della Mirandola: fu
scritto nel settembre 1496, e pubblicato _ex archetipo ser Laurentii
de Morgianis, anno salutis 1497_. Il Nesi scrisse parecchi sermoni,
trattati e discorsi spirituali.

[464] Il nome di questo predicatore era Frà Leonardo, agostiniano. —
«Avisoti come el predicatore di Santo Spirito disse iermattina come
noi essere ingannati da Fra Girolamo; esse lui voleva istare un terzo
d’ora nel fuoco, che vi starebbe lui una mezza ora. E ancora disse
a tutti quelli che erano alla presenza, che facessino orazione e
pregassino Iddio, che se egli è vero cosa che il detto Fra Girolamo
dice, che Iddio gli mandi uno cavocciolo che ei si muoia.» Altra
lettera del Giugni, scritta in data del 12 marzo 1496. Vedi la stessa
_Miscellanea_.

[465] Quest’opuscolo venne ristampato dal Quetif, nelle sue _Aggiunte_
alla Vita del Savonarola. Esso contiene tutte le accuse fatte dal
predicatore, ed a ciascuna segue una risposta fattavi da maestro
Paolo da Fucecchio: il tutto è preceduto da una prefazione del Cioni.
Non vi è nulla d’importanza; se non che è notevole che il difensore
del Savonarola, appoggiandosi al Concilio di Costanza, sostiene che
l’autorità dei Concilii è superiore a quella del papa; senza però
fermarsi punto a discutere un tale argomento.

[466] _Epistola responsiva a Fra Hieronymo da l’amico suo_; stampata
nel quattrocento, S. L. A.

[467] _Trattato in defensione della dottrina e profezie di Fra
Girolamo_; Firenze, 28 maggio 1496. Questo trattato è diviso in
15 capitoli: vi si trova tutta la storia delle predicazioni del
Savonarola, e parecchie delle sue visioni e profezie. _Dialogo di
M. Domenico Benivieni, canonico di San Lorenzo, della verità della
dottrina di Fra Hieronymo._ In questo dialogo sono enumerati molti
opuscoli pubblicati o scritti circa le cose del Frate; e fra gli altri:
_Contro i vituperatori del nuovo governo_, di Bartolommeo Scala (è
latino, e trovasi nella Magliab., stampato a Firenze, Kal. Sept. 1496);
_un disteso Trattato, con lettere ai principi_, di Frà Paolo Nolano;
_una Epistola invettiva a proposito della lettera a Carlo VIII_; ec.
La lettera colla quale il Benivieni rispondeva al finto amico, era
intitolata: _Epistola di M. Domenico Benivieni a uno amico, responsiva
a certe obbiezioni e calunnie contro a Fra Girolamo_. Il Benivieni
scrisse ancora un gran numero d’altre epistole, sermoni, dialoghi e
trattati religiosi; fra i quali nomineremo per la sua singolarità,
quello intitolato: _Scala spirituale sopra il nome di Maria_. Le
cinque lettere che formano quel nome, sono prese per iniziali di cinque
motti che rappresentano i cinque gradi di questa _Scala_, sulla quale
l’autore ragiona. Dietro a tali cose perdevasi il Benivieni! Per non
accrescere all’infinito il catalogo di questi scritti, concludiamo la
nota coll’accennarne uno del giovane Pico: _Defensio Hiero: Savonarolæ
adversus Samuelem Cassinensem_, per Io. Franc. Picum Mirandulanum, ad
Hieron. Tornielum, Anno 1615, in metropoli quâ Francia mixta Suevis. Di
quest’opuscolo, diverso dall’Apologia che più tardi scrisse lo stesso
autore, se ne trova citata anche una edizione del 1497. Vedi Meier,
pag. 320.

[468] La prima di queste lettere era scritta nel giugno 1496; la
seconda, indirizzata anche ai Signori Fiorentini, era del gennaio 97, e
rispondeva ad alcuni che dicevano: «non bastano i frati, che ci debbono
tormentare anche gli anacoreti.» Quella _al Senato e Doge di Venezia_
era scritta egualmente nel gennaio 97. — La più parte degli opuscoli
sopra accennati trovansi nella Magliabechiana, e sono registrati
nell’ultimo catalogo dei quattrocentisti, fatto dal Molini.

[469] _Lettera del Giugni_, 18 marzo 1496, come sopra.

[470] Questa, che gli Otto chiamarono _frottola inonesta_, non venne
stampata; ma l’autore ne dette ad un amico parecchie copie di sua
mano, perchè ne mandasse una al Savonarola, un’altra ne affiggesse al
Duomo, una terza nel palazzo dei Signori ec. Si trova, insieme colla
condanna pronunziata dagli Otto, il 16 gennaio 1496 (stile fiorentino),
nell’_Archivio delle Riformagioni_.

[471] Un’edizione del quattrocento, ma senza data, se ne trova nella
Magliabechiana.

[472] Sono stampati, e si trovano nella Magliabechiana. Vedi fra i
quattrocentisti, G, Custodia 14.

