Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 2/2

By Thucydides

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Title: Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 2/2

Author: Thucydides

Annotator: Francesco Predari

Translator: F. P. Boni


        
Release date: July 22, 2026 [eBook #79158]

Language: Italian

Original publication: Torino: Pomba, 1854

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79158

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO, LIBRI VIII, VOL. 2/2 ***

                                TUCIDIDE


                      DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO

                               Libri VIII


                             VOLGARIZZAMENTO

                                   DEL
                           CANONICO F. P. BONI

                    con note critiche ed illustrative

                          DI FRANCESCO PREDARI


                             VOLUME SECONDO



                                 TORINO
                      CUGINI POMBA E COMP. EDITORI
                                  1854




                Torino, 1854. — TIPOGRAFIA DEL PROGRESSO

             Via Madonna degli Angeli, rimpetto alla Chiesa.




DELLA STORIA DI TUCIDIDE




LIBRO QUINTO

  SOMMARIO.

  Cleone e Brasida combattono ad Amfipoli, ed ambi sono spenti. —
  Tregua. — Varii popoli armano contro i Lacedemoni. — Imprese di
  questi. — Contravvengono ai patti. — Collegansi Beoti, Corintii ed
  Argivi. — Argo vorrebbe essere con Isparta. — Conclude l’alleanza
  con Atene. — Giuochi olimpici. — Guerra di Epidauro. — Battaglia di
  Mantinea. — Alleanza tra gli Argivi ed i Lacedemoni. — Argo chiama
  il suo reggimento. — Gli Ateniesi cercano di soggettar Milo. —
  Varii avvenimenti.


1. Al sopravvenire dell’estate fallirono le tregue fermate per un
anno da durare fino alle feste Pitie[1]. In quel tanto gli Ateniesi
cacciarono i Delii da Delo stimando che servissero al Nume non
ancora mondi da un antico delitto, e che però fosse stata manchevole
l’espiazione di quell’isola; la quale, come innanzi ho mostrato,
credettero eseguita regolarmente col levare le arche de’ morti[2]. E
Farnace diede ai Delii Atramitteo[3] nell’Asia, ove essi si stanziarono
secondo l’ordine con cui ciascuno vi era andato.

2. Spirata la tregua[4], Cleone, avuti dalla Repubblica milledugento
soldati gravi ateniesi, trecento cavalli, e più degli alleati, partì
per la Tracia con una flotta di trenta navi[5]. Approdò primieramente a
Scione tuttora assediata, ed aggiuntisi de’ soldati di grave armatura
che ivi stavano di presidio, navigò al porto de’ Colofonii[6], poco
distante dalla città di Torona. Quindi inteso da’ disertori che Brasida
non si trovava in Torona, e che quelli che vi eran dentro non erano in
istato di resistere, marciava colle genti da piè verso quella città,
e spediva dieci navi per volteggiare dinanzi al porto. Da prima egli
arriva nella circonvallazione colla quale Brasida, volendo comprendere
il suburbio, aveva cinta intorno la città, e rotta una parte delle
vecchie mura ne aveva fatta una città sola.

3. E già gli Ateniesi assalivano le fortificazioni, quando Pasitelida
capitano lacedemone accorse subito col presidio per ributtarli. Se non
che venendo egli incalzato, e le navi spedite da Cleone volteggiandosi
per investire il porto, venne in sospetto che elle non prendessero la
città rimasta sguarnita, primachè ei vi fosse rientrato; e che poi
superate le fortificazioni egli pure non vi restasse preso. Il perchè
ritiratosi dalle mura tornò frettolosamente alla città. Ma gli Ateniesi
delle navi lo vinsero della mano occupando Torona; ed anche la fanteria
tenendogli tosto dietro in quell’impeto, mescolata co’ nemici entrò in
città per la rottura del muro vecchio. Uccisero subito quei Peloponnesi
e Toronesi che volevano far resistenza, e tutti gli altri cattivarono
con Pasitelida comandante. Brasida che veniva a soccorrer Torona, udì
per istrada che era stata presa: onde tornò indietro, essendone ancora
lontano circa quaranta stadii[7], senza potere prevenire il nemico.
Cleone e gli Ateniesi ersero due trofei uno nel porto, l’altro presso
le fortificazioni; cattivarono le donne e i figlioli de’ Toronesi, e li
mandarono ad Atene coi Peloponnesi e con quanti Calcidesi vi erano, in
tutti circa settecento. Dipoi concluse le tregue i Peloponnesi poterono
partirsene e gli altri furono ripresi dagli Olintii col riscatto di
uomo per uomo. Verso questo tempo i Beozii presero proditoriamente
Panacto fortezza degli Ateniesi sulle frontiere; e Cleone lasciato
presidio a Torona salpò di là, e girando il monte Ato dirizzò il corso
alla volta di Amfipoli.

4. Intorno questo stesso tempo Feace di Erasistrato con altri due
colleghi venne con due navi in Italia e Sicilia ove gli Ateniesi lo
avevano inviato ambasciatore; avvegnachè partiti essi di Sicilia
dopo la convenzione, i Leontini avesser ascritto molta gente alla
loro cittadinanza, e il popolo fosse nell’intenzione di dividere le
terre[8]. Di che accortisi i nobili chiamano i Siracusani e cacciano
i popolani (i quali andarono chi qua chi là vagando), e fatto accordo
co’ Siracusani, abbandonarono e disertarono la loro città, per prendere
stanza a Siracusa, col patto di goderne la cittadinanza. Ma poi alcuni
di essi mal contentandosi del fatto si ritirarono di nuovo da Siracusa,
ed occuparono un luogo dipendente dalla città dei Leontini, chiamato
Focea, ed anche Bricinnia, fortilizio situato nel territorio leontino.
Allora la maggior parte dei popolani banditi andarono ad essi, e
fermatisi con loro facevano la guerra da quel luogo. A questa nuova gli
Ateniesi mandano Feace per vedere se coll’indurre i loro alleati di
colà, e se possibil fosse anche gli altri Siciliesi a portar d’accordo
la guerra ai Siracusani che si andavano procurando potenza, riuscissero
a salvare il popolo dei Leontini. Feace al suo arrivo v’induce quei di
Camarina e di Agrigento. Ma trovato a Gela incagliato l’affare, non più
si presenta agli altri, comprendendo che non ve li indurrebbe. Anzi
ritornando per le terre de’ Siciliesi a Catana venne nel suo passaggio
a Bricinnia ove confortata quella gente, si rimise in mare.

5. E tanto nel suo passaggio in Sicilia, quanto nel ritorno si maneggiò
pure in Italia con alcune città per tirarle all’amicizia degli
Ateniesi. Favellò ancora ad alcuni Locri, i quali erano stati cacciati
di Messina, ove si erano accasati. Qui è da sapere che dopo l’accordo
dei Siciliesi, regnando diverse sette in Messina, una di esse invitò i
Locri, i quali furono mandati colà ad abitare, e tennero qualche tempo
quella città. Ora Feace trovati costoro che ritornavano alla patria,
non li offese in nulla perchè i Locri avevano convenuto con lui di
accomodarsi con gli Ateniesi; essendochè fra tutti i confederati essi
soli, quando seguì l’accordo dei Siciliesi, non avean voluto far lega
con Atene, e nemmeno l’arebbero fatta allora se non gli stringeva la
guerra con gl’Itonei, e co’ Melei loro coloni e confinanti. Feace
qualche tempo dopo ritornò in Atene.

6. Ma Cleone, che allora aveva fatto il giro della costa da Torona
per Amfipoli, movendo da Eiona assalta Stagiro colonia degli Andrii,
e non la espugnò; nondimeno s’impadronisce a forza di Galepso colonia
de’ Tasii. Quindi spedì legati a Perdicca acciò venisse a raggiungerlo
con l’esercito secondo il convenuto[9], ed altri ne mandò in Tracia a
Polli re degli Odomanti che doveva condurre quel più che potesse di
Traci presi a soldo, mentre ei stava aspettandoli ad Eiona. Informato
Brasida di queste pratiche, prese il campo di faccia a lui a Cerdilio
castello degli Argilii sopra un’altura di là dal fiume, poco distante
da Amfipoli, donde si discopriva ogni cosa all’intorno. Cosicchè
Cleone non avrebbe potuto levare furtivamente il campo siccome Brasida
si aspettava che egli dovesse fare, stante che dispregiando egli i
Peloponnesi che erano in picciol numero vorrebbe salire ad Amfipoli
colle genti che seco aveva. Nel tempo istesso Brasida si preparava al
combattimento, invitando col soldo millecinquecento Traci, e tutti gli
Edoni, palvesari e cavalieri, ed oltre le milizie di Amfipoli aveva
mille altri palvesari tra Mircinii e Calcidesi. Tutte le genti gravi
riunite erano circa duemila con più trecento cavalli greci. Preso
adunque seco un corpo di mille cinquecento, erasi fermato a Cerdilio;
gli altri stavano schierati in Amfipoli sotto gli ordini di Clearida.

7. Cleone frattanto stava quieto, ma fu poi costretto a fare come
Brasida aveva preveduto. Poichè i soldati annoiati da quella dimora
andavano confrontando la capitaneria di Cleone e di Brasida,
considerando l’imperizia ed il languore di quello verso la pratica
e l’ardire di questo, e la repugnanza colla quale avevano lasciate
le case loro per seguirlo. Laonde Cleone intesi questi bisbigli, non
volendo che si adirassero per quel soggiornare nel medesimo luogo,
levò il campo e fece appunto quello che aveva fatto a Pilo, ove per
quel felice successo levossi in fiducia di essere uomo di senno.
Imperocchè sperava che nessuno verrebbe incontro a combatterlo; e
diceva di salire più in alto per avere il prospetto del paese, ed
aspettava maggior fornimento non già per bisogno di assicurarsi della
vittoria se fosse astretto a combattere, ma per espugnare a viva forza
la città cingendola intorno. Giunto adunque sopra una forte collina
dirimpetto ad Amfipoli vi accampò l’esercito, e da per sè osservava i
paduli formati dallo Strimone e la situazione della città dalla parte
di Tracia; e stimava di poter quindi ritirarsi quando gli piacesse,
senza combattere; poichè nessuno si affacciava di su le mura, nè veruno
usciva dalle porte che tutte erano chiuse. Talchè giudicava d’avere
errato a non portar seco le macchine colle quali avrebbe espugnato
quella città abbandonata.

8. Brasida poichè vide mossi gli Ateniesi, scende subito anch’egli
da Cerdilio ed entra in Amfipoli, donde non faceva sortite, nè si
presentava in ordinanza contro gli Ateniesi, come quegli che temeva
delle proprie forze, le quali giudicava inferiori, non quanto al
numero perchè i due eserciti erano presso a poco uguali, ma sì quanto
al merito. Imperciocchè nell’esercito nemico militava il fiore degli
Ateniesi, e il nerbo dei Lesbii e degl’Imbrii: onde si preparava ad
attaccarli con astuzia. Discorreva egli che celandosi ai nemici prima
della battaglia e così fuggendo il disprezzo che veramente meritava la
sua situazione, più facilmente li vincerebbe che col mostrar loro il
minor numero di sue genti e l’armatura di che per necessità usavano.
Il perchè affidati gli altri a Clearida, egli scelse centocinquanta
di grave armatura, e voleva assalire improvvisamente gli Ateniesi,
prima che si ritirassero; considerando che non potrebbe un’altra volta
coglierli soli, se per avventura venisse loro il rinforzo. E convocati
tutti i soldati, e volendo rincorarli ed aprir loro il suo animo, parlò
così:

9. «Prodi Peloponnesi: che noi venghiamo da un paese mai sempre libero
mercè la vostra valenzìa, e che voi Dorii andate a combattere con gli
Ionii cui avete in usanza di vincere, basti averlo così brevemente
accennato. Ora voglio mostrarvi in che modo io pensi di affrontare
il nemico, affinchè il cimentarsi pochi, e non tutti, parendovi cosa
insufficiente, non vi metta scoraggiamento. Io mi do a credere che
il disprezzo in che ci hanno gli avversari, e la opinione loro che
niuno voglia uscire a combatterli, gli abbia fatti salire su quel
colle, ove voltatisi disordinatamente a goder la vista del paese non
si danno altra briga. Pertanto chi benissimo conoscendo tali sbagli
dei nemici va ad assalirli in quel modo che richieggono le proprie
forze, e non già alla scoperta o coll’esercito schierato di fronte,
ma come torna utile al presente, questi il più delle volte trionfa.
E tali astuzie apportano molta gloria, perchè ingannando sommamente
il nemico, si viene a giovare assaissimo agli amici. Or mentre non
preparati imbaldanziscono, e a quel che parmi, hanno più pensiero
di ritirarsi che di persistere; mentre sono in tale rilassamento
dell’animo e prima che ricompongano meglio la loro mente, io colla
mia gente voglio veder di prevenirli, scagliandomi a corsa in mezzo
al loro campo. Tu poi, o Clearida, quando mi vegga loro addosso, e
probabilmente spaventarli, apri improvviso la porta, e co’ tuoi e con
gli Amfipolitani, e con gli altri alleati accorri colà, e affrettati di
azzuffarti il più prestamente. Questo è ciò che mi affida soprattutto
di atterrirli, perchè la truppa che sopravviene seconda alla pugna,
è più terribile pei nemici di quella che già presente combatte. Tu
stesso mostrati valente qual deve essere uno spartano; e voi bravi
confederati seguitelo animosamente, persuasi che a ben combattere tre
cose si richiedono: volere, onore, ubbidienza ai capitani. Pensate
che in questo giorno o mostrandovi prodi, avrete libertà, e sarete
chiamati alleati dei Lacedemoni; od altrimenti, schiavi degli Ateniesi:
e poniamo che a sorte non siate cattivati od uccisi, nondimeno avrete
più acerba servitù di prima, e sarete impeditori di libertà agli altri
Greci. Però considerando per che gravi cose ora avete a combattere, non
isgomentate; che io mi vi mostrerò non solo atto a fare esortazioni
agli altri, ma ancora a mandarle io stesso ad effetto.»

10. Avendo così parlato, Brasida si disponeva ad uscire egli stesso,
e collocava presso la porta chiamata Tracia il resto delle truppe con
Clearida, destinate a sortir dopo lui siccome è detto. Ma essendo
egli stato visto calare da Cerdilio, e sacrificare intorno al tempio
di Minerva nella città, la quale di fuori potea tutta vedersi, e dare
queste disposizioni, fu recato avviso a Cleone (il quale allora si
era portato ad osservare il paese), che tutto l’esercito dei nemici
si vedeva dentro la città, e si scorgevano molti piedi di cavalli e
di uomini presso le porte, come diretti ad uscire. Cleone sentito ciò
andò da sè a vedere, e conosciuta la verità, non volendo cimentarsi a
battaglia prima che gli fossero giunti i rinforzi, comandò che fosse
dato il segnale della ritirata tuttochè pensasse di dovere essere
scoperto. Ordinò ancora ai soldati che si avviassero sul fianco
sinistro, che quello era il solo mezzo di ritirarsi in Eiona. Ma perchè
gli pareva che si trapponesse dell’indugio, egli stesso converso il
corno destro, e dando le spalle al nemico ritirava l’esercito. In
questo, Brasida vista l’occasione e la mossa dell’esercito ateniese,
disse a’ suoi ed agli altri: «Costoro non ci aspettano, e ben lo
mostrano col crollare delle lance e delle teste; poichè quelli che
ciò fanno, non sogliono attendere chi gli assalga. Onde mi si apra la
porta indicata, ed animosamente e tosto usciamo.» E venuto fuori della
porta che guarda la palizzata, e che era la prima delle mura lunghe
allora esistenti, correva a gran passi per quella strada diritta, dove
al presente, seguendo lunghesso la parte più forte del luogo, sta il
trofeo. Ivi si scaglia in mezzo alle genti ateniesi, che spaventate
dal proprio disordine e attonite dall’ardire di lui, si mettono in
fuga. E al tempo stesso Clearida, secondo il convenuto, esce dalla
porta Tracia, e va loro addosso con l’esercito: onde pel non previsto
e repentino incontro da ambe le parti furono gli Ateniesi in grande
scompiglio. L’ala sinistra di loro che andava verso Eiona, essendo
proceduta innanzi, si trovò divisa dagli altri e si mise a fuggire; e
Brasida visto che ella dava indietro, passa a combatter l’ala destra, e
vi riman ferito. Gli Ateniesi non si avvidero che egli era caduto, onde
coloro che gli erano vicini lo presero e lo portarono via. L’ala destra
degli Ateniesi resse un poco più: ma Cleone, che anche da prima avea
disegnato di non fermarsi, si diede alla fuga; e sopraggiunto da un
peltaste mircinio riman morto[10]. Le sue milizie raggranellatesi sulla
collina faceano testa contro Clearida che due o tre volte le assalì,
nè mai cederono finchè la cavalleria mircinia e la calcidese e i
palvesari circondandole e dardeggiandole le misero in volta. Così tutto
l’esercito ateniese fuggendo a gran pena, parte presero svariatamente
le vie de’ poggi, parte combattendo furono uccisi o dalla cavalleria
calcidica o da’ palvesari: gli altri si ricondussero ad Eiona. Quelli
che levarono Brasida dalla battaglia e che lo salvarono, lo condussero
ancora spirante in città, ove saputo che i suoi avean vinto, poco dopo
passò. Il rimanente dell’esercito, tornato con Clearida dal dar la
caccia al nemico, spogliò i cadaveri, ed alzò il trofeo.

11. Dopo questo fatto tutti gli alleati vestiti delle armi loro
accompagnarono Brasida al pubblico sepolcro assegnatogli in città
dirimpetto a quel luogo che ora è la piazza del mercato[11]. Quindi
gl’Amfipolitani circondato il monumento con uno steccato[12], gli
fecero esequie ed onoranze come ad eroe, stabilirono giochi e
sacrifizii annuali, e dedicarongli la colonia come a fondatore[13].
Demolirono inoltre le fabbriche di Agnone e distrussero tutto quello
che potesse mai dar memoria d’essere questi stato il fondatore, e
ciò non tanto perchè avevano Brasida in concetto di loro liberatore,
quanto perchè di presente, attesa la paura degli Ateniesi, volevano
piaggiare la lega dei Lacedemoni; e giudicavano che gli onori resi ad
Agnone non sarebbero come prima nè utili nè graditi per la inimicizia
che avevano con Atene. Nondimeno resero agli Ateniesi i morti che erano
intorno di seicento: dei nemici ne perirono soli sette perchè non si
era combattuto in giusta ordinanza, ma a caso, come dicemmo, avendo il
timore preoccupato gli animi prima della zuffa. Gli Ateniesi riavuti i
cadaveri rinavigarono a casa, e Clearida con la sua gente acconciava le
cose di Amfipoli.

12. Quasi nel medesimo tempo all’uscita dell’estate Ramfia, Autocarida
ed Epicidide lacedemoni condussero un rinforzo di novecento di grave
armatura contro le terre di Tracia. Arrivati ad Eraclea nella Trachinia
ordinavano ciò che credevano mal disposto; e mentre trattenevansi colà,
accadde la descritta battaglia, e finiva l’estate.

13. All’entrata dell’inverno Ramfia e la sua gente passarono subito
fino a Pierio della Tessaglia, ove vennero i Tessali a contrastar
loro il passo. Onde essendo anche morto Brasida al quale conducevano
quell’esercito, voltarono il cammino verso casa: tra perchè gli
Ateniesi dopo toccata quella rotta erano partiti, e perchè ei da sè
erano inabili ad effettuare veruno dei disegni di Brasida. Soprattutto
però li mosse a partire il sapere che quando erano usciti a questa
spedizione, i Lacedemoni pendevano più che altro verso la pace.

14. Ed infatti subito dopo il combattimento ad Amfipoli e la ritirata
di Ramfia dalla Tessaglia accadde che ambe le parti non più si movevano
ad alcuna fazione, ed avevano l’animo volto piuttosto alla pace. Gli
Ateniesi, perchè sconfitti a Delo e nuovamente poco dopo ad Amfipoli,
non avevano più nelle loro forze quella ferma speranza per la quale
avevano rifiutato la tregua, stimando per la presente loro felicità
di dover restar superiori. Senza di che temevano che gli alleati
inanimiti dalle loro sconfitte non s’invogliassero maggiormente di
ribellare; e si pentivano di non aver fatto accomodamento in quella
bella congiuntura, dopo i fatti di Pilo. I Lacedemoni poi perchè non
riusciva al loro scopo questa guerra, nella quale si erano messi in
capo di abbattere in pochi anni la potenza d’Atene col guastarne le
terre; e perchè alla Sfatteria erano incorsi in tale sciagura che
Sparta non aveva mai avuta una simile. Era inoltre il loro territorio
guastato dalle scorrerie di Pilo e di Citera, ove disertavano gli
Eloti; e vi era sempre da aspettarsi che i rimanenti, preso animo dai
fuggiti, non cogliessero la presente occasione per tentar novità,
siccome era accaduto anco di prima. Si dava altresì il caso che erano
in sull’uscita le tregue de’ trenta anni con gli Argivi, i quali non
volevano rinnovarle se non riavessero il territorio cinurio[14].
Cosicchè pareva loro impossibile di combattere a un tempo stesso contro
gli Argivi e gli Ateniesi; mentre anche si sospettava che alcune delle
città del Peloponneso non volessero passare alla parte degli Argivi;
come poi accadde[15].

15. Il perchè ambe le parti pesando queste ragioni stimavano esser
da fare l’accomodamento, e principalmente i Lacedemoni per la brama
di riavere i loro cittadini dell’isola Sfatteria, alcuni de’ quali
erano de’ primari spartani, e loro parenti in ugual grado di nobiltà.
Ed invero avevano già cominciato a negoziare subito dopo la presa
di quelli; ma gli Ateniesi gonfi della loro prosperità non vollero
venire a discrete transazioni. Però quando furono sconfitti a Delio,
immantinente i Lacedemoni vedendo che sarebbero allora meglio ricevuti,
fanno tregua per un anno, durante la quale dovevano abboccarsi per
trattare di un più lungo accordo.

16. Ma poichè furono rotti gli Ateniesi ad Amfipoli, e morirono
Cleone e Brasida che dalle due parti si opponevano sommamente alla
pace, questi perchè riconosceva dalla guerra la sua fortuna e gli
onori, quegli perchè stimava che nella bonaccia sarebbero più palesi
i suoi misfatti e men credute le sue invettive; allora coloro che
principalmente ambivano in amendue le Repubbliche il primato, cioè
a Sparta Plistoanatte di Pausania re dei Lacedemoni, ad Atene Nicia
di Nicerato generale allora di gran lunga il più fortunato degli
altri, si mostravano viepiù propensi alla pace. E ciò perchè Nicia,
mentre non avea patito ancora verun disastro, voleva mantenere la sua
prosperità, por fine di presente ai proprii travagli e a quelli dei
cittadini, e all’avvenir lasciar di sè nome di non aver mai messo a
repentaglio la salute della Repubblica; stimando questi beni essere
la sequela di un tranquillo reggimento, e toccare a chi meno si dà in
balìa della fortuna; e l’allontanamento dai pericoli venire dalla pace.
Plistoanatte poi, perchè a cagione del suo rimpatriamento gli avversari
lo diffamavano[16], e d’ogni sinistro che avvenisse, faceano coscienza
ai Lacedemoni, quasi che di ciò fosse causa l’illegittimo suo ritorno.
Conciossiachè l’incolpavano che d’accordo col fratello Aristocle avesse
indotta la gran profetessa di Delfo a rispondere per un pezzo nella
seguente maniera ai Lacedemoni spediti[17] a consultarla. — Che dal
paese straniero richiamassero appresso di sè la semenza del semideo
figlio di Giove[18]; se no arerebbero con vomere d’argento[19]. —
L’imputavano inoltre che poichè fu bandito dalla patria a cagione
della ritirata dall’Attica creduta fatta per doni, egli per tema
dei Lacedemoni rifugiatosi nel Liceo, ed abitando allora mezzo il
fabbricato del tempio di Giove[20], avesse finalmente dopo diciannove
anni messo su essi Lacedemoni a ricondurlo in patria coi medesimi
cori e sacrifizii, come quando da prima nella fondazione di Sparta vi
stabilirono i regi[21].

17. Gravato adunque da tali diffamazioni, stimava che non occorrendo
alcuna disgrazia in tempo di pace ed insieme riavendo i Lacedemoni i
loro prigionieri, egli pure non darebbe presa a’ suoi nemici; laddove
in istato di guerra, se la fortuna è contraria, è inevitabile che chi
presiede sia sempre vessato dalle maldicenze. Il perchè desiderava
maggiormente l’accomodamento; e nel medesimo inverno venivano le
due parti a parlamento tra loro. Verso la primavera i Lacedemoni,
acciocchè gli Ateniesi fossero meno ostinati, facevano minacciosa
mostra di apparecchiamenti, e ordinavano a tutte le città che dovessero
fabbricare munizioni contro l’Attica. Dopo alcuni congressi ove furono
scambievolmente prodotte molte giuridiche requisizioni, si accordarono
di far la pace, con patto che le due parti restituirebbero quel che
aveano occupato in guerra, ma che gli Ateniesi riterrebbero Nisea.
Imperocchè richiedendo essi Platea, i Tebani avevano risposto di tener
quella città, perchè gli abitanti si erano resi per capitolazione e non
per forza nè per tradimento; e nella stessa guisa gli Ateniesi dicevano
di avere avuto Nisea. Allora pertanto i Lacedemoni convocarono i loro
alleati, ed avendo tutti gli altri decretato di por fine alla guerra,
ad eccezione de’ Beozii, dei Corintii, degli Elei e de’ Megaresi cui
non piacevano questi trattati, fanno accordo con gli Ateniesi, e lo
ratificano co’ riti consueti; e gli Ateniesi giurarono ai Lacedemoni
questi articoli.

18. Gli Ateniesi, i Lacedemoni e gli alleati han fatto accordo, e città
per città l’hanno giurato colle seguenti condizioni. Che quanto ai
comuni templi possa ognun che lo voglia con sicurezza per mare e per
terra andare, sagrificare, consultare, e mandare assistenti secondo le
antiche costumanze[22]. Che il terreno sacro ad Apollo ed il tempio
di Delfo e Delfo stessa abbia libertà, franchigia e giurisdizione sì
in città che nelle sue appartenenze conforme i patrii statuti. Che
l’accordo sia per cinquanta anni, senza frode o detrimento in terra e
in mare tra gli Ateniesi coi loro alleati da una parte, e i Lacedemoni
pur coi loro alleati dall’altra. Che i Lacedemoni e loro alleati non
possano portar le armi a danno degli Ateniesi e loro lega[23]; nè
gli Ateniesi e loro alleati contro i Lacedemoni e lega loro, escluso
ogni inganno e sotterfugio. Che insorgendo tra le due parti qualche
differenza usino la via del dritto ed i giuramenti siccome avranno
convenuto. Che i Lacedemoni e gli alleati restituiscano Amfipoli agli
Ateniesi, e che dalle città restituite dai Lacedemoni agli Ateniesi
possano gli abitanti andarsene ovunque vogliano con ciò che hanno. Che
le città stesse pagando il tributo imposto a tempo di Aristide restino
nelle loro leggi[24]; e che quando sia ratificato l’accordo, gli
Ateniesi e i loro alleati non possano portar le armi ai danni di esse,
sempre che paghino il tributo. E queste città sono Argilo, Stagiro,
Acanto, Scolo, Olinto e Spartolo, le quali non si comprendono nella
lega nè dei Lacedemoni, nè degli Ateniesi[25]; ma però se agli Ateniesi
riesce di trarle alla loro alleanza possano accedervi quelle a cui
piaccia. Che i Mecibernei, i Sanei, i Singei abitino le città loro[26],
siccome gli Olintii e gli Acanti. Che i Lacedemoni e alleati rendano
agli Ateniesi Panacto, e gli Ateniesi rendano ai Lacedemoni Corifasio,
Citera, Metona, Pteleo, Atalanta e tutta la gente de’ Lacedemoni che
sono nelle carceri di Atene o in altro luogo di loro dominio. Che di
più mettano in libertà quei Peloponnesi che sono assediati in Scione
con tutti gli altri alleati dei Lacedemoni che vi si trovano, e quelli
che vi aveva mandati Brasida; insomma tutti gli alleati de’ Lacedemoni
che sieno in carcere ad Atene, o in qualunque altro luogo ove abbiano
comando gli Ateniesi: e che nel medesimo modo anco i Lacedemoni ed
alleati restituiscano tutti gli Ateniesi e loro alleati che ritengono.
Quanto agli Scionesi, ai Toronesi, ai Sermilii, gli Ateniesi risolvano
di loro quel che credono; come pure delle altre città delle quali hanno
dominio. Gli Ateniesi presteranno giuramento ai Lacedemoni e loro
alleati città per città, e gli uni e gli altri giurino per quel che
hanno di più sacro in ciascuna città[27]. La formula del giuramento sia
questa: — Manterrò questo trattato e le convenzioni sue nel vigore di
giustizia senza frode. — I Lacedemoni pure e gli alleati prestino al
modo stesso giuramento agli Ateniesi. Ambe le parti lo rinnovino ogni
anno[28]; e sia scolpito in colonnette erette ad Olimpia, a Delfo e
sull’istmo; e ad Atene nella rocca, a Sparta nell’Amicleo[29]. Se l’una
delle due parti dimentichi comunque qualche articolo, o alcuno cada in
questione, non s’intenderà contro il giuramento il farvi con giustizia
quelle mutazioni che ad amendue Ateniesi e Lacedemoni piaceranno.

19. L’accordo è stipulato sotto la presidenza[30] in Sparta di Plistola
eforo a’ ventisette del mese Artemisio; in Atene di Alceo arconte
ai venticinque del mese Elafebolione. Dalla parte de’ Lacedemoni
lo giurarono e lo confermarono coi sacri riti Plistola, Damageto,
Chionide, Metagene, Acanto, Daito, Iscagora, Filocarida, Zeuxida,
Antippo, Telle, Alcinide, Empedia, Mena, Lamfilo; da quella degli
Ateniesi, Lampone, Istimonico, Nicia, Lachete, Eutidemo, Procle,
Pitidoro, Agnone, Mirtilo, Trasicle, Teagene, Aristocete, Iolcio,
Timocrate, Leone, Lamaco, Demostene.

20. Quest’accomodamento fu concluso sul finir dell’inverno al venir
della primavera, subito dopo le feste baccanali di città, dopo dieci
interi anni e pochi giorni più dalla prima invasione dell’Attica, e
dal cominciamento di questa guerra. Chiunque poi vorrà riscontrare le
cose accadute segua il corso delle stagioni e non la serie de’ nomi
di coloro che in ciascun luogo comandavano, o che per qualche grado
onorifico designano gli avvenimenti, quasi che questo fosse il metodo
più sicuro. Imperciocchè così non si vede accuratamente se il tal fatto
successe al principio o al mezzo di loro carica, e come si colleghi
con alcuno di essi. Laddove contando l’estati e gl’inverni, siccome io
ho usato in queste storie, si troverà che ciascuna di queste stagioni
componendo per metà la somma d’un anno, dieci dell’une e dieci degli
altri sono trascorsi di mezzo a questa prima guerra.

21. Ma i Lacedemoni a’ quali toccò ad essere i primi a rendere quel
che ritenevano, rilasciarono subito i prigionieri che eran presso di
loro, e spedirono ambasciatori in Tracia Iscagora, Mena e Filocarida,
ordinando a Clearida di consegnare Amfipoli agli Ateniesi, ed ai
comandanti delle altre terre di accettare le tregue secondo che
fu convenuto intorno a ciascuna. Questi non obbedirono stimando
che l’accordo non fosse di lor convenienza; ed anche Clearida per
gratificare i Calcidiesi non rese Amfipoli, allegando ch’ei non poteva
renderla a loro dispetto. Bensì partì sollecitamente in compagnia degli
ambasciatori di quelle terre per discolparsi a Sparta, qualora Iscagora
e i suoi colleghi lo accusassero di contumacia, ed insieme per vedere
se si potesse cambiare qualcuno degli articoli. Avendo però trovata
la tregua conclusa, ed essendo rimandato dai Lacedemoni con ordine
soprattutto di restituire la città, o altrimenti condur via quanti
Peloponnesi ci fossero, partì frettolosamente.

22. Quanto agli alleati che si trovavano a Sparta, i Lacedemoni
sollecitavano quei di loro che avevano rifiutate le tregue ad
accettarle: ed essi col medesimo pretesto con cui da primo l’aveano
rifiutate dissero di non approvarle se elle non venissero fatte più
giuste. E poichè stavano sulla perfidia, i Lacedemoni gli rimandarono,
e fecero da sè alleanza con gli Ateniesi, riflettendo primieramente che
gli Argivi non vorrebbero confermare la lega (dalla quale Ampelide e
Lica venuti da Argo si erano mostrati alieni, perchè non si avea timore
di Sparta disgiunta da Atene), ed in secondo luogo considerando che
questo sarebbe il mezzo più valevole a tranquillare il Peloponneso, che
potendo si sarebbe voltato agli Ateniesi. Trovandosi adunque presenti
i legati di Atene si abboccarono insieme, e convennero di giurare
alleanza nel seguente modo.

23. I Lacedemoni saranno alleati di Atene per cinquanta anni. Se alcuni
metteranno piede nelle terre dei Lacedemoni e gli danneggeranno, gli
Ateniesi dovran soccorrere i Lacedemoni nel modo più efficace che
possano, secondo le loro forze: se poi si ritirino con avervi dato il
guasto, si tengano per nemici dei Lacedemoni e degli Ateniesi, sieno
travagliati da entrambi, e possano solo ottener pace col consentimento
delle due Repubbliche. E queste cose vengano eseguite con giustizia,
con sollecitudine e senza frode. Parimenti se alcuni metteranno piede
nelle terre degli Ateniesi e li danneggeranno, i Lacedemoni dovranno
portar soccorso nel modo più efficace che possano secondo le loro
forze: se poi si ritirino con avervi dato il guasto, si tengano per
nemici dei Lacedemoni e degli Ateniesi; sieno travagliati da entrambi,
e possano solo ottener pace col consentimento delle due Repubbliche. E
queste cose vengano eseguite con giustizia, con sollecitudine e senza
frode. Qualora i servi si ribellino, gli Ateniesi portino soccorso ai
Lacedemoni con tutto il vigore secondo le forze loro. Giureranno questi
patti quelli stessi che da ambe le parti giurarono l’altro accordo.
Questa convenzione si rinnovi ogni anno, andando i Lacedemoni ad Atene
per le feste di Bacco, e gli Ateniesi a Sparta per quelle di Iacinto.
Ciascuna delle parti erga per memoria una colonna, in Sparta presso il
tempio di Apollo nell’Amicleo, in Atene nella rocca presso al tempio di
Minerva. Qualora poi i Lacedemoni e gli Ateniesi pensino di aggiungere
o togliere qualche cosa intorno alla confederazione, quel tanto di che
convengano amendue non lederà il giuramento.

24. Dalla parte de’ Lacedemoni prestarono giuramento questi,
Plistoanatte, Agide[31], Plistola, Damageto, Chionide, Metagene,
Acanto, Daito, Iscagora, Filocarida, Zeuxida, Antippo, Alcinada,
Tellide, Empidia, Meda e Lafilo. Da quella degli Ateniesi, Lampone,
Istimonico, Lachete, Nicia, Eutidemo, Procle, Pitodoro, Agnone,
Mirtilo, Trasicle, Teagene, Aristocrate, Iolcio, Timocrate, Leone,
Lamaco e Demostene. Tale fu alleanza conclusa non molto dopo la tregua.
Gli Ateniesi resero ai Lacedemoni la gente dell’isola Sfatteria; e
incominciava l’estate dell’anno undecimo. Io pertanto ho fin qui
scritto di questa prima guerra avvenuta continuamente nei detti dieci
anni.

25. Appresso la tregua e l’alleanza tra’ Lacedemoni e gli Ateniesi,
stabilite dopo dieci anni di guerra, essendo Plistola eforo in Sparta,
ed Alceo arconte in Atene, quei che l’avevano accettate stavano in
pace. Ma i Corintii ed alcune città dal Peloponneso rimescolarono le
cose stabilite, e subito insorsero altre turbolenze di alleati contro
Sparta. Anzi in processo di tempo i Lacedemoni stessi trasgredendo in
alcuni punti le convenzioni fatte divennero sospetti agli Ateniesi;
e quantunque per sei anni e dieci mesi[32] si astenessero dal portar
le armi gli uni sul territorio degli altri, nondimeno per la poca
stabilità di questa tregua facevansi scambievolmente danni gravissimi
al di fuori. Ed alla fine costretti a romperla dopo dieci anni, si
misero di nuovo in guerra manifesta.

26. Il medesimo Tucidide ateniese ha pur descritto ordinatamente
per estati e per inverni come ciascun fatto avvenne, sino a che i
Lacedemoni con gli alleati distrussero il dominio d’Atene, e occuparono
le mura lunghe e il Pireo. Fino a questo tempo gli anni della guerra
furono in tutti ventisette. Che se alcuno pretenderà non doversi stimar
guerra la convenzione che fu di mezzo, non giudicherà dirittamente;
imperciocchè se l’esaminerà secondo i fatti da me dichiarati troverà
irragionevole che si chiami pace quell’accordo in cui non restituirono
nè riebbero tutto quello di che avevano convenuto. Di più, lasciando
anche stare la guerra di Mantinea e di Epidauro, intervennero da ambe
le parti non pochi torti in altre occasioni, e gli alleati di Tracia
non intermessero punto le ostilità[33], ed i Beozii tennero armistizio
soli dieci giorni[34]. Onde comprendendo la prima guerra dei dieci
anni, la sospettosa tregua che la seguì, e l’altra guerra succedutane,
si troverà secondo il computo delle stagioni esser corsi tanti anni
quanti ho detto di sopra colla giunta di pochi giorni, e questa esser
la sola via, onde quei che si attengono alle predizioni degli oracoli,
le veggano con sicurezza avverate negli eventi. Ed io mi rammento che
dal principio fino al termine di questa guerra continovamente da molti
si predicava che ella durerebbe tre volte nove anni. Ora avendo io
vissuto tutto il tempo ch’ella durò, e trovandomi colla mente sana nel
vigor dell’età, vi applicava il mio animo per averne esatta contezza.
Fui inoltre per venti anni bandito dalla patria dopo il generalato di
Amfipoli; per lo che essendo presente agli affari di ambe le parti, e
più anche a quelli dei Peloponnesi ove io viveva in esilio, mi è venuto
fatto in quell’ozio di averne più certa notizia. Racconterò pertanto la
rottura dopo i dieci anni, le torbidezze della tregua, e gli andamenti
della guerra che ne conseguitò.

27. Dico adunque che dopo stabilita la tregua dei cinquanta anni e le
alleanze che la seguirono, le ambascerie del Peloponneso partirono da
Sparta ove a tale oggetto erano state invitate, ed anche gli altri
tornarono a casa. Ma i Corintii voltatisi primamente ad Argo, tengono
discorso con alcuni dei principali cittadini, che avendo i Lacedemoni
fatto tregua ed alleanza con gli Ateniesi, prima loro nemici mortali,
non pel bene del Peloponneso ma per farselo servo, conveniva pure
agli Argivi vedere come potesse salvarsi il Peloponneso stesso, e
decretare che ogni città greca che sia libera e si governi con perfetta
eguaglianza di diritto[35], faccia, se vuole, lega con gli Argivi
per la difesa scambievole dei territorii; che però si eleggano pochi
cittadini con pieno mandato acciò non si abbia a trattare col popolo,
e non restino scoperti quelli che non riuscissero a persuadere la
moltitudine. Aggiugnevano poi che molti per odio contro i Lacedemoni
verrebbero alla parte loro. Ed esposte queste considerazioni i Corintii
tornarono a casa.

28. Intesa la cosa dai primari d’Argo, la rapportarono ai magistrati
e al popolo; e gli Argivi fecero il decreto, e destinarono dodici
cittadini co’ quali dovevano trattare dell’alleanza quei Greci che la
gradissero, eccettuati gli Ateniesi e i Lacedemoni; che con nessuno di
questi due avrebbero potestà di pattuire senza il consenso del popolo
argivo. E tanto meglio accostaronsi gli Argivi a questo trattato, in
quanto che vedevano imminente la guerra co’ Lacedemoni (essendo presso
al termine la tregua con loro), ed insieme speravano di diventare il
capo del Peloponneso. Imperocchè in codesti tempi soprattutto sì si
parlava male di Sparta caduta in discredito per le sue sconfitte[36];
dove gli Argivi non essendosi mescolati nella guerra attica, e tenutisi
d’accordo con le due potenze ne avevano raccolto il frutto, e si
trovavano floridissimi in ogni cosa. Così dunque gli Argivi ricevevano
in alleanza qualunque de’ Greci il volesse.

29. E per tema dei Lacedemoni primi ad essi si accostarono i Mantineesi
co’ suoi alleati: perchè avendo essi recato a loro soggezione parte
dell’Arcadia durante la guerra contro Atene, stimavano che Sparta
sciolta omai da ogni briga non permetterebbe che più vi comandassero.
Però di buon animo si rivolsero ad Argo, credendo quella Repubblica
potente e sempre avversa ai Lacedemoni, e democratica com’essi.
Ribellatisi appena i Mantineesi, levossi un bisbiglio anche tra gli
altri Peloponnesi dovere essi pure seguirne l’esempio; sì perchè
pensavano che mire più alte avessero mosso i Mantineesi a staccarsi
da Sparta, sì ancora perchè avevano a sdegno i Lacedemoni, i quali
tra l’altro avevano nel trattato attico inserita la clausola, che
le due Repubbliche di Sparta e di Atene potessero, senza violare il
giuramento, aggiungervi o togliervi quel che credessero. Quest’articolo
più che altro turbava i Peloponnesi, e induceva sospetto che i
Lacedemoni intendendosela con gli Ateniesi, non volessero metterli in
servaggio; stantechè la giustizia richiedeva che la formula di far
cambiamenti fosse espressa per tutti gli alleati. Laonde impauriti
generalmente, ciascuna città da per sè ardeva di stringer lega con gli
Argivi.

30. Informati i Lacedemoni che si era levato romore nel Peloponneso,
e che i Corintii stati i primi motori di quello, erano essi stessi
per istringer lega con Argo, mandano ambasciatori a Corinto, volendo
prevenire quel che poteva succedere. Accusavano i Corintii d’essere
stati gli autori di tutte le turbolenze, e dicevano che staccandosi
da loro per legarsi con gli Argivi, trapasserebbero i giuramenti, e
oprerebbero ingiustamente non accettando le tregue degli Ateniesi,
ove era detto dovere esser fermo e rato ciò che la maggior parte dei
confederati decretasse, tranne il caso di qualche ostacolo dalla parte
degli Dei e degli Eroi. I Corintii in presenza di tutti i confederati
che non avevano accettato le tregue e che erano stati da loro
anticipatamente chiamati, non dichiararono apertamente le ingiurie che
soffrivano, come di non aver ricevuto dagli Ateniesi nè Solio[37] nè
Anactorio[38], nè se in qualche altra cosa si credevano soverchiati. Ma
rispondevano ai Lacedemoni adducendo per pretesto non voler tradire i
Greci di Tracia; essersi con loro obbligati con giuramenti particolari,
quando d’accordo co’ Potideati si ribellarono la prima volta da Atene,
e con altri giuramenti di poi. Adunque ricusando le tregue degli
Ateniesi dicevano, che non verrebbe a violarsi il giuramento dei
confederati; che peccherebbero contro di esso, se dopo la fede giurata
ai Tracii in nome degli Dei li tradissero; che nell’accomodamento vi
era espresso questa clausola: «tranne il caso di qualche ostacolo dalla
parte degli Dei o degli Eroi;» e che questo pareva loro essere un
ostacolo divino. Così risposero quanto agli antichi giuramenti: quanto
poi all’alleanza con gli Argivi; che terrebbero prima consiglio con
gli amici per fare ciò che fosse giusto. Gli ambasciatori lacedemoni
tornarono a casa: quei degli Argivi, che per avventura si trovavano
a Corinto, sollecitavano i Corintii ad entrare nella loro lega senza
perder tempo; ma ebbero in risposta di venire alla prossima adunanza
che si terrebbe in quella città.

31. Venne anche subito un’ambasceria degli Elei; e stretta
primieramente lega co’ Corintii, di là passarono poi ad Argo giusta il
convenuto, e si fecero confederati degli Argivi, avvegnachè fossero
disgustati dei Lacedemoni per conto di Lepreo. Qui è da sapere
che i Lepreati avendo una volta guerra contro alcuni di Arcadia,
invitarono gli Elei ad unirsi con loro, colla promessa della metà
del territorio. Terminata la guerra, gli Elei si contentarono che i
Lepreati ne possedessero le terre, purchè ogni anno facessero l’offerta
di un talento a Giove Olimpio. Infatti l’offersero sino alla guerra
attica, ma poi col pretesto di essa se ne tolsero. Gli Elei vollero
obbligarveli, e i Lepreati ricorsero ai Lacedemoni nei quali fu rimessa
la causa; ma gli Elei entrati in sospetto che non sarebbe loro fatta
giustizia, senza riguardo a ciò, saccheggiarono le terre de’ Lepreati.
Nondimeno i Lacedemoni decisero essere liberi i Lepreati, e gli Elei
ingiusti usurpatori: e perchè non se n’erano stati al loro arbitrio
mandarono presidio di truppe gravi a Lepreo. Gli Elei giudicarono avere
i Lacedemoni accolta una città loro ribelle, produssero i capitoli
ove era espresso che ognuno all’uscir della guerra attica dovesse
ritener quello che aveva all’entrare; e persuasi di non avere riscosso
la giustizia si staccano da Sparta per legarsi con Argo; e secondo
il convenuto, fecero anch’essi alleanza. Subito poi dietro a loro
anche i Corintii e i Calcidesi di Tracia si fecero confederati degli
Argivi: ma i Beozii e i Megaresi, per quanto dicessero di voler fare
lo stesso, pure rimasero tranquilli, sì perchè non erano presi di mira
dai Lacedemoni, e sì perchè giudicavano la democrazia degli Argivi meno
confacevole del reggimento di Sparta col loro governo aristocratico.

32. Quasi al tempo medesimo di questa estate gli Ateniesi espugnarono
gli Scionesi, uccisero gli adulti, cattivarono i ragazzi e le donne,
e investirono i Plateesi del territorio. Rimisero inoltre in patria
i Delii, per iscrupolo delle disgraziate battaglie, e per risposta
avutane dal nume di Delfo. I Focesi ed i Locrii cominciarono a
guerreggiarsi. I Corintii e gli Argivi, essendo omai confederati, vanno
a Tegea con animo di ribellarla ai Lacedemoni, perchè vedevano che ella
era gran porzione del Peloponneso; e stimavano che aggiungendosela
potrebbero aver per sè tutto il Peloponneso. Ma avendo risposto i
Tegeati che non farebbero nulla contro i Lacedemoni, i Corintii fino
allora tanto solleciti in questo maneggio, rallentarono la insistenza,
ed ebbero gran paura che niuno degli altri volesse omai accostarsi a
loro. Nondimeno andati dai Beozii li pregavano ad entrare in lega con
loro e con gli Argivi, e a governare le altre cose tutti d’accordo;
li richiedevano d’accompagnarli ad Atene, per ottenere anche essi
come loro la tregua di dieci giorni stabilita tra Ateniesi e Beozii,
poco dopo l’accomodamento de’ cinquant’anni; e se gli Ateniesi non vi
acconsentissero, dovessero i Beozii rinunziare alla loro tregua, e non
far più patti senza i Corintii. A tali richieste i Beozii li pregavano
a soprassedere rispetto alla lega con gli Argivi; e andati intanto con
loro ad Atene non ottennero la tregua de’ dieci giorni; anzi risposero
gli Ateniesi che già vi era tregua pei Corintii, purchè fossero alleati
dei Lacedemoni. Contuttociò i Beozii non vollero disdire la tregua dei
dieci giorni, sebbene pressati da’ Corintii che loro rimproveravano
di avere così convenuto, ma vi era armistizio fra i Corintii e gli
Ateniesi, sebbene senza tregua formale.

33. Nella medesima estate i Lacedemoni condotti da Plistoanatte
figliolo di Pausania re di Sparta, marciarono con tutte le forze in
Arcadia verso i Parrasii vassalli di Mantinea, invitati da loro per
divisione di parti. Era anche loro intenzione di demolire, se fosse
possibile, la fortificazione fatta a Cipsele e guardata dai Mantineesi,
e posta nella Parrasia vicino alla Sciritide nel territorio laconico.
Pervenuti colà guastavano la campagna parrasia: e i Mantineesi diedero
a guardare la propria città agli Argivi, per presidiare da sè stessi
codesti luoghi loro alleati. Ma poi vedendosi inabili a difendere
le fortificazioni di Cipsela e le castella de’ Parrasii, tornarono
indietro, e i Lacedemoni data libertà ai Parrasii e demolite le
fortificazioni, tornarono a casa.

34. Nella stessa estate, al ritorno dalla Tracia dei soldati brasidiani
ricondotti da Clearida dopo le tregue, i Lacedemoni decretarono che
gl’Iloti i quali avevano combattuto con Brasida fossero liberi e
potessero abitare ovunque volessero. Se non che poco dopo trovandosi
già in discordia con gli Elei, gli fecero passare insieme con gli
altri ascritti di fresco alla cittadinanza, in Lepreo sul confine
della Laconia e dell’Elide. Quanto poi a quelli che erano stati fatti
prigionieri alla Sfatteria e che avevano rese le armi, li pubblicarono
disonorati (sebbene alcuni fossero in carica), perchè temevano che al
vedersi scemati di reputazione non tentassero delle novità, qualora
conservassero il loro grado. Tal disonoranza portava che non potessero
aver magistrature nè esser padroni di comprare e vendere. Ma col tempo
furono rimessi in onore.

35. Parimente nella medesima estate i Dittidiesi presero Tisso città
sul monte Ato, alleata di Atene. E quantunque per tutta questa
state gli Ateniesi e i Peloponnesi praticassero insieme, pure avean
cominciato a pigliare ombra l’uno dell’altro subito dopo le tregue
per la non seguita restituzione reciproca delle terre. Imperciocchè
i Lacedemoni a’ quali era toccato la volta di renderle i primi non
avevan tra l’altre restituito neanche Amfipoli; nè astretto gli
alleati di Tracia, i Beozii ed i Corintii ad accettare le tregue,
contuttochè spacciassero sempre che se e’ non vi si piegassero, ve li
forzerebbero di consenso con gli Ateniesi; ed avessero proposto un
termine, ma senza pubblico strumento, infra il quale quei che non vi
accedessero, sarebbero tenuti per nemici da entrambi. Or gli Ateniesi
vedendo che nulla di tutto questo era mandato ad effetto, sospettarono
non avere i Lacedemoni veruna buona intenzione. Però non resero alle
loro richieste Pilo, e piuttosto si pentivano di avere restituito i
prigionieri della Sfatteria, e ritenevano le altre terre aspettando
che anche i Lacedemoni attenessero i patti. I Lacedemoni poi dicevano
aver fatto il possibile, restituiti i prigionieri che avevano, ritirate
dalla Tracia le truppe, e quanto altro era in loro potere; ma non
essere padroni di Amfipoli in modo da poterla rendere: però farebbero
di tutto perchè i Beozii e i Corintii aderissero alle tregue, e gli
Ateniesi ripigliassero Panacto, e recuperassero tutti i loro prigioni
che erano in mano de’ Beozii. Domandavano con questo che fosse reso
Pilo, o almeno che ne fossero ritirati i Messenii e gli Iloti,
siccome anch’essi avevano fatto dei loro soldati in Tracia; e che gli
Ateniesi, se volevano, guardassero da sè Pilo. In somma dopo molti e
frequenti abboccamenti in questa estate ottennero dagli Ateniesi che
fossero condotti via da Pilo i Messenii e gli altri Iloti, e quanti
avevano disertato della Laconia; ai quali fu dato stanza a Cranio
della Cefallenia. Posarono adunque le armi per questa estate, che fu
consumata in scambievoli gite.

36. Nel seguente inverno quegli efori, sotto i quali eransi concluse
le tregue, venendo scambiati da altri che vi si erano opposti, gli
ambasciatori della lega andarono a Sparta, ove già si trovavano quei
degli Ateniesi, dei Beozii e dei Corintii: e dopo molti discorsi non
convenendo in nulla tornarono a casa. Allora Cleobulo e Xenara, i più
desiderosi tra gli efori di sciogliere le tregue, furono privatamente
insieme coi legati de’ Beozii e dei Corintii, avvertendoli di
esaminare attentissimamente le cose presenti, e di far sì che i Beozii
abbracciassero prima l’alleanza degli Argivi, e quindi conducessero
gli Argivi insieme con loro alla lega dei Lacedemoni. Dicevano che
in questo modo i Beozii non sarebbero per nessun conto obbligati a
entrare nel concordato attico; poichè i Lacedemoni preferirebbero di
avere amici e confederati gli Argivi, anche a patto di romperla con
Atene e sciogliere il concordato. Bene sapevano questi efori la brama
continua dei Lacedemoni di farsi decorosamente amica Argo, stimando che
la guerra fuori del Peloponneso riuscirebbe più facile. Pregavano poi
i Beozii a voler consegnare Panacto ai Lacedemoni, perchè potendo col
baratto di questo riavere Pilo, avrebbero più agevolmente onde mettersi
in guerra contro gli Ateniesi.

37. Partirono tanto i Beozii che i Corintii con questa incumbenza data
loro da Cleobulo, da Xenara e da quei tra i Lacedemoni che tenevano
da loro, per riferire il tutto ai loro comuni. Due personaggi argivi
del primo magistrato gli attesero sulla strada ove dovevan passare;
e abboccatisi con essi vennero in discorso del dovere anco i Beozii
farsi loro alleati come i Corintii, gli Elei e i Mantineesi; imperocchè
giudicavano che riuscendo il disegno e facendo insieme causa comune
potrebbero, volendo, d’ora in poi più di leggieri guerreggiare e
negoziare coi Lacedemoni e con qualunqu’altro occorresse. Piacque
ai legati il discorso, poichè casualmente domandavano quello stesso
di che avevano commissione dai loro amici di Sparta. I due argivi
vedendo giunger gradita la loro proposta, dissero, che ne manderebbero
ambasceria ai Beozii, e partirono. Frattanto i legati beozii tornati
a casa resero conto ai Beotarchi delle cose di Sparta e degli Argivi
incontrati per istrada; ed i Beotarchi ne ebbero piacere e presero
maggior animo, perchè succedeva che gli amici di Sparta domandavano
quello stesso che sollecitavano gli Argivi. Poco dipoi comparvero i
legati degli Argivi richiedendoli di quello che era stato convenuto: ed
i Beotarchi, approvate le domande loro, li congedarono, e promisero di
spedire ambasceria ad Argo per concludere l’alleanza.

38. In questo parve ai Beotarchi, ai Corintii, ai Megaresi ed ai legati
di Tracia che prima si giurasse tra loro scambievolmente di portare
all’occorrenza soccorso a chi ne li pregasse; e di non far guerra o
accomodamenti senza il generale consentimento; e che allora poi i
Beozii e i Megaresi, i quali facevano causa comune, stringessero pure
alleanza con gli Argivi. Prima però che si dessero il giuramento,
i Beotarchi comunicarono queste proposizioni ai quattro consigli
dei Beozii, i quali hanno piena autorità: e li esortarono a far
giuramento con quelle città che per difesa scambievole volessero con
loro giurare alleanza. Ma quei Beozii che erano di consiglio, temendo
che farebbero contro ai Lacedemoni se si congiungessero co’ Corintii
già ribellati ad essi, rigettano la proposta; avvegnachè i Beotarchi
(stimando che il consiglio, quantunque non ragguagliato della cosa,
pure non decreterebbe altrimenti da quello che essi proponevano dopo
fattone esame), non li avessero informati dell’accaduto a Sparta,
cioè qualmente non solo gli efori Cleobulo e Xenara, ma anche i
loro aderenti li confortavano a far prima lega con gli Argivi e co’
Corintii, e quindi ad entrare in quella de’ Lacedemoni. Così incagliato
l’affare, i Corintii e i legati di Tracia partirono senza nulla
concludere. I Beotarchi, i quali da prima, se avessero ottenuta su di
ciò l’approvazione de’ consigli, erano determinati di adoprarsi per
fare alleanza anche con Argo, non fecero più verun rapporto ai consigli
per conto degli Argivi, e neppure spedirono ad Argo i legati, come
avevano promesso; anzi tutto procedeva con trascuraggine e lentezza.

39. In questo medesimo inverno gli Olintii presero di primo assalto
Meciberna presidiata dagli Ateniesi. Dopo di che, siccome fra Sparta
ed Atene si trattava continuamente de’ luoghi che ambe le parti
ritenevano, così sperando i lacedemoni di dover ricuperar Pilo se
gli Ateniesi riavessero Panacto da’ Beozii, andarono in ambasceria
da quest’ultimi pregandoli a restituir Panacto ed i prigionieri
ateniesi, acciò con questo baratto potessero riacquistar Pilo. I Beozii
negarono di farne la restituzione se essi non facevano seco loro una
lega particolare come con gli Ateniesi. Vedevano i Lacedemoni che
offenderebbero Atene, perchè negli accordi era detto non doversi fare
nè guerra nè accomodamento con chiccheffosse senza il consenso di
entrambi. Tuttavia desiderando essi di riavere Panacto per iscambiarlo
con Pilo, e quei che si brigavano di turbare le tregue sollecitandoli
ad allegarsi coi Beozii, fecero alleanza con questi, e già l’inverno
era per dar luogo alla primavera. Immediatamente era smantellato
Panacto, e terminava l’anno undecimo della guerra.

40. Ma venuta appena la primavera della seguente estate gli Argivi, non
vedendo giungere i legati che i Beozii avevano promesso di spedire e
sentendo la demolizione di Panacto e la lega fatta a parte da’ Beozii
coi Lacedemoni, vennero in apprensione che così rimarrebbero isolati, e
che tutto il corpo degli alleati si accosterebbe con Sparta. Perciocchè
sospettavano che i Beozii fossero stati indotti dai Lacedemoni a
demolire Panacto e ad entrar nella lega attica, e che tutto ciò fosse
avvenuto di saputa degli Ateniesi: talchè ora non avrebbero più modo
di collegarsi con Atene, siccome per lo innanzi speravano, se mai a
cagione delle differenze insorte non reggesse il trattato che avevano
con Sparta. Gli Argivi adunque tra per questa incertezza, e per la
paura di non trovarsi al tempo stesso in guerra coi Lacedemoni, coi
Tegeati, coi Beozii e con gli Ateniesi, giacchè prima rifiutata la lega
di Sparta boriavano piuttosto di farsi capi del Peloponneso, spedirono
senza frapporre indugi legati a Sparta Eustrofo ed Esone, come quei che
parevano dovervi esser più graditi. Senza di che avvisavano che facendo
lega coi Lacedemoni nel modo che si potesse il più acconcio ai tempi
presenti, comunque le cose andassero, essi otterrebbero tranquillità.

41. Pervenuti a Sparta i loro legati entrarono in discorso co’
Lacedemoni delle condizioni per ottener l’alleanza. Esigevano gli
Argivi a prima giunta che si facesse il compromesso in una città o
in un privato per la controversia vertente sul territorio cinurio,
sorgente di continui litigi, il quale è posto sul confine e comprende
le città di Tirea e di Atene[39], e lo posseggono i Lacedemoni. Ma i
Lacedemoni non vollero che di ciò si facesse menzione; e solo dissero
d’esser pronti a rinnuovare, se così piacesse, il trattato ne’ termini
di prima. Con tutto ciò i legati di Argo gli indussero a consentire
di far per ora una tregua di cinquant’anni, col patto però che tanto
Sparta che Argo, previa l’intimazione, potessero combattere per quel
territorio, tranne il caso di pestilenza o di guerra (siccome tempo fa
un’altra volta convennero quando entrambi pretesero di essere stati
vincitori); e col patto che non si potesse inseguire il nemico oltre
i confini di quel territorio sì verso Sparta che verso Argo. A prima
vista, la cosa parve ai Lacedemoni una stoltezza; ma poi, siccome
bramavano in ogni modo amica Argo, accordaronsi alle condizioni che
ei richiedevano, e ne presero scrittura. E prima di ultimar nulla
confortarono i legati a tornare ad Argo ed informarne il popolo; e se
tali condizioni piacessero, a ritornare alle feste giacintie per fare
il giuramento. E quelli partirono.

42. Nel tempo che gli Argivi erano in questi trattati, Andromene,
Fedimo ed Antimenida, ambasciatori dei Lacedemoni, incumbenzati di
riprendere da’ Beozii Panacto e i prigionieri per renderli agli
Ateniesi, trovarono che i Beozii avevano demolito Panacto, sul pretesto
che per certe differenze intorno a questa terra erano seguiti antichi
giuramenti fra gli Ateniesi e i Beozii di non abitarla nè gli uni nè
gli altri, ma di tenerla in comune. Onde Andromene ed i suoi colleghi
ripresi i prigionieri ateniesi ritenuti dai Beozii, li riportarono ad
Atene, e ne fecero la consegna. Resero poi conto agli Ateniesi della
demolizione di Panacto, giudicando aver restituito anch’esso, da
che non più vi abiterebbe verun nemico di Atene. A queste relazioni
restarono forte esacerbati gli Ateniesi, tenendosi ingiuriati dai
Lacedemoni non solo perchè era stato demolito Panacto, che doveva
restituirsi intero, ma eziandio perchè sentirono avere essi stretto
lega a parte co’ Beozii, tuttochè prima vociferassero di volere
unanimemente astringere alla tregua quelli che non l’accettassero.
Riflettevano di più a tutte le altre cose in che i Lacedemoni avevano
trasgredito le convenzioni, e stimavansi ingannati: però rimandarono
con acerbe risposte gli ambasciatori.

43. In tal disunione fra Lacedemoni e Ateniesi, quei di Atene che dal
canto loro volevano rompere la tregua, cominciarono subito a insistere,
e sopra tutti Alcibiade di Clinia che quantunque troppo fresco di anni
per aver credito in altra città, era nondimeno rispettato in Atene per
la nobiltà de’ maggiori. Ei credeva più sicuro partito accostarsi ad
Argo: ma oltre a ciò come quegli che era d’animo altiero e contenzioso
si opponeva alla tregua, perchè i Lacedemoni l’avean conclusa colla
mediazione di Nicia e di Lachete, non facendo conto di lui per la
sua giovinezza, e non onorandolo come richiedeva l’antica ospitalità
ond’era una volta legato con essi, la quale quantunque disdetta dal
suo avolo, egli però avvisava d’averla rinnovata per essersi adoprato
a pro dei loro prigionieri della Sfatteria. Insomma credendosi in ogni
modo avvilito prese allora la parte di opposizione, spargendo essere
i Lacedemoni gente da non fidarsene, e cercare essi di legarsi con
gli Argivi a fine di staccarli con questa lega da Atene e d’andar poi
contro gli Ateniesi restati soli. Ed allora cogliendo l’occasione dei
dissapori insorti, di suo spedisce tosto gente ad Argo invitandoli
a venire sollecitamente coi Mantineesi e con gli Elei ad Atene per
chiedere l’alleanza, avvegnachè questo fosse il tempo opportuno, tanto
più che egli stesso li spalleggerebbe con grandissima premura.

44. Gli Argivi sentita questa ambasciata, ed informati avere i Beozii
fatto alleanza con Sparta senza la saputa degli Ateniesi, e questi
essere entrati in diffidenza grande con i Lacedemoni, abbandonarono il
pensiero dei loro ambasciatori che erano a Sparta per trattare della
lega, e coll’animo inchinavano maggiormente ad Atene; avvisando che
essendo ella città loro amica ab antico, e democratica come essi, e
potente assai sul mare, unirebbe seco le armi sue, qualor si trovassero
in guerra. Vi spedirono adunque subito ambasciatori circa all’alleanza,
e con questi si unirono anche quelli degli Elei e de’ Mantineesi. Gli
ambasciatori pure degli Spartani, Filocarida, Leone ed Endio, che
avevano voce di essere graditi in Atene, vi arrivarono sollecitamente,
per paura che gli Ateniesi adirati non facessero lega con Argo, e
insieme per ridomandar Pilo in cambio di Panacto, e giustificarsi,
quanto all’alleanza coi Beozii, come non l’avevan fatta a danno di
Atene.

45. E parlando essi di ciò in senato, e dicendo di aver pieno
mandato per aggiustare ogni differenza, facevan temere ad Alcibiade,
che ove anche dinanzi al popolo tenessero i medesimi discorsi, si
cattiverebbero la moltitudine, e verrebbe rigettata l’alleanza con
Argo. Ond’ei macchina contro loro quest’inganno. Dà a vedere agli
ambasciatori di Sparta, impegnando ad essi la sua fede, che se non
dichiareranno al popolo di aver pieno mandato, egli renderà loro Pilo;
essendochè persuaderebbe di ciò gli Ateniesi, siccome finora gli avea
persuasi del contrario, ed accomoderebbe le altre differenze. Questo
suo artifizio aveva per iscopo di alienare gli ambasciatori da Nicia,
e di vedere se, screditandoli dinanzi al popolo come gente non punto
sincera dell’animo nè a sè coerente nei suoi discorsi, potesse fare
alleati di Atene gli Argivi, gli Elei e i Mantineesi. E la cosa andò
così. Poichè essendosi presentati al popolo, ed alla domanda fatta
loro non avendo risposto (siccome in senato) di aver pieno mandato,
gli Ateniesi non sapevano più contenersi; ma davan retta ad Alcibiade
che inveiva contro i Lacedemoni più di prima; ed erano pronti ad
introdurre gli Argivi e gli altri con loro per farseli alleati. Innanzi
che fosse nulla sanzionato sopravvenne un terremoto che fece differire
l’adunanza[40].

46. Nell’adunanza seguente Nicia, sebbene per la frode usata agli
ambasciatori di Sparta fosse rimasto anch’egli deluso (mentre essi
avean negato d’aver piena autorità), non pertanto disse doversi
preferire l’amicizia coi Lacedemoni; e sospendendo il trattato con gli
Argivi spedire di nuovo a Sparta, per sentire come la pensavano. Faceva
osservare che la dilazione della guerra quanto tornava in acconcio per
Atene, altrettanto non conveniva a Sparta. Imperciocchè trovandosi
la loro Repubblica in florido stato, era ottimo consiglio conservare
al più lungo la prosperità; dove per Isparta oppressa da sciagure
sarebbe guadagno tentare al più presto la guerra. Così persuase gli
Ateniesi a mandarvi legati, ed egli era di quel numero, per intimare
ai Lacedemoni, se volessero fare la giustizia, di restituire intero
Panacto ed Amfipoli; di abbandonare la lega de’ Beozii ove questi non
accedano agli accordi conforme all’articolo che dice: Nissuna delle due
repubbliche dovere senza il consentimento dell’altra far convenzioni
con chicchessia. Gl’incaricano altresì di dichiarare ai Lacedemoni che
se persistevano in quelle ingiustizie, si sarebbero essi pure subito
fatti alleati gli Argivi; mostrando che appunto a tale oggetto erano
questi in Atene. Di più, se altro rammarico avevano contro Sparta
diedero di tutto le istruzioni ai loro legati Nicia e suoi compagni,
e gli spedirono. I quali arrivati a Sparta esposero tutte le altre
commissioni che avevano, e finirono con dire che se non abbandonassero
la lega co’ Beozii, i quali non erano entrati nella tregua, anche Atene
si sarebbe fatti alleati gli Argivi e gli altri con loro. I Lacedemoni
prevalendo il sentimento di Xenara eforo e di tutti gli altri quanti
erano del medesimo pensiero, risposero di non voler rinunziare
all’alleanza coi Beozii; e rinnuovarono i giuramenti alle preghiere di
Nicia, il quale temeva che partendo senza nulla concludere resterebbe
screditato (lo che avvenne) siccome quegli che passava per promotore
delle tregue con i Lacedemoni. Al suo ritorno sentendo gli Ateniesi
nulla essersi ottenuto da Sparta montaron subito in ira; e tenendosi
ingiuriati, fecero a sommossa d’Alcibiade tregua e confederazione con
gli Argivi e loro alleati che si trovavano presenti, in questo tenore:

47. «Gli Ateniesi da una parte, gli Argivi, i Mantineesi e gli Elei
dall’altra, in nome proprio e degli scambievoli confederati cui
comandano, hanno fatto per cent’anni tregua sì per terra che per mare,
senza inganno e detrimento. Agli Argivi, agli Elei, ai Mantineesi ed a’
loro alleati non sarà lecito, per far danno, portar le armi contro gli
Ateniesi e gli alleati cui comandano: nè agli Ateniesi ed agli alleati
contro gli Argivi, gli Elei, i Mantineesi e loro alleati, esclusa ogni
frode e tranelleria. Con questi patti gli Ateniesi e gli Argivi, gli
Elei e i Mantineesi saranno alleati per cento anni. Ancora, se genti
nemiche entreranno nel suolo degli Ateniesi, gli Argivi, gli Elei e i
Mantineesi, secondo l’avviso che da essi ne abbiano, dovran soccorrere
Atene nel più valido modo che possano, giusta le loro forze. E se il
nemico si ritiri dopo avervi dato il guasto, quella tal città s’intenda
nemica degli Argivi, dei Mantineesi, degli Elei e degli Ateniesi,
e debba esser travagliata colle armi da tutte queste Repubbliche,
nissuna delle quali possa scioglier la guerra impresa contro la città
nemica, senza il consentimento di tutte le altre. Parimente se genti
nemiche entreranno nel suolo, o degli Elei, o de’ Mantineesi, o degli
Argivi; gli Ateniesi, secondo l’avviso che da essi ne abbiano, dovranno
soccorrere Argo, Mantinea ed Elide nel più valido modo che possano,
giusta le loro forze. E se il nemico si ritiri dopo avervi dato il
guasto, quella tal città s’intenda nemica degli Ateniesi, degli Argivi,
de’ Mantineesi e degli Elei, e debba esser travagliata colle armi
da tutte queste Repubbliche, nissuna delle quali possa scioglier la
guerra impresa contro la città nemica, senza il consentimento di tutte
le altre. Ancora, nessuna delle due parti permetterà che gente armata
attraversi per far guerra il suo territorio, o quello degli scambievoli
alleati cui comandano, e nemmeno il mare, senza che le città tutte
Atene, Argo, Mantinea, Elide ne abbiano decretato il passo. Ancora,
alle truppe ausiliarie somministri le vettovaglie per trenta giorni
la città che le spedisce, da contare dopo il loro arrivo a quella
che le ha chiamate; e così nel ritorno. Se poi piacerà valersene più
lungamente la città che le ha chiamate dia per paga al soldato grave
e leggero e all’arciere tre oboli eginesi ogni giorno, e al cavaliere
una dramma eginese[41]. Ancora, la città che ha richiesto gli aiuti
ne abbia il comando quando però la guerra sia sul suolo di lei; ma
se mai le città si determinino a guerra comune, abbiano tutte egual
parte al comando. Ancora, gli Ateniesi giurino questa tregua per sè
e per i loro alleati; e città per città gli Argivi, i Mantineesi,
gli Elei e i loro confederati. Presti ciascuna il giuramento più
solenne del paese, coll’offerta di vittime perfette[42]; e questa ne
sia la formula: — Manterrò l’alleanza secondo i patti, giustamente,
illesamente, sinceramente, nè la trasgredirò con frode o tranelleria di
sorte veruna. — In Atene giurino il senato e i magistrati del popolo
nelle mani ai Pritani: In Argo il senato, gli ottanta e gli Artini[43],
ma nelle mani agli ottanta: In Mantinea i tribuni della plebe[44], il
senato e gli altri magistrati, nelle mani ai Teori e Polemarchi[45]:
In Elide i tribuni della plebe, quelli che riscuotono i tributi ed i
seicento, nelle mani però ai tribuni della plebe ed ai Tesmofilaci[46].
Si rinnoveranno i giuramenti dagli Ateniesi portandosi a Mantinea, a
Elide e ad Argo, trenta giorni prima dei giochi olimpici: dagli Argivi,
Elei e Mantineesi portandosi ad Atene dieci giorni prima delle grandi
Panatenee. I patti riguardanti la tregua, i giuramenti e l’alleanza si
scolpiscano in una colonna di pietra, dagli Ateniesi nella rocca; dagli
Argivi nel foro, nel sagrato di Apollo; dai Mantineesi nel sagrato di
Giove pur nel foro. Si porrà altresì a spese comuni una colonna di
bronzo in Olimpia nel tempo dei giochi olimpici che ora si celebrano.
Finalmente qualora queste città giudichino di aggiunger qualche cosa
agli articoli stabiliti, si dovrà intendere fermo e rato ciò che tutte
le città comunemente risolveranno.»

48. Così restò conclusa la tregua e l’alleanza; nè però i Lacedemoni e
gli Ateniesi rinunziarono a quello di che avevano convenuto insieme.
Ma i Corintii sebbene legati con gli Argivi non entrarono in questa
tregua; anzi nemmeno vollero unirsi a giurare la lega stabilita
innanzi fra gli Elei, gli Argivi e i Mantineesi, la quale obbligava
di avere i medesimi amici e nemici; dicendo bastar loro la prima lega
difensiva, stabilita per soccorrersi scambievolmente e non per unirsi
a portar guerra ad altri; e così i Corintii si tennero subito fuori
dell’alleanza di questi, e rivolsero di nuovo l’animo ai Lacedemoni.

49. In questa estate celebraronsi i giochi olimpici, ove Androstene
arcade vinse la prima volta il pancrazio; e gli Elei interdissero
ai Lacedemoni di entrare nel sacro recinto, e di sacrificare e di
gareggiarvi, perchè non pagavan loro la multa, alla quale in vigore
della legge olimpica li avevano condannati[47]; incolpandoli di
aver portato le armi contro il forte di Firco, e spedite, durante
la tregua olimpica, delle loro genti gravi contro Lepreo. La multa
era duemila mine, due per soldato, a tenore della legge[48]. Ma
i Lacedemoni speditivi ambasciatori opponevano d’essere stati
condannati ingiustamente, sostenendo non essere stata annunziata la
tregua a Sparta quando vi spedirono le genti gravi[49]. Rispondevano
gli Elei che già avevano nel loro paese sospensione d’armi (poichè
cominciano dal promulgarla tra loro), e che mentre stavano tranquilli
e senza sospetto, fidandosi alla tregua, essi sotto mano li avevano
ingiustamente assaliti. All’opposto ripigliavano i Lacedemoni, che
se gli Elei fin d’allora credevano ingiusto questo loro procedere,
dovevano annunziare la tregua anche a Sparta, lo che non avevano fatto;
ed allora i Lacedemoni non avrebbero più portate le armi in alcun luogo
contro di loro. Gli Elei però andavano sempre ripetendo che e’ non
s’indurrebbero mai a credere che i Lacedemoni non avessero il torto;
pure se restituissero Lepreo condonerebbero la porzione della multa
dovuta loro, e pagherebbero per essi quella dovuta al Nume.

50. E non essendo ascoltati, facevano quest’altra proposizione: che
i Lacedemoni, se così volevano, non rendessero Lepreo: ma poichè
erano desiderosissimi di essere ammessi nel luogo sacro, salissero
sull’ara di Giove Olimpico, e giurassero in faccia ai Greci, che dopo
pagherebbero la multa. Non vollero i Lacedemoni menar buona neppur
questa, e però furono esclusi dal luogo sacro, dai certami e dai
sacrifizi, i quali fecero in casa da per loro; e gli altri Greci, salvo
i Lepreati, parteciparono delle feste. Non di meno gli Elei, temendo
non i Lacedemoni entrassero per forza a parte dei sacrifizi, tenevano
sulle armi una guardia dei più giovani, alla quale poi si aggiunsero
mille Argivi e mille Mantineesi ed i cavalli ateniesi, che aspettavano
in Argo il tempo delle feste. Infatti il popolo concorso era entrato in
gran timore che dovessero arrivare i Lacedemoni armati; tanto più che
Lica di Arcesilao lacedemone era stato battuto dai littori nell’agone,
perchè avendo vinto la sua pariglia, ed essendo stata proclamata
quella del Comune dei Beozii (a cagione del divieto che i Lacedemoni
avevano alle feste), egli, avanzatosi nell’agone, ne inghirlandò il
carrettiere, volendo così dimostrare che suo era quel cocchio[50].
Laonde molto più crebbe a tutti la paura, e s’aspettavano qualche
novità. Ma i Lacedemoni non si mossero; e così passò la solennità. Dopo
le feste olimpiche gli Argivi con gli alleati andarono a Corinto per
pregare i Corintii ad accostarsi a loro; e vi trovarono presenti anche
i legati di Sparta. Si tennero molte conferenze che finirono senza
effetto veruno: anzi venuto un terremoto, ciascuno ritornò a casa sua;
e così finiva l’estate.

51. All’entrare del verno quei di Eraclea nella Trachinia[51] ebber
battaglia con gli Eniani, co’ Dolopi e coi Meliesi e con alcuni de’
Tessali, popoli confinanti e nemici di quella città, la quale non per
altro era stata munita che per fronteggiare il territorio di costoro.
Ed essi, che subito vi si erano opposti fino da quando ella veniva
fabbricata, cercando per quanto potevano di rovinarla, vinsero allora
gli Eraclesi in battaglia e ne fecero strage, ed uccisero il capitano
Xenara di Cnidi lacedemone. E finiva intanto l’inverno, e l’anno
dodicesimo della guerra.

52. Appena cominciata la nuova estate i Beozii, i quali temevano che
gli Ateniesi, giovandosi del turbamento dei Lacedemoni nel Peloponneso,
non prendessero Eraclea, che dopo la battaglia andava malamente
a perdersi, si portarono essi subito ad occuparla, e cacciaronne
Egisippida lacedemone pel suo cattivo governo. Ciò non pertanto i
Lacedemoni l’ebbero a male. E nella estate medesima, Alcibiade di
Clinia, allora generale d’Atene, seguito dagli Argivi e loro alleati,
entrò nel Peloponneso con pochi soldati gravi ateniesi e arcieri, e con
alcuni alleati presi di lì; e, traversandolo coll’esercito, acconciò le
altre cose riguardanti all’alleanza, e persuase i cittadini di Patra a
tirare un muro sino al mare, intanto che pensava di edificarne un altro
egli stesso a Rio acaico. Ma i Corintii e i Sicionesi e gli altri,
in danno de’ quali tornava quel fabbricato, vi accorsero e glielo
impedirono.

53. Nella estate medesima vi fu guerra anche tra gli Epidaurii e gli
Argivi, sotto il pretesto delle vittime per Apollo Pitio[52], le quali
dovendosi condurre dagli Epidaurii in tributo dei pascoli[53], non le
avevano mandate. Ora il padronato del tempio spettava sopra tutto agli
Argivi; e tanto essi quanto Alcibiade, anche senza questo pretesto,
avevano risoluto di fare il possibile per prendere Epidauro; perchè
così Corinto starebbe tranquilla, e gli Ateniesi da Egina volendo
soccorrere Argo avrebbero a far più corto tragitto di quello che non
è il giro dal capo Scilleo. Gli Argivi adunque si preparavano ad
assaltare da per sè Epidauro per esiger le vittime.

54. Quasi al tempo stesso anco i Lacedemoni, guidati dal re Agide
figliolo di Archidamo, con tutte le forze riunite si mossero per
Leutra, terra loro conterminale, contro a Liceo. Nissuno sapeva
ove essi andassero, nemmeno le città onde erano state spedite le
soldatesche. E poichè videro non esser propizi i sacrifici per la
spedizione, ritornarono a casa[54], ed avvisarono tutta la lega che
dovessero prepararsi alla guerra dopo il futuro mese, che era il
Carneo, mese sacro pei Doriesi[55]. Al loro ritorno gli Argivi si
mossero quattro giorni prima che finisse il mese precedente a Carneo;
e nel medesimo giorno, spingendosi innanzi coll’esercito, invasero e
devastarono le terre degli Epidaurii per tutto quel tempo[56]. Gli
Epidaurii si raccomandavano agli alleati, parte dei quali si scusavano
col mese festivo, parte venuti su i confini dell’Epidauria, se ne
stavano quieti.

55. Mentre che gli Argivi erano ad Epidauro, i legati delle diverse
città si riunirono a Mantinea invitativi dagli Ateniesi. Colà venuti a
parlamento, Efamida corintio protestava che le parole non rispondevano
a’ fatti; che e’ s’erano adunati per trattar di pace, e intanto gli
Epidaurii e i loro alleati e gli Argivi stavano in armi gli uni a
fronte degli altri; che però conveniva prima di tutto che da ambe le
parti vi andassero persone a sciogliere quei due eserciti; e che allora
si tornasse a discorrere di pace. Piacque la proposta; e recatisi colà
ritirarono gli Argivi dall’Epidauriese. Congregatisi poi nuovamente nel
luogo stesso, non poterono rimanere d’accordo: onde gli Argivi invasero
di nuovo l’Epidauriese, e lo devastarono. Anche i Lacedemoni militarono
contro i Carii[57]; ma siccome neppur questa volta i sacrifici per la
spedizione erano propizi, tornarono indietro. Gli Argivi, dopo aver
guastato quasi la terza parte delle terre di Epidauro, partirono per
a casa; e mille soldati gravi ateniesi, che condotti da Alcibiade
erano andati a soccorso dei Carii, sentito che i Lacedemoni avevano
abbandonato quell’impresa, e che però non vi era bisogno di loro,
partirono anch’essi. Così passò l’estate.

56. Sopravvenendo l’inverno i Lacedemoni di nascosto agli Ateniesi
spedirono per mare ad Epidauro un presidio di trecento soldati sotto il
comando di Agesippida. Il perchè gli Argivi andarono a rammaricarsi con
gli Ateniesi, che avessero lasciato tragittare per mare i Lacedemoni,
trasgredendo quell’articolo della tregua che diceva, dover ciascuno
impedire ai nemici il passaggio pel suo dominio; e protestavano
che se gli Ateniesi non riconducevano a Pilo i Messenii e gl’Iloti
per inquietare i Lacedemoni, Argo si terrebbe offesa. Pertanto gli
Ateniesi, per istigazione di Alcibiade, nella colonna ove era scolpita
la tregua con Sparta, inscrissero che i Lacedemoni non avevano ottenuto
i giuramenti[58]; e ricondussero da Cranio a Pilo gl’Iloti perchè vi
praticassero il ladroneggio: del rimanente poi erano in quiete. E in
questo medesimo inverno, tutto che gli Argivi e gli Epidaurii fossero
in guerra tra loro, pur non vi fu veruna battaglia campale, ma solo
aguati e scorrerie; ove, secondo che portava il caso, alcuni da ambe le
parti restarono uccisi. In sullo scorcio del verno già verso primavera,
gli Argivi andarono con delle scale ad Epidauro, che credevano
abbandonata a cagion della guerra, volendo occuparla a forza; ma la
cosa non riuscì; e qui finiva l’inverno, e l’anno tredicesimo di questa
guerra.

57. A mezzo la state seguente i Lacedemoni, vedendo giunti a mal
termine gli Epidaurii loro alleati, e gli altri popoli del Peloponneso
parte ribellati, parte vacillanti, pensarono che se non si ovviasse
per tempo a questi mali, diverrebbero anche maggiori. E però essi e
gl’Iloti a stormo, accompagnati anche da’ Tegeati e dagli altri Arcadi
che erano in lega con Sparta, marciarono sopra Argo, guidati dal loro
re Agide di Archidamo. I confederati del resto del Peloponneso e di
fuori si raccolsero a Fliunte, ove trovaronsi de’ Beozii cinquemila di
grave armatura, e cinquemila di leggera, con più cinquecento a cavallo
ed altrettanti amippi[59]; dei Corintii duemila soldati gravi, e degli
altri secondo il poter di ciascuno; se non che i Fliasii vi avevano
tutte le soldatesche, perchè questo esercito era nel loro territorio.

58. Gli Argivi che aveano da primo presentito quest’apparecchio de’
Lacedemoni, quando li videro avviarsi verso Fliunte per riunirsi
con gli altri, allora anch’essi uscirono in campagna rinforzati dai
Mantineesi con gli alleati, e da tremila Elei di grave armatura.
Nell’avanzarsi incontrano i Lacedemoni a Metridio dell’Arcadia, ed
ambi gli eserciti occupano un colle. Gli Argivi si disponevano a
battagliare coi Lacedemoni che erano ancor soli; ma Agide mosso di
notte celatamente il campo, marciava verso Fliunte per raggiungere gli
altri alleati. Di che accortisi gli Argivi, al sorgere dell’aurora si
mossero prima verso Argo, poi per la strada di Nemea, dove aspettavansi
che scenderebbero i Lacedemoni con gli alleati. Agide però non si voltò
per la strada ch’ei credevano; anzi avvisati i Lacedemoni, gli Arcadi e
gli Epidaurii prese un’altra via scoscesa, e calò nella pianura degli
Argivi, mentre i Corintii coi Pellenesi e i Fliasii marciavano da altra
parte su per un’erta. I Beozii poi, i Megaresi e gli Sicionesi avevano
avuto l’ordine di scendere per la strada di Nemea ove si erano fermati
gli Argivi; affinchè se mai e’ si avanzassero ad assalirli nella
pianura, gli assaltassero alle spalle colla cavalleria. Ordinate così
le sue genti, entrò Agide nella pianura dando il guasto a Saminto ed
agli altri luoghi.

59. Appena gli Argivi seppero ciò, sul far del giorno accorsero colà da
Nemea, ed incontratisi nell’esercito dei Corintii e de’ Fliasii, pochi
uccisero de’ Fliasii, e pochi più dei loro furono morti dai Corintii.
Frattanto i Beozii, i Megaresi e i Sicionesi marciavano alla volta di
Nemea, ove non trovarono più gli Argivi; i quali al vedersi guastare le
loro terre, calati al piano si schierarono a battaglia, con a fronte i
Lacedemoni che vi si apparecchiavano. Erano gli Argivi attorniati dai
nemici; poichè i Lacedemoni e le altre genti che avean seco impedivano
loro dalla pianura il passaggio per Argo; i Corintii, i Fliasii e i
Pellenesi dalla parte superiore; ed i Beozii, i Sicionesi e i Megaresi
dal lato di Nemea. Mancavano inoltre di cavalli; perocchè della loro
lega i soli Ateniesi non erano peranche arrivati. Contuttociò essi e
i loro alleati in generale non credevano il caso presente pericoloso
come lo era, e piuttosto stimavano di essere in sito opportuno per
la battaglia, e di avere nel propio paese e vicino ad Argo tagliato
la strada ai Lacedemoni. Ma quando gli eserciti erano in punto di
azzuffarsi, due argivi, Trasilio ch’era dei cinque capitani ed
Alcifrone ospite dei Lacedemoni, furono ad Agide, e dissero che non
doveasi far battaglia; che gli Argivi eran pronti a dare e ricevere
soddisfazione con perfetta egualità di dritto, circa quello di che i
Lacedemoni li accusavano, e fatta tregua a mantenere in seguito la pace.

60. Essi però parlarono in tal modo di suo, senza la commissione del
popolo. Agide da se solo accettate le proposte, non stette neanch’egli
a deliberare coi più; ma conferita la cosa con uno degli ufficiali
dell’esercito[60] pattuì tregua per quattro mesi, infra i quali gli
Argivi manderebbero ad effetto la promessa; e subito levò il campo
senza fiatarne con veruno de’ confederati. I Lacedemoni e gli alleati
lo seguivano per riguardo alla legge, perocchè egli era il duce. Ma
tra sè gl’imputavano a grave mancanza che presentatasi loro bella
occasione di battaglia, ed accerchiato il nemico per ogni lato da
cavalli e fanti, dovessero ritirarsi, non fatta impresa alcuna degna
di tanto apparecchio. E veramente questo esercito greco fu bellissimo
oltre ogni altro che fino allora si fosse riunito, e bellissimo fu a
vedere sinchè stette accolto in Nemea, ove trovavansi i Lacedemoni con
tutte le forze loro, e gli Arcadi e i Beozii e i Corintii e i Sicionesi
e i Pellenesi e i Fliasii e i Megaresi, tutte genti scelte da ciascun
Comune, che si credevano abili a stare a petto non solamente della
lega argiva, ma ancora di chiunqu’altro vi si aggiungesse. Cotanto
adunque indispettito l’esercito contro Agide, retrocedeva e poi si
sciolse, tornando ciascuno alla sua patria. E dal canto loro gli
Argivi molto più tenevano per colpevoli coloro che senza la saputa del
popolo avevano pattuita la tregua; stimando essi pure che i Lacedemoni
fossero loro fuggiti di mano, quando si era presentata una occasione
sì bella; imperocchè il combattimento sarebbe accaduto presso la loro
città, e col braccio di molti e valorosi alleati. Però nella ritirata
presero a lapidare Trasillo nel Caradro[61], ove prima di entrare in
città sogliono giudicare le cause militari. Ed egli ricovratosi ai
piè dell’altare potè salvarsi; nondimeno però pubblicarono i beni di
lui[62].

61. Dopo di che essendo arrivato il rinforzo ateniese di mille soldati
gravi e di trecento cavalli sotto il comando di Lachete e Nicostrato,
gli Argivi, che contuttociò non avean voglia di rompere la tregua
co’ Lacedemoni, li pregavano a ritornarsene, e non li presentavano
al popolo col quale e’ bramavano di negoziare, finchè non vi furono
astretti dalle istanze de’ Mantineesi e degli Elei che tuttora si
trovavano in Argo. Allora gli Ateniesi, presente Alcibiade loro legato,
dissero agli Argivi ed ai confederati: «Che siccome le tregue non
erano state fatte rettamente senza il consenso degli altri alleati,
così ora essendo essi opportunamente arrivati, bisognava intraprendere
la guerra.» Persuasi gli alleati da queste parole tosto marciavano
tutti verso Orcomeno dell’Arcadia, tranne gli Argivi, i quali sebbene
persuasi di ciò, da primo restarono indietro; ma poi finalmente vi
andarono anch’essi. Piantato il campo ad Orcomeno tutti d’accordo
l’assediavano; e vi davano assalti, desiderosi d’impadronirsene
principalmente perchè vi erano gli statichi di Arcadia, lasciativi dai
Lacedemoni. E gli Orcomeni, tra per la debolezza delle mura e per la
moltitudine di quell’oste temendo di doversi veder perduti prima che
alcuno li soccorresse, capitolarono a condizione di esser compresi
nella lega, e di consegnare per istatichi alcuni di loro, e di rendere
ai Mantineesi quelli depositativi da’ Lacedemoni.

62. Appresso i confederati già padroni di Orcomeno deliberavano quale
delle altre terre fosse da assaltare la prima. Gli Elei insistevano per
Lepreo, per Tegea i Mantineesi, e con essi gli Argivi e gli Ateniesi.
E gli Elei, sdegnati perchè gli altri non avevano risoluto di andare
contro Lepreo, tornarono a casa. Il rimanente poi degli alleati si
preparava in Mantinea per andar contro Tegea, ove alcuni degli stessi
Tegeati trattavano di render loro la terra.

63. Ma i Lacedemoni tornati da Argo, dopo la tregua fatta per quattro
mesi, attribuivano in gran delitto ad Agide il non aver loro sottomessa
Argo in una occasione sì bella, che prima stimavano non essersi mai
presentata; poichè non era facile mettere insieme tanti e tanto
valorosi confederati. E quando poi udirono della presa di Orcomeno,
allora maggiormente esacerbaronsi gli animi, e tosto deliberarono
per la rabbia (cosa contraria alla loro indole)[63] doversi spianare
la casa di Agide, e multarlo in centomila dramme. Pregavali Agide a
non far nulla di questo, che in un’altra spedizione egli avrebbe con
qualche bel fatto emendato quel fallo; od altrimenti lo trattassero
allora come volevano. Ritirarono i Lacedemoni la condanna della multa
e della casa, e di presente posero una legge non mai prima stata tra
loro, colla quale gli aggiunsero a consiglieri dieci cittadini di
Sparta, senza i quali e’ non poteva condurre l’esercito fuori di città.

64. In questo viene loro avviso da parte de’ suoi fautori di Tegea che
s’e’ non si portassero colà prontamente, quella città si recherebbe
dalla parte degli Argivi e loro alleati, e che la ribellione era poco
meno che seguita. Allora vi traggono a stormo Lacedemoni ed Iloti con
inusitata prestezza. Marciavano per Orestio della Menalia; e facevano
intendere agli Arcadi della lega di riunirsi e venire sulle orme loro
a Tegea: e intanto giunti essi tutti ad Orestio, rimandarono di là a
casa la sesta parte di loro genti composta dei più vecchi e de’ troppo
giovani, i quali presidiassero la città; e con le altre giungono a
Tegea, ove poco dopo comparvero gli alleati di Arcadia. Spediscono
altresì ai Corintii, ai Beozii, ai Focesi ed ai Locrii, ordinando di
accorrere sollecitamente a Mantinea. I quali con tuttochè procurassero
di affrettarsi, nondimeno la cosa camminava lentamente, perchè non
essendo riuniti ed aspettandosi l’un l’altro, si mostrava difficile il
traversare il territorio nemico che tagliava loro di mezzo la strada.
Ed i Lacedemoni, presi seco gli alleati di Arcadia che erano arrivati,
entrarono in su quel di Mantinea: ed accampatisi presso al tempio di
Ercole davano il guasto alla campagna.

65. Gli Argivi e i loro alleati quando gli ebbero veduti occuparono un
luogo forte e disagevole, e si ordinarono a battaglia; e i Lacedemoni
andarono subito contro di essi, e si avanzarono alla distanza di un
tiro di sasso o di strale. Allora uno de’ più vecchi vedendo che
essi si avanzavano contro un luogo sì forte, gridò ad Agide che
egli intendeva di medicare un male con un altro male: significando
che colla presente sua inopportuna prontezza ei volesse compensare
la rimprocciatagli ritirata d’Argo. Ed egli, o che fosse mosso da
quel grido, o che a un tratto gli si affacciasse alla mente un altro
pensiero, ritirò sollecitamente l’esercito prima di azzuffarsi. E
arrivato in su quel di Tegea, voltava nelle terre di Mantinea la
corrente d’acqua per cui si fanno guerra i Mantineesi ed i Tegeati,
a cagione del grave danno che arreca in qual dei due paesi ella si
getti[64]. Voleva egli che gli Argivi e loro alleati udendo ciò
corressero giù da quell’altura ad impedire il deviamento della corrente
(per cui consumò tutta la giornata), e così venissero a battaglia
nella pianura. Gli Argivi con gli alleati stupefatti in principio che
i Lacedemoni presentatisi appena si fossero ritirati, non sapevano che
pensare: se non che quando furono fuori di vista, ed essi tuttavia
stavano fermi senza inseguirli, allora di bel nuovo incolpavano i loro
generali che avessero la prima volta lasciati andare i Lacedemoni per
sorte colti vicino ad Argo, e che ora niuno inseguisse loro fuggenti;
anzi a suo bell’agio si salvavano, mentre essi Argivi venivano traditi.
Turbaronsi in quell’istante i generali, ma poi gli conducono via dal
colle; ed avanzatisi nella pianura, vi presero campo per andar contro
il nemico.

66. Il dì seguente gli Argivi e gli alleati si misero in quella
ordinanza che doveano tenere nella battaglia se l’occasione si
presentasse; e i Lacedemoni nel tornare dalla corrente verso il tempio
di Ercole al medesimo accampamento, scorgono a poca distanza i nemici
già tutti in ordine e molto dilungati dal colle. Non si ricordavano di
essersi mai trovati tanto sbigottiti, come lo furono allora; avendo
poco tempo per prepararsi, e dovendo subito in tanta fretta prendere
il loro posto secondo gli ordini dati minutamente dal re Agide in
forza della legge, la quale portava che quando il re conduce da sè
l’esercito, tutto è comandato da lui[65], ed egli dichiara l’occorrente
ai colonnelli[66], questi ai capitani, essi ai tenenti, questi ai
sergenti, ed eglino alla compagnia. In questo modo passano speditamente
gli ordini di ciò che vogliono i re; perciocchè nell’esercito dei
Lacedemoni, tutti sono (tranne pochi) comandanti di altri comandanti, e
la cura dell’esecuzione spetta a molti.

67. Stavano adunque allora sul corno loro sinistro gli Sciriti[67], che
soli tra’ Lacedemoni tengono da per sè cotesto posto. Presso di questi
i soldati brasidiani di Tracia, e con loro i Neodamodi. Seguivano
poi i Lacedemoni propio colle compagnie poste per ordine, e appresso
loro gli Ereesi di Arcadia[68]: quindi i Menalii, e sul corno destro
i Tegeati con pochi Lacedemoni che occupavano l’estremità; e ai due
lati la cavalleria. Tale era l’ordinanza de’ Lacedemoni. Nell’esercito
opposto tenevano l’ala destra i Mantineesi, perchè la battaglia era
sul loro territorio: appresso venivano gli alleati di Arcadia, di poi
mille Argivi di scelta milizia, che da molto tempo la città a pubbliche
spese faceva esercitare nella guerra. Accosto ad essi gli altri Argivi;
e dopo questi i Cleonesi e gli Orneati, loro alleati: finalmente
sull’estremità gli Ateniesi che tenevano il corno sinistro con la
propria cavalleria.

68. Questo era lo schieramento e l’apparecchio dei due campi. Quello
però dei Lacedemoni compariva più grande; ma qual fosse il numero
delle truppe di ciascun Comune, o di tutte insieme, non posso
esattamente scriverlo, perchè s’ignorava quanta fosse la moltitudine
de’ Lacedemoni, a cagione del loro segreto governo: e quella di
questi altri non era creduta per l’inclinazione che hanno i popoli
di magnificare sempre il numero delle proprie soldatesche. Ciò non
pertanto dal seguente computo può chicchessia dedurre quanti fossero
i Lacedemoni che si trovarono a questa battaglia. Oltre agli Sciriti,
che erano seicento, combattevano sette coorti; in ogni coorte erano
quattro compagnie; e in ogni compagnia quattro squadriglie; e in ogni
squadriglia quattro soldati combattevano nella prima linea. Bene è vero
che non tutti erano schierati egualmente in profondità, ma come voleva
ciascun condottiere delle coorti; nondimeno ordinariamente stavano otto
di fronte: e in tutto la prima fila era di quattrocento quarantotto
uomini, senza gli Sciriti.

