Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2

By Thucydides

The Project Gutenberg eBook of Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2
    
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.

Title: Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2

Author: Thucydides

Annotator: Francesco Predari

Translator: F. P. Boni


        
Release date: July 22, 2026 [eBook #79157]

Language: Italian

Original publication: Torino: Pomba, 1854

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79157

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO, LIBRI VIII, VOL. 1/2 ***

                                TUCIDIDE


                      DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO

                               Libri VIII


                             VOLGARIZZAMENTO

                                   DEL
                           CANONICO F. P. BONI

                    con note critiche ed illustrative

                          DI FRANCESCO PREDARI


                              VOLUME PRIMO



                                 TORINO
                      CUGINI POMBA E COMP. EDITORI
                                  1854




        Tipografia del Progresso, via Madonna degli Angeli, Nº 9.




GLI EDITORI


Deliberati d’inserire nella nostra NUOVA BIBLIOTECA POPOLARE, come
da ultimo nostro programma, la serie degli storici greci, vi diamo
principio col Tucidide. Queste Storie di Tucidide ebbero in Italia la
prima edizione nel loro dettato originale da Aldo il vecchio (Venezia
1502); la prima traduzione latina da Lorenzo Valla (edita nel 1474
a Venezia). Fu primamente tradotta in italiano da Soldo Strozzi, e
pubblicata in bella ma scorretta edizione dal Valgrisio nel 1545;
traduzione assai pregevole che ebbe nel solo secolo XVI ben cinque
ristampe. Nel 1735 ebbe una magnifica edizione dal Ramazzini in Verona,
con molti e importanti miglioramenti apportati nella traduzione stessa
mediante i migliori testi su cui venne riveduta. Nel 1830 comparve
nella _Collana degli antichi Storici greci_ del Sonzogno la traduzione
di Pietro Manzi, la quale in diversi luoghi anzi che traduzione è
parafrasi, senza dir delle sbagliate interpretazioni del testo.
Finalmente nel 1835 apparve anonima in Firenze la traduzione del
Canonico Boni, frutto di molti anni di lavoro, condotto con diligenza
assai rara.

Nel dare una traduzione italiana di Tucidide, per consiglio del signor
Predari, che dirige ora la parte letteraria di questa Raccolta, non
esitammo punto a scegliere fra le tre quest’ultima, come quella che per
i migliori testi su cui venne fatta è superiore a quella dello Strozzi,
e per fedeltà, lingua e stile lasciò dietro sè quella del Manzi.

Nessuna delle edite traduzioni italiane di Tucidide ebbe finora il
corredo di quelle note critiche ed illustrative che sono indispensabili
alla intelligenza dei tanti passi, i quali sono veri problemi di
Storia, di Geografia e di Archeologia quando già risoluti, quando
tuttavia in quistione, quando forse insolubili.

Egli è perciò che il signor Predari ha stimato necessario di corredarla
di alcune sue note, frutto in parte de’ suoi studi sugli antichi
storici greci, e in parte cavati dalle vaste elucubrazioni del Poppo
e dai commenti di Beck, Ducker, Levesque, Gail, Coray, Zevert, e non
mancò di collazionare, come il lettore può rilevare dalle sue note, la
traduzione del Boni sopra testi greci migliori anche di quelli di cui
si è egli giovato; e l’edizione che particolarmente gli fu di guida in
ciò è quella in un volume in-4º di Firmin-Didot, pubblicata nel 1852 in
Parigi, e del Poppo, Lipsia 1821-1851.

Delle tante vite scrittesi di Tucidide, gli parve migliore quella
dottissimamente scritta dal Daunou, e questa fu premessa alla nostra
edizione, non senza essere corredata qua e là di qualche noterella.

Onde agevolare gli studii e le ricerche della studiosa gioventù, a
cui è dedicata particolarmente questa edizione, furono posti in fine
del secondo volume tre indici — _Cronologico_ il primo, e col quale
sono messi a riscontro fra loro i fatti storici particolari degli
_Ateniesi_, dei _Peloponnesi_ e della _Persia_; — _Geografico_ il
secondo, e col quale si sono coordinati in ordine alfabetico i nomi dei
luoghi menzionati da Tucidide nella loro antica denominazione, con a
lato la relativa denominazione moderna; — _Generale_ il terzo, e col
quale sonosi in ordine alfabetico compendiate le materie contenute
nell’Opera.

Accolta con favore questa edizione del Tucidide, noi daremo mano alla
pubblicazione degli altri storici greci, come più sopra abbiamo detto,
colla stessa cura e diligenza.




VITA DI TUCIDIDE


Tucidide, storico greco, si dice, incominciando la sua opera,
Ateniese, e promette di non imitare quegli autori che, più vaghi
di ottenere applausi che di meritar fede, frammischiano ai fatti
favole inverisimili: vuol forse con ciò censurare Erodoto. Quanto a
lui ha ricercato testimonianze positive: se non ha potuto ritenere
litteralmente tutti i discorsi che ha uditi, se ve ne ha altronde
di cui ha conoscenza soltanto per ragguagli di chi ha interrogato,
assicura che si terrà sempre quanto è più possibile fedele ai pensieri
e fino alle espressioni di ciascun personaggio. Rispetto agli
avvenimenti, non si è fidato ai primi racconti: ha assunto informazioni
esatte, e si è applicato a verificare ogni cosa. Vuol lasciare ai
secoli venturi un monumento fedele, un’istruzione pura: il suo
lavoro non è uno scherzo di spirito, un poema destinato ad allettare
l’immaginazione e l’orecchio. Nel momento stesso in cui s’accendeva la
guerra del Peloponneso, ne ha egli intrapresa la storia. Descrivendo
la peste dell’Attica, ci fa sapere che n’è stato côlto anch’egli. Più
oltre narra che _Tucidide, figlio d’Oloro, che ha scritto tali cose_,
possedeva e faceva scavar miniere d’oro in un paese della Tracia, il
che lo rendeva uno degli uomini più doviziosi del continente; che era
a Taso, quando gli fu ingiunto di andare in soccorso d’Amfipoli; che
subito si mise in mare con sette navi, per impedire agli abitanti di
quella città di dar retta alle proposizioni dei nemici, o per occupare
almeno il porto di Eione; che ciò non ostante a Brasida, generale
dei Lacedemoni, riuscì di trattare cogli Amfipolitani, e si era già
reso padrone della piazza, quando Tucidide vi arrivò sulla sera;
che, forzato a dimettere il pensiero di conservare Amfipoli, diede
le disposizioni necessarie per mettere Eione in sicurezza, e riuscì
di fatto a respingerne Brasida. Esiliato dopo tale impresa, ci dice
egli stesso, «ho passato vent’anni fuori della mia patria; ho vissuto
così presso l’una che l’altra delle parti belligeranti: il mio esilio
e l’ozio, di cui ho goduto, m’hanno procacciato i mezzi di meglio
conoscere gl’interessi e le spedizioni dei Peloponnesi.» Parla in altri
due luoghi di due personaggi che avevano lo stesso suo nome, ma che
non erano della sua famiglia; l’uno condusse quaranta navi ateniesi
destinate a secondare la flotta che assediava Samo; l’altro, nato a
Farsalia, contribuì a calmare un’agitazione publica in Atene, dov’era
straniero. Ecco tutte le notizie che Tucidide ci somministra di sè
nella sua storia.

Dei testi classici, greci e latini, in cui è parlato di lui, importa di
consultare principalmente quelli di Plinio, di Plutarco, d’Aulo Gellio
e di Pausania. Plinio il vecchio dice che gli Ateniesi esiliarono
Tucidide generale, e che lo richiamarono quando divenuto era storico;
che ammirarono l’eloquenza di colui del quale avevano condannato la
condotta militare. Plutarco fa menzione d’un quarto Tucidide, di cui
era padre Milesio, ed il quale raccontando i suoi combattimenti nella
lotta contro Pericle, diceva: «Quando io l’ho sconfitto egli si fa a
discorrere sì bene, che persuade agli astanti essere lui il vincitore.»
Nelle sue Notizie sui dieci oratori, Plutarco racconta come si credeva
Antifone che avesse insegnato l’eloquenza allo storico Tucidide, il
quale in effetto l’ha assai lodato nel suo ottavo libro. Ma il passo
di Plutarco che più merita attenzione si legge nella vita di Cimone;
ivi è detto che Cimone era figlio di Milziade e della tracia Egesipila,
figlia del re Oloro; che il padre di Tucidide si chiamava anch’egli
Oloro; che in tale guisa lo storico discendeva dal re stesso; che
possedeva miniere d’oro in Tracia; che, secondo l’opinione comune, vi
fu ucciso in un luogo chiamato la selva affossata; che le sue ceneri
furono ricondotte nell’Attica; che la sua tomba si vede ancora tra
quelle della famiglia Cimone: che per altro Tucidide era del borgo
d’Alimusa, e Milziade di quello di Lacia. Aulo Gellio, appoggiandosi
sull’autorità di Panfila, dice che nell’incominciare della guerra
del Peloponneso, l’autore che ne doveva scrivere la storia aveva
quarant’anni, il che assegna alla sua nascita l’anno 471 avanti l’èra
volgare. Pausania parla della statua eretta ad Enobio in ricompensa
d’una bellissima azione, quella cioè d’aver promosso il decreto che
richiamava Tucidide, figlio d’Oloro: ma poco tempo dopo, aggiunge
Pausania, quel grande storico perì vittima d’un memorando tradimento;
ha il suo sepolcro vicino alla porta Melitide.

Tali sono i soli documenti che ci porgono sulla sua vita i libri
classici: ma ricorrendo a scritti che non meritano del pari sì fatto
titolo, si trovano assai maggiori particolarità.

Esiste una Notizia sopra Tucidide, compilata da un autore chiamato
Marcellino, il quale probabilmente non ha vissuto prima della metà
del terzo secolo dell’èra nostra, e che bisognerebbe poi mettere
nel quarto se si dovesse confonderlo, come si è fatto talvolta,
con Ammiano Marcellino. In appoggio di quest’ultima congettura, si
osserva che Ammiano era greco, che si dichiara tale nella fine del
trentesimoprimo libro delle sue Storie, che la sua latinità è mista
di molti grecismi; che imita Tucidide in più luoghi, e che da lui
felicemente attinge. Chiunque sia questo biografo Marcellino, dopo
di aver parlato, pressochè come Plutarco, d’Oloro, che traeva il suo
nome da un re di Tracia, e che avendo sposato Egesipila n’ebbe un
figlio nominato Tucidide, aggiunge che di tale storico erano antenati
Milziade e Cimone, pei quali discendeva da Eaco, figlio di Giove.
Didimo ed Ellanico sono citati in appoggio di sì fatta genealogia: per
chiarirne gli ultimi gradi, il biografo dice che Milziade, durante il
suo soggiorno nel Chersoneso, menò moglie Egesipila, figliuola del
re di Tracia Oloro, la quale diede alla luce un figlio che potrebbe
essere il padre dell’Egesipila madre del nostro storico, poichè questi
possedeva in Tracia ricche terre. Tuttavia, secondo Marcellino, Oloro
non è il vero nome di suo padre; è Orolo che si legge sulla tomba
di Tucidide, situata a Cela presso quella d’Erodoto: Didimo afferma
che i copisti hanno trasportato le due lettere λ e ρ. Con tutto ciò
l’autore di tale Notizia confessa che Tucidide non dà nemmen egli
contezza veruna della sua famiglia: è da Polemone che si sa com’ebbe
un figlio chiamato Timoteo, e da Ermippo che annoverava Pisistrato
fra’ suoi avi; il che spiega perchè parla piuttosto male d’Armodio
e di Aristogitone. Si ammogliò in Tracia con una donna che non è
nominata, ma che gli recò in dote delle miniere d’oro. Tra gli usi
che faceva delle sue ricchezze, si notano le spese per gli Spartani e
gli Ateniesi che gli somministravano per la sua storia notizie sicure
e fedeli. Aveva avuto a maestro d’eloquenza Anassagora, ed a maestro
di rettorica Antifonte (siccome ne lo ha già detto Plutarco). Giunto
all’età matura, non si era ancora ingerito in affari publici, non
si era mostrato nè nel foro, nè nelle adunanze popolari; più tardi,
gli si affidò il comando d’un esercito; il che fu causa delle sue
disgrazie. Dopo il racconto del suo sinistro in Amfipoli, del merito
acquistatosi difendendo il porto d’Eione, e dell’esilio a cui si vide
condannato da’ suoi ingrati concittadini, Marcellino narra inoltre
che si ritirò primamente in Egina, dove prestò la maggior parte del
suo danaro a grossi interessi, poscia in Tracia, ed ivi scrisse
la sua storia; di modo che Timeo, che lo trasporta in Italia, non
dev’essere creduto. Ma ciò che più l’onora, secondo il suo biografo,
è che avendo motivo di lagnarsi dell’ateniese Cleone il quale l’aveva
fatto bandire, e dello spartano Brasida, che aveva sorpreso Amfipoli,
si esprime in termini assai moderati sul conto d’ambidue costoro. Non
vediamo però che abbia troppo risparmiato Cleone: «I buoni cittadini,
dic’egli, si rallegravano vedendo che di due vantaggi grandi stavano
per ottenerne sicuramente uno, o di soggiogare gli Spartani, o, cosa
che desideravano più ancora, d’esser liberati da Cleone, che partiva
per Pilo.» Noi già abbiamo distinto quattro Tucididi: Marcellino
ne indica un quinto, figlio d’Aristone e poeta. Dopo di che cita
Prassifane, secondo il quale lo storico della guerra peloponnesiaca
non sarebbe venuto in fama dopo la morte di Archelao, re di Macedonia,
nè ottenuto per la sua celebrità la fine del suo esilio, poichè morì
e fu sepolto fuori di Atene, in cui non v’ha che il suo cenotafio.
Didimo, per lo contrario, afferma che tornò in patria, e vi perì di
morte violenta. Zopiro, Cratino e Timeo hanno seguito altre tradizioni,
tra le quali Marcellino non indica quella che preferisce; ma scendendo
a considerazioni letterarie sull’opera di Tucidide, sostiene che
tale storico ha imitato nell’ordire Omero e nell’elocuzione Pindaro;
che ha temuto di essere poco stimato ove avesse scritto abbastanza
chiaro per essere inteso da tutti; che prima di lui i libri di storia
erano senza vita, che Erodoto per verità aveva tentato d’avvivare i
suoi con alcune arringhe, ma in troppo poco numero e troppo brevi
per conseguire lo scopo; che il figlio d’Oloro ne ha prima composto
d’eccellenti e molte; che ha scelto lo stile sublime, più conveniente
al racconto delle azioni umane che non lo stile medio d’Erodoto e lo
stile semplice o dimesso di Senofonte; che si è appropriato le forme
e le figure della poesia; che nondimeno i caratteri dell’eloquenza
tanto deliberativa quanto dimostrativa e giudiciaria si conservano
e brillano ne’ suoi libri, tranne nell’ottavo, al quale non ha dato
l’ultimo pulimento, e che fu da lui scritto in un tempo in cui il
male gli affievoliva l’ingegno. Alcuni hanno attribuito tale ottavo
libro a Senofonte, a Teopompo, ed anche alla figlia di Tucidide: per
confutare la terza di tale ipotesi, Marcellino dichiara che le donne
non potrebbero avere la prerogativa di scrivere; è però assai lontano
di possederla egli stesso nel grado in cui l’ebbero parecchie di esse.
La sua Notizia contiene pure delle osservazioni meramente grammaticali;
vi si legge che Tucidide fa volontieri uso dell’antica lingua attica,
che adopera la lettera ξ invece della σ, il dittongo αι per α; delle
parole che sono sue proprie, delle espressioni poetiche, dei termini
vieti, nel numero dei quali Marcellino cita παγχάλεπον e αμαρτάδα, che
nei libri di Tucidide non si trovano. Il biografo, verso la fine del
suo opuscolo, fa menzione della viva commozione che provò Tucidide,
assai giovane ancora, e delle lagrime che versò ascoltando Erodoto,
che leggeva la sua opera ne’ giuochi olimpici: Erodoto se ne avvide,
e si congratulò con Oloro d’avere un figlio sì felicemente disposto
agli studi ed ai lavori letterari. Sappiamo in oltre da Marcellino, che
alcuni critici hanno partito in tredici sezioni la storia della guerra
del Peloponneso, ma che la divisione ordinaria è in otto libri, quella
cui Asclepio ha giudicato la vera; che l’autore di tale Storia avea
la fisonomia d’un pensatore, la testa e la capellatura terminanti in
punta, il portamento grave conforme al carattere de’ suoi scritti; che
morì in età di oltre cinquant’anni, nella Tracia; che vi fu sepolto;
che si dice nondimeno che le sue ossa furono segretamente riportate
in Atene dai suoi parenti; che la sua tomba si vedeva, come attesta
Antillo, a Cela, e che vi si leggeva l’iscrizione: _Tucidide, figlio
d’Oloro, del borgo d’Alimusa_.

Un’altra Vita di Tucidide, compilata da un anonimo, è molto più
succinta, e presenta però alcune particolarità nuove. Vi è detto che
gli Ateniesi avendo affidato al figlio di Oloro un comando militare ed
il governo delle miniere di Taso, egli divenne ricco e potente; che
fu accusato di tradimento; che era almeno colpevole di lentezza e di
negligenza; che nel suo esilio, prefisso a dieci anni, compose la sua
opera storica, cogliendovi tutte le occasioni d’esaltare gli Spartani,
e di deprimere gli Ateniesi; che prima d’essere scrittore, avea preso
parte alle pubbliche faccende, che avea trattato varie cause, quella
per esempio di Pirilampe, accusato d’assassinio e perseguitato da
Pericle. Qui noi dobbiamo osservare che Cicerone afferma invece che
Tucidide non ha mai trattato cause. L’anonimo racconta poi che avendo
fatto assolvere Pirilampe, attirò con tale felice successo su di sè
gli sguardi ed i suffragi della moltitudine; che fu fatto generale, ma
che, tratto a prevaricare dalla sua avarizia, fu dichiarato colpevole
e rimosso da’ suoi impieghi amministrativi; che partì alla vôlta di
Sibari con Senocrito; che osò per altro ricomparire in Atene, che vi
fu sorpreso, e che si decretò il suo bando; che allora si trapiantò
in Egina, dove scrisse i suoi libri; che ivi pure pasceva la sua
cupidigia, rovinando gli Egineti con usure ne’ prestiti; che stava
terminando l’ottavo suo libro, quando morì di malattia; che la sua
tomba è a Cela; che finalmente la colonna eretta sulla sua tomba ha per
iscrizione questo verso: Θουκυδίδης Ὅλορου Ἀλιμούσιος ἐνθάδε κεῖται
(_Tucidide, figlio d’Oloro ed Alimusiano, riposa in questo antro_). Non
sembra che all’autore di tale Notizia fosse nota quella di Marcellino,
al quale però si ha motivo di crederlo posteriore di più secoli.

Anche Suida ha scritto, sopra Tucidide, alcune righe le quali si
riducono a dire che era figlio d’Oloro e padre di Timoteo; che
discendeva, per parte di sua madre, da Milziade; per parte di suo
padre, da un re di Tracia; che avendo avuto a maestro Antifone, fioriva
nella LXXXVIIª olimpiade (431 anni avanti G. C.); che il suo talento si
era preannunciato per l’entusiasmo che aveva eccitato in lui la lettura
publica dei libri d’Erodoto; che finalmente diventò valente storico,
elegante scrittore, adoperando nondimeno nella sua locuzione alcune
forme particolari.

Solo dopo raccolte tali indicazioni è possibile di discernere ciò
che v’ha di veramente noto, o di probabile, concernente la vita di
Tucidide. Che sia nato nel 471, siamo autorizzati a supporlo con
Pamfila ed Aulo Gellio. Ciò che Marcellino, il biografo anonimo, e
Suida narrano della sua genealogia, è in parte confermato da Plutarco:
egli apparteneva a due famiglie illustri, l’una in Tracia, l’altra
nell’Attica. Non è necessario di mutare il nome di suo padre d’Oloro in
Orolo; tale mutamento, introdotto dal solo Marcellino, è contraddetto
da troppi testi; e farlo discendere da Eaco e da Giove è un farlo
nobile più del bisogno. I giuochi olimpici a cui il giovane Tucidide,
dicesi, intervenne, e ne’ quali si mostrò sì vivamente commosso
ascoltando Erodoto, debbono essere quelli del 460, o del 456, o del
452. La seconda di tali date sembra la più conveniente: Tucidide era
allora in età di quindici anni. Dall’anno 454 all’anno 452, Dodwell lo
ascrive ad una milizia, dietro indicazioni troppo vaghe; e, sulla fede
del biografo anonimo, l’associa alla colonia ateniese che nel 444 si
trapiantò in Italia, a Turio o nuova Sibari. Lo stesso anonimo sembra
stabilire prima di tale partenza per Turio le supposte prevaricazioni
che produssero un primo bando di Tucidide: Dodwell invece vuole che
quei dieci anni d’esilio siano compresi tra il 441 ed il 431; ma noi
giudichiamo più logico il tenere per false le asserzioni della Notizia
anonima, che non sono da verun testo classico confermate. Per accusare
un tanto uomo celebre di peculato e di rapine vituperose, abbisognano
altri indizi che l’asserzione d’un grammatico o d’un retore del medio
evo, il quale viene dopo mille anni a farci simili rivelazioni.
Marcellino, che non parla di tale primo esilio, è già anch’egli poco
credibile anzi che no, quando non cita nessuna testimonianza che da
noi si possa chiarir vera: manca di criterio e di metodo; ed il suo
opuscolo, che fu talvolta riguardato come un frammento d’un’opera più
estesa, è sì pieno d’inversioni e di ripetizioni, che altri dotti
hanno creduto, a miglior dritto, di ravvisarvi una raccolta di brani
compilati da diversi grammatici. Ma l’anonimo è ancora assai meno
istrutto e più incapace di ricerche logiche. Se si ammettesse il
racconto di quell’ignoto, Tucidide non sarebbe che un vile angariatore,
un sordido usuraio, un amministratore infedele; e tutta la sua gloria
letteraria rimarrebbe disonorata, non da debolezze, ma da vizi
imperdonabili. È mo conveniente il lasciare ad oscuri compilatori
tanta autorità sulla riputazione d’un grand’uomo? Si dirà che avevano
nelle mani antichi scritti che non sono venuti fino a noi; ma
primieramente bisognava si fossero data la briga di citarli: Marcellino
lo fa talvolta; l’anonimo se ne dispensa e proprio là dove erano più
necessarie. Resta poi a sapere quale fiducia meritino tali citazioni:
parecchie di quelle che si possono verificare, perchè rimandano a libri
che sussistono ancora, si trovano false o inesatte; e ciò è quanto
interviene per alcune di quelle di Marcellino. In generale le menzogne
letterarie, le supposizioni di scritti e di testi sono state molto in
uso in tutto il corso dei secoli di mezzo.

Attenendoci ai documenti classici, partito più sicuro, nulla sappiamo
di sicuro della vita di Tucidide dal 456 fino alla presa d’Amfipoli per
parte dei Lacedemoni, nel 424. Racconta egli stesso che non è arrivato
abbastanza presto per salvare quella città, e che gli Ateniesi l’hanno
esiliato: non si lagna di tale rigore; soltanto espone come aveva loro
conservato il porto di Eione, e tale circostanza rimuove qualunque
sospetto d’infedeltà. Il sapere fino a quale punto si aveva diritto di
rinfacciargli negligenza e lentezza, è cosa che ci manca ogni mezzo di
chiarire: non resterebbe almeno sulla sua memoria nessuna di quelle
macchie profonde cui nulla può cancellare; egli non è stato, in mezzo
alle turbolenze della Grecia, nè un proscrittore, nè un depredatore,
nè un codardo, nè un traditore. Da un altro canto, dobbiamo prestar
fede piuttosto a lui che a’ suoi biografi, allorchè ci fa sapere che il
suo esilio ha durato vent’anni, ed è quindi terminato nel 403, quando
la guerra del Peloponneso era al suo fine. Plinio il vecchio ha detto
che gli Ateniesi l’avevano richiamato, e Pausania ha nominato Enobio
come autore del decreto che restituiva tale grande storico alla sua
patria. Enobio merita lode per aver fatto cessare un bando ingiusto,
o almeno uno di que’ rigori estremi che confinano con l’ingiustizia.
Quanto al soggiorno di Tucidide in Egina o altrove, ed ai luoghi ed ai
tempi in cui ha composto i suoi libri, nè Marcellino nè l’anonimo non
ne possono essere appieno informati; e ciò che dicono dei suoi prestiti
con usure è almeno spoglio di prova. Marcellino non lo fa vivere che
cinquant’anni circa; di modo che sarebbe morto poco dopo il 421: ma
esso biografo cita Prassifane, attestando che Tucidide non è venuto
in fama che dopo la fine del regno d’Archelao, vale a dire dal 399 in
poi; il che dà allo storico un’età di settantadue anni innanzi l’epoca
della sua celebrità. Suida, per lo contrario, stabilisce il suo maggior
lustro nell’anno 431, nel momento stesso in cui cominciava la guerra di
che doveva scrivere la storia. Il fatto è che tali compilatori scrivono
a caso, e che non si danno la briga di rendere concordi gli articoli
delle loro Notizie. Tuttavia Dodwell attribuisce una tale importanza a
sì fatta indicazione della morte d’Archelao, che ritarda effettivamente
fino al 399 la publicazione e la fama dell’opera di Tucidide. Ne
stabilisce il cominciamento verso gli anni 403 a 400, e suppone che
per lo innanzi, vale a dire fino all’età di sessantotto anni, lo
storico si fosse limitato a raccogliere materiali. Nulladimeno Tucidide
ci ha dichiarato, che fin dal principio della guerra peloponnesiaca
aveva intrapreso di raccontarne gli avvenimenti; che tale lavoro
seguitava ad occuparlo durante il suo esilio, e che approfittava, onde
perfezionarlo, delle facilità che gli offrivano le sue relazioni tanto
con gli Ateniesi quanto coi nemici loro. Finalmente se vero è che fino
dalla sua adolescenza abbia sentito, ammirando Erodoto, il bisogno
d’imitarlo, si dura fatica a comprendere come avesse poi aspettato più
d’un mezzo secolo a secondare tale vocazione. È dunque verisimile che
siasi occupato della sua opera tra gli anni 431 e 403. Alla fine del
suo terzo libro, dopo d’aver detto dell’eruzione dell’Etna che avvenne
nel 426, la indica come la seconda, ed aggiunge che ve ne sono state
tre dacchè la Sicilia è occupata dai Greci: ora si sa che la terza non
è accaduta che nel 395. Lo storico ha dunque vissuto almeno fino a tale
termine, e probabilmente alcuni anni più oltre, forse fino ai primi
mesi del 391, siccome congettura Dodwell; ma alla fine dello stesso
anno 391, non viveva più, però che i suoi eredi comunicavano i suoi
scritti a Senofonte.

Più ardua quistione è il sapere dove e come è morto: in Tracia o in
Atene? e se di vecchiezza o di malattia? naturalmente, o pel ferro
d’un assassino? Sopra tali circostanze, le tradizioni inconciliabili
seguite da Plutarco, Pausania, Marcellino e dall’anonimo ci lasciano
in un’incertezza donde nessun altro documento ci aiuta ad uscire. Ma
ella è l’opera di Tucidide quella che c’importa di ben conoscere. Oltre
la sua Storia, è fatto autore di un’Epistola, che è indicata come
prolissa ed enfatica nel _Trattato dell’eloquenza_ che si attribuisce a
Demetrio Falereo. Tale Epistola non sussiste più, ed i difetti che vi
si riprendevano sono sì alieni dallo stile dello storico, che potrebbe
pur esservi in ciò qualche errore.

Si dubita ch’abbia egli diviso la sua opera in libri; però che sembra
tale partizione non sia stata sempre la stessa. Diodoro Siculo
la suppone in otto libri, osservando che se ne contano talvolta
nove; altri hanno cresciuto questo numero a tredici, se crediamo a
Marcellino. Una controversia più importante è insorta sull’autenticità
dell’ultimo di tali libri, quello che noi chiamiamo l’ottavo. Questo
non contiene arringhe, e meno splendido n’è lo stile, meno accurato
che nei precedenti: si è voluto inferirne che non era del medesimo
autore, ovvero che bisognava riguardarlo come una semplice raccolta di
materiali destinati ad essere ordinati. Le congetture di coloro che
l’attribuiscono a Senofonte o a Teopompo sono affatto inverosimili.
Diodoro Siculo e Plutarco lo dicono composto da Tucidide, e la loro
opinione basta perchè vi si conformi la nostra, senza che sia bisogno
d’invocare per sopraggiunta l’autorità di Stefano di Bisanzio nè di
Marcellino. Si cita pure la testimonianza di Tucidide stesso, il quale
nel suo libro V dice che ha lavorato sulla Storia dei ventisette anni
della guerra del Peloponneso: ma non ha realmente condotto l’opera sua
fino a tale termine; e quindi tale testo non prova nulla, o proverebbe
più che non si domanda, cioè che a tale ottavo libro tenevano dietro
due o tre altri che si sono perduti. Quest’ultima ipotesi è stata
sostenuta da Gail, il quale ha altronde esposto più compiutamente
d’ogni altro le ragioni di ammettere l’ottavo come autentico.

Il primo libro contiene prima delle vedute generali sui più antichi
tempi della Grecia. Tale quadro ristretto in angusti limiti, è
ugualmente importante per ciò che ne racconta e per la cura che
l’autore ha preso di escluderne le favole e le esagerazioni. Alcuni
dotti lo hanno giudicato troppo poco esteso; avrebbero voluto più
particolarità, più risultati, asserzioni più ricise. Ma que’ che non
curano la falsa scienza, lodano lo storico d’aver temuto di dir nulla
oltre a ciò che aveva potuto bene accertare; del rimanente, non è che
una prima parte della sua esposizione. Della seconda, molto più ampia,
sono materia le cause prossime, i preparamenti, e l’incominciamento
della guerra del Peloponneso. Vi sono in tale primo libro parecchie
inversioni e disgressioni che possono nuocere alla chiarezza d’un tale
ristretto, ed indebolirne l’importanza; vi si trovano altresì otto
arringhe che riempiono forse troppo spazio. Incominciando il secondo
libro, l’autore annuncia che seguirà ne’ suoi racconti l’ordine de’
tempi per estati e per inverni. Il nome di estate s’applica da lui ai
sei mesi compresi dall’equinozio di primavera, fino all’autunnale;
ed il nome d’inverno all’altro semestre. Tale divisione, che è
peculiarmente sua, venne biasimata da Dionigi d’Alicarnasso e da
diversi scrittori, i quali preferiscono il metodo comune, vale a dire
quello che procede per anni civili o per arconti. Ma Tucidide credeva
di toglier di mezzo più sicuramente ogni confusione ed ogni errore,
cominciando ogni anno nel momento in cui ricominciavano le fazioni
della guerra. Il suo libro II abbraccia in tale guisa i primi tre
anni della guerra, da aprile 431 a luglio 428. Vi si distinguono dei
passi rimasti assai celebri, siccome la concione del re di Sparta
Archidamo a’ suoi guerrieri, l’orazione funebre degli Ateniesi morti
nei combattimenti, detta da Pericle; principalmente la descrizione
della peste dell’Attica. I sei anni seguenti fino alla primavera del
422 somministrano la materia dei libri III e IV. Tra le arringhe che
contengono, quelle di Diodoto in favore degli abitanti di Mitilene, e
di Astimaco per que’ di Platea, spiccano per la saggezza delle idee,
e per un’eloquenza vigorosa. Per dipingere i personaggi, l’autore
li lascia parlare ed operare: di tal maniera divampa l’ambizione
di Cleone, e svelansi i suoi raggiri. Le particolarità della presa
d’Amfipoli e dell’esilio di Tucidide si leggono nell’ultima parte del
quarto libro, in cui si trova poscia il testo del trattato che nel 423
sospese le ostilità tra Atene e Sparta, ed interruppe il corso dei
prosperi successi di Brasida. Tale guerra, sì folle nella sua origine,
era divenuta per tutti disastrosa. Ateniesi, Spartani, popoli alleati
degli uni e degli altri, tutti deploravano le sventure di cui erano ad
un tempo gli autori e le vittime. Nondimeno seguiteranno a distruggersi
l’un l’altro senza ragione, senza speranza, e talvolta quasi senza
odio: tale è lo spettacolo che presentano gli ultimi quattro libri
di sì fatta Storia. Non si spiega tale ostinatezza che per l’impero
delle abitudini, e per l’influenza che esercitano sempre taluni sui
publici destini. Tali erano, nel tempo summentovato, Brasida presso
gli Spartani, Cleone presso gli Ateniesi. Brasida voleva proseguire un
arringo cui aveva saputo rendere glorioso: avendo concepito un disegno
molto saggio, lo mandava ad effetto col valore e coi talenti d’un
guerriero, con l’accorgimento d’un uomo di Stato, con la ponderazione
di un grand’uomo. Cleone, superbo di essere riuscito a Sfacteria contro
la sua propria aspettativa, aveva bisogno della guerra per raccogliere
i frutti d’una popolarità male acquistata e mal ferma. Aveva bisogno
d’occasioni di spargere timori, d’insinuare sospetti, d’irritare il
popolo contro i suoi magistrati ed i suoi generali; egli aveva assai
meno in animo di correre i perigli delle pugne e di cogliere allori,
che d’approfittare de’ sinistri altrui. Sperava che la repubblica
diventar dovesse tanto infelice da poterla dominare un giorno. La sua
morte e quella di Brasida sopraggiunsero poco dopo la rinnovazione
delle ostilità, siccome lo storico racconta in principio del quinto
libro: ma le faci della discordia, ch’essi avevano accese, non si
estinsero sulle loro tombe. Si convenne d’un’altra tregua, che doveva
durare cinquant’anni, e di cui Tucidide trascrive pure gli articoli,
quantunque la tenga pressochè per nulla, stante che le restituzioni
non furono effettuate, insorsero le guerre di Mantinea e d’Epidauro,
ed i Beozii rimasero quasi sempre armati. Nel dodicesimo anno, 420
avanti l’èra volgare, Alcibiade apparisce in tale storia, ed in breve,
la mercè di perfidi maneggi contro Nicia, ottiene un comando militare.
Nel 417 si tenne, tra vari deputati d’Atene ed i magistrati di Melo,
una conferenza cui lo storico rapporta sotto la forma del dialogo. Le
osservazioni critiche di Dionigi d’Alicamasso su tale brano sarebbero
giustissime se non s’applicassero che alle massime inique ed alla
condotta sleale degli Ateniesi; ma non v’ha rimprovero da fare a
Tucidide, a meno che non si voglia che abbia inventato tale colloquio,
il che non è ammissibile; ovvero che approvi la teoria politica
degl’inviati d’Atene, il che non è tampoco credibile, però che non
indebolisce le risposte de’ Melii e lascia almeno a’ suoi lettori la
libertà di preferire l’uno o l’altro sistema: forse doveva riprovare
più esplicitamente quello che la probità sociale disapprova. Il suo
sesto libro s’apre nel mese di ottobre 416: la Sicilia diventando il
principale teatro della guerra, lo storico risale alle antichità di
quel paese, e delinea rapidamente il quadro delle vicissitudini che ha
provate. Una parte della storia d’Alcibiade è compresa in esso libro,
il quale contiene eloquenti discorsi, e narrazioni assai animate.
Duole che tali racconti siano interrotti da una digressione inutile
sopra Pisistrato ed i suoi figli, sopra Armodio ed Aristogitone. Il
sistema che l’autore vuole stabilire è stato combattuto da Meursio
in un dotto Trattato intitolato: _Pisistratus_. Di tutti i libri di
Tucidide, quello in cui l’importanza storica giunge al più alto grado
è il settimo, nel quale è raccontata la catastrofe degli Ateniesi
in Sicilia: nulla è omesso nè trascurato di quanto ne può rendere
manifeste le cause, le antecedenze, le circostanze ed i risultati.
Tale libro non corrisponde che ad un solo anno dalla metà del 414
fino all’autunno del 413; ma oltre le arringhe che l’abbelliscono,
è pieno d’avvenimenti militari e politici, mai sempre memorabili e
stupendamente descritti. Contiene la parte più gloriosa della vita
di Gilippo, generale spartano. Siamo obbligati di confessare che
nell’ottavo i racconti freddi e scoloriti sembrano non essere che
abbozzi. Lo stile dell’autore s’abbassa repentemente, e s’affievolisce
a tale che direbbesi che non si interessa egli più che tanto per la
sua materia: l’elocuzione anch’essa non somiglia a quella de’ libri
precedenti, che per essere talvolta oscura; essa diventa meno precisa,
più monotona, meno elegante. Secondo ogni apparenza, lo storico
divisava di ritoccare e di perfezionare tale parte della sua opera, la
quale altronde non doveva essere l’ultima; però che termina nel 412,
ventunesim’anno della guerra peloponnesiaca, ed aveva annunciato il
disegno d’ampliare il suo lavoro fino al ventesimosettimo ed ultimo
anno.

Quantunque Plinio abbia detto che gli Ateniesi richiamarono Tucidide
perchè ammiravano i suoi scritti, sembra che i suoi libri fossero
piuttosto poco diffusi mentre visse; ciò almeno è quanto bisognerebbe
supporre, stando al detto di Diogene Laerzio, secondo il quale non
n’esisteva nell’anno 391 avanti Gesù Cristo che un solo esemplare,
cui Senofonte avrebbe potuto, volendo, appropriarsi o fare sparire.
Saremmo altresì debitori a Senofonte della publicazione e della
conservazione di tale monumento; ma questo non è che una tradizione
vaga, cui Diogene riferisce come l’ha udita. Le copie dei libri di
Tucidide non tardarono a moltiplicarsi. Dicesi che Demostene ne facesse
otto di sua mano; ciò si crede sull’autorità d’un testo di Luciano, il
quale non è però assai ben chiaro, e che potrebbe significare soltanto
che quelle otto copie furono fortunatamente trovate da Demostene o
presso Demostene. È poco verosimile che tale oratore, il quale era
assai affaccendato e conosceva il valore del tempo, siasi condannato
a sì fatta trascrizione. Comunque sia, tale opinione si è riprodotta
in molti libri; ed un prelato greco del secolo decimosesto, di nome
Arsenio, vi ha aggiunto una circostanza che Vossio trova ancora meno
credibile, cioè che dopo d’aver fatto otto copie degli otto libri,
Demostene gli ha, una nona volta, scritti di memoria, dopo l’incendio
della biblioteca d’Atene. Del resto è presumibile che al tempo di
Filippo e d’Alessandro, la Storia della guerra peloponnesiaca fosse
apprezzata dagli Ateniesi illuminati, come Barthélemy la fa apprezzare
da Euclide di Megara; «che vi riconoscessero le Memorie d’un militare
il quale, essendo ad un tempo uomo di Stato e filosofo, aveva saputo
arricchire i racconti e le arringhe di riflessioni soventi profonde,
sempre giuste; che stimassero il suo stile vigoroso, conciso e perciò
appunto talvolta oscuro, che poteva bene di tratto in tratto offendere
l’orecchio, ma che fermava sempre l’attenzione, ed era maestoso per
la sua asprezza medesima; che finalmente concepissero che se un tanto
autore fa uso di espressioni antiquate o di vocaboli nuovi, ciò
significa che uno spirito qual è il suo, male s’accomoda con la lingua
che parla ognuno, ecc. (_Viaggi del Giovane Anacarsi_, cap. LXV).»
Tuttavia è opportuno d’osservare che sì fatti giudizi attribuiti da
Barthélemy agli Ateniesi del quarto secolo innanzi l’èra nostra, sono
realmente tolti quasi tutti da autori latini d’un’epoca meno antica, da
Cicerone e da Quintiliano. Per verità, nel _Trattato dell’Elocuzione_
attribuito a Demetrio Falereo, personaggio di quel quarto secolo,
si parla dell’asprezza e della maestà dello stile di Tucidide: ma è
generale opinione che quel Trattato sia meno antico; che ne fosse
autore Demetrio d’Alessandria, o piuttosto Dionigi di Alicarnasso.
Questi, negli altri suoi scritti, ha criticato assai più severamente
lo storico della guerra peloponnesiaca. Ha dichiarato che quella
guerra appunto non essendo stata nè bella, nè lieta, avrebbe bisognato
condannarla all’oblio. Secondo lui, Tucidide non ha saputo nè ben
principiare, nè ben terminare tale storia; a forza d’ammucchiare gli
apparecchi e le arringhe, stanca l’attenzione del lettore: obbligandosi
a seguire l’ordine de’ fatti per estati e per inverni, dimembra le
sue narrazioni: ora dà a’ suoi racconti un’ampiezza smisurata, ora
li restringe con opposto eccesso. Talvolta dipinge sì vivamente
le sventure delle città prese o distrutte, e dei loro abitanti,
scannati o fatti schiavi, che i poeti stessi non aggiungerebbero
nulla all’orrore delle sue descrizioni; serva d’esempio quanto dice
di Platea, di Mitilene, di Melo; e si contenta d’indicare i disastri
non meno deplorabili di Sicione e d’Egina. Celebra pomposamente i
quindici o venti cavalieri morti nei primi combattimenti, e non degna
di dire se la republica abbia pianto i quarantamila guerrieri che ha
perduti in Sicilia. Perchè tale differenza? ella proviene dall’aver
voluto l’autore esaltare il nome di Pericle, nè poteva impiegare quel
grand’uomo che a lodare le prime vittime di quella lunga guerra.
Dionigi d’Alicarnasso censura altresì, come abbiam veduto, la
conferenza tra gli Ateniesi ed i Melii; biasima la maggior parte delle
arringhe come inconvenienti ed enfatiche, ecc. A giudizi sì severi
abbiamo da opporre quelli che hanno pronunciati Cicerone, Quintiliano,
Luciano, ed altri classici scrittori. Cicerone dà a Tucidide il titolo
di banditore sublime e sincero dei fatti memorabili: _rerum gestarum
pronuntiator sincerus et grandis_. Lo dichiara ammirabile, come
Erodoto, per aver saputo evitare le inezie e le false ricercatezze dei
sofisti del suo tempo; lo paragona ad un torrente impetuoso, e trova
che allorquando racconta combattimenti imbocca la tromba guerriera.
In lui, dic’egli, i pensieri si inalzano a tale segno che ve ne ha
quasi tanti quante sono parole; e nondimeno la locuzione è di tanta
aggiustatezza, che non si sa s’ella faccia brillare i pensieri, o se
ne riceva da questi splendore. Ma Cicerone frammischia qualche critica
a tali lodi: osserva nelle arringhe di Tucidide molte espressioni
oscure; ammirando l’energia del suo stile, vi desidererebbe meno
scosse e più rotondità. Io non potrei, dic’egli, quando il volessi, e
non vorrei quando il potessi imitare quell’estrema brevità. — Le lodi
di Quintiliano non hanno tali restrizioni: tra gli storici greci ne
preferisce due; i loro talenti sono diversi; la loro gloria è pressochè
la stessa; Erodoto è ingenuo, dolce e facondo; Tucidide è conciso, e,
per dir così, condensato; _densus et brevis_, l’eloquenza del primo
è insinuante, quella del secondo appassionata; l’uno è eccellente
ne’ dialoghi, l’altro nelle arringhe solenni: Erodoto attira pel
diletto, Tucidide attrae pel suo vigore. — Principiando dal secolo di
Quintiliano, l’opinione generale decreta a Tucidide un grado eminente
tra gli storici; e le lodi tributate al suo ingegno diventano troppo
numerose perchè da noi s’imprenda a raccorle. Plutarco lo dichiara
assai superiore ad Erodoto per l’esattezza e la sincerità de’ racconti,
come per la nobiltà e l’energia dello stile: oppone l’eloquente
rapidità delle sue arringhe _alle lunghe prediche_ di Teopompo, d’Eforo
e d’Anassimene. Luciano lo rappresenta come un esemplare sovente assai
male imitato, ma di cui l’eccellenza è dichiarata dall’emulazione
stessa che ha eccitata da ogni parte, non meno che per lo splendore di
cui brilla al di sopra di tante copie. Tutte le osservazioni di Luciano
tendono a mostrare che Tucidide non aveva dato l’esempio di nessuno dei
difetti de’ suoi inetti imitatori: essi sono prodighi di riflessioni,
egli n’è avaro; sa interrompere a proposito le particolarità, e non le
prolunga mai oltre il termine in cui cesserebbero d’essere curiose ed
istruttive: anche nella pittura della peste dell’Attica, ha serbato
tale misura. Longino lo colloca con Platone e Demostene nell’ordine
dei grandi modelli che debbono essere ognora presenti al pensiero ed
all’immaginazione d’uno scrittore, e di cui deve in alcun modo evocare
il genio ogni volta che aspira ad esprimere fortemente nobili idee. Nel
capitolo degl’iperbati, Longino dice che Tucidide fa con ammirabile
intelligenza trasposizioni e disgiunzioni di parole che sembrano unite
dai legami più naturali; che impaziente d’aver annunciato tutto,
descritto tutto, tragge con sè i suoi lettori in lunghi e rischiosi
giri; che sovente interrompe sì ripentinamente il suo pensiero, e
frammischia al suo discorso tanti accidenti, che fa temere tale
edificio non crolli tutto, e tremare del pericolo in cui lo scrittore
sembra impigliato; ma che d’improvviso, e quando meno lo pensi, coglie
l’istante di dirti ciò che cercavi, e ti lascia assai più commosso
dalle sue ardite trasposizioni, che se avesse seguito l’ordine consueto.

I classici greci vennero poco letti nel corso del medio evo; sono
appena conosciuti dai cronachisti e dagli scolastici occidentali:
nondimeno in que’ secoli sì barbari sono state fatte le copie della
Storia della guerra del Peloponneso che ci restano, e sulle quali
tale opera è stata tradotta e stampata. V’ha un intervallo di oltre
milledugent’anni tra le copie che Senofonte e Demostene avevano nelle
mani, e le più antiche di quelle che sussistono al presente; e per
mala sorte abbiamo motivo di credere che fino dallo stesso secolo
di Alessandro, i manoscritti degli otto libri principiassero ad
alterarsi, sia per la negligenza degli amanuensi, sia per la temerità
dei correttori. Questa osservazione faceva fin d’allora un grammatico
chiamato Filemone, citato da Porfirio. Ci pervennero tuttavia delle
Chiose greche sopra i detti libri; esse hanno il nome di Marcellino
in un manoscritto in cui sono unite al testo e che esiste a Firenze:
Montfaucon lo crede del secolo decimo, e probabilmente non ve ne ha
di più antico. Non si va però d’accordo a riguardare il biografo
Marcellino come l’unico, nè tampoco come il principale compilatore
di quelle Chiose: esse furono talvolta attribuite ad un Marcello di
Siria, il quale, dicesi, aveva imparato a memoria l’intera opera di
Tucidide, e non era perciò divenuto migliore nell’arte di scrivere;
forse il suo lavoro non è che una raccolta delle osservazioni di vari
antichi grammatici, siccome Asclepio, Antillo, Didimo, Evagora, Erone
d’Atene, Febammone. Il fatto è che non si sa con certezza a chi esse
appartengano; e tale ignoranza non è un grandissimo male: però che, per
sentenza di Mureto, rischiarano assai poco il testo; ed a fronte degli
sforzi di parecchi dotti per farle preziose, sono pressochè di nessun
uso.

Oltre il manoscritto in cui sono queste chiose, furono indicati più
di quarant’altri testi di Tucidide. Firenze ne possiede pure uno
dell’undecimo secolo, e tre d’un’età inferiore. Dei quattro che sono
a Venezia, due sembrano anteriori all’anno 1100. Nessuno di quelli
del Vaticano sembra di pari antichità, nè quelli tampoco che si
custodiscono a Milano, a Padova ed a Torino. In nessun luogo se n’è
raccolto un maggior numero che a Parigi: la biblioteca del Re ne ha
tredici, cui Gail ha descritti e de’ quali ha publicato le varianti;
nessuno precede l’undecimo secolo. Tra quelli che esistono a Madrid,
in Inghilterra, in Olanda, nella Svizzera, in Germania e nell’Europa
settentrionale, Duker ha indicato come i più preziosi quelli di
Basilea, d’Utrecht, di Copenaghen e di Assia-Cassel: quest’ultimo ha
per data l’anno 6760 del mondo, 1252 dell’èra volgare; quello di Mosca
è stato anch’esso consultato assai utilmente, e sembra risalire almeno
al tredicesimo secolo: v’ha ragione di credere che i più degli altri
siano d’epoche posteriori.

Il resultato delle collazioni fatte con questi diversi manoscritti
sarebbe di dividerli in tre classi, di cui ognuna avrebbe avuto la sua
fonte particolare. In capo alla prima classe si collocherebbero que’
di Firenze, di Venezia e della Danimarca; alla seconda apparterrebbero
principalmente quelli di Cassel, di Mosca, ed i più antichi di Parigi;
alla terza, que’ di Basilea e d’Utrecht; ma occorrerebbero ancora molte
varianti tra i manoscritti d’una medesima classe; e si può da ciò
giudicare del lavoro che gli editori hanno dovuto prescriversi, delle
difficoltà che hanno avuto a vincere; e delle imperfezioni che possono
restare nelle copie stampate dal quindicesimo secolo in poi.

Fin dal secolo XV Tucidide riprese in breve la sua antica celebrità.
Dicesi che il re d’Aragona Alfonso V, che morì nel 1458, l’avesse
copiato otto volte di suo pugno ad esempio di Demostene. Quando ciò
sembrasse più credibile in un monarca spagnuolo che non nell’oratore
ateniese, dovrebbesi stupire di non avere ancora trovata oggidì nessuna
di quelle otto copie regali, o di non poterne riconoscere una sola tra
le quaranta che sussistono.

Ciò che è certo e più importante, è che Tucidide fu, verso la metà
del secolo decimoquinto, tradotto in latino da Lorenzo Valla: tale
versione fu stampata due volte, ma senza data, prima del 1500,
in-folio; e la prima di tali edizioni sembra essere di Venezia, verso
il 1474. Ne furono publicate di nuove nella stessa forma, a Parigi,
nel 1513 e 1528; a Colonia, nel 1517, 1527, 1543, 1550; a Basilea, nel
1564; e parecchie in-12º a Francfort, dal 1582 fino al 1594. Per tale
traduzione elegante, e, checchè se ne dica, quasi sempre fedele, la
conoscenza dell’opera si propagava in Europa. Nondimeno il testo greco
era stato publicato per la prima volta a Venezia, in-folio, nel 1502,
da Aldo il vecchio, che stampava in pari tempo Erodoto[1]. Bernardo
Giunti, a Firenze, ne fece una seconda edizione nel 1506, una terza nel
1526: fu adoperato il manoscritto di Basilea per preparar quella che
comparve in essa città. Le due che nel 1540[2] Enrico Stefano diede
in luce a Parigi, nel 1564 e 1588, sono anche oggidì commendevoli
per la loro correzione: esse hanno servito per modello a quella che
Emilio Porto fece comparire a Francfort, nel 1594, in-folio come le
precedenti. Alcune altre, che pure appartengono al secolo decimosesto,
sono in-4º; Parigi, Vascosan (i tre primi libri soltanto), 1549;
Vittemberga (il solo primo libro), 1562, ec. Le suddette edizioni
pressochè tutte accoppiano al testo gli Scolii greci di cui abbiamo
fatto menzione, ed alcune la versione latina di Lorenzo Valla, che fu
prima rettificata da Enrico Stefano, e molto più modificata da Emilio
Porto. Enrico Stefano inserì altronde nell’edizione del 1588 le sue
proprie osservazioni sugli antichi Scolii. Non dice espressamente che
tali Scolii non sono di nessuna utilità: non potrebbe dirlo, da poi
che li stampa; ma le sue osservazioni lo provano, e conchiude che se
essi non sono affatto inutili, lo sono quasi. «Non posso negarlo,
dice francamente, e se nol confessassi, le mie note critiche mi
accuserebbero.»

Tucidide è stato tra gli anni 1500 e 1600 tradotto in quasi tutte le
lingue; in francese, da Claudio Seyssel, Parigi, 1527, in-folio, 1545,
in-16º, 1555, in-16º ed in-8º, 1559, in-folio, presso Vascosan; e verso
il 1600, da Jausaud d’Uzès, Ginevra, in-4º: in inglese da un anonimo,
fino dal 1525, in-folio, a Londra; e da Tommaso Nicholls, in-folio,
1550: in tedesco, da Girolamo Bonner, Augusta, 1533, nella stessa
forma: in lingua spagnuola, da Graziano de Aldreta, Salamanca, 1564,
in-folio pure: in italiano, da Soldo Strozzi, Venezia, 1545, in-8º;
1563, in-4º.

Le più di sì fatte versioni non furono composte che sul latino di
Lorenzo Valla; e Nicholls non ha fatto anzi che mettere in inglese il
francese di Seyssel: questi, sebbene assai severamente giudicato da
Enrico Stefano, aveva posto grandi cure nella sua traduzione; l’aveva
intrapresa per uso di Luigi XII; e di mano in mano che la compilava,
consultava Lascaris, prima di riportarsene all’interpretazione di
Lorenzo Valla; s’applicava altronde a dare al suo stile tutta la
perfezione che consentiva allora lo stato della lingua francese. Si
racconta che Carlo V leggeva Tucidide nella versione di Seyssel, e che
la portava nelle sue spedizioni per imitare Alessandro, il quale aveva
sempre seco le opere d’Omero. Non nomineremo qui tutti i critici che
hanno contribuito a correggere la versione latina o ad accrescere la
mole delle note o pretese spiegazioni del testo; ma fra i traduttori
che Tucidide ha trovati nel decimosettimo secolo, dobbiamo distinguere
Tommaso Hobbes: la sua versione è uno dei primi lavori con cui questo
filosofo incominciò il suo arringo letterario (Londra, 1628, in-folio).
Egli preferiva gli otto libri della Guerra Peloponnesiaca a tutte le
altre opere storiche della greca letteratura; voleva, dice Bayle, far
vedere agl’Inglesi, con l’esempio degli Ateniesi, i disordini e le
confusioni del governo popolare: tale versione è stata letta durante
più di cento anni nella Gran Brettagna. In Francia, quella di Seyssel
invecchiava, quando Perrot d’Ablancourt ne publicò una nuova (Parigi,
1662, in-folio; 1671, 3 vol. in-12º; Amsterdam, 1694, 3 vol. in-12º,
ec.): si è osservato ch’essa era più breve del testo, quantunque non
ne avesse la concisione. D’Ablancourt aveva avuto l’arte di fare una
specie di compendio diffuso di una delle opere più concise che si
possano leggere: egli traduce Valla ovvero Seyssel, molto più che
l’originale; e dà a divedere di aver sott’occhio le chiose greche;
giacchè sono talvolta le note dello scoliaste, invece delle idee
dell’autore, che passano nella versione. I lavori dei letterati del
secolo decimosettimo sopra Tucidide non dimostrano che l’avessero molto
profondamente studiato. La Mothe-Le-Vayer non trova niente di nuovo da
dire, e si appaga d’un lagno piuttosto vago contro i giudizii dati da
Dionigi di Alicarnasso. Ammira l’eloquenza delle arringhe sparse nei
primi sette libri, e loda ancora più lo storico della sua cura a non
mescolare nessuna favola a narrazioni serie. Quest’ultima ragione ben
vale più di quelle che muovono Rapin a dichiararlo il migliore degli
scrittori greci nel genere storico. «La sua austerità, dic’egli, non
ha nulla che non ritragga grandezza; e tuttavia il suo soggetto è per
ogni riguardo più lieve ed angusto.» Rapin, che così parla nel suo
trattato della maniera di scrivere la storia, ha lasciato un altro
opuscolo il quale non è che il confronto di Tucidide con Tito Livio.
Non è per verità che un sommario delle osservazioni che erano già
state fatte su quei due autori. Tale parallelo, che è stato composto
nel 1677, ci rappresenta ciò che pensavano allora di Tucidide gli
uomini più istruiti. — Un importante lavoro sui libri di tale storico
è l’edizione publicata da Hudson in Oxford, nel 1696, in-folio. Fin
allora il testo non era stato riveduto che sopra pochi manoscritti
d’Italia e di Francia: Hudson fece uso di quei d’Inghilterra, e
v’aggiunse delle varianti attinte in quello d’Utrecht, cui Grevio aveva
riscontrato. La versione latina, posta in ogni pagina sotto al testo, è
quella d’Emilio Porto, salve alcune correzioni suggerite in parte dalla
traduzione inglese di Hobbes, e dalla traduzione francese di Perrot.
Tale edizione contiene altresì la Notizia biografica di Marcellino,
gli Scolii greci, le Note di Enrico Stefano sopra quegli Scolii, altre
Note dello stesso Stefano e di diversi dotti; alcune carte della Grecia
e della Sicilia, e varie indicazioni cronologiche somministrate da
Dodwell. Questi ha poscia ampliato tale lavoro; ha publicato, nel 1702,
col titolo di _Annales Thucydidei et Xenophontei_ (Oxford, in-4º), un
quadro cronologico di tutti gli avvenimenti e di tutte le particolarità
della guerra del Peloponneso, ed anzi anche della Vita dello storico;
quadro molto più compiuto e meno inesatto di quello che Davide Chitrée
aveva abbozzato, nel 1586, Helmstadt, in-4º. La spiegazione publica
dell’opera greca in una cattedra dell’accademia di Pisa ha dato origine
a cinquantotto dissertazioni latine di Benedetto Averani, le quali
vennero stampate nel 1716 e 1717, dopo la morte di quel professore
(Firenze, 3 parti in-folio); ma esse presentano piuttosto che un
commento preciso ed istruttivo, una serie di digressioni, in cui,
cogliendo occasione di alcuni passi, Averani ragiona sopra usanze
antiche, sopra origini, sopra fatti estranei a quelli che lo storico
greco racconta.

L’edizione di Hudson si riprodusse, nel 1731, in quella di Duker
(Amsterdam, in-folio), con le note di questo nuovo editore e con quelle
che aveva lasciate Giuseppe Wasse; però che l’ammasso di sì fatte glose
va sempre crescendo; ed il testo finisce ad essere la minor parte dei
volumi che gli sembrano dedicati. Tuttavia la suddetta edizione del
1731 è assai stimata; era stata preparata accuratamente da un esame
particolare dei manoscritti d’Utrecht, di Assia-Cassel e di Basilea. Le
_Dilucidationes Thucydideae_ d’Abretsch comparvero, nel 1753 (Utrecht,
2 volumi in-8º). C. L. Bauer, il quale, lo stesso anno, publicava a
Lipsia un opuscolo in-4º, intitolato: _De lectione Thucydidis_, mise in
luce, nel 1773, una _Philologia Thucydideo-Paullina_ (Halla, in-8º).
L’elocuzione delle Epistole di san Paolo vi è paragonata a quella di
Tucidide; e l’autore di tali confronti grammaticali implora il soccorso
del cielo pel buon esito tanto di tale impresa, quanto delle altre
dello stesso genere che potrà tentare in avvenire[3].

La versione di Hobbes non bastava più agl’Inglesi; essi ne avevano
riconosciuto i difetti; fatta com’era sul latino: Guglielmo Smith ne
compose una più esatta e più elegante nel 1753 (Londra, in-4º); essa ha
avuto varie altre edizioni, 1780, 1805, ec., 2 vol. in-8º.

Gli Alemanni rinunciarono anch’essi a quella di Bonner: una società di
letterati ne compilò una nuova, nel 1757 (Francfort, 2 vol. in-4º);
Davide Heilmann ne fece una terza (Lemgow, 1760, in-8º); Reiske, una
quarta, ma delle orazioni sole, nel 1761, in-8º, a Lipsia, dove si
stampavano in pari tempo e nella stessa forma le sue _Animadversiones
in Thucydidem_. Gl’Italiani si attenevano alla traduzione dello
Strozzi, che era stata ristampata a Verona nel 1735, 2 vol. in 4º; ma
continuavano a studiare Tucidide: veniva spiegato nelle loro accademie,
veniva considerato sotto diversi aspetti nei loro giornali e nelle loro
raccolte letterarie. Per esempio, nel 1757, un anonimo lo paragonava
a Nicolò Machiavello, e credeva di trovare nello scrittore toscano
come nell’ateniese quella dizione concisa, quello stile energico
ch’è il vero linguaggio d’un ingegno sommo; lo stesso sentimento
dell’importanza dei fatti, la stessa fecondità di riflessioni profonde,
un’eguale abilità a fare scaturire dalla storia viva luce che rischiara
la scienza dell’uomo di Stato e l’arte del guerriero. Noi non ci
faremo mallevadori dell’aggiustatezza di tutti i confronti di sì fatta
dissertazione; e non la giudichiamo nemmeno molto dotta: ma essa è
originale; e vi si attingerebbe forse un’istruzione più reale che
non ci danno molte note pretese filologiche e critiche. I quarantuno
ultimi anni del secolo decimottavo somministrano cinque edizioni nuove
del testo. Una ristampa dell’edizione di Duker è uscita nel 1759 a
Glasgow, presso i Foulis, 8 vol. in-8º, ed è pregevole per la sua
venustà tipografica. Il testo solo, ma con varianti estratte da Alter
dai manoscritti di Vienna; venne stampato in quella città nel 1783, 2
vol. in-8º. L’edizione di Due-Ponti (1788, 6 vol. in-8º), riproduce
più fedelmente e più correttamente che nessun’altra quella del 1731, e
vi aggiunge alcune osservazioni dovute al traduttore tedesco, Davide
Heilmann. Quella di Lipsia, in 2 vol. in-4º, era stata preparata da
G.-C. Gottleber e C.-L. Bauer, di cui uno è morto prima di stampare il
primo volume nel 1790, e l’altro prima che si publicasse il secondo
nel 1802. Devesi alle cure di Bredenkamp l’edizione tutta greca di
Brema (1791, e Lipsia, 1799, 2 tomi in-8º, ad uso delle scuole). Un
volume delle _Memorie dell’accademia di Berlino_, publicato nel 1796,
contiene una Dissertazione sopra Tucidide letta alcuni anni prima da
Meierotto. Vi è detto che lo storico greco, avendo raccolto con estrema
cura i materiali della sua opera, non volle imitare Erodoto, il quale
descrive i luoghi, raffronta le epoche, risale alle origini: tale
intento era stato troppo felicemente conseguito perchè fosse prudente
di prefiggerselo una seconda volta. Il figlio d’Oloro aveva osservato
il gusto dei suoi compatriotti per gli elogi funebri, per le difese
e le arringhe politiche. Egli si diede a tale genere d’ornamenti, di
cui l’uso era ancora nuovo; non ne voleva altri, e risolse d’essere
in tutto il rimanente esatto, positivo, o, come dice Meierotto,
_pragmatico_. Inserì ne’ suoi libri trentanove arringhe, che occupano
pressochè una quarta parte dell’opera. L’accademico di Berlino si è
presa la briga di calcolare che sopra le ventitremilanovecento righe
dell’edizione greca d’Enrico Stefano, ve ne ha cinquemilacinquecento
in componimenti oratorii, senza contare i discorsi compendiati, i
dialoghi, le conferenze, nè le riflessioni o digressioni dello storico
ed i ragionamenti che sono suoi proprii. Invano Tucidide afferma che
non ha trascurato nulla per procurarsi copie originali di tali arringhe
tutte, e che le trascrive con una fedeltà scrupolosa; Meierotto non
vuol crederlo. Dionigi d’Alicarnasso ha professato già la stessa
incredulità: quasi tutti i lettori l’ammettono oggigiorno; ma Tucidide
aveva diritto, secondo Meierotto, di riguardarsi come l’anima degli
automi che faceva parlare, di trarre alla bigoncia i più taciturni
Spartani, e di forzar tre volte il loro generale Brasida a discorrere
verbosamente. Ciò precisamente, prosegue l’accademico, ha garantito
la fama e l’utilità dell’opera. Ecco come tutti i soggetti di publica
morale hanno potuto essere trattati nella storia d’una guerra, siccome
risulta dall’esame che la Dissertazione ci presenta delle trentanove
Orazioni. Si conchiude che lo storico greco non avea intenzione nè di
dipingere i personaggi con le loro parole, poichè attribuisce parecchi
di tali discorsi ad uomini poco conosciuti o assolutamente ignoti; nè
d’indicare la disposizione degli animi, poichè tutta quell’eloquenza
resta il più delle volte inefficace. Che voleva egli dunque? spacciare,
sotto nome d’altri, i suoi propri pensieri, vestirli di tutte le
forme oratorie, presentare modelli d’ogni genere di locuzione, di
ogni varietà di stile. Le espressioni figurate e talvolta oscure che
s’incontrano fino nelle parti storiche dei suoi libri derivano dalle
sue abitudini d’oratore; ve le trasporta senza disegno e quasi senza
saperlo: è la lingua che si è fatta. Vocaboli nuovi, sostantivi in
luogo di verbi, qualità espresse da aggettivi neutri, sensi inversi,
cadenze antitetiche, sono nelle sue narrazioni la sua rettorica, e per
dir così, idiotismi oratorii: da ciò pare tanti iperbati, inversioni,
rapidi trapassi. Vero è che gli avvenimenti ch’espone riguardano
interessi generali, e che ne scevera ordinariamente le vere cause.
Possiede in eminente grado il talento di raccontare: ma ne fa uso
di rado; e la storia non è il suo scopo principale, se crediamo a
Meierotto. Quantunque tale Dissertazione sia stata composta in lode
di Tucidide e non per isprezzarlo, finisce a dare una ben strana idea
de’ suoi libri; però che eccolo trasformato in un retore artificioso,
che sostituisce delle arringhe imaginarie al quadro dei fatti ed alle
vere lezioni della storia. Meierotto conchiude anzi col negargli la
qualificazione di _pragmatico_, che dato gli avea da principio.

Noi non dobbiamo fermarci alle parole che intorno alla Storia della
guerra peloponnesiaca si leggono nel corso di letteratura di Laharpe;
esse non contengono che nozioni superficiali, poco precise, ed anzi
poco esatte. Il lavoro più commendevole, che sia stato publicato in
Francia sopra Tucidide, alla fine del secolo scorso, è la versione
di P.-C. Lévesque (Parigi, 1795, 4 vol. in-8º). Il traduttore non
la dava che per uno _scheletro_, in cui non si sarebbe ravvisata
l’_altera statura_ e la _fisonomia dignitosa_ dell’autore greco. Molta
modestia e troppa severità era questa. La fedeltà di quella versione
non è stata contrastata; e la dizione n’è almeno preferibile a quella
di d’Ablancourt, che il publico del secolo decimosettimo trovava sì
bella. Ma si può apporre a Lévesque una circospezione troppo rigorosa,
un’eccessiva timidezza: ha paura di trascurare i minimi elementi
della frase greca, e di lasciar prendere alla francese la più leggera
licenza; e da ciò proviene che il suo stile non è mai abbastanza
ardito, abbastanza iperbatico, abbastanza figurato per rappresentar
quello di Tucidide. Si è astenuto dall’unire alla sua versione delle
note troppo numerose, e si è piegato meno che gli fu possibile all’uso,
che ne richiede almeno alcune: è questo una specie di tributo imposto
ai traduttori ed ai loro lettori; ma si è permesso cinque _escursioni_.
Così chiama cinque dissertazioni, di cui la prima è almeno assai breve,
se non inutile; concerne una pietra scolpita, rappresentante il busto
d’una statua fatta di Fidia. La seconda e la terza tendono a provare
l’origine settentrionale dei Greci, opinione favorita di Lévesque, e
che certamente da Tucidide non è suggerita. La quarta dissertazione
si riferisce più da vicino ai libri di tale storico: n’è soggetto il
suo dialetto attico, la sua ortografia e la forma delle lettere di cui
ha fatto uso. Nella quinta, la più importante di tutte, il traduttore
esamina e confuta le osservazioni critiche di Dionigi d’Alicarnasso.
Tale soggetto, già trattato da Rollin (_Stor. ant._, l. XXV, cap. 2,
art. 2), egli discorre con più scienza.

Ci resta da indicare ancora dieci edizioni di Tucidide, posteriormente
pubblicate al 1800. Quella di Venezia, 1802, 2 vol. in-8º, contiene
il testo greco e gli Scolii greci. Sei volumi in-8º piccolo, stampati
in Edimburgo, nel 1804, riproducono l’edizione di Duker, riveduta da
Elmsley. Neofito Ducas, Greco di nazione, ha unito al testo della
Storia del Peloponneso una versione e varie note in greco volgare,
Vienna, 1806, 10 vol. in-8º. In Francia, Gail ha dato in luce,
posteriormente al 1807, 10 volumi in-4º, in cui si trovano il testo,
gli Scolii, delle varianti estratte da tredici manoscritti della
biblioteca reale a Parigi, una versione latina corretta, una versione
francese (che è stata pure stampata a parte, 4 vol. in-8º); una serie
di osservazioni storiche e filologiche, varie considerazioni generali
sopra Tucidide, sul carattere delle sue idee e del suo stile, un esame
delle taccie che gli appongono Dionigi d’Alicarnasso, Cicerone, Rapin
e Laharpe. Un volume undecimo che dee compiere tale lavoro è ancora
aspettato[4]. Le varianti publicate da Gail ed un Glossario corredano
il testo, nell’edizione dovuta alle cure di Seebode (Lipsia, 1814, 2
vol. in-8º). Tale medesimo testo riempie due volumi in-16º, riveduti
da Schoefer, che sono comparsi a Lipsia nel 1815, e che fanno parte
della raccolta di Tauehnitz. L’edizione di Gottleber, Bauer e Beck,
terminata, come dicemmo, nel 1802, ha servito per esemplare a quella di
Londra, (1819, 4 vol. in-8º). I tipi di Lipsia hanno somministrato, nel
1820, due volumi in-8º, contenenti il testo riveduto scrupolosamente da
Haacke, senza versione, senza note, e soltanto con una nuova tavola.
L’edizione di Londra, 1821, 4 vol. in-8º, è greca e latina, con
osservazioni scelte: Imm. Beker ha corretto il testo dietro la scorta
di copie manoscritte. Finalmente Ern.-Fed. Poppo, il quale nel 1815
aveva fatto stampare a Lipsia, in-8º, delle _Observationes criticae in
Thucydidem_, ha incominciato nel 1821 e 1823 un’ultima edizione del
nostro storico[5].

Tante ristampe, traduzioni, commenti ben provano il pregio in che fu
sempre avuta questa Storia di Tucidide. Tucidide di fatto ha trattato
un soggetto pieno d’istruzione, senza menomarne mai l’interesse.
Ha vissuto in mezzo alle cose ed agli uomini di cui ci parla. Ha
interrogato, per quanto gli era possibile, tutti i testimoni, tutti
gli attori; raccolto le memorie, confrontate le deposizioni, sceverati
ed esclusi gli errori e le menzogne. Le tracce delle superstizioni
greche sono in lui rare e leggiere: non ama le finzioni, non imagina
veruna favola; il suo disegno è di comporre una storia esatta. Le
concioni sono la sola specie d’abbellimento che si permetta; e si dee
convenire che in tale proposito si è aperto un assai libero arringo,
nel quale il suo esempio ha tratto troppo oltre i suoi successori.
Qualunque sia la censura che meritar possa tale sistema d’orazioni
fattizie, bisogna ben ammetterlo, o almeno supporlo, leggendo gli
storici antichi, e sopratutto quello che potrebbe esserne dichiarato
inventore. Non possiamo stupirci che egli l’abbia accreditato; però
che ne fa un accorto e felice uso. Le sue arringhe, ed altri tratti
oratorii meno estesi formano una parte essenziale della sua storia: non
si sopprimerebbero senza impoverirla, senz’ammorzare lo splendore di
cui essa brilla, ed anzi senza spegnere la luce che deve illuminarla.
In esse, quantunque cosa ne dica Meierotto, è dove egli dipinge i
personaggi, dove prepara o compie i suoi racconti, dove spiega le cause
e gli effetti degli avvenimenti. Se non gli permettiamo di istruirci
in tale maniera, il corso delle sue narrazioni propriamente dette non
ci darà una conoscenza compiuta dei fatti; egli ha concepito così il
suo soggetto e la disposizione del suo lavoro. Come negare altronde
a tali discorsi un grado eminente tra le produzioni dell’arte di
scrivere? Alcuni per verità appartengono al genere che i retori hanno
chiamato dimostrativo, genere verboso o sterile, in cui s’accumulano
le idee vaghe, le espressioni esagerate, gli ornamenti artificiali:
il vano apparato di sì fatte composizioni oziose ha contribuito a
ritardare appo gli antichi ed appo i moderni, i progressi della
sana istruzione e quelli del buono stile. Si può temere altresì
che Tucidide non abbia fatto alquanto troppe concioni militari:
ve ne ha che sembrano staccarsi più del bisogno dalle circostanze
che vi danno motivo, ricadere nei luoghi comuni, mancare, insomma,
d’originalità, quindi di vigore. Ma sa altresì comporne d’eloquenti
e veramente guerresche, le quali incominciano in alcun modo le pugne
cui annunciano, e che rimbombano già come colpi scagliati al nemico.
Sovente spiegano e dipingono i movimenti e gli scontri che stanno
per avvenire; istruiscono, scuotono ed animano gli eserciti che le
ascoltano. Tuttavia nelle arringhe politiche è dove si fa più ammirare
il talento dello storico: senza esse non sapremmo quanto la sua anima
fosse sensibile, profondo il suo pensiero, flessibile ed attraente la
sua elocuzione. Convien cercare in Eschine ed in Demostene, scegliere
in Cicerone, per trovare commovimenti e tratti paragonabili a quelli
che folgoreggiano nei Discorsi di Diodoto per gli abitanti di Mitilene,
d’Astimaco e di Lacone per gli abitanti di Platea. Il carattere serio
ed austero di Tucidide non permette menomamente di supporre che abbia
intrapreso una storia espressamente per inserirvi delle arringhe; ma
si scorge abbastanza, e troppo forse, che le ha composte per ornare la
storia e darvi un compimento. Non è possibile di pensare che si limiti
a trascriverle, a compendiarle, a vestirle di forme più regolari, di
colori più vivi: tutto dimostra che le inventa, almeno la maggior
parte, che la sostanza essa pure è sua, e che salvo Pericle, non
avvi altro oratore ch’esso stesso ne’ suoi libri. Non oseremo dire
che in ciò sia ancora più lodevole come scrittore, che riprensibile
come storico; e perchè ha voluto, di sua piena volontà, senza esservi
obbligato dall’oggetto e dalla natura della sua opera, lasciarci esempi
d’eloquenza militare e politica, conviene approfittarne. Stampando
a parte le sue arringhe, come si è fatto più volte (Parigi, 1531,
in-4º... Glasgow, 1755, in-12º; Lipsia, 1758, in-8º; Oxford, 1768,
in-8º ec.), si è recato un vantaggio a coloro che vogliono studiare
profondamente l’arte oratoria; ma noi restiamo persuasi che nel corpo
della sua storia, tali discorsi non erano in effetto destinati che a
mandare una grande luce sui racconti. Il talento di narrare, ch’egli
possiede in un grado non comune, non è adoprato quasi che sopra fatti
militari; e non si dee biasimarnelo, poichè scrive gli annali d’una
guerra. Quando il corso naturale delle cose lo tragge sulla scena delle
discussioni e dei maneggi politici, ne sa delineare quadri animati e
fedeli; ma si contiene rigorosamente nei limiti del suo soggetto, e
fa ritorno, quanto più presto può, ai campi ed alle flotte. Non si
intrattiene in particolari biografici; non dice molto di parecchi
personaggi, celebri nei tempi di cui parla, siccome Socrate, Aspasia,
Fidia, Sofocle, Euripide, Aristofane, benchè fosse stato assai facile
connettere tali nomi coi fatti cui racconta. È probabile che Erodoto
non avrebbe ciò trasandato, che avrebbe cercato più lontane ancora
le occasioni di penetrare nell’interno delle città e delle famiglie,
che avrebbe anche raccolto volentieri le narrazioni tradizionali che
avessero potuto frammischiarsi al corso di tale storia. Ma Tucidide
teme sempre di uscire fuori d’un soggetto cui ha circonscritto con
iscrupolo; ed ove si eccettui la sua digressione sui Pisistratidi,
ed alcune altre molto meno considerevoli, si può dire che non prende
altra licenza che quella di arringare in nome dei suoi personaggi;
però che non bisogna riguardare come fuor di luogo le descrizioni che
il suo sistema esige, e che altronde non moltiplica, quantunque sia
in esse veramente sommo. Tali quadri, principalmente quello della
peste dell’Attica, sono realmente racconti di particolare, composti di
particolarità coesistenti più che successive. In vari altri luoghi,
si potrebbe lagnarsi della severità estrema con cui rifiuta ciò che
si avvicina alla sua materia. Il carattere del suo stile consiste in
quella dignità ed in quella energia costanti a cui gli antichi rettori
hanno talvolta applicato il nome di sublime: la prosa, anche nel genere
oratorio, non potrebbe inalzarsi o almeno sostenersi più alto; esso
è quasi, tranne le finzioni e la versificazione, lo stile poetico:
sovente occorrono le stesse commozioni, la stessa arditezza di figure
o d’inversioni, que’ slanci subitanei e rapidi che fanno temere il
disordine, ma che tanto crescer possono la vaghezza de’ sentimenti, lo
splendore dei pensieri e delle imagini. Se mai divenisse possibile alla
storia moderna di ripigliare il modo della storia antica, lo sarebbe
mercè uno studio accurato dello stile di Tacito, di Tito Livio e di
Tucidide. La dizione di tale scrittore greco non è sempre scevra da
oscurità; e bisogna bene che tale imperfezione sia reale, poichè gli
antichi l’hanno avvertita; è però presumibile che i copisti l’abbiano
di assai aumentata. Alquante frasi spostate e poco intelligibili che
vi sono qua e là in ciascuno degli otto libri, hanno servito per
pretesto a commentarii che non riuscirono poi a meglio chiarirle, se
pur non fecero che sparger tenebre e noia sull’opera intera. Il partito
più semplice è di considerare tali oscurità di testo come piccole
lagune da riempiere, quando ciò sia indispensabile, con le idee che
si connettono più naturalmente a quanto precede ed a ciò che segue,
senza fermarsi a discussioni grammaticali, cui lo stato dei testi rende
affatto infruttuose. Rimane già bastante copia di bellezze, di diletto,
d’istruzione letteraria, morale e politica nell’intero corso di questa
opera immortale.

                                                                 DAUNOU.




AI LETTORI

IL TRADUTTORE


La Grecia divisa da prima in piccoli Stati, senza veruna comunanza di
commercio, che tanto è conducevole all’incremento della civiltà e dei
lumi, trovandosi aspramente tiranneggiata dall’insolente orgoglio di
alcuni prepotenti inalzatisi a sovrani di lei, ne scosse il giogo e
ordinò il governo popolare. Allora l’amore di libertà si diffuse fra i
Greci; le armi loro cominciarono a segnalarsi; le arti, le scienze e le
altre nobili discipline presero radici in quel suolo prediletto dalla
natura; donde si propagarono a tutte le altre nazioni.

Atene e Sparta, le due città più considerevoli, trassero a sè
gli sguardi di tutto il rimanente della Grecia: alla prima aveva
dettato leggi Solone, all’altra Licurgo; e da queste due repubbliche
dipendevano, per dir così, tutti gli altri popoli di Grecia, per
ragione o di alleanza o di colonia o di conquista. Atene si era resa
celebre per le vittorie riportate sui Medi nelle battaglie di Maratona,
di Salamina, di Platea; e la gloria, di queste vittorie principalmente
svegliò la gelosia degli altri Greci, e in specie dei Lacedemoni che
mal tolleravano la rinomanza degli Ateniesi. Poichè crescendo questi
di giorno in giorno in potere, ed essendo animosi a intraprendere e
cupidi sempre di nuove cose, davano sospetto di aspirare al principato
di tutta Grecia. Quindi i dissapori e la nimistà tra Sparta ed Atene;
quindi la guerra civile nota sotto il nome di guerra del Peloponneso,
della quale Tucidide scrisse la Storia che ora si dà in luce, voltata
dal greco nel nostro volgare idioma.

Il solo nome di Tucidide equivale a qualunque elogio. Egli discendeva
da Milziade vincitore dei Persiani a Maratona. Chiamavasi Oloro il
padre suo; la madre Egesipila. Raccontasi che ancor giovinetto di
circa sedici anni, in occasione de’ giochi Olimpici udendo Erodoto
leggere la sua istoria, pianse e per ammirazione e per bramosia di fare
altrettanto: e questa bramosia seppe a suo tempo adempire.

Sotto due aspetti può considerarsi Tucidide: e come scrittore e come
istorico; e per l’uno e per l’altro titolo pare tenere egli il primo
luogo. Come scrittore, giusta il giudicio di Cicerone, supera tutti
nell’artificio del dire; e tanto è pieno di cose, che il numero delle
parole equivale quasi a quello delle sentenze: il suo discorso è così
proprio e conciso che tu non sai se dalle parole le cose, o piuttosto
dalle sentenze prendano lume le parole. Quintiliano, ponendo in
parallelo Tucidide ed Erodoto, trova nel primo pienezza e concisione,
nell’altro dolcezza, candore, copia: il primo di concitati, l’altro
di tranquilli affetti; il primo concionatore, l’altro oratore; l’uno
efficace, l’altro piacente.

Relativamente poi al merito di Tucidide come istorico, da Luciano nel
suo libro «del modo di scriver l’istoria» viene proposto a modello;
esigendo che lo storico narri con schiettezza le cose quali avvennero;
che sia libero, impavido, amante della verità, giudice integerrimo,
senza odio, senza amore di parte; che incerto modo non abbia nè patria,
nè principe; che non studi di lusingare questo o quello; che scriva non
per dar nel genio ai contemporanei, ma per giovare a chi verrà dopo;
avendo per oggetto, nel caso che cose simili alle narrate avvenissero,
che di ciò che è stato scritto possa giovarsene all’occasione.

A tutto ciò potrebbesi aggiungere, a buon dritto, che nella sua storia
Tucidide oltre il manifestarsi efficace scrittore e perfetto isterico,
si palesa eziandio sommo filosofo, conoscitore profondo del cuore
umano, intendentissimo di tutto ciò che appartiene a privato e a civile
reggimento. E ciò potranno conoscere tutti coloro che chiamati agli
uffizi della cosa pubblica, e allo studio della scienza dei governi,
trovansi nella necessità di conoscere l’indole e le passioni degli
uomini sì difficili ad esser guidati e corretti, specialmente quando
sieno agitati da immoderata ambizione e da avidità di comando.

Ma lasciando stare, di ciò e passando a parlare del presente
volgarizzamento, credo inutile l’enumerare le difficoltà cui va
incontro chiunque assuma l’impegno di una traduzione qualunque;
difficoltà che crescono a dismisura quando si tratti di voltare in una
lingua moderna un antico greco scrittore.

Venendo poi più dappresso al mio proposito dirò, che saranno oggimai
circa venticinque anni che unicamente per proprio studio e passatempo,
negli ozi di un vivere ritirato, incominciai a fare alcuni comenti su
questo storico greco, desiderando d’intendere quanto meglio poteva
le concioni e i luoghi più oscuri di quel celebre autore. E tanto mi
talentava questa occupazione che in breve tempo mi trovai ad avere,
giusta il mio avviso, dilucidati gli otto libri nei quali è compresa
quell’istoria. Conferii frattanto parte di quei comenti ad alcuni miei
amici, i quali discesero nella mia sentenza circa il vero senso di
certi passi i più intricati ed oscuri. Perlochè preso animo mi disposi
a voler tentare, per proprio studio, il volgarizzamento: col solo scopo
d’intendere il mio originale, e farne una spiegazione: e in termine
di otto mesi ne venni a capo, allettato dai sublimi concetti di quel
succoso scrittore.

Ma non solo fui sempre alieno, ma aborritore eziandio dal pubblicare
quel mio lavoro, di cui solo oggetto era l’agevolare per alcuni miei
scolari l’intelligenza dell’Istorico greco. Infatti quei molti che in
Toscana e fuori mi fecero istanza di darlo in luce possono rendere
testimonio che mai e poi mai non aderii alle richieste fattemi;
giudicando quel volgarizzamento un aborto indegno della luce, e solo
meritevole di rimanersi nella polvere, in cui fino ad ora era stato
sepolto.

Senonchè nell’anno decorso vivamente sollecitato dal dott. G. Cioni,
ora Direttore della tipografia Galileiana, finalmente annuii a
concedere il manoscritto, a condizione però che, prima esaminatolo
scrupolosamente, vedesse se fosse conveniente pubblicarlo colla stampa;
essendo certo che per la dizione, per la lingua e per molte frasi
verrebbe giudicato immeritevole di comparire al pubblico, e anzi di
spiacevole lettura; a meno che in più luoghi non ne fosse cangiata e
corretta la dettatura.

Ma il suddetto Direttore della tipografia Galileiana protestandosi
ignaro affatto del greco, volle approfittarsi dell’opera del mio
scolare Giuseppe Meini, giovine che sente molto addentro nelle
lettere greche e italiane. I quali due riunitisi in frequenti tornate
adempirono il mio desiderio di ridurre il volgarizzamento in modo da
non disgradare ai leggitori. Quindi giudicherà il pubblico se sia stato
raggiunto lo scopo a cui s’intendeva.

Aggiungerò che quando mi venne fatta premura di pubblicare la mia
versione, avendo il sig. Meini voltata in italiano l’orazione funebre
detta da Pericle nel secondo libro, desiderai che vi fosse inserita a
suo luogo invece della mia; non tanto perchè a mio avviso è dettato con
molta proprietà di lingua, quanto ancora per la molta intelligenza dei
sensi di quella sublime ed ingegnosa concione.

Appartiene pure ad esso un catalogo di voci, modi e frasi greche
corrispondenti onninamente a voci, modi e frasi italiane, compilato a
insinuazione dello stesso sig. Cioni: il qual catalogo posto in fine
del volgarizzamento dichiarerà rigorosamente il senso metaforico o
retto nelle due lingue. E ciò servirà a dimostrare quante maniere di
dire sieno passate dalla greca nella nostra lingua.

Non ho creduto che si dovesse corredare l’edizione di comenti e
d’interpretazioni a giustificare quei luoghi ove il mio volgarizzamento
siasi allontanato dall’intelligenza data di precedenti traduttori; ed è
stato mio consiglio l’omettere le annotazioni risguardanti la storia o
le costumanze civili o religiose dei Greci, delle quali il Meursio, il
Gronovio, il Sigonio ed altri hanno diffusamente parlato; avvisando che
chi imprende a leggere Tucidide non può supporsi digiuno affatto delle
cose dei Greci.

Finalmente concludendo dirò che se in questo volgarizzamento sì troverà
nulla nulla di mediocre, sarà in parte dovuto agli editori, in parte
servirà a testimoniare la carità e l’affetto veramente grande che mi
stringono a questa nostra Italia, alla quale insultano gli stranieri
che tanto, se non tutto, appresero da lei; quasi anelino toglierle anco
la gloria delle scienze e delle lettere. I sublimi intelletti, gli alti
ingegni, che fra noi non mancano, smentiscano, co’ fatti le male voci
dello straniero; che io mi starò contento a mostrare in parte che pure
fra noi i buoni studi non mancano di cultori.




NOTE


[1] Nell’anno seguente Aldo publicò come appendice anche gli Scolii.
_L’editore._

[2] Questa edizione del 1540 non è di Enrico Stefano, ma del Camerario:
comparve a Basilea _ex officina Hervagiana_; è greco-latina cogli
Scolii in fine, è ricca di correzioni attinte ad un manoscritto che
Camerario stesso possedeva. _L’editore._

[3] Malebranche aveva citato un esempio affatto simile della
_Preoccupazione dei commentatori_: Ricerca della verità, lib. 2,
seconda parte, capo VII.