[473] Questi Trattati sono inediti nella Magliabechiana, Cl. XXIX, cod.
207. Il meno importante di essi è il primo, che tratta del Cambio;
il secondo spiega l’istituzione del Monte Comune, il quale era, come
tutti sanno, il Monte dei prestiti volontarii o obbligatorii che la
repubblica faceva in caso di guerra o di altri bisogni, obbligandosi
alla restituzione. «Ben tosto, però,» così dice Frà Santi Rucellai, «si
cominciò a non restituire il capitale, pagando, invece, l’interesse del
5 per cento; più tardi si pagò solo il 3; ed ora il 3, quando lo dànno
e quando non lo dànno.» Le cose peggiorarono sempre. Sul principio,
chi aveva un _luogo di Monte_ di 100 fiorini, poteva venderlo per 80;
poi si scese al 66, al 50; «e ne’ mia dì valeva 30, poi 25, poi 20;
e ora in quest’ultima guerra vale solo 10 per cento!» Sembra quasi
incredibile; ma pur tale era lo stato della repubblica fiorentina
durante la guerra di cui parleremo nel capitolo seguente.

Il terzo Trattato discorre del Monte delle Fanciulle; istituzione
assai ingegnosa della repubblica, e carissima ai Fiorentini. Essa ebbe
origine in questo modo. Quando la repubblica si avvide di non poter più
pagare i debiti contratti coi cittadini, cercò un modo di conciliare
l’interesse pubblico col privato, e fondò il Monte delle Fanciulle.
— Se chi ha un luogo di 100 fiorini, così ragionossi allora, non può
venderlo più che 16 fiorini; il suo capitale evidentemente non è di 100
ma solo di 16 fiorini. Ora, chi porterà questo luogo dal Monte Comune
al Monte delle Fanciulle, lasciandovelo 16 anni senza alcun interesse,
riceverà alla fine del sedicesimo anno una dote di 100 fiorini. —
Portando dieci luoghi di Monte, si poteva formare una dote di 1000
fiorini, e così via discorrendo. Volendo avere una dote di 100 fiorini
dopo 12 anni, bisognava portare luoghi di Monte pel valore effettivo
di 24 fiorini, invece di 16. Vi erano ufficiali del Comune, che
determinavano il valore effettivo dei luoghi, perchè esso ogni giorno
variava; e, saputo dopo quanti anni si voleva la dote, gli ufficiali
determinavano quanto bisognava pagare. Chi non avesse avuto luoghi di
Monte, poteva facilmente comprarli. In questo modo, i privati trovavano
molto vantaggio, ed anche il Comune guadagnava assai; giacchè, morendo
la fanciulla per cui s’era fatta la dote, esso rimaneva padrone di
tutto; facendosi monaca, esso era in obbligo di restituire solo il
valore effettivo che aveva nel principio ricevuto.

I luoghi di questo Monte delle fanciulle, furono sempre considerati
come inviolabili, ed il Comune pagò scrupolosamente. Ma pure, tanto
erano nell’ultima guerra (1496) rovinate le finanze della repubblica,
che alla scadenza della dote, si dava in contanti solo il quarto del
capitale promesso, meno anche le spese di contratto; si riteneva il
resto, pagandone però l’interesse del 7 per cento. Ciò fece scapitare
il prezzo anche dei luoghi di questo Monte; onde ora, per la prima
volta, chi aveva un luogo di 100 fiorini sul Monte delle fanciulle, lo
vendeva per 75.

Queste variazioni nel valore effettivo dei luoghi di Monte, fecero
nascere una smania di speculazioni, simile a quelle che vediamo farsi
oggi sul debito pubblico; e più volte gli storici ne lamentarono le
funeste conseguenze.

[474] Quest’occuparsi di minute faccende nella Signoria e nel
Consiglio, avveniva con molta perdita di tempo, con danno gravissimo, e
fu da tutti gli storici biasimato. Nel mese di marzo 1495, il Consiglio
Maggiore fu due volte chiamato a votare una provvisione per concedere a
due cittadini il permesso di mutare la loro abitazione da un quartiere
all’altro. Ciò basti a dare idea del resto. Vedi le due _Provvisioni_
nell’Archivio delle Riformagioni.

[475] L’arbitrio, come abbiamo già detto, si poneva, quasi senza regola
e senza legge, sopra tutti i beni, meno gli ecclesiastici.

[476] L’autore stabilisce quale dovrebbe essere il massimo di queste
doti. «Chi va per la maggiore, non possi fare dota più che 500 fiorini
larghi; gli artefici 300; i contadini 50; chi è fuori a gravezza 100.»

[477] Noi abbiamo avuto quest’opuscolo, che non si trova nella
Magliabechiana ed è assai raro, dal signor Seymour Kirkupp, dotto
inglese che possiede una preziosa biblioteca di libri e ms. italiani.
Sono in tutto 28 carte, e sull’ultima si dice che fu finito il 24
febbraio 1496 (stile fiorentino). Fu «stampato per Francesco di Dino,
e corretto con somma diligenza per Domenico di Ruberto di ser Mainardo
Cecchi.» Notevole è anche il titolo del libro, perchè tutto proprio
d’un Piagnone: « — Jesù. — Riforma santa e preziosa ha fatta Domenico
di Ruberto di ser Mainardo Cecchi, per conservazione della città di
Firenze e pel bene comune: e questo è il buono e il vero lume, e il
tesoro d’ognuno e della città; e farà osservare la giustizia e il buon
governo. E notale bene ogni cosa; chè questa è la vera e buona via a
venire presto in gran felicità ognuno, e dipoi in breve tempo tutta
Italia e tutto l’universo mondo, perchè impareranno da questa.»