69. Ma poichè già stavano per azzuffarsi, allora le genti di ciascun
Comune erano rincorate in questo modo dai loro capitani. Dicevano ai
Mantineesi che combatterebbero per la patria, e del dominio insieme
e della schiavitù; per non venire spogliati di quello dopo averne
provato i vantaggi, e per non trovarsi a sperimentar questa nuovamente:
agli Argivi che si trattava del loro antico principato, e della
uguaglianza sociale goduta una volta da essi nel Peloponneso[69];
che non soffrissero di vedersela tolta per sempre, e vendicassero le
molte ingiurie ricevute da popoli nemici e confinanti: agli Ateniesi,
che siccome pugnavano insieme con molti e valorosi alleati però non
dovevano mostrarsi da meno di chiccheffosse; che vincendo i Lacedemoni
nel Peloponneso renderebbero maggiore e più fermo l’impero, nè mai più
alcun altro invaderebbe le loro terre. Tali erano gl’incoraggiamenti,
dati agli Argivi e agli alleati. Dall’altra parte i Lacedemoni, ora
l’un l’altro da per sè, ora colle canzoni militari, usavano a sprone
di lor valenzia la ricordanza delle gesta di che erano testimoni a se
stessi: sapendo esser più profittevole a salvezza il lungo esercizio
nelle cose di guerra, che non le brevi esortazioni abbellite dalle
parole.

70. Dopo di questo andavano i due campi ad azzuffarsi; gli Argivi e gli
alleati con passo forzato spiranti furore, i Lacedemoni posatamente
e a tempo coi molti trombettieri che per legge sono fra loro, non
per pratica religiosa ma per muoversi uniformemente a battuta, acciò
l’ordinanza loro non si rompesse, come suole accadere nei grandi
eserciti nel venire alle mani.

71. Ora mentre che si muovevano all’affronto il re Agide pensò di far
questo. Tutti gli eserciti nell’azzuffarsi si spingono principalmente
sul corno destro prolungandolo; e sì l’una parte che l’altra tenta di
sopravanzare col corno destro la fronte opposta del corno sinistro
del nemico; perchè tutti per la paura cercano di proteggere al più
possibile la parte sua scoperta collo scudo di chi gli sta accanto a
destra, e credono che il serrarsi fitti insieme sia il miglior modo
di ripararsi. Quegli che dà motivo di far questo è il soldato primo
del corno destro, il quale studiandosi di sottrar sempre al nemico il
fianco inerme fa sì che gli altri per la medesima paura lo seguono[70].
Allora pertanto i Mantineesi col corno loro sopravanzavano d’assai
gli Sciriti; e i Lacedemoni e i Tegeati sopravanzavano anche più
gli Ateniesi in quanto avevano più numeroso esercito. Laonde Agide,
parendogli che i Mantineesi si fossero troppo slungati, e temendo che
il corno de’ suoi non ne venisse circondato, ordinò agli Sciriti ed
ai brasidiani di partirsi dal loro posto, e pareggiare di fronte i
Mantineesi. E quanto allo spazio che restava vuoto, comandò ai due
capitani Ipponoida e Aristocle che venissero avanti dal corno destro
con due squadriglie ed ivi accorressero per riempirlo; credendo che
nondimeno sul suo corno destro resterebbero genti d’avanzo; e che la
parte opposta ai Mantineesi starebbe più ferma nella sua ordinanza.

72. Dato egli quest’ordine repentinamente nel momento stesso
dell’affronto, trovossi al caso che nè Aristocle nè Ipponoida vollero
venire avanti; onde furono appresso per questa causa banditi da Sparta
con la taccia di averla fatta da codardi. Avvenne inoltre che il
nemico fu il primo a menar le mani; e non essendo venute avanti quelle
squadriglie, sebbene Agide ordinasse agli Sciriti di ricongiungersi
con esse, questi non poterono eseguir l’ordine nè chiudere in mezzo
il nemico. Nonostante fu daddovero in tal giornata principalmente
che i Lacedemoni, quantunque inferiori in tutto ciò che è perizia
del mestiere, si mostrarono nulladimeno superiori in coraggio.
Conciossiachè venuti appena alle mani col nemico, l’ala destra de’
Mantineesi caccia in fuga i loro Sciriti e brasidiani; ed i Mantineesi
con gli alleati e co’ mille scelti degli Argivi, piombando nello spazio
suddetto non ancora ripieno trucidavano i Lacedemoni; e circondatili
li sbarattavano, e gli incalzavano fino ai carriaggi, ove uccidevano
alcuni dei più vecchi schierativi a guardia. Certamente su questo
punto avevano la peggio i Lacedemoni; nel resto però dell’esercito,
e specialmente nel mezzo, ove era il re Agide, con intorno a sè la
cavalleria chiamata dei trecento, avendo assaltati i più vecchi degli
Argivi e le così dette cinque squadriglie, ed i Cleonesi e gli Orneati
e gli Ateniesi schierati presso a loro, li misero in volta; talchè i
più nemmeno aspettarono di venire alle mani; ma vistisi venire addosso
i Lacedemoni subito cederono; ed alcuni eziandio rimasero calpestati,
per essere stati sorpresi prima di poter fuggire.

73. Avendo da questa parte ceduto le genti degli Argivi e degli
alleati, era già al tempo stesso rotto l’esercito anche dall’altra; e
insieme il destro corno dei Lacedemoni e dei Tegeati circondava col
sopravanzo della sua gente gli Ateniesi, i quali si trovavano in mezzo
a doppio pericolo perchè accerchiati da un lato, e sconfitti oramai
dall’altro. Ed avrebbero sofferto più di tutto il resto dell’esercito,
se la cavalleria che avevano seco non li aiutava, e se non avveniva
che Agide (sentendo essere travagliato il corno sinistro de’ suoi di
faccia ai Mantineesi e ai mille Argivi) desse ordine a tutto l’esercito
di marciare a soccorso di quella parte che veniva vinta. Eseguito
quest’ordine, e le genti dei Lacedemoni nel portarsi colà essendosi
cansate dagli Ateniesi, ebbero questi tutto l’agio di salvarsi; e
con loro quelli Argivi che erano stati vinti. Dall’altro canto i
Mantineesi, gli alleati e la scelta degli Argivi non più attendevano
ad incalzare i nemici; anzi al veder vinti i suoi e sopravvenire i
Lacedemoni si volsero alla fuga, e la maggior parte de’ Mantineesi fu
tagliata a pezzi, laddove il grosso della scelta argiva potè salvarsi.
Nè già la fuga di questi nè la ritirata degli Ateniesi fu precipitosa
o lunga; perchè i Lacedemoni rimanendo al loro posto, fanno diuturni
e fermi combattimenti, finchè non abbiano fugato il nemico: ma quando
l’hanno fugato, lo inseguono brevemente e poco lungi.

74. Tale a un dipresso fu questa battaglia, la più grande fra le greche
da moltissimo tempo in qua, e combattuta da città ragguardevolissime.
E i Lacedemoni con pomposa mostra delle armi dei nemici uccisi ersero
subitamente il trofeo, spogliarono i morti, e ritolsero i loro,
che trasportarono a Tegea ove furono sepolti; e con salvocondotto
resero quei de’ nemici. Morirono tra degli Argivi, degli Orneati e
de’ Cleonesi settecento; de’ Mantineesi dugento, e dugento pure tra
Ateniesi ed Egineti co’ due capitani[71]. Quanto ai Lacedemoni, gli
alleati non soffrirono tanto che valga la pena d’esser narrato: e di
loro propio era difficile sapere il vero; ma si diceva esservene morti
circa trecento.

75. Prima che seguisse questa battaglia Plistoanatte l’altro re
di Sparta si era mosso in soccorso de’ suoi, coi più vecchi e co’
giovanetti; ed era giunto fino a Tegea ove intesa la vittoria
tornò indietro. I Lacedemoni per messaggi rimandarono i Corintii
e gli alleati di fuori dell’istmo, ed essi stessi tornati a casa
accomiatarono i confederati, e celebrarono le feste carnee che tra loro
ricorrevano. E con questo solo fatto purgarono la taccia sì di viltà
onde allora gl’imputavano i Greci per le sciagure della Sfatteria,
sì di sconsigliatezza e tardità nel resto; eglino che avviliti, come
pareva, dalla fortuna erano per quanto all’animo sempre gli stessi.
Il giorno precedente a questa battaglia gli Epidaurii con tutte le
forze loro aveano assaltato il territorio argivo che sapevano trovarsi
abbandonato, essendo gli Argivi usciti per la guerra; e uccisero
molta della gente lasciatavi a guardarlo. E dopo la battaglia venuti
in aiuto ai Mantineesi tremila Elei di grave armatura, e altri mille
Ateniesi oltre quei di prima, tutti questi confederati andarono ad
oste contro Epidauro (duranti ancora presso i Lacedemoni le feste
carnee), e presero a cingerlo di mura scompartendosi il lavoro. Gli
altri cessarono da quell’opera; ma gli Ateniesi, come era loro toccato,
condussero prontamente a fine la rocca del tempio di Giunone, ove tutti
concorsero a lasciare presidio; e quindi tornò ciascuno alla sua città;
e finiva l’estate.

76. Al cominciare del seguente inverno subito i Lacedemoni celebrate
le Carnee mossero l’esercito: e arrivati a Tegea facevano precorrere
proposizioni di accomodamento ad Argo, nella qual città erano ad essi
per l’innanzi dei fautori bramosi di abbattere il reggimento popolare,
i quali, dopo seguita la battaglia, viemeglio riuscivano ad indurre
a concordia la maggior parte dei popolani. Ma la loro intenzione era
che prima si facesse tregua co’ Lacedemoni, e poi anche alleanza; e
che allora subito si desse addosso alla fazione popolare. Intanto da
parte de’ Lacedemoni arriva ad Argo Lica di Arcesilao ospite degli
Argivi con due proposizioni; l’una pel caso ch’essi vogliano guerra;
l’altra qualora vogliano aver pace: circa le quali, perchè vi si
trovava presente Alcibiade, fuvvi grande altercazione: contuttociò quei
che parteggiavano pei Lacedemoni, fattisi omai arditi alla scoperta
persuasero gli Argivi ad accettare quella di accomodamento che è la
seguente:

77. «Piace al consiglio de’ Lacedemoni di convenire con gli Argivi a
questi patti; che gli Argivi rendano[72] i fanciulli agli Orcomenii,
gli uomini ai Menalii, e quelli detenuti in Mantinea ai Lacedemoni[73];
che escano da Epidauro e ne distruggano le fortificazioni; che qualora
gli Ateniesi non escano da Epidauro, si tengano per nemici degli
Argivi, de’ Lacedemoni, e degli alleati di questi e di quelli. Se i
Lacedemoni ritengano qualche fanciullo, lo rendano a tutte le città.
Quanto alla vittima negata al Nume volere i Lacedemoni che se ne
proponga giuramento agli Epidaurii, i quali giureranno di offrirla[74].
Le città del Peloponneso, piccole e grandi, sieno tutte indipendenti
secondo le patrie usanze. Entrando alcuno di fuori con male intenzioni
nel Peloponneso, gli Argivi si accorderanno unanimemente a respingerlo
nel modo che paia il più giusto ai Peloponnesi. Per gli alleati dei
Lacedemoni fuori del Peloponneso si avranno gli stessi riguardi, che
per quelli dei Lacedemoni e degli Argivi, ritenendo le cose loro.
Il concordato si concluderà dopo avere esposte queste condizioni
agli alleati, quando ad essi piacciano: se in qualche punto pensino
diversamente, ne sarà spedito avviso a Sparta.»

78. Gli Argivi accettarono da prima queste proposizioni, e l’esercito
de’ Lacedemoni da Tegea tornò a casa. Ma poi avendo omai pratica
scambievole fra loro, non molto dopo, quei medesimi che si adopravano
per Sparta, operarono sì che gli Argivi, rinunziando alla lega co’
Mantineesi, Elei ed Ateniesi, facesser pace e alleanza coi Lacedemoni;
e ne fu fatta la stipulazione in questi termini:

79. «È piaciuto ai Lacedemoni ed agli Argivi che sia tra loro pace
e alleanza per cinquant’anni a questi patti: si renderà giustizia
con perfetta uguaglianza di diritto, senza distinzione, secondo
gli statuti della patria: le altre città del Peloponneso, essendo
comune il concordato e l’alleanza, manterranno le proprie leggi
e la indipendenza, ritenendo le loro terre, e rendendo giustizia
con perfetta uguaglianza di diritto senza distinzione, secondo gli
statuti della patria. Gli alleati dei Lacedemoni fuori del Peloponneso
avranno i diritti stessi dei Lacedemoni: e quei degli Argivi li stessi
degli Argivi, ritenendo le loro terre. Dovunque occorra esercito da
formarsi in comune, deliberino i Lacedemoni e gli Argivi, e decidano
nel modo più giusto per gli alleati. Se alcuna città dentro o fuori
del Peloponneso abbia controversia pei confini o per altra cagione,
si decida per via di giudizio. Se tra le città dei confederati alcuna
sia in contesa con un’altra, ricorra a qualche città imparziale per
tutte due: ai propri cittadini si amministri la giustizia a forma degli
statuti della patria.»

80. Così fermarono il concordato e l’alleanza, e così accomodaronsi su
ciò che gli uni degli altri avevano preso in guerra, e su qualunque
altra differenza. E fin d’allora disponendo di concordia le cose loro,
decretarono di non ammettere nè araldo nè ambasceria degli Ateniesi,
se non uscissero dal Peloponneso e abbandonassero le fortificazioni;
e di non fare convenzione o guerra con veruno, fuor che unitamente. E
adirati ancora per le altre cose, spediscono entrambi ambasciatori alle
terre di Tracia ed a Perdicca, il quale persuasero ad unirsi con loro.
Ei non volle però staccarsi subito dagli Ateniesi, ma ne aveva bensì
il pensiero, al vedere che Argo, d’onde egli pure veniva ab antico
avea fatto lo stesso. Di più rinnovarono co’ Calcidesi gli antichi
giuramenti[75], e ne aggiunsero degli altri. Gli Argivi spedirono
ancora ambasciatori agli Ateniesi, ordinando che abbandonassero le
fortificazioni di Epidauro: i quali vedendosi pochi al paragone di
quei più che erano alla difesa del forte, mandarono Demostene a condur
via la gente loro. Arrivato egli colà prese il pretesto di voler
dare un certame ginnico fuori del forte; e quando le altre truppe di
guarnigione furono uscite, serrò le porte. Quindi gli Ateniesi da se
soli rinnuovata la tregua con gli Epidaurii fecero la resa del castello.

81. Avendo gli Argivi abbandonata la confederazione di Atene,
i Mantineesi, tuttochè in principio si mostrassero renitenti,
nondimeno poi vedendosi mal atti a resistere senza gli Argivi, si
fecero anch’essi alleati dei Lacedemoni e abbandonarono il governo
popolare[76]. I Lacedemoni e gli Argivi entrambi con mille soldati
uscirono ad oste, ed i Lacedemoni stessi pervenuti a Sicione ordinarono
con più fermezza reggimento di pochi. Acconciate in questo modo le
cose di Mantinea e Sicione, abolirono il governo del popolo anco in
Argo, e vi stabilirono quello degli ottimati in congruenza allo stato
dei Lacedemoni. Questi fatti succedevano sul cader dell’inverno, e già
verso primavera; e finiva l’anno quattordicesimo della guerra.

82. Sopravvenendo l’estate i Dittidiesi del monte Atto si staccarono da
Atene per unirsi ai Calcidesi, e i Lacedemoni davano sesto alle cose
di Acaia che prima non erano loro a grado. Ad Argo i popolani appoco
appoco fatta conspirazione e preso animo, colsero il tempo che a Sparta
celebravansi i giochi dei fanciulli[77]; assalirono la parte dei pochi,
e venuti a battaglia con essi in città li vinsero, e parte ne uccisero,
parte ne bandirono. I Lacedemoni, i quali mentre i loro fautori ve li
chiamavano avevano lungamente differito l’andarvi, sospesero allora i
giochi dei fanciulli, e si mossero per soccorrerli. Giunti che furono
a Tegea, e saputa la vittoria riportata sui pochi, non vollero venire
più innanzi, con tutto che ne li pregassero alcuni di quelli che si
erano salvati; ma ritornati a casa ripresero i giochi dei fanciulli.
Vennero di poi a Sparta per dar contezza del fatto[78] i legati sì
degli Argivi restati in città, che dei banditi: e dopo molte cose dette
dalle due parti, presenti pure gli alleati, i Lacedemoni sentenziarono
il torto essere di quelli di città, e risolvettero di marciare contro
Argo. Ma si frapponevano degl’indugi e si procrastinava. Frattanto il
popolo di Argo, perchè temeva dei Lacedemoni, e perchè voleva di nuovo
procacciarsi la confederazione di Atene che credeva dovergli essere
vantaggiosissima, prende a fabbricare le mura lunghe sino al mare, a
fine che nel caso di esser serrati dalla parte di terra, potessero
aiutarsi colle vettovaglie introdotte da quella di mare, mediante
l’aiuto degli Ateniesi. Gli Argivi adunque erano tutti affollati a
costruir quelle mura, uomini, donne e servi, ed alcuni delle città
peloponnesie vi prestavano l’opera loro; e fino da Atene erano loro
venuti muratori e scarpellini: e finiva l’estate.

83. Nel seguente inverno i Lacedemoni come seppero che si fabbricavano
le mura ad Argo (ove tenevano segrete pratiche con alcuni) marciarono
contro essa insieme con gli alleati, tranne i Corintii, sotto la
condotta di Archidamo re di Sparta. E quantunque le pratiche, che
credevano già preparate in città, andassero a vuoto, nondimeno
espugnarono e demolirono le mura che si andavano fabbricando, ed
occuparono Isia[79] castello del territorio argivo; ed uccisa tutta
la gente libera che avevano presa retrocederono, e si divisero per
tornare ciascuno alla sua città. Gli Argivi anch’essi dopo questo fatto
portarono le armi contro la Fliasia, nè si ritirarono se non dopo
averla saccheggiata; perchè vi erano stati ricevuti i loro banditi;
la maggior parte de’ quali si era stanziata colà. In questo medesimo
inverno gli Ateniesi bloccarono in Macedonia Perdicca, accusandolo
d’aver giurato lega con gli Argivi e co’ Lacedemoni; e di aver mentito
l’alleanza quando ebbero apparecchiato l’esercito sotto la condotta
di Nicia di Nicerato per andar contro i Calcidesi di Tracia, e contro
Amfipoli, ove a motivo della sua ritirata principalmente erasi
quell’esercito sbandato. E però era egli loro nemico. E in questo stato
di cose fluiva l’inverno, e l’anno decimoquinto della guerra.

84. Al principio della nuova estate Alcibiade navigò con venti navi
ad Argo, ed arrestò trecento Argivi creduti sospetti e parteggianti
dei Lacedemoni, e gli Ateniesi li depositarono nelle vicine isole di
loro dominio. Quindi gli Ateniesi andarono contro l’isola di Melo,
con trenta delle loro navi, sei di Chio e due di Lesbo, mille dugento
soldati di grave armatura, trecento arcieri e venti saettatori a
cavallo, più mille cinquecento di grave armatura, tra de’ confederati
e degli isolani. Quei di Melo, perchè colonia dei Lacedemoni, non
volevano obbedire agli Ateniesi come gli altri isolani: e però sulle
prime stavano tranquilli nella loro neutralità; sino a che col guasto
delle terre furono dagli Ateniesi costretti a pigliare scopertamente
le armi. Adunque Cleomede di Licomede, e Tisia di Tisimaco capitani
ateniesi, che col detto apparecchio si erano messi ad oste nel
territorio di Melo, prima di danneggiarlo cominciarono ad inviare a
parlamento dei legati, cui i Melii non condussero innanzi al popolo; ma
pregavanli ad esporre il motivo di loro venuta dinanzi ai magistrati ed
ai magnati. Onde i legati ateniesi parlarono così:

85. _Ateniesi._ «Siccome non si ha da favellare al popolo, acciò la
moltitudine anche una sola volta sentendo certamente da noi in un
continovato discorso ragioni attrattive e irrefragabili, non resti
ingannata (che questo vostro conducimento innanzi a pochi veggiam bene
tendere a ciò), voi medesimi che state a consesso assicurate anche
meglio questo vostro proponimento. Non decidete neppur voi di ciascuna
cosa che diremo per un solo discorso continovato, ma ripigliate subito
la parola a ciò che non vi sembri detto convenientemente. E prima di
tutto diteci se vi piace il modo che diciamo.» E gli assessori de’
Melii risposero:

86. _Melii._ «Da noi non si biasima l’amichevol maniera di chiarirsi
quetamente l’un l’altro; ma pare che non s’accordi con essa una guerra
già presente e non in forse. Perocchè vediamo voi stessi venir giudici
delle cose che si diranno; e vi è da aspettarsi che vincendovi in
ragione e per conseguente non cedendo, l’esito di questo colloquio ci
apporti guerra; e rimanendo noi convinti da voi, schiavitù.»

87 _Aten._ «Se dunque siete venuti a consesso per iscandagliare
i sospetti del futuro, o per tutt’altro che per deliberare della
salvezza della patria nel modo che vogliono le presenti cose che avete
sott’occhio, ci taceremo: se poi vi siete adunati per quest’ultimo
fine, parleremo.»

88. _Melii._ «Egli è naturale e da compatire se ridotti a tal termine
ci rivolgiamo a molti oggetti colle parole e col pensiero. Nondimeno
quest’assemblea è qui presente per la salvezza della patria; e, se vi
piace, tengasi parola nel modo che c’invitate.»

89. _Aten._ «Noi pertanto non produrremo lunga diceria, alla quale non
aggiustereste fede, per mostrarvi con speciosi nomi che giustamente
abbiamo impero perchè distruggitori del Medo, o che cerchiamo vendetta
perchè ingiuriati. Nè vi crediamo tali da pensare che colle vostre
parole ci persuaderete, di non aver unite con noi le armi vostre per
esser colonia de’ Lacedemoni; ovvero di non averci ingiuriati: ma
vogliamo che da entrambi si esiga quel che più si può, secondo la
vera opinione che abbiamo delle forze nostre; sapendo bene, come voi
il sapete, che nelle contese umane si giudica a termini di giustizia
quando le forze coattive sono eguali, laddove i più forti fanno tutto
quello che possono, e i deboli menan buono ogni cosa.»

90. _Melii._ «Noi certamente crediamo vantaggioso (giacchè è forza
rifarsi di qui, mentre lasciando da parte la giustizia vi siete
proposti di parlar solo di utilità) che non si abolisca da voi un
principio generalmente buono; e che anzi, per chi si trovi in qualche
occasione in pericolo, vi sia equità e giustizia; e così ciascuno,
quantunque non riesca a persuadere altri di qualche cosa colla più
rigorosa evidenza, pure ne risenta vantaggio. E ciò stimiamo essere,
più che altro, a pro vostro in quanto che, in caso di qualche sinistro,
soffrireste più grave vendetta da essere di esempio agli altri.»

91. _Aten._ «Ma quand’anche il nostro impero venisse abbattuto, il suo
fine non ci sgomenta; imperciocchè quelli che, come i Lacedemoni, sono
usi a comandare altrui, non sono formidabili ai vinti. Ora però non
abbiamo a fare coi Lacedemoni; ci duole bensì che i soggetti abbiano ad
assalire e vincere chi ha il comando. Ma lasciamo stare nell’incertezza
questo caso. Noi vogliamo solo dimostrarvi che siamo qui per procurare
il vantaggio del nostro impero, e che ora parleremo per bene della
vostra città, desiderando di avere impero su voi senza vostro incomodo,
e di vedervi salvi con vantaggio di tutti e due.»

92. _Melii._ «Ma come può stare insieme l’utilità per noi del
servaggio, con quella per voi del comandare?»

93. _Aten._ «Perchè vi verrà fatto di restar sudditi prima di aver
sofferto gli estremi disastri; e noi troveremo guadagno del non avervi
distrutti.»

94. _Melii._ «Ma a condizione di restar noi in pace e di esservi amici
anzi che nemici, senza entrare in lega con voi nè con altri, non ci
accettereste?»

95. _Aten._ «No; perchè c’è men dannosa la vostra nimicizia; in quanto
che l’amicizia vostra sarebbe pei nostri sudditi una riprova della
nostra debolezza, e l’odio lo sarebbe della nostra potenza.»

96. _Melii._ «Ed hanno poi i vostri sudditi tale opinione di ciò che
è equità, da metter tutti alla pari tanto i popoli che in nulla vi
appartengono, quanto gli altri molti, vostre colonie, alcuni dei quali
ribellatisi sono stati soggiogati?»

97. _Aten._ «Sì; perchè delle giustificazioni credono che non ne manchi
a nissun de’ due, e che però quei che si reggono lo debbano alla forza,
e che noi non gli assaltiamo per paura. Onde, essendoci voi sottomessi,
oltre al dar nuovi sudditi all’impero ci procurerete anche sicurezza;
tanto più se voi isolani, e non già più deboli degli altri, non
riusciate a vincere noi padroni del mare.»

98. _Melii._ «E fia vero che non troviate sicurezza in quell’altra
nostra proposizione? Poichè anche qui bisogna che, siccome voi
impedendoci di parlare con titolo di ragione, ci persuadete ad obbedire
al vostro interesse, così dal canto nostro dichiarandovi quel che è
utile per noi, ci proviamo a persuadervi che quel medesimo lo sia anco
per voi. E vaglia il vero: come potrete non inimicarvi tutti quei che
sono fuori della lega di entrambi, ogni volta che, vedendo questo
vostro procedere con noi, dovranno credere che prima o poi anderete
pure contro di loro? E che altro fate in questo modo se non ingrandire
i presenti vostri nemici, e indurre a malgrado loro a divenirlo quei
che forse non lo sarebbero stati?»

99. _Aten._ «Ragioni meschine: Non abbiam paura dei popoli di
terraferma che godendosi la loro libertà non avranno punto fretta
a mettersi in guardia contro di noi; ma temiamo principalmente
degl’isolani, o liberi come voi, o esacerbati già dal governo nostro
a cui soggiacciono per forza. Imperocchè, costoro, abbandonandosi
d’ordinario alle più grandi sconsigliatezze, potrebbero mettere sè e
noi in pericoli che pur troppo prevediamo.»

100. _Melii._ «Certamente adunque se tanti pericoli francamente
affrontate, e voi per non perdere l’impero, e i già servi per
sottrarsene, sarebbe per noi tuttavia liberi gran viltà e dappocaggine
non passare per ogni trafila prima di vederci schiavi.»

101. _Aten._ «No; se pur deliberate con senno: non si tratta per voi
di combattimento a forze eguali in prova di valore per non ricevere
scorno. Dovete anzi deliberare sulla vostra salvezza, per non opporvi a
chi di gran lunga è più potente di voi.»

102. _Melii._ «Sappiamo però che le guerre talora soggiacciono ad
eventualità più inaspettate di quel che porterebbe la differenza del
numero dei due eserciti. Per noi il ceder subito cessa ogni speranza;
dove col far di fatti vi è speranza di seguitare a sostenersi.»

103. _Aten._ «Ma la speranza, la quale suol essere di conforto nel
pericolo, può disastrare, non già spiantare quelli che di lei usano
nella sovrabbondanza delle cose: all’opposto chi temerario rischia
tutto il suo (essendo la speranza prodiga per natura), la conosce per
quello che ella è al punto di sua rovina; ed essa non gli dà più luogo
di guardarsi da lei già conosciuta. Lo che non vogliate che accada
anche a voi che siete deboli e propio in sul bilico; e non vi rendete
simili ai molti, i quali potendo umanamente salvarsi, poichè le chiare
speranze gli abbandonano nella stretta, si voltano a quelle oscure
degli astrologi e degli oracoli, e all’altre siffatte che coll’esca
della speranza ti rovinano.»

104. _Melii._ «Siate certi che noi crediamo ardua cosa quella di
combattere contro le vostre forze, e contro la fortuna, se non potremo
farlo alla pari. Tuttavia quanto alla fortuna speriamo con l’aiuto
degli Dei che non vi saremo inferiori; perchè noi gente dabbene ci
opponiamo alla vostra ingiustizia. Al difetto poi delle forze supplirà
l’unione di quelle dei Lacedemoni, obbligati a soccorrerci, se non
altro per parentela e per sentimento di onore: onde per queste ragioni
non è affatto temeraria la nostra fiducia.»

105. _Aten._ «Ma la protezione degli Dei pensiamo che neanche a noi
mancherà, non esigendo o facendo noi nulla al di là di quello che
gli uomini professano nel culto degli Dei, o vogliono per sè: poichè
degli Dei dalla opinione comune, e degli uomini dalla evidenza siam
condotti a credere che per istinto necessario di natura stendono senza
eccezione il comando sin dove giungono le forze. Noi pure usiamo di
questa legge, non come autori di quella o come primi a praticarla
dacchè è stata posta; ma perchè l’abbiamo ereditata già in vigore, e
perchè siamo per lasciarla sussistere per sempre, essendo certi che
voi pure e qualunque altro, giungendo in potenza uguale alla nostra,
farebbe lo stesso. Ragione dunque vuole che non temiamo di dovere esser
da meno quanto alla protezione degli Dei. Quanto poi alla opinione che
avete dei Lacedemoni, per la quale confidate che essi vi aiuteranno per
sentimento d’onore, beata la vostra semplicità, ma non invidiamo la
stoltezza. Conciossiachè i Lacedemoni, in quel che riguarda loro stessi
e la legislazione del paese, fanno prodezze di virtù: quanto poi al
modo onde trattano gli altri, lasciando stare quel molto che si avrebbe
a dire, dichiareremo in una parola sola colla massima precisione, che
più apertamente di quanti ne conosciamo, tengono per onesto quel che
piace, e per giusto quel che è di loro vantaggio. Or tai sentimenti
non fanno al caso vostro per quella salvezza di che stoltamente vi
lusingate.»

106. _Melii._ «E noi appunto per questo confidiamo soprattutto che i
Lacedemoni per interesse non vogliano abbandonare i Melii, colonia
loro, e rendersi così sospetti di poca fede ai Greci loro amici, ed
utili ai nemici.»

107. _Aten._ «Dunque voi credete che il proprio interesse si trovi
nella sicurezza, e che solo tra i pericoli si eseguiscano i doveri di
giustizia e di onestà? ma ciò d’ordinario non sono punto disposti a
fare i Lacedemoni.»

108. _Melii._ «Anzi crediamo che per noi tanto più prontamente
affronteranno i pericoli, e ci riguarderanno come amici più fermi per
loro che per gli altri, in quanto che per i bisogni di guerra risediamo
vicini al Peloponneso, e pel sentimento che nasce dalla parentela,
meritiamo più confidenza degli altri.»

109. _Aten._ «Bene! ma quei che sieno per prender parte ai cimenti non
contano certamente sulla benevolenza di chi l’invita, ma ognuno guarda
se è manifestamente superiore di forze per riuscire negl’impegni: e a
questo più degli altri badano i Lacedemoni. Ed invero non per altro
si uniscono con molti alleati ad assaltare i vicini se non perchè si
fidano poco delle proprie milizie; talchè non è certamente da credere
che padroni noi del mare, vogliano essi tragittare in un’isola.»

110. _Melii._ «Potranno però spedirvi altri: vasto è il mar Cretico,
nel quale è più difficile a chi vi signoreggia sorprendere quei che
cercano tenersi nascosti, di quello che a questi trovar modo di
scansarsi. Se neanco per questa via riescano, si volgeranno contro
il paese vostro, e contro il resto degli alleati, ove Brasida non è
penetrato. E voi dovrete travagliarvi non per un territorio che non
v’appartiene, ma pel vostro proprio, e per quello della lega.»

111. _Aten._ «Quanto a queste minacce, forse forse potrebbe toccar pure
a voi a conoscer per prova che gli Ateniesi non si sono mai levati
nemmeno da un solo assedio per paura di altri. Riflettiamo poi che
dopo esservi protestati di voler deliberare della vostra salvezza, non
avete in sì lungo parlare detto nulla che possa umanamente indurre
fiducia di restar salvi. I vostri più validi appoggi sono nel futuro
della speranza; quelli che ora avete sono piccoli per superare le forze
che vi stanno a fronte. Ond’è che mostrate grande irragionevolezza
dell’animo se, allontanati noi dall’assemblea, non vi appigliate ad
un partito più saggio di questo. Voi per certo non vi volterete a
quel puntiglio d’onore che ne’ pericoli più manifesti e vergognosi
rovina d’ordinario gli uomini; avvegnachè questo così detto puntiglio
d’onore colla forza del suo nome attrattivo, molti che pure aveano
innanzi agli occhi i precipizi ove correvano, e che si erano lasciati
vincere da quel vocabolo, gli ha bel bello tirati di fatto in calamità
immedicabili, coll’aggiunta di più vergognosa vergogna, perchè causata
da stoltezza e non da caso. Lo che voi schiverete, qualora deliberiate
bene. E non crediate sconvenevole il cedere a città potentissima che
vi chiama alla sua lega con patti discreti, restando padroni del
paese vostro gravato solo di tributo; e non vogliate perfidiare nel
partito peggiore quando v’è data l’eletta tra la guerra e la sicurezza.
Conciossiachè coloro che non cedono agli uguali, e si portano
acconciamente coi più forti, e sono discreti coi più deboli; questi
assicurano più fermamente lo stato. Laonde pensateci anche dopo che ci
saremo ritirati, e considerate molte volte che deliberate intorno alla
patria, la quale in questo e per questo solo consiglio vostro sarà o
fortunata o depressa.»

112. Quindi gli Ateniesi uscirono dal consesso, e i Melii rimasti soli
tra loro persistettero presso appoco nella opinione manifestata colle
repliche agli Ateniesi, e risposero così: «Ateniesi, il consiglio
nostro non è niente diverso da quel di prima, nè vogliamo in picciol
tempo torre la libertà a questa patria nostra abitata omai da
settecento anni. Anzi confidando nella fortuna che per favore divino
la sostenne fino ad ora, e nel soccorso umano dei Lacedemoni, faremo
ogni sforzo per salvarci. Nondimeno v’invitiamo ad averci per amici,
senza che siamo nemici d’alcuna parte; e a ritirarvi dalla nostra terra
fermando quell’accordo che più sembri opportuno per entrambi.»

113. Questa risposta diedero i Melii; e gli Ateniesi, sciogliendosi
dall’abboccamento, dissero: «Voi siete adunque i soli, per quanto ci
pare con queste vostre deliberazioni, che giudicate più evidenti le
cose future di quelle sott’occhio, e risguardate come successe quelle
incerte, solo perchè le bramate. E nel vostro, a dir vero, troppo
franco abbandono in braccio ai Lacedemoni, alla fortuna, alle speranze,
troverete pure la più gran rovina.»

114. Tornarono i legati ateniesi al campo, ove i loro generali sentendo
che i Melii non cedevano in nulla, si volsero subito alla guerra; ed
assegnata alla soldatesca di ciascuna città una parte del lavoro,
presero a cingere i Melii con muraglia. Finalmente vi lasciarono
guardia di loro e dei confederati dalla parte di terra e di mare, e
col più dell’esercito partirono. Le genti lasciatevi stavano ferme
all’assedio della città.

115. Al tempo medesimo gli Argivi assaltarono la Fliasia: ma colti
per imboscata dai Fliasii e dai fuorusciti d’Argo ne morirono circa
ottanta. Gli Ateniesi di Pilo fecero gran bottino sui Lacedemoni, i
quali per riscatto, senza però rinunziare al concordato, commettevano
contr’essi delle ostilità; e bandirono che a chiunque dei loro
piacesse, usasse rappresaglie su gli Ateniesi. Anche i Corintii
ebbero guerra con gli Ateniesi, per private differenze; il resto del
Peloponneso era in calma. I Melii assalirono ed espugnarono di notte
il muro fatto dagli Ateniesi dirimpetto al mercato, uccisero alcune
guardie, introdussero frumento e quante più robe poterono in città; ove
rientrati stavano quieti. A ciò provvidero in seguito gli Ateniesi con
guardia migliore; e finiva l’estate.

116. Al venir dell’inverno essendo i Lacedemoni in procinto di marciare
sul territorio argivo, poichè le vittime offerte sulla frontiera
pel passaggio non erano propizie, tornarono indietro. E gli Argivi,
che avean preso in sospetto alcuni dei loro cittadini, valendosi di
questa dilazione dei Lacedemoni, ne arrestarono una parte; e gli altri
fuggirono loro di mano. Quasi al tempo stesso i Melii presero di nuovo
un’altra porzione del muro degli Ateniesi difesa da poche guardie:
se non che per questi successi venne finalmente da Atene altra gente
comandata da Filocrate di Demea, ed allora assediati vigorosamente,
e traditi pure da alcuni dei loro si resero alla discrizione degli
Ateniesi, i quali uccisero quanti dei Melii erano giunti alla pubertà,
fecero schiavi i fanciulli e le donne, e presero ad abitare da sè
stessi quella terra, dove poi spedirono cinquecento coloni.


  FINE DEL LIBRO QUINTO.




LIBRO SESTO

  SOMMARIO.

  La Sicilia. — Legati di Egesta. — Varii avvenimenti. — Guerra
  di Sicilia. — Erme mutilate. — La flotta fa vela. — Siracusa in
  agitazione. — La flotta rade l’Italia. — I Siracusani preparansi
  alla difesa. — Armodio ed Aristogitone. — I Siracusani vinti. —
  Deputati a Camarina. — Sparta si collega con Siracusa. — Altri
  avvenimenti. — Assedio di Siracusa. — La flotta salpa da Corinto. —
  Atene e Sparta vengono in aperta rottura.


1. In questo medesimo inverno gli Ateniesi avevano in animo di navigare
in Sicilia con apparecchiamento maggiore di quello di Lachete e di
Eurimedonte, per tentare di soggiogarla. I più di loro ignoravano
la grandezza di quell’isola, e la moltitudine de’ Greci e barbari
che l’abitavano; e non vedevano che così imprenderebbero una guerra
non molto inferiore a quella contro i Peloponnesi. Imperciocchè ci
vogliono poco meno che otto giorni per girar la Sicilia con una nave da
carico; e sebbene sia tanto vasta, appena venti stadii di mare vi si
attraversano perchè non sia terraferma.

2. Ora dirò come ella fosse da primo abitata, e quanti popoli avesse
in tutti. Gli abitatori più antichi di una parte di quel paese dicesi
essere stati i Ciclopi e i Lestrigoni; dei quali non saprei dire la
stirpe, nè il luogo onde vennero, nè dove andarono. Contentiamoci
adunque di ciò che ne hanno detto i poeti, e di quello che ognuno in
qualche modo ne sa. Primi ad abitarvi dopo di questi paiono i Sicani,
i quali piuttosto al dir loro vi erano già d’innanzi perchè nati di
lì: ma il vero è che sono Iberi cacciati dai Ligii di sul Sicano,
fiume in Iberia; e che da essi l’isola chiamata prima Trinacria, fu
allora detta Sicania; ed abitano anche adesso il ponente di Sicilia.
Preso poi Ilio alcuni Troiani scampati dagli Achei giungono su delle
barche in Sicilia, ove acconciatisi a confine dei Sicani furono tutti
insieme chiamati Elimi, e le città loro Erice ed Egesta. Si unirono
di più ad abitar con essi alcuni dei Focesi di ritorno da Troia, in
quel tempo dalla tempesta primieramente sbalzati sulla Libia, e quindi
di là passati in Sicilia. Ed è fama che i Siculi fuggendo, come pare,
gli Opicii, dall’Italia ove avevano la sede passassero su dei foderi
in Sicilia, colto un vento favorevole nello stretto; e forse anche vi
tragittarono in altro modo. Sonovi poi ancora dei Siculi in Italia, la
quale trasse questo nome da un tale chiamato Italo re degli Arcadi.
Venuti adunque costoro in Sicilia con molta gente, e superati i Sicani
in battaglia, li cacciarono verso le parti meridionali e occidentali
dell’isola, la quale di Sicania fecero che fosse chiamata Sicilia; ed
abitarono le campagne più fertili, che dopo il loro tragitto riteneano
per quasi trecento anni, prima che vi venissero i Greci; ed anch’oggi
ne posseggono i luoghi mediterranei e quelli verso tramontana. I
Fenicii per negoziare coi Siculi abitarono tutte all’intorno le
costiere della Sicilia, occupati i promontori che sporgono in su quel
mare, e le isolette adiacenti. Ma poichè vi approdarono molti Greci,
quelli, abbandonata la maggior parte di quei luoghi, si riunirono
insieme, e fermarono le sedie loro in Motia, in Soloente e in Palermo,
vicino agli Elimi; tra perchè confidavano nella confederazione di
questi, e perchè Cartagine è di là distante un tragitto cortissimo. Ed
ecco come e quanti barbari abitarono la Sicilia.

3. Fra i Greci poi primi a navigarvi furono i Calcidesi di Eubea,
con Teucle capo di quella colonia; e fondarono Nasso[80] ed eressero
ad Apollo Archegeta l’altare che ora è fuori di città[81], sul quale
i Teori, ogni volta che hanno a partire di Sicilia, fanno prima
sacrifizio. L’anno seguente Archia, uno degli Eraclidi di Corinto,
fabbricò Siracusa, cacciati prima i Siculi da quell’isoletta che, non
più oggi cinta dal mare, forma l’interno della città. Quella parte
di città che ne resta fuori in terraferma, dopo qualche tempo le fu
aggiunta con un muro, e divenne assai popolosa. Cinque anni dopo
fondata Siracusa, Teucle e i Calcidesi usciti di Nasso, e scacciati
colla guerra i Siculi, fondarono Leontini, e quindi Catana: e i
Catanesi presero da sè per capo della colonia Evarco.

4. Nel medesimo tempo anche Lamide da Megara arrivò con una colonia
in Sicilia, e fabbricò sul fiume Pantacio un castello per nome
Trotilo[82]. Di là passò poi a Leontini, e per poco tempo ebbe parte
nel governo coi Calcidesi, dai quali cacciato via, fondò la colonia
di Taso ove morì. Da Taso furono parimenti banditi i suoi compagni,
i quali condotti da Iblone re dei Siculi, che avea tradito quella
terra, fondarono la colonia dei Megaresi, chiamati Iblei: e dopo
avervi abitato quarantacinque e dugent’anni furono mandati via della
città e del territorio da Gelone tiranno di Siracusa. Ma prima di
questa cacciata, cioè cent’anni dopo la fondazione della colonia,
fabbricarono Selinunte speditovi a tal uopo Pammilo, il quale partito
di Megara, che era la città madre, insieme con altra gente fornì
quell’impresa. Quarantacinque anni dopo la fondazione di Siracusa,
Antifemo ed Entimo fabbricarono in società Gela, conducendovi Coloni
l’uno da Rodi, l’altro da Creta; e la città prese nome dal fiume Gela.
Il luogo però ove è ora la città, e che fu il primo ad esser murato,
si chiama Lindii; e vi furono stabilite le leggi doriche[83]. I Geloi,
a un bel circa cent’otto anni dopo che ivi abitavano, fabbricarono
la città d’Acragante, che così la chiamarono dal fiume Acragante,
destinati Aristoneo e Pistilo a conduttori della colonia, e le diedero
le leggi stesse dei Geloi. Zancle fu in principio fondata da’ ladroni
andativi da Cuma città calcidica nella campagna opica: ma in seguito
dalla Calcide e dal resto dell’Eubea vi andò gran gente, che ne
possedette in comune il territorio; e capi di quella colonia furono
Periere e Cratemene, l’uno di Cuma, l’altro di Calcide. Da principio
i Siculi la chiamavano Zancle, perchè il castello ha la figura di una
falce, e i Siculi chiamavano appunto _zanclo_ la falce. Dipoi coloro
furono cacciati via dai Samii e da altri Ionii che fuggendo i Medii
approdarono in Sicilia.

5. Ma poco appresso Anassila, tiranno di Reggio, cacciati i Samii, e
fermatosi in quella città con della gente mescolata con la rimastavi,
le mutò il nome in quello di Messene tolto dall’antica sua patria.
Dopo Zancle, Euclide, Simo e Sacone fondarono Imera; ed i più che
andarono in questa colonia furono Calcidesi: ma si unirono ad abitare
con essi anche i così detti Miletidi esuli da Siracusa, ove erano
stati vinti dalla fazione contraria. La lingua di cui usavano era un
po’ calcidese, un po’ dorica; quanto alle leggi vinsero le calcidesi.
Acra e Casmene furono fondate dai Siracusani; Acra settant’anni dopo
Siracusa, e Casmene quasi venti dopo Acra, o in quel torno. Parimenti i
Siracusani fondarono la prima volta Camarina quasi cento trentacinque
anni dopo la fabbricazione di Siracusa; e capi della colonia furono
Dascone e Menecolo: se non che i Camarinesi essendo stati scacciati
come ribelli dalle armi dei Siracusani, poco dopo Ippocrate, tiranno di
Gela, in riscatto di alcuni prigionieri siracusani ebbe il territorio
camarinese; e fattosi capo della colonia riacconciò Camarina, la quale,
resa deserta nuovamente da Gelone, fu poi da lui medesimo per la terza
volta ripopolata.

6. Tanti erano i popoli fra Greci e barbari che abitavano la Sicilia;
contro alla quale (che pure era sì vasta) gli Ateniesi con grande animo
voltavano le armi, veramente perchè ardevano del desiderio di dominarla
tutta: il qual desiderio volevano ad un tempo ricoprire col pretesto
di soccorrere i loro consanguinei, e gli altri che si erano collegati
con questi. Ma a ciò soprattutto li spinsero, e con gran calore li
confortarono gli ambasciadori di Egesta venuti ad Atene; avvegnachè
gli Egestei confinanti de’ Selinunti si trovavano in guerra con essi
per causa di diritti nuziali, e per controversie di territorio:
ed i Selinunti, essendosi aggiunti in alleanza i Siracusani, li
stringevano colla guerra per terra e per mare. Il perchè gli Egestei
ricordavano agli Ateniesi la lega fatta al tempo di Lachete, e della
precedente guerra de’ Leontini, e li pregavano a soccorrerli collo
spedir loro delle navi. E tra le molte ragioni che adducevano, la
principale era, che se i Siracusani, dopo aver disertato i Leontini,
restassero impuniti, e seguitando a guastare anche gli altri alleati
s’impadronissero di tutte le forze di Sicilia, vi era pericolo che,
come Dorici, volessero, attesa la parentela, soccorrere con grandi
apparecchi i Dorici, ed insieme i Peloponnesi come colonia loro, e dar
mano ad abbattere la potenza d’Atene. Esser dunque saggia cosa che
insieme con gli alleati che vi restavano si opponessero ai Siracusani;
tanto più che e’ somministrerebbero denari a sufficienza per la guerra.
Queste ragioni ripetute più volte nelle assemblee dagli Egestei e
dagli oratori che patrocinavano la loro causa, mossero gli Ateniesi a
decretare, che si spedissero prima dei legati ad Egesta a vedere se vi
fossero nel pubblico erario e nei templi le ricchezze ch’e’ dicevano,
ed insieme ad informarsi dello stato della guerra contro i Selinunti.

7. Furono infatti spediti in Sicilia i legati. Nel medesimo inverno i
Lacedemoni e i confederati, tranne i Corintii, portarono guerra sul
territorio argivo, ne devastarono una piccola porzione, e dopo aver
portato via del frumento su dei carri che avevano condotti, diedero
stanza in Ornea a’ fuorusciti d’Argo, ai quali lasciarono del resto
dell’esercito poche genti. Quindi per un certo tempo fermata tregua,
per la quale gli Orneati e gli Argivi non si molesterebbero, tornarono
coll’esercito a casa. Ma poco dipoi venuti gli Ateniesi con trenta
navi e seicento soldati di grave armatura, gli Argivi insieme con essi
uscirono ad oste con tutte le milizie; e per un intero giorno stettero
assaltando quelli che erano in Ornea: e sulla notte avendo discostato
l’esercito per trovare alloggiamento, quei di Ornea fuggirono. Il dì
seguente gli Argivi visto ciò spianarono Ornea e si ritirarono; e gli
Ateniesi anch’essi tornarono poi colle navi a casa. In Metona, sulle
frontiere di Macedonia, furono per mare spediti dagli Ateniesi alcuni
dei propri soldati a cavallo, insieme coi fuorusciti macedoni che si
erano rifugiati tra loro; e di là danneggiavano gli stati di Perdicca.
E i Lacedemoni mandarono ai Calcidesi di Tracia, che avevano tregua per
dieci giorni con gli Ateniesi, che unissero le loro armi con Perdicca,
lo che non vollero fare. Finiva intanto l’inverno, e con esso il
sedicesimo anno di questa guerra che ha descritta Tucidide.

9. Nella seguente estate al cominciar di primavera tornarono di Sicilia
i legati degli Ateniesi, e con essi quelli degli Egestei, recando
sessanta talenti d’argento non coniato, da servire per la paga di
un mese alle sessanta navi di che voleano domandare la spedizione.
Gli Ateniesi tennero adunanza, ove tra le molte cose persuasive, ma
non vere, riferite dagli Egestei dai propri ambasciatori, intesero
esservi in pronto molto denaro nei templi e nel pubblico erario,
laonde fermarono di spedire in Sicilia le sessanta navi capitanate con
assoluto comando da Alcibiade di Clinia, Nicia di Nicerato, e Lamaco di
Xenofane, i quali dovessero soccorrere gli Egestei contro i Selinunti,
riunire in patria i Leontini (se pure, quella guerra lasciasse loro il
modo di farlo), e governare le altre cose di Sicilia in quella guisa
che stimassero più profittevole ad Atene. Cinque giorni dopo fuvvi di
nuovo adunanza per trattare del come si potesse il più prontamente
preparare il bisognevole alle navi, e per decretare quel di più che
potesse occorrere ai capitani per quella spedizione. Ma Nicia, che
contro sua voglia era stato scelto a quel comando, tenendo per cattiva
quella risoluzione della città, la quale con piccola e colorata cagione
aspirava a conquistare tutta la Sicilia, impresa veramente grande,
presentatosi agli Ateniesi cercava di distorli da ciò, e gli ammoniva
con tali parole:

9. «Quest’assemblea, che ha per oggetto i nostri apparecchiamenti, si
è qui raccolta, come che bisogni navigare in Sicilia. A me però sembra
doversi appunto intorno a ciò discutere ancora se sia meglio o no
spedire la flotta, e guardarsi dall’imprendere con sì breve consiglio
una guerra che non ci appartiene, dando retta a gente estranea in
cose rilevantissime. Eppure io in questa spedizione trovo il mio
onore, e meno degli altri ho paura della mia vita; quantunque io stimi
cittadino egualmente buono chi provvede al suo corpo e alla sua roba,
perciocchè questi, anche per riguardo suo, sommamente bramerà prospera
la Repubblica. Contuttociò, non avendo mai nel tempo innanzi parlato
contro la mia opinione per cagione di distinti onori, neanche adesso
vo’ farlo; ma dirò quello che tengo per migliore. Bene io veggo che
negli animi vostri non arebbe forza il mio discorso se vi esortassi
a salvare quel che avete, e a non arrischiare il presente per cose
incerte e future. Il perchè intendo mostrarvi che vi affannate fuor di
tempo, e che non è facile ad ottenere quello a cui correte.

10. «Dico adunque che navigando in Sicilia, voi, lasciati qua molti
nemici, volete attirarne degli altri. E credete voi forse che la
tregua successa abbia qualche fermezza? Ma sappiate che ella manterrà
questo nome fino a che voi state quieti (che tale l’hanno resa alcuni
dei nostri e degli avversari), e che a una sconfitta di qualche
parte considerevole del nostro esercito, i nemici ci saranno subito
addosso; primo perchè (attese le loro calamità) quella convenzione
fu per essi forzata, e più disonorevole che per noi; dipoi perchè
in essa abbiamo molti articoli in controversia. Anzi vi sono di
quelli (nè già de’ più deboli) che quest’accordo non approvarono, e
che apertamente ci guerreggiano; altri, siccome i Lacedemoni non si
muovono, così anch’essi sono ritenuti dalla tregua dei dieci giorni.
Ma forse, e senza forse, se troveranno divise le forze nostre (lo che
noi affrettiamo), ci assalteranno animosamente insieme coi Siciliani,
l’alleanza de’ quali avrebbero per l’innanzi avuta cara sopra molte
cose. Laonde questo è ciò che dobbiamo osservare, invece di volere
arrischiarci mentre la Repubblica tentenna, ed ambire nuovo impero
prima d’aver fermato quello che abbiamo. I Calcidesi di Tracia,
ribelli nostri da tant’anni, non sono ancora soggiogati; alcuni altri
di terraferma sono instabili nell’obbedienza: e noi ci affrettiamo a
soccorrere gli Egestei come oppressi, che al più ci sono alleati, e
tranquilliamo ancora a vendicarci delle ingiurie di coloro che da gran
tempo ci sono ribelli?

11. «Eppure abbattendo questi ultimi potremo tenerli in dovere; dove
ancorchè vinciamo i Siciliani difficilmente potremo dominarli a cagione
della lontananza e moltitudine. Ora è stoltezza andar contro gente,
vincendo la quale tu non possa ritenerla; e non vincendola, tu t’abbi
a trovar peggio che prima d’averla assaltata. E parmi che i Siciliani,
nel loro stato presente, sieno per noi vie meno da temere, di quello
che se i Siracusani gli sottomettano; di che principalmente gli
Egestei ci fanno temere. Conciossiachè, divisi come or sono, potrebbe
ciascun popolo venir contro di noi per gratuirsi i Lacedemoni: ma in
quell’altro modo non è presumibile che un impero vada contro un altro
impero; sendo che, siccome costoro coi Peloponnesi torrebbero a noi
il nostro, così per l’istessa ragione i Peloponnesi probabilmente
torrebbero ad essi il loro. A volere sbigottir veramente i Greci di
Sicilia, o bisogna non andar colà, o almeno ritornarsene ben presto
dopo aver mostrato le forze nostre; perciocchè tutti sappiamo che
le cose lontane e che non hanno dato riprova dell’opinione che se
ne ha, mettono di sè maraviglia. Che se avessimo una sconfitta ci
piglierebbero subito in disprezzo, e co’ Greci di là ci assalirebbero.
E tale è appunto ora il caso vostro, o Ateniesi, rispetto ai Lacedemoni
e loro alleati: perchè siccome gli avete superati contro l’espettativa
in quel genere di guerra nel quale innanzi gli temevate, così ora gli
dispregiate ed aspirate anche alla Sicilia. Badate però che non bisogna
inorgoglire per le disgrazie de’ nemici, ma prender fiducia quando
si abbia depresso il loro animo, e stimare che i Lacedemoni mossi
dalla vergogna non altro facciano che speculare in che modo possano,
abbassati noi, trovare un bel compenso al proprio disdoro; tanto più
che con moltissima cura e da moltissimo tempo van facendo procaccio di
opinione di valore. Per lo che, se abbiamo senno, non dobbiamo pigliar
gara per genti barbare, quali sono gli Egestei di Sicilia, ma guardarci
animosamente da una città che per la sua oligarchia c’insidia.

12. «Oltre di che vuolsi rammentare che di recente ci siamo un poco
riavuti e dal fiero morbo e dalla guerra, e però siamo cresciuti in
denaro e in popolazione; le quali cose è giusto che si spendano qui
per noi, e non per gente bandita chiedente soccorso, gente cui torna
in vantaggio il mentir contamente, e che quand’altri è in pericolo
va pascendolo sol di parole; e se ella vince non te ne sa grado
condegnamente, e se mai perde avvolge nella sua rovina anche gli amici.
E se vi ha chi gongolando per essere scelto a capitano, vi conforta
alla spedizione solo perchè mira al proprio vantaggio, tanto più che
essendo ancor troppo giovine per il comando vuol farsi ammirare per
la sua cavallerizza, e giovarsi della carica per mantenere la sua
sontuosità; non date in mano neppure a costui di che brillare in
privato con pericolo della Repubblica. Siate anzi persuasi che sì fatti
cittadini danneggiano il pubblico, e rifiniscono il suo; che l’affare
di cui si tratta è grande, e non tale da esser consigliato da un
giovincello, nè da governarsi così spacciatamente.

13. «Ed io, al veder in questo consesso gente di tal tempera che
parteggiano per lui, vengo in timore, e dal canto mio esorto i più
attempati che, se ad alcuno di loro seggano accanto, non si rechino a
vergogna di passar per infingardi, ove non dieno il voto per la guerra,
e che (siccome accade nei giovani) non sieno perdutamente innamorati
delle cose lontane, sapendo che pochissimi affari si conducono a buon
fine pel desiderio, moltissimi per la previdenza. Ed invece li prego
che per amore di questa patria, che va a gettarsi in un pericolo
grandissimo oltre ogni altro di pria, vogliano in ciò dar contrario il
loro voto, e decretare che i Siciliani tengano le loro cose usando i
confini di adesso (su di che non abbiam nulla da ridire), cioè il seno
ionico per chi navighi radendo la spiaggia, e quello di Sicilia per chi
va in alto mare; che quanto alle differenze l’accomodin tra loro: che
agli Egestei in diviso si risponda, che siccome attaccarono la guerra
co’ Selinunti, senza gli Ateniesi, così da sè la sciolgano; e che in
seguito non ci facciamo alleati (come siam soliti) di popoli, i quali
ci convenga soccorrere quando si trovano male, e bisognando noi di
aiuto, non possiamo ottenerlo.

14. «E tu, o Pritane, se credi tuo debito aver cura della patria, e
vuoi essere buon cittadino, riproponi la cosa e mandala nuovamente a
partito, persuadendoti (qualora tu tema di rimetterla un’altra volta
a’ voti) che il trasgredire alle leggi fra tanti testimoni non ti sarà
apposto a delitto, e che piuttosto tu sarai il medico della Repubblica
che avea malamente deliberato, e che ottimo magistrato è quegli che più
giova alla patria, e che meno la danneggia volontariamente.»

15. Così parlò Nicia, e la maggior parte degli Ateniesi che dopo lui
si presentarono a parlare consigliavano si facesse la spedizione e non
si cassasse il decreto: alcuni poi dicevano il contrario. Tra quelli
che più caldamente insistevano per la spedizione, era Alcibiade di
Clinia bramoso di opporsi a Nicia, dal quale d’altronde discordava
in materia di politica, e dal quale era stato punto con parole, e
desideroso principalmente di condurre quell’impresa, come quegli che
sperava che gli Ateniesi terrebbero da lui il conquisto di Sicilia e di
Cartagine; le quali cose riuscendo prosperamente, anch’egli in privato
avanzerebbe in ricchezze e in gloria. Ed invero essendo tenuto in gran
conto dai concittadini avea voglie troppo maggiori de’ suoi averi sì
rispetto alla cavallerizza che all’altre spese, lo che poi tornò in
grandissimo abbassamento della Repubblica d’Atene. Conciossiachè la
maggior parte impauriti per la smodata lautezza di sua persona, e per
la vastità de’ disegni in ogni cosa che intraprendeva, gli divennero
nemici come affettasse tirannia. Onde sebbene quanto al pubblico avesse
vigorosamente disposte le cose di guerra, nondimeno in particolare
pesando a ciascuno le sue maniere, ne commisero il carico ad altri,
e così in poco tempo rovinarono la Repubblica. Egli adunque allora
fattosi innanzi disse agli Ateniesi queste parole:

16. «Ateniesi, a me più che ad altri spetta il comando (giacchè è
forza cominciar di qui perchè Nicia ha toccato me), e credo ancora
di meritarlo. Quelle cose infatti ond’io sono celebrato apportano
onore a’ miei antenati ed a me, e vantaggio alla patria. Imperciocchè
i Greci, che prima credevano abbattuta la città nostra, sono venuti
nella opinione che ella sia più potente di quel che invero non è per
la mia splendidezza ai giochi d’Olimpia, ove corsi con sette cocchi e
vinsi, ed ebbi il secondo e quarto premio, e gli altri apparati ordinai
condegnamente alla vittoria. Queste cose sono per legge in onore; e
la magnificenza nell’eseguirle desta insieme l’idea del potere della
Repubblica; e le mie larghezze e tutto quello ond’io son chiaro in
città muovono naturalmente ad invidia i cittadini, ma mostrano ai
forestieri la potenza di lei. Onde siccome non è disutile questa follìa
di uno che a proprie spese giova non solo a se stesso, ma eziandio alla
patria; così non è ingiusto che chi sente altamente di sè non voglia
stare alla pari cogli altri, dappoichè se egli si trova in disgrazia
nessuno va di pari con esso nella sventura. Anzi in quella guisa che
quando siamo disgraziati nessuno pur ci saluta, per egual modo soffra
ciascuno in pace d’esser trascurato da chi è felice, o tratti alla
pari col miserabile, ed allora esiga altrettanto. Io so che le persone
di questo calibro e tutti quelli che avanzano altrui di chiarezza
in checchessia, sono incomodi durante la loro vita agli uguali
principalmente, e poi anche agli altri coi quali usano: ma con tutto
questo lasciano ad alcuni che vengono dopo, la gara di appropriarsene
la parentela (sebbene non gli attengano per nulla), e alla patria in
che nacquero danno materia di vanto, non quasi fossero gente straniera
o dappoco, ma cittadini suoi propri e facitori di belle gesta. Queste
sono le glorie che bramo; e quantunque io venga diffamato per questo
mio privato contegno, osservate se governo gli affari pubblici peggio
di verun altro: avvegnachè vi so dire che io mi son quegli che, riunite
a voi senza vostra grande spesa o pericolo le città più potenti del
Peloponneso, ridussi i Lacedemoni a combattere in un sol giorno per la
somma delle cose a Mantinea, ove sebbene vincessero la battaglia, pure
da indi innanzi non si sono più sinora rassicurati stabilmente.

17. «Inoltre questa mia giovanile follìa che sembra eccedere oltre
l’età fu quella che con acconcie parole trattò colla potenza dei
Peloponnesi, e che siccome col suo impeto ispirò loro fiducia, così
persuase voi anche adesso a non temerla. Anzi mentre io sono nel
vigore di essa, e Nicia sembra fortunato, valetevi pure di amendue in
quello a che siamo utili, e non mutate consiglio sulla spedizione di
Sicilia, quasi che dovesse farsi contro a paese potente. Vero è che
le città di quei luoghi sono assai popolate, ma di un miscuglio di
gente, e però facili a cambiar di governo e a ricever chiunque. Ond’è
che nissuno, come si farebbe per la propria patria, è fornito delle
armi per difendere il suo corpo, o degli apparati che si richieggono
in quel paese; ma quello che ciascuno spera di dover ottenere con
persuasive parole, od anche di rapire dal comune erario nel bollor
delle parti, e poi mutar suolo se la sua non vinca, questo è ciò che
tutti si vanno procacciando. E non ci è pericolo che turba siffatta
voglia udire d’un animo chi le favelli, o voltarsi di comun concordia
ad operare; ma invece ciascun di loro aderirà a quello che sia detto a
suo genio; tanto più se, come udiamo, sono in sedizione. Nè già hanno
essi tanti soldati quanti ne vantano, nè gli altri Greci compariscono
tanti quanti ciascuna provincia ne novera; anzi quella Grecia, che
ha grandemente ingannato costoro, si dura fatica a credere che abbia
milizie sufficienti a questa guerra. Tali pertanto, per quello che io
ne so d’udita, sono le cose di là, e forse anche più agevoli. Infatti
vi troveremo molti barbari che per odio de’ Siracusani si uniranno con
noi ad assalirli, nè le cose di qua potranno impedirci, ove drittamente
deliberiate. Imperciocchè i padri nostri oltre i nemici, che al dir di
costoro ci lascerem dietro navigando in Sicilia, avevano nemico anche
il Medo; e pure si acquistarono l’imperio non con altro che colla
sovrabbondanza delle forze marittime. Ora i Peloponnesi tuttochè si
trovino nel più vigoroso stato, sono disperati più di prima di poterci
opprimere: e dato anche che la spedizione non si faccia, sono certo in
forze da assaltar le nostre terre: ma non potranno danneggiarci colla
flotta, perchè altra ce ne resta, e tale da fronteggiarli.

18. «Laonde quale addurremo giusta ragione del nostro inritrosire,
o scusa agli alleati del non aiutarli? Noi dobbiamo soccorrerli
per via de’ giuramenti, e non opporre che essi non ci soccorrono;
avvegnachè non gli abbiamo aggiunti alla nostra lega perchè dal
canto loro venissero qua in nostro aiuto, ma perchè inquietassero i
nemici nostri di là, e impedissero loro venir qua contro noi. E noi e
qualunqu’altri abbiamo impero, lo abbiamo acquistato in questo modo;
cioè col soccorrere sollecitamente chi ci chiamasse fosse greco o fosse
barbaro. Imperocchè se tutti stieno quieti, o facciano rigorosa scelta
di quelli che per ragione debbano aiutarsi, certo quand’anche volessimo
accrescere d’un poco il nostro Stato, correremmo maggior pericolo per
quello stesso che abbiamo: perchè nessuno aspetta a difendersi dal più
forte quando è da quello assalito, ma tenta furargli le mosse acciò
non gli venga contro. Senza di che non sta in noi di contemperare
l’impero nostro alla foggia de’ nostri desiderii: ma poichè siamo
in questo stato ci è forza tendere insidie ad alcuni, ad alcuni poi
non allentare la briglia, essendovi pericolo di soggiacer noi stessi
all’altrui dominio se non sappiamo dominare sugli altri; tanto più
che come gli altri non possiamo brigarci della tranquillità, ove non
vogliate del pari con loro cambiar di maniere. Per lo che considerando
che coll’andare colà accresceremo vie più lo stato nostro, facciamo la
spedizione per abbassare la superbia de’ Peloponnesi, mostrando che
pieni di disprezzo per loro sappiamo preferire alla presente quiete
anche la navigazione in Sicilia. Confido inoltre che coll’aggiunta
delle forze di colà probabilmente ci assoggetteremo tutta la Grecia, o
almeno danneggeremo i Siracusani; nel che avvantaggeremo noi stessi e
gli alleati. La sicurezza poi o di restarvi, se alcuno si aggiunga a
noi, o di tornare indietro, l’avremo dalle navi: avvegnachè ne potremo
più di tutti i Siciliani insieme. E però l’inazione e la discordia fra
giovani e vecchi, accennate dai discorsi di Nicia, non vi smuovano:
anzi con quel solito buon ordine, la cui mercè i padri nostri tutti
d’accordo e giovani e vecchi, avanzarono a questo grado lo Stato,
nell’istesso modo ora anche voi sforzatevi di aggrandire la Repubblica.
E siate persuasi che la gioventù e la vecchiezza disgiunte tra loro
non posson nulla; ma che ove sieno unite, venendo a mescolarsi insieme
tutto ciò che è debole, mediocre e buonissimo, sono sufficienti a
tutto; che la città stando in ozio si consumerà da se stessa, siccome
avviene dell’altre cose, ed ogni maniera di sapere v’invecchierà;
mentre esercitandosi in guerra acquisterà sempre nuova perizia, e si
avvezzerà a difendersi non colle parole, ma coi fatti. Insomma io
quanto a me penso che una città operosa dovrà ben presto corrompersi
passando ad una vita d’ozio; e che i più sicuri nel loro stato sono
coloro, che di comune concordia si governano colle costumanze e leggi
presenti, tuttochè non perfettissime.»

19. Con tanto calore parlò Alcibiade; e gli Ateniesi udito lui e le
domande degli Egestei e de’ fuorusciti leontini, che fattisi avanti
rammentavano loro le giurate convenzioni ed imploravano soccorso, molto
più di prima s’invogliarono della spedizione. Di che Nicia avvistosi
che con quelle sue medesime ragioni non li potrebbe più distorre, ma
che forse, se ordinasse molti apparecchi, la grandiosità di questi
farebbe loro mutar pensiero, di nuovo presentatosi ad essi parlò così:

20. «Poichè, o Ateniesi, vi vedo al tutto infiammati per la spedizione,
riescano pur le cose come bramiamo; ma io voglio al presente esporvi la
mente mia. Le città contro le quali siamo per andare, a quel che io ne
so d’udita, sono grandi e tra loro indipendenti, nè cercano mutazione
onde ciascuna da violenta servitù possa volenterosa passare a più
mite governo; ed essendo molte per un’isola sola, e molte di queste
greche, non vorranno probabilmente gradire il nostro impero invece
della libertà. E senza parlare di Nasso e Catana (che per la parentela
de’ Leontini spero saranno con noi), ve ne sono altre sette di tutto
fornite colla massima conformità al nostro esercito, e tra queste
non ultime sono Selinunte e Siracusa, contro le quali principalmente
navighiamo. Imperocchè hanno esse molti soldati gravi, ed arcieri
e saettatori, e molte triremi, e numerose ciurme da empirle; hanno
denari parte in proprio, parte nei templi di Selinunte; e i Siracusani
riscuotono tributo in generi da alcuni barbari. E quello in che di
gran lunga elle ci avanzano, sono provviste di molti cavalli, ed usano
frumento proprio non portato di fuori.

21. «Contro tante forze adunque non basta solo un navale e debole
esercito, ma ci vogliono eziandio sulle navi molti soldati da sbarco,
se vogliamo eseguire alcun chè degno del nostro concetto, e non
essere impediti di pigliar terra da grossa cavalleria, specialmente
nel caso che le città impaurite si colleghino insieme, o che noi non
troviamo altri amici (dagli Egestei in fuori) che ci somministrino
cavalli da opporre al nemico. Sarebbe certo vergogna l’essere astretti
a tornarcene, o chiedere dipoi nuove truppe per aver deliberato
inconsideratamente da primo; ond’è che conviene partir di qua con
sufficiente apparecchio, sapendo che dobbiamo navigare molto di lungi
dal paese nostro. Voi non uscite ora alla guerra siccome quando
portate le armi contro alcuno fra genti a voi soggette, e però cavate
facilmente i viveri da paese amico: ma andate a gettarvi lontani in
terra straniera, donde non è facile aver qua nuove neppure in quattro
mesi d’inverno.

22. «Il perchè pare che dobbiamo traghettarvi molte milizie gravi
delle nostre, degli alleati, dei vassalli (e potendo, cavarne alcune
dal Peloponneso, o colle persuasioni o col soldo) e molti arcieri
e frombolieri per far testa alla loro cavalleria, e molto maggior
numero di navi per trasportare più facilmente i viveri, e condurre
di qua sulle barche da carico grano e orzo tostato, e panattieri
salariati tolti ripartitamente dai mulini, acciocchè, ovunque ci
troviamo sorpresi da qualche fortuna di mare, il bisognevole non manchi
all’armata, alla quale essendo sì grande non potrà ogni città dar
ricovero. Insomma bisogna non fidarsi agli altri, e provvedersi per
quanto si può d’ogni altra cosa, e sopratutto portar di qua moltissimo
denaro; perchè quel degli Egestei che si dice esser colà pronto, siate
certi che è pronto più che altro in parole.

23. «Che se noi di qua vi anderemo con apparecchio non solo
equivalente, ma anche superiore in ogni cosa (io eccettuo i loro
soldati gravi che son bene agguerriti) difficilmente anche così
potremo vincere i nemici e salvare gli amici. Vuolsi poi far ragione
che coloro che vanno ad impadronirsi di città posta in mezzo a gente
straniera e contraria, bisogna nel primo giorno in che approdano si
rechino in poter loro il territorio, o si aspettino al primo fallo di
trovar nemici da per tutto. Lo che temendo e sapendo aver noi spesse
volte bisogno di retto consiglio, e più anche di buona ventura (che
agli uomini tocca difficilmente), voglio, nel mettermi in mare, darmi
in balìa della fortuna il men possibile, e navigar con apparecchio che
ragionevolmente mi offra sicurezza. Queste, a mio avviso, sono le cose
che più fanno sperare fermezza alla Repubblica intera, e salute a noi
che dobbiamo militare: e se pur v’ha cui sembri altramente, io gli cedo
il comando.»

24. Tutte queste cose disse Nicia sperando o di rimuovere gli Ateniesi
dall’impresa colla moltiplicità degli ostacoli, o se fosse costretto
alla spedizione di potere in quel modo navigare più sicuramente. Essi
però con tutta quella farragine di apparecchiamenti non scemarono la
brama della spedizione, ma s’infiammarono viemaggiormente; cosicchè la
cosa gli andò al contrario: perocchè fu creduto che egli consigliasse
bene, e che l’impresa nel modo detto da lui riuscirebbe prosperamente.
E il desiderio di navigare entrò in tutti egualmente; nei vecchi perchè
speravano di soggiogare i luoghi contro i quali andavano, o almeno di
non dovere esser battuti con sì grossa armata; in quei di fresca età
per la brama di vedere ed osservare un paese lontano, e per la fiducia
di aver a tornar sani e salvi; e la numerosa moltitudine e i soldati
ripromettevansene denaro a presente, e nuovo acquisto di potenza, onde
otterrebbero gli stipendi a vita. Tanto che per quella viva general
bramosia, se alcuno v’era cui ciò non piacesse, se ne stava tranquillo,
temendo di passare per malaffetto alla Repubblica ove col suo voto si
opponesse.

25. Finalmente un Ateniese fattosi avanti e confortato Nicia, disse
che non bisognava tergiversare nè indugiare, ma dire in faccia a tutti
quali preparamenti dovessero gli Ateniesi decretarli. E Nicia, benchè
malvolentieri, rispose che ne terrebbe posatamente più serio consiglio
co’ suoi colleghi: nondimeno parergli fin d’allora non doversi navigare
con meno di cento triremi; che quelle destinate al trasporto delle
truppe dovevano esser proprio degli Ateniesi in quel numero che e’
credessero, le altre si facessero venire dagli alleati; che i soldati
gravi tra degli Ateniesi e degli alleati dovevano essere in tutti non
meno di cinque migliaia, e più se si potesse; e che bisognava allestire
e condurvi tutti gli altri fornimenti in proporzione dell’esercito, e
arcieri d’Atene e di Creta, e frombolieri e ogni cosa che giudicassero
opportuna.

26. Gli Ateniesi udito ciò, subito decretarono che i capitani avessero
illimitato comando, e che quanto al numero delle soldatesche ed a
tutta la navigazione facessero in quel modo che credessero il meglio
per Atene. Dopo di che cominciarono gli apparecchi, e mandarono per le
truppe degli alleati, e facevano il ruolo di quelle di lì: e siccome la
città si era da qualche tempo riavuta dalla pestilenza e dalla continua
guerra, così vi era molta fresca gioventù, e copia di denaro stante la
tregua; onde tutto somministravasi più agevolmente.

27. Ma frattanto che davano opera agli apparecchiamenti, quanti Mercuri
di pietra erano in Atene ebbero la maggior parte smozzicata la faccia
in una sola notte. Sono essi un lavoro di figura quadrangolare, e
secondo l’usanza del paese trovansene di molti negli atrii delle case e
nei luoghi sacri. Nissuno sapeva i rei di tal misfatto, ma erano essi
inquisiti, proposti pubblicamente grandi premii a chi li scoprisse[84];
e di più fu fatto un decreto col quale davasi l’impunità a chiunque
cittadino, forestiero o servo, manifestasse qualsivoglia altro
sacrilegio che sapesse essere stato commesso. E davano maggior peso a
questa cosa perchè pareva un malaugurio per la spedizione, ed insieme
fatta per congiura di tentar cose nuove ed abolire lo stato popolare.

28. Pertanto alcuni inquilini e servi diedero degli indizi non già
riguardo a’ Mercuri, ma ad alcuni guasti di altre statue fatti per
ischerzo da dei giovani avvinazzati, ed insieme riguardo a de’ misteri
che per disprezzo si facevano nelle case; di che accusavano ancora
Alcibiade. E quei principalmente che non lo potean patire, perchè se
lo vedevano d’impaccio a primeggiar sicuramente nel popolo, e che
stimavano che cacciato lui rimarrebbono essi i primi, raccoglievano
tali accuse, e le ingrandivano, e vociferavano che le mistiche
cerimonie e il guasto de’ Mercuri avean per iscopo il disfacimento
della democrazia, e che nessuna di quelle cose erasi fatta senza di
lui; adducendo in prova la sregolatezza nel resto di sua condotta non
punto popolare.

29. Egli di presente si difendeva di tali indizi, e se nulla di ciò
avesse commesso mostravasi pronto a sostenere il giudizio e pagar la
pena prima di partir colla flotta (e già gli apparecchi erano stati
fatti), ed a prendere il comando se venisse prosciolto. Li scongiurava
a rigettar le accuse quando fosse assente, e se lo credessero reo ad
ucciderlo subito; e diceva esser miglior consiglio il non mandarlo alla
testa di sì grande armata con quelle imputazioni prima del giudizio.
Ma i suoi nemici temendo che forse combattendo egli la propria causa
arebbe benevolo l’esercito, e il popolo a suo riguardo si ammollirebbe,
perchè aveva operato che gli Argivi ed i Mantineesi si unissero a
questa spedizione, dissuadevano e sconsigliavano i cittadini da quelle
sue dimande, mettendo innanzi altri oratori, che dicevano dovere
imbarcarsi allora e non prolungare la mossa dell’armata; che poi
ritornato se ne farebbe giudizio in certi giorni. Volevano essi che
richiamato tornasse a dire la sua causa contro imputazioni maggiori,
che, lui assente; avrebber trovate più agevolmente; e fu risoluto che
allora partisse.

30. Dopo queste cose, essendo già a mezzo la state, facevano partenza
per Sicilia. Prima però era stato intimato che il più degli alleati,
e le navi annonarie e le barche e tutto il fornimento che seguiva la
flotta dovessero ridursi a Corfù, a fine di tragittare di là tutti
insieme pel seno ionico al promontorio Iapigio. E gli Ateniesi, e
se alcuni degli alleati si trovavano ad Atene, nel giorno stabilito
scesero sull’aurora nel Pireo, e montarono sulle navi per far vela, e
con essi scese tutta, per così dire, l’altra moltitudine della città,
cittadini e forestieri, e quelli del paese, per accompagnare ciascuno
chi gli amici, chi i parenti, chi i figlioli: e in andando erano in
preda alla speranza ed al pianto; quella per le conquiste che essi
potrebbero fare; questo, perchè forse non gli avrebbono a rivedere mai
più, considerando il lungo viaggio a che erano spediti lontano dalla
patria.

31. E fu allora appunto che dovendo darsi lo scambievole addio, col
pensiero dei pericoli provarono raccapriccio maggiore che quando
decretarono la spedizione. Contuttociò osservando particolarmente la
grandezza degli apparati, ripigliavano cuore alla vista delle presenti
forze. I forestieri poi e l’altra turba vi andò per godere di uno
spettacolo quanto sublime, altrettanto maggiore d’ogni pensiero.
Infatti quest’armata di soldatesca greca la prima a mettersi in mare da
una città sola, fu sontuosissima e magnificentissima oltre ogni altra
fino a quel tempo. Bene è vero che per il numero delle navi e delle
milizie greche non fu ad essa inferiore quella che con Pericle andò ad
Epidauro, e poi con Agnone a Potidea: poichè vi si unirono quattromila
soldati gravi, e trecento cavalli, e cento triremi degli Ateniesi,
e cinquanta di quelle de’ Lesbii e Chii, con più molti confederati.
Ma quelli si mossero a breve navigazione e con piccolo equipaggio:
dove questo stuolo che dovea durare del tempo, e servire per terra e
per mare (qual che si fosse il bisogno) era completamente fornito di
navi e di truppe da sbarco. La flotta fu messa all’ordine con grandi
spese de’ trierarchi e della Repubblica. Il Comune dava una dramma
il giorno per marinaro[85], e somministrava le navi vuote, sessanta
leggere, quaranta per il trasporto de’ soldati gravi, ed ottime barche
a servigio di questi. I trierarchi oltre al soldo del Comune davano un
aumento di paga ai marinari traniti[86], o vogliam dire remiganti da
poppa, ed a quelli delle barche; ed usavano anche nel resto di assise
ed acconciamenti di gran pregio, e ciascuno studiavasi sommamente che
la sua nave primeggiasse di gran lunga o per qualche bella fregiatura
o per velocità. I soldati poi da sbarco erano stati scelti con ottime
leve, e gareggiavano tra loro con gran cura della bellezza delle armi e
delle altre cose che riguardavano la persona. A ciò aggiugnevasi ancora
gran competenza scambievolmente negli uffici assegnati a ciascuno, di
qualità che pareva quella piuttosto una mostra di potenza e di forza
a petto agli altri Greci, che un apparecchio contro a’ nemici. Ed in
vero se alcuno vorrà computare le pubbliche spese della città e quelle
private dei soldati; cioè quanto alla città le spese già fatte di prima
e l’equipaggio con che spediva i generali; quanto ai particolari,
quel che ognuno aveva speso per la sua persona, e i trierarchi per
la propria nave, e quel che erano ancora per ispendere; e di più ciò
che oltre al soldo del Comune ciascuno naturalmente si procurava pel
viatico, trattandosi di lunga spedizione, e ciò che ogni soldato o
altro navigante portava seco per farne commercio; troverà molti talenti
in tutti essersi portati fuori di patria. Così questa armata più che
per la maggioranza dell’esercito, a confronto de’ nemici contro i quali
andava, fu famigerata per lo stupendo ardimento e per la splendida
comparsa, ed eziandio perchè quello era il tragitto più lontano dal
proprio paese, ed intrapreso con speranza troppo grande delle cose
avvenire, avute riguardo alle forze presenti.

32. E poichè le navi furono piene di soldati con entro tutto ciò che
partendo doveano portar seco, fu dalla tromba intimato il silenzio;
e le consuete preghiere prima di salpare non si facevano da ciascuna
nave in particolare, ma da tutta insieme la flotta all’intonazione
dell’araldo. Poi con tazze d’oro e d’argento i soprassaglienti e i
capitani libavano il vino mesciuto in grandi vasi per tutta l’armata, e
di sul lido si univa alle loro preci l’altra moltitudine di cittadini e
di quanti erano loro benevoli. Cantato quindi il Peana diedero le vele
ai venti; e da prima movendo le navi in fila presero subito a gareggiar
nel corso sino ad Egina, e si affrettavano di giungere a Corfù, ove
doveano far capo le altre truppe alleate. Intanto a Siracusa venivano
nuove da molte parti della mossa della flotta, e con tutto questo per
un pezzo non ne credevano nulla. Ma tenutasi adunanza, varii parlarono
secondo il loro avviso, stimando alcuni vera la spedizione degli
Ateniesi, altri contradicendo: ed Ermocrate di Ermone persuaso di esser
bene informato di tali cose, orò facendo queste esortazioni.

33. «Parrà forse che io, siccome alcuni altri, dica cose incredibili,
se vi do per vera la mossa della flotta nemica. So che chi dice ed
annunzia ciò che non ha faccia di credibile, non solo non persuade, ma
passa ancora per dissennato: nientedimeno, pericolando la Repubblica,
non vo’ per questo timore rimanermi, essendo io convinto di parlare
con più chiare notizie degli altri. Sì, gli Ateniesi (di che voi
grandemente maravigliate) vengono contro noi con grosso esercito
marittimo e terrestre, sotto colore di soccorrer come alleati gli
Egestei, e di far rimpatriare i Leontini; ma nel vero perchè bramano
la Sicilia, e principalmente la città nostra, presa la quale credon
facile occupare il rimanente. Per lo che aspettateveli qui ben
presto, e vedete qual sia il modo più decoroso per resister loro, e
non vogliate, dispregiandoli, lasciarvi cogliere alla sprovvista;
o non credendo a me trascurare l’universale. Se poi vi ha chi mi
creda, costui non si sgomenti dell’audacia e potenza loro; perchè e’
non potranno più danneggiar noi che toccarne. La loro stessa venuta
con numerosa flotta non è senza nostro vantaggio; anzi tanto meglio
rispetto agli altri Siciliani, che impauriti di quella vorranno con più
prontezza collegarsi con noi. E se noi potremo o disfarli o respingerli
colle mani vuote di ciò che bramano (nè io temo perdio che abbiano a
conseguire quel che si aspettano) ci verrà fatta la più bella delle
imprese, che quanto a me non dispero. Poche sono le armate o di Greci
o di barbari che andate molto di lungi dal proprio paese abbiano avuto
buon successo: perchè esse non vanno colà in maggior numero degli
abitanti e de’ vicini, che tutti per la paura si riuniscono. E se per
mancanza di viveri rovinano in paese straniero, tutto che per lo più
cadano per propria colpa, pure lasciano rinomanza ai popoli insidiati.
Così questi stessi Ateniesi nei molti e non presumibili tracolli del
Medo, crebbero per la fama che egli andasse sol contro Atene: e noi non
dobbiam disperare che possa accaderci altrettanto.

34. «Laonde facciam cuore e prepariamo qui le cose nostre; mandiamo
ai Siculi per confermar meglio alcuni e per procurarci l’amicizia e
la lega di altri; inviamo legati al resto di Sicilia mostrando che
il pericolo è comune, ed in Italia acciò facciano alleanza con noi,
o almeno non ricevano gli Ateniesi. Credo anche ben fatto spedire a
Cartagine, perchè anche là pur troppo si aspettano e sono sempre in
timore che gli Ateniesi o prima o poi non assaltino la loro città:
talchè forse, al riflettere che non dandosi cura di queste cose
potrebber trovarsi anch’essi in travaglio, vorranno soccorrerci o di
furto o alla scoperta, o in qualunque altro modo. E certo, volendo,
possono farlo più di tutti i popoli d’ora, perchè hanno molto oro ed
argento, che come sono l’anima delle altre cose, così lo sono della
guerra. Mandiamo eziandio a Sparta e a Corinto pregandoli di pronto
soccorso per qua, e di mover la guerra nell’Attica. Ma non voglio
tacervi qual io mi tenga miglior partito; benchè voi non l’approverete
tostamente per la vostra solita infingardia; cioè che noi Siciliani
tutti insieme, se vorremo, o almeno moltissimi con esso noi, messo
in mare quel che abbiamo di flotte andiamo col foraggio per due mesi
ad incontrar gli Ateniesi a Taranto e al capo Iapigio, ed a far loro
chiaro che non avranno prima a combattere per la Sicilia, ma per
aprirsi il passaggio dell’Ionico. In questo modo gli sbigottiremo
sommamente, e li ridurremo a pensare che noi difensori della patria
avremo un ridotto, onde muoverci, in terra amica quale è Taranto
ove saremo ricevuti; che essi dovranno valicar molto mare con tutti
gli apparecchi: che difficilmente la loro flotta potrà mantener
l’ordine per la lunghezza del tragitto, e che movendosi lentamente ed
assaltandoci alla spartita, noi potremo con vantaggio assalirla. Nel
caso poi che votate le navi leggere vengano con queste più serrate ad
assalirci, allora se useranno dei remi, gl’investiremo già stanchi; e
dove non ci piaccia, potremo ritirarci a Taranto. Ed essi intanto che
avranno fatto quel tragitto con iscarse provvisioni, quasi si trattasse
di una battaglia navale, saranno sorpresi dalla carestia in luoghi
deserti, ove rimanendo saranno assediati; tentando di proseguire il
corso dovranno abbandonare gli altri apparecchi e perdersi d’animo,
non avendo la sicurezza che le città vogliano riceverli. Laonde io
stimo che ristretti da questi pensieri, neanche sciorranno da Corfù: ma
mentre deliberano e vanno spiando quanti e dove siamo, si troveranno
dalla stagione spinti nell’inverno; e attoniti del nostro inaspettato
ardimento porranno fine alla navigazione. E ciò tanto più quanto che
(come sento) il più esperto de’ loro generali li conduce a malgrado, e
volentieri piglierebbe il pretesto di veder per parte nostra che noi
abbiamo di che stargli a petto. Io son certo che di noi avranno nuove
maggiori di nostre forze: or le opinioni degli uomini vanno dietro
alla fama, e più si teme chi primo assale, che chi per tempo mostrasi
pronto a ributtar l’assalitore; perchè lo crediamo pari a noi nel
cimento. E tal sarà ora degli Ateniesi: conciossiachè dispregiandoci
giustamente perchè non ci siamo uniti co’ Lacedemoni a distruggerli, ci
vengono contro come a gente che non sappia difendersi. Ma se vedranno
l’inaspettato nostro ardire, saranno più atterriti da questo impensato
coraggio, che dal vero ragguaglio di nostre forze. Seguite adunque
il mio consiglio soprattutto di mostrar questo ardire, o almeno di
apparecchiar prontamente le altre cose per la guerra; richiamatevi
tutti alla mente che il disprezzo per l’assalitore si mostra dal vigere
dei fatti, e che sarà nostro grandissimo bene se per quanto stimiamo
sicurissimi i preparamenti fatti per paura, nondimeno opereremo come
se fossero mal sicuri. Ma già i nemici ci muovono incontro, già, lo so
bene, sono in corso, già già son presenti.»

35. Con tanta forza parlò Ermocrate, e nel popolo siracusano fuvvi gran
repetìo, dicendo alcuni che gli Ateniesi non verrebbero in nessun modo,
e che false erano le cose recitate da Ermocrate; altri che quand’anche
venissero sarebbe più il danno che riceverebbero di quello che
farebbero; altri poi dispregiavano affatto e volgevano in riso la cosa.
Pochi vi erano che credessero ad Ermocrate, e temessero del futuro. Ma
Atenagora, capo del popolo ed allora per la sua facondia accettissimo
alla moltitudine, fattosi fra loro innanzi disse queste parole:

36. «Chi non desidera che gli Ateniesi sieno giunti a tanto di
stoltezza da venir qua per mettersi nelle nostre mani, o è un vile, o
non vuol bene alla patria. Di quelli poi che vi annunziano tali cose
e vi sbigottiscono, io ammiro non l’audacia, ma la dabbenaggine, se
credono non manifestarsi quali sono. Imperciocchè quei che temono
di qualche cosa in particolare, vogliono mettere in costernazione
la città, per abbuiare la propria colla paura comune. Ed or tali
nuove vanno a parare a questo: esse non si spargono da per sè, ma
sono composte da gente che siffatti movimenti di continuo rimugina.
Voi però, se avrete senno, farete ragione di quel che può avvenire,
considerandolo non dalle novelle che costoro vi arrecano, ma da ciò
che dovran fare uomini sottili e di molte cose esperti, quali io tengo
gli Ateniesi. E vinca il vero, non è credibile che vogliano lasciarsi
dietro i Peloponnesi, e senza aver per anche acconciata stabilmente
la guerra di là, venire spontaneamente ad un’altra non minore; e si
contenteranno, a mio avviso, che noi con tante e sì grandi città non
andiamo contro di loro.

37. «Se poi, siccome è fama, ci verranno, credo che la Sicilia tanto
più del Peloponneso sia sufficiente a debellarli, in quanto è meglio
fornita di tutto; e che la città nostra da sè sia molto più potente
dell’armata che ora, siccome dicono, c’invade, foss’ella due cotanti.
Io so infatti che non avranno seco cavalli (e non potranno procacciarli
di qui tranne pochi dagli Egestei), nè soldatesca grave numerosa al par
della nostra, dovendo essi venire sulle navi. Imperciocchè è di per se
stesso gran cosa il condursi qua per sì lungo tragitto colle sole navi
leggere, e trasportare tutti gli altri apparati che abbisognano contro
sì fatta città; i quali certo non denno esser pochi. Laonde tanto
discordo dagli altri colla mia opinione, da pensare anzi, che qualora
pure venissero qua possedendo città di egual potenza con Siracusa, e
ci facessero guerra abitando a confine, appena potrebbero non esser
totalmente disfatti. Quanto più poi lo saranno trovando nemica tutta
Sicilia che si unirà contro loro, i quali dovranno usare solo di
accampamenti piantati colle navi e di meschine trabacche e del solo
necessario apparecchio, donde non potranno molto scostarsi, perchè
impediti dai nostri cavalli. Insomma io stimo che non potranno nemmeno
pigliar terra, tanta è, a mio credere, la superiorità di nostre forze.

38. «Ma gli Ateniesi che pensano su di ciò come io dico, son certo che
vogliono conservare il loro stato; e tali cose che non hanno nè aver
possono consistenza vengono spacciate da alcuni di qui, i quali non
ora per la prima volta, ma sempre li ho veduti desiderosi di occupare
il dominio della Repubblica collo spaventarvi o mediante tali ciance
e di più maligne ancora, o col terrore dei fatti; e, perdio, temo non
abbia una volta a seguir l’effetto dei loro replicati sforzi; e noi
non siamo da tanto per guardarci innanzi di patir ciò, nè per punirli
quando scuopriamo le loro trame. Però poco riposa la città nostra, ed
è soggetta a molte sedizioni e contrasti più contro se medesima che
contro i nemici, e talora contro a tirannidi e ingiuste signorie. Delle
quali malvagità, ove vogliate assecondarmi, mi sforzerò che neppur
una intervenga a’ tempi nostri; userò con voi popolo le persuasioni,
e coi macchinatori di tali scelleratezze il castigo, non solo quando
sien colti in sul fatto, (che è difficile coglierveli), ma eziandio
quando meditino qualche cosa, e non possano eseguirlo. Conciossiachè
non si vuol punire il nemico solo di quel che commette, ma ancora
preoccuparne i pensieri, ove pur con tutta la precauzione ti riesca non
essere offeso. Scuoprirò poi all’occorrenza i fautori dell’oligarchia;
veglierò sopra loro, li istruirò; parendomi queste le maniere più
profittevoli al rimuoverli dal misfare. Ed in fè vostra, o giovani
(cosa che spesso ho tra me considerato), dite che mai volete? forse
aver subito parte al governo? Ma il vieta la legge, e tal legge è
stabilita piuttosto in riguardo alla vostra insufficienza che per farvi
disonore. O volete forse non stare alla pari col popolo? Ma come è egli
giusto che uomini tra sè eguali non abbiano eguali diritti?

39. «Dirà taluno che la democrazia manca di accorgimento e di
giustezza, e che i denarosi sono i più idonei a comandare ottimamente:
ed io rispondo, primo che il nome popolo comprende tutto lo Stato,
quello d’oligarchia una parte; di poi che i migliori custodi del denaro
sono i ricchi, consiglieri ottimi i saggi, ed ottimo giudice il popolo,
inteso che abbia le cose. E tutte queste classi di cittadini, sì in
diviso sì in comune, trovano eguaglianza nella democrazia; laddove
l’oligarchia fa parte de’ pericoli al popolo; quanto però ai vantaggi,
non solo la maggior parte, ma anche tutti glieli toglie e gli usurpa
per sè. Ecco quello di che si brigano tra voi i potenti ed i giovani,
ma che è impossibile ad ottenere in città grande. Anzi, o gente
dissennata sopra tutte, voi fin d’ora vi mostrate o i più imbecilli di
quanti Greci conosco, se non vi accorgete che così correte alla rovina;
o i più ingiusti se sapendolo, nondimeno l’osate.

40. «Laonde istruiti dalle mie parole, ovvero mutando proponimento,
aumenterete il bene della Repubblica comune a tutti, se andrete
convinti che i buoni tra voi ne avranno eguale anzi maggior frutto che
non la moltitudine; dove pensando altramente risicherete di restar
privi di tutto. E cessate da tali nuove, persuasi che noi presentiamo
la mente vostra, e che lasceremo che ne segua l’effetto. Imperciocchè
ove pur vengano gli Ateniesi, questa città saprà respingerli in modo
degno di lei; ed a noi sono capitani che a ciò provvederanno. Che se
nessuna di tali cose è vera (com’io non dubito), la città non vorrà
mica sbigottire delle vostre novelle, nè scegliendo voi a capitani
imporsi spontanea schiavitù. Che anzi consultando da per sè, punirà
i discorsi vostri come equivalenti ai fatti, nè si lascerà torre la
libertà presente coll’udir voi, ma guardandosi di fatto coll’impedire i
disegni vostri, procaccierà di conservarla.»

41. Così parlò Atenagora; ed alzatosi uno de’ generali non volle che
alcun’altro si facesse avanti, e nel caso presente disse egli stesso:
«non esser prudenza che alcuni si dicano de’ motti scambievolmente,
e che gli uditori vi acconsentano; ma quanto alle cose annunziate
ciascuno in particolare e la città tutta insieme dover vedere come
prepararsi condegnamente a respingere il nemico assalitore. E se nulla
verrà a bisogno non tornerà in danno che il Comune si sia provvisto
di cavalli e di armi e d’ogni altra cosa di che si allegra la guerra.
Noi generali avremo cura di queste forze, e ne faremo il novero, e
procureremo di spedir gente ad osservare le città, e quant’altro sembri
opportuno. E già in parte vi abbiamo pensato, e tutto ciò che sapremo
lo riferiremo a voi.» Avendo così parlato il generale, i Siracusani si
sciolsero dall’adunanza.

42. E già gli Ateniesi con gli alleati erano tutti a Corfù, ove i
capitani fecero primieramente la rassegna dell’armata, e l’ordinarono
nel modo col quale dovea far porto e pigliar campo. La divisero in tre
squadre, per ognuna delle quali gittarono le sorti, affinchè assegnata
ciascuna squadra ad un capitano, tenendo l’alto non avessero a mancare
di acqua e di porti e di provvisioni nei luoghi di fermata, ed affinchè
nel restante serbassero più esatta disciplina, e più facilmente
obbedissero ai comandi. Dipoi spedirono innanzi tre navi in Italia e in
Sicilia ad intendere quali città vorrebbero riceverli; ed ordinarono
ad esse di tornar per tempo a raggiungerli per approdare secondo gli
avvisi che riceverebbero.

43. Dopo le quali cose finalmente gli Ateniesi sciolsero da Corfù
per tragittare in Sicilia con apparato sì grande, cioè con cento
trentaquattro triremi in tutte, e due navi di Rodi a cinquanta remi.
Di queste triremi cento erano da Atene, sessanta leggere, e quaranta
per trasportar le truppe: il restante della flotta parte era de’ Chii,
parte degli altri alleati; ed avevano a bordo cinquemila cento soldati
gravi fra tutti. Mille cinquecento di questi erano proprio del ruolo
d’Atene, con più settecento servi per combattere di sulle navi. Quanto
agli altri alleati che concorsero a questa spedizione, ottocento ne
vennero vassalli d’Atene, degli Argivi cinquecento, e dugento cinquanta
de’ Mantineesi co’ mercenari. Gli arcieri erano in tutti ottanta e
quattrocento, e di questi gli ottanta erano Cretesi; e settecento
frombolieri di Rodi, e centoventi banditi di Megara armati alla
leggera. Una sola nave conduceva a bordo trenta cavalieri.