[4] Questo volume, di cui parla Daunou non è più mai comparso.
_L’editore._

[5] L’edizione di Poppo si compone di undici forti volumi in-8º, dei
quali l’ultimo comparve a Lipsia nel 1851 e contiene _supplementi_ ed
_indici_. Alle edizioni e traduzioni menzionate dal Daunou, puonno
aggiungersi quelle di Berlino ed Oxford (1821), solo testo greco, cogli
Scolii, e le note di Wasse e Duker, — di Oxford (1824), solo testo
greco, corretto in più luoghi secondo il testo della grande edizione
di Beker: è un volume in-8º, — di Lipsia (1824), solo testo greco con
alcune note di Luigi Dindorf; un volume in-8º — di Lipsia (1826), solo
testo greco in 2 volumi in-8º, con note originali, indice e piano di
Siracusa, di Francesco Goeller — di Oxford (1830), solo testo greco con
note storiche e geografiche di F. Arnold — di Berlino (1832) in-18º,
ristampa accuratamente riveduta di quella di Imm. Beker con molte varie
lezioni di Lipsia (1833 e seg.) per cura di G. Gervinus e Morstadt —
di Parigi (1842), testo greco e traduzione latina di Haas, di Ambrogio
Firmino Didot — aggiungi la traduzione francese di F. Didot (Parigi
1833, vol. 4 in-8º) molto stimata per fedeltà — quella pur francese di
Stiévenart (Digione 1851), di Carlo Zevort (Parigi; Charpentier 1853).
_L’editore._




DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO




DELLA STORIA DI TUCIDIDE




LIBRO PRIMO

  SOMMARIO.

  Proemio in cui si amplifica la grandezza della guerra che si
  descrive. — Cagioni per cui ella fu mossa. — Epidamno rifiutata
  dai Corfuotti ricorre a Corinto. — I Corfuotti si volgono agli
  Ateniesi. — Battaglia navale. — Potidea si ribella, ed è assediata.
  — Lacedemone intima la guerra ad Atene. — Come Atene ingrandisse.
  — Antico stato della Grecia. — Imprese di Pericle. — Ambasciatori
  lacedemoni ad Atene. — Pausania e Temistocle. — Risposta degli
  Ateniesi.


1. Tucidide ateniese ha scritto la storia della guerra fra i
Peloponnesi e gli Ateniesi quando guerreggiavano tra loro, cominciando
subito da poi che fu ordinata; avvisando che grande ella sarebbe
e degna di ricordanza più delle passate conghietturandolo dai
floridissimi apparati d’ogni maniera onde ambe le parti eran fornite
per sostenerla, e dal vedere alcuni del rimanente di Grecia accostarsi
subito ad una delle due, e gli altri averne il pensiero. Infatti
grandissimo fu questo commovimento pei Greci e per gran parte de’
barbari, e, a dir così, per il più delle nazioni. Poichè, quantunque
pel lungo spazio di tempo mi fosse impossibile ritrovar con chiarezza
le imprese precedenti a questi fatti, ed anche le più antiche;
nondimeno per le conghietture alle quali, spingendo al più lungi le mie
indagini, mi avviene di prestar fede, parmi che grandi elle non sieno
state nè in fatto di guerra, nè di altro.

2. Egli è invero manifesto che la ora detta Grecia non ebbe in antico
stabili abitatori: vi si succedevano anzi da principio trasmigrazioni,
e ciascun popolo abbandonava di leggeri il proprio suolo, forzato volta
per volta da gente più numerosa. Conciossiachè, non essendovi mercatura
nè sicuro commercio nè per terra nè per mare; coltivando ognuno del suo
tanto da viverne; non avendo sopravanzo di robe, nè facendo piantagioni
nelle loro terre per l’incertezza che, mancanti com’erano di mura,
potesse mai alcuno venire a prender tutto per sè; e persuasi potersi
procacciare ovunque il necessario vitto giornaliero, senza molta
difficoltà lasciavano la patria: e per questo non erano potenti nè
per grandezza di città nè per altro apparato. Ma soprattutto i paesi
di miglior suolo, come la ora detta Tessaglia, la Beozia, il più del
Peloponneso, dall’Arcadia in fuori, e quel che vi era di più ubertoso
nel rimanente di Grecia, continuamente mutavano di abitatori, perchè la
virtù del terreno vi rendeva di alcuni preponderante il potere; ciò che
produceva fazioni interne per cui i popoli si consumavano, ed erano al
tempo stesso più esposti alle insidiose macchinazioni degli stranieri.
E però l’Attica, fino dai più remoti tempi immune da sedizioni per la
magrezza del suolo, ebbe sempre gli stessi abitatori: e la cosa è da
ciò principalmente dimostrata, che a causa delle trasmigrazioni la
Grecia non si accrebbe altrove ugualmente. Perciocchè dal restante
di essa in forza di guerre o sedizioni sbalzati i più potenti si
ricovravano presso gli Ateniesi, come a stabile dimora. Ascritti quindi
alla cittadinanza, subito fino ab antico pel numero degli abitanti
resero più considerevole la repubblica: cosicchè, restando dappoi
angusta l’Attica, mandarono colonie anco nella Ionia.

3. Un’altra considerazione mi chiarisce sommamente della debolezza
degli antichi. È certo non aver la Ellade (Grecia) prima della guerra
troiana fatto impresa veruna in comune: e per me credo che neppure
tutta insieme avesse ancora questo nome; anzi che tal cognome punto
non fosse, almeno prima di Elleno figliolo di Deucalione; e che popolo
per popolo, ed in maggiore estensione degli altri, i Pelasgi si
attribuissero da sè il proprio soprannome. Ma che poi, Elleno ed i suoi
figlioli fattisi potenti nella Ftiotide, e quei popoli invitandoseli
per proprio vantaggio anche nelle altre città, sin d’allora presso
ciascuni, per lo usare con quelli, prevalesse il nome di Elleni. Il
qual nome pur non potette per molto tempo pigliar piede fra tutti, come
ne dà principalmente indizio Omero, che quantunque vissuto molto dopo
la guerra troiana, in nessun luogo dà a tutti loro insieme cotal nome;
anzi non ad altri che ai compagni di Achille venuti dalla Ftiotide,
i quali erano pure i primi che ebbero nome Elleni. Ma ne’ suoi versi
nomina partitamente Danai, Argivi, Achei. E nemmeno usò il vocabolo
barbari, perchè, come sembrami, non ancora gli Elleni erano distinti
sotto un medesimo nome che agli altri contrappor si potesse[6]. Or
dunque gli Elleni, nè ciascun popolo in particolare, nè quelli che
città per città s’intendevano scambievolmente, nè quelli che poi
tutti insieme furono chiamati così, mai si erano riuniti fra loro a
fare impresa veruna prima della guerra troiana, perchè deboli e senza
comunicazione di scambievole commercio: anzi a questa spedizione
concorsero perchè la maggior parte già usavano il mare.

4. Infatti Minos, il più antico di quanti ne conosciamo per udita, si
procurò flotta, ed estese moltissimo la sua potenza sul mare che ora
greco si appella: ebbe il dominio delle isole Cicladi[7], pel più delle
quali il primo fondò colonie, scacciandone i Carii per istabilirvi
principi i suoi figlioli; e senz’altro sgombrò a tutta possa dal mare
i pirati, affinchè più facilmente e in maggior copia gli venissero le
entrate.

5. Imperocchè ab antico i Greci, e tra’ barbari quei di terraferma
più vicini al mare, e gl’isolani (da che cominciò a rendersi più
comune il tragitto scambievole con le navi) si volsero al mestier del
pirato sotto la condotta dei più potenti, per trovare lucro per sè e
nutrimento per gl’invalidi. Assalendo le città senza mura ed abitate
a borghi le depredavano, e di là traevano la maggior parte del vitto;
mentre questo mestiero non era ancora in vergogna, ma godea piuttosto
una certa reputazione. Ciò mostrano anche adesso alcuni di terraferma,
appo i quali è decoroso il farlo con destrezza; lo mostrano altresì
gli antichi poeti, i quali tutti ad un modo interrogano coloro che in
qualunque luogo approdino, colla domanda «se fosser corsari» come se
non ne sdegnassero il mestiere quelli cui ne domandavano, e non ne
facessero rimprovero quelli ai quali importava saperlo. Praticavasi
pure in terraferma simile scambievole ladroneggio; e parecchi luoghi
della Grecia giusta le antiche usanze lo praticano anche adesso, come
i Locri Ozolii, gli Etolii, gli Acarnani[8] e la terraferma di cotesti
dintorni: ed è pure dall’antico ladroneggio restato costante, presso
gli abitanti di terraferma, l’uso di andare armati.

6. Di fatto così costumavasi in Grecia tutta, attesochè i luoghi
abitati erano senza ripari, e mal sicure le vie di scambievole
comunicazione: però usavano vivere armati come i barbari: e queste
parti di Grecia che seguitano a praticar così sono indizio di usanze
simili estese una volta a tutti. Ma in questo stato di cose gli
Ateniesi certamente furono i primi a deporre le armi, e con meno
severa condotta passarono ad un vivere più molle e delicato: a cotesta
delicatezza dee attribuirsi l’avere i più vecchi opulenti tra loro
lasciato da poco tempo l’uso di portar toghe di lino, e di ornare in
giro il ciuffo della chioma con intreccio di cicale d’oro; e quindi
questa sorta di abbigliamento si è mantenuta tra’ più vecchi degli
Ionii, perchè discendenti degli Ateniesi. Ma di abiti mediocri e
secondo il costume presente primi usarono i Lacedemoni; ed in tutto
il restante i possidenti presero maniere al più possibile conformi a
quelle della moltitudine. Furono medesimamente i primi ad ignudarsi,
e spogliati in pubblico, nell’atto dei combattimenti ginnastici, si
ungevano con olio; laddove in antico nel certame stesso olimpico li
atleti combattevano con fasce attorno alle vergogne; nè sono molti
anni che tal uso è cessato; anzi tutt’ora presso alcuni barbari,
specialmente asiani, si propongono i premi del pugilato e della lotta,
e vi si esercitano colle fasce a cintola. Così potrebbesi mostrare che
la Grecia praticava molte altre maniere simili a quelle dei barbari di
adesso.

7. Le città poi fondate più recentemente, quando già più frequente
era l’uso del mare, essendo più abbondanti di denaro, si fabbricavano
proprio sulle coste con mura con le quali comprendevano gl’istmi, per
favorire la mercatura, ed afforzarsi contro i vicini; laddove le città
antiche sì dell’isola che di terraferma, per tema dei corsali che si
ressero lungamente, erano fabbricate più di lungi dal mare; poichè non
solo i Greci tra loro, ma derubavansi anche gli altri che abitavano
sulle coste, quantunque non esercitati sulla marina. Coteste città
mantengono ancora la loro situazione distante dal mare.

8. Nè si davano meno alla pirateria gl’isolani che erano Carii e
Fenicii, poichè costoro abitavano senza dubbio la maggior parte delle
isole. Testimonio di ciò; che nella purgazione di Delo fatta dagli
Ateniesi nel corso di questa guerra, quando furono tolte tutte le
arche de’ morti che si trovavano nell’isola, più della metà apparvero
Carii, riconosciuti al fornimento delle armi sepolte con loro, e
al modo conforme a quello che ancora tengono nel seppellire. Ma la
reciproca navigazione si facilitò da che Minos[9] ebbe dato forma alla
sua flotta, avendo egli cacciato quei malfattori dalle isole, quando
anche nella maggior parte di esse fondò colonie. E gli abitatori delle
coste, che trovavano d’allora in poi più sicuro il modo di far denaro,
vi si fermavano più stabilmente; ed alcuni eziandio si cingevano di
mura secondo che crescevano in ricchezze. Perciocchè l’avidità del
guadagno induceva i deboli a soffrire il servaggio dei più forti, ed i
più potenti coll’affluenza delle loro ricchezze si facevano suddite le
città più deboli. In tal maniera divenuti omai più opulenti fecero poi
la spedizione contro Troia.

9. Perciò credo avere anche Agamennone riunito quell’armata non tanto
perchè i pretendenti d’Elena ch’ei conduceva vi erano astretti dai
giuramenti prestati a Tindaro, ma sibbene perchè era il più potente
de’ Greci d’allora. Conciossiachè quelli stessi, che per tradizioni
ricevute dai maggiori hanno più esatta contezza delle cose del
Peloponneso, raccontano che Pelope[10] con le ricchezze portate
seco dall’Asia fu il primo ad acquistarsi potenza tra quei popoli
miserabili; e pose, benchè forestiero, il cognome del paese: che questa
potenza anco maggiore toccò coll’andar del tempo a’ suoi discendenti;
pel caso, che Euristeo partito per la guerra, ed ucciso poi nell’Attica
dagli Eraclidi, avea per titolo di parentela, affidato il reggimento
di Micene e del suo impero ad Atreo fratello di sua madre; il quale si
trovava esule dal padre Pelope per avere ucciso Crisippo. Non essendo
Euristeo altramente ritornato, ebbe egli il regno di Micene e di
quant’altro era stato sotto il comando di Euristeo, col consentimento
de’ Micenesi mossi dal timore degli Eraclidi; ed anche perchè godeva
riputazione di valoroso, e si era colle sue maniere conciliata la
moltitudine: e così rese i Pelopidi più forti de’ Perseidi. Delle
quali forze divenuto erede Agamennone, che era anche più degli altri
potente sul mare, parmi che col timore più che con le sue buone grazie
raccogliesse l’armata per eseguire la spedizione. Infatti si vede
arrivare con maggior numero di navi, ed offrirle agli Arcadi, siccome
lo ha dichiarato Omero, se pur vale per alcuno la sua testimonianza: e
nella consegnazione dello scettro dice di più

    Che molt’isole e tutta Argo reggea.

Or senza avere una flotta considerevole non avrebbe potuto, uomo
di terraferma com’egli era, avere impero al di là delle isole
circonvicine, che certamente non potevano esser molte. Da quest’istessa
armata si conghiettura cosa furono quelle prima di essa.

10. Nè il dire che Micene fosse piccola cosa, o il considerare che
niuna città d’allora passa oggi per considerevole, potrebbe servire
di sicuro argomento ad alcuno per non credere tanto grande essere
stata quest’armata quanto e l’hanno descritta i poeti, e ne è costante
la fama. Perocchè se venisse desertata la città dei Lacedemoni,
restandone solo i templi e lo spazzo del fabbricato, credo che in
progresso di molto tempo, nonostante la celebrità di essa, ne sarebbe
dai posteri assai poco creduta la potenza, quantunque delle cinque
parti del Peloponneso due ne posseggano[11], e su di esso tutto e
su molti alleati di fuori abbiano il principato. Nondimeno per non
essere il fabbricato della città riunito, nè usare essa templi ed
edifizi sontuosi, ma essere edificata a borgate secondo l’antico
costume della Grecia, ne scomparirebbe la potenza: laddove accadendo
lo stesso agli Ateniesi, dall’appariscente aspetto della distrutta
città conghietturerebbesi due volte tanto. Ragion dunque vuole che
non si lasci di credere, e non si considerino gli aspetti delle
città piuttosto che la loro potenza; e però si giudichi essere stato
quell’esercito maggiore di quelli di prima, minore di quelli de’
nostri giorni; se pure anche qui si vuole prestar fede alla poesia di
Omero, dalla quale, quantunque da lui ornata in modo che ne ricresca
il soggetto, pure quell’armata apparisce da meno di quelle dei nostri
tempi. Conciossiachè ei l’ha descritta di mille dugento navi: quelle
dei Beozii di centoventi uomini, quelle di Filottete di cinquanta,
accennando, come parmi, le più grandi e le più piccole; ma nel catalogo
delle navi non rammenta la grandezza dell’altre. Che poi fossero
tutti remiganti e combattenti insieme lo ha dichiarato nelle navi
di Filottete, ove fa arcieri tutti quelli addetti al remo. E non è
presumibile che vi fossero molti di sopraccarico a navigare con loro,
eccetto i re e quelli dei primi gradi; specialmente dovendo tragittar
molto mare con li strumenti di guerra, senza aver pure navi con
coverta, ma, secondo l’uso antico, costruite alla foggia de’ corsali.
Considerandone adunque il mezzo fra le più grandi e le più piccole è
chiaro che, per essere stata la spedizione di tutta Grecia insieme,
molti non furono quelli che vi concorsero.

11. Causa ne fu, più che la scarsità d’uomini, quella di denaro;
perocchè per mancanza di vettovaglia vi condussero gente in poco
numero, e quanto speravano che dal luogo stesso delle guerre potrebbe
ritrarre il vitto. E sebbene appena arrivati nel territorio troiano
vincessero la battaglia, come è chiaro (perchè altrimenti non avrebbero
potuto accamparsi con riparo di forte trincea), pure apparisce
che nemmeno colà fecero valere tutta la gente, ma si volsero alla
coltivazione della penisola, e al ladroneccio per penuria di vitto.
Onde, stando essi sparsi qua e là, più facilmente poterono per dieci
anni resistere loro i Troiani, forti bastantemente per far fronte a
quei che successivamente rimanevano al corpo dell’esercito. Ma se
andativi con munizioni da vivere, e tenendosi riuniti, lungi dal
ladroneccio e dall’agricoltura, avessero senza interrompimento tirata
avanti la guerra, riportando su loro vittoria, li avrebbero agevolmente
soggiogati: giacchè, sebbene non tutti insieme, ma colla porzione che
di mano in mano rimaneva resistevano ai Troiani: laddove stando fermi
all’assedio avrebbero anche con minor tempo e fatica espugnato Troia.
Deboli insomma per mancanza di denaro furono le imprese anteriori; e
questa medesima più rinomata di tutte le precedenti è certamente chiaro
essere stata al disotto della fama e della voce che di lei ora ha preso
piede per opera dei poeti.

12. Conciossiachè anche dopo i fatti troiani la Grecia era soggetta
a trasmigrazioni e cambiamenti di abitatori, sì che non poteva in
tranquillo stato avanzarsi. Imperocchè la lentezza dei Greci nel
ritornare da Ilio fu cagione di molte rivoluzioni, onde nacquero
fazioni nella maggior parte delle città; e quelli che ne erano
banditi altre se ne fabbricavano. Infatti i Beozi di adesso, nel
sessantesimo anno dopo la presa di Troia, cacciati da Arne per opera
dei Tessali, passarono nella campagna chiamata ora Beozia, e prima
Cadmeide. In cotesta campagna era anche innanzi una porzione dei loro,
del numero dei quali furono quelli che andarono alla spedizione di
Troia[12]. Nell’ottantesimo anno i Dori con gli Eraclidi occuparono
il Peloponneso: e appena dopo molto tempo, tranquillata stabilmente
la Grecia, e liberata oramai dalle sedizioni, mandò fuori colonie.
Gli Ateniesi fondarono quelle degli Ionii e del più delle isole:
nell’Italia però e nella Sicilia, ed in altri luoghi del resto della
Grecia, generalmente le fondarono i Peloponnesi: ma tutte queste
colonie furono dopo i fatti troiani.

13. Essendosi resa la Grecia più potente, e procurandosi anche più che
per lo innanzi acquisto di denaro (divenendo così maggiori l’entrate)
laddove prima i principati erano ereditari con determinati autorevoli
uffizi, si stabilivano ordinariamente nelle città governi tirannici, e
di flotte si forniva la Grecia, dandosi principalmente al mare. Fama
è che i Corintii furono i primi a riformare le navi colla massima
simiglianza al modo presente, e che a Corinto, innanzi a tutto il
rimanente di Grecia, furono fabbricate triremi. Certo è poi che furono
costruite quattro navi pei Samii da Aminocle corintio che ne faceva
il mestiere; e da che egli andò da’ Samii sino al termine di questa
guerra sono circa trecento anni: e la battaglia navale più antica che
si sappia è de’ Corintii co’ Corfuotti seguita circa dugento sessanta
anni innanzi il detto tempo. I Corintii poi, attesa la positura della
città loro sull’istmo, ebbero sempre mai mercato, perchè i Greci del
Peloponneso e quei di fuori piuttosto che per mare avevano anticamente
scambievole commercio per terra, passando a traverso il loro
territorio: ed erano però sin d’allora potenti per denaro, conforme
lo dichiarano anche gli antichi poeti, che danno a cotesto paese il
nome di ricco. Ma da che i Greci più usavano il mare, i Corintii,
forniti com’erano di flotta, distruggevano i pirati, e così offrendo
sicurezza di mercatanzia ai Greci del Peloponneso e di fuori, resero
la città loro potente per entrate di denaro. Assai più tardi ebbero
flotta gli Ionii a’ tempi di Ciro primo re dei Persiani, e di Cambise
suo figliolo; e guerreggiando con Ciro furono per qualche tempo padroni
del mare loro adiacente. Al tempo di Cambise, Policrate tiranno di
Samo, forte in mare, oltre ad altre isole che avea soggettate, espugnò
Renea[13] che consacrò ad Apollo di Delo: ed i Focesi, mentre fondavano
Marsilia, ebbero vittoria navale su i Cartaginesi.

14. Queste erano le flotte più poderose; pure manifestamente esse
furono molte generazioni dopo i fatti di Troia. Usavansi però poche
triremi, ed invece tuttavolta barche a cinquanta rematori, come quelle
che andarono contro Troia. E solo poco prima de’ fatti de’ Medi e della
morte di Dario, succeduto a Cambise nel regno dei Persiani, ebbero gran
numero di triremi i tiranni di Sicilia[14], ed i Corfuotti; perocchè
queste furono le ultime flotte ragguardevoli nella Grecia prima della
spedizione di Serse. Gli Egineti e gli Ateniesi e alcuni altri le
ebbero piccole e per la maggior parte composte di navi a cinquanta
rematori; e ciò assai tardi, cioè, da che Temistocle ebbe persuaso agli
Ateniesi, che erano in guerra con gli Egineti, e che si aspettavano il
barbaro[15], di fabbricar navi colle quali vennero a battaglia, senza
che però avessero ancora intera coverta.

15. Tali dunque erano le flotte antiche dei Greci e dei tempi appresso;
pure quelli che vi posero cura si acquistarono grandissima potenza
per entrate di denaro e per dominio sovr’altri: perchè, specialmente
coloro che non avevano sufficiente territorio, investivano colle navi
le isole e le soggiogavano. Ma per terra non ebbevi veruna guerra che
portasse notabile accrescimento di potenza, e quante ne sorsero erano
di luoghi particolari coi confinanti: spedizioni al di fuori a molta
distanza dal loro territorio per soggiogare altrui, i Greci allora non
ne intraprendevano; perchè le città ora suddite, non avean fatto un
sol corpo con le più potenti, e nemmeno da per sè facevano in comune
spedizioni contribuendo alla pari. Si facevano piuttosto guerra tra
loro i confinanti secondo le particolari occorrenze: e più che altro
nella guerra dei Calcideesi e degli Eritreesi, avvenuta già nei tempi
antichi, il rimanente della Grecia si divise a soccorso di una delle
due parti.

16. Si frapponevano pure altrove per altri popoli ostacoli
all’ingrandimento; e quanto agli Ionii, quando già le cose loro
erano venute a grande avanzamento, Ciro e con lui tutta la monarchia
persiana, sconfitto Creso e soggiogato ciò che era dal fiume Alis in
poi sino al mare[16], portò loro la guerra, e ridusse in servitù le
città di terraferma: Dario appresso vincitore colla flotta fenicia
soggiogò anche le isole[17].

17. Ma tutti i tiranni delle greche città studiosi solo del proprio
interesse, della persona loro e degli avanzamenti delle famiglie,
tenevansi ordinariamente dentro alle città per esser più sicuri che
potevano; e nulla fecero di rilievo, se non che in particolare qualche
cosa contro i confinanti; laddove quei di Sicilia erano saliti in gran
potenza. Così fu dappertutto la Grecia lungo tempo impedita che nulla
di grande potè fare in comune; e le città particolari erano, anzi che
no, senza ardimento.

18. Quando però i tiranni d’Atene, e la maggior parte di quelli del
rimanente di Grecia anche di prima quasi tutta tiranneggiata, e quando
anche gli ultimi che restavano, eccettuati quei di Sicilia, furono
distrutti dai Lacedemoni, questi appunto perciò si resero potenti,
e davano norma allo stato delle altre città[18]. Ora Lacedemone,
quantunque, da che fu fabbricata dai Dori[19] che l’abitano adesso,
sia stata più lungamente di quante altre sappiamo agitata da
sedizioni, pure sino da remotissima età ebbe buone leggi[20], nè mai
fu soggetta a tiranni; essendo sino all’esito di questa guerra circa
quattrocent’anni o poco più, che i Lacedemoni serbano il medesimo
reggimento. Non molti anni dopo estirpati i tiranni dalla Grecia
accadde a Maratona la battaglia de’ Medi con gli Ateniesi: dieci anni
dipoi tornò con numerosa armata il barbaro per mettere la Grecia in
servaggio. Nell’imminenza di sì grave pericolo, siccome i Lacedemoni
superiori di forze presero il comando dei Greci associati con loro per
questa guerra; così gli Ateniesi alla invasione dei Medi deliberarono
di abbandonar la città: sgombraronla di fatto, e saliti sulle navi si
fecero gente di mare. Poscia che d’accordo ebbero rispinto il barbaro,
poco dopo tanto quei che allora si erano ribellati dal re, quanto
gli altri Greci collegati a combatterlo, si divisero fra Lacedemoni
ed Ateniesi; i due popoli che senza paragone si distinguevano in
potenza, quelli per terra, questi per mare. Ma durarono poco nella
confederazione: anzi venuti manifestamente in discordia combatteansi
tra loro coll’aiuto degli alleati; e d’allora in poi ricorrevano ad
essi anche gli altri Greci nelle loro differenze: cosicchè dal tempo
de’ Medi sino a questa guerra, facendo continovamente, ora tregue
insieme, ora movendo le armi l’un contro l’altro, o contro gli alleati
che si ribellassero, misero in buon assetto gli apparecchi di guerra, e
si fecero più esperti esercitandosi in mezzo ai pericoli.

19. I Lacedemoni avevano governo sugli alleati senza tributo, contenti
di condurli con maniere officiose a reggersi in oligarchia conforme
al governo di Sparta: per opposito gli Ateniesi col tempo si presero
le navi delle città alleate, fuorchè quelle de’ Chii e de’ Lesbii, e
vi esercitavano impero, con aver di più messo imposte da pagarsi in
denaro. Però gli Ateniesi e i Lacedemoni ebbero ambidue per questa
guerra apparecchio proprio assai maggiore di quando, non ancor lesa la
confederazione, erano le cose loro in istato floridissimo.

20. Ecco pertanto quello che ho trovato delle cose antiche; le quali,
tutto che successivamente comprovate da ogni maniera di argomenti,
saranno appena credute; perchè la gente senza scrupoloso esame ascolta
tutti ad un modo i racconti dei fatti dei maggiori, sieno anche del
proprio paese. Quindi il volgo degli Ateniesi crede che Ipparco fosse
tiranno quando fu ucciso da Armodio e da Aristogitone; non sanno
che Ippia (di cui era fratello Ipparco e Tessalo) come primogenito
di Pisistrato reggeva allora Atene; e che in quel giorno Armodio ed
Aristogitone entrati improvvisamente in sospetto che qualche indizio
della trama fosse stato dato da’ loro complici ad Ippia, non osarono
accostarsi a lui credendolo avvertito: ma incaparbiti in voler fare
qualche prodezza prima di essere arrestati, essendosi presso al così
detto Leocorio abbattuti in Ipparco, che ordinava la pompa della festa
panatenaica[21], lo uccisero. Parimente in molte altre cose, tuttora
esistenti, e pel tempo non obliate, non la pensano giustamente nè pure
gli altri Greci. Per esempio che i re de’ Lacedemoni rendan voto non
con una ma con due pietruzze per ciascheduno; che sia presso loro la
compagnia Pitanate[22], che per niun modo vi fu mai: cotanto la ricerca
del vero è intollerante di fatica pel maggior numero degli uomini, che
più volentieri piegano alla corrente.

21. Nondimeno per le prove addotte non andrà lungi dal vero chi
giudichi queste cose tali presso a poco quali per me sono state
esposte, più presto che tali quali le hanno cantate i poeti con
ornamenti che le ricrescono, o quali, per molcere le orecchie più che
per dire il vero; le hanno raffazzonate i prosatori: cose mancanti di
prove, e che generalmente per la loro antichità, senza esser credute,
hanno preso piede nel genere delle favole. Nè fallirà chi piuttosto
pensi che, secondo antiche, col tener dietro a più manifesti argomenti
sieno state ritrovate tali da appagare. Così, tutto che gli uomini
abbiano maggior concetto della guerra presente mentre vi combattono, e
sbrigatisi di quella tengano in maggior conto le antiche; pure a chi
vorrà giudicarne propriamente dai fatti, questa si mostrerà essere
stata più considerabile di quelle.

22. Quanto poi alle arringhe fatte da ciascuno essendo per attaccar la
zuffa, o già in quella trovandosi, era certamente difficile ricordarsi
esattamente delle parole, sia per me di quelle che ho io stesso udite,
sia per chiunque che udite da altri me le riferiva. Il perchè le ho
riportate così come, attenendomi il più possibile all’intero concetto
delle parole veramente pronunziate, mi pareva che ognuno, volta per
volta che si presentasse l’occasione, avrebbe opportunamente parlato.
Ma i particolari dei fatti di questa guerra non mi sono fatto lecito
di scriverli per udita da chiunque mi si parasse innanzi, nè a mio
capriccio; bensì ho scritto quelli ai quali io sono stato presente, e
quanto a quelli uditi da altri, li ho raccontati dopo la più esatta
e perseverante ricerca intorno a ciascuno. Bene era malagevole il
rintracciarli, perchè coloro che erano stati presenti a ciascun fatto
non parlavano d’un’istessa cosa per egual modo, ma secondo l’affetto
per una delle due parti, o la memoria che ne avevano. Forse i miei
scritti per non essere in essi nulla che senta della favola, parranno
ad udire meno dilettevoli; ma per chi vorrà osservarvi la schietta
verità delle cose passate, e di quelle che umanamente parlando debbono
accadere a suo tempo presso a poco nel medesimo modo, avranno pregio
bastevole per esser giudicati utili. Or son essi composti per esser
un patrimonio per l’eternità, più presto che una disputa scenica da
sentirsi fugacemente.

23. Delle guerre antecedenti la più famigerata è stata quella dei
Medi; pure ella fu prestamente decisa in due battaglie di mare e due
di terra[23]: ma la lunghezza di questa è stata grande, e vi si sono
frapposti per la Grecia calamitosi avvenimenti, quali non altri mai in
eguale spazio di tempo. Conciossiachè non furono mai prese e spopolate
tante città, parte dai barbari, parte dai Greci stessi che erano in
guerra tra loro; alcune delle quali espugnate perderono gli antichi,
ed ebbero altri abitatori; nè tante persone bandite, nè tanto sangue
sparso, sì nella guerra medesima, sì per causa di sedizioni. Onde
le antiche tradizioni, ben di rado confermate dai fatti, si resero
credibili, sia riguardo ai terremoti che scossero più parti della terra
e furono insieme violentissimi, sia rispetto agli eclissi del sole
che accaddero più frequenti in paragone di quelli che si ricordano
nei tempi andati. In alcuni luoghi furono siccità grandi e fami
conseguenze di esse, e quel contagioso morbo che sopra tutto danneggiò
ed anche distrusse parte della Grecia; flagelli che tutti concorsero a
straziarla unitamente a questa guerra, alla quale diedero cominciamento
gli Ateniesi ed i Peloponnesi colla rottura della tregua di trent’anni
fermata tra loro dopo la presa di Eubea[24]. Ed io ho premesso i motivi
di questa rottura e le contenzioni tra di loro, affinchè nessuno abbia
mai a cercare donde surse guerra sì grande tra i Greci. Nondimeno
cagione verissima, sebbene riposta nel più cupo silenzio, ne furono
gli Ateniesi divenuti grandi, i quali mettendo paura ai Lacedemoni li
ridussero nella necessità di risolversi per la guerra. Ma le cause di
cui si parlava senza mistero, e per le quali ruppero la tregua e si
messero in guerra, furono da ambe le parti le seguenti.

24. Epidamno[25] è città alla destra di chi entra nel seno ionico,
colla quale confinano i Taulanzii barbari di nazione illirica. I
Corfuotti vi avevano fondata colonia di cui fu capo Falio figliolo di
Eratoclide di stirpe corintia, di quei della discendenza di Ercole,
fatto venire dalla città madre giusta l’antica usanza[26]. Si unirono
con lui a questa fondazione alcuni di Corinto ed altri di stirpe
dorica. In progresso di tempo la città degli Epidamnii divenne grande
e popolosa: ma dopo molti anni di sedizioni interne furono, come è
fama, da non so qual guerra dei vicini barbari malmenati e privati
in gran parte di loro potere. Finalmente innanzi questa guerra i
popolani cacciarono i magnati; e questi usciti si accordarono co’
barbari a infestar co’ ladronecci per mare e per terra i rimasti in
città. Gli Epidamnii adunque che erano in città trovandosi alle strette
spediscono legati a Corfù, come a città madre, pregandola di non
essere indifferente sulla loro sciagura; ma a riconciliare con loro
gli usciti, e por fine alla guerra dei barbari. In atto supplichevole
seduti nel tempio di Giunone chiedevano queste cose: ma i Corfuotti non
prestarono orecchio alle loro supplicazioni, e gli rimandarono senza
effetto.

25. Conobbero gli Epidamnii non doversi aspettare verun soccorso
da Corfù; e dubitando come dar buon sesto all’urgenza del momento,
spedirono in Delfo a consultare il nume, se dovessero consegnare la
città ai Corintii come fondatori di quella colonia, e tentare di
ottenere qualche sussidio. Il nume rispose, la consegnassero e li
prendessero per loro duci. Pertanto gli Epidamnii andarono a Corinto,
e, secondo l’oracolo, consegnarono la colonia, dimostrando il fondatore
di quella essere corintio; e manifestando la risposta dell’oracolo
pregavano i Corintii non dovessero mettere in non cale la loro rovina,
ma soccorrerli. I Corintii, persuasi aver dritto alla colonia non meno
de’ Corfuotti, promisero il soccorso, non solo per dovere di giustizia,
ma eziandio per odio contro i Corfuotti stessi, che quantunque coloni
loro li trascuravano, non rendendo ad essi nelle solenni adunanze
i consueti onori, nè accordando il dritto di precedenza nelle cose
religiose a un cittadino di Corinto, come usavano le altre colonie.
Anzi li disprezzavano, inorgogliti per essere allora potenti in denaro
quanto i più ricchi Greci, e negli apparecchi di guerra anche più
forti; invaniti pure talvolta della loro grande superiorità sulla
marina, e dall’avere i Feaci, famosi per le loro flotte, abitata di
prima Corfù: motivo per cui con studio maggiore allestivano naviglio,
nel quale erano di fatto formidabili, perocchè avevano centoventi
triremi quando incominciarono la guerra.

26. I Corintii adunque che avevano tutti questi titoli di rammarico,
di buona voglia spedirono a soccorso di Epidamno delle genti composte
di Ambracioti, di Leucadii e di loro; invitando ancora qualunque
volesse andarvi ad abitare. Passarono per la via di terra ad Apollonia,
colonia dei Corintii, per paura di non essere impediti dai Corfuotti
in tragittando il mare. I Corfuotti pertanto quando intesero la venuta
ad Epidamno di cotesti abitatori e di quelle genti, e che la Colonia
si era data ai Corintii, se ne adontarono, e senza perder tempo, si
misero in mare con venticinque navi seguite poi da altra armata, e
contumeliosamente ordinavano agli Epidamnii di riammettere gli usciti,
che andati a Corfù aveano additato i sepolcri e rammentato i vincoli
di consanguineità; pregando con questo titolo di esser ricondotti
in patria, e rimandate le genti speditevi dai Corintii unitamente a
quei nuovi abitatori. Gli Epidamnii non li obbedirono in nulla; e
però i Corfuotti andarono contro essi con quaranta navi, e con gli
usciti per ricondurveli; con più un rinforzo d’Illirici. Fermarono il
campo dinanzi alla città, e mandarono fuori una grida che dava intera
franchigia a qualunque degli Epidamnii o forestieri volessero uscire;
altrimenti gli tratterebbero da nemici. Quelli non prestarono loro
orecchio, ed i Corfuotti assediavano la città situata sull’istmo.

27. Ma i Corintii, venuta da Epidamno la nuova dell’assedio,
allestivano armata e ordinavano colonia per Epidamno, con piena
uguaglianza ne’ diritti civili per chiunque volesse andarvi,
permettendo che depositasse cinquanta dramme corintie[27] chi volendo
entrare a parte della colonia non gradisse imbarcar subito con gli
altri: e furono molti tanto a imbarcare, quanto a sborsare il denaro.
Pregarono ancora i Megaresi[28] a convogliarli colla flotta, se mai
fosse loro da’ Corfuotti impedita la navigazione; e quelli allestirono
una conserva di otto navi, ed i Paleesi di Cefallenia di quattro.
Richiesero di navi pure gli Epidauri che ne offrirono cinque, gli
Ermionesi una, i Trezenii due, i Leucadii dieci, e otto gli Ambracioti.
Ai Tebani ed ai Fliasii domandarono denaro, ed agli Elei navi vuote[29]
e denaro: de’ Corintii proprio si allestivano trenta navi, e tremila
soldati di grave armatura.

28. Pervenuti tali apparecchi a notizia del Corfuotti, questi andarono
a Corinto co’ legati de’ Lacedemoni e dei Sicionesi che seco presero,
ed intimarono ai Corintii di richiamar la guarnigione di Epidamno ed
i coloni, come se sopra a quella città non avessero diritto: e se
pur nulla vi pretendevano, volevano che ne dessero ragione dinanzi a
quelle città del Peloponneso delle quali convenissero entrambi; e che
quelli dei due ai quali la colonia fosse aggiudicata, ne ritenessero
il dominio. Soggiungevano che eran pronti a rimettersi all’oracolo
di Delfo, ma dissuadevano i Corintii dal far guerra; altrimenti
protestavano che dalle loro violenze sarebbero essi pure costretti a
farsi, pel proprio vantaggio, amici quelli che e’ non gradirebbero,
uno cioè dei due superiori in potenza. Rispondevano i Corintii che
ove i Corfuotti richiamassero da Epidamno le navi ed i barbari,
delibererebbero: prima di questo non essere del loro decoro contentarsi
a piatire, mentre gli Epidamnii soffrivano l’assedio. Parimente, i
Corfuotti rispondevano farebber tutto, se anche i Corintii ritirassero
da Epidamno la gente loro; e di più esser pronti a far tregua, col
patto di restare entrambi al loro posto sino alla giuridica decisione.

29. Ma i Corintii non approvarono nulla di questo; anzi avendo già
le navi in punto, ed essendo presenti gli alleati, prima di tutto
spedirono araldo a dichiarar guerra ai Corfuotti; e fatto vela con
settantacinque navi e due mila soldati di grave armatura, navigarono
sopra Epidamno per combattere i Corfuotti. Erano ammiragli Aristeo
figliolo di Pellico, Callicrate di Callia e Timanore di Timanto:
guidavano la fanteria Archetimo di Euritimo, ed Isarchide di Isarco.
Arrivati che furono ad Azio[30] nell’Anactoria, ove è il tempio
d’Apollo alla bocca del seno ambracio, i Corfuotti premisero loro un
araldo spedito su d’uno schifo per intimare che non proseguissero
il corso contro essi; e intanto allestivano le navi, rimettendo i
banchi alle vecchie perchè fossero buone per mare, e racconciavano le
altre. L’araldo non riportò veruna pacifica risposta dalla parte dei
Corintii; ed essi che avean già allestite ottanta navi, poichè quaranta
erano all’assedio di Epidamno, si mossero incontro, e messa la flotta
in ordinanza appiccarono la zuffa. La vittoria fu manifestamente
pei Corfuotti colla perdita di quindici navi dei Corintii. Nel
giorno stesso avvenne che i loro all’assedio di Epidamno ebbero per
capitolazione la piazza, col patto di vendere i forestieri, e di
dover serbare prigioni i Corintii, sino a che non si fosse altrimenti
deliberato.

30. Dopo la battaglia i Corfuotti ersero trofeo a Leucimna promontorio
di Corfù, e uccisero gli altri prigionieri che avevano presi, ritenendo
in carcere i Corintii. Appresso, quando i Corintii con gli alleati,
rimasti sconfitti nella battaglia navale, furono tornati a casa, i
Corfuotti restarono padroni di tutto il mare di quelle adiacenze,
e navigarono contro Leucade colonia dei Corintii; ne devastarono
la campagna, e diedero fuoco a Cillene arsenale degli Elei, perchè
avevano somministrato navi e denari ai Corintii: e per la maggior parte
dell’anno, dopo la battaglia navale, tennero il dominio del mare, e
colle navi assalendo gli alleati dei Corintii gli malmenavano; finchè,
al sopravvenir della state, i Corintii mossi dai disastri degli alleati
vi mandarono navi e truppe, e posero il campo ad Azio nei contorni di
Chimerio della Tesprotide, per servir di presidio a Leucade e alle
altre città loro amiche. Parimente i Corfuotti colle navi e colla
fanteria tenevano il campo di faccia a loro in Leucimna: ma delle due
flotte nissuna si mosse contro l’altra; anzi restando ferme sulle
difese per quell’estate, al venir dell’inverno se ne tornarono a casa.

31. I Corintii però in tutto l’anno dopo la battaglia navale e nel
seguente, pieni di rabbia per la guerra dei Corfuotti, fabbricavano
navi ed allestivano nel più compiuto modo la flotta, soldando rematori
del Peloponneso e dell’altre parti di Grecia. Alla nuova de’ loro
preparamenti impauriti i Corfuotti che non erano in lega con nissuno
dei Greci, nè si erano fatti pur descrivere in quella degli Ateniesi o
dei Lacedemoni, risolvettero di presentarsi agli Ateniesi per mettersi
nella loro alleanza, e far di tutto per avere qualche soccorso.
Informati di questo i Corintii mandarono essi pure ambasciatori ad
Atene, affinchè la flotta degli Ateniesi non si riunisse con quella de’
Corfuotti, ed impedisse ad essi Corintii di disporre la guerra in quel
modo che volevano. Vi si tenne adunanza, e venuti a dire ognuno le sue
ragioni, i Corfuotti parlarono così.

32. «Egli è giusto, o Ateniesi, che quei che si presentano ad altri per
chieder soccorso, senza anticipato credito di segnalato benefizio o
titolo di alleanza, come noi ora facciamo, incomincino dal dimostrare,
prima, che utili sono le loro dimande, o almeno non dannose, quindi
che avranno stabile riconoscenza: se niuna di queste cose porteranno
all’evidenza, non si sdegnino del rifiuto: lo che confidando poter
sicuramente fare, ci hanno qua spedito i Corfuotti per domandarvi
alleanza. Ma egli addiviene che le maniere stesse da noi sin qui tenute
non sono dinanzi a voi valevoli rispetto al nostro bisogno, ma più
tosto, al presente, dannose alle cose nostre. Conciossiachè non avendo
pel passato sino ad ora appartenuto di buon grado a veruna alleanza,
veniamo adesso per implorarla da altri, noi che appunto per questo,
nella presente guerra co’ Corintii ci troviamo abbandonati da tutti:
e quella che prima parea nostra prudenza (il non far lega con veruno
per non partecipar dei pericoli a voglia altrui) è ora venuta a tale
da sembrare sconsigliatezza e debolezza. Certo nella passata battaglia
navale abbiamo da noi soli respinto i Corintii: ma da che si son mossi
contro di noi con apparecchio maggiore tratto dal Peloponneso e dal
rimanente di Grecia, e da che ci vediamo impotenti di sostenerci colle
sole nostre forze (tanto più che grande sarebbe il pericolo se fossimo
da loro sottomessi) siamo astretti a cercar sovvenimento da voi e da
qualunque altro. E meritiam perdono, se non per malignità, ma per
errore di opinione siamo ridotti ad avere ardire contrario al primo
proposto di fuggire ogni briga.

33. «Ma se ci compiacerete, la congiuntura del nostro bisogno per voi
sarà bella per molti rispetti. Primieramente porterete soccorso a gente
ingiuriata, non già che offende altrui: dipoi, perchè avendoci accolti
mentre corriamo gli estremi rischi, tal grazia ne compartirete di cui
resterà la più indelebile ricordanza. Di più, dalla vostra in fuori,
abbiam noi flotta la più considerabile: ora, osservate qual più rara
e felice occasione per voi, o più molesta ai nemici dar si possa, di
quella che una potenza (ad aggiugnervi la quale avreste speso tanto
denaro e tanta gratitudine) si offra di per sè stessa, dandosi a voi
senza niuna vostra spesa o pericolo, che inoltre fama vi arrechi di
virtù verso il pubblico, ingeneri riconoscenza in chi soccorriate, ed
a voi medesimi aggiunga forza e vigore. Vantaggi invero che, tutti
insieme riuniti, si sono in ogni tempo conseguiti da pochi: e ben
rari son quelli che, domandando alleanza, si presentino a coloro cui
la domandano per recare, più presto che per ricevere, sicurezza e
decoro. E se taluno crede che non nascerà la guerra, per la quale noi
potremmo esservi utili, la sbaglia nel suo pensiero, e non s’accorge
che i Lacedemoni, per la paura che han di voi, non veggon l’ora di
farvi guerra; che i Corintii, da per sè potenti, son anche vostri
nemici, e che ora incominciano dal preoccupar noi per farsi strada ad
assalir voi, affinchè voi e noi animati da odio comune non ci mettiamo
d’accordo contro di loro, e così vadano falliti in una di queste due
mire, o di abbatter noi, o di afforzare se stessi.

34. «Ma tocca a voi il prevenirli coll’accettare l’alleanza che i
Corfuotti vi offrono, e così preoccupare, piuttosto che ribattere,
le loro macchinazioni. Se poi dicano non esser giusto che riceviate
i coloni loro, imparino che ogni colonia ben trattata onora la città
madre, oltraggiata se ne aliena: poichè i coloni vengono mandati per
essere non servi, ma alla pari con quelli che rimangono. Or la loro
ingiusta soverchieria è manifesta; invitati a giuridica decisione
sul fatto di Epidamno, han voluto con le armi, piuttosto che con la
bilancia del dritto, procedere su i capi d’accusa. Però quel che fanno
verso di noi che siamo del loro sangue, vi serva di buon argomento per
non lasciarvi sedurre dalle loro frodi, nè condiscendere a dirittura
alle loro domande; perciocchè più di tutti dura nella sua sicurezza chi
meno si carica di pentimenti per favori fatti ai nemici.

35. «Nè già voi romperete i trattati coi Lacedemoni, se accettate noi,
che nè di loro nè di voi siamo alleati: poichè in quelli è dichiarato
che se una città greca non sia in lega con alcuno possa accostarsi
a quale delle due parti le piaccia. E sarebbe certamente strano che
venga permesso ai Corintii di trar soldati, pel servizio della flotta,
dalle città comprese nella vostra lega, dal resto della Grecia, e
fino da quelle che vi sono suddite; ed essi all’opposto escludan noi
da un’alleanza proposta a tutti, e dai sussidi che altronde possiamo
avere. E avran poi coraggio di apporvi a delitto il consentire alle
nostre domande? Noi con più ragione vi apporremmo a delitto la repulsa,
però che rifiutereste noi che non siamo nemici vostri, e che corriamo
pericolo: e non che far fronte a loro veri vostri nemici e poco meno
che assalitori, li lascereste piuttosto avvantaggiarsi di nuove forze
tratte dal vostro stesso dominio, contro ogni giustizia, la quale
all’opposto vuole, o che anche a loro vietate di assoldare la vostra
gente; o che mandiate a noi pure quel soccorso che crederete; anzi,
a meglio dire che, ricevendoci palesemente nella vostra lega, ci
aiutiate. Lo che, come abbiam detto innanzi, torniamo ora a mostrarvi
essere per molti rispetti del vostro vantaggio: ma soprattutto (e
questo vi sia pegno sicuro di nostra fede) perchè i nemici nostri lo
erano medesimamente di voi, nè già deboli, ma forti abbastanza per
farla pagar caro a chi tenti staccarsi da loro. Nè per ultimo è per voi
tutt’uno il tenervi fuori da questa che vi si offre alleanza marittima,
non già terrestre: anzi principalmente non dovete permettere, se
potete, che verun altro abbia flotta, o almeno avere amico chi più
valga in quella.

36. «E chi trova utili queste proposizioni, ma teme, abbracciandole, di
rompere i trattati, intenda che questo suo timore, accompagnato dalla
forza, piuttosto spaventerà i nemici, e che la sua fiducia, rimanendo
debole in faccia a nemici potenti, sarà meno formidabile: intenda di
più che la presente sua deliberazione ha per oggetto, non meno di
Corfù, Atene stessa, e che intorno a questa non antivede il meglio; se
con una guerra imminente e poco meno che attuale, risguardando solo al
presente sta in tra due nell’aggiugnersi a una città, la cui amicizia o
inimicizia è di grandissimo momento. Conciossiachè, tralasciando molti
altri vantaggi, Corfù risiede in sito opportuno pel tragittò d’Italia
e di Sicilia, da non permettere che di là vengano altre flotte ai
Peloponnesi, e da favorir per là il passaggio di quelle che partano da
Atene. Le quali cose tutte comprendendo in somma, da ciò imparate a non
ci rigettare. Tre sono le flotte considerevoli dei Greci; la vostra, la
nostra e quella dei Corintii: se dunque trascurerete che due di queste
si riducano in una, e se primi saranno i Corintii ad occupar noi, vi
troverete a combattere in mare co’ Corfuotti insieme e co’ Peloponnesi;
laddove, accogliendoci, sarete in grado di combattere colle vostre navi
aumentate dalle nostre.» Così parlarono i Corfuotti; e dopo loro i
Corintii così.

37. «Avendo questi Corfuotti fatto parola non solo di essere ammessi
alla vostra alleanza, ma eziandio di essere ingiuriati da noi, e di
soffrire a torto questa guerra, forza è che noi pure tocchiamo prima
questi due capi, per passar poi agli altri punti dei quali siamo
per parlarvi: così voi preconoscerete esservi maggiormente utili le
nostre richieste, e non irragionevolmente rifiuterete i servigi di
costoro. Dicono non aver per prudenza fatto mai alleanza con veruno;
mentre hanno costumato così più presto per ribalderia che per virtù:
perciocchè non vogliono avere testimoni alle loro nequizie per non
doversi vergognare di averli invitati. La stessa loro città, che colla
sua positura ne porge il più bel destro da ciò, li rende, più che se lo
fossero per convenzione, giudici delle ingiurie che contro gli altri
commettono, perchè senza navigare a casa altrui non fanno altro che
intraprender quei che per necessità vi approdano. Ecco la forza del bel
pretesto di non conoscere alleanza; di questo si ammantellano, non per
evitare la complicità delle ingiustizie altrui, ma per commetterle da
sè soli; per usar violenza ove abbiano maggiori forze; per soverchiar
altrui, ove riesca tenere occulta la trama; e per negare sfacciatamente
qualunque usurpazione. E pure se fossero uomini dabbene come si
vantano, quanto meno erano esposti alle invasioni altrui, tanto più
potevano palesemente far mostra di virtù, col rendere, e col ricevere
quel che è di giusto diritto.

38. «Ma non adoperano così nè con gli altri nè con noi. Anzi tutto che
nostri coloni, ci sono sempre stati ribelli, ed or di più ci fanno
guerra, allegando non essere stati mandati per soffrir danno: e noi
pure diciamo avervi mandato colonia non per patire insulti, ma per
averne il governo e riscuoterne il dovuto rispetto. Certo le altre
colonie ci onorano, ed è la gente al maggior segno contenta di noi:
onde è chiaro che se siamo bene dei più, non può darsi che questi
soli sieno giustamente disgustati di noi. Nè contro il nostro decoro
porteremmo ad essi la guerra, ove non fossimo grandemente offesi. Ma
sia pur nostro lo sbaglio; sarebbe stato nondimeno quanto dignitoso
per loro cedere al nostro sdegno, altrettanto vergognoso per noi oppor
violenza alla lor moderazione: laddove essi, oltre a mille altre
offese, dopo non essersi data alcuna premura per Epidamno travagliata
dal nemico, andati appena noi a soccorrerla, hanno colla loro petulanza
e licenza, causata dalle ricchezze, espugnato cotesta città di nostra
giurisdizione; e la ritengono tuttora.

39. «E pur vociferano che prima di prenderla volevano decisione per via
giuridica: via che certamente dee sembrare tener non colui che aspetta
di trovarsi al disopra, e da luogo di sicurezza invita altrui a non so
qual parlamento, ma quegli bensì che prima del dibattimento siasi messo
perfettamente alla pari tanto nelle vie di fatto, quanto nella facoltà
di dire le sue ragioni; dove costoro non prima di cinger d’assedio la
piazza, ma quando crederono che noi non vi saremmo indifferenti, allora
hanno prodotto il bel pretesto della via giuridica. E vengono qua non
solamente rei delle ingiurie che ci hanno fatte ad Epidamno, ma di
più colla pretensione di avere ora anche voi non compagni nelle armi,
ma complici degli affronti, volendo che gli riceviate perchè sono in
discordia con noi. Dovevano ricorrere a voi quando non avevano nulla
da temere, e non quando noi siamo già gli offesi ed essi in pericolo;
nè quando voi, senza aver nella presa di Epidamno dato mano alle loro
forze, li fareste ora partecipi de’ vantaggi che sperano da voi stessi,
ai quali, quantunque non complici dei loro delitti, noi daremmo colpa
egualmente. Se di prima aveste con quelli accomunate le vostre forze,
facea di mestieri che anche ne risentiste comuni le conseguenze: ma se
non volete entrare a parte dei loro delitti soltanto, conviene non vi
intramettiate in queste contese che tutte da essi procedono.

40. «Egli è adunque dimostrato che noi ricorriamo a voi colle debite
prove di giustizia, dalla parte nostra, e che la violenza e la
soverchieria sta tutta dalla loro. Resta a convincervi che non potete
giustamente riceverli. Se nei capitoli è detto potere ogni città che
non vi sia descritta, accostarsi a qual dei due più le piaccia, pure
la convenzione non risguarda chi si accosti con danno altrui, ma chi
senza staccarsi da altri non sia per cagionare guerra in cambio di
pace a quei che lo ricevono, lo che non faranno se han fior di senno.
Or questo appunto accaderà a voi se non porgiate orecchio alle nostre
parole. Perchè non vi farete solamente aiutatori di loro, ma eziandio
nemici nostri di alleati che siete; atteso che, se vi mettete con essi,
è indispensabile che essi e voi insieme respingiamo. Eppure dover
vostro è di starvene soprattutto neutrali, o unirvi all’opposto con
noi per andar contro loro, co’ quali non avete mai nemmeno pattuito
sospensione d’armi, laddove dei Corintii siete alleati; e così non
metter l’usanza di dar ricetto ai ribelli altrui. Perocchè anche quando
vi si ribellarono i Samii, e i voti degli altri Peloponnesi erano
divisi sul doversi o no recar loro soccorso, noi non concorremmo col
nostro a farvi contro, anzi rispondemmo apertamente, dovere ognuno da
sè tenere in freno i propri alleati. Che se voi accorderete ricetto e
difesa a quei che commettano qualche malefizio, non meno saranno tra’
vostri alleati coloro che si vedranno accostarsi a noi; e metterete
tale uso più a vostro che a nostro danno.

41. «Queste sono dinanzi a voi i buoni titoli di giustizia che ci
competono in forza delle leggi greche. Noi inoltre vi avvertiamo e vi
preghiamo di un favore, con cui non essendovi nemici da rivolgerlo
a danno vostro, nè amici a segno da usarne più del giusto, diciamo
dover voi al presente ricambiarci. Perchè quando per la guerra con
gli Egineti, innanzi quella de’ Medii, vi trovaste scarsi di navi
lunghe, ne prendeste venti dai Corintii. Cotesto servigio coll’altro
nell’affare dei Samii, d’aver cioè noi fatto sì che i Peloponnesi
non gli aiutassero, vi procurò vittoria sugli Egineti e modo di
raffrenare i Samii; servigio tanto più pregevole, perchè prestato in
tali occasioni nelle quali un popolo inteso tutto ad investire i suoi
nemici, di null’altro si cura che della vittoria, tenendo per amico chi
lo aiuta, fosse egli anche di prima suo nemico, e per nemico chi lo
contradia, benchè amico gli sia; poichè per la gara del momento, non
guarda a rovinare le stesse sue cose.

42. «Pieni la mente di questi fatti che i giovanetti apprenderanno dai
più vecchi, faccia ognuno suo debito il retribuirci egual benefizio;
nè creda che, per giuste che sieno le proposizioni nostre, ben altro
sarebbe il vantaggio suo in caso di guerre: poichè ove uno il men
possibile si allontani dal giusto, ivi pure il vantaggio conseguita.
L’avvenire della guerra, col timor della quale i Corfuotti vi invitano
ad ingiustizie, resta ancora nell’incertezza: or non è della vostra
dignità, che mossi da cotesto timore imprendiate co’ Corintii nimicizia
manifesta e non già incerta; anzi richiede la prudenza vostra che
togliate i motivi alla diffidenza che di prima abbiamo di voi a cagione
dei Megaresi[31]: perocchè l’ultimo benefizio fatto a tempo, benchè
minore, può cancellare una querela maggiore. Nè vi adeschi l’offerta di
un’alleanza molto importante di flotta; perchè il rispetto pei dritti
degli uguali dà potenza più stabile, che non gli acquisti i quali si
ottengano in mezzo ai pericoli, per l’ingordigia di presente vantaggio.

43. «E trovandoci nel caso stesso pel quale a Sparta pronunziammo che
ciascuno da sè tenesse a freno i propri alleati, crediamo ora giusto
che ci si debba altrettanto, affinchè voi favoriti dal nostro voto, non
ci portiate danno col vostro. Anzi retribuiteci del pari, vedendo esser
questa l’opportunità, in cui è sommamente amico chi aiuta, e nemico
chi contradia: e non vogliate a nostro malgrado ricevere in alleanza
questi Corfuotti, nè aiutarli mentre ci offendono. Oprando così farete
il convenevole, e prenderete a pro vostro il consiglio migliore.» Così
parlarono i Corintii.

44. Poscia che gli Ateniesi ebbero udite le parti, tennero due
adunanze: nella prima approvarono più le ragioni dei Corintii:
nell’altra mutarono consiglio e deliberarono di stringer lega co’
Corfuotti, non però offensiva e difensiva insieme (perchè venendo
da’ Corfuotti indotti ad unirsi colle loro navi contro Corinto,
trasgredirebbero alle convenzioni) ma difensiva soltanto, pel mutuo
soccorso dei territori, contro chi attaccasse Corfù o Atene o gli
scambievoli alleati. Pur troppo credevano che anche con questo
temperamento avrebbero guerra coi Peloponnesi, e però non volevano
abbandonare ai Corintii Corfù sì potente sulla marina, ma farli al più
possibile cozzar tra loro, per trovarli più deboli, ove abbisognasse
mettersi in guerra coi Corintii, o con altri forniti di flotta. Senza
che pareva la situazione di quell’isola molto acconcia per tragittare
in Italia ed in Sicilia.

45. Con questo intendimento gli Ateniesi accettarono i Corfuotti; e
poco dopo, partiti i legati di Corinto, spedirono loro in soccorso
dieci navi sotto il comando di Lacedemonio figliolo di Cimone, di
Diotimo di Strombico, e di Protea d’Epicle; ma con ordine di non venire
a naval combattimento coi Corintii, eccetto che se navigassero contro
Corfù o altro luogo di sua giurisdizione, e tentassero farvi scala:
allora vi resistessero con tutto il vigore: tali ordini tendevano a non
rompere il concordato. Queste navi poi arrivan di fatto a Corfù.

46. Ma i Corintii quando ebbero tutto in ordine fecero vela contro
Corfù con centocinquanta navi, dieci cioè degli Elei, dodici dei
Megaresi, dieci dei Leucadii, ventisette degli Ambracioti, una degli
Anattorii, e novanta proprio de’ Corintii. Ciascuna di queste città
aveva il suo capitano: dei Corintii lo era Xenoclide figliolo di
Euticle con quattro colleghi. Ed allorchè facendo vela da Leucade ebber
toccato terraferma rimpetto a Corfù, presero stazione a Chimerio della
Tesprotide che presenta un porto, al di sopra del quale un po’ distante
dal mare, è la città di Efira nella parte della Tesprotide chiamata
Eleatide. Presso di questa mette foce nel mare il lago Acherusio il
quale prende nome dal fiume Acheronte che vi si scarica scorrendo per
la Tesprotide, ove pure scorre il fiume Tiami che divide la Tesprotide
dalla Cestrina, tra’ quali fiumi sporge il promontorio Chimerio.
In questo punto adunque di terraferma approdarono i Corintii, e vi
piantarono il campo.

47. Quando i Corfuotti riseppero la loro mossa, allestirono cento
dieci navi sotto la condotta di Miciade, di Esimide e di Euribato, e
campeggiarono in una delle isole chiamate Sibote, ove arrivarono anche
le dieci navi di Atene: e la lor fanteria con mille Zacinti di grave
armatura stava sul promontorio di Leucimna. Ma aveano anche i Corintii
in terraferma molti barbari che erano andati a soccorrerli, perchè la
gente di codeste contrade è loro mai sempre amica.

48. Essendosi i Corintii ben preparati preser foraggio per tre giorni,
e di notte salparono da Chimerio per venire a battaglia navale.
Navigavano sul far dell’aurora, quando videro le navi dei Corfuotti in
alto mare avanzarsi contro di loro, e vistisi appena scambievolmente
si misero da ambe le parti in ordinanza. I Corfuotti avevano sul corno
destro le navi d’Atene, ed essi reggevano il rimanente dell’armata che
era diviso in tre squadre, guidate ciascuna da uno dei tre capitani.
Tale era l’ordinanza dei Corfuotti. Sulla destra dei Corintii erano le
navi megaresi e ambraciote, nel mezzo il resto degli alleati, come era
toccato a ciascuno: sulla sinistra stavano i Corintii da sè colle navi
più spedite al corso, di faccia agli Ateniesi che erano sulla destra
dei Corfuotti.

49. Alzati quinci e quindi i segnali[32] vennero alle mani, e per la
poca esperienza, armati essendo tuttora all’uso antico, da ambe le
parti si combatteva di sopra coverta con molti di grave armatura, e
molti arcieri e saettatori. Accanita era la zuffa, ma poco la perizia
del mestiero; anzi somigliantissima a battaglia di terra: perocchè
dopo il primo urto delle due flotte, per lo disordine del gran numero
si rendeva difficile alle navi lo staccarsi tra loro, ed i soldati
gravi di sopra coverta, nei quali era riposta la principal fiducia
della vittoria, restando quelle immobili, combattevano di piè fermo;
nè potendo indietreggiare per quindi correre a romper le file nemiche,
pugnavano con furibonda gagliardia più che con perizia del mestiero.
Laonde grande era per tutto uno scompiglio, un tumultuar di battaglia,
nella quale le navi ateniesi pronte a sostenere i Corfuotti ovunque
fosser messi alle strette, facevano gran paura ai nemici: ma i generali
non li attaccarono per timore degli ordini ricevuti in Atene. Il corno
destro dei Corintii principalmente pativa: conciossiachè, furono
messi in fuga dalle venti navi dei Corfuotti, che perseguitarono fino
alla costa le navi disperse, e inoltratisi fino all’accampamento
scesero a terra, abbruciarono le tende abbandonate, e tutto misero
a ruba. Da questo lato erano certamente battuti i Corintii con gli
alleati, e vincevano i Corfuotti; ma sull’ala sinistra ove erano da
sè i Corintii, la vittoria era manifestamente per loro, perocchè alle
navi dei Corfuotti, che erano in minor numero, mancavano le venti
che rincorrevano il nemico. Il perchè gli Ateniesi al veder pressati
i Corfuotti, li soccorrevano oramai più francamente; benchè sulle
prime si ritenessero dal fare affronto veruno; ma quando li videro
manifestamente dar volta coi Corintii alle spalle, allora davvero,
senza aver più riguardo alcuno, presero tutti parte alla pugna, tal che
gli stessi Corintii e Ateniesi trovaronsi nella necessità di assalirsi
scambievolmente.

50. Ma fugati i Corfuotti, i Corintii non rimorchiavano le carene delle
navi che avevano mandate a fondo[33], ma si rivolsero a trascorrere
di mezzo alla flotta nemica, per uccidere piuttosto che prender vive
le ciurme. Nè sapendo essere stati battuti quei dell’ala destra,
ammazzavano anche gli amici senza conoscerli; perchè pel gran numero
delle navi che da ambe le parti ingombravano molto spazio della marina,
poscia che si furono azzuffati, non era facile discernere i vincitori
dai vinti. E veramente questa battaglia navale tra Greci e Greci fu,
per la moltitudine delle navi, la più considerabile di quante la
precedettero. I Corintii poi, incalzati sino a terra i Corfuotti, si
volsero a ricercare i rottami delle navi, ed i cadaveri de’ suoi, i
quali riebbero in tanta copia da doverli trasportare alle Sibote, ove
le truppe terrestri de’ barbari erano venute in loro aiuto. Sono le
Sibote una spiaggia deserta della Tesprotide. Fatto ciò, si unirono
di nuovo per navigare contro i Corfuotti, i quali pure con quante
navi buone a navigare erano loro restate, e con quelle degli Ateniesi
andarono ad incontrarli temendo non tentassero di sbarcar nella loro
terra. Già si avvicinava la sera ed avevano intonato il Peana[34]
per animare al conflitto, quando i Corintii improvvisamente presero
a indietreggiare[35], avendo veduto venirsi incontro le venti navi
spedite da Atene in soccorso dopo le dieci, temendo, siccome avvenne,
non i Corfuotti restassero vinti, e le dieci fossero poche per
respingere il nemico.

51. I Corintii adunque che le videro i primi, sospettando che ne
venissero da Atene più di quelle che e’ vedevano, davano indietro. I
Corfuotti che non le avevano vedute, perchè venivano da parte meno
esposta a’ loro occhi, si maravigliavano della ritirata dei Corintii;
se non che alcuni poi le videro, e dissero che esse venivano ad
attaccarli: allora davvero anch’essi, fattosi più buio, tornarono
indietro, ed i Corintii girarono di bordo e si divisero. Così le due
armate si separarono, e sul far della notte finì il combattimento. Le
venti navi d’Atene sotto la condotta di Glaucone figliolo di Leagro,
e di Andocide di Leogoro, poco dopo essere state vedute, passando a
traverso dei cadaveri e dei rottami, si accostarono a Leucimna ove
era il campo dei Corfuotti, e vi approdarono. I Corfuotti, perchè
era notte, temettero non fosser nemiche; ma di poi riconosciutele le
ricevettero in stazione.

52. Nel dì seguente le trenta navi attiche con quelle de’ Corfuotti
che erano buone pel mare, fecero vela verso la spiaggia delle Sibote,
ove aveano stazione i Corintii, per vedere s’e’ venissero a battaglia
navale. Questi scostaronsi da terra, ed in alto mare misero le navi in
ordine di battaglia; ma non si movevano, non volendo essere i primi ad
attaccarla, tra perchè vedevano sopraggiunte delle navi ateniesi intere
e salde, e perchè erano incontrate loro molte difficoltà; dovendo
guardare i prigionieri che avevano sulle navi, e non avendo in quel
luogo deserto mezzo di racconciarle. Anzi temendo che gli Ateniesi,
riguardando come rotte le tregue, per essere venuti alle mani, non
si opponessero alla loro partenza, pensavano piuttosto del modo di
ritornarsene a casa.

53. Risolvettero adunque di spedir gente senza caduceo[36] sopra
un battello spiando l’animo degli Ateniesi, con queste parole.
«L’ingiustizia è tutta vostra, o Ateniesi, che cominciate la guerra e
rompete la tregua, perchè vi opponete (portandoci contro le armi) alla
vendetta che vogliamo prendere dei nemici nostri. Nondimeno se è vostra
intenzione di impedirci l’andar contro Corfù, o dovunque ci piaccia,
e di rompere le convenzioni, arrestate noi i primi e trattateci da
nemici». A queste loro parole, quella parte dell’armata de’ Corfuotti
che gli intese gridò subito «si arrestassero, si uccidessero». Ma
gli Ateniesi risposero in questi termini: «Noi, o Peloponnesi, nè
cominciamo la guerra, nè rompiamo le tregue: siamo venuti in soccorso
di questi Corfuotti perchè sono nostri alleati: del rimanente, se
volete volgervi altrove, non ci opponiamo: se poi navigherete contro
Corfù o luogo alcuno di sua giurisdizione, noi al postutto non lo
permetteremo.»

54. Per cotal risposta degli Ateniesi, i Corintii si preparavano per
rinavigare a casa, ed ersero trofeo alle Sibote di terraferma. E i
Corfuotti raccolsero i rottami ed i cadaveri che dalla marea e dal
vento suscitatosi di notte erano stati sparpagliati qua e là sulla
spiaggia, e contrapposero trofeo alle Sibote dell’isola, pretendendo
d’esser rimasti vincitori. Gli uni e gli altri si appropriavano la
vittoria con questo concetto. I Corintii ersero trofeo per essere
stati vincitori fino a sera nella pugna navale, a segno d’aver
ricuperati moltissimi rottami e cadaveri, e perchè ritenevano meglio
di mille prigionieri, ed avevano mandate a fondo circa settanta navi.
I Corfuotti lo ersero per aver disfatto circa trenta navi, ripresi,
dopo l’arrivo degli Ateniesi, i rottami ed i cadaveri che erano nelle
loro adiacenze, e perchè nel giorno precedente i Corintii, al veder le
navi Ateniesi, aveano indietreggiato, e non erano dalle Sibote venuti
contro loro, quando essi vi si presentarono. Ecco come le due parti si
attribuivano la vittoria.

55. I Corintii in ritornando a casa presero a tradimento Anattorio
castello di comune diritto co’ Corfuotti, situato alla bocca del seno
ambraciotico, e vi posero colonia de’ loro. Proseguirono quindi la
navigazione per a casa, e venderono ottocento Corfuotti di condizione
servile, ma ne tennero guardati in prigione dugentocinquanta, che
trattavano assai cortesemente, col fine che ritornati a Corfù, ne
conciliassero loro l’animo dei cittadini; atteso che la maggior parte
di questi erano anche i più potenti della città. Così nella guerra dei
Corintii restò salva Corfù, donde partirono le navi degli Ateniesi.
Questo fu il primo motivo di guerra per i Corintii contro gli Ateniesi,
perchè s’erano uniti co’ Corfuotti a combattere per mare contro di
loro, duranti le tregue.

56. Ma subito dopo intervenne, che tra gli Ateniesi e i Peloponnesi
insorsero, per mettersi in guerra, queste differenze. I Corintii
macchinavano di vendicarsi degli Ateniesi, e questi entrati in sospetto
della lor nimicizia commettevano ai Potideati (abitanti sull’istmo di
Pallene[37], coloni dei Corintii, ma alleati e tributari d’Atene), di
demolire le mura che guardano Pallene, dare degli ostaggi, licenziare i
Demiurghi[38], e non ricever più quelli che annualmente vi mandavano i
Corintii; perchè sospettavano che adescati da Perdicca e dai Corintii
non facessero ribellione, e non vi inducessero anche gli altri alleati
di Tracia.

57. Tali precauzioni presero gli Ateniesi contro i Potideati subito
dopo la battaglia navale di Corfù, perchè i Corintii erano in manifesta
rottura con loro, e Perdicca, figliuolo di Alessandro, re dei Macedoni,
fino allora alleato ed amico loro, si era fatto nemico, per avere essi
fatto lega con Filippo suo fratello e con Derda, che d’accordo lo
contrariavano. Impaurito di questa lega egli si adoprava con ambascerie
a Sparta perchè si rompesse la guerra tra i Peloponnesi e gli Ateniesi,
e si ingegnava di conciliarsi i Corintii per facilitare la ribellione
di Potidea. Proponeva inoltre ai Calcidesi ed ai Bottiesi di Tracia di
unirsi alla ribellione, avvisando che coll’alleanza di questi luoghi
coi quali confinava, troverebbe sostenuto da loro, minori difficoltà
nella guerra contro gli Ateniesi. Questi n’ebbero sentore; e come erano
in su lo spedire contro gli stati dello stesso Perdicca trenta navi
con mille soldati di grave armatura, sotto la condotta di Archestrato
figliolo di Licomede e di altri dieci; per prevenire la ribellione
delle città commettono a cotesti capitani della flotta di impossessarsi
degli ostaggi, demolir le fortificazioni, ed aver l’occhio alle vicine
città per impedir che si ribellassero.

58. I Potideati inviarono legati ad Atene per indurli a non far
innovazioni intorno a loro, ed andarono insieme coi Corintii anche
a Sparta, e si adopravano perchè, occorrendo, vi si tenesse pronto
un sussidio. Or siccome dopo lungo deliberare non ottenevano dagli
Ateniesi cosa alcuna che loro soddisfacesse, anzi le navi spedite
contro la Macedonia andavano egualmente che prima contro di loro; e
dall’altra parte i magistrati di Sparta avevano promesso di invader
l’Attica se gli Ateniesi andavano sopra Potidea, colta allora
quest’occasione e congiuntisi insieme co’ Calcidesi e co’ Bottiesi
si ribellano dagli Ateniesi. E Perdicca persuade i Calcidesi ad
abbandonare e rovinare le città marittime, trasferirsi ad Olinto[39],
e fortificar solo questa città: ed a quei che le città proprie
abbandonavano diede a possedere, finchè durasse la guerra con gli
Ateniesi, parte del suo territorio e del Migdonio, che è intorno alla
palude Bolba. Essi passarono ad abitare più dentro terra, distruggendo
le città, e si apparecchiavano alla guerra.

59. Le trenta navi ateniesi giunte in Tracia, trovano Potidea e gli
altri luoghi già ribellati. Ed i capitani credendo impossibile, colle
forze che avevano, di sostener la guerra contro Perdicca e contro le
città concorse alla ribellione, si rivolgono verso la Macedonia, dove,
anche da prima erano stati inviati. Giunti colà uniscono le loro colle
armi di Filippo e de’ fratelli di Derda, i quali coll’esercito vi erano
penetrati dalla parte di terra.

60. In questo mezzo i Corintii ribellatasi già Potidea, e le navi
attiche essendo intorno alla Macedonia, temettero per quella città;
e riguardandone come proprio il pericolo, tra’ volontarii de’ loro
ed altri Peloponnesi invitati col soldo, vi spediscono in tutti
milleseicento di grave armatura e quattrocento di truppa leggera,
condotti da Aristeo figliolo di Adimanto che era mai sempre stato
benevolo ai Potideati; e l’amicizia per lui mosse sopra tutto i
Corintii a seguirlo di buona voglia. Essi giungono in Tracia quaranta
giorni dopo la ribellione di Potidea.

61. La nuova delle città ribellate era pervenuta subito anche agli
Ateniesi; ed al sentire che v’era pur sopraggiunto Aristeo colle sue
genti, spediscono contro i luoghi ribelli quaranta navi con due mila
dei loro di grave armatura, sotto il comando di Callia figliolo di
Calliade, e di altri quattro. Giunti appena in Macedonia trovano che
quei primi mille, dopo avere di recente espugnato Terma, assediavano
Pidna. Fermaronvisi anch’essi per continovarne l’assedio; ma poscia
premendo loro Potidea (tanto più che era arrivato anche Aristeo) fanno
accordo e forzata alleanza con Perdicca, e partono di Macedonia. Giunti
a Berrea tentarono di prenderla, ma fu senza riuscita: per lo che
tornati indietro marciavano[40] per terra verso Potidea con tremila dei
loro di grave armatura (oltre a molti altri alleati) e con seicento
cavalieri condotti da Filippo e da Pausania, più settanta navi che gli
seguivano radendo la costa. Si avanzarono a bell’agio, e il terzo dì
pervennero a Gigono ove si accamparono.

62. I Potideati co’ Peloponnesi d’Aristeo li aspettavano accampati
sull’istmo in vicinanza d’Olinto; e fuori di città avevano aperto il
mercato. Gli alleati avevano eletto a capitano di tutta la fanteria
Aristeo, e della cavalleria Perdicca, che subito staccatosi nuovamente
dagli Ateniesi seguiva la parte de’ Potideati, lasciato al governo
Iolao in sua vece. Aristeo pensò di tenere la sua gente sull’istmo ad
osservare quando sopravvenissero gli Ateniesi; ordinò che i Calcidesi
con gli alleati di fuori dell’istmo, e co’ dugento cavalli guidati da
Perdicca restassero fermi in Olinto[41]; perchè, qualora gli Ateniesi
si avanzassero contro lui, venendo loro alle spalle, mettessero in
mezzo il nemico. Dall’altra parte Callia generale degli Ateniesi ed i
suoi colleghi spediscono alla volta d’Olinto la cavalleria macedone[42]
con alcuni pochi de’ loro alleati, per impedire i soccorsi che di
là potesser venire; e mosso il campo marciavano essi verso Potidea.
Pervenuti sull’istmo, vedendo i nemici preparati al combattimento,
fecero anch’essi alto di fronte, e poco dopo si azzuffarono. L’ala
propriamente d’Aristeo coi soldati scelti de’ Corintii e degli altri
alleati che erano con lui, fece dar volta ai nemici che stavano di
fronte, e gli incalzò inseguendoli per buon tratto: il resto poi
dell’esercito de’ Potideati e dei Peloponnesi vinto dagli Ateniesi si
riparò dentro le mura.

63. Aristeo tornando dal dar la caccia al nemico, e vedendo battuta
l’altra parte dell’esercito, era perplesso se dovesse arrischiarsi
per la via d’Olinto, ovvero per quella di Potidea. Ma risolvette
di ristringere la sua gente in angustissimo spazio, e velocemente
marciando aprirsi la via di Potidea: e con difficoltà, inquietato anche
dagli strali del nemico, vi penetrò passando lungo la scarpa delle
mura pel mare che ivi si frange, talchè colla perdita di pochi salvò
la maggior parte de’ suoi. Le milizie d’Olinto destinate pel soccorso
di Potidea, dalla quale si scorge alla distanza di circa sessanta
stadii[43], attaccata appena la battaglia ed alzati i segnali, si
erano alquanto avanzate per dare aiuto; ma la cavalleria macedone si
schierò loro di fronte per impedirle. E poichè la vittoria fu tosto
per gli Ateniesi, e vennero calati i segnali, tornarono esse dentro
le mura, e la cavalleria macedone raggiunse gli Ateniesi cosicchè nè
l’una nè l’altra parte ebbe cavalleria[44]. Dopo la battaglia gli
Ateniesi alzarono trofeo, e con salvocondotto resero i cadaveri ai
Potideati. Vi perirono tra Potideati ed alleati poco meno di trecento,
e centocinquanta proprio degli Ateniesi con Callia comandante.

64. Gli Ateniesi tirarono subito il muro dalla parte dell’istmo, e vi
tenevano presidio[45]: ma ne restava sguarnita la parte verso Pallene;
poichè non si credevano in forze da guardar l’istmo, e insieme passare
in Pallene per fabbricare il muro; temendo che i Potideati con gli
alleati gli assalirebbero se fossero divisi in due parti. Quando però
riseppero gli Ateniesi che la parte che guarda Pallene non aveva
muro, spediscono poco dopo milleseicento dei loro di grave armatura
capitanati da Formione figliolo di Asopio. Giunto egli a Pallene,
movendo da Afitide[46] avvicinava lentamente l’esercito a Potidea,
dando nel tempo stesso il guasto alla campagna. E poichè nissuno usciva
incontro a combatterlo, tirò il muro dalla parte di Pallene. Così
Potidea restava rigorosamente ristretta da due lati, e insieme dalla
parte di mare per le navi che v’erano di stazione.

65. Attorniata di mura la città, Aristeo non vedendo via di salvezza
senza un qualche inaspettato soccorso dal Peloponneso o altro prodigio,
proponeva che da cinquecento in fuori, gli altri aspettando buon vento
scapolassero per mare, acciò più lungamente durasse la vettovaglia,
ed ei voleva essere tra quei che resterebbero: ma non talentando agli
altri il suo consiglio, premuroso di ovviare ai presenti mali, e di
ordinare nel miglior modo possibile le cose di fuori, imbarca e parte
non osservato dalle guardie ateniesi. Si trattenne presso i Calcidesi,
ed oltre la guerra che faceva ad altri luoghi, con imboscata tesa in
vicinanza della città de’ Sermilii, ne uccise parecchi, senza però
intermettere le pratiche nel Peloponneso, per averne qualche soccorso.
E Formione attorniato che ebbe col muro Potidea, dava co’ suoi
milleseicento il guasto alla campagna calcidica e bottica[47]; e prese
eziandio alcune castella.

66. Ma le accuse insorte scambievolmente prima della guerra tra
Ateniesi e Peloponnesi erano queste. I Corintii accusavano gli Ateniesi
dell’assedio col quale stringevano Potidea loro colonia e quei
Corintii e Peloponnesi che vi si trovavano: gli Ateniesi accusavano
i Peloponnesi d’aver ribellata quella città confederata e tributaria
d’Atene, e andati colà di aver portato scopertamente le armi contro
loro d’accordo co’ Potideati. Nondimeno non era per anche scoppiata la
guerra, anzi durava tuttora la tregua; perchè queste cose avevano fatte
i Corintii in particolare.

67. I quali, vedendo assediata Potidea, non istettero più alle mosse,
temendo per quella città e per la gente che vi avevano. E senza perder
tempo invitavano gli alleati a Sparta, ove andati essi pure inveivano
contro gli Ateniesi, imputando loro d’aver trasgredito alle tregue, e
di ingiuriare il Peloponneso. E gli Egineti, quantunque senza pubblica
ambasceria per paura degli Ateniesi, non meno degli altri segretamente
insistevano d’accordo coi Corintii per la guerra; allegando esser loro
tolto l’uso delle proprie leggi pattuito negli accordi[48]. Tennero
i Lacedemoni la loro consueta adunanza; ed oltre agli alleati, vi
chiamarono chiunque dicesse essere stato ingiuriato dagli Ateniesi, ed
ordinarono a ciascuno di parlare. Diversi si fecero innanzi a produrre
le loro querele secondo che ciascuno credeva; ma i Megaresi, oltre a
molte altre non piccole differenze; esposero principalmente d’esser
sequestrati dai porti del dominio d’Atene e dal mercato dell’Attica,
in dispetto delle convenzioni[49]. I Corintii poi, avendo lasciato che
gli altri fossero primi ad inacerbire i Lacedemoni, si presentarono gli
ultimi e parlarono così.

68. «La lealtà che regna tra voi, o Lacedemoni, nel civile governamento
e nel conversare privato, vi rende, anzi che no, tardi a prestar fede
se qualche cosa vi diciamo degli altri; e da ciò procede non solo la
vostra moderazione, ma eziandio la più grande ignoranza in cui siete
delle cose esterne. Conciossiachè noi vi abbiamo più fiate predetto i
danni che ci aspettavamo dagli Ateniesi; ma voi non pigliavate contezza
alcuna de’ fatti di cui volta per volta vi informavamo; sospettavate
anzi che quei che li esponevano fossero mossi a parlare da private
nimistà; e però non prima che ingiuriati fossimo, ma da che lo siamo di
fatto, avete invitato questi confederati, tra’ quali a noi più di tutti
conviene far parola, in quanto che più gravi sono le nostre querele;
trovandoci negletti da voi, mentre siamo oltraggiati dagli Ateniesi.
I quali se nascosamente opprimessero coi loro soprusi la Grecia, egli
farebbe bisogno avvertirvene, potendo voi ignorarli: ma qual pro adesso
di molte parole per noi, alcuni dei quali vedete già sotto il giogo;
altri, e specialmente alleati nostri, insidiati da loro, i quali da
gran tempo sono già apparecchiati alla guerra, caso che una volta
dovessero sostenerla? Perocchè altrimenti non avrebbero soprappreso
nè riterrebbero a nostro mal grado Corfù, nè assedierebbero Potidea:
questa opportunissima per fare in Tracia ciò che vogliono, laddove
quella avrebbe somministrato ai Peloponnesi flotta considerevolissima.

69. «E di tutto ciò voi siete i colpevoli, perchè finita la guerra de’
Medi permetteste agli Ateniesi da prima di fortificar la città e poi
d’alzare le mura lunghe; e tuttora continovate a togliere la libertà
non solo ai popoli messi da loro in servaggio, ma anche agli stessi
vostri alleati: poichè è autore di servaggio non chi lo impone, ma
più veramente chi, potendo cessarlo, non se ne cura, tuttochè egli
abbia il decoroso nome di liberatore della Grecia. Ora finalmente, ed
a gran fatica, ci siamo congregati, avvisando non averne pure adesso
aperte ragioni; perchè non si volea più cercare se siamo gli offesi,
ma solamente trovare il modo di vendicarci, da che essi hanno già
deciso e fan di fatti, e senza indugio alcuno assaltano noi incerti
ancora nelle nostre risoluzioni. Bene ci è noto per qual via gli
Ateniesi a poco a poco si avanzano su quel degli altri: nondimeno
sino a che per la inavvertenza vostra si credono inosservati lo fanno
meno francamente: ma piomberanno addosso con tutto lo sforzo qualora
conoscano che noti vi sieno i loro disegni e non gli curate. Poichè
voi sol tra’ Greci, o Lacedemoni, ve la passate tranquillamente, e
pretendete tenere indietro gli altri non colla forza ma coll’indugio; e
di abbattere gli ingrandimenti de’ nemici non sul principio, ma quando
sieno cresciuti del doppio. E pure avevate nome d’esser gente di sicuro
consiglio; ma certo la fama era maggiore del vero. Conciossiachè siamo
noi stessi testimoni che il Medo dall’estremità della terra giunse nel
Peloponneso; innanzi che voi gli andaste incontro con forze condegne al
vostro decoro. Ed or non fate caso degli Ateniesi che vi sono vicini e
non già lontani com’egli; e più tosto che assalirli, volete respingerli
assalitori, e così combattendoli divenuti già assai più forti,
rimettervi alla incertezza del caso, quantunque non ignoriate che
anche il barbaro fu di per sè stesso cagione di sue sconfitte; e che
le nostre molte vittorie già riportate su gli Ateniesi procederono più
dai loro errori che dai vostri soccorsi. Perciocchè le speranze riposte
in voi hanno omai purtroppo rovinato alcuni che affidati a quelle se
ne stavano senza apparecchiarsi. Nè alcuno di voi creda parlar noi
così per nimicizia che vi portiamo, più tosto che per farvi amichevole
rimostranza: imperocchè questa sta bene con gli amici che difettino,
dove al nemico che ci abbia offeso si porta accusa di delitto.

