The Project Gutenberg eBook of La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2)
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Title: La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2)
Author: Pasquale Villari
Release date: June 16, 2026 [eBook #78881]
Language: Italian
Original publication: Firenze: Le Monnier, 1859
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/78881
Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA STORIA DI GIROLAMO SAVONAROLA E DE' SUOI TEMPI, VOLUME 2 (OF 2) ***
LA STORIA
DI
GIROLAMO SAVONAROLA
E DE’ SUOI TEMPI,
NARRATA DA PASQUALE VILLARI
CON L’AIUTO DI NUOVI DOCUMENTI.
VOLUME SECONDO.
FIRENZE.
FELICE LE MONNIER
1861.
Proprietà letteraria.
PREFAZIONE.
La fama di frà Girolamo Savonarola che, nella sua vita, avea fatto
maravigliare il mondo, e per lungo tempo richiamò l’attenzione dei
nostri più grandi scrittori; cadde, nel secolo XVIII, in assoluta
dimenticanza e quasi disprezzo. Era la sorte comune, in quel secolo,
a tutti gli uomini, a tutti gli studi religiosi. Il Bayle esprimeva,
nel suo _Dizionario_, un’opinione universalmente adottata, quando con
freddo e crudele cinismo, scagliava contro al misero Frate i suoi acuti
e pungenti sarcasmi: lo chiamava ridicolo e basso impostore, degno del
martirio che aveva sostenuto.
Non molto dopo, uno scrittore anonimo pubblicava, colla data di
Ginevra, una biografia italiana del Savonarola.[1] Egli aveva, in
sostanza, le medesime idee del Bayle; ma diceva, con ira e dispetto,
ciò che l’altro aveva detto solamente con ischerno: il Bayle lasciava
cadere dalla penna i velenosi sarcasmi, colla freddezza dello scettico;
l’anonimo si scagliava con un’ira ed uno zelo tutto fratesco: era, in
fatti, il gesuita Rastrelli. Quella passione, troppo evidente, toglieva
ogni pregio ad un libro cui, pure, non mancava il merito di qualche
utile ricerca e d’un certo brio scorretto e sbrigliato, come solevano
avere molti dei nostri scrittori nel passato secolo.
Un anno dopo la pubblicazione di questo lavoro, venne alla luce in
Livorno una nuova _Storia del Savonarola_,[2] anch’essa senza nome
di autore. Era il domenicano Barsanti che, rispondendo all’anonimo
gesuita, prendeva con molto calore le difese del suo confratello di
religione. Il Barsanti s’era trovato solo, in quel secolo, a leggere
ed ammirare le prediche del Savonarola; aveva studiato gli antichi
biografi, ed il prezioso manoscritto, che dopo lui andò smarrito,
delle _Giornate_ di ser Lorenzo Violi: fu diligente, minuto e paziente
raccoglitore di notizie, intorno ad un soggetto che, se non destava
alcuna simpatia ne’ suoi contemporanei, appagava però il suo cuore.
Egli non si lasciò punto trascinare dalla corrente del secolo; ma
compose un libro, che parrebbe scritto molti secoli indietro, e,
quasi, destinato unicamente ad accrescere il numero degli antichi
biografi. In lui rivive tutto lo spirito di quei vecchi cronisti, meno
la semplicità e l’ingenuo vigore dello stile: vi ritroviamo lo stesso
amore, i medesimi errori ed il medesimo fanatismo; manca, però, quella
schietta originalità che, in essi, ritrae così vivamente il colore dei
tempi. Il suo lavoro era, poi, siffattamente gremito di citazioni e di
confutazioni contro tutte le asserzioni del Rastrelli, che la lettura
ne riusciva penosa, e non poteva invogliare a conoscere il Savonarola.
A questo libro successe, infatti, un silenzio di quasi cinquanta anni,
durante i quali il nome del Savonarola parve dimenticato.
Il secolo XIX inaugurava un ordine di cose assai diverso, e dava un
nuovo indirizzo agli studi. Il medio evo, tanto disprezzato al tempo
di Voltaire, ritornava in onore; gli studi religiosi non si tenevano
più indegni d’occupare l’attenzione d’uomini gravi; e si poteva,
finalmente, lodare un frate, senza muovere il riso universale. La
Germania si abbandonò, con ardore quasi febbrile, a questi nuovi
studi; e ad essa si deve l’onore di avere, per la prima volta, chiamato
seriamente l’attenzione del mondo letterario, intorno al carattere ed
alla dottrina del Savonarola.
L’anno 1835, il Rudelbach pubblicava una biografia,[3] in cui non si
fermava molto intorno al carattere del Savonarola, non conoscendo
alcun fatto nuovo, nè sapendo dar nuove spiegazioni dei fatti già
conosciuti; ma studiava principalmente l’esposizione delle dottrine.
Di certo, egli era il primo che, leggendo le opere del Savonarola,
avesse saputo cavarne l’insieme d’una dottrina teologica; era il
primo che, dopo tante critiche e così violente, avesse il coraggio di
affermare all’Europa moderna, come quelle opere meritavano l’attenzione
dei dotti, e quell’autore aveva avuto un alto ingegno speculativo. Lo
diceva col sincero entusiasmo di chi è convinto d’annunziare una verità
sconosciuta; ed il suo libro otteneva, in Germania, un grandissimo
successo. Forse, ciò era dovuto meno ai pregi, che allo scopo avuto
in mira dall’autore; giacchè egli vedeva nel Savonarola un precursore
della Riforma. Anche Lutero aveva canonizzato il Frate di San Marco,
martire del Protestantismo; ma, nel secolo XVIII, quelle idee erano
state quasi dimenticate; onde ritornavano, per così dire, a novella
vita, per opera del Rudelbach che le appoggiava e sosteneva con un
esame accurato di tutti gli scritti del Savonarola. Quindi il gran
plauso ottenuto in Germania ed in Inghilterra, ove, da quel giorno, le
simpatie degli scrittori anglo-germanici furono, per sempre, assicurate
al Savonarola.
Se, però, ci mettiamo a considerare imparzialmente quest’opera del
Rudelbach, vi troveremo subito dei gravissimi errori. Lasciando da
un lato quella che è, propriamente, storia dell’uomo, perchè intorno
ad essa non impariamo nulla di nuovo; assai imperfetto riesce ancora
l’esame delle dottrine. L’autore, con uno sforzo continuo, le pone
sopra un letto di Procuste; dove vengono travisate e sformate in
maniera, che assai spesso avremmo dubitato della sua buona fede, se non
sapessimo fino a che segno può accecare lo spirito di parte. Quando,
poi, il Rudelbach s’imbatte in alcuni scritti che contraddicono,
troppo manifestamente, alle sue idee; egli allora li salta a piè
pari. Un esempio potrebbe vedersene, nella minuta esposizione che fa
del _Trionfo della Croce_. I primi tre libri di quest’opera che, per
molti anni, fu studiata nelle scuole della _Propaganda_, trattano
quella parte delle dottrine cristiane, in cui protestanti e cattolici
vanno quasi d’accordo; quindi il Rudelbach ne è diligente espositore,
cercando solo di trovarvi qualche recondito senso protestante. Ma
quando arriva al quarto libro, dove il Savonarola comincia a parlare
dei Sacramenti, ed il suo cattolicismo apparisce con una evidenza che
non ammette più dubbio; allora il biografo tedesco ne abbandona affatto
l’esame e si rivolge altrove. Tutto ciò avviene molto spesso.
Una parte assai più notevole di quest’opera, poteva riuscire l’esame
di ciò che l’autore chiama _carattere profetico_ del Savonarola.
Era un soggetto nuovo, importante e, per la prima volta seriamente
considerato; ma il Rudelbach, invece di raccogliere diligentemente
i fatti, invece di determinarne imparzialmente il valore; si dette
ad esporre alcune teorie fondate solo nella sua immaginazione. Ci
definisce dapprima cosa intende per _profezia evangelica_; dipoi, ci
schiera innanzi una serie non mai interrotta dei profeti della Riforma,
tra i quali pone l’abate Gioacchino, santa Brigida ed il Savonarola. È
facile vedere che questo non è fare la storia nè la critica; ma vagare,
piuttosto, nei campi dell’immaginazione, per sostenere un partito già
preso.
Una seconda biografia tedesca veniva alla luce, l’anno 1836 a
Berlino,[4] per opera di Carlo Meier, il quale s’era dato a studiare
quella parte del soggetto, che il Rudelbach aveva più trascurata: la
vita, cioè, ed il carattere del Savonarola. Egli aveva fatto lunghe
e pazientissime ricerche, nelle biblioteche ed archivi di Firenze e
Venezia; aveva raccolto una mèsse preziosissima di documenti, coi quali
tornava in patria a scrivere il suo lavoro. Quasi tutti i codici che i
biografi posteriori ci annunziarono come scoperti da loro; quasi tutti
i documenti che furono pubblicati col titolo di _nuovi_, erano stati
già trovati dal Meier, e sono citati o riportati nel suo libro.[5]
Ma, incredibile a dirsi, l’autore non seppe cavarne alcun profitto.
In lui è una strana mescolanza di maravigliosa diligenza e pazienza
da un lato, d’imperdonabile negligenza ed inesattezza dall’altro.
Egli deplora la perdita d’alcuni documenti; eppure si trovano in
quei medesimi codici, ch’esso ha scoperti e continuamente citati. Nel
collazionare i documenti da lui pubblicati, vi abbiamo, assai spesso,
trovati errori e lacune imperdonabili in qualunque più negligente
scrittore; ma inesplicabili nel Meier che, per solito, è così diligente
e scrupoloso. Egli scrive la biografia d’un uomo illustre, con notizie
nuove ed importantissime; ma, se il lettore non volge continuamente
l’occhio alle note, non s’accorge che sta imparando nulla di nuovo. Il
Savonarola rimane, in tutta quest’opera, un uomo morto o, per meglio
dire, una vuota astrazione: i nuovi fatti non tolgono nè aggiungono
nulla al concetto vago e confuso, che ne avevamo dai passati biografi.
Il libro del Meier è una prova evidente e parlante, del nessun pregio
che hanno i più preziosi documenti, nelle mani di chi non sappia
valersene.
Un giudizio non molto dissimile, noi dobbiam dare di quella parte del
libro, che s’occupa delle dottrine. Il Meier cerca, è vero, di moderare
le troppo esagerate conclusioni del Rudelbach; non trova, negli scritti
del Savonarola, un sistema così compiuto e così assoluto di teologia
protestante; ma, pure, si sforza metterlo, in ogni modo, fra i martiri
della Riforma: nè gli argomenti che adopera sono molto diversi da
quelli del Rudelbach. Questi, almeno, aveva la scusa d’una sbrigliata
fantasia che sempre lo domina; mentre il Meier, che procede tutto
timido e guardingo, tutto moderazione, è affatto inescusabile. Che
dobbiam dire, quando lo vediamo fermarsi a notare, che il Savonarola
non discorre quasi mai del purgatorio, che i suoi nemici lo accusavano
di parlar poco della Vergine Maria? Egli vorrebbe cavarne, che il Frate
già presentiva, in questo, le idee riformate; ma a lui stesso manca
il coraggio d’appoggiarsi a così deboli argomenti; dovendo rammentare
quelle prediche in cui è un ragionare, quasi superstizioso, intorno
alla Vergine; quelle in cui, apertamente, si raccomanda ai fedeli la
preghiera pei defunti.
Un altro grave errore dobbiam notare nell’opera del Meier. Mentre egli
procede passo a passo, ed espone minutamente tutta quella parte della
dottrina, che è semplicemente copiata da S. Tommaso e dagli scolastici;
ciò che è proprio del Savonarola, ciò che dimostra tutta l’originalità
del suo ingegno, gli sfugge continuamente. Si ferma, di tanto in tanto,
a notare quei passi che a lui sembrano contenere i germi della Riforma;
ma si mostra così poco convinto di ciò che dice, che è assai lungi dal
persuaderne il lettore. Quando, poi, discorre delle profezie, è assai
difficile comprendere che cosa intenda dire. Vorrebbe condannare il
giudizio del Rudelbach; vorrebbe quasi dimostrare che, se il Savonarola
non fu profeta, tale non credette se stesso, nè voleva essere creduto
dagli altri. Ma, poi, non gli basta l’animo di pronunziare un’opinione
che si trova in così manifesta opposizione coi fatti; e, secondo il
solito, rimane incerto, vago e confuso.
Paragonando le due biografie tedesche, noi siamo costretti a
concludere: che la fantastica dissertazione del Rudelbach, sebbene
gremita di errori, ci dà un ritratto di quella, per così dire,
selvaggia originalità del Savonarola, assai più fedele che non fa
il Meier, con tutte le sue ricerche, con tutti i suoi documenti e la
pretesa esattezza. Nel Rudelbach furono troppo facilmente perdonati
gli errori, nel Meier troppo ingiustamente dimenticati i pregi; ma,
in fondo, il giudizio del pubblico fu assai più giusto, che non si
potrebbe credere a prima vista.
Questi ultimi lavori tedeschi e, più ancora, l’autorità di Lutero,
diffondevano l’idea che il Savonarola fosse veramente un precursore
della Riforma; crescevano, quindi, le simpatie dell’Inghilterra e della
Germania settentrionale; l’attenzione dell’Europa si volgeva alla
storia di quest’uomo, con una certa ansiosa curiosità. Allora, usci
dal convento di San Marco una voce eloquente, che voleva rivendicare
il Savonarola al cattolicismo ed alla libertà. Il Padre Vincenzo
Marchese dei Predicatori, era noto all’Italia per la sua _Storia dei
pittori Domenicani_. Elegante scrittore, sincero cattolico, animo
ardentemente innamorato del vero e della libertà; egli divenne in San
Marco un appassionato ammiratore del Savonarola. Con un rispetto ed
una venerazione che somigliava, quasi, ad un culto religioso, andò
raccogliendo nel convento le sparse memorie del Frate; ricercò le
biblioteche ed archivi fiorentini; e più volte vedemmo venire alla
luce, nell’_Archivio Storico_ di Firenze, il risultato de’ suoi studi.
Erano lettere inedite del Savonarola, scritti relativi alla sua vita.
Questi documenti, invero, non furono sempre di grande importanza;
ma tali sapeva renderli la diligenza e l’acume di chi li pubblicava,
cavandone conseguenze assai utili alla storia. Il nome dell’autore, e
l’importanza del soggetto fecero accogliere questi lavori con molta
simpatia; onde il Padre Marchese, incoraggiato dal pubblico plauso,
dava finalmente alla luce la sua _Storia del convento di San Marco_.[6]
La parte principale e più notevole in tutta l’opera, dava quasi una
biografia del Savonarola. L’autore lo dipingeva come riformatore
morale, politico e religioso; ne descriveva la vita ed i costumi;
ragionava degli scritti e delle prediche. Fermandosi, poi, a quella
parte che gli altri biografi avevano assai trascurata; ci faceva
conoscere tutto il grande amore che il Savonarola aveva portato alla
libertà, da cui era venuta la prima origine della sua persecuzione e,
finalmente, la morte. L’ammirazione per l’antico martire del convento,
ispirò al Padre Marchese una eloquenza, che dette al suo libro
quel colore di verità e di realtà, che mancava affatto nei biografi
tedeschi. Egli ottenne il plauso meritato; e l’attenzione degl’italiani
si rivolse, con ardore ed entusiasmo, al frate repubblicano che avea
con tanto coraggio combattuto i Borgia ed i Medici; che aveva voluto
stringere l’antico connubio della libertà colla religione, riportandole
ai loro veri principii; che aveva sostenuto il martirio in nome di Dio
e della patria.
Ma, sebbene l’opera del Padre Marchese valesse mirabilmente a
destare la curiosità del pubblico; non valse, però, a soddisfarla
interamente. Egli non aveva fatta quella serie continuata di ricerche,
indispensabili a chi vuole scrivere una vera biografia; conosceva solo
una parte delle opere e delle prediche del Frate; poteva, quindi,
scrivere un eloquente capitolo nella sua _Storia di San Marco_, non
già un lavoro compiuto intorno al Savonarola; cosa che l’indole della
sua opera neppure comportava. E, d’altronde, bisogna pur dirlo, egli
era troppo grande ammiratore del suo eroe, per esserne storico affatto
imparziale. Nuove indagini e nuovi studi erano, quindi, necessari.
Ed ecco in Francia venire alla luce, l’anno 1853, una biografia del
Savonarola in due grossi volumi.[7] Il signor Perrens, che ne era
l’autore, aveva fatto delle ricerche in Firenze; aveva ottenuto
dall’abate Bernardi di Piemonte, copia di molti documenti della
Marciana di Venezia, parecchi dei quali, sebbene noti in Germania, per
opera del Meier, erano ignoti affatto in Italia ed in Francia. Con
questi preziosi materiali, il signor Perrens dettava un lavoro che,
quantunque scritto con una furia qualche volta groppo manifesta, era,
nondimeno, di gran lunga il libro più compiuto intorno al Savonarola;
ed ottenne, perciò, un plauso grandissimo e non immeritato.
Il primo volume che dava la narrazione dei fatti, si leggeva con grande
interesse. L’autore non era molto eloquente; ma, per la prima volta,
vedevamo una esposizione chiara, ordinata ed ampia di tutte le vicende
del Savonarola. Il dramma agitato e tumultuoso di quella vita, aveva
un fascino e, per così, dire, una eloquenza sua propria, che ridestava
di continuo l’attenzione del lettore, e suppliva, in gran parte, al
difetto dell’autore. Se non che, un errore troppo grave, colpiva il
libro nella sua essenza. Il signor Perrens non è riuscito a farsi
un’idea chiara del soggetto che tratta; non ha un’opinione determinata
intorno al personaggio che vuol descrivere; e questo fa nascere,
nell’animo di chi legge, una incertezza assai penosa, che l’autore
sembra voler crescere, quasi a bello studio. Quando noi siamo per
ammirare il coraggio del Savonarola; esso viene a farci supporre che
il frate si mostrò, qualche volta, troppo debole: quando noi siamo sul
punto di esprimere il nostro entusiasmo, per la fermezza mostrata dal
Savonarola nel combattere i Medici; ecco la taccia di adulatore messa
fuori. Si direbbe, quasi, che il signor Perrens teme di pronunziare
un giudizio chiaro e deciso intorno al suo eroe; giacchè, quando
involontariamente gli cade dalla penna, cerca subito di cancellarlo.
Nelle ultime ore e più solenni di quella vita, egli abbandona il misero
Frate e lo condanna; non solamente senza aver fatto le nuove ricerche
necessarie a pronunziare un giudizio tanto severo; ma senza neppure
esaminare, a fondo, tutti i documenti già ritrovati. Onde l’animo del
lettore ne rimane sconfortato e confuso; nè sa chi debba condannare più
severamente, o il Savonarola o il suo biografo.
Un difetto assai grave si scorge ancora nel secondo volume. Ivi si
ragiona delle opere del Savonarola, dandone solo un sunto o qualche
estratto; non mai un giudizio o una critica. Più volte l’autore si
dichiara incapace di giudicare le dottrine religiose; ma cade in
errori, che neppure la sua modestia può fargli perdonare. Dopo averci,
invariabilmente, presentato il Savonarola come un sincero cattolico;
se ne rimette ad un’autorità, che egli dice assai più competente della
sua, e riporta nell’appendice della sua opera, un lungo capitolo del
Rudelbach, in cui il biografo tedesco si sforza di provare che il
Savonarola era un precursore di Lutero. Così il sig. Perrens distrugge
egli stesso l’opera delle sue mani, È vero che fece tradurre da
altri questo capitolo, e noi possiam supporre che la fretta gli abbia
impedito anche di leggerlo; ma deve uno scrittore serio, come egli
è certamente, permettersi tali negligenze? Il suo libro, nondimeno,
fu allora il più compiuto che avesse l’Italia, di cui l’autore è
certamente assai benemerito.
Altri lavori eran venuti alla luce, altri continuarono a venirne; ma
tutti di assai minore importanza. Il signor Rio in Francia, aveva
nella sua _Arte cristiana_, scritto alcune pagine molto eloquenti
intorno al Savonarola.[8] L’Hase pubblicava in Germania, un breve
saggio di biografia popolare; ed il Lenau un poemetto pieno di forza
e d’immaginazione.[9] In Inghilterra venivano alla luce molte Vite del
Savonarola; ma tutte erano semplici compilazioni, scritte senza alcuna
conoscenza dei fatti, e sempre col solo fine di mettere il frate di
San Marco tra i martiri della Riforma. L’ultimo lavoro inglese, che
fu pubblicato l’anno 1853, in due grossi volumi, ha qualche merito
di più.[10] Il signor Madden, che ne è l’autore, professa opinioni
cattoliche assai moderate; ma egli vuole con troppa insistenza
attribuire al Savonarola tutte le sue particolari convinzioni; e,
sebbene dica di avere studiato il soggetto con molta diligenza,
mostra così poca conoscenza dei tempi e dei luoghi, che il suo libro
è gremito di errori. Per citarne uno dei moltissimi: egli ci dice che
l’attività del Savonarola era così grande, così instancabile che, in
uno stesso giorno, dopo aver predicato in Santa Maria del Fiore, andava
a predicare nel Duomo. Così questo libro, agl’italiani riusciva affatto
inutile, agli stranieri dava idee inesattissime. Gl’Inglesi, veramente,
non hanno pubblicato intorno al Savonarola, nessun lavoro che sia degno
di loro, che pur sono grandi maestri nello scrivere le storie.
Noi, adunque, che da più anni eravamo occupati intorno ad una biografia
del Savonarola, non ci lasciammo scoraggiare dall’impresa; e tutti i
lavori che venivano alla luce, ci furono, più che altro, sprone a fare
di meglio, rammentandoci il dovere di non risparmiare nè diligenza
nè fatica di sorte.[11] E la norma con cui procedemmo sino alla
fine, fu di leggere tutti i lavori moderni; ma di non ammettere altra
autorità, se non quella degli scrittori contemporanei, delle opere del
Savonarola, dei documenti originali; e tutto questo, ancora, letto
e riscontrato da noi, perchè troppo spesso avevamo sperimentata la
inesattezza delle altrui citazioni.
Dopo i moderni biografi, si presentavano, quindi, gli antichi, e fra
questi i due primi erano il P. Pacifico Burlamacchi ed il conte Giovan
Francesco Pico della Mirandola. Il Burlamacchi, d’illustre famiglia
lucchese, era stato uno dei più costanti uditori alle prediche del
Savonarola, dalle quali fu indotto, finalmente, a prendere l’abito
domenicano. Entrò in San Romano di Lucca nel 1499, cioè un anno dopo
il martirio del Savonarola; e quivi si diede a scriverne la vita, non
con arte di storico; ma, pure, non senza una certa ingenua vivacità
di cronista. Egli aveva praticato il Savonarola e conosciuto i suoi
più intimi amici; aveva discorso con quelli che s’erano trovati
presenti a tutti i fatti più importanti della sua vita, molti dei
quali egli stesso vide co’ suoi propri occhi. Scriveva con affetto,
con diligenza e coscienza grandissima; era un uomo di vita così pura,
che moriva l’anno 1519 in concetto di santità. Il suo lavoro, restato
lungo tempo manoscritto e sconosciuto, cominciò di poi a girare pei
conventi, e divenne il modello d’un numero infinito di biografie
scritte da fanatici devoti, nessuna delle quali ebbe grande importanza.
Finalmente, nel 1729, il Mansi pubblicava, fra le sue _Addizioni alle
Miscellanee del Baluzio_,[12] il lavoro del Burlamacchi; aggiungendovi
una lunga descrizione di strani miracoli, fatta dal P. Timoteo
Bottonio, alle cui parole noi non possiamo dare alcun valore.
Il conte Giovan Francesco Pico della Mirandola, nipote del famoso
Giovanni Pico, aveva personalmente conosciuto il Savonarola, e dalla
conoscenza ne era subito venuta un’ammirazione grandissima. Esso era
stato a Firenze, negli anni più agitati di quella vita che voleva
descrivere; aveva assistito al martirio del suo eroe, e ne conservava
le reliquie con devozione. Filosofo ed elegante scrittore latino,
era fra gli uomini più dotti e più incorrotti del suo tempo; pose una
diligenza incredibile nel raccogliere le notizie; scrisse e riscrisse
più volte ed in diverse forme il suo lavoro; lo fece leggere a molti
che erano stati amici del Savonarola, e finalmente lo dette alla luce,
l’anno 1530.[13]
La somiglianza che passa fra queste due biografie era tale, da farci
nascere il dubbio che il Pico avesse preso a modello il Burlamacchi.
Ma i ragguagli di scrittori contemporanei[14] ci persuasero che,
assai probabilmente, il Pico non conobbe, neppure, la biografia del
Burlamacchi, la quale, come abbiamo già detto, restò lungamente ignota.
E procedendo oltre, acquistammo una grandissima fiducia in questi due
autori, e ci persuademmo che le loro parole meritano una fede assai
maggiore, che non farebbe supporre il tuono, alquanto fanatico e
superstizioso, dei loro scritti.
Sarebbe qui un’opera vana, citare tutte le biografie inedite di cui
ci siamo giovati. Nomineremo, a preferenza, quelle di frà Marco
della Casa,[15] di frate Placido Cinozzi,[16] ed una terza assai
più importante, che è anonima e si trova nella Magliabechiana di
Firenze.[17] Sono tutti lavori di contemporanei e confratelli del
Savonarola. Più conosciuta assai, è la biografia scritta dal Padre
Serafino Razzi, anch’esso frate di San Marco. Il suo lavoro, veramente,
non è altro che una compilazione fatta sul Pico e sul Burlamacchi;
giacchè egli non era stato contemporaneo del Savonarola, nè aveva
molto acume, per far nuove indagini. Nondimeno potè discorrere con
alcuni vecchi Fiorentini che lo avevano conosciuto, e fra questi
l’ottuagenario Lorenzo Violi, di cui lesse e compendiò il manoscritto
delle _Giornate_; aveva raccolto e trascritto un numero grandissimo di
apologie e d’altri lavori intorno alla vita ed alla dottrina del suo
eroe.[18]
Dopo avere studiate le biografie, ci demmo alla ricerca di nuovi
documenti e, massime, riguardanti quel processo, che aveva sempre
destata così grande curiosità. Quello a stampa era noto a tutti; ma
il Savonarola era stato esaminato tre volte, e noi potemmo ritrovare
manoscritte le altre due esamine. Trovammo, parimenti, quelle de’ suoi
due compagni di martirio, frà Salvestro e frà Domenico; ma questi nuovi
documenti ci davano poca luce, perchè tutti erano in molti luoghi
falsificati dal notaio della Signoria. Le esamine di molti altri
implicati nel processo del Savonarola, si trovavano autografe in un
codice che il Meier aveva, per la prima volta, scoperto, senza però
esaminarlo con diligenza. Noi potemmo cavarne grandissimo vantaggio ad
illustrare la storia degli ultimi giorni del Savonarola; così pure ci
avvenne di altri documenti trovati, ma non studiati dal Meier.
Nuove ricerche ci fecero rinvenire una copia della vera e genuina
esamina di frà Domenico, che egli aveva scritta di proprio pugno.
Quanto all’esamina del Savonarola, però, ci dovemmo persuadere che
non era sperabile ottenere lo stesso successo. A lui non fu dato
scrivere di propria mano la sua confessione, come a frà Domenico; le
sue risposte furono trascritte ed alterate dal notaio; sopra di esse
vennero poi formati i processi, e, quindi, esse erano tutto ciò che si
poteva sperare di più vicino alla verità. Sembra, invero, che sieno
affatto smarrite; ma, pure, noi trovammo i manoscritti di due autori
che le avevano viste, e, paragonandole col processo a stampa, ne
avevano notato tutte le principali differenze.[19]
Uno de’ due manoscritti era la terza parte del _Vulnera Diligentis_
di frà Benedetto, seguace ed amico intimo del Savonarola. Altrove
parleremo di quest’opera e del suo autore; per ora ci basti dire, che
la terza parte era a tutti sconosciuta, e discorre quasi unicamente
del processo. L’altro manoscritto era l’_Apologia_, o le _Giornate_
di Lorenzo Violi, che da lungo tempo sembravano affatto smarrite. Il
Violi, quello stesso che aveva trascritto, dalla viva voce, quasi tutte
le prediche del Savonarola; raccolse in quest’opera tutto ciò che avea
veduto o udito di lui e della sua vita: nè tralasciò il lavoro fino
alla età di ottanta anni, quando, perduta la vista, non potè andare più
oltre. Con questi documenti, noi avevamo raccolto, intorno al processo
del Savonarola, tutte le notizie che potevamo desiderare, tutti i
più minuti particolari. Anche il fatto, così oscuro e controverso,
dell’esperimento del fuoco, ci veniva messo nella sua vera luce.
Conosciuti, una volta, con precisione e certezza questi fatti più
importanti; noi ci demmo a studiare minutamente gli scritti del
Savonarola. Allora fummo, veramente, sorpresi della negligenza
incredibile ed imperdonabile dei biografi; giacchè dovemmo persuaderci
che essi non avevano lette quelle opere che citavano di continuo.
Come spiegare, altrimenti, l’ignoranza di quasi tutte le notizie che
ivi si trovano? Come spiegare la così imperfetta conoscenza delle
dottrine religiose del Savonarola, e l’ignoranza assoluta del suo
sistema filosofico? Essi hanno alle mani un gran pensatore, e non se
n’avvedono; s’arrestano ad uno scritto che non ha valore alcuno, mentre
lasciano inosservato quello, appunto, dove si vede tutta l’originalità
del loro autore. Chiedono con istanza, cosa pensava il Savonarola
nella prigione, quale era il suo animo? E appena guardano ciò che
egli scriveva nella stessa prigione. Noi, perciò, deliberammo di non
lasciare inosservato un solo verso del Savonarola; e dedicammo parecchi
anni di studio paziente, a quest’ardua impresa, senza la quale non
sarebbe stato possibile di scrivere una seria biografia.[20]
Nè contenti delle opere a stampa, volemmo cercare lettere o scritti
inediti del Savonarola, e ne trovammo parecchi; volemmo, per così
dire, sorprenderlo alla sprovvista, sui margini d’alcune Bibbie, che
sono coperti da molte delle sue note autografe, microscopiche e quasi
indeciferabili. Fummo primi, forse soli, ad esaminarle; ed ora possiamo
con certezza affermare, che il Savonarola rimane sempre uguale a sè
stesso; che nella solitudine della sua cella, nei suoi più segreti
manoscritti, ripete quelle cose medesime che avea dette sul pergamo,
alla presenza di tutto il popolo. Le sue lettere ci servirono, più
specialmente, a mettere in luce la disputa con Roma, la quale venne
illustrata ancora da alcuni Brevi del Borgia, finora sconosciuti.
Un nuovo esame richiedevano ancora la vita politica del Savonarola, e
le vicende della repubblica. Non bastavano le splendide narrazioni del
Nardi, del Machiavelli e del Guicciardini; non bastavano le più recenti
indagini del Meier e del P. Marchese. Colle Provvisioni, o sieno leggi
della repubblica, noi potemmo rifarne fedelmente tutta la costituzione;
colle Pratiche, o sieno bozze dei discorsi tenuti in Consiglio, noi
potemmo conoscere, da vicino, le passioni e gli uomini che avevano
dato nuova forma e vita alla repubblica. Non sappiamo che nessuno dei
moderni abbia fatto caso di queste Pratiche fiorentine; ma noi crediamo
che in esse trovasi nascosto, un tesoro sconosciuto dell’antica
sapienza ed eloquenza civile degl’Italiani. Finalmente, ponendo a
riscontro questi documenti colle prediche del Savonarola; noi potemmo
vedere fino a qual segno, il Frate di S. Marco era stato lo spirito
animatore del gran dramma politico, che avevamo esaminato.
E qui sarà facile comprendere, perchè, in questa biografia, non
potemmo dividere la narrazione dei fatti dall’esame degli scritti;
e perchè dovemmo, così spesso, riportar le parole del nostro autore.
I libri e massime le prediche del Savonarola, non vanno considerati
solamente come lavori letterari: sono, per lui, il suo unico modo di
operare; aiutano la ricostituzione della repubblica; apparecchiano la
rigenerazione morale e religiosa di tutto un popolo: onde si trovano
inseparabili da tutte le sue azioni, e qualche volta sono essi medesimi
fatti importantissimi della sua vita. Oltre di che, in quei diciotto o
venti volumi di sermoni e di opere ascetiche; lampi di altissimo genio
e slanci di maravigliosa eloquenza si trovavano, assai spesso, confusi
in una selva di concetti scolastici; onde, senza il penoso lavoro d’un
biografo che fosse, per così dire, andato dissodando il terreno; si
correva pericolo, che il genio del Savonarola continuasse, ancora, a
restare in gran parte ignoto.
Qui non ci fermeremo a parlare d’altre cronache o manoscritti, da noi
riscontrati o letti. Le corrispondenze inedite dei privati; le lettere
segrete d’alcune spie di governi italiani; un numero grandissimo
d’opuscoli religiosi o politici, inediti o stampati; le poesie
popolari; nulla, insomma, noi tralasciammo di ciò che poteva darci un
ritratto più fedele degli uomini, delle passioni politiche e religiose
del tempo.
Ed ora, per concludere finalmente questa prefazione già troppo lunga;
dobbiamo confessare al lettore, che più di tutte le ricerche e di
tutti i documenti, ci valse l’aver cominciato e condotto il nostro
lavoro, senza alcuna idea preconcetta. Noi incominciammo a scrivere,
perchè ci parve che il Savonarola avesse avuta una parte grandissima e
sconosciuta, in quel secolo che chiudeva il medio evo ed incominciava
la civiltà moderna. Ma, appunto perciò, non volevamo che il Frate del
secolo decimoquinto divenisse, tra le nostre mani, un propugnatore
delle idee e delle passioni del decimonono. Noi non scrivemmo la Storia
del Savonarola, per sostenere alcun partito politico, per attaccare nè
per difendere Roma. Se egli ci fosse risultato eretico o miscredente,
tale, senza alcun dubbio, lo avremmo dipinto; ci è risultato, invece,
essenzialmente cattolico, e tale noi lo presentiamo al lettore. Quel
sistema che vuol rendere la storia istrumento d’un partito o di una
causa, sia pure nobile e generosa, a noi è parso sempre falsissimo.
Chiunque imprende a narrare il passato, entra sopra un terreno sacro
ed inviolabile. Non v’è bisogno che egli si faccia innanzi, come il
propugnatore della virtù e della libertà; deve, invece, persuadersi
che la storia del genere umano è, per se stessa, un dramma vivente,
che conduce l’uomo alla libertà, elevandone la morale, svolgendone
la civiltà. Chi, adunque, vi porta la più lieve alterazione, pretende
correggere l’opera della Provvidenza e ne distrugge, invece, la sublime
armonia.
Con queste norme, noi abbiamo scritto la _Storia di Girolamo Savonarola
e de’ suoi tempi_. Se riuscimmo a provare che questo nome è uno dei
più splendidi, nella schiera generosa dei pensatori, degli eroi e dei
martiri italiani; il desiderato fine è raggiunto, e le nostre fatiche
sono più che ampiamente ricompensate.
LA VITA DI FRATE GIROLAMO SAVONAROLA.
LIBRO QUARTO.
[1497-1498.]
CAPITOLO PRIMO.
Il Savonarola predica la quaresima del 97, sopra Ezechielle. Costumi e
vita di Piero de’ Medici a Roma. Si tenta nuovamente di rimetterlo in
Firenze; ma il tentativo fallisce compiutamente. [1497]
Nella quaresima dell’anno 1497, il Savonarola continuò le prediche
sopra Ezechielle, le quali toccarono diversi argomenti d’importanza
nella lotta che ferveva sempre più viva contro Roma. Furono però assai
imperfettamente compilate, perchè il Violi che le raccolse dalla viva
voce, ne fece appena un breve ed arido sommario, nel quale tralasciava
assai spesso le cose di maggior momento, per tener dietro solo alle
visioni e profezie.[21] Noi ci limiteremo, quindi, a riportarne solo
alcuni brani che ci sembrano più notevoli.
Uno degli argomenti che meritano di essere più particolarmente
considerati in queste prediche, è quello dei beni temporali della
Chiesa; su di che il Savonarola non espresse mai tutta la sua opinione,
aspettando forse che la riunione del Concilio gliene porgesse occasione
più opportuna. Nel quaresimale sopra Ezechielle però, disse chiaramente
che la Chiesa può avere beni temporali, che essi erano stati qualche
volta utili, anzi necessari; ma che ora sembravano esserle solo di
peso e di danno. «Le ricchezze» egli diceva «son quelle che l’hanno
guasta. — Oh! frate, tu vuoi dire che la Chiesa non possa tenere
beni temporali? — Questo saria eresia. Non dico questo io, perchè
non è da credere, se non si potesse tenere, che San Silvestro li
avesse accettati, e San Gregorio li avesse confermati; però noi ci
sottomettiamo alla Chiesa Romana. — Oh! che val meglio, che ne abbia o
no? — Questa è una gran questione, perchè vediamo che ha pur fatto male
per avere queste ricchezze, e non bisogna che io lo provi. Rispondiamo,
adunque, non però assolutamente, come il marinaro che non vuole gittare
le ricchezze in mare _absolute_, ma fuggire il pericolo; e diciamo che
la Chiesa staria meglio senza ricchezze, perchè sarebbe più unione con
Dio. Però io dico alli miei religiosi: tenete sempre salda la povertà,
chè quando vi entra le ricchezze in casa, vi entra la morte.»[22] E
continuando lo stesso argomento si scagliava terribilmente contro quei
secolari o sacerdoti che usurpavano i beni ecclesiastici, e ne facevano
cattivo uso. «Chiunque ha usurpato questi beni, li renda alla Chiesa di
Cristo, se i pastori son buoni; altrimenti li dia ai poveri, nè abbia
paura dei canoni. Tu, canonista, di’ pure quel che tu vuoi, che il mio
primo canone sarà sempre la carità. Io vi dico: voi dovete avere questa
regola, che nessun canone può esser contrario alla carità ed alla
coscienza, altrimenti non sarebbe canone.»[23]
In vero, pel Savonarola la carità era la legge universale, e la
coscienza era la norma suprema. Egli non voleva alterare i dommi,
e neppure credeva che una riforma puramente ecclesiastica potesse
bastare a correggere la corruzione universale dei cristiani: bisognava
ridestare la fede negli animi, bisognava ringiovanire il cuore
dell’uomo. «Che vuol dire tutta questa guerra che mi muovono? quale
ne è la cagione? Niente altro che il mio scoprire la corruzione dei
cattivi....»[24] «Ma io farò, come fece Frate Jacopone in Concistoro,
il quale, essendogli detto che predicasse qualche cosa, si voltò
attorno e ripetè tre volte: io mi maraviglio come per li peccati vostri
non si apre la terra e non vi assorbe.»[25]
Le accuse contro Roma furono anche in questa quaresima argomento
principale di molte prediche; ed acquistavano forza maggiore dal
presentimento d’una vicina crisi della lunga lotta, d’un prossimo
sollevamento di tutta la Cristianità contro le abominazioni di Roma.
Nè il Savonarola, oggimai, si asteneva dall’affermare che egli si
sarebbe messo alla testa d’un tal movimento, per correggere e riformare
la Chiesa. «La terra è piena di sangue,» diceva egli, parlando dei
preti, «e non curano nessuno; anzi col malo esemplo ammazzano ognuno
nell’anima sua. Si sono allontanati da Dio, e il loro culto è di stare
tutta notte colle meretrici, e tutto il dì a cicalare nei cori; e
l’altare è fatto bottega del clero. Dicono che Dio non ha provvidenza
del mondo, che tutto è a caso, e non credono che nel sacramento sia
Cristo.[26] .... Fatti in qua, ribalda Chiesa. Io ti avevo dato,
dice il Signore, le belle vestimenta, e tu ne hai fatto idolo. I
vasi désti alla superbia; i sacramenti alla simonia; nella lussuria
sei fatta meretrice sfacciata; tu sei peggio che bestia; tu sei un
mostro abominevole. Una volta ti vergognavi de’ tuoi peccati, ma ora
non più. Una volta i sacerdoti chiamavano nipoti i loro figliuoli;
ora non più nipoti, ma figliuoli, figliuoli per tutto. Tu hai fatto
un luogo pubblico, e hai edificato un postribolo per tutto. Che fa la
meretrice? Ella siede in sulla sedia di Salomone, e provoca ognuno:
chi ha danari passa e fa quel che vuole, chi cerca il bene è scacciato
via. O Signore, Signore, non vogliono che si faccia il bene.... E
così, o meretrice Chiesa, tu hai fatto vedere la tua bruttezza a tutto
il mondo, e il tuo fetore è salito al cielo. Tu hai moltiplicato
le tue fornicazioni in Italia, in Francia, in Ispagna, per tutto.
Ecco che io stenderò le mie mani, dice il Signore, io ne vengo a te
ribalda, scellerata: la mia spada sarà sopra i tuoi figli, sopra il
tuo postribolo, sopra le tue meretrici, sopra i tuoi palazzi; e sarà
conosciuta la mia giustizia. Il cielo, la terra, gli angeli, i buoni,
i cattivi ti accuseranno, e non vi sarà persona per te; io ti darò in
mano di chi ti odia.»[27] ... «O preti e frati, voi col malo esemplo,
avete posto questo popolo nel sepolcro delle cerimonie. Io vi dico che
bisogna rompere questo sepolcro, perchè Cristo vuole risuscitare la
sua Chiesa in ispirito. Credete voi che San Francesco, San Domenico
e gli altri Santi abbino dimenticato la loro religione e non preghino
per essa? Noi tutti, ancora, dobbiamo pregare per questa rinnovazione.
Scrivete in Francia, in Alamagna; scrivete per ogni dove: quel frate
dice che andiate tutti al Signore e facciate orazione, perchè il
Signore vuole venire. — Sù, spacciate via cavallari.... Credete forse
che noi solamente siamo buoni? che non vi siano dei servi di Dio negli
altri luoghi? Gesù Cristo ne ha molti, e ve ne sono assai in Alamagna,
in Francia, in Spagna, i quali ora stanno ascosi e piangono questa
infermità. Ve n’è in tutte le città e castella, in tutte le ville e
religioni, di quelli che hanno questo fuoco. Essi mi mandano a dire
qualche cosa nell’orecchio, ed io rispondo: — State nascosti infino a
che si dirà: _Lazare, veni foras_. Io sto qui, perchè il Signore mi ci
ha messo, ed aspetto che mi chiami; allora manderò fuori una gran voce
che sarà udita in tutta la Cristianità e farà tremare il corpo della
Chiesa, come la voce di Dio fece tremare quello di Lazzaro.»
«Molti di voi dicono che verranno scomuniche; ma io vi ripeto che si
cerca altro che scomuniche. Per me ti prego, o Signore, che la venga
presto. — Oh! non hai tu paura? — Non io, che mi vogliono scomunicare
perchè non faccio male. Portatela in su una lancia questa scomunica e
apritele le porte. Io voglio risponderle; e se non ti fo maravigliare,
di’ poi quello che ti pare. Io farò impallidire tanti visi là e qua,
che ti parranno ben molti; e manderò fuori una voce che farà tremare e
commuovere il mondo.»
«So bene che vi è pure a Roma chi s’affatica tutto giorno contro di
me. Ma esso non ha zelo di religione, e lo fa solo perchè s’è perduto
sempre dietro ai magnifici e gran signori.[28] Altri dicono: il frate
ha piegato, egli ha mandato a Roma uno de’ suoi.» «Io ti so dire che
la brigata non consente a’ miei; e se io volessi andare adulando, non
sarei oggi a Firenze[29] nè avrei la cappa stracciata, e mi saprei
cavar fuori di questo pericolo. Ma, o Signore, io non voglio queste
cose, io voglio solamente la tua croce: fammi perseguitare. Io ti
domando questa grazia: che tu non mi lasci morire in sul letto; ma
che io ti renda il sangue mio, come tu hai fatto per me.... Intanto,
figliuoli miei, non dubitate; perchè certamente avremo l’aiuto del
Signore.»[30]
Così finiva il quaresimale sopra Ezechielle, in cui il Savonarola
apparecchiava il popolo alla gran lotta ch’era vicina a scoppiare,
al Concilio ch’egli sperava di riuscire ben presto a raccogliere.
Ma nel tempo che s’apparecchiava a ricevere la scomunica, ed a
sostenere con Roma una guerra religiosa, nuovi ed inaspettati pericoli
minacciavano gravemente lui e la repubblica. Il partito dei Bigi
mostrava un’insolita attività, che dava non piccolo pensiero agli
amici del governo libero, i quali vedevano come, nelle presenti
condizioni del popolo, ogni tentativo dei nemici poteva riuscire
di pericolo gravissimo. La fame ed il caro de’ viveri erano sempre
cresciuti, mentre il lavoro scemava; ogni giorno nuove famiglie di
contadini venivano a branchi in città, ove, chiedendo soccorso per
le vie, davano un tristo spettacolo di miseria. Alla fame s’erano
poi unite molte malattie, fra cui la peste cominciava a sorgere più
minacciosa. Gli spedali e tutti i luoghi pubblici erano pieni di
malati e di poveri, le private abitazioni dei Piagnoni s’aprivano a
ciascuno generosamente; e, ciò non ostante, Iacopo Nardi fa ascendere
a più migliaia il numero di quelli che morirono di fame, molti de’
quali esso vide cadere estenuati, su’ muricciuoli delle vie o accanto
agli usci delle botteghe:[31] questi eran tempi davvero opportuni pei
Medici; ed infatti, mentre i Piagnoni non pensavano ad altro che a
soccorrere il popolo, i Bigi erano tutti dediti a cospirare in segreto
pel ritorno di Piero. Ed uno di coloro che più si adoperavano, era
quel Frate Mariano da Gennazzano, il cui odio contro al Savonarola fu
sempre inestinguibile: esso aveva di continuo aizzato il Papa contro
di lui, ed ora veniva improvvisamente a Firenze. Ma, prima di narrare
quali fossero le trame di quel partito, e che mezzi adoperasse Piero
de’ Medici, per riuscire nel suo intento; vediamo che vita fosse
stata in questo mezzo la sua, e quali i suoi pensieri. Per fortuna,
noi abbiamo di ciò un’assai minuta relazione, fattaci da un Lamberto
dell’Antella[32] che s’era molto adoperato in quei maneggi, e conosceva
assai bene l’indole ed i costumi di tutti coloro che ci avevano posto
le mani.
Piero dei Medici, adunque, dopo che nell’anno passato gli era fallito
il tentativo d’entrare in Firenze colle armi, trovandosi privo di
speranza, con pochi amici e senza danari; s’era ritirato a Roma, dove
si abbandonò ad ogni più osceno e scandaloso vivere. Si levava la
mattina in sull’ora del desinare, ed innanzi tutto mandava in cucina
a vedere se gli apparecchi erano di suo gusto, altrimenti ne andava
a casa San Severino dove ogni giorno si faceva lauto pranzo; e quivi
soleva passare la più parte del suo tempo. Finito il desinare, si
chiudeva con qualche cortigiana per una di quelle camere (così ci
racconta l’Antella), e rimanendovi insino a dopo la cena, ne usciva con
uomini di mal affare e di poco cervello a correre le vie di Roma; la
notte passava nei bagordi, ed una o due ore innanzi giorno, tornavasene
finalmente a casa ed alla moglie. La gola, il giuoco, la libidine ed
ogni vizio contro natura, consumavano il tempo e la vita sua; ma fra
tutte le sue passioni, violentissimo era l’orgoglio ed il bisogno che
aveva di opprimere e dominare gli altri. A lui sembrava che chiunque
gli era intorno, fosse tenuto obbedirlo e lasciarsi tiranneggiare a suo
arbitrio. Nè mai gli veniva in animo alcun sentimento di riconoscenza
o pietà verso coloro che lo servivano: non v’era fede, non v’erano
fatiche o pericoli corsi per lui, che bastassero mai a salvare da’
suoi modi prepotenti e bestiali. Un tal Francesco del Nero, dopo avere
per suo comando viaggiato tutta Italia, portando somme considerevoli,
servendolo con quanta fede è al mondo; n’ebbe questa ricompensa, che
Piero lo prese grandemente a noia, ed ebbe l’animo di pregar Lamberto
dell’Antella che lo facesse in qualche modo uccidere. In casa sua v’era
sempre qualcuno dei più antichi e fedeli servitori, de’ quali, quando
aveva bisogno, sembrava fare grandissimo conto e tenerli in grandissima
affezione; ma, non appena avea cessato di valersene, li trattava peggio
che bestie, e per levarsene qualcuno d’intorno, tentò anche il veleno.
Nè teneva questi modi brutali solo coi servi; egli anzi non sapeva
frenarsi con alcuno, e col suo fratello Cardinale[33] trascorreva assai
spesso, in presenza di molta gente, a parole ed atti indegni d’usarsi
coll’ultimo famiglio; onde più volte furono in sul punto di separarsi.
Tutto ciò, per altro, non impediva che quando al Cardinale venivano
danari, Piero ne volesse in ogni modo la parte sua che, in due o tre
giorni, aveva subito giocata o gettata via.
In questo modo s’erano ridotti a tale, che avevano dovuto impegnare le
gioie, gli argenti ed arazzi; erano carichi di debiti su cui pagavano
il 20 per cento; e, per usare una frase del tempo, non spendevano
fiorino che non costasse loro otto lire.[34] Ciò non ostante, Piero si
pasceva sempre della speranza d’avere un giorno a tornare in Firenze,
e si godeva nel pensiero delle vendette che allora avrebbe fatte,
e del sangue che avrebbe versato. Teneva seco una nota di tutte le
famiglie che dovevano essere disfatte; le loro case pensava spianare, e
i loro beni confiscare a suo vantaggio. Infatti, quando, per la venuta
dell’Imperatore a Pisa, risorgeva un poco la speranza dei Medici; il
Cardinal Giovanni, trovandosi a Bolsena e discorrendo un giorno della
possibilità d’essere richiamati, si lasciò dire: che gli esilii e le
confische del 34,[35] e le morti del 78[36] dovevano sembrare un giuoco
a quello che farebbero essi questa volta; perchè si volevano assicurare
per modo, da non venire mai più cacciati di Firenze. La via che Piero
si proponeva di tenere, per riuscire nel suo intento, era di spendere
quasi tutte le entrate dello Stato in due grosse condotte, affidate al
comando dell’Orsini e dell’Alviano; ed in tal modo sperava colle armi
far sicure le sue vendette. Egli, poi, se ne stava sempre dietro ai
potentati d’Italia, a pregare ed a raccomandare la sua causa; perchè
desiderava ardentemente di entrare in Firenze solo colle armi esterne,
e non venire in obbligo di sorta verso alcun cittadino, nè doversi
reggere coll’aiuto e consiglio loro, cosa che sopra tutte le altre
aborriva. Un giorno, infatti, trovandosi nella sua camera a discorrere
con qualche amico del desiderato ritorno in Firenze; e, come suole
avvenire in questi casi, parendo ad ognuno d’essere quasi in sul fatto,
messer Lodovico da S. Miniato si rivolse a lui, dicendogli: «Voi farete
un bello Stato, e con un savio e buon Consiglio di 25 o 30 cittadini,
farete la Pratica e governarete la terra a vostro agio.» Al che Piero,
con un atto assai indecente, rispose: «Voi dovreste pure aver capito,
che io non vo’ consiglio di persona; e desidero piuttosto capitar
male per consiglio mio, che bene per quello d’altri.»[37] Tali erano i
costumi e le intenzioni dell’uomo che i potentati cercavano rimettere
in Firenze, ed ora, anche la fortuna pareva che gli volesse porgere
favorevole occasione.
Durante la lotta che ferveva tra Arrabbiati e Piagnoni, i Bigi
avevano saputo acquistar nuove forze; giacchè, tenendosi sempre
stretti ed uniti fra loro, e ponendosi tutti insieme ora da un lato
ora dall’altro, divenivano assai spesso padroni delle elezioni che si
facevano in Consiglio. Così di fatti, nella nuova Signoria per Marzo
ed Aprile, riuscirono a crear gonfaloniere Bernardo del Nero, uomo
certamente di molta autorità e prudenza; ma stato sempre creatura dei
Medici, e desideroso di vederne il ritorno, o almeno di stabilire in
Firenze un governo ristretto.[38]
Non appena fu nota questa elezione, che subito si vide nei Bigi
una gioia che invano cercavano di nascondere: una staffetta partì
segretamente da Firenze e corse a briglia sciolta verso Roma, per
dare l’annunzio a Piero dei Medici. Questi, svegliatosi allora dal suo
letargo, scrisse immantinente agli alleati, ad amici e parenti; onde
raccogliere uomini, armi e danari. Trovò gran favore nel Papa, nei
Veneziani ed in altri; il Duca di Milano però restava sempre chiuso
nel suo antico rancore.[39] In Firenze, molti giovani caldissimi
nella sua parte lo sollecitavano con lettere e con messi continui;
promettevano che al suo primo apparire, la città intera si sarebbe
sollevata in favore dei Medici. Onde egli, così aiutato ed incoraggito,
potè mettere insieme 1,300 uomini, sotto il comando di Bartolommeo
d’Alviano, giovane allora di grandi speranze nella milizia italiana;
ma, quando era pronto a mettersi in moto, e quando già s’avvicinava al
suo termine l’ufficio della nuova Signoria a lui favorevole; Bernardo
del Nero mandò a consigliare di soprassedere, giudicando che l’impresa
fosse per allora di assai difficile riuscita. Piero, d’altronde, dopo i
sacrifizi fatti e le speranze avute, non poteva più stare sulle mosse;
e, ricevendo da altri amici lettere che gli davano grande animo e lo
sollecitavano, decise finalmente di tentare in ogni modo la fortuna.
Verso il 20 d’aprile, si mise in cammino per Siena, dove trovò Pandolfo
Petrucci che era quasi signore di quella repubblica, tutto disposto a
favorirlo. Riposate, quindi, e messe in ordine le sue genti, pigliava
la via di Firenze il 27 dello stesso mese. Camminarono così rapidi, che
due ore innanzi all’alba del 28 erano già al monastero di S. Gaggio,
dove aspettavano che, fatto giorno, il popolo aprisse la porta di
S. Pier Gattolini,[40] e li ricevesse con acclamazioni in città. Ma
nella notte erano stati trattenuti da una pioggia dirotta, presso alle
Tavernelle, luogo distante 16 miglia da Firenze; e mentre che quivi
riposavano i cavalli e la gente stanca, avevano anche, per maggior
cautela, trattenuto o rimandato indietro chiunque veniva verso la
città. Fra questi fu un contadino il quale, vedendosi, a quell’ora ed
in quel luogo, ricacciato da cavalieri armati, sospettò che quivi fosse
Piero de’ Medici; e, messosi per vie traverse, si trovò alla porta in
sul primo aprire di essa, onde subito potè fare avvertiti i doganieri
di tutto l’accaduto. Questi lo menarono difilato alla Signoria; e
non erano anche giunti al Palazzo, che la città era già piena della
nuova del fatto. Il popolo sollevato correva alle armi, e la Signoria
si trovava subito costretta a far chiudere le porte, e mettervi
sopra quelle poche artiglierie ch’erano pronte. Bernardo del Nero
cercava nascondere il suo vero animo, col mostrarsi dei più caldi a
provvedere; e come nel popolo già s’erano generati molti sospetti, così
fu pensato di non metter fuori i gonfaloni; ma si dierono, invece, le
armi solamente a quelli che erano più fidati e conosciuti amici della
libertà, i quali subito corsero alla guardia delle porte.[41]
In questo mezzo, quando il disordine era grandissimo e lo spavento
universale nella città; messer Filippo Arrigucci, uno dei Signori,
e tutto amico del Savonarola, mandò a lui Girolamo Benivieni, per
sapere quello che sarebbe seguito della città. Il Benivieni medesimo
ci racconta, come non appena il Frate lo vide entrare nella cella,
che, senza neppur dargli tempo di parlare disse: «_Modicæ fidei, quare
dubitasti?_ Di’ pure ai Signori, che Piero de’ Medici arriverà alle
porte e tornerà indietro, senza ottenere alcun risultato.»[42]
In fatti, non appena fu chiaro il giorno, che Piero s’accostò alla
porta; e, con sua grandissima maraviglia, la trovò sempre chiusa.
Quando poi s’avvide, come le poche spingarde che v’erano sopra
s’apparecchiavano a tirargli contro; allora si nascose dietro un muro,
dove invano attese che la città levasse tumulto in suo favore. Così
resto tutto il giorno; e, trovandosi alla testa di 1300[43] uomini
benissimo armati, non ebbe il coraggio di muovere una sola spada; ma,
piuttosto, volle dare di sè miserabile spettacolo agli abitanti di quel
borgo, che, guardandolo, deridevano la sua paura. Persuaso finalmente
che nella città niuno si moveva in suo favore; e, sopravvenendogli
ancora il pensiero, che le genti fiorentine a Pisa gli potessero
tagliare il cammino alle spalle; si volse subito indietro, facendo
piuttosto una fuga che una ritirata, perchè non era anche giorno, che
già si trovava sul territorio sanese.
Dopo questo fatto, Piero dei Medici non poteva più avere alcuna
speranza di tornare in Firenze. La sua fortuna era oggimai rovinata
per sempre: nel tentativo dello scorso anno aveva sperimentato quanto
valessero la fede e gli aiuti de’ suoi alleati; ed ora che alla testa
del governo s’era trovato un suo fautore, potea vedere qual fondamento
avessero le speranze che i suoi partigiani gli avevano date in
Firenze. Ivi, però, le cose non restavano tranquille; ma, invece, piene
d’alterazione e disordine. Il dubbio, già venuto a molti, che nella
Signoria stessa si fosse tramato in favore de’ Medici, teneva gli animi
tutti sollevati e pieni di sospetto; inaspriva le parti e destava odii
nuovi. Con molta prudenza fu, quindi, deliberato d’abbuiare il fatto,
sino a che non se ne venisse talmente in chiaro da poter dare qualche
sanguinoso esempio. Una nuova Signoria fu eletta il medesimo giorno
di quel tentativo; agli Otto fu imposto di vigilare sui movimenti di
Piero; Francesco Valori ch’era di quel magistrato e Tommaso Tosinghi
ch’era dei Dieci, ebbero l’incarico di rintracciar quelle fila della
congiura che s’erano ordite in città. E così, per un momento, posarono
le cose; non però senza pericolo di nuovi e maggiori disordini.
CAPITOLO SECONDO.
Predica, e tumulto avvenuto il giorno dell’Ascensione. Scomunica e
risposte del Savonarola. Il contagio, dopo avere infierito, comincia a
scemare.
Fallito il nuovo tentativo di Piero de’ Medici, cadde subito la
fortuna dei Bigi, e gli Arrabbiati, loro acerrimi nemici, salirono
in grandissimo auge. La nuova Signoria fu quasi tutta di Arrabbiati,
e Piero degli Alberti, uno dei loro capi, fu creato gonfaloniere di
giustizia. Non appena si trovarono padroni del campo, che si dierono
subito a raffermare la parte ed indebolire gli avversari; ma, siccome
i Bigi erano già caduti assai basso, così gli odii si riunirono
tutti contro al Savonarola ed al partito popolare. Al che trovarono
grandissimo favore nel duca di Milano, e molto maggiore nel papa, che
ora negava d’aver soccorso Piero dei Medici,[44] e prometteva agli
Arrabbiati ogni favore, ogni opera per aiutarli a spegnere il Frate.
Si posero, adunque, efficacemente all’opera; e primi ad incominciare
furono i Compagnacci, sotto il comando di messer Doffo Spini, giovane
di perduti costumi, ma di grandissimo ardire. Si radunavano la sera in
laute cene, e fra il brio dei bicchieri meditavano sempre nuove insidie
al Savonarola. Questi, però, s’era chiuso in San Marco e si asteneva
dal predicare; onde non potevano fargli altro che affiggere scritti
ingiuriosi alle mura del convento; cercare con ogni sorta di schiamazzo
interrompere la messa e le sue orazioni; insultare quelli che vi
andavano, ed aspettare occasione a far cose maggiori.[45]
E l’occasione si avvicinava, perchè il Savonarola aveva deciso che nel
giorno dell’Ascensione (4 maggio) non avrebbe lasciato il popolo senza
predica. Gli animi, quindi, si esaltarono da una parte e dall’altra;
gli Arrabbiati si apparecchiavano ad impedire la predica, i Piagnoni
a volerla; questi si armavano a difesa del Frate, quelli ad offesa.
I Compagnacci, ai quali veniva sempre affidalo il maneggio principale
di queste enormità, s’erano decisi di dovere, quel giorno, o uccidere
il Savonarola o, almeno, fargli qualche grave ingiuria. Dieci di essi
s’intesero dapprima con un certo Baia maestro di fuochi lavorati, per
far saltare in aria il pergamo, nel bel mezzo della predica. Ma, poi,
desistettero da un tale proposito, ripensando al danno gravissimo
che ne sarebbe venuto a tutta la moltitudine stivata nella chiesa,
ed all’odio infinito ch’eglino si sarebbero tirato addosso con tali
enormezze. Si decisero, quindi, ad imbrattare il pergamo con mille
brutture; vi posero anche la pelle d’un asino; e sulla sponda, dove il
Frate soleva battere il pugno nel predicare, inchiodarono delle punte
di ferro. Questa era una bassa ed inutile ingiuria; ma speravano quel
giorno di far nascere tumulto, e nel tumulto trovare occasione a porre
in atto i loro disegni.[46]
Intanto, la città era piena di mille voci che ripetevano ed esageravano
questi maneggi dei Compagnacci; alcuni dicevano che s’era con polvere
invisibile avvelenato il pergamo; altri assicuravano che il Frate
sarebbe stato ucciso in chiesa, mentre predicava; chi ripeteva una
cosa e chi un’altra. Si fecero quei giorni tali e tante scommesse
sul predicare o non predicare del Frate, che la Signoria credette
necessario annullarle con due deliberazioni del 3 maggio; e con una
terza ordinava che nel giorno dell’Ascensione non si dovesse impedire
la predica ad alcuno.[47] Nondimeno, gli amici del Savonarola vennero
nella sua cella e lo pregavano che non volesse mettere a repentaglio
la propria vita, che si astenesse per quel giorno dalla predica. Ma
il Frate, tutto pieno d’una nobile indegnazione, rispondeva: «Io non
posso, per timore degli uomini, lasciare il popolo senza predica, in
quel giorno in cui il Signore ha ordinato ai discepoli d’andare pel
mondo a spargere la sua dottrina.» Allora agli amici non restava altro
che apparecchiare le armi per difenderlo.
La mattina in sull’alba, i primi Piagnoni che entrarono in Duomo
ripulirono il pergamo da ogni bruttura, lo ripiallarono, e misero in
ordine ogni cosa. Il Savonarola usciva dal convento poco prima delle
12, ed, accompagnato da’ suoi più fidi, entrava in chiesa. Ivi, dietro
alla moltitudine stivata di tutto il popolo, si vedevano i Compagnacci
che, senza punto lasciarsi spaventare, si tenevano riuniti in disparte:
tutti profumati e riccamente vestiti, con un sorriso di sprezzo e di
scherno impudente sulle labbra, facevano un singolare contrasto alla
modesta semplicità e devozione de’ Piagnoni.[48] Il Frate finalmente
saliva sul pergamo, ed incominciava la predica col discorrere sulla
forza della fede. «La fede,» egli diceva, «può tutto, vince tutto,
e sprezza la vita terrena perchè è sicura della celeste. Ora si
avvicinano i tempi predetti; noi siamo nell’ora del pericolo e si vedrà
chi è veramente col Signore. I cattivi credevano quest’oggi di potermi
impedire la predica; ma sappiano essi, ch’io non ho mancato giammai al
mio dovere per paura degli uomini. Non vi sia su questa terra uomo nè
grande nè piccolo, che si vanti d’avermi impedito il mio ufficio. Io
sono pronto a metterci anche la vita. O Signore, liberami tu da questi
avversari che mi chiamano seduttore; libera l’anima, che del corpo non
temo. Io chiamo in testimonio il Signore, la Vergine, gli Angeli ed i
Santi, che le cose da me rivelate vengono da Dio, e che io le ho avute
per divina ispirazione, nelle vigilie durate pel bene di questo popolo
che ora m’insidia.»
Dopo una lunga e generale introduzione sulla fede, il Savonarola
volgeva ai buoni la sua parola. «Voi vi perdete per poco, vi
contristate quando dovreste rallegrarvi; ora si avvicinano le
tribolazioni: vi sarà guerra di scomuniche, di spade e di martirio:
sono venuti i tempi di prova. Iddio voglia che io sia il primo a
sostenerle; io ho già annunziato che riceverò una grande ingratitudine,
e i tepidi mi faranno come i fratelli di Giuseppe, che lo venderono ai
mercatanti egiziani. Costoro gridano che io non sono profeta; ma fanno
di tutto per adempiere le mie profezie. Io vi ripeto che l’Italia sarà
devastata da genti barbare; e quando esse faranno pace tra loro, sarà
allora distruzione sopra distruzione alla perversa Italia. Ma voi,
buoni, fate orazione ed avrete l’aiuto del Signore.»
«Ora, ai cattivi.» E qui subito un gran mormorio s’intese nella chiesa.
«Signore, non ti adirare con essi; perdonali; convertili; perchè essi
non sanno quel che si fanno. Voi, cattivi, credete combattere il Frate,
e fate guerra al Signore; perchè io non vi combatto per odio a voi, ma
per amore al Signore. Voi dite ch’io semino discordia; ma anche Cristo
venne a mettere guerra fra gli uomini. Perchè non tornate alla virtù,
che allora sarà fatta la pace? — O Frate, tu non dovevi predicare, la
Signoria te lo ha impedito. — Ciò non è vero, nè io debbo astenermi
dalla predica, per timore o comando degli uomini: io mi tacerò solo
quando la mia predica può far danno, quando temessi di far nascere
scandalo.»
In questo momento, quasi volessero prenderlo in parola, uno scroscio
tremendo rimbombò in tutta la chiesa: si aprirono le porte e la
gente si dette precipitosamente alla fuga; il rumore, il disordine,
la confusione furon tali che pareva che il Duomo ne crollasse. I
Compagnacci avevano cominciato il tumulto. Messer Francesco Cei,
uno di loro, sollevando la cassa delle limosine l’aveva fatta
precipitare a terra, nel tempo stesso che un altro sonava un tamburo;
molti picchiavano sulle panche ed alcuni spalancavano le porte. La
moltitudine, perciò, si dava spaventata alla fuga; e mentre alcuni si
restringevano intorno al pergamo per difendere il Savonarola, altri
erano già corsi in via del Cocomero a pigliare le armi che avevano
depositate in casa di Pier Francesco Tosinghi e del ricco[49] Cambi.
Costoro, in numero di circa 60, tutti armati in asta e tutti ansanti,
tornavano subito correndo verso il pergamo. Al primo apparire di
quelle armi, la moltitudine vie più spaventata, credendo fossero gli
Arrabbiati, fu messa in un disordine indescrivibile, che impediva ad
ognuno l’andare innanzi o indietro. Ed in questo mezzo, Bartolommeo
Giugni e Giuliano Mazzinghi ch’erano degli Otto, credendosi sicuri
sotto la dignità del loro ufficio, s’avvicinarono al pergamo con
la intenzione di uccidere il Savonarola. Ma lo trovarono assai ben
guardato, ed il Giugni ricevette da Carbizzo da Castrocaro una solenne
guanciata, cosa mai più avvenuta ad uno degli Otto.
Fra questo disordine e tumulto infernale, invano il Savonarola alzava
la voce, dicendo: «Ah! i cattivi non vogliono la loro parte....
Aspettate, abbiate pazienza.» Di poi levava in alto il Crocifisso,
esclamando: «Sperate in questo, non temete di nulla.» Ma, vedendo
che tutto era vano perchè niuno più ascoltava, si pose in ginocchio
a pregare; e quando il tumulto fu un poco racquetato, egli discese
dal pergamo è si pose in mezzo ai suoi che lo ricevettero con alte
acclamazioni di gioia: alcuni levavano in alto le spade e le lance,
altri le croci che avevano in mano, e tutti al grido di _Viva Cristo_,
lo accompagnarono a San Marco. Dove, nell’orto del convento, in
mezzo a’ suoi frati, aggiunse alcune brevi parole per conchiudere
la predica interrotta. «Quanto più tarda,» egli disse, «la mano del
Signore, tanto più sarà grave e severa nel rendere a ciascuno secondo
le sue opere. I cattivi non vogliono credere, non vogliono udire;
ma essi precipiteranno nella fossa che hanno scavata; essi scalzano
il fondamento d’un muro che cadrà loro addosso. Allora io canterò
lode al Signore, ed uscirò lieto di questa vita.»[50] La _predica
dell’Ascensione_, che così la chiamarono, corse subito per tutta
Italia. Girolamo Cinozzi ebbe la fermezza di raccoglierla in mezzo
al tumulto, e la pubblicò insieme con la narrazione fedele di ciò che
era avvenuto sotto ai suoi occhi, ponendovi anche la conclusione dal
Savonarola fatta in San Marco.[51] D’altro allora non si ragionava a
Firenze, a Roma e per tutta Italia: ognuno aspettava che questo fatto
portasse conseguenze assai maggiori.
Il Savonarola, intanto, pubblicava, colla data del dì 8 maggio, una
nuova epistola: _A tutti gli eletti di Dio e fedeli cristiani_.[52] In
essa diceva: «Noi abbiamo deciso d’imitare il Signore che molte volte
diè luogo all’ira, e però ci asterremo adesso dal predicare. Ma, perchè
l’opera di Dio non vada per terra, e i cattivi non si rallegrino; vi
diremo per lettera quello che non possiam dire a voce. Non vi turbate;
ma rallegratevi, invece, delle persecuzioni. Le nostre profezie si
verificano tutte: prima ci hanno calunniato; hanno, quindi, per vie
distorte cercato la scomunica; e, non essendovi ancora riusciti,
attentano ora alla nostra vita. Non si è anche versata gocciola di
sangue; perchè il Signore, conoscendo la nostra fragilità, non ci
lascia tentare sopra le nostre forze; ma a poco a poco, crescendo
le tribolazioni, ne farà crescere la fede, la virtù e l’animo a
cose maggiori. Così ci apparecchia a più gravi persecuzioni; acciò
gli uomini, maravigliati della nostra costanza, comincino a pensare
che siamo sostenuti dalla certezza d’una vita migliore di questa, e
comincino a sperare in quella. Le nostre tribolazioni, malgrado la
volontà di coloro che le muovono, serviranno, quindi, a dilatar questo
lume. Noi, ringraziamo il Signore che, in questi tempi affatto privi
di fede, ci ha eletti a soffrire per essa. E se voi siete privati del
verbo di Dio, per colpa di coloro che hanno voluto commettere scandalo,
nel giorno stesso in cui il Signore comandava ai suoi discepoli
d’andare a predicare nel mondo; pregate l’Onnipotente che si degni
nuovamente aprire la bocca de’ suoi predicatori, perchè quando Esso
comanda, non vi è forza che possa resistere.»
Intanto, ogni giorno cresceva la potenza degli Arrabbiati, ed i
Frateschi erano sempre più oppressi. Gli autori del tumulto rimanevano
impuniti, ed, invece, molti popolani venivano messi alla fune dagli
Otto, i quali, creati ad impedire i disordini, erano quelli appunto
che li avevano provocati. La Signoria, inoltre, mandò fuori un bando
col quale inibiva il predicare ad ogni frate, di qualunque ordine
si fosse.[53] Il 20 maggio fu poi tenuta una lunga pratica, nella
quale, mentre si proponeva di cercar modo a ristabilire la pace fra’
cittadini; si cercava, anche, di poter cavare da essi, il consenso ad
un bando d’esilio contro al Savonarola: cosa che non potè riuscire,
perchè subito si vide che avrebbe generato troppo grave e scandaloso
odio nel popolo fiorentino.[54] Non per questo gli Arrabbiati perdevano
animo; essi avevano altre ed assai maggiori speranze. Di giorno in
giorno aspettavano l’arrivo della scomunica che il papa aveva tenuta
finora sospesa, solo per vedere che risultato avesse il tentativo di
Piero de’ Medici, e, forse anche, sperava nel fatto dell’Ascensione,
di cui Mariano da Gennazzano poteva tenerlo in chiaro. Questi,
fallita che fu la congiura dei Medici, era subito fuggito a Roma, dove
trovavasi adesso; e con ogni sua possa incitava il papa alla rovina
del Savonarola, cui non dava altri nomi che quelli di _strumento
del diavolo, perdizione del popolo di Firenze_ e simili. Il Borgia,
d’altronde, non aveva bisogno che Fra Mariano gli stillasse odio e
veleno nell’anima. Ed il fatto dell’Ascensione, nel mentre lo adirava
sempre più contro alla nuova audacia del Frate, gli dimostrava pure
quanto fossero deboli, in quel momento, i seguaci, e quanto potenti
i nemici di questo; onde egli pensò essere finalmente venuto il tempo
spedire quel Breve di scomunica, che già da un pezzo era pronto.
Nel medesimo tempo il Savonarola, quasi sentisse la tempesta addensarsi
sul suo capo, cercava scongiurarla con una lettera scritta al papa,
in data del giorno 22 maggio. In essa, pigliando un tuono benevolo e
dignitoso nello stesso tempo, cominciava con queste parole: «Per qual
ragione il mio Signore si adira contro al suo servo?» e continuando,
si doleva di «non essere stato giammai ascoltato dal Santo Padre che,
invece, prestava sempre facile orecchio alle menzognere accuse de’
suoi nemici; quando le sue prediche, fatte in pubblico, e stampate,
li smentivano con tanta evidenza. Si doleva, poi, amaramente della
impudente audacia del Gennazzano il quale, mentre aveva dal pergamo
accusato personalmente il papa, con parole indegne d’un sacro oratore,
e ne era stato dal Savonarola stesso, in presenza di tutto il popolo,
rimproverato;[55] rivolgeva perfidamente quelle accuse contro di lui
che mai non aveva attaccato in particolare nessun uomo, e molto meno
il principe dei fedeli, il vicario di Cristo. Dichiarava nuovamente di
sottomettersi al giudizio della Chiesa, di non predicare altra dottrina
che quella dei Santi Padri; come ben presto avrebbe fatto conoscere
a tutto il mondo, nel suo _Trionfo della croce_. Che se, poi,» così
concludeva la lettera, «a me sarà per mancare ogni aiuto umano; io
porrò la mia speranza in Dio, e farò chiaro all’universo mondo la
nequizia di costoro che forse dovranno pentirsi della cominciata
impresa.»
Ma quando fu scritta questa lettera,[56] la scomunica era già
pronunziata. Il Breve partiva da Roma il giorno 12 maggio; se non
che, per una singolare ventura del Savonarola, sembrava che ogni cosa
dovesse concorrere a scemarne l’efficacia. Esso era scritto a guisa
di lettera indirizzata ai Frati della SS. Annunziata, quasi che il
papa temesse la solita forma d’indirizzo ai credenti in universale
consegnato, poi, nelle mani di Giovanni da Camerino teologo; questi,
arrivato a Siena, vi si tratteneva più giorni, in forse del procedere
oltre. Finalmente, lasciatosi vincere dalla paura che i seguaci del
Frate non lo tagliassero a pezzi, se ne tornò addietro; consegnando
ad altri il breve che, in questo modo, arrivò a Firenze solo verso la
fine di maggio. Ed allora molti del clero ricusarono di pubblicarlo,
per non esservi la presenza del commissario apostolico, richiesta
dall’uso: nondimeno fu pure affisso nelle chiese principali di ciascun
quartiere.[57]
Il contenuto del breve o lettera, che si voglia dire, ai Padri Serviti,
non era meno singolare della forma di esso. «Da più persone degne di
fede,» così diceva il santo Padre, «abbiamo inteso, come _un certo_
Fra Girolamo Savonarola, al presente, per quanto si dice, vicario di
San Marco in Firenze; abbia seminata perniciosa dottrina con scandalo
e iattura delle anime semplici. Noi gli comandammo, in virtù di santa
obbedienza, che sospendesse le prediche e venisse a noi, onde scusarsi
de’ suoi errori; ma egli non volle obbedire, e ci addusse, invece,
alcune scuse che noi con troppa benignità accettammo;[58] sperando
che la nostra clemenza dovesse convertirlo. Ma volle persistere sempre
nella sua ostinazione; onde con un secondo breve (7 novembre 96) gli
comandammo, sotto pena di scomunica, che unisse il convento di San
Marco alla Congregazione Tosco-Romana, nuovamente da noi creata. Anche
allora restò fermo nella sua pertinacia, incorrendo così, _ipso facto_,
nella censura. E però noi ora vi comandiamo che nei dì festivi, alla
presenza del popolo, dichiariate esso Frà Girolamo scomunicato, e come
tale doversi tenere da ognuno; _perchè alle apostoliche monizioni
nostre e comandamenti non ha obbedito_. E, sotto simile pena, venga
impedito ad ognuno d’aiutarlo, frequentarlo o lodarlo; sia nei detti,
sia nei fatti, siccome scomunicato e _sospetto_ d’eresia. — Dato in
Roma il dì 12 maggio 1497.»[59]
Adunque, dopo tante accuse contro la dottrina di quel Frate, il papa la
chiamava semplicemente _sospetta_; e ciò solo, per quello che ne aveva
udito dire, confessando così, implicitamente, di non averla esaminata:
la scomunica non era, quindi, motivata che sulla disobbedienza di non
avere unito San Marco alla nuova Congregazione Tosco-Romana. Questa
unione, poi, come abbiamo visto più sopra, non era stata che un
pretesto per chiudere la bocca al Savonarola; ed egli, con assai valide
ragioni l’aveva respinta, dimostrando al papa come aveva non solo il
diritto, ma anche il dovere di ciò fare, a cagione dei mali gravissimi
che ne potevano risultare al suo convento; oltre di che, la cosa
non dipendeva dal priore solamente, ma da tutti i frati di S. Marco.
Comunque sia di ciò, la scomunica rendeva chiaro al mondo che la Chiesa
non poteva ancora dichiarare eretica la dottrina del Savonarola; che,
quanto al suo non andare a Roma, il papa aveva accettato le scuse, e
quindi non poteva chiamarlo disobbediente, se non in cosa di assai poco
momento; in cosa che egli stesso aveva ordinata e disordinata mille
volte, e che aveva messa innanzi per mero pretesto.
Il Savonarola, intanto, senza troppo precipitar le cose,
s’apparecchiava dal suo lato alla difesa. Il giorno 19 giugno 1497,
scriveva un’_Epistola contro la scomunica surrettizia, a tutti i
Cristiani e diletti a Dio_. In essa, dopo aver ripetuto le cose già
tante volte dette circa la dottrina, concludeva: «non si spaventino i
tepidi, chè questa scomunica non è valida nè innanzi a Dio nè innanzi
agli uomini; perchè mossa da cagioni ed accuse inventate falsamente da’
nostri nemici. Io mi sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora
al giudizio della Chiesa, nè mancherò mai all’obbedienza; ma non si
deve, però, obbedire a quei comandi che sono contrari alla carità ed
alla legge del Signore, perchè allora i nostri superiori non tengono
più la persona di Dio. Voi, intanto, apparecchiatevi colle orazioni
a ciò che deve seguire; e noi, se la cosa procede più oltre, faremo
sentire la verità a tutto il mondo.»[60] — In una seconda lettera,
_Contra sententiam excommunicationis_, egli veniva, con lunghe
citazioni del Gerson, a provare che non bisogna temere la condanna
ingiusta, e che il volersi sottomettere ad ogni sentenza «_est asinina
patientia, timor leporinus et fatuus_.» Continuava, poi, citando sempre
le parole del Gerson, a discorrere dell’appello dal papa al Concilio;
sopra di che si esprimeva con qualche incertezza; dichiarava, però, che
il resistere al papa, quando egli volesse far valere la sua autorità
a distruzione della Chiesa, non solo era permesso ma era anche dovere.
«Nè pecca il cristiano,» così continuavano le citate parole del Gerson,
«quando per sottrarsi ad una scomunica ingiusta, si aiuta colla potestà
secolare; perchè tali ingiuste sentenze non sono altro che violenza,
ed il diritto naturale c’insegna a respingere la forza colla forza.
E ciò sarà giusto, massimamente quando si sarà avuto cura di non far
nascere scandalo, e d’illuminare i pusillanimi i quali credono che
il papa abbia potestà sopra il cielo e sopra la terra. Bisogna essere
verso il sommo pontefice umile e mansueto; ma, quando con l’umiltà non
si arriva, allora _accipienda est animosa libertas_.» Così concludeva
il Gerson, ed a questo il Savonarola aggiungeva: «Tutto ciò viene
mirabilmente in nostro aiuto; ma, pure, oggi è tale e tanta l’ignoranza
degli uomini, che molti vorrebbero credere scomunicati, non solamente
noi, ma quelli ancora che vengono al convento; ed altri, anche più
ignoranti, aggiungono che bisogna evitare perfino il discorrere con
quelli che frequentano la nostra chiesa. Non sanno costoro che Martino
V ha detto nel concilio di Costanza, e confermato in quello di Basilea,
che i fedeli non sono tenuti evitare gli scomunicati, se non quando
essi vengono espressamente nominati.»[61]
Il giorno 22 giugno era, finalmente, con grande solennità pubblicata
la scomunica in Firenze. Tutto il clero, insieme coi frati Minori,
con quelli di S. Croce, S. M. Novella, S. Spirito, coi Monaci Neri ed
i Zoccolanti, si radunavano in mezzo alla Cattedrale, dove a suono di
campanelli e con quattro torchi accesi fu solennemente pronunziato il
Breve; dopo di che spensero ogni lume, e tutto rimase nel buio e nel
silenzio.[62]
Sarebbe assai difficile immaginare i discorsi, i disordini, i tumulti
che seguirono in Firenze, pronunziata che fu la scomunica. Due giorni
dopo (24 giugno), cadeva la festa di S. Giovanni; ed i frati di S.
Agostino e S. Francesco protestavano di non volervi assistere, se vi
pigliavano parte anche quelli di S. Marco. Così, tanto a questi come ai
frati di S. Domenico di Fiesole, fu imposto di tenersi, quel giorno,
chiusi nel Convento. L’audacia de’ Compagnacci, incoraggiata poi da
una Signoria composta tutta di Arrabbiati, non aveva più alcun freno;
onde nacque nella città una grande licenza di dire e di fare. Per tutto
si sparlava del Savonarola, e fu pubblicato un gran numero di sonetti
e canzoni anonime, scritti lascivi e frottole invettive contro alla
sua dottrina. La notte, quando i frati erano in coro, venivano, colle
grida, colle canzoni e co’ sassi, fatte molte ingiurie al convento. E
siccome i magistrati lasciavano a queste cose una piena libertà, così
ogni giorno si procedeva più oltre, e i tristi effetti se ne videro,
in poco tempo, moltiplicati a dismisura. Il mal costume trionfò come
per incanto, le chiese erano vuote, ed invece si frequentavano le
bettole: le donne tiravan fuori i loro abiti osceni, le gioie nascoste,
e di nuovo ornate con lusso sfoggiante, si mostravano per la città: i
giovani profumati ritornavano a cantare i Canti carnescialeschi, sotto
alle finestre delle loro amanti che più non ne arrossivano. In meno
d’un mese sembravano tornati i giorni di Lorenzo il Magnifico; ogni
pensiero della patria e della libertà era dimenticato. — Tali furono le
prime conseguenze prodotte dal breve di papa Alessandro Borgia.[63]
Ma il governo fiorentino girava per una serie di mutamenti continui;
onde presto le cose si trovarono in altre mani. La Signoria di luglio
e aprile risultò favorevole al Savonarola; e, fin dai primi giorni
del suo ufficio, incominciava pratiche a Roma, per ottenere la revoca
della scomunica. Il papa sembrava volesse commettere quella dottrina
all’esame di sei cardinali; e la Signoria, fin dal 2 luglio, scriveva
all’oratore Alessandro Bracci, perchè appoggiasse e favorisse questa
idea pensando che non vi si potrebbe trovar nulla a ridire. Il giorno
8 dello stesso mese,[64] raccomandavano di nuovo all’oratore che
s’adoperasse caldamente in favore di questa causa, e gli accludevano
una lettera al papa, nella quale dicevano: «Santissimo padre. Le papali
censure ci affliggono sommamente, sì pel rispetto che la Repubblica
ha sempre avuto alle somme chiavi, sì perchè noi vediamo i maligni
accusare a torto, presso la Sua Santità, un uomo innocentissimo. Noi
stimiamo quest’uomo buono, religioso e perito nelle cose cristiane.
Per molti anni egli s’è adoperato nel bene del nostro popolo, nè si
potrà mai notare alcun peccato nella sua dottrina o nella sua vita. Ma
alla virtù non mancò mai invidia, e nel nostro popolo son molti coloro
che invertono il nome dell’onesto, e si credono diventar maggiori col
rendersi audaci contro ai buoni. Noi, perciò, supplichiamo ardentemente
che la V. S. voglia, nella sua paterna e divina carità, prendere sopra
di sè il giudizio di tal cosa, e revocare il peso di queste censure;
non solo quanto al Savonarola, ma ancora per tutti quelli che hanno
potuto incorrervi. Niuna grazia maggiore potrebbe V. S. fare alla
repubblica, massime in questi tempi di pestilenza, nei quali le censure
sono con grave pericolo delle anime.»[65]
E così continuava per tutto l’anno una corrispondenza caldissima
della repubblica in difesa del Savonarola, essendo egli aiutato
dalla fortuna con varie Signorie tutte favorevoli, e col magistrato
de’ Dieci sempre a lui devotissimo.[66] Messer Alessandro Bracci,
oratore a Roma, secondava questi uffici con tutto il suo buon animo,
e guadagnava in favore di quella causa i Cardinali di Perugia, di
Benevento e di Capaccio; sollecitava quello di Napoli, che s’era sempre
dimostrato caldo amico di San Marco; si valeva dell’opera di Giorgio
Benigno e di Giovanni Nasi, che dimoravano allora in Roma, e che,
tanto con la parola come colla penna, erano stati sempre difensori
del Savonarola. E, mentre che da tutti i lati, non senza qualche buona
speranza, si cercava temperare lo sdegno del papa e piegare a benignità
l’animo suo; una singolare offerta veniva fatta al Savonarola. Il
Cardinal di Siena[67] gli faceva sapere, che se venisse pagata ad
un tal suo creditore, la somma di 5,000 scudi; egli avrebbe fatto
ritirare la censura. Il caso non era nuovo nè strano, perchè a Roma
si mercanteggiava allora ogni cosa; ma il Savonarola, come ognuno può
credere, respinse sdegnosamente l’impudente offerta, e, scrivendo ad
un suo amico, diceva; «molto maggiore censura riputerei, redimerla per
prezzo.»[68] Nondimeno, quella era una prova che l’animo del Santo
Padre dava qualche segno di cedere, ed il Frate poteva prenderne
argomento a bene sperare.
In questo mezzo, seguiva una di quelle atrocissime tragedie, con cui
la famiglia dei Borgia sapeva empiere d’orrore quel secolo che fu,
pure, uno scandalo nella storia del genere umano. Il duca di Candia,
figlio primogenito del papa, veniva di notte pugnalato e gettato nel
Tevere. L’autore del delitto era stato suo fratello il cardinal di
Valenza, mosso da gelosia d’osceno amore per la sorella Lucrezia, e da
una sfrenata ambizione di potere, che non sapeva tollerar compagni alle
sue mire. L’atroce e inaudito fatto commosse di profondo dolore perfino
le viscere d’Alessandro Borgia, il quale, per la prima ed unica volta
in sua vita, sembrò pentito dei molti falli, e deciso di emendarli.
Egli già s’era chiuso in una stretta solitudine, ed aveva scelto
una commissione di cardinali, per riparare ai tanti mali che allora
travagliavano e desolavano la Chiesa.[69]
Il Savonarola non volle lasciar fuggire questa occasione ed, in
data del 1 luglio, scriveva al papa una lettera in cui, dopo averlo
destramente confortato, lo incoraggiava nel santo proposito, ed in
fine volgeva il discorso alla propria causa. «Beatissimo Padre,» egli
diceva, «la fede piena di miracoli e d’opere eccelse, confermata dal
sangue dei martiri, è la sola tranquillità, è la vera consolazione al
cuore dell’uomo. Essa trascende il senso e la ragione, ci solleva da
questo mondo, ci porta alle cose invisibili, ed ingrandisce l’animo
nostro. Essa ci fa sopportare le avversità, ci fa rallegrare nelle
tribolazioni; onde è scritto che il giusto non sarà mai contristato,
e giusto è quegli che per fede vive nel Signore: beato è chi viene
chiamato a questa grazia della fede. Risponda, adunque, V. S. alla
felice chiamata; acciò subito la tristezza si muti in gaudio. Il
Signore colla sua bontà trascende tutti i nostri peccati.» E qui,
volgendo il discorso a parlare di se stesso, diceva: «Io annunzio cose
di cui sono certo, e per esse volentieri sopporto ogni persecuzione.
Ma la V. B. si volga favorevole a quest’opera della fede, per la quale
io di continuo lavoro, e non presti più il suo orecchio agli empii.
Così dal Signore avrà il liquore del gaudio, in luogo dello spirito
di dolore; imperciocchè le cose da me predette sono vere, e niuno
che resiste al Signore, potrà mai aver pace. Queste cose, Beatissimo
Padre, io scrivo, guidato dalla carità, e sperando che la V. B. venga
veracemente consolata da Dio; giacchè fra poco tonerà la sua ira,
e beati coloro che si saranno confidati in lui. Il Signore di ogni
misericordia consoli V. S. nelle sue tribolazioni.»[70]
Era certamente singolare questa lettera, in cui lo scomunicato priore
di San Marco chiamava alla buona via ed alla penitenza il Santo Padre.
Questi, però, non se ne mostrava offeso, anzi dava speranza di volersi
benignamente piegare: segno evidente che il suo dolore ed il suo
pentimento duravano tuttavia sinceri. Ma furono brevi e fugaci momenti.
Il Borgia ritornava subito alla scandalosa vita con più impeto che mai;
ed allora si rammaricava altamente, che il Savonarola avesse ardito
insultare al suo paterno dolore.[71]
Comunque sia di ciò, se la Signoria ed il Savonarola lavoravano
per un verso; non mancavano, certamente, quelli che si adoperavano
in senso contrario. Già gli Arrabbiati avevano mandato a Roma una
soscrizione firmata da molti di loro, nella quale ripetevano le
solite accuse contro al Frate. Il che risaputosi a Firenze, per mezzo
dell’ambasciatore, ne furono subito cominciate altre due in favore
del Savonarola. La prima di esse era segnata da tutti i 250 frati
del convento, i quali, lodando la vita e la dottrina del loro priore,
supplicavano il Santo Padre, perchè togliesse le censure ed aiutasse
la santa impresa, chè ne avrebbe avuto merito appo Dio. A questa
seguiva un’altra soscrizione la quale, riconfermando le stesse cose,
era segnata da un gran numero dei principali cittadini. Incominciata
nel luglio, vi si erano in poco tempo raccolte 363 firme; e si
procedeva ancora più oltre, quando la peste, crescendo minacciosamente,
interruppe quasi ogni faccenda in Firenze.[72]
Morivano già da 50 a 70 persone al giorno; il che, sebbene fosse
tenuto allora piccolo numero, era nondimeno segno assai minaccioso
di mali maggiori, considerata specialmente la gran moltitudine che si
trovava allora stivata nella città.[73] Ognuno fuggiva alle ville, e lo
spavento cominciava ad essere universale. Ma, se tutti abbandonavano
la città e le faccende, pel Savonarola, invece, cominciavano, come
ognuno può immaginarsi, occupazioni nuove e più gravi. Il suo ministero
gl’imponeva d’adoperarsi nella comune sventura, a soccorrere e
confortare gli afflitti. Sebbene la scomunica gl’impedisse d’andare
attorno a prestare i sacri uffici;[74] ognuno può comprendere come
egli avesse assai grave faccenda alle mani, quando penserà che a lui
era affidata la cura di 250 frati, la più parte dei quali novizi, e
tutti chiusi in un solo convento, dove, senza efficaci provvedimenti,
il contagio avrebbe potuto fare strage grandissima. Infatti, non
andò guari che un frate s’ammalò; onde la peste e lo spavento erano
già entrati in San Marco. I più timidi volevano fuggire, altri
consigliavano al Savonarola di mettersi in salvo, alcuni cittadini gli
offerivano le loro ville; ma esso comprendeva troppo bene, quale era
il suo dovere in quei gravi momenti. Profittò delle ricevute offerte,
per mandare in campagna i novizi ed i più giovani frati, tra i quali
suo fratello Aurelio. Così venne diradato il convento, dove egli restò
coi più fedeli e sperimentati seguaci. Leggeva e commentava loro i
Treni di Geremia,[75] le Profezie di Giona, la Storia di Sansone,
e andava confortando i loro animi. Ai lontani, poi, mandava lettere
continue ed affettuose, che davano coraggio a sopportare i pericoli,
e rimproveravano i troppo timidi. «Io faccio ogni sforzo,» così egli
scriveva a Frà Paolo del Beccuto che voleva allontanarsi dal proprio
convento, «perchè i nostri Padri scampino da questo pericolo; ma
vedo che alcuni si mostrano più timidi dei secolari, e questa è una
pusillanimità indegna d’uomini religiosi, i quali debbono cercare
piuttosto che temere la morte. Bisogna confidarsi nel Signore e non
già nel fuggire. Io, perciò, non credo che voi dobbiate, per ora,
assentarvi dal vostro convento. I frati di qui, muoiono lietamente,
come se andassero ad una festa. Quelli che hanno cura degl’infermi
son sani. Oggi s’è ammalato Frate Antonio da S. Quintino, dopo aver
conversato meco.»[76] Da tutte le lettere che il Savonarola scrisse
in quel tempo, trasparisce un grande affetto pe’ suoi frati e per
la famiglia; una grandissima fermezza e serenità d’animo, in mezzo a
tanti pericoli. Il 24 luglio, scriveva a suo fratello maestro Alberto a
Ferrara, dandogli nuove dell’altro fratello Maurelio, religioso in San
Marco; e diceva: «Frà Maurelio è fuori di Firenze, per la pestilenza
che ancora non è grande; ma si vede gran principio. Ogni giorno abbiamo
in città da 50 a 70 morti, ed alcuni dicono anche 100: non si vede
altro che croci e morti. Noi stiamo bene, grazie a Dio; nè io mi sono
partito di Firenze, sebbene abbia mandato fuori più di 70 frati, perchè
non ho paura e perchè voglio consolare i tribolati.»[77] Più tardi (14
agosto) riscriveva allo stesso: «Non temete del mio stare in mezzo alla
peste, perchè il Signore mi aiuterà. Sebbene mi abbiano profferito
molti luoghi, io non ho voluto abbandonar le pecorelle, e resto,
invece, per consolare gli afflitti. È maravigliosa, poi, la letizia di
quelli che muoiono: frati e secolari, uomini e donne rendono l’anima
lodando il Signore.»[78]
In quei solenni momenti, i pensieri del Savonarola non erano volti
solo ai frati; ma colle parole, cogli scritti, in tutti i modi,
cercava aiutare anche i secolari, pei quali scrisse la sua _Epistola
a tutti gli Eletti_, che chiamò, pure, _Trattato medicinale contro la
peste_.[79] In essa dava sette regole, per mantenere tanto il corpo
come lo spirito temperato e tranquillo; raccomandava la moderazione
nei cibi, la ilarità dell’animo, e la carità verso gli ammalati:
«Soccorreteli,» egli diceva, «serviteli in ogni cosa, in ogni modo, se
anche sono vostri nemici.»[80]
Fortunatamente il pericolo fu minore di quello che non si temeva: al
principio d’agosto la peste cominciava giù sensibilmente a scemare;
verso la metà del mese era quasi del tutto cessata.[81] I cittadini
ritornavano dalle ville a ripigliare le usate faccende; il convento
di San Marco si apriva nuovamente al popolo; ed il 15 del mese si
celebrava nel secondo chiostro la festa della Madonna, con un pubblico
e solenne rendimento di grazie, per il pericolo scampato. La città
ripigliava l’aspetto usato; ed ognuno, dopo l’agitazione ed i pericoli
di quell’anno, desiderava trovare finalmente calma e tranquillità.
CAPITOLO TERZO.
È preso Lamberto dell’Antella che rivela tutta la congiura de’ Medici.
Processo e condanna degli accusati.
Ma la tregua che il popolo fiorentino attendeva, pel cessare della
peste, fu rotta, prima di cominciare, da un fatto cite mise la città
intera in un disordine grandissimo, e maggiore di quanti se n’erano
veduti dopo il 94. Mentre che il Valori ed il Tosinghi s’adoperavano
a rintracciare le fila della congiura di Piero, sorpresero un tale
Lamberto dell’Antella, fuoruscito, che di nascosto se ne andava in una
sua villa, con indosso una lettera indirizzata al cognato, Francesco
Gualterotti, ch’era allora dei Dieci. La lettera prometteva di rivelar
minutamente tutte le trame di Piero, e scoprir cose di somma importanza
per la repubblica.[82]
In verità, egli poteva saperle, perchè era stato un antico e fedele
partigiano dei Medici. Nella rivoluzione del 94, si trovava prigione
alle Stinche, insieme con suo fratello Alessandro. Quivi, di nascosto,
ebbero molte speranze ed incoraggiamenti da Piero, quando si trovava
in Roma; onde evasero dalla prigione. Ma nel presentarsi a lui, furono
ricevuti con singolare freddezza, e ben tosto ebbero a sperimentare
i suoi modi brutali. «Ci teneva, così scrive lo stesso Lamberto, «in
continuo moto, per soddisfare alla sua smania di tornare a Firenze,
e poi ci trattava peggio che cani.» A Piero de’ Medici, in fatti, non
pareva di vivere, quando non poteva opprimere o bistrattare qualcuno.
Pur nondimeno i due Antella sopportarono tutto, e si trovavano ancora
con lui, quando egli s’accostò alle mura di Firenze, e quando ritornò
a Siena: quivi gli divennero sospetti, e li fece subito imprigionare.
Tale era, poi, la crudeltà di Piero, tale il suo animo verso così
antichi e provati servitori, che, partito da Siena, più volte mandò
indietro una staffetta a Pandolfo Petrucci, capo e quasi padrone di
quella repubblica; acciò li gettasse nel Carnaio, prigione così orrida,
che non se ne usciva mai vivi. Il Petrucci, però, sebbene tutto amico
di Piero, non volle rendersene sicario, e liberava i due fratelli,
a condizione che non lasciassero il territorio Senese, sotto pena di
2,000 fiorini. Ma essi erano troppo pieni del desiderio di vendetta,
per mettere tempo in mezzo; e subito che ne ebbero il destro, fuggirono
verso Firenze. Nè a Lamberto parve vero, quando fu preso e menato ai
magistrati, colla lettera indosso, nel modo che abbiamo veduto.[83]
Gli Otto, visto ed esaminato quel foglio, secondo il barbaro costume
del tempo, misero subito alla corda il povero Lamberto; e, dopo averlo
collato per ben quattro volte, lo interrogavano, capo per capo, acciò
dicesse la _pura verità_. Segnate le risposte, vi trovarono compromessi
cittadini così potenti e riputati,[84] che portarono l’affare innanzi
alla Signoria, dichiarando di non voler prendere sopra di loro un
giudizio così grave; ma la Signoria rispondeva, che solo ad essi gli
Statuti concedevano il giudicare le cause di Stato.[85] Nondimeno,
considerata la gravità del caso, furono scelti cinque Arroti e sette
dell’ufficio de’ Dieci, perchè aiutassero gli Otto a continuare il
processo. Si fece, allora, più minuto esame del fatto; ed essendo stato
promesso un generale perdono a Lamberto dell’Antella, questi mise in
carta una lunga rivelazione, nella quale faceva conoscere tutte le
trame, e tutti gli amici che Piero de’ Medici aveva in Firenze.[86]
Dètte anche sentore d’un nuovo tentativo di congiura, nel quale era
stato promesso a Piero, di farlo entrare segretamente in Firenze, la
notte del 15 agosto. Trovandosi moltissimi alla campagna, chi per la
buona stagione e chi pel contagio; egli sperava di poter levare tumulto
in suo favore, collo spargere pane e danaro nell’affamata plebaglia,
col concederle il saccheggio di molte case de’ ricchi; e, in questo
mezzo, impadronirsi del Palazzo e prendere in mano il governo della
città.[87] Era un pazzo disegno e troppo audace, perchè egli ardisse
solo di tentarlo; pure quelle pratiche manifestavano l’animo suo, e
bastavano a dimostrare che la repubblica versava sempre tra pericoli
gravissimi.
In mezzo a tali agitazioni, tutti quei venti cittadini che dovevano
compilare il processo, finito che ebbero l’esame, si strinsero a
consiglio, e fecero giuramento di non aver rispetto a persona, di
qualunque grado o condizione si fosse. Dopo ciò, ordinarono che la
piazza fosse guardata da gente armata; che i condottieri si tenessero
pronti colle loro genti d’arme, per accorrere al bisogno; che niuno
potesse uscire dalla città. Chiamarono ancora i fanti della Signoria;
e, per non dare sospetto, fecero, in nome di essa, richiedere quei
cittadini che venivano più compromessi dalle rivelazioni dell’Antella.
Alcuni subito fuggirono; altri, invece, si presentarono; e, compiuto
finalmente il processo, risultò che cinque di quelli che si trovavano
in mano dei magistrati, erano colpevoli d’alto tradimento, e dovevano,
secondo le leggi, subire la pena del capo.
Bernardo del Nero, vecchio di 75 anni, era per la sua autorità e
prudenza principale fra loro. L’accusa contro di lui si restringeva,
veramente, a questo: che, avendo conosciuto la congiura, non l’aveva
rivelata; ma questa colpa era assai aggravata dall’essere stato, in
quei giorni appunto, Gonfaloniere della repubblica. Seguivano poi
nel processo i nomi di Giannozzo Pucci, giovane pieno d’ingegno,
e di Lorenzo Tornabuoni che era stimato in Firenze il fiore d’ogni
gentilezza. Contro a costoro era grandissimo l’odio del popolo; perchè,
conosciuti per antichi partigiani di Piero, di cui il Tornabuoni
era anche parente,[88] s’erano così bene infinti coll’andare alle
prediche del Frate, che erano riusciti a farsi credere fra i più caldi
de’ suoi seguaci. Gli altri due accusati erano Giovanni Cambi, ricco
mercatante,[89] e Niccolò Ridolfi capo della sua casa, ed anch’esso
parente di Piero.[90]
Messo termine al processo, i dodici cittadini aggiunti si ritirarono,
e gli Otto restavano nuovamente soli a pronunziar la sentenza. Essi,
non volendo in alcun modo affrontare l’odio di tante e così potenti
famiglie, tornavan da capo alla Signoria, la quale di nuovo ricusava
un carico, che non le era imposto dagli Statuti. Ma, finalmente,
il gonfaloniere messer Domenico Bartoli, vedendo questa biasimevole
debolezza dei magistrati, i quali ricusavano di fare il loro ufficio
per paura dei potenti; propose che si portasse la causa al giudizio
del Consiglio Maggiore, a cui, secondo la nuova legge, bisognava
andare per l’ultimo appello. Vi si opposero, però, gagliardamente i
difensori degli accusati, dicendo: — «Non esser bene allargare così
presto, fra tanta moltitudine, i segreti dello Stato, e sottomettersi
alla diversità di tanti pareri, quando doveva bastare il giudizio dei
principali magistrati.»[91] — In sostanza, da un lato i magistrati si
mostravano deboli a far l’ufficio loro; e dall’altro gli accusati,
temendo ugualmente le leggi e l’odio popolare, desideravano mandar
la cosa in lungo, e speravano che la elezione della nuova Signoria
dovesse rivolgere le cose, tutte in favor loro. Essi avevano già dalla
loro parte tre dei Signori, ed essendo riusciti a guadagnarne un altro
in Michele Berli parente di Bernardo del Nero, si trovavano ora, con
quattro voti, padroni d’impedire ogni deliberazione che non fosse
andata a lor modo.[92] Così ottennero l’intento, perchè il giudizio
venne rimesso alla decisione di una nuova Pratica, fissata pel 17
d’agosto. Nè questo era piccolo vantaggio: ogni giorno s’avvicinava
sempre più la nuova elezione; d’ora in ora si aspettavano dagli alleati
imperiose lettere di raccomandazione; Piero dei Medici ingrossava
sempre più le sue genti in Romagna; e finalmente, essendo troppo
manifesto che gli accusati erano condannati dalle leggi, essi non
potevano sperare che nel tempo. Ma tutto questo era assai noto alla
parte avversa che voleva, perciò, venir subito alla conclusione; onde
si prevedeva che la nuova Pratica dovesse riuscire assai tumultuosa.
La Signoria aveva richiesto circa duecento dei principali cittadini;
e, sebbene non tutti intervenissero, pure v’erano presenti i 16
Gonfalonieri delle compagnie, i 12 Buoni Uomini, i Dieci della guerra,
gli Otto di guardia e balía, gli uffiziali del Monte, i Conservatori
di legge, i Capi di parte guelfa, molti Arroti, e finalmente il Senato
o sia Consiglio degli Ottanta, oltre la Signoria: formavano in tutto
una radunanza di 136 persone. Molto speravano quel giorno di poter
fare e dire i difensori degli accusati: quando tutto fosse mancato,
doveva riuscire assai facile, innanzi ad un tribunale così largo,
mandar nuovamente in lungo la decisione. Letti per tanto i processi,
la Signoria ordinò che ciascuno si restringesse nella sua pancata,
onde consultare sulla decisione da prendere; dopo di che ogni pancata
mandasse a riferire il suo parere liberamente, e senza rispetto
all’antica usanza che vietava di esprimere un’opinione contraria a
quella della Signoria. Ne risultò subito che i cinque accusati dovevano
subire la pena del capo, e i loro beni essere confiscati.[93] Da
questo parere, i difensori restarono sbigottiti e sorpresi oltre ogni
dire; non sapevano che si dire nè che si fare. Ma, pure, conoscendo
di aver nella Signoria quattro voti favorevoli, incominciarono a dire
che le parole di pochi non potevano far conoscere il parere di tutti,
e che bisognava venire ad una votazione individuale. Speravano che
questo procedere, nuovo ed inusitato, dovesse dare occasione a qualche
disordine; perchè molti, non usi a parlare innanzi alla Signoria,
si potevano confondere; e, quindi, nascere opportunità a mettere in
dubbio i loro voti, ed a mandare la cosa in lungo. Ma questo disegno fu
rotto da Francesco Valori, il quale si presentò subito al banco della
Signoria; e, chiamato il notaio, disse a voce alta, e fece publicamente
rogare: — Che egli giudicava quei cittadini meritevoli della morte
e della confisca. — L’esempio fu seguito ancora dagli altri, che si
trovarono quasi tutti concordi nella sentenza del Valori.[94] In tal
modo, i Signori si videro costretti d’ordinare agli Otto l’esecuzione
della sentenza, che, messa fra questi a partito, fu vinta con la
maggioranza di sei voti contro due.[95]
I difensori si credettero allora perduti, e non seppero fare altro che
ricorrere a messer Guidantonio Vespucci, celebre dottore in legge e
molto potente fra gli Arrabbiati. Questi consigliò subito, che dalla
sentenza degli Otto s’appellasse al Consiglio Maggiore, secondo la
nuova legge delle _Sei fave_. L’appello fu immantinenti chiesto e,
fatta la votazione, si trovò che quattro dei Signori erano favorevoli;
onde ne nacque tanto disparere, tanto disordine, che bisognò rimetter
la Pratica al 21 agosto. E così, inaspettatamente, i difensori degli
accusati riusciron di nuovo nel loro intento.
La discordia, intanto, dal Palazzo scendeva nella piazza, e per tutto
si andava gridando; — Che bisognava fare giustizia; che la patria era
in pericolo; che il rimettere la cosa d’una Pratica in un’altra poteva
esser fatale alla repubblica. — Nel medesimo tempo, correvano per la
città degli scritti anonimi, che accusavano fieramente la debolezza dei
magistrati. In tale disposizione di animi, si raccolse il 21 agosto
la seconda Pratica, a decidere sul concedere o no l’appello; e non è
da maravigliare, se fin dal principio la disputa divenne gravissima.
Si diceva da una parte, con quelle parole eccessive e tutte popolari,
che gli Arrabbiati solevano così bene usare, quando loro tornava a
grado: — «Che le leggi concedevano di fare appello contro la sentenza
degli Otto; che il popolo era assoluto signore della repubblica; al
popolo doversi, quindi, ogni cosa riferire; al popolo spettare il
decidere sulla vita dei cittadini.» — Ma queste parole, in bocca di
chi aveva cospirato per rimettere i Medici, movevano a sdegno; epperò,
con molta violenza, si rispondeva dall’altra parte: — «Il giudizio del
popolo essere noto a tutti, essere stato sin dal principio offerto
agli accusati, ed essi lo avevano ricusato. La legge dello appello
s’era fatta solamente per impedire che sei fave avessero facoltà
di condannare un cittadino nella vita e nella roba; ma ora, non gli
Otto, non la Signoria avevano giudicato; ma tutti i magistrati, tutti
i principali cittadini. Contro a questo tribunale straordinario non
esservi legge che desse l’appello; e chi lo chiedeva, non mirava
ad altro che a pigliar tempo, quando la repubblica era disordinata,
quando la patria era in pericolo, quando nella Signoria stessa s’era
cospirato contro alla libertà. Ignorate voi,» così essi concludevano,
«che il tiranno ingrossa di nuovo le sue genti? Non vedete che voi
aprite la porta a Piero de’ Medici?»[96] — A questo punto i Collegi[97]
si esaltarono in tanto furore che, levandosi in piedi, minacciarono
di trar fuori i gonfaloni, e condurre il popolo a distruggere le case
di coloro che contrastavano l’esecuzione d’una sentenza tanto giusta,
tanto necessaria. Allora il tumulto si fece nella sala grandissimo;
e per tutto era un’orrenda confusione di grida, in mezzo a cui
distinguevansi, non pertanto, le parole di messer Francesco degli
Albizzi, il quale con una voce terribile non lasciava mai di dire:
— «Si faccia giustizia, si faccia giustizia.» — I difensori degli
accusati pensavano solo ad accrescere il tumulto, sperando così di far
passare ancora quel giorno senza deliberare. Infatti, s’era già verso
la sera, e disputavasi sempre, senza mai conchiudere nulla; perchè
i popolani accecati dal furore, anch’essi impedivano che i consigli
procedessero ordinati; ed in tal modo, senza volerlo, secondavano i
disegni dei loro avversari.
Ma ecco: arrivano lettere degli ambasciatori, e lette dalla Signoria,
udite nella Pratica, empiono ognuno di nuovo furore. Si conobbe per
esse: il pericolo della repubblica esser veramente grandissimo; i
nemici avere maneggi per tutto; il duca di Milano secondarli; il Papa
aiutarli con tutti i suoi sforzi, e se faceva sembiante di moderazione
o di amicizia verso la repubblica, ciò era solo per meglio operarne
la ruina. Allora si chiese da capo la lettura dei processi, onde
confrontarli colle lettere avute; dopo di che i cittadini si raccolsero
di nuovo a deliberare nelle pancate, e ciascuna pancata mandò uno de’
suoi a parlare.[98]
L’opinione universale era che si dovesse eseguir la sentenza capitale,
senza indugio; ma, pure, il sapere che la Signoria era sempre volta
a favorire gli accusati, fece sì che molti titubarono e non ardirono
parlar francamente. — Francesco Altoviti che prese a discorrere,
per quei medesimi Gonfalonieri delle compagnie, i quali poco innanzi
avevano minacciato di saccheggiare le case di chiunque contrastasse
la esecuzione della sentenza, diceva adesso: «Che ancora nella sua
pancata non mancava chi volesse dare l’appello.» — Più franco si
esprimeva messer Francesco Gualterotti, in nome dei Dieci di libertà,
dicendo: «Quanto più ribollimento voi date alla città, più disegni
le faranno contro i nostri nemici. Qui si vede che tutti i potentati
d’Italia hanno fatto cospirazione contro di essa, e Roma è il luogo
dove si trattano tutte le insidie contro di noi. Con questo appello,
non si vuole già conoscere il parere del popolo che, ormai, lo ha più
volte espresso chiaramente; ma bene allungare il tempo e cercar favore
esterno. Se, pure, in ogni modo si vuole dalle SS. VV. dar questo
appello; bisognerebbe, almeno, assicurarsi prima del Consiglio e far
presto; perchè l’indugio non partorirà che scandali dentro e di fuori.
Ancora bisogna tenere in pronto le genti d’armi, per difendere la
repubblica che si trova in mezzo a tanti nemici.» — Venne, allora, a
parlare la pancata dei dottori, i quali dovevano in questa materia aver
grande autorità. Dissero francamente: «Che il pericolo giustificava
il negare l’appello,[99] e che in ogni modo volendolo dare, si desse
pel domani; perchè l’indugio poteva tornare in rovina.» — Gli Otto,
che erano i giudici ordinari di questi processi, opinarono: «Che si
dovesse al tutto negare l’appello; giacchè, se i difensori ottenevano
dal Consiglio un parere contrario alla sentenza già data, la città
anderebbe in rovina.» — Vennero finalmente le dodici pancate dei
semplici cittadini che, quasi unanimi consigliarono: «La esecuzion
della sentenza e presto.» Ma, pur sempre si concludeva con quella frase
consacrata dall’uso: «Nondimeno si approverà sempre ogni determinazione
che le Signorie Vostre ne piglieranno.»[100] — Fino a tal segno poteva
un’antica usanza prevalere; non solamente contro la nuova libertà, ma
ancora contro quel furore che, pure, aveva invaso l’animo di tutti!
La Signoria, incoraggiata da questa moderazione di linguaggio, e,
considerando che, per essere già la terza ora di notte, molti erano
stanchi; incominciò di nuovo a menare in lungo la decisione, colla
speranza di poter sciogliere la pratica senza concludere. A quella
calma, però, successe subito una fiera ed inopinata tempesta; perchè
il Valori, accortosi della intenzione, si levò in piedi e, cogli occhi
infiammati, furioso come un leone, corse al banco della Signoria;
dove, preso in mano il bossolo dei partiti, lo battè forte sul banco,
gridando minaccioso: — «Si faccia giustizia, altrimenti scandalo ne
seguirà.» — A queste parole Luca Martini ch’era Proposto, non ebbe
animo di resistere, e subito mise il partito ai voti. Cinque dei
Signori si pronunziarono, allora, per la morte; ma gli altri quattro
restaron sempre favorevoli agli accusati, e votarono per l’appello.
Allora Francesco Valori ruppe ogni usanza, perdè ogni rispetto alla
Signoria, e, con voce rauca per lo sdegno, gridava: — «A che fine,
adunque, hanno le VV. SS. chiamato tanti cittadini che, ad uno ad uno,
per mano del notaio, già fecero conoscere il loro voto contro questi
macchinatori di novità, sovvertitori della patria, distruttori della
libertà? Non hanno oggi tutti confermato il loro parere? Non udite
voi il grido universale, geloso della salute pubblica? Non sentite
il soverchiante pericolo? Rammentino le SS. VV. che il popolo di
Firenze le ha messe in questo luogo per difendere la sua libertà, la
quale se, per rispetto di così perfidi cittadini, voi trascurate; non
manca, non manca, siatene pur certi, chi difenda causa tanto giusta,
tanto santa, con danno di chiunque la contrasta.» — E qui distese
fieramente il braccio, e stringendo in mano il bossolo dei partiti, lo
presentava di bel nuovo al Martini, il quale, o persuaso o spaventato,
propose finalmente la sentenza in questi termini: «Udito il rapporto
e consiglio dei magistrati, del Senato e degli altri cittadini per
la esecuzione; visto che dall’indugio nascerebbe manifesto tumulto
e pericolo: si ordina ai signori Otto che, senza indugio, facciano,
questa medesima notte, tòrre la vita a quei cinque cittadini, che essi
già nella stessa Pratica hanno condannati.» La subita proposta del
Martini, e più ancora la feroce presenza del Valori, che stava sempre
minaccioso, e presentava a ciascuno il bossolo, sbigottirono, per modo
i quattro Signori dissenzienti, che renderono nella sua mano favorevole
partito. Dopo di che, disteso il bullettino, fu consegnato agli Otto,
che andarono subito nel palazzo del Capitano, onde apparecchiare
l’esecuzione.[101]
Intanto i difensori facevano menare gli accusati per mezzo della
Pratica, scalzi ed in ferri; ma invano, colla presenza, cogli atti
e colle parole, cercavano muovere la pietà dei circostanti che, a
mala pena, sapevan frenare gli sdegnati animi. Arrivati al palazzo
del Capitano,[102] furon lasciati breve tempo coi loro confessori,
onde pensare ai casi dell’anima. Ed in questo mezzo, il Valori ch’era
divenuto quasi padrone della città, pose 300 fanti a guardare il
Palazzo, contro ogni tumulto d’amici o parenti degli accusati. Nella
corte del Capitano già tutto era in ordine, e vi si affollava, d’ora
in ora, tanta gente e così diversa che, per servirci della espressione
d’un contemporaneo, parea divenuta una spelonca d’inferno. V’erano
uomini con volti pieni di feroce sdegno, con l’armi in mano e la
vendetta nel cuore; in mezzo ad essi, vedeansi dei nobili cittadini
che, invano, cercavano quasi nascondersi e celare la paura della
propria vita, il dolore e lo sbigottimento per quella degli amici o
parenti che, fra poco, vedrebbero morire: molte crudeli ingiurie, molte
amare angosce dovettero sopportar quella notte. Intanto, la tumultuosa
confusione d’armi, di bestemmie e di strepito, andò crescendo fino
alle ore sette di sera; quando successe, invece, un funereo silenzio.
Venivano i condannati ad uno ad uno, accompagnati dal magistrato
della giustizia e dal confessore, insino al luogo del supplizio;
dove ciascuno di loro pose animosamente il capo sul ceppo, e tutti
sostennero con gran fermezza l’estremo supplizio. I loro corpi furono
resi ai parenti.
Quella medesima notte, la Signoria scriveva a Roma, facendo la
relazione del fatto, nei termini seguenti: «La città è stata tutta
unita contro a questi perfidi e parricidi cittadini, infino ai parenti
avendo desiderato che fosse fatta giustizia. Ed ora, si spera avere a
stare un pezzo in buona valetudine; perchè tutta la brigata è inanimita
a estirpare qualunque simile rampollo. Iddio abbia misericordia
di quelle anime che, veramente, avendo tradito la patria, ne hanno
bisogno.»[103]
Così finivano la vita cinque cittadini che, per autorità, per
condizione, per faccende pubbliche e private, erano tenuti fra i
primi della repubblica. Altri pochi vennero leggermente puniti, come
consapevoli; e fra Mariano da Genazzano, sebbene riconosciuto de’
più rei, essendosene fuggito a Roma, non potette avere altra pena
che l’esilio. A Lamberto dell’Antella ed al fratello, fu non solo
perdonata la vita; ma concesse le armi, cancellate le gravezze decorse,
e fatti ancora altri benefizi; non però tolto affatto ogni bando di
ribelli.[104] Le sue rivelazioni, ed i processi di tutti i condannati
furono tenuti segretissimi; acciocchè, una volta puniti gli autori
della congiura, ne fosse, quanto più era possibile, cancellata per
sempre la memoria.[105]
Adesso a noi importa di notare che, durante questo giudizio così
tumultuoso, il Savonarola stette sempre chiuso in convento; senza
prendervi alcuna parte, occupato solo a correggere la stampa del suo
_Trionfo della Croce_. Negli storici di quel tempo, nelle memorie,
nelle lettere e biografie, non troviamo alcuna parola che ci permetta
di credere che il Savonarola avesse favorito o disfavorito gli
accusati. Due sole volte egli accennò a questo fatto, nel suo processo;
e la prima, parlando di Bernardo del Nero, diceva: «non confortai
che fosse morto, bene avrei avuto caro che fosse mandato via;»[106]
la seconda soggiunse: «che di quei cinque cittadini non se n’era
impacciato in particolare; ma che, sebbene freddamente, pure aveva
raccomandato Lorenzo Tornabuoni al Valori.»[107] Il che dimostra
chiaramente come, se cercò di fare qualcosa, fu solo per temperare
un poco il gran furore che v’era contro agli accusati. Eppure, non
appena si cominciò a calunniare la memoria del Savonarola che subito
venne chiamato da tutti, autore principale del negare l’appello agli
accusati, dopo essere stato promotore della legge che lo concedeva.
Nè alcuno volle mai considerare, che quella legge fu propugnata dal
Vespucci e non dal Savonarola il quale, piuttosto, la oppose, o almeno
la fece combattere da’ suoi seguaci.[108] La storia dei fatti ci
prova, d’altronde, con troppa evidenza; che egli, allora, non poteva
in alcun modo esercitare il suo ascendente nè sopra il popolo nè
sopra i giudici; giacchè, dopo la scomunica, e quando ancor pendevano
le trattative per farla ritirare, grave errore, anzi grave stoltezza
sarebbe stata risalire sul pergamo. Quanto al Valori, che certo ebbe
grandissima parte in quelle decisioni, bisogna pur dirlo, sembra che si
lasciasse soverchiamente vincere dall’odio o gelosia che aveva contro a
Bernardo del Nero, suo nemico politico.[109] Sebbene d’animo generoso e
leale, era pure uomo che, in tutte le cose, andava più per impeto che
per ragione; ed in quelle accese discussioni, non seppe mai frenare
sè stesso, nè molto meno poteva essere frenato dall’autorità del
Savonarola, allora lontano e chiuso nella sua cella. Bisogna finalmente
considerare che, se le lettere degli ambasciatori non fossero giunte
nella Pratica, in quel momento stesso in cui ognuno s’era acceso di
tanto sdegno contro al procedere troppo fiacco e punto imparziale
dei magistrati; forse che agli accusati, anche questa volta, sarebbe
riuscito di mandar in lungo la decisione.
Fu, quindi, un concorso di cause, non prevedute nè prevedibili, che
fece decidere ad un tratto la morte di quei cinque cittadini; i quali,
però, secondo le leggi, secondo la opinione universale di tutto il
popolo, e secondo la giustizia dei tempi, eran certo meritevoli della
pena che subirono. Il processo, è vero, non fu regolato con tutte
le forme giuridiche; ma, se la prima illegalità nacque dalla troppa
indulgenza dei magistrati, i quali avendo trovato gli accusati convinti
d’alto tradimento, non ardivano pronunziar subito la condanna di morte
per poi concedere l’appello; il disordine maggiore e più colpevole
venne dai difensori degli accusati. Una volta ch’essi avevano,
nel principio, ricusato di sottomettersi al giudizio del Consiglio
Maggiore; che avevano chiesto ed ottenuto un tribunale straordinario,
nel quale s’erano radunati tutti i principali magistrati e cittadini
di Firenze; non v’era più alcun luogo a chiedere l’appello. Essi
non potevano addurre altra ragione in loro favore, salvo quella
evidentissima di voler procedere d’una illegalità in un’altra, per
guadagnar tempo ed aspettare la nuova Signoria. E dovevano i magistrati
rendersi due volte strumento di quelle arti malvage, e la Pratica
consentire a tali violenze? Anche l’opinione di tutto il popolo, si
vide assai chiaramente riconfermata, pochi giorni dopo, quando fu
introdotto nel Consiglio Maggiore il figliuolo del Ridolfi, che veniva
a chieder grazia dei beni confiscati al padre; giacchè, messa la
domanda tre volte a partito, fu tre volte respinta.[110] Nè le leggi,
adunque, nè il Consiglio Maggiore avrebbero mai assoluto quei cinque
cittadini. Quanto al Savonarola, egli non volle, e volendo non avrebbe
potuto favorire nè disfavorire una sentenza, che fu decisa nel calore
o, per meglio dire, nel furore d’una impetuosa discussione.
CAPITOLO QUARTO.
Opuscoli editi e inediti del Savonarola. _Il Trionfo della Croce_.
Dopo la morte di Bernardo del Nero e de’ suoi compagni, i Piagnoni
divennero potentissimi; ed in sei mesi seguirono, successivamente, tre
Signorie tutte popolari, che, nel reggere lo Stato, altre difficoltà
non trovarono, se non quella di provvedere alla mancanza assoluta
di danari. Ma la disputa, sempre più inasprita, del Savonarola col
Papa, era causa di continuo dolore al governo ed al popolo. Non solo
dispiaceva loro il vedere un uomo tanto benemerito della patria e
della religione, così ingiustamente trattato; ma, nel pigliare le parti
del Frate, essi mettevano sè stessi e la repubblica in un continuo e
crescente disaccordo con Roma. Ogni giorno andavano caldissime lettere
all’oratore, messer Alessandro Bracci, perchè cercasse di ottenere
l’assoluzione del Savonarola. «Noi vogliamo,» scrivevano i Signori,
«che voi picchiate, gridiate, facciate ogni possibile istanzia; e
non cessiate nè perdoniate ad alcuna fatica, tanto che questo effetto
segua.»[111]
Il Papa non dava alcuna risposta; ma, invece, aspettava tempo meglio
opportuno ai suoi disegni; ed il Savonarola, profittando della tregua,
s’era ritirato nel convento, dove con attività veramente incredibile,
davasi tutto a scrivere nuovi trattati, a pubblicare quelli già
scritti. Noi li accenneremo brevemente, per discorrere più a lungo
della sua grande opera, il _Trionfo della Croce_, che in questi giorni
appunto fu data alla luce.
Noteremo, innanzi tutto, un opuscolo di poche pagine, che chiamò
_Lamentatio Sponsæ Christi_. In esso lamenta lo scempio che i sacerdoti
del suo tempo facevano di tutto il gregge cristiano.[112] In questo
tempo pare che fosse pubblicato anche il _Trattato sopra i sette gradi
della vita spirituale di San Bonaventura_,[113] il quale, siccome
dice il titolo stesso, altro non è che un breve sunto dell’opera di
quell’antico dottore della Chiesa. Molte epistole a stampa indirizzò
ai frati di San Marco. In una, _Dello adoperarsi in carità_, dimostra
come in tutti i luoghi e in tutte le condizioni si può esercitare
la carità; epperò il vero cristiano deve dire, come il filosofo,
_omnia mea mecum porto_. In un’altra epistola, scritta quest’anno,
la vigilia dell’Assunta, si congratula della loro fermezza; ed in una
terza ragiona _Del discreto modo di fare orazione_.[114] Continuando
a crescere le richieste di lettere, che ogni giorno gli venivano da
tutte parti, egli volle mettervi un termine colla sua bella _Epistola
alle suore del terzo Ordine di San Domenico_, volgarmente chiamate
di _Annalena_. «Lo scrivere continuamente,» egli diceva, «è inutile,
quando chi legge non lo adopera. Io ho scritto già tanto che ho
abbracciato tutta la vita cristiana; onde non posso prendere di nuovo
la penna, per moltiplicare inutilmente i trattati. Il dire e ripetere
più volte le stesse cose, può giovare nelle prediche, perchè le parole
fuggono e non restano bene impresse; ma negli scritti bisogna, invece,
leggere e rileggere. Il sacro vangelo non fu scritto in carta, nè
sopra tavole di pietra; ma fu impresso nel cuore degli apostoli, e
così operò tanti miracoli. Voi, che chiedete sempre nuove esortazioni
e nuove epistole, siete di quelli che, leggendo molto e adoperando
poco, non imparano mai nulla. Valse più a Sant’Antonio l’avere udito:
va e vendi ciò che tu hai, detto ai poveri, e séguita me; che non
vale a molti gran teologi, volgere e rivolgere tutta la teologia.
Adunque, dilettissime, avendo tante opere volgari che basterebbero alla
salute di tutto il mondo; non bisogna, senza necessità, moltiplicare i
trattati e le epistole; ma, piuttosto, leggere le cose scritte e quelle
seguire colle opere.»[115]
Fra i moltissimi scritti minori del Savonarola, bisogna rammentare la
sua _Expositio di Abachuc_, operetta latina che è rimasta finora, non
solamente inedita, ma neppure esaminata, a cagione dei manoscritti
quasi indeciferabili. Noi non possiamo determinare il tempo in cui fu
scritta; ma sembra che fosse antecedente alla scomunica. Il testo del
profeta non è pel Savonarola, che una semplice occasione a parlare
della giustizia divina, ed a svolgere quei medesimi argomenti, che
tante volte abbiam veduti esposti nelle sue prediche. «La storia
del Vecchio Testamento,» egli dice, «deve persuaderci intorno alla
necessità del vicino flagello; onde noi dobbiamo colle buone opere,
con la orazione e con la Sacra Scrittura apparecchiarci a sostenerlo.
Il profeta Abacuc si lamentava col Signore delle persecuzioni
sofferte; e noi prendiamo ad esporlo, acciocchè la sua audacia sia
utile ammaestramento a promuovere la nostra umiltà. Il Signore è
perfettissimo; ma niuno può investigare i suoi giudizi, senza una
grande umiltà; epperò, anche il profeta Abacuc, per la sua audacia,
venne confuso. Egli si lamenta di vedere il trionfo dei malvagi e
l’oppressione de’ buoni; e non s’avvede come ciò segue appunto, per
punire i peccati degli uomini, per chiamare i buoni a penitenza.
Così è sempre avvenuto; così avviene oggi sotto i vostri occhi, nelle
persecuzioni che noi medesimi soffriamo. Ma, quando noi ci umiliamo
al Signore; allora subito comprendiamo che significhi questo trionfo
dei malvagi, quale sia la loro felicità.» E qui il Savonarola si
scaglia terribilmente contro le ricchezze e i beni mondani, contro
gli ecclesiastici che le cercano; e finalmente conclude che i buoni
in mezzo alle loro tribolazioni, sono assai più felici dei malvagi
che trionfano, e debbono ringraziare il Signore che li chiama a sè
col flagello. Sebbene questa operetta non abbia grande originalità,
meritava una particolar menzione; non solo perchè finora inedita, ma
ancora perchè ci dà un saggio di quei brevi trattati, che si trovano
autografi e da niuno esaminati, in principio ed in fine della sua
Bibbia postillata.[116] Qui pure dobbiamo rammentare molti abbozzi,
o appunti, o compendii assai ristretti di Sermoni inediti, che si
trovano nella Magliabechiana. Ma una parte di questi scritti inediti
sarà da noi pubblicata; di un’altra daremo più particolare notizia
nell’appendice a quest’opera.
Ora finalmente è tempo di venire a discorrere del _Trionfo della
Croce_. Il Savonarola ci dà in esso una compiuta esposizione della
dottrina cattolica, con una gran forza d’analisi, con un metodo
filosofico e nuovo, ponendo da parte quella scolastica che fino allora
aveva formato parte essenziale d’ogni opera di teologia. Invero, il
Savonarola fu nel secolo decimoquinto, il glorioso iniziatore di
quella nobile scuola che si onorò più tardi dei nomi di Bossuet e
di Leibnitz;[117] e che, poi, decadde con sì gran danno della fede
cattolica e degli studi religiosi. La scolastica, infatti, ha di nuovo
trionfato nella teologia; e quel metodo più semplice e scientifico, che
il nostro autore aveva iniziato or sono quattro secoli, con tanto onore
del suo nome, sembra oggi ancora un progresso invano desiderato!
Il Savonarola si propone in quest’opera, di ricercare ed esporre le
verità della fede, per mezzo della ragione naturale: «non perchè la
fede, dono gratuito di Dio, possa procedere dalla ragione; ma perchè
questa serve a combattere gl’infedeli, o ad aprire loro la via di
salute; ridesta i tepidi, conferma i credenti.» «Noi adunque» così
prosegue l’autore «non ci fonderemo sopra alcuna autorità; e per
tal modo procederemo, come se non si avesse a credere ad uomo del
mondo, quantunque sapiente, ma solo alla ragione naturale.»[118]
Questo linguaggio, nel secolo XV, secolo d’autorità e di servitù
intellettuale, era, come noi abbiamo già notato, un segno di
grandissimo ardire ed originalità. Ma più notevole, ancora, è il
considerare come il Savonarola sapesse rimaner sempre fedele a questa
bandiera, e condurre tutta l’opera con questi principii. «La ragione,»
egli dice, «procede dalle cose visibili alle invisibili, perchè
le nostre cognizioni incominciano dal senso che conosce solamente
l’estrinseco delle cose; l’intelletto, però, ne penetra la sostanza, e
dalla cognizione di essa si eleva alle cose invisibili ed a Dio. Or,
come i filosofi ricercano Iddio, nelle maravigliose e visibili opere
della natura; così noi vogliamo, nella Chiesa visibile, ricercare e
ritrovare la invisibile, ed il capo supremo di essa, Gesù Cristo.»[119]
«I filosofi raccolsero, come in un quadro, tutte le opere e tutti gli
esseri della creazione, per meglio vederne l’insieme e riconoscerne la
divinità. Noi vogliamo, del pari, raccogliere tutte le opere visibili
di Cristo e della sua Chiesa, in una sola immagine; acciò che in essa
più facilmente risplenda la loro divinità.» Questa immagine è quella
stessa, di cui sovente si ragiona nei Sermoni del Savonarola. Egli
descrive un mistico carro, che percorre il mondo, trionfando. Sopra
di esso è Cristo vittorioso, incoronato di spine, piagato delle sue
ferite, illuminato da una celeste luce che viene dall’alto. Nella
destra ha il vecchio e nuovo Testamento, nella sinistra la croce e gli
altri segni della passione; ai suoi piedi sono il calice, l’ostia,
tutti i simboli de’ sacramenti; quivi ancora siede la Vergine Maria
che ha presso di sè le urne colle ceneri dei martiri. Il carro è tirato
dagli Apostoli, predicatori e profeti; segue la moltitudine dei fedeli
e dei martiri; e dietro a loro gl’infedeli, i miscredenti, i nemici di
Cristo coi loro idoli prostrati, i libri arsi, gli altari abbassati.
Così questo carro cammina pel mondo, di trionfo in trionfo, abbattendo
e vincendo ogni ostacolo.[120] «Questo carro,» diceva il Savonarola,
«sarà come un nuovo mondo da cui caveremo una nuova filosofia. Ma,
siccome in tutte le scienze bisogna ammettere certi primi principii dai
quali si parte; così anche noi dobbiamo ammettere, come indisputabili,
alcuni fatti da cui dobbiamo procedere: — Che Cristo, cioè, è stato
crocifisso, adorato, ed ha convertito il mondo; che la Vergine, i
martiri, la Santa Trinità sono adorati dai Cristiani, e così via
discorrendo. Questi sono fatti che niun uomo di sano intelletto può
negare; e se alcuni scrittori pagani li tacquero; migliaia di loro li
confermarono, convertendosi.»[121]
Qui l’autore entra finalmente in materia, e con argomenti affatto
razionali, discorre l’esistenza di Dio ed i suoi attributi. Egli lo
considera come primo motore, come causa prima, e così, discorrendo
per tutti i noti argomenti della scuola, si ferma più particolarmente
a questo: «Nessuna inclinazione della natura è vana; ora siccome
tutto il genere umano ha fede e crede naturalmente nella esistenza
d’un Dio, così bisogna inferirne ch’esso veramente esista; altrimenti
noi dovremmo dire che una inclinazione della natura è vana, il che
è contrario alla esperienza universale. Nelle cose inanimate, negli
animali e, più di tutto, nell’uomo, noi troviamo sempre che in natura
nulla è vano, tutto è ordinato ad un fine.» Dopo di ciò, il Savonarola
viene agli attributi divini e dice che Dio non è corpo, non forma
di corpo, non cosa composta; ma uno, immutabile, eterno, sommo bene,
infinita potenza. E qui passa a considerare che il fine vero dell’uomo
sta nella contemplazione delle cose divine, e non può raggiungersi che
nell’altra vita; onde ne segue che l’anima debba assolutamente essere
immortale.[122]
Il secondo libro tratta di quelle cose che sovrastanno alla ragione; ma
che, pure, si conoscono con l’aiuto di essa, ammettendo, anzi pigliando
per punto di partenza le opere indispensabili e soprannaturali di
Cristo e della sua Chiesa. «Noi possiamo colla sola ragione giungere
a conoscer l’esistenza di Dio; ma non potremo giammai arrivare a
conoscere la Trinità, senza partire dagli effetti maravigliosi
e soprannaturali di essa. La prima è cosa che s’appartiene più
specialmente al filosofo; la seconda forma il soggetto precipuo
di questo lavoro, in cui noi vogliamo dalle opere soprannaturali
e visibili della Chiesa, risalire, con l’aiuto della ragione, alla
Chiesa invisibile ed a Cristo.[123] Innanzi tutto diremo che, siccome
l’esistenza di Dio vien confermata dalla fede che naturalmente mostrano
in esso tutti gli uomini, così può affermarsi lo stesso dell’esistenza
d’una vera religione; perchè ogni uomo tende, per natura, a rendere
culto ed omaggio al suo Dio. Ed ove questi, se così vogliam dire,
divini istinti, non corrispondessero a nulla di reale; il Signore
che li ha messi nel nostro cuore, ci avrebbe ingannato, il che non è
presumibile.»[124] Ciò posto, il Savonarola continua: «Ogni religione
ha due culti; l’uno esterno; l’altro, infinitamente più nobile, è
il culto interno, che si manifesta nella buona vita, ed è il più
grande omaggio, il vero culto che si possa dalla creatura rendere al
creatore.[125] Quella religione, adunque, noi diremo vera fra tutte,
che c’insegna una vita migliore. E quale potrà gareggiare colla
cristiana, che ci fa abbandonare tutte le cose mondane, per correre
dietro alle spirituali? Che c’indirizza alla contemplazione stessa di
Dio, che è il solo fine di cui si possa appagare la nostra anima ed il
nostro intelletto, il quale più intende e più è capace d’intendere,
niuna cosa finita può soddisfare la sua brama infinita, e non trova
riposo che in Dio? Ma siccome Dio è infinito e l’intelletto è finito,
così v’è bisogno della grazia, la quale, per mezzo della buona vita, ci
conduce alla vera beatitudine.»[126]
«Se poi volessimo ricercare altre prove in favore della cristiana
religione, il numero ne sarebbe infinito. La Bibbia e massime le
profezie, in gran parte già adempiute, basterebbero a persuadere
ogni più incredulo.[127] Noi vediamo, ancora, l’effetto maraviglioso
e soprannaturale, che segue nell’animo e nella vita dei fedeli che
frequentano i sacramenti; noi vediamo la letizia e la pace interna
dell’animo, trasparire e rilucere nei loro volti.» E qui il Savonarola
si fa a descrivere minutamente questa spirituale bellezza, questa
interna tranquillità d’animo; ne esalta la nobiltà ed il potere. «La
sola presenza di papa Leone bastò a frenare e convertire Attila re
degli Unni; quella di San Benedetto convertì Totila. Nulla è così
imponente, come l’aspetto del vero e buon cristiano; nulla così sublime
come la pace del suo animo; per essa i martiri poteron lietamente
morire fra i tormenti.»[128]
Dopo aver dimostrato la necessità d’una vera religione, e come la
cristiana è quella; viene il Savonarola ad esaminare le opere di
Colui che n’è l’autore. — Gesù Cristo che sarebbe egli, se non fosse
veramente un Dio? — Rovesciare tutte le religioni, tutti gl’idoli;
farsi credere una cosa stessa con Dio; far credere alla Eucarestia
ed alla verginità di sua madre: che nome potrebbero aver queste
cose, se fossero state fatte con inganno? E sarebbe egli stato
possibile convertire a questo inganno, quasi tutto il mondo; avere
una moltitudine infinita di martiri; rovesciare l’imperio; dar Roma in
mano di un pescatore; e far tutto ciò contro i sacerdoti della vecchia
legge, contro la forza dell’impero e di quasi tutto il mondo riunito;
senza armi, senza oro, nè per mezzo di ragioni naturali? Che cosa,
infatti, potrebbero i ragionamenti in quelle cose che trascendono la
ragione? I filosofi, col loro eterno argomentare, non fecero altro
che scuole ristrette in piccolo numero di seguaci; ma quasi nessuno
di loro riuscì a portare i suoi precetti nella pratica della vita. Il
cristianesimo, invece, si distese su tutta la terra ed, insegnando
una dottrina che supera la ragione, promettendo un premio che passa
l’immaginazione, convertì il mondo non solo a credere ma anche ad
operare. Chi si mette a contemplare quest’opera, non potrà fare altro
che levare inni di lode al Signore; e dovrà esser persuaso che essa ha
innalzato l’uomo a Dio, che Cristo è il nostro ultimo fine, e per suo
mezzo solamente si può ottenere la salvazione.[129]
Il terzo libro, discendendo più oltre nei particolari, tratta degli
articoli della fede, dei precetti morali, delle leggi e cerimonie della
Chiesa. «Queste cose,» dice il Savonarola, «sono state già esposte da
molti dottori; onde noi non faremo che raccoglierle insieme. E, prima
di tutto, vogliamo notare che non deve far maraviglia, se alcuni dommi
della religione passano i confini dell’umana ragione. Non si vede,
forse, assai spesso, che un uomo non può arrivare ai pensieri d’un
altro uomo? Potremo, dunque, maravigliarci, se la creatura non arriva
all’altezza del Creatore?» Ciò detto, passa ad enumerare gli articoli
di nostra fede.
E qui non staremo a seguir l’autore, perchè esso ripete ciò che si
trova in tutti i teologi; ma, ancora in questa semplice esposizione,
trasparisce assai spesso la sua originalità. Nel discorrere della
Trinità, egli osserva che, sebbene l’unità delle tre persone sia un
mistero; noi possiamo, nondimeno, trovarne quasi una certa immagine
in tutta la natura; ed a misura che ascendiamo i vari gradi della
creazione, troveremo che quella immagine si va perfezionando.
Osserviamo, egli dice, la pianta, e noi vedremo che il frutto è
legato all’albero solo esternamente; andiamo all’animale, e vedremo
che il figlio resta più mesi nell’utero della madre; ascendiamo alla
generazione del pensiero, e noi lo troveremo assai più intrinseco alla
mente da cui è partorito, quasi inseparabile da essa. Qui, dunque, si
può dire che sia una vera immagine della Trinità: noi abbiamo la mente
che pensa, il concetto che da essa vien generato, e l’amore che questo
le ispira; son veramente come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Ma fin qui, è un’immagine ancora troppo pallida: quando l’uomo si
eleva alla contemplazione di Dio; allora l’immagine diviene assai più
perfetta, perchè la mente si trova rapita e confusa nell’oggetto che
contempla. Nondimeno, noi restiam sempre avviluppati nei sensi; epperò
non possiamo, quaggiù, elevarci mai a quell’altezza cui giungeremo
solo nell’altra vita. Ivi la contemplazione è assai più perfetta, sarà
come una confusione in Dio, e splenderà in noi chiarissima l’immagine
della Trinità. E se a tanto può ascendere l’uomo, che sarà del Signore
istesso? In Lui, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo son veramente
una sola e medesima cosa; la sua sostanza, il suo essere è trino ed
uno. Così la Trinità diviene come legge universale della natura che,
seguendo quella legge medesima, tende a Dio; ed a misura che più
s’avvicina a Lui, meglio rappresenta in sè l’immagine della Trinità
divina. Dobbiamo, quindi, persuaderci che, se non possiamo comprender
pienamente il mistero; ciò è solo perchè esso trascende, non perchè
contrasti alla ragione.[130]
«Le medesime idee,» così dice il Savonarola, «ci aprono l’adito
a meglio comprendere ed esporre il mistero della Incarnazione. Il
Signore si è avvicinato all’uomo; non già per abbassare sè stesso, ma
per innalzare la creatura la quale, sebbene finita, ha potuto sperare
d’elevarsi alla beatitudine infinita, solo perchè il mistero della
Incarnazione gliene dette quasi un esempio ed un pegno sicuro. Gli
uomini furono, allora, come infiammati ed ebbri di gioia; abbandonarono
le cose mondane; contrassero familiarità colle celesti; e tutti,
per esse, sfidarono la morte.»[131] Discorrendo, poi, del peccato
originale; egli dice che l’uomo non deve dolersi di portare la pena
della colpa d’Adamo, perchè la giustizia era un dono gratuito che ci fu
concesso in Adamo, e in lui lo perdemmo.[132]
Procedendo sempre più nei particolari, viene a discorrere delle
costituzioni e canoni della Chiesa, ed osserva; che siccome fra gli
uomini v’è una legge immutabile di natura, da cui si derivano tutte
quelle leggi che si chiamano positive e sono particolari a ciascun
popolo, che mutano a seconda dei tempi e dei luoghi; così v’è anche una
legge divina, o sia legge morale eterna, di cui solo la grazia ci rende
pienamente partecipi, e si applica non solamente alle azioni, ma anche
ai pensieri, anzi al più intimo e segreto del nostro cuore. Essa è la
sola fonte da cui derivano le leggi particolari della Chiesa; sopra
di essa debbonsi fondare i suoi canoni e le sue costituzioni, come
sul diritto di natura solamente si deve fondare il diritto positivo.
E quelle due leggi primitive di nostra natura, la morale cioè e la
naturale, sono fra loro in reciproco rapporto; però la prima solamente
è legge compiuta, legge universale che riguarda l’uomo in tutta la
sua vita; quando l’altra si limita a considerare solamente le azioni
esterne, perchè inefficace a penetrare l’interno dell’animo, dove
è veramente la sede del bene e del male. La legge naturale, quindi,
potrebbe essere considerata come parte minima della legge morale, colla
quale non deve nè può mai contrastare. «Onde noi,» così conclude il
Savonarola, «non disprezziamo le buone opere e razionabili leggi, così
di gente come di filosofi e imperatori gentili; ma di tutte le dottrine
e libri, raccogliamo quello che è vero e buono, affermando ogni vero
e ogni buono essere da Dio, e essere fatto proprio per gli eletti
suoi.»[133]
Il Savonarola viene finalmente a parlare dei sacramenti, che chiama
cause seconde della salute spirituale, la prima causa essendo Gesù
Cristo. Essi sono, a dir vero, come strumenti di cui il Signore si vale
a conferire ed accrescere la grazia; segni visibili che rappresentano
maravigliosamente lo scopo invisibile a cui sono destinati. Noi qui
non ci fermeremo ad esporre partitamente la dottrina del Savonarola
intorno ai sacramenti, nei quali segue fedelmente i padri della Chiesa;
e neppure ci fermeremo a ripetere là minuta descrizione che ne fa, e
le singolari allegorie che vi ritrova. Esso li considera come destinati
tutti al sacramento dell’eucaristia, e come formanti, nel loro insieme,
un mondo mirabile di spirituale armonia e bellezza.[134]
Dopo aver dimostrato l’esistenza di Dio e la necessità d’una
religione; dopo avere esposto l’eccellenza, in tutte le sue parti,
della cristiana; il Savonarola vien finalmente, nel quarto ed ultimo
libro, a combattere tutte le altre dottrine e religioni, ed a provare
la nullità loro, in comparazione delle dottrine cristiane. Incomincia
dai filosofi, ed espone la strana varietà dei loro giudizii su tutte
le quistioni più importanti; onde ne segue che chiunque abbandona la
religione, si trova subito caduto in un laberinto senza fondo e senza
misura, da cui non potrà mai più uscire.[135] E, così procedendo oltre,
egli combatte l’Astrologia giudiziaria, contro la quale già aveva
scritto un piccolo trattato;[136] combatte le varie sette d’idolatria,
e con la Bibbia in mano combatte gli Ebrei. Viene, poi, a tutti gli
eretici o scismatici; e si ferma principalmente a discorrere contro
i Maomettani.[137] E, quindi, piglia argomento a concludere col
definire e difender nuovamente la Chiesa militante. «Essa è una, ed
ha un sol capo, a similitudine della Chiesa trionfante di cui deve
rendere immagine, e che viene governata in cielo da Gesù Cristo.»
Qui il Savonarola cita tutti quei brani della Bibbia, nei quali più
apertamente viene sostenuta l’unità della Chiesa e l’autorità del
papa. «San Giovanni ha detto che deve esserci un solo ovile ed un
solo pastore; epperò, sebbene Cristo sia in cielo il vero e solo
capo della Chiesa, ha pure lasciato San Pietro a rappresentarlo sulla
terra, dicendogli: Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la
mia Chiesa; e darotti le chiavi del cielo; e quello che tu legherai
o scioglierai in terra, sarà legato e sciolto in cielo. Nè questo può
intendersi di Pietro solamente, perchè Iddio ha promesso che la Chiesa
resterebbe in terra sino alla fine del mondo; deve quindi intendersi
di Pietro e de’ suoi successori. Onde è manifesto che tutti i fedeli
si debbono riunire al pontefice, come capo supremo della Chiesa romana,
maestra di tutte le altre; _e chi si parte dalla dottrina della Chiesa
Romana, si parte da Cristo._»[138]
Così finiva quest’opera, la quale, mentre faceva un’esposizione e
una difesa del Cattolicismo, era anche una piena e larga apologia del
Savonarola. Lo stesso Alessandro VI non avrebbe potuto chiedere una
professione di fede più esplicita, una sottomissione più assoluta
all’autorità della Santa Sede. E, veramente, i dommi cattolici non
furono mai, neppur lontanamente, attaccati dal Savonarola; ma sibbene
gli uomini che li adulteravano: egli rispettava ed esaltava con
entusiasmo la religione; ma combatteva fieramente le abominazioni
papali e clericali, che la mettevano in pericolo. Il suo _Trionfo
della Croce_ venne adottato come libro d’insegnamento, anche dalla
congregazione _de propaganda fide_; e fu da valentissimi teologi
giudicato uno dei trattati più compiuti, quanto alla materia; più
originali, quanto alla esposizione.[139] Certo, non si potrebbe in esso
ritrovare tutto il Savonarola; perchè egli era un uomo che ingigantiva
nella lotta, e solamente sul pergamo si manifestava intero. Pure in
quell’opera splendono le migliori qualità del suo ingegno e della
sua dottrina, la quale abbracciava quasi tutto lo scibile filosofico
e religioso de’ suoi tempi: la teologia scolastica e la mistica, la
filosofia aristotelica e la neo-platonica, erano con uguale maestria
adoperate; senza cadere in alcuno di quegli eccessi che se ne videro
risultare più tardi.
Nel XVI e XVII secolo, in fatti, quegli elementi del sapere si
divisero; e ciascuno, a sua volta dominando, travarcò facilmente i
limiti: gli aristotelici inclinarono al materialismo, i platonici
al panteismo, i mistici agevolarono il cammino alla Riforma. Ma nel
Savonarola, queste dottrine restavano unite in una sola sintesi,
e facevano parte d’un sapere più vasto. La filosofia d’Aristotele,
educazione della sua giovanezza, aiutava l’esposizione teologica; il
misticismo soddisfaceva alle tendenze del suo cuore acceso; la dottrina
dei neo-platonici era come una base scientifica al suo misticismo. E
tutto ciò alimentava lo zelo ardente d’un animo religioso, che passava
i suoi giorni nella contemplazione delle cose celesti, nella fervida
ammirazione dei Santi Padri e delle Sacre Carte. Una dottrina così
varia e diversa, aiuta, in lui, i voli d’una mente libera ed originale,
che corre inevitabilmente dietro al vero, tende sempre all’alto e,
senza quasi avvedersene, pone i germi d’una nuova filosofia. Epperò
chi, essendo dominato da qualche idea preconcetta, o non sapendo
penetrare tutto l’animo e tutta la mente del Savonarola, si ponesse
a considerarne solo un lato; non farebbe che alterare grandemente
l’indole delle sue idee, il valore delle sue azioni; e restringerebbe,
per così dire, in un angolo del suo secolo, quell’uomo che lo
abbracciava e rappresentava tutto intero.
CAPITOLO QUINTO.
Il Savonarola riprende le prediche nella Sessagesima. Secondo
_bruciamento delle vanità_; nuovi brevi del Papa; continua la
predicazione.
L’anno 1497 volgeva, intanto, al suo fine, e la repubblica era stanca
della lentezza, con cui procedevano le trattative col Papa. S’era
inviato a Roma messer Domenico Bonsi, come nuovo oratore; acciò,
insieme col Bracci, sollecitasse la causa del Savonarola, e conducesse
ad un qualche termine la Decima sopra i beni ecclesiastici, ed altre
cose d’importanza: ma tutto era invano. Il Santo Padre rimetteva sempre
ogni altra faccenda, sino a che non fosse assettata ed ordinata quella
del Frate, il quale egli voleva aver nelle mani, e la repubblica non
voleva nè poteva concederlo. E se i magistrati erano stanchi del vano
temporeggiare, più stanco assai ed impaziente ne era il Savonarola, cui
il lungo silenzio diveniva oggimai incomportabile. Eran più di sei mesi
che, chiuso nella sua cella, non aveva fatto altro che esporre negli
scritti la sua dottrina e difenderla da tutti i lati: aveva provata
la nullità della scomunica; dimostrato che un buon cattolico può
resistere agl’ingiusti comandi di un papa male informato e corrotto; e
finalmente egli aveva, col _Trionfo della Croce_, messo un monumento
perenne della sua fama e della sua innocenza. Niuno, oggimai, poteva
più credere che volesse dividere la Chiesa colui che sì esplicitamente
aveva riconosciuto l’autorità delle somme chiavi, e che solo protestava
contro l’osceno e inverecondo abuso ne facevano i tristi. Il papa
stesso non ardiva accusare la sua dottrina; i cardinali, dopo lungo
esame, non potevano appuntarla in nulla. La lotta del Borgia col Frate
era evidentemente una lotta politica e personale; che diveniva sempre
più scandalosa; che ogni giorno faceva trionfare il mal costume in
Firenze, ed empiva la città delle più strane dicerie: l’attendere
riusciva, perciò, vano e pericoloso.
Nel giorno di Natale, finalmente, il Savonarola ruppe ogni indugio
e celebrò le tre messe solenni; comunicò tutti i suoi religiosi ed
una gran moltitudine di secolari che era accorsa; fece, poi, una
solenne processione nella piazza di San Marco, seguito da’ suoi
frati. In questo mezzo molti amici, avendo già col consenso della
Signoria rimesso in Duomo i soliti gradini e le panche, venivano a
sollecitarlo istantemente perchè ripigliasse la predica; ed egli,
che non aveva gran bisogno d’essere sollecitato, promise di risalire
sul pergamo nella prossima domenica della Settuagesima (11 febbraio
1498). Vi si oppose l’Arcivescovo di Firenze, M. Lionardo de’ Medici
il quale, con ordine espresso, non solo proibiva severamente ad ogni
ecclesiastico di assistere alla predica; ma imponeva ai parrochi, che
insistessero presso i loro popoli, sulla gravità ed importanza della
scomunica, minacciando a chiunque andasse a udire il Savonarola, che
non sarebbe da essi ricevuto nè alla confessione nè alla comunione
nè alla sepoltura in luoghi consacrati. La Signoria, però, vi pose
subito rimedio, col partecipare al vescovo che, se fra due ore non si
dimetteva dal suo ufficio, sarebbe dichiarato ribelle.[140] E così nel
giorno stabilito, la predica incominciava senza trovare alcun ostacolo:
la novità del caso e l’audacia del Frate richiamavano un uditorio oltre
il solito numeroso.
La scomunica, l’autorità del papa, la libertà della coscienza nel
resistere ai comandi ingiusti, dovevano naturalmente essere il soggetto
principale di questi nuovi sermoni, — «O Signore, tu mi hai messo in un
mare, dove io non posso nè voglio tornare indietro. Ma io ti chiedo la
grazia di non farmi dir nulla che sia contrario alla Sacra Scrittura ed
alla Chiesa. Ora veniamo alla scomunica. Sappiate, adunque, che Iddio
governa il mondo per le cause seconde; ed il buon principe, il buono
ecclesiastico non è altro che uno strumento nella mano del Signore
a governare il popolo. Quando, però, l’agente superiore si ritrae da
lui, esso allora non è più strumento, è _ferro rotto_. Ma come, dirai
tu, m’accorgerò io se manca o no l’agente principale? Guarda se le
sue leggi e i suoi comandi sono contrari a ciò che è il principio e la
radice di tutta la sapienza, cioè a dire, il ben vivere e la carità;
e quando sono contrari, tu puoi veramente esser sicuro che esso è
_ferro rotto_, e non sei tenuto ad obbedire. Ora, dimmi un poco, che
cosa vogliono costoro che, colle false informazioni, hanno procurato
la scomunica? Ognuno lo sa: levar via il ben vivere e il buon governo,
aprire la porta ad ogni vizio. Onde, venuta la scomunica, subito s’è
messo mano a taverne, a lascivie, ad ogni vizio; ed il ben vivere è
andato per terra. Epperò io ti dico che, se siamo maledetti in terra,
siamo benedetti in cielo.
»La perfezione nostra non sta nella fede o nella legge, ma nella
carità; e solo chi ha questa, conosce ciò che è necessario alla
salute.[141] Oggi non si fanno che leggi e canoni e piati; ma gli
Apostoli non avevano tante leggi, perchè ardevano d’amore e di
carità. Tutta la teologia, tutte le leggi canoniche e civili, tutte
le cerimonie della Chiesa sono ordinate alla carità, e tutto il mondo
è stato fatto da Dio per la carità. Chi, adunque, comanda contro alla
carità, che è plenitudine della nostra legge, _anathema sit_. Se pure
lo dicesse un angelo; se lo dicessero tutti i santi e la Vergine Maria
(il che certo non è possibile), _anathema sit_. Se alcuna legge o
canone o concilio lo dicesse, _anathema sit_. E se alcun papa ha mai
detto contro a questo che ora io dico, sia escomunicato. Non dico già
che vi sia stato; ma se vi fu, esso non era istrumento del Signore,
esso era _ferro rotto_.
»Alcuni hanno paura che, sebbene questa scomunica non vale quanto
a Dio, la valga quanto alla Chiesa. A me basta non essere legato da
Cristo. O Signor mio, se io mi faccio assolvere da questa scomunica,
mandami all’inferno; io me ne farei scrupolo di peccato mortale. — Oh
Padre! e’ c’è anche dei frati che parlano di questa scomunica, e dicono
che la vale e non ci vogliono assolvere. — Volete che io v’insegni
il modo? Deh! è meglio che io mi taccia. Ma vi dirò pur questo: fate
così.» — E qui il Savonarola batteva insieme due chiavi, a significare
con quel rumore, che i danari riuscivano a tutto presso i religiosi
del suo tempo. — «Oh Padre!,» così egli continuava, «ma tu dicesti
che lasciassimo pur venire la scomunica, che la portassimo sopra una
lancia, e tu allora avresti aperto ogni cosa. — Io ti rispondo che la
non è venuta tutta;[142] e però non hai visto ogni cosa. Ma pure hai
visto, come a Roma qualcuno ha perduto il figlio;[143] ed hai visto,
che qui è morto qualcuno che anderà in inferno, e vedrete i processi
loro.[144] Ancora non sono stato costretto al miracolo; ma, a suo
tempo, il Signore allargherà la mano; ed ora tu hai già visto tanti
segni, che non v’è più bisogno di miracoli.[145] Che miracolo maggiore
del crescere di questa dottrina, fra tante contradizioni? Cittadini,
donne, bisogna mettere la vita per questa verità. Io mi volgo a te,
o Signore, tu moristi per la verità, ed io li prego che tu mi faccia
morire solo in sua difesa, a salute dei tuoi eletti e di questo
popolo.»[146]
Il giorno 15 di quel mese, fece in San Marco una lezione intorno
all’ufficio e carattere del sacerdote; ed i vizi del clero furon allora
terribilmente condannati. «Quando io penso alla vita dei sacerdoti, mi
bisogna piangere. O fratelli e figliuoli miei, piangete sopra questi
mali della Chiesa, acciò il Signore chiami a penitenza i sacerdoti;
perchè si vede che un gran flagello è sopra di loro. La chierica è
quella che mantiene ogni scelleratezza. Comincia pur da Roma: e’ si
fanno beffe di Cristo e dei Santi; son peggio che Turchi, peggio che
Mori. Non solamente non vogliono patire per Dio, ma vendono perfino i
sacramenti. Oggi vi sono sensali sopra i benefizi, e si vendono a chi
più ne dà! Credete che Gesù Cristo voglia più sopportarlo? Guai, guai
all’Italia ed a Roma! — Venite, venite, sacerdoti; venite, frati miei;
vediamo se possiamo risuscitare un poco l’amore di Dio. — Oh Padre! noi
saremo messi in prigione, noi saremo perseguitati e morti: sia pure.
Ammazzino quanto vogliono, chè non mi torranno, però, Cristo dal cuore.
Io voglio morire per il mio Dio.
»Tu sei stato a Roma, e conosci pur la vita di questi preti. Dimmi: che
ti paiono essi sostenitori della Chiesa, o signori temporali? Hanno
cortigiani, e scudieri, e cavalli, e cani; le loro case son piene
di tappeti, di sete, di profumi e di servi: párti che questa sia la
Chiesa di Dio? La loro superbia empie il mondo, e non è minore la loro
avarizia. Ogni cosa fanno per danaro, e le campane loro suonano ad
avarizia, e non chiamano che pane, danari e candele. Vanno in coro a
vespri ed offici, perchè vi corre il guadagno; non vanno ai mattutini,
perchè non v’è distribuzione. Vendono i benefizi, vendono i sacramenti,
vendono le messe dei matrimonii, vendono ogni cosa. E, poi, hanno paura
della scomunica! Non vogliono partecipare _in divinis_ con chi viene
alla predica; ma non rammentano che sono stati ad accompagnare il morto
con i frati stessi di San Marco. Dove, adunque, ne va il guadagno, la
scomunica non vale; ma dove torna loro a proposito, la vale. O Signore,
Signore, manda la tua spada!»[147]
Avanti che finisse il carnevale, fece il Savonarola altre due
prediche. Nella prima di esse, fatta la domenica della Sessagesima (18
febbraio), discorreva intorno al papa ed alla sua autorità, dicendo:
«Io presuppongo che non è uomo alcuno che non possa errare. Tu se’
pazzo a dire che il papa non possa errare: quanti papi sono stati
cattivi, che hanno errato!... Se e’ fossi vero che un papa non può mai
errare; noi dovrem, dunque, fare quel che fanno essi, e saremmo salvi?
Tu dirai: in quanto uomo, un papa può errare; ma non in quanto papa;
e io ti rispondo che il papa può errare, anche in questi processi e
sentenzie sue.[148] Va’, leggi quante costituzioni ha fatte un papa, e
un altro le ha guaste; e quante opinioni di papi, son contrarie fatte
da altri papi.» Dopo ciò, dichiarava che gli errori del papa possono
nascere o da mala volontà o da false informazioni; e, quindi, faceva la
storia di tutti i brevi venuti contro di lui, e delle contradizioni che
V’erano; il che non staremo a ripetere, per averlo altrove minutamente
raccontato.
«Ma perchè mai a Roma si adopera tanto contro di me? Credi forse per
la religione? Non già. Essi vogliono mutare governo, vogliono far
tirannia; e non si curano che vada per terra il ben vivere, il quale
sorge colla nostra dottrina, e cade con essa. Chi, adunque, combatte
questa dottrina, combatte la carità evangelica ed è veramente eretico.
Ma oggi, i predicatori sono al soldo de’ gran maestri, ed hanno
gran paura di dire la verità e contrastare a chi è sopra di loro.
Non seguiva così, quando i sacerdoti avevano dentro il vero spirito
cristiano: allora San Paolo riprendeva San Pietro, innanzi a tutti,
_quia reprehensibilis erat_.»
»Queste, adunque, son le ragioni che m’hanno impedito di scrivere a
Roma, e dire che io avevo errato. Ed a voi, che citate sempre canoni
e capitoli, rispondo che sono molti i quali li allegano, senza sapere
quel che si vogliano. Questi vostri canoni, voi li tirate e intendete a
vostro modo; e fate lecito e illecito quel che vi pare, sino al vendere
i benefizii. Ho inteso che c’è chi consiglierebbe apertamente di farlo:
ora non voglio entrare in questa disputa; ma un dì, forse, mi basterà
l’animo di mostrare che questa è una schietta eresia.»[149]
Nella domenica della Quinquagesima, il Savonarola fece l’ultima predica
di quel carnevale, trattando il medesimo soggetto, coi medesimi
argomenti. «Le leggi sono fatte per il bene; e debbono, perciò,
concordare con la ragione e con la carità. — Fàtti innanzi, prete o
frate, che t’ho preso per il braccio, e voglio provarti che tu sei
come una immagine dipinta: nulla di buono al di dentro. — Se il fine
della legge è il bene, la qualità della legge si conosce dai frutti che
porta: ove sono le buone opere, ivi è la buona legge; ove le opere son
cattive, ivi manca la buona legge. — Oh Padre! ma se tutto il mondo
ti venisse contro, che faresti tu? — Io starei saldo, perchè la mia
dottrina è la dottrina del ben vivere, e quindi viene da Dio; questa
scomunica contrasta al ben vivere, e perciò viene dal diavolo. — Oh
Padre! dicon, pure, li canoni, che quando la scomunica è ingiusta ed il
suo errore è occulto, bisogna temerla, per non far nascere scandalo.
— Questo è vero: quando tu vieni scomunicato d’un peccato del quale
sei innocente, e di cui il popolo ti crede colpevole; allora bisogna
sottomettersi, per evitare lo scandalo. Ma, quando la tua innocenza è
fatta palese agli occhi del mondo, come è il caso nostro, che scandalo
puoi allora temere? Io ti dico di più, che se tu sei scomunicato in
modo che, a volere osservare la scomunica, ti bisogna andare contro
alla carità; allora tu saresti obbligato a non osservarla. Se ti fosse
proibito, sotto pena di scomunica _latæ sententiæ_, di non soccorrere
uno che fosse in estrema necessità; io ti so dire, che non ci è allora
scomunica che tenga. Credi tu che le leggi sieno fatte per il male? Se
le sentenze ingiuste dovessero valere, un cattivo papa potria guastare
tutta la Chiesa, e bisognerebbe sottomettersi. Per me ti dico, che
queste scomuniche sono oggi a buona derrata; ed ognuno, per quattro
lire, può escomunicare chi gli piace: onde esse non valgono nulla.»
Il Savonarola conchiudeva quella predica, annunziando che, nell’ultimo
giorno di carnevale, avrebbe celebrata una messa, e data al popolo
una solenne benedizione nella piazza del convento. «Quando io sarò
col Sacramento in mano,» egli disse, «prego ognuno di voi che faccia
fervida orazione al Signore; perchè, se quest’opera non viene da
Lui, mandi un fuoco che mi assorba nell’inferno. Fate, ancora, una
simile orazione in tutti questi giorni; scrivetelo ed annunziatelo a
tutti.»[150] Era quella fede cieca e superstiziosa nel soprannaturale,
da cui il Savonarola non seppe mai liberarsi, e che minacciava sempre
d’esser causa della sua rovina. Egli era certissimo, che il Signore
avrebbe fatto qualche gran miracolo a provare la verità della sua
dottrina, quando l’ora del cimento fosse venuta. Lo diceva e ripeteva
con una ingenuità importuna, e singolarmente adatta a far nascere, ne’
suoi avversari, il desiderio di prenderlo in parola.
La solennità dell’ultimo giorno di carnevale, fu certo delle più
singolari. Dopo la messa solenne, una gran moltitudine venne comunicata
per le mani del Savonarola che, fatta una processione pel convento,
salì sopra un pergamo di legno, costruito a bella posta sulla porta
principale della Chiesa. Ivi, mentre che gli altri frati cantavano
salmi, fece alcune orazioni; si volse, quindi, a tutto il popolo
radunato nella piazza; gli rammentò di fare la convenuta orazione;
prese in mano il Sacramento e, benedicendo la moltitudine prostrata
e commossa, diceva a bassa voce: «O Signore, se io non opero con
sincerità di animo, se le mie parole non vengono da te, fulminami
in questo momento.» Nel suo volto era espresso uno straordinario
esaltamento, e si leggeva tutta la fede, con cui quelle parole venivano
pronunziate.
Dopo desinare, il popolo andò nuovamente in processione per la
città; onde raccoglier limosine e fare il secondo _bruciamento
delle vanità_. Questa volta, però, s’ebbero a soffrire ingiurie ed
insulti dai Compagnacci, i quali a chi strapparono il mantello e
levaron di mano le crocette rosse, a chi tirarono colpi con pietre o
bastoni. Arrivati, finalmente, nella piazza de’ Signori, vi trovarono
apparecchiata la piramide delle vanità, il cui valore, se bisogna
credere al Burlamacchi, superava, questa volta, quello dello scorso
carnevale. Sulla cima di essa v’era una immagine, in rilievo, di
Lucifero circondato dai sette peccati mortali. La moltitudine, radunata
intorno alla piramide, cantò il _Te Deum;_ e poi fu appiccato il fuoco
e compiuto il bruciamento, tra le grida di frenetica esultanza. La
processione volse allora il suo cammino verso la piazza del Duomo; e
quivi si fermò, per dare le limosine raccolte ai Buonuomini di San
Martino. Procedette, quindi, verso San Marco, dove piantarono il
Crocifisso in mezzo alla piazza: intorno ad esso frati e secolari,
dandosi la mano, formarono tre cerchi; e, girando, cantavano salmi e
canzoni spirituali.[151]
Così ebbe fine il carnevale dell’anno 1498, nel quale s’erano da capo
ridestate le passioni, eccitati gli animi, e c’era grande espettazione
di cose straordinarie. Le nuove prediche del Savonarola, sia per la
forza delle ragioni che adduceva, sia per la loro grande audacia, erano
accolte dal popolo con favore grandissimo e sempre crescente. Appena
finite, eran subito stampate in opuscoli separati, e correvano per
tutta Italia e fuori: «Perfino d’Alemagna,» esso diceva, «ci vengono
lettere dei nuovi seguaci, che va acquistando la nostra dottrina.»[152]
Era cominciato, per tutto, un fremito generale contro la corte di
Roma; il che metteva Alessandro Borgia in quel furore che ognuno
si può immaginare. «A Roma,» così una delle tante lettere, che si
scrivevano allora su questo soggetto, «s’è cominciato a sentire il suo
nuovo predicare e fannone gran caso. Io dubito di più serrata guerra,
e che cominceranno a venire ad arme corte: il nostro ambasciatore
che si trova colà, ne comincia avere paura.»[153] Infatti, ogni
giorno arrivavano lettere dagli oratori di Roma, e messer Domenico
Bonsi scriveva: «Io sono assalito da una moltitudine di cardinali e
prelati, i quali tutti vengono a biasimare fieramente la condotta della
Signoria, e dicono del grande sdegno del papa. Voi avete qui tanti
nemici, che soffieranno tutti abilissimamente in questo fuoco.»[154]
Ormai, nella corte di Roma, non si ragionava più d’altro che
dell’audacia di questo frate; il quale non voleva riconoscere autorità
superiore a quella di Dio e della propria coscienza; che chiamava papa
Alessandro _ferro rotto_, e ardiva dire che chi credeva alla validità
della scomunica era eretico! Queste voci risuonavano continuamente alle
orecchie del papa, il cui furore era talmente cresciuto, che minacciava
d’ora in ora dover prorompere. E fra coloro che più indefessamente
s’adoperavano ad aizzarlo, v’era quel frate Mariano da Gennazzano, che
aveva giurato di compiere la sua vendetta, ed ora vedeva avvicinarsene
il tempo. Tali e tante furono le accuse da lui mosse contro alla
dottrina del Savonarola, che finalmente ricevette dal papa commissione
di confutarla pubblicamente in sul pergamo.
Nella prima domenica di quaresima, la chiesa degli Agostiniani in Roma,
era piena d’una moltitudine insolita: innanzi al maggiore altare,
stavano seduti molti cardinali e prelati di grande autorità, venuti
tutti per assistere alla predica di frà Mariano. I fatti, però, non
risposero punto al nome che egli aveva, di grande teologo ed oratore.
Incominciò a parlare dell’autorità del pontefice, e dello Spirito Santo
che discende in lui, come negli apostoli; ma, in luogo di definire e
di confutare, fin dal principio si lasciò vincer dall’ira, e proruppe,
gridando e schiamazzando, in parole quasi oscene. «Questo è il vero
lume,» egli diceva; «non quello del Ferrarese che predica nel lume
del diavolo, e ardisce dire che il papa è ferro rotto. L’ebreone, il
ribaldone, il ladrone, che ha rubato danari, ed ha i tesori nascosti!
— O papa, o cardinali, come sopportate voi questo mostro, questa idra?
È venuta, dunque, a tale l’autorità della Chiesa, che un briacone come
questo, se l’abbia a gettar sotto i piedi, così vituperosamente? O
Collegio, o Pontefice, pigliate provvisione; voi non sapete quello che
egli si macchina; e’ dirà cose da fare oscurare il sole. Ma voi non
provvedete, ed ormai vi si può fare le fiche negli occhi; che se non
fosse per reverenzia, ve le farei.» — E nondimeno, volgendosi verso
i cardinali, fece l’atto osceno, e gridava che pareva un energumeno.