44. Cotanta era la prima armata che navigava a questa guerra, e ad
essa tenevan dietro trenta barche annonarie con viveri e panattieri
e muratori e fabbri, e tutto il necessario a fabbricare, più cento
legni astretti a convogliare le barche. Molti altri navigli e barche
andavano spontanee di conserva coll’armata per far mercatura, e tutti
insieme da Corfù tragittarono il seno ionico. Ed essendo tutta intera
l’armata approdata al capo Iapigio, e a Taranto, e ovunque ciascuno
potè, costeggiavano l’Italia, non volendo le città riceverli nè dentro
le mura nè al mercato, ma solo permettendo loro di fare acqua e stare
alla rada; le quali cose non concessero nè Taranto nè i Locresi.
Finalmente pervennero a Reggio, promontorio d’Italia, e qui oramai
si riunivano; e non essendo accolti in città, acconciarono il campo
al di fuori, nel luogo consacrato a Diana, ove fu loro accordato il
mercato; e tirate in sull’asciutto le navi stavano quieti. Tennero
anche parola, coi Regini che essendo Calcidesi dovevano aiutare i
Leontini che pur erano Calcidesi; ed ebbero in risposta ch’e’ volevano
starsene di mezzo, e che farebbero tutto quello di che convenissero gli
altri Italiani. Frattanto gli Ateniesi pensavano quale fosse il miglior
modo da seguitare per le cose di Sicilia, ed aspettavano da Egesta le
navi spedite innanzi, volendo chiarirsi se veramente vi erano quelle
ricchezze, di che gli ambasciatori parlarono in Atene.

45. In questo i Siracusani da molti luoghi e dagli esploratori avevano
già chiare notizie che la flotta era a Reggio; e senza più dubitare
attendevano con tutto l’animo a prepararsi siccome è solito in tali
urgenze, e spedivano in giro ai Siculi, dove presidi, dove legati,
e mettevano guarnigioni nei castelli del paese all’intorno, ed
esaminavano se l’interno della città fosse in buon punto, facendo la
rivista dell’armi e de’ cavalli; e tutto il restante ordinavano come
per pronta guerra, e poco meno che presente.

46. Ma le tre navi spedite anticipatamente, tornano da Egesta a
Reggio e riferiscono agli Ateniesi non esistere il denaro promesso, e
solo vedervisi trenta talenti. I generali si persero subito d’animo,
sì perchè avean trovato quel primo incaglio, sì ancora perchè i
Regini, dai quali aveano cominciato il primo invito, non avean voluto
unirsi con loro, quantunque ciò dovea grandemente sperarsi per esser
consanguinei co’ Leontini, e con essi in amicizia. Tali nuove degli
Egestei furono per Nicia quali se le aspettava, ma per gli altri due
generali furono fuor dell’opinione. Imperciocchè gli Egestei, quando
andarono ad essi i primi ambasciatori ateniesi per osservarne le
ricchezze, usarono quest’inganno. Li condussero ad Erice nel tempio di
Venere, e mostrarono loro i voti, le tazze, i vasi, gl’incensieri e gli
altri molti arredi, che essendo d’argento facevano di sè troppo gran
mostra di ricchezza, rispetto a poco valore di essi. E negli inviti
ospitali che facevano i particolari a quei delle triremi, riunivano
tutti i vasi d’oro e d’argento che erano in Egesta, ed eziandio quelli
chiesti alle città vicine fenicie e greche, e li producevano nei
conviti, come se appartenessero a ciascuno in privato. Cosicchè usando
tutti ordinariamente dei medesimi, e però vedendosene molti da per
tutto, indussero grande stupore negli Ateniesi andativi sulle triremi,
i quali giunti ad Atene divulgarono aver viste ricchezze inestimabili.
In questo modo ingannati costoro, e persuasi gli altri del medesimo
inganno, allorchè andò la voce non esservi denari in Egesta, erano
vituperati grandemente dai soldati. Ma i generali andavano deliberando
del presente stato di cose.

47. La mente di Nicia era doversi navigare con tutta l’armata a
Selinunte, ove principalmente erano inviati; e se gli Egestei
somministrassero il denaro per tutto l’esercito governarsi secondo
quello; altrimenti esiger da loro il foraggio per le sessanta navi
richieste, fermarsi a Selinunte, riconciliarla con gli Egestei o per
forza o per accordo; e allora scorrere per le costiere delle altre
città, e mostrare così la potenza della Repubblica ateniese. Quindi,
fatto conoscere il proprio zelo per gli amici e confederati, tornare
a casa; salvo che nel caso di potere in breve tempo e per qualche
imprevista opportunità recar giovamento ai Leontini, o farsi amica
alcuna delle altre città; e così non spendere del suo con pericolo
della Repubblica.

48. Alcibiade all’opposto diceva che dopo essersi messi in mare con sì
grossa armata, non volevasi partire turpemente e senza effetto, ma si
spedissero araldi alle varie città (tranne Selinunte e Siracusa), e si
tentassero gli animi dei Siculi, parte per ribellarli ai Siracusani,
parte per farseli amici acciò si ottenessero soldati e frumento: si
cominciasse dal persuadere Messina situata acconciamente per passare
ed approdare in Sicilia, e fornita di porto e di ricovero sufficiente
per l’armata; e procacciatisi l’amicizia delle città, e sapendo con chi
ciascuna si unirebbe alla guerra, si andasse subito contro Siracusa
e Selinunte, ove questa non s’accordi con gli Egestei, e l’altra non
permetta ai Leontini di rimpatriare.

49. Lamaco poi diceva apertamente che bisognava navigare a Siracusa,
e combatter prontamente la città mentre è tuttora sprovvista e
nel massimo sbigottimento: ed ogni esercito essere alla prima
formidabile; se poi indugia a mostrarsi, la gente ripiglia cuore,
e quando si mostri lo dispregia maggiormente; che se assalissero
all’improvviso i Siracusani mentre attoniti ciò si aspettano, affermava
che facilmente li vincerebbero, e ad ogni modo gli spaventerebbero
coll’aspetto dell’esercito (che certo ora comparirebbe grandissimo),
e coll’espettativa de’ danni che avranno a soffrire, e soprattutto
col subitaneo pericolo della battaglia. Soggiungeva che senza dubbio
avrebbero sorpresa molta gente alla campagna, perchè non si credeva
alla loro venuta; e dato anco che si ricovrassero entro le mura,
l’esercito, padrone del territorio, non mancherebbe del bisognevole
quando si fermasse all’assedio della città. Allora gli altri Siciliani
tanto più ricuseranno di unir le armi loro co’ Siracusani, e si
accosteranno agli Ateniesi senza aspettar di vedere qual de’ due
ottenga vittoria. Finalmente diceva che in caso di doverne partire e
mettersi all’ancora, doveasi aver per sicuro ridotto alle navi Megara,
luogo abbandonato e poco lontano da Siracusa, sì per mare che per terra.

50. Quantunque Lamaco avesse parlato così, pure si accostò anch’egli al
consiglio di Alcibiade, il quale dipoi andò colla sua nave a Messina,
e parlò dell’alleanza coi Messinesi. E perchè non gli potè persuadere,
ed anzi gli dissero chiaro che non riceverebbero gli Ateniesi in città,
e solo al di fuori gli accorderebbero il mercato, ritornò a Reggio. I
generali, armate subito tra tutte sessanta navi e preso il bisognevole,
passarono a Nasso, lasciando in Reggio uno di loro col resto
dell’armata. Accolti in città dai Nassii seguitarono il corso verso
Catana, ove dai Catanesi non furono ricevuti, perchè in città vi erano
dei fautori di Siracusa, e vennero al fiume Teria e vi pernottarono.
Il giorno dopo colle altre navi attelate in una sola fila si avviarono
versa Siracusa; e già ne aveano spedite innanzi dieci perchè nel loro
corso osservassero se alcun naviglio fosse tirato in mare, e perchè
avanzandosi dappresso bandissero da bordo, che arrivavano gli Ateniesi
a rimettere nella patria i Leontini per titolo d’alleanza e parentela;
e che però quanti Leontini si trovavano a Siracusa si accostassero
senza timore agli Ateniesi come ad amici e benefattori. Avendo bandito
ciò, esaminarono la città ed i porti ed il paese all’intorno, per
vedere donde avessero a muovere le armi, e rinavigarono a Catana.

51. I Catanesi, tenuta adunanza, non vollero dar ricovero all’esercito
in città, ma introdotti i generali intimarono loro di dire quel che
volessero. Ed essendosi Alcibiade fatto a parlare, tutta la gente di
città si rivolse verso l’assemblea; per lo che i soldati furtivamente
sfondarono una postierla mal rimurata, ed entrati in città si fermarono
nella piazza. Laonde que’ pochi tra’ Catanesi che parteggiavano per
Siracusa, impauriti subito oltre modo al veder dentro l’esercito, si
trafugarono; e gli altri fermarono alleanza con gli Ateniesi, e gli
confortarono di condur là da Reggio il rimanente dell’esercito. Dopo di
che gli Ateniesi navigarono a Reggio, donde, con tutto l’esercito si
mossero alla volta di Catana, ed arrivati che furono vi piantarono il
campo.

52. Ivi avendo avuto nuova da Camarina che se andasser colà quella
città si renderebbe, e che i Siracusani allestivano la flotta,
andarono prima con tutta l’armata a Siracusa. E non trovandovi veruno
apparecchio di navi tornarono indietro a Camarina, fermaronsi al lido
e spedirono un araldo che da’ Camarinesi non fu ricevuto, allegando il
giuramento di non raccettare gli Ateniesi se non con una sola nave,
tranne il caso che ne avessero chiamati di più essi medesimi. E però
andata a vuoto la cosa gli Ateniesi partirono, ed approdarono ad una
terra del siracusano e vi fecero saccheggio: ma poi sopraggiunta la
cavalleria de’ Siracusani, che uccise alcuni soldati leggeri qua e là
sparsi, si ricondussero a Catana.

53. Colà trovarono la nave salaminia venuta da Atene per Alcibiade,
coll’ordine ch’ei tornasse a difendersi di ciò onde la città lo
accusava, e per alcuni altri soldati del suo seguito, parte designati
come profanatori de’ misteri, parte come complici nel fatto de’
Mercuri. Imperciocchè, dopo la partita della flotta, gli Ateniesi non
si erano rimasti dal far ricerca quanto al delitto de’ misteri e de’
Mercuri; e qualunque fossero gli accusatori in mezzo a quei sospetti,
tutti gli udivano. Cosicchè dando fede a gente malvagia, i più onesti
cittadini arrestavano e imprigionavano, stimando meglio investigare e
chiarirsi di questi fatti, di quello che l’accusato (fosse egli pur
creduto dabbene) avesse ad uscirne impunito, considerata la malvagità
del delatore. Ed il popolo che sapeva per udita come la tirannide di
Pisistrato e de’ suoi figli si era da ultimo resa grave, e di più era
stata abbattuta non dai cittadini o da Armodio, ma dagli Spartani,
temeva sempre e sospettava di tutto.

54. Ed invero Aristogitone ed Armodio si accinsero a quell’ardito
fatto a causa d’un’avventura amorosa, col narrar la quale stesamente,
io intendo di mostrare che nè gli altri nè gli stessi Ateniesi nulla
raccontano di esatto intorno ai loro tiranni ed a questo avvenimento.
Dico adunque, che venuto a morte Pisistrato già vecchio e in possesso
della tirannide, gli successe nel comando non Ipparco, come si crede
generalmente, ma Ippia fratello maggiore; e che allora essendo
Armodio in fiore di bellezza e gioventù, di lui innamorossi un tale
Aristogitone, cittadino di mezzana condizione che presso di sè lo
teneva. Armodio poi tentato inutilmente da Ipparco di Pisistrato,
riferì la cosa ad Aristogitone, il quale fuor di modo punto d’amore,
e temendo che Ipparco usando di suo potere non avesse ad indurvelo
a forza, con quel credito che godeva disegnò subito di abolir la
tirannide. Frattanto Ipparco tentato nuovamente Armodio e sempre senza
pro, si preparava ad oltraggiarlo in un modo coperto, senza parer
di farlo per quella sua repulsa, siccome quegli che non voleva usar
violenza. Conciossiachè nel resto di suo governo non era grave al
popolo, ma si diportava senza mal contento de’ cittadini: e certamente
tutti quei tiranni esercitarono lungamente virtù e prudenza. E benchè
esigessero dagli Ateniesi solo il ventesimo delle rendite, pure
adornarono in bel modo la città, ed amministrarono le guerre e i
sacrifizi nei templi. Del rimanente la città usava le leggi stabilite
di prima, se non che essi si davano cura che fosse sempre in carica
qualcuno de’ suoi. E tra gli altri che ebbero in Atene la carica
annuale di arconte fu ancora Pisistrato figliolo d’Ippia stato tiranno,
e chiamato col nome stesso dell’avolo; il quale, quando era arconte,
innalzò nella piazza l’altare de’ dodici Dei e quello d’Apollo nel
luogo sacro ad Apollo Pitio. Ed in seguito il popolo d’Atene fatta
un’aggiunta con cui estese l’altare della piazza, cancellò l’appostavi
iscrizione; ma quella d’Apollo Pitio si scorge ancora, sebbene con
caratteri sparuti, e dice così:

    Figlio d’Ippia Pisistrato nel luogo
    Sacro ad Apollo da Piton nomato[87]
    Di suo governo tal memoria pose.

55. Che poi Ippia come maggiore avesse il comando posso io accertarlo
sapendolo anche d’udita più esattamente degli altri; ed ognuno dovrà
andarne convinto da questo, che tra’ fratelli legittimi solo egli
apparisce aver avuto figlioli, come mostra l’ara e la colonna eretta
nella rocca d’Atene in memoria della iniquità de’ tiranni, nella
quale non è descritto alcun figlio nè di Tessalo nè d’Ipparco, ma
bensì cinque d’Ippia che egli ebbe da Mirrine figliola di Callia
d’Iperochida. E certo Ippia come maggiore dovea essere il primo ad
ammogliarsi. Inoltre nella prima colonna egli è notato il primo dopo
suo padre, nè senza ragione, avvegnachè fosse il maggiore e gli
succedesse nella signoria. Anzi per me credo che Ippia non avrebbe
potuto in quel frangente ritener con facilità il dominio, se Ipparco
fosse morto quando avea nelle mani il comando, ed egli vi si fosse
stabilito il giorno medesimo. Ma all’opposto per l’uso che innanzi
aveva del comando, e pel timore che di sè metteva nei cittadini,
e per la diligente guardia de’ suoi satelliti, avrà con tutta
sicurezza ritenuto l’imperio; nè qual fratello minore si sarà trovato
avviluppato, come se di prima non fosse stato avvezzo continuamente al
governo. Ipparco poi accadde che diventò famoso per la sventura di quel
caso, ed ebbe voce tra’ posteri di occupata tirannia.

56. Ipparco adunque, siccome aveva in animo, fece oltraggio ad Armodio,
che non aveva aderito alle sue instigazioni, in questo modo. Invitarono
una sorella di lui a venire a portare la cestella in una tal pompa, e
poi la discacciarono dicendo non averla mai invitata siccome quella
che n’era indegna; lo che dispiacque forte ad Armodio, e più di lui ne
restò esacerbato Aristogitone per l’amore che gli aveva. E già avevano
essi ordinato co’ loro complici ogni altra cosa spettante al fatto; se
non che aspettavano le grandi feste Panatenee, nel qual giorno solo la
riunione de’ cittadini armati ad accompagnare la pompa non dava materia
di sospetto. Armodio ed Aristogitone doveano dar la mossa, e gli altri
si sarebbero subito uniti ad aiutarli, per difenderli dai satelliti.
Nè i congiurati erano molti per riguardo alla propria sicurezza,
imperocchè speravano che anche gli altri i quali non erano a parte
della congiura, trovandosi armati, al più piccolo romore si sarebbero
subito uniti cupidamente a mettersi in libertà.

57. Venuto il dì della festa, Ippia accompagnato dalle sue guardie
disponeva fuori di città, nel così detto Ceramico, il modo col quale
dovea procedere ciascuna cosa destinata per la pompa; ed Armodio e
Aristogitone con dei pugnali si avanzavano per fare il colpo. Ma
vedendo uno dei loro congiurati parlar familiarmente con Ippia, che con
tutti era di facile abbordo, impaurirono e si tennero scoperti e poco
meno che arrestati. E però prima di esserlo in effetto determinarono,
se possibil fosse, di vendicarsi d’Ipparco che gli aveva offesi, e
per cui arrischiavano tutto. Onde senza più, corsi dentro la porta
s’imbatterono in Ipparco presso il così detto Leocorio, e posto giù
ogni riguardo tosto l’assalirono; e spinti entrambi dal più gran
furore, questi per gelosia, quegli per l’oltraggio, lo feriscono
e l’uccidono. Aristogitone si sottrasse subito alle guardie per
essere accorsa gran folla, ma poi fu arrestato e non la passò troppo
leggermente: Armodio restò ucciso in sul fatto.

58. Riferita la cosa ad Ippia nel Ceramico, egli, prima che nulla ne
traspirasse, essendo il luogo a qualche distanza, si portò subito non
dove era seguita la cosa, ma verso i cittadini armati, che dovevano
accompagnare la pompa. E compostosi in volto in modo da non dare
indizio del misfatto, additò loro un luogo, e ordinò che lasciate le
armi vi si recassero. Infatti i cittadini credendo che egli avesse
qualche cosa a dire vi andarono; ed allora Ippia fatte prender quelle
armi dalle sue guardie, ne arrestò quanti stimava complici della
congiura, e quanti vi si trovavano col pugnale, avvegnachè tali pompe
si solessero accompagnare solamente collo scudo e coll’asta.

59. In tal maniera questa trama prese cominciamento da un disgusto
amoroso, e lo sconsigliato ardire di Armodio ed Aristogitone da quel
forte ed improvviso timore. Dopo questo fatto la tirannide si fece più
grave agli Ateniesi. Ed Ippia impaurito maggiormente fece morire molti
cittadini, e portava il suo sguardo al di fuori per vedere di trovare
da qualche parte di che assicurarsi, se mai succedesse una rivoluzione.
Però dopo questo caso sposò la sua figliola Archedice con Eantide
d’Ippocle tiranno di Lamsaco (egli ateniese con uno di Lamsaco) perchè
sapeva tal famiglia essere assai potente presso il re Dario. E vi è in
Lamsaco il monumento di lei con questa iscrizione:

    Tal polve copre Archedice, la figlia
    D’Ippia, a’ suoi dì fra tutti i Greci il primo;
    Che sebbene di regi e figlia e suora
    E sposa e madre non ne andò superba.

Ippia tenne ancora tre anni la tirannia d’Atene; il quarto anno ne fu
spogliato dai Lacedemoni e dai banditi discendenti d’Alcmeone, e con
salvocondotto si ritirò a Sigeo, quindi a Lamsaco presso Eantide, e di
lì presso il re Dario, donde vent’anni dopo già vecchio partissi, e coi
Medi militò a Maratona.

60. Le quali cose considerando il popolo ateniese, e rammemorandone
tutte le circostanze che sapeva d’udita, era allora fiero e sospettoso
con gl’imputati della profanazione dei misteri, e credeva tutto ciò
essersi commesso per cospirazione di stabilire l’oligarchia od anche la
tirannide. E adirati come erano per questo appunto, avevano già nelle
carceri molti e de’ più reputati cittadini; nè pareva che volessero far
sosta; ma ogni giorno montavano in più ferocità, e più gente ancora
arrestavano. Frattanto uno dei detenuti creduto colpevolissimo viene
indotto da un altro imprigionato insiem con lui a dinunziare i complici
(fosse vero o no, che vi sono congetture pro e contro, e nessuno nè
allora nè poi può dir nulla di certo intorno ai rei del misfatto), e
ve lo induce col dirgli che anche non reo doveva prendere l’impunità
e salvarsi, e liberare la città dai presenti sospetti; essendochè più
sicuramente egli avrebbe salvezza confessando con l’impunità, di quello
che negando subire il giudizio. Allora egli scuopre sè ed altri rei
del fatto de’ Mercuri; e il popolo ateniese contento d’aver saputo il
vero, come credeva, laddove prima era indispettito del non conoscere
gl’insidiatori del governo democratico, mise subito in libertà il
delatore e con esso tutti gli altri da lui non accusati. E fatto il
giudizio degl’incolpati, uccisero tutti quelli che poterono arrestare,
e bandirono una taglia per chi ammazzasse quelli che condannati a morte
erano fuggiti. In questo modo restò incerto se i giustiziati furono
o no puniti ingiustamente; nulladimeno il rimanente della città ne
risentì evidentissimo vantaggio.

61. Ma tornando ad Alcibiade, siccome i medesimi suoi nemici, che prima
della spedizione l’avevano attaccata con lui, insistevano, gli Ateniesi
la presero fieramente contro esso. E poichè giudicavano di aver
certezza del fatto dei Mercuri, molto più pareva che la profanazione
de’ misteri onde veniva imputato fosse stata fatta da lui per lo stesso
fine, e per cospirazione d’abolire il governo popolare. Imperciocchè
mentre essi erano in perturbazione per quei processi un piccolo
esercito di Lacedemoni si avanzò per avventura fino all’istmo per
trattare di non so che coi Beozii; onde stimavano che fosse venuto non
per causa dei Beozii, ma a sommossa d’Alcibiade, il quale gli avesse
dato la posta; e che se non avessero sollecitato l’imprigionamento
della gente sospetta, secondo gl’indizi, la città sarebbe stata
tradita. E però passarono anche una notte sull’armi nel luogo sacro a
Teseo in città, e nel medesimo tempo avevano preso ombra che gli ospiti
d’Alcibiade in Argo volessero pigliar le armi contro lo stato popolare;
ed allora consegnarono al popolo argivo tutti gli statichi depositati
nelle isole perchè gli uccidessero. Insomma da ogni parte i sospetti
andavano a ferire in Alcibiade. Per lo che volendo gli Ateniesi col
citarlo in giudizio dargli la sentenza capitale, spediscono finalmente
in Sicilia la nave Salaminia per lui e per gli altri denunziati, alla
quale ordinarono di intimargli che tornasse a difendersi; ma che però
non fosse arrestato. Intendevano essi con questo ad impedire i tumulti
in Sicilia sì tra’ propri soldati che tra’ nemici, e soprattutto
volevano che non si partissero dall’esercito i Mantineesi e gli Argivi,
che si credevano essersi uniti alla spedizione a riguardo d’Alcibiade.
Il quale salito sulla sua nave e accompagnato dagli altri accusati
partì di Sicilia insieme con la Salaminia; e poichè giunsero a Turio,
non altrimenti le tennero dietro, ma scesi a terra non comparvero più,
siccome quei che temevano tra quelle accuse di tornare al giudizio in
Atene. Quei della Salaminia celiarono per un poco di Alcibiade e degli
altri che erano seco, ma non trovatili in alcun luogo, imbarcaronsi
e partirono. Ed Alcibiade oramai esule, non molto dopo dalla costa
di Turio tragittò sopra una barca nel Peloponneso, e gli Ateniesi
dannarono a morte, come contumaci, lui e gli altri che eran con lui.

62. Dopo di che i generali degli Ateniesi restati in Sicilia, fatte
due parti dell’armata, e presa ciascuno quella che gli era toccata in
sorte, navigarono con tutta insieme sopra Selinunte ed Egesta, per
vedere se gli Egestei somministrerebbero il denaro, e per ispiare le
cose de’ Selinunti ed intendere le differenze che avevano con gli
Egestei. E costeggiando la Sicilia sulla sinistra da quella banda che
guarda il seno tirreno, fermaronsi ad Imera unica città greca in questa
parte di Sicilia. Ivi non essendo ricevuti seguitarono il corso, e
in tragittando espugnano Iccara cittadella marittima della Sicania e
nemica degli Egestei, ai quali la consegnarono dopo averne cattivati
gli abitanti. E già la cavalleria d’Egesta era venuta a raggiungerli;
ed essi colla fanteria nuovamente passarono a traverso le terre de’
Siculi, finchè pervennero a Catana, ove giunsero anche le navi con i
prigionieri girando la costa. Ma Nicia da Iccara navigò tostamente
ad Egesta ove trattò di varie cose, ed avuti trenta talenti venne a
raggiunger l’esercito. Venderono quindi i prigionieri, e ne cavarono
la somma di centoventi talenti[88]; e scorrendo all’intorno vennero ai
Siculi confederati, ordinando loro di mandar soldatesche, e con la metà
dell’armata recaronsi ad Ibla terra nemica in su quel di Gela, e non
poterono espugnarla: e così finiva l’estate.

63. Sopravvenendo l’inverno gli Ateniesi subito preparavansi ad
assaltar Siracusa, e i Siracusani anch’essi per andar contro loro.
Conciossiachè gli Ateniesi non avendoli stretti colla guerra in quella
prima battisoffiola, com’essi s’aspettavano, ad ogni dì che passava
ripigliavano cuore maggiormente. E allorquando gli ebbero visti molto
lontani da Siracusa navigare oltre sulla costa di Sicilia, e venuti ad
Ibla tentare inutilmente di espugnarla, li ebbero anche in dispregio
più grande. E siccome suol fare il volgo inanimito pregavano i loro
capitani a condurli contro Catana, da che i nemici non muovevano
contr’essi, e spingendo innanzi continovamente de’ cavalli ad osservare
il campo degli Ateniesi domandavano loro, tra gli altri insulti, se
fossero venuti ad accasarsi tra essi in paese straniero, piuttosto che
a rimettere nelle proprie sedie i Leontini.

64. Considerandosi queste cose pei generali ateniesi volevano attirarli
con tutte le forze il più possibilmente lontano dalla città, ed essi
intanto favoriti dalla notte avanzarsi a pigliar campo senza contrasto
in luogo vantaggioso. Bene vedevano che essendo scoperti nissuna di
queste due cose sarebbe loro riuscita, sia che volessero scendere dalle
navi in faccia al nemico preparato, sia che volessero tenere la via di
terra. Attesochè, mancando essi di cavalli, quelli de’ Siracusani, che
erano in gran numero, danneggerebbero assai i loro soldati leggeri e la
moltitudine leggera; laddove in quest’altra maniera occuperebbero un
posto tale da non poter essere molto offesi dalla cavalleria nemica.
E gli usciti siracusani che li seguivano, gli aveano avvertiti di
un luogo presso l’Olimpico[89] che occuparono di fatto. Per recar
dunque ad effetto le loro intenzioni i generali ateniesi macchinarono
quest’astuzia. Spediscono a Siracusa un tale catanese persona fidata,
e creduta non meno amica dai generali siracusani, il quale asseriva
di venir da Catana per parte di alcuni cittadini ch’e’ conoscevano
per nome, e che sapevano esser de’ loro partigiani rimasti in quella
città. Diceva egli che gli Ateniesi lasciato il campo pernottavano in
città, e che se i Siracusani con tutto l’esercito volessero sul far
dell’alba presentarsi all’accampamento in un certo giorno, i medesimi
partigiani terrebbero chiusi in città quegli Ateniesi che vi erano, e
brucerebbero le navi; ed essi intanto assalendo la palizzata di leggeri
s’impadronirebbero del campo. Aggiugneva inoltre che molti de’ Catanesi
darebbero loro mano e che quelli dai quali era spedito erano già
all’ordine.

65. I capitani di Siracusa tra perchè nel restante erano pieni di
baldanza, e perchè anche senza queste notizie erano nel pensiero
di andar contro Catana, troppo inconsideratamente detter fede a
quell’uomo; e convenutisi del giorno in che vi anderebbero, lo
rimandarono. Dipoi essendo arrivati i Selinunti ed altri alleati,
ordinarono che tutti i Siracusani in generale dovessero uscire a
quell’impresa; e siccome gli apparecchi erano pronti, ed era vicino il
giorno fermato per andarvi, partirono per Catana e pernottarono presso
il fiume Simeto in su quel de’ Leontini. Saputosi dagli Ateniesi che i
nemici erano in cammino, salirono sulle navi e sulle barche con tutte
le loro soldatesche e con tutti i Siculi e gli altri che si erano loro
aggiunti, e nella notte si avviarono a Siracusa. Era già l’alba quando
gli Ateniesi sbarcarono nel luogo vicino ad Olimpico per prendervi
campo; e i cavalli siracusani che primi si erano spinti avanti a
Catana, poichè intesero esser partita tutta l’armata, tornarono
ad avvisare la fanteria; cosicchè voltato cammino tutti insieme
accorrevano in soccorso di Siracusa.

66. Frattanto, siccome aveano da percorrere lunga strada, gli Ateniesi
ebbero tutto l’agio di accampar l’esercito in luogo favorevole, ove
potevano ingaggiar la battaglia quando volessero, e non aveano a temere
d’esser molestati dalla cavalleria siracusana nè prima nè durante
il conflitto: imperciocchè per una parte sarebbero d’impedimento al
nemico i muri e le case che v’erano, e gli alberi e la palude; per
l’altra i dirupati. Tagliarono inoltre i vicini alberi, e portatili
giù al mare ne formarono una palizzata presso la flotta e verso
Dascone[90]; e nei siti più accessibili al nemico rizzarono prontamente
un battifolle con pietre tolte alla rinfusa e legni, e ruppero il ponte
dell’Anapo. Mentre attendevano a queste opere, nissuno uscì di città a
contrastarli, e la prima ad accorrervi fu la cavalleria siracusana, e
poi dopo vi si raccolse tutta la fanteria. E da prima fattisi vicini
all’accampamento degli Ateniesi, poichè videro che questi non si
movevano contro di loro, tornarono addietro, e andarono ad accamparsi
al di là della via Elorina.

67. Il giorno appresso gli Ateniesi con gli alleati preparavansi alla
battaglia, e ordinarono le schiere in questo modo. Tenevano l’ala
destra gli Argivi ed i Mantineesi, il centro gli Ateniesi, e l’altr’ala
il resto degli alleati. La metà dell’esercito posto in avanti era
schierata con otto di fronte, e l’altra metà presso le tende schierata
anch’essa con otto di fronte formava un rettangolo, ed avea ordine di
osservare attentamente dove che l’esercito patisse per accorrervi;
e in mezzo a queste genti di riserva collocarono i saccomanni. I
Siracusani poi schierarono con sedici sulla fronte le milizie gravi
composte di tutte le classi del popolo di Siracusa e degli alleati
che v’eran presenti. Tra questi vennero principalmente in loro aiuto
i Selinunti, poi anche i cavalli de’ Geloi, in tutti dugento, e venti
soli de’ Camarinesi, e circa cinquanta arcieri. Posero sull’ala destra
i cavalieri che non eran meno di dodici centinaia, e presso a loro i
lanciatori. E poichè gli Ateniesi erano vicini ad attaccare i primi la
battaglia, Nicia percorrendo le file ove stavano le genti di ciascun
popolo[91], gl’incoraggiava tutti insieme con queste parole:

68. «Che bisogno v’ha egli, prodi soldati, di lunga esortazione per
noi che ci troviamo propio al momento della battaglia? Mi pare che
questo nostro apparecchio sia più idoneo ad inspirar coraggio, che
non le belle parole con esercito debole. Infatti dove siamo insieme
e Argivi, e Mantineesi, e Ateniesi, e i primi tra gl’isolani, come
non deve ognuno con tanti e siffatti commilitoni aver grande speranza
di vittoria? Tanto più con a fronte un ragunaticcio di genti, e non
scelte come le nostre; e poi contro i Siciliani che ci dispregiano sì,
ma che non resisteranno, perchè più audaci che esperti? Richiamatevi
inoltre alla mente che noi siamo assai lontani dal paese nostro e non
vicini a veruna terra amica se pur non ce la procacciamo coll’armi.
E però vi suggerisco il contrario di quello con che i nemici (ben lo
so) s’incoraggiano. Essi dicono che combatteranno per la patria, ed
io vi ripeto che non combattiamo nel patrio suolo, ma in tale che
bisogna uscirne vincitori, od avere una difficile ritirata; perchè i
loro numerosi cavalli ci stringeranno. Laonde memori del vostro decoro
assaltate coraggiosamente il nemico, stimando più formidabile di lui la
presente necessità ed incertezza.»

69. Fatta questa esortazione Nicia fece avanzar subito il campo. I
Siracusani non si aspettavano allora di dover tosto combattere, onde
alcuni di loro erano rientrati nella vicina città, altri sebbene si
affrettassero correndo di rinforzare i suoi, arrivarono tardi; e
ciascuno ponevasi dove incontrava un corpo più numeroso. E certamente
nè in questa nè nelle altre battaglie mancavano di prontezza e di
ardire; che anzi in coraggio ci erano eguali fin dove giungeva la loro
perizia, ma a lor dispetto la volontà era tradita dalla mancanza di
quella. Ciò non pertanto benchè non si aspettassero che gli Ateniesi
volessero essere i primi ad assalirli, e benchè si trovassero a un
tratto nella necessità di resistere, pigliavano le armi e prestamente
venivano contro al nemico. Primi ad assaggiar la battaglia furono da
ambe le parti i gittatori di pietre e i funditori e gli arcieri, e
al solito delle truppe leggere fugavansi scambievolmente. Dipoi gli
aruspici offrivano le vittime cerimoniali, e i trombettieri invitavano
i soldati gravi al conflitto. Muovevano gli eserciti: da una parte i
Siracusani per combattere per la patria, e ciascuno per la propria
salvezza di presente, e per la libertà in avvenire: dall’altra, gli
Ateniesi per far sua una terra straniera e per non nuocere, perdendo,
alla patria; e gli Argivi e i confederati indipendenti per aver
parte con essi alle conquiste per cui erano là venuti, e per riveder
vittoriosi la patria loro. Gli alleati poi che erano sudditi usavano di
tutta la sollecitudine, sì perchè senza la vittoria vedevano disperata
la presente loro salvezza, sì eziandio perchè cooperando con gli
Ateniesi a nuove conquiste speravano per soprappiù da essi più discreto
governo.

70. E già la battaglia era nelle mani, e lungamente entrambi
resistevano; quand’ecco sopravvenir de’ tuoni e folgori e copiosa
pioggia, talchè anche questo accrebbe la paura in quei che per la prima
volta combattevano od erano pochissimo versati di guerra; laddove gli
altri che ne erano più pratici riguardavano quei fenomeni come effetti
della stagione dell’anno, e piuttosto restavano attoniti che i nemici
non cedessero. Finalmente gli Argivi avendo i primi respinto l’ala
sinistra de’ Siracusani, e gli Ateniesi dopo di essi quelli che avevano
a fronte, allora tutto l’esercito siracusano fu rotto e si diede alla
fuga. E gli Ateniesi non l’inseguirono molto lontano, perchè la grossa
ed intera cavalleria siracusana vi si opponeva, e scagliandosi su’ loro
soldati gravi che cacciassero i fuggitivi li reprimeva. Però tutti
riuniti li perseguitarono finchè poterono con sicurezza, poi tornarono
indietro ed ersero trofeo. I Siracusani si ridussero sulla strada
Elorina, ordinaronsi in quel modo che permettevano le cose presenti, e
spedirono nondimeno un presidio di loro all’Olimpico per paura che gli
Ateniesi non prendessero i tesori che vi erano. Gli altri tornarono in
città.

71. Ma gli Ateniesi non andarono al tempio olimpico; anzi accolti i
cadaveri dei loro e postili in sul rogo, passarono ivi la notte. Il dì
seguente con salvocondotto resero i morti ai Siracusani (che compresivi
gli alleati erano circa dugentosessanta), radunarono le ossa de’
suoi, de’ quali contando gli alleati morirono intorno di cinquanta,
e prese le spoglie nemiche rinavigarono a Catana. Conciossiachè era
inverno, e non pareva ancor possibile proseguir subito la guerra, prima
d’aver fatto venire dei cavalieri da Atene e d’averne radunati dagli
alleati di Sicilia (per non esser del tutto inferiori in cavalleria),
e prima d’aver raccolti denari di lì oltre quelli che verrebbero
d’Atene; e d’essersi aggiunte città che speravano doversi piegare
all’obbedienza più facilmente dopo quella battaglia; e finalmente
d’avere apparecchiato tutte le altre cose, e frumento e ciò che potesse
occorrere per assaltar Siracusa a primavera.

72. Con questa intenzione navigarono a Nasso e Catana per isvernarvi.
I Siracusani sepolti i loro morti tennero adunanza, ove presentatosi
Ermocrate di Ermone, personaggio che in prudenza non era del resto
addietro a nissun altro, e che in guerra si era mostrato per esperienza
sufficiente e per valore illustre, li inanimiva e non lasciava che
per l’accaduto invilissero. Poichè diceva che non era stato vinto il
loro animo ma avea nociuto ad essi il disordine; che sebbene essi
rozzi artigiani, per così dire, si fossero messi in lizza co’ primi e
più esperti Greci, nondimeno non erano andati al disotto quanto era
da aspettarsi; che di gran nocumento era stata loro la moltiplicità
de’ duci e comandanti (perchè avevano quindici generali), e la non
governabile turba disordinata. Che se pochi, proseguiva, e pratici
saranno i generali, e in quest’inverno prepareranno le milizie gravi, e
procacceranno le armi a chi non le ha, acciocchè sieno in grandissimo
numero, e le astringeranno ad ogni altro guerresco esercizio,
certamente e’ potrebbero superare i nemici; attesochè all’attual loro
coraggio aggiungeranno il buon ordine che si richiede nelle azioni.
Imperocchè queste due cose verranno crescendo: la disciplina perchè
praticata tra i pericoli, il coraggio perchè avvalorato dalla fiducia
del sapere, da per sè stesso diverrà più animoso. In ultimo poi
soggiungeva che bisognava scegliere pochi generali ma con autorità
illimitata, e prestare ad essi giuramento di lasciarli comandare
comunque sapranno; avvegnachè in questo modo starebbero più coperte le
cose che voglionsi celare, e le altre verrebbero con ordine apprestate
inescusabilmente.

73. I Siracusani dopo averlo udito decretarono tutto come e’ suggeriva,
ed elessero a capitano lo stesso Ermocrate con Eraclide di Lisimaco e
Sicano d’Esecesto; essi tre soli. Spedirono ancora legati a Corinto
ed a Sparta per averne soccorso secondo l’alleanza, e per indurre i
Lacedemoni a far guerra alla scoperta e con più fermezza contro gli
Ateniesi; a volere ritirarli dalla Sicilia, o almeno far sì che non vi
mandassero nuovi rinforzi.

74. E l’armata ateniese che era a Catana navigò subito a Messina
sperando d’averla proditoriamente; ma le pratiche svanirono.
Conciossiachè Alcibiade consapevole di quelle, allorchè richiamato ad
Atene depose il comando, essendo certo che verrebbe sbandito, le palesa
agli amici dei Siracusani in Messina. Onde essi uccisero i colpevoli
prima che arrivasse la flotta nemica, e tutti quelli che tenean con
loro levato il romore, prese le armi vinsero che non si dovessero
ricevere gli Ateniesi. I quali fermativisi da trenta giorni, poichè
erano molestati dalla fredda stagione e mancavano di vettovaglia,
tornarono a Nasso ove circondarono di un vallo l’alloggiamento, e
vi svernarono. Spedirono inoltre una trireme ad Atene per avere a
primavera denari e cavalli.

75. E nell’invernata anche i Siracusani aggiunsero alla città una
muraglia da tutta quella parte che guarda Epipole, chiudendovi dentro
Temenite[92], col fine che se mai fossero sconfitti, il troppo breve
circuito non rendesse facile al nemico il cingerli di muro. Misero poi
un presidio in Megara ed un altro in Olimpico, e munirono di palizzate
tutti quei luoghi in sul mare ove potevasi fare scala. E sapendo che
gli Ateniesi vernavano in Nasso, andarono tutti ad oste contro Catana,
ne devastarono la campagna, abbruciarono le tende e l’accampamento
degli Ateniesi, e partirono per a casa. Inoltre informati che gli
Ateniesi, secondo la lega fatta al tempo di Lachete, aveano mandato
ambasceria a Camarina per vedere di guadagnarsela, vi mandarono
anch’essi. Imperciocchè sospettavano che i Camarinesi avessero mandato
loro a mal cuore anche il soccorso inviato alla prima battaglia, e che
in seguito non volessero più aiutarli, visti i felici successi degli
Ateniesi in quella; ma che piuttosto pensassero di accostarsi con
quest’ultimi per impulso della primiera amicizia. Arrivati adunque a
Camarina Ermocrate ed altri pei Siracusani, ed Eufemo con altri per gli
Ateniesi, vi fu tenuta assemblea, ove Ermocrate, volendo prima mettere
in discredito gli Ateniesi, orò in questa sentenza:

76. «Non siamo, o Camarinesi, venuti qua ambasciatori perchè temiamo
che voi sbigottiate della presente armata ateniese; ma invece perchè
i discorsi che udirete da costoro non abbiano a persuadervi, prima
d’aver sentito un poco anche noi. Ed invero vengono essi in Sicilia con
quel pretesto che ascoltate, ma infatto con l’intenzione di che tutti
sospettiamo: e parmi non che vogliano rimettere in patria i Leontini,
ma cacciarne via noi stessi. Perciocchè non sta certo in ragione che e’
sovvertano le cittadi di là, e poi vogliano riacconciare quelle che son
qui; nè che per titolo di parentela si sbrighino pei Leontini perchè
Calcidesi, mentre tengono schiavi i Calcidesi d’Eubea, donde questi
per colonia discendono. E però in quel modo che occuparono le cose di
là, con quello stesso tentano di far qua il simigliante. Conciossiachè
scelti per duci spontaneamente dagli Ionii e dagli altri confederati
discendenti da loro col fine di vendicarsi del Medo, gli hanno poi
soggiogati tutti, incolpandone alcuni di abbandonata milizia, altri
di guerra scambievole, altri finalmente di quel delitto che secondo
lo stato di ciascheduno parea meglio colorato. Talchè nè gli Ateniesi
si opposero al Medo per proteggere la libertà de’ Greci, nè i Greci
la loro; ma quelli per assoggettarli a se stessi invece del Medo,
questi per mutar un padrone in un altro non già meno accorto, ma più
furbescamente maligno.

77. «Nondimeno per agevole che sia accusare la Repubblica d’Atene,
noi non venimmo qua per dichiarare le ingiustizie di lei a voi che le
sapete; ma più presto per incolpare noi stessi che avendo ad esempio
i Greci di là fatti schiavi, per aver trascurato la propria difesa,
ed ora questi sofismi che ci vengono addotti, cioè il rimpatriamento
de’ Leontini come consanguinei, il soccorso agli Egestei come alleati,
non sappiamo riunirci tutti a mostrar loro vigorosamente che qui non
sono nè Ionii, nè Ellespontii, nè isolani, i quali col mutar sempre
padrone, sia il Medo, sia qualunque altro, rimangono servi; ma Doriesi,
e liberi, e venuti ad abitar la Sicilia del Peloponneso anch’esso
indipendente. O tranquilliamo forse finchè ci vediamo oppressi tutti
città per città? Noi che sappiamo esser questa l’unica via ad esser
vinti, noi che veggiamo gli Ateniesi voltarsi appunto a questa, parte
per dividerci colle ciarle loro, parte per metterci in guerra l’un
l’altro colla speranza d’averci alleati, parte per farci quel male che
possono col dar pasto a ciascuno? O forse pensiamo che se prima rovini
un nostro paesano di lungi, non abbia a piombar la sciagura anche sul
capo d’ognun di noi, ma che piuttosto debba essere infelice quello solo
che prima di noi sia oppresso?

78. «Se poi alcuno si dà a credere non egli ma il Siracusano esser
nemico all’Ateniese, e però gli par grave il cimentarsi per la mia
patria, rifletta che non principalmente combatterà per il mio paese,
ma sì nel mio, e nel tempo stesso egualmente anche pel suo; e tanto
più sicuramente in quanto che, non essendo io stato prima disfatto,
mi avrà compagno nell’armi e non si troverà solo alla battaglia.
Rifletta ancora che l’Ateniese non vuol già vendicare l’inimicizia
del Siracusano, ma col pretesto di me attende piuttosto a confermarsi
l’amicizia di lui. E se vi ha chi piglia gelosia e timore di Siracusa
(due cose alle quali soggiacciono i maggiori), e però brama che ella
venga danneggiata per averci più discreti, e che nondimeno ella si
regga per sua sicurezza, costui spera quello che eccede l’umana
possibilità. Imperciocchè non v’è modo che un istess’uomo possa
prescrivere regola alle sue voglie insieme e alla fortuna. E se mai
avvenga ch’ei resti frustrato ne’ suoi desiderii, forse o senza
forse lamentando i propri mali vorrà poter invidiar nuovamente le
mie prosperità. Lo che è impossibile per chi ci abbia abbandonati, e
non abbia voluto partecipar di quei pericoli che sono gli stessi per
lui e per noi, non di nome, ma di fatto; conciossiachè egli in nome
conserverà la nostra potenza, in fatto, però la sua salvezza. E ragion
volea sopra tutto, o Camarinesi, che voi nostri confinanti e secondi
nel pericolo prevedeste tali cose, e non ci soccorreste debolmente,
siccome ora; ma che di vostro veniste da noi, e vi mostraste anche
adesso incoraggiarci con egual calore a far quello a che nel vostro
bisogno ci avreste invitati (se gli Ateniesi fossero venuti prima
contro Camarina), cioè a non perderci punto d’animo. Finora però nè voi
nè gli altri vi siete mossi a questo.

79. «Ma voi forse spinti da timidità pretenderete di rispettar la
giustizia dicendo d’essere in alleanza con gli Ateniesi, la quale
faceste non a pregiudizio degli amici, ma per difesa contro a’ nemici
se alcun vi assalisse, e per soccorrere (credo io) gli Ateniesi,
quando da altri fossero offesi, non quando eglino offendessero altrui;
dappoichè nemmeno i Regini che son Calcidesi vogliono dar loro mano a
rimettere in patria i Leontini anch’essi Calcidesi. E orribil cosa mi
sembra che laddove i Regini sospettando di questo fatto onestato con
belle giustificazioni, usano prudenza che sembra irragionevole, voi
all’incontro nonostante un motivo ragionevolissimo vogliate aiutare
gli Ateniesi che vi sono avversi per natura, e rovinare quelli che
anche più naturalmente vi appartengono, d’accordo co’ nostri mortali
nemici. Ma ciò non è giusto. Dovete invece soccorrer noi, e non temer
le forze loro che formidabili non sono ove tutti stiamo uniti, e che
tali diventano ove al contrario ci dividiamo, com’essi agognano. Ed
invero benchè venissero contro noi soli e vincessero la battaglia, non
eseguiron l’intento, ma si ritirarono in furia.

80. «Il perchè ragion vuole che stando tutti uniti non ci perdiamo
d’animo, ma che piuttosto ci colleghiamo insieme con tutto l’ardore,
tanto più che avremo soccorsi dai Peloponnesi, i quali al postutto
sono più valenti in guerra di costoro. Nè lo starvene neutrali, come
alleati d’entrambi, vuol credersi prudenza per essere ella imparziale
con noi, e sicura per voi; conciossiachè questa neutralità non è tale
in fatto quale si mostra in dritto. Infatti se per il vostro rifiuto
della lega nostra Siracusa percossa caderà, e gli Ateniesi vincitori
trionferanno, che altro avrete fatto colla vostra assenza se non
troncato a quella la via di salvezza, e non impedita a questi la via di
malvagità? Eppure è per voi più decoroso l’unirvi con noi ingiuriati
e insieme parenti vostri, e mantenere così la comune sicurezza di
Sicilia, e non permettere agli Ateniesi, vostri amici, salmisia, tali
soprusi. In somma noi Siracusani diciamo non esser uopo l’insegnar
chiaramente nè a voi nè agli altri cose che non men bene sapete: ma
preghiamo e testimoniamo, ove non ci ascoltiate, che siamo insidiati
dagli Ionii perpetui nostri nemici, e come Doriesi traditi da voi pur
Doriesi. Che se gli Ateniesi ci sottometteranno, si recheranno la
vittoria dal vostro modo di pensare, e l’onore verrà ascritto al loro
nome, e nessun altro premio avranno di quella, se non il popolo che ad
essi la procurò. Se poi la vittoria sarà nostra, dovrete voi stessi
portar la pena d’aver causato i nostri pericoli. Riflettete adunque e
fin d’ora scegliete, o essere schiavi subito senza cimentarvi, ovvero
vincendo insieme con noi, non aver vituperosamente costoro per padroni,
e sfuggire la nostra inimicizia che certo lieve non sarebbe.»

81. Così parlò Ermocrate, e dopo lui Eufemo ambasciatore ateniese così:

82. «Noi certamente eravamo venuti qua per rinnovare l’alleanza di
prima: ma sentendoci tocchi dal Siracusano, ci è forza parlare anche
intorno al nostro impero, mostrando che giustamente lo abbiamo. Egli
pertanto ne ha addotta la più gran testimonianza col dire che gli
Ionii sono mai sempre nemici ai Doriesi. E, la cosa sta pur così.
Imperciocchè noi che siamo Ionii abbiamo sempre studiato il modo di non
obbedire in nulla ai Peloponnesi che Doriesi sono, e in più numero di
noi e confinanti. E dopo la guerra de’ Medi, essendoci procacciata una
flotta, ci liberammo dal dominio e dalla capitaneria de’ Lacedemoni che
non avean diritto di comandare a noi, più che noi a loro; se non in
quanto erano allora più forti. Divenuti poi duci dei Greci stati prima
sotto il re, ne ritenghiamo il governo, perchè credemmo che avendo così
forze da resistere, non ci troveremmo in balìa de’ Peloponnesi. E a
parlare rigorosamente, non abbiamo soggiogato a torto gli Ionii e gli
isolani, cui i Siracusani dicono aver noi assoggettati benchè parenti.
No, perchè insiem col Medo eran venuti contro noi, città madre, e non
aveano avuto il cuore di ribellarsi a lui, e di disertare le cose
domestiche, siccome noi che abbandonammo la città; e non contenti della
loro servitù, voleano imporre anco a noi lo stesso giogo.

83. «Laonde meritamente abbiamo imperio, perchè offrimmo grandissimo
numero di navi e risoluta sollecitudine a pro de’ Greci; e perchè
essi, facendo altrettanto prontamente d’accordo col Medo, operavano a
danno nostro, ed insieme perchè cerchiamo forze contro i Peloponnesi.
Nè vogliamo recarci sotto gli altrui vessilli, mentre a noi spetta
il comando, o come soli distruggitori del barbaro, o come quelli che
abbiamo affrontato pericoli maggiori per la libertà di cotesti Ionii ed
isolani, che non per quella di tutti i Greci e di noi medesimi. Ora non
vuolsi biasimare chiunque si procaccia quella salvezza alla quale ha
dritto. E benchè adesso ci troviamo qua per la sicurezza nostra, pure
vediamo che in questo si comprende ancora la vostra utilità. Lo che
dimostriamo per le calunnie che i Siracusani ci danno, e pei sospetti
che di noi avete in mezzo al più gran timore; ben sapendo che quelli i
quali nel colmo della paura sono presi da qualche sospetto, restano in
sul momento allettati dal piacer d’un’arringa; ma quando poi si viene
al fatto operano il convenevole. Conciossiachè abbiamo protestato che
per timore ritenghiamo l’impero di là, e pel motivo istesso venghiamo
ad assicurare le cose di qua con l’aiuto degli amici; e non a mettervi
in servitù, ma più presto ad impedire che non abbiate a soffrir questo
giogo.

84. «Nè alcun venga a dire che ci diamo pensiero di voi senza che
punto ci appartenghiate, dovendo costui sapere che rimanendo voi
salvi, ed essendo anche sufficienti a resistere ai Siracusani,
sarebbe minore il danno che soffriremmo da qualche rinforzo che essi
mandassero ai Peloponnesi; e per questo motivo appunto voi moltissimo
ci appartenete. Però ogni ragion vuole che rimettiamo in patria i
Leontini non in qualità di nostri vassalli, siccome i loro consanguinei
nell’Eubea, ma nel più vigoroso stato di forze, a volere che dalle
loro terre inquietino a pro nostro i Siracusani co’ quali confinano.
Imperciocchè quanto alle cose di là noi soli bastiamo contro i nemici:
ed i Calcidesi (dopo avere assoggettati i quali dice Ermocrate essere
assurdo che vogliamo liberar quest’altri) ci sono utili perchè non
hanno militari apparecchi, e solo ci pagano tributo in denaro; laddove
per le cose di qua, ci mette bene che i Leontini e gli altri amici
godano della massima indipendenza.

85. «Ma pel tiranno o per città sovrana tutto è ragionevole quel che
è utile, ed amico quel che è fidato; e in ogni caso convien fare il
nemico o l’amico secondo il tempo. E questo appunto giova qui a noi non
per danneggiare gli amici, ma per rendere impotenti col braccio loro
i nemici. Nè voi dovete diffidar di noi. Imperocchè anche gli alleati
di là li governiamo secondo che ciascuno ci è utile; così i Chii ed i
Melimnei con indipendenza perchè ci somministrino navi, molti altri
più severamente perchè paghino tributo; altri (quantunque isolani e
però più facili ad espugnarsi) con piena libertà, col patto che ci
aiutino nelle guerre, poichè riseggono vantaggiosamente nei contorni
del Peloponneso. Cosicchè è da credere che anche qui vogliamo acconciar
le cose in rispetto all’util nostro, e al timore che confessiamo
avere dei Siracusani. Poichè essi aspirano a dominarvi, e col farvi
sospettare di noi voglion riunirvi dalla parte loro, acciocchè, partiti
che siamo a mani vuote, possano signoreggiar tutta la Sicilia, o per
forza o mediante il vostro abbandonamento. E ciò è inevitabile ove vi
alleghiate con essi, giacchè noi non avremo più in mano facilmente
altrettante forze riunite insieme per un solo oggetto, ed essi in
nostra assenza non saranno impotenti contro di voi.

86. «Chi poi non pensa così, il fatto stesso lo convince. Voi infatti
da prima ci invitaste minacciandoci solo del pericolo a che noi pure
ci troveremmo, se trascurassimo che foste assoggettati dai Siracusani.
Però ora non è giusto che neghiate fede a quella ragione, della
quale credevate importante persuader noi colle vostre parole; nè che
vi adombriate perchè siamo qua con armata maggiore di quella che
ci vorrebbe contro i Siracusani, dei quali invece dovete molto più
diffidare. Noi di sicuro non potremmo senza di voi neppur fermarci
in Sicilia, e quand’anche per dislealtà la soggiogassimo, saremmo
insufficienti a ritenerla, attesa la lunghezza del tragitto e la
difficoltà di presidiare città grandi, per le quali si richieggono
apparecchi terrestri. I Siracusani all’opposto che vi stanno quasi a
ridosso, non con un campo militare, ma con città più potente di questo
nostro esercito, son sempre alle vedette contro di voi; e quand’abbian
colta l’occasione di qualche colpo, non se la lasceranno scappare. E
ciò, per tacere delle altre cose, hanno dimostrato verso i Leontini;
e adesso osano di incitar voi, quasi foste insensati, contro quelli
che attraversano tali loro disegni, e che finora sostengono la Sicilia
perchè non cada sotto di essi. Ma noi d’altronde vi invitiamo ad assai
più vera salvezza, pregandovi a non tradir quella che amendue abbiamo
mercè del mutuo soccorso, ed a persuadervi che a costoro anche senza
alleati, stante il gran numero, è sempre spianata la strada contro di
voi; e che a voi raramente si presenterà il modo di respingerli con
soccorsi sì grandi. I quali se per sospetto lascerete partire o senza
effetto o vinti, bramerete di poi rivederne anche una menomissima
parte, allora quando sebben venga tra voi non potrà più in nulla
giovarvi.

87. «Laonde nè voi nè gli altri, o Camarinesi, non vi lasciate svolgere
dall’impostura di costoro. Già vi abbiamo parlato la verità intorno
ai sospetti addossatici; e nella fiducia di persuadervi vogliamo in
succinto ridurvela a memoria. Noi diciamo di avere imperio sulla gente
di là per non esser noi stessi soggetti ad un altro; di protegger
la libertà di quelli di qui, per non venire offesi da loro; d’esser
costretti a metter le mani in molte cose, perchè molte son quelle
dalle quali abbiamo a guardarci; infine d’esser venuti e prima e
adesso a soccorso degli oppressi qua tra voi, non già spontaneamente,
ma invitati. E voi non vogliate farvi giudici del nostro operare,
nè provarvi come riformatori a distogliercene (che omai dura cosa
sarebbe), ma prendete tutto quello che dalla nostra curiosità e dalle
nostre maniere può tornarvi bene, e valetevene. Tenete per certo
ancora che questo nostro genio, non che noccia egualmente a tutti,
giova piuttosto alla molto maggior parte de’ Greci. Conciossiachè in
ogni luogo, anche dove non imperiamo, tanto chi sospetta di vedersi
oppresso che chi ha in mira di farlo, per la non manchevole espettativa
in che sono, quegli d’aver da noi soccorso da far fronte, questi di
non arrischiarsi senza timore andando noi colà, sono entrambi astretti
l’uno a metter senno a suo dispetto, l’altro a starsene quetamente in
salvo. Anche voi dunque non rigettate questo sicuro refugio comune a
chiunque ne abbisogna, ed apparecchiato ora per voi; ma facendo quello
che gli altri uomini far sogliono, invece di star sempre in guardia
contro i Siracusani, date opera una volta insieme con noi ad opporre
del pari macchinazioni a macchinazioni.»

88. Tali cose disse Eufemo, ed i Camarinesi erano così affetti
dell’animo: per una parte volevan bene agli Ateniesi, se non in quanto
sospettavano che volessero soggiogar la Sicilia; per l’altra erano
sempre in discordia coi Siracusani per causa de’ confini. E siccome
temevano non di meno che questi co’ quali vicinavano, ottenessero
vittoria anche senza loro, così da prima aveano mandato ad essi pochi
cavalli, ed erano risoluti d’aiutarli in seguito il più mezzanamente
che si potesse coi fatti. Ma nel caso presente per non parere d’essersi
raffreddati in benevolenza verso gli Ateniesi, tanto più che erano
stati vincitori della battaglia, fermarono di dar le medesime parole
di risposta ad entrambi. E secondo questo consiglio risposero, che
poichè si dava il caso della guerra fra due alleati loro, al presente
credevansi in dovere per giuramento di starsene di mezzo. E gli
ambasciatori delle due parti se n’andarono. I Siracusani disponevano le
cose loro per la guerra; e gli Ateniesi accampati in Nasso trattavano
co’ Siculi per aggiugnerne il più che potessero alla parte loro. Non
molti tra essi che più che altro abitavano per la pianura ed erano
soggetti a’ Siracusani, si alienarono; quelli poi più dentro terra (ove
sempre anche di prima indipendentemente abitavano) di subito, salvo
pochi, furono con gli Ateniesi, e portarono all’esercito frumento,
ed alcuni eziandio del denaro. E gli Ateniesi guerreggiando coloro
che non si unissero con essi, ve ne costringevano alcuni, ad altri
impedivano la comunicazione coi Siracusani, che mandavano presidii
e soccorsi; e nell’inverno levatisi da Nasso e andati a Catana,
rimisero in piedi gli alloggiamenti bruciati già da’ Siracusani, e
vi svernarono. Spedirono poi una trireme a Cartagine ricercandone
l’amicizia, se possibil fosse cavarne qualche vantaggio; e mandarono in
Etruria ove alcune città si esibivano di unirsi anch’esse con loro a
questa guerra. Fecero inoltre andare in giro de’ messaggi ai Siculi e
ad Egesta ordinando di allestir per loro più cavalli che potessero: e
preparavano tutte le altre cose per la circonvallazione, come mattoni
e ferro e quanto occorreva, intendendo di ricominciar la guerra alla
primavera. Frattanto i legati siracusani inviati a Corinto ed a Sparta
nel trascorrere la costa si davano cura di persuadere gli Itali a non
voler porre in non cale quello che facevano gli Ateniesi, perchè di
sicuro macchinato anche contro loro; e poichè furono a Corinto tennero
discorso facendo intendere che doveano soccorrere i Siracusani per
titolo di parentela. I Corintii decretarono subito di voler essere
i primi a soccorrerli con tutta sollecitudine, e mandarono con loro
ambasciatori a Sparta perchè cooperassero a persuadere i Lacedemoni di
far guerra più apertamente agli Ateniesi, e di spedire qualche aiuto
in Sicilia. E già gli ambasciatori de’ Corintii erano pervenuti a
Sparta ove era andato anche Alcibiade, il quale insieme con gli altri
usciti era subito da Turio sopra una nave oneraria, tragittato in
principio a Cillene, donde ultimamente fu dai Lacedemoni richiamato a
Sparta con salvocondotto, perchè temeva di loro a cagione delle cose
de’ Mantineesi. E nell’assemblea ivi tenuta accadde che i Corintii,
i Siracusani ed Alcibiade persuadevano i Lacedemoni domandando tutti
lo stesso. Ma perchè gli efori e gli altri magistrati pensavano di
mandare ambasciatori a’ Siracusani per impedire loro di pattuire cogli
Ateniesi, e non eran disposti a spedire aiuti; allora Alcibiade fattosi
innanzi rinfocolava ed eccitava gli animi dei Lacedemoni con queste
parole:

89. «Egli mi è forza parlarvi innanzi tratto del mio discredito,
acciò pel sospetto di me conceputo non abbiate ad udire con animo men
che benevolo le cose comuni. Dico adunque che volendo io riassumere
il dritto di ospitalità presso voi, per non so qual colpa da’ miei
maggiori disdetto, vi facevo piacere tra le altre nella sconfitta
a Pilo. Contuttociò, benchè io stessi fermo in tal premura, voi
nel riacconciarvi con gli Ateniesi, servendovi dell’opra de’ miei
nemici procuraste ad essi potenza, e me vestiste d’ignominia. E
però giustamente aveste danno da me quando mi volsi alla parte de’
Mantineesi, e degli Argivi, e in tutte le altre cose in che mi vi
opposi. Onde se alcuno allora che ebbe a soffrire si adirava con meco,
si ricreda adesso, osservando ciò col lume del vero. Se poi vi ha chi
mi tenga men buono perchè fui piuttosto dalla parte del popolo, sappia
che neppur in questo caso egli è dirittamente sdegnato. Conciossiachè
noi siamo mai sempre nemici a’ tiranni. Ora, tutto quel che si oppone
al dominio assoluto si chiama popolo; e da ciò mi è rimasta sempre
la qualità di protettore della moltitudine. Inoltre siccome la città
nostra si governa a comune, così era necessità seguitar la corrente
nelle varie bisogne. Nonostante nell’amministrar la Repubblica noi ci
sforzavamo d’esser più discreti di quel che permettesse la sfrenatezza
che vi regna. Altri però vi furono, e ancor vi sono, che spingevano la
plebe al peggio; e di costoro è fattura il mio bando. Ma noi presedemmo
sull’universale, reputando dover di giustizia il conservar nello Stato
quella forma di governo con che trovavasi grandissimo e liberissimo, e
che a ciascuno era stata consegnata. Essendochè quanti abbiano fior di
senno sappiamo che sia democrazia, ed io non men bene di verun altro,
in quanto avrei più ragion di vituperarla. Ma nulla di nuovo può dirsi
intorno a questa riconosciuta scempiaggine. D’altronde il cambiarla non
ci parea sicuro con voi nemici alle spalle.

90. «Tali sono le cause concorse a questo mio discredito. Udite ora
quello di che voi dovete deliberare, ed io esporvi se pur nulla ne so
di più. Primieramente navigammo in Sicilia con animo di soggiogare,
potendo, i Siciliani, e dopo loro anche gl’Itali; e quindi per tentare
eziandio gli Stati di Cartagine e Cartagine stessa. Riuscendo tutte
o la maggior parte di queste imprese, allora volevamo assaltare
il Peloponneso conducendovi tutte le forze de’ Greci di Sicilia
che si sarebbero aggiunte a noi, e molti barbari presi a soldo, e
gl’Iberi[93], ed altri dei barbari di quei luoghi, che oggi sono a
confession di tutti i più guerreschi. Dipoi fabbricate molte triremi
oltre le nostre (giacchè l’Italia abbonda di legname) volevamo con esse
assediare intorno il Peloponneso, e al tempo stesso investirlo colla
fanteria dalla parte di terra; e così espugnando a forza alcune città,
ed altre serrandone con muro, speravamo di agevolmente debellarlo, ed
in ultimo aver impero sull’universale de’ Greci. Quanto al denaro ed
ai viveri, perchè più facilmente ci riuscisse ciascuna di queste cose,
li avrebbero somministrati abbastanza le città ivi conquistate, senza
toccare le entrate che qui abbiamo.

91. «Voi avete inteso per la bocca di tale che ne ha la più minuta
contezza quali fossero le nostre intenzioni circa la flotta andata ora
in Sicilia; e gli altri capitani restativi le metteranno ad effetto,
potendo, come s’io vi fossi. State ora a sentire che senza il vostro
soccorso le cose di là non saran salve. I Siciliani certamente, quanto
che sieno poco esperti, pure accogliendosi insieme potrebbero anche
adesso scamparla. Ma i Siracusani da se soli, e già vinti con tutte le
loro genti, e al tempo stesso ristretti dalle navi, saranno inabili a
resistere all’armata ateniese di là; e se questa città sarà presa, ecco
vinta tutta Sicilia, e subito ancora l’Italia. E quel pericolo, che io
testè vi prediceva da quella parte, non starà molto a cadervi addosso.
Laonde s’immagini ciascun di voi di deliberare non solo sulla Sicilia,
ma anche sul Peloponneso, se non farete prontamente quanto sono per
dirvi. Manderete colà sulle navi truppe tali che facendo nel cammino
il servizio di remiganti sieno poi atte a far quello di milizia grave;
e (quel ch’io credo anche più utile dell’armata stessa) un generale
spartano idoneo a ridurre al buon ordine quelle genti che hanno prese
le armi, ed a costringervi quelle che si ricusino. In questo modo quei
che vi sono amici s’incoraggiranno maggiormente, e gl’irresoluti più
francamente vi si accosteranno. Nel medesimo tempo bisogna romper qui
la guerra più scopertamente, a volere che i Siracusani veggano che vi
date cura di loro, e resistano con più calore; e così gli Ateniesi
sieno meno in grado di mandar nuovo soccorso all’esercito loro. Fa
d’uopo inoltre fortificare Decelia[94] nell’Attica, di che soprattutto
temono sempre gli Ateniesi; e tra i mali della guerra questo solo
pensano non avere assaggiato. Ora il mezzo più sicuro per nuocere a’
nemici è questo: che quando uno s’accorga di ciò che principalmente
temono, di quello appunto s’informi con certezza, e lo porti loro in
sul viso. Imperocchè è da credere che quel timore nasca dal conoscer
bene ognuno di essi dove sta il suo male. E per non parlare di tutti
i vantaggi che con quella fortificazione procaccerete a voi stessi
ed impedirete a’ nemici, io voglio ridurvi insomma i più rilevanti.
Primieramente il più di quelle cose onde è fornito il dominio ateniese
verrà a voi, parte preso a forza, parte spontaneo. Dipoi saranno loro
tolte subito l’entrate delle miniere d’argento che sono in Laureo,
e tutti i vantaggi che presentemente ricavano dalla campagna e dai
tribunali[95]. In ultimo (e questo è il più importante) riceveranno
non esattamente le rendite dagli alleati, i quali stimando che voi
vigorosamente guerreggiate gli Ateniesi, metteranno dall’un de’ lati
ogni rispetto per essi.

92. «Che poi queste cose si eseguiscano con prestezza ed energia, sta
in voi, o Lacedemoni; poichè senza tema d’ingannarmi confido che elle
sieno al tutto possibili. E credo aver diritto di non decadere di
stima presso veruno di voi, se riputato una volta amator della patria,
vado ora gagliardamente contr’essa co’ suoi acerrimi nemici; e di non
esser preso in sospetto per le mie parole quasi nascano dalla baldanza
propria degli esuli. Perocchè esule io sono dalla scelleratezza di
quelli che mi bandirono, ma non dal vostro vantaggio ove vogliate
udirmi; nè tengo per nemici maggiori quelli che mi offesero nemico
(voglio dir voi) di quelli che constrinsero gli amici a diventar
nemici. Ho serbato amore alla patria non in mezzo alle ingiustizie, ma
finchè ho vissuto in sicuro da cittadino; e credo non andare ad assalir
quella che tuttora è mia patria, ma ben piuttosto a ricuperar quella
che più non mi è tale. Amante vero della patria non è già colui che
avendola ingiustamente perduta si astiene d’andarle contro; ma bensì
quegli che per lo desiderio di lei tenti in ogni modo di riaverla.
Per lo che, o Lacedemoni, stimo avere ben donde richiedervi che vi
valghiate di me francamente in ogni pericolo ed in ogni travaglio,
sapendo voi bene quel discorso che è per le bocche di tutti, che se
da nemico grandemente vi nocqui, potrò giovarvi moltissimo da amico,
perchè conoscitore delle cose d’Atene argomentavo pur delle vostre; che
pensiate che trattate di cose rilevantissime, e però non v’incresca
la spedizione in Sicilia e nell’Attica, acciocchè riunendovi là in
soccorso con piccola porzione di truppe possiate salvare i grandi
interessi dei Siciliani, ed abbatter qua l’attuale e la futura potenza
degli Ateniesi, ed abitar poi sicuri nelle vostre sedi, ed esser
duci di tutta la Grecia che a voi s’inchinerà non per forza, ma per
benevolenza.»

93. Così parlò Alcibiade. E i Lacedemoni che anch’essi di prima
aveano il pensier di militar contro Atene, e che per circospezione
tuttora indugiavano, viemaggiormente ne restarono confortati per
gl’insegnamenti di lui sopra ciascuna cosa, stimando averli uditi
da tale che ne era ottimo conoscitore. Cosicchè applicarono subito
l’animo a munire Decelia, ed a mandar tostamente qualche soccorso
a quei di Sicilia. Ed avendo destinato a capitano de’ Siracusani
Gilippo di Cleandrida[96] gli commisero che consigliandosi con essi
e co’ Corintii oprasse sì che quelli di là avessero il più vigoroso
e sollecito aiuto, secondo che il comportavano i tempi presenti.
Chiese Gilippo a’ Corintii che immantinente gli mandassero due navi ad
Asine e preparassero tutte le altre che pensavano di spedire, e che
all’occasione le avessero pronte a navigare. Ed essi convenutisi di
queste cose partirono da Sparta. Intanto giunse di Sicilia in Atene la
trireme spedita dai generali per denari e cavalli. Gli Ateniesi, udite
le dimande, decretarono di mandar nutrimento e cavalieri all’esercito;
e così compievasi l’inverno e l’anno decimosettimo di questa guerra che
Tucidide ha descritto.

94. Incominciata appena la primavera della seguente estate, gli
Ateniesi di Sicilia salpando da Catana navigarono sopra i Megaresi
di Sicilia, le terre dei quali ritengono i Siracusani, fin da quando
li ebbero cacciati dalle sedie loro al tempo di Gelone tiranno,
siccome per me innanzi è stato detto. Colà scesi a terra diedero
il guasto alla campagna, e venuti ad un forte de’ Siracusani senza
averlo potuto espugnare, si ricondussero per la via di terra e colle
navi al fiume Terea[97]; e recatisi alla pianura la devastavano ed
abbruciavano le messi. Uccisero ancora alcuni de’ non molti Siracusani
che incontrarono, ed alzato il trofeo ritornarono alle navi, colle
quali andarono a Catana; e di là presa vettovaglia marciaron con
tutto l’esercito sopra Centoripa[98] cittadella dei Siculi. Ottenuta
questa per capitolazione partirono; e in ritornando davano fuoco
alle granaglie degli Inessei[99] e degli Iblei. E pervenuti a Catana
vi trovano giunti da Atene dugentocinquanta di cavalleria co’ suoi
finimenti, ma senza cavalli (credendosi che questi si procaccerebbero
di lì) con più trenta arcieri da cavallo, e trecento talenti in
moneta[100].

95. Nell’istessa primavera i Lacedemoni si mossero ad oste contr’Argo
e vennero sino a Cleone[101], donde, sopravvenuto il terremoto,
retrocederono. Dopo di questo gli Argivi entrarono in su quel di Turea
col quale confinavano, e presero gran bottino ai Lacedemoni, che fu
venduto non meno di venticinque talenti. E non molto appresso, in
questa estate, la parte popolare di Tespia assalì i magistrati, ma non
potè averli nelle mani: anzi benchè fosse soccorsa dagli Ateniesi,
alcuni di essa furono arrestati, altri andarono in bando ad Atene.

96. Nell’estate medesima i Siracusani, poichè intesero che arrivavano
cavalli agli Ateniesi, e che già erano per andar contro loro,
discorrevano che se il nemico non si impadronisse d’Epipole, luogo
scosceso e situato immediatamente a cavaliere della città, non sarebbe
facile ch’e’ potessero esser cinti all’intorno dalle fortificazioni,
quand’anche perdessero la battaglia. E però intendevano di guardare
le strade che ad esso menano, acciocchè i nemici non per queste vi
salissero inosservati; che per altra via era impossibile. Imperciocchè
tutto il rimanente di quel luogo è ripido ed acclive fino alla città,
donde tutta la parte interna di esso è visibile; e dai Siracusani è
chiamata Epipole la punta perchè di molto sovrasta al restante. Usciti
adunque in sul far del giorno con tutte le genti in una prateria lungo
il fiume Anapo (e già Ermocrate e gli altri suoi colleghi poco avanti
aveano assunto il comando) fecero la rivista delle genti, e prima di
tutto separarono settecento scelti soldati gravi sotto il comando di
Diomilo bandito d’Andro perchè stessero a guardia di Epipole, e riuniti
accorressero prestamente dovunque abbisognasse.

97. Il giorno dopo questa notte gli Ateniesi fecero la rassegna delle
soldatesche; e già di soppiatto al nemico da Catana erano approdati
con tutta l’armata ad una terra detta Leone, distante da Epipole sei
o sette stadii, ove sbarcarono la fanteria; e colle navi fermaronsi a
Tapso che è una penisola in un angusto istmo e sporge verso l’alto, ed
è poco lontana da Siracusa sì per la via di terra che di mare. Pertanto
l’esercito navale degli Ateniesi in Tapso afforzato l’istmo con
palizzata stavasi quieto: ma le genti da piè marciavan subito correndo
verso Epipole, e furono in tempo a salirvi dalla parte di Euriclo
prima che accortisene i Siracusani vi arrivassero dalla prateria ove
facevasi la rivista. E sebbene per arrivare dalla prateria a quel
luogo vi fosse uno spazio non minore di venticinque stadii, nondimeno
ciascuno vi accorse il più frettolosamente possibile, e in ispecie
Diomilo co’ suoi settecento. In questo modo adunque i Siracusani,
azzuffatisi disordinatamente o vinti nella battaglia presso Epipole,
si ritirarono in città, perduto Diomilo con altri trecento in circa.
Dipoi gli Ateniesi ersero trofeo, e con salvocondotto resero i morti
ai Siracusani. Il giorno seguente scesi propio sotto la città, poichè
i nemici non uscivano loro incontro, tornarono indietro e fabbricarono
a Labdalo un battifolle che guardava Megara in cima a quei dirupati,
per avere un deposito di bagagli e provvisioni, caso che volessero
avanzarsi per combattere o per edificar fortificazioni.

98. E poco dopo arrivarono ad essi trecento cavalieri da Egesta, e
cento incirca tra de’ Siculi, de’ Nassii e d’alcuni altri; e dugento
cinquanta vi erano degli Ateniesi che aveano ricevuto parte de’ cavalli
dagli Egestei e da’ Catanesi, parte gli aveano comprati: talchè ebbero
accolti in tutti seicentocinquanta cavalieri. Gli Ateniesi adunque
collocato il corpo di guardia in Labdalo andarono verso Sica, ove
fermatisi alzarono prontamente il muro all’intorno. La prestezza loro
nel fabbricare atterrì i Siracusani, che però uscirono fuori con
animo di far battaglia e non lasciar correre la cosa. E già i due
eserciti si schieravano di fronte; quando i generali dei Siracusani
vedendo sbandate le proprie genti e non facili a potersi riordinare,
le ricondussero in città, salvo una parte dei cavalli che ivi rimasero
per impedire agli Ateniesi di trasportare i sassi e di spargersi più
lontano. E gli Ateniesi con una squadra di soldati gravi e insieme con
tutta la cavalleria, azzuffatisi coi cavalli siracusani li misero in
fuga ed alcuni ne uccisero; ed alzarono il trofeo per questo equestre
conflitto.

99. Il dì seguente alcuni degli Ateniesi lavoravano al muro circolare
dalla parte di tramontana, altri unitisi a portare sassi e legnami
li deponevano nel luogo chiamato Trogilo, di mano in mano dove
mostravasi più corta la linea del muro dal porto grande all’altro mare.
E i Siracusani, per le persuasioni d’Ermocrate più che degli altri
capitani, non altrimenti volevano arrischiarsi con tutto l’esercito
contro gli Ateniesi, ma determinarono per lo migliore di edificare un
contrammuro più al basso, dove i nemici condurrebbero il suo; poichè se
si potessero prevenire, e’ rimarrebbon serrati fuori. E se in questo
mentre gli Ateniesi accorressero ad inquietarli, essi spedirebbero
loro incontro parte dell’esercito, e sarebbero in tempo a preoccupare
e munir con palificate gli sbocchi: se poi si voltassero tutti a
contrastarli, dovrebbero allora cessare dal cominciato lavoro. Uscirono
dunque i Siracusani, e principiando dalla loro città tiravano un muro
obliquo sotto a quello circolare degli Ateniesi, e tagliavano gli olivi
del sacro recinto per piantarvi delle torri di legno. Le navi ateniesi
non ancora da Tapso avevan fatto il giro per entrare nel porto grande;
che anzi i Siracusani eran tuttora padroni del mare all’intorno; e però
gli Ateniesi facevano da Tapso venire per terra il bisognevole.

100. Ma i Siracusani, poichè credettero bastantemente assicurata la
palizzata e la fabbrica del contrammuro, e poichè gli Ateniesi, parte
per timore di esser con troppa facilità assaltati se si dividessero,
parte per la premura che si davano del loro muro circolare, non
erano andati a disturbarli; lasciata una sola compagnia a guardia
del fabbricato ritornarono in città. Gli Ateniesi guastarono ad
essi i condotti che sotterra portavano in città l’acqua da bere: ed
avendo osservato che alcuni degli altri Siracusani in sul mezzogiorno
tenevansi entro le tende, che alcuni poi erano rientrati in città,
e che quelli della palizzata la guardavano negligentemente, misero
nella prima schiera trecento de’ loro scelti soldati, e pochi
altri parimente scelti di grave armatura, con ordine di lanciarsi
improvvisamente di corsa sul contrammuro. E intanto, fatte due parti
del rimanente dell’esercito, la prima marciava con uno de’ due capitani
verso la città, caso che ne uscisse qualche soccorso; l’altra con
l’altro capitano andava contro la palizzata presso la postierla. I
trecento, dato l’assalto, espugnano il vallo cui le guardie nemiche
abbandonarono, rifugiandosi dentro l’antemurale che cingeva il
Temenite, e con esse vi si precipitarono gl’inseguitori: ma entrati
dentro furono a forza ricacciati dai Siracusani. Alcuni degli Argivi e
non molti degli Ateniesi vi rimasero morti; e l’esercito tutto insieme
nel retrocedere rovinarono il contrammuro, svelsero la palizzata, ne
portarono seco i pali ed alzarono trofeo.

101. Il giorno appresso gli Ateniesi ripigliando il muro circolare lo
conducevano sul dirupato che sovrasta al padule, e che da questo lato
dell’Epipole guarda il porto grande, e per dove calando a traverso la
pianura e il padule riesciva loro brevissimo il giro fino al detto
porto. Frattanto i Siracusani usciti fuori anch’essi, presero a rifare
la palizzata cominciando dalla città, e conducendola per mezzo il
padule; ed insieme accanto ad essa scavavano una fossa, perchè gli
Ateniesi non potessero tirare il muro sino al mare. Ma questi fornito
il lavoro dinanzi al dirupato, e volendo nuovamente assaltare la
palizzata e la fossa dei Siracusani, ordinarono alle navi di girare
da Tapso fino al porto grande de’ Siracusani; e a bruzzolo scesi da
Epipole nel piano gittarono a traverso il padule, ove era melmoso e
più consistente, delle imposte ed assi larghe, e valicati su queste
prendono in sull’aurora la palizzata quasi tutta, e la fossa: e
poi si impadronirono anco del restante. E qui si commise battaglia
nella quale vinsero gli Ateniesi; e i Siracusani che tenevano l’ala
destra fuggirono alla città; quei della sinistra al fiume. I trecento
soldati scelti ateniesi, volendo precludere a questi il tragitto,
s’affrettavano correndo alla volta del ponte; di che impauriti i
Siracusani, siccome avean lì presenti molti cavalli gl’investono, e
li mettono in fuga, e sboccano sul corno destro degli Ateniesi. A
quest’urto impetuoso rimase spaventata la prima squadra di quel corno;
e Lamaco a tal vista accorreva colà dalla sua ala sinistra con non
molti arcieri e con gli Argivi che prese seco. Ma varcata una fossa e
rimasto isolato con altri pochi che l’avean varcata insiem con lui,
cade morto egli e cinque o sei di quelli che eran seco; e subito
i Siracusani furono in tempo a trascinarli in sicuro al di là del
fiume. E vedendosi omai venire addosso il resto dell’esercito ateniese
facevano la ritirata.

102. Frattanto quei che da prima erano rifuggiti alla città, alla vista
di tali cose ripresero animo, e schieraronsi di fronte agli Ateniesi
che contro loro si avanzavano. Spediscono inoltre una mano di loro
genti ad occupare il ricinto d’Epipole che credevano abbandonato.
Infatti prendono e guastano il muro esterno ch’era della misura di
dieci jugeri, e furono impediti di pigliare anche lo stesso ricinto
da Nicia ivi rimasto casualmente per malattia. Il quale vedendo che
per mancanza di uomini non potrebbono salvarsi per altra via ordinò
ai servi di metter fuoco a quanto vi era di macchine e di legnami
dinanzi al muro. E la cosa riuscì come Nicia s’aspettava; essendochè
i Siracusani a cagione del fuoco non seguitarono più innanzi, ma
retrocederono, tanto più che gli Ateniesi dalla pianura ove avean dato
la caccia al nemico risalivano al soccorso del ricinto, mentrechè le
navi, secondo l’ordine avuto, da Tapso, entravano nel porto grande.
Alla vista delle quali cose quei Siracusani che erano in sull’altura e
con essi tutto il resto dell’esercito si avviarono a gran passi alla
città, credendosi inabili colle presenti loro forze a contrastare al
nemico di condurre il muro insino al mare.

103. Dopo di che gli Ateniesi ersero il trofeo e con salvocondotto
restituirono i morti ai Siracusani, e riebbero Lamaco e gli altri
uccisi con lui. E già trovandosi loro presente tutto l’esercito e
navale e terrestre, fatto cominciamento da Epipole e da quel dirupato,
serrarono i Siracusani con doppio muro fino al mare[102]. I viveri
erano portati all’oste da ogni parte d’Italia; e molti de’ Siculi,
che innanzi se ne stavano a vedere, vennero alleati agli Ateniesi, e
dall’Etruria tre navi a cinquanta remi. Parimente tutte le altre cose
procedevano ad essi in modo da dare speranza, imperocchè i Siracusani
giudicavano di non più potere restar vittoriosi nella guerra, da che
non veniva pur loro aiuto veruno dal Peloponneso. E tenevano discorsi
d’accomodamento tra loro stessi, ed anche con Nicia, che solo dopo la
morte di Lamaco aveva in mano il comando. Ma non si veniva con fermezza
a capo di nulla; e come doveva aspettarsi da gente sconcertata e
assediata più strettamente di prima, molte cose si dicevano a Nicia, e
più ancora in città. Inoltre per le presenti calamità era entrato tra
loro il sospetto; e però rimossero i generali sotto i quali erano esse
accadute, attribuendo il proprio danno alla disgrazia e al tradimento
di quelli, ed altri ne sostituirono, cioè, Eraclide, Eucle e Tellia.

104. Frattanto Gilippo lacedemone e le navi di Corinto erano già
nelle acque di Leucade con animo di recar pronto soccorso in Sicilia.
E perchè spesseggiavano ad essi le cattive novelle e tutto false in
questo stesso che già Siracusa era al tutto cinta da muro, Gilippo
non avea più veruna speranza di salvar la Sicilia. Se non che volendo
conservare l’Italia, egli e Pitene corintio con due navi laconiche
e due corintie tragittarono l’Ionio colla massima sollecitudine, e
vennero e Taranto. I Corintii poi armate due navi leucadie e tre
ambraciote, oltre le loro dieci, dovevano mettersi in mare più
tardi. Gilippo prima di tutto da Taranto andò come ambasciatore
a Turio, stante il dritto di cittadinanza godutavi una volta dal
padre[103]. E non avendo potuto recare a sè gli animi degli abitanti,
partì di là e andava radendo la costa d’Italia; quando nel golfo
Terineo[104] sorpreso dal vento che alzandosi verso tramontana vi
soffia impetuosamente, è trasportato in alto mare; donde, sbalzato
da grandissima tempesta torna ad approdare a Taranto; e tirate in
sull’asciutto quelle navi che avean sofferto nella burrasca le
rabberciava. Nicia avuto lingua che Gilippo era in corso, non facea
nissun conto della pochezza di quelle navi (e il simigliante fecero
i Turii) e gli parve che navigasse con apparecchio, anzi che no
corsalesco, e però non se ne prendeva nissuna guardia.

105. Ne’ medesimi tempi di questa estate i Lacedemoni con gli
alleati invasero il territorio d’Argo, e ne guastarono buona parte.
Gli Ateniesi soccorsero gli Argivi con trenta navi, le quali
manifestissimamente ruppero la tregua che avevano co’ Lacedemoni.
Conciossiachè per l’innanzi invece di sbarcare nella Laconia e farvi
la guerra insieme cogli Argivi e co’ Mantineesi, si ristringevano ad
uscir di Pilo ed infestare coi ladronecci le costiere del Peloponneso.
E sebbene gli Argivi li avessero spesse volte confortati almeno ad
approdare armati nella Laconia, a patto anche di partirne dopo avervi
dato il guasto insiem con loro a menomissima parte, aveano sempre
ricusato di farlo. Ma allora con gli sbarchi fatti in Epidauro Limera,
e in Prasia, sotto il comando di Pitoro, di Lespodio e di Demarato,
e negli altri luoghi ove devastarono il territorio, operarono sì
che i Lacedemoni avessero più onesto motivo di difendersi contro
gli Ateniesi. Partiti i quali da Argo colla flotta, e dopo loro i
Lacedemoni, gli Argivi entrarono in su quel di Fliasia, diedero
il guasto a porzione di quelle terre, uccisero alcuni abitanti, e
ritornarono a casa.


  FINE DEL LIBRO SESTO.




LIBRO SETTIMO

  SOMMARIO.

  Gilippo. — Nicia si fa forte. — Combattimenti. — Lettera di Nicia.
  — Eserciti nella Sicilia e nell’Attica. — Battaglia navale. —
  Diversi fatti. — Presa di Micalesso. — Imprese di Demostene.
  — Zuffa navale a Siracusa. — Giunge la flotta ateniese. —
  Epipole assalita. — Altro combattimento in mare. — Schiere dei
  belligeranti. — I duci fan cuore alle soldatesche. — Si combatte
  pure in mare. — Avvilimento dell’esercito ateniese. — Tenta di
  ritirarsi, ed è sconfitto. — I suoi duci sono spenti, ed i prigioni
  maltrattati.


1. Ma Gilippo e Pitene poichè ebbero racconciate le navi, da Taranto
passarono ai Locrii Epizefirii[105], ove inteso più chiaramente che
Siracusa non era del tutto cinta di muro, e che anzi recandosi là
coll’esercito potrebbero ancora penetrarvi dalla parte d’Epipole,
stavano deliberando se dovessero tentar d’entrarvi per mare prendendo
la Sicilia in sulla destra, ovvero tenendosi in sulla sinistra andarvi
per terra, dopo aver prima navigato ad Imera ed essersi aggiunti gli
abitanti di questa città, e le altre milizie di quei popoli che a ciò
indurrebbero. Risolvettero alfine di navigare ad Imera, tanto più
che non ancora erano arrivate in Reggio le quattro navi attiche, le
quali Nicia vi avea spedite appena seppe della venuta dei Lacedemoni
presso i Locrii, quantunque per l’innanzi ne avesse dispregiato
il piccolo numero. Prevenendo adunque queste navi che ivi doveano
fermarsi in guardia, Gilippo e Pitene traversano lo stretto, e dopo
aver fatto scala in Reggio e Messina giungono ad Imera. Nell’esser
quivi persuasero gl’Imerei ad unirsi con loro in questa guerra, ed a
seguitarli, ed a somministrare le armi a quanti delle loro ciurme non
le avevano (giacchè le navi vi erano state tratte a terra); e mandarono
poi ordinando ai Selinunti che con tutte le loro forze dovessero venire
ad incontrarli in un luogo assegnato. I Geloi promisero di mandar loro
una mano di soldati, e lo stesso fecero alcuni dei Siculi, che con
più ardore di prima si mostravano pronti ad accostarvisi, perchè di
recente era venuto a morte Arconida principe non debole che regnava
sopra alcuni Siculi di quelle vicinanze, ed amico degli Ateniesi; e
perchè parea che baldanzoso venisse da Sparta Gilippo. Il quale tolti
seco settecento di grave armatura tra delle proprie ciurme e de’
soprassaglienti, e mille Imerei tra soldati gravi e leggeri, e cento
cavalli, ed alcuni de’ Selinunti armati alla leggera, e pochi cavalli
de’ Geloi e mille Siculi in tutti, addirizzava alla volta di Siracusa.

2. I Corintii poi partiti da Leucade col resto delle navi venivano
in soccorso il più prestamente potevano. E Gongilo, uno de’ capitani
corintii, che con una sola nave erasi mosso l’ultimo, arriva il primo a
Siracusa poco avanti di Gilippo. Trovati egli i Siracusani in sul punto
di adunarsi per vedere di liberarsi da quella guerra, li rattenne e li
rincorò, dicendo che altre navi erano in corso, e con esse Gilippo di
Cleandrida speditovi a capitano dai Lacedemoni; di che i Siracusani
presero cuore, e subito uscirono con tutto l’esercito ad incontrare
Gilippo che omai sapevano dover esser vicino. Il quale preso per
istrada un forte de’ Siculi chiamato Iega arriva ad Epipole aringato
in battaglia; e salitovi dalla parte d’Eurielo donde erano innanzi
saliti gli Ateniesi, marciava coi Siracusani contro le fortificazioni
nemiche. E per avventura vi giunse quando appunto gli Ateniesi aveano
per sette o otto stadii compito il doppio muro verso il porto grande,
e solo ne restava una piccola porzione verso il mare, ed anche questa
si fabbricava. Pel resto del muro circolare da Trogilo all’altro mare
stavanvi già per la maggior parte ammassati vicini i sassi, e in alcuni
punti il lavoro era mezzo fatto, ed in altri era rimasto interamente
fornito. A tanto di pericolo venne Siracusa.

3. Per l’improvvisa venuta di Gilippo e dei Siracusani rimasero da
primo perturbati gli Ateniesi; poi si misero in ordinanza. Ed egli
fermato il campo d’appresso manda un araldo a dir loro che se dentro
cinque giorni volessero pigliar quel che avevano ed uscir di Sicilia,
sarebbe pronto a pattuire. Non fecero gli Ateniesi verun conto di
tal proposizione e rimandarono l’araldo senza risposta; e dopo ciò
si apparecchiava l’un campo contro l’altro per la battaglia. Gilippo
vedendo del turbamento tra i Siracusani, e della difficoltà per ridurli
al buon ordine, ritirò il campo in luogo più aperto; e Nicia stava
fermo presso le sue fortificazioni, e non fece muovere gli Ateniesi.
Poichè Gilippo ebbe osservato che non gli venivano incontro, ritirò
l’esercito sopra l’altura chiamata Temenite ove passò la notte. Il
giorno dipoi condusse seco e schierò la maggior parte dell’esercito
presso le mura degli Ateniesi, affinchè non potessero accorrere
altrove; e un’altra parte ne spedì al forte di Labdalo che rimaneva
fuor della vista del nemico, e lo espugnò ed uccise quanti trovò
in quello. Nel medesimo giorno fu dai Siracusani presa una trireme
ateniese mentre che entrava nel porto grande.

4. Dopo questi fatti i Siracusani e gli alleati, incominciando dalla
città, tiravano su per l’Epipole a riscontro del primo obliquo un altro
muro scempio, acciocchè gli Ateniesi, se non potessero impedirlo,
restassero omai nell’impossibilità di serrare affatto Siracusa. Avevano
già gli Ateniesi riguadagnate le alture e compiuto il muro verso il
mare, la debolezza del quale in alcuni punti mosse Gilippo a prender
l’esercito, e ad andare di notte ad assaltarlo. Ma gli Ateniesi, che
per avventura pernottavano al sereno, sentita la cosa gli andarono
incontro, e lo Spartano a quella vista ritirò prestamente i suoi.
Allora gli Ateniesi aumentata l’altezza del muro, in quella parte lo
guardavano da per sè, e sul rimanente della fortificazione assegnarono
agli altri alleati il luogo ove ciascuno dovea stare di guardia. E
Nicia stabilì di munire il così detto Plemmirio, che è un rilevato
di faccia alla città, e che stendendosi dinanzi al porto grande ne
ristrigne l’imboccatura; munito il quale stimava che più agevolmente si
potrebbero trasportare i viveri alle sue navi, perchè là più da vicino
minaccerebbero il porto piccolo, di cui erano padroni i Siracusani; e
ad una qualche mossa della flotta nemica non avrebbe dovuto condurvele,
siccome allora, dal fondo stesso del porto. Senza di che avea già
maggiormente l’animo alla guerra per mare, vedendo che dopo l’arrivo di
Gilippo poca o nissuna speranza rimaneva per essi nelle cose di terra.
Pertanto fatto passare colà l’esercito e le navi, vi fabbricò tre
bastite ove si riponevano la maggior parte delle bagaglie; e le barche
grandi e le navi sparvierate d’ora in avanti aveano ivi stazione. E
da ciò ebbero principio i gravi malanni delle ciurme, poichè avevano
scarsità d’acqua e questa non vicina, e di più quando uscivano a far
legna restavano uccisi dalla cavalleria de’ Siracusani, padroni della
campagna, i quali avevano collocato nel castello d’Olimpico la terza
parte dei loro cavalli, perchè quei nemici che erano in Plemmirio non
venissero fuori a fare del guasto. Inoltre Nicia sentiva dire che si
avanzavan le altre navi de’ Corintii, e però spedì in osservazione
venti delle sue, con ordine di stare alle vedette nelle vicinanze dei
Locrii e di Reggio, e nei luoghi di facile sbarco in Sicilia.

5. Gilippo intanto edificava il muro a traverso l’Epipole, usando dei
sassi che gli Ateniesi avevano ammassati per sè, e al tempo stesso
conduceva fuori di quando in quando i Siracusani e gli alleati, e gli
attelava dinanzi alle fortificazioni nemiche: e gli Ateniesi anch’essi
si schieravano loro di fronte. Or Gilippo quando gli parve opportuno,
incominciò l’assalto; e venuti alle mani combattevano nell’intervallo
de’ muri, ove non era di alcun uso la cavalleria de’ Siracusani e
degli alleati, che però rimasero vinti e ripresero con salvocondotto i
cadaveri; e gli Ateniesi ersero trofeo. E Gilippo convocato l’esercito
disse che la colpa non era stata di loro, ma sua, perchè coll’ordinare
la battaglia troppo dentro ai muri[106], avea operato che restassero
privati del vantaggio della cavalleria e de’ lanciatori; volerli
ora ricondurre contro al nemico; pensassero, li confortava, che in
apparecchi non sarebbero inferiori; ma che incomportabil cosa sarebbe
se essi Peloponnesi e Doriesi non presumessero ne’ loro animi di dover
vincere un ragunaticcio di Ionii e d’isolani, e cacciarli di quel paese.

6. Dopo di che, venuta l’opportunità, li condusse nuovamente alla
battaglia. Nicia poi e gli Ateniesi uscirono incontro ai Siracusani,
perchè giudicavano che quand’anche il nemico non volesse essere il
primo ad attaccare il combattimento, era per loro necessario il non
permettere la continovazione del muro opposto. Conciossiachè il muro
dei Siracusani era vicino ad oltrepassare l’estremità di quello
degli Ateniesi, e se fosse andato innanzi procurava fin d’allora
ai primi questo doppio vantaggio, di vincer sempre combattendo, e
d’esser padroni di non combattere. Gilippo adunque condotti i soldati
gravi fuori de’ muri molto più della prima volta, si azzuffò con gli
Ateniesi, sul fianco dei quali avea schierato i cavalli e i lanciatori
in luogo aperto, ove andava a finire la fabbrica de’ due muri. Nel
calor della pugna i cavalli dettero dentro al corno sinistro ateniese
che aveano di contro e lo volsero in fuga; per lo che anche il resto
dell’esercito vinto dai Siracusani dovette ripararsi precipitosamente
nelle fortificazioni. E nella seguente notte i Siracusani furono in
tempo a continovare il loro muro, ed a condurlo oltre quello edificato
dagli Ateniesi, dai quali non potevano esser più impediti; laddove essi
avevano loro tolto affatto il modo di cingerli con muraglia, anche nel
caso che riportassero vittoria.

7. Appresso le altre navi de’ Corintii, degli Ambracioti e de’ Leucadii
in numero di dodici, capitanate da Erasinide corintio, approdarono
a Siracusa senza essere state scoperte da quelli Ateniesi che erano
in osservazione, ed aiutavano i Siracusani a condurre il resto della
fabbrica sino al muro trasversale. E Gilippo andava agli altri luoghi
di Sicilia raccogliendo genti da mare e da terra, e recando a sè
quelle città che non si mostravano disposte, e quelle ancora che del
tutto si erano tratte indietro da questa guerra. Furono parimente
spediti nuovi ambasciatori siracusani e corintii a Sparta e Corinto,
acciò tragittasse in Sicilia un altro esercito in quel modo che più
convenisse, o sulle navi da carico, o sulle barche, o altrimenti,
poichè anche gli Ateniesi aveano da capo mandato per soccorso. E i
Siracusani armavano la flotta e si andavano esercitando, risoluti di
assaggiare il nemico anco con questa: e con gran calore si applicavano
alle altre cose.

8. Nicia, sentendo ciò, e vedendo giornalmente crescere la forza del
nemico ed il proprio intrigamento, benchè spesso anche per l’innanzi
spedisse ad Atene per dar ragguaglio d’ogni fatto in particolare, tanto
più il fece allora, essendochè credevasi ridotto in grave fortuna, e se
nol richiamassero senza aspetto colle sue genti, o non ne mandassero
dell’altre in buon numero, non ci vedeva scampo veruno. E perchè temeva
che i mandatari, o per insufficienza nel parlare, o per mancanza di
spirito, od anche per dir qualche cosa a grado della moltitudine,
non riferissero il vero, scrisse una lettera, stimando che così gli
Ateniesi, informati con esattezza della mente sua, non travisata dal
relatore, delibererebbero intorno al vero. Pertanto gli spediti da
lui partirono colla lettera e colle commissioni che doveano esporre a
bocca; ed egli, tenendo ormai il campo sotto guardia, vegliava contro i
non cerchi pericoli[107].