[478] Questi versi sono nella Magliabechiana, e li daremo
nell’_Appendice_, con un saggio di questi scritti popolari.

[479] Alla fine delle ottave è scritto: «finis addì 31 dicembre 1496;»
alla fine delle terzine che seguono: «finis addì 19 luglio.» Si parla
della guerra di Pisa, della ritirata dell’Imperatore e simili.

[480] Frà Benedetto potrebbe essere eccettuato: ma egli è originale
ed eloquente, solo quando narra i fatti avvenuti; quando entra in
discussioni religiose, neppure esso si salva dalla comune volgarità.

[481] Burlamacchi, pag. 71.

[482] Il Savonarola stesso lo disse più volte nelle sue prediche.
«Insino di Alamania abbiamo lettere di coloro che credono a queste
cose.» Vedi _Prediche sopra l’Esodo_, fol. 39; Firenze 1498.

[483] Questa lettera si trova a Milano, ed è inedita. Vedi l’Appendice.

[484] Questa lettera è senza data, e fu pubblicata dal Padre Marchese.

[485] Anche questa lettera fu pubblicata dal Padre Marchese.

[486] Jo. Franc. Pici, _Vita Hier. Savonarolæ_, cap. XXI.

[487] In una lettera del 24 marzo 1496, indirizzata ai Dieci, il
Pandolfini riporta minutamente questo dialogo. Vedi i _Documenti_
pubblicati dal Padre Marchese nell’_Archivio Storico_.

[488] Questa, almeno, è la sola cui accenni l’ambasciatore messer
Ricciardo Becchi, il quale discorre a lungo di quel concistoro in una
lettera del 5 aprile 1496. _Documenti_ pubblicati dal Padre Marchese.

[489] Vedi i medesimi _Documenti_.

[490] Di questo viaggio si ha notizia in una lettera dei Dieci al
Becchi, la quale fu accennata dal Padre Marchese in una nota ai suoi
_Documenti_; errandone però la vera data, che è del 16 aprile 1496,
e non già 1498. Eccone le parole: «Al presente intendiamo se n’è ito
verso Prato e Pistoia; e non possiamo fare non ci ridiamo di quello
scrivete si parla costì, ch’il governo della città dipenda da lui, che
mai lo ha cerco, e da nessuno altro nostro cittadino li è conferito
cosa nessuna, benchè minima.» Ed in un’altra lettera del 30 marzo 1496,
dicevano: «Maravigliamci che del Frate sieno avvisate di costà tante
cose quante scrivete; perchè sono favole e finzioni si fanno di costà,
da chi cerca darci carico e commetter qualche male.» Vedi _Archivio
delle Riformagioni._

[491] Questo trattato era già compiuto, anzi ne era composta la stampa
nel gennaio 1496; giacchè noi vediamo che il 10 di quel mese, il
Savonarola ne mandava le prime bozze al Duca di Ferrara, pregandolo di
tenerle celate, perchè voleva ancora meditarvi, prima di dar l’opera
alla luce. Infatti, egli non la pubblicò che verso la fine dell’anno.
La lettera al Duca di Ferrara, colla quale accompagna le prime stampe,
porta la data del 10 gennaio 1496. Il chiarissimo conte Carlo Capponi,
nel pubblicare, in una bella e pregevole edizione, _Alcune lettere
del Savonarola_ (Firenze 1858), ha creduto che questa fosse segnata
secondo il vecchio stile fiorentino, e dovesse, quindi, credersi scritta
nel 1497. Ma ciò non è possibile, perchè ivi si parlava del _Trattato
della semplicità_, come ancora non pubblicato; il che noi sappiamo che
era avvenuto fin dal settembre 1496. Quando il Savonarola indirizzava
lettere fuori di Toscana, egli, generalmente, non seguiva lo stile
fiorentino; come si vede ancora in altre sue lettere.

[492] Fu stampato in latino a Firenze, _anno Domini 1496, quinto
Kalendas septembris_, presso ser Pietro Pacini. Lo stesso stampatore
pubblicò la traduzione italiana, _a dì ultimo d’ottobre 1496_. Se ne
trova un’altra ristampa del quattrocento S. L. A.; e poi altre edizioni
in Firenze 1529; Venezia 1547; Parigi 1511; Colonia 1550; Leida 1633;
Grenoble 1677. Il Padre Filippo Chant della Compagnia di Gesù, lo
tradusse in francese e pubblicò a Parigi nel 1672. Quasi il medesimo
soggetto di questo trattato della semplicità cristiana, venne dal
Savonarola esposto in due dialoghi, cui dette per titolo: _Solatium
itineris mei_. Nel primo di essi faceva discorrere il Senso e la
Ragione; ma, venendogli il lavoro troppo diffuso e pieno di citazioni,
lo lasciò incompiuto, per ricominciarlo da capo in una forma più
semplice e meglio adatta al popolo, cui lo destinava. In questa seconda
compilazione, discorrono l’Anima e lo Spirito; trattano della vita
futura e di Gesù Cristo, combattono gli Ebrei, e finalmente parlano
della «via alla patria celeste:» onde il titolo del libro. Queste due
operette furano pubblicate a Venezia dopo la morte dell’autore; nel
1535 in italiano, e nel 1536 in latino. Il Savonarola, avendo ne’ suoi
scritti preso di mira principalmente l’utile del popolo, esponeva le
medesime idee sotto mille forme diverse, per meglio imprimerle nella
mente dei lettori, e per farle penetrare in tutti gli ordini della
società.