L’uditorio rimase scontentissimo d’un predicare così plateale; ed i
cardinali che si aspettavano una confutazione ragionata, non poterono
fare ammeno di non manifestare continuamente, coi cenni del capo, la
loro disapprovazione. E così il Gennazzano si trovava, anche allora,
sconfitto.[155]
In questo mezzo il Savonarola, sempre instancabile, dava alla luce
un nuovo _Trattato circa il reggimento e governo della città di
Firenze_.[156] Era stato invitato a scriverlo dalla passata Signoria:
ed egli, siccome dice nel suo proemio, accolse volentieri l’invito,
«perchè, avendo predicato la verità della fede, la semplicità
del vivere cristiano, le cose future ed il buon governo, solo per
quest’ultimo argomento non avea scritto apposito trattato.[157] Ed
ora lo faceva, credendola cosa utile al popolo, e necessaria al suo
ufficio, per sempre più dimostrare come egli predicava dottrina sana
e non contraria alla Chiesa.» La prima parte di questo breve trattato
dimostra che l’uomo, essendo libero, ha bisogno di governo, e che il
governo d’un solo è ottimo, quando il principe è buono. Questo governo,
però, non si adatta ad ogni popolo; e l’indole varia, irrequieta,
ambiziosa del popolo fiorentino richiede il governo civile, o sia la
repubblica. La seconda parte ragiona del governo d’un solo, quando
il principe è cattivo, o in altri termini della tirannide. Qui noi
troviamo la descrizione del tiranno e dei mali che esso cagiona, forse
ancora più eloquente che non fece nelle prediche, certo più corretta e
limata. Nella terza ed ultima parte, si ragiona del governo civile che
risiede tutto nel Consiglio Maggiore il quale, solamente, deve avere
la facoltà di dare gli uffici, per evitare così ad un tempo l’anarchia
popolare e la tirannide dei pochi. L’autore conclude, descrivendo la
miseria del tiranno, e le felicità che avranno, sì in terra come in
cielo, coloro che governano liberamente. Si tiene, però, sempre sui
generali; avendo il proposito di scrivere, in tempi più tranquilli, un
trattato latino più serio e ponderato. Per ora, fra tante agitazioni,
egli ragionava solamente al popolo; e questo, infatti, è tra i suoi
scritti il più noto e popolare, a cagione d’uno stile semplice,
energico ed eloquente.
E intanto il Savonarola, senza punto sgomentarsi, era di nuovo salito
sul pergamo; e, fin dal principio di quaresima, aveva incominciato
regolarmente le sue prediche. Si rallegrava del carnevale celebrato
con devozione, condannava le ingiurie fatte dai Compagnacci, discorreva
intorno al ben vivere, e poi si volgeva a ciò che era divenuto, quasi,
unico argomento de’ suoi sermoni: «O Roma! che cosa ti chiedo io?
Una Bolla per ben vivere; e questo è tutto quello che vorrei da te;
ma qui, invece, si attende a cercar Bolle che gettino per terra il
ben vivere.»[158] Egli incominciava piuttosto moderato, sperando di
procedere oltre senza nuovi ostacoli; ma il papa era assai cresciuto
nel suo furore; minacciava l’interdetto sulla città, e la confisca di
tutti i beni dei mercatanti fiorentini in Roma; voleva, anche, sotto
pena di scomunica, imporre ad ogni Stato cristiano di fare lo stesso.
Quest’impeto, però, venne in parte moderato dai più prudenti cardinali;
i quali gli fecero considerare come le cose del Savonarola avevano
talmente commosso l’animo dell’universale, che per tutto si minacciava
uno scisma nella Chiesa; come non mancava altro che un ecclesiastico di
qualche reputazione, il quale volesse divenirne capo; e questi poteva
facilmente trovarsi nel cardinale di San Piero in Vincola.[159] Tali
considerazioni sospesero, alquanto, la prima volontà del papa; e lo
decisero, invece, di mandare alla Signoria, in data del 26 febbraio,
un Breve assai minaccioso, che diceva: «Avendo noi avuto notizia
dei perniciosi errori che spargeva il figlio d’iniquità, Girolamo
Savonarola, gl’imponemmo di astenersi affatto dalla predica, e venire
a noi per fare scusa ed ammenda; ma egli non ha punto obbedito. Gli
comandammo, sotto pena di scomunica, che unisse la Congregazione di
San Marco alla nuova Congregazione Tosco-Romana; ed egli neppure volle
obbedire, incorrendo così, _ipso facto_, nella scomunica minacciata.
La quale scomunica noi facemmo pronunziare e pubblicare nelle vostre
principali chiese, dichiarando che v’incorrevano tutti coloro che
o udivano o discorrevano o trattavano col detto frate Girolamo. Ma
ora udiamo come egli, con grave danno della religione e delle anime,
continua a predicare, dispregiando l’autorità della Santa Sede, e
dicendo la scomunica non essere valida. Epperò vi comandiamo, in
virtù di santa obbedienza, che, sotto buona custodia, ci mandiate
il detto fra Girolamo il quale, se ritorna a penitenza, verrà da noi
paternamente accolto; perchè non vogliamo la morte, ma la conversione
del peccatore. O almeno separatelo, quale membro corrotto, dal resto
del popolo; e tenetelo chiuso e guardato in modo che non possa,
parlando con alcuno, seminar nuovi scandali. Ma se ricusate d’obbedire
a questi comandi; allora noi, per conservare il decoro e l’autorità
della Santa Sede, saremo costretti ricorrere all’interdetto e ad altri
rimedi, ancora più efficaci.»[160]
Un altro Breve arrivò nello stesso tempo ai canonici del Duomo, ed
ordinava che assolutamente vietassero al Savonarola il predicare nella
loro chiesa. Infatti, sin dal 2 marzo, terzo giorno di quaresima, lo
troviamo a continuare le sue prediche in San Marco, ove cominciava
col dire: «Noi vi demmo prova di coraggio, quando era necessario;
e siamo disposti a darvene altre, quando verrà il momento; ma ora
bisogna piuttosto usare moderazione.»[161] E così cercava di restare
inoffensivo.
La nuova Signoria, per marzo ed aprile, gli era intanto risultata quasi
tutta contraria: tre membri soli erano a lui favorevoli, gli altri
sei nimicissimi, fra i quali si trovava il gonfaloniere. Questi era
cugino di Piero de’ Medici, ed aveva, in origine, portato il suo stesso
nome che, nella rivoluzione del 94, aveva mutato in quello di Piero
Popoleschi. Il sangue che scorreva nelle sue vene, però, era rimasto
sempre pallesco. Non s’era unito ai Bigi; ma si dètte, invece, agli
Arrabbiati con grandissimo ardore, ed era, quindi, uno dei principali
persecutori del Savonarola. Per tutte queste ragioni, subito che i
nuovi Signori ricevettero il breve papale, pensarono di raccoglier
la pratica; onde far ricadere sopra di essa la responsabilità di
quelle decisioni che volevano prendere, e che sapevano assai odiose
all’universale. Il giorno tre di marzo, adunque, domandavano consiglio
sul come provvedere alle cose di Pisa, alla penuria grandissima di
danaro; e finalmente chiedevano che partito prendere circa al Frate,
dopo il Breve venuto da Roma: questo era veramente lo scopo per cui
erano stati radunati.
I Gonfalonieri delle compagnie, i Buoni Uomini ed altri magistrati si
tenevano sulle generali; dicevano che bisognava mitigare l’animo del
papa, facendogli comprendere come, a voler porre le mani sul Frate,
si sarebbe messo la città intera a grandissimo repentaglio. Messer
Battista Ridolfi fece, però, una lunga orazione, in nome dei Dieci di
Libertà e Pace;[162] giacchè questi avevano l’obbligo di rispondere
più particolarmente a varie domande della Signoria. Egli fece un
tristissimo quadro delle condizioni in cui versava la repubblica: «Noi
abbiamo speso» egli diceva: «ventimila ducati, e dei quindicimila al
mese che ci avete assegnati, non s’è ricevuto quasi nulla. I nemici
crescono ogni giorno; le navi venete stanno sulla bocca di Livorno;
il caro dei viveri e il disordine dei militi, c’impedirebbero di fare
qualunque movimento, quando ne venisse il bisogno. A Livorno, luogo
importantissimo pel grano, per la mercanzia e per le artiglierie,
occorrono ripari che non si fanno, per la spesa. Volterra, che avrebbe
bisogno di guardia, è tutta desolata; le colline sono abbandonate,
ed al primo moto verrebbero in mano del nemico. Così, pure, le terre
del piano. Pescia e tutta la vallata è esposta ai nemici. Dalla parte
di sopra Vagliano, luogo importante assai, conestabili, commissari e
fanti, tutti gridano danari! I Pisani scorrono già in Maremma, ed il
contagio fa il resto. Desiderano, perciò, quei miei signori che si
provveda in ogni modo, perchè ne corre tutta l’importanza dello Stato;
e di qualunque cosa potesse occorrere, se ne scusano _coram Deo_.»
Veniva finalmente il Ridolfi a discorrere del Savonarola e diceva:
«Pensano quei miei Signori, che non sia da disgustarsi col pontefice;
ma che pure si guardi all’onore di Dio e della repubblica. Che si
debba, perciò, esaminare e ponderare tutto quello che dice il papa,
e vedere se egli si rammarica giustamente, o no; se ciò che comanda
è vero e bene, o pur no. Essi non dubitano punto che nel Frate sia
buona vita e gran dottrina; nè sanno che in Firenze abbia mai partorito
male, ma sempre bene, e nello spirituale e nel temporale. Onde, se il
pontefice viene contro a questa cosa, per essere male informato; se gli
scriva subito e dichiari tutto; ma se (come essi credono) la faccenda
sta altrimenti, allora si provveda solo all’onore della città. Perchè,
in vero,» concludeva il Ridolfi, «le lettere di Milano accertano che
il papa si è mutato ad un tratto, ed è divenuto minaccioso contro
la Repubblica; non per le prediche del Frate solamente, ma ancora
per altre non buone ragioni;[163] le risposte, perciò, potrebbero
essere facili e brevi. Quei miei Signori osservano, da ultimo, che
questo Frate è popolarissimo; e rammentano che per la cacciata di fra
Bernardino, tutti capitaron male.»[164]
Le pancate dissero: «Che il Breve era assai dispiaciuto; che, cacciando
il Frate da Firenze, si poneva la città intera in grave pericolo; ma,
volendo dare al papa un qualche segno d’obbedienza, si poteva impedire
al Frate di predicare nel Duomo, tanto più che egli s’era, fin dal
giorno innanzi, ritirato in San Marco.»[165]
La Signoria dovette cedere ad un parere, espresso nella Pratica con
sì grande maggioranza di voti; e l’indomani (4 marzo), andarono a
Roma più lettere dei Dieci all’oratore con entro acclusa una dei
Signori al papa. In essa dicevano come, sin dall’arrivo dell’ultimo
breve, il Savonarola s’era, per segno di obbedienza, ritirato in San
Marco; lodavano la sua dottrina, la vita, le profezie; accusavano i
suoi nemici «i quali,» così essi dicevano, «odiano più la luce che le
tenebre, e non fanno altro che cercare causa di civili discordie.»
Concludevano finalmente: «Noi non possiamo obbedire al comando di
V. S., non solamente perchè faremmo cosa indegna verso la nostra
repubblica, ed ingiusta verso un uomo che ha sì bene meritato della
patria; ma perchè, anche volendo, non potremmo farlo, senza popolare
discordia e grave pericolo di molti: tale e tanto è il favore che s’è
conciliato questo frate, colla sua integrità. A noi duole grandemente,
che queste cose abbiano fatto rivolger da noi l’animo di S. S.,
la quale, adesso, ci toglie quelle speranze che ci aveva già date,
pel materiale vantaggio della nostra repubblica.[166] Non pertanto,
ci manterremo, quali sempre fummo, fedeli alla Chiesa ed alla fede
cattolica; questo però dichiarando, che abbiamo a cuore più la nostra
repubblica che gli altrui commodi.»[167]
In vero, non è molto facile comprendere, come una Signoria così avversa
al Savonarola, potesse scrivere tanto energicamente in suo favore.[168]
Forse, questo era il linguaggio diplomatico che essa teneva, perchè
astrettavi dalla Pratica; mentre in segreto poteva far consigliare
al papa, che pigliasse occasione a rispondere con più violenza.
Forse anche, i Dieci, stati sempre amici del Frate, o il segretario
della repubblica, contribuirono a renderla più benigna. Certo è che
la lettera andò in nome della nuova Signoria, e che il Savonarola
continuava tranquillamente le sue prediche in San Marco.
La chiesa non bastando alla moltitudine degli uditori, se ne concedeva
l’entrata solo agli uomini; le donne andarono prima in San Lorenzo;
e poi, quando i canonici non vollero più concedere l’entrata, a San
Niccolò in via del Cocomero, per udire le prediche di Fra Domenico
da Pescia. Pur tali e tante furono le istanze che fecero presso al
Savonarola, per udire la sua voce, che egli dovette destinar loro il
sabato.[169]
Durante quest’ultima quaresima, fu argomento continuo delle sue
prediche, il determinare come e quando possa errare il papa: «Dire che
il papa, come tale, non possa errare; è come dire: — il cristiano in
quanto cristiano, il religioso in quanto religioso non possono errare;
— ma come uomo erra il cristiano, il religioso ed il papa[170]...
In quanto papa, non può errare, perchè allora egli deve andar dietro
all’officio suo; quando egli erra, non è papa; e se comanda una cosa di
errore, non comanda come papa.....[171] O Frate, il papa è Dio in terra
ed è vicario di Cristo. — Ciò è vero, ma Dio e Cristo comandano che si
ami il proprio fratello e che si facci il bene: adunque, se il papa ti
comandasse una cosa contraria alla carità, e tu lo facessi; tu allora
vuoi che il papa facci più che non fa Dio....»[172] »Il papa può errare
non solo per false informazioni; ma qualche volta ancora perchè ha in
odio la carità, come fu papa Bonifacio VIII, che fu un papa cattivo,
al quale il demonio disse: io voglio che tu guasti questo ordine dei
frati predicatori....: entrò come volpe e morì come cane.».... «Ed
il nostro ordine spesso ha combattuto e resistito a papi che volevano
il male.[173] Non se ne vede oggi l’esperimento? Se io voglio uscire
della religione e far male, mi è subito fatta la Bolla e data licenza;
ma al bene non ci è luogo nessuno.[174] E ciò che tanto ha corrotto la
Chiesa, è la potestà temporale. Quando la Chiesa era povera, allora era
santa; ma quando le fu data la potestà temporale, allora andò per terra
la potestà spirituale: essa cadde nella polvere delle ricchezze e delle
cose terrene, e cominciò a sentire la sua superbia.»[175]
Questa volta il Savonarola si fece ardito, ancora, di toccare più
esplicitamente il soggetto del Concilio, sul quale era andato sempre
cautissimo, accennandolo sotto quella metafora del _dar volta alla
chiaretta_, o simili. Incominciò con una citazione latina: «_Venerunt
simul, et congregarerunt cunctos seniores filiorum Israel_.... Questo
è un bel punto; ma io lo voglio serbare ancora un pezzo, e metterlo
nella scarsella: non è ancora tempo. Solo dirò questo: — Dimmi,
Firenze, che vuol dire Concilio? Non è più a memoria degli uomini che
cosa sia concilio; che vuol dire che i vostri figliuoli non ne sanno
nulla; che vuol dire che non se ne fa più oggi? — O padre, e’ non si
può congregare. — Tu dici forse il vero; ma io non so, se tu l’intendi
come me: Concilio vuol dire congregare la Chiesa, _idest_ tutti li
buoni abbati, prelati e secolari di essa. Ma nota che non si domanda
propriamente Chiesa, se non dove è la grazia dello Spirito Santo; ed
oggi dove si trova essa? Forse solamente in qualche buono omiciattolo;
e per questa cagione tu potresti dire che non si possa fare Concilio.
Nel Concilio s’hanno a fare riformatori che riformino le cose giuste:
chi saranno questi riformatori? _Item_, nel Concilio si castigano
li cattivi cherici, si depone il vescovo che è stato simoniaco o
scismatico. Oh quanti ne sarebber deposti! Forse non ne rimarrebbe
nessuno... Ecco perchè non si può radunare questo Concilio. — Che s’ha
dunque a fare? — Pregate il Signore che si possa finalmente congregare
una volta, per favorire ed aiutare chi vuol far bene, e per combattere
i tristi.»[176]
Da queste parole si vedeva, ormai, chiaramente che il Savonarola
aspettava solo una favorevole occasione; onde arrischiarsi al tentativo
di far radunare il concilio, per poi attaccare il Borgia a visiera
levata, e riformare la Chiesa. Epperò, se quelle parole adirassero il
Santo Padre, ognuno può facilmente immaginarlo; ma fino a che segno
giungesse l’ira papale, quali e quante fossero le arti dal Borgia
adoperate, per combattere efficacemente il Frate e piegar la repubblica
ai suoi disegni; si può solo conoscerlo, seguendo la narrazione della
storia. Il dramma si va, ora, di giorno in giorno complicando; nuove
passioni e nuove trame lo affrettano precipitosamente al suo fine.
CAPITOLO SESTO.
Colloquio dell’ambasciatore fiorentino col papa; nuovi Brevi e minacce;
al Savonarola è inibito di predicare. Suo ultimo quaresimale e suo
addio al popolo; sua lettera al papa e sue lettere ai principi.
La lettera che la Signoria aveva scritta in difesa del Savonarola,
giunse a Roma la sera del 6 marzo; cd il giorno seguente i due
ambasciatori fiorentini, Domenico Bonsi ed Alessandro Braccio, la
recarono al papa che, fattala leggere dal suo segretario, ne sembrò
molto adirato. «I vostri Signori,» egli disse, «mi hanno scritto una
trista lettera. Io non sono male informato, perchè ho letto le prediche
del vostro Frate e parlato con chi le ha udite. Egli ardisce dire che
il papa è un ferro rotto, che è eretico chi crede alla scomunica, e che
egli, piuttostochè chiederne assoluzione, vorrebbe andare all’inferno.»
E qui il santo Padre, riscaldandosi sempre più nel discorso, si doleva
che i Signori lasciassero liberamente predicare il Frate; diceva che
neppure il suo ritirarsi in San Marco era proceduto per loro ordine;
aggiungendo come egli voleva che la predica in ogni modo cessasse.
Minacciava, quindi, di porre l’interdetto sopra tutta la città, con
tali parole che gli oratori, dopo aver riferito ai Dieci il colloquio
avuto, conchiudevano: «Noi tocchiamo con mano, che così seguirà
veramente, senza riguardo alcuno.» S’erano adoperati a difendere il
carattere e la dottrina del Savonarola; ma il papa li lasciò prima
parlare, poi replicò: «che egli non lo condannava della buona dottrina;
ma sì bene perchè, essendo scomunicato, non chiedeva l’assoluzione, con
evidente dispregio della Santa Sede.»
Finito questo colloquio, i due oratori si partirono; ed il Santo
Padre s’abbandonò, in presenza di molti vescovi e cardinali, a tutto
il suo furore spagnuolo, minacciando ogni rovina alla Repubblica
ed al Frate; per il che molti degli astanti andarono al Bonsi, e lo
pregarono che volesse persuadere ai Signori la necessità di prendere
un qualche provvedimento, ed in ogni modo, impedire la predica, se
volevano evitare qualche grave danno alla repubblica. Piero de’ Medici,
infatti, andava facendo larghissime promesse ed offerte, pel caso che
lo restaurassero in Firenze; ed il papa non solo era deciso a porre
l’interdetto sulla città; ma voleva anche, sotto pena di scomunica,
impedire a tutti i cristiani d’avere alcun rapporto coi mercatanti
fiorentini. In tale e tanto disfavore si trovavano, poi, a Roma le cose
di Firenze, che gli oratori scrivevano d’essere, perfino, in pericolo
della propria vita. Il Bonsi stesso aveva ricevuto una ferita, di
cui non si potè sapere altro, se non che il supposto autore otteneva
favore in corte e sembrava sicario de’ Medici. Il medesimo oratore
ragguagliava di tutto ciò i Dieci, in una lettera del 7 marzo;[177]
ed il 9 dello stesso mese scriveva ai Signori,[178] accludendo un
ultimo breve del papa, assai più minaccioso e terribile del solito.
«Noi non avremmo giammai pensato,» esso diceva, «che la vostra audacia
vi facesse insorgere a contendere con noi circa le cose di frate
Girolamo Savonarola; quasi foste a disputare una lite, e non fosse,
invece, vostro dovere di dare a Cesare quel che è di Cesare, ed a
Dio quel che è di Dio. Ormai però, è necessario di metter termine
a queste lettere e Brevi che moltiplicano all’infinito. Sappiate,
adunque, e tenete per certo che cotesto Fra Girolamo è scomunicato,
non per alcuna istigazione o per false informazioni; ma per la sua
disobbedienza al nostro comando, di unirsi alla nuova congregazione
Tosco-Romana.[179] Noi non lo condanniamo delle sue buone opere; ma
vogliamo che venga a chieder perdono della sua petulante superbia,
e volentieri glielo concederemo, quando si sarà umiliato ai nostri
piedi. La vostra condotta, però, ci ha gravemente indegnati; e non
saremo per fermarci mai, fino a che non venga riparato l’onore e la
dignità della Santa Sede, che cotesto vermiciattolo ha potuto, col
vostro aiuto, offendere.[180] Prendete, adunque, maturo consiglio sopra
i casi vostri; giacchè, siccome voi sarete pronti alla obbedienza,
così ci piegheremo a concedervi quelle cose che ci avete chiesto
pel materiale interesse della vostra repubblica.[181] In ogni modo,
non vogliate rispondere con altre lettere, ma solo coi fatti; perchè
noi siamo fermissimamente decisi a non tollerare più oltre la vostra
disobbedienza; e porremo l’interdetto sopra tutta la città, per farlo
durare fino a tanto, che voi continuerete a prestar favore a cotesto
vostro mostruoso idolo.»[182]
L’arrivo d’un tal Breve decise la Signoria a raccogliere una Pratica;
ed il 14 marzo furono chiamati a radunarsi; insieme coi magistrati,
25 cittadini per ogni quartiere. I quali, dopo molto discutere, non
seppero deliberare nulla; onde si radunarono di nuovo il 17 dello
stesso mese. Quel giorno era stato scelto come Proposto Giovanni
Berlinghieri, nemico audacissimo del Frate; ed esso, unendosi col
Gonfaloniere Pietro Popoleschi, potè riuscire a far deliberare, che
s’inibisse affatto la predica al Savonarola, malgrado la volontà
avversa di molti altri.[183] Subito ne fu mandato avviso a Roma, ed
immantinente vennero lietissime lettere del papa che lodava a cielo
la Signoria, faceva grandi promesse, e raccomandava caldissimamente
di non concedere ad alcun altro frate di S. Marco il permesso di
predicare.[184]
Il giorno stesso in cui si tenne la Pratica, il Savonarola aveva
predicato alle donne. La sua predica era stata piena d’affetto, e
quasi un cantico di lode al Signore; v’era una grande poesia ed una
grandissima desolazione. «Signore, noi non ti domandiamo tranquillità,
non che cessi la tribolazione; domandiamo spirito, domandiamo amore;
dacci fortezza e dacci la grazia per resistere alle avversità; noi
vorremmo che fusse fatto il tuo amore sulla terra. Tu vedi che i
cattivi diventano sempre peggiori e più incorreggibili; stendi,
adunque, la tua potenza e la tua mano: a me non resta altro che
piangere.» Quella sera stessa ricevette l’ordine di non più predicare,
e l’indomani, terza Domenica di quaresima, fece il suo ultimo sermone,
in cui prese commiato dal popolo.
Incominciava con un discorso tutto scolastico sulle cause prime e sulle
cause seconde; diceva che in mancanza delle cause seconde, bisogna
ricorrere alle prime, e poi veniva all’applicazione del principio.
«Così nella Chiesa, il fedele si deve rivolgere dapprima al suo parroco
o confessore; mancando questi, al vescovo, al papa; e, finalmente,
quando tutta la potestà ecclesiastica è corrotta, bisogna rivolgersi a
Cristo che è la causa prima, e dire: Tu sei il mio confessore, vescovo
e papa; provvedi alla Chiesa che rovina; incomincia la tua vendetta.
— O Frate! tu debiliti la potestà ecclesiastica. — Questo non è vero;
io mi sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora alla correzione
della romana Chiesa; non la debilito punto, anzi l’aumento. Ma io
non voglio stare sotto la potestà infernale; ed ogni potestà che va
contro al bene, non è da Dio, ma dal diavolo.[185]» Volgeva, quindi, il
discorso a dire delle grandi difficoltà incontrate nel predicare la sua
dottrina, della fiera lotta che aveva sostenuta, e dell’irresistibile
impulso che ve lo avea trascinato.
«Qualche volta, quando io sono sceso dal pergamo, ho fatto pensiero
e detto: io non voglio più parlare nè predicare di queste cose; ma
voglio starmene e lasciar fare a Dio. E pure, come io sono poi salito
quassù, non ho potuto contenermi, non ho potuto fare altro. Il parlare
del Signore mi si è fatto, in questo luogo, come un fuoco estenuante,
rinchiuso nelle ossa mie e nel cuor mio; e non ho potuto contenerlo
e non posso fare che io non parli, perchè io mi sento tutto ardere,
mi sento tutto infiammato dallo Spirito del Signore. Ma, poi, quando
io son giuso, dico da me: io non voglio più parlare di quelle cose. E
_tamen_, come io son montato quassù, non si può frenare questa lingua,
non si posson tenere queste parole. O Signor mio, o Spirito, tu non
hai paura di persona del mondo; tu non guardi in faccia di uomo e sia
chi ei si voglia; tu dici la verità a ciascheduno. O Spirito, tu vai
eccitando persecuzioni e tribolazioni contro di te; tu vai commovendo
le onde del mare come fa il vento tu vai eccitando le tempeste.....»
«Io dico: deh! resta; ma egli risponde che non si può fare altrimenti.
Lasciamo, dunque, fare al Signore; egli è il maestro che adopera lo
strumento al suo fine, e quando non ne ha più bisogno, lo getta via,
come fece di Geremia che fu lapidato: e così sarà anche di noi, quando
saremo adoperati. Orsù noi siamo contenti: faccia pure il Signore, chè
quanto più male sarà quaggiù, tanto sarà maggior corona in cielo.»
Finalmente il Savonarola annunziava l’ordine ricevuto, e prendeva
commiato dal suo uditorio: «Ieri a tre ore di notte, venne qui
ambasceria da parte di chi regge, e disse che mi pregavano, per
più rispetti, di non predicare. Io risposi: — Venite voi da’ vostri
Signori? — Sì. — Ed anche io debbo consultare il mio Signore: domani
vi darò la risposta. — Adesso rispondo quassù, che il Signore vi ha
esauditi e non esauditi: esauditi quanto al farmi astenere dalla
predica, non esauditi quanto alla vostra salute. Male nuove son
per Firenze, sventure le cadranno sopra. Voi temete l’interdetto;
ma il Signore saprà mandarne uno che farà perdere ai cattivi la
vita e la roba. Noi faremo colle orazioni ciò che non possiamo
fare colla predica; lo stesso raccomandiamo ai buoni. O Signore,
io te li raccomando, e li prego di non indugiare più oltre le tue
promesse.»[186]
Così il giorno 18 marzo dell’anno 1498, finiva la predicazione di frate
Girolamo Savonarola, continuata in Firenze per otto anni, senza altra
interruzione che la breve gita a Bologna e qualche scorsa di pochi
giorni a Prato, Pistoia, Siena e Pisa, ove sempre andava col medesimo
oggetto di predicare. Nell’avvento e nella quaresima, egli era tutti
i giorni sul pergamo; nei mesi intermedii, vi saliva tutte le feste:
così ogni anno venivan fuori tre grossi volumi di sermoni. In tal modo,
spese la vita e consumò la salute, pel vantaggio morale, politico e
materiale di quel popolo fiorentino che ora lo condannava al silenzio.
Egli, però, non era uomo da lasciarsi prendere alla sprovvista. Fin dal
giorno in cui venne l’ultimo breve di Roma, aveva capito chiaramente
la sua condizione, preso già il suo partito; ed il 13 marzo, ne dava
lealmente avviso al papa stesso. L’indole del Savonarola era tanto
nobile e generosa che, ancora nel decidersi a muovere guerra contro
un nemico così subdolo e tenebroso, sentiva il bisogno di avvertirlo,
perchè si mettesse sulla difesa. «Beatissimo Padre,» egli diceva, «io
credetti sempre che fosse ufficio di buon cristiano difendere la fede e
raddirizzare i costumi; ma in tale opera non ebbi altro che angustie e
tribolazioni; non un solo che volesse aiutarmi. Sperai nella V. S.; ma
essa, invece, s’è voluta unire ai miei nemici, ed ha dato a feroci lupi
la potestà d’incrudelire contro di me. Nè furono, in alcun modo, udite
le ragioni che addussi; non già a scusare il peccato, ma a provare la
verità della dottrina, la mia innocenza e sottomissione alla Chiesa.
Onde non posso più sperare nella V. S.; ma debbo solo rivolgermi a
Colui, che elegge le cose deboli di questo mondo, per confondere
i forti leoni degli uomini perversi. Egli mi aiuterà a provare e
sostenere, in faccia al mondo, la santità di quest’opera, per la quale
tanto patisco; e darà la giusta pena a coloro, che mi perseguitano e
vorrebbero impedirla. In quanto a me, io non cerco gloria terrena, ma
aspetto con desiderio la morte. La V. S. non voglia ora più indugiare,
ma provveda alla sua salute.»[187]
Il Savonarola s’era deciso a fare uno sforzo supremo; per radunare il
Concilio e perorare, innanzi ad esso, la propria causa; condannare la
vita e gli abominevoli costumi d’Alessandro Borgia; dichiarare la sua
elezione nulla, perchè simoniaca. Voleva anche dimostrare ch’esso era
eretico e miscredente, onde la causa principale di tutti i mali che
laceravano la Chiesa: e sembra che a ciò fare avesse ancora documenti
occulti. A questo alludevano quelle sue frasi tante volte ripetute: un
giorno _daremo volta alla chiavetta_; grideremo: _Lazare, veni foras_,
e simili. Quel giorno, finalmente, era venuto, ed egli si decise.
Il radunare un Concilio, senza il papa o contro la sua volontà, non era
allora stimato, come lo sarebbe oggi, atto d’audace insubordinazione
e di violenza.[188] Secondo le decisioni di Costanza, il papa stesso
era tenuto a radunarlo ogni dieci anni; e nel caso che tralasciasse
di farlo, potevano i principi radunare insieme le sparse membra
della Cristianità, a rappresentare la Chiesa universale. Carlo VIII
che sempre era stato favorevole al Concilio, e che, istigato dal
Savonarola, dal cardinale di S. Piero in Vincula e da altri, s’era
molte volte trovato sul punto di prenderne l’iniziativa; volle
interrogare solennemente i dottori della Sorbonna, sopra l’autorità
ch’egli aveva di muovere un tal passo; ed essi pronunziarono, il giorno
7 gennaio 1497, un voto favorevole alla riunione del Concilio.[189]
Tutto ciò non era bastato a decidere l’animo sempre irresoluto di
quel re che rimaneva sospeso, quando più s’era condotto vicino al
punto di concludere un’impresa; ma bastava ad incoraggiare fortemente
il Savonarola ed il numero grandissimo di tutti coloro, che vedevano
nel Concilio la sola via per correggere i mali della Chiesa, ed
evitare lo scisma. E tanto più queste idee trovavano favore, in quanto
che venivano sostenute da un intero partito di cardinali, alla cui
testa si trovava quello di S. Piero in Vincola;[190] il quale era
l’eterno nemico del Borgia, da cui era stato vinto a forza di danari,
nell’ultima elezione al papato; ma sembrava che gli dovesse succedere,
in caso di morte o decadenza. Egli andava, quindi, pubblicamente
dichiarando nulla la elezione del Borgia; lo chiamava sempre marrano
ed eretico; e molte di quelle cose che aveva dette da cardinale,
confermava, quando fu papa, in una Bolla del 14 gennaio 1505.[191]
Il terreno era, dunque, apparecchiato al passo che il Savonarola
voleva fare. Egli aveva, lungamente ed invano, aspettato che il re
Carlo si decidesse; ma ora il tempo stringeva, e gl’indugi erano
pericolosi; si decise, quindi, a gettare egli medesimo il guanto,
e sfidar con ardire l’ira papale. Chiamò, dapprima, alcuni de’ suoi
più fidati amici, che avevano relazioni con ambasciatori fiorentini
all’estero; e commise loro di tenerli, in qualche modo, prevenuti di
ciò che doveva seguire. Furono, tra costoro, Simone del Nero e Domenico
Mazzinghi; il primo scrisse a suo fratello, ambasciatore in Ispagna;
l’altro all’ambasciatore di Francia, suo amicissimo. Essi esaltavano
la dottrina e la vita del Savonarola, accludevano la sua lettera al
papa, dicendola un terribile annunzio di cose che avrebbero fatto
stupire il mondo. Procedendo in questo modo, inculcavano la necessità
di persuadere i principi a radunare un Concilio, onde rimediare ai
mali della Chiesa; ed annunziavano che, forse, il Savonarola stesso
ne avrebbe scritto ai più potenti sovrani d’Europa.[192] Infatti,
queste lettere erano partite alla fine di marzo;[193] e già nei primi
di maggio, il Savonarola scriveva le sue famose _Lettere ai Principi_,
cioè ai re di Francia, Spagna, Inghilterra, Ungheria ed all’imperatore
di Germania.[194]
«Il momento della vendetta è giunto,» così egli diceva, «il Signore
vuol ch’io riveli nuovi segreti, e che sia manifestato al mondo il
pericolo in cui versa la navicella di Pietro, a cagione della vostra
lunga negligenza. La Chiesa è tutta piena d’abominazione, dal capo alle
piante; e voi, non solamente non ponete mano al rimedio, ma adorate
la cagione stessa del male che la contamina. Onde il Signore s’è
grandemente adirato, e più tempo ha lasciato la Chiesa senza pastore.»
«Io vi testifico ora _in verbo Domini_, che questo Alessandro non è
papa, nè può esser ritenuto tale; imperocchè, lasciando da parte il suo
scelleratissimo peccato della simonia, con cui ha comperato la sedia
papale, ed ogni dì, a chi più ne dà, vende i benefizi ecclesiastici,
e lasciando gli altri suoi manifesti vizi; io affermo ch’egli non è
cristiano e non crede esservi alcun Dio, il che trapassa il colmo
d’ogni infedeltà.» Con questo preambolo, il Savonarola invitava
tutti i principi cristiani che, al più presto possibile, radunassero
il concilio in luogo _atto e libero_. Egli s’obbligava, dal suo
lato, a dimostrare tutto ciò che diceva; nè solamente con ragioni,
ma prometteva ancora che Iddio ne avrebbe, con miracolosi segni,
dimostrato la verità. A ciascuno dei principi aggiungeva, poi, alcune
parole adatte a muovere più particolarmente la sua indole. Così, al
vano imperator Massimiliano rammentava la maestà dell’Imperio, di
cui niuna cosa più degna poteva immaginarsi, che soccorrere la Chiesa
pericolante. A Ferdinando ed Isabella di Spagna diceva: «A che valgono
le vostre vittorie contro gl’infedeli? Voi edificate al di fuori; ma il
fondamento della Chiesa stessa è scompaginato, e l’edifizio rovina di
dentro.» Rammentava al re Carlo le cose già tante volte ripetute. «Tu,
al certo, non ignori le tante occasioni di ben fare che t’ha presentato
il Signore; epperò, se abbandoni la santa impresa, la tua pena sarà
maggiore di tutti. Rammenta che già hai avuto un primo segno dell’ira
di Dio.[195] Tu che porti nome di Cristianissimo, che Dio ha eletto,
cui Dio ha dato la spada della sua vendetta, consentirai alla rovina
della Chiesa? Ignori, forse, in quali e quanti pericoli essa ora si
trovi?»[196]
Certo, sopra re Carlo il Savonarola faceva i suoi principali
assegnamenti: egli sapeva la disposizione, da quel re sempre avuta, di
raccogliere il Concilio e riformare la Chiesa; massime ora che l’animo
suo tornava alle cose d’Italia e della religione:[197] sapeva con
quanto ardore ve lo spingessero il clero francese e l’irrefrenabile
ira del cardinale di S. Piero in Vincula. Una volta dato il primo
passo, egli aveva molte ragioni, per credere che la Cristianità intera
sarebbe venuta in suo aiuto. Tutti erano stanchi delle abominazioni
di Roma: si vedeva la Francia prontissima a muovere; la Germania
fremeva; l’Inghilterra sembrava favorevole; da per ogni dove venivano
incoraggiamenti.[198]
Ma nella vita degl’individui, come nella storia dei popoli, v’ha un’ora
in cui muta affatto il corso delle cose: allora una mano occulta ed
irresistibile sembra volgere in avversità tutti gli eventi. Quest’ora,
non bisogna illudersi, è giunta nella vita del Savonarola. Le _lettere
ai principi_ eran quasi tutte ancora abbozzate;[199] ma quella al re
Carlo era già inviata a tentare il terreno più facile. Il Savonarola
aspettava con grandissima ansietà la risposta; quando ecco giungere la
nuova, come il corriere che andava in Francia, era stato svaligiato dai
sicarii del Moro, nelle cui mani era sfortunatamente venuta la lettera
stessa.[200] Con quanta fretta egli la mandasse al papa, con quanta
ira questi la leggesse, si può facilmente immaginare. Il Borgia aveva
ora nelle mani, un documento che rivelava tutta l’audacia del Frate;
i potentati d’Italia erano unanimi contro di lui; ed, in un momento,
egli si vedeva da per ogni dove minacciato. Pure, gli avvenimenti
precipitavano con sì maravigliosa rapidità, che egli ancora non aveva
potuto misurare la immensità di questi inaspettati pericoli, quando ne
sorsero dei nuovi ed assai più gravi, i quali lo colpiron come folgore.
CAPITOLO SETTIMO.
L’esperimento del fuoco.
Era venuto uno di quei momenti, in cui l’aspetto d’un popolo sembra
mutato per incanto. I seguaci del Savonarola, o erano spariti o s’erano
nascosti; tutti in Firenze sembravano suoi nemici. Messi continui
andavano e venivano da Roma e Milano; la città era gremita delle spie
del Moro, che si davano un gran da fare, e scrivevano al Duca che
d’ora in ora s’aspettava qualche gran mutamento, operato per mano
della Signoria stessa.[201] Infatti, il Berlinghieri ed il Popoleschi,
gonfaloniere, cercavano ogni modo per trovare la via a mutare la forma
del governo.
Ma ecco sorgere un singolare incidente, verso cui inaspettatamente
si volgeva tutta la pubblica attenzione. Un francescano, per nome
Francesco di Puglia, predicando la quaresima in Santa Croce, aveva
cominciato ad attaccare il Savonarola con una singolare violenza e
pertinacia. Lo chiamava eretico, scismatico, falso profeta; e non
contento di ciò, lo sfidava ad entrare nel fuoco, onde provare la
verità della sua dottrina. Simili sfide avevano avuto luogo ancora
altre volte,[202] ed il Savonarola ne aveva fatto sempre quel conto
che meritavano: credeva al disotto della sua dignità il rispondervi. Ma
il caso volle ora, che frà Domenico si tenesse personalmente sfidato;
giacchè nell’anno scorso, trovandosi egli a Prato, aveva avuto una
disputa con quel medesimo frate, circa la dottrina del Savonarola.
S’erano allora sfidati ad una pubblica discussione; ma, nel giorno
fissato, il Francescano che era stato primo ad attaccare ed ingiuriare,
se ne tornò a Firenze, colla scusa d’esservi chiamato da’ suoi
superiori: la verità era che non gli bastò l’animo di trovarsi insieme
con frà Domenico.
Questi, adesso, non appena gli fu riferita la nuova provocazione del
Francescano, pubblicò subito le tre note _Conclusioni_ del suo maestro,
dichiarandosi prontissimo a sostenerle collo esperimento del fuoco.
Nè egli era uomo da retrocedere; e quindi la cosa diveniva seria,
prima che il Savonarola avesse potuto pensare a mettervi rimedio.
Ma il Francescano già pensava a tirarsi indietro, quando vide che
frà Domenico diceva davvero: «La sua disputa» egli andava ripetendo,
«era col Savonarola, e con lui sarebbe entrato nel fuoco, sebbene
credesse di ardere; perchè voleva che morisse ancora quel seminatore
di scandali e di perversa dottrina: con frà Domenico non avea nulla
che vedere.»[203] E qui poteva aver termine questo sciagurato fatto;
giacchè il Savonarola ammonì severamente frà Domenico del soverchio
zelo;[204] ed al Francescano non parea vero di trovare un modo onde
cavarsene fuori. Ma, invece, quando sembrava che la contesa si dovesse
spegnere, venne assai più fortemente riaccesa.
I Compagnacci avevano tenuto una delle loro solite cene. Quivi,
in abito di raso, fra gli spumanti bicchieri e le molte vivande,
decisero di fare ogni opera perchè l’esperimento avesse effetto. «Se
il Savonarola entra nel fuoco,» essi dicevano, «brucerà certamente; se
non entra, perderà il credito de’ suoi seguaci, e noi avremo occasione
di far nascere tumulto e nel tumulto impadronirci della sua persona.»
Fra di loro v’era chi pensava di poterlo uccidere.[205] Andarono quindi
alla Signoria, e la trovarono prontissima, non solo a secondare, ma
anche a dirigere quelle vergognose trame.[206] Essa fece scrivere, per
man di notaio, le Conclusioni[207] in disputa, e pubblicamente invitava
a sottoscriverle coloro che volessero sostenerle o combatterle con
l’esperimento del fuoco.
Niuna forza umana poteva allora più trattenere frà Domenico che,
infatti, andò subito a firmare. Toccava, ora, indurre il Francescano
promotore dello scandalo; ma l’impresa era difficile assai. Cominciò
a ripetere ai Signori: «Che esso non si poteva comparare con frà
Girolamo, nè per dottrina, nè per bontà; ma che pure con lui sarebbe
entrato nel fuoco, con frà Domenico, poi, non aveva che fare.»[208]
Gli assicuravano che non sarebbe entrato nel fuoco; che si trattava
solo di far bruciare qualche frate di San Marco, per poi opprimere
il Savonarola; che quando ciò non potesse riuscire, si troverebbe
piuttosto il modo di mandare a vuoto ogni cosa.[209] Queste
assicurazioni eran fatte dai Compagnacci e dalla Signoria; ma pure
non si potè ottenere altro, se non che il Francescano firmasse una
dichiarazione, nella quale diceva che sarebbe entrato pel fuoco con
frà Girolamo, se questi voleva cimentarsi; aggiungendo espressamente
che questo faceva _ad istanza e richiesta dei magnifici Signori_.[210]
Quanto a cimentarsi con frà Domenico, offeriva, invece, il suo
confratello Giuliano Rondinelli. Dopo ciò si sottoscriveva per San
Marco, ancora frà Mariano degli Ughi. Finalmente venne il Rondinelli
che, non senza molta renitenza, si lasciò persuadere; ed il 30 marzo
sottoscrisse: «che sarebbe entrato nel fuoco con frà Domenico, sebbene
credesse di ardere; ma lo faceva per salute delle anime.» Questo misero
frate era un cieco istrumento in mano all’ira dei Compagnacci ed alle
astuzie del Pugliese. Nè la Signoria si vergognava di trovarsi in
queste basse trame, le quali contaminavano la dignità del suo ufficio,
e non potevano riuscire ad altro, che a spargere sangue innocente, ed a
mettere in grave repentaglio la salute stessa della repubblica.
Non mancarono, però, coloro che francamente disapprovarono questa
condotta, nella Pratica tenuta il 30 di marzo, nella quale i più
s’accordavano con Carlo Canigiani che disse: «Cotesta essere una
faccenda di predicatori, e da trattarla piuttosto a Roma dove si
canonizzano i Santi, che in Palazzo, ove è più conveniente discorrere
della guerra e del danaro. Che se, poi, si vuole in ogni modo fare
questo esperimento; si consideri almeno se con esso si vengono a tôrre
le discordie o pur no.» — Al che aggiungeva Girolamo Rucellai: — «A me
pare che di questo fuoco si faccia troppo gran mercato: l’importanza
della cosa è che si levi via Frate e non Frate, Arrabbiato e non
Arrabbiato, e si pensi una volta alla concordia della città. Se poi si
crede con questo esperimento di poter comporre la città; vadasi pure,
non solamente nel fuoco; ma nell’acqua, nell’aria e nella terra: se
non che, s’attenda alla città e non ai frati.» — Si levò, finalmente,
a parlare Giovanni Canacci il quale, tutto commosso, e quasi con le
lacrime agli occhi, disse queste precise parole: — «Quando io sento
simile cosa, io non so se sia da desiderare la vita o la morte. E
certo, se i padri nostri, fondatori della città nostra, avessero
pensato che qui s’avesse a trattare di simile cosa, e che noi avessimo
a essere il trastullo e vituperio di tutto il mondo; per ciò si sarieno
sdegnati di far cosa alcuna. E ora la città nostra è in termine,
che già molti anni non è stata mai, e vedesi tutta in bisbiglio.
Perchè io pregherei le SS. VV., che dovessino a ogni modo trarre di
tale miseria questo popolo, o per via di fuoco, d’acqua, d’aria, o
in ogni altro modo. Di nuovo io pregherei le SS. VV., che ponghino
fine a questa cosa, e che non abbia a seguire miseria o danno di
questa città.»[211] Perfino il Vespucci disapprovò questa volta assai
gravemente la condotta dei Signori, rimproverandoli perchè non vedevano
che queste «erano mene di gente prava e adultera, per dar libero campo
ai cattivi.»[212] Un linguaggio così franco ed insolito manifestava,
abbastanza, in quale esaltamento fosse venuta la Pratica, e quanto gli
uomini gravi fossero indegnati contro il procedere della Signoria.
In questo modo l’esperimento era divenuto inevitabile: il Papa, gli
Arrabbiati e la Signoria stessa lo avevano assolutamente voluto. Quanto
al Savonarola, egli era sdegnatissimo contro i suoi avversari che
coprivano lo spirito di parte sotto le apparenze di zelo religioso;
era persuaso che ai frati Minori non sarebbe bastato l’animo di
reggere all’esperimento, perchè sapeva che essi obbedivano solo alle
istigazioni degli Arrabbiati. Per tutte queste ragioni s’adoperava
in ogni modo, acciò l’esperimento non avesse luogo; ma, nel fondo del
suo cuore, pensava che, ove si venisse davvero al cimento, l’esito non
poteva esserne dubbio. Se frà Domenico, così egli ragionava nel suo più
intimo segreto, si spinge oltre con tanto ardire, certo è veramente
ispirato da Dio. Secondo le idee del Savonarola, non era strano e
neppure difficile che il Signore volesse, per mezzo d’un miracolo,
confondere gli Arrabbiati, e provare la verità della sua dottrina.[213]
Più volte il popolo aveva dalla sua bocca udito che, un giorno, le
sue parole sarebbero state confermate da segni soprannaturali:[214]
il momento sembrava che fosse giunto, e tutti erano, perciò,
freneticamente ansiosi di vedere l’esperimento. Gli stessi Piagnoni lo
voleano più degli altri, perchè desideravano e credevano che, in sul
fatto, il loro maestro non avrebbe potuto trattenersi d’entrare nel
fuoco, ed avrebbe operato il miracolo.
In questo modo, a Firenze non si ragionava d’altro;[215] ed il
Savonarola, mentre che disapprovava e combatteva questo esperimento,
si compiaceva con se stesso dell’ardore che frà Domenico vi poneva,
e del vedere che tutto concorreva fatalmente a renderlo necessario.
A tutto ciò si aggiunsero ancora alcune visioni di frà Salvestro che
disse di aver veduto gli angeli di frà Girolamo e fra Domenico, i quali
lo accertarono che questi sarebbe uscito adatto illeso dal fuoco.[216]
E noi sappiamo che gran fede il Savonarola prestasse alle visioni
del suo compagno. Le cose giunsero, finalmente, a tale, che tutti i
frati di San Marco e del convento di Fiesole, si offrirono d’entrare
nel fuoco; ed il Savonarola, spinto così da ogni lato, mandò le loro
sottoscrizioni alla Signoria, dichiarando che avrebbe scelto uno dei
suoi, per ogni frate Minore che si fosse presentato; e che, se mai
l’esperimento avesse luogo, egli era certo che sarebbe riuscito in
favore de’ suoi seguaci.[217]
Il primo d’aprile fece in San Marco un breve discorso, interrotto
continuamente dalle grida del popolo che si offriva d’entrare nel
fuoco; ed in esso diceva di «aver troppo grande opera alle mani, per
scendere a perdersi in queste miserabili contese. Se i nostri avversari
vogliono obbligarsi pubblicamente a rimettere in questo esperimento la
decisione della nostra causa e della riforma della Chiesa; allora io
non esiterò punto ad entrare nel fuoco, e sarei certissimo di uscirne
illeso. Ma se vogliono che il fuoco provi la validità della scomunica;
rispondano, invece, alle ragioni da noi allegate. Voglion, forse,
col fuoco combattere le nostre profezie? Ma noi non obblighiamo nè
esortiamo alcuno a credere più di quello che si senta disposto. Noi
esortiamo, invece, gli uomini a vivere rettamente; e per questo ci
vuole il fuoco della carità, il miracolo della fede: tutto il resto non
vale a nulla.»
«I nostri avversari, promotori di questa cosa, dicono che sanno di
morire; onde si confessano omicidi di loro stessi. Noi, invece, veniamo
provocati e costretti ad accettare; perchè l’onore di Dio e della fede
v’è stato compromesso. Coloro che veramente si sentiranno ispirati dal
Signore, certo usciranno illesi dalle fiamme, se l’esperimento avrà
luogo, di che ancora non siamo sicuri. Quanto a me, io mi serbo ad
opera maggiore, per la quale sarò sempre prontissimo a dare la vita.
Verrà tempo in cui il Signore manifesterà segni soprannaturali; ma ciò
non deve esser, certamente, ad arbitrio e volontà di ognuno. Per ora,
basti il vedere che, mandando qualcuno dei nostri, noi ci esporremmo
ugualmente all’ira del popolo, ove il Signore non li facesse uscire
illesi dalle fiamme.»[218]
Intanto, d’ora in ora, sembrava che l’esperimento divenisse più
necessario; e l’entusiasmo di frà Domenico[219] cominciava a persuadere
i più diffidenti, non che il Savonarola stesso, ch’egli fosse
veramente eletto da Dio a quest’opera. Gli animi s’erano, quindi,
incredibilmente riscaldati: Piagnoni ed Arrabbiati, per diversi fini,
attendevano con uguale ansietà il giorno dell’esperimento; uomini,
donne, fanciulli si andavano ad offerire; e se molti lo facevano per
vana mostra, altri certo vi andavano sinceramente. Il due di aprile
vollero sottoscriversi, per S. Marco, frà Malatesta Sacramoro, e frà
Roberto Salviati, dicendo che si sentivano anch’essi chiamati da Dio a
quest’opera. Ed allora, per maggiore pubblicità, fu di nuovo dato alle
stampe il contratto, con tutte le firme delle due parti.[220] I Dieci,
che sempre erano stati amici del Savonarola, mandavano a Roma minuto ed
esatto ragguaglio di quanto accadeva; acclusero ancora due lettere dei
frati di San Marco, nelle quali si esponevano le ragioni per cui s’era
accettato l’esperimento.[221]
Il giorno 6 aprile, domenica delle palme, era destinato alla singolar
tenzone: frà Domenico e frà Giuliano Rondinelli erano i campioni,
scelti di comune accordo; San Marco era chiuso da più giorni, e i suoi
frati immersi in continua orazione. La sera del 5 si ricevette, però,
un avviso della Signoria, che rimandava l’esperimento al giorno 7.
La cagione d’una tal decisione rimase ignota: assicuravano alcuni che
la Signoria aspettasse da Roma un breve di proibizione;[222] giacchè
voleva avere un modo di potersi fermare a suo arbitrio, essendo già
spaventata d’essere andata così oltre; nè avendo pensato di trovar
tanta decisione in San Marco, e tanta paura nei frati Minori i quali
già chiedevano d’essere assicurati del come s’uscirebbe di questa
impresa.
L’indomani si faceva nuova deliberazione in Palazzo, per modificare
quella già scritta il 30 di marzo; e dicevasi: «In caso che frà
Domenico arda, frà Girolamo s’intenda, nello spazio di tre ore,
esiliato dal territorio fiorentino....»[223] E dei frati Minori neppure
una parola, per poterli, in ogni caso, mettere in salvo. Quel giorno
stesso, il Savonarola faceva un altro breve discorso, raccomandando
caldamente a tutti i fedeli fervide orazioni.
Intanto s’era giunti al 7 di aprile, ed i brevi di Roma non
arrivavano;[224] la città era impaziente di vedere il nuovo spettacolo,
che niuna ragione sembrava potesse più impedire. Tutto s’apparecchiava
per la esecuzione, ed ognuno sperava condurla al suo intendimento:
volevano i Compagnacci ed Arrabbiati trovar modo, onde ammazzare il
Frate; cercavano i frati Minori, come scampar salvi dal pericolo; e
la Signoria favoriva tutto ciò che riuscisse a danno del Savonarola.
Le due parti decisero, quindi, di venire in piazza, accompagnate da
gente armata; onde potere, in ogni caso di tumulto, provvedere alla
propria salvezza.[225] Francesco Gualterotti e Giovan Battista Ridolfi
ebbero l’incarico di provvedere al buon ordine per parte di San Marco;
Daniello Alberti e Tommaso Antinori l’ebbero pei frati Minori.[226] E
tanto il Savonarola aveva in sospetto la fede de’ suoi avversari, che
la mattina stessa mandò in Palazzo Francesco Davanzati, a pregare i
Dieci, rimastigli sempre fedeli, di ordinare la cosa in maniera, che
niuno potesse, retrocedendo, lasciar solo il compagno nelle fiamme.
Voleva, perciò, che il fuoco s’appiccasse da un lato, dall’altro
entrassero i frati, e subito dopo si riaccendesse dietro a loro.[227]
Desiderò ancora che l’esperimento avesse luogo prima del desinare, per
conservare nei suoi la mente più libera e chiara.[228]
Mentre che ogni cosa s’apparecchiava in Piazza, il Savonarola celebrò
in San Marco una messa solenne; poi fece un breve discorso al popolo
radunato, e neppure in quell’ultima ora potette nascondere la sua
diffidenza. «Io non posso accertarvi che l’esperimento avrà luogo,
perchè questa cosa non dipende da noi; ben posso dirvi che, ove si
venga al fatto, la vittoria sarà certamente nostra. O Signore, noi non
avevamo bisogno di queste prove miracolose per credere alla verità; ma
ci siamo stati provocati, e non potevamo mancare di sostenere il tuo
onore. Noi siam certi che il demonio non potrà far procedere questa
cosa a danno del tuo onore o contro la tua volontà, onde andiamo a
combattere per te; ma questi nostri avversari adorano un altro Dio, per
chè le loro opere sono troppo diverse dalle nostre. O Signore, questo
popolo non vuole altro che servirti. Vuoi tu, popolo mio, servire
Iddio?»[229] E qui, tutti ad alta voce esclamavano di sì. Allora il
Savonarola raccomandò agli uomini di fare orazione in Chiesa, mentre
che esso apparecchiava i frati per andare in Piazza; ed alle donne
raccomandava di continuare indefessamente la preghiera, sino a che
non si tornasse dall’esperimento.[230] In questo momento arrivarono
i mazzieri della Signoria, ad annunziare che ogni cosa era in
ordine;[231] e subito i frati di San Marco s’avviarono in processione.
Frate Domenico andava in mezzo ai suoi confratelli, Malatesta
Sacramoro e Francesco Salviati; vestito con un piviale di velluto rosso
fiammante, e con una lunga croce in mano, procedeva innanzi a tutti,
colla testa alta e la fronte serena. Seguiva, poi, il Savonarola,
vestito di bianco, col Sacramento in mano. Dietro a lui venivano tutti
i frati, in numero di circa 200, e con voce sonora cantavano il salmo,
_Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus_.[232] Arrivati sulla piazza,
circa le ore 18,[233] ne trovarono gli sbocchi asserragliati e guardati
da gente armata. Passarono, quindi, a due a due; e non appena entrarono
fra la moltitudine, questa accompagnò il loro canto con tal voce che,
quasi, ne tremò la terra.[234] La folla era innumerevole; pareva che
tutta la città si fosse raccolta nella piazza e negli edifizi intorno:
erano gremite le finestre, le terrazze, i tetti; i più agili stavano
attaccati alle inferriate, abbracciati alle colonne, alle statue;
alcuni pendevano arrampicati alle mura, e in tal posizione aspettavano
dal mattino.
La loggia de’ Lanzi era, con un tavolato, divisa in due parti; in
quella più lontana dal Palazzo, stavano i frati Domenicani; nell’altra,
che aveva nel mezzo un piccolo altare, vennero i Minori.[235] Frà
Domenico, posato il Sacramento sull’altare, vi s’inginocchiò dinanzi,
e si mise in profonda orazione: i suoi compagni stavano silenziosi
intorno a lui. Avanti alla loggia venne a disporsi una guardia di 300
fanti, comandati da Marcuccio Salviati, gente valorosa e fedelissima
al convento di San Marco. Ma sotto il tetto dei Pisani stavano armati
500 Compagnacci, comandati da Doffo Spini; ed altri 500 fanti della
Signoria, comandati da Giovacchino della Vecchia, stavano innanzi
al Palazzo; oltre alle guardie che, secondo il costume, tenevano gli
sbocchi delle vie.[236] Questi mille uomini, padroni così della Piazza,
erano tutti prontissimi ad offesa del Savonarola; ed egli con animo
sereno, contemplava il pericolo in cui si trovava, e guardava il palco
già apparecchiato. Distendevasi quel singolare apparecchio, per la
lunghezza di 40 braccia, dal Marzocco verso il tetto dei Pisani.[237]
La sua base, larga 5 braccia, alta 2 e mezzo, era coperta di terra e
mattoni: sopra di essi furon disposte cataste di legno, con polvere da
sparo, olio e materie resinose; lasciando nel mezzo un passaggio libero
a due campioni, per la larghezza d’un braccio.[238] Non mancava altro,
se non che venissero i due Frati e s’accendesse il fuoco.
Sino ad ora, il Savonarola aveva temporeggiato e tentato d’impedire
che l’esperimento avesse luogo; i frati Minori lo avevano, invece,
sollecitato e provocato; ma innanzi al palco già pronto, le parti si
mutarono. Il Savonarola, eccitato dalla moltitudine spettatrice, dal
canto solenne de’ suoi frati, dall’entusiasmo sublime veramente di frà
Domenico, che, dopo essersi profondato nella orazione, era divenuto
impazientissimo di entrare nelle fiamme;[239] il Savonarola s’era
egli stesso persuaso che il Signore aiutava il suo discepolo, e quindi
voleva ormai togliere ogni indugio. Ma nè Francesco di Puglia che aveva
provocato l’esperimento, nè Girolamo Rondinelli che doveva sostenerlo,
erano ancora comparsi sotto la loggia: se ne stavano, invece, in
Palazzo a segreto colloquio colla Signoria. Ed i Signori, in luogo di
scendere sulla ringhiera, per assistere ad uno spettacolo tanto solenne
che, fra pochi minuti, doveva aver luogo; discutevano continuamente
fra loro: pareva non sapessero più a qual partito appigliarsi.[240] Ed
a tanto potè giungere l’impudenza che, mentre non s’aspettava altro
che la venuta del frate Minore e l’ordine della Signoria, essa mandò
ad interrogare i Domenicani perchè non davano principio. A questo,
fra Domenico fremeva, ed il Savonarola faceva dire: che, ormai,
s’affrettassero una volta; non tenessero più il popolo a disagio![241]
Allora i Minori, vedendosi a mal partito, cominciarono a metter fuori
mille pretesti. Innanzi tutto, per mezzo di Piero degli Alberti che
era proposto all’esperimento e nemicissimo del Savonarola, fecero
dire che il piviale rosso di frà Domenico poteva essere incantato dal
Savonarola; onde volevano che se ne spogliasse. Frà Domenico ed il
Savonarola risposero, che s’era sottoscritto un contratto, per evitare
ogni disputa; che essi non credevano agl’incantesimi, e davano ai
loro avversari ogni facoltà di valersene. Ma, pure, tante furono le
insistenze, che frà Domenico cedette e si tolse il piviale. I Minori
affacciarono nuove pretensioni: dicevano che l’abito stesso poteva
essere incantato; e fra Domenico, cedendo anche a questo, si mostrò
pronto a mutarlo con una qualunque delle vesti de’ suoi compagni. Fu,
quindi, menato in Palazzo; e, spogliato di tutto, venne rivestito cogli
abiti del domenicano Alessandro Strozzi.[242] Ritornato in Piazza, gli
vollero impedire che stesse vicino al Savonarola, per timore che questi
non lo incantasse di nuovo; e frà Domenico fu contento di restare
in mezzo ai frati Minori.[243] Quel giorno la sua pazienza fu grande
quanto il suo coraggio: la grandissima brama d’entrare nel fuoco lo
faceva piegare a tutto, onde poter venire più presto al cimento.
Ma il campione della parte avversa se ne stava insieme col Pugliese,
sempre in Palazzo, ed ancora non compariva.[244] Il Savonarola già ne
diveniva impaziente; e ciò che sempre più lo metteva in sospetto, era
il continuo discorrere di cittadini coi frati Minori che, in ogni cosa,
venivano favoriti. Quelli che erano stati proposti all’esperimento,
prendevan sempre le loro parti e li scusavano di tutto; onde, per
mettere finalmente un termine a queste incertezze, il Savonarola mandò
a far sollecitudine in Palazzo. Ma allora appunto, i due frati Minori
chiesero ed ottennero un altro segreto colloquio coi Signori. Quel che
si dicessero non sappiamo; ma è certo che d’ora in ora diveniva più
chiaro, questo esperimento non essere altro che una trama abilmente
ordita contro al Savonarola ed ai frati di San Marco.[245]
In quel punto s’era cominciata ad esaurire la tolleranza della
moltitudine, che da tante ore si trovava nella piazza: la più parte
eran digiuni sin dal mattino, e quasi furiosi, per la impazienza del
vano attendere. Già, per ogni dove, si levava un cupo mormorio cui
succedevano grida sediziose; e gli Arrabbiati, che sin dal mattino
attendevano quel momento, cercarono subito di profittarne. Un tal
Bravo, loro staffiere, riuscì a levare il romore; ed in un momento la
Piazza fu piena di tumulto.[246] Gli sbocchi delle vie, essendo chiusi,
la gente si trovò circondata e ristretta; onde cominciò a correre verso
il Palazzo. Qui pare che, secondo l’accordo, dovessero gli Arrabbiati
impadronirsi della persona del Frate, e finirlo colle proprie mani.
Il colpo fu tentato; ma il Salviati ristrinse la sua gente innanzi
alla loggia e, segnata in terra una linea colla sua spada, esclamava:
«Chiunque passerà questa linea, vedrà cosa possano le armi di Marcuccio
Salviati;» e lo disse con tal voce, che niuno ebbe animo di farsi
innanzi.[247] Nello stesso tempo avveniva che i soldati forestieri
della Signoria, non sapendo che si fosse quel subito tumulto, e
vedendo la gente correre verso il Palazzo, la respinsero indietro
gagliardamente.[248]
Ogni cosa era, in tal modo, ritornata nella calma; la moltitudine
rassicurata si trovava con maggiore desiderio di vedere l’esperimento,
e la Signoria impicciata più di prima. Qui sopravvenne una pioggia
dirottissima, con tuoni e lampi; sicchè pareva che si dovesse por
termine alla cosa: ma il popolo era tanto avido dell’atteso spettacolo,
che restò immobile, e la pioggia venuta ad un tratto, cessava del
pari improvvisamente; onde tutto restava nella medesima incertezza
di prima. Ed ancora il frate Minore non compariva; ma, invece, i suoi
compagni ripigliavano a far nuove obbiezioni. Chiesero che fra Domenico
lasciasse il crocifisso che aveva fra le mani, ed egli subito lo
lasciò, dicendo che voleva entrare nel fuoco col Sacramento. Ma qui,
nuova e più accanita disputa, dicendo i Minori che egli così voleva
bruciare l’ostia consacrata. Allora frà Domenico cominciò a perdere
la pazienza; e volle tener fermo, sostenendo insieme col Savonarola,
come in ogni caso non sarebbero bruciati che gli accidenti, rimanendo
sempre intatta la sostanza del Sacramento; e citavano l’autorità di
molti dottori.[249] Gli avversari, vedendo come per la prima volta
trovavano un poco di resistenza, attaccarono più forte la disputa
contro al Savonarola, non sapendo ormai come fare a prender tempo. E
mentre che essi disputavano, la Signoria profittandone, mandò ordine
che l’esperimento non dovesse più aver luogo.[250]
L’indegnazione che si manifestò, allora, nel popolo non è descrivibile;
e, siccome niuno sapeva contro cui dovesse rivolgersi, così i più
accusavano il Savonarola: ed i Piagnoni stessi andavano dicendo, che
egli avrebbe dovuto entrar solo nel fuoco, per dar finalmente una prova
indisputabile della sua soprannaturale potenza. Gli Arrabbiati e la
Signoria spargevano per tutto, che oramai s’era scoperta l’impostura
del Savonarola, che egli aveva avuto paura d’entrare nel fuoco, e
simili menzogne; i frati Minori andavano impudentemente cantando
vittoria, mentre il loro campione s’era nascosto in Palazzo, e non gli
era bastato l’animo neppure di guardare il palco apparecchiato.[251]
Così tutta la città fu piena di voci contro al Savonarola e contro
San Marco. Ed, infatti, a gran fatica poterono i Domenicani tornar
salvi al convento, scortati dalle genti di Marcuccio Salviati il
quale, con un pugno dei suoi più valorosi, si strinse intorno a frà
Girolamo e frà Domenico; e li difese coraggiosamente, colla spada
in mano, dagl’insulti d’una efferata moltitudine che era aizzata dai
Compagnacci.[252]
Entrato finalmente in Chiesa, il Savonarola trovò le donne che erano
ancora in orazione; salì sul pergamo e fece un breve racconto di tutto
l’accaduto, mentre in piazza echeggiavano ancora le grida furibonde
della moltitudine.[253] Licenziato poi l’uditorio, si chiuse nella sua
cella, con l’animo travagliato da un dolore che la penna nè la parola
umana non potrebbero mai descrivere.
I frati Minori, invece, trionfavano; e la Signoria assegnò loro la
pensione annua di 60 lire, per venti anni, _in remunerazione dei
servigi prestati_.[254] Però, quando essi mandarono la prima volta
a riscuoterla, il Camarlingo del Monte fu così indegnato della loro
viltà, che, nell’atto di consegnare il danaro, disse: «Ecco, prendete
il prezzo del sangue tradito!» Da Roma vennero subito due brevi, in
data del 12 aprile; uno ai frati Minori, in cui si lodava «il santo
zelo e la carità evangelica dimostrata nel fare opera, di cui il Santo
Padre avrebbe serbata eterna memoria.» Nell’altro breve, indirizzato
a frate Francesco di Puglia, il papa si congratulava caldissimamente
con esso lui, in nome proprio e di tutti i cardinali, incitandolo
«a perseverare in opera tanto buona e tanto pia, sino alla totale
distruzione del male.»[255]
CAPITOLO OTTAVO.
Assalto e difesa del convento: il Savonarola e i suoi due compagni sono
menati in prigione.
L’esperimento del fuoco, o piuttosto le trame ordite in quel giorno
dagli Arrabbiati, sortirono il fine desiderato. La città intera
sembrava divenuta avversa al Savonarola ed al suo convento; il minuto
popolo non sapeva perdonargli che, anche senza il Francescano, non
fosse entrato nel fuoco, per fare con un miracolo tacere finalmente
i suoi nemici. I Piagnoni non seguivano il Savonarola in tutte le
sottili distinzioni sulla poca opportunità del tempo, sul non tentare
il Signore, sulla buona o cattiva fede degli avversari; ma piuttosto
cominciavano, per la prima volta, a dubitare della sua soprannaturale
potenza, ed a prestare più facile orecchio alle voci e calunnie
degli Arrabbiati. I quali spiegarono in questi giorni un’attività
incredibile; erano in continuo colloquio coi Signori e coi canonici
del Duomo: si vedeva ben chiaro, che apparecchiavano qualche nuovo e
più decisivo colpo. Nel medesimo tempo, quei seguaci del Frate che
avrebbero potuto comprendere e render vane le trame dei nemici, si
trovavano troppo deboli di numero e di forza, per poterle combattere
efficacemente. Onde tutti erano, per ogni dove, insultati coi nomi
d’ipocriti e gabbadei; non potevano più andare per le vie di Firenze
senza pericolo.[256]
In tale stato di cose, alcuni del partito popolare, scorgendo i
segni precursori d’una gran tempesta; riunitisi insieme, proponevano
di metter mano alle armi, e prendere il vantaggio d’esser primi
ad assalire i nemici. Ma i più fedeli discepoli del Savonarola, e
principalmente Francesco Valori, si opposero fortemente a questo
partito; dicendo che non dovevano essi cominciare a spargere il sangue
cittadino, non essere i primi a macchiarsene le mani. Ed avendo potuto
far vincere questa loro opinione, molti ne rimasero assai sdegnati;
tanto che Luca degli Albizzi; uno dei più caldi nel voler prendere
le armi, andò via da Firenze, dicendo: «Quando non si vuol venire ai
fatti, ognuno ha il diritto di porsi in salvo.»[257]
La mattina del dì 8 aprile, domenica delle Palme, passò tranquilla; ma
un occhio accorto scorgeva chiaramente quel cupo silenzio che precede
la tempesta, e poteva stimare gran ventura, che ancora non fosse
seguita alcuna novità. Il Savonarola fece in San Marco un sermone molto
breve e tutto pieno di tristezza, nel quale offeriva la sua persona in
sacrifizio a Dio, e si dichiarava pronto a sopportare la morte pel bene
del suo gregge. Assai mesto licenziossi dal popolo, e nel dare la sua
benedizione, pareva che sapesse di parlargli per l’ultima volta.[258]
Il giorno, i Piagnoni andarono a San Marco, dove si celebrava il
vespro; e poi s’avviarono al Duomo, ove dovea predicare frà Mariano
degli Ughi, quel medesimo che, insieme con frà Malatesta e frà
Domenico, s’era offerto a sostenere la prova del fuoco. Ma, nel seguire
il loro cammino, i Piagnoni furono più volte assaliti da colpi di
pietre; incontrarono gruppi di Arrabbiati che, pieni d’audacia, pareva
dicessero: — «Finalmente ci siamo!» — Ne videro altri che tiravano
sassi alle finestre d’Andrea Cambini, seguace del Savonarola. Giunti
al Duomo, le panche erano già occupate da molta gente; ma innanzi alla
porta s’erano raccolti i Compagnacci che, insultando chiunque entrava
in chiesa, dicevano che la predica non avrebbe luogo. E, cominciandosi
dall’altra parie a rispondere che la predica vi sarebbe in ogni modo,
d’una parola si passò ad un’altra, ed i Compagnacci vennero subito
ai fatti; sguainarono le armi; corsero addosso ad un certo Lando
Sassolini, e sebbene non lo ferissero, bastò quella violenza per levare
il rumore in tutta la città.[259] I Piagnoni tornarono subito verso
casa per armarsi; alcuni dei Compagnacci s’impadronirono dei canti
delle vie; e tutti gli altri percorrevano la città gridando: _A San
Marco, a San Marco col fuoco!_ Si riunirono, poi, nella piazza dei
Signori; e quando furono in numero sufficiente, mossero con le armi in
mano e con grida disperate verso San Marco. Per via incontrarono un tal
Pecori, che tranquillamente se ne andava alla Santissima Annunziata,
recitando salmi; subito gli furono dietro, dicendo: «Ancora ardisce di
mormorare l’ipocrita!» E raggiuntolo sulle scale degl’Innocenti,[260]
ivi lo finirono. Un povero lavorante d’occhiali, uscito al rumore
di questi fatti, nella strada, con le pianelle in mano; mentre che
cercava colle parole metter pace, fu da un colpo di spada sul capo
ammazzato.[261] Così avvenne ancora di altri; ed in questo modo,
eccitata dal sangue, la moltitudine degli Arrabbiati giunse nella
piazza San Marco. Quivi trovarono la chiesa ancora piena di gente, che
aveva celebrato il vespro ed era sempre in orazione: vi tirarono dentro
una furiosa grandine di sassi, al che lo spavento fu generale, le
grida delle donne echeggiarono strepitosamente, e tutti si dierono alla
fuga. In un momento la chiesa era vota, le porte di essa e del convento
chiuse e sbarrate; dentro non vi rimasero che i pochi cittadini i quali
volevano difendere San Marco.[262]
Costoro arrivavano appena al numero di trenta;[263] ma erano dei più
caldi seguaci del Savonarola, quei medesimi che lo avevano accompagnato
alla predica, prontissimi sempre ad esporre per lui la vita. Si erano
da più giorni avveduti del pericolo che correva il convento; onde
la notte, non mancavano mai otto o dieci di loro a farvi la guardia.
Istigati, poi, da fra Salvestro e da frate Francesco de’ Medici, che
lo facevano ad insaputa del Savonarola e di frà Domenico, (perchè li
sapevano avversi a quei disegni); essi avevano segretamente introdotto
molte armi in una stanzetta del chiostro.[264] V’erano incirca 12
corazze e altrettante mezze teste, 18 partigiane, 5 o 6 balestre,
rotelle e targoni, 4 o 5 archibusi; v’era un barile di polvere e
palle di piombo;[265] pare anche due piccole bombarde.[266] Francesco
Davanzati che aveva fornito quasi tutte queste armi, e che trovavasi
allora nel convento, le cavò fuora, dando a ciascuno quelle che meglio
sapeva maneggiare. Egli, insieme con Baldo Inghirlami, diresse alquanto
la difesa; ponendo le guardie nei luoghi più deboli, e dando gli ordini
opportuni.[267] Dei frati, 16 incirca[268] presero le armi, tra cui
principali furono fra Luca d’Andrea della Robbia[269] ed il nostro frà
Benedetto.[270] Egli era assai singolare vederne qualcuno, coll’elmo
in testa, la corazza sopra l’abito domenicano, ed una lunga partigiana
in mano; correre pei chiostri, ed al grido di _Viva Cristo!_ chiamare
all’armi.
Il Savonarola fu dolentissimo di tutto ciò, e frà Domenico andava
raccomandando a ciascuno di deporre le armi:[271] «Non si volessero
macchiar le mani nel sangue; non si volessero opporre,» pregava egli,
«ai precetti del Vangelo, alla volontà del loro superiore.» Ma tutto
era vano, perchè in quel momento avevano assai più forza le grida
furibonde che venivano dalla piazza, e gli assalti sempre crescenti che
si facevano alle porte. Fu allora, che il Savonarola pensò di metter
fine ad un doloroso ed inutile spargimento di sangue, col sacrifizio
della propria persona; e messosi il piviale, stretta in mano una croce,
egli diceva ai suoi compagni: «Lasciatemi andare, giacchè per me _orta
est hæc tempestas;_» e voleva darsi in mano ai nemici.[272] Ma qui
lo sconforto ed il pianto degli astanti furono universali; frati e
secolari si strinsero intorno a lui, piangendo e gridando: «No, non
ci abbandonate; voi sareste messo a pezzi, e che faremmo senza di
voi?»[273] Quando egli vide che i suoi più fidi amici gli chiudevano
il varco, si volse allora a tutti, perchè lo seguissero. E prima fece
col Sacramento in mano una processione nei chiostri; poi li condusse
nel coro; ove, detto loro che la preghiera dovea esser la sola arme
dei religiosi, tutti si posero in orazione davanti al Sacramento, e
cantavano: _Salvum fac populum tuum, Domine_. Alcuni avevano appoggiato
al muro le loro armi; altri le ritenevano ancora in dosso; e solo pochi
erano restati a guardia dei punti più importanti.[274]
Erano circa le ore ventidue, la folla moltiplicava in piazza e la
nessuna resistenza cresceva animo agli assalitori; mentre che la
Signoria, aggiungendo sempre nuove indegnità, mandava la sua guardia
ad aiutarli. E nel medesimo tempo, si presentavano alcuni mazzieri
che a voce comunicavano un bando della Signoria, in cui si ordinava
a ciascuno che fosse nel convento, di deporre subito le armi; ed il
Savonarola veniva esiliato, coll’obbligo di lasciare fra 12 ore il
territorio fiorentino.[275] La più parte di coloro che udirono tal
comunicazione, la credettero un’astuzia dei nemici.[276] Non era facile
il credere che la Signoria volesse imporre agli assaliti, che appena si
difendevano, di deporre le armi; mentre agli assalitori, causa unica di
questi disordini ed in numero tanto maggiore, non solo si lasciava ogni
libertà d’inveire, ma anzi si mandavano aiuti! Nondimeno quell’ordine
fece a più d’uno chiedere salvacondotto e partirsi.
Tra quelli che, in quest’ora difficile e pericolosa, lasciarono
il convento, vi fu il Valori che si fece calar giù dalle mura di
dietro; sebbene Francesco Davanzati ed altri ne lo sconsigliassero
fortemente, come cosa assai pericolosa. Esso, vedendo che in San Marco
si faceva appena qualche debole resistenza, mentre che i nemici d’ora
in ora crescevano di numero e di forza; volle ritirarsi a casa, per
raccogliere i suoi partigiani e far di fuori più energica difesa. Ma le
sue case furono subito circondate da molta gente, ed un mazziere venne
a richiederlo che immantinente si presentasse alla Signoria. Egli si
mostrò assai volenteroso d’obbedire; perchè si teneva certo di potere,
colla sua presenza ed autorità, far vergognare i magistrati del loro
procedere; onde, senza mettere alcun tempo in mezzo, s’avviò al Palazzo
col mazziere accanto. Passava tra la folla, con la fronte alta ed il
viso sereno; come colui ch’era sicuro della sua innocenza, e mai non si
sentiva mancare l’animo nei pericoli. Ma non era appena giunto al canto
di San Procolo, quando alcuni dei Ridolfi e dei Tornabuoni, parenti di
quelli che, nell’agosto passato, egli aveva fatti condannare a morte,
gli vennero incontro e colle loro armi lo uccisero. Così la ingiuria
pubblica fu vendicata colla privata vendetta; e così finiva miseramente
la vita d’un valoroso ed onesto cittadino, che era stato sempre il
più potente amico del Frate. La sua moglie, tratta dal rumore, s’era
in questo mezzo fatta alla finestra, tutta piena di spavento; e, nel
mentre che sentiva confusamente le disperate grida del marito e degli
uccisori, un colpo di balestra, partito dalla folla, mandava anche
lei a raggiungerlo. Allora la forsennata plebe invase subito, e mise a
sacco ed a fuoco la casa; dove avvenne questo fatto assai pietoso, che
nel predare gli arnesi d’un letto, vi fu, senza neppure avvedersene,
affogato un bambinello dormente, nipote del Valori. E di ciò, nè allora
nè poi, la Signoria fece giudizio o tenne conto nessuno.[277] Quel
giorno medesimo, andavano a sacco ed a fuoco le case d’Andrea Cambini:
quelle di Paolo Antonio Soderini e Gio. Battista Ridolfi vennero
salvate contro la furia del popolo, solamente dalla presenza di molti
amici e di alcuni mazzieri della Signoria.[278]
Si avvicinava, intanto, la sera; e la furia degli assalitori era
smisuratamente cresciuta intorno al convento. Alcuni mettevano fuoco
alle porle, mentre altri, già riusciti a scalar le mura dalla parte
della Sapienza,[279] penetravano nei chiostri. Corsero costoro,
saccheggiando l’infermeria e le celle; poi, raccoltisi insieme,
penetrarono nella sagrestia colle armi in mano; e di là nel coro,
sforzandone la porta. Quando i frati, che ivi erano inginocchiati e
facevano orazione, si videro così improvvisamente assaliti, mossi da
un subitaneo impeto di naturale difesa, alcuni colle torce accese
in mano, altri coi crocifissi di legno o metallo; cominciarono a
tirare con tanta violenza e rapidità sui volti degli assalitori,
che questi, credendosi assaliti quasi da una schiera di Angeli, si
dierono ad una precipitosa fuga.[280] Allora, quelli che per ordine del
Savonarola avevano deposto le armi, le ripresero; e si fu nuovamente a
scaramucciare per tutti i chiostri. Nel medesimo tempo, veniva sonata
a martello la campana maggiore del convento, chiamata la Piagnona;
l’assalto e la difesa ingagliardivano, e per tutto si udivano grida
disperate, grande confusione e strepito d’armi. Questo fu il momento
in cui Baldo Inghirlami e Francesco Davanzati menarono le mani; questo
il momento in cui frate Andrea di Luca della Robbia, colla spada in
mano, inseguiva i nemici pei chiostri: e frà Benedetto, salito in
alto con altri compagni, faceva cadere una tal pioggia di sassi e di
embrici, che più volte ributtarono indietro i loro avversari.[281] E
dall’interno della Chiesa, più d’uno tirava coll’archibugio, fra cui
un certo Enrico tedesco, giovane biondo e di bellissimo aspetto, che in
quel giorno dètte prova di grandissimo valore. Sin dal principio della
zuffa, a lui era bastato l’animo d’uscire tra la folla, e guadagnarsi
il fucile che ora adoperava così valorosamente, ad ogni colpo gridando:
_Salvum fac populum tuum, Domine!_[282]
In questo punto la vittoria era decisamente per San Marco, ed il
successo cresceva animo ai difensori; quando venne proclamato un nuovo
bando della Signoria, che dichiarava ribelli tutti coloro che nello
spazio d’un’ora, non abbandonassero San Marco.[283] Altri difensori
chiesero salvacondotto e partirono; assottigliando così il già troppo
piccolo numero dei loro compagni. Il vedersi, poi, sempre più chiaro,
come la Signoria voleva decisamente opprimere San Marco, scoraggiava
moltissimo i difensori che, scemati di numero e perduta ogni speranza,
già cominciavano a cedere. Il Savonarola insieme con molti de’ suoi
frati era sempre nel coro, facendo orazioni che d’ora in ora venivano
interrotte dai lamenti di qualche ferito, dalla voce pietosa di qualche
moribondo. Tra i quali fu un giovane dei Panciatici che, ferito a
morte, venne menato sui gradini dell’altar maggiore, dove, in mezzo
ai colpi degli archibusi, ricevette la comunione per le mani di frà
Domenico, nelle cui braccia tutto lieto spirava, dicendo: «Quanto è
dolce ai fratelli ritrovarsi insieme!»[284]
Era intanto sopraggiunta la notte; ed i frati, stanchi dall’agitazione
e dal digiuno, mangiavano alcuni fichi secchi che uno di loro aveva
portati ai compagni. Quando ecco ad un tratto ingagliardire di
nuovo la difesa; crescere più furiose le grida; moltiplicare i colpi
d’archibugio, fra i quali più frequenti si distinguevano quelli del
tedesco Enrico che, salito su quel pergamo dove il Savonarola aveva
tante e tante mai volte predicato, di quivi tirava i suoi colpi
micidiali. Da per tutto cominciava ora ad entrare un fumo così denso,
che, per non affogare, bisognò rompere i cristalli alle finestre
del coro: ma ecco già dalle porte, che finalmente s’erano bruciate,
avanzarsi grandi fiamme nell’interno della Chiesa. Allora il Tedesco ed
un altro venivano nel coro, portando due archibugi che, saliti dietro
all’altar maggiore, piantavano accanto al gran Crocifisso, di dove
continuavano a far fuoco.[285]
Il Savonarola, dolentissimo di vedere per cagion sua tanto inutile
spargimento di sangue, nè potendolo in alcuna maniera impedire, perchè
niuno più gli dava ascolto; prese di nuovo il Sacramento in mano,
imponendo a ciascuno di seguirlo. Passando pei chiostri, conduceva
quasi tutti nella libreria greca; quando gli venne veduto frà Benedetto
che, allora allora, sceso dal tetto, tutto armato e pien di furore,
correva per andare a combattere i nemici più da vicino. Fermatosi
allora il Savonarola, gli fissò addosso i suoi occhi, dicendo in
tuono di grave rimprovero: «Frà Benedetto, lascia le armi e prendi
la croce; io non ebbi giammai intenzione che i miei frati spargessero
sangue.»[286] E l’altro, umiliatosi ai piedi del suo superiore, depose
le armi; e, insieme con tutti, lo seguiva nella libreria greca.
In mezzo a quella sala, sotto quelle semplici volte del Michelozzi,
egli pose il Sacramento e vi raccolse intorno i frati, dirigendo loro
le sue ultime e memorabili parole: «Figliuoli miei, innanzi a Dio,
innanzi all’ostia consacrata, coi nemici già nel convento, io vi
confermo la mia dottrina. Quel che io ho detto, l’ho avuto da Dio,
ed egli mi è testimonio in cielo che io non mento. Non mi era noto
che tutta la città dovesse così presto rivolgersi contro di me; pure
sia fatta la volontà del Signore. Il mio ultimo ricordo è questo: la
fede, la pazienza e le orazioni sieno le vostre armi. Io vi lascio
con angoscia e dolore, per andare in mano degli avversari. Non so
se mi priveranno della vita; ma certo sono che, morto, vi potrò
aiutare in cielo, più di quello che non ho potuto far vivo in terra.
Confortatevi, abbracciate la croce, e con quella troverete il porto
della salute.»[287]
Intanto, i nemici erano padroni di quasi tutto il convento; e
Giovacchino della Vecchia comandante la guardia del Palazzo, minacciava
di rovinare colle artiglierie ogni cosa, se non si obbediva ai comandi
della Signoria; la quale richiedeva, adesso, sotto la fede però di
non toccar le persone loro, che fossero consegnati frà Girolamo, frà
Domenico e frà Salvestro. Allora Malatesta Sacromoro, quel medesimo
che s’era offerto di entrare nel fuoco, incominciò a fare la parte del
Giuda: trattava coi Compagnacci e li persuadeva a portare l’ordine
scritto. E mentre che, per averlo, essi mandavano ai Signori; il
Savonarola si fece confessare e comunicare da frà Domenico,[288] e
s’apparecchiava ad arrendersi insieme con lui; giacchè frate Salvestro
si era nascosto, nè in quel trambusto era facile ritrovarlo.[289]
Seguiva, in questo mezzo, un fatto assai singolare. Girolamo Gini,
seguace del Savonarola e da lungo tempo desideroso di vestir l’abito
domenicano, s’era trovato quel giorno al vespro, ed appena cominciato
il tumulto, s’armò per difendere il convento. Quando il Savonarola
comandò di deporre le armi, il buon popolano obbediva; nondimeno
correva pei chiostri e presentavasi ai nemici, volendo, come egli
stesso dice, affrontare la morte per amore di Gesù Cristo. Ed essendo
stato ferito, egli entrava adesso, col capo tutto insanguinato,
nella libreria greca, dove, inginocchiatosi innanzi al Savonarola,
umilmente chiedeva l’abito, che gli veniva concesso in quell’istante
medesimo.[290]
Alcuni amici proposero allora al Savonarola, che si lasciasse
calar dalle mura, per mettersi in salvo; giacchè non era facile,
entrato una volta in Palazzo, che ne uscisse più vivo. Egli sembrava
esitare alquanto ad accettare quest’unico mezzo di salvezza; quando
frà Malatesta, rivoltosi a lui, gli disse; «Non deve il pastore
metter la vita per le sue pecorelle?» Tali parole sembrarono toccar
profondamente l’animo del Savonarola, che non dette alcuna risposta;
ma, abbracciati e baciati tutti i suoi frati e, prima d’ogni altro, lo
stesso Malatesta; si arrese, senza più esitare, insieme col suo fedele
e indivisibile frà Domenico, nelle mani dei mazzieri della Signoria,
che allora appunto ritornavano.[291] Egli era già in mezzo di loro,
quando si rivolse nuovamente ai frati, dicendo: — «Fratelli miei,
rammentatevi di non dubitare. L’opera del Signore andrà sempre innanzi,
e la mia morte non farà che accelerarla.»[292] — Appena i due frati
furono discesi nei chiostri, che subito la folla si strinse intorno a
loro con grida di gioia feroce. Ed in questo momento, frà Benedetto che
sino ad ora li aveva seguiti, non potette più resistere allo strazio
del suo cuore; singhiozzando e piangendo, si spinse tra la moltitudine,
dicendo di volere andar prigione col suo maestro. Ma tutti erano ebbri
di furore, ed un’altra onda di popolo trasportò frà Girolamo e frà
Domenico nella piazza San Marco: frà Benedetto rimase tristo e desolato
nel chiostro. Egli ci racconta che si udirono, allora, grida così
terribili, da far credere ad ognuno, che il Savonarola venisse, in quel
momento stesso, ucciso.[293]
Erano le otto della sera. I mazzieri lo legarono, e la folla,
addensatasi intorno a lui, faceva come un mare tumultuoso d’elmi, di
corazze, di spade e lance illuminate dal fosco lume delle lanterne e
delle torce. Lo guardavano con volti minacciosi, gli accostavano agli
occhi le lanterne, e gridavano: «Ecco il vero lume;» gli abbronzavano
e bruciavano il viso colle fiaccole, dicendo: «Ora dà volta alla
chiavetta;» gli storcevano le dita e lo picchiavano, insultandolo col
dire: «Profetizza chi ti ha percosso.» Fu tale e tanta questa furia,
che le guardie a fatica poterono salvarlo, incrociando sopra di lui
le armi e gli scudi.[294] Gl’insulti ch’ebbe a sopportare per la via,
si possono più facilmente immaginare che descrivere; nè la efferata
moltitudine si stancò, fino a che egli non fu entrato in palazzo: anzi
aveva già messo il piede nello sportello, quando uno di loro, datogli
un calcio di dietro, diceva: «Ecco dove egli ha la profezia.»[295]
Condotti finalmente i due frati innanzi al gonfaloniere, questi domandò
se persistevano a sostenere che le loro parole venivan da Dio; ed
avendo essi risposto affermativamente, furono chiusi in due carceri
separate. Al Savonarola toccò l’Alberghettino, piccola stanza nella
torre di Palazzo, dove in altri tempi era stato prigione Cosimo de’
Medici; e quivi, per la prima volta, dopo un giorno così travagliato,
trovò un poco di riposo. Quella medesima notte, venne arrestato
suo fratello Alberto, che si trovò per caso in Firenze; ma poi fu
subito rilasciato. Il giorno appresso frà Salvestro uscì del suo
nascondiglio, e subito fu dal Sacromoro consegnato ai nemici che, sino
all’alba, aveano gozzovigliato con dilicati cibi sulla povera mensa dei
frati.[296]
Intanto, la Signoria affrettavasi d’annunziare subito a Roma, a Milano,
in Francia e ad altre corti, ciò ch’era avvenuto la sera dell’otto
febbraio; colorendo i fatti a suo modo, e secondo l’indole dei governi
a cui scriveva. Commettevano, poi, all’oratore in Roma, che impetrasse
dal papa una generale assoluzione di tutte le censure in cui si poteva
essere incorsi; tanto per aver lungamente tollerato le prediche del
Savonarola, come per aver messo le mani sopra persone ecclesiastiche:
chiedevano, inoltre, licenza di poter giudicare quei frati; e, nel
medesimo tempo, pigliavano questa occasione per sollecitare l’affare
della Decima ecclesiastica. Ognuno può immaginarsi con quanta
sollecitudine il papa rispondesse ai Signori fiorentini. Li chiamava
figliuoli veri di Santa Chiesa; concedeva ogni assoluzione, ogni
facoltà richiesta, ogni benedizione; raccomandava solo caldissimamente
che, non appena giudicati quei frati, fossero subito dati nelle sue
mani, per far loro subire la meritata pena. Quanto alla Decima ed a
tutto il resto, faceva larghe promesse. Così anche il duca di Milano
mandava, con staffette espresse, lettere di congratulazione; voleva
aiutare la repubblica; voleva sostenerla in tutti i pericoli, renderle
Pisa in pochi giorni e via discorrendo.[297]
Ma le nuove più grate ai nemici del Savonarola, venivano donde meno
erano aspettate. Le ultime lettere di Francia narravano, come il giorno
7 aprile, quel giorno medesimo in cui doveva aver luogo in Firenze
l’esperimento del fuoco, Carlo VIII di Francia era morto in Amboise.
E la sua fine fu misera, come tante volte il Savonarola aveva predetto
che sarebbe stata, per avere quel re abbandonato l’opera del Signore.
Preso a un tratto da un colpo d’apoplessia, fu menato in luogo pieno
d’ogni più schifosa bruttura;[298] e quivi il re di Francia, posato
sopra la paglia, dava l’ultimo fiato. Giammai, però, alcuna profezia
non s’era meno opportunamente verificata, e con maggior danno del
profeta stesso. Il Savonarola perdeva in Carlo il suo ultimo e più
valido sostegno; lo perdeva quando da lui solo poteva dipendere
la propria salvezza; nel momento, appunto, in cui il re sembrava
volger, di nuovo, i suoi pensieri alle cose d’Italia ed alla riforma
religiosa.[299] Ma, noi lo abbiamo già detto, ormai non bisogna più
illudersi; tutti gli eventi e tutti gli uomini si volgono a danno del
misero frate; egli non ha più nulla a sperare su questa terra.
CAPITOLO NONO.
Esamina e tortura del Savonarola. I magistrati della repubblica, dopo
aver compilato due falsi processi, non possono convincerlo reo.
L’indomani del tumulto era lunedì santo: cominciavano quei giorni sacri
alla religione, nei quali il popolo si stringeva assai più numeroso
intorno al Savonarola, le cui prediche solevano essere allora più
fervide ed eloquenti. E adesso, invece, egli era chiuso in carcere,
in potere de’ suoi nemici. Si vedeva nel palazzo della Signoria,
un’attività incredibile, un andare e venire di mazzieri e di fanti
che, in nome dei magistrati, richiedevano tutti coloro che più erano
conosciuti come partigiani del Frate e del governo popolare. Alcuni,
malgrado la espressa proibizione, riuscirono ad evadere dalla città;
altri, invece, si presentavano. In questo modo, oltre al Savonarola
ed ai suoi due compagni, frà Domenico e frà Salvestro; venivano
imprigionati diciassette, tra laici e frati, che s’erano trovati alla
difesa del convento, o erano noti come più intimi del Savonarola.[300]
San Marco, dopo essere stato saccheggiato, fu minutissimamente
ricercato, rovistato in ogni angolo e massime nella cella del
Savonarola, per vedere se vi erano carte che potessero servire a
compilare quel processo che si voleva ordire a sua perdizione. I frati,
intanto, s’erano ritirati nell’ospizio: quivi, dopo avere assistito
i loro moribondi e feriti insieme con quelli dei nemici, costruito un
altare, attendevano a pregare.[301] Ed in questo mezzo, i Compagnacci,
avendo raccolta tutte le armi trovate nel convento o nella chiesa, le
ponevano sopra un carro; le portavano in giro per tutta la città, e
così insanguinate come erano, le mostravano al popolo, gridando: «Ecco
le virtù di San Marco, ecco i miracoli del Frate, e l’amore ch’egli
portava al popolo di Firenze.[302]»
Queste cose non erano senza grande effetto sull’animo d’una
moltitudine, la quale tenevasi come ingannata e delusa, per non aver
visto alcun miracolo nel giorno dell’esperimento del fuoco, nè in
quello dell’assalto al convento. E la Signoria, battendo il ferro
mentre era caldo, non tralasciava alcuno dei mezzi che potevano
condurla al suo fine. Quel giorno medesimo raccoglieva una Pratica, per
interrogare sul modo da tenere in queste esamine; ed il suo linguaggio
dimostrava chiarissimamente, che s’era presa una ferma risoluzione di
violare, non solo la fede già data di restituire illeso il Savonarola,
ma di violare ancora le consuetudini e le leggi stesse della
Repubblica.
Cominciavano col domandare: «Se i tre frati che, per l’onore della
Repubblica, s’è cercato d’avere nelle mani, bisogna esaminarli qui
in Firenze, o bisogna renderli al pontefice che li richiede.»[303]
Procedevano, quindi, a fare un quadro lietissimo delle molte promesse
che s’erano avute, delle molte speranze che sorridevano alla Repubblica
per questo imprigionamento. Si concludeva finalmente col domandare:
«Quello fosse da fare circa l’ufficio dei presenti Dieci di libertà
e Otto di guardia.» — A questi magistrati apparteneva, per legge,
il giudicare le cause di Stato;[304] e, quindi, volevano i Signori
esserne sicuri, col far la nuova elezione prima del tempo legale;
giacchè allora solamente potevano procedere con pieno arbitrio. Noi
non conosciamo con precisione ciò che si rispose nella Pratica: tutti
i discorsi andarono in gran parte smarriti, fuori quello del Vespucci,
che ci fu tramandato quasi per intero. Nel 94 vedemmo il Vespucci
opporsi al partito popolare, per favorire il governo dei pochi; nel 95
lo trovammo propugnatore della legge troppo democratica delle sei fave;
più tardi fu avvocato di quei cinque cittadini che avevano cospirato
in favore dei Medici; ed ora egli è dei primi a rivolgersi contro al
Savonarola. Levatosi a parlare per la pancata dei dottori in legge,
consigliava: «Che Fra Jeronimo venga esaminato da persone prudenti;
e, fatto il processo, non si abbi a pubblicare intero, ma solo quella
parte che parrà alle Excelse Signorie loro. Che non si mandi a Roma;
ma si scriva che sarà tenuto a buona guardia. Circa all’ufficio dei
Dieci, alcuni pensano d’eleggere i nuovi; altri consigliano che i nuovi
restino in ufficio coi vecchi, sino al termine legale. Quanto agli
Otto, si osserva che il termine loro è già presso a scadere.»[305]
Quasi tutti s’accordavano a questo;[306] se non che fu da qualcuno
aggiunto ancora: «Che, quando la elezione non riuscisse a grado della
Signoria; si dava facoltà di farne un’altra.»[307]
In sostanza, si concedeva arbitrio di fare e disfare. Il partito dei
Piagnoni era come annullato, gli Arrabbiati eran padroni della città,
e la Signoria poteva francamente osare ogni cosa. Essa, infatti,
creò i Dieci e gli Otto nuovi, facendoli stare in ufficio insieme coi
vecchi. Il dì 11 aprile, componeva una commissione straordinaria di
17 esaminatori,[308] coll’incarico espresso di formare il processo
dei tre Frati, valendosi della tortura e d’ogni mezzo che credessero
necessario al loro intento. Con quale giustizia, poi, e con quanta
imparzialità dovevano esser formati quei processi, veniva dichiarato,
abbastanza, dai nomi di coloro che facevano parte della commissione.
V’era quello stesso Piero degli Alberti che, il giorno dell’esperimento
del fuoco, vedemmo adoperarsi con tanto audace e sfacciata pertinacia
contro al Savonarola; v’era quel Doffo Spini, capo de’ Compagnacci,
autore principale di tutte le insidie tramate contro di lui; promotore
e capo nel tumulto dell’Ascensione, nell’esperimento del fuoco,
nell’assalto al convento. Colui che, per mezzo de’ suoi sicarii, mille
volte aveva attentato alla vita del misero Frate, e colle proprie
mani, aveva cercato di finirlo per le vie di Firenze, in chiesa, sul
pergamo stesso; colui si trovava, ora, fra gli Otto nuovi e nella
commissione; doveva, cioè, esser de’ primi nel compilare il processo, e
pronunziar la sentenza finale. Il suo aspetto riusciva assai familiare
al Savonarola: più volte lo avea visto, con occhi ebbri di feroce
vendetta, colla mano sull’elsa del pugnale già quasi sguainato, cercare
di aprirsi la via fra quel cerchio incrollabile d’amici devoti, che
eroicamente ponevano la vita in difesa del loro maestro. Ed ora lo
vedeva col lucco indosso, trasformato in giudice; onde potè ben presto
comprendere con quale umanità sarebbe proceduta l’esamina, con quale
onestà condotto il giudizio. Sin dal principio fu così manifesta la
violazione della giustizia e delle leggi, che uno degli esaminatori,
dopo avere accettato l’ufficio, lo ricusò sdegnosamente, dicendo: «che
non si volea trovare a questo omicidio.»[309]
La commissione non fu compiutamente ordinata che il giorno 11 aprile;
e i due canonici fiorentini,[310] che vi presero parte per ordine del
papa, non poteron ricevere il mandato da Roma, prima del giorno 14.
Nondimeno, abbiamo già visto che il Savonarola venne interrogato la
notte stessa del dì 8, in cui fu preso; ed il processo si cominciò
l’indomani, prima cioè che gli esaminatori fossero tutti nominati.
Interrogato quel giorno, confermò sempre la sua dottrina; a coloro che
chiedevano altre risposte, ripeteva: «Voi tentate il Signore.»[311]
Gli fu dato da scrivere; ma le sue prime parole furon tali, che bisognò
subito distruggere quei fogli, e smettere ogni idea d’avere un processo
di mano propria dell’accusato, secondo che le leggi avrebbero voluto.
Queste poche carte, che così andarono irremissibilmente perdute,[312]
potrebbero dirsi la sola confessione genuina del Savonarola; giacchè,
come noi vedremo, in tutta l’esamina non gli fu più concesso di
scrivere di proprio pugno.[313]
In quel primo giorno, il disordine era tale in Palazzo, che bisognò
contentarsi di non procedere più oltre. L’indomani il Frate venne
condotto nella sala superiore del Bargello, ove, dopo averlo
interrogato, minacciato, insultato, lo legarono alla fune per
torturarlo. Tirato su, era lasciato cadere rapidissimamente; ed allora,
fermata ad un tratto la fune, le sue braccia, rivolgendosi indietro,
percorrevano un mezzo cerchio; i suoi muscoli si laceravano, e tutte
le membra tremavano pel dolore. La tortura della fune, quando veniva
data leggermente, non era certo delle più crudeli; ma si poteva,
anche, dare in maniera da far cedere ogni fibra più dura, ogni animo
più fermo. Continuata per qualche tempo, portava inevitabilmente il
delirio e la morte; onde il far confessare ad un accusato qualunque
cosa si volesse, era solo quistione di tempo. Il Savonarola, poi, fin
dalla prima giovanezza, di fibra delicata e sensibile; a causa delle
continue privazioni, delle lunghe vigilie, del predicare per otto
anni non mai interrotto, era da più tempo divenuto così stranamente
cagionevole e nervoso, che la sua vita si poteva dire un continuo
soffrire, e sembrava sostenuta e sorretta quasi unicamente dalla sua
volontà. Quel che negli ultimi giorni era avvenuto, pericoli, insulti,
dolore di vedersi abbandonato da tutti, aveva non poco esaltata quella
sensibilità già ammalata. Ed in tale stato veniva sottoposto ad una
tortura violenta e crudele! Come era assai naturale, egli cominciò ben
presto a vaneggiare; le sue risposte non ebbero più alcun senso,[314]
e finalmente, quasi disperando di se stesso, egli gridava con voce da
commuovere le pietre, non però i suoi giudici: _Tolle, tolle, Domine,
animam meam._[315] Felice veramente se fosse morto in quel punto! La
sua memoria non sarebbe andata soggetta a tante nuove calunnie, il suo
cuore non avrebbe patito una serie infinita di nuove angosce.
Quando i giudici s’avvidero che, per allora, non si poteva cavare più
nulla da risposte così incerte; lo sciolsero dalla fune, per rimandarlo
in prigione; ed egli, inginocchiatosi, pregava pe’ suoi carnefici: «i
quali non sanno, o Signore, quel che si fanno.»[316] L’indomani, 11 di
aprile, la commissione era composta, e si dava, finalmente, principio
a stendere quello che fu chiamato processo, col quale incomincia una
serie di opinioni diverse e contradittorie intorno al Savonarola, una
difficoltà grandissima di discernere il vero dal falso; il vero ed il
falso essendovi così stranamente mescolali, che assai spesso riesce
ugualmente difficile il credere ed il discredere.
Noi non possiam dire quante volte il Savonarola venisse torturato; ma
è certo che, per compilare i varii processi, si durò più di un mese, e
che i tormenti furono lunghi, continui e crudeli. Un testimonio oculare
affermava di avergli veduto dare, in un solo giorno, 14 tratti di
fune.[317] Il Pico ed il Burlamacchi aggiungono che, tirato sulla fune,
gli erano accostati alle piante carboni accesi;[318] ed in tale stato
lo interrogavano, per scrivere quindi nel processo: «Spontaneamente
e senza lesione di corpo confessò.» Che egli, poi, non abbia sempre
potuto resistere a quella tortura, viene affermato da un numero così
grande di scrittori, che bisogna crederlo, sebbene moltissimi de’
suoi seguaci affermino il contrario. Ma più che tutti gli scrittori,
a noi persuade questa opinione la natura stessa delle cose. Dove e
come poteva trovar la forza di resistere a strazi così crudeli e così
prolungati, un uomo di fibra tanto sensibile e delicata, che ai primi
tratti della fune cadeva nel delirio? Il manigoldo medesimo affermava
di non aver mai veduto alcuno, sopra di cui la tortura producesse un
effetto così pronto e crudele.[319] Di certo, se anche allora, colle
membra lacere e l’animo travagliato, fosse potuto risalire sul pergamo;
alla presenza del popolo radunato, sotto l’influsso di quei mille occhi
benevoli ed attenti, egli avrebbe ritrovato tutto se stesso, ed avuto
la forza di sostenere ogni parte della sua dottrina, anche a costo di
dare coll’ultima parola l’ultimo fiato. Ma di faccia a quei marmorei
volti de’ suoi nemici, che non lo ascoltavano, non lo intendevano, e
solo pensavano di rimetterlo nuovamente alla tortura; come trovare
la forza di riandare, spiegare e difendere le sue visioni, le sue
profezie; egli che già vaneggiava? Come possiamo chiamar responsabile
di tutte le sue parole, colui che più non le intendeva?
Pel Savonarola, però, dovette essere un momento di suprema angoscia,
forse il più doloroso di tutta la sua vita; quello in cui, dopo aver
ricevuto la prima tortura, fu rimandato nella solitaria prigione
dell’Alberghettino. Quivi, in faccia alla sua coscienza, dovette
riconoscere che non poteva resistere ai tormenti; che, legato alla
fune, assai presto vaneggiava, ed avrebbe potuto facilmente dare
qualunque risposta avessero voluta. Che fare, adunque? Una volta che la
tortura era più forte di lui, bisognava pur cedere su qualche punto; si
trattava solo di scegliere. Il processo dovea versare sopra tre capi:
la religione, la politica, e la profezia. Cedere sul primo punto, non
era da mettersi in deliberazione: valeva mille volte meglio morire.
Cedere sulla politica, sarebbe stato vile; giacchè comprometteva la
causa di tutto il popolo e della libertà. Pure in qualcosa bisognava
cedere; non restava, quindi, che la profezia e le visioni.
Come questa materia della profezia immergesse, continuamente, il
Savonarola fra mille sofismi, nei quali è difficilissimo tenergli
dietro, noi lo abbiamo già visto. Ora, nella solitudine della prigione,
affranto dalla prima tortura, umiliato dalla debolezza de’ suoi nervi;
possiam credere se egli fantasticasse più che mai. I ragionamenti
che fece allora ci vengono, in gran parte, accennati dal Pico e dal
Burlamacchi; ma assai più minutamente ci sono descritti dal Violi e da
frà Benedetto, i quali spesero una metà della loro vita nell’esaminare
ed illustrare il processo: s’erano talmente imbevuti dell’idee ed anche
dei sofismi del loro maestro, che assai spesso ci sembra di udirlo
parlare per la bocca loro. Quello che ci dicono su questo proposito,
si riscontra, poi, non solo con tutte le idee e tutta la vita del
Savonarola, ma ancora con le sue stesse parole; sicchè noi dobbiamo
prestarvi un’intera fede.
Egli, adunque, cominciò col rammentare a se stesso alcuni passi di San
Tommaso, in cui è detto che non siamo tenuti dire la verità intera,
innanzi a giudici perversi; riandò la Bibbia, e trovò che Amos, Michea,
Zaccaria, San Giovanni Battista avevano qualche volta negato d’essere
profeti, o avevano dato dubbie risposte; ricordò che Gesù Cristo
aveva fatto lo stesso: perchè non poteva, perchè non doveva farlo egli
ancora?[320] Nè questo era un ragionamento che egli faceva, allora,
per la prima volta. Assai spesso, dopo avere profetizzato sul pergamo,
noi gli udimmo dire: — «Io non sono profeta nè figlio di profeta; —
Io non ho mai detto di esser profeta,» — e simili. Quando, poi, veniva
il giorno appresso a spiegare queste sue contraddizioni; entrava in un
tal mare d’interpetrazioni allegoriche e sofismi, che veramente non era
possibile di più intenderlo. Dobbiamo, perciò, aspettarci di trovare
nel processo, lo stesso uomo colle medesime contraddizioni. Allegorico
ed oscuro sempre in questa materia della profezia, possiamo immaginarci
cosa dovette essere, quando s’era deciso a farlo di proposito, per
confondere i suoi giudici.
Bisogna, d’altronde, considerare che la fermezza di carattere, e
l’eroismo degli uomini sommi, viene solo dalla verità e dalla fede;
ora noi abbiam veduto come queste visioni e profezie del Savonarola,
erano in gran parte effetto d’un fanatismo, sincero sì, ma pur sempre
fanatismo. Come, adunque, e dove poteva trovar la forza per sostenerle,
in faccia a quella tortura che lo faceva vaneggiare; quando noi
sappiamo che, esaminando questo soggetto nel fondo del suo animo, non
troviamo che superstizione e sofismi? Era il lato debole nella vita
e nel carattere del Savonarola; era il punto su cui più infierivano
gli esaminatori colla tortura; e fu, diciamolo pure, la parte meno
lodevole del suo processo. Egli dice e contraddice, afferma e rinnega:
non poteva su questa materia parlar chiaro, perchè non vedeva chiaro
egli stesso; non poteva dimostrarsi forte, perchè era debole, era
vittima infelice delle sue allucinazioni. Come possiamo noi, in questo
soggetto, pretendere da lui eroismo?
Nondimeno, la Signoria, dopo avere distrutta la confessione
autografa del Savonarola, dopo averlo interrogato colla tortura,
era scontentissima delle sue risposte nè sapeva a quale partito
appigliarsi. Fabbricare addirittura un processo falso di pianta, non
era cosa a cui tutti si sarebbero piegati; oltre di che, la cosa
venendo facilmente in chiaro, poteva avere conseguenze spiacevoli
e pericolose. Il popolo, intanto, mormorava di questa lentezza, ed
i Signori si andavano apertamente rammaricando delle difficoltà che
incontravano.[321] Fu allora che ser Ceccone notaio fiorentino, udendo
questi lamenti da uno degli esaminatori; gli rispose con sorriso
impudente: «Dove non è causa, bisogna farvela nascere.» Aggiungendo,
che a lui sarebbe bastato l’animo di assumere l’impresa.
Egli era stato, in origine, uomo di parte Pallesca, e s’era mescolato
nella congiura di Piero de’ Medici, scoperta la quale, rifugiossi in
San Marco ove trovò protezione e salvezza. Quivi finse di convertirsi
alla religione: assisteva tutti i giorni alla predica, e faceva il
Piagnone; il che, però, non gl’impediva di continuare a far la spia del
Duca di Milano, a cui ogni giorno scriveva in cifra, ragguagliandolo
di tutto ciò che seguiva in Firenze.[322] In tal modo visse fino alla
prigionia del Savonarola, quando di nuovo gli si scoperse nemico,
offerendosi di compilare il falso processo, con alterazioni lievi,
ma tali da dar luogo alla condanna. L’offerta venne accettata colla
promessa di 400 ducati; sebbene il Ceccone, non essendo notaio della
Signoria, non avrebbe potuto, secondo gli Statuti, assumere legalmente
quell’ufficio.[323]
Le risposte che la tortura strappava furono, adunque, alterate.
Qualche volta si mutava un _sì_ in _no_, o viceversa; qualche volta
si omettevano interi e lunghi periodi; continuamente si aggiungevano
delle frasi, come: _questa fu mia ipocrisia; fu mia superbia; lo
facevo per gloria del mondo_, e simili. Di ciò ne resero testimonianza
gli esaminatori stessi ed il notaio;[324] oltre di che, leggendo il
processo, ognuno s’accorge delle molte lacune; mentre le aggiunte
sono così evidenti, che non di rado contrastano col senso e colla
grammatica del periodo cui vanno unite. Si vede chiarissimamente che
gli esaminatori, convinti di non potere colle minacce, colla tortura e
con falsificare quasi tutto il processo, render colpevole l’accusato;
si sforzavano, almeno, fargli perdere la stima e l’ammirazione de’ suoi
seguaci.
Noi abbiamo già detto, come questo processo versava principalmente
sopra tre capi: la profezia, la religione e la politica; e che il
primo era il punto debole, quello su cui il Savonarola non ebbe forza
di resistere alla tortura. Credendo sinceramente di esser profeta,
aveva in ciò una fede assai diversa da quella che gl’ispiravano il
vero, là religione e la libertà; questa fede gli dava eroismo e forza
per sostenere il martirio; l’altra era come un sogno superstizioso
e confuso, da cui non si poteva liberare nei momenti di meditazione
esaltata, o di eccitamento oratorio, quando i mille benevoli occhi del
popolo infiammavano la sua fantasia; ma un sogno che spariva in faccia
alla terribile realtà dell’ora suprema. Egli stesso se ne lamentò,
allora, dicendo: «O Signore, Signore, tu mi hai tolto lo spirito di
profezia!»[325]
Nondimeno, quando la prima volta, in presenza di tutta la Commissione,
fu interrogato su questo soggetto; confermò le sue visioni, parlò d’un
angelo che gli appariva in forma di fanciullo, e gli ragionava con
voce divina; poi concluse dicendo: «Lasciate questa cosa a se stessa;
perchè, se è da Dio, voi ne avrete segno manifesto; se da uomo, anderà
per terra. Se io sono profeta o no, questo non è caso di Stato; e
niuno ha diritto di condannare o giudicare le intenzioni altrui.»[326]
Ma di nuovo messo alla tortura, negò d’esser profeta, e poi da capo
lo riconfermava: torturato ancora, cominciò con allegorie e risposte
equivoche, le quali, alterate continuamente dal notaio, formarono una
tale confusione, che spesso non è possibile d’intenderci chiaro. Non
appena, però, i giudici smettevano le dimande intorno alle visioni, che
subito cessava di rispondere il profeta illuso, e cominciava a parlare
l’eroico martire della religione e della libertà.
Nella seconda parte del processo, infatti, il Savonarola venne a
parlare della _sua opera_, e fu uguale a se stesso; la tortura lo
trovò incrollabile. Confermò apertamente che la Chiesa doveva essere
flagellata e poi rinnovata. «Per aiutare questo mio fine, così egli
disse, predicavo cose, per le quali i Cristiani conoscessino le
abominazioni che si fanno a Roma, e si congregassino a fare Concilio;
pel quale, quando si fosse fatto, speravo fossino deposti molti prelati
e anche il papa, e arei cercato di essere lì, ed essendovi, confidavo
predicare e fare tali cose che ne sarei stato glorioso.» E andando
oltre su questo tenore, ripetè spesso: «avevo in animo di far cose
grandi in Italia e fuori.» Interrogato, se pensava d’essere papa;
rispose di no: «perchè quando avessi condotto quest’opera, mi parrebbe
essere stato più che cardinale o che papa.»[327] Ora, se tali parole
si trovano in quel processo che venne falsificato dalla mano di ser
Ceccone, si può egli più dubitare che il Savonarola sapesse sostenere
con coraggio e con eroismo le sue idee religiose?
Il medesimo avvenne quando fu interrogato intorno alla politica.
Le aggiunte e le alterazioni non bastano a nascondere le risposte
assai esplicite del frate. Egli respinse più volte sdegnosamente
l’accusa, che si facesse rivelare i segreti di Stato, per mezzo
della confessione. Più e più volte ripetette, che non aveva tenuto
intelligenze di Stato; non aveva favorito o disfavorito alcuno; aveva
parlato, in generale, delle cose di Stato, lasciando la cura dei
particolari al Valori, al Soderini e ad altri più pratici di lui. «Il
mio scopo era solamente di favorire, in generale, il governo libero
e quelle leggi che lo miglioravano.» Accennò alcune delle principali
leggi che aveva proposte, o che avrebbe avuto in animo di proporre più
tardi, come quella del Gonfaloniere a vita; ed è notevole, ancora, un
luogo ove dice come, essendogli venuto il dubbio che alcuni de’ suoi
più fidati amici si volessero unire a restringere il governo fra loro;
incominciò subito a predicare contro la tirannide e contro ogni governo
di pochi; «acciò, per amore o per forza, questi tali favorissono quello
governo civile.» Quando si trattava della libertà, egli, dunque, non
aveva rispetti umani, non perdonava neppure ai suoi più cari e fedeli
seguaci. Ed anche questo risulta, con ogni evidenza, da quel processo
che ser Ceccone distese a rovina del Savonarola.
Dopo undici giorni di tortura, finalmente, si poneva termine
ad un’esamina la quale, sebbene compilata con tante illegalità,
alterazioni ed astuzie; non rispondeva per niente al fine proposto,
e la Signoria stessa se ne doveva dichiarare scontentissima. Essa,
scrivendo al papa che lamenta vasi della loro lentezza, era costretta a
dire: «Noi avemmo a fare con un uomo di pazientissimo corpo e di sagace
intelletto, il quale indurava l’animo contro i tormenti, avvolgeva la
verità fra mille tenebre, e sembrava essere venuto nella deliberazione,
o di acquistarsi, con simulata santità, un nome eterno appresso ai
posteri, o sopportare il carcere e la morte. Con lunga ed assidua
interrogazione, per molti giorni e colla forza, appena potemmo ottenere
qualche cosa, che pur ci voleva nascondere, mentre si aprivano quasi
gl’involucri stessi del suo animo.»[328]
Veramente in tutto il corso e lo sviluppo di questo processo, noi
troviamo nel Savonarola, quel medesimo uomo che abbiamo finora
conosciuto. Genio e superstizione, alti ragionamenti e triviali
sofismi, eroismo sublime e qualche volta inaspettata debolezza; ma nel
fondo sempre un carattere altissimo, generoso e forte. Ora afferma ed
ora rinnega la sua profezia; ma interrogato sopra quei punti intorno ai
quali la sua mente ed il suo cuore veggono chiaro, egli diviene subito
invincibile. Le minacce, le promesse, la tortura data e ripetuta non
possono più nulla; la sua volontà rimane ferma ed incrollabile ancora
nel delirio. La Signoria dovea, quindi, essere scontentissima di quel
processo; essa vedeva con dolore e dispetto grandissimo che, dopo la
tortura e le alterazioni, il Savonarola risultava sempre innocente.
Un solo vantaggio si poteva cavare da tutto ciò, quello di screditare
il Frate appresso i suoi seguaci: e non era poco. Una volta che egli
avesse perduto il favor popolare, si poteva arrischiarsi a condannarlo,
senza tener conto delle leggi nè della giustizia.
Ma era indispensabile che il processo venisse firmato, non essendo
scritto di mano dell’accusato, come le leggi avrebbero voluto.
Bisognava, dunque, persuadere il Savonarola a quest’altro passo.
Invero, è difficile assai dire con precisione come andasse questa
faccenda della firma. Gli esaminatori affermano d’essere stati due
giorni a persuadere l’accusato, _con parole e conforti umani_;[329] ed
ognuno può immaginare che sorta d’umanità fosse la loro. Il Burlamacchi
assicura che gli fu letto[330] un processo, e fattogliene firmare
un altro; al che dettero qualche fede i discorsi tenuti dai giudici
stessi e dal notaio. Questi, dopo aver fatto una prima bozza, in cui le
risposte del Savonarola erano già alterate; ne fece un’altra con nuove
omissioni ed aggiunte. Secondo ogni probabilità, all’accusato venne
letta la prima bozza, e gli si fece firmar la seconda, che è quella
data poi alle stampe. Nondimeno, le differenze che passavano fra queste
due copie, sebbene molte e gravi, non erano però sostanziali, come
apparisce assai chiaro dal Violi che ne trascrisse la più parte.[331]
Onde si potrà sempre affermare che il giorno 19 di aprile, in presenza
di 8 testimoni, sei dei quali erano frati di San Marco; il Savonarola
firmava un processo che, sebbene non comprometteva alcuna parte
essenziale della sua dottrina, pure egli avrebbe assai meglio lacerato.
Ma perduto in quelle sue allegorie, credette di avere in tutto salvato
la sua dignità e la sua coscienza. Bisogna ripeterlo un’ultima volta,
il Savonarola credeva di non essere nella condizione degli altri
uomini: convinto di avere doni soprannaturali, pensava di non dover
parlare il linguaggio comune degli altri uomini, di non dover dire
ogni suo pensiero; perchè il volgo non li avrebbe intesi, ed ai fedeli
bastava il linguaggio allegorico. Questo sistema seguito, durante una
vita intera, nelle prediche, negli scritti, nei discorsi familiari,
volle continuarlo nel suo processo. E chi volesse avere una idea chiara
intorno al valore di quel mistico linguaggio; legga quelle prediche
in cui il Savonarola comenta se stesso; legga gli scritti dei suoi
discepoli, e principalmente la esposizione che frà Benedetto fece al
processo del suo maestro, e vedrà come assai spesso si pretende che le
parole significhino il contrario di quel che dicono.[332]
Si racconta che, dopo la lettura del processo, il notaio interrogasse
il Savonarola, dicendo: «È vero ciò che è scritto?» A cui egli: «Ciò
che _ho_ scritto è vero;» giovandosi così d’un artifizio di parole, che
frà Benedetto, il Burlamacchi ed il Pico ammirano e trovano simile alle
risposte date da Gesù Cristo ai suoi giudici. Ma noi lasciamo da banda
questi aneddoti, molti dei quali furono invenzione d’importuni e ciechi
ammiratori, che volevano considerare il Savonarola non come uomo, ma
come Santo; gli accendevano lumi e gli recitavano orazioni. Certo è,
però, che quando tutti i testimoni ebbero firmato, egli, volgendosi
intorno, disse queste precise parole: «La mia dottrina a voi è nota, ed
è nota a tutti. In questa tribolazione vi chiedo solo due cose: abbiate
cura dei novizi e conservateli in quella dottrina cristiana, in cui li
abbiamo sinora mantenuti. Pregate per me il Signore, il cui spirito
di profezia mi ha in questo momento abbandonato.»[333] Ed allora frà
Malatesta Sacromoro che, oramai, sembrava deciso alla parte di Giuda,
disse: «Ma sono vere o false le cose che tu hai sottoscritte?» A che
il Savonarola, guardandolo sdegnosamente, gli volse le spalle senza
rispondere, e se ne tornò alla prigione.[334] Quivi egli avrebbe voluto
riandare ponderatamente la sua condotta; ma l’animo travagliato e
stanco, tornava subito alle mistiche contemplazioni; la prigione si
popolava di creature soprannaturali, di esseri invisibili; e quando era
rapito in questo mondo, ogni altro pensiero gli usciva dalla mente.
Intanto, dopo lunga discussione, i Signori vennero al partito di dare
alle stampe il processo: cosa a cui il notaio s’era fortemente opposto.
Vi si fecero, per la terza volta, nuove alterazioni; ma nondimeno,
appena esso venne alla luce, l’opinione dell’universale si manifestò
così contraria alla Signoria, che si dettero ordini severissimi, per
ritirarne tutte le copie. I più obbedirono; ma, dopo qualche giorno, se
ne vide comparire una seconda edizione,[335] senza che oramai vi fosse
più alcun rimedio. Ponendo da un lato il desiderio che si poteva avere
d’una maggiore fermezza nel Savonarola; risultava assai chiaro, che
le sue risposte, strappate colla tortura, alterate nella prima bozza,
alterate di nuovo nel processo firmato, e finalmente una quarta volta
in quello a stampa, lo facevano sempre risultare innocentissimo.[336]
La Signoria, quindi, radunava molte volte la Pratica, per avere
qualche consiglio;[337] e finalmente si venne al disperato partito di
tentare un secondo processo. Fu cominciato il giorno 23 di maggio, e
si procedette con grandissima fretta. Il Savonarola era interrogato
mattina e sera, il notaio rifaceva quasi di pianta le risposte; ma
ben presto si dovette rinunziare a questo disegno, vedendo che non
s’otteneva altro risultato che d’accrescere sempre maggior carico alla
Signoria.[338] Si restò, quindi, al primo processo.
Bisognava, secondo le consuetudini della repubblica, farlo leggere
nella sala del Consiglio Maggiore, in presenza di tutto il popolo,
in presenza dell’accusato stesso. Ma la Signoria, invece, lo fe’
leggere solo da un cancelliere degli Otto, il quale dichiarò al popolo
radunato, che il Savonarola non avea voluto trovarsi presente, per
paura d’esser lapidato.[339] Cosa che non fu creduta da nessuno, ed
accrebbe sempre maggior carico alla Signoria, la quale restò così
scontenta di tutto l’andamento dell’esame e del processo, che, in luogo
dei 400 ducati promessi a Ser Ceccone, non volle dargliene che soli
30;[340] perchè non aveva saputo mantenere alcuno dei patti promessi.
CAPITOLO DECIMO.
Processi di frà Domenico, frà Salvestro e di molti amici del convento.
Arrivano i Commissari apostolici, e rimettono a più fiera tortura il
Savonarola, che risulta sempre innocente. Suoi ultimi scritti, composti
nella prigione.
La Signoria non poteva essere meno scontenta del come procedeva
l’esamina degli altri due frati. Domenico da Pescia, sotto la tortura,
era divenuto maggiore di sè stesso. Cercarono fargli credere che il
Savonarola avesse ritrattato ogni cosa; lo sottoposero alla fune, ed
al tormento assai più crudele della stanghetta;[341] ma tutto ciò era
vano; perchè egli rimaneva incrollabile e sereno, come un martire della
Chiesa primitiva. Pensarono, allora, fare della necessità virtù: gli
lasciarono scrivere di sua mano la propria confessione, disposti a
pubblicarla senza alterazioni, per guadagnarsi nome di giudici onesti,
ed acquistar fede al falso processo del Savonarola.[342] Ma l’animo non
bastò loro a ciò. Quando lessero la confessione di frà Domenico, non
poterono restarsi dal farvi alcuni mutamenti, coi quali, sebbene non
l’avessero essenzialmente alterata, pure la scolorivano e le toglievano
quell’impronta d’eroismo, che traspariva, in essa, da ogni parola.
Vi aggiunsero, di loro invenzione, i nomi degli amici del convento,
che frà Domenico non volle dare; ma, poi, non seppe risolversi a
pubblicarla, e la fecero solamente girare manoscritta.
Ponendo a confronto le due copie di questo processo, si trova che,
in quello ritoccato dalla Signoria, v’è più ordine, più grammatica e
correzione; cose tutte che mancano nel vero e genuino, il quale ha,
invece, quella schietta e naturale eloquenza che non viene dall’arte,
ma sorge spontanea dal cuore d’un uomo generoso. Non si può leggerlo
senza una profonda commozione: esso ci trasporta, quasi, accanto
alla tortura; noi vediamo lo strazio crudele delle membra; udiamo lo
scricchiolare delle ossa; ascoltiamo la voce fioca ed esausta, ma pure
sublime, dell’eroico Frate che s’avvicina alla morte con l’angelico
sorriso dei martiri, e nel dolore si esalta sempre più a lodare il nome
del suo Signore.[343]
Il processo incominciava con queste parole: «Iddio e Signore nostro
Gesù Cristo sa che io frà Domenico, per esso legato, non mento in
alcuna di queste cose.» Affermava, che egli ed il Savonarola erano
stati sempre contrari a qualunque apparecchio d’armi, a qualunque
resistenza nel convento. Ma, venendo all’esperimento del fuoco, diceva,
invece: «Io andai deliberatissimo d’entrarvi, nè pensai che s’avesse a
fare l’obbiezione del Sacramento....» «Se, adunque, è nato scandalo,
Iddio, per la volontà del quale lo feci (l’esperimento), me ne darà
premio; perchè ho assai meritato in questa infamia e persecuzione
sì grande.» E, quel primo giorno, concludeva dicendo ai Signori:
«Non voglino appuntar sofisticamente le mie parole; ma le faccino,
piuttosto, servire alla intenzione con cui sono scritte.»[344]
Il 16 aprile, dopo avere gli esaminatori, con ogni astuzia e crudeltà,
cercato persuadergli che il Savonarola s’era ritrattato;[345] lo
invitarono a scrivere cosa pensasse di lui. Ed egli subito: «Io, per
una certa impressione nella mia mente, ho fermamente sempre creduto
e, non mi essendo mostro meglio il contrario, credo a tutte le
profezie del Savonarola.» E, dopo averle enumerate, continuava: «Io ho
tenacemente affissa questa fede; nè per ciò debbono le Magnificenzie
Vostre alterarsi; perchè questo mio credere non nuoce punto nè a me
nè alla città, ed in queste cose ciascuno è libero a credere quello
ch’ei vuole.» Aggiunse, che il Savonarola non gli suggeriva mai ciò che
dovesse predicare; ma lo lasciava ispirare da Dio. E, poi, concludeva
così: «Non ho altro a mente; se da me voi altro desiderate, come buoni
confessori, domandatemi ed io m’ingegnerò soddisfarvi. Ma credetemi
ogni cosa, perchè veramente potete; conciosiachè, avendo sempre avuta
coscienza tenera, so molto bene che dire le bugie in judicio, o tacere
quello che si debbe manifestare, è peccato. Sonmi ingegnato di andar
tanto appunto, quanto se io avessi ora a morire; il che mi potrebbe
facilmente intervenire, se mi tormentate; perchè son tutto fracassato,
e ho guaste le braccia, massime il sinistro el quale con questa già due
volte ho guasto. Onde vi prego, siate clementi, credendo alla verità
delle mie semplici scritture.»
I giudici insistevano più fieramente; e frà Domenico rispondeva:
«Io non so altro, perchè mi sono occupato solo del ben vivere e di
Gesù Cristo re di Firenze. Così questa seconda fune, se pure, non
mi credendo, mi darete; non troverete altro, nè c’è; e metteretemi a
pericolo della vita.» Ma ciò non valse a nulla: frà Domenico fu rimesso
di nuovo e più crudelmente alla tortura. Poi gli presentarono da capo
la penna; ed egli con mano tremante ed esausta, ma sempre sicura,
scrisse le ultime e più memorabili parole della sua confessione. —
«Sia fatta la volontà di Dio. — Non mi potetti mai avvedere, nè mai
ebbi uno minimo sospetto, che il padre frà Ieronimo ingannassi o
andassi punto fintamente; anzi mi pareva rettissimo, e sempre l’ho
giudicato uomo singolare. Ed avendogli gran reverenza, speravo, per
e’ sua mezzi; avere da Dio grazia di poter fare qualche bene alle
anime; e, reputandolo uomo di Dio, come suo suddito l’obbedivo con
ogni semplicità e sollecitudine. Qualche volta ho detto a’ frati in
pulpito, ed a qualcuno laico, che se io in Fra Ieronimo conoscessi uno
minimo errore o inganno, io lo arei scoperto e pubblicato. E certo lui
ha testificato qualche volta che io lo harei fatto; e ora lo farei, se
nulla di lui sapessi di duplicità. — _Finis. — In simplicitate cordis
mei lætus obtuli universa_.»[346]
Assai diversamente procedette la cosa con frate Silvestro. Nervoso
e malato, soggetto alle visioni d’uno strano sonnambulismo che egli
credeva ispirazione, di carattere assai debole, disposto a credere e
discredere colla stessa facilità; si trovava di continuo a passeggiare
pei chiostri, discorrendo in mezzo ad un crocchio di cittadini. Più
volte ne avea ricevuto rimprovero dal Savonarola; ma v’eran sempre
molti che lo cercavano, ed egli ricadeva nello stesso errore. Sia
la difficoltà di parlare col Savonarola, di cui frà Salvestro godeva
piena fiducia; sia la fama delle sue visioni, che a molti era nota;
sia un certo entusiasmo religioso che egli manifestava nel discorrere:
certo è che uomini come Francesco Valori e Piero Capponi lo avevano
per confessore, ed erano con lui in continua corrispondenza di
lettere.[347]
Quando, però, venne l’ora del pericolo, egli fece pessima prova.
Il giorno del tumulto lo abbiam veduto nascondersi nel convento, nè
uscirne, se non quando fu rivelato ai birri da frà Malatesta. Messo
all’esame, il giorno 25 d’aprile, non ebbe altro pensiero che quello
di salvarsi la vita, a spese della innocenza del maestro e della sua
propria dignità. Ancora in questo processo, la mano di ser Ceccone fece
parecchie alterazioni;[348] ma la sostanza ed il carattere generale
che vi restarono assai visibili, sono tali che, neppure gli amici
più devoti di frà Salvestro, poterono difenderlo. È singolare però
che, contro la sua stessa intenzione, egli fornisce nuovi e validi
argomenti a dimostrare l’innocenza del Savonarola. Dètte lunghissime
liste dei nomi di coloro che frequentavano il convento; rinnegò la
dottrina, e cercò in ogni modo denigrare la vita del suo maestro; pure
confessò, che il Savonarola non s’era lasciato mai dominare dalle mene
di partito, nè aveva tenuto in San Marco intelligenze di Stato. «Sopra
le opinioni mia, de’ fatti di frà Girolamo,» così concludeva; «dico
essere occorso che, almeno 20 o 28 volte, quando lui aveva a predicare,
poco innanzi alla predica, veniva a me e dicevami: — io non ho che
predicare; pregate Iddio per me, chè dubito Dio mi abbi abbandonato
per qualche mio peccato. — E diceva di volersi confessare, e così si
confessava; e nientedimeno faceva poi di belle prediche. E l’ultima
volta che fece questo atto, fu il sabato, quando dipoi lasciò le
prediche, la domenica in San Marco, questa quaresima. Finalmente dico
che ci ha ingannato.»[349] L’ultima frase è certo aggiunta dalla mano
di ser Ceccone; ma che altro provano tutte queste parole, se non la
pienissima fede che il Savonarola aveva nella sincerità e bontà di quel
discepolo, che ora così bassamente lo tradiva, e, quantunque invano,
pure si sforzava denigrarlo.
In questo mezzo, venne a termine ancora un altro processo, contro
parecchi frati di San Marco e non pochi cittadini, dei più intimi
del Savonarola, che s’erano trovati nel convento, il giorno del
tumulto.[350] Vennero minutamente interrogati sulle intelligenze tenute
in San Marco, sulle armi introdotte, e via discorrendo. Si conobbero,
così, nuovi particolari di quei fatti; ma nulla, assolutamente nulla,
che risultasse a danno del Savonarola, la cui innocenza risplendeva,
invece, sempre più luminosa. Tutti affermavano ch’egli era un uomo
dedito assolutamente alla contemplazione delle cose celesti; che mai
non s’era occupato nei maneggi di stato: tale, essi dicevano, era il
rispetto, la venerazione avevamo per lui, che nessuno si faceva ardito
di entrare nella sua cella, per non distrarlo dalla meditazione in cui
era continuamente assorto.[351]
Quando, però, si mostrava agli accusati il falso processo; quando si
cercava di persuader loro che il Savonarola avea rinnegato la sua
profezia e le sue visioni; allora non tutti restavano fermi nella
fede. I frati, in ispecie, trascorsero assai facilmente a parole piene
d’ira e di sdegno. Frà Roberto da Gagliano, sebbene fosse stato dei più
affezionati al Savonarola ed ai suoi due compagni; supplicava adesso
i Signori, perchè in niun modo fossero rimandati al convento. Ma in
tanta ira ed in tanto sdegno, egli non poteva nascondere la stima e
venerazione avuta pel Savonarola; in modo che la sua accusa riesce,
invece, una difesa. «Io sapevo,» egli dice, «per certa scienza e come
teologo, la sua dottrina essere sana e non eretica.» «Io non potetti
mai notare frà Girolamo di nulla; ma sempre vidi in lui gran segno di
santità, devozione, umiltà, orazione, buone parole e ottimi costumi ed
esempi, conversazioni mirabili, e dottrina sana e ferma e solida. Ma
poichè sì sottilmente ci ha simulato e ingannato, ringrazio Dio e la
Signoria che ci ha chiariti, e preghiamo che vogliate mantenere il bene
incominciato insino al fine.»[352]
In vero, i frati di San Marco fecero, in questa occasione, assai mala
prova. Bisogna, però, considerare che la loro condizione era assai
difficile, e che la loro fede fu messa a duro cimento. Sventuratamente,
per molti di loro, la dottrina che professavano, consisteva
principalmente nelle visioni e le profezie; essi avevano cecamente
desiderato, aspettato, anzi voluto il miracolo; e quando videro ogni
cosa sparire, restarono come uomini perduti. Noi dobbiam credere che
questa prova fu dura e difficile davvero; quando vediamo che anche frà
Benedetto, il fido amico, l’eroico seguace, l’instancabile difensore
del Savonarola, si lasciò, in quei giorni, vincere dal dubbio; e,
per servirci d’una sua espressione, _come tordo avuta la ramata_, se
ne andò a Viterbo.[353] Ben presto, però, in lui la calma diè luogo
alla ragione; e venuto di nuovo a Firenze; esaminati minutamente i
fatti; ricercati e trovati i veri documenti, i sinceri testimoni;
tornò più forte che mai nell’antica fede, in cui persistette sino alla
morte.[354] Ma non era in tutti la generosa costanza di frà Benedetto;
e già il 21 aprile, i frati di San Marco avevano indirizzata al Borgia
una lettera, che è macchia incancellabile sulla loro fama.
Si gettavano ai piedi del Santo Padre, e cercavano rovesciare tutta
la colpa del loro operato addosso al Savonarola. Sembrava, però,
inevitabile che tutti gli accusatori ne facessero la difesa: anche
questa lettera è per lui un elogio. — «Non solamente noi,» essi
dicevano; «ma uomini d’assai maggiore ingegno, furono ingannati
dall’astuzia di frà Girolamo. L’acume della sua dottrina; la
rettitudine del vivere; la santità dei costumi; la simulata devozione;
il profitto che ottenne col dissipare dalla città il mal costume, le
usure ed ogni sorta di vizio; i molti eventi che, al disopra d’ogni
forza e d’ogni immaginazione umana, confermarono le sue profezie; furon
tali e tanti che, se non si fosse egli medesimo ritrattato, dicendo
che le sue parole non eran da Dio; noi giammai non avremmo potuto
negargli fede. E tanto in lui credevamo, che tutti fummo prontissimi
d’esporre al rogo i nostri corpi, per sostenere la sua dottrina.»
Chiedevano, quindi, assoluzione dalla scomunica incorsa, per essere
stati suoi seguaci, e per avere alcuni di essi brandito le armi nel
giorno del tumulto. Singolare è, poi, che nel procedere oltre, i frati
supplicavano il Santo Padre, perchè volesse mantenere intatta la loro
separazione dai frati lombardi. Era quella medesima separazione,
per cui il Savonarola aveva tanto combattuto, su cui il papa aveva
motivato la scomunica contro di lui e del convento. E i suoi frati,
ora, supplicavano per essa; adducevano le stesse ragioni addotte da lui
in quella lettera, che fece prorompere così fieramente l’ira papale. E
dopo ciò, concludevano: «Basti a Vostra Santità avere il fomite e capo
d’ogni errore, frate Girolamo Savonarola; sopporti esso pena condegna,
se pur se ne trova, di tanta scelleraggine: noi, smarrite pecorelle,
torniamo al vero pastore.»[355]
Due frati portavano a Roma questa lettera, e venivano caldamente
raccomandati dalla Signoria.[356] Il papa vi rispondeva in data del
14 maggio; e, lodando il pentimento, dava assoluzione, e prometteva di
prendere in maturo esame quella separazione che, già tante volte, era
stata, a vicenda, condannata e concessa.[357] La Signoria ricevette
un breve d’elogio e congratulazione, in data del 17 aprile;[358]
all’Arcivescovo e Capitolo del Duomo venne, con altro breve, concessa
facoltà di assolvere qualunque delitto, commesso a procurare la rovina
del Savonarola, fosse pure omicidio; e moltissimi vi accorsero.[359]
In questo medesimo tempo continuava attivissimo il carteggio fra la
repubblica ed il papa. Da una parte il Santo Padre pregava, domandava,
voleva che, esaminato e torturato il Savonarola, glielo dessero vivo
nelle mani; dall’altra la Signoria non lo poteva concedere, senza grave
offesa alla dignità della repubblica. Essa, perciò, teneva in parole il
Santo Padre; chiedendo, con nuove istanze, quella Decima ecclesiastica,
proposta e sostenuta dal Savonarola con tanto calore, e cagione di
tante accuse contro di lui: la Pratica approvava e confortava questo
procedere della Signoria. Pareva che, da ogni lato, si volesse
mercanteggiare la vita del misero Frate; per ottenerne in cambio,
quelle medesime concessioni che egli aveva propugnate, e che ora gli
facevano sostenere il martirio.[360]
Intanto, si avvicinava il termine per la elezione della nuova Signoria,
e la Pratica veniva tutti i giorni radunata. Il 27 e 28 d’aprile,
i Signori la interrogavano: — In che modo rispondere al Papa; come
provvedere al danaro; come tenere la città quieta. — Ed il Vespucci,
la cui voce prevaleva sempre in queste discussioni, consigliava di
continuar sempre a temporeggiare con Roma, prolungare l’esamina dei tre
frati, onde poterne rimetter la decisione alla nuova Signoria; usare
indulgenza agli altri accusati: quanto al danaro ed all’ordine della
città, se ne rimetteva interamente alla discrezione della presente
Signoria.[361] La quale, seguendo i consigli avuti, conduceva a termine
gli altri processi, condannando 18 cittadini alla pena di qualche
taglia o confine, alla perdita degli uffici per qualche anno.[362] A
molti fu concessa piena amnistia; quelli che avevano combattuto contro
i Piagnoni, quelli che avevano assassinato il Valori e la sua famiglia,
non subirono neppure processo![363] Per mostrare, poi, amore alla
libertà e odio ai Medici; si tolse ogni bando di ribelle che ancora
gravava sopra Alessandro e Lamberto dell’Antella, rivelatori della
congiura di Piero.[364]
Restava da pigliare un ultimo provvedimento, per fare in modo che,
nella prossima elezione, la nuova Signoria risultasse tutta nemica
del Savonarola; altrimenti, invano s’erano violate le leggi e la
fede pubblica, invano lo avevano tormentato e lacerato. Se i Piagnoni
venivano in ufficio; il Savonarola sarebbe stato non solamente salvo,
ma ancora vendicato; la infamia del suo processo sarebbe stata
pubblicamente rivelata al mondo. A tutto ciò, fu assai facilmente
rimediato. Il giorno in cui si radunò il Consiglio maggiore, onde
procedere alla elezione dei magistrati; ne vennero esclusi, con
nuova ed incredibile enormezza, non meno di dugento cittadini dei più
popolari.[365] E in questo modo, risultò gonfaloniere di giustizia un
messer Vieri de’ Medici, ch’era degno del nome che portava;[366] ed una
Signoria simile in tutto alla precedente. I nuovi magistrati trovavano
l’opera già avviata; non dovevano, perciò, fare altro che continuare
nella medesima via, e suggellare col sangue, un delitto già in gran
parte consumato.
Venuta appena in ufficio questa Signoria, subito raccolse la Pratica,
il giorno 5 di maggio; per chieder consiglio sulla condotta da tenere.
Si rispose da alcuni: «Che bisognava insistere appresso al Papa,
perchè l’esecuzione della sentenza avesse luogo, dove avea avuto
luogo il delitto; ma quando, pure, si credesse necessario di cedere;
si cercasse, almeno, con una nuova esamina, cavare da quei tre frati
qualcosa di più esplicito.» Girolamo Rucellai appoggiò il medesimo
parere e, sostenendo la necessità d’un nuovo esame, concludeva: «tanto
più che udiamo s’è avuta la nuova tortura.»[367] Riferiva, forse, a
qualche strumento nuovo e più crudele, per istrappare agli accusati
la voluta confessione. Dipoi si levò a parlare, in nome dei Dieci
nuovi, messer Piero Popoleschi;[368] e le sue parole dovettero avere
un gran peso; perchè, essendo stato gonfaloniere di giustizia nella
passata Signoria, aveva regolato e condotto il processo del Savonarola.
Egli insisteva sulla necessità di scrivere a Roma; «acciò la sentenza
abbia luogo in Firenze, dove sono ancora molti che persistono nella
devozione al Frate. E quando il papa vuol sapere altro, può mandare
suoi commissari a far nuova esamina dei frati. Intanto non si esiti
a chiedere licenza di farli degradare, per consegnarli al braccio
secolare.» Ma qui, venendo a parlare del nuovo processo, che da
alcuni della Pratica si desiderava; senza avvedersene, faceva una
singolare confessione. «Quanto all’esaminarli di nuovo,» così diceva,
«giudicano quei miei Signori doversi sopire qui, essendosi falla
la esamina com’ella s’è fatta, e per quiete e riposo della città;
perchè ritractando questa cosa, potrebbe inducere scandalo.»[369] Il
Popoleschi, adunque, non voleva un secondo processo; perchè temeva, non
si venisse a mettere in chiaro la falsità del primo, ed a compromettere
tutto il giudizio. Dei Commissari del Papa egli non dubitava, perchè li
conosceva pratici del mestiere; ed aiutati da ser Ceccone, non potevano
fallire nel loro intento.
La Signoria, persuasa dalle parole del Popoleschi, scrisse al Papa[370]
che, lasciatosi finalmente persuadere, il giorno 11 di maggio mandava
al vescovo dei Paganotti in Firenze, un Breve in cui si annunziava
il prossimo arrivo di due commissari apostolici, con la facoltà
«di esaminare gli errori e i delitti d’iniquità di quei tre figli
di perdizione.» Conoscendo il Borgia come quel vescovo era amico e
discepolo del Savonarola, volle, con raffinata crudeltà, imporgli
che dovesse, colle proprie mani degradarlo, per quindi consegnarlo al
braccio secolare.[371]
Ma fino al 19 maggio, i commissari apostolici non vennero; e così
il Savonarola, che si trovava nella prigione dell’Alberghettino sin
dal giorno 19 aprile, ebbe un mese di solitudine e riposo, nel quale
potette alquanto rinfrancare le forze. Nei primi giorni, era lacero
e fiaccato in modo, che non poteva muover le braccia; ma poi migliorò
il destro, che soleva essere alquanto risparmiato nella tortura; acciò
l’accusato potesse, secondo le leggi, distendere di sua mano la propria
confessione. Così egli prese la penna; e ciò che scrisse in quei
momenti solenni, merita d’essere tenuto in particolare considerazione.
Il lettore non s’aspetti che il Savonarola parli contro ai giudici, si
lamenti della tortura, o si difenda; egli non ha più nulla a sperare
su questa terra; i suoi pensieri son rivolti unicamente a Dio: espone
e commenta il Salmo, _In te Domine speravi_. — «Dove mi rivolgerò io
peccatore? — Al Signore la cui misericordia è infinita. — Niuno si può
gloriare in se stesso; tutti i santi dicono: non di noi, ma del Signore
è la gloria. Essi non furono salvi pei loro meriti nè per le opere
loro, ma per bontà e grazia di Dio; acciò niuno si possa gloriare in se
stesso.»
«O Signore, mille volte tu hai cancellato la mia iniquità, e mille
volte io sono ricaduto..... Ma quando il tuo spirito sarà sceso sopra
di me, quando Cristo viverà dentro di me; allora io sarò sicuro.
Confermami, adunque, nel tuo spirito, o Signore; allora solamente potrò
insegnare agl’iniqui le vie tue. Se tu avessi voluto il sacrifizio
del mio corpo, io l’avrei già dato; ma tu non vuoi olocausti, tu vuoi
lo spirito. Offeriscasi, adunque, il cuore pentito del peccato e non
ti sia più richiesto.» E qui ritorna al suo eterno pensiero della
rinnovazione della Chiesa. «Io desidero con ardore che tutti gli uomini
sieno salvi, perchè le opere dei buoni grandemente mi solleverebbero.
Io ti prego, perciò, che tu volga lo sguardo alla Chiesa tua, e veda
come più sono gl’infedeli che i cristiani, ed ognuno ha fatto Dio
del suo ventre. Manda fuori il tuo spirito, e rinnoverassi la faccia
della terra. Lo inferno si empie, la tua Chiesa manca. Lévati su,
perchè dormi, o Signore? I nostri sacrifizi non ti sono accetti,
perchè di cerimonia e non di giustizia. Dove è più la gloria degli
Apostoli, la fortezza dei martiri, la santa semplicità dei monaci?...»
Così continuando, egli pare che dimentichi la prigione e si creda
sul pergamo. Chi legge questa meditazione, per poco non pensa di
leggere una delle più ardite prediche del Savonarola; tanto egli si
mantien sempre uguale a se stesso.[372] Fino ad ora, però, noi abbiamo
veduto che, nel carcere, la profezia e le visioni sono scomparse;
ma ora, nella solitudine, il suo animo si esalta nuovamente; la sua
immaginazione si accende, e le sparite visioni risorgono innanzi alla
mente del travagliato prigioniero.
Il secondo scritto che fece, allora, fu la _Meditazione sul
Miserere_;[373] in essa il Savonarola ci dipinge la lotta con cui la
Tristizia e la Speranza si contendono il suo cuore. Non sono esseri
astratti, o allegorie; ma egli ode il rumore delle catene, e la voce
degli angeli: il cielo s’apre ai suoi occhi. «La Tristizia m’ha posto
il campo attorno e, circondatomi con un forte e numeroso esercito, ha
già tutto occupato il cuore nostro; e non cessa di combattere contro a
me, con arme e clamore, il dì e la notte. Li amici miei militano sotto
il suo stendardo, e sono diventati miei inimici. Tutte le cose che io
veggo e tutte quelle che io odo, portano le sue insegne...» «Onde, come
ai febricitanti ogni cosa dolce pare amara; così a me tutte le cose
si convertono in afflizione e amaritudine.... Ma io volgerommi alle
cose celesti, e la Speranza verrà in mio aiuto. Ecco già la Tristizia
non può sostenere il suo aspetto. Aggravimi ora il mondo quanto vuole,
levinsi contro a me i miei nemici; io non ho più alcuna paura, come
colui che ho posto tutta la mia speranza nel Signore. Forse, tu non
vorrai esaudire la mia preghiera, di liberarmi dall’angustia temporale;
perchè una tal grazia non sarebbe utile all’anima, chè la virtù si
fa più gagliarda nelle tribolazioni. Io, allora, sarò temporalmente
confuso da gli uomini; essi avranno forza e potestà contro di me; ma tu
lo permetti acciò io non sia confuso in eterno.» E qui segue un passo
che merita di essere notato; perchè sopra di esso, principalmente, o di
qualche altro affatto identico in questa _Meditazione_, i protestanti
cercarono sostenere, che il Savonarola fosse stato un martire della
loro Chiesa.
«Spererò, adunque, nel Signore, e presto sarò liberato da ogni
tribolazione. E per quali meriti? Pei miei non già; ma per i tuoi,
o Signore. Io non offerisco la mia giustizia, ma cerco la tua
misericordia. I Farisei si gloriarono nella loro giustizia; onde non
hanno quella di Dio, la quale si ha solo per grazia; e nessuno sarà
mai giusto innanzi a Dio, solo per aver fatto le opere della legge.»
In questo punto sopravviene il fantasma della Tristizia, con tal suono
d’armi e di trombe, che il Savonarola dice: «Appena mi potei sostenere,
che non andassi per terra; ed essa mi avrebbe legato colle catene e
condottomi nella sua regione; se la Speranza, tutta lucida e da un
divino splendore irradiata, non fosse sopraggiunta a dirmi, sorridendo:
— «Oh! Cavaliere di Cristo, di che animo sei tu in questa battaglia?...
Hai tu fede, o no? — Sì la ho. — Ben, sappi che questa è una grande
grazia di Dio, perchè la fede è suo dono, e non per nostre opere; acciò
nessuno si possa gloriare.»
Qui è stato facile trovar modo a supporre, che il Savonarola volesse
sostenere la giustificazione, per mezzo della fede e dei meriti di Gesù
Cristo, senza le nostre opere; la quale teoria è base della dottrina
riformata. Ma prima di lasciarsi andare a pronunziare un tale giudizio;
bisogna considerare che, tanto pel protestante come pel cattolico,
la salute si ottiene per mezzo della fede che viene dalla grazia.
La differenza sta solo in questo: che pel cattolico l’umana libertà
contribuisce alla salute, apparecchiandoci colle opere a ricevere
la grazia; pel protestante, invece, l’uomo è un puro strumento nella
mano del Signore; e, quindi, la sua volontà non può contribuire alla
salute. Ciò posto, si comprende di leggieri, quanto sia facile di
chiamar protestante ogni scrittore cattolico che si fermi a ragionare
sulla onnipotenza della fede, sulla necessità della grazia, sulla
pochezza delle opere e dei nostri meriti. Solo penetrando il senso più
intimo d’una dottrina, e studiandola nel suo insieme, si può veramente
giudicarla. Chi, per poco, legga le opere del Savonarola, è costretto
subito a riconoscere l’importanza grandissima che egli dà alla libertà
umana, e come per lui sia indispensabile apparecchiarsi e disporsi a
ricevere la grazia. Che se il Savonarola, chiuso nella prigione e quasi
inabile a muoversi, abbandonato e tradito dagli uomini; non pensò a
diffondersi intorno all’umana libertà, ma si affidava, invece, tutto
nel Signore; chi vorrà farne maraviglia? Ma, pure, chiunque legge
tutta questa meditazione, non potrà certo ingannarsi intorno al vero
carattere della sua dottrina.
«La Tristizia,» egli continua a dire «mi assalì dicendo: Non vedi che
tu chiami cielo e terra, e nessuno t’aiuta? Non vedi che il tuo unico
rifugio è la morte? E tutto il suo esercito gridava; onde io, piangendo
pel dolore, caddi sopra la faccia mia. Ed ecco subito, la Speranza
tutta lucida e piena di splendore, discendere dal cielo, toccarmi
e, levandomi sù da terra, dire: — Fino a quando sarai fanciullo?
Adduca essa Tristizia, se può, un peccatore, sia pure grandissimo,
il quale, rivoltosi e convertitosi a Dio, non sia stato accetto e
giustificato....»[374] «Chi è costei che pone termine alla misericordia
di Dio, e crede portar nelle sue mani le acque dei mari? Or non hai tu
udito il Signore che dice: qualunque volta piangerà il peccatore, e si
dorrà de’ suoi peccati; io non mi ricorderò delle sue iniquità....[375]
La misericordia di Dio non ha termine. Cadesti? Lévati, e la
misericordia ti riceverà. Ruinasti? Grida e la misericordia verrà.»
Qui è chiaro che l’opera dell’uomo è riconosciuta, e la dottrina è
affatto cattolica. Il Savonarola conclude finalmente. «Allora tutto
lieto esclamai: Io non mi confiderò negli uomini, ma solo nel Signore;
e renderò i miei voti dinanzi a tutto il popolo, perchè preziosa è nel
cospetto di Dio la morte dei Santi. Se contro a me saranno posti li
eserciti tutti, il mio core non avrà più paura; perchè tu sei il mio
refugio e mi condurrai al mio fine....» Poco dopo gli venne tolta la
carta, e dovette cessare di scrivere.
Queste due meditazioni composte in prigione, ottennero subito una
grandissima celebrità. La sola esposizione del _Miserere_ fu, in breve
tempo, diffusa in tredici edizioni diverse; e ne crebbe ancora più la
fama, quando Martino Lutero la pubblicava in Germania, l’anno 1523,
con una prefazione in cui dichiarava il Savonarola precursore della
sua dottrina: «Sebbene» così egli diceva, «ai piedi di questo santo
uomo sia ancora attaccato del fango teologico;[376] egli ha, nondimeno,
sostenuto la giustificazione per mezzo della sola fede, senza le opere,
e perciò venne bruciato dal Papa. Ma ecco, egli vive in benedizione,
e Cristo lo canonizza per mezzo nostro, dovessero pure il papa ed i
papisti creparne di rabbia.»[377] Quando, però, a combattere questa
sentenza del grande riformatore, non bastassero le cose già dette;
basterebbero certamente gli ultimi atti del Savonarola e l’ultimo
scritto che egli potè comporre nella prigione; scritto che, di certo,
avrebbe levato ogni dubbio, anche dall’animo di Martino Lutero, quando
egli lo avesse letto.
Il carceriere, come seguiva sempre a chi avvicinava il Savonarola,
acquistò per lui una grandissima venerazione; e più volte lo pregava
che volesse lasciargli un qualche ricordo, intorno al ben vivere. Ed
egli, dopo essersi più volte scusato, per aver le membra tutte lacere
e mancargli la carta; dovette finalmente cedere, e sulla coperta d’un
libro scrisse una _Regola del ben vivere_,[378] che, conservata con
molta devozione, venne poi stampata. «Il ben vivere,» egli diceva in
essa, «dipende tutto dalla grazia; onde bisogna sforzarsi d’acquistarla
e, quando s’è avuta, di accrescerla. L’esaminare i nostri peccati, il
meditare sulla vanità delle cose mondane, c’indirizza alla grazia; la
confessione e la comunione ci dispongono a riceverla. Essa è certamente
un dono gratuito di Dio; ma quando abbiamo un forte disprezzo del
mondo, un forte bisogno di volgerci alle cose spirituali; allora
possiamo dire che, se ancora la grazia non è in noi, certamente
s’avvicina. Il perseverare, poi, nella buona vita, nelle buone opere,
nella confessione, e in tutto quello che ci ha avvicinato alla grazia;
è il vero e sicuro modo di accrescerla.» A chi ora non vede, che questa
è dottrina puramente ed esclusivamente cattolica; e che il Savonarola,
sino alle ultime ore della sua vita, restò sempre conseguente a
se stesso; noi, davvero, non sapremmo trovare altri argomenti a
persuaderlo.
CAPITOLO UNDECIMO.
I commissari apostolici rimettono alla tortura il Savonarola che, dopo
un terzo processo, risulta di nuovo innocente. Condanna e supplizio dei
tre Frati.
Il 19 maggio, entravano solennemente in Firenze i commissari del Papa,
Gioacchino Turriano generale dei Domenicani, e Francesco Romolino
vescovo d’Ilerda, assai noto più tardi col nome di Cardinal Romolino.
Intorno a loro s’affollava il basso popolaccio, gridando: «Muoia,
muoia il Frate.» Ed il Romolino rispondeva, sorridendo: «Morrà ad ogni
modo.» Infatti, Girolamo Benivieni aveva scritto da Roma: «che i due
commissari venivano con ordine di far morire il Savonarola, _fosse pure
un San Giovanni Battista_.[379]» Nè essi ne facevano mistero; giacchè,
non appena furono alloggiati in San Piero Scheraggio, il Romolino,
volgendosi a quei magistrati che gli erano intorno, disse: «Noi faremo
un bel fuoco; io ho già meco la sentenza in petto.»[380]
L’indomani, 20 di maggio, la tortura era in ordine, ed il Savonarola
cominciava a subire una terza esamina. V’erano presenti, oltre
ai commissari del Papa, Paolo Benini e Biagio di Giovanni, pei
Gonfalonieri di Compagnia; Giovanni Canacci, pe’ 12 Buoni Uomini; Piero
degli Alberti, pei Dieci; Francesco Pucci, per gli Otto. Quanto a ser
Ceccone, non essendo rimasti molto soddisfatti di lui, lo facevano
assistere al processo in compagnia di altri; acciò la emulazione
potesse aguzzargli l’ingegno a meglio e più efficacemente alterar le
risposte.[381] Le domande erano già scritte, onde sempre più agevolare
la fatica del notaio. I commissari del Papa venivano deliberati a far
vedere, come si doveva adoperar la tortura, come falsar le risposte,
per ottenere tutto ciò che si voleva.
Essi torturarono ferocemente il misero Frate;[382] e le prime domande
furono intorno all’affare del concilio, ma più specialmente intorno
ai complici di questa impresa. Il Savonarola disse: «Vi risponderò
chiaro, che le cose del concilio non mi furono consigliate da nessuno,
che solo negli ultimi tempi ne feci parola a qualcuno dei frati. Coi
principi d’Italia non tenni mai pratiche, perchè li stimavo tutti miei
nemici. Speravo, però, che i principi stranieri dovessero favorire
l’impresa, a cagione dei cattivi portamenti della Corte di Roma; e
massime il re d’Inghilterra, per avere inteso ch’era buon uomo. Quanto
ai cardinali e prelati li stimavo tutti miei nemici.» Interrogato
circa al farsi rivelar le confessioni, subito rispose: «che nè egli
lo chiedeva, nè i suoi frati lo avrebbero mai fatto.» Il Romolino
cominciava ad accorgersi di non ottener nulla, veniva perciò sulle
furie e minacciava; ma quando vide che le minacce erano inutili, ordinò
subito che il Savonarola fosse spogliato e rimesso alla tortura. Egli
allora, volgendosi intorno, diceva apertamente: «Orsù uditemi, Signori
fiorentini, siatemi testimoni. Io ho negato il mio lume per paura dei
tormenti. Se io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho
detto l’ho avuto da Dio.» In questo mezzo, veniva spogliato e rimesso
alla tortura; ma quelle parole furono trascritte con poche alterazioni,
perchè troppo chiare e con troppo grande fermezza pronunziate.[383]
Torturato fierissimamente, il Savonarola ricadde nel delirio e nelle
risposte ambigue, che venivano affatto alterate dal notaio. Ma quando
si giunse ai punti importanti della dottrina; allora, di nuovo, la
tortura e le alterazioni non valevano più a nulla. Lo interrogarono,
se avesse mai voluto dividere la Chiesa di Cristo; e subito, quasi
svegliandosi dal delirio, rispondeva: «Giammai; se con ciò non si
voglia intendere d’alcune cerimonie, colle quali ristrinsi la vita dei
miei frati. Ben è vero che non ebbi mai paura delle scomuniche.»[384]
L’indomani ricominciavano il processo, con una dichiarazione che doveva
riconfermare tutte le cose già scritte nelle esamine antecedenti. Ma
essa è così priva d’ogni buon senso, che non può avere alcun valore;
come non ne ha nessuno tutto questo processo, falsato assai più
del primo, ed in cui difficilmente può indovinarsi qualcuna delle
risposte genuine. Si continuò, poi, facendo mille strane e ridicole
domande, come; «Se aveva mai sostenuto che Gesù Cristo fosse solamente
uomo.» Al che rispose: «Queste sono cose da matti.» Gli chiesero: «Se
credeva agl’incantesimi.» Ed egli: «Sempre me ne feci beffe.»[385] Il
Romolino tornava, da capo, sull’affare del Concilio, per saperne i
fautori, e massime se v’era stato il Cardinale di Napoli. Domandava
e ridomandava, colle promesse, colle minacce e colla tortura; fino
a che il Savonarola, dopo aver mille volte negato ogni pratica o
consiglio d’altri, gridava quasi fuori di sè: «Napoli, Napoli, con
lui e con altri ho tenuto pratiche.» Ma il giorno seguente, suo primo
pensiero fu di smentire subito ciò che avea detto nel delirio, a danno
altrui. «Nè col Cardinale di Napoli, nè con altri ho trattato le cose
del Concilio.» Allora il Romolino si persuase che non v’era più da
cavar nulla; che la tortura e l’abilità de’ suoi notai non riuscivano
a formare un processo che giustificasse la condanna; e però tornava
inutile perdere più tempo. Fatte, quindi, alcune brevi domande; citò
il Savonarola a comparire l’indomani, per udire la sua sentenza. — «Io
sono prigione,» egli rispose; «verrò, se mi ci condurranno.»
Ma non era anche tutto finito. Il giorno si trovava presso al morire,
sonavano le ore 23, ed il Frate meditava tranquillamente nella sua
prigione, che fu, ad un tratto, invasa da cinque cittadini. Costoro,
insieme col notaio, volevano tentare se in quell’ultima ora, così alla
sprovvista, e dopo tante angosce di spirito e di corpo, il Savonarola
si lasciasse piegar dalle minacce. Volevano saper cose di Stato,
per rafforzare quel primo processo che solo si era pubblicato, e di
cui tutti rimanevano scontenti. Egli non fece che ripetere con calma
quello che aveva giù detto: — «Io lasciavo la cura di tutte le cose
particolari al Valori. Lo scopo dei miei amici si riduceva, in fondo, a
tenere il Consiglio provvisto di uomini popolari; procedere severamente
contro gli avversari, quando però cadessero in fallo; essere uniti e
forti, non per offendere, ma per trovarci pronti alla difesa.»[386]
Così finiva il terzo processo, del quale i commissari apostolici non
potevano andare punto orgogliosi. Dopo tante promesse, non avevano
fatto altro che rendere, coi vani tentativi, sempre più evidente
l’innocenza del Savonarola. Questa esamina, quindi, non fu stampata,
nè firmata,[387] nè letta al pubblico; restò come interrotta e non più
curata. La tennero nascosta, e solo ne mandarono qualche copia in giro
per le corti d’Italia.[388]
Tutto questo, per altro, non impedì che, in quel medesimo giorno 22
d’aprile, i commissari apostolici si radunassero; onde deliberare
intorno alla vita dei tre frati. La cosa fu presto risoluta. Quanto
al Savonarola ed a frà Salvestro, non si fece neppure discussione: fu
decisa la morte. Volendo, poi, in qualche maniera temperare la trista
impressione che doveva fare sugli animi una tale sentenza; il Romolino
proponeva che si risparmiasse la vita a frà Domenico. Ma fu da un tale
osservato: «Che in questo frate rimarrebbe viva tutta la dottrina del
Savonarola;» ed allora il Romolino subito riprese: «Un frataccio di più
o di meno poco monta; mandiamolo pure a morte.»[389]
Nello stesso tempo, s’era radunata una Pratica assai ristretta,
per discutere la sentenza. Non vi fu che un solo, per nome Agnolo
Pandolfini, il quale si levasse a parlare in favore del Savonarola,
dicendo come a lui sembrava gravissima colpa, il porre a morte un uomo
di qualità sì eccellenti, che appena se ne vedeva uno in ogni secolo.
«Quest’uomo,» egli disse, «potrebbe non solamente rimettere la fede
nel mondo, quando la fosse mancata; ma ancora le scienze, di cui è
sì altamente dotato. Io perciò vi consiglio di tenerlo in prigione,
se così volete; ma serbarlo in vita e dargli modo di scrivere, acciò
il mondo non perda i frutti del suo ingegno.» Tali parole vennero
assai male accolte nella Pratica, e subito fu risposto in contrario:
«Che nessuno poteva affidarsi alle nuove Signorie, le quali ogni
due mesi si succedevano. Il Frate sarebbe certissimamente tornato
libero, per mettere di nuovo la città a soqquadro. — Nemico morto,
non fa più guerra. —»[390] E in tal modo venne deliberata la
condanna d’un uomo che, dopo tanti processi, dopo una tortura così
prolungata, risultava sempre più innocente; e quella de’ suoi due
compagni, che erano al pari di lui innocenti. Perchè, in verità, se la
innocenza di frà Domenico fu tale da venire attestata dai suoi medesimi
esaminatori; frà Salvestro, quantunque rinnegasse il suo maestro, non
risultava, però, colpevole d’alcun delitto che le leggi avessero potuto
condannare.
Intanto, quella medesima sera, venne loro comunicata la sentenza;
acciò vi fosse tempo d’apparecchiarsi all’ora estrema. Frà Salvestro
parve assai atterrito; frà Domenico, invece, fu come invitato a festa.
L’annunzio della morte riempì d’entusiasmo quell’anima generosa; e
subito egli prese la penna, per dare l’ultimo addio a’ suoi frati,
scrivendo una lettera che non possiamo astenerci dal riportare.
«_Fratres dilectissimi et in visceribus Jesu Christi_. Perchè la
volontà di Dio è che noi siamo per lui morti; voi che resterete,
pregate per noi, tenendo a mente i miei ammaestramenti, di star
uniti in carità e bene occupati in santi esercizi. Pregate per noi,
particolarmente nelle solennità, quando siete insieme congregati
in coro; ed il corpo mio seppellitelo costì in terra, non dentro in
chiesa; ma dinanzi alla porta di essa, o da un canto in luogo umile,
e direte per noi le solite messe. Ed io, dove spero potere, farò il
simile per voi.
»Baciate tutti i fratelli, costì in San Marco, da mia parte, massime
i nostri dilettissimi di Fiesole, _quorum nomina in corde fixa ante
Deum porto_. Fate raunare dalla cella nostra tutti gli opuscoli del
Padre frà Girolamo; fategli legare e metterne una copia in libreria e
un’altra in refettorio, per leggere a mensa, pur con la catena; acciò
anche i fratelli conversi possano, quivi, qualche volta leggerli.»[391]
— Il suo ultimo pensiero era volto a mantener sempre viva la dottrina
del maestro! Pochi esempi si trovano al mondo, di tanta fede e di tanta
costanza. Egli era così esaltato, così pieno di fervore, che non appena
gli fu annunziato come i loro corpi sarebbero, dopo morte, bruciati;
domandò in grazia d’essere bruciato vivo, «onde potere, nel nome di
Cristo, sopportare più penoso martirio.»
Quando i messi entrarono nel carcere del Savonarola, a comunicargli
la sentenza; lo trovarono inginocchiato che pregava. Dopo avere udito
il tristo annunzio, non dette alcun segno di dolore o di gioia; ma
continuò più fervida la sua orazione. Poco dipoi, gli venne offerta la
cena che ricusò, dicendo: aver bisogno di fortificare l’animo e non il
corpo, di tenere la mente serena e bene apparecchiata alla morte. Ed
ecco, entrare nella prigione un uomo tutto vestito di nero, col viso
nascosto sotto un nero cappuccio: era Jacopo Niccolini, Battuto della
compagnia del Tempio. Questo nome si dava ai membri d’un’associazione,
che volontariamente assistevano le ultime ore dei condannati.
Non appena il Niccolini ebbe interrogato il Savonarola, se poteva
soddisfare a qualche suo desiderio; questi lo pregò d’impetrargli
dai Signori, un breve colloquio co’ suoi due compagni di prigione, ai
quali, prima di morire, voleva dir poche parole. E l’altro andò subito,
dimostrandosi assai volenteroso d’adempiere a questo ufficio. Allora
entrava un monaco di San Benedetto, per confessare il prigioniero che,
devotamente inginocchiatosi, adempieva con fervore a tutti gli uffici
religiosi. Lo stesso facevano gli altri due frati.[392]
I Signori discutevano, intanto, sulla domanda di cui era apportatore
il Niccolini: essi temevano sempre dal Savonarola qualche cosa di
straordinario e d’inaspettato. Ma il benevolo messaggiero faceva loro
considerare, che non vi poteva esser nulla a temere da chi già si
trovava, per così dire, con un piede nella fossa; e che gli ultimi
desiderii dei condannati sogliono esser sempre soddisfatti. Così venne
concessa un’ora di colloquio, nella sala del Consiglio Maggiore.