9. All’uscita di questa medesima estate Euzione generale ateniese unito
a Perdicca andò ad oste con molti Traci sopra la città d’Amfipoli, e
non potè espugnarla. Per lo che, partito da Imereo e fatte girare le
triremi nello Strimone, l’assediava di sul fiume: e così compievasi
questa estate.

10. All’entrata del verno arrivarono in Atene gli spediti da Nicia,
dissero quanto a voce era stato loro ordinato, risposero a quello
di che ciascuno gl’interrogava, e consegnarono la lettera che il
cancelliere della città, fattosi avanti, lesse agli Ateniesi; e diceva
così:

11. «Ateniesi, voi avete contezza per molte altre mie lettere delle
cose passate: ora poi è tempo che non men bene conosciate a che termine
siamo, per poter deliberare. Dopo aver noi vinti in più battaglie
i Siracusani contro i quali ci mandaste, e dopo aver fabbricato le
mura dentro cui ci troviamo, è venuto Gilippo lacedemone con esercito
accolto dal Peloponneso e da alcune città di Sicilia. Nella prima
battaglia ei restò superato da noi; ma nella seconda, stretti da
molti cavalli e lanciatori, dovemmo ripararci dentro le mura. Laonde
al presente sospeso il lavoro della circonvallazione, stante la
moltitudine de’ nemici, siamo inoperosi; essendochè non possiamo pur
valerci di tutto l’esercito, mentre non piccola parte delle genti
gravi si spendono alla guardia delle nostre fortificazioni, lungo le
quali hanno i nemici alzato un semplice muro, che ci toglie il modo di
poterli circonvallare, a meno che con molto esercito non si assalga,
e si espugni questo muro oppostoci. Ed è avvenuto che dove credevamo
di assediare gli altri, noi piuttosto ci troviamo a patir ciò, almeno
per la parte di terra; imperocchè a causa della loro cavalleria non
possiamo neppure allargarci molto per la campagna.

12. «Hanno inoltre spedito ambasciatori nel Peloponneso per nuovo
esercito, e Gilippo scorre per le città di Sicilia, per muovere ad
unirsi seco in questa guerra quelle che ora stanno quiete, e per cavare
di bel nuovo dalle altre, se gli riuscirà, genti da piè e fornimento
per la flotta. Poichè, a quel ch’io sento, intendono di tentare le
nostre fortificazioni con la fanteria ad un tempo e colle navi dal
mare. Nè paia strano ad alcuni di voi, che vogliano assalirci anche
per mare; conciossiachè la nostra flotta (lo che essi ben sanno) da
primo vigeva sì per l’asciuttezza delle navi che per la sanità delle
ciurme; ma ora le navi che da tanto tempo stanno in mare sono marcite,
e le ciurme mal concie. Attesochè non possiamo tirare a terra le navi
per asciugarle, mentre quelle dei nemici pari alle nostre di numero,
ed anche più, ci fanno sempre temere che ci vogliano assalire. Infatti
si veggono essi farne le prove, e di più sta in loro di assalirci, ed
hanno maggior potere di seccare le loro navi, perchè non stanno come
noi in osservazione contro altri.

13. «All’incontro noi appena saremmo in grado di far ciò se
sovrabbondassimo di navi, e non fossimo costretti, siccome adesso, a
stare in guardia con tutte. Imperciocchè per poco che ci togliessimo
dal tal vigilanza, ci mancherebbono i viveri che pur ora difficilmente
s’introducono, dovendo rasentare la loro città. Le nostre ciurme
sono state rifinite e lo sono tuttora, per questo perchè dovendo i
marinari allontanarsi a far legna, preda ed acqua, vengono uccisi
dai cavalli nemici; i servi poi, da che le due armate sono a fronte,
disertano. Quanto agli altri che non sono nostri distrettuali, quelli
che s’imbarcarono per forza si spargono subito per le città di
Sicilia; quelli poi che ci seguirono, mossi in primo dalla grandezza
del soldo, e credendo piuttosto di far denari che combattere, poichè
fuor dell’espettativa han veduto la flotta e le altre forze del nemico
schierarcisi contro, parte trovata l’occasione di disertare se ne
vanno, parte fanno il simigliante in quel modo che possono, giacchè
la Sicilia è grande. Ve ne sono anche di quelli che datisi quivi a
mercanteggiare comprano degli schiavi d’Iccara, ed han persuaso i
capitani delle triremi ad imbarcarli invece loro; e così han guastato
l’esattezza della marinaresca disciplina.

14. «E vi scrivo cosa che ben sapete, cioè, che il vigor delle ciurme
è di breve durata, e pochi sono tra i marinari che mossa una volta
la nave continovino il remeggio. Ed il peggio è, che io con tutta la
mia capitaneria non valgo ad impedir tali disordini, perchè i vostri
naturali son difficili ad esser comandati, e perchè non abbiamo onde
riempire le navi (lo che posson fare i nemici da molti luoghi); ma è
giuocoforza che quel che ci resta e quel che si va spendendo, tutto
esca dall’apparecchio con cui qua venimmo: avvegnachè le città ora
nostre alleate, Nesso e Catana, non possono sovvenirci. E se i nemici
potranno ancora ottener quest’uno, che le terre d’Italia le quali
ci nutricano, vedendo lo stato nostro e non soccorrendoci voi, si
aggiungano a loro, avranno essi vinta la guerra senza trar colpo,
perchè noi resteremo espugnati come per assedio. Certo avrei potuto
scrivervi cose più gradite, non già più utili, se pure è vero che
dovete deliberare colla piena cognizione delle cose di qua. Inoltre
siccome io conosco qual sia la natura di voi, che volete sentire
ragguagli piacevolissimi, ma che poi da ultimo, se dissimile ne segue
l’effetto, ce l’apponete a delitto, così ho creduto più sicuro il
mostrarvi la verità.

15. «Ora voglio che andiate persuasi che tanto soldati che capitani,
in quello per cui da primo venimmo qua, ci siamo portati in modo da
non meritare i vostri rimproveri. Ma dappoichè la Sicilia tutta ha
cospirato insieme, e vi si attende un altro esercito dal Peloponneso,
tenete omai fermo nelle vostre deliberazioni che le forze di qui non
bastano nemmeno per le urgenze presenti, ma che bisogna o richiamar
questo esercito, o rimandarvene un altro non minore marittimo e
terrestre, e non pochi denari; e dare lo scambio a me che più non
posso rimanere, perchè malato di nefritide. Ed in ciò credo giusto di
ottenere il vostro compatimento, perchè mentre sono stato sano molti
utili servigi vi ho prestati nella mia carica di generale. Quello poi
che volete fare, fatelo subito a primavera, e non mandate la cosa
d’oggi in domani; considerando che le forze di Sicilia si allestiranno
da’ nemici in poco tempo, quelle del Peloponneso più lentamente sì, ma
tuttavia se non vi applicherete l’animo, parte si trafugheranno come
per l’innanzi, parte vi preverranno.»

16. Di tanta importanza erano le cose dichiarate nella lettera di
Nicia; udita la quale gli Ateniesi non lo disposero del comando,
ma finchè non vi arrivassero altri che volevano eleggere per suoi
colleghi, gli aggiunsero due di là, Menandro ed Eutidemo, acciocchè
malato com’era non fosse solo nelle fatiche. Decretarono ancora di
spedire un nuovo esercito marittimo e terrestre, composto di Ateniesi
tolti dal ruolo della città, e di confederati; ed elessero a comandanti
con Nicia, Demostene di Alcistene ed Eurimedonte di Teucle; e subito
circa il solstizio d’inverno spediscono quest’ultimo in Sicilia
con dieci navi e con venti talenti di argento[108], e con la nuova
all’armata di là che verrebbe il soccorso, e che in Atene si avrà
pensiero di loro.

17. Demostene poi rimase ad allestire la flotta che dovea partire a
primavera, e mandava gli ordini ai confederati, per aver pronti anche
da quei luoghi denari e soldatesca grave. Gli Ateniesi spediscono venti
navi intorno al Peloponneso, perchè badassero che di là e da Corinto
nissuno tragittasse in Sicilia; avvegnachè i Corintii, dopo il ritorno
de’ legati che recavano migliori novelle delle cose siciliane, persuasi
non essere stata inopportuna quella prima spedizione del loro naviglio,
si erano viemaggiormente inanimiti; e però si allestivano a mandare
soldati gravi in Sicilia su navi da carico, e lo stesso facevano i
Lacedemoni cavando genti dal restante del Peloponneso. Di più i Corinti
armavano venticinque navi, disposti di provarsi a battaglia navale
colla guarnigione di Naupatto, affinchè gli Ateniesi da quel luogo
avessero manco modo d’impedire la partenza delle loro navi da carico;
dovendo stare in guardia ad un tempo e sulle difese contro queste
triremi che loro si opporrebbero.

18. Ed i Lacedemoni, siccome innanzi avevano risoluto, si preparavano
ad invader l’Attica, confortati a ciò da’ Siracusani e da’ Corintii
fin da quando ebbero nuova del soccorso ateniese per la Sicilia,
perchè appunto venisse frastornato da quella invasione. Medesimamente
Alcibiade anch’egli insisteva e gli avvertiva che munissero Decelia,
e non rallentassero la guerra. Ma principalmente si rinvigorirono i
Lacedemoni riflettendo che gli Ateniesi inquietati da doppia guerra
contro loro e contro i Siciliani, più facilmente potrebbero opprimersi,
e stimando che fossero essi stati i primi a rompere la tregua. Laddove
nella precedente guerra la trasgressione era stata piuttosto di Sparta,
essendochè i Tebani erano andati contro Platea stante la tregua: e
sebbene nelle prime convenzioni fosse detto che non si portassero le
armi contro chi volesse starsene al giudicio, essi non avean dato
retta agli Ateniesi che a quell’articolo li richiamavano. E per questo
pensavano che meritamente avessero avuta contraria la fortuna, e si
recavano a coscienza la disgrazia di Pilo e tutte le altre che erano
loro incontrate. Da che però gli Ateniesi fatto vela con trenta navi
aveano dato il guasto ad alcune terre di Epidauro e di Prasia e ad
altri luoghi, ed uscendo da Pilo praticavano il ladroneccio; e da
che, ogni qual volta sorgevano delle differenze sopra alcuni articoli
controversi nelle tregue, non avean voluto rimettersi nel giudizio
a che i Lacedemoni li invitavano, allora questi stimando esser al
contrario ricaduta negli Ateniesi la trasgressione onde prima erano
essi rei, si inanimirono per la guerra. E in quest’inverno richiedevano
ferramenti a tutti gli alleati, ed apparecchiavano gli altri strumenti
per munire Decelia, ed insieme procacciavano da se stessi soccorsi
da mandarsi in Sicilia sulle navi da carico, ed astringevano gli
altri Peloponnesi a fare altrettanto. Così finiva l’inverno e l’anno
diciottesimo di questa guerra descritta da Tucidide.

19. Al cominciamento della seguente primavera i Lacedemoni e gli
alleati guidati da Agide di Archidamo, re dei Lacedemoni, prestissimo
invasero l’Attica. E primieramente guastarono il territorio per la
pianura; dipoi spartendo il lavoro città per città, presero a munire
Decelia che è distante da Atene circa centoventi stadii, e non molto
più che altrettanto dalla Beozia. Questa munizione visibile sino dalla
città d’Atene si costruiva nel piano, e nei luoghi più acconci di quel
paese per farvi guasto. I Peloponnesi adunque e gli alleati che erano
nell’Attica lavoravano alle fortificazioni, e gli altri rimasti nel
Peloponneso spedivano circa il medesimo tempo le soldatesche gravi in
Sicilia sulle navi da carico. Le quali, fatto vela da Tenaro della
Laconia, presero l’alto con a bordo secento di grave armatura, parte
Iloti de’ migliori scelti da’ Lacedemoni, parte ascritti di recente
alla cittadinanza[109], sotto il comando di Eccrito spartano; e con
trecento Beozii pur di grave armatura capitanati da Xenone e Nicone
tebani, e da Egesandro tespiese. E dietro ad essi non molto dopo
i Corintii ne mandarono cinquecento di grave milizia parte propio
di Corinto, parte presi a soldo dagli Arcadi, sotto la condotta di
Alessarco corintio; e insieme con essi dugento soldati gravi inviarono
i Sicionii, de’ quali era duce Sargeo di Sicione. Le venticinque navi
poi dei Corinti armate già nell’inverno stavano in osservazione contro
le venti ateniesi che erano in Naupatto, fino a che non fossero partite
dal Peloponneso (ciò che loro premeva) le milizie gravi sulle navi da
carico; ed appunto a quest’oggetto le avevano da prima equipaggiate,
affinchè gli Ateniesi non tanto avessero l’animo alle navi da carico,
quanto alle triremi.

20. In questo, mentre si fortificava Decelia, gli Ateniesi subito al
principio di primavera spedirono trenta navi intorno al Peloponneso con
Caricle di Apollodoro ammiraglio, al quale commisero, che venuto ad
Argo richiedesse, secondo i patti della confederazione, soldati gravi
per la flotta. Spedirono ancora, conforme aveano disposto, Demostene
in Sicilia con sessanta navi ateniesi e cinque chie, e mille dugento
soldati gravi ateniesi del ruolo, e quanti Isolani da ogni parte
poterono adunare; e si procacciarono dai confederati e dai sudditi
tutto ciò che avessero di opportuno per la guerra. Aveano già ordinato
a Demostene che prima unitosi con Caricle circuisse ed infestasse la
Laconia: ed egli andato ad Egina aspettava che venisse a raggiungerlo
il rimanente dell’esercito che fosse rimasto addietro, e che Caricle
avesse preso seco gli Argivi.

21. Ma in Sicilia, verso i medesimi tempi di questa primavera,
tornò Gilippo a Siracusa conducendo quel maggiore esercito che potè
accogliere da ciascuna delle città da lui persuase; e convocati i
Siracusani disse che doveansi armare più navi che fosse possibile, e
tentare una battaglia per mare; dalla quale sperava dover seguitare
qualche gran fatto degno di tal cimento, da metter fine a questa
guerra. E moltissimo insiem con lui si adoprava Ermocrate confortando
i Siracusani perchè non dubitassero di assalire con le navi gli
Ateniesi, dicendo non avere essi ereditaria e sempiterna la perizia del
mare, ma essere gente di terraferma più dei Siracusani, e diventati
marittimi perchè costretti dai Medi; e contro ad uomini audaci come gli
Ateniesi comparire terribilissimi quelli che loro si opponessero con
eguale ardire; perciocchè in quella guisa che atterriscono talvolta
gli altri non con la maggioranza delle forze, ma con l’audacia
nell’assaltarli, in quella medesima sarebbero essi pure esposti a
tal caso egualmente che i nemici: saper lui bene, proseguiva, che i
Siracusani coll’inaspettato ardimento di opporsi alla flotta degli
Ateniesi costernati di sì fatta novità, riporterebbero su loro vantaggi
più grandi de’ danni che essi col loro sapere potrebbero recare
all’imperizia siracusana; però andassero, li animava, a far prova
delle forze marittime, e non isbigottissero. Persuasi i Siracusani da
Gilippo, da Ermocrate e da qualcun altro, voltaronsi con tutto l’animo
alla battaglia per mare ed armarono le navi.

22. E poichè la flotta fu in concio, Gilippo mosse di notte tutte le
genti da piè per assalire in persona le fortificazioni di Plemmirio
dalla parte di terra; mentre data la posta alle triremi siracusane,
venticinque di esse mossero dal porto grande, e quarantacinque dal
piccolo ove avevano l’arsenale, e volteggiavano per accozzarsi con
quelle di dentro al porto grande, e per navigare insieme sopra
Plemmirio, affinchè gli Ateniesi restassero da due parti scompigliati.
Ma questi dal canto loro misero prestamente all’ordine sessanta navi, e
con venticinque di esse combattevano contro le trentacinque siracusane
che erano nel porto grande; e con le altre andavano incontro a quelle
che uscite dall’arsenale volteggiavano. Commisero subito la battaglia
in sulla bocca del porto grande, e lungamente entrambi resisterono,
volendo gli uni penetrar dentro a forza, gli altri impedirli.

23. In questo, essendo gli Ateniesi di Plemmirio calati al lido
coll’animo rivolto alla battaglia navale, Gilippo in sul far
dell’aurora giunge improvvisamente ad assaltare i muri, espugna da
prima il più grande, poi anche i due minori; ove le guardie che videro
preso agevolmente il più grande, non tennero il fermo. Tutti quelli che
dal primo muro espugnato si erano rifugiati ai navigli e ad una barca
da carico, a gran pena si riconducevano nell’accampamento, avvegnachè
i Siracusani colle navi nel porto grande vincitori della battaglia,
li facessero inseguire da una trireme velocissima: se non che, quando
seguiva la presa di due muri, poterono i fuggitivi più facilmente
tragittare, avendo allora i Siracusani la peggio. Conciossiachè le
loro navi che combattevano sulla bocca del porto, cacciate a forza
quelle degli Ateniesi, vi entrarono senza ordine veruno; e così
confondendosi tra loro dettero la vittoria agli Ateniesi, che fugarono
queste e le altre dalle quali in principio erano stati vinti dentro
il porto. Ebbero i Siracusani undici triremi colate a fondo, e molte
persone uccise, senza contar quelle che furono prese vive in tre navi.
Gli Ateniesi perderono tre navi: e dopo aver rimorchiato i rottami
delle triremi nemiche ed eretto il trofeo nell’isoletta di faccia a
Plemmirio, ritornarono ai loro alloggiamenti.

24. Tale fu pei Siracusani l’esito di questa battaglia navale; ma erano
padroni dei muri di Plemmirio, e vi ersero tre trofei. Demolirono
uno di quei muri ultimamente espugnati, racconciarono gli altri
due e vi misero presidio. Molti furono i morti e molti i prigioni
nell’espugnare quelle fortificazioni, e fu tutto preso il denaro che
vi era in abbondanza. Imperciocchè siccome gli Ateniesi servivansi di
esse per magazzino, così vi era gran quantità di frumento e ricchezze
appartenenti ai mercatanti, e molte cose dei trierarchi, essendovi
state lasciate le vele per quaranta triremi ed altri attrezzi, con
più tre triremi tirate a secco. La presa di Plemmirio afflisse allora
principalmente l’esercito ateniese, avvegnachè l’accesso alle navi per
introdurre i viveri non era più sicuro, perchè i Siracusani stando
ivi sull’ancora lo impedivano, e le introduzioni non seguivano omai
senza battaglia; ed anche nel restante causò la costernazione e lo
sbigottimento nel campo.

25. Dopo questi fatti i Siracusani spediscono dodici triremi sotto il
comando di Agatarco siracusano. Una di esse andava nel Peloponneso
conducendo ambasciatori che doveano dar conto come le cose loro
piegavano a buona speranza, e sollecitare che con più calore si facesse
la guerra ad Atene. Le altre undici, sentito che per gli Ateniesi erano
in corso de’ navigli carichi di roba, si indirizzarono alla volta
d’Italia; ed incontrati quei navigli ne rovinarono la maggior parte,
e quindi nella campagna di Caulonia[110] abbruciarono il legname da
costruzione che era in pronto per i nemici. Dipoi passarono ai Locrii;
e mentre erano alla rada vi approdò una nave oneraria recando dal
Peloponneso i soldati gravi dei Tespiesi, che dai Siracusani furono
fatti salire sulle triremi, e marina marina tornavano a casa. Gli
Ateniesi che presso Megara stavano in osservazione con venti navi,
si impadroniscono d’una di queste triremi nemiche e della gente
che vi era sopra; ma non poteron prender le altre che scapparono a
Siracusa. Colà successe un leggero combattimento nel porto per conto
delle palizzate che i Siracusani aveano ficcate nel mare dinanzi agli
antichi arsenali, acciocchè dentro a quelle le navi loro avessero
stazione, e gli Ateniesi, qualora navigassero contro queste, non
potessero assalendole danneggiarle. La cosa pertanto andò così. Gli
Ateniesi accostarono a quelle palizzate una grossissima nave fornita di
torri di legno e di castelli; e di sulle chiatte allacciavano i pali
e con gli argani li tiravano e li troncavano, e notando sott’acqua
li segavano. I Siracusani dagli arsenali scagliavano dardi, e quelli
della nave facevano altrettanto; e finalmente gli Ateniesi tolsero la
maggior parte dei pali. Il più difficile era il levar quelli della
palizzata coperta dall’acqua, poichè aveano ficcato alcuni pali che
non sporgevano sopra il mare; e l’innoltrarsi non potendo vederli
innanzi, portava pericolo di urtarvi colla nave come in uno scoglio: ma
alcuni palombari presi a soldo entravano sotto e segavano anche questi.
Nonostante i Siracusani ve li ficcarono di nuovo. E di più (come era da
aspettarsi tra due eserciti vicini e schierati di fronte) molti nuovi
artifizi inventavano gli uni contro gli altri, e facevano scaramucce
ed ogni maniera di tentativi. I Siracusani poi spedirono alle città di
Sicilia un’ambasceria di Corintii, Ambracioti e Lacedemoni annunziando
la presa di Plemmirio, e la battaglia navale, circa la quale dicessero
che non tanto erano stati vinti per forza de’ nemici, quanto pel
proprio disordine; e dichiarassero che quanto al rimanente aveano buone
speranze, e le pregassero a voler recar loro soccorso con navi e genti
da piè, attesochè vi si aspettasse un altro esercito ateniese, l’arrivo
del quale se si potesse prevenire con la disfatta di quello che
attualmente vi era, sarebbe finita la guerra. Tale era lo stato delle
soldatesche di Sicilia.

26. Ma Demostene poichè ebbe accolto l’esercito col quale doveva andare
a soccorrer la Sicilia, salpò da Egina, e rivolto il corso verso il
Peloponneso si riunì a Caricle ed alle trenta navi ateniesi. E presi
su le navi pochi soldati gravi degli Argivi, navigarono entrambi
alla volta della Laconia; e primieramente scorrazzarono parte del
territorio d’Epidauro Limera, quindi approdarono su le coste della
Laconia di faccia a Citera, dove è il tempio d’Apollo, saccheggiarono
alcuni luoghi di quelle terre, e presero a munire un posto fatto a
forma d’istmo, acciocchè gli Iloti che disertassero da’ Lacedemoni vi
avessero un ridotto; e a modo di ladroni uscendo da quello, come da
Pilo, vi praticassero il ladroneccio. Demostene, gettate che vi furono
le fondamenta, partì subito per Corfù, volendo al più presto possibile
proseguire la sua gita in Sicilia, dopo aver presi seco anche gli
alleati di quei luoghi. E Caricle trattenutosi finchè non ebbe condotto
a fine le fortificazioni di quel luogo, vi lasciò un presidio, e poi
anche egli ritornò a casa con le trenta navi, e con esso gli Argivi.

27. In questa medesima estate arrivarono ad Atene mille trecento
palvesari dei Traci armati di coltella, della razza Diaca, che doveano
navigare con Demostene in Sicilia. Ma gli Ateniesi, poichè costoro
arrivarono troppo tardi, pensarono di rimandarli indietro in Tracia
donde erano venuti, parendo loro troppo dispendioso il ritenere questi
che dovevano avere ogni giorno una dramma a testa, e il sostenere a
un tempo la guerra di Decelia. La quale munita in principio da tutto
l’esercito lacedemone in questa stessa estate, poichè fu col tempo
occupata dai presidii spediti dalle diverse città che successivamente
entravano nel territorio degli Ateniesi, era cagione ad essi di molti
danni; e guastò principalmente le cose loro colla dilapidazione delle
ricchezze e colla morte delle persone. Conciossiachè per l’innanzi
brevi erano le invasioni dei Lacedemoni, e non impedivano agli Ateniesi
di godere dei frutti della campagna nel resto dell’anno; laddove allora
gravi erano i danni che pativano, perchè i nemici vi stavano fermi
continuamente, e talvolta sopravvenivano in maggior numero di essi;
tal altra la guarnigione ordinaria stretta dalla necessità scorrazzava
la campagna e commetteva ladronecci; e per di più vi era presente
Agide, re de’ Lacedemoni che certo non facea la guerra alla leggera.
Ond’è che erano rimasti privi di tutta la campagna, e più di ventimila
servi erano disertati, e di questi la maggior parte manifattori, ed
era perìto tutto il bestiame sì minuto che da soma; ed i cavalli
giornalmente esercitati dalla gente d’arme che facevano scorrerie
contro Decelia e stavano alla guardia del territorio, parte erano
divenuti zoppi perchè oppressi da continua fatica in quel suolo aspro,
parte erano feriti.

28. Inoltre il trasporto dei viveri che prima da Oropo traversando
Decelia, era per terra più sollecito, riusciva assai dispendioso per
mare dovendosi girar Sunio; e la città era mancante affatto di tutte
le cose che vengono di fuori, e piuttosto che città era diventata
una fortezza. Imperciocchè gli Ateniesi di giorno facevano a vicenda
la guardia su gli spaldi, e la notte tutti, eccetto la cavalleria,
erano in fazione, chi ai corpi di guardia, chi sulle mura; onde erano
travagliati di state e di verno. Principalmente poi gli opprimeva
l’aver due guerre ad un tempo: ed eran venuti a tal pertinacia che
chi l’avesse sentita raccontare senza vederla in fatto, non l’avrebbe
creduta. Ed invero che altro potea dirsi se non pertinacia il non
voler partire di Sicilia mentre erano assediati dalle fortificazioni
dei Peloponnesi, e lo stringere per egual modo con altro assedio
Siracusa, città di per se sola non inferiore ad Atene, e l’aver fatto
maravigliare i Greci delle loro forze e del loro ardire (in quanto
che al cominciamento della guerra alcuni credevano che gli Ateniesi
avrebbero potuto resistere un anno, qualora i Peloponnesi invadessero
il loro territorio, altri dicevano due, altri tre al più, e nissuno
un maggior tempo), a tal segno che diciassett’anni dopo la prima
invasione andarono in Sicilia logorati omai in tutto dalla guerra; e
per giunta un’altra ne impresero non minore di quella che già avevano
col Peloponneso? E per ciò, e pei gravi disastri che soffrivano da
Decelia, e per le altre grandi spese che occorrevano, trovaronsi scarsi
di denaro; ed in questo tempo, in luogo del tributo, tassarono i loro
sudditi della vigesima parte delle merci che venissero per mare,
sperando che così accrescerebbero l’entrate del comune. Imperciocchè
le spese non eran più le stesse di prima, ma eran diventate assai
maggiori, perchè maggiore era la guerra; e l’entrate venivano mancando.

29. Gli Ateniesi adunque non volendo fare spese in quella penuria
di denaro, rimandarono subitamente i Traci giunti troppo tardi per
Demostene, e ordinarono a Diitrefe di ricondurli, al quale dissero che
siccome doveano attraversare l’Euripo, così nel trascorrer le coste
de’ nemici vi facesse fare il maggior guasto possibile. E Diitrefe
fece loro pigliar terra a Tanagra ove prestamente accolse del bottino,
e sulla sera da Calcide dell’Eubea tragittò l’Euripo, sbarcò i Traci
nella Beozia, e li condusse contro Micalesso, e pernottò inosservato
presso il tempio di Mercurio, distante da Micalesso circa sedici
stadii. Spuntava appena il giorno quando venuto sopra la città che
era grande la espugna, perocchè i cittadini non erano preparati a
quell’assalto, e non si aspettavano che veruno a tanta distanza dal
mare volesse venire ad attaccarli; e le mura eran deboli ed in qualche
punto rovinate, e basse in qualche altro; e le porte stavano aperte
perchè di nulla si temeva. I Traci adunque precipitatisi in Micalesso,
saccheggiavano le case ed i templi, facevano strage delle persone,
non risparmiando nè la più vecchia, nè la più giovine età, e chiunque
di mano in mano incontravano tutti uccidevano, fanciulli e donne, e
persino i giumenti ed ogni altro animale che scorgessero; conciossiachè
la razza de’ Traci (come sogliono fare tutte le genti più barbare)
quando ha preso ardire è micidialissima. Laonde fuvvi allora ogni sorta
di grave scompiglio, ed ogni maniera di morte; perchè gettatisi dentro
una scuola che ivi era vastissima, e dove erano entrati di poco i
fanciulli, tutti li fecero in pezzi; talchè l’intera città fu assalita
da imprevista e terribile sciagura non minore di qualunqu’altra.

30. Come i Tebani sentirono la cosa accorsero in aiuto, e trovati i
Traci non molto dilungati dalla città, ritolsero ad essi il bottino,
e spaventatili gl’inseguirono fino ad Euripo ed al mare ove stavano
le navi che li aveano condotti, ed uccisero moltissimi tra loro non
avvezzi al nuoto mentre volevano risalirvi sopra, avvegnachè quelli
rimasti sui navigli, quando videro quel che accadeva in terra, si erano
allargati oltre il tiro dell’arco. Del rimanente, nella ritirata da
Micalesso sino al mare i Traci scorrendo innanzi rannodati si difesero
bravamente dalla cavalleria tebana serbando la loro usata ordinanza,
e pochi allora ne furono uccisi, se si eccettuino quelli che perirono
propio in città sorpresi per la cupidigia del saccheggio. Morirono in
tutti dugento cinquanta Traci di mille trecento che erano; dei Tebani e
degli altri accorsi in aiuto ne mancarono venti tra cavalieri e soldati
gravi, e con essi Scirfonda tebano beotarco[111]; e restò pure uccisa
una parte dei Micalessi. Tale fu la calamità di Micalesso, certamente
non meno deplorabile di verun’altra nel corso di questa guerra, se si
voglia riguardare alla grandezza di quella città.

31. In quel tempo Demostene, dopo la costruzione del forte della
Laconia partendo per Corfù, incontra a Fia degli Elei una nave da
carico che stava all’ancora, con a bordo i soldati gravi de’ Corintii
che aveano a tragittare in Sicilia, e la fracassa; ma le persone
scamparono; e trovata poi un’altra nave proseguirono il corso. Quindi
arrivato egli a Zacinto ed a Cefallenia prese seco i soldati di
grave armatura, fece venire da Naupatto alcuni Messenii, e passato
in terraferma di faccia all’Acarnania venne ad Alizia e ad Anactorio
occupato dagli Ateniesi. E mentre era in questi luoghi gli viene
incontro Eurimedonte di ritorno dalla Sicilia, ove nell’inverno era
stato mandato a portar denari all’esercito, come dicemmo, e gli dà
conto tra l’altre della presa di Plemmirio eseguita dai Siracusani, e
da lui intesa durante la sua navigazione. Giunge poi da loro Conone,
comandante a Naupatto, annunziando come le venticinque navi dei
Corintii che contr’essi stavano alle vedette, non solo non desistevano
dalla guerra, ma erano anzi in procinto di venire a battaglia, e però
li pregava a spedirvi altre navi, stante che le loro diciotto non erano
sufficienti a combattere le venticinque corintie. Il perchè Demostene
ed Eurimedonte spediscono con Conone dieci navi delle più veloci che
seco avevano, le quali doveano aggiungersi a quelle di Naupatto; e
davano ordine a fare l’accolta delle genti. E per questo Eurimedonte
(che voltato indietro il cammino esercitava omai con Demostene il
comando al quale era stato eletto) navigò a Corfù, ordinando ai
Corfuotti di armare quindici navi ed arruolare soldati gravi; e
Demostene adunava frombolieri e saettatori dai dintorni dell’Acarnania.

32. Ma poichè i legati de’ Siracusani andati dopo la presa di Plemmirio
alle diverse città, le ebbero persuase; e poichè già erano sul punto
di condur via l’esercito radunatovi, Nicia che ciò avea presentito
spedisce ai Siculi padroni dei passi ed agli alleati Centoripii ed
Alicicei e agli altri, acciò non lasciassero traversare i nemici, ma
riunitisi insieme contrastassero loro il passaggio, che per altra via
nemmeno lo tenterebbero, da che gli Agrigentini avean ad essi disdetto
di trapassare pel loro territorio. E già i Siciliani erano in cammino,
quando i Siculi che a petizione degli Ateniesi aveano teso loro una
triplice imboscata; assaltarono all’improvviso gl’incauti, ne uccisero
da ottocento e tutti i legati, salvo quello di Corinto, che condusse
a Siracusa quei che la scamparono, i quali furono intorno di mille
cinquecento.

33. Verso questi medesimi giorni arrivano in soccorso ai Siracusani
anche i Camarinei con cinquecento soldati gravi, trecento lanciatori
ed altrettanti arcieri; ed i Geloi mandarono un’armatetta di cinque
navi, quattrocento lanciatori e dugento cavalli; perocchè omai quasi
tutta la Sicilia teneva con loro, tranne gli Acragantini che restavano
neutrali: e gli altri che prima erano stati a vedere si unirono
d’accordo con essi contro gli Ateniesi. Contuttociò i Siracusani si
tennero dall’assalire subito gli Ateniesi per la perdita sofferta nel
territorio dei Siculi. Tornando ora a Demostene ed Eurimedonte, non sì
tosto ebbero in concio le genti riunite da Corfù, e dalla terraferma,
che valicarono con tutto l’esercito il mare Ionico fino al promontorio
Iapigio[112]; e partiti di là dettero fondo nelle isole Cheradi della
Iapigia[113]. Ivi tolsero su le navi circa centocinquanta lanciatori
iapigii della razza messapia; e rinnuovata un’antica amicizia con Arta
(il quale come signore dei luogo avea somministrato loro i lanciatori)
vengono a Metaponto dell’Italia[114]. E persuasi gli abitanti di questa
città per titolo d’alleanza a mandar con loro trecento lanciatori e
due triremi, proseguirono il corso fino a Turio, ove trovano sbanditi
di recente per sedizione quei della parte contraria agli Ateniesi. E
siccome volevano farvi la massa di tutto l’esercito, per vedere nella
rassegna se alcuno fosse rimasto indietro, e persuadere i Turii ad
unirsi di buon animo con loro, e ad avere gli stessi amici e nemici con
gli Ateniesi, da che si offriva loro una sì bella congiuntura; così
soprastavano in Turia e si davano cura di queste cose.

34. Intanto i Peloponnesi e quelli che circa questo tempo colle
venticinque navi stavano aringati di faccia alla flotta di Naupatto per
proteggere il passaggio delle onerarie in Sicilia, si preparavano a
combattere. E avendo armate delle altre navi, tanto che erano poco meno
di quelle ateniesi, presero stazione ad Erineo di Acaia nel distretto
di Ripe, in un luogo falcato a guisa di luna. La fanteria de’ Corintii
e degli alleati venuti in rinforzo era schierata ai due lati su le due
punte che sporgono in mare; e le navi sotto il comando di Poliante
corintio tramezzavano serrandone l’ingresso. Gli Ateniesi vogarono
sopra loro da Naupatto con trentatre navi capitanate da Difilo; ed i
Corintii che da primo stavano fermi, quando parve lor tempo, alzato il
segnale, mossero impetuosamente contro gli Ateniesi, ed appiccarono
la battaglia. Lunga fu da ambe le parti la resistenza; tre navi dei
Corintii vi furono sfragellate; gli Ateniesi non ne ebbero veruna del
tutto sommersa, ma sette furono ridotte inservibili, perchè, urtate di
fronte nella prora dalle navi corintie (che per questo appunto erano
fornite di più grossi orecchioni), rimasero sfasciate nella parte
anteriore ove non sono remi. E per quanto combattessero con egual
vigore, talchè entrambi si attribuirono la vittoria, nondimeno gli
Ateniesi s’impadronirono dei rottami delle navi, e poi spinti dal vento
nell’alto, ed i Corintii non movendo più contro loro, le due armate
si separarono, senza inseguirsi e senza far prigionieri. Imperciocchè
i Corintii ed i Peloponnesi che combattevano dalla parte di terra
agevolmente si salvarono, e nessuna nave fu colata a fondo dalla parte
degli Ateniesi. E tornati questi a Naupatto, i Corintii ersero subito
il trofeo come vincitori perchè aveano rese inservibili un maggior
numero di navi nemiche; giudicando di non essere stati vinti per quella
medesima ragione che gli altri di non aver vinto: attesochè i Corintii
reputavano vittoria il non essere stati battuti vistosamente, e gli
Ateniesi stimavano perdita la vittoria non completa. Partiti che furono
i Peloponnesi e sbandatasi la loro fanteria, gli Ateniesi anch’essi,
come vincitori, alzarono nell’Acaia un trofeo distante circa venti
stadii da Erineo, ove aveano preso stazione i Corintii. Tale fu l’esito
di questa battaglia navale.

35. Demostene poi ed Eurimedonte, tostochè i Turii furono in
ordine per unirsi a loro con settecento soldati gravi e trecento
lanciatori, comandarono alle navi di avanzarsi lungo la costa fino
alla spiaggia crotoniaca; mentre essi, fatta prima la rassegna delle
genti da piè presso il fiume Sibari, le conducevano attraverso il
territorio di Turia. E giunti che furono sul fiume Ilia, i Crotoniati
mandarono ad essi significando che non sarebbe di loro volontà il
passaggio dell’esercito per le loro terre; e però calarono al piano
e pernottarono presso al mare alla foce del fiume Ilia, ove furono
incontrati dalle navi. Il dì seguente imbarcatisi costeggiavano,
fermandosi alle diverse città (tranne i Locri) finchè pervennero a
Petra del contado di Reggio.

36. In questo i Siracusani informati che l’armata nemica era in corso
contro loro, pensavano di provarsi da capo a combattere con le navi
e con le forze di terra che a quest’oggetto adunavano, per prevenire
l’arrivo di quella. Apparecchiavano tutto il bisognevole per la flotta
nel modo che dal passato combattimento aveano compreso dover riuscire
più utile, scorciavano le prore alle navi per renderle più ferme, e vi
applicavano dei grossi orecchioni, dai quali partivano dei puntelli di
circa sei cubiti all’interno e all’esterno del bordo, in quella guisa
medesima che i Corintii fornirono le loro navi da prora, e combatterono
contro la flotta di Naupatto. Discorrevano essi che siccome le navi
nemiche non erano costruite in quella foggia, ma aveano deboli le
prore, avvegnachè usassero non di assalire con queste di fronte, ma
facendo le volte; così e’ non sarebbero in peggior condizione. Senza
di che la battaglia che non con molte navi seguirebbe nel porto
grande (spazio non troppo ampio) tornerebbe a loro vantaggio; perchè
andando all’assalto colla fronte delle navi, sfascerebbero le prore
nemiche col dar dentro con saldi e grossi rostri, ad esse vuote e
deboli. All’opposto gli Ateniesi in quel luogo stretto non potrebbero
nè volteggiare nè tramezzare (due manovre nelle quali soprattutto
confidano), stantechè essi a tutta possa non permetterebbero loro di
tramezzare, e la ristrettezza del luogo gl’impedirebbe dal volteggiare.
Il modo da tenersi nella battaglia sarebbe più che altro quello
attribuito primo all’imperizia de’ piloti, cioè, l’urtarsi di fronte
prora contro prora; imperciocchè i nemici, venendo respinti, non
avranno altra ritirata che verso terra; e questa a breve distanza e in
luogo angusto, propio presso l’accampamento. Del rimanente del porto
sarebbero padroni essi Siracusani; e qualora i nemici fossero incalzati
a forza, col loro riunirsi in un medesimo luogo e ristretto, urtandosi
tra loro saranno in iscompiglio. Ed in fine (ciò che principalmente
nocque agli Ateniesi in tutte le battaglie navali, non potendo essi
retrocedere in tutto il porto come i Siracusani) se volteggiando
volessero trarsi al largo, non potrebbero farlo, essendo essi padroni
di vogar contro loro dall’alto e di cacciarli indietro; tanto più che
sarebbero infestati anche da Plemmirio, e la bocca del porto non era
grande.

37. Con questi nuovi disegni aggiunti alla perizia e forza loro, i
Siracusani inanimiti omai maggiormente dalla passata battaglia andavano
ad assalire gli Ateniesi dalla parte di terra e al tempo stesso colle
navi. Gilippo poco prima condusse fuori di città le genti da piè, e le
avvicinò al muro degli Ateniesi dalla parte che guardava Siracusa, e i
soldati gravi e leggeri ed i cavalli siracusani che erano nell’Olimpico
vi si appressarono dall’altra parte. Dopo questo le navi de’ Siracusani
e degli alleati usciron subito fuori; e gli Ateniesi, i quali in
principio credevano che i nemici volessero solo cimentarsi colle genti
di terra, vedendo improvvisamente venirsi incontro anche le navi,
rimasero perturbati. Ed alcuni si schieravano sulle mura e fuor delle
mura a fronte del nemico che si appressava; altri uscivano ad opporsi
ai numerosi cavalli e lanciatori che dall’Olimpico e da altri luoghi al
di fuori si avanzavano a gran passi; altri finalmente armavano le navi
ed insieme scendeano in soccorso alla spiaggia. E poichè ebbero armate
le navi presero l’alto con settantacinque, contro quelle de’ Siracusani
che erano ottanta.

38. E dopo essersi investiti e respinti scambievolmente con la flotta
per buona pezza del giorno, e dopo mutui sforzi, senza che veruna
delle parti potesse ottenere nulla che valga la pena d’esser narrato
(se non fosse che i Siracusani affondarono una o due navi ateniesi),
si separarono; e le genti da piè partirono dai muri. Il giorno dopo
i Siracusani stavano quieti non volendo dare a divedere quello che
meditavano di fare. Ma Nicia, che avea visto bilanciato l’esito
della battaglia, e che si aspettava che i nemici vorrebbero tentarla
nuovamente, costringeva i trierarchi a racconciare le navi, se alcuna
avesse in qualche cosa sofferto, e dinanzi alla propria palizzata
piantata nel mare per servire alle navi a guisa di porto serrato,
metteva all’ancora le onerarie, e le collocava alla distanza di dugento
piedi tra loro; acciocchè qualunque nave venisse incalzata avesse un
sicuro ricovero, e di bel nuovo potesse poi a bell’agio ritornare
alla battaglia. Gli Ateniesi impiegarono tutto il giorno fino a notte
perseverando in questi apparecchiamenti.

39. Il dì seguente i Siracusani a più buon’ora, ma con l’istessa
disposizione dell’assalto dalla parte di terra e di mare si azzuffarono
con gli Ateniesi. E stando le due flotte l’una contro l’altra,
passarono da capo nell’istesso modo gran parte del giorno badaluccando;
finchè Aristone di Pirrico corintio, il miglior timoniere di quanti
erano co’ Siracusani, persuade i comandanti della sua flotta che
dovessero mandare ai reggenti della città, confortandoli a trasmutare
il mercato delle cose vendevoli portandolo lungo il mare, ed astrignere
chiunque avesse robe mangerecce a trasferirle in vendita colà, affinchè
sbarcate ivi le truppe potessero desinar subito presso le navi, e
nuovamente dopo breve ora in quel giorno stesso assalire gli Ateniesi
che non se l’aspetterebbero.

40. E i capitani da lui persuasi spedirono l’avviso, e fu preparato
il mercato; onde i Siracusani repentinamente remigando da poppa senza
girar di bordo, si avviarono verso la città, e sbarcati tosto a terra
vi desinarono. Gli Ateniesi pensarono che si fossero ritirati verso
la loro città come sconfitti; e scesi tranquillamente dalle navi
apprestavano tra le altre cose il pranzo, credendo che in quel giorno
non seguirebbe più la battaglia. Quand’ecco che i Siracusani risaliti
a un tratto sulle navi muovevano un’altra volta verso loro; ed essi
in mezzo a gran tumulto, digiuni la maggior parte, montavano nelle
triremi senza ordine veruno, e finalmente a gran pena vogavano contro
al nemico. Si tennero qualche tempo le due armate in guardia l’una
dell’altra; ma poi gli Ateniesi, innanzi di trovarsi ivi sorpresi da
spossamento coll’indugiare per propria colpa, risolsero di assalire
prestissimamente i Siracusani, e spintisi loro incontro tra le grida di
incoraggiamento appiccarono la battaglia. Ma i Siracusani reggevano a
quella furia, ed opponendo le prore, siccome aveano disegnato, con quel
fornimento di rostri ne sfracellavano le navi nella parte dinanzi ove
non son remi, ed i lanciatori di sulla coverta faceano agli Ateniesi
gran danno, e maggiore di essi quei Siracusani che sopra snelle chiatte
volteggiando entravano sotto ai palamenti delle triremi nemiche, e ne
rasentavano i fianchi, e saettavano da quelle i marinari.

41. Alla fine i Siracusani combattendo in questa guisa vigorosamente
furono vincitori, e gli Ateniesi volti alla fuga, cercavano rifugio
nella loro stazione di mezzo alle onerarie fin dove furono inseguiti
dall’armata nemica: la quale fu impedita di procedere più oltre dalle
antenne che ritte sulle onerarie stesse, ed armate di un ordigno di
piombo fatto a modo di delfino, difendevano gli spazi onde si andava
all’alloggiamento. E due navi siracusane, che gonfie della vittoria
si appressarono a quelle, furono spezzate, ed un’altra presa con la
ciurma. I Siracusani colarono a fondo sette navi ateniesi, e molte ne
guastarono; e fatti molti prigioni ed uccisa molta gente si ritirarono;
alzarono i trofei delle due battaglie navali, ed avevano omai ferma
speranza di essere superiori nella flotta, e stimavano che vincerebbero
ancora l’esercito di terra. Però si preparavano ad assalire nuovamente
il nemico da amendue le parti.

42. In questo arrivano Demostene ed Eurimedonte col rinforzo degli
Ateniesi, cioè, settantatre navi incirca contando anche quelle
forestiere, e cinque migliaia o in quel torno di soldatesca grave, tra
di loro e degli alleati, e non pochi lanciatori barbari e greci, e
frombolieri e arcieri, e sufficiente apparecchio d’ogni maniera. Grande
fu di presente lo sbigottimento de’ Siracusani, quasi che non avessero
mai a venire a capo di liberarsi da quel pericolo, vedendo che sebbene
Decelia fosse stata munita, era giunto un altro esercito poco men che
eguale al precedente, e le forze ateniesi per ogni lato comparivano
molte. Ma l’oste degli Ateniesi che ivi era di prima riprese un po’
coraggio, secondo che il permettevano le sue disgrazie. E Demostene
visto lo stato delle cose credè non essere da indugiare, per non
trovarsi al caso a che s’era trovato Nicia: il quale in principio
venuto colà formidabile ai nemici poichè non assaltò subito Siracusa,
ma andò a svernare in Catana, era caduto in dispregio, ed era stato
prevenuto da Gilippo arrivato colà colle forze del Peloponneso, le
quali i Siracusani non avrebbero pur chiamate se egli tosto li avesse
assaliti. Essendochè i Siracusani con tutta l’opinione della propria
sufficienza avrebbero imparato che eran da meno, e sarebbono stati
riserrati dalle fortificazioni; onde sebbene avessero fatto venire un
rinforzo, non poteva più esser loro della medesima utilità. Demostene
adunque considerando queste cose, e vedendo che anch’egli al presente
era di grandissima paura ai nemici nel primo giorno, voleva al più
presto valersi di quel loro sbigottimento. E però osservando che
il muro trasversale de’ Siracusani, col quale aveano impedito agli
Ateniesi di attorniarli, era scempio; e che potendo farsi padroni della
montata d’Epipole e poi del campo che ivi era, facilmente si sarebbe
espugnato (avvegnachè nissuno avrebbe fatto retta contr’essi), si
affrettava di metter mano a quell’impresa, e teneva che prestissimo
arebbe fine la guerra. Perciocchè, e riuscendo s’impadronirebbe di
Siracusa, o altrimenti ritirerebbe l’esercito, e non si logorerebbero
inutilmente gli Ateniesi, e con loro gli altri confederati, e tutta
la Repubblica. Pertanto gli Ateniesi primieramente scesi dalle navi
guastavano le circostanze dell’Anapo: ed il loro esercito, come la
prima volta, fu vincitore in terra e in mare, stante che i Siracusani
non uscirono contr’essi da veruna parte, salvo la cavalleria ed i
lanciatori dell’Olimpico.

43. Volle poi Demostene tentar prima con le macchine le fortificazioni,
ma le macchine appressatevi furono abbruciate dai nemici che di sul
muro si difendevano, e il rimanente dell’esercito che dava l’assalto
venne retrospinto. Laonde si dispose a non metter più tempo in mezzo,
e persuasi Nicia e gli altri colleghi si accingeva ad assalire Epipole
conforme avea divisato. Se non che giudicava impossibile l’accostarvisi
e salirvi di giorno senza essere scoperto. Però intimato ai soldati
di portare i viveri per cinque giorni, prese seco tutti i manovali e
muratori ed ogni altro apparato di saettame, e quanto facea bisogno
per fabbricare se s’impadronissero del luogo; e in sul primo sonno,
seguito da Eurimedonte e Menandro e da tutto l’esercito, marciava verso
l’Epipole. Nicia rimase dentro le trincee. Arrivarono presso l’Epipole
dalla parte di Eurίelo (per dove salì la prima volta il precedente
esercito) senza essere avvertiti dalle sentinelle siracusane; ed
accostatisi al muro che ivi era lo espugnano, ed uccidono alcuni della
guarnigione. Ma la maggior parte dei nemici rifugiatisi subito negli
alloggiamenti[115] che sull’Epipole erano tre, uno de’ Siracusani,
uno degli altri Siciliani ed uno degli alleati, annunziano l’assalto,
e ne porgono avviso a quei secento Siracusani che da questo lato
dell’Epipole erano il primo presidio. Accorrevano questi prontamente:
e Demostene e gli Ateniesi incontratisi in loro, nonostante una
coraggiosa resistenza, li cacciarono in fuga, e tosto si spingevano
innanzi, non volendo in quell’impeto tardare ad eseguir ciò per cui
erano venuti. Intanto altri compivano l’espugnazione del muro assaltato
al primo arrivo, ove il presidio siracusano non tenne fermo e ne
svellevano i merli. Già i Siracusani e gli alleati, e Gilippo con le
sue genti dai ripari della città correvano a soccorso, e sbigottiti
dall’imprevisto ardimento di quella notte si azzuffarono con gli
Ateniesi, e da loro respinti cominciavano a dare indietro. Ma poi gli
Ateniesi avanzandosi troppo disordinatamente come vincitori, e volendo
senza indugio spingersi contro tutto l’esercito nemico ove non si era
combattuto, perchè non potesse rannodarsi se rallentassero quella
furia, trovaronsi a fronte i Beozii attestati, dai quali assaliti e
rotti furono costretti a fuggire.

44. E già gli Ateniesi trovavansi allora in gran disordine ed
imbrigamento, tra cui non era facile sapere gli uni dagli altri i
particolari andamenti delle cose. Conciossiachè se di giorno allorchè
i fatti sono più appariscenti, nondimeno neanche quelli stessi che
vi si son trovati non li sanno tutti, e solo ciascuno sa a fatica
quello a che ebbe mano; come mai in una battaglia notturna (che tra
due grandi eserciti intervenne solo in questa guerra) poteasi aver
certezza di nulla? Splendeva, è vero, la luna; ma come è solito al
chiarore di essa vedevansi scambievolmente in modo da scorgere la
figura di un corpo, senza però discernere con sicurezza se fosse
quel d’un amico. Inoltre grande era la moltitudine de’ soldati gravi
d’amendue gli eserciti, che si aggiravano in quel luogo angusto. E
già alcuni degli Ateniesi erano vinti, altri marciavano tuttavia
interi col primo impeto, e gran parte del rimanente dell’esercito o
erano saliti d’allora sull’Epipole, od ancor vi salivano; onde non
sapevano dove rivolgersi, perchè le loro genti che prime avean menato
le mani erano omai tutte fugate e sbaragliate, e difficile era il
riconoscerle in mezzo a quelle grida. Imperciocchè i Siracusani e gli
alleati nel bollor della vittoria s’incoraggiavano con alti urli,
non potendo di notte darsi altro segnale, ed insieme sostenevano
l’incalzante nemico; e gli Ateniesi si cercavano tra loro, e credevano
nemici tutti quei che si avanzavano incontro, fossero anche amici,
siccome lo erano quelli che già fuggivano addietro. E fitto fitto
domandandosi la parola (non v’essendosi altro modo di riconoscersi),
causavano a se stessi grave disordine col domandarla tutti ad un
tempo: tanto che la resero nota anche ai nemici; senza sapere del
pari qual fosse la loro; perchè quelli, come vincitori, combattendo
riuniti, più agevolmente si conoscevano. Cosicchè se gli Ateniesi
anche superiori di forze s’abbattevano in alcuni dei nemici, questi
si salvavano perchè sapevano la parola di loro; all’opposto se essi
non rispondevano venivano trucidati. Quello però che più d’ogni altro
nocque loro grandissimamente fu la cantilena del Peana, che essendo
quasi la stessa da tutte e due le parti, gli metteva nell’incertezza;
perciocchè quando gli Argivi ed i Corfuotti, e quanti Dorici eran con
gli Ateniesi, cantavano il Peana, incutevano loro timore del pari
che i nemici. Onde alla fine poichè una volta si furono disordinati,
raffrontandosi insieme in molte parti del campo, amici con amici,
cittadini con cittadini, non solo recavansi in paura, ma venuti ancora
alle mani tra loro a gran pena si separavano, ed inseguiti dal nemico,
molti si precipitavano giù dalle rupi e morivano; essendo angusta la
via per ricalare dall’Epipole. La maggior parte di quelli che dall’alto
poterono scender nella pianura a salvamento, e tutti quelli che erano
del primo esercito, per la pratica che aveano del paese si ricondussero
nell’alloggiamento; gli altri però venuti dopo, o smarrite le strade
vagavano per la campagna, o venuto il dì erano uccisi dai cavalli
siracusani che scorrevano all’intorno.

45. Il giorno appresso i Siracusani ersero due trofei, uno sull’Epipole
ove era salito il nemico, l’altro nel luogo ove i Beozii aveano i primi
fatto resistenza. Gli Ateniesi riebbero i cadaveri con salvocondotto.
Molti furono i morti di loro e degli alleati; e le armi prese furono
in maggior quantità de’ cadaveri, perchè di quelli astretti a saltar
giù da’ dirupati, scossi degli scudi[116], alcuni perirono, alcuni si
salvarono.

46. Dopo ciò i Siracusani rinvigoriti, come la prima volta, da quella
inaspettata fortuna, spedirono con quindici navi Sicano ad Acragante
che avea levato romore, affinchè tentasse di sottomettere quella città.
E Gilippo scorreva nuovamente per terra la Sicilia, per cavarne altre
genti; perchè dopo il fatto dell’Epipole, era venuto nella speranza di
espugnare anche le fortificazioni degli Ateniesi.

47. Frattanto i generali ateniesi andavano discorrendo della passata
sciagura e della presente universal debolezza dell’esercito. Vedevano
tornati invano i loro sforzi, ed i soldati gravati di quella stanza,
attesochè erano afflitti dalle malattie per due cagioni; sì perchè
correva la stagione dell’anno nella quale principalmente gli uomini
infermano, sì eziandio perchè il luogo ove erano alloggiati era
paludoso ed insalubre; ed a ciò si aggiugneva che tutti gli altri
tentativi pareano loro disperati. Per lo che Demostene giudicava non
esser più da rimanere; ma da che era fallita l’impresa dell’Epipole
da lui disegnata e tentata, proponeva che senza indugio si cercasse
una strada di mezzo ai nemici, mentre che potevasi ancora tragittar
il mare, e coll’aggiunta almeno delle navi sopravvenute superare
l’armata nemica. Diceva esser più vantaggioso alla Repubblica far la
guerra contro quelli che edificavano munizioni nelle terre di lei,
innanzi che contro i Siracusani, i quali omai non potevano agevolmente
sottomettersi; e non esser ragionevole il fermarsi più a lungo in
quell’assedio spendendo senza pro gran copia di denaro. Tale era la
mente di Demostene.

48. Nicia poi con tutto che egli stimasse giunte a mal termine le
proprie cose, pure non voleva allargarsi a parlare della debolezza di
quelle; nè col decretare manifestamente la ritirata tra molti, darne
sentore ai nemici; avvegnachè così facendo, quando vi si risolvessero
avrebbero maggior difficoltà a tenersi celati. E gli porgeva ancora
qualche speranza il sapere (per i ragguagli che avea più de’ suoi
colleghi) come lo stato de’ nemici diverrebbe peggiore del suo ove si
persistesse nell’assedio, perchè dovrebbero rifinirsi per mancanza
di denaro; tanto più che gli Ateniesi, colle navi che ora avevano,
signoreggiavano più ampiamente sul mare. Oltre di che vi erano in
Siracusa alcuni che volevano voltare il governo in mano d’Atene, e a
lui mandavano avvisi e lo confortavano a non partire. Le quali cose
non ignorando Nicia stava in fatto tuttor con l’animo intra due,
e differiva a decidersi, ma colle parole mostrava chiaro che non
avrebbe levato il campo. Saper lui bene, diceva, che gli Ateniesi non
approverebbero questa partita senza averla essi da per sè decretata,
poichè su i capitani sentenzieranno non quelli che com’essi avessero
avuto sott’occhio lo stato delle cose, o che non dessero retta alle
altrui imputazioni, ma tali che si lasceranno persuadere dalle belle
parole di chi voglia metter loro in discredito; gridare ora molti,
proseguiva, anzi i più de’ soldati, che si trovano in gravi mali, ma
tornati in patria grideranno al contrario che i generali son partiti
corrotti dal denaro. Però non voler lui che conosceva la natura degli
Ateniesi morire per mano di loro con turpe accusa ed ingiustamente,
più presto che per le mani de’ nemici, ove bisogni correr questo
rischio, lungi dai clamori d’un giudizio. Aggiungeva che i Siracusani
erano anche in peggior condizione di loro, poichè tra le paghe che
avevano i soldati forestieri, tra le altre spese per i presidii delle
circonvicine cittadelle, e tra il mantenimento di flotta considerabile
che già durava da un anno, trovavansi in parte fin d’allora alle
strette, in parte non avrebbero poi saputo come trarsi d’impaccio;
poichè avevano già speso duemila talenti[117], e molti più ne avevano
in debito. Che se venissero a diminuirsi un nonnulla gli apparecchi col
non pagare i soldi, le cose loro, consistenti in truppe ausiliarie più
presto che stabili come le Ateniesi, erano andate. Laonde egli diceva
che doveasi continovare l’assedio, e non levarsene vinti dal pensiero
che i nemici fossero di gran lunga superiori in denaro.

49. Stava Nicia fermo nella sua proposta perchè era esattamente
informato dello stato di Siracusa e della mancanza del denaro, e
perchè ivi erano persone desiderose che il governo venisse in mano
degli Ateniesi, le quali gli facevano intendere che non si levasse
dall’assedio. Oltre di che si era lasciato vincere dalla fiducia che
avea concepita maggiore di prima almeno quanto alle navi. Demostene
però non approvava per verun conto il rimanere all’assedio; e se non
si voleva ritirare l’esercito senza il decreto degli Ateniesi, ma
trattenersi in Sicilia, diceva che bisognava far ciò col passare a
Tapso ovvero a Catana, donde colla fanteria potrebbero voltarsi a
correre gran parte della campagna, e danneggiare i nemici devastando le
cose loro; che colla flotta combatterebbero in alto mare ed all’aperto
invece che in luogo angusto (lo che era più vantaggioso al nemico);
che allora potrebbero giovarsi della propria perizia; e che non
dovendo fare impeto o vogare a terra in breve e circoscritto spazio,
sarebbero padroni di ritirarsi e di assalire. Insomma protestava non
piacerli in niun modo il rimanervi più a lungo, e voleva che fin
d’allora prestissimamente si ritirasse l’esercito senza indugiare,
ed Eurimedonte era in ciò d’accordo con lui. Ma contradicendo Nicia,
si sparse pel campo una certa indolenza ed irresolutezza; ed insieme
l’opinione che egli stesse alla dura perchè ne sapesse più degli altri.
In tal guisa gli Ateniesi temporeggiavano senza muoversi da quel luogo.

50. In questo erano venuti di ritorno a Siracusa Gilippo e Sicano;
questi fallita l’impresa d’Acragante, perchè mentre era tuttora in Gela
la fazione che teneva coi Siracusani si era composta all’amichevole;
quegli conducendo molte genti dalla Sicilia ed i soldati di grave
armatura dal Peloponneso, spediti nella primavera sulle onerarie,
i quali erano arrivati a Selinunte dalla Libia, ove la tempesta li
avea gettati. Ed ivi avute dai Cirenei due triremi e guide per la
navigazione, nel loro tragitto si unirono agli Evesperiti assediati dai
Libii cui vinsero: di là passarono a Napoli, emporio dei Cartaginesi,
donde è brevissimo tragitto in Sicilia, alla distanza di due giornate
ed una notte; e quindi traversato il mare pervennero a Selinunte. Non
sì tosto arrivarono queste genti che i Siracusani si preparavano ad
assaltare gli Ateniesi da tutte e due le parti, colle navi e colle
truppe di terra. Ma i capitani ateniesi vedendo sopravvenute ai nemici
nuove milizie, e al tempo stesso, non che migliorare le proprie
cose, farsi giornalmente peggiori per tutti i lati, e specialmente
per il travaglio delle infermità de’ soldati, si pentivano di non
essersi ritirati prima. E poichè Nicia non si opponeva più come per
l’avanti, ma solo voleva che la cosa non si decretasse in pubblico,
intimarono a tutti quanto poterono segretamente che dovessero uscir
colle navi da quella stazione, e tenersi pronti allorchè fosse dato
il segno della partenza. Quando però fu tutto in pronto, ed essi
in procinto di partire, la luna che per avventura era in pieno,
ecclissò. Di che pigliandosi ubbìa la maggior parte degli Ateniesi,
confortavano i generali a soprastare; e Nicia, dedito anche un po’
troppo alle superstizioni e cose di tal fatta, disse che non si dovea
pur deliberare di ciò, prima di essersi trattenuti tre volte nove
giorni[118] come gli arioli ordinavano. Il perchè quantunque gli
Ateniesi fossero già in ordine, soprassedettero.

51. I Siracusani informati eglino pure di questo, tanto meglio si
risvegliarono a non lasciar partire gli Ateniesi, sì perchè dalla
macchinata partenza deducevano che essi medesimi non si credevano
più superiori a loro nè per terra nè per mare, sì eziandio perchè
non volevano lasciarli fermare in qualche altro luogo di Sicilia ove
fosse più difficile il guerreggiarli, ma costringerli a combatter per
mare quanto prima, in quel medesimo alloggiamento favorevole alle
proprie armi. Però allestivano le navi e vi si esercitavano per alcuni
giorni quanti credevano dover bastare; e quando fu tempo nel primo dì
assaltarono i muri degli Ateniesi, donde essendo usciti per una porta
non molti fanti gravi e cavalli, i Siracusani interchiudono alcuni dei
fanti, e messili in fuga gl’inseguono; e per la strettezza dell’accesso
gli Ateniesi vi perdono settanta cavalli, e non molti dei soldati gravi.

52. Per quel giorno i Siracusani ritirarono l’esercito, ma nel seguente
escono fuori colle navi in numero di settantasei, e al tempo stesso
colle genti di terra marciarono verso i muri. Gli Ateniesi si mossero
loro incontro con ottantasei navi, e si azzuffarono a battaglia; ove i
Siracusani con gli alleati; vinto prima il centro dell’armata nemica,
nella parte concava e più interna del porto colgono Eurimedonte che
tenea l’ala destra degli Ateniesi, e che volendo chiudere in mezzo
le navi opposte avea slungato la sua ordinanza troppo verso terra, e
lo rompono insieme colle navi che lo seguivano. Dipoi davano omai la
caccia a tutta la flotta ateniese, e vigorosamente la spingevano a
terra.

53. Gilippo al veder vinte le navi de’ nemici, le quali correvano
a terra fuori delle palizzate e del suo alloggiamento, accorreva
con parte dell’esercito alla costa con animo di trucidar quelli che
sbarcassero, e di facilitare ai Siracusani il modo di trarre a sè le
navi ateniesi collo spazzar dai nemici quella spiaggia. Ma i Tirreni
che ivi erano di guardia per gli Ateniesi vedendo avanzarsi costoro
disordinatamente, corrono ad incontrarli, ed avventatisi sui primi gli
fugano, e li rispingono verso la palude chiamata Lisimelea. E siccome
poi i Siracusani e gli alleati vi tornarono più grossi, così gli
Ateniesi accorsero ad opporsi loro; e temendo per le navi, appiccaronsi
a battaglia con essi, li vinsero, li perseguitarono, uccisero non molti
soldati gravi, salvarono la maggior parte delle navi, e le ridussero
all’alloggiamento. Nondimeno diciotto di esse vennero in potere de’
Siracusani e degli alleati, che trucidarono quante persone vi erano.
Tentarono ancora di bruciare il rimanente della flotta, avendo a
quest’oggetto piena di sarmenti e fiaccole una vecchia barca da carico;
e poichè il vento soffiava verso gli Ateniesi, la lasciarono andare
acciò vi appiccasse il fuoco. Gli Ateniesi impauriti per le proprie
navi, trovarono dal canto loro degli argomenti per ispegnere il fuoco,
estinsero la fiamma, provvidero che la barca non potesse avvicinarsi di
più, e così liberaronsi da quel pericolo.

54. Dopo di che i Siracusani ersero il trofeo per la battaglia navale e
per aver tagliato il ritorno a’ soldati gravi su in terra, ove presero
anche alcuni cavalli; e gli Ateniesi per avere i Tirrenii ributtata la
fanteria nemica nella palude, e cacciato essi medesimi il rimanente
dell’esercito.

55. Ma già per questa insigne vittoria navale de’ Siracusani, che prima
temevano delle navi sopraggiunte con Demostene, erano gli Ateniesi
del tutto scoraggiati, e grandemente stupiti, ed anche viepiù pentiti
di quella spedizione. Imperocchè, quantunque avessero portato le armi
contro Siracusa, allegati con quelle città che sole omai, usavano i
medesimi istituti di loro, e si reggevano a popolo com’essi, ed aveano
navi, cavalli e grandezza; con tutto ciò non essendo riusciti a mettere
nissuna discordia tra i Siracusani, o mediante il cambiamento del
governo con che speravano di ridurli in poter loro, o mediante gli
apparecchi in che erano superiori; ed al contrario essendo rimasti
frustrati nella maggior parte de’ loro disegni, trovavansi anche di
prima nell’esitanza. E quando poi furono vinti colla flotta (cosa che
non si sarebbono aspettata), allor daddovero più che mai si persero
d’animo.

56. All’opposto i Siracusani scorrevano subito francamente lunghesso il
porto, e pensavano di serrarne l’imboccatura, acciocchè gli Ateniesi,
quand’anche il volessero, non potessero uscirne furtivamente. Nè solo
si davano premura di procacciar salvezza a se stessi, ma anche di
impedirla al nemico; avvisando, come era vero, le loro cose essere al
presente in miglior grado di quelle degli avversari; e se potessero
vincere gli Ateniesi co’ loro alleati per terra e per mare, dover dare
di sè glorioso spettacolo a tutti i Greci, i quali parte tostamente
sarebbero messi in libertà, parte disciolti dal timore. Conciossiachè
la Repubblica ateniese con le forze che le restavano non più sarebbe
in seguito sufficiente a reggere al fascio di una seconda guerra che
le fosse portata addosso; laddove essi reputati autori di questo,
avrebbero fatto maravigliar molto di sè gli altri popoli ed i posteri.
E lasciando stare di ciò, era inoltre glorioso quel certame, perchè
non solo avrebbero vinto gli Ateniesi, ma anche molti altri de’ loro
confederati, non già essi da sè soli, ma con gli altri che li aveano
soccorsi, e si sarebbero fatti duci de’ Lacedemoni e de’ Corintii, ed
arebbero esposta innanzi al pericolo la propria città, ed avanzata la
loro flotta ad alto grado di potenza. E certo moltissime furono le
genti concorse a questa unica città, e solo meno numerose di tutta
insieme l’altra moltitudine, che in questa guerra si accolse dalla
parte di Atene e di Sparta.

57. E però io voglio numerare tutte quelle genti che da amendue le
parti guerreggiarono a Siracusa, per la Sicilia e contro di lei, o
per partecipare con gli uni della conquista, o con gli altri della
salvezza; le quali si misero da una di quelle parti non tanto per
titolo di giustizia o di parentela, quanto per interesse o per
necessità, secondo lo stato accidentale di ciascun popolo. Gli
Ateniesi, come Ionii, vennero di buona voglia contro i Siracusani
che erano Doriesi, e con essi i Lemnii, gl’Imbrii, e gli Egineti che
allora tenevano Egina[119], perchè usavano il medesimo linguaggio e
costumanze; e di più vi si unirono gli Estiei abitatori di Estiea in
Eubea[120], perchè colonia d’Atene. Quanto agli altri che si unirono a
questa spedizione, alcuni erano sudditi degli Ateniesi, alcuni alleati
indipendenti, alcuni poi presi a soldo. Tra i sudditi tributarii, gli
Eretriesi, i Calcidesi, gli Stiriesi ed i Caristii erano dell’Eubea;
delle isole, i Chii, gli Andrii, i Teii d’Ionia, i Milesii, i Samii,
i Chii[121]. Tra tutti questi i Chii non pagavano tributo, ma essendo
indipendenti li seguivano somministrando delle navi; e la maggior parte
di quei popoli sono di origine ionica, e discendono dagli Ateniesi,
tranne i Caristii che son Driopi; onde parte per esser vassalli, parte
astretti dalla parentela per essere anch’essi Ionici, seguivano gli
Ateniesi. Oltre ad essi eranvi dell’Eolia, i Metimnei con delle navi,
ma senza pagar tributo; ed i Tenedii e gli Enii tributarii. Questi
Eolici combattevano per forza contro i Beozii che pur sono Eolici e
fondatori della loro colonia, perchè si erano uniti coi Siracusani.
I Plateesi furono i soli tra i Beozii che per inimicizia, come era
da aspettarsi, a viso aperto guerreggiavano contro i Beozii. Quindi
i Rodii ed i Citerii, entrambi di stirpe dorica; i Citerii, sebbene
coloni dei Lacedemoni, portavano le armi insieme con gli Ateniesi
contro i Lacedemoni che erano con Gilippo; i Rodii, della stirpe
argiva, erano astretti a guerreggiare non solo i Siracusani come
Doriesi, ma ancora i Geloi suoi coloni che militavano coi Siracusani.
Fra gl’isolani intorno al Peloponneso, si unirono a questa guerra i
Cefallenii e gli Zacintii, che sebbene indipendenti, appunto perchè
isolani erano tenuti a segno con più severità dagli Ateniesi padroni
del mare; ed i Corfuotti, sebbene Doriesi e Corintii, non furono men
pronti a venire contro i Corintii ed i Siracusani, tuttochè coloni di
quelli e consanguinei di questi, sotto colore di esservi astretti, in
vero poi di lor volontà per odio dei Corintii. Furono inoltre assunti
a questa guerra quei chiamati ora Messenii di Naupatto, e quei di Pilo
tenuto allora dagli Ateniesi; ed anche non molti banditi Megaresi
per la disgrazia del loro esilio combattevano contro i Selinunti pur
Megaresi. La maggior parte del rimanente dell’esercito si aggiunse
a questa spedizione più che altro spontaneamente. Gli Argivi erano
dalla parte degli Ateniesi non tanto per debito di alleanza quanto
per l’inimicizia dei Lacedemoni; e ciascuno di essi per qualche suo
presente e privato odio, Doriesi come erano, veniva contro i Doriesi
insieme con gli Ateniesi che sono Ionii. I Mantineesi e gli altri
Arcadi presi a soldo, avvezzi ad andar sempre contro quei che sieno
loro mostrati per nemici; allora venivano anco per ingordigia del
guadagno, stimando niente meno che nemici gli Arcadi condottisi in
Sicilia con i Corintii. I Cretesi e gli Etolii vi erano anch’essi
indotti dal soldo; ed ai Cretesi, fondatori insieme coi Rodii di Gela,
avvenne di trovarsi loro malgrado per mercede non co’ propri coloni,
ma contro di essi. Parimente alcuni degli Acarnani per guadagno, e la
maggior parte per l’amicizia di Demostene e per benevolenza verso gli
Ateniesi, de’ quali erano alleati, si aggiunsero a loro soccorso. Tutti
costoro abitano entro i confini del seno ionico. Fra gli Italiani,
militavano con gli Ateniesi i Turii ed i Metapontini in queste
angustie di tempi occupati da sedizione; tra i Siciliani, i Nassii
ed i Catanesi; e tra i barbari gli Egestei che si erano guadagnati
l’amicizia della maggior parte dei popoli dentro e fuori la Sicilia.
Finalmente vi erano alcuni dei Tirrenii per differenze coi Siciliani, e
gl’Iapigii presi a stipendio. Cotanti erano i popoli che militavano con
gli Ateniesi.

58. Dall’altra parte furono a soccorso dei Siracusani i Camarinei
loro confinanti, ed i Geloi che abitano dopo questi; e per essere
calmate le cose degli Acragantini vi vennero anche i Selinuntii che
hanno le loro sedie al di là di essi. Tutti questi abitano la parte
della Sicilia che guarda l’Affrica. Quindi gl’Imerei da quel lato che
è vôlto al mar Tirreno ove essi soli dei Greci hanno abitazione, e
però essi soli di là andarono in aiuto. Tanti erano i popoli greci di
Sicilia, e tutti di stirpe dorica e indipendenti, che si unirono in
questa guerra. Dei barbari i soli Siculi, quanti non eran passati alla
parte degli Ateniesi. Dei Greci fuor di Sicilia, i Lacedemoni con un
capitano spartano, e l’altra turba di Neodamodi ed Iloti. Neodamode
importa lo stesso che essere omai libero. Dipoi i Corintii, i soli
venuti con navi e truppe da sbarco, ed i Leucadii e gli Ambracioti per
titolo di parentela. Dall’Arcadia i mercenarii inviativi dai Corintii,
ed i Sicionii costretti a pigliar le armi; e dei popoli fuori del
Peloponneso, i Beozii. Oltre tutte queste genti venute di fuori, i
Siciliani da sè diedero quantità maggiore in ogni genere di milizia,
siccome quelli che abitavano grandi città; poichè vi furono adunate
molte soldatesche gravi, e navi e cavalli ed altra turba copiosissima.
Ed i Siracusani in confronto di tutti gli altri, per così dire, diedero
di più anche in questa occasione, perchè abitavano ampia città, e
perchè erano esposti a maggior pericolo.

59. Tanti erano i soccorsi accolti dalle due parti, e già tutti
li avevano presenti, e nissuno altro ne sopravvenne nè all’una nè
all’altra. A ragione adunque i Siracusani e gli alleati, dopo la
riportata vittoria navale, reputavano bella impresa il vincere anche
tutto l’esercito ateniese, che era sì grande, talchè non potesse
scampare nè per la via di terra, nè per quella di mare. Ed a questo
fine con triremi intraversate e barche e schifi fermati sull’àncora
serrarono subito il porto grande, la cui bocca è larga circa otto
stadii: ed in tutto il resto stavano apparecchiati, caso che gli
Ateniesi osassero venir nuovamente a battaglia navale. Insomma per ogni
lato a grandi cose intendevano.

60. Gli Ateniesi vedendosi serrare il porto, ed accorgendosi di tutte
le altre intenzioni del nemico, stimarono esser da deliberare. Per
lo che adunatisi i generali e quei di stato maggiore, vedendo, oltre
la presente penuria delle altre cose, che attualmente non restavan
più viveri (perchè col pensiero di far vela avean mandato a Catana a
disdirne il trasporto), e che in seguito non ne potrebbero avere senza
una vittoria in mare, deliberarono di abbandonare le fortificazioni che
erano dentro terra, e con un muro vicinissimo alla flotta occupando
un circuito il più piccolo che si potesse, tanto che fosse capace
delle bagaglie e degl’invalidi, tenersi a guardia di quello. Quindi
risolvevano che l’altro esercito di terra montasse ed empisse le navi
tutte, tanto quelle che erano in buono stato che quelle men atte a
navigare, e che si venisse a battaglia, nella quale se vincessero
si ridurrebbero a Catana; se no, bruciate le navi si ritirerebbero
schierati per la via di terra, ovunque più tostamente potessero
arrivare a qualche luogo amico, fosse barbaro o greco. E come ebbero
deliberato ciò, così lo recavano ad effetto. Laonde dalle munizioni che
erano dentro terra scendevano furtivamente al lido, empievano tutte
le navi in numero di cento dieci in circa, costringendovi a salire
chiunque per età pareva dover esser buono a qualche cosa, e mettendovi
a bordo molti lanciatori degli Acarnani e degli altri forestieri; e
procacciavano in quella strettezza tutto ciò che potesse servire ai
loro disegni. E poichè il più delle cose fu in pronto, Nicia vedendo
che i soldati per la grande sconfitta avuta in mare contro il consueto
erano scoraggiati, e che per la scarsità dei viveri desideravano di
venire prestissimamente al cimento, convocatili tutti, allora per la
prima volta prese a confortarli con queste parole:

61. «Valorosi soldati ateniesi e voi altri alleati: l’imminente
combattimento deciderà per tutti noi egualmente, non meno che pei
nemici, della salvezza e della patria di ognuno: perciocchè se
vinceremo ora colle navi, potrà chicchessia rivedere indubitatamente
quella che è sua propria città. Ma non bisogna disanimarsi nè aver la
pecca dei più inesperti tra gli uomini, che vinti nelle prime pugne,
nutrono poi continovamente un pauroso pensiero simile a quel delle
sconfitte. Anzi quanti qui siete Ateniesi che omai avete esperienza
di molte battaglie, e quanti alleati che con noi sempre militaste,
ricordate la stravaganza delle guerre; e confidando che la fortuna sarà
ancora con noi, preparatevi a rinnovar la pugna nel modo dicevole a
cotanto vostro esercito, quanto da voi stessi ne vedete.

62. «Quelli argomenti poi che nella strettezza del porto abbiam visto
doverci essere utili contro la moltitudine delle navi che ci verranno
addosso, e contro i loro soldati di sovraccoperta, donde prima fummo
danneggiati; tutti questi li abbiamo ora anche noi considerati coi
piloti, ed allestiti secondochè il permettevano le cose presenti.
Imperocchè saliranno sulle navi molti arcieri e lanciatori, e
tutta quella turba di che non useremmo se avessimo a combattere in
mare aperto, perchè la gravezza delle navi nuoce alla perizia del
governarle: le quali cose nondimeno ci saranno utili ora che saremo
costretti a far battaglia terrestre di sulla flotta. Abbiamo anche
trovato di che contrarmare le navi nostre; ed a difenderle dai grossi
orecchioni delle nemiche (dai quali avemmo grandissimo danno),
scaglieremo delle branche di ferro, le quali i soldati adoperando a
quell’uopo a che sono state fatte, afferreranno la nave assalitrice sì
che non possa retrocedere; giacchè a tal necessità siam venuti da dover
far battaglia terrestre di sulle navi. E ci si mostra utile il non dar
noi indietro, e il non permetterlo a loro, tanto più che abbiam nemica
la spiaggia, salvo quel tratto che occupano i nostri fanti.

63. «Le quali cose considerando, fa d’uopo che persistiate combattendo
con tutta la virilità dell’animo, nè vi lasciate ributtar sulla
spiaggia; anzi quando siate venuti all’abbordaggio, abbiate per viltà
il separarvi prima d’aver traboccati giù dalla coverta nemica i soldati
gravi. Avvertimento ch’io porgo ai combattenti più che ai nocchieri,
in quanto che questa è opera piuttosto di quelli che pugnano di sul
palco della nave. In voi pure, o soldati da terra, consiste anche
adesso la maggior parte della vittoria. Ed io esorto e prego insieme
voi marinari a non sbigottirvi troppo per le sofferte sciagure, ora
che avete miglior apparato sulle coverte; e voi che senza essere
Ateniesi siete reputati tali sì per la perizia del nostro linguaggio,
sì per l’imitazione delle maniere, voi, dico, scongiuro a considerare
quanto sia da esser conservata quella gioia che sentivate dall’essere
l’ammirazione della Grecia, e dal partecipare non meno di noi del
nostro imperio rispetto ai vantaggi di esso, non tanto per il terrore
che incutevate ai nostri vassalli, quanto perchè eravate al coperto
dalle loro offese. Laonde se voi soli siete liberamente a parte del
nostro imperio, è ben giusto che non dobbiate ora tradirlo. Che anzi
dispregiando i Corintii cui più volte vinceste, ed i Siciliani dei
quali nissuno mentre fioriva la nostra flotta osò nemmeno di starci a
fronte, respingeteli; e mostrate loro che a dispetto della debolezza e
delle disgrazie, il saper vostro è maggiore della forza altrui sull’ali
della fortuna.

64. «Ed a quelli di voi che siete propio Ateniesi torno a rammentare
che non vi rimangono negli arsenali altre navi pari a queste, nè
gioventù militare. Che se altro vi avverrà che il vincere, i nemici di
qui navigheranno subito ad Atene, e la nostra gente ivi restata non
potrà resistere ai nemici di là, ed a quelli che sopravverranno. Così
voi cadrete subito sotto il giogo de’ Siracusani, contro dei quali
ben sapete con qual animo veniste; ed i vostri di là sotto quello
dei Lacedemoni. Laonde trovandovi a questo certame pel bene vostro e
de’ vostri concittadini, durate (se altre volte mai) virilmente; e
considerate tutti e singoli che quanti di voi saliranno or or sulle
navi, sono per gli Ateniesi e fanti e flotta e il residuo della
Repubblica, ed il gran nome d’Atene; per le quali cose se uno avanza
l’altro d’un poco in perizia e in coraggio, non potrà mostrarlo in
occasione più rilevante di questa, per giovare a se stesso, e salvare
l’universale.»

65. Avendo Nicia esortato sì caldamente i suoi, ordinò subito che
salissero sulle navi. Gilippo ed i Siracusani, che erano stati
spettatori di tale apparecchiamento, avean ben potuto accorgersi che
gli Ateniesi vorrebbero combattere in mare, ed inoltre erano stati per
tempo informati del macchinamento delle branche di ferro. Però siccome
si erano forniti di che guarentirsi da tutte le altre cose, fecero
altrettanto contro quell’ordigno, vestendo di cuoio le prue e le parti
più elevate delle navi, affinchè la branca scagliata sdrucciolasse, e
non potesse afferrare. E poichè fu tutto in ordine, Gilippo e gli altri
generali inanimarono le sue genti con queste parole:

66. «Che belli fossero i passati fatti, o Siracusani ed alleati,
e che per belle cagioni or or verremo a battaglia, ci pare che la
maggior parte di voi il sappiate; essendochè non vi ci sareste messi
con animo sì pronto. Se poi alcuno nol sa quanto bisogna, noi glielo
dimostreremo. Diciamo adunque che gli Ateniesi, padroni di un imperio
senza dubbio il più grande dei passati Greci e dei presenti, venuti
essendo contro questo paese primieramente per soggettarsi la Sicilia, e
poi, se vi fossero riusciti, il Peloponneso e il rimanente di Grecia,
voi primi tra i mortali vi opponeste loro sulla flotta colla quale
aveano essi occupato tutto, e li vinceste in diverse battaglie navali;
e probabilmente li vincerete ora anche in questa. Imperciocchè quando
gli uomini si trovano repressi in ciò di che pretendono il primato,
allora la opinione che loro resta di sè è minore di quello che se prima
non avessero neppure avuto tal concetto; e viste inaspettatamente
andare a vuoto le loro giattanze, si avviliscono anche più che non
vorrebbero le forze che hanno. E questo pare ora il caso degli Ateniesi.

67. «All’opposto, quel valor nostro primiero, col quale, sebben tuttora
inesperti, osammo far fronte al nemico, fatto ora più stabile, ed
accompagnato dalla opinione di esser fortissimi perchè su fortissimi
avemmo vittoria, porge a ciascuno di noi doppia speranza. Or per lo
più, grandissima speranza desta grandissimo vigore per le imprese.
Quanto all’avere i nemici contraffatto alcune parti del nostro
apparecchio, desse sono omai consuete alle vostre maniere, e non
mancheremo di difesa contro ciascuna di quelle. Ma quando molti de’
loro soldati gravi saranno, contro il solito, sulle coverte; quando
saran saliti sulle navi molti lanciatori terrestri[122], per così dire,
acarnani ed altri, i quali sedendo non troveranno nemmeno il modo di
scagliare la freccia; come non pregiudicheranno alle navi, o come non
si troveranno tutti fra sè in disordine, dovendo fare avvolgimenti ai
quali non sono usati? Inoltre la moltitudine delle navi (se vi ha chi
teme per avere a combattere con numero non eguale) non sarà di loro
vantaggio; poichè le molte in luogo angusto riusciranno più lente alle
manovre, e più facili ad esser danneggiate dagl’ingegni onde siamo
forniti. Tuttavia il vero stato delle cose loro apprendetelo da ciò
che noi avvisiamo saper chiaramente. Poichè sopraffatti essi dai mali,
e stretti dalle presenti difficoltà, son ridotti alla disperazione di
gettarsi nel rischio in quel modo che possano, confidando più nella
fortuna che nell’apparecchio delle forze; per tentare o d’uscire a viva
forza dal porto, o di ritirarsi per terra se ciò non riesca; giacchè
vedono di non potersi trovare in condizione peggiore della presente.

68. «Azzuffiamoci adunque animosamente come c’invita siffatto disordine
e la fortuna di uomini nimicissimi che spontanea si è posta nelle
mani nostre; e pensiamo che non solo è atto legittimissimo il saziare
lo sdegno dell’animo contro avversari che a propria giustificazione
alleghino d’esser venuti a punir l’aggressore; ma che anche sta in
poter nostro quella che comunemente dicesi la più dolce delle cose,
la vendetta de’ nemici. Che gli Ateniesi ci sieno nemici e nemici
mortali voi tutti il sapete, poichè son venuti per fare schiavo il
paese nostro; e se vi fossero riusciti, arebber martoriato crudelmente
gli uomini, svergognati i figli e le donne, e posto a tutta la città
la più turpe denominazione. Il perchè non deve chicchessia allenirsi,
nè reputar guadagno la loro partita senza nostro pericolo, che certo
partiranno egualmente ancor che vincano. Bella impresa sarà per noi
(recando ad effetto, come è da credere, i nostri disegni) il punir
costoro e rendere a tutta quanta la Sicilia più stabile quella libertà
che anche prima godeva; e rarissimi son quei cimenti che avendo cattivo
esito arrechino piccolissimi danni; e sortendo buon fine, vantaggi
grandissimi.»

69. I generali siracusani e Gilippo avendo anch’essi con tali parole
confortato le sue genti, ordinarono dal canto loro che si armassero le
navi; da che vedevano gli Ateniesi fare altrettanto. E Nicia costernato
per le presenti cose, e vedendo quanto grande e quanto vicino omai
fosse il pericolo, giacchè i nemici erano in sul momento di avanzarsi
incontro, temeva, come avviene nei grandi cimenti, quanto al fatto
i propri apparecchi essere ancora manchevoli, e quanto alle parole
non aver per anche detto abbastanza. Però richiamava ad uno ad uno
i trierarchi, appellandoli col nome del padre, e col loro proprio e
con quello della tribù[123], e scongiurava ciascuno a non tradir la
chiarezza alla quale era da per sè pervenuto; e quelli i cui maggiori
erano illustri, a non offuscare le virtù degli avi. Rammentava una
patria liberissima, e il liberissimo vivere che in quella a tutti era
concesso, nè ometteva veruna delle altre cose che dagli uomini si
sogliono dire in simili frangenti, non già quelle che a tal uopo si
serbano per comparire in faccia a chicchessia narratori di memorie
antiche, o quelle che in tutte le occasioni son quasi le stesse,
rammemorando le mogli, i figlioli ed i patrii numi; ma quelle che in
siffatto sbigottimento si reputano utili, e ad alta voce s’inculcano.
Dopo questa esortazione, che pure ei stimava non bastevole, ma quale
permetteva quell’urgenza, si ritirò; e condotto l’esercito di terra
sulla costa del mare, lo schierò nella maggior lunghezza possibile;
acciò servisse di grandissimo incoraggiamento a quei della flotta. E
Demostene, Menandro ed Eutidemo saliti sulle navi ateniesi, delle quali
avevano il comando, partirono dal loro accampamento, e vogarono subito
alla bocca del porto, dove i nemici avevan formato una serra colle navi
e dove restava ancora un passaggio, per vedere di uscirne fuori a viva
forza.

70. E già i Siracusani e gli alleati si erano mossi con un numero
di navi pressochè eguale a quello di prima, e con una parte di esse
guardavano l’uscita, e con le altre si misero in giro al rimanente
del porto, per assaltare ad un tempo da tutti i lati gli Ateniesi,
ed insieme per avere il soccorso della fanteria, dovunque le navi
approdassero. Erano ammiragli della flotta siracusana Sicano ed
Agatarco; ciascuno dei quali reggeva un’ala di tutta l’armata, e
Pitene coi Corintii il centro. Poichè gli Ateniesi si avvicinarono
alla serra, spingendosi innanzi vinsero in quel primo empito le navi
schieratevi a difesa, e si sforzavano di rompere l’ordinanza di quelle
che serravano il porto. Dopo di che, vogando addosso a loro da ogni
parte i Siracusani e gli alleati, non solo si combatteva presso la
serra, ma anche nel porto la battaglia era feroce e più accanita
delle passate. Imperocchè quinci e quindi molta era la premura dei
marinari per investire il nemico, ovunque fosse comandato, e molto
il gareggiamento e l’artificio scambievole dei timonieri; ed i
soprassaglienti, quando una nave s’abbordava con l’altra, usavano
ogni sforzo perchè il servigio loro di sulle coverte non fosse da
meno dell’arte degli altri. Insomma ognuno studiavasi di comparire
il primo negli uffizi a lui commessi. Ma per la gran quantità delle
navi che in angusto spazio si cozzavano insieme (ed angustissimo
era lo spazio e moltissime queste navi che vi combattevano perchè
tra dell’una parte e dell’altra poco mancava che non arrivassero a
dugento), raro era che si andasse all’abbordaggio, non vi essendo modo
di trarre addietro per darsi l’abbrivo e traversare le file nemiche;
laddove più frequenti erano gl’incontri delle navi che casualmente
s’imbattevano insieme o volendo fuggire od assalirsi l’una l’altra. E
mentre la nave spingevasi contra alcuna delle nemiche, quei di sulle
coverte scagliavano contr’essa un’infinità di giavellotti, saette e
pietre; quando poi trovavansi accosto, i soprassaglienti venendo alle
mani sforzavansi scambievolmente di saltare all’arrembaggio. E molte
volte accadeva per la strettezza del luogo di assalire altrui da una
parte e trovarsi assalito dall’altra, e che due navi e talvolta anche
più fossero costrette ad aggrapparsi intorno ad una; ed i piloti non
in un punto solo, ma in molti e da ogni lato, doveano aver l’occhio a
guardarsi da questi e ad assaltar quelli. Inoltre il gran frastuono di
tanti legni che si urtavano insieme metteva terrore ed impediva l’udita
di ciò che ordinassero i comiti delle due armate, i quali esortavano
ed animavano i suoi, per le regole dell’arte e per l’ostinata gara
attuale. Gridavano agli Ateniesi, che forzassero l’uscita, che ora
più che altre volte mai si dessero premura per tornare a salvamento
in patria; ai Siracusani ed agli alleati, che era di loro decoro
impedir la fuga al nemico, e che colla vittoria ciascuno accrescerebbe
l’onore della sua patria. Di più gli ammiragli da ambedue le parti, se
vedevano qualche nave rinculare senza necessità, chiamavano per nome
il trierarca; e quei degli Ateniesi domandavano se indietreggiassero,
credendosi padroni di una terra nimicissima più che del mare con tante
fatiche acquistato; quei dei Siracusani, se mentre sapevano bene che il
nemico facea di tutto per iscappare, essi medesimi fuggissero da chi
fuggiva.

71. Mentre combattevasi in mare con dubbiosa sorte, l’esercito di
terra di amendue le parti era in grande smania ed oppressione d’animo:
quello del paese perchè anelava omai di accrescere la gloria; quello
degli Ateniesi, che era venuto di fuori, perchè temeva di trovarsi
a condizione anche peggiore della presente. Ed invero riposando
tutta sulle navi la fortuna degli Ateniesi, aveano essi una paura
del futuro quale non altra mai; ed appunto perchè la battaglia
mantenevasi indecisa, non potevano di sulla costa vederla altro che
indistintamente. Conciossiachè essendo quello spettacolo a poca
distanza, e non potendo tutti osservarlo sul medesimo punto, se alcuni
vedevano in qualche parte vincitori i suoi, ripigliavano coraggio,
e si voltavano ad invocare gli Dei che non volessero privarli della
salvezza: altri, se li miravano soccombere, davano in lamenti ed in
strida, e per la sola vista delle cose aveano l’animo più abbattuto
di quelli che erano nel fatto. Quelli poi che riguardavano ove la
battaglia durava ancor bilanciata, per la continua indecisione di
quella gara mostrando con gli atteggiamenti il grave timore ond’erano
affetti, si trovavano ansiatissimi, perchè sempre incerti tra lo scampo
e la morte. E mentre la pugna si sosteneva con egual calore, nel
solo campo ateniese si udivano tutti insieme e lamenti e grida: siam
vincitori, siam vinti: e quant’altre voci d’ogni maniera è forza che si
ascoltino in un grande esercito in pericolo grandissimo. Lo stesso a
un dipresso interveniva a quelli delle navi: finchè dopo molto durare
di quel combattimento, i Siracusani e gli alleati cacciarono in fuga
gli Ateniesi, e manifestamente incalzandoli con alte grida, e l’un
l’altro incoraggiandosi, li perseguirono fino sulla costa. Allora i
soldati navali, salvo quelli che furon presi nell’alto, chi qua chi là
recandosi al lido si ridussero agli alloggiamenti; e le genti di terra
non più svariatamente, ma tutte in una medesima agitazione, con gemiti
ed urli dolenti fino all’anima dell’accaduto; chi correva a soccorso
delle navi, chi a guardia delle rimanenti fortificazioni, chi (e questi
erano i più) pensava a trovar modo di salvezza; nè fuvvi mai verun
altro sbigottimento maggiore di quello. E presso a poco trovaronsi gli
Ateniesi nel caso stesso al quale avevan ridotto i Lacedemoni in Pilo;
imperciocchè siccome colà erano state conquassate le navi spartane,
ed uccise tutte le milizie tragittate nella Sfatteria, così ora erano
essi disperati di potersi salvare per la via di terra senza un qualche
prodigio.

72. Dopo sì feroce battaglia, ove da tutte e due le parti molte
navi e persone erano perite, i Siracusani e gli alleati vincitori
ripresero i rottami ed i cadaveri, e tornati in città alzarono il
trofeo. Gli Ateniesi, per la grandezza delle presenti calamità, non
pensarono neppure a domandare la restituzione dei rottami e dei morti,
e deliberavano di ritirarsi subito nella notte. Ma Demostene andato a
trovar Nicia proponeva che si armassero quante navi ancora restavano,
e sul far dell’aurora si tentasse a forza d’uscire del porto; e diceva
che tuttora rimanevano ad essi più navi servibili che non ai nemici,
poichè agli Ateniesi ne erano avanzate da sessanta, ed ai Siracusani
meno di cinquanta. E quantunque Nicia fosse in ciò d’accordo con lui,
e volessero entrambi armare le navi, i marinari ricusarono di salirvi,
sì per la costernazione di quella rotta, sì per l’opinione di non
poter più aver vittoria. Onde tutti omai applicavano l’animo a far la
ritirata per terra.

73. Del qual divisamento venuto in sospetto Ermocrate siracusano, e
stimando esservi gran pericolo che esercito sì grande ritiratosi per
la via di terra si fermasse in qualche luogo di Sicilia, e volesse
rinnovar loro la guerra, va dai magistrati: e tra l’altre cose che gli
parvero da dirsi, dichiarò ad essi che non doveansi lasciar partire
gli Ateniesi nella notte, ma uscire tutti immantinente, Siracusani ed
alleati; e serrar loro le strade, e preoccupare e guardare i passaggi
più angusti. Non dissentivano punto i magistrati da Ermocrate in quella
risoluzione e giudicavano esser da recare ad effetto: contuttociò
avvisavano che siccome i soldati di recente pigliavano volenterosi
respiro della gran battaglia navale, e di più ricorreva per avventura
la festa (per cui in quel giorno facevansi sacrifizi ad onore di
Ercole), così non vorrebbero agevolmente obbedirli. Conciossiachè
per la soverchia gioia della vittoria la maggior parte di essi
nell’occasione della festa essendosi dati a sbevazzare, tutt’altro era
sperabile che il persuaderli al presente di pigliare le armi ed uscire
contro il nemico. Per queste considerazioni parendo ai magistrati
ineseguibile quel disegno, e non avendo Ermocrate potuto indurveli,
immaginò egli per ripiego quest’astuzia. Per la tema che gli Ateniesi
a bell’agio e senza esser disturbati riuscissero a valicar nella notte
i luoghi più difficili, manda sull’imbrunire del giorno verso il
campo ateniese pochi suoi amici con dei cavalieri, che, avvicinandosi
tanto da potere esser sentiti, chiamassero alcuni e fingendosi amici
degli Ateniesi ordinassero di dire a Nicia (il quale invero aveva di
quelli da cui risapeva lo stato interno di Siracusa) che non levasse
il campo nella notte, perchè i Siracusani guardavano le strade: ma
che preparatosi a suo bell’agio partisse di giorno. Ciò detto coloro
tornarono indietro; e quei che li sentirono ne porsero avviso ai
generali ateniesi.

74. I quali a tale annunzio, non pensando che vi fosse sotto alcuna
frode soprastettero quella notte. E giacchè non si erano mossi
pensarono di soprassedere anche il giorno seguente, per dare ai soldati
il maggior comodo possibile di far fagotto; e prendendo seco le sole
cose necessarie al mantenimento della persona, lasciar tutte le
altre, e partire. Ma i Siracusani e Gilippo prima della loro partita
usciti fuori con la fanteria, serrarono le strade del paese, per dove
conghietturavano che gli Ateniesi passerebbero, tenevan guardati i
guadi de’ torrenti e de’ fiumi, e si schierarono nei siti opportuni
per far fronte all’esercito nemico, risoluti di contrastargli il
passaggio. Inoltre si appressarono colle navi a quelle degli Ateniesi
per ritirarle dalla spiaggia, ne abbruciarono alcune poche, come avean
pensato di fare gli Ateniesi medesimi; e le altre, dovunque ciascuna
si trovasse sbalzata, comodamente e senza veruno impedimento, col
rimurchio le tiravano alla città.