70. «Crediamo inoltre aver quanto altri mai diritto di dolerci dei
vicini, principalmente nell’urgenza di rilevanti affari, pei quali
ci sembra che restiate insensibili, senza aver mai ponderato che
gente sieno gli Ateniesi coi quali avrete a combattere, e in quanto,
per non dire in tutto, a voi superiori. Novatori essi, sono destri a
immaginare trovati e ad eseguirli: buoni voi a conservare il vostro,
non mirate più oltre, nè sapete venire a capo delle cose anche le più
necessarie. Di più sono essi ardimentosi al di sopra delle forze,
arrischievoli più di quel che s’erano prefissi, pieni di buona speranza
nei più fieri disastri: all’opposto è proprio di voi operare al di
sotto delle forze, non fidarvi neanche de’ meglio fondati consigli, e
pensare non dovervi mai liberare da’ pericoli. Sono essi sollecitissimi
dinanzi a voi temporeggianti; eglino randagi, voi casalinghi: perchè
coll’allontanarsi dal patrio suolo credono trovar via a nuovi acquisti,
voi col metter piè nell’altrui credete di rovinare anche il vostro.
Vincitori del nemico, ei si avanzano oltremodo, vinti si scoraggiano
il meno possibile; anzi per la patria non risparmiano punto i loro
corpi come se a lei non appartenessero, ma usano dell’animo come di
cosa tutta di lei in ogni impresa che le sia utile: stimano perdita del
proprio le imprese pensate e non compiute; gli acquisti fatti colle
invasioni, piccola cosa a comparazione di ciò che sperano conseguire.
Fallisce a sorte una prova, vi sopperiscono con nuove speranze: soli
essi riuniscono insieme speranza e possedimento delle cose immaginate,
tanto è pronta l’opra di mano ai loro disegni. In tutto questo
s’affannano per l’intero corso della vita in mezzo alle fatiche ed
ai pericoli: godono pochissimo di ciò che hanno, intenti sempre ad
accrescerlo; credono festa non esser altro che far quel che occorre,
e maggior disgrazia l’ozio inoperoso che la travagliosa occupazione.
Insomma se tu gli dica nati per non aver riposo, nè lasciarlo altrui,
diresti vero.

71. «E nondimeno con a fronte una città di tal fatta, voi, o
Lacedemoni, temporeggiate, e credete che tranquillità lungamente non
duri presso que’ popoli i quali, tuttochè coi loro apparecchi di guerra
non oltrepassino i termini del dovere, pure chiaramente dimostrano
che non patiranno d’essere offesi: anzi ponete l’equilibrio politico
nel non molestare gli altri, e nel non sopportare danni in caso di
rispingerli; ciò che potreste appena conseguire se aveste a confine
una Repubblica che a questa vostra rassomigliasse. Ma oggimai, come
abbiamo testè dimostrato, le vostre maniere dirimpetto agli Ateniesi
sono di usanza antica: ora è forza, siccome avviene nelle arti, che a
mano a mano la vinca il costume più recente[50]. E per città tranquilla
ottime sono costumanze invariabili: ma in quella ove sia necessario
andare incontro a molti pericoli, abbisognano anche molti nuovi
artificii. Però lo stato degli Ateniesi esercitato in molte prove, si è
più rinnovato del vostro. Qui dunque finisca la vostra lentezza: anzi
adesso, conforme lo avete promesso, soccorrete gli altri ed anche i
Potideati assaltando prontamente l’Attica, per non abbandonare a’ più
fieri nemici gente vostra amica, e del medesimo sangue[51], e non far
sì che noi altri per lo scoraggiamento ci rivolgiamo ad altra lega. Lo
che facendo non commetteremmo ingiustizia veruna, nè in faccia agli Dei
invocati nei giuramenti, nè in faccia agli uomini di senno: perchè non
rompono i patti quei che abbandonati si accostano ad altri, ma coloro
che non aiutano quelli coi quali giurarono alleanza. Nulladimeno se
vorrete darvene cura resteremo uniti con voi; conciossiachè mutando
parte, nè opereremmo onestamente, nè troveremmo altrove maggior
conformità di costumi: però risolvete bene, e date opera che non
vi tocchi a governare il Peloponneso più angusto di quel che ve lo
consegnarono i padri.»

72. Queste furono le parole dei Corintii; e gli ambasciatori Ateniesi,
che per altre occorrenze per avventura si trovavano di prima a Sparta,
inteso che ebbero ciò, risolvettero di presentarsi ai Lacedemoni, non
per purgar le imputazioni date loro dalle città, bensì per dichiarare
che sull’insieme delle cose non doveano risolvere sì tostamente,
ma riflettervi più luogo tempo: volevano altresì esporre, quanto
grande fosse la potenza della loro Repubblica, rammemorando ai più
vecchi fatti che non ignoravano, e raccontandoli ai giovani che non
li sapevano. Giudicavano essi che per le loro parole si volgerebbero
più presto al partito della pace che della guerra. Rappresentaronsi
adunque ai Lacedemoni, e dissero volere essi pure, qualora non ve ne
fosse divieto, parlare all’assemblea; e avuta permissione di entrare,
parlarono così.

73. «Noi non fummo certamente inviati qua per venire in contradittorio
coi nostri alleati, ma per altre commissioni avute dalla patria:
nondimeno informati dei tanti rabbuffi che si fanno contro di noi,
ci siamo presentati, non per rispondere alle imputazioni delle città
(perciocchè si tratterebbe dinanzi a voi, che giudici non siete,
nè di noi nè di loro), ma per non lasciarvi, stando a detta degli
alleati, prendere troppo facilmente mala risoluzione sopra affari
importantissimi. E medesimamente, riandando tutto il parlato contro
noi, vogliamo chiarirvi che ben ci sta quel che abbiamo, e che la
nostra Repubblica merita tutta la considerazione. Quanto a’ fatti più
antichi attestati dalla tradizione, più tosto che visti dagli occhi
di chi ci ascolterà, nulla monterebbe il parlarne: ma delle imprese
contro il Medo, e delle altre a voi pure ben note, è indispensabile
ragionare, a patto anche di riescir troppo molesti, perchè ad ogni
occasione le produciamo. Conciossiachè nelle nostre opere di allora i
pericoli furono pel comun bene: del quale siccome voi partecipaste di
fatto, così dal farne parola, ove utile ci sia, noi non vogliamo essere
interamente esclusi. Nè già favelleremo per nostra discolpa, ma solo
per testimoniare e dichiarare con qual città vi toccherà a combattere,
se saggiamente non risolverete. Imperocchè ci diamo vanto di esserci
soli fatti innanzi a Maratona per sostenere il cimento contro il
barbaro: di poi nella seconda sua venuta, trovandoci insufficienti a
respingerlo per terra, montammo tutti d’accordo sulle navi, e venimmo
con esso lui a battaglia navale a Salamina; lo che valse a impedire che
egli non devastasse il Peloponneso, investendone colla flotta ad una
ad una le città, troppo deboli per soccorrersi scambievolmente contro
il gran numero delle sue navi. Egli stesso ne diede poi la più chiara
riprova; perocchè vinto dalla nostra flotta, credendo non aver omai
forze eguali alle nostre, si ritirò prestamente colla maggior parte
dell’armata.

74. «Ora in quel fatto sì stupendo, ove chiaro mostrossi che l’esser
de’ Greci consisteva nelle navi, tre cose offrimmo le più conducevoli
a lieto riuscimento: cioè, numerosissimo naviglio, capitano
prudentissimo, deciso coraggio: delle quattrocento navi, poco meno dei
due terzi[52]; per capitano Temistocle, cui solo deesi che la battaglia
seguisse nello stretto, per lo che manifestamente furon salve le cose
dei Greci: e a lui quantunque straniero (che gran cosa è) rendeste per
ciò onori più grandi che a tutti gli altri venuti prima tra voi[53].
Mostrammo infine coraggio di gran lunga il più magnanimo, noi i quali
(poichè nissuno ci soccorreva per terra, e gli altri insino a noi erano
ridotti in servitù) credemmo di nostro decoro abbandonar la città e
rovinare le cose nostre, e quantunque ridotti in questo stato, anzi
che abbandonare gli altri alleati, o andando sparsi rendersi loro
inutili, montammo sulle navi, e ci facemmo incontro al pericolo, senza
adirarci per non averci voi di prima soccorsi: così che diciamo avervi
recato vantaggio non minore di quello che noi stessi conseguimmo. Ed
invero, solo da che vedeste esservi più da temere per voi che per
noi, ci soccorreste movendo da città tuttora abitate, e confidando di
ritornare al possedimento di quelle; ma fino a che furono in salvo le
cose nostre voi non compariste. Noi per opposito uscendo risoluti da
città che più non era, e di cui rimaneva menoma speranza, affrontando
il pericolo salvammo dal canto nostro e voi e noi medesimi. Ma se di
prima per la paura di veder rovinato il nostro suolo, dati ci fossimo,
siccome gli altri, al Medo; ovvero se dappoi, tenendoci per vinti e
perduti; non avessimo osato montar le navi, non occorreva altrimenti
che voi, mancanti come eravate di flotta sufficiente, veniste a
naval combattimento, anzi per lui avrebbero le cose tranquillamente
progredito a suo talento.

75. «È egli dunque cosa giusta, o Lacedemoni, che la prontezza di
animo e la saviezza di consiglio allora dimostrata, ci rendano sì
smodatamente segno alla invidia dei Greci, anche per l’impero che
abbiamo? Nè già noi l’ottenemmo per forza, ma da che, avendo voi
ricusato di rimanere a combattere gli avanzi del barbaro, gli alleati
ricorsero a noi, e di per sè stessi ci pregarono ad essere capitani. La
natura stessa della cosa poi ci obbligò fino da principio a promuovere
questo impero al punto presente, primieramente per timore, poscia
per onore, in ultimo per vantaggio. Ed essendo oramai avuti in odio
da molti, avendo sottomessi alcuni che già ci si erano ribellati,
e vedendo voi non già come prima amici nostri, ma sospettosi e
discordevoli; non più ci pareva sicuro consiglio rallentare il vigore
di quello con nostro pericolo, conciofossechè a voi si accosterebbero
quelli che da noi si ribellassero. Or niuno deve biasimare chi cinto da
gravissimi pericoli si adopra a ben disporre i propri affari.

76. «Voi certo, o Lacedemoni, nelle città del Peloponneso, sulle quali
imperate, avete costituito reggimento acconcio all’util vostro. E se
allora rimasti voi perpetuamente al comando, foste incorsi come noi
nell’odio che il comando stesso si trae dietro; tenghiamo per certo
che necessitati o a comandare vigorosamente, o a correr pericolo, non
sareste meno di noi divenuti incomodi agli alleati. Medesimamente
neppur noi abbiam fatto cosa da maravigliare, nè lontana dal fare
degli uomini, se ricevemmo l’impero trasmessoci, e se non vogliamo
rallentarne il vigore vinti da grandissime cause, onore, timore,
vantaggio. Nè siamo poi stati i primi a mettere questa sempremai
ricevuta usanza, che il debole sia tenuto sotto dal più forte. Oltre
di che credevamo di meritarlo e voi pur lo credevate sino a qui; se
non che ora calcolando l’utilità vostra, siete ricorsi ai termini di
dritto, per anteporre i quali niuno fu mai che migliorar non volesse
le cose sue quando gli venne il destro di farlo colla forza. Meritane
anzi fede tutti coloro che, seguendo l’istinto proprio dell’uomo
di comandare altrui, sieno stati più giusti di quello che avrebbe
portato la loro potenza. Almeno quanto a noi pensiamo che, se altri
acquistassero il nostro potere, farebbero allor daddovero conoscere se
siamo nulla nulla discreti: ma a noi la nostra lenità ha fruttato a
torto più di disonore che di gloria[54].

77. «Perciocchè, quantunque nelle giudiciali controversie cogli alleati
recediamo dai nostri diritti, e facciam loro giudizio, tutto che in
casa nostra, con leggi eguali per essi e per noi, nondimeno siamo
reputati gente litigiosa[55], nè alcun di loro considera perchè tal
rimprovero non sia fatto a quelli che altrove hanno impero, benchè men
discreti di noi coi loro soggetti. Ciò procede da questo, che coloro
i quali possono usar la via della forza, non si curano più punto di
quella del diritto: mentre questi nostri alleati avvezzi a trattar
con noi alla pari, se per nostro giudicio, o per quel potere che
dall’impero deriva, contro la da loro creduta convenienza, o comunque
sia, restino in qualchecosa al disotto, non ci sanno grado per quel
di più di che non vengono privati; anzi per quel nonnulla vanno più
malcontenti che se, messe a dirittura dall’un dei lati le leggi, gli
avessimo manifestamente oppressi: perocchè a quel modo non avrebber
pure aperto bocca per negare che il più debole debba cedere al più
forte. Conciossiachè, come pare, gli uomini più si adirano pel negato
diritto, che per la manifesta violenza: quello sembra soverchieria
fatta da un eguale, questa necessaria conseguenza dell’esser da più.
Infatti sofferivano essi pazientemente dal Medo trattamenti più severi
di questi; laddove il nostro impero passa per grave: nè maraviglia:
perchè il governo presente è sempre quello che più pesa ai sudditi. E
se a voi, dopo averci atterrati, toccasse a comandare, forse dovreste
scendere dal grado di benevolenza in cui siete pel timore che si ha di
noi; se pure quali vi mostraste allora nel breve comando vostro contro
il Medo, tali vi faceste conoscere anche adesso[56]. Perocchè non solo
a casa vostra seguitate usanze non punto confacienti con quelle degli
altri, ma di più qualunque di voi esca di patria non pratica nè queste
sue, nè quelle seguite dal rimanente di Grecia[57].

78. «Deliberate adunque posatamente, perchè d’oggetti non lievi;
nè porgendo orecchio a consigli e imputazioni a voi estranee,
vogliate sopraccaricarvi di travagli tutti vostri. Quanta poi sia la
stravaganza della guerra premeditatelo innanzi di trovarvici; perocchè
prolungandosi, suole essa il più delle volte ridursi a dipendere da
fortunosi accidenti, da cui amendue siamo distanti; e l’esito pende
nella incertezza. Nondimeno gli uomini andando alla guerra sogliono
venire prima ai fatti, lo che doveva serbarsi dappoi; e quando già
ne provano i disastri, allora vengono alle deliberazioni. Ma nè noi
siamo ancora caduti in alcuno di questi sbagli, nè ci vediamo pur
voi; però fino a che resta in arbitrio di entrambi la scelta di buona
risoluzione, vi diciamo che non rompiate la tregua, nè trapassiate i
giuramenti; e che piuttosto secondo gli accordi accomodiamo le nostre
differenze per via di ragione. Altrimenti, presi in testimoni gli Dei
vindici dei giuramenti, ci adopreremo al postutto per respingere gli
assalitori, seguendo la stessa via per cui ci precediate.»

79. Tali furono le parole degli Ateniesi: ed i Lacedemoni, udito che
ebbero le querele dei confederati contro gli Ateniesi, e le cose dette
da questi, ordinarono tutti si ritirassero, per deliberare da se soli
sopra i presenti affari. E la maggior parte consentiva in ciò, che il
procedere degli Ateniesi era oggimai ingiusto, e però doversi fare
tostamente la guerra. Ma Archidamo re di Sparta[58], riputato uomo
prudente e moderato, si fece innanzi e parlò così.

80. «Ed io e voi che qui veggo della mia età, o Lacedemoni, abbiamo già
di più d’una guerra esperienza; così che non è da credere che alcuno o
per imperizia la guerra desideri (lo che a molti intervenir potrebbe),
o perchè la creda cosa utile e sicura: ma voi troverete questa guerra
intorno a cui deliberate, non essere per riuscire di piccol momento,
ove alcuno si faccia a saggiamente considerarla. Conciossiachè di
fronte ai Peloponnesi ed ai confinanti noi abbiam forze quasi eguali,
e prontamente possiamo recarci contro ciascuno di essi: ma contro a
genti che abitano terre lontane, e per aggiunta bravissime in mare, e
di tutte cose ottimamente fornite, di pubbliche e private ricchezze,
di navi, cavalli, armi e soldatesca quanta non è in verun altro luogo
della Grecia; con di più molti alleati tributari; come mai incontro
a costoro hassi ad intraprendere francamente la guerra? Ed a che
affidati, senza apparecchiamenti affrettarsi cotanto? Forse alle navi?
ma ne siamo al di sotto e se vorremo esercitarvici in modo da star loro
a fronte, egli abbisogna di tempo. Forse ai denari? ma anche in ciò
siamo molto inferiori: noi non abbiamo nè pubblica, nè privata pecunia
per contribuir prontamente.

81. «Havvi forse chi prenda fidanza dal nostro maggior numero di
soldati gravi per penetrare nel loro territorio e scorrazzarlo? E bene:
hanno essi altre e vaste terre ove comandano, e suppliranno dalla parte
di mare ai loro bisogni. Se poi proveremo a ribellare i loro alleati,
farà di mestieri anche a questi, per lo più isolani, portar soccorsi
di navi. Qual esito adunque avrà questa nostra guerra? Perocchè se non
avremo maggiori forze di mare, o non priveremo loro delle rendite onde
mantengono le flotte, sarà più la perdita del guadagno; nè allora sarà
più decoroso l’aggiustamento, soprattutto se parrà essere noi stati i
cominciatori della contesa. Ah! non ci lasciamo, perdio, gonfiare il
petto dalla speranza che col guasto delle loro terre sia per cessare
presto la guerra; che io temo abbia anzi ad essere l’eredità dei
figlioli. Tanta ragione v’è di credere che i superbi Ateniesi non
vogliano essere schiavi delle loro terre; o, a modo che inesperti,
sgomentarsi della guerra.

82. «Nulladimeno io non vi consiglio a lasciar bonariamente che essi
offendano i nostri alleati, e a non cercare di sorprenderli nelle loro
trame; bensì a non muover l’armi per adesso: a inviar legati facendo le
vostre rimostranze, senza manifestarvi nè incitati troppo alla guerra,
nè disposti a lasciarli fare: a ordinare in questo mezzo le cose nostre
col guadagnarci alleati e Greci e barbari, dondechè aggiungere ci
possiamo rinforzo di navi o di danaro. Nè già è riprendevole quegli
che insidiato come noi dagli Ateniesi, cerca salvezza, coll’aiuto
dei barbari non che dei Greci solamente. Al tempo istesso produciamo
anche le forze che abbiamo in proprio. Se porgeranno punto orecchio ai
legati, bene; se no, passati due o tre anni, allora meglio preparati,
andiamo se vi aggrada contro di loro. E forse al vedere già pronti gli
apparecchi, e con questi consonare i nostri discorsi, inchineranno
viemeglio a cedere; tanto più che, possedendo intatte le loro campagne,
delibererebbero su beni tuttora in essere, e non per anche devastati.
Perciocchè voi non dovete riguardare le loro terre se non come un
ostaggio che avete, e di tanto maggiore importanza quanto meglio
elle sono coltivate. Laonde bisogna risparmiarle il più lungamente
possibile, per non ridurli alla disperazione guastandole, e così averli
più inespugnabili. Ed invero se pressati dalle querele degli alleati le
diserteremo prima d’esser bene in ordine, badate che non ci avvenga di
procacciar maggior vergogna e imbarazzo al Peloponneso. Conciossiachè
le querele tra le città, e quelle tra’ privati si possono diffinire; ma
se per vantaggio di un popolo particolare, ci uniremo tutti a imprender
guerra, della quale non è concesso sapere l’evento, non sarà poi facile
acconciarla dignitosamente.

83. «Nè sembri ad alcuno codardia che molti non vadano tostamente
contro una città sola, perciocchè hanno anche gli Ateniesi non manco di
noi alleati che pagano tributo. Or la guerra si regge col denaro più
che con le armi: desso è che rende utili le armi medesime, spezialmente
per gente di terraferma contro gente di mare. Cominciamo adunque dal
procacciarlo: e prima d’averlo non ci lasciam trasportare dalle parole
degli alleati: anzi noi, che nell’alternar delle conseguenze saremmo
reputati la cagion potissima di esse, noi stessi preconsideriamole
pacificamente.

84. «Inoltre riflettendo che abitiamo città stata sempre libera
e rinomatissima, non vi prendete a vergogna quella lentezza
procrastinante che più di tutto ci si rimprovera: conciossiachè
affrettandovi, avrete altresì manco modo di tornare in riposo, appunto
perchè entrati in guerra senza apparecchi; laddove questa stessa
lentezza può esser piuttosto prudente moderazione. Il perchè noi non
insolentiamo nelle prosperità, e men degli altri cediamo ai disastri;
eccitati con lodi a pericolosi cimenti, se ragione non lo consente, non
ci gonfia il piacer della lode; e se taluno con riprensione ci punga,
non per questo adirati mutiamo consiglio. Ed è questo buon ordine che
ci rende valorosi e prudenti: valorosi perchè in fatto d’onore ha gran
parte la modestia, come nella magnanimità la vergogna; prudenti, perchè
educati in modo da non saper spregiare le leggi, e per severità di
disciplina moderati a segno da non contravvenire a quelle. La nostra
saviezza non consiste già in cose frivole, cosicchè bravi a biasimar
colle parole gli apparecchi dei nemici, non siamo poi altrettali ad
assalirli di fatto; ma giudichiamo che i pensamenti degli altri sono
presso a poco simili ai nostri, e che i fortuiti avvenimenti delle
cose non possono diciferarsi con una diceria. Ci prepariamo col fatto,
supponendo i nemici forniti di senno: conciossiachè le speranze non
vogliono essere fondate sull’aspettativa dei loro sbagli, ma sulla
fiducia del cauto nostro antivedimento: nè vuolsi credere differir
molto un uomo dall’altro, ma generoso sopra tutti colui che crebbe alla
scuola delle più forti necessità.

85. «Non tralasciamo adunque costumanze di tal fatta trasmesseci dai
padri, e la cui pratica noi stessi esperimentammo sempre vantaggiosa:
nè ci affrettiamo a deliberare in breve particella di giorno su gran
numero di persone, di ricchezze, di città e su la nostra stessa
reputazione: facciamolo anzi posatamente, giacchè a noi, più che ad
altri, ne porge il modo la nostra potenza. Spedite anche legati ad
Atene, rispetto a Potidea ed ai torti cui gli alleati dicono ricevere;
tanto più che gli Ateniesi son pronti a renderne ragione: or chi è
pronto a render ragione non vuolsi tosto assalire come ingiuriatore. Al
tempo stesso però preparatevi per la guerra. Queste per voi saranno le
risoluzioni migliori, e le più atte a intimorire i nemici.» Così parlò
Archidamo; ma in contrario Steneleida[59], allora uno degli Efori[60],
presentatosi l’ultimo tenne ai Lacedemoni questo discorso.

86. «Io per me non intendo la lunga diceria degli Ateniesi: per sè
molti elogi, senza punto negare i torti commessi contro i nostri
alleati e contro il Peloponneso. Che se allora virtuosi nel resistere
ai Medi, male oggi procedono con noi, meritano doppia pena, perchè di
buoni divenuti malvagi: all’incontro noi siamo gli stessi ed allora e
adesso; e se abbiamo fior di senno non ci rimarremo indifferenti sugli
oltraggi degli alleati, nè tarderemo a soccorrerli, mentre i loro
mali trattamenti non hanno indugio veruno. Hanno sì bene gli Ateniesi
denaro, navi e cavalli; e noi abbiamo de’ buoni alleati che non debbono
lasciarsi loro in preda: nè con giudizi o con parole si vuole decidere,
mentre anch’essi non sono offesi a parole, ma vendicarli prontamente
e con tutto il vigore. E nissun c’insegni, che a noi offesi meglio
convenga deliberare; quando deliberar lungamente conviene piuttosto
a coloro che vogliano offendere. Decretate adunque, o Lacedemoni, la
guerra, come vuole il decoro di Sparta, e non lasciate ingrandir gli
Ateniesi. Ah! non siamo i traditori degli alleati, ma affidati al favor
degli Dei portiamo la guerra a coloro che gli oltraggiano.»

87. Detto ciò, egli stesso come Eforo ne propose il partito
all’adunanza dei Lacedemoni: ed avvegnachè si desse il voto a voce
e non col lapillo, disse non distinguere qual voce fosse maggiore:
e volendo che col dichiarare scopertamente il loro voto fossero
più animati per la guerra, ordinò così: «Chi di voi, o Lacedemoni,
crede rotti gli accordi e rei d’oltraggio gli Ateniesi, si porti
colà (additando il posto), altrimenti vada dall’altra parte.»
Alzaronsi, presero posto distintamente, ed assai più furono quelli
che opinavano per la rottura degli accordi. Allora introdussero anche
gli alleati[61], e dissero aver quanto a sè deciso, l’ingiustizia
essere dal lato degli Ateniesi, ma che invitati tutti gli alleati,
gradivano vi aggiugnessero essi pure il loro voto, perchè fosse comune
la deliberazione di far guerra, se così loro piacesse. Ciò fatto i
legati dei confederati tornarono a casa, e quindi quelli ancora degli
Ateniesi, dopo trattati gli affari per i quali erano venuti. Questo
decreto dell’assemblea che dichiarava rotte le tregue fu fatto correndo
l’anno quattordicesimo delle convenzioni stipulate dopo i fatti
dell’Eubea.

88. I Lacedemoni poi decretarono esser rotte le tregue e doversi far
guerra, non tanto perchè erano persuasi delle lamentanze degli alleati,
quanto ancora perchè temevano che gli Ateniesi non venissero a maggiori
ingrandimenti, giacchè omai vedevano soggetta loro la maggior parte
della Grecia.

89. Erano infatti gli Ateniesi pervenuti al primato degli affari,
lo che fu mezzo ai loro avanzamenti, per questo modo. Dappoichè i
Medi vinti da’ Greci per mare e per terra ritiraronsi dall’Europa, e
restarono distrutti quelli tra loro che si erano ricovrati sulle navi
a Micale, Leotichida re dei Lacedemoni, condottiero dei Greci a Micale
ritornò in patria conducendo seco gli alleati del Peloponneso: gli
Ateniesi poi, e con loro i confederati della Ionia e dell’Ellesponto,
che già s’erano ribellati al re, fermaronsi all’assedio di Sesto[62]
occupato dai Medi, ove restarono tutto l’inverno, e si impadronirono
della città da cui i barbari sloggiarono. Dopo ciò fatta vela
dall’Ellesponto tornarono ciascuno alle loro città; e il comune degli
Ateniesi, partiti che furono i Medi dal lor territorio, riportava
subito di là, ove erano stati celatamente depositati, i figli, le mogli
e le salvate masserizie. Poscia disponevansi a rifabbricar la città
e le mura, poichè del circuito di questi piccoli brani rimanevano, e
delle case moltissime erano rovinate, e sole quelle avanzavano ove
erano alloggiati i magnati persiani.

90. Accortisi i Lacedemoni di quello che era per avvenire, andarono
in ambasceria ad Atene, non tanto perchè avrebbero anch’essi meglio
gradito che nè Ateniesi nè altri avessero mura, ma principalmente
perchè erano istigati dai confederati e temevano la numerosa flotta
degli Ateniesi, la quale poco innanzi non esisteva, e l’ardimento da
loro mostrato nella guerra col Medo. Però li pregavano a non edificare
le mura, e piuttosto ad unirsi con loro a demolire il giro di quante
tuttora sussistessero fuori del Peloponneso. Nè già esponevano
all’adunanza le intenzioni e i sospetti dell’animo loro verso. Atene;
ma solo dimostravano che in questo modo il barbaro, in una seconda
invasione, non troverebbe luogo munito, onde muoversi, come aveva
testè fatto da Tebe; e che bastava il Peloponneso a dar ricovero a
tutti, per quindi accorrere alla propria difesa. Gli Ateniesi, per
consiglio di Temistocle, a questi discorsi dei Lacedemoni risposero:
manderebbero legati a Sparta per trattar delle cose da loro esposte:
e tosto gli accomiatarono. E Temistocle gli andava consigliando,
spedissero immediatamente lui medesimo a Sparta, e non mandassero
subito gli altri deputati oltre a lui; indugiassero anzi fino a che
non avessero alzate le mura al punto necessario alla difesa; tutta la
gente di città, nullo eccettuato, uomini, donne, ragazzi prestassero
mano al lavoro di quelle; non la perdonassero a pubblico o privato
edifizio, da cui potesse trarsi vantaggio all’opera, ma tutti gli
demolissero. Dati questi avvisi, soggiunse che egli stesso tratterebbe
colà del rimanente, e partì. Arrivato a Sparta non si accostava ai
magistrati, trovando pretesti per temporeggiare: e quantunque volte
alcun magistrato lo domandasse, perchè non si presentava alla pubblica
adunanza, rispondeva: aspettare i suoi colleghi rimasti indietro per
qualche bisogna, attenderne pronto l’arrivo, e maravigliarsi che ancor
non fossero giunti.

91. In udendo ciò, per l’amicizia che avevano con Temistocle credevano
alle parole di lui; nondimeno giunti alcuni altri, e ragguagliando
chiaramente che le mura si edificavano, e che già erano di qualche
altezza, non sapevano come non credervi. Temistocle accortosi di
ciò li consiglia a non lasciarsi illudere da discorsi, ma spedire
alcuni di loro, personaggi dabbene, i quali osservata la cosa, la
riferissero fidatamente. Si spediscono. E Temistocle, rispetto a loro,
manda celatamente avviso agli Ateniesi ordinando li trattenessero
nel modo il men vistoso, e non gli licenziassero, prima che egli
ed i colleghi fossero ritornati: conciofossechè (venuti essendo a
raggiungerlo Abronico figliolo di Lisicle, ed Aristide di Lisimaco
compagni dell’ambasceria, colla nuova che le mura erano a buon
termine) temeva che i Lacedemoni, avutone indubitabile ragguaglio non
più gli lascerebbero partire. Gli Ateniesi adunque come era stato
loro significato, intertennero i legati; e appunto allora Temistocle
presentatosi ai Lacedemoni disse apertamente: «la città essere omai
fornita di mura a segno che poteva difendere gli abitanti: però se i
Lacedemoni o i confederati volevano mandare qualche legazione ad Atene,
lo facessero in avvenire come a gente che sa discernere il proprio
ed il comune vantaggio; perchè anche quando credettero espediente
abbandonar la città e salir sulle navi, osarono farlo senza conferirne
con loro; nè esser mai per consiglio rimasti indietro ad alcuno in
tutti gli affari su i quali insieme con essi erano venuti a deliberare.
Parer dunque meglior cosa anche adesso che la loro città abbia mura;
ciò esser per riuscire di maggior utilità non solo pe’ cittadini in
particolare, ma per tutti i confederati. Infatti senza equilibrio
di forze non esser possibile che nulla si deliberi in comune con
eguaglianza di diritto. Pertanto, soggiungeva, o dover tutti i compresi
nella lega restar senza mura, o trovar giusto anche il fatto presente.»

92. A queste parole i Lacedemoni non mostrarono apertamente il loro
dispetto verso gli Ateniesi, sia perchè la loro ambasceria non aveva
per oggetto il fare inibizione alcuna, ma solo (se vuolsi credere) il
consigliare la cosa come vantaggiosa pel bene comune; sia perchè erano
allora amici della Repubblica ateniese a cagione dell’esimio valore
mostrato contro il Medo; ma covavano internamente il rancore vedendo
falliti i propri disegni. E gli ambasciatori di ambe le parti tornarono
ciascuno alla patria senza farsi querela veruna.

93. Così gli Ateniesi in poco tempo edificarono le mura della città; e
l’edifizio mostra anche adesso essere stato frettolosamente compito:
conciossiachè lo sostengono fondamenta d’ogni maniera di sassi, e in
qualche parte non ben commessi, ma alla rinfusa come ciascuno gli
portava; impiegaronvi ancora molte colonnette dei sepolcri e pietre
scolpite: perchè, volendo dappertutto dilatare il giro della città, si
avacciavano abbattendo ogni cosa senza riguardo. Inoltre Temistocle
persuase agli Ateniesi di dar compimento anche alla fabbrica del
Pireo già incominciata l’anno che egli fu arconte in Atene; perocchè
giudicava quel luogo vantaggioso per i tre porti naturali che presenta;
e perchè ad essi, ove si addessero al mare, riuscirebbe di gran
giovamento per avanzare in potenza. Egli il primo osò dire, bisognare
applicarsi al mare, e subito tolse a procacciarne loro l’imperio.
Fabbricarono, per suo consiglio, anco il muro intorno al Pireo della
grossezza che tuttora si vede, cosicchè due carri a riscontro vi
portavano i sassi. Nell’interno della muraglia non era nè calcina nè
loto, ma grandi pietre congegnate, tagliate a canto vivo, e tenute
insieme all’esterno con ferro impiombato. Nondimeno l’altezza fu forse
condotta alla metà di quanto ei s’era prefisso; sì perchè voleva
coll’altezza e grossezza del muro tener lontani gli assalti dei nemici,
sì perchè giudicava bastevoli a guardarlo pochi e dei più invalidi,
affinchè gli altri montassero sulle navi alle quali erano tutte rivolte
le sue cure. Vedeva egli, per mio avviso, che agli eserciti del re
restava più facile lo invadere dalla parte di mare che dalla parte di
terra; laonde giudicava, il Pireo più importante della rocca della
città: e spesso avvertiva gli Ateniesi avessero a scendervi per far
sulle navi resistenza a qualunque, se per avventura si trovassero
stretti dalla parte di terra. Così gli Ateniesi subito dopo la ritirata
dei Medi si fortificarono colle mura, e ristaurarono il rimanente della
città.

94. Da Sparta fu di poi spedito condottiero de’ Greci Pausania figlio
di Cleombroto con venti navi del Peloponneso, alle quali si unirono
gli Ateniesi con trenta, e con buon numero degli altri alleati. Fecero
vela contro l’isola di Cipro e ne soggiogarono gran parte; si diressero
poscia alla volta di Bisanzio occupata dai Medi, e la espugnarono sotto
la condotta del medesimo.

95. Ma già Pausania usava nel comando modi insolenti, onde erano
disgustati gli altri Greci, e principalmente gli Ionii e quanti eransi
di poco sottratti al servaggio del re[63]. Questi prontavano[64]
presso gli Ateniesi, e pel titolo di parentela gli pregavano volessero
essere loro duci, e non permettessero a Pausania le sue soperchierie.
Gli Ateniesi prestarono orecchio alle loro parole, e presero a
considerarle con intendimento di non lasciar correre, e di ordinare le
altre cose nella maniera la più utile per loro. In questo i Lacedemoni
richiamano Pausania per fare il processo dei rapporti che avevano di
lui: avvegnachè da’ Greci che arrivavano a Sparta gli fossero imputate
grandi ingiustizie, per le quali compariva più tiranno che generale.
Nel tempo istesso del suo richiamo accadde che anche gli alleati,
salvo le milizie del Peloponneso, per l’odio concepito contro di lui
passarono a parte Ateniese. Giunto egli a Sparta fu dichiarato reo di
private avanie contro alcuno, ma restò assoluto come innocente delle
imputazioni più criminose; perocchè veniva principalmente accusato di
seguir la parte del Medo, e la cosa pareva manifestissima. Il perchè
non fu più spedito generale, ma inviarono Dorci ed alcuni altri con
piccol numero di soldatesca, ai quali gli alleati non vollero rimettere
il comando. Come essi il riseppero tornarono indietro, e i Lacedemoni
non spedironvi più alcuno, sì perchè temevano che andati colà non si
guastassero, come era addivenuto di Pausania, sì perchè bramavano
disbrigarsi della guerra col Medo, e reputavano gli Ateniesi capitani
sufficienti, e in quel tempo loro amici.

96. In questa guisa, a grado degli alleati che odiavano Pausania,
pervenuti gli Ateniesi al comando determinarono le città che avessero a
somministrar denaro o navi per andar contro il barbaro; conciossiachè
pretesto a ciò era la vendetta che pei mali sofferti volevan prendere
di lui, devastandone le terre. E fu allora per la prima volta
constituita presso gli Ateniesi la carica degli Ellenotami, i quali
riscotevano il tributo[65], che così chiamossi la contribuzione del
denaro. Da prima il tributo imposto fu di quattrocentosessanta talenti.
Delo era la tesoreria, e nel tempio si tenevano le adunanze.

97. In principio gli Ateniesi governavano gli alleati, lasciando loro
le proprie leggi, ed il dritto di deliberare nelle generali adunanze:
ma nel tempo di mezzo a questa guerra e quella del Medo, sono pervenuti
a grado presente di potenza per essersi esercitati in guerra, e per
aver condotto a lieto fine le brighe avute col barbaro, coi propri
alleati che mulinassero cose nuove, e con quei tra i Peloponnesi che a
mano a mano prendessero parte in ciascuna di quelle controversie. Ed io
ne ho scritto l’istoria, fatta digressione dal mio soggetto, avvegnachè
questo punto sia stato omesso da tutti gli scrittori prima di me, che
hanno narrato o i fatti de’ Greci anteriori alla guerra dei Medi, o
quelli solo della guerra con i Medi. Ed Ellanico[66], che pur lo toccò
nella storia attica, rammenta le cose in succinto, e senza accurata
indicazione dei tempi. Inoltre questa digressione insegna chiaramente
il modo onde venne a stabilirsi l’impero degli Ateniesi.

98. Questi primieramente sotto la condotta di Cimone figliolo di
Milziade cinsero d’assedio ed espugnarono Eiona sullo Strimone[67],
occupata allora dai Medi, e fecero schiavi gli abitanti. Ridussero
poscia in servitù Sciro isola del mare Egeo, abitata dai Dolopi[68],
ove mandarono colonia de’ loro. Ebbero anche (senza che vi prendessero
parte gli altri Eubei) guerra coi Caristii[69], con i quali qualche
tempo dopo vennero agli accordi. Mossero poi guerra ai Nassii[70] che
s’erano ribellati e gli soggiogarono per via d’assedio; e questa fu la
prima città alleata ridotta, contro la consueta osservanza del dritto,
allo stato di servitù: lo che in questo o in quel modo addivenne anche
all’altre.

99. Tra i varii motivi di ribellione erano i principali il rifiuto
dei tributi e delle navi, e la mancanza in chi che fosse al servigio
militare. Perocchè gli Ateniesi erano rigorosi esattori, e rendevansi
odiosi costringendo alle militari fatiche gente non usatavi e non
volenterosa. Erano ancora per altre cagioni non più come prima
aggraditi nel loro comando, e nelle spedizioni non concorrevano
con soldatesca egualmente che gli altri; tanto per essi era facile
assoggettare i ribelli. Ma di queste soperchierie erano cagione gli
alleati stessi, la più parte dei quali, attesa questa ritrosia al
servigio militare per non dilungarsi dalla patria, invece che dare le
navi, tassavansi a pagar l’equivalente in denaro. Così gli Ateniesi
accrescevano la loro flotta colla pecunia contribuita da quelli,
i quali ove si ribellassero, entravano in guerra poveri e scarsi
d’apparecchi.

100. Dopo questi avvenimenti gli Ateniesi e gli alleati ebbero
combattimento navale e terrestre col Medo, sul fiume Eurimedonte, nella
Pamfilia, capitanati da Cimone figliolo di Milziade: e in un giorno
stesso furono vincitori in amendue, presevi e disfatte in tutto dugento
triremi dei Fenici. Appresso avvenne la ribellione de’ Tasii venuti in
controversia per le piazze mercantili e per le miniere che possedevano
in quella parte di Tracia, che guarda verso la loro isola. Gli Ateniesi
fecero vela per alla volta di Taso, vinsero la battaglia navale, e
sbarcarono a terra. Circa questo tempo mandarono sul fiume Strimone una
colonia di diecimila tra Ateniesi e confederati, con intendimento di
impadronirsi del luogo detto allora Le Nove Strade, ed ora Amfipoli,
cui occupavano gli Edoni. Infatti se ne insignorirono; ma procedendo
fra terra in Tracia[71], furono disfatti a Drabesco dell’Edonia dai
Traci tutti riuniti, i quali mal sopportavano l’edificazione del
castello Nove-Strade.

101. I Tasii rimasti vinti in più battaglie ed essendo stretti
dall’assedio si raccomandavano ai Lacedemoni, confortandoli a dar loro
soccorso coll’invader l’Attica. Ne tolsero i Lacedemoni l’assunto
di nascosto agli Ateniesi, ed erano in sull’eseguir ciò, se non che
furonne distolti dal terremoto che allor sopravvenne, all’occasione
del quale anche gli Iloti[72], e tra i popoli convicini a Sparta, i
Turiati e gli Elei ribellaronsi e passarono in Itome. La maggior parte
degl’Iloti discendevano da quelli antichi Messenii ridotti allora
in servitù, ed erano per ciò chiamati tutti Messenii. Frattanto i
Lacedemoni ebbero guerra con quei di Itome: ed i Tasii assediati da
tre anni si resero agli Ateniesi, a condizione di demolire le mura,
consegnare le navi, accettare i balzelli di denaro da pagarsi in
sul momento, o come un tributo per l’avvenire, e di abbandonare le
terraferma e le miniere.

102. I Lacedemoni poi, vedendo andare in lungo la guerra con quei
d’Itome, chiamarono tra gli altri alleati anche gli Ateniesi, attesa
principalmente la fama del loro valore nell’espugnare le mura, i
quali vi andarono in buon numero condotti da Cimone. Nondimeno, per
la lunghezza dell’assedio, la loro bravura appariva minore dalla
rinomanza; avvegnachè avrebbero altrimenti preso a viva forza la
piazza. Laonde questa spedizione originò i primi manifesti disgusti tra
Lacedemoni ed Ateniesi. Imperciocchè i Lacedemoni, dacchè non riusciva
loro l’espugnazione di quella, insospettirono dell’audacia e dell’amor
per le cose nuove degli Ateniesi[73], tanto più che gli riguardavano
come d’altra nazione: e temendo che continuando a trattenervisi, non
fossero indotti da quei d’Itome a tentar novità, congedarono essi soli
tra gli alleati, senza dichiarare il proprio sospetto, e solo dicendo
non averne più bisogno. Conobbero gli Ateniesi di non esser congedati
per onesta cagione, ma esser nato qualche sospetto: se ne adontarono,
e stimando non aver meritato sì inonesto trattamento dai Lacedemoni,
tornati appena alla patria abbandonarono la lega fatta con essi contro
il Medo, entrarono in alleanza con gli Argivi nemici di quelli, ed
entrambi strinsero e giurarono confederazione coi Tessali.

103. Quelli d’Itome dopo dieci anni d’assedio non potendo più
reggersi, capitolarono coi Lacedemoni di uscir con salvocondotto dal
Peloponneso per non mettervi mai più piede; e chiunque vi fosse preso
rimanesse schiavo di chi lo arrestasse. Inoltre i Lacedemoni avevano
di prima avuto in risposta dall’oracolo Pitico «lasciassero partire
il supplichevole a nome di Giove Itomita.» Partirono adunque coloro
coi figlioli e colle mogli; e gli Ateniesi, perchè già odiavano i
Lacedemoni, gli accolsero e diedero loro stanza a Naupatto[74] tolto
di poco ai Locri Ozolii che l’occupavano. Anche i Megaresi stretti
dalla guerra coi Corintii per controversie su i confini del territorio,
staccaronsi dai Lacedemoni e ricorsero all’alleanza degli Ateniesi: i
quali per questo modo acquistarono Megara e Pege, e fabbricarono ai
Megaresi le mura lunghe, dalla città sino a Nisea[75], ove tenevano
presidio da loro stessi. Da ciò ebbe principalmente origine l’odio
implacabile dei Corintii contro gli Ateniesi.

104. Passando ora a parlare d’Inaro di Libia, figliolo di Psammetico re
dei Libii confinanti coll’Egitto, è da sapere, che partitosi egli da
Marea[76] città situata al disopra di Faro, ribellò al re Artaserse[77]
la maggior parte dell’Egitto, se ne fece capo, e chiamò ancora gli
Ateniesi, i quali per avventura erano andati ad oste a Cipro con
un’armata di dugento navi tra di loro e dei confederati. Abbandonarono
essi quell’impresa, e recatisi colà, lasciando la marina navigarono
pel Nilo, e restati padroni del fiume e di due parti di Memfi facevano
guerra alla terza chiamata le Mura-Bianche, ove stanziavano i rifuggiti
Persiani e Medi con quelli Egiziani che non si erano mescolati nella
ribellione.

105. Gli Ateniesi presero terra ad Alia[78], e fecero giornata coi
Corintii e con gli Epidaurii, ove restarono vincitori i Corintii. Fuvvi
di poi gran battaglia navale tra la flotta peloponnesia e l’ateniese
a Cecrifalea[79], con la vittoria di quest’ultima: ed essendo omai
insorta la guerra tra gli Ateniesi e gli Egineti, seguì tra loro presso
Egina gran combattimento per mare, ove ambe le parti erano sostenute
dagli alleati. La vittoria fu per gli Ateniesi che presero settanta
navi nemiche, e sbarcarono nell’isola ad assediarne la città, guidati
da Leocrate figliolo di Strebo. Per questa nuova i Peloponnesi volendo
soccorrere gli Egineti fecero passare in Egina trecento fanti di grave
armatura stati di prima ausiliari dei Corintii e degli Epidaurii,
ed occuparono le alture di Geranea[80]. Medesimamente i Corintii
con gli alleati scesero nel territorio megarese, confidando che gli
Ateniesi non potrebbero portare aiuto ai Megaresi, perchè gran parte
di loro gente era lontana, trovandosi chi in Egina chi in Egitto;
speravano altresì che, ove volessero soccorrerli, sarebbero costretti
a rimuoversi da Egina. Ma i più vecchi ed i giovanetti degli Ateniesi
rimasti in città, senza punto muovere l’esercito che era ad Egina,
marciano a Megara, sotto la condotta di Mironida, vengono a giornata
con i Corintii, e la vittoria fu indecisa; il perchè i due eserciti
si divisero stimando amendue non avere avuto la peggio nella zuffa.
Nondimeno gli Ateniesi, i quali piuttosto furono vincitori, ersero
trofeo, partiti che furono i Corintii; i quali motteggiati come
dappoco dai più vecchi rimasti in città, dodici giorni dopo tornarono
apparecchiati a contrapporre trofeo quasi avessero riportata vittoria.
Allora gli Ateniesi usciti con alte grida da Megara trucidarono quelli
che lo innalzavano, e azzuffatisi con gli altri, gli misero in volta.

106. Costoro vinti davano indietro, e buon numero di essi incalzati
vigorosamente incapparono nella terra d’un signore privato, cinta
intorno di profonda fossa senza uscita veruna. Gli Ateniesi se ne
accorsero e colle truppe gravi li chiusero di fronte, e schierati
sul circuito i soldati leggieri, lapidarono tutti quelli che v’erano
entrati. Fu questa una grande sciagura per i Corintii, nondimeno il
grosso dell’oste tornò in città.

107. Circa questo tempo gli Ateniesi cominciarono a fabbricare le mura
lunghe verso il mare, che da una parte arrivano a Falera, dall’altra al
Pireo. I Focesi volsero le armi contro Beo, Citinio ed Erineo castelli
dei Dorii dai quali discendono i Lacedemoni, e si fecero padroni di uno
di quelli. I Lacedemoni condotti da Nicomede figliolo di Cleombroto,
che comandava in luogo del re Plistoanatte ancor giovinetto figliolo
di Pausania, corsero in aiuto dei Dorii con millecinquecento dei loro
di grave armatura e diecimila alleati; e costretti i Focesi a render
per capitolazione il castello, tornavano indietro. Ma al loro ritorno
trovaronsi in pericoloso frangente; conciossiachè se volessero per la
via di mare tragittare il seno di Crisa, gli Ateniesi volteggiando
colle navi erano pronti ad opporvisi; senza che, il passaggio per
Geranea pareva mal sicuro, occupando gli Ateniesi Megara o Pege,
e disastroso era il cammino per a quella, guardata continuamente
dagli Ateniesi: e comprendevano bene che anche da cotesto lato si
sarebbero opposti. Per pensare adunque al modo più sicuro del passare
innanzi fermaronsi presso i Beozi, tanto più che segretamente ne li
confortavano alcuni di Atene i quali speravano abolire il governo
popolare, e frastornare l’edificazione delle mura lunghe[81]. Gli
Ateniesi a stormo accorservi contro, con l’aggiunta di mille Argivi e
di altri alleati secondo le forze di ciascheduno (ciò furono in tutti
quattordicimila); perchè giudicavano non saprebbero per dove aprirsi
il passo, e perchè bucinavasi si cercasse abolire il governo popolare.
Si unì con gli Ateniesi per patto di alleanza[82] anche la cavalleria
tessala che nel forte della zuffa passò ai Lacedemoni.

108. Vennero a giornata a Tanagra della Beozia con grande strage da
ambe le parti, ma con la vittoria dei Lacedemoni, i quali si avanzarono
sul territorio di Megara, e diboscando le vie tornarono a casa a
traverso Geranea e l’istmo. Sessantadue giorni dopo la battaglia gli
Ateniesi condotti da Mironida rivolsero le armi contro i Beozi, e
vincitori nel combattimento delle Enofite[83] s’impadronirono del
territorio beotico e della Focide, e rovinarono le mura di Tanagra.
Presero altresì cento ostaggi dei più ricchi tra’ Locri Opunzii, e
compirono le loro mura lunghe. Dopo questi avvenimenti gli Egineti si
arresero agli Ateniesi a condizione di demolir le mura, consegnare
le navi ed accettare le imposizioni da pagarsi in avvenire. Poscia
gli Ateniesi sotto la condotta di Tolmida figliolo di Tolmeo fecero
per mare il giro del Peloponneso, incendiarono l’arsenale de’
Lacedemoni[84], presero Calcide città dei Corintii, e vinsero in
battaglia i Sicionesi che vollero opporsi al loro sbarco.

109. L’esercito ateniese che con gli alleati era in Egitto vi restava
tuttora, e la guerra avea preso per loro molte forme diverse.
Conciossiachè da prima essendo gli Ateniesi padroni dell’Egitto, il re
Artaserse spedisce a Sparta Megabazzo gentiluomo persiano con buona
somma di denaro, per confortare i Lacedemoni ad invadere l’Attica e
così divertire gli Ateniesi dall’Egitto. Ma vedendo Megabazzo che
l’affare non si incamminava a buon fine, e che spendeva senza prò, si
ricondusse in Asia col resto del denaro. Allora Artaserse spedisce in
Egitto con molta gente un altro Megabazzo signore persiano figliolo
di Zopiro[85], il quale andato colà per terra superò in battaglia i
ribelli Egiziani co’ loro alleati, e cacciò da Memfi i Greci, cui
finalmente riserrò nell’isola Prosopitide[86]. Ivi li teneva assediati
diciotto mesi; sino a che dissecò il canale voltandone altrove le
acque; e ridotte le navi in secco e la maggior parte dell’isola in
terraferma, vi passò colla fanteria e se ne fece padrone.

110. Per questo modo dopo sei anni di guerra andarono colà rovinate
le cose dei Greci; e di quella numerosa armata, pochi passando per
la Libia giunsero a salvamento in Cirene, mentre la maggior parte vi
perirono. L’Egitto ritornò tutto all’obbedienza del re, salvo Amirteo
signore delle paludi[87], per la vastità delle quali non potè esser
vinto, e perchè gli abitatori di quelle sono tra gli Egiziani i più
valorosi guerrieri. Inaro re dei Libii, autore di tutte le turbolenze
dell’Egitto, fu preso a tradimento e messo in croce. Cinquanta navi
poi degli Ateniesi e degli altri alleati che navigavano verso l’Egitto
per succedere alle prime, approdarono, senza saper nulla dei fatti
accaduti, al ramo del Nilo, chiamato Mendesio. Ma la fanteria nemica
dalla parte di terra e la flotta fenicia dal mare le assalirono, e ne
distrussero la maggior parte: poche dando addietro si sottrassero colla
fuga. Tale fu il termine di questa grande spedizione in Egitto fatta
dagli Ateniesi insieme co’ loro confederati[88].

111. Oreste, figliolo di Echecratida, re dei Tessali, trovandosi
bandito dalla Tessaglia pregò gli Ateniesi a ricondurvelo. Questi
unirono le armi con i Beozi ed i Focesi loro alleati, e marciarono
contro Farsale della Tessaglia: ma impediti dalla cavalleria tessala
occuparono soltanto quel poco spazio di terreno che potevano non
dilungandosi molto dal campo, e non riuscirono a prendere la città,
nè operare verun’altra cosa di quelle per cui si erano mossi; laonde
insieme con Oreste si ritirarono senza aver conchiuso nulla[89]. Non
molto di poi mille Ateniesi condotti da Pericle figliolo di Xantippo
salirono sulle navi che avevano a Pege (della qual città erano padroni)
e radendo la costa passarono a Sicione, ove nel fare scala superarono
in battaglia quei Sicionesi che erano venuti a combatterli[90]. Quindi
pigliarono immediatamente seco gli Achei, e tragittarono alla parte
opposta del golfo per portar l’armi contro Eniade città dell’Acarnania.
La cinsero d’assedio, ma non avendo potuto espugnarla ritornarono a
casa.

112. Passati tre anni i Peloponnesi e gli Ateniesi fanno tregua per
cinque anni: il perchè gli Ateniesi si ritenevano dal far la guerra
in Grecia, mentre che guidati da Cimone si volsero contro Cipro con
dugento navi tra di loro e degli alleati; sessanta delle quali fecero
vela per l’Egitto a richiesta d’Amirteo signore delle paludi, le altre
assediavano Cizio. Venuto a morte Cimone, e fattosi carestia gli
Ateniesi si ritirarono da Cizio[91], e in tragittando al disopra di
Salamina di Cipro combatterono ad un tempo stesso per mare e per terra
co’ Fenici, co’ Ciprii e coi Cilicii, ed avuto vittoria in ambedue
le battaglie tornarono a casa di conserva colle navi che venivano
d’Egitto. I Lacedemoni dipoi intrapresero la guerra chiamata sacra, e
insignoritisi del tempio di Delfo lo consegnarono ai Delfi. Alla loro
partita vi tornarono gli Ateniesi a mano armata, e vinti i Delfi lo
restituirono ai Focesi.

113. Passato qualche tempo, avendo i fuorusciti di Beozia occupato
Orcomeno e Cheronea ed alcune altre terre della Beozia, gli Ateniesi
condotti da Tolmida figliolo di Tolmeo con mille dei loro soldati di
grave armatura e con quanti alleati poterono, andarono ad oste contro
cotesti luoghi divenuti loro nemici, espugnarono Cheronea, ne misero in
servitù i cittadini, e lasciatovi presidio levarono il campo. Ma come
marciando furono pervenuti presso Coronea, i banditi Beozii ed Eubeesi
con quanti erano della medesima fazione, e con essi i Locresi, usciti
da Orcomeno gli assaltano; gli Ateniesi, vincitori nella battaglia
parte ne uccisero, parte ne fecero prigionieri; i quali fatta tregua
a condizione di riavere i prigionieri, abbandonarono interamente la
Beozia. Così i fuorusciti Beozii con tutti gli altri tornarono alla
patria e racquistarono libertà.

114. Non molto dopo, l’Eubea si ribellò agli Ateniesi; contro la
quale passato Pericle con l’armata ateniese ebbe nuova che Megara era
in sommossa, e i Peloponnesi in procinto d’invadere l’Attica e la
guarnigione ateniese, salvo quei che erano rifuggiti a Nisea, trucidata
dai Megaresi; i quali prima di ribellarsi avevano tratto nella loro
parte i Corintii, i Sicionesi e gli Epidaurii. Pericle adunque senza
perder tempo ricondusse via l’armata dall’Eubea. Al suo ritorno i
Peloponnesi condotti da Pausania[92] re dei Lacedemoni corsero l’Attica
sino ad Eleusi e Trio[93] e la guastarono; e senza procedere più
oltre tornarono a casa[94]. Allora gli Ateniesi sotto il comando di
Pericle ripassarono nell’Eubea, la soggiogarono tutta, e cacciati i
soli Estiesi, le terre dei quali ritennero per sè, acconciarono per
capitolazione lo stato delle altre parti.

115. Tornati dall’Eubea fecero poco dopo la tregua dei trent’anni coi
Lacedemoni e cogli alleati, restituendo ad essi Nisea, Acaia, Pege
e Trezene che per loro si tenevano. Sei anni dopo nacque per conto
di Priene guerra tra i Samii ed i Milesii: questi sopraffatti nella
guerra medesima ebbero ricorso ad Atene, ove accusavano i Samii,
porgendo anche loro favore alcuni dei Samii stessi che aspiravano a
cangiamento di governo. Gli Ateniesi adunque navigarono a Samo con
quaranta navi, ordinaronvi il governo popolare, presero in ostaggio
dai Samii cinquanta fanciulli ed altrettanti uomini che depositarono a
Lemno, e lasciato presidio a Samo partirono. Ma alcuni dei Samii che
non avevano potuto sopportar ciò, ed erano scapolati in terraferma,
fecero conspirazione con i più potenti rimasti in città, e con Pissutne
figliolo d’Istaspe, allora governatore di Sardi; e raccolti circa
settecento soldati ausiliari, sul far della notte tragittarono in Samo.
Assaltarono primieramente i popolani e ne presero la maggior parte:
dipoi tolsero via i loro ostaggi da Lemno, ribellaronsi ad Atene,
consegnarono a Pissutne la guarnigione ateniese con i capitani restati
presso di loro, e tosto apparecchiavansi a portar le armi contro
Mileto, essendosi con essi uniti alla ribellione anche i Bizantini.

116. Come gli Ateniesi seppero ciò fecero vela per Samo con sessanta
navi, sedici delle quali non furono adoperate in questa impresa, perchè
parte andarono in Caria osservando la flotta fenicia, parte in giro a
Chio ed a Lesbo intimando i soccorsi. Pertanto colle quarantaquattro
rimaste, sotto la condotta di Pericle e di altri nove capitani[95],
combatterono presso l’isola di Tragia[96] contro settanta navi dei
Samii, che tutte ritornavano da Mileto e venti delle quali servirono a
trasportare le soldatesche; e la vittoria fu degli Ateniesi. I quali,
essendo giunte in loro aiuto quaranta navi da Atene e venticinque da
Chio e da Lesbo, sbarcarono a terra; e vincitori in battaglia terrestre
cinsero la città di tre mura, tenendola nell’istesso tempo assediata
dalla parte di mare. Dipoi Pericle tolse seco sessanta delle navi che
ivi stavano sull’ancora, ed andò speditamente a Cauno e in Caria,
ricevuto avviso che la flotta fenicia si avanzava contro di loro: tanto
più che da Samo Stesagora ed altri erano con cinque navi andati ad
incontrarla.

117. Colsero i Samii questa occasione per uscire improvvisamente dal
porto; assaltarono il campo nemico non ordinato a difesa; disfecero
le navi dell’antiguardia ed azzuffatisi con quelle che si avanzavano
incontro ne riportarono vittoria, e restarono padroni del mare
circonvicino circa quattordici giorni, introducendo e mandando fuori
ciò che volevano[97]: sino a che tornato Pericle furono nuovamente
serrati dalle navi. Giunse poscia da Atene nuovo rinforzo di quaranta
navi condotte da Tucidide[98], da Agnone e da Formione; ed altre
venti poi condotte da Tlepolemo ed Anticle, con più trenta da Chio
e da Lesbo. Diedero i Samii una debole battaglia navale, ma non
potendo più resistere nel nono mese caddero in potestà degli Ateniesi,
rendendosi a patti di demolir le mura, dare ostaggi, consegnare le navi
e rimborsarli a rate delle spese occorse nella guerra[99]. Anche i
Bizantini accordaronsi di rimaner come prima sudditi degli Ateniesi.

118. Pochi anni dipoi le cose narrate, avvennero i fatti per me
dichiarati di Corfù e di Potidea, e quanti altri frattanto diedero
materia a questa guerra. Tutto ciò che fecero i Greci tra loro o contro
il barbaro, accadde nello spazio di cinquant’anni che fu tramezzo
alla ritirata di Serse ed al cominciamento di questa guerra; nel
corso dei quali anni gli Ateniesi consolidarono viemaggiormente il
loro imperio; e grandemente avanzarono il loro potere. Sapevanselo i
Lacedemoni, ma lenti essendo anche di prima ad entrare in guerra, se
non vi fossero astretti, e di più impediti dalle domestiche contese,
non vi si opponevano per nessun modo, salvo che in qualche caso per
breve durata, mentre che il più del tempo stavano inoperosi. Ma alla
fine come videro la potenza degli Ateniesi manifestamente innalzarsi
ed essere inquietati i loro stessi alleati, allora giudicarono non
esser più da tollerare; doversi anzi con ogni studio andar contro,
e se possibil fosse abbattere la grandezza ateniese coll’imprendere
questa guerra. Per lo che non solamente per proprio avviso i Lacedemoni
decisero violata la tregua dagli Ateniesi, ma spedirono ancora a Delfo,
domandando l’oracolo se movendo la guerra capiterebbero a buon fine.
Raccontasi l’oracolo rispondesse che intraprendendola con tutte le
forze sarebbero vincitori[100], e che egli, richiesto o no, porgerebbe
loro soccorso[101].

119. Pertanto invitarono nuovamente i confederati e vollero si
rimandasse a partito la deliberazione di guerra. Andaronvi gli
ambasciatori di tutta la lega, e tenutasi adunanza ciascuno espose
il parer suo, accusando generalmente gli Ateniesi, e giudicando
doversi far guerra. Ed i Corintii i quali, pel timore che Potidea
fosse rovinata innanzi la decisione, avevano già pregato i legati di
ciascheduna città a dare il voto per la guerra, essendo anche allora
presenti, si fecero avanti gli ultimi e parlarono così.

120. «Valorosi alleati, noi non avremo più a dolerci che non abbiano
anche gli stessi Lacedemoni decretato la guerra; mentre per questo
appunto ci hanno ora congregati. E di vero chi presiede deve mantenere
l’egualità nel governamento dei suoi affari privati, ma essere il primo
a travagliarsi nei comuni, in quella guisa medesima che nell’altre cose
è avuto in onoranza sopra tutti. A quanti poi sono tra noi che hanno
avuto che fare con gli Ateniesi, non fa bisogno di ammaestramenti per
imparare a guardarsene; ma a quei che abitano più di lungi dal mare,
e non sulle coste, fa bisogno sapere che, ove non soccorrano le terre
marittime, si renderà loro più difficile il trasportare alla marina
i frutti delle diverse stagioni, come all’incontro il ricevere in
compensazione dagli altri ciò che il mare porge alla terraferma. Per
lo che non hanno ad essere cattivi giudicatori delle cose ora proposte
quasi che per nulla loro appartengano; ma debbono aspettarsi che
abbandonando le terre marittime verrà anche sovr’essi il flagello; e
comprendere che non meno dell’altrui si tratta ora della loro utilità;
motivo per cui non vuolsi da loro indugiare ad appigliarsi alla guerra
più presto che alla pace. Conciossiachè è proprio degli uomini discreti
lo star tranquilli se non sieno offesi; dei generosi passar dalla pace
alla guerra se sieno ingiuriati; e se gli assista la fortuna, dalla
guerra tornar nuovamente in pace senza insuperbire pel buono successo
delle loro armi; nè per godere di pacifico riposo lasciarsi sopraffar
dagli oltraggi. Chi per quel godimento anneghittisce, andrà ben presto
privo del diletto della sua negghienza, per lo cui amore poltrisce: chi
pei felici successi della guerra va più là del dovere, si lascia, senza
accorgersene, gonfiare da audacia mal sicura. Imperocchè molti sono i
disegni mal concepiti che hanno retto incontro a nemici poco avveduti;
ma sono anche più quelli i quali, tutto che sembrassero saviamente
discorsi, nondimeno hanno sortito vergognoso riuscimento. Perchè la
fiducia che si ha nel concepire i disegni non ci accompagna egualmente
nell’eseguirli: anzi nel concepirli ci anima il pensiero di sicurezza,
dove il timore ci snerva nell’eseguirli.

121. «Ora noi, con assai giusti titoli di querelarci pei nostri
violati diritti, suscitiamo la guerra, ed a tempo la cesseremo, quando
avremo preso vendetta degli Ateniesi. Per molte ragioni poi hassi
a credere che saremo vincitori: primieramente perchè superiori nel
numero e nella pratica della guerra, dipoi perchè tutti vi andiamo
egualmente pronti agli ordini dei comandanti. E la flotta in che essi
sono forti l’allestiremo con gli averi particolari di ciascuno, e col
denaro depositato a Delfo e ad Olimpia[102]. Perocchè, prendendolo in
prestanza, siamo in grado di cavar loro di sotto, coll’allettamento di
maggior soldo, le ciurme forestiere, giacchè le forze degli Ateniesi
piuttosto che cosa loro propria sono prezzolate; dove alle nostre, il
cui vigore è fondato sulle persone non sul denaro, non abbiamo punto
a temere che ciò addivenga. Probabilmente saranno essi spacciati con
una sola vittoria navale: se poi resisteranno, noi avremo più tempo
per esercitarci sulla marina; e quando la nostra perizia agguaglierà
la loro, saremo indubitatamente superiori almeno per il coraggio,
pregio tutto nostro, a cui procacciare non valgono insegnamenti;
laddove la maggioranza della perizia loro noi possiamo torla di mezzo
coll’esercizio. Denaro ne contribuiremo tanto da averne a sufficienza
per fornire le flotte, altrimenti sarebbe una indegnità che laddove
gli alleati degli Ateniesi non rifiutino di pagare imposte per il loro
servaggio, noi non volessimo spendere per procurarci salvezza colla
vendetta dei nemici, e per non vedere stromento delle nostre sciagure
quelle stesse ricchezze, delle quali verremmo da loro spogliati.

122. «Abbiamo inoltre altre vie per far la guerra; la ribellione
degli alleati, mezzo il più efficace per diminuirne le rendite in cui
consiste il loro potere, l’edificazione di forti che ne minaccino il
territorio e tutte le altre cose che ora non si potrebbero prevedere.
Conciossiachè la guerra non procede per le vie che sieno esposte in
un’arringa, ma di per sè stessa procura la maggior parte dei compensi
secondo le occorrenze: nelle quali, chi la amministra, se si mantenga
padrone della propria collera è più sicuro di sostenersi; mentre chi si
lascia condurre dallo sdegno suole ricevere gran crollo. Pur nondimeno
consideriamo che se ciascuno di noi avesse contesa pei confini del
territorio con nemici di forza eguale, ciò potrebbe tollerarsi: ma nel
caso presente, gli Ateniesi forti abbastanza contro noi tutti insieme,
lo sarebbero molto più di fronte ad ogni particolar città; così che
se popolo per popolo e città per città non ci uniremo concordemente a
difenderci, ci soggiogheranno senza fatica, appunto perchè divisi. E
la nostra disfatta (tutto che terribile a rammentare) sappiate dover
sicuramente portare non altro che il servaggio, e far sì che molte
città sieno soggette ad una sola: avvilimento, la cui sola dubitazione
in parlandone è un’infamia pel Peloponneso. Allora o parrebbe meritata
la nostra sciagura, o che per codardia la sopportiamo, degeneranti in
ciò da’ padri nostri che diedero libertà alla Grecia, dove noi non
sappiamo mantenerla nemmeno per noi stessi: anzi permettiamo che una
sola città ci ponga da tiranna i piè sul collo, mentre pretendiamo
sterminare i tiranni che ad una sola comandino. E non ci accorgiamo
che così procedendo non andiamo esenti da uno di questi tre grandi
vituperi, o imprudenza, o dappocaggine, o trascuranza. Nè, stimando
di sfuggire coteste tacce, vogliate ricorrere a chiamar ciò dignitosa
noncuranza dei nemici, la quale per aver già causato la rovina di molti
ha cambiato il suo nome con quello di inconsideratezza.

123. «Ma a che prolungare i rammarichi sul passato più di quel che
richiede l’utilità del presente? Dobbiamo piuttosto applicar le
nostre fatiche ai disordini che possono avvenire, soccorrendo le cose
presenti. Ciò richiede il vostro patrio costume di procacciarvi virtù
colle fatiche, e non dovete dipartirvene tutto che cresciuti alcun poco
in ricchezza e potenza; perchè dritta cosa non è perdere nell’opulenza
i pregi acquistati nella povertà. Dovete anzi correre pieni d’ardire
alla guerra, tante essendo le cagioni che vi ci spingono, e la risposta
del Nume che vi promette soccorso, e tutto il resto della Grecia, che o
per paura o per proprio vantaggio è pronta a sostenervi. Nè sarete voi
i primi a rompere gli accordi: il Nume stesso, ordinando la guerra, li
reputa violati; e perchè violati voi ne sarete piuttosto i difensori:
imperocchè non trasgredisce gli accordi chi rispinge l’assalitore, ma
chi incomincia le ostilità.

124. «Laonde essendo da ogni lato di vostro decoro la guerra,
ed essendone richiesti da noi per comune consentimento, ove sia
indubitabile che ella arrechi vantaggio a tutte le città ed a ciascun
cittadino, non tardate a soccorrere i Potideati, gente dorica,
assediata ora dagli Ionii (in contrario di ciò che prima avveniva) e a
rivendicare così l’altrui libertà. Poichè non è oggimai più da soffrire
che pel nostro indugio alcuni sieno già sotto il flagello, ed altri
s’abbiano in breve a trovare nel caso stesso qualora, a malgrado di
questa nostra adunanza, gli Ateniesi conoscano non bastarci la vista
di opporci a loro. Ma credendovi astretti, o valorosi alleati, dalla
necessità, e stimando questo nostro consiglio il migliore, decretate la
guerra, non scoraggiandovi per i mali del momento, ed innamorando di
quella pace che più durevole ne conseguiterà. Essendochè per la guerra
viemaggiormente si conferma la pace, dove ischifar la guerra per amor
di tranquillità non è per egual modo senza pericolo. E reputando che la
città innalzatasi a tiranna della Grecia abbia esteso la sua tirannia
su tutti i Greci egualmente, cosicchè sovra alcuni abbia omai impero, e
su gli altri aspiri ad averlo, corriamole incontro per abbatterla, per
vivere noi stessi in avvenire senza pericolo, e per ritornare a libertà
i Greci tenuti ora in servaggio.» Così parlarono i Corintii.

125. I Lacedemoni udito il parere di tutti proposero il partito a
quanti alleati erano presenti, incominciando per ordine dalla più
potente fino alla più piccola città. La maggior parte dei voti furono
per la guerra: ma nonostante che avessero così decretato, non potendo,
sprovveduti com’erano, intraprenderla subito, risolsero che ciascuno
allestisse prontamente il bisognevole; pure consumarono quasi un anno
nell’ordinare il necessario apparecchio, prima di invader l’Attica e
muovere apertamente la guerra.

126. Mandavano infrattanto legati ad Atene facendo le loro doglianze,
per avere, se non fossero uditi, il più ragionevol pretesto di
muovere le armi. Colla prima ambasciata i Lacedemoni commettevano
agli Ateniesi, purgassero la sacrilega contaminazione di Minerva,
che consisteva in questo. V’era un tal Cilone ateniese nobile di
antico lignaggio e potente, stato vincitore nei giuochi olimpici, che
aveva in moglie una figliola di Teagene megarese, tiranno allora di
Megara. Consultando egli l’oracolo di Delfo, ebbe in risposta dal Nume
che nella gran festa di Giove occupasse la rocca d’Atene. Pertanto
egli oltre gli amici che aveva indotti a secondarlo ottenne gente
da Teagene, e celebrandosi le feste olimpiche del Peloponneso[103]
occupò la rocca per farsi tiranno, credendo che quella fosse la gran
festa di Giove, e che in qualche modo lo riguardasse come vincitore
nei giuochi olimpici. Ma se nella risposta s’intendesse la gran festa
dell’Attica o di altro luogo, nè egli lo aveva osservato nè l’oracolo
lo dichiarava. Ed invero anche gli Ateniesi hanno fuori della città le
Diasie, dette la gran festa di Giove Melichio[104], nella quale molti
del popolo di ogni condizione sacrificano non vittime di animali, ma
figure di pasta secondo l’usanza del paese. Pure avvisando egli di bene
intendere la risposta, tentò impresa. Gli Ateniesi n’ebbero sentore;
e corsi in folla dalle campagne contro di quelli, si fermarono presso
la rocca e gli assediavano. Ma prolungandosi il tempo, gli Ateniesi
logorati dall’assedio per la maggior parte se ne andarono, dando intera
facoltà ai nove arconti di ordinare le cose nel miglior modo potevano,
sì per la guardia che per il rimanente, perocchè allora il più delle
cose pertinenti al civile governamento si amministrava per i nove
arconti. Gli assediati con Cilone si trovavano in cattivo stato per
carestia di vettovaglia e d’acqua. Cilone e il suo fratello riescono
a fuggire, e gli altri ridotti a strettezze tali che alcuni morivano
di fame, si assidono supplichevoli presso l’altare della rocca. Quelli
cui dagli Ateniesi era stata affidata la cura di guardarli, vedendoli
andar morendo nel luogo sacro li fecero alzare, promettendo non far
loro alcun male. Ma appena gli ebbero condotti fuori, gli uccisero,
e nel procedere oltre trucidarono anche alcuni che sedevano presso
gli altari delle Eumenidi. In conseguenza di questo fatto, essi e
la loro discendenza erano chiamati i sacrileghi oltraggiatori della
Dea. Pertanto gli Ateniesi li avevano cacciati via dalla città; e
nuovamente gli cacciò Cleomene re di Sparta sostenuto dagli Ateniesi
venuti in sedizione tra loro[105]: nè solamente bandirono i vivi, ma
dissotterrarono e gettarono fuori delle loro terre le ossa dei morti.
Pure quei banditi vi ritornarono dipoi, e si trova tuttora in città la
loro schiatta.

127. Questa era la contaminazione che i Lacedemoni ordinavano si
espiasse, principalmente, sotto colore di vendicare l’ingiuria fatta
agli Dei; ma in sostanza perchè, sapendo esser Pericle attenente a
quella schiatta dal lato di madre, avvisavano dover anch’egli esser
bandito, ed essi così riuscire più facilmente in ciò che richiedevano
agli Ateniesi. Nè tanto speravano che ciò gli sarebbe avvenuto, quanto
di screditarlo presso la città, la quale per quella sua infausta
attenenza lo accagionerebbe in parte della guerra che insorgerebbe.
Perciocchè essendo il più potente del suo tempo, e guidando egli la
cosa pubblica si opponeva al tutto ai Lacedemoni, e non permetteva che
gli Ateniesi cedessero, anzi incitava alla guerra.

128. Medesimamente gli Ateniesi commettevano ai Lacedemoni che
purgassero la contaminazione di Tenaro. Conciossiachè i Lacedemoni
avevano una volta fatto sorgere dal tempio di Nettuno a Tenaro alcuni
Iloti supplichevoli, e appena condotti fuori gli trucidarono; per lo
che credono essere avvenuto il gran terremoto di Sparta. Ordinavano
altresì che purgassero la contaminazione di Minerva Calcieca[106]
che in ciò consisteva. Pausania lacedemone richiamato dagli Spartani
la prima volta dal governo dell’Ellesponto, benchè fatto il processo
restasse assoluto come innocente, non vi fu più spedito per pubblica
autorità: nondimeno egli di proprio suo arbitrio, senza il comando dei
Lacedemoni, presa la trireme Ermionide, va nell’Ellesponto per dar
opera, ei diceva, alla guerra di Grecia, ma in effetto per compiere i
suoi trattati col re, conforme aveva innanzi tentato: perchè aspirava
all’impero della Grecia. Si era egli dapprima conciliato l’animo del re
con tale benefizio con cui diede principio a questa pratica. Dopo il
suo ritorno da Cipro, espugnata al primo presentarsi Bizanzio, occupata
dai Medi e da alcuni di attenenza e parentela col re, i quali furono
fatti prigionieri, egli, senza saputa degli altri alleati, gli rimanda
al re, dando voce essere eglino fuggiti. In ciò si adoperò con esso lui
Gongilo eretriense, al quale aveva commesso la guardia di Bizanzio e
dei prigioni. Spedì poi Gongilo recando lettera al re, ove, come poi
si trovò, erano scritte queste parole. «Pausania capitano di Sparta
volendo farti cosa grata ti rimanda questa gente sua prigioniera di
guerra. È mia intenzione, ove ti piaccia, di prendere in isposa tua
figlia[107] ed assoggettarti Sparta e tutto il rimanente di Grecia.
Credo, qualora tu cooperi meco, aver forze bastevoli a mandar ciò ad
effetto. Se dunque punto gradisci le mie offerte manda alla marina
persona fidata, per cui mezzo continoveremo in avvenire i nostri
trattati.» Di tanta importanza era quello scritto.

120. Serse ne ebbe allegrezza, e manda Artabazzo figliolo di Farnaco
sulla costa con ordine di succedere nella satrapia di Dascilite,
congedandone Megabate che prima la governava. Gl’impose ancora
ricapitasse sollecitamente a Pausania in Bizanzio la lettera di
risposta; gli mostrasse il suo sigillo e si adoperasse colla massima
accuratezza e fedeltà secondo gli avvertimenti di Pausania concernenti
gli affari suoi. Artabazzo al suo arrivo eseguì gli ordini ricevuti,
e spedì la lettera, ove era scritta questa risposta. «Così replica il
re Serse a Pausania: Non solamente per la gente che d’oltre mare salva
m’hai rimandata da Bizanzio la tua beneficenza resterà eternamente
scritta in seno di mia famiglia[108], ma ho ancora gradito le tue
profferte. Nè notte nè giorno ti impedisca sì che rallenti la premura
di compiere alcuna delle promesse tue. Non sia di ostacolo spesa d’oro
o d’argento, nè quantità di soldatesca ovunque possa abbisognarti. Ma
d’accordo col fido Artabazzo che ti ho spedito, tratta animosamente gli
affari miei e tuoi, nel modo il più decoroso ed utile per tutt’e due.»

130. Pausania, che per essere stato comandante a Platea era avuto anche
di prima appresso i Greci in grandissima estimazione, allora tanto più
insuperbì, nè sapeva più vivere dentro ai termini delle costumanze
spartane: anzi diportandosi fuori di Bizanzio vestiva alla foggia dei
Medi, e viaggiando per la Tracia lo corteggiavano guardie di Medi ed
Egiziani armati di asta. Si faceva imbandir la mensa alla persesca, nè
più sapeva contenere le sue intenzioni: e nei fatti stessi di minor
conto mostrava sino d’allora la grandezza dei suoi disegni che a suo
tempo meditava di effettuare. Erasi resa cosa difficile avere accesso
a lui, usando egli con tutti indistintamente maniere così strane che
nissuno poteva comparirgli innanzi; ciò che mosse sopra tutto gli
alleati ad accostarsi a parte ateniese.

131. Era ciò pervenuto a notizia dei Lacedemoni, e però lo richiamarono
la prima volta. Ma da che, imbarcatosi la seconda volta senza loro
ordine sulla nave Ermionide, ebbe fatto chiaramente conoscere tali
essere le sue intenzioni; e da che, astretto ad uscir di Bizanzio
assediata dagli Ateniesi, non tornava altrimenti a Sparta, ed era
giunta la nuova avere egli preso stanza a Colone città della Troade
(ove si tratteneva per cagione non buona, ma per continovare le sue
pratiche coi barbari), allora daddovero stimarono non essere più da
tollerare: e gli efori spedirono un araldo colla scitala, intimandogli
di non restare indietro all’araldo stesso[109], altrimenti fin d’allora
gli Spartani gli dichiaravano guerra. Volendo egli divenir sospetto il
meno poteva, e confidando di dissipare col denaro le imputazioni, tornò
di nuovo a Sparta, ove fu messo in carcere dagli efori, i quali hanno
facoltà di trattare così anche il re[110]. Quindi finalmente uscito
per via di maneggi, presentossi in giudizio per dar discarico di sè a
chiunque volesse intentare accuse contro di lui.

132. Tuttochè nè gli Spartani, nè i nemici di lui, nè la Repubblica
intera avessero veruno indizio manifesto, sul quale fondati con
sicurezza potessero punire un uomo di stirpe reale e tenuto allora
in onoranza (perocchè era egli, come cugino, tutore del re Plistarco
ancor giovinetto figliolo di Leonida) nondimeno, col suo procedere
discordante alle leggi, e col suo genio per le usanze dei barbari,
faceva molto sospettare che nell’ordine politico non volesse star
contento ai termini dell’uguaglianza. Per lo che riandando i fatti
antecedenti, mettevano ad esamina tutte le altre sue operazioni in
che si fosse dilungato alcun poco dalle costumanze stabilite, e
principalmente che nel tripode di Delfo, primizia delle spoglie dei
Medi, dedicato dai Greci al Nume, quasi fosse offerta tutta sua, aveva
osato farvi scolpire questa inscrizione:

    Duce de’ Greci, debellato il Medo,
    Pausania a Febo questo voto offria.

I Lacedemoni subito allora cassarono dal tripode quella inscrizione,
e vi scolpirono tutte le città nominatamente, che concorse ai danni
del Medo avevano dedicato quel voto[111]. Ciò pertanto era attribuito
in delitto a Pausania: ma quando egli si trovò in questo stato,
allora anche più chiaramente conobbesi quel suo fatto essere stato
in conformità de’ suoi presenti pensieri. Bucinavasi inoltre che
egli avesse qualche segreto trattato con gli Iloti: e ciò era vero:
conciossiachè prometteva loro libertà e cittadinanza, se si unissero
con lui a ribellare, e lo aiutassero a compire i suoi disegni. Gli
Spartani, tutto che avvertiti di ciò da alcuni delatori degli Iloti,
non vi prestarono fede, nè giudicarono di dover procedere contro di
lui; per mantenere così il costume praticato tra loro di non esser
troppo corrivi a dare perentoria sentenza contro un cittadino di Sparta
senza prove indubitabili. Se non che un tale di Argila, come è fama,
già suo mignone e a lui fidatissimo, fu il delatore presso gli efori,
all’occasione che doveva recare ad Artabazzo l’ultima lettera di
Pausania inviata al re. Intimorito costui in considerando niuno essere
ritornato dei messaggeri spediti di prima, contraffatto il sigillo per
non essere scoperto caso che gli fallisse la sua credenza, e perchè
Pausania, volendo cangiarvi qualche cosa, non se ne accorgesse; apre la
lettera, e conforme sospettava che qualche cosa fosse scritta intorno a
sè, trovò dovere anche lui essere ucciso.

133. Mostrò egli la lettera agli efori, i quali viepiù si confermarono
nella loro sentenza. Tuttavia volendo eglino stessi udire qualche
parola dalla bocca di Pausania, si accordarono con l’argiliese: il
quale refugiatosi supplichevole in Tenaro[112] vi fece un casotto
diviso in due da un tramezzo, e dietro a questo tramezzo nascose alcuni
efori. Pausania vi andò a trovarlo e gli domandava, perchè si fosse
ricovrato là supplichevole. Gli efori udivano tutto distintamente.
L’argiliese rimproverava Pausania di ciò che aveva scritto intorno
a lui nella lettera; dichiarava ordinatamente che negli altri suoi
messaggi appresso al re si era sempre portato con fedeltà, e nondimeno
aveva ottenuto da lui il bel premio di dovere essere ucciso, come aveva
fatto di molti altri suoi servidori. Udirono ancora Pausania convenire
di tutto ciò; consigliare l’argiliese a non adirarsi per l’accaduto;
rassicurarlo affinchè si ritraesse dal luogo sacro, e pregarlo a
partire speditamente per non frastornare le sue pratiche.

134. Gli efori udito il tutto diligentemente e chiariti ormai con
sicurezza, cercavano di arrestar Pausania in città. Dicesi che
essendo per essere arrestato in istrada, ed avanzandosi un eforo
incontro a lui, dall’aria del viso comprendesse a che veniva; e che
avvertito con furtivo cenno da un altro eforo il quale lo amava,
corresse alla volta del tempio di Minerva Calcieca, e vicino com’era
il sacro recinto, prima d’esser giunto dagli efori, vi si ricovrasse.
Per non patire incomodo stando allo scoperto, entrò in una celletta
appartenente al tempio, ed ivi si tratteneva. Quei che lo inseguivano
non poterono per allora raggiungerlo: ma avendo osservato essere egli
nella celletta e coltovelo dentro, ne tolsero il tetto e le imposte
dell’uscio che rimurarono, ed ivi fermatisi lo assediarono colla
fame. Poscia accortisi che così come si trovava nella celletta, era
sul punto di esalar l’anima, lo traggono prima che spirasse fuori del
luogo sacro, donde appena tolto morì. Volevano gettarlo nel Ceade,
ove solevano gettarsi i malfattori, ma poi presero consiglio di
sotterrarlo lì vicino. Appresso il Nume di Delfo ordinò ai Lacedemoni
che lo dovessero seppellire nel luogo ove era morto: ed ora giace nel
vestibulo del sacro recinto come può vedersi per l’epitaffio. Ordinò
ancora che, siccome per quel fatto avevano commesso sacrilegio, così
dovessero rendere alla Dea Calcieca due corpi in cambio di quel solo:
infatti fecero essi due statue di bronzo e dedicaronle alla Dea in
compensazione di Pausania.

135. Gli Ateniesi pertanto, avvegnachè il Nume stesso avesse giudicato
quell’azione un sacrilegio, rendevano la pariglia ai Lacedemoni,
imponendo loro di purgare la contaminazione. Questi inviarono legati ad
Atene accusando anche Temistocle come complice di Pausania nel favorire
il Medo, secondo che avevano trovato per il processo; affermando per
ciò dovere anch’egli per ugual modo essere punito. Accomodaronsi gli
Ateniesi alle loro richieste; e poichè Temistocle, quantunque fosse
stato cacciato per ostracismo[113], ed avesse preso stanza in Argo, pur
nondimeno frequentava anche le altre parti del Peloponneso, spedirono
d’accordo coi Lacedemoni gente pronta ad inseguirlo, commettendo loro
lo riconducessero donde che lo trovassero.

136. Pervenute tali pratiche a notizia di Temistocle fugge dal
Peloponneso e cerca rifugio in Corfù di cui aveva meritato[114].
Significarongli i Corfuotti che temevano, ricettandolo, di incorrere
nella inimicizia dei Lacedemoni, e degli Ateniesi, e lo scortarono sino
in terraferma rimpetto alla loro isola. Ed egli perseguitato da coloro
che avevano la commissione di così fare ovunque udissero che fosse,
e ridotto in grandissima dubitazione dell’anima, si trova costretto
a cercar ricovero presso Admeto re dei Molossi[115], che non gli era
punto amico, e che allora per avventura era assente. Laonde si fece a
supplicare la moglie di lui, la quale lo avverte di assidersi presso
agli dei lari tenendo in collo un suo bambino. Tornato poco dopo
Admeto, Temistocle gli dà contezza di sè, e lo prega a considerare
che sebbene ei lo avesse forse contrariato nelle dimande che in altri
tempi faceva agli Ateniesi, pure non sarebbe del suo decoro prender
vendetta d’un fuggiasco, nè offendere chi al presente era cotanto più
debole di lui, laddove è proprio degli uomini generosi vendicarsi
degli eguali con parità di forze. Quanto a sè, continuava, essersi
opposto in qualche altro affare, non mai nel caso di salvar la vita;
mentre se egli ora lo consegnasse (e qui dichiarò perchè e da chi
era perseguitato) lo priverebbe del modo di procacciar salvezza a
se medesimo. Admeto a queste parole lo fece alzare col bambino che,
sedendo presso agli dei lari, tuttavia teneva in collo; e questo fu
modo efficacissimo di supplicare.