Con quale animo s’incontrassero i tre frati, sarebbe assai difficile
descriverlo. Si vedevano per la prima volta, dopo più di quaranta
giorni di prigionia e di tortura; dopo che ad ognuno di loro s’era
voluto far credere, che gli altri avessero ritrattato ogni cosa; dopo
che frà Domenico e frà Salvestro avevano, coi propri occhi, veduto
il falso processo del Savonarola. Ma quelli non erano momenti da
permettere alcuna dichiarazione; si trattava solo d’apparecchiarsi
con fraterno coraggio alla morte. La sola presenza del Savonarola
bastò subito, perchè in mezzo ai suoi compagni, egli riprendesse tutto
il suo ascendente. Al primo apparire di quel volto calmo e severo,
ogni dubbio scomparve dall’anima de’ suoi discepoli, e vi rinacque,
invece, l’antica fede. Non v’era da perdere un solo minuto; onde
si rivolse, tosto a frà Domenico, dicendo: «Io so che voi chiedete
d’essere bruciato vivo; ma ciò non è bene, a voi non è lecito di
scegliere la morte. Sappiamo, forse, con quale fermezza sopporteremo
quella a cui siamo condannati? Ciò non dipende da noi; ma dalla grazia
che il Signore ci vorrà concedere.» Volgendosi, poi, con maggiore
severità a frà Salvestro, gli disse: «Di voi so che volete, innanzi al
popolo, difendere la vostra innocenza: io v’impongo di lasciare un tal
pensiero, e seguire piuttosto l’esempio del nostro Signore Gesù Cristo
che, neppure sulla croce, volle parlare della innocenza sua.» I due
frati, senza rispondere una sola parola, s’inginocchiarono dinanzi al
loro superiore, e ricevuta devotamente la benedizione, se ne tornarono
ciascuno alla sua prigione. Il Savonarola aveva giustamente pensato,
che ogni esterna manifestazione d’atti o parole, avrebbe reso meno
solenne e meno cristiana la morte loro; in quell’ora suprema tutti
i pensieri e tutto l’animo dovevano essere rivolti a Dio: tale era
stato il fine di quel colloquio. Ora che i suoi discepoli s’erano
mostrati dispostissimi all’obbedienza, a lui non restava altro che
apparecchiarsi a bene morire.[393]
La notte era già molto avanzata, quando egli rientrò nella prigione:
ivi il sonno e la stanchezza lo vinsero per modo, che avendo, quasi
in segno d’affetto e riconoscenza, posato il capo sulle ginocchia
del benevolo Niccolini; cadde subito in un sonno breve e leggero,
nel quale pareva sorridere e sognare: tanta era la serenità del
volto e dell’animo suo. Destatosi, egli fu come sorpreso di se
stesso; e per dare un segno d’affezione e riconoscenza al Niccolini,
volle riconfermargli le future calamità di Firenze. E si dice che
aggiungesse: «Tieni bene a mente, che ciò avrà luogo, quando vi sarà
un papa chiamato Clemente.» Questa profezia fu scritta e serbata fino
al 1527, quando nell’assedio di Firenze, sembrò verificarsi a capello;
allora i Piagnoni la cavaron fuori, e l’andavano mostrando al popolo
maravigliato: tale, almeno, è il racconto che ci lasciarono gli antichi
biografi.[394]
I tre frati passarono tutta la notte in continua orazione, e la mattina
si rividero per comunicarsi. Il Savonarola ottenne di farlo colle
sue proprie mani; e così, presa l’ostia, vi fece sopra la seguente
orazione, a sempre meglio dichiarare la sua dottrina: «Signore, io
so che tu sei quella Trinità perfetta, invisibile, distinta in Padre,
Figliuolo e Spirito Santo; so che tu sei il Verbo eterno, che scendesti
nel seno di Maria, e salisti sulla croce a spargere il sangue pei
nostri peccati. Io ti prego che quel sangue sia in remissione de’ miei
peccati, dei quali ti chiedo perdono; come pure d’ogni offesa o danno
recato a questa città, e d’ogni mio errore che non conoscessi.»[395]
Fatta questa piena ed esplicita dichiarazione di fede, prese la sua
comunione: lo stesso fecero i due compagni; e subito dopo venne loro
annunziato che potevano scendere nella Piazza.
Sulle scale della ringhiera si vedevano eretti i tribunali, in numero
di tre. Il più vicino alla porta del Palazzo, era pel vescovo di
Vasona; il secondo a sinistra, pei commissari apostolici; il terzo,
vicino al Marzocco, pel Gonfaloniere e gli Otto. Di lì, stendendosi
verso il tetto dei Pisani,[396] correva un palco alto a statura
d’uomo, che occupava nella sua lunghezza un quarto della piazza.
Alla estremità del medesimo, s’innalzava un grosso palo, traversato
in cima da un altro che formava così una croce; sebbene, per evitare
quella forma, fosse stato più volte scorciato. Dalle braccia di
questa croce pendevano tre lacci e tre catene, per prima impiccare i
frati, e poi incatenarne i cadaveri; onde rimanessero sospesi, mentre
venivano divorati dalle fiamme. Ai piedi del palo era un gran monte di
materie accensibili, d’intorno a cui i fanti della Signoria duravano
una gran fatica, per tenere lontana la moltitudine che si moveva e
cresceva ad ondate. La folla non sembrava più numerosa che nel giorno
dell’esperimento del fuoco; ma d’aspetto assai diverso. V’era un
silenzio tristo e solenne; una trepidazione profonda occupava l’animo,
anche di coloro che più avevano desiderato questo giorno. Ed in
quella universale agitazione, la moltitudine era esaltata da passioni
diversissime: vi si vedevano Bigi, Piagnoni ed Arrabbiati; quelli che
più erano stati assidui alle prediche del Frate, si trovavano accanto a
coloro che, colle pietre e coi pugnali, gli avevano attentato la vita.
Vi si trovavano, ancora, molti degli scrittori che, nelle cronache
o diari, ci hanno lasciato eterna ricordanza di quel giorno tanto
memorabile. Che pensieri passassero per l’animo loro, sarebbe certo
assai più facile al lettore immaginarli, che a noi descriverli.
Intorno al monte delle materie infiammabili, era, intanto, penetrato
un pugno di gente che, alle bestemmie, alle grida oscene, al feroce
diletto con cui già pregustavano il vicino spettacolo d’orrore;
sembravano belve piuttosto che uomini. Erano la più parte usciti allora
dalle prigioni, dove i passati magistrati li avevano chiusi, a cagione
dei loro delitti; e donde la presente Signoria li faceva uscire, a
cagione solamente dell’odio che dicevan di portare al Savonarola ed a’
suoi seguaci.[397]
Già i tre frati scendevano le scale di Palazzo; quando ecco un
Domenicano di Santa Maria Novella venire loro incontro, con ordine di
spogliarli dell’abito, lasciandoli nella sola tonacella di lana, coi
piedi ignudi e le mani legale. Quest’atto così inaspettato, commosse
profondamente il Savonarola; ma pure, fattosi animo, prese in mano
il suo abito e, prima di renderlo, disse: «Abito santo, quanto ti
ho desiderato! Tu mi fosti concesso per grazia di Dio, ed io t’ho
conservato finora senza macchia. Ora io non ti lascio, ma tu mi sei
tolto.»[398]
Finalmente giunsero al primo tribunale, e si trovarono in presenza del
vescovo di Vasona. Esso aveva obbedito agli ordini del Papa; ma ora
sembrava tutto confuso: non aveva il coraggio di alzare gli occhi sul
volto sereno del suo maestro, che innanzi a lui sembrava il giudice
e non l’accusato. Pure, si cominciava la terribile e quasi funerea
cerimonia. I tre frati furono rivestiti del loro abito; ond’essere
prima degradati, e poi di nuovo spogliati. Quando furono al punto della
degradazione, il vescovo prese pel braccio il Savonarola; ma la voce
gli tremava e l’animo gli mancò per modo che, dimenticando la consueta
formola, in luogo di separarlo solamente dalla chiesa militante,
disse: «_Separo te ab Ecclesia militante atque triumphante._» A che il
Savonarola, senza punto scomporsi, lo corresse, dicendo: «_Militante,
non triumphante; hoc enim tuum non est_.»[399] E queste parole furono
pronunziate con un accento che vibrò nell’animo degli astanti: chiunque
potette udirle, ne serbò eterna ricordanza.
Degradati e spogliati che furono i tre frati, vennero, di nuovo, colla
sola tonacella ceduti al braccio secolare, e da questo condotti innanzi
ai Commissari apostolici, ove udirono la sentenza che li dichiarava
scismatici ed eretici. Dopo di che, con crudele ironia, il Romolino li
assolvette da ogni peccato; e, domandando loro, se accettavano la sua
assoluzione; essi, piegando il capo, accennarono di sì. Finalmente si
trovarono di faccia agli Otto che misero il partito ai voti, secondo
la forma consueta, e lo vinsero unanimi. Se non che, un tal Francesco
Cini non v’era intervenuto, dicendo di non si voler trovare a rendere
così iniqua sentenza.[400] La quale fu subito letta agli accusati,
ed era concepita in questi termini: «Il Gonfaloniere e gli Otto, bene
considerati i processi dei tre frati, e gl’immensi delitti che ivi si
contengono; e considerata soprattutto la sentenza del papa,[401] che li
consegna al tribunale secolare, perchè fossero puniti; deliberano: che
ciascuno dei tre frati venga sospeso al patibolo e poi bruciato; acciò
le anime sieno affatto separate dai loro corpi.»[402]
I tre frati, allora, con piè sicuro e con animo tranquillo, s’avviarono
al supplizio. Anche frà Salvestro riprese in quell’ultima ora lo
smarrito coraggio; ed in presenza della morte, parve tornato ad essere
un vero e degno discepolo del Savonarola. Il quale, veramente, dette
prova di forza sovrumana, non perdendo neppure un solo istante, quella
calma che troppo gli era necessaria a morir cristianamente. Mentre
che, insieme a’ suoi compagni, colle membra appena ricoperte dalla
tonacella, i piedi scalzi e le braccia legate, veniva lentamente
condotto dalla ringhiera al patibolo; si permetteva alla più sfrenata
plebaglia d’accostarsi, per insultarlo con atti e parole impudenti e
vilissime. Egli restò fermò e inalterabile sollo quell’aspro martirio.
Un tale, mosso a pietà, gli si accostò dicendo qualche parola di
conforto; ed il Savonarola benignamente rispose: — «Nell’ora estrema,
solo Iddio può confortare i mortali.» — Un certo prete Nerotto
domandava: — «Con quale animo sopporti questo martirio?» Ed egli: — «Il
Signore ha sofferto tanto per me;» — nè aggiunse più altro.[403]
In questo universale scompiglio, frà Domenico non s’avvedeva di nulla,
parea davvero:
Ch’a danza e non a morte andasse.[404]
Era così esaltato che voleva, in ogni modo, intonare il _Te Deum_ ad
alla voce; ma, per le vive istanze del Battuto che gli era accanto, se
ne astenne dicendo: «Accompagnatemi, dunque, a bassa voce;» e così lo
recitarono tutto. Poi aggiungeva: «Rammentatevi bene, che le profezie
di frà Girolamo si debbono verificare tutte, e che noi siamo morti
innocentemente.»[405]
Frà Salvestro fu il primo cui venne ordinato di salire la scala del
supplizio. Quando egli ebbe il laccio intorno al collo, nel momento
stesso in cui ricevette la fatale spinta, esclamò: _in manus tuas,
Domine, commendo animam meam_. Poco dopo, il boia, legato il cadavere
colla catena; andò subito dall’altro lato della croce, per far subire
lo stesso supplizio a frà Domenico. Il quale salì rapido, con un volto
pieno di speranza e quasi di gioia, come se andasse direttamente al
cielo.
Quando il Savonarola ebbe visto morire i due compagni; toccava a lui
prendere quel posto, che rimaneva ancora vuoto in mezzo ad essi. Egli
era così rapito ai pensieri d’un altra vita, che quasi parea avesse
già abbandonato la terra. Ma, pure, come fu in alto sulla croce, non si
potè trattenere dal volgere lo sguardo alla sottoposta moltitudine, e
gli parve che ad ognuno tardasse di vedere la morte sua. Oh! quanto era
diversa, da quei giorni nei quali pendeva estatica dalle sue labbra, in
Santa Maria del Fiore. Ai piedi della croce, vide alcuni popolani coi
torchi accesi in mano, impazienti d’appiccare il fuoco. Allora, subito,
presentò il capo al boia. Il silenzio fu, in quel momento, universale,
e terribile; un fremito d’orrore sembrò invadere quella moltitudine, e
quasi i monumenti stessi che circondavano la piazza. Pure, non mancò
chi fece udire la sua voce, gridando: «Profeta! è venuto il momento
di fare il miracolo.» Tutti gl’incidenti di quel giorno, sembravano
destinati a rimanere incancellabili nella memoria, e ad accrescere
quel senso di misterioso terrore, che la morte del suo profeta doveva
eternamente lasciare nel popolo di Firenze.
Il manigoldo, credendo di compiacere alla sfrenata plebaglia, cominciò
a buffoneggiare sul cadavere che ancora si dibatteva; e nel ciò fare,
mancò poco che non precipitasse dall’alto. Quest’osceno spettacolo
mosse sdegno ed orrore nell’animo di tutti; tanto che i magistrati
mandarono severamente a rimproverarne l’autore. Allora quegli volle
darsi una grandissima fretta, sperando così che le fiamme cominciassero
a bruciare il misero Frate, prima che fosse morto del tutto. Ma gli
cadde di mano la catena, e mentre che la cercava, per rimetterla, il
Savonarola aveva già dato l’ultimo fiato. Erano le ore 10 antimeridiane
del giorno 23 di maggio 1498: moriva in età d’anni 45.[406]
Il manigoldo non era anche sceso dalla scala, per accendere il fuoco;
quando le fiamme già si levavano in alto, perchè un tale, che stava da
più ore col torchio acceso in mano, lo aveva subito appiccato, dicendo:
«Finalmente mi trovo a bruciare, chi avrebbe voluto bruciar me!»[407]
Ma ecco levarsi un vento che, per qualche tempo, allontanava le fiamme
dai tre cadaveri; onde molti retrocedevano atterriti, e gridavano ad
alta voce: «Miracolo, miracolo!» Ben presto, però, cessato il vento,
le fiamme riavvolgevano i corpi dei tre frati, e la gente di nuovo
s’avvicinava. In questo mezzo, s’erano consumate le funi che legavano
le braccia al Savonarola; onde, per l’azione del fuoco movendosi le
mani, all’occhio dei fedeli sembrò di vedere che egli, in mezzo a
quella nuvola di fiamme, levasse in alto la destra e benedicesse il
popolo che lo bruciava.[408]
I Piagnoni accennavano questa visione l’uno all’altro; e molti di loro
ne erano talmente commossi che, senza considerare al luogo ed alla
gente fra cui si trovavano, singhiozzando, piegavano le ginocchia a
terra, e adoravano colui che già avevano santificato nel loro cuore.
Le donne piangevano dirottamente; i giovani fremevano, considerando lo
stato infelice a cui erano ridotti. E mentre che da un lato v’era tanto
dolore, dall’altro si esultava. Gli Arrabbiati, vicini al patibolo,
istigavano un’orda di fanciulli che, schiamazzando e danzando, tiravano
una grandine di sassi ai tre cadaveri, dai quali si staccavano,
di tratto in tratto, dei brani che cadevano nel fuoco sottoposto.
«Piovea viscere e sangue,» dice uno scrittore che si trovò presente
a quel doloroso scempio, che da un lato cresceva le grida di gioia, e
dall’altro raddoppiava i vani rammarichii ed il pianto.[409]
Molti dei più arditi Piagnoni, fra cui delle dame travestite da serve,
si aprirono strada tra la folla nemica; e pervennero sino al patibolo
ove, in mezzo all’universale trambusto, poterono certamente raccogliere
le reliquie dei loro santi. Ben presto, però, furono allontanate dai
fanti della Signoria, la quale, temendo anch’essa che quelle ceneri
potessero operare miracoli, le fece tutte raccogliere sopra carri, e
dal Ponte Vecchio gettare in Arno. Ma non si potette impedire a molti
di raccogliere i residui lasciati nella Piazza o caduti per via; i
quali residui, gelosamente conservati in preziose custodie, furono
adorati, e per moltissimi anni mantennero viva la fede nel Frate e
la devozione al suo convento.[410] Il giovane Pico della Mirandola,
valente erudito e dotto filosofo, credette anch’egli di aver potuto
ripescare dall’Arno un pezzo del cuore stesso del Savonarola; ed
assicurava di averne più e più volte sperimentato la miracolosa
virtù, nelle guarigioni di molte malattie, nello scacciare gli spiriti
maligni, e via discorrendo.[411]
Vennero coniate medaglie, incise immagini, che da tutti i devoti
erano ricercate e tenute nascoste; perchè oggimai gli Arrabbiati
erano padroni di tutto, nè si poteva più resistere alla loro furia
insolente.[412] Le persecuzioni cominciate, allora, contro i Piagnoni,
non sembrava che dovessero aver mai fine. Fu chiuso per due mesi il
convento di San Marco; privato della contigua fabbrica della Sapienza,
ove erano i novizi; gli furono tolti, sotto vari pretesti, quei
libri di Lorenzo il Magnifico, pei quali aveva pagato alla Repubblica
3000 fiorini:[413] così avvenne ancora di moltissimi altri diritti e
privilegi che godeva da lungo tempo.[414] Nè vi mancò, pure, la sua
parte di ridicolo; perchè si fecero cinque deliberazioni[415] contro
la Piagnona, o sia campana maggiore di San Marco: per avere sonato
a martello il giorno del tumulto, essa venne esiliata da Firenze,
e portata sopra un carro, mentre il boia la frustava.[416] Molti
frati andarono in esilio, fra i quali Mariano degli Ughi, Roberto da
Gagliano, Aurelio Savonarola fratello di Girolamo, ed anche Malatesta
Sacromoro, cui il tradimento non valse a far perdonare l’amicizia avuta
col suo maestro.[417]
Grandissimo fu, poi, il numero dei cittadini perseguitati come seguaci
del Frate. Altri non pochi ebbero ordine di presentarsi a Roma; ma
si fecero ben presto assolvere, mediante danaro pagato ai commissari
apostolici.[418] Niuno, però, si poteva liberare dagl’insulti continui
d’una sfrenata plebaglia: da per tutto s’udivano canzoni oscene ed
ingiuriose contro i Piagnoni, e le loro orazioni eran di continuo
interrotte. La notte di Natale, per maggiore dispregio alla memoria del
Savonarola, fecero gli Arrabbiati correre in Duomo un vile giumento
che, poi, a furia di bastonate, lasciarono morto sulla soglia.[419]
Nondimeno, ogni anno, nella notte del 23 di maggio, quel luogo medesimo
ove i tre frati aveano sostenuto il martirio si trovava sparso di
fiori.[420] I più costanti seguaci si dettero a scrivere, in segreto,
apologie o biografie del Savonarola; dipingevano quadri religiosi,
leggevano le prediche, ed attendevano la verificazione de’ suoi
vaticinii.
Lo stesso giorno 23 di maggio, i Dieci scrivevano a Roma e ad altre
corti d’Italia, dicendo: «quei frati avere avuto fine condegno alle
loro pestifere sedizioni.»[421] I commissari apostolici, poi, non
solo chiamavano il Savonarola eretico e scismatico; ma lo accusavano
di quei delitti, di cui essi stessi lo facevano risultare innocente,
nel processo da loro falsamente compilato. «Noi abbiamo trovato,» così
scrivevano al papa, «che egli si faceva rivelare le confessioni; che
il suo fine era di mettere sedizione in Firenze, movendo i cittadini
gli uni contro gli altri. Trovammo questo Frate, o diremo piuttosto,
per non chiamarlo nè frate nè uomo, questo iniquissimo onnipede,[422]
pieno d’ogni più orrenda scelleraggine. Egli osava chiamare Iddio in
testimonianza delle sue parole; dicendo che, quando non fossero vere,
avrebbe voluto morire di laccio, ed avere le sue ceneri sparse al vento
ed alla pioggia. E noi abbiam fatto in modo, che ogni parte di questo
vaticinio sia verificato.»[423]
Da Roma, da Milano, da ogni parte vennero alla Signoria lettere di
congratulazione e d’encomio. Solamente Luigi XII, che era successo
a Carlo VIII, scriveva e pregava caldissimamente, che fosse sospesa
l’esecuzione della sentenza, per ragioni gravissime che avrebbe in
altra sua comunicate.[424] Ma il giorno in cui esso inviava quella
lettera, già le ceneri dei tre martiri erano in Arno.
CONCLUSIONE.
Dopo la morte del Savonarola, le cose mutarono con tale rapidità, che
gli Arrabbiati non ebbero tempo, neanco a pensare di restringere il
governo; ma, invece, si dovettero persuadere ben presto, non esservi
altro modo nè altra politica per salvare la repubblica, che quella
consigliata dal Frate. Infatti, Piero e Giuliano dei Medici già
s’avvicinavano a Firenze, sostenuti da un forte esercito veneziano.
Bisognava, quindi, unirsi coi Piagnoni, a difendersi da tanti pericoli
e tanti nemici.
Per fortuna, il Duca di Milano, sempre più geloso dei Veneziani,
aiutava adesso a scongiurare questi pericoli. Ma chi poteva affidarsi
alla sua amicizia, e riposare nella sua fede? Quanto ad Alessandro
Borgia, che aveva dato così grandi speranze, e fatte così larghe
promesse per ottenere la morte del Savonarola; fu singolare il vederlo,
non appena raggiunto il desiderato fine, abbandonarsi cecamente
all’impeto delle sue più sfrenate passioni. Pareva, quasi, che la
morte del povero frate, avesse tolto ogni freno alla libidine ed
all’ambizione del papa e di suo figlio, il Duca Valentino. Faceva
intime alleanze con Turchi ed Ebrei, cosa allora inaudita; poneva in
vendita, in un solo anno, dodici cappelli cardinalizi:[425] la storia
degli incesti e pugnali dei Borgia è troppo nota, per fermarci a
parlarne minutamente. Fine principalissimo del papa, era di fondare
al figlio uno Stato in Romagna; e il Duca Valentino era così pieno
di questa ambizione, che già meditava di allargare la sua potenza
sopra tutta Italia, ed il primo passo voleva farlo in Toscana.[426]
Per queste ragioni, era intento a suscitare alla repubblica sempre
nuovi pericoli: ora faceva sollevare Arezzo; ora minacciava di venire
a rimetter Piero de’ Medici; e continuamente scorreva e predava la
campagna. Onde i Fiorentini dovettero accordarsi a dargli 36,000 ducati
annui, sotto nome di condotta; nè questo impediva che di tanto in tanto
venisse, con vari pretesti, a scorrere e saccheggiare il territorio
fiorentino. Così i Borgia adempievano le tante promesse, fatte alla
repubblica per ottenere la morte del Savonarola!
Gli Arrabbiati finalmente, si persuasero che, a volersi difendere dai
Medici e dai Borgia, non v’era altra via che l’alleanza francese e
l’unirsi di buona fede coi Piagnoni. Seguirono, allora, interamente la
politica consigliata dal Savonarola; e le cose incominciarono subito
a procedere con ordine e fortuna assai maggiore che non si sarebbe
sperato.
Se non che, l’ambizione in Luigi XII, non era punto minore che in Carlo
VIII; e ben presto dovevano cominciare le sventure dal Savonarola
predette all’Italia. Chi non conosce la storia di quelle guerre fra
Tedeschi, Spagnuoli, Svizzeri e Francesi, che per tanti anni desolarono
le nostre contrade, mettendole a sacco, a ferro ed a fuoco? Fino a che
la vittoria arrise alle bandiere di Francia, la repubblica fiorentina
si potè mantener viva in mezzo allo scompiglio universale; ma quando,
per la morte del giovane ed immortale Gastone di Foix, cominciò a
cedere la fortuna dei Francesi, l’ultima ora della repubblica era già
sonata. Nel settembre del 1512, infatti, un esercito spagnuolo, senza
incontrare ostacoli, rimetteva in Firenze i Medici.
La guerra e le sventure s’allargarono, intanto, su tutta Europa.
La voce di Lutero aveva già messo lo scisma nella Chiesa; i roghi e
patiboli, invece di spegnerle, davano alimento alle nuove dottrine: e
così cominciavano le battaglie religiose. La Chiesa, l’Italia, il mondo
erano flagellati. Ed in ogni nuova guerra, in ogni saccheggio, in ogni
eresia i Piagnoni vedevano un’altra verificazione delle profezie del
Savonarola. Nelle sventure e nella oppressione, essi mantennero sempre
più viva l’antica fede. Quando, poi, si vide che Clemente VII ascese
al pontificato; che gli eserciti di Carlo V assediarono e posero a
sacco la città eterna; che le chiese divennero stalle di cavalli, e
bagordi; allora, veramente, parve ancora ai più increduli, che tutte
le predizioni del Frate si verificassero per filo e per segno. Si
cavò fuori quell’ultima profezia fatta al Niccolini, la quale copiata
e letta con grande maraviglia, girava per le mani di tutti. Ognuno
andava rileggendo le prediche, e mostrava quei mille passi, nei quali
le cose che seguivano, erano state tante volte predette. Il partito
dei Piagnoni, come per miracolo, si trovò di nuovo padrone; i Medici,
privi d’aiuto esterno e con tanti nemici interni, si dierono alla fuga.
Venne subito proclamata la repubblica; Cristo fu eletto re di Firenze;
fu ordinata la milizia cittadina, e tutti s’apparecchiavano, questa
volta, a mantenere la riacquistata libertà, o a morire in modo degno di
essa. La nuova repubblica sostenne infiniti assalti, ed ognuno conosce
come ben presto dovè cadere; ma, difesa dal genio di Michelangiolo,
dalla destra del Ferruccio, dal cuore di tutto un popolo, ebbe una fine
gloriosa quanto i giorni più belli del suo fiorire. Ed in tutto questo
maraviglioso movimento, San Marco era tornato ad essere il centro dei
più fidi amici della patria e della libertà. I discepoli del Frate, le
sue profezie, le prediche, le immagini di lui ispirarono quei valorosi
e magnanimi cittadini a difendere la repubblica sino all’ultima ora.
Così la storia dei veri seguaci del Savonarola, finisce solo colla
libertà fiorentina.[427]
La dottrina religiosa, noi vedemmo che si mantenne sempre ed
inalterabilmente cattolica. Quando Roma fu assediata da legioni di
protestanti, e quando la repubblica fiorentina sostenne la guerra
contro al Papa che l’assaliva e voleva distruggerla; allora i Piagnoni
non s’unirono giammai al partito della Riforma; anzi, i pochi
protestanti che si trovavano in Firenze, e fra questi il celebre
Antonio Brucioli,[428] furono bersaglio dell’ira popolare. Questo
era un altro segno assai evidente, che la dottrina del Savonarola
differiva profondamente da quella di Lutero; nondimeno le accuse e
le apologie non ebbero mai fine, e fra tante discussioni il giudizio
restò in Italia lungamente sospeso. Papa Alessandro, appena morto il
Savonarola, aveva proibito severissimamente i suoi scritti, minacciando
la scomunica a chiunque non li riportasse all’arcivescovo. Più tardi,
mutato consiglio, ne permise la ristampa; e così s’era andato fino
all’anno 1558, quando Paolo IV, radunata la congregazione dell’Indice,
volle che se ne facesse un minuto e diligente esame. La disputa fu
lunga e solenne. Alla lettura dei brani che scelse una commissione di
4 cardinali, il papa montò in tal furore che, battendo i piedi a terra,
gridava: — «Questi è Martino Lutero, questa è dottrina pestifera. A che
ve ne state Monsignori reverendissimi?» — Ma, dopo un esame più maturo,
anch’egli dovè cedere: solamente il dialogo della _Verità profetica_
e quindici prediche furono _sospese_; tutto il resto si potè leggere
liberissimamente.[429]
I seguaci del Savonarola continuarono a professarsi tutti e sempre
cattolici; san Filippo Neri e santa Caterina dei Ricci lo adorarono
come santo; Benedetto XIV lo giudicò degno d’esser dichiarato
tale;[430] molte delle sue opere furono adottate come libri
d’insegnamento nelle scuole cattoliche.[431] Ed in vero, chiunque le
legge, deve assolutamente convincersi, che egli restò sempre fedele
ai dommi della sua religione; che non mirò giammai a dividere l’unità
della Chiesa, ma anzi a restringerla sempre più fortemente.
Nondimeno v’è in lui uno spirito di novità, che noi non vogliamo
nascondere; anzi fu scopo principale del nostro lavoro, metterlo in
luce. Il Savonarola fu primo a levare in alto, e spiegare agli occhi
del mondo, quella bandiera che molti chiamano della _Rinascenza._ Fu
primo a sentire nel secolo XV, che una vita nuova invade e ridesta
il genere umano; onde si può chiamar, davvero, il profeta del nuovo
incivilimento. Ma chi lo fa capo d’un partito, d’una setta, d’un
sistema, s’inganna di gran lunga; non conosce nè il Savonarola nè il
suo tempo. La rinascenza non è ancora la civiltà moderna, ne è come
il presentimento; essa ebbe un carattere universale, ma indefinito
ed indeterminato. Gli uomini di quel tempo prevedono una nuova, una
più vasta sintesi del genere umano, e si sentono più vicini a Dio.
Il sangue batte nei loro polsi coll’ardore della febbre; le idee
s’alternano colla rapidità del delirio; essi obbediscono ad una forza
maggiore di loro stessi, che li spinge a solcare un mare ignoto, per
trovare una terra sconosciuta ma indovinata: Cristoforo Colombo li
personifica e li spiega tutti. È un tempo di eroi, piuttosto che di
pensatori. Chiedere ad essi, cosa vogliono, dove vanno, è stolto. Sanno
solamente che camminano, sentono che nel loro corso si trascinano
dietro il mondo: nulla altro. Nè di tale inconsapevolezza, dobbiamo
noi farne maraviglia; questo è anzi il loro carattere, il loro merito.
Rompono le tenebre; aprono le vie del nuovo cammino, non per forza di
ragione, ma per forza di volontà e di fede. Hanno la mente dei profeti,
il cuore degli eroi ed il destino dei martiri. Il mondo, infatti, si
spaventa di questa nuova razza di Titani che sorgono a combattere
i vecchi idoli, e comincia subito ad opprimerli; ma poi ne adora i
vestigi e corre dietro ai loro passi. Allora la rinascenza dà luogo
alla civiltà moderna; la sintesi si scioglie nell’analisi; nascono le
scuole ed i sistemi: Galileo, Bacone, Cartesio vengono a raccogliere
la mèsse già seminata. Ma che cosa avrebbero fatto questi sovrani e
tranquilli intelletti; se quelle grandi e generose anime non avessero
coll’impeto loro già squarciato le tenebre; non avessero col loro
martirio già spianato il cammino?
Il dramma, di cui fummo spettatori nella vita del Savonarola; dopo
la sua morte si estende e diviene, quasi, il dramma di tutta Europa.
Noi vediamo, infatti, per ogni dove la medesima lotta: sono come due
mondi a contrasto. In uno è lo splendore dell’arte, della scienza,
della fortuna; ma tutto ciò non basta a tenerlo in vita, perchè esso è
corrotto nell’anima. Accanto, però, v’è un pugno d’uomini perseguitati
ed oppressi, che si tengono uniti, e nella loro unione formano un altro
mondo: i loro discorsi sono rozzi, i loro ragionamenti sono strani, i
loro libri sono scorretti; ma la sorgente del loro genio è inesausta,
perchè scaturisce dal cuore, dove sentono quella forza viva che mai
non si spegne, che trova in se stessa sempre nuovo alimento, e fra
i pericoli ed i roghi ringiovanisce. Essi cadono, è vero; ma il loro
sangue feconda migliaia di seguaci, le loro idee divengono la fede del
genere umano e fondano la civiltà moderna. La società si rinnova, è
salvata dal coraggio e dal martirio di pochi; il mondo progredisce per
forza di virtù e d’eroismo: e noi ci persuadiamo che, quando il genere
umano deve dare un gran passo nel suo eterno cammino; la Provvidenza
non apre il santuario della verità, a chi ha solo una mente elevata ed
un ingegno acuto; ma agli uomini di cuore purissimo e d’animo generoso.
Tale fu il carattere della rinascenza, e due Italiani primi la
iniziarono. Il Colombo apriva le vie dei mari, il Savonarola quelle
dello spirito: quando l’uno saliva sul pergamo, l’altro già spiegava
le vele al vento, e spingeva l’ardita prora fra le acque d’un mare
sconosciuto. L’uno e l’altro si credette mandato da Dio a diffondere
il cristianesimo sulla terra; l’uno e l’altro ebbe strane visioni
che lo ridestavano alla sua opera; ambedue toccarono colla mano un
mondo nuovo, senza poterne ancora conoscere l’immensità: l’uno ne fu
compensato colle catene, l’altro col rogo.
Ed ora chi vorrà più domandare al Savonarola, se egli sostenesse
il servo arbitrio di Lutero, o la predestinazione di Calvino? Egli
abbracciava un mondo assai più vasto, mirava ad un termine assai più
lontano. Fu primo, nel suo secolo, ad avviare l’umanità verso quella
meta che, oggi, ancora non abbiamo raggiunta; ma verso cui siamo
diretti con raddoppiato sforzo. Egli voleva mettere in armonia la
ragione e la fede, la religione e la libertà. La sua opera si connette
al concilio di Costanza, a Dante Alighieri ed Arnaldo da Brescia,
iniziando quella riforma cattolica che fu l’eterno desiderio dei grandi
Italiani.
E quando questa riforma, che è già divenuta una convinzione universale,
sarà penetrata anche nella realtà dei fatti; allora il Cristianesimo
riceverà nel mondo il suo vero e pieno sviluppo, e l’Italia sarà
nuovamente alla testa d’una civiltà rinnovata. Forse in quel tempo sarà
meglio compreso il carattere e la vita di colui, che per questa causa
sostenne un glorioso martirio.
FINE.
DOCUMENTI.
I.
(Vol. I, pag. 16.)
_Lettera del Savonarola al padre, restituita alla sua vera
lezione_.[432]
Yhu Xpo
Honorande Pater mi. Io non dubito ch’el vi duole assai de la partita,
et tanto più quanto io mi son partito ocultamente da vui; ma io voglio
che intendisti l’animo mio et la volontà mia per queste littere, a
ciò che vi confortati, e che intendiati che io non mi so moso così
puerilmente, come alcuni si credeno. E prima da vui voglio, come da
homo verile e sprezatore de le cose caduce, che più tosto voi siati
sectator de la verità che de le passione, come fanno le feminule; e
che vui iudicate secondo lo imperio de rasone, se io doveva fugire il
seculo et seguir questo mio preposito. In primis, la rasone la quale
me muove ad intrar ne la relegione è questa: prima, la gran miseria
del mondo, le iniquitate de li homini, li stupri, li adulterii, li
latrocinii, la superbia, la idolatria, le biasteme crudele, ch’el
seculo è venuto a tanto che più non si trova chi facia bene; dove io
più volte il dì io cantava questo verso lacrimando: _Heu fuge crudeles
terras, fuge littus avarum_. E questo per che io non potea patire la
gran malitia di cechati populi de Italia; e tanto più, quanto io vedea
le virtute esser spente al fondo e i vitii soblevati. Questa era la
magior passion che io potesse havere in questo mondo; per la qualle
cosa io pregava ogni giorne messer Iesu Christo che me volesse levare
da questo fango; e così faceva continuamente oratione piccolina con
grandissima devotione a Idio, dicendo: _notam fac michi viam in qua
ambulem, quia ad te levavi animam meam_. Hor Idio, quando a lui ha
piaciuto, per sua infenita misericordia, me l’ha mostrata; et io l’ho
riceputa, ben ch’io sia indegno di tanta gratia. Risponditime adoncha:
non è gran virtute de uno homo a fugir le sportitie e le iniquitate
del miser mondo, per voler vivere come rationale e non come bestia fra
li porci. Et etiam non seria stata una grande ingratitudine la mia,
ad haver pregato Idio che mi mostri la via drita per la quale io ho
a caminare, et lui essendosi dignato di mostrarmela, e poi che io non
l’havesse acceptata? Oimè! Iesu mio, più tosto mille morte, che contra
di te io mai sia ingrato per tal modo. Sì che, dulcissime pater, più
tosto haveti da rengratiar messer Iesu, che da pianger; il quale ve
ha dato uno figliolo, e dippoi ve l’ha conservato fina alli XXII anni
assai bene; e non solamente questo, ma anchora si è dignato de farlo
suo melitanto cavaliero. Oimè! non reputati gran gratia havere un
figliolo cavaliero de Iesu Christo? Sed, ut breviter loquar: o vero
che voi me amati, o vero non so ben che non diresti che non me amati.
Se adoncha vui me amati; con sit ch’io habia due parte, cioè l’anima
e ’l corppo, o vero che più amati el corppo o l’anima: non poteti dir
el corpo, per che vui non mi amaresti, amando la più vile parte di me.
Se adoncha più amati l’anima, per che non cerchati anchor lo bene de
l’anima? Chè certo voi doveresti iubilare, e far gran festa di questo
triompho. Sciò ben però, che non si puol far che la carne non doglia
alquanto; ma la se vole refrenare da la ragione, presertim da li homeni
sapienti e magnanimi come sette voi. Non credeti voi ch’el me sia sta
gran doglia a separarne da vui? Certo, io voglio che me crediati; chè
già mai, doppoi ch’io son nato, non hebbi magior dolor nè maggiore
afflitione di mente, vedendome habandonare il proprio sangue, et andare
fra giente ignota, per far sacrifitio a Iesu Christo del corpo mio,
e per vendere la mia propria voluntà ne le mane di coloro che mai non
conobbi: ma, dippoi, ripensando che Idio mi chiama, e che lui non se
sdegnò fra nui vermiceli farsse servo; non seria mai tanto ardito, che
io non mi inclinase alla sua voce dolcissima e tanto pia: _Venite ad
me homnes qui laboratis et onerati estis, et ego reffician vos: tollite
iugum meum super vos_, etc. Ma per che sciò che voi di me vi lamentati,
che così ocultamente sia partito, e quasi fugito da vui; sapiati che
tanto era il mio dolore e la passion ch’io sentiva dentro dil core,
dovendomi partire da vui, che se io ve lo havesse manifestato, io
credo verramente che inanzi che io me fuse partito da vui, il me seria
crepato il core, et haveria impedito il mio pensiere, il mio acto:[433]
sì che non ve meravigliati se io non ve lo dissi. È vero ch’io lassai
certe scripte de dietro da li libri che sono apogiati alla finestra,
le quale vi davano noticia di fatti mei.[434] Vi prego, adoncha, padre
mio caro, che poniati fine a li pianti, e che non me vogliati dare più
tristeza e più dolore, ch’io me habia; non per dolore di questo ch’io
ho fatto, chè certo io nol revocaria, se io credesse de venire maggiore
che non fu Cesaro; ma pur per che anchora io son di carne come vui,
e la sensualità repugna alla rasone, di che il mi convien combatre
crudelmente, a ciò ch’el diavolo non mi salti sopra le spalle; e tanto
più, quanto io sento di vui. Presto passarono[435] questi giorni ne i
quali el male è frescho, e doppo spero che vui et io seremo consolati
in questo mondo per gratia, e poi ne l’altro per gloria. Altro non
resta, se non ch’io vi prego che vui, come virile, confortati mia
matre la qualle io prego insieme con vui, che mi donati la vostra
benedictione; et io sempre pregarò fervente mente per le anime vostre.
_Ex Bononia, die_ XXV _aprilis_, 1475.
Io ve ricomando tutti li miei fratelli e sorelle, ma specialmente io
ve ricomando Alberto, che vui il faciati imparare; per che il vi seria
gran carcho e gran pecato, se lo lassasti perdere il suo tempo.
HIERONYMUS SAVONAROLA
filius vester.
(_Fuori_)
Nobili et egregio viro
NICOLAO SAVONAROLAE parenti optimo.
Ferrariae.
II.
(Vol. I, pag. 16.)
DEL DISPREGIO DEL MONDO.
_Primo scritto in prosa del Savonarola_.[436]
Ricordo come alli 24 aprile, che fu il dì di San Giorgio del 1475,
Geronimo mio figliuolo, studente nell’Arte,[437] si partì da casa
e andò a Bologna, et entrò nelli frati di San Domenico per stare et
essere frate; e lassome, a mi Nicolò della Savonarola suo padre, le
infrascripte confortationi et essortationi per mio contento.
Quid facimus? Quid sic stamus, anima, frustra laborantes? Ecce quomodo
surgunt rudes et indocti viri ac mulierculae, et rapiunt coelum;
nos autem cum sanctis nostris....[438] in Infernum demergimur, et
in cogitationibus nostris evanescunt corda nostra; dicentes nos
esse sapientes, stulti facti sumus. Ecce nunc quomodo rustici et
mulieres, magis exemplo quam verbis, docent nos humana contemnere et
solum Christum sequi. Nos autem stulti, sequentes vilia et terrena,
alios hæc fugere voce docemus, et dicentes virtutem æternam, fragilia
tunc sectamur. Pueri el adolescentuli mundum et eius concupiscentiam
fugiunt, non ignorantes mondana omnia esse caduca. Nos autem ita
prosequimur, ut omnes epicurei et porci facti esse videamur; de
virtutibus enim extrinsecus disputantes, corporis voluptatem summum
bonum esse, cum cynicis intrinsecus non negamus. Heu me miserum!
Quid agimus? quid moramur? quid tardi sumus? An non vides mundum et
sordibus et impietatibus et omni iniquitate plenum esse? An non vides
gentium cæcitatem, obstinatam populorum mentem? nonne vides civitates
omnes et oppida manifestissimis prædis et latrociniis abundare? Quid
igitur, anima, expectas? Surge, et non te pudeat ab infantibus et a
fœminis discere, atque eorum vestigia imitari; surge, dico, et cum
parvulis fuge heu! crudeles terras; fuge litus avarum; fuge terras
Sodomorum et Gomorrhæorum; fuge Ægyptum et Pharaonem; fuge vilissimam
gentem superbam, juventutem avaram, luxuriosam senectutem, paupertatem
ambitiosam. Hic vitia omnes collaudant, et virtutes illudunt. Si[439]
bonis artibus et philosophiæ studet, phantasticus est; si caste et
modeste vivit, insensatus est; si pius est, injustus dicitur; si justus
esse vult, crudelis habetur; si magna Dei credit et fidem habet,
crassus est ingenio; si spem in solo Christo suam ponit, a cunctis
illuditur; si charitatem habet, effœminatus est. Qui et pauperes et
viduas et pupillos expoliat, prudens appellatur; ille sapiens est qui
plus auri coacervare cupit; ille veneratur, qui perspicacius latrocinia
invenire potest. Non est virilis, si a maledicto pectore turpissimas
et crudeles ac tremendas blasphemias eradicare nescit, si non occidit
proximum, si seditiones et rixas non seminat. Clamant pauperes
oppressi, gementes et flentes, et heu! non audiuntur; clamant viduæ et
populi, et negliguntur: undique inopia opprimuntur, et non moventur
pietate corda durissima: student omni cura proximi bona subripere;
student ignari coadunare, qui demum posteris relicturi sunt. Omnia
sunt plena impietate; omnia sunt plena usuris et latrociniis; omnia
plena blasphemiis turpibus et nefandis; omnia stupris, adulteriis,
sodomiis et spurcitiis; omnia homicidiis et invidia; omnia ambitione
et superbia; omnia hypocrisi et falsitate, sceleribus et iniquitate
redundant. Hic, denique, virtutes vitia sunt, et vitia virtutes. Quid
amplius? Non est qui faciat bonum, non est usque ad unum. Vocant eos
ad pœnitentiam damnosæ pluviæ, terræmotus, grandines et venti, et
obaudiunt:[440] vocant inundantia flumina, et obaudiunt: vocant morbi
et febres acutæ, et obaudiunt: vocat caritas annonæ, et obaudiunt:
vocat insolentissimorum Teucrorum[441] impia manus, et obaudiunt:
vocat prædicatorum et servorum Dei vox pia, et obaudiunt; vocat, demum,
cunctos naturalis stimulus et conscientia, et obaudiunt.
O cæci de vobismet ipsis, nunc judicium facile; judicate vos ipsi
an novissimum tempus sit. Quid igitur, anima, moraris? Surge, et ad
volti[442] (_sic_); fuge Ægyptum et Pharaonem,[443] quia induratum
est cor eius contra Dominum, et cum Israel cantemus Domino gloriose;
etenim magnificatus est, equum et assessorem projecit in mare:
fortitudo mea et laus mea Dominus, et factus est mihi in salutem. Iste
est Deus meus, et glorificabo eum; Deus patris mei, et exaltabo eum;
Dominus quasi vir pugnator, omnipotens nomen eius. Currus Pharaonis et
exercitus eius proiecit in mare; electi principes eius submersi in mari
Rubro; abyssi operuerunt eos, descenderunt in profundum, quasi lapis.
Dextera tua, Domine, magnificata est in fortitudinem; dextera tua,
Domine, percussit inimicum, et in multitudine gloriæ tuæ deposuisti
adversarios meos; misisti iram tuam, quæ devoravit eos sicut stipulam;
et in spiritu furoris tui congregatæ sunt aquæ, stetit unda fluens,
congregati sunt abyssi in medio mari. Dixit inimicus: persequar et
comprehendam, dividam spolia, implebitur anima mea, evaginabo gladium
meum, interficiet eos manus mea. Flavit spiritus tuus, et operuit eos
mare, submersi, quasi plumbum, in aquis vehementibus. Quis similis tui
in fortibus, Domine? Quis similis tui, magnificatus in sanctitate,
terribilis atque laudabilis, et faciens mirabilia? Extendisti manum
tuam, et devoravit eos terram. Dux fuisti in terra tua populo quem
redemisti, et portasti eum in fortitudine tua ad habitaculum sanctum
tuum. Ascenderunt populi et irati sunt, dolores obtinuerunt principes,
ideo conturbati sunt. Irruat super eos formido et pavor in magnitudinem
brachii tui; fiant immobiles, quasi lapis, donec pertranseat populus
tuus iste, quem possedisti. Introduces eum et plantabis in monte
hereditatis tuæ, firmissimo habitaculo tuo, quod operatus es, Domine;
Sanctuarium tuum, Domine, quod firmaverunt manus tuæ. Dominus regnavit
in æternum et ultra. Sic ergo. Nunc dimittis servum tuum, Domine,
secundum verbum tuum in pace; quia viderunt oculi mei salutare tuum
quod parasti ante faciem omnium populorum; lumen ad revelationem
gentium, et gloriam plebis tuæ, Israel. Gloria Patri et Filio et
Spiritui Sancto a quo omnes gratiæ emanant. Amen.
Ricordo come a dì 21 settembre 1452, la Lena mia dona havè un puto, a
ore 23½; et fu de Zobia,[444] et fu la festa de San Mateo apostolo,
evangelista. E fu batezato, et tennelo a batesimo Ser Francesco
Libanori Canceliero dell’Ill. N. S.; et li mesi nome Girolamo, Maria,
Francesco e Mateo.
Andò nelli frati di San Domenico a Bologna, a dì 23 aprile 1475 et lì
si vestì.
(_Fuori_.)
Copia d’un ricordo et altro, a un libro di Niccolò Savonarola da
Ferrara, padre del R. P. Frà Hieronymo nato a dì 21 ottobre[445] 1452,
hore 23½: mandata da Marco Savonarola da Ferrara, con sua lettera del
primo novembre 1604.[446]
III.
(Vol. I. pag. 18.)
_Lettera del Savonarola ai suoi genitori_.[447]
Di che lachrimate, ciechi, di che tanto piangete? A che mormorate,
gente sanza luce? Se ’l principe nostro temporale mi havessi hora
richiesto per cingermi la spada allato, in mezo il popolo, et farmi uno
de’ sui degni cavalieri, quanto gaudio, quanta festa haresti facto? Et
se io lo havessi repudiato quel dì, voi non mi haveresti reputato un
pazzo? O insensati, o ciechi, o sanza un raggio di fede. Il principe
de’ principi, colui che è infinita potentia mi chiama con alta voce;
anzi mi priega (o grande amore!) con mille lachrime, per cingermi una
spada allato, di finissimo oro et di pietre preziose; et ponere mi
vuole nel numero dei suoi militanti cavalieri. Et hora, perchè non ho
rifiutato tanto honore, benchè sia indegno (et chi il refiutaria?),
anzi, ringraziando tanto Signore, poi che così lui vuole, l’ho
acceptato; voi tutti mi siete molesti, et ne doverresti jubilare et far
festa, et tanto più quanto mi monstrate amare. Che posso, dunque, dire
di voi se di ciò vi attristate; se non che siete miei inimici capitali,
anzi inimici di virtute? Se dunque così è, altro non dico a voi se
non: Discedite a me, omnes qui operamini iniquitatem, quoniam exaudivit
Dominus vocem fletus mei. Exaudivit Dominus deprecationem meam, Dominus
orationem suscepit. Erubescant et conturbentur vehementer omnes inimici
mei, convertantur et erubescant valde velociter etc. Gloria patri etc.,
qui peccatores convertit, et milites eos constituit in exercitu suo.
Amen. — Ceterum, cum anima sit preciosior corpore, gaudete et exultate,
quod me faciat Dominus gloriosus medicum animarum, dum vellem fieri
medicus corporum.[448]
IV.
(Vol. I, pag. 83.)
_Saggio di un sunto assai imperfetto delle_ Lezioni
sull’Apocalisse.[449]
In nomine Domini nostri Jesu Christi. Amen.
Sermones, sive magis Lectiones super Apocalypsim, per Reverendum Patrem
Fratrem Hieronymum Savonarolam Ferrariensem, Oratorem præclarum divini
verbi, declamatorem luculentissimum.
LECTIO PRIMA.
_Apocalypsis Jesu Christi_. Quæritur in primis an tempus prope sit;
videtur quod sic, secundum simplices, propter diversas prophetias
Joachin, Sancti Vincentii etc. Prudentes negant. Ego autem inter
partes dico haec tempora mihi suspecta, verum non propter visiones,
quia diceret Eccl. 19: _Qui cito credit_ etc.; sed ob privationem
prælatorum, absumptionem justorum, expulsionem bonorum, obstinationem
vocatorum, tepiditatem, scilicet, in orando pro hac causa; item:
propter multitudinem peccatorum, propter extinctionem priorum
præceptorum, propter negationem credendorum, pollutionem sacramentorum;
ultimo: propter opinionem plurimorum, immo omnium christianorum; hæc
omnia habes alibi diffuse. Hac causa lego Apocalypsim etc.
LECTIO SECUNDA.
_Apocalypsis Jesu Christi_. Pro dicendis faciam fundamentum Hieronymi
dicentis ad Paulinum: Apocalypsis tot habet sacramenta quot verba etc.
Ergo oportet duo vitare, scilicet nimium cursum, et nimiam tarditatem;
ne ergo sim tardus, relinquam tot divisiones, argumenta, pompas,
auctoritates, etc.; similiter quæstiones extravagantes; et aggrediar
secundum Scripturas et doctores, et forte quid novi inveniemus; non
enim potuerunt metere usque ad solum, et colligere spicas remanentes,
ut dicitur in Levitico. Ergo et nos aliis relinquemus etc.
Primo ponit titulum et suprascriptionem; 2º Salutationem; 3º
Narrationem. In primo vide sex: scilicet materiam revelationis,
ordinem, certitudinem, brevitatem, manifestationem, et eorum quibus
manifestatur felicitatem; et declara primo: quod materia est iis
quæ a solo Deo sciri possunt, quia est solus æternus; unde dic quod
est æternitas secundum Boethium, et mulieribus dic quod est Deus.
Viris discurre per vitas, et ostende quod sola vita Dei est perfecta
possessio etc.; doctis vero ne declara subtiliter, sed excusa etc.,
et reprehende divinos; deinde, ostende quo ordine veniunt ad nos
revelationes et cæteræ partes, per ordinem etc.
Secundo ponit salutationem; sed personam salutantem non oportet
laudare. Dic autem de numero septenario, et quod Asia significat
elationem; et hic declara intentionem libri, quibus scilicet scribit,
et move quæstionem quia videtur quod Deus dulcis non debet tribulare
amicos. Unde Job conqueritur c. 30: _mutatus es mihi in crudelem_ etc.
Sed dic quod est magna superbia non acquiescere huic argumento: Deus
fecit, ergo bonum; Deus dixit, ergo verum etc.; vel huic: tribulavit
proprium filium pro nobis, ergo et amicos, ut faciet eos similes ei
etc.
Vis adhuc rationem humanam? Audi: duæ sunt in anima potentiæ, una
videns, alia cæca; voluntas, enim, sequitur intellectum per viam duorum
terminorum, scilicet, Creatoris et creaturæ; quando ergo creaturam
intelligit, quia eam in Creatore videt, errare non potest. Proba etc.
Sed e converso: vadens, aliquando videns pulchrum hospitium, remanet in
eo, sicut Lucifer; et plus homo, qui insensibilibus et intelligibilibus
manet. Ad quæstionem, ergo, dico: quod Deus ex vehementi amore
flagellat. Sic amans amicæ suæ vituperat alios amatores, vel etiam
interficit; vult enim cor amicæ totum uniri ad se etc. Applica
figuram etc. Similiter vas plenum igne non emittit ad superius
foramen ignem, si habeat ad pedes multas fenestras etc. Ergo Joannes
scribit: _elevatis per tribulationes_, _sicut erat Arca_ etc. Spe qua
tribulatur, ut verus amicus etc.
LECTIO QUINTA.
_Ecce venit eum nubibus_ etc. Primo visiones per ordinem dixi; deinde
quod novi doctores aliter dicunt; sed crede antiquos, tum quia pleni
spiritu, tum doctrina etc. Contra: quo posteriores eo perspicaciores,
verum in doctrina humana vel in divina non exorbitent. Tum quia magis
uniti, tum quia nulla prophetia ordinatur per modum historiæ. Dedi
exemplum de oratione quæ variatur in verbis, ut nutriatur affectus,
ita et Scriptura etc. Cœpi postea et declaravi quod importat hoc nomen
Spiritus, et quod spirituales sunt qui stant ad apothecam spirituum
invisibilium etc. Sed melius dixi: quod sicut corpus non penetrat
corpus, ita nec spiritus; sed solus Deus illabitur animæ et in omnibus
est. Dicitur ergo: ama, time etc. Sed adhuc non es spiritualis. Ergo
declara, quod sicut ferrum trahitur a magnete, ita anima a Deo per
gratiam, et intellectus, ergo, ad credendum. Quia qui credit, firmiter
debet contra argumenta et martyria. Credidi propter quod etc. Similiter
voluntas sursum etc. Sed nondum es in spiritu. Ergo quando Deus format
phantasmata quibus vides omnia etc.; unde Joan. vidit omnia simul ita:
_et vox retraxit fortiter ambulantem sursum_ etc. Deinde declaravi
quomodo veniens dixit in communi visionem, et praticavi eam ad populi
terrorem: _merito quidem ecce venit_ etc. Ibi autem: _ego sum Alpha_
etc.; vel post ibi: _ego Joan._ Introduxi de Asina Balaam ad probandam
fidem; et sic produxi verba usque ad vocem tubæ etc. In fine dixi quod
aliqui non sunt apti ad bellum per illud quod in Deuteronomio, 20 cap.
V.
(Vol. I, pag. 89.)
_Catalogo di opere del Savonarola, cavato da un antico
manoscritto_.[450]
DE OPERIBUS VIRI DIVINI NON IMPRESSIS.
Liber apud Fratrem Somontem de S. Cassiano, in quo sunt
multa.
Bibliæ abreviatio.
Bibliæ tres glossatæ. 1. Apud Ferrariam, in conventu Angelorum;
2. Florentiæ, apud Fratrem Nicolaum de Biliottis; 3. Florentiæ
apud Marcum Simonem de Nigro, in quo sunt hæc:
_Regulæ ad exponendam sacram Scripturam_;
_Glossulæ suæ ubique in ea Biblia scriptæ._[451]
Chronica usque ad opra sua.[452]
Decretum abreviatum: pars decretalium.
Clementino abreviato.
Aristotelis pæne omnia opera et
Platonis abreviati.
Triumphus breviatus.[453]
De regimine bono et tyrannico.[454]
Alberti Magni breviatio in quibusdam libris.
Sermones quadragesimales, 1490.[455]
Sermones super Genesim, 1491.[456]
Liber Simplicitatis.[457]
Sententiarum omnes libri breviati.
Capitolum breviatum, apud comitem Mirandulæ.
Solatium itineris mei, perfectum et imperfectum.[458]
Sermones super Threnos primi Alphabeti.[459]
Sermo de fide, Prati recitatum.
Sermones ad populum in S. Giminiano,[460] F. N. de Aurifice.
Epistolam directam Jesu Christo, idem habet.
Prophetarum omnium liber: habet uxor Francisci de Pugliese.
Decretum in membranis, Frater Seraphinus de Monte Catino.
Habacuc expositio.[461]
Apocalypsis expositiones duæ recollectae.[462]
Abdias per modum lectionis recollectus
Aggæus per modum lectionis recollectus.
Apum[463] moralizatio.
Archiepiscopus breviatus.[464]
Arcam,[465] Sermones recollecti.
Breviarii[466] Sermones, super quadragesimam unam.
Benedic anima mea Dominum.[467]
Cantici canticorum locutiones recollectæ.
Bibliæ postillatae tres.[468]
Cassianum breviatum.
Clementino breviato.
Cantici Canticorum Sermones partim vernaculi, partim latini.[469]
Catena aurea super Quadragesimam.
Decreta breviata inveniuntur tria.
Decretales breviatæ duo.
Dionysii opera breviata.
Dominici patris nostri vita.
Super Ecce quam bonum, Sermones.
Ezechiel per modum lectionum, partim recollectus et partim non.
Epistolæ ad principes.
Epistolæ ad regem Franciæ.
Ecclesiastica historia breviata.
Excomunicationes breviatæ.
Fidei Sermo, in terra Prati.
Genesis per modum sermonum.
Genesis per modum lectionis partim recollectus et partim non.
Interrogatorii duo breviati.[470]
Joannis expositio in prima epistola, Sermones.
In Domino confido, expositio; imperfectum.
Isaias per modum lectionis recollectus.
Jonas per modum lectionis recollectus.
Levitici septem capitula, per modum sermonum.
Logicales quæstiones centum.[471]
Laudes diversae.
Lapidum pretiosorum expositio.[472]
Lauda Hierusalem Dominum, expositio.
Laetatus sum, triplex expositio.
Michæas, per modum lectionis recollectus.
Matthæus, per modum sermonum.
Naum, per modum lectionis recollectus.
Præceptorum Domini, sermo.
Pater noster, expositio cum oratione angelica; et
Symbolum Apostolorum.
Privilegia oratoris breviata.
Philosophiæ naturalis libri XV.
Philosophiæ moralis libri X.
Psalmi multi, per modum lectionis recollecti.
Psalmorum tituli totius psalterii expositio.
Quam bonus Israel Dominus, per modum sermonum.
Solatium itineris mei duo;[473] diversi tamen.
Sermones duo Veneris sanctæ.
Sextus abreviatus.
Sermones multi, partim latini partim vernaculi.
Sermonarium breve unius quadragesimæ.
Sermones cum figuris per totam quadragesimam.
Threni, per modum lectionis.
Zacharias, per modum lectionum recollectus.
VI.
(Vol. I, pag. 133.)
_Saggio dei primi appunti che il Savonarola faceva per le sue prediche,
cavato da un codice autografo nella Biblioteca Magliabechiana_.[474]
SERMO II.[475]
1º Quanto magis misericordia Dei expectat peccatores, tanto maiores
inferet vindictas, si non pœnitent. Primo, ostende qualiter iustus
est in Deo. 2º Qualiter misericordia associatur ei in omni opere.
3º Ostende quod justitia Dei nil relinquit impunitum, sed iustitia
Ecclesiæ aliquid; et iustitia civilis multo plura. 4º Ostende quod ex
tali expectatione magis gravatur peccatum; tum ex ingratitudine; tum
quia peccatum sua gravitate trahit ad alia; tum quia per hæc, cor magis
alienatur a Deo, et fit ei magis adversarium. 5º Ostende quod pertinet
ad iustitiam tribuere unicuique quod suum est: quanto ergo maior est
culpa, tanto etiam maior pœna est sibi propria etc. Idem auctoritate ad
Ro. 2.
2º Probatur exemplo Iudæorum, in quo oportent tria: Primo, plenitudinem
illius populi, scilicet interiorem et exteriorem. Interior in tribus
consistit: in fide unius Dei, in scientia Scripturarum, in promissione
Messiæ. Exterior consistebat: in dignitate regali; in sacerdotali
excellentia; in plenitudine regionis ubi erat Hierusalem nominatissima,
templum mirabile, et vasa eius et festa eius etc. 2º Causam
destructionis; quia in prima captivitate fuit idolatria et obduratio
cordis contra prædicatores; in secunda fuit maxima occisio Christi et
discipulorum eius. Et si vis colligere omnia peccata eorum, incipe a
venditione Josephi, et discurre usque ad Titum etc. 3º Destructionem.
Et hic discurre de 1ª et 2ª captivitate, qualia passi sunt Judæi. Ergo
patet, quod quanto magis fuerunt expectati etc.
3º Hoc est ergo quod Hier. plangit dicens: _Quomodo sedet_ etc.
1º Quod Ecclesia videtur esse prope interitum, scilicet ut patiatur
magnam conquassationem etc. Sed primo dic, quod non dicis tanquam
propheta, sed coniecturans ex Scripturis et ex his quæ exterius
apparent.[476] Ad probationem, ergo, nota primo istam conquassationem
quæ, mirabiliter, est maior quam nostra peccata. Sed primo declara
conquassationem, scilicet, quod vult dicere maior nostris peccatis,
quia comparatio est abusiva; deinde proba conquassationem. Ex hac
conquassatione sequitur, quod, cum abundent peccata, nos renuimus
suscipere misericordiam. Cum ergo non appareat hic evidenter alia
misericordia, nisi quia Deus nos sustinet misericorditer, sed non
largitur bona spiritualia sicut prius etc., patet quod nos patienter
expectat; sed cum non revertatur Ecclesia, sed deterior quotidie
fiat, et iam abundent omnia peccata, patet quod est prope interitum
et quasi vidua etc. Quod etiam patet ex hoc, quia defecerunt sancti,
et clausi,[477] quoque, defecerunt, residuique consumpti sunt. Item
auctoritate probatur. Matth. 24 ab arbore fici etc.
2 Declara... hoc diffuse. Primo ostende pulchritudinem interiorem
Ecclesiæ, quæ consistit in abundantia Spiritus Sancti, in clara notitia
Scripturarum utriusque Testamenti, et in gloria de cruce Christi;
et deinde exteriorem, quæ consistit in gratiis gratis datis, in
sublimitate summi sacerdotis, in mirabili diversitate cæremoniarum.
2º Ostende causam destructionis esse ingratitudinem, renitentiam quam
faciunt verbo Dei. 3º Ostende destructionem; gratia est sine gratiis
nunc et spiritu, et plena omnibus vitiis; et hoc quantum ad interiorem
destructionem. Exterior patet in bellis etc.
3º Deinde documenta lamentum _Quomodo igitur sedet_ etc.
1º Quod anima peccatoris est iuxta portas inferni et in maximo
periculo. 1º Declara qualiter qui diu bene vivit, potest agere
pœnitentiam, quod est liberi arbitrii; ubi declara quod est liberum
arbitrium. 2º Quod, in termino liberum arbitrium, quantum ad hoc,
tollitur et qualiter ec. 3º Quod terminus eius est, quando per se
sine corpore existit. 4º Quod potest sine corpore existere. 5º Quod ex
hoc sequitur quod sit immortalis, ne dicatur quod non ingredietur qui
morietur. Et 6º Quod est semper in periculo separationis. Quia ergo est
peccatrix et cum peccato non stat Christus, et ipse dicit: _qui non est
mecum contra me est_. Qui autem est contra eum, est cum suo adversario,
diabolo: qui vero est cum diabolo in termino vitæ, est iam in Inferno:
qui autem est cum diabolo in via, est iuxta portas, quia si moritur,
quod est facillimum et incertum, statim ingredietur: ergo patet 94º
Ps.º _Nisi quia Dominus adiuvit me_ etc.
2º Declara hoc diffuse et clare pro infirmioribus. Considera primo de
anima quas virtutes acquirat in baptismo etc. Considera quia est sponsa
Christi etc. Considera quia liberata est a servitute diaboli etc. 2º
Declara quod seipsam expoliavit virtutibus et repudiavit sponsum etc.;
et se subdidit diabolo, et hoc per liberum arbitrium etc. 3º Quod ex
hac ingratitudine est in magno periculo, et declara.......
3º Deinde expone: _Quomodo sedet sola_ etc.
SERMO III.
1º Quod horrendum est incidere in manus Dei viventis, quando iudicat
et punit. 1º Declara quod Deus est iustus et fortis, Psal. _Deus iudex
iustus et fortis_, et assigna rationem etc. 2º Quod sicut ostendit
altitudinem suam, bonitatem et misericordiam; ita tunc vult subtiliter
ostendere suam iustitiam. Psal. _Ego iustitias iudicabo_ etc. Vide hoc
per exemplum Judæorum. 3º Documenta versiculum: _Plorans ploraverunt_
etc. expone literaliter.
2º Ergo videtur quod Ecclesia sit prope ut incidat ex parte in
horrendum iudicium Dei; dico ex parte, quia non tantum destruetur,
quia remaneat fides. Hoc etiam dico ex conjecturis. Ubi nota quod,
stante prædestinatione, orationes Sanctorum sunt ordinatæ in adjutorium
Ecclesiæ. Sed ecce Sancti defecerunt nobis, forte ne videant malum
hoc, et ut non orent. Isaiæ, _Justus perit_ etc. Hierem. _Tu autem noli
orare_ etc. Et iam conspicitur, omnes esse tepidos ad orationem. Thren.
_Opposuisti nubem tibi_ etc. Deinde hoc declara melius, quod non est
quod consoletur oratione. 3º Documenta versiculum.
3º Quod anima peccatoris istam horribilitatem in inferno sentiet. 1º
Ostende quod in inferno omnia sunt ad pœnam. 2º Declara qualis sit ille
planctus. 3º Quod non habebit patrem nec amicos et quos caros habebat
consolatores. 4º Quod amici qui videbantur, scilicet dæmones, erunt ei
infesti. 5º Documenta versiculum.
SERMO IV.
1º Quod qui non vult ferre suave iugum Christi, portabit iugum ferreum.
1º Ostende quod a causa utili non subterfugiunt aliqui effectus
particulares (?), hoc fugiunt particulares causas frequenter. 2º
Quod omnes ordines rerum sunt sub Deo. Quod ergo non vult sequi unum,
si stat, relabitur in aliud: quod ergo non vult subiici voluntarie,
necesse est subiiciatur iustitiæ duræ etc. 2º Hoc ostende de Judeis. 3º
Documenta _Migravit Judas_ etc.
2a Ecclesia facta est in stabulis, quia non amat Christum. Declara
qualiter amor est vis unitiva, et quod ’causai pacem et concordiam,
vide in Eccl. Ergo et unitatem et stabilitatem et firmitatem. Esse
enim regnum in se divisum etc. 2º Declara qualiter est in stabulis. 3º
Documenta.
Anima in hac vita non potest satiari. Declara per ea quæ dicit S. Aug.
in prima secundæ. 2º Dic sententias, versus moraliter. 3º Applica, et
documenta.
SERMO V.
Memoria status felicis præteriti, cura cogitatione miseris præsentis,
et timore futuri mali causal tristitiam et luctum. 1º Declara quod
est prudentia et quod habet istas tres partes. 2º Qualiter ex talibus
exaggeratur tristitia, et vide in prima secundæ: hoc ergo erat quod
dolorem Judæorum exaggerabat; hoc quod nostrum pro Ecclesia exaggerare
debet, sed potissimum considerantes animam nostram. Ait ergo: _Viæ
Sion_ etc.
SERMO VI.
Et si voluntas Dei sit immutabilis, non tollitur tamen propter
hoc contingentia a rebus, et liberum arbitrium. Distingue primo:
de voluntate, auctoritate et quantitate, et voluntate signi et
beneplaciti; vide in primo psalmo; et postea ostende quia voluntate est
immutabilis Deus, et qualiter non tolletur contingentia. Et sic patet
contingentia etc. Ostende postremo: qualiter Judæi erant destruendi,
et qualiter Ecclesia destruetur si non pœnitet, et quod si anima
revocetur, quod et Deus sententiam revocabit.
SERMO VII.
Sine verbo Dei non potest anima vivere. 1º Ostende quod Deus noster
fecit ad salutem aliquam scientias divinitus inspirari. Vide in prima
parte, in pº sentent. in pº contra gentes. Secundo: quod hæc scientia
intellectum illuminat et volentem pascit amore. 3º Dic quod dicitur in
secundo capitulo I. primi contra gentes. 4º Applica etc.
Mater mirabilis. Virgo singularis, thronus regalis, thalamus nuptialis,
sponsa immaculata, inter mulieres benedicta, mirabiliter dilecta,
singulariter sanctificata. Spiritus Sancti sanctuarium, omnium donorum
hospicium, omniam virtutum palatium, omnium gemmarum vas purissimum.
Angelorum Regina, Dæmonum ruina, peccatorum medicina, totius Ecclesia
norma et disciplina.
_Altro saggio di appunti, nei quali il latino e l’italiano si trovano
mescolati_.[478]
_Jesus Maria._
_Cecidit corona capitis nostri_, Threnorum ultimo capitulo. Se io
vedesse, Vergene gloriosa, el ciel a noi in qualche parte aperto, e la
mano del vostro dolcissimo figliuolo onnipotente Idio non esser per li
nostri peccati a li cristiani abreviata; mi parrebbe pur conveniente
qualche volta far fine ai miei lamenti. Ma chi poteria vedere senza
lacrimare, tutta la terra oppressa da peccati e sottoposta a li
principi de le tenebre infernali, essendo ancora redempta maximamente
del sangue preziosissimo di Cristo? Lasso me! _ubi sunt misericordiæ
tuæ antiquæ!_ ove son tante grazie per le tue sacratissime mane,
Vergen santa e pudica, fra noi già mille volte sparse? ove sono le
dolce lacrime amorose antique, li ardenti sospiri, le fiamme divine,
le celeste et angeliche consolatione le quale facevano legieri ogne
fatica? Noi siamo la feccia di Cristiani, nati infelici ne li tempi
novissimi e dolorosi. Deh! mira, vergen sacra (chè a te mi voglio,[479]
perche altri non trovo, excepto il tuo Figlio, più pietoso), in qual
procella è posta la Chiesa a’ nostri giorni. Ogne bellezza spirituale,
ogne virtute, ogne lume, ogne caritate, ogne speranza è spenta; e però
piangendo il cor mio a te si volge, per movere le viscere de la tua
pietade con Hieremia, dicendo: _Cecidit corona_ etc.
Dic quod faciam coronam quam tu facis etc. _Mulier amicta sole_ etc.
Coronam faciam tibi, ut restituere postmodum digneris coronam
nostram etc. Ostende ergo gloriam eius etc. Inde in 4º de aureis
et aureolis........ 12º....... ulas aureas etc. Deinde fac ei unam
orationem, in fine inducendam ad misericordiam ex his quæ dicta sunt in
præcedentibus diebus etc.
In 2º sabbato. Declara quod est mater mirabilis quia est mater Dei, non
quia acceperit corpus cœleste etc., sed ex puro sanguine etc. 2º Et est
mater supposita etc. Pratica circa. 3º Mater Dei, quia mirabilis Mater
est, eo quod fecit Deum quodammodo; hinc principium quod ipsa peperit
filium qui erat ante ipsam etc. et ultimo facies orationem.
In 3º sabbato, quod est virgo singularis. Declara quare de muliere Deus
assumpsit carnem, et quare de virgine; et si fuit virgo post partum
etc. Figura de virga Aaron etc. et pratica Ecclesia. 3º Virgo et mater,
et deinde fac orationem.
In 4º sabbato: Quod est thronus regalis. Declara qualiter Christus
fuit in utero eius rex, quia habuit potestatem in cœlo etc. 2º Quod
spiritualis fuit ipse thronus qui est gloris. 3º Figuram de throno
Salomonis etc. Et ita, facta oratione, est finis sermonis etc.
In 5º sabbato: quod est thalamus nuptialis. Declara qualiter filius
solus est sponsus, quia sua parte est unita..... et quare est, et
qualiter est caput totius Ecclesiæ, et ita sponsus quia est unum corpus
etc. et quia uterus virginis fuit thalamus etc. et sic est mater omnium
etc. et fac orationem.
In 6º sabbato quod est sponsa patris immaculata. Declara primo quod
fuit vera sponsa Joseph etc.; quod videtur verior esse sponsa patris,
quia est mater filii eius. 3º Quod est immaculata quia cum Joseph non
fuit; cum patre autem si dormit, magis purificatur, quia Deo magis
propinquatur etc. orationem etc.
In 7º quod est inter mulieres benedicta; qualiter enim potuit
contrahere etc. sine dolore etc.
VII.
(Lib. I, cap. VIII.)
_Un brano delle Giornate di Ser Lorenzo Violi, in cui si discorre delle
Prediche del Savonarola_.[480]
Proemio et contenuto del presente libro.
Contiene il presente libretto un dialogo e disputa di dodici giornate
fatto tra dua disputatori delle cose di fra Ieronimo Savonarola
di Ferrara, predicate e predette da lui in Firenze, dall’anno 1494
continuamente fino all’anno 1495, cioè sino alla sua morte; per trovare
la verità et il vero sono di questi sua detti: e li interlocutori
e disputanti sono Didimo et Sofia. E perchè in questa contesa sia
necessario allegare e’ libri e le prediche del prefato padre fra
Ieronimo, et li sua detti in che libro et in che prediche si trovono;
primo, per migliore intelligentia di chi leggerà la presente operetta,
è da sapere che dopo il quadragesimale delle prediche dell’Arca, che
lui predicò nella Chiesa di S. Lorenzo di Firenze l’anno 1492, le quali
sono stampate latine, benchè molto scorrette, che Dio perdoni a chi
così stampar le fece; è da sapere, dico, che dopo quelle il prefato
padre predicò quasi sempre in Santa Reparata, duomo principale della
città di Firenze; e lì furon raccolte tutte queste altre sue prediche
che sono stampate, le quali sono state distinte in sette libri. Il
primo fu quel libretto di prediche 23, che contiene il fine della
detta Arca che non haveva finita nè serrata in S. Lorenzo; et in questo
libretto expose qualche cosa di Egeo Profeta; et cominciò in questo la
prima predica il dì 1º di novembre 1494: il secondo suo libro delle
prediche fu el quadragesimale sopra Iob, l’anno 1495, ch’è prediche
40: l’altro libro son prediche 30, sopra più Salmi e Vangeli de’ dì
festivi, del detto anno 94; ma nello stampar, male ordinate, perchè
le prime prediche di detto libro furon fatte inanzi alle prediche di
Iob, et il resto sono poi dopo quelle di Iob: l’altro, cioè il quarto
libro, è tutta la quadragesima dell’anno 96, sopra Amos e Zaccaria, che
sono prediche....:[481] el quinto Libro sono prediche 29, sopra Rut et
Michea, fatte per quella state sequente dell’anno 96, e dì festivi:
e il sesto libro che sono prediche....[482] tutte sopra Ezechiel,
cominciate dell’advento dell’anno 1497, et finite per tutta la
quadragesima di detto anno: et il settimo et ultimo suo libro sono le
prediche sopra l’Exodo, cominciate la quaresima dell’anno 1498; ma non
finite per tutta la quaresima, perchè in quella fu impedito predicare,
e poi preso e morto; però solo sono prediche 23. Ho voluto notare tutti
questi libri et prediche, perchè allegandosi in questo dialogo quelle,
et le carte et il libro, sappia chi leggerà quest’opera, che qui sono
allegate secondo quella prima stampa, che furon da principio impresse.
Questo dico perchè, essendosi di poi molti di questi libri ristampati
altre volte, non riscontrano le carte con quella prima stampa o forma
che da principio furono impresse.
_Altro brano dello stesso MS., sopra il medesimo soggetto._[483]
_Didimo_. Facciasi come tu hai detto, perchè io per me non sapevo che
cotesta cosa fussi di tanta lunghezza; ma almanco lievami per oggi
un’altra difficoltà, se ci è tanto tempo per oggi che basti, della
quale nel principio del nostro dire te ne detti un motto; il qual
parlar fu, per ultimo, di voler sapere che scritti furon questi delle
prediche di fra Hieronimo, che lui in verità ci ha lasciati. E non te
ne domando senza causa; perchè mi è detto, pur da questi nostri amici,
che duo di questi libri che son fuora, intitolati d’essere scritti da
un Ser Lorenzo Vivuoli, non paiono e non sono di fra Hieronimo; cioè
il primo che noi chiamamo sopra e’ Salmi, che sono 30 prediche, e
così il quarto che sono le prediche di Ezechiel; perchè sono più breve
che l’altre sue prediche, e più troncate, e non paiono per questo il
medesimo sale di quell’altre; e pur son tutte intitolate del medesimo
suo scrittore, cioè di quelle di Ser Lorenzo Violi che si dice aver
raccolte dalla viva voce del predicante. Harei caro, se tu ne sai il
vero, mel dicessi.
_Sofia_. Ben sai che io ne so il vero; e perchè già qualcun altro ho
trovato haver questa sospetione che hai tu, me ne son voluto chiarire;
et ho trovato quel medesimo scrittore che tu hai detto, il quale ancor
vive, e parlatoli più volte, et interrogato di queste cose; et hammi
chiarito, e che tutti questi cinque libri[484] furono per lui raccolti
dalla viva voce del predicante, e che tutti son veri e fedeli; et hammi
detto la cagione per la quale alquanto quelli due libri, nell’esser
più brevi prediche e più troncato parlare, variano dagli altri; chè
in vero chi non sapessi ne piglierebbe ammiratione come fai tu. Lui mi
dice, quanto al libro delle 30 prediche sopra più Salmi, fatte l’anno
1494, che le furno le prime quando cominciò a scriverle, e che non
vi messe molta cura di pigliarle così appunto de verbo ad verbum; ma
in sustanza più per un suo esercizio che per altro, nè pensando che
mai si havessino a stampare e pubblicare; massime che lui, in quel
principio, non era tanto applicato a queste cose del Frate quanto fu
poi. Ma che poi, nel secondo che lui scrisse, che furno le prediche
di Amos, deliberò di scriver il tutto più che potè; et poi vi si pose
con più diligenza et affetione, massime essendone assai esortato da
molti che avevano viste di quelle prime; e così con quella medesima
diligenza ei si misse a scrivere quel terzo libro che son le prediche
dell’anno 1496, fatte fra l’anno e dì festivi. Il quarto libro, che
son le prediche sopra Ezechiel, le raccolse breve; sì perchè detto
Frate predicò più breve quella volta che l’altra; e lui medesimo lo
dice nella 9ª predica presso al fine; si etiam perchè in quel tempo,
volendo fare stampare quel libro di Amos, come da molti esortato, e
così cominciò. Et venendo lo advento dell’anno 1496, nel qual tempo Fra
Hieronimo cominciò a predicare sopra Ezechiel, et il detto Scrittore
essendo occupato, come è detto, a fare stampare il quadragesimale di
Amos, non poteva raccorre così a distesa queste prediche di Ezechiel;
et però deliberò di pigliarle con più brevità et in sustanza, non
potendo in tutto satisfare all’un’opera et all’altra; e non pensò mai
che si havessino a stampare queste sopra Ezechiel; ma per tenerlo così
per sua satisfazione, così con brevità lo scrisse. L’altro libro, che
fu l’ultimo, sopra l’Esodo, lo scrisse interamente, non sendo allora
occupato in altro esercitio. Così mi ha detto il prefato ser Lorenzo
più e più volte, e di più mi ha detto: che un Fra Luca Bellini lo
stimolò tanto un dì, che gli prestassi per duo di quel raccolto che
era sopra Ezechiel, e gliele prestò; et che il detto frate subito andò
a Bologna, che fu l’anno..., insieme con quel altro libro sopradetto
delle 30 prediche; sì come si vede ne’ proemi fatti da detto Fra Luca
a detti dua libri. Il che il prefato scrittore, secondo che ne ha
detto, ebbe molto per male che si stampassino; e maximamente quelli di
Ezechiel che non era sua intentione, per non esser perfette e intere
de verbo ad verbum, come le altre. Questi altri tre gli fece stampare
detto scrittore in Firenze, che lui raccolse interamente. Hor eccoti,
Didimo, levatoti il dubbio, che tu havevi, di questi libri i quali son
tutti fedeli e raccolti da detto ser Lorenzo, nel modo et forma che
io ti ho detto; e da lui proprio il tutto ho inteso. E ci son ben poi
venuti fuora da altri libri di prediche sopra Job di 47 prediche, et
l’altro di 23, sopra il residuo e fine dell’Arca; i quali furno scritti
originalmente in latino da duo discepoli del frate, et ora tradotti
in volgare per un’altra persona fedelmente. E perchè io veggo che
gli è già sera, vattene a tua posta e torna quando ti piace; che in
quest’altra cosa, delle cause della persecutione del Frate, che tu mi
hai domandato, mi ingegnerò un’altra giornata satisfare a questo tuo
desiderio, quando noi vedremo che il tempo sia più commodo, e che la
materia del nostro parlare lo ricerchi, e che sia più a proposito. Dico
questo, perchè io non ti veggio in questo principio ancor ben fermo,
e veggo che tu hai bisogno d’esser ancor confermato meglio. Però penso
in quest’altra giornata farti più saldo in questa verità; penso, dico,
di mostrarti come questo Frate è stato buon servo di Dio, e vero suo
profeta; acciò che poi un’altra giornata, quando ti mostrerò le cause
della sua persecutione, tu possa conoscere a quanto gran torto, e con
quanta malignità fu perseguitato.
_Didimo_. Io rimetto in te, Sofia mio, ogni cosa; e così come tu
giudichi e determini che facciamo, così si faccia.
_Sofia_. Vattene dunque con la benedizione di Dio per questa volta,
e torna a tua posta; fatto, non dimanco, prima oratione, che Dio ci
mostri quello sia el meglio del nostro parlare alla tua tornata.
_Didimo_. Ita fiat. Vale.
VIII.[485]
_Un contratto di Lorenzo Violi, per stampare un volume di Prediche del
Savonarola_.[486]
Jesus.
Al nome di Dio, a dì quatro di giugno M. D. V.
Manifestasi per la presente scritta, come Ser Lorenzo di Iacopo Violi
alluoga a stampare a Ser Antonio di Domenico Rubini prete fiorentino,
et a Andrea di messer Bartolommeo da Pistoia stampatori, uno libro di
prediche facte da frate Hieronymo da Ferrara l’anno 1497 et parte 1498,
con questi pacti et modi etc:
In prima: che e’ decti stampatori sieno tenuti stampare volumi
millecento del decto libro, et condurli a tucta perfectione, piegati
et quadernati come si usa; et decto ser Lorenzo sia tenuto dar loro e’
fogli che bisogneranno per decta opera; et in prezzo et premio della
fatica di decti stampatori, il detto ser Lorenzo permette[487] dar
loro lire dua et soldi cinque piccoli, cioè L. 2. s. 5. piccoli d’ogni
lisima stampata; et promecte pagargli septimana per septimana, secondo
che monteranno e’ fogli stampati.
Item: e’ decti stampatori promectono a decto ser Lorenzo stampare ogni
dì da lavorare, almanco uno foglio intero, cioè fogli millecento; et
inoltre promectono consegnare dì per dì, secondo che parrà a decto ser
Lorenzo, tucto lo stampato, e mandargliene dove a lui parrà.
Item: promectono degli stampatori a decto ser Lorenzo presente e
ricevente, stampare decto libro fidelmente, e non ne pigliare copia
alcuna nè darne ad altri; ed in caso che epsi, o alcuno di loro
contrafacessino, da hora vogliono et così promectono pagare al decto
ser Lorenzo soldi cento larghi di fº[488] in oro per sua danni et
interessi: et quali danni et interessi, da hora, le decte parte,
d’accordo, tanto stimano. Le quali cose le decte parti promectono l’una
all’altra, et e converso, attendere et observare; et per observantia
di quelle obligano ogni loro e qualunque di loro erede, beni presenti
et futuri, et renuntiano ad ogni benefitio che per loro o qualunque di
loro facessi. Et io Filippo di Cione di Giovanni notaio fiorentino,
non come pubblica ma come privata persona, ho facta la presente di
mia propria mano, di consentimento et volontà delle sopradecte et
infrascripte parti, le quali si soctoscriveranno qui da piè, di lor
propria mano, d’esser contente ad quanto in queste si contiene, anno,
mese et dì decto di sopra.
Io ser Antonio di Domenico Rubini sono contento quanto di sopra si
contiene, anno, dì, mese detto di sopra; et però mi sono soscripto di
mia propria mano.
Io Andrea di messer Bartolommeo Ghyrlandi da Pistoia sono contento a
quanto di sopra si contiene, anno, dì et mese decto di sopra; et però
mi sono sottoscripto di mia propria mano.
Io Andrea di messer Bartholomeo Ghyrlandi
da Pistoia sopradecto ho ricevuto da ser
Lorenzo di Iacopo Violi, insino ad questo
dì 16 di luglio 1505, in più volte, in
danari contanti, lire octantasei e soldi
nove, in nome mio et di ser Antonio decto
di sopra; et però ho facto questa di mia
mano, decto dì L. 86. s. 9. —
Et per insino a dì 2 d’agosto, ducati
cinque, cioè lire trentacinque » 35. — —
Et a dì 8 d’agosto, contanti ducati
tre d’oro in oro, cioè lire ventuna » 21. — —
Et insino a dì 22 d’agosto, contanti
ducati sei in tre volte, cioè lire
quarantadua » 42. — —
Et per insino a dì 29 d’agosto lire venti,
soldi quindici et danari octo » 20. s. 14. (sic) 8
Et più habbiamo insino ad questo dì octo
di novembre, in più volte, lire
trentadua e soldi uno » 32. s. 1. —
Et per insino a dì 12 di dicembre, ebbi
contanti fiorini dua d’oro in oro, cioè » 14. — —
Et infino a questo dì 14 di luglio 1508,
ducati tre d’oro in oro; ricevuto uno,
oggi questo dì; et gli altri dua, prima » 21. — —
—————————————
L. 272. 4. 8.
IX.
(Vol. I. Pag. 144.)
_Lettera del Savonarola a Stefano da Codiponte_.[489]
Pax Dei, quæ exuperat omnem sensum, possideat cor tuum in Christo,
dilectissime frater. Multis enim implicatus, non potui tuo desiderio
satisfacere: quia et mei aliquando oblitus, non valeo cogitata
ac desiderata implere. Nunc autem charitatis tuæ et immoderati
fervoris[490] cogor rogare te ut ambules ea vocatione qua vocatus es.
In cœlo boni omnes: in inferno mali omnes: in hoc autem mundo boni
et mali inveniuntur, in quo quidem nunquam bonos sine malis fuisse
reperire poteris. Multi ergo cupientes bene vivere, et senioribus
nolentes acquiescere, quærunt in hoc mundo impossibilia: volunt
enim inter sanctos commorari, exclusis omnibus malis et imperfectis
hominibus; quod cum non inveniunt, a sua propria vocatione recedunt et
vagantur. A dæmone decipiuntur, in errorem ducuntur et prolabuntur;
et nunquam ad veritatis sapientiam postea revertuntur. Fili mi, bene
vivere est bene facere, et mala pati, et sic perseverare usque ad
mortem. Quis male vivat inter sanctos, nisi perversus homo et omnino
a gratia Dei destitutus? Non est magnae laudi, inter bonos bene
vivere. Hæc autem dico, non quia illi inter quos degis mali sint,
immo boni sunt, licet forte aliqui eorum imperfecti sint: sed quasi
de festuca trabem facis. Fugiendi sunt mali homines, fugiendi sunt
perversi, et eunt bonis commorandum; quia cum sancto sanctus eris,
et cum electo electus eris, et cum perverso perverteris.[491] Sed si
volueris fugere malos, oportebit te de hoc mundo exire. Iam autem de
hoc mundo existi, et credebas statim in paradisum introire. In atrium
quidem paradisi introisti, sed nondum in ipsum paradisum. In mundo
quidem inter scorpiones vixisti. In claustro autem oportet te inter
perfectos, proficientes et imperfectos bene vivere; non adhuc inter
malos: quod si autem aliquis falsus frater inveniatur, non mireris;
immo si non inveniatur, mirare. In domo Habræ, in domo Isaac, in domo
Iacob, in domo Moisi, in domo David, in domo Domini nostri Iesu Christi
et Apostolorum omniumque Sanctorum, aliquis impius et perversus,
bonorum persequutor, inventus est: quomodo ergo credis domum aliquam
in hoc mundo sine malis? Erras, erras, frater: temptatio hæc magna
est, et diaboli ministerio subtiliter congesta. Ergo inquire pacem,
et persequere eam: ambula coram Deo, et humiliare sub potenti manu
Dei: conlige rosas de spinis: omnes te meliores existima: si quid
videris quod tibi non placet, cogita bona intentione factum; multi
sunt intus meliores quam exterius appareant. Quiesce ergo, quiesce,
frater mi: humilitati stude, atque subjectioni et obedientiæ; et sine
intermissione ora, et scito quia factus est in pace locus Domini. Ora
pro me, et commenda me magistro tuo et discipulis. Vale.
Ex Florentia, die 22 maii m. cccc. 92.
Frater HIERONYMUS DE FERRARIA Ordinis prædicatorum.
In Christo Iesu sibi dilectissimo novitio, STEPHANO CODIPONTIO.
Pisis, in conventu S. Chaterinæ.
X.
(Vol. I, pag. 148.)
_Tre Lettere dei Dieci, in favore della separazione di San Marco dalla
Congregazione lombarda_.[492]
PHILIPPO VALORIO, die x Maij 1493.
Sarà alligato alla presente una nostra lettera al reverendissimo
cardinale di Napoli, per la quale supplichiamo Sua Reverendissima
Signoria satisfacci a quello ci persuadiamo sappi, et però non te lo
replichiamo altrimenti, che il Convento nostro di San Marcho molto
iustamente et honestamente desidera. Decta lettera farai dare a[493] 3
frati di San Marcho, sono costì per questa causa; et tu etiam voliamo,
in nostro nome, appresso la Santità del Papa, decto Cardinale et
ogni altro stimerai potere giovare, ti adoperi segua lo effecto che
decto convento desidera; facendo intendere a ciaschuno che, oltre al
fare opera meritoria apresso Idio, a noi ne sarà facto singolarissimo
piacere.
OLIVIERO CARDINALI NAPOLETANO, die x Maij 1493.
Facit modestia vitæ atque sanctimoniæ, et rerum divinarum observantia,
ut sancti Marci conventus excellenti religionis fama sit in nostra
Civitate; unde et nos et populus omnis, omnia illi bona percupimus.
Olim etiam, dum vivente Cosmo Medici patre patriæ nostrae et ornatore
illius conventus, et demum multos annos, suo quodam more vixit, neque
unquam aberravit. Demum, qui nondum adeo celebris erat Conventus,
cum non ita multi in eum fratres convenissent, venerunt in Lombardam
Congregationem, et scire te melius arbitramur quam nos, modo sine causa
longius facientes scriberemus. Nunc aucta domo ædificiis, fratribus,
moribus, literis, in pristinam vivendi normam restitui cupiunt; ut
observantiores et Deo optimo maximo magis inservientes flerent. Nos non
possumus eadem non cupere, et gestu eorum animis non affici cupiditate
quadam incredibili. Rem planius intelliges ex quibusdam ex eorum
ordine qui ad te venerunt, atque has tibi reddent literas; qui quidem,
quam nos etiam melius, quod facto opus sit, ut huius honestissimi
desiderii illi nosque fiamus compotes, aperient. Te multum etiam atque
etiam rogamus, ut huic sanctissimo incepto faveas; ut nos quoque et
civitas omnis, tuo beneficio, quod maxime concupiscimus, consecuti
habere, clementissimo Deo gratias debeamus et tibi, quia, te auctore
et duce, id fuerimus assecuti, perpetuo gratiorem existimantes nostram
rempublicam.
PHILIPPO VALORIO, die VII Juniis 1493.
Il breve ne hai etiam mandato con decta tua, contenente la separatione
de’ frati di Sancto Marcho dalla Congregatione di Lombardia ci è
stato oltremodo grato; et voliamo, loco et tempore, ne ringratii et la
Santità del Papa et il reverendissimo cardinale di Napoli con quelle
più grate parole ti occorreranno. Contiene, oltre a questo, decta
tua alcuni advisi a’ quali non accade rispondiamo altrimenti, se non
commendartene. Simile alla tua de’ 3 che è coverta a una di Dionigi
Pucci.
XI.
(Vol. I, pag. 149.)
_Breve d’Alessandro VI, con cui si separa San Marco dalla Congregazione
lombarda_.[494]
ALEXANDER PP. VI.
Dilecti Filii, salutem et apostolicam benedictionem. Exigit vestrae
devotionis affectus, nec non religionis zelus, ut petitionibus
vestris, quibus possitis Domino quietiori mente servire, quantum cum
Domino possumus, favorabiliter annuamus. Cum itaque, sicut nobis,
nuper, tam pro parte vestra quam dilectorum filiorum communitatis
Florentiæ expositum fuit; vos qui alias, sub Protectore et Magistro
generali ordinis vestri fratrum prædicatorum existebatis; et, processu
temporis, cum hanc domum vestram, dilectorum filiorum vestrorum
Congregationis Lombardiæ dicti ordinis gubernationi dicti ordinis
commendastis. Post aliquantum temporis, Prior quidam, tunc istius
domus, prætextu quorundam litterarum apostolicarum in forma Brevis,
per eum a Sede Apostolica obtentarum et clam nobis impetratarum; et
ipse tantum et uno, forsan paulo pluribus illius fratribus consciis,
secum consentientibus, dictæ Congregationi ac illius superioribus et
institutionibus vos. Domum vestram subiicere attentavit. Cupiatis,
ut Domino quietius possitis famulari, et alias ex certis causis, a
prædictis congregatione et præsidentibus, illiusque institutionibus et
ordinationibus eximi et liberari.
Nos vestris et Communitatis prædictorum, nobis pro vobis super
hoc humiliter supplicantium, ex præmissis et aliis vestro nomine
nobis expositis causis, in hac parte supplicationibus inclinati;
vos et Domum vestram prædictam, illiusque Priores et Fratres
nunc et pro tempore existentes, a dictis Congregatione nec non
praesidentibus, diffinitoribus seu etiam officialibus ac superioribus
quibuscumque, nunc et pro tempore existentibus, eorumque visitatione,
superiositate,[495] præceptis, censuris, assignationibus fratrum,
factis aut faciendis, auctoritate Apostolica perpetuo eximimus et
liberamus. Ita ut ipsi præsidentes, vel Congregationis huiusmodi
superiores, nullam in vos aut aliquem vestrum jurisdictionem aut
superiositatem exercere possint; ac vos et domum vestram prædictam
sub Protectoris et Magistri vestri, Generalis dicti ordinis, et ab
ipso Magistro pro tempore confirmandi Prioris cura, visitationi ac
superiositati perpetuo subiicimus. Ita ut his et non aliis sitis
immediate subiecti, et in Priorem istius domus pro tempore electum
ab ipso nostro Generali, pro tempore exisiente, confirmari debeat;
sic tamen, ut singulis annis, die ipsa suæ electionis, intelligatur
absolutus, et aliter vel etiam idem opportuno tempore eligatur.
Concedentibus fratribus, dictæ domus nunc existentibus et qui ad alias
domos ordinis et Congregationis prædictorum, et aliquot aliis fratribus
dictæ Congregationis, qui ex aliis domibus ad ipsam domum transmissi
sunt; quod si ad eamdem domum redire voluerint, per vos, de consilio
seniorum fratrum dictæ domus, recipi et ipsi (quacunque conditione
præsidentium et officialium dictæ Congregationis non obstante) ad
ipsam domum. Ipsi, vero, aliquot fratres aliarum domorum prædictæ
Congregationis, in ipsa domo vestra existentes, ad ipsam domum vestram
pertinere et in ea de consilio seniorum permanere. Insuper, etiam,
licentia vestra non petita, ad domos Congregationis prædictæ redire
libere et licite valeant. Decernentes et inritum et inane, si secus
super his a quocunque, quavis auctoritate, scienter vel ignoranter,
contigerit; non obstantibus præmissis ac Constitutionibus ac
ordinationibus apostolicis; nec non Congregationis et domus prædictorum
juramento, confirmatione apostolica vel quavis firmitate alias
roboratis statutis, consuetudinibus ac quibusdam excommunicationibus
felicis recordationis Pauli Secundi, impetratis a dicta Congregatione
contra fratres recedentes ab ea, sub bulla aurea expediti, et aliis
Sixti Quarti romanorum Pontificum prædecessorum nostrorum literis;
quibus, etiam si de illis, de verbo ad verbum, toto tenore, non
autem per clausulas generales, etiam mentionem specialem importantem,
specifica et individua mentio habenda esset; illis alias in suo robore
permansuris. Hac vice, dumtaxat, specialiter et expresse derogamus
et per præsentes illis sufficienter derogatum esse volumus atque
decernimus, cæterisque contrariis quibuscunque.
Datum Romæ apud S. Petrum sub anulo Piscatoris, die XXII Maij
_mccccxciij_, Anno Primo.
(_a tergo_)
Dilectis Filiis Priori et Fratribus Domus S. Marci Florentiæ, ordinis
prædicatorum.
XII.
(Vol. I, pag. 150.)
_Lettere di Iacopo Salviati e Girolamo Savonarola a Piero de’ Medici,
relative ad una convenzione tra i Frati di San Marco e quelli di
Lombardia, ed al Breve venuto da Roma._[496]
Addì 25 maggio 1493.
Magnifice vir.
Sono stato con questi religiosi di S. Marcho, per assetto di questa
cosa, e con uno mandato di quegli della Congregatione; et siamo venuti
in questa compositione di che qui dapiè ti si manderà la copia, la
quale mi pare apunto secondo l’intento tuo, secondo che da te ho potuto
ritrare; perchè il sì e il no d’ogni conclusione restanno appunto come
vedrai. Però, accordandoti tu a questo, rispondi per lo apportatore;
acciò si possa domattina, che sono rimasi d’essere insieme, dare
perfectione a questa opera la quale mi pare, secondo Iddio et secondo
il bisogno di ciascuno. Et perchè, come ho detto, questo piaccia a
ciascuno di quegli che vi si sono trovati, credo che tanto più lo
approveranno, quando pienamente intenderanno che da te proceda; perchè
ognuno di loro in effecto vuole quello che vuoi tu, nè pare che si
possa procedere tanto maturamente nè meglio in cosa nessuna, quanto hai
fatto tu in questa opera.
Expediatur breve et sigillatum deponatur in manus Petri de Medicis.
(_Segue la copia della convenzione_.)
Congregatio Lombardiæ restet; quo ad conventum S. Marci de Florentia,
in eo etiam in quo erat ante impetratum breve, cum hac conditione: quod
per aliquod actum quod fieret per propositos Congregationis Lombardiæ
in conventu et seu in fratribus conventus S. Marci, quantuncumque
contrarium brevi, non intelligatur præiudicandum dicto brevi et seu
iuribus conventus S. Marci, quæsitis seu quærendis per dictum breve, si
quantum ad dictum conventum seu suos fratres perveniret, quia fuisset
eis exhibitum. Bona fide et sine cavillatione, predicta serventur per
partes.
Nè più: Cristo di male ti guardi.
IACOPO SALVIATI
in Firenze.
(_Segue questa breve lettera autografa del Savonarola_.)
Magnifico Piero. Io dissi a quelli nostri padri che la mia intentione
e quella del convento era di fare tuto quello che voleva vostra
Magnificentia, secondo quella dechiaratione dela vostra intentione, la
quale intesi io essere in quel modo come dissi a quelli padri, essendo
sempre parati fare ogni vostra voglia. Ricommandovi el convento nostro.
Gratia Domini Jesu Christi vobiscum. Amen.
FRA HIERONYMO.
(_Fuori_.)
Magnifico viro PETRO DE MEDICIS
Cognato carissimo.
XIII.
_Tre lettere della Signoria in favore della separazione di San Marco
dalla Congregazione Lombarda_.[497]
CARDINALI NEAPOLITANO.
Reverendissime Pater etc.
Credimus R. D. V. adhuc memoriæ tenere quam gratum et nobis fuerit,
et universo huic populo, conventus Sancti Marci nostræ urbis, Sancti
Dominici Fesularum, ac Sanctæ Catharinæ Pisarum, omnes prædicatorum
ordinis, a Congregatione Lombardiæ separatos fuisse; quod etiam, opera
R. D. V. et obtinuisse nos, tum cognovimus, et illi retulimus acceptum.
Nunc vero, cum audierimus Lombardiæ Congregationes eos tentare velle
sibi adiungere atque unire, non minus cupimus separatos permanere,
quam tum optaremus seiungere; nec enim minus hoc vobis gratum futurum
est, quam illud tunc fuerit; quippe cum tueri parta non minoris sit
faciendum, quam nova acquirere. Rogamus igitur iterum atque iterum R.
D. V., non solum ut si quid in contrarium ab ea postularetur, id omnino
reiiciat atque refellat; sed quod iam factum est, et tueri velit et
corroborare, quod quidem hoc tempore nihil potest et nobis et universæ
civitati nostræ gratius præstari R. D. V.
Ex Palatio nostro, die 6 Martij 1491
CARDINALI NEAPOLITANO.
Reverendissime in Christo Pater.
Hoc quoque facile documento erit, cordi esse nobis id negotii de
quo superioribus etiam diebus scripsimus ad reverendam Paternitatem
vestram; quia, non expectato responso, congeminamus, eodem modo,
litteras. Nota vero res est B. P., paulo ante opera beneficioque
vestro, et disjunctos esse, quia non convenirent mores Sancti Marci
fratribus Florentinæ urbis, ab ea Societate quæ fuit eis cum fratribus
Lombardis, et in unitatem venisse religiosæ vitæ santæque cum his
eiusdem ordinis fratribus, qui extra urbem conventum habent Sancti
Dominici in monte Fesulo: quæ quidem res, ut gratissima fuit toti
civitati singulisque atque universis nobis, ita dignissimos tulit
fructus vers excolendæque Christi religionis. Nihil profecto, Reverende
Pater, ad salutem nostram excogitari potuit accomodatius; cumulat autem
hoc nobis bonum quod nos sumus, vestro maxime munere, divina opitulante
clementia, consecuti, frater Hieronimus Savonarola, prior eius
conventus, prædicatorque insignis, cuius quidem in tanta est apud nos
veneratione jam nomen, ut quicquam putemus agi recte nobiscum posse,
nisi ille cum Deo agendum suaserit, monstraverit, prædixerit. Est
enim admiranda quædam in eo homine religio, vita immaculata, doctrina
excellens; et, quod multo maius est multoque rarius, loquitur in eo,
quod omnes jam fatemur, divinus quidam Spiritus; et nos quæ evenerunt
nobis hactenus, non communia certe neque vulgaria, sed maxima profecto
atque insperatissima, multo etiam antequam evenirent, prævenimus; ac
quæ eventura quoque sunt paulo post, ipso prædicante, cognoscimus. Dici
non potest quanta ex eius prædicatione percipiatur utilitas ad animarum
salutem, et rei nostræ publicæ conservationem ac concordiam Civitatis.
Quapropter nihil audire molestius possumus, quam inquietari eos a
Lombardis fratribus, qui tam sanctam et Deo gratam separationem ferre
indigne videntur; quod evenisse, et contra niti quosdam, superioribus
diebus renuntiatum est. Agitur vere, B. P., de honore nunc Dei, agitur
de dignitate B. P. V. et de nostris commodis, studiisque quibus nihil
accidere posset magis contrarium. Rogamus ergo B. P. V. ut silere
eos ac quietos esse jubeat, et divinæ huic voluntati assentiri; nihil
enim jam vel tantillum immutari in ea re potest, quod non sit omnis
populus hic noster ægerrime laturus, quodque non sit multiplices
illaturum turbas propter multitudinem quæ tota, miro quodam ardore,
hos fratres eorumque mores et religionem complexa est. Munus hoc adeo
nobis, laborante potissimum atque amittente B. P. V., condonatum est;
eadem opera modo nobis opus est, ut inviolatum et ut perpetuum maneat
Florentinæ urbi. Et istimamus autem fore ut in dies plus lætetur B. P.
V. præstitisse nobis hanc operam, cum diffundetur per alios quoque eius
ordinis conventus, qui sunt in ditione Florentina, id vitæ genus ad
exemplum eorum quos jam tantopere admiramus et dignos ducimus, ad cuius
normam cæteri quoque vivendi et inserviendi Deo ingrediantur viam.
Itaque rogamus, hac quoque parte, B. P. V. prohibeat ne quis, præter
sancti Marci fratres ubi nos præsumus, reformare, ut ipsi loquuntur,
aliquem conventum nostrum attentet. Id enim nos nullo modo laturi
sumus, cupidi, quantum fieri possit nostris nixibus, ut divinissimum
hoc munus quam latissime pateat, quantoque fieri potest elegantius
sacri cultus et religionis observantia, ad omnipotentis Dei gloriam,
Iesu Christi Salvatoris nostri triumphum, ubique celebratissima
existat. Nihil accipere a B. P. V. possumus hoc quidem tempore gratius.
Ex Palatio nostro, die 8 Aprilis 1495.
SUMMO PONTIFICI.
Sanctissime Pater etc.
Fuit apud nos, per multos jam annos, Frater Hieronymus Savonarola,
prædicator insignis, ea doctrina, religione, moribus, integritate
vitæ, ut non ipse solum, verum etiam nomen ejus apud nos in maxima
veneratione sit. Is multa et magna universo huic populo documenta
dedit, multa induxit bona, quæ ad honeste sancteque vivendum plurimum
profuerant. Hæc autem attestamur Sanctitati Vestræ, beatissime Pater;
quoniam intelleximus crimina quædam in fratrem ipsum Hieronymum
calumniose conjecta fuisse, quæ multo esse a veritate aliena, quanto
nos certe scimus Sanctitati Vestræ in testimonium veritatis reticere
non possumus. Existimamus, autem, Sanctitatem Vestram pro solita sua
humanitate incredibilique benignitate, et fidem nobis adhibituram et
id quod universo populo nostro ad bonos mores, ad pacem et concordiam,
ad animarum salutem plurimam confert, a nobis non remoturum. Speramus,
itaque, Sanctitatem Vestram, iis intellectis, et Fratrem Hieronymum
apud nos permanere permissuram; et conventus Sancti Marci de Florentia
ac Sancti Dominici in Monte Fesulano ab congregatione Lombardiæ olim
separatos, et nunc incredibili quadam vitæ integritate ac religionis
sanctitate degentes, in eodem statu, cum inde multa quotidie immensaque
bona nobis proveniant, conservaturam; quo mihil gratius in præsentia,
et quo magis lætaremur ab Sanctitatis Vestræ benignitate concedi
posset. Cui nos etc. Ex Palatio nostro, die 17 septembris 1495.[498]
XIV.
(Vol. I, pag. 178.)
_Dispaccio della Corte di Napoli a papa Alessandro VI, circa la venuta
dei Francesi in Italia, scritto da Giovanni Pontano_.[499]
Messer Luise. Assai de bon loco ne è stato quasi accennato, non però
che ne sia stato certamente expresso; ma, quando mai non fosse, così
è verisimile, et perchè è verisimile, perciò ve imponemo debeate
conferire le cose infrascripte col reverendissimo Monsignor di Napoli.
Et di poi tale collatione, parte sua Reverendissima Signoria, parte
voi, parte ambodoi, secundo meglio ne parerà, ne parlerete con la
Santità de nostro Signore in la debita forma.
Che sia vero o non sia, se fa iudicio che la Santità predicta habbia
circa questa impresa de re de Francia contra noi consultate multe
cose col duca de Baro, et che quello li habbia resposto, parte
confutando, parte confortando et parte inanimando. Et primo, havendo
sua Santità consultato come essa havesse da procedere e governarsi in
le cose francise, poichè quelle andavano avante, li è stato resposto
dal predetto duca de Baro: primo, commendando sua Santità deli modi
servava; deinde, approbando essere ad proposito intertenere noi et
darne parole, imperò in tal manera, che intendendose da re di Francia,
che non havesse ad pigliarne umbresa; et ulterius, confortandola ad
la impresa la quale, essendo essa unita con dicto re, era summamente
facile; usando etiam queste parole: che ’l desiderio de soa Santità
et li successi sariano felicissimi in tucte cose; et per contrario,
quando se disunisse dal dicto re, che tucti li beneficii quali potesse
havere mai da noi, non fariano proportione ali maiori danni che li
segueriano, desunendose da dicto re. Questa parte, come voi vedete, è
de natura tale che non porria essere peggio, et non è da passarla senza
confutarla; perchè a la Santità soa, della guerra de Italia et nostra
non li pò seguire se non affanni, maxime essendo facta da Francesi li
quali, quando havessero vinto, pò pensare quello che resultaria de la
superbia loro, che cercariano metterese Italia sotto, et levariano ad
la Sede apostolica la auctorità et la potestà che ha de presente, et
per omne via la abasciariano.[500] Et quanto tocca al sangue suo, sa
quel che ha trovato con noi de sangue, de stato, et de titulo; ma non
li è certo quello che li habia ad sequire con re de Francia, il quale
non ha nepote da dare ad suo figliolo; et per gratia de Dio noi stiamo
tali ad casa nostra, che chi ce volrà tollere del nostro, haverà assai
che fare ad toglierlo per sè, o per darlo ad altri; et in questa parte
ve potite assai ben allargare.
Item: havendo dicta Santità monstrato stare sopra de sè, che francesi
non veneriano ad la impresa; dicto duca de Bari li ha resposto: che de
certissimo questo anno dicto re farà in omne modo la impresa, parlando
in questa parte multo affirmativamente; et non de manco, quando non
sequisse, che lui haveva bonissimo modo de intenderlo ad tal tempo, che
sua Santità, senza perdere cosa alcuna con Francia, poria capitolare
et assettarse con noi. Imperò confortavala ad non mutare proposito
et starsi in sua reputatione, et ad non lassarsi così de socto, etiam
quando le cose de Francia non andassero avante; perchè, essendo noi de
la natura che simo, non solamente non lo voriamo per parente, ma non
per cappellano; et che, abandonandosi, resteria ad discretione nostra,
et de quelli soi baroni de terra de Roma. Circa questa parte, et ad voi
et ad Monsignor reverendissimo de Napoli, occorre da cacciarne multo
ben fora, et farli considerare et recognoscere, che andando soa Santità
con quisti modi, si è facta et fa subiecta a li apparati del duca
de Bari; li quali so’ de natura che sempre li cercaranno affanni et
tribulatione, et ad poco ad poco la hanno già per tirata ad la guerra,
et ad le spese tale, che soa Santità ad la giornata se ne avedarà;
che stando ben con noi, vive senza affanni, senza spese et in sua
libertà: et deveria pur advederse soa Santità como et dove è tirata, et
pensare a li fructi de la guerra et maxime de tal guerra, dove va la
vita, lo honore, lo Stato et omne ben mundano. Sichè in questa parte
haverete campo largo da parlare. Advertite ben, che circa queste doe
particularità, sempre se parla de intertenerne et darne parole; donde
è da judicare la fede, qual se possa havere ad le pratiche de dicta
Santità.
Item, consultando dicta Santità, circa le provisione per mare et
per terra che da noi se fanno, dicto duca de Baro li ha resposto:
che noi solamente havimo descripti da tricento in quatrocento homini
d’arme, et dati alcuni cavalli senza dinari, che non era altro, salvo
allegerirne de la spesa de li cavalli; et che circa le cose de mare
facevamo penserò non correspondente, cioè che pensavamo fare più che
non bastavano le forze, et che ad omne nostra defensione andavamo fridi
et tardi. E non havendo provisto fin ad mò,[501] manco haveriamo tempo
de providerne, perchè infra tre misi i Francesi seriano passati, et
però soa Santità devea stare de bono animo, et maxime havendo coniuncta
la fortuna soa con ipso duca de Baro, il quale haveria sempre bona
consideratione in tucte cose che potessero seguire. Per questa ultima
parte, pò ben videre soa Santità, se ’l duca de Baro la tiene per
superiore o inferiore de sè, quando dice che haverà bona consideratione
a le cose che sequeranno, facendose mastro et capo, et lo papa
discipulo et pede. Che, invero, essendo el pontefice de la sapientia
che s’è, doveria pur avedere da mò, dove se trovarà quando sia misso in
golfo. Quanto ad l’armata, noi bastarimo et darimo recapito multo più
alto che altri non estima; et così de le gente d’arme, et ne haverimo
da loco che dolerà ad alcuni, et se avederanno che non simo nè fredi nè
tardi. Et in questa parte, deveria pur soa Santità videre como se lassa
mettere in questi balli, et ad che propositi; et deveria pur pensare
che noi havimo et figli et nepoti che sonno per defendersi, et che
hanno prima ad perdere la vita che la robba; et che la fortuna porta de
stranie varietate, e multo spisso se è veduto in le guerre essere stati
perditori quilli che le hanno mosse, et che non è in potere il fin de
la guerra de quilli la hanno mossa; nè soa Santità, essendo vicario
de Dio, deve volerse mettere ad quisti rischi. In questa intelligenza
è da dire, et però ne remectemo ad la sapientia et grave consiglio de
Monsignor de Napoli.
Più oltre, dicto duca de Baro, ne è accennato, ha mandato ad dire al
papa, inter alia, mostrandosi da soa Santità suspensione de questa
impresa, che dica chi si voglia, e iudichi chi si voglia altramente,
lui dice et iudica nulla cosa essere più ad proposto del papa che
la venuta de’ Francisi contra noi; perchè, senza spese et pericolo,
si liberarà da la servitù nostra per causa de li baroni de Roma; et
abatterà Virginio Ursino, il quale disfacto che haverà, soa Santità
redurà tucti li altri baroni ad soa discretione, et porà dare lo stato
de dicto signor Virginio ad soi figlioli, e assicurarli de quello.[502]
E ad questo effecto era impossibile che soa Santità potesse havere
mai maiore occasione che questa de’ Francesi; et però soa Santità la
volesse cognoscere et pigliarsela con le soe mane.
Da queste particularitate se pò iudicare quale mente habia lo duca
de Baro, et como tenga el papa subiecto; che lo mecte in manifesto
pericolo, et soa Santità non se ne avede. Vole che ’l papa leve lo
Stato ad Virginio, et auctorità ad casa Ursina, quale tanto tempo
lo ha tenuto; et che lo dea al figliolo, securo et senza pericolo
et con securitate, che ben monstra lo duca de Baro loco de maistro,
et persuade al discipulo quel che vole. Soa Santità pò multo ben
considerare essa essere vecchia, et che in casa Ursina sonno multi de
fresca etate, et che morto ipso, li figlioli sonno soli et foresteri,
et che lo futuro pontefice haverà de quilli respecti che hanno havuti
li altri pontefici. La sapientia soa ricerca et considere queste cose
con la rettitudine del iudicio, con la quale cognoscerà, si quisto tal
consiglio è de parere che ricorre ben ad essa et ad li soi, o che la
cerca ponere in tribulatione. Et pur soa Santità ha veduto al mundo
de multe varietate, et deve cercare dare lecto proprio a li figlioli,
el che pò fare con reposo et bona via; et non volerli collocare in lo
lecto de altri con manifesto pericolo presente et futuro. Monsignor
predicto de Napoli ben cognosce in questa materia quanto ricerche da
deverse dire, et voi ancora; et però ve allargarete in essa con li
debiti modi et mesura.
Preterea, havendo dicta Santità consultato dove essa restasse, quando
Francesi non ce levassero lo Stato, li è stato risposto dal dicto duca
de Baro: che Francesi almanco ne levariano la maior parte, e che noi
restariamo insiemi con li nostri successori tanto abattuti et oppressi,
che non solamente seriamo obedienti ma veri vaxalli de li pontifici
futuri; allargandose quà mirabilmente, che soa Santità non porria fare
maior acquisto de questo ad la fede apostolica, nè più gloriosa cosa,
per lo ambasciamento nostro, et per haver tolto lo stato ad Ursinj, et
dispersi et abattuti li altri baroni; donde ipso et li altri pontifici
veneriano ad signoriare lo dominio ecclesiastico con la bacchetta in
mano: et questo tutto se attribuirà a la soa gloria.
Voi videte che arte sonno queste et con chi termini el duca de Bari
tira el papa; che, in vero, uno iovene inexperto non se lassaria così
tirare. Et per questa via dicto duca pone Italia in foco, sequendo li
soi appetiti et pessimi designi. Et perchè el pontifice ha consultato
de li pericoli imminenti dal Gran Turco, responde el duca de Baro:
che, non essendo quello passato in Italia nel tempo che quella era
in reposo, dove facilmente haveria trovata victoria per non essere
quella in arme, manco passaria mò, essendo Italia in guerra et con le
arme, perchè Italiani se voltariano contra ipso; et che dubitaria non
facessero la impresa in Grecia, et però non era da timere de ipso.
Questa rasone, quanto sia sufficiente, anco contraria al facto, la
Santità soa lo pò multo ben iudicare; chè essendo Italia consumata,
non solamente non porria passare in Grecia, ma non haveria modo ad
resistere nè mantinere quelle poche gente d’arme che ce fossero. Et con
quanta potentia el Turco venesse per mare et per terra et per diversi
lochi, è multo facile cosa ad iudicarelo, sapendosi che sono doi anni,
fò in Albania con più de ducentomilia combattenti.
Dice etiam dicto duca de Baro, facendoseli dubio si noi chiamariamo li
Turchi: che certamente non li chiamariamo, perchè essendo noi possenti
per resistere lo primo anno, ne poneriamo in defesa con speranza che ’l
tempo produca qualche opportunità de morte o de mutatione in Francia o
in Italia, et così che noi ne pensamo restare superiori de la impresa,
o pur de posser per qualche via componere le cose nostre con qualche
aptitudine; et così non volriano darne infamia de chiamare li Turchi:
et che per questa resone soa Santità non devea far causa de questa
parte de’ Turchi. In questa particularità noi havimo male exemplo
de havere ad schifare la infamia, quando vedemo non haverse respetto
nè a la fede nè ad la patria nè ad la religione; et ricordamone che
Innocentio, etiam che fosse pontifice, scripse in uno suo breve:
_Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo_. Imperò noi speramo
tanto in la gratia de Dio, la quale sempre ne ha monstrata, et multo
maiore ne la monstrarà in questa causa più iusta et più legitima che
nulla de le altre; et noi, nostri figlioli et nepoti ne adjutarimo con
le mano, con li pedi et con omne membro.
In quanto è consultato, che per la venuta de’ Francesi receveria
Italia danni, responde dicto duca: ad questo esserese ben pensato, et
che ’l papa et la Sede Apostolica vene ad consequire tanta auctorità,
fermeza et elevatione, che dicta Santità, per questa tanta exaltatione
deve postergare li danni de Italia, usando questo exemplo: che per
schifare la febre continua se deve comportare la terzana, et che soa
Santità ha la febre continua, per essere in nostra servitute, da la
quale deve tenere modi de liberarse, et non pensare ad altro, videndo
che de tanta servitù vene ad tanta exaltatione. Questi consigli sonno
convenienti da darsi ad saccomandi et ad predatori, non ad pontifici
li quali se so’ fatti grandi con sanctitate, con integritate, con
reparare a li scandali et con conservare la pace; et quando li
pontifici fanno questo, sonno in vera libertate; et quando vanno per li
ricordi sopradicti, se poneno ipsi medesimi in servitute. Et già soa
Santità monstra essere col duca de Baro in quillo gradu, in lo quale
ipso dice quella essere con noi, li quali, per opposito, li cercamo
pace et tranquillità, conservatione de auctorità et de robba; et voi
già sapete che lo Stato offerto ad suo figliolo con quella rendita,
è de estimatione per ducento milia ducati;[503] sichè questa ne pare
libertate, et lo camino in lo quale lo duca de Baro lo mecte, lo
conducerà ad vera servitute et ad vinire opresso per diversi modi.
Le cause che moveno lo duca de Baro ad confortare el papa che ne
tenga in bone parole sonno queste: cioè che non venendo Francesi, sua
Santità sempre monstrarà esserese ben iustificata con loro; et quando
vengano trovaranno noi disproveduti, perchè, credendo a le soe bone
parole, et per la speranza che haverimo, non farimo le provisione
che sonno necessarie; et con queste rasone lo rescalda mirabilmente,
affirmando che infallanter Francesi veneranno, et che quillo re et
tucta la Francia non actende ad altro che ad questa impresa, et che
monsignor de Cordes et lo generale de Linguadocha seriano venuti in
Italia, l’uno per soldare gente, l’altro per portare dinari; ma che
ipso ha detenuta la lor venuta, per rescaldare quillo re, et solicitare
le cose necessarie ad la impresa; per dubio che venendo loro così
presto avante che le cose fossero tutalmente in ordine, quillo re non
fosse divertuto et mutato de proposto, per essere quilli doi li quali
sonno stati et sonno lo firmamento de questa cosa; et che quilli non
parteranno fin intanto che habiano facto ben spendere in le provisione
necessarie per mare et per terra, ad ciò che quillo re videndose haver
facta tanta spesa, per non la perdere non se repenta; et che in Genua
se è dato ordine ad nave et ad galere; et che infra uno mese seria
in Genua una gran summa de dinari, sì per li ligni, sì per le gente
da soldarese. Et interim, monsignor de Cordes non attende, salvo ad
fare gente da pede et da cavallo, con le quale passerà in Italia,
statim che l’armata sia in ordine in Genua; et con ipso venerà dicto
generale con gran summa de dinari per fare uno gran numero de gente,
et al primo impetu fare un grandissimo assalto in questo reame;
significando etiam como lui adiongerà ad lo exercito de Francesi, per
satisfare a l’obligo suo de la liga et del feudo de Genua, le gente in
le quale è obligato; declarando li capi de quelle cose, cioè lo Conte
Galiotto de la Mirandola, messer Ridolfo de Gonzaga et messer Nicolo
da Corregio; laudando et ponendo in celo, per inanimare tanto più el
papa, dicto monsignor de Cordes con la venuta de lo quale, repentina
et ad un puncto preso, dicta Santità farrà quel che volrà de San
Petro ad Vincula,[504] et del signor Virginio,[505] et farà che dicto
Vincula remanerà ad soa discretione. Ex alio latere e per detenire soa
Santità, simo accinnati como, tanto monsignor Ascanio,[506] quanto el
Taverna,[507] el che noi credimo, hanno posto el papa in grandissima
umbra; dicendo che soa Santità, in Francia è in pessima opinione et
in estimatione multo mala, tanto che non porria essere peiore, donde
quando soa Santità se retrahesse in questa impresa dal favore de
Francesi, quillo re totalmente li levaria la obedientia, et insiemi
con re Maximiano[508] li fariano Concilio; et che lo stato de Milano
non poria abandonare Maximiliano, anco seria constricto assequire tucti
doi dicti ri, de che soa Santità serria deducta ad pessimi termini, che
tucti tramontani la persequitariano et tirariano gran parte de Italia,
et non se poria fidare del collegio: et così parte con specie de
utilità et de gloria, et parte con minacci et con anteponere pericoli,
et papa è tirato dal duca de Baro.
Et da bono et fidato loco se ha per certo, che ad queste parole de
monsignor Ascanio et del Taverna, el papa multo se resentío, et che
respose resolutamente: che non era per contradire ad Francesi nè
per discostarse da li ricordi del duca de Baro, li quali soa Santità
approbava et li sequeria; concludendo che in la venuta de Francesi
soa Santità monstraria qualche poco de tempo starese de mezo; et
nihilominus, venendo o non Francesi, soa Santità temporegiaria con noi,
dandoce bone parole, secundo ipso duca de Baro ricordava; restando soa
Santità in questo appunctamento con monsignor Ascanio, el quale già per
quisto respetto se rende securo de la voluntà del papa, et che con noi
non habia ad tenere nè parentato nè altro bon mezo.
Questa ultima parte noi la havemo da bon loco, et è pervenuta ad nostra
notitia assai da lontano, et credimo che così sia. Le altre parte
possono essere conjecture; nentidemanco la rasone vole che ’l papa in
una tanta cosa, essendo pur acuto et timido, se sia consultato col
dicto duca; et che quillo habia usate le rasone sopradicte et multe
et più, sapendo noi quel che ha praticato el posto avante in Francia,
et pensando ipso che, non havendo el papa a la impresa, non fa per
ipso intrare in questa dansa. Sicchè è credibile che dal dicto duca
de Baro siano state poste avante multe più rasone et argumenti de li
predicti, como credimo che monsignor predicto de Napoli se persuade et
tene per certo. Et però soa reverendissima Signoria et voi insiemi con
quilla, voglia videre de confutare le argumentatione predicte, et farse
venire, quando una, quando un altra de le cose predicte ad proposto;
et quale confutare soa Signoria et quale voi, non monstrando però
che ve moveate, como che de dicte consoltatione et resposte habeate
havuta notitia; advertendo soa Santità como altre volte havite facto,
che per questa via è posta in affanni et ingannata, et che intrarà in
lamberinto difficultoso et inexplicabile; confortandola ad revederse
che chi li dà tali consigli li è poco amico; et pense ben che li
antecessori del duca de Baro, de scandoli et de zizania se sonno facti
grandi, et ponendo altri in affanni et guerre, se sonno exaltati ipsi;
quali consigli non li damo noi, perchè li desideramo quiete et non
cercamo scandali per esaltarne più ultra, essendo contenti de la sorte
nostra, como se è veduto per li nostri andamenti. Se l’anno passato
non se fosse tenuto modo ad assettare quelle cose del signor Virginio,
lo foco era già acceso; el che noi videndo corsimo, con l’acqua ad
astutarlo,[509] mandando nostro figlio Don Federico etc. Sichè quel
che non sequette l’anno passato, dicto duca de Baro cerca mò inbiccare
dicto foco, per altra et peior via; al che soa Santità deve reparare,
perchè se si accende foco, non porà essere che soa Santità non
participe del fumo et del foco. Et trovarassi missa in tal travaglio,
che cognoscerà essere in servitute altra de quella che ’l duca de Baro
dice haver con noi; perchè noi ricercamo che soa Santità se goda del
passato, stea ben con noi et in la dignità soa; ma non cercamo che stea
mal con alcuno, nè che entre in affanni et in partiti de capitanei de
ventura, como li ricerca lo duca de Baro el quale, como habia posta soa
Santità in questi termini, la trattarà et farà trattare da cappellano.
Papa Innocentio se avedette, benchè tardo, del facto suo, et che da
altri era trattato como ipso medesimo se ne accorse et dolette al
fine; sì che se redusse ad voler vinire ben con noi, cognoscendo che
stando ben con noi, era ad omne suo proposto. Deveria la soa Santità,
como savia et experta, quel che non era in Innocentio, cognoscere da
principio et sequire quisto partito pacifico et quieto, et non volere
intrare in pratiche de guerre nè in partiti de capitanei de ventura.
Monsignor reverendissimo de Napoli cognosce la natura del papa, et
vede quello essere tirato, per importunità de monsignor Ascanio, et
per non essere stato a le orechie del papa chi li habia ricordato lo
contrario; cognosce etiam che ’l papa, per le consultatione predicte,
quale ha facte col duca de Baro, che sta timido et suspeso, exardendo
noi che ce armamo più che altri non pensa, et che simo etiam per
fare più del possibile; che soa Santità se retrova confuso, et tucte
fiate che sia chi li ricorde lo pericolo da un canto et lo reposo da
l’altro, che se reduca al sano consiglio et al partito digno de savio
pontefice. Et però voglia soa Signoria, cognoscendo tucte queste cose,
intrar col papa per lo camin dericto, et traversare et rompere le
sbarre poste da monsignor Ascanio, et essere continuo col papa; et mò
confutare una cosa et mò unaltra; mò preponere e ’l bene de la Xantità
et dela sede apostolica et de Italia, et tirare ad questo de li altri
cardinali li quali ad soa reverendissima signoria pareranno; tirando
ad questo le cose de monsignor ad Vincula et ipso etiam monsignor, et
disponendoli tucti ad quisto proposto; perchè, battendo tucti insiemi
quisto ferro, ne pare essere certi che ’l papa se retraherà totalmente
da queste fantesie, in le quale è stato posto per non essere stato chi
li ricorde altramente; et se reducerà ad quel che è lo devere, et che
se desidera da chi le vole ben, et da chi ama la pace et lo reposo,
et da chi desidera che soa Santità non habia da incorrere affanni et
persecutione, quale hanno potuto multi pontifici per essere voluti
intrare in guerra: dal che principalmente se deve guardare soa Santità,
per non essere chi cerche oprimerla, nè occorrerli necessitate alcuna
da haverse ad ponere in arme: anco l’officio suo serria de prohibere
le arme ad chi le volesse movere, maxime havendo trovata Italia tanto
quieta et pacifica in la soa assumptione.
Monsignor reverendissimo de Napoli cognosce multo ben, et così voglia
fare cognoscere dala Santità predicta, li artificj che se li usano, che
da un canto li prepongono la libertate, la exaltatione et la libera
dominatione del stato ecclesiastico, et una gloria tanta che mai
pontifice hebe la simile; da l’altro li propongono lo Concilio: che
non se pò cognoscere quali siano maiore, o li minacci o le offerte,
per benchè l’uni e l’altri siano excessivi et pieni de fraude, dele
quale soa Santità se deve guardare mò, et non aspettare de essere
illaqueata; perchè allora se avederà, che non le basteranno le forze
et li modi, como forsi volria assoglierse da tali lacci, in li quali
non è chi la mecta, salvo quilli chi li poneno avante tante glorie
et exaltatione; et per questa via la vogliono condure in servitute
da la libertà et grandeza, in la quale essa et la sede apostolica da
sè medesma de presente se ritrova; et non ha bisogno de’ presidij
de altri, perchè omne uno attende ad mantenersela, senza esserne
ricercato. Francesi mai vennero in Italia che non la ponessero in
ruina, et questa venuta è de natura che quando sia ben considerata, che
portarà ruina universale, per benchè (_sic_) se minacci solo ad noi
li quali non solo cercarimo de defenderne, ma de divertere la ruina.
Sicchè chi recorda ad la Santità soa, che la venuta de Francesi sia
utile, non lo fà per altro, che per volere ne la ruina de li altri
misticare etiam la soa Santità, la quale serà impossibile che essa
non ne habia etiam ad sentire la parte soa; perchè le guerre, poichè
sonno incommensate, non sonno più in potere de chi le incommensa, per
la grandissima varietà che succede in le guerre; et se è veduto spisso
lo exito dele guerre portare ruina ad quillo chi le ha mosse. E in
fine, guerra mossa da tramontani in Italia mai è stata ad proposto
nè ad beneficio de Italia; et tanto più che con la venuta de Francesi
se ponno etiam tirare de li altri. Monsignor predicto reverendissimo
intende queste cose perfectamente; voglia queste et le altre che le
occorreranno, porgerle et rescaldarle ad suo loco et tempo, confortando
li altri amici al simile, como ricerca lo suo officio; sperando che con
la prudentia soa et con la bona audientia, quale haverà dal pontifice,
lo redurà al dericto camino. Et voi, messer Loisi, non mancando etiam
dal canto vostro, solicitarete et confortarete soa reverendissima
Signoria. Datum in Castello Novo Neapolis, XVIIº Januarij
millesimoquadringentesimononagesimoquarto. — Rex Ferdinandus Loisio de
Paladinis. — Jo. Pont. etc.
XV.[510]
_Breve discorso di Iacopo Nardi, fatto in Vinegia dopo la morte di
papa Clemente VII, l’anno 1534, ad istanza di alcuni gentili uomini
viniziani; per informazione delle novità seguite in Fiorenza, dall’anno
1494 insino al detto anno 1534._
Volendo intendere bene le cagioni delle novità fatte in Firenze l’anno
1494, e della cacciata della famiglia de’ Medici ed ordinazione del
governo libero, è necessario presupporre che quella città, dalla
inclinazione dello imperio sino a questi prossimi tempi, sia vivuta
libera e sia stata governata dai suoi medesimi cittadini e mediante la
forma d’un governo universale, fuora che alcuna volta per brevissimi
intervalli di tempo: quando per quietare le discordie civili ha
volontariamente chiamato governatori forestieri; e similmente quando fu
una volta tiranneggiata per spazio di dieci mesi da Gualtieri nominato
volgarmente il duca d’Atene.
Ancora è da sapere che i magistrati capi della repubblica, eletti dal
Consiglio Generale, furono varii in diversi tempi; perchè prima fu
governata dai Consoli, secondariamente dagli Anziani, ultimamente dai
Signori Priori, il qual magistrato ebbe principio l’anno 1282, ed il
fine nell’anno 1532, quando fu annullato da Papa Clemente.
Oltre a questo è da notare che, essendo i Fiorentini molto inclinati
alla mercanzia ed agli esercizi, per non disviare tutti i cittadini
insieme, in un tratto dalle faccende, dividevano tutto il numero di
quegli in due, e talora in tre parti; cioè scambiavano detti Consigli
ogni anno due o tre volte, come fanno al presente i Lucchesi, per
non affaticare sempre e’ medesimi cittadini. E per questa medesima
cagione avvenne in successo di tempo, che per non affaticar tanto il
Consiglio, si cominciò a creare i magistrati non giorno per giorno,
come prima, secondo el bisogno; ma tutti ad un tratto e per più tempo,
come di tre anni una volta, inborsando et serbando tutti gli eletti
in diverse borse, sotto sicuri serrami, e di quelle poi traendo alla
giornata gli officii, secondo che era il bisogno. Il quale modo di
eleggere si chiamava volgarmente _squittinare_, e la fatta elezione
similmente lo _squittinio_; i quali vocaboli tanto significano quanto
in lingua latina _scrutari, et scrutinium_. Questa variazione e nuovo
modo di creare i magistrati corroppe assai i costumi degli uomini,
dando cagione di vivere più licenziosamente, essendo sicuri che essendo
stati una volta eletti ed imborsati, ad ogni modo, qualunque si fusse
la vita loro, avevano a conseguire gli onori. Questo errore similmente
aperse in futuro la via all’ambizione e sètte cittadinesche, al tempo
massimamente che si avevano a fare detti squittinii, procacciando
ogni uno per sè e per gli amici suoi, per avere favori e grazia per
l’avvenire, con quegli i quali, tempo per tempo, avevano a sedere ne’
magistrati.
Governandosi la città di Fiorenza in questa forma, e truovandosi l’anno
1433 in assai buono e pacifico stato, tra gli altri cittadini era assai
reputato Cosimo de’ Medici, ed amato per la sua ricchezza dalla plebe
e favorito nella repubblica da quelle generazioni de’ cittadini che
manco potevano; il quale favore cominciato già in Giovanni suo padre,
il detto Cosimo si studiava continovamente d’accrescere con ogni specie
di liberalità; onde venendo in sospetto e conseguentemente in odio,
e massime alla parte de’ più nobili e reputati cittadini, fu mandato
finalmente in esilio a Padua l’anno 1434. Ma essendo, poi, stata
tratta a sorte della medesima borsa dell’usato squittinio, una signoria
d’uomini amici di Cosimo, preso che ebbe l’officio, subitamente rivocò
quello dallo esilio; la quale cosa presentendo la parte adversa, prese
l’arme per farli resistenza con la forza, del qual movimento furono
capi: M. Rinaldo degli Albizzi, M. Palla Strozzi, e Ridolfo Peruzzi.
Ma l’autorità di Papa Eugenio, che a tal ora si truovava in Firenze, fu
tanta che, posate le armi, si fece la pace, la quale non fu osservata,
ma furono mandati in esilio tutti i sopraddetti con grandissimo numero
d’altri cittadini.
Tornato Cosimo, crebbe in assai riputazione; ed acciò che a lui ed alla
sua setta non avvenisse a tempo d’una nuova signoria quello che era
avvenuto a’ suoi avversarii, arse le borse del vecchio squittinio e,
fatto il nuovo, le riempiè di uomini della sua setta, e specialmente
di persone nuove le quali, per mantenersi in stato, avessino a
dependere da lui. E così mentre che egli durò in vita, riprese più
volte autorità nella repubblica, essendo prorogata sempre la balía
alla sua setta; e più volte fece nuovi confinati, e sempre de’ più
qualificati cittadini della città, per assicurarsi. Successe Piero suo
figliuolo, governandosi con le medesime arti, ma non con la medesima
virtù e felicità; sì che ebbe assai travagli, e fu abbandonato da gran
parte de’ suoi seguaci, i quali non volevano che la balía cuntinuasse
in pochi cittadini; nè che il magistrato de’ signori Priori e de’
Collegi fusse fatto per quegli che ne aveano autorità dalla balía, che
volgarmente si chiamavano gli Accoppiatori, il quale magistrato era
stato deputato a tempo di Cosimo. Vennesi per tanto all’armi l’anno
1466, e della parte avversa furono capi M. Luca Pitti, M. Diotisalvi
Neroni e Niccolò Soderini; ma per intercessione de’ religiosi ed altri
buoni cittadini, si posaro l’armi e si fece la pace, la quale punto
non fu osservata: perchè Piero, avendo ripreso le forze, s’imparentò
con M. Luca; e gli altri sopradetti con i loro seguaci furono mandati
in esilio; e fu tanto breve l’osservanzia della pace, che mentre
si celebravano gli officii divini e facevasi una grande e solenne
processione, per rendere grazie a Dio della fatta pace, dai fautori di
Piero de’ Medici erano fatti prendere ed incarcerar molti delli loro
avversarii. Onde per tali accidenti confermò Piero lo stato, e, rimosso
il rispetto de’ suoi emuli, crebbe in maggiore riputazione che il
padre.
Rimasono di Piero duoi figliuoli, Lorenzo e Giuliano, i quali furono
assaltati l’anno 1478, da una congiura della famiglia de’ Pazzi e
Salviati ed altre case nobili; onde in tanto travaglio rimase ferito
Lorenzo e morto Giuliano, il quale lasciò un figliuolo naturale, nato
dopo lui, chiamato Giulio, il quale fu, poi, Papa Clemente VII.
Il prefato Lorenzo fu capo dello Stato, con maggior autorità che alcuno
de’ suoi passati; perchè, mediante la morte di suo fratello, emulo
della sua grandezza; e per la rovina dei Pazzi ed altri nobili, rimase
libero più che mai da ogni opposizione de’ grandi cittadini: sicchè
l’adversità e l’empito della fortuna lo condussono a maggiore altezza.
Così visse insino all’anno 1492, e lasciò tre figliuoli di Madonna
Clarice degli Orsini sua donna: Piero e M. Giovanni già cardinale, che
fu poi Papa Leone, e Giuliano il quale fu padre naturale di Ipolito
Cardinale de’ Medici. Piero sopradetto, dopo la morte del padre, tenne
lo stato fino a dì 9 di novembre 1494, nel quale tempo fu cacciato
di Firenze egli ed i fratelli; primieramente perchè, arrogandosi la
famiglia de’ Medici ogni dì maggiore autorità, cominciava già ad essere
molesta ancora alli suoi seguaci medesimi; secondariamente perchè
detto Piero, per essere di natura altiero, ed altri suoi poco civili
portamenti, era diventato universalmente grave ad ogni uno. Ma quello
che diede occasione alla sua rovina, fu la venuta del re Carlo VIII
in Italia, allo acquisto del regno di Napoli; e la cagione principale
fu lo sdegno grande che prese la città, che detto Piero avesse dato le
fortezze di Pisa e Livorno, Pietrasanta e Serezzana in potere del re;
onde era seguita la ribellione di Pisa e più altri luoghi.
Perchè è da sapere che lo Stato de’ Medici, dall’anno 1479 fino a
quel tempo, era stato sempre in lega con il re Ferrando di Napoli
e suoi successori, a defensione degli Stati; e così aveva congiunto
con esso le forze, per opporsi alla venuta de’ Francesi. Ma dopo la
rotta la quale ebbono i Ragonesi a Rapale, Piero detto fu mandato
dallo Stato ambasciatore al re con altri cittadini sino a Pontremoli,
per placarlo; e così si gettò in grembo al re; e per riconciliarlo ed
assicurarlo, li dette in poter suo ed in pegno le sopradette fortezze,
senza consentimento de’ suoi compagni oratori e della Signoria; perchè
i castellani che le tenevano, a sua complacenzia le consegnorno a’
mandati del re, secondo che a lui fu grato. Per la qual cosa, essendo
poi detto Piero tornato; e visitato il sopradetto dì, da mattina, la
Signoria; e tornando dopo mezzogiorno per riferire e dare conto, dopo
le cose fatte, secondo che prima aveva detto che farebbe; ma in verità
(come poi s’intese) per insignorirsi del palagio; ed, o per forza o
per amore, inducere la signoria a fare parlamento, e dare nuova balía
ai suoi amici e confidenti, come altre volte s’era usato di fare; non
fu ricevuto in palazzo, ma da’ Collegi, per ordine de’ Signori, li fu
chiuso la porta sul volto: e così, sollevandosi tutto il popolo, ed
egli vedendosi abbandonato dagli amici, el medesimo dì con ambedue i
fratelli se ne andò fuora di Firenze e si ridusse a Bologna.
La Signoria, quattro giorni avanti che Piero tornasse dal re, avea
mandati a sua Maestà nuovi ambasciatori, la quale era in Pisa, per
farla amica della città; e fra essi fu Frate Jeronimo da Ferrara
dell’ordine de’ predicatori osservanti, che essendo venuto in Fiorenza
l’anno 1488, aveva separati dalla congregazione di Lombardia circa
quaranta frati, ed aveva riformato in più vera osservanza il convento
di San Marco di Firenze e di San Domenico di Fiesole; e dato principio
a quella Congregazione di Toscana che, poi, fu per lui e per gli
altri moltiplicata, ed ancora dura; perchè era riputato uomo di santa
vita, molto dotto e grande predicatore; e perchè, sino avanti detto
tempo, esponeva la Scrittura, interpretando le profezie, e predicando
la rinnovazione della Chiesa, aveva grande audientia; e perchè chi
ode volentieri le cose nuove, pare che le desideri ed appetisca. Era
costui, fino al tempo di Lorenzo de’ Medici, chiamato il predicatore
de’ disperati e malcontenti; perciò che sempre pare che così fatti
uomini, come desiderosi delle novità, sieno più inclinati alla
curiosità delle cose future; e l’opinioni che di lui s’avevano erano
molto diverse. Andarono gli ambasciatori e, mediante l’opera del detto
Frate che ancora da parte di Dio lo[511] riprendeva e persuadeva, lo
placorono. Così fu ricevuto in Fiorenza onoratamente; e si feciono seco
i capitoli dell’accordo; e tra l’altre cose si dispose che, dopo lo
acquisto di Napoli, dovesse rendere tutte le fortezze ai Fiorentini;
nel quale maneggio d’accordi non è da tacere un animoso detto e fatto
di Piero di Gino Capponi, uno de’ sindachi deputati per la città a
trattare le convenzioni con la sua maestà. Essendo nato certo disparere
tra le parti, perchè i sindachi non volevano consentire a certe
condizioni, il re si rizzò da sedere e, venuto in collora, disse:
se voi non volete essere contenti, io farò dare nelle trombe; ed il
sopradetto Piero senza rispetto gli rispose; e noi faremo dare nelle
campane; e così dicendo, strappò in più parte i capitoli che aveva in
mano, e, partendosi in fretta colli compagni, fu richiamato; e così
fu conchiuso l’accordo, e sua Maestà n’andò alla volta del Regno di
Napoli.
Dopo la partita di Piero, e poichè il re si partì da Firenze, per
vigore di legge fatta per la via del Parlamento, erano stati creati 20
cittadini con piena autorità e balía da dovere durare uno anno; per
riformare la città di nuovo governo, la quale dopo la partita del re
era intenta ad un tale effetto. Ma, per li dispareri de’ cittadini,
erano in grande confusione; perchè i nimici de’ Medici temevano che
quella fazione non ripigliasse le forze, e gli amici temevano di non
essere rovinati dagli avversari, ordinandosi qualche così fatta forma
di governo, che quegli vi avessero entro maggiore parte di loro;
e così, durando lungamente in tal contrasto, era necessario che si
venisse all’armi, e che una parte distruggessi l’altra con totale
rovina della città.
Ma, come dispose la divina bontà, le predicazioni e conforti del
soprannominato frate furono di tal efficacia, ch’egli persuase la
concordia e la pace universale fra’ cittadini, ed un modo di governo
comune a tutti; e così fu creato il Consiglio Grande, con altri
ordini in buona parte a similitudine di quello di Vinegia; nella quale
ordinazione, circa i particolari, si disse in quelli tempi, che molto
era stata utile l’opera di Pagolo Antonio Soderini il quale, poco
avanti, era stato Ambasciatore appresso quella illustrissima Signoria.
Alle medesime persuasioni del Frate, il quale continovò sempre il
predicare, si fece la pace universale fra i cittadini; la legge della
oblivione delle ingiurie pubbliche e private; la legge dello appello
delle sei fave, cioè che dalle deliberazioni della Signoria contro
a’ cittadini beneficiati ed atti al governo, i quali sono simili e
proporzionati a quella generazione de’ cittadini che propriamente
in Vinegia si dicono gentiluomini, si potesse appellare al Consiglio
Grande. E per le sue persuasioni ancora, l’officio della Balía rinunciò
innanzi all’anno; lasciando la loro autorità liberamente al Consiglio
creato da loro, come di sopra è detto. Furono finalmente fatte più
leggi per riformare la città di buoni costumi; regolossi la superfluità
degli ornamenti delle donne massime e de’ fanciulli; ed altre cose
utili per la città e secondo la religione; provedessi ancora per legge,
sotto gravissima pena, che non si potesse fare più parlamento, e che
ogni autorità finalmente resedesse nel Consiglio, quanto ad ogni parte.
Fu similmente ordinato il Consiglio de’ Richiesti o vero degli Ottanta,
nel quale Consiglio con Signori e Collegi insieme, si facessino le
elezioni degli ambasciadori e commessarii; s’approvassino le condotte
de’ soldati, fatte dal magistrato de’ Dieci della guerra; e così
s’approvassino tutte le provisioni e leggi avanti che si proponessino
nel Consiglio Grande. In questo tale Consiglio medesimamente si
praticavano e deliberavano la guerra e la pace, le triegue e le
confederazioni, e simil cose appartenenti al governo della repubblica.
Dopo l’acquisto del reame di Napoli, l’anno 1495, tornando il re Carlo
verso Firenze per passare in Lombardia e tornarsi in Francia, la città
fece gran provvedimento di gente; nondimeno, per non correre quelli
pericoli i quali aveva prima corso, alloggiando sì grosso esercito,
li rimandò ambasciadori e con essi il sopradetto Frate Jeronimo,
a domandarli che non passasse da Firenze, e la restituzione delle
fortezze. Così se ne andò per la maremma di Siena e di Pisa, e le
fortezze promesse rendere, poi che fusse tornato in Francia, il che
poi non fece; allegando volere tornare in breve tempo in Italia, per
racquistare il regno il quale già s’era ribellato; onde, prorogando
e differendo (perchè la Italia aveva già mutato faccia), le fortezze
furono date per danari a diverse persone, da quelli che le tenevano:
cioè a’ Genovesi, Lucchesi e Pisani, i quali Pisani subito alla venuta
del detto re s’erano ribellati; e così fallì il re doppiamente le
promesse fatte a’ Fiorentini, una volta in Firenze e l’altra in Siena
a’ detti nostri ambasciadori.
L’anno 1497 seguente si trovò la città in grandi travagli, sì perla
guerra di Pisa venuta in protezione de’ Viniziani, sì per l’insulti
di Piero de’ Medici il quale, d’aprile l’anno del 1496, venne
inopinatamente sino alle porte con molti cavalli, con le forze degli
Orsini ed altri amici, e tornossi indietro senza frutto, non truovando
quella disposizione la quale da alcuni suoi amici gli era stato
persuaso; e così ne’ medesimi tempi o poco poi, la città fu molestata
in Romagna ed in Casentino da’ Veneziani, e talora dal Duca di Milano
per tirare quella nella lega.
Aveva predicato il sopraddetto frate Jeronimo, quasi continovamente
nella città sino alla quaresima dell’anno 1497, secondo l’uso
fiorentino; e benchè avesse giovato assai a’ buoni costumi, aveva
provocato a sdegno Papa Alessandro, perchè predicava la rinnovazione
della Chiesa, e parevagli che troppo acerbamente riprendesse i mali
deportamenti degli ecclesiastici; onde ne fu scomunicato con tutti
i suoi auditori, per la qual cosa la riputazione li mancava. Ma la
cagione principale alla sua rovina fu, che avendo fra Domenico da
Pescia suo compagno, detto in pergamo ch’era apparecchiato ad entrare
nel fuoco a confermazione della verità delle cose predicate da frate
Jeronimo, con qualunque persona che sostenesse il contrario; fu trovato
un frate di san Francesco osservante fiorentino, il quale si offerse:
ed essendo finalmente condotta in piazza, ove era ordinato il fuoco,
l’una e l’altra religione, si consumò il tempo in controversia e
cavillazioni; dicendo il frate minore che credeva avere ad ardere,
perchè non era certo della verità; e fra Domenico voleva, entrando
nel fuoco, portare il corpo del nostro signore; la quale cosa i
minori negavano, dicendo che, ardendo quello, ancora che fusse cosa
naturale, ne seguiterebbe scandalo nella fede: per questi dispareri
pertanto non seguì l’effetto. Onde per queste e simili cagioni,
presono gli adversarii animo ad offenderlo, e gli amici lo perderono
al defenderlo; in tanto che la domenica dell’Olivo, la gioventù che
aveva massime dispiacer del predicare del frate, come a’ suoi modi
del vivere contrario, e massime una certa sorte e compagnia di giovani
nobili chiamati i Compagnacci, presono l’armi e andarono a San Marco,
seguitati da gran parte della plebe e da chi gli era contrario; e
combatterono la chiesa, la quale era difesa da molti de’ suoi seguaci,
insino a tanto che la Signoria vi mandò suoi commessari, ai quali Frate
Jeronimo si rendette, e fu menato in Palazzo insieme con Fra Domenico
da Pescia e Fra Silvestro fiorentino.
Papa Alessandro, udita la novella, si riconciliò con la città e mandò
subito un suo commessario, il quale esaminò e tormentò più volte detti
frati, e publicò i processi che appariscono; e finalmente a dì 23 di
maggio 1498, essendo stati publicamente digradati, furono impiccati ed
arsi sulla piazza, e la cenere gettata in Arno.
Nel medesimo dì che fu tale esecuzione, quelli che avevano perseguitato
frate Jeronimo, perchè si trovavano l’armi in mano, e gli avversari
erano sbattuti, pensorono di mutare lo stato; ma confidando di poter
ciò fare altra volta, per non mostrare di avere rovinato il Frate a tal
effetto, se ne astennero, ed altra volta mancò loro l’occasione. Ove
è da notare, che tutti quelli e’ quali senza simulazione credevano al
Frate, tutti amavano di necessità lo stato universale come introdotto
e persuaso da quello, e fussero stati di qualunque fazioni si volessi
per il tempo passato. Ma quelli ch’erano inimici del Frate, cioè che
non gli prestavano fede, non erano già di necessità tutti inimici di
quello governo; conciò sia che la maggior parte degli avversari de’
Medici amasse il Consiglio, ancora che non credessino al Frate; e tali
erano gli umori che allora vegliavano in quella città, della quale non
si potriano intendere le azioni, se non vi si fussino manifestati i
fondamenti e principii di quelli.
Nel detto anno del 1498 si mandò il campo a Pisa con infelice
avvenimento; fu poi travagliata la città da’ Vitelleschi con ribellione
di terre; e finalmente l’anno 1501 molestata dal Duca Valentino e da’
medesimi Vitelleschi; onde seguirono altra volta le ribellioni d’Arezzo
ed altre terre. Ma, ritirandosi da parte il Valentino, ad istanzia del
re Luigi XII col quale la città era confederata; si ricuperò in pochi
mesi ogni cosa col favore del medesimo re, secondo la capitulazione.
L’anno 1502 parve alla città che fosse utile creare il Gonfaloniere di
Giustizia a vita, ammaestrata dai disordini passati; e così fu creato
messer Piero Soderini, uomo per la sua integrità e virtù degnissimo
di ogni loda. Nel magistrato di costui si riordinò molto la città,
risecando le spese e facendo vive le entrate, e riebbesi Pisa e le
altre cose perdute, eccetto Serezana.
L’anno 1512, papa Giulio, riputandosi offeso dalla città e massime dal
Gonfaloniere, per avere ceduta ad istantia del re, la città di Pisa al
Concilio il quale si gli era ordinato contro; per tirare la città nella
lega seco e col re cattolico, mandò a’ danni di quella il Cardinale de’
Medici suo legato, con Don Ramondo di Cardona e lo esercito spagnuolo
il quale prese e saccheggiò la terra di Prato. Per la quale cagione
si cominciò trattare e conchiudevasi l’accordo; ma alcuni cittadini,
l’intenzione de’ quali era il mutare lo Stato, trassero di Palazzo
per forza il sopradetto messer Piero Soderini, e rimisseno i Medici in
Firenze, con condizione che avessero a riavere e’ loro beni e vivere
privatamente come gli altri cittadini; e così si conchiuse la lega
ed il governo non fu alterato, se non che in luogo di messer Piero
Soderini fu fatto Gonfaloniere Giovambattista Ridolfi uomo nobile e
molto riputato, e così seguitavano le cose, se i fati non avessino
disposto altrimenti.
Ma a dì 11 di settembre 1512, il Cardinale de’ Medici e Giuliano,
con il favore de’ soldati e loro seguaci, contro alla data fede,
armata mano occuparono il Palazzo e costrinsero la Signoria a fare
parlamento; e così presono il governo della città, amministrando la
repubblica in quello modo che aveva fatto Lorenzo loro padre, sino
a tanto che detto cardinale il seguente marzo fu creato Papa Leone
X, e rimase nel governo Giuliano il quale, poco poi, essendo stato
fatto capitano della Chiesa, lasciò capo dello Stato Lorenzo, che fu
figliuolo del soprannominato Piero de’ Medici loro maggiore fratello;
al quale Lorenzo, Leone dette il ducato d’Urbino; e morendo[512] lasciò
dopo di sè Alessandro suo figliuolo naturale, a chi papa Clemente
dette lo stato di Firenze: e così lasciò una figliuola legittima di
ottima indole e molto amabile, che fu donna del secondogenito del re
di Francia, Enrico duca d’Orliens. Ma perchè le azioni di Clemente
sono fresche alla memoria degli uomini, non mi accade distenderle più
avanti.
XVI.
(Lib. II, cap. VI.)
_Due Capitoli della terza parte del_ Vulnera Diligentis _di Fra
Benedetto_.[513]
CAPITOLO XXI.
Segni celesti acchaduti sopra la città di Firenze, mentre che ’l
propheta Hieronimo era vivo.
_Agricola._ Negli anni del Signore 1493, cioè dua anni prima che io
lasciassi el seculo et venissi alla religione, andavo io una nocte
per la città di Firenze, ad sollazo et solo, come fanno e’ giovani
sviati et scorrepti; et credo che fussi l’anno vigesimo secondo o vero
vigesimo tertio della mia età. Hora accadde che, essendo io proximo
alla chiesa di santo Pietro maggiore, idest fra ’l canto alle Rondine
et el canto di Nello; et era passata, credo, alquanto meza nocte; et
erono tenebre densissime, ma tempo quieto et sereno; et essendo io così
ritto nel mezo della sopradecta via; et stando fermo: ecco che súbito
io incominciai ad vedere l’aria diventar chiara ad modo che fa quando
apparisce l’alba del giorno. Per la qual cosa, veggendo io questo
chiarore, pensai infra me medesimo che ’l fussi l’alba del giorno, et
mi maravigliava che sì presto quella nocte fussi passata. Et in questo
pensamento, stando io pure fermo et ritto nella via, ecco che io veggo
questo chiarore crescere con presteza fuora dell’ordine consueto et
naturale; onde io admirato di questa cosa, incominciai ad sguardare
per la strada, et incominciai ad vedere le porte et le finestre delle
case lontane, quasi come si vede quando el sole si approssima per
levarsi sopra la terra. Et io, in questo così grande acceleramento di
luce, incominciai alquanto ad temere, et mi turai mezo el volto con
la cappa, et lassai gli occhi scoperti per vedere; et tamen io non
vedevo persona alcuna, salvo che questa gran luce. _Et ecce factus est
repente, de cœlo, sonus, tanquam advenientis spiritus vehementis; et
replevit claritate magna totam civitatem._ Et mentre che io sentivo
questo grande romore per aria, la luce cresceva mirabilmente et diventò
come giorno. Ma, non havendo io ardire d’alzare gli occhi al cielo,
per vedere che romore et che grande luce fussi questa; ecco che la
luce incominciò alquanto ad declinare; et el grande romore dell’aria
incominciò ad lontanarsi dal mio audito. Et in uno subito cessò il
romore, et mancò la luce, et diventò nocte tenebrosissima, come prima;
et io allhora, ripieno di maraviglia et spavento, mi partì del loco
dove ero, et andai ad casa a riposarmi et a dormire; et non dissi
questa cosa ad persona che mi ricordi, per molti et molti anni; nè
mai udii persona che dicessi d’haverla vista. Hora, che cosa si fusse
quella, io non lo so; tanto ti ho decto quanto che li mia occhi viddono
et li mia orecchi udirno; ma iudichi tu, se Dio ti guardi, che questo
fussi segno celeste?
_Serpe_. Certamente sì.
_Agricola._ Et ancora io iudico el simile.
_Serpe._ Dimmi ti priego, hai tu mai pensato quello che volessi
significare questo tale segno?
_Agricola_. Io ho pensato, per mio sollazo spirituale, qualche volta,
sopra ad questa faccenda; et mi sono pensato, che ’l decto segno si
potessi adattarlo ad significare due cose già adempiute. Et primamente;
questo segno si può dire che significassi la venuta che fece Carlo
octavo re di Francia, in Italia; quando che prese il reame di Napoli,
che teneva Ferrando spagnuolo. Il quale re di Francia venne circa
l’anno seguente che questo segno accadde; et venne splendido, glorioso
et con gran romore di suono, ad modo del prefato segno; perchè venne
copioso di tesoro, di gente d’arme et d’artiglieria; et venne con tanta
fama et credito, che tucta Italia tremava alla sua venuta. Epso, come
haveva predecto in verbo Domini el propheta, era ministro di Dio, et
suto electo da Dio ad fare grande cose al mondo, in bene universale
della Chiesa, così fra christiani come fralli infedeli; dummodo che,
nella sua electione et ministerio, si portassi come vero et buon
Christiano, ad ciò non fusse reprobato da Dio.
_Serpe_. Questa è buona adoptatione et rationabile discorso. Ma il
mancare che fece subito el sopradecto segno che significa?
_Agricola_. Certamente la reprobatione del prefato Carlo re di Francia,
il quale, perchè non si portò bene nella sua electione, et perchè fu
mancatore di fede, et fece innocentissimamente molti mali alla città di
Firenze, dalla quale non haveva mai ricevuto se non bene; el che peggio
è, non aprezò anzi disprezò il parlare del propheta, et non observò
le impositioni et comandamenti et sua divini consigli; per questo,
adunque, epso re, ad similitudine del prefato segno celeste, mancò
prestamente di luce, et di regno spirituale et temporale, et etiam
di vita corporale; imperò che Dio prestamente gli fece rebellare et
perdere tucto el reame di Napoli, che senza difficultà haveva obtenuto.
Di poi gli amazò l’unico suo figliuolo, et dipoi lo percosse nella
propria persona et miseramente lo fece di mala morte perire; idest di
morte subitanea nella città dove nacque, idest nella città di Ambuosa,
allato ad una stalla di cani et bracchi da salvaggiume, li quali era
andato ad vedere per suo sollazo: et eravi uno fetore intollerabile;
et così Dio lo fece miseramente morire in quello fetore, senza
confessione et comunione, et senza spatio alcuno di penitentia; et così
fu reprobato et capitò male, come dal nostro propheta gli fu più volte
predecto.
_Serpe._ Non mi dispiace questa prima interpretatione; ma quale è la
seconda che tu ti se’ pensata?
_Agricola._ La seconda mi quadra allo ’ntellecto, non manco che questa
prima.
_Serpe_. Hor dilla sù, te ne priego.
_Agricola_. Tu sai che io ti dixi, che, quando in Firenze accadde il
decto segno, era, nella tempesta obscurissima[514] della nocte, aere
tamen quieto et serenissimo; et questo significa quando Firenze era
nella profondità delle tenebre de’ peccati; precipue delle usure,
latrocinii, sogdomie, giuochi, blasfemie et altri infiniti pecchati;
nel quale tempo non appariva uno nugolo per aria nè tempesta di vento,
idest non si sentiva fame nè peste nè guerra alcuna, et ciascheduno
stava intriso ne’ tenebrosi peccati, senza vedere o cognoscere luce
alcuna di verità. La luce, adunque, grande, che appoco appoco comparse
nel tempo della obscura nocte; et che convertì, come dixi, la nocte
in giorno; et divise la luce dalle tenebre; questo significò la luce
che, per divina inspiratione et precepto, dette il propheta Hieronimo
in epsa città di Firenze; nella quale, predicando et exponendo lo
Apocalipse, et dipoi il Genesis, et dipoi fabricando l’archa di Noè,
et dipoi exponendo altri profheti, incominciò, ad questo modo, ad
resplendere ad poco ad poco et ad relucere et ad torre via le tenebre
de’ peccati di Firenze. Onde, se ben ti ricorda, epso propheta, in
quel principio, spesso spesso proponeva per tema, ne’ sua sermoni
dell’archa, queste formali parole dicendo: _Ambulate, dum lucem
habetis, ut vos tenebræ non conprehendant_. Respecto al che veniva
ad dimostrare, essere una luce mandata alla città di Firenze da Dio;
et breviter, tanto crebbe questa luce mirabilmente nella decta città,
che le tenebre si partirno di quella, idest si convertì molta et molta
gente a Dio. Et si divise la luce dalle tenebre, perchè furno expulsi
e’ Giudei della città; et nacque etiam grande divisione fra buoni et
fra captivi, nel modo che parturisce el verbo della verità; et così
cessorno molti et molti vitii della città. Et certamente epsa città,
per li sancti sermoni del propheta, si riempiette di tanta devotione,
di tanta virtù et splendore di bontà; che se gli è possibile potersi
figurare et vedere il paradiso in terra, la figura di quel tempo era
del certo il proprio modello.
Præterea, il romore grande che si sentiva, insieme con la luce del
prefato segno, si può dire che significassi el verbo, la voce et il
sermone del propheta, il quale si sparse per tucta Italia et per tucta
Christianità. Præterea, il cessare del romore et il mancare della luce
et diventare subito nocte obscurissima, come prima, non so meglio
potersi dire significassi, che la interfectione del santo propheta;
imperò subito che fu innocentemente suspeso et morto in croce da membri
di Luciphero, furno immediate serrate le bocche de’ predicatori della
verità. Et venne la fame del verbo di Dio, come dal propheta era suto
prodocto; et furno aperte le vie de’ pecchati; et riempiettesi la città
di profundissime tenebre et d’ogni spurcitia, iniquità et scelerateza,
come prima et più che prima: et così è andata di male in peggio, per
insino al presente giorno. Et certamente, quando non ci fussi altra
testimonianza della verità et bontà di questo gran servo di Cripsto,
questa è bene assai; perchè, tolto via lo instrumento del ben vivere
della città, vediamo essere mancata in epsa la buona vita. L’opposito
saria stato, adunque, se lo instrumento fussi stato captivo, cioè saria
diventata la città più che prima migliore; _quapropter verum est, quod,
remota causa, removetur effectus_. Hora, sta a udire qualche altro gran
segno accaduto pure in Firenze, benchè dopo la morte del propheta.
_Serpe_. Hor questo è quello che haverò al presente caro di sentire; ma
ben vorrei prima intender da te se una certa cosa che io più tempo fa
intesi, fu vera.
_Agricola_. Che cosa?
_Serpe._ Io intesi che, predicando una volta frate Hieronimo nel duomo
di Firenze, fu visto da alcuna persona con li proprii occhi corporali,
passare per aria dinanzi al suo pergamo uno banditore, overo uno
trombetto acchavallo, sonando, credo, una tromba. Et, passato che fu
el decto trombetto, vidde venire acchavallo uno huomo d’arme, armato
di tucta arme, et correndo velocemente con la lancia in resta, passò
medesimamente per aria, come era passato il banditore, nè altro vidde
che questo. Hora dimmi ti priego, se tu sai, la verità di questa cosa.
_Agricola_. Sappi del certo et del chiaro, che la cosa fu vera nel modo
proprio che tu hai recitato.
_Serpe_. Come lo sai tu così certo?
_Agricola._ Io lo so, perchè chi vidde la cosa me lo dixe, et ho
confessato quella tale persona più et più volte; et al presente vive
et è in Fiorenza. Et se credessi non commettere defecto ad nominare,
io ti direi el nome et ti direi alcun’altra cosa maravigliosa; ma, tu
sai, chi confessa non gli è lecito distendersi più che si comporti la
discreta et iusta et buona misura del panno. Ma pensiamo pure alla
significatione del segno; imperò il trombetto overo banditore che
passò per aria, mentre che ’l nostro propheta predicava, chi è quello
di sì poco ingegno, che non conoschi epso banditore rappresentare
quel banditore che actualmente bandiva el flagello di Dio in pergamo?
Et perchè, dopo el passaggio del banditore, fu visto passare l’huomo
dell’arme con la lancia in resta, il quale homo d’arme altro non
significava che la guerra et le tribulationi che bandiva, per parte di
Dio, il nostro propheta Hieronimo; così medesimamente, ad similitudine
del prefato segno sopranaturale, habbiamo visto adempiersi questo,
cioè, che dopo el passaggio della morte del nostro propheta banditore
di Dio, inmediate incominciorno ad comparire le grande tribulationi
et le grande guerre chegli haveva prophetato. Le quali, con alcuni
interpellamenti, sono durate per insino al presente; et così, con
inganno de’ captivi et de’ tepidi, dureranno per insino ad tanto che la
città di Roma non sia saccheggiata, desolata et destructa con occisione
di gente infinita; imperò l’amaro et maximo flagello della cherica, se
bene in mente divina è il primo in intentione; tamen, come testifica
il propheta, debbe essere l’ultimo in executione. Et però nessuno si
debbe maravigliare della tardità del flagello di Roma et delle persone
ecclesiastice. Così è necessario che sia, altrimenti non saria vero
quello che c’è suto predetto dal nostro propheta. Hora, col nome di
Dio, descendiamo agli altri gran segni accaduti al mondo dopo la morte
sua; ad ciò diamo fine ad questa nostra tertia disputa, et che possiamo
pervenire alla quarta col quarto animale.
_Serpe._ Io resto satisfacto. Seguita il tuo parlare.
CAPITOLO XXII.
Segno celeste acchaduto nella città di Roma al tempo di papa Leone X.
_Agricola_. Dimmi, ti priego, cognosci tu uno certo nostro cittadino
fiorentino, chiamato per nome Michelagnolo Buonarroti? Quello, dico,
che nell’arte della scultura et pictura tiene oggidì el primato infra
tucti e’ mortali, _sicut de hoc publice fama volat?_
_Serpe_. Io lo cognoscho per certo.
_Agricola_. Che opinione hai tu de’ casi sua?
_Serpe_. Certamente buona; imperò io l’ho per huomo singulare,
honestissimo, timorato di Dio el altucto veritiero. Ma per quale
cagione me ne domandi tu?
_Agricola_. Perchè negli anni del Signore 1513, cioè il primo anno
che Leone Decimo fu electo in sommo pontificato, essendo el decto
Michelagnolo nella città di Roma, et credo che fussi (salvo el vero) di
state; et essendo una nocte così fuora al sereno, in una certa stanza
o vero orto della sua habitatione, et faccendo oratione, et elevando
così gli occhi sua al cielo; ecco che subito vidde apparire in cielo
uno mirabile segno triangulare, et grandissimo, fuora dell’ordine
et similitudine d’ogni cometa consueta. Il qual segno era simile ad
una grandissima stella con tre razi, overo code, l’una delle quali
si estendeva verso l’oriente, et era d’uno certo colore splendido et
relucente, ad modo d’una virga d’argento pulitissima, overo d’una spada
brunita, et nella summità era torta ad modo d’uno uncino. L’altro
razo, overo coda, di questo segno, si estendeva sopra la città di
Roma, et era di colore vermiglio, idest sanguinolente. El terzo razo si
estendeva verso la ciptà di Firenze, idest fra aquilone et ponente, et
era tucto di colore di fuoco, et nella summità era bifurcato, et era
di tanta lungheza che aggiugneva insino ad Firenze; et così pareva et
si rappresentava alli occhi corporali et intellectuali di chi vedeva
la cosa. Ma io ti voglio contare una piacevolezza che fece il prefato
Michelagnolo, visto che hebbe questo celeste et magno segno.
_Serpe_. Et che piacevolezza fece?
_Agricola_. Io tel dirò. Nota, adunque, che epso Michelagnolo, quando
hebbe visto et alquanto considerato la cosa, gli venne fantasia di
ritrarre et colorire in sur uno foglio questo segno; et prestamente
andò in casa per foglio et penna et colore, et tornò fuora et ritrasse
la cosa di puncto come stava; et fornito che l’hebbe di ritrarre, gli
disparse dagli occhi il decto segno.
_Serpe_. Oh! quanto mi saria grato di vedere un poco quello disegno che
fece.
_Agricola_. Oh! io te l’ho disegnato con le parole appuncto; ma se
pure tu ti contenti di vederlo, va et truova el decto scultore che
al presente si truova et lavora in Firenze, et lui benignamente
ti mosterrà la cosa et humilmente ti dirà la verità del tucto, et
così resterai satisfacto et troerrai che io non t’ho decto alcuno
mendacio.[515]
_Serpe_. Io mi rendo del certo, che tu ti debbi essere beccato
el cervello più di quattro volte, in pensare che cosa possi mai
significare il prefato segno.
_Agricola_. Credilo del certo.
_Serpe_. Et in che cosa ti sei resoluto?
_Agricola_. Se io tel dicessi, tu ti faresti forse beffe de’ casi mia.
_Serpe_. Non me ne farei beffe, come forse ti pensi.
_Agricola_. Horsù che vuoi tu intendere da me?
_Serpe_. Qual sia la tua opinione sopra di questo segno, et che
cosa racchogliere se ne può piamente, che non sia discrepante dalla
prophetia di fra Hieronymo.
_Agricola_. Parlandoti humilmente, secondo alcuno discorso di ragione,
ad me pare (salva sempre la verità) che questo segno significhi
le tribulationi di Roma, di Fiorenza et di tucta Italia, et li
barbieri[516] che debbono flagellare la Chiesa, secondo che dal nostro
propheta è suto predecto. Hor nota, adunque, che ’l prefato segno
celeste et triangulare, primamente pare che dia notitia del numero
de’ barbieri, idest de’ flagellatori della nostra Italia, li quali
principalmente debbono essere tre grandissimi signori: l’uno francioso,
cioè il re di Francia; l’altro todesco, idest lo ’mperadore alamanesco;
il terzo turcho, idest lo ’mperadore de’ Turchi. Ma che queste tre
generationi debbion flagellare la Chiesa et la Italia, di questo ne
decte manifesta notitia il nostro propheta, mentre che era nelle mani
de’ sua adversi, secondo che appare in uno certo processo che dalli
captivi examinatori non fu misso in stampa, perchè non faceva al lor
proposito; tamen qualche copia se ne truova appresso di qualche fedele
nostro amico.[517] Et di questo tale processo non ho tractato innanzi,
perchè non l’ho ancora nelle mani come gli altri; ma lo aspecto di
giorno in giorno, perchè m’è stato fermamente promisso.
La parte, adunque, del celeste segno che si extendeva verso l’oriente,
ad me pare espressamente che significhi le gente infedele, idest
il Turcho. L’essere torta nella summità, ad modo di oncino; questo
pare che significhi che ’l sarà chiamato dalli peccati che venga in
Italia et da qualche gran maestro de’ Christiani, sive manifeste,
sive occulte: et questo non è discrepante da qualche antica prophetia
che ho lecta. Item l’essere torta al modo di uncino, significa ancora
la rapina che faranno epsi infedeli delle robe et delle persone,
giovanette che morranno in captività, in loro servitù. Item l’essere
torta ad modo di uncino et, inoltre, relucente ad modo di argento
overo d’una spada splendidissima, significa che Roma sarà circundata
di ferro, etiam da epsi infedeli, e’ quali faranno delle chiese stalle,
et molte altre dishoneste cose, secondo che dal nostro propheta è suto
assai volte predecto. Item l’essere relucente significa etiam, che
quando epsi Turchi et Mori et altri infedeli si convertiranno alla
fede di Cripsto, epsi saranno ripieni di tanta virtù di fede, che
resplenderanno come uno sole. Et così si adempierà quel prophetico
detto che dice: _Tanta erit devotio in Gentilibus, quod Christiani
erunt spiritualiter quasi eorum servi; et complebuntur Scripturæ, quod
populus non intelligens glorificabit me et ædificabuntur deserta, et
cantabunt omnes: Gloria Patri et Filio et Spiritui sancto, et honor
omnibus Sanctis suis_. Et questo basti, in declaratione della parte del
sopra decto celeste segno, che si extendeva verso l’oriente. Ma quanto
all’altra parte di colore sanguinolente, che si extendeva sopra alla
città di Roma, questo mi pare apertamente che significhi el coltello
de’ barbieri che enterranno in epsa città, et la grande effusione del
sangue che vi si farà, senza riguardare ad grado o ad dignità alcuna,
come ne’ sermoni del nostro propheta in assai lochi appare scripto.