75. Dopo queste cose, poichè a Nicia ed a Demostene parve che tutto
fosse sufficientemente apparecchiato, movevasi finalmente il campo
tre giorni dopo la battaglia navale. Nè solamente facea pietà il
complesso di tanti infortunii, cioè il partire colla perdita di tutta
la flotta, e col pericolo proprio e della patria, invece delle grandi
speranze prima concepute, ma ancora nell’abbandonare gli alloggiamenti
interveniva ad ognuno di vedere e sentire cose dolorose. Imperciocchè
qualora tra gl’insepolti cadaveri ciascun vedesse giacere qualche suo
amico, era preso da tristezza e timore; ed i vivi abbandonati, feriti o
malati, arrecavano ai vivi maggior afflizione dei morti, ed erano più
infelici di questi; essendo che rivoltisi alle preghiere ed ai pianti
facean cascare il cuore, con alte grida scongiurando a condurli via
ogni compagno o parente che scorgessero, e si avvinghiavano ai camerati
che partivano, e finchè aveano forza li seguitavano. E se ad alcuni
falliva la lena del corpo restavano derelitti mandando imprecazioni e
gemiti; talchè tutto l’esercito pieno di lagrime e straziato da diversi
affetti, non sapeva di leggeri indursi a partire da quella terra benchè
nemica, dove avea sofferto sciagure maggiori d’ogni pianto, e dove
altre temea di soffrirne nascoste ora nell’incertezza. Da per tutto
era una cupa malinconia, da per tutto udivansi scambievoli rimproveri,
poichè non altro rassembravano che un popolo scappato da una città
espugnata, e questa non piccola; non essendo minore di quaranta
migliaia tutta la moltitudine che marciava insieme. Fra tutti questi
ognuno portava addosso quel che poteva di ciò che fosse necessario, ed
i soldati gravi ed i cavalieri sebbene carichi dell’armi portavano fuor
dell’usato da sè i viveri, parte per mancanza, parte per diffidenza dei
galuppi, molti dei quali erano innanzi disertati, e moltissimi allora
disertavano; e con tutto ciò quel che portavano non bastava, perchè
nel campo era venuta meno la vettovaglia. Oltre di che l’avvilimento
in tutto il resto, e quella ugual porzione di mali che pure ha in sè
qualche sollievo quando siam molti a soffrire, non riusciva al presente
leggera, specialmente al riflettere da quale splendore e da qual
fasto primiero eran venuti a sì oscuro termine ed a cotanta bassezza.
E certo grandissimo fu questo rovescio per l’esercito dei Greci, a’
quali andati a soggettare gli altri, accadde invece di partire colla
paura di trovarsi essi a quel caso; invece di salpare in mezzo ai voti
ed ai canti militari, svignare tra clamori affatto contrari; e invece
di salir sulle navi, marciare a piedi, e attendere all’armi, innanzi
che alla flotta. Nondimeno per la grandezza del pericolo che ancor
sovrastava, tutte queste cose parevan loro tollerabili.

76. E Nicia vedendo in quel gran cangiamento di fortuna scoraggiato
l’esercito, percorreva le file, e lo inanimiva e lo consolava,
adoprando maggior voce del solito con tutti quelli ai quali si
accostasse; o fosse per la premura, o fosse per produrre il maggiore
effetto possibile con la robustezza della voce.

77. «Ateniesi ed alleati, ei gridava, anche al presente bisogna avere
speranza, che già alcuni salvaronsi da mali più gravi di questi: nè
dovete vituperar troppo voi stessi per le sofferte sconfitte, nè per
queste non meritate disavventure. E anch’io nè più forte di veruno di
voi, ma ridotto dal male al termine che mi vedete, nè inferiore mai
a chicchessia sì nella prosperità di mia vita privata che in tutto
il resto, mi trovo ora sull’orlo del medesimo pericolo con la gente
la più meschina. Eppure molti sono stati gli atti di pietà da me
praticati verso gli Dei, molti quelli di giustizia e generosità verso
gli uomini; onde nonostante le presenti sciagure confido dell’avvenire.
Certo queste disgrazie non meritate mi fanno temere; ma forse presto
cesseranno, che i nemici sono stati prosperati a bastanza: e se noi
abbiamo impresa la guerra in ira a qualche nume, siamo già stati più
che a sufficienza puniti. Pur troppo alcuni altri invasero il suolo
altrui, e per avere umanamente fallito ne ebbero tollerabili pene; onde
anche a noi lice sperare più miti gli Dei, perchè più del loro sdegno
meritiamo omai la compassione. E voi medesimi al vedervi quali e quanti
soldati marciate insieme ordinati, non vogliate sbigottirvi troppo, ma
considerate che dovunque vi fermiate, da voi stessi componete subito
una città, e che nissun’altra città di Sicilia potrebbe agevolmente
reggere al vostro assalto, nè farvi sloggiare di là ove vi foste
fermati. Attenda ognuno che quanto sta in lui, la marcia sia sicura e
bene ordinata; ed a questo solo pensi, che in qualunque luogo venga
astretto a combattere, vincendo, avrà quello invece di patria e di
mura. Ci affretteremo di marciare e giorno e notte, perchè abbiamo
scarsi viveri; e se arriveremo a qualche terra amica dei Siculi che
per tema dei Siracusani stanno ancor fermi per noi, allor fate ragione
d’essere al sicuro. Già si è mandato loro a dire che ci vengano
incontro con rinfrescamento di vettovaglia. Insomma intendete, o
soldati, che vi è forza esser valorosi, perchè non v’ha luogo vicino
nel quale, se incodardite, possiate salvarvi; e che se ora scampate
dai nemici, voi alleati conseguirete ciò che certamente bramate di
rivedere, e voi Ateniesi raddrizzerete, sebben decaduta, la gran
potenza della città; poichè la città sono gli uomini, e non le mura o
le navi d’uomini vuote.»

78. Mentre Nicia faceva queste esortazioni andava percorrendo
l’esercito, ed ove vedesse qualche parte distaccata non marciare in
buon ordine, la riuniva e la riordinava. E Demostene con non minor
calore diceva presso a poco le medesime cose ai suoi. Le genti di
Nicia marciavano in ordinanza quadrata, seguivano poi quelle di
Demostene; ed i saccomanni e l’altra gran moltitudine stavano in
mezzo ai soldati gravi. E poichè giunsero al passo del fiume Anapo,
trovarono attelate sulla riva delle truppe di Siracusani e di alleati,
fugate le quali e impadronitisi del guado, andavano innanzi, ma sempre
incalzati dalla cavalleria siracusana e saettati dalle genti leggere.
E in questo giorno avendo gli Ateniesi progredito circa quaranta
stadii, si fermarono la notte vicino ad una collina, donde partiti
il dì seguente di buon mattino, e avanzatisi da venti stadii scesero
in una pianura e vi si accamparono, con intenzione di pigliar dalle
case dei commestibili (giacchè quel luogo era abitato), e di portar
seco dell’acqua, di che vi era penuria per lo spazio di molti stadii
inoltrandosi nella via che doveano tenere. Frattanto i Siracusani
spintisi innanzi tagliarono loro con un muro la strada onde doveano
passar oltre, la quale era una forte collina chiamata la rupe Acrea
con borri scoscesi da ambe le parti. Il giorno appresso gli Ateniesi
proseguivano il cammino, ed i Siracusani e gli alleati coi cavalli e
con molti lanciatori vi si opponevano, e li saettavano e cavalcavano da
vicino. Pugnarono lunga pezza gli Ateniesi, ma poi tornarono indietro
al medesimo alloggiamento; e non potevano più come prima procacciarsi i
viveri, perchè i cavalli nemici non li lasciavano più dilungare.

79. La mattina di poi levato il campo marciavano nuovamente, e si
sforzavano di arrivare alla collina munita dal muro, ove furono
prevenuti dalla fanteria nemica schierata al di là del muro stesso
con pochi di fronte, perchè il luogo era stretto; e datovi l’assalto,
e feriti con frecce da molti di sulla collina che era acclive, e che
però porgeva a quei di sopra il modo di colpire più facilmente, non
poterono espugnarla; onde retrocederono e stavano quieti. Sopravvennero
inoltre al tempo stesso alcuni tuoni e piogge, come suole accadere
quando l’anno volge all’autunno, per le quali cose gli Ateniesi si
persero maggiormente di animo, e stimavano che esse tutte fossero
a segnale di loro perdizione. E mentre soggiornavano inoperosi, i
Siracusani e Gilippo spedirono una parte dell’esercito a interchiuderli
alle spalle con un muro sulla strada per la quale s’erano avanzati; ma
essi mandarono dal canto loro alcuni de’ suoi e l’impedirono. Dipoi
ritiratisi con tutto l’esercito più verso la pianura vi pernottarono,
e il dì vegnente ripresero il cammino. Quand’ecco i Siracusani li
assaltavano e li accerchiavano da ogni banda; e se gli Ateniesi venivan
loro incontro, essi davano indietro; se retrocedevano, gl’incalzavano,
e gl’infestavano specialmente alla coda per vedere se a poco a poco,
fugata questa, potessero spaventare tutto l’esercito. Durarono un pezzo
gli Ateniesi combattendo in questo modo: poi andati innanzi cinque
o sei stadii si riposarono nella pianura; ed anche i Siracusani si
staccarono da loro, e tornarono al proprio alloggiamento.

80. Ma Nicia e Demostene vedendo giunte a mal termine le loro genti sì
per la mancanza omai totale dei viveri, sì per esser molti gravemente
feriti nei molti assalti dati dai nemici, si consigliarono di accendere
nella notte quanti più fuochi potessero, e ritirar l’esercito, non già
per la medesima strada che avevano determinato, ma per quella che va
al mare opposta all’altra ove i Siracusani eransi appostati; tutta la
quale strada, invece di condur l’esercito a Catana, lo conduceva in
altra parte di Sicilia verso Camarina e Gela, e verso le città greche
e barbare di quei luoghi. Accesi adunque molti fuochi marciavano nella
notte; e come suole avvenire in tutti gli eserciti, specialmente
grandissimi, di esser presi da tema e paura, tanto più se facciano via
di notte in terra nemica e poco distanti da’ nemici, erano in preda
allo smarrimento. Le genti di Nicia che precedevano, mantenevansi unite
ed avanzarono molto innanzi; ma quelle di Demostene, quasi mezze ed
anche più, si sbandarono e marciavano in gran disordine. Nondimeno
all’aurora giungono in sul mare, ed entrati nella via chiamata Elorina
camminavano; perchè giunti che fossero al fiume Cacipari, volevano,
secondando il corso di esso, inoltrarsi nei luoghi più mediterranei,
ove speravano di dover essere incontrati dai Siculi che avean mandati
a chiamare. Pervenuti al fiume trovarono anche qui una banda di
Siracusani occupati a chiuder loro il passo con muro e palizzate;
respinta la quale tragittarono alla riva opposta, e proseguirono il
cammino verso l’altro fiume detto Erineo, per dove aveano a passare
secondo gli ordini dei generali.

81. Intanto i Siracusani e gli alleati, poichè venne il giorno e si
avvidero esser partiti gli Ateniesi, davano quasi tutti la colpa a
Gilippo che a bella posta li avesse lasciati andare; e messisi in
fretta ad inseguirli per dove agevolmente seppero che si erano inviati,
li raggiungono verso l’ora del desinare. Incontratisi in quelli di
Demostene che erano gli ultimi e marciavano lenti e sbandati, perchè
perturbati nella passata notte, subito li assaltano e vengono a
battaglia; ed i cavalli siracusani più agevolmente li circondarono
perchè bipartiti, e li rinserrarono tutti insieme. Le genti di Nicia si
erano già dilungate in avanti da centocinquanta stadii, perciocchè egli
le conduceva più sollecitamente, avvisando che in quello stato la loro
salvezza dipendeva non già dal fermarsi volontariamente a combattere,
ma dal ritirarsi il più presto possibile, pugnando soltanto quando vi
fossero astretti; laddove Demostene essendo l’ultimo a retrocedere, e
però avendo alle spalle i nemici, trovavasi in moltiplice e continovato
travaglio. E sapendo allora che i Siracusani lo perseguitavano, non che
cercasse di progredire si metteva piuttosto in ordine per la battaglia;
finchè in quel tanto da essi accerchiato, era in gran perturbazione
insieme co’ suoi Ateniesi; conciossiachè rinchiusi in un tal luogo cui
intorniava un muretto, e che avea quinci e quindi uno sbocco e non
pochi ulivi, erano da quel cerchio saettati. E bene avean ragione i
Siracusani a far di queste assembraglie invece che battaglie campali;
perchè il cimentarsi con gente disperata non tanto metteva lor conto
quanto agli Ateniesi. Inoltre, essendo già manifesta la prosperità
dell’impresa, si risparmiavano, onde non trovarsi essi medesimi
distrutti per qualche caso prima di compierla; e pensavano che anche
con quel modo di combattimento arebber domati e presi i nemici.

82. Quando adunque Gilippo, i Siracusani e gli alleati, dopo aver
saettato da ogni parte per tutta la giornata gli Ateniesi co’ loro
confederati, li videro oppressi dalle ferite e da ogni maniera di
disagio, fanno da primo bandire che qualunque degl’isolani volesse,
passasse da loro col patto di restar libero; ed alcune poche città vi
passarono. Dipoi fecero accordo con tutte le altre genti di Demostene,
con questo che consegnassero le armi, e che nessuno dovesse morire nè
violentemente, nè in ceppi, nè per mancanza del vitto necessario. Così
tutti si arresero, in numero di seimila, depositando quanto denaro
avevano versandolo in degli scudi rivoltati, de’ quali n’empierono
quattro. I soldati furono condotti in città. Il giorno medesimo Nicia
pervenuto co’ suoi al fiume Erineo e guadatolo, fermò l’alloggiamento
sopra un’altura.

83. Ma il dì seguente avendolo i Siracusani raggiunto, gli contarono
che le genti di Demostene si erano arrese ed intimarono anche a lui
di fare lo stesso. Egli però non prestandovi fede pattuisce una
tregua per mandare un cavaliere ad osservar la cosa; il quale ritornò
annunziando che s’erano arresi. Allora Nicia fa intendere a Gilippo
ed ai Siracusani che era pronto a convenire di rifare ai Siracusani
il denaro speso per la guerra, col patto che dovessero lasciare in
libertà lui e l’esercito, e di dar loro in ostaggio per ogni talento
uno de’ più ragguardevoli degli Ateniesi, fino al pagamento del
denaro. I Siracusani e Gilippo non ammisero queste proposizioni, anzi
assalitili ed attorniatili da ogni lato li dardeggiavano fino a sera;
ed essi, quantunque si trovassero mancanti di frumento e di tutti i
viveri, intendevano di partirsi giovandosi del silenzio della notte.
Ripigliavano infatti le armi, quando i Siracusani avvistisi di ciò
intuonarono il peana: onde conoscendo gli Ateniesi d’essere scoperti
posarono nuovamente le armi, salvo trecento persone che, apertosi un
passaggio attraverso le sentinelle nemiche, marciarono nella notte per
quella via che poterono.

84. Venuto appena giorno Nicia muoveva l’esercito; ed i Siracusani
con gli alleati lo incalzavano nel modo stesso, e da ogni banda
scagliavano dardi e saette. Affrettavansi gli Ateniesi di arrivare
al fiume Assinaro perchè assaltati da tutte le parti da numerosi
cavalli e dall’altra moltitudine, pensavano di doversi trovar meglio
quando lo avesser guadato; e perchè erano oppressi dalla fatica e
dalla sete. Pervenuti in sulla sponda di quello, vi si precipitan
dentro senz’ordine veruno, studiandosi ciascuno di guadarlo il primo;
ma i nemici che stavan loro a ridosso rendevano omai difficile il
tragittarlo. Imperciocchè costretti a camminar serrati cadevano l’un
sopra l’altro e si pestavano; e parte morivano urtati dalle lanciole
e dall’armi, parti caduti nella melmetta erano trascinati via dalla
corrente. Passarono i Siracusani alla riva opposta che era scoscesa, e
di sopra scagliavano dardi su gli Ateniesi, molti de’ quali avidamente
bevevano, e giù nell’alveo del fiume erano tra loro stessi abbaruffati;
e i Peloponnesi calati al basso facevan soprattutto strage di quelli
che si trovavano nel fiume. L’acqua fu subito guasta, nondimeno
ell’era bevuta lorda di fango insieme e di sangue, e molti per averla
combattevano.

85. Finalmente gran quantità di cadaveri giacendo ammontati nel
fiume, e disfatto l’esercito o nel fiume stesso, o dai cavalli se
qualche banda si fosse cansata, Nicia, fidandosi più di Gilippo che
dei Siracusani, si rende alla discrezione di lui e de’ Lacedemoni,
pregandolo a ritirar dalla strage anche il rimanente dell’esercito.
Dopo di che Gilippo ordinava ai suoi che i nemici fossero fatti
prigionieri; e vivi condussero via tutti quelli che non si erano
nascosti (e questi furono molti), e spedirono ad inseguire i trecento
passati a forza di mezzo alle sentinelle, e li arrestarono. Nè già
furono molte queste milizie accolte insieme, ma bensì molte si
trafugarono, e ne fu ripiena tutta Sicilia, non essendo esse state
prese per convenzione come quelle di Demostene. Una buona parte
dell’esercito ateniese vi rimase morta, che certo questa strage non
fu minore di verun’altra accaduta in questa guerra di Sicilia; e non
pochi erano periti ne’ diversi passati attacchi, durante il cammino.
Con tutto questo molti o fuggirono nel tempo della battaglia, o si
trafugarono poi dopo essere stati fatti prigioni; e tutti si riducevano
a Catana.

86. I Siracusani e gli alleati riunitisi insieme, e preso il più che
poterono di prigionieri e di bottino, ritornarono alla città, fecero
scendere i prigioni tanto ateniesi che confederati nelle cave delle
pietre, giudicando sicurissimo il guardarli colà; e scannarono Nicia e
Demostene, a malgrado di Gilippo, siccome quegli che reputava trionfo
a se stesso onorevole il condurre ai Lacedemoni, oltre alle altre
spoglie, anche i capitani dell’oste nemica. Senza di che si dava
il caso che Demostene era odiatissimo a Sparta a cagione de’ fatti
della Sfatteria e di Pilo, e Nicia accettissimo pel motivo medesimo;
avvegnachè egli si fosse adoperato moltissimo pei Lacedemoni ritenuti
nell’isola, con aver persuaso gli Ateniesi a far le tregue per cui i
prigioni erano stati rilasciati. Laonde era benvoluto dai Lacedemoni,
e con grandissima fiducia si era reso a Gilippo. Ma alcuni fra i
Siracusani (come correva voce) sospettando, per aver tenuto delle
pratiche con lui che, se per questo fosse messo alla tortura, non
arrecasse loro qualche disturbo in mezzo a quella felicità; altri, e
principalmente i Corintii, che corrompendo qualcuni col denaro (perchè
era ricco) non iscappasse, e procurasse loro qualche altra novità,
tirarono a sè gli animi dei confederati e lo uccisero. Tale, o presso
a poco altrettale, fu la cagione onde restò ucciso Nicia, il meno
meritevole certamente fra tutti i Greci, non che altro de’ miei tempi,
di venire a tanta sciagura, per la sua costante pietà verso gli Dei.

87. I prigionieri che erano nelle cave in principio venivano duramente
trattati dai Siracusani. Imperciocchè, trovandosi molti in quel
luogo profondo e scoperto, il sole e il soffocamento li opprimeva;
ed all’opposto le notti autunnali e fredde causavano malattie di
nuovo genere: tanto più che per la ristrettezza doveano far tutto nel
medesimo luogo, e l’un sull’altro giacevano sovrapposti i cadaveri di
quelli che o per ferite, o per questa mutazione, a per altre simili
cagioni morivano. Se a ciò si aggiunga una puzza insoffribile, ed il
tormento della fame e della sete, perchè per otto mesi ebbero una
cotila[124] d’acqua e due di frumento a testa, si vedrà non esser
eglino andati esenti da veruno di quelli incomodi che naturalmente
doveano opprimere gente gettata in luogo sì fatto. In questo modo
stivati passarono circa settanta giorni, dipoi tutti gli altri,
tranne gli Ateniesi e quei Siciliani ed Italiani che militarono con
loro, furono venduti. E sebbene sia difficile lo scrivere esattamente
quanti fossero in tutto i prigionieri, nondimeno non potevano esser
meno di sette migliaia. Questo tra i fatti greci fu per avventura
il più strepitoso di quanti intervennero in questa guerra, ed a mio
credere anche più di quanti ne sappiamo per udita; e sovra ogni altro
splendidissimo pei vincitori, e calamitosissimo ai vinti. Conciossiachè
vinti in tutto e per tutto e da ogni parte gravemente afflitti, e fanti
e navi andarono, come suol dirsi, in fumo; nulla campò dall’esterminio,
e pochi di tanta moltitudine tornarono alla patria. Tale fu il successo
dell’impresa siciliana.


  FINE DEL LIBRO SETTIMO.




LIBRO OTTAVO

  SOMMARIO

  Atene atterrita ed indignata contro gli accenditori della guerra,
  si ammannisce a sostenerla. — Movimenti dei Greci e dei Lacedemoni
  per recarla a fine. — Eubei, Chii ed Eritreii sono per ribellarsi.
  — Lacedemoni fan di tutto per torre alleati ad Atene, ed Atene per
  impedirlo. — Ribellione dei Chii, degli Eritreii, dei Clazomenii.
  — Confederazione tra il re di Persia e Lacedemone. — Il popolo di
  Samo contro la nobiltà. — Sedizione in Atene, ove la democrazia è
  malata con lo Stato de’ pochi. — Reintegrazione di Alcibiade. —
  Combattimento ad Abido.


1. Portate ad Atene le novelle di Sicilia, per lunga pezza non si
credeva poter essere stato sì generale l’eccidio, quantunque soldati
ragguardevolissimi[125] scampati propio dalla battaglia lo contassero
apertamente. Ma poi accertatisi del fatto, erano turbati contro gli
oratori che gli avean confortati a quella spedizione (come se non
l’avessero essi medesimi decretata), e si adiravano con gli arioli
e gli aruspici, e con tutti quelli che allora eccitandoli mediante
qualche sacra ispirazione, aveano lor fatto sperare la conquista di
quel paese. Tutto per ogni parte li attristava, e pensando all’accaduto
erano circondati da timore e sbigottimento veramente grandissimo.
Imperocchè trovavansi afflitti i cittadini dalle proprie perdite, e la
Repubblica orbata di numerosa fanteria e cavalli, e di cotal gioventù
alla quale altra simile non rimaneva: ed insieme non vedendo essi navi
a sufficienza negli arsenali, nè equipaggio per corredarle, nè denari
nell’erario, disperavano al presente di potersi salvare. Oltre a ciò
si aspettavano che ad ora ad ora i nemici di Sicilia, specialmente
dopo sì segnalata vittoria, navigherebbero contro il Pireo, e che quei
di Grecia raddoppiati allor daddovero tutti gli apparecchi, tosto li
stringerebbero vigorosamente per terra e per mare, d’accordo con gli
alleati che ad Atene si ribellerebbero. Ciò nondimeno determinarono,
per quanto restava loro di forze, di non doversi dare per vinti, ma
di mettere in ordine la flotta raccogliendo legname e denaro dondechè
si potesse; rendersi sicuri degli alleati, e in ispecie dell’Eubea;
ridurre ad una certa parsimonia le spese del Comune; e creare un
magistrato di personaggi provetti che all’occasione fossero i primi a
dar consiglio sull’attuale stato delle cose. Insomma per il presente
grave timore (come suol fare il popolo) erano pronti a mantenere in
tutto il buon ordine. Mettevano intanto ad effetto le prese risoluzioni
e finiva l’estate.

2. Nel seguente inverno al gran tracollo degli Ateniesi in Sicilia,
sollevarono subito l’animo i Greci tutti: quelli che stavano neutrali,
perchè pensavano (anche non invitati) non doversi più tener fuori di
quella guerra, ma esser tempo di andare volontariamente contro gli
Ateniesi, avvisando ognuno che questi sarebbero venuti contro di loro,
se l’impresa siciliana fosse riuscita prosperamente, e reputando che
breve avrebbe dovuto essere il rimanente della guerra, il pigliar
parte alla quale sarebbe onorevole: quelli poi che erano in lega con
Sparta, perchè tutti studiavansi più di prima a liberarsi prontamente
dai molti loro travagli. Ma principalmente i vassalli degli Ateniesi
erano pronti, anche al di là delle proprie forze, a ribellarsi, perchè
giudicavano delle cose nel bollor della passione, e non davano luogo
al pensiero che gli Ateniesi potessero sostenersi almeno per l’estate
futura. Per tutte queste cagioni inanimivasi la città degli Spartani;
e soprattutto perchè gli alleati di Sicilia, astretti già a fornirsi
anche di flotta, verrebbero a primavera (com’era verisimile) ad unirsi
a loro con grandi forze. Laonde trovando da per tutto cagione a bene
sperare, intendevano di ripigliar la guerra a viso aperto; considerando
che andando ella a finir bene, sarebbero in avvenire disciolti da
pericoli cotanto gravi, come quello in che li avrebbero avvolti gli
Ateniesi se si fossero aggiunti la Sicilia; e che domati questi, essi
avrebbero omai sicuramente il principato su tutta la Grecia.

3. Il perchè Agide loro re subito in questo inverno medesimo mossosi
con qualche esercito da Decelia, andava raccogliendo denaro dagli
alleati per la flotta; e voltatosi al seno Meliaco, a cagione
dell’antica inimicizia, fece gran preda sugli Elei e la mise in
contanti; costrinse a dar denaro ed ostaggi (cui depositò a Corinto)
i Ftioti d’Acaia ed altri di quei luoghi sudditi de’ Tessali, con
rammarico e dispiacimento de’ Tessali, e si sforzava di tirarli
nella sua lega. I Lacedemoni imposero alle diverse città di costruir
cento navi, venticinque delle quali toccherebbero costruire ad essi
Lacedemoni, ed altre venticinque a’ Beozii; ai Focesi ed ai Locrii
quindici, e quindici ai Corintii; agli Arcadi, ai Pellenii e Sicionesi
dieci, e dieci pure ai Megaresi, Trezenii, Epidaurii ed Ermionesi.
Preparavano ancora tutte le altre cose, risoluti di ricominciare subito
la guerra a primavera.

4. Medesimamente gli Ateniesi in quest’inverno si apparecchiavano,
giusta i conceputi disegni, a fabbricar navi, essendosi provvisti
di legname; e munirono Sunio, acciocchè le loro annonarie potessero
sicuramente farne il giro. Abbandonarono il forte che aveano fabbricato
nella Laconia all’occasione del passaggio in Sicilia, ristrinsero tutte
quelle spese che in qualche modo sembravano superflue, e soprattutto
tenevan guardati gli alleati perchè non si ribellassero.

5. Mentre che le due parti attendevano a queste cose, e davano opera
agli apparecchi non altrimenti che se fossero al cominciar della
guerra, gli Eubeesi, i primi in quest’inverno, inviarono un’ambasceria
ad Agide per trattar di ribellarsi agli Ateniesi; il quale prestò
orecchio alle loro parole, e mandò chiamando da Sparta Alcamene di
Stenelaida e Melanto per dar loro nelle mani il comando dell’Eubea.
Erano già arrivati costoro con circa trecento Neodamodi, ed Agide si
preparava a farli partire; quando giunsero anche i Lesbii invogliati
essi pure di far la ribellione. E siccome erano favoriti da’ Beozii,
però Agide si lasciò indurre a sospendere l’affare dell’Eubea, e
concertava la ribellione de’ Lesbii, dando loro a prefetto Alcamene,
quello stesso che dovea tragittare nell’Eubea. I Beozii fecero promessa
ai Lesbii di dieci navi, ed Agide di altrettante. Tutte queste cose
si facevano senza la saputa di Sparta, avvegnachè Agide, finchè si
trattenne col suo esercito a Decelia, fosse padrone di spedir genti
ovunque volesse, e di radunarne, e di esiger denaro; e, per dirla, gli
alleati obbedivano assai più lui che non i Lacedemoni di città, perchè
coll’esercito che aveva seco da per tutto mostravasi formidabile. Egli
adunque faceva per i Lesbii. I Chii e gli Eritrei, che anch’essi eran
pronti a ribellare, non si volsero ad Agide ma a Sparta, ove trovarono
un ambasciatore spedito da Tissaferne che a nome del re Dario, figliolo
di Artaserse, governava le provincie inferiori[126]. Sollecitava
Tissaferne i Peloponnesi, e prometteva di pagar egli gli stipendii,
per i seguenti motivi. Gli aveva il re poco fa richiesto i tributi di
quelle sue provincie; ed ei non avendoli potuti riscuotere dalle città
greche a cagione degli Ateniesi, e restando tuttor debitore, sperava
che affliggendo gli Ateniesi più facilmente gli sarebbero portati i
tributi, e che insieme renderebbe i Lacedemoni alleati al re; e secondo
gli ordini che da esso aveva, o gli condurrebbe vivo Armoge[127]
figlio bastardo di Pissutne, che si era ribellato nella Caria, o lo
ucciderebbe. I Chii adunque e Tissaferne andavano di concerto in questa
cosa.

6. Ma Calligeto di Laofonte megarese, e Timagora di Atenagora ciziceno,
ambidue esuli dalla propria patria e ricovrati presso Farnabazo
di Farnabaco, giungono in quella occasione a Sparta, ove gli avea
mandati Farnabazo per ottenere che i Lacedemoni conducessero delle
navi nell’Ellesponto, acciocchè egli potesse (siccome desiderava
ardentemente anche Tissaferne) ribellare agli Ateniesi le città
della sua provincia per cavarne i tributi, ed acciocchè per opera
sua si stringesse sollecitamente alleanza fra il re ed i Lacedemoni.
Ora siccome i legati di Farnabazo e quelli di Tissaferne trattavano
separatamente delle medesime cose, surse gran disputa fra quei di
Sparta, persuadendo gli uni che si spedisse prima la flotta nell’Ionia
ed a Chio, gli altri nell’Ellesponto. Tuttavia i Lacedemoni ben più
volentieri accolsero le dimande di Tissaferne e de’ Chii, perchè
spalleggiati anche da Alcibiade congiunto per strettissimo vincolo di
ospitalità paterna coll’eforo Endio; onde per questa ospitalità la sua
casata ebbe un nome laconico, avvegnachè il padre d’Endio si chiamasse
Alcibiade[128]. Contuttociò i Lacedemoni vollero prima mandare a Chio
Frini, persona di quei dintorni[129], per osservare se avessero le navi
che dicevano, e se nel resto la città fosse in opulenza corrispondente
al suo credito. Ed avendo Frini riferito esser vere tutte le cose che
si sentivano dire, si fecero subito alleati i Chii e gli Eritrei, e
decretavano di mandar loro quaranta navi, nella fiducia che non meno di
sessanta se ne accoglierebbero dai luoghi accennati dai Chii. Da primo
però volevano spedirne dieci con Melancride che era l’ammiraglio; ma
poi, venuto un terremoto, inviarono Calcideo invece di Melancride; e
invece di dieci navi ne allestirono cinque nella Laconia. Così finiva
l’inverno e l’anno decimonono di questa guerra descritta da Tucidide.

7. Al sopravvenir dell’estate subitamente i Chii insistevano che le
navi si spedissero, perchè temevano che queste pratiche non venissero
a risapersi dagli Ateniesi, di nascosto ai quali tutti mandavano i
loro legati a Sparta. Laonde i Lacedemoni inviarono a Corinto tre
personaggi spartani a procurare al più presto possibile di trasportar
le navi di sull’istmo all’altro mare che guarda Atene, ed ordinare che
tutte navigassero a Chio, tanto quelle che si allestivano da Agide per
Lesbo, quanto le altre. Trentanove in tutte furono le navi delle città
alleate, che colà si trovarono.

8. Calligeto pertanto e Timagora, a nome di Farnabazo, ricusarono
di pigliar parte alla spedizione per Chio, e non consegnarono i
denari recati per allestir la flotta, che eran venti talenti, ma si
consigliarono di andarvi dopo da per sè con altro naviglio. Agide
anch’egli, al vedere i Lacedemoni inclinati soprattutto a Chio, non
volle opporvisi. Adunatisi adunque gli alleati in Corinto e tenutovi
consiglio, stabilirono di navigar prima a Chio sotto il comando di
Calcideo che aveva allestite le cinque navi nella Laconia; dipoi a
Lesbo pigliando a capitano Alcamene, quello stesso che Agide voleva
mandarvi; e finalmente arrivare nell’Ellesponto, per dove era stato
eletto ammiraglio Clearco di Ramfia. Innanzi però doveasi trasportare
di sull’istmo la metà delle navi e farle subito pigliar mare, affinchè
gli Ateniesi avessero l’occhio più a queste, le quali si mettevano in
corso, che non all’altre che si trasporterebbero dipoi. Imperciocchè
i Lacedemoni navigavano apertamente in queste parti; dispregiando la
debolezza degli Ateniesi, de’ quali non vedevasi alcun’armata numerosa.
Ed avendo così risoluto trasportarono subito ventuna nave.

9. Allora i Lacedemoni sollecitavano i Corintii a spedir la loro
armata; ma quelli non seppero indursi a navigar con loro prima d’aver
celebrato le feste istmiche che allora ricorrevano. Agide, perchè non
violassero la tregua che durava nel tempo di quelle feste, proponeva
loro che piglierebbe sopra di sè la spedizione della flotta; al che
non avendo acconsentito i Corintii, e però frappostosi dell’indugio,
poterono gli Ateniesi meglio intendere le trame de’ Chii; e mandarono
Aristocrate, uno de’ loro generali, a dolersene. E siccome i Chii
stavano in sulla negativa, gli Ateniesi ordinarono loro di mandar seco
delle navi per gaggio dell’alleanza, ed essi ne mandarono sette. Ed a
far ciò s’indussero i Chii, perchè ignorando il popolo questi maneggi,
i pochi che ne erano consapevoli non volevano in verun modo aver
nemica la plebe prima d’avere in mano qualche cosa di sicuro, e perchè
si aspettavano che i Peloponnesi, dopo quell’indugio, non verrebbero
altrimenti.

10. In questo si celebrarono le feste istmiche; e siccome erano state
promulgate, vi assistettero anche gli Ateniesi; e così meglio si
chiarirono dei disegni de’ Chii. Tornati a casa disponevano subito
le cose in modo che la flotta corintia non potesse partir da Cencrea
furtivamente; ma i Corintii, passata la festa, fecero vela con
ventuna nave per alla volta di Chio sotto la condotta di Alcamene.
Gli Ateniesi, che erano già venuti ad incontrarli con altrettante
navi, volevano tirarli all’alto; se non che seguitati solo per breve
spazio dai Peloponnesi, che poi giraron di bordo, dovettero anch’essi
ritirarsi, perchè non si fidavano delle sette navi chie che erano
tra le loro. Dipoi armate altre trentasette navi, ed avanzandosi
piaggia piaggia, inseguivano il nemico fino a Pireo del territorio
corintio, che è un porto deserto e l’ultimo che si trovi nei confini
del territorio epidauriese. Vi perderono i Peloponnesi una nave che
avea preso il largo; e con l’altre riunite entrarono nel porto. Quivi
assaliti colle navi dagli Ateniesi che sbarcarono anche a terra,
trovaronsi in grande e disordinato tumulto; ebbero la maggior parte
delle navi fracassate da quelli che erano scesi a terra, e vi rimase
morto il loro ammiraglio Alcamene. Pochi furono quelli che perirono
dalla parte degli Ateniesi.

11. I quali finalmente separatisi schierarono in osservazione delle
navi nemiche un numero sufficiente delle loro, e col rimanente si
trassero ad un’isoletta non molto lontana, ove si accamparono, e
spedirono ad Atene per dei rinforzi, avvegnachè il giorno appresso
fossero arrivati i Corintii in soccorso delle navi peloponnesie, e
non guari dopo anche gli altri circonvicini. Laonde, vedendo che
sarebbe malagevole il tenersi sulle difese in quel luogo deserto,
stavano perplessi, ed ebbero il pensiero di abbruciare le navi; ma poi
risolvettero di tirarle a terra e guardarle, standovi dappresso colla
fanteria, finchè non si presentasse qualche comoda occasione di scampo.
Agide informato di ciò, mandò loro un personaggio spartano per nome
Termone. Tornando ora ai Lacedemoni, erano essi stati ragguagliati
della partenza delle navi dall’istmo (perchè appena che ella seguisse,
Alcamene aveva ordine dagli Eteri di mandarne l’avviso per un
cavaliere), e subito si disponevano a spedir le loro cinque navi sotto
la condotta di Calcideo insieme con Alcibiade. Mentre però stavano esse
per partire, ebbero la nuova che la flotta peloponnesia erasi dovuta
rifugiar in Pireo; onde scoraggiatisi chè al primo muover della guerra
ionica fossero incappati male, pensavano di non mandare altrimenti le
navi dal loro paese, e piuttosto di richiamar indietro quelle che già
si erano avviate.

12. Alcibiade inteso questo, torna a persuadere Endio e gli altri Efori
che non dovessero porsi giù dalla spedizione di quelle navi, dicendo
che arriverebbero a Chio, prima che colà nulla fosse trapelato intorno
alla flotta peloponnesia; e che egli medesimo, approdato che fosse
nella Ionia, di leggieri recherebbe le città a ribellarsi, col far
palese la debolezza degli Ateniesi e lo zelo dei Lacedemoni; imperocchè
ad esso più che a tutt’altri daranno fede. E ad Endio in privato facea
vedere come sarebbegli decoroso che la Ionia si ribellasse per opera
sua, ed il re si facesse alleato dei Lacedemoni, piuttostochè lasciare
questo vanto ad Agide, del quale egli era nemico. Persuasi adunque
così gli altri Efori ed Endio, partì Alcibiade con le cinque navi,
accompagnando Calcideo lacedemone; ed affrettavano la navigazione.

13. Verso questo tempo medesimo ritornavano con Gilippo dalla guerra di
Sicilia anche le sedici navi peloponnesie, che sorprese intorno alla
Leucadia erano state travagliate da ventisei triremi attiche comandate
da Ippocle di Menippo, deputato ad osservare il ritorno dei navigli
dalla Sicilia. Tutte le altre, tranne una, sottrattesi agli Ateniesi,
erano approdate a Corinto.

14. Ma Calcideo ed Alcibiade, per non esser denunziati, nel loro
corso arrestarono quanti incontravano; e fermatisi prima di tutto
a Corico di terraferma, li lasciarono andare. Ivi abboccatisi con
alcuni cospiratori di Chio, e confortati da essi ad approdar alla
città senza mandare innanzi alcuno avviso, vi andarono mentre che i
Chii nulla ne sospettavano. Rimase la moltitudine maravigliata ed
attonita. Gli oligarchici però aveano ordinato la cosa in modo che
casualmente si adunasse il senato: e Calcideo ed Alcibiade, dicendo che
molte altre navi si avviavano a quella volta, e tacendo dell’assedio
della flotta in Pireo, indussero i Chii e poi gli Eritrei a levarsi
dall’obbedienza d’Atene. Quindi passarono con tre navi a Clazomene e la
fecero ribellare; ed i Clazomenii tragittati diviatamente in terraferma
munivano Policna per potervisi all’occasione ritirare dall’isoletta ove
abitavano. E tutti quelli che si erano ribellati ponevano opera alle
fortificazioni ed agli apparecchiamenti di guerra.

15. Le novelle di Chio recate prestamente ad Atene, dierono a pensare
a’ cittadini, che grande veramente e manifesto era il pericolo onde
trovavansi cinti, e che gli altri alleati non vorrebbono starsene
dopo la ribellione di città poderosissima. E mossi dal presente
sbigottimento decretarono che i mille talenti (i quali aveano bramato
che rimanessero intatti finchè durasse la guerra) fossero messi in uso,
levando tosto le multe imposte a chi di ciò ragionasse o desse il suo
voto; e che si armassero non poche navi, e se ne spedissero subito otto
di quelle che stavano in osservazione a Pireo[130]. Le quali infatti
condotte da Strombichide di Diotimo abbandonarono la guardia di Pireo,
per dar la caccia alla flottiglia di Calcideo; e non avendola potuta
raggiungere, erano ritornate alla loro stazione. Non molto dopo ne
spedirono in soccorso altre dodici capitanate da Trasicle, che s’erano
anch’esse ritirate dal blocco della flotta nemica. Inoltre fatte
tornare indietro le sette navi de’ Chii state con loro all’assedio
di Pireo, diedero la libertà ai servi che su quelle si trovavano, e
misero a’ ferri i liberi: allestirono prestamente e spedirono altre
navi in iscambio di quelle che erano andate a bloccare i Peloponnesi,
e pensavano di equipaggiarne altre trenta. Insomma molto era l’ardore
degli animi, e non poco l’apparecchio che allestivano contro Chio.

16. Frattanto arriva a Samo Strombichide con le otto navi, alle
quali aggiuntane una samia venne a Teo, ove esortava il popolo a
star tranquillo. Già avea drizzato il corso verso Teo con ventitrè
navi anche Calcideo, fiancheggiato dai fanti dei Clazomenii e degli
Eritrei. Di che fatto accorto Strombichide anticipò la partenza; ed
allargatosi in alto, alla vista della grossa armata che veniva da Chio
si mise a fuggire verso Samo. Quella lo inseguiva; ed i Teii che da
prima aveano ricusato di ricevere i fanti clazomenii ed eritreesi, dopo
la fuga degli Ateniesi gl’introdussero in città. La maggior parte di
quella fanteria si ritennero aspettando pur Calcideo che ritornasse
dall’inseguire il nemico; ma poichè egli indugiava si diedero a demolir
da per sè il muro della città de’ Teii edificato dagli Ateniesi dalla
parte che guarda terraferma, aiutati in quella demolizione da pochi
barbari sopraggiunti sotto il comando di Tagete luogotenente di
Tissaferne.

17. Ma Calcideo ed Alcibiade, tornati dall’inseguire Strombichide fino
a Samo, armarono le ciurme delle navi peloponnesie, e le lasciarono di
presidio a Chio; e sostituendo in queste ed in altre venti le genti
di Chio, fecero vela per Mileto con intenzione di ribellarla. Era
pensiero di Alcibiade, da che se la intendeva co’ caporani de’ Milesii,
di tirarli alla sua amicizia prima che arrivasse dal Peloponneso una
nuova armata; e con le forze de’ Chii e con Calcideo facendo ribellare
più città che fosse possibile, attribuirne il vanto ai Chii, a se
medesimo, e ad Endio che lo avea spedito; siccome gli avea promesso.
Fornito adunque furtivamente la maggior parte di quel tragitto,
giunsero a Mileto poco innanzi di Strombichide e di Trasicle (che
venuto di recente da Atene con dodici navi si era unito a Strombichide
per inseguirli), e la fanno ribellare. Dietro loro vi approdarono gli
Ateniesi con diciannove navi; e perchè i Milesii non vollero riceverli,
si misero in stazione nell’adiacente Isola di Lada. Appena ribellata
Mileto, si fece la prima alleanza tra i Lacedemoni ed il re per opera
di Calcideo e Tissaferne, in questi termini.

18. «I Lacedemoni e loro alleati hanno fatto alleanza col re e con
Tissaferne a questi patti. Che tutti i paesi e tutte le città tenute
dal re e da’ suoi antenati al re appartengano: che quanto ai denari
e alle altre cose che da queste città colavano ad Atene, si debba
comunemente impedire dal re e da’ Lacedemoni e loro alleati, sicchè gli
Ateniesi non ricavino nè denaro nè altro: che il re ed i Lacedemoni
co’ loro alleati facciano d’accordo la guerra agli Ateniesi, la quale
non si possa disciogliere senza il consentimento d’entrambi, cioè del
re e de’ Lacedemoni co’ loro alleati; che quei che si ribellino al
re, s’intendano nemici anche de’ Lacedemoni e de’ loro alleati; e che
parimente quelli che si ribellino a’ Lacedemoni e a’ loro alleati sieno
tenuti nemici anche del re.»

19. Così fu stabilita questa alleanza. Dopo di che i Chii subito
armarono altre dieci navi e sciolsero alla volta d’Anea con animo
d’informarsi delle cose di Mileto, e al tempo stesso di muovere le
città alla ribellione. Ma avendo Calcideo mandato loro a dire che
tornassero indietro, e che Armoge era per arrivare coll’esercito dalla
parte di terra, navigarono al tempio di Giove; donde viste appena
sedici navi colle quali da Atene veniva in rinforzo Diomedonte dopo di
Trasicle, si diedero a fuggire con una nave ad Efeso, e con l’altre
verso Teo. Gli Ateniesi se ne impossessarono di quattro vuote, che le
persone furono in tempo a salvarsi a terra; il rimanente dell’armata
ricovrossi alla città de’ Teii. Indirizzaronsi gli Ateniesi verso
Samo; ed i Chii venuti in alto con quelle navi che loro restavano, ed
accompagnati dalla fanteria, fecero ribellar Lebedo e poi Era. Quindi i
fanti e le navi tornarono a casa.

20. Intorno questi medesimi tempi le venti navi peloponnesie a
Pireo[131] prima inseguite e poi bloccate da altrettante ateniesi,
fecero sortita improvvisamente, e vinta la battaglia prendono quattro
legni ateniesi, e passate a Cencrea si disponevano a tragittar di nuovo
a Chio e nella Ionia. In questo venne da Sparta per loro ammiraglio
Astioco in cui omai risedeva l’ammiragliato di tutta la flotta. E poi
che si fu ritirata da Teo la fanteria, vi andò in persona Tissaferne
coll’esercito; e demolito quel po’ di muro che in Teo fosse per
avventura rimasto, tornò indietro. Nè guari stette che partito lui
vi arrivò Diomedonte con dieci navi ateniesi; capitolò co’ Teii che
dovessero ricevere anche le sue genti; e andato ad Era, si ritirò dopo
avere assaltato inutilmente quella città.

21. Verso questo tempo i popolani di Samo si sollevarono contro gli
ottimati, in ciò aiutati dagli Ateniesi che vi si trovavano con
tre navi, ne uccisero in tutti dugento in circa, quattrocento ne
confinarono, e si divisero le loro terre ed abitazioni. Dopo di questo
avendo gli Ateniesi accordata loro con decreto l’indipendenza in premio
di fedeltà, governavano d’allora in poi la Repubblica da sè, esclusero
da ogni diritto i possidenti di terre, e vietarono a qual si fosse
popolano di menar moglie nobile, e di sposare ai nobili le proprie
fanciulle.

22. Nel corso di questa medesima estate i Chii, non venendo in nulla
meno a quella premura con cui aveano incominciato a sommovere le
città alla ribellione con le proprie forze senza i Peloponnesi, ed
insieme volendo aver compagni ai pericoli quanti più popoli potessero,
portarono da se soli la guerra a Lesbo con tredici navi (che questa era
appunto la seconda impresa che i Lacedemoni aveano destinato di fare);
e poi di lì passarono nell’Ellesponto. Nel tempo stesso la fanteria
de’ Peloponnesi, che si trovava presente, e quella degli alleati di
quei luoghi, passarono a Clazomene ed a Cuma. Evala spartano guidava le
genti da piè, e Diniade abitante di quei dintorni le navi. La flotta
de’ Chii approdata a Lesbo fece primieramente ribellare Metimna[132].

23. Ma Astioco, ammiraglio lacedemone, movendo con quattro navi
da Cencrea, giunge a Chio, siccome era suo disegno; e tre giorni
dopo l’arrivo di lui andavano alla volta di Lesbo le venticinque
navi attiche capitanate da Diomedonte e Leone, il quale in appresso
era venuto da Atene col rinforzo di dieci navi. E in sul calare di
questo stesso giorno Astioco fatto vela nuovamente, ed aggiuntasi una
nave chia, dirizzò anch’egli il corso verso Lesbo, per tentare di
soccorrerla. Pervenne a Pirra e quindi il dì seguente ad Eresso, ove
sentì che Mitilene era stata presa di primo assalto dagli Ateniesi; i
quali, entrati nel porto perchè nissuno sospettava della loro venuta,
avean superato la flotta de’ Chii: e poi nel fare scala vinti in
battaglia quei che vollero opporsi, si erano impadroniti della città.
Della qual cosa informato Astioco dalla gente di Eresso e dalle navi
chie, che nella presa di Mitilene fuggite con Eubulo da Metimna ove
stavano allora di presidio, e di quattro ridotte a tre sole (perchè una
fu predata dagli Ateniesi), gli eran venute incontro, non volle più
andare sopra Mitilene. Ma fatta ribellare Eresso armò anche i soldati
delle proprie navi e gli avviò per terra, sotto il comando di Eteonico,
ad Antissa ed a Metimna, ove egli pure s’indirizzava marina marina
con le navi che aveva seco e con le altre tre de’ Chii, sperando che
i Metimnei a quella vista piglierebbero animo e persisterebbero nella
ribellione. Siccome però tutte le cose di Lesbo gli andavano a ritroso,
riprese l’esercito e tornò a Chio; e similmente le genti da piè, che
stavano sulle navi e doveano passare nell’Ellesponto, si ricondussero
alle loro città. Dopo questi fatti sei navi della flotta alleata
dei Peloponnesi, che era in Cencrea, arrivano a Chio. Gli Ateniesi,
racquetata Lesbo, partirono di lì, ed espugnarono Policna che si andava
fortificando in terraferma dai Clazomenii, cui fecero rientrare nella
città situata nell’isola, salvo gli autori della ribellione i quali
dovettero ritirarsi a Dafnunte. Così Clazomene ritornò all’obbedienza
degli Ateniesi.

24. Nella medesima estate quelli Ateniesi che con le venti navi in
Lada bloccavano Mileto, fecero scala a Palermo del territorio milesio,
vi uccisero Calcideo capitano lacedemone che era venuto ad opporsi
con poca gente, ed alzato il trofeo, tre giorni dopo ripresero il
corso. Questo trofeo fu atterrato da’ Milesii come stato eretto da
gente che non si era impadronita del luogo. E Leone e Diomedonte,
tolte seco le navi ateniesi di Lesbo, e movendo dalle isole Enusse
situate dinanzi a Chio, e da Sidussa e da Pieleo, due fortezze che
ritenevano nell’Eritrea, ed anche da Lesbo stessa, facevano la guerra
ai Chii con questa flotta, la quale avea a bordo soldati d’armatura
grave scelti dal ruolo del Comune, e però costretti a militare[133].
Presa adunque terra a Cardamile[134] ed a Bolisso, superarono in
battaglia e fecero grande strage de’ Chii accorsi a contrastarli,
e disertarono le terre di quei luoghi. Vinsero poscia una seconda
battaglia a Fane[135], ed una terza a Leuconio[136]; e d’allora in poi
i Chii non uscivano più in campo contro gli Ateniesi; quantunque essi
devastassero il loro territorio di tutte cose floridissimo, e rimasto
illeso dalla guerra de’ Medi fino a quel tempo. Conciossiachè i Chii
soli, che io mi sappia, hanno dopo i Lacedemoni serbato moderazione
in mezzo alla prosperità; e quanto più la città loro avanzava in
grandezza altrettanto l’ordinavano a maggiore stabilità. E questa
medesima ribellione (se pure vogliasi credere aver essi operato contro
il partito più sicuro) non osarono farla prima di essersi messi nel
medesimo mazzo con molti e buoni alleati, nè prima d’aver inteso che
gli Ateniesi stessi non più sapevano negare il deplorabilissimo ed
irrimediabile stato delle cose loro, dopo la disgrazia di Sicilia. Che
se in qualche modo errarono, come suole intervenire nelle inaspettate
vicende della vita umana, il loro errore fu la sequela di quella
opinione allora comune a molti, che gli Ateniesi sarebbero presto iti
in rovina. Trovandosi adunque stretti dalla parte di mare, e devastati
da quella di terra, furonvi di quelli che tentarono di rendere la
città agli Ateniesi. I magistrati sentito ciò, non ne fecero romore;
invitarono bensì a venire da Eritra in città l’ammiraglio Astioco con
le quattro navi che aveva seco, e deliberavano del modo più discreto
per addormentare gli orditori di quella trama, o col prendere degli
ostaggi, o con qualche altro argomento. Questo era lo stato dei Chii.

25. In sullo scorcio di questa medesima estate da Atene andarono a
Samo mille cinquecento soldati gravi ateniesi e mille degli Argivi
(cinquecento dei quali che erano armati alla leggera furon provvisti
di armatura grave dagli Ateniesi) e mille degli alleati, con una
flotta di quarantotto navi, alcune delle quali servivano al trasporto
delle truppe, sotto il comando di Frinico, di Enomacle e di Scironida.
Dipoi passati a Mileto vi si accamparono. Uscirono i Milesii della
città in numero di ottocento, accompagnati non solo dai Peloponnesi
che eran venuti con Calcideo, ma ancora da alcune genti barbare prese
a soldo da Tissaferne che vi era presente colla sua cavalleria; e si
azzuffarono con gli Ateniesi e coi loro alleati. Gli Argivi spintisi
innanzi colla loro ala, e marciando disordinatamente, siccome quelli
che dispregiavano gl’Jonii e credevano che e’ non avrebber tenuta la
puntaglia, son vinti da’ Milesii, e poco men di trecento rimangono
uccisi. All’opposto gli Ateniesi vinsero primieramente i Peloponnesi,
quindi risposero i barbari e l’altra moltitudine senza incontrarsi
co’ Milesii (che tornati dall’inseguire gli Argivi, e visto battuto
il rimanente dell’esercito ritiraronsi in città), e come vincitori
piantarono il campo propio sotto Mileto. Ed in questo combattimento
accadde che da amendue le parti gl’Ionii vinsero i Dorici; perciocchè
gli Ateniesi superarono i Peloponnesi che avevano a fronte, ed i
Milesii gli Argivi. Gli Ateniesi ersero il trofeo; e perchè il luogo
ove risedeva Mileto era fatto a guisa d’istmo, s’accingevano a tirarvi
un muro; avvisando che se riducessero in potestà loro Mileto, anche le
altre terre facilmente si renderebbero.

26. Era già avanzata la sera quando ebbero lingua dell’imminente arrivo
di cinquanta navi, parte del Peloponneso, parte di Sicilia. Infatti i
Siciliani instigati principalmente da Ermocrate siracusano a dar mano
a terminare la distruzione degli Ateniesi, erano venuti con venti navi
di Siracusa e due di Selinunte; e i Peloponnesi aveano messe all’ordine
quelle che stavano preparando. Adunque tutte e due queste armate,
affidate a Teramene lacedemone con ordine di condurle all’ammiraglio
Astioco, approdarono primieramente ad Eleo, che è un’isola di faccia
a Mileto; e poi sentito colà che gli Ateniesi erano sotto Mileto,
volevano, dando innanzi una corsa nel golfo Iasico, certificarsi
dello stato di quella città. In questo Alcibiade che s’era trovato a
combattere dalla parte de’ Milesii e di Tissaferne, giunto a cavallo
in Tichiussa del territorio milesio, nel qual punto del golfo le due
armate erano approdate ed avevano pernottato, venne a ragguagliarli
della battaglia accaduta; e gli confortava, se non volessero perder la
Ionia e con essa ogni cosa, a troncare gl’indugi e soccorrer Mileto, e
non trascurare che venisse attorniata dalla muraglia nemica.

27. Però fermarono di portarvi soccorso in sul far dell’alba. Ma
Frinico capitano degli Ateniesi, il quale da Lero aveva avuto la nuova
dell’arrivo di quella flotta, sentendo che i suoi colleghi volevano al
postutto aspettarla per venire a battaglia, protestò che non arebbe
fatto ciò, e che per quanto in lui stesse non lo permetterebbe nè a
loro nè a nissun altro. Perciocchè, diceva, quando si può, indugiando,
combattere preparati convenevolmente ed a bell’agio, colla piena
certezza del numero dalle navi nemiche e delle proprie contro quelle,
egli non si indurrebbe per vergognoso rimprovero a porsi nel rischio
temerariamente. Non esser vergogna agli Ateniesi il cedere a tempo
colla flotta, ma in qualunque modo più vergogna risulterebbe loro
da una sconfitta: e allora la Repubblica risulterebbe non solo in
vergogna, ma eziandio in pericolo grandissimo. Che se ella per le
passate sciagure è appena in grado, pur con vigoroso apparecchio, di
mover la prima contro il nemico spontaneamente, non che per espressa
necessità, perchè ora mettersi volontariamente nel rischio senza
esservi astretta? Laonde ordinava di navigar subito a Samo, pigliando
seco i feriti e le genti da piè e tutti gli attrazzi coi quali eran
venuti, e lasciando tutta la preda cavata dal paese nemico, affinchè
le navi fossero leggere: e poi da Samo con tutte le navi riunite
assalire il nemico quando si presentasse l’occasione. Avendoli Frinico
persuasi di queste cose, le mise ad esecuzione; e non tanto allora
quanto anche in seguito ebbe reputazione di capitano prudente non in
questo solo caso, ma ancora in tutte le altre imprese a lui affidate.
Così gli Ateniesi la sera subito si ritirarono da Mileto colla vittoria
imperfetta; e gli Argivi stizziti della rotta sofferta sciolsero
prestamente da Samo per ritornare a casa.

28. Dopo la partita degli Ateniesi, i Peloponnesi movendo sull’alba da
Tichiussa giungono a Mileto, ove dimorarono un giorno. Il dì seguente
aggiuntesi le navi chie, state già inseguite con Calcideo dalla flotta
ateniese, vollero rinavigare a Tichiussa per i bagagli che vi aveano
scaricati. Pervenuti colà furono incontrati da Tissaferne colla
fanteria, il quale gl’induce a far vela sopra Iaso, dove stanziava
Amorge nemico del re. Assaltarono improvvisamente quella città, la
quale credeva che queste navi fossero attiche, e la espugnarono
con lode principalmente delle milizie siracusane. Amorge, figlio
naturale di Pissutne e ribelle del re, fu preso vivo, e consegnato
dai Peloponnesi a Tissaferne perchè, se volesse, lo menasse al re
siccome aveva ordine. Iaso fu saccheggiata, e l’esercito ne cavò
molte ricchezze, come da luogo di antica opulenza; non fecero alcun
male alle truppe che erano in soccorso d’Amorge, ma le ricevettero e
le arruolarono nel loro esercito perchè la maggior parte erano del
Peloponneso. La cittadella fu consegnata a Tissafente, come pure tutti
i prigionieri servi e liberi, col patto che pagasse uno statere dorico
a testa[137]. Dopo ciò ritornarono a Mileto, mandarono per terra
fino ad Eritra le genti ausiliarie tolte ad Amorge sotto il comando
di Pedarito figliolo di Leone, che i Lacedemoni avevano eletto a
governatore di Chio; ed in Mileto in luogo di Pedarito, sostituirono
Filippo. Così finiva l’estate.

29. Al sopravvenir dell’inverno Tissaferne, poichè ebbe lasciato un
presidio in Iaso, recossi a Mileto; e, conforme avea promesso in
Sparta, distribuì in tutte le navi una dramma attica per ciaschedun
soldato; intendendo però di dare in seguito tre oboli a testa,
finchè non avesse sentito il parere del re, dopo l’ordine del quale,
diceva, che pagherebbe tutta intera una dramma. Ma Ermocrate generale
siracusano (giacchè Teramene, il quale non era ammiraglio della flotta
e solo si trovava a bordo con gli altri per consegnarla ad Astioco,
mostravasi freddo nell’affar dalle paghe), vi si oppose: ed alla fine
fu convenuto che senza parlare delle cinque navi della Laconia, ogni
soldato dovesse avere qualcosa più di tre oboli. Poichè Tissaferne
per quelle cinque navi dava tre talenti al mese[138]; ed agli altri,
secondo che aumentava il numero delle navi, si pagava lo stipendio a
questa medesima stregua.

30. Nell’istesso inverno gli Ateniesi che erano a Samo, essendo venuta
da Atene una nuova armata di trentacinque navi capitanate da Carmino,
Strombichide ed Euctemone, ed avendo accolte insieme tutte quelle che
erano a Chio e le altre, volevano colla flotta bloccar Mileto, e spedir
contro Chio forze marittime e terrestri, gittando le sorti per queste
due imprese. E così fecero: poichè Strombichide, Onemacle ed Euctemone,
giusta la sorte toccata loro, andarono ad oste a Chio con trenta navi,
conducendo di più su barche da carico parte delle soldatesche gravi che
erano state a Mileto: gli altri rimasti a Samo, con settantaquattro
navi signoreggiavano il mare ed andavano infestando Mileto.

31. Astioco intanto, che per sospetto di tradimento stava in Chio
scegliendo ostaggi, poichè intese la mossa di Teramene con la flotta e
l’immegliarsi delle cose dell’alleanza, desistette da ciò; e si mise
in mare con dieci navi de’ Peloponnesi ed altrettante de’ Chii. E
dato inutilmente l’assalto a Pteleo, venne costeggiando a Clazomene,
ove ordinò a’ fautori d’Atene di recarsi a Dafnunte, e di accostarsi
alla parte de’ Lacedemoni; ciò che avea ordinato loro anche Tamo,
governatore dell’Ionia. Ricusarono essi di obbedire: ed Astioco assaltò
là città sfornita di mura, e non gli riuscì di prenderla. Laonde
venne egli a Focea ed a Cuma spinto da un vento gagliardo; e le altre
navi approdarono e Maratussa, a Pele ed a Drimissa, isola adiacente
a Clazomene. Quivi trattenuti otto giorni dal vento contrario,
saccheggiarono e disertarono parte di ciò che i Clazomenii vi aveano
depositato; e caricato il rimanente sulle navi andarono a Focea ed a
Cuma a riunirsi con Astioco.

32. Al quale, mentre colà soggiornava, vengono ambasciatori de’ Lesbii,
per trattar di ribellarsi ad Atene, e lo persuadono ad aiutarli. Ma
siccome i Corintii e gli altri alleati, per il precedente cattivo
successo, mostravansi alieni da quell’impresa, mosse egli la flotta
navigando alla volta di Chio; ove le navi arrivarono finalmente qual da
una, qual da un’altra parte, perchè sbalzate da tempesta. In seguito
Pedarito, che partendo da Mileto era giunto per terra ad Eritra,
tragittò a Chio col suo esercito, e con circa cinquecento soldati che
erano a bordo delle cinque navi, e che Calcideo avea lasciati colle
armi. Pertanto alcuni de’ Lesbii mostrandosi desiderosi di ribellarsi,
Astioco ne tenne parola con Pedarito e co’ Chii, dicendo che bisognava
andar con le navi a Lesbo e staccarla dagli Ateniesi; poichè, o
riuscendovi accrescerebbero il numero de’ confederati, o al contrario
danneggerebbero i nemici. Ma essi non l’ascoltarono, e Pedarito
soggiunse che nemmeno avrebbe loro rilasciate le navi de’ Chii.

33. Laonde Astioco pigliando le cinque navi de’ Corintii, e per sesta
una megarese, più una ermionida, e quelle laconiche colle quali era
venuto, s’indirizzò a Mileto al suo ammiragliato, non senza aver prima
minacciato molto i Chii, che di fermo non gli avrebbe soccorsi quando
ne avessero bisogno; ed approdato a Corico dell’Eritrea vi si pose a
campo. L’armata ateniese, che partita da Samo veleggiava sopra Chio,
erasi fermata dal lato opposto del promontorio che impedì alle due
flotte di vedersi scambievolmente. Ma venuta una lettera di Pedarito,
la quale diceva che alcuni prigionieri eretriesi lasciati in libertà
andavano da Samo ad Eritra per ordirvi un tradimento, Astioco navigò
subito di bel nuovo ad Eritra: e così poco mancò che non s’incontrasse
negli Ateniesi. Tragittò da lui anche Pedarito, e si misero insieme a
fare il processo degl’imputati di tradimento: poi trovato che ciò era
un pretesto di coloro per uscir salvi da Samo, gli dichiararono sciolti
dall’accusa, e partirono. Pedarito andò a Chio, ed Astioco a Mileto,
siccome avea determinato.

34. Frattanto la flotta ateniese, che mossasi da Corico volteggiava
presso Argino, s’imbattè in tre navi lunghe de’ Chii, e vistele appena
si diede ad inseguirle. Ma sopravvenuta gran fortuna di mare, le navi
chie si rifugiarono a fatica nel porto; tre delle ateniesi che avean
preso tutto l’abbrivo furono fracassate e sbalzate presso la città de’
Chii e le persone parte rimasero prigioniere, parte uccise. Le altre
si ricovrarono nel porto sotto Mimante, chiamato Fenicunte; donde
poi venute ad approdare a Lesbo, si apparecchiavano a fabbricarci la
fortificazione.

35. Nel medesimo inverno Ippocrate lacedemone con due colleghi partito
dal Peloponneso con dieci navi turie (delle quali aveva avuto il
comando Dorieo di Diagora) e con una della Laconia ed una di Siracusa,
approda a Cnido che già erasi ribellata a Tissaferne. Appena quei di
Mileto seppero la venuta di lui, lo pregavano a guardare Cnido colla
metà delle navi; e con quelle che erano intorno a Triopio (promontorio
sacro ad Apollo nel littorale di Cnido) a recarsi intercettando le
navi da carico che tornavano d’Egitto. Gli Ateniesi risaputo ciò si
mossero da Samo, e s’impadronirono delle sei navi che stavano di
presidio a Triopio (le ciurme scamparono); e poi approdati a Cnido
diedero l’assalto alla città che non avea mura, e poco mancò che non la
prendessero. Il dì appresso l’assalirono nuovamente, ma non poterono
danneggiarla come il giorno innanzi, perchè i cittadini si erano meglio
afforzati durante la notte, e perchè vi erano entrati molti di quelli
che si salvarono dalle navi di Triopio. Però si gettarono a saccheggiar
la campagna e ritornarono a Samo.

36. Circa lo stesso tempo essendo Astioco venuto a Mileto pel
comando della flotta, trovavansi i Peloponnesi nell’abbondanza di
tutto quello che concerneva l’esercito; poichè le paghe venivan date
sufficientemente, i soldati avevano in mano le grandi ricchezze
rapite da Iaso, ed i Milesii portavano animosamente il carico
della guerra. Con tutto ciò pareva loro che le prime convenzioni
stabilite tra Tissaferne e Calcideo fossero manchevoli e non troppo
di loro vantaggio. Onde trovandosi presente Teramene, ne stipularono
dell’altre, che sono queste.

37. «Concordato de’ Lacedemoni ed alleati col re Dario, co’ figlioli
del re e con Tissaferne. Sia confederazione ed amicizia tra le due
parti in questi termini. Che nè i Lacedemoni nè gli alleati de’
Lacedemoni non possano andare a far guerra nè danno veruno in tutto il
territorio e città che sono del re, o che furono di suo padre o degli
antenati; che nè i Lacedemoni, nè gli alleati dei Lacedemoni, non
esigano tributo da queste città. Che nè il re Dario, nè i sudditi del
re non possano andare a far guerra nè danno veruno ai Lacedemoni, o ai
loro alleati. Ancora, se i Lacedemoni o gli alleati richiedano qualche
cosa dal re, o sivvero il re dai Lacedemoni o dagli alleati, starà bene
che amendue facciano ciò in che restino d’accordo. Ancora, che le due
parti guerreggino in comune gli Ateniesi e loro alleati, e qualunque
aggiustamento si faccia sia col consenso di tutt’e due le parti.
Ancora, a tutte le truppe che si trovino negli Stati del re chiamate
da lui, paghi egli le spese. Finalmente, se alcuna città di quelle
comprese in questo concordato andrà contro le terre del re, gli altri
debbano impedirlo e soccorrere il re quanto è possibile: come pure, se
alcuna città degli Stati del re o de’ luoghi soggetti al suo impero
andrà contro i Lacedemoni o i loro alleati, il re debba impedirlo, e
portar soccorso quanto è possibile.»

38. Dopo questo concordato Teramene, consegnate le navi ad Astioco,
partì sopra una barca, nè altro si seppe di lui[139]. E gli Ateniesi
da Lesbo passati con l’armata a Chio, e padroni all’intorno del mare
e della terra fortificavano Delfinio, luogo per natura forte dal lato
di terra, e fornito di porto, nè molto distante dalla città de’ Chii.
I quali afflitti per le molte passate battaglie, e di più coll’animo
non del tutto ben disposto tra loro, stavano quieti; ma sospettosi l’un
l’altro, per questo perchè Tideo di Ione co’ suoi complici erano stati
messi a morte da Pedarito come partigiani di Atene, e il resto della
città era contenuto a forza degli ottimati. Per tali ragioni nè essi nè
le genti ausiliarie di Pedarito si credevano sufficienti a combattere
con gli Ateniesi. Pur nondimeno spedirono a Mileto chiedendo soccorso
ad Astioco il quale non vi prestò orecchio: lo che mosse Pedarito a
scriver di lui a Sparta come d’uomo iniquitoso. Tale era lo stato
degli Ateniesi a Chio. Le loro navi facevano talvolta delle sortite da
Samo contro quelle di Mileto; ma siccome queste non movevano incontro
ritornarono a Samo, e rimanevano in quiete.

39. In questo inverno medesimo, verso il solstizio, le ventisette navi
preparate per Farnabazo dai Lacedemoni a sommossa di Calligete megarese
e di Timagora ciziceno, salparono per alla volta dell’Ionia, sotto il
comando di Antistene spartano. Con esso spedirono i Lacedemoni altri
undici personaggi spartani per consiglieri ad Astioco, del qual numero
era Lica di Arcesilao; ai quali commisero che venuti a Mileto di comun
consenso, ponessero cura al miglioramento possibile delle cose, e poi
(se lo credessero ben fatto) spedissero queste navi medesime, o più
o meno, nell’Ellesponto a Farnabazo deputandone ammiraglio Clearco
di Ramfia che con essi era a bordo; cessassero dall’ammiragliato
Astioco, purchè fosse col consenso di tutti e undici i consiglieri,
e vi sostituissero Antistene; essendochè per le lettere di Pedarito
sospettavano del primo. Queste navi adunque da Malea venute nell’alto
si accostarono a Melo; ove incontratesi in dieci delle ateniesi, ne
prendono tre vuote e le abbruciano. Dopo di che temendo (siccome
avvenne) che le altre fuggite da Melo non dessero avviso del loro
arrivo agli Ateniesi che erano a Samo, si avviarono verso Creta; e per
cautela allungato il viaggio, approdarono a Cauno dell’Asia. Quivi
credendosi al sicuro mandarono significando alla flotta di Mileto che
venisse ad accompagnarli.

40. Nell’istesso tempo i Chii e Pedarito, non rifinivano di
mandare avvisi ad Astioco, nonostante la sua lentezza, pregandolo
a soccorrerli con tutte le navi, e (assediati com’erano) a non
lasciare che la grandissima tra le città confederate dell’Ionia
fosse stretta dalla parte di mare, e disertata da quella di terra
coi ladronecci. Imperciocchè, i servi di Chio che erano molti e
cresciuti disorbitantemente per una città sola, se non fosse quella de’
Lacedemoni, e però difficili a tenersi a dovere nelle loro nequizie,
per lo più disertavano subito da che pareva loro che l’esercito
ateniese col costruire le fortificazioni avesse preso ferma stanza; e
come pratici della campagna facevano danni grandissimi. Laonde dicevano
i Chii esser d’uopo soccorrerli mentre vi era speranza e possibilità
d’impedire l’afforzamento di Delfinio che ancora era imperfetto,
ed una maggiore circonvallazione che si faceva intorno alla città
coll’esercito e colle navi. Astioco, sebbene per la passata minaccia
non pensasse di soccorrerli, nondimeno si accinse a farlo, vedendo che
anche gli alleati molto vi propendevano.

41. Ma intanto viene da Cauno la nuova dell’arrivo delle ventisette
navi e de’ consiglieri lacedemoni. Il perchè Astioco stimando esser
da posporre ogni altra cosa al dovere di accompagnarli con flotta sì
grande, acciocchè ella più sicuramente signoreggiasse in sul mare, e
potessero tragittar senza pericolo i Lacedemoni venuti a sorvegliarlo,
lasciato in tronco l’affare di Chio moveva verso Cauno. E piaggia
piaggia sceso a Co Meropide saccheggiava la città sguarnita di mura,
e rovinata da un terremoto ivi accaduto grandissimo sopra ogni altro
a nostra memoria, per cui la gente era fuggita alle montagne; con le
scorrerie depredava la campagne rilasciando però illese le persone
di condizione libera. Da Co pervenuto di notte a Cnido fu astretto
dalle istanze degli Cnidii a non isbarcare le sue genti, ma senz’altro
far vela tostamente contro le venti navi degli Ateniesi, colle quali
Carmino uno dei capitani di Samo spiava il passaggio delle ventisette
navi che venivano dal Peloponneso, per proteggere le quali era in mare
lo stesso Astioco. Gli Ateniesi in Samo aveano ricevuto avviso da
Mileto che quelle navi erano in corso; e Carmino informato che già elle
erano a Cauno stava alle vedette incrociando tra Sione, Calce, Rodi e
la Licia.

43. Astioco adunque senza più, innanzi d’essere scoperto, indirizzossi
alla volta di Sime per veder di sorprendere in qualche luogo le navi
nemiche nell’alto. Ma la pioggia e le dense nuvole onde il cielo era
coperto fecero in quella oscurità andare smarrita e disordinata la sua
flotta. E sul far del giorno trovandosi essa divisa col corno sinistro
omai sotto la vista degli Ateniesi, e coll’altro smarrito tuttora
intorno all’isola, Carmino e le sue genti andavano ad incontrarla con
meno di venti navi, credendo esser quella l’armata di Cauno contro
la quale stavano in osservazione; ed assaltatala senza indugio ne
affondarono tre navi e conciaron malamente le altre. Erano gli Ateniesi
vincitori in quel combattimento; quando comparvero inaspettatamente
un maggior numero di legni nemici, dai quali furono per ogni banda
accerchiati. Allora datisi alla fuga vi perdono sei navi; e col resto
si ricovrano nell’isola Teutlussa; e di lì ad Alicarnasso. Dopo questo
i Peloponnesi approdarono a Cnido, e riunitesi a loro le ventisette
navi di Cauno, andarono con tutte insieme a Sime; ove ersero il trofeo,
e ritornarono a pigliar porto a Cnido.

43. E gli Ateniesi poichè seppero l’esito di quel combattimento navale,
recaronsi a Sime con tutte le navi di Samo; e senza assalire la flotta
di Cnido od esser da quella assaliti, presero gli attrezzi delle navi
restate in Sime; quindi dato l’assalto a Lorima in terraferma si
ricondussero a Samo. Le navi peloponnesie che tutte erano già a Cnido
si andavano raddobbando secondo che bisognava; e gli undici consiglieri
dei Lacedemoni tenevano parola con Tissaferne arrivato colà, intorno
alle cose operate, se qualcuna non attagliava loro, e intorno al modo
onde potrebbesi guerreggiar meglio e più utilmente per entrambi.
Rifletteva Lica principalmente alle operazioni presenti, e diceva i due
concordati (senza escluder quello di Teramene) non essersi stipulati
con dignità di Sparta; essere anzi cosa strana che il re pretenda
di signoreggiar tutte quelle terre le quali egli adesso ed i suoi
maggiori prima signoreggiavano; essendochè quest’articolo porterebbe
nuovamente al servaggio tutte le isole, e la Tessaglia ed i Locrii con
gli altri luoghi fino a’ Beozii; ed i Lacedemoni invece che in libertà
metterebbero i Greci sotto il dominio de’ Medi. Però proponeva che
altri patti migliori si stabilissero, od egli certamente non istarebbe
a questi; che a tali condizioni non avea bisogno de’ suoi stipendii.
Questi discorsi turbarono l’animo di Tissaferne che partì sdegnato
senza effettuata cosa alcuna.

44. E i Lacedemoni, invitati per solenne ambasciata a Rodi da’ più
ragguardevoli cittadini, avevano in animo di navigarvi, sperando di
aggiugnere alla parte loro quell’isola potente per forze marittime
e terrestri; ed insieme stimando che coll’alleanza di essa si
procaccerebbero il mezzo di alimentare la flotta senza addomandare
il denaro a Tissaferne. Laonde subito in quel medesimo inverno fatto
vela da Cnido approdarono per primo a Camiro sulle coste di Rodi con
novantaquattro navi, e misero lo spavento nei popolani, che ignari di
quella pratica si erano messi a fuggire, tanto più che la città era
senza mura. Poi convocati a parlamento da’ Lacedemoni insieme cogli
altri Rodiani delle due città chiamate Lindo ed Ielisso, si indussero
tutti a ribellarsi ad Atene. Così Rodi si accostò ai Peloponnesi. Gli
Ateniesi risaputo ciò, in quei giorni mossero colle navi da Samo per
prevenir quella ribellione; e comparvero in alto mare. Se non che
vedendosi giunti un po’ tardi, retrocederono immantinente a Calce, e
quindi a Samo; e poi facendo delle sortite da Calce, da Co e da Samo,
guerreggiavano Rodi. I Peloponnesi ricevettero dai Rodiani trenta
talenti in moneta; e tirate le navi al secco stettero del rimanente
quieti per ottanta giorni.

45. Ma in questo mezzo tempo, ed anche prima che i Lacedemoni andassero
a Rodi, accadevano le cose seguenti. Alcibiade, dopo l’uccisione di
Calcideo e la giornata di Mileto, era divenuto sospetto ai Peloponnesi;
i quali con una lettera spedita da Sparta ordinavano ad Astioco che
l’uccidesse, giacchè era in odio ad Agide, e d’altronde compariva uomo
di mala fede. Laonde intimorito, primieramente si era ricovrato presso
Tissaferne, e quindi danneggiava a tutto potere le cose de’ Peloponnesi
presso di lui. E fattosi in tutto consigliere di esso diminuì gli
stipendii, sicchè invece della dramma attica, si davano tre oboli, ed
anche questi non sempre; e lo confortava a dire ai Peloponnesi, che
gli Ateniesi da maggior tempo esperti nella marinaresca disciplina,
davano ai loro soldati tre oboli. Lo che facevano non tanto per
povertà, quanto perchè le ciurme insolentendo nella dovizia, non
guastassero i loro corpi spendendo le paghe in cose pregiudicevoli
alla sanità, o deteriorassero la flotta coll’abbandonarla; rilasciando
per mallevadoria di loro ritorno la mercede non per anche pagata. Fu
parimente insegnamento di Alcibiade che, largheggiando coi trierarchi
ed i capitani, li persuadesse a convenire in questa riforma, senza
però impacciarsi dei Siracusani. Anzi tra questi il solo Ermocrate si
opponeva a nome di tutta la lega, e ripulsava le città che dimandassero
denari, protestando a favor di Tissaferne che sfacciati sarebbero i
Chii se (essendo i più ricchi fra i Greci, e ciò nonostante trovandosi
salvi per le truppe degli alleati) pretendessero che altri dovesser
mettere a repentaglio le persone e gli averi per la libertà di loro.
Quanto alle altre città poi soggiungeva che esse aveano il torto, se
laddove prima di ribellarsi spendevano per gli Ateniesi; ora poi non
volessero contribuire altrettanto, e più ancora, per se medesime;
dichiarava che Tissaferne a ragione usava risparmio al presente,
dovendo sostener la guerra co’ propri denari; e che se mai il re
mandasse le paghe, allora darebbe loro intero il soldo, e aiuterebbe le
città come conveniva.

46. Inoltre Alcibiade consigliava Tissaferne che non si desse troppa
pena di terminare la guerra; nè, col far venire le navi fenicie
che andava lentamente preparando, e pagar così gli stipendii a un
maggior numero, volesse riunire in un sol popolo l’imperio marittimo
e terrestre; lasciasse anzi che fosse diviso tra due, acciocchè il
re potesse spingere l’uno contro l’altro che gli fosse molesto.
Conciossiachè riunito che sia in un solo il dominio di terra e di mare,
egli non avrà con chi associarsi ad abbatterne il possessore a meno
che non voglia, quando che sia, moversi da per sè a quell’impresa con
suo gran dispendio e pericolo. Ma i pericoli ai quali si va incontro
con tenue spesa sono più leggeri; e di più il re potrà con sua
sicurezza lasciare i Greci logorarsi tra loro. A partecipar poi con lui
dell’imperio, mostrava gli Ateniesi esser più a proposito, perchè meno
aspiravano al dominio di terra, e guerreggiavano con mire e modi ad
esso confacentissimi. Imperocchè essi vorranno assoggettarsi le terre
marittime, e lascieranno in potere del re quanti Greci abitano ne’
suoi Stati: laddove i lacedemoni all’opposto verrebbero per liberarli:
e non era da credere che costoro i quali intendon di liberare i Greci
dai Greci, non vogliano sottrarli dal giogo dei barbari Persiani,
quand’anche non riescano a cacciare i barbari stessi: però lo
consigliava a lasciare primieramente logorarsi le due Repubbliche tra
loro; e tarpate l’ali più che potesse agli Ateniesi, allora finalmente
rimandar da’ Suoi stati i Peloponnesi. E così, più che altro, la
pensava Tissaferne, almeno per quanto si poteva conghietturare dal
suo operare. Poichè abbandonatosi per queste ragioni alla fede di
Alcibiade, come di buono consigliatore, teneva scarsi nelle paghe i
Peloponnesi, nè consentiva che venissero a battaglia navale; ma col
dire che doveano arrivare le navi fenicie, e che allora combatterebbero
con forze superiori, rovinò le cose loro, tolse all’armata quel vigore
grandissimo che ella avea acquistato, e nel resto mostrossi contrario
anche troppo apertamente per potersi celare.

47. Tali consigli porgeva Alcibiade a Tissaferne ed al re quando
si trovava con loro, sì perchè gli stimava i migliori, sì eziandio
perchè voleva procurarsi il ritorno in patria, avvisando che se non
la rovinasse del tutto potrebbe col tempo persuadere gli Ateniesi a
lasciarvelo tornare, e che il modo di ottener ciò era principalmente
quello di mostrarsi intrinseco di Tissaferne. E così avvenne.
Imperciocchè quando l’esercito ateniese di Samo ebbe inteso che egli
era innanzi appresso Tissaferne, si invogliò grandemente di abolire
lo stato popolare. La qual volontà era fomentata da Alcibiade che
mandava a dire ai più potenti cittadini che di lui facessero menzione
ai migliori, significando esser sua intenzione di ritornare alla patria
perchè ella fosse retta dal senno di pochi, invecechè dalla malvagità e
dalla plebaglia che lo avea bandito; e rendendo loro amico Tissaferne,
di aver parte con loro nel governo. Senza di che già assai inchinavano
spontaneamente a questa parte i trierarchi ateniesi di Samo, ed i
cittadini più ragguardevoli.

48. La cosa fu primamente agitata negli accampamenti di Samo, e di lì
poi in città. E siccome alcuni da Samo erano andati a trovare Alcibiade
e si erano sentiti promettere da lui che prima di tutto renderebbe
amico di Atene Tissaferne (se abolissero lo stato popolare), e quindi
anche il re che allora meglio si fiderebbe, così essendo essi i più
potenti tra’ cittadini ed anche i più travagliati, si levavano a
grandi speranze di potersi recare in mano le redini della Repubblica,
e di abbattere la parte contraria. E tornati a Samo si unirono in
cospirazione colle persone loro aderenti, e spargevano apertamente
nel volgo che il re sarebbe loro amico e somministrerebbe i denari,
se Alcibiade fosse rimesso in patria, e si abolisse la democrazia. La
moltitudine benchè di presente sentisse un po’ male quelle pratiche,
nondimeno per la molta speranza che il re darebbe gli stipendii,
stavasi quieta. Ma quei che cospiravano a stabilir l’oligarchia dopo
aver conferito ciò colla moltitudine, di nuovo tra loro e colla maggior
parte degli amici stavano esaminando le proposizioni di Alcibiade; le
quali tuttochè agli altri sembrassero facili e sincere, non andavano
punto a genio di Frinico che era tuttora il generale. Anzi egli
opinava, come infatti era vero, che Alcibiade nulla più si curasse
dell’oligarchia che della democrazia; e che non altro cercasse che il
modo (quel che si fosse) di mutare l’attual reggimento della città,
per esser richiamato in patria dagli amici. Però badassero bene di non
suscitar discordie. Diceva inoltre che mentre i Peloponnesi occupavano
il mare non meno che gli Ateniesi, e possedevano città non dispregevoli
negli Stati del re, a questo non tornerebbe conto comperar brighe per
unirsi con Atene della quale non si fidava, quando poteva farsi amico
il Peloponneso dal quale non aveva sofferto alcun male. Quanto alle
città confederate (alle quali avean promessa l’oligarchia mentre essi
pure abolirebbero il governo popolare) veder lui chiaro, proseguiva,
che le già ribellate non per questo piegherebbero maggiormente alla
parte d’Atene, e quelle che tuttora stanno all’obbedienza, non
diverrebbero più ferme nell’amicizia. Perciocchè o coll’oligarchia, o
colla democrazia, elle non vorranno chinare il capo sotto il giogo,
innanzichè aver libertà; qual che si sia il governo che lor possa
toccare. Aggiugneva poi che anche quelli i quali hanno nome di uomini
probi andranno convinti che gli ottimati di quelle città daranno
loro delle molestie non meno che il popolo, essendo essi operatori e
apportatori al popolo stesso di mali, dai quali sperano ricavar per sè
grandi vantaggi; e che avendo costoro in mano il governo, i cittadini
saranno esposti a morti violente e senza processo; laddove il popolo
suol essere il refugio di questi, ed il moderatore di quelli. E finiva
con dire che quanto a sè era sicuro che le città istruite dai fatti la
penserebbero in questo modo, e che però nulla piacevagli di ciò che
presentemente si trattava da Alcibiade.

49. Con tutto questo i cospiratori intervenuti a quel congresso
approvarono quelle proposizioni di Alcibiade conforme innanzi aveano
risoluto, e si disponevano a spedire in ambasceria ad Atene Pisandro
con alcuni altri per trattare del ritorno di Alcibiade e detto
scioglimento del governo popolare, e per render Tissaferne amico agli
Ateniesi.

50. Conoscendo Frinico che ad Atene si terrebbe parola della tornata
d’Alcibiade, e che i cittadini l’approverebbero, e temendo per le
cose dette in contrario che ritornandovi non nuocesse a lui come ad
oppositore, si volge a questo compenso. Manda segretamente una lettera
ad Astioco ammiraglio de’ Lacedemoni che tuttora era intorno a Mileto,
significandogli come Alcibiade col render Tissaferne amico agli
Ateniesi guastava le cose de’ Peloponnesi: e mettendolo al chiaro del
resto degli affari, lo pregava a compatirlo se si studiava di far del
male ad un nemico anche con pregiudizio della sua Repubblica. Astioco
non pensò neppure a punire Alcibiade, tanto più che non avea più che
far nulla con lui, siccome prima. Ma andato in Magnesia a trovar lui e
Tissaferne, narra e mostra ad entrambi la lettera scrittagli da Samo;
e, come correva voce, cercò di attaccarsi a Tissaferne per privati
interessi non in questa cosa sola, ma in altre ancora: e però si dava
poca cura degli stipendii non pagati interamente. Ed avendo Alcibiade
spedito subito una lettera ai magistrati di Samo colla quale li
ragguagliava delle operazioni del loro generale, e chiedeva che fosse
condannato a morte; trovossi Frinico sconcertato da quella denunzia
ed in pericolo veramente grande. Nondimeno riscrisse ad Astioco
dolendosi che non avea per lo passato tenuto il segreto come doveva; ed
aggiugnendo che ora era disposto a dar nelle mani de’ Peloponnesi tutto
l’esercito ateniese di Samo perchè lo trucidassero. Gli esponeva poi
minutamente il modo di metter ciò ad effetto, essendo Samo senza mura;
e diceva non dover essergli ascritto a delitto se dopo aver arrischiato
la propria vita per colpa de’ suoi, s’induceva a far questa e qualunque
altra cosa, innanzi che lasciarsi manomettere dai più fieri nemici.
Anche questa lettera fu da Astioco mostrata ad Alcibiade.

51. Ma Frinico presentito il tradimento di Astioco, e conoscendo che in
breve verrebbero lettere da Alcibiade concernenti queste cose, si fece
innanzi dichiarando egli stesso all’esercito che essendo Samo senza
mura e le navi non tutte dentro il porto, i nemici avean risoluto di
assalirli, e che egli sapeva ciò di sicuro; e però bisognava fortificar
Samo prestissimamente, e stare ben guardati su tutto il resto. E poichè
egli era il capitano ed aveva autorità di operar così, i soldati si
accingevano a fabbricar quelle fortificazioni: talchè tra per questo
stratagemma, e per esser già preparati i materiali, le condussero
prestamente a fine. Non molto dopo venne la lettera di Alcibiade
che Frinico tradiva l’esercito, e che i nemici erano per assalirlo;
ma fu creduto che Alcibiade non meritasse fede, e che essendo egli
informato delle intenzioni de’ Peloponnesi volesse per inimicizia dar
colpa a Frinico che s’intendesse con loro. Onde questa dinunzia non
pregiudicò punto al generale ateniese, ma gli servì piuttosto di bella
testimonianza.

52. Dopo questo Alcibiade disponeva e moveva all’amicizia degli
Ateniesi Tissaferne il quale temeva dei Peloponnesi che si trovavano
presenti con flotta più numerosa di quelli, e voleva ad ogni costo
mantenersene la confidenza quanto fosse possibile, specialmente da che
avea saputo la controversia insorta a Cnido circa il concordato di
Teramene. Questa controversia avea già avuto il suo principio allora
quando i Peloponnesi erano a Rodi; e nella discussione di essa, Lica
aveva dimostrato la verità del discorso già fatto da Alcibiade, intorno
alla intenzione loro di mettere in libertà le città tutte, ed affermato
non doversi ricever tra i patti che il re signoreggiasse sulle città,
cui già per l’innanzi od egli o i suoi padri avessero dominate.
Alcibiade adunque siccome trovavasi in lizza per cose importanti, stava
al fianco di Tissaferne usandogli studiosamente officiose maniere.

53. Intanto gli ambasciatori degli Ateniesi spediti da Samo insieme
con Pisandro erano arrivati ad Atene e tenevan discorso al popolo di
molte cose in succinto, di cui la principale fu che stava in facoltà
loro l’avere alleato il re e vincere i Peloponnesi, purchè rimettessero
in patria Alcibiade e cessassero dal governo popolare. Molti furono
i contradittori intorno al cangiamento del governo, ai quali si
aggiunsero i nemici di Alcibiade gridando, che indegna cosa sarebbe il
rimettere in patria un violatore delle leggi; e con essi gli Eumolpidi
ed i Cerici[140], testimoniando dei profanati misteri, cagione del
suo bando, e scongiurando per gli Dei perchè non fosse riammesso.
Per lo che Pisandro, nonostante le molte contradizioni e querimonie,
fattosi avanti e pigliando ad uno ad uno i contradittori domandava
loro: qual mai speranza di salvezza restasse alla Repubblica, se non
fosse quella di trarre alla sua parte il re, ora che i Peloponnesi
aveano in mare una flotta non punto minore di fronte a loro; e maggior
numero di città confederate e denari dal re stesso e da Tissaferne,
mentre essi Ateniesi più non ne avevano? E poichè a tale dimanda
rispondevano di non aver speranza veruna; allora Pisandro apertamente
sogghignava: «Questa salvezza adunque non può ottenersi ove non
mettiamo maggior moderazione nel reggimento politico, e menomiamo il
numero de’ magistrati, acciocchè il re si fidi di noi; ove al presente
non vogliamo darci pensiero piuttosto della salute nostra che non della
forma del governo, poichè in seguito starà in nostro arbitrio cambiar
quello che non ci piaccia; ed ove non rimettiamo in patria Alcibiade,
il solo tra’ viventi sufficiente a render l’opera compiuta.»

54. Il popolo che da principio sentiva di mal animo il progetto
dell’oligarchia, avvertito chiaramente da Pisandro che non vi era altro
modo di scampo, cedè; parte mosso dalla paura, parte anche sperando
che le cose potrebber mutarsi. Poscia fu decretato che Pisandro con
altri dieci personaggi partisse per trattare degli affari nel miglior
modo possibile con Tissaferne ed Alcibiade; e per le accuse di Pisandro
stesso Frinico fu deposto del comando unitamente al suo collega
Scironida, e furono sostituiti ammiragli Diomedonte e Leone. Pisandro
avea accusato Frinico come traditore di Isso e di Amorge, perchè lo
stimava contrario alle pratiche che si facevano con Alcibiade. Ricercò
inoltre tutti i cospiratori che di prima erano in città, e che faceano
la parte di oppositori ne’ giudizi contro i magistrati, e li confortò
a riunirsi insieme con gli altri, e deliberare in comune l’abolizione
della democrazia. Finalmente dopo aver disposto il rimanente delle
cose, come richiedevano i tempi presenti, acciò non fosse ritardato
il corso agli affari, s’imbarcò co’ suoi dieci compagni per recarsi a
Tissaferne.

55. Ma Leone e Diomedonte arrivati già nel medesimo inverno alla
flotta degli Ateniesi, la condussero sopra Rodi; e trovate le navi
de’ Peloponnesi tirate a secco, sbarcarono in qualche parte di quelle
terre, vinsero in battaglia i Rodiani che erano accorsi alla difesa, e
retrocederono a Calce. E d’allora in poi facevano la guerra piuttosto
dal lato di Co; perchè di qui restava ad essi più facile l’osservare,
se l’armata peloponnesia movesse da Rodi verso qualche luogo. Intanto
giungeva in Rodi Xenofantide laconico cui Pedarito avea da Chio
spedito colà, con la nuova che gli Ateniesi aveano omai condotto a
termine il muro, e però, se non fossero andati in soccorso con tutte
le navi, Chio era perduta. Fu risoluto adunque di soccorrerla. In
quel mentre Pedarito, con tutto l’esercito che avea seco composto di
truppe ausiliarie e di milizie chie, andò ad assaltare il riparo con
che gli Ateniesi avean circondato la loro flotta, ne espugnò una parte
e s’impadronì di poche navi che erano state tirate sul lido. Ma gli
Ateniesi accorsi alla difesa, fugarono primieramente i Chii, vinsero
il rimanente dell’esercito con Pedarito, uccisero lui stesso con molti
Chii, e presero gran quantità di armi.

56. Dopo questi fatti erano i Chii assediati più strettamente di prima
per terra e per mare, e grande vi era la fame. E gli ambasciatori
ateniesi con Pisandro pervenuti da Tissaferne mossero parola intorno
ai patti. Ma Alcibiade (il quale non poteva far capitale con sicurezza
di Tissaferne, perchè questi temeva più i Peloponnesi che non gli
Ateniesi, e voleva secondo gl’insegnamenti del medesimo Alcibiade
lasciarli logorarsi tra loro) immaginò questo compenso; cioè, che
Tissaferne facendo agli Ateniesi richieste troppo grandi non rimanesse
d’accordo. Ed io per me credo che Tissaferne ed Alcibiade avessero
le medesime mire; quegli perchè temeva; questi perchè, vedendo che
Tissaferne con tutta quell’ambasceria non inclinava ad accordarsi, non
voleva esser creduto dagli Ateniesi inabile a persuaderlo, ma dare
a vedere che gli Ateniesi stessi non facevano sufficienti offerte a
Tissaferne già persuaso e disposto a fare accordo. Infatti Alcibiade
che parlava per Tissaferne ivi presente, tanto rincarò nelle dimande,
che sebbene gli Ateniesi per un pezzo gli menassero buono quel che
domandava, pure alla fine ebbero la colpa di non aver voluto concludere
l’accomodamento. Perciocchè pretendeva egli la cessione di tutta la
Ionia, e poi delle isole adiacenti ed altre cose, alle quali gli
Ateniesi non si opposero. Alla fine nel terzo abboccamento, temendo
davvero di essere scoperto per uomo senza credito presso Tissaferne,
domandava che al re fosse permesso fabbricar navi, e scorrere le loro
costiere con quante gli piacesse. Allora poi fu che gli Ateniesi
giudicando niente meno che ineseguibili quelle proposte, e tenendosi
beffati da Alcibiade, si levarono indispettiti dall’abboccamento, e
tornarono a Samo.

57. Subito appresso queste cose, durante l’inverno, Tissaferne recossi
a Cauno perchè desiderava di ricondurre i Peloponnesi a Mileto, e di
pagare gli stipendii fatti che avesse con loro altri patti ne’ termini
che potesse, acciò e’ non venissero intieramente debellati. Temeva
egli che i Peloponnesi, mancando di viveri per la numerosa flotta, ed
astretti dagli Ateniesi a combattere, non rimanessero vinti; o che
abbandonate le navi, e privi del suo soccorso, non dessero occasione
agli Ateniesi medesimi di arrivare al loro intento. Oltre di che stava
in grandissima apprensione che andando a foraggiare non guastassero la
terraferma. Mosso adunque dalla considerazione e provvedimento di tutte
queste cose, perchè voleva tener bilanciate le forze de’ Greci, manda
a chiamare i Peloponnesi, dà ad essi le paghe, e per la terza volta
pattuisce questi accordi.

58. «L’anno tredicesimo del regno di Dario, essendo eforo in Sparta
Alessippide fu fatto concordato nella pianura del Meandro, tra i
Lacedemoni ed alleati per una parte, e Tissaferne, Ieramene ed i
figlioli di Farnace per l’altra, intorno agli affari del re e a quelli
de’ Lacedemoni e degli alleati, in questo tenore. Primo, che tutto il
territorio del re che è nell’Asia appartenga al re, e del territorio
suo proprio il re disponga a suo talento. Secondo, che i Lacedemoni e
gli alleati non entrino nel territorio del re a farvi danno veruno,
nè il re in quello de’ Lacedemoni e degli alleati a farvi alcun male.
Terzo, se alcuno de’ Lacedemoni o degli alleati entrerà nel territorio
del re per nuocervi, i Lacedemoni e gli alleati debbano impedirlo; e
se alcuno degli Stati del re vada per nuocere ai Lacedemoni od agli
alleati, il re debba impedirlo. Quarto, che Tissaferne, secondo il
convenuto, dia le paghe alle navi ora presenti, sino all’arrivo della
flotta del re. Quinto, che dopo arrivata la flotta del re stia in
facoltà de’ Lacedemoni e degli alleati di dare, se vogliano, le paghe
alle navi; ma se piacerà loro pigliarle da Tissaferne, Tissaferne
le sborsi, con questo però che a guerra finita egli debba essere
rimborsato dai Lacedemoni e dagli alleati del denaro che avranno preso.
Sesto, che arrivata la flotta del re, le navi de’ Lacedemoni, degli
alleati e del re facciano in comune la guerra, secondochè piacerà a
Tissaferne, ai Lacedemoni ed agli alleati; e se vorranno scioglier la
guerra cogli Ateniesi, si debba sciogliere di comune consentimento.»