[493] _Expositio Fratris Hieronymi Savonarola, psalmi LXXIX: Qui regis
Israel_ etc. Florentiæ anno salutis 1496, IV Kalendas maii. A Modena
nello stesso anno; di nuovo a Firenze, tradotto in italiano S. L. A.
Nel medesimo giorno 8 giugno 1496, se ne fecero a Firenze altre due
edizioni italiane. Di nuovo, a Firenze 1509; Lugano 1540; Tubinga 1621.

[494] Predica I. Vedi _Prediche sopra Rut e Michea_, fatte l’anno
1496 nel giorni di feste, finito che ebbe la quaresima. Firenze 1497;
Venezia 1514; 1539; 1543.

[495] _Prediche sopra Rut e Michea_; predica del 20 Agosto.

[496] Un luogo del Monte Comune, nel nostro linguaggio vorrebbe dire
un’_azione_ sul debito pubblico.

[497] Sebbene la nuova legge stabilisse, che i cittadini non dovessero
pagare altro che una Decima l’anno, i libri delle Provvisioni, dal 94
al 98, son pieni di sempre nuove Decime imposte dalla Signoria. Vedi
_Archivio delle Riformagioni_.

[498] Nardi, _Storia di Firenze_, pag. 104.

[499] Nardi, _Storia di Firenze_; Burlamacchi ec. Il Savonarola, in una
sua lettera al fratello Alberto (24 luglio 97), dice: «morono più di
certi febroni pestilentiali, che di peste pura.» Vedremo in appresso
che cosa fosse questa che gli scrittori del tempo qualche volta
chiamano moría, qualche volta peste.

[500] Nardi, _Storia di Firenze_; Sismondi, _Histoire des répub. ital_.

[501] Soiana, Terricciuola, Cigoli ec.

[502] Guicciardini, Nardi, Sismondi.

[503] Vedi la più volte citata vita del Capponi, scritta dall’Acciaioli
e pubblicata nell’_Archivio storico_, vol. IV, parte II. Questo volume,
ove collaborarono i chiarissimi signori Aiazzi, Monzani e Polidori, è
il secondo delle _Vite d’illustri Italiani_, ed è fra i più importanti
dell’_Archivio_.

[504] Machiavelli, _Estratto di lettere ai Dieci di Balía_.

[505] Acciaioli, Sismondi, ec.

[506] Nella chiesa di Santo Spirito. Vedi Acciaioli, _Vita del
Capponi_; Giovanni Cambi, nella sua storia, a dì 25 settembre 1496.

[507] «Del che nasceva gran travaglio e mormorazione nel popolo,
il quale universalmente non si voleva alienare dalla maestà del
re; dubitando massimamente, che per alcuni malvagi cittadini si
procacciasse occultamente, per questa via della Lega, di alterare il
presente governo della repubblica.» Nardi, _Storia_, pag. 99.

[508] Sismondi, _Histoire des répub. ital_. Il Guicciardini dice che
all’imperatore vennero promessi 60,000 ducati. Tanta era la diffidenza
che i Fiorentini avevano di questa lega, che il Nardi dice: «In modo
che pubblicamente si diceva, il dominio di quegli (i Fiorentini)
essere stato concordevolmente diviso e sortito tra i detti collegati.»
_Storia_, pag. 97.

[509] Nardi, Guicciardini, Sismondi.

[510] Ibidem.

[511] Nardi, Guicciardini, Sismondi.

[512] Nardi, Sismondi.

[513] Questo breve venne pubblicato dal Quetif, colla data erronea
del 16 ottobre 1497. Ma in quel tempo, il Savonarola era stato già
scomunicato. L’anno di questo breve non può essere altro che il
1496; come si cava dalle lettere dell’ambasciatore fiorentino, e come
fu anche dal Meyer corretto. Quanto poi alla data del giorno e del
mese, abbiamo seguíta quella che ci è data del Codice Riccardiano
2053; perchè la sola che possa andare d’accordo cogli altri brevi che
seguirono, colle risposte del Savonarola, colle sue prediche e con
tutta la cronologia dei fatti che si narrano in questo capitolo.

[514] «E voleva il papa riunire di nuovo tale Congregazione di
Toscana colla solita e universale di Lombardia, per potere cavare in
tal modo questo Frate della città di Firenze, e annullare quella sua
congregazione dei suoi fautori e seguaci; e tutto questo era procurato
dentro dagli avversari del presente governo, e massimamente da quelli
che cercavano che la città si volgesse a favore della Lega e della casa
dei Medici.» Nardi, _Storia_, pag. 124.