Quanto alla terza parte del segno, che si extendeva, come di colore
di fuoco, insino sopra la città di Firenze, et che nella summità era
bifurcata; questo mi pare che significhi al tucto il flagello di epsa
Fiorenza la quale, per havere iniustamente suspeso et arso e’ tre santi
di Dio in croce, pare che debba essere iustamente retribuita dalla
grave mano del Signore, secondo che merita il suo grave peccato. Per
la qual cosa, il segno di fuoco bifurcato ad me pare che significhi
Firenze dovere essere flagellata da due grandi fuochi; idest dal fuoco
materiale et dal fuoco della pestilentia. Nè gran facto saria che ’l
flagello di Firenze fussi tanto maggiore di quello del Castello di
Prato, quanto che è maggiore Firenze che Prato.
Guai ad te, Firenze! se quello che io ho lecto in una certa prophetia,
si adempie in te; la quale dice che tu debbi essere arsa, et dice chi
è quello che ti debbe ardere; ma se s’intende in tucto o in parte, non
voglio entrare in tanto profundo mare. Præterea, guai ad te Firenze! se
’l si verifica quello che appare scripto di mano del propheta Hieronymo
che innocentemente ammazasti in croce. Imperò, parlando epso santo
propheta delle tue tribulationi, dice in questa forma: _Ecce inducam
afflictionem super locum istum. Non vocabitur locus iste Florentia,
sed turpitudo el sanguis et spelunca latronum etc_.[518] Et in altro
loco dice: _Dominus mictet etiam alia mala. Si feceritis penitentiam,
miserebitur Dominus ut non sint in diebus vestris; et non videbitis
filios vestros occidere et filias vestras prostitui; et vos, filii,
non ibitis in captivitate; et filia non ibitis ad alienos. Alioquin
diripientur bona vestra_.[519] Questa prophetia, come è decto, appare
scripta di mano del nostro beato Hieronymo, et ogni volta che la vuoi
vedere, te la farò vedere.
_Serpe_. Se Firenze harà le tribulationi sopradette, io per me non
so conoscere, ad che modo possi mai havere le felicità che da frate
Hieronymo, per prophetia di predestinatione, gli furno promisse.
_Agricola_. Si risponde che a Dio non manca modi. Ad voler che
frate Hieronymo sia vero propheta, gli è necessario che Firenze sia
grandissimamente flagellata, et che la diventi in più modi quatriduana,
simile ad Lazero; et così di poi sia risuscitata da Dio. Et ben che
la sia al presente quatriduana in uno conto, la diventerà ancora (ut
mihi videtur) quatriduana in un altro. Imperò li sua peccati meritono
accrescimento di tribulatione, et prolungamento di tempo di promissione
delle sue felicità perfecte, le quali ti so dire che saranno d’altra
sorta che le presente. Hora lassami recitarti qualche altro gran segno,
acchaduto pure sopra la città di Roma.
XVII.[520]
_Lettera dei Dieci, in cui si parla della seconda legazione affidata al
Savonarola._
ORATORIBUS APUD CHRISTIANISSIMAM MAJESTATEM.
Habbiamo ricevuto hoggi tre vostre di hieri: per le due prime
intendiamo la resolutione del voler differire la restitutione[521]
allo essere in Asti, quale si attendeva per questo popolo di presente,
secondo le promesse et qui et a Napoli et, pocho prima che costì, facte
dalla Cristianissima Maestà: di qualcosa stamani non potrebbe questo
popolo essere più maravigliato et restato mancho contento, atteso
quanto ha patito da li subditi, per essere observante del continuo alla
voglia della sua Cristianissima Maestà. Onde desiderremo che fussi di
nuovo appresso et il Re et altri, quali iudicassi meglio al proposito,
et disporli a volere la Cristianissima Maestà volesse riconoscerci
per amici et suoi devotissimi, et a observare quello che tante volte
ha promesso a questo suo devotissimo et affectuoso popolo; perchè
vedendosi manchare quello che, per la fede datali si haveva a se stesso
promesso, difficilmente si potrà disporre o aquietarsi di tal cosa, o
a fare alcuna somma di danari, per satisfare a quanto era sua voglia,
per fare la observantia della fede mutua et reciprocità: di che non
sequendo altro ci pare poterne levare al tucto la speranza.
Oprerete in quel modo, et con quelli tali adstanti alla sua
Cristianissima Maestà, quali indicherete meglio che voglino et stare
et fare intendere alla prefata Maestà quanto questa cosa importi da
ogni parte, et che, di gratia speciale, circumscripta ogni promissione,
si domanda la restitutione delle nostre cose per questo suo popolo.
Et al dubbio che mostrate havere sua Maestà, di mutatione della
presente devotione di questo popolo; avete a rispondere che, essendo
naturalmente devotissimo suto sempre de sua Cristianissimi antecessori
et di sua Maestà, tanto più può sperare in futuro, per la consequita
libertà et per la restitutione delle cose che sua Maestà Cristianissima
facessi; conciosiacosachè dalle predecte cose si debba aggiugnere
ubligationi immortale; et anche perchè questo popolo è in termine
col reggimento di questo dominio che, Dei gratia favente, non si può
verisimilmente in futuro temere d’alchuna mutatione.
Habbiamo inteso el cammino che ci advisate, et sforzerenci per li
nostri terreni fare quella provisione che ci fia possibile; et haremo
caro più particolarmente intendere la partita di sua Maestà, et di suo
cammino, et di chi resti. Attendiamo, con ogni diligentia operiate
che le genti del Christianissimo non habbino a entrare nel Ponte ad
Hera; perchè disegniamo stia serrato con guardie di provigionati et,
passando la sua Maestà, s’aprirrà piacendo a quella; ma le prime genti
desiderremo andassino di fuori, per levar via delli inconvenienti altra
volta seguiti, per altre nostre referitevi. Fatene sapere ogni cosa, et
noi alle nostre genti d’arme hareno provisto.
Resti appresso al Christianissimo Re Messer Guidantonio[522] et Andrea
de’ Pazi, et li altri tutti se ne tornino; et Messer Guido acquiesca
di tale deliberatione, per essere indichato da questo popolo el suo
restarvi necessario.
Frate Hieronymo si troverrà stasera costì verso e’ confini o a
Poggibonzi o alla Castellina; et indicheremo necessario fussi colla
Maestà Christianissima del Re, prima uscissi di Siena; et però
desiderremo facessi intendere o al confessore del Re o ad altri che
più satisfacessi, come verrebbe costì, se havessi segno della sua
Christianissima Maestà per sicurtà sua;[523] et expediendo tal cosa,
potrete subito advisarne decto frate Girolamo in ne sopradecti luoghi,
et da noi hoggi al predecto se ne darà notitia.[524]
Habbiamo per certo Messer Julio et Bernardo da Bibbiena esser in
Bologna, et tractare il più possono e’ danni et subversion nostra, come
quelli che tentano, secondo l’ordine di Piero, da ogni parte; et a noi
essere observanti della Christianissima Maestà del Re, non ci è havuto
rispecto da persona; et della observantia nostra, con tanta nota et
dispiacere d’altri, pur desiderremo almancho veder qualche fructo, et
non possiamo credere che Dio non faccia a chi si aspecta, riconoscere
la sincera fede nostra.
Noi intendiamo da Poggibonzi, che una buona parte delle genti del
Re andarono in sul poggio alla Badia, et trovando che era guardata,
temptorono in più modi di haverla, et tenendosi quelli di drento,
vi dectono la battaglia; in modo che, non potendosi tenere quelli di
drento, e’ decti Franzesi vi sono entrati dentro et chavatone chi vi
era, svaligiandoli et tractone alquante artiglierie che vi erano, et
alchuni di loro vi sono restati dentro. Voi di costà lo doverrete
havere inteso più particolarmente, et essendo la cosa come ci è
referita, potete operare colla Maestà Christianissima o con chi altri
vi pare quello vi parrà approposito.
Parci che, in tucti li discorsi et ragionamenti vi occorrerà fare colla
Christianissima Maestà et li altri sua; usiate tucte quelle parole et
termini reverenti et humili che vi sieno possibili, non uscendo però
delli effecti soprascripti.
XVIII.[525]
_Legazione affidata al Savonarola._
_Fratri Hieronymo Die_ XVI _Junij 1495_. Venerabilis Pater. Qual sia la
fede che questa città et popolo ha nella paternità vostra, sappiendo
noi esservi nota, non ve la replicheremo altrimenti. Et acciocchè di
questa vostra andata alla Christianissima Maestà, seguiti quel fructo
che noi desideriamo et speriamo; vorremo vi transferissi sino ad
Siena, prima che la sua Maestà partissi di quivi, per haver maggior
commodità di parlarle: perchè aspectando di farlo per il cammino, sarà
più difficile et con maggiore incommodità vostra. Et a questo effecto
habbiamo commisso a’ nostri oratori, che aoperino con il confessoro di
sua Maestà o con qualche altri, che sua Maestà vi mandi qualche segno
de’ sua, per condurvi; et a questo modo potrete securamente andare, et
noi efficacissimamente ve ne preghiamo, et habbiamo loro significato
vi troverranno a Poggibonzi. Et per questo medesimo cavallaro, la
paternità vostra li potrà dire dove quella si trovi; acciò che li
oratori sappino dove s’abbia a mandare per voi.
XIX.[526]
_Lettera della Signoria al re di Francia, circa i danari che Carlo VIII
chiedeva di continuo._
_Christianissime Rex etc._
Per la sincera fede et observantia, che la città nostra ha havuta et
harà sempre verso la vostra Christianissima Maestà, molto promptamente
ci disponemo di pagarle ducati diecimila, almeno, o qualche cosa più,
potendo; secondo li nostri Ambasciadori ne riferirono havere praticato
con alcuni signori, deputati per Vostra Maestà. Hora ricercandoci di
nuovo la Vostra Maestà, per sue lettere dell’ultimo del passato, della
intera de ducati XXX^m; ci duole oltre a modo, non essere in termine da
poterla servire, come sarebbe il desiderio nostro; perchè del publico
non ci troviamo somma alcuna di danari, et le intrate nostre ordinarie
non bastano, per pagare le genti d’arme ci troviamo, per potere
resistere alla guerra che da un canto ci fanno li Pisani, et da altra
banda li Sanesi: et solamente per haverci indebitamente tolte le terre
et luoghi nostri, fuor d’ogni leggittima et honesta causa, che ci hanno
messo in tanta spesa che le entrate del publico non possono supplire.
Et non potendo altrimenti farsi la somma de’ ducati trentamila, se
non delle borse de’ nostri cittadini et mercatanti li quali, non
havendo anchora con effecto, visti que’ fructi che desiderano, di
quella vera amicitia et benevolentia che loro si persuadono che V.
Ch. M. habbi verso questa città et populo; conosciamo difficultà
grandissima a poterli disporre a pagare, al presente, la decta somma
de’ XXX^m ducati. Ma li Ducati X^m, almeno, o quel più potessimo come
habbiamo promesso, si pagheranno qui, incontinente, a chi la Vostra
Christianissima Maestà manderà con facultà di poterli ricevere;
perchè nel mandarli noi fuora del nostro dominio, conosciamo pericolo
grandissimo. Faremo bene accompagnare per il paese nostro chi verrà per
riceverli, in modo verranno salvi per il dominio nostro; et da indi
in là, alla Maestà vostra non mancherà modo a poterli fare condurre
sicuramente: nè a Genova habbiamo commodità alcuna di farli pagare
al Generale di Linguadoca, come la Maestà Vostra ne ricorda, per non
havere con quelle nationi havuto buon tempo fa commercio alcuno.
Alla parte della suspensione delle offese contro a’ Pisani, come
la Vostra Maestà ne ha richiesti; rispondiamo che, per riguardo et
reverentia habbiamo havuto sempre a Vostra Maestà, habbiamo sopportate
patientemente le incursioni, depredationi et danni grandissimi, che ne
hanno lungamente facti li Pisani, et maxime poi che Vostra Maestà partì
da Pisa; li quali, con il favore delle vostre genti che sono dimorate
a Pisa, et con lettere patenti finte della Vostra Maestà, et alcuni
in habito di araldo, hanno constrecte alcuna delle terre nostre, con
simili fraudi, a ribellarsi da noi et darsi a’ Pisani. Et ultimamente
intendiamo, che il nostro Capitano era in Livorno, è stato cacciato
di decto luogo et venutosene per impeto de’ Pisani, con consentimento
di chi vi è per la Vostra Maestà; et così ce ne troviamo spogliati con
dispiacere grandissimo di questa Città et popolo. Le quali exorbitantie
non potendo, in alcuno modo, questo popolo più sopportare; existimando
maxime questi sinistri et malvagi portamenti de’ Pisani essere contro
la mente et intentione di vostra Maestà, per essere quella optima,
justissima et Christianissima; et non havendo li Pisani havuto alcuno
rispecto a l’honore d’epsa, mentre quella procurava il ben loro; et
noi insino ad hora, havendo observato quanto la Maestà Vostra ne havea
richiesto; siamo stati constrecti, per conservatione dello honore
nostro, et per la indennità de’ nostri sudditi, pagare li Pisani della
medesima moneta.
Delle genti d’arme che erano sotto la condocta di Messer Francesco
Secco, delle quali la Maestà Vostra ne richiede; habbiamo dispiacere
grandissimo non poterne servire la Vostra Maestà, sanza grandissimo
pericolo et ruina nostra; perchè, trovandoci in guerra et co’ Pisani
et co’ Sanesi, et non havendo a pena tanta gente che ci basti per
difenderci, et havendo, oltre ad ciò, qualche altro sospecto da stimare
et temere molto più; non ci possiamo in alcuno modo privare delle decte
genti, perchè facendolo, ne seguirebbe la destructione nostra; et alla
Maestà Vostra, per essere piccolo numero, farebbono poco proficto. Et,
però, supplichiamo la Vostra Maestà, si degni haverne per excusati,
acceptando le excusationi nostre; perchè, come liberamente li concedemo
la persona di Messer Francesco, così anchora le haremo concedute le sue
genti di arme, se non conoscessimo manifestamente il pericolo nostro;
ad che siamo certi la Maestà Vostra, per la sua bontà et clementia,
vorrà havere riguardo, come a suoi observandissimi et fidelissimi, che
così veramente ci reputiamo.
_Ex Palatio nostro. Die_ VIII _Julij_ 1495.
XX.
(Vol. I, pag. 344 e 369.)
_Tre lettere inedite del Savonarola a Carlo VIII_[527]
1ª.
(_Tradotta dal francese._)[528]
Rex in æternum vive. Non è molti giorni che scripsi lettere a vostra
Christianissima Corona, per le quali vi dimonstrai, non dovevate più
dubitare che la mano dello Omnipotente Dio, et non vostre forze, vi ha
condocto in Italia et ridocto fuor di quella et liberatovi da e’ gran
pericoli de’ vostri adversari et inimici contrari di vostra salute.
Et, havendo io da parte di Dio predecto queste cose, non doveva Vostra
Corona più domandar segni per credere alle parole mia; facendovi certo,
Cristianissimo sire, che mai scrissi a vostra Corona, se non quanto
mi è stato comandato da Cielo. Considerato, adunque, quanto Dio vi
ama, et come ha spetial cura di Vostra Corona, degnandosi avvisarvi
di quello avete affare, per darvi gloriosa victoria in tutte vostre
imprese et augumentare il regno di Vostra Excelsa Signoria; da parte,
adunque, dello Omnipotente Dio, di nuovo scrivo a vostra Cristianissima
Maestà, che la fede promessa ai Fiorentini observiate, et restituiate
le cose loro, et più diate loro reputazione et fidatevi di lor
fedeltà, raffrenando vostri servitori dalle lor male e perverse opere.
Et, facendo così Vostra Cristianissima Corona, da parte di Dio vi
prenuntio e prometto che vi darà vectoria, et tanto regno quanto vostra
Cristianissima Maestà vorrà, e faravvi glorioso in tutto el mondo;
ricordando a’ Vostra Corona che, per non aver voluto credere insino
al presente, ha gustato el male el quale vi ho predecto. Avisandovi
di nuovo che, se almanco adesso crederete et observerete le sopradecte
cose che vi ho prenuntiate, arete tutto el ben et gratie che da parte
di Dio vi ho pronuntiate et promesse.
La ragione è questa: che essendo Dio inclinato più alla misericordia
che alla justitia, et affar più presto ben che male alla sua creatura;
et se, non havendo observato quello vi ho pronunziato da parte sua,
havete gustato el male che lui ha mandato; certo molto più dovete
credere che, observando quello vi ho decto da sua parte et pronunziato,
harete etiam molto più presto el bene da lui promesso. E tanto più
dovete servar[529] quello che per me, suo inutil servo, vi comanda;
quanto siate affar questo obbligato, et facendolo non potete far male;
affermandovi che se, facendo questo, non harete di poi quello da parte
sua vi ho promesso, son contento che mai più mi crediate. _Gratia
Domini nostri Iesu Christi et potentia majestatis ejus, tecum. Domine
mi rex, fiat, fiat._
2ª
(_Tradotta dal francese_).
Rex in æternum vive. Lo omnipotente Dio, el quale regge et governa
le creature inferiori per le superiori, illumina prima de’ misteri
della sua Chiesa li angioli superiori per li quali, dipoi, inlumina
li inferiori, et per li inferiori li homini li quali ha electi, per
li quali finalmente inlumina tutto el resto della sua Chiesa.[530]
Et come li angioli inferiori credono alli superiori, et li huomini et
ministri di Dio alli angioli inferiori et a tutte le sue Scripture et
principii; così vuole che li huomini credino alli suoi propheti, quando
sono dalloro inluminati. Et quelli li quali hanno semplicemente creduto
alli servi di Dio, del lor credere ne hanno reportato utilità, honore
et gloria, et col regno temporale hanno acquistato il regno eterno.
Ma quelli che non hanno voluto credere sono stati da Dio reprobati,
et hannovi perso non solo la vita et le cose temporali; ma anchor le
eterne, et di loro sono scripte cose vituperose.
Christianissimo Sire, le mie parole decte a vostra Corona non son
mia, ma di Dio. Priego pensiate ben quello che il re eterno si è
degnato di farvi noto, et che si sforzi[531] di observarle; perchè le
parole di Dio non cadranno in terra, come è scripto: _Cœlum et terra
transibunt, verba autem mea non transibunt_. Christianissimo Re, li
vostri Fiorentini vi hanno dimonstro la lor fedeltà, essendo stati
patienti insino a questa ora nel fuoco et nell’acqua; et nientedimancho
Vostra Maestà non ha renduto le cose loro, et per questo stanno in
grandi angustie. Dio ha molto per mal questa cosa, perchè le lacrime
de’ suoi servi sono venute dinanzi alla sua maestà, et ha cominciato a
farne qualche dimonstratione verso di Voi. Vi priego, adunque, che non
vi lasciate tirare nè svolgere a chi vi consiglia male; et che vostra
Maestà observi li pacti, non tanto alli Fiorentini et a me, quanto
acciocchè Dio non si adiri et non ritiri in tutto a se la mano. Et
ancho vi ho scripto come sono stato spirato, un’altra volta.[532]
3ª.
(_Scritta in italiano._)
Rex in æternum vive. Dolendomi assai delle tribolationi le quali
son sopravvenute a vostra Cristianissima Maestà, non mi son potuto
contenere non vi scriva quel che Dio mi ha spirato per la vostra
salute. Christianissimo Sire, la man del Signore la qual vi fece
vectorioso in Italia, di nuovo vi ha guardato et custodito da
grandissimi pericoli con molta misericordia; et sapendo vostra Corona
che el Signor si è degnato, innanzi alla victoria di Napoli, farvela
predire per el servo suo inutile; acciocchè intendessi questa victoria
esser venuta dallo Omnipotente et non per vostra virtù; et non havendo
voluto conoscer questo, vi ha facto predire dal medesimo servo le
difficoltà le quali avevi a sopportare, per la incredulità vostra, per
li peccati vostri et delli vostri servidori; acciocchè, verificandosi
tutte le cose come il servo suo vi ha prenuntiato, non cerchiate più
altri segni; ma crediate alle sua semplici parole et facciate tutto
quello el quale vi ho prenuntiato da parte dello eterno Dio.
Vedilo qui quel che vi ho predecto, cioè: la rebellion de’ vostri
popoli et le gran contrarietà che havevi a havere da vostri adversari.
Dal che non crediate essere stato liberato per le vostre forze; ma
solo per misericordia di Dio, mediante le orationi le quali habbiamo
facto per conservation di vostra corona. Di nuovo, da parte di Dio vi
pronuntio che, se non crederete, et non observerete a’ Fiorentini di
restituir le cose loro, et non rafrenerete e’ vostri servitori dalle
lor male et perverse opere; vi darà maggior tribolatione che non è
stata questa. Nella quale se sarete ostinato et non vorrete humiliarvi;
io vi prenuntio da parte sua, che Dio rivocherà la vostra electione da
questo ministerio al quale vi ha electo suo ministro, et eleggerà un
altro. Ma se crederrete et observerete la fede a’ Fiorentini, rendendo
le cose loro et dando lor reputatione, in quel modo che altre volte
ho scripto a vostra Christianissima Maestà; et se tracterete bene e’
popoli vostri, gastigando e’ captivi et exaltando e’ buoni, Dio vi darà
un’altra volta victoria, et tutto il mondo non vi potrà resistere, et
regno et impero vi darà quanto vorrete. Vostra Christianissima Corona,
adunque, pensi bene le mie parole, et non presti audientia a quelli li
quali non intendono el divin consiglio, nè cercan la gloria tua, sire
Cristianissimo, ma la loro et il lor proprio bene. Io pregherrò Dio
che inlumini el vostro core, acciò non habbia più a piangere le vostre
tribulationi, come pianse Samuel propheta la reprobazione di Saul re
d’Israel.
XXI.
(Vol. I, pag. 344.)
_Lettera del Savonarola a Carlo VIII in data del 26 maggio 1495._[533]
_Rex in eternum vive_. Alli giorni passati, scrissi in vostra lingua
cose molto necessarie, per conservatione di vostro stato et signoria,
della quale perchè ne ho gran zelo, non sono stato contento delle
prime lettere, maxime che in questi tempi non vanno bene sicure;
et perciò nella presente replicherò il medesimo in vostra lingua,
acciò che vostra Cripstianissima Corona possi meglio intendere le mie
parole. La charità di Dio, et il desiderio di suo honore, mi stringe
a amare vostra Corona, alla quale porto tanto più affetto, quanto
son certo che, infra li altri principi Cristiani, Dio vi ha electo
a essere suo ministro in questo misterio della rennovatione della
sua Chiesa, cominciata in questo tempo. Et per questo son constrecto
qualche volta scrivere a vostra Maestà; acciò che vi avvertischa
di quello che è necessario per salute di vostra Corona: et per ciò,
Sire inclito, desidero pensiate, l’onnipotente Dio far le sue opere
sapientissimamente, con li debiti mezi; intanto che li predestinati,
de’ quali non è da dubitare che non habbino a conseguitar la salute,
niente di mancho non li conduce per la via di vita eterna, se non per
mezo della sua gratia et delle buone opere, secondo che San Pietro li
excita dicendo: _Satagite ut per bona opera certam vestram vocationem
faciatis_, cioè: sforzatevi di fare che, per mezzo delle buone
operazioni, la vostra vocatione sia certa.
Per ciò vi è necessario, Cristianissimo Sire, essendo electo da Dio,
a observare a’ debiti mezi; altrimenti vostre opere non harebbon
buon fine. Avisando, adunque, vostra Corona come quel medesimo Dio,
sol vostro Dio, (che nel tempo passato mi ha inluminato di vostro
advenimento in Italia et della victoria che vostra Corona ha havuta
et ha a conseguire, se farete quello che al presente vi prenuntio, da
parte dello onnipotente Dio);[534] mi ha monstro certo, che se vostra
Corona non farà che vostri baroni et ministri si portino altrimenti
che infino al presente hanno facto; et se non tenghono altri modi,
Dio ritirerà a sè la mano et faravi rebellare e’ popoli et darvi
molte tribolationi et contrarietà. Il che sarà causa che enterrete
con vostro exercito in grandi et diversi pericoli; perchè inanzi alla
divina Maestà non basta che vostra Corona habbi bona volontà, et non
operi niente di male, se e’ non corregie e’ suo subditi, acciò che
e’ non venghino a opprimere et fare extorsione a’ popoli et città.
Ricordandovi, Cristianissimo Sire, come Saul fu facto primo Re
d’Isdrael et, per la inobbedienza di non observare e’ debiti mezi, fu
reprobato dal regno; et, però, vi scrivo da parte et comandamento dello
onnipotente Dio, et exorto vostra Corona, che in tal modo non tradiate
e’ Fiorentini vostri fedeli servidori, et nolli lasciate offendere; ma
facciate lor bene, nel modo et forma che per tre altre lettere ho[535]
scripto a vostra cristianissima Corona; mosso non da loro, ma sol da
Dio inspirato; non per lor bene principale, perchè questo niente mi
appartiene, per esser forestiero; ma per bene et di vostra Corona et
di sancta Chiesa, et principalmente per lo onor di Dio grande che ne
ha a resultare, che è quello che più d’uno core stringe. Et quando
altrimenti facciate, non solo resulterà male a vostra Corona; ma gran
disonore.
Dicesi per tutto che fate male a’ vostri amici, non obstante che non
creda sia di vostra intentione, ma solo de’ vostri Baroni e’ quali non
vi dicono el vero, ma cercan più el propio utile che el ben et honor di
vostra Corona. Et se vostra Signoria havessi messo in esequtione quello
vi dissi, dico di inanzi vi partissi di Firenze;[536] già havesti
tutta Italia a vostra devotione, et la gratia di tutti e’ popoli, in
modo che tutti vi desidererebbero dicendo; _Benedictus qui venit in
nomine Domini_. Sappiate, Cripstianissimo Sire, come a Dio piace che
e’ Fiorentini sien bene tractati da vostra Corona, maxime havendo con
quella patti, conventioni et capitoli; perchè contro a Sedechia Re
di Jerusalem parla el Signore, per non havere observato e’ pacti a
Nabuchdonosor, el quale non dimancho era infedele, perchè Ezechiel,
al XVII cap. dice: _Qui dissolvit pactum, nunquid effugiet? Vivo ego,
quoniam juramentum quod sprevit et fœdus quod prevaricatus est, ponam
in caput eius_.
Christianissimo Sire, ricordatevi quello che a bocca vi dissi et
scrissi per lettere; come el popol fiorentino è tutto franzese et
sempre, per el tempo passato, è stato fedele di Casa di Francia el
reale servidore di vostra Corona, excepto piccol numero el quale,
contro alla volontà di tutto el popolo, si sarebbe forse acostato co’
vostri adversarii. Et quando, cristianissimo Sire, diate favore et
reputatione a questo popolo, meglio conoscerete lo amore et affectione
che portano a vostra Corona; imperò che se, in tante adversità che ha
al presente, quando[537] è excitata la ciptà da e’ vostri adversarii
con gran promissioni a lasciarvi, vi è non dimancho fedele, et sforzasi
di fare argento ed aiutarvi; quanto più vi sarà fedele, facendovi
questo et meglio, quando la tracterete bene et daretegli reputatione
fra e’ popoli di Italia? Perchè essendo fra tutti e’ popoli di Italia
vostri amici et confederati, maxime per le nostre predicationi;
non dovete dubitare che e’ saran di vostra Corona una reale et gran
fortezza, in mezo di Italia, a tutte vostre imprese; perchè fra tutti
e’ principi et popoli di Italia, solo e’ Fiorentini vi son rimasti
fedeli, e’ quali a vostra Maestà portano vero et naturale amore.
Notificandovi, christianissimo Sire, come sarete fortunato, se
crederrete che la volontà di Dio è (et per suo comandamento vi scrivo,
come e’ vuole) che non sol non facciate male a’ Fiorentini, ma bene;
et diate reputatione a questo nuovo governo et reggimento, et non
ad alchun privato cittadino, perchè e’ privati cittadini cerchono el
proprio commodo, et non el bene di vostra Corona nè di lor republica;
et sarebbono e’ primi a separarsi et partirsi da voi, chripstianissima
Maestà, quando e’ potessin trovar mezi et modi d’apicharvela. Et per
ciò, potete conoscere questa esser la volontà di Dio;[538] et bene
che molte promesse sien facte per le altre potentie di Italia a questa
inclita Città; tamen considerate come insino al presente tempo, nessun
segno o acto di amore, amicitia o benevolentia si è dimostro inverso
di loro, nè alchuno effecto; et siate certo che non si è partita nè
mai si partirà da vostra christianissima Corona, mediante le nostre
predicationi et exortationi. Considerate che in tante loro adversità
dalle quali, chripstianissimo Sire, con una sola parola li aresti
potuto liberare et non lo havete facto; niente dimancho, per questo
non è restato che e’ non sieno stati fermi nella fede di vostra
Corona, il che non harebbon potuto fare, se non per instinto di Dio et
divina inspiratione; et harebono potuto uscire de loro amore naturale
verso di vostra Corona, se lo onipotente Dio miracolosamente non
li avessi guardati et custoditi. El quale vuole che stieno uniti et
colleghati con vostra Maestà et voi con loro, et sotto vostra insegnia,
protectione et favore vuol che sia ampliata et magnificata la lor
libertà et Signoria, et non di alchun particular cittadino. Imperò che
la Divina Bontà ha disposto et deliberato, per tutto mandare a terra e’
tiranni et privati cittadini e’ quali volessino usurparsi el dominio
et principato, o farsi capo di questa florida republica fiorentina,
come pel passato è stato, perchè questo nuovo et popular governo et
reggimento è stato facto da Dio et non da huomo alchuno, et però vuol
che e’ vadia innanzi.
Onde, cripstianissimo Sire, se non observerete questo, da parte di Dio
vi dico et pronuntio queste vere e fedelissime parole, le quali dovete
notare con gran diligentia, cioè: che si adirerà con voi et daravi
molte adversità et non vi darà vectoria, come insino al presente ha
facto; et manderavi tante tribulatione, che alla fine sarete constrecto
di fare per forza, quello che insino al presente non havete voluto far
per amore: _Eius, enim, voluntati, nemo potest resistere_. Et la causa
è, perchè ha electa questa città et halla ripiena di sua servi, et ha
deliberato, al tutto, et disposto di magnificarla et elevarla sotto la
vostra protectione, conservatione, et per le vostre mani, et a vita,
se vostra Corona vorrà; perchè _qui tangit illam, tangit pupillam
oculi eius_. Et dicovi etiam più, cripstianissimo Sire, da parte dello
onipotente Dio che, se muterete modo (il che insino a qui non avete
facto), et che trattiate bene la città di Firenze, vi darà presto
vectoria et, per mezo di sua potenza, vi farà aquistar gran Regno;
et e’ popoli saranno a divotione et obbedienza di vostra Corona; et,
come per lettere vi ho avisato et scripto, el popol fiorentino vi sarà
sempre reale et fedele; et in mezo di Italia vi sarà, come l’ànchora
in mezo la nave; et sarà una cosa medesima con vostra cripstianissima
Maestà, quando darete aiuto et favore alla republica fiorentina, el
non a huomini et ciptadini privati et captivi, e’ quali non caminon
rectamente inverso Dio nè inverso vostra Corona.
Hovvi scripto la volontà dello onipotente Dio, et da sua parte; et quel
vi ho scripto è la verità; et, se vostra maestà non farà quello li ho
scripto et decto dapparte di Dio, li averrà senza alchun dubio tutto
quel male che li ho pronuntiato dapparte di sua divina Maestà. Ma se
farete la divina volontà, di tractar bene e’ Fiorentini et li altri
popoli con molta misericordia (come è obligo di vostra Corona et d’ogni
altro principe); non habbiate paura, perchè Dio mi ha inluminato che
da sua parte vi pronuntii, che tutto el mondo non vi potrà nuocere et,
quando bene tutta la potenza dello universo fussi congregata contro
a vostra chripstianissima Maestà, non vi potrà far male alchuno. È
adunque, sacra Corona, el vostro bene et el male nelle vostre mani,
secondo vi ho prenuntiato in _verbo Domini_. Per el quale priegho
vostra inchlita Signoria che, _per viscera misericordiæ Dei nostri_,
et per la grande affectione et amore che porto a vostra cripstianissima
Corona in _Chripsto Jesù_, che non vi lasciate altrimenti consigliare,
perchè quello vi scrivo è vero come l’evangelio; et tutti li altri
consigli son contrarii a tutto el vostro Stato, a ogni vostro bene et
propria vostra salute.[539]
XXII.[540]
(Vol. I, pag. 373.)
_Lettera di un agente segreto del Moro_.
Ill^{mo} et Ex^{mo} mio Singular^{mo}. Hoggi, che è el giorno di
Carnevale, se è facta qua una festa, alla quale non se ricorda che mai
in Firenza ne fusse facta una simile; et è facta per opera di Frate
Hieronimo de Ferrara, nel modo infrascripto. Videlicet: sono circa
20 giorni, chel dicto Frate exortoe tutto questo popolo, a volere
fare che li suoi fanciulli facessino li altari per le vie, ponendovi
sopra la imagine del Crucifixo, et dopoi domandare elimosine per li
poveri vergognosi: per la qual cosa, quasi in ogni canto de via per
Firenza, era uno altare dove dimorava gran turba di fanciulli, com le
bazinelle[541] in mano, chiedendo denari per li poveri vergognosi.
Ed ereno tanto importuni, che con faticha si poteva passare per la
via, se non seli daseva qualche quatrino, et maxime le femine, et più
alle giovene che alle vecchie; perchè il dicto Frate così gli haveva
proponuto et ordinato. Et tenevano bastoni lungi in mano; acciò non
passasseno, se prima non pagavano qualche cosa; cum la quale arte hano
ragunato circa 300 ducati. Et dopoi dicto Frate, hoggi, ha fatto fare
una processione a dicti fanciulli, li quali erano circa il numero de X
mila; et li maggiori non passavano li 14 anni de etade; de anni 6 fin
in 9, gene era circa 4^m.[542]
Fenno prima dire una messa in la Ecclesia magiore, cum grande
solennità; et dopoi dicti fanciulli, separati a quartero per quartero,
cum le trombe avanti, in processione, gridando: Viva Christo; andorno
alla Nuntiata et a molte altre ecclesie, et all’ultimo a Sancto
Martino, a presentare dicti denari, acciò si dispensano a li poveri
vergognosi. Questa è stata la festa che oggi se efacta a Firenza, alla
quale concorreva tutto el popolo per vedere.
El dicto Frate ha pubblicato volere predicare tutta questa
quadragesima, perchè dice havere havuto licentia del Sommo Pontefice.
Alla Ill^{ma} Sª Vª humelmente mi raccomando, la quale prego Dio
mantenghi lungamente in felice stato. Florentiæ die 16 febbruarii 1495.
Ejusdem Ill^{me} Dominationis vestræ, humilis servitor
PAULUS DE SOMENTIIS
de Cremona, Cancellarius.
(_Fuori_)
Ill^{mo}. Principi et Eccell{mo}. D. D. LODOVICO MARIE SFORTIE
Duci Mediolani, Domino meo singularissimo.
Mediolani cito.
XXIII.
(Vol. I, pag. 408.)
_Poesie di Giovanni, sarto fiorentino_.[543]
1.
Nesuno lodi l’uomo se nol pruova,
Perchè molti in proferte sono amici,
E molti cittadin cerchan gli ufici,
Drento in Firenze, e non è chosa nuova.
Anchora assai assai se ne truova,
Che non voglion lasciare le pendici,
Nè vedere in volto e’ lor nemici;
Ma rubare in Firenze ben gli giova.
E per lor patria non vogliono affanni,
Ma starsi in pianeline lieti e sani,
In chappuccio e ’n mantello chon be’ panni;
E non si churan vinciere e Pisani,
Come fa el famoso Piergiovanni,
Ed il nobile Anton de Chanigiani,
Che presso e lontani,
Anbo e dui se ne vanno di puntino,
Ove gli manda el popol fiorentino.
E s’i’ non è latino,
Questo verseggio col buon naturale
Ch’è meglio che un solo accidentale.
2.
Chi non ama suo patria con gran zelo.
Da le’ non merita aver grande honore:
Questo ch’i’ parlo qui, fia el vangelo
Di san Giuanni con sommo valore;
E s’i’ son vecchio chol chanuto pelo,
Però i’ do di questo el ver sapore,
E dicho e chonfermo giustamente
Che chi ama sua patria ben prudente,
Non debba rifiutar chosa nesuna,
Chella sua patria nelle man gli dia;
Ecchi questo non fa, male raduna
La sua maladetta fantasia.
Qui non vi mostro il sole pella luna,
Ma in favore della patria mia
Parlerò qui d’alchuno cittadino,
Che non ama el gran popol fiorentino.
E quando è fatta a loro la lezione
D’andare in alchun luogo di periglio,
Loro si fanno al giocho del fellone
Non si curando punto el gran giglio.
Però qui dicho chon chiara ragione
Che chi none ubidiscie el gran chonsiglio,
E stie dove lo manda, fuori o drento,
Privare si vorebbe in u mumento.
Chi star non vole a ubidienza
È maladetto daddio e dal mondo.
Però, famoso popol di Fiorenza,
Quando chol tuo Chonsiglio ben giochondo,
Da’ gli ufici chon tua potenza,
Chi gli rifiuta mandagli nel fondo,
E ma’ più non gli dar tuo fava nera:
Or nota questa chiosa bene intera.
Così chantando, mie rima ragiona
Del mie Firenze che aspetta e roia;[544]
Ello imperadore in persona,
È giunto a Milan per darci noia;
E mentre questa chosa attorno suona,
El Fiorentino chon solenne gioia
Sentì, cho modo superbo e villano,
Chome lo ’nperadore è a Milano,
Chondotto lì dal Ducha e i Veniziani,
Mostrando allui che Talia[545] bella
Presto si dare’ nelle suo mani,
No rimanendo città e chastella
Che nollo segua per monti e per piani:
E chon questa speranza montò in sella,
E presto se ne venne in verso Sena,
Guidato chome matto da chatena.
In questo tempo morì Pier Chapponi
Qual era in champo degnio chommessaro.
Allora e’ Fiorentini superni e buoni
Fecion pensieri chon magnio riparo,
Mandarne un altro di gran condizione,
Ricco d’ogni vertù e non avaro,
E darlo per chompagnio a Piergiovanni,[546]
Istato commessaro ben du’ anni,
Reggiendo chome anchudine al martello,
Non estimando periglio o disagio.
E mentre che di lui qui favello,
Real chonsiglio si fecie in Palagio,
Di fare un commessaro tutto snello;
Eperò chon misura vanno adagio,
Sentendo la venuta de’ taucci,[547]
Che del venir bisogni che si crucci.
Or mi bisogna tornare a Firenze,
Che molti giorni fecion gran chonsiglio,
Adoperando molte sapienze,
Per volere salvare el magnio giglio;[548]
E finalmente chon magnificienze
Preson partito chon alegro piglio,
Di fare un commessar sanza paura,
Che fussi riccho e pieno di misura.
E finalmente e Signori e Chollegi,
Chol valoroso numer degl’Otanta,
Chonsiderando agl’uomin bene egregi,
Preson partito, come proprio chanta
El verso mio, che mostra e’ pregi
Del popol fiorentino che non vanta,
Ma fa cho’ fatti ogni gran chosa bene.
Ora nel mie chantar dirlo chonviene,
Chome d’ottobre proprio, a giorni sei,
Fu fatto chommessaro gienerale,
Nel millequattrociento novanzei,
Anton de Chanigian tutto reale,[549]
Padre de’ buoni e nimicho de rei;
Lo quale è doppio[550] d’ogni naturale,
Ornato e di virtù e discrezione;
Nimicho a morte del pinzocherone.
El quale ben prudente e moderato,
Montò a chavallo chon perfetto amore,
Perchè della suo patria è sviscerato;
E però vie chavalcha con furore,
Per mantener di Firenze lo Stato.
La Lega non teme nè ’nperadore,
Questo famoso Anton de Chanigiani,
Ispecchio ver de’ Fiorentin sovrani.
Lo qual prudente, chon gran vigoria
Al Ponte ad Era n’andò ben sovrano,
Non dubitando della gran balía
De’ Veniziani o Ducha di Milano.
Chosì, chon giusta e retta fantasia
In chanpo stae, chome qui parliano,
Non dubitando della Lega grande,
Che l’ali inverso Pisa male spande,
Perchè à sete di pigliar marzoccho;[551]
Però mandan lo ’mperio[552] a Livorno,
Credendo a quello dare scarcho roccho.
E chi v’è drento velocie e adorno,
Trattò lo ’mperadore chome scioccho,
In modo tale che fecie ritorno
Inverso Pisa, pieno di vergognia,
Chome fa l’uomo che in vano sognia.
Chosì tornando, sanza fare acquisto,
Lo ’nperadore n’andò inverso Vicho;[553]
Allora el Fiorentino ben provisto,
Mandò in Val di Nievol, chom’i’ dicho,
Alchun degnio guerrier di virtù misto,
Fra quali ben v’andò, chom’i’ ripricho
Qui nelle rime valorose e pronte,
Come v’andò Rinuccio degnio chonte.[554]
Allor lo’ nperadore chon prestezza,
Imediate si misse affuggire,
Perchè chonobbe la sua matezza,
Che nella Italia lo fecie venire.
Chome re di Francia, lu’s’aprezza,
Credendo chome lu’ farsi ubidire;
Dipoi assagiando el Fiorentino,
Si misse in fugga come huom meschino
Così interverà a ciascheduno
Che vorae Firenze superare.
Iddio bene il mostra non digiuno,
Perchè ognuno si possa saziare,
Che Firenze gentil, prima che gnuno,
Debba sopr’alla terra gierminare.
E mentre questi versi chiaro feci,
Drento in Firenze si ferono e’ Dieci;
E fatto fu Antonio di Simone
De valorosi e veri Chanigiani;
Però n’andoe chome vuol ragione
A ritrovare e’ chompagni sovrani.
Preso l’uficio chon gran discrezione,
Rimase cho’ chonpagni bene humani,
E però bene ornato e tutto chiaro,
Piergiovanni[555] sol fu commessaro
Di tutto quanto il fiorentino chanpo,[556]
Chome cholui che è tutto reale,
E ma’ nel mondo non farebbe incianpo.
Or sendo chommessaro gienerale,
Chome dragone menava gran vanpo
Per vinciere el Pisano, ma reale
Nelle cholline di Pisa n’andoe.
Or udirete quel che sequitoe,
Benchè di punto non dirò la storia,
Perch’i’ non vidi ciaschuna battaglia;
Ma dalla lungha senti’ la vettoria
Del magnio chommessaro di gran vaglia.
Anchora vore’ fare gran memoria,
Mostrando de’ soldati la puntaglia,
A parte a parte sichondo ragione,
Mostrando el nome ella chondizione
D’ogni soldato che serve marzoccho.
Ma prima vore’ dir de’ chondottieri,
Parlando in salato[557] e none scioccho,
D’ogni gran chonestabil volentieri;
Ma prima quel ch’adopera lo stoccho
Mi pare di parlarne più mestieri,
E po’ che modo gientile e mirabile
Nominerò ciascun chonestabile.
Però a ciaschedun soldato mostro
Che sanza el loro aiuto, far non posso
La charta biancha nera chollo inchiostro,
Perchè da povertà i’ son perchosso,
E quando cholle rime i’ ben giostro.
Rompo e’ panni ch’io porto adosso,
E molte fiate mi mancha el vitto,
E questo è ’l proprio ver com’i’ ò scritto.
Or su, or su, or su, soldati mia,
Date aiuto amme chon grande amore,
In modo tal, che la mia fantasia
Iscriva ben di voi a tutte l’ore.
Chosì prometto, con gran leggiadria,
Di lasciar tutta l’arte del sartore
E fare questa storia insino al fine,
Po’ che son prese tutte le cholline.
Dimostrerò el modo ella forma
Della presura di ciaschun chastello,
Perch’i’ non voglio che marzoccho dorma
Nè nessun suo soldato magnio e bello;
E però chon amor sequirò l’orma
D’ogni chondottier, chom’i’ favello,
E d’ogni chonestabil dirò anchora
Cho rima ben pulita, alta e dechora.
Ora qui mostro il champo che si parte,
Vinto di Pisa ciaschuna chollina,
In modo che’ figlioli del gran Marte
Vanno alle stanze con somma dottrina,
De’ quali empiere’ dumila charte,
Cho rima bene ornata e peregrina,
Non dire’ ma’ de Pisani gl’inganni.
Or torno al commissaro Piergiovanni,
Rimasto chommessario sol soletto,
Partito el degnio Anton de Canigiani,
Huomo gientile nobile e perfetto:
Ormai non vo’ più che s’alontani
El mie chantare, che mostra in effetto
Chi vende el sipolchro a pagani,
Che fu el Pisano del sangue di Giuda,
Chome la rima mia par chonchiuda.
Or mancha Vicho, Cascina e Pisa
Da ripigliare, chome qui vi parlo;
Bench’io qui chonoscha alla ricisa
Ch’anchora non verrà l’ottavo Charlo,
E sella Lega grande ne fa risa,
Io rido dillei e posso farlo,
Perchelle ha auto pocho onore
E valuto nello lo ’nperadore.
Hora qui finirò el chantare honesto
A onta e dispetto de’ tiranni,
E onor di Firenze rubesto,
E del buon chommessaro Piergiovanni
Sichondo, terzo, quarto, quinto e sesto
Istato chommessaro, senza inganni;
E mai non à fatto ignuna fralda[558]
E qui finischo la storia salda.
Finis addi 31 di dicembre 1496.
Io Giovanni nè ser nè messere,
Ma sarto fiorentino sono adesso;
Ecchieggo a ogni dotto, miserere
D’ogni fallanza ch’i’ ò qui chomesso.
3.
Quasi e’ più vorebon l’uova monde,
E vorebono el torlo e non l’albume;
Quest’è el pinzocheron di mal chostume,
Che va chol collo in sen facciendo l’onde;
E sempre suo malizie ben naschonde,
Mostrando di piata un largo fiume,
E schoprire l’altar nascoso, e lume,
Cholle sue choscienze tutte tonde;
E ride chon teco, chome chosa iscioccha;
E setti fidi ti piscia po’ i’ mano.
Io dicho qui zara a chiunche toccha,
O prete o frate o secholare strano,
Sia chi vuol, che non terrà la boccha
Al popol fiorentino alto e sovrano.
Questo veggo ciertano,
Che chi al popol vorà porre il freno,
Chadere lo vedrò in un baleno.
Ma Giesù Inazereno,
Sia sol quello che chonducha al porto
Ogni Fiorentin chol suo chonforto.
4.[559]
A questo modo bisognia che ’npari
L’uomo che vuol volare sanza l’ali,
Chon pocho senno e mancho danari;
Però bisognia che ’l Pisano chali,
Cho ferri a piedi giù nella sentina,
Po’ ch’è stato cagion di tanti mali.
Ella famosa patria fiorentina,
In alia stae chome bel falchone,
Ella Lega niente lo domina,
Nè teme lei nella suo quistione;
Però non creda nessun sottoposto
Uscire delle branche al gran lione;
E chillo inganerà, tornerà tosto,
A suo dispetto, sotto el suo artiglio,
Chome Cristo superno à ben disposto.
Che ’l valoroso e trionfante giglio,
Nel fine superi ogni suo nimicho,
Per volontà d’ogni divin chonsiglio:
E se Vinegia chol sir Lodovicho
Credesin ne lor fine prosperare,
E’ son n’un grande eror chom’i’ ripricho.
Or mi bisognia, alquanto, ritornare
Al mal Pisano del diavolo roccia
Che gli bisognia sottoposto istare:
Chome fae ’l pulcin sotto la chioccia,
Chosì stara’ el Pisan traditore,
Mal somigliando lo re d’Antioccia.
Pur à speranza che lo inperadore
Liberi Pisa chogli ebrei taucci,[560]
Lo quale in Talia aqquista poch’onore;
Però bisognia che nel fin si crucci
Chon chi l’ha messo nella pazza impresa:
Non sono stati luchesi o meucci[561]
Ch’or ànno questa matta ragnia tesa;
Ma sono stati el Ducha e Viniziani,
E’ qua’ ruineranno alla distesa.
Chome son ora e malvagi Pisani,
Che stanno sottoposti[562] degli schiavi,
Anzi inchatenati chome chani.
E però, sottoposti, state savi,
E non tentate mai la fortuna
Che chon giustizia afonda molte navi;
Però, nesun si volti chome luna,
Che d’ogni mese si fa nuova e vecchia;
E però buon lettore qui raduna
Lo ’ngegnio tuo, e porgi qui l’orecchia
Chome mie rima di punto l’accienna.
Or qui nel pistoiese ben ti specchia
Che sta ben saldo e punto non tentenna,
Però impara chontado e distretto.
Or chiamo Dante che diacie a Ravenna;
Chiamato, lui mi mandò choretto[563]
El gran Petrarcha, chon Giovan Bocchaccio.
Quando i’gli vidi, presi gran diletto,
E lor di fatto mi preson pel braccio;
Allora io pieno di temenza,
Lì mi trovai legato cho lor laccio,
E però dissi chon grande avertenza:
O lumi veri d’ogni humano lume,
Nati nel vero circhul di Fiorenza,
Chon dolcie modo e chon dolcie chostume,
Chome chonviensi a ogni buon cristiano.
Allora l’uno e l’altro ben prosume
Che ’l mio ingegnio non è sì sovrano,
Che possa ogni chosa recitare;
Pure ogni uno mi strinse la mano,
E chomincioromi a dimostrare,
Che ’l bel chonporre sì non era mio;
Ma era di Giesu che non appare
A l’uomo iniquo, maladetto e rio;
Esse l’uom sa el preterito e ’l presente,
El foturo sa solo el vero Iddio.
I’ credo bene che spessamente
Lui rivela alchun suo sagreto,
Perchè si predichi a l’umana giente:[564]
Ora ciaschuno qui chol volto lieto,
Non che d’ogni tempo è alchun profeta;[565]
Io qui chollo ingiegnio iscrivo e mieto
El frutto di Giesu chon faccia lieta,
Perchè dua poeti chon buon zelo
M’hano chiarito la chosa sagreta.
Dettomi ciò, tornaron nel gran cielo
A dimorare cho gli angioli buoni;
Ed io vecchio chol chanuto pelo,
Chonposi questo cho mie gran sermoni,
Chom’io scrivo benignio e chortese,
Proprio in Pistoia, chome parragoni
El verso mio che mostra palese
Del mese di novembre chon valori,
Chom’io vidi a tredici del mese
Undici degni pieni di sprendori;
Ma dua apresentavon la gran possa
De’ Fiorentin: quest’erono e’ retori,
Chon un gonfalonieri in prima mossa,
E’ qua’ di punto qui nomineroe
A ciascheduno ch’è in charne e ’nossa,
Cho l’alma insieme, chome mostreroe,
Cho mie velocie e trionfante rima
Or è quel tenpo ch’i’ dichiareroe
E primi degni di pregio e di stima,
Qua’ sono una choppia di Bernardi
Ornati di vertù in parte prima.
El primo e principal ch’i’ vo’ che guardi,
Qual è de Pistolesi chapitano
E chommessaro, cho’ tutti è riguardi.
Quest’è de’ Nasi gientile e sovrano,
Vero rettore, sanza usar malizia,
E ma’ nel mondo non fe’ chosa in vano.
Di po’ lo segue, pieno di giustizia,
El famoso Bernardo Chanigiani,
Figlio del buon Simon, choe s’inizia
Cho’ versi mia gientili e sovrani,
Che or dirano e’ nomi de Signori
Del seggio pistolesi, tutti humani.
Or porgiete gli orecchi, buon lettori,
Chom’i’ chomincio al gonfalonieri,
Ornato bene di tutti sprendori:
Chosì cho versi valorosi e fieri,
Preghiamo sempre Iddio checciaiuti.
Ora vi mosterò qui volentieri
Pagolo gientil de’ Ben Voluti;
Di poi, degli Ambruogi Antonmaria
Vidi giochondo, cho’ modi saputi;
Drieto lo segue chon gran leggiadria,
El nobile Bernardo de Ciellesi;
Doppo allu’ vidi fralla Signoria
Giovan Chiariti, chome ben chonpresi;
Di po’ Giovan di Nichola di Baldo
Vidi de’ signior Perolaciesi.
Chosì scrivendo, chollo ’ngiegnio chaldo,
Vidi di Pier di Lenzo Federigo;
Po’ vidi anchora, valoroso e saldo,
Tre altri siri, chome proprio rigo;
Fra qua’ chonobbi Giovan Chantunsanti.
E mentre el mio ternale bene sbrigo,
Isquadro ben, cho’ mi’ occhi galanti,
El valoroso e degnio Atto d’Andrea;
Di poi, risguardando più avanti,
Chol mio ’ngiennio che chiaro vedea,
El buon Guglielmo di Nanni Mazzei.
E mentre la mie rima ben premea
E’ versi dolci nimici de rei,
Pur aggio ben chiariti tutti a nove,
Chome tu, buon lettore, intender dei,
Dalle mie rime che son fatte nuove,
Pel popol pistoiese ben fedele,
Chome si vede nelle lor gran pruove.
Or torno a Pagol di mastro Michele,
E al gran Nicholaio Bracciolini,
Ch’ognuno andò al popol non crudele,
Inbasciador pe’ Pistoiesi fini.
Omai qui chiarire ben vi voglio
Chome Bernardo di Giovan Nutini
Lì mi provide sempre d’ogni foglio,
Chome huomo gientil tutto da bene.
Mentre ch’i’ scrivo un pocolin mi doglio
Di quel ribaldo pazzo da chatene,
Che mi ruboe e’ versi primai,
E quali ora mi danno gran pene;
Anzi mi danno affanni e gran guai,
Perch’io non ò a mente tutti e’ nomi
De’ Dieci e de’ Collegi. Or noterai
E’ versi mia, che parano domi
Dalla mia superbia e della stizza;
O pure el mio ’ngiegnio vuol ch’i’ tomi,
E per la retta via mi dirizza;
Acciò ch’i’ mostri qui, chon dolcie amore,
Che più la voglia chel saper m’anizza.
Or torno a Firenze, di sprendore
Quanto posso ornato e volentieri,
Perchè piatoso el veggo a tutte l’ore.
Ora mi par che ser Filippo Ghieri
Teneva di Pistoia il gonfalone,
Quando fu fatto il solenne pensieri
Di mandare a Firenze cho’ ragione,
A chonfermare e’ chapitoli loro;[566]
Chonfermi questi, chon gran discrezione,
El magnio pistoiese, alto e dechoro,
Tornò a chasa benignio e chortese.
Di po’ tornato, sanza far dimoro,
El valoroso popol pistoiese
Fecier in Pistoia una grande alegrezza
E questo fu a tredici del mese,
Drento in Pistoia chon gran gentilezza,
Nel mille quattrocento novanzei,
Del mese di novembre, cho’ larghezza:
E questo vidi ben chogli occhi miei,
Prima la magnia e grande precissione,
Che chonsolava e’ buoni e anche e’ rei;
Perchè fu fatta chon gran divozione,
Chon tutto el solenne cherichato,
Tanto che ’n terra venne san Zelone.
Di poi vidi el gran duomo parato,
Cho’ chose ricche d’ariento e d’oro;
Po’ vidi el gran sa’ Jachopo smaltato,
D’argiento fino, chon degnio lavoro:
E questo vidi propio la mattina.
Po’, dopo desinar, sanza demoro
Si chominciò chon vertù ben divina,
Chom’io mostro gientile e reale,
Tutta la festa da sera e divina,
La quale nel cielo impirio tutta sale:
Chosì ciaschuno chon dolcie maniera,
Facievan festa tutta trionfale.
E quando fu aparito la sera,
Le tronbette sentì cholle canpane,
Tanto tremavo insino alla pantera.
Di poi archibugi e cierbottane,
Tanto pareva nuovo Mungibello,
O ver Livorno cholle gienti strane.
5.
Qui ben dimostro, acchi à gran dottrina,
Com’ò fornito el presente ternale,
Per onor di Pistoia alta e reale,
Dov’ogni gran giustizia ben domina.
E mai la lealtà in lor declina,
Anzi si fa gagliarda e trionfale;
Però chonfermo gientile e morale,
Che Pistoia è tutta fiorentina.
I’ dicho e’ preti, e’ frati, e’ secolari,
Sono ischorporati di marzoccho;
E per marzoccho fanno ogni ripari,
Chol senno, cholla lancia e chollo stoccho;
E però Pistoiesi none avari,
Per vostra fedeltà el vero loccho;
E non chome iscioccho,
Honoro voi cholla faccia lieta,
Sichome sarto e non chome poeta.
Anchor el mie pianeta,
Non vuol che questa chosa punto do....;
Però vi priego che si getti in f....[567]
Io Giovanni nè Sere nè Messere,
Ma sarto fiorentino sono adesso;
Ecchieggo a ogni dotto miserere
D’ogni fallanza ch’i ho qui chommesso.
Finis, a dì 30 di novembre 1496.
LAUS DEO.
6.
Così fec’io, Rinuccio guardando,
Per misurare e’ sua giesti e modi,
Che veniva soave parlando,
Sicome fanno gl’uomini ben sodi,
Che vanno le parole misurando,
Che son serrate chon semila nodi,
Sichome quelle di Rinuccio sono:
Or ritorniamo qui col mie ragiono.
Anime chello aspettavo proprio al passo,
Chome fa quello chassalta la strada,
Che si naschonde ponendosi basso;
Chosì fa la mie mente che non bada;
Per rimirar Rinuccio non m’alasso,
Perchè altri che lui non mi agrada.
I’ dicho di parlarne in questo punto,
Ch’a diciassette di luglio son giunto,
E sono in domeniche mattina,
Posato a una Vergine Maria,
Ch’è presso a Monte Lupo ben vicina:
Dove passando la suo Signoria,
Ben chavalcando chon somma dottrina,
Parlando ben chon somma leggiadria,
Col chommessaro de’ gran Fiorentini,
E questo fu Chosimo Bartolini.
Chosì passando, ragionando bene,
Tutto mi soddisfece nella vista;
Però iscrissi chon rime ben piene,
E dissi: chostu’ grazia sempre acquista
Cholle suo squadre filicie e serene;
Honoron suo virtù ch’è tutta mista
D’ogni gran lealtà, sanza misera;
E ben lo mostra qui ogni suo schiera,
Adorne bene d’uomini gagliardi,
Che son di tempo, tutti ben quadrati.
Anchora doni fè, dolci risguardi,
Sie ne gran chavagli ismisurati,
Che mai nella battaglia saran tardi;
Anzi sarano e’ primi adoperati,
E sol di lor temono e’ Pisani,
E similmente fanno e Veniziani.
El[568] suo nome fa tremare Pisa,
E fa tremare tutti e’ Lucchesi;
Infino a Serezana alla ricisa,
Sento che triema per ogni paesi;
E marzoccho robusto ne fa risa,
Po’ ch’à Rinuccio cho’ frati chortesi,
Ornati figli del gran chonte Antonio,
Ch’ognuno in fatti d’armi è bene idonio,
E fieno in champo a giorni diciotto
Del valoroso e gran mese di luglio.
E chome giugnerà Rinuccio dotto,
Li faranno e’ Pisani gran garbuglio,
Perchè loro diranno al primo botto:
Questo sarà u’ lungo gazzabuglio,
Lo quale ci darà una gran pena,
E peggio anchora se s’achorda Siena;
Però di molti chontradi abbiano
De’ gran soldati, di più chondizioni:
Anchora fieramente dubitiano
Del valoroso e francho Pier Chapponi,
Che non farà ma’ nulla che sie’ nvano.[569]
E presto si vedranno e’ paragoni,
Perchè abbiam gabbato errè di Francia;
Però daremo el tratto alla bilancia,
Perchè marzoccho di Francia non teme;
Ma Francia teme bene di marzoccho,
Che non si acchordi chol malvagio seme,[570]
Che presto ciercha dare schaccho roccho
Al mal Pisano, ch’ha messo el suo speme
In mano al Veniziano chome iscioccho:
E’ Fiorentini son francha cholonna
E Pisa è sottoposta e non madonna.
Ormai, credo in champo giunto sia
El famoso Rinuccio da Marciano,
Chon suo fiorita e magnia chonpagnia;
El signior Piero gientile e sovrano
Cho’ lui s’arma chon gran vigoria:
Chosì scrivendo, mai m’alontano
Dalla gran verità ch’à sommo lume,
E ’l mie Rinuccio la tien per chostume.
Signior Rinuccio, techo alquanto parlo,
Ben che mai dattè pocho mi parto;
E quel ch’i’ fo chon amore vo’ farlo;
E s’io di puntino none incharto,
Qui credo el mio tempo giusto darlo;
E se i’ sono un poveretto sarto,
E non diciendo dotto, i’ me ne doggo,
E ma’ da tal dolore non mi scioggo.
Pure i’ spero di venire in champo,
A vedere choll’occhio e cholla mente,
E poi chomporrò cho’ maggio vampo
E’ fatti d’arme mi vedrò presente;
E s’io cholle rime male inciampo,
Amme perdoni el mie Signior piaciente;
E sì m’accetti cholla faccia lieta,
Sichome sarto e non chome poeta.
Rinuccio, in senpiterno mi ti lego,
E domiti per servo alla mie vita;
Però Signiore non mi far ma’ niego,
A quel ch’i’ chiego a tuo virtù infinita.
Chosì chantando humile ti priego,
Ch’amme no’ niegi la mie chiara gita,
Che passare non vuole tuo persona,
Chome mie rima di punto ragiona.
Signior, di me non è gran maraviglia
Si t’amo chome francho paladino;
Perch’i’ vidi dinanzi alle mie ciglia,
Tutto el magno popol fiorentino,
Amare te e la tuo gran famiglia;
E questo fede el magnio cittadino,
E finalmente ogni popolano
D’achordo, si tale son chapitano (_sic_).
Disposti bene ne l’anime loro,
Di farti chapitano in ogni modo,
Perchè non cierchi argiento nè oro,
Nè anche machinasti di far frodo;
Però marzoccho farà far dimoro,
Chome fie ’l tempo valoroso e sodo,
Lo scietro ti darà chollo stendardo,
Per onorar tuo sangue alto e gagliardo.
I’dicho quel ch’i’ so, e non istimo,
Se non le chose giuste e bene honeste;
Chosì chantando chon amore, rimo
Questi versenti chon gioie e chon feste,
Bench’i’ so’ chiaro, ch’i’ non sono el primo,
Che chanto cholle rime magnie e deste,
Della tuo gran virtù che ’n giovinezza
T’ha presa a sichundar chon gran fierezza.
Signior Rinuccio pien di discrezione,
I’ mi ti rachomando humile pio;
Perchè s’appressa el tempo ella stagione,
Che.... o ne vero, char signor mio,
Per.... star presso al tuo padiglione;
Però mi rachomando chon Dio,
A te Rinuccio valoroso e snello
E similmente a ogni tuo fratello.
Finis a dì XVIII di luglio MCCCCLXXXXVI.[571]
Io Giovanni nè Sere nè Messere,
Ma sarto fiorentino sono adesso;
E chieggo a ogni dotto miserere,
D’ogni fallanza ch’ò qui chomesso.
XXIV.[572]
(Vol. I, pag. 356-7.)
_Un breve di papa Alessandro al Savonarola._
ALEXANDER PP. VI. Fratri HIERONYMO SAVONAROLÆ
Ordinis Prædicatorum.
Dilecte Fili, S. et Apostolicam benedictionem. Inter ceteros Vineæ
Domini Sabaoth operarios te plurimum laborare multorum relatu
percepimus: de quo valde lætamur et laudes omnipotenti Domino
referimus, quod talem gratiam in humanis sensibus præbuerit. Nec
dubitamus te ex divino Spiritu, qui gratias immortales distribuit, et
posse in populo Christiano verbum Dei seminare et fructum centuplum
lucrifacere. Quemadmodum, proximis diebus, per tuas literas hujus
te animi atque propositi esse intelleximus, idest, ea te in tuis
prædicationibus populo indicare quæ servitutis Dei esse cognoscis.
Et quum nuper populo nobis relatum est, te postmodum in publicis
sermonibus dixisse: ea quæ futura nuncias, non a te ipso, aut humana
sapientia, sed divina revelatione dicere; idcirco cupientes, sicut
nostro pastorali officio competit, super his tecum loqui et ex ore tuo
audire, ut quod placitum est Deo melius per te cognoscentes peragamus;
hortamur atque mandamus in virtute sanctæ obedientiæ ut quamprimum ad
nos venias. Videbimus enim te paterno amore et charitate.
Datum Romæ apud S. Petrum sub annulo piscatoris, die 21 iulii 1495,
Pontificatus nostri, anno quarto.
B. FLORIDUS.
XXV.
(Vol. I. pag. 362.)
_Risposta del Savonarola_.
Fratris HIERONYMI SAVONAROLÆ Ordinis Prædicatorum
ALEXANDRO PP. VI. Responsiva.
Beatissime Pater, post pedum oscula beatorum. Etsi majorum semper
mandatis obtemperandum esse novi, cum scriptum sit: «qui vos audit me
audit;» scio tamen eorum potius mentem quam verba pensanda. Vn. in.
t. sign, ex-d.[573] rescriptis, ut tenet Sanctitas Vestra, ex textu
Alexandri III antiqui antecessoris vestri rescriptum ad Archiepiscopum
Ravennatem in hunc modum: «qualitatem negocii, pro quo tibi scribitur,
diligenter considerans, aut mandatum nostrum reverenter adimpleas,
aut per literas tuas quare adimplere non possis rationabilem causam
prætendas; quia patientes sustinebimus, si non feceris quod prava
nobis fuerit insinuatione suggestum.» Ego igitur, qui dudum cupio
visere Romam quam nunquam vidi, ut limina Apostolorum Petri et Pauli
et aliorum Sanctorum reliquias ac beatitudinem coram venerari queam;
majori nunc succensus sum desiderio ex occasione mandati sanctitatis
Vestræ, quæ minimum vermiculum ad se vocari dignata est. Tamen quia
plura obstare,[574] causas illi rationabiles in præsentia affari
conabor; ut sciat me necessitate non voluntate detineri, quominus
paream mandatis a me libentissime ac reverenter susceptis.
Primum igitur vetat corporis infirmitas, febris scilicet et
dissenteriæ, quas modo passus sum; deinde propter assiduos corporis et
animi æstus, pro hujus civitatis salute hoc præsertim anno subsceptos,
adeo stomacho, ceterisque vitalibus membris debilitatus, ut aliquid
laboris amplius tolerare nequeam; quin imo a prædicationibus et
studiis ipsis abstinere oporteat ex consilio medicorum, quorum atque
aliorum omnium communi sententia, nisi opportunis remediis me curandum
tradidero, brevi mortis periculum incurram. Cum civitatem hanc a non
mediocri sanguinis effusione et a multis aliis noxiis, mea opera,
Dominus liberaverit et ad concordias legesque sanctas revocaverit,
infesti facti sunt mihi tam in civitate quam extra iniqui homines.
Cum cives tum alienigenæ sanguinem humanum sitientes, qui extollere
cornu suum, et in prædam atque servitutem civitatem hanc occupare
ardentissime affectabant. Et opinione sua frustrati, vehementissime
mihi irati, odio habuerunt me gratis: sæpe quoque nunc veneno, nunc
gladio in perditionem meam aspiraverant, ita ut, extra limen sine
custodibus, tute ferre pedem non possim. Atque ideo, ubi me ad Regem
Francorum contuli, licet fidissima custodia munitum; non passi sunt
hii cives, qui rempublicam suam diligunt, me suæ jurisdictionis limites
transferri. Et quamquam in Domino confidam, tamen, ne tentare Dominum
videar, debitas cautiones non contemnendas judicavi; cum scriptum sit:
«si vos persecuti sunt in unam civitatem, fugite in alias.»
Insuper nova hæc civitatis reformatio quam Dominus operatus est,
infirmas adhuc radices habet; et, nisi quotidie roboretur et
alimentetur, facile, anhelantibus pessimis hominibus, detrimentum et
eversionem incurret. Cum itaque, judicio omnium prudentium et bonorum
virorum, discessus meus maximæ jacturæ huic populo et modice histic
utilitatis foret; credo Sanctitatem vestram exigui temporis dilationem
non moleste habituram, dum hic cœptum perficiatur opus, cujus gratia
hæc impedimenta, ne proficiscar, nutu divino accidisse credendum certus
sum: non enim est voluntas Dei ut ad praesens hinc abeam.
Spero autem brevi tempore adfuturum, quo ex voto Sanctitatis vestræ,
Romam cum ampliori apostolatus ipsius satisfactione venire me licere.
Quod si forte, nunc de rebus futuris circa Italiæ excidium et Ecclesiæ
renovationem, a me publice prædicatis, Sanctitas Vestra certior
fieri optat; ex libello quem modo imprimendum curavi, eadem plane
scire poterit, et quamprimum perfectum erit opus. Sanctitati Vestræ
mittendum, ad eam tradam: ex quo quidquid a me audire possit plenissime
accipiet. Nec enim alia quæ in eo continentur mihi profari concessum:
sola enim quæ præcepta sunt exposui; quæ autem in arca habenda sunt,
nulli mortalium aperiri fas est. Illa autem edere scriptis procuravi,
ut constet universo orbi, si minus eadem successissent, me falsum
fuisse prophetam; si, vero, juxta pronuntiata evenirent, gratia agatur
Deo Salvatori nostro, quod de salute nostra sollicitudinem habere
ostendit; ut neminem, si fieri possit, perire velit in æternum.
Demum rogo Beatitudinem vestram, ut excusationes meas verissimas et
manifestas admittat; ut sibi persuasum habeat me nihil magis optare,
quam eidem parere et obsequi, et non me supra vires meas ulterius
gravet. Egomet mihi stimulus ero, cum primum, sublatis justis
impedimentis, satisfacere potero ipsi B. V., cui me humiliter commendo.
Ex Conventu S. Marci Florentiæ, ultima julii 1495.
XXVI.[575]
_Lettera della Signoria al papa, in favore del Savonarola._
Sanctissime et Beatissime Pater, Summe Pontifex.
In rebus perturbatis nostris, nostrisque periculis, nihilque profecto
magis relevavit, magisque obstitit ne multo fierent res nostrae
in dies deteriores; quam Fratris Hieronimi Ferrariensis præsentia
atque opera, opitulante divina clementia, quæ hunc suum ad nos
virum præmisit, miserata nostros casus, ne peiora pateremur. Is
est, profecto, vir bonus, Beatissime Pater, cuius vita sancta est,
inculpabiles mores, religio integra, doctrina admiranda; et quod,
præter cætera, rapuit rapitque populum omnem nostrum ad audiendum hunc
hominem observandumque, rerum est prædictio futurarum. In quibus, si
aberravisset, scissemus ex Deo non fuisse illam prædictionem, sed ex
vatis tumore confectam fabulam; ut et Moyses quoque in Deuteronomio
populum monet docetque, quibus sit credendum futura prædicentibus. His
vero effectum est rebus, ut ingens facta sit, ad hunc diem, eius in
urbe nostra auctoritas; non solum quia et privatim et publice favit
in rebus afflictis nostris; consuluit, perfecit divine, quamvis sunt
nonnulli et fuerunt, qui ejus virtuti invidentes, atque adversantes
nostris commodis, nunc vero nostrae saluti multa ad vestram Sanctitatem
nefaria detulerunt, ut solent homines perversi ipsi, moribus, facere
de bonis viris ipsi iudicium. Sed, nisi fallimur, nos esse debemus
locupletiores testes, si apud nos diu aliqua vitæ macula magna cum
admiratione virtutis, Deique virtutis, fuerint. Indigemus, Beatissime
Pater, indigemus isto Viro Dei, atque eius prædicatione, qua civitatem
nostram, ut hactenus et semper fecit, reducat ad meliorem, ut dicitur,
vivendi frugem; maximeque ad serviendum Deo viventi. Nihil huic potest
accidere populo quod ferat ægrius, quam eius carere prædicatione; nihil
gratius quam ipsum audire.
Supplicamus itaque Sanctitati, Clementiæque vestræ, et populus
universus noster humillime supplicat, porrigitque omnes præces, ut
Pontificia benignitate liceat Fratri Hieronymo edocere, ut hactenus
fecit, civitatem nostram, et juvare consilio. Si cum Deo sunt eius
omnia opera, si prædicatio divina est, si fructus peperit hactenus in
nobis maximos, et quæ, proculdubio maiores quoque in dies pariturus;
erit id profecto Deo gratum. Summus autem inde Pontifex, non a nobis
modo et populo omni Florentino; sed ab omnibus quoque hominibus meritas
laudes gratiamque reportabit. Nobis certe hoc in tempore, dari nihil
majus, nihil gratius, nihil acceptius a Sanctitate vestra clementiaque
et benignitate potest.
Nos urbem et populum nostrum Sanctitati clementiæque vestræ humillime
plurimumque commendamus.
Ex Palatio nostro Die 13 Novembris 1495.
XXVII.[576]
(Vol. I, pag. 367.)
_Lettera del Savonarola ad uno de’ suoi Frati_.
Frater HIERONIMUS fratri ANTONIO DE OLANDIA Priori Pratensi.
Venerabilis in Christo pater. Si impetrabitur licentia prædicandi pro
me a Summo Pontifice, dabo vobis in predicatorem fratrem Dominicum
de Piscia. Excitate ergo fratres et alios devotos ad orandum pro hac
causa, quia res habet difficultatem; et si non impetrabitur, nescio
qualiter vobis possim sufficienter providere de prædicatore. Ordinabo
hic ut fratres post officium in mane cantent «Alma Redemptoris mater
etc.»; post vesperas et post completorium consuetas orationes vestras
«Ave Regina» et «Recordare.» Faciant etiam dicere post completorium
septem psalmos pro hac causa. Ita ergo et vos facite, si vultis habere
prædicatorem talem. Credo quod si ferventer oraverimus, impetrabimur
a Domino gratias, et fiet magnum animarum fructum etc. Gratia Christi
vobiscum. Amen.
Florentiæ, in die Purificationis M.CCCCXCV.[577]
Prior S. Marci.
(A tergo.) Venerabili in Christo patri fratri ANTONIO DE OLANDIA
Ordinis prædicatorum. Priori conventus S. Dominici.
XXVIII.
(Vol I, pag. 418.)
_Tre lettere al Duca di Ferrara_.[578]
1.[579]
Ill.^{me} et ex.^{me} Dux.
Io mando alla S. V. el libreto nostro in lingua latina, a ciò che
lei l’habia in l’una e l’altra lingua; benchè non sono discrepanti di
sententie, se non in certo locho, dove nel latino agionsi certe parole,
non però di molta importantia. Vero è che in qualche passo uno serà
commento de l’altro. Non mi occorre scrivere altro al presente, se non
che io mi riccomando alla Excellentia Vostra. Gratia Domini Ihesu cum
Spiritu eius. Amen.
Florentiæ, die 29 octobris 1495.
Fr. HIERONYMUS servus Ihesu Christi inutilis.
Ill.^{mo} et ex.^{mo} domino domino Herculi Ferrarie Duci etc.
2.
Ill.^{me} et ex.^{me} Dux. Gratia Dei tecum.
Io mando alla Excellentia Vostra el libro de la Simplicità de la vita
Christiana anchora inperfecto; tanto è il desiderio mio che la S.
V. viva come perfecto cristiano, che io non mi sono curato di essere
notato di cupidità di laude, pur che presto veda la patria mia terrena,
per virtù di Vostra Excellentia, fare qualche fructo di spirito.
Nientedimeno, perchè questa è la prima stampa,[580] e mia intentione è
di lassarlo ripossare un pezo, e poi ritocharlo et emendarlo; prego la
S. V. e quanto posso la astringo, che per modo alcuno non ne dia copia,
nè lo presti ad altri: ma quando alcuno lo volesse vedere, lo lega con
la Excellentia Vostra, o ne la camera vostra. E se non mi fidasse in
questo ne la V. E., haveria prima chiesta una litera di fede, e poi
l’haveria mandato: ma tanta è la fede che io ho in essa, che credo
che la observerà quanto li scrivo, insino a tanto che piacerà a Dio di
publicarlo. Et se alcuno facesse, legendolo, qualche obiectione, prego
quella che si degni per maestro Ludovico da li Carri farmelo a sappere,
a ciò che possiamo respondere. E perchè molto si vano appropinquando
le tribulation de la Italia, anzi di tuta la Christianità e di tuto
el mundo, dipoi le quali verrano le consolatione; conforto Vostra
Excellentia ad essere solicita a le cose divine, perchè non habiamo
altro rifugio che Dio; e maxime a purgare la città da’ cativi homini,
e mettere li officii in mano de li boni, et a loro dare potestà, e
torla a li cativi et infami, perchè questi provocano l’ira di Dio
grandemente. Noi qui siamo li primi tribulati, e seremo anche li primi
consolati. Pensi la E. V. se Firenze, la quale è piena di moltitudine
di boni Christiani, e la quale in questo, così in merito come in
numero, excede grandemente ciaschuna città d’Italia, è tanto afflicta;
quanto seranno tribulate le altre. Dice San Pietro: _Tempus est ut
incipiat iudicium a domo Dei: si autem primum a nobis, quis finis eorum
qui non credunt Dei evangelio?_ Chi serà amico de Dio riderà in mezo
le persequtione; ma guai a quelli che non temeno Dio. Pax et gaudium in
Spiritu Sancto sit in corde tuo, domine mi. Amen.
Florentiæ, die 10 ianuarii 1496.
Servus Ihesu Christi inutilis Fr. HIERONYMUS de Ferr.
Ill.^{mo} et Exc.^{mo} domino domino Herculi Estensi, duci Ferrarie et
Mutine etc.
3.
Ill.^{me} et exc.^{me} Dux.
La electione del Ministro de Dio a me è stata sempre monstra
conditionata; et insino a questa hora presente non ho visto di lui
alcuna riprobatione. Di queste cose non si può pigliare se non tanto
quanto Dio dà, et a quello ci bisogna stare contenti. Onde è scripto:
_Altiora te ne quesieris, et fortiora te ne scrutatus fueris_. Et
lo Apostolo: _Non sapere plusquam oportet sapere, sed sapere ad
sobrietatem._ Il nostro Signore Dio vuole che noi stiamo in timore et
in humiltà; e che si confidiamo in lui, non nelli homini: col quale
se noi seremo dacordo, non ci bisogna temere cosa alcuna, dicendo
el Spirito Sancto nelli Proverbii: _Cum placuerint Domino viæ eius
inimicos quoque eius convertet ad pacem_. La Excellentia Vestra
non imputi a negligentia la tardità del rispondere a quella; ma al
desiderio di satisfargli a pieno, per el quale ho facto oratione molti
giorni. Hora non ho potuto altramente rispondere che come la lege
in questa carta. Gratia et pax domini nostri Iesu Christi sit semper
vobiscum, amen. A V. S. mi ricommando.
Florentiæ, die 29 augusti 1497.
Servus inutilis Ihesu Christi
Fr. HIERONYMUS de Ferr.
Ill.^{mo} ac exc.^{mo} domino domino Erculi Estensi, Ferrariæ Duci etc.
XXIX.
(Vol. I, pag. 449.)
_Breve di papa Alessandro VI, col quale si ordina di formare la nuova
Congregazione Tosco-Romana_.[581]
Dilectis filiis salutem et apostolicam benedictionem. Reformationi
et augumento vestræ sacræ religionis, pro ut tenemur favorabiliter
attendentes, quæ omnium conditori gratissima, et pie devotioni
fidelium accepta est et fructuosa: libenter ad illa intendimus, per
quo utiliter et salubriter valeat provideri, quod laudabiliter ritus,
mores et observantia regularis in omnibus domibus vestri ordinis,
continue vigeat et prosperum suscipiat, adiuvante Domino, incrementum.
Huiusmodi, igitur, pio desiderio inducti, ac sperantes quod si Domus
S. Mariae de Querqua æxtra muros Viterbienses, S. Spiritus de Senis,
S. Catherine de Pisis, S. Sabine de Urbe, nec non S. Dominici de
S. Geminiano ordinis vestri, quæ congregationi Fratrum Lombardiæ
unitæ et incorporatæ aliquandiu permanserunt, si a congregatione
predicta et illius vicarii et prælatorum in presentia separarentur, ac
statueretur quod tam predictæ quam etiam alie Domus vestræ, S. Mariæ
supra Minervam de Urbe, S. Mariæ ad Gradus Viterbiensis, S. Dominici
de Perusio, S. Dominici Cortonensis, S. Agnetis Montis Politiani,
S. Marci de Florentia, S. Dominici de Fesulis, S. Mariæ de Saxo
nec non S. Dominici Pratensis, et S. Romani de Luca et S. Dominici
Pistoriensis vestri ordinis Domus, et vos nunc et pro tempore degentes
in eis, Priores et Fratres, unam aliam congregationem in vicem fratrum
_Romanæ et Thusciæ provinciæ_, ex more dicti ordinis nuncupandam, sub
unius proprii vicarii degentium, constituere exinde profecto salubris
propagatio ritus et mores observantiæ regularium instituere dicti
ordinis domibus, et eorum fratribus proveniret. Præsertim cum dictæ
Domus invicem in magna existant propinquitate, et commode a suo vicario
visitari, Fratresque in ipsis degentes ad eum faciliter sese conferre,
et suis opportunitatibus subvenire possunt, juxta vestrarum seriem
costitutionum.
Motu igitur proprio, non alicuius nobis oblate petitionis instantia,
sed de nostra mera liberalitate et ex certa scientia, S. Mariæ
de Querqua, S. Spiritus Senensis, S. Dominici de S. Geminiano, S.
Catherinæ de Pisis, S. Sabinæ de Urbe domus, et vos nunc et protempore
degentes in eis Priores et fratres, a congregatione predicts Lombardiæ
et illius vicarii et Prelatorum obbedientia segregamus et separamus.
Nec volumus per hoc detrimentum aliquod sive damnum gravari aut quoquo
modo provenire præfatis domibus. Ac etiam apostolica autoritate
statuimus, ut de cetero, perpetuo futuris temporibus, tam prefatæ
S. S. C. per nos a dicta congregatione separatæ, quam aliæ domus
predictæ in dicta _Romana et Thuscia provincia_ consistentes; et vos
nunc et protempore in eis degentes Priores et Fratres, insimul unam
novam congregationem fratrum regularis vite observande _Romanæ et
Thusciæ provinciæ_ nuncupandam constituatis, Magistroque Generali
et unius eiusdem congregationis Vicarii obbedientiæ subiciamini, qui
hac prima vice, per venerabilem fratrem nostrum Olivierum episcopum
Sabinensem, cardinalem Neapolitanum, cum consilio dilecti filii
Generalis Magistri Vestri ordinis, pro biennio nunc proxsimo futuro,
deputetur; et huiusmodi biennio illasso statim ab officio vicariatus
censeatur absolutus, et singulis biennis perpetuis suis temporibus, a
prioribus et sociis et aliis electoribus juxta formam Constitutionum
vestri ordinis, positam in capitulo de electione prioris provincialis,
eligatur: quæ electio per Magistrum Generalem confirmetur nec alius
Vicarius possit institui; nisi qui sit per Congregationem prima vice et
legiptime electus, ipseque vicarius in dictæ congregationis domos, et
illarum Priores et Fratres, pari quam prior provincialis in domos et
fratres suæ provinciæ, superioritate, jurisdictione et preheminentia
ac potestate fungatur. Et quolibet anno, priores dictarum domorum
cum eorum sociis ad congregationem vocare et dictas domos et in eis
degentes Priores et Fratres, vel legiptime impeditus per alium in
capitibus et membris visitare teneatur et debeat: nec possit in sui
Vicariatus officio, finito biennio, quoquomodo confirmari, aut de novo
in Vicarium eligi infra biennium, tunc proxime futurum. Nec etiam
interim, ab officio sui vicariatus, nisi per eamdem congregationem
absolvi, aut eidem congregationi alius qui per congregationem ipsam
electus in vicarium vel vice vicarium, sive locum tenentem eius:
aut sub quovis alio nomine eiusdem congregationis præfici. Quod si
contingat ipsum in vicariatu suo ab hac vita migrare, tunc Prior
Domus S. Mariæ supra Minervam vices eius in omnibus obtineat,
teneaturque infra menses sex vocare Priores antiquorum domorum
dictæ Congregationis, de quorum consilio determinabit quando prefata
electio fieri debeat, et quousque alius electus fuerit et confirmatus,
eius autoritate in omnibus fungatur. Ipse vicarius tamen et electos
confirmet.
Mandamus insuper, et districte precipimus in virtute S. obbedientiæ
universis et singulis fratribus ad dictas domos quoquomodo
pertinentibus: et qui de dicta provincia sint oriundi ad ipsam
_Congregationem Thusciæ et Romanæ provinciæ_, omni excusatione
postposita, illico revertantur; nec aliquis Frater ipsius
Congregationis inde discedere possit, absque ipsius Vicarii expressa
licentia. Concedimus preterea motu et scientia simillibus vicario,
Domibus et Fratribus dictæ _Congregationis Romanæ et Thusciæ Provinciæ_
et qui pro tempore erunt, ut omnibus et singulis prorogativis,
privilegiis, gratiis, immunitatibus, et donis ac indulgentiis et
indultis spiritualibus et temporalibus congregationi præfate Lombardiæ
et illius Vicario domibus et Fratribus per nos in genere et a Sede
Apostolica vel alias quomodolibet concessa: et quibus Congregatio
predicta et eius vicarii domus et fratres ingenere utuntur, potiuntur
et gaudent, ac uti imposterum poterint et gaudere, uti, potiri, gaudere
libere et licite valeant. Proinde ac si pro ipsa Congregatione _Romanæ
et Thusciæ provinciæ_, ac illius Domorum vicario et fratribus eque
principaliter emanassent, quibus etiam salvis, non intelligatur per
ea derogatum superioritati Magistri vestri ordinis Generalis et vestræ
in eum subiectioni, non obstantibus costitutionibus et ordinationibus
apostolicis, ac dictæ congregationis Lombardiæ, aut alicui ex prioribus
et domibus prædictis _Romanæ et Thusciæ_ provinciæ, concessis literis
etiam in forma brevis, et privilegiis quibus illa est, si de eis
eorumque totis tenoribus de verbo ad verbum, sive quavis alia expressio
habenda est et in eis quævis clausulæ derogatariarum derogationis
fortiores et insolitæ continerentur in his præsentibus, pro expressis
habentes ac vice dumtaxat illis alias in suo loco permansuris. Quoad
premissa specialiter et expresse derogamus ceterisque contrariis
quibuscunque. Volumus insuper, et præsentium tenore, in virtute S.
obbedientiæ districte precipiendo, sub excomunicationis latæ sententiæ
pœna mandamus universis et singulis cuiuscumque conditionis, status,
dignitatis, gradus existentibus; quatenus præsentibus nostris literis
nullo modo, per se vel per alium, directe, vel indirecte seu quovis
titulo aut quesito colore, condicere, sive impedimentum prestare
audeat aut praesumat, decernentes etiam irritum et inane si secus
supra premissis aliquorum premissorum scienter vel ignoranter a quoquam
contingent detentari. Datum Romæ, apud S. Petrum, sub anulo Piscatoris.
Die VII novembris 1496. Pontificatus nostri anno VI.
Dilectis filiis S. Mariæ supra Minervam de Urbe, S. Mariæ ad Gradus
Viterbiensis, S. Mariæ ad Quercam extra muros viterbienses, S. Spiritus
Senensis, S. Catherinæ de Pisis, S. Sabinæ de Urbe, S. Dominici de S.
Geminiano, S. Marci de Florentia, S. Dominici de Fesulis, S. Dominici
de Pistorio, S. Dominici de Prato, S. Romani de Luca, S. Agnetis de
Monte Politiano, S. Dominici de Perusio, S. Marie de Saxo, Prioribus et
Fratribus cum eis degentibus.
XXX.
(Vol. I. pag. 355-414.)
_Lettera del Savonarola al Duca di Milano_.[582]
Ill^{me} et Excell^{me} Princeps. Visto quanto la Ex^{tia} V. per sue
lettere gratiosamente mi risponde, dico ch’io non ho puncto a dolermi
ch’essa habia improbato quello che saria da improbare, quando così
fosse, cioè che io aveva dicto absolutamente non essere da obedire
al Pontefice; al che repugnano tutti li sacri canoni, secundo li
quali io mi sono sempre governato. Secundario, ch’io sia uscito della
religione in la quale più presto mi sono[583] sforzato confirmarmi et
restringermi, seguendo la vera istituzione dei nostri fundatori. Ma
come queste cose sono riferite distorte et non vere alla Excelª V.,
cusì so gli debano essere porte delle altre vanitate, cioè ch’io abia
sparlato di quella, per darmi caricho; et questa fu la causa che me
indusse a scrivere a V. Celsitudine, adciò la non si tenesse offesa in
alcun modo da me, cum sit ch’io gli sia affezionato, et desideri el ben
suo et de tuti gli altri principi Christiani.
Circa la nostra universale amonitione a far penitentia, io non ho a far
iudicio particulare; ma essendo la Excelª V. de quelo animo et timore
verso Dio, che la scrive, ne ho grande piacere, et cusì la exorto
a seguire; et non essendo meglior judice de se, che la coscientia
propria, non besogna a quella altro ricordo, se non a fare quanto
gli dicta la ragione, et perseverare di bene in meglio; perchè in
questo modo Dio la prospererà et conserverà di continuo: et ad epsa mi
raccomando.
Ex conventu S. Marci Florentiæ die XXV Aprilis 1496.
Servus Jesu X^{ti}
XXXI.
(Lib. III, Cap. VI.)
_Primo abbozzo d’alcune poesie inedite del Savonarola_.[584]
1.
_Canzone prima, senza titolo._
O anima cechata,
Che non trovi riposo;
Tu se’ da Dio odiata,
Pel tuo viver vitioso;
Jesu Cristo tuo sposo
Tu hai perduto.
Non chiedo aiuto,
Nè pace nè mercè:
Omè omè omè.
Tu senti forse..... segni,
A Prato e a Bibona;
E perchè tu non degni
Di credere a persona,
La mente tua è prona
A ogni vitio.
Ecco el supplicio
Che presto vene a te:
Omè ec.
Vidi l’Italia in guera,
E la charestia grande;
La peste Idio dissera,
E suo iudicio expande:
Queste son le vivande
De la tua vita
Cieca e smarita,
Per la tua pocha fè:
Omè ec.
Astrologi e Propheti,
Homini docti e sancti,
Predicatori discreti
Tan predicti i tuo pianti;
Tu cerchi soni e canti,
Perchè sei, stolta,
Nei vitij involta.
In te virtu non è:
Omè ec.
De mille gratie e doni
Che Dio ha conceduti,
E quanti pensieri boni
Nel cor ti suon venuti,
Quanti divini aiuti;
Ma tu ingrata,
Sei obstinata
E ne laccidia se’:
Omè ec.
Ricori a Jesu Cristo
Et a la madre pia;
Lassa el costume isto
E la tua mala via;
La Vergine Maria
Piena di gratia,
Mai non si sacia
Pregar Idio per te:
Omè ec.
2.
DE ASCENSIONE DOMINI JHESU.
Questa Acquila gentil che se disparte,
Et al Ciel va del suo triompho altiera;
Poi che passata havrà la quarta spiera,
So che in la quinta non staria cum Marte.
E se io me fido ne le sancte carte,
Di tanto honor l’octava non se spiera;
Ma de lo empyreo vargarà ogni schiera
E prenderà la più beata parte.
Spirto gentil de la Cita superna,
Che fai, oimè, che pensi, hor mai che miri?
Questa è pur nostra altissima speranza.
Homo è (chil nega?) e tutto el ciel governa,
E tal triompho porta di Martyri,
Che ogni splendor di Cherubin avanza.
3.
DE ASSUMPTIONE VIRGINIS MARIA, AD FRATREM JOANNEM DE ASCLA, ORDINIS
PRÆDICATORUM.
Questa celeste e gloriosa Dona,
Che al mondo già parea si pocha tera,
Ogi so ben che va sopra ogne spera:
Così fra noi la Chiesa ne ragiona.
Quel che la fa di Seraphin Madona,
Che da lei prese humana carne vera,
E tutto el Ciel discende, a schiera a schiera,
Per fagli honor e dargli la corona.
Qual gloria, qual triompho, o dolce frate,
Si fa del peregrino suo salire,
Ne lalto Ciel da quei legiadri spirti?
Felice quel, Regina, che po’ dirti
Un hymno dolce qual, io non so dire,
E po tochar le vesti toe beate.
4.
L’ANIMA TEMPTATA CONFORTA SE MEDESIMA.
Giù per la mala via
Lanima mia ne và.
S’ella non ha soccorso,
Presto morta sarà.
El Demonio l’angana,
Con la sua falsità;
El senso le promette
Ogni piacer che ha;
El mondo anchor l’anvita
A far la...........
L’anima mia temptata
Or chi laiuterà?
Aiutate meschina,
Col don che Dio te dà.
Tu hai libero arbitrio
Che meritar ti fa;
Ricorri a Jesu Cristo,
Conficto in croce sta:
Se tu ’l preghi humilmente
La gratia li darà.
Habbi fide e speranza
Che forte ti farà:
Tu non puoi esser vinta,
Senza tua voluntà:
Più potente è la gratia,
Che ogne adversità:
Pensa ben de la morte,
Che presto ne verrà:
Contempla un po’ l’inferno,
Pien de penalità:
Risguarda el paradiso,
Con sua giocundità:
Accenditi in fervore,
Pien d’ogne carità;
E poi ogne faticha,
Più lieve ti parrà.
Iesu tuo dolce sposo,
Alhor t’abraccierà,
Darati il bacio suo
Pien di suavità.
L’arra di vita eterna,
La mente gusterà;
Giubilo contento e festa
Il tuo cor sentirà;
Cantando amor amore,
Amor soma bontà.
Va, dunque, per la strada
Che Dio mostrato t’ha.
Laudando un solo Dio
In Sancta Trinità.
5.
DE L’AMOR DI JESÙ.
Ben venga amore,
Ben venga amore,
I’ ti sento nel cuore.
Pensando la tua gratia
Di venir in me vile,
L’anima mia si sacia
Di te, amor gentile.
Deh! fammi esser humile,
Per tua gratia et honore.
Ben venga amore ec.
Rinfrescha a la mia mente
Li tuoi gran benefitij;
Acciò ch’io sia fervente
In tuti i sancti officij,
Deh! spengi li miei vitij,
Col tuo lume e splendore.
Ben venga ec.
Quanto più ti contemplo,
Iesu, dolce mio padre,
Più fai del mio cor templo,
Con tue gratie leggiadre;
Per la tua vergin madre
Perdonarne ogne errore.
Ben venga ec.
Tu sei mio padre e Dio,
Tu sei mio bon fratello,
Tu se’ lo sposo mio,
Tu se’ l’amor mio bello;
Tu sai che tu se’ quello
Ch’io chiamo a tute l’hore.
Ben venga ec.
Come può star la sposa
Senza te, dolce sposo,
Se non trista e penosa,
Con l’occhio lachrymoso:
Iesu mio gratioso,
Donami el tuo fervore.
Ben venga ec.
A te honor e laude,
Altro non so me dire;
Per te l’anima gaude;
Tu se’ mio dolce Sire:
Non mi lassar morire
Senza te, dolce amore.
Ben venga amore ec.
6.
IN NATIVITATE DOMINI.
Ecco il Messia,
Ecco il Messia
E la madre Maria.
Venite, alme celeste,
Su da gli eterni chori;
Venite e fate feste
Al Signor di Signori;
Vengha e non dimori
La somma hyerarchia.
Ecco il Messia ec.
Venite, Angeli sancti,
E venite sonando;
Venite tutti quanti,
Iesu Cripsto laudando
E gloria cantando,
Con dolce melodia.
Ecco il Messia ec.
Patriarchi venite,
Venite festeggiando;
Levata è via la lite,
Chacciato v’ha di bando;
E venite lodando
La vergine Maria.
Ecco il Messia ec.
Venitene, propheti
Ch’avete prophetato,
Venite tutti lieti;
Vedete che ’l gli è nato,
Et a nui è donato
El piccolin Messia.
Ecco il Messia ec.
Pastori pien di ventura,
Che state vui a veghiare?
Non abiate paura,
Sentite vui cantare,
Correte ad adorare
Iesu cum matre pia,
Ecco il Messia ec.
Vui el trovarete nato,
Fra el bue e l’asinello,
In vil pani fasciato,
E già non ha mantello:
Ingienochiativi a quello
Et a Sancta Maria.
Ecco il Messia ec.
E’ magi son venuti
Da la stella guidati,
Con loro richi tributi,
In terra ingienochiati
E molto consolati,
Adorando il Messia.
Ecco il Messia ec.
7.
ALLA BEATA VERGINE.
Vergene, tu mi fai,
Orando, a te venire;
Perchè non resti mai
Per me pregar el Sire:
O carità, somma pietà;
Chi non ricorre a te,
Niente fa.
Io vego chiaro e vero,
Che ogn’omo è orbo e cieco,
E pargli el biancho nero
Chi non s’acosta techo.
O charità ec.
Tu sei certa speranza
Di tuti gli hom mundani;
Ch’in te non ha fiducia
Si vol volar senza ale.
O charità ec.
Se ’l non fusse el to’ fructo,
Noi saremo damnati;
Ma gli è el tuo figliol tucto
Che c’ha recomperati.
O charità ec.
XXXII.
(Lib III, Cap. VI.)
_Deliberazioni della Signoria circa la libreria dei Medici_.[585]
1.
_Die_ XXXI _mensis Augusti 1495_.
Item dicti Domini simul adunati etc.
Habita notitia, qualiter in ecclesia sancti Marci de Florentia fuerunt
et sunt nonnulla volumina variorum auctorum, et multa et varia in se
continentia, et multum notanda, utilia profecte atque optime emendata,
quae olim fuerunt Laurentii de Medicis et eius hæredum, sive eorum
alumnorum et pedagogum ac preceptorum; et iudicantes Domini predicti,
summo decori et ornamento esse reipublice florentine, illa habere,
retinere ac custodire penes se et in palatio dicte dominationis,
tanquam memorie digna et notabilia, ac fere singularia; idcirco
servatis etc., et obtempto inter eos partito, secundum ordinamenta
etc., omni meliori modo etc., deliberaverunt:
Quod omnia illa volumina librorum, cuiuscumque generis, qualitatis,
quantitatis vel maneriei sint, et quorumcumque auctorum, que a
venerabili religioso patre priori Sancti Marci de Florentia,[586]
domino Georgio Antonio Vespuccio proposito fiorentino, domino
Marsilio[587] et domino Olivierio canonicis florentinis, domino Joanne
Victorio de Soderinis, magistro Laurentio de Lorenzis et domino Lascari
greco, et aljs eligendis per sindicos dictorum de Medicis; electa,
excerpta et designata erunt pretiosiora et digna memoratu ac custodia
secundum eorum iudicium, deferantur et deferri debeant quanto citius
fieri potest in et ad palacium dominationis. Ibidemque, facto prius de
eis claro et aperto inventario, custodiantur, clausa in uno cassone
sive armario, vel alio loco ydoneo, ad id commodato in dicto palatio
pro custodia et manutentione ipsorum, de quo loco extrahi minime
possint, nisi precedente deliberatione et partito Dominorum pro tempore
in officio existentium, sub pena indignationis dictorum Dominorum etc.
Mandantes, etc.
2.
_Die_ XVIIII _mensis Octobris_ 1495.
Item dicti Domini simul adunati etc.
Attendentes quodam partito et deliberatione, per eos factis, sub die
XXVI mensis septembres proxime preteriti, de quibusdam voluminibus
librorum existentium in ecclesia Sancti Marci de Florentia, que fuerunt
olim Laurentii et Pieri de Medicis, et que fuerunt, ad petitionem et
instantiam dictorum dominorum, de dicto conventu ad latus ad palatium
et domum[588] dicti olim Laurentij et Pieri de Medicis; et alijs
visis et consideratis, in dicta deliberatione et partito contentis; et
considerantes dicti Domini, dicta volumina librorum esse variorum et
diversorum auctorum, et multum pretiosa, et varia in se continentia,
et multum notanda, utilia et fere singularia atque optime emendata, que
olim fuerunt Laurentij de Medicis et eius heredum; et iudicantes dicti
Domini, summo decori et ornamento esse reipublice florentine, illa
conservare et illorum custodiam et curam gerere, tanquam memorie digna
notanda ac fere singularia; idcirco dicti Domini, servatis servandis
etc., et obtempto inter eos partito, secundum ordinamenta etc.; omni
meliori modo etc., deliberaverunt etc.
Quod omnia illa volumina librorum cuiuscumque generis, qualitatis,
quantitatis vel maneriei, et quorumcumque auctorum sint, videlicet que
revera erant dicti olim Laurentij et Pieri de Medicis, que ad presens
sunt in domo dicti Pieri de Medicis; et tam illa que de ecclesia sive
conventu Sancti Marci fuerunt extracta et ad domum dicti Pieri de
Medicis, cuiuscumque generis et maneriei existant; debeant consignari
et deponi in dicto capitulo et conventu venerabilium fratrum Sancti
Marci, tanquam in tutiori loco, et apud religiosos viros honeste et
laudabilis vite et sanctitatis, et de quibus omnibus, una cum alijs
libris qui remanserunt in dicto conventu, qui non fuerint adlati
ad domum dicti Pieri, debeat fieri inventarium, quanto citius fieri
potest, cum ydoneis et fide dignis testibus; cuius quidem inventarij
unam copiam debeat retinere (una cum libris dicti olim Laurentij et
Pieri de Medicis, qui remanserunt in dicto conventu, antequam inde
delati fuerint ad domum dicti Pieri) penes se Vexillifer iustitie,
qui pro tempore fuerit; aliam vero dicti fratres capitulum et
conventus Sancti Marci predicti. Que omnia volumina stare debeant in
dicto conventu, loco depositi, et ad petitionem dictorum Dominorum
et eorum qui pro tempore erunt et tamquam obligata et ypotecata,
pro infrascripta quantitate pecuniarum dictis fratribus capitulo et
conventui; deinde extrahi nullo modo possint, sine partito dominorum et
collegiorum et duarum partium ex eis pro tempore existentium.
Et quoniam dicti fratres, capitulum et conventus, per medium quorumdam
civium, commodaverunt, sive gratuite mutuare fecerunt officialibus
Montis comunis Florentie summam et quantitatem florenorum duorum
milium largorum de grossis, pro necessitatibus ipsius comunis, quam
quantitatem commodare sive mutuare fecerant ipsis officialibus Montis
pro tempore et termino unius anni proxime futuri; idcirco, dicti Domini
deliberaverunt quod, per dictos officiales sive pro tempore existentes,
debeant dictis fratribus, capitulo et conventui, sive illis quibus
dictis fratribus capitulo et conventui visum fuerit, solvi et reddi
dicta quantitas florenorum duorum milium largorum de grossis, dicto
comuni sic mutuata, hac lege et conditione, quod si infra dictum tempus
et terminum dicti anni, non fuerit per eos ad quos pertinebit de dicta
quantitate florenorum duorum milium, dictis fratribus, capitulo et
conventui, vel dictis hominibus et personis quibus visum fuerit dictis
fratribus capitulo et conventui, integraliter solutum et satisfactum de
dicta summa et quantitate quod tunc, et eo casu, et lapsu dicto anno,
et postea quandocumque liceat dictis fratribus, capitulo et conventui,
quandocumque illis visum fuerit, de dictis libris vendere tot et tanta
volumina quod eis satisfiat usque ad integram satisfactionem dictorum
florenorum duorum milium de grossis, vel de eo minus de quo minus
restarent creditores; facta tamen primo dictis Dominis, qui pro tempore
erunt, requisitione et protestatione dicte venditionis per dictos
fratres, capitulum et conventum per XV dies ante dictam venditionem
et, elapso dicto anno quandocunque et facta huiusmodi venditione, dicti
fratres, capitulum et conventus teneantur facere dicto comuni Florentie
finem generalem etc. Mandantes etc.
3.
_Die_ XXIIII _mensis Januarij_ 1496.
Prefati Domini simul adunati etc.
Attendentes qualiter, sub dic xviiii mensis Octobris 1495, vel alio
tempore veriori, per tunc magnificos Dominos populi et comunis
Florentiæ, fuit facta certa deliberatio occaxione librorum, qui
olim fuerunt Laurentii Pieri de Medicis, qui exportati fuerunt, ut
dicitur, de dicta domo olim Laurentii, ad Conventum Sancti Marci de
Florentia; quod dicti libri tandem remicterentur, et exportarentur, et
reducerentur ad eamdem domum, unde fuerunt extracti: et attendentes,
quod postea dicti libri et volumina librorum devenerunt ad manus
fratrum Capituli et Conventus Sancti Marci de Florentia predicti, cum
certis conditionibus pactis et modis, et inter alia quod dicti fratres
et seu alius vel alii, pro eisdem fratribus, mutuarunt officialibus
Montis gratis et amore florenos 2000 largos de grossis, per tempus et
terminum unius anni, tunc proxime futuri, et cum pacto quod, elapso
dicto anno, dicti fratres vel alius et seu alij pro eis, possint eisque
liceat vendere de dictis libris, tot et tantos, quod ipsi possint sibi
ipsis satisfieri et consequi et habere dictos florenos 2000 largos de
grossis: et hoc post xv dies a die notificationis factæ per dictos
fratres, elapso dicto anno, Dominis civitatis Florentiæ pro tempore
in officio existentibus, prout predicts et alia plura, sic vel aliter
plenius et latius dicuntur contineri in dicta deliberatione et partito,
ad quam et contentos habeatur relatio.
Quapropter prefati Domini, obtento inter eos partito, secundum
ordinamenta et omnibus servatis etc.; auditis, tamen, prius duobus
ex fratribus dicti Conventus Sancti Marci exponentibus, ut dixerunt
ipsi Domini, quatenus ipsi fratres vellent rehabere dictos florenos
2000 largos, vel de dictis libris facere ea que continentur in dicta
deliberatione, et arbitrantes; predicta debere fieri per eosdem
Dominos.
Ideo prefati Domini declaraverunt dictos fratres, capitulum et
conventum, paruisse et observasse omnia ea ad que tenebantur, et
obligati erant, vigore dicte deliberationis et partiti; et eosdem
fratres posse facere et disponere, vendere et alienare de dictis
libris, eo modo et forma, et prout et sicut in dicta deliberatione
continetur, et scriptum est et apparet, et per dictos fratres nil aliud
debere observari in predictis, ac si requisitio et alia, de quibus in
deliberatione fit mentio, legittime et debitis temporibus facta esset.
Confidentes de honestate et mira sanctitate dictorum fratrum et eorum
gubernatorum etc. Mandantes etc.
XXXIII.
(Lib. IV, Cap. I e III.)
PROCESSO DI LAMBERTO DELL’ANTELLA.
1.
_Copia d’una lettera di mano di Lamberto di Giovanni dell’Antella,
per mandare a M. Francesco Gualterotti suo cognato: havevala nella
scarsella, quando fu preso l’anno 1497_.[589]
Eximio Domino e Magnifico mio honorandissimo. Ricevetti la vostra de’
20 passato, risposta a più mia, e della causa principale più volte
scrittavi, mi rendesti risposta. La quale cosa a mio fratello et a me è
suta grandissima consolazione, per intendere che habbiamo qualche verso
a’ casi nostri; et come dite che io faccia con la penna, così farò et,
in tutto, seguirò vostro ordine.
M. Francesco: mio fratello et io siamo di cotesta patria ribelli per
un capo solo, e questo si è, per l’amicizia e per le opere fatte verso
Piero de’ Medici e fratelli contro questa repubblica; chè di niente del
passato ci vogliamo scusare.
Ma non sendo in noi altro peccato, a questo vogliamo riparare, et
altrimenti che dir peccavi, ma con l’opere; che se verso loro abbiamo
operato una oncia, per la salute loro; vogliamo, per la rovina e ultima
loro distruzione, operare cento libbre, ne’ modi e vie che per questa
si dirà: ma prima vogliamo intendiate la causa che a questo ci muove.
E prima: da mezzo settembre, sarà un anno in qua, da quella venerabile
testa di Piero de’ Medici siamo suti trattati in modo, che non che,
sendo noi amici suoi e chiamati da lui come fummo; ma, se fussimo
stati i maggiori nimici che havesse havuti in questo mondo, più non
ci poteva perseguitare; e per ultimo, il dì del _Corpus Domini_, addì
25 di maggio, qui in Siena, la notte, nel letto fece pigliar noi e
un nostro garzone, e subito fummo incarcerati e messi ne’ ferri. Pure
subito ne fummo cavati, perchè fu detto a Pandolfo Petrucci,[590] et
a lui n’increbbe, e fececi mettere in un altro luogo dove stemmo pure
prigioni, ma più honorevolmente. E quivi stemmo dodici giorni, e più
volte, per staffetta, mandò quella iniqua bestia, per farci perder la
vita, e farci gittare in un certo luogo che si chiama il Carnaio, che
mai più non se ne rivede, se non l’ossa di chi v’entra: si veniva per
la nostra fatica e fede; ma tutto volontà di Dio per farci ravvedere.
In capo di dodici giorni, se ne volemmo uscire; avemmo a fare un
contratto, dove ci obbligammo M. Alessandro ed io, in forma cameræ,
alla pena di f. 2,000, di non ci partir di Siena o del contado,
senza licenza e volontà di Pandolfo Petrucci: e tutto fu fatto per
sospezione che non ci venissi voglia di vendicarci. E nel detto
contratto, M. Alessandro, oltre all’obbligo in forma cameræ, s’hebbe
a far procuratore Pandolfo Petrucci a rinunziare il benefizio di S.
Romulo, qualunque volte lui o io ci partissimo, senza licenza sua, di
Siena; allora lui lo potessi renunziare. El detto contratto fu fatto in
prigione, e così in detto contratto si dice che fu fatto in prigione,
et come sostenuti a stanza di detto Pandolfo Petrucci, et a lui ci
obbligammo, che si mostra forzato.[591] A questa cosa desidererei,
Vostra Spettabilità ci facessi intendere, se questo contratto forzato e
fatto in prigione, et nomina l’esser fatto in prigione, è valido o no;
chè non sendo valido, piglieremo qualche partito.
Del detto contratto habbiamo voluto copia, mai l’abbiamo potuto havere,
perchè Pandolfo non lascia.
Questa presente lettera ho fatto pensieri vi presenti la Lisabetta mia
donna e vostra sorella; e, benchè lei sia in villa, credo piglierà de’
modi e vie. E se pure non l’appresenterà lei, vedrò farvela dare per
mano d’altra persona fidata; e così è di nicissità fare, rispetto che
di qualche altra lettera che v’ho scritte di qui, come si sia suto,
n’è suto dato qui notizia a Giacopo Petrucci, et è stato per farci male
capitare. Ho dubbio che tale avviso non venga da Marco Fantoni, vostro
compagno de’ Dieci, perchè la donna di Giacopo è sua sorella o carnale
o cugina; per tanto di questa o d’altra abbiate advertenza, come con
lui conferite; anzi in tutto da lui vi guardate, et per più conti. Chi
vi presenterà questa, richiederà la risposta.
Per venire a qualche effetto et conclusione, e per mostrarvi che mio
fratello ed io non vogliamo esser più amici di Piero de’ Medici; anzi
in tutto nimici capitali et maggiori che egli abbia in questo mondo,
perchè così vuole ragione, chè quanto più il vino è dolce tanto più
diventa forte; se si può trovar qualche via o modo, che noi possiamo
star costì o nel contado o in qualche luogo che noi possiamo parlare, e
non stiamo in pericolo, come al presente facciamo; che qui per rispetto
del contratto ci bisogna stare; se altro modo non ci è: pure, se voi et
gli altri che reggete e governate cotesto Stato, vorrete, non fo dubbio
che non troviate assai modi; chè se questo farete, da noi harete la
salute vostra, perchè tutte le sottoscritte cose vi faremo intendere.
E per farci nel principio: vi faremo intendere chi seppe tutta la
partita dell’Alfonsina,[592] et chi la servì di danari, et chi gnene
mandò poi a Siena.
Costì in Firenze è uno che recò le gioie che mandò la contessa a
l’Alfonsina, prima si partissi di Firenze l’Alfonsina; et sappiamo
chi gli è e chi le detti loro, cioè alla contessa o all’Alfonsina; che
questo tale servì poi a molte cose come intenderete qui di sotto.
Farovvi intendere di due che servirono di qualche centinaio di
fiorini Piero e Giuliano, per la impresa che fece poscia col Sig.
Virginio.[593]
1º Se ritroviamo quello che portò le gioie sopraddette, che credo di
sì, perchè so il nome e so di chi gli è huomo et quello che gli fu
dato dalla Contessa e dall’Alfonsina; troverete per suo conto molte
cose, perchè più volte è venuto a parlare a Piero et all’Alfonsina dove
sono stati, et massime quando il Sig. Virginio era con Piero, recò una
lettera che la vidi io. Chi se la scrivessi non so; ma la sollecitava
Piero che passassi innanzi, et Piero rispose et la risposta vidi: di
modo si può appresso interpetrare chi la mandassi, considerato di chi è
uomo et quello che diceva la proposta et la risposta, che tutto so. Ma
havendo lui, come credo sia facile haverlo, tutto si intenderà; e non
potendo haver lui, si può havere il principale, perchè per molti altri
capi è impaniato, come al tempo potrete intendere.
2º Farenvi[594] intendere chi sconosciutamente de’ vostri cittadini
è venuto a parlare con Piero, e di più d’uno, et più volte, e dove e
quando, e di qualcuno il dì appunto.
3º Farenvi intendere di chi, non molto tempo fa, ha mandato due
fortieretti pieni di cose sottili e di gran valuta, che gl’ha tenuti un
tempo occulti.
4º Farenvi intender chi spacciò di costì una staffetta, la domenica
mattina che fu tratto Bernardo del Nero Gonfaloniere di Giustizia et
sua compagni; et vedrete che gli fu dato l’ordine a Piero che venisse,
et quello havessi a fare; ma tutto governò, come fa et ha fatto dal
dì primo che nacque per infino a ora, l’altre sue cose; che se faceva
secondo l’ordine, mal per voi et per cotesta povera città.
5º Farenvi intender chi mandò uno a Roma, et chi egli era, et quando
partì di costì, et quando egli arrivò a Roma, et quello che venne a
fare; chè, infra l’altre cose, venne a sollecitar Piero che venisse a
l’impresa, et che facesse certe altre cose che tutto so; perchè questo
tale parlò prima meco che con Piero o con altri: et di tale venuta ne
seguì certe cose, che potrebbe un dì partorir qualche gran male, se non
ci riparate, et io tutto so.
6º Farenvi intender chi servì dei primi danari, per questa impresa
ultima, che venne qui a Siena, prima che venissi Piero, che gli
recò[595] il Protonotario Petrucci, per dare al Sig. Silvio Savelli et
altri.
7º Farenvi intendere a chi fu mandato lettera da Giacopo Petrucci, il
lunedì dopo la domenica di Lazzaro; et per detto Giacopo fu mandato a
chiedere a questo tale a chi gli scrisse, uno fidato, et credo che lo
mandasse, ma non so chi.
8º Farenvi intendere a chi fu dato, il sabato santo, lettere mandate
qui da Siena dalla Contessa; ma credo fussino lettere di Piero, et
dettonsi il sabato santo, la notte, o vero la mattina di Pasqua innanzi
giorno.
9º Farenvi intendere chi venne costì, subito che Piero arrivò qui a
Siena, et a chi e’ parlò per parte di Piero, et con che contrassegno,
et quello gli fu risposto, et quello che lui per parte di Piero
propose.
10º E per farvi in tutto manifesto che di Piero de Medici, mio fratello
ed io vogliamo in ogni parte esser suoi nimicissimi; oltre alle
soprascritte cose, se voi altri nostri Sig. et Maggiori ci ordinate
qualche luogo, dove noi possiamo star senza sospetto, che e’ non ci
faccia mal capitare, come potrebbe far qui; vi promettiamo et vogliamci
obbligare, che dal dì che siamo in tale luogo, infra 15 dì sicuro, di
far un’opera contro a detto Piero, la quale si potrà mandare per tutto
il mondo. E vogliamo si getti in forma che conterrà molte cose; in
fra l’altre, tutta la sua disutile vita et viver; tutto il pensiero
et l’ordine suo che egli ha disegnato di fare, se mai egli torna a
Firenze, et quanto intorno a ciò seguivano. Saranno cose verissime
et tutte cose che si toccheranno con mano, perchè fieno fondate sulla
verità; e saranno di tale qualità che tutti gli amici suoi son forzati
a diventarli nimici, et i nimici sua a incrudelir moltissimamente
contra di lui, et mai fidarsi di lui, et voler sempre con lui guerra
et non pace. Et oltre a questo, il popolo minuto costì et tutto il
contado se gli provocheranno in eterno contro inimici, et non tanto gli
amici e nimici e ’l popolo contado gli sarà nimico; ma tutto il mondo,
qualunque tale opera leggerà, se gli provocherà in tutto nimicissimo,
perchè così permetterà Dio et la ragione et la propria verità.
Sappiate che, se ci abbocchiamo con qualcuno deputato da cotesto stato,
vi faremo intendere dell’altre cose importantissime, et forse non manco
utile per cotesta repubblica, che le prime nominate; ma sono molte cose
che non si possono et non è bene scriverle, et a bocca, volendo, si
sopperirà. Et ancora vi vogliamo dire che se da pochi giorni in qua, in
qualche cosa ci siamo operati per Piero o in suo favore;[596] sappiate
che tutto s’è fatto per lo meglio et per non capitare male; perchè
qui siamo in preda, et bisognaci mostrar di fuora l’opposito di quello
che habbiamo drento, et se vorrete, i fatti et l’opere nostre tutto vi
manifesteranno.
Notificandovi in tutto che, se non ci riparate, havete l’argomento
in corpo, perchè gli amici sua non si stanno; e da noi se vorrete
ne saprete qualche parte, chi e’ sono et quegli che per lui si
travagliono: et havendone qualcuno certo, come intenderete per le cose
in questa dette; so che siate savissimi, et pensarete che faranno come
le ceriege, che l’una tira l’altra; così l’uno nominerà l’altro. Et se
non ci reparate a questa volta; loro resteranno e voi un dì et presto
ve n’andrete, et forse che non resterete per gl’avelli.
Et sappiate che uno di loro, non voglio per ora nominarlo, ma più volte
gli ho udito dire: che il ritorno loro, alle uccisioni degli huomini,
el 78 non fu nulla; e l’esilio de’ confini fu una piccola favilla di
fuoco, quello del 34, che fè il bisavolo suo, rispetto a quello che, se
e’ ritornono. faranno loro.[597]
Ancora vi faremo intendere il falso contratto della dote
dell’Alfonsina, tutto in che modo sta et dove fu rogato et chi lo fece,
et come lei di sua dote è pagata et non ha a aver niente.
M. Francesco, questa lettera a huomo d’Italia non havrei scritto,
eccetto che a vostra Spettabilità; perchè si ella venisse a notizia a
Piero, o qui s’intendessi, subito capitaremmo male. Pertanto so siate
savio, buono et prudentissimo, et governarete la cosa benissimo, et a
voi ci raccomandiamo.
2.
_Comento sopra la lettera di Lamberto, a dì 4 d’agosto 1497,
constituito alla presentia di tutto il numero degli Otto._[598]
Lamberto di Giovanni dell’Antella, examinato sopra una lettera di sua
mano propria e sua confessione, disse:
Sopra il 1º Cap. della lettera di sua mano disse:
1º Che Giovanni Cambi,[599] nel tempo che il sig. Verginio venne
all’Orsaia,[600] mandò a dire a Mª Alfonsina a Siena, per Luca
Speranzini suo huomo, che a Lucca era ordinato a’ Buonvisi che gli
pagassino ducati 400 in 500; et la detta Mª Alfonsina fece loro una
lettera che gli pagassino a Venturi da Siena. La qual lettera gli dettò
Lamberto,[601] et Mª Alfonsina, disse a Lamberto che questi danari
haveva ordinati Gio. Cambi, et che lui gli haveva mandato detto Luca;
et dice che detti Buonvisi non pagarono detti danari, perchè dissono
averli pagati a Giuliano dei Medici; et così dice Lamberto che Mª
Alfonsina gli disse: il cavallaro è tornato senza danari, perchè erano
suti pagati a Giuliano detto.
Item, dice sopra detto capitolo, che il sopradetto Luca recò lettere
a Madonna Alfonsina a Siena, nel posolino della cavalla, le quali Mª
Alfonsina lesse et referì et le mostrò a Lamberto; che dette lettere
contenevano che Piero sollecitasse lo andare innanzi, et subito le
mandò a Piero che era in campo verso Rapolano. Et il dì seguente
fu portata la risposta a Siena dove il detto l’aspettava, le quali
Mª Alfonsina dissuggellò et lesse et referì a Lamberto, che Piero
rispondeva a Firenze a chi gli aveva scritto, et che diceva: — Padri
miei, voi mi sollecitate che io venga innanzi et io lo farò; ma
desidererei bene intender da voi, se io vengo, quello che voi fareste:
et non gli referì altrimenti a cui lui scrivessi, et la detta lettera
mandò a Firenze per il detto Luca, nel detto posolino.
2º Sopra il IIº Capº disse, che essendo Piero a Galera, che quivi venne
a parlargli dua sconosciuti li quali furono Fantone di Bernardo Fantoni
et Francesco di Domenico Naldini; et non sa quello che insieme si
parlassino, et questo fu adì 10 di maggio 1496.
3º Sopra il IIIº Capº disse, che per ordine di Donato Benci overo della
donna, fu mandato due forzieri pieni di cose sottili, che erano stati
occulti un tempo, et andarono a Orvieto in casa M. Carlo Altoviti,
circa uno anno fa; et Antº di Bernardo del Proposto scrisse a Orvieto,
che detti forzieretti fussino dati al vetturale dell’Alfonsina.
4º Sopra il IVº Capº disse, che quando Bernardo del Nero[602] fu
eletto Gonfaloniere di giustizia, il medesimo dì in domenica, fu
spacciato Ungheretto per staffetta, et il lunedì entrò in Roma in casa
i Medici di Roma dove era Piero, della qual venuta si dimostrò assai
allegrezza. Et dico detto Lamberto, che mandò Bernardo del Fede a
trovar l’Ungheretto, per intender chi l’aveva da Firenze spacciato, et
che lui gli referì che Domenico Alamanni era andato per lui al Canto
alla Paglia et menatolo in casa Lorenzo Tornabuoni,[603] et quivi fu
spacciato; et dice ancora detto Lamberto, che arrivato che fu detto
Ungheretto in casa i Medici detti, subito vi venne Lionardo Bartolini,
et insieme con tutti dimostrò grande allegrezza.
5º Sopra il Vº Capº disse, che Fra Serafino frate di San Gallo fu
spacciato a Piero de’ Medici da Giannozzo Pucci;[604] secondo che gli
disse Fra Michele converso di Certosa, dicendoli che ancora lui era
stato spacciato dal detto Giannozzo.
6º Sopra il VIº Capº disse, che Noferi[605] Tomabuoni portò in casa
Piero de’ Medici a Roma 500 in 600 f. per questa impresa ultima, prima
che Piero venisse a Siena, et gli portò il protonotario di Petrucci a
Siena, per dare al Sig. Silvio Savelli et altri.
7º 8º Sopra il VIIº et VIIIº Capº disse, che da Siena fu spacciato
un famiglio dei Signori di Siena, da Giacopo,[606] il quale venne a
Gio. Cambi et disseli, per parte di detto Giacopo, che gli mandassi un
uomo fidato; et che il detto famiglio portò una lettera cucita nello
staffile. E capitando alla porta a S. Friano, il bastiere che sta fuora
alla porta lo fece passar Arno, et accompagnollo alla loggia de’ Pazzi,
et scavalcò all’hosteria: cavata la lettera dallo staffile, la portò
alla casa di Franceschetto et quivi la dette a una donna che era in
detta casa, et questa lettera fu data la notte del sabato santo.
9º Sopra il IXº Capº disse, che subito che Piero arrivò a Siena per
questa ultima venuta, che Fra Michele converso di Certosa fu mandato
a Firenze, et che parlò a Giannozzo Pucci col contrassegno d’uno
anelluzzo stiacciato, et disseli: — Piero mi disse che io vi dica,
che questo è il suo anello spezzato, et che egli è a Siena a ordine;
— et che Giannozzo li rispose: — Diteli che ne venga presto, che noi
siamo quei medesimi, et che facci quanto per Fra Serafino gli mandai a
dire; — et che tutto questo ha saputo dal detto Fra Michele, et ancora
dice che il detto Giannozzo gli rispose: Noi faremo quello che noi gli
abbiamo fatto intendere per Fra Serafino.
10º Sopra il Xº disse, che il detto Giannozzo mandò a dire a Piero,
che mandassi uno a Furli a trattar con Gio. de’ Medici, perchè si
unirebbono con lui; et mandovvi M. Luigi de’ Rossi: et che questo gli
disse Fra Serafino; et questo ritrasse da Fra Michele da Certosa, che
Giannozzo l’avea mandato.
11º Discorrendo sopra tutti gli altri disse, che il contratto della
dote dell’Alfonsina fu falsamente rogato, et che quello distese ser
Francesco da Pescia et rogollo ser Marco da Bracciano.
12º Item disse, che quando Piero de’ Medici venne con gli Orsini
all’Orsaia, che M. Bernardo Accolti lo servì di f. 200 larghi per
questa impresa: et questo hebbe da Piero de’ Medici proprio et ancora
dall’Alfonsina.
3.
_Copia sopra lo scritto di mano di Lamberto dell’Antella_.[607]
Mag^{ci}. Sig^i. Octo, e prima mi raccomando alle V. S. et pregovi
habbiate misericordia di me; chè la verità è che io sono venuto solo
per fare in favore e bene per questo Stato, et per fare contro a Piero
de Medici; sperando, per le opere mie, da questa Signoria trovare
gratia et misericordia. Et non sono suto mosso da nessuna altra causa
che questa, et che e’ sia vero, vedete che per insino, credo, del mese
di Gennaio passato, cominciai a scrivere a Francesco Valori, sendo
Gonfaloniere, et contro alla casa de Medici; et dipoi subito che fummo
a Siena, scrissi a Piero Corsini et pregalo[608] mi mandasse un fidato
a’ confini, che volevo conferire quanto ho scritto in quella lettera.
Et, non havendo da lui risposta, ch’era de’ X, di poi mi missi a
scrivere a M. Francesco Gualterotti, et scrissigli tre o vero quattro
lettere; pure mi rispose, et io non scrissi da Siena, per sospetto di
non vi capitare male, come ho detto; et presi per partito di scrivere a
Nofri de’ Rossi mio cognato, che venissi a Quercia grossa per conferire
con lui, perchè sapevo era amico del vostro stato: non volse venire,
chè arse la lettera. Veduto non havere altro riparo, et desiderando di
seguire tale opera, mi messi a venire, et mandare con la mia lettera
la donna, questa mattina; che havendo mandato per lei, sperando in Dio
et nella misericordia che ho visto hanno usato questa excelsa Sigª
a molti, credendo trovare da loro gratia et così spero. Ancora per
mia giustificatione voglio dire, s’io fussi suto mandato o venuto per
altro, harei menato altro cavallo che non ho, che non si regge; ma fu
solo mio motivo.
Et perchè hiersera mi fu detto ch’io scrivessi quello sapevo, oltre a
quello che per la lettera si era scritto; così farò.[609]
13º Et primo: a Roma venne, circa a mezzo novembre passato, Domenico
Alamanni; e subito ch’e’ venne si abboccò con Piero e col Cardinale;
durò molti giorni che sempre lui et Nofri Tornabuoni et Lionardo
Bartolini si rinchiudevano col Cardinale et con Piero, et stavansi alle
volte quattro hore o più: quello che si ragionassino o facessino non lo
so, chè tra loro non entrava persona.
14º Di poi, vi capitò Lionardo de Nobili el quale anche tenne una
stretta pratica con Piero et con Ser Antonio da Bibbiena, ch’era quello
che haveva tutti e’ segreti; et quando poi si partì da Roma et parlò
seco, che credo Bernardo del Nero fussi già gonfaloniere di giustizia,
partissi molto segreto: solo lo seppi poi parecchi giorni.
15º Quando Piero de’ Medici si fu partito per venire a Firenze, credo
fussi uno dì poi; sendo in Camera el Cardinale, lei[610] et Lionardo
Bartolini et M. Lodovico et Coppo da Monte Gonzi et io, si venne a
ragionamento di questa cosa di Piero; et ragionato di che gente egli
haveva, io dissi a Mª Alfonsina: e’ si dice che nessuno de’ nostri
Orsini non cavalcano. A che Lionardo Bartolini non lasciò rispondere
et disse: gli è il vero, et ènne cagione che egli hanno mandato un
loro fidato a Firenze a parlare a Bernardo del Nero, et hanno avuta
una risposta che gli ha fatto tirare adietro; e questo si è ch’egli
ha detto, che è buono amico della casa de’ Medici; ma che queste cose
vogliano tempo assai, et ch’e’ bisogna aspettare tempo, et lui sarebbe
sempre buono amico. Et per le parole che disse Lionardo Bartolini, si
dimostrava che ’l mandato degli Orsini fussi stato M. Agnolo da Tiboli
o uno suo fratello.
16º Ancora quando Bernardo del Nero fu tratto gonfaloniere di
giustizia, sendo in Roma Cicognano da Castrocaro, ne faceva gran festa
et a me disse: io son certo che Bernardo è grande amico della casa de
Medici. Domandandogli quello che ne sapeva, mi disse ch’a lui, Bernardo
avea fatto intendere certe cose, per le quali n’era certo; il che a me
non volse dire.
17º In questo tempo che in casa il Cardinale era tanta allegrezza di
questa lectione[611] di Bernardo del Nero e de’ compagni; mi disse
Antonio da Ricasoli, che Piero gli avea detto, che aveva chiaro per
se el Gonfalonieri et tanti de’ compagni, ch’erano abastanza in questo
tempo. Io non gli parlavo a Piero de’ Medici, et era parecchi mesi che
noi non gli avamo mai parlato, et Antonio da Ricasoli sempre cavalcava
seco et sempre era con lui et intendeva qualcosa.
18º Circa a mezzo maggio, mi mostrò l’Alfonsina una lettera che gli
scriveva la madre, et diceva che haveva avuto la sua lettera, et ch’el
libro che la voleva che chiedessi, per sua parte, a Niccolò et Piero
Ridolfi, che non lo aveva fatto; perchè era tempo a serbare gli amici
ad altro che chiedere loro niente: ma che stessi di buona voglia,
perchè presto ci verrebbe lei pel libro da sè. Et secondo mi disse
l’Alfonsina, questo libro è di valuta di più che f. 500 larghi, et
disse che se lo tenevono et da lui[612] non haveano havere niente.
19º In Calendi agosto, fece un anno, sendo a Bolsena Piero malato,
et noi vi stavamo con lui; v’era un contadino d’età di circa 50 anni
et, non sendo lasciato entrare dentro, disse alla guardia, che veniva
a parlare a Piero. Fummi detto et io lo feci venire, et dicendolo a
Piero, haveva la febbre; lui mi disse: intendi chi egli è, et quello
ch’ei vuole. Io lo feci. Disse essere mandato da Agnolo Fortini, et
che Agnolo lo mandava a fare intendere a Piero come era finito el tempo
del suo confine, et ch’e’ poteva tornare in Firenze: ma che non voleva
tornare nè fare altro, se non gnene faceva intendere, et ch’era parato
andare e stare et fare quello che a lui pareva, o voleva. Piero me gli
fece rispondere, che pigliassi quel partito che a lui fossi commodo
et quello che meglio gli metteva; et altro non gli volse rispondere,
che io sappia; et parlò anche con Giulio de’ Medici: credo gli dicessi
quel medesimo che a me. Il detto contadino aveva perduto per via la
berretta, et condussesi quivi sanza nulla in testa.
20º Io ho detto in su quell’altra lettera o examina, ch’ai 10 di
giugno, fecie un anno, che Fantonano e Francesco Naldini andorono
sconosciuti a Bracciano et a Galera, a parlare a Piero: presi errore,
chè fu a dì 10 di maggio, che fu un mese prima.
21º Ancora, Sig^i. Otto, vi dissi iersera ch’io credevo trovare modo
a fare, che Giacopo et Pandolfo Petrucci farebbono insieme quistione
et sarebbe la loro ruina; et questo dico per più ragioni: la prima che
per certi danari (e comprendo siano somma grande) pochi giorni fa, che
il figliuolo maggiore di Iacopo, presente molte persone, ebbe gran
differenza con Pandolfo et vennono a triste parole; da altro canto
Iacopo è grandissimo partigiano di Piero de’ Medici, Pandolfo non è
così; perchè quello ch’e’ fa, lo fa cacciato da Iacopo et per paura, et
disse e’ vorrebbe che Piero tornassi, per assicurarsi lo Stato. Et se
e’ tornassi, sarebbe peggio per sè; perchè io mi sono trovato presente,
che Piero ha promesso al protonotario figlio di Giacopo, che se mai
e’ torna, che al figliuolo di Iacopo soldato, darà quattro squadre di
cavalli; et oltre a di questo, a spesa de’ Fiorentini, a Siena o in su’
confini, terrà sempre gente d’arme assai; e’ quali habbino a ubbidire a
Giacopo, per rispetto di levare lo Stato a Pandolfo et darlo a Giacopo;
et gli ha promesso, se torna, di fare ogni sforzo che potrà, per fare
che Iacopo governi lui, et Pandolfo vadi sotto. Come sanno le S. V.,
Pandolfo oggi è il tutto et ha almanco quattro frategli maggiori di sè;
et Giacopo, che è il maggiore, non può oggi quasi niente et sta male
contento, et io più volte ne l’ho sentito dolere. Se Pandolfo sapessi
questa cosa, credo harebbono poca pace insieme, et a Piero de’ Medici
non darebbe mai più aiuto; et quando questa Signoria volessi, stimo
harebbono da lui ogni buon patto; perchè, come di sopra dico, Piero de’
Medici non gli sodisfà.
22º Quando io venni a Siena questa volta, mi disse Antonio
coltellinaio, che d’agosto passato, che viene a essere ora fa l’anno;
vi venne a casa sua di notte, in Siena, uno, dua volte a vedere s’io
v’ero; et poi intese, che era Lionardo Federighi; quello che si volessi
da me io non lo so, perchè non mi ricordo mai aver parlatogli a’ mia
dì.
23º Intorno a’ fatti ancora di Gio. Cambi, mi disse un Guerrino,
credo sia da Camerino, che ha tolto Piero de’ Medici per maestro del
figliuolo, che dicono è dotto; dissemi haver parlato con Gio. Cambi più
volte in Firenze, et che Giovanni diceva, il bisogno di Piero sarebbe
che 25 o 30 degli amici sua fussino cacciati.
24º A Siena mi ha detto, pochi dì sono, un Girolamo Cinuzzi sanese, che
aspettò Piero a Siena quando e’ venne qui, per fargli intendere cose
a suo gran proposito per ordine del vescovo dei Pazzi: et che lui fece
andare a Siena Antonio de’ Pazzi et accozzossi con Iacopo et Pandolfo.
Poi si partì il detto Antonio de’ Pazzi, che Girolamo Cinuzzi non lo
seppe, chè fu ordine di Giacopo et Pandolfo; non seppe intendere che
ne fussi causa; et dissemi el detto Girolamo Cinuzzi che aveva tale
commissione et ordine, che era la salute di Piero; et che aspettò Piero
a Siena per farglielo intendere, et che Piero non lo volse udire et
dissegli ch’e’ non bisognava. Ancora mi mostrò il detto Girolamo un
comandamento scritto per parte della Signoria, al tempo di Bernardo
del Nero, che durava otto giorni, che era per sua sicurtà; et dissemi:
questo non è fatto, o non si fè senza cagione. Non mi volle dire a che
fine; ma bene mi disse che aveva vòlto il vescovo a riunirsi con Piero,
et vollelo per fratello, in caso che e’ si voleva assicurare che Piero
non fossi loro inimico.
25º La partita nostra di prigione, fu più perchè ci trovavamo in
disordine grandissimo, et quivi sopportavamo spesa assai: solo per
la pigione fiorini uno e mezzo per il mese, et habiavamo assai altri
debiti; e Piero de’ Medici ci mandò a dire, per Antonio coltellinaio
et per il fratello, che noi facessimo ogni cosa per irlo a trovare e
uscire di prigione; et se per uscire bisognava danari, che di ogni
somma ci servirebbe, pure che lo andassimo a trovare; e mandocci a
dire, che se noi n’uscivamo et andavamo a trovarlo, che ben presto
tornerebbomo e lui e noi, che avevano grandissimo ordine di gente a
piè et a cavallo. Et noi per tal cosa ci mettemmo alla ventura; ma la
causa principale ne fu el debito che ci trovavamo et la spesa grande
che avamo addosso; chè se questo none fussi stato, mai haremmo fatto
tal cosa; ma cacciati dall’una e dall’altra, et con speranza che, se
pur si trovava che quello ci aveva mandato a dire Piero non riuscisse,
speravamo che lui nella casa e ne’ benefici del Cardinale, ci havessi a
dare qualche avviamento, che noi potessimo vivere honorevolmente.
26º E anche, vedendo noi che ’l partito, come savamo messi nelle
Stinche, s’era, se n’usciavamo, esser confinati; facemmo quel pensiero,
che se pure havessimo a stare a’ confini, in quel tempo che stessimo
fuori, Piero ci avessi a fare le spese et intanto assettare e’ fatti
nostri et che[613] de’ debiti: se avessimo pensato di havere a essere
ribelli, mai ci saremmo partiti.
27º All’uscita nostra; prima ne volemmo uscire circa a dì otto, et chi
ci aiutava, gli uscì la scala di mano, di modo l’avemmo a tirare dentro
et facemmone molti pezzi, et poi la gettammo in uno necessario che è
in Mallevato:[614] allora ci aiutava Andrea di Giovanni Pelacane, et
Antonio suo fratello, et Santi famiglio di M. Alessandro mio fratello;
et come dico quella volta non riuscì. Dipoi, la seconda volta, questo
Andrea Pelacane et il fratello non se ne vollono travagliare: facemmo
fare la scala e tutto ciò che bisognava, al detto Santi da Pontormo
famiglio di M. Alexandro, e lui solo ci aiutò e così n’uscimmo.
28º Hora, Mag^{ci} Si^i Otto, queste tutte scritte cose, insieme con
quelle della lettera di mia mano, che V. S. hanno scritto sopra tutti
e’ capitoli, è quanto io so et quanto io mi ricordo, tutte vere, et
così troverete.
29º Al presente voglio scrivere la vita et modi e costumi et pensieri
di Piero de’ Medici; ma prima ancora vi voglio dire questo, che se
questa Signoria o questo Stato se lo vuole levare dinanzi, vi credo
dare un modo molto facile; bench’io per me, quando ne avessi a dire mio
parere, conforterei et consiglierei questo Stato che se e’ vogliono in
tutto rovinare la casa de’ Medici, facessino ogni cosa di tenerlo vivo
per le cagioni che udirete. Et prima, se e’ vive, è impossibile che lui
et il Cardinale non habbino presto differentia insieme; et digià, poi
che il Cardinale tornò da Milano, vi sono stati molte volte presso, chè
sono stati più volte a di triste parole; et evvi in casa el Cardinale
qualcuno a chi e’ presta fede, che non attendono ad altrochè mettergli
in discordia. Et è forzato che e’ non possino insieme reggere, perchè
Piero vuole essere il maestro lui, el Cardinale non stima niente, et
qualche volta, presente ogni persona, sanza riguardo nessuno, Piero
a ogni parola del Cardinale s’oppone et dicegli parole che non si
direbbero a uno suo famiglio; et se pure e’ reggono, sarà causa Piero
che mal si potranno rilevare, perchè spende più lui solo che non fanno
tutti. Pure ch’ei possa havere danari et per ogni modo, ne piglia,
pure, che havere ne possa; et come viene danari nessuno al Cardinale,
bisogna ch’e’ n’abbi la parte sua; et siano quanti si vuole, che mai
gli tiene dua giorni addosso che sono giucati; ma non gli giuoca,
anzi gli getta. Et pensate si truovano debito f. 6000 e’ quali sono a
interesse a 20 p. cento, et la spesa grandissima che hanno non possono
reggere; perchè l’entrate loro sono molto indebolite, perchè nessuno di
loro non ha governo; et non spendono fiorino che non costi loro lire
otto, perchè chi gli provede gli fa entrare per l’uscio; et non hanno
più che impegnare, perchè hanno pegno le gioie, gl’arienti disfatti,
et le tappezzerie et cose sottile tutte pegno. Et se la fortuna loro
facesse che un dì el cardinale morisse, che e’ potrebbe esser, ch’è
malsano; Piero si condurrebbe a quello che e’ merita, che morrebbe di
fame.
30º Hora vegnamo al principio della vita, modi e costumi et pensieri
sua. Prima: l’usanza sua si è levarsi del letto a punto a l’hora di
mangiare, et come è levato, fa intendere che provvedimento v’è da
mangiare; se e’ v’è bene provvisto, mangia quivi, ma poche volte;
perchè quasi sempre se ne va a mangiare in casa Sanseverino, dove si
fa con magno piatto. Et non crediate che la sua sia bocca disutile,
perchè a pasto, non lo serve un cappone con qualche altra cosa; del
bere pochi huomini gnene passano, et a questa cosa della gola mette
diligenza. Dipoi il giorno si serra per qualche camera di quegli di San
Severino, dove sia qualche bella cortigiana, et anche ben volentieri
se v’è qualche bello ragazzo, et quivi si sta tutto el giorno a fare
buon tempo; e se vi si giuoca, vi sta più volentieri, maxime quando ha
danari: all’hora della cena pure mangia quivi, perchè per quel conto
v’è buona stanza. Come ha cenato, ha sempre seco qualche huomo di poco
cervello come lui, et vanno fuori parecchie ore della notte a casa le
cortigiane, a menarle a spasso la notte et anche sempre qualche bello
garzone con loro; e tutta la notte si riducono quando in un luogo,
quando in un altro a mangiare, bere, giucare, et fare altre cose
disoneste, pazze et triste; et fate conto di questo, che sempre un’hora
o dua il più, innanzi giorno, torna a casa a stare coll’Alfonsina; ella
poveretta mai non si rallegra che sta fresca.
31º Con lui non è bene nè conditione altre qualità di persone, che
qualche buffone pazzo, o qualche baro giuocatore, o qualche ruffiano.
32º (sic) O qualcuno che gli dia a ’ntendere d’essere gagliardo, pure
che siano huomini che gli menino innanzi cose che sieno secondo il
gusto suo; chè, come di sopra dico, a altro non pensa, se non alla gola
o al giuoco, alla lussuria d’ogni qualità e alle braverie la notte;
benchè lui sia el più vile huomo di Italia. Nessuno huomo da bene o
savio non gli piace.
33º Io gli ho udito dire più volte, che se lui havessi Mariotto
Barbieri e Golpino, non si curerebbe di star fuora; ora egli ha il
Golpino, bench’io credo che lui ne vorrebbe esser digiuno d’esservi
ito, perchè in quella casa pochi giorni vi durano e’ favori, chè ogni
cosa nuova piace loro; et so, che poco tempo fa e’ si trovava a Siena,
a piè et senza un soldo, et se e’ volle tornare a Roma, e’ se ne tornò
a piè; et per vivere, da chi accattò un carlino, da chi un altro. Fu
come di Bino cavallaro, che lo mandarono in tanti viaggi per tutta
Italia, con tanti pericoli che fu molte volte per mettervi la vita, et
di suo spese molti danari: mentre hebbono bisogno di lui non si diceva
altro che Bino; dipoi lo stratiorno come una bestia, di modo quando si
fece quella legge,[615] gli parve mill’anni lasciargli. Così si fusse
ella intesa per me, ch’io non sarei in tanti affanni.
34º El più ingrato huomo non ha tutta Italia: fàgli quanti piaceri
puoi, che lui sempre non ne fa conto nessuno, nè mai harai da lui una
buona parola. Di qualcuna ne voglio dire, et prima: egli hanno quel
frate che dette la cappa al Cardinale,[616] quando e’ si partì di
qui; per suo ristoro, e’ lo tengono peggio che per famiglio, et non ha
niente in dosso, scalzo e gnudo come più volte è suto cacciato di casa;
pure hora gli danno un poco di pane come gli altri famigli. Evvi stato
con lui un altro frate, che Piero gli mandò, più tempo fa, tutti a dua
a recare qui non so che lettere alla Lucretia sua sorella; chè a questo
habbiate avvertenza, che le scrive molto spesso; quello che le lettere
si contengono, io non so, ma so bene che se ne fa conto: et anche
quello altro frate, come non hebbono più bisogno, fu cacciato via. El
povero Buschetto che fu mazziere, che per loro ha avuto tanto male,
l’hanno cacciato più volte; ma lui fa come e’ cani, se Piero lo caccia,
e’ va a trovare Giuliano; e quando Giuliano, e’ va al Cardinale; et per
importitudine pure ha da mangiare. Tutti gli altri servidori vecchi,
pochi o nessuno non hanno; chè gli hanno trattati per modo, che è
bisognato vadino a stare altrove.
35º Un altro servidore haveva Piero, ch’era huomo da bene et haveva
seguitato Piero sempre, che uscì con lui di Firenze, et servivalo
delle credenze, et tagliavagli innanzi, et qualche volta cucinava
per la bocca sua, et vestivalo et spogliavalo; e, oltre a questo, più
volte andò a Roma e a Vinegia e altrove per danari, e arrecò più volte
parecchi migliaia di fiorini per volta, et con tanta fede et amore
lo serviva quanto era possibile: credo V. S. habbino di lui notizia,
che si chiama Francesco Nero lombardo et era di persone da bene. La
remunerazione ch’egli ebbe, fu ch’el suo Ser Piermatteo[617] se lo
rechò a noia, et Piero lo cacciò via vituperosamente, et tolsegli e’
panni et l’armi et ciò ch’egli haveva; et me richiese più volte che
io lo facessi ammazzare a uno mio famiglio: promissigli et fecimene
beffe. Pensate quello che farebbe, se e’ potesse, a quegli che si
tiene diservito, quando chi l’ha servito con tanta fede lo paga di tale
moneta.
36º Quello che gli hanno fatto a mio fratello et a me, per al presente
non ne voglio scrivere, perchè s’harebbe troppo che dire et sono la
maggior parte cose pubbliche; ma non è maraviglia, perchè si diletta di
stratiare gli huomini et maxime le persone da bene; chè quando può fare
qualche male o qualche danno e vergogna, e’ ne ’ngrassa, et molto più
a quegli che l’hanno servito: et fate questa conclusione, che chiunque
lo serve, lui non stima niente il servitio, perchè gli pare che ogni
persona lo debba servire et essergli obrigato per tributo.
37º Hora diremo parte de sua pensieri. Lui non vorrebbe tornare in
Firenze, se non per mezzo de’ potentati; perchè con cittadini non
vorrebbe obrigo, per potere tiranneggiare et fare a suo modo; et che
questo sia, io so che da poi che siamo con lui, da più persone gli è
stato ricordato più volte, ch’e’ sarebbe bene et suo bisogno di posare
et attendere a fare una costumata vita, et far vive le loro entrate,
et stare in pace et con riputatione, et sopratutto mostrare a questa
Signoria di volere essere loro buon figliuolo, et con l’opere et con
scriver loro qualche volta buone lettere, et chieder misericordia
et raccomandarsi: mai n’ha voluto far niente, anzi sempre drieto a’
Vinitiani, al Duca e al Papa che lo hanno uccellato come una bestia
che gli è; et ha havuto fede per mezzo de Sua Orsini. Et se questa via
o modo gli riuscissi o fussi riuscito, la prima cosa ch’e’ vuole si
è, che ser Giovanni[618] ritorni al luogo suo alle riformagioni, et
ser Piero et frategli al suo governo et loro officii et esercitio che
avevano prima, et con più riputatione che mai, come gli tiene hora che
altro bene che loro non vede. Et queste due cose di ser Giovanni et
de’ Bibienesi, farebbe solo perchè sa che a’ nimici et agli amici et
a tutte queste terre non potrebbono più dispiacere; et lui vorrebbe
mostrare, per questa via, a ogni persona, che e’ volessi fare a suo
modo, et non volere consiglio di persona: chè a me et ad altri più
volte l’detto, che mentre ch’ei vive, et maxime se torna a Firenze, che
mai non vuole consiglio di persona; che vuole capitare più presto male
per le mani et consiglio suo, che bene pel consiglio d’altri. Et non
è molto tempo, che sendo lui a Roma in Camera, che v’era el Cardinale
et l’Alfonsina et Lionardo Bartolini et M. Lodovico da S. Miniato
et altri, quivi si ragionava del tornare a Firenze; allora lo pareva
havere in mano dopo qualche ragionamento, et M. Lodovico si volse a
Piero et dissegli: — Voi tornerete a Firenze et farete uno bello stato,
et con uno maturo et buon consiglio di 25 o 30 cittadini farete la
pratica, et con loro consiglio governerete la terra. — Egli fece presto
una breve risposta, che gli fe dua fiche in sul viso, et disse: — Voi
doveresti intendere che io non voglio consiglio di persona. — Come
se costui fussi qualche savia testa, che se e’ governassi el più vil
castello che voi havete, et lo trovassi in pace e ordinato, in manco
d’un mese lo rovinerebbe et metterebegli in discordia.
38º Ma che bisogna di questo dirne più; non se n’è visto prova? Chè
gli rimase el più bello Stato, el meglio fondato di Italia, et in 31
mesi lo perdè et rovinollo; et tutto per le sua bestialità, homicidii,
tirannie et usurperie che e’ faceva; et crediatemi che molto peggio
farebbe se e’ tornassi; chè male per questa povera città et per molti
che ci sono, se e’ ci tornassi, de’ quali qui ne dirò. Prima se e’
tornassi, per forza, fa pensiero spianare queste case:
39º La prima e’ Nelli tutti, e’ Capponi la maggior parte, e’ Nasi
ancora buona parte, e’ Gualterotti, e’ Bardi, Pagolantonio Soderini e
’l figliuolo, e’ Giugni tutti, e’ Corsi tutti, e’ Ruccellai parte, gli
Scarfi, e’ Valori, e’ Pazzi, et degli Albizzi qualcuno, et moltissimi
altri spicciolati et maxime Girolamo Martelli.
40º Et non tanto l’animo et voglia di Piero sopra a questo caso; ma e
’l Cardinale disse a Bolsena, havendo la speranza, per la venuta dello
Imperatore che di già si trovava a Pisa: che se e’ tornavano, del 78
non era stato niente a l’uccisione, el 34 allo exilio dei confini
niente, appresso a quello che farebbono loro; perchè si volevono
assicurare di non esser mai più cacciati. Sì che vedete la loro buona
volontà et dispositione verso questo popolo. Al popolo minuto, in tutto
volevano levare l’arme di mano e torle loro; e qualunche e’ trovassino
che havessi provisto d’arme per far loro contro, punirlo et gastigarlo
per dare exemplo.
41º Di Lorenzo et di Giov. di Pier Francesco[619] fanno pensiero di
avere tutta la loro robba, et dicono che la si appartiene a loro per
certi capi tra Cosimo et Lorenzo vecchio; con questa fanno pensiero di
ringrassarsi; se già non si accordassino con loro.
42º Le entrate del vostro Comune si ritornerebbono negli Orsini et
nel sig. Bartolommeo D’Alviano, chè a tutti fa pensiero dare gran
condotta per ingrassargli et per havergli a suo proposito, et anche
al figliuolo di Jacopo Petrucci quattro squadre di cavagli, e a molti
fanti a piede ha promesso, a chi fare capitano della guardia e a chi
dare gran condotte, maxime a certi conestabili Corsi: pensate a quello
che saresti condotti in mano de’ Corsi, chè le vostre robe et case in
Firenze e in contado non sarebbon sicure, sotto cento chiavi, alle loro
mani!
43º Sappiate che la sua venuta, hora ultimamente, e’ poteva nel modo
ch’e’ venne, venire un mese prima, et con quella gente medesima, che
furno circa 1300 persone tra piè et a cavallo. Ma non volse venire,
prima perchè stette a bada et a speranza da’ Venitiani che l’havessino
a servire di gente a piè et a cavallo, et di danari; chè Ser Piero
tutto giorno scriveva di Vinegia, che e’ farebbono gran cose, benchè
Piero anche teneva pratiche grande col Papa, et al Duca, secondo si
vedeva che con forza voleva venire, per entrare come signore et non
come cittadino, per potere tiranneggiare a suo modo.
44º Et come sanno le V. S., Piero haveva fatto trarre fuori una boce
cheaveva migliaia di mogge di grano da’ Sanesi; sappiate ch’e’ non dice
la verità, perchè e’ Sanesi non havevono per loro, et se e’ non fussi
stato che dopo molti giorni che Piero venne qui, e’ venne una nave nel
porto di Talomona, che ne rechò parecchie centinaia di moggia, e’ si
morivono di fame. Et fatiche grandi gli fu, avere da loro tanto pane
che bastassi alla gente che haveva, tre dì; et se c’entrava dentro, ci
affamava affatto, perchè ci sarebbe piovuto tutto il mondo di gente, et
questo è il grano che e’ n’arebbe dato: chè sappiate che infra l’altre
sue virtù, rade volte dice uno vero, et non se gli può credere cosa
ch’e’ dica.
45º Ancora voglio fare intendere l’altre sue virtù. Sappiate che con
grandissima istantia richiese M. Alexandro mio fratello, che voleva
che traessimo veleno di bòtte,[620] quello che se ne volessi far non lo
so, ma M. Alexandro lo tenne a bada con dire che volevono essere bòtte
grosse, et quivi non era se non d’acqua, et lui gli disse che quelle
dell’acqua non erano buone.
46º E un’altra bella cosa: lo richiese che voleva ch’e’ facessino le
monete false et d’archimie. M. Alexandro gli disse, che sapeva fare
un ariento che era a 4 leghe et a ogni paragone si mostrava a 7, et
reggeva al martello et al fuoco et al dorare e a ogni altra cosa,
excetto che al cimento. E’ v’entrò su, et per ogni modo voleva fare
monete false; M. Alexandro lo trastullò tanto che gli uscì quella
fantasia: vedete che uomo da governare una città come questa!
47º Hora io voglio fare questa conclusione de’ fatti sua: egli non
ha cervello anzi è pazzo, et non ha danari se non debito, et non ha
riputatione, chè per tutto s’è fatto scorgere, et non ha amici perchè
qualunche lo pratica gli diventa nimico, et non ha credito perchè
pubblicamente è fallito; sicchè V. S. sanno che conto hanno a tenere
pubblicamente de’ fatti sua.
48.º Magn. Signori mia, quanto qui è scritto, tutto sono cose verissime
et certe, et così tutte quelle per via della lettera, et che da me
per ogni modo avete inteso; di niente manco, et credo che per quanto
qui ho scritto, giustificare V. S. che io in eterno sono et voglio
essere nimico capitale di Piero de’ Medici; che quanto non fussi mai
altro che questo tra noi, mai più non può essere se non guerra; et in
questo luogo sono, solo perchè venni nei terreni vostri, per fargli
male et per fare et per operare bene per questa repubblica e stato, chè
così è giusto. Adunque, Magnifici Signori, mi raccomando a V. S. et
vi prego habbiate misericordia di me, et che questa volta sia quella
che si verifichi quello che per tutta Italia si dice, che questa è la
casa della misericordia et che in tutto ci si vive ecclesiastico et
cattolicamente. Et però imitate l’opere del Nostro Signore, che San
Paolo lo perseguitò tanto, et subito che tornò a penitentia, lo prese
et perdonògli et amollo grandemente, et fu poi tanto gran servo et
tanto augumentò la fede. Ancora so che Cristo dice nel Vangelo, che si
fa più festa in paradiso, d’uno peccatore che torni a penitenza, che di
99 giusti che si salvino. Ancora so che dice nel Vangelo, che subito
ch’el peccatore torna a penitenza, Dio gli perdona, et non tanto gli
perdona, ma si dimentica e’ sua peccati.
49º Et però di nuovo, M. S. mia, vi voglio pregare; da poi che il
nostro Signore Iesù Christo così volentieri perdona, vi prego che
perdoniate a me; acciocchè lui nella vostra fine perdoni et habbi
misericordia di voi; et come più volte ho detto a V. S. et mostro
per più ragioni certissime, è horamai un anno appresso che[621] ci
convertimmo in tutto alla vostra fede, che ci partimmo da Piero de
Medici. Adunque, se siamo tornati a penitentia, è giusto ci sieno
rimessi e’ peccati; et se io sono venuto nel modo che io sono, n’è
stato causa le cagioni più volte dette et la confidanza che ho havuto
nella misericordia vostra, la quale, io so, havete usata a quegli che
io non sono in peggiore grado di loro.
50º Ancora vi voglio dire questo, che io ero in tutto disposto, che se
altro riparo non trovavo, di montare uno dì a cavallo, et venirmene
diritto a smontare alla porta del Palazzo et gittarmi nelle braccia
vostre et riferirvi tutto quello che vi ho riferito.
51º Benchè io sia presuntuoso, ricorrerò alle V. S. a chiedervi una
gratia; et questo si è, che ’l mio povero fratello che si truova a
Siena è infermo et è là in grandissimo pericolo, perchè diranno che
io mi sia fatto pigliare in pruova; che si trovassi qualche via o
modo, per via di salvo condotto, farlo segretamente levare, et lui v’è
fedelissimo servidore et nimico più di me di Piero, che non si può dire
più là. Certificandovi che quello ho scritto a ogni richiesta delle V.
S., lui lo scriverà et affermerà tutto essere vero; chè lo amore della
patria et la verità ci farebbe fare ogni nostra possa e gran cosa, per
salvare questa nella quale noi desideriamo questo resto della nostra
vita vivere et morire.
52º Sommi tornate a memoria dua altre cose che io voglio fare
intendere. La prima, che quando Piero faceva el provvedimento de’
danari, per venire qui a questa ultima impresa; Lionardo Bartolini
venne qui, un dì dopo mangiare, a lui, in camera, che io v’era; et lui
haveva havuto un poco di terzana et stavasi in sul letto, et Lionardo
gli parlò allo orecchio; et subito si gittò del letto et andonne in
camera del cardinale, che à sotto la sua; et io stetti un pezzo, et
venendomi voglia d’andarmene, presi la via della camera del Cardinale,
non sapiendo che Piero vi fussi: egli era quivi, et con lui al segreto
Michele del Becchuto. Quando Piero mi vidde, bollì ch’io l’avessi
visto; quello si facessino non so, ma stimo fussi per provedere a’
danari; ma per male hebbono ch’io lo vedessi.
53º Quando fummo presi a Siena, ch’eravamo in guardia di Ser Girolamo
del Dalphino, a stanza[622] di Piero come è detto; venne a Siena uno
Pratese che gli era suto tolto una mula et menatala, la qual mula ser
Girolamo l’haveva comperata et[623] buona derrata. Tornò uno dì nella
guardia dove eravamo, et era tutto mal contento; dimandandogli che
haveva, disse: mi bisogna rendere la mula, perchè è venuta una lettera
a Pandolfo da Pier Giovanni da Ricasoli, et Pandolfo vuole che io la
renda anche io. Gli dissi: oh! Piergiovanni è amico di Pandolfo? Lui
disse: da qualche dì in qua, sì; perchè nella impresa di Piero si portò
molto bene, ch’era commessario alla Castellina.
XXXIV.
(Lib. IV, cap. II.)
_Deliberazioni della Signoria circa il predicare nel giorno
dell’Ascensione_.[624]
1.
Die III Maij, 1497.
Item dicti Domini simul adunati etc. Obtento partito secundum
ordinamenta et omnibus servatis etc.; advertentes ad publicam
utilitatem et ad negocia occurrentia pro conservatione pacifici status
comunis Florentiæ; et advertentes etiam qualiter estas et tempus
estivum appropinquatur, et quod congregatio personarum posset inferre
periculum morbi, et pro obviando peste, et aliis iustis causis moti
etc.
Deliberaverunt quod in Civitate Florentiæ et in quacumque ecclesia
eiusdem civitatis, unicuique religioso et alijs ad quos pertinet,
liceat predicare et predicam suam exponere, modis et formis et prout
decet, et permictentes secundum sacros canones et sanctam ecclesiam
Dei; et hoc solum et dumtaxat per totam diem crastinam, quæ est dies
Ascensionis Domini et quarta presentis mensis maij, et non ultra
vel aliter quoquo modo. Declarantes insuper, quod elapsa dicta die
crastina, videlicet quarta presentis mensis maij, nequeat aliqua
persona cuiuscumque gradus vel qualitatis existat, nec religiosus
vel aliquis alius, aliquo modo, via vel forma, in dicta civitate
Florentiæ predicare et predicam vel sermones aliquos facere publice,
sine eorum expressa licentia, sub pena eorum indignatione. Et insuper
declaraverunt omnibus ad quos pertineret modo aliquo, quod omnia et
singula scanna et panche et panchette et alia similia, quæ essent vel
esse reperientur in aliqua ecclesia dictæ civitatis, posita vel facta
pro audiendo predicare etc., predictas debeant, post predicam cras
fiendam, immediate removeri; adeo quod per totam diem quintam presentis
mensis maij disgonbrentur, ad effectum ut supra eis dictæ predicationes
audiri non possint, et quod amplius durante eorum officio, non
predicetur sine licentia, ut supra. Mandantes etc.
Die 6. dicti mensis, Dominicus Donnini mazerius etc., retulit predicta
notificasse ecclesijs et presidentibus ecclesiæ sancti Spiritus et
sanctæ Mariæ del Carmino et sanctæ Felicitatis, et Tomasius Joannis
mazerius retulit predicta notificasse ecclesijs et presidentibus
ecclesiae sancti Petri maioris et sanctæ Reparatæ et sanctae Mariae
servorum et sancti Marci et santi Laurentij de Florentia.
2.
Dicta die III Maij, 1497.
Item dicti domini simul adunati etc.; obtento inter eos partito per
omnes novem eorum fabas nigras, et omnibus servatis etc. Quia ad eorum
aures pervenit, quod in eorum civitate et territorio factæ fuerunt
mulctæ, ut dicitur scommesse, per nonnullos, utrum predicabitur cras in
dicta civitate nec ne, contra formam legis et bonos mores; ideo, dictis
et alijs iustis causis moti etc., omni meliori modo etc., declaraverunt
etc.: dictas, ut vulgo dicitur, scommesse et seu pignora, ut supra
dicitur, factas non valuisse et non valere modo aliquo. Mandantes ex
nunc per partes quæ sic fecissent, reducendas esse et sic reduxerunt
dictas scommissas et pignora in pristinum statum et prout erant ante
predictas scommissas et ac si factæ non essent, et quod hic cedant in
augmentum aliarum legum de materia disponentium. Mandantes etc.
Item dicti domini simul adunati etc., obtento inter eos partito per
omnes novem eorum fabas nigras et omnibus servatis etc.; deliberaverunt
et mandaverunt, quod nullus cuiuscumque qualitatis audeat vel prosumat,
modo aliquo, per se vel alium, vel sub aliquo quesito colore impedire,
dicto vel facto aut opera, aliquem cras predicament, aut aliquem
religiosum, quod cras non predicet publice in quibuscumque ecclesia
dictæ civitatis cuiuscumque qualitatis, aut removere scanna vel panchas
seu panchettas etc., sub pena eorum indignatione. Mandantes etc.
XXXV.
(Lib. IV, Cap. II.)
_Lettera che racconta il fatto avvenuto nel giorno
dell’Ascensione_.[625]
Jesus. Al nome di Dio, addì 4 di maggio 1497.
Charo in luogo di fratello etc. Dipoi ti partisti non ho tua, simile
non to scripto per non essere accaduto, e questa solo avisarti come
stamani a ore 12 in circa è suto per ire sottosopra Firenze; e questo
fu che fu battuto un tamburo, ancora mentre si predicava in Santa
Maria Delfiore 2 o 3 volte, e dicesi fu umfratello di quel Decti
che è confinato. Intendi che predicava frate Ieronimo, e a quel
romore si levò tutto il popolo e cominciò a fuggire, e di quelli più
ferventi insieme col frate incominciarono a gridare: misericordia!
alzando suso certe croce d’ottone co’ crocifissi, e così le donne
alta voce: misericordia! E a questo romore Bert.[626] Giugni, che de
gl’Otto nuovi, andò in chiesa per attutare il popolo, e fu per essere
tagliato a pezzi da quelli di Fra Girolamo. E molti di detti frateschi
andorono nella via del Cocomero, di numero circa 60, e uscirono
tutti dipoi fuori, con arma in aste, di casa Piero Franc. Tozinghi
e del ricco Cambi; e venendo contro a Fra Girolamo per aiutarlo, di
quelli erano con lui cominciarono a temere e a fugire. Pure non seguì
altro; condussonlo a San Marco e entrato drento gridavano: viva Frate
Girolamo signore. In modo qui è come una spilonca di ladri, e otti
una grande invidia, che dubito fra pochi dì ci si farà tanto sangue
che mal qualcuno; e stanotte si dice era ordinata una congrega di
circa quattrocento armati e aveano circa 50 scure, colle quali aveano
a rompere le porte di Santa Maria Delfiore e gittare in terra il
pergamo, e per negligentia di qualcuno che non si svegliò delle parti,
cioè de’ capi, non si fè. Pure quelli vi si trovarono ne ruppono una
e inbrattorono co più brutture il pergamo, e chi dice fu avvelenato;
pur scoperto questo abuonora, si nettò e per tutto si ripiallò di
nuovo. Non è suto altro: ragunoronsi gl’Otto e altro non è partorito;
che ànno preso troppo grande animo manimettere gl’Otto. Dio voglia
che ben vadia! Per questa non dirò altro, per non avere tempo; che è
suto mandato per me, e l’animo mio, so losai, quanto sia di servirti;
e pertanto, achadendoti cosa alcuna di dì o di notte, o in persona
o altrimenti, comandami; e quando vuoi vengha costì, mene avisa, che
sempre sarò parato ubidirti. Vale e me ama. Tuus
IO. DE BOROMEO. Florentiæ.
XXXVI.
(Vol. II, pag. 26.)
_Breve, in cui viene scomunicato il Savonarola_.[627]
Dilecti Figliuoli, salute et apostolica beneditione. Conciosia che
spesse volte et da più persone degne di fede, et docti huomini tanto
ecclesiastichi quanto secolari, in diversi tempi abbiamo inteso un
certo Fra Girolamo Savonarola Ferrarese, dell’ordine de’ Predicatori,
et alpresente, come si dice, Vicario di San Marcho di Firenze, avere
seminato certa pernitiosa doctrina nella città di Firenze, in scandolo,
iactura et pernitie delle semplice anime col pretioso sanghue di Cristo
ricomperate: il che certo non sanza grande dispiacere dell’animo
nostro abbiamo udito. Ma perchè speravamo lui enbreve, conosciuto
l’error suo, doversi ritrare da la pericolosa vita, et con vera
semplicità di cuore a Cristo et alla Sancta Chiesa umilmente e con
debita obedientia tornare; con nostre lettere, in forma di brieve,
al decto Fra Girolamo in virtù d’obedientia sancta comandamo che
venisse a noi et schusassisi di certi errori contro a lui adducti;
et observassi alchune cose le quale gli comandavamo che al tutto di
predicare cessassi: alle quali cose non volle obedire. Et noi, mossi da
buoni rispetti, noi più benignamente seco portandoci che forse la cosa
non arebbe richiesto, certe excusationi per lui addutte accettamo. Et
sostenemo la inobedientia sua nel perseverare nel predichare, contro
la prohibitione nostra; expectando per la nostra clementia lui dovere
alla retta via della obedientia convertirsi. Il che, persistendo lui
nella sua durezza, altrimenti succedendo, con altre lettere comandamo,
nostre in forma di breve, data adì VII di novembre nell’anno quinto
del nostro pontificato; gli comandamo in virtù di sancta obedientia e
sotto pena d’excomunicatione di lata sententia ipso facto incurrenda,
che obedissi nell’unire el convento di San Marcho di Firenze a una
certa nuova congregatione chiamata della provincia romana et toschana,
nuovamente per noi creata et instituta. Il che non è facto, nè voluto
in nessuno modo obedire alle nostre lettere, dispregiando la censura
ecclcsiasticha nella quale esso facto incorse, et continuamente con
pertinacia et dapnatione persevera. Per la quale cosa noi, volendo
dare oportuni rimedi per la salute dell’anime costì, alle quali siamo
tenuti pel debito dell’uffitio pastorale a noi iniuncto; acciocchè
el sanghue di quelle nelle mani nostre nel dì del Giudicio non sia
ricerchato: ad voi et a ogniuno di voi, in virtù di sancta obedientia,
sotto pena d’excomunicatione di lata sententia, comandiamo et mandiamo,
che nelle vostre chiese ne’ dì festivi, quando la moltitudine del
popolo sarà presente, dichiarate et pronuntiate il decto frate Girolamo
excomunicato, et per excomunicato doversi tenere da ognuno; perchè alle
appostoliche monitioni nostre et comandamenti non è obedito. Et sotto
simile pena d’excomunicatione admoniate tutti, et ciaschuni maschi et
femine, tanto clerici quanto secolari, tanto preti quanto religiosi
di qualunche ordine et in qualunche ecclesiastica degnità costituta,
che el decto fra Girolamo excomunicato et sospecto d’eresia al tutto
schifino nè seco conversino, parlino, nè nelle sue predicationi delle
quali lo abbiamo interdicto, (_o_) in qualunche altro modo lodino; nè a
lui aiuto et favore directamente o indirectamente prestino in qualunche
modo; nè vadino a’ luoghi, a’ monisteri dove esso abitassi. Comandando
a voi et a ogniuno di voi, che al dilecto figliuolo Giovanni Victori
da Camerino, professore della sacra theologia, familiare et comesario
nostro, in tutte le cose che a incontro al predetto fra Girolamo
abbiamo commesso et comandato, aiutate et obediate secondo che da lui
sarete richiesti.
Data Rome appresso a Sam Piero, sotto l’anello del pescatore.
Die XII Mai M.CCCC.LXXXXIIIX.
Pontificatus nostri anno quinto.
B. BLONDUS.
XXXVII.
(Vol. II. pag. 34.)
_Due sottoscrizioni dei frati di S. Marco e dei cittadini, in difesa
del Savonarola_.[628]
1.
Beatissime Pater, post pedum oscula beatorum. Havendo noi inteso,
dopo le nostre lettere scritte a vostra Santità, da alcuni della
nostra città che poco temono Dio, quella essere stata sinistramente
informata et irritata contro al nostro Padre fra Hieronimo, per haver
loro scritto alla S. V. la dottrina di detto fra Hieronimo essere
repugnante alla dottrina evangelica, et al ben comune della detta
città, et che la residenza sua nella città è la ruina di essa, et altre
cose false et inique; per maggior chiarezza n’è parso della verità
e giustificazione dell’innocenza sua, (_dar_) piena testificazione
a quella, come la dottrina di esso fra Hieronimo è stata la salute
di questa città spirituale et corporale, secondo per le opere
manifestamente appare, così in detta città come nelli conventi nostri,
dove per le sue predicazioni e esortazioni è introdotto il vero vivere
cristiano; e sempre ha esortato e non cessa di esortare alla legge
evangelica e alla vera pace tutti gli uomini, i quali se seguitassero
tutto quello che lui predica, saria beata questa città. E di questo
ne restiamo testimonii tutti noi che siamo più di 250 frati, la più
parte della terra, li quali ognora conversiamo con lui; et essendo
pur di noi qualche cognizione et esperienza, et avendo abbandonato il
mondo per servire a Dio, non creda la S. V. che volessimo sostenere
o defendere un forestiero, se non fussimo certi della vita et bontà
sua: vedendosi certamente la mano di Dio esser con lui, e che il suo
stare e predicare nella città è la salute di quella, et augumento della
religione cristiana, come appare per molti uomini prudenti e letterati
e d’estimazione, convertiti per lui alla religione, e che continuamente
si convertono, che vivono sotto l’ombra sua crescendo in perfezione di
vita e di dottrina; per tal modo che in breve tempo speriamo che abbino
a far gran frutto nella Chiesa di Dio. E se il testimonio nostro non è
accetto, a maggior certezza abbiamo fatto sottoscrivere molti cittadini
nobili e buoni della città; acciocchè la S. V. intenda che Ella è stata
male informata di queste cose da chi non ha il timor di Dio; e quando
Lei ne vorrà più di questi, saremo apparecchiati a darne non solo molte
centinaia ma migliaia. Preghiamo dunque V. S. che si degni revocare le
censure fatte contro detto fra Hieronimo, e favorirlo in questa opera,
perchè certo ne averà merito appresso Dio e a questa città: massime a
quelli che hanno voglia di ben vivere, fia cosa gratissima, essendosi
molti contristati di simile scomunica; e noi pregheremo di continuo per
lo stato di V. S. alla quale umilmente ci raccomandiamo. Ex conventu S.