59. Tale fu questo concordato, dopo il quale Tissaferne si accingeva a
far venire le navi fenicie siccome erasi stabilito, e ad eseguire tutte
le altre cose promesse, volendo almeno far veder chiaro che di ciò si
occupava.

60. Ma i Beozii, essendo omai quel verno al suo termine, presero per
tradimento Oropo presidiato dagli Ateniesi; e in ciò prestarono loro
mano alcuni di Eretria e d’Oropo stesso, i quali macchinavano la
ribellione di Eubea. Imperciocchè, quella terra dominando l’Eretria,
era impossibile finchè la ritenevano gli Ateniesi, che non facessero
gravi danni ad Eretria stessa ed al resto dell’Eubea. Gli Eretriesi
adunque già padroni di Oropo vanno a Rodi per invitare i Peloponnesi a
passar nell’Eubea. I quali siccome erano piuttosto infiammati per il
soccorso di Chio travagliata, salpando da Rodi con tutta la flotta,
colà si avviarono. Arrivati intorno a Triopio scorgono in alto le navi
ateniesi che venivano da Calce; ma nissuna delle due flotte si mosse
incontro. Cosicchè gli Ateniesi recaronsi a Samo, ed i Peloponnesi
a Mileto, vedendo l’impossibilità di soccorrer Chio senza venire a
battaglia navale. Finiva intanto l’inverno e l’anno ventesimo di questa
guerra descritta da Tucidide.

61. Nell’estate seguente subito al cominciamento di primavera fu con
poche genti spedito per la via di terra da Mileto nell’Ellesponto
Dercilide gentiluomo spartano per sommovere alla ribellione Abido
colonia de’ Milesii. Ed i Chii, stretti dall’assedio, intanto che
Astioco non sapeva trovare il come soccorrerli, furono necessitati a
combattere in mare. Avevano essi (mentre Astioco era tuttora in Rodi)
dopo la morte di Pedarito ricevuto per capitano Leone venuto da Mileto
e gentiluomo spartano, che come per sopraccarico aveva accompagnato
Antistene e le dodici navi che stavano di presidio a Mileto, delle
quali cinque erano di Turio, quattro di Siracusa, una di Anea, una di
Mileto ed una di Leone. I Chii adunque fecero una sortita con tutto
l’esercito ed occuparono un luogo forte; e nel tempo stesso le loro
trentasei navi si spinsero contro le trentadue ateniesi, e vennero a
battaglia, la quale fu combattuta ferocemente. E sebbene i Chii con
gli alleati in quel fatto d’arme non avessero la peggio, pure essendo
venuta la sera rientrarono in città.

62. Dopo di che subitamente arrivato da Mileto per la via di terra
Dercilide, Abido nell’Ellesponto si ribellò e si diede subito a lui ed
a Farnabazo, e lo stesso fece Lampsaco due giorni dopo. Lo che intesosi
da Strombichide che era a Chio corse egli frettolosamente al riparo con
ventiquattro navi ateniesi (alcune delle quali erano da trasporto ed
avevano a bordo dei soldati di grave armatura), superò in battaglia i
Lampsaceni venuti ad opporsegli, prese con quel primo impeto Lampsaco
sguarnita di mura, fece preda di armi e di schiavi, e rimessa in città
la gente di condizione libera recossi ad Abido. La quale non facendo
vista di rendersi, fu da Strombichide assaltata, ma inutilmente. Laonde
tragittò al lato opposto ad Abido, e munì Sesto città del Chersoneso
già una volta occupata dai Medi acciò fosse come un luogo di presidio e
di osservazione su tutto l’Ellesponto.

63. Allora i Chii e le genti di Mileto poterono un po’ più allargarsi
sul mare; ed Astioco sentito l’esito della battaglia di Chio, e la
partenza di Strombichide colla flotta, prese coraggio, passò con due
navi a Chio, si aggiunse quelle di lì, e con tutte riunite navigava
diviato contro Samo. Ma siccome quelli di Samo per la diffidenza che
regnava tra loro non si mossero ad incontrarlo, ritornossene a Mileto.
E veramente circa questo tempo, ed anche innanzi si andava sciogliendo
in Atene lo stato popolare: imperciocchè Pisandro con gli altri
ambasciatori tornati da Tissaferne a Samo vi avean trovato l’esercito
rassodato nelle intenzioni di prima, ed i Samii stessi, quantunque
per l’innanzi fossero stati in sedizione tra loro onde non venisse
stabilito il governo di pochi, incitavano ora i più potenti perchè
cooperassero con loro a stabilirvelo. Parimenti quelli Ateniesi che si
trovavano a Samo messo il capo insieme tra loro soli, aveano deliberato
di lasciare a parte Alcibiade che di ciò non volea brigarsi, e che non
credevano punto disposto ad entrare nella oligarchia, e di cercare
il modo da per sè, siccome quelli che trovavansi in pericolo, onde
l’affare non si addormentasse; e al tempo medesimo sostenere la guerra,
e contribuir sollecitamente denari col proprio patrimonio, e far tutto
quello che occorresse; persuasi che ogni travaglio che si pigliassero
era a provvedimento della propria salvezza.

64. Confortatisi scambievolmente in tal modo spedirono tosto Pisandro
ad Atene con la metà degli ambasciatori per trattare delle cose di là;
ed ordinarono ad essi di stabilire l’oligarchia in tutte quelle città
presso le quali si fermassero. Gli altri ambasciatori che componevano
la seconda metà furono mandati chi in un luogo chi in un altro in
diverse terre de’ sudditi. E Diotrofe che era allora intorno a Chio fu
mandato al governo di Tracia al quale era stato eletto. Pervenuto egli
in Taso abbattè lo stato popolare; ma non erano scorsi due mesi dalla
sua partenza che i Tasii cingevano di muro la loro città, avvisando
non aver più punto bisogno dell’aristocrazia degli Ateniesi, ed
aspettandosi di giorno in giorno la libertà per le mani de’ Lacedemoni.
Imperciocchè i loro concittadini cacciati fuori dagli Ateniesi, si
erano ricovrati presso i popoli del Peloponneso, e facevano di tutto,
d’accordo co’ loro amici rimasti in città, per condurre delle navi a
Taso e moverla alla ribellione. Pertanto quelli Ateniesi che erano
a Samo conseguirono ciò che soprattutto bramavano, cioè che senza
pericolo si raddrizzassero le cose in Atene, e che la parte popolare,
la quale si sarebbe opposta, venisse depressa: ma a quelli tra gli
Ateniesi medesimi che in Taso volevano stabilire l’oligarchia successe
tutto il contrario; e, a mio credere, lo stesso avvenne anche in molti
altri luoghi del loro dominio. Conciossiachè le città, fatto senno ed
operando senza timore, si avviarono a sicura libertà, senza preferire
la speciosa ma fraudolenta costituzione degli Ateniesi.

65. I colleghi di Pisandro nello scorrere le costiere abolivano,
secondo che erasi determinato, la democrazia nelle città; e presi a
compagni d’arme dei soldati gravi da alcune terre, vennero ad Atene,
ove trovarono il più delle cose eseguito da’ loro fautori. Perciocchè,
alcuni dei più giovani conspirando insieme aveano ucciso furtivamente
Androcle uno de’ primi sostenitori del popolo, quello stesso che si era
fatto duce degli altri a cacciare Alcibiade. Ed a ciò fare erano stati
spinti da due motivi: primo, dal vedere Androcle atto a tirare a sè
gli animi del popolo; secondo, e questo fu il più grave, dal pensare
che s’ingrazionerebbero con Alcibiade, come quegli che tornerebbe in
patria e procurerebbe loro l’amicizia di Tissaferne. Nell’istessa
maniera si levarono copertamente dinanzi alcuni che non la tenevano da
loro. Avevano inoltre composta una diceria al pubblico, colla quale
mostravano non doversi dar pensioni altro che a’ militari, e non
doversi ingerir della cosa pubblica più che cinquemila cittadini, e
tra questi quelli specialmente che fossero in grado di giovare alla
Repubblica colle sostanze e colle persone.

66. Era questo un bel pretesto presso la moltitudine, perchè di fermo
eran per avere il governo della Repubblica quelli stessi che volevano
cambiarlo. Pur nondimeno il popolo ed il senato[141] si adunavano per
suffragi, ma nulla si decideva senza l’approvazione dei cospiratori.
Anzi anche gli oratori erano del numero di questi, i quali esaminavano
le cose prima che e’ le dicessero al pubblico. Nissuno degli altri
contradiceva perchè temeva e vedeva che la trama avea molte fila;
e se pur vi era chi contradicesse era subito con qualche acconcio
modo levato di mezzo. Ricerche di tali omicidi non si facevano, i
sospetti non si processavano, e il popolo stava fermo e pieno di tanto
terrore, che si recava a guadagno se anche tacendo non soffrisse
qualche violenza. Inoltre la opinione che i cospiratori fossero più
numerosi di quello che veramente non erano, avea avvilito gli animi;
e non v’era modo di saperne il vero, attesa la grandezza della città
e il non conoscersi l’un l’altro. E per questo appunto chi di ciò
fremeva non potea sfogar con alcuno il suo dispetto per cercar modo di
vendetta; essendovi il pericolo di trovarsi a parlare o con persona non
conosciuta, o, se conosciuta, non fedele; perciocchè tutti i popolani
si avvicinavano sospettosamente, come se ognuno avesse parte in quei
maneggi. Infatti vi avea di quelli che nissuno avrebbe creduto doversi
voltare all’oligarchia, e questi seminarono diffidenza grandissima
nella moltitudine; e con aver raffermato nei popolani questa diffidenza
medesima, aiutarono la sicurezza degli oligarchici.

67. In tale stato di cose giunto ad Atene Pisandro e gli altri
deputati, si occupavano subito di quello che rimaneva a fare. E
primamente adunarono il popolo, e dissero esser loro consiglio che si
scegliessero dieci personaggi con piena autorità, per la compilazione
delle leggi; compilate le quali dovessero in un determinato giorno
esporre al popolo il loro parere del come la Repubblica potesse
governarsi ottimamente. Quindi, poichè venne quel giorno, intimarono
l’assemblea a Colono (che è un luogo sacro a Nettuno, distante
dalla città intorno di dieci stadii) ove i compilatori null’altro
promulgarono se non questo: che chiunque degli Ateniesi il volesse,
potesse dire la sua opinione; e posero gravi multe per chi accusasse
di trasgressione alle leggi o in altro modo nuocesse a qualunque
pigliasse a parlare. Ed allor davvero fu detto a chiara voce che non
si esercitasse magistratura alcuna nè si dessero le pensioni nel
modo di prima; che si creassero cinque presidenti, che questi cinque
scegliessero cento personaggi, e che ognuno di questi cento se ne
aggiungesse altri tre; e così in numero di quattrocento entrando nella
sala del consiglio avessero intera balìa di governare nel modo che
credano il migliore, e di adunare cinquemila cittadini ogniqualvolta
lor piaccia.

68. Questo parere fu proposto da Pisandro, che anche nel resto
mostrossi alla scoperta il più premuroso ad abbattere lo stato
popolare. Ma quegli che avea congegnato tal macchina, e meditato
di lungo tempo per condurla a quel termine, fu un tale Antifonte,
cittadino ateniese, per merito a nissuno secondo tra’ suoi
contemporanei, valentissimo a immaginar disegni e a dichiarare
i suoi concetti. Giammai egli compariva dinanzi al popolo, nè
spontaneo interveniva a qual si fosse dibattimento; che anzi di lui
adombravasi la moltitudine per l’opinione in che lo aveva di dicitore
eloquentissimo. Nondimeno da sè solo poteva giovare moltissimo a
chiunque, dovendo sostenere liti nei tribunali o dinanzi al popolo,
fosse in qualche cosa ricorso al consulto di lui. Ed egli medesimo,
caduti in appresso i quattrocento e perseguitati dal popolo, quando
fu citato in giudizio come reo di cospirazione, apparisce aver difesa
la causa di morte a lui comune con essi, meglio di quanti vissero
fino a’ miei tempi[142]. E lo stesso Frinico per timore di Alcibiade,
cui sapeva essere informato delle sue pratiche con Astioco a Samo,
si fe’ conoscere deditissimo sovra ogni altro all’oligarchia, sotto
la quale giudicava con tutta probabilità impossibile il ritorno di
lui; e mostrossi guarentissimo sostenitore de’ pericoli ch’e’ si
fosse addossati. Anche Teramene di Agnone, cittadino non mancante
di eloquenza e di discernimento, non rimase indietro a veruno dei
sovvertitori dello stato popolare. Talchè non è meraviglia se
quest’affare, come che grande, trattato da tanti e prudenti personaggi,
sortisse l’effetto. E certo non era lieve impresa il torre la libertà
al popolo ateniese quasi cent’anni dopo l’estinzion de’ tiranni, popolo
non che soggetto ad alcuno, ma usato a comandare agli altri per più che
la metà di quel tempo.

69. Scioltasi pertanto l’assemblea, che nullo contradicendo avea
stabilite queste cose, subito dopo furono introdotti nella sala del
consiglio i quattrocento con questo stratagemma. Stavano continuamente
tutti gli Ateniesi sull’armi, a cagione de’ nemici di Decelia, parte in
sulle mura, parte in ordinanza. In quel giorno adunque, vi lasciarono
andare, secondo il solito, quelli che non erano consapevoli della
trama, e ordinarono segretamente ai congiurati di fermarsi ad una
certa distanza dal posto ove era quella gente armata: e se mai alcuno
volesse opporsi a ciò che si meditava di fare, pigliassero le armi
e vi si opponessero. Tra quelli ai quali erano stati dati per tempo
tali ordini vi furono degli Andrii, de’ Tenii e trecento Caristii,
ed alcuni inquilini di Egina, che gli Ateniesi vi aveano spediti in
colonia, e che eran venuti appunto a quest’oggetto colle loro armi.
Ordinati in tal modo costoro, vennero i quattrocento ciascuno con una
spadetta nascosta; e con essi centoventi giovanastri greci de’ quali
si servivano quando occorreva menar le mani. Sorpresero i senatori
già scelti per suffragi mentre erano nella sala senatoria, e ad essi
intimaron di uscire ricevendo la loro pensione. Infatti avean portato
seco la pensione che i senatori dovevano avere pel tempo che durava la
carica, e ad essi la pagarono mentre uscivano.

70. In tal guisa sciolto il senato senza opporre veruno ostacolo, e
il rimanente della cittadinanza stando quieta e non levando romore,
vennero i quattrocento nella sala del senato, tirarono a sorte dal loro
numero i Pritani, e fecero in onor degli Dei quanto di voti e sacrifizi
usano quelli che entrano in carica. Poi cambiato non poco il governo
popolare, senza però riammettere in patria i banditi per dispetto
d’Alcibiade, in tutto il resto reggevano violentemente la città.
Uccisero non molti cui crederono ben fatto levar di mezzo, altri misero
a ferri, altri esiliarono. Spedirono inoltre un’ambascieria ad Agide re
dei Lacedemoni il quale era in Decelia, dicendo volersi riconciliare
seco lui, ed esser da credere che e’ vorrebbe pattuire con loro innanzi
che con un popolo senza fede.

71. Agide però era d’avviso che la città non fosse quieta; che il
popolo non cederebbe così per fretta la sua antica libertà; e che
se vedesse un numeroso esercito di Lacedemoni non starebbe alle
mosse. Di più non sapeva al presente darsi del tutto a credere che
tra loro non vi fossero delle turbolenze. Onde agli ambasciatori de’
quattrocento non diè risposta veruna concernente gli accomodamenti.
Bensì fece venir dal Peloponneso un grosso esercito; e non molto dopo
egli in persona colla guarnigione di Decelia unita a quell’esercito
scese fin sotto le mura stesse degli Ateniesi; sperando o che essi
agitati dalle turbolenze si sarebbero resi a discrezione alle sue
armi, o che gli avrebbe superati di primo impeto per la confusione
che naturalmente dovea esser dentro e fuori della città. Imperciocchè
stimava che la presa delle mura lunghe non gli potesse fallire perchè
erano abbandonate. Fattosi adunque vicino, gli Ateniesi nell’interno
non fecero il più piccolo movimento; ma fatta uscire la cavalleria,
e una parte delle milizie gravi e leggere e degli arcieri, uccisero
alcuni dei nemici che si erano troppo appressati, e s’impadronirono
di qualche armatura e di pochi cadaveri. Per lo che Agide ricredutosi
ritirò indietro l’esercito, e fermossi a Decelia colla sua
guarnigione; e l’esercito sopravvenuto ritornò a casa dopo essersi
trattenuto pochi giorni in quei luoghi. In seguito i quattrocento non
cessarono di mandare ambascerie ad Agide che omai le accoglieva più
favorevolmente; e per suo consiglio spedirono legati a Sparta intorno
all’accomodamento, essendo bramosi di rappacificarsi.

72. Inviarono ancora dieci personaggi a Samo per abbonir
quell’esercito, e mostrargli che non si era stabilita l’oligarchia a
danno della Repubblica e dei cittadini, ma per salvezza di tutto il
comune; che cinquemila e non soli quattrocento erano al governo degli
affari; e che per gli Ateniesi non si erano mai adunati in numero di
cinquemila per venire a deliberare di cosa quanto si voglia rilevante,
perchè impediti dalle spedizioni, ed occupati fuori dei confini. E
aggiunte a queste altre parole acconcie ad esser dette li spedirono
subito dopo il cangiamento da lor fatto nel governo; perchè temevano
(siccome avvenne) che i soldati di marina non volessero starsene al
reggimento oligarchico, e che il male cominciato di là non venisse a
dar loro la volta.

73. E veramente già si tentavano a Samo delle novità rispetto
alla oligarchia; e verso il tempo medesimo in cui si stabiliva il
magistrato de’ quattrocento si diè il caso che vi accaddero queste
cose. Quelli tra’ Samii che erano insorti contro i nobili, e che la
tenevano del popolo, mutata nuovamente parte, e indotti da Pisandro
quando recossi colà, e da alcuni Ateniesi che fatta cospirazione in
numero di quattrocento parteggiavano in Samo per la congiura, volevano
dare addosso agli altri che riguardavano come popolani. E sostenuti
da Carmino uno dei generali e da alcuni Ateniesi che erano in Samo,
ai quali avevano impegnata la loro fede, uccisero un tale Iperbole
cittadino d’Atene, uomo perverso e bandito coll’ostracismo, non già
per tema della sua potenza o del suo credito, ma perchè era malvagio e
facea vergogna alla città. Altre cose a queste consimili adoperarono
d’accordo con quelli Ateniesi, ed erano al punto di assaltare i
popolani. I quali avutone sentore palesano l’attentato a Leone e
Diomedonte, che per essere onorati dal popolo non sapeano contentarsi
dell’oligarchia, e poi a Trasibulo ed a Trasillo, quegli sopraccomito
di trireme; questi capitano di soldati gravi; e finalmente a tutti gli
altri che sempre eransi mostrati sommamente avversi ai congiurati.
E li pregavano a non permettere ch’e’ fossero trucidati, e che Samo
venisse alienata dagli Ateniesi nei quali per opera di lei era fino a
quel giorno rimasto fermo l’impero. Quelli udito ciò andavano pregando
ad uno ad uno i soldati a non stare indifferenti in tale attentato, e
con impegno anche maggiore quei che erano a bordo della nave Paralo,
cittadini ateniesi e liberi, nemici sempre mai dell’oligarchia anco
quando non era stabilita. E Leone e Diomedonte ogni volta ch’e’
facevano qualche corsa per mare rilasciavano loro alcune navi per
difesa. Laonde quando quei trecento assalirono i popolani di Samo,
questi ebbero vittoria, perchè sostenuti da tutte quelle genti e
principalmente da quei della Paralo; ed uccisero circa trenta di quei
trecento, e punirono coll’esilio tre dei più colpevoli. E accordata
amnistia agli altri, d’allora innanzi tutti di consenso si reggevano a
popolo.

74. Dipoi gli abitanti di Samo ed i soldati ignari ancora che il
governo fosse in mano dei quattrocento, spediscono ad Atene a dar
avviso dell’accaduto la nave Paralo, e sovr’essa Cherea di Archestrato
cittadino ateniese stato uno dei più caldi ad operar quella mutazione.
Approdati questi colà, i quattrocento imprigionarono due o tre della
nave Paralo, e levati gli altri da questa nave li fecero montare sopra
un’altra da trasporto, e li destinarono a star di presidio intorno
all’Eubea. Ma Cherea, scapolato non so come, alla vista di quei fatti
torna diviato a Samo, racconta ai soldati lo stato di Atene, esagerando
ogni cosa col dire, che tutti i cittadini si punivano con battiture,
che non era permesso il piatire contro quelli che erano alla testa del
governo, che le stesse loro mogli ed i figli si vituperavano, e che
si pensava di arrestare ed incarcerare tutti i parenti dei soldati di
Samo che fossero dalla parte opposta, per farli morire qualora essi non
obbedissero. Ed a queste molte altre menzogne aggiungeva.

75. Al sentir tali cose il primo impeto de’ soldati fu di avventarsi
addosso a’ principali fautori dell’oligarchia, ed agli altri che vi
avean prestato mano; ma poi impediti dalla gente entrata di mezzo,
ed avvertiti a non voler rovinare gli affari, co’ nemici d’appresso
ed alle vedette, si racquetarono. Dopo di che Trasibulo di Lico e
Trasillo, i primari capi della rivoluzione, volendo omai ridurre
apertamente il governo di Samo alla democrazia, fecero giurare co’
più solenni giuramenti a tutto l’esercito, e in specie ai fautori
dell’oligarchia, che starebbero fermi e concordi nel reggimento
popolare, che sosterrebbero vigorosamente la guerra contro i
Peloponnesi, che sarebbero nemici a’ quattrocento, e che con essi non
tratterebbero di accordi. Si unirono a prestar li stessi giuramenti
tutti i Samii che erano per età atti all’armi, ed i soldati fecero
causa comune con essi in tutti gli affari e le conseguenze di quei
pericoli; stimando non esservi nè per sè, nè per i Samii altro rifugio
di salvezza, ma dover tutti morire ove i quattrocento ed i nemici di
Mileto la vincessero.

76. In questo tempo levossi gran contrasto, perchè l’esercito di Samo
voleva costringere Atene al governo popolare, ed Atene, l’esercito al
reggimento dei pochi. Ed i soldati a Samo fecero tosto una dieta ove
deposero dal comando i generali di prima e quei trierarchi de’ quali
sospettavano, e sostituirono altri generali ed altri trierarchi, e
tra questi Trasibulo e Trasillo. E levandosi a parlare si esortavano
l’un l’altro, e dicevano non doversi perder di coraggio che la città
si fosse divisa da loro, perchè questa divisione era stata fatta da
pochi a petto a loro che erano in più quantità e meglio forniti di
tutto. Infatti avendo in mano la flotta astringeranno le altre città
sulle quali comanda Atene a somministrar denaro, non altrimenti che se
si fossero mossi da Atene stessa; perchè stando per loro Samo, città
non debole e che quando era in guerra con Atene poco mancò che non le
togliesse l’impero del mare, di lì sarebbero in grado di respingere
i nemici come per l’avanti. Poter loro, come padroni delle navi,
procacciarsi le vettovaglie meglio di quei d’Atene; aver questi, sì
bene per paura di loro accampati a Samo, occupato di prima l’ingresso
del Pireo, ma ora ove non vogliano rimettere in piedi il governo
antecedente saranno ridotti a tale, che l’armata di Samo provvista
di forze maggiori li escluderà dal mare, invece che essi escludano
lei; lieve essere e di niun conto l’aiuto che Atene porgeva loro per
superare i nemici; non aver perduto nulla nel trovarsi abbandonati
dagli Ateniesi che non avevano più denaro da mandare all’esercito,
(mentre i soldati se lo procacciavano da sè) nè verun consiglio
salutevole donde procede l’autorità delle repubbliche sugli eserciti;
aver peccato quei d’Atene nel caso presente abrogando le patrie leggi,
ed essi volerle conservare e tentare di costringere anche loro;
talchè quelli che ancor rimanessero colla mente sana, non eran per
esser tenuti appresso i soldati di Samo cittadini meno pregevoli.
Aggiungevano per ultimo che Alcibiade, ove ottenesse sicurezza e
ritorno in patria, di buon grado procaccierebbe loro l’alleanza del re;
e, quel che più rilevava, se ogni cosa andasse fallita, essi padroni di
flotta sì rispettabile avrebbero molti luoghi ove ritirarsi, ne’ quali
troverebbero città e terreno.

77. Dette queste cose dai soldati nella dieta, e incoraggiatisi l’un
l’altro, si occupavano dei guerreschi apparecchi niente meno che prima.
E i dieci ambasciatori spediti dai quattrocento a Samo, poichè arrivati
a Delo ebbero inteso ciò, fermarono il corso.

78. In questo tempo medesimo i soldati in sulla flotta dei Peloponnesi
a Mileto vociferavano tra loro che Astioco e Tissaferne rovinavano
gli affari. Dicevano che Astioco per l’innanzi, quando essi erano in
forze maggiori e l’armata ateniese in piccol numero avea schivato la
battaglia navale, ed ora pur la schivava mentre si sentiva i nemici
essere in sedizione, e le navi loro non per anche riunite; e che
intanto coll’aspettar senza pro le navi fenicie promesse da Tissaferne
(che dava parole e non fatti), si andava incontro al pericolo di
trovarsi al tutto rovinati; che Tissaferne poi non conduceva le navi
promesse e danneggiava la flotta non dando puntualmente ed interamente
le paghe. Laonde concludevano non doversi più indugiare, ma venire a
decisiva battaglia per mare; e più di tutti insistevano i Siracusani.

79. Gli alleati ed Astioco all’udir tali bisbigli si adunarono, e
stabilirono di venire a battaglia; da che avean pure avuto lingua
delle turbolenze di Samo. Perocchè fatto vela con tutte le navi, che
erano cento dodici, ed ordinato ai Milesii di condursi per terra a
Micale, s’indirizzarono alla volta di Micale. Gli Ateniesi con le
ottantadue navi di Samo che aveano stazione a Glauce del territorio di
Micale (perciocchè dalla parte che guarda Micale Samo è poco distante
da terraferma) vedendosi venir contro la flotta de’ Peloponnesi,
ritiraronsi a Samo, avvegnachè non si credessero in numero bastante
a tentare un pericolo che dovea decidere della somma delle cose.
Inoltre, siccome aveano presentito che i nemici erano partiti da Mileto
per venire a battaglia navale, voleano aspettare che Strombichide
tornasse dall’Ellesponto in loro aiuto colle navi che da Chio erano
arrivate ad Abido. E già gli avevan mandato innanzi l’avviso. Così gli
Ateniesi si ritirarono a Samo; ed i Peloponnesi approdati a Micale vi
si accamparono insieme coi fanti dei Milesii e dei circonvicini. Ed
il giorno appresso erano per navigar sopra Samo, quando avuto nuova
dell’arrivo di Strombichide dall’Ellesponto colle navi, voltarono
subito addietro per Mileto. Gli Ateniesi anch’essi rinforzati dalla
flottiglia di Strombichide si mossero verso Mileto con otto e cento
navi, desiderosi di tentare una battaglia decisiva; ma siccome nessuno
si mosse loro incontro tornarono indietro a Samo.

80. Seguite appena queste cose, nell’estate medesima i Peloponnesi,
che credendosi insufficienti con tutte le navi riunite ad opporsi al
nemico non erano usciti ad incontrarlo, non sapevano donde procacciarsi
i denari per flotta sì numerosa, tanto più che Tissaferne li teneva
scarsi nelle paghe. Laonde spediscono (conforme di prima era stato
ordinato dal Peloponneso) Clearco di Ramfia con quaranta savi a
Farnabazo, il quale gli invitava, ed era pronto a pagare gli stipendii;
ed insieme significava loro per mezzo di legati di voler ribellare
Bisanzio. Pertanto quelle navi peloponnesie trattesi in alto mare per
tragittar di nascosto agli Ateniesi, furono colte da una tempesta.
Cosicchè la maggior parte di esse con Clearco dieder fondo a Delo e poi
ritornarono a Mileto (tranne Clearco che si era ricondotto per terra
all’Ellesponto, e ne avea preso il comando); e sole dieci condotte dal
generale Elisso di Megara arrivarono a salvamento, nell’Ellesponto,
e mossero Bisanzio alla ribellione. Appresso, gli Ateniesi di Samo
informati di ciò spediscono un soccorso di navi per tener guardato
l’Ellesponto; e fuvvi un leggiero combattimento dinanzi a Bisanzio tra
otto navi da una parte e otto dall’altra.

81. Ma in Samo quelli che erano al governo delle cose, e specialmente
Trasibulo, da che ebbe cambiato gli affari, fermo sempre nel suo
pensiero di rimettere in patria Alcibiade, riuscì con un’arringa
a tirar nella sua opinione la più gran parte dei soldati. I quali
avendo decretato ad Alcibiade il ritorno alla patria e l’impunità,
Trasibulo andato da Tissaferne ricondusse a Samo Alcibiade medesimo,
stimando non esservi altra salvezza se non quella che egli recasse alla
parte loro Tissaferne. E tenutasi una dieta, Alcibiade fece grandi
querele e lagnanze del suo bando, e intertenendosi molto a parlare
della Repubblica destò in loro non piccole speranze sull’avvenire, e
magnificò oltre modo il suo credito presso Tissaferne, per farsi temere
da chi in Atene reggeva l’oligarchia, per disciogliere più facilmente
le congiure, per essere onorato maggiormente da quei di Samo e
rincorargli meglio; e per screditare al più possibile i nemici dinanzi
a Tissaferne, e farli decadere dalle concepute speranze. Vantava egli
adunque queste grandissime promesse, che Tissaferne, qualora potesse
fidarsi degli Ateniesi, si era impegnato con lui di non far loro
mancare in verun modo gli stipendii finchè gli restasse qualche cosa
del proprio, anche a costo di vendere il letto per far denari; che agli
Ateniesi non a’ Peloponnesi condurrebbe le navi fenicie già arrivate in
Aspendo; ma che solo si fiderebbe di loro quando esso Alcibiade tornato
in patria ne stesse mallevadore.

82. I soldati al sentir questo e molte altre cose, lo elessero subito
generale insieme cogli altri di prima; rimisero in lui il governo di
tutti gli affari, e nissuno di essi avrebbe commutato con qualsivoglia
altro bene la speranza presentemente conceputa di salvarsi, e di
pigliar vendetta de’ quattrocento. E per le cose dette da Alcibiade
erano pronti in quel primo impeto a navigar sopra il Pireo, mettendo
in non cale gli attuali nemici, ove egli, non ostante le istanze di
molti, non avesse al tutto impedito che, lasciando addietro i nemici
più vicini, facessero quella mossa. Disse anzi che essendo egli stato
creato generale, volea recarsi da Tissaferne per trattare delle bisogne
di guerra; e appena sciolta l’adunanza vi andò; sì perchè volea parere
di comunicar tutto con lui, sì eziandio perchè bramava venirgli in
maggior estimazione, e farsi bello d’essere omai stato eletto generale,
e di trovarsi in grado di procacciargli del bene e del male. Cosicchè
venne fatto ad Alcibiade d’incuter paura agli Ateniesi col nome di
Tissaferne, ed a Tissaferne col nome degli Ateniesi.

83. Ma i Peloponnesi di Mileto udito il ritorno d’Alcibiade, se per
lo passato non avean fede in Tissaferne, allora sì che vie più se ne
disgustarono. Imperciocchè fin da quando si erano essi tenuti di venire
a battaglia contro la flotta ateniese uscita sopra Mileto, era accaduto
che Tissaferne andava assai più a rilento nel dare le paghe, e che
anche prima di questi fatti, per gl’intrighi di Alcibiade, era incorso
a gran passi nel loro sdegno. Laonde i soldati nei loro capannelli (e
non solo i soldati, ma ancora altre persone di conto) ritornavano sulle
riflessioni di prima; cioè che non ricevevano mai intera la paga, che
piccola era quella che veniva data e neppur questa si dava sempre, che
se non si tentasse un decisivo combattimento navale, o non si andasse
in altro luogo donde cavar si potessero i viveri, le truppe avrebbero
abbandonata la flotta, e che di tutte queste cose era cagione Astioco,
il quale per privati guadagni secondava gli umori di Tissaferne.

84. Mentre che essi erano in queste considerazioni, avvenne riguardo
ad Astioco questo tumulto. I marinari dei Siracusani e de’ Turii,
quanto erano la più gran moltitudine di gente libera, altrettanto
con più audacia si affoltavano a dimandar la paga. Astioco rispose
loro arrogantemente anzi che no, ed alzò il bastone minacciando
Dorico che patrocinava le sue ciurme. A tal vista la moltitudine de’
soldati, da truppa marinaresca com’erano, alzarono le grida e si
avventarono addosso ad Astioco per batterlo; ed egli previsto ciò
ricovrossi ad un altare. Nè già fu ferito, ma la calca si dileguò. Ed
i Milesii assalirono furtivamente ed espugnarono un forte fabbricato
da Tissaferne in Mileto, e cacciarono via il presidio che vi era;
operazione che riscosse l’approvazione degli alleati e specialmente de’
Siracusani, ma che dispiacque a Lica; il quale diceva che i Milesii
doveano, con discrete condizioni star sotto Tissaferne come pure gli
altri che trovavansi nelle terre del re, e tenerselo caro finchè non
avessero bene acconciata la guerra. Ma i Milesii erano omai sdegnati
con Lica; e per questi motivi ed altri consimili, quando egli venne a
morire per malattia, non permisero ai Lacedemoni che si trovavano a
Mileto ch’ei fosse seppellito nel luogo che desideravano.

85. Nel tempo appunto che nel campo peloponnesio bollivano questi mali
umori contro Astioco e contro Tissaferne, arrivò da Sparta Mindaro per
succedere nell’ammiragliato ad Astioco, e recossi in mano il comando.
Astioco imbarcò per andarsene; e Tissaferne spedì con lui in qualità di
ambasciatore un tale del suo seguito, per nome Gaulete, della Caria,
perito delle due lingue, il quale accusasse i Milesii del fatto del
castello, ed insieme purgasse lui dalle imputazioni che gli venivano
date: perchè sapeva bene che anche i Milesii si erano messi in cammino
col fine principalmente di querelarlo, in compagnia d’Ermocrate che
dovea denunziarlo come uomo doppio ed unito con Alcibiade a rovinar le
cose dei Peloponnesi. Qui è da sapere che Ermocrate nutriva mai sempre
l’inimicizia conceputa con Tissaferne a cagion del pagamento degli
stipendii. E in ultimo quando e’ fu bandito da Siracusa, e vennero a
Mileto pel comando delle navi siracusane altri generali, cioè, Potami,
Miscone e Demarco, Tissaferne si mise con più ardore a perseguitarlo
come bandito, e fra l’altre lo incolpava che si fosse fitto in testa di
odiar lui, da che chiesti una volta i denari non gli aveva ottenuti.
Astioco adunque, i Milesii ed Ermocrate s’imbarcarono per Sparta, ed
Alcibiade già da Tissaferne era ripassato a Samo.

86. Partiti da Delo i legati de’ quattrocento già spediti a Samo per
attutire ed informare l’esercito, vi giungono quando v’era presente
Alcibiade; e tenutasi adunanza si sforzavano di pigliar la parola. I
soldati da prima non volevano udirli; e gridavano che si uccidessero
i disfacitori dello stato popolare; ma poi quetatisi s’indussero ad
ascoltarli. Allora i legati annunziavano che la mutazione del governo
non era stata fatta a perdizione, ma a salvezza della Repubblica,
e non per darla in mano ai nemici, ai quali si sarebbe potuta dare
quando e’ l’assalirono essendo in carica i quattrocento; che a tutti
toccherebbe la sua volta di entrare nel numero de’ cinquemila; che
i loro congiunti non erano insultati (siccome aveva calunniosamente
riferito Cherea), e non che ricevessero alcun male, stava ciascuno
di essi al suo posto padroni de’ propri beni. Molte altre cose poi
aggiunsero a queste che non furono punto meglio udite dai soldati,
i quali invece s’infastidirono, e proponevano chi un partito, chi
un altro, e specialmente quello di navigare contro il Pireo. Allora
fu che Alcibiade riscosse la opinione d’aver il primo e non meno
di qualunque altro giovato alla Repubblica. Conciossiachè, essendo
risoluti gli Ateniesi di Samo di navigar contro quelli d’Atene (nel
qual caso i nemici a dirittura avrebber sicuramente occupato la Ionia
e l’Ellesponto), egli ebbe il vanto di essersi opposto a quella furia,
nella quale nissuno sarebbe stato atto a contenere la moltitudine;
distolse l’esercito da quella mossa, e garrì e represse quelli che si
versavano contro ai legati. I quali egli medesimo rimandò con questa
risposta; che non impedirebbe a’ cinquemila di ritenere il governo,
ma che ordinava loro di deporre i quattrocento, e di rimettere come
prima il consiglio de’ cinquecento. Se poi per economia fosse stata
fatta qualche riforma, ad oggetto che i soldati fossero meglio pagati,
in ciò li lodava sommamente. Del resto li confortava a tener il fermo
e non cedere ai nemici; perciocchè mantenendosi salva la Repubblica,
vi era molta speranza di accomodarsi tra loro; ma una volta che una
delle due parti, o quella di Samo o quella di Atene soccombesse, non
vi resterebbe più nemmeno con chi rappacificarsi. Trovavansi presenti
a questo dibattimento anche gli ambasciatori degli Argivi, i quali
promettevano di soccorrere i popolani ateniesi che erano in Samo.
Di che Alcibiade, colmatili di lodi, disse loro che si dovessero
presentare quando fossero chiamati, e così li accomiatò. Questi Argivi
erano venuti a Samo con quei della nave Paralo, i quali al tempo
soprallegato erano stati destinati dai quattrocento a volteggiare
intorno all’Eubea con una nave da trasporto, e doveano condurre a
Sparta per parte de’ quattrocento gli ambasciatori ateniesi, Lespodia,
Aristofonte e Melesia. Se non che quando navigando furono presso ad
Argo arrestarono gli ambasciatori, e come principali sovvertitori dello
stato popolare li consegnarono agli Argivi. Nè già ritornarono ad
Atene, ma conducendo seco gli ambasciatori, da Argo arrivarono a Samo
colla nave sulla quale erano.

87. Nella medesima estate volendo Tissaferne (come di fermo fu creduto)
sventare le imputazioni dategli da’ Peloponnesi, i quali tra le
altre, a cagione del ritorno d’Alcibiade erano scorrubbiati con esso
lui quasi la tenesse apertamente da Atene, si dispose a portarsi ad
Aspendo per le navi fenicie, e comandò a Lica di essergli compagno in
quel viaggio. E quanto all’esercito disse che lascerebbe ordine a Tamo
suo luogotenente di pagar gli stipendii, in quel tanto ch’ei stesse
assente. La cosa però non si racconta in un medesimo modo, nè è facile
intendere perchè andasse ad Aspendo, e poi andatovi non conducesse
le navi. Conciossiachè egli è cosa indubitata che centoquarantasette
navi fenicie erano arrivate ad Aspendo; e d’altronde molte sono le
congetture del perchè non venissero. Alcuni tengono che Tissaferne
andasse ad Aspendo per logorar con questa sua partenza i Peloponnesi,
come veramente era suo pensiero. Ed infatti Tamo suo luogotenente
pagava gli stipendi non punto meglio, ma anzi peggio di lui. Altri
opinano che dopo aver fatti venire i Fenicii sino ad Aspendo ei volesse
cavarne denari congedandoli; poichè non aveva intenzione di valersi
di loro. Altri poi son d’avviso che facesse ciò mosso dalle male voci
giunte fino a Sparta, acciocchè si dicesse che la sua condotta non
era disleale, ma che egli andava apertamente per una flotta al certo
equipaggiata. Con tutto questo a me pare che il motivo più chiaro del
non aver condotto quella flotta fosse per indebolire e tener sospese
le cose de’ Greci; per farli consumar tra loro mentre egli era assente
e si tratteneva colà; e per tenere in bilancia i loro interessi
senza farla preponderar da alcuna parte colla sua aggiunta; perchè è
manifesto che, se lo avesse voluto, arebbe posto fine alla guerra; e
l’esito non sarebbe stato dubbioso. Essendochè, conducendo la flotta
fenicia ai Lacedemoni, avrebbe ragionevolmente dato la vittoria ad
essi, i quali anche di presente stavano a fronte degli Ateniesi con
eguali forze marittime piuttostochè minori. Lo scusarsi poi del non
aver condotto quelle navi, col dire che erano state accolte in più
piccol numero di quello che il re aveva ordinato, fu un parlare da
sonnolento; perchè in tal caso arebbe meglio incontrato il gradimento
del re spendendo non molti denari, e con più sottile spesa avrebbe
conseguito l’istesso. Ma (qual che si fosse la sua intenzione)
Tissaferne arriva ad Aspendo e si abbocca coi Fenicii; ed i Peloponnesi
per ordine di lui vi spediscono Filippo gentiluomo lacedemone con due
triremi, persuasi che gli dovessero esser consegnate quelle navi.

88. Non sì tosto sentì Alcibiade la partenza di Tissaferne per Aspendo
che anch’egli si mise in mare con tredici navi, promettendo di sicuro
a quei di Samo un di questi due importantissimi servigi; o condurrebbe
le navi fenicie agli Ateniesi, o impedirebbe al certo che venissero
ai Peloponnesi. Sapeva egli di lunga mano, com’è da credere, non
essere intenzione di Tissaferne condurre quelle navi; e di più voleva
screditarlo sommamente appresso i Peloponnesi, per conto dell’amicizia
che Tissaferne medesimo aveva con lui e con gli Ateniesi; affinchè così
fosse maggiormente costretto ad accostarsi alla parte ateniese. Laonde
fatto vela direttamente da Samo per alla volta di Cauno e di Faselide
proseguiva la sua gita verso Aspendo.

89. Ma i mandatari de’ quattrocento tornati da Samo ad Atene, e
riferite le risposte di Alcibiade con cui ordinava di persistere e non
cedere ai nemici, giacchè egli avea molta speranza di riconciliare con
loro l’esercito e di superare i Peloponnesi, ispirarono assai maggior
coraggio a coloro, i quali, tuttochè avesser parte al reggimento
oligarchico, pure ne erano di prima indispettiti, e volentieri avrebber
preso qualche via di sicurezza per uscir da quell’intrigamento. E già
si accoglieano in brigate, e biasimavano quello stato di cose, avendo
in ciò per capi generali ragguardevolissimi addetti all’oligarchia e
costituiti in carica, come Teramene di Agnone, Aristocrate di Sicelio
ed altri, che avean mano tra’ primi al governo degli affari, e che
temendo (per quanto dicevano) dell’esercito di Samo e di Alcibiade, ed
anche de’ loro ambasciatori a Sparta, mandaron dicendo a quest’ultimi
che badassero bene di non recar danno alla patria, ove qualche trattato
concludessero senza il consenso del maggior numero de’ cittadini.
Credevano essi che con questo temperamento libererebbero la Repubblica
dal cadere sotto il governo di troppo pochi; e dicevano che bisognava
creare i cinquemila non in parole, ma in fatti, e ridurre lo Stato a
maggiore eguaglianza. Tutto questo però era un pretesto politico delle
loro mire, e la maggior parte di essi, mossi da private ambizioni,
erano attaccati a tal forma di governo, in cui l’oligarchia, più che
altro nata dalla democrazia è un sogno. Essendochè nel primo giorno
stesso del governo oligarchico, ciascun pretende di primeggiar di
gran lunga sugli altri, non che di essere eguale: laddove negli
squittinii che si fanno dal popolo, ognun si accomoda più facilmente al
resultamento senza credersi soverchiato, perchè è opera di cittadini
eguali. Quello poi che manifestamente sollevò gli animi di costoro fu
la ferma autorità che avea Alcibiade in Samo, e la opinione in cui essi
erano, che il reggimento de’ pochi non potesse durare stabilmente.
Laonde ciascuno faceva oltremodo a gara per essere il principal
protettore dello stato popolare.

90. Quelli però tra i quattrocento che erano grandissimamente avversi
a tal forma di governo, e che avevano maggiore autorità, come Frinico,
il quale anche nel tempo del suo generalato a Samo avea contrariato
Alcibiade, ed Aristarco uno de’ più accaniti ed invecchiati nemici del
popolo, e Pisandro ed Antifonte ed altri de’ più potenti, già fin da
prima appena essi furono assunti al governo, e poi quando i fautori
che avevano a Samo passarono alla democrazia, spedivano a Sparta
ambasciatori del loro numero; e si davano ogni cura pel reggimento
oligarchico; e costruivano un muro nel sito chiamato Etionea. Le quali
cose con sollecitudine anche maggiore facevano, dopo che per i loro
ambasciatori tornati da Samo ebbero compreso che la plebe e quelli che
prima sembravano fedeli avean mutato mantello. E temendo delle cose
d’Atene e di Samo spedirono prestamente Antifonte e Frinico con altri
dieci, ordinando loro di accomodarsi coi Lacedemoni in qualunque modo
si fosse tollerabile, e con premura più grande edificavano il muro di
Etionea. La loro intenzione nel fabbricar questo muro era (come diceva
Teramene e quelli della sua parte) non d’impedire ai soldati di Samo
l’entrata nel Pireo, qualora venissero ad assaltarlo colla flotta;
ma piuttosto di ricevervi dentro i nemici colle navi e coi fanti,
quando loro piacesse: imperciocchè Etionea è come un gomito del Pireo,
e presso di lei si trova l’ingresso delle navi. Attaccavano adunque
questo muro all’altro che vi era di prima e che guardava terraferma;
in modo che con poche genti le quali vi stessero sopra, erano padroni
dell’ingresso; perchè il muro vecchio verso terraferma, e dalla parte
interna il muro nuovo che andava al mare, terminavano entrambi ad
una delle due torri sulla bocca del porto che è angusto. Edificarono
inoltre una grandissima loggia che si estendeva immediatamente nella
maggior vicinanza a questo muro nel Pireo; e di essa erano eglino i
padroni, ed astringevano tutti a scaricarvi il grano del paese e quello
che veniva dalla parte del mare, ed a cavarlo di lì per venderlo.

91. Teramene pertanto da molto tempo facea gran romore di queste cose;
e dopo che furono ritornati da Sparta gli ambasciatori senza nessuna
conclusione di accomodamento circa la somma degli affari, diceva che
con quel muro vi era il pericolo di rovinar tutta la città. Essendochè
si dava il caso che quarantadue navi (alcune delle quali erano italiane
e siciliane cioè di Taranto e di Locri) venute circa questo tempo dal
Peloponneso a petizione degli Eubeesi, aveano dato fondo in sulle coste
della Laconia, e si preparavano a navigar per l’Eubea capitanate da
Egesandrida spartano. Quest’armata, diceva Teramene, esser diretta
piuttosto verso quelli i quali fabbricavano il muro ad Etionea, che
non verso l’Eubea; e però se non si pensasse a mettersi tosto in
guardia, resterebbero tutti sterminati quando men se l’aspettavano.
Tal sospizione era in parte vera rispetto a quelli su cui cadeva, e
tali parole non erano al tutto una mera maldicenza. Conciossiachè i
fortificatori di Etionea bramavano principalmente coll’oligarchia
avere impero sugli alleati; se no, ritenendo le navi e le mura,
essere gli arbitri del governo; e posto che questo non riuscisse, non
voleano trovarsi a cadere i primi sotto le unghie del popolo quando
avesse ripreso il suo grado, a patti anche d’introdurre i nemici e di
rimettere la città nella loro discrezione; cedendo le mura e le navi,
purchè le proprie persone fossero salve.

92. Il perchè si affrettavano a costruir quel muro con postierle ed
ingressi per introdurvi i nemici, volendo terminarlo innanzi d’essere
impediti dalla fazione contraria. Tali discorsi pertanto da principio
si comunicavano a pochi, e piuttosto di soppiatto, ma poichè Frinico
tornando dalla sua ambascieria di Sparta fu a posta fatta ferito in
piena piazza da uno della ronda, e venuto non molto lungi dalla curia
morì; e poichè, fuggito essendo l’uccisore, un tal di Argo suo complice
arrestato e torturato da’ quattrocento non volle palesare il nome di
nessuno che avesse ordinato quel delitto, e solo disse che si faceano
molte radunanze presso il capo delle ronde e altrove per le case;
allor daddovero, siccome quell’accidente non avea partorito veruna
novità, Teramene ed Aristocrate, e quanti tra’ quattrocento e fuori
de’ quattrocento eran del medesimo parere, si misero tosto con più
ardire all’impresa. Imperciocchè in quel tempo appunto le navi nemiche
dalla spiaggia laconica volteggiando si erano fermate ad Epidauro, ed
aveano fatto delle scorrerie sopra Egina; e Teramene diceva non essere
consentaneo, se esse andavano verso l’Eubea, che avesser piegato il
corso al golfo d’Egina; e quindi presa stazione ad Epidauro, qualora
non fossero state invitate a quel fine ch’ei sempre annunziava: e però
non doversi più stare inoperosi. Alla fine moltiplicati i discorsi
sediziosi e cresciuti i sospetti Teramene ed i suoi partigiani
misero mano all’impresa. Conciossiachè i soldati gravi che nel Pireo
fabbricavano il muro di Etionea (e tra questi era anche Aristocrate
centurione colla sua centuria) arrestano Alessicle capitano degli
oligarchici e sommamente inclinato alla parte contraria a Teramene;
e condottolo a casa lo tennero prigione. E tra gli altri cooperatori
che avevano vi era Ermone uno dei comandanti delle ronde di Munichia;
e, quel che più rileva, il corpo dei soldati gravi stava per loro.
Appena fu recato avviso di ciò ai quattrocento adunati a consesso nella
sala del senato, tutti, salvo quelli ai quali non piaceva il presente
governo, erano pronti a correre all’armi, e minacciavano Teramene ed
i suoi aderenti. Egli per discolparsi disse d’esser pronto a recarsi
a liberare Alessicle; e preso seco un capitano che era della medesima
congiura di lui, si avviava verso il Pireo, sostenuto da Aristarco e
da’ giovani cavalieri. Frattanto grande e spaventevole era il tumulto;
poichè quei di città pensavano che il Pireo fosse già occupato, e messo
a morte l’imprigionato Alessicle; e quei del Pireo temevano di trovarsi
or ora addosso quelli di città. Già per Atene correasi furiosamente
all’armi, ed i più vecchi si paravano innanzi a’ loro concittadini per
impedirli, e Tucidide farsalico, ospite della città ed ivi presente,
entrando animosamente di mezzo ritenea ciascuno, e gridava che non
volessero rovinar la patria co’ nemici d’appresso ed alle vedette;
cosicchè a gran pena si quetarono e non si venne all’armi. Teramene che
era uno de’ generali arrivato al Pireo mostrossi a parole adirato co’
soldati gravi; ma Aristarco e gli altri della parte contraria erano
sdegnati veramente. Con tutto ciò la maggior parte di quelle milizie,
non che si pentissero del fatto tiravano innanzi, e domandavano a
Teramene se credeva egli vantaggiosa la fabbrica del muro, e se meglio
fosse demolirlo. E Teramene rispondeva che se piacesse loro demolirlo
e’ piaceva anche a lui. Laonde tostamente i soldati gravi e molti di
quei del Pireo salirono sul muro e lo spianavano, esortandosi tutti
l’un l’altro con queste parole «deve prestar mano all’opera chi vuole
il comando de’ cinquemila, anzichè quello de’ quattrocento;» avvegnachè
tutti coloro che bramavano ristabilito il governo popolare si andassero
ancora celando sotto il nome de’ cinquemila onde non nominare
apertamente il popolo; perchè temevano che i cinquemila veramente
esistessero; e che dicendo qualche cosa ad alcuno di essi senza
conoscerlo, non avessero a trovarsi perduti. Ed i quattrocento non
volevano nè che i cinquemila esistessero, nè che fosse manifesto ch’e’
non esistevano, per questo appunto perchè giudicavano che il metter
tanti a parte del governo sarebbe una vera democrazia, e che d’altronde
con l’incertezza si seminerebbe la paura tra’ cittadini.

93. Il giorno seguente i quattrocento, benchè sconcertati si
assembrarono nella sala senatoria; ed i soldati gravi del Pireo,
lasciato in libertà l’arrestato Alessicle e demolito il muro, vennero
al teatro di Bacco presso Munichia, e posate le armi fecero adunanza,
e secondo la risoluzione presa marciavano a dirittura verso la città,
ed ivi fecero alto nel sacro recinto de’ Dioscuri[143]. Quivi vennero a
trovarli alcuni deputati de’ quattrocento; e discorrevano testa testa
con loro, e persuadevano quelli che vedessero più docili a mettersi in
calma e contenere anche gli altri; promettendo che si promulgherebbero
i cinquemila, e che dal numero di questi si creerebbero a vicenda i
quattrocento, secondo che piacesse ai cinquemila medesimi; e intanto
li pregavano che non volessero in alcun modo perdere la Repubblica
nè darle la spinta a cadere in mano de’ nemici. Cosicchè per i molti
discorsi che si facevano a molti, il maggior numero de’ soldati gravi
divennero più ammansati di prima, e sopra tutto temevano del pericolo
universale della Repubblica. Convennero adunque che in un certo giorno
si tenesse una dieta nel tempio di Bacco intorno all’accomodamento.

94. Arrivato il giorno della dieta nel tempio di Bacco, mentre erano
per adunarsi venne la nuova che Egesandrida con le quarantadue navi
fatto vela da Megara rasentava Salamina. Allora tutti i soldati gravi
giudicavano esser questo ciò che tempo fa dicevasi da Teramene e
dai suoi seguaci, cioè che la flotta nemica era diretta al muro; e
tenevano per vantaggiosa la demolizione di esso. E forse Egesandrida
si tratteneva intorno ad Epidauro ed in cotesti luoghi per essersi
indettato co’ quattrocento; ma è ancora probabile che vi si fermasse
sperando dover essere opportuno il suo arrivo all’occasione della
presente sedizione degli Ateniesi. Questi però a tal nuova accorrevano
subito a stormo al Pireo, giudicando più della domestica guerra
formidabile quella de’ nemici, che non da lontano, ma sulla bocca del
porto si faceva; ed alcuni montavano su le navi già pronte, altri le
varavano in mare, ed altri scendeano precipitosi a difendere le mura e
la bocca del porto.

95. Ma le navi de’ Peloponnesi seguitarono il corso; e fatto il giro
di Sunio fermaronsi fra Torico e Prasia, e poi giunsero ad Oropo. Gli
Ateniesi in mezzo a quelle sedizioni astretti frettolosamente a valersi
di ciurme non ordinate, e desiderosi di provveder con prestezza a cosa
tanto rilevante (poichè bloccata l’Attica, l’Eubea era per loro il
tutto) spediscono delle navi ad Eretria sotto il comando di Timocari.
Le quali arrivate colà e riunitesi con quelle che di prima erano
nell’Eubea compirono il numero di trentasei, e furon subito costrette a
venire a battaglia. Imperocchè Egesandrida dopo il pranzo aveva mosso
la flotta da Oropo che è distante circa sessanta stadii di mare dalla
città degli Eretrii; e gli Ateniesi nel tempo di quella mossa armavano
tostamente le navi, credendo che i soldati fossero appresso di quelle.
Essi invece erano andati a comprarsi il mangiare non alla piazza del
mercato (ove gli Eretrii premeditatamente non aveano esposto nulla a
vendere), ma alle case situate alla fine della città, affinchè mentre
le navi si armavano lentamente, i nemici fossero in tempo ad assalirle,
e potessero forzare gli Ateniesi a movere loro incontro così come si
trovavano. Inoltre fu da Eretria alzato il segnale verso Oropo ai
Peloponnesi, per avvertirli quando dovean recarsi nell’alto. Pertanto
venuti in mare gli Ateniesi con sì meschino apparecchio, ed appiccata
la battaglia al di là del porto di Eretria, ressero nondimeno qualche
tempo; ma poi voltatisi in fuga erano perseguitati fin sulla costa.
E quanti di loro si rifugiarono nella città degli Eretrii credendola
amica, vennero trattati crudelissimamente e messi a morte dai
cittadini; e gli altri che ricovravansi nella fortezza di Eretria, che
si tenea per loro, si salvarono; come pure quelle navi che arrivarono a
Calcide. I Peloponnesi presero agli Ateniesi ventidue navi; parte delle
persone uccisero, parte le tennero prigioni, ed alzarono il trofeo; e
non molto dopo ribellarono tutta l’Eubea (eccetto Oreo che ritenevano
gli Ateniesi) e diedero ordine a tutto quello che al governo di lei
apparteneva.

96. Pervenuta agli Ateniesi la nuova dei fatti dell’Eubea vi sorse
sbigottimento grandissimo oltre ogni altro di prima; nè la disfatta
di Sicilia, tuttochè allora paruta grande, nè verun altro caso finora
gli atterrì mai cotanto. Imperciocchè essendo accaduta sì grave
sciagura nella quale avean perduto le navi, e (che grandissima cosa
era) l’Eubea, da cui traevano vantaggi maggiori che dall’Attica,
mentre era già ribellato l’esercito di Samo, e non avean più navi nè
genti da empirle, e mentre bollivano le fazioni nè vedevasi quando si
sarebber potuto mai riconciliare; come non era ragionevole il loro
scoraggiamento? Sopra tutto poi li turbava l’imminentissimo pericolo
che i nemici usando della vittoria osassero spinger subito la flotta
contro il Pireo sguarnito di navi, e già li credean poco meno che
presenti. Lo che sarebbe loro agevolmente riuscito se fossero stati
più ardimentosi, ed assediando Atene l’avrebber divisa maggiormente,
ed astrette le navi della Ionia, sebbene nemiche del governo de’
pochi, a correre in soccorso de’ propri parenti e di tutta quanta la
città; ed in questo l’Ellesponto, la Ionia, le isole e quanto v’è di
spazio fino all’Eubea, insomma tutto l’imperio ateniese sarebbe venuto
nelle loro mani. Nè già in questa sola occasione, ma in altre molte
ancora, i Lacedemoni furono per gli Ateniesi quelli, contro a’ quali
guerreggiarono più comodamente. Imperciocchè essendo diversissimi
d’indole, gli uni pronti, gli altri tardi, questi intraprenditori
quelli dubitosi, specialmente nel governo delle flotte, procuravano
agli Ateniesi vantaggi grandissimi. E la cosa è stata comprovata
dai Siracusani, che essendo di maniere consimili agli Ateniesi li
combatterono bravissimamente.

97. A tali nuove pertanto gli Ateniesi, quantunque sbigottiti, armarono
venti navi; e allora subito da primo tennero un’adunanza nel luogo
chiamato Pnice, ove ancora altre volte eran soliti adunarsi[144];
nella quale abolirono il magistrato de’ quattrocento, e decretarono
di affidar lo stato ai cinquemila, del qual numero dovessero esser
quei soli che prestassero servizio nella milizia, e che nissuno per
qualsivoglia carica dovesse aver pensioni: altrimenti fosse dichiarato
esecrabile. Si tennero in seguito altre frequenti adunanze con le quali
stabilirono i conservatori delle leggi[145], ed altre cose pertinenti
al reggimento del Comune. E parmi che, almeno a mia ricordanza, gli
Ateniesi in questo primo tempo si sieno ben governati; perciocchè vi
fu un moderato temperamento tra gli ottimati ed il popolo, ciò che fu
cagione principale che le cose loro si rialzassero dal cattivo stato
in che erano cadute. Decretarono altresì il ritorno d’Alcibiade e de’
suoi seguaci; e spedirono a lui e all’esercito di Samo pregandoli
efficacemente ad applicarsi al governo degli affari.

98. In tal rivoluzione Pisandro, Alessicle e quanti erano primari
sostenitori dell’oligarchia si trafugarono a Decelia. E solo fra essi
Aristarco, uno dei generali, tolti seco prestamente alcuni arcieri dei
più barbari[146], marciava verso Enoa fortilizio degli Ateniesi sulla
frontiera della Beozia, il quale era assediato da’ Corintii (rinforzati
da alcuni volontari Beozii) per vendicare l’uccisione operata dagli
Ateniesi usciti da Enoa sulle genti loro che ritornavano da Decelia.
Aristarco adunque comunicato il suo disegno agli assedianti inganna
il presidio di Enoa, dicendo che siccome quelli d’Atene si erano del
resto accordati coi Lacedemoni, così essi dovean render quella terra ai
Beozii, giacchè erasi fatto l’accomodamento a questi patti. Quelli del
presidio fidandosi di lui come generale, e nulla sapendo dell’accaduto
perchè assediati, uscirono sotto la pubblica fede. In tal maniera i
Beozii riebbero Enoa lasciata dagli Ateniesi; e così cessò in Atene il
governo dei pochi, e la sedizione.

99. In questa estate verso i medesimi tempi, ai Peloponnesi che erano
a Mileto non venivan pagati gli stipendii da veruno dei luogotenenti
lasciati da Tissaferne quando partì per Aspendo, nè si vedean comparir
le navi fenicie con Tissaferne stesso. E Filippo spedito con lui,
ed anche Ippocrate gentiluomo spartano che era a Faselide, aveano
scritto all’ammiraglio Mindaro che le navi fenicie non comparirebbero,
che i Peloponnesi erano in tutto trattati male da Tissaferne, e che
Farnabazo li invitava, ed era pronto a condurre a loro la sua flotta,
e a ribellare egli stesso (siccome dovea fare Tissaferne) le altre
città della sua provincia agli Ateniesi, ripromettendosi da ciò qualche
profitto maggiore. Per le quali cose Mindaro con molta regola e con
subito ordinamento, onde celarsi alla flotta ateniese di Samo, salpò da
Mileto con settantatre navi, e veleggiava alla volta dell’Ellesponto,
ove in questa medesima estate ne erano innanzi arrivate sedici,
ed aveano corso qualche parte del Chersoneso. Se non che colto da
burrascoso vento fu astretto a pigliar terra ad Iecaro; ove trattenuto
cinque o sei giorni dalla contrarietà del tempo, giunse poi a Chio.

100. Appena seppe Trasillo la partenza di Mindaro da Mileto, mosse
anch’egli da Samo con cinquantacinque navi, affrettandosi, per
non esser prevenuto, ad arrivar nell’Ellesponto. Ma sentendo che
Mindaro era a Chio, e stimando che vi si tratterrebbe, collocò degli
speculatori a Lesbo e sull’opposto lido, acciocchè, se mai le navi
nemiche movessero in qualche luogo, fossero osservate; ed egli andò
costeggiando fino a Metimna, ed ordinò provvisioni di farine e di
altri viveri col fine di far delle sortite da Lesbo contro Chio,
qualora l’ammiraglio peloponnesio vi si trattenesse più a lungo.
Voleva inoltre vedere se navigando ad Ereso già ribellata da Lesbo,
potesse espugnarla. Conciossiachè alcuni fuorusciti di Metimna, non già
dell’infima classe, avendo condotti da Cuma circa cinquanta soldati
di grave armatura affezionati a loro per ispirito di parte, e presi a
soldo alcuni di terraferma, tanto che in tutti furono da trecento, eran
venuti primieramente a dar l’assalto a Metimna, capitanati da Anassarco
tebano per affezione di parentela. E ributtati indietro dal presidio
ateniese uscito da Mitilene, e nella battaglia occorsa cacciati
nuovamente fuor di città, si erano condotti per la via del monte ad
Ereso, e l’avean fatta ribellare. Laonde Trasillo recatosi per mare
colà pensava di assalirla colle navi, e prima di lui vi era con cinque
navi arrivato da Samo Trasibulo, appena si seppe la nuova del tragitto
di quei banditi a Metimna. Ma non essendo stato a tempo a raggiungerli,
venne ad Ereso e fermossi sull’ancore. Vi si aggiunsero poi altre due
navi che dall’Ellesponto tornavano a casa, ed anche quelle di Metimna.
Talchè in tutte vi se ne trovavano presenti sessantasette, e colle
truppe che aveano a bordo, gli Ateniesi si preparavano ad espugnare
Ereso a viva forza, o con le macchine od in qualunque altra maniera.

101. Frattanto Mindaro ed i Peloponnesi colle navi che erano a Chio,
preso il foraggio per due giorni, ed avute dai Chii tre tessaracoste
chie a testa[147], il terzo dì partirono sollecitamente da Chio, e
vennero nell’alto per non incontrare la flotta ateniese ad Ereso;
e veleggiavano verso terraferma, avendo Lesbo in sulla sinistra.
Ed approdati al porto di Crateree nella Focaide vi pranzarono;
indi percorrendo la costa di Cuma vanno a cenare nell’Arginusse di
terraferma dirimpetto a Mitilene; e di lì essendo ancora alta la notte,
giungono piaggia piaggia ad Amatunta situata in terraferma di faccia a
Metimna. Poscia dietro mangiare trascorsero frettolosamente la spiaggia
di Lecto, di Larissa, di Amassito e di altri luoghi di questo tratto; e
prima della mezzanotte arrivarono a Rezio, ove comincia l’Ellesponto.
Alcune di queste navi approdarono anche a Sigeo ed altrove ne’ luoghi
di quella costiera.

102. Gli Ateniesi che erano a Sesto con diciotto navi, poichè videro
il segnale delle faci e molti fuochi accesi repentinamente nel
territorio occupato dai nemici, conobbero che i Peloponnesi entravano
nell’Ellesponto. E nella medesima notte, al più presto possibile,
tenendosi d’appresso alla costa del Chersoneso navigarono ad Eleunte,
volendo schivare le navi nemiche col tirarsi in alto mare. E veramente
non furono osservati dalle sedici navi di Abido, tuttochè elle avessero
ordine dalla flotta amica di Mindaro di stare in guardia, per osservare
diligentemente se gli Ateniesi uscissero dalla loro stazione. I quali,
avendo veduta, sul far dell’aurora, la flotta condotta da Mindaro,
si diedero tostamente a fuggire. Nè già poterono tutte le loro navi
sottrarsi al nemico: nondimeno la maggior parte di esse si ricovrarono
ad Imbro ed a Lemno; e quattro che erano alla coda dell’armata furono
prese dinanzi ad Eleunte; una urtata a terra presso il tempio di
Protesilao fu presa insieme colle persone, due altre senza persone, ed
una abbruciata vuota presso ad Imbro.

103. Dopo questo i Peloponnesi, riunitisi con le navi d’Abido ed altre,
sicchè in tutte erano ottantasei, il giorno stesso si misero intorno
ad Eleunte; e siccome non facea vista di rendersi, rinavigarono ad
Abido. Gli Ateniesi poi ingannati dai loro speculatori, e persuasi che
la flotta nemica non potrebbe tragittar furtivamente, stavano fermi
a batter le mura di Ereso. Ma appena si avvidero che i Peloponnesi
eran passati, abbandonata subito Ereso corsero prestamente a soccorso
nell’Ellesponto, e presero due navi de’ Peloponnesi, che trasportatesi
troppo arditamente nell’alto nell’inseguire i nemici, come innanzi
dicemmo, s’imbatterono in loro. Il giorno appresso arrivano ad Eleunte,
ove fermarono il corso, e ricondussero da Imbro quelle navi che vi si
erano rifugiate; e per cinque giorni si preparavano alla battaglia
navale.

104. La quale fu poi combattuta in questo modo. Gli Ateniesi con le
navi schierate in fila si avanzavano radendo la costa verso Sesto;
ed i Peloponnesi sentito ciò da Abido si mossero incontro anch’essi.
E vedendosi da ambe le parti inevitabile la battaglia, gli Ateniesi
distesero le ali delle loro sessantotto navi rasente al Chersoneso,
incominciando da Idaeo fino ad Arriana; ed i Peloponnesi schierarono
le loro ottantasei da Abido fino a Dardano. Tenevano i Siracusani
l’ala destra de’ Peloponnesi: la sinistra Mindaro in persona con le
navi più spedite: dalla parte degli Ateniesi, Trasillo era sulla
sinistra, Trasibulo sulla destra, e gli altri capitani nel posto
assegnato a ciascuno. Si affrettavano i Peloponnesi d’essere i primi
a menar le mani, e di serrare ai nemici (se fosse possibile) l’uscita
fuori dell’Ellesponto, sorpassando con la loro sinistra la destra
degli Ateniesi, e urtandoli sul centro ributtarli verso la terra che
non era lontana. Di che accortisi gli Ateniesi spingono le navi a far
fronte nel luogo ove i nemici volevano loro chiudere il passaggio, e
li prevennero vogando con più prestezza. Già il corno sinistro de’
Peloponnesi avea oltrepassato il promontorio chiamato Cinossema; e gli
Ateniesi per quella mossa si ridussero nel centro con navi deboli e
disgregate, tanto più che ne aveano un minor numero. Cosicchè l’ambito
del Cinossema[148] presentando una voltata acuta ed angolare, impediva
la vista di ciò che accadesse al di là di esso.

105. I Peloponnesi pertanto scagliatisi sul centro degli Ateniesi
sospinsero le navi di essi nell’asciutto, e superiori di gran lunga
nel combattimento sbarcarono a terra. Non poteva Trasibulo dalla
destra recar soccorso al centro a cagione delle tante navi che gli
erano addosso; e nemmeno lo poteva Trasillo dalla sinistra, perchè il
promontorio Cinossema che era di mezzo gli togliea la vista de’ suoi, e
perchè i Siracusani e gli altri schierati di contro a lui, che non eran
meno di quei che stavano a fronte di Trasillo, gli davano che fare.
Finalmente i Peloponnesi inseguendo sicuramente, perchè vincitori, chi
una nave, chi un’altra, vennero a mancare in qualche parte al buon
ordine. E Trasibulo vedendo ristarsi le navi che aveva a fronte cessò
di più prolungare la sua ala, e girato di bordo si diede a respingerle,
e le caccia in fuga. Quindi venuto su quel lato ove i Peloponnesi
vincevano, trovò le loro navi sparpagliate, e si diede a percuoterle, e
mise in paura la maggior parte di esse, senza nemmeno combatterle. Già
anche i Siracusani avean ceduto a Trasillo; e quando videro fuggire gli
altri, essi pure si diedero maggiormente alla fuga.

106. Messi in rotta i nemici, e da prima ricovratisi i Peloponnesi al
fiume Pidio principalmente, e poi ad Abido, gli Ateniesi impossessarono
di poche navi, perchè essendo stretto l’Ellesponto offriva agli
avversari de’ rifugi a breve distanza; ma pure ebbero essi veramente
opportunissima questa vittoria navale. Imperocchè laddove fino a qui
temevano della flotta peloponnesia, per le disgrazie in breve tempo
sofferte per la sconfitta di Sicilia, cessarono adesso di accusar se
stessi, e si tolsero giù dall’opinione che i nemici avessero qualche
pregio nella disciplina marinaresca. Ed in questa battaglia presero
otto navi ai Chii, cinque ai Corintii, due agli Ambracioti, due ai
Beozii, ed una per uno ai Leucadii, ai Lacedemoni, ai Siracusani ed ai
Pellenii. Quindici furono quelle che essi perderono. Alzarono poscia
il trofeo sul promontorio ov’è il Cinossema, ripresero i rottami
delle navi, restituirono i cadaveri ai nemici sotto salvocondotto, e
spedirono una trireme ad Atene ad annunziar la vittoria. Gli Ateniesi
all’arrivo di questa nave, ed al sentire sì inaspettata fortuna, dopo
le recenti sciagure dell’Eubea e quelle della sedizione, ne presero
gran conforto, e giudicarono possibile che i loro affari tornassero
alla primiera superiorità, ove animosamente vi si addessero.

107. Quattro giorni dopo il combattimento navale gli Ateniesi di Sesto
risarcite sollecitamente le navi sciolsero sopra Cizico che si era
ribellata, e viste ferme sull’ancora, presso Arpagio e Priapo, le otto
navi ritornate da Bisanzio, mossero contr’esse, vinsero in battaglia
le persone che erano scese a terra, e s’impadronirono di quelle navi.
Quindi pervenuti anche a Cizico che era senza mura la riguadagnarono e
ne cavaron denaro. In questo mentre i Peloponnesi da Abido diressero il
corso ad Eleunte, e delle loro navi fatte prigioniere ripresero quelle
che erano in buono stato (che le altre erano state abbruciate dagli
Eleusi), e spedirono nell’Eubea Ippocrate ed Epicle per ricondurne le
navi che colà erano.

108. Circa questi medesimi tempi Alcibiade da Cauno e Faselide ritornò
con tredici navi a Samo, recando la nuova di aver distornato la flotta
fenicia dal venire a soccorso dei Peloponnesi, e d’aver reso Tissaferne
amico agli Ateniesi vie più di prima. Armò poi nove navi oltre quelle
che aveva, riscosse molto denaro dagli Alicarnassii, e principiò a
munire Co. Fatto questo e stabiliti magistrati in Co, ritornò in
Samo, ed era omai verso l’autunno. Tissaferne, quando ebbe inteso che
la flotta de’ Peloponnesi da Mileto era andata nell’Ellesponto, si
mosse da Aspendo alla volta della Ionia. Ora è da sapere che mentre
i Peloponnesi erano nell’Ellesponto, gli abitanti di Antandro, che
sono Eoliesi, trovandosi oppressati da Astace persiano luogotenente
di Tissaferne, introdussero in città delle truppe gravi fatte venire
da Abido per la via di terra attraverso il monte Ida. Questo Astace
medesimo dissimulando il suo odio segreto contro i Delii passati ad
abitare in Atramittio (quando per purgar l’isola furon fatti spatriare
dagli Ateniesi) avea invitati i più prodi di loro ad una spedizione, e
gli avea condotti in campagna sotto colore d’amicizia e di alleanza;
e colto il tempo che essi pranzavano, li fece accerchiare dalla sua
gente, ed uccidere a furia di dardi. Per questo fatto adunque temendo
gli Antandrii che e’ non fosse per commetter qualche barbarie anche
contro loro, e vedendosi posti addosso de’ carichi che non poteano
sopportare, cacciaron via dalla rocca la guarnigione di lui.

109. Informato Tissaferne anche di questa azione dei Peloponnesi
oltre a ciò che era seguito a Mileto ed a Cnido, donde medesimamente
furon cacciate via le sue guarnigioni, credette di essere caduto in
gran discredito dinanzi a loro. E perchè temeva che non gli facessero
qualche altro danno, ed aveva a male che Farnabazo in minor tempo e
con spesa minore tiratili nella sua amicizia non riuscisse meglio di
lui a concludere qualche cosa contro gli Ateniesi, pensò di andare a
trovarli nell’Ellesponto, per querelarsi dell’accaduto ad Antandro e
per giustificarsi nel modo più soddisfacente, delle accuse che gli
venivano date per cagione delle navi fenicie e d’altre cose. Arrivato
primieramente ad Efeso fece sagrificio a Diana. E quando finirà
l’inverno sussecutivo alla corrente estate, verrà con esso a compiersi
l’anno ventesimo primo di questa guerra.


  FINE DELL’OTTAVO ED ULTIMO LIBRO.




NOTE DELL’EDITORE


[1] _Pag._ 5. Cioè al secondo anno della LXXXIII olimpiade, il 423 av.
C., e precisamente al cominciare della primavera.

[2] _Pag._ 5. Vedi al lib. III, § 104. Secondo Diodoro (XII, 73)
sarebbe stata cagione di questa cacciata la segreta alleanza contratta
dai Delii co’ Lacedemoni.

[3] _Pag._ 5. Oggidì Adramiti, in fondo al golfo dello stesso nome.

[4] _Pag._ 5. Dopo il 2 aprile.

[5] _Pag._ 5. Secondo Platone anche Socrate avrebbe preso parte a
questa infelice spedizione.

[6] _Pag._ 6. Era il nome di un piccolo golfo sul territorio di Torona:
ignorasi perchè avesse il nome di porto de’ Colofonii. Colofone è città
dell’Asia Minore nella Ionia; era celebre per un tempio consacrato ad
Apollo Clario: ed era fra le città che si disputavano la gloria d’aver
dati i natali ad Omero.

[7] _Pag._ 6. Poco più di sette chilometri.

[8] _Pag._ 7. Secondo Zevort qui trattavasi d’una nuova partizione
delle terre publiche, resa necessaria dall’essersi maggiormente esteso
il diritto cittadino.

[9] _Pag._ 8. Vedi al lib. IV. § 132.

[10] _Pag._ 12. Diodoro (lib. XII) suppone che Cleone combattesse e
morisse da valoroso: forse in ciò seguì l’opinione di qualche scrittore
della fazione di questo demagogo.

[11] _Pag._ 12. Era presso i Greci vietato il dar sepoltura
nell’interno della città: nè era ciò consentito che a titolo di sommo
onore. Così in Elide mostravasi la tomba di Pelope (Schok PINDAR., Od.,
I, v. 149); quella di Teseo in Atene (PLUTAR., TESEO); e quella di
Semele a Tebe (EURIPID., _Bacch._, v. 6 e 7).

[12] _Pag._ 12. Era questa una consuetudine generale presso gli
antichi: le tombe venivano circondate da un recinto di legno, di muro
od anche di marmo. Erano pure ornati di boschetti d’alberi d’ogni
specie.

[13] _Pag._ 12. Ciascuna colonia celebrava sempre una festa in onore
del proprio fondatore: era questo un mezzo di tenere sempre più stretti
i legami che l’univa alla sua metropoli.

[14] _Pag._ 14. Questo territorio era in litigio fra i Lacedemoni e gli
Argivi. Vedi al lib. V, § 41.

[15] _Pag._ 14. Vedi più avanti al § 29.

[16] _Pag._ 15. Circa la disgrazia e l’esilio di Plistoanatte vedi il
lib. II, § 21.

[17] Pag. 15. Qui Boni traduce Θεωρης per _legati_: noi avremmo
conservato il nome di _teori_: erano costoro una specie di deputati
spediti per le città quando per consultare gli oracoli, quando per
compiere sagrificii nei tempii publici; Sparta avea quattro teori
mantenuti dall’erario dello Stato. Il nome loro veniva da _Teoria_,
nome con cui indicavasi la deputazione destinata a celebrare le feste
ad onore di Apollo in Delfo, in Nemea, in Olimpia, ecc., da Θεος (Dio)
e ὁράω (vedo). Il capo della deputazione chiamavasi _architeoro_.

[18] _Pag._ 15. Cioè Ercole.

[19] _Pag._ 15. Avrebbero cioè, per la sterilità delle loro terre,
sofferti gli orrori della fame, avrebbero a carissimo prezzo
procacciati i viveri.

[20] _Pag._ 15. Per fine d’essere protetti dalla santità del luogo,
rifugiandosi nella parte inviolabile del sacro recinto.

[21] _Pag._ 15. Forse qui correrebbe meglio la traduzione — _coi
medesimi cori e sacrificii, stati già stabiliti al tempo della
fondazione di Sparta per l’inaugurazione dei re;_ e questi re erano
Procle ed Euristene.

[22] _Pag._ 16. I principali di questi templi, comuni a tutti i Greci,
erano quelli di Delfo; d’Olimpia, di Nemea; di Nettuno istmico. Tutti i
popoli poteano celebrarvi sagrificii.

[23] _Pag._ 16. Tutti i Greci aveano un comune interesse perchè il
tempio e la Città di Delfo fossero indipendenti onde avere un terreno
neutro in cui ciascuno potesse in ogni tempo sagrificare e consultare
l’oracolo.

[24] _Pag._ 16. Da ciò, come nota Zevort, si rileva come l’autonomia
potevasi conciliare colla dipendenza delle città tributarie. Si
distinguevano esse per tal modo da quelle cui si imponeva il dominio
e le leggi del vincitore. Il tributo primamente stabilito da Aristide
di 460 talenti era stato portato a 600, e fu più tardi da Alcibiade
raddoppiato.

[25] _Pag._ 16. Argilo, Stagiro e Acanto, eransi date a Brasida; le
città calcidiesi d’Olinto e Spartolo, aveano defezionato al cominciare
della guerra. Tucidide non parla della separazione di Scolo.

[26] _Pag._ 16. Poichè Tucidide in nessun luogo dice che essi fossero
stati cacciati, si suppose, e molto verosimilmente, che senza far
defezione, fossero essi venuti in sospetto degli Ateniesi, per qualche
intelligenza co’ Lacedemoni.

[27] _Pag._ 17. Il passo che Boni traduce — _giurino per quel che
hanno di più sacro in ciascuna città,_ — sarebbe reso più fedelmente
tradotto — _presteranno il giuramento più sacro_, o anche _il più
solenne del paese_. In Grecia vi aveano diverse gradazioni di vincolo
e di solennità nei giuramenti, secondo le formole con cui erano questi
fatti; si giurava per Giove, per gli dei infernali, per suo padre, per
la madre, pei figli.

[28] _Pag._ 17. Questo rinnovamento era consigliato dal proposito di
impedire che i magistrati annuali si ritenessero non vincolati da un
giuramento fatto dai loro predecessori.

[29] _Pag._ 17. Era il tempio di Apollo in Amiclea a venti stadii di
distanza da Sparta (POLIBIO, v. 29). Era questi il tempio più famoso
del Peloponneso.

[30] _Pag._ 17. Che equivale all’undecimo anno della guerra
peloponnesiaca, terzo della LXXXIX olimpiade, il dieci aprile del 422
av. C.

[31] _Pag._ 20. Plistoanatte ed Agide sono i due re di Sparta, il loro
nome non si trova in calce al primo trattato.

[32] _Pag._ 20. Il testo dice Καὶ ἐπὶ ἕξ ἕτη μὲν χαι δίκα μῆνας, ma
qui vi ha certamente errore; giacchè le ostilità non furono realmente
riprese che in capo a sette anni e qualche mese, come concordemente
mostrarono tutti i critici.

[33] _Pag._ 21. Contro gli Ateniesi.

[34] _Pag._ 21. Ciò non significa che questa tregua o sospensione
d’armi non dovesse durare oltre i dieci giorni, ma che di dieci in
dieci giorni ciascuna parte avea il diritto di dichiararla cessata. In
altri luoghi Tucidide ci mostra come queste tregue di dieci giorni si
protraessero a mesi ed anni.

[35] _Pag._ 22. Boni traduce _città che sia libera_, ciò che noi
avremmo tradotto _città autonoma_, come traduzione più letterale
e meglio esprimente l’idea di Tucidide, che coll’appellativo
di _autonoma_ volle qui indicare una città nella più compiuta
indipendenza, e vivente colle proprie leggi.

[36] _Pag._ 22. Cioè il disastro di Sfatteria, l’occupazione di Pilo e
di Citera, ecc,

[37] _Pag._ 23. Vedi al lib. II, § 30.

[38] _Pag._ 23. Gli Ateniesi aveano preso Anactorio per tradimento.
Vedi al lib. IV, § 49.

[39] _Pag._ 30. Per errore tipografico qui è stampato Atene in luogo di
Antene Ἀνθήνην. È castello posto sui confini della Laconia, in un paese
in cui parlavasi il dialetto dorico, e quindi avrebbe dovuto chiamarsi,
come la chiamava Plinio, _Anthane._ Tucidide la chiama Anthene seguendo
l’ortografia e la pronuncia del dialetto attico.

[40] _Pag._ 33. Perchè il terremoto sopraggiunto avanti il principio
di qualsiasi fatto era avuto segno di mal augurio; era invece segno di
buon augurio se sopraggiunto mentre il fatto era già cominciato.

[41] _Pag._ 35. Tre oboli di Egina valevano cinque oboli attici, e la
dramma d’Egina, dieci oboli attici, cioè a dire circa una nostra lira e
cinquanta centesimi.

[42] _Pag._ 36. Cioè buoi e pecore, e non animali ancora lattanti, come
vitelli, agnelli, ecc.

[43] _Pag._ 36. Non sono ben note le funzioni di questi magistrati
detti _artini_; forse presiedevano il consiglio degli ottanta. In
Epidauro un corpo di 180 cittadini sceglievano fra loro i membri del
senato, e questi portavano pure il nome di Artini.

[44] _Pag._ 36. Questi che Boni chiama i _tribuni della plebe_ sono da
Tucidide detti δημιουεγον, e pare fosse una magistratura popolare assai
analoga ad un tribunato. Demiurgi erano pure detti quelli che in Atene
componevano una delle tre classi in cui era il popolo diviso, e che
erano gli esercenti le arti meccaniche, e del vendere e comprare.

[45] _Pag._ 36. I _Teori_ componevano un collegio di preti incaricati
di consultare gli oracoli. I polemarchi erano magistrati cui era
commessa la sopraintendenza agli affari militari e di guerra. Secondo
Erodoto (VI e VII), v’aveano polemarchi di due sorta, gli uni
regolavano gli affari interni della città, gli altri quelli della
guerra.

[46] _Pag._ 36. _Tesmofilaci_, cioè custodi della legge.

[47] _Pag._ 37. Gli Elei, incaricati dell’amministrazione del tempio e
dei giuochi olimpici, facevano publicare una tregua mentre celebravansi
i giuochi, durante la quale erano vietate tutte le ostilità; e questo
si facea perchè tutti i Greci potessero assistere alle feste; i
Lacedemoni erano stati condannati, come qui narra Tucidide, per avere
violata questa sacra tregua, come più sotto espone.

[48] _Pag._ 37. Questa multa equivaleva il riscatto di un soldato
lacedemone durante le guerre dei Peloponnesi fra loro. Tutti i
soldati che aveano portate le armi durante la tregua olimpica, erano
considerati come captivi di Giove.

[49] _Pag._ 37. La tregua veniva proclamata da alcuni araldi chiamati
_spondofori_; quelli che Boni chiama qui _genti gravi_ sono detti da
Tucidide _opliti,_ soldati pedoni di terra e di mare, forniti di scudo
e di lunga asta.

[50] _Pag._ 38. Lica, non potendo concorrere come Lacedemone, aveva
fatto inscrivere il suo carro sotto il nome del Popolo Beota.

[51] _Pag._ 38. I Lacedemoni aveano inviata una colonia a Trachinia, e
mutato il nome di questa in Eraclea.

[52] _Pag._ 39. V’avea ad Asina un tempio di Apollo Pitio.

[53] _Pag._ 39. La maggior parte dei commentatori si discervellarono
per ben intendere questo passo; i manoscritti portano παραζοταμίων o
παραποταμίων. Qui Boni si attenne alla prima lezione, e secondo noi
assai ragionevolmente, considerando a Βοτάμια che significa erbe,
da cui per logica illazione si va a pascolo, e quindi a tributo di
pascolo, come tradusse il Boni.

[54] _Pag._ 39. Tanto in Tucidide quanto in tutti gli altri storici
greci abbiamo molti esempi di questa superstizione.

[55] _Pag._ 39. Durante questo mese i Lacedemoni non intraprendevano
alcuna cosa, tranne il caso di un’estrema urgenza: il mese carneo
corrispondeva al _metagitnione_ degli Ateniesi, il nostro luglio.
In questo mese venivano celebrate dai Lacedemoni le feste _carnee_
in onore di Apollo, instituite per ordine del di lui oracolo, onde
espiare, secondo taluni, la morte di Carno o Carneo, da Apollo istruito
nella divinazione: ma più verisimilmente istituite per rammentare la
vita pastorale ed errante degli avi: e per ciò si innalzavano nove
tende, nelle quali nove uomini di tre differenti tribù vivevano per lo
spazio di nove giorni sotto le leggi di un pubblico araldo, ed alla
foggia dei popoli primitivi. Le feste duravano nove giorni.

[56] _Pag._ 39. A proposito di questo passo Και ἄγοντες τὴν ἡμίραν
ταύτην παντα τὸν χρόνον, cioè _et ducentes hanc diem omne tempus,_
Zevort commenta — et considérant ce jour comme tout le temps,
c’est-à-dire pensant que du moment où le jour de l’entrée en campagne
n’était pas réservé, il devait communiquer son caractère à tout le
reste de l’expédition. — Quindi soggiunge, che aucun des traducteurs
n’a compris ce passage.

[57] _Pag._ 40. Qui il testo sarebbe meglio tradotto — _i Lacedemoni li
portarono contro Caria_ (Καρύας), per evitare l’equivoco fra i popoli
della Caria e gli abitanti di quella città, che sorgeva al nord della
Laconia, sulla frontiera dell’Arcadia: altra città dello stesso nome
era al nord dell’Arcadia.

[58] _Pag._ 40. Allorchè si dichiarava rotto un trattato rovesciavasi
la colonna su cui era stato scritto; gli Ateniesi non volendo
definitivamente venire alle ostilità, stettero paghi della vendetta di
un pubblico insulto verso i Lacedemoni.

[59] _Pag._ 41. Questi _amippi_ erano soldati leggieri, i quali, come
lo indica il loro nome, venivano interposti tra le file dei cavalieri,
e combattevano quando a piedi, e quando a cavallo; equivalevano i
nostri dragoni.

[60] _Pag._ 42. Due efori accompagnavano sempre i re spartani nelle
loro spedizioni.

[61] _Pag._ 43. Questo Caradro era un torrente presso Argo, nel letto
dal quale siedeva questo tribunale improvvisato.

[62] _Pag._ 43. Diodoro aggiunge che la sua casa venne rasa al suolo.

[63] _Pag._ 44. I Lacedemoni non pronunciavano mai una condanna; senza
prendere il tempo necessario a maturamente pensarvi ed assicurarsi
della giustizia dei loro decreti. Di ciò Tucidide offerse altri
argomenti, e fra gli altri al lib. I, § 132, a proposito di Pausania.

[64] _Pag._ 46. Il piano di Mantinea forma un bacino chiuso: le acque
vi s’infiltrano a traverso le calcari porose delle montagne e delle
caverne, per risorgere poi qua e là più lontane. Questo piano è
siffattamente basso, che le acque dei torrenti lo innonderebbero, ove
non si curasse di dirigerle per mezzo di canali verso i gorghi che le
assorbono.

[65] _Pag._ 46. In ciò non vi era nulla di straordinario: Tucidide fa
però notare questa cosa perchè in tempo di pace i poteri del re erano
assai limitati.

[66] _Pag._ 46. Quelli che Boni qui chiama _colonnelli_ sono detti
da Tucidide _polemarchi_; questi polemarchi non comandavano un
corpo particolare, giacchè i _lochos_, che corrispondono ai nostri
reggimenti, avevano i loro capi i _lochagos_. Il _polemarco_ era
come generalissimo; avea sotto di sè i due _ipparchi_ o generali di
cavalleria, e dieci _pilarchi_ che erano come i mastri di campo;
finalmente dieci _tassiarchi_, ossia i colonnelli, i quali comandavano
l’infanteria. Il _polemarco_ posto immediatamente dopo il re ed
incaricato di trasmettere i suoi ordini, quando era il re a capo
dell’esercito, poteva assumere secondo il bisogno il comando di uno o
più reggimenti (lochos). Onde formarsi un’idea delle altre funzioni
proprie del polemarco, basti notare che i _lochos_, comandati da un
_lochago_, erano composti di circa cinquecento dodici uomini; si
dividevano in quattro _pentecoste_ di cento venti uomini, comandate
da un _pontecontero_, che Boni traduce _capitano_; la pentecoste si
suddivideva in quattro _enomotie_ comandate da un _enomotarca_, che
Boni traduce _tenente_.

[67] _Pag._ 46. I sciriti, da quanto ne dice Tucidide, pare fosse un
corpo di fanteria; aveano il privilegio di non essere permischiati con
altre truppe come i veterani de’ Romani; erano sempre adoprati nei
posti di maggior pericolo; quindi collocati sull’ala sinistra, come la
più esposta agli assalti nemici. Secondo Meursio (_Lect. Att._, lib.
I, cap. 16), i sciriti formavano una coorte dell’esercito spartano,
composto di 600 cittadini di Sciro, città dell’Arcadia, che stava
intorno al re; nelle battaglie era un corpo di riserva che decideva
spessissimo della vittoria. Notisi però che Tucidide al libro V, § 33,
parla della Sciritide provincia della Laconia, e che questi soldati
anzi che di Sciro, d’Arcadia, più probabilmente saranno stati di questa
provincia.

[68] _Pag._ 47. La città di Erea era situata sulla frontiera della
Trifilia, sulla destra riva dell’Alfeo.

[69] _Pag._ 48. L’antico principato si riferisce al tempo dei Pelopidi;
l’uguaglianza sociale al tempo della guerra persica.

[70] _Pag._ 48. Portavasi lo scudo colla mano sinistra; la destra
portava la lancia; i corpi erano quindi scoperti da questa ultima parte.

[71] _Pag._ 51. Secondo lo Scoliaste d’Aristofane questi due capitani
erano Lachete e Nicostrato.

[72] _Pag._ 52. Cioè gli _Argivi faranno rendere_, giacchè questi
ostaggi erano in mano dei Mantineesi, siccome narra Tucidide stesso
lib. V, § 61; qui l’errore però non è di Boni; egli tradusse
letteralmente il testo.

[73] _Pag._ 52. Gli ostaggi arcadi deposti dai Lacedemoni in Orcomene e
trasferiti a Mantinea dopo che Orcomene fu presa dagli Argivi.

[74] _Pag._ 52. Per ben comprendere questo articolo del trattato,
è necessario rileggere il § 53 di questo libro V. Si avverta che
l’oggetto principale della quistione fra gli Epidauri e gli Argivi era
appunto questo sacrifizio.

[75] _Pag._ 53. I Calcidesi eransi divisi dagli Ateniesi sino dal
principio della guerra (vedi TUCIDIDE, lib. I, § 58). Fu probabilmente
a quest’epoca ch’essi strinsero alleanza coi Lacedemoni.

[76] _Pag._ 54. Il passo che Boni traduce — _si fecero anch’essi
alleati dei Lacedemoni, e abbandonarono il governo popolare_,
(ξυνέζησαν και αὐτοὶ τοις Λακιδαιμονίοις καὶ τὴν ρκὴν ἀφεῖσαν τῶν
πόλεων), sarebbe meglio tradotto, _trattarono quindi anch’essi coi
Lacedemoni, e rinunciarono alla supremazia delle città_. Secondo
Senofonte (_Hellen._, V, 2), fecero una tregua coi Lacedemoni di
trent’anni. Le città di cui è qui discorso, sono le piccole città di
Arcadia, state oggetto della guerra.

[77] _Pag._ 54. Questi _giuochi di fanciulli_, detti da Tucidide
γυμνοπαιδίας erano feste della gioventù celebrate a mezzo la state, in
onore di Apollo; vi si cantavano dai giovanetti in coro degl’inni a
gloria dei guerrieri morti in battaglia.

[78] _Pag._ 54. Forse in luogo di _per dar contezza del fatto_, sarebbe
stato meglio tradurre _per esporre le reciproche querele_: Boni qui
non pensò a tradurre l’ἀγγέλων quasi generalmente omessa dagli altri
traduttori.

[79] _Pag._ 55. Sorgeva questo castello al sud di Argo, lungi da questa
città tre o quattro leghe.

[80] _Pag._ 66. Vedi la nota 65 del volume I.

[81] _Pag._ 66. Appiano, contemporaneo degli Antonini, parla di questa
statua, come esistente ancora a’ suoi tempi (_Guerre civili_, lib. V).

[82] _Pag._ 66. Questo nome, che si riscontra in Tucidide una sol
volta, vuolsi da alcuni critici sia a leggersi Trogilo, così almeno
congetturano Emilio Porto e Pinedo ne’ suoi commenti a Stefano da
Bisanzio.

[83] _Pag._ 67. Queste leggi tenevano dello spirito di un governo
aristocratico, temperato da alcune instituzioni democratiche.

[84] _Pag._ 81. Questa nota è qui fuor di posto per errore tipografico;
essa si riferisce alla linea 30 della stessa pagina 81, cioè dove si
parla dei colpevoli del misfatto d’avere mutilati i Mercuri. Plutarco
nella vita di Alcibiade narra, che i Corintii fossero sospettati autori
di queste mutilazioni, fatte collo scopo di favorire i Siracusani,
obbligando con questo caso di sinistro presagio a procrastinare la
guerra.

[85] _Pag._ 83. Che equivaleva novanta centesimi italiani.

[86] _Pag._ 83. Chiamavansi _traniti_ i rematori del banco più elevato,
ed erano quelli che soggiacevano a maggior fatica; chiamavansi _zugiti_
quelli del secondo banco; e _thalamiti_ quelli del terzo. Qui la
traduzione del Boni differisce alquanto dal testo, che da Haas è
letteralmente tradotto — trierarchi vero, præstantissimos ministros
his et praeter publicum stipendium etiam extraordinarium adderent illi
nautis, qui thranitae vocantur, et ministris etc. etc. Gail traduce
_les triérarques qui pourvoyoient ces bâtimens des meilleurs équipages,
accordaient aux thranites et aux autres rameurs une augmentation de
solde indépendamment de celle que payait le trésor publique_.

[87] _Pag._ 98. Cioè ad Apollo Pitio in Atene.

[88] _Pag._ 103. Che equivalevano sei milioni dugentoquarantamila lire
italiane.

[89] _Pag._ 104. Questo Olimpico che Tucidide chiama Ολυμπιεῖον era il
nome di un borgo e di un tempio presso Siracusa. Il tempio, uno dei più
celebri dell’antichità, era stato innalzato da Gelone colle spoglie dei
Cartaginesi.

[90] _Pag._ 105. Golfo all’ovest di Siracusa.

[91] _Pag._ 106. Cioè Ateniesi, Argivi, Mantineesi ed alleati di
Sicilia.

[92] _Pag._ 109. Così chiamato da Apollo Temenite, il di cui tempio
trovavasi in questa parte della città, chiamata poi _città nuova_.

[93] _Pag._ 120. I Cartaginesi aveano nelle loro armate di questi
mercenari iberi. Erodoto parla di un corpo di Iberi, i quali facevano
parte dell’armata d’invasione ai tempi di Gelone (lib. VII, § 165).

[94] _Pag._ 121. Decelia era sulla strada che dalla Beozia conduceva
in Atene, lontana circa venti stadi da questa città. La sua posizione
elevata e a cavaliere della strada, rendevala un punto militare
assai importante. I Lacedemoni seguirono più tardi il consiglio di
Alcibiade, siccome narra più avanti Tucidide medesimo (lib. VII, §
19), fortificarono Decelia e con ciò chiusero la via di terra alle
spedizioni dell’Eubea.

[95] _Pag._ 122. Nella vece di _vantaggi_ noi avremmo qui tradotto
_proventi_. I commentatori non hanno ancora potuto determinare in che
consistessero questi proventi de’ tribunali, e come le fortificazioni
di Decelia potessero toglierne le fonti. Secondo lo Scoliaste di
Tucidide questi proventi dei tribunali erano il prodotto delle
accuse di venalità, di sevizie, di calunnia, d’adulterio, di falso,
di prevaricazione nelle ambascerie, di diserzione ecc. Gli Ateniesi
quindi, dice Zevort, dovevano essere privati di queste rendite, se
i nemici stabilitisi nel paese non permettevano loro d’instituire
liberamente i processi; giacchè la città pigliava i proventi delle
ammende.