137. Arrivarono poco dopo i messaggeri lacedemoni ed ateniesi, i
quali con tutto che molto ne richiedessero Admeto[116], egli non
consegnò loro Temistocle: anzi, sentendo che bramava di trasferirsi
al re, lo fece accompagnare per la via di terra all’altro lato del
mare[117] sino a Pidna città soggetta ad Alessandro[118]. Ivi trovata
una nave da carico pronta a far vela per la Ionia, imbarca; e dalla
tempesta fu spinto vicino al campo degli Ateniesi che era all’assedio
di Nasso. Nessuno di quei che erano nella nave lo conosceva; ma
costretto dal timore manifesta al piloto chi egli sia, e per qual
cagione si trovi esule: ed aggiunge che, se non lo salvasse, direbbe
agli Ateniesi lui medesimo essere quel che lo trafugava, corrotto
per denaro, nè vedere altra via di salvezza che vietar ad ognuno di
sbarcare, sino a che il mare non si abbonacciasse per ripigliare il
cammino: se ciò facesse, si sarebbe egli ricordato di lui conforme
meritava. Il piloto acchetovvisi, e dopo aver resistito alla tempesta
un giorno ed una notte, colla nave all’ancora, sopra il campo degli
Ateniesi, giunge finalmente ad Efeso; e da Temistocle fu presentato
con denaro pervenutogli per mezzo dei suoi amici da Atene e da Argo,
ove nascosamente lo aveva depositato. Avanzatosi poscia nell’interno
del paese con uno di quei persiani che abitavano le coste, scrive
una lettera al re Artaserse figliolo di Serse poco fa succeduto al
trono, in questo tenore. «Io Temistocle che più di tutti gli altri
Greci apportai danni alla tua casa, tutto quel tempo che fui astretto
a far fronte alle invasioni di tuo padre, ricorro ora a te. Nondimeno
benefizii assai maggiori feci a lui, da che io cominciai ad essere in
sicuro, ed egli in pericolo per la ritirata, e sono però creditore di
benefizio.» Ciò diceva perchè lo aveva per tempo fatto consapevole
che i Greci avevano risoluto di ritirarsi da Salamina, e perchè per
opra sua, come ingannevolmente si attribuiva, non era stato disfatto
il ponte[119]. «Ora poi perseguitato dai Greci a cagione della tua
amicizia, mi trovo qui avendo in mano di poterti moltissimo giovare.
Ma voglio prima soprassedere un anno, e poi dichiararti in persona il
motivo della mia venuta.»

138. Il re, come si dice, si maravigliò del proponimento di lui, e
gli permise di far così. Intanto nel tempo che si trattenne apprese
quanto potè di lingua persiana e di costumanze del paese; e passato
l’anno presentassi al re, appo il quale fu grande e tenuto in tanto
onore, quanto niun altro greco giammai, non solo per la dignità ond’era
innanzi fregiato, ma ancora per la speranza che in lui nutriva di
soggettargli la Grecia[120], e soprattutto perchè mostravasi uomo di
grande accorgimento. Aveva infatti Temistocle manifestato la forza
del suo ingegno nel modo il più evidente, e perciò meritava di esser
particolarmente ammirato sovra tutti. Conciossiachè col penetrativo
intelletto che aveva sortito dalla natura, e non già corredato di
anteriori studi o accresciuto da posteriori, discerneva ottimamente,
dopo brevissima deliberazione, quel che di presente abbisognava, e
benissimo conghietturava gli eventi nascosti nel più remoto avvenire.
Destro nel condurre a buon fine gli affari che avesse tramano, non
era però inabile a dar giudizio soddisfacente anche su quelli dei
quali non era perito; e benchè le cose fossero tuttora nella più
oscura incertezza, antivedeva egli stupendamente il meglio e il peggio
di quelle: e brevemente egli fu senza dubbio per forza d’ingegno
e per celerità di consiglio, l’uomo il più valente a dichiarare
all’improvviso ciò che meglio si confacesse alle varie occorrenze.
Finì per malattia i suoi giorni. Avvi chi dice essersi col veleno
procacciato spontaneamente la morte disperando potere adempiere le
promesse aveva fatte al re. Del resto si vede tuttora il suo monumento
nella piazza di Magnesia città dell’Asia conciossiachè egli governasse
cotesta provincia; avendogli il re dato[121] per il pane Magnesia,
che rendeva cinquanta talenti l’anno, per il vino Lampsaco tenuta
allora per la provincia più abbondante di tal prodotto, e Miunte
per il companatico[122]. I parenti di lui dicono le sue ossa essere
state trasportate in patria per comandamento di esso, e sepolte
nell’Attica senza saputa degli Ateniesi; avvegnachè non fosse permesso
seppellirvelo perchè cacciatone per tradimento[123]. Questo fine ebbero
Pausania lacedemone e Temistocle ateniese, i più celebri capitani greci
dei loro tempi.

139. Tali furono gli ordini dati dai Lacedemoni colla prima loro
ambasceria, e tali all’incontro quelli ricevuti circa al purgare
le contaminazioni. Andarono poi nuovamente ad Atene, richiedendo
ritirassero l’esercito da Potidea, e rilasciassero Egina in
libertà. Ma con maggior calore ed a più chiare note protestavano
non insorgerebbe guerra se annullassero il decreto fatto contro i
Megaresi, per cui questi venivano esclusi dai porti del dominio di
Atene e dal mercato dell’Attica. Gli Ateniesi non gli obbedirono in
nessuna delle altre cose, nè abolirono quel decreto; anzi accusavano
i Megaresi di coltivare la terra sacra e non iscompartita dai termini
di proprietà[124], e di ricettare i servi fuggitivi[125]. Vennero
finalmente da Sparta gli ultimi legati Ramfio, Melesippo ed Agesandro;
i quali, senza parlar punto di ciò che solevano per l’innanzi, si
ristrinsero a dire queste parole: «I Lacedemoni bramano la pace, e vi
sarà purchè voi lasciate i Greci nelle loro leggi.» Adunaronsi gli
Ateniesi e proposero il partito tra loro soli, ove fu risoluto doversi
dare la risposta, fatta una sola deliberazione che tutto comprendesse.
Molti furono quelli che parlarono, ma non concorrevano in una medesima
sentenza, opinando alcuni si facesse la guerra, altri si cassasse il
decreto piuttostochè permettere che fosse d’impedimento alla pace.
Allora fattosi avanti Pericle figliolo di Xantippo, personaggio il più
ragguardevole di quel tempo tra gli Ateniesi, bellissimo dicitore ed
il più esperto in trattar gli affari, propose i suoi avvertimenti in
questi termini.

140. «Ateniesi, io sono sempre fermo nel mio primo proposito di non
cedere ai Peloponnesi. E benchè io sappia che l’ardore concepito
dall’uomo all’invito di guerra, ei non lo mantiene ove si venga ai
fatti, e che cangia pensiero secondo gli avvenimenti; nulladimeno penso
dovervi dare anche adesso consigli somiglianti e non punto differenti
da quei d’allora. E prego quei tra voi che sieno per concorrere nella
mia sentenza (poniamo pur ci toccasse qualche sinistro), a sostenere
le risoluzioni prese in comune, e non appropriarsi il vanto di sagace
accorgimento se l’esito sarà felice. Poichè pur troppo addiviene che
i fortunevoli casi degli affari camminano per vie incomprensibili,
egualmente che le cogitazioni degli uomini: il perchè siamo usati
ad incolpar la fortuna per ogni strano accidente che ci sorprenda.
Ma i Lacedemoni mostravansi chiaramente anche di prima rivolti ad
insidiarci, ed ora più che mai. È detto negli accordi che, insorgendo
qualche differenza, si renda e si offra scambievolmente ragione,
e che da entrambi si ritengano i luoghi di che siamo in possesso:
tuttavia essi non han voluto mai chieder ragione, nè esibita da noi
accettarla. Vogliono che le querele si decidano colle armi piuttosto
che coi ragionari; e vengono qua oggimai non più facendo amichevoli
rimostranze, ma comandando imperiosamente. Ci ordinano di ritirarci
da Potidea, lasciare libera Egina, cassare il decreto dei Megaresi;
e questi ultimi venuti ci aggiungono di rilasciar nelle loro leggi
anche i Greci. Or nissuno di voi si faccia a credere di intraprender
la guerra per cosa di piccol momento, se noi non aboliremo il decreto
dei Megaresi. È questo un pretesto col quale vogliono principalmente
aonestarsi, dicendo che tolto quello di mezzo non vi sarà guerra. Nè
resti in voi ombra di rimorso, quasi che l’abbiate intrapresa per
lieve oggetto: perchè su cotesto lieve oggetto è fondata la riprova
sicura della fermezza dell’animo vostro. Se cederete a quei comandi,
incontanente ne avrete dei maggiori, dandosi essi a credere che per
timore obbedirete anche a questi; laddove persistendo nel vostro
rifiuto, insegnerete ad essi procedere con voi più alla pari.[126]

141. «Pertanto deliberate fino da questo momento o di obbedire prima
di essere offesi, o volendo noi far guerra, come io credo il meglio,
di non cedere a qualsivoglia costo, e diportarci da gente che sdegna
ritenere il suo con paura. Imperciocchè qualunque richiesta, piccola
o grande che sia, intimata da un eguale in suono di comando, innanzi
alla determinazione del giudizio, importa l’istesso che un vero
servaggio. Che poi non saremo inferiori quanto alle cose pertinenti
alla guerra e a tutti gli altri apparecchi onde siamo entrambi forniti,
ne andrete convinti, dopo averne udito da me il ragguaglio particolare.
I Peloponnesi lavorano da sè le loro terre, non hanno denaro nè
pubblico nè privato, nè pratica di guerre diuturne e marittime,
posciachè oppressi dall’indigenza muovonsi solamente le armi contro
loro stessi e per breve durata. Gente sì fatta non possono spedire al
di fuori nè navi armate nè soldatesche di terra, sostenute da nuove
leve, perchè ad un medesimo tempo dovrebbero allontanarsi dai loro
fondi, e spendere nondimeno del proprio, mentre sarebbero per noi anche
esclusi dal mare. Or le ricchezze che s’abbiano in avanzo, meglio delle
forzate contribuzioni sostengono le guerre: e la gente addetta alla
coltivazione delle terre, è più pronta a guerreggiare colla persona che
col denaro; perchè quanto alla persona sperano di scampar dal rischio,
ma nulla vi è che gli assicuri dal non consumare il denaro prima che
cessi la guerra, specialmente se ella si prolunghi, come è verosimile,
più che non credevano. Imperocchè sono certamente i Peloponnesi con gli
alleati in istato di resistere in una sola battaglia a tutti i Greci
insieme; non già a stare in guerra contro chi abbia apparati e regole
affatto diverse. Infatti non usa tra loro un solo corpo deliberante
per eseguir sollecitamente ciò che richiede il momento, ma essendo
tutti eguali nel diritto del suffragio, e divisi in varie popolazioni,
ciascuno si studia per il proprio vantaggio; e quindi deriva che nulla
si conduca a compimento. Vogliono alcuni al tutto vendetta d’un tale;
altri soffrire il minor danno possibile nelle loro terre; sono lenti a
radunarsi; spendono pochissimo tempo a deliberar delle cose pubbliche,
il più a brigarsi delle private; e ciascuno crede non esser per nuocere
la sua trascuratezza, sperando che altri si darà cura di ciò che ad
esser toccherebbe a prevedere, cosicchè con questa opinione comune a
tutti in particolare va in rovina, senza che alcuno se ne accorga,
l’universa Repubblica.

148. «Con tutto ciò l’impedimento maggiore sarà per loro la penuria
di denaro; essendochè la difficoltà di procacciarlo deve portare
indugio: ma le occasioni di guerra non vogliono indugi. Quanto poi
ai battifolli o alle flotte loro, ciò non è da temere. Poichè se la
edificazione di quelli riuscirebbe difficile anche in tempo di pace a
città di potenza pari alla nostra, quanto più sarà malagevole in paese
nemico; e mentre noi pure siamo non meno di loro afforzati? E se pur
faranno qualche propugnacolo, potranno danneggiare alcuna parte del
nostro suolo col fare scorrerie e col ricettare disertori: ma ciò non
basterà a circondarci di mura, ad impedirci di navigare contro il loro
territorio, per prenderne vendetta colla flotta, in che siamo potenti.
Conciossiachè giova più a noi l’esperienza di mare per combattere
in terra, che non a loro quella di terra per combattere in mare. Nè
potranno alla perizia delle guerre terrestri aggiugnere facilmente
quella delle marittime; giacchè nè pur voi che sino dal tempo del
Medo vi ci siete sperimentati, perveniste peranche alla perfezione.
E come mai gente usata a coltivare il terreno, e senza cognizione di
marina, e di più nell’impossibilità di esercitarvisi, perchè sempre
minacciata dalle nostre numerose flotte, come mai, io dico, potrà
riuscire a qualche dignitosa impresa? Si arrischieranno forse contro
poche navi che gli bloccassero, rendendo audace la loro imperizia colla
moltitudine? ebbene; stretti da molte, dovranno ristarsi, cosicchè non
esercitandosi, saranno più imperiti e perciò più lenti. Or la perizia
marittima è un mestiere come qualunque altro, nè può impararsi con
accidentale esercizio o come per soprappiù, ma piuttosto nissun’altra
cosa può andarle congiunta come per appendice.

143. «Se poi toccheranno il denaro d’Olimpia o di Delfo, e tenteranno
di sviare da noi con maggior soldo i nostri marinari forestieri,
sarebbe una vergogna che montando sulle navi noi stessi in un con
gli stanziati in Atene, non fossimo da tanto per far loro fronte. Ma
ciò siamo in grado di fare, e (che più di tutto rileva) abbiamo tra
i nostri stessi cittadini piloti e ciurme più numerose ed esperte di
quello che non ha tutto il rimanente di Grecia. Nè alcuno dei nostri
soldati esterni vorrà (dovendo in ogni modo esporsi al pericolo)
prendere le armi coi Peloponnesi per pochi giorni di maggior soldo, e
trovarsi per ciò cacciato di patria e a combattere per essi, presso
i quali sono più piccole le speranze. Tali appunto o press’appoco
mi sembrano essere le cose dei Peloponnesi; laddove il nostro stato
scevro dai difetti notati in essi, parmi avere altri vantaggi, grandi
senza paragone. E se essi verranno contro il nostro territorio con
eserciti terrestri, noi navigheremo contro il loro: nè il guasto di
qualche parte del Peloponneso sarà allora da agguagliarsi a quello
anche di tutta l’Attica. Imperocchè i Peloponnesi senza combattere,
non troveranno altre terre da prendere in cambio delle perdute,
mentre noi molte ne abbiamo nelle isole, molte in terraferma. Gran
vantaggio è l’impero del mare; consideratelo da voi stessi. Ed infatti
se noi fossimo isolani, chi più inespugnabile di noi? Questo è
adunque il momento di avvicinarsi il più possibile col pensiero allo
stato di isolani, lasciare in abbandono la campagna colle sue case,
contentandovi di tener guardato il mare e la città; e senza adirarvi
coi Peloponnesi per la perdita di quelle, non venire a battaglia con
essi che sono in tanto maggior numero di voi. Perocchè vincendo,
ci troveremo di nuovo a combatterli non punto diminuiti di numero;
perdendo, si aggiugnerà per noi anche la perdita degli alleati, nerbo
principale delle nostre forze: i quali al vederci ridotti inabili a
marciar contro di loro, non istaranno più all’obbedienza. Ah! serbiamo
i nostri pianti per le persone in vece che per le ville e per le
campagne, avvegnachè non queste degli uomini, ma sì bene gli uomini
sono di quelle i possessori. Che s’io credessi che fosse seguito il
mio consiglio, vi conforterei ad uscire a devastarle da voi stessi; e
mostrare ai Peloponnesi, che per risparmiar quelle non avrete mai la
viltà di obbedirli.

144. «Molte altre cose avrei a dirvi le quali ci affidano della
vittoria, purchè non cerchiate di aumentar l’impero durante la guerra,
nè vogliate sopraccaricarvi di volontari pericoli, giacchè più degli
stratagemmi del nemico io temo dei nostri sbagli. Ma tali cose vi
saranno da me dichiarate altra fiata, quando elle saranno appoggiate
ai fatti. Per ora congediamo questi ambasciatori rispondendo —
permetteremo ai Megaresi di frequentare il mercato e i porti nostri,
solo che anche i Lacedemoni nel bando dei forestieri non comprendano nè
noi nè i nostri alleati, due punti che non hanno divieto nei capitoli.
Lasceremo libere le città se libere le ritenevamo al tempo degli
accordi, e purchè anche i Lacedemoni concedano ad esse di governarsi
conforme alle proprie leggi e secondo il piacimento di ciascuna, e non
conforme al vantaggio di Sparta. Noi siamo pronti a render ragione per
via giuridica secondo che è detto negli accordi: non saremo i primi
a muovere la guerra, ma sapremo rispingere chi la incominci. — Tale
è la risposta che richiede la giustizia ed il decoro della nostra
Repubblica; ma siate convinti che la guerra è inevitabile: che se la
imprenderemo di buona voglia, troveremo i nemici meno ostinati: e
che dai più grandi pericoli risultano alle città ed ai privati i più
splendidi onori. E se i padri nostri, i quali resisterono al Medo
mossisi con forze non così grandi, e dopo aver abbandonato ciò che
avevano, per consiglio più che per fortuna, e per ardimento superiore
alle loro forze, non solo rispinsero il barbaro, ma ancora avanzarono
lo stato a tanto alto segno; noi non dobbiamo mostrarci da meno di
loro, ma a qualunque patto resistere al nemico, ed adoprarci al
possibile per non trasmettere ai posteri lo stato diminuito in nulla
della sua grandezza.»

145. Di tal forza fu l’arringa di Pericle; e gli Atenesi giudicarono
ottimi i suoi consigli, confermarono col voto le sue proposizioni,
risposero ai Lacedemoni giusta la sua sentenza, e come egli aveva
suggerito intorno a ciascuna cosa. La somma fu: ch’ei non farebbero
nulla in forza dei loro comandamenti, e che erano pronti a diffinire
le imputazioni per via giuridica, salva ogni uguaglianza secondo
gli accordi. I Lacedemoni udito ciò tornarono alla patria; nè altra
ambasciata venne dipoi da Sparta.

146. Queste furono da ambe le parti le rimostranze e le differenze
insorte prima della guerra, appena seguiti i fatti di Epidamno e di
Corfù. Nulladimeno pendenti quelle erano in commercio e praticavano
scambievolmente senza il caduceo, non però senza sospizione; imperocchè
le cose che accadevano in quel tempo altro non erano che turbamento
d’accordi e materia di guerra.


  FINE DEL LIBRO PRIMO.




LIBRO SECONDO

  SOMMARIO.

  I Tebani che occupano Platea sono presi ed uccisi. — Preparativi
  di guerra. — Arringa di Archidamo. — Rancori della plebe ateniese
  contro Pericle. — Orazione funebre. — Peste devastatrice. — Pericle
  rianima gli Ateniesi. — Sua morte ed elogio. — Uccisione dei legati
  lacedemoni. — I Peloponnesi a Platea. — Battaglia fra gli Ateniesi
  e quei di Calcide. — Gli Ambracioti ed i Caonii si ribellano. —
  Vittoria navale degli Ateniesi. — I Traci nella Macedonia.


1. Di qui omai incomincia la guerra degli Ateniesi e Peloponnesi,
e dei loro scambievoli alleati[127], nel processo della quale non
praticavano più tra loro senza il caduceo; ma intrapresa che l’ebbono,
guerreggiavano continuamente. Ella è esposta, secondo l’ordine dei
fatti accaduti, per estati e per inverni.

2. La tregua dei trent’anni, fatta dopo la presa di Eubea, aveva
durato quattordici: ma nel decimoquinto, essendo Criside già da
quarantott’anni sacerdotessa in Argo[128], Enesio eforo in Sparta, e
Pitodoro ancora per un bimestre arconte in Atene[129], sei mesi dopo
la battaglia di Potidea, al cominciar della primavera poco più di
trecento Tebani, guidati da Pitangelo figliolo di Filida, e da Diemporo
di Onetoride, ambidue Beotarchi[130], sul primo sonno entrarono armati
in Platea della Beozia, città confederata con Atene, invitati da
alcuni Plateesi che apersero loro le porte (ciò furono Nauclide e i
suoi partigiani), i quali a procacciarsi potenza, volevano trucidare
i cittadini della fazione contraria, e soggettare la città ai Tebani.
La trama riuscì, favoreggiandoli Eurimaco figliolo di Leonziade,
personaggio potentissimo in Tebe: perocchè i Tebani, prevedendo
insorgerebbe la guerra, innanzi che ella manifestamente scoppiasse,
e mentre ancora durava la pace, bramavano preoccupare Platea città
mai sempre loro nemica. Il perchè, non essendovi di prima posta
guarnigione, agevolmente e non avvertiti vi entravano: e fermatisi
armati nella piazza, non vollero, secondo che gli confortavano quei
che li avevano introdotti, venir subito ai fatti ed investire le case
dei nemici. Erano anzi di avviso di usare gride discrete, e piuttosto
indurre ad amichevole accomodamento la città, stimando che per queste
maniere ella si sarebbe più facilmente accostata alla loro parte.
Promulgavano adunque per il banditore, che qualunque, conforme la
patria usanza di tutti i Beozii, volesse entrar nella lega, prendesse
le armi coi Tebani.

3. Come i Plateesi sentirono essere i Tebani già dentro le mura, ed
occupata improvvisamente la città, credettero vi fossero entrati in
numero assai maggiore, perchè essendo notte non li scorgevano: ed
impauriti calarono agli accordi, accettarono le condizioni, e restarono
tranquilli; tanto più che i Tebani non facevano contro chicchessia
stranezza veruna[131]. Ma mentre ancora trattavano ciò, osservarono non
esser molti i Tebani, e giudicarono facile la vittoria, assalendoli;
essendo che il popolo di Platea mal volentieri ribellavasi agli
Ateniesi. Risolvettero adunque esser ciò da tentare, e per tener
colloquio tra loro sfondavano le pareti comuni delle case per non esser
visti correr le strade, a traverso delle quali mettevano carri senza
giumenti per servir di barricate, e accomodavano le altre cose come e
dove credevano che sarebbe utile pel momento. Ordinato tutto il meglio
potevano, si scagliarono dalle case sopra i Tebani, cogliendo il punto
che era ancor notte, e propio in sull’albeggiare, perchè temevano di
trovarli più arditi in piena luce, e perchè e’ non potessero oppor loro
egual resistenza. Anzi rendendosi essi nella notte più formidabili per
la pratica che avevano della città, speravano resterebbero i Tebani
sopraffatti: però li assalirono immantinente e vennero tosto alle mani.

4. I Tebani conosciuto lo sbaglio si ristrignevano tra loro, e
respingevano gli assalitori dalla parte onde gli investissero. Due
o tre volte gli ributtarono; ma finalmente, serrandosi loro addosso
i Plateesi con furia strepitosa, e ad un’ora stessa le donne e i
servi tra gli schiamazzi e gli urlamenti percuotendoli dalle case con
sassi e tegole, e di più caduta essendo nella notte dirotta pioggia,
impaurirono; e voltata faccia fuggivano per la città tra il fango ed
il buio (perchè la cosa accadde sul finir del mese)[132] senza sapere
i più ove scampare, ed incalzati da gente ben pratica da non lasciarli
scapolare; così che per la maggior parte erano trucidati. Un plateese
serrò la porta onde erano entrati, la sola che fosse aperta, mettendo
negli anelli per catenaccio la punta della lancia, talchè neppure
per quella potevano uscire. Perseguitati adunque per la città alcuni
salirono sulle mura e si precipitarono fuori, morendovi i più; alcuni
con una scure prestata loro da una donna ruppero di soppiatto la sbarra
di una porta abbandonata, e pochi ne uscirono perchè la cosa fu presto
risaputa; altri erano qua e là uccisi sparsamente per la città. Ma il
maggior numero, e sopra tutto quelli che si erano ristretti insieme, si
cacciano in un gran torrione delle mura, la cui porta per avventura non
era chiusa, credendo esser quel torrione una porta della città, e che
sicuramente desse uscita per fuori. I Plateesi vedendoveli incappati
deliberavano, se così come si trovavano ve li avessero a bruciare dando
fuoco al torrione, ovvero trattarli altramente. Finalmente costoro,
e tutti gli altri Tebani che restavano ancora vagando per la città,
convennero co’ Plateesi di rendersi a discrezione, ponendo giù le armi.
Così procederono le cose per quelli entrati in Platea.

5. Gli altri Tebani poi che col corpo dell’esercito dovevano giugnervi
prima che finisse la notte, caso che per gli entrati andasse qualche
cosa in sinistro, udito per via l’accaduto (già che Tebe è distante
da Platea settanta stadii) si avanzavano per soccorrerli. Ma l’acqua
caduta nella notte li rese più lenti nel cammino; imperocchè il
fiume Asopo avea menato gran corrente, ed era difficile guadarlo.
Marciando pertanto con la pioggia, e passato il fiume a gran pena,
arrivarono troppo tardi, quando già quei di dentro erano stati parte
trucidati, parte fatti prigioni. Appena i Tebani riseppero ciò,
pensarono di tendere agguati ai Plateesi che erano fuori di città;
conciossiachè, come suole intervenire in un disastro inaspettato ed
accaduto duranti le tregue, la gente con le masserizie era sparsa alla
campagna. Era anche loro intendimento, ove arrestassero qualcuno,
di ritenerlo in iscambio dei loro rimasti prigioni in città, posto
che alcuno sopravvivesse. Ciò andavano ravvolgendo nell’animo: ma i
Plateesi, mentre che costoro stavano tuttora deliberando, vennero
in sospetto di ciò che potea accadere, e temendo per quei di fuori,
spedirono un araldo ai Tebani, richiamandosi dell’ingiuria fatta loro
per aver tentato di occupar Platea in tempo di tregua, ed intimando
non malmenassero le cose di fuori: altramente, soggiugnevano,
ucciderebbono quei di loro gente che ritenevano vivi, dove, ritirandosi
dal territorio, li restituirebbero. In questa guisa raccontano il
fatto i Tebani, e dicono che i Plateesi vi aggiunsero il giuramento.
I Plateesi, all’opposto, non convengono d’aver promesso di rendere
addirittura i prigionieri, ma solo quando nell’abboccamento che doveva
tenersi prima tra loro si fossero, in qualche modo, trovati d’accordo;
e negano d’avervi aggiunto il giuramento. Comunque sia, i Tebani
si ritirarono dal territorio, senza averlo punto danneggiato. E i
Plateesi, introdotto prima frettolosamente in città tutto ciò che era
in campagna, ammazzarono subito i prigioni i quali erano cent’ottanta,
tra questi Eurimaco con cui avevano condotto il maneggio quei che
volevano tradir la patria.

6. Fatto ciò mandarono avviso ad Atene, restituirono con salvocondotto
i cadaveri ai Tebani, ed ordinarono lo stato della città nel modo il
più acconcio alle cose presenti. Gli Ateniesi ragguagliati tostamente
dei fatti di Platea, arrestarono subito quanti Beozi erano nell’Attica,
e spedirono araldo ai Plateesi con ordine di dir loro che non facessero
innovazione[133] su quei Tebani che avevano prigionieri, prima che
anche in Atene si fosse risoluto qualche cosa intorno ad essi.
Ignoravano gli Ateniesi che i prigioni erano stati morti, essendo
partito il primo nunzio in sull’entrar dei Tebani, ed il secondo appena
ch’ei furono vinti e rinchiusi: laonde erano interamente all’oscuro
dei fatti posteriori, e però avevano mandato quell’araldo, che al suo
arrivo trovò coloro già uccisi. Allora gli Ateniesi mandarono delle
truppe a Platea, portaronvi vettovaglie, lasciaronvi presidio, e
condussero via gli invalidi colle donne ed i bambini.

7. Dopo questo fatto di Platea essendo manifestamente rotta la tregua,
gli Ateniesi si preparavano alla guerra: preparavansi co’ loro alleati
anche i Lacedemoni, ed erano entrambi in su lo spedire ambasciate al
re ed altrove ai barbari, donde che potesse sperarsi di trarre qualche
soccorso, e si univano con quelle città che erano fuori del loro
dominio. I Lacedemoni in aggiunta alle navi, avevano nel Peloponneso,
commettevano ai popoli che seguitavano la parte loro in Italia[134]
di costruirne un numero proporzionevole alla grandezza delle città,
talchè in tutte sommassero a cinquecento: di avere in pronto il
denaro imposto, starsene del rimanente tranquilli, e non ricettare
gli Ateniesi, salvo che con una sola nave, fino a che queste cose
fossero tutte apparecchiate. Gli Ateniesi recavano a novero gli alleati
che avevano; ma erano principalmente intesi a spedire ambasciatori
nei luoghi attorno al Peloponneso, cioè a Corfù, a Cefallene, agli
Acarnani, a Zacinto; perchè vedevano che avendo amici cotesti luoghi,
sosterrebbono certamente con superiorità la guerra nei contorni del
Peloponneso.

8. Grandi pensieri ravvolgevano entrambi nella mente, e con tutto
l’ardore si disponevano alla guerra: nè meraviglia; perchè tutti
nel cominciamento delle cose hanno maggior veemenza. Era allora il
tempo che la numerosa gioventù del Peloponneso e d’Atene di buona
voglia intraprendeva la guerra, perchè di essa inesperta; e tutto il
rimanente di Grecia era in gran sollevazione dell’animo, in vedendo
le due primarie Repubbliche venir tra loro a contesa. Molto si udiva
parlare di risposte d’oracoli, molti presagi in versi cantavano gli
indovini, sì nei luoghi ov’era bramosia di guerra, sì negli altri.
Senza di che poco innanzi a questi avvenimenti fu scossa da terremoto
Delo, che a memoria dei Greci non aveva mai per lo addietro sofferto
ciò; e dicevasi e credevasi comunemente essere quello stato il segnale
delle future calamità; e qualunque cosa di simil fatta accadesse,
tutto particolarmente si investigava. Ciò non pertanto la benevolenza
dei popoli inchinava maggiormente ai Lacedemoni, tanto più ch’ei si
spacciavano per liberatori della Grecia: e ciascuno in particolare e le
città insieme, tutti travagliavansi ansiosamente per cooperare con esso
loro con parole o con fatti, avvisando ognuno dover restare impediti
gli affari là appunto, ove mancasse l’opera sua. A tal segno la maggior
parte avevano in odio gli Ateniesi; desiderando alcuni d’esser liberati
dal loro dominio, altri temendo di non esservi sottoposti. Con tale
apparecchio e concitamento dell’animo erano in su le mosse.

9. Or le due parti si misero in guerra avendo confederate queste città.
Dei Lacedemoni erano alleati tutti i Peloponnesi dentro dell’istmo,
eccetto gli Argivi e gli Achei che erano in amicizia con entrambi:
nondimeno gli Achei unirono poscia le loro armi con Sparta; in
principio solamente quei di Pallene, quindi tutti gli altri. Fuori
del Peloponneso poi, i Megaresi, i Locrii, i Beozii, i Focesi, li
Ambracioti, i Leucadii, gli Anattorii. Tra questi somministravano la
flotta i Corintii, i Megaresi, i Sicionii, i Pelleni, gli Elei, gli
Ambracioti, i Leucadii; la cavalleria i Beozii, i Focesi, i Locrii:
le altre città davano la fanteria. Questi erano i confederati dei
Lacedemoni. Degli Ateniesi lo erano i Chii, i Lesbii, i Plateesi, i
Messenii di Naupatto, la maggior parte degli Acarnani, i Corfuotti,
li Zacintii, ed altre molte città che tra tanti popoli erano loro
tributarie; la Caria marittima, i Dorii confinanti co’ Carii,
l’Ionia, l’Ellesponto, la città di Tracia, tutte l’isole che infra il
Peloponneso e Creta guardano a levante, e tutte le altre Cicladi salvo
Melo e Tera. Fra questi somministravano la flotta i Chii, i Lesbii ed
i Corfuotti; gli altri fanteria e denaro. Tale era da ambe le parti lo
stato dell’alleanza e l’apparecchio per la guerra.

10. I Lacedemoni subito dopo i fatti di Platea mandarono in giro alle
città alleate nel Peloponneso e fuori ordine, di allestir gente e
provvisioni rispondenti ad una spedizione fuori del proprio paese,
dovendosi portar la guerra nell’Attica. Quando poi al tempo prescritto
ebbero tutto in pronto, i due terzi[135] di ciascuna città si riunivano
sull’istmo. E poichè fu congregato tutto l’esercito, Archidamo re dei
Lacedemoni, generale di questa spedizione, convocati i capitani di
tutte le città, le persone di maggiore stato, e tutti quei che più
meritavano d’intervenire, prese a parlar così.

11. «Valorosi Peloponnesi e confederati: quantunque anche i padri
nostri abbiano fatto molte spedizioni sì dentro che fuori il
Peloponneso, e tra noi i più attempati non sieno inesperti della
guerra; nondimeno sino ad ora non siamo mai usciti con apparecchio
più grande. Considerate però che potentissima è la città, contro cui
andiamo adesso noi in numero grandissimo e col fiore delle nostre
truppe. Il perchè non abbiamo a mostrarci nè minori dei padri, nè della
propria nostra reputazione: avvegnachè Grecia tutta per la nostra
mossa è sollevata ed a noi dirizza l’animo suo, anelando, per odio
verso gli Ateniesi, al felice riuscimento dei nostri disegni. Ma con
tutto che sembri andar noi contro al nemico con esercito grandissimo,
ed esservi gran sicurezza da credere che non oserà venire a battaglia
con noi; non vuolsi però marciare meno circospetti e preparati: anzi
e capitano e soldato di ogni città si aspetti quanto a sè ad ogn’ora
il cimento; conciossiachè incerte sono le cose della guerra, e gli
assalti d’ordinario si fanno ad un tratto e col bollore dell’animo.
Sovente un esercito più piccolo ma circospetto ne rispinse con maggior
vantaggio uno più numeroso, ma trascurante per disprezzo. In paese
straniero debbono i soldati aver pieno l’animo di ardimento, ma tenersi
pronti alla zuffa con cauto timore; così saranno più generosi[136]
nell’assalire il nemico, e meno pericolanti nel sostenerne l’impeto.
Or noi non andiamo contro una città mancante di forze a segno da non
resisterci, ma di tutto completamente fornita. Però, sebbene mentre che
siamo tuttora lontani, gli Ateniesi non si sieno mossi, pur dobbiamo
indubitatamente aspettarci che verranno a battaglia, quando ci veggano
guastar le loro terre e distruggere i beni loro. Imperocchè al vedersi
sotto gli occhi una repentina insolita sciagura, ognun s’accende di
rabbia; e quei che meno usano della riflessione, vengono ai fatti col
più gran furore. Così più d’ogni altro è da credere che adopreranno
gli Ateniesi, pei quali è puntiglio d’onore il comandare altrui, ed
assaltare e devastare le terre degli altri, più presto che vedere il
guasto delle loro. Persuasi adunque di far guerra a Repubblica sì
potente, e di dovere, nell’alternar delle conseguenze, riscuoterne per
noi e pei nostri maggiori riputazione del più gran rilievo, marciate
per le vie che vi additino i vostri capitani, gelosi sovrattutto della
buona ordinanza e cautela, e pronti agli ordini che riceviate: poichè
il mostrare che in numeroso esercito una è la militar disciplina, si è
ciò che maggiormente procaccia onore e sicurezza.»

12. Archidamo ciò detto e sciolta l’adunanza, prima di tutto spedisce
ad Atene Melesippo, cittadino spartano, figliolo di Diacrita, per
tentare se gli Ateniesi, al vederli già in cammino, più facilmente
cedessero in qualche cosa. Ma egli non fu ricevuto in Atene e molto
meno in consiglio, essendo innanzi prevalsa l’opinione di Pericle,
di non ammettere araldo nè ambasceria dei Lacedemoni, condotto che
avessero l’esercito in campagna. Lo rimandano adunque prima di udirlo,
intimandoli uscisse dai confini il giorno stesso; e per l’avvenire i
Lacedemoni, quando fossero rientrati nelle loro terre, mandassero pure
le ambascerie che volevano: spediscono quindi gente con Melesippo ad
accompagnarlo, affinchè non si abboccasse con alcuno. Giunto egli ai
confini ed essendo presso a dipartirsi, proseguì la sua gita dette
queste sole parole: «Questo medesimo giorno sarà principio ai Greci
di grandi calamità.» Al suo ritorno, quando Archidamo ebbe inteso che
gli Ateniesi non cederebbero in nulla, levò il campo, e s’avanzava
coll’esercito verso il loro territorio. I Beozii, che uniti in questa
spedizione davano ai Peloponnesi parte dei loro fanti e cavalli,
andarono col rimanente a Platea e saccheggiavano la campagna.

13. Ma intanto che i Peloponnesi si andavano adunando sull’istmo
ed erano in cammino, prima che assaltassero l’Attica, Pericle di
Xantippo, uno dei dieci capitani ateniesi, persuaso che l’invasione
sarebbe accaduta, venne in sospetto che Archidamo suo ospite lascerebbe
intatte, e non gli guasterebbe le possessioni; sia che volesse così
gratificarlo di propria volontà; sia che potesse ciò accadere pei
conforti dei Lacedemoni che bramavano screditarlo, e che, mirando a
lui, avevano intimato si purgasse la contaminazione. Laonde divulgò
nell’adunanza degli Ateniesi, essere Archidamo suo ospite, ma ciò non
dover causare alcun detrimento alla Repubblica; e se le sue terre e
ville non fossero guastate dai nemici come quelle degli altri, ei le
rilasciava in mano del popolo, acciò non vi fosse alcun argomento
di sospetto contro di lui. Ed anche adesso li confortava come per
l’innanzi a prepararsi alla guerra, a trasportare in città quel che
era in campagna; non far sortite contro i nemici, ma ridursi in città
e guardarla; mettere compiutamente in ordine la flotta, loro forza
principale, e tenere in pugno gli alleati[137]. Dimostrava, su i
tributi di questi esser fondata la loro potenza, e ordinariamente
l’intelligenza e la copia del denaro procacciare superiorità in guerra:
li esortava a rincorarsi, atteso che la città, senza contare le altre
entrate, aveva d’ordinario la rendita di seicento talenti l’anno per
tributo degli alleati[138], e vi restavano anche presentemente nella
rocca seimila talenti d’argento coniato, essendo la maggior somma stata
di novemila settecento, dai quali erano state levate le spese per gli
antiporti[139] della rocca, per altre fabbriche e per Potidea. Oltre di
che, di argento e d’oro non coniato, tra privati e pubblici voti, tra
tutto il resto del vasellame per le sacre pompe e pei pubblici giuochi,
e tra spoglie dei Medi[140] e cose di simil fatta, non vi era meno
di cinquecento talenti. Aggiungeva di più, le grandi ricchezze degli
altri templi, delle quali si servirebbero; e qualora fossero affatto
impediti dall’usar tutte queste, gli aurei ornamenti posti intorno
al simulacro di Minerva stessa, il quale aveva il peso di quaranta
talenti d’oro purgatissimo che tutto poteva spiccarsi d’attorno[141].
Avvertiva nondimeno, che quantunque l’avrebbono impiegato per la
pubblica salvezza, conveniva poi rimettervelo di peso non inferiore.
Così li rincorava quanto al denaro. Per ciò che riguarda l’esercito,
mostrava esservi tredicimila soldati di armatura grave, senza gli altri
sedicimila delle guarnigioni e degli spaldi: tanti appunto, tolti dai
più vecchi e dai più giovani con tutti gli inquilini armati alla grave,
erano quelli che vi stavano di guardia sino da principio, quando i
Lacedemoni erano per assaltare l’Attica. Imperciocchè di trentacinque
stadii erano le mura di Falera sino al recinto della città, del qual
recinto la parte guernita è di quarantatre, restando senza presidio la
porzione che è di mezzo tra le mura faleree e le lunghe. Queste poi
sino al Pireo erano di quaranta stadii, e tutte guardate dalla parte
esterna. L’intero circuito del Pireo, compresovi Munichia, era di
sessanta stadii, ma solo la metà guarnita. Di cavalleria poi mostrava
esservi mille dugento, contando gli arcieri a cavallo; seicento arcieri
a piedi, e trecento triremi buone a navigare. Tale e non minore era
l’apparecchio che di ciascuna cosa avevano gli Ateniesi, quando i
Peloponnesi erano da prima per assaltar l’Attica, e quando si misero
in guerra. Altre dichiarazioni andava facendo Pericle al suo solito,
tendenti tutte a dimostrare che in questa guerra sarebbono vincitori.

14. Gli Ateniesi, udito che l’ebbero, seguirono il suo consiglio,
e dalla campagna introducevano in città i bambini, le donne, le
masserizie di cui usavano in casa, e sino il legname delle case che
demolivano; e facevano passare nell’Eubea e nelle isole circonvicine
gli armenti e le bestie da soma. Fastidioso però riusciva loro lo
sgombero, essendo i più avvezzi a vivere continuamente alla campagna.

15. E tal costume, più che tra gli altri, praticavasi sino da
remotissima antichità tra gli Ateniesi. Imperocchè, anche al tempo di
Cecrope e dei primi regi sino a Teseo, ciascuna popolazione dell’Attica
si reggeva da sè co’ suoi tribunali[142] ed arconti; e, quando non
v’era di che temere, non si adunavano per le loro deliberazioni
presso al re, ma ognuno aveva reggimento e consiglio particolare:
anzi alcune talvolta ebbero persino guerra col re stesso, come gli
Eleusini sostenuti da Eumolpo contro Eretteo. Ma venuto a regnar
Teseo uomo di savio consiglio insieme e potente, oltre all’altre
riforme fatte nell’Attica, abolì i consigli e le cariche di arconte
dell’altre popolazioni, e riunì tutti in un sol corpo nella città
presente, ove stabilì un sol consiglio ed un sol tribunale. E benchè
restasse ciascuno, come prima, abitatore e possessore dei propri fondi,
obbligò tutti ad aver questa unica per città principale, la quale fu
da Teseo lasciata a’ suoi successori aumentata di molto, perchè omai
tutti facevano con lei un solo comune. Però sin d’allora gli Ateniesi
celebrano anche adesso la pubblica festa detta le Sinecie, in onore
della Dea[143]. Prima di questo tempo era città quel che ora è la
rocca, o al più la porzione sotto questa che guarda mezzodì. Lo provano
non solo i templi degli altri Dei che sono nella rocca, ma eziandio
quelli al di fuori situati nella predetta parte della città, come
quello di Giove Olimpico, di Apollo Pitio, della Terra, e quello delle
Limne di Bacco[144], a cui onore si celebrano le feste baccanali più
antiche, al dodicesimo del mese Antesterione, come tuttora costumano
gli Ioni stessi discendenti dagli Ateniesi. Quivi altresì riseggono
gli altri vetusti templi; e perciò appunto d’appresso è la fontana
di cui si servivano per gli usi più importanti, la quale dopo essere
stata restaurata dai tiranni nel modo che or si vede, ha nome le
Nove-bocche; e prima, quando v’erano le sorgenti scoperte, si chiamava
Calliroe. Da cotesti tempi lontani resta anche adesso il rito di far
uso di quell’acqua, prima delle cerimonie nuziali e per le altre sacre
funzioni. Anzi appunto perchè ivi era anticamente il luogo abitato,
anche in oggi la rocca si chiama dagli Ateniesi città.

16. Gli Ateniesi adunque da lungo tempo praticavano insieme,
abitando ciascuno colle proprie costumanze alla campagna, e per
questa abitudine, anche dopo essere stati riuniti in un sol corpo di
cittadinanza, i più, sì degli antichi che dei loro discendenti, sino
al tempo di questa guerra, restati con tutta la famiglia ad abitare
in campagna, non sapevano indursi a sgombrare: tanto più che di
fresco, dopo il guasto dei Medi, avevano riordinato i loro fondi. Anzi
erano afflitti, e di mal animo sopportavano il dovere abbandonare le
abitazioni ed i templi, che per loro, a cagione dell’antico modo di
governarsi, erano sempre i patrii: e trovandosi sul punto di cambiar
tenore di vita, ciò per ognuno di loro altro non era che un lasciare la
sua patria stessa.

17. Pervenuti in Atene, pochi ebbero abitazioni proprie e ricovero a
casa d’amici o parenti; e la maggior parte prese stanza nei luoghi
disabitati della città, ed in quelli consacrati agl’Iddii ed agli eroi
(salvo la rocca e il tempio di Cerere, e quant’altro vi era di ben
chiuso), e sin anche sotto la rocca, nel recinto chiamato Pelasgico,
non solo imprecato ad abitare, ma eziandio interdetto per questa chiusa
di un oracolo di Delfo:

    È meglio che Pelasgico sia vuoto[145]

ciò nonpertanto attesa la repentina necessità fu abitato. E parmi esser
l’oracolo riuscito in senso contrario di ciò che si aspettavano, perchè
non avvennero le disgrazie alla città per averlo illecitamente abitato,
ma fu di mestieri abitarlo a cagione della guerra; senza nominar la
quale aveva l’oracolo previsto che quel luogo sarebbe una volta abitato
all’occasione di qualche sinistro. Molti si acconciavano anche nelle
torri delle mura e dovunque ognuno poteva, stante che concorsivi tutti
insieme non potevano capire in città; laonde alla fine si scompartirono
per abitare le mura lunghe e gran parte del Pireo. Ma al tempo stesso
volgevano l’animo alle cose di guerra, col radunare gli alleati, e
fornire cento navi per andar contro al Peloponneso. Tali erano gli
apparecchiamenti degli Ateniesi.

18. Ma l’esercito dei Peloponnesi proseguendo il cammino, arrivò
primieramente sotto Enoa[146] dell’Attica, per dove volevano aprirsi,
armata mano, la strada: e fatto alto si preparavano ad assaltare
con macchine e con altre maniere le mura, onde era stata cinta Enoa
situata sulla frontiera dell’Attica e della Beozia; e di essa usavano
gli Ateniesi come di un propugnacolo quando insorgesse la guerra.
Disponevano adunque l’oppugnazione di quella terra, ma si trattennero
qualche tempo senza pro intorno ad essa; di che era principalmente
accagionato Archidamo, che anche quando si trattava di riunirsi per la
guerra si era mostrato poco sollecito e maldisposto a consigliarla,
ed affezionato per gli Ateniesi. Inoltre, posciachè l’esercito si fu
riunito, l’averlo trattenuto sull’istmo ed il lento marciare nel resto
del cammino, lo avevano messo in discredito. Ma soprattutto nocque alla
reputazione d’Archidamo la fermata sotto Enoa: conciossiachè in questo
stante gli Ateniesi introducevano in città le cose loro; onde pareva
che se i Peloponnesi, tolto di mezzo questo indugio, si fossero spinti
innanzi sollecitamente, avrebbono trovato tutto ancor fuori di città:
tale era il mal talento dell’esercito contro Archidamo per questa sua
fermata. Egli però soprassedeva aspettandosi, come si dice, che gli
Ateniesi, essendo tuttora intatte le loro campagne, cederebbero in
qualche cosa, mossi dal rincrescimento di vederle disertare.

19. Ma poichè dato l’assalto ad Enoa e fattovi ogni prova non poterono
espugnarla, e vedevano che gli Ateniesi non facevano proposizione
veruna; allora finalmente (ottanta giorni incirca dopo il fatto dei
Tebani entrati in Platea), sotto la condotta del medesimo Archidamo
figliolo di Zeusidamo re di Sparta, mossero il campo da Enoa, nel
colmo dell’estate, quando è già matura la messe[147], ed entrarono
nell’Attica. Quivi accampatisi scorrevano pel territorio di Eleusi, e
per la pianura triasia, e fugarono una frotta di cavalli ateniesi nei
contorni del luogo detto Reiti. Quindi si avanzarono per la Cecropia,
avendo a destra il monte Egaleo, sino a che pervennero ad Acarne, luogo
il più considerabile dell’Attica fra quei che si chiamano villate. Qui
fecero alto, piantarono il campo e vi restarono molto tempo guastando
la campagna.

20. Dicesi che Archidamo si fermò coll’esercito in ordinanza intorno
ad Acarne, senza scendere in questa prima invasione alla pianura,
con questo intendimento. Sperava egli che gli Ateniesi fiorenti per
numerosa gioventù ed apparecchiamenti di guerra, quanto non mai per
l’innanzi, gli sarebbono forse usciti incontro, non potendo patire di
vedersi devastate le loro terre. Poichè adunque non gli erano venuti
incontro ad Eleusi, nè alla pianura triasia, voleva tentare con questa
fermata intorno ad Acarne, se almeno allora si risolvessero a far
sortita contro di lui. Oltre di che il luogo parevagli opportuno per
porvi il campo, e faceva stima che gli Acarnei, parte considerevole
della Repubblica (poichè tremila di grave armatura erano dei loro) non
sarebbero indifferenti al guasto della loro campagna, ma avrebbero
spinto tutti gli altri a combattere. Se poi in questa prima invasione
gli Ateniesi non gli fossero usciti incontro, avrebbe allora più
francamente corso la pianura e portato le armi fino sotto le mura di
Atene stessa. Conciossiachè gli Acarnei, spogliati dei beni loro, non
sarebbono ugualmente pronti ad incontrar pericoli per gli altrui,
e gran discordia entrerebbe negli animi dei cittadini. Con questa
intenzione Archidamo si tratteneva presso ad Acarne.

21. Il soprassedere che faceva l’esercito nemico nei contorni d’Eleusi
e nella pianura triasia, dava qualche appicco agli Ateniesi che non
progredirebbe più oltre; rammentandosi essi di Plistoanace figliolo
di Pausania, re dei Lacedemoni, che dopo aver assaltato l’Attica
coll’esercito dei Peloponnesi sino ad Eleusi e Tria, quattordici
anni prima di questa guerra, era tornato indietro senza avanzarsi
più innanzi; ciò che causò il suo bando da Sparta, perchè ebbe voce
d’essere stato indotto per denaro a ritirarsi. Ma poichè videro il
nemico intorno ad Acarne, distante dalla città sessanta stadii,
giudicavano non esser più da tollerare: ed avendo sotto gli occhi il
guasto della campagna, cosa non più veduta nè dai più giovani nè dai
più vecchi, fuorchè nella guerra dei Medi, ciò parve loro, come è
naturale, un orrore. Allora generalmente, e soprattutto la gioventù,
pensavano doversi uscire contro il nemico e non starsi in trascuranza:
il perchè ristrignendosi in brigate erano in gran contrasto, bramando
alcuni la sortita, altri opponendosi. Gli indovini stessi cantavano
oracoli d’ogni maniera, che ciascuno intendeva secondo l’inclinazione
dell’animo. Gli Acarnei che si credevano la non menoma parte della
Repubblica ateniese, vedendo il guasto delle loro terre, più di tutti
instavano per la sortita. Così la città era per ogni lato in sommossa,
e tutti pieni di sdegno contro Pericle. Non più ricordavano i consigli
dati dianzi da lui, lo avevano ora per un vigliacco, perchè, generale
com’era, non li conduceva contro il nemico, e lo accagionavano di tutti
i loro disastri.

22. Pericle vedendo che adirati per il presente stato di cose
discorrevano il peggio, ed avendo per giusta la sua determinazione
di opporsi alla sortita, non più teneva adunanze popolari, nè alcun
consiglio particolare, per paura che, riuniti per impeto furibondo più
presto che per riflessione, non trascorressero a qualche sbaglio; ma
teneva guardie per la città, e vi manteneva a tutto potere la calma.
Mandava fuori continovamente delle bande di cavalli, per impedire agli
scorridori dell’esercito nemico di gettarsi sulle campagne adiacenti
alla città e scorrazzarle. Nei Frigii scaramucciarono una squadra di
cavalli ateniesi uniti coi Tessali da una parte, e la cavalleria dei
Beozii dall’altra: ove gli Ateniesi ed i Tessali non ebbero la peggio,
finchè sopravvenuta a soccorso dei Beozii la milizia grave, furono
messi in fuga. Pochi morirono dei Tessali e degli Ateniesi, che il
giorno stesso ripresero senza salvocondotto i cadaveri dei loro; e il
dì seguente i Peloponnesi ersero trofeo. Gli Ateniesi avevano cotesto
sussidio dei Tessali per antico trattato di alleanza, ed erano venuti
a loro dalla Tessaglia i Larissei, i Farsalii, i Paralii, i Cranonii,
i Pirasii, i Girtoni, i Ferei. Quei di Larissa avevano per capitano
Polimede ed Aristenoo, ciascuno dei quali comandava la sua parte[148];
e Menone guidava i Farsalii; e parimente gli altri popoli avevano città
per città i loro capitani.

23. I Peloponnesi vedendo che gli Ateniesi non uscivano loro incontro,
levato il campo da Acarne, saccheggiarono alcune altre villate infra
il monte Parnete e Brilesso[149]: e mentre tuttora si trattenevano
nell’Attica, gli Ateniesi spedirono in giro al Peloponneso le cento
navi che andavano preparando, entrovi mille soldati di grave armatura e
quattrocento arcieri, sotto il comando di Caccino figliolo di Xenotimo,
di Protea d’Epicle, e di Socrate di Antigene, i quali salparono con
questo apparato, e costeggiavano il Peloponneso. I Peloponnesi rimasero
nell’Attica sinchè ebbero vettovaglia; poi si ritirarono marciando per
la Beozia, non dalla parte ove erano entrati. In passando da Oropo
davano il guasto alla campagna chiamata Piraica, posseduta dagli Oropii
vassalli degli Ateniesi[150]; giunti poi nel Peloponneso si separarono,
per tornare ognuno alla propria casa.

24. Dopo la loro ritirata gli Ateniesi, risoluti di guardar l’Attica
per tutto il tempo della guerra, messero presidii dalla parte di
terra e di mare[151]. Determinarono poscia si levassero mille
talenti dal denaro depositato nella rocca, si mettessero a parte,
non si spendessero e si sostenesse la guerra solo col rimanente. Per
chi parlasse o proponesse il partito di impiegar questa somma per
qualsivoglia altr’uso (salvo che i nemici assaltassero la città con
armata navale e bisognasse respignerli), decretarono pena di morte.
Oltre a questi mille talenti, sceglievano ogni anno le migliori
triremi, sino a che sommassero a cento, ed i trierarchi di quelle: di
nessuna delle quali volevano fosse lecito usare giammai eccetto che
insieme con quei mille talenti, all’occorrenza di ovviare al medesimo
pericolo.

25. Ma gli Ateniesi che colle cento navi erano attorno al Peloponneso,
e con cinquanta i Corfuotti venuti a loro soccorso, più alcuni altri
alleati di quei luoghi, oltre il guasto dato altrove scorrazzando quei
dintorni, fecero scala a Metona della Laconia, e diedero l’assalto
alle mura che erano deboli e con poca gente. Posciachè ciò pervenne a
notizia di Brasida cittadino spartano, figliolo di Tellide, che per
avventura era colla sua guarnigione in coteste vicinanze, andò con
cento di grave armatura a soccorso di quella città. Traversato di fuga
il campo degli Ateniesi sparsi alla campagna e rivolti verso le mura,
si getta in Metona, e sebbene nell’entrare perdesse alcuno de’ suoi,
pure salvò la città; e per questa ardita prova fu in Sparta lodato il
primo di tutti coloro che concorsero a questa guerra. Gli Ateniesi
allora salparono di là, e procedendo marina marina presero terra a Fia
dell’Elide, saccheggiarono per due giorni la campagna, e vi sconfissero
trecento di scelta milizia che dalla bassa Elide e da quelle vicinanze
erano accorsi a difenderla. E nonostante che si levasse un vento
gagliardo, e si trovassero così sorpresi dalla tempesta in quel luogo
importuoso, la maggior parte risalirono sulle navi, e facevano il giro
del promontorio chiamato Icti, sino al porto di Fia. In questo mezzo
i Messenii ed alcuni altri, cui non venne fatto di montar sulle navi,
presa la via di terra occupano Fia; e levati quindi dalle stesse navi
che avevano fatto il giro del promontorio Icti si misero in mare,
abbandonando Fia, a cui difesa era già sopravvenuto buon numero d’Elei;
e continovando a rader la costa davano il guasto anche ad altri luoghi.

26. Quasi al tempo stesso gli Ateniesi spedirono trenta navi a soccorso
della Locride e ad un’ora stessa a guardia dell’Eubea[152], sotto il
comando di Cleopompo figliolo di Clinia, il quale fatto più volte scala
saccheggiò alcune terre marittime, espugnò Tronio d’onde prese ostaggi,
e ad Alope vinse in battaglia i Locresi che erano venuti a difenderla.

27. In questa medesima estate, gli Ateniesi cacciarono da Egina gli
Eginesi coi fanciulli e le donne, incaricandoli d’essere stati la
principal cagione di questa guerra. Senza di che pensavano che essendo
Egina adiacente al Peloponneso la riterrebbero con maggior sicurezza,
se vi mandassero colonia dei loro cittadini, come infatti poco stante
fecero. Laonde i Lacedemoni diedero ad abitare agli Eginesi Tirea
col suo territorio, non tanto a cagione delle differenze avevano con
gli Ateniesi, quanto perchè ne erano stati beneficati al tempo del
terremoto e della ribellione degl’Iloti. Il territorio di Tirea è
conterminale del suolo argivo e laconico, e si stende sino al mare.
Alcuni di coloro vi presero stanza, altri si sparsero pel rimanente
della Grecia.

28. In questa estate al nuovo mese lunare, conforme pare che allora
soltanto possa ciò accadere, dopo mezzodì fu eclissi del sole,
mostrandosi cornuto a guisa di luna, comparvero delle stelle, e quindi
riprese la sua piena figura.

29. Nella medesima estate gli Ateniesi ammessero al diritto di
ospitalità, ed invitarono a portarsi da loro Nimfodoro figliolo di
Piteo cittadino di Abdera, che aveva gran credito presso Sitalce
marito di sua sorella, col fine di farsi alleato Sitalce stesso re
dei Traci, figliolo di Tere. Or questo Tere padre di Sitalce fu il
primo a rendere l’impero degli Odrisii più considerabile degli altri
della Tracia[153]; essendo che gran parte dei Traci vivono in libertà.
Questo Tere però non aveva nulla che fare con quel Tereo che ebbe per
moglie Procne figliola di Pandione d’Atene, avvegnachè non furono
pure d’una medesima Tracia. Tereo certamente dimorava in Daulia del
territorio ora denominato Focide, abitato allora dai Traci. È questo
il paese ove le donne commisero il noto misfatto d’Iti; per lo che
molti poeti nel rammentare l’istoria del rusignuolo gli danno il nome
d’uccello daulio[154]. È poi probabile che per scambievole vantaggio
Pandione strignesse il parentado della figliola con questo Tereo a lui
più vicino, invece che coll’altro degli Odrisii distante il viaggio
di parecchie giornate. Tere dunque, che non portava pure il medesimo
nome dell’altro, fu il primo a regnare con piena autorità sopra gli
Odrisii; il cui figlio Sitalce gli Ateniesi fecero loro alleato,
intendendo che gli aiutasse a ricuperare le città della Tracia, e a
conciliar con esso loro Perdicca. Pervenuto Nimfodoro ad Atene concluse
la confederazione di Sitalce, ed ottenne a Sadoco figlio di lui il
diritto di cittadinanza ateniese: prese ancora l’incarico di por fine
alla guerra di Tracia, promettendo arebbe persuaso Sitalce a mandare
agli Ateniesi delle bande di cavalli traci e fanti armati di rotelle.
Indusse a restituir Terma e rappattumò con gli Ateniesi Perdicca, il
quale unì subito le sue armi con essi e con Formione ai danni dei
Calcidesi. Ecco come Sitalce figliolo di Tere re dei Traci, e Perdicca
di Alessandro re dei Macedoni, divennero alleati degli Ateniesi.

30. Questi colle cento navi trovandosi tuttora intorno al Peloponneso,
prendono Solio cittadella dei Corintii[155], e di essa e del suo
territorio investono i soli Paliresi, esclusi gli altri Acarnani.
Espugnarono Astaco[156] ove si era fatto tiranno Evarco: cacciaronlo,
ed aggiunsero il paese alla loro alleanza. Andarono poscia colla flotta
all’isola di Cefallenia e se ne insignorirono senza combattimento.
Quest’isola è situata rimpetto all’Acarnania ed a Leucade, ed ha
quattro città; ciò sono, quella dei Pallesi, de’ Cranii, de’ Samei, e
de’ Pronei. Poco dopo, la flotta ritornò alla volta d’Atene.

31. Circa l’autunno di questa estate gli Ateniesi, a pieno popolo,
tanto cittadini che inquilini, andarono ad assaltare la campagna
megarese, sotto la condotta di Pericle figliolo di Xantippo. Quei delle
cento navi intorno al Peloponneso, nel ritornare a casa, arrivati
ad Egina ebbero notizia che quei d’Atene con tutto l’esercito erano
a Megara: laonde indirizzaronsi colà per riunirsi con loro. E però
questo, tutto insieme, fu l’esercito più numeroso degli Ateniesi;
avvegnachè la città era ancora nell’auge di sua grandezza, non
essendo per anche stata afflitta dalla pestilenza[157]. Infatti gli
Ateniesi propio non erano meno di diecimila di grave armatura, senza
quei tremila che avevano a Potidea. Nè meno di tremila inquilini di
grave milizia si erano uniti ad essi in questa spedizione, senza
contare l’altra turba non piccola di milizia leggiera. Colà devastato
che ebbero gran parte del territorio, si ritirarono. Accaddero
successivamente anno per anno, durante la guerra, molte invasioni
sì della cavalleria, che di tutte insieme le genti ateniesi nel
megarese[158], sino a che da loro non fu presa Nisea.

32. Sul cadere di questa estate fu dagli Ateniesi col guarnimento di
mura fortificata Atalanta[159], isola per l’avanti disabitata che
guarda i Locri Opunzii; per impedire ai corsari che uscivano da Opunte
e dall’altre parti della Locride di danneggiare l’Eubea. Tali sono
i fatti avvenuti in quest’estate, dopo la ritirata de’ Peloponnesi
dall’Attica.

33. Nel sopravveniente inverno Evarco, l’acarnano, volendo rientrare
in Astaco, persuade i Corintii a ricondurvelo, andandovi con quaranta
navi e mille cinquecento soldati di grave armatura, tanto più che egli
stesso aveva assoldato alcuni ausiliarii. Erano capitani dell’armata
Eufamida figliolo d’Aristonimo, Timosseno di Timocrate ed Eumaco
di Criside, che recatisi colà, lo ricondussero. Volevano ancora
impadronirsi di alcuni castelli del resto dell’Acarnania contigua al
mare; ma riuscita vana la prova, ritornarono a casa. Nel loro tragitto
approdarono a Cefallenia, e fatto scala sulle terre dei Cranii,
furono da essi delusi; perocchè, sotto colore di trattato, corsero
improvvisamente loro addosso, uccisero parte di loro gente, cosicchè
gli altri a gran fatica si sottrassero, e ritornarono a casa.

34. In quel medesimo inverno gli Ateniesi, seguendo le patrie
costumanze, fecero le pubbliche esequie ai primi morti in questa
guerra: ed eccone le cerimonie. Tre giorni innanzi alzano un gran
padiglione, ove espongono alla pubblica vista gli ossami degli spenti,
e ciascuno fa al proprio parente quell’offerta che più gli aggrada.
Giunto il dì del trasporto al sepolcro, portano su carri delle arche
di cipresso (una per tribù) entrovi le ossa di ciascheduno, secondo
la tribù cui apparteneva: una sola bara per onorar quei, dei quali,
per non essere stati ritrovati, non si sia potuto riavere il cadavere,
coperta di coltre e portata vuota. Chiunque voglia, cittadino o
straniero, accompagna la funerea pompa, e le donne parenti intervengono
alla sepoltura e vi fanno gran corrotto. Vengono poscia locati in un
pubblico monumento situato nel più bel sobborgo della città, ed ivi
sempre usano di seppellire i morti in guerra, da quei di Maratona
in fuori, ai quali, per lo straordinario loro valore, diedero là, a
Maratona stessa, la sepoltura. Or coperti che gli hanno di terra, un
personaggio a ciò dalla città scelto, che per prudenza e dignità tra
i primi si annoveri, pronunzia su di essi il conveniente elogio, e
dopo ciò si ritirano. Queste sono le cerimonie onde danno sepoltura;
e in tutto il tempo della guerra, quando ciò fare accadesse, così
praticavano. Ad encomiar pertanto questi primi fu scelto Pericle figlio
di Xantippo: giunta l’ora opportuna si avanzò egli dal monumento
alla ringhiera situata in alto, acciò potesse essere inteso più in
lontananza dalla moltitudine e così favellò.

35. «I più tra coloro che da questo luogo han parlato, lodarono colui
che aggiunse all’altre leggi e riti quel dell’elogio, cui pronunziare
reputò decoroso al sepolcro dei morti in guerra; a me però sembrerebbe
compiuta l’opera, se d’uomini valorosi nei fatti, coi fatti pur
si mostrassero le onoranze (quali appunto sono gli apparecchi che
per pubblico voto avete in questa occasione sott’occhio), e non si
compromettesse il valor di molti in un solo, da dovergli credere
meglio o peggio ch’ei dir ne possa. Ed invero difficile è tenere la
via mezzana nel dire là dove appena riuscir tu possa a procacciarti
opinione di veritiero: conciossiachè all’uditore benevolo e consapevole
parrà forse essersi detto meno di ciò ch’ei s’aspetta e sa: chi poi è
ignaro dei fatti, per gelosia crederà talora esagerato il tuo dire, se
qualche cosa ascolti al di là delle proprie forze. Le lodi d’altrui si
tollerano sino a che ciascuno si reputa da tanto di potere eseguire
alcuna delle cose che ascolta encomiarsi; invidiosi per quel che ci
supera, non vi prestiamo più fede. Nondimeno, dappoichè parve ai padri
nostri bene in questa guisa stabilito, deggio anch’io, seguendo le
costumanze antiche, porre ogni mio sforzo per sodisfare, il più che per
me si potrà, alla volontà ed alla espettazione di ciascuno di voi.

36. «Dagli avi adunque mi rifarò; giusto infatti e decoroso egli è,
ch’ei s’abbiano in questo elogio l’onore di grata ricordanza, ei che
continuamente questa regione abitando, l’hanno col proprio valore
libera consegnata alla successione dei posteri. Che se degni sono essi
di lode, non men lo sono i padri nostri, i quali, oltre all’avuto
retaggio, si acquistarono l’impero presente, e non senza fatiche a
noi che qui siamo lo lasciarono. Ma l’incremento più grande di esso a
noi è dovuto, sì a noi soprattutto (quanti siamo nell’età più ferma)
che questa Repubblica abbiam reso nelle bisogne, sì della guerra che
della pace, fiorentissima. Delle guerresche azioni degli avi, per
cui ciascuna cosa acquistammo, o se nulla abbiam noi fatto o i padri
nostri, respignendo vigorosamente le greche guerre e le barbare che ci
piombavano addosso, non farò menzione, per non esser prolisso dinanzi
a voi che tutto ciò non ignorate: bensì dopo avervi prima dimostrato,
in forza di quali instituti, di qual civile e morale governamento siam
giunti al prosperevole presente stato di cose, passerò ad encomiare
i morti; sì perchè ciò, a mio avviso, disconvenevole non sia a
rammentare, sì perchè non poco importi l’udirlo a tutta la moltitudine
dei cittadini e degli stranieri.

37. «Tal governo pertanto si è il nostro (chiamato appunto democrazia,
perchè amministrato non da pochi ma dai più) che nulla abbiamo da
invidiare all’altrui legislazione; anzi, piuttosto che imitar gli
altri, siamo degli altri il modello. Tutti giusta le leggi vi sono
eguali nelle particolari controversie: quanto poi alle pubbliche
dignità, ciascuno viene anteposto non pel distinto suo grado
principalmente, ma sì per la virtù, secondo che in alcuna cosa si
mostri eccellente: nè, sia pur povero, purchè abile a giovare alla
Repubblica, gli è d’impedimento alle cariche l’oscurità del suo
stato. Noi liberamente procediamo nelle pubbliche faccende; nè, per
il reciproco sospetto cui danno materia le quotidiane occupazioni,
prendendo alcuno in odio se qualche cosa faccia per suo mero piacere,
componiamo il nostro volto a quell’aria contegnosa, che, sebbene altrui
non nuoce, pure è molesta. Tale essendo il viver nostro in niun modo
grave ad alcuno nelle domestiche brighe, non però, per quel rispettoso
timore che tanto può su noi, contravvegnamo all’ordin pubblico, ma a
quei, che di mano in mano preseggono, obbediamo, come anche alle leggi;
specialmente a quelle che stanno a difesa degli oppressi, ed a quante
altre, le quali sebbene non iscritte, pure arrecano, trasgredendole,
per comun sentimento vergogna.

38. «Abbiamo anche procacciato all’animo nostro diversi sollievi alle
fatiche, sia coll’istituir giuochi e feste annuali, sia coll’eleganza
delle private suppellettili, di cui il quotidiano diletto bandisce
spaurita la melanconia. Qua per l’ampiezza della città nostra vengono
le derrate della terra tutta, e ci avviene di godere delle cose che gli
altri paesi producono, come se meno nostro non fossero di quelle che
qui nascono.

39. «Siamo poi superiori ai nemici nelle cose di guerra per queste
ragioni. Noi rendiamo la città nostra comune a tutti; nè mai addiviene
che col discacciarne i forestieri escludiam chicchessia da alcun
pubblico insegnamento o spettacolo, la vista del quale (ove occultato
non fosse) potesse giovare ad alcun de’ nemici; perchè poniamo nostra
fidanza, non nelle pompe dei preparamenti o nelle astuzie, ma sibbene
nel coraggio degli animi nostri per le imprese. Gli Spartani col loro
travaglioso esercitamento, subito dai primi anni affettano robustezza
virile; noi, tuttochè più discretamente cresciuti, non per questo
abbiamo meno ardimento in pericoli eguali; prova ne sia che non mai
essi da sè soli, ma con tutto lo sforzo degli alleati, portano le armi
sul nostro territorio, laddove noi, da noi soli assaltando quel degli
altri, riusciamo spesse fiate e con facilità vincitori, sebbene in
paese altrui, incontro a gente che per il proprio combatte. Nè alcuno
de’ nemici s’è peranche incontrato con tutta l’oste nostra insieme
raccolta; tra perchè attendiamo in un medesimo tempo al mare, e perchè
molte spedizioni facciamo in terraferma: ma qualora si azzuffino con
una piccola parte di nostre genti, se vincitori, van dicendo averci
respinti tutti; se vinti, essere stati da tutto insieme l’esercito
sconfitti. Pure, quantunque allevati più mollemente, non coll’esercizio
di dure fatiche, quantunque non con generosità di animo dalle leggi
formata piuttosto che propria dell’indole nostra noi ci facciamo ad
affrontare i pericoli; risulta nondimeno per noi di non affannarci
innanzi tempo per le future calamità; ma se vi ci troviamo, non meno
arditi dimostrarci di loro che menano la vita sempre in mezzo agli
stenti.

40. «Nè per questi soli rispetti è degna di ammirazione la nostra
Repubblica, ma per altri ancora. Conciossiachè usiamo eleganza ma
con frugalità, sappiamo farla da filosofi senza scemar la vigoria
dell’animo nostro; ed all’occasione ricorriamo al tesoro di nostra
attività, non alla jattanza di vane parole: confessar la propria
povertà non è vergogna ad alcuno, ma più lo è il non adoprarsi ad
uscirne. Sanno in questa nostra Repubblica le medesime persone darsi
cura delle domestiche e delle civili faccende: altre, quantunque
intese al lavoro, non però men bene conoscono ciò che risguarda la
cosa pubblica. Noi siamo i soli, appo i quali, chi tiensi fuori
da queste cure politiche non uomo inoperoso, ma a nulla abile è
dichiarato: ed un medesimo cittadino sa ben pensare degli affari, e
drittamente giudicare di ciò che altri ne pensi; perchè reputiamo non
le deliberazioni pregiudichino ai fatti, ma sibbene la mancanza della
debita deliberazione, prima di passare ai fatti. Or vanto tutto nostro
si è di avere il più deciso coraggio nelle cose che intraprendiamo,
e di ben calcolarle; mentre negli altri l’ignoranza ingenera pazzo
furore, e il calcolo timida irresoluzione. Laonde generosissimi a buon
dritto hanno a reputarsi quelli, i quali tutto che consapevoli degli
orrori della guerra e delle dolcezze della pace, non però fuggono dal
rischio. Quanto poi alla cortesia, noi la sentiamo all’opposto degli
altri; mentre non i ricevuti benefizi ma i compartiti ci procacciano
gli amici: ora, chi è il primo a beneficare altrui è amico più stabile
portato a conservare nel beneficato quel favore di che per propria
benevolenza si venne quasi a far debitore: ma chi è vero debitore di
benefizio, è più ottuso nell’amicizia, sapendo che ricambierà altrui
di buona opera più presto per sdebitarsi che per corteseggiare. Ond’è
che noi soli gioviamo francamente a chicchessia, non più per calcolo
d’interesse, che per quella fiducia che la nostra liberalità ci inspira.

41. «E, per recare in una le molte parole, dico la nostra Repubblica
essere la norma di Grecia tutta, e potere ciascun cittadino, stante
quella disciplina che vige tra noi, idoneo prestarsi ad ogni sorta di
opere con buon garbo e destrezza maravigliosa. Che queste cose poi non
sieno, nella presente occasione, una millanteria invece che verità
di fatto, lo palesa la potenza della città nostra, che con siffatte
costumanze procurata ci siamo. Perciocchè sola fra quante or sono,
a qualsivoglia prova ella venga, supera la fama che di lei risuona;
sola non dà al nemico che l’assalga materia di sdegno, al pensare da
chi venga superato, nè di rammarico ai sudditi, quasi che dominati da
gente indegna dell’impero: anzi, mettendo in vista la nostra potenza
avvalorata da segnalati monumenti, e da indubitate testimonianze,
formiamo la meraviglia della presente generazione e quella formeremo
delle future. Nè a noi fa di mestieri di un Omero che si aggiunga
a lodarci, nè di altri che co’ suoi versi presentemente diletti, e
che poi la verità dei fatti non corrisponda alla grandiosità del
supposto: noi che col nostro ardire tutto il mare e la terra ci siam
resi accessibili, ed abbiamo ovunque stabilito, quasi coabitatori
sempiterni, i monumenti del nostro valore e dei disastri dei nemici.
Or siccome costoro per una Repubblica sì potente, gelosi del dritto di
non perderla, hanno incontrato generosamente la morte tra le armi; così
vuolsi da quei che restano qualunque travaglio a pro di lei tollerare.

42. «Per lo che a lungo io vi ho parlato della Repubblica, volendo
farvi certi ugual gara non essere a voi proposta ed a quei che nulla
hanno di sì nobile; ed insieme volendo porvi con manifesti argomenti
nel suo vero punto di vista l’encomio che vo tessendo a costoro,
del quale vi ho già esposto i titoli più rilevanti. Conciossiachè
la Repubblica, di quelle lodi ond’io l’ho celebrata, fu adorna pel
valore di questi e dei loro simili; e pochi hanvi tra’ Greci dei quali
non possa farsi elogio che agguagli le azioni, siccome avviene di
questi, del cui valore non solo ci dà la morte il più nobile indizio,
ma è anche l’ultima prova che lo suggella. Ed invero per coloro che
in qualche cosa hanno altramente mancato, giusto è che il coraggio
mostrato in guerra a difesa della patria stia in luogo di ammenda;
perocchè, cancellando col valore i difetti, maggiore utilità hanno
apportato in comune, che danno in privato. Nè fu alcuno tra cotestoro
che (se ricco fosse) anteponendo di seguitare a godere di sua opulenza,
invilisse; o che, se povero, per la speranza di cacciar l’inopia ed
arricchirsi, schifasse il pericolo. Anzi vaghi sovrattutto di punire il
nemico, giudicando ciò il più decoroso dei cimenti, lo affrontarono;
e paghi del solo desiderio di quei beni, del nemico stesso si
vendicarono, rimettendo nella speranza l’incertezza della vittoria,
ma pieni del dignitoso pensiero di confidar nelle proprie braccia,
quanto al pericolo che avean dinanzi agli occhi: e più bello stimando
l’istesso morire in resistendo al nemico, che il salvarsi cedendogli,
schifarono l’obbrobrio del pubblico rimprovero, sostennero coi loro
corpi la prova; e nel breve momento, in cui la sorte decise, nel colmo
della gloria, anzichè del timore, da noi si dipartirono.

43. «Che se essi tali furono quali richiedeva la dignità della
Repubblica, bisogna sì che voi rimanenti bramiate più prosperi, ma
sdegniate men fermi pensieri incontro ai nemici; non ponderando di
tal coraggio l’utilità per le sole parole d’un oratore che possa a
lungo dichiararla a voi, che non men bene la conoscete (coll’esporvi
quanti beni derivino dal respingere il nemico), ma piuttosto osservando
giornalmente nelle azioni la grandezza della Repubblica, e di lei
innamorando. E quando amplissima ella vi paia, pensate che tale
ampiezza le acquistarono uomini generosi, giusti estimatori del proprio
dovere, animati nell’imprese da onorata vergogna: e se per avventura
fallisse loro qualche prova, non però stimavano dover la Repubblica
esser defraudata del loro valore; che anzi pagarono ad essa il più
decoroso tributo. Offrendo infatti con fermezza comune il proprio
corpo in guerra, si hanno acquistata particolarmente lode sempiterna e
sepoltura orrevolissima, non là principalmente ove posano le loro ossa,
ma gloria durevole ovunque si presenti l’occasione d’arringa o di fatti
guerrieri. Conciossiachè a’ prodi tutta terra è tomba, e non solamente
nel proprio suolo il lor valore si mostra per lo scritto sul sepolcro,
ma anche nelle più remote terre indelebile rimane la ricordanza di
essi, scolpita non piuttosto nella pietra che nel petto di ciascheduno.
Emuli or voi di questi, e stimando la felicità consistere nella
libertà, e questa nella grandezza d’animo, non siate restii ad
affrontare i pericoli della guerra, ponendo mente che gli sciagurati,
ai quali non resta alcuna speranza di bene, non hanno più giusti motivi
di esser prodighi della loro vita; di quello che coloro pei quali, ove
continovino a vivere, sono da temere i cangiamenti della fortuna, e pei
quali gli sbagli che commetter possano sono di grandissimo momento.
Perciocchè per chi ha un’anima nobile è più doloroso l’avvilimento
accompagnato da codardia, che una morte intrepida, la quale appena si
avverte, occorsagli in mezzo alla speranza del pubblico bene.

44. «Il perchè io non mi farò a compiagnere voi che siete padri di
questi estinti, ma voglio piuttosto racconsolarvi: giacchè si sa esser
la vita dell’uomo sottoposta a mille fortunosi accidenti; e coloro
esser felici che sortita abbiano decorosissima come questi la morte, o
dolore onorevole come è a voi intervenuto, o in ultimo quei che tutta
la carriera della vita misurarono in seno alla felicità. Malagevol cosa
egli è, ben lo veggo, persuadervi di queste cose; perchè di esse anche
spesse volte vi faranno sovvenire le altrui felicità, onde voi pure,
non ha guari, andavate fastosi; e perchè dolore arreca non la mancanza
di beni non provati, ma sì di quei ai quali eravamo avvezzi. Nondimeno
debbono quelli che sono in età di aver figli confortarsi sulla speranza
di altra prole; imperocchè questi che verran dopo indurranno nelle
famiglie dimenticanza dei trapassati, e doppio vantaggio ne ridonderà
alla Repubblica; non tanto perchè ella non rimarrà deserta, ma ancora
perchè coopereranno alla fermezza di lei. E di vero impossibil cosa
egli è, che coloro i quali, del pari che gli altri, non han figli da
esporre per il bene della patria, dieno consigli giusti ed imparziali.
Voi poi che piegate alla vecchiezza, e che per somma ventura foste
felici il più della vita, pensate breve essere il corso che vi avanza,
e consolatevi colla gloria di questi estinti. Sola infatti la passion
per l’onore non invecchia; e nell’età cadente non diletta, come alcuni
avvisano, il guadagno, ma sibbene l’esser tenuto in onoranza.

45. «A voi finalmente; quanti qui siete, figli o fratelli di questi
valorosi, non picciola gara veggio esser proposta: conciossiachè
ognun lodi quel che più non è; e quandochè gli superaste in prodezza,
appena inferiori di poco, non che loro eguali giudicati sareste.
Perchè i viventi invidiano il competitore, ed all’opposto quel che più
non imbarazza apprezzano con equo animo. Che se qualche cosa deggio
dire anche della virtù di voi donne, quante vi troverete in stato di
vedovanza, il tutto in breve esortazione ristringerò. Gloria somma
sarà per voi non degenerare dall’indole di modestia propria del vostro
sesso, e gloria pur somma ne avverrà a quella tra voi, della quale, sia
in lode sia in biasimo, il men possibile si parli tra gli uomini.

46. «Io vi ho esposto colle parole, secondo la legge, ciò che più mi
è sembrato a proposito; quanto al fatto poi, siccome questi son già
stati onorati di decorosa sepoltura, così i loro figli, da questo
momento sino alla pubertà, verranno a pubbliche spese dalla Repubblica
alimentati, volendo ella proporre ad essi ed ai posteri, per animarli
a siffatti combattimenti, una corona che sia principio di beni allo
stato; perocchè ove sono grandissime ricompense al valore, ivi pure
fioriscono valentissimi cittadini. Rinnuovate or dunque il vostro
tributo di duolo per chi vi appartiene e ritiratevi.»[160]

47. Tali furono le esequie in quest’inverno, passato il quale finiva
il primo anno della guerra. Appena cominciata l’estate, i due terzi
dell’esercito dei Peloponnesi e degli alleati invasero l’Attica (come
avean fatto da prima) guidati da Archidamo figliolo di Zeusidamo, re
dei Lacedemoni; e fermatovi il campo saccheggiavano il territorio.
Pochi giorni dopo la loro invasione incominciò tra gli Ateniesi la
peste, che si diceva avere anche di prima infuriato in molti altri
luoghi, come in Lemno ed altrove. Ma non si avea ricordanza che in
verun luogo avesse sì violenta pestilenza, e morìa sì grande di gente.
Conciossiachè in principio non valeva in quella alcun senno umano o
virtù di medicanti che ignoravano la qualità del malore, e che più
facile degli altri morivano, in quanto che comunicavano più spesso
cogl’infermi. Le supplicazioni nei templi, il ricorso agli oracoli e
l’altre cose di simil fatta sino allor praticate non facevano alcun
profitto; intanto che sopraffatti dalla violenza del malore, cessarono
anche da queste[161].

48. È fama che la pestilenza incominciasse nell’Etiopia al di là
dell’Egitto: e calando poi nell’Egitto stesso, nella Libia, ed in gran
parte delle terre soggette al re, si avventò improvvisamente alla città
d’Atene, ove prima di tutto toccò gli abitanti del Pireo, cosicchè fu
da essi detto avere i Peloponnesi gittato dei veleni nei pozzi, atteso
che non eravi ancora fontane; e di lì discorrendo nella parte superiore
della città, maggiore era il numero di quei che morivano. Dica pertanto
ciascuno, medico o no che egli sia, giusta la sua opinione, donde
s’abbia a credere che muovesse, e quali sieno state le cause che
valsero a partorire tanto rivolgimento; che io in quanto a me che ne
fui malato e vidi pur gli altri, dirò quale si fosse, e dichiarerò
quello per cui ciascuno potrà indubitatamente riconoscerla (essendone
innanzi informato) se mai di nuovo cadesse.

49. Correva quell’anno, a confessione universale, immune sovra tutti
da malattie, o se qualcuno era di prima da qualche morbo afflitto,
tutti si risolvevano in questo. Gli altri poi senza alcuna precedente
cagione, ma interamente sani, erano all’improvviso compresi da veementi
caldure al capo, da rossezza e infiammazione d’occhi, e nell’interno la
gola e la lingua diventavano tostamente sanguigne, e mandavano alito
puzzolente fuor dell’usato. Dopo di che sopravveniva starnutazione e
raucedine, ed in breve il male calava al petto con tosse gagliarda:
e qualora si fosse fitto sulla bocca dello stomaco lo sovvertiva, e
conseguitavano tutte quelle secrezioni di bile, che dai medici hanno il
loro nome, con grandissimo travaglio. Moltissimi ancora erano attaccati
da un singhiozzo vuoto che dava forti convulsioni, le quali, a cui
subito, a cui molto più tardi cessavano. L’esterno del corpo non era
a toccare molto caldo, nè pallido; ma rossastro, livido e gremito di
pustulette ed ulceri; mentre le parti interne erano in tal bruciore,
che i malati non potevano sopportare d’avere indosso nè i vestiti
nè le biancherie più fini; ma solo di star nudi. Recavansi a gran
diletto tuffarsi nell’acqua fredda; di che molti de’ meno guardati,
tormentati da sete incontentabile, si gettarono nei pozzi: ed erano
ridotti a tale che profittava egualmente il molto e il poco bere,
travagliati incessantemente da smania inquieta e da vegghia continua.
Ciò nonostante finchè la malattia era nel suo colmo, il corpo non
languiva, ma contro ogni credere durava gl’incomodi, talchè i più, o
erano da interno calor consumati nel nono o settimo giorno, avendo
ancora qualche residuo di forza, o se pur scampavano, scendendo il
morbo nel ventre, si faceva grande esulcerazione con sopravvenimento
di diarrea immoderata, intantochè poi la maggior parte morivano di
debolezza. Perocchè il male, fisso prima nel capo, incominciando di
sopra discorreva per tutto il corpo; e se vi era chi superasse cotesti
più fieri malanni, almeno le estremi parti indicavano d’essere state
comprese dal morbo, il quale prorompeva sino nelle vergogne e nel sommo
delle mani e dei piedi; e molti guarivano perdendo affatto queste
parti ed anche gli occhi. In altri la convalescenza era immediatamente
seguita da smemoraggine di ogni cosa egualmente, a segno che non
riconoscevano nè se stessi, nè gli amici.

50. Questa spezie di morbo superiore ad ogni racconto che far se ne
possa, si avventava a ciascuno con acerbità da non reggervi forza
umana: e principalmente mostrossi esser bene altra cosa che una delle
malattie comuni, da questo; che gli uccelli ed i quadrupedi che
mangiano carne umana, bene che molti cadaveri restassero insepolti,
o non vi si accostavano, o gustandoli morivano. Argomento ne fu la
manifesta mancanza di tali uccelli che non si vedevano intorno a veruno
di quei cadaveri nè altrove; e sovrattutto i cani i quali, perchè
assuefatti a conversare con gli uomini, rendevano più sensibile tal
crudel conseguenza.

51. Del rimanente per tralasciar molte altre stravaganze della
pestilenza (secondo che in diverso modo accadeva in ciascuno) questa
era in generale la qualità del morbo: nessuna delle altre consuete
malattie affliggeva allora la città; e se alcuna ve n’era, andava a
finire in questa. Morivano poi alcuni perchè non assistiti, altri
benchè perfettamente curati: non fuvvi, per così dire, medicamento
alcuno che usato facesse profitto: ciò che avea giovato ad uno nuoceva
ad un altro: nè valeva complessione robusta o debole contro la furia
del male, il quale uccideva anche i più accuratamente medicati. Ma il
più terribile della pestilenza era lo sgomento tosto che uno si sentiva
malato; poichè cadendo in disperazione, più di sè in verun modo non
curavano, nè alcun riparo prendevano, e, per lo comunicare insieme in
servendo agl’infermi, incorporando il contagio, come pecore morivano:
lo che accresceva assaissimo la mortalità. Se per paura ricusavano
visitarsi scambievolmente, morivano privi d’ogni assistenza, e molte
case rimasero vuote per mancanza di serventi: all’incontro se si
visitavano contraevano il morbo; ciò che principalmente interveniva
a quei che ambivano d’esser tenuti caritatevoli, perchè vergognando
di risparmiarsi visitavano gli amici; avvegnachè i parenti stessi,
vinti finalmente dalla violenza del male, non valevano a sopportare
i lamentevoli gridi dei moribondi. Ciò non pertanto più degli altri
compassionavano il moribondo e l’infermo quei che ne erano campati; tra
perchè avevano provato il male, e perchè erano omai pieni di coraggio,
essendo che la malattia non si appigliava mortalmente una seconda
volta; ed erano felicitati dagli altri, mentre la gioia inaspettata
della guarigione nutriva in essi speranza e conforto per l’avvenire,
quasi non avessero ad esser morti da verun’altra malattia.