Marci.
2.
Beatissime Pater. Noi cittadini infrascritti, a corroborazione delle
soprascritte cose a V. S. per li detti religiosi e venerandi Padri
esposte e narrate; attestiamo esser la vera e sincera et indubitata
verità, che la dottrina del detto P. fra Hieronimo nella nostra città
predetta non è la destruzione, ma la vera salute e pace. Per la qual
cosa con ogni debita umiltà premessa, preghiamo V. S. si degni il detto
Padre dalle dette censure liberare, come li soprascritti religiosi e
venerabili Padri pietosamente a quella hanno supplicato: il che, per
la sua solita clemenza facendo, siamo certissimi non solo la gloria
e onore di Dio e di V. S. dover resultar; ma la salute spirituale e
corporale con l’universal pace, e vera unione della città nostra.
I nomi de’ quali cittadini che tali cose attestano e confermano per al
presente, di loro propria mano, in presenza di noi sottoscritti sono
questi, cioè:
(Seguono le firme di più di 350 cittadini.)
XXXVIII.
(Lib. IV, cap. III.)
_Bullettino per la esecuzione dei cinque cittadini che congiurarono,
onde rimettere in Firenze Piero de’ Medici_.[629]
Die XVII mensis Augusti 1497.
Magnifici et Excelsi domini D. P. L.[630] et Vexillifer iustitiæ populi
florentini simul congregati in sala Consilij, servatis servandis etc.,
precipiunt et mandant vobis Octo viris custodiæ et baliæ civitatis
Florentiæ; quatenus, attentis et consideratis consilijs et relationibus
factis et relatis hodie per cives congregatos ad praticam, simul cum
ipsis Dominis et colleges Decemviris baliæ, et aliis magistratibus et
consiliarijs Consilij octuaginta virorum, et aliis civibus arrotis;
faciatis et exequimini ius et justitiam super delictis commissis et
perpetratis per infrascriptos cives florentinos et quemlibet eorum,
videlicet:
Bernardum del Nero Filippi del Nero,
Nicolaum Aloysij de Ridolfis,
Joannem Bernardi de Cambis,
Giannozium Antonij de Puccis, et Laurentium Joannis de Tornabuonis etc.
Mandantes etc.
Item postea, statim in alio partito, sic presentibus ipsis Octo viris
baliæ, deliberatus fuit per dictos Dominos alius bullettinus eiusdem
tenoris, paucis mutatis vel additis, cuius tenor est infrascriptus, per
quem in sententia dictorum Octo super bullettinus, postea fuerit per
ipsorum notarium insectus, videlicet:
Magnifici et Excelsi Domini Domini P. L. et Vexillifer Justitiæ populi
florentini, simul congregati in sala Consilij, et servatis servandis
etc., obtempto inter se partito ad fabas nigras et albas, secundum
ordinamenta, et omni meliori modo etc.; percipiunt et mandant vobis
Octo viris custodiæ et baliæ civitatis Florentiae: quatenus, attentis
et consideratis infrascriptis consilijs et relationibus, factis et
relatis hodie per infrascriptos magistratus et cives ad infrascriptam
practicam congregatos, vobiscum et simul cum ipsis dominis Prioribus,
super processibus infrascriptorum quinque civium florentinorum et
super omnibus et singulis in eis contentis; et visis approbationibus
et confirmationibus factis generaliter et particulariter de predictis
consilijs et relationibus, per infrascriptos magistratus et cives
prout infra dicetur; et omnibus diligenter consideratis, faciatis et
exequimini ius et iustitiam super delictis commissis et perpetratis,
per dictos et infrascriptos quinque cives florentinos et quemlibet
eorum videlicet:
Bernardino del Nero Filippi del Nero.
Nicolaum Aloysij de Ridolfis.
Joannem Bernardi de Cambis.
Giannozium Antonij de Puccijs, et Laurentium Joannis de Tornabuonis etc.
Mandantes etc.
Consilia vero et relationes dictorum civium et magistratuum, de quibus
in dicto bullettino supra fit mentio, et approbationes de predictis
consilijs factæ per quemlibet ipsorum magistratuum et civium, et
nomina cuiuslibet eorum, scripta sunt in filza causarum appellationum,
existente in cancelleria notarii Dominorum manus ser Andreæ Romuli
Laurentij et Mei notarij infrascripti.
XXXIX.
(Vol. II, pag. 52.)
_Minuta di due lettere della Signoria all’ambasciatore in Roma_.[631]
1.
Die X Augusti 1497: Alexandro Braccio, Romæ.
Per altra vi demo notitia della captura di Lamberto dell’Antella,
la quale ha causato che pure si è scoperta la radice di qualche
maligno humore in persone da non poter perseguire; finalmente[632]
altro che vani effecti, dove intervengono pochi huomini di qualità.
Et non dimanco, saria inesplicabile a narrarvi con quanta unione
et buona volontà si proceda per questi magistrati a chi specta, et
altri cittadini sopracciò deputati allo examine et investigazione
trita di ogni cosa; sanza havere alcun respecto ad altro, che a
resecare dove sia mancamento, et portare buona et evidente securità
alla conservatione della nostra libertà et dignità pubblica: et si va
con tale ordine che indubitatamente si spera ne habbi ad sortire un
iudicio generoso, giusto et maturo. Ecci parso darvi questa notitia per
ogni respecto, et maxime per vostra notitia et consolatione; a fine
che, se cosa alcuna vi fossi portata fuor della verità (come spesso
interviene), voi possiate stare con l’animo interamente quieto: come
veramente potete et havete a stare, perchè se mai fu repubblica unita
et disposta alli sopraddecti effecti, et ad conservarsi immune da ogni
specie di tyrannide, non che da quella che sarebbe manifesta; questa
è epsa. Et non si è visto un minimo cenno in contrario di nessuno, per
cosa che insino a qui si sia havuta a fare, nè si vede segno alcuno che
altrimenti habbia a succedere.
2.
Die XXI Augusti 1497: Alexandro Braccio, Romæ.
Poichè vi scrivemo a dì 15, per staffetta habbiamo avuto tutte
le vostre lettere, che l’ultima è de 18, et molto vi commendiamo
della diligentia vostra in ogni parte; et sebbene voi potete havere
desiderato più spesso nostre lettere, havete solo a tribuir la
dilatione a essere stati parecchi dì in non piccola occupatione:
prima nelle examine, et poi nel iudicar con iustitia et dignità
pubblica, et finalmente nella resolutione circa la executione da
farsi, di questi parricidi et perfidi nostri cittadini. Perchè, se
ben mai è caduta in alcuno una minima discrepantia, che ne sarebbe lo
effecto conveniente,[633] come per altre vi s’è scripto; nondimeno,
procedendosi in questa repubblica con gravità, et secondo li modi
che civilmente si debbe; et volendo intorno a ciò, non solamente
il consiglio et parere, ma lo assenso per expresso di moltissimi
magistrati et cittadini, e pur bisogna consumarvi qualche tempo.
Pure questa sera, per gratia dell’altissimo Dio, s’è concluso molto
unitamente, et con grandissimo animo et promptissima volontà di numero
grande di Magistrati et cittadini, ut supra, et erano circa a 200:
che si metta ad executione la sententia, quale a dì 17 del presente
fu, eodem modo promulgata, contra Bernardo del Nero, Niccolò Ridolfi,
Giovanni Cambi, Giannozzo Pucci et Lorenzo Tornabuoni, capi et autori
dello errore, di perder la vita et la roba, et così è successo. Di
che speriamo la nostra repubblica haver immortale obbligo a Dio; per
havere passato questo pericolo imminente alla libertà, per la avaritia,
ambitione et perfidia di quegli soli scelesti et dolorosi[634]
cittadini; et che[635] avere purgato simile humore, si starà gran pezzo
in buona valetudine: et maxime la brigata è tutta inanimata a invigilar
et extirpar qualunche simile tristo rampollo si vedessi surgere, et
questo popolo non potrà più restare contento.[636] Et, come per altra
vi si dixe, state sicuro che qui non è huomo che non sia di optima
dispositione, et insino alli propri coniuncti sono stati sollecitatori
che la iustitia si faccia. Sappiamo che la S. di N. S., come amatore
et padre clementissimo di questa repubblica, harà piacere d’intendere
questo successo; epperò habbiamo voluto darvi la presente notitia,
perchè, volendo, lo possiate conferire a S. S. e a tutti gli altri
amici nostri in cotesta corte.
Siamo a hore VII di nocte, et in questo punto s’è finita la executione
della iustitia sopra decta. Dio habbia havuta misericordia di quelle
anime, che veramente, havendo voluto tradir la patria, ne hanno
bisogno. Et per non tardar la staffecta, rimetteremo a rispondervi per
un’altra, all’altra parte della lettera vostra.
XL.
_Minuta di una lettera della Repubblica Veneziana all’ambasciatore in
Roma, circa le cose di Piero de’ Medici_.[637]
Die IV Aprilis, 1498.
Quod Nuntio Mag. Petri de Medicis dicatur et respondeatur in hunc modum.
Domine Petre: le lettere ne havete monstrate del Rev. Card. et Magnif.
Pietro, a vui directive, insieme cum le scripte da Fiorenza, ne hanno
dichiarito el novo pensier de quelli amici de casa de Medici; sopra
el qual, per laffectione portamo al dicto Mag. Pietro, volemo farvi
intender quanto ne occorre, et cum brevità, secundo el nostro costume.
La dispositione nostra amorevole et optima verso casa de Medici,
credemo la experientia dele cosse passate haver possuto demonstrar,
et più cum effecti cha cum parole; in modo che, si come la expulsione
del Magnif. Pietro ne fu molestissima, cussì continuamente havemo
desyderato et procurato el suo ritorno: il che, piui che mai,
vossamo fusse al presente, sapendo l’amore el porta a la Sig. nostra.
Ricordano i soi amici,[638] che per nuy, cum le forze nostre, o sole
o accompagnate, el sia reponuto in casa; circa il che nuy vi diremo
ingenuamente la nostra opinione. Pare a nuy, che quando se prehendesse
per la Sign. nostra tale impresa, questo senza dubio produria molte
difficultà, opposite da tutti quelli che troppo attendeno a le sue
particular passione; immo tegnimo, che la cossa se riduria piui facile
et factibele, quando da altri non fusse deprhensa[639] la intention
nostra. Confortamo, però, el Rev. Card. et el Mag. Pietro, che cum
la solita sua prudentia et dexterità, voglino proponer et praticar la
cossa cum la Santità del pontefice, et cercar de tirar la Beatitudine
soa a questa via, cum quelli mezzi li apparerano sijno expedienti;
perchè, ritrovandose Fiorenza neli termini la è al presente, credemo,
in molti casi; non meno opererieno le lettere cum dexterità, cha le
forze cum le arme, come fano mentione le lettere per vui presentate.
Et a ciò chel Mag. Pietro cognossi ben el desyderio nostro de la sua
restitutione: da mò li dechiarimo, ad la secunda parte proponeno li soi
amici, che quando Pisani habino ad esser ne la libertà, ne esta scripto
et ben veduti, acarezati et honorati, sì che in questo non se habi ad
aver alcuna dubitatione; et insieme, che nuy siamo cauti de dover haver
le spese per nuy facte ne la defension de Pisa, come offeriscono quelli
amici vostri. Stanti fermi questi doi presuppositi, nuy se adaptessamo
ad ogni altra cossa fusse conveniente.[640]
Ne havemo dicto molto largamente el concepto del cuor nostro; et però
sia tenuto el tuto per vui secretissimo, et confortate in nostro nome
el Reverend. Card. et el Magnif. Pietro, ai quali scriverete el tutto
secretissimamente in zifra, che facino el medesimo: mettendo questo
sentimento nostro in constructo et proposito de le cose sue.
De parte 134
De non. 36
Non sync.[641] 7
XLI.
(Vol. II, pag. 87.)
_Lettera di un Anonimo, circa alcune prediche fatte da frà Mariano da
Gennazzano, in Roma_.[642]
Amantissime etc. Depoi che voi non mi avete atenuta la promessa,
di tenermi raghuagliato delle prediche di Frate Jeronimo; voglio in
parte, sotto brevità, farvi intendere quello che à detto Frate Mariano
contro al prefato Frate Jeronimo. La domenica della settuagesima
chominciò ad esporre lepistole di San Pagholo ad Efesios, e disse
chome gli Efesij furono sempre chostanti e fermi in osservare quanto
della fede avevano udito predicare da Paulo, nonostante che dopo San
Paulo fussino tentati da falsi predicatori lasciare la dottrina di S.
Paulo: _Secus fecerunt Ghalate_. Onde el prefato apostolo, scrivendo
a Ghalati, circa principium, dice: o insensati Galati _quis vos
fascinavit non crederunt_ (_sic_) _veritati_ etc.; replicò tre volte
le prefate parole, eschlamando alta voce, e volle denotare lui avere a
Firenze predicato la verità, e dipoi el popolo fiorentino essere stato
male persuaso. La domenica della sessagesima, esponendo in novo, in
quello demostrare quanto è luomo trachallido,[643] e disse che non si
doveva credere a uno del mondo sanza pegnio; ma bene, soggiunse, chel
pegnio erano le buone opere, el qual pegnio nonna lui;[644] e disse al
medesime proposito, che erano certi che sapevano sì bene falsifichare
un Dorino che non si chognoscerebbe, non che[645] pocho pratichi, da
banchieri, sanza paraghone del fuoco: e così andò mordendo per tutta la
predica con simili bottoni.
Dipoi, venendo qua le dua prime lettere di Jeronimo, e lessonsi
per tutto Roma e vennono nelle mani del pontefice, e presone tanta
alterazione quanto dir si può: di che naque el brieve mandò costagiù.
Dipoi, avendo inteso come non cessava di predicare, dinuovo è querelato
con lo oratore acramente e minacciava dello interdetto; e tiensi per
ognuno che, seghuendo le prediche, lo farà. Non si ragiona daltro in
palazzo per tutti e prelati, e pochi se ne schuopre in suo favore;
ma molti non chalano[646] dattendere il pontefiscie, che debba fare
ogni provissione per sopire questa cosa, che anno paura non generi
scisma; e per questo rispetto si disse, che el pontefiscie mandò a dire
a Fra Mariano, che dovessi mostrare lo errore della ostinazione del
dire, che chi tenessi che fossi eschomunicato, stanti a termini, dica
nella predicha, sarebbe ereticho.[647] Fra Mariano la prima domenica
di quaresima ebbe maggiore aldienza non suole, perchè si sapeva la
chommessione aveva auta: fuvi de cardinali, el chardinale di Siena,
quello di San Giorgo e quello di Santa Croce, di Chartagine che è
dotto; eravi ancora Farnese e quello de Medici e San Dionigi. Seguitò
nel principio l’ordine suo dello esporre, e poi dimostrò che Cristo
aveva detto: _diligite inimicos vestros e benefascite his qui oderunt
vos_; ed entrò ne casi di Fra Jeronimo, tanto passionatamente e tanto
incautamente che non fu nessuno che non restassi malissimo sadisfatto,
tanto vituperosamente e inchonsiderate e indigente[648] parole.
Referirò alcune delle sue parole, acciò veggiate quanto può la passione
in quegli che fanno professione delle dotrine.
In primis, parlò _de plenitudine potestatis pontificis_, asserendo
li apostoli avere operato _in virtute Spiritus Sancti descendenti
a Paraclitum luminum_, e che quello è il vero lume, non quello del
Ferrarese che predica nel lume del diavolo e à ardire di dire chel
ponteficie è ferro rotto; e chominciò a gridare; _reabupto arupeus in
ec verba_,[649] _sepius_ reiterando: lebreone, elladrone, lo scelerato
ribaldone. Queste parole assai poi disse: e’ porta la cappa chorta e
predicha povertà, e à la tascha piena di duchati; e chredi a me che
io lo so, e sappi chettu non chonoscerai mai un frate, se non per un
altro frate, perchè noi abiamo più schogli[650] chuna cipolla; sicchè,
settu vuoi chonoscere un frate, domandane unaltro frate; e quivi
fece a sonaglio, vennene in più particulari scioccamente. Poi posò e
disse: papa Alesandro che non si fa fare le medaglie in sua lolde; e
parlò di non so che medaglia che dice: _Frate Jeronimus Savonarola vir
dottissimus e profeta santissimus_; e qui replicò le prefate parole
e altre più vituperose. Agiunse che Fra Jeronimo si fa simile addio
e allui e agli apostoli, in quella predica dove dico che, se quelle
cose che gli a predicate non fussino vere, e che non si intendessino
chome le predichate; che le farebbon dubitare gluomeni che quelle cose
della fede, insino a qui conformate nella chiesa, fussino state burle.
E cominciò a gridare, che questo era il più eretico luogo, el più
venenoso che gli avessi scritto; e non domandate con che parolacce lo
svillaneggiava e rimproverava, sempre dicendo: o papa, o chardinale,
come sopportate voi questo mostro, questa idra; è venuta a questa
lautorità della chiesa, che uno ebriachone se l’abbia a gettare sotto
gli piedi, sì vituperosamente? Disse dipoi: i voglio che tu sappia che
or fa duanni, molti huomoni da bene della patria fiorentina vennono
a me, a domandarmi parere se si avevono a partire di Roma; perchè il
frate aveva detto che per tutto il maggio andrebbe sottosopra, e che
aveva veduto il fuoco; e nonne chaschato un chamino. E allora cominciò
a gridare: tu sarai prima arso tu, scelerato ribaldo; sa tu quando tu
vedi queste visioni? Quando tu ai ingurgato di quel buon trebbiano; tu
sai bene chio so ogni chosa, e poi di che sei il profeta santissimo; e
chotesti tua fanciugli saranno e primi, quando tu sarai arso, a mettere
le fattelline nel capannuccio. Che state voi a vedere? O collegio,
o pontefice, fate provissione; vo’ non sapete bene quello chellui
machina, e dirà cose che farà schurare el sole; ma voi non provedete:
oggimai vi si può fare le fiche neglocchi; e se non fussi per reverenza
ve le farei; e nondineno le fece loro negliocchi, lunghe quanto il dito
era, e gridava che pareva un vero fuor di se.
Ho scripto queste ineptie; acciò voi veggiate come si può, sanza
mormorazione, udire simil parole. Io avvertivo tuttavolta quello che
facevano i cardinali; e invero loro e tutti quegli che l’udirono,
mostrarono molto aver per male quello avevono detto;[651] perchè
aspettavano dovessi proporre quegli errori, chelloro dichono aver detto
Frate Jeronimo, e confutargli con buone e fondamentali ragione; ma e’
nonnapaghò, e però s’aiuta col gridare. Priegovi mi facciate qualche
parte delle sue cose, massime di quelle predicha al presente; perchè
ce qualche huomo da bene che volentieri legge le sue cose, e io n’arò
consolaziono asai. _Finis_.[652]
XLII.
(Vol. II, pag. 90.)
_Breve di Alessandro VI, alla repubblica fiorentina, nel quale si
ordina che il Savonarola venga imprigionato, e mandato a Roma_.[653]
Dilectis filiis salutem et apostolicam benedictionem. Intelligentes,
superioribus temporibus, graves admodum et pernitiosos errores,
iniquitatis filii Hieronymi Savonarolæ Ferrariensis, ordinis fratrum
predicatorum professoris, quos continuo ausus temerarie in ista
nostra civitate, non sine animarum periculo et scandalo plurimorum,
seminare non cessabat; sibique quondam ad nos mandavimus venire, et
se de erroribus predictis excusare, ac etiam nonnulla observare quæ
sibi præcipiebamus, et a predicatione omnino cessare; et eum minime
parere voluisset. Deinde in virtute obedientiæ et sub excomunicationis
latæ sententiæ pena, ipso facto incurrenda, per alias etiam ei
iniunximus, ut in uniendo conventum S. Marci de Florentia cuidam
novæ congregationis Romanæ et Thusciæ provinciæ nuncupatæ, per nos
institutæ, obedi ret; quod minime facere curavit. Ecclesiasticam
censuram in qua continue pertinaciter et damnabiliter insordescebat,
negligendo. Post modum, vero, volentes animarum Chripsti fidelium
saluti consulere, sub excomunicationis latæ sententiæ pœna, per
reliquas nostras in forma brevis literas, etiam mandavimus; ut ipse
Hieronymus in Ecclesiis dictæ civitatis, diebus festivis, dum populi
adesset multitudo, declararetur et pronuntiaretur excomunicatum et
per excomunicato haberetur.[654] Volens, sub simili pœna, omnes
et singuli utriusque sexus tam ecclesiastici quam seculares,
etiam religiosi cuiuscumque ordinis et in quacumque Ecclesiastica
dignitate constituti, ipsum Hieronymum ut excomunicatum et de heresi
suspectum penitus evitarent, nec secum conversarent aut loquerentur,
nec in predicationibus aut quibuscumque modis ipsum audirent, nec
sibi ausilium directe vel indirecte prestarent quomodocumque vel
qualitercumque, nec accederent ad loca vel ad monasteria, ubi ipsum
contingeret residere, prout in singulis literis apostolocis plane
continetur. Cum autem sicut, non absque gravi animi displicentia,
fidedigna quod plurimorum relatione accepimus; prefatum Hieronymum
in sua obstinatione, animo perseverans voluntario, mandata et monita
nostra parvifaciens, in maiori et aliis Ecclesiis dictæ civitatis
predicare, ac diversos errores seminare et populum seducere,
suggerendo, quibusdam falsis rationibus, se excomunicatum non esse
et multa, in fidei Catholicæ ac nostræ huius sanctæ Sedis potestatis
præiudicium, damnabiliter affirmando; et in processionibus publice
incedere et intervenire ac celebrare, et Chripsti fidelibus Eucaristiæ
sacrum ministrare non erubuerit; et quod plurimi cives et incolæ dictæ
civitatis predicationes suas audire, et cum eo conversari, sibique
ausilium et favorem prestare presumpserant et présumant in dies, non
sine animarum suarum periculo; pernitioso quo exemplo et scandalo
plurimorum, vobis prohibitiones nostras scientibus, et in illarum
contemptum id permictentibus a quibus, tamen, cum civitas ista semper
huius sanctissimæ Sedis devotissima fuerit, Nosque continue per utili,
quieti et saluti ac reintegrationi status vestri insistamus. Hæc
expectanda non erant, nec ulterius sub dissimulatione sunt pretereunda.
Nos volentes desuper debite providere, vos attente requiramus et
monemus in Domino. Vobis, nihilominus, in virtute sanctæ obedientiæ
districte præcipiendo, ut per vestram in hanc sanctam Sedem reverentiam
ac devotionem, eumdem Hieronymum ad nos, sub fida et bona custodia
trasmictatis; qui si ad nos veniret et ad cor rediret, intuito etiam
vestro, et quia nolumus mortem peccatoris sed ut convertatur et
vivat; per nos, more pii Patris, benigne recipietur et tractabitur.
Vel saltem, tamquam membrum putridum, in aliquo loco privato bene
observatum recludere debeatis, in quo cum aliquibus conversari et
scandalum ulterius seminari non possit. Quod si forte, quod non
credimus, facere contempseritis; significamus vobis quod, pro servanda
dignitate et auctoritate nostra et huius sanctæ sedis, civitatem
istam vestram, quæ hominem ita pernitiosum, excomunicatum et publice
nuntiatum ac de heresi suspectum, contra mandata nostra, substinere
presumit; ecclesiastico supponemus interdicto et ad alia graviora
remedia, de quibus expedire noverimus, et procedere curabimus.
Datum Romæ apud S. Petrum sub Anulo Piscatoris, Die XXVI Februarii 1498
Pontificatus nostri anno VI.
XLIII.
_Due lettere d’un agente segreto del duca di Milano_.[655]
1.
Ill^{mo} Principe et Ex^{mo} S^{re} mio.
Qui dai più canti si ha adviso che Vitelleschi et Bayoni si mettono
ad ordine per uscire alarme, et se scrive in diversi modi; perchè
alcuni teneno siano ad uno volere,[656] al modo usato; alcuni scrivono
altrimente, cioè: che tra epsi Vitelleschi et Bayoni sono nate alcune
discordie, et che per questo li Vitelleschi aspirano con lo Ill. S.
Duca de Urbino, et hanno intelligentia assieme, per rimettere li Oddi
et altri fuorusciti in Perugia. Io, quantunque existimo che V. Ill. S.
ne habi adviso per altre vie, nondimeno mi è parso dargliene notizia;
maxime havendo visto alcune lettere de alchuni del Borgo San Sepolcro,
che fanno mentione di questa cosa, quali concludono che fra pochi
giorni si intenderanno i successi di questo preparamento al arme de
quello Cantone.
Il Magn. M. Zoanne, per quanto ha udito, o da quello amico segreto[657]
o da altra persona, pare habi adviso che ad Firenze bollino l’animi
de alcuni de quelli principali, che hanno fino ad hora governato; et
che, per questa cosa del Frate o sia per altra caussa, fra pochi giorni
se ne habi a riuscire a qualche movimento o tumulto, per mutare forse
quel Stato in altra forma; et ognuno tene non possi durare il presente
governo; o sia perchè Francesi hanno facta pocha dimostrazione curarse
de’ soij amici in quella città et altrove; o perchè quello populo sia
straccho, et si accorga che le cose del Stato el republica loro vanno
ogni dì de male in pegio. et corrono pericolo de ruynare, incomenzando
accorgerse de la hypocrisia et vanità del Frate, et di molte altre cose
simulate. Qui anche si è dicto, che la parte Fratescha ha mandato ad
Lyone, per respondere in bona....[658] de’ dinari, perchè la Maestà
del re gli habi ad mandare succorso, la quale offeriva mandarcelo per
mare, et fare altri movimenti, se Fiorentini lo subvenivano de 200^m
ducati; quali le offerivano darli, sol si moveva per forma, che ne
potesse reuscire la securezza del Stato loro, cioè de quelli che hanno
per anchora il governo in mano. Io non credo tante cose; chè nuovamente
hanno fatto divulgare essere giunti in Asti alchune genti d’arme, et un
thesorero che ha incommenzato ad dare denari, et molte altre cose vanno
facendo divulgare, ad designare le cose ad suo proposito. Il che mi
è parso dovere significare alla Celsitudine Vª alla bona gratia della
quale indesinenter mi raccomando.
Ex Bononia XX Martii 1498.
Fidel. Servus
JOANNES FRANCHEDINUS.
(A tergo.) Ill^{mo} Principi et Ex^{mo} domino domino meo
observantissimo, domino Lud.º Mariæ Sfortie, Duci Mediolani.
2.
Ill^{mo} Principe et Ex^{mo} Sig^{re} mio. Data alligata lettera de
Paulo de Fiorenza, ho participato, secondo il solito, con li Magn^{ci}
Zoane et Segretario veneto, quali, etiam che ci sia adviso di queste
cose del Frate per altre vie, nondimancho quello che ne scrive Paulo
particolarmente gli è gratiss^{mo} intendere; et ne ringratiano
generalmente Vª Ill^{ma} Sig^{ria}. Pare a caduno di loro cosa di non
pocho momento, che quella città di Fiorenza, per causa et opera di
questo Frate, sii in tale agitatione et pericolo, di venire a qualche
novi scandali et inconvenienti maggiori che li passati, come per una
mia de heri ho in parte specificato a Vª Ill^{ma} Sª; et Dio voglia che
quella Sig^{ria} che si trova essere hora, sappi reuscire meglio che
non ha facta qualche altra, ad beneficio di quella Repubblica. Saltem,
per estirpare la mala impressione et erronea persuasione de quello
loro bon Frate, ad modo de molti de loro, quello ne habi ad seguire
non credo habi andare in longo; che se ne vedranno effectti, se hanno
cervello et sentimento quelli a chi toccha o po tocchare. Mi raccomando
sempre et humilmente.
Bononiæ 29 Martii 1498.
Fidel. Servus
JOANNES FRANCHEDINUS
(A tergo.) Ill^{mo} Principe et Ex^{mo} domino domino meo
observantissimo, domino Lud.º Mariæ Sfortie, Duci Mediolani.
XLIV.
(Vol. II, pag. 108.)
_Due lettere che annunziano quelle scritte dal Savonarola ai
Principi_.[659]
1.
Domino Nicholao del Nero, oratori Florentino in Hispania.
Pro regibus Hispaniarum.
Carissimo fratello. Tu sai quanto tempo in questa città, el venerabile
Frate Hieronymo da Ferrara se è sforzato introdurre el ben vivere
cum la fede di Christo, et di quanto bene è stato causa, maxime della
salute di tutto questo popolo, et quanta experientia se è facta della
sua singolare doctrina el della integrità de vita, et quanti segni
mirabili siano visti delle cose per lui predicte, parte verificate in
la nostra città: et così speramo s’habbia ad verificare el resto. Lui
non cessa predicare la renovatione della chiesa, et conversione de
infideli alla vera fede de Cristo, minacciando molto ad questa Italia
et maxime ad Roma, per la scellerata et pessima vita de’ prelati et
preti, in li quali senza dubbio regna omne abominatione de vitii.
Et per questo, sentendosi loro pungere et reprehendere di quello
che pubblicamente non si vergognono fare, si sono adirati et voltati
insieme cum tutti li captivi, così della città nostra come di fuori,
ad perseguire crudelmente questo servo di Dio; unde el Papa, sotto
pretesto di disubbidienza, lo ha excomunicato perchè non predichi. Ma
essendo troppo manifesta la malignità e iniquità di decta excomunica,
facta per ruinar questa città et tutto el ben vivere, non se ne
tiene conto alchuno; anzi dicto Fra Hieronymo ha scripto al Papa una
lettera molto terribile di sua propria mano,[660] come la vedrai per
la inclusa copia, la qual ho procurato de haver ad puncto. Et ultra,
ha detto in pergamo, di voler scoprire cose da far stupire el mondo,
et provarle, non solo cum rasone et via humana, ma cum miraculi;[661]
le quali cose sono da stimare assai et doverebbono far resentire ogni
fedel cristiano, udendo tanto vitupero nella chiesa de Dio, el qual
mi maraviglio come habbi comportato fin ad qui: et però credo senza
dubbio abbia ad seguir quello che minaccia questo nostro padre, quando
mai[662] lui non lo dicesse; perchè altramenti bisognerebbe dire che
Dio havesse abbandonata la chiesa sua.
Et, però, sapendo io che la Maestà de quelli Ser^{mi} Re et Regina
sono zelantissimi della fede di Christo; le ho scripte queste cose
degne de adviso, acciocchè li possi informar del tutto, perchè a loro
principalmente tocharebbe ad provvedere ad simili errori cum li debiti
Concilii, che già erano usati farsi. Et certo, sarebbe maior merito
ad pigliar cura di questa, et perseguire questi scellerati, che far
guerra ad Turchi et a Mori; perchè, non provedendogli, el fondamento
della fede cristiana va per terra, et quelli che li ponno far qualche
remedio, non facendolo, ne haranno ad render rasone ad Dio.
Non sarebbe maraviglia ch’el decto padre ne scrivesse un dì, qualche
cosa ad quelli principi, essendone inspirato da Dio; perchè dice
lo vuol fare noto ad tutto el mondo, et io l’ho molto confortato
ad ciò, per la fede che io ho in la devotione di cotesti christiani
et chrystianissimi Re et Regina; ad li quali Dio daghi victoria et
felicità sempre, in questo et nell’altro seculo. Bene vale.
2.
Domino Joachino de Guasconibus, oratori Florentino in Gallia.
Pro rege Francorum.
Magnifico et honorando ambasciadore. Credo havete inteso quante
persecutioni sieno nuovamente excitate contro el nostro P. Fr.
Hieronymo da Ferrara, maxime da Roma, per scoprir lui le ribalderie
della cherica abominabile a Dio et al mondo. Unde el Papa, sotto
colore di disubbidientia, lo ha excomunicato, minacciando a voi dello
interdecto, acciò non predichi; istigato maxime da alcuni cattivi della
vostra città, che vorrebbeno poter fare ad lor modo. Ma tutti li boni
et amatori della verità et del vivere civile, conoscendo tanta expressa
iniquità, per la qual si cerca di ruinar tutta questa città et el viver
Christiano, non ne fanno stima; maxime havendo tanti anni experimentato
la singolare doctrina et sancta vita di questo homo, el li fructi
mirabili facti in la nostra città, del ben vivere, et da quanti
pericoli per li boni documenti et sancte orationi sue siamo stati
liberati. Et queste cose ne ha predicte, che habbiamo tocco con mano
esser seguite; tra’ quali è questo della excomunica et persecutione
grave che haveva ad venire. Certo, cosa mirabile è ad veder quanto
più ogni dì se accende in fervore, predicando tuttavia approximarse
la renovatione della chiesa, et conversione de Pagani alla fede di
Christo; et minacciando terribilmente de’ flagelli ad tutta Italia,
maxime ad Roma, per le intollerabili iniquità sue.
Et, però, el Papa cum tutta quella corte, fulmina; chè non vorrebbono
essere biasimati di quello che non si vergognano far pubblicamente,
in vituperio di Cristo. Ma il bon servo di Dio, disposto per la
verità a mettergli la vita, per questo non resta; anzi ha scripto,
per divino instincto, una lettera molto rigida al Papa, come vederete
per la inclusa copia, la qual ho cercato de haver ad puncto, ad ciò
la possiate monstrare alla Maiestà di cotesto cristianissimo sire.
Et oltra, predica haver ad scoprire cose che farà stupir tutto el
mondo; le quali proverà, non solo cum rasoni humane, ma etiam cum
miraculi divini. Grande cose sono queste, et non più udite nè viste
ai tempi nostri, et da fare riscaldare ogni adiacciato pecto; maxime
vedendo in quanto vituperio è ridocta la chiesa de Dio. Et pare che
nessuno se muova ad provederli, cum fare li debiti Concilii, como già
si soleva; et spetialmente chi gli potria provedere, come è quello
christianissimo Syre; che dubito non ne habbi, e lui et li altri a
chi specta, ad rendere una gran rasone a Dio, provocandosi gravemente
contra se medesimi l’ira d’epso Dio, per tanta negligentia et poca
cura havuta dello honor suo: che senza dubbio et senza comparatione,
sarebbe molto maggior merito ad provvedere ad simili inconvenienti,
che ad sottomettere tutti li infedeli; perchè mancando el fundamento,
ruina tutta la fede di Cristo. Et, però, non me maraviglio, se el Padre
dice che la chiesa si habbi ad renovare; che quando questo non fussi,
bisognerebbe dire che l’havessi in tutto abbandonata. Dio metta in
core a cotesto Syre et ad chi può, di non lassare in tanto vilipendio
el pretiosissimo sangue de Christo, che, in vero, sta peggio in mano
di questi scellerati prelati et preti, che non staria in mano de Judei
et de Mori; perchè pur quelli credono qualche cosa, ma questi, per le
opere sue, mostrano non credere nulla. Et chi ne vole esser certo, vada
ad Roma et veda quel che se fa in pubblico; non dico poi in occulto,
chè sotto el ciel non si potria pensare le maggiori scelleraggini. Dio
sia quello che gli proveda.
Stimo questo servo di Dio habbia ad far o ad manifestar qualche gran
cosa; et sono certo che de’ primi lo haranno ad sapere, lo farà noto ad
cotesto christianissimo Syre; perchè più volte ha decto quello essere
electo ministro de Dio, et molto desidera et ama la salute sua; et io
per me, crede potrebbe[663] fare un gran bene ad se et ad noi insieme,
li quali per suo amore siamo in captivi termini, et in obbrobrio ad
tutto el mondo, che non è piccolo incarico all’anima sua; ma molto più
è quello che io ho predecto dello honor de Dio.[664] Pur stiamo in bona
speranza de sua Maestà, cum la gratia de Dio, che ci bisogna.
XLV.
(Lib. IV, Cap. VII.)
_Due brani dell’opera di Lorenzo Violi, cioè il fine della terza ed il
principio della quarta giornata, dove si ragiona dell esperimento del
fuoco_.[665]
_Soffia_. Ecco che io tel dirò che nuova trappola fabbricorno, per
sviare la moltitudine delle persone del[666] credito (_dal_) seguito
che haveva il frate. Ordinorno con i frati detti zoccoli,[667] che
per invidia s’eron fatti contrarii, che un loro frate, chiamato fra
Francesco di Puglia, predicassi in contrario alle cose che diceva
fra Hieronimo. Et messonlo nella chiesa di S. Croce a predicar
pubblicamente, e dire che queste profezie del frate erano sogni, e
che non eron vere; senza mostrarne per[668] ragione alcuna del suo
detto. Ma perchè allora non predicava fra Jeronimo (che aveva posato
il predicare, per rispetto de’ Brevi e minacci del Papa, e perchè
così ancora aveva per il meglio la Signoria terminato che posassi
alquanto, per non irritare il Papa contro la città), ma predicava fra
Domenico da Pescia suo compagno, perchè al popolo et a’ fedeli non
mancassi al tutto del verbo di Dio; nacque che, predicando questi duo
frati in contrario l’uno dell’altro, quel de’ zoccoli, non potendo
mostrare ragione alcuna del suo dire che le profetie di fra Hieronimo
non fussino vere, si messe a dire in pergamo una mattina, o pur
vennegli detto, che con lo adversario era parato farne experimento con
entrare seco nel fuoco. Il che avendo[669] rapportato a fra Domenico,
e vedendosi provocato, volentieri, per difesa della verità, accettò
l’invito; dicendo: per amor di Cristo e della sua verità esser parato
a questo experimento, con fiducia certa di uscir del fuoco, inleso e
senza pericolo alcuno. Ma poi questo frate mutò parlare; e disse non
volere entrare a questo experimento con fra Domenico predetto; ma che
v’era un altro frate de’ zoccoli, che entrerebbe con seco a questa
prova. Et messon su un fra Giuliano Rondinelli nostro fiorentino,
uomo più presto di poco giudizio che di prudenza assai; del quale
questi nostri Fiorentini maligni ne possettono meglio disporre, che
del Pugliese predetto; e feciongli dire che entrerebbe nel fuoco con
fra Domenico, per far questo experimento. Ma, vedi s’egli era suo di
che diceva,[670] e così scrisse che arderebbe; ma non se ne curava di
ardere insieme con fra Domenico, per liberatione della Città.
_Didimo_. Sciocco mi par veramente questo suo parlare, come tu hai
detto; perchè a tale experimento si ha da andare con fede certa di
vincere, chi crede aver la verità del suo, come in simil caso hanno
fatto delli altri Sancti passati.
_Soffia_. Fra Domenico, sentendo quest’aura offerta di quest’altro
frate zelante di difender la verità, la accettò come la prima. Donde,
seguitando questo ragionamento, si convocorno un dì insieme dinanzi
alla Signoria; et quivi se ne stipulò un contratto, per mano del
Cancelliere della Signoria, fra tutta dua questi frati: et che si
facessi un fuoco in su la piazza de’ Signori per il tal giorno (e quivi
fermonno quanto la capanna del fuoco dovessi esser lunga) e che, alla
tal’ora del tal giorno, ognuno di loro quivi si presentassi, et dovessi
entrare in detta capanna, e quivi serrati si mettessi fuoco: e chi di
loro ne usciva illeso, s’intendessi avere la verità dal suo.
_Didimo_. Tutto questo ordine che tu hai narrato, di voler fare questo
experimento, l’ho inteso dire ancora da altri; ma che alfine nulla
ne fu fatto. Et questi nostri amici, adversarii di questa opera del
frate, dicano che dalla parte di fra Hieronimo rimase, che non si venne
all’effetto et allo experimento predetto.
_Soffia_. Tutto il contrario è vero, e cotesto che lor dicono è falso;
e questa fu la trappola et ultimo tradimento, che questi fraudolenti
usorno, come qui di sopra io ti ho detto; chè, per venire all’intento
loro, fintamente e fraudolentemente facevan dire a un lor frate di
voler fare quello che lui non voleva fare. Credi tu, Didimo, che la
intenzione di cotesti maligni fussi che si facessi lo experimento?
Non lo credere; chè mal per loro se si faceva. Credi tu che i frati di
S. Francesco volessino che il loro frate, che scioccamente diceva che
arderebbe in quel fuoco, vi entrassi, e che egli ardessi; che sarebbono
stati incontinente lapidati, o almanco vituperati, se non morti? Non
lo credere; ma sappi del certo che, da chi guidava questa danza, e
da Compagniacci e da Doffo Spini capo loro, era stato promesso che lo
experimento del fuoco non si farebbe; chè non faceva per loro a venire
a simil prova. Ma li promessono che al frate loro non sarebbe fatto
nocumento alcuno, e che metterebbono tante dispute e cavillationi a
campo, che al cimento del fuoco non si arebbe a venire; e bastava loro
che quel frate de’ Rondinelli dicesse a parole di volervi entrare, ma
non in fatto, nè in verità. Questo fu il tradimento Che loro usorno,
come io ti ho detto.
_Didimo_. E ’l punto sta qui, in che modo tu mi mostri e provi che
questo, che tu hai detto, sia vero; e che la intenzione loro fussi di
non venire a tal cimento, ma metter tante dispute e cavillationi, che
allo experimento non si avessi a venire.
_Soffia_. Io te lo mostrerrò, e proverrò in più modi che così fu
vero. Et il primo modo, per il quale io te lo dimostro è questo: che
colui, che così l’ordinò e che lo fece, l’ha detto lui proprio, che
era capo e guida do’ Compagniacci; uomo ardito e baldanzoso; o non si
curava di dire il male, poi che l’aveva fatto, anzi si vanagloriava,
Doffo ti dico: che, poi che il frate fu morto, più e più volte, et
in più luoghi, se ne vantava de’ modi e dell’astutie che aveva usate
di levarsi dinanzi quel frate. Et in fra le altre volte che così
diceva, te ne dirò per ora un luogo, dove più volte e’ lo disse, et
adveravanlo.[671] Lui usava molto in bottega di un dipintore, che si
chiamava Sandro di Botticello; uomo molto noto nella città, per essere
allora de’ primi eccellenti Pittori che ci fussino; et in bottega
sua era sempre un Accademia di Scioperati, come uno ne era il prefato
Doffo. E quivi più volte, ragionando in su la morte del frate, Doffo
disse che non fu mai intentione loro mettere il frate di S. Francesco
nel fuoco, e che lo assicurorno di questo; ma bastava loro che gli
facesso giuoco tanto, che, col dilungare la cosa, loro venissino a
loro intento di spegner queste cose del frate, e levarlo di qua. Donde
che, parlandone così Doffo più volte in detta bottega di Sandro, e
sendovi ancora presente Simone, fratello di detto Pittore, ne fece
memoria nella sua cronica;[672] cioè a un suo libro, dove il prefato
Simone descrive tutte le cose notabili di quelli tempi. E parendogli
che questo detto di Doffo fussi da notarlo, per scoprir la verità che
era occulta di questa materia, lo scrisse a questo suo libro legato
in asse, che è come cronichetta delle cose occorrenti in quei tempi in
Italia: et io ho visto detto libro e letto. Hor vedi, Didimo, se questo
ti basta a mostrarti questa verità, ch’io ti ho detta.
_Didimo_. E’ non si può negare che questa non sia assai sufficiente
prova a mostrare, che il capo proprio di questa Compagnia, che guidava
il tutto, sia quello che l’abbi confessato e scoperto quel che a li
altri era occulto: e tanto più si può prestar fede, quanto che sia
stato scritto, come cosa da notare, in quella Cronachetta, che di’ aver
vista e letta.
_Soffia_. E se questo libro non ti basta, el successo della cosa come
ella seguì in quel giorno, che era ordinato per lo experimento (se tu
lo gusti bene, e se tu hai punto d’ingegno) ti dovrebbe bastare, e far
chiara la mente tua; che dal frate nostro non mancò punto, anzi da li
adversarii, che non si facessi lo experimento detto.
_Didimo_. Se tu mi dirai quel che successe in quel giorno, poichè
s’erano fatte le promesse da tutti e dua quelli frati, col contratto
che tu di sopra hai detto; io per adventura potrò esser più chiaro di
vedere e giudicare, se fu vero o no, quello che dicano questi nostri
amici: che restassi dalla parte di fra Jeronimo di non ultimarsi questo
esperimento.
_Soffia_. Sta attento, che io ti narrerò appunto il vero come andò
questa cosa: chè fui al tutto presente. E tu, inteso che avrai il modo
con che si precedette per questa parte, farai giudizio, se il lume
dell’intelletto in te non sarà spento. Questo dì, che le parte avevano
stipulato d’essere in piazza de’ Signori a fare questo effetto, era
il Sabato dell’ulivo di quella Quaresima del 1498. Venne il primo
fra Hieronimo a hore 21, che era l’ora promessa in sul contratto, con
tutti i suoi frati in processione, che credo fussino più di 200; parati
quasi tutti con pianete e piviali, e colla Croce innanzi: e lui e fra
Domenico nelli ultimi. Haveva fra Domenico indosso pianeta e piviale
col camice, e con un crocifisso di legno in mano, in croce, alto quasi
due braccia; e fra Hieronimo con un piviale e col vaso del Sacramento
in mano, e con molte torce e lumi in mano di cittadini intorno al
Sacramento: et io fui uno di quelli che lo accompagnai. Et entrammo
nella loggia de’ Signori, che era partita per il mezzo con asse;
et a questi di San Domenico fu assegnata quella parte verso Mercato
nuovo. Venne poi l’altra parte de’ frati de’ zoccoli (et entrorno in
quella parte della loggia verso il Palazzo) senza processione, senza
paramenti, senza lumi; come se havessino andare a vedere una giostra:
hor gusta tu, Didimo, questo per il primo segno. Giunto ognuno nel
luogo suo, fra Hieronimo posò il vaso del Sacramento in su uno altare,
che quivi era stato ordinato in quella loggia, con molti lumi intorno;
et mandò subito alla Signoria, che facessi entrare e’ frati l’uno e
l’altro nel fuoco, come e da chi la Signoria aveva quivi ordinato, e
che lui e li sua erano quivi parati. E stato così un poco, risposta non
veniva; e fra Hieronimo di nuovo manda a sollecitare. Et eccoti venire
quattro cittadini a fra Hieronimo, tra quali il più vecchio era Pier
degli Alberti, et a lui per la età toccò a parlare e disse, da parte
de’ frati di S. Francesco, che non si contentarono che fra Domenico
portassi allo experimento del fuoco quella pianeta o piviale, che aveva
indosso; per rispetto che tal vestimento potrebbe essere incantato,
o maleficato che non ardessi: e che però fussi contento fargliene
cavare. Hor piglia, Didimo, per il secondo segno, volendo poi poter ben
giudicare.
_Didimo_. Questi mi paion segni di poca fede delli adversarij in sin
qui; ma procedi più oltre, e dimmi quel che rispose fra Hieronimo.
_Soffia_. Rispose e disse in sustanza, e quasi in questo effetto:
Magnifici Cittadini, Voi sapete che non per altro si è fatto il
contratto per mano del Cancelliere della Signoria, se non perchè,
fuor di quello, nessuna parte possa domandare altro. Questo è fuor del
contratto: habbiate patientia; io non voglio innovare altro che quel
che ha ordinato la Signoria. E da altra parte vi dico, che questa non
è domanda da veri cristiani. Noi non usiamo, nè temiamo d’incanti;
la fiducia nostra è solo in Dio. Dite a quelli vostri Padri di S.
Francesco, che loro credono che l’incanti vaglino in questo caso,
che ne ponghino addosso al loro frate quanti e’ vogliono, che non
li stimiamo cosa veruna. Allora Piero replicò e disse: O Padre fra
Hieronimo, che fa a voi, andare il frate vostro più con una veste che
con un’altra? Oh! se loro chiedessino una gran cosa che diresti voi?
Questa è una piccola cosa; siate contento concederla. E così ancora
quelli altri cittadini, per esser piccola cosa, ne lo confortavano; in
modo che lui disse, per non stare a disputatione e passare il tempo: io
son contento; pigliate un’altra pianeta o piviale di questi mia frati
che son qui, e mutatela; con questo inteso, che non chieghiate altro.
E così si fece; e mutossi quivi questa vesta di sopra; et partironsi
commendando assai fra Hieronimo, che così avessi fatto e conceduto.
_Didimo_. Questa risposta di fra Hieronimo fu saviamente detta. Ma che
seguì poi, e che fine ebbe questa disputatione?
_Soffia_. Non creder che qui si fermassino con le loro cavillationi,
ma mettendo tempo in mezzo, che era già passato 22 hore, nulla si
spediva: donde fra Hieronimo mandò di nuovo a sollecitare. Et ecco
di nuovo tornare la medesima ambasceria, et il prefato Piero degli
Alberti, con parole adulatorie verso di fra Hieronimo, dicendo: Padre,
voi siete stato assai commendato di quel che, per vostra humanità,
havete compiaciuto a questi frati di S. Francesco; e tanto più sarete
commendato, se voi concederete ancora un’altra cosa, che vi adomandono.
Rispose il frate: Piero, egli è meglio che voi non la diciate, perchè
sapete, poco fa, dissi non voler concedere più altro, e fusti contento;
e come hora vi mutate? Replicò Piero: Padre, non vi turbate; ella è
quasi la medesima, che la prima. Dicano i nostri frati che il medesimo
sospetto è nell’altre veste di fra Domenico d’esser maleficate, che era
in quella mutatasi; e che vogliono che si spogli del tutto. Hor nota
qui, Didimo, per il 3º segno; e giudica tu, se ti piace, che costoro
volessin venire allo esperimento, o cavillando fuggirlo.
_Didimo_. Io ti dirò il vero: considerando questi modi, che tennon
costoro, mi fanno credere che fussi vero quel che poco fa dicesti che
havea detto Doffo Spini; di metter tante cavillationi a campo, che
non si verrebbe allo esperimento. Vedesi che questi andamenti non sono
altro che subterfugii per non far nulla; ma che disse fra Hieronimo?
_Soffia_. Rispose: o Piero, che cose adimandate voi? Volete voi che
questo huomo vadia ignudo? che così volete che si spogli del tutto.
Questo religioso ha portato tanti anni l’abito di San Domenico, e non
lo lascierà mai insino alla morte, se non li sarà tolto per forza.
_Preterea_, come poco fa vi dissi, questo non è combatter da cristiani,
aver fantasia all’incanti. Io vi dico da parte di tutti nostri frati,
che non vogliamo far altro, che quel che dice il contratto che ha fatto
far la Signoria; e siamo parati a observare e venire allo esperimento,
e per noi non sta.[673] Replicò Piero molte parole; e che si poteva
mutare altre veste e non andare ignudo. E _tandem_ non potendo avere
altro, questi ambasciatori si partirno, et andorno su alla Signoria
a querelarsi. Et intanto si avvicinava a 23 hore. E stando così
un poco, venne ambasciata dalla Signoria, che fra Hieronimo fussi
contento, siccome havea fatto mutare la prima vesta a fra Domenico,
così lasciassi mutare le altre. E fra Hieronimo fu contento obbedire
la Signoria; e disse, che questi frati di S. Francesco eleggessino
uno, chi volevono di questi di S. Domenico (che ve n’era quivi più
di cento), e spogliassinlo, e rivestissino fra Domenico de’ panni
di quell’altro; con questo inteso che, se chiedessono più altro, che
non lo concederebbe. E così rimasono; e venne quivi incontinente un
de’ loro frati de’ zoccoli, chiamato fra Piero della Strada, et andò
sguardando tutti quei frati di S. Domenico, e scelsene uno a suo modo,
che era frate Alexandro Strozzi. Il quale, come si vidde pigliare
da quel frate, credette esser eletto per andar nel fuoco; e tutto
lieto corse a’ piedi di fra Hieronimo, chiedendo la benedizione per
entrar nel fuoco. Al quale fra Hieronimo rispose: questo non tocca
a voi; avete andare con fra Domenico, e spogliarvi, e rivestirvi de’
suoi panni e lui de’ vostri: E così andorno in Palazzo nella Camera
dell’Arme, e spogliorno fra Domenico insino alle calze, scarpe e
calcetti et ogni cosa; e, così rivestitosi de’ panni di quell’altro,
due frati di S. Francesco lo ricondussono nella loggia, dove era prima,
col suo crocifisso in mano con che escinne; e quivi lo guardavono,
acciocchè forse non si fussi mutato altri panni. Vedi che segno ti par
questo altro. Et hor fatto questo, fra Hieronimo manda a sollecitare
che s’entri allo experimento, chè di già si avvicinava la sera. Et
eccoti tornare la medesima imbasceria la 3ª volta. E quel venerabil
cittadino Pier degli Alberti, cominciò a parlare a questa volta con
un altro colore rettorico, che non aveva fatto insino a qui: e tu,
Didimo, da questo suo parlare potrai haver l’altro segno da fare il tuo
iuditio. Hor questo Piero disse prima male de’ frati di S. Francesco,
per captare benevolentia dall’altra parte; e disse: Padre fra
Hieronimo, questi frati di S. Francesco son troppo importuni. Io l’ho
detto loro; pure habbiate patientia. Voi n’havete più discritione, et
havete usato più urbanità di loro. E’ ci resta solo una cosa, e questa
si è: quel Crocifisso, che fra Domenico ha in mano, non vorrebbono che
’l portassi seco nella capanna del fuoco, per il medesimo rispetto
sopradetto. Hor come fra Hieronimo ebbe udita questa proposta,
si volse e disse: Piero, non v’ho io detto che questi vostri non
combattono da Cristiani, ma da infedeli? Come ardiscono loro proibire
che Cristo nostro e lor Signore non si porti in sua difensione? In
che dunque confidano questi vostri, se non voglion Cristo? _Preterea_
voi havete, poco fa, due volte promesso non chieder altro; et hor
tornate con nuove domande. Questo vuol dir altro. Credete voi che noi
siamo senza intelletto? e che noi non veggiamo che non volete venire
allo experimento ordinato; ma volete consumare il tempo con queste
cavillationi, per condurci a notte, alfine di far qualche altro male?
No, che io non ne voglio sentir altro; chè, consentito questa volta, ne
verresti all’altra. Noi vogliamo osservare il contratto, chè quel più
vi haviamo concesso. Noi non andiamo con incanti, nè con superstitione
alcuna; ma semplicemente, confidandoci in Cristo e non in altro; e con
fede, anzi certezza, entrando nel fuoco, di uscire inleso; e chi, per
la parte nostra entrerrà, che non si arderà un capello, non pure un
pelo della Cappa o della vesta; perchè la nostra fiducia è tutta in
Cristo crocifisso per noi; e con lui vogliamo star nel fuoco e fuor
del fuoco, nè lo vogliamo lasciar per nessun modo. Anzi fra Domenico,
non solamente con quel crocifixo che lui ha in mano; ma _etiam_ col
Sagramento, che è qui in su l’altare, andrebbe nel fuoco, se li paressi
di portarlo. Donde, finito questo parlamento, quelli cittadini, che
non potevono haver altro da fra Hieronimo, si partirono. Ma lui mandò
dire alla Signoria che, per lui non mancava, nè per li sua frati, di
osservare quanto avevono promesso, e che eron parati a obedir quanto
lei comandava. Per il che la Signoria, vedendo che gli era presso a
notte, dettono licentia a ognuno che se n’andassino: che senza licenzia
questi frati non si sarebbon partiti. E però, vedendo la Signoria
che il tempo della notte forse e senza forse arebbe dato occasione di
scandolo, volse che ognuno, senza far altro experimento, se ne partissi
innanzi che fusse scurato il giorno. Hor giudica tu, Didimo, se questi
tua amici dicano il vero o la bugia, che da fra Hieronimo rimanessi a
far lo experimento del fuoco, o dall’altra parte. Tu hai inteso hora
tutto il vero; chè a tutto quel che io ti ho detto mi trovai presente.
Hor, se tu hai preso e gustato tutti li segni et il procedere di questa
materia, giudica tu quel che te ne pare.
_Didimo_. Io veramente credo che non si troverrà persona di cervello
e senza passione, che avessi veduto tutti questi andamenti e modi
dell’esser proceduto per l’una e l’altra parte in questo caso, che mai
possa dire con verità che sia restato dalla parte di fra Hieronimo; ma
più presto dall’altra, vedendosi sempre con nuove cavillationi haver
fuggito lo experimento, con dilungare il tempo sino a notte. E questo
è il giudizio che ne fo. Ma io ti voglio ben dire una cosa di mia
fantasia, in che mi pare che quella Signoria manchasse. Se io fussi
stato allora de’ Signori, io arei fatto pigliare l’un frate e l’altro,
e messili in quella capanna e messovi fuoco; se io avessi avuto
concorso di tanti delli altri Signori, che fussino stati della mia
opinione; et haremo veduto questo miracolo.
_Soffia._ Tu hai ben detto, se tu avessi auto tanto concorso delli
altri Signori; ma sappi che v’era chi l’arebbe fatto dalla parte de’
frati di S. Domenico; ma il concorso non vi era, perchè e’ più di loro
erano macchiati d’una medesima pece. Et anco sappi, che ben conoscevano
che loro andavono contro la verità, e non potevono sperare cosa buona
per loro del miracolo; anzi ne avevono da temere, e fortemente: che
così bisogna dire che il rimorso della coscientia, che mai non falla,
gliene dimostrassi. Bastava loro tenere tali modi, che finalmente
con loro astutie e cavillationi e bugie dessin la colpa ad altri, che
aveano loro; intanto che avessino il frate nelle mani, e guastassino
quel governo. Questo era lo intento loro, e non il cercare il miracolo.
Ma questi Compagniacci, che havevono preso l’arme, et erano lì quel
giorno in piazza, non ebbono però tanto animo, che mettessino le mani
addosso al frate; perchè vi era la guardia grande ordinata dalla
Signoria[674] (che era pur officio loro provedere alli scandoli e
tomulti); et ancora vi era tanti altri cittadini da bene, proveduti in
favor di questa parte, che superavano assai i Compagniacci. E però non
si mosson per allora, benchè molte parolaccie usassino. Ma la notte
seguente, che fu il Sabato dell’Ulivo, come è detto, non attesono ad
altro che sollevar gente della plebe e popolaccio con dire: che gli
era rimasto da frati di S. Domenico di non voler fare lo experimento.
E l’altro dì, che fu la Domenica dell’ulivo, verso la sera, assaltorno
la chiesa di S. Marco: dove non era guardia, nè preparatione di difesa
alcuna. E quivi, messo fuoco nelle porte, tanto vi si combattè sino a
mezza notte, che ebbono alfine, d’accordo, il frate nelle mani. Hor
eccoti qui, Didimo mio, narrato di tutto quello ricercomi in questa
giornata di voler sapere: donde e come nacque tant’odio contro il
frate, e che lo perseguitassino insino alla morte. Et io te l’ho dette
tutte le ragioni, intanto che tu vedi che gli è preso, et è nelle mani
de’ Farisei e de’ suoi nimici. E, se io ti volessi dire il resto, e
li strazzi che li feciono, e quanti versi tennono per farlo morire;
bisognerebbe un’altra giornata, e tu vedi ch’egli è già sera, e non è
tempo da finirti et explicarti l’altre cose.
_Didimo_. Io veggo che gli è vero quel che tu di’, e che non ci è
tempo, e che l’ora è tarda; però io ti lascierò per oggi, et un’altra
giornata tornerò a rivederti, e fornire questo restante di questo servo
di Dio. Che veramente, per quanto insin qui mi hai detto, non posso
credere se non che fussi un servo di Dio; e però non posso fare che non
mi doggha, vedendo che già è preso da sua nemici. Ma, se oggi noi lo
lasciamo qui nelle mani de’ Farisei, un’altra volta lo lascieremo in
Paradiso, dove arà la sua perpetua pace e quiete. E partendomi da te,
con Dio ti lascio.
_Soffia. Vade in pace._
_Didimo. Et tu quoque vale._
_Dell’Apologia in modo di Dialogo, in diffusione delle cose predicate
in Firenze dal Rev.º fra Hier.º Savonarola da Ferrara._
_Quarta giornata_. Delle cagioni allegate dolorosamente e
falsamente da’ Compagniacci e da’ cattivi, dell’aver preso fra
Hieronimo per farlo morire, come feciono; apponendoli che voleva
metter Cristo nel fuoco et arderlo, e che gli era eretico et
scismatico e scomunicato dal Papa. E qui appresso si pongano le
risposte a tutte queste calunnie.
_Didimo_. Nell’ultimo giorno, che noi fummo insieme a parlamento delle
cose del nostro Reverendo fra Hieronimo, tu mi narrasti lungamente
che tanto fu ostinata e dura la persecutione, che feciono quelli
Compagniacci, insieme con li altri cattivi cittadini di Firenze, che
alfine lo presono et ebbenlo nelle forze loro; e dicestimi che il resto
che seguiva poi di questa captura lo riserbavi in altra giornata. E
però io son tornato di nuovo a darti molestia: e so che tu mi harai
scusato, per il tanto desiderio che io ho d’intendere il tutto, sino al
fine d’ogni cosa, di questo Padre.
_Soffia_. Tanto quanto allora dissi, tanto voglio osservare.
_Didimo_. Io comincierò a interrogarti sopra una parola, che nel fine
quasi del parlare tuo ti uscì di bocca; e questa fu che, narrando tu
la sua captura fatta da Compagniacci, dicesti che l’ebbono d’accordo.
Io non intendo che accordo fussi questo; chè per allora, essendo sera,
non vi fu tempo da dimandartene. Arò caro, se ti piace, che mi dichiari
meglio questa parola, e che accordo fu questo.
_Soffia_. Io tel dico. Doppo che fu combattuto quivi un gran pezzo,
da vespro quasi insino a mezza notte in circa, che vi era de’
Secolari, benchè pochi (che forse erano quivi rimasti doppo vespro,
et combatterno assai per difensione di quelli frati di quel convento,
che tutti erano ridotti in coro), si cominciò per qualcuno a cercare
di posare il combattere. E dissono alcuni di questi Compagniacci, tra’
quali fu uno Guglielmo Alexandri, di voler parlare, da parte della
Signoria, o a fra Hieronimo, o a qualcuno di quelli frati. E fu fra
Malatesta, che s’intromisse a parlare con loro; e’ quali dissono che
la volontà della Signoria era, che fra Hieronimo venissi in palazzo
alla Signoria. Al che fu risposto che ne mostrassino il partito della
volontà della Signoria. Et uno di loro, che fu il detto Guglielmo
Alexandri, disse: La Signoria fa a nostro modo; non ne dubitare
punto che il partito c’è; e doppo altre parole fecion venir quivi un
Mazziere, over comandatore de’ Signori, con le fave nere in mano del
partito della Signoria. Il qual partito se fu della Signoria o no,
Dio lo sa; e fra Malatesta venne, e a fra Hieronimo et a tutti i frati
che già s’erono poi ridotti in Libreria, e mostrò, o per timore o per
voglia che’ egli havesse, che la cosa era in gran pericolo; e che e’
bisognava andare, o che i frati sarebbono quivi tutti morti: e così
spaventò assai tutti i frati. Donde quelli de’ Compagniacci che erano a
tal parlamento, come fu Duccio Adimari, e detto Guglielmo, et il Grasso
de’ Medici et altri, affrettando la cosa, promessono con larghissime
parole a’ frati tutti di condur salvo il frate alla Signoria, e così
salvo ricondurlo al suo convento: che forse, se si aspettava il giorno,
sarebbe stato soccorso da molti, che, per esser notte e non veder che
cosa fusse, non si mossono. E così con questi patti si dette loro nelle
mani; e fra Domenico da Pescia volse andare et andò con seco in sua
compagnia. E questo fu l’accordo, che io volsi ieri dire quando così
parlai; et hora che mi hai ricerco che tel dichiari, come ho fatto,
sappi ancora che molti de’ suoi frati, in questo suo partire, volevano
andar con lui, _etiam_ che credessino andar alla morte; ma lui non
volle che nessun vi andassi, se non fra Domenico. I quali, prima che
di lì si partissino, tutti a dua si comunicorno quivi l’un l’altro per
viatico; quasi aspettando la morte ad ogni punto. E bisognò che il
frate a qualcuno di questi suoi frati comandassi per obedienza, che
non si partissi, e che non lo seguitassi: tant’era accesa in loro la
carità verso del loro Maestro. E così questi Compagniacci, in quella
notte, lo menorno via preso _cum fustibus et lanternis_, con tante
grida e strida di quel popolaccio, quanto si può pensare che sia
nell’Inferno: e chi gli dava pugna e calci, e chi lo chiamava frataccio
e chi fra Cipolla e chi in un modo e chi in un altro, con tanti strazii
e villanie che, se tu l’avessi sentite, ti parrebbe che fusse stata
molto simile questa captura a quella del nostro Salvatore. E così lo
condussono al Palazzo dove erano congregati li Farisei, che con gaudio
lo aspettavono, per fare ogni male: e quivi, in cambio di rimenarlo
al suo convento, come havevon promesso l’altro giorno, cominciorno a
tormentarlo e darli della corda, perchè non rispondeva a lor modo, a
quello di che lo esaminavono et interrogavano. E quivi furno eletti
16 esaminatori, tra’ quali era un Doffo Spini capo de’ Compagniacci,
come ti dissi nell’altra giornata. Hor pensa tu com’egli stava, tra 16
cani arrabbiati con tanto ardire, che ponessino alla fune e tormenti un
religioso, senza causa e senza aver licentia da alcuno suo superiore.
E benchè dichino in su quel processo, che è fuori, che vi fu la
commissione del Papa in due Canonici, non fu vero, e non può essere,
perchè nel medesimo processo si riprova. Perchè dicano averli dato,
alli 10 di Aprile, 3 tratti e mezzo di fune, et _tamen_ il frate non
entrò prima in Palazzo che la mattina de’ 9 di Aprile; e non poteva, in
sì poco tempo, haver mandato et esser venuto lettera, o licentia alcuna
da Roma.
_Didimo._ Io veggo, per quello che mi racconti, in prima la bugia
di questi Adversarij, e poi quanto stratio costor feciono di questo
povero frate; dove si manifesta quanto odio et veleno loro havevono
conceputo contro di lui. Ma io non veggio già che cagione o delitto
li apponessino, di sì subita presura e tormenti; perchè non si essendo
venuto alla prova del fuoco, che di sopra io ti dissi, non potevon dire
che l’avessin trovato in dolo, nè in fraude alcuna.
_Soffia._ Chi ha voglia di venire a una fine ec.
XLVI.
(Vol. II, lib. IV, Cap. IX, X, XI.)
_Altro brano dello stesso Manoscritto del Violi_.
_Sesta giornata_. Del vero processo di fra Hieronimo di sua mano
scritto, e delli altri tre processi, contra di lui falsamente
scritti da’ suoi inimici.
_Soffia_. E’ mi par vedere Didimo venire molto in fretta verso casa
mia; qualche altro scrupolo gli sarà stato messo nel capo. Egli
è desso! O Didimo mio, che hai tu di nuovo che tu ne vieni così
affannoso?
_Didimo_. Io non so qualche volta dove io cammini; tanto è astratta
la mia fantasia sopra queste cose di fra Hieronimo, che bene spesso,
uscendo di casa et non pensando, io mi conduco qua a casa tua, che
a pena io me ne accorgha: et insino a tanto che io non sia resoluto
da te del tutto in queste cose, non pare che io mi possa quietare.
Tu sai che nella giornata, in che noi, parlando sopra la scomunica
fatta da papa Alessandro VI contra a fra Hieronimo, a stanza et per
suggestione di quelli cattivi di Firenze; tu incidentemente toccasti
ancora un motto del Processo che contra di lui fu fatto, e dicesti
volermene dire un altro giorno, sopra questa materia, la verità come
essa sta appunto. Et per questo io sono stato in proposito tuttavia
di tornare da te per saperne il vero, e tanto più sono spinto, perchè,
poco fa, uno di questi mia amici, che tu sai che son contrarj a questa
opera, scontrandomi, mi assaltò a parlar meco in su questo processo;
e ti posso dire che ci si fanno molto gagliardi, con dire che e’ fu un
seduttore, e che questo suo processo e la morte sua l’ha dimostrato. E
però non ti maravigliare, se io ne venivo così ratto e sopra pensiero,
e ti prego che tu mi illumini di questa cosa come mi hai fatto delle
altre, e che io sappia come io debba rispondere a questa calunnia, che
altre che calunnia non penso e non credo che la si possi essere.
_Soffia_. Tieni saldo e fermo cotesto tuo credere, che quello che
loro ti dicano sopra questa materia, non è altro che calunnia, come
io ti mostrerò in questa giornata, prima che tu ti parti da me; perchè
essendo tu venuto a posta per questo, voglio e spero per gratia di Dio
mandartene sodisfatto; e vedrai che, da uno in fuori che lui scrisse
di sua mano, tutti li altri processi sono falsissimi, e falsamente
da’ suoi malevoli composti. Et in quanto tu di’ che lo chiamano fra
Hieronimo seduttore, e che per seduttor fu morto, non te ne alterare,
Didimo mio, di questo loro parlare; perchè ancora Christo signor nostro
fu chiamato seduttore da quelli Giuda che lo feciono crucifiggere, e
per seduttore lo accusorno a Pilato e che e’ subvertiva il popolo,
e per seduttore volsono che morissi; et ancora poi che fu morto lo
chiamorno seduttore, dicendo a Pilato che lo facessi levar di croce
e custodire il sepolcro, dicendo: _seductor ille dixerat: post tres
dies resurgam_, cioè questo seduttore ha detto che resusciterà doppo
tre giorni. Però lassa pur dire questi cattivi, che io non me ne
piglio punto di scandolo, del parlare di questi cattivi; anzi ne
piglio edificatione, considerando etiam che per questa via, lui si è
assimigliato più al suo e nostro Signore, che volse ancora lui morire
per queste via, et esser chiamato seduttore, benchè non fussi vero. E
se così questi cattivi dicano di fra Hieronimo, considera, Didimo mio,
che non ha a essere maggiore e di miglior nome il servo che il Signore,
sí come disse Jesu Christo a’ suoi discepoli: _Non est maior servus
Domino suo, et si me persecuti sunt, et vos persequentur_. Ma torniamo
al proposito di quello che tu vuoi sapere del processo, et lasciamo
andare costoro che son ciechi.
_Didimo_. Sì, Soffia mio carissimo, questa cosa del processo, chè per
ora da te altro non desidero.
_Soffia_. Sappi, adunque, che quattro furno i processi che in quel
tempo furno fatti sopra di Fra Hieronimo, quando che lui stette
preso et incarcerato; et uno di questi è solo vero processo, chè lui
scrisse di sua mano, e che li fu dato da scrivere, et inpostoli che
de’ casi suoi ne scrivessi la verità sopra le interrogationi che li
furno fatte:[675] e lui così del tutto ne scrisse la verità. E questo
suo processo vero di sua mano, un nostro cittadino chiamato Giovanni
Berlinghieri, che era allora uno del numero de’ Signori, et era huomo
litterato, gli pose su le mani, et tennesi questo tal processo per
sè; nè mai, poi che fu uscito de’ Signori, volse che alcuno più lo
vedessi, nè in vita di Fra Hieronimo, nè etiam doppo che fu morto.
Questo Giovanni Berlinghieri si trovò esser de’ Signori, in quel tempo
che Fra Hieronimo fu preso, cioè d’aprile 1498, et uscì de’ signori; et
poi di maggio entrò la Signoria, al tempo della quale poi Fra Hieronimo
fu sententiato e morto; sì che Giovanni non si trovò a giudicarlo,
ma portossene quel processo vero; et vedendo come questo frate fu poi
morto, non volse mai mostrarlo poi a persona, dicendo che non l’haveva.
_Didimo_. Io non ho saputo mai più che di Fra Hieronimo, fussin fatti
tanti processi, quanti tu hai narrato; e mi son creduto sino a qui,
che quel solo processo che è fuori stampato fussi di lui fatto, e non
altro, eccetto che la esamina che di lui fece poi Romolino. Hor, perchè
tu hai detto che furno fatti di lui quattro processi, e di già mi hai
scoperto uno che tu di’ che è quel vero che ebbe Giovanni Berlinghieri;
tu mi dirai ancora come stanno questi altri, e se di questo primo tu
hai ancora che dirne altro; perchè il dire tu che questo è il vero, et
li altri no, non par che basti, se tu non me ne dimostri qualche segno
di verità.
_Soffia_. Il primo segno che io ti voglio dire, e la prima coniectura
per la quale si apparisce che questo sia la vera confessione di Fra
Hieronimo, e che tutto sia in suo beneficio, e secondo la verità da lui
prima tanto predicata; e pubblicamente detta, è questo: che Giovanni
predetto, richiestone doppo morte del frate, da molti credenti la
sua dottrina, non lo volse mai mostrare; forse per non scoprire sè, o
quelli che in tale opera erano stati adversi et persecutori di questo
frate. El che è così da presumere, che questo sia il vero processo e
l’altro no, e che questo non concordi con quello che è fuori; perchè se
questo processo fussi stato concordante con quello che hanno mandato
fuora e fatto stampare, l’harebbe Giovanni mostro ad ognuno, e non
occultato. Ad ognuno, dico, l’harebbe volentieri fatto vedere, e tanto
alli fedeli e credenti di questa opera del frate per farli chiarì,
perchè erano in errore; quanto etiam et molto più alli contrarj per
compiacer loro; e però, non l’havendo voluto mai lasciar vedere, maxime
a quelli credenti, chè ne fu ricercato da molti; questo è segno e
coniettura manifesta, che questo scritto di sua mano non concorda con
quello stampato e pubblicato, che è fuora.
_Didimo_. Questo segno che tu hai detto ha assai del verisimile,
che in quel processo scritto del frate fussi più presto cosa che
contrariassi a quel processo stampato che con quello concordassi; pur
non di manco questa è sola coniectura e non probatione, se altro non
vi si aggiugnessi, maxime non ne dicendo tu se non parole, che lui cioè
Giovanni l’habbia dinegato mostrarlo a persona alcuna.
_Soffia_. Io veggo che è forza, che io ti apra ancora più manifesto
segno, che non era mia intentione nominare persona; ma perchè io ti
veggo ancora star sospeso, son forzato pigliare animo a nominarti
qualche uno che a Giovanni ne parlò, e le parole che gli rispose.
_Didimo_. Tanto più ne rimarrò satisfatto, quanto tu più mi mostri
che Giovanni havessi questo scritto nelle mani, e che lui lo volessi
occultare.
_Soffia_. Sappi, adunque, e tieni per certo questo che adesso ti
dico: il prefato Giovanni Berlinghieri, doppo alquanti anni morto il
frate, si infermò: et gravemente; et allora sperandosi che, almanco
doppo sua morte, Giovanni fussi contento lasciar questo scritto che si
potessi vedere; vi andò a parlargli dua suoi parenti, e dirotti chi e’
furno poi che così mi costringi. Questi furno Alessandro Pucci, et Mª
Sibilla sua donna, i quali erano tutti a dua suoceri di una figliuola
di detto Giovanni, sperando per la parentela ottenere questa domanda,
et pregoronlo che dovessi mostrar e compiacerne loro di questo scritto
del frate. E dirotti ancora più oltre, da chi e’ furno mosse queste
dua persone a far questa domanda. Fra Bartolommeo da Faenza, che era
frate dell’ordine che era Fra Hieronimo, uno dei suoi credenti, ma
haveva veduto miracoli più volte; sapendo che Giovanni haveva questa
cosa, desideroso di vederla usò queste dua persone parenti di Giovanni
per impetrare questa gratia. Ma odi quel che Giovanni li rispose e
disse: nè a voi nè a persona del mondo lo mostrerrei, perchè sarei
per avventura cagione della morte di più di quaranta cittadini di
Firenze. A Dio non piaccia che io sia cagione di tanto male; habbiate
pazienza, perchè non è bene che io facci quello che voi mi domandate;
anzi voglio prima che io muoia gittarlo nel fuoco, e vederlo ardere,
chè non voglio dare occasione alla morte di persona. Hor che di’ tu
qui, Didimo; bástati questo segno della verità di questo tal processo?
Di chi credi tu che Giovanni dubitassi d’esser morti tanti cittadini,
non già delli amici del frate, che in tale scritto non havevan colpa,
nè fattovi nulla; ma sì bene delli suoi persecutori che havevono fatto
il contrario e l’opposito di quel che diceva questo processo vero, e di
man propria del frate.
_Didimo._ E’ non si può negare che questo non sia manifesto segno, che
la verità sia in questo scritto che tengano occulto; perchè le parole
di Giovanni Berlinghieri, che tu hai allegate, se le son così come tu
l’hai narrate, mostrano la malignità e la colpa grande in costoro che
dettono la morte, o furon causa della morte del frate, dubitando lui
che sarebbon morte, se questo processo si palesassi.
_Soffia_. E’ pare che tu dubiti, se questa risposta di Giovanni fu così
come io te l’ho narrata. Credi tu che io ti dicessi affermative una
cosa, della quale io non ne fussi certificato prima? Sappi che tutte
queste parole di Giovanni, io hebbi da tutte a tre quelle persone che
io ti ho narrato che richiedevano Giovanni di questa; perchè tutti
tre erano mia amicissimi, et hebbi sempre io con loro grandissima
familiarità sin che vissono.
_Didimo_. Io ti credo assolutamente, e non dubito punto che non sia
vero quello che tu mi hai detto; e tanto più ti credo, che non posso
credere haver permesso Dio, che cotesto huomo habbi serbato cotesto
scritto a caso; ma che forse un dì si habbia a palesare per testimonio
di questa verità.
_Soffia._ Ella è opinione di alcuni, che benchè Giovanni dicessi quelle
parole di voler ardere questo processo innanzi alla sua morte, che non
dimanco poi nol facessi; e però potrebbe per avventura un dì, quando a
Dio piacessi, verificarsi quello che tu hai detto.[676]
_Didimo_. Horsù tu hai detto assai di questo primo processo; e di
quest’altri tre che tu di’ che ne furno fatti, tu ne dirai quel che e’
sono, e che di loro sia seguito.
_Soffia_. Io ti ho detto che questi altri tre furno falsamente
fatti, per calunniare il frate quanto e’ potevano; volendo con tal
calunnia coprire sè e la loro cattività e maligna intentione, che
non paresse che havessino presi et morti tre religiosi, senza causa
alcuna e tanto vituperosamente, e non havendo altro rimedio a voler
dar qualche coperta alla loro iniquità che fingere questo frate uno
huomo diabolico. Ma diciamo un poco di quelli altri due, che insieme
con lui feciono morire. Di questi non hanno mandato fuori nè stampato
processo alcuno; anzi dipoi si è trovato quel che loro scrissono in
prigione, che non v’è un peccato al mondo. Immo più forte ti dico, che
viddono un miracolo espresso di Fra Domenico in prigione, innanzi che
lo mandassino a morire, come un’altra fiata io ti dirò per non uscir
qui ora di proposito. Bastiti questo per adesso, e nota bene se questo
altro segno che io ti ho detto ti scuopre la malignità, et perversità
grande di questi indiavolati et maledetti persecutori di questo frate.
_Didimo_. Chi ha punto di giudizio e ponga da canto la passione, non
sarà mai possibile che, considerato tutte le circonstantie che sono in
questo caso, che possa mai dire, se non che questa fu rabbia di questi
persecutori, e non fu cosa di iustitia, nè di verità alcuna. Ma torna
al dirmi di questo secondo processo quel che tu ne sai.
_Soffia._ Quando questi scellerati viddon da principio, di non poterne,
con tormenti nè con altro, trovar cosa da giustificarsi di haver messo
le mani violente in questi poveri religiosi, come già te ne toccai un
motto nella III giornata, che allora infra tre o quattro giorni già il
popolo nella città mormorava di loro; però fabbricorno così in fretta
fretta un processo falso di poche carte, cavato, come allora si disse,
in parte da quel (_di_) Fra Hieronimo, con certe postille aggiunte in
più luoghi, che guastavano tutto il detto suo; e le quali postille si
disse essere state fatte da ser Cecchone che fu cancelliere di quelli
esaminatori, et posonvi su qualche calunnia contra il frate, e fecionlo
stampare a un cartolaio e venderne. Ma non fu più che veduto fuora,
che etiam da quelli che erano dalla parte di questi adversarij, e de
lor savi della sapientia humana, fu giudicato cosa di poco fondamento,
e più presto con poca prudentia composta; e però subito fu mandato un
bando in fra tante hore, sotto grave pena, riportarli a quel Cartolaio
donde li havevono comperati. Hor vedi, Didimo, che processo fu questo
che lor medesimi compositori di quello processo presto sene ebbono a
vergognare.
_Didimo_. Questo che tu hai detto del mandar fuori questo tal processo,
e subito ripigliarlo, dimostra la sciocchezza loro, et insieme la
malignità; e così sempre interviene a chi non va retto a Dio, che,
benchè per far male usi l’astutia e la malitia, nondimanco sempre
par che perda il cervello, e dimostri ancora la sua astutia sicome è
scritto: _Adducam consiliaros in stultum finem_. Ma dimmi, Soffia,
donde cavi tu questo, che mandato che fu fuori tal processo, lo
facessino di subito, per bando, riportarlo donde era stato levato?
_Soffia._ Che questo fu cosa pubblica, et ancora io dissi se tu
leggessi quella cronicha del Botticello, che altra volta io ti ho
detta, tu troverresti a carte 434 che lui dice che fu messo questo
bando da parte della Signoria, o degl’Otto, che tal processo si
riportassi, e che ne fu riportati molti; ma che lui nol volse già
riportare quello che lui comperò.
_Didimo_. Horsù diciamo che questo sia abastanza quanto al secondo
processo che tu hai detto, il quale apparentemente si vede assai esser
macchiato di falsità. Venghiamo al terzo, e dimmi quale è questo terzo,
e quel che tu ne giudichi, e come tu lo intendi.
_Soffia_. Il terzo processo è questo che è fuori stampato, il quale
scrivono esser fatto e scritto sotto dì 19 di aprile 1498, il quale io
ti ho detto che è similmente falso, e mostrerotti la sua falsità in più
luoghi, se tu mi ascolterai.[677]
_Didimo_. Mostrami, e di’ quello che tu vuoi, che io ti ascolterò
sempre più che volentieri, per trovar la verità di questa cosa, chè
altro io non cerco.
_Soffia_. Cominciati da principio di questo processo, dove e’ dicano
haver cominciato ad esaminare Fra Hieronimo alli 9 d’aprile, che la
notte innanzi a detto dì 9 fu da loro preso; e dican alli 10 haverli
dato tre tratti e mezzo di fune, et a questa esamina, oltre alli
esaminatori secolari che quivi son nominati, dicano vi intervenne due
canonici commessarii del Papa. Questa per la prima è una expressa
bugia, et una manifesta falsità, perchè il frate è preso la notte
innanzi alli 9 del mese, et alli detti dì 9 lo cominciano a esaminare
secondo che è scritto in detto processo: non è possibile che in sì
breve tempo habbino mandato a Roma per la commissione, e la sia venuta
in sì poche hore, che tra l’andare e tornare son più di duegentonovanta
miglia; però si vede già che in sul principio questo processo si
dimostra falso, e Dio lo permette che le opere de’ cattivi hanno sempre
qualche cose che si scopre la lor cattività.
_Didimo_. Questa tua ragione non è talmente gagliarda che non vi si
possa rispondere; perchè potranno dir questi adversarij, che prima
havessino fatto venir tal commissione.
_Soffia_. Sciocca e stolta sarebbe stata cotesta loro risposta, se così
la dicessino, e sarebbon simili a quello stolto che ordina di desinare
la lepre avanti che l’habbi presa.
_Didimo._ Horsù ammettiamo che questa prima habbia apparentia pur
di qualche falsità, e dimmi se tu ne mostri altra miglior ragione di
questa, da convincere questi nostri amici; che ti so dire che in questo
processo fanno grandissimo fondamento, e dicano che gli è soscritto
da tante altre persone qualificate che si trovorno presenti a tal sua
confessione, in modo che io non veggo per che via si possa bene uscire
di questo. Io per me non so già cavarne i piedi, se tu non mi mostri il
modo.
_Soffia_. Ben sai se fussi vero quel che quivi è scritto, e noi lo
presupponessimo per vero, che saria difficil cosa uscire di tal laccio;
ma se io ti mostrerrò molte falsità che vi son dentro, bisognerà che
tu e loro confessino, non volendo esser protervi, che a un tal processo
pieno di falsità non se li possa nè deva prestar fede.
_Didimo_. Horsù procediamo avanti, tu ne hai già dette una di queste
falsità, benchè la non concluda molto. Séguita di dire l’altre, che
forse haranno più apparenza, e più demostratione.
_Soffia_. L’altra falsità, che si vede ancora sul principio di questo
processo, è questa: che dicano haver dato a Fra Hieronimo in tutto
tre tratti e mezzo di fune e non più, e che poi in tutte l’altre
esaminationi è stato esaminato a parole; questa ancora è un’altra gran
bugia et espressa falsità, come dopo se n’è trovato il vero. E prima
voglio che tu sappi, per giustificatione di quel che io ti dico, che
uno di quelli che si trovava ad esaminare più volte Fra Hieronimo, fu
messer Hormannozzo Deti, nostro dottore fiorentino, quale era allora
de’ Signori; e dipoi, morto il frate, trovandosi a cena una sera in
casa Guglielmo de’ Pazzi, dove era ancora alla medesima cena Schiatta
Ridolfi, amici e parenti di detto Guglielmo, e ragionandosi pure quivi
a tavola in sul frate, del quale di sua morte in quei tempi spesso
si ragionava; il prefato Schiatta interrogò messer Ormannozzo, e
disse: deh! ditemi in verità come trassinasti[678] voi Fra Hieronimo
con la fune, che ho inteso che molto egli si doleva? Rispose messer
Ormannozzo: gliene davono,[679] quando quattro tratti, e quando sei.
Allora Schiatta si volse al vescovo de’ Pazzi, che era lì a quella
cena e disse: quattro e sei fa dieci; notate Mons^{re} quel che ha
detto messer Ormannozzo, e quanto gli è contrario al processo stampato,
che non li dettono più che tre tratti di fune e mezzo. Et allora,
perchè il detto Vescovo era stato molto contrario al frate, roppe quel
ragionamento e non volse che se ne ragionassi, nè se ne disputassi
più oltre, per non scoprirsi il vero. Párti, Didimo, che questo detto
del processo sia falso e reprobato, per la testificazione di uno di
quelli che lo tormentava? Così ne disse, e feciene buon testimonio poi
Schiatta a più riprese.
_Didimo_. Non si può con verità negare, che questo parlare
dell’esaminatore non sia sufficiente probatione della falsità, in
parte, del detto processo; e non dico a questa, come io dissi alla
prima che tu allegasti, ma séguita più oltre se tu hai altra prova che
questa.
_Soffia_. Di quel che io ti ho detto, ti dovrebbe bastare la fede
e testimonianza di Stiatta che sai che fu huomo da bene; ma per più
chiarezza, io ti soggiugnerò quello che ho letto in quella cronica del
Botticello a carte 436, dove lui dice e descrive molte cose occorse in
quei tempi, et intra l’altre dice questo: che haveva parlato a un huomo
degno di fede, che si era trovato in una sera a veder dare al frate
quattordici tratti di fune, dice lui, dalla carrucola a terra.
_Didimo_. Oh! questa è ben cosa horrenda a sentirla dire, non che
provarla; et mi maraviglio come un corpo delicato come era il suo,
potessi reggere a tali tormenti in una sera, e che e’ non morissi.
_Soffia._ Io ti dico che lo lacerorno in modo, che secondo che
pubblicamente si diceva, non poteva alzar le braccia, e che bisognava
imboccarlo quando mangiava.
_Didimo._ Oh! povero frate, tu eri nelle mani de’ cani. E’ volevono che
tu dicessi a lor modo, o che tu morissi in su’ tormenti. Ma andiamo più
avanti, se ci è altro che dire in questo processo di falsità, che veggo
che non si può negare questa che tu hai narrata; dicendo loro che nel
processo che in tutte le esamine loro, che durorno dieci giorni interi
mattina e sera, non li haver dato più che tre tratti e mezzo di fune;
e tu mi mostri uno che testifica haver veduto dargliene in una sera
quattordici tratti. Questa non può esser più chiara falsità.
_Soffia_. Eccene ancora molte altre, le quali udite che tu le harai, ti
parranno ancora più chiare che questa.
_Didimo_. Horsù dimmi ancora queste altre.
_Soffia_. A voler che tu intenda, bisogna prima che tu sappia che
un ser Cechone che era in quel tempo qui nella città cancelliere de’
Dieci, intervenne a quella esamina e processo che fu fatto del frate,
e fu operato per cancelliere di quelli esaminatori. O che lui vi si
ingerissi perchè era inimico del frate, o che e’ vi fussi chiamato
io nol so; unum est che lui fu scrittore di tutta questa opera. Et
similmente hai da sapere, che doppo la morte di questo ser Cechone,
che visse pochi mesi doppo il frate, si sono ritrovati in casa sua li
scritti originali di questa esamina, di mano di detto cancelliere, che
lui scriveva dì per dì, quando esaminavono il frate; quali originali
sono in molte parte tanto varij e discordanti da questo processo che
hanno fatto stampare e publicato fuori, quanto è vario il dì dalla
notte; et ha permesso Dio che ser Cechone non li ardessi, acciochè
questa sua falsità che ha posta nel processo un dì venissi a luce, per
manifestare la verità di quanto il frate esaminato e tormentato disse.
_Didimo._ Questa sarebbe una gran riprova dello scritto suo, e
manifesta chiarezza della falsità di tale processo, se discordassi
dalla originale esaminatione; perchè si suole sempre fare che lo
esemplo concordi con lo esemplare, altrimenti si chiamerà falsamente
estratto. Ma dimmi in che modo si sono così ritrovati questi originali?
_Soffia._ Qualcuno de’ fedeli di questa opera ha havuto tanta
industria, e tanto mezzo con quelli di casa sua, che li hanno havuti;
et essene havuto copia, et io li ho visti e letti, et tamen cosa alcuna
che il frate dicessi a suo benefitio e secondo la verità, non vi hanno
posta in questo processo stampato; ma aggiuntovi quello che è paruto
loro per mostrare che il frate fussi cattivo huomo, per coprire la loro
ingiustitia di haver morto un innocente.
_Didimo_. Horsù mostrami questa varietà che tu hai detto, e questa
discordanza dal processo, per arguirne quella falsità che tu ne
inferisci.
_Soffia._ Ecco che io la dimostro nel primo capitolo di questo lor
processo stampato, dove interrogato il frate della[680] Chiesa, che
ognuno sa quanto e’ l’haveva publicata per revelatione da parte di
Dio; lor fanno e mostrano che il frate risponda e dica che non haveva
questo per revelatione: e poi più giù dicano che questi erano suoi
trovati e per suo studio, et affermano che lui dica che non parlava a
Dio, nè Dio a lui in alcun modo di quelli che Dio suol parlare a’ suoi
santi profeti; ma che affermava presontuosamente quello che non sapeva.
Questo dice in sostanza el primo capitolo di detto lor processo. Hor
odi, Didimo, quello che dicano quelli originali. Nella esamina fatta
alli 11 di aprile, circa le sue profetie et revelationi, interrogato,
dice: _Quello non è caso di stato; se io son vero profeta, o sì o no,
Dio lo mostrerrà; e detti altri Profeti sono stati in peggior termine
di me. Nessuno ha a giudicare_, dice quivi il frate, _la intentione
dell’altro huomo; ma solo lo exteriore_. Poi, poco più giù, interrogato
delle sue profetie, di nuovo dice: _Questo non appartiene a voi il
saperlo_, e soggiunge e dice: _Se io vi dirò sì, non mi crederete;
se io dirò no, io dirò le bugie._ E vedesi qui. Didimo mio, in questa
prima esamina, che lui non volse dirlo loro apertamente, in che modo
gli erano revelate queste cose che lui haveva profetato; et occultavasi
quanto e’ poteva in questa esamina delli undici dì, benchè havessi
di già havuti tre tratti e mezzo di fune il dì avanti, come dice il
processo. Vedi poi la esamina fatta alli 12 della mattina, et penso
che dovessi toccare di nuovo della fune perchè non diceva a lor modo.
Vedesi che pur lo interrogavano di nuovo sopra queste sue profezie e
revelazioni, chè la voglia loro era che le negassi. Hor vedi quello
che lui risponde, e che si vede scritto in questi originali. E’ dice
così, parlandone honestamente: _Poichè io son costretto dico, che
mi parla a voce viva come a voi_,[681] _et io a lui_; e dice vederlo
oculatamente e che egli è un Angelo. Vedi poi l’altra esamina, la sera
del detto dì 12 d’aprile, che di nuovo lo domandono sopra questo angelo
che li parlava; risponde e dice: _Che li parta con voce humana, come
noi a lui, e lui a noi_. E dimandato in che forma li appariva, e di
che vestito, risponde: _Come un giovane d’età di 15 anni incirca, et
vestito quando di rosso, e quando bianco, e di altri colori._ Queste
sono le parole e risposte di Fra Hieronimo, in questi giorni che io ti
ho detto. Guarda se nessuna di queste tu le trovi in su il processo
stampato; anzi dican quivi tutto il contrario: e però chi ha punto
di giudizio, può conoscere quanta expressa falsità sia in questo lor
processo che hanno publicato et mandato a stampa.
_Didimo._ Questo che tu mi narri della contrarietà del processo con
li originali, è tanto cosa manifesta, che non si può negare che qui
non sia stata commessa una expressa falsità. Hoimè! come è possibile
che nel processo si dica, che il frate confessi che Dio non li habbi
parlato in quel modo che Dio suole parlare alli suoi veri Profeti; e
che li originali, donde debba esser tratto il processo, dicano che
l’angelo gli parlava _a voce viva_, e di che età gli appariva, e
come era vestito? Queste due cose non stanno, e sempre più si debbe
prestar fede allo originale che alla copia et allo esemplo; e però vi
si arguisce espressamente, questo processo essere stato falsamente e
tristamente fatto. Ma séguita pure, se tu or trovi altra discrepanza,
chè quante più sono, tanto più mostrano la malignità di chi l’ha fatto.
_Soffia._ Ben sai che vi è ancora delle altre. Vedi che un altro poi
ne pone nel terzo capitolo del processo, e dice che l’intento di Fra
Hieronimo era solo la gloria del mondo, et haver credito e reputatione;
et tamen li originali della esamina fattagli nelli 11 d’aprile, dicano
che l’intento suo era buono et che ha havuto buona intentione; e così
dice nell’esamina de’ 12 dì, che l’intento suo era di condurre questa
opera sua, e soggiugne e dice: _Lassatela stare, se la sarà da Dio
la darà segno manifesto, se l’è da huomo la cadrà_; e dette loro per
consiglio quello che disse Gamalsel dell’opera di Christo. Di queste
parole non ne parla il processo cosa veruna, ma dimostra tutto il
contrario: il frate, li dice, voleva condurre l’opera sua. Séguita poi
nel 4º cap. dove si parla del governo che il frate augumentava nella
città; ser Ceccone vi aggiugne una parola et una sua chiosa, e dice:
_tutto faceva per gloria del mondo, e per haver quello voleva nella
città_. Et questa medesima chiosa et postilla la pone, nella penultima
carta del processo, a tutte le cose sue; e dice tutto esser da lui
fatto per gloria del mondo, e per esser sempre famoso: et tamen nella
detta esamina et originali delli 11, dove si parla di questo governo
non vi si vede, nè vi si legge, nè trova questa chiosa. Anzi dice quivi
il frate, che l’intento suo era indurre un vivere civile, e simile al
Venetiano, e che i buoni cittadini fussino quelli che governassino. E
poi nella esamina de’ 12, interrogato del Consiglio Grande, cioè del
nuovo governo; dice, che la[682] viene da Dio; e, pur costretto a dire
in che modo, risponde: che questo consiglio l’hebbe da chi li parla
come di sopra è detto; il che voleva dire dall’angelo, come di sopra.
_Didimo._ Deh! Soffia mio, non ne dir più di questa falsità
del processo, che tu ne hai già dette tante che sono più che a
sufficientia, a mostrare la malignità e sceleraggine di chi lo compose;
e bastava dirne una sola di queste falsità, perchè una partita falsa di
un libro, tra i mercanti, fa falso tutto il libro, e giudicasi che non
se li debba più prestar fede. Non sai tu ancora quel detto virgiliano:
_Crimine ab uno disce omnes?_ Però non bisogna che ti affatichi più a
ricontarmi altre falsità.
_Soffia._ Io tene dirò pur ancora un’altra, e poi non più. Nell’ultimo
capitolo del detto processo, presso al fine, è scritto che fra
Hieronimo disse, domandato circa lo experimento del fuoco: che non
haveva certezza alcuna che il suo frate entrandovi non arderebbe,
benchè havessi detto in pergamo che entrandovi ne uscirebbe inleso;
ma dice quivi quel processo, che lo disse per darsi reputatione,
infino all’ultimo, el più che poteva. Hor guarda qui, Didimo, che
bugia è questa; perchè in quelli originali della esamina delli undici,
interrogato, se invero voleva far quello experimento, quando e’ venne
in Piazza, risponde: _Io non vi saria venuto, se io non l’havessi
voluto fare_. E dice che era certo che il suo frate non arderebbe, e
che era ancora in animo di non lasciare ardere quello di S. Francesco,
ma sì bene lasciarlo un po’ cuocere; e poi soggiugne nell’altra esamina
de’ 12, fatta da mattina, dice così: _Che quanto allo experimento
che si haveva a fare del fuocho, che lo farebbe di bel nuovo; e che
dell’esser certo che Fra Domenico non havessi ad ardere, l’haveva da
Dio nel modo sopradetto_. E così poi nell’altra esamina, fatta da sera
del medesimo dì a hore 22, domandato se l’angelo li haveva detto dello
entrare nel fuoco; rispose di sì, e col sacramento; e dice, che questo
(_fu_) la prima o ver seconda notte avanti il caso, e che fu questa
apparitione nella sua cella. Hor vedi tu qui, Didimo, quanta gran bugia
è questa, in fine di detto processo; et quanto questo loro scritto e
stampato, si reprova dalli originali delle esamine predette.
_Didimo_. Io ti ho detto che tu non ti affatichi più in dimostrarmi
questa falsità del processo; perchè oramai la si vede più chiara che
il sole, et hotti detto, allegandoti la sententia virgiliana, che un
solo atto scoperto vitioso et maculato, manifesta tutti li altri esser
simili; e se non ti pare a sufficientia il detto di Vergilio, piglia la
legge civile che dice: _Semel malus, semper præsumitur malus in eodem
genere mali;_ et il medesimo ti arguisce la legge di Christo che dice:
_Qui in uno peccaverit factus est omnium reus;_ e però ser Cechone è
scoperto falso. In capitolo tale si ha a pensare in tutto il resto;
però non dir più di questo: passiamo a qualche altra cosa. Tu hai detto
di sopra che i processi del frate furno quattro, e di già tu ne hai
discussi tre; e però resta che tu venga al quarto, e dicane quello che
tu ne intendi.
_Soffia._ El quarto processo fu quello che fece Romolino, quando e’
venne da Roma qua mandato da Papa Alexandro, il quale giunto qui, lo
cominciò ad esaminare addì 20 di maggio, e così alli 22, et ultimo
loco alli 23 lo fe’ morire; havendo lui in questi giorni datoli tre
tratti di fune, secondo che si legge in questi residui di questi
originali rimasti qua delle esamine che ne fece detto Romolino; benchè
il processo proprio che fece qua non ne rimase copia, portandolo seco a
Roma, e presentollo al Papa; e nè lì e nè qua mai si è possuto vedere,
e stimasi l’ardessino, acciò la vergogna loro non si manifestassi,
nè la loro iniquità d’haver morto l’huomo senza peccato alcuno. Ma
questo pocho di originali qui della sua esamina fatta da Romolino,
furno scritti etiam da ser Cechone et altri, così subbrevità, che
erano presenti a tale esamine quando si faceva. Hor tu hai da sapere
che questi pochi di originali che si trovano della esamina fatta da
Romolino, sono in molti luoghi assai differenti da quelli originali,
che io di sopra ti ho detto haver veduti e letti, delli 11 et 12 dì
di aprile, delle esamine fatte da quelli cittadini primi esaminatori;
et veggo che questi variano assai da quelli altri, e forse potrebbono
haver lacerato tanto questo frate in su tormenti che l’harebbono, come
uscito fuor di sè, fattolo in qualche cosa variare, e dir quel che non
fussi.
_Didimo_. Hoimè che hai tu detto, Soffia? È egli lecito a un Profeta
o servo di Dio ridirsi, etiam che fussi tormentato? E’ si legge pur
de’ Martiri che in tanti tormenti, in quanti egli erano posti, stavano
fermi e costanti, e sopportavano non solo ogni generatione di martirio;
ma ancora la morte per non si ridire, e per mantenere la fede che e’
credevono et predicavano, e se questo fussi vero che tu di’, tu mi
metteresti il cervello a partito.
_Soffia_. Non ti scandalezzare, Didimo. Io non ho detto che sia vero,
ma ho detto che forse potrebbe essere, perchè i tormenti molte volte
cavono l’huomo del suo libero arbitrio; ma quando e’ fussi ancor vero,
che il frate paressi quanto al suono delle parole haver in qualche cosa
variato, e tu voglia sapere come simili variationi s’intendano, e se
gli è male o no, e se gli è lecito dir così o no, e se gli è differenza
da Profeti a Martiri della fede, e come questa cosa stia; eleggi una
giornata quando tu vuoi, che io credo con l’aiuto di Dio fartene andare
sodisfatto, perchè in questo giorno non disputiamo d’altro che della
validità o falsità del processo, e se noi volessimo entrare qui nella
materia del ridirsi o no, noi interromperemo il nostro quesito, e non
faremo forse bene nè l’uno nè l’altro.
_Didimo_. Ben sai, voglio intenderla bene questa cosa, perchè mi
pare che essa importi il tutto; e perchè tu hai detto che io elegga
una giornata per questo effetto, io non ci veggo la più presso ora
che domani, e così questa eleggo, se non ti è molesto per altre
occorrentie; perchè non voglio star troppo con questa pulce che tu mi
hai messa nell’orecchio.
_Soffia_. Horsù, e domani sia la giornata che lasserò stare ogni
mia comodità per satisfarti. Seguitiamo adunque questo discorso del
processo di Romolino, cioè quel che si trova in questi pochi originali
fuor di questa cosa.
_Didimo_. Horsù seguita e di’ quel che tu vi trovi.
_Soffia._ Dico che quivi si legge che giunto Romolino alli 20 di maggio
1498, si fa menare il frate nella sala superiore del Palazzo dove è la
fune, et lettoli il breve della autorità sua, e similmente el generale
lettoli il breve che haveva dal Papa, e dettoli prima una gran villania
e spaventatolo, e minacciato assai, poi Romolino lo domanda la prima
cosa se gli è vero quello che è scritto nel processo; e lui risponde:
_Io sono stato esaminato da questi Cittadini, e con tortura, e senza.
Io non so se mi interrogate di cose nuove._ E Romolino instando, disse:
_È egli vero quello che è scritto lì?_ E Fra Hieronimo risponde esser
vero. Ma nota, Didimo, e non ti facci ombra questa risposta, perchè
e’ son quattro e’ processi del frate, come di sopra io ti ho detto; e
può molto bene il frate dire esser vero el processo che lui scrisse di
sua mano, che di sopra io ti ho detto (chè quello è tutto vero), e non
importa che bene Romolino intenda d’un processo, et il frate risponda
et intenda di un altro, come io ti mostrerrò poi nell’altra giornata
quando parleremo del modo di variare le risposte, come io ti ho poco fa
promesso. Ma perchè questa risposta del frate dovette essere scura e
così tra denti, perchè era spaventato et impaurito, non dovette esser
chiara. Però Romolino di nuovo lo ridomanda del medesimo, secondo
che si legge in questi originali, et il frate, secondo che quivi è
scritto, affirmavit, e disse Fra Hieronimo: _Dio mi aiuti_. Per il che
si può presumere per queste sue parole, che fussi battuto o spaventato,
dicendo _Dio mi aiuti;_ e Romolino poi seguitando lo domanda di più
altre persone, et finaliter poi li dice: _Che ti aveva fatto il Papa
che voi dicevi che non era christiano, nè Papa?_ Et voltatosi quivi a’
ministri, comanda che sia spogliato e posto alla fune. Hor vedi qui,
Didimo, che procedere è questo, e se questi ti paion modi di justitia,
metter questo poverello subito alla fune senza cagione alcuna; perchè
se lui gli haveva risposto come e’ voleva, non accadeva, nè era giusto
metterlo a’ tormenti. Ma bisogna dire, o che la risposta non fu chiara
nè a modo che voleva Romolino, o che questo procedere non fu altro che
la rabbia e l’odio grande che li havevano posto; e però si sforzavano a
farne ogni stratio.
_Didimo._ Io veggo che tu di’ il vero, che costoro pigliavono piacere
de’ martirij di questo huomo, come di un loro inimico capitale. Ma
dimmi, se il frate disse cosa alcuna a questa tanto loro insolentia e
rapacità.
_Soffia._ Il frate, allora, nell’essere spogliato con tanta rovina, se
li destò lo spirito; et inginocchiatosi innanzi a loro, secondo che
si legge in questi originali che io ti ho detto haver visti e letti,
parlò in questa forma, e disse: _Horsù uditemi, Dio tu mi hai colto.
Io confesso che io ho negato Christo. Io ho detto le bugie. Signori
fiorentini, io l’ho negato per paura de’ tormenti, siatemi testimoni;
se io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho detto
l’ho havuto da Dio; Dio tu mi dai la penitentia per haverti negato. Io
la merito. Io ti ho negato, io ti ho negato, io ti ho negato per paura
de’ tormenti._ E così dicendo, dice questo originale, che mostrava il
braccio manco quasi guasto, dicendo: _Jesu aiutami, questa volta tu mi
hai colto_. Hor che ti par qui, Didimo? Che di’ tu di queste parole?
Lui si vede spogliare, et andare al tormento, e confessa il vero, e non
lo vogliono credere; il che si vede, perchè lo tirano incontinente in
su la fune, e tormentanlo.
_Didimo._ Io sto stupefatto a queste parole, et considerato anco quelle
altre prima, che lui confessa nel processo, a Romolino; e dall’altro
canto veggo la rabbia di questi cani che l’hanno nelle mani, che
vogliono, o che patisca mille morte et essere a ogni hora tormentato,
o che lui dica a lor modo. Io per me non so che mi dire, ognun pensi
per sè stesso se fussi in questi termini, nelle mani de’ suoi nimici,
quello che farebbe.
_Soffia._ E si vede manifestamente, che quelle prime parole che
confessa a Romolino del processo, le disse stimando di non esser
di nuovo tormentato; ma poi che vede che non li giova, lui ritorna
a dir la verità, e confessa haverla havuta da Dio; ma che l’ha
per paura negata, per non esser tormentato. Ma come si intendano
sanamente questi variati parlari, io ti ho promesso in quest’altra
giornata satisfartene; però per al presente non ti dirò altro. E
passeremo avanti, con dirti che doppo queste parole ultime dette da
Fra Hieronimo, lo tirano in su la fune, e puoi pensare che gliene
dettono quella che volsono; per la quale, secondo che quivi si legge
in questi originali, lui disse: _Non mi lacerate; io vi dirò la verità
certo certo._ E dovette dir di nuovo a lor modo, perchè si vede che lo
domandarono perchè havete negato il processo? Risponde: _perchè io sono
un pazzo_; e soggiugne e dice: _quando io sono in su tormenti, io mi
perdo._
_Didimo_. Horsù, Soffia mio, se tu hai che dire altro in questo caso
expedisciti; che io per me da un canto non mi posso partire dalla fede,
che io ho havuta sempre in questo huomo e nelle cose sue; ed all’altro
canto, per questo parlare io ci son confuso, e parmi mill’anni che
sia domani; acciò mi chiarisca questo passo di questi variati parlari,
perchè questo è il potissimo fondamento che hanno questi nostri amici
adversarij del frate, con dir che lui si è ridetto, e però, secondo
loro, le cose che lui in vita disse restano bugie e favole.
_Soffia._ Domani mi ingegnerò di farti chiaro; hora per hoggi voglio
ancora tu noti un’altra cosa: che oltre a questa esamina detta de’
20 di maggio, pur da Romolino nella medesima sala superiore, vi è
ancora in questi originali la esamina delli 21, e dannogli in 2 volte
della fune. Hor pensa come egli stava, et ridomandato se quello che
disse e confessò hieri è vero; risponde, e dice: _Io feci come huomo
appassionato, che volevo sbrigarmi da questa briga grande; perchè
queste passioni corporali, solo a vederle, mi sono più che a un altro
dieci tratti di fune._ Gusta bene, Didimo, queste parole; che a me pare
che non voglino inferire altro, se non che quello che disse loro fu
per paura della fune, e non per la verità; benchè di nuovo qui e’ dice
quello che e’ vogliono (col tormento della fune) e fanno che scopriva
el processo di Romolino. E molto lo esaminò, per sapere se ha tenuto
pratiche con Cardinali et maxime col Cardinale di Napoli, contro del
Papa per conto del Concilio; e fannoli dir quello che non era, perchè
si vede l’altro giorno alli 22, che lui nello alberghettino, dove
non è la fune, ne dice in presentia di alcuni cittadini, secondo che
si trova scritto in questi originali; _che hieri haveva detto molte
cose del Cardinale di Napoli che non eron vere_. E qui Fra Hieronimo
pianse,[683] dicendo che haveva udito dire a Romolino, che a Roma per
una favola si dava dieci tratti di fune; e che pensassi che per cosa
d’importanza non se ne dava uno solo; e che vedendo che lo domandava
molto spesso del Cardinale di Napoli, dilatò le cose fuori del vero;
e però dice; che mai con lui tenne pratica del Concilio, anzi che
gli fu adverso nella separatione che si fece nella congregatione di
Lombardia,[684] e che però per sua conscientia si voleva ridire. Hora
se tu avvertisci, Didimo mio, bene a queste parole; tu vedrai che tutto
quello che il frate havessi confessato a questi adversarij suoi, non è
altro che confessione extorta per minacci, per paura e per tormenti, la
quale non vale, come alla giornata seguente più a lungo intenderai.
_Didimo._ Io son contento quietarmi, aspettando la giornata di domani,
maxime ancora che in questo che tu mi hai ultimamente narrato, si
vede expressamente che qui non è stato altro che rabbia, odio, forza e
violenza; ma non già via o verso di ragione, o di giustitia alcuna. Hor
se ti resta altro che mostrarmi e dirmi di questi processi, espediamoci
hora mai di questa materia tanto fastidiosa.
_Soffia_. Noi habbiamo parlato assai di tutti a quattro processi
fatti sopra di questo nostro frate, i quali io ti dissi di sopra,
nel principio di questa giornata; e solo mi resta in ultimo dirti una
testimonianza di più persone che dimostrano la espressa falsità del
processo stampato, del quale di sopra habbiamo detto che feciono quelli
cittadini esaminatori, insieme con ser Ceccone loro cancelliere.
_Didimo._ Harò caro di intendere questa testimonianza che tu di’.
_Soffia._ Sappi che questo ser Cecchone non visse molto, doppo la morte
del frate, e non aggiunse a l’anno; et in questo molto si gloriava
d’havere operato assai in queste esaminationi del frate, e dicevane
tutto il male che sapeva dire, dimostrandolo in ogni luogo per huomo
astuto o pieno di malitia, e calunniandolo in ogni cosa benchè a
torto; et intra l’altre cose diceva che Fra Hieronimo, come astuto, per
spaventarlo, li haveva detto che se non levava certe postille che gli
haveva poste di sua mano in sul processo, che e’ non viverebbe un anno.
Donde che, havendo lui una sua villa non molto discosto da Firenze,
dove spesso andava, e quivi ancora parlava del frate ogni male,
etiam col prete della parrocchia di quel popolo della sua villa. Il
quale, come credulo di questo male che udiva da ser Cecchone, venendo
un giorno a Firenze per sue faccende, et accaso scontrandosi in un
calzolaio chiamato Neri Zoppo che faceva bottega in sul Ponte vecchio,
et era una buona persona, et huomo semplice; questo prete cominciò a
dirli villania, e che gli era di quelli Piagnoni, che andava a udire le
prediche di quello heretico di fra Hieronimo; in modo che questo prete
eccitò, et inanimò tanto alcuni fanciulli, che cominciorno a trar de’
sassi a questo calzolaio, in maniera che lui si hebbe a fuggire in casa
che non lo ammazzassino. Occorse poi, che di lì a poco tempo, essendo
ser Cecchone in quella sua villa con suoi compagni alquanto indisposto;
e lì giuocando con loro alle carte in casa sua per passar tempo, se li
mosse un catarro subito che pareva che lo affogassi; e però mandato
per il detto prete, e posto ser Cechone in sul letto, il prete mandò
fuor di camera l’altre gente per confessarlo: non vi fu mai hordine che
li ne potessi parsuadere di confessarsi. Anzi sempre rispondendo: io
non posso, io son dannato per haver tradito il sangue giusto; e così
in ispatio di due o tre ore, se ne morì affogato da quel catarro. Per
la qual cosa, el prete poco stette che ne venne a Firenze, e giunto
alla bottega di questo Neri calzolaio, e gittatosi in ginocchioni gli
chiedeva perdono. Ma questo Neri non lo riconosceva, e maravigliandosi
di questo atto, il prete gli disse: Io sono quello che vi feci trarre
i saxi da fanciulli e dissivi villania, male informato da ser Cecchone
che diceva che Fra Hieronimo era un ribaldo, e voi altri che lo
seguitavi; e più usava dire, che quel frate disse: che non viverebbe
un anno, se non levava quelle postille che haveva poste di sua mano nel
processo fatto da lui; e facevasene beffe. Donde io, essendomi trovato
alla sua morte, e veduto che non si è voluto confessare; ma è morto
disperato, dicendo esser dannato per haver tradito il sangue giusto; e
però ho conosciuto che il cattivo era ser Cecchone, e non il frate, e
chieggovi perdono. Questa cosa mi recitò detto Neri a me, non una volta
sola; ma più di sei, in quel modo che io te l’ho detta. Hor guarda,
Didimo, se ti par che si debba credere che quel processo sia vero, o
falso? Che altra testimonianza vuoi tu della sua falsità, che questa
del proprio falsatore?
_Didimo_. Questa cosa della morte di ser Cecchone, non havevo io più
intesa a questo modo; qui si vede la falsità confessata, la profetia
verificata, e la pena che ne ha portata chi fece tal delitto. O
Signore, la tua parola e la tua giustitia non mancha mai. Ma dimmi che
postille erano quelle di ser Cecchone in sul processo?
_Soffia_. Io nol so, e non telo saprei dire, e si stima ben da molti
che le sieno quelle parole che, dove il frate narrava le sue visioni
e quel che lui predicava e pronuntiava, il processo dice: _e tutto era
per gloria del mondo, e per mia superbia_. E stimasi che queste fussino
le postille, e la falsificatione del processo stampato, le quali parole
si trovano in diversi luoghi scritte in quel processo stampato: ma non
si può saper di certo che postille quelle fussino. Io ho ben visto in
quelli originali una esamina, la quale[685] soscritione dice: _Io Fra
Hieronimo mi soscrivo a quanto è scritto di sopra, in 6 carte d’una
mano, benchè vi sieno in alcuni luoghi certe postille di mano di ser
Francesco di ser Barone_.[686] Ma che postille fussino, o quello che le
contenessino, questo non si sa.
_Didimo_. E’ basta assai saper (_che_) il postillatore e falsatore
habbi confessato il suo delitto, e portatone la penitentia.
_Soffia_. Tu hai inteso questa testimonianza e confessione di ser
Cecchone di haver tradito il sangue giusto, et hai inteso le parole del
Prete e di Neri quello ne hanno detto. Hor te ne voglio dare un altro
testimonio, o forse due di questa falsità chiara di tal processo.
_Didimo_. Quanto più testimoni saranno, tanto più si può prestarli
fede, quando e’ concordano in una medesima sententia.
_Soffia_. Quando fu qui Romolino a Firenze a far l’effetto che si fece,
era seco un giovane per cancelliere da S. Gimignano, il qual giovane
nella partita di Romolino, trovandosi alquanto malato di febbre, fu
ricettato da maestro Marcantonio da S. Gimignano, qui in casa sua,
medico de’ primi della città; il qual medico ricercando questo giovane
che li piacessi mostrarli quel processo che si haveva fatto Romolino
della esamina del frate, gli rispose non ce ne esser rimasto copia
alcuna, ma che Romolino l’haveva portato al Papa. Per il che il medico
lo interrogò, che almanco fussi contento dirli che peccato havessino
trovato in questo frate, per il quale havessi meritato la morte;
rispose, che non solo peccato mortale, ma etiam veniale non si era
trovato in questo huomo. Del che il medico maravigliato, replicò e
disse: oh! perchè dunque è stato morto così vituperosamente? Rispose:
per non haver voluto obedire al Papa, et andare a Roma. E di nuovo
replicando il medico: egli è pur fuori un processo stampato di lui
che conta molti mali. Al che rispose il giovane: cotesto è un bugiale
fatto qua da’ cittadini, innanzi che noi venissimo. Hor tu hai udito.
Didimo, questo altro testimonio che si trovò a tormentare il frate con
Romolino, quel che lui dice: si è pur ritrovato in fatto a tutte queste
cose, e se questa testimonianza non ti bastassi, ascolta quest’altra
del proprio esaminatore, che ti farà al tutto chiaro.
_Didimo_. Et ancor quest’altra udirò volentieri, maxime dicendo del
proprio esaminatore che, se così è, sarà da prestarli fede indubitata.
_Soffia_. Al tempo che Romolino detto era già stato fatto Cardinale,
che per questo homicidio del Profeta, o per altro che si fussi,
guadagniò il cappello da Papa Alexandro VI; era in corte di Roma messer
Piero Ardinghelli, il quale fu padre di messer Niccolò Ardinghelli
nostro fiorentino, che ancora lui hoggi usa la corte, e sperasi un dì
venga al cappello per sua virtù e sufficientia. Questo messer Piero,
desinando una mattina col cardinale Romolino; come fa l’un cortigiano
con l’altro, e ragionando pure in sul frate; li dimandò fiducialmente e
disse: Rev^{mo} Mons^{re}, se gli è lecito saperlo, che peccato grande
trovasti voi in Fra Hieronimo, che li facesti fare sì vituperosa et
acerba morte? Rispose presto quella verità che sentiva dentro, quia in
repentinis cognoscitur habitus, e disse: nullo peccato a dirvi el vero.
Allora messer Piero maravigliandosi replicò, dicendo: perchè dunque lo
facesti morire? Rispose: perchè così volse il Papa Alexandro, acciocchè
nessuno s’avvezzassi a disubbidire la Sedia Apostolica, et a non voler
comparire al papa quando è domandato con citatione; e soggiunse poi
messer Piero e disse: quel processo che è stampato fuora, dimostra pur
tanti mali. Rispose il cardinale: cotesto non è processo nostro, fu
cosa fatta da quelli cittadini là, per loro fantasia e lor cautela, et
è cotesto un bugiale. Hor vedi qui, Didimo, se questo testimonio del
proprio esaminatore ti basta? Questa interrogatione di messer Piero al
Cardinale, e questa sua risposta fu cosa nota allhora in corte, e qua
fu scritta in quel tempo da più nostri fiorentini, sì che la fu cosa
vera come io te la ho detta. Hor pensa che fede tu puoi dare a questo
tal processo, e se tu o qualunche altro che habbia punto di giudizio,
stante queste cose e testimonianze che io ti ho dette, potrà dire che
sia juridico, o da esserli potuto prestar fede alcuna, o se più presto
dirà che sia cosa subreptitia, et apocrifa, e falsificata per ogni
verso!
_Didimo_. Io confesso, et certamente credo che tu dica il vero, che
in questo processo siano state fatte mille corruptele e mille inganni,
considerato il modo con che hanno proceduto questi suoi nimici contra
questo frate, e considerato poi la morte di Ser Cecchone, et il
segnio manifesto che Dio n’ha dimostrato, e sì ancora considerato le
parole che sono uscite di bocca a Romolino, ed al suo cancelliere,
e similmente considerato la discordanza di quelli originali col
processo, e tutto raccolto insieme, non si può dir altro se non che qui
sia scritto il falso. Ma io non posso far ancora che io non vacilli
alquanto in quel che di sopra io dissi, se fussi vero che il frate
si fussi ridetto; ma perchè tu mi hai promesso domani chiarirmene, io
mi quieto aspettando domani, e perchè già il dì è assai calato, io ti
lascierò se tu non hai altro che dirmi in questa materia.
_Soffia_. Vattene in pace e torna domani a tua posta, che noi
discorreremo tutto quello che ti ho promesso, che spero che tu resterai
satisfatto. Una cosa in questo ultimo ti voglio ricordare, che tu
facci oratione e preghi Dio, e così doverrebbono fare tutti li fedeli
di questa opera, e pregare che il Signore un dì quando li piacerà
facci venir fuora, e manifestare quel processo vero di mano propria
del frate, del quale hoggi ne’ primi ragionamenti assai discorremo, e
dicemo che l’hebbe Gio. Berlinghieri; sì che preghiamo tutti che se
Gio. Berlinghieri non l’ha arso, o stracciato, il Signore un giorno
lo facci manifesto, perchè allora si vedrebbe la pura verità; e
similmente ti dirò ancora un’altra cosa, che non credo che sien vivi
al mondo hoggi tre o quattro persone al più, che la sappino. Questo
è un secreto che Fra Hieronimo confidò in una persona, quando era in
prigione, la qual persona hebbe comodità di parlargli qualche volta,
in quelli quarantanove dì che stette in carcere; e fra Hieronimo li
dette un scritto di sua mano di parecchi fogli, con commissione che
non lo manifestassi se non in certo tempo.[687] E quella persona di
poi si è morta, e non si sa a chi lei habbia lasciato tale scrittura;
e però voglio dire che simile oratione ancora si debbe fare per questo
conto, e pregare il misericordioso Dio che voglia hormai che queste
scritture che manifesterebbono la verità venghino a luce, acciò li
servi suoi non stieno più in queste tenebre et in questa oscurità, di
vedersi fuori un processo di questo servo di Dio pieno di falsità. Ma
nota bene, che quivi non si legge un peccato che habbia riscontro,
e che si possa dire: questo è vero, perchè e’ s’è riscontro esser
così la verità. Sogliono i giusti giudici, quando hanno a giudicare
un malfattore, o di furto o di homicidio, etiam che lui confessi il
delitto, volerlo prima riscontrare, e mandano a riscontrarlo; acciocchè
non si potessi dire, che non per verità, ma per tormento havessi
confessato essere delinquente, e quando così riscontrano, allora lo
giudicano e sententiano. Questi cattivi e scelerati non vi hanno posto
un delitto che possa haver riscontro; ma solo lo incolpano di peccato
di cogitatione e della mente, dicendo che tutto faceva per gloria del
mondo, e per sua superbia, e vanagloria. Guarda, Didimo, che astutia
è questa di non porre peccato che non possa havere riscontro, per non
scoprire la loro iniquità. Ma sappi che hanno fatto come dipingevano li
antichi la malitia, cioè che con la lesina alfine si dà nell’occhio,
et accicchasi: così costoro che hanno giudicato alla morte l’huomo,
per solo peccato mentale e di cogitatione, hanno manifestata la loro
iniquità et ingiustitia, perchè la legge grida: _Cogitationis poenam
nemo punit, nisi Deus_; cioè a Dio solo appartiene punire il peccato
della mente e del cuore. Nè possano scusarsi, o che questo fussi
_crimen læsa maiestatis_, perchè tutto è incontrario la verità. Perchè
questo huomo altro non faceva, che difendere la libertà che Dio haveva
data alla città, et ingegnare di guardarsi dalla tirannide e da chi
volessi violar lo stato libero di Firenze; sicchè tu vedi per tutti
i versi, Didimo mio, che processo è questo, malitioso e tristo, e
falsamente da falsi e tristi huomini composto.
_Didimo_. Io veggo che tutto è vero quanto mi hai detto e narrato; ma
andiamo alla giornata di domani che tu mi hai promesso satisfarmi, che
in questa è detto assai, e già la sera ci ha assaltati.
_Soffia_. Vattene in pace, e torna a tua posta, che io mi ingegnerò con
l’adiuto di Dio satisfarti.[688]
XLVII.
(Lib. IV, Cap. VIII.)
_Dal secondo libro del_ Vulnera Diligentis _di frà Benedetto_.[689]
Del fine dello esperimento, quanto alle inconvenienti obiectioni
fatte alli Frà Minori, di quelli delia famiglia; et come par loro
defecto non andò innanzi la cosa del miracolo, et de’ pericoli che
portò il Profeta di esser morto. — _Capitolo_ 11.
_Agricola_. Hora accadde che quel frate Francesco di Puglia sopradecto,
el quale haveva mossa simulatamente questa cosa, visto pure esser
comparso fra Hieronimo, il che avanti non credette mai, et haver menato
fra Domenico da Pescia, per mandarlo nel fuoco con quello ch’el detto
fra Minore havea fictamente ordinato, incominciò ad sinistrarsi.
_Volpe_. Et che fe’?
_Agricola_. Stavasi suffitto non so dove in palazo, con quello frate
Giuliano laico che s’era offerto al fuoco, et nessuno di loro usciva
fuora, come quelli che con ordine della Signoria adversa del Profeta,
non volevono che la cosa havessi effecto, per paura di non perdere la
vita. Ma fra Hieronimo aspectava pure che venissono fuora al cimento,
com’era venuto lui, adciò si mandassi nel fuoco l’uno frate et l’altro,
et havessi effecto la cosa, secondo la capitulazione facta.
_Volpe_. Haveva ordinato la Signoria di Firenze chi fusse sopra questa
cosa del fuoco?
_Agricola_. Quattro cittadini furno dati dalla Signoria sopra al
fuoco: dalla parte del Profeta era messer Francesco Gualterotti
et Giovanbatista Ridolfi; dalla parte de’ frati Minori era Tommaso
Antinori et Piero degli Alberti. E’ quali passate alquante hore da che
el Profeta fu comparso, furno mandati dalla Signoria a domandare fra
Hieronimo, per qual causa tanto s’indugiava di fare lo experimento et
che non s’indugiassi più questa cosa; et el Profeta rispose et dixe:
che aspettava loro et che era venuto per ciò; et sapevagli male che
il popolo stessi tanto a disagio. Et breviter disse che facessino
comparire el frate di San Francesco a loro posta, perocchè dal canto
suo era in ordine di mandare fra Domenico da Pescia nel fuoco. Li
comessari referirno alla Signoria la imbasciata e responsione del
profeta; onde quando la parte contraria sentirno questo, ciascheduno
de’ fra Minori più che mai cominciorno a temere; et fra Francesco
di Puglia allora in palazo, incominciò a mettere obiectione et fare
exceptioni, et dixe che si dubitava frate Domenico da Pescia havere le
vestimenta incantate: Oh! poca fede di frate. Se Christo et la verità
era dal canto suo, posito etian che fra Domenico havessi le veste
incantate, il che era falso, come mai poteva credere che Christo si
lasciassi superare dagli inganni et incanti? Ma nota che li fra Minori,
quando si capitulò, dubitandosi loro che fra Hieronimo non amaliassi
o incantassi i panni di chi lui mandava nel fuoco, dicevano el loro
dubbio; al che fu risposto, che provedessino d’uno abito a lor modo
secondo l’ordine predicante, et con quello vestissino frate Domenico
da Pescia avanti che entrassi nel fuoco. Et lor dissono di farlo;
tamen quando si condussono al cimento non l’havevono proveduto, et pur
facevono la obiectione. Onde vennono el primo tracto ad mancare delle
convenzione facte.
_Volpe_. Che rispose Fra Hieronimo ad questa lor tale obiectione?
_Agricola_. Che credi? Incominciò così ad ridere et dette licentia,
orato ch’hebbe, a’ frati di Santo Francesco, che dispogliassino frate
Domenico et vestissinlo con le vestimenta d’un altro de’ sua frati ad
lor beneplacito, et dixe poi: _Costoro mettono tempo in mezo, idest per
condurci qui di nocte, et non staranno contenti anco a questo_. Et così
li fra Minori menorno fra Domenico in palazo, nella Camera dell’Arme,
et lo dispogliorno nudo, et cercorno fra’ sua panni se vi era alcuna
poliza scripta ovvero incanto, et non trovorno incanto alcuno, et
vestironlo delle vestimenta d’uno frate di quelli del Profeta, che a
lor beneplacito havevano preso, e chiamavasi per nome frate Alessandro
Strozzi che ancora è vivo. Ma credi tu che per questo, epsi fra Minori
fussino contenti? Non lo credere; imperò mossono un’altra obiectione
simile alla prima; et dissono che le veste, cioè li paramenti sacrati
con li quali frate Domenico voleva passare pel fuoco, etiam erano
incantati et per quello incanto epso non poteva ardere. Et el profeta
concesse loro di nuovo che lo parassino con altre veste sacrate:
et così fu facto. Onde gli fu misso indosso un altro camice et una
pianeta verde con stola, amido et manipulo. Et el Profeta mandò loro
a dire, che non mettessino più exceptioni, nè più tempo in mezzo,
perchè questo non era secondo la capitulazione et ordine dato; ma che
uscissi fuora chi haveva a entrare nel fuoco col suo frate. Et loro
la menavano pure per la lungha quanto potevano; anzi spogliato che
hebbono frate Domenico da Pescia, e rivestitolo d’altre veste, epsi fra
Minori domandorno di parlare alla Signoria secretamente; il che non
si conveniva, massime non essendo presenti e’ frati del Profeta. Ma
frate Domenico, mentre era in palazo, veggendo questi prolungamenti,
et spesso veggendo parlare nell’orecchio dalli fra Minori, hora a uno
cittadino, hora a un altro; istomacato di simili bisbigliamenti et
prolungamenti di tempo, si volse a Piero degli Alberti, ch’era per la
parte de’ fra Minori, et dixe: _O Piero, che s’indugia egli tanto al
presente? Perchè non si va hora a metter fuoco? Che bisogna hora menare
la cosa per la lunga et metter tempo in mezo? ora è mutato lo habito;
hora non c’è più sospecto. Che dunque più s’indugia? Io veggo, Piero,
che la cosa s’intorbiderà._ Et così fra Domenico molto si affaticava
in sollecitare Piero, adciò la cosa havessi effecto, replicando sempre
queste parole, cioè: _La cosa s’intorbiderà, la cosa s’intorbiderà_.
Allora Piero delli Alberti rispose a fra Domenico et dixe: _Non
habbiate paura, che a ogni modo e’ frati v’andranno nel fuoco_. Et fra
Domenico pur diceva: _No, Piero, e’ fanno per intorbidare. Che bisogna
che si facci tante cose? Su andianne_. Et Piero rispondeva: _No, fra
Domenico, io vi dico che gli andranno, et se non vi vanno, io dirò che
lor sieno e’ maggiori ribaldi del mondo; ma e’ vogliono prima dire una
parola alla Signoria et non si perrà_[690] _molto_. Et decto questo,
alzò la testa verso le finestre della corte, dov’era la guardia della
Signoria, et con alta voce dixe: _Questi padri di Sancto Francesco
chiedono di parlare un poco alla Signoria_. Et così e’ decti frati
furno introdocti, et secretamente parlorno alla Signoria ch’era adversa
di frate Hieronimo et di fra Domenico, et quello che si conchiusono non
si seppe. Hor pensa quanto el populo stava a disagio. Ma certamente
queste cose et tucte queste obiectione con le altre che ferno, erano
cose ordinate in prima, adciò stando el populo a disagio nascessi
murmorio, et dal murmurio qualche discordia o qualche romore, utinam
non procurato, respecto al quale s’apichassi la mistia et tornassi
la briga in capo al Profeta e ad alcuni altri de’ sua. Et in segno di
ciò, ecco che in questo mezo si levò in piaza grandissimo romore; et
ebbe principio da uno certo Bravo staffieri, o vero amico di Giovanni
Manetti adversario grande del Profeta. Et di questo piccol principio
tucta la piazza si levò in arme, et incominciorno i nemici del Profeta
con grande romore e in grande numero a venire inverso el palazo. Ma el
Profeta, sentendo questo gran romore (mentre lui però parlava con Piero
degli Alberti, che allora era suo grande avversario) subito lassò di
parlar seco, et voltossi al Sanctissimo Sacramento che havea posato
in su uno certo altare facto a posta, e prese el decto Sacramento in
mano, e con prestezza si voltò con epso inverso el romore. Et Piero
degli Alberti allora gli dixe: _Padre non habbiate paura. Et el sancto
Profeta rispose: Non ho paura, no. Di che ho io haver paura, che ho il
mio Signor meco?_ Ma certo, mirabile et grande cosa è a narrare quello
che accadde. Imperò non sì presto hebbe facto el Profeta col Sacramento
questo atto, che la guardia ordinaria della piaza, ch’erano forestieri,
andorno contro ad li altri inimici del Profeta, che venivano inverso el
palazo, et gridando forte, dissono a quelli che tornassino indietro,
che non era advenuto male alcuno: per la qual cosa la parte adversa
incominciò alquanto a rattenersi d’andar più avanti. Et in tucto questo
el cielo si turbò, et incominciò a tonare fortemente con molti baleni
et venti, et misse una sagipta con grande spavento et terrore di tucto
el popolo, et venne una repentina et tempestosa acqua, in modo che
ciascheduno tremava et tucte le porte ancora della ciptà erano serrate.
Et così piacque a Dio col segno et terrore del cielo di fare che
non seguissi scandalo alcuno, posito fussi ordinato. Questi (chi ben
considera) furno tucti segni di gran tradimenti.
_Volpe_. Che seguì di poi?
_Agricola_. Seguì ch’el sopradecto fra Francesco di Puglia colli altri
sua, essendogli, come decto è, stato concesso da fra Hieronimo tucto
quello che havea domandato, circa alle vestimenta et alla pianeta che
fece mutare a fra Domenico; ancora non per questo volse mandare el
frate suo, che entrassi nel fuoco insieme con fra Domenico, perchè le
convenzioni ovvero capitoli facti dicevono che non dovessi entrarvi
l’uno senza l’altro. Ma che ferno li fra Minori? Certamente senza
alcuna erubescenza menorno fra Domenico nella Loggia, donde s’era
partito per mutarsi le vestimenta, et tenevonlo in mezo di loro
per paura, perchè fra Hieronimo non lo incantassi, et cominciorno
di nuovo a mettere altre obiectioni et fare nuove exceptuazioni.
Onde, dandosi loro a intendere che per vedere essere in mano a frate
Domenico un Crocifisso di legno, lui volessi entrare nel fuoco con
epso; pertanto dixono che non volevano che lui entrassi nel fuoco
col detto Crocifisso, perchè si dubitavano che non fussi incantato,
et pur ritornavano a ogni punto sul dubio dello incantesimo. Allora
fra Hieronimo dixe alli comissari che riferivono le imbasciate, in
questa forma et in sententia: _Questi Padri hanno paura che noi siamo
incantatori et diabolici, et dubitonsi che noi habbiamo incantato
insino al Crucifisso, et credono la nostra confidentia essere nel
diavolo et non in Christo. Ma io voglio, che ciascheduno vegha con
li propri occhi la nostra confidentia et fortezza essere in Jesu
Christo, et non ne’ diabolici incanti. Et in manifesto segno: ecco
io sono contento che fra Domenico nostro non porti seco nel fuoco el
Crucifisso di legno, ma porterà con seco el Sacramento del corpo del
nostro Salvatore Jesu Christo_. Tamen el sopradecto fra Francesco di
Puglia con li altri sua fra Minori, vedutisi costretti, risposono,
senza vergognarsi, che non volevono; e biasimavano fra Domenico e fra
Hieronimo, dicendo che loro volevono ardere Christo. Ma el Profeta
rispose, che chi teneva che el Sacramento potessi ardere, era infedele
et eretico; perchè el Sacramento non può ardere, ma ben possono
ardere le spetie et gli accidenti, e’ quali miraculosamente, come
dice San Tommaso, stanno qui senza subiecto, ut fides locum habeat;
et etiam può ardere chi li porta, et può ardere la cosa in che è
portato. Ma perchè li fra Minori mostravono havere sospecto, che el
piedistallo in che era il Sacramento non fussi incantato; disse fra
Hieronimo: _Forse alcuno ha sospecto che noi habbiamo collegato el
diavolo in quello tabernacolo. Come volete voi però ch’el diavolo stia
per incanti insieme con Christo? Ma crediatemi di questo, che solo
quello velo con che è coperto non arderà._ Breviter li fra Minori non
volsono achonsentire; et l’hora era già tarda; et loro multiplicavono
nuove exceptioni, come quelli che insieme dacordo con la Signoria,
non volevono che la cosa havessi effecto, per quello ch’è detto
innanzi. Pensa tu che e’ vennono a tanta insania, che lor dissono
che temevano che quella hostia, non ch’altro, non fussi consacrata.
Et fra Hieronimo, conoscendo el advedendosi che con simile indecente
obiectioni volevono quivi condurlo di nocte; però dixe che havea loro
concesso tante cose che non ne volea conceder più. Ma li fra Minori,
senza solvere le ragioni che erano decte lor contro, pur dicevano
con indignata et tortuosa vista, che non volevono che fra Domenico
entrassi in decto fuoco col Sacramento, et che si dubitavono che
l’hostia non fussi consacrata. Breviter, el Profeta ancora rispose a
quelli di nuovo, con maturo parlare et optime ragioni, et dixe: _Se
io vi concedessi questo, non già per questo sareste ancora contenti,
ma troveresti nuove liti per non venire al cimento del fuoco. Non vi
dia noia l’entrare fra Domenico col Sacramento nel fuoco: non vi dia
noia, dico, perchè el Sacramento non può ardere se non in quanto alle
spetie; et di questo lassatene lo scrupolo a me, perchè io so certo
che il mio frate uscirà del fuoco inleso et senza nocumento alcuno_.
Et sottogiugnea dicendo a detti fra Minori: _Se io non vo in verità,
portando el Sacramento nel fuoco, vengo adunque per questo piuttosto
a concitarmi contro el Signore; epperò non vi dia noia in che modo
io facci entrare nel fuoco el mio frate, o col Sacramento, o col
Crocifisso, o con altra Croce. Andate pur voi nel fuoco con chi vi
pare, che io non me ne curo_. Et così rispose ancora a l’altra ragione
di detti frati dicendo: _Voi dite che temete che quella hostia non
sia consacrata, et che in quello cristallo o vaso dove si tiene decta
hostia, non vi sia facta qualche malia. Ad questo vi dico, che se così
è che l’hostia non sia consacrata, adunque io concito più el Signore
contro di me; perchè io vengo a fare il peccato della idolatria,
facendo adorare una hostia non consacrata. Et ancora se io ho facta
malia nessuna, o costretto demonio nessuno in quello cristallo o vaso,
come temete; ne seguita questo che, faccendo io adorare quello che non
è Sacramento, et dipoi facendo ancora quest’altro, cioè la Nigromanzia,
in costringere el demonio; ne seguita dico che il Signore, come tristo
idolatra et incantatore mi farà mal capitare, et permetterà che il
mio frate muoia et arda nel fuoco. Ma se voi dicessi: No, el frate
che ha entrare nel fuoco, cioè fra Domenico, va semplicemente et per
la sua semplicità, el Signore non permetterà che lui arda; onde può
stare che voi el quale non vi tocca a entrare nel fuoco, habbiate
facto qualche malia, o non consecrato o simil cose; io vi rispondo:
che frate Domenico non per questo saria excusato d’uno grave peccato;
perchè mettendosi lui a una cosa così facta, doverria averla pensata
molto bene, et però non saria scampato per simplicità. Ma el Signore
più presto permetterebbe che gli ardessi in decto fuoco, per la sua
prosumptione, mettendosi a tanto pericolo così leggermente. Onde,
aggiugnendosi ancora, oltre al suo defecto, la mia malignità, et tanti
incanti che voi temete; chi dubita che lui non ardessi? Breviter,
quell’hostia che dite che non è consacrata, io non l’ho consacrata, ma
l’ha consacrata un altro; et èssi tolta una hostia consacrata adcaso,
et non sono ito colà et misso nello pisside una hostia ad mio modo:
sicchè non vi dia noia el modo del nostro entrare. Benchè io vi dico,
che anche questo forse vi concederei senza mio obbligo, così come
senza obbligo vi ho concesso le altre cose; ma cognosco che ancora
troverresti cavillationi, sicchè pertanto fate or voi._
_Volpe._ Che risposono e’ fra Minori a queste ragioni?
_Agricola_. Non risposono altro, se non che dissono che non volevono
ad nessun pacto, che fra Domenico portassi seco il Sacramento nello
entrare nel fuoco. E fra Hieronimo diceva, che voleva mandare el suo
frate ad suo modo, et che mandassino el loro frate come a loro pareva;
tamen quelli non volsono mai adconsentire, et così per loro defecto non
andò innanzi la cosa da loro mossa et principiata; anzi si partirno
et ferno faccia di meretrice, imperocchè senza erubescenza alcuna,
bugiardamente andavano dicendo che havevono havuto victoria, et così
scripsono lectere per tucto.
_Volpe._ Che seguì di frate Hieronimo, quando si furno partiti e’ fra
Minori?
_Agricola_. Frate Hieronimo, allora fu licenziato dalla Signoria
con tutti li sua frati; et con quello ordine bello et honorevole
che vennono, con quello medesimo etiam ritornorno alla loro chiesa,
cantando: _Salvum fac populum tuum, Domine, et benedic hereditati
tuæ_. Et mentre passorno per li loro adversarii, chi diceva: _dagli,
dagli adosso_; chi diceva: _hora è tempo_; alcun altro diceva: _su
qua, che stiamo noi a fare?_ Altri dicevono loro: _excomunicati_;
altri: _pinzocheroni et hipocriti_; altri: _sodomiti_; et chi una
parola ingiuriosa et chi un’altra. Ma come piacque a Dio, sebben furno
ingiuriati con male parole, tamen non furno per allora altrimenti
offesi. Drieto alli frati venne, in defensione del Profeta, uno
valentissimo soldato fiorentino chiamato Marco Salviati, con circa
venticinque compagni armati, per li casi che potevano advenire; et
nota che giunti che furno e’ frati col Profeta alla loro chiesa di
San Marco, donde processionalmente s’erano partiti, et lasciato in
orazione più di mille donne, trovorno etiam esse donne non essersi
mai partite di chiesa ad fare oratione, et erano state più che di sei
hore continue. Onde il Profeta, subito ch’ebbe posato el Sacramento,
montò in pergamo et recitò la cosa com’era andata, de verbo ad verbum;
et io che mi ritrovai esser presente ad queste cose, viddi et conobbi
che fra Hieronimo non lasciò alcuna cosa, che lui non recitassi in
pergamo, secondo la mera et pura verità: et questo è quanto seguì dello
experimento del fuoco. Ma noto ti sia questo gran segreto, che pochi
giorni passorno dopo el prefato cimento, che più persone andorno dal
superiore spirituale della ciptà di Firenze, per licentia et facoltà
di farsi absolvere; perchè quelli tali, innanzi al cimento havevono
coniurato _manibus propriis_ amazzare in quello dì del cimento el
Profeta. Et se tu ti vuoi meglio certificare, va et domandane Messer
Bartolommeo Redditi che ancora vive, al quale dal prefato superiore gli
fu decto, et lui ne ha renduto et del continuo rende verace testimonio.
Et il decto superiore fu messere Pietro Maria da Perugia, che allora
era vicario generale dello Archiepiscopo di Firenze.
XLVIII.
(Lib. IV, Cap. IX, X, XI.)
_Un altro capitolo del secondo libro della stessa opera._
Del numero de’ vari Processi pertinenti al propheta Hieronymo, et
del Processo di frà Domenico et di frà Silvestro. — _Capitolo_ 17.
_Volpe_. Grato molto mi saria d’intendere el numero de’ Processi
varj che hai visti et lecti, et che mi dicessi etiam in quello che
truovi contradictione et dissonanza, et così in quello che non truovi
contradirsi.
_Agricola_. Gli è da notare che quando el profeta Hieronimo, Domenico
et Silvestro furno separatamente, el primo tratto, martoriati dalli
seculari, cioè dalli Commissarj o vero Examinatori facti dalla Signoria
di Firenze, che fece pigliare il profeta; epsi examinatori volsono
che ciascheduno di quelli facessi uno processo sopra tre domande;
la prima: se facevono intelligentie contro allo stato di Firenze; la
seconda: se havevono quantità di danari cumulati; la terza: se le cose
che profetava fra Hieronimo procedevano da Dio, o pure se erano cose
decte fictivamente, sanza fundamento soprannaturale. Et così sopra
queste tre principali domande, el profeta et li altri sua compagni,
cioè fra Domenico et fra Silvestro, scrissono separatamente l’uno
dall’altro; perchè sempre, infino che li sententiorno a morte, gli
tennono separati. Et questi tre processi non contenevono iniquità
alcuna, nè inganno alcuno di fra Hieronimo, ma cose degne di laude et
di honore. Hora di questi tre processi veri, io ne ho visto solamente
dua et più volte gli ho lecti, cioè quello di fra Domenico da Pescia
et quello di fra Silvestro Marruffi da Firenze. Quello di fra Domenico
è vero in tucto et per tucto; quello di fra Silvestro ancora è vero,
ma non in tucto, perchè in alcuno loco è stato levato, come per li
altri processi si può provare con ragione, et in alcuno loco, ancora
è stato aggiuncto, et conoscesi la addictione chiara. Ma quello che
scrisse fra Hieronimo di sua propria mano, non fu mai pubblicato
dagli examinatori, perchè non era a loro proposito, _cum sit_ frate
Hieronimo in epso processo manifestare non esser suto seductore, ma
havere in _verbo Domini_ decto la verità, et che _tamen_, come volse
Dio, questo processo pervenne nelle mani di uno certo adversario del
profeta, chiamato per nome, Giovanni Berlinghieri. Et questo tale
era de’ Signori di Firenze, quando che fra Hieronimo fu morto; però
gli pervenne el vero processo nelle mani; e sebbene era inimico del
Profeta, nientedimeno per curiosità lo conservò. Onde accadde alquanto
tempo dipoi, che il detto Giovanni fece parentado con Alessandro di
Antonio Pucci, e dette una sua figliuola per donna a uno figliuolo
d’Alessandro. Et facendo un giorno un convito al suo genero et altri
sua parenti, entrorno, mentre che erano a mensa, ne’ casi di fra
Hieronimo; et qui era alcuno che credeva et alcuno che non credeva, et
entrorno ne’ facti del Processo; perchè alcuno disse: el vero Processo,
scripto di sua mano, non si esser mai visto nè publicato, et non si
sapeva dove si fussi. La mensa è una dolce colla che fa lubrica la
lingua: el detto Giovanni essendo così allegro nel convito, rispose
e disse, che il vero Processo di fra Hieronimo era in piè, et che
lo haveva appresso di sè; e così, quasi per vanagloria, havendo la
cosa nello scriptoio serrata, andò ovvero mandò per esso, et presente
tucto el convito, tenendolo così in mano aperto, lo mostrò ad tucti
li sua parenti convitati; ma non lo volse lassare leggere a persona,
nè etiam lo volse leggere epso. Onde questo fu manifesto segno che
il Processo non conteneva errori, perchè lo aria lassato leggere ad
ciascuno; imperò epso Giovanni era adversario del Profeta. Fu pregato
da più persone che lo dovessi leggere o farlo leggere; ma lui non volse
mai, nè etiam volse che li uscissi delle mani; ma rispose et disse:
basta che io vi ho mostro el vero processo, scritto tucto di propria
mano di fra Hieronimo; et sottogiunse ridendo et disse: così si fa la
mostra della cintura di Prato; et decto questo, lo portò in camera, et
serrollo dove era serrato prima. Et questa cosa fu publica et divulgata
per Firenze. Ma deh! odi quello seguì dipoi.
_Volpe_. Che cosa?
_Agricola._ Non passò molto tempo che el sopradecto Giovanni
Berlinghieri morì. Ma sappiendo alcuno de’ primi di Firenze, di quelli
che examinorno fra Hieronimo, ch’epso Giovanni era morto, et ch’el vero
Processo gli era restato nelle mani; andò a trovare con prestezza la
sua donna, perchè temeva non si pubblicassi el decto Processo, et così
si conoscessi la falsità delli altri Processi, che furno falsamente
facti stampare sopra fra Hieronimo, et così rimanessino svergognati li
examinatori et in pericolo di esser morti: onde domandandolo non gli
fu dato. Et quello allora disse alla donna del decto Giovanni in questa
forma, secondo che lei et altri sua parenti hanno ancora testimoniato;
dissegli adunque: fate distracciare et ardere quello processo et
scripture di fra Hieronimo, et non le publicate nè date fuora, per
conto alcuno; perchè metteresti le spade in mano al popolo di Firenze
et a’ Frati di San Marco, et così la pregò molto strectamente.
_Volpe_. Tu mi fai maravigliare.
_Agricola._ Queste non sono migha favole, ma sono cose verissime, et
la casa di Alessandro Pucci, per molti e molti anni ne ha renduto
testimonianza; imperocchè Mª. Sibilla sua donna, che sai di quanta
nobiltà, prudenctia et sanctità si può laudare, fu una di quelle
persone che si trovò a quel convito sopradecto, et che dalla donna
di Giovanni fu ragguagliata, et ne ha dato notitia a molte et molte
persone, che sono forse più di cento; sicchè tu vedi con che buon
fondamento io parlo. Et questo basti quanto al numero dei veri et non
falsi processi.[691]
_Volpe_. Chi fu quello gran ciptadino che andò a trovare la sopradetta
donna di Giovanni Berlinghieri, et che gli decte el consiglio che hai
decto?
_Agricola_. Fu Piero degli Alberti che etiam vive, quello, dico, ch’era
degli Examinatori del Processo, quando fra Hieronimo sotto di quelli fu
morto.
_Volpe_. Seguita di dire quello che vuoi.
_Agricola_. Quanto al numero degli altri processi, che particolarmente
furno facti sopra fra Hieronimo, dalli seculari et dalle persone
ecclesiastiche; dico averne lecto tre o quattro; et l’ultimo fu quello
che papa Alessandro VI gli fe’ fare, quando, con cosa facta, mandò da
Roma el mandatario suo, chiamato per nome Romolino Spano, che dipoi
fu facto cardinale, et maestro Giovacchino Veneto generale dell’Ordine
Predicante. Et in questo ultimo processo, che ebbi l’originale proprio
nelle mani, che fu facto sotto brevità et dal notaio ser Cecchone,
mentre che fra Hieronimo actualmente era martoriato, trovai che essendo
legato fra Hieronimo alla tortura, confermò con alta voce, che tucto
quello che havea predicato et predecto in _verbo Domini_, erano cose
vere et non false, et che vi voleva mettere la vita, et parlò molto
vivamente. Tamen li comissari apostolici non apprezzando le sue parole,
lo ferno tirare in alta tortura et lo martoriorno crudelissimamente.
Et lui, visto che non volevano intendere la verità, incominciò a
mutar vocaboli, ma non sententia, fingendo di non esser quello che
lui era, fingendo, dico, senza mendacio, _nam fingere licet sed non
per duplicitatem_. Ma di questa materia noi ne tratteremo più oltre.
Et così accusandosi in genere peccatore et havere errato, cessorno
di martoriarlo. Et nota che questo termine del confessare la verità
apertamente et dipoi occultarla, fra Hieronimo lo tenne quasi tante
volte, in quanto dalli seculari et dalli ecclesiastici fu diversamente
martoriato, che furno, in 45 giorni che lo tennono vivo, molte volte;
et sappi che lui et li sua compagni furono tormentati con diversi
tormenti, e furno con tormenti interrogati di tucta la vita loro,
poichè nacquono. Item in questo medesimo ultimo processo, lessi che
alcuno di loro fu interrogato d’alcuna cosa, ohimè! debbolo io dire? Io
lo dico pure: e’ fu (_da_) alcuno di loro domandato, se gli haveva mai
comissa sogdomia alcuna.
_Volpe_. Deh! io non credo poi che fussino domandati di tanta
scena[692] e abominevole cosa!
_Agricola_. Che tu pensi forse che regnassi vergogna negli
interrogatori? La cosa è più vera che io non dico, et non l’ho per
terza copia; ma hollo lecto in sul proprio originale, cioè in su la
prima boza che fece ser Cecchone di ser Barone, quando pigliava e’ capi
di quello che diceva fra Hieronimo et li altri sua compagni, mentre
erano tormentati separatamente.
_Volpe_. Da chi havesti tu questo tale processo?
_Agricola._ Hebbilo da M. Jacopo Monelli canonico del Duomo di Firenze,
homo exemplare et di virtù ripieno.
_Volpe_. Et lui donde l’ebbe?
_Agricola_. Tu vuoi sapere troppo oltre: io lo so perchè me lo disse;
ma lui anchor mi disse ch’io non ne dicessi nulla. Ma se tu lo vuoi
sapere, ascolta nell’orecchio e te lo dirè pian piano: sappi che lui
lo hebbe dalla propria donna di ser Cecchone, et se non mi credi, va a
trovar messer Jacopo, el quale anchora vive, et lui te lo dirà, et così
conoscerai che io non ti ho decto mendacio alcuno.
_Volpe._ Questo tale processo non fu messo in istampa?
_Agricola._ Perchè non era a proposito di papa Alessandro, nè delli
adversi del Profeta, che già lo haveriano forse facto.
_Volpe_. Che altri processi hai tu visti?
_Agricola_. Io ne ho visti et lecti due altri che furono facti,
innanzi a questo ultimo, dalli seculari, cioè dalli examinatori che
dalla Signoria di Firenze furno ordinati: uno è quello che fu messo
in stampa; l’altro se ben mi ricordo, è quello che fu transcripto
nelle Pandette di Palazzo de’ Signori. Tamen questi dua, in molti
luoghi non si concordano, anzi si contradicono de directo; imperocchè
in quello delle Pandette appare esser scripta questa sententia:
_Cittadini mia, quando voi trovate questi inimici che non credano le
cose che ho decte, et che habbino facto qualche errore, castigateli
grandemente come inimici della fede di Christo_. Chi considera bene
questa sententia, fra Hieronimo viene ad haver confermato et non
negato le cose profetate. Tamen nel processo stampato non appare questa
sententia in loco alcuno, ma più presto l’opposito. Ecco adunque che,
contradicendosi questi processi, vengono a dimostrare espressamente
quanta fussi la malitia et somma iniustitia degli adversi. Et sappi che
la subscriptione di frate Hieronimo, come appare etiam nel processo
delle Pandette di Palazzo, dice ch’el processo è suto postillato o
vero glosato da ser Francesco di ser Barone. Et un altro ancora ne
ho lecto de’ 25 aprile, che dice nella subscriptione el medesimo.
Onde la ratificatione del processo che è in stampa, viene a essere
falsa, perchè è discrepante da quella che appare scripta nel libro
del Palazzo. Per la qual cosa non si debbe prestar fede ad nessuno di
quelli processi; ma solamente si debbe prestar fede, in tucto e per
tucto, a quello scripto proprio di mano di fra Hieronimo et di fra
Domenico da Pescia. Quello di fra Silvestro è in gran parte vero, ma
non tucto, come dissi poco fa; et el difecto pare essere proceduto da
altra mano che dalla sua, benchè non v’è cosa di molto momento.
XLIX.
(Lib. IV, Cap. IX, X, XI.)
_Dalla terza parte del_ Vulnera Diligentis.[693]
Seguita la declaratione del texto, quando il propheta Hieronymo,
essendo ginocchioni in judicio, si voltò ad parlare a Dio, dicendo:
_Dio tu mi dài la penitentia, per averti negato_.
Contiensi in questo capitolo, quanto epso Propheta fu d’animo
virile e di cor generoso nel sancto martyrio. Contiensi etiam el
parlare che fece ad ser Cecchone falso notaio — _Capitolo_ 11.
_Propheta_. Parlato, adunque, che io ebbi alli miei Tyranni et
Cruciatori le sopradecte parole del prefato testo, lassai di parlare
ad quegli, et humilmente voltai il mio sermone a Dio et dixi in questa
forma: _Dio, tu mi dài la penitentia per haverti negato. Io lo merito_
ec. Hor nota, figliuol mio, che altrimenti si debbe parlare a Dio et
altrimenti all’huomo,[694] imperocchè sempre a Dio si de’ parlare con
grande humilità et submissione: il che non sempre è necessario usare
inverso l’huomo, salvo ad chi si expecta, et nel modo et quando si
conviene. Per la qual cosa parlando io al Signore et dicendo: Dio,
tu mi dài la penitentia per haverti negato; venni humilmente (se ben
consideri) ad replicare la generalità della negatione di qualunque
mendacio, secondo che da te è stato dichiarato innanzi, senza
descendere ad alcuno particulare negamento.
_Agricola_. Io so bene, che gli era molta tua usanza di humiliarti
nel conspecto di Dio; come appare ne’ volumi delle tue predicationi;
ma alcuni de’ tua figliuoli spirituali harebbon voluto, quando
eri presente[695] li mali Presidi et Vicarii che ti interrogavono
et martoriavano, che tu havessi risposto loro parole mordaci et
increpatorie[696] senza tanti riguardi, nel modo che facevono gli
antichi nostri martyri, presente e’ tyranni: onde per questa ragione,
alcuni vanno dubitando _utrum_ se tu ti portasti valentemente o pur
poltronamente in battaglia, et non si sanno così bene risolvere.
_Propheta_. Differenti homini; differenti nature, pareri et instinti;
differenti tempi; differenti gesti, opportunità et modi di operationi;
_Scriptum est: tempus loquendi et tempus tacendi et cetera_. Et con
tucto questo è da notare, che in uno medesimo tempo et in una medesima
operatione, può esser lecito ad alcuno tacere et ad alcuno parlare,
et così in essa procedere l’uno in un modo e l’altro in un altro, per
respecto di differenti nature et pareri humani et instinti divini. Onde
tu vedi bene, che quando Sancto Valerio Episcopo e Sancto Vincentio
martyre, che erano stati presi et messi in carcere per la fede di
Christo, furono condocti dinanti ad Datiano; et che con molti modi epso
Datiano cercava far loro abbandonare la Christiana Religione; el beato
Valerio episcopo, _vir miræ innocentiæ_, quantunque fussi superiore
del beato Vincentio che era giovinetto, nientedimeno gli stava cheto
et non rispondeva cosa alcuna, come se gli fusse mancato l’animo et
non sapessi parlare, nè rispondere al tiranno. Et dall’altro canto il
beato Vincentio, chiesto licentia di parlare, rispose a Datiano le più
vivaci, le più pungitive et, per modo di dire, quasi le più dispectose
parole, che dire si possa, da fare quodammodo risentire et arrabbiare
una pietra, non che uno huomo. _Tamen_ l’uno et l’altro è canonizato
per sancto; nè mancho essential merito hebbe l’uno appresso di Dio
per tacere, che se havessi l’altro per parlare. _Item_ Jesu Christo,
quando fu preso, non rispose mai ad Herode, et poco a’ principi de’
sacerdoti et ad Pilato, et dolcemente, et anche con adiuratione.
_Tamen_ Paulo apostolo fece tucto l’opposito, presente Nerone, insieme
con Sancto Pietro; imperocchè dicendo Nerone ad quegli: _Quomodo
ausi essent, de regno suo milites alio Regi colligere_; respondit
Paulus: _Non solum in tuo arguto, sed de toto orbe colligimus milites
æterno Regi_. Respecto alla quale risposta, furno amazati inumerabili
christiani come testifica Lino papa, descriptore della lor passione.
Molti altri exempli et varie operationi virtudiose di Sancti potrei
addurti, che pretermitto per brevità. Dalle quali si può racchorre et
chiaramente conoscere che gli electi da Dio, nella via delle virtù
et della testimonianza della verità, caminano chi un modo et chi in
un altro, secondo differenti nature, pareri, tempi, opportunità et
divini instincti. Io, adunque, quando ero nelle mani de’ mia adversi,
et ch’ero martoriato et examinato da quegli; procedetti, parte secondo
la mia natura, parte secondo che mi dectava el mio naturale iudicio,
parte secondo che mi pareva richiedessi la opportunità del tempo,
del luogho et delle persone, et parte procedetti secondo el divino
instincto.[697] Et simile hanno facto gli altri gran Sancti di Dio
nelle loro adversità et grandissime tribulationi. Onde tu ben vedi che
sancto Paulo, nelle sue tribulationi, talhor si faceva Romano, talhor
Hebreo et Phariseo, _tamen_ senza mendacio; et quando usava uno termine
et quando un altro. _Item_ talhora malediceva il sommo sacerdote degli
ebrei dicendo: _Percutiet te Deus, paries dealbata_; et dall’altro
canto si excusa di quello che haveva decto ad epso sommo sacerdote,
dicendo: _Nesciebam, fratres, quia Princeps est sacerdotum._ Hor
eccho, adunque, ch’el mio procedere che feci nelle tribulationi, non è
stato disforme da quello de’ grandi Sancti passati; et però non posso
essere iustamente denotato di pusillanimità et di poco animo, così nel
naturale, come nel soprannaturale. Figliuol mio, se io fussi stato di
poco animo; io mi sarei fuggito quando gli adversi mia vennono la santa
Domenica dello Olivo per pigliarmi, che sai pure che io potevo, perchè
la Signoria mi decte nove hore di tempo ad potermi securamente partire
da Firenze, come è noto ad ciascheduno.[698] Ma io non volsi farlo; et
più presto volsi entrare nelle mani de’ mia adversi, che abbandonare
le mie pecorelle: adunque non fui pusillanime et di poco animo.
_Ulterius_, se io fussi stato di poco animo, et mancato ne’ tormenti;
io non harei increpato alcuni degli examinatori che mi martoriavono,
et maxime Piero di Bertoldo Corsini, che tanto mi molestava che io gli
facessi qualche miracolo et che tanto mi dava noia della città di Pisa,
dicendo, che io era uno ciurmadore. Al quale io risposi et dixi: che li
Fiorentini riharebbono la città di Pisa, ma che lui non si troverebbe
ad goderla. Et narraigli in proposito di questo, la figura di quello
che fu morto dalla calcha, il quale non credette ad Eliseo propheta,
come appare nel quarto libro de’ Re, al 7º capitolo. Et gli dixi che
egli non saria vivo nel 1500; et che questo era il suo miracolo, segno
et portento. Il che come sai, tucto si adempiette appieno. _Preterea_,
se io fussi stato di poco animo, io non harei composto in carcere
l’opere che io composi: le quali cose, acciò che sappi, excitorno
e’ mia adversi ad maggiore iracundia et odio inverso di me, maxime
perchè in esse si conteneva che io desideravo d’esser morto, et ch’io
confirmavo le nostre cose profetate esser state divine et non humane
ispirationi. _Preterea_, se io fussi stato di poco animo; io non harei
decto a’ mandatarii del papa, quando vennono da Roma per amazarmi, che
ciò ch’io havevo decto l’havevo hauto da Dio, come è decto innanzi.
_Preterea_, se io fussi stato di poco animo, io non harei detto allo
Episcopo de’ Pagagnotti, mentre che in piaza, coram populo, mi digradò,
le parole ch’io dixi. Imperò, mentre che quello faceva le ceremonie
della degradatione et che dixe: _Separamus te ab Ecclesia militante
atque triumphante_;[699] io arditamente gli risposi et dixi, che non
era suo officio di separarmi dalla chiesa triumphante, et replicai dua
volte la risposta dicendo: _Militanti sed non triumphanti: hoc tuum
non est_. Alla quale risposta epso si humiliò et dixe: _Amen, Dio ve
ne dia la gratia_. Et se bene ti ricorda, questo medesimo ti fu decto
da epso episcopo che anchor vive. _Preterea_, se io fussi stato di
poco animo; io non harei facto l’acto che io feci, la nocte che mi fu
dato el comandamento, et detto che io mi preparassi alla morte; perchè
havevo ad esser morto la mattina con Fra Domenico et Fra Sylvestro.
Onde io, come sa ciascheduno, sentendo questo, non me ne turbai niente;
anzi volsi la medesima nocte riposarmi alquanto et dormire un poco,
come quello che non stimavo il vivere al mondo cosa alcuna, nè più
me ne curavo che si curassi Dio. Et certamente tu leggerai forse di
pochi haver facto il simile; cioè che, sappiendo quello havere ad
esser morto infra poche hore, vogli prima tamen riposarsi et dormire
alquanto. Per tucte queste cose, adunque, et per molte altre che
potrei dire; si può cognoscer chiaramente quanto nelle mie grandi
tribulationi, et nella crudel morte che mi fu fatta fare cogli altri
mia carissimi fratelli, io fussi et d’animo virile et di cor generoso.
Ma ben sai, che io usai ancora alcuni termini di humilità; secondo
che cognoscevo esser expediente all’honor di Dio, alla salute mia
et al bene universale degli electi del Signore, alli quali qualunque
cosa acchaduta di noi, e’ pigliano in buona parte et cooperano loro
in bene: così alli captivi impugnatori, e’ pigliono in mala parte, et
resulta loro in male et peggio. Ma io voglio che tu sappi, che io usavo
anchora con li mia adversi examinatori certi dextri modi di parlare
pungitivo, et non pareva mio facto, et maxime inverso del falso notaio
ser Francesco di ser Barone, stipulatore et componitore de’ processi
falsi. Imperò, venendo tal volta quello con astutia al carcere,
solo, et per parlarmi, et per vedere se poteva haver da me più una
parola che un’altra, reprensibile da potersi adtacchare; io alle sue
domande et interrogationi, davo certe risposte corte et bifurcate, che
dall’un canto epso cognosceva che io le diceva in sua reprensione et
increpatione, et non per rispondergli approposito, et dall’altro canto
erano decte in tale modo, che pareva che indirectamente io gli havessi
risposto al proposito della sua domanda: et così si partiva da me
confuso.
Declaratione d’alcune parole, che dixe il propheta Hieronymo al
falso notaio ser Francesco di ser Barone, quando epso notaio andò
al suo carcere malitiosamente per interrogarlo. — _Capitolo_ 12.
_Agricola_. Io non so, Padre mio sancto, se uscirò troppo fuora
del proposito ad dirti una cosa che non voglio per niente tacere.
Imperò, e’ sono vivi ancora dua testimoni religiosi, cioè Frate
Francesco Funandoli et Frate Gabbriello di Lorenzo tintore da Prato,
ora predicatori, li quali parlarno al prefato ser Francesco notaio,
pochi giorni innanzi ch’epso morisse, mentre ch’era malato nella sua
villa di Monte Cucholi dove malamente perì. Imperocchè, andando questi
dua religiosi ad accattare del grano in elemosina, et passando dalla
casa della villa del detto falso notaio; epso gli chiamò, perchè era
sublevato in terreno, et gli fece sedere, et fece trovar loro da fare
colezione parecchie mele et un poco di vino con un poco d’acqua, et
incominciò a ragionare ad quegli de’ casi sua, et dixe loro che tu eri
stato uno grande rubaldo. Et dixe che venne non so che notte alla tua
prigione, per parlarti et interrogarti con astutia, come hai detto;
et ti domandò per quale causa tu cercavi fare venire e’ principi nella
Italia, et che tu gli rispondesti solamente questa parola et dicesti:
_Per gloria_. Hor dimmi, ti priego, dixe quello il vero?
_Propheta._ Così fu et dixe la verità. Imperocchè quando lo
sollecitavo con lettere il re di Francia, che dovessi venire in
Italia et restituire Pisa alli Fiorentini, et observare li capituli
et le promisse facte; et le lettere anchora che erano già scripte,
et volevo mandare a’ principi Christiani che dovessino fare Concilio,
per respecto de’ mali portamenti di papa Alexandro VI; acciò fussi et
per ragione naturale et in oltre per segno soprannaturale manifesto ad
tucto il mondo, come Dio ci haveva revelato et comisso che dicessimo
che quello non era Christiano nè vero papa: tucto facevo per gloria. Ma
che non fussi vero papa, _utrum_ se procedeva per defedo di eletione,
o veramente perchè Dio l’avessi dipoi riprobato et absoluto da tale
officio, per le sue enormi sceleratezze o veramente perchè non havessi
forma di christiano, cioè non baptezato, questo non è expediente
che dica.[700] Basta che Dio ci haveva così commesso come appare nel
processo di Frate Domenico da Pescia, cioè in quello che comincia così:
_In nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti. Amen_; et che finisce
così: _In simplicitate cordis mei, letus obtuli universa_.[701] Et
questa è una dell’altre gran falsità che usò di fare il decto malo
notaio nel processo; perchè non scripse di questa cosa, nel modo ch’io
aveva decto, come chiaramente si cognosce nel leggere il decto processo
di Fra Domenico. Perchè io dissi loro che questa cosa ci era stata
revelata da Dio, et descesi al particulare della revelatione; tamen
el captivo et falso notaio non misse questo gran particulare et magno
secreto nel Processo, con consentimento degli scellerati examinatori;
ma attese iniquamente ad caluniarmi, et ad scrivere di sua fantasia
molte et molte cose che della bocca mia non erano mai uscite, nè mai
erono state in mia volontà; et attendeva quanto poteva ad interpretare
ogni mio parlare in mala parte. Hora tu hai inteso come, per gloria,
scrivevo a’ principi che dovessino venire in Italia.
_Agricola_. Et per qual gloria _utrum humana aut divina?_
_Propheta._ Qui sta el puncto. Ma che dixe el notaio a’ sopradetti
frati circa ad questo?
_Agricola._ Dixe formalmente così: Ma io ch’ero captivo, quando Fra
Hieronimo dise per gloria, interpretai in me medesimo et dixi: per
gloria, _idest pro gloria humana._
_Propheta_. Ben la sua interpretazione non fu vera, perchè io lo facevo
per gloria di Dio, et non per mia humana gloria. Hor ecco, che già
tu hai inteso uno de’ modi delle sue falsificazioni per sufficienti
testimonii, et hai inteso una delle bifurcate parole ch’io usavo
inverso di quello. Et ben sai ch’io non gli dixi per qual gloria,
sì perchè non ne domandò, sì etiam perchè cognoscevo la sua mala
intentione, et con che malitia et iniquità et doppiezza veniva ad
interrogarmi: et però gli rispondevo con prudentia, et non mi venivo
ad laudare nè ad incolpare. Et così el captivo notaio rimaneva preso da
Dio nella sua astutia, _sicut scriptum est: capiam sapientem in astutia
sua._
_Agricola_. Certo che meritamente quello rimase preso nella sua
astutia, poichè veniva con animo d’interrogarti et intenderti
malamente. Ma e’ disse ancora a’ sopradecti religiosi, che inoltre
ti domandò et dixe: Non vi confessavi voi di questa cosa? Et che
tu rispondesti, che no. Et dixe che fuor di queste due cose, tu non
meritavi una scopata; et che per questo, quando si publicò et stampò el
processo, l’ebbe per male.
_Propheta_. Et dove si trova, che l’huomo sia tenuto ad confessarsi del
bene et delle cose che non sono peccati?
_Agricola._ Però dico io che lui pigliava la fallacie in ogni cosa.
Preterea e’ dixe ancora che ti rispose dicendo: Ben, come facevi voi
ad celebrare, che voi non vi confessassi di questa cosa? Et che tu
gli rispondesti formalmente così: _Quando l’huomo ha perso la fede et
l’anima, non si cura come l’anima sua vada, e può fare ciò che vuole et
mettersi poi ad ogni cosa grande._
_Propheta._ Che ti pare di questa responsione?
_Agricola._ Parmi una risposta mozza, nella quale al tucto resta
suspesa l’applicatione del particulare; perchè non per questo venisti
già a dire d’esser tu che havessi persa la fede et l’anima;[702]
et quanto ad questo la sententia è chiarissima. Ma ad che fine, gli
rispondesti tu in questa forma?
_Propheta_. Per dargli una gran coltellata ad traverso al volto,
che non paressi mio facto; perchè io volsi ch’egli intendessi ch’io
indirectamente dirizavo quel parlare ad lui proprio, il quale, per
haver persa la fede et l’anima, non si curava come la sua anima
andassi; et che per questo si metteva ad compiacere alli pessimi
examinatori, faccendo inverso di me ciò che voleva di gran male et
di gran falsificatione. Onde tu ben vedi, che nella mia suscriptione
d’alcun processo che hai letto,[703] appare che io do notitia delle
postille ch’esso falso notaio interseriva in epsi.
_Agricola_. Gli è poco tempo che io lessi, oltre al falso processo
stampato, che a Roma s’appella el bugiale, una examina quadripartita
de’ 21 et 23 et 24 d’aprile 1498,[704] la quale fu facta sopra e’ casi
tua; et appare in epsa la sustantia delle sopradette interrogationi,
tamen al tucto falsificate dal prefato notaio con sue postille,
delle quali postille tu ne dai chiarissima notitia, etiam nella tua
subscriptione che appare in epsa examina.