[96] _Pag._ 123. Gilippo, figlio di quel Cleandrida, che fu condannato
a morte per essersi lasciato corrompere dall’oro di Pericle (Vedi lib
II, § 21).

[97] _Pag._ 123. Sul territorio di Leonzio, oggidì _fiume di San
Leonardo_.

[98] _Pag._ 124. Centoripa situata a poca distanza da Latonia, ebbe
molta ed importante parte nella storia di Sicilia: prestò validi
aiuti agli Ateniesi contro Siracusa. Distrutta nella guerra di Roma
contro Cartagine, fu ricostruita da Augusto. Federico II la distrusse
interamente nel 1233.

[99] _Pag._ 124. Questa giace ai piedi dell’Etna, oggidì _S. Nicola
dell’arena_.

[100] _Pag._ 124. Che ragguagliano un milione e seicento venti mila
lire italiane.

[101] _Pag._ 124. Fra Argo e Corinto a ottanta stadii da quest’ultima
città secondo Strabone, ed a centoventi da Argo.

[102] _Pag._ 129. Questo doppio muro correva parallelo e munito di
torri: le truppe stavano nello spazio intermedio di esso.

[103] _Pag._ 130. Cleandrida dopo condannato a morte, come notammo alla
precedente nota (96), erasi rifugiato a Turio, ove ottenne il diritto
di cittadinanza.

[104] _Pag._ 130. Questo passo ha fatto discervellare tutti gli
interpreti di Tucidide. Il golfo Terineo trovasi sulla costa
occidentale di Bruzio, mentre Gilippo doveva trovarsi sulla costa
orientale, nel golfo di Scilace, o in quello di Taranto. Qui vi ha
evidentemente errore degli amanuensi o dello storico.

[105] _Pag._ 131. Lo stesso che Locri Ozolii.

[106] _Pag._ 135. La battaglia erasi attaccata fra lo spazio compreso
fra le mura della città, quello trasversale dei Siracusani e il doppio
muro degli Ateniesi.

[107] _Pag._ 136. Questo passo va forse tradotto — quanto a lui si
limitò alla guardia del suo campo, evitando intanto di cercar pericoli
volontariamente — leggendo ἑκουσιων κινδὺνων (ἀ) πεμελεῖτο. Bastava lo
spostamento di una sola lettera, per dare un senso ragionevole alla
frase che tutti i commentatori furono sempre costretti di spiegare
contrariamente al testo ricevuto ἐπεμελεῖτο.

[108] _Pag._ 140. Il testo primitivo portava _con venti talenti
d’argento_. Boni però non avvertì che questo passo era stato corretto
da Valla in _cento venti talenti_; e che la correzione era stata
accettata da tutti i critici, considerando essere assai improbabile
che si fosse inviata la piccola somma di venti talenti a Nicia; che
domandava forti aiuti pecuniarii. Diodoro porta la cifra a cento
quaranta talenti.

[109] Pag. 141. Boni traduce il τῶν νεοδαμωδῶν _degli ascritti di
recente alla cittadinanza_. Alcuni presero questi _neodamodi_ per iloti
fatti liberi, ma con evidente errore. Tucidide stesso altrove li fa
molto bene fra loro distinti. Vedi lib. V, § 34.

[110] _Pag._ 145. Oggidì Castelvecchio poco lungi da Locri.

[111] _Pag._ 149. Cioè uno dei Beotarchi Tebani: fra undici Beotarchi
ve ne aveano due di Tebe.

[112] _Pag._ 151. Oggidì _Capo di Santa Maria dell’acque di Leuca_ od
anche _Porto Salentino_.

[113] _Pag._ 151. Sono due piccole isole in faccia al porto di Taranto.

[114] _Pag._ 151. La Japigia e la Messapia, ch’essi abbandonavano, non
erano allora comprese ancora nell’Italia. Questo nome non si estendeva
alle contrade poste al nord-est del Metaponto e del fiume Laos.

[115] _Pag._ 158. Secondo la lezione di Didot che ristabilì nella sua
traduzione comparsa nel 1833, le parole εν προτεικίσμασιν soppresse
dalla maggior parte degli editori, in luogo di alloggiamenti, dovrebbe
leggersi _campi fortificati stabiliti come difese avanzate_; questi
campi equivalgono quasi i nostri _forti distaccati_.

[116] _Pag._ 160. In luogo di _scossi gli scudi_, noi tradurremmo
_gettate le armi e gli scudi_, o _inermi e senza scudi_; οὶ γὰρ κατα
τῶν κρημνῶν βιασθέντες ἄλλεσθαι ψιλοι ἄγευ τῶν ἀσπὶδων οἴ μὲν ἀπωλλυντο
οἴ δεσώθησαν.

[117] _Pag._ 162. Che ragguagliano dieci milioni ottocento mila lire
italiane.

[118] _Pag._ 164. Non è senza ragione che qui Boni, come tutti gli
altri traduttori conservano la frase _tre volte nove_, in luogo di
ventisette: giacchè Tucidide usò questa espressione per notare il
significato superstizioso che Nicia e gli indovini applicavano al
numero nove moltiplicato per tre.

[119] _Pag._ 167. Gli Ateniesi aveano, sul principiar della guerra,
cacciati tutti gli abitanti di Egina, stabilendovisi essi medesimi.
Vedi lib. II, § 27.

[120] _Pag._ 167. Gli Ateniesi avevano pure cacciati gli abitanti
d’Estiea per occuparne essi il paese. Vedi lib. I, § 114.

[121] _Pag._ 167. In questo periodo vi hanno due errori del Boni a
correggersi. Primamente in luogo di _tra i sudditi tributarii_ leggi
_tra i sudditi e i tributarii_, e più sotto in luogo di _delle isole i
Chii, gli Andrii_, leggi _delle isole i Cei e gli Andrii._

[122] _Pag._ 174. Boni traduce _lanciatori terrestri_ il χερσαῖοι di
Tucidide; questo vocabolo che suona abitanti della terra, è qui usato
in senso di dispregio che corrisponderebbe al _land-lubbers_ degli
Inglesi, al _marin de terreferme_ dei Francesi, che noi non sapremmo
come fedelmente riprodurre in italiano, ma che certamente non risponde
al _lanciatori terrestri_ del Boni.

[123] _Pag._ 175. Nella Grecia antica era un atto di squisita urbanità,
una prova di considerazione, chiamar un cittadino pel nome suo e per
quello del proprio padre; una cortesia ancor maggiore era quella di
aggiungervi a questi nomi anche quello della propria tribù. Si mostrava
con ciò di ben conoscere la persona cui si parlava, e gli uomini amano
credersi conosciuti e considerati. Nicia era quindi collo scopo di
lusingare la loro vanità, che chiamava questi trierarchi pel nome loro,
per quello del loro padre e della loro tribù.

[124] _Pag._ 189. Già accennammo alla nota 242 del vol. I, come un
cotile, e come dice Boni, una cotila equivalesse un quarto di chenica.
Or qui possiamo soggiungere che questo vocabolo κοτυλη significa il
cavo della mano, e secondo l’_onomastico_ di Polluce ed Ateneo (lib.
XI, c. 8), servì per ciò appunto ad un modo di misure. Pare quindi che
una cotila ragguagliasse la quantità che poteva essere compresa nel
cavo delle due mani congiunte.

[125] _Pag._ 191. Zevort in luogo di _soldati ragguardevolissimi_
traduce _ben conosciuti per tali_. Riportiamo testualmente le ragioni
della sua lezione: _Je rends, dice egli, ainsi les mots_ τοῖς πάνυ τῶν
στρατιοτῶν, _qui n’ont pas été compris des traducteurs. Il ne peut pas
être question ici de soldats d’élite ou de soldats distingués, ce qui
n’a aucune importance dans la circonstance; le témoignage d’hommes qui
avaient vu, qui faisaient incontestablement partie de l’expédition_
τοῖς πάνυ, τ. σ. _avait au contraire une irrécusable autorité._ —
Si noti poi che secondo Plutarco (_Nicia_ 30), il disastro venne
annunciato primamente da una nave mercantile.

[126] _Pag._ 194. Si dava il nome di _provincie inferiori_ o marittime
alla parte dell’Asia minore composta della Caria, della Licia, della
Pamfilia, della Misia e della Lidia.

[127] _Pag._ 194. Qui, come anche più avanti al § 19, Boni legge male
il testo, il quale non porta _Armoge_, ma _Amorge_ (Αμόργην).

[128] _Pag._ 195. Uno degli antenati di Alcibiade l’ateniese, stretto
per vincolo di ospitalità con uno degli avi di Endio, chiamato
Alcibiade, avea dato al suo figliuolo il nome del suo ospite. Questo
nome di Alcibiade si trasmise quindi nelle due famiglie, passando,
secondo la consuetudine di quei tempi, dall’avo al pronipote.

[129] Pag. 195. Qui Boni traduce il _Perieci_ per _persona di quei
dintorni_. Già alla nota 240 del volume I abbiamo accennato che fossero
i _perieci_ presso i Lacedemoni; qui soggiungeremo che con questo
vocabolo erano nel dialetto cretese chiamati i sudditi di un popolo. I
Lacedemoni aveano attinto a questo molte delle loro voci, come avevano
tolte ai Cretesi anche buon numero delle loro istituzioni.

[130] _Pag._ 199. Non parlasi qui del Pireo di Atene, ma sebbene di
quello di Corinto.

[131] _Pag._ 201. Anche qui si parla del Pireo di Corinto.

[132] _Pag._ 202. Vuolsi da alcuni critici, che qui manchi qualche cosa
nel testo. Tucidide nel prossimo paragrafo parla di quattro navi di
Chio che rimaste erano a Mitilene, e narra che gli Ateniesi tolsero a
Mitilene la flotta di Chio. Ciò ha fatto credere al Valla (nella sua
traduzione), che qui si dicesse che le navi di Chio giunsero a Metimna
ed incitassero questa città a sollevarsi; che di queste se ne fossero
fermate quattro per difenderla, e che la rimanente flotta si fosse
vôlta a far ribellare Mitilene.

[133] _Pag._ 204. Gli equipaggi ed i soldati di marina erano
ordinariamente presi fra i Teti, che formavano l’ultima classe del
popolo, e di cui parliamo alla nota 186 del volume I. L’arruolamento
per l’armata regolare non comprendeva che le tre prime classi.

[134] _Pag._ 204. Promontorio di Chio in faccia alle Enusse.

[135] _Pag._ 204. Oggidì Fana o capo Mastico.

[136] _Pag._ 204. Oggidì Leuconia.

[137] _Pag._ 207. _Statere dorico_ come scrive Boni è un errore; leggi
_statere darico_ (Δαρεικὸν); lo statere era una denominazione comune di
monete, come sarebbe fra noi quella dello scudo; vi avevano _stateri
darici, filippei, alessandrei_, ecc., e ne variava il lor valore come
fra noi lo scudo di Francia, lo scudo romano, ecc. Pare che lo _statere
darico_ valesse venti dramme attiche, equivalenti circa diciotto lire
nostre italiane.

[138] _Pag._ 208. Qui Gail in luogo di 3 legge 30 talenti.

[139] _Pag._ 211. L’ἄφανιζεται che Boni traduce _nè altro si seppe di
lui_, fa tuttavia quistionare i critici per intendere se Tucidide abbia
voluto dire che Teramene abbandonò Mileto, oppure che non si seppe più
notizia di lui.

[140] _Pag._ 221. Gli Eumolpidi ed i Cerici erano due famiglie
sacerdotali; discendevano quelli dal trace Eumolpo, questi da Cerice,
che si dicea figliuolo di Mercurio. Gli Eumolpidi erano sacerdoti di
Cerere assai dotti nella conoscenza dei riti religiosi, incaricati
d’interpretarli e conservarne la tradizione. I Cerici, ugualmente
sacerdoti di Cerere, non attendevano che ai sacrificii.

[141] _Pag._ 229. Il testo non dice solo il _senato_, ma il _senato
della fava_ (τοῦ κυάμου). Il senato della fava era composto di
cinquecento membri, e veniva così chiamato perchè i membri venivano
eletti a sorte con le fave. Ponevasi in un’urna un certo numero di
fave bianche e nere: i nomi dei candidati venivano deposti in un’altra
urna, ed estraevasi simultaneamente una fava ed un nome; quegli il cui
nome sortiva con una fava bianca era fatto senatore. La maggior parte
dei magistrati di Atene erano tratti a sorte di questo modo. Socrate
ed Aristofane si prendevano giuoco assai spesso di questa maniera di
elezione.

[142] _Pag._ 230. Antifonte o Antifone, corte altri legge, era stato
maestro di Tucidide (vedi vol. I, pag. IX, XIV). Debbesi quindi
ascrivere in parte a simpatie politiche l’entusiasmo di Tucidide pel
suo antico maestro ed amico. Gli Ateniesi furono assai meno benigni di
lui verso Antifonte, avendolo condannato a morte, confiscandone i beni
e vietando perfino gli fosse data sepoltura nell’Attica.

[143] _Pag._ 249. Il testo dice nell’_Anacio_; era questo un tempio che
sorgeva ai piedi dell’Acropoli, dedicato a Castore e Polluce, i quali
venivano anche designati sotto il nome di Dioscuri.

[144] _Pag._ 251. Luogo prossimo all’Acropoli. Anche dopo tutti gli
abbellimenti d’Atene, la Pnice conservò l’antica sua semplicità.

[145] _Pag._ 251. Questi conservatori delle leggi sono detti da
Tucidide _nomoteti_. Secondo il Potter (_Archeol. Graec._, lib. I, c.
13), mille erano i nomoteti; venivano eletti a sorte fra coloro che
avevano coperta la carica di _eliasti_ o giudici. Nonostante che il
vocabolo nomoteta sembri significare _legislatore_, vuolsi però qui
intendere per _nomoteta_, _l’esaminatore_ della legge, giacchè non
potevano essere fatte leggi nuove, se non mediante l’approvazione del
senato ed il suffragio del popolo. I _nomoteti_ esaminavano le leggi
antiche, e quando ne trovavano di inutili e nocevoli, curavano di farle
abrogare mediante un plebiscito.

[146] _Pag._ 252. Gli Ateniesi avevano arcieri della Siria i quali
conoscevano assai male la lingua greca. La loro ignoranza era assai
utile ai disegni di Aristarco. Egli non avrebbe potuto far troppo
assegnamento sopra truppe che potevano conoscere gli affari di Atene, e
penetrare le sue intenzioni.

[147] _Pag._ 254. Secondo Ducker la _tessarocosta_ che suona
_quarantesima_, era la quarantesima parte di una moneta a noi
sconosciuta. Secondo Spanheim e Abresch si dovrebbe tradurre _quaranta
tre dramme del paese_.

[148] _Pag._ 256. Cioè il monumento del cane. Diodoro chiama questo
medesimo punto la tomba di Ecuba. Era questo un sepolcro presso Abido
in un promontorio del Chersoneso di Tracia, innalzato ad Ecuba dai
Greci, che l’uccisero irritati per le ingiurie ed imprecazioni d’ogni
maniera da Ecuba scagliate contro di loro, quale rabbiosa cagna, in cui
favolosamente si disse trasformata. (_Dictys Cretens._ lib. V, c. 16).




CRONOLOGIA COMPARATA

DEGLI AVVENIMENTI MENZIONATI NELLE STORIE DI TUCIDIDE


  anni |     ATENIESI       |     PELOPONNESI    |     ALTRI POPOLI
  A. C.|         —          |          —         |         —
   804 |                    |   Licurgo dà le    |
       |                    | sue leggi a        |
       |                    | Lacedemone, altri  |
       |                    | dicono circa l’880.|
   733 |                    |                    |   Fondazione di
       |                    |                    | Nasso prima colonia
       |                    |                    | dei Greci in
       |                    |                    | Sicilia, altri la
       |                    |                    | riportano al 736,
       |                    |                    | altri al 759.
   732 |                    |                    |   Fondazione di
       |                    |                    | Siracusa, altri
       |                    |                    | 735.
   704 |                    |                    |   Aminocle corintio
       |                    |                    | fabbrica le triremi
       |                    |                    | de’ Sami.
   687 |                    |                    |   Fondazione di
       |                    |                    | Gela.
   664 |                    |                    |   Antichissima
       |                    |                    | battaglia navale
       |                    |                    | fra i Corintii ed i
       |                    |                    | Corfuotti.
   597 |                    |                    |   I Siracusani
       |                    |                    | fondano Camarina.
   579 |                    |                    |   Fondazione di
       |                    |                    | Agrigento.
   548 |                    |                    |   Creso vinto da
       |                    |                    | Ciro.
   527 |   Ippia dopo la    |                    |
       | morte di Pisistrato|                    |
       | si fa tiranno      |                    |
       | d’Atene.           |                    |
   519 |   I Plateesi       |                    |
       | accolti in società |                    |
       | dagli Ateniesi.    |                    |
   514 |   Morte di Ipparco.|                    |
   510 |   Ippia cacciato   |                    |
       | d’Atene.           |                    |
   490 |   Battaglia di     |                    |
       | Maratona.          |                    |
   486 |                    |                    |   Morte del re
       |                    |                    | Dario.
   487 |   Comincia la      |                    |
       | costruzione del    |                    |
       | Pireo.             |                    |
   480 |   Gli Ateniesi     |                    |   Spedizione di
       | riducono da        |                    | Serse contro la
       | Salamina e Trezene,|                    | Grecia.
       | le mogli ed i      |                    |
       | figliuoli in Atene.|                    |
       | E per consiglio di |                    |
       | Temistocle rifanno |                    |
       | le mura della      |                    |
       | città, invano      |                    |
       | ripugnando i       |                    |
       | Lacedemoni.        |                    |
   479 |   Fortificato il   |   Pausania,        |   I Persiani
       | Pireo, porto       | capitano dei       | cacciati dalla
       | d’Atene, per       | Lacedemoni, in     | Grecia.
       | consiglio dello    | compagnia di Cimone|
       | stesso Temistocle. | ed Aristide        |
       |   Gli Joni ed altri| Ateniesi, libera le|
       | popoli della Grecia| città greche       |
       | si danno sotto la  | oppresse dai Persi |
       | protezione degli   | ch’erano in Cipro  |
       | Ateniesi, dai quali| e nell’Ellesponto. |
       | poscia sono posti  |                    |
       | in tributo.        |                    |
   478 |   Gli Ateniesi     |   Pausania ritorna |   Leochitido e
       | ricostruiscono e   | in Bisanzio. In    | Santippo vinsero i
       | fortificano la     | Troade si ferma ad | Persiani a Micale.
       | città.             | abitare, e va di   |
       |                    | accordo coi        |
       |                    | Persiani.          |
   477 |   Il Pireo         |   Perciò vien      |
       | compiutamente      | richiamato a Sparta|
       | fortificato.       | la seconda volta,  |
       |                    | ed è posto in      |
       |                    | prigione dagli     |
       |                    | Efori, ma data una |
       |                    | piaggeria,         |
       |                    | vien liberato.     |
   476 |   In questo tempo  |                    |
       | si crede che       |                    |
       | Pausania           |                    |
       | comunicasse con    |                    |
       | Temistocle ai      |                    |
       | Persiani i consigli|                    |
       | dei Greci.         |                    |
   475 |   Temistocle dagli |                    |   Eruzione
       | ingrati cittadini  |                    | dell’Etna.
       | è mandato in esilio|                    |
       | l’anno decimo dopo |                    |
       | la guerra di       |                    |
       | Salamina, e va in  |                    |
       | Argo ad abitare.   |                    |
   474 |   Cimone capitano  |                    |
       | degli Ateniesi,    |                    |
       | prende Eiona sul   |                    |
       | Strimone, tenuta   |                    |
       | da Boge duce       |                    |
       | persiano.          |                    |
   473 |   Occupa l’isola di|                    |
       | Sciro e la mette a |                    |
       | fuoco asportandone |                    |
       | l’ossa di Teseo.   |                    |
   472 |                    |   La città di      |
       |                    | Micene è spianata  |
       |                    | dagli Argivi.      |
       |                    | _Diodoro Siculo    |
       |                    | ci è testimonio._  |
       |                    | Pausania convinto  |
       |                    | di molti delitti,  |
       |                    | fugge nel tempio   |
       |                    | di Minerva, di dove|
       |                    | a forza cavato,    |
       |                    | muore.             |
   470 |   I Greci federati |                    |   Artabano, nativo
       | trasferiscono il   |                    | d’Icania, uccide
       | supremo comando    |                    | Serse e dà ad
       | dagli Spartani agli|                    | intendere ad
       | Ateniesi.          |                    | Artaserse suo figlio
       |                    |                    | e successore, che
       |                    |                    | Dario suo fratello
       |                    |                    | era autore di tal
       |                    |                    | morte: per lo che
       |                    |                    | Dario è ucciso dal
       |                    |                    | fratello: quel
       |                    |                    | scellerato tenta di
       |                    |                    | uccidere Artaserse,
       |                    |                    | ma scoperto da
       |                    |                    | Megabazo, Serse
       |                    |                    | l’uccide. Eusebio
       |                    |                    | dice che Artabano
       |                    |                    | regnò sette mesi,
       |                    |                    | e che dopo di lui
       |                    |                    | Artaserse
       |                    |                    | principiasse a
       |                    |                    | regnare.
       |                    |                    | Artaserse, detto
       |                    |                    | Longimano, uccide
       |                    |                    | Artabano, assume il
       |                    |                    | regno, _Giust. in
       |                    |                    | Trog._ lib. III,
       |                    |                    | e regna anni 44.
   469 |   Temistocle,      |   Morte di         |   Temistocle fugge
       | accusato dagli     | Pausania.          | in Persia ad
       | Ateniesi di essere |                    | Artaserse, ottiene
       | stato complice nel |                    | dal re tre città in
       | consiglio di       |                    | dono: Magnesia,
       | Pausania, si fugge |                    | Lampsaco e Miunte.
       | a Corfù, indi ad   |                    |
       | Ameto re dei       |                    |
       | Molossi.           |                    |
       |   Tasso, isola,    |                    |
       | ribellasi agli     |                    |
       | Ateniesi.          |                    |
       |   Battaglia navale |                    |
       | e terrestre presso |                    |
       | Eurimedonte.       |                    |
   468 |   Cimone riporta   |                    |   Artaserse vinto
       | due segnalate      |                    | dagli Ateniesi
       | vittorie per terra |                    | all’Eurimedonte,
       | e per mare al fiume|                    | assente a quella
       | Eurimedonte.       |                    | pace cotanto celebre
       |                    |                    | scritta da Plutarco
       |                    |                    | nella vita di
       |                    |                    | Cimone. Questo
       |                    |                    | Artaserse è creduto
       |                    |                    | da molti l’Assuero
       |                    |                    | di cui fa menzione
       |                    |                    | la Sacra Storia, ma
       |                    |                    | altri tengono che
       |                    |                    | sia stato Assuero
       |                    |                    | non Artaserse ma
       |                    |                    | Dario d’Itaspe.
   466 |   Li Tasii         |   Terremoto        |
       | ribellansi dagli   | orribile in        |
       | Ateniesi.          | Laconia.           |
   465 |   Gli Ateniesi     |   I Messeni        |
       | mandano una colonia| ribellansi ai      |
       | a Strimone.        | Lacedemoni, loro   |
       |                    | occupando Itome in |
       |                    | Messenia dove sono |
       |                    | dagli Spartani     |
       |                    | tosto assediati.   |
   464 |   I Tasii, il terzo|                    |   Gli Egizii si
       | anno da che furono |                    | ribellano ai
       | dagli Ateniesi     |                    | Persiani
       | assediati, si      |                    | nell’Olimpiade 80,
       | arrendono ad essi: |                    | e si danno agli
       | dai quali sono     |                    | Ateniesi. Esdra è
       | privati e delle    |                    | spedito da Artaserse
       | navi e delle       |                    | in Giudea, e vi
       | miniere.           |                    | ristabilisce il
       |                    |                    | governo ed il
       |                    |                    | tempio.
   463 |   Cimone esiliato  |   Andando in lungo |   Gli Egizii
       | da Atene si rifugia| l’assedio d’Itome, | condotti da Inaro
       | in Isparta.        | chiamati gli       | sono sconfitti dai
       |   Strage degli     | Ateniesi dai       | Persi.
       | Ateniesi  presso   | Lacedemoni in      |
       | Drabesco.          | aiuto, indi quelli |   Junaro, re di
       |                    | per sospetto       | Libia occupa
       |                    | vengono            | l’Egitto.
       |                    | licenziati, il che |
       |                    | fu il primo        |
       |                    | motivo della       |
       |                    | rottura fra loro.  |
   462 |   Gli Ateniesi     |   I Lacedemoni     |   Achemene, fratello
       | portano aiuto agli | aiutano i Doriesi  | di Serse, è ucciso
       | Egizii.            | contro i Focesi.   | in Egitto
       |                    |                    | da Junaro.
   461 |   Gli Ateniesi sono|   Giorni 62 dopo la|
       | vinti da Nicomede  | battaglia di       |
       | Spartano presso    | Tanagra i Beozii   |
       | Tanagra.           | son vinti di nuovo |
       |   Dopo la guerra   | dagli Ateniesi, i  |
       | Cimone è chiamato  | quali occupano     |
       | in patria per opera| tutta la Beozia.   |
       | e consiglio di     |                    |
       | Pericle.           |                    |
   460 |                    |                    |   Artaserse,
       |                    |                    | Longimano. Junaro,
       |                    |                    | re di Libia, si
       |                    |                    | unisce all’armata
       |                    |                    | ateniese ch’era in
       |                    |                    | Cipro, ed assaltano
       |                    |                    | entrambi la città
       |                    |                    | di Memfi, ed
       |                    |                    | intraprendesi una
       |                    |                    | una guerra che dura
       |                    |                    | sei anni.
   458 |   Gli Ateniesi     |   Li arsenali      |   Megabazo di Zopiro
       | vanno sopra Egina  | dei Lacedemoni     | è spedito in Sparta
       | e vincono          | vengono dagli      | per trattare la
       | guadagnando 70 navi| Ateniesi abbruciati| diversione agli
       | dei Peloponnesi;   | sotto la condotta  | Ateniesi, ma senza
       | indi i Corinti e   | di Tolmide,        | far nulla ritorna in
       | gli Epidauri       | pigliando inoltre  | Persia.
       | soccorrono gli     | Calcide Corintia.  |   Junaro, re di
       | Egineti, ma sono   |                    | Libia, è preso e
       | volti in fuga da   |                    | posto in croce.
       | Mironida capitano  |                    |   Artaserse
       | degli Ateniesi.    |                    | Longimano.
       |   Guerra dei       |                    |
       | Corintii e loro    |                    |
       | alleati contro gli |                    |
       | Ateniesi.          |                    |
   457 |   Tolmide, capitano|                    |
       | dell’armata navale |                    |
       | attica, occupa     |                    |
       | Gitio, porto di    |                    |
       | Laconia, Modone, il|                    |
       | Zante e la         |                    |
       | Cefalonia.         |                    |
       |   Gli Ateniesi     |                    |
       | cacciati           |                    |
       | dall’Egitto. Si    |                    |
       | cominciano le mura |                    |
       | lunghe di Atene.   |                    |
   456 |   Li Romani        |                    |   Megabazo,
       | spediscono Legati  |                    | figliuolo di Zopiro,
       | in Grecia ed in    |                    | fa l’espedizione
       | Atene che allora   |                    | contro gli Ateniesi
       | fioriva, per       |                    | in Egitto, e li
       | descrivere le leggi|                    | caccia da Memfi,
       | di Solone, e       |                    | indi li chiude
       | indagare           |                    | nell’isola
       | gl’instituti e i   |                    | Prosopitide, ove li
       | riti delle altre   |                    | tiene un anno e
       | città della Grecia,|                    | mezzo assediati.
       | governando Pericle |                    |
       | in quel tempo la   |                    |
       | repubblica d’Atene.|                    |
       |   Battaglia        |                    |
       | d’Enosita.         |                    |
   455 |                    |   I servi dei      |
       |                    | Lacedemoni dopo    |
       |                    | aver sofferto Itome|
       |                    | un assedio di anni |
       |                    | dieci, s’arrendono |
       |                    | agli Spartani.     |
       |                    |   I Messeni        |
       |                    | cacciati da Itome. |
   454 |   Oreste, re di    |   Basilica è       |   Megabazo piglia
       | Tessaglia, cacciato| assediata e presa  | l’isola Prosopitide
       | dal regno, agli    | da Pericle         | dissipando gli
       | Ateniesi ricorre, i| Ateniese.          | Ateniesi, pochi dei
       | quali unitamente ai|                    | quali e miserabili
       | Beozii e Focesi    |                    | per la Cirenaica si
       | vanno contro       |                    | riconducono in
       | Farsalo, città di  |                    | patria.
       | Tessaglia, ma      |                    |   Dario Noto di
       | ritornano senza    |                    | Persia.
       | far nulla.         |                    |
   453 |   Cimone essendo   |                    |
       | stato mandato in   |                    |
       | Cipro, capitano di |                    |
       | 200 navi, ed avendo|                    |
       | già superato gran  |                    |
       | parte dell’isola,  |                    |
       | infermò e si morì  |                    |
       | in Citio, città    |                    |
       | di quell’isola.    |                    |
       | Tregua per anni tre|                    |
       | fra i Lacedemoni e |                    |
       | gli Argivi.        |                    |
   451 |   Erodoto di       |   I Lacedemoni     |
       | Alicarnasso legge  | stringono cogli    |
       | la sua storia      | Argivi una alleanza|
       | pubblicamente in   | di tre anni.       |
       | Atene.             |                    |
       |                    |   I Lacedemoni     |
       |                    | fanno la guerra    |
       |                    | chiamata sacra per |
       |                    | la giurisdizione   |
       |                    | del tempio Delfico.|
   450 |   Gli Ateniesi,    |                    |
       | vinti a Cheronea,  |                    |
       | mettono la Beozia  |                    |
       | in libertà.        |                    |
       |   Alleanza di      |                    |
       | cinque anni fra i  |                    |
       | Peloponnesi e gli  |                    |
       | Ateniesi.          |                    |
   449 |   L’Eubea e Megara |  I Lacedemoni      |
       | si ribellano agli  | devastano l’Attica |
       | Ateniesi.          | sotto Plistoanatte |
       |   L’Eubea ritorna  | lor duce.          |
       | all’obbedienza     |                    |
       | degli Ateniesi     |                    |
       | per opera e valore |                    |
       | di Pericle.        |                    |
   445 |   I Sami sono vinti|                    |
       | da Pericle in      |                    |
       | battaglia, e sono  |                    |
       | ridotti alla       |                    |
       | devozione degli    |                    |
       | Ateniesi.          |                    |
   444 |                    |   Nasce guerra fra |
       |                    | i Corinti e        |
       |                    | Corfuotti, e quelli|
       |                    | sono vinti da      |
       |                    | questi ad Attio.   |
   443 |   I Corfuotti      |                    |
       | mandano Legati agli|                    |
       | Ateniesi chiedendo |                    |
       | alleanza ed aiuto, |                    |
       | e l’ottengono.     |                    |
   442 |                    |   Fatto d’arme     |
       |                    | navale a Sibota fra|
       |                    | i Corfuotti (con   |
       |                    | l’aiuto degli      |
       |                    | Ateniesi) contro i |
       |                    | Corinti.           |
   441 |                    |   Fatto d’arme fra |
       |                    | gli Ateniesi ed i  |
       |                    | Corinti che        |
       |                    | rimangono con la   |
       |                    | peggio.            |
   440 |                    |                    |   Guerra dei Sami e
       |                    |                    | dei Milesii.
   437 |                    |                    |   Amfipoli
       |                    |                    | fabbricata da
       |                    |                    | Agnone.
   436 |                    |                    |   Gli Epidamni
       |                    |                    | implorano l’aiuto
       |                    |                    | dei Corintii.
   435 |                    |                    |   Vittoria dei
       |                    |                    | Corfuotti. Presa di
       |                    |                    | Epidamno.
   433 |                    |                    |   Alleanza stretta
       |                    |                    | fra i Corfuotti e
       |                    |                    | gli Ateniesi.
   432 |   Pericle mette i  |   I Lacedemoni     |   Seconda battaglia
       | proprii beni in    | deliberano la      | navale fra i
       | comune.            | guerra.            | Corfuotti ed i
       |   Quei di          |   Terremoto in     | Corintii.
       | Salonichi, di      | Delo.              |
       | Larizzo, i Farsali |   Archidamo, re di |
       | ed altri popoli    | Sparta, è creato   |
       | soccorrono gli     | capitano dei       |
       | Ateniesi.          | Lacedemoni. Tenta  |
       |   Gli Ateniesi e   | l’espugnazione di  |
       | Corfuotti          | Enoe, indi entra in|
       | assaliscono Modone,| quel d’Atene, e    |
       | ma invano; indi    | mette l’assedio ad |
       | vanno sopra Fia,   | Acarne.            |
       | luogo d’Elide, e lo|   Quei di Legina   |
       | saccheggiano.      | sono scacciati     |
       |   Fanno lega con   | dalla terra loro   |
       | Scitalce re di     | dagli Ateniesi, ma |
       | Tracia, e Perdicca | gli Spartani       |
       | re di Macedonia,   | accolti son posti  |
       | indi con l’armata  | ad abitar in       |
       | navale prendono    | Bardugna.          |
       | Solio, Astaco e    |   Astaco vien tolta|
       | Cefalonia.         | agli Ateniesi      |
       |   Potidea abbandona| dai Corinti, e resa|
       | gli Ateniesi.      | ad Evarco.         |
   431 |                    |   Gli ambasciatori |   I Tebani opprimono
       |                    | dei Lacedemoni ad  | Platea.
       |                    | Artaserse, re di   |
       |                    | Persia, sono       |
       |                    | intercetti e fatti |
       |                    | morire dagli       |
       |                    | Ateniesi.          |
   430 |   Comincia ad      |   Archidamo assedia|
       | infierire la peste | Platea.            |
       | in Atene.          | I Peloponnesi sono |
       |   Argo è presa     | vinti da Formione, |
       | dagli Ateniesi.    | duce degli         |
       | Indi si rende loro | Ateniesi, a        |
       | anche Potidea.     | Lepanto.           |
       |   Senofonte è      |                    |
       | spedito contro i   |                    |
       | Calcedoni nella    |                    |
       | Tracia, ma è vôlto |                    |
       | in fuga.           |                    |
       |   Pericle il sesto |                    |
       | mese di quest’anno |                    |
       | mancò di vita.     |                    |
       |   Formione va sopra|                    |
       | l’isola di Candia, |                    |
       | e dà il guasto al  |                    |
       | territorio della   |                    |
       | Canea.             |                    |
       |   Indi rimette     |                    |
       | Cinete, figliuolo  |                    |
       | di Teolito, in     |                    |
       | Corone.            |                    |
   429 |   L’isola di       |   Spedizione dei   |   Espugnazione di
       | Metelino, già      | Lacedemoni contro  | Potidea.
       | Lesbo, ribellasi   | Platea.            |   Scitalce re degli
       | dagli Ateniesi.    |   Spedizione dei   | Odrisii muove
       |                    | Lacedemoni e degli | l’esercito contro
       |                    | Ambracioti contro  | Perdicca ed i
       |                    | l’Acarnania.       | Calcidesi nella
       |                    |   Li Mitilenei si  | Macedonia.
       |                    | danno agli         |
       |                    | Spartani.          |
       |                    |   Cleomene, zio di |
       |                    | Pausania, capitano |
       |                    | dei Lacedemoni.    |
   428 |   Metelino, isola, |   Li Plateesi      |
       | è recuperata da    | arrendonsi agli    |
       | Pachete, duce degli| Spartani, e        |
       | Ateniesi.          | trattata la causa  |
       |                    | loro con grande    |
       |                    | energia contro i   |
       |                    | Tebani, nulladimeno|
       |                    | sono 200 di essi   |
       |                    | ammazzati e        |
       |                    | distrutta la città |
       |                    | loro.              |
   427 |   Si tratta nel    |   I Lacedemoni     |   Le sedizioni
       | Senato di Atene    | riempiono Eraclea  | agitano Corfù.
       | la causa dei       | in Trachinea,      |
       | Mitilenei con      | d’abitatori.       |
       | bellissime         |   I Lacedemoni e   |
       | orazioni.          | quei di Larta sono |
       |   Gli Ateniesi     | vinti dagli        |
       | soccorrono i       | Ateniesi.          |
       | Leontini in        |                    |
       | Sicilia contro i   |                    |
       | Siracusani.        |                    |
       |   Peste la seconda |                    |
       | volta in Atene, che|                    |
       | dura un anno.      |                    |
       |   Ducento dodici   |                    |
       | Plateesi,          |                    |
       | trapassato il muro |                    |
       | dei Peloponnesi,   |                    |
       | si evadono         |                    |
       | dall’Attica.       |                    |
   426 |   Terremoto        |   Il Zonchio, già  |   Fondazione di
       | grandissimo. Delo  | Pilo, è circondato | Eraclea Trachinia.
       | è purgato dagli    | di mura dagli      |
       | Ateniesi.          | Ateniesi, indi i   |   Spedizione degli
       |   Spedizione di    | Lacedemoni vi      | Ambracioti contro
       | Demostene contro   | accorrono con li   | Argo Amfilochio
       | gli Iloti e strage.| confederati, onde  | e strage.
       |                    | ne segue battaglia |   Artaserse, re di
       |                    | navale e           | Persia, finisce di
       |                    | terrestre, restando| vivere e comincia
       |                    | molti dei          | Dario Noto a
       |                    | Lacedemoni         | regnare.
       |                    | assediati          |
       |                    | Sfatteria, e però  |
       |                    | spedisconsi da     |
       |                    | Sparta ambasciatori|
       |                    | in Atene a trattar |
       |                    | di pace.           |
       |                    |   I Corinti sono   |
       |                    | vinti da Nicia,    |
       |                    | Ateniese.          |
   425 |   Cleone e         |   Ecclissi e       |
       | Demostene dopo 72  | terremoti          |
       | giorni d’assedio   | grandissimi in     |
       | assaltano i        | Grecia.            |
       | Lacedemoni         |                    |
       | nell’isola         |                    |
       | Sfatteria, oggi una|                    |
       | delle isole di     |                    |
       | Sapienza, e li     |                    |
       | vincono facendo    |                    |
       | ducento e          |                    |
       | novantadue         |                    |
       | prigionieri di     |                    |
       | guerra.            |                    |
       |   Crudeltà         |                    |
       | grandissima dei    |                    |
       | Corfuotti.         |                    |
       |   I Lesbi occupano |                    |
       | Rezio ed Antandro. |                    |
       | Nicia prende       |                    |
       | Cerigo, già Citera.|                    |
       |   Gli Ateniesi     |                    |
       | fortificano Pilo   |                    |
       | posta nella        |                    |
       | Messenia.          |                    |
   424 |   Perciò gli       |   Brassida,        |
       | Ateniesi mandano   | capitano dei       |
       | Pitodoro e Sofocle | Spartani, accorre  |
       | in esilio.         | per impedire la    |
       |   Ipocrate e       | resa di Nisea, ma  |
       | Demostene, capitani| ma tardi vi arriva;|
       | degli Ateniesi,    | per lo che tenta di|
       | tentano di         | entrare in Megara, |
       | sorprendere Megara,| dove alla fine vien|
       | ma invano, indi    | ricevuto, indi     |
       | prendono Nisea.    | ritorna a Corinto, |
       |   I fautori degli  | e si accinge ad    |
       | Ateniesi,          | entrare nella      |
       | assicurati con     | Tracia.            |
       | giuramento dai     |   I servi dei      |
       | Megaresi, vengono  | Lacedemoni vengono |
       | poi trucidati.     | incoronati e posti |
       |   Ipocrate circonda| come in libertà al |
       | Delio.             | al numero di       |
       |   Perdicca, re di  | duemila circa, i   |
       | Macedonia, è       | quali di poi       |
       | pubblicato dagli   | ignotamente        |
       | Ateniesi loro      | periscono.         |
       | nemico.            |   Perdicca re,     |
       |   Ipocrate è       | unitosi a Brassida,|
       | assalito e morto   | va contro di       |
       | dai Beozii sotto la| Arribeo, re de’    |
       | condotta di Pagonda| Linceati, il quale |
       | loro capitano, e   | con Brassida       |
       | gli Ateniesi sono  | abboccatosi,       |
       | vôlti in fuga, per | lo persuade a      |
       | lo che Delio viene | desistere          |
       | in potere dei      | dall’ostilità      |
       | Beozii.            | contro di lui;     |
       |                    | Perdicca se ne     |
       |                    | sdegna, e si aliena|
       |                    | dai Lacedemoni.    |
       |                    |   Brasida occupa   |
       |                    | Accanto e Stragira.|
       |                    |   Scitalce, re     |
       |                    | degli Odrisii,     |
       |                    | avendo mosso la    |
       |                    | guerra ai Triballi,|
       |                    | è da essi vinto,   |
       |                    | indi manca di vita |
       |                    | vita e gli succede |
       |                    | Sente nel regno.   |
   423 |   Tucidide prende  |   Brasida          |
       | Eione.             | s’impadronisce     |
       |   Torone è presa   | di Amfipoli.       |
       | da Brassida        |   Pitacco, re degli|
       | a tradimento.      | Edoni, vien        |
       |   Indi prende      | ammazzato dalla    |
       | Lecito,            | moglie, figlia di  |
       | ricoverandosi gli  | Goasse, per lo     |
       | Ateniesi in        | che Mircinia, città|
       | Pallene.           | capitale degli     |
       |                    | Edoni, ribellasi   |
       |                    | dai Lacedemoni,    |
       |                    | lo stesso facendo  |
       |                    | anche Gapseto ed   |
       |                    | Esima.             |
   422 |   Due giorni dopo  |   Perdicca e       |
       | la tregua,         | Brassida vanno     |
       | Basilica, già      | contro di Arribeo, |
       | Sciona, ribellasi  | re dei Lincesti, e |
       | dagli Ateniesi.    | lo superano, ma    |
       |   Indi Menda fa    | ma soccorso dagli  |
       | pure lo stesso.    | Illirici vien      |
       |   Ma è tosto dagli | liberato.          |
       | Ateniesi           |   Li Mantinei ed i |
       | ricuperata.        | i Tegeati          |
       |   Perdicca,        | combattono con     |
       | disgustato dai     | egual evento a     |
       | Lacedemoni, si     | Leudicea.          |
       | volge agli         |   I Beozii prendono|
       | Ateniesi.          | Panatto, castello  |
       |   Cleone Ateniese  | degli Ateniesi.    |
       | prende Corone.     |                    |
       |   Indi prende      |                    |
       | Fanisselo.         |                    |
   421 |   Pace e           |   Gli Argivi, i    |
       | confederazione     | Corinti, i Mantinei|
       | stabilita fra gli  | e quei di Veglia,  |
       | Ateniesi ed i      | già Elea, fanno    |
       | Lacedemoni per     | confederazione     |
       | anni cinquanta, la | insieme.           |
       | qual però non è    |   Sendo stato      |
       | approvata dalle    | distrutto Panattaro|
       | città confederate  | dai Beozii, quindi |
       | coi Lacedemoni.    | nasce occasione di |
       |   Gli Ateniesi     | di rinnovarsi la   |
       | prendono Basilica, | guerra tra gli     |
       | già Sciona,        | Ateniesi e i       |
       | ammazzando tutti i | Lacedemoni, al che |
       | i Scionei dalli    | non poco vi        |
       | quarant’anni in su,| vi contribuisce    |
       | e facendo schiavi  | Alcibiade          |
       | le donne ed i      | ateniese.          |
       | fanciulli.         |   Gli Eraclei di   |
       |   Di poi rimettono | Trachinia          |
       | i Delj nella patria| combattono con gli |
       | loro.              | Eniani, Dolopi,    |
       |   Tiffo è presa    | ecc. ma rimangono  |
       | dai Dittidiesi,    | perditori con la   |
       | e Meciberna dagli  | morte di Zenaro    |
       | Olintj.            | spartano.          |
       |   Pace di          |   I Lacedemoni     |
       | cinquant’anni fatta| instaurano         |
       | fra gli Ateniesi   | l’alleanza coi     |
       | ed i Lacedemoni.   | Beoti.             |
       |   Poco dopo è      |   I capitani argivi|
       | ridotta in         | fanno alleanza     |
       | alleanza.          | contro i           |
       |                    | Lacedemoni.        |
   420 |   Alcibiade,       |   Eraclea viene in |
       | capitano degli     | potere dei Beozii. |
       | Ateniesi ed i      |   I Lacedemoni     |
       | confederati loro   | muovono guerra ad  |
       | vanno sopra        | Argo.              |
       | Orcomeno che se    |   Agide, re di     |
       | gli arrende.       | Sparta, vien       |
       |   Indi sono        | processato per la  |
       | disfatti dai       | cattiva            |
       | Lacedemoni a Tegea.| amministrazione    |
       |   Alleanza fra gli | della guerra contro|
       | Ateniesi, gli      | gli Argivi, ma egli|
       | Argivi, i          | purgatosi          |
       | Lacedemoni e gli   | dall’accusa sfugge |
       | Elei.              | il castigo.        |
       |                    |   Lega per anni    |
       |                    | cinquanta fra gli  |
       |                    | Argivi e gli       |
       |                    | Spartani.          |
       |                    |   I Mantinei,      |
       |                    | seguendo l’esempio |
       |                    | degli Argivi, si   |
       |                    | accordano ancor    |
       |                    | essi cogli         |
       |                    | Spartani.          |
   419 |   I Dittiniesi     |   Agide, re di     |   Guerra degli
       | ribellansi         | Sparta, va sopra   | Epidauri e degli
       | dagli Ateniesi.    | la città di Argo,  | Argivi.
       |                    | ed avendo presa    |
       |                    | la muraglia che gli|
       |                    | Argivi per fortezza|
       |                    | fabbricavano,      |
       |                    | spianatala, prende |
       |                    | Isio coll’eccidio  |
       |                    | di quelli abitanti.|
   418 |                    |   Battaglia fra gli|
       |                    | Argivi ed i        |
       |                    | Lacedemoni condotti|
       |                    | da Agide. Pace fra |
       |                    | fra gli Argivi ed i|
       |                    | Lacedemoni, che si |
       |                    | converte in        |
       |                    | alleanza.          |
   417 |   Gli Argivi       |                    |
       | rinnovano          |                    |
       | l’alleanza cogli   |                    |
       | Ateniesi.          |                    |
   416 |   Gli Ateniesi     |                    |
       | prendono l’isola   |                    |
       | di Milo, già Melo, |                    |
       | sotto la condotta  |                    |
       | di Filocrate       |                    |
       | ammazzando quegli  |                    |
       | abitanti dai       |                    |
       | quattordici anni in|                    |
       | su, e facendo      |                    |
       | schiavi le donne   |                    |
       | ed i fanciulli.    |                    |
       |   Gli Ateniesi     |                    |
       | fanno giornata in  |                    |
       | in mare presso     |                    |
       | Epidauro restando  |                    |
       | vittoriosi contro  |                    |
       | i Spartani;        |                    |
       | Alcamene, duce de’ |                    |
       | quali, vi rimane   |                    |
       | estinto.           |                    |
       |   Udita in Atene la|                    |
       | ribellione dei     |                    |
       | Sciotti ed altri   |                    |
       | loro sudditi,      |                    |
       | mettono mano a     |                    |
       | mille talenti che  |                    |
       | tenevano in serbo  |                    |
       | per l’estrema      |                    |
       | delle accorrenze.  |                    |
       | Il popolo di Samo  |                    |
       | sollevasi contro   |                    |
       | i cittadini, 200   |                    |
       | de’ quali vengono  |                    |
       | ammazzati; per lo  |                    |
       | che è fatto libero |                    |
       | dagli Ateniesi.    |                    |
       |   Clazomene ritorna|                    |
       | in potere degli    |                    |
       | Ateniesi.          |                    |
       |   In quest’istesso |                    |
       | tempo assaltano    |                    |
       | Calcideo spartano  |                    |
       | e Panorma di       |                    |
       | Mileto, e          |                    |
       | l’ammazzano; dipoi |                    |
       | Dionte e Lione     |                    |
       | ateniesi vanno     |                    |
       | sopra Chio.        |                    |
       |   Lorima è presa   |                    |
       | dagli Ateniesi.    |                    |
   415 |   Un fortissimo    |   I Lacedemoni     |
       | esercito degli     | istigati da        |
       | Ateniesi, guidato  | Alcibiade si       |
       | da Nicia, Lamaco   | accingono ad una   |
       | ed Alcibiade       | nuova aperta       |
       | parte contro la    | guerra contro gli  |
       | Sicilia. Alcibiade | Ateniesi.          |
       | richiamato dalla   |                    |
       | Sicilia, si rifugia|                    |
       | nel Peloponneso.   |                    |
       | Prima battaglia fra|                    |
       | gli Ateniesi ed i  |                    |
       | Siracusani vinta   |                    |
       | dagli Ateniesi.    |                    |
   414 |   Gli Ateniesi     |   Arrivo dello     |
       | vincitori in altra | spartano Gilippo.  |
       | battaglia          |   Gilippo prende   |
       | stabiliscono di    | Plemmirio.         |
       | rinchiudere fra    |                    |
       | mura i Siracusani. |                    |
       |   Giugno. Prima    |                    |
       | battaglia navale   |                    |
       | fra gli Ateniesi   |                    |
       | ed i Siracusani.   |                    |
       |   26 luglio.       |                    |
       | Seconda battaglia  |                    |
       | navale fra i       |                    |
       | medesimi.          |                    |
       |   29 luglio. Arrivo|                    |
       | di Demostene ed    |                    |
       | Eurimedonte nella  |                    |
       | Sicilia.           |                    |
       |   31 luglio.       |                    |
       | Battaglia          |                    |
       | combattuta di notte|                    |
       | presso Epipole.    |                    |
       |   31 agosto.       |                    |
       | Battaglia navale   |                    |
       | vinta dai          |                    |
       | Siracusani,        |                    |
       | terrestre dagli    |                    |
       | Ateniesi.          |                    |
       |   1º settembre.    |                    |
       | Battaglia navale,  |                    |
       | nella quale si     |                    |
       | distrugge la flotta|                    |
       | degli Ateniesi.    |                    |
       |   3 settembre. Gli |                    |
       | Ateniesi           |                    |
       | abbandonano        |                    |
       | Siracusa.          |                    |
       |   8 settembre.     |                    |
       | Demostene colla    |                    |
       | sua parte di       |                    |
       | esercito si dà a   |                    |
       | Gilippo ed ai      |                    |
       | Siracusani.        |                    |
       |   10 settembre.    |                    |
       | Nicia si dà coi    |                    |
       | suoi a Gilippo.    |                    |
   413 |                    |   I Lacedemoni     |   Alcibiade si
       |                    | fanno la seconda   | rifugia presso
       |                    | lega col re Dario. | Tissaferne.
   412 |                    |   Rodi si congiunge|
       |                    | ai Peloponnesi.    |   Tisaferne,
       |                    |   Segue la terza   | prefetto del re,
       |                    | alleanza fra i     | re, si porta in
       |                    | Lacedemoni ed il   | Aspendo visitato
       |                    | re Dario.          | prima da Alcibiade.
   411 |   Marzo. La        |   L’Eubea occupata |   Tisaferne, sendo
       | democrazia in      | dai Peloponnesi.   | state scacciate le
       | in Atene abbattuta.|   Agide, re di     | le guardie di
       |   Giugno. Battaglia| Sparta, chiamato   | Astaco, uomo
       | in Eretria.        | dal popolo         | persiano d’Antandro,
       |   La democrazia    | ateniese, si       | da Mileto e da
       | risorge in Atene.  | conduce sotto le   | Cnido, sdegnato, e
       |   Luglio. Vittoria | le mura d’Atene per| malamente
       | di Trasibulo       | rendersene padrone,| che Farnabazo
       | presso Lesbo.      | ma non gli riesce. | operasse cose
       |                    |   Sdegnati i       | maggiori che lui
       |                    | soldati collegati  | oprato non aveva, si
       |                    | della restituzione | porta
       |                    | d’Alcibiade,       | nell’Ellesponto.
       |                    | tentano di ammazzar|
       |                    | Astioco.           |
       |                    |   Al qual succede  |
       |                    | Mindaro al         |
       |                    | capitanato.        |
       |                    |   Enae viene in    |
       |                    | potere dei Beozii  |
       |                    | per opera di       |
       |                    | Aristarco.         |
   404 |   Aprile. Atene in |                    |
       | mano di Lisandro.  |                    |
       | Fine della guerra  |                    |
       | peloponnesiaca.    |                    |




INDICE GEOGRAFICO-COMPARATO

DEI LUOGHI MENZIONATI NELLE STORIE DI TUCIDIDE


A.

  Abdera, città della Tracia. _Polistilo._
  Abido, città dell’Ellesponto. _Aveo._
  Acaia, regione. _Livadia_, o _Romania alta_ nella Grecia.
  Acanto. _Porto Doari._
  Acesine, fiume in Sicilia, _Cantara_.
  Achei, popoli. _Quei di Livadia._
  Acheloo, fiume. _Aracheo._ _Asprì_ e _Catochi_.
  Acheronte, fiume. _Verlichi._
  Acra, città in Sicilia, altramente Acrea. _Chiaramonte._
  Acresia o Acrisia. _Acrefnia._
  Afilea. _Quei di Comenolitari._
  Afrodisia, isola. _Pazj._
  Agria o Agra, città, e Agrei, popoli. _Abia._
  Agragante, forse è l’Agraga di Tolomeo, città in Sicilia.
    _Montesecco._
  Agrigento. _Agrigento o Girgenti._
  Alece, fiume, o Alabo. Oggi l’_occhio della Zilica_.
  Ali, fiume. _Ottomangivch._
  Alicarnasso, città patria d’Erodoto. _Castel San Pietro e Cometi._
  Alonte o Alonsio, in Sicilia. _Pietra di Roma._ Castello.
  Altomonte. _Oetamonte_, e _Montesanto_.
  Ambracia, regione. _Quei dell’Arta._
  Amfipoli. _Crisopoli_, già città di Macedonia, ora di Schiavonia.
  Anapo, fiume in Sicilia. _Aretusa._
  Anattorio. _Vonizza._
  Ancira. _Mediaco._
  Andro, isola. _Andri._
  Andropolite. _Androne._
  Anfissa. _Vidrinizza._
  Antandro. _S. Dimitri._
  Antissa, era una città nell’isola di Metelino nell’Arcipelago.
  Apollonia di Migdonia. _Pella._
  Apollonia, città in Macedonia, era dove Ottaviano studiava quando
    Cesare fu morto, ed egli fu chiamato a sì gran nome, oggi _Ceres
    ed Apolini_; ma è luogo quasi distrutto.
  Apollonia, nel seno jonico. _Pollina, Piergo e Sissopoli._
  Arcadia nella Morea, ritiene il nome.
  Argivi. _Quei di Romania._
  Argo Anfilochico. _Nicopoli._
  Argo. _Argos._
  Argolico Seno. _Golfo di Napoli di Romania_, in Grecia.
  Aria, già Ambracia.
  Arna, o Arnissa. _Alada_, città in Macedonia.
  Artemide. _Valni._
  Asiaco. _Astagus._
  Asine. _Asina_, o _Fanari_.
  Asopo, fiume. _Osopo_, ed _Acheron_.
  Astipalca, isola e città, una delle Cicladi. _Stampalia._
  Atalante, isola. _Talanda._
  Atene. _Atines._
  Attica. _Livadia._
  Attio, promontorio. _Capofigo_, e _Dime_.
  Atramitteo. _Adramiti._
  Aulone. _La Valona._
  Axio, fiume. _Vardari._
  Azoto di Palestina. _Tania._


B

  Beo, forse la Boa di Tolomeo. _S. Angelo._
  Beozia. _Stramuzupa._
  Bisanzio. _Costantinopoli._
  Bitinia. _Becsangial._


C

  Calcedone in Ponto. _Scutari._
  Calcide, città di Eubea. _Negroponte._
  Calcidica. _Jaboli_, regione.
  Camarena, città in Sicilia. _Camarana._
  Camico, o Camiro in Sicilia. _Camarata_, come piace
    all’Alberti.
  Canastreo, promontorio. _Capocanistro._
  Canni, popoli. _Quei della Rossa._
  Caonia. _Canninia_, regione.
  Cardamila. _Parama._
  Caria. _Aidinelli_, regione.
  Caristo, città di Negroponte. _Caristo_ oggi pure _Caresto_
    e _Castelrosso_.
  Casareo, promontorio. _Capodoro._
  Cassiteride, isole. Isole di _Bajona_
  Catanea, città in Sicilia. _Catania._
  Caulonia, oggidì _Castelvecchio_, poco lungi da Locri.
  Cenerea, città di Corintia.
  Centoripa in Sicilia. _Centorbi._
  Cerdillo, Cerilio, o Crocilio, come legge il Porcacchi. _Sicillo
    isola_ nell’Arcipelago.
  Chersonneso, o Cheronneso della Morea. _Capo Scilli._
  Chersonneso. _Braccio di S. Giorgio._
  Chio, isola. _Scio._
  Cicladi, isole. _Isole dell’Arcipelago._
  Cidonia, città nell’isola di Candia. _La Canea._
  Cilicia. _Caramania._
  Cillene. _Chiarenza._
  Cinosura. _Capo delle Colonne._
  Ciparisio. _Il Zonchio._ Altri vogliono che il Zonchio sia Pilo
    e non Ciparisio.
  Ciparisio Seno. _Golfo del Zonchio._
  Ciparissa. _Nico._
  Ciparissi, promontorio di Messenia. _Capo Gonello._
  Cipro, isola, ritiene l’antico nome.
  Cirene, città in Egitto. _Pentapoli Cahiroan e Battida._
  Citera, isola. _Cerigo._
  Citerone, monte appresso lo stretto di Corinto.
  Citinio. _Dorico._
  Citinione, città o Citno. _Chitno_ e _Sichino_.
  Citio, città di Cipro. _Limiso._
  Citro. _Pidna._
  Cizico; _Chezico._
  Claro, isola dell’Egeo. _Calamo._
  Clazomene, città. _Grina._
  Cleona. _Cleda_, altri _S. Vasilii_.
  Cnido, o Gnido. _Capo di Crio._
  Colofone, città. _Altobosco._
  Coo, isola. _Langi_ o _Lango_.
  Corcira, isola, oggi _Corfù_.
  Corifasio, prom. _Capo di Modon._
  Corinto, città, oggi pure _Corinto_.
  Cranoni, popoli, sono forse quelli pure di Crano nella Tessaglia
    nelli Pelasgioti.
  Crestona, città.
  Creta, isola, oggi _Candia_.
  Crisseo, seno. _Golfo di Lepanto._
  Crotona, città di Callauria. _Crotona_ oggi pure, ovvero
    _Crotone_.
  Cuma in Eolia. _Castri._


D

  Dacia, provincia. _Transilvania._
  Dardania, provincia. _Servia._
  Dauglio, luogo di Focide. _Eladasagni._
  Delfinio, era un porto in Grecia vicino allo stretta di Negroponte,
    appresso ad Oropo.
  Delfo. _Salona._
  Deio, isola. _Sdiles._
  Dj, popoli della Tracia, abitano Rodope, monte, oggi _Catena del
    Mondo._
  Dio, città. _Standia._
  Dione, Castello in Macedonia.
  Diracchio. _Durazzo._
  Dobero di Peonia. _Resido._
  Dolopi, popoli poco lontani dal golfo dell’Arta.
  Doride. _Val di Livadia._
  Drepano, città di Sicilia. _Trapani._
  Drimissa. isola vicina a Clazomene.


E

  Ebro, fiume. _Mariza._
  Echedoro, fiume. _Varataser._
  Echinadi, isole. _Salie_, altri le dicono le _Curzolari_.
  Efeso, città. _Figena._
  Egeo, mare. _Arcipelago._
  Egina. _Legiena._
  Ejone, città posta al fiume Strimone. _Anfipoli._
  Elea. _Lea_ o _Jalea_.
  Elea, porto. _Parga._
  Eleusina. _Saline._
  Elide. _Belvedere._
  Ellesponto. _Braccio di S. Giorgio._
  Elo o Elao, città dell’Epiro. _Docna._
  Emo, monte. _Cumoniza._
  Enia, Eno. _Moncastro._
  Enipeo, fiume; alcuni vogliono che sia il _Titareso_.
  Enna, monte della Sicilia. _Castrogiovanni._
  Enoe. _Cidariso._
  Epidamno. _Durazzo._
  Epidauro. _Malvasia._
  Eraclea, appo Latenoe. _Palazia._
  Eretria. _Vazia_ e _Rocco._
  Erice, città in Sicilia; e distrutta. Il luogo ove era la quale
    appare tuttora nel sito ove si discende dall’Erice monte, oggi
    _Monte di San Giuliano_ traguardante il mare.
  Ermione, nel golfo di Napoli di Romania. _Maria._
  Etna, monte in Sicilia. _Mongibello._
  Eubea, isola. _Negroponte._
  Eurico, muro di Siracusa. _Euriale_, secondo l’Alberti.
  Euripo, _stretto di Negroponte_.
  Eusino, mare. _Mar Nero._


F

  Farsalo di Tessaglia, e Farsali popoli, sono in una parte della
    Macedonia, che da Tolomea è detta Emazia, ed ora
    _Comenolitari_ regione.
  Fenice, isola nell’Arcipelago. _Palma_ o _Nio_.
  Fenice, castello. _Anconitam._
  Fere, città nel Peloponneso. Era nell’Acaia poco lontano da
    Patrasso, _Scidro_. Vi e un’altra Fere oggi detta
    _Calamata_ nel golfo di Coron. Vi è anco un’altra Fere in
    Macedonia, poco lontana dal golfo di Salonichi, e secondo
    alcuni ora si chiama _Jemsar_.
  Fia, o Fialia, luogo d’Elide. _Neospiti._
  Flio, o Flia, città nel Peloponneso. _Pilis._
  Flio di Siciona. _Foica._
  Focea, città greca. _Foglia vecchia_; c’è anche un’altra Focea
    in Sicilia.
  Frigia maggiore. _Cuttia._
  Frigia minore. _Magnesia_ magg.


G

  Gallipoli, ritiene l’antico nome.
  Gela, città in Sicilia, e Geloi popoli. _Galati_ in val di
    Noto; altri dicono che Gela oggi _Chezza_ s’appelli,
    ma quasi affatto distrutta; anzi alcuni vogliono ch’ella fosse
    ov’oggi è _Butero_.
  Gerania città, e Gerania monte. _Botonia._
  Ghizio, Gitio o Gitteo. _Capo di Pagù._
  Gignone o Gigone, città della Macedonia.
  Girtone. _Tochivolicati._
  Golfo Ambraccio. _Quei della Prevesa_, altri dicono
    dell’_Arta_.
  Gonno, città. _Goniga._


I

  Iapigia. _Terra di Bari_ nel regno di Napoli.
  Iapigio, promontorio. _S. Maria dell’acque di Leuca_, ed
    anche _Porto Salentino._
  Iaso. _S. Pietro._
  Iberia. _Gurgistan._
  Ibis, monte e castello in Sicilia. _Mililli._
  Icaro, o Icaria, isola. _Nicaria._
  Ida, monte. _Gargara._
  Idaeo, forse Idala, cioè _Acque_, città della Dacia.
  Illa, fiume in Sicilia. _Milicello._
  Illirj, popoli. _Schiavoni._
  Imbro, _Lembro._
  Imera, città in Sicilia, distrutta nella guerra d’Annibale, nel
    sito ove era la quale è stata poi edificata altra città oggi
    _Terme d’Imera_ appellata.
  Imera, f. in Sicilia. _Salso_ f.
  Inaco, fiume. _Planizza._
  Ineasa; città ai piedi dell’Etna, oggidì _S. Nicola dell’Arena_.
  Ionia, regione. _Quiscon._
  Ionio, mare. _Golfo di Venezia._
  Isole d’Eolo, vicine alla Sicilia; sono: Lipara. _Lipari._
    Didima. _Saline._ Strongile. _Stromboli._
  Isso. _Lissa._
  Istro, fiume. _Danubio._
  Itome. _Drabesco._


L.

  Lacedemone. _Misitra._
  Lacona. _Derote_, città.
  Laconia, _Braccio di Maina._
  Laconico, seno. _Golfo di Colochina di castel Rampani o
    di Fleos._
  Lampsaco. _Aspico_, _Lampsico_ e _Circe_.
  Larissa di Macedonia. _Larizzo._
  Larisso. _Cremaste._
  Lebedo, città. _Lacerea._
  Lenno, isola. _Stalimene._
  Leonzio in Sicilia. _Lentini._
  Lesbo, isola. _Metelino._
  Leucade. _S. Maura e Lefcada._
  Leucade, promontorio. _Capo Figallo._
  Leucimne, promontorio dell’isola di Corfù. _Capobianco._
  Leucimne, parte dell’isola suddetta. _Lefchimo_ è dal
    Marmora appellata, e _Leuchino_ dal Porcacchi.
  Leutra. _Istechia._
  Libia, regione. _Zahra._
  Licaonia, presso la Caramania. _Chiangar._
  Licia. _Aldinelli_, regione fra la Panfilia e la Caria.
  Limera d’Epidauro. _Malvasia._
  Lipari di Sicilia. _Lipari._
  Lisso. _Alexio._
  Locri in Sicilia. _La Rocella._
  Locri, un’altra città della medesima regione. _Torre di
    Greco_ e _Gerasi_.
  Locri Opunzi, sono in quella parte della Grecia, che è sopra
    l’Acaia, che risguarda l’isola di Negroponte.
  Locri Ozoli, nel sito dell’Acaia. Le città loro erano: Molicria.
    Naupatto. _Lepanto._ Euanzia. Caleo.
  Lorima. _Standia._


M

  Macedonia, regione, oggi _La Bossina_.
  Magnesia. _Mangresia._
  Maliaco seno. _Golfo di Ziton._
  Mantinea. _Marasona._
  Massiglia, città della Provenza. _Marsiglia._
  Meandro, fiume. _Madres._
  Meciberna. _Meciperna._
  Megalopoli, patria di Polibio istorico. _Londario._
  Megara di Grecia, ritiene l’antico nome; altri però _Isola
    delle Sirene_ l’appellano.
  Megara di Megaride. _Megra._
  Megara di Sicilia. _Augusta_, quasi affatto distrutta.
  Melana, fiume. _La Mela._
  Melo, isola. _Millo._
  Mendesia, bocca del Nilo. _Mignon._
  Menfi, città dell’Egitto. _Menchis_ o _Milzir_.
  Messana, già Zanda o Zanclea, poi Messene, città di Sicilia.
    _Messina._
  Messenia. Mattaia, _Mosseniga_ e _Nisin_.
  Messenico, seno. _Golfo di Coron._
  Metaponto, città d’Italia; dicesi esser distrutta, ed in quel
    luogo essere stata edificata _Manfredonia_ dal re Manfredi
    di Napoli.
  Metinna, città di Lesbo. _Metelino._
  Metone, _Modon._
  Micale, promontorio. _Pontamica._
  Micone, una delle isole Cicladi. _Micole._
  Migdonia, provincia della Macedonia, nella quale fra le altre città
    sonovi le seguenti: Calindea. _Coiogna._ Fische. _Fisco._
    Terpillo. _Vitolie._ Apollonia. _Pella._ Lette. _Letta._
  Milesi, popoli. Quei di _Melasso_.
  Mileto. _Melasso._
  Milia, fiume in Sicilia. _Fiume di S. Giuliano._
  Milo, isola; una delle Cicladi. _Melo._
  Minia, isola nel mar Mirtoo. _Mandria._
  Minoa, isola dirimpetto a Megara. _Minolo._
  Mitilene. _Metelino._
  Molossi, popolo dell’Epiro. _Albanesi._


N

  Nasso, isola. _Nicsia._
  Naupatto. _Lepanto._
  Nerico, luogo di _Leucade_.
  Nesto, fiume. _Zetina._
  Nico, fiume, ritiene l’antico nome.
  Nino o Ninive, _Mesul_, distrutta in parte.
  Nisca, porto. _Nisea._
  Nissea; _Saline_.
  Novevie; in questo luogo fu poi edificata Amfipoli.
  Nozio, terra dei Colofonii.


O

  Oasi. _Gademà_, secondo il Zieglero.
  Odomanti, popoli della Tracia, oggi _Romania_.
  Odrisi, popoli della Tracia, oggi Romania.
  Oeneo. _Cideriso_ e _Cavocumano_.
  Olimpia. _Castel Laregamio._
  Olimpo, monte. _Laca._
  Olinto, città distrutta; era fra il monte Alo e Pallene.
  Oreo, città della Misia superiore. _Loreo e Jorce._
  Oropo. _Sucamino._
  Ortigia, isola vicina a Siracusa in Sicilia; alcuni vogliono che
    sia l’istessa che Nasso.
  Ossa, monte. _Zaresso monte_, o _monte Cassovio_.


P

  Palensi, popoli dell’isola di Cefalonia.
  Palis, città di Cefalonia. _Palichi._
  Pallene. _Canistro._
  Pangeo, monte. _Malaca_ e _Castagna_.
  Panormo, porto della Grecia. _Porto Stellar._
  Panormo, porto e città di Calcidica. _Macri._
  Panormo, porto del mare Egeo. _Raffei._
  Panormo, città di Sicilia. _Palermo._
  Pantagià, fiume in Sicilia. _Milicello._
  Pario, isola, o Paro. _Pario._
  Parnasso, monte. _Lacura._
  Pasage. _Il Volo._
  Patra, città. _Patrasso._
  Pattia, città in Ponto. _Panindo._
  Pega, città, _Armiro._
  Pega. _Livadostro._
  Pelasgico, seno. _Golfo d’Armiro._
  Pellene. _Tarco._
  Peloponneso. _La Morea._
  Peloro, promontorio di Sicilia, _C. Del faro_.
  Peneo, fiume. _Asambla._
  Pepareto, isola e città. _Opula._
  Perinto in Tracia. _Eraclea._
  Pidna di Macedonia. _Palatan._
  Pilo. _Il Zonchio_; altri dicono _Navarino Vecchio_.
  Pindo, monte. _Acroceraunia._
  Pireo, porto d’Atene. _Porto Lione_, ed anche ancora _Pireo_.
  Pirra. _Demonare._
  Pitana, città. _S. Zorzi._
  Pittia, isoletta. _S. Vido._
  Plemmirio, promontorio di Sicilia presso Siracusa. _Capo Masso._
    _Olivieri._
  Polidea. _Cassandria._
  Ponto Eusino. _Mar Maggiore._ Region d’Asia, _Sarcum._
  Prasia. _Ciparisi._
  Priene. _Palazia._
  Propontide. _Mare di Costantinopoli._
  Prosopitide, isola dell’Egitto. _Gezat ed Eddehb._
  Prote, isola deserta. _Prodena._
  Psitalea; isola. _Lipsoco._


R

  Reggio, città di Calabria. _Reggio_ oggi pure.
  Rena o Renia, isola. _Fermenia._
  Renone. _Cataro._
  Rezio, ove comincia l’Ellesponto, oggi _Braccio di S. Giorgio_.
  Rodi, isola, ritiene il nome.
  Rodope, monte. _Monte Valizza._


S

  Salamina, città nell’isola di Cipro. _Le Saline_, altri
    vogliono che fosse ove è _Famagosta_.
  Salamina, isola. _Isola d’Elbena_ e _Costanza_ dal Sofiano.
  Samo, isola, ritiene lo stesso nome.
  Saronico, seno. _Golfo d’Engia._
  Sciato. _Sfiato_ o _Schiatti_.
  Scilleo, promontorio. _Caposcilli._
  Sciona. _Basilica._
  Sciro, isola, ritiene l’antico nome.
  Scodra, città. _Scutari._
  Seno Ambracio. _Golfo dell’Arta_, altri dicono _Quei della
    Prevesa_.
  Seno Euboico. _Golfo di Negroponte._
  Sepia o Sepiade, promontorio. _Capo Monestier._
  Serifo. _Serfino._
  Sesto, città. _Sesto_ oggi pure, ed anche uno de’ _Dardanelli_.
  Sfatteria. Sfragia. _Isole di Sapienza._
  Sibota, porto. _Cività Porto._ Tucidide dice isola.
  Sica, città di Sicilia. _Tica._
  Sicione, città. _Vasilica._
  Sidone. _Saito._
  Sifa, nel golfo Crisseo.
  Sigeo. _Capo di Giannizzari._
  Silacio, città in Sicilia. _Scillazio._
  Sinope. _Sinopi_ e _Sinade_.
  Siracusa in Sicilia. _Saragosa._
  Stagiro, città. _Vussie_, _Stelar_ dal Negri. _Libanova_
    dal Baudrand e _Macri_ dal Nicetta.
  Strimone, fiume. _Stromona._
  Strofadi, isole. _Le Strivali._
  Sunio, promontorio. _Capo di Colombi._


T

  Taigeta, monte. _Monte Elicona_ dalla parte di Misitrà chiamato
    _Vovinitis Misitras_; e da quella di Maina _Vovtritisportais_.
  Tanagra. _Talandi._ _Anattoria_ da altri.
  Tarento, città di Calabria. _Taranto._
  Tasso, isola, ritiene il nome.
  Tasso in Sicilia, era nell’isola ora detta _Isola dei Magnesi_.
  Taulanti, popoli. _Quei di Durazzo_, _di Apotini_ e _della
    Valona_.
  Tauromini in Sicilia. _Tauromina._
  Tea o Teos, nel mare Icario. _Porto Suosoro._
  Tebe di Fiziotide. _Ziton._
  Tebe di Beozia. _Stibes_ e _Polimandria_.
  Tegea. _Muchli._
  Tenaria, promontorio. _Capo Maina_ ed altri _Capo Matapan_.
  Tenaro. _Maina._
  Tenaro. _Cercapoli._
  Tenaro. _Porto Lione._
  Tenedo, isola, ritiene il nome.
  Tera, città dell’Acaia. _Calesse._
  Tera, isola, una delle Cicladi. _Gozi._
  Teria o Eleutteria, fiume in Sicilia. _Apontecotto_, fiume.
  Termaico, seno. _Golfo di Salonichi._
  Terme, città, poi Tessalonica. _Salonichi._
  Termodoonte, fiume. _Pormon._
  Termopile, passo. _Bocca di Lupo._
  Tespia, città poco lontana dall’Istmo di Corinto.
  Tessaglia. _Tumenestia._
  Tessalonica, oggi _Salonichi_.
  Teutrania. _Tripoli._
  Tiganusa, isola. _Capria_ o _Caura_.
  Tirea. _Burdugna._
  Tirreni, popoli d’Italia. _Toscani._
  Tirreno, mare. _Mar di Toscana._
  Tirso, nel monte Ato.
  Tracia. _Romania Propria._
  Tracia. _Romania Bassa._
  Trapezunte. _Trebisonda._
  Trezene o Troezene. _Quei di Trezen._
  Trezene. _Possidonia._
  Triballi, popoli. _Servii_, _Russiani_ e _Bulgaresi_.
  Triopio, promontorio di Cnido. _Capo Chio._
  Troade, regione; era quel paese di Natolia, che guarda il mare per
    mezzo l’isola di Tenedo, ed oggi si contiene nella regione
    _Bescangil_.
  Troia, già Ilio. _Troia_, distrutta.
  Turia o Turio. _Cumestra._
  Turone. _Rampa._


V

  Veria. _Berroea._


Z

  Zacinto, isola. _Il Zante._
  Zancla o Zanclea, città di Sicilia. _Messina._




INDICE GENERALE

DELLE MATERIE CONTENUTE NELLE STORIE DI TUCIDIDE

(Il primo numero segue il libro, l’altro il paragrafo)


A

  Abdera, II, 7.

  Abido, VIII, 61, 62, 79, 102, 103, 104, 106, 107, 108.

  Abronico, figlio di Lisicle, I, 91.

  Acaia, nel Peloponneso, I, 5, 111, 115. II, 9, 66. III, 92.
    IV, 21, 78, 120. V, 2, 82. VII, 34. VIII, 3.

  Acamantide, tribù, IV, 118.

  Acanti, IV, 85, 88, 124.

  Acanto, città, IV, 84, 114, 120. V, 18.

  Acanto, lacedemone, V, 19, 24.

  Acarnani, loro costumi, I, 5 n. II, 81; fanno alleanza
    cogli Ateniesi, II, 7, 9, 68. VII, 57, attaccati dagli
    Ambracioti, II, 80, 83; eccellenti frombolieri, II, 81;
    domandano agli Ateniesi un generale parente di Formione,
    III, 7; accompagnano Demostene a Leucade, III, 94; vanno in
    soccorso d’Argo Amfilochico, III, 105; nominano Demostene
    generale della loro confederazione, III, 107; battono gli
    Ambracioti, III, 108; perseguitano i vinti in Idomene,
    III, 111; non vogliono avere gli Ateniesi per vicini, III,
    113; fanno la pace con Ambracia, III, 114; colonizzano
    Anactorio, IV, 40; fanno entrare quei d’Agria in alleanza
    con Atene, IV, 77; fanno vela per la Beozia con Demostene,
    IV, 79; forniscono Demostene di frombolieri per la
    spedizione di Sicilia, VII, 31, 60.

  Acarnania, II, 30, 68. III, 102, 106. IV, 2. VII, 31.

  Acarne, II, 10, 20, 21, 23.

  Accampamento degli Ateniesi presso Siracusa, VIII, 8.

  Acesine, fiume della Sicilia, IV, 25.

  Acheloo, fiume, II, 102. III, 106.

  Acheronte, fiume dell’Agro teaprotico, I, 46.

  Achille, I, 3.

  Acqua sacra di Delo, IV, 97. VI, 106.

  Acra, città, VI, 5.

  Acrea, rupe, VII, 78.

  Acrotoo, città, IV, 109.

  Acte, provincia, e sue città, IV, 109.

  Actee città, IV, 52.

  Adimanto, I, 60.

  Admeto, re dei Molossi, I, 186.

  Afitide, I, 64.

  Afrodisia, IV, 56.

  Agatarchide, capitano de’ Corinti, II, 83.

  Agatarco, prefetto della flotta de’ Siracusani, VII, 25, 70.

  Agesandrida, volgarmente Egesandrida, VIII, 91, 94, 95.

  Agesandro, ambasciadore dei Lacedemoni, I, 139, padre di
    Agesandrida, volgarmente Egesandro, VIII, 91.

  Agesippida, lacedemone, V, 56.

  Agide, figlio d’Archidamo, re de’ Lacedemoni, III, 89. IV, 6.
    V, 24, 54, 57, 58 seg., 83. VII, 19. VIII, 12, 35, 45, 70,
    71.

  Agnone, mandato in aiuto a Pericle contro Samo, I, 117. II,
    58, 95. IV, 102. V, 11. VIII, 68.

  Agraga, città, e fiume, VI, 4.

  Agrei (territorio degli), II, 102. III, 108, 111, 113, 114.
    IV, 77, 101.

  Agriani, II, 96.

  Agrigento, V, 4. VI, 4. VII, 50, 58.

  Aimnesto, padre di Lacone, III, 52.

  Alaci, VII, 32.

  Aliarti, IV, 93.

  Alcamene, figlio di Stenelaida, VIII, 5.

  Alceo, arconte di Atene, V, 19.

  Alcibiade, nome spartano. VIII, 6; — Alcibiade figlio di
    Clinia; particolari intorno ai principii della sua vita
    politica, V, 43, 45, e seg.; sue spedizioni militari
    (Peloponneso, Argo), V, 52, 84; scelto per la spedizione
    di Sicilia; suo discorso, VI, 8, 15, 16; opinione di
    Nicia sul suo conto; reciproche inimicizie, VI, 12, 15;
    suo carattere, sue prodigalità, accuse attribuitegli, VI,
    12, 15, 16, 28, 29, 53, 61; è mandato in Sicilia, ciò che
    egli pensa di questa guerra, VI, 29, 48; è richiamato per
    giustificarsi, ibid., 53, 61; suo esilio, sua condanna,
    ibid., 61; va a Sparta, eccita alla guerra contro gli
    Ateniesi, ibid., 88, 89; provoca e comanda la spedizione:
    di Chio, VIII, 6, 11, 14, 17, 26; suo soggiorno appo
    Tissaferne, VIII, 45, 46, 47, 50, 51, 52; è richiamato
    dall’esilio, sua condotta, VIII, 81, 82, 86, 88, 97,108.

  Alcida, ammiraglio de’ Lacedemoni, III, 16.

  Alcifrone, ospite dei Lacedemoni, V, 59.

  Alcinada, o Alcinida, lacedemone, V, 19, 24.

  Alcini, o tempio d’Alcino, III, 70.

  Alcistene, padre di Demostene, III, 91. VII, 16.

  Alcmeone, figlio di Amfiarao, II, 102.

  Alcmeonidi, cacciano i Pisistrati da Atene, VI, 59.

  Alece, fiume, III, 99.

  Alessandro, padre di Perdicca, I, 57. II, 29, 99.

  Alessarco, duce dei Corintii, VII, 19.

  Alessicle, uno dei quattrocento, è incatenato, VIII, 92.

  Alicarnasso, VIII, 42, 108.

  Aliesi, I, 105. II, 56. IV, 45.

  Alis, fiume, I, 16.

  Alizia, VII, 31.

  Alleanza, I, 2, 67, 112, 115, 118. II, 29. III, 68, 114. V,
    15, 17, 31, 47. VIII, 17.

  Alleanze. Cerimonie che accompagnano, V, 47, 56; fra gli
    Spartani e gli Ateniesi, I, 112; altra alleanza, I, 115;
    sua rottura, I, 23. II, 2, 7; fra i Sitalei e gli Ateniesi,
    II, 29; fra gli Elei ed i Corintii, ecc., e gli Ateniesi,
    II, 29, 31, 46, 47; fra gli Argivi e i Lacedemoni, II, 76,
    77; fra Pausania ed i Plateesi, III, 68; fra gli Acarnani e
    gli Amfilochii, III, 114; fra i Lacedemoni e gli Argivi, V,
    15; fra gli Ateniesi ed i Lacedemoni, V, 17; sua formola,
    V, 18; sua rottura, ibid., 25; altra alleanza fra gli
    stessi, V, 22, 23; fra Tissaferne ed i Lacedemoni, VIII,
    17, 18, 36, 37, 57, 58.

  Almopia, Almopi, II, 90.

  Alope, II, 26.

  Amassito, VIII, 101.

  Amatunta, VIII, 101.

  Ambasciatori, I, 126. II, 7, 12, 67. III, 72.

  Ambracia, I, 26, 27, 29, 46, 55, 68. II, 9, 68, 80. III, 69,
    102, 108. IV, 42. VI, 104. VIII, 106.

  Amfia, figlio di Eupaide, IV, 119.

  Amfiarao, padre d’Amfioco, II, 68.

  Amfidoro, padre di Menecrate, IV, 119.

  Amfilochia, II, 68, 102. III, 102, 105, 107, 108, 112.

  Amfipoli, città, una volta la città delle nove vie, IV, 101,
    132. V, 6, 10, 11, 18, 21, 35, 46, 83. VII, 9.

  Amfissei, III, 101.

  Amiolco, tempio d’Apolline, V, 18.

  Aminia, IV, 132.

  Aminiade, figlio di Filemone, II, 67.

  Aminocle, costruttore di navi di Corinto, I, 13.

  Aminto, figlio di Filippo, II, 95, 100.

  Amirteo, re delle paludi d’Egitto, I, 110.

  Ammea, figlio di Corebo. III, 22.

  Ammiragli lacedemoni. II, 80.

  Ampelide, V, 22.

  Anaceo, tempio di Castore e Polluce in Atene, VIII, 93.

  Anapo, fiume d’Acarnania, II, 82. VI, 66, 96. VII, 42, 78.

  Anassandro tebano, VIII, 100.

  Anasaila, tiranno de’ Reggini, VI, 5.

  Anattorio, castello, I, 55, 46. II, 9, 80, 81. III, 114. IV,
    49. V, 30. VII, 31.

  Andocide, figlio di Leogoro, ammiraglio degli Ateniesi, I, 51.

  Andocrate (tempio di), III, 24.

  Andro (isola di), II, 55. IV, 42, 88, 103, 104. VII, 57.
    VIII, 69.

  Androcle, validissimo sostenitore del governo popolare, VIII,
    65.

  Andromede, o Andromene, ambasciatore dei Lacedemoni, V, 42.

  Androstene, Arcade, ai giuochi olimpici, V, 49.

  Anea, III, 82. IV, 75. VIII, 19, 61.

  Aneristo, ambasciatore dei Lacedemoni, II, 67.

  Antandro, città, IV, 52, 57. VIII, 108, 109.

  Antemo, II, 99.

  Antene, castello sul territorio cinurio, V, 41.

  Antesterione, II, 15.

  Anticle, duce della flotta degli Ateniesi, I, 117.

  Antifemo, fondatore di Gela, VI, 4.

  Antifonte, dicitore eloquentissimo, VIII, 68, 90.

  Antigene, padre di Socrate, II, 23.

  Antimenida, lacedemone, V, 42.

  Antimnesto, padre di Ierofonte, III, 105.

  Antioco, re degli Orestii, II, 80.

  Antippo, lacedemone, V, 19.

  Antissa, città di Lesbo, III, 19.

  Antistene, spartiate, VIII, 39, 61.

  Apidano, fiume della Tessaglia, IV, 78.

  Apodoti, popolo etolico. III, 94.

  Apollo. Suoi altari, suoi tempii, I. 29. II, 15, 91, 102.
    III, 3, 94, 104. IV, 90. V, 47. VI, 3. 54, 99; VII, 26; sue
    feste, III, 3; contrade che gli sono dedicate, I, 13. III,
    104; Apollo Pitia, V, 33.

  Apollodoro, padre di Caricle, VII, 20.

  Apollonia, colonia di Corinto, I, 26.

  Ara di Apollo Archegeta. I, 126. III, 81. IV, 98. V, 50. VI,
    3, 54. VIII, 84.

  Arcadia (gli abitanti di) — non si mutarono, I, 2. III, 34,
    94. V, 29, 31. VI, 2.

  Arcesilao, padre di Lira, V, 50, 76. VIII, 39.

  Archedice, figlia di Ippia, VI, 59.

  Archelao, figliuolo di Perdicca e sue imprese. II, 100.

  Archestrato, figlio di Licomede, I, 57. VIII, 74.

  Archetimo, figlio di Euritimo, I, 29.

  Archia, Camarinese. Archia di Corinto, uno degli Eraclesi
    fondatore di Siracusa, IV, 25. VI, 3.

  Archidamo, figlio di Zeusidamo, re dei Lacedemoni, I, 79, 80.
    II, 10, 71. III, 1, 89. V, 34.

  Arconida, regnante in Sicilia, amico degli Ateniesi, VII, 1.

  Arconti (nove), loro podestà, I, 126. I, 93. II, 2. V, 19,
    25. VI, 54.

  Arginusse (continente). VIII, 101.

  Argilo (città di), I, 132. V, 6, 18.

  Argino, VIII, 84.

  Argivi. Valore di questo nome presso Omero I, 3; nemici dei
    Lacedemoni, I, 102; soccorrono gli Ateniesi, I, 107; della
    tregua di trenta anni fra loro e i Lacedemoni, V, 14;
    guerra contro Lacedemone, ed alleanze, V, 14, 27, 28, 29,
    31, 36, 37, 41, 44 e seg.;loro governo popolare, V, 44;
    loro magistrati, V, 47; alleanza con Atene, ibid.; loro
    organizzazione militare, V, 59, 72. VII, 44; soccorrono gli
    Eleni, V, 50; guerra contro Epidauro, V, 53; guerra contro
    Sparta, V, 57, 59, e seg.; 61, 64, 73, 76, 77; il popolo
    distrugge l’oligarchia, V, 82; rinnuovamento della guerra
    con Lacedemone, V, 84, 115, 116. VI, 7; prendono parte
    alla spedizione di Sicilia, VI, 67, 70, 100. VII, 44, 58;
    vinti da’ Milesii, VIII, 25; promettono soccorsi all’armata
    ateniese di Samo, VIII, 86.

  Ariantide, figlio di Lisimachida, IV, 91.

  Arifronte, padre d’Ippocrate, IV, 66.

  Aristagora, milesio, IV, 102.

  Aristarco, nemico del popolo, VIII, 90, 92.

  Aristeo, figliuolo di Pellico, I, 29. II, 67. IV, 132.

  Aristide, figlio di Lisimaco, I, 91, 96. IV, 50. V, 18.

  Aristocle, fratello di Plistoanatte, re dei Lacedemoni, V,
    16, 71.

  Aristoclide, padre di Eliodoro, II, 70.

  Aristocrate, ateniese, V, 19, 24. VIII, 9, 89.

  Aristofone, ambasciatore dei 400, VIII, 86.

  Aristogitonte, cittadino ateniese, I, 20. VI, 54.

  Aristone, figlio di Pirrico, buon governatore di navi, VII,
    39.

  Aristonimo di Corinto, padre di Eufamida. II, 33. IV, 119,
    122.

  Aristoneo di Larissa, fondatore d’Agrigento, II, 22. VI, 4.

  Aristotele, figlio di Timocrate, III, 105.

  Armodio, I, 20. VI, 54.

  Armoge, figlio bastardo di Pissutne, si ribella al re dei
    Persiani, VIII, 5, 19.

  Arne, posta nella Calcidica, IV, 103.

  Arnè, città della Tessaglia, I, 12.

  Arnissa, castello nella Macedonia, IV, 128.

  Arriana, VIII, 104.

  Arribeo, re dei Linceati, IV, 79.

  Aria, principe dei Japigii, VII, 33.

  Artabazo, figlio di Farnace, I, 129.

  Artaferne, persiano, IV, 50.

  Artaserse, I, 104, 137. IV, 50. VIII, 5.

  Artemisio, e pugna quivi accaduta, III, 54.

  Artini (gli), magistrati degli Argivi, V, 47.

  Arturo (nascer di). II, 78.

  Asia, II, 97.

  Asina, IV, 13.

  Asopio, padre di Formione, I, 64. III, 7.

  Asopo, fiume, II, 5.

  Asopolao, padre di Astimaco, III, 52.

  Aspendo, VIII, 81, 87, 88, 93, 108.

  Assinaro, fiume di Sicilia, VII, 84.

  Assiria, IV, 50.

  Astace, luogotenente di Tissaferne, VIII, 108.

  Astace, volgarmente mal detto Arsace, VIII, 108.

  Astaco, città dell’Acarnania, II, 30.

  Astimaco, figliuolo di Asopolao, III, 52.

  Astioco, ammiraglio dei Lacedemoni, VIII, 20, 23, 24, 26, 31,
    32, 33, 36, 38, 41, 42, 45, 50, 51.

  Atalanta, isola, II, 32, 100. III, 89. V, 18.

  Atenagora, accettissimo al popolo per la sua facondia, VI,
    35, 41. VIII, 6.

  Atene. Origine di sua grandezza, I, 2 e 98; accoglie gli
    stranieri, I, 2; sue colonie, I, 12; sua politica cogli
    alleati, I, 19; sua distruzione fatta dai Medi, I, 89;
    sue ricchezze, II, 13; sua circonferenza, sue mura, ecc.,
    ibid.; suoi tempii, II, 15, 38; sua popolazione, II, 17;
    elogio d’Atene, II, 40 e seg.; sua eleganza, II, 41; peste,
    II, 47 e seg.; suo governo da principio democratico, II,
    37; trasformato in oligarchia, VIII, 42, 63, 66, 68.

  Ateneo, figlio di Periclide, IV, 119, 122.

  Ateniesi. Loro carattere, loro costumi. I, 70, 80, 102. II,
    40. VII, 14, 48; depongono i primi le armi I, 6; amano i
    processi, I, 77; rendite e forze di terra e di mare, II,
    13; loro abitudini giornaliere, II, 87; festa funebre,
    II, 34 e 38; rendite che essi ricavano dal tribunali,
    VI, 91; loro attività, VI, 87; purificano Delo, I, 8.
    III, 104; fanno guerra contro gli Egineti, I, 14; formano
    una marina, I, 18; abbandonano la loro città per farsi
    uomini di mare, I, 18, 73, 74; loro dissensioni interne,
    I, 18; loro influenza sui popoli della Grecia, I, 19,
    76, 99. VI, 76; mandano soccorsi a Corfù, I, 44, e seg.;
    combattono la flotta di Corinto, I, 49; condizioni che essi
    impongono agli abitanti di Potidea, I, 56; loro guerra
    contro Perdicca, I, 59, 61; contro Corinto e Potidea, I,
    62, 64; i loro deputati rispondono ai Corintii, I, 72,
    73; fabbricano una cinta alla loro città, I, 89; loro
    guerra contro i Persi, I, 94; impongono tributi ai loro
    alleati, I, 96; loro durezza verso gli altri popoli, I,
    99 e n.; battono i Medi, I, 100; battono i Tasii, I, 101;
    cominciano i loro dissapori coi Lacedemoni, I, 102; mandano
    una colonia a Naupatto, I, 103; fanno una spedizione in
    Egitto, I, 104, 105; loro guerra con Corinto, Epidauro,
    Egina, Lacedemone, I, 104, 105; coi Beozii, i Locresi, i
    Lacedemoni, I, 107; devastano il Peloponneso, I, 108; sono
    cacciati dall’Egitto, I, 109, 110; loro spedizione contro
    Sicione, I, 111; fanno la pace con i Peloponnesi, I, 112;
    sono cacciati dalla Beozia, I, 113; fanno una spedizione
    nell’Eubea, I, 114; fanno un trattato coi Lacedemoni, I,
    115; loro spedizione contro Samo, I, 116, 117; tengono una
    assemblea per decidere della guerra col Peloponneso, I, 139
    e seguenti; particolari sulla forma del loro governo, loro
    maniera di vivere, II, 14, 15; loro territorio devastato
    da Archidamo, ciò ch’essi fanno in quest’occasione, II,
    20, 21, 22; mandano una flotta intorno al Peloponneso,
    II, 23; attaccano Metona, II, 25; loro spedizione nella
    Locride, II, 26; s’allegano con Sitalce, II, 29; prendono
    Solio, Astaco, ecc., II, 30; s’impadroniscono di Megara,
    II, 31; fortificano Atalanta, II, 32; ergono un monumento
    funebre a’ loro guerrieri, II, 34; sono flagellati dalla
    peste, II, 47 e seg.; mandano una flotta contro il
    Peloponneso, II, 56; assediano Potidea II, 58; s’irritano
    contro Pericle, II, 59, 65; s’impadroniscono dei legati
    di Lacedemone, II, 67 e seg.; prendono Potidea, II, 70;
    mandano navi a Naupatto, II, 69; ciò che essi dicono ai
    deputati plateesi, II, 73; loro guerra contro i Calcidesi,
    II, 79; diversi combattimenti ch’essi ingaggiano coi
    Peloponnesi, II, 83, 85 e seg.; 90 e seg.; mandano una
    flotta a Lesbo, III, 3; assediano e prendono Mitilene, III,
    6, 18, 27, 49; attaccano Minoa, III, 51; mandano navi in
    Sicilia, III, 86; sono afflitti da una nuova peste, III,
    87; attaccano le isole d’Eolo, III, 88; ciò ch’essi fanno
    in Sicilia, III, 90, 99, 103, 115; in Acarnania, III, 94;
    nel Peloponneso, III, 91; contro gli Etoli, III, 97, 98;
    mandano una flotta in Sicilia, IV, 2; occupano Pilo, IV,
    34; prendono Tione, IV, 7; avvenimenti diversi della loro
    guerra coi Lacedemoni, IV, 13, 14, 16, 23; combattono
    contro a’ Siracusani, IV, 25; assediano Sfatteria, IV,
    16; combattono contro i Lacedemoni, IV, 32, 33; attaccano
    Corinto, IV, 42 e seg.; prendono Anattorio, IV, 49; fanno
    distrurre le mura di Chio, IV, 51; occupano Citera, IV,
    53 e seg.; prendono Tirea, IV, 57; prendono Megara, 68; e
    Nisea, 69; riprendono Antandro, IV, 75; loro spedizione in
    Beozia, IV, 90, 96, 101; fanno una tregua coi Lacedemoni,
    IV, 117; prendono Menda, IV, 130; assediano Scione, IV,
    132; cacciano gli abitanti di Delo, V, 1; loro spedizione
    nella Tracia, V, 2; sono battuti da Brasida, domandano
    la pace, V, 10, 14; fanno un trattato coi Lacedemoni, V,
    18, 23; essi lo infrangono, V, 24, 43; prendono Scione,
    V, 32; fan lega cogli Argivi, V, 47; fanno una spedizione
    contro Melo, V, 84, 114, 116; in Sicilia, VI, 1, 6, 8,
    25, 31, 43, 46, 62, 63, 67, 70; fanno un’investigazione
    su un sacrilegio, VI, 53; ridomandano Alcibiade, VI,
    61; ricercano l’alleanza di Camarina, VI, 75; trattano
    un’alleanza coi Siculi e gli Etruschi, VI, 88 e seg.;
    combattono i Siracusani, VI, 97, 98, 101, 103; dichiarano
    guerra ai Lacedemoni, VI, 105; la loro flotta custodisce
    la Sicilia, VII, 5; fanno diversi armamenti, VII, 16, 20;
    rinviano i mercenarii traci, VII, 29; combattono i Corinti,
    VII, 34; ed i Siracusani, VII, 40, 41; sono battuti ad
    Epipole, VII, 43 e seg.; deliberano evacuare il territorio
    di Siracusa, VII, 47 e seg.; un’eclissi loro impedisce di
    partire, VII, 50; sono battuti dai Siracusani, disastro
    della loro armata, VII, 52, 53, 57, 60, 70, 71 e seg.;
    75, 80, 81, 87; costernazione ch’essi provano per questi
    disastri, VIII, 1, 2; attaccano e bloccano la flotta de’
    Peloponnesi, VIII, 10, 11; abbandonati da’ loro alleati
    fanno grandi armamenti, VIII, 13; loro spedizione contro
    Clazomene, VIII, 23; contro Chio, VIII, 24; contro Mileto,
    VIII, 30; sono battuti dai Peloponnesi, VIII, 42; cercano
    invano di allearsi con Tissaferne, VIII, 56; combattono
    contro gli abitanti di Chio, VIII, 61; perdono la libertà
    di cui godevano dopo l’espulsione dei tiranni, VIII, 68;
    intervengono alle lotte politiche dei Samii, VIII, 73; sono
    battuti dai Peloponnesi, VIII, 95, 96; ne trionfano in un
    combattimento navale, VIII, 104, 106.

  Atleti (gli), I, 6.

  Ato, monte, ove giaccia, IV, 109.

  Atramitteo, V, 1.

  Atreo, figlio di Pelope, fatto re dei Miceni da Euristeo, I,
    9.