52. Ma l’introduzione della gente di campagna in città, oltre al malore
che soffrivano, oppresse anche più gli Ateniesi, e principalmente gli
ultimi venuti. Conciossiachè per mancanza di case alloggiando questi in
tuguri, ove per la stagione che correva restavano soffocati dal caldo,
morivano in mezzo alla confusione, e spirando giacevano ammonticati gli
uni su gli altri; e per bramosia d’acqua semivivi voltolavansi per le
strade e presso tutte le fontane. Gli stessi sacri recinti ove avevano
dispiegato le tende erano pieni dei cadaveri di quei che vi morivano.
E poichè senza modo cominciò a montare la ferocità della pestilenza,
posero in non cale le cose sacre e profane egualmente, non sapendo
quello che di sè addiverrebbe; cosicchè le sacre cerimonie usate dianzi
nel seppellire erano tutte perturbate, dando ciascuno sepoltura in
quel modo che poteva. Molti furono che per le già accadute continue
morti dei loro, trovandosi privi dei congiunti si volsero a cercar
sepolture senza nissuno onesto riguardo; perciocchè alcuni gettavano il
morto sulle pire altrui, prevenendo quelli che le avevano accatastate,
e vi appiccavano il fuoco; altri nel mentre si bruciava un cadavere
ponevanvi quello avevano in su le spalle e se n’andavano.

53. Questo morbo fu pure nel rimanente quello che originò le più
grandi nequizie nella Repubblica. Imperocchè al veder le frequenti
mutazioni sì dei ricchi che repentinamente morivano, sì degli altri
che per l’avanti stremi essendo di tutto, entravano a possedere
le cose di quelli, stimavano doversi affrettare a goderle per far
quanto era loro a grado; e riguardando la durata della vita e della
ricchezza egualmente d’un giorno solo, trascorrevano più arditamente a
quelle cose, la cui passione studiavansi dianzi di celare. La fatica
precedente il conseguimento d’un fine reputato onesto non era chi
volesse imprenderla, stimando incerto se prima di giugnerlo non avesse
ed esser vittima della peste; e solo ciò che apparisse piacevole e
per ogni lato vantaggioso si aveva per onesto ed utile. Niuno era
raffrenato dal timor degli Dei o da legge d’uomini: non dal primo,
perchè vedendo tutti perire, giudicavano tutt’uno avere o no religione;
non dall’altra, perchè nessuno si aspettava di viver tanto, che potesse
farsi processo de’ suoi delitti e pagar la pena: anzi vedendone
sovrastare una più grave già decretata dai fati, avvisavano prima di
incontrarvisi doversi godere un poco la vita.

54. In mezzo a sì acerbo trambusto erano gli Ateniesi afflitti dalla
morìa della gente in città, e al di fuori dal saccheggiamento delle
campagne. Si ricordavano, come è naturale nella disgrazia, anche di
questo verso che i più vecchi raccontavano anticamente cantato:

    Verrà dorica guerra e loimo insieme.

Fuvvi certamente disputa nel popolo, non essere stata usata dai
vecchi la voce _loimo_ (peste) bensì _limo_ (fame). Ma prevalse
allora, com’era da aspettarsi, la voce _loimo_. Imperocchè la gente la
rammentava interpretandola conforme ai mali presenti: e se mai sarà che
altra guerra dorica sopravvenga dopo questa, e vi si combini _limo_,
lo canteranno verisimilmente con questo vocabolo. Vi era ancora chi
sapeva e rammentava la risposta del nume domandato dai Lacedemoni,
se dovessero far guerra; allorquando ei rispose, che facendola con
tutte le forze avrebbero vittoria, e che egli stesso vi avrebbe
concorso[162]. Riflettendo dunque a quell’oracolo conghietturavano
essere il fatto presente in corrispondenza di ciò; perchè subito dopo
l’invasione dei Peloponnesi era incominciata la pestilenza[163], la
quale non penetrò nel Peloponneso, almeno in modo degno di menzione;
ma fece strazio principalmente di Atene e quindi d’altri luoghi i più
popolosi. Tali sono le cose che riguardano la pestilenza.

55. Ma i Peloponnesi devastato che ebbero la pianura si avanzarono
nella terra chiamata _Paralo_ (maremma) sino al monte Laurio, ove gli
Ateniesi hanno le miniere dell’argento. Quivi, diedero primieramente
il guasto alla parte che guarda il Peloponneso, e poi all’altra verso
Eubea ed Andro. Ciò nonostante Pericle tuttora generale come lo era
nella precedente invasione, continovava nella medesima sentenza, che
gli Ateniesi non uscissero in campagna.

56. E mentre il nemico era ancora nella pianura, prima di metter piede
nella terra paralia, egli apparecchiava una flotta di cento navi per
andar contro il Peloponneso; ed ordinato il tutto fece vela. Conduceva
sulle navi quattromila Ateniesi di grave armatura, e trecento cavalieri
su barche da trasportar cavalli, formate allora per la prima volta
co’ materiali delle navi vecchie. Presero parte alla spedizione anche
i Chii ed i Lesbii con cinquanta navi. Quest’armata degli Ateniesi
quando uscì del porto, lasciò i Peloponnesi tuttora nella maremma
dell’Attica. Pervenuti ad Epidauro nel Peloponneso guastarono gran
parte della campagna, e dato l’assalto alla città vennero in isperanza
di prenderla, ma la cosa non riuscì; onde ritiratisi da Epidauro
saccheggiarono la campagna trezeniese, l’aliese e l’ermionese, luoghi
tutti sulle coste del Peloponneso. Di là salpando, arrivarono a Prasia
cittadella marittima della Laconia[164], saccheggiarono parte della
campagna, presero la stessa cittadella e la devastarono. Ciò fatto,
ritornarono a casa, e trovarono che i Peloponnesi non erano più
nell’Attica, ma s’erano ritirati.

57. Ora tutto quel tempo che i Peloponnesi si trattennero nel
territorio ateniese, e mentre gli Ateniesi militavano sulle navi, la
pestilenza, tanto nell’armata che in città, rifiniva gli Ateniesi; tal
che fu voce avere i Peloponnesi, per paura del morbo, sollecitato la
ritirata dall’Attica[165]; poichè ebbero inteso dai disertori essere la
peste in Atene, e vedevano dar sepoltura ai morti. Nondimeno in questa
spedizione la dimora loro fu lunghissima, essendovisi trattenuti circa
quaranta giorni, nei quali diedero il guasto a tutto il territorio.

58. Nella medesima estate Agnone figliolo di Nicia e Cleopompo di
Clinia, colleghi di Pericle nel comando, presero l’armata di cui egli
aveva usato, e portarono subitamente la guerra contro i Calcidesi della
Tracia, e contro Potidea cinta tuttora d’assedio. Giunti a questa
città approssimarono le macchine alle mura, e fecero ogni prova per
espugnarla: ma nè l’espugnazione della città, nè le altre operazioni
riuscivano loro in corrispondenza di tanto apparecchio; essendo che
il morbo sopravvenuto costà afflisse per ogni modo gli Ateniesi, e
distrusse l’esercito con tanto furore, che i soldati stessi che vi
erano di prima mantenutisi sani fino allora, contrassero la malattia
per le soldatesche venute con Agnone. Formione coi mille seicento non
era più intorno ai Calcidesi; il perchè Agnone tornò con la flotta
ad Atene, avendo in circa quaranta giorni perduto per la peste mille
cinquanta di quei quattromila. La gente che vi era innanzi restò ferma
al suo posto continovando l’assedio di Potidea.

59. Dopo la seconda invasione dei Peloponnesi, vedendosi gli Ateniesi
saccheggiata un’altra volta la campagna, e trovandosi oppressi dal
morbo e dalla guerra ad un medesimo tempo, mutaronsi d’animo. Davano
carico a Pericle di averli confortati alla guerra, e di trovarsi per
cagion sua in quelle sciagure: e bramosi di accomodarsi coi Lacedemoni
vi mandarono legati, ma senza effetto veruno. Ridotti adunque per
ogni lato in gran sospensione d’animo, s’affollavano tutti addosso
a Pericle, il quale vedendo che adirati per il presente stato di
cose facevano appunto tutto quello che aveva previsto, coll’autorità
di generale che ancor riteneva gli adunò a parlamento. Voleva egli
inanimirli, e divertendo dai loro animi la collera renderli più
trattabili e meno timorosi: onde si fece innanzi e parlò in questi
termini.

60. «Il vostro sdegno contro di me non mi giunge inaspettato, poichè
non ne ignoro i motivi: ed ho convocato l’adunanza appunto per farvi
avvertiti e rimproverarvi, se a buon dritto non siete o adirati contro
di ne, o sbigottiti pei disastri. Io per me credo, che una repubblica
florida e vigorosa nell’universalità porti ai particolari vantaggi
maggiori di quello che, se prosperosa nei privati interessi di ciascun
cittadino, ella nel suo insieme vacilli. Imperocchè quantunque un
cittadino nel suo particolare si trovi bene, nondimeno se la patria
si perde, egli è compreso nella rovina: ma se sia sfortunato in seno
a prosperevol repubblica, suole viemeglio trovarvi salvezza. Posto
adunque che la repubblica può esser sostegno alle disgrazie dei
particolari, e che ognuno di questi non può esserlo a quelle di lei,
come non debbon tutti concorrere a soccorrerla? Ah! non vogliate, come
fate adesso, sbigottiti ciascuno dalle domestiche sciagure, porre in
non cale la salute della Repubblica, incaricar me d’avervi animati
alla guerra, e voi stessi insieme, che con meco conveniste. Eppure
vi adirate con un uomo, quale io mi sono, che crede di non esser da
meno di chicchessia per discernere il bisogno della Repubblica, e
per saperlo dichiarare: amante della patria e superiore al denaro.
Requisiti importantissimi; perocchè chi conosce quel bisogno, ma non lo
sa ben dichiarare, è come se non gli fosse mai caduto in pensiero: se
fornito di queste due doti manca d’amore per la patria, medesimamente
non parlerà punto da amico: abbia finalmente anche questa amorevolezza,
s’ei si lascia vincere dal denaro, venderà per questo solo tutta
insieme la Repubblica. Però se vi siete lasciati persuadere da me a far
la guerra, credendomi più degli altri fornito mediocremente di queste
qualità, ragion non consente che io sia accagionato de’ vostri disastri.

61. «Ed invero per un popolo d’altronde florido, al cui arbitrio fosse
rilasciata la scelta, sarebbe stata gran follia prendere il partito
di guerra: ma ove fosse inevitabile, o cedendo divenir subito schiavi
altrui, o tentando la fortuna della guerra guadagnar la vittoria,
chi schiva il pericolo è più vituperevole di chi lo sostenne. Ed io
per me sono sempre lo stesso, nè mi rimuovo: voi siete i volubili,
ai quali poichè non ancor danneggiati venne fatto di seguire il mio
consiglio, ora condotti a mal termine ve ne pentite a segno, che per
la imbecillità dell’animo vostro non sembra più giusto il mio parlare:
e ciò appunto perchè quel che affligge si fa già sentire a ciascuno,
laddove è ancor lontana da tutti la manifestazione dell’utilità del
mio consiglio. Nel rovesciamento grande avvenuto ad un tratto, l’animo
vostro non vale a durare nelle prese risoluzioni: e bene io so che un
accidente repentino, inaspettato ed affatto straordinario avvilisce
anche un animo generoso, come oltre a molti altri motivi è accaduto a
voi, soprattutto pel morbo che ci affligge. Nondimeno però abitatori
di città grande, ed educati coi costumi che le convengono, dovete
esser pronti a sostenere le più grandi calamità, e a non oscurare il
decoro di quella: poichè il pubblico si fa dritto di rimproverare chi
per ignavia si dilunga dalla reputazione che gode, e di aborrire chi
temerario ambisce quella che non è fatta per lui. Laonde mettendo a
parte il dolore dei privati interessi, intendete alla pubblica salvezza.

62. «Rispetto poi al dubbio che le fatiche della guerra non abbiano ad
esser grandi senza però facilitarvi più la vittoria, devono certamente
bastarvi quelle ragioni con cui spesse fiate vi ho dimostrato non esser
giusto il dubbio vostro. Voglio ora chiarirvi di quest’altro vantaggio,
il quale tutto che si trovi nella vastità del vostro impero, non è
stato mai avvertito da voi, nè da me nelle precedenti arringhe: nè
ora io lo produrrei, perchè avente faccia di millanteria, se non vi
vedessi sbigottiti fuori di ogni ragione. Voi credete di comandare solo
ai confederati, ed io vi dichiaro che due essendo le parti destinate
all’uso umano, cioè terra e mare, d’una siete interamente padroni, non
solo in quella misura che or ne godete, ma più oltre eziandio, qualor
vogliate: quanto all’altra, non vi è alcuno che, con le forze marittime
onde or siete forniti, impedirvi possa di correre il mare, foss’egli
il re stesso, od altra nazione che ora si conosca: cosicchè questa
potenza non istà punto in comparazione del godimento delle ville e
delle campagne, la cui perdita voi stimate un gran chè. Ed invece di
adirarvi, ragion vuole che non vi curiate di quelle, risguardandole, al
paragone di questa potenza, non altramente che un’acconciatura graziosa
della chioma, od altra frivolezza che per ghiribizzo di lusso si usi
dai ricchi; e che intendiate bene che ove ci manteniamo la libertà,
sostenendola vigorosamente, dessa agevolmente ci ricupererà coteste
cose; laddove col soggettarsi ad altri sogliono perdersi anche i beni
tutti, che con quella potenza si erano acquistati. Sono questi due
oggetti nei quali non dobbiamo mostrarci da meno dei padri nostri, che
colle loro fatiche e non con titolo d’eredità possederono quest’impero,
e che di più lo seppero conservare e lasciare a noi: ora, è più
vergogna lasciarsi tôrre quel che uno ha, che andar fallito nel tentar
degli acquisti. Corriamo dunque ad affrontare il nemico, non solo
coll’animo altiero, ma eziandio con generoso disprezzo. Conciossiachè
il vantamento può allignare anche nell’animo di un codardo per la
felicità della sua imperizia; ma il generoso disprezzo è proprio solo
di chi pel savio suo accorgimento confida di superare il nemico; pregio
che è tutto nostro. Cotesto savio accorgimento col generoso disprezzo
assicura viemaggiormente l’ardire anche in fortuna eguale: perchè si
fonda non su la speranza, il cui potere è incerto, ma sul consiglio; il
quale, derivando da forze che si possegono, più sicuramente antivede.

63. «A voi dunque è richiesto che senza fuggir le fatiche, o cooperiate
all’onoranza onde pel suo impero è fregiata la Repubblica (lo che
è pur decoro di ognuno di voi), ovvero che nemmeno pretendiate a
siffatta onoranza. Nè dovete credere d’avere a combattere soltanto
per non cambiare la libertà in servaggio, ma di più per non perder
l’impero, e per schifare il pericolo degli odii contratti quando lo
tenevate. Nè ora potete altramente receder da quello; sebbene vi sia
chi preso da questo timore pel caso presente, fa consistere la virtù
di buon cittadino in un inerte riposo. L’impero che tenete è oramai
come un’assoluta monarchia; e per quanto paia ingiusto l’averlo preso,
è pericoloso il dimetterlo. Or gente di tal fatta, se riuscisse ad
insinuare negli altri i propri sentimenti, e se avesse sopra di
sè l’intero governo della Repubblica, non ad altro varrebbe che a
perderla prontamente: poichè tranquillità non dura se non congiunta con
attività; nè conviensi a città dominante, ma a suddita, per vivere in
sicura schiavitù.

64. «Per lo che non vi lasciate sedurre da tal gente, nè vogliate
adirarvi meco, col qual conveniste doversi far guerra, poniamo che i
nemici colle invasioni abbiano fatto quello che era da presumere, non
volendo voi ricever legge da loro. La peste, sciagura tra tutte la
sola superiore alla nostra espettazione, e però da noi non prevista,
ha concitato più che tutt’altro, ben mi accorgo, gli animi vostri
contro di me: ma a torto, seppure non vogliate anche attribuirmi ogni
buona ventura che inopinatamente vi sopravvenga. Ora quel che viene
dai numi vuolsi sopportare di necessità; quel che viene dai nemici
con coraggio: e posciachè queste erano di prima le costumanze della
nostra Repubblica, così non dovete ora cessarle. Non vi è ignoto aver
ella in tutto il mondo grandissima rinomanza, perchè non arrendevole
alle sciagure; avere in guerra speso moltissimi cittadini e travagli;
essersi procacciata sino al dì d’oggi potenza, la cui memoria (benchè
adesso, come tutto naturalmente infievolisce, talvolta ci rilassiamo),
rimarrà eterna tra posteri: aver noi, Greci come siamo, dominato gran
parte dei Greci, e in guerre sanguinosissime fatto fronte tanto a tutti
i nostri nemici insieme, quanto a ciascuno di loro alla spartita;
ed abitare città doviziosissima e considerevolissima. Biasimi pur
l’inerte a sua posta glorie siffatte; ma chi aspira a qualche laudevole
impresa dovrà emularle; e chi non valga ad aggiugnerle, ingelosirne.
E quantunque l’essere odiato e grave nel tempo del comando avvenga
a tutti quelli ambiscono di comandare egli altri; nondimeno chi si
piglia cotesta invidia per cose somme, la pensa bene; perchè l’odio non
regge lungamente; e lo splendore presente e la gloria avvenire rimane
eterna. Voi adunque imparate a conoscere quel che vi sarà decoroso per
l’avvenire, e non vergognoso adesso; e fin d’ora brigatevi animosamente
a conseguir l’uno e l’altro. Laonde non mandate araldo ai Lacedemoni,
nè vi mostrate oppressi dai presenti disastri; perciocchè coloro che
nelle sciagure si dolgono il men possibile nell’animo, e a tutta possa
vi resistono col fatto, questi, sia di città, sia di particolari, sono
i più compiutamente valorosi.»

65. Con tal ragionamento cercava Pericle di rimuovere da sè la collera
degli Ateniesi, e divertirne la mente dalle presenti calamità; essi
quanto alle cose importanti al pubblico concorrevano nella sentenza
di lui: non più spedivano legati ai Lacedemoni, e con più ardore
inchinavano alla guerra, benchè afflitti in privato pei mali che
soffrivano. Querelavansi i poveri in vedendosi spogliati anche di
quel poco avevano al cominciamento della guerra; i ricchi avendo
perdute le belle possessioni di campagna ed i preziosi mobili, e
soprattutto perchè avevano guerra in cambio di pace. Nondimeno lo
sdegno universale contro Pericle non si calmò, sinchè non lo ebbero
condannato ad una multa pecuniaria: ma poco dopo, al solito del
popolo, lo elessero nuovamente generale[166], ed a lui commisero
gli affari della Repubblica. Erano già divenuti più insensibili pei
privati disastri, e d’altronde avevano di lui gran concetto pei
bisogni dello stato: poichè mentre in pace ebbe il governo della
Repubblica, la reggeva con moderanza, la conservava sicura, e sotto
lui ella pervenne all’auge della potenza: e quando poi insorse la
guerra, fu palese anche in questa come egli ne avesse preconosciute
le forze. Sopravvisse trenta mesi, e dopo la sua morte fu anche
meglio riconosciuto il suo antivedimento in fatto di guerra[167]. Ed
invero egli prediceva vittoria, solo che standosi quieti attendessero
alla marina, senza mettere a repentaglio la città stessa col cercare
d’ampliarne il dominio durante la guerra; laddove essi fecer tutto il
contrario non solamente in questo, ma anche nelle cose che parevano
impertinenti alla guerra; perchè guidati ognuno da privata ambizione
e dal proprio guadagno, regolarono malamente per sè e per gli alleati
le faccende politiche. Se alcuna cosa avea buon successo, l’onore ed
il vantaggio era tutto pei privati; se andava in sinistro, ne pativa
la Repubblica rispetto alla guerra che sosteneva. Ciò procedeva da
questo, che Pericle potente per dignità e per senno e manifestamente
incorruttibile d’animo, conteneva con liberali modi la moltitudine,
guidandola più presto che esser guidato da lei; perciocchè non avendo
acquistato autorità con pratiche indecenti, non era mai che parlasse
per andarle a compiacenza; anzi godeva egli tal reputazione da
contradirla animosamente. Di che se vedesse i cittadini imbaldanzire
intempestivamente per checchè fosse, sapeva colla parola attutarne
l’orgoglio e ridurli a temenza; se per contrario inviliti senza
ragione, rilevarli al coraggio: cosicchè il governo era in apparenza
democratico, ma in sostanza reggimento di un personaggio primario. Ma i
posteriori a lui, essendo più alla pari tra loro, ed aspirando ciascuno
al primato, si volsero a secondare il popolo, e a rallentare il governo
dello stato. Questi disordini (com’era da aspettarsi in città grande
e dominante) oltre molti altri errori, partorirono anche quello della
spedizione navale in Sicilia; il quale non vuolsi tanto attribuire al
difetto di cognizione delle forze dei popoli contro cui si andava,
quanto a colpa dei magistrati che tale spedizione ordinarono; i quali
non che brigarsi di conoscere ciò che potesse esser utile alla gente
che vi andava, per le loro gare di primeggiare nel popolo, non solo
infievolirono le operazioni di quell’armata, ma ancora causarono che lo
stato della Repubblica, diviso in varie fazioni, andasse per la prima
volta in iscompiglio. Pure nonostante la rotta avuta in Sicilia (ove
oltre agli altri apparecchi di guerra, perderono la maggior parte della
flotta); nonostante le parti che già regnavano in città, gli Ateniesi
resisterono tre anni[168] ai Lacedemoni loro primi nemici, a quei di
Sicilia che si unirono con essi, di più agli alleati che si erano per
la maggior parte ribellati, e finalmente a Ciro figliolo del re di
Persia, venuto in rinforzo dei Peloponnesi, ai quali somministrava
il denaro per la flotta. Nè si diedero per vinti sinchè inviluppati
tra loro nelle private contese, non ebbero avuto l’ultimo tracollo.
Tanto allora ricrebbe a favore di Pericle l’opinione d’aver egli
preconosciuto i modi per cui la città d’Atene, senza difficoltà alcuna,
avrebbe in questa guerra riportato vittoria su gli stessi Peloponnesi.

66. In questa medesima estate i Lacedemoni in numero di mille soldati
di grave armatura, sotto la condotta di Cnemo spartano, andarono con
centoventi navi, unitamente agli alleati, contro l’isola di Zacinto,
la quale giace dirimpetto ad Elide, i cui abitanti sono coloni degli
Achei del Peloponneso, ma alleati degli Ateniesi. Vi presero terra; e
ne saccheggiarono gran parte; ma come gli Zacintii non si arrendevano,
ritornarono a casa.

67. Sullo scorcio della medesima estate Aristeo corintio, ed Aneristo
e Nicolao e Pratodemo ambasciatori degli Spartani, e Timagora di
Tegea, e da semplice privato Polli argivo[169], nella loro gita in
Asia per presentarsi al re (affine di persuaderlo in qualche modo a
somministrar denaro, e unire con loro le sue armi) giungono in Tracia
da Sitalce figliolo di Tereo. Era loro intendimento di indurlo, se
fosse possibile, a ritirarsi dall’alleanza degli Ateniesi, ed andare
con le sue genti a Potidea assediata dall’esercito degli Ateniesi
stessi; e così farlo desistere dal portare ad essi soccorso. Volevano
anche passare per le sue terre all’altra parte dell’Ellesponto da
Farnace figlio di Farnabazzo (per dove erano indirizzati) il quale
gli doveva accompagnare dal re. Ma Learco figliolo di Callimaco, ed
Ameniade di Filemone, ambasciatori degli Ateniesi, che casualmente
erano presso Sitalce, persuadono il figlio di lui Sadoco, ascritto
già alla cittadinanza d’Atene, a metterli nelle loro mani, acciò non
potessero, tragittando al re, recar danno ad Atene medesima che era in
parte anche sua città. Egli vi consentì; e mentre si avviavano per la
Tracia verso la nave su cui dovevano tragittare l’Ellesponto, prima
che vi montassero gli fa arrestare da gente spedita insieme con Learco
ed Ameniade, la quale aveva ordine di consegnarli: ed avuti che li
ebbero li condussero in Atene. Al loro arrivo, gli Ateniesi, per paura
che Aristeo stato anche prima di questi fatti manifestamente l’autore
delle cose accadute a Potidea ed in Tracia, non iscappasse e tornasse
a far loro danni più grandi, gli ammazzarono tutti in quell’istesso
giorno senza processo, quantunque e’ domandassero di essere uditi, e
gli gettarono nei borri; credendo aver dritto di vendicarsi, così per
render la pariglia ai Lacedemoni, che avevano ucciso e gettato nei
borri i mercatanti degli Ateniesi e de’ loro alleati, i quali avevano
presi sulle coste del Peloponneso. Ed invero gli Spartani sul principio
della guerra trucidavano come nemici quanti per mare arrestavano
collegati con gli Ateniesi, ed anche neutrali.

68. Circa il medesimo tempo, sul cader dell’estate, gli Ambracioti
propio, e con essi molti barbari cui avevano sommossi, marciarono
contro Argo amfilochio e contro il restante dell’Amfilochia. La
loro inimicizia contro gli Argivi ebbe origine di qui. Dopo i fatti
troiani Amfiloco figliolo di Amfiarao tornato a casa, non piacendogli
lo stato delle cose d’Argo, avea fondato Argo amfilochio ed il
rimanente dell’Amfilochia nel seno ambracico, chiamandola Argo,
col medesimo nome della sua patria. Fu questa la città principale
dell’Amfilochia, ed era abitata dalle famiglie più potenti. Ma questi
abitanti molte generazioni dopo stretti da calamità invitarono
a far corpo di cittadinanza con loro gli Ambracioti che erano a
confine dell’Amfilochia; ed allora per la prima volta furono dagli
Ambracioti, che si erano riuniti di abitazione con loro, avvezzati
al greco linguaggio che ora usano; mentre il resto degli Amfilochii
sono barbari. Questi Ambracioti dunque in progresso di tempo cacciano
gli Argivi, e ritengono per sè la città: dopo questa espulsione gli
Amfilochii si danno agli Acarnani, ed entrambi chiamarono in soccorso
gli Ateniesi, i quali spedirono loro Formione ammiraglio con trenta
navi. All’arrivo di Formione, essendo stata presa d’assalto Argo e
gli Ambracioti messi in servitù, vi passarono ad abitare in comune
gli Amfilochii e gli Acarnani; e fu allora per la prima volta stretta
lega tra gli Ateniesi e gli Acarnani. Gli Ambracioti a cagione della
schiavitù di quella lor gente avevano da prima preso in odio gli
Argivi; e finalmente colgono l’opportunità di guerra per far questa
spedizione essi stessi insieme co’ Caoni e pochi altri barbari di
quelle circostanze. Andati adunque contro Argo si impadronirono della
campagna: ma poichè, dato l’assalto alla città, non venne lor fatto di
espugnarla, ritornarono a casa, e popolo per popolo si separarono. Tali
sono i fatti accaduti in quest’estate.

69. All’entrare dell’inverno gli Ateniesi spedirono venti navi intorno
al Peloponneso con Formione ammiraglio, il quale, facendo massa in
Naupatto, stava a riguardo che nessuna nave entrasse od uscisse da
Corinto e dal seno criseo. Spedirono medesimamente altre sei navi
nella Caria e nella Licia sotto la condotta di Melesandro, per
raccoglier denaro da quei luoghi, e non permettere che i pirati dei
Peloponnesi uscendo da quelle parti infestassero le barche da carico,
che venivano da Faselide e da Fenice, e dalla terraferma di quei
dintorni. Melesandro avanzatosi nella Licia colle genti ateniesi ed
alleate che erano sulle navi, vinto in battaglia, e perduta una parte
dell’esercito, vi rimase ucciso.

70. Nell’istesso inverno i Potideesi non potendo durare nell’assedio,
da che le invasioni dei Peloponnesi nell’Attica non valevano punto
meglio a distrarre da loro gli Ateniesi, ed era fallito il frumento,
e sopravvenuti molti e diversi danni circa le altre grasce, cosicchè
alcuni si mangiavano tra loro, allora alla perfine trattano della
dedizione con Senofonte figliolo di Euripide, con Estiodoro di
Aristoclide e Fanomaco di Callimaco generali degli Ateniesi, destinati
ad assediarli, i quali vi si accomodarono, tra perchè vedevano
gl’incomodi di lor gente in quel luogo esposto ai rigori dell’inverno,
e perchè consideravano che l’assedio costava già alla Repubblica
duemila talenti[170]. Capitolarono adunque a condizione d’uscire essi,
i figlioli, la mogli e la guarnigione ausiliaria con un sol vestito, ma
le donne con due, portando pur seco una determinata somma di denaro pei
bisogni del viaggio[171]: uscirono infatti interposta la fede pubblica,
e si rifugiarono nella Calcidia, e dove ognuno potè. Ma in Atene,
ove si credeva che avrebber potuto prender Potidea a discrezione,
incolpavano i comandanti della capitolazione di quella città fatta
senza loro saputa, e vi spedirono a ripopolarla colonia propio di
Ateniesi[172]. Tali furono gli avvenimenti di quest’inverno, e finiva
il secondo anno di questa guerra che ha descritta Tucidide.

71. Venuta l’estate i Peloponnesi con gli alleati, piuttostochè
assaltar l’Attica, marciarono contro Platea, guidati da Archidamo
figliolo di Zeusidamo, re dei Lacedemoni, il quale fermatovi il
campo, si disponeva a dare il guasto alla campagna. Ma i Plateesi
mandarongli tostamente ambasciatori che parlarono così: «Voi, Archidamo
e Lacedemoni, portando le armi sul territorio dei Plateesi non
operate giustamente, nè come richiede il decoro vostro e quello dei
padri dai quali discendete. Imperocchè Pausania lacedemone figlio di
Cleombroto, liberata la Grecia dal giogo dei Medi insieme con quei
Greci che vollero con esso lui affrontare il pericolo della battaglia
accaduta qui tra noi, dopo aver sacrificato nel foro di Platea vittime
a Giove vindice della libertà, convocati tutti gli alleati, ritornò i
Plateesi al possedimento della propria campagna e città per governarsi
colle loro leggi; assicurandoli che nessuno mai senza giusta cagione
porterebbe loro la guerra, nè gli ridurrebbe in servitù: altrimenti
gli alleati presenti starebbero, quanto potessero, a loro difesa. Tal
ricompensa ottenemmo dai padri vostri pel valore e per l’intrepidezza
da noi mostrata in quei pericoli. Ma voi adoprate tutto l’opposto;
perocchè d’accordo coi Tebani nostri capitali nemici venite per
metterci in servitù. Or bene, a nome dei vostri patrii Dei, e di quelli
del nostro suolo, testimoni allora dei giuramenti, vi intimiamo di
non danneggiare le terre dei Plateesi e non violare la fede: ma anzi
permetter loro di vivere nella propria independenza come a buon dritto
concesse ad essi Pausania.»

72. Dopo sì grave discorso dei Plateesi, Archidamo di rimando rispose:
«Giuste sono le vostre parole, o Plateesi, se pure ad esse rispondano i
fatti. Godete pure, come vi concesse Pausania, la vostra independenza;
ma concorrete ora a proteggere la libertà di tutti gli altri, i quali
ebbero comuni con voi i pericoli ed i giuramenti, ed i quali ora gemono
sotto gli Ateniesi. La libertà di costoro e degli altri è l’oggetto dei
nostri apparecchi e della guerra che abbiamo intrapresa; nella quale
principalmente concorrendo voi terrete il fermo nei giuramenti: se
ciò non vi piaccia, almeno, siccome già innanzi vi proponemmo, state
tranquilli e neutrali contenti di godere il vostro, ed accogliete
come amiche le due parti, senza però mescolarvi nella guerra nè per
l’una nè per l’altra: di questo noi ci tenghiamo appagati.» Così parlò
Archidamo. Gli ambasciatori dei Plateesi, sentito questo discorso,
rientrarono in città, comunicarono al popolo le proposizioni di lui,
e recarono per risposta «non potere eseguire le sue richieste senza
il consenso degli Ateniesi presso i quali erano i figlioli e le mogli
loro; temere per tutta intera la città, poichè, dopo la ritirata dei
Peloponnesi, o verrebbero gli Ateniesi e impedirebbero loro di mantener
la parola; o i Tebani, col pretesto di esser compresi negli articoli
giurati per cui dovea darsi ricetto alle due parti, tenterebbero di
occupar nuovamente la città stessa.» Ma Archidamo per incoraggiarli
rispose a queste difficoltà: «Ebbene; consegnate a noi Lacedemoni la
città e le case, dichiarate i confini del territorio, annoverate i
vostri alberi e tutto ciò che può annoverarsi. Voi poi andatevene ove
meglio credete sin che duri la guerra, passata la quale vi restituiremo
tutto. Frattanto noi riterremo in deposito e coltiveremo il terreno,
pagandovi un censo che bastar possa al vostro mantenimento.»

73. Sentito ciò quei di Platea rientrarono in città, e fatta
deliberazione col popolo risposero ad Archidamo: volevano prima
comunicare agli Ateniesi tali richieste, cui non tarderebbero ad
eseguire dopo il loro consenso; e lo pregavano a far tregua in questo
mezzo, e a non dare il guasto alla campagna. Pattuì egli tregua per
tanti giorni quanti ce ne volevano per far ritorno da Atene, e non
guastava le terre. Arrivati gli ambasciatori di Platea presso gli
Ateniesi, tennero consiglio con loro e ritornarono con questa risposta
alla città: «Cittadini di Platea, gli Ateniesi, da che siamo loro
alleati, protestano di non aver mai in verun caso permesso che alcuno
ci ingiuriasse, nè ora il permetteranno, ma ci aiuteranno a tutta
possa: e pei giuramenti dei padri nostri ci ordinano di non fare
rinnovazione di sorta veruna riguardo alla confederazione.»

74. Riferite queste cose per gli ambasciatori, i Plateesi risolvettero
di non lasciare gli Ateniesi; tollerare, se bisognasse, di vedersi
guastata anche la campagna; soffrire quanto potesse accadere; non
lasciare più uscire veruno della città, e di sulle mura rispondere:
esser per loro impossibile di eseguire le richieste dei Lacedemoni.
Il re Archidamo, udita la risposta, cominciò tostamente a prendere in
testimonio gli Dei e gli Eroi tutelari del luogo, così esclamando:
«Voi, o Dei ed Eroi tutti, che proteggete il suolo di Platea,
siate pienamente testimoni, come essendo essi stati i primi a
mancare al giuramento della lega, noi non siamo in principio venuti
ingiustamente contro questa terra, in cui i padri nostri, offrendo
voti a voi, vinsero i Medi, e la quale rendeste propizia ai Greci per
il combattimento: nè ora è ingiusto il nostro procedere se veniamo
ai fatti; perocchè, richiesti costoro più volte da noi di oneste
condizioni, non otteniamo nulla. Concedete adunque che dell’ingiustizia
sia punito chi fu il primo a commetterla, e che ne prendano vendetta
coloro che a buon dritto ricorrono all’armi.»

75. Fatte queste preghiere agl’iddii disponeva l’esercito in istato
di guerra: e primieramente con gli alberi che fece tagliare cinse
di palizzata la città, perchè nissuno uscisse: quindi sotto le mura
della medesima alzavano un bastione, confidando di averla presto
a prendere, per esser tanta gente impiegata in quel lavoro. E per
ogni buon riguardo, affinchè la terra del bastione ammollando non
si slargasse di troppo, col legname tagliato dal Citerone alzavano
su’ due fianchi palancati in cambio di muraglie, tessuti a guisa di
graticcio, portandovi legname, sassi, terra e tutto ciò che gettato
dentro potesse render compiuta l’opera. Travagliavano al bastione
incessantemente settanta giorni ed altrettante notti, spartendosi il
lavoro a riprese, talchè mentre gli uni portavano i materiali, gli
altri prendessero sonno e cibo. Quei Lacedemoni che avevano il comando
della gente forestiera di ciascuna città presedevano tutti insieme al
lavoro, e ne sollecitavano acremente l’esecuzione. Di che i Plateesi,
vedendo crescere il bastione, congegnarono del legname a guisa di
muraglia, e lo posero sovra le loro mura a rimpetto del bastione che
si costruiva, e nello spazio tra legno e legno muravano dei mattoni
tratti dalle vicine case che demolivano. Erano i legnami concatenati
coi mattoni, perchè non rimanesse debole il crescente edifizio, che
era coperto da cuoia e da pelli, a fine che i lavoranti ed i legni non
fossero offesi dagli strali infuocati, ma anzi rimanessero al sicuro.
L’altezza del muro aumentava grandemente, ed il bastione che sorgeva
a rincontro non cresceva più lento: il perchè i Plateesi trovarono
l’astuzia di traforare le mura nei siti ove il bastione era a contatto
per trasportarne la terra dentro la città.

76. Se ne avvidero i Peloponnesi e rinvoltavano della mota in graticci
di canna per buttarla nelle crepature del bastione, la quale, non
scorrendo come la terra secca, non si potrebbe sottrarre. I Plateesi
impediti per questa via cessarono da ciò, e si volsero a fare dalla
parte di città un cuniculo, che, conghietturata la distanza, arrivasse
fin sotto il bastione; e così da capo sottraevano furtivamente la mota.
La cosa restò per un pezzo nascosta a quei di fuora; talchè, quanto più
buttavano mota tanto meno il bastione cresceva, perchè di sotto era
tratto al dichino, ed avvallava continovamente nel vuoto che si faceva.
Contuttociò i Plateesi temendo, pochi come erano, di non poter pure
resistere con questo stratagemma incontro alla moltitudine dei nemici,
immaginarono quest’altra cosa. Cessarono di travagliare al gran muro
di faccia al bastione; e su i due estremi di quello, cominciando dal
punto ove rimanevano più basse le mura, attaccarono un muro lunato che
guardava verso l’interno della città; acciocchè, se fosse espugnato il
muro grande, questo facesse fronte, ed i nemici fossero costretti di
ergere anche contro questo un nuovo bastione; cosicchè il progredire
in dentro costasse loro doppia fatica, e trovassersi più vigorosamente
infestati in giro. I Peloponnesi intanto che alzavano il bastione
accostavano alla città le macchine; una delle quali spinta contro quel
gran fabbricato di faccia al bastione, ne crollò gran parte, di che
impaurirono i Plateesi: altre poi urtando contro varii luoghi delle
mura, i Plateesi vi gettano sopra lacci scorsoi per avvilupparle, e
romperne il colpo. Avevano ancora attaccato per le due estremità grosse
travi con lunghe catene di ferro; e con due antenne sulle mura, che
sporgendo in fuori servivano di leva, le tiravano su trasversalmente;
e dovunque fosse per urtar la macchina nemica, allentando essi e
lasciando andare di mano le catene, scendeva impetuosamente la trave, e
scapezzava il rostro della macchina.

77. D’allora in poi vedendo i Peloponnesi essere inutili le macchine,
ed alzarsi un contrammuro a rincontro del bastione, ebbero per
d’impossibile riuscimento l’espugnazione della città, atteso le
difficoltà presenti, e si allestivano a cingerla di muro, giacchè il
circuito non era grande. Vollero però prima tentare, se levandosi
il vento, potessero incendiarla, poichè immaginavano ogni maniera
di prenderla senza la spesa di un assedio. Portavano adunque delle
fastella di legne, e di sul bastione incominciarono dal gettarle nel
vano di mezzo tra le mura e il bastione stesso, vano che coll’opra di
tante mani fu presto ripieno. Continovarono poi a gettar legne dentro
la città, fino alla distanza che potevano arrivare dall’alto; poscia
con fuoco, zolfo, pece che vi buttarono sopra, arsero le legne; e
tale fu l’incendio che nissuno mai sino allora ne aveva veduto uno
simile suscitato a bella posta: perocchè è noto che su i monti gli
alberi delle selve, arruotati fra loro per i venti, hanno da per sè
suscitato fuoco e fiamma. Grande fu quest’incendio, e pochissimo mancò
che i Plateesi, campati dagli altri pericoli, non ne restassero morti;
avvegnachè dentro la città non era possibile avvicinarsi per lungo
tratto; e se si fosse aggiunto vento favorevole, come confidavano i
nemici, non arebbono potuto scamparla. Ora poi si racconta che cadde
copiosa pioggia dal cielo, la quale spense l’incendio, e così cessò il
pericolo.

78. I Peloponnesi, fallita anche questa prova, lasciata a Platea
porzione dell’esercito, licenziarono il resto, ed assegnato
particolarmente il suo luogo ai soldati di ciascuna città, cingevano
Potidea di muraglia, dalla parte interna ed esterna della quale
rimaneva lo scavo fatto per trarne i mattoni. Verso il surger d’autunno
compiuto interamente il lavoro[173], lasciaronvi presidio per la metà
del muro (guardandosi l’altra metà per i Beozii) e si ritirarono,
coll’esercito che si dissolvè, ritornando ciascuno alla propria città.
I Plateesi poi che avevano di prima mandato ad Atene i fanciulli e
le donne, i più vecchi e la turba inutile, sostenevano l’assedio
rimasti soltanto quattrocento, con ottanta Ateniesi e cento dieci
donne panicocole[174]. Così pochi erano in tutti quando si ridussero
in istato d’assedio, nè alcun altro servo o libero era dentro le mura.
Tale era lo stato dell’assedio di Potidea.

79. Questa estate medesima, essendo già maturo il grano, mentre i
Lacedemoni erano ad oste contro Platea, gli Ateniesi con due mila dei
loro di grave armatura e dugento cavalieri, portarono le armi contro
i Calcidesi della Tracia e contro i Bottiesi, sotto il comando di
Senofonte figliolo d’Euripide con due colleghi. Arrivati sotto Spartolo
città della Bottia[175] diedero il guasto al grano, e credevano, per le
pratiche che tenevano con alcuni cittadini, che la città si renderebbe.
Ma quei della fazione contraria avevano già spedito alcuni chiedendo
soccorso ad Olinto, donde erano venuti soldati di grave armatura ed
altra gente per guarnigione. Questa fece una sortita da Spartolo; e
gli Ateniesi dovettero ordinarsi in battaglia propio sotto la città.
La soldatesca grave dei Calcidesi con alcuni ausiliarii resta vinta
dagli Ateniesi, e si ritira in Spartolo: ma la cavalleria e la truppa
leggera, sostenuta anche da alcuni pochi armati di rotella venuti dal
paese detto Crusi, superò la cavalleria e la truppa leggera degli
Ateniesi. Era appena finita la battaglia, quand’ecco sopragiugnere
in rinforzo da Olinto altri armati di rotella; cui tosto che le
genti di Spartolo ebber veduti, preso coraggio, non solo per questa
aggiunta di soldatesca, ma anche perchè non avevano avuta parte alla
precedente disfatta, si unirono con la cavalleria calcidica e con
cotesto rinforzo, e nuovamente investono gli Ateniesi, che si ritirano
presso due squadre da loro lasciate vicino alle bagaglie. Quando gli
Ateniesi venivano innanzi, essi cedevano; ma quando e’ si ritiravano,
gl’incalzavano e li saettavano. La cavalleria calcidica, accorrendo
ovunque ne vedesse il bisogno, si avventava sul nemico, e divenuta lo
spavento principale degli Ateniesi gli mise in fuga e gli rincorse per
buon tratto. Gli Ateniesi si ricovrano in Potidea, e riavuti poi i
cadaveri con salvocondotto, tornano ad Atene coll’avanzo dell’esercito.
Morirono in questo fatto quattrocentotrenta Ateniesi con tutti i
comandanti. I Calcidesi ed i Bottiesi ersero il trofeo, e ripresi i
cadaveri dei loro si separarono per tornare ciascuno alla sua città.

80. Non molto dopo, nella medesima estate, gli Ambracioti ed i Caoni
desiderosi di soggiogare tutta l’Acarnania e staccarla dagli Ateniesi,
confortano i Lacedemoni ad allestire una flotta raccolta da’ paesi
alleati, e a spedire mille soldati di grave armatura nell’Acarnania.
Per questo modo, dicevano, concorrendo con loro ad assaltarla per
mare e per terra ad un tempo stesso, e non potendo gli Acarnani di
sulle coste unirsi a soccorso degli altri, vincerebbero facilmente
l’Acarnania, e s’impadronirebbero anche di Zacinto e di Cefallene;
così gli Ateniesi non potrebbero con tanta sicurezza correr colle
navi attorno al Peloponneso, e di più vi sarebbe speranza di prendere
Naupatto. Udirono le loro richieste i Lacedemoni, e tosto su poche
navi spediscono la soldatesca grave con Cnemo che era tuttora
ammiraglio[176]. Mandavano altresì avviso in giro a tutti gli alleati
di trovarsi al più presto possibile a Leucade con quelle navi che
avessero in ordine. I Corintii sovra tutti erano in quest’impresa
solleciti per gli Ambracioti, perchè loro coloni[177]. La flotta di
Corinto, di Sicione e degli altri luoghi di quei dintorni si andava
allestendo, intanto che quella di Leucade, di Anattorio e di Ambracia
gli aspettava a Leucade, ove ella era di prima arrivata. Ma Cnemo
co’ suoi mille di grave armatura traversato il mare, senza ne avesse
sentore Formione che comandava le venti navi attiche di presidio
sulle coste di Naupatto, ordinava immediatamente una spedizione per
terra. Erano sotto i suoi ordini (oltre mille Peloponnesi co’ quali
era venuto) gli Ambracioti, i Leucadii, gli Anattorii tra i Greci: tra
i barbari, mille Caoni gente senza re, guidati con annual comando da
Fozio e Nicanore discendenti dal lignaggio sortito a quella carica; e
con essi marciavano anco i Tesproti, gente pur senza re. Sabilinto,
tutore del re Taripo ancor giovinetto, conduceva i Molossi e gli
Antitani; Oredo i Paravei dei quali era re, e con essi si unirono mille
Orestii guidati dallo stesso Oredo per consentimento d’Antioco re loro;
e Perdicca, senza la saputa degli Ateniesi, vi spedì mille Macedoni che
arrivaron più tardi. Con questo esercito, non aspettata la flotta da
Corinto, erasi Cnemo messo in cammino; e marciando per il territorio
argivo, e saccheggiato il borgo di Limnea sprovveduto di mura,
giungono a Strato città la più considerabile dell’Acarnania; persuasi
che prendendo questa la prima, anche gli altri luoghi si sarebbero
facilmente resi.

81. Gli Acarnani sentendo che già era entrato nelle loro terre un
copioso esercito, e che dalla parte di mare erano per presentarsi i
nemici colla flotta, piuttosto che collegarsi a difesa, guardavano
ognuno le terre loro: spedirono bensì a Formione ricercandolo di
soccorso; ed ebbero in risposta, essergli impossibile abbandonar
Naupatto, aspettandosi ad ogn’ora che la flotta nemica uscisse di
Corinto. I Peloponnesi poi e gli alleati, divise in tre squadre le
loro genti, procedevano verso la città degli Stratii per campeggiarla
da vicino, risoluti di venire ai fatti se non giovassero le parole.
Marciavano innanzi stando nel centro i Caoni con gli altri barbari;
a destra i Leucadii e gli Anattorii con le masnade che avevano seco;
a sinistra Cnemo, i Peloponnesi e gli Ambracioti; ma queste tre
squadre erano a gran distanza tra loro, e talora non si scorgevano
scambievolmente. I Greci procedevano bene ordinati e guardinghi sin
che trovassero un vantaggioso alloggiamento: all’opposto i Caoni
confidando solo in se stessi, perchè erano avuti in concetto di soldati
agguerritissimi dalla gente di quelle contrade, non si fermarono a
prendere alloggiamento, ma si avanzavano impetuosamente con gli altri
barbari, e reputavano d’avere a prendere la città di punto in bianco,
ed ascrivere a se soli l’impresa. Informati gli Stratii che essi
proseguivano il cammino, discorsero tra sè, che ove vincessero costoro
divisi dagli altri, con minor baldanza sarebbero poi venuti innanzi i
Greci: il perchè, innanzi giugnessero, tesero imboscate nelle vicinanze
della città; e come li videro presso, usciti dalle mura e dagli agguati
corrono ad affrontarli: di che impauriti, molti dei Caoni restano
uccisi; e gli altri barbari che li videro piegare disordinaronsi e
dieder volta. Nissuna delle due squadre greche seppe del combattimento,
per essersi costoro dilungati, e aver fatto credere d’avacciarsi per
trovar buono alloggiamento. Quando però si videro cotesti barbari
fuggitivi quasi addosso, dieder loro ricetto; e riuniti i due campi
si trattennero tutta la giornata. E quantunque gli Stratii, mancanti
ancora del rinforzo che doveva arrivare dal resto degli Acarnani,
non venissero con loro alle mani (avvegnachè stimassero non doversi
arrischiare senza i soldati gravi) pure gli avevano ridotti in gran
dubbiezza dell’animo col loro trar di fionda da lontano, atteso che gli
Acarnani sono tenuti per ottimi frombolieri.

82. Ma fattosi notte, Cnemo ritirò prestamente l’esercito sul fiume
Anapo distante ottanta stadii da Strato; riprese il giorno seguente
i cadaveri per salvocondotto, e venuti a raggiugnerlo gli Eniadi per
l’amicizia avevano seco, si ritira presso di loro innanzi che venissero
agli Acarnani i rinforzi; e di là ciascuno ritornò alla sua patria. Gli
Stratii ersero trofeo per il combattimento contro i barbari.

83. La flotta poi dei Corintii e degli altri alleati che uscendo del
golfo di Crisa doveva congiugnersi con Cnemo, acciocchè gli Acarnani di
dentro terra non accorressero in aiuto, non lo raggiunse; anzi circa
i medesimi giorni della zuffa accaduta a Strato, fu obbligata a naval
combattimento con Formione e con le venti navi che erano di presidio a
Naupatto. Stava Formione osservando mentre ei costeggiavano per uscir
fuori del golfo, col fine di assalirli al largo: ed i Corintii e gli
alleati navigavano per alla volta dell’Acarnania, non già preparati
a naval combattimento, ma più presto all’uso delle navi che portano
truppe da sbarco; non si potendo mai aspettare che gli Ateniesi
con le venti navi ardirebbero di appiccar battaglia contro le loro
quarantasette. Ma poichè avanzandosi marina marina, videro gli Ateniesi
costeggiare il lato opposto; e poichè, tragittando da Patra dell’Acaia
verso la terraferma dirimpetto all’Acarnania, gli osservarono
indirizzarsi contro di loro, movendo da Calcide e dal fiume Eveno (ove
gli avevano scoperti quantunque approdati furtivamente) allora trovansi
astretti a combattere in mezzo allo stretto. Vi erano i capitani di
ciascuna città che disponevansi al combattimento: Macaone, Isocrate
ed Agatarchide conducevano i Corintii. Schieraronsi i Peloponnesi
formando un cerchio delle navi, il più grande potevano, colle prue
volte in fuori e le poppe in dentro, per impedire al nemico di rompere
l’ordinanza della loro flotta. Pongono in mezzo, le piccole barche che
andavano di conserva, e cinque navi delle più snelle; acciocchè avesser
breve spazio a correre per uscir fuori del cerchio, e trovarsi pronte
ovunque il nemico gli investisse.

84. Gli Ateniesi ordinate le loro navi una dopo l’altra, volteggiavano
attorno all’armata nemica, e ne ristringevano il cerchio scorrendo
sempre rasente, ed inducendo credenza nei nemici che or ora gli
assalirebbero. Formione però aveva commesso loro di non investirli
prima che ne desse egli il segnale: imperocchè sperava che l’ordinanza
della flotta nemica, somigliante a quella di fanteria per terra,
non reggerebbe; ma le navi urterebbonsi tra loro, e le barche
cagionerebbero disordine. Sperava inoltre che al soffiar del vento dal
golfo (ciò che soleva accader sull’aurora, e cui aspettando teneva in
giro le navi) il nemico non arebbe avuto un momento di posa; che allora
sarebbe il tempo più opportuno ad attaccar battaglia; sebbene credeva
essere in sua potestà farlo quando che volesse, perchè più spedite
erano le sue navi. Ma già levatosi il vento e le navi nemiche essendo
state ristrette in più piccol cerchio, erano in iscompiglio, non solo
pel vento stesso, ma ancora per le barche di dentro che stavano loro
addosso, talchè una cozzava nell’altra e si pigneano coi remi; e tra
per gli urli e per le villanie onde mordevansi scambievolmente le
ciurme nel ripararsi, non più gli ordini, non più i comiti intendevano.
In tal tramazzo appunto dà Formione il segnale: gli Ateniesi al primo
assalto affondano una nave capitana, dipoi ovunque si avanzassero,
altre ne rovinavano; e ridussero i nemici a tale che in quel trambusto
nissun di loro volgevasi a vigorosamente resistere, ma fuggivano a
Patra e a Dime dell’Acaia. Gli Ateniesi avendoli incalzati presero
dodici navi, uccisero la maggior parte delle ciurme, quindi navigarono
a Molicrio: alzato poscia trofeo a Rio, e consacrata una nave a
Nettuno, tornarono a Naupatto. Medesimamente i Peloponnesi col resto
delle navi proseguirono subito il loro corso da Dime e Patra fino a
Cillene arsenale degli Elei, ove da Leucade, dopo la battaglia degli
Stratii, arriva anche Cnemo colle navi di là, che dovevano riunirsi con
queste.

85. I Lacedemoni intanto spediscono Timocrate, Brasida e Licofrone per
consiglieri a Cnemo nel governo della flotta, con ordine di procurar
meglior esito ad un secondo combattimento navale, e non lasciarsi da
picciol numero di navi toglier l’uso del mare. Conciossiachè quella
disfatta pareva loro molto strana (tanto più perchè era la prima volta
che avevano sperimentato combattimento navale), e l’attribuivano non
tanto alla minoranza della loro flotta, quanto a non so qual poco
ardire dei combattenti; nè bilanciavano l’antica perizia degli Ateniesi
col loro recente esercitamento. Però adirati spedirono coloro, i quali
giunti colà d’accordo con Cnemo con avviso circolare intimavano a
ciascuna città di dar le navi, e racconciavano quelle di prima disposti
di venire ad una seconda battaglia. Formione anch’egli dal canto suo
manda agli Ateniesi gente ad annunziare i preparamenti dei Lacedemoni,
e ragguagliarli della riportata vittoria ed instava che gli spedissero
sollecitamente più navi potevano, perchè ogni giorno v’era d’aspettarsi
di dover combattere per mare. Essi ne mandano venti, ordinando però
al capitano che le conduceva di arrivar prima a Creta; perchè Nicia
di Gortinia, cretese, pubblico ospite degli Ateniesi, li confortava
ad andare colla flotta a Cidonia, assicurandoli che ridurrebbero in
potestà loro quella città nemica. Brigavasi egli di ciò per far cosa
grata ai Policniti confinanti coi Cidoniati. Il capitano adunque, tolte
seco le navi, andò a Creta, ed insieme co’ Policniti saccheggiò le
terre dei Cidoniati. I venti poi e la difficoltà di riprender mare lo
costrinsero a trattenersi non poco tempo.

86. Intanto che gli Ateniesi erano ritenuti a Creta, i Peloponnesi
che stanziavano a Cillene apparecchiati per la battaglia di mare, si
spinsero colla flotta sino a Palermo dell’Acaia, ove dalla parte di
terra erano già venute in rinforzo le genti del Peloponneso. Similmente
Formione passò da Naupatto a Rio di Molicro, e al di fuori di questo
promontorio si tenne sull’ancora con venti navi, quelle stesse con
le quali aveva combattuto. Era questo Rio amico agli Ateniesi, a
differenza dell’altro nel Peloponneso, situato rimpetto al primo, tra
loro distanti circa settanta stadii di mare; ed è questa la bocca del
seno di Crisa. Adunque i Peloponnesi, visti gli Ateniesi, presero
stazione con settantasette navi presso questo Rio dell’Acaia, non molto
distante da Palermo, ove era la loro fanteria. Per sei o sette giorni
stettero entrambi alle vedette, intesi a prepararsi pel combattimento
che disponevano di fare. Discorrevano i Peloponnesi non esser da uscire
al largo fuori dei due Rii, temendo ancora della passata sconfitta:
gli Ateniesi di non dovere ingolfarsi nello stretto, giudicando che
la battaglia in luogo angusto sarebbe in vantaggio dei Peloponnesi.
Cnemo poi, Brasida e gli altri comandanti dei Peloponnesi volendo
precipitar gl’indugi ed attaccar la zuffa innanzi che da Atene venisse
nuovo aiuto, adunarono da prima i soldati; e poichè gli vedevano per
la maggior parte paurosi ed inviliti, attesa la precedente sconfitta,
presero a rincorarli e parlarono così:

87. «Valorosi Peloponnesi, la passata naval battaglia, se a cagione
di quella avvi chi teme della futura, non porge giusto argomento per
intimorirvi, ove sappiate come ella non ebbe completo apparecchio,
e che la nostra corsa avea per oggetto non combattimento marittimo,
ma piuttosto trasporto di truppe. La fortuna stessa ci fu in molti
casi contraria, e forse l’inesperienza (essendo quello il primo
combattimento per mare) causò il nostro danno, cosicchè non fu per
viltà che restammo vinti. Nè quel vigor d’animo a cui vincere non
valse la forza, e che trova in se stesso la sua discolpa, dee punto
indebolirsi per le conseguenze di sinistra fortuna: anzi tutto che
possa addivenire che restino gli uomini sconcertati pel concorso
di casuali accidenti, vuolsi ciò non pertanto reputare che, quanto
all’animo, sieno gli stessi valorosi e inalterabili; e che serbando in
petto cuor generoso, non piglierebbono a pretesto l’inesperienza per
aonestar talvolta la loro codardia. Ma voi non siete di tanto inferiori
nell’esperienza, quanto per ardimento superiori. La pratica di costoro,
che principalmente vi spaventa, se va unita all’intrepidezza ricorderà
loro, anche in mezzo al pericolo, di eseguire i precetti appresi; ma
senza intrepidezza nissun’arte è buona contro i pericoli; perocchè
la paura perturba la memoria, e l’arte senza fortezza a nulla giova.
Contrapponete adunque alla loro maggior pratica il vostro maggiore
ardimento; al timore per la sconfitta sofferta la considerazione di non
essere stati allora ben preparati; e riflettete che adesso voi avete
il disopra, non solo pel maggior numero delle navi, ma ancora perchè
venite a battaglia lunghesso una piaggia vostra, ove è anche pronta per
voi la soldatesca di terra. Ora la vittoria è ordinariamente dei più e
dei meglio preparati: ond’è che non abbiamo pure un motivo giusto da
temere della sconfitta: anzi gli sbagli stessi da noi prima commessi
ci serviranno di nuovo ammaestramento. Su via adunque, nocchieri e
marinari, fate ognuno il debito vostro, non abbandonando il posto
assegnato a ciascuno, e noi sapremo non meno dei passati capitani
prepararvi opportuna l’affrontata, nè lasceremo a chicchessia scusa ad
esser codardo: o se pur vi sia chi il voglia, sarà punito colla dovuta
pena, dove i valorosi avranno il premio che si compete al valore.»

88. Con queste parole i capitani inanimivano i Peloponnesi. E Formione
insospettito anch’egli dello sbigottimento dei soldati, ed avvistosi
che nei loro cerchi mostravansi timorosi, per la moltitudine delle navi
nemiche, prese consiglio di convocarli per rincorarli con avvertimenti
confacevoli all’occasione. Teneva già anche di prima preparati i loro
animi, dicendo continovamente non esservi moltitudine di navi per
grande che fosse, alla quale, venendo contro di loro, e’ non potessero
resistere. Ed i soldati stessi da molto tempo avevano di sè concepita
questa dignitosa opinione che, Ateniesi com’erano, non cederebbero a
quantunque gran numero di navi peloponnesie. Nondimeno, osservandoli
allora scoraggiati al ragguardamento del nemico, voleva rammentar loro
avessero coraggio: il perchè, radunati gli Ateniesi, parlò in questa
sentenza.

89. «Al vedervi, o prodi soldati, impauriti per la moltitudine dei
nemici, vi ho qua radunati; perchè non credo del vostro decoro lo
sbigottire per cose non punto formidabili. E primieramente hanno
costoro apparecchiato gran numero di navi, non contenti di forze eguali
alle nostre, appunto perchè sono stati già vinti, e da se stessi si
riconoscono inferiori a noi. In secondo luogo, quella baldanza, alla
quale principalmente affidati ci vengono incontro, come se di loro
soltanto fosse proprio l’esser valorosi, non da altro procede che dalla
pratica delle battaglie terrestri, ove ordinariamente sono vincitori;
e però credono di poter far lo stesso anche in quelle di mare. Ma
tal ragione di imbaldanzire se l’hanno essi in quell’altro genere di
combattimento, molto più a buon dritto l’avremo ora noi. Imperocchè in
generosità ei non ci avanzan punto, laddove siamo entrambi più arditi
in ciò, in che siamo più esperimentati. Inoltre i Lacedemoni, venendo
alla testa degli alleati per ricuperare il proprio decoro, ne conducono
al cimento la maggior parte di mala voglia; avvegnachè, se così non
fosse, dopo quella grande sconfitta non sarebbono essi venuti mai ad un
secondo naval combattimento. Non abbiate no dunque timore della loro
audacia; anzi voi mettete in loro più grande e più certa paura, sì
perchè gli avete già vinti, sì perchè pensano che or non vi opporreste
loro, se non aveste in animo di fare qualche stupenda prova. In fatti
di due eserciti a fronte quello che, come il loro è più numeroso,
viene all’assalto fidando più nella forza che nel consiglio: ma quello
che è molto inferiore di numero, e viene non astretto alla pugna,
resiste al nemico confidando solo nella grandezza del proprio animo.
Le quali cose essi considerando, temono più del nostro straordinario
procedere, che non farebbono d’apparecchio proporzionevole al loro.
Molti eserciti sono già stati battuti da minor numero per inesperienza
e talora per codardia; noi però da tali difetti siamo immuni: nè per
quanto starà in me, attaccherò la battaglia nel golfo, anzi neppure
vi entrerò. Conciossiachè vedo, contro molte navi mal pratiche non
esser favorevole la ristrettezza del luogo per le poche, che nei loro
movimenti han pratica e più speditezza al corso; perchè non avendosi da
lungi il prospetto del nemico, niun potrebbe prender le dovute misure
per ispignersi contro la nave contraria ed assalirla, nè, messo alle
strette, aver modo di ritirarsi all’occasione. Nè possibil sarebbe
rompere e traversare le file nemiche, e dare indietro girando di bordo;
operazioni tutte proprie delle navi più spedite: ma farebbe allor di
mestieri ridurre la battaglia di mare a battaglia di terra, lo che
gioverebbe al maggior numero di navi. Ora io, per quanto sta in me,
provvederò a tutto questo, e voi tenetevi fermi in buona ordinanza
sulle navi, ed eseguite prontamente gli ordini che riceverete, tanto
più che ad ogni momento possiam venire all’affronto. Nell’atto stesso
poi della pugna badate sovrattutto al buon ordine ed al silenzio
(ciò che giova in assai operazioni di guerra, ma principalmente pei
combattimenti navali); e rispingete costoro, in maniera che risponda
alle passate imprese. Il cimento è per voi rilevantissimo, trattandosi,
o di torre ai Peloponnesi ogni speranza di aver flotta, o di rendere
agli Ateniesi più imminente il timore di perdere la superiorità del
mare. Vi rammento in ultimo che già su la maggior parte dei nemici
riportaste vittoria: ora soldati una volta vinti non possono serbare lo
stesso animo nell’incontro degli stessi pericoli.»

90. Con queste parole anche Formione rincorava la sua gente. Ma i
Peloponnesi, al vedere che gli Ateniesi non venivano verso loro nel
golfo, e dove è più angusto, volendo condurveli dentro a loro dispetto,
sul far dell’aurora presero il largo, e ordinate le navi con quattro di
fronte si avviarono nell’interno del golfo verso il loro territorio.
Precedeva l’ala destra con lo stesso ordine che aveva tenuto stando
sull’ancora: avevano però in cotest’ala collocato venti delle navi
più spedite, affinchè se mai Formione, credendoli dirizzati contro
di Naupatto, si avviasse anch’egli colà per soccorrerlo, la flotta
Ateniese non potesse spingersi oltre quell’ala destra, e scansare così
d’essere investita da loro; anzi quelle venti navi dovesser chiuderla
in mezzo, ripiegandosi sopra di lei. Come Formione vide i nemici
partire impaurì, conforme ei si aspettavano, per Naupatto rimasto
senza presidio, e fatte suo malgrado e frettolosamente montar le navi
alla sua gente, scorreva lungo la costa, su la quale lo seguitava la
fanteria dei Messeni pronta a soccorrerlo. I Peloponnesi visto gli
Ateniesi avanzarsi con le navi schierate una dopo l’altra, ed omai
ingolfati (ciò che appuntò bramavano), allora fatto un solo segnale,
voltarono improvvisamente di bordo; e con la maggior celerità che
ognuno poteva vogavano di fronte addosso agli Ateniesi. Speravano essi
di poter prendere tutte le navi, ma undici di esse che erano innanzi
all’altra, preso il largo, si sottraggono all’ala dei Peloponnesi, e al
ripiegarsi su loro delle venti navi. Raggiungono bensì il restante, e
spintele a terra mentre fuggivano, le fracassarono, ed uccisero tutta
la gente ateniese che non si era salvata a nuoto. Alcune altre restate
vuote le legavano alle loro e le rimorchiavano, ed una ne presero
entrovi la ciurma. Allora i Messeni accorsero in aiuto, ed entrando
armati nel mare salirono sopra alcune, e combattendo di su i banchi,
mentre venivano rimorchiate, le riebbero.

91. I Peloponnesi adunque erano da questa parte vincitori, ed avevano
rovinate le navi ateniesi. In questo le loro venti navi poste sull’ala
destra correvano dietro alle undici ateniesi, che sottrattesi
all’incalzar dei nemici eransi tirate al largo, ed eccetto una, furono
le altre in tempo a ricovrarsi a Naupatto. Quinci fermatesi in faccia
al tempio d’Apollo colle prue rivolte in fuori si preparavano a
ributtarli, s’ei vogassero a terra contro di loro. I Peloponnesi che vi
giunsero dopo, navigavano cantando il peana come già vincitori; e una
nave leucadia, che sola vogava molto innanzi all’altre, dava la caccia
ad una ateniese rimasta indietro. Era casualmente ferma sull’ancora in
distanza dal lido una barca mercantile, presso la quale arriva la nave
ateniese prima della leucadia, gira di bordo intorno a lei, e riviene
ad urtar nel mezzo quella che la inseguiva, e la sommerge. Codesto
accidente inaspettato e strano riempie di spavento i Peloponnesi che
altresì ebri della vittoria rincorrevano le navi nemiche alla rinfusa;
tal che alcune delle navi loro, per aspettare che si riunissero le
altre più, abbassarono i remi e fermarono il corso: cosa inopportuna
nell’occasione che il nemico aveva breve spazio a trascorrere per
lanciarsi contro di loro: altre mal pratiche dei luoghi urtarono in
secco.

2. A tal vista ritornò negli Ateniesi il coraggio, e con unanime
grido di eccitamento corsero sopra i Peloponnesi, i quali in mezzo
al disordine causato dai precedenti sbagli, per breve ora ressero,
e poi fuggirono verso Palermo d’onde erano partiti. Gli Ateniesi
incalzandogli tolsero loro sei navi che avevano più vicine, riebbero
quelle state dapprima rovinate su la costa e rimorchiate, ed uccisero
parte delle ciurme, parte fecero prigioni. Timocrate lacedemone che era
su la nave leucadia la quale andò a fondo vicino alla barca mercantile,
quando ella si perdeva si scannò, e fu poi sbalzato nel porto dei
Naupatti. Ritornati gli Ateniesi al sito da cui partitisi ottennero
questa vittoria, vi ersero trofeo, ricuperarono i cadaveri ed i rottami
delle navi che erano vicini alla loro costa, e con salvocondotto
restituirono i loro ai nemici. Parimente i Peloponnesi attribuendo
a sè la vittoria, ersero trofeo a Rio dell’Acaia per la sconfitta
in cui spezzarono su la costa le navi ateniesi; e quella sola che
avevano presa la consacrarono presso al trofeo. Dopo di ciò temendo del
soccorso che si aspettava da Atene, sull’imbrunir del giorno, tutti,
eccetto i Leucadii, si ridussero nel golfo di Crisa ed a Corinto. Gli
Ateniesi che con le venti navi dovevano da Creta raggiunger Formione
prima della battaglia navale, arrivarono a Naupatto poco dopo la
ritirata delle navi dei Peloponnesi; e finiva l’estate.

93. Cnemo poi, Brasida e gli altri capitani dei Peloponnesi, prima di
licenziar la flotta che si era ritirata a Corinto e nel seno di Crisa,
cominciando l’inverno, vollero, secondo che erano stati istruiti dai
Megaresi, fare un tentativo contro il Pireo porto degli Ateniesi che
era senza presidio e senza sbarre; nè ciò rechi meraviglia, atteso la
gran superiorità degli Ateniesi nella marina. Risolvettero adunque
prendendo ciascuno un remo col suo scarmo e piumacciolo, d’andare
per la via di terra da Corinto al mare che guarda Atene; ed arrivati
prestamente a Megara varare da Nisea loro arsenale le quaranta navi
che vi erano, e navigare direttamente contro il Pireo, non vi essendo
navi a guardarlo. Gli Ateniesi non si aspettavano punto di esser così
all’improvviso assaliti dalla flotta dei nemici, poichè stimavano ch’e’
non avrebbero osato di farlo neanche scopertamente e con tutto l’agio,
e che, se mai ciò corresse loro nell’animo, non sarebbe senza che lo
presentissero. Appena risoluto ciò si misero in cammino. Arrivarono di
notte a Megara, e varate in mare da Nisea le navi, non andarono più,
come avevano disposto, contro al Pireo, impauriti dal pericolo, ed
impediti anche, come si racconta, da non so qual vento; ma bensì contro
al promontorio di Salamina che guarda Megara, ove era una fortezza e
tre navi di guarnigione, per impedire che nulla entrasse in Megara od
uscisse. Diedero l’assalto alla fortezza, e menaron via le tre navi
abbandonate dalla ciurma, ed assaltando inaspettatamente il resto di
Salamina, presero a saccheggiarla.

94. Ma i Salamini alzarono i segnati di fuoco nunziatori del
nemico[178], verso Atene, ove non fu mai sbigottimento maggiore di
questo durante la guerra. Imperocchè quei della città si immaginavano i
nemici già entrati nel Pireo, quelli del Pireo già espugnata Salamina,
e che i nemici dal vedere al non vedere entrerebbero da loro: lo
che sarebbe senza difficoltà accaduto, se avesser voluto precipitar
gl’indugi, nè il vento arebbe potuto impedirneli. Sul far del giorno
gli Ateniesi accorsi in bulima al Pireo vararono le navi; e salitivi
sopra in fretta e alla rinfusa, andarono con esse a Salamina, e misero
la fanteria a guardia del Pireo. Come i Peloponnesi ebbero sentore di
questo rinforzo, corsero gran parte di Salamina, prendendo uomini,
bottino e le tre navi della fortezza di Budoro: quindi navigarono
speditamente a Nisea, giacchè temevano anche delle proprie navi, che
varate dopo molto tempo non tenevano punto, ed arrivati a Megara
ritornarono per terra a Corinto. Gli Ateniesi non avendoli trovati più
intorno a Salamina, tornarono indietro con la flotta; e dopo questo
avvenimento più accoratamente guardavano il Pireo col tenerne serrati i
porti e con ogni altra sorta di diligenza.

95. Circa i medesimi tempi, sul cominciare di quest’inverno, Sitalce
odrisio figliolo di Tereo, re dei Traci, mosse le armi contro Perdicca
figliolo di Alessandro, re di Macedonia, e contro i Calcidesi della
Tracia, per causa di due promesse, una delle quali voleva gli fosse
attenuta, l’altra attenere egli stesso. È da sapere che Perdicca
trovandosi alle strette sul principio della guerra aveva fatto a
Sitalce delle promissioni, solo che lo riamicasse con gli Ateniesi,
e non riconducesse in patria (per farlo re) Filippo suo fratello che
gli era pure nemico: ora però non eseguiva quello che aveva promesso.
Sitalce poi quanto a sè aveva convenuto, quando fece alleanza con
gli Ateniesi, di por fine alla guerra calcidica nella Tracia. Per
queste due promesse adunque faceva la spedizione; e conduceva seco
Aminto figliolo di Filippo per porlo sul trono dei Macedoni, Agnone
come capitano, ed anche gli ambasciatori ateniesi che a quest’oggetto
si trovavano presso di lui; conciossiachè gli Ateniesi pure avevano
impegnato la parola di concorrere alla guerra contro i Calcidesi con
flotta e buon numero di genti.

96. Partito adunque dagli Odrisii sommuove prima tutti i Traci infra
il monte Emo e Rodope[179], su’ quali egli imperava sino al mare, dal
Ponto Eussino all’Ellesponto; poi i Geti al di là del monte Emo[180], e
tutte le altre parti abitate di qua dal fiume Istro più verso il mare
detto Ponto Eussino. I Geti e gli altri di questi luoghi confinano con
gli Sciti, usano la medesima armatura, e son tutti arcieri a cavallo.
Invitava ancor a molti dei Traci montanari che sono liberi, armati di
coltella, e chiamansi Dii[181], ed abitano la maggior parte sul Rodope;
dei quali alcuni ne guadagnava col soldo, altri lo seguivano volontari.
Sollecitava ancora gli Agriani ed i Leei, e gli altri popoli della
Peonia soggetti al suo impero. Questi erano gli ultimi del suo dominio
che si stendeva sino ai Graei e Leei della Peonia, e sino al fiume
Strimone; che dal monte Scornio scorre a traverso dei Graei e dei Leei,
ove aveva confine il suo territorio dalla parte che guarda i Peonii, i
quali di lì in poi sono liberi. Dalla parte dei Triballi pure liberi
lo confinavano i Treri ed i Tilatei. Abitano costoro a Settentrione
del monte Scornio, ed a ponente si stendono sino al fiume Oscio che
nasce nel monte stesso, come pure il Nesto e l’Ebro. Cotesto monte è
disabitato, vasto ed attaccato a Rodope.

97. L’impero degli Odrisii, quanto alla sua grandezza, dalla parte che
arriva sino al mare, si stende dalla città di Abdera al Ponto Eussino
fin dove imbocca il fiume Istro. Il giro di questa costa per il cammino
più corto, se il vento soffi continovamente da poppa, con una nave
tonda si fa in quattro giorni ed altrettante notti. Per terra poi la
via più corta da Abdera sino all’Istro un uomo spedito la fornisce in
undici giornate: tanta è la sua estensione su la parte di mare. Ma
verso terraferma da Bizanzio fino ai Leei e allo Strimone (imperocchè
in questa linea è la maggior distanza del mare da terra) la gita può
compirsi da un uomo spedito in tredici giornate. Il tributo di tutto
il paese barbaro e delle città greche, secondo che lo han pagato sotto
Seute (che succeduto nel regno a Sitalce lo rese gravissimo) montava
alla somma di circa quattrocento talenti d’argento, che si pagavano
in oro ed argento. Nè di minor valore erano i doni i quali non al re
solamente, ma ai magnati degli Odrisii o potenti presso lui venivano
offerti, che in oro e che in argento, senza contare le stoffe a opera
e lisce ed altri mobili. Poichè, al contrario di quel che si pratica
nel regno di Persia, aveano cotesti signori messa l’usanza, che dura
anche presso gli altri Traci, di pigliare piuttosto che dare; ed era
maggior vergogna per chi richiesto non dava, che per chi chiedendo non
otteneva. Cotale usanza per la potenza di quelli durò lungo tempo; nè
era possibile di concluder nulla senza donativi, il perchè il regno
venne a gran potenza, sendo che di quei di Europa tra il seno ionico e
il Ponto Eussino, esso fu il più considerabile pel provento di denaro
e per ogni altra sorta di opulenza. Ma nel valor guerriero e nella
moltitudine delle soldatesche fu di gran lunga inferiore a quel degli
Sciti; al quale non che siano da agguagliare le nazioni d’Europa, ma
neanche in Asia avvi nazione, che da solo a solo possa resistere contro
tutti gli Sciti d’accordo. Nondimeno in accorgimento e prudenza per le
altre cose concernenti la vita, non sono da mettere alla pari con le
altre nazioni[182].

98. Sitalce adunque re di sì vasto paese preparava il suo esercito;
e poichè ebbe ordinato il tutto, mosso il campo s’incamminava verso
la Macedonia, passando prima pe’ suoi stati, e di poi per Cercina
monte disabitato, conterminale dei Sinti e de’ Peonii; tenendo la
strada da lui stesso aperta col taglio della foresta quando portò
la guerra contro i Peonii. Da Odrise marciando pel monte avevano a
destra i Peonii, a sinistra i Sinti e i Maidi; e passato che l’ebbero
giunsero a Dobero città della Peonia. Nel cammino non soffrì perdita
veruna dell’esercito, salvo che pochi per malattia, anzi lo ebbe
accresciuto; imperocchè molti di quei Traci liberi lo seguitarono,
benchè non chiamati, per avidità di bottino: talchè si dice l’intero
esercito essere stato non meno di cento cinquantamila, per la maggior
parte fanti, ed il terzo cavalli. Il grosso della cavalleria lo
somministravano principalmente gli Odrisii, e con esso loro i Geti.
Della fanteria i più agguerriti erano quei che portavano coltella,
gente libera scesa da Rodope. Il resto poi della turba che li seguiva
era un miscuglio di ogni sorta di gente, formidabile più che altro pel
suo gran numero.

99. Facevano pertanto la massa a Dobero, e disponevano di assaltare
dalla parte montuosa la Macedonia inferiore, di cui era padrone
Perdicca; poichè sono compresi tra’ Macedoni anche i Lincesti e
gli Elimioti ed altri popoli più dilungi dal mare, i quali sebbene
confederati dei Macedoni e loro soggetti, pure hanno ognuno il suo
regno. Ma quella che di presente si chiama Macedonia marittima
l’acquistarono e vi regnarono i primi Alessandro padre di Perdicca e i
suoi maggiori discendenti da Temene, che ab antico venivano da Argo in
questo modo[183]. Primieramente superarono in battaglia e scacciarono
dalla Pieria i Pierii, che poi presero stanza in Fagrete sotto il monte
Pangeo al di là dello Strimone, ed in altri luoghi (onde ancora si
chiama seno pierico quella terra che dalle falde del Pangeo si stende
alla marina), quindi dalla Bottia i Bottiesi che ora abitano ai confini
dei Calcidesi. Acquistarono ancora lungo il fiume Axio una lingua di
terra della Peonia, che dall’alto della montagna va sino a Pella ed al
mare; e di là dall’Axio fino allo Strimone posseggono quella che si
chiama Migdonia, d’onde scacciarono gli Edoni. Cacciarono inoltre da
quella adesso chiamata Evordia gli Evordi (la maggior parte dei quali
restò trucidata, ed una piccola porzione passò a stanziare intorno a
Fusca), e dall’Almopia gli Almopi. Finalmente questi nuovi Macedoni
ridussero in loro potestà altri popoli, e li ritengono ancora, come
Antemunte, Grestonia, Bisaltia, con gran parte del territorio che
apparteneva ai veri Macedoni. Tutto questo corpo di stati è compresa
sotto il nome di Macedonia, di cui era re Perdicca figliolo di
Alessandro, quando Sitalce vi portò le armi.

100. Or questi Macedoni, per l’impossibilità di resistere al numeroso
esercito che li assaliva, si ritirarono ai luoghi forti di situazione,
e nelle poche castella del paese. Perocchè quelle che ora vi si veggono
le edificò poi Archelao figliolo di Perdicca, giunto che fu ad esser
re: aperse e dirizzò strade, ordinò acconciamente tutte le altre cose,
e particolarmente la milizia, fornendola di Cavalleria e di fanteria
grave e di ogni altro corredo, meglio che tutti insieme gli altri
otto re prima di lui[184]. L’esercito dei Traci partendo da Dobero,
assaltò primieramente gli stati antichi di Filippo, espugnò Edomene, ed
ebbe per dedizione Gortinia, Atalanta[185] ed alcuni altri castelli,
i quali si resero, atteso l’amicizia avevano per Aminta figliolo di
Filippo che si trovava nell’esercito. Assediarono anche Europo, ma non
poterono prenderla: allora si avanzarono nel resto della Macedonia
su la sinistra di Pella e di Cirro; ma al di qua di queste due città
non arrivarono nè alla Bottica nè alla Pieria, anzi davano il guasto
alla Migdonia, alla Grestonia e ad Antemunte. I Macedoni poi non
avevano neanche il pensiero di far loro resistenza colla fanteria:
ma colle genti a cavallo chiamate dagli alleati dell’interno, benchè
poche di fronte a molti, dove giudicassero opportuno correvano addosso
all’esercito dei Traci; e dovunque gli attaccassero, nessuno sosteneva
l’impeto d’uomini a cavallo valorosi ed armati di lorica. Laonde,
comecchè accerchiati dalla moltitudine, osavano mettersi a repentaglio
con oste tanto più numerosa di loro; ma da ultimo si rimasero anche da
ciò, reputandosi inabili a rimeritarsi contro forze sì esorbitanti.

101. Intanto Sitalce dichiarava a Perdicca le cagioni della sua
spedizione: ma siccome gli Ateniesi diffidando ch’ei v’anderebbe non
erano comparsi colla flotta, e solo gli avevano inviato ambasciatori
con dei presenti, prende il partito di distaccare parte di sua gente
contro i Calcidesi ed i Bottici, e rinchiusi che li ebbe dentro le
castella, ne saccheggiò il territorio. In vedendolo osteggiare intorno
a questi luoghi, i Tessali di mezzogiorno, i Magneti e gli altri
sudditi dei Tessali, e gli altri Greci fino alle Termopile temettero
che l’esercito potesse avanzarsi anche contro di loro, e già si
andavano preparando. Impaurirono anche tutti i Traci settentrionali
abitatori delle pianure di là dallo Strimone, i Panei, gli Odomanti,
i Droi, i Dersei, popoli tutti independenti. Corse pur voce fino tra
quei Greci che erano nemici degli Ateniesi, che indotti da questi per
titolo di alleanza marcerebbero anche contro di loro. Sitalce però,
intanto che si tratteneva, dava il guasto alla Calcidica, alla Bottica
ed alla Macedonia. Con tutto ciò non gli riuscendo nulla di quel per
cui erasi mosso, tanto più che l’esercito era stremo di vettovaglia e
molestato dal verno, si lascia persuadere a sollecitare la ritirata
da Seute figliolo di Spardoco, suo nipote, che aveva dopo lui la più
grande autorità. Si era Perdicca conciliato segretamente Seute, colla
promessa di dargli in isposa la sua sorella con ricca dote. Sitalce
pertanto acconsentì e tornò sollecitamente a casa coll’esercito, dopo
essersi fermato trenta giorni, otto dei quali presso i Calcidesi.
Dipoi Perdicca, secondo che avea promesso, dà a Seute la sua sorella
Stratonica. Così andò la spedizione di Sitalce.

102. Nel medesimo inverno, licenziata che fu la flotta dei Peloponnesi,
gli Ateniesi di presidio a Naupatto sotto il comando di Formione,
procedendo marina marina navigarono contro Astaco; e preso terra,
si avviarono nell’interno dell’Acarnania ben quattrocento di loro
con grave armatura smontati dalle navi, più quattrocento Messeni; e
cacciarono via da Strato, da Coronte e da altri luoghi la gente di cui
avevan sospetto: e ricondotto a Coronte Cenete figliolo di Teolito
ritornarono sulle navi; non giudicando opportuno, d’inverno com’era,
portar la guerra contro gli Eniadi i soli fra gli Acarnani sempre mai
loro nemici. Conciossiachè il fiume Acheloo che dal monte Pindo scorre
pel paese dei Dolopi, degli Agrai, degli Amfilochi e per le pianure
dell’Acarnania, vicino alla città di Strato dalla parte che guarda
terra, scaricandosi in mare presso gli Eniadi, impaluda intorno la loro
città, e rende impossibile, atteso l’inondazione, il guerreggiarvi
d’inverno. Anche la maggior parte dell’isole Echinadi giacciono in
faccia agli Eniadi, e non sono punto distanti dalla foce dell’Acheloo;
cosicchè questo gran fiume vi posa continuamente del fango, ed alcune
di quelle isole son divenute terraferma; e vi è da aspettarsi che in
breve tempo accada di tutte l’istesso. Imperocchè la corrente è rapida,
grande e limacciosa, e le isole, le quali sono fitte e interriate dal
loto che non potendosi spandere vi si aggruppa, vengono a congiugnersi
tra loro, perchè non son disposte in fila, ma vanno intersecandosi,
e così impediscono all’acque di sgorgare dirittamente in mare. Sono
esse disabitate e piccole, ed è fama che quando Alcmeone figliolo
d’Amfiarao, uccisa la madre, andava ramingo, avesse in risposta da
Apollo di dovere abitare appunto questa terra. E ciò perchè gli aveva
misteriosamente significato che non avrebbe scampo da’ suoi terrori
prima che avesse trovato un paese il quale, quando ammazzò la madre
non fosse visto dal sole e non fosse terra; e che in quello fissasse
la sua abitazione, come se tutto il restante della terre fosse stato
contaminato per lui. Egli, come narrasi, non sapendo a qual partito
appigliarsi, ebbe osservato quell’apponimento di terra alzatovi
dall’Acheloo, e giudicò che desso, bastevole a dargli stanza, dovesse
essersi formato nel lungo tempo che egli era vagabondo dopo l’uccisione
della madre. Però si pose ad abitare nei luoghi circonvicini agli
Eniadi, vi si fe’ potente, e dal suo figliolo Acarnano lasciò il
cognome del paese. Tale è l’istoria che di Alcmeone si racconta.

103. Ma gli Ateniesi con Formione, che partiti dall’Acarnania erano
tornati a Naupatto, nel cominciamento della primavera si ridussero
colla flotta ad Atene. Conducevano anche seco, oltre le navi prese,
i prigioni fatti nelle battaglie navali, di condizione libera, i
quali furono rilasciati col cambio d’uomo per uomo. Così terminava
quest’inverno ed il terzo anno della guerra descritta da Tucidide.


  FINE DEL LIBRO SECONDO.




LIBRO TERZO

  SOMMARIO.

  Ribellione dei Lesbiani. — I Legati di Mitilene al congresso del
  Peloponneso. — Preparativi di guerra. — I Plateesi traversan le
  trincee e si salvano. — I Peloponnesi invadono l’Attica. — Feroce
  arringa di Cleone contra quei di Mitilene. — Diodoto perora in
  loro favore. — I Plateesi si arrendono, e son difesi innanzi ai
  deputati Lacedemoni. — I Tebani si oppongono, ed ottengono che sian
  tutti puniti di morte. — Tumulti di Corfù. — Guerra dei Leontini,
  ed occupazion di Messina. — Demostene è vinto dagli Etolii. —
  Purificazione di Delo. — Gli Acarnani fan la pace con quei di
  Ambracia.