_Propheta_. Hor ecco, adunque, che per sufficienti testimonii, e per
la confessione del notaio, et per la mia suscriptione che hai decta;
tu resti al tucto certo della mia innocentia. Per la qual cosa gli
è da notare che, respecto al parlare della mia subscriptione della
examina de’ 21 et 23 et 24 d’aprile, non vengono ad essere autentici e’
sua processi, nè di valore alcuno; nè si debbe prestar fede ad veruno
processo che lui habbi stipulato o scripto, ovvero ne sia stato rogato.
Ma tu vedrai forse un giorno, io dico forse, essere tracte l’ossa sua
del sepulchro, che si sa di puncto dove che sono, et così quelle di
Alexandro Sexto et di alcuni altri; et esser facto tale cosa di quelle,
che ne resterà perpetua memoria in terrore et exemplo de’ mortali,
mentre che durerà el mondo.
L.
_I tre processi apocrifi del Savonarola._
1.
Il primo falso processo, fatto e messo a stampa per ordine della
Signoria.
PROCESSO[705] DE FRA HIERONYMO SAVONAROLA
DA FERRARA.[706]
¶ Questa e la examina et processo de frate Hieronymo da Ferrara
Sauonarola facta di lui da li spectabili et prudenti homini Commissarii
et examinatori de li Signori Fiorentini per commissione de la sancta
Sedia Apostolica[707] solenemente electi et deputati come in esso
fidelmente appare.
SIC TRANSIT GLORIA MUNDI.
¶ Questi sono li commissarii che furno iuridicamente electi et deputati
cioe.[708]
Dua del numero de ghonfalonieri di compagnia del populo
Carlo di Danielo canigiani.
Giou[=a]ni di messer Giannozo manetti.
Dua del numero de. xii. buoni huomini.
Giouanni di Antonio canacci.
Baldassari di Bernardo brunetti.
Dua del numero de. x. nuovi di liberta et pace.
Piero di Daniello delti Alberti.[709]
Bcnedecto di Tanai de nerli.
Dodo dagnolo Spini.[710] Vno dol numero delli. viii. nuoui.
Tomaso di Bernardo Antinori.
Francescho di Luca di messer Maso delli Albizi.
Giuliano di Jacopo Mazinghi.
Piero di Bertoldo Corsini.
Braccio di messer Domenico Martelli.
Lorenzo di Matteo Morelli.
Antonio di Jacopo di pagnozo Ridolfi.
Andrea di Giouanni Larioni.
Alfonso di Filippo Strozi.
¶ Tutti Citadini Fiorentini. I quali nella infrascripta examina
procedeno[711] in questo modo infrascripto: incompagnia anchora et in
presentia di messer Simone Rucellai. Et messer Tomaso Arnoldi Canonici
Fiorentini per ordine et commissione della sanctita del Papa.[712]
¶ Adi. IX del presente mese daprile il dicto fra Hieronymo fu
interrogato et examinato nella sala disopra del Barigiello. Prima a
parole poi con minacci poi con tortura et hebbe dicto di in due uolte
tracti, iii. et mezo di fune.[713] Dipoi adi. xi. xii. xiii. xiiii.
xv. xvi. xvii. fu ogni dì examinato circa alle moderne cose con parole
et conforti senza alcuno tormento o lesione di corpo. Et benche in
tutti dicti dì in alcuno cose uariasse et dicesse quando auno modo et
quando a unaltro nientedimeno adi. xviii. interrogato di nuouo a parole
et senza tortura o lesione di corpo confesso et affermo quanto nella
dicta exanima si contiene. Et dipoi questo soprascripto di adi. xix.
di aprile medesimamente senza tortura o lesione di corpo ma con parole
humane et conforti[714] hauendo di nuouo rilecto et ben considerato
tutta la infrascripta examina confermo et disse in presentia de
dicti canonici examinatori et commissarii essere vero in tutto et
per tutto quanto in dicta examina si narra[715] et così se soscrito
spontaneamente de sua propria mano.
¶ La verita e questa che circa a. xv. anni fa essendo io nel monasterio
di san Giorgio la prima volta che io fui a Firenze con fra Tomaso
Strada che le morto: il quale parlava auna sua sorella monacha. Et
in quel mezo inchiesa pensauo de comporre una predicha: nel pensare
mi venneno alla mente molte ragione furno circa a. vii. per le quale
si mostraua che alla chiesa era propinquo qualche flagello. Et da
quel puncto in qua cominciai a pensare molto simile cose et molto
discorsi le Scripture.[716] Et and[=a]do a san Gimignano a predicarui
cominciai a predicarne et in dui anni che io ui predicai proponendo
queste c[=o]clusione che la chiesa haueua a esser flagellata: rinovata
et presto. Et questo non haueuo per riuelatione, ma per ragione delle
Scripture. Et così diceuo et in questo modo anchora predicai a Brescia.
et in molti altri luoghi di Lombardia qualche uolte di queste cose
doue stetti [=a]ni circa, iiii. da poi tornai a Firenze che dal di
che io fui in san Giorgio, come disopra e dicto alla tornata mia in
Firenze, ui corse anni circa a. vii. di t[=e]po. Et cominciai il primo
di dagosto in san Marco alleggere Lapocaiypsi che[717] nel M.cccc
Lxxxx. Et proponeuo simelmente le medesime c[=o]clusione sopradicte:
dipoi la quaresima predicai in Sancta Liberata il medesimo non
dicendo perho mai che io lauessi per rivelatione: ma proponendo che
credessino alla ragione affirmando questo con più efficacia che io
poteuo: dipoi passato la pasqua di questa quaresima: fra Siluestro
tornando da san Gemigniano mi disse che dubitando delle cose che io
diceuo et riputandomi pazo li apparue in uigilia uisibilmente secondo
che disse uno frate nostro morto: il quale lo riprese et disseli
queste parole: tu n[=o] dei pensare questo di fra Hieronimo: che tu lo
cognosci dipoi hebbe molte altre apparition simile secondo mi disse
fra Siluestro.[718] Et perho oltra al desiderio et accensione che
aueua a predicare simile cose maccesi ad affermarle anchora in [=q]che
parte più che prima: [benche in facto fusseno tutti miei trouati et
p. mio studio.] Et vedendo la cosa succedermi bene andai più au[=a]ti.
Vedendomi crescere la gratia et la riputatione nel populo di Firenze:
cominciai adire che io laueuo p. reuelati[=o]. Et così cominciai a
uscire fuora forte. [Il che fu una mia gr[=a] presumptione.] Et molte
uolte diceua delle cose che mi referiva fra Silvestro p[=e]sando
qualche uolta che fusseno uere: nientedimeno io n[=o] parlava a Dio nè
Dio a me in alchuno spetial modo: come Dio suol parlare a suoi sancti
apostoli o profeti o simili: ma andauo pur seguitando le mie prediche
con la forza et la industria del mio ingegno [et presumptuosamente
affermauo quello che non sapeuo esser certo:] volendo ciò che io
trouauo con lo ingegno fuse uero. Et tanto poi mi inebriai in questa
cosa che io usci a dire che ero più certo di tal cose che io non ero
li in perghamo et che doi et doi f[=a]no quatro. Et tutto per dare più
credito alle cose che io diceuo: et per confermarle piu nella mente
deli huomini: et[719] faceuole uerisimile con ragione et similitudine
stando sempre più forte nella mia opinione: [per parere, pur che io
dicessi il uero et che fusse da dio: ma non sapeuo nulla: ma la gloria
del mondo macecchaua.[720]]
¶ Et a questo modo mi condussi in sino á lanno M.ccccxciiii. di poi
essendo cominciato questo gouerno dal. M.ccccxciiii. in qua cominciai
ad affermare più le cose mie, non solo p. gloria: ma per uolere
condurre lopera del gouerno di Firenze, si per riputatione si per
hauerlo al mio senso et per potermene ualere come di sotto si dirà: et
ancho per hauere credito fuora di Firenze et così affermauo di Pisa et
de beni della cipta di Firenze et de mali et daltre cose particulare.
In questo medemo modo non ero certo di potere fare miracolo o segno
supernaturale come più volte hauemo dicto che si farebbe a luogo et
tempo [ma lo affermauo per dare riputazione allopera mia.]
¶ [Quanto alle visione di fra Siluestro quale le fusseno non mene
curauo ma mostrauo ben curarmene assai: [=p]che erano trouate tutte
di mio ingegno et di mia astutia. Et se pure le cose di fra Siluestro
mi ueniuano al proposito laueria dicte et attribuitole a me per dare
più riputati[=o]e alle cose nostre come era qualche bel puncto, o
qualche gentilezza.] Ma[721] sapiate di certo che questa cosa che io
ho conducta lho conducta con industria si prima per la philosophia
naturale: la quale molto mi serviua aprouare le cose et efficacem[=e]te
persuaderle et poi la expositi[=o]e della Scriptura aiutaua la materia
et sempre il mio ingegno uersaua in queste cose grande et universale
cioè circa il governo di Firenze et circa le cose della chiesa: et poco
mi curaua di cose particulare, o piccole.[722] [In fine dico essere
stata tutta mia industria: et benche fra Silvestro mi dicesse più suoi
visione: il forte era nel mio ingegno: tamen io lo pigliauo et diceuo
erano da dio secondo mi ueniuano al proposito et fingeuo et m[=o]strauo
alui di credere che lauesse da dio: et lui confortauo che non ne
dubitasse ne lui ne fra Domenicho intendeu[=a]o la mia intentione:
perche con loro andauo: con grande industria et astutia.]
¶ Come di sopra dico io cominciai a predire le cose più anni inanzi
che fra Silvestro mi referisse suoi visione: et qu[=a]do n[=o]
fusseno state le visione di fra Silvestro quello medesimo arei dicto:
ni[=e]tedimeno come eti[=a] ho dicto disopra mene seruiuo quando mi
uenivano aproposito.
¶ Et sappiate che fra Siluestro ha questa natura sin da giovinetto
come e notto[723] a molte gente che lui fa insogno quello che fanno
li altri in vigilia: perche si leua ua atorno parla: mangia scriue:
legge predicha dice messa cercha de bastoni per casa et se può da: et
non se può destare se non si percuote o c[=o] la maza, o con altro, o
con lamano diricta al cuore et quando si desta pare che si sciolga da
uno grande legame et che uenga dell’altro mondo dicendo Jesus Jesus:
et tra laltre cose che la facte che io so et ho uedute una nocte si
leuo et venne in choro quando ueranno[724] li altri frati et prese uno
pugno di segatura delle casette dove si sputa: et se ne misse in boccha
dic[=e]do, o le buona: dipoi ne trasse nel volto alli altri frati. Vna
mattina legendo io nellorto sadormento circa alfine della lectione: et
così adormentato ando per lorto et entrato nella uigna cauo una canna:
et feceli la coccha: et così colse uno bello grappo duua in quello
luogo et cad[=e]do in terra il grappolo: frate Antonio da Rada lo prese
et fra Siluestro gli de della canna in sul capo dicendo danne anche
ame: et comincio a mangiare di quella uua: et io era presente et io
viddi tutto: et perche l’uva non li facesse male essendo buona ora lo
feci destare.[725]
¶ Vnaltra uolta si leuo essendo nella cella del priore: che era
fra Francesco saluiati: et tolsegli ipanni che lui haueua adosso et
strassinoli per tutto il dormitorio: molte uolte dorm[=e]do insieme
con lui lo udito cichalare et dire idefecti de frati et de secolari: et
intra glialtri diceua una uolta di P[=a]dolfo rucellai: Tu fai come il
fornaio: che fai fare i frati e non ti fai tu. Vnaltra uolta a sancta
Maria Magdalena si leuo et uestissi et andò in chiesa: et entrato in
perghamo comminciò a predicare. Et molte altre cose simile a facto: et
spesso p. lo adrieto: hora lo fa rare uolte excepto qualche cichalaria.
¶ Lopinione mia circa alle predicte cose di fra Siluestro dico essere
una complexione così facta et una occulta dispositione o infirmita la
quale si sono sforzati molti medici di curare et finalmente se ben mi
ricordo fu c[=o]cluso che nel processo del tempo se ne guarirebbe come
se poi uisto che al presente n[=o] fa tanto spesso.[726]
¶ Quanto allo intento mio et fine al quale io tendeuo: dico inuerita
essere stata la gloria [del m[=o]do][727] et hauere credito, o
riputatone: et per uenire a questo effecto ho cerchato de mantenermi in
credito et buon grado nella cipta di Firenze par[=e]domi che la dicta
cipta fusse buono instrumento affare crescere questa gloria:[728] et
farmi credito anchora di fuori: maxime uedendo che mera prestato fede
et per aiutare anchora questo mio fine predicauo cose per le quale
ichristi[=a]i cognoscesseno le abominatione che si fanno a Roma. Et che
si c[=o]gregasseno affare uno concilio il quale quando si fusse facto
sperauo di deponere molti prelati et ancho il Papa. Et arei cercato
desserui et essendoui confidauo di predicare: e fare tale cose che ne
sarei stato glorioso [o con essere stato fatto grande nel concilio o
con restare in assai stima et riputatione di mondo.]
¶ Et per condurmi meglio al soprascripto mio intento et fine: essendo
già introducto nella cipta di Firenze il gouerno ciuile: il quale
mi pareua essere optimo instrumento alla mia int[=e]tione: cerchauo
di stabilirlo al mio proposito: et per tal modo che tutti iciptadini
fusseno beniuoli a me, o uero seguitassero il mio consiglio, [o per
amore, o per forza:] et era mio animo che nella cipta di Firenze:
si fermasse et stabilissi dicto gouerno ciuile al modo Venetiano al
più si potesse: nel quale intendeuo che regessero quelli che erano
mei amici più che li altri: et per questo li fauoriuo c[=o] ogni mia
industria a me possibile nel tempo che sordino el c[=o]siglio benchè
io uedessi molte contradictione da gr[=a]di: io fauoriuo il populo per
fare il c[=o]siglio gr[=a]de a ogni modo. Poi che fu facto per paura
che le. vi. faue non fessino qualche disordine tentai lapello. Il quale
b[=e]che hauesse molte contraditione pure si fece dipoi ebbi desiderio
che si leuassino. xx.[729] et persuasi prima irren[=u]tiare a Giuliano
Salviati. Poi a messer Domenico Bonsi. Il quale si monstro alieno, et
uuolmi arricordare che io lo dicessi [=a]chora a Fr[=a]cesco ualori:
il quale lhebbe per male la ren[=u]tia del xx., et disse a Giuliano
Saluiati. Tu hai guasto questa cipta a ren[=u]tiare. Dipoi nelle
predicatione tocchauo questo caso de. xx sotto couerta in questo modo
cioè. Elce unaltra cosa da fare che n[=o] hauete anchora facto.
¶ Poi si fece la legge contra il parlamento: la quale et con
predicationi et scripti molto sollicitai: ued[=e]do poi certe
diuisi[=o]e tra ciptadini presi a fauorire quella parte che mi
pareua più a proposito di questa opera mia et prima in generale dipoi
cominciai al particulare per cognoscere meglio il fine de ciptadini
et finalmente mi ristrinsi a unirli insieme. Et perche non può essere
unione senza capo: par[=e]domi più a proposito Fracesco ualori presi
a fauorirlo: maxime credendo n[=o] si potesse fare tyranno: et questo
uenne et da me et da lui: in quanto el ueniua a me et si comendaua se
stesso dicendo essere buono ciptadino che quanto a questo nessuno lo
superava: et in doi modi io lo fauoriuo. Et incomendarlo che gliera
buono ciptadino laltro in c[=o]fortare qualche ciptadino chestesseno
con lui uniti: benche a pochi: perche a pochi parlauo. Come era Giouan
Baptista Ridolfi: benche nello diceuo sotto coperta: et per uno buon
modo: ma tale che lui mi poteua intendere perche mi pare sauio.
Ma Giouan Baptista mi sputaua parole per le quali comprendevo non
sintendeua bene con Francesco benche parlaua in generale: cosi anchora
parlai a Alamanno et Jacobo Saluiati: Intendendo che non stauano ben
con Francesco et confortaili a stare ben c[=o] lui. Et loro mi disseno
essi[730] fa troppo gr[=a]de ebisogna darli qualche sferzata et tenerlo
adrieto. Et io haueuo per male che fusseno disuniti da lui perche mi
pare sempre siano iti bene et er[=a]o di quelli riputauo mei amici. A
Giuliano Saluiati non mi ricordo auerlo dicto: ma mia int[=e]tione era
uandasse a Luca di Antonio delli Albizi: Antonio Giraldi: Et Lionello
Boni anchora li comendai liquali tutti tre ne diceuano male. Anchora li
com[=e]dai a Domenico mazinghi et cosi a molti altri i quali usauano
in san Marco et simile anchora a c[=o]fessori et a frati mei: et
tutto a fine che lui[731] fusse seguito et hauesse fama. Vero e che io
c[=o]fessauo alloro che gliera strano et per fare anchora più stabile
il dicto gouerno della cipta di Firenze: et che ogni due mesi non
sauessi a mutare: era mio animo di stabilirlo c[=o] modo Veneti[=a]no:
cioe di fare uno Duce[732] o uero ghonfalonieri a vita o per qualche
longo tempo sec[=o]do si fusseno accordati. [Et questo faceuo per
gloria et ripulatione mia per hauer quello uoleuo nella cipta.] Et
arei desiderato che fusse stato Duce[733] uno che non hauessi figlioli
ne molto parentado: perche stesse piu sotto posto alle legge et no
si potesse fare tyranno ma non ne trouauo nessuno nella cipta di
Firenze che mi piacesse benchè se Francesco Valori non hauesse hauuto
quelle strane conditioni lui per il primo lharei posto et dopo lui
Giouan Baptista Ridolfi: ma mi daua noia il grande parentado che ha:
questo perho non conferi io mai con persona se non con frate Nicolo da
Milano[734] et credo con fra Siluestro et fra Domenico.
¶ Et ebbi già sospitione che Fr[=a]cesco ualori: et altri di quelli che
erano detti amici mei: non si uolessero restringere et fare uno stato
fra loro: perho predicauo et scriueuo contro a tale strecto gouerno
accioche per amore, o per forza questi tali fauorisseno questo gouerno
ciuile:[735] nel quale perho uoleuo loro fusseno i principali: et
laltra parte stesse sotto: cioe che il fauore del consiglio fusse per
li amici mei: iquali uolentieri fauoriua circa ecasi dello Stato: per
che mi pareuano buoni: b[=e]che in generali parlassi.
¶ Questo soprasscripto mio intento et concepto non lo mai conferito con
persona: ma bene ho cercato di condurlo a fine p. mezzo di religiosi:
et ciptadini et seculari: a quali non perho mai parlato particularmente
ma in genere [per n[=o] essere gi[=o]to allaccio: perche qualcuno
si sarebbe potuto mutare et m[=a]chare dalla affection nostra et are
publicato la cosa et così ne sarei stato imputato.]
¶ Quanto alle intellig[=e]tie expresse, o particulari che si facesseno
in san Marco per nostro mezo: dico non uinesser facta alchuna che io lo
sappi ma in genere era dichi andaua alla predicha che si cognosceuano
tutti inuiso et io li cognosceuo et questo era la forza principale
di questa cosa: et tutte le prediche tendeuano al soprascripto fine:
et così le diuotione et processione che si faceuano [=i] san Marco
[et le hipocrisie et le famigliarita et amicitie di ciptadini] le
c[=o]fessione et oratione c[=o] c[=a]ti et tutte simile altre cose
erano per acrescer lopera mia: ma cognosceuo bene che tra quelli uenera
di quelli che n[=o] andauano bene: che ui ueniuano per loro utile: et
quelli ciptadini ne [=q]li io molto c[=o]fidauo si stauano uniti se
hauessino facto quello diceua loro hauerebbeno mantenuto me et lopera
mia.
¶ Circa iparticulari della cipta io non mi extendeuo p. due ragione.
La prima p. mantenermi la riputatione. La seconda perche non mene
intendeuo: maxime hauendo dicto t[=a]te uolte imperghamo di non me
ne uolere impaciare, che non uoleuo dire una cosa et non lo fare. Et
sapendo che Francesco Valori Pagolo Antonio Soderini et Giouan Baptista
Ridolfi et iloro adherenti erano prudenti: ne sapeuano piu di me.
Et io lassauo fare alloro. Et ero come il Duca di Millano passato al
signore Ludouico:[736] onde non conferiuano meco le cose particulare et
alloro bastaua hauermi per insegna et instrumento coprendosi sotto il
mio mantello. Et io imperghamo et fuora confortauo questa parte nostra
a stare unita et essere animosi affare quello fusse utile allopera
nostra.
¶ Et una di queste utilità era che fusseno i primi a questo gouerno
ciuile: et quando hauessi uoluto qualcosa particulare non larei
conferita con ciptadini: per conseruare la riputatione mia ma larei
facto per mezo di fra Siluestro, o di qualche altro frate: secondo mi
pareua al proposito: come circa alli officii benche rarissime uolte
perche non li cognosceuo et non mene intendeuo: sappiendo maxime
che senza me erano soliciti isoprannominati egli adherenti loro al
usare del mio mantello: di che di sopra fo mentione era il uenire a
san Marco, monstrarsi essere del frate: fauorirlo nelle prediche con
laudarmi et dire cose simile et benche molti uenisseno a san Marco p.
diuotione: credo molti anchora p. beneficiarsi[737] et uedersi et fare
una meza intelligentia.
¶ I ciptadini i quali usauo p. mezani a mandarli qua et la erano Andrea
C[=a]bini: Piero Cinozi: Girolamo Beniueni: Francesco dauanzati: Carlo
Strozi assai: Jacopo Saluiati: quando Giuliano era ghonfaloniere.
Alexandro Nasi: Piero di Pagolo delli Albizi: et in effecto non teneuo
fermo nessuno se non Andrea Cambini con Francesco Valori: perche io
mi guardauo p. mantenermi la riputatione. Et quasi tutto lo effecto
di tale imbasciate: era circa in mantenergli in fede nostra: et
mandauoli a Signori: a dieci: alli otto: dicendo stesseno forte et
non dubitasseno che Dio li aiutaua: et notate che uno de principali
fundamenti che io haueuo allo intento mio dicto di sopra cioè a
mantenermi la reputatione et fama di buona vita. Erano il proposito
fermo di non mimpaciare mai de particulari: sapp[=e]do maxime che i
ciptadini mi seguitauano lo faceuano meglio: et meglio lo sapeuano fare
che io non intendeuo et a me bastaua che mantenesseno il gouerno che
io desiderauo in ogni modo che lo potesseno mantenere [o p. fraude o
per qualcuno altro modo:] li nomi de Ciptadini erano questi. Francesco
Valori: messer Domenico bonsi: messer Francesco Gualterotti: Giouan
Baptista Ridolfi: Pagolo Antonio Soderini: Domenico Mazinghi: Luca
di Antonio de glialbizi: Francesco del Puglese: Giuliano Alamanno:
Jacopo Saluiati: Bernardo delinghilese dischiata Ridolfi:[738] Piero
Lenzi: Berto da filichaia: Francesco di martino dello scarpha:[739]
Francesco mannegli: Almerigo Corsini: Simone et Nicolao del nero: egli
adhererenti. De quali sono quelli ciptadini che sono scripti in sul
ruotolo della suscritione[740] era su uno quaderno di carta pecora che
erano nello schanello mio in san Marco.
¶ Circa allo arere tenuto pratica con iciptadini dico che nel tempo
che sono stato a Firenze: molti ciptadini manno parlato, ma con nessuno
ho tenuto pratica particulare di stato come e di fare piu una cosa che
unaltra particolarmente: ma nello uniuersale sie tutto il mio intento
et stato di tenerli uniti ed animati.
¶ Con Francesco Valori parlauo di raro: ma Andrea Cambini portaua
imbasciate fra me et lui: et quando dicto Francesco mi parlaua: mi
parlaua molto di se: stimo lo facesse per che io auesse di lui buona
opinione: et qualche uolta mi disse et mando adire p. Andrea Cambini
che stauano male: che io facessi oratione: il forte de ragionamento
de Francesco erano che lui auesse auctorita nella cipta: et a[=c]hora
mi parlo di uolere dare la figliola di Filippo suo nipote per donna
a Matteo Strozzi: al quale Matteo io poi nac[=e]nai dalla lunga:
et lui mi rispuose non uolersi in parentare con Francesco: perche
stimaua che per imodi suoi douesse capitar male. Similmente mi disse
dicto Francesco che harebbe uoluto dare dicta figliola di Filippo a
Giouanni di Ncolo mannegli la quale cosa non ebbe di poi effecto:
parlauo ancora alle uolte con messer Agnolo Nicolini: et a Pagolo
Antonio Soderini: et a Giouan Baptista Ridolfi: et a più altri di
quelli ueniuano a san Marco p. uarie cagione: messer Bartholomeo Ciai
ma parlato qualche uolta ma non mi ricordo diche ragionamenti. A piero
Guicciardini parlauo anchora spesso:[741] et incitaualo dicendo si
portaua freddo p. l’opera nostra. Francesco Renuccini quando era de
Signori uenne a me una sera in[=a]nzi le. xxiiii. hore a pigliare parer
da me circa allimposta de preti. Lionello bono[742] anchora quando era
de Signori mi uenne a parlare et dissemi male di Francesco Valori che
era male ciptadino: che cercaua el b[=e] proprio. Et io lo difendeuo
perche desiderauo ce auesse auctorita come ho dicto: benchè anchora
mi dispiaceua p. la sua natura che era huomo da scacciare tutti isuoi
amici. Alexandro di Papi di[743] Alexandri fu anchora questi di a me
p. lo experimento del fuoco: a sapere se haueuano a tirare la praticha
inanzi: et per conto di Lanfredino mi ueniua predicta[744] cagione:
Piero di Pagolo delli Albizi. et Alexandro Nasi: a quali tutti rispuosi
disi.
¶ Circa affare magistrati maxime Signori X. del otto[745] non ne
parlauo mai expressamente dicendo fare il tale, o il tale: perche
non cognosceuo così particolarmente tutti iciptadini. Nelle prediche
confortauo in genere li buoni ciptadini: ma quando era instrutto da
frati di qualchuno che fusse buono allopera nostra: are comendatolo
con parole generale in circuli di frati: e di ciptadini che sene faceua
spesso ne chiostri nostri: dicendo questo saria buono p. lopera nostra.
Il simile faceuo di quelli che cognosceuo. Verbi gratia: Francesco
Valori: Giouan Baptista Ridolfi: Pagolo Antonio Soderini: Giulia[=o]
Saluiati: Domenico mazinghi: Domenico Bartholi: Lorenzo et Piero Lenzi:
et simili iquali similmente comendauo dicendo sarebbeno buoni per
lopera nostra, o simile parole generale ma non diceui[746] mai fate il
tale che mi saria stato charico: io considerauo più al ghonfalonieri
che ad altro: officio rimettendomi a frati che cognosceuano iciptadini
più di me.
¶ Et di hauere fauorito altramente alcuno p. hauere officio non si
trouera: excepto che Francesco scarsi[747] uenne una uolta da me a
pregarmi che fusse facto oratione per lui perche el fusse facto de. x.
dolendosi che non era facto mentione di lui in dignità alchuna. Di poi
essendo stato facto mi uenne a ringratiare delle oratione.
¶ Dello hauere tenuto pratica con Signori o altre persone fuora del
dominio nostro di cose di Stato. Dico che al Re di Francia in quelli
principii che ritorno in Francia scrissi tre ouero quattro lettere[748]
confortandolo alla restitutione delle cose de Fiorentini. Et allo
ritornare in Italia dicendoli che facendo altramente el capitarebbe
male. Il simile li mandai a dire p. Nicolao Alamanni la prima uolta che
parti di qua p. andare in Francia. Et anchora gliho mandato a dire p.
piu Fr[=a]zosi che sono passati di qua p. ritornare in Francia: ma il
Re non ma mai atteso ne datomi risposta p. lettere ne p. imbasciate:
[=i] modo che p. Nicolao Alam[=a]ni nellultima et penultima uolta che
lui parti di qua n[=o] lo mandato adire altro et ancho non confidauo in
dicto Nicolao ne mi pareua huomo da farci fondamento perche non stimauo
potesse parlare al Re.
¶ Venne già a me uno frate Ludouico da Valenza maestro in Theologia:
et dissemi parlandomi perho copertamente che il Papa uorebbe che i
Fiorentini mandasseno a lui imbasciatori ouero li scriuessino qualche
buona lettera: et molto mi stringeua affare opera che il populo
stesse edificato ala uia del Papa: et rispuosemi[749] che questa cosa
non poteuo fare come arebbe facto Lorenzo, o Piero: et lo rimissi a
Francesco Valori: Piero Filippo et Pagolo Antonio et di lui poi non
intesi altro.
¶ Messer Luigi Tornaboni mi misse gia inanzi di tenere pratica colla
prefectissa di Sinigaglia[750] dicendo che ella haueua il modo a sapere
delle cose di Francia. Et io dubitando dinganno lo rimissi a Francesco
Valori. Et di poi non intesi altro.
¶ Passando di qui il Cardinale Burgens: et parlandoli mandai p. lui a
sollicitare la uenuta del Re di Francia et la restitutione delle cose
nostre. Similmente mandai Filippo Lorini in Fr[=a]cia p. dire al Re il
medesimo circa alla tornata et restitutione dicta mandato da me c[=o]
saputa perho de dieci che allora erano: et le risposte furno come di
sopra.
¶ El Signore Carlo Orsino et Vitellozo Vitelli quando tornorno di
Francia furno da me in san Marco a confortarmi affare quello poteuo per
il Re di Francia: et uenneno a me come io fussi il signore della terra:
A quali risposi che pregherei dio per il Re et che ero di bona uoglia
affare per il Re cio che potessi.
¶ Piu altri anchora Franzosi et Napolitani cacciati da Napoli: che
diceuano andare atorno p. le cose del re di Francia et per cose di
stati: mi ueniuano a uisitare per simili effecti: perche pareua loro
che io fussi amico del Re di Francia: et tenessi la parte sua et io li
rimmetteuo tutti a Francesco Valori.[751]
¶ Fu anchora da me messer Dolce da spuleto [=i]basciatore del Duca
durbino: a offerirmisi: et fu in quel tempo che il Duca durbino sera
tornato a casa sua, et io scrissi una lettera al dicto Duca.[752]
Della quale lo effecto era che non si partisse da Fiorentini. Et
partendosi che non li fusse contra: [pensando che lui fusse buono a
mantenere lopera mia: p. che benche non li parlassi mai mili monstrauo
affectionato non che lui ma ogni altro che auesse fauorito me et la
parte che mi seguitaua: acciocchè fussino i maggiori col populo et
che reggessino di fora et dentro et maxime fauoreuile hauendo le gente
darme.] Et decta lettera mandai per lo imbasciatore del decto Duca che
mi u[=e]ne aparlare che fu il predicto messer Dolce.
¶ Anchora dico ebbi per male che messer Hercule fusse casso[753]
per questi medesimi effecti et ebbi sospecto Piero Filippo non ne
fusse stato causa per mettere inanci il C[=o]te Renuccio. Et questo
perche messer Hercole mera affectionato per mezzo di fra Nicolo da
Millano che già fu Cancellero de dicto messer Hercole et ancho sapeuo
era affectionato a Francesco Valori et etiam feci qualche opera con
Francesco Valori: perche n[=o] lo facessi cassare et in questo modo
hau[=e]do le g[=e]te darme amici rimaneuano li amici mia più forti: et
il gouerno di drento et di fuori andaua alloro modo: et in ogni cosa
fusse occorsa nella terra si poteuano meglio difendere et a questo
senso lo faceuo.[754]
¶ Il Conte Checcho da monte doglio mi mando gia uno suo canceliero
pregandomi li fusse fauoriuile alla restitutione delle suoi terre et
io gli scripsi che non era tempo a mouere simile cose: et per non
dare materia alli altri populi de t[=e]tare simile causa: et pure
lui facendo grande instantia: ne feci dire alla Signoria et a. x. pur
qualche parola: ma pure freddam[=e]te perche come ho dicto n[=o] pareua
fusse da fare in quel tempo et qu[=a]do hauessi uisto il tempo larei
facto per farmelo amico.
¶ Messer Agam[=e]non Marescotti da Bologna podestà passato e stato
anticamente nostro familiare: et pregai Jacopo Salviati che era
electionario che lo elegessi: et cosi fu facto podestà: et questo feci
si per hauere il fauore suo: si per il ben li uoliua: che pareua fusse
al proposito allopera mia. Così hebbi grato questo podesta che e al
presente: per essere padre dello Vicario dellarciuescouo di Firenze. Il
quale e nostro amicissimo benchè di questo non ne feci opera alchuna.
¶ Marcuccio Saluiati[755] mi fu menato da Fra Ruberto suo fratello
inanci al caso del fuoco: circa a. vi. di per che io lo confortassi al
ben uiuere: et così fei: et hebbilo caro per hauerlo amico: et lui mi
fece molte proferte inanci si partisse: dicendo io metterei la uita per
uoi.
¶ Intesi Giou[=a]ni della uecchia che era nostro amico da frate Cosimo
tornaboni: che ebbi charo: ma n[=o] li parlai mai.[756]
¶ Al Duca di Ferrara al Duca di Milano ho ancora scripto circa al ben
uiuere: ma non per cose di Stato: circa il fare de conducte non mene
sono impaciato: se non con racomandare legiermente alcuno come uno
figliolo di messer Nicolo da Esti da Ferrara: et uno Conte Cristophano
da Gonzaga: et uno de Rangoni da Modena: et alchuni altri che io non
cognoui iquali racomandai a Francesco Valori et a Domenico Mazinghi:
et altri de dieci pure legiermente dic[=e]do il tale uorebbe essere
conducto, fate uoi.
¶ Circa alla guardia della piaza [=c][=h] se ne fusse icapi dessa
guardia io n[=o] sapeuo e ben uero che io confortai in perghamo che
dicta guardia si conducesse: non mi ricordo gia se io ne parlai con
particulari ciptadini: ma Francesco Valori dipoi lhebbi mossa mene lodo
a bocca: et confortomi la seguitassi t[=a]to se facesse stimo anchora
mello mandasse a dire p. Andrea Cambini: la cagione di questa guardia
fu per securta nostra p. questi incontrarii a noi stessino sotto: et
non hauessino facto qualche insulto come temeuamo.
¶ Circa al non obedire al Papa et non andare a Roma dico procede[757]
per non essere morto per la uia, o a Roma come era da Piero di Medici,
o dalla Legha p. essere io contra al proposito loro.
¶ Circa alla scomunica dico che benche a molti paresse non fusse nulla,
nientedimeno io credeuo quella fusse uera et da obseruarla:[758] et
obseruaila un pezo: ma poi uedendo che lopera mia andaua in ruina
presi partito a non la obseruare più anzi manifestamente a contradirla
con ragione et con facti: et stauo obstinato in questo per onore et
riputatione et mantenimento dellopera mia.
¶ Circa al cominciare al predicare nella septuagesima che fu adi. xi de
febrajo: dico che prima aspectai le lettere di messer Domenico bonsi:
quelli che egli scripse alla Signoria et unaltra a me. per le quale
auisaua che il Papa non era disposto a dare licentia che io predicasse:
unde mosso da me perche uedeuo che lopera mia ruinaua. mi dispuosi a
ripredicare p. sostenere la mia opera: et di questo non fui excitato da
alchuno ciptadino particulare: ma più presto gli amici mia sene dolsene
come fu Alamanno et Jacopo Saluiati et Domenico mazinghi. E ben uero
che alchuni di quelli che usauano in San Marco mi diceuano quando si
predica,[759] noi ci moiamo di fame: et Giouanni di Jacopo di dino mi
ricordo uenne a me a San Domenico et domandomi quando saueano a fare
igradi:[760] ma non mi chiari[761] quando sauessi aricominciare perche
cosi di fare costumaua di non manifestare sempre il certo del di quando
uoleuo predicare.
¶ La cagione perche io usci di sancta Liberata il secondo di di
quaresima: non fu per obedire al Papa ma per paura di essere morto: et
poi che io fui conducto apredicare in San Marco io fermai il predicare:
non obstante la lectera de. iii. di marzo di ser Alexandro bracci: per
la quale lui mauisaua della grande alteratione del Papa e di tutta la
corte et del pericolo che correuano i Fiorintini la: perche stimauo
fussino minacciati.[762]
¶ Circa alle lettere che ebbe dalli imbasciatori, o scripte alloro
dico che ho scripto qualche uolta a Giouachin guasconi confortandolo
a confortare il Re[763] atornare in Italia: et restituire le cose a
Fiorentini: et ho facto ogni opera che dila tenesse le cose calde:[764]
et questo feci perche intendeuo che il uescouo de Soderini scriueua
freddo: et questo per mei frati: et io laueuo per male: non mi ricordo
perho del chiaro se io scripsi, o mandai a dire a Giouachino quanto
disopra e dicto perche io a lui: et lui a me ci habbiamo scripto poche
lettere: ma Giouacchino scriueua bene spesse al figliolo: il quale poi
mi mostraua le lectere: et a lui io a bocca diceuo quello mi ricorreua
di risposta.
¶ Da messer Domenico B[=o]si ho auuto due lectere: una auisaua che il
Papa non mi uoleua dare licentia del predicare laltra mi riprendeua
dello hauere cominciato a ripredicare il più frequente che mhabbi
scripto e stato ser Alexandro braccia: il quale mae proprio a scripto
due lettere di cose generale et in mia laude et conforti: ma il forte
delle lectere lui scriueua a ser Bastiano da Firenzuola suo genero: il
quale poi mi referiua tutto et leggeuami le decte lettere. Il contenuto
desse era per la practica delle cose mei et daltre cose: et tutto si
cominciaua con Francesco Valori.
¶ Messer Ricardo bechi scripse anchora a Giouanni suo fratello delle
cose mie: ma lauamo a sospecto perche scriueua cose contra a noi.
¶ Dell’ordine et preparatione che si fece il uenerdi sancto hora
lanno: non ne seppi ne so altro particulare: se non in questo modo io
ho inteso da Filippo Arigucci: che allora era de Signori che uoleua
gittare dalle finestre del palazzo. Bernardo del nero che era allora
ghonfalonieri di iustitia: et che in quel tempo il dicto Filippo
mando a dimandare madonna Camilla de Rucellai [=q]llo si haueua affare
allora et che lei gli m[=a]do a rispondere che lei haueua hauuto in
reuelatione che gittassero delle fenestre Bernardo del nero et che
madonna Camilla lo disse a fra Malatesta frate di san Marco: se questo
gittar di Bernardo del nero delle finestre era inspiratione diuina: et
fra Malatesta ne domando me: se poteua essere inspiration diuina: et
sera licito il farlo: et io rispuosi uoi sapete come sa a rispondere
per me in questi casi rispetto alla irregularita ma io non lo confortai
si facesse: rispecto alla irregularita dicta: ben mandai a dire et a
confortare Filippo Arigucci per Domenico Mazinghi che io adoperaua a
simile imbasciate che stessi forte con qualchuno de sua compagni: et
così confortai Domenico Mazinghi che era ghonfalonieri di compagnia
affare il simile et cosi confortai facessi come suoi compagni: et stare
forte tutti contra la opinione di Bernardo del nero: perche era contra
allopera nostra: ma n[=o] c[=o]fortai che fusse morto: bene arei hauuto
charo che fusse stato mandato uia. Il fine di gittar Bernardo a questo
modo delle finestre credo fusi perche era contrario allopera nostra: et
per leuar uia un capo allaltra parte.[765]
¶ Con Piero de Medici non ho hauuto pratica alcuna perche li sono stato
sempre molto contrario: ne ho hauuto il maggiore inimico uolendo il Re
di Francia introdurlo in Firenze come ciptadino: quando torno da Napoli
io disputai con in[766] Re che non lo facesse. E ben uero che Dino di
Jacopo di Dino mio amico mi scripse da Roma che Piero uoleua uiuere
bene: mi chiedeua instructione del suo uiuere et mi se ricomandaua: et
io li rispuosi che Piero uoleua appicchare la pratica meco et perho che
io non uoleuo entrare in altro se non che pregherei dio per lui.
¶ Vnaltra uolta fu a me anchora uno che io non conobbi: et dissemi
come Piero mi si racomandaua: et che uoleua ben uiuere: et tornare
come ciptadino: ma questo tale nocturno[767] a me se non una uolta et
come di sopra dico non lo conobbi: era uestito da prete: piccolo di
statura bruno di carne e di eta danni quaranta in circa la Contessa
suocera di Piero et Lanfonsina[768] sua donna quando cera molto me
lo raccomandorno alle quale rispuosi che non credeuo che Piero mai
ritornasse.
¶ Et col Cardinale de Medici non ho auuto pratica se non che due uolte
mha scripto raccomandandosi: che le cose sue[769] fusseno restituite:
et come e noto et per molti si sa: furon restituite alchune cose
piccole di che non accade al presente far mentione: dico ben se fusse
occorso che Piero fusse tornato: mio animo era dirgli quello che ho
predichato: lho facto a buon fine maxime non essendo tu qui instato
et quando tu fussi instato non tharei predichato contra: ma parlato de
uitii in generali.
¶ Delle cose di Pisa dico non dissi mai hauerla in pugno: ma dissi
bene Pisa tu lharai in ogni modo: e uero che io dissi ho in pugno più
gratie: ma non specificai mai di Pisa [perche parlauo cauto per non
essere preso et in sermone]. E ben uero arei hauuto caro per ogni mezo
si fusseno rihaute le cose uostre per essere uero propheta; perche mi
ueniua al proposito e uero che il Re di Francia mela promisse poi mela
disdisse. Et per hauermela disdecta lo comunicai con la Signoria era
allhora quando tornai dal prefato Re da Poggibonzi.
¶ Quando feci quella predicha oue io narrai di alchuni huomini di
grande ingegno che si douessino fare frati fu p. messer Vliuieri
arduino et per messer Malalesta che sapeuo erano alla predicha et altri
simili: et di poi a messer Malatesta in particulare alleghai qual cosa
di illuminatione: et più cose expresse et dissigli che messer Philippo
Varamoro et messer Pandolfo de Medici cerano apparsi. et decto che
si facesse frate: et uuolmi anco aricordare che io dicessi a messer
Malatesta che non si facendo frate che andarebbe allo inferno.[770]
Questi simili uoleuo con meco p. magnificare lopera mia: et hauere
dal mio ualenti huomini [di quello anchora che io ho decto di sopra
che sono nello inferno. lho dicto per darmi riputatone non che non lo
sapessi.]
¶ Hebbi una uolta in secreto una lettera senza subscriptione da
frate Siluestro: dal quale poi intesi che gliera stata mandata da una
nuora di Tanai che e de lenzi:[771] p. la quale io era auisato che mi
hauessi cura: perche era uno che mi uoleua fare male. Il che presumpsi
fusse di Jacopo: [non so certo se poi io dissi hauer hauuto questo
p. riuelatione: ma credo certo lo dicessi. Il simile dico di quelli
secreti che io diceuo:] il quale si uoleua far grande:[772] [quali
diceuo da me[773] spaurirlo.]
¶ Circa anchora quelli che io dissi che non uoleuano si rihauesse Pisa:
et quellaltra predicha nella quale io narrai che ecerano tanti: peggio
dico che io non ne seppi mai alchuna cosa certa o particulare: ma lo
dissi perche stimauo così: et se era alchuno che lo uolesse fare[774]
si ritirasse indrieto: et dargli spauento: [et a me attribuire
riputatione.]
¶ Circa la chiauetta[775] et chassetta di che ho facto mentione tante
uolte et che ho detto appartenere alla Chiesa: lho facto per dare
terrore, minacciare, et p. fare tenere adrieto le mani a chi mi uoleua
male: et infine sono state parole: ma altro particulare secreto o
reuelatione non uera drento.
¶ La predicha che io feci loctaua della donna. M. cccc.xcv. quando
io monstrai essere ito in paradiso:[776] [lo feci p. attribuirmi
riputatone et gloria et] fu una intentione che io feci stando nella
libraria greca di san Marco: non che in facto la fusse come la dissi et
come mingegnai persuaderlo al populo.[777]
¶ Della congregatione di Lombardia mi separai per restare libero et
fare a mio modo.
¶ Echani in cathena et galline che piglieri[=e]no le uolpi[778] chio
predichai in perghamo furono tutte cose trouate da me per [darmi
riputatone et] inanimare emia et sbigottire gli aduersari: quando
in perghamo diceuo alle uolte al proposito di chi mi auesse uoluto
amazzare. Io ti ueggho. Io ti ueggho et tu miuedi uoltandomi uerso le
donne: perche non si potessi dire il dice per il tale. Io diceuo tutto
al mio proposito per sbigottire chi lhauesse uoluto fare: [et darmi
riputatione] non che io ne sapesse altro.
¶ Le polize dichi io feci mentione nelle prediche di uolerle fare et
dare in mano di alchune persone: perche le tenessero guardate insine
a certo tempo: et poi saprisseno: furno tutte fauole et ciance p.
sbigottire i contrarii a me: [et quanto dighano[779] fu in questa
cosa fu solo che io dissi a fra Siluestro io diro di darui una poliza
laquale contera i peccati di Piero Capponi: che esso fra Siluestro
li sapeua perche lo confessaua: ma non nelli dei; et infine fu una
finctione p. sbigottire ma in facto non ne fu altro.]
¶ Circa ibarbari[780] che io ho predicto più uolte che ueranno contro
la Italia: dico et credo certo che in Italia habbi a uenire flagello
alla Chiesa da gente Barbare: perche sempre iflagelli alla Chiesa in
Italia sono uenuti da gente Barbare: et p. questo mio discorso lo dissi
ma non p. altra certeza particulare: benchè mostrassi esserne più certo
che non era in facto.
¶ Circa la reuolutione[781] della chiesa et la conuersione delli
infideli io ho predicto douere succedere: dico che lo hauuto et ho
dalle Scripture sacre: et credo certo p. lordine della scriptura
solamente senza altra reuelatione particulare: ma dello hauere a essere
presto non ho expressamente dalle Scripture: ne da reuelatione: bene
mi sforzauo di prouarlo con molte ragione le quali anchora sono scripte
in diuersi luoghi: [benchè io affirmasse oltra a queste ragione hauerle
p. reuelatione era solo per darmi riputatione et credito.] Le cose che
io disopra allego circa alle Scripture facte lo tracte di Daniele san
Hieronymo: sancto Augustino Origene: et San Tomaso.
¶ La uita stretta che faceuo p. me et faceuo fare ad altri: la
solitudine et il poco monstrarmi che io faceuo tutto era a riputatione
et honore [del mondo:] et p. restare in opinione et concepto appresso
delli uomini di sanctita.
¶ Circa alla coronella di cuori che si induceua a uno cuore solo: la
quale io designai: quando io disse essere ito in paradiso fu p. animare
ogniuno alla unione del gouerno ciuile: per potere peruenire alla
perfectione di dicto gouerno Venetiano con quel modo habbiamo dicto
disopra.
¶ Circa al Vicario dello Arciuescouo di Firenze: dico che le pratiche
che io ho tenute seco sono state generale: et come le altre dello
Stato: confortandolo a castigare et sottomettere i preti che non erano
nostri amici: et quando nhaueua qualchuno nelle mani che hauhessino
facto qualche errore: mi domandaua consiglio. Anchora mi domando
consiglio duno che haueua ueduto una uergine Maria: che uoleua uenire
a fare gridare il populo misericordia et io gli dissi che non lo
consentisse per niente che erano ciurmarie: et quando torno questa
ultima uolta a Firenze: mi uenne a parlare di nocte offerendomisi et
diceua non uolersi dimostrare mio amico: p. potere meglio difendere
le cose nostre. Haueuami dato auctorita di confessare et communicare
ciascuno che appartenesse alla sua iuridictione: et questa teneuo con
lui p. hauere anchora il clero a mio proposito. Haueua anchora decto
Vicario colligatione con li octo: aquali haueua dato la sua auctorita
contra a preti. Se ben mi ricordo[782] hebbi ben p. male che cacciasse
tanto lo experimento del fuoco come fece. Il che fece da se sanza
che io nulla mandassi apissicare.[783] Vero che io non li mandai a
dire altro in contrario: p. non parere che io non uolesse fare lo
experimento et p. mantenermi in reputatione messer Baldo inghirlani:
et io ci operamo che questo uicario ritornasse p. essere nostro amico
grande: et laltro fusse rimandato.
¶ Circa il tyranno che adi proximo io dissi in perghamo che si uoleua
fare: quelli che cacciauano le cose nostre: dico che io li dissi p.
rianimare lemia che pareuano freddi: accio che si ritenessono: non che
io nhauessi coniectura alchuna: et etiam p. dare terrore allaltra parte
che non si leuasse. Et infine fu anchora perche io ho hauuto sempre
in fantasia che il Duca di Milano abbi uoluto fare tyranno Lorenzo di
pierfrancesco[784] non che io ne sapessi altro: et sempre ho hauuto
Lorenzo in buono conto et p. huomo da bene.
¶ La subscriptione facta in san Marco dico che io non lordinai ma i
frati mia lamosseno loro: et mello disseno: et io lhebbi caro perche
si mostrasse questa unione di ciptadini et questa beniuolentia uerso
di me et aquistare riputatione con il Papa: et etiam questa scriptura
confirmaua et uniua piu iciptadini che erano alla uolunta nostra: tra
quali dico non era che io sapessi altra intelligentia ordinata ma in
facto stimauo si cognoscessino: e che questa subscriptione operasse nel
consilio.
¶ Dello hauere saputo delle Signorie inanci che si publicassino dico
fra Siluestro mi referiua alle uolte benche di raro la Signoria quando
era facta prima che la fusse publicata: ma non mi diceua da chi sello
hauesse: et di questa particularita non mi ricordo molto bene perche
non ui attendeuo.
¶ Quanto alla parte del consilio diche sono stato interrogato: dico che
hauendo grande sdegno contra alla corte romana perche per hauendola
ripresa mi haueua perseguitato: et anchora: p. i costumi loro ero
in animo di fare opera: p. fare congregare concilio: et hauemo[785]
deliberato di fare scriuere cinque lettere p. diuerse persone[786]
che concitasseno cinque Re a fare concilio le quale lettere erano di
questo tenore: che pareua degna cosa che tali Re fussino ragguagliati
delle cose grande di qua: et essendo qua uno predicatore che dice cose
future: et detesta euitii della chiesa: et dice prouare le cose soi con
ragione naturali hauendo anchora decto predicatore scripto una lettera
al Papa: di tal tenore et la coppia debbe essere nel mio scannello:
o lha fra Nicolo da Milano doueriano essendo capi della christianita
prouedere a tali mancamenti et congregare concilio et decte lectere
furno facte p. preparare la mente de decti Re et altre lectere[787] che
io mera deliberato scriuere aciascheduno di loro: p. tale effecto di
concilio: et gia lhaueuo cominciato abozzare et le bozze debbono essere
nel mio scannello: et in ciascheduna di decte prime cinque lettere era
copia della decta disopra che io haueuo scripta al Papa. Il Re[788]
a chi aueuo scripte queste lettere sono questi. Lo imperadore. Re di
Francia. Re di Spagna. Re di Inghilterra: et il Re di Vngheria; quella
dello imperadore la feci scriuere a Giouanni di Nicolo Cambi: quella
del Re di Francia feci scriuere a Domenico mazinghi: che scripse in
nome suo a Giouachin Guascon: la quale haueua poi a mostrare al Re:
quella di Spagna feci scriuere a Simon del nero in nome desso Simone a
Nicolo suo fratello che la communicasse a quello Re:[789] come haueua
a fare Giouachino: quella Dinghilterra fu commessa a Francesco del
pugliese: il quale haueua in Firenze uno amico suo inghilese et a
questo inghilese fece scriuuere tale lectera: et uolendo scriuesse al
Re disse che scriuerebbe a un suo amico di lì che la mostrarebbe al Re.
Quella dungheria mandai la minuta a Ferrara a un mio amico Ferrarese:
perche scriuesse poi lui a decto Re. La minuta di queste cinque lettere
io feci dare a ciascuno de soprascripti p. fra Nicolo da Milano che
epso fra Nicolo le fece: et stimo lui habbi le copie et le decte
lettere furno fatte circa un mese fa.[790]
¶ Il mio fine fu in principio perche i costumi della chiesa mi
dispiaceuano[791] per lo sdegno che haueuo delle scommuniche et breui
facte contra di me: mi excitorno a fare più presto p. tormi uia questi
obstaculi dalli occhi mia: [et anchora ver[=a]no le cause della gloria
delle quale ho fatto mentione di sopra.] Chi sapesse questa cosa del
concilio et delle decte lettere; o con chi lhabbi tractato: dico che de
frati lo sapeuano fra Siluestro fra Domenico et fra Nicolo da Milano.
De ciptadini lo sapeuano tutti esoprascripti che scripseno decte
lettere: et Girolamo beniuieni: ma con nessuno mai la consultai et
pratichai, et mai da nessuno ne sono stato excitato.
¶ Tutto che io ho facto ho designato di fare come disopra lho facto
[p. essere sempre famoso nel presente et nel futuro: et p. auere
tale credito nella cipta di Firenze; et che tutte le cose di grande
importantia non[792] facessino senza la mia uolunta.][793] Et poi che
io fusse stato stabilito in Firenze a questo modo haueuo animo a far
cose grande in Italia et fuora de Italia p. forza di Signori co iquali
haueuo contratto amicitia: et trattato cose grande: come e questo
del concilio. Et secondo che le cose fusseno passate haremo pensato
dellaltre. Et maxime haueuo intentione suscitare iprincipi Christiani
et principalmente quelli fuori di Italia dopo il concilio a sogiogare
glinfedeli e di farmi Cardinale o Papa non pensaua molto: perche quando
hauessi conducto questa opera senza esser Papa sarei stato di auctorita
et reuerentia il primo huomo del mondo: et quando io fussi stato facto
Papa non lharei ricusato: benche mi paresse essere maggiore cosa essere
capo di decta opera che esser Papa: perche uno huomo senza virtù può
essere Papa: ma tale opera si richiede a huomo di excellente uirtu.
¶ Circa allo hauer decto al crucifixo se io mento tu menti: dico che
benche io non miricorda hora sopra che articulo lho dicessi: niente
dimeno io lo diceua sopra cose che io credeuo esser uere et secondo
l’ordine di dio.
¶ Circa a confesori io ne metteuo molti in san Marco: confortandoli
che confessassino assai: non p. intendere da loro le confessioni:
perche non lharebbono facto p. la pena grande: et anco p. conseruarmi
la riputatione appresso di loro: perche se io li hauessi richiesti
di simile cosa mi sarei al tutto scoperto maligno ma io lo faceuo p.
hauere piu concorso: et per tenere li amici nostri confortati allopera
nostra: et anchora perche fussino piu uniti.
¶ Circa lo experimento del fuoco dico così che io hebbi p. male
molto che fra Domenico proponesse quelle conclusione et prouocasse
questa cosa et harei pagato una gran facenda non lo hauesse facto.
Similmente mi dolse che li amici mia lo stringesseno: che io p. me
non lharei uoluta: et se io lo consenti lo feci p. diffendere lhonore
mio più che poteuo:[794] et se io hauessi predicato allhora quando la
cosa si mosse: et quando la cosa si stringeua: mi sarei ingegnato di
extinguerla con dire che quelle conclusione si poteuano prouare con
ragioni naturali, et dissine male a fra Domenico: che lhauesse così
incalcata parendomi cosa grande et periculosa: finalmente ui censenti
p: non perdermi di riputatione: et sempre dissi che ci conduciauamo a
questo cimento p. esser prouocati et p. rispondere. Stimauo al tutto
che il frate di San Francesco non ui hauessi a entrare: et non ui
entrando lui: non era obligato anche a entrare il nostro: et se pure
fusse occorso che il nostro hauesse auuto a entrare ancho lui: uoleuo
entrasse con il sacramento nel qual sacramento aueuo speranza non lo
hauesse a lassare ardere:[795] et senza il quale non lharei lassato
ire: et conferendo questa cosa con Giouan Baptista Ridolfi in san
Marco due uolte: innanci al di del cimento: Giouan Baptista disse che
il frate di san Francesco non ui entrerebbe mai: et il simile credeuo
io:[796] et così non ui entrando lui non era obligato ancho a entrarui
il nostro onde p. sbigottire più il frate di san Francesco che non ue
entrasse: e p. dargli maggiore terrore operai chel fuoco fusse grande
che mandai fra Malatesta alla Signoria a ordinare la forma di dicto
fuoco: similmente haueuo dato ordine che il fuoco saccendesse da una
delle bocche: et dallaltra entrasseno ifrati: et drieto alloro se
metesseno scope che serasseno laltra boccha in modo paresse che non
potessero tornare adrieto. Il che tutto disegnai perche il dicto frate
di san Francesco si sbigottissi et non ui entrasse: et così restaua
disobligo ancho il nostro[797] di questo ordine di accendere il fuoco:
serrare la boccha al sopradicto modo ne parlai con fra Domenico et fra
Siluestro et quelli quatro ciptadini che ueniuano a me nella loggia
il dì dello experimento et uolmi aricordare lo mandai aricordare
a Lanfredino lanfredini che era proposto p. Piero degli Albizi et
Alexandro nasi: benchè non sono chiaro se io nello mandai a dire, ma
certo sono che io me ne dispuosi mandarnelo adire.
¶ La intentione de ciptadini mei amici che sollicitano[798] questo
cimento: stimo fusse p. auere questo honore et restare di sopra: ma io
arei hauuto molto charo che la cosa si fusse rotta: et distornata: p.
non hauermi a condurre a tale cimento.
¶ Dello hauer dato ordine che la cosa non si conducesse ouero si
rompessi p. mezo de mia amici: dico che non larei mai facto: perche
mi uedeuo spaciato: et ne perdeuo il credito: manifestandomi che io
uolessi fuggire il cimento: ma il mio fundamento principale fu: che il
frate di san Francesco non ui entrasse mai et per ogni dimonstratione
che si fece circa il fuoco, come disopra e decto fu perche si
sbigottissi et non ui entrasse: et cosi restaua de sopra il facto
nostro.
¶ Et dello hauere io certeza che fra Domenico o altro de mei che
uentrasse: come dissi imphergamo che io aueuo che non arderebbe dico
che non lo haueuo altrimenti: [ma lo dissi p. darmi riputatione sino
allultimo più che poteuo.][799]
¶ Et perche sono stato domandato: se io direi queste cose inanci
al populo, ho risposto et così affermo che dubiterei di non essere
lapidato.[800]
LATIFICATIONE[801] di sua propria mano del processo.
¶ Io fra Hieronymo di Nicolo Sauonarola da Ferrara del ordine de
predicatori sponte confesso esser uero quanto di sopra e scripto
nella presente charta et altre uintitre scripte duna mano et in fede
dicio mi sono soscritto di mia propria mano questo di. xix. daprile
M.cccc.xcviii.[802]
TESTIMONII
¶ Ego Ludouicus de adimaris Canonicus Reuerendissimi in Christo
patris et. D. D. Raynaldi de Vrsinis dei et Apostolico Sedis gratia
Archiepiscopi Florentini Vicarius generalis interfuimus confessioni
suprascripti Fratris Hieronymi Sauonarole: qui lectis sibi[803]
pro omnibus et singulis suprascriptis in uiginti quatuor cartis
precedentibus descriptis et annotatis sponte et ex certa scientia
confessus fuit omnia et singula predicta fuisse et esse uera, loco et
tempore modo et forma ibidem adaptatis: et suprascriptam subscriptionem
in fine predictorum cantantem sub nomine fratris Hieronymi: et que
incipit.
¶ Io fra Hieronymo di Nicolo: et finit questo di. xix. daprile.
M.cccc.xcviii. fuisse et esse scripta manu sua propria et ideo in
predictorum omnium et singulorum fidem et testimonium nos subscripsimus
propria manu, dicta die. xix. aprilis. M.cccc.xcviii.
¶ Ego Dominicus Castellanus de Castellanis juris utriusq. doctor: et
Vicarius Fessulanus predictis interfui: et audiui uiua uoce omnia ipsum
predicta confitentem: et ita est pura ueritas: et istorum fide: dicta
die: propria manu me subscripsi.
¶ Ego frater Franciscus de Saluiatis Prior ad presens conuentus
sancti Marci de Florentia: omnibus supradictis interfui: et ideo in
predictorum fidem me subscripsi dicta die. xix. aprilis. M.cccc.xcviii.
¶ Ego frater Io. sinibaldi de Florentia ordinis predicatorum ad presens
magister nouitiorum dicti conuentus me subscripsi dicta die.
¶ Ego frater Cosimus philippi de Tornabuonis de Florentia frater
Professus dicti conuentus predictis o[=i]bus et singulis interfui: et
ideo in predictorum fidem me subscripsi dicta die.
¶ Ego frater malatesta Sacramorus de Arimino ordinis professus in
congregatione sancti Marci de Florentia predictis omnibus etiam
interfui et in predictorum fidem me subscripsi dicta die: XIX.
¶ Ego frater Georgeusantonius de Vespuccis de Florentia ordinis
predicatorum licet nondum professus predictis omnibus etiam interfui et
ideo in predictorum fidem me subscripsi dicta die.
¶ Ego Petruspaulus de Urbino frater professus dicti conuentus
sancti Marci predictis omnibus et singulis etiam interfui et ideo
in predictorum omnium fidem me subscripsi dicta die. XIX. aprilis.
M.CCCC.XCVIII.
2.
Il secondo falso processo, fatto dalla Signoria e non pubblicato.[804]
A dì 21 di aprile 1498.
La infrascripta è la seconda examina facta in più giorni, come appresso
si vedrà, di fra Girolamo da Ferrara, dalli examinatori et commissari
che intervenneno alla prima examina, sanza tortura o lesione alcuna di
corpo.
Io fra Girolamo da Ferrara sopradetto, alle interrogationi di nuovo a
me facte, rispondo come appresso:
Lo intento mio dicho chio non lo comunicai mai, nè etiam me ne
confessai mai, non obstante che cotidianamente consagrassi et
comunicassi; et la ragione del non confessarmene era, sì per non mi
manifestare a persona, sì perchè non ne sarei stato absoluto, non
volendo lasciare la impresa; ma non ne facevo conto, atteso la cosa
grande a che io mi dirizavo: et quando l’homo ha perso la fede et
l’anima, e’ può fare ciò che vuole, et mettersi poi ad ogni impresa
grande.[805] Confesso bene hora di essere uno gran peccatore et vommi
molto ben confessare et fare gran penitenza.
Alla parte degli spiriti, che già si dissino essere in San Marco, circa
septe anni fa, et de’ quali io sono stato interrogato; rispondo: che
quanto alli spiriti io non li viddi mai. È vero che, in quel tempo,
alcuni de’ frati di San Marco dicevono sentire per il convento, di dì e
di notte, spiriti, in modo che tutti erano impauriti; ma io non ne vidi
altro segnio, se non che uno giorno, io fui chiamato a vedere uno de’
nostri conversi, il quale, alhora di nona, nella sua cella era legato
con le mani et piedi alla lettiera; et io lo vidi con la spuma alla
bocha, tutto insensato, come sogliono fare quelli che si dicono essere
spiritati. Durò questa cosa circa uno mese, et io andavo ogni sera per
casa facendo l’_asperges_, et dicendo orationi: poi el converso che
fu trovato legato, tornando poi in sè, diceva che gli pareva vedere
huomini a modo di Ghezi.[806] El medesimo disse un altro converso che è
morto.
Delli spiriti che si dicevano essere in Sª Lucia, non ve ne so dire
altro; se non che una volta che io vi sono stato, da più mesi in qua,
io vidi quattro monache che facevano e dicevano cose strane; et perchè
io, come ho detto, ci vo molto raro, non ne so altro: ma se ne domandi
fra Cristofano loro confessore.
Di danari o cose date a’ mia fratelli o parenti a Ferrara, dicho
che, più tempo fa, i danari che mi diè el conte della Mirandola a
dispensare, ne mandai solamente a mia madre fiorini 40 d’oro per suoi
bisogni, et a mio fratello detti un’altra volta fiorini octo.[807]
Et Pandolfo Ruccellai, prima fussi frate, ajutò una mia sorella per
maritarsi, di fior. 20, che era el terzo della dota. Altri danari o
cose non si troverà habbi mai dato a’ mia. Et si domandi Bartolomeo
Lapi el quale, trovandosi a Ferrara, soccorse e’ mia fratelli, l’anno
passato, di certo grano; et a me gli raccomandò, dicendomi che ero
troppo strano e crudele a non gli soccorrere, perchè sono molto poveri.
E’ ragionamenti havuti con messer Bartolomeo Ciai dicho, che di quelli
mi ricordo di certo sono questi: una volta mi ragionò de’ misteri
del Sacramento del altare; un altra volta mi chiese parere se doveva
fermarsi nell’ufficio che haveva; un altra volta, approssimandosi la
sua rafferma, mi pregò ne facessi fare oratione per lui. Poche altre
volte mi ha parlato da più mesi adrieto, et di che altra materia non mi
ricordo.[808]
Della monacha del munistero di Casignano, che si chiamava nel vulgo
la prophetessa, confesso che io feci opera con li Otto, chella fussi
rimessa nel munistero, per levarmi quello stimolo degli occhi. Di poi,
con il vicario passato del vescovo di Fiesole, m’operai che lui facessi
stare detta monacha stretta et non mi scrivessi contro.
Circa il segno della † et del nome di Jesu, che fra Silvestro dice che
io gli dissi havere scolpito nel petto mio; confesso esser vero che io
glene dissi, et feci opera per che me lo credessi, et dicevogli che era
per mia devotione; ma tutto fu una fintione che io feci per monstrargli
d’esser buono.
Il benedire, che fra Silvestro dice che io facevo di pater nostri et
altre cose simili, a S. Domenico di Fiesole, confesso esser vero che io
lo feci, et facevolo par satisfare a chi mi seguitava; ma me ne rimasi
poi per le parole di fra Domenico et fra Silvestro che me ne dissono
male.
Confesso anchora essere vero, che fra Silvestro mi disse, che lo
guardassi bene che le visioni che lui mi riferiva havere, che elle non
fussino sogni; ma io, come altra volta ho dicto, gne li persuadevo, et
così mi mostravo credere che elle fussino cose da Dio: non però che io
le credessi.
La visione di quello pontefice, che io disegnai già haver visto vestito
di biancho, con altre circonstantie; dicho che fu unamia fintione, per
darmi reputatione, et non che io in verità ne sapessi altro.
La cagione, perchè io mandai fra Malatesta et fra Ruberto Salviati
a Piero Popoleschi magnifico Gonfaloniere di Giustizia, quando era a
casa, a’ dì proximi;[809] fu per sbigottirlo et per tirarlo dal nostro.
Mandagli a dire che, siccome io havevo mandato a dire per Giuliano
Salviati a Bernardo del Nero, quando era Gonfaloniero, che non fussi
contro all’opera nostra, altrimenti che capiterebbe male; così mandavo
a dire lui che fussi contento non voler esser contro noi.
Del sapere el segreto della Signoria, prima chella fusse publicata, ne
dicho el medesimo chio ho detto altre volte: questo è che di raro io ne
intendevo qualchuno da fra Silvestro; ma io non vi attendevo et non mi
curavo di questi particolari, perchè, quando altrimenti havessi facto,
non si sarebbe concordato con la oppinione che io cerchavo s’havessi
di me, maxime che io reputavo che quelli che si coprivano sotto el mio
mantello, attendevano loro a cose simili; et io mi stavo sul generale,
rimettendomi alloro del particolare.
L’ardere della soscriptione[810] fatta per Roma, che io disse havere
designato di fare, fu perchè ci pareva che ne dessi troppo gran carico.
La predicha che io feci el dì della Ascensione passata, et nella quale
seguì quello tumulto; dico che io volsi predicare ad ogni modo per non
cedere, et tutto fu per mia caparbietà et subtile superbia; et benchè
sentissi el romore che se ne faceva, stimava fussino minaccia. Messer
Domenico Bonsi, Tomaso Soderini et Tomaso Capponi mi confortarono a
non predicare, et Tomaso Capponi[811] dicto mi sollecitò allora del
miracolo; Francesco Valori la pinse innanzi et me ne persuase: ma
quando mai non havessi detto cosa alcuna, medesimamente harei predicato
per le ragioni sopra dette.
In corte di Roma io havevo pochi amici, et vi tenevo poche pratiche, et
di quelle vi tenevo, mene riposavo di più sopra ser Alexandro Bracci,
el quale scriveva poi qui a ser Bastiano suo genero che poi tutto mi
riferiva, come altra volta ho detto.
Quando io dicevo più anni fa nelle mie predicationi: _Gladius Domini
super terram cito et velociter_; lo diceva sotto la generalità de’
flagelli che io reputo debbino venire alla Chiesa et all’Italia, per
l’ordine delle Scripture Sacre; non per revelatione, come altre volte
ho dicto. Et così non intenderò allora, per la passata del re di
Francia in Italia, della quale non sapevo altro, massime revelatione;
ma essendo poi venuto el re di Francia et essendomi ito la cosa bene,
me ne servì dappoi, dicendo: io lo predissi, quando non si vedeva
nugoli in aria, che così più volte ho usato dire.
. . . . . . .
A dì 23 d’aprile 1498 _de mane_.
La intentione mia, come altra volta ho detto, era che li cittadini i
quali io domandava buoni, governassino il tutto, o almeno delle quattro
parti le tre; et che li altri li quali erano domandati Arrabbiati
(benchè io mi guardassi di nominarli in quel modo, per mantener l’honor
mio), stessino senza governo più che si potessi, et attendessino
affar altro. Et questa era ancora la intentione de’ cittadini che mi
seguitavano, i quali habbiamo nominati in molti luoghi; et questo so
perchè et nelle predicationi et in particolari, li confortava a essere
solleciti al bene comune, il quale bene comune s’intendeva essere
el governo de’ predetti cittadini, con depressione delli altri. Et
ne ragionai alcune volte con Francesco Valori, parlando sempre in
generale, perchè così usavo, cioè che attendessi al ben comune, et
lui m’intendeva; et similmente ne ragionai alli altri prenominati:
tutti m’intendevano che questo ben comune voleva dire che favorissino
quelli che andavano secondo el proposito nostro.[812] Et anchora so
questo, perchè venivano et frequentavano le prediche et la casa, et
offerivano per questo la roba e la vita, et poi nelle pratiche io
sapevo che favorivano questa parte. Et questo intendevo qualche volta
da’ frati mia, et qualche volta da loro medesimi cittadini, massime
da quelli che io ho dicto che io usavo per mezani, et anchora qualche
volta da Francesco Valori el quale usava dire: questi ribaldi vogliono
guastare questa terra; et intendeva per questi rubaldi, quelli che si
domandavano Arrabbiati. Et dissemi qualche volta et mandommi a dire
per Andrea Cambini: io vorria fare le cose, cioè favorire et adiuvare
questo bene comune, cioè questa parte che habbiamo detto; ma niuno
mi seguita et io rimango qui solo; et questo diceva perchè li altri
cittadini che seguitavano la parte nostra, non si dimonstravano molto
favorevoli a lui. Et però io mavvedevo che non erano bene dachordo,
perchè mi pareva che ogniuno attendessi a grandigia, et che ciaschuno
volessi essere el primo et d’essere più tosto seguitato che seguitare
altri, maxime questi primi che habbiamo altra volta nominati. Et
parevami ancora che non si fidassino l’uno dell’altro et che andassino
con troppi rispetti; et però li confortavo et con prediche et in
particulare che stessino uniti, et io non attendevo ad altro che a
questo. Delle altre cose particulari non me ne curavo, perchè a me
bastava che tali huomini fussino bene uniti insieme; perchè, sendo così
uniti, sapevo che erano di tanto intellecto et prudentia, che haveriano
saputo guidare meglio di me et sanza me maggior cosa. Et in effecto
li nostri ragionamenti, perchè erano rari et brevi, stando io insulla
reputatione, erano sempre su questo generale di mantenere et accrescere
el bene comune; cioè che la nostra parte governassi, et laltra, di
quelli che si domandavano Arrabbiati, stessi bassa. Ma non fu mai mia
intentione, che totalmente fussi esclusa nè chacciata; perchè havevo
caro chella fussi uno obstaculo a questi maggiori della nostra parte,
havendo sospetto che, finalmente, questi cittadini maggiori prenominati
non pigliassino tanta forza, che si facessino poi uno stato fralloro
più stretto, et guastassino il Consiglio Comune.[813] Et credo certo
che, quando fussino stati ben dachordo, secondo la mia intentione, che
havrebbono havuto l’intento di havere el Consiglio al loro modo. Ma
fralloro vedevo molti sospetti, et anche li mediocri cittadini a me
affectionati, non si fidavano di quelli maggiori; onde dicti mediocri
cittadini qualche volta se ne dolevano mecho, dicendo che non andavano
bene a questo mio intento, come era Lionello Doni, Antonio Giraldi,
dalli quali poi intendevo che delli altri se ne lamentavano, che non
venivano a riferirmelo a me, perchè non mi potevano parlare.
. . . . . . .
A dì 23 d’aprile 1498, _da sera_.
Di nuovo, dicho chel mio disegno era di regnar[814] in Firenze, per
ajutarmi poi col mezo de Fiorentini, per tutta Italia; et voleva
che la parte che si diceva mia, de’ cittadini di Firenze, subjugassi
l’altra parte, col favor del consiglio, però, et col castigare i detti
dell’altra parte, quando havessino errato.
Di fare questo col arme, non havevo anchora pensato; ma quando fussi
bisognato, mi vi sarei volto. È ben vero ch’io havevo caro che i
mia stessino preparati con le arme et raccolti insieme; acciò che,
quando fussi venuto el bisogno, non havessino havuto a prepararsi, et
havessino potuto di subito rispondere ogni volta che glaltri si fussino
mossi; ma che e mia se movessino no, se non erano provocati; et havevo
disegnato che Francesco Valori fussi il primo et il capo di tutti, et
li altri andassino a casa sua, et però cerchavo unirli tutti allui.
Et, infine, pigliate che tutte le parole che io dicevo in pergamo,
di pigliare l’arme et di farle a ferri puliti, o daltre cose simili,
tendevano a questo fine di inanimire e’ nostri per fare forte et
gagliarda la parte di quelli che si dicevano mia, et che in ogni evento
la restassi superiore all’altra.
Della scomunicha del generale del nostro ordine, della quale io sono
domandato se io lhebbi, et perchè io non la publicai, et etiam non la
osservai; dicho; essere vero che io lhebbi et non la publicai, ma di
poi fu stampata et publicata;[815] et io non la observai, scusandomene
che non observando quella del papa, molto meno dovevo observare quella
del generale.
Quella poliza che fu appichata al pergamo in Santa Reparata, di febraio
proximo, che diceva: _Ego autem constitutus sum Rex_, dicho che io
non la ordinai; credo fussi opera di fra Domenico,[816] et crediate
che io non lharei mai attribuita a me, perchè, benchè io sia stato uno
gran superbo et uno gran tristo, non però fui mai tanto superbo chio
mattribuissi le cose o proprietà di Dio.
. . . . . . .
A dì 24[817] d’Aprile 1498. _Verbis_.
Di nuovo dicho, la mia intentione era, se veniva l’interdetto, che non
si observassi, et volevo obstare alla contraria parte, cioè a quella
che s’addomandavano Arrabbiati. Et principalmente io attendevo a questo
di havere una Signoria a nostro modo, et per questo mezzo sforzare
ognuomo ad non observare lo interdetto. Et, se pure non lhavessimo
havuta tutta detta Signoria a nostro modo; volevo io per tal modo
unire e’ cittadini, che et la Signoria et el popolo stessino sotto, et
con parole et con minaccj sforzassimo dicta Signoria ad non observare
dicto interdicto. Et quando pure questi che si domandavano Arrabbiati,
lhavessino voluto muovere contro a questo nostro intento; volevo che
la nostra parte prevalessi contro di loro, oltre alle minacce, con le
arme; et questa nostra intentione lhavevo predicata sotto coperta, per
tal modo, però, che mi intendevano. Et sapevo che Francesco Valori era
di questa intentione, perchè ragionando con lui qualche volta di questo
caso et d’ogni altro che potessi occorrere di pericolo; lui diceva
queste parole, cioè: io sono per mettere la vita, la roba, gli amici
et parenti, et obstare a questi rubaldi; ma voi aiutatemi con orationi
ed anche con le provisioni humane, exhortando masime Gio. Battista
Ridolfi, Pagolantonio Soderini, et Salviati, a seguitare questa nostra
impresa. Et dipoi in quest’ultimo mi disse: che io attendessi alla
impresa, et che Pagolantonio era disposto a mettervi la vita et la
roba et figliuoli. Et somni ricordato che, essendo Francesco Valori et
Gio. Battista Ridolfi nel nostro Chiostro di S. Marcho (la domenica
dell’ulivo, quando cominciò lo insulto contro a noi),[818] che io li
confortai tutti et due insieme, a uscir fuora et prehendere le arme et
congregare li amici, per obstare al popolo che già era mosso contro
di noi. Et perchè io sapevo che Gio. Battista era tutto nostro, non
dubitavo mai di lui, che non havessi a fare come io volevo, sendosi
maxime dimostrato el dì dell’Ascensione passata: vero è che io non
parlavo così largo con lui come con Francesco Valori. E’ quali Gio.
Battista et Francesco, poi che io glhebbi exortati alluscire fuora et
prendere le arme, mi risposono et dissono: noi saremo insieme. Et io
così li lasciai et mi credetti che fussino iti a fare tale effecto; et
aspettando che venissino a S. Marcho con le arme, et non venendo, et
udendo dire chel populo moltiplicava et che nessuno de’ nostri amici ci
soccorreva; mi spaventai et invasai per tal modo che, havendo io uno
Crocifisso in mano, in mezo de frati che facevano oratione; mi mossi
per andare verso la porta del chiostro, per vedere se potevo resistere
cogli amici o morire; ma non fui lasciato da molti seculari che vi
erano. Infra i quali mi ricordo di Francesco Davanzati et Gio. Battista
Ridolfi et altri assai, de’ quali al presente non mi ricordo o non li
conosco per nome; ma da detti Francesco et Gio. Battista lo potrete
sapere; et mi dicevano queste parole: noi non vogliamo che voi usciate
fuora, perchè senza voi non siamo nulla et vogliamo morire con voi. Et
maravigliami et mi sbigottj allhora, vedendo lì Gio. Battista, credendo
che fussi ito, come dissi, con Francesco Valori a fare quanto era
rimaso con loro.
Anchora venne una volta Luca di Antonio delli Albizi et Francesco
del Pugliese, sendo de’ Signori, di notte a S. Marcho, circa a hore
3 di notte; et parlarono con fra Silvestro nella sua cella, et poi
parlarono ancora mecho; et per quanto mi ricordo, i ragionamenti
furono in confortarci l’uno e l’altro a seguitare questa nostra opera,
offerendosi a fare ogni cosa per me, et che a ogni modo volevano che si
facessi el fuoco pel carnesciale presente.
Con Bartolomeo del Vantaggio ho tenuto pratiche di mandare lettere
a Roma, a più persone et maxime a Dino di Jacopo di Dino,[819] al
Cardinale di Napoli, et già a diversi Cardinali, quando io cercavo
la unione de’ conventi di Fiesole et di Pisa; el quale Bartolomeo più
volte disse, metterebbe la roba et la vita per me, perchè era molto mio
amico.
E perchè voi mi domandate che io dica ogni altra cosa che mi restassi
in petto, et in specie de pratiche tenute con cittadini o altri, et
che io l’apra et narri interamente; rispondo: come non mi resta altro
a dire; et, havendo detto cosa di che io ne merito mille morti, non
crediate che io ritenessi hora quelle cose che sono molto minore. Vero
è che io non ho molta memoria di cose agibili et maxime particularj;
et di questo me ne sono testimonio e’ frati nostri; però non vi
maravigliate se non ho detto così ogni cosa a un tratto. Ricordandomi
d’altro, lo dirò volentieri senza riservo alcuno, ec.
Io Frate Hieronimo di Niccolò Savonarola da Ferrara dello Ordine
de’ Predicatori, spontaneamente et sanza alcuna tortura, confesso et
affermo essere vero in tutto et per tutto quanto di sopra ho detto
et confessato, et si contiene nella presente carta et altre sei[820]
precedenti scripte tutte d’una mano; benchè in alcuni luoghi sono
alcune postille di mano di ser Francesco di ser Barone. Et in fede di
ciò, mi sono sottoscripto di mia propria mano,[821] questo dì XXV[822]
d’aprile MCCCCLXXXXVIII. Nel segreto della sala maggiore del Consiglio
di Firenze.
Quem Ferrara tulit, furia extulit, abstulit ignis,
Cuique urna est Arnus, ego ille Hieronimus.
3.
Il terzo falso processo del Savonarola, fatto dai Commissari del
Papa.[823]
A dì XX di maggio 1498.
L’esamina che seguirà qui appresso è di Fra Girolamo Savonarola, fatta
dal R. in Cristo Padre fra Gioacchino Turriani da Venezia, Generale
dell’Ordine di S. Domenico, e dal R. M. Francesco Romolino clerico
Ilerdense, Auditore del governatore di Roma, in questa cosa commissari
del Papa, sotto detto dì e anno;[824] et ancora in presentia di
Pagolo Benini, Biagio di Giovanni, dua del numero de’ Gonfalonieri
di Compagnia del popolo e Giovanni Canacci dei numero de’ XII Buoni
Uomini, e Piero delli Alberti del numero de’ Dieci di Libertà e Pace,
e Francesco Pucci del numero delli Otto di Guardia e Balía; deputati
a intervenire alla soprascripta Esamina, con e soprascritti commissari
apostolici.
Il ritratto fatto da detto fra Girolamo, secondo li interrogatorii
fattili, è questo:
Messer Francesco Romolino sopracripto interrogò a parole: Tutto quello
che voi avete confessato a questi Signori, e che è sottoscritto, è
vero, e che abbiate confessato per vero e non per tortura?
Rispose: è vero.
Di nuovo interrogato, se con lui avevano praticato o intervenuto, nelle
cose da lui confessate, altre persone ecclesiastiche;
Rispose: Hora ch’io mi sono partito, anzi pentito de’ mia peccati; io
dirò _coram Deo_, che mai mi dia salute, e siatemi testimoni; ch’io non
comunicai mai questa cosa con persona, eccetto che con quei tre frati,
cioè fra Domenico, fra Silvestro e fra Niccolò. Io havevo grand’animo,
e benchè io non confidassi potere condurre il Concilio, cercavo di
potere eccitare altri; epperò non mi sarei mai confidato con persona,
e quelli frati a cui io feci scrivere le lettere, lo feci far loro in
confessione.
Di nuovo domandato, se con Principi n’aveva tenuto pratica, e di quelli
ne’ quali aveva fiducia e perchè;
Rispose: co’ Principi o Signori d’Italia, con nissuno, perchè tutti
gli avevo per mia inimici, ma con oltramontani a questo modo: col Re
di Francia, per averli qualche volta parlato, avevo qualche fiducia;
nell’Imperadore speravo per havere inteso che facilmente si saria
tirato; il Re di Spagna, per havere inteso che era nemico della
Corte[825] e dei costumi e modi di essa, stimavo d’averlo; il Re
d’Inghilterra stimavo d’averlo, per avere inteso che era buon uomo; il
re d’Ungheria non conoscevo. Ma il mio fondamento era sui primi tre,
e stimava al tutto s’havessero a muovere, per i cattivi portamenti
della Corte: coi prelati di nuovo affermo non haver tenuto pratica
alcuna.[826]
Domandato de’ Cardinali che fussino suoi amici, e coi quali avesse
tenuto pratica alcuna;
Rispose: che aveva per suo amico il Cardinale di Napoli, benchè su lui
non confidasse molto; e benchè per suo mezzo avesse impetrato già e
ottenuto la separazione della Congregazione di Lombardia,[827] era suto
per mezzo di Piero de’ Medici; e che poi, partito Piero, stimava che
Piero e ’l Cardinale de’ Medici l’havessono provocato contro di lui. In
ultimo non aver tenuto seco pratica, nè con altri Cardinali o prelati,
per averli reputati suoi nemici.
Da M. Jacopo Mannelli intese che il Cardinale di Lisbona li voleva
bene; nientedimeno con lui non aveva mai praticato cos’alcuna.
Con M. Filino, di che fu interrogato; disse non haver mai tenuta
pratica alcuna, e chegli era nimico, e che di questo se ne domandasse
l’oratore di Ferrara e ser Alessandro Bracci.
Domandato, se fra Domenico e fra Silvestro li rivelavano le
confessioni; disse di no, e che fra Domenico non confessava.
Domandato circa la scomunica, di non averla osservata;
Disse; confesso aver fatto male ed essere peccatore; epperò domandava
misericordia.
Domandato circa l’aver detto che il Papa non era cristiano, nè
battezzato, nè vero Papa;
Rispose: non l’haver mai detto; ma che ben era una lettera nella sua
cella che lo diceva, e che lui l’aveva composta, la quale, dice però,
non pubblicò mai e che l’aveva abbruciata.[828]
Domandato che dicesse il vero, e non dicendo altro; M. Francesco
Romolino comandò che fusse spogliato per darli della fune. Lui,
mostrando grandissima paura, s’inginocchiò e disse: Or su uditemi;
Dio tu m’hai colto, io confesso che ho negato Cristo, io ho detto la
bugia. Signori Fiorentini, siatemi testimoni, che io ho negato per
paura dei tormenti; se io ho a patire, voglio patire per la verità;
ciò che io ho detto l’ho avuto da Dio; Dio tu mi dai la penitenza, per
haverti negato, io lo merito. In questo mezzo era spogliato, e di nuovo
s’inginocchiò, e mostrava il braccio manco, dicendo averlo guasto,
e del continuo diceva:[829] Io ho negato Dio per paura de’ tormenti.
Tirato su, diceva: Jesu aiutami, a questa volta tu m’hai colto.
Domandato sulla fune, perchè aveva ora detto così;
Rispose; per parer buono: non mi lacerate, che io vi dirò il vero
certo, certo.
Perchè havete negato ora?
Rispose: perchè io sono un pazzo.
Posto giù disse: Com’io vedo i tormenti, io mi perdo; e quando sono in
una camera con pochi pacifici, dico meglio.
Domandato, se il processo fatto da lui, in tutto e per tutto era vero;
Rispose era vero, e perche è vero confesserollo sempre.
Domandato, perchè poco fa l’haveva negato;
Rispose: io lo dissi, stimando forse che havresti paura a mettermi le
mani addosso, e però dissi quelle parole.
Domandato, se fra Silvestro li rivelava la confessione;
Disse che in particolare non gne ne rivelava; ma in generale, per
avventura, li può aver narrato alcune cose, non però che lui dicesse
averle in confessione. Et aggiunse che per sapere le cose di Firenze,
non li bisognava le confessioni di fra Silvestro; perchè non era cosa a
Firenze, che, per altri mezzi, non havesse notizia e possuto sapere.
Domandato in che modo;
Rispose: da’ cittadini, e da fra Silvestro quale praticava molto con
i cittadini, e per mezzo loro senza le confessioni le poteva sapere.
Oltr’a questo disse, che non si saria fidato di fra Silvestro, nè di
fra Domenico ad una simil cosa, perchè non lo scoprissero; massime
fra Silvestro, per esser lui huomo largo, e l’haveva per huomo
inconsiderato e non così buono, fra Domenico l’haveva per buono e
sincero. E disse: io ero il più tristo di loro, e per la mia sottil
superbia volevo esser tenuto profeta e huomo santo, e non mi confessavo
di questo peccato, per non mi scoprire; nientedimeno io sapevo ch’io
facevo male.
Dipoi detto M. Francesco, li fece leggere un’inquisizione formatali
contro, dov’erano più capitoli, e ad uno ad uno l’interrogò, s’era vero
quello che in detti capitoli si narrava.
1º Che nelle sue prediche aveva detto cose contumeliose contro il Papa
e la Sede Apostolica e che tendevano all’heresia;[830]
Rispose: che nelle sue prediche non haveva mai nominato il Papa; ma
haveva bene usato tal circustantie, che era possutosi intendere, ch’e’
diceva per il Papa; et ancora in segreto con alcuno haveva usato simili
parole, ma non in prediche.
2º Di non haver osservato la scomunica;
Disse: esser vero.
3º Che lui, fra Silvestro e fra Domenico si revelavano le confessioni,
uno all’altro;
Rispose: che lui non confessava, e non confessando non revelava; è
ben vero che stuzzicava Silvestro per intender da lui i casi segreti
occorrenti; ma non disse mai: rivelami confessioni; perchè io non mi
volevo scoprire.
4º Dell’haver detto d’haver visioni da Dio e parlatoli;
Disse: haverlo detto per honor suo e per reputazione.
5º Dell’haver predicato, indotto, e persuaso nuova forma di vita
cristiana e di sacrifizi, com’eretico e scismatico, dividendo la
inconsutile veste della Chiesa di Dio;
Rispose: questo non haver fatto;[831] se già non s’intendeva per
qualche ceremonia che lui ha predicato, e per haver ristretto la vita
de’ suoi frati e monaci; di altro non si ricordava, eccetto ancora non
haver temuto censure e scomuniche.
6º Dell’haver detto: il Papa non esser cristiano nè battezzato nè esser
Papa, nè avere obbedite nè osservate le censure;
Disse haver risposto di sopra a questa parte.
7º Dell’haver scritto lettere in vergogna del Papa, e concitato
Concilio;
Rispose: non haver scritto, ma havea fatto scrivere; ben haver
deliberato di farlo, com’haltra volta ho detto; ma che da poco in qua
haveva disegnato questa cosa del Concilio, e lui essere stato motore,
et havea messo su lui i cittadini che ne scrivessero, e non loro
lui.[832]
Domandato quello che credeva fare, e se vedeva quanti scandoli era per
generare;
Rispose: la mia superbia, la mia pazzia, la mia cecità m’imbarcorno a
questo, ed ero sì pazzo che io non vedevo il pericolo in che io ero, e
qui me ne sono accorto. Item disse: che s’era deliberato scrivere una
lettera al Papa, chiedendoli perdono e che voleva tornare a lui come è
scritto nel Vangelio del figliuolo prodigo.
8º D’aver predicato cose scandalose, e generato divisioni, e fatto
fazioni nella città di Firenze, e favorita la sua fazione;
Rispose: che quello ha confessato d’aver favorito la parte sua era
vero; ma non confortato l’omicidio. La guardia della Piazza di Firenze,
disse, la confortò e ne parlò con Francesco Valori, e tutto il suo
intento fu per tenere in tremore la parte contraria a sè.
Circa alla morte di quei cinque cittadini che furno morti d’agosto;
dico: ch’era contento che fussino morti e che fossero scacciati; ma
non se n’impacciò mai in particolare, e sapeva che Francesco Valori
v’era caldo; e che mandò a raccomandare Lorenzo Tornabuoni a Francesco
Valori ma freddamente, in modo che Francesco potè intendere che non se
ne curava; chè quando voleva una cosa di Francesco Valori, gli mandava
a dire: io la voglio; quando non se ne curava, gnene mandava a dir
freddamente; e stimava questa ambasciata gnene mandasse per Andrea
Cambini.
Circa il volere mandare nel fuoco fra Domenico con il Corpus Domini in
mano; confessò esser stato sua pazzia, superbia sottile o presunzione.
Domandato, se era consacrata; disse di sì; chè tolse un’ostia
consacrata da uno de’ suoi frati, e che del non consacrare suo non
se ne dubiti; perchè il non consecrare dice che era maggiore e doppio
peccato, e che così dicevano i dottori. Dello scandalo che seguì, il
dì che fu assaltato e poi preso; dice che, invaso, uscì di sè, visto i
suoi portarsi freddi; e aggiunse: volete voi vedere, ch’io fui pazzo?
che havevo havuto tempo dalla Signoria dodici ore per andarmene, e non
me ne andai.
Circa all’aver detto: Dio, s’io mento tu menti; disse non si ricordare
appunto quando, e in che termine lo disse; ma se gli è scritto, io
l’ho detto, la mia superbia m’accecò; ben so che quando io lo dissi, mi
sforzai di dirlo in cosa vera.
Circa alli spiriti di S. Lucia, dice non ne sapere il particolare,
perchè non praticavavi. Circa l’aver detto: se la Vergine Maria
e l’Angelo ci dicessero: — Queste cose non sono vere, — non li
crederò; dice lo disse per confermare le cose sue e per superbia.
Item soggiunse: le cose di fra Silvestro m’hanno ingannato, perchè mi
parevano vere, benchè qualche volta ne dubitavo; ma poi entravo lì con
l’ingegno e le facevo verisimili.
Essendoli detto: che in questa parte di fra Silvestro si contradiceva;
Rispose: non v’essere contradizione, dicendo le cose referiva fra
Silvestro li aguzzavano l’ingegno, e se ne serviva. Item disse di
sopra:[833] che le visioni poteano essere da Dio e dal Diavolo.
Da poi fu licenziato, con dirli che pensasse la notte, per dire il dì
seguente il vero et lo intero.
. . . . . . .
A dì XXI di maggio.
Fra Girolamo soprascritto, dinanzi a’ soprascritti datoli il giuramento
per M. Francesco soprascritto, et domandato se tutto quello haveva
confessato prima a’ Fiorentini, et di poi ieri a lui, era vero.
Rispose: R. Monsignore, quello che io dissi hieri a lei, io lo dissi
com’huomo appassionato, e che volevo strigarmi da una gran briga;
perchè queste passioni temporali, solo a vederle, mi sono più che ad un
altro dieci tratti di corda. Tutto quello ch’io scrissi e fu scritto la
prima e la seconda volta fu vero, e ho da ringraziare que’ cittadini
che andarono meco dolci; e se in principio non dissi l’intero, fu
perchè io andavo velando la mia superbia; ma visto quella dolcezza che
mi usavano, mi disposi poi a dire il vero; e se vi pare che io abbia
detto poche cose, non ve ne maravigliate, perchè le mie cose erano
poche e grandi. Quello che io dissi ieri, negando e ridicendomi, fu
per paura; feci male e ne chieggo perdono a quella Signoria: sono stato
un cattivo, voglio salvar l’anima mia e scaricar la coscienza, e così
ratifico e ratificherò di mia mano, e perchè altre volte mi offersi,
quello che avevo detto breve e oscuro meglio dichiararlo, e così mi
offero ora.
Dopo queste parole, detto Fra Girolamo sottoscrisse a tutto quello che
aveva detto hieri, che l’aveva scritto il Cancelliere di M. Francesco
Romolino. IO FRA JERONIMO DA FERRARA.[834]
Di nuovo, sendo domandato delle cose minori et non le confessando;
rispose queste parole: Io ho dato un milione di ducati; credete che io
non terrei ora un ducato, sarei pazzo.
Domandato se haveva mai detto che Cristo fu un uomo come gli altri, e
che a lui saria bastato fare il simile;
Rispose: che questa cosa saria da matto; fu una cosa m’appose il Ponzo.
Se volevo esser profeta santo e savio, non crediate che io havessi
detto una cosa simile, che era contraria a questo mio intento. E perchè
di queste parole se n’allegrava M. Piero Beccanugi; disse: non se li
poteva prestar fede, perchè li era avversario.
Domandato di quelle parole hebbe già a dire di Maometto;
Disse: che e’ fu huomo grosso, e che a lui saria bastato l’animo,
quando havesse voluto ingannare, di fare una cosa più simile alle cose
di Dio, e haverla condotta meglio che non fece Maometto. Questo, dice,
lo disse in pergamo, et che la legge di Maometto fu legge bestiale.
Domandato che pratica aveva già avuto di donne, e quello haveva già
avuto da loro per via di revelazione;
Disse: che nel principio, quando cominciò ad affermare queste cose,
parlò di donne, e da loro ebbe delle cose le quali poi predicava sotto
nome di revelazione, per suo cervello; ma in questo ultimo non ha
parlato loro, perchè aveva questo rispetto in questo ultimo, che non
voleva donne si potessero avvantare di avergliene detto. Le donne dalle
quali ebbe dette cose sono: M. Vaggia Bisdomini, M. Camilla Rucellai,
M. Bartolommea Gianfigliazzi, la quale aveva sua devozione e sua
spiriti, secondo diceva; ma a questa non prestava molta fede, chè mi
pareva pazza.
Domandato, se haveva fatto confessare da’ sua frati e assolvere, non
ostante la scomunica, e che ei conoscessi e sapessi che la scomunica
valessi, e che coloro fussero irretiti nella scomunica;
Disse: essere vero.
Domandato di nuovo, con minacce di fune, sopra la pratica del Concilio,
che ne dicesse loro il vero con chi l’haveva praticata e comunicata;
Rispose: O frate, ove sei tu condotto! E cominciò a piangere e dolersi,
e disse: quando io penso com’io sono in questa cosa entrato, non posso
fare che non mi dogga, che vi sono entrato non so come, me lo pare
sognare; e finalmente narrò la cosa a questo modo:
Questa parte del Concilio, io l’ho trattata da tre[835] mesi in qua e
non prima, e venne da mia gran superbia; e venendomi quella fantasia,
pensai come l’havessi a condurre, e dissi: in Italia non posso aver
mezzo co’ Veneziani, nè con Milano, meno col Re di Napoli è debole, e
i Fiorentini non sono d’accordo; co’ Cardinali, que’ che sono a Roma
non è da fidarsene, perchè andrebbono a pubblicare al Papa. Però mi
voltai fuori d’Italia, e questa è la pura verità, stimando che gli
Oltramontani vi dovessero condescendere, per haver esosa la corte; e
per il primo era il re di Francia col quale ho qualche credito, e così
cominciai con quella lettera ch’io feci scrivere a que’ cittadini,
dei quali io mi fidai perchè erano di quelli che mi credevano; e
lo messi loro in confessione perchè, scoprendosi la cosa innanzi al
tempo, conoscevo che si faceva scandalo. E discorsi[836] che col re di
Francia erano i cardinali San Pietro in Vincula e San Malò, e quali in
questo caso haveriano fatto il volere del Re. E San Pietro in Vincula
lo facevo volto a questo e lo sapevo, perchè un ser Cristofano, che fu
già cavaliere di corte della Mirandola, venne a me con una lettera di
familiarità di detto San Piero in Vincula, e dissemi che non passeriano
molti dì, che in Firenze veneria una squadra di Cardinali a far
Concilio: io perchè lo tenevo bugiardo e versipelle, non li risposi
altro particolare. Ben ebbi caro quello che mi disse, e presupposi,
per le lettere di familiarità mostrommi, ch’ei havesse detto quello per
il Cardinale di S. Piero in Vincula; e così feci concetto che ’l re di
Francia havesse a muovere a questa cosa S. Piero in Vincula e S. Malò.
A S. Malò ho scritto qualche volta, non di pratica di Concilio; ma lui
non mi rispondeva, ma quando scriveva a Niccolò Alamanni, quando era
qui, li commetteva: raccomandatemi a Fra Girolamo. E quando S. Malò
fu qui, mi venne a visitare e mostrommi stimare, e presemi per mano e
fra l’altre cose mi disse: non vi par che la Chiesa abbia bisogno di
reparazione?
Dell’Imperatore stimavo, anzi speravo quello c’ho detto di sopra, e
stimavo lui havesse a muovere il Cardinale Burgens il quale, quando
fu qui, mi venne a parlare in S. Marco, e dissemi male del Papa, e io
il simile a lui e dettili una lettera di mia mano al re di Francia,
scrittali per le cose d’Italia e de’ Fiorentini.
Al Cardinal di Napoli non scrissi mai di simil cose; ma speravo bene
da lui, perchè intendevo era in differenza col Papa. Filippo Valori
mi disse già haver praticato uno scisma contro questo Papa, con più
Cardinali, tra’ quali era il Cardinale di Napoli, ch’era malcontento
per aver aspirato al Papato e ancora aspira.
Di nuovo, interrogato che uscisse più oltra, massime circa Napoli,[837]
il quale M. Francesco molto l’interrogava;
Di nuovo disse: al Cardinale di Napoli non havere mai scritto, nè fatto
scrivere per questa cosa.
Di nuovo interrogato;
Disse: al cardinale di Napoli havere scritto, non già espressamente,
acciocchè se le lettere fussino prese non si sapesse; ma li diceva
ch’era tutto suo, e che in ogni faccenda che bisognasse era per
fare ogni cosa per lui, e che lui scriveva così in genere, e che
l’intendeva.
Domandato perchè l’intendeva;
Rispose: per quello aveva inteso da Filippo Valori, e che Filippo
li aveva detto male del Papa in nome del cardinale. Con Filippo,
dice, si allargava, perchè l’aveva per suo amico, e per uomo savio;
e quando era a Roma li aveva scritto più lettere, parlandoli molto
bene del cardinale di Napoli. Poi soggiunse: la fantasia mia era che
il cardinale di Napoli ragunasse gli cardinali amici, ed io tenessi
edificato questo popolo, perchè, bisognando poi, i cardinali fussero
venuti qui e fattoci il Concilio.
Item disse: che un Michelangiolo da Orvieto, huomo del cardinale di
Napoli, fu già qui a lui, e li parlò in nome di detto cardinale; ma che
ancora lui non haveva pensato di muovere il Concilio, ma che altri lo
movesse, e lui poi seguitarlo e aiutarlo, e che l’effetto era che il
cardinale di Napoli movesse al Concilio quei cardinali che lui potesse,
e quelli altri dei principi soprascritti si movessero e unissero qui a
Firenze, e qui si facesse Concilio.
Di nuovo, domandato circa le lettere del concilio e scritte perciò, e
circa ai particolari più oltra;
Disse: che al detto Cardinale n’haveva scritto, ma non espresse e
sotto coverta generale, e che mandava le lettere sotto le lettere di
M. Alessandro Bracci, che le dava a ser Bastiano, e ancora per via
de’ Gaddi e di Braccio del Vantaggio, e per mano de’ medesimi aveva
le risposte; e che la risposta del Cardinale era: che fra Girolamo
attendesse a dar fuoco alla cosa, e stringessela; ma che le sue parole
erano generali, e che da lui ha avuto circa quattro lettere di questa
materia.
Al cardinale di Lisbona, disse haver scritto qualche volta, ma non in
particolare di questa cosa, e haveva in opinione che il re di Spagna
l’havesse a muovere. Il cardinale di San Giorgio, dice, li mandò
già a parlare per M. Niccolò Deli, dicendoli che era tutto suo, e
offerseli;[838] ma, disse, non si saria fidato di questa cosa, di San
Giorgio. In ultimo disse: che il capo di questa cosa, secondo il suo
giudizio, aveva da essere il cardinale di Napoli, il quale era di poi
per tirare degli altri cardinali.
Di nuovo minacciato, disse: Napoli, Napoli, e che con lui e con gli
altri cardinali ha avute le pratiche sopraddette.[839]
Fu legato e tirato su, et hebbe un tratto di fune; e domandato di più
cose da M. Francesco, disse direbbe il vero; dipoi passò giù.
Domandato, se era vero quello haveva detto, e voleva ridirsi di
nuovo;[840]
Rispose: questo che io ho confessato è vero, e che io ho avuto qualche
pratica col cardinale di Napoli; e con San Piero in Vincola non ho
tenuto altre pratiche, perchè non bisognava sovvertirlo.[841]
Domandato delle confessioni, d’averle sapute da fra Silvestro o altri;
Disse: che a fra Silvestro non haveva detto: ditemi la confessione
del tale; perchè voleva mi tenesse buono; ma domandavo in genere e
con astuzia, non di cose di libidine o altri peccati simili; ma che mi
ragguagliasse delle cose circa lo stato, e questo per due conti: l’uno
per sapere chi erano mia amici, l’altro per potere poi dire simili
cose, e parerò d’essere un profeta.
Di nuovo, domandato e minacciato che dicesse il vero;
Disse: in presenza di tanti io non posso dire, e in presenza di pochi
dico meglio. Ed essendoli detto che, in presenza di tante migliaia di
persone, in pergamo, parlava sì animosamente;
Rispose: allora io ero signore.
Domandato, se crede in Cristo, mostrandoli che se ne dubitasse, visto
quello che lui ha fatto;
Rispose: e’ può ben stare, credere in Cristo e fare quello che ho fatto
io, com’il Demonio; _Demones enim credunt et contremiscunt_.
Domandato, se ha usato incanti;
Rispose: che se n’è fatto sempre beffe, e non gli ha mai usati.
Di nuovo tirato su e datoli un tratto di fune, poi posto giù, dopo che
vi fu tenuto assai bene, e dinuovo domandato, se è vero quello che ha
confessato;[842]
Disse: tutto essere vero e confermò ogni cosa.
Di nuovo domandato, circa il risapere le confessioni da tutti i suoi
frati;
Disse: che in genere li haveva domandati dei peccati che regnavano, non
alla scoperta nè in particolare, perchè da loro saria stato reputato un
tristo.
Di nuovo, domandato circa la pratica del Concilio;
Disse: che confermava il sopradetto di Napoli, e che San Piero in
Vincula li scrisse già una lettera, dicendoli che lo voleva per amico,
rispetto alle cose qui di Firenze; e che più lui non cercava altramente
la pratica con S. Piero in Vincola, perchè sapeva era ben disposto.
Domandato, chi fu quello, in verità, che li pose innanzi le cose della
profetessa, di che nella prima esamina si fa menzione;
Disse: fu M. Alessandro Tornabuoni e non M. Luigi, e che equivocò per
errore.
Confessò essersi impacciato circa ai frati di Vallombrosa, per farli
separare dal generale.
Item, havendo predicato e detto che, posto alcuni fondamenti, a chi
teneva ostinatamente che la scomunica valesse, fusse eretico; domandò
di questo essere assoluto e tiene la scomunica valere.
. . . . . . .
Addì XXII di maggio, a ore 13.
Fra Ieronimo soprascritto, domandato, a parole, dal sopraddetto M.
Francesco Romolino, senza il generale e col giuramento, se le cose
dette fino a qui sono vere;
Rispose: ogni cosa è vera, eccetto quello haveva detto del Cardinale di
Napoli, la qual cosa disse haver detto per paura.
Domandato che cosa era, disse: dell’haver tenuto pratica col Cardinale
di Napoli o altri Cardinali del Concilio, che non l’ha mai tenuta con
persona, se non com’haveva detto prima che ieri; e che pensando alla
confessione, vedeva che non poteva essere assoluto e voleva ridirsi;
e un riscontro ne dava, che si sappi da fra Niccolò da Milano suo
cancelliere, che non ha mai scritto lettere di questa cosa; e fra
Domenico e fra Salvestro che sapevano questa mia fantasia, non lo
potranno dire.
Di Ser Cristofano Cancelliere della Mirandola, Burgens, Lisbona, che se
gli mostrasse amico, e del Cardinale San Giorgio, tutt’esser vero.
Il Cardinale Orsino, quando venne qui travestito, disse, l’andò a
trovare a San Marco; e andandolo stuzzicando e interrogando come
credeva le cose sue havessino a succedere, lo richiese di predizione;
al quale, dice, rispose in generale, e parveli si partisse mal
satisfatto di lui.
L’Arcivescovo di Firenze, disse, li ha scritto più volte, e datoli
tutta l’autorità sua.
Domandatoli, come haveva comunicato la parte del Concilio con fra
Silvestro, e fra Domenico;
Disse: l’haveva fatto a parole.
Per comandamento di detto M. Francesco, fu citato dal cursore del Papa
ch’era quivi, cioè ad crus, cioè per domani a conchiudere et ad udir
sentenza;
Rispose: Io sono in prigione, s’io potrò, io comparirò.
Di nuovo, domandato circa li spiriti di S. Lucia;
Disse: se ne domandi il confessore loro; e ridendo, narrò che una volta
vi andò col crocifisso in mano, e che una di quelle monache, spiritata,
li tolse il crocifisso di mano e gettognene via, dicendoli: frataccio!
E presolo per la cappa, li cominciò a dare in modo, ch’hehbe che fare a
sbrigarsi da lei, e non vi tornò poi di quel pezzo.
Di nuovo, sottoscritto il Processo fatto dal cancelliere di M.
Francesco, dov’erano scritte le soprascritte cose.
. . . . . . .
Detto dì XXII, a ore 24.
Nell’Alberghettino, in presenzia di Giovanni Baldovinetti, Lionardo
Gondi, Giulio da Castiglione, Giovanni Canacci, Biagio di Giovanni
d’Agnolo, ser Francesco Fortini, ser Francesco di ser Barone.
Fra Hieronymo, domandato dai soprascritti che aprisse meglio quello che
haveva promesso di aprire, circa le cose della città;
Disse: Che si facesse presupposto che lui e i cittadini della sua
setta attendevano principalmente a tre cose. La prima: che il Concilio
fosse ben fornito di loro partigiani, per havere a lor modo gli
offizi, o almeno il più, e in specie le sei fave della Signoria Dieci
e Otto. E io non entravo nè m’impacciavo di particolare, per la mia
superbia; e facevo come fa un Signore che ha un capitano nel quale
si riposa, ed il mio capitano era Francesco Valori ed io sopra di
lui mi riposava. La seconda: che si procedesse rapidamente contro gli
avversari nostri, quando però havessino errato; ma ogni piccolo errore
fusse riconosciuto. La terza era, che stessino uniti e avvisati e
provvisti con l’arme; non che si muovessino i nostri, ma se gli altri
si volessino muovere, per poter rispondere.
Domandato, quello haveva pensato di dire o fare, non riuscendo le cose
temporali per lui promesse e presto, come pensava uscirne;
Rispose; e’ non ci mancava modo; perchè questi presti di Dio, si
possono in terra allungargli.
. . . . . . .
Addì XXIII di Maggio detto.
F. HIERONYMO, F. DOMENICO, F. SALVESTRO, a ore 22, furono degradati e
poi arsi in Piazza dei Signori.
IL GENERALE, M. FRANCESCO soprascritti dettero sentenza rogata per Ser
Rinieri da S. Gimignano.
Il tenore della sententia fu che, come Commessari Apostolici, havendo
inteso i soprascritti haver fatto i delitti sopra narrati, nelli
interrogatoi fatti a F. Hieronymo a dì XX; e trovato loro essere
eretici e scismatici, et haver predetto cose nuove, giudicarne dover
essere degradati e consegnati, o vero lasciati in mano del giudice
secolare. Così seguì.
LI.
_I processi di frà Domenico_.
IL VERO PROCESSO SCRITTO DI SUA PROPRIA MANO.[843]
_Deus et Dominus noster J. C. scit quod ego F. Dominicus, propter ipsum
victum, nihil ex his mentior._
IL PROCESSO ALTERATO DALLA SIGNORIA.[844]
Io Fra Domenico, vostro servo in Cristo, scrivo la semplice
verità.
In San Marco, a’ nostri tempi, non si fece mai intelligentia,
soscriptione o pratica alcuna di stato, nè per stato come
falsissimamente è stato apposto. Se più ciptadini frequentavon la casa,
noi e’ quali non iudichiamo e’ secreti del cuore, ma attendiamo alla
salute delle anime, pensiamo et meritamente crediamo che lo facessino
loro, come anche le donne et fanciugli et l’antra minuta gente sanza
stato (co’ quali mescolatamente erano per il convento nostro), non per
havere per nostro mezzo temporale stato; ma per devozione et affectione
che ci portavono, o per confessione o conlloquio di qualche cosa
spirituale per lor consolatione, per non havere alcuna volta faccenda,
o per non sapere ove si stare con lor più contento. Et finalmente che,
essendo qui grande et non ignobil moltitudine de’ nostri frategli,
molti de’ ciptadini nostri conversavano volentieri, dove hanno suoi
figliuoli, parenti, amici o confessori, non è da maravigliarsi di
questo, ma bene assai di chi si maraviglia di ciò; maxime essendo in
San Marco uscita qualche opera et buon principio in salute di questa
ciptà. Et in tante tribulationi, non per nostra cagione ma per e’
peccati; non vedendo e’ cordati huomini et anche tutti li altri insino
alli fanciulli, altro remedio vero che lo adiutorio di Dio, mediante le
orationi; molti stavano per questo volentieri ove stimavano Iddio più
propitio et più pregato.
Mai intesi nè mi adviddi per alcun modo, che in San Marco si
facessi o pur pensassi intelligentia alcuna, nè si tenessi
pratica veruna o familiarità di cittadini per conto di stato:
ho sempre creduto che chi vi praticava lo facesse, come anche le
donne e’ fanciulli et li altri di bassa mano, non per stato, ma
per sua divotione et affetione; per confessarsi; per parlare di
qualche cosa spirituale, per loro consolatione; per non sapere
alcuna volta che si fare o dove stare con più contento; per
havere quivi figliuoli, parenti, amici o confessori; finalmente,
perchè stimavano, forse, Dio quivi più propitio et pregato nelle
tribulazioni.
Per questa cagione, Domenica qui accaso, al tempo dello improvviso
tumulto si trovò tanta gente d’ogni sorte. Nè era per alchun modo
factasi acciò preparation d’arme, con ciò sia che alcuni de vostri non
ultimi ciptadini quivi fussino sopraggiunti senza alcuna preparatione,
come ha dimonstro lo effecto. Era vi un pochissimo numero d’arme, et
in mano di certa bassa genterella, et era piuttosto cosa da ridersene
che da temere da chi havesse veduto con gli occhi. Sopraggiunse, dopo
il tumulto, alcuno con qualche arme in adiutorio; ma tanti pochi che
non fanno numero et pur genterella minuta. Io non sapevo che alcuna
arme fussi in convento nè pensavo acciò, ma quando domandato, vifussi
stato excitato a pensare, harei risposto che qualche piccola cosa ve
ne fussi, non già per offendere o per far tumulto, ma perchè so che
alquanti di bassa condictione accompagnavano già a Santa Reparata el
nostro Padre fra Hieronymo con qualche arme, per suspecto che e’ non
gli fussi facto villania, perchè chi ama teme; et ritornando alcuna
volta per qualche tempo, lasciavono quivi le lor bazzicature poche in
una cameretta picchola da albergar forestieri, presso alla porta, ove
albergando già una volta a caso come forestiere,[845] (perchè non ho
stanza a San Marco alcuna volta quando vengo da Fiesole, infra l’anno,
se non è a caso), un dì in quella camera, prima di tre che sono quivi,
tanto picchole che oltre allecto non vi entra più nulla; vidi a cinque
piuoli appicchata alcuna celatina et una capsetta, qualche corazza:
et questo non era ordine nè saputa, come certo stimo, del padre fra
Hieronymo, nè di mia volontà el quale sempre di tal cosa mi risi, come
quello che ero certo che tal defensione, quando nulla ci accadessi,
sarebbe niente.
Per queste cagioni, molti furono quivi la domenica sopraggiunti
dal tumulto, senza preparationi; il che mostra che non si era
fatta alcuna preparatione d’arme per tumultuare; conciò sia
che più cittadini delli infimi furono quivi trovati al vespro
inermi et improvidi. Oltre a qualche arme che credo vi fusse,
sopragiunse qualchuno con qualche arme per adiutorio de’ frati;
massime che forse credevano che questo insulto fussi contro
alla volontà della magnifica Signoria. Onde io, doppo il romore,
andai dua o tre ore per il convento, pregando con ogni diligenza
ogni uno che non traesse, et si quietassi, et non sonassi; et
mai attesi ad altro che a tranquillare et quietare. Et se arme
dunque erano, ben che poche, in casa, non erano di mio ordine, nè
saputa, di certo; nè mai mi piacque vedervene. Ma ben che io le
detestassi, non toccava a me a levarle et a provedere, perchè non
havevo alcuna autorità in San Marco.
Però al dì della Domenica, essendo, quando si levò el romore, in una
stanzetta a comporre et a scrivere mie fantasie; et sentendo trarre,
andai subito discorrendo per el convento, et con ogni diligentia
pregavo ognuno che e’ non traessi et che e’ non sonassi la campana
et che si quietassi in tutti e modi; dicendo che avevan fatto male
a trarre et che e’ si attendessi a pacificar la cosa. Onde parecchi
hore, andando el padre fra Hieronymo co’ frati per el dormitorio et
per alchune stanze più intrinseche et quiete, cantando con clamore
le letanie et altre orationi, et preghando e’ frati lo lassassino
andar via; io non feci altro che andare in qua et in là per casa,
pregando ogniuno che non traessi. Intanto venne un altro mazziere; et
dicendo chi una cosa et chi un’altra a quello che diceva del Padre fra
Hieronymo andasse alla Signoria; domandando noi di vedere o sapere di
questa cosa di tanto pericolo el partito della Excª Signoria, et non
rispondendo lui molto a proposito, perchè come m’ha detto qui el signor
Bernardo da Diacceto, di questo non si fe’ partito; pregai il detto
Mazziere che ritornassi per il partito.
Così un vostro ciptadino de’ Capponi rispose che mandassi per el
partito; perchè non lo havendo, volevano piuttosto morire quivi insieme
col padre, non trovando nessuno, nè sappiendo che moto fossi questo,
se del popolazzo oppur d’ordine della Signoria. Anzi, stimando che
la magnifica Signoria dovesse mandare più presto acquietare. Vedendo
ardere le porte et farsi obscuro, comessi questo a Dio, e andomene in
choro con gli altri, et apparato oravo con loro, ogni punto expectando
la morte. Non m’impacciavo di dire: non trahete, o di quietare nulla;
sì perchè non appartiene a me, el quale già dua anni non sto a San
Marco, se non quando mi è imposta predica o qualche altra faccenda o
obbedienza; sì perchè, non sapevo di questo tumulto la volontà di Dio,
alla cui provvidentia in tutto havevo commesso questa cosa; sì perchè
non sapevo come la cosa andassi, e la volontà della Magnifica Signoria.
Così stimo di certo, el padre fra Hieronymo absorto a pensare di Dio,
per queste ragioni non pensava a impacciarsi d’altro, che di prepararsi
con tutti li frati intorno allui a vita eterna. Et così circa sei hore
continue, tutti oliato all’altar grande parati, molti expectavano ogni
punto esser tagliati a pezzi, cantando sempre: _Salvum fac populum
tuum Domine, et benedici hæreditati tua_; et quando nessuno si voltava
indrieto o mancava,[846] qui vi era sempre chi attendeva a raccorlo
con gli altri et a dire fortemente: _Orate fratres_. Nè sapevamo della
cosa altro che gran romori et terrori continui. Chi fossi contro
et con che ordine, chi in favore et defensione, non era possibile
saperlo nè avvedersene mai bene. Anzi ogni cosa era confusa, et chi ci
difendeva lo faceva per et (_sic_) per amor di Dio et de sua servi, et
non per far male a nessuno: et veramente Iddio et gli angeli sua ci
furono in adiutorio, essendo già arse le porte, et essendo sì pochi
et male in punto, per noi, che et que’ pochi credo certo per volontà
et inspiratione di Dio,[847] el quale suole adoperare qualche mezzo, a
riparare a tanta strage et obscurità quanta era quella, maggior certo
che non si scriverrebbe: veder circa cento cinquanta frati, figliuoli
di huomini da bene et nostri cittadini, in tante angosce et terrori.
Danari non ha il Padre fra Hieronymo, nè noi, salvo che ho inteso
essere in mano del Priore di San Marco circa dugento ducati, non
so se lasciati da un ciptadino al convento o pure in deposito, et
è una pazzia et favola da sciocchi dire che lui in San Marco habbi
tesori o le migliaia. Poteva bene, quando venne il re di Francia in
Firenze, occultare e’ vasi di Piero, e’ quali non sapeva quasi se non
io, dove e’ fussino, et negagli a chi venne per essi da parte della
contessa,[848] et allei andai a dire che aspectavano alla città alla
quale ne detti notizia, et hebbegli, et sempre habbiamo ad epsa cipta
facto et cercato bene, et siamo or paghati come fu Jesù nostro. Ma non
sono li ciptadini quelli, che ci incitano tante persecuzioni et infamie
lor di negromanzia o d’altro; Anzi è el demonio el quale ha messa
questa opinione nel popolo, che peccavo a portare il Sacramento nel
fuoco. Io son certo che io non havevo ad ardere, et però non ne seguiva
scandolo anzi hedificazione della fede, et però il diavol si adirò.
Ma quando io sarò innanzi a Christo, lo monsterrò a tutto questo
popolo; se io lo portavo da me o pure di volontà et movimento
intrinsecho di Iddio el quale quel dì voleva così. Nè bisogna che
ognuno intenda[849] o perchè così lui volessi; ma chi non l’intende:
dica io non l’intendo, et non si scandalezzi o mormori. Ma a tutte le
opere di Cristo hanno a esser segno, _cui contradicetur_. Basta a me
che io venni deliberato a entrare a ogni modo, nè mai pensai da havere
a essere apuntato del Sacramento; perchè sapevo che, bene che etiam
senza sacramento, Iddio me ne harebbe liberato, voleva per allora che
io facessi così. Pensavo bene che molti e’ quali non sono amici di
Dio, del miracolo non ne havevono a far fructo; ma harebben decto che
el sacramento el quale non può ardere, lo havessi facto; come se e’
fussi vero che le spetie del Sacramento non possino ardere, con ciò sia
che più volte sono arse, et possono essere conrrose da’ topi, et in
altri modi corropte e smaltite, come accade ogni volta che l’homo si
comunica. Dimmi: non può ardere colui che lo porta nei fuoco, non può
ardere el velo et e’ panni? Mille hostie addosso a uno che entrasse nel
fuoco, non havendo la verità dal suo, nollo scamperebono. Se adunque
è nato scandolo, Iddio la volontà del quale io feci, mene darà premio;
perchè ho assai meritato in questa infamia et persecutione sì grande.
Ecco, magnifici Domini, quello che io posso dire o scrivere; altre
cose secondo le varie suspitioni non vi posso nè dire nè scrivere;
perchè i’ vi testifico innanzi a Dio et a tutta la sua Corte, che
altro non nè (_sic_) ho o posso havere in mia coscientia et memoria;
perchè altro non ho facto o detto, nè mai tenute pratiche di ciptadini,
se non sfuggiascamente, et mal volentieri ho lor parlato; perchè
la mia conditione o professione m’inclina fortemente a fuggire la
conversatione maximamente de laici. Nè mai ho desiderato, quando e’
si havevono a fare e Magnifici, che e’ sia assumpto questo o quello,
come nostro amico in Christo tamen; ma solo quelli che habbino a
cercar l’honor di Dio et il ben comune, et raffrenare le abominationi,
disonestà et li altri vitii. La qual cosa, stimando secondo la opinione
di chi delle cose parla, che scadendo affare certi Octo, quando furono
creati per ritrarre li peccatori dal male et animare la lor laudata
virtù al bene; gli chiamai in pubblico Sermone Octo maschi; non perchè,
per nostra pratica o mezzo si fussi mai facto alchuno offitio o per
alcuna spetialità mia o del convento. _Ecce coram Domino_, che io
non mento nè nulla mi ritengho. Prego vostre benignità non appuntino
le nostre parole sofisticamente, sapendo la sapientia vostra che le
parole debbono servire alla intentione. Ad gloria di Dio somma verità,
el quale vi spiri a prestar fede et far di noi la sua volontà, _quia
benedictu in sæcula. Amen._
Al primo partito della magnifica Signoria haveremo ubbidito; ma
ben che io pregassi qualche mazziere e cittadino, che andassino
per il partito della Signoria, per il quale si vedessi quale
era la sua volontà, non tornava nessuno; onde io credetti insino
all’ultimo, che la Signoria fussi di questo tumulto mal contenta,
et attendessi a rimediare et mandare aiuto a San Marco: et
sotto questa speranza mi stavo con li altri a fare oratione in
choro, havendo commesso la causa a Dio, et non me impacciando di
null’altro.
Li amici del Convento erano quelli che volevano, tra’ quali
alcuni vi praticavano più familiarmente; come era Girolamo
et maestro Domenico Benivieni, Piero Mascalzoni, Giovanni
Carnesecchi, Marcello Vernacci et Francesco Boni, non però
molto spesso; Boninsegna Boninsegni, con grande affectione et
reverenzia: vi veniva similmente Francesco Davanzati, Ruberto
Ridolfi; qualche volta Simone Canigiani, non però spesso, doppo
la morte di Carlo Strozzi; Antonio Tornabuoni qualche volta;
così Niccolò di Giunta, Francesco del Pugliese et altri, e’
quali si confessavano da Fra Silvestro; Mazzeo Mazzei, quivi
vicino, e Lapo suo fratello: qualche volta Ser Giuliano da Ripa,
vicino; alcuna volta Bernardo del Barbigia; Tommaso Morelli,
per raccomandare alle orationi la figliuola et la famiglia;
Giovanni Bocchi, el quale si confessava da Fra Silvestro;
Bartolommeo Orlandini, qualche volta, per causa di sua figliuola,
o in conpagnia di Niccolò di Giunta; Niccolò Valori, Benedetto
Bonvanni; Cambio, che vi havea già il figliuolo; messer Baldo,
messer Luca Corsini, Antonio Lanfredini, antico familiare; rare
volte Piero Guicciardini, et parlava meco delle tribolationi
della città, et quando io credevo che elle finissino, et simili
cose buone. Alcune volte, Gio. Battista Ridolfi, Francesco
Valori, massime alli ufici et alle processioni della settimana
della Annuntiata non mancò mai. Andrea Cambini et il fratello,
qualche volta; Giovanni Vettori, rarissime volte, et veniva a
mostrarmi una compositione d’una Croce fatta da lui di pezzi di
osso; Antonio Giraldi, et qualche volta Luca d’Antonio dogli
Albizi; così di rado Alessandro Acciaiuoli, Alessandro Nasi;
Lutozzo, qualche volta; Domenico Mazzinghi, antico familiare
nostro, rarissime volte; già Paolantonio Soderini et di già
Tommaso suo figliuolo; Matteo Strozzi rarissime volte;[850] et
simili altri, de’ quali non mi ricordo, i quali io non conosco,
perchè non mi piacquero mai le familiarità dei laici: e quali
credo, e così sino a ora ho creduto, che praticassino in San
Marco per le ragioni dette, non per stato; nè anche so che loro
nel fare li ufici favorissimo più l’uno l’altro, che li altri
cittadini che non vi venivano; et credo che e’ dessino favore a
ogniuno che credevano essere atto a tali uficii et il bisogno
della città. Io, quando si havevano a fare i magistrati, non
desideravo che fussi assunto nessuno come nostro amico, benchè
in Cristo, ma solo chi Dio vedeva che fussi al bisogno. Onde se
non sia creduto che la revelatione de’ predetti Angeli, almeno
secondo la oppinione di chi parla, stimando certi Otto havere a
correggere e vitii, et per ritrarre e peccatori con la paura del
male, et per animare la virtù laudata al bene, gli chiamai in
predica Otto maschi, non perchè per mezzo alcuno nostro fussino
eletti, con ciò sia che appena dua o tre ne conoscessi, non
_etiam_ per alcuna spezialità mia o del convento. Io non pensai
mai altro che allo honore di Dio et al bene della virtù et della
città, in tutto quello che io ho predicato, o parlato, o operato;
sia quel che piace a Dio di me.
_Addì 16 di aprile 1498._
_In nomine patris et filii et spiritus santi amen_. Io fra Domenico
servo di Dio, domandato et richiesto che io scriva circa le cose delle
prophetie et della verità predicata dal Reverendo Padre fra Hieronymo;
el puro vero, quanto ne so, testifico dinanzi alla somma Trinità et
alla immaculata regina di Firenze, madre del nostro Re et Redemtore,
Cristo victorioso triompfatore della morte, et dinanzi a tutta la
celeste corte; che quello che qui di sotto ne scriverrò, a petitione
delle magnificentie vostre, et è la semplice verità.
Circa le cose future predicate da Fra Girolamo, non hebbi mai
dubitazione, et così credevole fermamente; le predicavo, nè
ingannavo io il popolo, perchè andavo con sincerità; massime
perchè, oltre a quelle illuminatione et ispirationi che detto Fra
Girolamo, credeva avere da se, sapevo le altre da frà Silvestro,
come lui, onde le credevo a li angeli et a Cristo et alla Madre,
et non a frà Girolamo, se non come quello che credevo essere
eletto per principale annuntiatore di queste cose.
El nostro Padre Fra Hieronymo exponendo, credo, Amos propheta, nelle
sua predicationi; a quel parlare di detto profeta, _non sum propheta_;
avendo dato alcuna expositione la qual non era tempo dare anchora,
perchè non era volontà di Dio, simile parole disse a queste,[851] come
apparisce in quella predica, perchè epsa è inferma intra le altre.
Un’altra volta, innanzi a quel tempo, non mi rammento quanto; essendo
io in una sua predica, in Santa Reparata, nota’ che lui predicando
delle sue revelationi et prophetie, disse: Come io habbi quelle cose,
una volta spero te lo dirà et aprirrà qualcuno de mia compagni;[852]
e io credo el[853] domandassi, se ben mi ricordo, a casa, se tali
parole aveva decto da sè: intesi che no. Dunque, ecco io ve lo dico; ma
pregovi vi ricordiate del parlar di San Paulo, cioè che Dio elegge le
cose e le persone inferme et stolte et che non sono,[854] a dire o ad
operare quelle cose le quali vuole che apparischino sua.
Io adunque, per una certa impressione nella mia mente, ho fermamente
sempre creduto et, non mi essendo monstro meglio il contrario, credo:
che Pisa si habbia riavere, et habbino ad esser vostre delle altre
terre che non furon mai vostre; et che Firenze habbi a esser più ricca,
più potente et più gloriosa che mai, per virtù non sua, ma di Dio
et della sua Madre: e così delle altre cose predecte dal P^{re} Fra
Hieronymo, circa la flagellatione et renovatione della Chiesa, et la
conversione de’ Turchi, innanzi che passi questa generatione che vive.
Et ho dentro tenacemente affixa questa fede; nè per questo debbono le
Magnificentie vostre alterarsi, perchè questo mio credere non nuoce
punto nè a me nè alla ciptà, et in queste cose ciascuno è libero a
credere quello ch’ei vuole: nè mi dà noia, come tali cose siano state
da Dio manifestate;[855] nè ho mai ingannato il popolo, predicando
anch’io, perchè ho fermamente così creduto con ogni sincerità, a gloria
di Dio et comforto della ciptà vostra parlandone, et non per alcuna mia
gloria o altro human respecto.
Circa el modo, dunque, per el quale el P^{re} Fra Hieronymo habbia
havuto simili prophetie; vi dico che oltre alle sue inspirationi et
illuminationi, le quali lui ha avute; Fra Silvestro conferendogli,
come di già havete inteso, altre sue apparitioni et visioni angeliche
in diversi modi, nelle quali epsi Angeli comandavono al detto Fra
Silvestro che riferisse al Padre Fra Hieronymo, ora una imbasciata et
ora un’altra, da parte loro o di Dio; infra le altre cose che decti
Angeli monstrorono et dissono al decto Fra Sylvestro, (credo più
anni fa, cioè circa e’ principii o non molto poi) una fu questa; che
vedendo, credo, Iddio, che Fra Hieronymo fuggiva, o per humiltà non
ardiva dire a noi quelle cose di cui era inspirato; Lui, o perchè e’
non vuole dare tanti doni o ogni cosa a uno solo, o per altro rispecto
secondo la divina sapientia; apparsono a Fra Silvestro li Angeli di
noi tre, et con una fune o piuttosto catena d’oro ci legorono tutti a
tre insieme, et dicendo che stessimo uniti et havessimo et facessimo
un core et una anima di tre che Dio voleva così. Onde se mai fusse
accaduto tra noi punto di qualche leggiere stizza o parolame,[856]
eravamo da loro ripresi. Et dissono a Fra Silvestro che stessi umile;
così noi, perchè le prophetie et revelatione non salvano, ma son
date per utilità della Chiesa, et che quelle tali apparitioni o vero
revelationi, nonlli erano date propriamente per lui, ma per el padre
Fra Hieronymo. Non dissono per tutti a dua noi, come stamani smarrito
da vostre presenze, non sapendo in quel subito acconciar bene le parole
alla intentione recta, per errore scripse: Ser Francesco.[857] Ma ben
volevano che qualche volta, predicando io per el P^{re} Fra Hieronymo,
onde sono chiamato el factoraccio; io dicessi qualche cosa, benchè
di rado, da parte loro, come se io l’havessi havuta. Dunque essendo
noi un core, et essendo tali dimonstrationi date a Fra Sylvestro, per
el P^{re} Fra Hieronymo, et alla sua predica, se non sempre, almeno
quando bisogna, ordinate; volendo decti Angeli, et così al Padre
Fra Hieronymo, per bocca di Fra Salvestro da parte di Dio venendo,
comandavano che quando tali cose epso Fra Hieronymo havessi a riferire,
per loro impositione, al popolo o a frati; lui le dicessi come se e’
l’havessi lui proprio, perchè questa era la volontà di Dio.[858] Onde
non mentiva in questo, avendole Dio facto anche altre volte, come si
può nelle scripture vedere, et 2º perchè eravamo un core, et 3º perchè
erano ordinate alla predica et a lui, et 4º perchè el lume della
prophetia, et però di queste et d’altre cose era impresso dentro alla
mente di Fra Hieronymo. El quale lume è quasi el tacto[859] in questa
cosa. Imposonci decti Angioli, che questo secreto per niente uscisse
di noi tre, et che se e’ se ne sapeva per nostra colpa nulla, Dio si
adierebbe con esso noi, et priverebbeci di tali gratie in tutto. Le
quali Dio, come lor dissono, ci haveva comunicate, perchè ci voleva
per questi mezzi adoperare a fare di molte utilità alle anime. Mal
volentieri, con tutto questo, habbiamo parlato delle cose future; et
solo tanto quanto ci è stato imposto, guardandoci sempre non dire se
non ci era inspirato o decto: dite questo. Et se qualche rarissima
volta, per humana fragilità o levità, havessi nessun di noi manifestata
qualche cosa, non ci essendo di quella stato così imposto, ne siamo
stati ripresi et castigati assai.
Imperocchè già più anni fa, apparvero gli Angeli di noi tre
a Fra Silvestro (dico li Angeli, perchè così ho creduto che
fussino), et di una cordella o vero catena d’oro ci legarono
insieme, cantando, se ben mi ricordo: _Ecce quam bonum et quam
iocundum habitare fratres in unum_; et dissono che noi stessimo
uniti insieme, et facessimo un cuore et un’anima di tre; che Dio
voleva così, et che noi stessimo humili, perchè le revelationi
non salvano, ma sono date per utilità della Chiesa. Et più volte
sono apparsi, ridicendo queste et simili cose, et che quelle
rivelatione gli erano date, più per Fra Girolamo che per lui, et
alla sua predica hordinate erono. Onde comandorono, che quando
Fra Girolamo havessi a dire loro imbasciate fatte[860] a Fra
Silvestro, esso Fra Girolamo lo dicessi come se le havessi haute
lui proprio; che questa era la volontà di Dio; et perchè eravamo
un cuore, et perchè erano ordinate alle prediche, massime havendo
fatto altre volte Dio, come si accenna per le Scritture. Imposero
detti Angeli strettissimamente, che questo segreto non uscissi di
noi tre, et che se mai per nostra colpa se ne sapeva nulla, Dio
si adirerebbe et priverebbeci in tutto di tali gratie.
Io non dissi mai, nè dico di havere prophetie o apparitioni o visioni
angeliche, salvo che nella sala del Consiglio, expressamente una volta,
dopo la messa grande. Allora dissi, che io avevo veduto in quella sala
Angeli che inspiravano al bene et ad andare, nello eleggere, rectamente
a Dio;et e’ demoni che inspiravano il contrario: chi accepta le buone
inspirationi et chi le captive. Credo anche dicessi, che Jesù Christo
Re di quel consiglio et della ciptà di Firenze, gastigherebbe chi
non andava rectamente o seguitassi intelligentie, o simili parole
delle quali non mi ricorda. Questa tal visione nulla finxi, nè per
alcuna cosa che io humanamente sapessi, o per relatione di cosa alcuna
da persona così parlai; anzi perchè la mattina, a buona ora, Fra
Silvestro mi riferì questa visione facta a lui, et dissemi da parte
degli Angeli, che io dicessi aver veduto io così; nè mentivo perchè
eravamo uno core et una cosa, et per le altre ragioni decte de sopra,
et perchè havevo a fare semplicemente la obbedienza di Dio decta per
gli Angeli.[861] Et così ne venni in palazzo, non sapendo nulla di
quello poi seguì, et quando seguì, mene stupii,[862] et credo certo che
io pensassi, costoro non credono che questa sia stata visione, ma che
io l’habbia fincto, stimando che io habbi prima saputo questa cosa. Ma
Dio[863] che io per me niente nolla sapevo et che andai semplicemente,
et che quando mi fu imposto che io dicessi di haver veduto io, mi
parve cosa nuova, a entrare in quella mattina in opinione di huomo
apto a prophetia, in cospecto di tanti eccellenti ciptadini. Ma io
sapevo et anche ebbi certo segno che Dio così voleva, conciosiache
dicendomi Fra Silvestro da parte di detti Angioli, come mi sono adesso
ramentato, che io predicassi el psalmo; _Anima mea Domino et omnia
quæ etc._; fantasticando a che proposito mi disse sopra quel psalmo,
cioè sopra alquanti versi, quasi che subito, cioè non con molta fatica
di mente,[864] inspirata una aptissima expositione, cioè secondo
el proposito delle gratie et de benefici facti da Dio alla città di
Firenze. Non seppi, dunque, innanzi che io venissi in palazzo, quello
che seguì per altra via; come nè anche predicando sapere la partita e
rotta dello emperadore, ma mi fu inspirato et facta dir così.
Mai per detto d’alcuno cittadino troverete che io abbia predicato, se
non ho che e’ poveri sieno aiutati a simili cose; nè mi ricordo che
e’ ciptadini mi habbino mai decto predicate questo o quello, maxime
di cose che in alcun modo appartenghino a stato. Potrebbe essere
che qualche volta mi habbino decto ch’io predichi contra ai giuochi
o altri vitii, ma non mi ricorderei nè chi nè quando mi habbi decto
tale cose o simile. Et non solo e ciptadini non mi davono la norma de
quello che io havessi a predicare, se non come ho decto di qualche cosa
appartenente a buon costumi; ma nè etiam el P^{re} Fra Hieronymo, el
quale, quando io haveva a predicare, non mi voleva mai dir nulla di
quello ch’io havessi a dire, et qualche volta el disse, cioè, che lui
lasciava ispirarmi da Dio, et de mio predicar non s’impacciava. Così
Fra Silvestro mi exortava alcune et assai spesse volte a predicar di
cose divote, et non tractar nè de reggimento et del bene comune, se non
quanto richiede el bene vivere et similia. Anche lui, oltre a queste
exortazioni predecte, mi lasciava predicare a mio modo.
Mal volentieri parlavamo di cose future, se non ci era inposto;
et perchè io predicava alcune volte per Fra Girolamo, mi
facevano e detti Angeli dire, qualche volta, rare volte però
(come espressissimamente quando io predicai una sol volta non
molte parole nella sala del Consiglio), loro apparendo a Fra
Silvestro, mi fecero dire, che io dicessi di havere veduto nella
detta sala io quella visione di Angeli, che inspiravano al bene,
e’ Demoni che per il contrario instigavano al male; cioè, a non
andare rettamente alle elezioni. Et in verità, quando venni in
Palazzo, per via humana, non sapevo nulla di seguito; et quando
seguì, mi stupì: li Angeli a buon’ora mi fecero così inporre,
et così mi comandorno che io dicessi, et non mentivo per le
ragioni sopradette. Parvemi però strano quando mi fu inposto,
che io dicessi di haver veduto io, perchè la umiltà mi incitava
a fuggire oppinione di huomo sì atto a profetia; pure mi bisognò
ubbidire semplicemente.
Non seppi dunque per altra via innanzi, in Palazzo, quello
che poi seguì, come nè anche predicando potevo sapere, per via
humana, la partita con fretta dello Imperatore da Livorno, ma me
fu inspirato dalli medesimi Angeli, et fatta dire così. Questi
medesimi Angeli apparendo dissero, che io uscirei del fuoco senza
dubbio illeso, et che io facessi un buono et fedel cuore, et
portassi meco il Sacramento. Onde in questo non offendevo Iddio,
perchè non havevo a ardere; chè Dio così aveva spirato, lui sa il
perchè. Venni adunque con animo deliberato di entrare nel fuoco
ad ogni modo, nè mi pensai d’havere a essere imputato del portare
il Sacramento, nè chè questo avessi a essere quello che tirassi a
dreto quel frate Minore: pensavo bene che del miracolo, molti non
ne havessino a fare frutto, ma a dire che il Sacramento, el quale
non può ardere, l’havesse fatto. Ma possono ardere le specie,
et chi lo porta, e il velo. Hebbi ancora qualche sospetto, che
quel frate Minore non havessi a reggere; ma a trovare qualche
occasione, come ei fece; ma dicevo: Forse Iddio per la sua
ostinatione et cecità lo condurrà tanto oltre, che e’ bisognerà
che egli stia, et non potrà tornare indietro; massime vedendo
io la cosa tanto bene in punto et tanto oltre. Per me dunque non
restò, e Dio mi è testimonio: et chi altrimenti dice, sarà chiaro
el dì del Giuditio che lui ha errato.
Non sono stato in questi dua anni, de continuo a San Marco, anzi
molto interroctamente, e come quello che ero indegno priore altrove.
Et per le quadragesime intere sono stato a Prato, a Lucca; però non
vi doverete maravigliare, se circa qualche prophetie et revelationi,
gli altri narrassino qualche particolarità le quali io non possa
narrare, come quello che molte cose non ho potuto intendere. Non ho
altro a mente, se da me voi altro desiderate intendere, come buoni
confessori domandatemi, et io m’ingegnerò soddisfarvi. Ma credetemi
ogni cosa, perchè veramente potete; conciosiachè havendo sempre havuta
la coscienza tenera, so molto bene che dire le bugia in iudicio o
tacere quello che si debbe manifestare è peccato. Sonmi ingegnato di
andar tanto appunto, quanto se havessi ora a morire, il che mi potrebbe
facilmente intervenire, se mi tormentate; perchè son tutto fracassato,
et ho guaste le braccia, maxime el sinistro, el quale con questa[865]
già due volte ho guasto; onde vi priego siate clementi, credendo alla
verità delle mia semplici scritture.
Domandato stamani chi mi havea detto, quando già predicai ch’e’ vi
era chi voleva ammazzare el Padre Fra Hieronymo; risposi per allora
non me ne ricordare. Ripensando poi bene che non mi ricorda haverlo
predicato; immo mi pare esser più che chiaro, che mai dissi di nessuno
in particolare. Et se pur fu che mai ne predicassi, se non in comune;
mi vuol ricordare che, se pur fu tal cosa, venisse dalli angioli nel
modo predecto, perchè so che altrimenti mai harei atteso a ragionamento
di alcuno.[866] Chi costui o costoro fussino, o quando, nulla so, nè
averne predicato nè d’altro, quanto a questa o altra parte, mi potrei
ricordare; sì per la debolezza della memoria, sì perchè sono molto
exausto et consumato. Havete ora, clementi ciptadini, ogni cosa etiam
scrupolosissimamente da me, Idio vi faccia contenti. Il che spero sarà,
perchè non mi troverrete in bugia nè crederete alle calunie vane che mi
fossino opposte, _valete in Domino._
Siami hora lecito, egregi ciptadini, raccomandarvi el vostro misero
(servo), dal quale dopo la prima tortura della fune, non havete havuto
altro che importi, perchè lui è vixuto alla semplice, et non s’è
impacciato in vostre cose; ma solo in predicare, come sanno quelli
che mi hanno udito, quello che appartenga al ben viver et allo honore
di Jesù Cristo Re di Firenze. Così questa seconda fune se pure, non
mi credendo mi darete, e non troverete altro nè c’è, et mettetemi a
pericolo della morte.
Sia facta la volontà di Dio.[867] Non mi potetti mai avvedere, non
mai hebbi un minimo sospetto che il P^{re} Fra Hieronimo ingannassi
o andassi punto finctamente; anzi mi pareva rechissimo et sempre l’ho
giudicato huomo singulare. Et havendogli gran reverentia, speravo per
e’ sua mezzi haver da Dio gratia di poter fare qualche bene alle anime;
et reputandolo huomo di Dio, come suo subdito l’obbedivo con ogni
simplicità et sollicitudine. Adoperavami alle faccende dello spirito
et delle cose spirituali, comunemente così della religione come del
convento, quando io ero in San Marco. Non però adoperava me solo, ma
etiam li altri; et me più facilmente nelle cose di Dio, et qualche
faccenda spectante acciò, maxime del governo della religione, essendo
io Priore. In questi principii quando si mutò lo stato, et così poi
qualche volta, mi mandò a fare qualche imbasciata alla Signoria di
cose appartenenti al reformare el governo et la ciptà, come si può
recordare el savio vostro Lorenzo Moregli, al tempo della Signoria
del quale, cioè quando lui era de’ Signori, venni circa dua volte in
palazzo per parlare alle loro Signorie del far la sala[868] e simili,
cose delle quali non mi rammento, furono pochissime imbasciate. Dipoi
iarsera ripensando, non ho saputo ritrovar nulla, perchè io possa
comprendere che mai el P^{re} Fra Hieronymo andassi lietamente, et
piangho a Dio diventato in questa cosa stupido.[869] Sapevo che esso,
per commessione della medesima revelatione haveva deliberato scrivere
ad alquanti principi: _che questo papa non è cristiano nè Papa_; et
questa chiavetta[870] credo volessi un dì aprire. Sapevo etiam, che
aveva compilato el tenore delle lettere; ma che e’ fusse el tempo di
mandarle, o che e’ l’havesse mandate, non sapevo; non pensavo avanti a
iarsera questa cosa, nè mi veniva in fantasia, quando epso l’havessi
manifestata questa cosa del Papa, revelata di sopra in quel modo lui
mi ha decto. Allora credevo che fussi el tempo di fare el fuoco, et
passando per esso salvo, si sarebbe soprannaturalmente provata in
questa conlle altre.[871] Et però diciavamo alla magnifica Signoria et
al popolo, che non era tempo ancora di fare el miracolo, ma volavamo
però, provocati, al predicatore di Santa Croce rispondere; acciò si
vedessi se noi predicavamo o tenevamo il falso: così è processa la cosa
con ogni simplicità.
Quando era facta la Signoria, innanzi ch’ella si publicassi, mi
ricordo che circa due volte, passando per el secondo nostro claustro,
ove era qualche frate et qualche brigata, non però di molto affare;
havere, fermandomi un po’, udito dire simil parole: noi crediamo che le
orationi sieno state exaudite, et che e’ sarà una buona Signoria, et el
tale andò con gran silentio et favore, et per quanto apparì, doverrà
haver vincto; et non si apponevano et non era vero el lor pronostico,
come al tempo suo si dimonstrava. Et a me non venne mai persona alcuna,
per manifestare e’ vostri secreti, ma ne anche se’ fussin venuti, li
harei uditi; perchè la conscientia mi havrebbe spronato a dire: state
cheti non parlate quello che havete sotto sacramento etc. Et veramente
a me non pare havere praticato in San Marco, se non persone di assai
buona coscientia, benchè con molti pochi praticavo, et sempre ho
avuto questo costume di non m’intromectere a conversare con chi non
mi toccava. Onde qualche frate mi s’è lamentato qualche volta, dicendo
voi non mi parlate mai, come era el P^{re} Fra Baptista (Dio li facci
pace), et io rispondevo a lui et alli altri: che volete che io faccia;
la mia natura è questa di non praticare con chi non ho faccenda. Onde
familiarmente conversavano in Chiesa et per casa nostra, cioè per e’
claustri, delle quali,[872] in più anni, non so ancora e’ nomi. Qualche
volta ho detto a frati in pulpito, et a qualchuno laico, che se io
in Fra Hieronymo conoscessi uno minimo errore o inganno io lo harei
scoperto et pubblicato; et certo lui ha testificato qualche volta, che
io lo haria facto pur troppo, et in verità così harei facto, et hora
farei, se nulla di lui sapessi di duplicità: mai mi accorsi di niente.
Finis. In simplicitate cordis mei letus obtuli universa.
Uno deposito trovai a San Domenico a Fiesole di 60 in 70 ducati;
non li ho mai numerati; e quali haveva quivi in mano di Fra
Tommaso Busini, o vero Fra Francesco Federighi; portò Francesco
et Raffaello Martelli, per comprare non so che casetta: quivi li
lasciai innanzi la quaresima.[873]
Cinquanta ducati mi portò el medesimo dì Lorenzo Tornabuoni, i
quali io rendei al detto Lorenzo in mano propria nel secondo
claustro in San Marco, come credo sia scritto in sur uno mio
memoriale, et forse in sur un libro del Convento, intitolato
_Debitori e Creditori._ Parmi ricordare fussi allotta con
Lorenzo, Simone Tornabuoni, o vero Donato, salvo il vero; benchè
lo chiamai un poco da parte, se bene mi ricordo.
Francesco di Amideo debbe havere errato un zero; ma se bene
fussino stati 300 scudi quelli i quali lui mi portò da parte di
Lorenzo, basta che lui testifica che erano dati a me da Lorenzo
per distribuire per l’amor di Dio in maritare fanciulle. A me
però pare certo non fussino più che 200; et se pur 300 fussino,
io non me gli ritenni, ma circa a 200 ne hebbe madonna Vaggia
sorella di un nostro padre vecchio, Fra Giuliano Adimari, per
maritare una sua fanciulla grande, al tutto senza provedimento;
come può testificare Gentile figliuolo di detta madonna Vaggia,
et un cognato di detto Gentile, el quale stava con lei in una
medesima casa. Detta madonna Vaggia disse, che venendo mai in
migliore fortuna, darebbe detta quantità per l’amor di Dio.
Et altri 100, se pur così furono, in quel tempo gli dovetti
distribuire in simile opera, o in mettere qualche fanciulla nel
monastero. È buon tempo che questo fu, cioè non so quanti anni
innanzi che Piero de’ Medici se ne andasse; et però non havendo
buona memoria naturalmente, massime di queste cose, che non si
appartengono alla mia professione, et però fatte che io le ho
non vi penso più, et non me ne ricordo; per questo dico, non mi
sarebbe possibile rendere più a punto ragione di questa cosa.
Piero Calderini debbe essere vivo; lui dunque dirà che e’ non
dette a me danari per elemosina, mentre che Lorenzo Tornabuoni
era sostenuto.
Altri danari non so; se non che già quando si fece la sala mi
sono ricordato che Andrea Cambini, havendo in San Marco circha a
40 ducati, io gli adoperai per prestare al Comune; et lui poi gli
riebbe et fecene, come ei disse, una dota in sul monte ad una sua
figliuola.
_Ecce coram Deo, in simplicitate cordis mei scripsi universa._
Nè mai mi potetti advedere, nè mai pure lo immaginai, che Fra
Girolamo ingannasse: et dissi più volte et predicai, che se in
lui io havessi conosciuto un minimo inganno, io lo harei scoperto
et pubblicato; et lui ha qualche volta testificato, che io lo
harei fatto pur troppo: et in verità lo harei fatto, perchè non
mi piacque mai punto la duplicità.
LII.
_Il Processo di frà Silvestro, in diversi punti alterato dalla
Signoria_.[874]
Io Frate Silvestro d’Andrea Maruffi da Firenze, de l’ordine de’
Predicatori, confesso et dico esser vero quanto apresso si narrerà.
Prima, quanto a’ mia sogni, e quali io referivo a Frate Iheronimo, et
de’ quali nella confessione sua si fa mentione; dico cusì, che io sin
da fanciullo, maxime in quel tempo che io aplicai l’animo a qualche
studio, cominciai a recitar la nocte quanto avevo lecto o udito el
dì; benchè non con molta frequentia. Di puoi, nella età de XIIIJ anni
varcati, mi feci frate di San Marcho, e per la religione e per lo
studio mi cominciorno e’ sogni a destare in muodo, che qualche volta
referivo tucte l’epistole di San Paulo. Una altra volta, a Vinegia,
dixi e recitai in sogno una predica tucta in tedescho, nel monasterio
nostro di San Domenico, che l’avevo udita da un frate tedescho del
medesimo ordine; presente frate Bernardo di Bardo da Firenze, e molti
altri frati, et presente el decto frate tedescho che aveva facta
decta predica. E così frequentissimamente referivo lectioni, prediche,
uficio, cose udite e lecte, comm’è testimonio tucto el convento nostro;
et cusì di tempo in tempo venni seguitando, fino a hoggi; benchè al
presente non li recito con quella vivacità che pel pasato, che mi
cavorono libre octo de sangue.[875]
Frate Iheronimo cominciò a predicare l’anno 1490 in San Marcho, e a
esporre la Epochalisse: e di puoi in Santa Maria del Fiore, dove e’
predicò la renovatione della Chiesa et l’altre cose sua: e predicando
io, in questo tempo medesimo, in San Gimigniano, e esendomi referito
tucte le decte cose che Frate Girolamo predicava, e maxime circha alle
sua profetie, n’ebbi grandissimo dispiacere, e difendevolo colla lingua
e non col cuore; comme vi ne farebbe fede Fra Malatesta,[876] comme in
quello tempo che io tornai da San Gimignano io non credevo alle cose
sua, ma credevo che fussi sotile inganno del dimonio. E dixilo a detto
Fra Girolamo doppo la tornata mia, insino a dirgli che mi pareva pazzo
e fuor di sè; con ciò sia che, sendo stato mio maestro, sempre m’era
parato che fussi stato alieno da queste cose, in tanto che egli aveva
facto e composto uno Tractato contro a’ predicatori delle novità. Mi
rispose, che predicava con buono fondamento, e che io sapevo che non
era pazzo o sognatore, e che non si meterebbe a dire tal cose senza
gran fondamento; et agiunse che io ne facesse oratione, e che messer
Domenedio mi spirerebbe a credere quello che fusse la verità. E così
facendo, o per la mia natura che io avevo di sognare, o perchè fussi
illusione diabolica, a me parve più volte essere ripreso da spiriti del
non gli credere: e così referendolo a lui, mi rispose, che certamente
Idio mi voleva bene. Maxime che in quel tempo lui mi rifiriva avere,
quando faceva oratione, uno segno da Dio quando le cose erano vere, che
si sentiva scolpito la crocio e ’l nome di Gesù nel pecto.
E così io le referiva spesso di questi mia segni; e lui mi diceva che
facendo oratione sopra queste cose nostre, se gli mostravano verità
e non sogni. E cusì, per la reverentia e fede grande ch’io gli avevo,
comminciai a credergli quello che e’ diceva absulutamente: niente de
meno spesso mi insorgevano dubitationi de no. E sempre mi diceva che
io stessi sopra di lui, ch’era chiarissimo che erano da Dio: e cusì mi
sono stato sino a uno mese fa, quando credendo e quando dubitando; ma
hora astutamente credo essere inganno. Tra gli altri sogni che io avevo
riferiti, e che sono suti predicati, mi ricorda che, ora dua anni,
tornando da Prato, e facendosi oratione in convento, la nocte innanzi
che se avessi a far la Signoria, mi parve vedere tucta l’aria piena
di spiriti buoni e cattivi, con fuoco e coltegli in mano; e finalmente
cacciati e’ mali spiriti, rimasono solamente e’ buoni. Il che io referì
la matina a Fra Domenico, e lui poi lo predicò in Palazzo; e disse
avergli veduti lui, secondo che m’è suto referito. L’ultimo sogno ch’io
facessi, fu la nocte precedente al dì che s’aveva a fare el fuoco;
ove mi parve vedere il fuoco in piaza, e che Fra Domenico ne uscissi
con l’hostia in mano, vestito di rosso; e del fuoco si facessi dua
parti, e uscitone puoi, si cantassi _Te Deum laudamus_; et cu’ l’olivo
si facessi pace universale. Questo è quanto mi ocurre dirvi circa le
profetie di fra Girolamo, e per quanto atiene a me.
Circa le intelligentie che si facevano in nel convento de San Marco di
citadini tra loro o col mezo de’ frati, dico: che dalla suscriptione
che si fece l’anno passato in fuora, per mandare a Roma, che io non
so altra espressa intelligentia, soscritione o ordine: et quella per
Roma io la seppi in questo modo. Essendo un dì nel chiostro con più
frati de’ nostri, fu decto che a Roma era ito una suscriptione di
ciptadini, i quali testificavano Fra Girolamo predicare falsa doctrina:
e per questo fu da’ medesimi frati giudicato essere bene farne una in
contrario; e cusì si ordinò una lectera al papa, in nome del convento,
in sur uno ruotolo di carta pecora; e mandossi per ser Philippo Cioni
e per ser Benedecto de Terrarossa, a’ quali si decte commesione che
atendesino a tale suscriptione, e fussino rogati di tucti quelli che si
suscrivesino. La quale dipuoi s’andò seguitando nel modo che ella s’è
trovata. E de’ frati v’atese Fra Ruberto da Gagliano. E io richiesi e
confortai molti a soscriversi: tra gli altri, Antonio Giraldi e Luca
d’Antonio degli Albizi; e’ quali non si volsono suscrivare dicendo,
che ella era a stanza di Francesco Valori; e me dissono che noi eramo
semplici e ingannati; alegandomi deto Luca la suscriptione del 66,
che pareva che fossi facta a buon fine, e dipuoi fu cativo. Ancora
Francesco del Pugliese, Iacopo et Alamanno Salviati, Francesco da
Sommaia et alcuni altri, di chi io non mi ricordo, mi disono che la
non piaceva loro; ma dapuoi che era principiata, erano contenti di
soscriversi; e cusì feciono. Intelligentia o ordine che si facessi in
San Marco, non ne so altro;[877] e se pure v’era, era fra ciptadini
medesimi, senza mia saputa o intervenimento.
Delie processioni, comunioni e altre cerimonie se ne faceva a San
Domenico e a San Marco, dove interveniva homini d’ogni sorta; ma non vi
si fece mai pratica di stato di nisuna ragione, ch’io sappi. Una delle
prime processione fu circa lo Advento pasato, dove si trovò Andrea
Cambini, el Grasso sensale di panni, Girolamo de’ Rossi da Pistoia,
Francesco de Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi e ’l Frate Barbieri,
Guasparri orafo: non mi ricordo nè credo fusino più, fra Girolamo,
innanze che ella si facessi, nello ospitio fece parecchi parole di
questa sustantia: cioè, che Dio era consueto a fare gran cose per lo
mezzo delle orationi; et avendo lui predicato la fede, la renovatione
della Chiesa, et altre sua cose, e provatele con ragione, e non essendo
credute, bisognava che Dio mettessi le mani a’ miracoli: e che Dio gli
farebbe in omgni muodo, ma che bisognava molte oratione fuor dello
ordinario; e ch’e religiosi, che v’erano, pregassino per la Chiesa,
e quelli secolari per la città, e fusino testimoni de quello aveva
decto. E cusi seguitò la processione, senza dire altro. Una altra se ne
fece in San Marco, dove fu circa a 40 persone d’ogni sorte de huomini
da bene. Di quelli mi ricordo, son questi: Piero Cinozzi, Francesco
di Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi, Filippo da Gagliano, Antonio
Berlinghieri, ser Nicholò Michelozi, Rinieri Tosinghi. In queste
processioni, si fermavano e’ frati in quattro parti del convento: nel
primo luogo si faceva oratione per la conversione degli infideli;
nel secondo, per la renovatione della Chiesa; nel terzo, per la
congregatione nostra di San Marco; nel quarto, per tucta la ciptà. Si
sono facte di puoi quattro volte queste processioni publicamente, doppo
la messa, per li chiostri e per chiesa e orto; e qui è stato sempre
parechi centinai di persone, cusì di huomini comme di donne.
Circa l’ordine di fare favore più a uno che a uno altro nel fare de’
magistrati: dico, non sapere che vi fussi alcuno certo o determinato
ordine, ma bene qualche volta ne’ chiostri e nella libreria è sentito
dire a molti cioè a uno Benedecto Buonvanni, Alexandro Nasi, Andrea
Cambini, a Ruberto Ridolfi e altri simili, che praticavano la casa: e’
sarebbe buono fare Francesco Valori gonfalonieri. E cusì ragionavano di
qualche uno altro per fare Signori; quali al presente non mi ricordo.
Ricordami che quando Francesco Valori era gonfalunieri de iustitia,
io intesi dire in San Marco, ne’ chiostri, da Giannozzo Pucci, che
Francesco Valori haveva decto, che non si facessi gonfalunieri Bernardo
del Nero. E nel medesimo tempo intesi dire, che Francesco predecto
voleva si dessi favore a far gonfalunieri Antonio Canigiani, e uno
altro che non mi ricordo chi: nè ancora mi ricordo de certo chi mi
dicessi questo; benchè stimo più presto Andrea Cambini che altri.
Anchora d’octobre passato, Francesco del Pugliese, per uno, mi disse
che Francesco Valori desiderava e faceva diligentia che Piero Corsini
fussi gonfalonieri de giustizia de’ novembre e dicembre passato; e
non essendo puoi riuscito, Francesco Valori mi disse un dì, averlo
hauto molto per male. Quando si fece la presente Signoria, mi ricorda
che io udie dire da più persone de quelle usavano in San Marco, e
nominatamente a Benedecto Buonvanni, a Andrea Cambini, Piero Cinozi,
Francesco de Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi, Giovanni di Lionardo
Carnesechi, Lionello Boni, che desideravano che Giovanni de Iacopo de
Dino di messer Guccio fussi facto gonfalunieri de iustitia, e non Piero
di Niccolò Popoleschi. Similmente mi narrò che quando fu gonfaloniere
di giustizia Piero di Daniello degli Alberti; che quelli che riferirno
in San Marco non lo volevano. D’altri favori o disfavori che fussino
facti a altri, non mi ricordo.
Circa il sapere il segreto delle Signorie prima fussino pubblicate;
dico che Andrea Cambini, quando fu facto gonfalonieri de giustizia
Bernardo del Nero, mi rifirì quella Signoria, dicendo averla intesa
da Francesco Valori, che era allora gonfalunieri. Una altra volta mi
rifirì quella Signoria che fu de genaio e febraio passato, quando fu
gonfalunieri Giuliano Salviati: ma de questa s’apose de la metà; e tra
gli altri mi si ricorda che nominò Alexandro degli Alexandri e Carlo
della Tosa, che puoi non furono. Più altre volte quelli che usavano in
San Marco ci referivano delle Signorie che e’ credevano che fussino;
e quando s’aponevano de tre o quatro, e rarissime volte de più che
la metà; come quelli che giudicavano dal vedere quelli che stavano al
segreto allegri o manenconosi, o per aver cusì desiderato. Alexandro
Nasi, quando era de collegio, essendo stato al segreto di una Signoria,
mi disse puoi: noi haremo buon capo e buon membri, ma io non voglio
rompere el giuramento. E tra gli altri particolari mi ricorda, che
mi disse: El capo non sarà amico del Valori, ma gli è homo da bene
et buono. E fu puoi quando sedè Paulo Antonio Soderini. Francesco
Carnesechi mi disse, quando fu facta questa Signoria: Io credo che noi
aremo Lanfredino de’ Signori. E io gli dissi: Sapetelo voi? Risposemi
de no. E Francesco Valori, mi ricorda che a una Signoria, prima che
fussi pubblicata (ma non mi ricorda quale; ma son certo che fu da
setembre in qua), mi disse: io ho paura d’una cactiva Signoria, e temo
de non essere confinato; che vorrei più tosto che mi fussi tagliato il
capo. Questi rubaldi debbono sapere questa Signoria da questi ministri.
E stimo mi nominassi allora messer Nicholò Altoviti e messer Francesco
Gaddi, de’ quali decto Francesco me n’aveva decto male, dicendomi che
eran dua ladroncelli; e vedevo manifestamente che voleva male a tucti
dua. Da messer Bartholomeo Ciai io non intesi mai segreto de nessuna
Signoria; ma bene lo viddi parlare una volta a fra Girolamo, e molte
volte con frate Malatesta. Altri segreti di Signoria non ho mai saputi,
che de sopra m’abbi decto.
Circa il prevedere in San Marco d’armi, mi ricordo che XV dì inanze
al caso, ci fu decto da uno de’ nostri portinari che una nocte ci
sarebbe scalato el campanile dalla compagnia de’ Compagniacci, per
fare vilania a Frate Girolamo. Stimo fussi Fra Barnaba de Cante o Fra
Bartholomeo Cavalcanti: onde nacque ch’e frati, per paura che cusì non
fussi, ordinarono, e io intra gli altri,[878] che la notte stessino 6
in 8 secolari, de quelli che vi usavano, alla guardia del campanile,
del chiostro e della porta, armati: e questa commessione fu data a
Fra Francesco de’ Medici; e per uno gli le dissi io. El decto Fra
Francesco mi dixe essersi fornito d’arme, con Francesco di Lorenzo
Davanzati, Giovanni Carnesechi e Giovanni Capelli: e’ particolari
arete meglio da fra Francesco. E più viddi una sera, inanzi al caso,
armati nella scuola del primo chiostro de San Marco; Cesare Stradi,
Nicholo calzaiuolo, Alesso Balduvinecti, Buoninsegna Buoninsegni, Piero
di Pagolo degli Albizi, e degli altri v’era, che io non mi ricordo.
Alexandro di Gino Ginori mi oferse alcuni scoppiecti, che aveva in
casa; e io lo rimessi a fra Francesco de’ Medici. Circa a quelli che
io viddi armati il dì della domenica dello ulivo, e de’ quali io mi
ricordo, sono questi: Francesco de Lorenzo Davanzati, che era armato
con coraza e celata, e tucta nocte stecte in casa in San Marco,
andando in qua e in là a solecitare quelli che erano nel convento,
che dovessino solecitamente guardare che nesuno intrassi drento nel
detto convento; Paulo calzaiuolo viddi trare saxi e scoppiecti; e
Agnolo d’Andrea della Robbia, che è soldato armato di tucte armi, et
con una roncha; et fece gran defesa, secondo mi fu referito. Jacopo
da Firenzuola traheva con lo scoppiecto; Zanobi rigatieri, fratello
dello spedalingo di Bonifazio, fu de’ primi a uscir fuora con circa 15
o venti compagni armati; e con lui conobbi uno Girolamo Gini merciaio,
et Bartholomeo Mei merciaio: e questo fu in su ’l primo rumore. Del
numero di questi che uscirono fuora al rumore, secondo mi fu riferito,
ne fu morto uno. Giovanni di Francesco di Dino di messer Guccio viddi
io solecitare e confortare quelli che erano alle guardie de quelli
luoghi de San Marco, dicendo: Guardate bene questa porta e quest’altra,
che persona non entri. De più nomi particulari non mi ricordo, perchè
poco mi rapresentai dove fusino. E frati, che erano armati, con questi
viddi Fra Francesco de’ Medici, uno Fra Giuliano d’Octaviano di Cesare
Petrucci, uno frate Philippo de’ Lapacini, uno frate Pagolo d’Antonio
di ser Bartholomeo de ser Giovanni, Frate Antonio e Fra Pelegrino,
conversi: questi mi rifirivano apunto gli altri ciptadini che v’erano
armati, perchè erano con esso loro.[879]
Circa a chi ritenessi Fra Girolamo il dì del caso, che non uscissi
fuora; dico che io lo viddi con uno crocifixo in mano, appresso al
capitolo del primo chiostro, dicendo: Lasciatemi andare, perchè
_propter me orta est hæc tempestas_. Aveva dreto e frati, che
cominciorno a piangere; e così de molti secolari innanzi, infra’ quali
era Giovambatista Ridolfi e Giuliano da Gagliano; e cominciorono ancora
loro a gridare: No, no, padre; comme faremo noi puoi? E cusì tucti gli
altri che erano presenti, e quali mi parevano tucti poveri homini.
Circa a quelli citadini che sono venuti a San Marco mentre erano de’
Signori, dico che mi ricordo certo di questi: Francesco Guasconi,
Dionigi Nasi, Berto da Filicaia, Lionello Buoni, Philippo Arigucci,
Francesco Rinuncini, Matteo di Noferi del Caccia quando era
gonfalonieri, Francesco del Pugliese, e Luca d’Antonio degli Albizi; e
quali tutti parlavano con Fra Girolamo: e ragionamenti di tucti io non
sapevo. Piero Cinozi vene anchora quando era de’ Signori, la sera de
berlingaccio; che prima v’aveva mandato una buona quantità di migliacci
facti in Palagio.
De altre pratiche di ciptadini, o ragionamenti particolari hauti in
San Marco de cose de stato, o atenenti al publico, cusì da’ frati comme
da’ secolari, dico che Fra Nicholò da Milano mi disse, già più volte,
che gli era necessario alla cità de Firenze fare uno dogie per quatro o
sei anni, o a vita; perchè a questo modo d’oggi ogni dì si muta stato.
Et entrato ne’ particulari, diceva che bisognava fussi qualche homo
buono, senza pasione, iustissimo, e amorevole della cità; dicendo che
se Francesco Valori non fussi stato bizzarro, comme era, e non avendo
figliuoli, sarebbe stato buono. Ancora nominava Lorenzo e Piero Lenzi,
e simili, senza molto parentado. Pier Antonio Carnesechi, Alamanno
e Iacopo Salviati, Alexandro Nasi, circa 4 mesi fa, mi dissono che
era bene tòrre el favore a Francesco Valori, perchè gli aveva troppa
autorità; et dissonmi che in questa opinione era ancora Lanfredino
Lanfredini. Il fine disono essere perchè non comandassi loro, e non si
facessi sì grande: stimo anchora in questa cosa fussi Piero di Paulo
degli Albizi. Filippo Arrigucci, quando era de’ Signori, venendo io
el sabato santo qui in Palazo a riconciliare dua o tre de’ Signori, mi
disse: Questo ribaldo dei gonfalunieri volle fare ieri tagliare a pezzi
parecchi ciptadini, e credo nominassi Francesco Valori; e dissemi gli
haveva voluti fare amazare in Santa Maria del Fiore, la matina quando
si predicava. E questa state passata Michele Niccolini, che fu de’
Signori in compagnia con deto Philippo, mi disse, Filippo avergli più
volte decto: S’io avesse compagnia, io gicterei el gonfalunieri (che
era Bernardo del Nero) a terra da le finestre. E disegli perchè Dio
voleva cusì. Et dimandandone io Fra Girolamo, se de questa cosa sapeva
cosa alcuna, e dicendomi di no;[880] io presumpsi che questa cosa
nasciessi da mona Camilla Rucellai, perchè Filippo gli prestava fede.
Hora due anni, quando Fra Girolamo era a Prato, secondo mi ricorda,
Piero de Lucantonio degli Albizi, Neretto Neretti, che allora erano
degli Octo, venono a Prato per Fra Girolamo, e cusì venimmo la nocte in
Firenze. E fu la decta venuta perchè predicassi in sul fare de quella
Signoria: de che si fece allora horatione.[881]
Quelli che venivano frequenti in San Marco e parlavano qualche volta a
fra Girolamo, et chi più e chi meno, et che gli reputavo amici di Fra
Girolamo, sono questi quelli de cui hora mi ricordo:
Francesco di Filippo Valori, Andrea di Antonio Cambini, Giovanbatista
di Luigi Ridolfi, Giovanni di Niccolò Cambi, messer Domenico di
Baldassarri Bonsi, Nicholò di Bartolommeo Valori, Antonio di Giovanni
de’ Giugni, messer Luca di Bartolommeo Corsini, Rinieri di Gio.
Francesco Tosinghi, Domenico di Niccolò Magaldi, Alamanno d’Averardo
Salviati, Iacopo di Giovanni Salviati, Francesco di Filippo del
Pugliese, Berto di Tedice da Filicaia, Giovanni e Nicolò di Bertoldo
degli Albizi, Giovanbatista Bartoli, Giovanni Lenzi, Bartholomeo di
Pandolfo Pandolfini, Simone d’Antonio Canigiani, Francesco Rinuncini,
Francesco de Lionardo Manelli, Francesco di Liunardo Boni, Marcello
Ventacci, Alexandro di Iacopo Alessandri, Bernardo de Inghilese
Ridolfi, Bastiano Locti, Lorenzo de Locto Salviati, Raffaello de
Alfonso Picti, Adovardo Rucellai, Lorenzo d’Antonio Rucellai, Giovanni
di Francesco de Dino Gucci, Piero Mascalzoni, Bernardo del Barbigia,
messer Antonio Malegonnelle, messer Enea della Stufa, messer Baldo
Inghirlani, messer Bartholomeo Redditi, messer Francesco da Iesi,
Antonio Berlinghieri, Francesco Zati, Piero suo figliuolo, Giovanni
Nelli, Girolamo di Francesco Inghirlani, Pier Pagolo Nerli, Pietro
del Benino, Bertoldo Corsini, Antonio di Bartolommeo Corsini, Andrea
Strozzi, Antonio Tornabuoni, Domenico di Bernardo Mazinghi, Francesco
di Lorenzo Davanzati, Giovanni di Filippo Cappelli, Alexandro Cappelli,
Cesare Stradi, Alesso Balduvinecti, Boninsegna Boninsegni, Piero
de Pagolo degli Albizi, Iacopo Manucci, Lionello Boni, Mazzeo, Lapo
Mazzei, Piero de Nicholò Cambi, Marchionne e Pagolo Dazzi, Alexandro
Rondinelli, Amerigo Corsini, Lionardo Cambini, Giovanni Nesi, Antonio
Lanfredini, Michele Strozzi, Lionardo Strozi, Maso de Bartholomeo degli
Albizi, Piero Cinozzi.