  Attica, I, 2, 9, 114. II, 10, 15. V, 31, 36.

  Aulona, IV, 103.

  Autocarida, lacedemonio, v, 12.

  Autocle, figlio di Tolmeo, IV, 53.

  Axio, fiume, II, 99.

  Azio, I, 29, 30.


B

  Bacco, tempio di — nelle Limne, II, 15. III, 81.

  Barbari, il nome di — I, 3, 18. II, 68, 80. IV, 126.

  Battaglie nella guerra del Peloponneso, I, 13, 29, 62, 100,
    105, 108, 110, 117. II, 79, 81, 83. III, 77, 107. IV, 11,
    25, 34, 93, 134. V, 63, 74. VI, 67. VII, 22, 34, 44, 70.
    VIII, 25, 62, 104.

  Balto, duce dei Corinti, IV, 43.

  Beo, I, 107.

  Beotarchi, II, 2. IV, 91. V, 37.

  Beoti, confinanti coi Focesi, I, 2, 10, 107. II, 6, 9. III,
    54, 87, 95. IV, 72, 76, 93, 100, 118. V, 38, 39, 40, 46,
    64. VI, 61. VII, 19, 57. VIII, 45, 106.

  Berrea, I, 61.

  Bisaltia, II, 99. IV, 109.

  Bisanzio, I, 94.

  Bitini, Traci. IV, 75.

  Bolba, palude nel territorio migdonio, I, 58. IV, 103.

  Bolisso, VIII, 24.

  Bomiesi, III, 96.

  Borea, III, 23.

  Boriade Eurilane, III, 100.

  Bottia, I, 57, 58, 65. II, 79, 99, 100, 101.

  Brasida, figlio di Tellia, generale lacedemone, difende
    Metona, II, 25; consigliere di Cnemo, II, 85; esorta i suoi
    soldati, II, 86; devasta Salamina, II, 93; è il consigliere
    d’Alcida, III, 69, 76, 79; combatte a Pilo, IV, 11, 12;
    è ferito, ibid.; soccorre i Megaresi, IV, 70 e seg.; sue
    spedizioni contro gli Ateniesi, IV, 73; nella Tracia, IV,
    78; in Tessaglia, IV, 81, 103. V, 7; contro i Lincesti, IV,
    83; contro Acanto, IV, 84, 88; discorsi che egli pronuncia,
    IV, 85; sue spedizioni contro Amfipoli, III, 102, 108;
    contro Argila, IV, 103; contro Eione, 107; vedi ancora, IV,
    109, 112, 115 e seg.; 120, 121, 123, 124, 126, 127, 128,
    135. V, 6 e erg.; 8, 9, 16; sua morte, suoi funerali, V,
    10, 11; è onorato di una corona d’oro, IV, 121; Iloti, che
    hanno combattuto sotto a’ suoi ordini, dichiarati liberi,
    V, 34.

  Bricinnia, la rocca di — nel territorio leontino, V, 4.

  Brilesso, monte, II, 23.

  Bromero, padre d’Arribeo, IV, 83.

  Bromesco, IV, 103.

  Bucolione, castello, IV, 134.

  Budoro (fortezza di), II, 94. III, 51.

  Bufrade, IV, 118.


C

  Cacipari, fiume, VII, 80.

  Cadmei, poscia Beozia, I, 12.

  Caduceo, I, 29.

  Cagione della guerra del Peloponneso, I, 23.

  Calce, VIII, 41.

  Calcide, nome comune a molte città, I, 15, 57, 58, 62, 65,
    108. II, 70, 79, 83, 95. III, 86. IV, 7, 61, 64, 79, 81,
    100, 103, 109, 123. V, 3, 6, 10. VI, 3, 4, 5, 7, 76. VII,
    29, 57. VIII, 32.

  Calcideo, capitano della flotta dei Lacedemoni, VIII, 6.

  Calcieca Minerva, I, 128.

  Caleci, fiume, IV, 75.

  Calei, III, 101.

  Calidone, III, 102.

  Callia, padre di Callicrate, I, 29, 52, 61, 63. VI, 55.

  Calliade, I, 61.

  Callicrate, figlio di Callia, duce corintio, I, 29.

  Calliesi, III, 96.

  Calligeto, figlio di Leofonte, megarese, VIII, 6, 8, 39.

  Callimaco, figlio di Fanomaco, II, 70, figlio di Learco, II,
    67.

  Calliroe, fonte, II, 15.

  Camarina e Camarinei, VI, 5, 52, 78. VII, 58, 80.

  Camiro, VIII, 44.

  Canale del re de’ Persiani, IV, 109.

  Canastreo, IV, 110.

  Caoni, barbari. II, 68, 81.

  Capatone, padre di Prosseno, III, 103.

  Capitani degli Ateniesi, I, 57.

  Caradri, V, 60.

  Carcimo, figlio di Zenotimo, II, 23.

  Cardamila, VIII, 24.

  Careade, figlio di Eufileto, III, 86.

  Caria, I, 8, 106. II, 9, 69. III, 88. VIII, 5, 85.

  Caribdi, IV, 24.

  Caricle, figlio di Apollodoro, VII, 20, 26.

  Carii, V, 55.

  Caristi, vinti dagli Ateniesi, I, 98. IV, 42. VII, 57. VIII,
    69.

  Carmino, duce degli Ateniesi, VIII, 30.

  Carnei, giorni festivi pei Lacedemoni, V, 54.

  Carteria, territorio dei Focesi, VIII.

  Cascino, fiume, III, 103.

  Casmene, fondata dai Siracusani, VI, 5.

  Catania, VI, 20, 64, 98. VII, 14, 49, 60, 80, 85.

  Caulonia, VII, 25.

  Cauno, I, 116. VIII, 39, 41, 42, 57, 88, 108.

  Cave siracusane, VII, 86, 87.

  Ceade, I, 134.

  Cecalo, padre di Nicase, IV, 119.

  Cecrifalea, I, 105.

  Cecrope, re degli Ateniesi.

  Cecropia, II, 19.

  Cefallenia, II, 9, 30, 33, 80. III, 94. VII, 31.

  Cei, VII, 57.

  Ceneo, promontorio d’Eubea, III, 93.

  Cenerea, IV, 42. VIII, 10, 20, 23.

  Centoripa, castello dei Siciliani, VI, 94.

  Ceramico, VI, 57.

  Cercina, monte disabitato, II, 98.

  Cerdilio, V, 6.

  Cerici, VIII, 53.

  Cestrine, I, 46.

  Cheniche (ogni Lacedemone riceveva due) attiche, IV, 16.

  Cheradi, isole della Japigia, VII, 33.

  Cherea, figlio di Archestrato, VIII, 74, 86.

  Cheronea, I, 118. IV, 76, 89.

  Chersoneso di Tracia, I, 11. IV, 42, 45. VIII, 99, 102, 104.

  Chimerio, I, 30, 46.

  Chio, III, 32, 104. VI, 85. VIII, 15, 22, 40.

  Chione, Lacedemone, V, 19, 24.

  Cicladi, isole, nome e numero delle medesime, I, 4, 12.

  Ciclopi, VI, 2.

  Cidonia, II, 65.

  Cilici, vinti in battaglia dagli Ateniesi, I, 112.

  Cillene, arsenale degli Elei, I, 80. II, 84, 86. III, 69.

  Cilone, I, 126.

  Cimone, padre di Lacedemonio, I, 45.

  Cimone, figlio di Milziade, I, 98, 102, 108, 112.

  Cinete, figliuolo di Teolito, II, 102.

  Cinossema, promontorio, VIII, 104, 105.

  Cinurio, territorio, IV, 56. V, 41.

  Cipro, I, 94, 104, 112, 128.

  Cipsela, V, 93.

  Cirene, Cirenei, I, 110. VII, 50.

  Ciro, primo re de’ Persiani, padre di Cambise, I, 13. II, 65.

  Cirro, II, 100.

  Citera, isola. IV, 53, 54. V, 14, 18. VII, 26, 47, 57.

  Citerone, II, 75. III, 24.

  Citinio, I, 107.

  Cizico, Timagora ciziceno, VIII, 6, 39, 107.

  Claro, III, 33.

  Clazomene, VIII, 14.

  Cleandrida, padre di Gilippo, VI, 93.

  Clearco, figlio di Ramfia, VIII, 3, 39, 80.

  Clearida, figlio di Cleonimo, IV, 132. V, 6, 8, 10.

  Cleippide, figlio di Dinia, III, 3, 7.

  Cleobolo, eforo lacedemone, I, 126. III, 26.

  Cleombroto, padre di Pausania, I, 94, 107. II, 71.

  Cleomede, figlio di Licomede, V, 34.

  Cleomene, Lacedemone, I, 126. III, 26.

  Cleone, figlio di Cleenete, III, 36 e n.; accusa Pericle, II,
    65 e n.; suo carattere, sua eloquenza, suo orgoglio, IV,
    21, 22, 27 e seg. V, 7; suo discorso contro Diodoto, III,
    37 e seg.; fa mettere a morte gli autori della defezione di
    Mitilene, III, 50; suo ruolo in Atene, IV, 21, 22, 27; sue
    spedizioni, IV, 28, 30 a 41. V, 2 e seg.; 10; sua morte,
    ibid.; perchè egli era nemico della pace.

  Cleone, città, IV, 109. V, 67. VI, 95.

  Cleonimo, padre di Clarida, IV, 132.

  Cleopompo, figlio di Clinia, II, 26, 58.

  Cleruchi, III, 50. VII, 37.

  Clipei, IV, 9, 12, 96. VII, 82.

  Cnemo, Spartiata, II, 66.

  Cnide, V, 51.

  Cnido, III, 88. VIII, 35, 41, 42, 43, 44, 52, 109.

  Colofone, III, 34. V, 2.

  Colonie. Come si fondassero, I, 24, 27; loro rapporti colle
    metropoli, I, 23, 34, 38. III, 34. VI, 45; festa in onore
    del fondatore, V, 11; colonie lacedemonie, I, 12.

  Colono, tempio di Nettuno, VIII, 67.

  Combattimenti. I più antichi combattimenti navali fra i
    Corfuotti ed i Corinti, I, 13; altro fra gli stessi, I,
    29; altro, I, 40; il più gran combattimento navale fino
    alla guerra del Peloponneso, I, 50; fra gli Ateniesi ed
    i Corinti; I, 62 e seg.; 105.; II, 83 e seg., fra gli
    Ateniesi ed i Persiani, I, 100; fra gli Ateniesi ed i
    Tasli, I, 100; fra gli Ateniesi ed i Peloponnesi I, 100,
    105. II, 83 e seg.; 90 e seg.; VIII, 104 e seg.; fra gli
    Ateniesi e gli Eginoti, I, 105; fra gli Ateniesi ed i
    Lacedemoni, I, 108. IV, 11 e seg.; fra gli Ateniesi ed i
    Fenicii, 1,110; fra gli Ateniesi ed i Beozii, I, 108, 113.
    IV, 93 e seg.; fra gli Ateniesi ed i Samii, I, 117; fra gli
    Ateniesi ed i Calcidiesi, II, 79; fra Caoni e gli Stratii,
    II, 81; fra gli Ateniesi e i Corfuotti, III, 77 e seg.; fra
    gli Ambracioti e gli Acarnani, III, 107 e seg.; 112; fra
    gli Ateniesi ed i Siracusani, IV, 25. VI, 67 e seg.; VII,
    22 e seg.; 38 e seg.; 43 e seg.; 52 e seg.; 70 e seg.; 79;
    fra i Mantineesi ed i Tegeati, IV, 134; fra i Lacedemoni e
    gli Argivi, V, 65, 74; fra gli Ateniesi ed i Milesii, VIII,
    25; fra gli Ateniesi e Chio, VIII, 62.

  Co Meropide, VIII, 41.

  Copeesi, IV, 93.

  Corebo, padre di Ammea, III, 22.

  Corfù, metropoli d’Epidamno, I, 24; suoi primi abitanti,
    dettagli geografici, I, 25, 36, 37, 44, 46, 68; sue guerre
    contro Epidamno, I, 26; contro Corinto, I, 29, 48, e seg.;
    contro la flotta del Peloponneso, III, 71, e seg.; si
    collega cogli Ateniesi, I, 31, 32, 45. II, 7, 9. VII, 57;
    ben trattata da Temistocle, I, 136; suo stato politico,
    III, 70 e seg.; 81 e seg.; arringa dei Corfuotti ad Atene,
    I, 81; soccorrono gli Ateniesi nella guerra di Siracusa,
    VII, 57.

  Corico, VIII, 14.

  Corifasio, IV, 3.

  Corinto. Primi tempi di questa città, I, 13; Corinti alleati
    d’Epidamno, I, 25, 26; guerre ch’essi sostengono contro
    Corfù, I, 26, 27, 29, 30, 31; e gli Ateniesi, I, 47, 48,
    49, 50, 51; contro gli Ateniesi, I, 62, 103, 105, 106.
    II, 84. IV, 43 e seg.; sue alleanze, I, 30, 60. V, 31.
    VI, 93. VII, 17 e seg.; discorso dei Corinti, I, 37, 68,
    120; domandano la morte di Nicia, VII, 86; rifiutano di
    soccorrere Lesbo, VIII, 32; attaccano Enoe, VIII, 98.

  Coronea, I, 113. III, 62, 67. IV, 92, 93.

  Coronte, II, 102.

  Cotirta, volgarmente Cortita, IV, 56.

  Cranii di Cefallenia, II, 30, 33. V, 35, 56.

  Cranonii, II, 22.

  Cratemene, fondatore di Zancle, VI, 4.

  Cratesicle, padre di Trasimelida, IV, 11.

  Creso, I, 16.

  Crestonia, nazione crestonica, II, 99, 100. IV, 109.

  Creta, II, 9, 85. VI, 4, 25, 43. VII, 57.

  Criseo, golfo, I, 107. II, 69.

  Crisi, sacerdote di Giunone in Argo, II, 2, 33. IV, 133.

  Crisippo, figlio di Pelope, I, 9.

  Crocilio, III, 96.

  Crommione, IV, 42, 44, 45.

  Cromone messenio, III, 98.

  Cropia, volgarmente Cecropia, II, 19.

  Crotoniate (paese dei) e Crotoniati, VII, 35.

  Crusi (paese de’), II, 79.

  Cuma d’Eolide, III, 31. VI, 4. VIII, 22, 31, 100, 101.


D

  Dafno, VIII, 23, 31.

  Daimaco, padre di Eumolpida, III, 20.

  Daito, Lacedemone, V, 19, 24.

  Damageto, Lacedemone. V, 19, 24.

  Damagone, Lacedemone, III, 92.

  Damotino, figlio di Naucrate, IV, 119.

  Dardano, VIII, 108.

  Dario, re dei Persiani, succede a Cambise, I, 14. IV, 102.
    VI, 59. VIII, 5, 18, 37, 58.

  Dascilite, provincia, I, 129.

  Dascone, fondatore di Camarina, VI, 5.

  Dascone, golfo, VI, 66.

  Daulia, città nel territorio focese, II, 29.

  Daulio, uccello, II, 29.

  Decelea, nell’Attica, VI, 91, 93. VII, 18, 19, 20, 27, 28.
    VIII, 3, 69, 70.

  Dei, II, 71, 74. III, 50, 59. IV, 87. V, 104. VI, 54.

  Delfinio, VIII, 38, 40.

  Delfo, I, 112, 121. IV, 134. V, 16.

  Delio, tempio di Apolline nel territorio tanagreo, IV, 76,
    89, 90. V, 14, 15.

  Delo, I, 8, 9. II, 8. III, 29, 104. VI, 32. VIII, 77, 80, 86.

  Demarato, Ateniese, VI, 105.

  Demarco, Siracusano, VIII, 85.

  Demea, padre di Filocrate, V, 116.

  Demiurgi, I, 56.

  Democrazia (giudizio sulla), VI, 89. II, 37; sua caduta in
    Atene, VIII, 47, 63 e seg.; ad Argo, V, 81; a Megara, IV,
    71; è ristabilita in Atene, VIII, 73 e seg.; 89 e seg.;
    ristabilita in Argo, V, 82.

  Demodoco, duce degli Ateniesi, IV, 75.

  Demostene, figlio di Alcistene, III, 91, 114. IV, 2, 3. V,
    80. VII, 116.

  Demotele, IV, 25.

  Deputati inviati al re di Persia dai due partiti, II, 7;
    dei Lacedemoni presi dagli Ateniesi e messi a morte, II,
    67; i deputati corfuotti sono posti in prigione, III, 72;
    deputato d’Archidamo non ammesso in Atene, II, 12; gli
    Ateniesi ed i Lacedemoni s’inviano mutualmente deputati, I,
    126.

  Dercilida, Spartano, VIII, 61.

  Derda, I, 57.

  Deucalione, padre di Elleno, I, 3.

  Diacrito, padre di Melesippo, II, 12.

  Diagora, padre di Dorico, VIII, 35.

  Diana Efesia, III, 104. VIII, 109.

  Diasia, festa di Giove Milichio, I, 136.

  Didima, isola, III, 88.

  Diemporo, figlio di Onetoride, II, 2.

  Difilo, duce degli Ateniesi, VII, 34.

  Dii, II, 96. VII, 27.

  Dime, castello dell’Acaja, II, 84.

  Dinia, padre di Cleippida, III, 3.

  Diniada, VIII, 22.

  Dio, castello di Macedonia, IV, 7, 8, 109. V, 82.

  Diodoto, figlio di Eucrate, III, 41.

  Diomedonte, duce degli Ateniesi, VIII, 19, 20.

  Diomilo Andrio, VI, 96.

  Diotimo, figlio di Strombico, I, 45. VIII, 15.

  Diotrefe, padre di Nicostrato, III, 75. IV, 53, 119. VII, 29.
    VIII, 64.

  Dittidiesi, prendono Tisso, V, 35. V, 82.

  Dobero, città peonica, II, 98.

  Dolopia, I, 98. II, 112. V, 51.

  Dominio del mare, I, 14.

  Dorci, Lacedemone, I, 95.

  Dorico statere, VIII, 28.

  Dorico, figlio di Diagora, III, 8. VIII, 35.

  Dorii, I, 12, 107. II, 9. III, 92, 112. IV, 61. V, 9, 54. VI,
    4, 5, 77, 80, 82. VII, 5, 56. VIII, 25.

  Doro tessalo, IV, 78.

  Drabesio Edonica, I, 99.

  Dracma attica, I, 27. V, 47. VIII, 29.

  Drimussa, isola dirimpetto a Clazomene, VIII, 31.

  Driocesala, III, 24.

  Driope, VII, 57.

  Droi, popoli traci. II, 101.


E

  Eantesi, III, 101.

  Eantide, tiranno di Lampsaco, VI, 59.

  Ebro, fiume, II, 96.

  Echecratide, re de’ Tessali, I, 111.

  Echemitide, padre di Tauro, IV, 119.

  Echinadi, isole, II, 102.

  Ecclissi di luna, II, 7, 28, 50.

  Ecclissi di sole, I, 23. II, 28. IV, 52; di luna, VII, 50.

  Ecrito, spartano, VII, 19.

  Edoni, I, 100.

  Efeso, III, 32, 33. IV, 50. VIII, 19.

  Efira, città della Trespotide, I, 46.

  Efori lacedemoni, I, 85, 87, 131, 133, 134. II, 2. V, 10, 19,
    36, 88. VIII, 6, 58.

  Egalei monti, II, 19.

  Egeo mare, I, 98.

  Egesandro, padre di Epitelida, IV, 132. VIII, 19.

  Egesippida lacedemone, V, 52.

  Egesta, VI, 2, 6, 8, 13, 62.

  Egina ed Egineti, I, 14, 41, 139, 140. II, 31. III, 72. V,
    47, 53. VI, 32. VII, 20, 26. VIII, 69, 92.

  Egitio, III, 97.

  Egitto ed Egizii, I, 130. VIII, 35.

  Einadi, I, 111. II, 82, 102. III, 7, 94, 114. IV, 77.

  Ejona, I, 98. IV, 7, 50, 102, 104, 106, 107. V, 6.

  Elafebolione mese, IV, 118.

  Eleatide, parte del territorio tesprotico, I, 46.

  Elena, I, 9.

  Eleo isola, VIII, 26.

  Eleunte, VIII, 102.

  Eleusi, I, 114. II, 9, 15, 20, 21. IV, 68.

  Elide, I, 30. II, 25, 66. V, 34.

  Elimi, VI, 2.

  Elimioti, II, 99.

  Elisso megarese, VIII, 80.

  Ellade, I, 3. VI, 62.

  Ellamico storico, I, 97.

  Elleno, figlio di Deucalione, I, 3. II, 36. VI, 29, 31. VII,
    87. VIII, 69.

  Ellenotami, esattori della Grecia, I, 96.

  Ellesponto, I, 89, 128. II, 9, 96. VI, 77. VIII, 6, 8, 22,
    23, 39, 80, 86, 96, 99, 100, 103, 106, 108.

  Ellomeno di Leucadia, III, 94.

  Elo, città, IV, 54.

  Elorina, via, VI, 66, 70. VII, 80.

  Eloti, I, 101, 132. IV, 8, 26, 41, 56, 80. V, 14, 34, 35, 56,
    57, 64. VII, 17.

  Embato di Eritrea, III, 29.

  Emisse, isole, VIII, 24.

  Emo, monte, II, 96.

  Empedia lacedemone, V, 19, 24.

  Endio, eforo spartano, figlio d’Alcibiade, V, 44. VIII, 6, 12.

  Enea, figlio d’Ocito, IV, 119.

  Eneone, città della Locride, III, 95.

  Enesia, eforo di Sparta, II, 2.

  Eniani, V, 51.

  Enipeo fiume, IV, 78.

  Eno città, IV, 28. VII, 57.

  Enoe dell’Attica, II, 18.

  Enofite di Beozia, I, 108.

  Entimo cretese, fondatore di Gela, VI, 4.

  Eolade, padre di Pagonda, IV, 91.

  Eoli, III, 102. IV, 42, 52. VII, 57. VIII, 100, 108.

  Eolie isole, III, 88.

  Epicida lacedemone, V, 12.

  Epicle, padre di Protea ateniese, I, 45. II, 23. VIII, 107.

  Epicuro, padre di Pacheto, III, 18.

  Epidamno ed Epidamnii, I, 24, 25, 26, 27, 28, 29. III, 70.

  Epidauro, II, 56. IV, 45, 56. V, 25, 54, 56. VI, 61. VIII,
    10, 92, 94.

  Epipola, IV, 75, 101, 102, 103. V, 1, 2, 4, 5, 42, 43, 44,
    45, 46, 47.

  Epistate ateniese, IV, 118.

  Epitada, figlio di Molobro, IV, 8, 31, 34.

  Epitelida, figlio di Egesandro, IV, 132.

  Era città, VIII, 19.

  Eraclea nel territorio trachinio, III, 92. IV, 75. V, 51.

  Eraclide, figlio di Lisimaco, duce siracusano, VI, 73.

  Eraclidi, I, 9, 12, 24. VI, 3.

  Erario degli Ateniesi e degli alleati, ove fosse, I, 96. II,
    13.

  Erasinide corintio, VII, 7.

  Erasistrato, padre di Feace, V, 4.

  Eratoclide, figlio di Falio, I, 24.

  Ercole, figlio di Giove, semideo, V, 16, 64, 66. VII, 73, 101.

  Erecteo, re degli Ateniesi, II, 15.

  Ereesi, V, 57.

  Ereo promontorio, V, 75.

  Ereso, città, III, 18, 35. VIII, 23.

  Eretria, I, 15. IV, 123. VII, 57. VIII, 60, 95.

  Erice. VI, 2.

  Erineo Doride, I, 107. VII, 34, 80.

  Erissidaide lacedemone, IV, 119.

  Eritrea, III, 24, 33. VIII, 5, 6, 14, 24, 28, 32, 33.

  Ermaonda tebano, III, 5.

  Ermione, I, 27, 108. II, 56. VIII, 3, 33.

  Ermocrate, figlio di Ermone, IV, 58, 59. VI, 33, 72. VII, 22.
    VIII, 26, 29, 45, 85.

  Ermone, padre di Ermocrate, IV, 58. VI, 32. VIII, 92.

  Eruzione dell’Etna, II, 94. III, 88, 116.

  Escursori, IV, 125.

  Esequie fatte dagli Ateniesi uccisi in guerra, II, 34.

  Esime, colonia de’ Fasii, IV, 107.

  Esimide, capitano de’ Corciresi, I, 47.

  Esiodo, III, 96.

  Esone, ambasciatore degli Argivi, V, 40.

  Essii, III, 101.

  Estiea, I, 114. VII, 57.

  Estiodoro, figlio di Aristoclida, II, 70.

  Etei, I, 101. III, 92.

  Eteonico lacedemone, VIII, 23.

  Etionea, VIII, 90.

  Etiopia al di là dell’Egitto, II, 48.

  Etoli, strage degli, IV, 30.

  Euala spartano, VIII, 22.

  Euarco, tiranno di Astaco, II, 30. II, 3.

  Eubea, I, 23, 87, 98, 113, 114. II, 2, 14. III, 17, 87, 89,
    92. IV, 76. VI, 3. VII, 28, 57. VIII, 1, 5, 60, 74, 95.

  Eubei, I, 98; loro esiliati, I, 118; defezione, I, 114;
    sottomessi agli Ateniesi, I, 23. II, 2 e n.; gli Ateniesi
    gli mandano le loro truppe, II, 14; terremoto, III, 87,
    89; progetto dei Lacedemoni contro l’Eubea, III, 92; essa
    è difesa dagli Ateniesi, III, 17. VIII, 1, 74;vantaggi che
    ne ricavano, VII, 28; VIII, 95; gli Eubei sudditi di Atene,
    VII, 57; defezione generale, VIII, 5, 60, 91, 95, 96.

  Eubulo, VIII, 23.

  Eucle, duce degli Ateniesi, IV, 104. VI, 103.

  Euclide uno dei fondatori di Imera, VI, 5.

  Eucrate, padre di Diodoto, III, 41.

  Euctemone, duce degli Ateniesi, VIII, 30.

  Eufamida, figlia di Aristonimo, II, 33. IV, 119. V, 55.

  Eufemo, ambasciatore degli Ateniesi, VI, 75.

  Eufileto, padre di Careada, III, 86.

  Eumaco, figlio di Eriside, II, 33.

  Eumolpida, III, 20.

  Eumolpidi, VIII, 53.

  Eumolpo fa guerra cogli Erettei, II, 15.

  Eupaide, padre di Amfia, IV, 119.

  Eupalia, città della Locride, III, 96, 102.

  Euribate, capitano corintio, I, 47.

  Eurielo, VI, 97.

  Euriloco spartano, III, 100.

  Eurimaco, figlio di Leonziada, II, 2.

  Eurimedonte, figlio di Teucle, III, 80, 115. IV, 2, 3. VII,
    16.

  Eurimedonte fiume, I, 100.

  Euripide, padre di Senofonte, II, 70, 79.

  Euripo d’Eubea, VII, 29, 30.

  Euristeo, re de’ Miceni, fatto a pezzi dagli Eraclesi, I, 9.

  Euritane etolio, III, 94.

  Euritimo, padre di Archetimo, I, 29.

  Europa, II, 97.

  Europo, II, 100.

  Eussino Ponto, II, 96, 97.

  Eustrofo lacedemone, V, 40.

  Euticle, padre di Xenoclide, I, 46. III, 114.

  Eutidemo ateniese. V, 19, 24. VII. 16, 69.

  Euzione, duce degli Ateniesi, VII, 9.

  Eveno fiume. II, 83.

  Evesperiti, VII, 30.

  Evordia regione, II, 99.


F

  Facio, IV, 78.

  Fagri, II, 99.

  Faine, sacerdote di Giunone, IV, 133.

  Falio, figlio di Eratoclida, I, 24.

  Fame nell’assedio di Platea, I, 23. II, 70. III, 52.

  Fano, VIII, 24.

  Fanoniaco, figlio di Callimaco, II, 70.

  Fanoto, IV, 76, 89.

  Farace, padre di Stifone, IV, 28.

  Farnabazo, padre di Farnace, II, 67. VIII, 6, 8, 39, 62, 80,
    99, 109.

  Farnaco, padre di Artabazo, I, 129. II, 67. V, 1. VIII, 5, 6,
    8.

  Faro, I, 104.

  Farsalo di Tessaglia, I, 111. II, 21. IV, 78.

  Faselide, II, 69. VIII, 88, 89, 108.

  Fea, II, 25. VII, 31.

  Feace, figlio di Erasistrato. V, 4.

  Feaci, una volta possessori di Corfù, I, 25.

  Fedimo lacedemone, V, 52.

  Fenice, I, 8, 16, 100, 110, 114, 116. II, 69. VI, 2. VIII,
    46, 59, 78, 81, 87, 99, 108, 109.

  Fenicio porto, VIII, 34.

  Fenippo, scrivano ateniese, IV, 118.

  Feste istmie, V, 49. VIII, 9.

  Feste di Giove, I, 126; cause di disastri pei Lacedemoni, IV,
    5. V, 82; ciò che ne pensano gli Ateniesi, I, 70; feste
    d’Apollo, III, 3; feste del mese della carne a Lacedemone,
    V, 73, 76; feste funebri, II, 34; Xynocia festa, II, 15;
    feste lustrali, III, 104.

  Filemone, padre di Aminiade, II, 67.

  Filide, padre di Pitangelo, II, 2.

  Filippo, fratello di Perdicca, figliuolo di Alessandro, I,
    57, 59. II, 95, 109. VIII, 28, 87, 99.

  Filocarida, figlio di Erissidaida. IV, 119.

  Filocrate, figlio di Demea, V, 116.

  Filottete, I, 10.

  Fisca, II, 99.

  Fizia, III, 106.

  Flio, I, 27. IV, 70, 133. V, 37, 58, 59, 83, 115. VI, 105.

  Focca, I, 13. VI, 4. VIII, 81, 101.

  Focide, provincia della Grecia, I, 108; i suoi abitanti fanno
    la guerra ai Dorii, I, 107 e seg.; gli Ateniesi loro danno
    il tempio di Delfo, I, 112; sono amici degli Ateniesi, III,
    95.

  Fonte di Calliroe, II, 15, 48. IV, 26.

  Formione, generale ateniese, assedia Potidea, I, 64; devasta
    la Calcidica e la Bottica, I, 65; comanda una flotta nelle
    guerre di Samo, I, 117; sua spedizione nella Calcidica, II,
    29, 58; soccorre gli Acarnani, II, 68, 102, 103; comanda la
    flotta d’Atene, II, 69, 80; combatte contro ai Peloponnesi,
    II, 83; li batte, II, 84; battuto in un secondo scontro,
    II, 85, 90; ne riporta vittoria in un terzo, II, 91, 92;
    sua morte, III, 7 e n.

  Fortificazioni, III, 21.

  Fortuna (forza e natura della), I, 84, 144.

  Fozio, duce de’ Caoni, II, 80.

  Frigia, II, 22.

  Frini, VIII, 6.

  Frinico, generale ateniese; sue imprese, suo carattere,
    VIII, 25, 27 e seg.; sua opposizione contro Alcibiade,
    intrighi ch’egli ordisce contro lui, VIII, 48, 50 e seg.;
    è privato del suo comando, VIII, 54; sostiene la causa
    dell’oligarchia, VIII, 68, 90; è mandato a Lacedemone, sua
    morte, VIII, 92.


G

  Galepso, colonia dei Tasii, IV; 107. V, 6.

  Garesto, III, 31.

  Gaulite di Caria, VIII, 85.

  Gelo fiume, VI, 4. VII, 50, 57, 80.

  Gelone, tiranno di Siracusa, VI, 4.

  Geranei monti, I, 107.

  Gerastio, mese lacedemone, IV, 119.

  Geti confinanti cogli Sciti, II, 96. VII, 2.

  Giacintie, feste dei Lacedemoni, V, 23, 41.

  Gigono, I, 61.

  Gilippo, figlio di Cleandrida, III, 82. VI, 93, 104. VII, 1.
    VIII, 18.

  Ginnastica (progresso dell’arte), I, 16.

  Giove Itometa, I, 123, 126. II, 15, 71. III, 14, 96. V, 16,
    31. VII, 18. VIII, 19.

  Girtoni, II, 22.

  Gittatori, VI, 69.

  Giudizi militari, V, 60, 91.

  Giunone (tempio di), I, 24. III, 68, 79, 81. V, 133.

  Giuochi di Delio, I, 25. II, 38. III, 104.

  Giuochi dei fanciulli lacedemoni, V, 82.

  Giuramento (formola del) fra i Lacedemoni e gli Ateniesi, V,
    18.

  Giustizia sprezzata e posposta all’utile, I, 76. V, 89. VI,
    85.

  Glauce nel territorio milesio, VIII, 79.

  Glaucone, figlio di Leagro, I, 51.

  Goaxi, i suoi figliuoli uccidono Pittaco, IV, 107.

  Gongilo eretriese. II, 28. VII, 22.

  Grecia, suoi primi abitanti, I, 2; ciò che essa era avanti
    la guerra di Troia, I, 3; dopo questa guerra, I, 12;
    costruisce flotte, I, 13, 14; sottomessa ai tiranni, I,
    17; ciò che essa ha sofferto per la guerra e le sedizioni,
    III, 81; sue prime città, I, 7; costumi di questi antichi
    abitanti, I, 5, 6; ciò che fanno nella guerra di Troia, I,
    9, 11; cominciano ad occuparsi della marina, I, 13; loro
    antica maniera di combattere, I, 15; prendono partito gli
    uni per Atene, gli altri per Lacedemone, I, 18.

  Grei, II, 98.

  Guerra del Peloponneso, sue cause, sua importanza, ecc., I,
    23, 24, 56, 66, 88; suoi preparativi, suo principio, II,
    1, 7; primo anno di questa guerra, II, 47; secondo anno,
    II, 103; terzo anno II, 103; quarto anno, III, 25; quinto
    anno, III, 83; sesto anno, III, 116; settimo anno, IV, 51;
    ottavo anno, IV, 116; nono anno, IV, 135; decimo anno, V,
    24; undecimo anno, V, 9; duodecimo anno, V, 51; tredicesimo
    anno, V, 56; quattordicesimo anno, V, 61; quindicesimo
    anno, V, 83; sedicesimo anno, VI, 7; diciassettesimo anno,
    VI, 93; diciottesimo anno, VII, 18; diciannovesimo anno,
    VIII, 6; ventesimo anno, VIII, 60; ventunesimo anno, VIII,
    109.


I

  Iapigio promontorio, VI, 30, 44. VII, 83.

  Iaso, castello, VIII, 26, 28.

  Iberia, VI, 2.

  Ibla di Gela, VI, 62, 63, 94.

  Iblone, re di Sicilia, VI, 4.

  Icaro isola, III, 29, 33.

  Iccara, castello de’ Sicani, VI, 62. VII, 13.

  Icti promontorio, II, 25.

  Ida, IV, 52. VIII, 108.

  Idaco, VIII, 104.

  Idomene di Macedonia, II, 100. III, 112.

  Iega, VII, 2.

  Iei, III, 101.

  Ielilo città, VIII, 44.

  Iera isola, III, 88.

  Ieramene, VIII, 58.

  Ierei, parte de’ Meliesi, III, 92.

  Ierofonte, figlio di Antimnesto, III, 105.

  Ilao, fatto duce da Perdicca, I, 62.

  Ilia fiume, VII, 35.

  Ilio, I, 12. VI, 2.

  Illacio porto, III, 72.

  Illirii, I, 24, 26. IV, 124.

  Imbro, III, 5. IV, 28. V, 8. VII, 57. VIII, 102.

  Imera, VI, 5, 62. VII, 1, 58.

  Inaro, figlio di Psammetico, re degli Afri, I, 104.

  Incendio di Platea, II, 77.

  Inessa, III, 193. VI, 94.

  Inverno, ha quattro mesi, VI, 21.

  Invidia (l’) tormenta gli uomini, II, 45.

  Iolcio ateniese, V, 19, 24.

  Ione, padre di Tideo, VIII, 83.

  Ioni, coloni degli Ateniesi, e consanguinei, I, 2, 6, 12, 13,
    16, 89, 95. II, 15. III, 31, 36, 92. IV, 61. VI, 4, 76, 82.
    VII, 57. VIII, 6, 11, 25, 39.

  Ionio, seno e mare, I, 2, 4.

  Iperbolo, cittadino ateniese, resta ucciso, VIII, 73.

  Iperichide, padre di Callia, VI, 55.

  Ipnei, III, 101.

  Ippagrete lacedemone, IV, 38.

  Ipparco, fratello d’Ippia e di Tessalo, figlio di Pisistrato,
    I, 20. VI, 54, 57.

  Ippia, padre di Pisistrato, I, 20. III, 34. VI, 54.

  Ippocle, figlio di Menippo, VIII, 10.

  Ippoclo, tiranno di Lampsaco, VI, 59.

  Ippocrate, figlio d’Arifrene, duce ateniese, IV, 66. VI, 5.
    VIII, 33.

  Ippolochida, IV, 78.

  Ipponico, figlio di Callia, III, 91.

  Ipponida lacedemone, V, 71, 72.

  Ira, VII, 68.

  Isagora lacedemone, IV, 132. V, 19.

  Isarchida, figlio di Isarco, I, 29.

  Isia di Beozia, III, 24. V, 83.

  Isocrate, duce corintio, II, 82.

  Isoloco, padre di Pitodoro, III, 115.

  Istaspe, padre di Pisautne, I, 115.

  Istmie feste. VIII, 10.

  Istmionico ateniese, V, 19, 24.

  Istmo, I, 13, 26, 56. II, 10, 13. III, 81, 89. IV, 8. V, 18,
    75. VIII, 7, 15.

  Istone monte. III, 85.

  Istro fiume, II, 96, 97.

  Italia, I, 36, 44. VI, 91; origine del suo nome, VI, 2; delle
    sue città, I, 12; suoi rapporti colla Grecia, VI, 90, 103.
    VII, 14, 25.

  Italiani, VI, 44, 68, 90. VII, 87. VIII, 91.

  Italo, re de’ Siculi, VI, 2.

  Itamane, III, 34.

  Iti, II, 29.

  Itome, I, 101, 102.

  Itonesi, V, 5.


L

  Labdalo, VI, 97.

  Lacedemonia, lacedemoni, loro origine, loro costumi,
    loro stato politico, I, 6 e n., 8, 10, 18 e seg.; loro
    carattere, loro organizzazione politica e militare, I, 60,
    67, 70, 84. II, 10, 12, 37, 38, 39. III, 15. IV, 17. V, 54,
    66, 68, 75, 76. VIII, 84; nemici degli Ateniesi perchè? I,
    19 e n., 23, 24 e seg., 59, 66, 88, 102; convocano i loro
    alleati, espongono le loro querele, dichiarano i trattati
    rotti cogli Ateniesi, I, 67, 79, 87, 118; come votano nelle
    assemblee politiche, I, 20, 85 e seg.; inviano deputati
    agli Ateniesi, e sono ingannati da Temistocle, I, 90 e
    seg.; richiamano Pausania per giudicarlo, 95, 128; si
    lagnano di Temistocle, I, 185; sono sul punto di invadere
    l’Attica, I, 101; fanno guerra agli Iloti di Itome, I, 101
    e seg.; la rompono apertamente cogli Ateniesi ed ingaggiano
    seco loro una battaglia navale, I, 102, 105; soccorrono
    i Dorii, I, 167; battono gli Ateniesi a Tanagra, I, 108;
    fanno una tregua, I, 112; intraprendono la guerra sacra,
    ibid., idem.; invadono l’Attica, I, 114; fanno una tregua
    cogli Ateniesi, I, 115; sono lenti ad ingaggiare una
    guerra, I, 118; deliberano sul soggetto della guerra, e
    la dichiarano agli Ateniesi, I, 119, 125; domandano loro
    diverse soddisfazioni, I, 126 e seg.; li vogliono obbligare
    a levar l’assedio di Potidea, I, 139; fanno coi loro
    alleati disposizioni per entrare in campo, II, 7 e seg.,
    9; loro spedizione nell’Attica, I, 18, 19, 23; danno Cirea
    agli Egineti, II, 27; invadono di nuovo l’Attica, II, 47;
    attaccano l’isola di Zacinto, II, 66; i loro deputati sono
    presi dagli Ateniesi e messi a morte, II, 67; attaccano
    Platea, II, 71, 75, 77; invadono l’Acarnania, II, 80;
    diversi attacchi ch’essi sostengono contro gli Ateniesi,
    II, 83, 84, 85 e seg.; tentano un colpo di mano contro il
    Pireo, II, 93 e seg.; invadono l’Attica, III, 1; preparano
    una spedizione per terra e per mare, III, 15, 16; invadono
    l’Attica, III, 26; spedizione della loro flotta, gli
    Ateniesi la perseguitano, III, 29, 33; s’impadroniscono
    di Platea; ciò che essi fanno degli abitanti, III, 59,
    57 e n.; spedizione della loro flotta contro Corfù, III,
    69, 78, 81; s’atterriscono per un terremoto, III, 89;
    fondano la colonia d’Eraclea, III, 92; fanno una spedizione
    nell’Amfilochia, III, 105 e seg., 109; invadano l’Attica,
    IV, 2; ritornano in patria dopo una campagna di quindici
    giorni, IV, 6; attaccano Pilos, IV, 11 e seg., sono battuti
    dagli Ateniesi, IV, 14; fanno una tregua, IV, 16; inviano
    deputati in Atene, IV, 16, 17, 22; sono assediati in
    Sfatteria, battuti ed obbligati ad arrendersi, IV, 30 a 38;
    sono prigionieri in Atene, IV, 41; triste stato de’ loro
    affari, IV, 55; si sbarazzano degli Iloti, IV, 80; prendono
    Amfipoli, IV, 106; fanno una tregua, IV, 117; sono disposti
    alla pace, V, 14; fanno un trattato cogli Ateniesi, V,
    18, 23; accusano i Corinti, V, 30; loro spedizione in
    Arcadia, V, 33; danno libertà agli Iloti, V, 34; inspirano
    diffidenza agli Ateniesi, V, 35; si collegano coi Reozii,
    V, 39; loro dispute con Atene sul soggetto di Panacio,
    piazza forte, V, 42; sono esclusi dal tempio di Giove
    Olimpio, V, 49; loro carattere indugiante, V, 54 e seg.;
    soccorrono gli Epidauri, V, 56; prendono le armi contro
    gli Argivi, V, 57; accusano Agide, V, 63, 65; soccorrono
    Tegea, V, 64; danno una gran battaglia agli Argivi a
    Mantinea, V, 67 al 74, 75; fanno la pace e trattati,
    V, 77, 79: stabiliscono l’oligarchia in Argo, V, 81;
    distruggono le mura d’Argo, V, 83; devastano l’Argolide,
    VI, 7; spedizione di Siracusa VI, 93; VII, 2, 5 e seg.;
    invadono l’Attica, VII, 19; mandano soccorsi in Sicilia,
    ibid.; inviano Gilippo ai Siracusani con truppe, VII, 21;
    soccorrono Chio, VIII, 6; sono battuti dagli Ateniesi,
    VIII, 10; fanno un trattato coi Persiani, VIII, 18, 37, 58;
    sono accerchiati dagli Ateniesi, VIII, 20; prendono Jasos,
    VIII, 28; mandano una flotta in Asia, VIII, 39; battono gli
    Ateniesi, VIII, 42; mandano navi a Farnabazo, VIII, 80;
    battono gli Ateniesi, VIII, 95; sono battuti da essi in un
    combattimento navale. VIII, 104, 106.

  Lacedemonio, figlio di Cimone, I, 45.

  Lachete, figlio di Melanopo, capitano della flotta mandata in
    Sicilia, III, 86. IV, 118. V, 19, 24, 43, 61. VI, 1, 6, 75.

  Lacone, figlio di Aimnesto. III, 5, 52.

  Lada, isola adiacente a Mileto, VIII, 15.

  Lafilo lacedemone, VI, 16.

  Lamaco, figlio di Zenofane, IV, 75. V, 19, 24. VI, 8.

  Lamide fondatore di Trotilo, VI, 4.

  Lampone ateniese, V, 19.

  Lampsaco, I, 138. VI, 59. VIII, 62.

  Landicio, porto nell’Orestide, IV, 134.

  Laofonte, padre di Calligito, VIII, 6.

  Lapidazione (pena della), V, 60.

  Larissa in Tessalia, II, 22. IV, 78. VIII, 101.

  Latmo isola. III, 33.

  Laurio monte, II, 55. VI, 91.

  Leagro, padre di Glaucone, I, 51.

  Learco, figlio di Callimaco, II, 67.

  Lebedo, VIII, 19.

  Lecito, IV, 113.

  Lecto, VIII, 101.

  Leci Peoni, II, 96, 97.

  Lemno, I, 115. II, 47. III, 5. IV, 28, 109. V, 8. VII, 57.
    VIII, 102.

  Leocorii (tempio dei), I, 20.

  Leocrate, figlio di Strebo, I, 105.

  Leogora, padre di Andocide, I, 51.

  Leone lacedemone, uno dei fondatori d’Eraclea, III, 92. V,
    44. VIII, 28, 61.

  Leone duce degli Ateniesi, V, 19, 24. VI, 97. VIII, 23, 24,
    54.

  Leonida, padre di Plistarco, I, 135.

  Leontini, III, 86. IV, 25. V, 4. VI, 3, 4, 6, 8, 19, 20, 47,
    48, 50, 76, 79.

  Leonziade, padre di Eurimaco, II, 2.

  Leotichide, re de’ Macedoni, I, 89.

  Lepreo, V, 31, 34, 62.

  Lero, VIII, 26, 27.

  Lesbo, I, 116, 117. III, 50. VIII, 24, 100.

  Lespodia, duce ateniese, VI, 105.

  Lestrigoni, VI, 2.

  Lettera di Pausania a Serse, I, 28. IV, 50. VII, 11.

  Lettere assirie, IV, 50.

  Letti fatti di bronzo e di ferro, III, 68.

  Leucade, I, 26, 27, 30, 46. II, 9, 80, 84, 91, 92. III, 7,
    69, 80, 81, 94. IV, 42. VI, 104. VII, 2, 7, 58. VIII, 13,
    106.

  Leucimma, promontorio di Corfù, I, 30.

  Leuconio, VIII, 24.

  Leuctra, V, 54.

  Libia, I, 104, 110. II, 48. IV, 53. VI, 2. VII, 50, 58.

  Lica, figlio di Arcesilao lacedemone, vincitore ai giuochi
    olimpici, V, 22, 50, 76. VIII, 39, 43, 52.

  Liceo, V, 16.

  Licia, II, 69. VIII, 41.

  Lico, padre di Trasibulo, VIII, 75.

  Licomede, padre di Archestrato, padre di Cleomede, I, 57. V,
    84.

  Licofrone, padre di Periandro, II, 85. IV, 43.

  Liguri, VI, 2.

  Limne, II, 15.

  Limneo borgo, II, 80.

  Linco, II, 99. IV, 83, 124, 129, 132.

  Lindii, VI, 4.

  Lindo, città di Rodi, VIII, 44.

  Lino (seme del), I, 6. IV, 26.

  Lipara, una delle isole Eolie, III, 88.

  Lisicle, padre di Abronico, I, 91. III, 19.

  Lisimachide, IV, 91.

  Lisimelia palude, VII, 53.

  Lisistrato olintio, IV, 100.

  Littori, IV, 47.

  Locridi (tre), I, 5, 108, 113. II, 9, 26, 32. III, 91, 95,
    99, 102. IV, 1, 96. V, 32, 64. VII, I, 4, 25.

  Lorima, VIII, 43.

  Luscinia, appellata Daulia, II, 29.


M

  Macaone, duce corintio, II, 83.

  Macario spartano, III, 100.

  Macchine da guerra, II, 75. IV, 100. V, 7. VI, 102.

  Macedonia, I, 58; descrizione di questo paese, II, 99, e
    seg.; suoi re, V, 80, 100; barbari macedoni, IV, 124, 126;
    cavalieri macedoni, I, 124; esiliati macedoni, VI, 7.

  Magnesia d’Asia, I, 138. VIII, 50.

  Magneti, II, 100.

  Malca, IV, 54. VIII, 39.

  Maloente, giorno festivo di Apolline, III, 3.

  Mantinea, V, 55. VI, 16; piani di Mantinea, battaglia di
    questo nome, V, 64, 65, e seg.; Mantineesi, II, 107,
    108 e seg.; combattimento contro a’ Tegeati, IV, 134;
    si collegano cogli Argivi, V, 29; fanno la guerra ai
    Lacedemoni, V, 58; ritornano alla loro alleanza, V, 41, 47,
    78.

  Mar greco, I, 4, 98. III, 89. IV, 24, 53, 109. V, 110. VI,
    13. VII, 58.

  Maratona, I, 18, 73. II, 34. VI, 59.

  Maratussa, isola adiacente a Clazomene, VIII, 31.

  Marea, città sita oltre Faro, I, 104.

  Massilia fondata dai Focesi, I, 113.

  Meandrio campo, III, 19.

  Meciberna, V, 18, 39.

  Medeone, III, 106.

  Medi, I, 18, 31, 69, 74, 89, 104, 128, 142. II, 16, 21, 98.
    III, 54, 57, 58. V, 110. VI, 4, 17, 77, 82. VIII, 62.

  Megabate, I, 129.

  Megabazzo persiano, I, 109.

  Megabizio, figlio di Zopiro, I, 109.

  Megacle, padre di Onasimo, IV, 119.

  Megara, città della Grecia, I, 103. II, 93, 94. VII, 94;
    difesa da Brasida, IV, 70 e seg.; durata della oligarchia,
    IV, 74; suo territorio devastato dagli Ateniesi, II, 31
    e seg., IV, 66; soccorre i Corinti, I, 27; gli abitanti
    esclusi dal mercato dell’Attica, I, 67; si collegano cogli
    Ateniesi, I, 103; se ne separano, I, 114; alcuni di loro
    vogliono lasciare la loro città agli Ateniesi che tentano
    impadronirsene, IV, 66 e seg.; Megaresi banditi, ibid. V.
    ancora, I, 48, 144. II, 9. IV, 100. VII, 33.

  Melanerida lacedemone, VIII, 6.

  Melanto lacedemone, VIII, 5.

  Melea spartano, III, 5.

  Melei, V, 5.

  Melesandro, duce ateniese, viene ucciso in Licia, II, 69.

  Melesia, VIII, 86.

  Melesippo, ambasciatore lacedemone, I, 139; figlio di
    Diacrito, II, 12.

  Meliesi (i), distinti in tre parti, III, 92, 96. IV, 100. V,
    51. VIII, 3.

  Melizia d’Acaia, IV, 78.

  Melo isola, una delle Cicladi, II, 9. V, 84.

  Memfi, I, 104.

  Mena lacedemone, V, 19, 21, 24.

  Menalia, V, 64, 67, 77.

  Menalopo, padre di Lachete, III, 86.

  Menandro ateniese, capitano a Siracusa, VII, 16, 43, 69.

  Mende, città dell’istmo di Pallene, IV, 121, 123.

  Menecolo, fondatore di Camarina, VI, 5.

  Menecrate, figlio di Amfidoro, IV, 119.

  Menedato, III, 100, 109.

  Menippo, padre di Ippocle, VIII, 13.

  Menone farsalo, II, 22.

  Mercino, città dell’Edonia, e Mircinii, IV, 107. V, 6, 10.

  Mesi laconici, IV, 119. V, 19, 54.

  Messapia, popolo italiano. III, 101. VII, 33.

  Messenia, vedi Messenii.

  Messenii, I, 101; si separano dai Peloponnesi, I, 101, 103;
    sono stabiliti in Naupatto, ibid.; II, 9; si impadroniscono
    di Fia, II, 25; favoriscono gli Ateniesi, II, 90, 102.
    III, 75, 81, 95 e seg.; soccorrono Argo Amfiloco, III,
    107 e seg.; loro lingua, III, 112. IV, 3; loro spedizioni
    con Demostene a Pilo, ecc., IV, 9, 32, 36, 41. V, 35, 36;
    accompagnano gli Ateniesi in Sicilia, VII, 31, 57.

  Messina, città di Sicilia, III, 88. IV, 1, 25. VI, 48;
    presa dagli Ateniesi, III, 90; vien loro tolta, IV, 1;
    occupata dai Locresi, V, 5; attaccata proditoriamente dagli
    Ateniesi, VI, 74; attacca Naxo, IV, 25.

  Metagene, V, 19, 24.

  Metalli, I, 100. IV, 105.

  Metaponto d’Italia, VII, 33.

  Metidio d’Arcadia, V, 58.

  Metimna, città di Lesbo, III, 2. VIII, 100.

  Metone nel territorio laconico, II, 25. IV, 45. V, 18. VI, 7.

  Metropoli, III, 107.

  Micale, I, 89. VIII, 79.

  Micalesso, VII, 29, 30.

  Micene, I, 9, 10.

  Miciade, ammiraglio di Corfù, I, 47.

  Micono isola, III, 29.

  Midio fiume, VIII, 106.

  Migdonia, I, 58. II, 99, 106.

  Mila, castello de’ Messinesi, III, 90.

  Mileto, I, 115 e seg. VIII, 17, 24, 25, 26, 28, 29, 32, 41,
    61.

  Milichio Giove, I, 126.

  Militare disciplina de’ Lacedemoni, V, 66.

  Milizia degli alleati screditata, I, 99. VII, 75.

  Milizia perpetua degli Argivi, V, 67.

  Milziade, padre di Cimone, I, 100.

  Mima, VIII, 34.

  Mindaro, ammiraglio lacedemone, VIII, 85.

  Mineo Orcomeno, IV, 76.

  Minerva Calcieca, tempio, I, 126, 128, 134. II, 13. IV, 116.
    V, 10, 23.

  Minoa isola, III, 51.

  Mio di Caria, I, 138. III, 19.

  Mirrina, moglie d’Ippia, VI, 35.

  Mironida, duce ateniese, I, 105, 108. IV, 95.

  Mirtilo ateniese, V, 19, 34.

  Miscone siracusano. VIII, 85.

  Mitilene, città di Lesbo, III, 2 e seg.; si separa dagli
    Ateniesi, ibid.; da loro assediata, III, 6, 18; si arrende,
    III, 38; crudelmente trattata da’ vincitori, III, 36 e
    seg.; 49 e seg.; sfugge di nuovo agli Ateniesi, VIII, 22; è
    ripresa, VIII, 23.

  Mitileni, celebrano la festa di Apollo, III, 3; battuti sul
    mare dagli Ateniesi, III, 4; mandano deputati ad Atene,
    III, 5; a Lacedemone, III, 3, 4, 8, 9; attaccano Mitimne,
    III, 18.

  Molicrio, II, 84, 86. III, 102.

  Molobro, padre d’Epitada, IV, 8.

  Molossi, I, 136. II, 80.

  Monti d’Amfilochio, III, 112. IV, 25. VIII, 100.

  Morgantina. IV, 65.

  Motia, VI, 2.

  Munichia, II, 13. VIII, 90, 93.

  Mura (lunghe) d’Atene, I, 69, 90, 93, 107, 108. II, 13, 17.
    VIII, 8 e n.; dei Megaresi, I, 103. IV, 68, 69, 109; degli
    Argivi, V, 83, 84; edificate dai Lacedemoni per bloccare i
    Plateesi, II, 78. III, 21; edificate dagli Ateniesi contro
    Siracusa, VI, 98, 103.


N

  Napoli d’Africa, VII, 50.

  Niasso isola, I, 98, 137. III, 102. IV, 23. VI, 3, 20, 72,
    98. VII, 20. VIII, 14.

  Nauclide plateese, II, 2.

  Naucrate, padre di Danotimo, IV, 119.

  Naupatto, I, 193. II, 9, 69, 80, 84, 90 e seg.; III, 7, 69,
    75, 78, 94, 96, 98, 100, 102, 114. IV, 13, 77. VII, 17, 19,
    31, 34.

  Navi, loro diverse specie presso i Greci, I, 10, 13, 14.
    IV, 42. VI, 25. VIII, 30; loro nomi, III, 32, 77. VI, 53;
    consacrate a Nettuno, II, 92; da pirata, I, 10; di carica,
    VII, 25; loro forme primitive, I, 13; grandezza di quelle
    che furono all’assedio di Troia, I, 10; numero delle navi
    dagli Ateniesi armate in diverse circostanze, II, 13. VI,
    25, 31, 43; del Lacedemoni, II, 7. III, 16.

  Navigazione (progressi dalla) fra i Greci, I, 4. VIII, 56.

  Nemea, III, 96. V, 58.

  Neodamodee, V, 34.

  Nerico, III, 7.

  Nesto fiume, II, 96.

  Nicanore, duce de’ Caoni, II, 80.

  Nicaso, padre di Cecalo, IV, 119.

  Nicerato, padre di Nicia, III, 51. IV, 119.

  Nicia, figlio di Nicerato, III, 91. IV, 119. VI, 8; suo
    carattere, suo elogio, VII, 50, 77, 86 e seg.; discorso
    ch’egli dice, VI, 9, 20, 68. VII, 61, 77; s’impadronisce
    dell’isola Minoa, III, 51; attacca Melos, III, 91; batte
    i Tanagresi, III, 91; i Corinti, IV, 43, 44; cede il
    comando a Cleone, IV, 28; prende Citera, IV, 54; prende
    Menda, IV, 130; assedia Scione, ibid.; consiglia e fa la
    pace coi Lacedemoni, V, 16, 43, 46. VII, 86; è nominato
    generale della spedizione di Sicilia, VI, 8, 9, 47; batte i
    Siracusani, 68 e seg., 72; sua lettera ad Atene per render
    conto della guerra, VII, 8, 11; attacca Siracusa, VII, 42,
    48; si arrende a Gilippo, VII, 85; è ucciso, VII, 36.

  Niciade ateniese, IV, 118.

  Nicolao lacedemone, II, 67.

  Nicomaco focese, IV, 89.

  Nicomede, figlio di Cleombroto, I, 107.

  Nicone tebano, VII, 19.

  Niconida larisseo, IV, 78.

  Nicostrato, figlio di Diotrefe, III, 75. IV, 53, 119, 129,
    130. V, 61.

  Nimfodoro, figlio di Pita, II, 29.

  Nisea, I, 103, 114, 115. II, 31, 93. III, 51. IV, 21, 66, 69,
    85, 100, 118. V, 17.

  Niso, IV, 118.

  Notturno combattimento, VII, 44.

  Nove vie, poscia Amfipoli, I, 100. IV, 102.

  Nozio, città de’ Colofonii, III, 34.

  Nuziali feste, II, 15. VI, 6. VIII, 21.


O

  Ocito, padre di Enea, IV, 119.

  Odomanti, II, 101. V, 6.

  Odrisi, II, 29, 96, 97. IV, 101.

  Ofionesi, III, 94.

  Oligarchia, i Lacedemoni ne favoriscono lo stabilimento
    presso i loro alleati, I, 19; è costituita a Samo, I, 115;
    i Samesi vogliono abbatterla, VIII, 21; è stabilita in
    Argo, V, 81, 82; stabilita in Atene, VIII, 63 e seg., 73; è
    abbattuta, VIII, 89, 97 e seg.; ciò che se ne pensa, III,
    62. VI, 38, 39. VI.

  Olimpia, I, 6, 121, 126, 143. III, 8. V, 18, 47, 49, 50. VI,
    16.

  Olimpico, VI, 64, 65, 70, 75. VII, 37.

  Olimpo monte, IV, 78.

  Olinto, I, 58, 62. II, 79. V, 3, 18, 39.

  Olofisso, IV, 109.

  Oloro, padre di Tucidide, IV, 104.

  Olpa, III, 105.

  Olpei della Locride, III, 101.

  Omero, I, 3. II, 41. III, 104.

  Onasimo, figlio di Megacle, IV, 119.

  Oneo monte, IV, 44.

  Onetoride, padre di Diemporo, II, 2.

  Onomacle, duce ateniese. VIII, 25, 30.

  Opici, VI, 2.

  Oracolo di Delfo, I, 25, 28, 103, 118, 123, 126, 134. II, 8,
    17, 21, 54, 102. III, 96. IV, 118. V, 16, 32.

  Orcomene di Beozia. I, 113. III, 87. IV, 76, 93. V, 61, 77.

  Oredo re, II, 80.

  Oreo, VIII, 95.

  Oreste, re de’ Tessali, I, 111.

  Oreste, IV, 134. V, 64.

  Orestii, popoli. II, 80.

  Ornea, V, 67. VI, 7.

  Orobia di Eubea, III, 89.

  Oropo, II, 23. III, 91. IV, 91, 96. VII, 88. VIII, 60, 95.

  Oscio fiume, II, 96.

  Ospite privato, II, 13.

  Ostracismo ateniese, I, 135.


P

  Pachete, figlio di Epicuro, duce ateniese, III, 18.

  Pagi, I, 5.

  Pagonda, figlio di Eolada, beotarco tebano, IV, 91.

  Paliresi, II, 30.

  Pallene, I, 56, 64. II, 9. IV, 120.

  Palo, città di Cefalonia, I, 27. II, 30.

  Pamfilia, I, 100.

  Panatenee (grandi), I, 20. V, 47. VI, 56.

  Panato, castello dell’Attica preso dai Beozii, V, 3.

  Pandione, re ateniese, II, 29.

  Panei, II, 101.

  Panero, IV, 78.

  Pangeo, monte, II, 99.

  Panormo acaico, II, 86. VI, 2. VIII, 24.

  Pantacia, fiume, VI, 4.

  Paralia, II, 55, 56.

  Paralii, III, 92.

  Paralo, nave ateniese, III, 33. VIII, 73.

  Paranei, II, 80.

  Parnasso, III, 95.

  Parne, monte, II, 23. IV, 96.

  Paro, una delle Cicladi, IV, 104.

  Parrasii arcadii, V, 33.

  Pasitelida, duce lacedemone, V, 3.

  Patmo isola, III, 33.

  Patra, II, 83. V, 52.

  Patrocle, padre di Tantalo, IV, 57.

  Pausania, figlio di Cleombroto, general greco, I, 94, 115;
    sottomette Cipro, espugna Bisanzio, I, 94; vi si comporta
    con durezza e ne è richiamato, I, 78, 95, 96 e seg.; è
    accusato e condannato, I, 128; si ritira nell’Ellesponto,
    ibid.; suoi rapporti e sue corrispondenze con Serse, ibid.
    e 129, 130; citato da’ Lacedemoni a ritornare in Sparta
    per rendere conto della sua condotta, I, 131; mezzi che
    adoperano gli efori per sorprendere dalla sua stessa bocca
    la confessione dei suoi rapporti coi Persiani, I, 132; sua
    fine tragica, I, 134.

  Peana, canto militare, I, 50.

  Pedarito, figlio di Leonte, VIII, 28, 32.

  Pege, I, 103, 107. III, 115. IV, 21, 66, 74.

  Pela, isola adiacente a Clazomene, VIII, 31.

  Pelasgica nazione, I, 3. II, 17. IV, 109.

  Pella di Macedonia, II, 99.

  Pellico, padre di Aristeo, I, 29.

  Pelope, I, 9.

  Peloponnesi, I, 9, 10, 105, 114, 141. II, 7, 8, 9, 19, 23,
    27, 54, 71. III, 1, 2, 6. IV, 2, 52, 75, 76. V, 26, 77. VI,
    82, 85. VII, 5, 77, 84. VIII, 9, 28.

  Peloro, promontorio, IV, 25.

  Peoni, II, 96, 98, 99.

  Pepareto isola, III, 89.

  Perdicca, figlio di Alessandro, re di Macedonia, I, 57. II,
    29, 99; fratello di Filippo, I, 57; padre di Archelao, II,
    100; sua rottura cogli Ateniesi, I, 57; consigli ch’egli
    dà ai Calcidesi, I, 58; si collega cogli Ateniesi, I, 61;
    si divide da loro, I, 62; si riconcilia con loro, II, 29;
    attacca i Calcidesi, ibid.; è attaccato da Sitalce, II,
    95 e seg.; marita sua sorella a Seute, II, 101; domanda
    in suo aiuto l’armata di Brasida, IV, 79; è dichiarato
    nemico degli Ateniesi, IV, 8; fa la guerra ad Arribeo, IV,
    83 e seg.; 124 e seg.; tratta cogli Ateniesi, IV, 132; è
    di nuovo dichiarato loro nemico, V, 83; attaccato dagli
    Ateniesi, V, 7; conduce un’armata ad Amfipoli, VII, 9.

  Perebia, IV, 78.

  Peremia, V, 54.

  Pericle, figlio di Xantippo, generale ateniese, I, 111, 127;
    suoi rapporti con Tucidide, pref., passim; sue spedizioni
    nel Peloponneso, ed Acarnania, I, 111; sottomette l’Eubea,
    I, 114; e Samo, I, 116 e seg.; sua origine materna, I,
    127; sua potenza in Atene, ibid. e 139; suo odio contro i
    Lacedemoni, I, 139; suo carattere, sua condotta politica,
    II, 13, 22, 65 e n.; pronuncia un discorso funebre, II,
    35 e seg.; fa l’apologia della sua condotta, II, 60 al
    65; offre di dare i suoi beni alla repubblica, II, 13; fa
    l’enumerazione delle rendite di Atene, ibid.; sua condotta
    prudente durante l’invasione dei Peloponnesi, II, 21,
    22; condannato all’emenda dagli Ateniesi, dipoi eletto
    generale, II, 65; sua morte, ibid. e n.; estimazione, ibid.

  Periclide, padre di Ateneo, IV, 119.

  Persiani, I, 13, 14, 104, 128, 138. II, 13, 48, 97. IV, 36.
    VIII, 5, 58.

  Pestilenza mortale in Atene, I, 23. II, 47, 51, 58. III, 87.

  Petra nel territorio di Reggio, VIII, 35.

  Pidio fiume, VIII, 106.

  Pidna, città d’Alessandro, I, 61, 137.

  Pieria, II, 99.

  Pierio di Tessalia, V, 13.

  Pilo, città di Messenia, particolari geografici, IV, 3;
    è fortificata dagli Ateniesi, IV, 9; è assediata dai
    Lacedemoni, IV, 9, 11 e seg.; sua custodia incomoda per gli
    Ateniesi, IV, 26 e n.; gli Ateniesi ne fanno sortire gli
    abitanti V, 35; altri particolari, V, 35, 39, 45, 56, 115.
    VI, 105. VII, 18, 26, 57.

  Pindo, monte, II, 102.

  Piraica, contrada, II, 23.

  Pirasii, II, 22.

  Pireo, porto di Atene, I, 93. II, 13, 48, 93. V, 26. VIII, 1,
    76, 82, 90, 96.

  Pireo, porto di Corinto, VIII, 10.

  Pirra, città, III, 18. VIII, 23.

  Pirrico, padre di Aristone, VII, 39.

  Pisandro mandato in Atene per abbattere il governo
    democratico, VIII, 49.

  Pisistrato, padre d’Ippia, Ipparco, Tessalo, I, 20. III, 104.
    VI, 53, 54.

  Pissutne, figlio d’Istaspe, prefetto dei Sardi, I, 115.

  Pistilo, fondatore d’Agrigento, VI, 4.

  Pitangelo, figlio di Filida, II, 2.

  Pite, padre di Nimfodoro, II, 29.

  Pitene corintio, VI, 104.

  Pitia, senatore corfuotto, ospite degli Ateniesi, III, 70.

  Pitie feste, I, 103. II, 15. V, 2, 16. VI, 54.

  Pitodoro, arconte ateniese, II, 2.

  Pitodoro, generale ateniese, III, 115. IV, 2, 65. V, 19, 24.
    VI, 105.

  Pittaco, re degli Edoni, IV, 107.

  Platea, città della Beozia, occupata dai Tebani, II, 2 e
    n.; sua distanza da Tebe, II, 5; attaccata dai Tebani,
    ibid., vettovagliata dagli Ateniesi, II, 6; assediata da’
    Lacedemoni; particolari su di quest’assedio, II, 71, 75, 76
    e seg.; fondata dai Tebani, III, 61; e distrutta da loro,
    III, 68; Plateesi alleati cogli Ateniesi, II, 2; guerra
    ch’essi sostengono contro i Tebani, rifiutano di trattare
    coi Lacedemoni II, 74; sono da loro assediati, III, 20 e
    seg.; si arrendono, sono accusati dai Lacedemoni di diverse
    offese contro ai Greci; presentano la loro difesa; sono
    condannati in gran numero e messi a morte, III, 52, 54, 69.

  Plemmirio promontorio, VII, 4, 22, 25, 31, 32.

  Pleurone, III, 102.

  Plistarco, figlio di Leonida, I, 132.

  Plistoanace, figlio di Pausania, I, 107, 114. II, 21. III,
    26. V, 16, 24, 33, 75.

  Plistola, eforo lacedemone, V, 19, 24, 25.

  Pnice, VIII, 97.

  Poli, borgo degli Jei, III, 101.

  Poliante corintio, VII, 34.

  Polidamida lacedemone, IV, 123, 129 e seg.

  Poliena munita dai Clazomeni, II, 85. VII, 4. VIII, 14.

  Polli, re degli Odomanti, V, 6.

  Polli, cittadino argivo, II, 67.

  Pollicrate, tiranno di Samo, I, 13. III, 104.

  Ponte di Strimone, IV, 103. VI, 56. VII, 30.

  Ponto (il), III, 2. IV, 75.

  Popolani di Samo, VIII, 21.

  Porte tracie, V, 10. VI, 100.

  Porto, I, 46. II, 94. V, 1. VI, 50, 99, 101. VII, 4, 22, 36,
    56, 59.

  Potame di Siracusa, VIII, 85.

  Potidania, III, 96.

  Potidea, città dell’istmo di Pallene, I, 56 e n., 63; suo
    distaccamento dagli Ateniesi, I, 59; è vivamente da loro
    assediata, I, 64 e seg., II, 58; si arrende ed è ripopolata
    da una colonia ateniese, II, 70; è attaccata da Brasida,
    IV, 135; vedi ancora, I, 62, 124, 139. II, 79. IV, 120 e
    seg., 129 e seg.

  Prasia, nel territorio laconico, II, 56. VI, 105. VIII, 95.

  Priapo città, VIII, 107.

  Pritaneo, II, 15.

  Pritani ateniesi, IV, 118. V, 17. VI, 14. VIII, 70.

  Proci di Elena, I, 9.

  Proclo, figlio di Teodoro, duce ateniese, III, 91. V, 19, 24.

  Procne, figlia di Pandione, moglie di Lereo, II, 29.

  Pronea, II, 30.

  Proschio d’Etolia. III, 102, 106.

  Prosopitide, isola, I, 109.

  Prosseno, figlio di Capatone, III, 103.

  Prote isola, IV, 13.

  Protea, figlio di Epicle, duce ateniese, I, 45. II, 23.

  Protesilao, VIII, 102.

  Psammetico, padre d’Inaro, I, 104.

  Pteleo, V, 18. VIII, 24, 31.

  Pteodoro, esule tebano, IV, 76.

  Ptichia, isola, IV, 46.

  Purgazione di Delo, I, 8. III, 104. IV, 74. VI, 45, 97.


Q

  Quattrocento (governo de’) presso gli Ateniesi, VIII, 63.

  Questori della Grecia, I, 96.


R

  Ramfia lacedemone, I, 139. V, 12, 13. VIII, 8, 39, 80.

  Rondite degli Ateniesi, II, 13, 97. VI, 91.

  Renea, isola, I, 13.

  Reggio, promontorio d’Italia dirimpetto a Messina, III, 80,
    88, 115. IV, 1, 21, 25. V, 44, 79. VII, 1, 4, 35.

  Repubblica, come costituita in Atene, II, 37; in Lacedemone,
    I, 141; qual’è la miglior forma di repubblica, VIII, 97.

  Reteo, IV, 52.

  Reti nell’Attica. II, 19. IV, 42.

  Rio, promontorio, II, 84.

  Ripico territorio, VII, 34.

  Rocca d’Atene occupata da Cilone, I, 116. II, 13, 15. V, 18,
    23, 47. VI, 55.

  Rodi, isola, VI, 4, 43. VII, 57. VIII, 41, 44, 45.

  Rodope, monte, II, 96.


S

  Sabilinto, II, 80.

  Sacone, fondatore d’Imera, V, 5.

  Sacra (guerra) intrapresa da’ Lacedemoni, I, 112.

  Sadoco, figlio di Sitalce, II, 29, 67.

  Sagittarii degli Ateniesi, II, 13. III, 93. IV, 40. VIII, 98.

  Salamina, città di Cipro, I, 73, 112. II, 93. III, 17, 51.

  Salaminia, nave ateniese, III, 33.

  Saleto mandato dai Lacedemoni a Mitilene, III, 25, 27, 35, 36.

  Salintio, re degli Agrei, III, 111, 114. IV, 77.

  Samei, II, 30.

  Saminto, V, 58.

  Samo, attaccata e vinta dagli Ateniesi, I, 116, 117;
    sottomessa ad un governo popolare, I, 115; Sami insorti
    contro gli Ateniesi, I, 40; rientrano sotto il dominio
    degli Ateniesi, I, 41, 95; fanno la guerra a’ Milesii, I,
    115; si stabiliscono a Zancla e ne sono cacciati più tardi,
    VI, 45; — particolari geografici su Samo, sua potenza, suo
    governo, VII, 24, 73, 76; soggiorno degli Ateniesi in Samo,
    VIII, 47, 48 e seg.; 63, 72 e seg.; 86, 88 e seg.

  Sandio, collina. III, 19.

  Sane, colonia degli Andrii, IV, 109. V, 18.

  Sardi, città, I, 113.

  Sargeo siconio, VII, 19.

  Scandea, città marittima, IV, 54.

  Scellia, padre di Aristocrate, VIII, 89.

  Scettro, I, 9.

  Scilleo, V, 53.

  Scione, città di Pallene, IV, 120, 123. V, 2.

  Scirfonda, beotarca tebano, ucciso dai Traci, VII, 30.

  Scirite nel territorio laconico, V, 67.

  Sciriti, soldati lacedemoni, V, 67, 68, 71, 72.

  Sciro, isola del mar Egeo, I, 98. Scironide, duce ateniese,
    vince i Peloponnesi a Mileto, VIII, 25.

  Scitala laconica, I, 131.

  Sciti, II, 96, 97. VIII, 69.

  Scolo, città, V, 18.

  Scombro, monte, II, 96.

  Scuola di Micalesso, VII, 29.

  Sedizioni in Epidamno, 1,24 e seg.; in Corfù, III, 69 e seg.,
    81 e seg.; IV, 48; in Samo, VIII, 21, 73; in Megara, IV,
    71; in Lacedemone, I, 18; in diversi luoghi, III, 34, 82.
    VII, 34, 46, 57.

  Selino, VI, 4, 6, 8, 13, 20, 47, 48, 62. VII, 1. VIII, 26.

  Selva dell’Etolia, III, 98. IV, 30.

  Senato, i Beozii ne hanno quattro, V, 38; Senato delle Fave
    di Atene, VIII, 66 e n., 69 e n.; di Corfù, III, 70; d’Argo
    e di Mantinea, V, 47; di Chio, VIII, 14.

  Senato ateniese, III, 70. V, 38, 47. VIII, 14, 66, 70.

  Seno d’Ambracia, I, 24, 55, 107. II, 86, 92, 99. III, 96,
    107. IV, 100. VI, 13, 62, 104. VII, 57. VIII, 3, 26.

  Senofonte, figlio di Euripide, duce ateniese, presso Potidea,
    II, 70.

  Sermili, città calcidica, I, 65. V, 18.

  Serse, I, 14, 114, 118, 129, 137. III, 56. IV, 50.

  Seute, figlio di Spardoco, II, 97, 101. IV, 101.

  Sfatteria, isola, IV, 8, 31, 39. V, 34.

  Sibari, VII, 35.

  Sibota, porto della Trespotide, I, 47, 50, 52, 54. III, 72.

  Sica, VI, 98.

  Sicania, antico nome della Sicilia, VI, 2, 62.

  Sicano, fiume d’Iberia, VI, 2, 73. VII, 40, 50, 70.

  Siccità, I, 23.

  Sicilia, primitivamente chiamata Trinacria e Sicania, VI,
    2; sua estensione VI, 1; suoi abitanti, VI, 2 e seg.; a
    qual distanza ella è dal continente, IV, 24. VI, 1; così
    nominata a cagione dei Siculi, popoli d’Italia, VI, 2; una
    parte della Sicilia abitata dai Greci, VII, 58; perchè
    gli Ateniesi vi portano la guerra, IV, 60, 61. VI, 6, 24,
    33, 90 e seg.; VII, 66; vedi ancora, I, 12, 14, 17, 18,
    36. II, 7. III, 90, 103, 115. IV, 25, 58, 65. V, 4. VI,
    2, 3 e seg., 62, 65, 88. VII, 1. 2, 32, 52. VIII, 26, 91;
    differenze dei Siciliani e dei Siceli, o Siculi, IV, 58 e n.

  Sicione, I, 108, 111, 114. II, 9, 80. IV, 70. V, 52. VII, 19,
    58.

  Sidussa, VIII, 24.

  Sigeo, VIII, 101.

  Sigillo del re persiano, I, 129.

  Sima, isola, VIII, 41, 43, 44.

  Simete, fiume, VI, 65.

  Simonide, duce ateniese, IV, 7.

  Sinecia, II, 15.

  Singei, V, 18.

  Sinti, II, 98.

  Siracusa, fondata da Archia, VI, 35; sua popolazione, VI,
    17; sue dissensioni interne, VI, 38; assediata dagli
    Ateniesi, VI, 99, 103; fa la guerra a’ Leontini, III, 86;
    Siracusani battuti dagli Ateniesi, IV, 24, 25; sostengono
    una nuova guerra contro gli Ateniesi, e sono battuti, VI,
    45 e seg., 60, 67, 70 e seg.; fortificano la loro città,
    VI, 75; mandano deputati a Camarina, VI, 75; a Corinto ed a
    Sparta, VI, 73, 88; devastano il territorio di Catana, VI,
    75; ingaggiano ancora un combattimento contro gli Ateniesi,
    VI, 96;sono battuti, VI, 97, 98; edificano una muraglia per
    fermare i loro nemici, VI, 99 e seg.; VII, 4; intavolamento
    delle negoziazioni con Nicia, VI, 103; preparano una flotta
    contro gli Ateniesi, VII, 21; li attaccano per terra e
    per mare, VII, 37; li battono e riprendono coraggio, VII,
    41, 43, 46; li attaccano di nuovo e li battono ancora,
    VII, 50 e seg.; loro alleati, VII, 57; si preparano ad un
    combattimento decisivo, VII, 63; loro vittoria, VII, 71,
    72; usano uno stratagemma per impedire agli Ateniesi di
    partire, li vessano nella loro marcia e li perseguitano
    nella loro fuga, VII, 73, 78, 81 e seg.; come essi
    trattano i prigionieri ateniesi, VII, 87; mandano aiuti ai
    Peloponnesi, VIII, 96, 105.

  Sisa, IV, 76, 89.

  Sitalce, figlio di Teres, re de’ Traci, II, 29; alleato cogli
    Ateniesi, ibid.; sue spedizioni contro a’ Lacedemoni e
    Calcidesi, II, 95, 96 e seg.; suoi Stati e sua potenza, II,
    96; è ucciso in una battaglia contro a’ Triballi, IV, 101.

  Socrate, figlio d’Antigene, II, 23.

  Sofocle, figlio di Sostratida, III, 115. IV, 2, 3, 46, 65.

  Soligio, borgo, IV, 42.

  Solio, città corintia, II, 30.

  Spade usate dai Traci, II, 96.

  Spardoco, padre di Seute, II, 101.

  Sparta, IV, 3, 15, 81.

  Spartani, I, 132. III, 100. IV, 8, 38. V, 14. VI, 91. VII,
    19. VIII, 39.

  Spartolo, città bottica, II, 79. V, 18.

  Speranza (forza della), II, 62. III, 45. V, 103. VII, 77.

  Stagi, VIII, 16.

  Stagiro, colonia degli Andrii, IV, 88. V, 6, 18.

  Statario combattimento, IV, 38.

  Statere, III, 70. IV, 52. VIII, 28.

  Stenelaida, eforo lacedemone, I, 85. VIII, 5.

  Stesagora, prefetto delle navi samie, I, 116.

  Stiriesi, VII, 57.

  Storia di Tucidide, I, 21, 97.

  Stratagemmi militari d’Aristeo e di Callia, I, 62 e seg.;
    degli Stratii contro ai Caoni, II, 81; dei Plateesi contro
    ai Peloponnesi, II, 75 e seg.; di Formione contro la flotta
    peloponnese, II, 84; dei Peloponnesi contro Formione, II,
    90; de’ Peloponnesi contro il Pireo, II, 93; di Demostene
    contro gli Ambracioti, III, 107 e seg.; di Demostene contro
    Sfatteria, IV, 32; del medesimo all’Epidauro, V, 8; dei
    Megaresi, IV, 67; di Brasida a Megara, IV, 73; dei Beozii a
    Delio, VI, 100; di Brasida contro Cleone ad Amfipoli, V, 6
    e seg.; 10; degli Ateniesi coi Siracusani, VI, 64 e seg.;
    dei medesimi al loro partirsi da Siracusa, VII, 76, 80; di
    Nicia per difendere i trinceramenti circolari, VI, 102;
    d’Ermocrate per impedire la fuga degli Ateniesi, VII, 73;
    d’Aristarco per impadronirsi di Enoe, VIII, 98.

  Strato, città la più grande dell’Acarnania, II, 80, 81, 102.
    III, 106.

  Stratodemo, II, 67.

  Stratonica, sorella di Perdicca e moglie di Seute, II, 101.

  Strebo ateniese, padre di Leocrate, I, 105.

  Stretto di Sicilia, IV, 24. VI, 12.

  Strifone, figlio di Farace, duce lacedemone, IV, 38.

  Strimone fiume, I, 100. II, 96.

  Strombichide, figlio di Diotimo, duce ateniese, VIII, 15, 16.

  Strombico, padre di Diotimo, I, 45.

  Strongila, una delle isole dell’Eolia, III, 88.

  Strosaco, pubblico ospite de’ Calcidesi, IV, 78.

  Sunio, VII, 28. VIII, 4, 95.

  Superstizione de’ Lacedemoni ed altri, VII, 50.

  Sussolano vento, III, 23.


T

  Tagi, VIII, 18.

  Talamii, IV, 32.

  Talanzi, popolo illirico, I, 24.

  Tamo, pretore della Jonia, VIII, 31, 87.

  Tanagra di Beozia, I, 108. III, 91. IV, 76, 91, 93, 97. VII,
    29.

  Tantalo, figlio di Patroclo, duce lacedemone, IV, 75.

  Tapso, penisola, VI, 4, 97, 99, 101, 102. VII, 49.

  Taranto, VI, 34, 44, 104. VII, 1. VIII, 91.

  Tarippo, re de’ Molossi, II, 80.

  Taso, isola, I, 100. IV, 104, 107. VIII, 64.

  Tauro, figlio di Echitemida, IV, 119.

  Taziarchi, IV, 4.

  Teagene megarese, I, 126. IV, 27. V, 19, 24.

  Teatro dionisiaco presso Munichio, VIII, 93.

  Tebe, I, 90; III, 22, 24; sua distanza da Platea, II, 5;
    spedizione dei Tebani contro Platea, II, 2, 4, 5; occupano
    Platea in tempo di pace, III, 56; rispondono al discorso
    del Plateesi, III, 61; servizii che resero a’ Greci, III,
    62 e seg.; vincitori dei Tespini, IV, 133; perseguitano i
    Traci, VII, 30. Vedi ancora, I, 27. II, 2, 45. IV, 93. VI,
    5. VII, 30.

  Tegea, città potente nel Peloponneso, IV, 134. V, 32, 57, 62,
    64, 65, 67, 74, 75, 76, 82.

  Telle lacedemone, II, 25. III, 69. IV, 70. V, 19, 24.

  Tellia, duce siracusano, VI, 103.

  Temenidi, furono i primi a possedere la Macedonia marittima,
    II, 99.

  Temenite, parte di Siracusa, VI, 75, 90. VII, 3.

  Temistocle, creatore della marina ateniese, I, 14, 74, 93;
    sue qualità guerriere, I, 74; è mandato per ambasciata a
    Lacedemone, I, 90; fa costrurre le mura di Atene, e termina
    il Pireo, I, 90, 91 e seg., 93; esercita una magistratura
    annuale, I, 91; esiliato, si ritira in Argo, I, 135;
    accusato di favorire i Medi, se ne fugge a Corinto, I, 136;
    e di là presso Admeto, re dei Molossi, ibid.; vicissitudini
    diverse ch’egli prova, I, 137; si rifugge presso il re di
    Persia, suo elogio, sua morte, I, 138.

  Tempii d’Apollo, I, 29. II, 91. III, 94. VII, 26; d’Apollo
    Pitiano, II, 15. IV, 118. V, 83. VI, 54; di Bacco, II, 15.
    III, 81. VIII, 93; di Castore e Polluce, III, 75. IV, 110.
    VIII, 93; di Diana, VI, 44; di Eleusi, II, 17; d’Ercole, V,
    64, 66; di Giove Olimpio, II, 15; di Giunone, I, 24. III,
    68, 75, 79, 81. IV, 133. V, 75; di Mercurio, VII, 29; di
    Nettuno, IV, 118; di Pallade, IV, 116. V, 10; di Pallade
    tempio di _rame_, I, 134; di Protesilao, VIII, 102; della
    Terra, II, 15; di Teseo, VI, 61; di Venere, III, 46; _da
    vedersi sui tempii in generale_, II, 52. IV, 97, 98. —
    Tempii comuni a tutti i Greci, V, 18 e n.

  Tenaro, promontorio laconico, I, 128, 133. VII, 19.

  Tenedo, III, 2, 28, 35. VII, 57.

  Teneto, figlio di Tolmida, III, 20.

  Teno, una delle isole Cicladi, VIII, 69.

  Teo, III, 32. VIII, 10, 19, 20.

  Teodoro, padre di Procle, III, 91.

  Teolito, padre di Cinete, II, 101.

  Teoro, V, 16, 47.

  Tera, una delle Cicladi, II, 9.

  Teramene lacedemone, VIII, 26, 28.

  Tere, padre di Sitalce, II, 29, 67, 95.

  Tereo, re de’ Traci, II, 29.

  Teria, VI, 50, 94.

  Terineo golfo, IV, 104.

  Terme macedone, I, 61. II, 29.

  Termone spartano, VII, 11.

  Termopile, II, 101. III, 92.

  Terra ingoiata dal mare presso Orobio, I, 23, 101, 128. II,
    8. III, 87, 89. IV, 52. V, 45, 50.

  Teseo, II, 15. VI, 61.

  Tesoro degli Ateniesi, II, 13.

  Tespico territorio, IV, 26, 93, 96, 133. VI, 95. VII, 25.

  Tessaglia cambia spesso d’abitanti, I, 2; precedentemente
    chiamata Pirrea ed Emonia, ibid.; particolari geografici,
    IV, 78; Tessali, amici degli Ateniesi, ibid., I, 102;
    espellono gli abitanti d’Arne, I, 12; mandano soccorsi agli
    Ateniesi, I, 102, 107. II, 22; combattono contro a’ Beozii,
    ibid.; loro possessioni, loro governo, III, 93. IV, 78;
    combattono cogli abitanti d’Eraclea, V, 51; si querelano
    dei Lacedemoni, VIII, 3.

  Tessalo, figlio di Pisistrato, fratello d’Ippia e d’Ipparco,
    I, 20. VI, 55.

  Tessaracoste, moneta di Chio, VIII, 101.

  Tete, VI, 43.

  Teutlussa isola, VIII, 42.

  Teuziaplo eleo, III, 29, 30.

  Tiame, fiume, I, 46.

  Tiamo, monte, III, 106.

  Tichio d’Etolia, III, 96.

  Tideo, figlio di Jone, VIII, 38.

  Tilatei, II, 96.

  Timagora, figlio di Atenagora, II, 67. VII, 6, 39.

  Timida, volgarmente Tolmida, III, 20.

  Timocare, duce ateniese, VIII, 95.

  Timocrate lacedemone, II, 33, 85, 92. III, 105. V, 19, 24.

  Tindaro con giuramento costringe i pretendenti d’Elena, I, 9.

  Tirea, II, 27. VI, 95.

  Tirrenia, IV, 109. VI, 88, 103. VII, 53, 54, 57.

  Tisameno trachinio, III, 92.

  Tisandro Apodoto, III, 10.

  Tisia, figlio di Lisimaco, V, 84.

  Tisierne, luogotenente di Dario nell’Asia Minore, VIII, 5,
    16, 25; si collega co’ Peloponnesi contro gli Ateniesi,
    VIII, 17 e seg., 36 e seg., 57 e seg.; è vinto a Mileto
    dagli Ateniesi, VIII, 95; mette una guarnigione a Jasos,
    VIII, 29; paga la flotta de’ Lacedemoni, ibid.; sua collera
    contro gl’inviati da Lacedemone, VIII, 43; diminuisce il
    soldo ch’egli pagava ai Lacedemoni, VIII, 45, 46; certa di
    rientrare in grazia coi Peloponnesi, VIII, 57; i marinai
    peloponnesi si rivoltano contro a lui, VIII, 78; motivi
    che hanno impedito ai Peloponnesi di condurre la flotta
    fenicia, VIII, 81, 87; vuol giustificarsi in faccia a’
    Lacedemoni, VIII, 85, 109; offre un sacrifizio a Diana
    Efesia, VIII, 109.

  Tisso, città, IV, 109.

  Tlepolemo, duce ateniese, I, 117.

  Tolmida, figlio di Tolmeo, duce ateniese, I, 108, 113. III,
    20.

  Tolofo osionese, III, 100.

  Tolomeo, padre di Tolmida, I, 108, 113. IV, 53, 119.

  Tolosonii, III, 101.

  Tomeo, IV, 118.

  Torico, VIII, 95.

  Torilao, IV, 78.

  Torone, città calcidica, IV, 110. V, 2, 3, 18.

  Trachinii, III, 92, 100. V, 12.

  Traci presso Nasso, VI, 74.

  Traci, loro origine, loro carattere, loro diverse razze,
    I, 100; riguardano come vergognosa cosa il lavorare, I,
    5 e n. II, 29, 95, 96, 97, 98, 101. VII, 27, 29; battono
    gli Ateniesi, I, 100. IV, 102; loro guerra contro ai
    Tebani, VII, 30; ciò che essi fanno in Macedonia, II, 100;
    mercenarii al soldo degli Ateniesi, IV, 129. V, 6. VII, 27;
    al soldo dei Lacedemoni, V, 6.

  Tracia, I, 59, 100. II, 29, 96, 97, 98, 100, 101. IV, 75,
    101, 102, 129. V, 6, 10. VII, 17, 27, 30.

  Tragia, isola, I, 116.

  Tradimento de’ Beozii, IV, 76.

  Trasibulo, figlio di Lico, VIII, 73, 75.

  Trasicle ateniese, V, 19, 24. VIII, 15, 17, 19.

  Trasillo, V, 59. VIII, 75.

  Trasimelida spartano, IV, 1.

  Trasonide, VIII, 7.

  Tregue, di trenta in trenta anni, fra gli Ateniesi ed i
    Lacedemoni, I, 23; tregua olimpica, V, 49; tregua di dieci
    giorni, V, 26; tregua sacra, VIII, 10; altre tregue fra gli
    Ateniesi ed i Lacedemoni, IV, 45, 58, 117, 118. V, 26. VII,
    7, 10.

  Treri, II, 96.

  Trespotide, I, 46, 50. II, 80.

  Triasio campo, I, 115. II, 19.

  Triballi, II, 96. IV, 101.

  Tribù dell’Attica, VI, 98.

  Trierarchi ateniesi, e loro ufficii, VI, 31.

  Trinacria, antico nome di Sicilia, VI, 2.

  Trincea de’ Greci dirimpetto a Troia, I, 11.

  Triobolo, VIII, 45.

  Triopio, promontorio, VIII, 35.

  Tripode di Delfo, I, 132.

  Tripodisco sul territorio megarese, IV, 70.

  Triteesi, III, 101.

  Troade, I, 131.

  Troezeno, I, 27, 115. II, 56. IV, 21, 45, 118.

  Trofei, I, 30, 54, 63, 105. II, 22, 84, 92. III, 109, 112.
    IV, 12, 14, 25, 38, 44, 77, 92, 101, 124, 131, 134. V, 3,
    10, 74. VI, 94, 98, 103. VII, 5, 23, 24, 34, 41, 45, 54,
    74. VIII, 24, 25, 42, 95, 106.

  Trogilo, VI, 99.

  Troia (spedizione fatta contro), I, 3, 9, 11, 12. II, 68. IV,
    120. VI, 2.

  Tronio di Locride, II, 26.

  Trotilo, VI, 4.

  Tucidide istorico, figlio d’Oloro, pref. IV, 104; sua vita,
    suo esilio, pref., 7, 8 e seg.; perchè e come egli scrisse
    la guerra del Peloponneso, I, 1, 20, 21, 22, 23. V, 20,
    26; è ammalato per peste, II, 48; rivestito di un comando
    in Tracia, vi possiede miniere d’oro, pref., e V, 105;
    soccorre Amfipoli, pref., e IV, 106; difende Eione contro
    Brasida, IV, 107 e seg.; vive per vent’anni in esilio, V,
    26; epoca del suo richiamo, pref., XV, XVI e XVII e seg.

  Tucle, padre di Eurimedonte, III, 90, 91. VI, 3. VII, 16.

  Turia, VI, 61. VIII, 33, 35, 57, 84.

  Turiati, I, 101.


U

  Ulisse, IV, 24.

  Uomini, quale la loro natura, I, 20, 31, 76, 77, 78, 84, 140.
    II, 61. III, 39, 40, 41, 82, 84. IV, 17, 19, 61, 108. V,
    68. VII, 77.


V

  Venere (tempio di), VI, 46.

  Vento, II, 84. VI, 104.

  Via Nemea, III, 24, 101. VI, 58, 66.


X

  Xanara, eforo spartano, V, 36, 37, 38, 46, 51.

  Xantippo, padre di Pericle, I, 111, 127. II, 13, 31.

  Xenoclide, figlio di Euticle, duce corintio, I, 46. III, 114.

  Xenofane, padre di Lamaco, VI, 8.

  Xenofantide lacedemone, VIII, 55.

  Xenone tebano, V, 7.

  Xenotimo, padre di Carcino, II, 23.


Z

  Zacinto, I, 47. II, 7, 9, 66, 80. IV, 8, 13. VII, 31, 57.

  Zancle città, VI, 4, 5.

  Zeusida lacedemone, V, 19, 24.

  Zeusidamo, padre di Archidamo, II, 19, 47. III, 1.

  Zopiro, padre di Megabizzo, I, 109.


  FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.




INDICE


  LIBRO QUINTO.

  Sommario.

  Cleone e Brasida combattono ad Amfipoli, ed ambi sono
    spenti. — Tregua. — Varii popoli armano contro i
    Lacedemoni. — Imprese di questi. — Contravvengono ai
    patti. — Collegansi Beoti, Corintii ed Argivi. — Argo
    vorrebbe essere con Isparta. — Conclude l’alleanza con
    Atene. — Giuochi olimpici. — Guerra di Epidauro. —
    Battaglia di Mantinea. — Alleanza tra gli Argivi ed i
    Lacedemoni. — Argo chiama il suo reggimento. — Gli
    Ateniesi cercano di soggettar Milo. — Varii avvenimenti.  pag.  5

  LIBRO SESTO.

  Sommario.

  La Sicilia. — Legati di Egesta. — Varii avvenimenti. —
    Guerra di Sicilia. — Erme mutilate. — La flotta fa vela.
    — Siracusa in agitazione. — La flotta rade l’Italia. —
    I Siracusani preparansi alla difesa. — Armodio ed
    Aristogitone. — I Siracusani vinti. — Deputati a
    Camarina. — Sparta si collega con Siracusa. — Altri
    avvenimenti. — Assedio di Siracusa. — La flotta salpa da
    Corinto. — Atene e Sparta vengono in aperta rottura.       »   65

  LIBRO SETTIMO.

  Sommario.

  Gilippo. — Nicia si fa forte. — Combattimenti. — Lettera
    di Nicia. — Eserciti nella Sicilia e nell’Attica. —
    Battaglia navale. — Diversi fatti. — Presa di Micalesso.
    — Imprese di Demostene. — Zuffa navale a Siracusa. —
    Giunge la flotta ateniese. — Epipole assalita. — Altro
    combattimento in mare. — Schiere dei belligeranti. — I
    duci fan cuore alle soldatesche. — Si combatte pure in
    mare. — Avvilimento dell’esercito ateniese. — Tenta di
    ritirarsi, ed è sconfitto. — I suoi duci sono spenti, ed
    i prigioni maltrattati.                                    »  131

  LIBRO OTTAVO.

  Sommario.

  Atene atterrita ed indignata contro gli accenditori della
    guerra, si ammannisce a sostenerla. — Movimenti dei
    Greci e dei Lacedemoni per recarla a fine. — Eubei, Chii
    ed Eritrei sono per ribellarsi. — Lacedemoni fan di
    tutto per torre alleati ad Atene, ed Atene per
    impedirlo. — Ribellione dei Chii, degli Eritrei, dei
    Clazomenii. — Confederazione tra il re di Persia e
    Lacedemone. — Il popolo di Samo contro la nobiltà. —
    Sedizione in Atene, ove la democrazia è mutata con lo
    Stato de’ pochi. — Reintegrazione di Alcibiade. —
    Combattimento ad Abido.                                    »  191

  Note dell’Editore                                            »  259

  Cronologia comparata degli avvenimenti menzionati nelle
    Storie di Tucidide.                                        »  277

  Indice geografico-comparato dei luoghi menzionati nelle
    Storie di Tucidide.                                        »  287

  Indice generale delle materie contenute nelle Storie di
    Tucidide.                                                  »  295





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.



*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO, LIBRI VIII, VOL. 2/2 ***


    

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including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
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or any Project Gutenberg work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg work, and (c) any
Defect you cause.

Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg

Project Gutenberg is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg’s
goals and ensuring that the Project Gutenberg collection will
remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg and future
generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org.

Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
U.S. federal laws and your state’s laws.

The Foundation’s business office is located at 41 Watchung Plaza #516,
Montclair NJ 07042, USA, +1 (862) 621-9288. Email contact links and up
to date contact information can be found at the Foundation’s website
and official page at www.gutenberg.org/contact

Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread
public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
visit www.gutenberg.org/donate.

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: www.gutenberg.org/donate.

Section 5. General Information About Project Gutenberg electronic works

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
Gutenberg concept of a library of electronic works that could be
freely shared with anyone. For forty years, he produced and
distributed Project Gutenberg eBooks with only a loose network of
volunteer support.

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the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
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