1. L’estate seguente, sul maturar del grano, i Peloponnesi co’ loro
alleati sotto il comando di Archidamo figliolo di Zeusidamo, re dei
Lacedemoni, assaltarono l’Attica, e fermatovi il campo devastavano il
terreno. Ma la cavalleria ateniese, siccome era solita ove ne avesse il
destro, si avventava sovr’essi contenendo la moltitudine delle genti
leggere, perchè spiccandosi dal campo non precorressero a danneggiare i
luoghi vicini ad Atene. Così trattenutisi finchè ebbero vettovaglia, si
ritirarono e si divisero per tornare alle loro città.

2. Dopo l’invasione de’ Peloponnesi Lesbo, eccettuata Metimna[186],
subito si ribellò dagli Ateniesi. Ciò aveano i Lesbiani disegnato
di fare anche prima di questa guerra; ma i Lacedemoni non vollero
acconsentirvi: ora poi si trovarono costretti a ribellare più presto
di quel che avevano in mente; perchè aspettavano che fosse finito
di bastionare i porti, di fabbricare le mura e le navi, e che dal
Ponto fosse arrivato il bisognevole, arcieri, grano e quant’altro
avevano mandato a prendere. Ma quei di Tenedo loro nemici, i Metimnei,
ed alcuni degli stessi Mitilenei, che per ispirito di parte erano
privatamente in relazione di ospitalità con gli Ateniesi[187],
dichiarano a questi che tutta Lesbo era forzatamente riunita in
Mitilene, i cui cittadini d’accordo con gli Spartani e co’ Beozi d’un
medesimo sangue[188] sollecitavano ogni maniera di apparecchio per
la ribellione; ed essere omai la cosa a tale che senza prevenirli
avrebbero perduta Lesbo.

3. Gli Ateniesi pertanto, afflitti e dalla pestilenza e dalla guerra
guerriata con tutto l’ardore perchè cominciata recentemente, stimavano
gran cosa l’aver nemica anche Lesbo fornita di flotta e nell’auge delle
forze[189]. Però sulle prime non porgevano orecchio a tali imputazioni,
prevalendo in loro il desiderio che elle non fossero vere: ma poichè,
spediti colà ambasciatori, non riuscirono a persuadere i Mitilenesi di
dissolvere quella riunione di gente e gli altri apparati, impaurirono,
e risolvettero di prevenirli. Laonde spediscono tostamente, sotto il
comando di Clippide figliolo di Dinia con due aggiunti, le quaranta
navi che erano in ordine per iscorrere le coste del Peloponneso,
avvegnachè avessero avuto lingua esservi fuori di Mitilene la solennità
di Apollo Maloente che i Mitilenei festeggiavano a piena folla; e
potersi sperare, sollecitando la mossa, di assalirli all’improvviso: se
la prova riuscisse, bene: se no, s’intimasse a’ Mitilenei di consegnar
le navi e demolire le mura; e trovandoli renitenti, si movesse loro
la guerra. La flotta adunque partì, e gli Ateniesi ritennero le dieci
triremi de’ Mitilenei che per patto di alleanza erano ausiliarie presso
di loro; e fecero prigioni le ciurme di quelle. Ma un tale di Atene
tragittò nell’Eubea, ed a piedi arrivato a Geresto incontrò una nave da
carico sul momento di far vela; cosicchè avuta prospera navigazione in
tre giorni giunse da Atene a Mitilene, e dà contezza ai Mitilenei della
venuta della flotta. Ed essi non più uscirono alla festa di Maloente,
e per ogni altro buon riguardo rafforzarono i ripari delle mura e dei
porti che erano mezzi finiti, e vi stavano di guardia.

Arrivò poco dopo la flotta degli Ateniesi, e visti tali preparamenti,
i generali comunicarono ai Mitilenei gli ordini ricevuti; e non
essendo obbediti incominciarono le ostilità. I Mitilenei sprovvisti ed
astretti improvvisamente a guerreggiare, fecero a piccola distanza dal
porto una tal qual sortita colle navi, come per venire a battaglia;
ma poi incalzati dalla flotta ateniese proponevano di trattare con
gli ammiragli di essa; volendo, se era possibile, far subito tornare
indietro l’armata con condizioni oneste. I generali degli Ateniesi
gradirono la proposizione, perchè temevano essi pure di non avere
forze bastanti per far guerra contro tutta Lesbo. Ottenuta la tregua,
i Mitilenei spediscono agli Ateniesi uno di quei delatori, che si era
già pentito del fatto, con altri, per provare d’indurli a ritirar
la flotta, accertandoli non metterebbono più campo a romore. Ma nel
medesimo tempo, non isperando verun buon esito in ciò che riguardava
gli Ateniesi, di soppiatto alla flotta di questi, ferma sull’ancora a
Malea al settentrione della città, spediscono a Sparta ambasciatori
sopra una trireme. Arrivati essi a Sparta con infelice navigazione
tenevano pratiche per avere qualche soccorso.

5. Rivenuti da Atene i legati senza aver concluso nulla, i Mitilenei
col resto di Lesbo, eccetto Metimna, si disposero alla guerra. Anzi i
Metimnei, i Lemnii, gl’Imbri ed alcuni pochi degli altri confederati
erano in aiuto degli Ateniesi. Fecero i Mitilenei in massa una sortita
contro il campo ateniese, e sebbene nella battaglia occorsa non
avessero la peggio, pur non si attentarono di passarvi la notte, ma
ritornarono indietro. Quindi stavano essi dal canto loro tranquilli,
intendendo di tornare al cimento se venisse rinforzo dal Peloponneso,
unitamente all’altro apparecchio che allestirebbero. Di fatto arriva
Melea spartano con Ermeonda tebano, stati spediti prima della
ribellione di Lesbo: ma non avendo potuto prevenire la flotta ateniese,
di nascosto dopo la battaglia s’introducono in città sopra una trireme,
e consigliavano si spedisse un’altra trireme a Sparta con legati in
loro compagnia.

6. Ma gli Ateniesi rincorati grandemente per lo starsi dei Mitilenei,
chiamarono confederati, che molto più prontamente comparvero al vedere
che nissuna valida resistenza si opponeva dalla parte de’ Lesbii:
fermarono in giro la flotta dalla parte meridionale della città, e da’
due lati di lei guarnirono di trincea due accampamenti, ed incrociavano
ai due porti; escludendo così dall’uso del mare i Mitilenei. Essi
nondimeno dalla parte di terra, insieme con gli altri Lesbii già venuti
in soccorso, restavano padroni di tutto il resto del territorio;
se non che lo spazio non grande che circondava gli accampamenti lo
ritenevano gli Ateniesi. La stazione della loro flotta e il mercato era
principalmente Malea. Così faceasi la guerra intorno a Mitilene.

7. Ma nel tempo medesimo di questa estate gli Ateniesi spedirono
nel Peloponneso trenta navi sotto la condotta di Asopio figliolo
di Formione, seconda che erano stati richiesti dagli Acarnani che
mandassero loro per comandante un figliolo o un parente di Formione.
Queste navi radendo la spiaggia saccheggiarono le terre marittime della
Laconia; dopo di che Asopio ne rimandò a casa la maggior parte, e con
sole dodici arriva a Naupatto. Indi sollecitò tutti generalmente gli
Acarnani per portar la guerra contro gli Eniadi, risalendo egli colle
navi pel fiume Acheloo, mentre le soldatesche di terra guastavano il
paese. Ma vedendo ch’e’ non si arrendevano, licenzia la fanteria; e
fatto vela verso Leucade, e presa terra a Nerico, nel continuare la sua
ritirata viene tagliato a pezzi con parte di sue truppe dalla gente
del paese ivi accorsa, e sostenuta da pochi soldati che vi erano di
presidio. Finalmente gli Ateniesi partirono colla flotta dopo aver
ricevuto sotto salvocondotto i cadaveri da’ Leucadii.

8. Frattanto arrivano ad Olimpia gli ambasciatori dei Mitilenei
spediti sulla prima nave, secondo gli ordini avuti dai Lacedemoni di
presentarsi ad Olimpia, affinchè gli altri confederati non entrassero
in deliberazione prima di aver sentito anche loro. Era l’Olimpiade,
nella quale Rodio dorico riportava la seconda volta vittoria. E poichè,
finita la festa, furono ammessi all’udienza, parlarono così.

9. «Prestantissimi Spartani ed alleati, ci è al tutto nota la
consuetudine fermata tra i Greci, che coloro i quali raccettano i
popoli, che all’occasione di guerra ribellansi ed abbandonano la
lega di prima, li hanno a grado in quanto che ne risentono utilità;
ma reputandoli traditori dei primieri amici, li tengono anche per
peggiori. Nè tale estimazione è ingiusta, posto che i ribellanti e
que’ dai quali uno si distacca sieno eguali tra loro nelle intenzioni
e nella benevolenza, e si contrabbilancino gli apparecchi e le forze
di entrambi, nè vi sia alcuna onesta cagione di ribellare: ciò che non
è da dire di noi e degli Ateniesi. Nè sia vero che si abbia peggior
concetto di noi, se onorati da essi in pace, ce ne alieniamo nei
pericoli.

10. «Però (spezialmente perchè vi richiediamo della vostra alleanza),
faremo prima parola dei giusti argomenti che guarentiscono il nostro
retto operare; avvegnachè ben sappiamo che non si ferma stabilmente
amicizia tra i privati, nè società in alcuna cosa tra le repubbliche,
ove gli animi non sieno uniti con reciproca opinione di virtù, ed ove
la loro indole anche nel resto non si rassomigli; perchè la discordanza
delle menti ingenera le controversie nei fatti. Or fuvvi alleanza da
prima tra noi e gli Ateniesi, perchè voi vi ritiraste dalla guerra dei
Medi, laddove essi rimasero al compimento dell’impresa. Ci legammo
però non per soggettare i Greci agli Ateniesi, ma per liberare i Greci
dal Medo: e finchè il loro governo serbò l’impronta dell’uguaglianza,
noi li seguimmo animosamente: ma come li vedemmo allentar l’inimicizia
contro il Medo, e darsi briga del servaggio degli alleati, non fummo
più senza timore. E gli alleati a causa della moltiplicità dei
suffragi[190] non potendo riunirsi in un sol corpo e far fronte a
loro, sono già stati messi in servaggio, salvo noi ed i Chii: e noi
independenti (sì perdio!) e liberi di puro nome, proseguimmo ad unir
con loro le armi nostre. Ma imparando dai passati esempi non più
tenemmo gli Ateniesi per duci fidati; perciocchè non era da presumere
che, tiranneggiati gli altri popoli da loro descritti insiem con noi
nella lega, non facessero l’istesso dei rimanenti, ove ad essi ne
venisse il destro.

11. «Che se tutti godessimo ancor veramente della nostra politica
independenza, più sicuramente sarebbero essi da noi creduti non
ordir novità: ma da poichè soggettati i più, usano con noi dentro ai
termini del giusto, e riscuotendo gli ossequi di quasi tutti, noi soli
restiamo a gareggiar con loro, doveano a buon dritto sopportar ciò più
adiratamente, specialmente in quanto che essi divenivano più potenti,
e noi più deserti. Or la bilancia del timore è l’unica guarentigia per
l’alleanza; perciocchè chi voglia punto trasgredire ad essa, si rimuove
dall’offendere altrui al non vedersi in nulla da più. Nè per altra
cagione noi siam rimasti independenti, se non in quanto si pareva loro
che per aggiugnere all’impero volevasi occupare la cosa pubblica col
buon garbo di parole, e coll’assalto, direm così, di astuzie, piuttosto
che di violenza. Posciachè a testimoniare la loro causa allegavano non
esser possibile che noi aventi ugual diritto con essi al suffragio,
unissimo, nostro mal grado, con loro le armi nostre, se i popoli contro
cui andavano non fossero rei di qualche ingiustizia. E così da primo
conducevan seco i più potenti contro i men forti, e lasciando quelli da
ultimo erano per trovarli più deboli, tolti di mezzo tutti gli altri:
che se avessero incominciato da noi, quando tutti avevan non solo le
proprie forze, ma ancora a chi appoggiarsi, non li avrebbon potuti
per egual modo soggiogare. Di più dava loro non poco timore la nostra
flotta che per avventura riunitasi in aggiunta alla vostra o a qualche
altra, non li mettesse in pericolo. In parte ancora dovemmo il nostro
scampo ai buoni uffici usati col loro Comune e con quei che di mano
in mano vi presedevano: ma nondimeno, prendendo ad esempio l’accaduto
agli altri, non credevamo poter durare a lungo, se non insorgeva questa
guerra.

12. «Qual mai amicizia o fiduciale libertà era adunque questa, in
cui le accoglienze scambievoli erano in contradizione coi sentimenti
dell’animo? Ei per paura ci carezzavano in guerra: noi facevamo
altrettanto con loro in pace; e dove negli altri la benevolenza
conferma la fedeltà, in noi mantenevala la paura; cosicchè restammo
nella lega stretti più dal timore che dall’amicizia: ed a qualunque
dei due la sicurezza porgesse ardimento, quegli dovea ben essere il
primo a trasgredire. Laonde non drittamente riguarda chi, per il
loro indugio a’ danni nostri, ci ponga dalla parte del torto, perchè
ribellandoci li abbiamo prevenuti, senza aspettare di veder chiaro
se alcun di quei mali ci incontrasse. Conciossiachè se fossimo stati
bastanti a contrapporre egualmente insidie ad insidie, temporeggiamenti
a temporeggiamenti, qual ragion v’era da temere di restar noi, del
pari che gli altri, sotto di essi? Ma se stava sempre in loro potestà
l’assalirci, deve pure star nella nostra il prevenir le offese.

13. «Queste sono, o Spartani ed alleati, le cause della nostra
ribellione, e i motivi di nostre condoglienze sufficienti a chiarir chi
gli ascolti dell’onestà del nostro operare, e bastevoli a sbigottir
noi, ed a rivolgerci a qualche partito di sicurezza; noi che ciò
meditavamo di fare è già buona pezza, quando durante la pace vi
spedimmo legati intorno alla ribellione: se non che ne fummo impediti
dal vostro rifiuto. Ora però all’invito dei Beozii abbiamo prontamente
aderito, e reputiamo che doppiamente ci ribelleremo; primo, da’ Greci
per non ci unire cogli Ateniesi a danneggiarli, anzi concorrer con voi
a liberarli; secondo dagli Ateniesi per prevenirli, affinchè noi stessi
non restiamo alla fine oppressi da loro. Ma la nostra ribellione fu
troppo sollecita e sfornita de’ necessari apparecchi: il perchè tanto
meglio dovete riceverci nell’alleanza, e spedirci prontamente soccorso,
acciò mostriate di aiutare quelli che aiutar si conviene, e ad un’ora
stessa danneggiate i vostri nemici. L’opportunità non fu mai più bella:
sono gli Ateniesi rifiniti dalla pestilenza e dalle spese; le loro
navi, parte sono attorno al vostro territorio, parte sono schierate
contro di noi: cosicchè se in questa stessa estate voi gli assaltiate
un’altra volta per mare e per terra, non è da credere che essi abbiano
navi di soverchio; ma o non potranno resistere alle nostre flotte, o
si ritireranno dal Peloponneso e da Lesbo. Nè sia tra voi chi pensi di
affrontare un pericolo tutto suo per un paese straniero: perocchè cui
sembra Lesbo troppo lontana, sappia che ella gli procaccierà vantaggi
dappresso; perchè la guerra non si farà nell’Attica, come taluno
avvisa, ma là onde i vantaggi dell’Attica derivano. In fatti hanno gli
Ateniesi dagli alleati le loro rendite di denaro, le quali diverranno
anche maggiori qualora soggioghino noi; avvegnachè niun altro oserà
allora ribellarsi, e là coleranno anche le nostre ricchezze, e più
duri ceppi soffriremo dei fatti schiavi di prima. Ma aiutandoci voi
prontamente, vi aggiungerete una città fornita di gran flotta, di cui
principalmente abbisognate, e più di leggieri fiaccherete gli Ateniesi,
sottraendo loro gli alleati, ciascuno dei quali più animosamente
ricorrerà a voi. Così sfuggirete la taccia che avete di non soccorrere
quei che si staccano dagli Ateniesi; e mostrandovi solleciti della loro
libertà potrete meglio confidare della vittoria di questa guerra.

14. «Però, rispettando le speranze che i Greci pongono in voi, e questo
Giove Olimpico, nel cui tempio ci troviamo a modo di supplichevoli,
aiutateci divenendo alleati di Mitilene: nè abbandonate noi che
sebbene ci esponiamo al privato pericolo dei nostri corpi, siamo per
arrecare utilità universale se riusciremo felicemente, e danno anche
più universale, se, non udendoci voi, soccomberemo. Oprate adunque da
uomini di quel credito in che vi tengono i Greci, e quali il timor
nostro vi desidera.»

15. Tale fu il discorso de’ Mitilenei; udito il quale i Lacedemoni
e gli alleati ne approvarono le proposizioni. Si fecero confederati
i Lesbii, e obbligaronsi di assaltar l’Attica: e risoluti di ciò
effettuare ordinarono agli alleati che eran presenti di trovarsi senza
indugio con due terzi di loro genti sull’istmo, ove arrivati essi i
primi allestivano sull’istmo stesso gl’ingegni per trasportar sovr’esso
le navi da Corinto nel mare che guarda Atene, e per dar l’assalto a un
tempo stesso per mare e per terra. Eglino certamente davano con ardore
opera a ciò fare; ma gli altri alleati si adunavano lentamente; mentre
occupati nella ricolta delle grasce postergavano le faccende della
milizia.

16. Accortisi gli Ateniesi che tali preparamenti erano causati dalla
mala opinione di loro insufficienza, vollero far conoscere che e’ non
la discorreano dirittamente, ma che essi erano in istato, senza movere
la flotta di Lesbo, di resistere facilmente anche ad un’armata che si
avanzasse dal Peloponneso. Però armarono cento navi; e le montarono
da se stessi, tanto inquilini che cittadini, eccetto quei dell’ordine
cavalleresco e i Pentacosiomedimni[191]. Fatto vela e pervenuti alle
coste dell’istmo, mettevano in mostra le proprie forze, facendo anche
scala nel Peloponneso ovunque paresse loro. Fu questo uno spettacolo
di gran sorpresa per i Lacedemoni, che credettero però non vere le
relazioni dei Lesbii: e poichè non erano ancora giunti gli altri
alleati, e ricevevano avviso che le trenta navi ateniesi intorno al
Peloponneso devastavano le campagne dei dintorni di Sparta, ebbero la
cosa per intrigata, e se ne tornarono a casa. Dipoi preparavano la
flotta da mandarsi a Lesbo; ed intimavano ripartitamente alle città
le navi sino al numero di quaranta, prepostovi ammiraglio Alcida,
che dovea guidar quella spedizione. Gli Ateniesi poi, vista la loro
ritirata, partirono anch’essi colle loro cento navi.

17. Nel tempo di questi fatti quando la flotta degli Ateniesi era in
mare, ebbero essi navi daddovero in gran numero, belle del pari ed
atte al servizio; ma tante presso a poco, ed anco in maggior numero ne
avevano al cominciar della guerra. Infatti cento guardavano l’Attica,
l’Eubea e Salamina; altre cento incrociavano intorno al Peloponneso,
senza quelle di Potidea e di altri luoghi; di sorte che in una sola
estate, erano tutte insieme dugento cinquanta: ciò che, unitamente alle
spese di Potidea, diede principalmente fondo al denaro. Imperocchè non
solo aveva due dramme al giorno, una per sè l’altra pel fante, ciascuno
dei soldati che guarnivano Potidea (che in primo furono tremila nè
meno furono quelli che rimasero sino al termine dell’assedio, essendo
innanzi partiti i mille seicento con Formione), ma anche tutte le navi
ricevevano il medesimo soldo. Così fu insensibilmente speso tanto
denaro, e tal fu la moltitudine, a dir vero grandissima, delle navi
armate.

16. Intanto che i Lacedemoni erano intorno l’istmo, i Mitilenei da sè
e con genti ausiliarie marciavano per terra contro Metimna, confidando
che sarebbe resa per tradimento. Ma dato l’assalto alla città, la cosa
non riuscì come e’ si aspettavano, onde se ne andarono ad Antissa, a
Pirra e ad Ereso, ed assicurate le cose di queste città, e rafforzate
le mura, sollecitamente tornarono a casa. Dopo la partita de’
Mitilenei, anche i Metimni portarono le armi contro Antissa[192]; ma in
una sortita, battuti gravemente dagli Antissei e da’ loro ausiliari,
ne perirono molti, e il rimanente si ritirò frettolosamente. Gli
Ateniesi udito che ebbero queste cose, e che i Mitilenei erano padroni
della campagna, perchè i loro soldati non erano in forze da tenerli
rinchiusi, vi spediscono all’entrata dell’autunno Pachete figliolo di
Epicuro, alla testa di mille di grave armatura, tutti Ateniesi. Questi,
facendo anche il servizio di rematori, giungono per mare a Mitilene, e
la cingono all’intorno di un semplice muro. Furono inoltre edificati
battifolli in qualche luogo forte pel suo sito, cosicchè Mitilene
era gagliardamente stretta da ambe le parti di mare e di terra; e
cominciava a farsi inverno.

19. Gli Ateniesi che avevan bisogno di nuovo denaro per l’assedio,
contribuirono del proprio, allora per la prima volta, la tassa di
dugento talenti[193], e spedirono agli alleati dodici navi raccogliendo
denaro con Lisicle capitano e quattro aggiunti. Andando egli in giro
con le navi esigeva il contingente da’ diversi luoghi; ma mentre da
Miunte della Caria, traversando la pianura del Meandro, saliva fino al
colle Sandio[194], assalito da’ Carii e dagli Aneiti, vi resta ucciso
con molti altri del suo esercito.

20. Nello stesso inverno i Plateesi, assediati tuttora dai Peloponnesi
e da’ Beozii, trovandosi afflitti per difetto di vettovaglia, senza
speranza di soccorso da Atene, e senz’altra via di salvezza, d’accordo
con quegli Ateniesi che vi erano insieme assediati deliberarono in
principio di uscir tutti, saltando, se possibil fosse, a viva forza il
muro nemico: tentativo proposto loro da Teanete di Tolmida indovino di
professione, e da Eupolpide di Daimaco, uno dei comandanti. La metà
poi di essi, reputando grande quel pericolo, sì si sconfortarono; ma
circa dugentoventi perseverarono volenterosi nel disegno di uscire in
questo modo. Si fecero scale uguali in altezza al muro de’ nemici:
apprendendone la misura per le file de’ mattoni dove il muro di faccia
a loro si trovava senza intonaco. Molti a un tempo contavano le file,
e benchè alcuni certamente sbagliassero, la maggior parte colpiva
nel vero computo, tanto più che ne ripetevano anche molte fiate il
contamento, e non erano molto distanti; anzi era il muro facile ad
osservare per l’oggetto che si proponevano delle scale, di cui presero
la misura corrispondente conghietturandola dalla grossezza del mattone.

21. Ed ecco la struttura della fortificazione fatta dai Peloponnesi.
Essa aveva due cerchi di muro: l’uno guardava i Plateesi, l’altro era
per opporsi al di fuori se mai alcuno da Atene venisse ad attaccarli:
questi due cerchi poi erano distanti fra loro circa sedici piedi.
Nell’intervallo dei sedici piedi erano ripartitamente costruite per le
sentinelle delle case matte, contigue l’una all’altra in modo da parere
un muro tutto sodo avente merli sulle due facce. Ad ogni dieci merli
eranvi grandi torri, eguali di larghezza alla muraglia, ed arrivavano
ognuna alla faccia sì interna che esterna di lei; talchè lungo le torri
non rimaneva davanzale, ma si traversava passando pel mezzo di esse.
Le notti, se faceva temporale umido, abbandonavano i merli, e facevano
guardia dalle torri fra loro a piccola distanza, e coperte di sopra.
Tale era la fortificazione onde erano cinti attorno i Plateesi.

22. I quali ordinato che ebbero il tutto, colta l’opportunità
d’una notte burrascosa per pioggia e vento, ed anche senza luna,
uscirono condotti da quei medesimi che avevano proposto l’impresa.
E primieramente valicarono la fossa interna che li circondava; poi
vennero sotto il muro de’ nemici di soppiatto alle sentinelle, le quali
attesa l’oscurità non gli avevano scorti, nè sentiti al rumore che
mettevano nell’avanzarsi, tra perchè soffiava di rintoppo il vento, e
perchè camminavano molto discosto l’uno dall’altro, affinchè le armi
urtandosi insieme non ne dessero sentore. Erano inoltre spediti e
leggeri di armatura, e per assicurarsi contro il fango calzati solo
del piè sinistro[195]. A riscontro adunque degli spazi ond’erano tra
loro distanti le torri, si accostarono sotto a’ merli (che e’ sapevano
essere senza guardie) primieramente i portatori delle scale e ve le
appoggiarono: indi salivano dodici soldati leggeri, armati solo di
lorica e pugnale, preceduti da’ Ammea figliolo di Corebo, che primo
salì: quei che venivano dopo lui montavano sei ad una, sei all’altra
delle due torri. Appresso questi seguivano altri di leggera armatura
con lanciuole; ai quali, acciocchè potessero più agevolmente salire,
altri dietro portavano gli scudi che dovevano dar loro quando e’
fossero a fronte co’ nemici. Saliti che furono la maggior parte,
le sentinelle delle torri se ne accorsero, perchè uno de’ Plateesi
nell’attenersi ad una tegola la buttò giù dai merli, la quale caduta
fece del rumore. Furono tosto alzate le grida dalle sentinelle, ed i
nemici corsero alla volta del muro, non sapendo che mai ciò fosse,
stante la notte buia ed il temporale. Nel tempo stesso i Plateesi
ch’eran rimasti in città fecero una sortita, ed investirono il muro
de’ Peloponnesi dal lato contrario a quello ove le loro genti davano
la scalata, affinchè i nemici avessero mente ad esse il men passibile.
Grande era il trambusto de’ nemici, ma stavano tutti al suo posto,
nissuno avendo coraggio di lasciare la sua guardia; nè sapevano
conghietturare che ciò si fosse. La loro truppa di trecento, destinata
ad accorrere ove facesse bisogno, marciava dalla parte esterna del
muro al luogo ove udivansi le grida. Intanto si alzavano inverso Tebe
le fiaccole nunziatrici del nemico, e dal canto loro i Plateesi di
città ne alzavano di sulle mura molte preparate innanzi appunto con
questo intendimento, che i segnali de’ fuochi fossero incerti per i
nemici; sicchè stimando essere la cosa tutt’altro da quello che ella
era, non venissero in soccorso prima che la loro gente uscita di città
scampasse, e si conducesse a qualche luogo di salvezza.

23. In questo mezzo i Plateesi che erano nell’atto di scalare il muro,
quando i primi di loro vi furono già saliti e trucidate le guardie si
furono fatti padroni delle due torri, di piè fermo guardavano i passi
delle torri stesse, acciò niuno potesse, traversandole, recar soccorso.
E di sul muro avendo appoggiate scale alle torri, e fattavi salire
molta gente, alcuni dall’alto e dal basso delle torri occupate tenevano
coi colpi di frecce indietro chi venisse in aiuto: altri (e questi
erano i più) appoggiate ad un tempo molte scale atterravano i merli, e
passando di mezzo alle torri traversavano il muro: e di mano in mano
chi trapassava fermavasi sull’orlo della fossa, e di lì lanciavano
saette e strali contro chiunque lungo il muro accorresse per impedire
il tragitto. Quando poi furono tutti passati, quelli che eran montati
sulle due torri rimasti essendo gli ultimi a gran pena scendevano, e
si avviavano alla fossa. In questo la truppa de’ trecento si scaglia
con torce accese sovr’essi: ciò non pertanto i Plateesi che stavano
fermi sull’orlo della fossa, trovandosi nell’oscurità meglio vedevano,
e scagliavano strali e frecce contro le parti inermi dei nemici, dai
quali, a cagione delle fiaccole, con più difficoltà potevano essere
osservati, appunto perchè stavano dalla parte del buio: cosicchè anche
gli ultimi dei Plateesi furono in tempo a varcare la fossa ma con
gran pena e fatica; avvegnachè in essa si fosse rappreso un ghiaccio
non solo da passarvi sopra, ma più presto acquidoso come suol essere
a vento sussolano e non tramontana. Inoltre la notte al soffiar di
quel vento essendo caduto un nevischio, vi aveva resa l’acqua copiosa,
talchè appena colla testa fuori poterono passare. Nondimeno, la
grandezza di quel temporale facilitò loro lo scampo.

24. I Plateesi ristretti insieme mossero dalla fossa, marciando per
la via che mena a Tebe, avendo a destra il tempietto di Androcrate;
sì perchè reputavano che a nessuno sarebbe caduto nell’animo che
e’ si voltassero per questa strada che menava a’ nemici, sì ancora
perchè vedevano che i Peloponnesi gl’inseguivano con fiaccole verso
il Citerone ed i Capi-di-Quercia, per la via che mena ad Atene.
Proseguirono i Plateesi per sei o sette stadii il cammino verso
Tebe: ma poi voltatisi andarono ad Eritrea e Isia per la strada che
porta al monte: e guadagnati i monti si condussero a salvamento in
Atene dugento dodici soli del gran numero: imperocchè alcuni di loro
tornarono in città prima di scalare il muro, ed un arciere fu preso
nella fossa esterna. I Peloponnesi poi si tennero dall’inseguirli e
si rimisero al loro posto; ed i Plateesi restati in città, che nulla
sapevano dell’accaduto, ebbero dai tornati indietro la nuova che non
era sopravvissuto nissuno: però appena giorno spedirono un araldo a
far tregua per riavere i cadaveri; ma informati poi del vero non si
mossero. Così trovaron salvezza quei prodi Plateesi che superarono le
fortificazioni.

25. Sul cader dello stesso inverno Saleto lacedemone è spedito da
Sparta a Mitilene con una trireme. Approdato egli a Pirra, di là a
piedi, per un borro che menava dentro alle fortificazioni nemiche,
entra inosservato in Mitilene; dichiara ai magistrati si assalterebbe
l’Attica, ed arriverebbero ad un’ora le quaranta navi destinate a
loro soccorso: essere egli spedito innanzi a questo fine, ed insieme
per provvedere a tutto il resto. Il perchè inanimiti i Mitilenei meno
inchinavano ad accordare con gli Ateniesi. Così finiva questo inverno,
ed il quarto anno della guerra descritta da Tucidide.

26. Nella seguente estate i Peloponnesi quando ebbero spedito a
Mitilene, sotto il comando del loro ammiraglio Alcida, le quarantadue
navi imposte agli alleati, entrarono da sè co’ confederati nell’Attica,
acciocchè gli Ateniesi, inquietati da ambe le parti, avesser meno
possibilità di tener dietro alle navi che andavano a Mitilene. Guidava
questa spedizione (a nome di Pausania figlio di Plistoanatte[196], che
era il re, ma ancora nella minore età) Cleomene suo zio. Devastarono
nell’Attica non solo quel che era stato prima malconcio, ma anche i
germogli della campagna, e tutto ciò che era stato tralasciato nelle
precedenti invasioni: laonde questa fu per gli Ateniesi, dopo la
seconda, la più perniciosa invasione. Imperocchè i Peloponnesi che
vi si trattenevano, aspettandosi sempre di udire da Lesbo qualche
impresa della flotta che già vi credevano arrivata, facevano scorrerie
guastando buona parte delle loro terre. Ma non avvenendo nulla di quel
che credevano, e fallita la vettovaglia, si ritirarono e tornarono
separatamente ognuno alla propria città.

27. Frattanto i Mitilenei vedendo che non giungevano a loro le navi
dal Peloponneso, le quali anzi indugiavano, e mancando di vettovaglia,
si trovan costretti a comporsi con gli Ateniesi per le seguenti
ragioni. Saleto, che nè anch’esso aspettava più le navi, fornisce di
armi il popolo per lo innanzi inerme, coll’intendimento di fare una
sortita contro gli Ateniesi. Ma i popolani ricevute appena le armi non
più obbedivano ai comandanti, e riunendosi in brigate ordinavano a’
magnati, o producessero il frumento e distribuisserlo a tutti, od essi
converrebbero con gli Ateniesi di render la città.

28. Quelli che erano al maneggio del governo vedendosi mal atti a
contenerli, ed in pericolo se restassero esclusi dalla capitolazione,
ristrettisi insieme, fanno accordo con Pachete e col suo esercito, a
patto che gli Ateniesi potessero, come più loro piacesse, risolvere
intorno ai Mitilenei: che questi gli ammetterebbero in città, e
spedirebbero ad Atene ambasceria per trattar dei propri affari;
e che fino al ritorno dell’ambasceria Pachete non dovesse nè
incarcerare, nè fare schiavo, nè uccidere veruno dei Mitilenei. Tale
fu questa convenzione. Ma quei Mitilenei che più manifestamente si
erano intromessi coi Lacedemoni, impauriti oltremisura, all’entrar
dell’esercito non patirono di rimanersi; anzi, nonostante la
capitolazione, si assidono presso gli altari. Pachete però fattili
alzare colla promessa di non far loro alcun male, li deposita in Tenedo
fino alla risoluzione degli Ateniesi. Spedì delle triremi anche ad
Antissa e se ne impadronì; ed acconciò del rimanente l’esercito in
quella guisa che gli sembrò più opportuna.

29. Ma i Peloponnesi colle quaranta navi, che dovevano arrivare
prontamente, si intertennero volteggiando attorno al Peloponneso, e
si condussero nel restante del corso con tanta lentezza che in Atene
non se ne ebbe novella fino a tanto che non approdarono a Delo. Di
là poi giunsero ad Icaro e a Micono, ove per la prima volta udirono
della presa di Mitilene: e volendo chiarirsene, presero terra ad
Embato dell’Eritrea. Erano intorno di sette giorni che Mitilene era
stata presa, quando arrivarono ad Embato: laonde ragguagliati di ciò
chiaramente deliberavano sul presente stato delle cose, e Teutiaplo di
Elea parlò ad essi così:

30. «O Alcida, e quanti de’ Peloponnesi siete qui con meco al comando
dell’armata, mio parere si è di navigar subito sopra a Mitilene pria
che nulla si sappia del come ci troviamo. Presa dagli Ateniesi non ha
guari la terra, li troveremo, come pare, in gran trascurante della
difesa, e più che altro dalla parte del mare, donde essi non temono
che possa sopravvenire alcun nemico, e dove consiste principalmente la
nostra forza. Inoltre il loro esercito di terra vuolsi credere, perchè
vincitore, sparso spensieratamente per le case. Se dunque di notte, e
all’improvviso daremo l’assalto, spero col favor di quei di dentro, se
pur vi resta chi sia per noi, poterci venir fatto di insignorirci di
tutto. Però non fia che il cuor non ci basti d’affrontare il pericolo,
considerando non esservi in guerra, per procacciare straordinarie
imprese, altro caso che questo; nel quale se un capitano guardi di non
trovarsi, ed all’opposto, vedendovi il nemico, lo assalga, dovrà nella
più parte delle azioni a lieto fine riuscire.»

31. Con tutto che egli avesse sì caldamente parlato e’ non piegò
Alcida: ed alcuni altri fuorusciti della Ionia[197], quei dei Lesbii
che formavano parte della flotta, lo confortavano (dappoichè ei temeva
dell’accennato pericolo) ad occupare o qualche città della Ionia, o
Cuma dell’Eolide[198]; per avere una terra donde muoversi a ribellare
l’Ionia agli Ateniesi. Affermavano ciò potersi sperare, perchè vi
arriverebbero col gradimento di tutti: che se e’ privassero gli
Ateniesi di questo ramo di entrata che era per loro il più grande, e se
vi tenessero stabilmente guarnigione ad osservarli, ne ricaverebbero
per sè le spese necessarie. Aggiugnevano poi che penavano di potere
indurre anche Pissutne ad unire con loro le sue armi. Ma Alcida non
aderì pure a queste proposte; anzi non essendo stato a tempo a giungere
a Mitilene, volgeva soprattutto il pensiero a riprendere terra, al più
presto possibile, nel Peloponneso.

32. Pertanto fatto vela da Embato, rasentava la spiaggia[199]; e
fermatosi a Mionneso de’ Teii scannò la maggior parte de’ prigionieri
presi durante la navigazione. Approdato che fu ad Efeso gli si
fecero incontro i legati dei Samii di Anea[200], protestando non
esser quello onesto modo di liberare la Grecia, mentre egli uccideva
gente non contrastante, nè a lui nemica, ma di necessità legata con
gli Ateniesi: se non ristesse di ciò fare pochi nemici attrarrebbe
nella sua amicizia, e moltissimi degli amici li arebbe nemici. Queste
ragioni mossero Alcida, il quale rilasciò tutti quei prigionieri che
aveva di Chio, ed altri presi altrove; essendochè la gente al veder
la sua flotta non fuggiva, ma piuttosto le andava incontro credendola
ateniese. Infatti non si aveva pure il menomo sospetto che mentre gli
Ateniesi erano padroni del mare, navi peloponnesie si attentassero mai
di tragittare nella Ionia.

33. Ma Alcida, fino da quando stava sull’ancora a Claro, essendo stato
osservato dalle due navi Paralo e Salaminia che casualmente venivano
d’Atene, partì frettolosamente da Efeso, e si diede a fuggire. E
temendo di essere inseguito, navigava in alto mare, determinato di
non approdare, in quanto per lui stesse, altrove che nel Peloponneso.
Erano intanto venuti avvisi dall’Eritrea a Pachete ed agli Ateniesi, e
continuamente ne venivano da ogni parte, per cui udivasi esservi gran
timore (trovandosi sguernita la Ionia) che i Peloponnesi, correndo le
costiere non togliessero ad assaltare le città per farvi saccheggio,
quantunque e’ non intendessero di fermarvisi. La Paralo istessa e la
Salaminia[201] avendo veduto le navi nemiche a Claro, di per se stesse
riferironlo a Pachete; ed ei tenne loro dietro con gran sollecitudine,
e le perseguitò fino all’isola di Latmo. Ma come vide di non le poter
più raggiungere, tornò in dietro; attribuendo a proprio vantaggio il
non averle incontrate in alto, o sorprese in verun luogo, dappoichè
non erano elleno state costrette a fermarsi, nè avevano ridotto gli
Ateniesi alla necessità di mettersi in stato di difesa insieme e di
offesa.

34. Nel suo ritorno poi radendo la costa andò a porto in Nozio de’
Colofonii, ove si erano condotti ad abitare i Colofonii, perchè da
Itamane e dai barbari introdotti per una fazione, era stata occupata
la cittadella, verso quel tempo che avvenne la seconda invasione
dei Peloponnesi nell’Attica. Insorta pertanto nuova dissensione in
Nozio fra quelli che ci si erano rifugiati e gli altri stanziati di
prima, questi chiesero a Pissutne delle genti ausiliarie di Arcadi
e di barbari cui ritenevano dentro il riparo che separava le due
fazioni, ove quei Colofonii della cittadella già partigiani de’ Medi
entrarono con loro, ed avevano il maneggio della cosa pubblica. Gli
altri all’opposto che si erano sottratti a cotesta fazione, trovandosi
banditi, invitano Pachete. Ed egli chiamò a colloquio Ippia comandante
degli Arcadi che stavano dentro al riparo, protestando lo rimetterebbe
sano e salvo dentro al muro, ove non gli aggradissero le sue
proposizioni. Uscì Ippia a trovar Pachete, ma egli lo tenne prigione,
senza per altro gravarlo di ferri: ed improvvisamente dato l’assalto al
muro, mentre quei di dentro stavano senza sospetto alcuno, lo espugna;
ed uccide gli Arcadi e quanti barbari vi erano. Dipoi, conforme alla
fede data, vi ricondusse Ippia, cui appena entrato fa arrestare ed
uccidere a furia di dardi, e consegna Nozio ai Colofonii, eccetto
quelli che erano stati dalla parte dei Medi. In seguito gli Ateniesi vi
spedirono de’ caporani per istabilire in Nozio colonia che si reggesse
secondo le loro leggi, e costrinsero tutti i Colofonii, in qualunque
città si trovassero, a ritornarvi.

35. Ma Pachete giunto a Mitilene forzò a rendersi Pirra ed Ereso. Indi
arrestato Saleto lacedemone che stava nascosto in città, lo spedisce ad
Atene con quei Mitilenei che aveva depositati a Tenedo, e con qualunque
altro gli pareva complice della ribellione. Rimanda pure il maggior
numero dell’esercito, e dimorando egli col rimanente acconciava lo
stato di Mitilene e di tutta Lesbo in quel modo che più gli pareva.

36. Gli Ateniesi, arrivati che furono questi prigioni con Saleto,
uccisero lui immediatamente, sebbene e’ facesse delle esibizioni; e tra
le altre: che rimuoverebbe i Peloponnesi da Platea tuttora assediata.
Su gli altri stavan deliberando; ma nel caldo dell’ira risolvettero di
uccidere non solo quei che erano presenti, ma tutti quanti i Mitilenei
giunti alla pubertà[202]; e di fare schiavi i fanciulli e le donne,
incaricandoli di tutte le altre circostanze della ribellione, benchè
non fossero, come gli altri alleati, gravati di servitù: nè moveva poco
lo sdegno degli Ateniesi il riflettere che le navi peloponnesie per
sostenerli avevano osato di tentare arditamente l’impresa dell’Ionia.
Insomma e’ non credevano in verun modo tal ribellione fatta con leggero
consiglio. Laonde spediscono una trireme a Pachete significandogli le
prese risoluzioni, e ordinandogli di tosto trucidare i Mitilenei. Ma
il giorno appresso tosto se ne pentirono non poco; e mutato consiglio
discorrevano che non era senza nota di crudeltà e mostruosità quel
decreto, per cui dannavasi all’esterminio un’intera nazione più presto
che i soli colpevoli. Di che fatti accorti i legati de’ Mitilenei
che eran presenti, e quegli Ateniesi che si adoperavan per loro,
procurarono d’indurre i magistrati[203] a riproporre il partito. Ben
di leggieri ve li indussero, atteso che non era ad essi nascosto che
il più dei cittadini bramavano che da qualcuno fosse la cosa posta
nuovamente in considerazione. E convocata subito radunanza, ciascuno
disse il suo parere: ma Cleone figliolo di Cleeneto, la cui sentenza
di uccidere i Mitilenei avea vinto il giorno innanzi, cittadino del
rimanente il più violento, ed allora reputato presso al popolo dicitore
di gran lunga il più valente, fattosi per la seconda volta innanzi
parlò così[204]:

37. «Non esser buono a tenere impero su gli altri lo stato popolare
bene altre fiate l’ho io conosciuto; ma non mai come in questo vostro
cambiamento d’animo riguardo ai Mitilenei. Nè già io mi meraviglio,
attesochè la sicurezza e lealtà con cui usate giornalmente fra voi,
ingenera nel vostro animo i medesimi sentimenti in ciò che spetta agli
alleati. E quantunque volte o andiate errati perchè sedotti dai loro
discorsi, o per compassione rimettiate un punto del vostro rigore;
voi non avvisate di rilasciarvi con vostro pericolo, senza obbligarvi
gli alleati: nè considerate che il vostro impero è tirannico, e sovra
genti che vi tramano insidie, e che stanno a lor dispetto soggette;
genti che vi obbediscono non pei buoni uffizii che a danno vostro
facciate loro, o per benevolenza di animo, ma più presto perchè gli
avanzate in potere. Soprattutto però stupisco che nulla debba restar
fermo di ciò che è stato risoluto, e che non vogliamo intendere,
più valere una città con leggi peggiori ma invariabili, di una che
buone le abbia ma senza vigore; più giovare l’imperizia unita alla
moderanza, che una sfrenata accortezza; e meglio d’ordinario governare
le città i più idioti fra gli uomini a comparazione dei più scienziati.
Questi vogliono comparire più sapienti delle leggi e prevalere sulle
deliberazioni prese di mano in mano nelle comuni adunanze, quasi che
fossero per mancar loro occasioni più importanti da far mostra di
loro ingegno, e così per lo più rovinano le repubbliche: gli altri
all’incontro, diffidando dalla propria avvedutezza, si pregiano d’esser
men dotti delle leggi, e inabili a vituperare chi abbia dirittamente
parlato: però operando da giudici di equità, e non da rivali, dirizzano
frequenti volte le cose a buon termine. Dobbiamo, adunque anche noi
oratori adoperar così; e senza gonfiarci per bravura di eloquenza, o
per gara di accorgimento, guardarci dal dare al popolo consigli che non
approviamo noi stessi.

38. «Io pertanto sono sempre della medesima sentenza, e mi maraviglio
di chi rimette in quistione l’affare dei Mitilenei e vi procura indugi,
i quali sono piuttosto a vantaggio dell’ingiuriatore; dappoichè in
questo modo l’offeso perseguita l’offensore con men caldo sdegno; dove
la vendetta quanto più segue dappresso l’ingiuria, movendo da impeto
eguale, ne prende in riscatto il più severo castigo. Mi maraviglio
inoltre di chiunque sarà per contradirmi, e pretenderà di dichiarare
essere di nostra utilità i torti fattici dai Mitilenei, e ridondare
a danno degli alleati i nostri vantaggi: bene è chiaro che costui, o
affidato alle sue parole, vorrà ingegnarsi di mostrare ad onta mia che
una formale risoluzione non è un decreto, o incitato da guadagno si
sforzerà di sedurvi colla speziosità di elaborato discorso. Intanto
la Repubblica con questi politici certami dà la palma ad altri, e
viene ella stessa in pericolo. Ma la colpa è di voi che guastate di
tali gare la forma; voi che solete sedervi spettatori delle parole e
uditori dei fatti; voi che le cose avvenire risguardate come possibili
ad accadere per i discorsi de’ bei dicitori; e quanto alle passate, più
fidanza ponete non in ciò che vedeste co’ propri occhi vostri, ma in
ciò che udiste per la bocca di coloro che di buon garbo vi rampognano.
Bravissimi a lasciarvi gabbare dalla novità d’un discorso, non a
seguir quello che sia universalmente ricevuto; schiavi sempre dello
straordinario, e disprezzatori del consueto, smaniosi ognuno d’esser
tenuto valente parlatore, se non a segno di gareggiar con chi lo sia,
almeno per non parer d’andar dietro al sentimento d’un altro, anticipar
la lode a chi sia per dire qualche cosa di ingegnoso; prontissimi a
indovinare la mente di chi parla, ma tardi a prevedere le conseguenze;
gente che cercate uno stato di cose opposto, per così dire, a quello
in che viviamo; discernitori mal atti del presente; insomma, schiavi
del diletico dell’orecchio; sembianti a chi segga spettatore di garruli
maestruzzi, più presto che a chi deliberi intorno alla salute della
patria.

39. «Da’ quali trasandamenti sollecito io di distorvi, protesto essere
i Mitilenei rei verso di noi del più atroce misfatto che una sola
città commetter possa. Conciossiachè io so perdonare a popoli che non
potendo patire il vostro impero, o necessitati da’ nemici hanno fatto
ribellione: ma gente che padroni di un’isola afforzata di mura, pei
quali non era da temere de’ nemici nostri, salvo che dalla parte del
mare, per dove erano ben riparati con l’apparecchio di triremi; gente
che, lasciata nella libertà delle proprie leggi, e da noi avuta nel
primo grado di onoranza, è giunta a tale eccesso, che altro ha ella
fatto se non macchinar contro di noi, ed insorgerci contro piuttosto
che ribellarsi (perocchè la ribellione è propria dei popoli angariati),
e cercar la nostra rovina mettendosi dalla parte de’ nostri capitali
nemici? Cosa invero più stupenda di quello che se, avendo forze
bastevoli, ci avessero da se soli mosso contro le armi. Non hanno
servito a loro esempio nè le sciagure di tutti gli altri popoli, che
ribellatisi da noi furono ben sottomessi; nè la presente loro felicità
bastò a svogliarli sì ch’e’ non giugnessero a tanta scelleratezza:
ma fatti arditi rispetto all’avvenire, e sperate cose maggiori di
lor potere e minori dei loro appetiti, hanno intrapreso la guerra,
gloriandosi d’aver preposto al dritto la forza. Però, dappoichè parve
loro che potremmo esser vinti, ci assalirono, senza che gli avessimo
in nulla ingiuriati. Tanto è vero che un’impensata prosperità suol
condurre all’insolenza quelle città su cui ella cada improvvisa;
laddove d’ordinario le felicità che avvengono secondo l’umano discorso
sono più stabili delle straordinarie per gli uomini, i quali sanno
meglio, per così dire, respingere le disgrazie che conservar la
fortuna. Egli facea certamente di mestieri che anche di prima i
Mitilenei non fossero avuti da noi in maggiore onore che gli altri:
così e’ non sarebbono giunti a tanto di arroganza; stante che l’uomo
è naturalmente prono per l’ordinario a dispregiar chi l’osserva, e
riverir chi tiene il suo grado. Sieno adunque ora puniti condegnamente
al loro delitto, nè vogliate attribuir la colpa ai soli fautori
dell’oligarchia ed assolvere la plebe; perocchè tutti ci hanno del pari
assalito, giacchè potevano ora esser rimessi in città se a noi avessero
ricorso, dove stimando più sicuro partito il rischiar co’ pochi, si
unirono alla ribellione. Or ponete mente: se imporrete la medesima pena
tanto a quei che si ribellino forzati dai nemici, quanto agli altri che
ciò facciano di suo capriccio; chi pensate voi non doversi ribellare
col più leggero pretesto, ove riuscendo al suo fine consegua la
libertà, e non riuscendo, nulla soffra di strano? Anzi noi per ciascuna
città dovrem mettere a repentaglio le sostanze e le vite nostre: e
vincendo, ne avremo una città manomessa, sarem privi dell’entrate, che
in seguito ci sarebbono pervenute, e per le quali siamo potenti; e
perdendo, aggiugneremo ai presenti nuovi nemici. Così quel tempo che ci
bisogna per ributtare gli avversari di adesso, dovremo spenderlo nel
guerreggiare i nostri alleati.

40. «Non si vuol dunque dar nuovo appicco ai Mitilenei che, o
coll’eloquenza a cui si affidano, o mediante il denaro, possano
conseguir perdono, quasi che abbiano umanamente fallito; perocchè non
ci hanno offesi involontariamente, ma ad occhi aperti hanno ordite
contro noi le loro trame. Or merita sol perdonanza l’involontario
fallire: però, siccome già la prima volta, sostengo anche adesso a
spada tratta non dover voi mutar d’animo sulle deliberazioni già
prese, nè andare errati per tre cose perniciosissime all’imperio,
compassione, allettamento di parole, lenità. La compassione vuole
usarsi verso chi ti rassomigli col renderla, non verso chi si sia messo
nella necessità d’esserti eternamente nemico: quanto all’allettamento
delle parole, avranno i bei dicitori altre occasioni non men belle
da sperimentarvisi, e non questa, ove la città per picciol diletto
avrebbe a patir grave danno, ed essi trovarsi bene dei loro discorsi.
Lenità, in ultimo, vuole aversi con quelli che all’avvenire sieno
per esserti benevoli, non con quelli che vorranno esser sempre gli
stessi, nè punto rallenteranno di loro nimistà. Però recando in una
le molte parole, dico che seguendo il mio consiglio, adoprerete
giustamente coi Mitilenei ed utilmente per voi; operando altramente,
non vi amicherete costoro, ma condannerete voi stessi. Essendo che,
se a dritto ribellaronsi, voi gli avrete dominati ingiustamente: se
poi, quantunque ingiustamente, pretendete di dominarli, forza è pure
che puniate costoro anche contro ogni dritto, perchè l’utilità vostra
il richiede; o che rinunziate all’impero e meniate, immuni così dai
pericoli, la vita del galantuomo. Vi muova pertanto l’onor vostro
a render loro il contraccambio, per non sembrare (dappoichè avete
scampato il pericolo) meno sensitivi di essi che ci insidiarono,
pensando del modo onde arebbono trattato noi se vincevano, tanto
più che siamo stati preoccupati dalle loro ingiurie. Or coloro che
senza giusto motivo oltraggiano altrui, vi insistono sino all’ultimo
di lui eccidio, risguardando al pericolo che loro si prepara da un
nemico superstite: infatti, chi non ha messo altrui nella necessità
di offenderlo, se egli scampa, diviene contro l’offensore nemico più
feroce di chi abbia eguali titoli di nimicizia. Non vogliate adunque
tradir voi stessi; ma portandovi col pensiero più dappresso che sia
possibile al momento dell’oltraggio, e considerando che avreste tolto
innanzi tutto di soggiogarli, rendete ora ad essi la pariglia senza
punto ammollirvi del loro stato presente; nè dimenticate la sciagura
che testè pendea sui capi vostri. Puniteli siccome meritano; ponete a
chiaro esempio degli altri alleati, che chiunque si ribelli sarà punito
di morte. Se ciò essi intendano, voi vi troverete men di frequente nel
caso di trascurare i nemici, per combattere gli stessi vostri alleati.»

41. Così parlò Cleone: ma dopo lui Diodoto figliolo di Eucrate, che
anche nella precedente adunanza aveva con maggior calore degli altri
contradetto al decreto di uccidere i Mitilenei, fattosi pure allora
avanti tenne questo discorso.

42. «Non io qua vengo per accusar quelli che hanno proposto di
nuovamente deliberare intorno ai Mitilenei, nè per lodar quelli i quali
biasimano che più volte si discuta intorno ad oggetti rilevantissimi:
ma stimo che due cose sieno contrarissime ad un retto giudizio, la
prestezza e la collera. Quella suol andar di pari colla stoltezza;
questa con immoderata loquacità e pochezza di riflessione: e chiunque
contende non essere i discorsi gli insegnatori degli affari, o delira o
vi ha qualche suo privato interesse. Delira, se crede esser possibile
in altro modo che colle parole diciferare l’avvenire e ciò che è
oscuro: vi ha interesse, se volendo persuadere qualche cosa di turpe,
crede di non poter parlare bellamente su ciò che onesto non è, ma bensì
di atterrire con bei rabbuffi chi sia per contrariarlo, e l’udienza
intera. Coloro poi che per ostentare la propria eloquenza accusano
anche di vil guadagno chi monta la ringhiera, sono i più perniciosi
ed i più tristi: essendochè, se accusassero solo di incapacità,
l’accusato, non prevalendo, partirebbe notato di poca accortezza,
piuttosto che di malignità: ma agiungendovisi la taccia di nequitoso,
se riesce a persuadere, resta sempre sospetto; se non riesce, se ne va
colla nota di dappocaggine e di malvagità. La Repubblica intanto nulla
profitta in mezzo ai maneggi di costoro, per timore dei quali resta
ella priva di utili consiglieri; dove se avesse tali cittadini sforniti
di eloquenza, dirizzerebbe a buon fine la maggior parte degli affari,
avvegnachè il popolo ben di rado sarebbe indotto in errore. Or siccome
deve un buon cittadino, non coll’intimorire chi sia per contradirlo;
ma col tenersi entro ai termini della perfetta egualità, mostrare la
miglioranza de’ suoi ragionamenti; così è richiesto ad una saggia
repubblica non aggiugnere nuovi onori a chi generalmente la consigli
bene, ma neanche diminuirglieli: e non che punire l’oratore la cui
sentenza non prevalga, non deve pure abbassarne la reputazione. Così
l’oratore che vince non parlerà, per verun modo, cose che egli stesso
non approva, col fine di crescere il suo stato e cattar benevolenza;
e colui che non ottiene il vanto, non si studierà di conciliarsi
anch’esso l’animo della moltitudine, col compiacerla di qualche cosa.

43. «Ma noi adoperiamo tutto all’opposto: anzi, di più, se v’è alcuno
che, quantunque avuto in sospetto di venale, dia ottimi consigli
alla Repubblica, noi non pertanto per quel mal fondato sospetto lo
prendiamo in avversione, e defraudiamo la Repubblica dei più evidenti
vantaggi. E però s’è ridotto in usanza che i buoni consigli non
artatamente proposti sono avuti a sospetto non meno dei perniciosi:
di che è costretto ad adoprar la frode chi voglia per cattivarsi
il popolo persuadere le più funeste stranezze, non meno che di
ricorrere all’artifizio, per acquistar credenza, chi fa le più utili
proposizioni. Frattanto con tali circonspezioni questa è la sola città
ove sia impossibile far del bene alla scoperta, senza premettere
l’inganno. Se vi ha chi offra palesemente un bene, ne è ricambiato col
sospetto, quasi che egli abbia qualche segreto vantaggio. Nonostante
però tale opinione che si ha di noi oratori, trattandosi di affari
del più gran rilievo, conviene che noi ve ne parliamo, prevedendo più
lontano di voi che a breve distanza risguardate; tanto più che i nostri
consigli vanno soggetti a rendimento di conti, mentre voi non temete
sindacato del modo onde ci ascoltate. Che se il consigliatore e quello
che gli va dietro fossero sottoposti alla medesima pena, voi andreste
più ritenuti nei vostri giudizi: laddove ora, se per capriccioso
talento vi venga fatto di commettere qualche sbaglio, dannate sola
la mente di chi vi consigliò, non le vostre, sebbene in gran numero
concorse nell’errore.

44. «Ma io non son qua per contradire o accusar chicchessia riguardo
ai Mitilenei: non si contende adesso, se abbiasi senno, della gravezza
del loro delitto; ma del come sia prudente la nostra determinazione.
In fatti, pognamo che io li dimostrassi al tutto rei, non è per
conseguente che io vi consigli ad ucciderli, se ciò non torna a
nostro vantaggio: nè, s’ei meritino perdonanza, che l’ottengano da
voi, ove ciò non si mostri di utilità alla patria. Credo poi che la
nostra deliberazione riguardi più all’avvenire che al presente: e sul
punto ove principalmente insiste Cleone, che a troncar le ribellioni
avvenire sarà utile annestarvi la pena di morte, valendomi anch’io in
opposizione a lui, di quello che pel tempo futuro può tornarci bene,
sento contrariamente. E vi farei torto a credere che, per l’apparente
forza del suo discorso, vogliate rigettare l’utilità del mio; essendo
che il suo ragionare, che a’ termini di severa giustizia più si
accomoda col vostro risentimento contro i Mitilenei, potrebbe forse
sedurvi. Ma non siamo adesso in tribunale con loro, da aver bisogno dei
principii di rigoroso dritto; anzi discutiamo riguardo a noi in qual
modo essi possano in seguito esserci utili.

45. «Pertanto, è nelle diverse repubbliche statuita la pena di morte
per assai delitti, non solo di eguale ma anche di minor gravezza che
questo: nondimeno gli uomini, incitati dalla speranza, vi si attentano;
e niuno mai si condusse al misfatto disperando di dover sopravvivere al
suo conato. Conciossiachè, qual città in ribellandosi si è mai mossa a
ciò fare giudicando insufficienti gli apparecchiamenti o suoi o degli
alleati? Ed è proprio naturalmente di tutti, e privati e repubbliche,
il fallire: nè v’è legge che valga a ritenerli: avvegnachè abbiano
gli uomini trascorso per tutti i gradi di pene sempre aumentando, se
pur modo vi fosse d’esser meno offesi dai malfattori. E pare che in
antico le pene fossero più miti anche pei più enormi delitti: ma col
tempo, venendo trasgredite, si sono estese sino a quella di morte; e
pur questa ancora si trasgredisce. O bisogna dunque inventar supplizio
più terribile di questa, o convenire che neppur essa è di verun freno;
dappoichè, la povertà, che colle sue strettezze inspira ardimento, la
potenza che coll’insolenza e coll’orgoglio mena alla soverchieria,
e gli altri stati mezzani, giusta le cupidità degli uomini, secondo
che ciascuno è da qualche più forte e incurabil passione dominato,
strascinano nei pericoli. Soprattutto poi la speranza e il desiderio;
questo precede, quella conseguita; questo immagina il modo di fare il
colpo, quella suggerisce la facilità di felice riuscimento: ond’è che
sono la causa potissima dei mali nostri; e benchè sieno invisibili
prevalgono sopra le pene che sono visibili. Oltre a ciò la fortuna
stessa non meno concorre a dar la pinta: perciocchè venendoci talvolta
inaspettata al fianco, ella spinge al cimento chicchessia, anche con
minori forze, e principalmente le città, in quanto sono più importanti
le cose che ambiscono, libertà, voglio dire, ed impero su gli altri; e
in quanto che ciascun cittadino riunito col rimanente, più di se stesso
inconsideratamente presume. E brevemente, egli è cosa impossibile e
argomento di grosso ingegno il credere, che quando la umana natura è
trasportata con impeto a commetter qualche cosa, il rigor delle leggi
od altro spauracchio valga a distornela.

46. «Non dobbiamo adunque, fidandoci alla pena di morte come a sicuro
mallevadore, prendere una cattiva risoluzione; nè mettere in disperanza
i ribelli, come se non vi sia per esser luogo a pentimento che quasi in
sull’istante cancelli il loro fallo. Perocchè osservate che nel caso
mio una città anche ribellata, se conosca di non poter prevalere, verrà
a’ patti in istato tuttora da rifarci le spese, e da pagare il tributo
all’avvenire: ma nell’altro caso, qual città pensate voi che non
volesse rinforzare i suoi presenti apparecchi, e durar sino all’ultimo
nell’assedio, ove importi lo stesso il presto o tardi comporsi? E
come non sarebbe egli allora nostro danno (attesa l’impossibilità
d’accordarsi) lo spendere rimanendo all’assedio, conseguire deserta
quella città che espugnassimo, e così rimaner privi della rendita che
in seguito ci sarebbe pervenuta, e dove consiste il nerbo delle nostre
forze contro i nemici? Cosicchè non dobbiamo esser giudici esatti dei
delinquenti a danno nostro, più presto che vedere come, castigandoli
moderatamente, possiamo in avvenire servirci di quelle città potenti
per copia di denaro; e però brigarci di tenerle guardate non colla
severità delle leggi, ma colla sopravvegghianza delle loro azioni.
Noi però adopriamo tutto il contrario; avvegnachè, se soggioghiamo
un popolo libero e dominato per forza, il quale siasi ribellato per
ricuperare (come è naturale) la propria independenza, reputiamo che
convenga punirlo atrocemente: mentre vuolsi non severamente punire
gente libera quando siasi già ribellata, ma severamente guardarla
innanzi che si ribelli, e prevenirla, in modo che ciò non pur le venga
in pensiero; e ridotta che l’abbiamo in poter nostro, imputarglielo a
colpa il men possibile.

47. «Ma anche per quest’altro riguardo, osservate qual grave errore
commettereste aderendo a Cleone. Ora in tutte le città il popolo è a
voi benevolo, e, o non si unisce cogli oligarchici alla ribellione,
o se vi è astretto, alla prima occasione divien nemico di quelli che
ve lo abbiano indotto: di sorte che, se vi si ribelli una città, voi
le andate contro avendo amica la plebe; all’opposto, se truciderete
il popolo dei Mitilenei che non participò della ribellione, e che
avute appena le armi vi si rese spontaneamente la città, primieramente
oprerete ingiustamente uccidendo i vostri stessi benefattori, quindi
procaccerete ai nobili ciò a cui principalmente mirano. Imperciocchè,
in ribellando essi le città, avranno seco legato il popolo, appunto
per aver voi premostrato esser destinata una medesima pena pe’ rei
egualmente e pe’ non rei. Il perchè, poniamo i Mitilenei ci avessero
offeso, conviene dissimulare, perchè que’ soli che ora ci restano
amici non ci si facciano nemici. Credo poi molto più conducevole al
ritenimento dell’impero, soffrire in pace qualche ingiuria, di quello
che, stando ai termini di rigoroso diritto, uccider quelli che il
nostro vantaggio non consente: nè si trova possibile, come pretende
Cleone, che giustizia e utilità della vendetta, in questo medesimo
caso, vadano insieme.

48. «Voi dunque conoscendo esser questo il miglior partito, senza
accordar più del giusto alla compassione od alla lenità (dalle quali
cose nè io pure consento che vi lasciate trasportare) seguite il
mio consiglio, per le propostevi considerazioni, di far maturamente
il processo di quei Mitilenei spediti qua da Pachete come rei, e di
lasciare stare gli altri alle proprie case. Queste sono le maniere che
formeranno in avvenire, e già formano anche adesso, lo spavento dei
nemici: conciossiachè chiunque segue ottimi consigli è più potente
dirimpetto a’ nemici, di chi inconsideratamente gli assalga colla
prepotenza dei fatti».

49. Così parlò Diodoto. Queste due opinioni contrarie l’una l’altra
essendo state esposte col massimo contrappeso di ragioni, entrarono
gli Ateniesi a discutere quale fosse da preferire; e venuti al
rendimento dei voti furono presso che alla pari, ma vinse il parer di
Diodoto. Spedirono immantinente con gran premura un’altra trireme a
Mitilene, per non trovar distrutta la città, se questa seconda non vi
arrivasse innanzi alla prima che l’avea preceduta d’un giorno intero
e di una notte; ed avendola i mandatari di Mitilene provvista di vino
e di biscotto, con grandi promesse a’ marinari se arrivassero prima
dell’altra, fu sì accelerata la voga, che senza abbandonare il remo,
mangiavano il biscotto inzuppato nel vino e nell’olio, ed alcuni
spartitamente prendevano sonno, altri remigavano. E per fortuna, non
avendo avuto alcun vento contrario, e la prima trireme destinata ad
uno strano affare navigando lentamente, mentre questa si avacciava
così; arrivò in tempo che appunto Pachete aveva letto il decreto, ed
era in procinto di eseguir la sentenza. Ma questa seconda approda
immediatamente dopo quella, e lo ritenne dal fare la strage. A tanto di
pericolo vennero i Mitilenei.

50. Agli altri però mandati da Pachete in Atene come colpevolissimi
della ribellione diedero gli Ateniesi la morte secondo il parere di
Cleone: ed erano poco più di mille[205]. Demolirono altresì le mura di
Mitilene, e ricevettero la consegnazione delle navi: quindi, invece di
imporre tributo ai Lesbii, ne divisero in tremila parti il territorio
(eccetto quello dei Metimnei) e ne scelsero trecento da consacrarsi
agli Dei[206]: al possedimento delle altre mandarono quei de’ loro
cittadini, a’ quali erano toccate in sorte. Ma gli abitanti di Lesbo si
tassarono di pagare ad essi ogni anno per ciascuna parte due mine[207],
e coltivarono da sè il terreno. Ebbero gli Ateniesi per dedizione anche
i castelli sulla terraferma de’ quali eran padroni i Mitilenei, che di
poi furono obbedienti ad Atene. Così passarono le cose di Lesbo.

51. Nella medesima estate, dopo la presa di Lesbo, gli Ateniesi
condotti da Nicia figliolo di Nicerato portaron la guerra a Minoa,
isola situata di faccia a Megara, ove i Megaresi avevano fabbricata una
torre che serviva loro di fortezza. Intendeva Nicia che gli Ateniesi
avessero quivi un presidio in osservazione meno lontano che da Budoro
e da Salamina; che i Peloponnesi non potessero da quel luogo correre,
come prima[208], furtivamente il mare collo spedir fuori triremi e
corsari; e che nulla si potesse introdurre a’ Megaresi dalla parte di
mare. Adunque prima di tutto espugnò con macchine due torri in sul mare
che sporgeano in fuori da Nisea, e rese libero alle sue navi il corso
tra Nisea e l’isola. Intanto edificava un riparo di mura dalla parte di
terraferma, per dove mediante un ponte attraverso il pantano recavasi
soccorso all’isola stessa che ne è poco distante. Ultimato in pochi
giorni questo lavoro, fabbricò anche poi nell’interno dell’isola un
forte per lasciarvi presidio, e partì con l’armata.

52. Circa il tempo stesso di questa estate i Plateesi, che non avevano
più vettovaglia nè forze da sostenere l’assedio, capitolarono co’
Peloponnesi. La cosa andò in questo modo. Avevano i Peloponnesi
dato l’assalto alle mura, e quei di dentro non erano in istato di
far fronte. Ma il generale spartano, tuttochè informato della loro
debolezza, non voleva espugnar la città a viva forza, che tale era
l’ordine di Sparta; perchè se mai restasse conclusa la tregua con gli
Ateniesi, ed ambe le parti convenissero di restituire tutti i luoghi
acquistati con l’armi, Platea non fosse di quelle da restituirsi,
essendosi resa spontaneamente. Spedisce dunque un araldo a proporre
loro, se volessero spontaneamente consegnare la città agli Spartani
ed accettarli per giudici; protestando che punirebbero i rei, ma
nissuno però senza giuridico processo. Tale fu la proposizione
dell’ambasciatore: ed essi, perocchè erano all’estremo, consegnarono
la città. I Peloponnesi somministrarono vettovaglia a’ Plateesi per
alcuni giorni, finchè arrivarono da Sparta cinque giudici, alla venuta
dei quali non fu proposto alcun capo di accusa; ma citati i Plateesi
fecero loro soltanto questa domanda: «Se da che era incominciata la
guerra avesser reso qualche servigio ai Lacedemoni e loro alleati.»
Rispondevano essi, domandando licenza di poter parlare alquanto
lungamente, e produssero a loro nome Astimaco figliolo di Asopolao,
e Lacone di Aimnesto pubblico ospite di Sparta, i quali presentatisi
parlarono così:

53. «Noi certamente, o Lacedemoni, facemmo la dedizione della città
confidando di non dover sostenere cotal giudizio, ma uno più consono
alle leggi, ed accettando di non esser sotto ad altri giudici che
a voi (siccome lo siamo), perchè ciò credevamo il modo più sicuro
ad ottenere equità. Se non che temiamo non sia ora fallito questo
nostro doppio intendimento; perocchè drittamente sospettiamo che si
discuta per noi la causa dell’estremo supplizio, o che voi non siate
per riuscire giudici imparziali. Ce ne dà argomento non solo il non
ci esser proposta querela alla quale dobbiamo contradire (mentre noi
stessi abbiamo domandato la parola), ma ancora quella breve vostra
interrogazione, alla quale risponder vero è nostro danno, risponder
falso porta convincimento di menzogna. Laonde, ridotti in dubbiezza
per ogni lato, siamo astretti, e ci par più sicuro, il non abbandonare
al silenzio il nostro pericolo, avvegnachè, per chi è venuto a tale,
una sola parola non detta potrebbe produrre il rammarico; che se fosse
stata detta, sarebbe stata di sua salvezza. Ma per noi v’è anche di
più la difficoltà di procacciarsi credenza; essendo che, se non ci
conoscessimo scambievolmente, accumulando testimonianze di cui foste
all’oscuro, potremmo cavarne vantaggio: ora però dobbiam parlare
dinanzi a gente di tutto informata. Nè temiamo che voi mal prevenuti
contro il nostro valore, perchè minore del vostro, ci imputiate
ciò a delitto; ma che, mentre volete gratificare ad altrui, noi ci
imbarchiamo in una causa già decisa.

54. «Nondimeno esponendo i nostri giusti titoli di difesa riguardo
alle differenze coi Tebani, come ancora rispetto a voi ed agli altri
Greci, faremo menzione dei servigi nostri per tentar di persuadervi.
Quanto alla breve domanda «se in questa guerra abbiamo fatto alcun
bene ai Lacedemoni ed egli alleati» se ci interrogate come nemici,
rispondiamo, non aver noi oprato ingiustamente contro di voi, se non vi
abbiamo giovato; se come amici, aver voi più presto il torto, che ci
portaste contro le armi. Quanto poi alla pace ed alla guerra col Medo
abbiamo fatto il debito nostro; perchè quella non violammo i primi, a
questa soli noi tra’ Beozii allora concorremmo con voi per la libertà
di Grecia: e benchè gente di terraferma venimmo a naval combattimento
con lui presso Artemisio; e nell’altra battaglia avvenuta sul nostro
suolo ci unimmo a voi ed a Pausania: e se altro pericolo in quei tempi
sovrastò ai Greci, di tutti partecipammo oltre le forze nostre. Ma
per voi stessi, o Lacedemoni, noi spedimmo in aiuto la terza parte di
nostre genti, quando dopo il terremoto, ritiratisi gli Iloti ad Itome,
trovossi Sparta nel massimo sbigottimento: or questi fatti non sono da
porre in dimenticanza.

55. «Tali ci gloriammo d’essere nei tempi andati e nei più grandi
bisogni: e se poi vi divenimmo nemici la colpa è tutta vostra.
Conciossiachè urtati dai Tebani vi richiedemmo alleanza, ma ci
rifiutaste e ci confortaste a volgerci agli Ateniesi perchè vicini,
mentre voi abitavate lontano: pure in questa guerra non avete per
noi sofferto nulla di strano, e non eravate per soffrirlo. Se poi
ai vostri inviti non volemmo staccarci dagli Ateniesi, non però vi
abbiamo ingiuriato; dappoichè essi ci soccorsero, contro i Tebani,
mentre voi ve ne svogliaste. Il perchè non era più onesta cosa tradir
quelli che aveano meritato di noi, e che per le nostre preghiere ci
avevano ricevuto nella lega, ed ascritti alla loro cittadinanza: anzi
richiedeva il decoro che seguissimo prontamente i loro comandamenti.
Ora nelle imprese alle quali entrambi conducete gli alleati, non sono
colpevoli quei che vi seguono, se qualche cosa men che onesta facciate;
ma bensì voi, che gli scorgete ad opere non buone.

56. «Tra le moltiplici ingiurie fatteci dai Tebani la non menoma è
quest’ultima che voi ben sapete, e per cui patiamo questi mali. Avendo
essi occupato la città nostra durante la tregua, e (che maggior cosa è)
nel dì festivo del mese, noi meritamente ci vendicammo per quella legge
universalmente ricevuta, esser dritto respinger chi t’assalga. Nè ora,
in grazia loro, noi saremmo giustamente offesi: perocchè se misurerete
il diritto colla norma dei vantaggi presenti e del loro mal animo verso
noi, voi sembrerete non leali estimatori del giusto, ma più presto
solleciti del pro vostro. Che se adesso credete costoro esservi utili,
bene assai più noi e gli altri Greci lo vi fummo, allorquando eravate
in pericolo maggiore. Infatti voi ora siete il terrore di quelli che
assaltate: all’opposto allora il barbaro voleva imporre a tutti il
giogo della schiavitù, e questi Tebani erano con lui. Ragion dunque
vuole che al fallo d’adesso (se pur v’è ombra di fallo) contrapponiate
la prontezza d’allora, e troverete questa maggiore al paragone di
quello, ed usata in tempi quando era ben raro chi dei Greci opponesse
alcun valore alla potenza di Serse. Erano allora lodati principalmente
non quelli che, per schermirsi dalle invasioni del barbaro, miravano
a procacciarsi la propria sicurezza, ma quelli che affrontavano il
pericolo per le più magnanime imprese. Noi intanto, stati di questi ed
avuti nel primo grado di onoranza, temiamo adesso di andar perduti per
quei medesimi alti sensi; noi che scegliemmo di seguire gli Ateniesi
per giustizia, invece che voi per interesse. Eppure fa di mestieri
mostrare di sentir lo stesso sopra gli stessi oggetti, e null’altro
credere nostro vantaggio se non quello che ci è comune coi bravi
alleati, solo che essi sempre ci sappiano grado del nostro valore, e
resti consolidata per noi l’utilità presente.

57. «Osservate inoltre che dinanzi al maggior numero dei Greci
siete reputati l’esemplare della probità[209]. Che se ingiustamente
giudicherete di noi (nè questo giudizio rimarrà ignoto, perchè voi
che avete nomea dovrete sentenziar noi che non siamo vituperevoli)
badate non disapprovino che intorno a gente dabbene, voi (sebbene anche
migliori) abbiate deliberato qualche cosa che denigri la fama vostra,
e che ai pubblici templi si veggano appese le spoglie tolte a noi
che meritammo di Grecia. Farà raccapriccio che i Lacedemoni abbiano
devastato Platea, e che, laddove i padri vostri pel valore di lei ne
scolpirono il nome sul tripode di Delfo, voi, per compiacere ai Tebani,
l’abbiate con tutti i suoi cittadini cassata dal corpo intero dei
Greci. A tanto di sciagura, perdio! siam venuti, che allora, vincendo
i Medi, saremmo periti; ed ora dinanzi a voi un dì nostri amicissimi,
siamo messi al di sotto dei Tebani: cosicchè due grandissimi cimenti
abbiam sostenuto, uno dianzi di morir di fame se non avessimo reso
la città, l’altro ora d’esser processati di morte. E noi Plateesi,
solleciti sopra le forze nostre per il vantaggio dei Greci, siamo
turpemente da tutti ributtati deserti e tapini: nissuno ci soccorre
degli alleati d’allora; anzi di voi stessi, o Lacedemoni, unica nostra
speranza, temiamo che non stiate saldi per noi.

58. «Ciò non pertanto confidiamo, nè fuori di ragione, che in rispetto
degli Dei testimoni allora dell’alleanza, e in rispetto del valor
nostro a pro dei Greci, voi vi piegherete e muterete pensiero, tuttochè
prevenuti alcun poco per i Tebani: che in cambio chiederete loro
il favore, di non dover voi stessi uccidere quelli cui uccidere si
disdice, acciocchè riscuotiate così un’onesta compiacenza invece che
turpe; ed acciocchè, col gratificare altrui, non siate in contraccambio
notati di perversa viltà. Conciossiachè è cosa leggera il trucidare i
nostri corpi, ma eccede ogni fatica il cancellarne l’infamia; perchè
in noi non punirete drittamente dei nemici, ma dei benevoli che di
necessità vi guerreggiarono. Riflettete prima di tutto che siam venuti
in poter vostro resici spontaneamente e sporgendo a voi le mani (rito
per cui è interdetto ai Greci trucidar chi lo pratichi); e che inoltre
abbiam costantemente meritato di voi: per lo che, francheggiando le
nostre persone, oprerete da giudici religiosi. Volgetevi a mirare
le tombe dei padri vostri, che uccisi dai Medi e sepolti nel nostro
suolo noi pubblicamente ciascun anno onoravamo di vestimenta e d’ogni
maniera di esequie[210]. Per noi le primizie di tutto ciò che le nostre
campagne producono nelle stagioni alterne erano loro offerte, non
solo di buon grado come tratte da terra ad essi cara, ma ancora, come
alleati ai già nostri commilitoni. Del che voi fareste il contrario
non drittamente deliberando. Vedete! Pausania diede lor sepoltura
giudicando depositarli in terra amica e appresso genti medesimamente
amiche: ma se voi ci ucciderete, e di plateese ridurrete tebano il
suolo, che altro farete se non lasciare in terra nemica e presso i loro
uccisori i vostri padri e congiunti privi delle onoranze che or godono?
Senza di che, vi basterà egli il cuore di assoggettar quella terra ove
i Greci conseguirono la libertà? Disertare i templi di quei Numi, cui
invocando, disfecero i Medi? Abolire i patrii sacrifici di coloro che
questi templi stessi fondarono ed inalzarono?

59. «Egli non sarebbe, o Spartani, della gloria vostra l’adoprar
così, nè il deviare dall’osservanza comune tra i Greci e dal rispetto
ai maggiori; nè per soddisfare a straniera nimistà uccider noi che
non vi abbiamo offeso, e che vi abbiamo beneficati. Anzi è richiesto
al decoro di voi perdonare e piegar l’animo ai pensieri di discreta
commiserazione, ponderando non solo l’atrocità dei mali che aremmo a
soffrire, ma di più chi siamo noi che li soffriremmo; e quanto stia
in bilico la sciagura, su chi mai piombar possa, anche immeritamente.
E noi, come conviene allo stato nostro e come necessità ci spinge,
alzando le nostre voci agli Iddii che su i medesimi altari si onorano
dal comune dei Greci, li preghiamo a persuadervi di queste cose,
intanto che vi richiamiamo alla memoria i giuramenti giurati dai
padri vostri. Vi supplichiamo pei sepolcri dei padri, invochiamo i
trapassati per non esser consegnati ai Tebani nostri capitali nemici,
amorevolissimi come siamo verso quei valorosi. Rammentiamo quella
famosa giornata in cui con essi facemmo le più chiare prove, mentre in
questa d’oggi corriamo rischio di soffrire gli estremi mali. Ma sul
finire del nostro discorso (momento indispensabile ed il più doloroso a
chi è in simil frangente, perchè conseguita dappresso il pericolo della
vita) protestiamo che non rendemmo la città ai Tebani, perocchè aremmo
innanzi tolto di morir della morte più turpe, della morte di fame, ma
bene a voi la rendemmo, abbandonandoci alla fede vostra. Se dunque
non vi muovono le nostre ragioni, egli è giusto che ci rimettiate nel
pristino stato, e ci lasciate sceglier quel pericolo che ci incontrerà.
Sieno, o Lacedemoni, le ultime nostre parole queste; che non siamo dati
in balìa dei Tebani, nostri capitalissimi nemici, noi Plateesi già del
bene di Grecia sollecitissimi, noi vostri supplichevoli strappati dalle
mani vostre e dalla vostra fede, ma anzi siateci salvatori: nè sia vero
che mentre tornate in libertà gli altri Greci, vogliate ora perder noi
interamente.»

60. Così parlarono i Plateesi. E i Tebani, temendo che i Lacedemoni
si ammollissero alcun poco per le parole di quelli, si fecero avanti
e dichiararono, che siccome ai Plateesi, fuori della loro opinione,
era stato accordato parlare più a lungo di quel che si richiedesse
per rispondere alla domanda, così essi pure intendevano di essere
ascoltati. Avutane la permissione parlarono così.

61. «Noi non avremmo domandato la parola, se anch’essi
all’interrogazione fatta avessero brevemente risposto; se non si
fossero rivolti a noi per farci accuse; e se non avessero accumulato
di se stessi apologie e lodi fuor di proposito senza che alcuno avesse
lor mossa querela, e sopra cose onde veruno gli avea vituperati. Ora
pertanto tocca a noi di ribatter le prime e confutar le seconde, perchè
essi non si avvantaggino della mala opinione contro di noi, nè della
loro reputazione: e perchè voi possiate decidere udito il vero di
entrambi. Le controversie nostre mossero in principio da questo: che
avendo noi fondato Platea dopo le altre città della Beozia, ed insieme
più altri castelli che ritenevamo, cacciatone l’accogliticcia gentaglia
che li abitava, costoro disdegnavano di star subordinati a noi, secondo
che erasi innanzi convenuto. E perchè noi volemmo astringerveli, essi
soli tra i Beozii trasgredendo ai patrii statuti, si accostarono alla
parte degli Ateniesi, e congiunti con essi ci menarono molti danni, dei
quali furono per noi ricambiati.

62. «Ma poichè il barbaro venne contro la Grecia, dicono essi soli tra
i Beozii non essere stati fautori del Medo, e di ciò principalmente
menano vanto, e noi svillaneggiano. Or noi confessiamo sibbene ch’e’
non furono partigiani del Medo da che nè gli Ateniesi puro lo furono:
ma per egual modo, quando gli Ateniesi andavano contro i Greci, essi
soli tra i Beozii li favoreggiarono. Del resto osservate lo stato di
amendue quando operammo così. La città nostra allora per avventura
non era ordinata a reggimento oligarchico bilanciato dalle leggi,
nè a governo popolare; ma, ciò che è contrario alle leggi stesse,
al buon ordine e vicinissimo al dispotismo, pochi imperiosi magnati
erano al timone dello stato. Costoro, perchè confidavano meglio
confermare la lor privata grandezza, qualora vincesse il Medo,
contenendo forzatamente la moltitudine, lo introdussero in città: ma
l’universalità dei cittadini fece questo senza essere in potere di
sè; e non è giusto che ella venga incolpata di quello in che fallò
nel silenzio delle leggi. Però, dappoichè partì il Medo ed ella
riassunse le proprie leggi; quando in seguito gli Ateniesi si mossero
e si ingegnavano ridursi a devozione il rimanente di Grecia non che
il territorio nostro, di cui, a cagione delle fazioni, già occupavano
gran parte; vuolsi esaminare se combattendoli e vintili a Cheronea noi
liberammo la Beozia, e se ora prontamente ci uniamo a liberare gli
altri, somministrando cavalli e fornimenti d’ogni maniera quanti nissun
altro degli alleati. Queste sono le nostre discolpe in ciò che spetta
al Medo.

63. «Ora poi ci sforzeremo di dimostrare che voi, o Plateesi, avete
maggiormente danneggiato i Greci, e che la gravezza del vostro fallo
è maggior d’ogni pena. Voi (secondo che dite) diveniste alleati e
cittadini degli Ateniesi per vendicarvi di noi: dovevate dunque
condurli contro noi solamente, e non unirvi con loro ad assaltar
gli altri. E bene il potevate fare (ove pur fosse vero che a vostro
malgrado eravate strascinati dagli Ateniesi), atteso che già contro il
Medo era stata fatta la lega di questi Lacedemoni, della quale menate
sì gran vanto. Dessa era certamente bastevole a divertir noi da voi, e
(che grandissima cosa è) a procacciarvi agio di prender tranquillamente
le vostre deliberazioni. Dunque a buon grado e non forzatamente
continovaste a preferire la parte degli Ateniesi. Voi dite, che era
vergogna tradir dei benefattori: ma vergogna e ingiustizia maggiore
era tradir bruttamente i Greci tutti insieme coi quali giuraste,
piuttosto che i soli Ateniesi; dappoichè questi mettevano in ischiavitù
la Grecia, quelli la tornavano in libertà. Nè già avete reso ad essi
in contraccambio un egual benefizio, nè scevro d’infamia: poichè,
a dir vostro, invitaste gli Ateniesi quando eravate gli offesi, ed
avete poi cooperato con loro quando offendevano gli altri. Eppure il
non ricambiar altrui di pari benefizi è vitupero maggiore, che negar
quelli i quali, tuttocchè per ogni dritto dovuti, non vanno immuni,
rendendoli, da nota di malignità.

64. «Bene ne faceste chiari essere allora stati i soli a non
favoreggiare il Medo, non già per riguardo dei Greci, ma solo perchè
non lo favoreggiavano gli Ateniesi. E voi che allora voleste operare
d’accordo con gli Ateniesi ed in contrario dei Greci, presumete adesso
di giovarvi dei Greci, per il valore mostrato a pro degli Ateniesi?
Ma ciò non è giusto; anzi come allora sceglieste gli Ateniesi, così
abbiateli ora a vostri difensori. Nè mettete in campo i comuni
giuramenti quasi che per essi dobbiate ora esser salvi; conciossiachè
vi rinunciaste, e, senza ribrezzo di trasgredirli, vi uniste a
soggettar gli Egineti e alcuni altri che avevano giurato insieme
con voi, in cambio che farvi ad impedirlo: e per giunta ciò faceste
spontaneamente, vigenti pur quelle leggi che tuttora avete, e nullo
astringendovi, siccome fu di noi. Nè per voi è stato accettato l’ultimo
nostro invito (prima che foste attorniati dalle fortificazioni) col
quale vi confortavamo a star tranquilli, e a non aiutare veruna delle
due parti. Chi dunque l’odio di tutti i Greci merita più giustamente
che voi, i quali ostentaste a danno loro il vostro egregio valore?
Voi, i quali avete ora dimostrato che quel po’ di bene che, siccome
dite, allora faceste non era vostro retaggio; che anzi per opposito
quelle cose a cui mirava l’animo vostro sono state redarguite nel vero;
essendochè seguiste le orme degli Ateniesi perchè andavano per la
via ingiusta. Queste sono le dimostrazioni della nostra involontaria
adesione al Medo, e del vostro spontaneo attaccamento agli Ateniesi.