Li infrascripti sono quelli che qualche volta venivano a me e a degli
altri frati de San Marco, usando dire le infrascripte parole, non tucti
insieme, ma uno o dua per volta, in varii tempi. Le decte parole sono
queste, o cosa di simile efecto: Se gli Arabiati hanno una Signoria a
loro modo, e’ ci caccieranno da Firenze:
Francesco Valori, Andrea Cambini, Giovanni Cambi, Nerecto Nerecti,
Piero Mascalzoni, Bernaldo Ridolfi, Berto da Filicaia, Giovanni e
Nicholò di Tedice Albizi, Francesco de Lionardo Manelli, Raphaello
Picti, messer Baldo Inghirlani, Francesco Zati, Domenico Mazinghi.
Li infrascripti anchora gli reputavo nostri amici, e venivano qualche
volta a San Marco, e parlavano a Fra Girolamo; ma di rado e non sì
spesso come e sopranominati:
Messer Francesco Gualterocti, che questo carnovale venne a San Marco,
con Andrea Cambini e Nicholò Valori, e con Fra Girolamo siedono un buon
pezzo; Simone del Nero, Luigi de la Stufa, che parlò con Fra Girolamo
tre dì innanzi al caso del fuoco; Bernardo Nasi, che da tre mesi in
qua è venuto a San Marco, e parlato a Frate Girolamo 3 in 4 volte; e
una volta so gli parlò de uno suo figliuolo che si voleva far frate;
Pier Francesco Tosinghi, Tomaso Tosinghi, Giuliano Salviati, Paulo
Antonio Soderini, Luca d’Antonio Albizi, Piero Guicciardini, Lorenzo
di Lotto Salviati, messer Bartolomeo Ciai, Antonio de Simone Canigiani,
che veniva alle prediche, Nicholò Ugulini, Agnolo di Lorenzo Carducci,
Guido Cambi, Girolamo Ginori, Niccolò Cambini, Alfonso Picti, Alexandro
Acciaiuoli; ser Bastiano da Firenzuola, veniva spesso a parlare a Fra
Girolamo con lectare di ser Alexandro Bracci.
Tucti li infrascripti parlavano meco, quando a solo quando a dua, o a
tre per volta, in diversi dì mi disono quanto apresso: cioè, che non
darebono mai fave nere, alcuni dicevano a quelli che non credevano
a Fra Girolamo; alcuni, a chi volessi fargli male o cacciarlo via;
alcuni, agli Arabiati: perchè tucti non dicevano a un modo, e con
le medesime parole; ma lo efecto era el medesimo, de non dare loro
fave nere ai signori Octo e Collegi, e che agli altri ufici andavano
più larghi. E nomi lor son questi: Francesco Valori, Andrea Cambini,
Rinieri Tosinghi, Domenico Magaldi, Antonio Giraldi, Iacopo e Alamanno
Salviati, Francesco del Pugliese, Berto da Filicaia, Giovanni e Nicholò
Albizi, Francesco Boni, Marcello Vernacci, Raphaello d’Alfonso Picti,
Adovardo Rucellari, Alexo Balduvinecti, Piero de Paulo Albizi, Giovanni
de Iacopo de Dino, Benedecto Buonvanni.[882]
De’ religiosi amici di Fra Girolamo, di quelli mi ricordo:
Messer Iacopo Manelli, messer Castellano, messer Piero Maria da
Peruscia, vicario dello arcivescovo de Firenze, messer Marco Strozzi,
messer Domenico Benivieni, messer Giuliano canonico di San Lorenzo,
messer Amerigo de’ Medici, messer Ruberto di Niccolò Gherardini,
messer Francesco di Ceseri Petrucci, messer Girolamo spedalingo degli
Innocenti, messer Taddeo capellano de Sancta Maria del Fiore; e altri
preti, e’ nomi de’ quali non mi ricordo.
Quelli che avevano le chiavi del convento: Girolamo Benivieni, maestro
Domenico Benivieni, Piero Cinozzi, Girolamo de’ Rossi da Pistoia.
Maestro Antonio Benivieni l’ha tenuta sempre, secondo la consuetudine,
perchè è medico. Altri non aveva le chiavi.
Io Frate SALVESTRO d’Andrea MARUFFI da Firenze, frate dello ordine de’
Predicatori, confesso sponte essere la verità quanto di sopra nelle
presenti carte è scripto, cioè 8 carte de una mano, e dua carte scripte
di mia mano propria; e a fede del vero mi so’ soscripto de mia propria
mano.
. . . . . . .
A dì 27 aprile 1498; nel Segreto.
Frate Salvestro, tirato in su la fune, e puoi posto giù, disse quanto
apresso:
Quando si faceva la suscriptione per mandare a Roma, in San Marco
Francesco Valori mi disse: Ella sarà buona anchora ad altre cose. El
decto Francesco mi disse ancora un’altra volta: Io m’ò rechato molte
nimicitie per la morte de quelli cinque ciptadini; perchè trovandomi
nella pratica ove si tractò la morte loro, facendosi insulto alla
Signoria; io, che sino allora non avevo creduto che dovesino morire,
visto che io ne restavo in pericolo, e che m’era dato caricho per
quello acto del bosolo,[883] che io feci alli signori, volli che più
presto morisino loro che la facesino puoi fare a me. Quando a’ dì
proximi si fece quella pratica, per rispondere al papa, per le cose di
Fra Girolamo, nella quale molti parlorono in suo favore; Andrea Cambini
venne a me e dissime: E’ se n’è facto magiore aquisto, che avere
aquistata una cità.
Sopra l’opinione mia de facti di Fra Girolamo, dico essere ocurso, che
almanco 20 o 25 volte, quando lui aveva a predicare, pocho inanzi alla
predica, veniva a me in cella, e dicevame: Io non ho che predicare;
pregate Idio per me, che dubito che Dio non m’abbi abandonato per
qualche mio pecato. E diceva di volersi confessare; e cossì si
confessava; et niente de meno faceva di puoi de belle prediche. E
l’ultima volta che fece questo acto fu il sabato, quando puoi lasciò
le prediche la domenica in San Marco, questa quaresima. Finalmente dico
che Fra Girolamo ci à ingannati.[884]
LIII.
_Esamine o processi degli altri accusati_.[885]
1.
Esamina di Francesco del Pugliese.
INTERROGATORI DI FRANCESCO DEL PUGLIESE.
1. Sopra la lettera scripta in Inghilterra pel caso del Concilio. — 2.
Sopra l’essere stato il dì del caso in San Marco. — 3. Sopra le parole
usò andando a Bibbona, tra via; et in spetie con Pandolfo Corbinelli,
che fra pochi dì si faria ec. — 4. Sopra le pratiche e usare in San
Marco; et la sobscriptione[886] di andare a Roma. — 5. Sopra le sei
fave,[887] campane, et dua sale, che dixe haveano al loro modo quando
fu de’ signori. — 6. Sopra la sobscriptione de’ cictadini a 500 f. per
uno, ad che fine, et lo intero di questa cosa ec. — 7. Per che mezi e’
confidava esser gonfaloniere di iustitia così presto.
2.
Esamina di Niccolaio calzaiuolo.
A dì 10 di aprile 1498. Al Bargello.
Nicholaio di...., calzaiuolo da Firenze, domandato a parole, narrò
quanto ad presso. Il dì dinanzi havea havuto.... tracti di fune.
A San Marco cominciai a pratichare otto anni fa; et uno giorno, hora
fa tre quaresime, essendo io a bottega mia, vennono a me Lionardo da
Empoli banchiere al canto alla Paglia, Marcello Vernacci, Francesco
Boni et Lorenzo di Antonio di Sandro Rucellai, et dixonmi: Vuo’ tu
morire per la fede di Christo? A’ quali rispuosi di sì, ma che non
ne ero degno. Et loro sobgiunsono: Noi voliamo che tu accompagni Fra
Girolamo quando va a predichare. Et così io cominciai ad accompagnarlo
armato; et ho sequitato fino al presente tempo.
Circa alla provisione dell’arme facta a San Marco, dico: Che poi
entrò questa quaresima, Fra Francesco de’ Medici mi dixe: Il vicario,
cioè Fra Girolamo, m’ha decto che c’è uno poco di sospecto, e bisogna
fare qualche guardia. Io dirò a Francesco di Lorenzo Davanzati che
ci provveggha di arme: fara’ gli motto. Dipoi l’altro dì io parlai
a Francesco in San Marco, et dixigli: Fra Francesco m’ha decto vi
facci motto: havv’egli decto nulla? Et lui mi rispuose: Sì, io farò il
bisognio.
Dipoi a qualche dì Fra Francesco mi dixe: Francesco non fa nulla;
se tu lo vedi, ricordagiene. Et io lo ricordai a Francesco; et lui
mi rispuose: Io rivedrò Frate Francesco, et parlerogli; e’ non c’è
sospecto. Dipoi di nuovo Fra Francesco mi dixe: Io ho parlato a
Francesco; fagli motto stasera alle due hore, et mena teco dua garzoni
di casa, et uno merciaio chiamato Girolamo Gini. E così io andai a
casa di Francesco, il quale mi diè dodici partigiane, dieci meze teste,
cinque rotelle, tre targoni con l’arme sua, et sette targoni bianchi,
che accattò da Matteo Strozi. Et subito gli portai a San Marco, et
consegnai tucto a decto Frate Francesco: et fu circa quindici giorni
inanzi alla pasqua.
Poi mi dixe Fra Francesco: Sappi da Lionello Boni, se egli ha nulla.
Et io gli feci poi motto; Lionello mi rispuose: Havere dieci balestre;
che gliene darebbe cinque. Et così me le diè, con dua bombardelle et
uno archobuso et trenta passatoi; et dixemi: Mandale segrete. Et io le
mandai per Piero del Mancino, legnaiuolo, mio nipote.
Anchora mi abbatte’ in San Marco, di questa quaresima; che in dua sere
vi vennono tredici coraze, che le mandò Giovanni di Filippo Cappelli,
che le arrecò uno texitore di via di San Gallo, per ordine di Giovanni
di Lionardo Carnesecchi.
Anchora, pochi giorni innanzi al caso, decto Giovanni Cappelli mandò a’
San Marco otto archibusi, che gli arrechò uno contadino, et consegnògli
a Frate Francesco de’ Medici; che così mi dixe il detto Frate
Francesco.
Anchora; epso Giovanni Cappelli vi mandò uno bariglione di polvere, et
delle pallottole di piombo.
Di chi prese arme et maneggiossi il dì del caso, dico: Che di quelli,
io vidi Iacopo da Firenzuola, Stefano miniatore, Candela legnaiuolo, et
uno tedescho, quale io non conosco, trahevano decti archibusi. Deiphebo
dalla Stufa si armò; chè vi haveva coraza et partigiana. Io anchora vi
havevo la coraza.
Ancora in San Marco erano quattro coraze, di quelli accompagnavono Fra
Girolamo, et uno giaco di Bartolommeo Mei merciaio, che accompagnava
Fra Girolamo.
Di quelli che la domenica si armarono et presono l’arme in San Marco,
che io me ne ricordo: Iacopo Orlandini; Lionello Boni, che mandò per
la coraza a casa sua; Francesco di Lorenzo Davanzati, che haveva
quivi la coraza; Bonaccorso Mei merciaio; Bonaccorso da Filicaia,
decto Azerello; il Rosso Panciatichi, che fu morto; Giovann’Antonio
calzolaio; uno sarcto che rimase morto; Antonio da Marcialla; Alexo
Baldovinetti, che prese una balestra che vi haveva; Marco del Taxo,
legnaiuolo; uno Pratese, che non lo conobbi; dua Côrsi, che non
conobbi; Ugolino cimatore. Giovanni Caccini mandò per la sua coraza a
casa; poi la vidi in dosso a un altro. Zanobi rigattiere; Luca dalla
Robbia si armò in San Marco. Pagolo dalla Robbia andò a casa a armarsi,
et tornò. Pagolo ceraiuolo, trasse con l’arcobuso. Francesco di Lorenzo
Davanzati, et con lui messer Baldo Inghirani, comandavono et ordinavono
le factioni. Uno figliuolo di Giovanni Centellini vi venne armato di
fuora. De’ frati, circa sedici presono l’arme.[888]
3.
Esamina di Fra Francesco de’ Medici.
A dì 12, in sala del Consiglio, _sine tortura_.
Fra Francesco de’ Medici disse: Che l’arme venero per suo conto, perchè
Fra Silvestro gli disse, che era buono si provedessi a fare stare
qualche f.[889] la sera: e che lui dicendo a Francesco Davanzati, che
lo servisse d’armi tanto che si provedessi: di che Francesco vi mandò
partigiane dodici, dieci meze teste, cinque rotelle, tre imbracciature,
sette targoni bianchi. Dice Nicolaio averli havuti da Matheo Strozi,
e quali arecò el loro garzone: et questo è circa XV dì. Il sospetto
processe per le baie havevano ciascuno giorno et notte.[890]
Et che Francesco Davanzati richiese Giovanni Cappelli d’arme; che vi
mandò XIII coraze, e non so che celate, tre corazine, otto archibusi,
uno bariglione di polvere: le quali tutte cose mandò Francesco a casa
detto Giovanni per esse.
Nicolò calzaiuolo, disse, v’arechò cinque b.[891] d’acciaio, da casa
Lionello Boni.
Item disse, che vi arecò Nicolaio calzaiuolo un archobuso, tre
bombardelle di Lione Boni.
Quelli havevano arme. Nicolaio calzaiuolo, coraza bianca e partigiana.
— Bartolomeo Mei, coraza, partigiana. — Iacopo, vocato el Bientina,
traheva coll’archobuso. — Girolamo Gini, coraza e partigiana. — Lucha
della Robbia, coraza e partigiana. — Pagolo della Robbia, el simile.
Lazarello......[892] — Francesco Davanzati vi stette insino a ore
quatro, colla coraza et celata, la domenica sera. — El Grasso del
Monacha, Iacopo da Firenzuola, et altri. — Lionello Boni, colla coraza.
— Deyphebo della Stupita; et altri, insino alle 24 ore. — Francesco del
Pugliese, Giovan Baptista Ridolfi, messer Baldo, senza arme, e a ore
24.
Della qual cosa sabato sera hebbe notitia di qualche preparamento
d’uomini e d’arme, ma in generale, F. G.[893]
4.
Esamina di Paolo ceraiuolo.
_Die xii aprilis 1498._
Andai al vespro; e detto, ne volli uscire: e’ mi si fecie inchontro
asai persone. Fecomi ritornare in drieto, co’ sasi; e ch’i’ ero
pizocherone, e volomi amazare. Dipoi venne la furia, e quali non vidi
mai; ma udì’ le ghrida ghrande, e che volevano amazare tutti quegli
ch’erano in Sa’ Marcho.
Vidi armato Francesco Davanzati, Diofebo de la Stufa, Lionello Boni,
Piero Cinozi, et armato quelo che fa e chapegli in Piaza, quelo de la
Robia, Francesco del Pugliese; Francesco Valori; non vidi arme; Govan
Batista Ridolfi, no vidi arme; Bernardo Nasi, nè mi ricorda se s’era
armato; Chanbio Bonvani, Benedetto Bonvani, un figliuolo di Salvi di
Bartolo, messer Francesco da Chole, Bernardo Martini, un figliuolo di
Lionardo Bencini, uno de’ Boni picholo, no so el nome, Iacopo Manuci e
’l figliuolo, Girolamo de’ Rosi, Lapo Mazei, uno o vero dua de’ Ginori;
Piero Cinozi vi dirà forse el nome, ch’io no lo so. Ser Zacheria di
Domenicho di Stefano, Alesandro Puci, Marcho Puci, Simone Dolciati,
Priore Strinati, quelo de’ Lorenzi che stava a l’Opera, et molti
citadini, ch’io non so dire el nome, e di molti no me ne richorda. Uno
de’ Panciatichi, no so el nome.
E detta sera in choro mi ginochiai a piè di Fra Govanbatista de la
Serpe, che mi cofesasse, mentre che chonbatevano insieme; e mai no mi
parti’ di choro: e poi quando vene quelo degli Alesandri, sempre fui
a la presenza, e sempre chol mantelo e chol chapucio. Dimandate chi
v’era, e questi e degli altri che no mi ricorda. Messer Baldo, Piero
Lenzi, Bertoldo Chorsini.
Avisovi, che sendo là la matina che s’aveva a fare el fuoco,[894]
vidi mandare per asai torchi, e io entrai nel sechondo chiostro.
Disomi che avevano ordinato ch’i’ portasi e torchi. Senza dire nula,
mandai a chasa mia per uno, per andare apreso; perchè istamai[895] che
altrimenti non are’ veduto. Disomi coloro,[896] dond’io avevo auto
el torchio. Disi ch’era mio e per fare onore al chorpo del Nostro
Singniore; e vidivi parechi di magore ghrado di me. Uno de’ Lapacini.
Pagolo ceraiuolo _ha scripto di nuovo_.[897]
5.
Esamina di Piero Cinozzi.
A dì XII aprilis. In sala del Consiglio, 1498.
Piero Cinozzi, sopra le intelligentie, e ciò che si contiene nel primo
interrogatorio, disse non sapere nulla.
Sopra secondo,[898] rispose: Che maestro Girolamo suo cugino:[899]
Piero, havendosi a fare e signori: chi sarebbe buono? Lui gli rispose:
Iddio v’ispira.
Item, che andò a San Marcho circa ore una di notte, et stettevi insino
alle sei; e che fecero una processione, che v’era circa sei persone;
fra’ quali era Francesco Davanzati, ser Nicolò Michelozi, Antonio
Berlinghieri, e Filippo da Ghagliano; e fu el dì doppo la Ephifania.
Circha le pratiche di Fra G. dice: Era circa devotione et cose della
anima; et che mai hebbe commissione alchuna da lui, nè da altri
cittadini a F. G., excepto la soscriptione gli diè F. G., la portò a F.
G.
Disse, non havere portate lectere o inbasciate, e da chui, e maxime da
persone da fuori usciti, o huomini o donne.
Disse, non era a Sancto Marco el dì del caso, se non al vespro.
Disse, non sapere lectere o altre scripture fussino in Sancto Marcho,
quello ne fussi.
Sopra le intelligentie.
Sopra fare e magistrati.
Che praticha haveva in San Marcho.
El dì del caso quello.
Circha la praticha a F. G.
Circha le lectere o inbasciate, e altro.
Chol nome di Dio, e a salute dell’anima mia.
Et prima, sopra alla intelligienza, dicho: Che mai ebbi intellingienza
in San Marcho chon persona. Vero è, che sendo richiesto da’ frati ched
io faciessi fede di quello aveva predichato Fra Girolamo a una lettera
inschrivevano al papa, mi soschrissi in su folgli pechori e in sun
uno ruotolo, che è una medesima chosa, ch’elgli aveva predichato buona
dottrina.
Sopra dare e magistrati, dicho: che mai chiesi, nè per me nè per altri,
a persona, fave nè boce[900] nè chosa alchuna.
Sopra la praticha avevo in San Marcho. Come si sa, io v’ò uno
figliuolo, che non mi avevo altro che quello, e quello era tutto el
mio bene; e più due fratelgli chugini, e uno nipote:[901] e senpre
ched io potevo, ero quivi, e avevone la chiave: e quando achadeva
avere a fare nulla pel chonvento, lo facievo; e avevo chonoscienza
chon tutti e frati: e detto ched io avevo el mio uficio, la mia gioia,
parte del tempo mi stavo nell’orto, chon uno chomverso che si chiama
Frate Pellegrino, a ragionare cho lui; e anchora favellavo chon Frate
Girolamo ispeso delle chose di messer Domenedio; e mai parlai cho lui
di dare uficio, o di intelligienza, anzi, la mattina che si fecie
la singnoria,[902] v’andavo, e’ non vole ched io emtrassi demtro,
mandandomi ad dire che no vuole che si potessi dire che cholà si
faciessi intelligienza. Sommi trovato a molte procisione e divozioni, e
massime a una che si fecie a dì 7 di gennaio 1497, che durò dall’un’ora
insino presso alle 7 hore. E in questo si è, e in ongni altra chosa
ched io mi sono trovato in San Marcho, non’ò veduto, nè ne so, se none
tutto bene; e mai si troverrà chom verità, di me, altro.
Sopra el dì del chaso, dicho: Che ’l di del chaso andai a udire
el vespro in San Marcho; e detto el vespro, me ne venni a chasa, e
stetti in sull’uscio tutto el dì. Veddemi Piero d’Antonio di Taddeo,
Allessandro Ginori, e Simone Ginori, e Antonio di Lodovicho Masi, e
tutti e vicini.
Sopra a fare la singnoria, dicho: Che mai si troverrà ched io ebbi
tenuto praticha di fare e signiori, e chiesto fave e boce, o chosa
alchuna. In luogho nessuno. Vero è, che maestro Girolamo mio chugino
mi domandò una volta, overo due, diciendo: Piero, e’ s’à fare la
signioria, ed è pocha chonoscienza: chi sarebbe buono? Dissi: Fa chi
Dio ti spira.
Sopra la lettera, o imbasciata, o altro; dicho: Che mal ebbi inbasciate
dalle chomesse,[903] nè da persona, nè lettere; e quando l’avessi aute,
l’arei portate a’ signori, e fatto quello che richiede mio debito: e
mai si troverrà che da lei,[904] o da altri io abbi tenuto praticha
nessuna; e se altrimenti trovate, nonne abbiate chompassione nessuna di
me, chome sempre v’ò detto.
. . . . . . .
A dì 16 di aprile 1498. Nel secreto. Hore 24.
Piero Cinozzi, di nuovo interrogato sopra tutti li interrogati sopra
scritti, di nuovo affermò quanto ha decto di sopra; et al tutto in
tutto esser innocente.
. . . . . . .
Item, _die_ 27 di aprile, 1498. Al Bargello. Con la stanghetta.[905]
Piero decto, domandato circa più cose, confessò havere dicto a Fra
Salvestro, che non renderebbe fave se non a quelli che credevano al
Frate. Et questo dixe in presentia di Fra Salvestro, che gli diceva gle
ne haveva decto più volte; et dixe: Io non me ne ricordo mi sia decto.
6.
Esamina di Fra Luca della Robbia.
A dì XII. In sala del Consiglio, SINE TORTURA.
Io Frate Lucha d’Andrea della Robbia fo fede qui di quello che io feci,
e di quello che io vidi fare agli altri.
Prima, dodici dì inanzi al chaso fu’ richiesto una sera da Frate
Francescho de’ Medici, se io volevo andare a stare in Sancto Marcho
alle volte la sera, perchè avevano un po’ di sospetto; e io gli dissi
di sì: e dimanda’ gli se io vi portavo arme, e lui rispose di sì.
E chosì feci. E andavovi delle tre sere l’una; e quello che io vi
portai si fu una spada e una partigana, e una meza testa. E chosì vi
stetti tre o quattro sere; e quelgli che io vi conobbi si fu Nicholaio
chalzaiolo, Girolamo Gini, Iachopo del Bientina, Ridolfo Panciatichi,
Baccio mercaio; e chosi parechi altri, ’e quali non chonosco per
nome. E l’arme che v’erano, si erano queste qui di sotto, cioè: dieci
o dodici chorazze, e chosì altre tante mezze teste, e da sedici o
diciotto pardigane, da cinque o sei balestre, e altre tante rotelle;
e chosì targhoni, e da quatro archi busi: e quest’è quante arme io
vi vidi. Donde elle si venissino, io nollo so. E di poi la domenica
dello ulivo, andando io al vespro, udito che io ebi el vespro, dissi a
tre mia chonpangni se volevano venire a udire la sua predicha a Santa
Maria del Fiore, perchè io non avevo mai udito la sua predicha. Dipoi
andamo; e quando fumo dal chanto d’Andrea Chanbini, chomincorono a
tirare di molti sassi e fanciugli inverso el popolo: e quando e’ furono
dalla chasa d’Andre’ Chanbini, furono parechi che trasseno in chasa
Andrea Chanbini. Et choloro che traevano erano gharzoni e fangugli; e
choloro ch’erano in chasa si rivolsono, e traevano. E dipoi io dissi a
quegli mia chonpagni, che volevo andare a chasa a bere, perchè avevo
una gran sete: e loro vennono chon esso mecho. E chosì beuto che noi
avemo, ce ne venimo per ire in Santo Marco; e quando fumo al chanto
alla Macina, vedemo per la via Largha di molti armati: e dicendo io
a choloro se volevano venire in Santo Marcho, sì mi dissono di no. E
io andai allora in San Marcho. E chome io fu’ là, io vi vidi di molti
armati; e quali erano Francesco Davanzati e Lione Boni e Pagholo della
Robbia, Nicholaio chalzaiolo, Girolamo Gini, Iachopo del Bientina,
Ridolfo Panciatichi, e Bacio merciaio, e di molti altri, e quali io
non so e nomi loro. E dipoi istandoci chosì nel chonvento, fatta che
fu la sera, el popolo chaccò[906] fuoco nelle porte. E veduto questo,
Frate Girolamo venne in choro, e prese el Sagramento in mano, e
ginochiosi, e chosì fecono tutti e frati e secholari; e Fra Girolamo
chomandò che si posasse l’arme: e chosì fu fatto. Tutti e secholari
posoro l’arme, e da quatro o sei non si chavoro le coraze; et tutti
gli altri si disarmorono: e quelgli sei posorono le spade, e chi le
partigani. E quegli che io chonobbi, si fu Pacholo della Robbia, e
chosì gli altri, Ridolfo Panciatichi; e gli altri non chonoscevo; e
Lucha della Robbia. E dipoi istando chosì, e aspetando la morte, el
popolo entrò drentro, e venne alla porta del choro; e dipoi uscì fuora
del chore tre frati cho’ torchi e cholle chroce in mano, gridando:
Viva Cristo. Entrarono là tra loro, e scaramucorono un pocho; e dipoi
tutti si fugirono, esendo e secholari in choro: quelgli quatro o sei
che avevano le chorazine uscirono fuora, e tutti si fugirono chi pel
chonvento e chi fuora, e andamo nel sechondo chiostro; e quivi ve n’era
fugiti assai. Entrando là, choremo lor dreto: e io difilandomi drieto
a tre, ne gunsi uno; e mena’ gli cholla spada in su le rene: se io lo
feri’ no ve lo so dire, perchè si fugì. E dipoi andai, e presine uno
autro, e non gli feci male; se none che spogliai. E dipoi ritornamo
nel primo chiostro; e quegli tutti si fucirono fuora. Dipoi andamo
per quelle stanze, e trovamo quivi di molti armati; entrando dredo sì
si rachomandavano, e no’ dicevamo che non avessino paura, perchè non
torceremo loro. E dipoi facendomi inchontro, fu uno povero uomo che
mi menò d’una spada ruginosa, e ferìmi un pocho nella ghola; e io mi
gli achostai, e tolsigli quella spada, e de’ gli chol pome della spada
in sul viso: benchè io non gli fei male. Spogliamo quello che voi
chiamate el Changniaco; e chosì toglemo di molte arme; e le dette arme
le pigliavano quegli frati, e che’ quegli che traevano coll’archo buso,
non gli chonoscevo, puro io m’ingenierò di daveli ad intendere. E’ ve
n’è uno omo picino, che doveva avere 40 anni, zuchone; e uno tedesco,
u’ bello giovane: e chosì uno omo grasso, che aveva el mantello e
chapucco; e questo è quello che io vidi. E chosì è la verità.
. . . . . . .
Die _xviii_ d’aprile 1498.[907]
Io Frate Lucha d’Andrea della Robbia schrivo qui di mia mano quello
che io feci in Santo Marcho, e quello che io vidi fare agli altri;
cioè, che io quando e’ venne el popolo là, mi armai d’una meza testa e
una chorazina e una spada e una partigana per difendermi; dipoi presi
una rotella: e questo feci, perchè vidi fare agli altri. E quegli che
io chonobi si fu Lionello boni[908] e Francesco Davanzati, Iacopo del
Bientina, chon uno ischoppietto in mano, e Girolamo Gini chon arme in
mano, e uno che si chiama el Monacho; e Pagholo della Robbia armato
cholla choraza, meza testa, spada e partigana, dimolti altri armati,
e quali non so e nomi loro: e chosì quegli che traevano chollo archo
buso, che se io gli vedessi, duti gli chonoscerei. Dipoi, quando el
popolo entrò drento, tuti ci riducemo in choro; e dipoi ch’egli ebono
rotti tutti gli usci, quando e’ furo a l’uscio del choro, egli era
il choro pieno tra frati e secholari, e Fra Girolamo è in choro chol
Sagramento in mano, e’ resto erano ginoghioni intorno a’ Sagramento;
e quatro o sei in fuora, tutti gli altri erano disarmati; e quelgli
ch’erano armati, si erano uno co l’altro Pagholo della Robbia; l’altro
si era Nicholaio chalzaiolo, a gl’altri no chonoscho per nome. Dipoi
istando tutti ginochioni intorno al Sagramento, aspetando la morte;
e quando e frati erano intorno al Sagramento aveano dimolti torchi
in mano: e dipoi un frate aperse l’uscio, e aveva uno torchio, entrò
là tra loro; e chosì dua altri, e chominciorono a menare cho que’
torchi; e dipoi togliemo le spade che avava posate, e ucimo fuora, e
chominciorono tutti a fugire, e noi chorravamo lor drieto. Io andai
nel secondo chiostro, gli afrontamo difilandomi dreto a tre; ne gunsi
uno, e mena’ gli colla spada in sulle rene; e se io lo feri’ non
potetti vederlo, perchè fugì via. Dipoi andai adosso a un altro, e non
gli volli dare di filo. Ver’è che io gli detti chol pome della spada
in sul viso. Chosì menavo agli altri di piatto, per far loro paura;
e chosì ne spogliai dua; uno nel sechondo chiostro: e sanno loro che
noi faciavamo poi loro onore, e non faciavamo loro dispiacere: e chosì
ispiolglai quello che voi chiamate el Changliacio; e come io dissi,
quelle arme che io tolglievo loro se le missono indosso quelgli mia dua
fratelgli frati. E chosì vidi qualche frate che se ne mise di quelle
che spogliavano. Ora quello è detto che io so, e chosì è la verità.
. . . . . . .
A dì 27.
Frate Francesco dice gli dixe, che e’ portassi sua arme in San Marco.
7.
Esamine di Lionello Boni.
Die XIIII aprilis 1498. _In curia Bariselli._
LIONELLO BONI, examinato, disse circha l’arme mandò a Sancto Marco;
disse, che Nicolò calzaiuolo gli chiese arme; al quale gli prestò
cinque balestre, tre maschietti, bombardelle tre, et trenta passatoi;
le quale arme gli prestò circha uno mese fa, perchè disse le voleva
portare a Santo Marcho, perchè dubitava vi fussi fatto qualche baione.
Disse, che el dì del fuoco portò la corazza sua a Sancto Marcho; perchè
credeva havere ad venire in piazza coll’arme, la quale lasciò a Sancto
Marcho, et el di del caso se la misse. Disse, che lui la portava solo
a sua difesa, perchè el dì della Assensione,[909] non havendo arme, gli
parve havere le budelle nel catino.
Disse, che non haveva praticha nessuna, nè intelligentia alcuna fe’
mai. El dì del caso, disse, alle 23 hore si naschose su fra le camere,
con Giovanni Caccini et duo fanciulli, et uscinne el lunedì mattina.
La corazza dice si misse per difendere Fra Girolamo. Quelli de’ quali
si ricorda, v’era con arme Francesco Davanzati; con corazza et spada.
. . . . . . .
Die XV. aprilis. In dicta curia.
Item disse, che el dì del caso haveva in dosso la coraza, et uno
falcione; et che essendo in Sancto Marcho, che nella bucha dove fu,
v’era anchora Girolamo Mazinghi.
Sopra le intelligentie.
Sopra fare e magistrati et che ordini.
Che praticha haveva in San Marcho, et con chi.
El dì del caso quello fe’.
Circha la praticha haveva Fra Girolamo.
Circha le lettere, inbasciate, o altro.
Spettabili et dengnissimi cittadini. Essendo io stato già due volte
dinanzi alla presenza vostra, et da quella esaminato di più chose, ed
avendo resposto et dettovi la verità d’ongni chosa, non so che altro
dirvi, se none che replicho et chonfesso quello medesimo ho detto
l’altre volte. Ma avendomi ier sera dato questo foglio cho’ la nota di
sopra, ischriverò a parte a parte. Et primo:
Quanto alla parte della intelligienza, vi dicho di nuovo, none aver
mai avuto intelligenza alchuna; salvo, chome vi dissi, mi soscrisi a la
soschrizione di Roma, a fare fede chome lui predichava la fede di Dio
e la verità. E questo quando mi soschrissi era palese, e in pubricho.
E andando al papa, non ci pensai puncto, perchè non era chontro a la
nostra ecielsa Signoria.
Quando si faccieva i magistrati, l’ordine ch’io tenevo era questo, che
ne facievo horazione a Dio, che m’ispirassi a chi io avevo elegiere.
La praticha ch’io tenevo in Sa’ Marcho era questo, ch’io andavo la
mattina alla messa; et chom’era finito l’uficio, mi tornavo a chasa:
e chosì il dì tornavo al vespro, e legievo il mio uficio; e poi me
n’andavo a mia chonsolazione. E questo era il dì delle feste, e ’l dì
de lavorare istavo a bottecha.
El dì del chaso io andai la mattina alla messa, et dipoi me n’andai a
desinare: tornai dipoi al vespro; e detto il vespro, venne uno rimore;
di che inteso, dicievano che a Santa Maria del Fiore vi si chacciava
la gente de la predicha: e in su questo, di tratto giunse giente in
sulla piaza; che chredo io alle bocie fusino più garzonotti che uomini.
Dipoi rinforzando, esendo io quivi, mi misi la chorazza e ’l falcione
a lato, e stettemi da quello uscio che va nella Sapienza; che a me mi
pareva quello, è il vero, esere più sicuro della mia persona che luocho
vi fussi. Et quando venne il maziere da parte della nostra escielsa
Signoria, dicendoci che noi posasimo l’arme, et che se noi volevamo
uscire di quivi uscisimo, e chi voleva rimanere rimanessi, io posai
l’arme, et stettimi pel munistero: e lunedi a ore XXI o circha me ne
uscii, e andamene a chasa.
Et più mi dimandate le pratiche aveva Frate Girolamo. Io nollo so,
perchè, chome v’ò detto di sopra, udito l’uficio, io me n’andavo a fare
e fatti mia. E questo era il minore pensiero ch’io avevo.
Et più dite di lettere e inbasciate e altro, io non ne so nulla, chome
v’è detto di sopra, e l’altre chose.
Io Lionello Boni ho fatto questa fede di mia propria mano, questo dì 15
d’aprile 1498. Et alla vostra signoria mi rachomando.
8.
Esamina di Francesco Davanzati.
Die XIIII aprilis 1498. _In curia Bariselli_.
FRANCESCO di Lorenzo DAVANZATI, examinato _in curia Bariselli_, della
soscriptione, dice fe’, perchè disse che la volevano mandare a Roma,
per manifestare la sua doctrina essere buona. Circa al favore degli
ufici, dice: Qualche volta ragionando con F. S.,[910] F. B. Cavalcanti,
e con Ruberto Ridolfi, Giovanni di Leonardo Carnesecci, essere a fare
la signoria o gli Otto: e’ si vuol vedere di fare qualchuno fussi
sufficienti. E qualche volta nominavano; chome fu Filippo Buondelmonti,
quando si fe’ el gonfaloniere di iustitia.
Disse, che è circa tre settimane in circha, che Francesco de’ Medici
gli richiese qualche pezzo d’arme: perchè noi habbiamo sospetto di non
essere offesi. Il che vi mandò dodici partigiane, x meze teste, sei
rotelle, tre targoni coll’arme sua, sette targhoni bianchi, hebbe da
Matteo Strozzi; una corazza: disse per acopagnare el Fratre. Da poi,
non portando arme, la lasciò lì.
Interoghisi delle parole usò con Piero Corsini, del tagliare il capo a
20 cittadini.[911]
. . . . . . .
A dì 24 di aprile. Nel segreto, _verbis_.
Circa l’arme mandò in San Marco.
Circa quelli confortò et richiese a mandare arme in San Marco.
Circa la sobscriptione, quello ne sa, et come la passò.
Circa la inbasciata portò il dì del cimento.
Circa quello fece il dì dello scandolo; et quello dixe a Fra Girolamo
in chiostro, quando voleva venire a palagio.
Circa l’ordine del venerdì santo, hora fa l’anno.
Circa le pratiche di San Marco.
Circa il favore si facevano l’uno all’altro, nel fare delli ufici.
Circa il sapere e manifestare a Fra Girolamo le Signorie inanzi fussino
pubblicate.
Circa le inbasciate portate per conto di Fra Girolamo.
Circa l’avere detto di non rendere fave nere, se non a quelli credevano
a Fra Girolamo.
L’è interrogato de 20 capi parlatone con P. Corsini.
. . . . . . .
A dì 26 di aprile 1498.
Circha a l’arme ch’io mandai in San Marcho uno mese fa o più, che Fra
Francesco de’ Medici mi disse: Aveteci voi da prestare arme nesuna? Io
gli disi: Che arme volete voi? Lui mi dise: Quelle che voi avete. Io
gli disi: Io ò dodici partigiane, et dieci mezze teste, e sei rotelle,
e tre targhoni. E più mi dise: Sapete voi nesuno amicho quivi di casa,
che c’avesi da prestare qualche targhone? Io già disi: Matteo Strozzi
so che n’à. Lui mi dise: Io vorei che voi gli dicesi per nostra parte,
che ce ne servisi di qualchuno. Io lo trovai in Merchato nuovo, et
disigli per parte di detti frati, chome e’ vorebono che gli prestasi
parechi targhoni. Lui dise: Sì bene; mandino por esi a lor posta. Et di
poi e’ mandorono detti frati Nicholaio chalzaiuolo, et due o tre loro
fattori pelle dette arme. Et dipoi andorono in chasa Matteo Strozzi, e
ebono sette targhoni.
Circha a chi portasi arme in San Marcho, Fra Francesco detto ne
richiese Ruberto Ridolfi et Giovanni Charnesechi et Giovanni Chapegli,
et anche potrebe essere che ne richiedese Lesandro Pucci et Bernardo
Martini; pure di questi io non lo so chiaro. Ruberto Ridolfi dise,
che no ne aveva in chasa, perchè quando e’ fu podestà et fu vicario
di Valdelsa, che perdè ogni chosa; pure vedrebbe di provedercene
qualchuno. Et Giovanni Charnesechi et Giovanni Chapegli disono di
provederne. Alesandro Pucci dise, non ne avere, et che darebe qualche
danaio; stimo dicesi[912] fior. uno.
E più Giovanni Charnesechi dise, che soleciterebe Giovanni Chapegli;
che vi mandasi non so che choraze et schopietti, et polvere et
pallottole.
Circha alla soschrizione, da quella che andò a Roma in fuora, io non so
altra soschrizione, et no mi trovai mai a altra soschrizione.
Circha alla inbasciata fatta il dì del cimento, la sera dinanzi Fra
Girolamo mandò Giovanni di Iachopo di Dino per me a parlare a uno
de’ signori che desiderava avere la loggia pe’ sua frati più tosto
che la ringhiera: di che ci fu detto che era uflcio de’ X. Et andando
a’ X, e loro disono di servillo;[913] e Giovanni di Iachopo di Dino
rimase innanzi a loro pel chonto de legniame. Et dipoi Pagholo Antonio
Soderini si levò da sedere, e sì mi dise: Francesco, di’ a Fra Girolamo
che a me parrebbe che dovesi più tosto tòrre Santo Romolo, ch’è più
sicuro. Et io gli fe’ la inbaciata.
Et di poi la matina del cimento Fra Girolamo mi mandò a parlare a
qualchuno de’ X, e che ’l fuoco si dovesi apichare da uno de’ lati, et
ch’e frati entrasino da l’altro lato, et dipoi ch’eli erano entrati,
ch’el fuocho s’accendesi dietro a loro, acciochè e’ non potesino
fugire.
Di che io andai in palagio, et parlai a Pier Francesco Tosinghi; di
che vi fu presente Adovardo Chanigiani: et dipoi tornando inverso San
Marcho, ischontrai pella via tre de’ detti X, cioè Domenico Mazinghi,
Giovan Batista Ridolfi et Luigi della Stufa, se io non erro, et disi
loro quel medesimo; di che vi fu presente Adovardo detto.
Circha il dì dello scandolo, quello ch’io feci là vi fu i’ rumore: et
io m’andai a mettere la choraza ch’io v’avevo, che l’avevo anchora
sabato matina, chon chredendo andare in piazza cho l’arme; et chosì
avevo arechato uno choltello bolognese. Et Piero Francesco Tosinghi, mi
dise, che la matina non si aveva a portare arme. E tanto si è, che ’l
dì io me la mesi, e ’l choltello a lato; et steti chon esa ischoperta
circha d’una meza ora; et dipoi mi vi mesi su la mia ghabanella
paghonaza, e ’I choltello a lato, e ’l chapuccio in chapo, et veni
in sulla piaza di San Marcho in chapuccio et in ghabanella, perchè
egli era uciti fuora parechi armati; et io gli chonfortai a tornare
drento, perchè eglino stavano meglio in chasa che fuora, et più sichuri
stavano.
Et di poi mi ritornai nel chiostro, e sì mi steti pel chiostro e in
chiesa, e mai tenni in mano arme da ofendere; et tutavia teni in mano
uno chrocifiso picholo d’ottone; et quella fu l’arme mia.
Et il dì detto non mi ricorda mai che io parlasi a Fra Girolamo; che se
io gli avesi parlato, io ve lo direi.
Et di poi egli era in chiesa chol Sacramento in mano, et Fra Domenicho
aveva in mano uno chrocifiso; et tuti que’ fraticini intorno, chi
chol chrocifiso et chi cho una croce rosa in mano; et chosì v’era
qualche secholare; et quivi si chantava _Salvu’ fa’ popollo tuo, Salvu’
fa’ popollo tuo_. E Fra Girolamo diceva; Abbiate fede. Et Francesco
del Pugliese ed io eravamo fra loro frati, et chantavamo: e stimo
a questo modo insino che doveva essere dua ore et mezzo di notte
circha. Vero è che in quelle dua ore e moza incircha Fra Girolamo mi
dise due o tre volte: Che fanno questi nostri nemici? Io gli disi; E’
chombattano chome voi sentite et vedete. Et più già disi, che fuora
era di molto popollo, sechondo si diceva et sentiva. Et in effetto
alle dua ore ½, in circa, Francesco del Pugliese ed io ci partimo
di chiesa, et andamocene in chamera d’uno frate; e sì ci si aviò
dietro uno amicho di Francesco del Pugliese, che stimo sie tesitore o
divettino, povero, et e’ none aveva arme: et quivi stemo tutta notte. E
la matina in sul dì, Ghuglielmo degli Alesandri, et Piero di Francesco
Chavalchanti ce ne chavorno per loro ghrazia; et Piero Chavalchanti
m’achompagniò insino a chasa.
Circha al venerdì santo, io non ne so nulla. Vero è ch’io udi’ dire,
ch’e cholegi erano su alla porta del palagio. E se io sapesi nulla, io
ve lo direi. Ma e’ n’è vivi sei di noi; intendete da loro se lo sanno.
Circha alle pratiche di Sa’ Marcho, io per me non so pratiche nesuna.
Circha al favorire degli ufici, io nollo so per me. Vero è che
quando e’ s’aveva a fare o signoria o Otto, che Ruberto Ridolfi ed io
dicevamo: Die ci dia ghrazia che noi abiamo una buona signoria o buono
uficio d’Otto, per tuto bene della patria nostra. E questo è la verità.
Circha a sapere et manifestare a Fra Girolamo la signoria innanzi fusi
pubrichata, di questo io non ne so nulla. Accetto che, quando io fu’
de’ signori, e mi fu detto la sera dinanzi da parecchi ch’io sarei de’
signori; e la matina io andai in San Marcho a udire mesa, et trovai
Fra Salvestro; lo gli disi, ch’io stimavo la matina essere de’ signori,
et che facesi fare orazione per me. E lui mi menò a Fra Girolamo; che
questa fu la prima volta ch’io gli parlai, et disigli che preghesi
Iddio per me; e chome io stimavo essere de’ Signori. E Die ’l volesi
ch’io non lo avesi mai chonociuto.
Circha alle inbaciate portate per conto di Fra Girolamo, io non ò mai
portate inbaciate, se none quelle ch’io vi disi a Francesco Valori, che
gli faccesi rafermare la Sapienza[914] per uno altro anno: et questo
stimo mi dicesi Fra Chosimo Tornabuoni per parte di Fra Girolamo.
E questo è la verità: e se voi mi trovate altrimenti, fatemi quel ch’io
merito: e a voi mi rachomando quanto so et posso.
E più mi richorda, ch’io disi il detto dì, nel chiostro, a Nicholaio
chalzaiuolo: Istati chostì a la porta chon quarche chonpagnia.
. . . . . . .
_Die_ XXVII _aprilis_ 1497.
Francesco decto. _Inter cætera_ dice, essere vero che a quelli del
Frate, ne’ render delle fave, faceva qualche cosa meglio che alli
altri.
Die XVIII aprilis 1498.
9.
Esamina di Fra Girolamo Gini.
_Ego frater_ HIERONIMUS _Andreæ_ DE GINIS fo fede chome gli è vero,
che circa du’anni passati, essendo io usato un tempo in San Marco, e
andando a udire le prediche di Fra Girolamo, che un dì Frate Ruberto
da Ghagliano mi richiese ch’i’ dovessi fargli conpangnia quando Fra
Girolamo andava a predicare; che allora credo fussi suo compagnio; e
dimandando dell’arme, se si poteva portare, intesi essere di volontà
della Signoria, e quando degli Otto: e questo credevo, perchè molte
volte vidi degli Otto impersona, o uno tavolaccino e uno famiglio
d’Otto, el quale non mancava mai.
Et etiam è vera cosa, chome molte volte vi sono abergato, richiesto
da Frate Francesco de’ Medici, maxime da circha un mese o poco più
in qua: e veniva più persone perchè havevano sospecto non n’esser
offesi. Quegli vi venivano, ch’io mi ricordo, sono questi: Bartolomeo
Bartolomei merciaio, Nicholaio calzaiuolo, Luca d’Andrea della Robbia,
Iacopo del Bientina, Lazerello da Filicaia cioè Buonacorso, Ridolfo
Pancatichi, Diofebo della Stufa, Zanobi righattiere: e così ogni sera,
circa a 15 dì inanzi el caso, vi stava sei o otto.
E più dico che una sera, forse otto o dodici dì inanzi al caso, da
parte di Fra Francesco de’ Medici, andai con Nicholaio chalzaiuolo
a casa Francesco Davanzati, e venne dua garzoni di casa, no so o
vetturali o ortolani; e da Francesco Davanzati s’ebbe dodici partigane
cho’ manichi neri, e dieci meze teste e cinque rotelle coll’arme sua, e
tre targoni: e così andorno in casa Matteo Strozzi da l’uscio dirieto,
e io aspettai in casa Francesco; ed ebbesi sei o sette targoni sanza
dipigniere: e così si portorno in Sa’ Marco. Potetto’ essere quelle
sere abergai in Sa’ Marco, otto sere.
E così dico, el dì che fu el caso, ch’io ero in Sa’ Marco a udire el
vespro; e detto che fu el vespro, volendo andarmene in libreria, si
levò un grande romore di giente che tornavono da Santa Maria del Fiore;
e da uno, che si chiama Francesco del Beretta, intesi chome erano
stati assassati: e venendo el rimore e ’l popolo quivi, andai in una
stanza dalla porta del chiostro, che si chiama la squola, vedendovi
di molti huomini; e quivi mi messi un vestito nero di maglia e una
meza testa e una spada e una rotella; e vidi quivi parechi balestra,
e così dodici o sedici coraze in uno cassone, che non so niente donde
fussino venute. Vero è che molti corsono quivi per l’arme che in una
furia furno levate; tra’ quali vidi Diofebo, Alesso Baldovinetti,
Bartolomeo Bartolomei, Luca della Robbia, Zanobi rigattiere, uno sarto
overo orafo, el quale uscendo poi fuori fu ferito; et così vidi quivi
Nicholaio: poi vidi Francesco Davanzati con una coraza rossa, Lionello
Boni con una coraza azura, Tomaso Spini armato; et così dimolti ch’io
non conobbi. E cessato el romore alquanto, posi la rotella giù in una
camera nella scuola e mai imprima ero uscito fuori. Di poi, andando pe’
chiostri colla spada e in ghabbanella, cholle pianelle in piè, venne
la sera; dove Fra Girolamo venne in coro, e lì pigliò el Sacramento in
mano, e Fra Domenicho un crocifixo, e cominciorno a chantare: _Salvum
fac populum tuum, Domine etc_. Et così stando alquanto, fu appicato el
fuoco alla porta della chiesa e del chiostro; e Fra Girolamo disse,
che si ponessi giù l’arme: dove usci’ di coro, e andai in sagrestia,
in una corticina; e da uno pozzo che v’è lasciai la spada e la
meza testa, e ritornai in coro; dove, inginocchiato in sulle scalee
dell’altare, aspectavo tuttavia di morire, stimando morire per Cristo.
E così entrando loro dalla porta della sagrestia, fu aperta loro la
porta del coro da certi frati, e fattosi loro incontro con croce in
mano e con torchi; tra’ quali conobbi uno Fra Giuliano Maria grande,
Fra Marco Gondi, e cierti ch’i’ non conobbi: e così usci’ fuora io,
sanza arme nessuna; e Ridolfo Pancatichi, no so già s’aveva arme:
così venne drento Andreucco Calderai, armato con un pugnale in mano,
e a lui dissi che mi dessi, ch’ero sanza arme. Non mi volse dare, ma
tirossi in sulla scala, ed io da un altro fu’ ferito nella testa, che
m’uscì molto sangue, in modo no potevo appena stare impiè. Achosta’ mi
allor’a Andreucco, ch’era in sulla scala, e disigli che uscissi fuora,
perchè già erano stati spinti indrieto, che m’averia fatto piacere a
me. E così mi tornai allora in coro in s’uno cierto letuccio o pancha
a sedere, che non potevo regermi. E così vidi Ridolfo Pancatici ferito
a morte qui in terra, e Fra Domenico lo comunicò. E dipoi Fra Girolamo
andò su, e di subito tornò: e dare[915] due archibusi in coro, e uno
tedesco e uno i’ mantello e ’n capuccio, grasso.[916] Chosì poi Fra
Girolamo tornò giù, e allora allora tornò su; dove venne Ghugliemmo
degli Alesandri, e uno de’ Riccalbani, per parte de’ commessari. E
così andorno, e ritornorno; e Fra Girolamo disse di volere andare alla
Siginoria. Et così andai in una cella d’uno frate, e faca’ mi la testa,
e dalla libreria trovai Gioranni Bettini; e lui mi dimandò chome stavo
della testa. Risposi: mi dolevano più dua fiorini avevo perduto, che
allora avevo ritrovati. Chosì dimandai se potevo uscire sicuro. Disse
che, stando un poco, tutti usciremo sicuri. Et avendo auto quatr’anni
volontà d’essere frate, come le Vostre Signorie per più pruove possone
essere certi, mi vestirno. Queste sono le cagione del mio non esser
fatto frate a caso. Havevo studiato du’anni, avevo data la bottegha a
u’ mio cogniato: la pigione diceva in lui dal primo di d’aprile in qua.
Havevone richiesto Fra Domenico, Fra Girolamo, Fra Salvestro e degli
altri, più volte. E questo è quanto vi posso dire di verità.
. . . . . . .
_Die_ XVIIJ _aprilis_ 1498.[917]
_Frater Jeronimus Andree Zenobij de Ginis, nondum professus_.[918]
Che domenicha fe otto dì, era secolare in Santo Marcho, e sentendo el
romore si chavò el mantello nella scuola del convento, e quivi preso
una rotella et una spada et uno giacho di maglia e meza testa; li quali
prese per diffendere sè e frati, bisognando, e disse:
Che lui che essendo preghato prima da frate Ruberto dagliano,[919] che
coll’arme accompagnassi Frate Girolamo e che circha l’armi aria, et
allui era detto da parte della Signoria o degli Otto, potevano portare
l’arme; et questo gli disse detto frate Ruberto.
Et che la sera del caso, trovando lui Giovanni Vettori dalla libreria,
dicendo chome lui stava della ferita, et che detto frate Girolamo[920]
haveva duo fiorini in mano, dicendo: io ho più caro questi duo fiorini
che io ho ritrovato, che più mi dolevano che la ferita ho.
. . . . . . .
Jesu Christo. A dì 19 d’aprile, 1498.
Io frate Girolamo d’Andrea Gini fo fede dinanzi Addio e gli huomini
come gli è vera cosa che, essendo la domenicha dell’ulivo, cheffumo
adì VIII d’aprile 1498, nella chiesa di San Marco al vespro, nella qua’
chiesa da parechi anni in qua: sono stato la magiore parte del tempo;
effinito detto vespro sentii un romore d’uomini e donne che tornavano
da Santa Maria del Fiore, e veduto giente assai, andai in una stanza
dalla porta del chiostro, chessi chiama la scuola; e quivi m’armai di
queste arme: cioè uno pitocho forte, una rotella, una spada e una meza
testa, e mai mi partì del chiostro nè uscì fuora: et cessato alquanto
el primo romore, posi giù la rotella, e tolsi la mia gabanella elle
pianelle, e restommi la spada, e così andai per que’ chiostri. E venuto
la sare,[921] el romore crescendo, venne fra Girolamo in coro e pigliò
el Sacramento, e quivi in ginocchioni cho e’ frati, cantando: _Salvum
fac populum tuum Domine_ etc.: mi posi qui in ginochioni, ed eravi
cierti altri, a e’ quali Fra Girolamo disse, che li dovessi diponere
l’armi.[922] Per la qual cosa mi partì di coro, e andai in sagrestia,
in una corticina chevv’è appiè d’un pozo, e qui lasciai la spada ella
meza testa, e ritorna’ mi in coro e posimi quivi in ginochione in
sulle schalee dell’altare, aspettando la morte per l’amore di Christo.
Entrando all’ultimo uscio dal coro quegli di fuora, si fecie loro
incontro parecchi frati, tra quali era uno ch’a nome frate Giuliano
Maria e un altro frate Marco Gondi, gli altri in su quello non conobbi,
e avevano croce in mano e dicevano: _Viva Jesu Christo_. Ed io mi
feci inanzi, e da una pila d’aqqua benedetta mi scontrai in Andreuccio
Calderai, e allui mi offersi se mi voleva dare,[923] che era armato e
avea un pugnale in mano: non mi dette altrimenti, ma andò dalla scala
chevva su; e in quello ebbi d’una lascía o altro nella testa. Essendo
rimessi indrieto, ne fu presi e spogliati, e io parlai con Andreuccio
ch’era in su quella scala; e perchè e’ non mi aveva voluto dare,
che arebbe potuto, e perchè m’è alquanto parente, lo consigliai si
partissi; acciò non fussi guasto. Così mi tornai in coro dove trovai
Ridolfo Panciatichi ch’era in terra ferito a morte, e standomi a sedere
pel sangue m’uscii, vidi fra Domenicho comunicallo. Et così fu arecato
in coro due archibusi,[924] et uno tedesco n’era che traeva, e vidivi
Pagholo della Robbia armato e Lucha suo fratello et uno certo Grasso,
che non so el nome suo, chemmi pare forestiere o gli è stato un tempo
di fuora, e Francesco Davanzati colla coraza solamente: di poi parechi
frati presono l’arme. Eravi quivi dimolti disarmati, tra quali conobbi
Francesco del Pugliese in mantello e chapuccio, Raffaello delle Colombe
e Bartolomeo suo fratello, uno che si chiama ser Zacheria e Iacopo
del Bientina, e certi altri ch’i’ non conobbi: chosì durando la cosa,
si partirono in ultimo et andorno suso; dipoi imediato si tornò giù,
poi si tornò su, dove venne Ghuegliemmo degli Alesandri e uno de’
Ricalbani per parte de’ Commessari, e dipoi ritornorono ch’erano in
libreria, e disse di venire, dove poi trovai Giovanni Bettini chemmi
dimandò come istavo della testa: risposi che mi davano più noia dua
fiorini ch’io avevo perduti, chella ferita, e’ quali avevo ritrovati
che allora gli avevo in mano, e dimandalo se potevo partirmi sicuro:
dissemi ch’i’ stessi um pocho che saremo tutti savati. In questo tempo,
avendo io auto desiderio più di quatro anni d’essere frate; mi venne
pensiero d’adimandallo al priore e gli altri; perchè a ogni modo m’era
stato promesso in questa pasqua. E che questa sia la verità ne potrei
dare molte prove delle quale ne dirò alcuna: l’una si è che m’ero
spodestato della botteghe e avevola data a uno mio cogniato, ella
pigione dice in lui[925] dal primo di aprile in qua; l’autra che 2 anni
sono passati, o atteso apparare gramatica per venire a questo effetto,
chemmasegnato[926] Messer Niccholò priore della Sambucha, che sta a
casa in sulla piaza del Re. Ancora l’anderei io[927] affare compagnia a
Fra Girolamo quando andava a predicare, dicho ch’io ne fu’ richiesto da
frate Ruberto da Gagliano e fra Santi Rucellai, e dell’arme si portava
intendevo essere di comessione degli Otto o della Signoria; e questa
m’era agievol cosa a credere, perchè molte volte vidi degli Otto in
persona, ma uno tavolaccino e uno famiglio d’otto non manchava mai.
10.
Esamina di Bernardo Ricci.
_Die_ XVIII _aprilis_ 1498, examinato.
BERNARDO DE’ RICCI disse: Ch’è circa XV giorni, che Francesco Valori
gli disse, che haveva sentito che in casa messer Agnolo Nicolini,
e in casa que’ Nerli, e in casa di Piero degli Alberti, si faceva
raunate; sichè vorei tu ne andessi a sentire qualche cosa, perchè io
me ne risentirei colla Signoria, e ingegnere’ mi con quella. A che
Bernardo detto la ’mpose a Nicolaio calzaiuolo che ei n’andessi a
sentire e riferillo a Francesco Valori. Et ciò fece pur perchè sentissi
Francesco, che lui l’aveva commesso che tale opera seguissi.
11.
Esamina di frate Roberto Ubaldini da Gagliano.[928]
_Ad veritatem manifestandam, pro gloria Dei omnipotentis. Die xxi
aprilis 1498._
_Requisitus ego Frater_ ROBERTUS UBALDINUS _de_ GAGLIANO, _civis
florentinus, et frater professus, licet indignus, sacri ordinis
Predicatorum, in conventu Sancti Marci Florentie, a magnificis Dominis
Florentinis et ab eorum commissariis, in secreto aule Magni Consilii
populi Florentini, facio fidem:_
_Qualiter de anno Domini_ MCCCCLXXXXVII, _et de mense iunii, seu iulii,
vel alio veriori tempore, cuius memoriam puntualiter non retineo_;
essendosi ordinato in San Marco di mandare al Sommo Pontefice una
attestatione in nome de’ Frati della congregatione di Sancto Marco
predecto, in favore di Fra Hieronymo da Ferrara, allora vicario
di decta congregatione, testificando che lui, el quale era stato
excommunicato per causa di predicare errori et doctrina pernitiosa
et suspecta di heresi, non era heretico nè seditioso, et che la sua
doctrina non era pernitiosa, nè induceva il suo predicare divisione in
la città, ma sì bene unione et pace; et però supplicandosi di grazia
al Sommo Pontefice che absolvessi decto Fra Hieronymo; offerendo, se
la testificatione di circa 250 frati non bastassi, la soscriptione di
molti cittadini nobili et buoni della terra; et che se anche quella non
bastassi, promettendone dipoi non solo molte centinaia, ma etiamdio
migliaia; ser Benedecto da Terrarossa et ser Philippo Cioni notai
fiorentini, mia amici, sapiendo che io facevo assai buona lettera,
mi feciono scrivere questa tal cosa in carta buona di mia mano,
et loro haveano a esserne rogati. Et soscripto che vi fu Francesco
Valori et messer Domenico Bonsi et messer Francesco da Jesio, mi fu
da Fra Silvestro commesso che io attendessi con diligentia a tale
soscriptione; et io acceptai la commissione et attesi alla opera
stando nello hospitio, et in presentia quando di ser Benedecto, quando
di ser Philippo, et quando di tuct’a dua; et alcuna volta di qualche
altro che vi si trovava, così frati come seculari; et leggevo tale
capitulo a’ cittadini che venivano a soscrivere, et ad alcuni dictavo
la soscriptione, et alcuni no, che voleano scrivere a loro modo, et io
gli lasciavo dir come voleano. Erano condocti quivi, chi da sè, chi da
qualche frate, chi l’uno amico da lo altro, et chi da Giovanni Spina
et Francesco suo fratello, chi da Giovanni Carnesecchi, Andrea Cambini,
Benedecto Buonvanni et altri amici che lo ricordavano loro.
Et essendovisi soscripti alcuni in quel tanto tempo che io non mi
vi trovavo, come è quando andavo a dire la messa o altro, che erano
persone ignobili, come fu, credo, non so che barbieri et notaii;
et essendo scriptosi Piero Mascalzoni, Niccolò di Ghardo, et non so
chi altri; Fra Silvestro, leggendoli, me ne riprese dicendo: Che io
attendessi a soscrivere huomini da bene et nobili, come di sopra era
promesso nel capitolo; che questi huomini di poca auctorità non erano
al proposito, non rispondendo a quel che di sopra si prometteva.
Onde io ne mandai via molti, che io non lasciai poi soscrivere: ma
anche poi in me pensando che si dovessino scandalizzare, ne lasciai
soscrivere d’ogni sorta. Alcuni si soscrivevano, et dicevano: questo
è il Vangelio di Sancto Giovanni; io voglio menare il tale et il tale;
et poi ne menavano detti altri, chi sì et chi no. Anche io mandai per
alcuni miei parenti et amici, che non vi volsono venire; come fu messer
Giovanni Cerretani, Ghuglielmo Altoviti, messer Giovanni Buongirolami,
et altri che io non mi ricordo al presente. Alcuni vi vennono, et
soscripsonlo. Fecilo, perchè stimavo bene fare testimonianza alla
verità, havendo io scientia di questo, secondo e theologi, et _de
iure_, essere obligato parimente[929] chi non dà testimonio al vero
quando bisogna, et chi iura el falso: et sapevo che la doctrina di Fra
Hieronymo era solida el sana, et non heretica. Alcuni vi soscrivevano,
et promettevano poi di menarvi di quelli adversarii di Fra Hieronymo,
de’ quali ora non mi ricordo. Bene ho a memoria che Piero di Lucantonio
delli Albizi promisse menare Piero delli Alberti, che li aveva decto
venire, et poi non vi venne. Alcuni dixono di farvi venire Alphonso
Strozi; alcuni dixono di Iacopo di Tanay; alcuni, Philippo Giugni,
dicendomi se noi li accepteremo, che loro dubitavano. Io rispondevo,
che gratiosissimamente, et che faremo loro sempre ciò che la charità
richiede, et che habiavamo ognuno per amico; et andavo in verità di
cuore. Non vi venivono poi questi tali. Bene vi venne Iacopo Stiattesi,
et non so chi altri; che non haremo mai credutolo. Partivomi alle
volte di quivi, et restavavi de’ frati, che a caso vi si abbattevano.
Vennonvi alcuni, che non si volsono soscrivere; come fu Antonio
Giraldi, Luca d’Antonio delli Albizi, Gianozo Pucci et il Bucto de’
Medici,[930] et alcuni altri, a’ quali Fra Silvestro poi parlava da
parte, et Fra Domenico; et chi convertivano a soscrivere, et chi no.
Fra Silvestro conduxe Giannozzo Pucci, el quale a me parve che la
soscrivessi forzato et molto malvolentieri.[931] Mandossi a casa a
messer Agnolo Niccolini: non la soscripse, ma dixe che voleva venire a
Sancto Marco, et dire che non stava bene a dire male de’ cittadini, et
che poi la soscriverebbe; ma che farebbe una soscriptione cavillosa,
che non ci farebbe fructo. Quelli notaii si maravigliorono di tal
risposta, et lasciaronlo stare. Mandossi a casa Giuliano Salviati; et
non la soscripse, se io non mi ricordo male. Mandossi a casa Lorenzo
Tornabuoni, per Fra Cosimo.[932] Dixe, avere per male d’essere stato
delli ultimi richiesti, che credeva essere de’ primi; et soscripse
di sopra in certi spatii che vi erano piccoli. Ma innanzi a lui erano
scripti forse 200 o più. Non si finì tal cosa, et rimase imperfecta,
perchè la pestilentia ci venne in convento appuncto alhora. Commissesi
a Andrea Cambini che conferissi con Francesco Valori quanto era
seguito; et intesi io poi da Andrea, che Francesco rispose: Che la
si ardessi, che mai non se ne trovassi copia alcuna, et per niente
che la non si mandassi a Roma. Dicendolo a Fra Hieronymo, non mostrò
farne molto conto; et credo che per inadvertentia così si restassi. Io
credendo fare bene, et per obedientia, attesi a tal cosa, non solo di
Fra Silvestro, ma di Fra Hieronymo; el quale, inteso che io havevo tale
opera in mano, fu contento che io la tractassi, perchè havevo notitia
delli huomini.
Circa la mia compagnia et conversatione con Fra Hieronymo; nacque
prima da la lectione che mi leggeva, che ero suo discepolo; et oltre
a questo, suo adiutore a scrivere, maxime quando componeva alcuna cosa
et opera o tractati della fede et _De Simplicitate Christiane vite_, et
tucte le altre sue opere. Et ne’ primi tempi scrivevo buona parte delle
sue lettere, che mandava a frati, a prelati, a monasterii o al generale
o al Conte della Mirandola, et cose di non molta importantia; perchè
le cose di grande importanzia lui le scriveva da sè, o le faceva fare a
Fra Domenico. Accompagnavolo fuori alla predica, et di fuori, et quasi
per tucto, et servivolo in molte cose necessarie a uno simile prelato.
Andai a Pisa, a Lucca, a Pistoia et Prato con lui, andandovi lui a
predicare, innamorato della sua doctrina et optimi et honesti costumi:
et da presso a tre anni in qua, o due anni, et più, non mi sono
impacciato di sua faccende; maximamente di lettere, che le ha fatte Fra
Niccolò da Milano. El resto della sua persona faceva Fra Baldassarre
Bonsi et Fra Francesco de’ Medici; et io stavo al mio studio, et a
mia devotione, servendo alle volte in alcune commissione impostemi per
obedientia.
Ma parechi anni sono mi mandò a Roma, tornato che io fu’ da Sancta
Maria del Saxo, pel caso della separatione; con lettere del nostro
reverendissimo generale dell’Ordine, et con lettere del Cardinale
de’ Medici, et altre raccomandatorie della causa nostra; et, se io
non erro, di messer Guidantonio Vespucci al Cardinale di Napoli:
et finalmente, quella obtenuta dopo uno certo tempo, havendoci Fra
Hieronymo decto che tal cosa era la volontà di Dio per riformare la
nostra relligione, et per fare gran cose, et che haveva a venire tanto
Spirito Sancto, et in tanta abbundantia che noi stupiremo, et che
haveva a essere una congregatione perfectissima, alla quale havevano
a correre li huomini stupefacti, et di ogni relligione haveano a
venire a noi, et seculari huomini di gran cervello et credito, et
che la haveva a essere la più perfecta di tucte le relligione, non
mi parendo a me vedere a tante promesse larghissime rispondere così
larghi effecti quali io mi haveva concepti: benchè io in questo ero
troppo indiscreto, che poi quando lo fece in processo di tempo, molti
frati si infirmavano, et non si poteva reggere,[933] bisognò, maxime
per rispetto de’ giovani, ricorreggere. Pure vedendo io maxime una
cosa di scandalo, cioè essersi facti tre gran maestri in casa, lui
et Fra Domenico et Fra Silvestro, et haversi usurpato ogni dominio
et libertà et exemptione; nè essere in alcun modo subiecti, come si
richiedeva, alla professione loro; et veduto che ogni cosa fra loro
tre si concludeva et diffiniva; benchè vi si aggiunse un quarto, che
pur si consigliavano molto con uno Frate Antonio de Holandia tedesco,
che è padre di religiosa vita; et poi che li altri padri et frati
vi restavano per dire di sì a quello che loro facevano; mi ristrinsi
mormorando, et dolendomi di tal cosa, et con Fra Hieronymo, chiamando
la loro, una tyrannide, et con alcuni altri frati e quali trovavo
havere le medesime tentatione che io: maxime uno predicatore frate
Antonio da Radda; et per questo fumo poi sempre tenuti bassi, maxime
io, et fummi tolto in casa et fuori ogni credito et opinione: di che
io ringratio Dio, perchè mi torna più utile alla anima. Questo credo
solo fussi, perchè io non havessi ardire a contradire loro; excepto che
pure Fra Hieronymo saviamente, con piacevoleze con ogni mansuetudine et
humilità allegando molte ragioni, concludendomi mi teneva quieto; et
io vedendo molti buoni frutti et unione d’animi et relligiosa vita in
communi, havevo poi scrupolo di conscientia, et stavomi in mia quiete
per non contradire alle opere di Dio; che Fra Hieronymo mi metteva
scrupolo, dicendo che io li havevo facta resistentia a molte cose che
mi haveva decto, che così era stata la volontà di Dio: et humiliavomi a
lui, domandandoli perdono. Et pure queste dubitatione mi ritornavano,
maxime vedendo Fra Silvestro tucto el dì consumare pe’ chiostri con
circuli di cittadini a torno, et chiachiere; il che io dannavo, et
dispiacevami: et pure di nuovo me ne doleva, et mormoravo con diversi
padri et frati; ma finalmente bisognava havere patientia: et simile
di Fra Domenico, el quale credo sia huomo di buona purità, ma di
dura cervice, et troppo credulo a revelatione et sogni di donne et di
capi deboli et stolti; et chi non li credeva, era tra noi in continuo
martyrio: et questi tali rarissime volte venivano a stare con li altri
a cose comune, per essere occupati in queste loro faccende, che a me
erano tucto scandalo.
Quanto a le arme, che venissino in convento, non ve ne so dire
nulla; se non che, due anni fa, veniva ser Giovanni Vitelli prete,
et lasciavami sempre in cella uno suo falcione a serbo, perchè ogni
mattina accompagnava Fra Hieronymo con meco alla predica: et io non
havevo scrupolo a serbarlo, perchè Fra Hieronymo et Fra Silvestro mi
dettono licentia; che io serbavo anche uno suo mantello, che adoperava
Fra Hieronymo quando havea predicato, essendo sudato. D’altre arme non
so nulla.
Quanto allo havere io altra soscriptione in fogli o quaterni secreta,
questo non è già vero. Io non seppi mai, nè so d’altra soscriptione,
fuor di quella che sopra ho scripta.
Quanto al predicare io per Fra Hieronymo; io predicavo per obedientia,
non già che lui mi dicessi mai: Predica così o così; ma io predicavo
lo Evangelio, et non predicai mai di Stato. Chi mi ha udito, lo sa. Io
exponevo le sacre Scritture secondo e sacri doctori. Bene è vero che,
credendo io alle prophetie di Fra Hieronymo, io exposi molte figure
(non le extorcendo) del Testamento vechio, ad tale proposito.
Et predicavo la excomunica non valere, sostenendola con ragione assai
efficace et probabile, secondo che alhora mi pareva, havendo el falso
fondamento in mente mia, che Fra Hieronymo fussi huomo mandato da
Dio: di che mi dolgo et pento, et ho domandato la absolutione. Et
offersimi andare nel fuoco, et sarevi andato senza alcuno dubio, se
me lo imponeva: et, a quel che io vegho, rimanevo ingannato, et sarei
arso, se già Dio non mi faceva misericordia per la mia rectitudine et
innocentia et pura intentione.
Quanto alle confessione, sono ito puramente, non tractando altro che
cose appartenente alla coscientia; nè mai loro me ne richiesono, che
io facessi pratiche o altro; nè io lo harei facto, se me ne havessino
richiesto, dispiacendomi tal cose. Una mactina, in questa quadragesima,
Giovanni Minerbecti havendo udito la predicatione di Fra Hieronymo, et
dire che si tractava di fare in Firenze uno tyranno, essendo mio noto,
mi domandò se io sapevo che fondamento havessi tale cosa; dicendo,
che molto gli dispiacerebbe et dorrebbe el vivere tyrannico, ma che
molto amava la libertà della sua patria, et il vivere popolare et bene
comune. Risposigli: Che io senti’ dire a Fra Hieronymo, che non credeva
che havessi havere effecto, perchè non erano molti huomini da bene in
numero quelli che lo cercavano, nè di molta prudentia. Et lui lo hebbe
caro, et consolossene, et stectesene. Et un’altra volta, più tempo fa,
Andrea Larioni voleva parlare a Fra Hieronymo; et non si potendo, mi
fece domandarli se Piero Capponi andava male contro al consiglio o al
ben comune,[934] perchè erano stati richiesti da lui d’alcune cose che,
s’e’ li andava male, non le volevano fare. Fra Hieronymo mi rispose,
che non sapeva nulla di male di Piero Capponi, ma più tosto bene:
pure, che costui fussi cauto in vedere se questo, in che era richiesto,
era bene o male; et se erano richiesti contro al consiglio o al bene
comune, nol facessino, perchè capiterebbono male. In simil sententia et
così dixi a lui. D’altre pratiche, o parole appartenenti a epse, non mi
ricordo havere havute.
Quanto a soscriptione di danari, io non lo senti’ mai dire più da
persona, se non hoggi da voi; ma io non ne so nulla: excepto che io so
bene, che havendo noi facta una compera di libri[935] da li uficiali
de’ rubelli, et prima da la Signoria per ducati tremila larghi, et
restando debitori di ducati mille larghi, Bernardo Nasi gli promisse
per noi, per tempo di 18 mesi a monsignore d’Argentona[936] in Francia:
et noi facemo fare poi da altri promessa al decto Bernardo per decto
tempo; et non habiavamo[937] disegno di pagarli, altro che cercarli
da diverse persone nostri amici: et questo so perchè l’ho tractate
io tucte queste cose, che già cinque anni sono stato librerista in
San Marco. Et potrebbe essere (benchè io nol so) che Fra Domenico, o
qualche altro, per prevedere che al tempo si potessi pagare, harebbono
richiesti alcuni amici, et forse fattoli soscrivere ciascuno a qualche
parte per pagare tal debito; ma dicolo da me, pensando come possi
essere questa cosa: intendetelo da loro, che io per me non ne so altro.
Ricordomi d’essermi trovato con Fra Cosimo Tornabuoni, che mi tolse per
compagno a caso, sono circa otto mesi o più, in casa de’ suoi fratelli,
con m. Alexandro friere, che alhora andava a Roma; et a richiesta del
detto Fra Cosimo scrivendo io, faremo una cyfera, con la quale decto
m. Alexandro tenessi avvisato della excomunica et delle cose da Roma,
Fra Hieronymo, della dispositione del pontefice, del protectore, del
procuratore, de’ cittadini di là propitii, o prelati, o de’ contrarii,
fra’ quali ne fu nominato uno, credo che lo chiamassino Antonio de’
Pazi. Et in convento nostro era uno certo nome, che non si potessi
troppo fidare di decto m. Alexandro. Hora, se Fra Hieronymo se ne
fidava, o sì o no, io nol so; ben so io, che vi venne più volte a
parlargli.
Che io sappi o habbi veduto pratiche di cittadini con Fra Hieronymo, o
altri. Io usavo pure con Fra Hieronymo assai, et mai, fuora di comune
cose, non potetti notarlo di simile secreti o tractati o intelligentie,
nè mai credetti che in convento si facessino intelligentie. Et invero,
Fra Hieronymo sapeva pochi nomi di cittadini, che non ne conosceva
molti. Ma Fra Silvestro era quello che ne haveva sempre atorno uno
cerchio, piena la cella o chiostri o l’orto, dato che a tucti ci
dispiacessi. Chi si fussino quelli che con lui usavano, sarebbe lunga
cosa a raccontarla: ma vienmi a mente Benedecto Buonvanni, Andrea
Cambini e Lionardo Cambini, Mazeo Mazei, Ruberio Ridolfi, Antonio
Giraldi, m. Francesco da Yesi, ser Niccolò Michelozi, Francesco
Davanzati, Antonio Berlinghieri, Lionello et Francesco Boni, Francesco
del Puglese, Bernardo Carnesechi, m. Luca Corsini, Girolamo de’ Rossi,
Giovanni Carnesechi, Bernardo Martini, m. Bartholomeo Redditi, Marcello
Vernacci, Raphaello Picti, Piero Federighi, Girolamo Benivieni,
Antonio Megliorocti, Carlo del Benino, Thomaso Spini, Lionardo Strozzi,
Raphaello Strozzi, Berto da Filichaia, Francesco Rinuccini, Domenico
Mazzinghi, et quasi innumerabili altri huomini da bene erano quivi
tutto el dì, e quali credo che venissino tucti a buon fine, et drieto
alla buona doctrina presi, come noi altri, secondo che noi estimavamo.
Bene è vero, che poi che vi si predicò, vi usorono alcuni di questi più
reputati cittadini, Francesco Valori, et altri dei Dieci, degli Octo,
et Uficiali di Monte, et molti altri pure: io non potevo coniecturare
che venissino per altra causa, che per communione et processione et
prediche. Se male veruno ci era, loro lo sanno. Et da le suspitione
che di sopra ho decte in fuora, le quale anche furono poi tolte via,
come ho decto, quando vidi ristringere le austerità, et il bene vivere
della relligione moltiplicare; io non potetti mai notare Fra Hieronymo
di nulla, ma sempre vidi in lui gran segni di sanctità et devotione,
humiltà, oratione, buone parole et optimi costumi et exempli, et
conversatione mirabile, et doctrina sana et firma et solida; in tanto
che io per tale cosa attestare mi sarei messo a ogni morte. Ma poichè
sì sottilmente ci ha simulato et ingannato, ringratio Dio et le Vostre
Signorie che ci ha chiariti;[938] et preghianvi che vogliate mantenere
quelli buoni figliuoli là, che non sieno dispersi, ma adiutarli et
mantenergli che possino perseverare nel cominciato bene insino al fine.
Et perchè hieri ci fu decto che Vostre Signorie volevano rimandarci
a casa Fra Domenico et Fra Silvestro; sappino Vostre Signorie, che
noi facemo consiglio tutti insieme di non gli rivolere più, perchè
sono scandalosi: tenetegli voi, et fate quel che vi pare bene, con
misericordia: o el pontefice o el generale, a chi si appartiene,
dispongano, et Vostre Signorie; ma noi non vorremo maculare la nostra
innocentia col peccato d’altri.[939] Et tucto ciò che io vi ho decto, è
la pura et nuda verità.
12.
Esamina di Domenico Mazzinghi.
A dì XXIII d’aprile 1498.
Domenicho di.... Mazinghi, domandato a parole chome passò la lettera
che lui scripse a Giovachino per la cosa del Concilio, rispose chome
appresso.
Circha il fine di marzo passato, Fra Girolamo mandò per me, et dissemi;
Io vorrei da te uno piacere; io so che tu se’ affetionato all’opera di
Dio; io vorrei che tu scrivessi una lettera a Giovachino, della quale
ti farò dare la minuta; et voglio che tu v’interchiuda drento copia
d’una lettera ch’io ho scritto al pontefice. Risposigli, ero presto
a fare quello volessi, che fussi bene et l’onore di Dio. Dipoi il
seguente dì, Fra Nicholò da Milano mi diè la detta minuta, colla copia
della lettera di Fra Girolamo al papa. Io dipoi scripsi detta lettera
di mia mano; et oltre a quello che si contiene in detta minuta, di
mio capo v’aggiunsi anchora, chome qui il dì di carnasciale s’erano
confessati et comunicati più di tremila persone, quando gli altri
attendono a dissolutioni.[940] Et così la mandai a Giovachino. Et
inoltre gli scrissi un’altra lettera da chanto, per la quale narravo
la vita di Fra Girolamo, et e frutti che faceva; et che per questo
la città era in divisione; et che aveva bisogno dell’aiuto di Dio;
agiugnendo, che quando vedessi il tempo commodo, mostrassi quella prima
lettera al re di Francia.
Da Giovachino ò havuto la risposta. Monstra havere havuto a grado il
mio scrivere, et per essere morto il re, che non ha potuto mostrargli
la mia lettera; et questa cosa non l’ò mai comunicata con persona.
Circha le subscriptione fatte in San Marcho per mandare a Roma, dicho:
Che io non ne seppi altro, se non che io fui richiesto da Fra Salvestro
ch’io le subscrivessi; et chosì le sobscrissi: che n’era già subscritti
circha 200.
Circha il dar favore nel fare detti uffici più a uno che a un altro,
dicho; non me ne essere impacciato. È ben vero che qualche volta,
quando s’haveva a fare el ghonfaloniere di giustitia, trovandomi con
Fra Salvestro, quando a solo et quando con dua o con tre di quelli
usavono in San Marcho, dicievamo: e’ sare’ buono il tale. Et di quelli
che intervenivono a questi ragionamenti non mi ricordo hora.
Di soldati che Fra Girolamo m’habbi rachomandati che si soldassino,
dico; non mi ricordare, se non d’uno da Ferrara, del quale non si fece
poi altro.
Dello havere provisto San Marcho d’armi, dicho: non ve n’havere mai
vedute, nè sapere mai che ve ne fussi; nè _etiam_ ve n’ho mandate,
o datone ordine, chomessione o licentia a persona che ve ne mandi. È
ben vero che, circa XXV giorni sono, io schontrai in sulla schala del
palagio Giovanni Cappegli, il quale mi disse che haveva certe coraze in
casa, che le voleva mandare in San Marcho. Et io gli risposi: Tienle in
casa tua. Et di chi fussino dette corazze non intesi allhora altro da
lui; nè Giovanni mi ragionò d’altre arme.
Francesco di Lorenzo Davanzati, circa XX giorni innanzi cho Fra
Girolamo fussi preso, mi disse: E’ sarebbe bene mandare a San Marcho
dua pezzi d’artiglierie per difesa di quegli frati. Et io gli risposi:
Io non me ne voglio impacciare.
. . . . . . .
A dì 24 d’aprile 1498.
Di nuovo il decto Domenicho, domandato in presentia di Giovanni
Cappelli, delle parole havute con detto Giovanni circa il mandare
dell’arme a San Marcho, rispose a questo modo.
In primo luogo, io raffermo una volta il medesimo detto per me; ma
havendo di nuovo ripensato, mi voglio ricordare, che poi ch’io hebbi
detto a Giovanni Cappelli che si tenessi in casa le coraze di che
m’avea parlato, io gli dissi, alzando il capo: Io ne lascio el pensieri
a te; fa’ ciò che tu vuoi. È ben vero, che io non intesi se non di
corazze. E il concetto mio era d’havergliene dato licentia per queste
parole.
. . . . . . .
(_Seguono le due lettere di cui s’è fatto parola nell’esamina_.[941])
✠ Jhs. A dì XI d’aprile 1498. In Bles.
Amantissimo et honorando mio Domenicho. Nelli mia affanni di chorpo
e di mente m’è venuto un gran contento di due vostre lettere, avendo
l’una il dì de’ 29 passato, che m’ànno dato tanta consolazione, che da
poi sono fuori di chostì non n’è auto la simile; tanto per vedere che
di me vi ricordate et sietevi dengnato spendere il tenpo in farmi due
grande lettere, quanto ancora per darmi notizia di quanto in esse si
chontenghono; che non potevo intendere materia, che più mi confermassi
l’oppinione auto del nostro padre Fra Girolamo. Che se non fussino
queste persechuzioni, et da’ principali, io non lo terrei tanto vero
servo di Dio; però che li buoni et le loro buone opere sono senpre
inpungnate dal nimico di Dio e nostro: et lo fa fare il più delle
volte da i sua seghuaci. Io attendo con grandissimo disidero quello
sarà seghuito dentro della città, per le chontroverxie vi sono tra chi
vuol vivere bene et chi male, et chome il papa l’arà seghuitata; se
la lettera schritali il padre Fra Girolamo l’arà umiliato o indurato
il chore per volontà di Dio, come fece a Faraone. Alsì, chome aran
determinato loro quistione et promesse i frati sottoschritti d’entrare
nel fuocho; che certamente choxe seghuono a’ nostri tenpi ch’è di gran
secholi non credo sien sute. Io ò fatto noto di qualchuni, e farollo
dove crederrò abbi a giovare. Ma a quello a chi voi disideravate, arete
intexo essere defunto,[942] e forxe ora patiscie pena d’avere operato
quel non dovea, e d’avere ommesso quello a che Idio l’avea chiamato, et
che per i servi di Dio li era stato detto. Questo ch’è ora suciesso nel
rengno, ò in lui buona speranza; ma ancora non so ne può dare troppo
giudizio per esere novello. Ma la sua volontà mostra essere buona,
secondo vedrete per le lettere publiche. E io, se arò modo e chomodità,
li farò intendere queste cose; et voi priegho non vi gravi tenermi
avixato di tuto, chè non potrei avere coxa più grata.
Le pratiche nostre di qua son supite, sendo manchato chon chi l’avamo
a fare. Il quale ci trattava in modo, che ora credo se ne penta; che
m’à fatto consumare, non mi vedendo fare choxa utile alla mia patria, e
averci condotti in istremità. E ora che avea mostrato dovere fare qual
choxa,[943] li è mancato la vita. Costui[944] inanzi facci quello dice
avere in animo di fare, passerà tenpo; e noi aremo bixogno di presteza.
Mandavi a confortare: però chredo penserete alla vostra salute, et
chredo che qualchuno vi stimerà più; perchè à ora da più pensare.[945]
Sendo stato per vostro introdotto et volontà che ’l mio prete sia ne’
luogho dove i ghovernatori del Cieppo l’ànno messo, non posso eserne
altro che chontento, stimando abiate tuto bene esaminato: bixogna hora
l’aiutiate coll’orazione a fare che facci il debito suo.
Domenicho mio caro, e’ mi pare esere dileggiato a avere eletti tanti
schanbi; et datomi tante volte speranza del mio ritorno, e nulla viene
a seghuizione. Parmi non vi sia charità nè dischrezione avermi tenuto
qua il terzo anno,[946] e non avere considerazione a la mia brighata e
fanciulle da marito, e a le mie coxe che vanno in disordine, et alla
mia età, che non sono quel solevo; e bixongnerebbe esere di ferro a
regiere a tanti disagi; e se non fusi la gratia di Dio, io non regievo
mai uno anno. E vegendo io che chi è chostà non v’ubidiscie, piglerò
io alsi sichurtà a ritornarmene. Io vi priegho per l’amor di Dio, che
operiate la mia licenza, e farete l’utile della città; chè io ci son
stato poco profittevole, et hora sarei tanto meno, quanto è la mia
chontenteza.
Preghovi mi rachomandiate a que’ mia padri di Santo Martino, e choxì
a quelli servi di Dio di San Marcho, et masime al venerando padre Fra
Girolamo. Et vi precho vi richordiate di me ne le vostre orazioni,
preghando Idio ve le esaldischa, et ci dia grazia ci riveggiamo presto.
Idio vi confermi ne la sua grazia.
A dì 12.
Vostro GIOVACHINO GHUASCHONI, oratore.
. . . . . . .
_Spectabili viri Dominico Mazinghi, florentiæ_.
_Spectabilis vir_ etc. Intenderete per le lettere ho scripto allo
ufficio, in che termine si riduchono le cose. Et veramente crediatemi,
che molto più sanza comperatione iudicheresti quando qui fussi, essere
da temere questa cosa; e non solo non ci essere speranza di poterci
far fructo alcuno, stando ferma questa contraditione et inobedientia,
ma al continuo non ci si ode se non derisione, minacci et pericoli
gravissimi, et publici et privati. Sapete quanti inimici, et di che
ragione, ci sono: et se per questo modo la cosa va al loro proposito
e in modo, che chi si truova qui; si dovrebbe più maravigliare quando
qui non venisse qualche furia, maxime da rebelli Pisani, Sanesi et
altri disperati, che ce n’è molti, che se altra cosa seghuisse. Se
adunque qui non è da farsi cosa utile al proposito, ma più presto si
vede acquistare charico, mi pare che si doverrebbe ragionevolmente per
ogniuno giudichare essere molto meglio revocarmi di qui, che tenermi
con tanto pericolo, et maxime essendo la spesa sì grande. Et di questo
vi priego et gravo quanto posso me ne prestiate fede, che in nessuno
modo posso sopportare tanto peso; chè sono certissimo, se sapessi la
metà, ne haresti tale compassione, che a ogni modo ne provederesti. Et
poi che sanza fructo tanto pericolo et spesa sopporto, con ogni sicurtà
vi priegho et gravo, che prima bene consideriate ogni cosa; et mettiate
voi nel luogho mio; et dipoi considerando non ci essere publica utilità
(se altrimenti non rimediate), se è bene io così rimanghi qui. Nè altro
per hora. Iddio ti ghuardi.
Romæ, die 19 martii 1497.
Vostro DOMENICO BONSI, oratore.
13.
Esamina di Giovanni Cambi.[947]
A dì XXIII di aprile MCCCCLXXXXVIII. Nel secreto, a parole.
Giovanni di Nicholò Cambi, domandato della lettera per lui scripta allo
Imperatore circa il concilio, chome passò, rispuose ad questo modo.
Sono giorni circa quaranta, che standomi in casa ocioso, mi venne in
animo di mandare allo Imperatore il libro del _Triompho della fede_
fatto da Fra Girolamo, havendo inteso che era bello libro; et mandavolo
al decto Imperadore chome a huomo docto, et che si dilecta di cose
simili. Et così feci una lettera a Sua Maestà, nella quale narravo
chome il detto Fra Girolamo era gran profeta et prediceva cose future;
maxime la conversione de’ Turchi, la ruina d’Italia e la renovatione
della Chiesa. Et che non era dubio la Chiesa stava male, come Sua
Maestà può ben sapere; et che a Sua Maestà prefata s’apparterrebbe
rimediare, chome si faceva pe’ tempi passati, per mezo de’ concilii.
Dipoi andai con tal mia lettera a San Marco, non per trovare Fra
Girolamo, ma per fare scrivere tal mia lettera in latino: e trovati
Fra Salvestro et Girolamo Benivieni, la lessi loro. Dipoi la lasciai a
Girolamo Benivieni, perchè la facessi latina; et lui così mi promisse
di fare. Dipoi a tre giorni andai a San Marco, et mi fu decto che io
facessi motto a Fra Girolamo, che mi voleva parlare. Et così andai a
lui; et inginocchiatomegli inanzi, e’ mi dixe: Io ho vista la boza
della tua lettera allo Imperadore; sia contento non l’havere per
male. Poi sobgiunxe: La sta secondo il gusto mio, o poco mancha. Et
che vi voleva agiugnere alchune parole, et darmi copia di una lettera
havea scripto al papa, perchè ve la includessi. Et io rispuosi essere
contento a tucto. Dipoi non li ho parlato. E tornatovi dopo alchuni dì,
trovai facta la lettera, et sobscripsila; et quivi la lasciai a’ frati,
i quali la mandorono, secondo intesi poi, per via di Vinegia, col decto
libro del _Triompho della fede._ Et questo fu circa XX giorni innanzi
pasqua.
Questa cosa io non la comunichai con persona, excepto la donna mia,
perchè Fra Girolamo mi avea decto che io non la comunicassi con
persona. Credevomi al tucto che Fra Girolamo fussi vero profeta; et
havevo in tristo concepto chi non gli credeva. Hora mi ridico et ne
chieggo perdono.
Alla sobscriptione facta in San Marco per mandarla a Roma, mi
sobscripsi. Venne per me un giovane vestito di mantello et cappuccio
pagonazo, che non lo conosco, et dixemi andassi a San Marco. Et io
vi andai, et credo facessi motto a Fra Salvestro. Fummi monstro decta
sobscriptione, et io mi vi sobscripsi. Altro non ne seppi poi. Et così
circa altre pratiche di San Marco non ne so altro.
Hassi a mandare per lui, et farsi dare copia delle lettere scripse allo
Imperadore.[948]
14.
Esamina di Baldo Inghirlami.
_Yhs. Die_ XXIII _aprilis_ 1498.
Essendo richiesto io Baldo di Francesco Inghirrani, minimo dottore
di legge, da quegli prestantissimi ciptadini deputati dagli excelsi
Signori alla examina di Fra Ieronimo Savonarola da Ferrara, che io
scriva sopra certi capitoli datimi in loro presentia da ser Francesco
di ser Barone loro cancelliere, che di mia propria mano scriva la
verità; volentieri l’ò fatto, in testimonio della verità, e per la mia
innocentia, questo dì 23 d’aprile 1498.
Quanto al primo capitolo, sopra alla inibitione fatta a uno vicario,
credo da Urbino, che qui veniva rimandato indrieto per lo offitio degli
Otto, e della venuta del vicario Perugino; dico essere la verità, che
essendoci stato imposto allo offitio degli Otto da’ nostri excelsi
Signori, che sedevano al presente, che venendo un certo vicario da
Urbino, e dubitando che essendo lui amico d’un m. Felino auditore
di Ruota, amicissimo alla casa de’ Medici, non fussi al proposito
del presente pacifico stato; e dicendoci la Signoria avere scripto
lettere all’arcivescovo nostro che rimandassi il vicario Perugino, il
quale non era deposto dallo arciveschovo; io insieme con quegli mia
maggiori dell’ofitio degli Otto, tutti d’acordo, per ubidire a’ nostri
excelsi Signori, per partito del nostro ofitio, mandamo ser Bartolomeo
di Banbello nostro coitatore che andassi incontro a detto vicario, e
gli dicessi, che si ritornassi indrieto, e che e’ s’era scripto allo
arciveschovo per e nostri excelsi Signori, circa a’ casi del vicario,
la loro intentione: e fumo meri executori de’ nostri Signori, e io non
v’ebbi cattiva intentione.
Circa al vicario Perugino, chome a bocha dissi alle vostre Prestantie,
pigliando scusa che Fra Ieronimo in su la sua examina[949] diceva che
mi disse, che facessi favore al vicario Perugino, di tal cosa non mi
parlò, e maraviglia’ mene; ma che e’ fu m. Bartolomeo Redditi e uno
ser Gabriello di vescovado, e uno altro non mi ricordo chi, che mi
parlorono, che non essendo rimosso il vicario Perugino, e soprastando
a Roma, che io parlassi a qualcuno de’ Signori che scrivessino di
nuovo in suo favore allo arciveschovo che lo rimandassi. E intendendo
detto vicario essere buono e dotto e severo nel fare iustitia, et
maxime per la buona relatione che fece ser Stefano di veschovado allo
ofitio nostro, della dottrina e sufficientia sua molto lodandolo, chome
potete da lui intendere; ne parlai una parola a Giuliano Salviati e
Alexandro Accaiuoli e a Francesco del Pugliese, che di nuovo scrivessi
la Signoria allo arciveschovo, e tutto a buona intentione. E da detto
m. Bartolomeo e ser Gabriello potete intendere chi lo favoriva; e ser
Stefano sollecitò le lettere della Signoria insieme con m. Bartolomeo
Rediti. E tutte le lettere e risposte dell’arcivescovo in commendatione
di detto vicario, apariscono nella cancelleria.
Sopra al capitolo del vicario de’ Medici qui, ciò è di messer Lionardo
substituto del vicario Perugino, dico: Che essendo venuto Francesco
Valori, e non so chi altri, non in mia presentia, allo offitio degli
Otto, e narrando quanto si doveva operare che quegli e quali potevono
operare qualche cosa in favore de’ ribelli della casa de’ Medici non
avessino qualche commodità, per mantenimento di questo pacificho stato;
ricordò essere a Prato uno vicario del cardinale, amicissimo loro;
e qui è uno de’ Medici vicario, il quale lui e’ fratelli erano stati
familiari del cardinale de’ Medici; ed essendo Guliano a Bologna, e
per questo mezo operare per la via de’ preti qualchosa. Ne conferimo
co’ nostri excelsi Signori, e facemone praticha di più cittadini,
chome è noto; e inteso il loro parere, di fare di torne l’occasione a
chi volessi malignare contro al presente stato; e atteso una lettera
di mano propia di Guliano de’ Medici, mandata in que’ dì a uno de’
Fortini, credo confinato a Rimini, la quale lui proprio mandò agli
Otto, che conteneva che stessi di buona voglia, che presto tornerebbono
in Firenze; e mostrossi detta lettera a’ Signori da’ Dieci. Dipoi
l’oblio degli Otto mandò per detto messer Lionardo sustituto vicario,
e sì gli dicemo: che lui non risedessi più vicario, per buona cagione,
essendo lui della casa de’ Medici. Non che lui fussi in dolo alcuno;
ma per tôrre la suspitione si poteva avere di lui. A parole, senza
partito, facemo che lui non facessi offitio, confortandolo che e’
si faceva per lui e per la casa sua; e achadendo nulla, al vicariato
sarebbe messer Lodovico Adimari, il quale era substituto ancora lui,
e non era persona suspetta al presente reggimento. E la intentione mia
non fu altro, che fare quanto eravamo stati consigliati da’ cittadini
della praticha, a retta intentione.
Circa al capitolo delle intelligentie de’ cittadini di San Marcho, e di
fave, e d’ufitii, e di manifestare le Signorie in San Marcho; a questo
rispondo, non ne sapere cosa alcuna nè di cittadini, nè di ufitii, nè
di fave; nè mai avere inteso cosa alchuna, e solamente lo andare mio a
San Marcho a prediche o a messe o a confessione era a buona intentione,
e non per fare cosa alchuna tornassi o contro al publico o privati, ma
solo per la salute dell’anima mia. Dello avere manifestate Signorie,
cioè il segreto, in San Marcho, non feci mai; e trova’ mi al segreto
quando fu’ de’ Signori, nè mai ad alchuno _etiam_ per cenni lo dissi,
nè _etiam_ quando fu’ de’ Signori andai mai in San Marcho.
Circa a la presura di Fra Pagolino, dico: andando un dì allo ofitio,
Simon del Nero disse: Io ò fatto pigliare Fra Pagolino, per rispetto
che e’ faceva ragunate di gente, e diceva pazie, per levare scandolo; e
operai che sanza partito fussi relassato sanza fargli nulla.
Circa alla provisione dell’arme di San Marcho, non seppi mai nulla ve
ne fussi; nè io vi mandai mai arme, chome potete riscontrare.
E intorno al dì del caso di San Marcho, quello vi facevo, dico: Che ero
ito al vespro, chome v’era molti altri; e volendomene uscire dopo il
vespro, che si levò il romore, in sulla piaza, da certi, mi ritornai
drento nel chiostro; e uscendo, certi armati che v’erano, fuora,
operai che ritornassino drento a posare l’arme; dicendo loro che e’
facevano male, e davano caricho a San Marcho, e che le cose di Dio non
si difendevano coll’arme: e quello vi stetti, chome potete intendere
da chi v’era, non adoperai mai arme alchuna. E come prima potetti il
dì, con un maziere e tre tavolaccini, con certi cittadini, usci’ dallo
uscio dell’orto, e andai a casa; e d’ordine o di nulla vi fussi, non
seppi nulla.
Circa al capitolo della subscriptione di Roma, a che fine, e chi ne
fu mezano e sollecitatore, rispondo: Che essendo una mattina a San
Marcho alla messa, uno ser Benedetto da Terrarossa, overo ser Filippo
di Cione, mi disse: Vieni nello hospitio. E quivi andai. Ed eravi
credo Fra Ruberto da Gagliano, e uno altro frate, non so chi; e sì
mi dissono: Io credo che tu sappia che egli è stato mandato overo
scripto da certi, chome Fra Ieronimo predica falsa dottrina et heresia.
E per questo, a chiarire la mente del papa della verità della sua
dottrina, avendo letto la epistola s’aveva a soscrivere al papa per
justificatione della sua dottrina, e non a cattiva intentione di cosa
alcuna, e vedendo molti dottori soscripti, e maxime messer Domenico
Bonsi e messer Antonio Malegonelle, semplicemente la soscrissi, chome
dico, non a mala intentione. E senpre quando ne sono stato domandato,
l’ò detto, e il contenuto della epistola; e per iustificatione della
sua dottrina l’avevo fatto. Nè mai poi di tale subscriptione ne intesi
nulla, o non arei saputo contare venti de’ soscripti.
Circa al capitolo delle arme di Corbizo da Castracaro, che si missono
in casa mia quando Corbizo ci fu; mi maraviglio di tal cosa, conciosia
che io non conoscha Corbizo, nè mai gli parlai; nè per lui in casa dove
abito, nè in chasa e mia fratelli fu messe arme, nè da altri, chome
potete da detto riscontrare.
Circa al capitolo de’ frati che uscirono di casa dall’uscio dirieto,
rispondo: Che tornandomi in casa con Girolamo mio fratello, il quale
à donna e molti fanciulli, e confessando lui e la donna e’ figliuoli
in San Marco, ed essendo stati malati in casa, de’ detti frati si
sono confessati e vicitati qualche volta, e tutto a bene; e sono forse
usciti dallo uscio dirieto che riesce nella via della Stufa, per loro
commodità, chome facciamo noi.
Circa alla domanda fatta d’alchuni delle vostre Prestantie, della
auctorità datami dal vicario Perugino, o allo offitio degli Otto, sopra
a’ preti, dicho: che non è vero nulla; nè tal cosa arebbe mai acceptato
l’ofitio degli Otto, per non ci inpaccare de’ preti e cheriche, se non
per casi atroci o di stato.
E questo è tanto quanto m’occorre in rispondere a’ capitoli fattimi per
le vostre Prestanzie. E tutto quello che io ò scripto in questo foglio
di mia propria mano, è la mera verità; e sempre troverrete che io arò
auto buona intentione e mente; e lo andare a San Marcho o a prediche,
tutto per utilità della anima mia a buona fine: e di queste cose ne
starò a ongni cimento; e solo mi resta racomandarvi la mia innocentia
alle vostre Prestantie etc.
15.
Esamina di Simone del Nero.
Die 23 aprilis 1498.
A dì 23 di aprile 1498. Nel secreto, a parole.
Simone di.......[950] Del Nero, domandato circa la lettera pel concilio
scripta a Niccolò suo fratello, rispuose a questo modo.
A dì 24 di marzo passato, Giovanni Spina venne a me a casa, et
dixemi per parte di Fra Girolamo, che io gli facessi motto. Onde io
subito andai a lui a San Marco; et andato nella infermeria, trovai
Fra Girolamo con lo imbasciadore di Ferrara. Et lui, lasciato decto
oratore, si voltò a me, et dixemi, dopo alchune parole: Tu sai che
io ho predicato la renovatione della Chiesa et la conversione delli
infideli; Dio vuole che questa opera vada innanzi. Io voglio che tu
scriva una lettera a Niccolò tuo fratello, oratore vostro in Spagnia,
della quale te ne darò una minuta; adfine che havendosi a monstrare poi
là, la sia di qualità che si possa monstrare. Et così anchora ti darò
copia di una lettera che ho scripto al papa, perchè la mandi con decta
lettera tua. Rispuosigli: Nicholò non vi sarà, perchè sono più mesi
gli mandai la licentia. Oltra questo, Nicholò m’ha scripto, che quelli
re sono volti alla impresa di Affrica. Et Fra Girolamo mi replichò:
E’ bisognia che e’ faccino prima questa. Infine io gli promissi di
scrivere, et fare quanto mi havea decto, secondo quella minuta. Et così
mi parti’. Dipoi la sera medesima Fra Girolamo mi mandò per uno frate
(el quale io non conobbi) la decta minuta, con la copia della lettera
scripta al papa. Et io ne feci dua copie, et manda’le a Nicholò per dua
vie. Questa cosa non comunicai mai con persona; perchè Fra Girolamo me
la commisse in confessione.
Alla sobscriptione per Roma mi sobscripsi in San Marco, la quale per
me non mi piaqque. Pure lo feci, perchè prestavo fede a fra Girolamo:
non obstante che da lui mi tenni ingannato, quando egli acceptò uno
mio figliuolo che vi si fece frate. Venne per me, quando mi sobscripsi,
Piero Cinozzi.
Di intelligentie o altre pratiche di San Marco non so ragionare; ben
confesso che io vi andavo alle prediche, et erovi fervente; perchè,
come ho detto, prestavo fede a Fra Girolamo.
La copia della lettera che io scripsi a Niccolò mio fratello, sarà con
questo scripto, et è quella propria mi mandò Fra Girolamo.
16.
Esamina di Alessandro Pucci.
A dì 24 di aprile 1498. Nel secreto, _verbis_.
Alexandro di Antonio Pucci dice che circa venti giorni sono, andando
lui a San Marco, Francesco Davanzati gli dixe: Noi habiamo inteso che
questa compagnia de’ Compagnacci vuol venire una nocte a San Marco;
e bisognia provedervi di arme. Ha’ ne tu? A cui, dice, rispuose di
no; ma offerse dargli uno scudo per comperarne. Et Francesco, dice,
gli rispuose; Se e’ bisognerà, noi te lo dirèmo. Et che di questo
medesimo ne ragionarono un’altra volta. Dice vi era presente Giovanni
Carnesecchi et Ruberto Ridolfi; ma che altre arme non vi mandò. Ruberto
Ridolfi dixe di mandarvene anch’egli. Giovanni, il medesimo.
Il dì della domenica dello ulivo, dice, quando da principio i fanciulli
cominciarono a trarre saxi a San Marco, lui per uno uscì fuora, et
trasse certi saxi contra chi ne traheva a San Marco: et che dipoi visto
il maziere, dice si ritirò in chiesa, e non s’impacciò poi di altro.
Domandato se Fra Girolamo volle uscire fuora; dice di sì, col
Crocifixo, secondo intese da altri.[951]
Di chi pigliassi l’arme, dice: Lionello Boni, Deiphebo della Stufa,
Pagolo della Robbia, Francesco di Lorenzo Davanzati. Pagolo ceraiuolo
traheva l’arcobuso: videlo trarre dal leggio in chiesa, et uno altro
anchora, che non lo conobbe. _Item_, vi vide Leonardo Cambini, Cambio
o vero Benedecto Bonvanni, Giuliano da Gagliano, in mantello et
cappuccio, disarmati: Giovanni Caccini in corazza. _Item_, Francesco
del Pugliese in mantello et cappuccio, che dice soffiava come uno
thoro. _Item_, dice vi vide certi altri giovanetti che piagnevano;
et lui gli confortava dicendo: noi andrèno a cena con Dio. _Item_,
delli altri ch’egli vide da principio, poi non gli rivide; chome
Francesco Villani, Giovan Baptista Ridolfi, Alessandro Nasi, Alexandro
Acciaiuoli; Adovardo Rucellai, dice intese era in sul tecto. Francesco
Davanzati, dice, dixe che harebbe targoni da Mateo Strozi, secondo vuol
ricordarsi. Anchora gli parve dicessi, harebbe mezzo di haverne dalla
Parte Guelfa.[952]
17.
Esamina di Tomaso, _Comandatore_.[953]
A dì 24 di aprile 1498.
Tomaso comandatore dixe: Che la domenica dello ulivo, sentendo il
rimore, se ne venne a Palagio; et essendo in capo della scala alla
catena, dixe: Che cosa è questa? Io ho inteso che il popolo diceva:
corriamo a San Marco col fuoco, che Fra Girolamo ci ha fatto morire di
fame. Et essendoci m. Bartolommeo Ciai et m. Francesco Alfani, quivi
alla presentia, m. Bartolommeo dixe: Se e’ correranno a San Marco
col fuoco, nui correremo al Palagio col fuoco. Et m. Francesco Alfani
dixe: Allhora voi non parlate con prudentia, che non havete avuto tal
beneficio dal Palagio, che doviate parlare così: e’ si vorrebbe dirlo
alla Signoria. Et che dipoi m. Bartolommeo se n’andò, scrollando il
capo, verso la scaletta, et Tommaso verso l’audientia. Et altro non
intesi allhora.
18.
Esamina di Andrea Cambini.
A dì 26 di aprile 1498.
Magnifici et excelsi signori mia. Sendo così suto richiesto da quelli
excelsi cittadini deputati sopra la examina, vedrò di redurre insieme
su questi fogli tutte le cose che in varii tempi et volte ho exposte
dinanzi alle loro Prestantie. Et prima, ricercato da loro dovessi dire
tucto quello sapevo de’ secreti et intentioni di Francesco Valori,
circa le cose della cictà et dello stato; dico che, per quello nel
praticare con lui potecti ritrarre, a me pareva che lui fussi molto
vôlto al presente modo di governo. Vero è, che diceva havea bisogno di
qualche correctione: ma affermava il tempo presente non lo conportare.
Con Piero de’ Medici havea hodio inconparabile, in maniera che pel
sospetto grande ne havea, al continovo dubitava di molti, et erane in
gelosia; et per adventura, el più delle volte, sanza probabile ragione.
In maniera che adgunto questo acidente del sospecto a la natura sua
difficile, interveniva che nel praticare era salvatico et dificile.
Al publico, per quanto a me si mostrava, era molto affectionato et
amorevole. Inteligentie o ubrigatione, testifico Dio che mai m’acorsi
o intesi che con cictadini havessi. Vidilo già confidare tucto in
Paulo Antonio et Lorenzo di Pierfrancesco.[954] Da’ casi di Bernardo
del Nero in qua, mancato la confidenza, insalvatichì con l’uno et con
l’altro; ma con Paulantonio da dua mesi in qua, per le dimostratione
fatte in favore del Frate, s’era rassodato et tornato in fede. Con
Giovan Batista Ridolfi, inanzi a la morte di Nicolò, era in grandissima
confidentia; da quello tempo in qua, benchè lo cultivassi, non trovavo
vi si confidassi come prima. Confidava ogi, più che in persona, in m.
Francesco Gualterocti et Antonio Canigiani. Mostrava etiandio confidare
molto in quelli cictadini che soctoscrisono et consentirono la morte
de’ cictadini d’aghosto passato; et usava dire, havea acquistato 150
consorti, per lo interesse haveano insieme contracto. Et mi ricorda che
sendo entrati alcuni de li amici sua, maxime dello stato presente, in
sospecto che pella morte di tali cictadini Francesco, per asicurarsi,
non cercassi nuove amicitie, et facessi qualche ristringnimento; io,
andandolo scalzando, glie ne dissi molte volte; et sempre me lo negò,
dicendo: che non si voleva fare stendardiere o capo. E così, dicendoli
io et altri, molte volte, che, havendo preso e carichi havea, viveva
troppo ad benefitio di natura; sempre neghava, e diceva: Quando a
Paulantonio e Giovan Batista e questi altri, parrà loro da fare più
una cosa che un’altra, io concorrerò con loro; ma capo non intendo io
farmi. Et mi ricordo che è circa uno mese che, sendogli decto, credo da
Nicolò suo nepote, che Piero Martelli et Alphonso Strozi haveano usato
dire che io sarei uno dì constrecto a manifestare tutti e secreti sua;
lui ridendo me lo referì, et disse: Io sarei vituperato, se havessi a
intendere quanto sciocamente io mi governo. Poi si risolveva con dire:
Che mi può egli essere fatto? Di fuora non intesi mai che con principi
havessi intelligentie o pratiche. Temeva il duca di Milano molto, et
però era vôlto a le cose di Francia. Confidava assai in Paulo Vitelli,
et sperava che in ongni sua ocorentia non li havessi a mancare. Di
Lorenzo di Pier Francesco era intrato in grande sospecto, et usava
dire che gli avea i sensali per la Italia, et maxime s’acrebe questa
suspicione in lui, dopo la venuta di Frate Lauro.[955]
Ad Frate Hyeronimo et tucta quella casa di San Marco mostrava essere
tanto affectionato quanto dire si potessi; et havea tucta la fede sua
in loro; et afermava per la salute loro esere per fare ongni cosa:
et quando acadeva ci fussi aviso e pratica alcuna apartenente a loro,
m’usava spesso per mezo a farlo loro intendere; et così loro, quando
acadeva loro bisogno di nulla, per via mia glieno facevono intendere,
et lui gli aiutava et consiglava. Et mi afermò molte volte, che era
tanta la reverentia portava ad Fra Hieronymo, che si farebe gran
coscientia a richiederlo, o fargli dire o fare cosa alcuna a stanza
sua. Et io non mi ricordo mai che a me gli facessi fare inbasciata
alcuna di cose apartenente al publico. È bene vero che a questi dì,
quando si tractò di sospendere la predica et se ne fe’ pratica, m.
Francesco Gualterocti et lui mi commisono che io gli facessi intendere,
come sendo il dì, che fu uno sabato, chiamati dalla Signoria per
questo, loro erano in parere consigliare si sospendesino; e però glie
ne facevono intendere, a ciò lui esaminassi se era meglo se ne levassi
da sè, e aspectare la resolutione della pratica. A che lui rispuose:
voleva piutosto che e Signori ne lo richiedesino, perchè da sè non
le leveria. Ricordomi ancora che l’anno passato, la vigilia della
Ascensione, sendo altercatione circa al predicare o no, Francesco
Valori mi mandò a intendere se voleva a ongni modo predicare; et
lui disse di sì: et uscita la pratica, gli fe’ intendere come era
diterminato per la Signoria, che la mactina predicassi, et che lo
poteva securamente fare.
Ancora mi ricordo che, havendo io inteso da Francesco Valori, quando
era gonfaloniere di giustizia, chi era la Signoria li scanbiava, io
la dissi a Frate Silvestro di San Marco, et ancora ad altri, maxime
a Nicolò Ridolfi, perchè lo facessi intendere a Bernardo del Nero che
era in villa: così havendo intesa di quella di Giuliano Salviati, come
si diceva (che ve ne fu molti poi non riuscirono), parlando io con Fra
Silvestro, gle ne dissi come gl’aveo inteso.
Che Francesco Valori sia andato a casa citadini privati, dico che io
non ho notitia; ma mi pare havere inteso che un dì di festa andassi
con Nicolò Machiavelli et Tommaso Guidecti a vedere Francesco dello
Scarfa, ma non lo afermerei di certo; così è ito molte volte a visitare
Antonio Canegiani malato: così andò due volte a visitare il vescovo de’
Soderini.
Sendosi l’anno passato, Francesco Valori acozato con Nicolò Ridolfi,
Lorenzo Tornabuoni et Gianozo Pucci, separatamente però, et con loro
rasectatosi circa lo sdengno haveano concecto de l’esere ritenuti in
Palazo, et esendo poi molto stimolato da loro di dovere vivere con
qualche ordine, et sapere chi erono gli amici sua; mi ricordo che,
havendo io desinato con lui una mactina, andato nello scrictoio, preso
in mano certi stracti havea, dove erano scricti tucti e veduti et
seduti[956] sino all’anno 1494, et legendogli a uno a uno, n’estrasse
circa 300 cictadini delle migliori qualità v’erono, e usò queste
parole; Quando s’avessi usare inteligentia, si vorebe esere con questi
tali; ma io non intendo entrare in queste pratiche nè farmi capo. Et
così ripuose decti stracti, nè mai più vidi ne tenessi conto.
Ancora mi ricordo che sono circa a venti giorni che, sendo io con
Francesco Valori fra la piaza del Grano et quella de’ Signori, Berto
da Filicaia lo scontrò, et tiratolo da canto, gli parlò molte parole;
et spicatosi da lui, Francesco mi disse: Che credi tu che costui
m’abia decto? costui era sul dirmi, che noi siamo disordinati, et che
noi doveremo ordinarci. Io gli ò resposto, che vadia a trovare questi
altri, Pagolantonio et Giovanni Batista Ridolfi; et dicoti, che io non
mi voglio fare stendardiere.[957]
Sono circa XV dì, che Fra Silvestro di San Marco mi dette una poliza,
havuta da uno suo frate, sulla quale era scritto come Tonmaso Capponi
havea detto sullo sportello della botegha sua, che inanzi passassino
molti giorni, le cose si chiarirebono, et che havea parlato con molti
giovani de’ Conpangnacci. Et io la mostrai a Francesco Valori, el quale
disse: Questa sarebe mala poliza, se fussi d’altri che di Tonmaso;
ma si vorebe che e’ Dieci la vedesino. Et io gli dissi: Io non voglio
questo uficio. Et così mi restò la poliza, et stracia’ la.
Similmente detto Frate Silvestro era usato, quando intendeva qualche
cosa di carico o pericolo di Francesco Valori, o di Firenze o fuori,
farmelo intendere, perchè glie ne riferissi. Et essendo, più tenpo
fa, Francesco Valori in mala opinione di molti di quelli frequentano
San Marco, che mostravono temere della grandeza et volontà sua circa
le cose publiche, mi ricordo che io ne parlai già con Fra Silvestro;
et facendogli fede della buona intentione sua, lo richiesi ne facessi
ancora lui fede a quelli gli capitavono a le mani. Simile ho usato
lodargli qualche altro cittadino di quelli non frequentano le prediche,
perchè lui gli mettessi in buono concetto: e questo a nesuno altro
effetto, se non per la benivolentia havevo con quelli tali, desiderando
fusino honorati. Et emi ancora intervenuto che, trovandomi qualche
volta con certi sviscerati di San Marco, che sapevo non legevono altro
libro; io harò lodato loro uno Piero Corsini, Filippo Buondelmonti
et Francesco Scarfi, maxime ne’ tenpi che el ghonfalone locava ne’
loro quartieri;[958] et facendo loro fede che, non obstante che non
frequentino le prediche, per essere amorevoli della cictà, senpre
farieno bene: et per questa via vedevo indurgli a prestare loro favore.
Circa a le intelligentie si dice esere in San Marco, io non intesi
mai che vi fussi altra inteligentia che una inclinatione d’animi a
benivolentia l’uno verso l’altro, di quelli a’ quali piaceva questa
opera: ma che mal vi si facessi ordine o ristringnimento alcuno,
io non hebi notitia alcuna, nè mai in pratica alcuna simile mai
intervenni. È bene vero che, usando molti di noi insieme, come era meco
uno Alexandro Nasi, Alexandro Acaiuoli, Francesco Manelli et Piero
delli Albizi, et simili; ne’ tenpi del creare i magistrati, secondo
ci trovavàno[959] insieme, andando ragionando insieme, discorrevàno
fra noi quelli si trovavono habili, et disputavàno insieme le qualità
loro, maxime di quelli non erano noti credesino al Frate, mostrandoli
l’uno a l’altro. E facto tali discorsi, dicevàno: Questi ci parebono
a proposito della cictà. E questo, come dico, era ne’ nostri parlari
familiari, secondo la sorte dava ci trovasino insieme. Et io per me,
quando ho voluto dare favore a più uno che un altro, ho preso la via
del lodarlo. Et è vero che, trovandomi questa state passata in Sancta
Reparata, et scontrandomi con Piero di Lorenzo Davanzati, che ero stato
parechi dì in casa malato, et entrati in ragionamenti della Signoria
s’avea ad fare; dissi: do’ vedeva volti gli huomini al ghonfaloniere?
et mi rispuose: non havea inteso nulla; et dove io ero vôlto, io?
Rispuosigli: che io farei ongni altro che Pier Filippo. E questo
facevo per lo odio era fra Francesco Valori et lui; et di questo ne
fu’ tanburato a’ Conservadori, et absoluto.[960] Che io non sia in
inteligentia alcuna, pare lo pruovi, che, poi si fe’ questo Consiglio,
mai octenni partito alcuno di ofitii grandi o minimi.
Ancora mi ricordo essere in varii tenpi suto domandato da molti, di
conditione maxime bassa et deboli: Che huom è, et come va il tale?
_verbi gratia_, Filippo Buendelmonti, Piero Corsini o Francesco Scarfi:
che nomino questi, perchè sono acaduti in facto. Et io respondevo: e’
sono huomini da bene, et non faranno mai se non bene.
Circa a la soscrictione si fe’ questo maggio o giungno passato in
San Marco, a richiesta di quelli frati, come dissi hieri a boca; che
era nata da lettere di ser Alexandro[961] da Roma, che scriveva che
intendeva là era suto mandato certa soscrictione di cictadini contro
al Frate, et confortava a fare loro fare testimonianza delle cose sua,
et fructi facti nelle cictà. Et e frati ne chiesero parere a Francesco
Valori et Giovan Batista, et furono confortati a farla. Et così e frati
medesimi la portorono, et fecono soctoscrivere; et io la soctoscrissi,
in fra gli altri, come testimone; nè mai ne tenni conto da poi, o
intesi quello se ne fussi; che v’era d’ongni sorta di huomini secolari,
religiosi et forestieri. Le lettere erano di ser Alexandro adiricte a
ser Bastiano suo genero, o a’ Manelli; et debono esere in piè.
Di fare loro predicare, che i cani fusino in catena,[962] o più
una cosa che un’altra; io, nè per parte di Francesco, nè mia, non
persuadecti mai loro che predicas’no più d’una cosa che altra: et loro
lo sanno.
Circa a l’arme et artiglierie erano in San Marco, io non hebi mai
notitia alcuna, nè mai intervenni a pratica di farvelo mettere; ma m’è
venuto a la memoria, che, circa uno mese fa, domandòmi Ruberto Ridolfi
se haveo arme in casa. Gli rispuosi, non haveo, o poche; et lo domandai
quello ne voleva fare. Disemi, che e frati erano ongni dì minaciati
d’essere arsi in casa; et che però crederebe fussi bene, in quelle case
intorno et nel convento, fussi qualche arme. A che gli rispuosi: che
per niente lo facesino, chè n’arebono carico, et sarebono cagione di
muovere scandolo. Nè poi ne ’ntesi altro; chè mostrò restare satisfatto
del parere mio. Simile lo dissi a Francesco Davanzati, con lui insieme,
a ciò lo obviasse; che sono vivi.
Ancora mi trovai questo anno in certa pratica, dove si tractava fare
provedimento di denari; et havendo Guido Manelli, che era nella pancata
dove io, disputato il modo gli ocoreva, et subgunto che si provedessi
non si gictasino via, et che i cictadini non se gli ’nborsasino col
comperare gli ’nstantiamenti; è vero che, sendo il dì poi con Francesco
Valori et Antonio Canigiani, et ragionando di quello s’era decto in
tale pratica, che loro ancora v’erono stati; io dissi loro quello Guido
havea decto.[963] E questo ho decto perchè ne sono suto richiesto.
Racomandomi umilmente alle Signorie et Clementie vostre; et le priego,
che, se non vogliono havere riguardo a me, che confesso non lo merito
per esere entrato in pratiche non conveniente ad me, e per haver voluto
meglio ad altri che a me; vogliate haver compasione di cinque figliuoli
mi truovo, restati su l’amatonato et condocti, havendo perduto il loro,
andare a le mercè d’altri.
. . . . . . .
_Die 27 aprilis 1498_.
Andrea di Antonio Cambini, constituto alla presentia di me ser
Francesco, disse; et prima:
Circa alla cerimonia et segreto fece Fra Girolamo in San Marcho, dixe:
che, essendo la prima domenicha dello Advento in San Marco, intendendo
vi s’aveva a fare certe divotione, vi restai insieme con Alexandro
Nasi, Francesco Davanzati, Piero Cinozi, Girolamo de’ Rossi, uno
barbieri chiamato il Frate, uno orafo, et Giovanni Spina, et Benedetto
Buomvanni: et circha a un’ora di nocte, havendo Fra Girolamo tutti li
frati parati di camici, piviali et pianete nello hospitio, lui[964]
si levò su, et fece uno sermoncello. L’effecto del quale fu, che lui
si dolse che, avendo provato con tante ragioni la verità predicava,
li huomini ogni dì diventavano più duri; et che però facessino
orationi tutto quello Advento, nel modo haveva ordinato, acciò che
Dio si disponessi, poichè gli uomini non volevano stare contenti alle
ragioni, provassi questa verità con miracoli; et che si confidava che,
facendole, senza dubio alcuno obterrebbono questa gratia. Dipoi si
volse a tutti quelli che v’erano, et inpose loro non dovessino parlare
di queste cose, ma tenessinle segrete.
Ricordomi che, sendo gonfalonieri di giustitia Francesco Valori, et
circa alla fine dell’ufficio suo, lui nel ragionar seco mi mostrò che
harebbe gran desiderio che Antonio Canigiani fussi lo scambio suo: et
parlando io dipoi con Fra Salvestro, gli conferi’ questo desiderio di
Francesco, et loda’ li molto Antonio Canigiani. Et questo facevo a fine
che Fra Salvestro, con quelli gli capitavano alle mani, lodandolo loro,
gli facessi favore. Et dicendomi Fra Salvestro, Bernardo del Nero; io
dissi: e’ sarebbe meglio Antonio. Similmente mi ricordo che nel fare
la Signoria passata, sendo, credo, nel chiostro con Fra Salvestro, et
venuto a ragionamento delli gonfalonieri v’erono da fare, io gli lodai
Francesco dello Scarfa, monstrando che era uomo da bene, et per fare
bene. Et sappiendo era affectionato a Giovanni di Iacopo di Dino, gli
dissi: E’ ci sarebbe anchora Giovanni di Iacopo di Dino, che sarebbe
buono; ma io non credo vi si conduca.
Così mi ricorda, che sendo con lui in cella, io dissi: noi habbiamo
viso di havere una mala Signoria; et s’ella è, e’ ci chacciaranno da
Firenze, et io sarò de’ primi.
Così, sendo una mactina Francesco Valori et io con Fra Salvestro,
Francesco cominciò a ghignare; et volsesi a Fra Salvestro, et disse:
Voi sapete bene che c’è chi dice, che sarebbe bene examinare Andrea
Cambini, et saperebbesi e segreti mia. Al che io risposi: Da me
chaverebbono pochi segreti, chè io non ho che dire, et sono parato
andarmene, et morire quando e’ bisognassi.
Anchora dico, che sendo quest’anno, Alamanno Salviati, Alexandro Nasi
mal contenti di Francesco Valori, credo per le cose seguite d’agosto,
et parlando di lui molto male, io ne parlai con Fra Girolamo, et
disseli: che sarebbe bene che parlassi con loro, et levassi loro quelle
albagie del capo. Così sendomi noto che Giovan Batista Ridolfi, poi fu
facto de’ Dieci, havendo voluto una mactina parlare a Francesco Valori,
et havendoli detto lui, che non poteva allora, che era con Naldo per
una sua faccenda; della quale risposta Giovan Batista era entrato in
gelosia, che Francesco non fussi di lui mal contento; io, per provedere
che salvaticheza non nascessi fra loro, ne parlai con Fra Girolamo,
et lo confortai, capitandovi Giovan Batista, a dirglene qualche cosa,
et mostrarli questo essere per la natura di Francesco, et non per
nessun’altra ragione; facendoli fede, come Francesco li portava amor
grande.
A messer Giovanni Bentivogli, quando andai a Bolognia, parlai secondo
la commessione havevo circa alle cose dei grani et della ciptà; e del
presente reggimento li parlai tanto honorevolmente quanto io seppi,
lodandoli et mostrandoli quello che pel tempo era per farsi. E mi
ricorda che dicendomi: che è del Frate? io li dissi: El Frate attende
alle prediche et alle orazioni, et li ciptadini a governare la ciptà.
Ricordomi ancora, quando tochò il gonfalonieri in Santo Spirito,[965]
l’ultima volta, Francesco Valori, nel ragionar mecho, mostrò havere
desiderio che Piero Corsini fussi facto, et molto me lo lodò. Et io
sendo a ragionamento con Fra Salvestro, li riferi’ quello che Francesco
m’avea detto.
19.
Esamina di Bartolommeo Mei.
A dì 27 di aprile 1498.
Bartolomeo di Cristofano Mei, setaiuolo minuto, dice sarebbe entrato
nel fuoco, se Fra Girolamo gle n’havessi decto.
Dice stava la nocte a San Marco, et tenevavi il giaco, et il dì del
caso se lo misse.
Circa tre anni, Fra Salvestro, che l’ha confessato cinque anni, gli
dixe nel confessarlo: Egli è buono che tu vadia con Fra Girolamo,
perchè non gli sia facto villania; perchè egli è in pericolo di esser
morto per la via. Et dice gli dixe, che anchora si dubitava il duca di
Milano era suo inimico. Et così ancora lui acceptò, et andò poi con Fra
Girolamo. Et quando si mutava uno ufficio di Otto, et lui diceva: Chome
porteremo noi l’arme? Et Fra Salvestro gli rispondeva: Andate via; e’
sono scripti quelli che hanno accompagnare Fra Girolamo.[966] Et Fra
Ruberto da Gagliano gli diceva anchora qualche volta il simile.
Il dì del caso, dice si armò circa le 22 hore col giaco, celata e spada.
Al legìo, in coro, arrecò uno arcobuso Pagolo ceraiuolo et uno altro;
uno tedesco, uno altro; et quivi trassero certi colpi. Uno colpo trasse
Pagolo, dalla porta di verso i Tessitori.
Il bando, dice, udi’ dire che era ito; ma dice, non lo intese.
Ridolfo Panciatichi gli dixe: Io sono morto.
Nicolaio calzaiuolo, dixe, era stato prima preso, et spogliato: poi
prese Lucantonio Cavalcanti, et spogliollo.
Ihesus.
Io Bartolomeo di Christofano dicho, che dipoi tornai da Roma, avendo
volontà di fare la volontà di Dio, chomincia’ d’andare in Sa’ Marcho,
et udi’ Fra Girolamo in Sa’ Lorenzo. Parendomi diciesi la verità,
presi per mezo di Fra Christiano, per chonfesoro Fra Salvestro,
et lui m’à chonfessato insino chomenciò la moria in San Marcho; et
incominciorno avere gelosia no fusi morto Fra Girolamo. Pregato io loro
l’achonpangieri,[967] e perchè mi pareva quello aveva detto, et diceva,
fusi la verità. Et io in chonfesione più volte disi: che per l’onore
di Dio et per questo suo servo meterei la vita. Dipoi incominciai
andare cho lui: eravamo tre overo quattro, cho l’arme; non per ofendere
persona, ma per difendere lui.
E perchè el sospetto incominciò a chresciere, sechondo dicevano, vene
de li altri. E quelli ufici d’Oto che sono seghuiti, quando s’andava
cho lui, diceva Fra Silvestro e Fra Ruberto da Ghagliano, potevamo
andare sichuri, per la licenza avevano da li Oto per tuti quelli
andasino cho lui. E Stefano, famiglio d’Oto, chontinovamente venuto
in nostra chompagnia, e uno tavolacino. Quelli sono venuti v’è noto
chi erano, e chi sono stati, perchè è suta chosa ciascuno vedeva chi
eravamo chiaramente.
Dipoi questa quaresima, dipoi tornò a predichare in San Marco,
parve a que’ padri fusi in magior pericholo, masime de l’esere
perseghuitato, preghomo molti di numero, cioè que’ medesimi a 6 per
sera, chontinovasimo l’andarvi, per ghuardare; e per e gharzoni di casa
di Sa’ Marcho vene, una sera[968] io v’ero, partigiane e rotelle, e
non so che targhoni quanti: Nicholaio[969] mi dise, venivano da amici
di chasa. Dipoi a forse 10 dì, per le mani di detto Nicholaio, chome
una sera vene 9 choraze; disemi el simile, da amici erano prestate: et
chosì vi vidi 4 overo 6 archibusi, o no so bene 2 overo 3 bonbardelle
picholine, e 2 schopieti: eravene uno di Nicolaio: questo so; l’altro
non so di chi fusi: e chosì v’era meze teste; lui anco sa di chi erano,
io per me non lo so.
E quando el dì si levò romore, si mesono in doso a molti; che fu uno
quello povero vuomo di Ridolfo Panciatichi: li altri non so dirvi la
verità chi erano, perchè io m’armai, e fu’ meso a l’ucio viene dalla
Sapienza, Pacholo della Robia e suo fratello ed io: vidi Francesco
Davanzati e Lionello Boni armati, et uscir fuora, no so chi, perchè
intendete dove ero. E quando ci fu detto Francesco era morto, e arso la
chasa, e che quello de’ Pechori[970] anche ispichati, e volendo vedere
dov’era Fra Girolamo, andai in chiesa. Pasando, vidi la porta ardere;
e tornai per el mantello: no trovandolo, tolsi questa ghabanella, e
ritornai in choro; e quivi in ginocchioni aspetavo esere morto. Vidi
trare a un tedesco molte volte uno archibuso, inanzi entrasi persona
drento. Di poi entrato, per romore, serorono l’uscio. A Pagholo
ceraiuolo vidi trare una volta a l’uscio de’ Tessitori, e venono a la
porta d’andar in saghrestia, dando due volte drento; un frate aperse,
e dreto a lui andò molti altri frati cho torchi aciesi in mano: e io
steti fermo ginochioni aspetando, chome è deto di sopra. Vidi andare
fra loro tre secholari, Pagholo della Robia et suo fratello, et
Girolamo Gini; et noi abbraccavamo l’uno l’altro: et passato un pezo,
tornorono; et avevamo molti per espogliati presi.[971] A loro fu fato
ghrande abraccata.[972] La porta della chiesa ardeva forte: et fu Fra
Francesco de’ Medici chon altri frati cierchamo per la chasa, e non
trovando se non quelli rachiusi, d’andare dov’era e chapi, ch’erano
el fratello di Fra Girolamo chon quelli vi disi; et insieme tornamo
in choro. Et in quello stante, vene per la porta di chiesa insino a
la porta entra in choro, e per dov’era la tela, fruchavano cho lancia
lungha; et quel frate ch’aveva la rochola tolta da uno lato, et di
là Pagholo si difendevano. Et uno frate salse dietro il chrocifiso
chon sasi: fugiron fuora. E in quello era suto portato due archibusi
in su legìo, che li traeva uno tedescho zuchone; et per el fumo e
ghrida e stracheza, cie ne andemo cho’ frati dreto a Fra Girolamo in
dormentorio; et quivi venne uno mandato da’ chomesari; dise: frati
e secholari si tirasino da parte, ch’ongniuno si perdonava: volevano
Fra Girolamo e Fra Domenico et Fra Silvestro. Alora chon forse 70 cie
n’andamo in una chapella in dormetorio, che v’era el chorpo di Nostro
Signore; e quivi stemo insino a che fumo mandati via.
E de l’avere portato imbasciate a citadino nesuno, no troverete; nè che
io sapi nesuna chosa in privato nè in pubrico di nesuno, nè da nesuno
mi fusi mai imposto alchuna chosa; salvo el dì del fuoco, che s’aveva a
fare in sulla piaza, Piero Cinozi mi mandò a lo speziale di Naldo, per
torchi per achonpangniare el chorpo di Nostro Signore.
E la chontinova usanza mia di San Marcho era per fare bene, chome stimo
vi sia noto; quella chompangnia si raghuna in Sa’ Michele per opera
di charità, et a’ malati, sepelir morti, e cho’ limosine per sovenire
e poveri a ongni loro necessità e bisongni, et a conducier qualche
fanciulla a onore cho le borse delle buone persone: et nonne io; ma Dio
tal opera atribuischo.
Se altrimenti trovate, fate di me quello vi pare. E a botegha mia non
vi si ragionava se non di chiachiere e novelle, in modo mi sono sute
danose: Idio lo sa. Me trovai così quando la presi, non ò posuto fare
altro.
LIV.
_Atti e Deliberazioni della Signoria, circa l’esperimento del
fuoco_.[973]
1.
Soscrizione dei Frati Minori.
Die XXVIIII martii 1498. — Frater Franciscus ordinis Minorum,
presentibus Dominis, ratificavit omnia que in subscriptione eius erant,
iterumque se dixit paratum omnia illa facere.
Iterum, sumptis verbis etc., disse, non si potere eguagliare con Frate
Girolamo, nè per lettere nè per bontà;[974] ma perchè Fra Girolamo
era actore principale, chiedeva lui. Et quanto al provarsi con Fra
Domenico, a questo rispondeva, che haveva electo Fra Girolamo perchè
cessassi al tutto questo male; perchè, morto Fra Domenico et sè, si
rimarrebbe in simil confusione.
Iterum, che preparerà 3 o 4 frati, et che lui elegga. La substantia sta
qui: che quando il fuoco sia acceso, si mandi per il predicatore.
Offerì Frate Giuliano Rondinelli, benchè absente.[975]
2.
Circa fratres ignem ingressuros.
Die XXX mensis martii 1498. — Item, dicti Domini simul adunati etc.,
attendentes diversitatem ortam in eorum civitate et populo propter
discordantiam Fratrum Sancti Dominici habitantium in ecclesia Sancti
Marci, ac asserentium aliquas conclusiones contingentes, et Fratrum
ordinis Minorum negantes eas, et consequenter diversimode in rebus
futuris Ecclesie sententium; et quod duo ex supradictis religionibus,
ad probandas et comprobandas dictas conclusiones que indigent
probatione supernaturali, nuper, coram eorum Dominationibus convenerunt
ad invicem, promictentes eorum propria manu se subscribendo papirum,
pariter ac simul ignem ingredi, ad libitum prefatorum Dominorum, ut ex
igne exeunti inleso rationabiliter credi possit; ad hoc, ut huiusmodi
popularis seditio tollatur e medio in omni eventu eorum altercationis:
Ideo, servatis servandis, et obtento inter eos partito, secundum
ordinem etc., deliberaverunt et deliberando voluerunt, quod casu quo in
isto experimento per ignem, a dictis partibus fiendo, pereat dictus ex
fratribus Santi Dominici, tunc et eo casu, Frater Hieronimus Savonarola
de Ferraria, huius ordinis Santi Marci, primarius et eiusmodi doctrine
seminator, ac etiam frater Dominicus de Piscia, eiusdem ordinis, et
eiusmodi doctrine professor et predicator, intelligantur et sint
confinati et relegati in perpetuum extra dominium Florentinum,
nec possint remicti aut restitui, nisi precedente deliberatione
Dominorum pro tempore existentium, cum eorum venerabilibus Collegiis
et Octoviris, per quadraginta quatuor fabas nigras, obtempta postea
per opportuna Consilia eorum civitatis Florentie. Si vero in dicto
experimento perierit tantum dictus ex fratribus Minoribus sic ignem
ingressus, salvo remanente dicto ex fratribus Santi Dominici, tunc
et eo casu intelligantur, ut supra, et sint relegati et confinati
in perpetuum extra dominium, frater Franciscus ordinis fratrum
Minorum predicans in presentiarum in aedibus Sancte Crucis dicte
eorum civitatis Florentie; et cum eo frater Laurentius de Corsis
dicti ordinis fratrum Minorum; qui non possint restitui, nisi servata
forma ut supra servanda in restitutione dictorum fratris Ieronimi et
fratris Dominici ordinis Predicatorum. Sed si quilibet ex dictis sic
ignem ingressis periret, quoad effectum huius partiti et relegationum
predictarum, voluerunt non aliter haberi, quam si solus dictus ex
fratribus Sancti Dominici perisset;[976] ac, casu quo, quacumque
ratione vel causa, per dictas partes, vel aliquam dictarum partium,
staret tempore requisitionis eorum Dominationum de ignis ingressione
fienda quod non ingrederetur, pollicitus vel pollici (_sic_) ignem
ingrederentur vel eiusdem ordinis sacerdos aut sacerdotes eius vel
eorum loco surrogatus vel subrogati ingrederentur; constitutus in mora
vel constituti ingrediendi ignem vel patroni et principes factionis
dicti constituti vel dictorum constitutorum in mora intelligantur
et sint confinati ut supra, vel alter eorum vel altera eorum pars
intelligatur et sit confinata, ad declarationem eorum Dominationis,
ita quod effectus sit, quod pars per quam staret quod non fieret
experimentum, patiatur relegationem; et si per utramque fieret, utraque
patiatur relegationem. Et supradicta omnia et singula deliberaverunt
omni meliori modo etc.; confinantes ut supra, ex nunc prout ex tunc, et
ex tunc prout ex nunc, casibus suprascriptis. Mandantes etc.
3.
Contra fratrem Hyeronimum.
Die VI aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc.,
deliberaverunt etc., quod casu quo ardeat Frater Dominicus de
Piscia,[977] frater ordinis Predicatorum, in ecclesia Sancti Marci de
Florentia, qui ingressurus est ignem, ut convenit, cum Fratre Iuliano
de Rondinellis ordinis Minorum; tunc Frater Ieronimus Savonarola,
eiusdem Fratris Dominici doctrine primarius, intelligatur et sit
rebellis; et sibi, dicto casu, assignaverunt tempus trium horarum ad
egrediendam urbem Florentie. Mandantes etc.
LV.
_Deliberazioni fatte nel giorno del tumulto e durante l’assedio di S.
Marco_.[978]
1.
Bannum confinationis.
Dicta die VIII aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati
etc., deliberaverunt precipi et banniri etc., quod unusquisque eorum
civitatis dimictat arma; et Frater Hyeronimus Savonarola suprascriptus
sit confinatus extra dominium Florentinum; ad que confinia se
representare debeat intra XII horas etc. Mandantes etc.
Bannitum dicta die incontinenti etc., hora xxii eiusdem diei. Mandantes
etc.
2.
Contra non evacuantes ecclesiam Sancti Marci.
Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt
etc., quod omnes layci qui sunt in ædibus Sancti Marci de Florentia
debeant intra unam horam exinde discedere; alias intelligantur rebelles
Communis Florentie etc. Mandantes etc.
Bannitum incontinenti super platea dicte ecclesie.
3.
Contra euntes ad ecclesiam Sancti Marci.
Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt
etc., quod omnes cives qui ibunt ad ecclesiam Sancti Marci
intelligantur esse et sint rebelles Communis Florentie, ad
declarationem tantum Dominorum etc. Mandantes etc.
4.
Contra intrantes ecclesiam Sancti Marci.
Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt
etc., quod nullus ingrediatur ecclesiam Sancti Marci de Florentia, sub
pena furcarum, ad declarationem tantum Dominorum etc. Mandantes etc.
LVI.
_Deliberazione che nomina la Commissione, per esaminare i frati_.[979]
Cives ad examinandum fratres.
Dicta die XI mensis aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati
etc., attendentes quod superioribus diebus verbotenus commiserunt
et preceperunt spectabilibus viris Carulo Danielis de Canigianis,
Ioanni domini Giannozii de Manettis, Ioanni Antonii de Canaccis,
Bartolo Pieri de Zatis, Baldassarri Bernardi de Brunettis, Piero
Danielis de Albertis, Benedicto Tanay de Nerlis, Doffo Angeli Scolai
de Spinis, Tommasio Nicolaii de Antinoris, Francisco Luce de Albizis,
Iuliano Bernardi de Mazinghis, Piero Bertoldi de Corsinis, Braccio
domini Dominici de Martellis, Laurentio Mattei de Morellis, Andree
Ioannis de Larionibus, Antonio Iacobi de Rodulfus, et Alfonso Filippi
de Stroziis, omnibus civibus florentinis, quod examinarent Fratrem
Hieronimum Savonarolam de Ferraria, Fratrem Dominicum de Piscia, et
fratrem Silvestrum, fratres ex ordine Predicatorum sancti Dominici, et
omnes alios fratres et alios quoscumque; et ut dicta eorum commissio et
preceptum validiori et efficaciori modo possit sortiri suum effectum.
Ideo, obtento inter eos partito, secundum ordinem, et omnibus serratis
etc., deliberaverunt et deliberando preceperunt prefatis civibus,
quatenus in dicta examinatione prosequantur eorum auctoritate quolibet
remedio opportuno.[980] Confirmantes ex nunc omne et totum id quod
in dicta examinatione facta, vigore dicte auctoritatis et precepti
verbotenus eis facti, fecissent vel exeguissent. Ac etiam ad cautelam
confirmantes ex nunc prout ex tunc, et ex tunc prout ex nunc, quicquid
facient in futurum in predictis et circa predictas examinationes, modo
et forma supradictis.
LVII.
_Altre Deliberazioni_.[981]
1.
Contra euntes ad Sanctum Marcum.
Die XII mensis aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc.,
servatis etc., deliberaverunt quod banniatur et precipiatur in locis
publicis civitatis Florentie, quod ullus cuiuscumque gradus, status,
conditionis aut dignitatis existat, etiam mulieres, non audeat occulte
vel palam ire et intrare in ecclesiam et monasterium Sancti Marci de
Florentia; et si quis ad presens ibidem esset, exceptis fratribus dicti
conventus, statim discedat, sub pena ribellionis, in quam incurrat eo
ipso quo contrafecerit, absque aliqua alia declaratione fienda etc.
Mandantes etc.
Bannitum, dicta die, per Matteum Verdiani bannitorem dicte
Dominationis, ut retulit.
2.
Pro fratribus detentis in Palatio.
Dicta die V maii, 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc.,
servatis etc., deliberaverunt etc., quod custodia Fratrum Ieronimi et
Dominici et Silvestri, detentorum in eorum Palatio, pertineat solum et
dumtaxat magnifico domino Buonaiuto de Butis, uno ex numero dictorum
Dominorum, et nullus alius, infrascriptis tamen exceptis, possit
ad dictos Fratres accedere, sine licentia dicti Buonaiuti. Possint
tamen ad eos accedere semel et pluries suprascripti Domini et eorum
notarius, simul, et de per se, et alii ad ipsorum Fratrum gubernationem
constituti etc. Mandantes etc.[982]
LVIII.
_Condanna dei tre frati_.[983]
Condonnatio.
Die XXIII mensis maii 1498. — Presentes spectabiles domini Octo in
sufficienti numero congregati, servatis servandis, et obtento partito,
absente tamen Francisco Cini eorum collega; attentis processibus et
confessionibus et maleficiis perpetratis et commissis per Fratrem
Ieronimum Savonarolam de Ferraria et Fratrem Silvestrum de Florentia et
Fratrem Dominicum de Piscia, ordinis Predicatorum et conventus Sancti
Marci de Florentia, et omnibus in eis contentis, et nefandissimis
eorum scelerum (sic) esaminatis et intellectis: et attenta eorum et
cuiuslibet eorum degradatione ab Episcopo coram populo facta, et coram
reverendissimo totius ordinis santi Dominici Generali ac comissario
apostolico, et coram dignissimo Comissario sanctissimi nostri Pape:
et attenta consignatione de eis facta per sententiam latam per dictos
dignissimos commissarios auctoritatem habentes a Summo Pontifice, de
qua publice, patet per breve eius, in manibus secularibus, adeo ut
iustitia administretur; quapropter ipsos, ne a predictis immunes et
impuniti remaneant et sint,
Ieronimum Savonarolam ferrariensem
Silvestrum de Florentia et
Dominicum de Piscia,
et quemlibet eorum, condemnaverunt, ut ipsi et quilibet eorum
subspendantur laqueo, et etiam comburantur ut anima a corpore eorum
separaretur, publice, in platea et super platea magnificorum Dominorum.
Et sic fiat bullettinum capitaneo platee ut predicta ad exequtionem
mandet. Mandantes etc.
Actum in aringheria magnificorum Dominorum nostrorum, et presentibus
testibus ser Francisco ser Baronis, et ser Filippo Dominici Morelli,
civibus et notariis florentinis.
Incamerata per Lucam famulum dictum Formica, sub die 24 maii.
LIX.
_Altre deliberazioni e condanne_.[984]
1.
Relegatio.
Dicta die XXVII maii 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc.,
iustis et rationabilibus causis, ut dixerunt, moti etc., confinaverunt
etc. extra civitatem, comitatum et districtum Florentie, pro tempore
et termino decem annorum continuorum proxime futurorum, et casu quo
non servarent confinia intelligantur rebelles communis Florentie,
videlicet: Fratrem Marianum de Ughis, Fratrem Nicolaum de Mediolano,
Fratrem Cristophorum de Mucello et Fratrem Robertum de Gagliano,
omnes fratres conventus Santi Marci de Florentia; et quod debeant
se presentare ad dictos confines extra dictum territorium, infra
quatuor dies a die quo fuerit sibi personaliter notificata huius modi
deliberatio, sub eadem pena etc. Mandantes etc., Incamerata die 28
eiusdem, per Ioannem Franciscum Gori tabulaccinum.
2.
Circa relegationem quatuor fratrum Sancti Marci.
Dicta die (29 maggio 1498). — Item dicti Domini, simul adunati, etc.
Attenta quadam deliberatione per eos facta sub die XXVII presentis
mensis maii, per quam potet qualiter ipsi Domini confinaverunt et
relegaverunt quatuor Fratres capituli et conventus Santi Marci de
Florentia extra civitatem, comitatum et districtum Florentie, pro
tempore et termino annorum decem proxime tunc futurorum; et eo casu
quo non servarent ipsa confinia intelligerentur rebelles communis
Florentie, videlicet: Fratrem Marianum de Ughis, Fratrem Nicolaum
de Mediolano, Fratrem Cristoforum de Mucello et Fratrem Robertum de
Gagliano; et quod ipsi deberent se presentare ad dictos confines extra
dictum territorium, infra quatuor dies a die qua sibi fuerit notificata
huiusmodi deliberatio personaliter et in personam, prout ibidem
clarius continetur: et attento qualiter ipsi quatuor Fratres fugam
arripuerunt, adeo quod ubi sint penitus ignoratur: Ideo deliberaverunt
etc., quod talis notificatio, que secundum dictam deliberationem fieri
debebat eisdem Fratribus personaliter, sufficiat fieri ianuis ipsius
Santi Marci de Florentia, vel vicario sive priori dicti conventus
Sancti Marci; et quod dicti quatuor Fratres sic relegati, infra X dies
tunc proxime futuros a die notificationis facte dicte ecclesie sive
priori vel vicario dicti capituli, intelligantur rebelles, si se non
presentaverint ad huiusmodi confines, eo modo et forma prout rebelles
efficiebantur vigore dicte prime deliberationis, si infra quatuor dies
in dicta deliberatione contentos se non representassent etc.
Mandantes etc. Notificata per Pierum Gori mazerium dicte Dominationis,
dicta die, vicario dicti conventus, et ianuis dicte ecclesie, et
incameratam supradicto die, prout retulit.
3.
Licentia sonitorum.
Item, dicti Domini, simul adunati etc., dederunt licentiam etc., eorum
sonitoribus eundi, pro hac die tantum, ad sonandum et honorandum[985]
dominum Franciscum Romulinum nunc Florentie commorantem etc. Mandantes
etc.
4.
Altra condanna.
Dicta die (4 giugno 1498). — Prefati Domini, simul adunati etc.,
servatis servandis, et obtento inter eos partito secundum ordinamenta
etc., iustis et rationabilibus causis moti, et omni modo etc.,
deliberaverunt et deliberando confinaverunt extra civitatem, comitatum
et districtum Florentie infrascriptos fratres, pro tempore et termino
annorum X continuorum proxime futurorum a die notificationis. Et casu
quo non servarent confinia, tunc et eo casu intelligantur rebelles
Communis Florentie, et a die huiusmodi notificationis infra decem dies
tunc proximo futuros debeant se presentare extra dictos confines sub
pena rebellionis; et de dicta presentatione debeant fidem facere per
publicum instrumentum ipsis magnificis Dominis, et quo notificatio
de eis facta, facta legittime intelligatur ad ecclesiam Sancti Marci
de Florentia sive vicario dicti conventus; et habeatur pro legittime
facta ac si personaliter facta esset infrascriptis fratribus,
quorum nomina sunt hec, videlicet: Frater Malatesta Sacramoro de
Rimino, Frater Antonius Christofori de Radda, Frater Stefanus ser
Bartholomei de Unigiana, Frater Bartholomeus Ioannis de Cavalcantibus,
Frater Tommasius Bernardi de Caianis, et Frater Ioannes Sinibaldi
de Sinibaldis; omnes fratres capituli et coventus Sancti Marci de
Florentia, ordinis sancti Dominici observantie etc. Mandantes etc.
Dicta die notificata dicto domino vicario personaliter, et ianue
dicte ecclesie per Pierum Bartoli mazerium, ut retulit; et per eundem
mazerium incamerata.
5.
Relegatio.
Dicta die VIII mensis iunii 1498. — Item, dicti Domini simul adunati
etc., servatis etc., deliberaverunt, et deliberando confinaverunt et
relegaverunt Fratrem Maurelium Savonarolam, fratrem dicti conventus
Santi Marci de Florentia, et fratrem carnalem olim Fratris Ieronimi
Savonarole de Ferraria, ad eundum, standum et permanendum extra
civitatem, comitatum et districtum Florentie in perpetuum; ad que
confinia se representare debeat personaliter intra tres dies proxime
futuros a die notificationis, et fidem dicte sue representationis
mictere ad dictos magnificos Dominos infra X dies proxime futuros
a die notificationis predices, sub pena rebellionis: et predictam
notificationem voluerunt fieri eidem Fratri Maurelio vel ianuis
ecclesie dicti Sancti Marci. Que notificatio facta altero de dictis
duobus modis habeatur pro legittime facta etc. Mandantes etc.
Die XI dicti mensis notificata vicario dicti conventus personaliter,
et ianuis dicte ecclesie, per Ugolinum mazerium dicte Dominationis, ut
retulit.
6.
Quod claudatur subterranea via.
Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., ut suppositiones
removeantur et scandala non oriantur, deliberaverunt et deliberando
commiserunt Paulo.... de Beninis civi florentino, et uno ad presens ex
numero gonfaloneriorum societatis populi Florentini, quatenus claudere
faciat atque replere aditum nuper subter terram perforatum,[986]
quo itur ab ecclesia et conventu Sancti Marci de Florentia ad situm
Sapientie de Florentia, eo modo et forma prout erat ante quam huiusmodi
aditus flerent etc. Mandantes etc. Notificata incontinenti eidem Paulo
personaliter.
LX.
_Altre due Deliberazioni, fra le moltissime che si continuarono a fare,
in danno e persecuzione del convento di San Marco e dei Piagnoni_.[987]
1.[988]
Die XVI Julij 1498.
Item attento qualites Ieronimus Iacobi de Torsellinis civis Florentinus
et Filippus Ghori forbiciarius populi sancti Laurentii de Florentia
varia et quam plura rasionamenta habuerunt de rebus pernitiosi fratris
Ieronimi de Ferrara, quæ rasionamenta versabantur contra et adversus
Rempublicam Florentinam et contra gubernantes eam, et qualiter de
morte ipsius dolebant: ides, ne impuniti remaneant, et pena eorum
aliis transeat in exemplum, servatis servandis et obtempto partito
deliberaverunt et condempnaverunt dictos et infrascriptos. Ieronimum
Iacobi de Torsellinis et Filippum Ghori Forbiciarium ad dandum et
solvendum; videlicet dictum Ieronimum florenos decem de auro in auro
eorum provisori et etiam ipsum privaverunt a Consilii maiori per duos
annos. Dictum vero Filippum ad dandum et solvendum eorum provisori
florenos viginti de auro in auro: et quod de carceribus in quibus ad
presens sunt non relapsentur nisi prius solverint.
Mandantes etc.
2.[989]
Dicta die XXVIIIJ Junii 1498.
Item dicti domini simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt
quod a fratribus ecclesie sancti Marci de Florentia restituatur
presbiteris et ecclesie santi Laurentij de Florentia, el battaglio
campane Belfortis penes dictos patres existente, et insuper eidem
ecclesie sancti Laurentii consignetur campana dicte ecclesie sancti
Marci etc. Mandantes etc.
Item dicti domini simul adunati etc, servatis etc., revocaverunt
suprascriptum solum in ea parte qua dispositur quod dicta campana
ecclesie sancti Marci consignetur ecclesie sancti Laurentii, et
voluerunt quod loco dicte ecclesie sancti Laurentii consignetur
ecclesie fratrum observantium sancti Francisci extra portam sancti
Miniatis; et propterea concedatur mazerius si opus fuerit etc.
Mandantes etc.
Item dicti domini simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt
et preceperunt Signorino Francisci eorum preceptori, quatenus vadat
ad dictam ecclesiam sancti Marci et Campanam dicte ecclesiae capiat et
eam conducere faciat ad ecclesiam dictorum fratrum observantium sancti
Francisci extra portam sancti Miniatis, et ad hoc affectum, ex parte
dictorum dominorum, rogat quoscunque magistros quatenus cum canapis et
ferramentis et curribus dictam campanam conducant ad dictam ecclesiam
dictorum fratrum etc., sub pena eorum indignationis etc. Mandantes etc.
Qui Signorinus retulit se fecisse ommia predicts.
CONCLUSIONE AI DOCUMENTI
Per non ingrossare soverchiamente questo volume, abbiamo dovuto
tralasciare la pubblicazione di molti documenti, e di parecchi scritti
originali del Savonarola, uno dei quali, che avevamo anche promesso,
era l’_Esposizione di Abacuc_. Quest’opera si trovava in un codice
della Marciana di Venezia, e dovemmo superare infinite difficoltà, per
aver copia d’un manoscritto che i più abili si dichiaravano incapaci
di leggere. Pare che sia un autografo disteso in grandissima fretta;
certo non somiglia gran fatto agli altri manoscritti del Savonarola.
Riscontrammo questa copia, coll’altra certamente autografa, e che
trovammo più tardi in fondo alla Bibbia magliabechiana insieme con
moltissimi altri opuscoli, i quali potrebbero formare un discreto
volume di operette inedite del Savonarola, delle quali diamo qui sotto
i titoli.
Nei fogli che precedono la Bibbia, vi sono le _Regole per la
interpetrazione della Sacra Scrittura_, e l’applicazione di esse
fatta ai primi capitoli della Genesi. Seguono alcune _Considerazioni
religiose_, ed un breve scritto sulla _Passione del Signore_. Sono
tutte in latino e fanno 18 colonne d’un manoscritto così piccolo, che
una mano ordinaria avrebbe avuto bisogno d’uno spazio, per lo meno,
quintuplo. Nel medesimo carattere sono i seguenti trattati che si
trovano in fondo alla stessa Bibbia.
_Cantica Canticorum Salomonis_ (da col. 2 a 17);
_Moralitas super 16 cap. Ezechielis_ (da col. 18 a 20);
_Expositio in Abacuc prophetam_ (da 20 a 32);
_Circumferatur Arca, idest Crucifixus qui est forma Christianorum_
(sono appunti di Prediche, vanno dalla col. 32 a 33);
_Privilegia Ordinis ex Mari magno Sixti IV_ (col. 33 bis).
Segue un’esposizione dell’Apocalisse; un sermone evangelico;
un’esposizione del Salmo 54, in cui si ragiona della vera nobiltà e
termina alla colonna 45.
Seguono, poi, questi altri sermoni:
_In Solemnitate Omnium Sanctorum_ (col. 46);
_In commemoratione omnium fidelium_ (col. 46 a 52);
_Die S. Andræ_ (col. 52. a 56).
Segue un trattato, _De ambitione_, poi altri, e finalmente:
_Quæ hodie sunt regulæ pugnandi optimæ_ (col. 61 a 65).
_Conditiones huius vitæ_ (col. 65);
_De Veritate_.
Alcuni di questi opuscoli sono semplici abbozzi, o contengono idee
che si trovano ripetute nei lavori già stampati; altri sono lavori
compiuti e meritano di essere conosciuti. Noi ce ne siamo valsi nella
compilazione di questa biografia; ed una scelta dei migliori fra
di essi, è già pronta per essere pubblicata, in un volume di _Opere
inedite o rare_ del Savonarola, non appena tempi più tranquilli lo
permetteranno.
Per nostro consiglio e sotto la nostra direzione fu fatta del pari
una copia diligentissima, non solo di tutti i trattati, ma anche di
tutte le postille marginali di questa Bibbia; lavoro che richiese molto
tempo e moltissima spesa, e che ora si trova nelle mani di un letterato
inglese che avrebbe in animo di tradurlo e pubblicarlo in Inghilterra,
dove gli studi biblici hanno assai più favore che presso di noi.
Comunque sia di ciò, se non tutti, parte almeno di questi scritti del
Savonarola, verranno certamente alla luce.
La mancanza di spazio ci ha impedito, ancora, di pubblicare la
corrispondenza degli agenti del Duca di Milano, che noi potemmo cavare
dagli archivi, allora imperiali, mediante la rara cortesia del dottor
Dansi, che seppe non solo vincere difficoltà quasi insuperabili; ma
volle ancora farne di sua mano la copia e donarla a noi generosamente.
Questa corrispondenza, però, che al nostro proposito non era di grande
importanza, come abbiamo già detto, verrà pubblicata ben presto
nell’_Archivio Storico_ di G. P. Vieusseux, tanto benemerito delle
lettere e degli studi storici in Italia.
Conchiudiamo finalmente la serie dei nostri documenti, con una
singolare e notevole testimonianza, data intorno al Savonarola da
uno scrittore contemporaneo, in un Ms. slavo del secolo XVI. Dobbiamo
questo documento alla cortesia del dottissimo sig. Sceviref, professore
nell’università di Mosca; il quale, possedendo il Ms. stesso, volle
favorirci di una traduzione che riportiamo fedelmente, insieme con una
notizia intorno a quell’antico scrittore. Questa notizia è cavata da
una _Storia della letteratura russa_, scritta in italiano dallo stesso
Prof. Sceviref, in compagnia del Prof. Rubini. Speriamo di vedere ben
presto pubblicata quest’opera, di cui molto ci fa sperare la dottrina
degli autori.
. . . . . . .
Segue le notizie intorno a Massimo Greco, e brano di un suo scritto.
«Massimo Greco, monaco del Monte Athos, chiamato Monte Sacro; nato
nella città di Arto in Albania, fece i suoi studi a Parigi presso il
famoso ellenista Lascaris, poi nell’Università di Padova, in Firenze,
in Venezia dove conobbe il celebre Aldo Manuzio. Abitava il convento
Vatopedo del Monte Athos, quando nell’anno 1506 fu chiamato in Russia
dal gran principe Basilio, il quale gli confidò la sua biblioteca
ricca di manoscritti greci, latini, giudaici e slavi. Massimo corresse
i libri liturgici, ne tradusse molti dalla greca nella lingua slava,
e lavorò ad una fortissima e variata polemica contro le varie sètte
che minacciavano l’ortodossia russa. Scrisse molte epistole allo zar,
ed ai bojari, decise molte quistioni che gli furon proposte dai suoi
contemporanei. Era quest’uomo fonte immensa di vasta erudizione e di
una teologia sana ed illuminata; e pertanto, modello di critica, egli
fu in Russia vittima dell’ignoranza del secolo, vittima delle cabale di
corte; soffrì l’esilio, fu martire, e infine canonizzato dalla chiesa.
Solo nella sua cella, senza pietoso aiuto che gli porgesse pane; privo
d’ogni consolazione cristiana, scriveva con un pezzo di carbone, su
bianco muro, una cantica sacra allo Spirito Santo.
«Bella e piena di una fervida eloquenza è la sua orazione diretta
contro i tiranni del secolo XVI.[990] Questo monaco ci lasciò più di
150 opuscoli riuniti in un solo codice manoscritto, che si stampa
adesso dai dotti professori dell’accademia ecclesiastica di Kazan.
Fra questi opuscoli, se ne trova uno intitolato: _Sopra il perfetto
vivere monacale_. Qui, discorrendo dei vari conventi che conobbe nelle
contrade latine, parla prima di Parigi, come centro dei studi teologici
e di ogni civiltà umana; poi ragiona di Firenze, ed ecco quello che ne
dice:»
«Firenze è la più bella e la più buona di tutte le città d’Italia ch’io
vidi. Vi è un convento di monaci chiamati predicatori di Dio, la chiesa
del quale è dedicata all’apostolo ed evangelista San Marco. Questo
convento ebbe per suo abbate un vero monaco, Girolamo, di nascita e
di dottrina Latino; ma ripieno di ogni sapienza dello spirito della
Scrittura Santa e di ogni dottrina esterna, vale a dire filosofia:
uomo santo, acceso di un zelo divino. Vedendo che la sua città era
soggiogata da due vizi: il vizio di sodomia e la corruzione della
giustizia, riunita coll’usura disumana, pensò Girolamo colla parola
ammaestratrice, ispirata dalle Scritture Sante, portare un soccorso
morale ai suoi concittadini e distruggere affatto la perversità dei
loro costumi: con questo scopo cominciò a predicare nella chiesa di
San Marco. Molti uditori di ogni specie, fra i quali vari nobili, i
primi cittadini della città, si affollavano intorno a lui: fu amato
da tutti; fu pregato di continuare le sue prediche in quella chiesa
cattedrale. Predicò Girolamo ogni domenica, ogni giorno festivo, tutti
i giorni della quaresima, esponendo la sua parola ammaestratrice
da una tribuna alta, ove restava per lo spazio di due ore e più;
ed ebbe la sua parola tanta forza nel popolo, che la più gran parte
della città volle seguire le sue salutifere dottrine, e dai costumi
libidinosi ed immondi passò alla castità e purezza; la corruttela della
giustizia, riunita all’usura, si trasmutò in giustizia, misericordia e
carità; i cittadini, volendo imitare quel Zaccheo citato nel Vangelo,
distribuivano i loro averi, per le mani del loro maestro, ai poveri
bisognosi. Potrei citare moltissimi esempi della correzione che
produsse il predicatore, nei costumi del popolo; ma per non essere
noioso coi miei racconti, ne citerò uno solo, di una povera vedova, che
basterà a provare la forza che ebbe la parola di questo uomo ispirato
da Dio, sopra lo spirito del popolo Fiorentino.
»Un ragazzo, figlio di una povera vedova, trovò nella strada un sacco
di danaro con 500 monete d’oro, e lo portò alla sua madre. Vedendo
questo denaro, la vedova non sentì nessuna gioia, malgrado che potesse
per mezzo di quello, uscire dallo stato della sua miseria: non celò
il danaro trovato; ma lo portò al predicatore della città, dicendo: —
Ecco, santissimo padre e maestro, guarda: il figlio mio trovò questo
sacco per strada. Prendilo e, come tu sai fare, trova quello che
l’aveva perduto: rimettigli il suo avere; affinchè non senta un dolore
sconsolato per la sua perdita. — Il maestro ammirò la probità della
vedova, e data a lei la sua benedizione, la congedò.
»Un giorno, avendo terminato in chiesa il suo insegnamento, disse,
alzando la voce: — Se qualcuno ha perduto denaro, che esca nel mezzo
e dichiari la quantità del denaro perduto, la forma del sacco che lo
conteneva, il giorno della perdita; e dopo queste indicazioni, riprenda
il suo. — Un giovane uscito dalla folla, rispose esattamente a tutte
queste domande. — Ecco, giovane, — disse il maestro, — il tuo perduto
avere, e la povera vedova che lo ritrovò per strada; non dimenticare
che essa ti salvò da una grande sciagura. — Il giovine prese cento
monete d’oro e le recò alla vedova, con un grandissimo piacere. Questa
vedova merita di essere più lodata di quella citata nel Vangelo.
Potrei, ripeto io, citare ancora molti memorabili racconti, che furono
tanti frutti dell’insegnamento divino di questo uomo; ma, avendo paura
di parere troppo lungo, passo alla fine che ebbe la santa predicazione.
»Una metà della città si rese docile alla dottrina di Girolamo e
cambiò i suoi costumi; l’altra metà, non solamente rimase sorda e
disubbidiente alla sua parola, ma era piena d’inimicizia contro di
lui; e per fargli un’ingiuria pubblica, contaminò collo sterco umano
la tavola, dove soleva appoggiare le sue braccia, quando, stando in
piedi, spandeva alla gente le onde del suo eloquente insegnamento. Ed
egli, imitando in tutto la dolcezza e la pazienza del nostro Signore,
soffriva tutto, non bramando altro che il miglioramento degli uomini.
Con questo scopo inveì ancora contra coloro i quali, essendo investiti
dei poteri clericali, non seguivano le orme degli Apostoli e non
curavano il gregge di Cristo. Senza paura svelava egli i loro vizi, e
spesse volte diceva: — Se fossimo vissuti secondo il Vangelo del nostro
Signore G. C., i popoli eterodossi, vedendo la nostra vita simile a
quella degli angeli, si sarebbero convertiti al nostro Dio; e questo
ci sarebbe di una grandissima salvazione, e ci porterebbe il godimento
dei beni eterni; ma ora, vivendo contro la legge divina, nè correggiamo
noi stessi, nè abbiamo cura della correzione altrui. — Che altre parole
possiamo udire dal Giudice giusto se non quelle già dette? — Guai a
voi, dotti e farisei ipocriti, che chiudete agli uomini il regno del
cielo: non ci intrate voi, e ne impedite l’ingresso agli altri. —
Queste parole pervennero sino al Papa, ai cardinali ed a tutto il clero
che l’attorniava. La dottrina di Girolamo fu odiata da loro fin dal
suo principio: lo chiamarono eretico, bestemmiatore e adulatore. Da
Roma gli venne l’ordine di non continuare la predica, come, secondo gli
Atti dei SS. Apostoli, a loro pure fu proibita la predicazione del nome
di Gesù Cristo. L’ordine diceva: che, se egli non cessava la predica,
era anatemizzato come eretico. Ed egli, non solamente non seguì il
consiglio degli improbi; ma acceso di maggior zelo, dichiarò la loro
epistola irregolare ed ingiusta; perchè gli proibiva di adempire al suo
dovere d’insegnare in chiesa ai fedeli; e con maggior forza continuò
a svelare i loro vizi. Senza dubbio, così penso io, si risolvette
fin d’allora, a ricevere la morte per la fede e la gloria di Dio, se
necessità vi fosse. Uno che si accende di zelo per Dio, spregia non
solo i beni, ma pure la vita. Testimonio ne sono le parole di Cristo
che disse: Volendo gustare la morte, per la gloria del mio Padre e per
la salvezza dell’uomo, bramo di tutte le mie brame di mangiare questa
Pasqua con voi. Così parlò pure San Paolo, uno dei più fervidi zelatori
di Cristo: Voglio sciogliermi dal mondo ed essere con Cristo; ed
altrove: La vita mia è Cristo, e morire, per me, vuol dire acquistare.
»Il Papa non cessò mai di perseguitare Girolamo, volendo cacciarlo dal
suo pergamo; ma egli, sordo alle minaccie, continuò ad ammaestrare il
popolo, ed a svelare l’iniquità del Papa. I nemici, però, avevano già
deciso la sua morte e la eseguirono in questo modo. Avendo scelto un
generale, per nome Gioacchimo, lo mandarono a Firenze, munito dalla
potenza papale, di togliere a Girolamo il posto di Abbate del convento;
di giudicarlo e condannarlo a morte con fuoco, come spergiuro e
calunniatore della chiesa apostolica Romana. Arrivato a Firenze, mostrò
il generale ai capi della città le bolle del papa; chiamò Girolamo al
giudizio, e come un martire l’espose alla tortura. Arditamente rispose
il giusto alle calunnie dell’improbo giudice; ma falsi testimonii,
scelti fra la gente scontenta delle sue predicazioni, accumularono
calunnia sopra calunnia; e su questo falso fondamento lo condannarono
a un doppio supplizio; e insieme con lui altri due uomini santi, suoi
coadiutori: tutti e tre furono impiccati e poi bruciati. Tal fine
ebbero questi tre santi monaci, e così fu ricompensata dallo sleale
Papa la vita loro esemplare. Sul trono papale regnava allora Alessandro
uscito di Spagna, il quale colla sua iniquità e malvagità, superò ogni
delinquente.
»Quanto a me, mi allontano talmente dalla sentenza di quegli sleali
giudici, che sarei pronto, con tutta la gioia del cuore, assimilare
quei tre monaci agli antichi difensori della fede cristiana, se non
fossero Latini. Io vidi in questi santi monaci, come negli antichi,
uguale zelo per la gloria del nostro Signore G. C., e per la salvezza
e correzione dei fedeli: nè ciò ho sentito da altri; ma l’ho veduto
coi miei proprii occhi, essendo stato più volte presente ai loro
insegnamenti. E non solo riconobbi in loro lo stesso zelo, che negli
antichi, per la vita che menavano secondo la fede; ma anche la stessa
sapienza, lo stesso spirito; uguale arte nell’indagare il senso
delle Scritture Sante, uguale ampiezza di ogni dottrina esterna,
principalmente in Girolamo. Egli alle volte, rimaneva due ore di
seguito, ed anche più, sulla cattedra sua, spandendo a largo fiume le
sue dottrine abondanti; nè cavandole già da un libro tenuto nelle mani,
ma svolgendole tutte dal tesoro della sua immensa memoria, nella quale
si celava uno spirito affatto divino, e perito nell’arte di svelare le
Scritture Sante.»
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
INDICE DEL VOLUME SECONDO.
LIBRO QUARTO.
[1497-1498.]