[515] _Responsio Fratris Hieronymi Savonarolæ ad Alexandrum Papam
sextum._ Anche qui il Quetif pone la data erronea del 27 ottobre 1497.
Il Meyer corresse giustamente l’anno in 1496; e noi correggiamo anche
il mese, giacchè il breve che il papa mandò in risposta a questa
lettera del Savonarola, come vedremo fra poco, è antecedente al 29
ottobre. Nel Codice Magliabechiano, Cl. XXXIV, 34; e in calce al primo
volume del Diario del Burcardo (Codice Magliabechiano, Cl. III, 153);
questa lettera si trova colla data del 29 settembre, che noi crediamo
la vera, perchè la sola che può andare d’accordo colla risposta del
papa, la quale venne più tardi.

[516] Questo breve porta, nel Quetif, la data del 16 ottobre 97;
il Meyer l’ha giustamente corretta in 16 ottobre 96. Ora, siccome è
evidente che esso è scritto in risposta alla lettera del Savonarola;
così questa non può portare la data del 27 ottobre, ma deve, invece,
aver l’altra del 29 settembre, come abbiam detto più sopra. Inoltre,
se questo breve, che è tutto benigno verso il Savonarola, gli
promette generale assoluzione di tutto, ha la data del 16 ottobre;
non poteva quello che era indirizzato al convento di San Marco, e
minacciava scomunica _latæ sententiæ_, se il Savonarola non s’univa
alla congregazione lombarda, portare la data dell’anno e del giorno
stesso. Eppure, tutti hanno ripetuto gli errori del Quetif; e niuno s’è
avveduto di queste inconseguenze, che rendevano affatto inesplicabile
la storia della contesa del Savonarola con Roma, talchè non si capiva
mai nè lo scopo dei brevi, nè il fine delle risposte.

[517] Questo si vedrà, in appresso, con ogni evidenza provato da
nuovi e importanti documenti. Il Nardi dice continuamente: «il papa
che voleva ogni altro governo nella nostra città, che quel presente
governo, perseguitava perciò il Frate.» Vedi pag. 124.

[518] Si tacque fin dall’11 settembre, prima del qual giorno non poteva
essere arrivato il breve dell’8 settembre.

[519] Questa lettera fu pubblicata dal signor Perrens, secondo copia
avutane dall’abate Bernardi. Non avendo il signor Perrens visto il
Codice della Marciana di Venezia, nel quale questa lettera si trova
con molti altri documenti relativi al Savonarola; credette che la
data fosse sbagliata nella copia avuta, e mutò il 15 settembre 96,
in 15 settembre 95. Ma noi, avendo riscontrato tanto il Codice latino
della Marciana di Venezia (Cl. IX, num. 41), come il Codice 2053 della
Riccardiana, dove si trova quella medesima lettera; possiamo confermare
che in ambedue v’è la data del 15 settembre 1496, la quale riteniamo
perciò come vera.

[520] Sismondi; Nardi, pag. 105.

[521] Nel Codice magliab. Cl. XXV, Cod. 23, troviamo questa nota dei
prezzi, nella carestia del 1497. Grano, lire 5 e soldi 10 lo staio;
orzo, lire 2 e soldi 10 lo staio; olio, lire 24 la soma; vino, lire 7
la soma; pollastre, 3 lire il paio. Allora, 6 lire e 14 soldi formavano
un fiorino largo di oro; il fiorino risponderebbe al moderno zecchino,
ma l’oro valeva assai più che ai nostri giorni. Vedi Vettori, _Il
fiorino antico illustrato_; Firenze 1738.

[522] Nardi, pag. 104, 105 e 115, ediz. Arbib, Firenze.

[523] Carlo VIII, che aveva perduto allora il suo secondo ed unico
figlio.

[524] Il testo dice: «a nove dì da questo;» ed era il 28 di ottobre.
Il Savonarola riferisce probabilmente al giorno in cui egli partiva per
andare a Pisa.

[525] _Predica del Reverendo padre Frate Hieronymo da Ferrara_, facta
il dì di S. Simone et Juda a dì 8 d’octobre 1496, per commissione della
Signoria di Firenze, essendo la ciptà in timore grandissimo per la
venuta dello imperatore. S. L. A. Questa medesima predica forma parte
di quelle fatte, nelle feste del 1496, _sopra Rut e Michea_.

[526] Tutto ciò viene minutamente descritto dal Nardi.

[527] Queste due prediche si trovano fra quelle _sopra Rut e Michea_:
la seconda fu stampata a parte molte volte; e l’Audin ne cita tre
diverse edizioni del quattrocento, e tutte sono illustrate con belle
incisioni.

[528] Questo breve è inedito nella Riccardiana, Cod. 2053. È
importantissimo, perchè il non avere ubbidito ad esso, fu la causa
principale della scomunica pronunziata contro il Savonarola, secondo
che nella stessa scomunica vien detto. Il non essere, poi, stato fino
ad ora conosciuto, fu causa principale di far confondere la cronologia
di tutti gli altri brevi, e, quindi, delle risposte del Savonarola.

[529] «Dipoi venne uno breve che tutti li conventi di Toscana si
congiungessino e facessino una Congregazione, nella quale dovessi
entrare San Marco, cogli altri suoi conventi. E prima, nell’altro
breve, voleva che entrassimo nella Congregazione di Lombardia,
dalla quale prima ci aveva separati; e ora vogliono che noi entriamo
in quella di Toscana; e ora qua, ora là. Questo mi pare il giuoco
degli scacchi nella difesa del re, che quando è rinchiuso si leva
d’uno scacco, e poi torna a quel medesimo: sì che sono manifeste le
circumventioni dei maligni.» _Predica della Sessagesima_ (18 febbraio
1498).