65. «Quanto poi a ciò che concerne l’ultima ingiuria che dite aver
ricevuta (d’essere noi cioè venuti fuori d’ogni legge contro la città
vostra durante la tregua e nel dì festivo del mese), noi facciamo stima
di non aver pure in questo errato più di voi. Conciossiachè se venendo
di propria volontà alla città vostra, avessimo combattuto e guastato da
nemici il territorio, saremmo dalla parte del torto: ma se cittadini
tra voi i più ragguardevoli per ricchezza e nascimento ci invitarono
spontaneamente, intendendo di cessarvi da una straniera alleanza,
e ridurvi agli statuti comuni di tutti i Beozii, in che peccammo
noi? Peccano in vero quei che conducono più presto che quei che li
seguitano. Ma per nostro arbitrare nè dessi nè noi abbiam fallito:
perciocchè essendo cittadini come voi, e cimentando cose maggiori, ci
apersero le loro mura, e ci introdussero in città con animo amichevole
non già nemico. Volevano che i più malvagi tra voi non diventassero
anche peggiori; che i migliori avessero quel che meritavano: e così
facendosi moderatori dei vostri pensieri e salvatori de’ vostri
corpi, non straniare dalla città i cittadini, ridurla anzi come ad
un sol parentaggio, non render veruno nemico a chicchessia, e tutti
comprendere nei patti.

66. «Ed imparate da questo che non operammo inimichevolmente. Noi non
violentammo veruno, ma bandimmo, che qualunque volesse governarsi
secondo le patrie consuetudini di tutti i Beozii si accostasse a noi:
e voi di buon grado aderiste, faceste i patti, e da primo rimaneste
tranquilli. Ma poscia spiato che noi eravam pochi (forse che vi
parve che avessimo fatto cosa troppo ardita entrando in città senza
il consentimento del popolo), non però ci retribuiste di pari modo
coll’astenervi da alcune vie di fatto, e col persuaderci con buone
parole ad uscire; ma a dispetto degli accordi ci assaltaste. Nè tanto
ci duole di quelli che nel conflitto uccideste (attesochè per una tal
legge patirono ciò), ma l’aver trucidato contro ogni dritto quei che
presi vivi vi sporgeano le mani, quando ci avevate promesso che non più
li avreste uccisi, non fu egli cosa da inorridire? E con tutto ciò,
dopo aver commessi in un attimo tre misfatti, cioè violato l’accordo,
morti i nostri dopo il fatto, e mentito della promessa fattaci di non
ucciderli, solo che non guastassimo le vostre campagne; nondimeno
chiamate noi prevaricatori, e presumete non pagare la pena? No perdio!
ove costoro drittamente deliberino: ma di tutte queste scelleratezze
sarete puniti.

67. «Noi pertanto, o Lacedemoni, siamo andati tali cose minutamente
raccontando a riguardo vostro e nostro, acciò conosciate che voi
giustamente li condannerete, e che noi ci siamo per sacrosanto
diritto vendicati anche troppo mollemente. Non vogliate intenerire
udendo delle antiche loro virtù, se alcuna mai ve ne ebbe: debbono
elle patrocinare chi venga ingiustamente oppresso; ma a chi falla
turpemente, duplicargli la pena; perchè contro sua natura ha peccato.
Nè vagliano a loro pro i gemiti e i piagnistei con cui vi rammemorano i
sepolcri dei padri vostri ed il proprio abbandonamento. Conciossiachè
noi all’opposto di loro vi proviamo, più orribili mali aver sofferto la
gioventù nostra da essi trucidata, della quale i padri, parte morirono
a Cheronea mentre conducevano a voi le forze di Beozia; parte, ed erano
questi i più vecchi, lasciati alle deserte case, a miglior dritto vi
supplicano a punir costoro. Meritano piuttosto compassione quelli tra
gli uomini che a torto patiscono; ma quelli cui bene sta siccome ad
essi, meritano per opposito dileggiamento. Quanto al loro presente
abbandono tutto procede da essi: perchè spontaneamente rigettarono i
migliori alleati, trasgredirono a danno nostro i patti senza che noi
gli avessimo per l’innanzi ingiuriati, ma perchè discorrevano delle
cose più per odio che per giustizia: e sono ora condotti a tale che
non possono ricambiarci di adeguata vendetta. Conciossiachè il loro
supplizio sarà in consonanza colle leggi, non già come essi vociferano,
nell’atto di sporgervi le mani di mezzo alla battaglia, ma dopo che
per via d’accordo si sono rimessi a giuridico tribunale. Soccorrete
adunque, o Lacedemoni, agli statuti dei Greci violati da costoro,
e retribuite a noi fuor d’ogni legge offesi un favore rispondente
alla alacrità dei servigi nostri. Cessino gl’Iddii che noi abbiamo
a soffrire una ripulsa dinanzi a voi: ponete ad esempio pei Greci,
che voi sarete per prepor loro gare non di discorsi ma di azioni; le
quali se sieno buone, basta una breve dichiarazione; se difettuose, i
discorsi abbelliti col lenocinio delle parole non sono altro che un
velame che le nasconde. Ma se duci, quali or siete, comprendendo la
somma dei discorsi darete la vostra sentenza, sarà più raro chi cerchi
la venustà delle parole a inorpellare la malvagità dei fatti.»

68. Di tanta forza fu l’arringa de’ Tebani. Ma i giudici lacedemoni
avvisavano che in quella domanda, se durante questa guerra avessero
ricevuto alcun bene dai Mitilenei, — troverebbero il loro vantaggio: sì
perchè avevano in altro tempo fatto loro quella sì speciosa richiesta
di starsene tranquilli, conforme gli accordi stabiliti anticamente con
Pausania dopo la ritirata del Medo; sì perchè anche posteriormente,
prima di cingerli di mura, li avevano confortati ad esser neutrali.
E siccome i Plateesi non vi aderirono, i giudici spartani, per un
giusto sentimento tutto loro proprio, credendosi offesi e non più con
essi in alleanza, li fecero citare ad uno ad uno, domandando loro —
se avessero, nel corso della guerra fatto nulla di bene agli Spartani
e agli alleati —: qualora dicessero di no, li menavano a morte senza
averne eccettuato veruno. De’ Plateesi ne uccisero non meno di dugento;
degli Ateniesi, che vi erano insieme con loro assediati, venticinque; e
fecero schiave le donne. I Tebani poi concessero per circa un anno la
città ad abitare a quei di Megara, che a causa della sedizione ne erano
banditi; ed a quei Plateesi loro partigiani che erano restati vivi.
Ma poi demolironla ed agguagliaronla al suolo, e fabbricarono accanto
al tempio di Giunone un albergo di dugento piedi per ogni lato, che
aveva in giro due ordini di piani, e v’impiegarono i tetti e le imposte
de’ Plateesi. Con le altre suppellettili in bronzo e ferro, che erano
dentro le mura, fabbricarono de’ letti che consacrarono a Giunone, a
cui pure edificarono di pietra un tempio di cento piedi. Pubblicato
poscia il terreno, lo allogarono per dieci anni, ed i Tebani lo
coltivavano. Forse, anzi certamente si erano i Lacedemoni così alienati
dai Plateesi per amor dei Tebani, credendoli utili a sè rispetto alla
guerra, allora allora incominciata. Così finirono le cose de’ Plateesi
l’anno novantesimoterzo da che avevano stretto lega con gli Ateniesi.

69. Ma le quaranta navi de’ Peloponnesi andate in soccorso de’ Lesbii,
mentre che perseguitate dalle Ateniesi fuggivano per alto mare, erano
state sbalzate dalla tempesta vicino a Creta: donde giunte sparpagliate
a dar fondo nelle coste del Peloponneso, incontrano a Cillene tredici
navi de’ Leucadii e degli Ambracioti, con Brasida figliolo di Tellide
sopravvenuto a consigliere di Alcida. Imperocchè gli Spartani, dopo
fallita l’impresa di Lesbo, ebbero aumentata la loro flotta, con
l’intenzione di navigare a Corfù agitata da sedizioni (sendochè gli
Ateniesi erano con sole dodici navi intorno a Naupatto), per arrivarvi
innanzi che flotta maggiore sopraggiungesse da Atene. Però Brasida ed
Alcida apparecchiavansi per questa spedizione.

70. Trovaronsi i Corfuotti travagliati dalle sedizioni, dappoichè
erano tornati loro i prigioni delle battaglie navali combattute presso
Epidamno, rilasciati dai Corintii, in apparenza, per la taglia di
ottocento talenti a cui eransi obbligati i loro corrispondenti, ma
effettivamente, perchè avevan promesso di ridurre Corfù a devozione de’
Corintii. Costoro con segreti maneggi introducendosi presso ciascun
cittadino adopravansi a ribellare la città dagli Ateniesi. Arrivano
intanto una nave attica ed una corintia con ambasciatori, e tenutasi
adunanza decretarono i Corfuotti di essere certamente confederati degli
Ateniesi, a forma dei capitoli, ma amici come prima de’ Peloponnesi.
Pitia, volontario ospite[211] degli Ateniesi e capo dei popolani,
fu citato in giudizio da quei fautori dei Corintii, accusandolo che
volesse soggettare Corfù agli Ateniesi. Ma egli uscitone assoluto,
fece di rimando citare in giudizio cinque di loro i più facoltosi,
dichiarando che e’ tagliavano pali da’ sacri recinti di Giove e di
Alcino[212]. Era per ogni palo imposta la multa di uno statere. Costoro
adunque essendo stati condannati, se ne stavano, a cagione della
gravezza della multa, assisi in atto di supplichevoli presso i templi,
per ottenere di pagare a rate la tassa. Ma Pitia, che per avventura era
uno de’ senatori, persuade questi a valersi della legge. Per lo che
trovandosi i rei esclusi legalmente dal senato, ed insieme ragguagliati
che Pitia, fino a che durasse ad essere senatore, vorrebbe indurre la
plebe a tenere alleanza offensiva e difensiva con gli Ateniesi, si
ristrinsero insieme, e con de’ pugnaletti entrati improvvisamente in
senato, uccidono Pitia con altri senatori e privati, sino a sessanta.
Alcuni pochi dell’opinione medesima di Pitia si rifugiarono sulla
trireme attica che ancora non era partita.

71. Dopo questo misfatto convocarono i Corfuotti e dissero ciò essere
il miglior partito e il più valevole a salvarli dal servaggio di
Atene; doversi per l’avvenire, calmate le sedizioni, non raccettare
nè Ateniesi nè Corintii, salvo che con una sola nave; ed averne per
nemico un maggior numero. Ciò detto li astrinsero anche a ratificare
la proposizione. Spediscono poi subito ad Atene dei legati per dar
ragguaglio che le cose fatte erano secondo che richiedeva il loro
vantaggio; e per indurre quei che là si erano rifugiati, a non darsi
briga inopportunamente a fine di evitare così ogni turbamento.

72. Ma giuntivi appena gli Ateniesi arrestarono i legati come
innovatori e quanti aveano aderito a quelli, e li depositarono in
Egina. In questo, arrivata a Corfù una trireme corintia con gli
ambasciatori lacedemoni, coloro che erano in Corfù restati al maneggio
degli affari assalgono la fazione popolare, e rimasero superiori nel
conflitto. Sopravvenendo la notte il popolo si ricovra nella rocca e
nelle alture della città, ed ivi riunito si fortificò, tenendosi per
lui il porto Illaico. L’altra fazione occupò la piazza, ove molti di
loro abitavano, e il porto a lei vicino che guarda verso terraferma.

73. Il giorno appresso furonvi leggere avvisaglie, ed ambe le parti
erano in sullo spedire alla campagna ad invitare i servi promettendo
libertà. Venne in soccorso ai popolani una moltitudine di servi; agli
altri, ottocento ausiliari di terraferma.

74. Trascorso un giorno si rinfresca la battaglia colla vittoria
del popolo, superiore per fortezza de’ siti e per numero. Le donne
stesse arditamente vi porsero mano scagliando tegole dalle case, e
sostenendo il tumulto, oltre loro natura. Sul crepuscolo della sera gli
oligarchici dieder volta, e perchè temevano non il popolo, nel caldo
della vittoria scagliatosi contro l’arsenale, se ne facesse padrone
e li trucidasse; per torgli ogni via di assalto metton fuoco alle
case che erano in giro sulla piazza e alle contigue, senza perdonarla
nè alle proprie nè alle altrui; di modo che molte robe de’ mercanti
andaron bruciate: e corse pericolo di restar totalmente distrutta la
città intera, se all’incendio si fosse aggiunto vento che spirasse
verso di lei. Posto fine al combattimento, volendo gli uni e gli altri
ristare, tennero le scolte per tutta la notte. La nave corintia,
essendo la vittoria stata del popolo, furtivamente fece vela, e la
maggior parte degli ausiliari di soppiatto tragittò in terraferma.

75. Ma nel giorno sopravveniente Nicostrato figliolo di Diotrefe
capitano degli Ateniesi, da Naupatto giunge in soccorso con dodici
navi e cinquecento Messenii di grave armatura. Propose egli pratiche
di accordo; e induce le due parti a doversi contentare che fossero
processati soli dieci fra i più colpevoli (i quali non patirono di
rimanere), e di lasciare il resto a casa sua; sivveramente che si
accordassero tra loro e con gli Ateniesi di aver comuni gli amici ed i
nemici. Ciò fatto era Nicostrato in sul salpare, quando i caporani del
popolo lo persuadono a lasciar loro cinque navi, affinchè quei della
parte contraria si trovassero meno in istato di far movimenti; ed essi
ne spedirebbero con lui altrettante delle loro bene armate. Nicostrato
vi acconsentì, ed essi destinavano per queste navi quei della parte
contraria; i quali temendo di dover esser mandati in Atene, si assidono
nel tempio del Dioscuri. Nicostrato si ingegnava di farli uscire, e
ne li confortava, ma non fu obbedito: di che il popolo colta questa
occasione, come se con quella lor diffidenza di unirsi alla flotta di
Nicostrato covassero qualche sinistra intenzione, prese le armi e tolse
via dalle case quelle degli avversari; e ne avrebbe trucidati alcuni
ne’ quali s’imbattè, se Nicostrato non lo avesse impedito. Vedendo
gli altri come la cosa andava, si assidono supplicanti nel tempio di
Giunone, in numero di ben quattrocento. Per lo che il popolo intimorito
che e’ non volessero tentare qualche novità, con buoni modi gl’induce
ad alzarsi, e li trasporta nell’isola di faccia al tempio stesso di
Giunone, ove era mandato loro il bisognevole alla vita.

76. In questo scompiglio di cose, quattro o cinque giorni dopo il
trasporto di coloro nell’isola, arrivano da Cillene (ove dopo il
ritorno dall’Ionia erano di stazione) le cinquantatre navi de’
Peloponnesi, capitanate come prima da Alcida, con cui navigava Brasida
destinatogli a consigliere. Diedero queste fondo a Sibota, porto di
terraferma, e sul far dell’aurora fecero vela contro Corfù.

77. I Corfuotti, benchè in grande agitazione, e intimoriti delle
cose di città, e dell’avanzarsi della flotta nemica, pure ad un’ora
stessa preparavano sessanta navi, e a mano a mano spedivano quelle
armate contro a’ nemici, quantunque gli Ateniesi li confortassero, che
dovessero lasciar loro mettersi in mare i primi, e poi sopravvenire
essi alla coda con tutte insieme le navi. Le quali non furono sì
tosto giunte sparpagliate in faccia al nemico, che due immediatamente
passarono dalla parte di lui, e le ciurme che erano in su l’altre
contendevano fra loro in modo, che tutto faceasi alla rinfusa. Onde
accortisi i Peloponnesi di cotal confusione si misero in ordinanza con
venti navi contro a’ Corfuotti, e colle rimanenti contro le dodici navi
degli Ateniesi, due delle quali erano la Salaminia e la Paralo.

78. I Corfuotti, che caricavano il nemico colle navi disordinate e
spartite, erano dal lato loro in gran travaglio. Gli Ateniesi, temendo
della moltitudine nemica e d’esser colti in mezzo, non investivano
colla flotta serrata insieme la squadra che avevan di fronte, e si
riguardavano da urtarla nel centro; ma corsile addosso di fianco,
affondano una nave: indi presa ordinanza circolare giravano attorno al
nemico per provare di scompigliarlo. Di che accortisi quei che erano
di contro a’ Corfuotti, e temendo non accadesse ciò che era accaduto a
Naupatto, accorrono in soccorso; e così riunite le navi si scagliano
tutti insieme su gli Ateniesi. Questi cominciavano a retrocedere,
senza voltar faccia, remigando di sulla poppa; e ritirandosi il
più lentamente possibile intendevano di operar sì che le navi de’
Corfuotti fossero in tempo a sottrarsi, intanto che essi sostenevano il
nemico schierato contro di loro. Per questo modo fu combattuta questa
battaglia navale, che finì sul tramonto del sole.

79. Temettero i Corfuotti che i nemici, seguendo l’impeto della
vittoria, non spingesser la flotta contro la città, per ripigliar quei
ch’erano stati messi nell’isola, o fare qualche altra innovazione. Il
perchè tragittarono nuovamente nel tempio di Giunone quelli dell’isola,
e tenevano guardata la città. Ma i Peloponnesi, con tutto che
vincitori, non furono osi di navigare contro la città; e colle tredici
navi prese a’ Corfuotti tornarono al luogo di terraferma donde avevano
fatto vela. Il dì seguente, quantunque la città di Corfù fosse in gran
confusione e timore, non punto meglio però navigarono alla volta di
essa, comecchè Alcida ne fosse consigliato, siccome narrasi, da Brasida
che non aveva autorità eguale a lui; anzi fecero scala al promontorio
di Leucimna, e devastarono le terre.

80. In questo stato di cose i popolani di Corfù, entrati in gran
paura del ritorno delle navi nemiche, conferirono co’ supplichevoli
ch’erano nel tempio di Giunone, e con gli altri oligarchici, del modo
onde potrebbe salvarsi la città. Persuasero alcuni di quelli a montar
le navi, attesochè nonostante le turbolenze ne avevano armate trenta,
aspettandosi che ricomparirebbe l’armata nemica. Ma i Peloponnesi, dopo
aver guastato la campagna fino a mezzogiorno, se n’eran partiti; e sul
far della notte compresero per i segnali di fuoco che sessanta navi
degli Ateniesi si avanzavano da Leucade contro di loro; le quali con
l’ammiraglio Eurimedonte di Teucle erano state spedite da Atene, quando
s’intese che Corfù era in tumulto, e che vi doveva andare la flotta di
Alcida.

81. Adunque i Peloponnesi appena notte si affrettavano di tornare
a casa radendo la costa; e trasportate le navi sopra l’istmo di
Leucade[213], per non essere osservati nel farne il giro, si
riconducono in patria. I Corfuotti udito che le navi attiche si
avvicinavano, e che quelle de’ nemici se n’erano andate, accolsero
ed introdussero in città i Messenii restati prima di fuori.
Ordinarono alle navi che avevano armate di volteggiare dinanzi al
porto Illaico[214]; ed intanto che queste girarvanlo intorno, essi
uccidevano qualunque della parte contraria capitasse loro nelle
mani; e cavando per forza dalle navi coloro cui avevano indotti a
montarle, li trucidavano. Entrarono medesimamente nel tempio di
Giunone, e persuasero da cinquanta di quelli che vi erano rifuggiti a
sottomettersi a giuridico processo, e li condannarono tutti a morte.
La maggior parte però di quei supplichevoli che non si erano lasciati
svolgere, vedendo come le cose procedevano, si uccidevano l’un l’altro
ivi nel tempio stesso; alcuni appiccarono se medesimi agli alberi;
altri poi si toglieano di vita in quel modo che ciascuno poteva. E
ne’ sette giorni che Eurimedonte dopo il suo arrivò vi si fermò con
sessanta navi, i Corfuotti uccidevano quei ch’e’ credevano di parte
contraria, dando loro la colpa di sovvertitori dello stato popolare.
Alcuni poi furono uccisi per private nimicizie, altri dai debitori
che avevan preso denaro in prestanza. Fuvvi insomma ogni genere di
morte; nessuna reità fu pretermessa come in simili perturbazioni suole
accadere, ed anche delle più inusitate. Imperciocchè il padre uccideva
il figliolo, e la gente divelta dai templi era lì dappresso ammazzata;
ed alcuni furono persino murati dentro al tempio di Bacco, e così
morti. Cotanto progredì quella sedizione crudele, che tale pare anche
più, perchè nel corso di queste cose ella era stata la prima.

82. Conciossiachè nel tempo appresso Grecia tutta fu, a così dire, in
sollevazione, regnando dovunque le sette fra i caporani del popolo
ed i fautori dell’oligarchia, stante che quelli gli Ateniesi, questi
i Lacedemoni volevano chiamare[215]. E perocchè in tempo di pace non
avrebbono avuta onesta cagione nè bramosia di invitarli a sè, così,
rotta omai la guerra, ben di leggeri in ambe le parti occorrevano alla
mente dei novatori adescamenti valevoli a procacciarsi alleanza per
nuocere alla fazione avversa, e con ciò stesso avanzare ad un’ora il
proprio potere. Duranti le sedizioni piombarono su le città molte e
gravi calamità, che di continuo accadono e sempre accaderanno sino a
che sia la medesima la natura degli uomini; tuttochè più violente o
più miti e diverse nella spezie, secondochè cederanno le particolari
mutazioni dei fortuiti eventi. Imperocchè quando è pace e gli affari
prosperano, le repubbliche ed i privati hanno più sano giudizio, perchè
non s’imbattono in imperiose necessità: ma la guerra diminuendo a
poco a poco l’affluenza di ciò che giornalmente bisogna alla vita, è
un maestro violento, e conforma l’indole della moltitudine secondo il
presente stato delle cose. Ardeva adunque la sedizione nelle città;
e quelle che più tardi tumultuavano, appunto per l’udita delle cose
già avvenute, studiavansi di sorpassare le prime coll’immaginar nuovi
pensieri, o ritrovare artificiosi modi dell’assaltare gli altri, ed
inusitati supplizi. Il consueto significato dei vocaboli a dinotare le
cose lo cambiavano giusta il loro arbitrare: sendochè l’inconsiderata
audacia, amichevole coraggio; il cauto indugio, travisata timidità; la
moderazione, immascherata viltà; la prudenza in checchefosse, assoluta
ignavia nominaronsi. All’incontro poi la forsennata precipitanza si
annestava all’essere di valoroso; la circospezione nel deliberare, bel
pretesto a trarsi d’impaccio reputavasi. Ciascun malcontento sempre
creduto; chi lo contraddicesse, sospetto; accorto, chi riuscisse nelle
sue trame; più astuto, chi sottomano una ne ordisse per accalappiare
il primo; chi provvedesse in modo da non fargli bisogno di ricorrere a
tali cose, era detto un distruttore d’ogni società, un trasecolato dai
nemici. E brevemente, qualunque prevenisse chi mulinava alcun danno o
sobillasse chi neanche vi pensava, erane commendato. I parenti inoltre
erano reputati più stranieri che i compagni[216], stante che questi
erano più prontamente audaci, messo a parte ogni pretesto. Infatti le
combriccole di costoro non erano per giovarsi delle veglianti leggi,
ma per sopraffare altri, mandando in un fascio quelle che vigevano.
La fiducia da aversi scambievolmente non veniva confermata pel rito
religioso, ma per la complicità dei misfatti: le oneste profferte della
fazione contraria non per generosità approvavano, ma quando scorgessero
che coll’addarvisi resterebbero superiori: il ricambiar di vendetta era
avuto in maggior pregio che il non esser di prima offeso. I giuramenti
di riconciliazione, se alcuni ve ne furono, valevano per il momento,
per l’impossibilità di quei che li facevano, i quali d’altronde non
avevano forze: ma all’occasione, chi primo fosse ad usare ardire,
qualor vedesse il nemico inerme più volentieri si vendicava durante
la fiducia di lui, che alla scoperta; sì perchè calcolava così la
propria sicurezza, sì perchè, sgaratolo artatamente, riportava il
vanto di accortezza. Conciossiachè si chiamano più facilmente scaltri
molti scellerati insieme, che semplici i buoni; anzi di questo nome
gli uomini si vergognano, di quello si gloriano. Di tutte queste
sregolatezze era cagione la sete del comando che da ambizione e da
orgoglio procede; dalle quali due pesti trae origine l’ardimento di
quelli che nelle sette si mettono in contrasto. Essendochè nelle città
i capi delle fazioni, gli uni collo specioso pretesto di preferire
la politica uguaglianza popolare, gli altri un discreto reggimento
di pochi, aiutavano in nome la cosa pubblica, ma in fatto facevano
mercato di essa. Il perchè contrastando al postutto di sgarare l’uno
l’altro, osavano e compivano le più orribili cose, aggravando le pene
non secondo la regola della giustizia o il vantaggio della Repubblica,
ma secondo che le determinava il capriccio che entrambi ne avevano.
Non esitavano di empier le loro presenti cupidità, sia col condannare
altrui con ingiusto suffragio, sia col procacciarsi armata mano,
superiorità; di sorte che ambe le fazioni nissun riguardo avevano alla
religione; ma quelli cui accadesse, con ispeziosità di parole di fare
un bel colpo erano i più reputati; dove i cittadini che tenevano la via
mezzana tra ambe le parti venivano nondimeno trucidati, o per non aver
dato mano ad una, o per invidia di vederli fuori del tafferuglio.

83. Così a cagione delle sedizioni prese piede in Grecia ogni maniera
di scelleratezza. La ingenuità (dote principale di un animo nobile)
derisa sparì; all’opposto il ridurre la mente in reciproca gara di
diffidenza di gran lunga prevalse; non più sicuranza di parole, non
più timore di giuramento a terminar queste ruggini: cosicchè trovando
universalmente più forti ragioni a disperare di ritrovar fiducia,
premeditavano piuttosto il modo di non essere offesi, di quello che
potessero indursi a fidarsi di chicchessia. I più imbecilli d’ingegno
d’ordinario scampavano; stante che temendo della propria insufficienza
e dello scaltrimento dei nemici, per non essere sopraffatti dalla loro
facondia, e per non essere i primi condotti nella rete dagli agguindoli
del loro ingegno, mettevansi ad operare alla sventata. Gli altri poi
che reputavano viltà anche il solo farsi a subodorare le trame altrui,
e credevano non esser bisogno di afferrar con mano ciò che potevano
raggiunger con l’accortezza, privi di difesa più di leggeri venivano
oppressi.

84. In Corfù adunque prima che altrove furono commesse la maggior parte
di queste malvagità non solo, ma quante mai un popolo comandato con
orgoglio piuttosto che con moderanza da quei che lo hanno afflitto,
ne può commettere per contraccambio di vendetta; e quante altre mai
contro ogni giustizia sono pronti ad approvare non solo quelli che
bramano distrigarsi dalla consueta miseria, massime se desiosi delle
cose altrui per le calamità in cui trovansi, ma quelli ancora che, non
tanto per cupidigia di soverchiare, quanto specialmente per principio
di uguaglianza, dieno addosso al nemico; e trasportati più del giusto
da trasmodata ira, v’insistano con crudeltà inesorabile. Perturbato in
questo tempo nella città ogni ordine della vita, la natura dell’uomo
inchinevole a delinquere contro le leggi, fatto di esse tutte un
fascio, fu ben paga di mostrarsi inabile a frenar le passioni,
superiore a tutto ciò che sapesse di giustizia, e nemica di chi fosse
da più. Conciofossechè in una situazione politica ove la gelosia di
parte non avesse avuto forze da nuocere, non avrebbono preferito a
quanto v’ha di più sacro la vendetta, nè al rispetto degli altrui
dritti il guadagno. Tanto è vero che le comuni leggi riguardanti questi
punti per le quali a chicchessia, trovandosi oppresso, resterebbe
speranza di salvezza, gli uomini nel bollor della vendetta non guardano
a distruggerle ed abolirle tutte, poniamo anche che alcun di loro venir
possa in tal pericolo da aver bisogno di esse.

85. Tali pertanto furono i rancori con cui prima degli altri si
afflissero scambievolmente i Corfuotti di città. Eurimedonte e gli
ateniesi partirono con la flotta. Appresso, i fuorusciti di Corfù,
dei quali erano scampati intorno cinquecento, occuparono le fortezze
di terra ferma, rimaser padroni delle loro terre di là dal mare,
donde uscivano per depredare quei dell’isola, e vi facevano danni
considerabili; talchè nacque nella città forte carestia. Spedivano
altresì de’ legati a Sparta e a Corinto circa il rimpatriare: ma come
non ottenevano nulla, qualche tempo dopo allestito delle navi e soldati
ausiliari, presso seicento in tutti, tragittarono nell’isola. Arsero
quindi le navi acciò non restasse altra speranza che nell’impadronirsi
del luogo; e saliti sul monte Istone vi si fabbricarono dei forti; e
così padroni della campagna molestavano grandemente quei di città.

86. Sul finire della medesima estate, venuti a guerra i Siracusani
e i Leontini in Sicilia[217], gli Ateniesi vi spedirono venti navi,
capitanate da Lachete di Melanopo, da Careade di Eufileto. Erano in
lega co’ Siracusani, se si eccettuino i Camarinei, tutte le altre
città doriche[218] le quali sin dal primo incominciamento delle
ostilità si erano collegate con gli Spartani, ma non erano concorse
alla guerra con essi. Stavano per i Leontini le città calcidiche e
Camarina[219]. In Italia i Locresi erano co’ Siracusani; coi Leontini
quei di Reggio, perchè del medesimo sangue. Gli alleati adunque de’
Leontini spedirono ad Atene[220], e tra per l’antica alleanza e perchè
discendevano dagli Ioni, inducono gli Ateniesi a dovere inviar loro
navi giacchè erano bloccati da’ Siracusani per mare e per terra. Gli
Ateniesi poi spedirono le navi col pretesto della parentela; ma in
effetto intendevano d’impedire che di là si conducessero i frumenti
nel Peloponneso, e di fare il primo tentativo se fosse possibile di
sottomettersi la Sicilia. Fermatisi dunque a Reggio d’Italia facevano
la guerra insieme co’ loro alleati, e finiva l’estate.

87. Sopravvenendo l’inverno la pestilenza, che sebbene avesse fatto
qualche tregua non era però mai cessata affatto, assalì di nuovo gli
Ateniesi. Questa seconda volta ella durò bene un anno, dove la prima
non meno di due; talchè non vi è disastro che abbia più di questo
oppresso gli Ateniesi e infievolitane la potenza; perocchè nei loro
eserciti mancarono meglio di quattromilaquattrocento soldati di
grave armatura, e trecento di cavalleria. Il numero poi dell’altra
moltitudine non si può rinvenire[221]. Furonvi inoltre frequentissimi
i terremoti sì in Atene che nella Eubea e tra’ Beozii, specialmente ad
Orcomeno.

88. Questo medesimo inverno gli Ateniesi in Sicilia uniti co’ Reggini
andarono con trenta navi contro le così dette isole di Eolo, attesa
l’impossibilità di andarvi ad oste d’estate, per la mancanza delle
acque[222]. Le posseggono i Liparesi che sono coloni degli Gnidi, ma ne
abitano una sola, non grande, chiamata Lipari, dalla quale escono per
coltivare le altre, Didima, Strongila e Iera. La gente di quei luoghi
crede che in Iera eserciti Vulcano l’arte del fabbro, perchè ella si
vede di notte mandar fuori gran fuoco, e di giorno fumo. Giacciono
queste isole in faccia alla costa de’ Siculi e de’ Messinesi, ed erano
nella lega de’ Siracusani. Gli Ateniesi ne corsero la campagna, ma
poichè elle non facevano vista di rendersi, rinavigarono a Reggio; e
finiva l’inverno e l’anno quinto di questa guerra descritta da Tucidide.

89. Al venire dell’estate i Peloponnesi, e i loro alleati, sotto la
condotta di Agide figliolo di Archidamo re degli Spartani, arrivarono
fino all’istmo, risoluti di assaltar l’Attica; ma essendo accaduti
molti terremoti, voltarono indietro, e fu frastornato l’assalto. Quasi
al tempo stesso, a causa dei terremoti che persistevano tra gli Orobii
dell’Eubea, il mare ritirossi da quel punto che allora era terra, e
gonfiatosi con gran fiotto rivenne sopra un quartiere della città, e
parte sommerse, parte lasciò asciutto; che però è adesso mare quel che
prima era terra: talchè morirono tutti quelli che non furono in tempo
a correr su le alture. Medesimamente ad Atalanta, isola appartenente
a’ Locri Opunzii, avvenne altrettale inondazione che rovinò parte
del forte degli Ateniesi, e scassinò una delle due navi che vi erano
tirate a secco. Fuvvi altresì a Pepareto una forte marea ma non fece
allagamento. Parte delle mura ed il Pritaneo con altre poche case
furono sprofondate dal terremoto; il quale è a mio credere di tali
fenomeni la causa; e dove è più violento, ivi rimuove furiosamente
il mare, che in un attimo risospinto indietro produce più violenta
inondazione: caso che senza terremoto credo impossibile che si dia.

90. Nella estate medesima diversi popoli guerreggiavansi in Sicilia,
come a ciascuno occorreva; e principalmente combattevano i Siciliani
tra loro propio, e gli Ateniesi uniti co’ loro alleati: ma io non
rammenterò che quelle cose le quali soprattutto meritano d’essere
menzionate, e le quali adoperarono gli Ateniesi con gli alleati, o
furono dagli avversari operate contro gli Ateniesi. Dico adunque,
che poichè dai Siracusani fu morto in guerra Careade generale degli
Ateniesi, Lachete, avendo il comando dell’intera flotta, portò con gli
alleati le armi contro Mila[223] de’ Messinesi. Erano di guarnigione
in Mila due insegne di Messinesi, ed avevano teso agguati alle truppe
sbarcate dalle navi ateniesi. Ma questi con gli alleati fugano la
gente dell’imboscata, molti tagliano a pezzi; investono il forte, ed
obbligano quei che eran dentro a rendere per trattato la rocca, e ad
unirsi con loro per andar contro Messina. Dopo di che i Messinesi
medesimi, al presentarsi degli Ateniesi co’ loro alleati, si arresero
col patto di consegnare ostaggi, ed offrire ogni altra guarentigia.

91. Nella medesima estate gli Ateniesi spedirono attorno al Peloponneso
trenta navi sotto la condotta di Demostene[224] figliolo di Alcistene
e di Procle di Teodoro; ed altre sessanta a Melo con duemila soldati
di grave armatura capitanate da Nicia di Nicerato. Volevano essi
soggettarsi i Melii che sono isolani, i quali non intendevano nè di
obbedire nè di entrare nella loro lega. Ma visto poi che con tutto
il guasto dato alla loro campagna e’ non si arrendevano, fatta vela
da Melo navigarono per alla volta di Oropo[225] situato sulla costa
di faccia a Melo. Vi diedero fondo sul far della notte, e subito
le milizie gravi scese dalle navi marciarono per terra a Tanagra
della Beozia. Fu dato il segnale, e il popolo di Atene a stormo andò
per terra ad incontrarle al medesimo luogo, guidato da Ipponico di
Callia[226], e da Eurimedonte di Teucle. Accampatisi nel territorio
tanagrese il giorno stesso vi diedero il guasto e vi pernottarono. Il
giorno dipoi superarono in battaglia i Tanagresi, che avevano fatto una
sortita insieme con alcuni Tebani venuti loro in rinforzo, a’ quali
tolsero pur le armi: alzato poscia il trofeo, la gente di Atene ritornò
a casa e i soldati alle navi. Nicia procedendo marina marina con le
sessanta navi depredò le costiere della Locride, e tornossene a casa.

92. Circa il medesimo tempo gli Spartani fondarono la colonia di
Eraclea nella Trachinia con quest’intenzione. Tutti i Meliesi sono
divisi in tre parti, Paralii, Ierei e Trachinii. Or tra questi gli
ultimi, afflitti dalla guerra degli Etei loro confinanti, erano stati
da principio sul punto di unirsi agli Ateniesi; se non che poi temendo
che non sarebbero fedeli eleggono Tisameno ambasciatore per a Sparta.
Unironsi a questa ambasceria i Doriesi, che sono la città madre degli
Spartani, per richiederli delle medesime cose; perocchè si trovavano
anch’essi travagliati dalla guerra degli Etei. Gli Spartani udito
ciò presero il partito di spedirvi colonia, intendendo di soccorrere
i Trachinii e i Dori, ed insieme giudicando che la città sarebbe
opportunamente situata per la guerra contro gli Ateniesi; perchè vi
si potrebbe allestire una flotta quasi addosso all’Eubea, sicchè
breve ne fosse il tragitto; e potrebbe esser vantaggiosa per passar
nella Tracia. Insomma erano tutti intesi a fabbricare questa città.
Però prima di tutto consultarono l’oracolo di Delfo, il quale avendo
acconsentito, vi mandarono ad abitarla gente di loro stessi e dei
circonvicini: ed invitavano qualunque degli altri Greci cui piacesse
seguirli, fuori che gli Achei, gli Ionii e qualche altra gente. Furono
capi di quella colonia tre dei Lacedemoni, Leone, Alcida e Damagone, i
quali giunti colà fabbricarono sino dalle fondamenta la città che ora
ha nome Eraclea[227], distante dalle Termopile circa quaranta stadii,
e venti dal mare; e prepararono arsenali cominciandone l’edifizio alle
Termopile, propio in su lo stretto, acciò fossero meglio difendevoli.

93. L’esser concorsi tanti coloni a fabbricar questa città diede sul
bel principio sospetto agli Ateniesi che la credevano innalzata a
minacciar l’Eubea, essendo breve il tragitto a Ceneo di Eubea stessa.
Nondimeno la cosa riuscì contro la loro credenza; perchè non fu per
essi di verun pregiudizio, a cagione che i Tessali padroni dei castelli
di quelle vicinanze, e nel suolo de’ quali si fabbricava la città
temendo avrebbero vicini prepotenti, li tribolavano, e di continuo
facevan guerra a quella gente stanziata di fresco, finchè non gli
ebbero rifiniti, sebbene in principio fossero in grandissimo numero.
Imperocchè riflettendo che fondatori ne erano gli Spartani, ognuno vi
concorreva con fiducia, persuaso che la città avrebbe stabilità. Se
non che quei Lacedemoni stessi i quali andavano al governo di casa la
perderono e scemaronne la popolazione, spaventando il popolo col loro
severo e talvolta non onesto reggimento; onde i circonvicini meglio
poterono superarla.

94. Nella medesima estate e quasi al tempo stesso in cui gli Ateniesi
si trattenevano a Melo, gli altri Ateniesi delle trenta navi che
stavano in crociata intorno al Peloponneso primieramente sorpresero con
aguati presso Ellomeno della Leucadia, ed uccisero alcune guarnigioni;
e dipoi con armata più numerosa andarono contro Leucade, unitamente a
tutti gli Acarnani che, eccettuati gli Eniadi, li seguivano a pieno
popolo, con gli Zacintii e i Cefalleni, più quindici navi di Corfuotti.
Sopraffatti i Leucadii da tanta moltitudine non si movevano, benchè
vedessero darsi il guasto alla campagna sì fuori che dentro l’istmo,
ove è Leucade stessa ed il tempio di Apollo. Gli Acarnani pregavano
Demostene generale degli Ateniesi a riserrarli con un muro, sperando
che facilmente li espugnerebbero, e si disbrigherebbero di una città
sempre loro nemica. Ma nel medesimo tempo i Messenii persuadono
Demostene, che avendo riunito sì numeroso esercito, sarebbe per lui
onorevole impresa assalire gli Etoli perchè nemici di Naupatto:
vincendo i quali ridurrebbe agevolmente in potere degli Ateniesi
anche il rimanente di quel tratto dell’Epiro: essere sì bene gli
Etoli, popolo grande e guerresco, ma abitando a borgate molto tra
loro distanti e senza mura, ed usando solo di armatura leggera, non
sarebbe difficile soggiogarli prima che potessero riunirsi a comune
soccorso: invadesse (lo confortavano) prima gli Apodoti, quindi gli
Ofionesi, dopo loro gli Euritani (che sono la parte più grande degli
Etoli, e, come è fama, hanno linguaggio ignotissimo, e si cibano di
carni crude)[228]; perchè soggiogati costoro facilmente anche gli altri
calerebbero agli accordi.

95. Condiscese Demostene alle voglie dei Messenii, tra perchè erano
essi bene di lui, e soprattutto perchè avvisava che senza nuove
genti di Atene, ma solo con gli alleati dell’Epiro e con gli Etoli;
traversando le terre dei Locri Ozolii fino a Citinio della Doria che ha
sulla destra il Parnaso, sarebbe venuto a capo di entrare in Beozia,
che confina coi Focesi; per poi scendere tra i Focesi stessi, i quali
pensava che a cagione della perpetua amicizia in che erano stati sempre
con gli Ateniesi unirebbero con lui di buona voglia le loro armi, o
si sarebbero potuti costringere per forza. Per lo che fatto vela da
Leucade con tutta l’armata, a malgrado degli Acarnani scorreva la costa
fino a Sollio. Ivi comunicò il suo disegno con gli Acarnani che per
non avere egli cinto di mura Leucade, non lo approvarono; ond’ei col
resto dell’esercito composto di Cefalleni, Messenii e Zacintii, e con
trecento Ateniesi che militavano sulle sue navi (essendo già partite le
quindici dei Corfuotti) portò le armi contro gli Etoli, mosso il campo
da Enone della Locride. I Locri Ozolii di questi luoghi erano alleati,
e dovevano con tutte le loro forze riunirsi con gli Ateniesi nei luoghi
mediterranei. Imperocchè essendo confinanti degli Etoli ed usando la
medesima armatura, pareva che col concorrere all’impresa sarebbero
di gran vantaggio, attesa la pratica che avevano del guerreggiare di
quelli e del paese.

96. Egli adunque coll’esercito pernottò nel recinto sacro a Giove
nemeo (ove si dice che dalla gente del paese fu morto il poeta
Esiodo, secondo l’oracolo che gli avea predetto arebbe sofferto ciò
in Nemea)[229], e sul far dell’aurora mosse il campo per alla volta
di Etolia. Nel primo dì prende Potidania, nel secondo Crocilio, nel
terzo Tichio[230], ove fece alto, e mandò il bottino ed Eupolio della
Locride, avendo egli intenzione di conquistar prima gli altri luoghi,
e ricondursi a Naupatto, per quindi combattere gli Ofionesi qualora
e’ non volessero arrendersi. Queste mene però non erano ignote agli
Etoli neanche quando ei dapprima le macchinava; e non sì tosto si
presentò con l’esercito, che accorsero tutti contro lui con numerose
soldatesche; e fino i Bomiesi e i Calliesi, che sono gli ultimi tra gli
Ofionesi e si stendono fino al golfo Meliaco, non istettero a vedere.

97. Ma i Messenii davano a Demostene lo stesso consiglio di prima:
ripetevano la presa degli Etoli sarebbe facile: lo confortavano
assalisse subitamente le borgate: non aspettasse che tutti riuniti
assieme potessero fargli fronte; e cercasse di prender quella che a
mano a mano gli si parasse innanzi. Egli vi acconsentì, e fidato alla
fortuna che non gli era nulla contraria, senza aspettare i Locri che
doveano venire in rinforzo, perocchè il suo principal bisogno era di
saettatori armati alla leggera, marcia sopra Egitio[231], e al primo
assalto lo espugna; essendochè gli abitanti si sottraevano colla fuga,
e si eran fermati sulle colline che soprastano la città, situata essa
pure in luoghi alti, e distante dal mare intorno di ottanta stadii. Ma
gli Etoli accorsi già alla difesa di Egitio si avventano sugli Ateniesi
e su’ loro alleati, precipitando chi di qua chi di là dalle alture,
e scagliando dardi sovra loro; e se gli Ateniesi si avanzavano, essi
davano indietro; se cedevano, gli caricavano. Durò un pezzo questa
zuffa di incalzare e ritirarsi, e nell’uno e nell’altro modo pativano
gli Ateniesi.

98. Nondimeno finchè i loro arcieri ebbero saette e lena da servirsene,
erano essi che reggevano la battaglia; poichè gli Etoli armati
leggermente venivano rintuzzati dalle frecce: ma quando gli arcieri,
morto il comandante, si sbandarono, allora, spossati gli Ateniesi
e da gran tempo oppressi da quel medesimo travaglio, e dall’altra
parte saettati ed incalzati dagli Etoli, voltate finalmente le spalle
fuggivano; ed incappando in de’ borri senza riuscita, ed in luoghi de’
quali non eran pratici (essendo morto Cromone messenio che insegnava
loro le strade), erano sperperati. All’opposto gli Etoli essendo
spediti al corso ed armati alla leggera li dardeggiavano; e giugnendoli
dappresso in quella che davano le spalle, molti ne uccidevano: mentre i
più che smarrite le strade si erano ingolfati in un bosco senza uscita,
appiccatovi il fuoco rimasero tutti arsi. Così fuvvi nel campo ateniese
ogni maniera di fuga e di morte: quei che la scamparono penarono molto
a ricovrarsi al mare, e ad Enone della Locride, donde eran partiti.
Mancarono in questo fatto molti alleati, e circa centoventi Ateniesi
di grave armatura; perdita grandissima perchè erano tutti sul fiore
dell’età e di valore non ordinario, e morì anche Procle uno de’ due
generali. Gli altri, riavuti dagli Etoli i cadaveri con salvocondotto,
tornarono a Naupatto, e poi si ricondussero colla flotta ad Atene.
Ma Demostene che per queste cose temeva degli Ateniesi, restò nelle
vicinanze di Naupatto e di quei luoghi.

99. Al tempo medesimo gli Ateniesi che erano intorno alla Sicilia
navigarono contro la Locride, e sbarcando a terra vinsero i Locri
venuti a respingerli, e prendono Peripolio città situata sul fiume
Alece.

100. Parimente in questa estate gli Etoli che trovandosi assaliti dagli
Ateniesi avevano già spedito ambasciatori a Corinto e a Sparta Tolofo
osionese, Boriade euritane e Tisandro apodoto, persuadono coteste
città a mandare in grazia loro delle truppe contro Naupatto. Laonde i
Lacedemoni spedirono verso l’autunno tremila di grave armatura presi
dagli alleati, cinquecento de’ quali erano di Eraclea nella Trachinia,
città fabbricata d’allora. Guidava queste genti Euriloco nobile di
Sparta, cui seguivano Macario e Menedeo nobili Spartani anch’essi.

101. Riunitosi questo esercito a Delfo, Euriloco spedì un araldo ai
Locri Ozolii perchè gli bisognava traversare le loro terre per andare
a Naupatto, ed insieme perchè voleva staccarli dagli Ateniesi. Tra
i Locri favorivano Euriloco gli Amfissei[232] (perchè temevano dei
Focesi loro nemici) i quali furono i primi a dare ostaggi, e col timore
dell’esercito che si avanzava indussero a dargli anco gli altri;
in principio i soli Mionesi loro confinanti per dove è difficile
l’accesso nella Locride: poi gl’Ipnei, i Messapii, i Tritei, i Callei,
i Tolofoni, gli Essi e gli Eantesi, tutti i quali popoli si unirono con
Euriloco. Gli Olpei diedero ostaggi ma non lo seguitarono; e gli Iei
non diedero neppur gli ostaggi sino a che non fu preso un loro borgo
che aveva nome Poli.

102. Ma Euriloco poichè ebbe ordinato il tutto, e depositati gli
ostaggi a Citinio della Doride[233], marciava coll’esercito contro
Naupatto traversando i Locri; e per via prende due de’ loro castelli
Eneone ed Eupolio che avevano rifiutato unirsi a lui. Pervenuti poi in
su quel di Naupatto insieme con gli Etoli già corsi in rinforzo, ne
saccheggiarono la campagna, ed occuparono il suburbio che era senza
mura; ed avanzatisi a Molicrio colonia dei Corintii, ma soggetto agli
Ateniesi; lo espugnano. Demostene l’ateniese, che dopo gli avvenimenti
dell’Etolia si tratteneva ancora nelle vicinanze di Naupatto,
presentito l’arrivo di quest’esercito, e temendo di quella città, si
presenta agli Acarnani; e gl’induce a recarvi soccorso, quantunque
difficilmente per la sua ritirata da Leucade. Spediscono con lui sulle
navi mille di grave armatura, i quali entrati nella città la salvarono:
poichè vi era molto pericolo che, grandi essendo le mura, quei pochi
che vi erano a difesa non potessero resistere. Laonde Euriloco e le
sue genti, quando intesero esservi entrate quelle truppe, e divenuto
impossibile espugnare a viva forza la città, si ritirarono non già nel
Peloponneso ma nell’Eolide, chiamata ora Calidona, ed in Pleurona e
in altri luoghi di quei dintorni, ed in Proschio dell’Etolia. E ciò
perchè gli Ambracioti eran venuti persuadendoli si unissero con loro ad
assaltare Argo Amfilochico e il resto dell’Amfilochia e l’Acarnania:
protestando, che vinti questi luoghi, tutto Epiro verrebbe all’alleanza
dei Lacedemoni. Accettò Euriloco il partito; licenziati gli Etoli si
tratteneva col suo esercito in quei luoghi senza darsi alcun moto
finchè non fosse bisognato dar mano agli Ambracioti, usciti che fossero
in campagna per l’impresa d’Argo; e finiva l’estate.

103. L’inverno seguente gli Ateniesi che erano in Sicilia, co’
Greci loro alleati, e con quei Siciliesi che oppressati da duro
imperio s’erano staccati dalla lega dei Siracusani e gli aiutavano
in questa guerra, andarono a dar l’assalto a Nessa, castello della
Sicilia, la cui rocca tenevasi pei Siracusani; non vennero a capo di
prenderla e partirono. Ma i Siracusani del forte, mentre l’esercito si
ritirava, assalgono gli alleati degli Ateniesi che erano alla coda:
ed azzuffatisi, mettono in fuga buona parte dell’esercito stesso con
grande strage. Dopo questa rotta Lachete con gli Ateniesi fecero
parecchie volte scala dalle navi lungo il fiume Caicino nella Locride,
e vinsero in un conflitto circa trecento Locri, che con Prosseno
figlio di Capatone vollero opporsi loro; gli disarmarono, e quindi
continuarono la loro gita.

104. Nel medesimo inverno gli Ateniesi purgarono Delo per iscrupolo
di un certo oracolo. L’avea purgata di prima anche Pisistrato il
tiranno, non però tutta interamente, ma quanta se ne scorgeva dal
tempio[234]. Ora però ella fu purgata tutta con queste cerimonie.
Tolsero via quante arche di morti erano in Delo; e bandirono che per
l’avvenire nessuno fosse lasciato morire nell’isola, e le donne non vi
dovessero partorire; ma i moribondi e le partorienti si trasportassero
in Renea, la quale è distante da Delo sì poco, che Policrate tiranno
di Samo[235], stato per qualche tempo potente in flotta e padrone di
altre isole, quando ebbe conquistato Renea la consacrò ad Apollo Delio,
legandola con una catena a Delo. Allora per la prima volta dopo la
purgazione celebrarono gli Ateniesi le feste Delie che ricadono ogni
cinque anni. Era già in Delo fino da remoto tempo gran concorso di
Ioni e d’isolani circonvicini che vi andavano ai sacri spettacoli con
le mogli e co’ loro figlioli, come ora gli Ioni alle feste di Diana
in Efeso: ed ivi pure si facevano le gare di ginnastica e di musica;
e le diverse città vi conducevano le compagnie de’ danzatori. Che si
praticasse così lo dichiara a maraviglia Omero in quei versi cavati
dall’inno di Apollo[236]:

    Ma tu giubbili, o Febo, sopra tutto
      Allor che gl’Ioni dalle lunghe vesti
      Si radunano in Delo ad onorarti
      Insiem coi figli e le pudiche spose.
      Te dilettano allor che rimembrando
      Il nome tuo, cominciano le gare
      Di lotte, di carole e d’armonie.

E che vi fosse pure la gara di musica, e che vi concorressero i
gareggianti, lo dichiara in questi versi del medesimo inno; poichè dopo
aver celebrato il coro delle donne di Delo terminò l’elogio con questi
versi, ne’ quali fece pur menzione di sè:

    Deh! se ne sien propizi Apollo e Diana,
      Addio voi tutte, e di me vi sovvenga
      Allor che un cattivello pellegrino
      Dei terrestri mortali vi domandi:
      O Donzellette, dite, e qual s’aggira
      Spirto gentil dolcissimo tra voi,
      Che col suo canto vi diletta il core?
      Voi tutte liete allor gli rispondete,
      Un cieco abitator dell’aspra Chio.

Ecco gli argomenti che dà Omero di esservi stato anticamente a Delo
concorso e festa grande. In processo di tempo gl’isolani e gli Ateniesi
vi mandavano le compagnie dei cori e le offerte sacre. Ma quanto ai
giuochi e alla maggior parte delle solennità pare che per le calamità
dei tempi andassero in disuso; finchè al tempo accennato non li
celebrarono gli Ateniesi, con più le corse de’ cavalli che prima non vi
erano.

105. In quest’istesso inverno gli Ambracioti, conforme avevan promesso
ad Euriloco perchè trattenesse l’esercito, escono in campagna contro
Argo Amfilochico con tremila di grave armatura. Entrati sul territorio
argivo occupano Olpa, castello forte sopra un’altura vicino al mare,
guarnito in altri tempi di mura dagli Acarnani che se ne servivano per
comun tribunale, e distante circa venticinque stadii da Argo città
marittima. Ma gli Acarnani parte correvano a soccorso di Argo, parte
si erano accampati in quel sito dell’Amfilochia che si chiama le
Fonti, per invigilare che i Peloponnesi con Euriloco non passassero di
nascosto ad unirsi con gli Ambracioti. Spedirono inoltre a Demostene,
che aveva prima condotti gli Ateniesi nell’Etolia, invitandolo a
pigliare il comando dell’esercito, avvisando pure le venti navi degli
Ateniesi, che si trovavano attorno al Peloponneso, capitanate da
Aristotele di Timocrate e da Ierofonte di Antimnesto. Medesimamente
quelli Ambracioti che erano ad Olpa inviarono ad Ambracia un messo,
ordinando che fatta una leva generale venissero a soccorrerli;
perciocchè temevano (non potendo le genti di Euriloco attraversare
l’Acarnania) di dovere, o sostenere la battaglia da se soli, o volendo
ritirarsi, non poterlo fare sicuramente.

106. I Peloponnesi adunque con Euriloco, intesa la mossa degli
Ambracioti che erano giunti ad Olpa, partono da Proschio per
prontamente soccorrerli; e valicato l’Acheloo marciavano attraverso
dell’Acarnania, rimasta spopolata per il soccorso di Argo, avendo a
destra la città degli Strazii e il loro presidio, e alla sinistra il
resto dell’Acarnania. Trascorse le terre degli Strazii camminavano per
Fizia, e quindi pei confini di Medona, e poi per Limnea; e misero piede
sul territorio degli Agrei non più amico degli Acarnani, ma di loro.
Quindi prendendo la via di Tiamo, monte incolto, lo traversarono; e di
notte calarono nella campagna argiva: così passarono celatamente tra
la città degli Argivi, e il presidio degli Acarnani alle Fonti, e si
congiunsero con gli Ambracioti ad Olpa.

107. Riuniti che furono insieme, sul far del giorno fecero alto sotto
il castello chiamato Metropoli[237], ove formavano il campo. Poco dopo
arrivano in soccorso degli Argivi al golfo di Ambracia gli Ateniesi
colle venti navi, e Demostene con dugento Messenii di grave armatura
e sessanta arcieri ateniesi. Stavano le navi in osservazione alle
falde del monticello di Olpa dalla parte di mare. Gli Acarnani con
pochi Amfilochii (perchè la maggior parte era per forza ritenuta dagli
Ambracioti) si erano già raunati ad Argo, e si preparavano a combattere
co’ nemici. Eleggono per generale di tutta la lega Demostene, senza
però escluderne i particolari loro capitani: ed egli avanzatosi fin
vicino ad Olpa vi pose il campo; sì che solo un gran borro separava
i due eserciti. Per cinque giorni restarono tranquilli: ma nel sesto
si mettevano entrambi in ordine di battaglia. Era l’esercito de’
Peloponnesi più numeroso ed esteso; onde Demostene temendo di non
essere circondato mette in aguato per una strada scoscesa e cespugliosa
truppe di leggera e grave armatura, in tutto quattrocento; acciò
nel tempo della zuffa uscissero dell’aguato, e prendessero alle
spalle i nemici in quella parte ove fossero superiori. Quando i due
eserciti furono in punto vennero alle mani. Demostene con i Messenii
e pochi Ateniesi teneva il corno destro, e l’altro tenevasi dagli
Acarnani disposti con quell’ordine che ad ognuno era toccato, e da
quei frecciatori amfilochi che vi si ritrovavano. I Peloponnesi e gli
Ambracioti erano mescolati, ad eccezione dei Mantiniei, che riuniti
fra loro erano piuttosto sul corno sinistro, ma però non arrivavano
all’estremità di esso, ove era Euriloco co’ suoi in faccia a’ Messenii
e a Demostene.

108. Menavansi omai le mani da ambe le parti, ed il corno de’
Peloponnesi era superiore, e faceva vista di circondare il destro de’
nemici; quando gli Acarnani dall’aguato sopravvenendo alle spalle
si scagliano loro addosso e li costringono a voltar faccia, sicchè
non più tennero il fermo, e col loro timore ridussero a fuggire la
maggior parte dell’esercito: poichè al veder sperperata l’ordinanza
di Euriloco, che era il nerbo delle milizie, molto più gli altri
impaurivano. I Messenii che con Demostene erano su questo punto,
compirono la maggior parte dell’impresa: all’opposto gli Ambracioti
e quelli del corno destro, che sono i più guerreschi di quei luoghi,
ruppero le genti che avevano a fronte e le incalzarono fino ad Argo.
Ma nel ritirarsi, poichè videro il grosso dell’esercito disfatto, e
poichè erano inquietati dagli Acarnani, a gran fatica salvaronsi ad
Olpa: ove precipitandosi dentro disordinatamente e alla rinfusa, molti
perirono. Non così avvenne dei Mantinei i quali, meglio ordinati di
tutto l’esercito, ritiraronsi dalla battaglia che finì sulla sera.

109. Mancarono in essa Euriloco e Macario, onde Menedeo il giorno
dopo succeduto al comando trovandosi rinchiuso per la parte di terra
e per quella di mare dalla flotta ateniese, nè sapendo dopo la gran
disfatta in che modo o reggere all’assedio trattenendosi in Olpa,
o ritirarsi a salvamento, propone il giorno dopo a Demostene e a’
capitani degli Acarnani trattato di tregua per far la ritirata, e per
riavere i morti. Rendettero essi i cadaveri e ripresero i suoi, circa
trecento, ed ersero trofeo: ma non pattuirono solennemente ritirata a
tutti. Bensì Demostene e i capitani acarnani accordano segretamente
una sollecita ritirata a’ Mantinesi, a Menedeo e agli altri uffiziali
de’ Peloponnesi, e a’ più distinti tra loro. Voleva per questo modo
Demostene spogliare gli Ambracioti della moltitudine degli assoldati
stranieri; e soprattutto bramava screditare presso i Greci di
quelle contrade gli Spartani e i Peloponnesi, quasi che li avessero
vergognosamente traditi, e preferito ad ogni cosa il proprio vantaggio.
Ripresero frattanto i morti, e frettolosamente gli seppellirono come
poterono; e quei, cui era stato concesso, ruminavano di celatamente
partire.

110. Ma a Demostene ed agli Acarnani vengono avvisi che gli Ambracioti
di città, mossi dalla prima ambasciata ricevuta da Olpa, e ignari degli
ultimi fatti, si avviavano a stormo in soccorso, traversando il paese
degli Amfilochii per congiungersi con quelli di Olpa. Laonde Demostene
spedisce tostamente una parte delle sue genti per prevenirli con aguati
sulle strade, ed occupare i siti più forti; e si preparava ad accorrere
contro di loro col resto dell’esercito.

111. In questo mezzo i Mantinei con quelli ai quali era stato accordato
salvocondotto, usciti fuori col pretesto di raccogliere legumi e
legna da fuoco, si andavano celatamente dilungando a piccole brigate,
facendo vista di raccoglier ciò per cui erano usciti; ma allontanatisi
omai da Olpa affrettavano il passo. Onde gli Ambracioti e gli altri
raccoltisi allora in folla, quando si avvidero della loro partita non
stettero più alle mosse, e si diedero a correre per raggiungerli. Gli
Acarnani credevano dapprima che fuggissero tutti senza convenzione di
patti, e davan dietro a’ Peloponnesi. Alcuni capitani che volevano
ritenerli, e che dicevano aver quelli salvocondotto, furono feriti
di freccia, perchè creduti traditori. Pur nondimeno lasciarono poi
andare i Mantinei e i Peloponnesi, uccidendo però gli Ambracioti; onde
tutto il campo era in contesa, non conoscendosi chi fosse Ambraciota o
peloponnesio. Circa dugento rimasero morti; gli altri si rifugiarono
nell’Agraide che è confinante, ove furono accolti da Selintio re degli
Argei[238], loro amico.

112. Frattanto gli Ambracioti partiti da Ambracia giungono ad Idomene.
Risiede Idomene su due alte colline, alla maggiore di questa giunsero
primi, sul fare della sera e l’occuparono non avvertiti, quei soldati
che Demostene aveva spediti innanzi dal campo: sulla minore erano già
saliti gli Ambracioti e vi pernottarono. Dopo cena marciava, appena
sera, Demostene col resto dell’esercito, conducendone da sè la meta
verso i luoghi opportuni a sboccar sul nemico; intanto che l’altra
metà, traversati i monti amfilochii, sul far dell’aurora assale gli
Ambracioti tuttora immersi nel sonno, i quali non sapendo dell’accaduto
credevano molto meglio quelle truppe essere de’ loro. Imperocchè
Demostene aveva appostatamente messo nelle prime file i Messenii, ai
quali, perchè parlavano linguaggio dorico, aveva commesso di salutare
il nemico, rassicurando così le prime sentinelle, tanto più che di
notte non sarebbero visti in viso. Non sì tosto adunque assaltarono il
campo nemico, che lo fugarono, uccidendo la maggior parte in sul posto;
mentre gli altri fuggivano precipitosamente pe’ poggi: ma preoccupate
le strade con insidie, e gli Amfilochii, leggeri e pratici del loro
paese, incalzando genti armate alla grave e mal pratiche dei luoghi, e
che per non sapere ove volgersi incappavano ne’ borri e negli aguati,
le sperperavano. Nessuna via di fuggire fu intentata; alcuni persino
indirizzaronsi al mare non molto distante; ove viste le navi ateniesi,
che per avventura durante la loro fuga radevano la costa, vi si
slanciarono a nuoto; giudicando in quello spavento che meglio sarebbe
per loro essere oramai uccisi da quei delle navi, che da quei barbari
e capitali nemici degli Amfilochii. Per questo modo adunque sterminati
gli Ambracioti, pochi di tutta quella moltitudine si condussero a
salvamento in città. Gli Acarnani, spogliati i morti ed innalzati i
trofei, ritornarono ad Argo.

113. Il dì seguente da parte degli Ambracioti, che da Olpa erano
fuggiti presso gli Agrei, venne agli Acarnani da araldo domandando di
riprendere i cadaveri di quelli che erano rimasti uccisi il giorno dopo
la prima battaglia, quando senza salvocondotto uscirono, insieme co’
Mantinei e con gli altri coi quali si era convenuto. Ma poichè vide
le armi degli Ambracioti che dalla città erano andati a soccorso, fu
sorpreso del gran numero, perchè non sapeva nulla di questa sconfitta,
e credeva che fossero quelle dei suoi compagni. Un tale domandollo
di che maravigliasse, e quanti fossero i morti de’ loro (domanda che
faceva, credendo che l’araldo venisse da quei battuti a Idomene),
quegli rispose: circa dugento: e colui che lo aveva interrogato
riprese: Queste non paiono certo le armi di dugento, ma bensì di più di
mille. Non sono dunque (soggiunse l’araldo) di quei che combatterono
con noi? Forse che sì, rispose l’altro, se pure ieri voi combatteste
a Idomene. — Noi, ieri non combattemmo con alcuno, ma sì ieri l’altro
nel far la ritirata. — Fatto sta che noi combattemmo ieri con quelli
che dalla città di Ambracia andavano a soccorso. L’araldo per queste
parole avendo compreso che il rinforzo spedito dalla città era stato
trucidato, diè un alto grido; e stupefatto per la grandezza delle
sciagure che aveva dinanzi agli occhi, partì senza effettuata alcuna
cosa, nè più richiese i cadaveri. Ed invero fu questa in una sola città
greca la sconfitta più grande di quante ne accaddero in altrettanti
giorni durante questa guerra: ed io non ho scritto il numero de’ morti;
perchè si dice che secondo la grandezza di quella città ne perisse una
moltitudine incredibile. Quello che io so però è, che se gli Acarnani
e gli Amfilochii, dando retta agli Ateniesi e a Demostene, avessero
voluto conquistare l’Ambracia, ne sarebbero venuti a capo al primo
assalto. Ma in tal caso temettero essi che tenendosi quel paese per gli
Ateniesi, non gli avessero a provare confinanti troppo incomodi.

114. Assegnarono dopo questi fatti la terza parte del bottino agli
Ateniesi, e spartirono il resto alle città confederate. Lo spoglio
toccato agli Ateniesi fu predato per mare; e le trecento armature,
che ora sono appese ai templi dell’Attica, furono per fargli onore
presentate a Demostene, le quali egli riportò seco per mare, quando
dopo la disgraziata spedizione dell’Etolia, potè per quest’ultima
impresa più francamente rimpatriare. Gli Ateniesi che erano su le venti
navi partirono per Naupatto: e dopo la partita di loro e di Demostene,
gli Acarnani e gli Amfilochii accordarono di ritirarsi dalle Eniadi
agli Ambracioti e Peloponnesi che si erano rifugiati presso Salintio
e gli Agrei, e che poi si unirono con amendue questi. Appresso gli
Acarnani stessi e gli Amfilochii convennero di legarsi per cento anni
con gli Ambracioti a questi patti: Non si unirebbero gli Ambracioti con
gli Acarnani per guerreggiare i Peloponnesi, nè gli Acarnani con gli
Ambracioti contro gli Ateniesi: accorrerebbero entrambi alla difesa
scambievole delle terre; e gli Ambracioti restituirebbero ciò che
ritengono degli Amfilochii, sia di castella sia di terre conterminali;
nè porterebbero aiuto ad Anattorio[239] perchè nemico degli Acarnani.
Con questi patti posero fine alla guerra. Dopo di che i Corintii sotto
il comando di Xenoclide di Euticle, spedirono ad Ambracia, trecento
de’ suoi di grave armatura, ove giunsero traversando l’Epiro con molte
difficoltà. Così andarono le cose di Ambracia.

115. Nel medesimo inverno quegli Ateniesi che erano in Sicilia fecero
uno sbarco nelle spiagge di Imerea, insieme co’ Siciliani che dalla
parte di terra avevano assaltato l’estremità d’Imerea stessa[240]:
quindi navigarono alle isole Eolie. Di là tornati a Reggio incontrano
Pitodoro figliolo d’Isoloco generale degli Ateniesi, che era succeduto
a Lachete nel comando della flotta; imperocchè gli alleati di Sicilia
andati ad Atene avevano indotto questa Repubblica a soccorrerli con
maggior numero di navi; allegando che i Siracusani erano padroni del
territorio loro, e che con poche navi impedivano loro il mare. Però si
apparecchiavano e riunivano insieme le loro forze marittime, risoluti
di non soffrir quella ingiuria. Gli Ateniesi adunque armarono quaranta
navi per ispedirvele, sì perchè credevano che così la guerra di là
verrebbe più presto a finire, sì perchè volevano tenersi esercitati
sulla marina. Mandarono da primo Pitodoro uno dei capitani con poche
navi; ma erano presso a spedirvi Sofocle di Sostratide, ed Eurimedonte
di Teocle con una flotta maggiore. Pitodoro intanto che aveva già
il comando delle navi di Lachete, sul finire dell’inverno, veleggiò
alla volta di un castello de’ Locresi, di cui s’era prima impadronito
Lachete: ma vinto da essi in battaglia tornò indietro.

116. In questa stessa primavera traboccò dall’Etna una corrente di
fuoco, come era altre volte accaduto, e disertò alcune terre de’
Catanesi che abitano sotto l’Etna, monte il più grande della Sicilia.
Si dice che questa eruzione avvenne cinquant’anni dopo la prima; ed è
fama che sia insomma accaduta tre volte da che la Sicilia è abitata da’
Greci. Tali sono i fatti occorsi in questo inverno: e finiva l’anno
sesto di questa guerra di cui Tucidide ha compilata l’istoria.


  FINE DEL LIBRO TERZO.




LIBRO QUARTO

  SOMMARIO

  Ribellione di Messina. — Gli Ateniesi vincono in mare i
  Peloponnesi. — Legati Lacedemoni in Atene. — Affari in Sicilia. —
  Nuova sconfitta dei Peloponnesi. — Nicia conduce gli Ateniesi a
  Corinto. — I Lacedemoni prendon l’isola di Citera. — La Sicilia si
  pacifica. — Avvenimenti di Megara. — Brasida in Tracia. — I Beoti
  vincon gli Ateniesi. — Conquiste di Brasida. — Tregua di un anno. —
  Ribellione di Mende e di Scione. — Brasida e Perdicca muovon contro
  Arribeo. — Gli Ateniesi ricuperano Mende, ed assediano Scione.


1. Sopravvenendo la primavera, verso lo spigar del grano, dieci navi
dei Siracusani ed altrettante dei Locresi andarono ad occupar Messina
di Sicilia, a petizione di questa città che si ribellò agli Ateniesi.
Furono i Siracusani i principali autori di questa pratica, perchè
vedevano quella terra acconciamente situata ad assaltar la Sicilia,
e perchè temevano che gli Ateniesi, fattavi la massa, di lì non si
movessero una volta ad assalirli con apparecchio maggiore: i Locresi
poi, perchè disamando i Reggini, li volevano tribolare con la guerra
dalla parte di terra e di mare. Erano ad un’ora entrati i Locresi in su
quel dei Reggini con tutte le forze, acciò e’ non potessero soccorrere
i Messinesi; tanto più che ne li confortavano alcuni che si trovavano
presso loro, usciti di Reggio, la quale, da lungo tempo travagliata
dalle sette, non poteva di presente resistere ai Locresi; che però
viepiù francamente l’assalivano. Guastata la campagna partirono i
Locresi colla fanteria; ma le navi guardavano Messina; e l’altre che si
andavano allestendo, presa ivi stazione, dovevano da quel luogo stesso
far guerra.

2. Circa il tempo medesimo di primavera, innanzi che il grano fosse in
maturità, i Peloponnesi e la loro lega, condotti da Agide re di Sparta
figliolo di Archidamo, invasero l’Attica; ed accampativisi guastavano
il territorio. Gli Ateniesi spedirono in Sicilia le quaranta navi
che andavano preparando, e gli altri capitani Eurimedonte e Sofocle,
essendovi di prima arrivato Pilodoro, che tra loro era il terzo.
Commisero a questi che in tragittando si dessero cura dei Corfuotti di
città, corseggiati dai fuorusciti che avevano occupato la montagna;
giacchè eran passate colà sessanta navi dei Peloponnesi per sostenere
quelli della montagna; e perchè credevano (essendo gran fame in città)
di potersi agevolmente far padroni di tutto. Ed a Demostene, che dopo
il suo ritorno dall’Acarnania era in qualità di privato, accordarono,
conforme richiedeva, che, se giudicasse opportuno, si servisse nel giro
del Peloponneso di queste medesime navi.

3. Le quali giunte appena lunghesso la Laconia venne la nuova l’armata
de’ Peloponnesi essere già a Corfù: e tanto Eurimedonte che Sofocle
avevano fretta per là. Ma Demostene li confortava si fermassero prima a
Pilo, e compiutovi il bisognevole, continovassero poi la navigazione.
Opponendosi essi sopravvenne per avventura una burrasca che trasportò
le navi a Pilo[241]. Allora Demostene subitamente insisteva si cingesse
di mura quella terra: esser questo il fine per cui si era imbarcato
con loro: mostrava esservi grande abbondanza di legnami e di sassi; ed
il sito forte per natura, ed abbandonato insieme con buono spazio di
terreno. In fatti Pilo è distante da Sparta intorno di quattrocento
stadii, ed è situata in quella contrada che era una volta Messenia, ed
ora dagli Spartani detta Corifasio. Rispondevano i capitani esservi
molti promontorii del Peloponneso abbandonati, qualor volesse rifinire
colle spese la Repubblica per farne il conquisto. Ma, soggiungeva
Demostene, parergli molto più degli altri importante questo luogo,
perchè vi era accanto il porto, e perchè i Messenii, oriundi di esso
ab antico e di una medesima lingua coi lacedemoni, potrebbero recar
loro moltissimi danni, facendo capo in quello, e ne sarebbero custodi
fidatissimi.

4. Contuttociò Demostene non persuase nè i capitani nè i
soldati, quantunque poi conferisse il progetto con gli ufficiali
subalterni[242]: e però, non potendo riprender mare, si ristava, finchè
la smania di murare il castello assalì i soldati disoccupati in quella
dimora. Laonde messa mano all’opera travagliavano; e perchè mancavano
di ferri da lavorar le pietre, le portavano a scelta e le incastravano
in quel punto ove ciascuna combaciasse. Ovunque occorresse il loto,
mancando essi di vassoi, lo portavano sulla schiena, curvandosi perchè
meglio vi stesse, e consertando le mani di dietro perchè non cadesse:
e si affrettavano in ogni maniera di fornire il lavoro nei lati più
facili ad espugnare, prima che vi accorressero i Lacedemoni; giacchè la
massima parte del luogo era di per sè forte, nè punto abbisognava di
mura.

5. Per avventura i Lacedemoni celebravano una festa, ed insieme
facevan poco conto di questa nuova, confidando o che al primo loro
presentarsi i nemici sloggerebbero, o che di leggeri prenderebbero a
forza il castello. In parte anche li ritenne l’aver tuttora l’esercito
nell’Attica. Gli Ateniesi, in sei giorni[243] munito il castello
dal lato che guarda terraferma e dove era maggiore il bisogno, vi
lasciano di presidio Demostene con cinque navi; e col più della flotta
affrettavano la navigazione per a Corfù e Sicilia.

6. Udita la presa di Pilo i Peloponnesi, che erano nell’Attica,
acceleravano il ritorno a casa; sì perchè i Lacedemoni ed il re
Agide giudicavano che il caso di Pilo risguardasse a loro del tutto,
sì eziandio perchè essendo stata immatura l’invasione, mentre il
grano era ancor verde, i più penuriavano di vettovaglia, ed il
verno sopraggiunto, più rigido di quel che portasse la stagione,
premeva l’esercito. Onde per molte cause avvenne che sollecitassero
la ritirata; e che questa fosse di tutte le invasioni la più breve,
essendosi trattenuti nell’Attica quindici soli giorni.

7. Al tempo stesso Simonide generale degli Ateniesi prese a tradimento
Eiona della Tracia, colonia de’ Mendei e nemica d’Atene, avendo
raccolto molti alleati di quei luoghi e piccola mano di presidiarii
ateniesi: ma accorsi prontamente i Calcidesi ed i Bottiesi ne fu
discacciato con grave perdita di gente.

8. Ritornati i Peloponnesi dall’Attica, gli Spartani propio ed i più
prossimi dei circonvicini[244] corsero subito a Pilo: ma più tarda fu
la mossa del rimanente dei Lacedemoni tornati di fresco da un’altra
spedizione. Mandavano in giro pel Peloponneso intimando di soccorrer
Pilo il più prontamente; e spedirono per le sessanta navi che avevano
a Corfù, le quali trasportate sull’istmo di Leucade e non osservate
dalla flotta ateniese di Zacinto[245], giungono a Pilo, ove si
trovava anche l’esercito di terra. Ma Demostene, mentre i Peloponnesi
navigavano tuttora verso colà, spedì innanzi celatamente due navi
(che secondo gli ordini avuti da esso affrettarono il corso) ad
avvertire Eurimedonte e gli Ateniesi che erano colla flotta a Zacinto
di presentarsi a Pilo, perchè quel luogo pericolava. I Lacedemoni dal
canto loro si allestivano risoluti di assaltar quel forte per terra e
per mare, confidando di dover espugnare facilmente un lavoro fatto in
furia, entrovi poca gente. Nondimeno aspettandosi il rinforzo delle
navi attiche da Zacinto, aveano in animo, se pur non lo espugnassero
prima del loro arrivo, di asserragliare l’imboccatura del porto,
acciò gli Ateniesi non potessero introdurvisi; giacchè l’Isola
chiamala Sfatteria, stendendosi dinanzi al porto e soprastandogli
dappresso, lo rende sicuro ed angusto alle imboccature; talchè dalla
parte del forte degli Ateniesi e di Pilo non più che due navi possono
traghettare insieme, e non più di otto o nove dalla parte che guarda
il rimanente di terraferma. Inoltre tutta l’isola era boscosa e senza
vie perchè disabitata, e di circuito non più grande di quindici stadii.
I Lacedemoni adunque intendevano di serrarne l’ingresso colle navi
congiunte insieme e volte in fuori colle prore: ma perchè temevano non
i nemici gli guerreggiassero da quell’isola, vi fecero passare delle
milizie gravi, ed altre ne schierarono per le costiere; cosicchè gli
Ateniesi avrebbero nemica l’isola e la terraferma non potendovisi
sbarcare. Perocchè essendo importuosa quella punta dell’istessa Pilo
che fuori della bocca del porto guarda il mare, non avrebbero donde
muoversi a soccorrere i loro; laddove essi senza battaglia navale
od altro pericolo speravano di dovere espugnare il castello ove era
stato lasciato poco presidio e mancava la vettovaglia. Ciò risoluto
trasportarono nell’isola delle genti di grave armatura sortite da tutte
le compagnie, mentre per l’avanti altre ve ne passarono a vicenda:
quest’ultime poi che furonvi lasciate erano quattrocentoventi (senza
contare gli Iloti a loro servizio) capitanate da Epitada di Molobro.

9. Ma Demostene vedendo che i Lacedemoni erano per assalirlo colle
forze navali e terrestri, anch’egli si apparecchiava. Tratte a secco
le triremi, che tra quelle lasciategli aveva ancor seco, ne formò
una trincea sotto il forte, e ne armò le ciurme con deboli scudi e
la maggior parte di giunco; essendochè in quel luogo deserto non
v’era da trovar armi: che anzi aveano prese queste cose istesse da
una nave corsalesca e da una barchetta messenia a trenta rematori ivi
casualmente arrivate, ove si trovavano da quaranta Messenii di grave
armatura, dei quali si valse insieme con l’altra sua gente. Schierò
pertanto i più sì degli armati che degl’inermi dal lato di terraferma
ove il castello era meglio munito e forte per natura, ordinando che
resistessero alla fanteria qualor li assalisse; ed egli scelti fra
tutti sessanta soldati gravi e pochi saettatori, ed uscito del forte
avviavasi alla marina, colà ove si aspettava principalmente che i
nemici tenterebbero di sbarcare, in luoghi stagliati e pieni di massi
rivolti all’onde, perchè reputava che la debolezza del muro da questo
lato li arebbe attratti a farvi ogni prova. E siccome gli Ateniesi,
non temendo di dover mai esser vinti dalle flotte spartane, avevano
lasciata sguernita di muro questa parte, così ai Lacedemoni sarebbe
venuto fatto di espugnare il castello, se riuscissero ad effettuarvi
per forza lo sbarco. Demostene adunque su questo lato propio in sul
mare ordinava distintamente i soldati gravi, disposto, se possibil
fosse, di ributtare il nemico; e li andava rincorando con questa
esortazione:

10. «Valorosi soldati che meco imprendeste questo pericolo, non sia
tra voi chi ponderando tutte le difficoltà che ci stanno attorno
voglia in tal frangente ostentare accortezza, invece che, messo a
parte ogni riguardo, affrontar fiducialmente il nemico, e scamparla
per questa via. Perocchè quando le cose son giunte a tal necessità non
ammettono ponderazione, ma richiedono prontissimo il cimento. Io vedo
che stanno per noi moltissimi vantaggi ove vogliamo persistere, senza
sbigottire della moltitudine dei nemici, e tradire vituperosamente la
nostra stessa superiorità; avvegnachè io pensi essere a pro nostro
la disagevolezza del luogo, e doverci riuscir di giovamento se
persistiamo: laddove cedendo, la montata sebbene scabrosa renderassi
agevole non essendovi chi la contrasti; ed allora troveremo il nemico
più formidabile, perchè mancante di facile ritirata, quand’anche ne
lo cacciassimo a forza. Ed invero fino a che sono sulle navi è cosa
leggeri il ributtarli; ma sbarcati sono alla pari con noi: nè vuolsi
troppo temere la loro moltitudine, perchè quantunque sieno molti dovran
combattere pochi alla volta stante la difficoltà d’approdare. Inoltre
il loro esercito sebbene più numeroso, non è però in terra del pari
che il nostro, ma si trova sulle navi, le quali hanno bisogno in sul
mare di molte opportune contingenze: di sorte che io penso che le
difficoltà di costoro contrabbilancino la pochezza di nostre genti. E
per voi, i quali siete Ateniesi e che sapete per esperienza non potersi
effettuar giammai per forza lo sbarco sulle terre altrui (quando vi
sia chi resista e non ceda per paura dell’ondate e del veemente impeto
delle navi), per voi sì stimo cosa degna tener quivi adesso il fermo,
respingere il nemico di sulla schiena del lido, e salvare ad un tempo
noi stessi ed il castello.»

11. Per questa esortazione di Demostene, gli Ateniesi si inanimarono
maggiormente; e scesi a basso si schierarono propio lungo il mare.
I Lacedemoni mosso il campo assaltarono il forte coll’esercito
terrestre insieme e colla flotta composta di quarantatre navi, onde
era ammiraglio Trasimelida spartano figliolo di Cratesicle, che
diede l’assalto ove lo aveva preveduto Demostene. Ma gli Ateniesi
resistevano da amendue i lati sì di terra che di mare: ed i nemici
divisa la flotta in piccole squadre (non potendosi approdare con molte
navi) alternamente si riposavano ed alternamente assalivano, usando
ogni sforzo ed eccitamento per respingere i difensori ed espugnare il
castello. Sopra tutti poi campeggiava Brasida che comandando la sua
trireme, e vedendo che i prefetti ed i piloti, attesa la scabrosità del
luogo, schifavano di approdare anche dove sembrava possibile e stavano
guardinghi perchè le navi non cozzassero tra loro, gridava «vitupero!
per risparmiar dei legni trascurar che i nemici abbiano fatte munizioni
nel nostro suolo:» sfracellassero, li confortava, le proprie navi
per forzare lo sbarco; non badassero gli alleati in tale occasione a
sacrificare la loro flotta ai Lacedemoni pei grandi benefizi da essi
ricevuti: ma urtassero, ed a qualunque patto scendessero per vincer
quell’esercito e quel castello.

12. Nè già contento di incitare gli altri costrinse il suo nocchiero ad
urtare in terra colla nave, e si avviava alla scala: ed ingegnandosi
di smontare fu retrospinto dagli Ateniesi con molte ferite, e cadde
svenuto nello spazio che è di mezzo alla prua ed ai remiganti; onde gli
venne a calar nel mare lo scudo che trasportato a terra fu raccolto
dagli Ateniesi, e se ne servirono dipoi per il trofeo che innalzarono
in memoria di quest’assalto. Gli altri intanto con tutto che facessero
ogni sforzo non valevano a sbarcare, perchè disagevole era quel sito,
e gli Ateniesi persistevano senza retroceder d’un passo. Insomma
a tale si ridusse il capriccio della fortuna, che gli Ateniesi da
terra, e (che più rileva) da terra laconica respingevano i Lacedemoni
che gli assaltavan dal mare; e questi si sforzavano di sbarcare in
una terra propria ma inimicata ad essi dagli Ateniesi. Accidente
invero maraviglioso perchè in quel tempo a tal segno di riputazione
eran giunti i Lacedemoni, che venivano reputati al tutto popoli
mediterranei, e nelle battaglie terrestri valorosissimi; gli Ateniesi
all’opposto gente marittima che sulle flotte di grandissima lunga
primeggiavano.

13. I Lacedemoni pertanto dati degli assalti tutto quel giorno e parte
del seguente, finalmente desisterono, e il terzo dì spedirono ad Asìna
alcune navi per legname da macchine, sperando di prender con quelle il
muro dalla parte del porto, quantunque e’ fosse alto, perchè ivi era
più facile lo sbarco. In questo arrivano da Zacinto quaranta navi degli
Ateniesi, avvegnachè colà fossero sopraggiunte in rinforzo alcune di
quelle che stavano di guarnigione a Naupatto, e quattro di Chio. Ma
quando videro piena di soldati gravi la terraferma e l’isola Sfatteria,
e che le navi le quali erano in porto non uscivan loro incontro,
dubitando ove approdare, navigarono per allora a Prote, isola poco
lontana e disabitata, ove pernottarono. Il giorno dopo fecero vela,
disposti di battagliare se i nemici volessero sortire al largo contro
loro; se no, di penetrar colla flotta dentro al porto. Ma i Lacedemoni
non si avanzarono, e non avevano per avventura asserragliato le bocche
del porto giusta il primo divisamento; anzi tranquilli in terraferma
armavano le navi, apprestandosi a combattere nel porto stesso, che non
era angusto, se alcuno vi si avanzasse.

14. Di che accortisi gli Ateniesi vogavano soppressi per le due
imboccature del porto; e scagliatisi sulla maggior parte delle navi,
che già colle prore innanzi procedevano contro loro, le misero in
fuga. Molte ne ruppero perseguitandole a breve distanza, cinque ne
presero, una delle quali entrovi la ciurma, e correvano sopra le
altre rifuggitesi a terra: quelle che si stavano tuttavia armando
furono messe in pezzi prima di prender mare; ed alcune donde
era precipitosamente fuggita la gente, legandole alle loro, le
rimurchiavano vuote. Al veder ciò commossi oltre modo per la sconfitta
i Lacedemoni, perchè le loro genti restavano intercette nell’isola
Sfatteria, accorrevano in aiuto, entravano in mare colle armi indosso,
ed abbrancando le navi le ritiravano indietro; avvisando ciascuno
dovere andar fallita la prova laddove egli non prestasse l’opera
sua. Per lo che grande era quel trambusto e amendue le parti avevano
barattato il modo del combattere intorno alle navi; imperciocchè i
Lacedemoni per l’ardore e la trepidazione null’altro facevano che,
per dir così, dar battaglia navale di sopra terra: e gli Ateniesi,
vincitori e desiderosi di avvantaggiarsi al più possibile della
presente fortuna, facevano dalle navi battaglia terrestre: cosicchè,
dopo molto travaglio e molte ferite scambievoli, si separarono, avendo
i Lacedemoni salvate le navi vuote, fuor quelle prese da primo.
Ricondottisi entrambi agli alloggiamenti, gli Ateniesi ersero il
trofeo, restituirono i morti, s’impadronirono dei rottami delle navi;
e senza indugio volteggiavano attorno all’isola per tenerla guardata,
essendovi intercette le genti dei nemici. I Peloponnesi poi, che erano
sulla terraferma con quelli già da ogni contrada venuti a soccorso,
rimasero al loro posto dinanzi a Pilo.