CAPITOLO
I. Il Savonarola predica la quaresima del 97, sopra
Ezechielle. Costumi e vita di Piero de’ Medici
a Roma. Si tenta nuovamente di rimetterlo in
Firenze; ma il tentativo fallisce compiutamente. 1
II. Predica, e tumulto avvenuto il giorno
dell’Ascensione. Scomunica e risposte del
Savonarola. Il contagio, dopo avere infierito,
comincia a scemare. 15
III. È preso Lamberto dell’Antella che rivela tutta la
congiura de’ Medici. Processo e condanna degli
accusati. 39
IV. Opuscoli editi e inediti del Savonarola. Il
_Trionfo della Croce_. 56
V. Il Savonarola riprende le prediche nella
Sessagesima. Secondo _bruciamento delle vanità_;
nuovi brevi del Papa; continua la predicazione. 75
VI. Colloquio dell’ambasciatore fiorentino col papa:
nuovi Brevi e minacce; al Savonarola è inibito
di predicare. Suo ultimo quaresimale e suo
addio al popolo; sua lettera al papa e sue
lettere ai principi. 98
VII. L’esperimento del fuoco. 113
VIII. Assalto e difesa del convento: il Savonarola e i
suoi due compagni sono menati in prigione. 135
IX. Esamina e tortura del Savonarola. I magistrati
della repubblica, dopo aver compilato due falsi
processi, non possono convincerlo reo. 153
X. Processi di frà Domenico, frà Salvestro e di molti
amici del convento. Arrivano i commissari
apostolici, e rimettono a più fiera tortura il
Savonarola, che risulta sempre innocente. Suoi
ultimi scritti, composti nella prigione. 175
XI. I commissari apostolici rimettono alla tortura il
Savonarola che, dopo un terzo processo, risulta
di nuovo innocente. Condanna e supplizio
dei tre Frati. 195
Conclusione. 217
DOCUMENTI.
DOCUMENTO
I. Lettera del Savonarola al padre, restituita
alla sua vera lezione. III
II. Primo scritto in prosa del Savonarola. VI
III. Lettera del Savonarola ai suoi genitori. X
IV. Saggio di un sunto assai imperfetto delle
_Lezioni sull’Apocalisse_. XI
V. Catalogo di opere del Savonarola, cavato da
un antico manoscritto. XIV
VI. Saggio dei primi appunti che il Savonarola
faceva per le sue prediche, cavato da un
codice autografo nella Biblioteca
Magliabechiana. XVIII
VII. Un brano delle Giornate di Ser Lorenzo Violi,
in cui si discorre delle Prediche del
Savonarola. XXV
VIII. Un contratto di Lorenzo Violi, per stampare un
volume di Prediche del Savonarola. XXIX
IX. Lettera del Savonarola a Stefano da Codiponte. XXXII
X. Tre Lettere dei Dieci, in favore della
separazione di San Marco dalla Congregazione
lombarda. XXXIV
XI. Breve d’Alessandro VI, con cui si separa San
Marco dalla Congregazione lombarda. XXXVI
XII. Lettere di Iacopo Salviati e Girolamo
Savonarola a Piero de’ Medici, relative ad
una convenzione tra i Frati di San Marco e
quelli di Lombardia, circa il Breve venuto
da Roma. XXXVIII
XIII. Tre lettere della Signoria in favore della
separazione di San Marco dalla
Congregazione lombarda. XL
XIV. Dispaccio della Corte di Napoli a papa
Alessandro VI, circa la venuta dei Francesi
in Italia, scritto da Giovanni Pontano. XLIII
XV. Breve discorso di Iacopo Nardi, fatto in
Vinegia dopo la morte di papa Clemente VII,
l’anno 1534, ad istanza di alcuni gentili
uomini viniziani; per informazione delle
novità seguite in Fiorenza, dall’anno 1494
insino al detto anno 1534. LV
XVI. Due capitoli della terza parte del _Vulnera
Diligentis_ di frà Benedetto. LXV
XVII. Lettera dei Dieci, in cui si parla della
seconda legazione affidata al Savonarola. LXXV
XVIII. Legazione affidata al Savonarola. LXXVIII
XIX. Lettera della Signoria al re di Francia, circa
i danari che Carlo VIII chiedeva di continuo. LXXIX
XX. Tre lettere inedite del Savonarola a
Carlo VIII. LXXXI
XXI. Lettera del Savonarola a Carlo VIII, in data
del 26 maggio 1495. LXXXV
XXII. Lettera di un agente segreto del Moro. XC
XXIII. Poesie di Giovanni, sarto fiorentino. XCII
XXIV. Un Breve di papa Alessandro al Savonarola. CXI
XXV. Risposta del Savonarola. CXII
XXVI. Lettera della Signoria al papa, in favore del
Savonarola. CXIV
XXVII. Lettera del Savonarola ad uno de’ suoi Frati. CXVI
XXVIII. Tre lettere al Duca di Ferrara. CXVII
XXIX. Breve di papa Alessandro VI, col quale si
ordina di formare la nuova Congregazione
Tosco-Romana. CXX
XXX. Lettera del Savonarola al Duca di Milano. CXXIV
XXXI. Primo abbozzo d’alcune poesie inedite del
Savonarola. CXXV
XXXII. Deliberazioni della Signoria circa la
libreria dei Medici. CXXXIII
XXXIII. Copia d’una lettera di mano di Lamberto di
Giovanni dell’Antella, per mandare a
M. Francesco Gualterotti suo cognato:
havevala nella scarsella, quando fu preso
l’anno 1497. CXXXVIII
XXXIV. Deliberazioni della Signoria circa il
predicare nel giorno dell’Ascensione. CLXII
XXXV. Lettera che racconta il fatto avenuto nel
giorno dell’Ascensione. CLXIV
XXXVI. Breve, in cui viene scomunicato il
Savonarola. CLXV
XXXVII. Due sottoscrizioni dei frati di San Marco e
dei cittadini, in difesa del Savonarola. CLXVII
XXXVIII. Bullettino per la esecuzione dei cinque
cittadini che congiurarono, onde rimettere
in Firenze Piero de’ Medici. CLXIX
XXXIX. Minuta di due lettere della Signoria
all’ambasciatore in Roma. CLXXI
XL. Minuta di una lettera della Repubblica
Veneziana all’ambasciatore in Roma, circa
le cose di Piero de’ Medici. CLXXIV
XLI. Lettera di un Anonimo, circa alcune prediche
fatte da frà Mariano da Gennazzano, in
Roma. CLXXVI
XLII. Breve di Alessandro VI, alla Repubblica
fiorentina, nel quale si ordina che il
Savonarola venga imprigionato, o mandato
a Roma. CLXXIX
XLIII. Due lettere d’un agente segreto del duca
di Milano. CLXXXII
XLIV. Due lettere che annunziano quelle scritte
dal Savonarola ai Principi. CLXXXIV
XLV. Due brani dell’opera di Lorenzo Violi, cioè
il fine della terza ed il principio della
quarta giornata, dove si ragiona
dell’esperimento del fuoco. CLXXXVIII
XLVI. Altro brano dello stesso Manoscritto del
Violi. CCI
XLVII. Dal secondo libro del _Vulnera Diligentis_
di frà Benedetto. CCXXVII
XLVIII. Un altro capitolo del secondo libro della
stessa opera. CCXXXV
XLIX. Dalla terza parte del _Vulnera Diligentis_. CCXL
L. I tre processi apocrifi del Savonarola. CCXLIX
LI. Il vero ed il falso processo di frà Domenico. CCCV
LII. Il Processo di frà Silvestro, in diversi
punti alterato dalla Signoria. CCCXXIX
LIII. Esamine o processo degli altri accusati. CCCXLI
LIV. Atti e Deliberazioni della Signoria, circa
l’esperimento del fuoco. CDI
LV. Deliberazioni fatte nel giorno del tumulto
e durante l’assedio di San Marco. CDIV
LVI. Deliberazione che nomina la Commissione, per
esaminare i frati. CDV
LVII. Altre Deliberazioni. CDVI
LVIII. Condanna dei tre frati. CDVII
LIX. Altre deliberazioni e condanne. CDVIII
LX. Altre due Deliberazioni, fra le moltissime
che si continuarono a fare, in danno e
persecuzione del convento di San Marco e
dei Piagnoni. CDXII
Conclusione ai Documenti. CDXIV
=Errata-corrige.=
_Errori._ _Correzioni._
Pref. pag. XXV, v. 22. scolastici. Onde scolastici; onde
Vol. I, pag. 203, nota 1. mutava ogni mutava ogni due
giorno o tre giorni,
ed anche ogni
giorno.
Vol. II, pag. 1, nota 1, _Giornale_ _Giornate_
v. 3.
Vol. II, pag. 1, nota 1, Cl. X. 35. Stanza I, scaf.
v. 4. I, palch. X,
n. 32.
Vol. II, pag. 127, v. 13. Minori Domenicani
Vol. II, pag. 127, v. 15. Domenicani Minori
Vol. II, Docum. pag. X. 32 stanza I, scaf.
XXV, nota 1, I, palch. X,
v. 1. n. 32.
Vol. II, Docum. pag. _circa il_ _ed al_
XXXVIII,
v. 20.
Vol. II, Docum. pag. _processo_ _processi_
CCCXLI,
v. 10.
NOTE:
[1] _Vita del Padre Girolamo Savonarola_. Ginevra, 1781.
[2] _Della Storia del P. Girolamo Savonarola, libri quattro, dedicati a
S. A. Pietro Leopoldo_. Livorno, 1782.
[3] _Hieronymus Savonarola und seine Zeit. Aus den quellen
dargestellt_, von A. G. Rudelbach. Hamburg, 1835. — Avvertiamo il
lettore che, forse, troverà alcuna di queste notizie, accennata
novamente nelle note. Nondimeno, credemmo necessario di raccogliere
nella prefazione tutto ciò che più importava conoscere intorno ai
biografi.
[4] _Girolamo Savonarola, aus grossen Theils handschriftlichen Quellen
dargestellt_, von Fr. Karl Meier. Berlin, 1836.
[5] Nel corso della nostra opera e nell’Appendice, si vedono le prove
di ciò che diciamo.
[6] _Storia di S. Marco_ del P. Vincenzo Marchese dei predicatori,
pubblicata la prima volta a Firenze, nel _San Marco illustrato_; e
poi negli _Scritti varii_ del P. Vincenzo Marchese, Firenze, 1855, Le
Monnier.
[7] _Jérôme Savonarole, sa vie, ses prédications, ses écrits_, par F.
T. Perrens. Paris, 1853.
[8] _Art chrétien_, par Rio. Paris 1836.
[9] _Neue Propheten, Drei historisch-politische Kirchenbilder_, von
D. Karl Hase. Leipzig, 1851. Sono tre saggi sopra Giovanna d’Arco, il
Savonarola e gli Anabattisti. — _Savonarola, ein Gedicht_ von Nicolaus
Lenau, vierte Auflage. Stuttgart und Tübingen, 1853.
[10] _The life and martyrdom of Girolamo Savonarola, illustrative of
the history of Church and State connexion_, by R. R. Madden, London,
1854.
[11] Fra i più recenti lavori, dobbiamo citare quello del Sig.
Bartolommeo Aquarone. Noi ci asteniamo dal giudicarlo, perchè scritto
da un nostro amico, e venuto alla luce quasi insieme col nostro.
[12] Venne poi stampato a parte: _Vita del P. F. Girolamo Savonarola_,
scritta dal P. F. Pacifico Burlamacchi, lucchese. Lucca, 1764.
[13] _Vita R. P. Fr. Hieronymi Savonarola_, auctore Ill. D. Joan.
Franc. Pico. Parisiis, 1674. Questa edizione curata dal Quetif, è in
tre volumi; i due ultimi e la metà del primo, contengono le aggiunte
fattevi dallo stesso Quetif.
[14] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_, lib. II, e la biografia anonima,
che trovasi nella Magliabechiana, fra i Ms. del Conventi, 1, VII, 28.
[15] Nel convento di S. Marco.
[16] Nella Riccardiana.
[17] La medesima che è citata nella nota 1.
[18] Le opere del Razzi si trovano manoscritte nella Magliabechiana e
nella Riccardiana.
[19] La curiosità che destavano questi processi era tale, ed il tempo
che dovemmo impiegare a compiere il nostro lavoro fu così lungo;
che non ci era possibile impedire che altri pubblicasse alcuni dei
documenti, che noi andavamo trovando e dei quali, certo, non volevamo
far mistero. Per queste ragioni, non possiamo presentare come inediti,
tutti i documenti intorno al processo, che noi scoprimmo In Firenze; nè
possiamo astenerci dal metterli nella nostra Appendice, perchè quelle
pubblicazioni, curate da chi non aveva fatto studio particolare del
soggetto, dovettero, per necessità, riuscire imperfettissime. Così
avvenne della pubblicazione d’uno dei processi apocrifi del Savonarola,
fatta dal chiariss. Prof. Paolo Emiliani Giudici nell’appendice
alla sua _Storia dei municipii italiani_. Più diligenti furono gli
eruditi compilatori del Giornale _Storico degli Archivi Toscani_, nel
pubblicare altri documenti, una parte dei quali noi avevamo ritrovati,
e parte ne avevamo raccolti, dietro alcune indicazioni date dal Meier.
Nondimeno, anche questa pubblicazione riusciva assai incompiuta e
scorretta, come avremo occasione di mostrare nell’appendice.
[20] È nostro debito il dire che, se abbiamo potuto compiere con
diligenza e precisione questo esame, lo dobbiamo in gran parte alla
gentilezza del conte Carlo Capponi. Egli possiede una collezione delle
opere, opuscoli, lettere del Savonarola, e di tutto ciò che riguarda
la sua vita; così compiuta e bene ordinata, che non crediamo alcun
privato, in Italia o fuori, abbia nulla di simile. Ha messo, poi, a
nostra disposizione, così i libri come i MS. della sua biblioteca,
con tanta cortesia, che noi sentiamo l’obbligo di attestargliene
pubblicamente la nostra gratitudine. La medesima testimonianza dovremmo
rendere ancora a molti altri, che ci furono larghi dei loro favori;
ma non potremmo tralasciare i nomi del P. Marchese, che ci ha sempre
incoraggiato con paterno affetto; e del dott. Danzi di Milano, che,
senza neppure conoscerci, volle aiutarci come fratello.
[21] Dopo incominciata la stampa di quest’opera, abbiamo avuto la
fortuna di rinvenire un MS. che per molti e molti anni avevamo invano
cercato, e che era conosciuto col titolo: _Giornate_ di Lorenzo Violi.
Si trova nella Magliabechiana, Stanza I, scaf. I, palch. X, n. 32: è
intitolato _Apologia, per modo di dialogo, in difensione delle cose
predicate dal Rev. P. F. Hieronimo Savonarola._ Un brano di questo MS.,
che pubblichiamo nel Doc. IV dell’Appendice, metterà in chiaro quali
prediche furono con diligenza raccolte e quali no.
[22] _Prediche sopra Ezechielle_ ec., come sopra. Bisogna notare,
che in questo volume il quaresimale e l’avvento sono uniti sotto la
stessa numerazione: l’avvento, perciò, finisce colla predica ottava. Il
quaresimale comincia colla nona.
[23] Predica XLIII e XLIV. Intende riferire più particolarmente a
quelli che, avendo dei benefici in famiglia, cercavano di osarne
illecitamente, vendendoli o facendo vestir l’abito a chi non voleva.
[24] Predica XIX.
[25] Predica XVII.
[26] Predica XXII, sospesa. Una delle accuse che il Savonarola moveva
assai spesso al clero, era di non credere nella transustanziazione:
tanto era lontano da quel protestantismo che alcuni gli vorrebbero
attribuire.
[27] Predica XXII, sospesa.
[28] Qui riferisce a Mariano da Gennazzano, di cui fra poco conosceremo
le segrete trame. Ma il Savonarola era così alieno dal venire a
personalità, che in questa occasione, quasi unica, si scusò col popolo
di aver troppo chiaramente fatta allusione a persona che, pure, non
nominava.
[29] Qui allude all’offerta del cappello cardinalizio.
[30] Predica XXVIII; sospesa.
[31] Nardi, _Storia di Firenze_, pag. 115.
[32] Più oltre dovremo parlare di Lamberto e della sua relazione, che
daremo nell’Appendice.
[33] Giovanni de’ Medici, più tardi papa Leone X.
[34] Il fiorino, il cui rapporto colla lira andò sempre mutando, valeva
allora fra le 5 e le 6 lire.
[35] Ritorno di Cosimo.
[36] Dopo la Congiura dei Pazzi.
[37] Vedi nell’Appendice la sovraccennata relazione dell’Antella,
documento importante, dal quale abbiamo cavato tutta la descrizione
della vita e costumi di Piero.
[38] Guicciardini, _Storia di Firenze, Storia d’Italia_; Nardi;
Parenti; Pitti, ec.
[39] «Per le quali cose ingagliardito Piero, richiedendo di favore
la Lega, gli mancò sotto il Duca di Milano.» Guicciardini, _Storia di
Firenze_, cap. XV.
[40] Ora, Porta Romana.
[41] Per tutta questa narrazione, vedi Nardi, Guicciardini, Cerretani,
Parenti, Pitti, Sismondi ec.
[42] Vedi lettera, più sopra citata, del Benivieni a Clemente VII.
[43] Il Nardi dice, che erano 500 cavalli leggieri e altrettanti
o più fanti «benissimo a ordine e genti fiorite»; il Guicciardini,
_Storia d’Italia_, dice 600 Cavalli e 400 fanti; il Parenti 120 uomini
d’arme, 300 Cavalli e 1500 fanti; l’Ammirato ed il Sismondi dicono 800
Cavalli, e 3000 fanti. Noi abbiamo preferito di seguire la relazione
dell’Antella, che doveva conoscere queste cose meglio d’ogni altro.
[44] Il Borgia diceva che il fatto «non era suto di suo consentimento
e saputa.» Vedi _Lettera a Lorenzo di Filippo Strozzi_, scritta da
un tale _Antonio servo tuo_, in data del 20 maggio 1497. Magliab. Cl.
XXXIV, Cod. 288.
[45] Il Violi, a carte 53 retro, parla minutamente di Doffo Spini. Vedi
il MS. magliab.
[46] Nardi, _Storia di Firenze_; Parenti, idem; Burlamacchi, _Vita_
ec.; Barsanti, Idem; Violi, _Le Giornate_, ec.
[47] Vedi queste Deliberazioni nell’Archivio delle Riformagioni.
[48] Questi fatti sono dal Violi, dal Burlamacchi e dagli altri
biografi minutamente descritti.
[49] Così lo distinguevano da molti altri di simil casato, in Firenze.
[50] Il racconto di questo fatto abbiam cavato, non solamente dai
biografi e storici sopra citati; ma anche da alcune lettere di privati,
che si trovano manoscritte nella Magliabechiana. Una è di Alessandro
Giugni a Lorenzo di Filippo Strozzi, in data del dì 4 maggio 1497 (Cl.
XXXVII, 288); un’altra, indirizzata al medesimo, nello stesso giorno, è
scritta da Jo. de Boromeo (Cl. XXIV, 288).
[51] Questo opuscolo, di cui si trovano diverse edizioni del tempo,
S. L. et A., ci è servito moltissimo a comporre il racconto autentico
e minuto del fatto, che ivi è narrato da un testimonio oculare. Il
suo titolo è: _Predica del venerando P. F. Hieronymo da Ferrara,
facta la mattina dell’Ascensione 1497_. V’è premesso un _Prohemio_
che incomincia: «Hieronymus Cinoctius Barnabe Rodiano suo salute.»
Il Cinozzi ha scritto anche una breve Vita del Savonarola, che è
manoscritta nella Riccardiana.
[52] Vedila nel Quétif, vol. II, pag. 170.
[53] Burlamacchi, Nardi, Parenti, Barsanti, Cinozzi, Violi. Vedi anche
le Deliberazioni nell’Archivio delle Riformagioni.
[54] Di questo fatto abbiamo qualche notizia anche in una _Lettera a
messer Lorenzo di Filippo Strozzi_, scritta da _Antonio servo suo_,
in data del 20 maggio 1497. «In la terra, come sai, i rumori sopra
il Frate sono suti grandi, et parvero le cose in termine da dovere
chiarire qualche animo. Et per evitare inconvenienti, s’è fatto sopra
ciò, questa mattina, una gran pratica; et la Signoria e altri, intendo,
s’affaticano comporre e’ ciptadini in bona pace, et di levare via
queste parti del Frate e non Frate, che dànno disonore e danno alla
città, al pubblico et al privato; et in questa pace pare s’intenda
ch’el Frate sia exiliato.» Magliab., Cl. XXXIV, 288.
[55] Più volte il Savonarola accenna a questa violenza dei sermoni del
Gennazzano, la quale, d’altronde, era assai nota.
[56] Aveva la data del 22 maggio 1497, ed è stata da tutti erroneamente
creduta una risposta al Breve di scomunica. Il Breve, scritto il 12
dello stesso mese e ritardato per via, come si vedrà, non era anche
arrivato a Firenze. Gli storici contemporanei non ci dànno il giorno
preciso dell’arrivo; ma ci dicono che fu verso la fine del mese: le
lettere manoscritte da noi esaminate, fino a quel termine, non parlano
ancora di scomunica (vedi anche quella del 20 maggio, citata più
sopra). D’altronde, se la lettera da noi riportata nel testo, fosse
scritta in risposta alla scomunica, non avrebbe alcun senso. Di ciò
sembrò avvedersi anche il Meyer; ma egli non trovò modo a correggere
l’errore, ritenendo con molti altri, che il breve partito da Roma il
12, dovesse, verso il 16 o 17, essere in ogni modo giunto a Firenze.
[57] Violi, Burlamacchi, Pico, Barsanti. Marchese, Nardi, Parenti, ec.
[58] Qui si vede quanto fosse vero quello che il Savonarola aveva
detto, che il papa, cioè, avesse accettato le scuse del suo non andare
a Roma.
[59] Per questo Breve vedi l’Appendice. Il Padre Marchese sembrò
dubitare che questo fosse il vero Breve, perchè vi manca la forma
dovuta; ma noi torneremo, altrove, sopra tal quistione.
[60] Questa epistola trovasi anche nel Quétif, vol. II, pag. 188.
[61] È latina e si trova pure nel Quétif, vol. II, pag. 191.
[62] Violi, Burlamacchi, Barsanti, Pico, ec.
[63] Di ciò parlano minutamente il Nardi, il Violi, il Burlamacchi,
Barsanti, ec.
[64] Queste lettere si trovano pubblicate nei _Documenti_ del P.
Marchese.
[65] Vedi la lettera stessa nel Quétif e nel P. Marchese.
[66] Molte altre lettere scrissero i Magistrati. — Una del 21 luglio,
lodava mess. Alessandro e mess. Ricciardo, per le cure avute nel ben
disporre i cardinali verso il Savonarola, raccomandava l’adoperarsi
sempre più, e diceva esservi molti che oppugnavano la cosa. Scrissero
di nuovo il 1º agosto, lodando l’ambasciatore, e rallegrandosi che «la
Sua Santità si mostri benevola e propizia verso di noi:» mandavano
anche due lettere di ringraziamento ai cardinali di Capaccio e di
Perugia, i quali s’erano adoperati in favore di quella causa. L’11
agosto, raccomandavano di fare ogni sforzo possibile, per ben disporre
i sei cardinali proposti agli affari ecclesiastici, ed ai quali
sembrava dovesse andare la causa del Savonarola. Il 26 settembre
scriveano al cardinal Caraffa, raccomandandogli d’adoperarsi appresso
al papa; il 28 settembre, al Bracci, perchè sollecitasse il cardinal
Caraffa; il 13 ottobre, lo stesso; il 7 novembre, mandarono due
lettere, di cui parleremo più basso. Vedi Documenti del P. Marchese.
[67] Più tardi Pio III.
[68] Lettera a Lodovico Pittorio, cancelliere del duca Ercole I di
Ferrara. Vedila nel P. Marchese. Il fatto, poi, della offerta di quel
cardinale trovasi ripetuto nel Burlamacchi, Barsanti, Souveges; e viene
dal P. Marchese riconfermato.
[69] Vedi il Guicciardini, _Storia d’Italia_, e gli storici
contemporanei.
[70] Fu pubblicata dal Perrens, nell’appendice al suo primo volume.
[71] Di ciò parla l’ambasciator di Roma, nelle sue lettere.
[72] Daremo in Appendice queste due dichiarazioni o lettere al papa.
Fra le sottoscrizioni alla seconda di esse, v’è il nome di un Niccolò
d’Alessandro Machiavelli, che il Perrens erroneamente credette fosse
quello del Segretario fiorentino, che era invece figlio di Bernardo.
[73] Lettera del Savonarola a suo fratello Alberto, in data del 21
luglio. Vedi P. Marchese, _Documenti_ ec.
[74] Il non avere ciò osservato, fu causa dell’errore gravissimo in cui
è caduto il sig. Perrens, dicendo che il Savonarola si mostrasse timido
e indifferente nel fatto della peste.
[75] Probabilmente sono quelli, di cui si trova un abbozzo imperfetto e
monco, nel volumetto intitolato: _Alcuni sermoni devoti di F. Jeronimo
Savonarola, sopra il principio della Cantica e altri luoghi_; Venezia
1556. Quelli sulla Cantica sono anch’essi solamente abbozzati; ma
vi si trovano dei brani in italiano, meno imperfetti di quelli sopra
Geremia, e non senza pregio. L’originale di questi, insieme con molte
altre selve di sermoni, lezioni ec., si trova nella Magliabechiana,
ed è un prezioso codice di appunti autografi, del quale parleremo
nell’Appendice.
[76] Vedi P. Marchese, _Documenti_ ec.
[77] Ibidem.
[78] Ibidem.
[79] Era scritto in data del 15 luglio 1497; fu pubblicato allora a
Firenze, e più tardi a Venezia, 1538, nel volumetto intitolato: _Alcuni
devotissimi trattati di F. Jeronimo Savonarola_ ec.
[80] Durante questi mesi, il Savonarola scrisse varie lettere. — A
Maria Angiola Sforza, sul ben vivere, 24 maggio 97. — A Francesco Pico,
sullo stesso soggetto, 8 maggio 97. — In un’altra allo stesso, dice
che la scomunica non ha avversato l’opera sua, che i frati stanno,
invece, lieti e contenti; 2 luglio 97. — A due giovani donne ferraresi,
consigliandole a bene apparecchiarsi, per meglio condurre il loro
proponimento di farsi monache; 24 maggio 97. — A messer Bertrando
Ferrarese, protonotario apostolico: si congratula della sua fede,
la quale, provata nelle tribolazioni, non viene da lume naturale; 12
luglio 97. — Al Duca di Ferrara: lo conforta alla fede, ed a credere
che Dio procede misuratamente nelle sue cose, senza alterarne un jota;
1 agosto 97. — A Giovanna Caraffa moglie del conte Gio. Francesco
Pico: si congratula della sua fede, la conforta a non temere le
tribolazioni; 13 agosto. — Alla stessa. «Non bisogna avere coscienza
troppo scrupolosa: la carità estingue ogni peccato, e più piace a Dio
colui che vive lieto nel bene, di colui che si tormenta negli scrupoli.
Nei dubbi si consigli coi buoni e stia al loro arbitrio. Il marito è
capacissimo di consigliarla, il rimettersi a lui sarebbe anche assai
accetto al Signore.» 6 novembre 97.
[81] Durò in tutto due mesi e mezzo.
[82] Il Nardi, il Machiavelli e molti storici parlano di questa cattura
dell’Antella. Vedi nell’Appendice la lettera che aveva indosso.
[83] Queste notizie abbiam cavate dalla lettera che si trovò indosso
all’Antella, e dalla confessione che scrisse dipoi. Non sappiamo il
giorno preciso di questa cattura; ma in una lettera del 10 agosto, che
la Signoria indirizzava all’ambasciatore di Roma, si parla del fatto
come già avvenuto. Archivio delle Riformagioni, _Minute di lettere ad
ambasciatori_: secondo l’antica numerazione, il codice era segnato Cl.
X. Dist. 1, Nº 198.
[84] La lettera sopra citata, dice che la cattura dell’Antella «ha
scoperto la radice di qualche maligno umore, in persona da _non poter
perseguire_;» ma poi cerca dar poco rilievo alla cosa, aggiungendo
che sono _vani effetti_; «perchè se mai vi fu repubblica unita a
distruggere la tirannide, questa è dessa.»
[85] Nella narrazione di questo giudizio, abbiano seguito sempre i
documenti autentici; e fra gli storici ci siamo valsi principalmente
del Pitti (Archivio Storico, vol. I), che racconta questi fatti con
grandissima precisione.
[86] Questa è la rivelazione di cui abbiamo più volte parlato, e che
daremo nell’Appendice.
[87] Di ciò parla il Nardi nella sua _Storia di Firenze_, pag. 153.
[88] L’avola di Piero era una Tornabuoni.
[89] Diverso da Giovanni Cambi storico e tutto del popolo, diverso
anche da quel _ricco_ Cambi di via del Cocomero; era propriamente di
quei da S. Trinità.
[90] Era suocero d’una sorella di Piero. Per tutte queste notizie vedi
Nardi, _Storia di Firenze_, pag. 130, vol. I; Cerretani, idem, MS.
magliabec.; Parenti, idem; Guicciardini, idem, cap. XV; Pitti, idem.
[91] Pitti, _Storia di Firenze_.
[92] Per vincere una deliberazione nella Signoria, che era composta
di 9 membri, si richiedevano 6 voti; lo stesso numero ci voleva negli
Otto, perchè i _due terzi_ erano la maggioranza legale: quando si
andava per maggioranza numerica, dicevasi _votare per le più fave_.
[93] Pitti, _Storia di Firenze_.
[94] Il Pitti suppone che il notaio tralasciasse di segnare i pochi
voti contrari, non potendo supporre che non ve ne fusse alcuno.
[95] Pitti, _Storia di Firenze_.
[96] Vedi il Pitti, che riporta fedelmente i discorsi tenuti nella
Pratica. Vedi anche il Cerretani ed il Parenti.
[97] I Gonfalonieri delle Compagnie ed i Buoni Uomini, ma qui
principalmente i primi.
[98] Il Nardi, il Pitti ed altri parlano dell’effetto che produsse
l’arrivo di quelle lettere. Lo stesso _frammento di Pratica_, che
abbiamo trovato nell’Archivio delle Riformagioni, incominciando a darci
il sunto della discussione, dice così: «E’ nostri magnifici et excelsi
signori, fatto leggere più lettere da Roma da Ser Alexandro, et da
Milano da Ser Francesco Pepi, et da alcuni altri cittadini esistenti a
Roma, senza subscriptione,.... fu dimandato consiglio ec.» Cl. II, Cod.
137, _Frammenti di Pratiche_.
[99] «Quando si dubita di tumulto, secondo le leggi comuni, si soglion
torre via gli appelli.» Così nel Guicciardini, _Storia di Firenze_,
pag. 160.
[100] Tutta questa discussione è riportata fedelmente dal _Frammento di
Pratica_, più sopra citato.
[101] In questa narrazione ed in questi discorsi, abbiamo fedelmente
seguito il Pitti, _Storia di Firenze_, (Vedi _Arch. Storico_ Vol. I).
[102] Pitti, Cerretani, Nardi. Secondo il Pitti andarono nel Palazzo
del Bargello; ma il Cerretani, forse con più esattezza, dice che
andarono in quello del Capitano, che era accanto alla Dogana vecchia e
vicino al Palazzo dei Signori.
[103] _Minute di Lettere ad ambasciatori_, 1496-97; Archivio delle
Riformagioni. Vedi Appendice.
[104] Questo dobbiamo dire, perchè più tardi troviamo una provvisione
che toglie _ogni bando di ribelli_.
[105] Nardi, Cerretani, Pitti, Machiavelli, Parenti, Guicciardini, ec.
[106] Vedi il processo a stampa. Qui si rammenti il lettore, che tutte
le alterazioni del processo, furon fatte sempre e solo a danno del
Savonarola; quindi si può creder pienamente tutto ciò che vien detto in
suo favore.
[107] Processo fatto dai commissari del Papa. Vedi appendice.
[108] Vedi lib. II, cap V di quest’opera. Il Machiavelli ed il
Guicciardini furon tra i primi a muovere tale accusa contro al
Savonarola; e la loro autorità si tirò dietro quasi tutti gli altri.
Il Guicciardini cercò, nella sua _Storia di Firenze_, correggere in
parte l’errore commesso nella _Storia d’Italia_; ma lo fece piuttosto
moderando le espressioni, che correggendo i fatti. Quei due storici,
sebbene nella loro giovanezza avessero conosciuto il Savonarola,
scrissero assai più tardi, e quando già il suo nome era soggetto di
mille ingiuste accuse; per il che, non sempre riescì loro di sfuggire
tutte quelle opinioni erronee, che si spargevano per calunniare il
frate repubblicano. Pure, anche l’autorità del Guicciardini e del
Machiavelli deve cedere al vero, quando questo risulta così chiaro da
documenti di cui non si può disputare l’autorità.
[109] Il Guicciardini parla di questa nimicizia nella sua Storia di
Firenze.
[110] Pitti, _Storia di Firenze_; Cerretani, idem.
[111] Lettera dei Signori, in data del 7 novembre 1497. Vedi P.
Marchese, Doc. XVII.
[112] Hieronymi Savonarolæ, _Lamentatio Sponsæ Christi adversus
tepidos, et exhortatio ad fideles Christi ut praecentur pro renovatione
Ecclesiæ_. Florentiæ apud Laurentium de Morgianis, 1497. Quest’opuscolo
venne proibito a Roma. — Qui dobbiamo accennare ad un’altra
operetta che dal Meyer e dall’Audin de Rians viene attribuita al
Savonarola; sebbene, a nostro avviso, egli non ne sia il vero autore.
Quest’operetta ha per titolo: _Loqui prohibeor et tacere non possum_;
il Meyer la vide manoscritta nella biblioteca Bouturlin, l’Audin la
trovò stampata nei quattrocentisti della Riccardiana, dove anche noi
l’abbiamo esaminata. È un opuscolo di sei carte, stampato senza data,
e senza nome d’autore; le idee non sarebbero lontane da quelle del
Savonarola, sebbene il latino, più studiato, ci fece fin da principio
dubitare che egli ne fosse l’autore. «I pastori,» così incomincia,
«lasciano deviare le pecorelle a loro arbitrio, scacciano quelle che
restano nella buona via, minacciano con pene severissime quelle che
cercano la sorgente di acqua pura; onde mi è vietato il parlare (_loqui
prohibeor_). — Ma io vedo questi pastori dissipatori interdire i ricchi
pascoli al gregge, e le pecorelle magre e stente sono abbandonate
in cibo alle bestie selvagge; onde io non posso tacere (_tacere non
possum_). — I giudici e gli anziani, a cui spetterebbe il giudicare,
siedono sulla sedia di perdizione e rovesciano ogni ordine; l’arbitrio
è in luogo della legge, e la malvagità sopprime la debole voce del
giusto; onde mi è vietato il parlare.» E così continuando la prima
parte di questo scritto, conclude finalmente: _Ideo loqui cogor et
exclamare compellor_. Ed allora tutto pieno di speranza, egli esclama:
«Ecco già ogni servo loda il suo Signore. La mia bocca è piena, o
Signore, del tuo amore, e canterò la tua gloria: già cade la notte e
sorge l’aurora d’un giorno migliore; la nostra redenzione è vicina.»
Senza dubbio tali idee si potrebbero attribuire al Savonarola; se, in
due o tre luoghi, non fosse troppo chiara l’allusione a lui stesso,
come già morto. Eccone un esempio: «Fratres et discipuli carissimi qui,
ab ipso fonte uberrimo, prædulcissima eloquia, magno obtectamento,
frequentius hauserunt; qui tanquam exanimes et velut stupidi altiora
doctrinæ mirabantur; qui virum omni quavis scientia præclarissimum
magnaque sanctitate venerandum firmissime asserebant, Instanter
prædicabant, omnique demonstrationum genere id animis hominum inserere
nitebantur. Nunc, ac si lethæi fluminis unda demersi, in silentio
trahunt dies suos, et ad unuscuiusque rei pavent occursum. Nonnulli ex
eis, timore perterriti, digito labris imposito, silentium indicant,
si quos noverint hilari vultu loquentes magnalia Dei. Nec desunt
qui, asperiori obedientiæ malleo simplicium dorsum incurvent; quia
et obliquis oculis intuentur quos pristinæ fidei quippiam servasse
crediderint.» E qui noi troviamo nell’esemplare riccardiano, segnato
nel margine, con caratteri antichi: _la fede nel Frate_; come pure
in un altro luogo, dove l’autore nomina «martyres Dei inclytos,» la
stessa mano ha segnato nel margine: _il Frate e i tre compagni_, segno
evidente che l’opuscolo era conosciuto non essere del Savonarola.
Nella Riccardiana esso è legato con molti altri del Savonarola e dei
suoi discepoli, ed è preceduto da una lettera di Gio. Franc. Pico
della Mirandola, _A li electi di Dio abitanti nella città di Firenze_,
datata il _giorno della Resurrezione_, 1498. In questa lettera il
Pico conforta ad aver fede nella dottrina del Savonarola, le cui
profezie certamente si verificheranno. È facile che anche l’opuscolo
seguente fosse lavoro del giovane Pico. (Vedi Riccardiana, 123,
quattrocentisti.)
[113] Nella bibliografia premessa al Burlamacchi, se ne cita
un’edizione del 1497. La più parte di questi opuscoli del Savonarola
furono ristampati in varie collezioni fatte a Venezia, due delle
quali videro la luce nel 1537 e 1538, col titolo: _Alcuni devotissimi
trattati_, ec.
[114] Stampata a Firenze, 1497; ed a Venezia, _Alcuni devotissimi
trattati_ ec.
[115] Data in Firenze, in San Marco, a dì 17 ottobre 1497; stampata a
Firenze nel medesimo anno.
In questo luogo accenneremo altri opuscoli del Savonarola che, o
furono scritti in questo anno, o sono stati da noi tralasciati nei
capitoli antecedenti. Noteremo prima di tutto l’_Esposizione dei dieci
Comandamenti_, indirizzata alla badessa delle Murate e stampata in
Firenze, sin dal 1495. È una minuta e diligente guida per far l’esame
di coscienza. — Anche nel 1495 fu stampata, e poi ripubblicata molte
volte, l’_Epistola alla Contessa della Mirandola_ che aveva divisato
monacarsi. Si parla in essa del fine da proporsi nel vestir l’abito,
e del modo come conseguirlo; della perfetta unione che il fedele deve
cercare di aver con Cristo, facendolo vivere nella sua anima.
_Le Dieci Regole da orare nel tempo delle grandi tribolazioni_ furono
stampate nel 1497, insieme con l’Epistola alle Suore d’Annalena: il
Meyer cita, delle prime, anche una edizione del 1495. Esse sono; 1º
Pregare Iddio che mandi buoni pastori; 2º Che ci faccia distinguere i
veri dai falsi profeti; 3º Che ci faccia conoscere come le cerimonie
esteriori, senza lo spirito interno, non hanno valore; 4º che ci faccia
amare la semplicità e sprezzare le cose terrene; 5º Che confermi questo
lume coi doni dello Spirito Santo. Queste regole sono per evitare le
tribolazioni; le altre cinque che seguono servono a sopportarle, quando
vengono. 1º Comunicarsi spesso; 2º Pregare assiduamente; 3º Pregare il
Signore che raffreni la potestà avversa; 4º Che la faccia finir presto;
5º Che faccia perfetti i buoni, e volga i peccatori a penitenza.
_Trattato sul mistero della Croce_. È una figura della Croce con alcuni
motti ed una breve spiegazione.
_Trattato del Sacramento e mistero della messa_. Son due pagine in cui
si ripetono cose già dette.
_Regole a tutti i religiosi, composte da F. Jeronimo e date ai suoi
frati_. 1º Povertà, 2º Castità, 3º Obbedienza, 4º Lasciare ogni
distrazione, 5º Fuggire le cattive conversazioni, 6º Continua orazione.
Alla fine di quest’opuscolo è una figura della scala della vita, i cui
gradini portano scritte le sopraindicate virtù.
_Esposizione dell’Ave Maria, ad istanza di certe devote donne._ È una
semplice dichiarazione letterale.
_Epistola ad una devota donna bolognese_. Dà alcune regole per la
comunione.
_Frater Hieronymus dilectis fratribus suis_. Esamina il perchè i suoi
frati sieno travagliati quasi tutti da doglie di capo: lo attribuisce
alla soverchia meditazione; onde raccomanda loro di serbar misura.
_Un capitolo fatto in San Marco il dì di Santa Croce_ (settembre 96).
Raccomanda il digiuno e l’astinenza.
_Epistoletta a uno familiare_. Son due sole pagine, in cui lamenta che
l’Italia non ha voluto ascoltarlo; onde i tanti guai.
[116] Un altro MS. di quest’opera, trovasi nella biblioteca di San
Marco a Venezia; cod. XLI, clas. IX. dei MS. latini. Sembra anch’esso
autografo; ma non è stato esaminato da alcuno, per la grande difficoltà
della scrittura. Noi lo pubblicheremo fra le cose inedite del
Savonarola, dopo averlo diligentemente riscontrato coll’altra copia,
certamente autografa, che si trova in fondo alla Bibbia magliabechiana.
Vogliamo notare alcune parole che, nel MS. Marciano, si trovano a pag.
50: «Non cogitant nisi præsentia, de futuris malis aut non habent fidem
firmam _aut, tanquam præsumptuosi, putant misericordiam Dei tam magnam,
ut_ SINE OPERIBUS _salvet homines_.» È sempre la idea opposta a quella
che formava la dottrina fondamentale di Lutero.
[117] Qui s’intende parlare della forma, e non delle opinioni di questi
autori, uno dei quali era cattolico, l’altro protestante.
[118] Proemio. Moltissime sono le edizioni del _Trionfo dello Croce_,
fatte nel quattrocento ed in tempi posteriori. Il Savonarola lo
pubblicò in latino, e subito dopo ne fece una traduzione, o piuttosto
una parafrasi italiana, da servire all’_universalità dei fedeli_. Noi
abbiamo seguito l’edizione italiana, perchè la forma ne è assai più
semplice e disinvolta; le formole scolastiche le quali, in parte, si
trovano ancora nell’edizione latina, sono qui abbandonate per meglio
adattarsi alla popolare intelligenza. _De veritate fidei in dominicæ
Crucis triumphum_, S. L. et A.; _Libro di F. Hieronymo dell’ordine dei
predicatori, della verità della fede sopra il glorioso trionfo della
Croce di Cristo_, con una prefazione di Domenico Benivieni. S. L. et A.
[119] Lib. I, cap. I.
[120] Lib. I, cap. II.
[121] Lib. I, cap. III e IV.
[122] Dal cap. V al cap. XIV.
[123] Proemio del secondo libro, vedi anche lib. I, cap. V.
[124] Lib. II, cap. I.
[125] Lib. II, cap. II.
[126] Lib. II, cap. III a VII.
[127] Cap. VIII.
[128] Fino al cap. XII.
[129] Cap. XV.
[130] Lib. III, cap. III.
[131] Lib. III, cap. VII.
[132] Lib. III, cap. IX.
[133] Lib. III, cap. XIII.
[134] Lib. III, cap XIV a XVI. Vedi anche lib. I, cap. X.
[135] Lib. IV, proemio, cap I e II.
[136] Stampato, vivente l’autore, era stato fatto sopra quello più
ampio di Pico della Mirandola, in forma assai compendiosa, per servire
al popolo. — L’astrologia è contraria alla ragione ed alla religione,
distrugge la libertà individuale e non riconosce la provvidenza divina:
tali erano i principali argomenti del Savonarola, che abbiamo ambe
altrove accennati.
[137] Lib. IV, cap. IV e V.
[138] Cap. VI. Abbiamo citato quasi testualmente le parole dell’autore,
le quali sono alquanto più prolisse, e perciò più esplicite ancora di
quello che non apparisce qui sopra.
[139] Con grande elogio ne parlò anche il P. Lacordaire.
[140] Nardi, _Storia di Firenze_, vol. I, p. 137.
[141] Si noti ancora qui, come queste parole son contrarie alla
dottrina fondamentale della Riforma: _giustificazione per la sola
fede_.
[142] Qui riferisce ad una predica antecedente; che fu da noi
riportata, e nella quale il Savonarola faceva intendere che, quando
fosse venuta la scomunica, egli avrebbe _dato volta alla chiavetta_.
Ma, come abbiam visto, un vero Breve di scomunica non era venuto, nè la
lettera ai frati della SS. Annunziata determinava alcuna accusa contro
la dottrina del Savonarola.
[143] La morte del Duca di Candia.
[144] Forse qui vuol riferire alla causa di Bernardo del Nero e degli
altri complici, che certamente il Savonarola credeva colpevoli, sebbene
non avesse fatto nulla per provocarne la condanna.
[145] Il Savonarola non intendeva di fare propriamente un miracolo;
ma bene credeva che, quando la salute della Chiesa lo richiedesse, il
Signore avrebbe, per mezzo suo, operato qualche cosa di soprannaturale:
e di ciò sembrava convintissimo.
[146] _Prediche XXII sopra l’Esodo e sopra alcuni Salmi_, fatte in
S. M. del Fiore, cominciando la domenica della Settuagesima, il dì
11 febbraio 1498; raccolte per M. Lorenzo Violi: Firenze 1498. Vedi
predica I.
[147] _Sermone fatto a molti sacerdoti, religiosi e secolari a San
Marco, a dì 15 febbraio 1497_ (stile vecchio). Trovasi, anche, insieme
colle prediche sopra l’Esodo.
[148] È ben lungi, però, dall’accennare ai dommi.
[149] _Prediche sopra l’Esodo_; vedi predica fatta la domenica della
Sessagesima.
[150] _Prediche sopra l’Esodo_, predica della Quinquagesima.
[151] Burlamacchi, 115 e seg.; Nardi, 140.
[152] Predica della Quinquagesima.
[153] Lett. dello Strozzi al Piovano di Cascina. Vedi Perrens, Doc. XV.
[154] Lettera ai Dieci, in data del 17 febbraio 1498. Vedi P. Marchese,
_Documenti_ ecc.
[155] Tutto ciò è minutamente raccontato in una lettera anonima,
intitolata: _Copia d’una lettera venuta da Roma, della predica di M.
Mariano da S. Ghallo, contro a Fra Girolamo_. Il Gennazzano aveva a S.
Gallo il suo monastero. Vedi Appendice.
[156] Fu stampato, vivente l’autore, S. L. et A. Vedi l’edizione
fattane da Audins de Rians, Firenze 1848. Egli lo credè scritto nel
1493, perchè il gonfaloniere Salviati che invitò il Savonarola a
comporlo, tenne quell’ufficio nel 93, e nel gennaio e febbraio 98.
Basta, però, dare un’occhiaia al trattato stesso, per vedere che
riferisce di continuo a fatti assai posteriori al 93.
[157] I trattati a cui riferisce sono: il _Trionfo della Croce; Della
semplicità della vita cristiana_; e _De veritate prophetica_.
[158] Sermone IV, _sopra l’Esodo_; fatto l’ultimo di febbraio, primo
giorno di quaresima.
[159] Nardi, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 138.
[160] Questo breve, sconosciuto finora, trovammo nel Codice Riccardiano
2053. Il Meyer pone la data del 28 Febbraio 98, ad un altro breve di
cui parleremo più basso. Vedi Appendice.
[161] _Prediche sopra l’Esodo_, vedi quella fatta il terzo giorno di
quaresima.
[162] Così chiamavansi allora i Dieci della guerra, secondo una legge
favorita dal Savonarola, nel principio del governo popolare.
[163] Qui riferisce a cagioni tutte politiche, come il desiderio di
mutare il governo di Firenze.
[164] Fra Bernardino da Monte Feltro, cacciato al tempo di Piero dei
Medici. Vedi Parenti, _Storia di Firenze_.
[165] Tutti questi discorsi son riportati dalla Pratica stessa, che si
trova nell’Archivio delle Riformagioni. Vedi _Frammenti di Pratica_,
come sopra.
[166] La Decima ecclesiastica e le cose di Pisa.
[167] Documenti del P. Marchese.
[168] Il Perrens volle da ciò trovare argomento a negare che quella
Signoria fosse veramente avversa al Savonarola; ma i fatti che
seguirono poi, rendono un tal dubbio impossibile.
[169] Burlamacchi.
[170] _Prediche sopra l’Esodo_, predica VII. Di questo sermone e del
precedente, parlò il Machiavelli nella sua _lettera ad un amico_,
scritta il giorno 8 marzo 1498. In essa egli non si mostra punto
favorevole al Savonarola; perchè, come altrove dicemmo, nella prima
giovinezza esso inclinò piuttosto verso gli Arrabbiati; e, solo in età
più matura, modificò il suo giudizio intorno al Savonarola. Ecco in
qual modo egli ne discorreva allora: «Trovandosi, adunque, il nostro
Frate in casa sua, chi avrà udito con quale audacia ei cominciasse
le sue prediche, e con quale egli le seguiti, non sarebbe di poca
ammirazione; perchè... cominciò con spaventi grandi, con ragioni, a chi
non le discorre efficacissime; mostrando essere ottimi i suoi seguaci,
e gli avversari scelleratissimi; toccando tutti quelli termini, che
fossero per avvilire la parte avversa e fortificare la sua; delle
quali cose, perchè mi trovai presente, qualcuna ritratterò.» E così,
ragguagliando minutamente, viene a dire: «e cominciò a squadernare i
libri vostri, o preti, e trattarvi in modo che non ne mangerebbero i
cani.» Intorno all’esserci chi volesse farsi tiranno, «tanto ne disse,
che gli uomini fecero, poi, il dì pubblicamene conjettura di uno, che
è tanto presso al tiranno quanto voi al cielo! Del Papa, poi, quello
ne dice, che di qualunque ne vogliate scelleratissimo uomo dire si
puote; e così, secondo il mio giudizio, viene _secondando i tempi_, e
le sue bugie colorendo.» Queste ultime parole, sebbene esageratissime
contro al Savonarola, ci dimostrano quanto grande dovesse essere allora
l’opposizione contro Roma.
[171] Predica XI.
[172] Predica XVIII.
[173] Predica VII.
[174] Predica XVI.
[175] Predica XII. Uno degli argomenti su coi tornò spesso in queste
prediche, fu il carattere _indelebile_ del sacerdote. «Il papa, esso
diceva, non può toglierlo; si porta anche in inferno; la scomunica
non rende inefficace l’amministrazione dei sacramenti: tale è anche
l’opinione di S. Tommaso.» Vedi prediche XII e XIII.
[176] Predica XIII.
[177] Vedi nel P. Marchese, Documento XX.
[178] Vedi nel P. Marchese il Documento XXI.
[179] Ciò conferma tutto quel che abbiam detto sul Breve di scomunica.
[180] «Ita turbamur, ut quieturi non simus, donec honorem Sanctæ hujus
Sedis, tot modis a tenui isto vermiculo, calore vestro, ulceratum,
consuluerimus.»
[181] La Decima ecclesiastica e gli aiuti a sottometter Pisa.
[182] «Tamdiu duraturo, quamdiu vestro isti monstruoso idolo favorem
praestabitis.» Il sig. Perrens pubblicò questo breve, senza data, dal
codice di S. Marco in Venezia; il Meyer vi pose la data del 26 febbraio
(vedi p. 145 nota 2). Ad ambedue questi autori, poi, era affatto ignoto
l’altro breve che noi abbiamo trovato nella Riccardiana, colla data del
26 febbraio, e che risponde meglio alla cronologia dei fatti; mentre
questo citato qui sopra, deve esser di qualche giorno posteriore al
26 febbraio; e risponde perfettamente a ciò che dice il Bonsi, nelle
due lettere del 7 e 9 mano: noi ne abbiamo trovato un’altra copia nel
Codice Riccardiano 2953, ma è pure senza data.
[183] Nardi, pag. 142. Di questa Pratica non abbiamo trovato altra
memoria che questa: «Die XVII 1497. Omnes, eodem die, decreverunt
Fratri Hieronymo, ut omnino a predicatione cessaret.» Vedi _Frammenti
di Pratiche_.
[184] Vedi P. Marchese, Doc. XXII.
[185] Non sarà forse inutile riferire qui alcune idee di F. Benedetto
intorno alla Chiesa; perchè esso è uno dei più fedeli seguaci del
Savonarola. (_Vulnera Diligentis_, L. I, cap. 9, Ms. magl., cl. 34,
cod. 7.) Uno degli interlocutori dice che «la Chiesa non è altro che
la congregazione dei fedeli, sive unitas justorum. L’altro domanda: —
Perchè non si dice absolute, Ecclesia est Papa? — Perchè il Papa non è
propriamente il capo primo della Chiesa, ma è Vicario del capo sommo
della Chiesa, il quale è Gesù Cristo; questi, non essendo restato
sulla terra, ha lasciato autorità al suo Vicario di potere legare e
sciorre, iustamente tamen et non iniustamente. — Adunque,» riprende il
primo interlocutore, «Gesù Cristo e i suoi eletti formano propriamente
la Chiesa; ed impropriamente si può dire: la Chiesa essere composta
da tutti coloro che credono. Con questo non si vuol dire che il Papa
non sia _aliquomodo_ Ecclesia; nè ancora che in quanto Papa possa
errare....» «Papa quidem canonice, ut oportet, dicendo rem ad fidem
et christianos mores pertinentem errare penitus non potest. Et ita
faciens, dicitur tota Ecclesia quæ errare non potest, virtualiter
in ipso Papa fecisse. Et breviter, tanto in sustantia è addire così,
quanto vulgarmente dire: el Papa in quello che, decidendo canonicamente
non erra, si dice essere tutta la Chiesa che non può errare, cioè
virtualmente nel Papa. Immo la Chiesa non può errare nel suo vero
membro, idest in qualunque vero cristiano. Imperò il cristiano, in
quanto cristiano, non può errare, come il Papa in quanto Papa è al
tutto impossibile che erri, e saría bestemmia dire opposite.» «Quando,
però, il Papa giudica in causa propria, come Alessandro VI quando
condannava _il profeta_ (intendi il Savonarola), perchè lo accusava
di aver fatto ingiusta opera; allora non è la Chiesa virtualiter che
giudica, ma il Papa in causa propria. Ed in questi casi può errare, o
per ignoranza, o anche per colpa; ed allora esso non è, se non putrido
membro della Chiesa....» «Ora, assimigliando la Chiesa a similitudine
d’un corpo umano, dico et concludo: La Santa Chiesa non avere, se non
uno capo asceso in cielo, e questo è Gesù Cristo figliuolo di Dio; e
non avere in terra, se non un collo, _dependente_ dal capo, e questo
è il Sommo Pontefice.» Questo linguaggio, sebbene rozzo ed incolto, ci
fa conoscere esattamente quali erano le idee dei seguaci del Savonarola
sull’autorità del Papa e sulla Chiesa.
[186] Ultimo dei sermoni sopra l’_Esodo_.
[187] Seguiamo la lezione del Codice Riccardiano 2053, seguita ancora
dal Meyer. Il Burlamacchi riporta una parafrasi di questa lettera,
chiamandola una _correzione al Papa_; altri contemporanei (come
vedremo più basso) la chiamarono una lettera terribile. Il Rudelbach
(_Savonarola und seine Zeit._, Doc. XII) segue una lezione anche più
ardita della nostra, ma non dice donde l’abbia cavata. Vi si trovano
fra l’altre, queste parole: «Io dunque sono apparecchiato a sostenere
questa verità, per la quale ora da voi sopportiamo tanti mali; a
provarla, dico, contro di voi e contro tutti li suoi adversari, e
con ragioni naturali e soprannaturali, col divino aiutorio. E saranno
queste cose in tal modo manifeste, ecc.»
[188] Teodorico Brie nella sua _Storia del Concilio di Costanza_
scriveva queste parole: «Nam et beata Petri cathedra, ut nosti,
plerumque pastore vacavit. Imo et ipsa, eadem quam et sponsam meam
nomino, sæpissime vacasti; nec propter hoc quisquam autumet, te non
mansisse sponsam meam. Sufficeret namquæ unus justus etsi omnes cæteri
essent hæretici, ut et ego sponsus tuus semper et essem et remanerem.»
In _Rudelbach_, pag. 32.
[189] Vedi P. Marchese, _Storia del Convento di S. Marco_, pag. 225 e
seg.
[190] Il Savonarola venne, nel suo processo, interrogato continuamente
intorno ai suoi rapporti con quel cardinale, e rispose che non aveva
avuto con lui alcun accordo; ma lo sapeva favorevole alle sue idee.
[191] _Raynald_, ad ann. 1492. Rimandiamo nuovamente il lettore al P.
Marchese, pag. 225 e seg.; tanto più che nel riportare il senso delle
sue parole, in una nota del nostro 1º volume, qualche errore di stampa
ha fatto credere che noi volessimo attribuire anche a lui l’opinione di
creder nulla la elezione del Borgia, cosa alienissima da uno scrittore
così scrupolosamente cattolico.
[192] Vedi queste lettere nell’Appendice.
[193] Francesco del Pugliese doveva scrivere in Inghilterra; un
amico del Savonarola, in Ferrara, doveva occuparsi di quella al re
d’Ungheria; Giovanni di Niccolò Cambi doveva scrivere in Germania. La
minuta di queste lettere fu scritta da frate Niccolò da Milano, che
da circa tre anni era segretario del Savonarola. Qui bisogna notare
che, paragonando la lettera del Del Nero con quella del Mazzinghi, si
troverà la prima assai più modesta; perchè il Mazzinghi (siccome dice
egli stesso nella sua deposizione) non s’era contentato di seguire la
bozza ricevuta, ma aveva voluto aggiungere di suo molte lodi in favore
del Savonarola. Vedi nell’Appendice le deposizioni di Simone del Nero,
del Mazzinghi, di Giovanni Cambi e di Roberto Ubaldini da Gagliano, che
era stato segretario del Savonarola, prima di frate Niccolò da Milano.
[194] Di queste _Lettere ai principi_, si è voluto da qualcuno
mettere in dubbio la incontrastabile autenticità; ma ne parlano le
_Deposizioni_ dei complici, ne parla il processo del Savonarola,
ne parla lo stesso fra Benedetto (nella parte III del _Vulnera
diligentis_), oltre moltissimi altri scrittori.
[195] La morte del figlio.
[196] Queste lettere furono pubblicate in parte dal Baluzio, in parte
dal Meyer; il quale, però, non avendo bene esaminate le _deposizioni
dei testimoni_, errò di molto nel determinarne la data. Le lettere ai
re d’Ungheria e d’Inghilterra sono smarrite.
[197] Questo viene confermato dal Comines, il quale descrive
minutamente lo stato in cui si trovava allora l’animo del re Carlo: «Si
avoit son cœur de faire et accomplir le retour en Italie, et confessoit
bien y avoir fait des fautes largement et les comploit....» Dice che il
Papa scriveva continuamente al re, e che gli mandò «quelque messager
secret, que je conduisis en la chambre du roy notre sire....» Ma il
re «avoit mis de nouveau son imagination de vouloir vivre selon les
commandements de Dieu, et mettre la justice en bon ordre et l’Eglise.»
S’era già messo a tuttuomo per volerne riformare gli abusi; «mais,»
così osserva il Comines, «il eust eu bien à faire, à ranger ces gens
d’Eglise.» Liv. VIII, chap. XVIII.
[198] Il P. Marchese suppone che il Cardinale, nel seguire l’esercito
francese che passava per Firenze, andasse a visitare il Savonarola;
nel processo di quest’ultimo è detto: «S. Piero in Vincola lo facevo
volto a ciò, e lo sapevo; perchè un ser Cristofano, che fu già del
Conte della Mirandola, venne con una lettera di familiarità di detto S.
Piero in Vincola, e dissemi che non passeria un altro dì che in Firenze
verria una squadra di Cardinali a fare Concilio: io, perchè lo tenevo
bugiardo, non risposi altro.»
[199] Questa è la ragione, perchè le lettere furono ritrovate nel suo
scrittoio senza data. Anche di quella al re di Francia non fu trovata
che la bozza. Il Baluzio pubblicò, nelle sue Miscellanee, le lettere al
re di Spagna ed all’Imperatore, tradotte in italiano da frate Ignazio
da Ferrara. Il Meyer ripubblicò queste due e l’originale latino di
quella lettera al re di Francia; anche il Perrens pubblicava in latino
questa lettera, credendo d’essere il primo. Quelle al re d’Ungheria e
d’Inghilterra sono smarrite; ma ripetevano certamente le stesse cose.
[200] Fra Marco della Casa, Burlamacchi, Razzi, Barsanti, P. Marchese.
[201] Paolo Somenzio da Cremona risedeva a Firenze; Giovanni Trachedino
era a Bologna, ed a lui facevano capo moltissimi degli agenti ducali.
In quei mesi di marzo e aprile il Trachedino scriveva lunghissime
lettere al Duca, parlando dei molti apparecchi che facevano gli
Arrabbiati contro al Savonarola, e del _buon volere_ della Signoria;
ripeteva continuamente aver ricevuto avviso: «che a Firenze bollino
l’animi de alcuni di quelli principali, che hanno fino ad ora
governato; et, sia per questa cosa del Frate, sia per altra causa, tra
pochi giorni se ne habbi a riuscire in qualche movimento o tumulto,
per mutare forse questo Stato in altra forma.» Un numero grandissimo di
queste lettere si trova nell’Archivio di Milano: ne daremo qualcuna in
appendice.
[202] Abbiamo altrove accennato a quella che fece un predicatore di
Santo Spirito.
[203] Si è preteso da alcuni che la sfida fosse partita dal Savonarola;
ma ciò è assolutamente falso. La narrazione di questo esperimento del
fuoco è stata travisata da tutti gli scrittori moderni e da gran parte
degli antichi. Noi crediamo d’averla messa, finalmente, nella sua vera
luce; valendoci non solo del Burlamacchi, Barsanti, Pico, Nardi, Cambi
ec.; ma principalmente del secondo Libro del _Vulnera diligentis_ di
frà Benedetto, e della _Giornata IV_ di Lorenzo Violi. Essi furono
testimoni oculari del fatto, onde le loro parole debbono avere
grandissima autorità; ed i loro scritti, insieme con altri documenti
originali, ci hanno permesso di rifare questa parte, finora, assai
oscura nella biografia del Savonarola.
[204] Nel processo a stampa, il Savonarola dice apertamente d’aver
fatto il possibile per trattenere frà Domenico.
[205] Burlamacchi. Vedi anche il Cerretani, che descrive minutamente
queste cene dei Compagnacci.
[206] Che l’esperimento del fuoco fosse voluto e ordito dalla Signoria
e da’ Compagnacci, vien messo fuori d’ogni dubbio dalle parole del
Violi e di frà Benedetto. Questi dice: «E volevano condurre, sotto
questo trovato, frà Hieronimo, in caso che facilmente potessi esser
morto dalli sua adversi, avanti avessi fine la disputa, o vero avanti
avesse effetto l’opera del miracolo, et tamen mostrarsi ignoranti
et innocenti.» (_Vulnera Diligentis_, lib. II, cap. 9.) Il Violi,
poi, dice espressamente che i Compagnacci «ordinorno con i frati
delli Zoccoli, che per invidia s’eran fatti contrari, che un loro
frate chiamato frà Francesco di Puglia, predicassi in contrario alle
cose che diceva frà Hieronimo, e messonlo in Santa Croce a predicare
pubblicamente e dire ec.» (Ms. magliabechiano a carte 39.) Vedi
nell’Appendice.
[207] Le conclusioni eran queste:
Ecclesia Dei indiget renovatione; flagellabitur, renovabitur.
Florentia, quoque, post flagella renovabitur et prosperabitur.
Infideles convertentur ad Christum.
Hæc omnia, autem, erunt temporibus nostris. Excommunicatio nuper lata
contra Rev. Patrem nostrum, fratrem Hieronymum, nulla est.
Non observantes eam, non peccant.
[208] Questo si trova detto espressamente nelle stesse Deliberazioni
dei Signori. _Deliberazioni_ 1497-8, a carte 27. Vedi nell’Archivio
delle Riformagioni.
[209] Il Burlamacchi, pag. 133, parla di queste assicurazioni date ai
Frati Minori: «Ed era, in fatti, stato promesso loro che in niun modo
v’entrerebbono. Imperocchè pochi giorni innanzi s’era fatta una cena
nel palazzo de’ Pitti, dove i più capitali nemici del Frate si erano
trovati; e quivi fu concluso che i frati Minori non entrerebbero nel
fuoco, e che sol bastava loro che i frati di San Marco si conducessino
in Piazza, che frà Domenico solo v’entrasse, il quale era da loro
chiamato il Fattoroccio!» Il Violi dice: «Messon su frà Giuliano
Rondinelli nobile fiorentino, uomo più presto di poco giudizio che
di prudenza assai; del quale questi nostri fiorentini maligni ne
possettono meglio disporre che del Pugliese predetto, e feciongli
dire che entrerebbe nel fuoco con frà Domenico.... E questa fu la
trappola e ultimo tradimento che questi fraudolenti usorno, come qui
di sopra io ti ho detto, che per venire all’intento loro fintamente
e fraudolentemente facevan dire a un lor frate, di voler fare quello
che lui non voleva fare. E da’ Compagnacci e da Doffo Spini capo loro,
era stato promesso che lo esperimento del fuoco non si farebbe, che
non faceva per loro a venire a simil prova; ma li promessono che al
Frate loro non sarebbe fatto nocumento alcuno, e che metterebbono tante
dispute e cavillazioni a campo, che al cimento del fuoco non si avrebbe
a venire: e bastava loro che quel Frate dei Rondinelli dicesse a parole
di volerci entrare, ma non in fatto nè in verità.» (MS. del Violi, come
sopra.)
[210] «Ad instantiam et requisitiones Dominorum Florentinorum.» Così
è scritto nello strumento stesso della Signoria, che il Meyer pubblicò
dall’Archivio delle Riformagioni; ma che pure era stato pubblicalo fin
dal tempi del Savonarola. Il Padre Marchese (Doc. XXIV) ne dette una
copia, alquanto diversa, che i Dieci mandarono a Roma: la firma del
Francescano, però, è dappertutto la medesima.
Quanto alle istigazioni fatte, a fin di persuadere il Francescano,
vedile in Frà Benedetto e nel Violi. Questi racconta ancora, che il
Doffo Spini soleva radunarsi con molti scioperati nella bottega di
Sandro Botticelli, e «quivi, ragionando più volte in su la morte del
Frate, Doffo disse che non fu mai intenzione loro, mettere il frate
di San Francesco nel fuoco, e che lo assicurarono di questo; ma che
bastava loro che gli facessi giuoco tanto che, col dilungare la cosa,
loro venissino a loro intento di spegnere queste cose del Frate.» Ciò
il Violi aveva letto in una cronaca di Sandro Botticelli, ora smarrita.
Anche fra Benedetto, come abbiam visto, affermava nella sua narrazione,
che si trattava d’uccidere il Savonarola. Pico suppone che le prime
istigazioni venissero da Roma; e certo allora vi fu grande intesa tra
gli Arrabbiati ed il Papa.
[211] Degli altri discorsi noi abbiamo dato solo un sunto, ma le parole
del Canacci abbiamo copiate letteralmente dalla Pratica, (_Frammenti
di Pratiche_, come sopra.) Queste parole del Canacci furono dal Nerli
(_Commentarj_, lib. IV) trasformate in questo modo: «Come dovesse
bastare che i due frati, per non gli mettere al pericolo di dover
bruciare nel fuoco, dovessero esser messi in un tino d’acqua che fusse
anche tepida, per manco offenderli; e uscendone asciutti, avrebbero
fatto miracolo soprannaturale.» Questa piacevolezza venne da molti
ripetuta; ma il Canacci era commosso dal pericolo in cui si trovava la
patria, e più disposto al piangere che al ridere.
[212] Le sue parole son le ultime che si trovano nella Pratica; sono
interrotte e poco leggibili.
[213] Burlamacchi. Vedi ancora il contratto, colle firme ed il discorso
del Savonarola, di cui si parla più basso.
[214] Lo disse anche nelle Lettere ai principi.
[215] Vedi nell’antico archivio Mediceo (Filza 69) alcune lettere di
Leonardo Strozzi al Piovano di Cascina, qualche brano delle quali fu
già pubblicato dal Perrens (vol. I. Appendice, pag. 492). Una di esse,
in data del 5 aprile, dice: «So che costì verranno mille novelle, et
voi desideroso saperne chiaro; dico di queste cose del Frate, che poco
d’altro ci si ragiona.»
[216] Questo fatto è confermato nei processi del Savonarola e di frà
Domenico.
[217] Vedi Burlamacchi, e l’opuscolo citato.
[218] _Risposta a certe obbiezioni, circa l’esperimento del fuoco_.
Questo discorso fu pubblicato, vivente il Savonarola, insieme col
contratto e le firme di coloro che s’erano offerti ad entrare nel
fuoco. Vedi anche frà Benedetto ed il Violi.
[219] Vedi il processo di frà Domenico.
[220] In questo modo, l’opuscolo citato sarebbe uscito alle stampe due
volte e in due modi diversi. La lettera di Leonardo Strozzi al Piovano
di Cascina (5 aprile), che più sopra abbiamo citata, lo conferma,
dicendo: «È uscita oggi fuora, nuovamente stampata, le medesime
conclusioni (sic) con aggiunta delle soscrizioni di quelli frati ec.»
[221] Vedi la lettera dei Dieci, nei documenti del Padre Marchese.
Documento XXIV.
[222] Una lettera dello Strozzi al Piovano di Cascina (6 aprile 1488)
dice: «Credo sia per aspettare, che da Roma sopravvenga breve o altro
impedimento; dalla banda di costoro (i frati di San Marco) era ed è
ordinato tutto: e se si farà, che stimo ormai di no, sarà non manco
bello a vedere l’ordine che il miracolo.» Dice che il Savonarola ha
predicato e confermato: «che il miracolo non potrebbe mai aver luogo
per incantesimi; e che, quando pure non avesse luogo l’esperimento,
non erano lontani altri segni soprannaturali.» Vedi questa lettera nel
Perrens; le medesime cose sono riconfermate dal Burlamacchi, pag. 123.
[223] _Deliberazioni dei Signori_ come sopra; è intitolata: _Contra
fratrem Hieronymum_.
[224] Sembra che il Papa mandasse un breve di proibizione; ma lo
facesse a bella posta arrivar troppo tardi.
[225] Burlamacchi, pag. 130. «Perciocchè ben si sapea, che la intenzion
degli avversari altro non era, che ammazzare il Padre frà Girolamo in
piazza!» E Frà Benedetto (_Vulnera Diligentis_, Lib. II, Cap. 9) dice
che volevano «far nascere nel popolo qualche stravagante discordia,
rispetto alle quali cose nascessi tumulto e nel tumulto fusse fatto
morto Fra Hieronymo con alcuni altri fedeli, dalla parte contraria.»
[226] Burlamacchi e Frà Benedetto.
[227] Vedi, fra le _Deposizioni_ o _Esamine_ dei complici, quella di
Francesco Davanzati.
[228] Burlamacchi. Il Savonarola nel discorso di cui si parla qui
sotto, dice: «Costoro volevano fare la cosa a 20 ore; io dissi di no,
perchè bisognava andare sobrii.»
[229] _Esortazione fatta al popolo in San Marco, il dì 7 aprile 1498_.
Vedila in fine delle prediche sopra l’Esodo.
[230] _Esortazione_ ec. Burlamacchi.
[231] Burlamacchi, Frà Benedetto.
[232] Burlamacchi, frà Benedetto, Violi.
[233] Nardi, _Storia di Firenze_. Sebbene il Violi dice che eran le
ore 21; noi seguiamo il Nardi che va d’accordo col Burlamacchi e con le
parole che dice il Savonarola nel sue discorso.
[234] Burlamacchi, 130.
[235] Burlamacchi, Violi, Frà Benedetto. Il Violi dice che i frati
Minori vennero dopo dei Domenicani; ma da tutti gli altri apparisce che
erano già nella loggia.
[236] Vedi Burlamacchi e Violi; ma per questi particolari, il più
minuto è fra Benedetto che si trovò presente a tutto.
[237] Il marzocco, come abbiamo detto, è il leone di marmo che trovasi
sulle scale esterne del Palazzo; il tetto dei Pisani era di faccia, e
propriamente dove è oggi la Posta.
[238] Burlamacchi, Violi, frà Benedetto, Nardi ec.
[239] Vedi gli scrittori sopra citati, ed il processo di frà Domenico.
[240] Tutto ciò viene minutamente raccontato da frà Benedetto.
[241] Ibidem.
[242] Il Burlamacchi ed il Violi raccontano che, quando lo Strozzi fu
chiamato, egli credette che doveva entrare nel fuoco; onde se ne mostrò
lietissimo e chiese la benedizione al Savonarola.
[243] Frà Benedetto, Burlamacchi e Violi.
[244] Frà Benedetto.
[245] Frà Benedetto è minutissimo nel narrare questi particolari, di
cui più generalmente parlano anche il Burlamacchi ed il Violi.
[246] Burlamacchi, frà Benedetto.
[247] Burlamacchi e frà Benedetto.
[248] Ibidem. Notevoli sono, fra le altre, queste parole di frà
Benedetto, nell’opera citata: «Ma noto ti sia questo gran segreto,
che pochi giorni passarono, dopo el tentato cimento, che più persone
andorono dal superiore spirituale della città di Firenze, per licenzia
e facoltà di farsi assolvere; perchè quelli tali avevano voluto
_manibus_ ammazzare, in quello dì del cimento, el profeta. E se tu
ti vuoi meglio certificare, va e domandane M. Bartolommeo Redditi che
ancora vive, al quale dal prefato superiore gli fu decto; e lui ne ha
renduto e del continuo rende verace testimonio.»
[249] Burlamacchi, Violi, frà Benedetto. Nel suo processo, frà Domenico
dice che egli non volea cedere questo punto, poichè frà Silvestro aveva
visto i loro angioli, e questi gli avevan fatto dire che entrasse nei
fuoco col Sacramento.
[250] Il Nardi dice che la pioggia impedì l’esperimento, e ciò venne
poi ripetuto da molti; ma il Burlamacchi, Violi e frà Benedetto, metton
fuori di dubbio che fu un ordine espresso della Signoria.
[251] «Ferno faccia di meretrice; perchè senza erubescenza alcuna,
andavano dicendo che avevano avuto vittoria e così scrissono lettere
per tutto.» Frà Benedetto, _Vulnera Diligentis_, L. II, cap. 7. Vedi
anche Violi e Burlamacchi.
[252] Burlamacchi, frà Benedetto.
[253] Ibidem.
[254] Burlamacchi. Questo fatto, si trova narrato in un gran numero di
manoscritti, che riportano anche la deliberazione stessa, la quale fu
pubblicata dal Perrens.
[255] Questi due Brevi furono pubblicati dal Quetif.
[256] Nardi, pag. 149; Burlamacchi, ec.
[257] Burlamacchi.
[258] Nardi, pag. 150. A questo proposito lo stesso autore osserva:
«Tanto fu sempre quest’uomo simile a se stesso, che mai dimostrò
sbigottirsi in alcun suo travaglio o pericolo.»
[259] Giovanni Cambi, _Storie_; negli Erud. Toscani, vol. XXII, pag.
119. Vedi nell’Appendice le deposizioni dei testimoni.
[260] Il ricovero dei trovatelli, accanto alla chiesa dell’Annunziata.
[261] Burlamacchi, pag. 136.
[262] Burlamacchi; frà Benedetto, _Cedrus Libani_: in questo poemetto
di cui si è altrove parlato, l’assalto del convento è minutamente
descritto. Anche dalle _esamine_ degli accusati si cava la narrazione
di tutti questi fatti.
[263] Questi fatti vengono raccontati assai minutamente dal Burlamacchi
e da frà Benedetto; ma essi esagerano di molto le cifre, per le quali
bisogna ricorrere all’esame degli accusati, ed al processo di frà
Domenico.
[264] Colui che aveva introdotto il maggior numero di armi fu Francesco
Davanzati. Vedi, nell’Appendice, le esamine di Luca della Robbia,
Bartolommeo Mei, Francesco dei Medici ecc. Vedi anche i processi dei
tre frati.
[265] Fra Domenico, nella sua sempre veridica confessione, dice che,
oltre quelle poche armi che servivano per accompagnare il Savonarola,
esso non sapeva che alcuna arme fosse nel convento, nè pensava a
ciò: queste armi, egli dice, non furono introdotte per ordine nè
saputa, come certo stimo, del P. Fra Hieronymo nè di mia volontà, el
quale sempre di tal cosa mi risi.» Lo stesso viene confermato nelle
_deposizioni_ o _esamine_ degli altri accusati.
[266] Nelle esamine di Lionello Boni e Bartolommeo Mei, si accenna a
queste due bombardelle: il primo dice di averne udito dir qualcosa,
all’altro _pare_ d’averle viste. Qualche moderno scrittore, avendo
a questo proposito trovato assai spesso la parola artiglieria negli
antichi autori, ha creduto che in S. Marco vi fossero cannoni! Ma
ciò, come vedremo, è una delle tante esagerazioni che corsero intorno
al Savonarola: la parola artiglieria significava allora ogni arme da
fuoco, ed in San Marco, al di là di 4 o 5 fucili, non si usò altra
artiglieria; giacchè le bombardelle, se pure vi erano, restarono
inutili.
[267] Esamina di Niccolò Calzaiuolo.
[268] Questo non apparisce chiaramente dalle deposizioni del frati
stessi; ma sì da quelle degli altri.
[269] Vedi la sua esamina. Questi è diverso da quell’altro Luca
d’Andrea della Robbia, di cui parla frà Domenico; esso era soldato e
combattè gagliardamente.
[270] _Cedrus Libani_ etc.
[271] Processo di frà Domenico.
[272] Burlamacchi, pag. 136; processo di frà Silvestro: la
dichiarazione di questo frate deve aver molto peso; perchè egli
cercava, nella sua esamina, denigrare la memoria del Savonarola. Vedi
anche la _esamina_ d’Alessandro Pucci.
[273] Burlamacchi e frà Silvestro, ut supra.
[274] Esamine degli accusati; processi; frà Benedetto, _Cedrus Libani_.
[275] Vedi il bando stesso nell’Appendice.
[276] Frà Domenico dice che, fino all’ultimo, egli non volle credere
che la Signoria favorisse veramente i nemici di San Marco.
[277] Questo fatto è minutamente raccontato nel Burlamacchi, Nardi,
e in tutti gli scrittori contemporanei. Vedi anche le lettere della
Signoria nel P. Marchese, documenti XXV e XXIX.
[278] Ibidem.
[279] Cioè dalla via del Maglio.
[280] Di questo fatto parlano il Burlamacchi e gli altri biografi,
come pure quasi tutte le esamine degli accusati. Frà Benedetto, nel suo
Cedrus libani, dice così:
E’ figli del Profeta eran, cantando
Le litanie avanti al Sacramento,
Di punto in punto el martirio aspettando.
Et io che fui presente a tal spavento,
Per voler che ’l Profeta non perissi,
Più presto d’esser morto ero contento.
Forza fu li inimici s’assalissi,
Da venti el più, e con doppieri accesi;
Acciò foco per foco si sentissi.
E’ volti delli avversi furno incensi,
E le lor teste percosse a tal forma,
Che furno espulsi et alcun morti e presi;
E discacciar sì pochi sì gran torma...
e così continua dicendo che fu miracolo divino.
[281] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_:
Ed io con alcun altri l’alta scorsa
Del tetto della Chiesa gittavamo,
Che dell’uscirne ai nemici fu forza.
L’arme e scuti a furia rompevamo,
Che lapide paria dal ciel piovessi:
Così lor forze indietro tenevamo.
[282] Ne parla il Burlamacchi, ne parlano parecchie esamine degli
accusati.
[283] Vedi nell’Appendice. Un altro bando dichiarava ribelli quelli che
andavano a San Marco; ma ciò non impediva che i fanti della Signoria
continuassero ad aiutare gli assalitori.
[284] Burlamacchi e le deposizioni dei testimoni.
[285] Burlamacchi; Esamina di frà Luca della Robbia, di Girolamo Gini e
di altri.
[286] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_, cap. VIII; dopo aver raccontato
il fatto conclude:
Allor cessò ciascun di far ripari,
Ogni uom di far difesa allor restò,
Per non volere al santo esser discari.
[287] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_, cap. IX.
[288] Burlamacchi; frà Benedetto, _Cedrus Libani_; Violi, giornata
quarta; Esamine degli accusati.
[289] Burlamacchi ed altri non lasciano alcun dubbio sul nascondersi di
frà Silvestro. Non ci è stato possibile trovare nessuna autorità, che
venisse a confermare un altro fatto di simile natura, raccontato prima
dal Vasari, e ripetuto poi da altri: che, cioè, il celebre pittore
Baccio della Porta, conosciuto più tardi col nome di frà Bartolommeo,
si trovasse allora nel convento, e per viltà si nascondesse. Questo
ci sembra assai poco verosimile: la resistenza fu minore assai che
non si disse; la più parte dei frati e molti dei secolari restarono
disarmati, obbedendo agli ordini del Savonarola; poteva Baccio fare lo
stesso. Frà Silvestro, è vero, si nascose; ma ciò fu solo per non venir
fatto prigione. Per essere imparziali, però, dobbiamo aggiungere come
dalle esamine degli accusati apparisce, che anche uno dei secolari si
nascose; onde il fatto di Baccio della Porta non sarebbe impossibile;
ma solo non ne trovammo menzione di sorta in tutti i processi. Il
Vasari, d’altronde, vissuto assai più tardi, non fu punto amico di San
Marco nè del Savonarola; è, quindi, un’autorità assai poco sicura in
questi fatti. Noi incliniamo a credere che la sua asserzione sia falsa.
[290] Vedi in appendice, la sua esamina.
[291] Burlamacchi; Violi, _Giornate_, gìorn. IV; frà Benedetto, _Cedrus
Libani_. Quest’ultimo dice:
El sangue iusto, o crudel, non dovevi
Concedere alle genti scellerate,
Che d’esser morto qui quasi ’l vedevi.
Parte di Juda furno tue pedate....
[292] Burlamacchi, pag. 143.
[293] Burlamacchi, frà Benedetto ec.
[294] Frà Benedetto, dopo aver minutamente descritto ogni cosa,
conclude:
Tremila, in circa, fu la gran canaglia,
Che menò via il pastor com’un agnello,
Per forza no, con persa lor battaglia.
_Cedrus Libani_, cap. X.
[295] Burlamacchi.
[296] Burlamacchi, ec. Il racconto di questa giornata è stato messo
insieme dalle opere del Burlamacchi, Pico, Razzi, Barsanti; ma
specialmente dal _Cedrus Libani_ di frà Benedetto, dalle esamine degli
accusati, dai processi, da varie deliberazioni della Signoria, e dai
documenti del P. Marchese. L’abbondanza dei materiali, in luogo di
agevolare, ha cresciuto assai le difficoltà. Tutti narrano i medesimi
particolari del fatto; ma ognuno in modo diverso, secondo che li ha
visti, o si rammenta, o gli conviene di dirli; perchè agli accusati
spesso faceva comodo alterare o diminuire la parte che essi avevano
avuta in quella giornata. Così, solo un esame diligente, faticoso e
minutissimo dei documenti, ci ha fatto pervenire a quella che si può
dire autentica narrazione dei fatti; perchè fondata tutta sopra il
riscontro fedele de’ testimoni oculari.
[297] Nardi, 154 e seg.; Burlamacchi; P. Marchese, documenti XXV e XXX.
[298] Vedi Comines, _Mémoires_, Lib. VIII, chap. XVIII. «Estoit le
plus deshonneste lieu, car tout le monde y pissoit et estoit rompue à
l’entrée.»
[299] Comines, _Mémoires_, Liv. VIII, chap. XVIII. Vedi le sue parole,
citale nel cap. 6 di questo libro. Anche il Guasconi, annunziando al
Mazzinghi la morte del re Carlo, diceva: «Et ora che ha mostrato dovere
fare qualchoxa li è mancato la vita.» Vedi la lettera nella esamina del
Mazzinghi.
[300] Vedi i loro processi nell’Appendice.
[301] Burlamacchi, pag. 144.
[302] Burlamacchi, pag. 145.
[303] Vedi i _Frammenti di Pratiche_ più sopra citati.
[304] Legalmente gli Otto avrebbero dovuto essere i giudici nel
processo del Savonarola.
[305] L’ufficio degli Otto scadeva alla fine di quello stesso mese
d’aprile; per i Dieci ci volevano, invece, altri due mesi.
[306] Così, almeno, parrebbe dal _Frammento di Pratica_ che abbiamo
avuto sottocchio.
[307] Vedi, tra i citati _Frammenti di Pratiche_, quello del 9 aprile
98.
[308] Vedi la deliberazione del dì 11 aprile 1498. Gli scrittori
variano nel determinare il numero degli esaminatori; il Nardi dice che
furon 12, il Pico 15, il Burlamacchi 16; noi abbiamo seguito l’autorità
incontrastabile della deliberazione della Signoria. (_Archivio delle
Riformagioni_.)
[309] Il Burlamacchi racconta il fatto e dice che fu Francesco
degli Albizzi; ma è caduto in errore, perchè noi troviamo il nome di
quest’ultimo in fronte al Processo stampato. Bartolo dei Zati è il
nome che, trovatosi nella commissione formata l’11 aprile, manca nel
Processo dove gli esaminatori sono ridotti a 16 da 17 che erano.
[310] Burlamacchi, Pico, Barsanti, ec.
[311] Ibidem.
[312] Ibidem, frà Benedetto, Violi, ec.
[313] Quindi l’idea d’un genuino processo, scritto da lui, è mera
ipotesi.
[314] «Inventum est, item, in posterioribus confessionum libellis
obtestatum, se vi tormentorum multa dixisse, et abalienari animo cum
torqueretur.» Pico pag. 83. Nel Processo stesso ve ne sono diverse
prove.
[315] Burlamacchi, pag. 145-6; Pico, pag. 77; Barsanti, pag. 315.
[316] Pico, Burlamacchi, Barsanti.
[317] Lorenzo Violi, _Giornata VI_. Vedi Appendice.
[318] Burlamacchi, Pico, ec.
[319] Burlamacchi, pag. 145-6, Pico, pag. 26.
[320] I più fedeli seguaci del Savonarola, quelli che meglio erano in
grado di conoscerne la dottrina, hanno scritto su questo argomento
volumi interi. Vedi nel Pico, cap. XVII; Frà Benedetto, _Vulnera
Diligentis_. Lib II, cap. 21 e passim; il libro III di quest’opera,
affatto sconosciuto e da noi trovato nella Riccardiana, discorre
lungamente sopra di ciò. Tutta la _VII Giornata_ di Lorenzo Violi,
anche ne parla a lungo. Vedi Appendice.
[321] Burlamacchi, Pico, ec.
[322] Burlamacchi, pag. 147; frà Benedetto, _Vulnera Diligentis_, Lib.
II, cap. 20. Ser Ceccone potrebbe esser quell’_amico segreto_ di cui
parlano il Franchedino e le altro spie del Moro, nelle molte lettere
che scrivevano. Vedine qualcuna in Appendice.
[323] Il Violi parla sdegnosamente di questa violazione delle leggi; e
così anche frà Benedetto.
[324] Ecco cosa dice a questo proposito il Nardi, _Storia di Firenze_.
«E io, per non essere accusato dalla mia istessa coscienza, reo
d’una verità da me taciuta, sono costretto a dire che un cittadino
grande e nobile, che fu uno degli esaminatori di detti frati, e come
inimicissimo loro a tale uffizio eletto; essendo egli, poi, stato
confinato con molti altri cittadini, dopo la tornata dei Medici nella
città; e ritrovandomi io in villa sua, ed essendo da me addomandato,
a certo proposito, sopra la verità dei detto processo; mi rispose
ingenuamente, presente la sua donna: esser vera cosa, che del processo
di frà Girolamo, _a buon fine, s’era levata qualche cosa e a quello
aggiunta qualche cosa_. Queste furono le sue formali parole della
risposta, le quali io non so se sono vere; ma so che veramente le
riferisco, e così credo appunto con verità riferire.» Vedi Burlamacchi,
Violi, Pico, ec. In generale, noi abbiamo sempre appoggiato la nostra
narrazione sugli autori contemporanei e documenti originali; ma in
questo capitolo, siamo stati più che mai scrupolosi, ed accertiamo
il lettore, che quasi ogni frase è appoggiata sopra un documento
originale.
[325] Più basso, vedremo che ripetè queste parole.
[326] Questo brano, nel processo a stampa, fu interamente tralasciato;
ma si trovava nella prima bozza che fu letta dal Violi. Vedi il brano
della _VII Giornata_, che riportiamo in Appendice.
[327] Vedi il processo in Appendice.
[328] «Nobis fuit cum homine patientissimi corporis et sagacissimi
animi, qui contra tormenta animum obdurasset, et veritatem multis
tenebris continue involveret; quique videretur ad hoc eo consilio
accessisse, ut aut simulata sanctitate æternum sibi nomen apud homines
pareret, aut in carcerem et in mortem iret: multaque et assidua
quæstione, multis diebus, per vim, vix pauca extorsimus; quæ nunc
celare animus erat, donec omnia nobis paterent sui animi involucra.» P.
March., Doc. XXXIV. È ben vero che la Signoria mentiva, quando diceva
il Savonarola _patientissimi corporis_; ma è singolare, però, che il P.
Marchese si adiri contro chi scrisse questa lettera, e quasi la chiami
ingiuriosa al Savonarola; mentre essa è certo uno splendido monumento
in onore della sua fama. E qui bisogna notare che alcuni degli
ammiratori del Savonarola, per soverchio amore, gli hanno fatto qualche
volta più torto che i suoi nemici stessi. Il Nardi, per esempio,
sebbene si confessi più volte poco informato intorno al processo del
Savonarola; pure credette di potere affermare che i tormenti furono
leggieri, e la sua autorità fu cagione che un numero infinito di
scrittori lo ripetesse, senza osservare che tutti i biografi, cronisti
e scrittori contemporanei affermano il contrario, e che il contrario
diceva la Signoria stessa.
[329] Processo.
[330] Nel processo si vorrebbe far credere che il Savonarola lo
leggesse egli stesso; ma dai biografi e dalle firme del testimoni
si cava il contrario. Uno dei testimoni era l’Adimari, e nella sua
sottoscrizione, egli dice: «lectis sibi suprascriptis» etc.
[331] Vedi nell’Appendice la _VI Giornata_ del Violi, documento
preziosissimo a ben giudicare il processo.
[332] Vedi _Vulnera Diligentis_, Lib. II; cap. 16 e seg., ove si parla
minutamente del processo. Vedi anche la terza parte dell’opera stessa,
che versa quasi tutta intorno al processo.
[333] Burlamacchi, pag. 146; Pico, pag. 79.
[334] Burlamacchi.
[335] Infatti, del processo si trovano due edizioni del secolo XV:
di una si può vedere qualche copia assai rara nelle biblioteche di
Firenze; dell’altra non conosco che una copia sola, posseduta dal
conte Carlo Capponi. Evidentemente questa è l’edizione fatta in fretta
dalla Signoria, e poi ritirata con pubblico bando. Sul principio
v’è scritto: «Questa è la examina et processo de frate Hieronymo da
Ferrara Savonarola, facta di lui da li spectabili e prudenti homini,
commissarii et examinatori de li signori Fiorentini, _per commissione
de la Santa Sedia Apostolica_ solenemente electi et deputati, come
in esso fidelmente appare.» L’altra copia, invece, dice: «dalli
spectabili et prudenti huomini commessari et examinatori delli excelsi
Signori Fiorentini, dalle loro excelse Signorie solennemente electi
et deputati.» Ora è da sapere che la Signoria voleva rimettere al Papa
tutto il carico e la responsabilità del processo; onde in una lettera
al re di Francia espressamente affermava che il Romolino ed il Turriano
avevano, per autorità del Papa, pronunziata la sentenza; e che la
Signoria non era di nulla responsabile: «Quo fit, ut nec mortis ejus
nos auctores fuerimus etc.» Vedi Padre Marchese, Doc. XLI. La sentenza
degli Otto diceva, presso a poco lo stesso. Ecco perchè, nel processo
stampato dalla Signoria, si trova la frase, _per commissione della S.
Sede Apostolica_, frase che manca nell’altro. Per la medesima ragione,
ancora, in fine del processo venne stampata la lettera del papa a
Francesco di Puglia, e l’altra ai Francescani. Chi poi avesse fatta la
seconda edizione, è difficile affermarlo; ma nel Burlamacchi, pag. 148,
si trovano queste parole: «Era nondimeno questo processo (falsificato)
molto leggieri, nè conteneva cosa di momento alcuno. Onde non volevano
pubblicarlo; ma comporne ancora un altro che avesse qualche apparenza.
Con tutto ciò permesse Iddio che fusse divulgato; perciocchè ser
Ceccone ne mandò una copia ad un suo amico che gli aveva data la
fede di non mostrarlo a persona; dipoi s’ingannò, dando (l’amico) il
detto processo alla stampa, acciò si divulgasse.» Questo passo, bene
considerato, spiega molte cose: spiega il secondo processo che fu fatto
dai Signori, scontenti del primo, e spiega la seconda edizione del
primo.
[336] Rimettiamo sempre il lettore alla _VI Giornata_ del Violi; ed
al _Vulnera Diligentis_, lib. II, cap. 17, intitolato: _Del numero
dei vari processi_, ec; cap. 18, intitolato: _Delle contradizioni et
falsità che sono nel processo stato stampato_. Dalle parole di frà
Benedetto risulta: che la prima bozza scritta, falsificando le risposte
del Savonarola, era molto diversa dalla copia che si pose in Palazzo;
e ciò viene confermato dal Violi che notò molte delle differenze
che vi erano. Questa seconda copia differiva ancora dal processo a
stampa; e lo stesso frà Benedetto riportò qualcuna delle differenze
che aveva notate, fra la copia messa in Palazzo e quella stampata;
come per esempio, il seguente brano, che manca affatto nella seconda:
«Cittadini mia, quando voi trovate questi inimici che non credono le
cose che io ho dette, e che abbino fatto qualche errore, castigateli
grandemente come inimici della fede di Cristo.» Egli osservò, ancora,
che la sottoscrizione del Savonarola, come pure quella dei testimoni,
erano state alterate; ma non dice il come nè il dove; onde ciò ch’egli
osserva intorno a questo proposito, rimane alquanto oscuro; ripete,
però, molte volte, che la vera sottoscrizione del Savonarola tornerebbe
tutta a suo onore. Neppure ci dice se quella sottoscrizione da lui
veduta era veramente autografa; e queste cose tutte non possiamo ora
verificarle, perchè il processo che si trovava in Palazzo fu bruciato,
al tempo dell’assedio di Firenze, come ingiurioso alla memoria del
Savonarola. Varchi, _Storia di Firenze_, ediz. Arbib, vol. II, pag.
365.
[337] Vedi i citati _Frammenti di Pratiche_, nell’_Archivio delle
Riformagioni_.
[338] Questo secondo processo fu trovato, per la prima volta, da noi.
Vedi l’Appendice.
[339] Il Nardi, p. 158, dice erroneamente, che furono letti i processi,
includendovi, così, il secondo processo che fece la Signoria, e
quello fatto, assai più tardi, dai commissari apostolici; ma questi
non avevano nessuna forma legale, e non potevano esser letti nella
Sala del Consiglio. Noi ci siam, poi, sempre più persuasi, che solo
il primo processo fu letto nella Sala del Consiglio, vedendo che le
parole che lo stesso Nardi fa dire al cancelliere, dopo la lettura, son
quelle medesime che trovansi scritte in fine del processo a stampa. E
qui ripetiamo, ancora, che il Nardi, minutissimo e coscienziosissimo
scrittore, è assai poco esatto e preciso, quando discorre di questi
processi: pare che egli ne scrivesse di memoria e molto tempo dopo
seguiti i fatti.
[340] Burlamacchi. Frà Benedetto dice che ne ebbe 33.
[341] Ne parla il Violi, e lo ripetono il Barsanti ed il P. Marchese.
[342] Frà Benedetto, _Vulnera diligentis_.
[343] Chiunque legge le due copie del processo, potrà facilmente
distinguere la vera dalla falsa. Se poi ci fosse bisogno ancora di
un’autorità, abbiamo quella gravissima di frà Benedetto, il quale,
nel lib. III del suo _Vulnera diligentis_, parla continuamente del
vero processo di frà Domenico; e a distinguerlo da ogni altro, ne
cita le prime e le ultime parole, oltre un lunghissimo brano che
nella copia alterata manca, quasi, del tutto. Vedi Frà Benedetto,
_Vulnera diligentis_. L. III, cap. 3 e 9; Riccardiana, Cod. 2985. Vedi
nell’Appendice I due processi.
[344] Vedi il processo, che, in questa prima parte, è senza data.
[345] Questo si ritrae dallo stesso processo di frà Domenico.
[346] Vedi nell’Appendice, il processo di frà Domenico.
[347] Vedi processi; esamine degli accusati; Burlamacchi; Machiavelli,
_Frammenti storici_; ec.
[348] Frà Benedetto parla di _qualche_ alterazione fatta nel processo
di frà Salvestro. Vedi _Vulnera diligentis_, Lib. II e III, nei
capitoli dove esamina i processi.
[349] Vedi il processo, nell’Appendice.
[350] Vedi nell’Appendice, l’esamina di 17 accusati.
[351] Andrea Cambini dice nella sua esamina, che neppure il Valori
avrebbe osato entrar nella cella del Savonarola, quando era occupato a
studiare.
[352] Vedi nell’Appendice.
[353] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_.
[354] Ibidem. Vedi anche le notizie intorno alla vita di frà Benedetto,
scritte dal P. Marchese, _Scritti vari_.
[355] Vedi il Doc. XVIII, nel Perrens.
[356] P. Marchese, Doc. XXX.
[357] Perrens, Doc. XIX.
[358] Marchese, Doc. XXX e seg.; Nardi pag. 144-45.
[359] Ibidem.
[360] Documenti del P. Marchese. Molti e molti furono i consigli del
Savonarola, che si volevano praticare, nel tempo stesso che si cercava
la sua morte, o poco dipoi. Uno di questi fu il gonfaloniere a vita;
un altro fu quello di riformare l’amministrazione della giustizia.
Il Savonarola avea detto: «Formate una Ruota, o sia tribunale di
cittadini ricchi e ben pagati, acciò non siano corruttibili: se ora
non ci sono danari abbastanza, fate subito un buon giudice forestiero
delle appellazioni.» Il 20 aprile, quando il Savonarola cominciava ad
esser torturato di nuovo, venne fatta la provvisione che aboliva il
Bargello e ristabiliva il Capitano del Popolo ed il Podestà; volendo in
questo modo creare quello che il Savonarola aveva chiamato «un giudice
forestiero delle appellazioni.» Vedi la provvisione nell’Archivio delle
Riformagioni. — Non molto di poi, vennero di nuovo aboliti il Capitano
e Podestà; e fu fatta una nuova provvisione, che fondò la Ruota,
anch’essa consigliata dal Savonarola.
[361] Frammenti di Pratiche.
[362] Vedi nell’Archiv. delle Riformagioni, le deliberazioni del 30
aprile 98.
[363] Nardi, _Storia di Firenze_.
[364] Provvisione del 23 aprile 98. Ebbe negli Ottanta, 60 fave nere
contro 23 bianche; e nel Consiglio maggiore, 706 nere, contro 305
bianche. È noto che il bianco disapprovava.
[365] Nardi, _Storia di Firenze_.
[366] Ve ne erano quattro del medesimo nome, ed uno d’essi era anche
seguace del Savonarola. Il seguito della narrazione mostrerà di che
colore fosse quello di cui discorriamo.
[367] Le parole della Pratica son queste: «Saria bene di nuovo
esaminarli, perchè e’ _credono si sia avuta la tortura_; acciocchè,
andando a Roma, e’ si sappia ogni cosa che lui ha in corpo.» Archivio
delle Riformagioni, _Frammenti di Pratiche_.
[368] I nuovi Dieci erano stati eletti, quando si cominciò il processo
del Savonarola. Il Popoleschi, adunque, quando era gonfaloniere, si
faceva eleggere dei Dieci: sempre nuove e più enormi illegalità.
[369] _Frammenti di Pratiche,_ Archivio delle Riformagioni.
[370] P. Marchese, Doc. XXXVI-VII. Vi è la lettera della Signoria
all’oratore in Roma, scritta lo stesso giorno 5 di maggio; e la lettera
al Papa in data del 6, che comincia: «Cum torqueremus adhuc Hieronimum
Savonarolam, proximis diebus etc.» Altra prova, quando non vi fossero
le mille già addotte, che il Savonarola non fu torturato solo il 19
aprile, come dice il processo; ma s’andò continuando sino all’ultimo.
[371] Perrens, Documento XIX; Nardi, Burlamacchi, Marchese ec.
[372] Vedi: _Meditazioni sul Salmo XXX_. L’Audin de Rians, nella sua
bibliografia di edizioni del Savonarola, fatte nel secolo XV, numera
cinque edizioni italiane ed una latina di quest’operetta. L’originale
fu scritto in latino.
[373] L’Audin ne cita otto edizioni latine, cinque italiane, una
tedesca; e tutte del sec. XV. Anche questa meditazione fu scritta in
latino.
[374] Questa idea è in opposizione diretta colla dottrina di Lutero e
di Calvino. Lutero pubblicava il suo scritto _De servo arbitrio_, in
cui combatteva la libertà umana; Calvino andava ancora più oltre colle
sue idee sulla predestinazione.
[375] Ecco di nuovo assai chiara la dottrina cattolica.
[376] Cioè a dire, scolastico.
[377] _Christus canonisirt ihm durch uns, sollten gleich die Päbste
und Papisten mit einander darüber zerbersten._ M. Luther, _Vorrede über
Savonarola’s Auslegung des 51 Psalms_. Questa prefazione stampata nella
edizione tedesca delle opere di Lutero, si trova anche pubblicata in
latino.
[378] _Regola del ben vivere cristiano, composta mentre era in carcere_
ec. Firenze, 1498, 1529; Venezia 1547.
[379] Burlamacchi, Barsanti, ec.
[380] Ibidem.
[381] «Ma questo poco di originale qui, della sua esamina fatta da
Romolino, furno scritti etiam da ser Ceccone _et altri_, così sub
brevità, che erano presenti a tale esamine quando si faceva.» Violi,
_Giornata sesta_. Nel processo è detto qualche volta, espressamente,
che anche il cancelliere del Romolino scriveva; e frà Benedetto, nel
riportarne un brano, discorre così: «Non ti sia grave di leggere un
poco (te ne priego) le parole formali scripte da ser Lodovico Menelli.»
_Vulnera Diligentis_, Parte III, cap. 3. — Vedi anche il Processo
nell’_Appendice_.
[382] Nel Processo stesso è scritto, in margine, più volte: _tortura_,
torturato.
[383] Ecco queste parole, come si trovano nella III parte del _Vulnera
Diligentis_ di frà Benedetto, che le riporta da una copia di mano di
ser Ceccone, anch’essa falsata, secondo il solito sistema; ma in più
luoghi diversa da quella che diamo nell’Appendice: «_Jussus expoliari_.
Orsù uditemi. Iddio tu mi hai colto. Inginocchiasi. Io confesso che io
ho negato Cristo. Io ho detto le bugie. Signori Fiorentini, io l’ho
negato per paura di tormenti. Siatemi testimoni. Se io ho a patire,
voglio patir per la verità. Ciò che io ho detto, l’ho avuto da Dio.
Dio tu mi dai la penitenzia, per averti negato. Io lo merito. Io ti ho
negato. Io ti ho negato. Io ti ho negato per paura di tormenti, per
paura di tormenti. Erasi inginocchiato e mostrava il braccio manco
quasi guasto. Giesù aiutami, questa volta tu mi hai colto.» Tutto
questo, si riferisce sempre al lume profetico. Ricordiamo che questo
III Lib. del _Vulnera Diligentis_ di frà Benedetto, non è altro, in
grandissima parte, che un comento del terzo processo del Savonarola.
[384] In questo, come negli altri processi del Savonarola, si
può ritenere per indubitatamente vero tutto ciò che è a favore
dell’accusato, perchè di certo non fu inventato dagli esaminatori nè
dal notaio.
[385] Il Violi e frà Benedetto poterono, per mezzo della moglie di
ser Ceccone, avere di questo processo una bozza, di proprio pugno del
notaio. Questo non è certo il processo vero; perchè le alterazioni
erano fatte nel momento stesso che si scrivevano le risposte, le quali
venivano, poi, copiate e ricopiate, sempre con nuovi cambiamenti. E
così, nella prima copia vista da frà Benedetto, si trovavano diverse
domande e risposte, che mancano in quella che si pose in giro e che
noi diamo nell’Appendice. S’interrogò, per esempio il Savonarola; «se
aveva mai commessa sodomia;» e di ciò non v’è niente nella copia che
noi abbiamo. A tale proposito frà Benedetto dice: «La cosa è più vera
che io non dico, e non l’ho per terza copia; ma hollo letto in sul
proprio originale, cioè in sulla prima bozza che fece ser Ceccone,
quando scieglieva i capi di quello diceva frà Hieronimo.» Più basso
dice: «Et in quest’ultimo processo ch’ebbi l’originale proprio nelle
mani.» Altrove dice egli stesso che l’ebbe per mezzo della moglie di
ser Ceccone. Frà Benedetto, _Vulnera Diligentis_, Lib. II, cap: 16, 17,
18; Violi, _Giornate_ — Vedi Appendice.
[386] Vedi il Processo nell’Appendice.
[387] In fondo il Processo non v’è firma, e ve n’è una nel mezzo,
di cui nessuno vide mai l’autografo, e vi mancano affatto quelle dei
testimoni.
[388] A Milano ne abbiamo trovata una copia mandata al Duca.
[389] Burlamacchi, Barsanti, ec.
[390] Ibidem.
[391] Questa lettera si trova riportata nel Burlamacchi.
[392] Burlamacchi.
[393] Burlamacchi, Pico, Barsanti, Violi, frà Benedetto, ec.
[394] Il Burlamacchi, il Benivieni e moltissimi altri, annoverando
le profezie del Savonarola, ragionano minutamente di questa; e danno
molti particolari per accertare la verità del loro racconto. Si noti
che il Burlamacchi morì l’anno 1519; onde bisogna credere che i devoti,
e forse il P. Bottonio, abbia aggiunta quella parte del racconto, che
riguarda la verificazione della profezia. Vedi a questo proposito,
anche nel P. Marchese i _Documenti_, XLII e XLIII.
[395] Questa orazione si trova nel Burlamacchi, e fu stampata, anche,
insieme colla esposizione del _Miserere_.
[396] Ove ora è la Posta delle lettere.
[397] Nardi, Burlamacchi, Barsanti, Pico, e frà Benedetto nel _Cedrus
Libani_.
[398] Burlamacchi e Pico. Anche frà Benedetto, nella sua III parte del
_Vulnera Diligentis_, cita queste parole.
[399] Burlamacchi, pag. 160; Nardi 169; _Vulnera Diligentis_, Parte III.
[400] Burlamacchi ec. La sentenza stessa incomincia: «Vexilliter
Justitiæ et Octo viri Reipublicæ Florentinæ; omnes, excepto uno
Francisco Cino, in curia congregati.»
[401] È singolare che dopo un Processo politico, si dovesse condannare
il Savonarola, principalmente per la sentenza del Papa.
[402] Vedi l’Appendice.
[403] Burlamacchi ec.
[404] Leopardi.
[405] Burlamacchi, Barsanti, ec.
[406] Burlamacchi, Pico, Barsanti, Razzi, frà Benedetto, Nardi,
Guicciardini, Rinuccini, Cerretani, Parenti, Cambi, ec.
[407] Questo particolare è riferito dal Nardi, che ci si trovò presente.
[408] Burlamacchi.
[409] Frà Benedetto, _Cedrus libani_.
[410] Vedi sempre i medesimi autori citati più sopra.
[411] Pico, _Vita_ ec.
[412] Nardi, _Storia di Firenze_; Gio. Cambi, _idem_.
[413] Vedi i biografi citati, e i documenti in appendice.
[414] Come il celebrare la messa nel palazzo della Signoria, che venne
concessa, in vece, ai frati di San Miniato. Gli fu tolta, anche, la
direzione dei Buoni Uomini di San Martino.
[415] Nell’Archivio delle Riformagioni, v’è un gran numero di lettere e
deliberazioni a questo proposito. Ne daremo qualcuna nell’Appendice.
[416] P. Marchese, _Storia di San Marco_.
[417] Vedi le Deliberazioni della Signoria, dal 28 maggio all’8 giugno,
e quelle del 29 e 30 giugno: vedi anche P. Marchese, _Storia di San
Marco_.
[418] Nardi, Storia di Firenze.
[419] Cambi, _Storia di Firenze_, vol. II, pag. 134; nelle _Delizie
degli Eruditi Toscani_.
[420] Anche l’_Osservatore Fiorentino_ ricorda questo fatto
generalmente noto.
[421] P. Marchese, Documento XXXIX.
[422] Omnipedum nequissimum.
[423] Questa lettera fu pubblicata fra i documenti del Meier, che la
trovò nella Biblioteca del conte Bontourlin in Firenze.
[424] P. Marchese, Documenti, Doc. XL.
[425] Guicciardini, _Storia d’Italia_, ediz. Rosini, vol. III, pag. 15.
[426] Machiavelli, _Principe_, cap. VIII.
[427] Coll’andare del tempo non cessava; anzi cresceva quella
superstiziosa venerazione che i frati di parecchi conventi di Toscana
nutrivano pel Savonarola, adorando i suoi abiti, facendogli orazioni,
conservandone le reliquie, celebrando un ufficio per lui espressamente
composto, e nel quale lo chiamavano santo, martire e profeta. Questi,
veramente, non ardiremmo chiamarli discepoli del Savonarola. Un
_Officio proprio per fra Girolamo Savonarola e i suoi compagni_, fu
pubblicato dal conte Carlo Capponi, Prato 1860, edizione di soli 46
esemplari.
[428] Fu autore di molti scritti. Varchi, _Storia di Firenze_, ediz.
Arbib, vol. I, pag. 580.
[429] Vedi il _Discorso_ di Paolino Bernardini di Lucca, fatto in
questa occasione, e pubblicato dal Quetif. Vedi anche una lettera di
frà Vincenzo Ercolani perugino, che fu pubblicata dal signor Aquarone
fra i documenti alla sua biografia del Savonarola.
[430] _De Servorum Dei beatificatione_, vol. VIII.
[431] Il _Trionfo della Croce_, e la _Semplicità della Vita Cristiana._
[432] Questa lettera fu pubblicata molte volte, ma sempre
scorrettamente. Il Conte Carlo Capponi ne trovò l’autografo in casa
Gondi, in Firenze, e la pubblicò nel suo opuscolo: _Alcune lettere
di Frà Girolamo Savonarola_. Essendo però il medesimo di soli 80
esemplari, noi abbiam creduto di dover ripubblicare questa lettera; e
la riproduciamo fedelmente, per far conoscere anche l’ortografia del
Savonarola in quella età giovanile.
[433] Cioè: il mio mutato pensiero avrebbe impedito il mio atto. Questa
ragione che adduce pel suo silenzio, mostra chiaramente l’affetto del
suo animo.
[434] Qui riferisce all’operetta che diamo nel Documento II.
[435] Cioè: passeranno.
[436] Fu trovato dal C. Carlo Capponi, insieme colla precedente
lettera, fra le carte dei Grandi: non è l’autografo, ma un’antica
copia, mandata da uno dei Savonarola, che l’avea cavata da un libro di
famiglia e l’accompagnava con una sua lettera.
[437] Intendi, della medicina.
[438] Questa lacuna è nell’originale.
[439] Sottintendi, _quis_.
[440] Non odono.
[441] Qui intende i malvagi.
[442] Forse: advola.
[443] I cattivi.
[444] Zobia, parola di dialetto ferrarese, per Giovedì. Anche in
Toscana si usava dire dai contadini: Giodie, per Giovedì.
[445] Errore, invece di _settembre_.
[446] Queste son, forse, parole scritte dal Gondi cui fu mandato il MS.
[447] È senza data; la trovammo nella Riccardiana Cod. 2055.
[448] Nell’originale non vi è data.
[449] Codice Magliabechiano, MS. dei Conventi, VII, 15. Vi sono
anche Sermoni sul Genesi, ed altri molti. Il Codice IX, 28, anche dai
Conventi, contiene Sermoni sul Salmo _Quam bonus_ e sul Genesi. Son
due codici, non autografi, travati da noi quando era già cominciata la
stampa di quest’opera, e contengono, oltre ai Sermoni già pubblicati, i
primi, ma assai imperfetti abbozzi, di quelli inediti sull’Apocalisse,
sul Genesi, e qualche altro ancora. Non avendo potuto discorrerne nel
testo diamo qui un saggio della lezione sull’Apocalisse. Si vedrà che
son sempre le stesse idee del Savonarola; ma la compilazione ne è tanto
imperfetta, che appena può giovarne la lettura. Più compiuti sono i
Sermoni sul Genesi, e ne daremo altrove un saggio più esteso.
[450] Trovasi in un’antica biografia, scritta da un contemporaneo
del Savonarola. Vedi nella Magliabechiana, MS. dei Conventi I, VII,
28. Molte delle opere che cita questo catalogo sono ora stampate. In
una Miscellanea di cose attinenti al Savonarola, che è più moderna e
trovasi nel Convento di San Marco in Firenze, si parla di tre volumi
MS. di opere del Savonarola: il primo autografo, gli altri due copiati.
Secondo noi, il volume autografo è quello che citiamo nella nota al
documento che segue a questo; gli altri due sono i Codici dei Conventi
VII, 15; IX, 28, citati più sopra.
[451] Questa è la Bibbia postillata, che trovasi in Magliabechiana.
[452] Probabilmente, un quadro della Storia della Chiesa fino a’ suoi
tempi, per provare la necessità della sua missione.
[453] Forse un compendio del _Trionfo della Croce_.
[454] Forse un compendio dell’opera _De Regimine Principum_.
[455] Forse, quelli sull’Apocalisse, riportati nel Doc. IV.
[456] Di questi si è accennato nelle nota al Doc. IV.
[457] Qualche cosa simile al libro: _Della semplicità della Vita
Cristiana_.
[458] Due operette stampate a Venezia, come si dice nel testo.
[459] Sermoni sopra i Treni o Lamentazioni di Geremia. Vedine qualche
brano nel Doc. che segue.
[460] Intendi: _habet Frater Nicolaus de Aurifice_.
[461] Opera inedita che trovasi inedita nella Marciana di Venezia: la
daremo alla luce.
[462] Qui il nostro catalogo sembra accennare a qualche lavoro, diverso
da quello del Doc. IV.
[463] Se non vi è errore nel codice, si tratta di qualche scritto sulle
api, pigliando ad esempio la loro industria.
[464] Forse intende dire delle opere di Sant’Antonino.
[465] Intendi: _Super Arcam_.
[466] Forse: _Breviati_.
[467] Forse esposizione del Salmo che incomincia con queste parole.
[468] L’Autore spesso si ripete in questo catalogo.
[469] Una selva di Sermoni, stampata a Venezia, 1556; e di cui
l’autografo si trova nello stesso codice dal quale caviamo il documento
che segue.
[470] Qualche regola o guida pei Confessori.
[471] Forse il _Trattato sulla logica_, o qualche cosa di simile.
[472] Sulle occulte virtù delle pietre, il Savonarola parla spesso
nelle sue opere filosofiche.
[473] Nel testo abbiamo notato, come quest’opera fu dal Savonarola
compilata in due forme diverse.
[474] Il Codice trovasi fra le cose rare. Vedi carte 32, 33, 34.
[475] Questi Sermoni discorrono sulle Lamentazioni di Geremia: manca il
primo.
[476] Ciò farebbe supporre, che questi Sermoni siano antecedenti a
tutti gli altri a stampa: il Savonarola ancora non ardisce profetare.
[477] Forse intende dire dei frati, chiusi nei chiostri.
[478] Una parte del codice, da cui son cavati questi brani, fu stampata
a Venezia, 1586, col titolo: _Alcuni Sermoni sulla cantica_, ec.
In essa si trovano parimente mescolati il latino e l’italiano; ma
nell’autografo, però, si può vedere come la mano è sempre più rapida
nello scrivere latino.
[479] Per volgo.
[480] Magliabechiana. MS. dei Conventi, stanza I, scaf. I, palch. X, n.
32. Questo prezioso MS., lungamente smarrito, fu dopo molte ricerche da
noi trovato, quando appena era cominciata la stampa del nostro lavoro:
ce ne siamo perciò ampiamente giovati. Non era segnato nel catalogo
della biblioteca, ed era legato col titolo: _Savonarola, Apologia_. Il
Razzi, che conobbe personalmente il Violi, ci dice che questi occupò
assiduamente la sua vecchiezza a scrivere le _Giornate_; e, morto in
età di 80 anni, le lasciò incompiute; non potendo procedere più oltre
della tredicesima. Esso era figlio di Iacopo d’Andrea; nacque il 14
febbraio 1464; fu primo di sua casa ad essere squittinato ed approvato
agli uffici della repubblica.
[481] Questa lacuna è nell’originale.
[482] Idem.
[483] Carta 19.
[484] Leggendo più basso, si spiega di quali Prediche ragiona.
[485] Non si riferisce ad alcun luogo particolare; ma lo riportiamo
perchè utile a conoscere gli usi tipografici di quei tempi, ed il modo
che teneva il Violi nel mettere a stampa le opere del Savonarola.
[486] Codice Magliab., Cl. XXXVII, 288, a carte 9.
[487] Promette.
[488] Fiorino.
[489] Quest’affettuosa lettera noi trovammo nel Cod. Ricc., 2033.
Il chiar. conte Carlo Capponi, dietro nostra notizia, la pubblicò
insieme con altre lettere dello stesso Codice, nel suo pregevole
opuscolo: Alcune Lettere, ec. Ma non avendone egli stampato che soli 80
esemplari, noi crediamo di poterla pubblicare nella nostra appendice,
come tuttora ignota al pubblico, e degnissima certamente d’esser
conosciuta.
[490] Forse qui manca: causa.
[491] Qui l’originale ha «et e. e. e. e. et c. p. p.;» una delle
moltissime abbreviazioni del Savonarola, che senza grande esperienza
de’ suoi scritti ed un continuo riscontrare la Bibbia, non si possono
spiegare. — Non vogliamo in questo luogo tralasciar di parlare
d’un’altra lettera del Savonarola in data del 18 maggio 1493 trovata
recentemente nell’archivio di Lucca ed ora pubblicata nel Giornale
Storico degli Archivi Toscani. Si tratta di un parere dato alla
repubblica di Lucca, che chiedeva se si potevano ricevere gli Ebrei
prestatori. Il Savonarola dice che: gli Ebrei «non, sunt e civitatibus
Christianorum pellendi;» ma che, l’usura essendo proibita, non si debba
loro concedere alcuna facoltà di praticarla.
[492] Archivio delle Riformagioni, Dieci di Balia, Cl. X, Did. 3, num.
43. Filza 10, carte 155 _verso_.
[493] Cioè, da.
[494] Riccardiana, Cod. 2053, scorrettissimo.
[495] Il codice, assai scorretto, ha continuamente _superiositate_,
forse in luogo di _superioritate_, anch’essa parola che non è nei
classici. Allora non s’era anche, dal Bembo ed altri, proposta la
riforma par far scrivere correttamente i brevi papali.
[496] Archivio di Firenze, carte strozziane, cod. 133, fol. 23.
[497] Ci siamo indotti a pubblicare queste lettere dalla Signoria,
perchè scritte da Bartolommeo Scala cancelliere dalla repubblica e
padre dalla famosa Alessandra Scala, celebre erudito e letterato,
amico del Savonarola ed autore d’uno scritto in suo favore. Ancora
perchè questa disputa coi frati Lombardi, come si vedrà appresso, fu
di grandissima importanza nella vita del Savonarola. — Vedi due volumi
di lettere dello Scala, di scrittore moderno e recentemente acquistati
dall’Archivio di Firenze: lett. 414, 437, 479. Non vanno oltre l’anno
1493, in cui morì lo Scala; e riguardan tutte cose di ufficio.
[498] Questa lettera, come si vede, non riguarda solamente la
separazione; ma deve riferirsi anche alla prima chiamata del Savonarola
a Roma.
[499] Abbiamo copia di un gran numero di questi dispacci della corte di
Napoli ai governi d’Italia, scritti tutti dal celebre Giovanni Pontano
dell’Umbria. Questo che diamo come saggio, è indirizzato a Luigi de’
Paladini, ambasciatore a Roma.
[500] _Abbasciare_ per abbassare, nel dialetto napoletano.
[501] Ad ora.
[502] È noto l’odio degli Orsini contro al Borgia, ed i mali umori che,
per ciò, nacquero colla corte di Napoli, che li proteggeva.
[503] Di ciò s’è parlato nel testo.
[504] Giuliano della Rovere.
[505] Virginio Orsini.
[506] Ascanio Sforza, fratello dal Moro.
[507] L’ambasciator di Milano.
[508] L’imperator Massimiliano.
[509] _Stutare_ per spegnere, parola del dialetto.
[510] Codice Riccardiano 2022. Era nostro intendimento di pubblicare
un altro discorso del Nardi, dove si parla minutamente delle infamie
dei Medici, ed a quello accennavamo nella nota della pag. 57, vol. I;
ma, essendo stato pubblicato dal signor Gelli, nell’_Appendice alle
Letture di Famiglia_ (anno 1856); diamo, invece, quest’altro discorso
che, pure, riguarda i tempi di cui ragioniamo. Trattandosi del lavoro
d’uno scrittore classico, e non di semplice documento, abbiamo creduto
inutile riprodurre l’antica ortografia.
[511] Il re Carlo.
[512] Intendi, Lorenzo che fu padre d’Alessandro e Caterina de’ Medici.
[513] Vedi il prezioso codice riccardiano 2085, sconosciuto a tutti i
biografi del Savonarola. Riportiamo questi due capitoli perchè danno
grandissima luce a comprendere quale fosse l’indole delle visioni del
Savonarola e de’ suoi seguaci.
[514] Nel più fitto della notte.
[515] Di questo disegno dal Buonarroti, non so che altri abbia mai
parlato, nè dove si ritrovi.
[516] Il Savonarola chiamava _barbieri_ i Francesi e tutti coloro che
dovevano flagellare la Chiesa e l’Italia.
[517] Questo si potrebbe riferire alla prima bozza del processo, fatta
da ser Ceccone, e minutamente esaminata da Lorenzo Violi nelle sue
_Giornate_; me qui frà Benedetto vuol parlare di un processo autografo,
di cui egli ed altri sostenevano l’esistenza, come si vedrà altrove.
[518] Qui il Ms porta in margine: _1490 in Sermone 18_.
[519] Qui altra nota marginale: _Domenica secunda, in quadragesima_.
Forse vorrà riferire allo stesso anno 1490.
[520] Archivio delle Riformagioni; lettere dei _Dieci di Balía_, vol.
XIV, foglio 44, retro. Il documento della prima legazione, di cui
parlano minutamente tutte le storie, non abbiam ritrovato in archivio.
[521] Delle fortezze.
[522] Vespucci.
[523] Questo era necessario, non solo per passare in mezzo
all’esercito; ma, ancora, per difesa contro i nemici della repubblica e
tutti partigiani dei Medici, che tentavano d’ucciderlo.
[524] Altra lettera, in data del 19 giugno 95, trovasi a carte 18
dello stesso codice, e contiene il seguente paragrafo: «Habbiamo
inteso quello haveasi operato Fra Hieronymo, et ne habbiamo avuto
(_lettera_), et lui seguirà l’ordine impostoli; et voi, per nostra
parte, lo pregherete et conforterete a seguire questa sua sancta opera,
nella quale questa città e popolo ha grandissima fede et opinione;
et voi, ancora, vi sforzerete aiutarla per tutte quelle vie et modi
occorreranno alle prudentie vostre.»
[525] Ibidem, foglio 46.
[526] È la 464 nei due volumi di lettere della Scala, che si trovano
nell’Archivio delle Riformagioni.
[527] Si trovano nel codice Riccardiano 2053. Ivi è detto che furono
inviate, _post admissionem regni Neapoletani_.
[528] Così dice lo stesso codice Riccardiano.
[529] Osservare.
[530] Queste idee si trovano ripetute continuamente nelle sue prediche.
[531] Sottintendi: Vostra Corona.
[532] Da tutte queste lettere si vede, sempre, quanto fermamente il
Savonarola credesse alla sua missione profetica.
[533] Questa lettera, scritta in francese, venne tradotta e pubblicata
a Firenze assai scorretta, di che il Savonarola si dolse. (Vedi vol.
I, p. 344). La lezione che noi seguiamo è del codice Riccardiano 2053;
ed è una traduzione assai diversa. In fine di essa troviamo scritto:
_questa è a stampa più corretta_; ma noi abbiam creduto doverla,
nondimeno, pubblicare; sia perchè il Savonarola disapprovò quella a
stampa, ora divenuta rarissima; sia perchè ci parve che, in luogo di
_più corretta_ il codice dovesse facilmente dire _più corrotta_.
[534] Qui v’è nel Ms. _el quale_, che abbiam tolto, perchè
confonderebbe il senso.
[535] Sono le tre lettere inedite de noi pubblicate.
[536] Questo colloquio ebbe luogo in palazzo Riccardi, e noi ne abbiamo
ragionato.
[537] Abbiamo aggiunto questo _quando_, per rendere più chiaro il senso.
[538] Qui vuol dire; Giacchè sebbene molte ec.
[539] Qui ci siamo avvicinati alla lezione a stampa, essendo il Ms.
assai scorretto.
[540] Nel Ms. manca la data che si trova, però, nella rarissima
edizione già menzionata.
[541] Bacinetti, vassoi.
[542] Queste cifre son certo esagerate.
[543] Magliabechiana, Classe XXV, cod. 547.
[544] Per questi idiotismi, bisogna raccomandarsi all’intendimento del
benevolo lettore.
[545] Italia.
[546] Il Capponi era commissario al campo, insieme con Pier Giovanni
de’ Ricasoli.
[547] Pare che sia un epiteto dispregiativo, forse parola dell’antico
dialetto pistoiese.
[548] L’insegna di Firenze.
[549] Antonio Canigiani uno dei più valorosi commissari fiorentini.
[550] Qui doppio non sta nel senso di falso, ma di grande, verace,
forte.
[551] Altra insegna della repubblica, sotto forma di Leone.
[552] Lo imperatore.
[553] Vico Pisano.
[554] Rinuccio d’Anghiari.
[555] Pier Giovanni de’ Ricasoli.
[556] Essendo il Canigiani ritornato per assumere l’ufficio dei Dieci.
[557] Argutamente.
[558] Fraude, frode.
[559] Qui l’originale ha una lacuna.
[560] Vedi la nota 3 a pag. XCIV.
[561] Anche questa pare che sia una parola dispregiativa.
[562] A guisa degli schiavi.
[563] In coro, insieme.
[564] Qui si vede subito il Piagnone, che deve sempre ragionar di
profezie e profeti.
[565] Qui forse vuol dire: stia ciascuno ben lieto, perchè non sempre
vi sono profeti.
[566] I patti di accordo e sottomissione.
[567] Il Ms. ha una lacuna; forse dovea dire: _dorma, forma_.
[568] Questa parola manca nel testo.
[569] Fin qui le parole sono in bocca dei Pisani; ora l’autore ripiglia
il suo discorso.
[570] Che Firenze non s’accordi colla Lega.
[571] Abbiam pubblicato queste poesie, non già secondo l’ordine
cronologico, ma secondo che si trovavano nel codice: invertimmo
solo l’ordine delle due ultime, perchè ci pareva che il soggetto lo
richiedesse.
[572] Questa lettera e la seguente furono assai imperfettamente
pubblicate del Perrens e dal Meyer. Il primo le trasse dal Codice di S.
Marco a Venezia; il secondo dal Codice riccardiano 2053, ma con molte
lacune ed errori. Noi abbiamo seguito fedelmente la lezione del Cod.
riccardiano, sebbene neppure sia molto corretta.
[573] Questa è forse una citazione.
[574] Forse, _obstant_.
[575] Trovasi fra la lettere della Scala, più sopra citate, col numero
d’ordine 517.
[576] Questa lettera noi trovammo nel citato Codice Riccardiano, e
ne demmo copia al conte Capponi, che la pubblicò nell’opuscolo, altre
volte citato, di cui tirò solo 90 esemplari. Vogliamo qui rammentare
una lettera del Savonarola, in data del 13 maggio 1493, indirizzata
agli Anziani della repubblica lucchese, che lo avevano consultato
sull’ammettere in città gli Ebrei prestatori. Il Savonarola si
pronunziò per l’affermativa, sebbene con certe riserve. Quella lettera
fu pubblicata dal Bongi, nel Giornale dagli _Archivi Toscani_, Anno
III, Aprile-Giugno 1859.
[577] Secondo lo stile nuovo, 1496.
[578] Queste tre lettere si trovano nella Biblioteca di Modena, e
furono pubblicate nello stesso opuscolo del conte Capponi.
[579] È di assai poco momento; fa solo vedere che il Savonarola, nel
tradurre le sue opere quasi sempre vi faceva dei mutamenti: riferisce
probabilmente al Compendio di rivelazione.
[580] Cioè il primo getto del lavoro, e non le prove di stampa; come
anche a noi era sembrato, leggendo questa lettera la prima volta.
[581] Codice Riccardiano 2053.
[582] Trovasi nell’Archivio di Milano, la dobbiamo alla cortesia del
Sig. Danzi di Milano e del Padre Marchese.
[583] Questa parola manca nel MS.
[584] Si trovano autografe in un Codice posseduto dal conte
Giberto Borromeo a Genova. Ne avemmo notizia dal P. Marchese, e le
pubblichiamo, quasi unicamente, come curiosità letteraria, per dare
un’idea del modo come il Savonarola componeva. Ci siamo, poi, accertati
che sono primi abbozzi, paragonando alcune poesie già pubblicate, con
un esemplare delle stesse che si trova in questo Codice.
[585] Vedi i libri delle Deliberazioni, nell’Archivio delle
Riformagioni.
[586] Ciò dimostra in che concetto di dottrina e di amore alle cose
antiche, fosse tenuto il Savonarola.
[587] Questi è Marsilio Ficino.
[588] Accanto al convento di S. Marco, dove era anche il così detto
Giardino di S. Marco, in cui i Medici avevano raccolto un Museo di
statue antiche.
[589] Trovammo questo Codice, la prima volta, nella Biblioteca dal
march. Gino Capponi, Cod. XCIII, carta 94 a 101. Altra copia ne è nella
Magliabechiana di Firenze, Cl. XXV, 338.
[590] Era capo e quasi padrone della repubblica di Siena.
[591] Intendi: e però il contratto si mostra forzato.
[592] Alfonsina Orsini, moglie di Piero de’ Medici.
[593] Virginio Orsini.
[594] Il Ms. Magliabechiano dice: _farenvi_; quello della biblioteca
Capponi: _farovvi_.
[595] I danari.
[596] Questi Antella non erano di sicura fede.
[597] Che le uccisioni del 1478 (fatte in seguito alla congiura dei
Pazzi), e gli esili del 1434, (fatti, quando Cosimo bisavolo di Piero
tornò dal suo esilio) furono nulla, rispetto a quello che faranno essi,
tornando.
[598] Questa è la prima confessione o esamina.
[599] Uno dei congiurati, di quei cinque che furono condannati.
[600] Luogo tra Arezzo e Perugia, presso al Lago Trasimeno; lo chiamano
anche Ossaia.
[601] Lo stesso Lamberto dell’Antella.
[602] Quello che fu tenuto capo delle congiura.
[603] Uno dei cinque condannati.
[604] Un altro dei medesimi.
[605] Parecchi dei Tornabuoni furono implicati nella congiura, Cosimo
di Lorenzo riuscì a fuggire; ma i suoi beni vennero confiscati.
[606] Petrucci.
[607] Seconda esamina.
[608] Pregailo.
[609] Quel che segue continua la numerazione della prima esamina.
[610] La moglie di Pietro.
[611] Elezione.
[612] Sembra che sia qualche libro di Piero, che i Ridolfi ritenevano,
senza dovere aver nulla da lui.
[613] Una parte de’ debiti.
[614] Era nome d’un carcere, in Firenze.
[615] Legge che gli permetteva di ripatriare senza pericolo.
[616] Il cardinale fuggì da Firenze in abito di frate.
[617] Riferisce forse a qualcuno ch’era appresso a Piero.
[618] Il Nardi, _Storia di Firenze_, pag. 46, parlando della cacciata
de’ Medici racconta: «Il popolo minuto corse alle case di Ser Giovanni
Guidi notaio e cancelliere delle Riformagioni, e parimente alle case di
Bernardo d’Antonio Miniati, stato lungamente provveditore del Monte;
contro a’ quali il popolo, per più tempo avanti, aveva conceputo un
odio mortale, per essere costoro reputati sottili inventori delle molte
e incomportabili gabelle e gravezze poste alla città.»
[619] I loro cugini, che s’erano dati al partito popolare.
[620] Rospi, ranocchi.
[621] Presso che un anno.
[622] Ad istanza.
[623] A buona derrata.
[624] Archivio delle Riformagioni; _Deliberazioni dei Signori e
Collegi_, vol. 89, carta 35 retro.
[625] Magliabechiana, CL. XXIV, n. 288.
[626] Bartolommeo Giugni ch’è degli Otto nuovi.
[627] Il Breve latino si trova pubblicato nell’appendice del Perrens.
Questa traduzione italiana fu stampata nel secolo XV, e pubblicata
anche dal P. Marchese, il quale non volle credere che questo fosse il
solo breve di scomunica. Noi, leggendo i brevi posteriori dal papa e le
risposte del Savonarola, come pure le sue prediche, non ne trovammo mai
accennati altri.
[628] Magliab. Class. XXV, cod. 337; furono pubblicate dal signor P. E.
Giudici, nell’Appendice alla sua _Storia de’ Municipi italiani_.
[629] Archiv. delle Riformagioni, Deliberazioni dei Signori e Collegi,
vol. 89, carte 72.
[630] Domini Priores Libertatis.
[631] Archivio delle Riformagioni: _Minute di lettere ad ambasciatori_,
1496 e 97. Nell’antica classificazione il codice era segnato CL. X,
Dist. I, N. 98.
[632] Non altro.
[633] Non vi è stata discrepanza, circa l’effetto, il fine ultimo del
giudizio.
[634] Forse: dolosi, ingannatori.
[635] Per.
[636] Non potrebbe esserne più contento di quello che è.
[637] Riportiamo questo abbozzo di lettere, sebbene riguardi un tempo
posteriore, per dare un esempio delle molte altre che scrisse, e delle
pratiche che fece la repubblica veneziana, onde favorire il ritorno di
Pietro de’ Medici. — Vedi cancelleria ducale di Venezia; vol. 37 dei
_Secreti_, carte 3, a tergo. Vi sono parecchi altri di questi abbozzi.
[638] Vorrebbero i suoi amici. Forse anche: i suoi amici ricordano le
promesse da noi fatte.
[639] Forse: compresa.
[640] Quanto all’aiutare la libertà dei Pisani, lo abbiamo fatto in
ogni modo; e ci sarebbe caro riavere le spese incorse. Stando fermi
questi due presupposti, ci adattiamo a qualunque altro conveniente
partito.
[641] Queste cifre rappresentano il numero dei votanti nel Consiglio.
La repubblica di Venezia aveva tre surta di voti: il _sì_, il _no_,
ed il non sincero, per quelli che non erano abbastanza illuminati nel
soggetto.
[642] Magliabechiana, Cl. XXXV, n. 190.
[643] Lo scrittore di questa lettera era, come si vede, assai
ignorante: il lettore deve aiutarsi col suo buon senso.
[644] Il Savonarola.
[645] Non che dai poco ec.
[646] Non cessano di sollecitare.
[647] Qui il senso è molto oscuro; ma in sostanza vuol dire, che frà
Mariano dovea dimostrare l’errore di chi afferma che, sapendo d’essere
scomunicato, si possa continuare a predicare.
[648] Furono le sue parole.
[649] Ex abrupto erumpens in hæc verba.
[650] Forse, _sfogli_.
[651] Forse vorrà dire: quello avevano udito.
[652] È senza data.
[653] Cod. Riccardiano, 2033.
[654] Qui si riferisce chiaramente al Breve di scomunica da noi
riportato.
[655] Di queste lettere se ne trova un gran numero nell’Archivio di
Milano. Riportiamo solo queste due, per non moltiplicare i documenti;
giacchè i fatti in esse riferiti non sono, generalmente di grande
importanza al nostro proposito.
[656] Cioè: sieno d’accordo.
[657] Uno di questi amici segreti, era certo il notaio Ser Ceccone.
[658] Forse: per rispondere in buona parte dei denari; cioè pagare.
[659] Si trovano nell’Archivio delle Riformagioni, in un volume
intitolato: Lettere ed altri documenti, 1505 e 1519.
[660] Di questa lettera s’è ragionato nel testo.
[661] Anche di ciò abbiam tenuto discorso.
[662] Quando anche.
[663] Il re di Francia.
[664] Più che il far bene a noi, che siamo suoi alleati, dovrebbe
muoverlo il bisogno di provvedere all’onor di Dio.
[665] Dal MS. Magliebechiano più volte citato.
[666] Persone di credito.
[667] I frati Minori.
[668] Forse: senza mostrare però.
[669] Forse: venendo.
[670] Se diceva di sua volontà.
[671] È forse errore nel MS.; dovrà dire, ascoltavanlo.
[672] Questa Cronica di Simone Botticelli è smarrita.
[673] Non manca.
[674] La quale, però, aveva ordito tutto a danno del Savonarola.
[675] Come abbiamo detto altrove; piuttosto che processo, furono alcune
poche risposte scritte di sua mano, e nelle quali, come già aveva fatto
a voce, riconfermò la sua dottrina.
[676] Queste carte, che non erano veramente processo, par certo che
andassero bruciate: esse, per altro, poco o nulla aggiungerebbero alla
conoscenza dei fatti.
[677] Qui il Violi è tratto in inganno: furono due edizioni di uno
stesso processo, e non due processi diversi come habbiam già detto nel
testo.
[678] Come trattaste.
[679] Forse: davono, davamo.
[680] Forse: rinnovazione della Chiesa.
[681] Forse: come voi.
[682] Forse: che sì.
[683] Pianse pel dolore di avere, nel delirio della tortura, nominato
il cardinale di Napoli. Questo almeno si caverebbe del falso processo.
[684] Questo è falso, perchè il cardinale di Napoli lo aiutò nella
separazione dai Lombardi. Del resto, non fa maraviglia che il Violi lo
dicesse, perchè anche le carte viste da lui erano falsificate.
[685] Forse: la cui.
[686] È la seconda esamina fatta per ordine della Signoria.
[687] Questo è forse lo scritto che lasciò al carceriere.
[688] La Giornata seguente, come la terza parte del _Vulnera
Diligentis_, ragiona a lungo sulle interpretazioni allegoriche e
mistiche, da dare alle risposte del Savonarola.
[689] Vedi i due codici magliabechiani più volte citati.
[690] Penerà.
[691] Esaminando e riscontrando bene tutti questi discorsi, intorno ad
un preteso vero processo; si vede che sono ipotesi, e bisogne venire
alla conclusione che di vero non ci fu altro che le poche risposte date
a voce, nel primo giorno, e poi scritto di mano propria del Savonarola.
Più tardi esse furono bruciate; ed, in ogni modo, non aggiungerebbero
nulla a quello che già sappiamo del processo.
[692] In luogo di _osceno_.
[693] Codice Riccardiano 2985, carte 32 a 36.
[694] Qui incominciano quelle sottili distinzioni, di cui abbiamo
parlato nel testo.
[695] Quando eri in presenza delli ec.
[696] Imprecatoria.
[697] Ecco il divino istinto, introdotto a spiegare le risposte date
nel processo, come noi abbiamo già notato nel testo; e tutto ciò è
sempre appoggiato agli esempi cavati dalla scrittura.
[698] Queste parole sono scritte da frà Benedetto, che si trovò quel
giorno in convento.
[699] Altri storici riferiscono, che il vescovo dicesse solo: _ab
Ecclesia triumphante_.
[700] Qui, forse, l’autore vuol difendere il Savonarola dall’accusa,
che non considerasse valida la elezione d’Alessandro VI, perchè
simoniaca, sebbene riconosciuta poi dal consenso della Chiesa.
[701] Qui frà Benedetto cita la parola, per distinguere il vero dal
falso processo.
[702] Ecco un’altro dei sofismi, che pure erano frequenti e sinceri
nell’animo del Savonarola.
[703] La seconda esamina.
[704] La medesima.
[705] Abbiamo detto nel testo, come di questo processo si trovino due
edizioni nel tempo. Noi riproduciamo fedelmente, o quasi a fac-simile,
quella che è più rara e che noi crediamo fatta dalla Signoria: nelle
note registriamo quei passi, in cui l’altra edizione differisce da
questa. Poniamo fra parentesi solo alcune di quelle parole o periodi,
che più visibilmente ci paiono interpolate dal notaio ser Ceccone:
distinguerle e notarle tutte sarebbe impossibile.
[706] Nel secondo verso, l’altra edizione ha queste parole: «In dei
nomini amen. Anno domini nostri ab eius salutifera incarnatione M.
CCCC. XCVIII. In ditione die vero VIIII aprilis.»
[707] Queste parole: «Per commissione de la sancta Sedia Apostolica,»
mancano nell’altra edizione. Ciò, come abbiam visto, c’indusse a
credere che questa che diamo, sia la prima edizione, pubblicata in
grandissima fretta e poi soppressa dai Signori fiorentini. Quelle
parole, nondimeno, erano una evidente menzogna: il Savonarola era stato
preso il dì 8, l’esame era cominciato il 9; come v’era stato tempo
di ricevere commissione da Roma? O forse quella commissione s’era già
ricevuta, prima che il Savonarola fosse preso?
[708] Qui l’altro processo a stampa aggiunge queste parole: «La
infrascripta è la examina di Fra Hieronymo di Nicolo Savonarola da
Ferrara dell’ordine de predicatori, facta di lui dalli spectabili
et prudenti huomini commessari et examinatori delli excelsi signori
Fiorentini, delle loro excelse Signorie solennemente electi et deputati
cioè:
SIC TRANSIT GLORIA MUNDI.»
Poi seguono i nomi.
[709] Colui che nel giorno dell’esperimento del fuoco, tentò in ogni
modo la rovina del Savonarola.
[710] Il famoso capo dei Compagnacci. Esso era di quegli _Otto nuovi_,
nominati contro il parere della Pratica.
[711] Procederono.
[712] Qui ritorna la stessa osservazione fatta più sopra, che il
Papa, cioè, non potè dare questa commissione; e questo fu osservato e
minutamente discusso da frà Benedetto, nel suo _Vulnera Diligentis_, ed
anche dal Violi.
[713] Qui è da notare che ambedue le edizioni, vanno dal giorno 9
al giorno 11, senza punto accennare ciò che avvenisse il 10; il che
risponderebbe a ciò che abbiamo narrato nel testo: dopo il primo
esperimento, si discuteva quel giorno con ser Ceccone, sul modo come
continuare il processo. Alcune copie manoscritte del processo, però,
cercano riempire la lacuna in questo modo: «A dì IX del presente mese
d’aprile, il detto Fra Hieronymo interrogato et esaminato a parole,
senza tormento, sopra le cosa che nella infrascripta esamina sono
contenute e descritte. Dipoi a dì X di detto mese fu esaminato nella
sala di sopra del Bargello, prima a parole ec.» Ma queste copie non
hanno autenticità, sebbene qualcuna di essa può supporsi che fosse
stata messa in giro dalla Signoria stessa; giacchè una ne abbiam
trovata negli Archivi di Milano, insieme con altri documenti mandati a
Lodovico il Moro.
[714] Questi conforti rendono chiaro, che il Savonarola fece della
obbiezioni a firmare il processo.
[715] In altre copie manoscritte, si trova aggiunto: «che sono carte 24
di foglio con questa d’una medesima mano.» Abbiamo già notato che frà
Benedetto, osservando la stampa, dice non essere possibile che fossero
24 carte manoscritte, ma assai meno. Sebbene la stessa cosa si trovi
affermata anche in fine di questo processo; ciò che dice frà Benedetto
si spiega, nondimeno, col rammentarsi che molti brani furono soppressi
dal notaio, e così il processo a stampa venne più breve.
[716] Qui è evidente la sincerità e religione dell’accusato.
[717] Che fu.
[718] Qui si vede che frà Girolamo e frà Salvestro prestavano sincera
fede alle visioni. Questa prima parte del processo sembra, invero,
abbastanza genuina; ma niuno può dubitare, che la chiusa del periodo
seguente, non sia una giunta di ser Ceccone.
[719] Se si leva questo _et_, e quel _tutto_ che è in principio del
periodo; il senso muta grandemente e s’avvicina assai più al vero.
[720] Qui le alterazioni sono molte, e non è possibile indicarle tutte.
[721] Si vede chiaro che questo _ma_ deve legare colla fine del
paragrafo antecedente. I due passi da noi segnati in questo paragrafo,
sono assai alterati o anche aggiunti da ser Ceccone, cui riusciva più
facile fare la interpolazione in principio ed in fine del paragrafo.
Dobbiamo, però, rammentare, che i segni da noi posti, indicano quei
periodi che più visibilmente ci sembrano creati di pianta, o alterati
nella sostanza; ma è sempre una nostra opinione.
[722] Questo è linguaggio del Savonarola.
[723] L’altra edizione ha: _noto_.
[724] Altra edizione: _verano_.
[725] Tutto questo è un evidente sonnambulismo, che il Savonarola e
frà Domenico credevano ispiratione divina. Fra Salvestro non aveva, sul
principio, opinione ferma; ma vedendo, poi, la fede dei suoi compagni,
si credette anch’egli inspirato da Dio.
[726] Secondo le idee del Savonarola, anche la malattia poteva creare
l’_occulta disposizione_ a ricevere le visioni divine.
[727] Il Savonarola voleva la gloria di Dio e cercava credito per
meglio promuoverla. Ser Ceccone, ogni volta che trovava la parola
_gloria_, aggiungeva sempre _del mondo_, e così mutava tutto il senso
del discorso.
[728] Di Dio.
[729] I venti Accoppiatori.
[730] E’ si fa.
[731] Il Valori.
[732] L’altra edizione: _Duge_, cioè Doge.
[733] Vedi la nota antecedente.
[734] Era stato segretario del Savonarola.
[735] Qui si veda quanto amasse la libertà al di sopra de’ suoi amici.
[736] Ludovico il Moro governava in nome di suo nipote il duca Gio.
Galeazzo, ma faceva quel che voleva.
[737] L’altra edizione: _beneficarsi_.
[738] Bernardo de l’Inghilese di Schiatta Ridolfi. Molti di questi
nomi furono certamente aggiunti dal notaro, per avere occasione di
processarli.
[739] Scarfa.
[740] Le due lettere indirizzate al Papa, in favore del Savonarola, che
moltissimi cittadini e tutti i frati di San Marco firmarono.
[741] Il padre dello storico era uno degli ardenti seguaci del Frate, e
nello storico stesso s’era trasfuso una parte di questa simpatia, come
si vede nelle sue _Opere inedite_ e ne’ suoi Manoscritti.
[742] Lionello Boni.
[743] Degli.
[744] L’altra edizione: _perdicta_.
[745] Il magistrato dei Dieci e degli Otto.
[746] L’altra edizione: _dicevo_.
[747] L’altra edizione dice: _Scarfi_, e così deve stare.
[748] Son quelle che abbiamo date fra i nostri Documenti.
[749] Forse: risposimi, mi venne risposto; certo è il Savonarola che
rispose.
[750] Allora vi fu più d’uno che pretendeva di profetare.
[751] Si vede sempre quanto il Savonarola fosse alieno dagl’intrighi.
[752] Questa lettera non abbiamo.
[753] Non avesse le Condotta che bramava.
[754] Cioè per difesa, non per offesa.
[755] Colui che difese il Savonarola nel giorno dell’esperimento del
fuoco.
[756] In parecchi MS, si trova qui aggiunto il seguente passo: «El
sig. di Faenza che regge mi si mando gia a raccomandare p. usare della
seruitu de Vinitiani, et questo fu p. uno frate dellordine nostro et
della Congregatione di Lombardia observante che si chiamaua fra Marcho
da Blanzare, mandato a parlare di questo a Francesco Valori et fugli
risposto da lui et da. x. che non lo poteuano aiutare p. allora.»
[757] Procedè.
[758] Fosse veramente pronunziata e da osservarla, per evitare scandalo.
[759] Quando si predica?
[760] I gradini di legno in chiesa, par farvi sedere il popolo. L’altra
edizione dice: «i grandi.»
[761] Non mi chiarii, non mi manifestai.
[762] Qui s’intende poco il senso. Parecchi Mss., fra i quali quello
di Milano, dicono così: «Io non fermai il predicare non obstante la
lettera de III di marzo di Ser Alessandro Bracci.... perchè stimavo
fossino minaccie.»
[763] Il re di Francia.
[764] L’altra ediz. aggiunge: _et di qua scrivesse calde_.
[765] Qui le aggiunte dal notaio confondono il senso di tutto questo
paragrafo. Nella fine del periodo, nondimeno, si vede chiaro che il
Savonarola era contrario a Bernardo del Nero; ma non ne voleva la
morte, nè s’era mescolato nella lotta.
[766] L’altra edizione: _il_.
[767] Noctornò, non tornò.
[768] L’Alfonsina.
[769] Gli oggetti che aveva lasciati in San Marco, furono
scrupolosamente restituiti; parte a lui, parte consegnati ai
magistrati, come cose pertinenti alla repubblica.
[770] Noi abbiamo visto come il Savonarola non facesse mai forza, per
indurre qualcuno a vestir l’abito.
[771] Nuora di Tanai de’ Nerli, la quale era della famiglia Lanzi.
[772] Così le due edizioni a stampa: e qui si vede chiaro che le
aggiunte hanno guastato il senso. Altri Ms., come quello di Milano,
dicono: «El simile dico di quelli segreti che io dicevo sapere d’uno
che si voleva fare grande: i quali dicevo da me per spaurirlo.»
[773] L’altra edizione aggiunse qui: _per_.
[774] Cioè: che davvero non volesse riavere Pisa.
[775] Il significato di questa frase lo abbiamo spiegato altrove.
[776] Il mistico viaggio al trono della Vergine.
[777] Egli medesimo disse al popolo, che era stato un viaggio
immaginario.
[778] La venuta dei Francesi che punirebbero i tristi.
[779] L’altra edizione ha: _di ghanno_, cioè d’inganno, di finzione.
Il Savonarola avevo più volte minacciato di rivelare i peccati
d’alcuni che credevano tenerli celati, come coloro che cospiravano
per la tirannia, pel governo ristretto, o altri: ma, come egli stesso
conferma, era un modo di dire per sbigottire i nemici delle repubblica.
Quanto poi a Piero Capponi, che pure era amico del Savonarola, non
sappiamo a cosa volesse alludere: la frase, se non è invenzione del
notaio, si potrebbe riferire all’essere stato il Capponi amico d’un
governo alquanto ristretto e non del tutto popolare. Questo verrebbe
riconfermato dagli scritti inediti del Guicciardini, recentemente
pubblicati.
[780] L’altra edizione ha: _barbieri_; questo era il nome che il
Savonarola dava ai Francesi.
[781] I Ms. hanno, invece: _renovatione_.
[782] Il punto dovrebbe esser qui; non già innanzi al _Se_.
[783] I Mss., hanno a _istigare_.
[784] De’ Medici.
[785] L’altra ediz. dice: _havevo_.
[786] Queste lettere, due delle quali abbiamo pubblicate fra i
documenti, son quelle che precedevano le _lettere ai Principi_.
[787] Son quelle ai _Principi_.
[788] Qui è un errore di stampa, l’altra ediz. dice: _I Re_.
[789] Qui il senso è confuso; ma una lettera era quella che andò al
re, un’altra quella che andò all’ambasciatore fiorentino presso la sua
corte: la prima era in nome del Savonarola, l’altra no.
[790] Qui è determinata chiaramente l’esistenza e la data di queste
lettere, della cui autenticità alcuni vollero dubitare.
[791] Cioè a dire: la causa furono i cattivi costumi; le scomuniche,
poi, mi eccitarono a fare più presto.
[792] L’altra edizione aggiunge: _si_.
[793] Queste parole furono aggiunte per moderare la forza del passo che
segue, e che certo fa grande onore al Savonarola.
[794] Fino a che potette, e fino a che non gli parve che l’_onore della
religione_ non vi fosse impegnato, il Savonarola si oppose in pubblico
a quell’esperimento.
[795] Qui è chiaro, cha egli credeva si potesse uscire illesi dal fuoco.
[796] Questo dubbio lo manifestò sul pergamo, quel giorno stesso.
[797] Qui ci vorrebbe un punto, per far chiaro il senso.
[798] L’altra edizione ha: _sollecitavano_.
[799] Abbiamo già detto che le alterazioni sono moltissime, e che
abbiamo indicato solo alcune di quelle che più si poterono distinguere
o ci sembravano più visibili.
[800] Questa, secondo il Nardi, sono le parole che disse il Cancelliere
nella sala del Consiglio, quando lesse al pubblico questo processo dal
Savonarola.
[801] L’altra edizione dice: LATTIFICAZIONE, cioè _L’attificazione_, o
anche _Ratificazione_.
[802] Frà Benedetto (_Vulnera diligentis_) dice che la soscrizione
fu alterata, perchè il Savonarola vi accennava alle aggiunte di ser
Ceccone; ma, se egli lesse veramente la sottoscrizione autografa, non
la riportò nel suo libro.
[803] Qui si vede che il Savonarola non lesse il processo, ma gli fu
letto; onde poteva bene il notaio ingannarlo, leggendolo altrimenti che
non era scritto.
[804] Questo processo e quello che segue furono trovati da noi,
parecchi anni or sono, nei Codici Magliab. XXV, 357, XXXVII, 394; e poi
li riscontrammo nel Codice che ora si trova nell’Archivio di Firenze e
con una copia di quello che si trova a Milano, fatta dal sig. Dansi.
Allora si dubitò che questi due documenti fossero veramente quali
noi li credevamo; ma, quando ne potemmo con certezza dimostrare il
carattere, nacque, invece, il desiderio di darli alla luce. Così essi
furono pubblicati nell’_Appendice alla Storia dei Municipii italiani_
dal professore P. E. Giudici, assai scorrettamente e senza neppure
dichiarere se erano genuini o apocrifi. Nè di ciò intendiamo muoverne
accusa all’autore, che non si era proposto di fare studio particolare
d’un soggetto assai intricato.
[805] Ora non staremo ad indicare quei passi che più visibilmente sono
aggiunti dal notaio, perchè quasi tutto questo processo è un impasto di
menzogne.
[806] Specie di corvo.
[807] All’esattezza di questi fatti non si può prestare alcuna fede.
[808] Tutto questo paragrafo manca nel Codice Magliabechiano. In questo
processo, noi abbiamo seguito principalmente la lezione milanese,
confrontandola cogli altri Codici.
[809] Non è molto tempo.
[810] Le due lettere sottoscritte dai frati e da’ cittadini.
[811] Il Cod. Magl. ha, invece, _Soderini_.
[812] È inutile combattere queste false asserzioni.
[813] Dunque si conferma, che il Savonarola voleva un governo largo e
libero, e non voleva un governo stretto, neppure fra le mani dei suoi
amici.
[814] Dominare.
[815] Non ci è venuto alle mani nessuno esemplare di questa scomunica;
e, per quanto la memoria ci ricorda, non ne abbiamo trovato menzione
negli storici.
[816] Il Ms. Magliab. dice: di frà Silvestro, anzi di Frà Domenico.
[817] La sola copia di Milano ha la data del 25 aprile.
[818] Il Cod. dell’Archivio, invece delle parentesi, ha in margine,
_questo fu la domenica de l’Ulivo, quando cominciò lo insulto_. Nel
codice magliabechiano v’è, invece, una diversa disposizione delle
stesse parole.
[819] Il Codice dell’Archivio ha: _Dino di Francesco di Dino_.
[820] Il Codice dell’Archivio dice: _sette_.
[821] Non sappiamo che alcuno abbia mai visto questo autografo.
[822] Il Codice dall’Archivio dice: XXIV.
[823] Vedi la prima nota al processo antecedente.
[824] Nella più parte dei codici da noi riscontrati, manca affatto
tutto quello che segue fino a: _Rispose; è vero_; ed il processo
comincia colle parole: _Di nuovo_. Questo brano non si trova che in un
solo dei due Codici Magliabechiani da noi riscontrati, (XXXVII, 324).
Questi processi manoscritti hanno molte varianti e molte aggiunte
o lacune: sembra che la signoria stessa, nel metterne in giro delle
copie, ora aggiungesse ed ora togliesse, perchè essi non erano che un
ammasso di menzogne.
[825] Di Roma.
[826] Qui si vede che hanno riportato le risposte del Savonarola, più
fedelmente.
[827] Abbiamo notato che altrove gli fanno dire precisamente il
contrario.
[828] Nel Cod. Magliab. ed in quello di Milano, v’è in margine questa
postilla, che manca in quello dell’Archivio: «La detta lettera fu
quella che aveva disegnato scrivere a’ re, di che si fa menzione nella
parte del concilio.» — Questa lettera, però, non era bruciata.
[829] Nella copia che noi abbiamo del Codice milanese, c’è una lunga
lacuna, che incomincia da questo punto e va infino alla metà dal
paragrafo settimo.
[830] Il Codice dell’Archivio dice: a’ benefici.
[831] Anche in questo processo si vede, che, quando si trattava di
quistioni essenzialmente religiose, le risposte del Savonarola non
erano dubbie.
[832] Qui finisce la lacuna della copia milanese.
[833] Si vede chiaro, come questa sia una compilazione fatta,
raffazzonando le varie risposte del Savonarola.
[834] Prima si dice che sottoscrisse, e poi si pone la firma!
[835] Il Codice dell’Archivio dice: da quattro mesi.
[836] Pensai.
[837] Circa il quale. Questo fu il punto in cui più infieriva la
tortura, per ordine del Romolino il quale o aveva qualche commissione
o qualche odio particolare contro al cardinale di Napoli; onde, dopo
avere più fieramente lacerato il Savonarola, ne alterò anche più del
solito le risposte.
[838] Gli si offerse.
[839] Qui si vede che è sotto la tortura. Le copie di questo processo
hanno spesso in margine: _tortura, torturato_, in quei luoghi dove del
processo medesimo apparisce.
[840] Si vede che le risposte, non solamente sono alterate; ma alcune
vengono affatto tralasciate.
[841] La copia di Milano ha: _sollecitarlo_.
[842] Qui i giudici stessi ci fanno sapere, quanto erano convinti della
verità di ciò che scrivevano.
[843] Riccardiana, Cod. 2053 (non autografo, ma antico). Questa esamina
rimase affatto ignota a coloro che desiderarono pubblicare tutti i
documenti che avevamo raccolti, intorno ai processi del Savonarola e
de’ suoi compagni.
[844] Ne trovammo due copie nella Magliebechiana. Una, di assai
difficile scrittura, vi resta tuttavia; l’altra andò nell’archivio
centrale. Dopo che noi lo trovammo, quegli archivisti vollero
pubblicarlo, sotto il nome di _Deposizione_, senza conoscere se
fosse vero o apocrifo. Una terza copia ne trovammo nell’Archivio di
Milano. Si noti che la Signoria credeva di dar questo processo, quasi
inalterato.
[845] Era priore di Fiesole, e quivi generalmente dimorava.
[846] Guardava verso la zuffa o lasciava di pregare.
[847] Intendi: ci aiutavano.
[848] Questo spiega le voci sparse da alcuni, che il Savonarola avesse
ritenuti danari di Piero.
[849] Forse: lo perchè.
[850] Paragonando questo col vero processo, si vede come i nomi propri
sono tutti aggiunta e invenzione del notaio.
[851] Cioè, disse anche lui: io non son profeta.
[852] Lo stesso frà Domenico.
[853] Gli domandassi.
[854] Qui manca, forse: _grandi, elevate_, o simile. Frà Domenico
parla di sè, e a far quasi una rivelazione agli esaminatori. In questo
processo il lettore può conoscer veramente cosa erano le profezie di
frà Girolamo e de’ suoi compagni.
[855] Nè mi dà noia il pensiero di conoscere, come frà Girolamo abbia
avute queste rivelazioni.
[856] Forse: paroluzze.
[857] Ser Ceccone. Questo parrebbe riferire ad altra esamina scritta
dal notaio: forse qualche primo tentativo di compilare, anche per frà
Domenico, un falso processo.
[858] Qui si può chiaramente e sicuramente esaminare quanta
superstizione vi fosse nelle profezie e visioni del Savonarola; come,
pure, quanta credulità fosse in quei frati.
[859] Avevano certezza di quelle visioni, come se le toccassero!
[860] Forse: imbasciate fatte da loro a frà Silvestro.
[861] Qui si vede con quale ingenuità frà Domenico riferisce come sua
la visione comunicatagli da frà Salvestro.
[862] Riferisce ai fatti avvenuti, quando l’imperatore Massimiliano
minacciava Firenze.
[863] Forse manca: _sa_.
[864] Forse manca: _mi sentii ispirata_.
[865] La tortura.
[866] La scrupolosa verità, con cui frà Domenico cerca riferir le cose,
è veramente ammirabile.
[867] Pare che, in questi ultimi momenti, la tortura venga spesso
ripetuta.
[868] La sala del Consiglio.
[869] Egli stupiva e non sapeva credere come fosse vero il falso
processo del Savonarola, che gli mostravano come autentico. Frà
Domenico non era uomo da sospettare che la signoria fosse capace di
falsificare.
[870] Questo _aprir la chiavetta,_ era la frase adoperata dal
Savonarola, quando voleva minacciare il concilio.
[871] Questa colle altre cose.
[872] Delle quali persone.
[873] In questo e nei paragrafi seguenti, si vede come gli esaminatori
creassero di pianta nomi e fatti, anche quando più volevano serbare
apparenza di veridici.
[874] Lo trovammo, insieme coi falsi processi del Savonarola e di frà
Domenico, nel Codice dell’Archivio di Firenze, in quello di Milano ed
in un Codice assai poco deciferabile dalla Magliabechiana. La copia
dell’Archivio di Firenze venne data alla luce da quegli Archivisti,
insieme col falso processo di frà Domenico, sotto il medesimo titolo di
_Deposizione_ ec.
[875] Qui è chiaro che si tratta di una malattia e non altro.
[876] Sacromoro, colui che tradì.
[877] Vien sempre confermato, che in S. Marco non si facevano
intelligenze.
[878] Anche qui si vede che il Savonarola e frà Domenico non vi presero
parte.
[879] In questo luogo, la copia di Milano aggiunge il seguente
paragrafo che, poi, nella copia stessa è cancellato: «La notte mi
ricorda havervi visto a un grasso zuchone, d’età d’anni 45 in 50, di
pelo biancho, porta una berretta alla francese con un gabbano alla
forestiera, di mediocre statura, e gli sentì dire: _Io vorrei ci fussi
stato M. Manfredi._»
[880] Qui si conferma, che il Savonarola non s’era impicciato nelle
accuse violenti contro a Bernardo del Nero e suoi congiurati, e si vede
anche, come la risposta che, a questo proposito, gli è stata messa in
bocca nel suo processo, è in parte alterata.
[881] Nella copia di Milano, si trova qui aggiunta una lunga lista di
nomi, che poi sono cancellati, con questa postilla al margine: «Questi
si cancellano, perchè sono nominati e scripti di mano di frà Silvestro,
nel foglio precedente.» Son forse le aggiunte e pentimenti del notaio.
[882] Nella copia di Milano v’è qualche differenza nei nomi, che
è inutile di notar per minuto, sapendosi che molti di essi furono
aggiunti dal notaio.
[883] Battè il bossolo sul banco dei Signori, minacciandoli per non
volere così condannare i congiurati.
[884] È singolare questa conclusione, dopo alcune premesse che provano
solamente la buona fede e sincerità del Savonarola: quelle ultime
parole son certo aggiunte dal notaio.
[885] Archivio dello Riformagioni. — Istruzioni e lettere esterne
dal 1491 al 1502, Cl. 10, dist. 1, Nº 87. Questi precetti che, con
poca esattezza furono chiamati anche _Deposizioni di testimoni_,
vennero scoperti dal Meier il quale, però, non ne fece altro uso che
citarli due o tre volte. Noi ci demmo a studiarli minutamente, e vista
l’utilità che v’era da cavarne, ci decidemmo a pubblicarli insieme
cogli altri documenti relativi al processo del Savonarola. Più tardi
il codice fu mostrato al Perrens che ne fece qualche estratto e lo
pubblicò nel suo appendice. Quando noi cominciammo la stampa dal nostro
lavoro, gli Archivisti di Firenze si affrettarono a pubblicare questi
processi, meno uno solo: noi li diamo tutti fra i nostri documenti, per
le ragioni già allegate.
[886] Le due sottoscrizioni, dei cittadini e dei frati.
[887] Cioè la maggioranza dei voti nella Signoria, e nei due Consigli,
la facoltà di sonare le campane che radunavano il popolo.
[888] Questi fatti si trovano illustrati nel testo dell’opera.
[889] Fante.
[890] Il convento era insultato.
[891] Balestre.
[892] L’Azerello, cioè Bonaccorso da Filicaia, detto Azerello.
[893] Fra Girolamo, che di questi apparecchi appena ebbe qualche
notizia vaga.
[894] L’esperimento del fuoco.
[895] Stimai.
[896] Mi chiesero.
[897] Le ultime parole son di mano di qualcuno dei notai. Queste
esamine sono scritte generalmente dagli accusati stessi, quando parlano
in proprio nome.
[898] Sopra il secondo capo dell’interrogatorio.
[899] Forse manca: _avendogli domandato_.
[900] Voce, voti.
[901] Uno di questi suoi parenti, era Placido Cinozzi, autore d’una
biografia del Savonarola.
[902] Vi andai il giorno in cui si fece la Signoria: non volle che
entrassi.
[903] Forse: imbasciate commesse, per commissioni.
[904] Forse: la Signoria.
[905] Fu chiamato fra Salvestro ad esser presente.
[906] Cacciò.
[907] Costretto a scriver di nuovo, ripete le stesse cose. Forse
volevano vedere se si contradiceva.
[908] Lionello Boni, di cui più basso segue l’esamina.
[909] Ascensione.
[910] Fra Silvestro.
[911] Parole scritte in piè di pagina, di mano del notaio e degli
esaminatori, come son pure quelle che seguono.
[912] Dicessi.
[913] Infatti furono ricevuti nella Loggia de’ Lanzi.
[914] Il locale della Sapienza.
[915] Cioè: _ed era_. Questo Gini più volte dice: _are_, in luogo di
era; come si vede anche nella seguente esamina, che noi pubblichiamo
per la prima volta; ove dice: _sare_, in luogo di _sera_. Gli
Archivisti, non avendo considerato a ciò, stamparono: «Fra Girolamo
andò su, e di subito tornò a dare due archibusi in coro.» Il che è a
dir poco strano.
[916] Erano i due che usavano l’archibuso: il tedesco faceva fuoco da
più ore.
[917] Questa esamina non fu pubblicata dagli Archivisti.
[918] Avea allora vestito l’abito.
[919] Da Gagliano.
[920] Gini, cioè l’accusato. Sono gli esaminatori che scrivono ora, più
basso riprende a scrivere il Gini.
[921] Cioè: _la sera_.
[922] Qui si vede se era possibile, che fra Girolamo venisse a dar
fucili in coro.
[923] Voleva esser ferito, per amore di Gesù Cristo.
[924] Qui si conferma ciò che abbiamo detto innanzi.
[925] La pigione si paga in suo nome.
[926] Che m’ha insegnato.
[927] L’andare io: è sempre l’_e_ in vece di _a_.
[928] Queste esamina ci dà molte notizie importanti, e merita di essere
attentamente considerata.
[929] Ugualmente condannabile.
[930] Andrea di Bernardo de’ Medici, soprannominato il Brutto.
[931] Era colui che si fingeva Piagnone per meglio cospirare in favore
dei Medici.
[932] Lorenzo Tornabuoni, fingeva del pari che Giannozzo Pucci, per lo
stesso fine. Ambedue furono poi decapitati.
[933] Per le troppe astinenze e fatiche mentali.
[934] Era opinione che il Capponi non amasse un governo molto largo.
[935] La libreria dei Medici.
[936] Filippo di Comines.
[937] Altro disegno di pagarli, che cercandoli ec.
[938] S’era riuscito a far loro credere, che i falsi processi fossero
genuini e veri.
[939] Ecco a che giunse la debolezza di quei frati!
[940] Nella nostra narrazione, abbiano di tutto ciò fatto parola.
[941] Ne abbiamo parlato anche nella nostra narrazione.
[942] Il re Carlo VIII.
[943] Carlo VIII era tornato col pensiero alle cose d’Italia.
[944] Luigi XII.
[945] Pare che sieno le parole che mandava a dire il nuovo re di
Francia.
[946] S’era noiato di restare in Francia.
[947] Non è lo storico.
[948] Parole del notaio.
[949] Qui si vede, come si servivano del falso processo, per cavare
altre confessioni.
[950] Bernardo.
[951] Che il Savonarola si volesse arrendere, per evitare spargimento
di sangue, viene sempre confermato.
[952] Il magistrato della parte Guelfa.
[953] Specie di bidello della Signoria.
[954] De’ Medici; quelli che avevano preso il nome di Popeleschi.
[955] Una delle tante spie, che venivano a brigare contro la repubblica.
[956] Veduti o seduti nei maggiori uffici. La differenza fra queste due
parole, l’abbiamo spiegata nel testo.
[957] Tutto ciò dimostra l’onestà del Valori.
[958] Quando il Gonfaloniere si doveva scegliere fra quelli del loro
quartiere.
[959] Trovavamo, e così più basso: discorrevan per discorrevamo.
[960] Accusato ed assoluto.
[961] Bracci.
[962] Che la parte avversa fosse frenata.
[963] Questo era per legge proibito.
[964] Fra Girolamo.
[965] Nel quartiere di Santo Spirito.
[966] I loro nomi sono scritti presso i magistrati che hanno dato il
permesso.
[967] L’accompagnerei.
[968] Una sera che io v’ero.
[969] In margine è scritto: _Nicholo, intendete, calzaiuolo_.
[970] Colui che fu ammazzato sulle scale degl’Innocenti.
[971] Credevamo fossero stati spogliati e presi.
[972] Abbracciamento.
[973] Archivio della Riformagioni; Deliberazione dei Signori a Collegi,
anni 1497-98, carte 27, 29 e 33 tergo. Questo documento fa seguito
alla sottoscrizione della due parti, che già c’era pubblicata e che
fu ristampata dal Meier, Doc. XVII, dal P. Marchese, Doc. XXIV. Per
questi documenti, come per quelli che seguono sotto i numeri LV, LVI,
LVII e LIX, dobbiamo ripetere ciò che s’è detto nella nota al numero
LIII. Furono accennati dal Meier, raccolti da noi, e pubblicati dagli
Archivisti di Firenze.
[974] È notevole questa confessione di un avversario.
[975] È singolare, anche, questo offerire un assente.
[976] Si cercava che, in ogni modo, fossero puniti solo i frati di San
Marco.
[977] Qui non si tien conto dell’avversario, perchè egli stesso diceva
di dover bruciare.
[978] Nel medesimo Codice, carte 33 e 34. Vedi la nota al Doc. LIV.
[979] Lo stesso Codice, carte 55.
[980] Qui si sottintende la tortura.
[981] Lo stesso codice.
[982] Seguono a questa altre deliberazioni di minore importanza. Alcune
di esse riguardano la condanna di circa venti cittadini seguaci del
Frate, ai quali viene, poco dopo, condonata buona parte della pena.
Vedi la nostra narrazione.
[983] Libro dei Partiti dagli Otto di Custodia e Balía; maggio a agosto
1498, carte 51. Questo documento è stato più volte pubblicato.
[984] Deliberazioni dei Signori, ut supra, carte 51, e seg.
[985] Per festeggiare la ingiusta condanna ed il falso processo.
[986] Sotterraneo che traversava la via del Maglio, ponendo in
comunicazione il convento di San Marco, col locale della Sapienza già
ceduto ai frati.
[987] Non pubblicate dagli Archivisti.
[988] Partiti degli Otto di Custodia e Balía, Vol. 70, carta 150.
[989] Deliberazioni dei Signori, Vol. 85, carte 68.
[990] Il Prof. Sceviref ci ha letto un brano di questa orazione, che
somiglia molto ad una predica del Savonarola.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a
fine volume (Errata-corrige) sono state riportate nel testo.
La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate
da una barra. La notazione ^ indica che i caratteri seguenti sono in
apice.
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