[530] _Apologeticum Fratrum Congregationis S. Marci de Florentia._ Fu
ristampato dal Quetif. In questo scritto vengono, con minuta analisi,
ponderate tutte le ragioni pro e contro l’unione.

[531] Nardi, Sismondi, Guicciardini, Machiavelli.

[532] Idem.

[533] _Prediche sopra Ezechielle_; Venezia 1520. Le prime otto furono
dette nell’avvento del 96; le altre nella quaresima del 97. Vedi
_Predica prima_. Queste prediche, sebbene si dicano raccolte dal Violi,
sono di quelle assai incompiutamente pubblicate.

[534] _Prediche sopra Ezechielle._ Vedi la predica sesta.

[535] Iacopo Nardi, _Storia di Firenze_.

[536] _La Decima scalata in Firenze, nel 1497; da’ manoscritti
inediti di messer Francesco Guicciardini._ Sono due lunghi e
bellissimi discorsi, che l’autore immagina fatti nel Consiglio
Maggiore, da un difensore e da un oppositore della nuova legge. In
questi discorsi trovasi ritratto al vivo il carattere del popolano
fiorentino e l’indole della sua eloquenza: essi, però, non poterono
esser pronunziati nel Consiglio, dove, come abbiamo già notato,
non si discuteva liberamente il pro ed il contro d’una legge: sono,
quindi, come tanti altri discorsi del Guicciardini, affatto di sua
immaginazione; ma si possono considerare come altamente storici, in
quanto ritraggono fedelissimamente le opinioni dei due partiti.

[537] La nuova legge proponeva, che chi aveva 5 fiorini d’entrata,
pagasse una decima sola; e che per ogni 5 fiorini di più d’entrata,
si andasse aggiungendo alla imposta ordinaria un quarto di decima; non
potendosi, in tutto, pagare più di tre decime.

[538] Il Burlamacchi dice espressamente, che il Savonarola aveva,
prima, colle prediche ben disposto l’animo dei fanciulli; e poi, «vista
in questi fanciulli tanta mutazione, pensò fossi bene dar loro qualche
ordine, acciò potessino conservarsi al ben vivere: di che commesse
la cura a Frà Domenico da Pescia, non potendo egli attendervi per
le grandi occupazioni; il quale (Frà Domenico) spesso congregandoli
insieme, andava pascendo l’animo loro con qualche sermoncello
spirituale.» pag. 105.

[539] Il 25 gennaio 1496 (stile nuovo), si vinse nel Consiglio Maggiore
una provvisione, che stabiliva alcune regole da osservarsi nel vestire
i fanciulli. _Archivio delle Riformagioni._

[540] Il Burlamacchi fece una minutissima descrizione di quella festa,
di cui si parla anche in tutte le altre biografie.

[541] Nardi, pag. 114.

[542] Questo fu comunemente detto di quella edizione fatta dal
Valdarfer, di cui una copia venne, nel 1812, venduta a Parigi 52,000
franchi! Vedi la nota posta al Nardi, pag. 140, nell’ediz. Arbib.

[543] Infatti, il Burlamacchi nomina parecchi oggetti, ma di niuno si
può determinare il valore artistico o letterario. Quando non sono abiti
e maschere, sembrano ritratti di donne conosciute per cattivi costumi,
libri adorni di oro, e cose simili.

[544] Questo vien pienamente confermato dal Guicciardini, nella
sua _Storia di Firenze_: «andavano (i fanciulli) per Carnasciale
congregando dadi, carte, lisci, pitture e libri disonesti, e gli
ardevano pubblicamente in sulla piazza dei Signori, facendo prima in
quello dì, che soleva essere di mille iniquità, una processione con
molta santità e devozione.»

[545] Nell’Archivio di Ginevra si trova ancora l’atto che condanna alla
carcere una donna, _parce qu’elle n’avait pas les cheveux abattus_.

[546] Noi abbiamo già parlato altrove della biblioteca di San Marco:
diamo qui alcune altre notizie. Niccolo Niccoli lasciava al pubblico la
sua famosa collezione di circa 600 codici antichi, e Cosimo de’ Medici,
come dicemmo, pagò i debiti che vi gravavano sopra, ritenendo per sè
circa 200 di quei codici, e lasciando il resto a San Marco. Egli e
Lorenzo andarono, poi, accrescendo la loro collezione, con quelle cure
che sono note a tutti, e che è inutile di qui ripetere. I frati di San
Marco fecero lo stesso: il 10 dicembre 1445, essi, come apparisce da
pubblico strumento, dì cui è copia nel convento, pagavano 250 fiorini
per acquisto di codici. Così continuarono sempre fino all’anno 1495,
quando comperarono la biblioteca dei Medici nel modo che abbiamo
detto qui sopra. Ecco in qual modo ne parla Frate Roberto Ubaldini
da Gagliano, nell’interrogatorio a cui fu sottoposto come testimonio
nel processo del Savonarola: «Quanto a soscriptione di danari, io non
lo sentì mai dire più da persona, se non hoggi da voi: ma io non ne
so nulla; excepto che io so bene, che havendo noi facta una compera
di libri da li uficiali di rubelli, et prima dalla Signoria, per
ducati tremila larghi, et restando debitori di ducati mille larghi,
Bernardo Nasi gli promisse per noi, per tempo di 18 mesi, a monsignore
d’Argentona in Francia: et noi facemo fare da altri promessa al detto
Bernardo per decto tempo; et non habiavamo disegno di pagarli, altro
che cercarli da diverse persone nostri amici; et questo so, perchè
l’ho tractate io tutte quelle cose, che già cinque anni sono stato
librerista in San Marco.» _Archivio delle Riformagioni_. Nello stesso
Archivio si trovano anche le deliberazioni dei Signori, _pro libris
olim Laurentii de Medicis_; e sono in data del 31 agosto 95, 19 ottobre
idem, 24 gennaio 97 (stile fiorentino), 7 maggio 98, 12 decembre idem.

Dopo la morte del Savonarola, fra le molte persecuzioni ch’ebbe a
sopportare il convento, vi fu quella di vedersi tolti, sotto falsi
pretesti, non solamente tutti i libri della collezione medicea, ma
ancora parte di quelli acquistati nel 1445. Nell’ottobre del 1500,
vennero con nuovi patti restituiti; e finalmente, nel 1508, trovandosi
i frati gravati di debiti, nè essendo più vivo quel Savonarola che
tanta cura aveva avuto di quei libri, furono venduti a Galeotto
Franciotti, che li acquistò pel cardinal Giovanni de’ Medici, dipoi
Leone X. E così andarono a Roma, donde poi tornarono nuovamente a
Firenze. Bandini, _Lettera sopra i collettori di codici orientali,
esistenti nella insigne Basilica Laurenziana; Annales conventus S.
Marci_, fol. 8; Padre Marchese, _Storia del convento di San Marco_.

[547] Il Vasari lasciò scritto, che nel giorno di carnevale, Frà
Bartolommeo bruciò alcuni dei suoi disegni del nudo. Se il fatto fu
vero, ne deve certamente ricadere l’accusa sul suo autore: ma notiamo
che il Vasari visse un secolo dopo del Savonarola, a cui si mostrò nei
suoi scritti sempre avverso; nè molto favorevole fu alla memoria di Frà
Bartolommeo.

[548] Oltre i moltissimi lavori italiani sopra Michelangiolo, vedi
anche Harford, _Life of Michel Angelo Buonarroti_; pregevolissimo
lavoro pubblicato recentemente in Inghilterra, nel quale si discorre
particolarmente dei rapporti che il Buonarroti ebbe col Savonarola.

[549] Rio, _Art Chrétien_. — A questo proposito, non sarà fuori di
luogo il fare alcune osservazioni sopra ciò che nel suo libro dice il
signor Rio, intorno al Savonarola. Egli divide la storia della pittura
italiana in due grandi scuole: la pittura cristiana, o, come altri
dissero, il _purismo_; e la pittura _naturalista_, nella quale include
tanto coloro che si restrinsero troppo nella semplice imitazione del
vero, come quelli che andarono solo dietro allo studio dell’antico.
Questa seconda scuola non è altro, pel Rio, che una degradazione
dell’arte cristiana. Avendo, poi, trovato che nel secolo XV le due
scuole fiorivano l’una accanto dell’altra, ha voluto attribuire tutto
il progresso del _naturalismo_ ai Medici, favoreggiatori delle idee
classiche e pagane; mentre del risorgere dell’arte cristiana ha fatto
unico autore il Savonarola. Sebbene sia verissimo che il Savonarola
propugnasse le idee cristiane, in opposizione ai Medici che volevano
fare della erudizione classica uno strumento di corruzione morale,
o almeno restringere con essa il più libero corso delle nuove idee;
è però certo, almeno quanto alla pittura, che la teoria del signor
Rio non regge all’analisi dei fatti. Se noi rivolgiamo lo sguardo a
quei pittori che circondavano il Frate, troveremo che niuno di essi
fu seguace di quell’arte cristiana, di cui il signor Rio vorrebbe
chiamarlo rinnovatore. Innanzi a tutti si presenta Frà Bartolommeo:
ora, non fu egli dei primi, e forse il primo che spinse decisamente
la pittura nel classicismo, e cominciò la scuola del cinquecento? E
Michelangiolo Buonarroti non fu quegli che lo portò ai suoi ultimi
confini? Tra gli ammiratori del Savonarola noi troviamo, è vero, i
Della Robbia; ma quel Luca che fu scultore immortale delle sante
Madonne, era già morto: egli era vissuto, con Beato Angelico, ai
tempi di Cosimo dei Medici. Un altro seguace del Savonarola era il
Cronaca, che fu dei primi a cominciare l’architettura classica, come
ne è testimonio la sala stessa del Consiglio Maggiore: Lorenzo di
Credi è noto a tutti come un discepolo, anzi un imitatore di Leonardo
da Vinci; e Sandro Botticelli viene dal signor Rio chiamato «infetto
di paganesimo.» Ove è, dunque, la scuola di arte cristiana, fondata
dal Savonarola, se i suoi seguaci vanno tutti per la opposta via del
_naturalismo_? Ciò che ha indotto in errore il signor Rio, è stato
il desiderio di attribuire ogni progresso dell’arte ad una causa
unicamente religiosa. È questo un nobile desiderio, che però non sempre
trova in suo favore la realtà dei fatti. E nel nostro caso, è fuori
di dubbio che quella pittura la quale dal signor Rio vien chiamata
cristiana, era assai più fiorente ai tempi di Cosimo de’ Medici;
mentre in quelli del Savonarola, essa cedeva rapidamente il terreno
ai progressi dell’arte classica, che venne ben tosto rappresentata da
Raffaello, per cui il signor Rio sembra avere assai poca simpatia.

Prima di conchiudere queste osservazioni, dobbiamo però dire che
il signor Rio ha capito mirabilmente la vera opposizione morale che
passava tra il Savonarola ed i Medici; e che egli l’ha descritta, non
solamente con calore, ma ancora con eloquenza.

[550] _Prediche sopra Amos e Zaccaria_, predica del venerdì dopo la
terza domenica di quaresima.

[551] _Prediche sopra Ezechielle_, predica XXVIII.

[552] Predica III, di quelle _sopra Aggeo_.

[553] _Prediche sopra Amos e Zaccaria_, predica del venerdì dopo la
terza domenica di quaresima.

[554] Predica XXVIII, _sopra Ezechiel_.

[555] _Prediche sopra Amos e Zaccaria._ Vedi quella del sabato dopo la
seconda domenica di quaresima.

[556] _Opus perutile de divisione ac utilitate omnium scientiarum: in
poeticen apologeticus._ Venetiis 1542. Se ne trova anche una edizione
del quattrocento S. L. et A.

[557] Vedi lib. I, cap. VI.

[558] «Nec ego aliquando artem poeticam damnandam putavi, sed quorumdam
abusum.» _Epistola ad Verinum_, in principio dell’opera.

[559] «Si quis credit artem poeticam solum docere dactylos et spondæos,
syllabas longas et breves, ornatumque verborum, magno profecto errore
tenetur.» _Apologeticus_ etc., in principio.

[560] «Potest enim poeta uti argumento suo, et per decentes
similitudines discorrere sine versu.» Ibidem.

[561] Ibidem, pag. 44.

[562] «Nam et nos homines sumus sicut et ipsi, et potestatem imponendi
nomina æqualem a Deo accepimus. Possumus ergo addere et minuere sicut
et ipsi potuerunt, nam et multa jam mutata sunt. Quidam, enim, adeo
perstrinxerunt se, et carceri antiquorum intellectum proprium adeo
manciparunt; ut nedum contra eorum consuetudinem aliquod proferre
nolint, sed nec velint dicere quod illi non dixerunt.... Quæ enim ratio
est ista, quæ virtus argumenti: antiqui non ita locunti sunt, ergo nec
nos ita loquamur?» pag. 40. Altrove abbiamo citato questo passo, e qui
lo riportiamo, perchè lo richiedeva il soggetto.

[563] «Modum autem artis, quem nunc nostri poetæ servant, hoc est
metrorum ac fabularum, laudumque Deorum, adolescentibus pestis est
perniciosissima. Et certe ad hoc probandum laborarem, nisi sole clarius
appareret. _Experientia ipsa, rerum magistra_, ita nostris oculis mala
quæ ex perverso usu poeticæ artis eveniunt manifestat, ut non oporteat
in probatione sudare.» pag. 55.

[564] Ibidem.

[565] «Verum quidam, non amatoria, non laudes idolorum, non turpia;
sed virorum fortium gesta atque moralia versibus descripserunt, et bene
usi sunt arte poetica et modo eius: hoc igitur damnare nec possum nec
debeo.» pag. 55.

[566] «Ego melius puto Christianos, moribus ornatos, minori fulgere
eloquentia, quam propter eloquentiam Christi nomen perdere.» pag. 55.

[567] Questa idea non solamente è accennata nell’opera summenzionata,
ma si trova continuamente ripetuta nelle prediche.

[568] Vedi _Poesie_ di Girolamo Benivieni, Firenze 1500.

[569]

      Ognun gridi, com’io grido,
    Sempre pazzo, pazzo, pazzo.

[570] _Poesie_ di G. Benivieni.

[571] Questa laude è la quinta fra le poesie del Savonarola, pubblicate
dall’Audin; ed ivi si trova col titolo di _Canzone ai Fiorentini_.

[572] Il codice autografo posseduto dal signor Giberto Borromeo a
Genova, sembra un abbozzo, ed è in molte parti quasi indeciferabile.
Nell’appendice daremo un saggio di queste poesie inedite.

[573] È la XIII, nelle poesie pubblicate dall’Audin: la XII è anche
indirizzata alla stessa Santa, ma è molto inferiore.

[574] Riuscirebbe difficile correggere le sgrammaticature di questa
strofa, che pure non è senza pregio.

[575] Vedi _Alcuni devotissimi trattati_ ec. Venezia 1537.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a
fine volume (Errata-corrige) sono state riportate nel testo.

La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate da
una barra.



*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA STORIA DI GIROLAMO SAVONAROLA E DE' SUOI TEMPI, VOLUME 1 (OF 2) ***


    

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