15. Uditosi in Sparta l’accaduto a Pilo, fu risoluto che, come per
grande sciagura, i magistrati si recassero all’oste, perchè vista la
bisogna prendessero quel partito che più volessero. Ma poichè videro
essere impossibile soccorrer le loro genti, e non volevano risicare che
elle dovessero essere afflitte dalla fame od oppressate e vinte da un
numeroso nemico, stabilirono di far tregua co’ generali ateniesi (se
loro piacesse) quanto agli affari di Pilo, spedir legati ad Atene circa
la convenzione, e tentare di riaverle il più prestamente possibile.

16. Accettato il partito dai generali fuvvi tregua in questo tenore:
che i Lacedemoni condurrebbero a Pilo, e consegnerebbero agli Ateniesi
le navi sulle quali avevano combattuto, e tutte quelle lunghe che
avevano nella Laconia: non porterebbero nè di terra nè di mare le armi
contro quel forte. Gli Ateniesi poi permetterebbero ai Lacedemoni
di terraferma di mandare a quei dell’isola certa dose di frumento
macinato, cioè due cheniche attiche di farina, due cotile di vino, e
un pezzo di carne a testa; e pei serventi la metà[246]. Questa roba
si manderebbe a vista degli Ateniesi; nè anderebbe a Sfatteria alcuna
barca di soppiatto. E gli Ateniesi nientemeno che prima terrebbero
guardata l’isola, ma senza sbarcarvi, nè porterebbero l’armi sia
per terra sia per mare contro l’esercito dei Peloponnesi. Per la
più piccola trasgressione a questi articoli da una delle due parti
si intenderebbe sciolta la tregua, che durerà fino al ritorno degli
ambasciatori lacedemoni da Atene, i quali dovranno esser condotti e
ricondotti sopra una trireme dagli Ateniesi. Tornati essi spirerà la
tregua, e gli Ateniesi restituiranno le navi quali li avranno ricevute.
— Tali furono i patti della convenzione; si consegnarono le navi che
erano circa sessanta, e si spediron i legati, i quali giunti ad Atene
parlarono così:

17. «Ateniesi, i Lacedemoni ci inviarono qua per trattare, riguardo
dei nostri intercetti nell’isola, di cosa che vi persuaderemo essere
ad un’ora utile per voi, e decorosissima per noi in questa sciagura,
quanto il consentano le cose presenti. E se alquanto ci allungheremo
in questa materia, ciò non sarà contro l’usato, mentre è nostro
patrio costume non usar molte parole, ove poche bastino; ma al
contrario moltiplicarle, ove l’opportunità richieda che dichiarando
cose gravissime s’abbia colle parole a procacciare quanto occorre.
Ricevetele adunque non inimichevolmente, nè come un ammaestramento
quasi foste gente grossolana, ma abbiatele a suggerimento di dritta
deliberazione come a gente oculata. Ed invero sta in voi di bene
accomodare la presente prosperità col ritener quel che avete, far nuovo
acquisto di onore e di gloria, e schivar ciò che interviene a coloro
che inusitatamente ottengono qualche bene; i quali mossi dalla speranza
sempre anelano a cose maggiori, appunto perchè di presente prosperano
all’impensata: dove coloro che s’imbatterono nelle molte vicissitudini
dell’alternante fortuna, sono a buon dritto diffidentissimi delle
felicità. Ciò che convenevolmente deve per esperienza essere proprio
sopra tutto della vostra Repubblica e di noi.

18. «Ed apprendete ciò per la veduta delle nostre presenti calamità.
Noi tenuti in grandissima estimazione appo i Greci ricorriamo a voi;
noi che prima credevamo esser piuttosto in istato di accordar quello
che ora vi vegnamo chiedendo. Ciò non pertanto non soffriamo questo
per difetto di forze; nè per avere insolentito nell’incremento di
esse; ma andammo falliti nei nostri disegni tutto che presi a misura
di quelle che sempre avevamo; nel qual caso può a tutti egualmente
accader lo stesso. Laonde è a voi richiesto che attesa la presente
fortezza della vostra Repubblica, sostenuta anche da nuovi acquisti,
non vogliate darvi a credere che la fortuna abbia di continuo ad esser
con voi. Perciocchè prudenti sono tra gli uomini quelli che con sicuro
consiglio pongono in ambiguo le prosperità; stantechè procederanno
essi più saggiamente nelle disgrazie, stimeranno che la guerra non
sempre andrà a lor talento qual che si sia il modo con cui uno voglia
amministrarla, ma che anderà come la condurranno i destini: e meno
di tutti vacilleranno perchè non gonfiandosi per la fiducia del buon
successo nella guerra stessa, le porranno termine quando è propizia la
fortuna. Ciò che, Ateniesi, è per voi dicevol cosa adoperare con noi,
acciocchè, se mai non andando di ciò convinti, in avvenire vi incolga
qualche sinistro (come spesso succede), non s’abbia a credere che per
mera fortuna abbiate tanto progredito nelle vittorie; mentre sta in
poter vostro tralasciare ai posteri stabile reputazione di fortezza e
di senno.

19. «Ora i Lacedemoni vi invitano a tregua e scioglimento di guerra
esibendovi pace, alleanza ed ogni altra maniera di generosa amistade
e mutua fratellanza; ma chiedono in cambio le loro genti dell’isola,
reputando migliore per entrambi non risicare, o che presentandosi loro
qualche scampo abbiano a fuggirne a forza; o che espugnati, abbiano a
trovarsi in servaggio maggiore. Per nostro avviso le grandi inimicizie
si dissolvono sopratutto sicuramente, non quando uno colle armi alla
mano e superiore di molto in guerra, inlacciando forzatamente il nemico
co’ giuramenti, si accordi con inique condizioni; ma quando, tutto
che possa adoprar così, nondimeno per usar condescendenza e vincerlo
di cortesia si riconcilia a patti moderati oltre all’aspettativa del
vinto. Allora l’avversario essendo obbligato non a vendicarsi come
oppresso, ma a ricambiare di cortesia il suo emulo, è più presto a
tenersi per sentimento d’onore dentro ai limiti degli accordi. Lo che
sogliono gli uomini adoperare più facilmente coi nemici più grandi,
che con quelli coi quali abbiano avute leggere differenze; e sono
inclinati per natura a ceder dal canto loro a chi volontario rallenti
il suo rigore, e per contrario a pigliar gara anche a mal tempo con chi
tropp’alto insolentisca.

20. «Inoltre questa nostra riconciliazione cade, se mai altre volte,
decorosamente in acconcio per entrambi, prima che qualche immedicabile
disastro frapponendosi di mezzo ci sorprenda[247], per cui noi, in
aggiunta alla nazionale, fossimo astretti a nutrir una perpetua
privata nimistà contro voi[248]; e prima che voi stessi restiate privi
dei vantaggi a cui adesso vi confortiamo. Riconciliamoci adunque
mentre le cose son tuttora in pendente; mentre voi alla vostra gloria
aggiungereste la nostra amicizia, e mentre noi prima di sopportar
qualche disdoro, acconcieremo discretamente la nostra sciagura.
Scegliamo, sì, amendue pace invece di guerra, e procacciamo agli altri
Greci requie dei mali, ed anche in ciò il merito sarà precipuamente
vostro: avvegnachè sieno essi in guerra, ignari chi di noi due l’abbia
incominciata: che se ella cesserà (e questo è più che altro in poter
vostro) ne sapranno grado a voi soli. Insomma se ben discernete sta in
voi di aver fermamente amici i Lacedemoni che a ciò vi invitano, non
col forzarli ma col gratificarli. Riflettete quanti beni naturalmente
si comprendono in questa riconciliazione, perocchè, noi e voi dicendoci
insieme, il rimanente di Grecia essendoci, ben sapete, inferiore, ci
terrà in grandissima onoranza.»

21. Di tal tenore fu il discorso dei Lacedemoni, perchè credevano aver
gli Ateniesi bramato per l’innanzi le tregue ed esserne stati impediti
dalla mala disposizione di Sparta: ora però offrendo pace speravano
l’accetterebbero volentieri e renderebbero le genti dell’isola. Ma
gli Ateniesi col ritenere quelle genti stimavano avere in mano di che
procacciarsi le tregue quando volessero, e più in alto intendevano.
A ciò principalmente gli instigava Cleone figlio di Cleeneto,
personaggio popolare in quel tempo ed alla plebe aggraditissimo. Egli
fu che gl’indusse a rispondere «dover le genti dell’isola render se
stesse e le armi, ed esser trasportate ad Atene; giunte esse colà, i
Lacedemoni restituissero Nisea, Pega, Trezene ed Acaia (terre non già
conquistate, ma accordate loro nella prima convenzione dagli Ateniesi
i quali allora per le proprie calamità abbisognavano assai di tregua);
e così riavrebbero le loro genti, e si farebbe tregua per quanto tempo
piacesse ad ambe le parti.»

22. Non vollero i legati contradir nulla a quella risposta[249], ma
pregavano si deputassero loro alcuni assessori, i quali parlando ed
ascoltando intorno a ciascun articolo, convenissero di queto in ciò
di che scambievolmente si persuadessero. Ma anche qui Cleone instava
caldamente dicendo saper lui già di prima che coloro nulla di giusto
avevano nell’animo, e bene esserlo manifesto anche adesso, mentre
niente voglion dirne al popolo, e solo venire a consesso con pochi;
che se nulla di buono seco ravvolgessero, ordinava parlassero a tutti.
Laonde i Lacedemoni vedendo di non poter parlamentare al popolo, perchè
se mai paresse loro bene (attesa la presente calamità) di accomodarsi
con esso, temevano che parlando e non ottenendo l’intento sarebbero
diffamati dagli alleati: e di più vedendo che non verrebbero eseguite
le loro richieste a condizioni discrete, partirono da Atene senza
effettuata cosa alcuna.

23. Al loro ritorno fallirono subito le tregue di Pilo, ed i
Lacedemoni, giusta il convenuto, ridomandavano le navi agli Ateniesi,
i quali incaricandoli di assalti dati al castello contro l’accordo,
e di altre cose che non meritano il pregio di esser narrate, non le
rendevano; opponendo essersi stabilito che per quantunque piccola
trasgressione sarebbono sciolte le tregue. I Lacedemoni negavan tutto;
e richiamandosi dell’ingiustizia delle navi andaron a riprender la
guerra, la quale vigorosamente si combatteva intorno a Pilo da ambo le
parti. Di giorno gli Ateniesi circuivano continuamente l’isola con due
navi a riscontro: di notte stavano con tutte in guardia all’intorno,
tranne verso l’alto quando faceva vento; ed erano a tal uopo arrivate
ad essi altre venti navi da Atene, talchè in tutte furono settanta.
I Peloponnesi poi campeggiavano in terraferma e davano assalti al
castello, spiando l’occasione, quando che si presentasse, di salvare le
genti loro.

24. Frattanto i Siracusani e gli alleati di Sicilia, oltre le navi
che presidiavano Messina, condussero ivi il resto della flotta che
stavano allestendo, e di là uscivano per far la guerra, alla quale
per odio contro i Reggini erano principalmente stimolati da’ Locresi,
che già con tutto lo sforzo avevano assaltato le loro terre. Volevano
anche tentare una battaglia per mare, vedendo che gli Ateniesi avevano
piccola armata, e sentendo che una più grande, la qual dovea venirvi,
era all’assedio della Sfatteria. Che se avessero vinto una battaglia
navale speravano, che stringendo Reggio per terra e per mare, la
ridurrebbono agevolmente in potestà loro, e fortificherebbono il
proprio stato. Imperciocchè essendo tra sè vicini il promontorio di
Reggio in Italia, e Messina in Sicilia, non permetterebbero che gli
Ateniesi vi approdassero, e si impadronissero dello stretto, il quale
altro non è che il mare di mezzo a Reggio e Messina (ove la Sicilia è
meno distante dalla terraferma) denominato Cariddi, per dove è fama che
attraversasse Ulisse; e per la sua strettezza, e per il concorso dei
due mari tirreno e siculo che ivi incontrandosi lo fanno rigurgitare,
egli è giustamente stimato pericoloso[250].

25. Pertanto in questo spazio tramezzo, al tardi del giorno, i
Siracusani e i loro alleati con poco più di trenta navi furono
costretti a combattere, per cagione di una barca che traversava,
avanzandosi incontro a sedici navi ateniesi e otto di Reggio: e vinti
dagli Ateniesi tornarono frettolosamente, come ognuno potè, ai propri
alloggiamenti di Messina e di Reggio colla perdita di una sola nave. La
notte sopraggiunta pose fine al conflitto, dopo il quale i Locresi si
ritirarono dal territorio de’ Reggini; e le navi di Siracusa e degli
alleati riunitesi alla Peloride[251] che fa parte del messinese, ove
erano anche le genti da piè, vi presero stazione. Gli Ateniesi poi
ed i Reggini, viste le navi vuote, vogarono ad assalirle; e per un
ronciglio di ferro scagliatovi sopra perderono una nave, dalla quale i
soldati fuggirono a nuoto. Quindi i Siracusani montarono sulle navi,
e conteggiando mediante l’alzaia per alla volta di Messina, andavano
gli Ateniesi nuovamente ad affrontarli: se non che i nemici tiratisi
all’alto tornarono ad assalir loro i primi, sicchè perdono un’altra
nave. Dipoi i Siracusani si ricondussero nel porto di Messina senza
aver avuta la peggio nè in questo tragitto, nè pel conflitto navale
combattuto come dicemmo: e gli Ateniesi fecer vela per Camarina avuto
lingua che Archia co’ suoi partigiani la renderebbe per tradimento ai
Siracusani. Intanto i Messinesi con tutta l’oste andarono per la via
di terra e di mare contro Nasso calcidico loro confinante. Il primo
giorno, stretti i Nassii dentro le mura, saccheggiarono la campagna.
Il dì seguente andando colle navi a seconda del tortuoso fiume Acesine
guastavano la terra, e con la fanteria davano l’assalto a Nasso. Allora
i Siciliesi di su i monti calavano in gran numero contro i Messinesi a
soccorso dei Nassii, i quali a tal vista rinfrancandosi e animandosi
tra loro, perchè credevano esser quelli i Leontini ed altri alleati
greci che corressero in loro aiuto, si precipitano improvvisamente
fuori di città, assaltano i Messinesi, gli sbaragliano e ne uccidono
sopra mille: il resto penò a ritornarsene a casa: perchè quei barbari
scagliandosi loro addosso nelle strade ne trucidarono moltissimi. In
seguito le navi che aveano preso porto a Messina, tornarono ciascuna
ai loro luoghi. I Leontini colla loro lega e con gli Ateniesi andarono
direttamente contro Messina profittando dello scoraggiamento di
lei: e dandosi l’assalto gli Ateniesi fecero le loro prove dalla
parte del porto colla flotta, e la fanteria dall’altra parte della
città. Ma i Messinesi, ed alcuni Locresi con Demotele, che dopo la
ricevuta sconfitta v’erano stati lasciati di presidio, fecero una
sortita, ed investendo repentinamente il nemico, fugano gran parte
dell’esercito de’ Leontini, coll’uccisione di molti. A tal vista gli
Ateniesi scesero dalle navi per andare in soccorso, e piombando su i
Messinesi disordinati gli perseguitarono fino alla città, ed eretto il
trofeo ritornarono a Reggio. Dopo di che i Greci di Sicilia senza gli
Ateniesi, seguitarono a guerreggiarsi in terra scambievolmente.

26. Ma a Pilo erano sempre i Lacedemoni assediati nell’isola dagli
Ateniesi, e il campo de’ Peloponnesi rimaneva in terraferma alle sue
stanze. Riusciva travagliosissimo agli Ateniesi il guardare quell’isola
per la scarsità del frumento e dell’acqua; perchè non vi avevano
fontane, tranne una non grande proprio nella rocca di Pilo: cosicchè
i più scavando la ghiaia presso il mare, ne bevevano acqua qual si
può credere. A ciò si aggiugneva la strettezza dei luoghi per cui
campeggiavano in piccolo spazio; e le navi non trovando ove fermarsi,
parte andavano a vicenda a foraggiare in terra, parte stavano al largo
sulle ancore. Ma più di tutto gl’infastidiva la lunghezza del tempo
che tuttavia si prolungava contro la loro espettazione, essendosi
dati a credere che in capo di pochi giorni espugnerebbero la gente
che in quell’isola deserta non aveva altro uso che di acqua salata.
E questo prolungamento di tempo lo procuravano i Lacedemoni, i quali
avevano promulgato che chiunque volesse, introducesse nell’isola
grano macinato, vino, cacio, e se altro cibo vi era buono in caso di
assedio; promessa la libertà agli iloti che lo introducessero, ed
assegnato molto denaro agli altri. Laonde tra coloro che audacemente
si arrischiavano per introdurvi roba, erano principalmente gl’Iloti
che scioglievano da qualunque parte del Peloponneso ed approdavano,
essendo ancor notte, là dove l’isola guarda verso l’alto, e badavano
più che altro di esservi spinti dal vento; attesochè quando soffiava
dalla parte di mare più facilmente si celavano alla guardia delle
triremi ateniesi, che non potevano allora posare attorno l’isola. Del
rimanente erasi per costoro ridotto in uso l’approdare colà senza
risparmiar nulla: imperciocchè erasi apposto il valsente alle navi che
urtassero sulla spiaggia, e gli scali dell’isola eran guardati da’
soldati di grave armatura. Contuttociò chi si arrischiava in tempo
di bonaccia era preso. Vi entravano ancora dei palombari di verso il
porto, tirando seco con una corda degli otri entrovi papavero melato e
linseme gramolato; lo che dapprima restò nascosto, ma poi furon messe
le guardie: insomma s’ingegnavano al postutto gli uni di portar viveri,
gli altri di scoprirgli.

27. Risaputosi in Atene il disagio dell’esercito, e l’introduzione
del foraggio nell’isola, stavano sopra pensiero e temevano che la
vernata non dovesse cogliere colà le loro genti; vedendo che oltre al
trovarsi in luogo deserto, sarebbe impossibile portar loro i viveri
col circuire il Peloponneso (lo che non valevano a fare neanche in
estate per mandarvi il bisognevole); e che in quelle coste importuose
non avrebbero le navi ove fermarsi; cosicchè rallentandosi la guardia,
o i prigioni dell’isola la vincerebbero, o col favore d’una burrasca
s’involerebbero sulle barche che vi portavano il grano. Ma ciò che più
di tutto temevano era il vedere che i Lacedemoni trovandosi alquanto
più forti non manderebbero più araldo; e si pentivano della tregua non
accettata. Onde avvistosi Cleone di esser preso in sospetto perchè avea
attraversato l’accordo, disse che i messaggi arrivati in Atene non
rapportavano il vero: ma questi esortando che se non credessero a loro,
mandassero degli esploratori, e venendo a ciò deputato dagli Ateniesi
lo stesso Cleone insieme con Teogene, sentì egli che o e’ dovrebbe dir
lo stesso di quelli che calunniava, o dicendo il contrario comparirebbe
mentitore. Però vedendo che la mente degli Ateniesi pendeva piuttosto
per una nuova spedizione, suggeriva loro non vi esser bisogno di
mandare esploratori, nè di perder tempo lasciando fuggir l’occasione:
ma quando credan vere le nuove recate, si mettessero in mare per andar
contro coloro. E per pugnere il generale Nicia figlio di Nicerato cui
disamava, disse proverbiando: esser facile colle forze presenti, se i
capitani fosser uomini, navigare all’isola e prender quelle genti; e
bene egli vi riuscirebbe se avesse in mano il comando.

28. Ma Nicia mormorando il popolo contro Cleone perchè ei non fosse già
in corso se ciò gli sembrava facile, ed insieme vedendosi punto da lui,
lo confortava che prendesse pure quel rinforzo che più gli piacesse,
e si accingesse ad andare contro le genti dell’isola. Cleone alla
prima credendo che ei facesse solo sembiante di cedergli si mostrava
disposto; poi visto che cederebbe in effetto si ricusava, e diceva non
sè, ma lui essere il generale: imperocchè era già venuto in paura, e
non avrebbe mai potuto credere che Nicia avesse la fermezza di cedergli
il posto. Questi glielo intimò di nuovo, e presi a testimonio gli
Ateniesi rinunziò al comando di Pilo. Ed essi (al solito del popolo),
quanto più Cleone si ricusava di imbarcare e ritirava le sue parole,
tanto più imponevano a Nicia di rimettergli il comando; e gridavano
che s’imbarcasse. Talchè non sapendo egli come distrigarsi delle
sue promesse, accetta la spedizione, e fattosi innanzi disse: che
non temeva i Lacedemoni, e che si metterebbe in mare senza prendere
alcuno di città, ma solamente i Lemnii e gl’Imbrii che si trovavano
lì presenti, e i Palvesari venuti in rinforzo da Eno, e quattrocento
arcieri da altri luoghi. Protestò altresì che con queste forze aggiunte
ai soldati che erano in Pilo, in venti giorni, o menerebbe vivi i
Lacedemoni, o ve li truciderebbe. La sua leggerezza mosse un poco a
riso il popolo; ma fu gradita dalla gente assennata, considerando che
uno di questi due beni ne otterrebbero, o di disfarsi di Cleone, come
meglio speravano, o, se fallisse questa speranza, di sottomettersi i
Lacedemoni.

29. Spedito egli il tutto nell’adunanza, ed eletto dagli Ateniesi a
quell’impresa, partì prontamente, dopo avere scelto per suo collega
Demostene, uno dei comandanti a Pilo, perchè aveva udito che desso
meditava lo sbarco nell’isola, al vedere che i soldati trovandosi
male per la miseria del luogo, e piuttosto assediati che assedianti,
anelavano di cimentarsi. Senza di che confermava Demostene in questa
sua intenzione l’incendio accaduto nell’isola, la quale essendo quasi
tutta boscosa e senza vie, perchè di continuo disabitata, lo metteva in
timore, e parevagli che ciò fosse in vantaggio dei nemici; essendochè
se vi sbarcasse con molte genti, assalendolo essi da qualche luogo
occulto, lo batterebbero. Infatti gli sbagli e le disposizioni di
essi, atteso il bosco, non sarebbero a lui egualmente palesi, laddove
gli sbagli del proprio esercito sarebbero tutti visibili; cosicchè
verrebbe inaspettatamente assalito ove più piacesse al nemico, in mano
del quale stava l’assalire. D’altronde s’ei forzasse il folto del luogo
per venire alle prese, stimava che i meno, ma pratichi del posto,
vincerebbero i più non pratichi, e che il suo esercito quantunque
numeroso andrebbe senza accorgersene rifinito, mancando del prospetto
necessario per soccorrersi scambievolmente.

30. E tali pensieri gli correvano nell’animo a cagione principalmente
della sconfitta etolica cagionata in gran parte dalla selva. Ora però,
attesa la strettezza dell’isola, essendo i soldati nemici costretti
a pranzare per precauzione quasi sulle coste di essa, ed avendo un
tale appiccato il fuoco involontariamente a piccola porzione della
selva, era poi sopravvenuto il vento onde gran parte di quella andò
inavvertitamente bruciata; e per questo potè Demostene meglio osservare
che i Lacedemoni erano in maggior numero che non credeva; quando prima
sospettava che per minor gente s’introducessero i viveri. Allora
convinto che gli Ateniesi vorrebbero usare maggior premura contro un
nemico non dispregevole, e vedendo che l’isola offriva più facile
sbarco di prima, preparava l’assalto, richiedeva di truppe i vicini
alleati, ed apprestava tutte le altre cose. Intanto Cleone che aveva
spedito innanzi ad avvisarlo ch’ei giungerebbe colla soldatesca da
lui domandata, arriva a Pilo: e trovatisi amendue insieme spediscono
innanzi tratto un araldo al campo nemico in terraferma, confortando a
voler ordinare a quei dell’isola, a scanso d’ogni pericolo, di render
l’armi e le persone, a condizione che sarebbero tenuti sotto discreta
guardia, finchè non si fosse convenuto della somma delle cose.

31. Poichè non fu accettata questa proposta, i capitani ateniesi
soprassederono un giorno; e il dì seguente imbarcati su poche navi
tutti i soldati gravi, partirono di notte; e poco prima dell’aurora
scendevano nell’isola, parte dal lato di essa che guarda l’alto,
parte di verso il porto, da otto centinaia, che subito corsero
addosso al primo corpo di guardia che si trovava nell’isola. Erano
i nemici ordinati in tal guisa. Trenta in circa di grave armatura
formavano questo primo corpo di guardia: Epitada capitano col grosso
dell’esercito teneva il miluogo che era un piano intorno all’acqua
dolce; se non che una piccola porzione di sue genti guardava l’altra
estremità dell’isola verso Pilo, che è scoscesa dalla parte di mare ed
inespugnabile da quella di terra; ove per soprappiù sorgeva un’antica
fortezza fabbricata con pietre scelte, della quale intendevano di
giovarsi, caso che a viva forza fossero costretti di ritirarsi. Tale
era la posizione dei Lacedemoni.

32. Gli Ateniesi che erano scesi nell’isola inosservati (perchè i
nemici stimavano che quelle fossero le navi che al solito scorressero
per guardar l’isola) uccidono subito coloro che avevano assaliti mentre
erano in letto, e mentre riprendevano le armi. E al nascer dell’aurora
sbarcò dalle settanta navi, o poco più, tutto il resto dell’esercito,
salvo i rematori disottani, ciascuno dal canto suo armato, con più
otto centinaia d’arcieri e bene altrettanti palvesari, e il rinforzo
de’ Messenii, e quanti stanziavano intorno a Pilo, tranne le guardie
che custodivano il castello. Queste genti, secondo le disposizioni
di Demostene, si spartirono in squadroni di dugento, ed or più ed or
meno, occupando le più elevate parti de’ luoghi, affinchè i nemici
accerchiati per ogni lato si trovassero in grandissimo intricamento; e
non che sapessero a chi mostrare il viso, fossero anzi per ogni verso
infestati dalla moltitudine; cosicchè se urtassero di fronte, fossero
percossi da quelli a tergo; se di fianco, da quelli schierati su i
due lati. Insomma dovunque il nemico si volgesse, avrebbe sempre alle
spalle le milizie leggere, dalle quali è più difficile salvarsi, perchè
mediante le frecce, gli strali, pietre e fionde hanno forza da lontano,
e non v’è modo d’inseguirle, avvegnachè, fuggendo vincano, e cedendo il
nemico, l’incalzano. Con questa mente Demostene da prima ruminava lo
sbarco, e con tale poi lo regolò in effetto.

33. Ma Epitada ed i suoi che erano il grosso delle genti dell’isola,
visto disfatto il primo corpo di guardia, ed avanzarsi incontro
l’esercito, correvano in ordinanza per assaltare i soldati gravi degli
Ateniesi, volendo venire alle mani con questi che erano stati posti
loro a fronte, mentre le truppe leggere stavano ai fianchi ed alle
spalle. Ma non poterono azzuffarsi con essi nè usare la loro perizia,
perchè le genti leggere, saettandoli quinci e quindi, li ritenevano;
e quelli invece di correre all’assalto, stavano fermi al loro posto.
Allora si avventarono contro i soldati leggeri e li fugavano, ma questi
rivoltando faccia li respingevano; ed essendo armati alla leggera,
prima d’esser raggiunti dal nemico ripigliavano facilmente la fuga;
tanto più che i luoghi erano disagevoli ed aspri perchè sin di prima
disabitati, ed i Lacedemoni gravati dal peso delle armi non potevano
ivi perseguitarli.

34. Per questo modo adunque scaramucciarono tra loro un poco di tempo.
Ma i Lacedemoni non avean più lena di accorrer prontamente dove fossero
incalzati: però le genti leggere degli Ateniesi, conosciuto che e’
menavano le mani più lentamente, presero in mirandoli grandissimo
coraggio. E vedendosi in numero assai maggiore, e, per non aver
sofferto quel danno che s’aspettavano, essendosi assuefatti a non
creder più formidabile il nemico (come quando da prima sbarcarono
nell’isola coll’animo avvilito per avere a combattere coi Lacedemoni),
si serrarono addosso a loro dispregiandoli e mandando alte grida; e
percuotevanli con pietre, saette e dardi, e con quello che a ciascuno
capitasse alle mani. Gridare ed assalire fu un punto; lo sbigottimento
entrò nel nemico non avvezzo a sì fatta battaglia; gran polverio della
selva testè incendiata si levava in alto: e le freccie ed i sassi,
da tanta moltitudine scagliati in mezzo a quel nugolo, rendevano
impossibile la vista di ciò che si parasse innanzi. Qui daddovero
avevano i Lacedemoni difficile impresa alle mani, perocchè le feltrate
corazze non reggevano al saettame, le lanciole smussate rimanevano
penzoloni nei feriti; e non potendo vedere ciò che avessero innanzi a
sè, e non intendendo gli ordini che si comunicavano tra loro, perchè
sopraffatti dalle grida nemiche, non sapevano che farsi: insomma si
trovavano per ogni lato circondati dal pericolo, senza avere speranza
di trovar modo onde aprirsi una via a salvamento.

35. Alla perfine dopo molto sangue sparso per essersi sempre andati
ravvolgendo nel medesimo luogo, si avviarono serrati all’estrema
munizione dell’isola non molto dilungi, e al loro corpo di guardia.
Vistigli cedere, allora sì i soldati ateniesi con maggior animo e con
grida maggiori gl’incalzavano, ed uccidevano quanti nel ritirarsi
restassero presi. I più scamparono nella munizione, ed insieme col
presidio che ivi era si schierarono su tutti i punti di essa ove poteva
essere espugnata, risoluti di ributtare il nemico. Allettati gli
Ateniesi dalla fuga dei nemici gli perseguivano; ma la fortezza del
sito vietando loro di girare intorno per chiuderli in mezzo, assalitili
di fronte si sforzavano di cacciarli. Durò questo gioco un pezzo, anzi
grandissima parte della giornata, benchè entrambi fossero oppressi dal
conflitto, dalla sete e dal sole, facendo gli Ateniesi ogni prova per
isbarbare dall’altura i Lacedemoni, e questi per non cedere. Nondimeno
più facilmente di prima resistevano i Lacedemoni, non v’essendo modo di
circondarli di fianco.

36. Ma siccome la cosa riusciva interminabile, il capitano de’ Messenii
appresentatosi a Cleone ed a Demostene, disse loro, che si affaticavano
inutilmente; che se volessero dargli una parte degli arcieri e delle
genti leggere, egli circuirebbe i nemici alle spalle per quella via
che saprebbe trovare, e che confidava di aprirsi un passaggio ad
assalirli. Ottenuto quanto domandava, si mosse da un luogo appartato
per non esser visto dai Lacedemoni; ed aggrappandosi per dirupati
che via via sporgevano nell’isola, e dove i Lacedemoni non tenevansi
guardati fidandosi alla fortezza del luogo, a gran pena e difficoltà
circuì nascosamente la munizione. E comparso improvviso sull’altura
alle spalle de’ nemici, li sbigottì per quel caso impensato, e
rinfrancò maggiormente gli Ateniesi i quali videro effettuato ciò che
si aspettavano. Trovavansi omai i Lacedemoni battuti dinanzi e alle
spalle, e nel caso stesso delle Termopile, se è lecito agguagliare le
cose piccole alle grandi. Quelli furono disfatti dai Persiani che per
tragetti li circuirono, e questi pure circondati non più resistevano:
ma trovandosi pochi a battagliar contro molti, e indeboliti del corpo
per l’inedia, retrocedevano: e già gli Ateniesi eran padroni dei passi.

37. Cleone e Demostene vedendo che se i Lacedemoni prolungassero un
poco più la ritirata sarebbero distrutti dal loro esercito, quetarono
la battaglia e sostennero l’impeto de’ suoi, volendo menar vivi ad
Atene coloro, qualora udita la voce dell’araldo piegassero l’animo
a consegnar l’armi, e si chiamassero vinti dalla presente calamità.
Fecero adunque bandire se volessero render l’armi e le persone alla
discrezione degli Ateniesi.

38. A tale annunzio i più depositarono gli scudi, ed agitavano in alto
le mani accennando di accettare le condizioni bandite. Quindi fatto
posa, Cleone e Demostene vennero a parlamento con Stifone figliolo di
Farace terzo capitano dei Lacedemoni, eletto secondo il disposto della
legge, se mai qualche sinistro accadesse agli altri due; il primo
dei quali Epitada era morto, ed Ipparete a lui sostituito sebbene
ancor vivo giaceva come morto fra gli estinti. Pertanto Stifone e il
suo seguito dicevano di voler mandare ambasciata ai Lacedemoni di
terraferma per consultarli su quel che dovevano fare. Gli Ateniesi
non permisero che veruno vi andasse; chiamarono bensì gli araldi di
terraferma; e fatta due o tre volte la domanda, l’ultimo che venne
portò in risposta: «I Lacedemoni permettono che voi provvediate alle
cose vostre senza far nulla di turpe.» Essi tenuto consiglio tra loro
resero se stessi e le armi, e quel giorno e la notte seguente furono
tenuti sotto guardia dagli Ateniesi, i quali nel giorno appresso
alzarono trofeo nell’isola, e preparavano l’occorrente per imbarcarsi,
avendo distribuito quella gente sotto la custodia de’ trierarchi. I
Lacedemoni, spedito un araldo, riebbero i cadaveri. I morti, e i presi
vivi nell’isola furono questi: vi erano passati quattrocento venti di
grave armatura in tutti; ne furono ricondotti vivi dugento novantadue:
gli altri erano morti: di quei vivi circa cento venti erano Spartani.
Degli Ateniesi pochi furono gli uccisi, perchè la battaglia non fu
stanziale.

39. Il tempo che quelle genti restarono assediate nell’isola dal
combattimento navale fino alla battaglia accaduta nell’isola stessa, fu
in tutto settantadue giorni. Nei venti giorni incirca della gita de’
legati per la tregua era loro somministrata vettovaglia; ma negli altri
vivevano colle robe furtivamente introdotte. Nell’isola si trovò anche
del frumento, e vi erano restate altre grasce, perchè il comandante
Epitada le somministrava più parcamente di quel che ne avesse la
possibilità. Pertanto sì gli Ateniesi che i Peloponnesi coll’esercito,
da Pilo tornarono entrambi a casa sua: e la promessa di Cleone, sebben
folle, riuscì; poichè condusse via quella gente dentro i venti giorni,
siccome s’era incaricato.

40. Un tal fatto, più che qualunqu’altro avvenuto durante questa
guerra, empiè di maraviglia i Greci: imperciocchè giudicavasi che i
Lacedemoni nè per fame nè per veruna necessità si avvilerebbero a
render le armi, e piuttosto morirebbero con esse alla mano, combattendo
sinchè avessero fiato: onde nissun credeva che quelli che le avevano
rese fossero in valore pari a quelli morti. E un alleato degli Ateniesi
che in aria di contumelia domandò in seguito ad uno de’ prigionieri
dell’isola, se i morti erano tra loro i prodi e i valorosi, udì
rispondersi; che in gran pregio dovrebbe tenersi il fuso[252], cioè la
freccia, se avesse saputo discernere i prodi: indicando che mero caso
era l’essere stato ucciso dagli strali e dai sassi.

41. All’arrivo di coloro in Atene, gli Ateniesi determinarono di
tenerli guardati in prigione finchè non si venisse a qualche accordo;
e di levarli per ucciderli se prima di questo i Peloponnesi entrassero
nell’Attica. A Pilo poi avevano messo presidio; ed i Messenii di
Naupatto, riguardando Pilo come patria loro, perchè apparteneva una
volta al territorio messenio, vi spedirono gente di loro la più idonea,
che depredando la campagna laconica la danneggiarono moltissimo,
perchè hanno un medesimo linguaggio con gli Spartani. I quali fino
allora non pratichi del corseggiare e di sì fatta maniera di guerra,
la sopportavano a malincuore, tanto più che gl’Iloti disertavano, e
però vi era sospetto di qualche più importante innovazione nel loro
dominio. Anzi quantunque non volessero che i loro sospetti penetrassero
in Atene, pure vi mandavano ambascerie per tentare di riaver Pilo e
quei prigionieri: ma gli Ateniesi che intendevano a cose maggiori,
contuttochè costoro molte volte vi andassero li rimandavano a mani
vuote. Tali sono le cose avvenute a Pilo.

42. Appresso nella medesima estate gli Ateniesi capitanati da Nicia di
Nicerato e due altri aggiunti, e seguiti dai confederati di Mileto,
di Andro e di Caristo portavano la guerra nel territorio corintio
con ottanta navi e duemila soldati propri di grave armatura, più
due centinaia di cavalli su barche a ciò destinate. Fecero vela
coll’aurora, e andarono a porre fra il Chersoneso e Reto presso il
littorale di un luogo dominato dal colle Soligio, sulla cui cima
anticamente fermatisi i Doriesi guerreggiavano i Corintii di città
discendenti degli Eolii. Onde il villaggio che risiede su quel colle
chiamasi ancora Soligia; ed è distante dal littorale ove stavano
le navi sedici stadii, Corinto sessanta, e l’istmo venti. Ma i
Corintii, presentito da Argo l’arrivo dell’armata ateniese, erano un
pezzo innanzi corsi tutti sull’istmo, eccetto quei che abitano fuori
dell’istmo stesso, e cinquecento di loro erano partiti per presidiare
l’Ambracia e la Leucadia, mentre gli altri stavano in massa osservando
ove gli Ateniesi approderebbero. Questi presero terra inosservati, onde
furono alzati i segnali ai Corintii, che lasciata la metà di loro a
Cencrea, se mai gli Ateniesi marciassero sopra Crommione, vi accorsero
frettolosamente.

43. Batto, uno de’ due capitani Corintii (perchè due n’erano in quella
guerra), presa seco una compagnia di soldati andò al borgo Soligia, che
era senza mura, per guardarlo; e Licofrone e gli altri azzuffaronsi
col nemico. I Corintii caricarono primieramente l’ala destra degli
Ateniesi, appena sbarcata dinanzi al Chersoneso, e quindi anche il
resto dell’esercito. La battaglia era per tutto aspra e petto a
petto. L’ala destra composta di Ateniesi e Caristii (essendo questi
schierati gli ultimi), sostenne ed a gran pena rispinse i Corintii,
che ritiraronsi presso una macìa; ed essendo quel luogo tutto declivo,
scagliavano dall’alto sassi sul nemico, cui nuovamente assalirono
cantato il Peana. Gli Ateniesi resistevano, e rinnuovossi la zuffa
petto a petto: se non che una compagnia di Corintii sopraccorsa
in aiuto dell’ala sinistra de’ suoi, fece piegare la destra degli
Ateniesi, e gl’inseguì fino al mare. Pure gli Ateniesi ed i Caristii
tornarono di nuovo indietro dalle navi. Il rimanente poi dell’esercito
sì dell’una che dell’altra parte non cessò dal combattere; ma
specialmente l’ala diritta de’ Corintii sulla quale era Licofrone,
faceva resistenza contro la sinistra degli Ateniesi, sospettando che e’
volessero tentare l’impresa del villaggio Soligia.

44. Ressero adunque un pezzo ambi gli eserciti senza cedere: ma poi,
siccome gli Ateniesi avevano il vantaggio della cavalleria che mancava
ai nemici, i Corintii furono messi in rotta, e si ritirarono sulla
collina ove fermato il campo stavano quieti senza scendere al basso. In
questa sconfitta perirono sull’ala destra i più con Licofrone capitano:
ma il resto dell’esercito, dopo essere stato sbaragliato non venendo
gagliardamente inseguito, e però non datosi a precipitosa fuga, potette
in questo modo ritirarsi sulle alture, e piantarvi il campo. Gli
Ateniesi poi vedendo che i Corintii non venivano più contro di loro a
battaglia, spogliarono i cadaveri nemici e ripresero i propri e subito
inalzarono il trofeo. Quella metà de Corintii che stavano di guardia
in Cencrea perchè gli Ateniesi non navigassero contro Crommione, non
avean potuto veder la battaglia a cagione del monte Oneio: però quando
ebbero veduta la polvere, accortisi del fatto, corsero immediatamente
al soccorso insieme coi più attempati dei Corintii restati in città,
che avean avuto contezza dell’accaduto. Gli Ateniesi pertanto quando
se li videro venir contro tutti riuniti, credendo esser quello il
sopravveniente rinforzo de’ Peloponnesi delle vicine città, si
ritiravano senza indugio presso le navi, portando seco il bottino ed
i morti loro, ad eccezione di due che vi lasciarono, non avendoli
potuti trovare: ed imbarcatisi tragittavano nelle isole adiacenti, e
di lì spedivano araldo, e riebbero con salvocondotto i cadaveri che vi
avevano lasciati[253]. Mancarono in questa battaglia dugento dodici dei
Corintii, e degli Ateniesi poco meno di cinquanta.

45. Gli Ateniesi poi sciolsero dall’isole, e navigarono il giorno
stesso a Crommione del territorio di Corinto distante da queste città
centoventi stadii. Ivi preso porto, e dato il guasto alla campagna,
si accamparono per passarvi la notte. Il giorno dipoi costeggiarono
primieramente fino all’Epidauria: poi fattavi scala passarono a Metona
fra Epidauro e Trezzene; e tagliato fuori l’istmo della penisola nel
quale risiede Metona, vi tirarono un muro, vi lasciarono guarnigione,
ed in seguito guastarono la campagna di Trezzene, di Alia e di
Epidauro. Ma finita che ebbero la fortificazione del posto, colle navi
tornarono a casa.

46. Al tempo stesso di questi fatti Eurimedonte e Sofocle partiti colla
flotta ateniese da Pilo per Sicilia, quando furono a Corfù si unirono
con quelli di città, per andar contro quei Corfuotti che dopo la
sedizione eran passati a fortificarsi sul monte Istone; e che padroni
della campagna vi facevano grandi guasti. Assalirono il forte, e lo
espugnarono; le genti di esso scamparono sopra un’altura e capitolarono
a patti di rendere gli ausiliarii; e quanto a sè, consegnate le armi,
si rimettevano all’arbitrio del popolo ateniese. I capitani li fecer
passare con salvocondotto nell’isola Ptichia, per tenerli sottoguardia
finchè non venissero spediti ad Atene; colla condizione che se alcuno
fosse colto fuggendo s’intendesse sciolta per tutti la convenzione.
Ma i primari tra i popolani di Corfù sospettando che, quando coloro
fossero arrivati ad Atene, forse gli Ateniesi non vorrebbero ucciderli,
macchinano questo. Spediscono a Ptichia pochi loro aderenti, e li
ammoniscono che fingendo benevoglienza dicessero a quelle genti «che
per loro miglior cosa sarebbe il trafugarsi prontissimamente e che essi
appresterebbero loro una barca a tal uopo; perchè i capitani ateniesi
vorranno darli in balìa della setta popolare di Corfù.»

47. Li trassero all’inganno; e mentre navigavano nella barca a
bella posta preparata, furono arrestati: e così rimase sciolta la
convenzione; e coloro furono dati tutti in mano del popolo di Corfù.
Ed in questa trama, acciò ella fosse un argomento irrefragabile pei
ritenuti nell’isola, e più francamente la usassero gli orditori di
essa, ebbero parte principalmente i capitani ateniesi col mostrar
chiaro che, dovendo essi navigare in Sicilia, non volevano che coloro
fossero menati in Atene da altri, essendochè chi ve li conducesse
riscuoterebbe l’onore di quell’impresa. Avutili adunque i Corfuotti
nelle mani li rinchiusero in una gran prigione; donde poi cavandone
venti per volta li facevano passare legati insieme fra due file di
soldati, quinci e quindi schierati, da’ quali venivano feriti di taglio
e di punta, tostochè uno vi scorgesse qualche suo nemico. E gli sgherri
seguendoli dappresso sollecitavano colla sferza chi si avanzasse più
lentamente.

48. Per questo modo ne trassero di prigione e ne uccisero fino a
sessanta celatamente agli altri che vi restavano, i quali davansi a
credere che li levassero di prigione per tradurli altrove. Ma non prima
se ne avvidero e furonne avvertiti da qualcuno, che cominciarono a
invocare e scongiurare gli Ateniesi che se volevan così li uccidessero
essi stessi: e non più volevano uscire dal carcere, e protestavano che
per quanto in loro stesse nissuno v’entrerebbe. Dall’altro canto i
Corfuotti non pensavano di sforzare le porte, ma saliti sul tetto della
prigione e scassinato il soffitto percuotevano i rinchiusi con embrici
e con dardi scagliati al basso. Schermivansi quelli come potevano, e
molti davansi la morte colle proprie mani, o ficcandosi nella gola
le lanciate quadretta, o strangolandosi con funicelle cavate dagli
strapunti che casualmente ivi erano, e con gli stracci dei vestiti;
cosicchè per gran parte della notte che sopravvenne a tanta sciagura,
o strozzandosi da per sè, o colpiti dalle frecce scagliate da quei di
sopra, in ogni maniera perirono. Poichè venne il giorno i Corfuotti
li gettarono confusamente[254] su dei carri, e li trasportarono fuori
di città, e fecero schiave tutte le donne prese nel forte. Così i
Corfuotti del monte furono distrutti dalla setta popolare, e così finì
quell’atroce sedizione almeno per quello che concerne la guerra che
descriviamo; imperciocchè della fazione opposta nulla rimane che valga
la pena d’esser riferito. Ma già la flotta ateniese giunta in Sicilia,
ove prima era indirizzata, vi faceva la guerra insieme con gli alleati
di quei luoghi.

49. Sul terminar dell’estate gli Ateniesi di Naupatto con gli Acarnani
si misero in campagna, ed ebbero a tradimento Anactorio città de’
Corintii, che giace sulla bocca del seno ambracico. Cacciati da essa i
Corintii, gli Acarnani accorsero da ogni parte ad abitarla, e in tal
modo ritennero quella terra; e finiva l’estate.

50. Nel seguente inverno Aristide figliolo di Archippo, uno dei
capitani delle navi ateniesi spedite per radunar denari dagli alleati,
arresta, presso Eiona situata in riva allo Strimone, Artaferne
personaggio persiano che per ordine del re andava a Sparta. Condotto
ad Atene, gli Ateniesi tradussero dal linguaggio assirio e lessero le
lettere che portava; nelle quali fra le altre molte cose scritte ai
Lacedemoni la somma era questa: non sapere egli quel che volessero,
imperocchè de’ molti messaggi venuti niuno diceva il medesimo; se
pertanto volessero parlargli apertamente gli spedissero gente insieme
con quel persiano. Gli Ateniesi in seguito rimandano ad Efeso sopra una
trireme Artaferne insieme co’ loro ambasciatori i quali uditovi esser
morto recentemente il re Artaserse figliolo di Serse che avea finito di
vivere circa codesto tempo, ritornarono a casa.

51. Nel medesimo inverno i Chii per comandamento degli Ateniesi,
che temevano di qualche innovazione a proprio scapito, demolirono
la fortificazione testè fatta; ma vollero prima da essi promessa e
cauzione, in quanto potevasi che e’ non farebbero novità di sorta
veruna riguardo a Chio. Finiva intanto l’inverno e l’anno settimo di
questa guerra di cui Tucidide scrisse l’istoria.

52. All’entrante estate subito il sole in parte ecclissò circa il
novilunio, e fuvvi terremoto ai primi dello stesso mese. E i fuorusciti
di Mitilene e del restante di Lesbo, la maggior parte dei quali
venivano dalla terraferma dell’Asia, soldate delle genti ausiliarie del
Peloponneso, oltre a quelle che avevano colà raccolte, espugnano Bezio,
che poi restituirono intatto per la somma di duemila stateri focaici:
quindi marciano sopra Antandro, e lo prendono per via di tradimento.
Era loro intenzione di mettere in libertà tutte le altre città nominate
actee, o vogliam dire littorali (possedute prima da’ Mitilenei
ed allora in mano degli Ateniesi), ma principalmente Antandro.
Discorrevano essi che, siccome quel luogo offre comodità di fabbricar
navi stante il legname di cui abbonda, perchè il monte Ida gli sta a
cavaliere, così quando avessero munito Antandro, partendo di lì con
l’apparecchio necessario, riuscirebbe facile infestar Lesbo vicina, e
sottomettere le cittadelle eoliche di terraferma. Tali erano le imprese
alle quali volevano prepararsi.

53. Nella medesima estate gli Ateniesi condotti da Nicia di Nicerato,
da Nicostrato di Diotrefe e da Autocle di Tolmeo, tolte seco sessanta
navi, due mila soldati gravi e pochi cavalli, e fra gli altri alleati
i Milesii, andarono ad oste contro Citera, la quale è un’isola poco
di lungi dalla Laconia verso Malea, fronteggiata dai Lacedemoni[255],
i quali ogni anno vi mandavano da Sparta un magistrato detto
Citerodice[256], e di mano in mano un presidio di milizie gravi.
Facevano i Lacedemoni molto conto di quell’isola, avvegnachè ella
presentasse un ricovero alle navi mercantili che venivano d’Egitto e
di Libia, e rendesse insieme più difficile ai corsali l’offender la
Laconia dalla parte di mare per dove solo poteva esser danneggiata;
perchè Citera sporge tutta verso il mar siciliano e cretese.

54. Pertanto gli Ateniesi giunti colà sulla flotta, con dieci navi
e due mila Milesii di grave armatura, s’impadroniscono di una città
marittima nominata Scandea; e col rimanente dell’esercito sboccati
nella parte dell’isola che guarda Malea marciavano sopra la città
de’ Citerii situata sul mare; ove trovarono gli abitanti già tutti
sotto l’armi. Attaccatasi la zuffa i Citerii ressero picciol tempo;
poi voltato faccia si rifugiarono nella cittadella; e finalmente
convennero con Nicia e suoi colleghi di rendersi agli Ateniesi, salvo
la vita. Già anche di prima avea Nicia tenuto discorso con alcuni di
Citera; e però le condizioni dell’accomodamento, tanto prima che poi,
furono trattate più presto e più all’amichevole. In fatti gli Ateniesi
cacciarono di Citera solo la gente spartana, considerando che l’isola
era così prossima alla spiaggia laconica. Dopo la capitolazione, gli
Ateniesi padroni di Scandea, città situata presso il porto, misero
guarnigione a Citera e navigarono ad Asìne, ad Elo ed a moltissime
altre terre marittime, sbarcando ed accampandosi ovunque l’opportunità
il richiedesse: e così per circa sette giorni davano il guasto alla
campagna.

55. I Lacedemoni, sebbene vedessero gli Ateniesi padroni di Citera, e
si aspettassero che anche sulle loro terre e’ farebbero simili sbarchi,
pure non si opponevano in nissun luogo col grosso delle loro forze, e
si contentavano di spedire pel loro dominio presidii di soldati gravi
dove che abbisognasse. Del rimanente stavano molto guardinghi perchè
dopo l’insperata e grande sconfitta dell’isola Sfatteria, e dopo la
presa di Pilo e di Citera trovandosi alla sprovvista attorniati per
ogni banda da una guerra repentina, temevano di qualche gran rivoltura
nello stato loro politico; onde, cosa non prima usata da essi, misero
in piedi un corpo di quattrocento cavalli ed arcieri[257]. Allora
veramente divennero più che mai irresoluti in materia di guerra per
questo perchè, incompatibilmente con gli apparecchi che avevano,
trovavansi a lottare in sul mare, ed in specie contro gli Ateniesi, pei
quali ogni intentata impresa era un mancare alla propria riputazione,
di riuscire in tutto. Senza di che i molti fortunevoli casi, in che
si erano in breve abbattuti contro ogni aspettativa, li mettevano in
costernazione grandissima; cosicchè temevano di aver forse a trovarsi
da capo involti in sciagura simili a quella della Sfatteria. E siccome
il loro animo avea perduta la fiducia di sè perchè non avvezzo di prima
alle disgrazie, così andavano più a rilente nelle battaglie, e si
auguravano infelice esito in ogni mossa che facessero.

56. E tuttochè gli Ateniesi dessero allora il guasto alle costiere,
pure i Lacedemoni stavano per lo più fermi all’occasione degli
sbarchi che essi facessero, vicino alle particolari guarnigioni, sì
perchè ciascuna di queste credevasi inferiore di numero, sì ancora
per lo sbigottimento che vi regnava. Una sola guarnigione che presso
Cortita e Afrodisia fece resistenza, atterrì coll’incursione una banda
vagante di soldati leggeri: ma quando le furon di fronte le milizie
di grave armatura cedè; e vi restarono morti pochi soldati, e le loro
armi prese. Gli Ateniesi erser trofeo e rinavigarono a Citera. Di
là circuirono colla flotta fino ad Epidauro Limero, saccheggiarono
porzione della campagna, ed arrivarono a Tirea la quale, quantunque sia
nel luogo chiamato Cinuria, è però conterminale del territorio argivo e
laconico. I Lacedemoni a cui apparteneva l’avevan data ad abitare agli
Egineti cacciati dalla patria, per ristorargli de’ benefizi ricevuti al
tempo del terremoto e della rivolta degli Iloti, tanto più che sebbene
vassalli degli Ateniesi avevan sempre tenuto da Sparta.

57. Questi Egineti adunque, all’appressarsi della flotta ateniese,
abbandonarono la cittadella che stavano fabbricando sul mare, e si
ritirarono nella città dentro terra distante circa dieci stadii dal
mare dove avevano le case. Una delle guarnigioni de’ Lacedemoni,
distribuite per la campagna che li aiutava alla costruzione della
cittadella, tuttochè pregata dagli Egineti non volle entrar con loro
nelle mura della città, stimando cosa pericolosa il rinchiudersi
dentro; ma si ritirò sulle alture ove non credendosi in stato da
battagliare stava in sulle sue. Intanto gli Ateniesi approdano, e tosto
si avviano con tutto l’esercito a Tirea; la espugnano, la saccheggiano
e la mettono a fuoco e fiamma. Quindi tornarono ad Atene conducendo gli
Egineti sopravvissuti al conflitto, e Tantalo di Patroclo destinato
loro a comandante da’ Lacedemoni, che fu preso vivo coperto di ferite.
Parimente menaron via pochi cittadini di Citera parendo lor bene di
tramutargli altrove per sicurezza. Quanto a questi, deliberarono gli
Ateniesi di depositarli nelle isole, e lasciar gli altri Citerii
abitare nelle loro terre purchè pagassero un tributo di quattro
talenti; quanto poi agli Egineti, di ammazzare tutti i prigionieri, per
l’odio antico che sempre avevano; e di incarcerar Tantalo con gli altri
Lacedemoni presi in Sfatteria.

58. Nella medesima estate in Sicilia i Camerinesi e i Geloi furono
i primi a fare armistizio fra loro; dipoi anche gli altri Siciliani
tennero congresso a Gela ove intervennero gli ambasciatori di tutte
le città[258] per negoziare un aggiustamento generale. Tra le varie e
molte opinioni proposte prò e contra in quei dispareri, secondo che
ciascuno credeva di essere in qualche cosa messo al di sotto, Ermocrate
siracusano figlio d’Ermone, che più di tutti li persuase, tenne
nell’assemblea questo discorso.

59. «Non perchè io sia di piccolissima città, o Siciliani, e più delle
altre sbattuta da questa guerra, farò parola; ma per manifestare
nell’assemblea quello che parmi miglior consiglio per tutta la Sicilia.
E che mai approderebbe l’allungarsi a dichiarare tutti i disastri che
la guerra in sè comprende, dinanzi a voi che li sapete? Certo niuno
viene astretto alla guerra per l’ignoranza degl’incomodi che ella trae
seco; nè per timore se ne rimuove, ove stimi di guadagnarvi. Ma pur
troppo accade che ad alcuni sembra il lucro maggiore del danno, altri
amano meglio sottoporsi ai pericoli che andar presentemente un nonnulla
al di sotto: e in tal caso quando gli uni e gli altri adoperino così
inopportunamente, allora tornano in vantaggio le esortazioni agli
accomodamenti. Questo è ciò di che sopra tutto voi dovrete adesso
persuadervi; imperciocchè allor da prima ci guerreggiammo a fine di
acconciare ciascuno le cose proprie; ed or ventilando le pretensioni
nostre tentiamo riamicarci insieme: e qualor non succeda che ciascun
n’esca alla pari cogli altri, di nuovo ci guerreggeremo.

60. «Eppure se abbiam senno dobbiamo intendere che questo congresso
non tanto ha per oggetto le nostre particolari bisogne, quanto il
vedere se potremo ancora mantener salva la Sicilia insidiata tutta
dagli Ateniesi, cui conviene stimare, circa le nostre controversie,
pacificatori più obbliganti di quel che non sono i miei discorsi,
perchè fra i Greci sono essi i più forti: e sebbene stieno qua
con poche navi, pur vanno spiando il nostro debole, e sotto la
coperta della legalità d’alleanza mettono speziosamente a profitto
quell’inimicizia che per natura ci portano. Che se noi ci appigliamo
alla guerra; e qualcuno inviti costoro che anche dove non sono invitati
muovono le armi, bene è da credere che peggiorando lo stato nostro
colle domestiche spese, e facendo loro strada all’impero, essi al
vederci logori verranno, quando che sia, con più numeroso stuolo, per
tentare di sottomettersi tutta intera quest’isola.

61. «Ma se non abbiamo offuscati gli occhi dell’intelletto, dobbiamo
invitare alleati ed abbracciar nuovi pericoli, piuttosto per
acquistare al nostro stato quel d’altrui che danneggiare il proprio:
dobbiamo persuaderci che le sette sono la peste principalissima sì
delle particolari repubbliche che della Sicilia intera, della quale
noi abitatori, quantunque tutti insidiati, andiamo città per città
parteggiando. Queste considerazioni devono condurre i privati a
rappacificarsi coi privati, e le città colle città, a fine di tentar
concordemente di salvare tutta quanta la Sicilia. Nessuno si immagini
che i soli Dorici tra noi sieno nemici agli Ateniesi, e che i Calcidesi
in grazia della consaguinità jonica stieno al sicuro[259]: imperciocchè
non per odio alla diversità del sangue costoro invadono i popoli, ma
per bramosia dei beni di Sicilia, che possediamo in comune. E ciò
hanno appalesato all’invito fatto loro da quei di stirpe calcidica, ai
quali, con prontezza maggiore di quel che richiedesse una convenzione,
hanno pagato un debito di giustizia come consanguinei, senza esserne
stati mai soccorsi secondo l’alleanza. Pur queste soverchierie e
premeditazioni degli Ateniesi sono bene da scusarsi; nè io biasimo
quelli che voglion comandare, ma quelli che sono troppo pronti ad
obbedire; avvegnachè sia propio degli uomini comandar sempre a chi cede
e guardarsi da chi t’assale. E vanno errati quelli tra noi che convinti
di ciò, non antiveggono drittamente, e si presentano all’assemblea
senza credere della massima importanza il ben provvedere al timore
comune, da cui tostissimamente saremmo liberi solo che ci accordassimo
insieme; perchè gli Ateniesi non si muovono contro noi dal loro paese,
ma dal paese di chi gli ha chiamati. Allora non la guerra colla guerra,
ma le dissensioni colla pace tranquillamente queteremo: e quanto fu
ingiusta, sebben palliata la venuta degli Ateniesi qua invitati,
altrettanto sarà ragionevole la loro partenza a man vuote.

62. «Ecco quanto bene rispetto agli Ateniesi ritroviamo saggiamente
deliberando. Quanto poi alla pace, che a confessione di tutti è
l’ottimo dei beni, come non deve farsi anche fra noi stessi? Se uno
si trovi in prosperità, un altro in avversità, non credete voi che la
pace meglio che la guerra possa in quest’ultimo cessare, e nel primo
conservare il suo stato; e che ella offra onori e chiarezza permanente
e tutto ciò che potrebbe dar materia a lunga orazione non meno che la
guerra? Lo che considerando dovete non spregiar mie parole, ma anzi
per queste provveder ciascuno alla vostra salvezza. E se alcun tien
per fermo di ben riuscire in qualche cosa o per il dritto o per la
forza, badi che la sua speranza non vada fallita, ove egli sappia che
dei molti i quali volevano perseguire colla vendetta gli ingiuriatori,
e degli altri i quali speravano di vantaggiarsi per via della forza,
quelli non che vendicarsi, non ne uscirono a bene; a questi invece di
acquistare, avvenne di perdere del proprio. Imperciocchè la vendetta
non riesce meritamente a buon fine perchè è provocata dall’ingiuria,
nè la fortezza è stabile perchè ha buone speranze; ma d’ordinario la
vince l’incertezza del futuro, che sebben fallacissima pure si mostra
anche utilissima, avvegnachè temendo del pari usiamo maggior previdenza
nell’assalirci l’un l’altro.

63. «Laonde abbattuti ora doppiamente, e dal timore indeterminato di
questa incertezza, e dalla presenza degli Ateniesi omai formidabili,
riguardiamo questi ostacoli come sufficienti ad impedire quello che
credevamo di effettuare giusta i mal concepiti disegni; mandiamo
via dal nostro paese gl’imminenti nemici; facciamo tra noi, come io
credo il meglio, accordo sempiterno; o almeno con tregua lunghissima
rimettiamo ad altro tempo le nostre particolari differenze. Intendiamo
insomma che seguendo il mio consiglio, ciascuno avrem libera la città
nostra, e tenendola independentemente potremo per generosità render la
pariglia a chi ci taccia del bene o del male. Ma se, non porgendomi
orecchio, ci assoggetteremo ad altri; non più si tratterà di vendicarsi
di alcuno, ma dovrem recarci a gran fortuna di esser per forza amici ai
mortali nostri nemici, e discordanti da chi non dovremmo.

64. «Ed io per me, come da prima ho detto, tuttochè rappresenti città
amplissima e tale da offendere piuttostochè difendersi, pure credo ben
fatto providamente comporci insieme, e di non far del danno ai nemici
in modo da risentirlo noi maggiore. Nè io vo’ da stolto perfidiare di
credermi arbitro, siccome del mio volere, così della fortuna cui non
comando; anzi mi giova darla vinta finchè il decoro lo permette: ma
credo giusto che voi altri facciate meco lo stesso spontaneamente,
e non aspettiate che i nemici vi astringano; perchè non è vergogna
che i nazionali cedano ai nazionali, o un dorico all’altro dorico,
o un calcidese ai consanguinei; in una parola, popoli tra sè vicini
coabitanti di un medesimo paese bagnato intorno dal mare, e chiamati
tutti con un sol nome Siciliani. Pur quand’occorra guerreggeremo tra
noi, e fra noi nuovamente ci accorderemo mediante i comuni parlamenti:
ma ora, se abbiam senno, corriamo tutti insieme a respingere gli
stranieri, se pure è vero che il danno di ciascuno è pericolo comune.
Non chiamiamo più d’ora innanzi nè alleati nè pacieri, essendochè per
questo modo non defrauderemo al presente la Sicilia di due beni, cioè
d’esser libera dagli Ateniesi e dalla guerra domestica; ed in avvenire
noi soli la riterremo libera e meno insidiata dagli altri.»

65. Persuasi i Siciliesi dalle parole di Ermocrate convennero tra sè
doversi cessar la guerra con questo inteso che ciascuno ritenesse
quel che aveva; e che Morgantina[260] resterebbe ai Camarinei purchè
sborsassero ai Siracusani certa somma di denaro. Gli alleati d’Atene
chiamarono a sè i capitani ateniesi e dissero, che gradirebbero di
accedere a quell’accomodamento, e che le tregue sarebbero comuni anche
a loro. Avutone il consenso stipularono il concordato[261], e la flotta
ateniese partì poi di Sicilia. Tornati i generali alla città, gli
Ateniesi confinarono Pitodoro e Sofocle, e taglieggiarono Eurimedonte,
allegando che potendo essi soggettare la Sicilia, se ne eran ritornati
corrotti da’ donativi. Cotanto misuravano della presente loro felicità,
che pretendevano niuno ostacolo doversi attraversare ai loro disegni, e
le imprese fattibili e le più difficoltose doversi del pari effettuare,
sia con grandi, sia con insufficienti apparecchi. E ciò nasceva dalla
inopinata fortuna nella maggior parte delle imprese, la quale nutriva
in essi animosa speranza.

66. Nella medesima estate quei di Megara, stretti dagli Ateniesi che
costantemente due volte l’anno assaltavano con tutto l’esercito le loro
terre, e dai fuorusciti che nel bollore delle fazioni essendo stati
cacciati dai popolani e raccoltisi a Pega[262] riuscivano incomodi coi
ladronecci, tenevano discorso fra loro del doversi levare il bando
ai fuorusciti per non rovinare da due parti la città. A tal romore i
fautori dei banditi più apertamente di prima anch’essi insistevano non
esser da trascurare tal proposta: ma i demagoghi temendo che il popolo,
per le correnti calamità, non vorrebbe tenere il fermo nella loro
parte, vengono a parlamento con Ippocrate di Arifrone, e Demostene di
Alcistene, capitani ateniesi, con intenzione di render la città perchè
giudicavano ciò meno a sè pericoloso, che il rimettere in patria quelli
che avevano discacciati. Convennero adunque per primo che gli Ateniesi
occupassero le mura lunghe distanti circa otto stadii[263] dalla città
inverso Nisea loro porto, acciò i Peloponnesi non potessero correre in
aiuto uscendo di Nisea stessa, ove soli stavano di presidio per tenere
in rispetto Megara: quindi farebbero di tutto perchè si rendesse anche
la cittadella; e quando ciò fosse avvenuto, anche gli altri Megaresi
più facilmente calerebbono agli accordi.

67. Discorso e preparato il tutto da ambe le parti, gli Ateniesi con
seicento di grave armatura comandati da Ippocrate sull’imbrunire
navigarono a Minoa isola de’ Megaresi[264], e posaronsi in un fosso
scassato per ammattonare le mura, non molto lontano da Megara. Le
genti leggeri dei Plateesi, e le altre della ronda guidate dal secondo
capitano Demostene, imboscaronsi presso al sacro recinto di Marte che
ne è anche men lontano. A Megara nissuno sapeva di ciò, fuorchè quelli
cui premeva di essere avvertiti di cotesta notte. Sul far dell’aurora
quei tra i Megaresi autori del tradimento misero in opera cotal fraude:
fingendosi pirati avevano un pezzo prima co’ buoni ufizi indotto il
capitano della porta ad aprirla; e di notte solevano sopra un carro
trasportare pel fosso fino al mare una barca a due remi e mettersi
in corso: poi sul medesimo carro la riportavano sino al muro, e la
introducevano per la porta prima del giorno, perchè non fosse veduta
dalle sentinelle ateniesi di Minoa, tanto più che nel porto non si
vedeva barca veruna. Allora già il carro era alla porta, che al solito
fu aperta per la barca. A tal vista gli Ateniesi, poichè la cosa era di
concerto, correvano in fretta volendo arrivar prima che si richiudesse
la porta, e mentre vi era appunto la barca che serviva di impaccio a
rabbatterla; e sostenuti da’ Megaresi complici della trama, uccidono
le guardie della porta. I Plateesi con Demostene e i soldati della
ronda[265] furono i primi a correre laddove ora è il trofeo; e subito
dentro la porta azzuffatisi coi Peloponnesi che essendo vicinissimi ed
avvistisi del fatto vi erano accorsi; n’ebber vittoria, e resero sicura
la porta pei soldati gravi ateniesi che sopravvenivano.

68. Dipoi ciascuno degli Ateniesi che a mano a mano passava la porta,
si avviava verso le mura, ove pochi del presidio peloponnesio fecero in
principio resistenza, ed alcuni rimasero morti: i più però si diedero
alla fuga, impauriti da quel notturno assalto de’ nemici, e dal vedersi
a fronte quei cittadini traditori, onde stimavano che tutti i Megaresi
si fossero accordati a tradirli. Occorse inoltre che un araldo ateniese
di suo capriccio bandì che chiunque de’ Megaresi volesse esser con gli
Ateniesi prendesse le armi. A tal voce non ressero più, ma pensando
di aver veramente nemico tutto il popolo, si ricovrarono a Nisea. Sul
far dell’alba erano già espugnate le mura; e in mezzo allo scompiglio
della città i parteggianti degli Ateniesi e con loro gran moltitudine
di popolo informati del segreto gridavano doversi aprire le porte ed
uscire a battaglia. Avevano già tra loro stabilito che ungendosi per
contrassegno con del grasso a fine di non essere offesi aprirebbero le
porte ed entrerebbero a furia gli Ateniesi; lo che potevano fare tanto
più francamente, in quanto che da Eleusi, giusta il convenuto, erano
arrivati marciando di notte quattro migliaia di fanti gravi ateniesi e
sei centinaia di cavalli. Ma quando i congiurati già unti erano presso
alle porte uno di questi consapevole del tutto dichiara agli altri la
trama; il perchè raccoltisi insieme, recaronsi tutti alla porta, e
dicevano non doversi aprire, nè far sortita veruna, lo che non aveano
osato di fare neanche innanzi quantunque avessero maggiori forze, nè
gettare la città in manifesto pericolo; che se alcun si opponesse, ivi
s’avea a decidere coll’armi. Mostravano al tempo stesso non saper nulla
di quei maneggi, ma insistevano come che consigliassero il migliore,
ed intanto restavano fermi a guardia della porta; di sorte che gli
orditori della trama rimasero delusi.

69. Conoscendo i generali ateniesi che era nato qualche ostacolo, e
che d’altronde non avevano forze sufficienti a prendere d’assalto la
città, si diedero immediatamente a cingere di mura Nisea, persuasi
che espugnandola prima che le venisse qualche soccorso, sarebbe stata
anco più sollecita la resa di Megara. A tale oggetto arrivarono subito
da Atene ferramenti, scarpellini ed ogni altra bisogna. Pertanto
incominciando dalle mura già occupate, edificarono un muro trasversale
per chiuder fuori Megara; e dalle due estremità di esse lo condussero
fino al mare di Nisea. L’esercito si distribuì il lavoro del fosso e
delle mura, valendosi de’ sassi e dei mattoni del suburbio; fabbricava
palizzate ove abbisognasse, tagliando alberi ed altro legname; e le
case del suburbio stesso con merli onde venivano fornite servivano
anch’esse di battifolli. Vi lavoravano tutto questo giorno, e sulla
sera del dì seguente il muro era quasi finito. Però le genti di Nisea
intimorite perchè mancavano di viveri (dovendo giorno per giorno
consumar quelli che venivano mandati dalla cittadella di Megara) e
perchè non speravano pronto soccorso dai Peloponnesi e credevano nemici
tutti i Megaresi, si composero con gli Ateniesi per esser liberi
pagando capo per capo una taglia con questo inteso che fossero rese
le armi; ed i Lacedemoni col loro capitano, e qualunque altro vi si
trovasse, lasciati a discrezione degli Ateniesi. Stipulato questi patti
esciron fuori, e gli Ateniesi demolirono le mura lunghe dalla parte di
Megara[266], ed avuta in mano Nisea si accingevano ad altre imprese.

70. In questo tempo Brasida lacedemone figliolo di Tellide che si
trovava in vicinanza di Sicione a Corinto per allestire un esercito
contro la Tracia, avendo inteso la presa delle mura lunghe di
Megara, venne in timore per il presidio peloponnesio di Nisea e per
l’espugnazione di Megara. Laonde spedisce ai Beozii ordinando che
tostamente dovessero venirgli incontro con tutto l’esercito al castello
chiamato Tripodisco nella Megaride alle falde della montagna Geranea,
ove anch’egli si recava con duemila settecento Corintii di grave
armatura, quattrocento Fliasii e seicento Sicionesi, senza contare le
altre genti che aveva intorno a sè raccolte. Stimava egli che Nisea
fosse ancor salva; ma come marciando di notte alla volta di Tripodisco
ebbe inteso esser presa, scelti trecento dell’esercito prima che nulla
si sapesse di sua venuta; si appressava a Megara, celatamente agli
Ateniesi che erano presso al mare. Dava voce, ed era anche vero, di
voler tentare, se fosse possibile, l’impresa di Nisea: ma la cima de’
suoi pensieri era di penetrare in Megara per assicurarsene. Onde faceva
istanza ai Megaresi che dovessero riceverlo con l’esercito, dicendo di
essere nella speranza di recuperare Nisea.

71. Ma le fazioni de’ Megaresi erano venute in sospetto; imperciocchè
temevano gli uni, che Brasida fatti rientrare gli usciti, non cacciasse
lor fuori; gli altri che per questa cagione appunto i popolani non gli
assalissero, e così la città agitata da guerra cittadina non venisse a
perdersi, mentre gli Ateniesi stavano appresso alle vedette. Però non
lo ricevettero in Megara, ma piacque ad ambe le parti di star sulle sue
per veder quello che succedesse, avvegnachè sperassero amendue che si
verrebbe a battaglia fra Ateniesi e Lacedemoni accorsi in aiuto, e così
miglior partito sarebbe che si mettessero dalla parte del vincitore
coloro che gli fossero affezionati. Brasida intanto, non avendo potuto
indurre i Megaresi a riceverlo, tornò a raggiungere il rimanente
dell’esercito.

72. Arrivarono a giorno i Beozii che prima dell’imbasciata di Brasida
avevano avuto in animo di soccorrer Megara, perchè non era loro
estraneo quel pericolo, e perchè erano già con tutte le loro truppe a
Platea. Ma dopo l’imbasciata si inanimarono viemaggiormente e spedirono
a Brasida una banda di duemila di grave armatura con seicento di
cavalleria, e tornarono indietro col maggior numero; talchè tutto
l’esercito di Brasida riunito insieme montava a non meno di seimila
soldati di grave armatura. Gli Ateniesi avevano disposte in ordinanza
le genti gravi presso Nisea in sul mare, e le leggere erano sparse per
la pianura; quando i Beozii assaltando quest’ultime inaspettatamente,
perchè niun soccorso era di prima venuto ai Megaresi, le cacciarono
fino alla marina. Allora spintasi addosso al vincitore la cavalleria
ateniese si venne alle mani; e durò un pezzo questa zuffa equestre in
cui ambe le parti pretendono non avere avuta la peggio. Bene è vero che
il comandante della cavalleria beozia e pochi altri si avanzarono fin
sotto Nisea, e vi furono uccisi e spogliati dagli Ateniesi, i quali
impadronitisi de’ cadaveri dei Beozii li resero poi con salvocondotto,
ed ersero trofeo: nondimeno però, se si riguardi la totalità di questo
fatto d’arme, gli uni e gli altri si separavano con esito dubbioso.
Anzi i Beozii tornarono al loro campo, e gli Ateniesi a Nisea.

73. Dopo questo conflitto Brasida e il suo esercito si avvicinarono
al mare e alla città di Megara: e occupato un posto vantaggioso
fermaronvisi in ordinanza; perchè stimavano che gli Ateniesi verrebbero
ad assalirli, e non ignoravano che i Megaresi starebbero oziosi a
vedere di chi avesse ad essere la vittoria. Davansi essi a credere che
questo compenso porterebbe loro due vantaggi; uno, che non sarebbero
i primi a dar battaglia nè a mettersi deliberatamente all’avventura;
e che siccome si erano chiaramente mostrati disposti a resistere,
così senza muover foglia verrebbe loro a ragione attribuita la
vittoria: l’altro che potevano sperare buon esito rispetto ai Megaresi
imperciocchè se non fossero comparsi colà la cosa non resterebbe
tuttora indecisa, ma creduti manifestamente vinti avrebbero senz’altro
perduta quella città: mentre adesso potrebbe darsi il caso che gli
Ateniesi non volendo combattere, essi senza battaglia conseguano il
fine per cui erano venuti; come di fatto avvenne. Conciossiachè gli
Ateniesi erano usciti di Nisea e si erano attelati dinanzi alle mura
lunghe, ma non essendo assaliti dal nemico stavano ivi fermi, perchè
i loro generali consideravano la sproporzione del proprio pericolo
con quello dei nemici. Infatti, se dopo aver avuto prospero successo
nella massima parte delle imprese, ingaggiassero la battaglia contro
un esercito più numeroso, ne avverrebbe che vincendo acquisterebbero
Megara, perdendo verrebbe anche a perdersi il fiore delle genti di
grave armatura: laddove il rischio di tutto l’esercito peloponnesio ivi
presente era diviso in ciascuna città, e però con ragione dovevano i
Lacedemoni desiderar di venire a giornata. Ma poichè trattenutisi del
tempo nessuno dei due campi si moveva, gli Ateniesi tornarono i primi a
Nisea, e quindi i Peloponnesi al luogo onde erano partiti.

74. Allora incoraggiati maggiormente quei Megaresi fautori dei banditi
aprono le porte ai capitani delle città peloponnesie ed a Brasida,
riguardandolo come vincitore dacchè gli Ateniesi s’eran tenuti di
combattere. Introdotti costoro in città ove stavano costernati i
partigiani degli Ateniesi, vengono a parlamento: dipoi si sciolse
l’esercito della lega per tornar ciascuno alla sua patria: e Brasida
recatosi a Corinto ordinava la spedizione di Tracia ove sin da
principio era indirizzato. Partiti appena gli Ateniesi per alla volta
di Atene, quei Megaresi rimasti in città che più degli altri si erano
mescolati nelle cose di essi, vedendosi scoperti tosto partirono di
soppiatto: e gli altri abboccatisi insieme con gli amici dei banditi
permettono di rimpatriare ai rifuggiti in Pege, obbligandoli con
giuramento di solenni promesse a dover dimenticare qualsivoglia torto,
e a consigliare il meglio per la città. Ma costoro quando furono di
magistrato, all’occasione di fare la rivista dell’armeria spartirono
in varii luoghi le compagnie dei soldati, e cappati da cento dei loro
nemici fra quei che passavano per più affezionati agli Ateniesi,
costrinsero il popolo a dare sopra di loro il voto scoperto, per cui
essendo stati condannati li uccisero. Così ridussero la città, può
dirsi, ad una assoluta oligarchia; e questo cambiamento, causato dalla
sedizione che portò il governo in mano di pochissimi, durò per assai
lungo tempo.

75. Nella medesima estate essendo i Mitilensi vicini ad effettuare il
loro disegno di munire Antandro[267], Demodoco ed Aristide capitani
degli Ateniesi, deputati esattori del tributo, trovandosi attorno
all’Ellesponto (mentre Lamaco loro terzo collega con dieci navi era
entrato nel Ponto) quando riseppero i preparamenti di quella terra
vennero in apprensione che ella potesse diventare quel che a danno di
Samo era Anea, ove ridottisi i fuorusciti Samii aiutavano in sul mare
i Peloponnesi mandando loro de’ piloti, fomentavano turbolenze tra i
Samii restati in città, e raccettavano gli usciti. Però messa insieme
un’armata di alleati, navigano ad Antandro ove, superati in battaglia
quei che ne erano venuti ad opporsi, riprendono di bel nuovo la terra.
Non molto dopo Lamaco che già era entrato nel Ponto approda alle rive
del fiume Caleci in su quel d’Eraclea; ma venuta dell’acqua dalle parti
montane e calata un’improvvisa corrente, vi perde le navi. Nondimeno
egli traversando colle sue genti il paese dei Traci Bitinii, che sono
sulla spiaggia opposta in Asia, giunge per terra a Calcedonia, colonia
dei Megaresi, situata in sulla bocca del Ponto.

76. Nella medesima state anche Demostene capitano degli Ateniesi
partito appena dalla Megaride va con quaranta navi a Naupatto,
avvegnachè alcuni delle città beozie tenessero segrete pratiche con lui
e con Ippocrate sugli affari della Beozia, con intenzione di mutare
lo stato e voltarlo, come gli Ateniesi, alla democrazia. Pertanto
guidati principalmente da Pteodoro esule tebano avevano disposto la
cosa in questo modo: che alcuni renderebbero per tradimento Sifa
castello marittimo del territorio tespico in sul golfo di Crisa; ed
altri d’Orcomeno consegnerebbero Cheronea che è nel medesimo distretto
d’Orcomeno denominato prima Minico ed ora Beozio. Si erano uniti in
queste pratiche più che altri i banditi orcomeniesi, e snidavano genti
del Peloponneso; e siccome Cheronea è su i confini della Beozia, così
vi avevano le mani ancora alcuni Focesi. Gli Ateniesi poi occuperebbero
Delio consacrato ad Apollo, che resta nel Tanagrese e guarda Eubea,
e tutte queste cose dovevano farsi in un determinato giorno perchè i
Beozii non potessero tutti accorrere in soccorso di Delio; ma ciascuno
avesse di che darsi moto per i propri affari. Se il tentativo andasse
bene e si potesse munir Delio, speravano agevolmente che, posto anche
non nascesse subito qualche innovazione del governo beotico, nondimeno
l’occupazione di questa terra dando abilità agli Ateniesi di corseggiar
la campagna, ed essendo un vicino ricovero ai malcontenti, le cose
de’ Beozii non rimarrebbero tranquille; e che gli Ateniesi unendosi
ai ribelli, mentre i Beozii non potevano raccogliere insieme le loro
forze, riuscirebbero col tempo a stabilirvi reggimento acconcio ai loro
disegni. Queste erano le insidie che si tramavano.

77. Intanto Ippocrate, che quando fosse il tempo dovea marciare alla
testa degli Ateniesi contro i Beozii, fece avviare Demostene a Naupatto
colle quaranta navi, acciocchè raccolto da quei luoghi un esercito
tra gli Acarnani e d’altri confederati navigasse a Sifa, che ella
verrebbe resa per tradimento. Già avevano fra sè convenuto del giorno
in cui dovevano tutte insieme queste cose effettuarsi. Demostene
adunque al suo arrivo ricevette nell’alleanza degli Ateniesi gli Eniadi
costrettivi dall’intero corpo degli Acarnani, e poi commosse da se
stessa tutta la lega di quelle parti; cominciò da portar le armi contro
Salintio e gli Agrei, e recato in sua mano la somma delle cose si
disponeva quando che occorresse a raggiungere gli Ateniesi a Sifa.

78. Circa il medesimo tempo di questa estate Brasida con mille
settecento di grave armatura messosi in cammino per la sua impresa di
Tracia, non prima pervenne ad Eraclea della Trachinia che spedì innanzi
un messaggio in Farsalo, pregando i suoi fautori a dover concedere il
passaggio per la Tessaglia a lui ed alle sue genti. Vennero di fatti
a Melizia dell’Acaia Panero, Doro, Ippolochide, Torilao, e Strofaco
pubblico ospite dei Calcidesi; e allora egli riprese il suo cammino
accompagnato, tra gli altri Tessali, da Niconida larisseo che era molto
innanzi con Perdicca; avvegnachè non sia facile traversar la Tessaglia
senza scorta in specie per gente armata; anzi suole generalmente presso
tutti i Greci esser preso in sospetto chi passi su quel di altrui senza
consenso. Si arroge di più che la moltitudine dei Tessali, era mai
sempre bene affetta agli Ateniesi; di modo che se invece d’esser retti
da una balia dominante si fossero governati con uguaglianza popolare
di diritto, Brasida non sarebbe potuto passare avanti. Imperciocchè
anche quando egli s’era messo in via essendoglisi fatti incontro sul
fiume Enipeo quei della fazione contraria alle sue guide, volevano
contrastargli il passaggio chiamandosi offesi perchè ei passasse
innanzi senza il consenso di tutto il comune. Rispondevano le scorte
che non intendevano di condurlo a malgrado di essi, ma solo per titolo
di ospitalità da che era comparso repentinamente. E Brasida diceva
di propria bocca esser venuto amico al suolo tessalo ed ai Tessali;
portare le armi contro gli Ateniesi suoi nemici, non già contro loro;
non vedere alcuna inimicizia fra’ Tessali e i Lacedemoni per cui
dovessero scambievolmente impedirsi l’uso del territorio; non volere
proseguire il cammino a loro dispetto (nè quando il volesse potrebbe
farlo), ma solo pregarli che non dovessero impedirglielo. Costoro udito
ciò partirono; e Brasida, ad istanza de’ suoi conduttori prima che si
adunasse più gente a contrastargli il passo, senza punto trattenersi
marciò con tanta fretta, che il giorno medesimo che s’era mosso da
Melizia fece capo a Farsalo, e si pose ad oste sul fiume Apidano. Di lì
passò a Facio, e quindi a Perebia, donde finalmente i suoi conduttori
tessali tornarono indietro. Ed i Perebii vassalli degli stessi Tessali
lo fecero passare a Die cittadella del regno di Perdicca, posta alle
falde dell’Olimpo di Macedonia inverso la Tessaglia.

79. Così Brasida fu in tempo di trascorrere la Tessaglia prima che
alcun fosse preparato ad opporsegli; ed arrivò presso Perdicca e
nelle terre calcidesi, ove intimoriti della fortuna degli Ateniesi,
tanto i Traci che si erano loro ribellati quanto Perdicca avevano
invitato questo esercito peloponnesio. I Calcidesi, ai quali si univano
segretamente le vicine città (tuttochè ancora non ribellate), avevano
fatto gran calca per ottenere questo soccorso, perchè credevano che
gli Ateniesi prima di tutto moverebbero le armi contro loro; Perdicca
poi, perchè sebbene non fosse aperto nemico di Atene pure temeva delle
differenze avute con quella Repubblica, e soprattutto perchè voleva
soggiogare Arribeo re de’ Lincesti. I cattivi successi delle armi di
Sparta facilitarono ad essi la via ad ottenere dal Peloponnesio questo
esercito.

80. Speravano i Lacedemoni che siccome gli Ateniesi soprastavano al
Peloponneso e principalmente al territorio di Sparta, valevolissimo
mezzo a divertirli sarebbe se anche essi li inquietassero collo spedir
genti ai loro alleati, che di ciò li ricercavano per ribellarsi,
obbligandosi ancora al nutrimento dei soldati. Desideravano inoltre
di avere un pretesto per mandar fuori degli Iloti, perchè di presente
essendo Pilo in potere degli Ateniesi, non dovessero tentare qualche
novità. Avevano già i Lacedemoni usato molti compensi per tenersi
sempre ben guardati dagli Iloti; ed allora che molti erano e giovani,
e però mettevan loro paura, ricorsero a quest’astuzia. Bandirono che
quelli tra loro che pretendessero di essere stati i più valorosi nelle
cose di guerra a pro dello stato si separassero dagli altri, che
verrebbero fatti liberi. Era questa una tenta per iscoprirgli, perchè
i Lacedemoni facevano a dire che quelli i quali avessero presunto
d’essere i primi ad ottenere la libertà, avrebbero anche avuta maggior
baldanza degli altri ad assalirli. Così, sceltine duemila li menarono
inghirlandati attorno a’ templi come costumasi coi libertini; ma poco
dopo gli fecero sparire senza che nessuno sapesse con qual genere di
morte, e spedirono prontamente settecento degli altri armati alla grave
sotto il comando di Brasida che ardentemente lo desiderava, e che si
procacciò col soldo altre milizie del Peloponneso.

81. Avevano già anche i Calcidesi bramato di aver Brasida che in
Sparta era tenuto in concetto d’uomo attivo e sufficiente a qualunque
impresa, e che per quella spedizione venne in grandissima reputazione
appresso i Lacedemoni. Conciossiachè mostrandosi innanzi tratto giusto
e moderato verso le città, molti luoghi indusse a ribellarsi, ed alcuni
ne ebbe per via di trattati; talchè avvenne che volendo i Lacedemoni
accomodarsi con gli Ateniesi (siccome fecero), potessero rendersi a
vicenda e scambiarsi le terre, e respirar nella guerra allontanata dal
Peloponneso. Ed in seguito quando si venne all’armi dopo gli affari
di Sicilia, la virtù e la prudenza di Brasida, conosciute da alcuni
per prova da altri credute per udita, indussero principalmente nei
confederati Ateniesi il desiderio dei Lacedemoni; perchè uscito egli
il primo di Sparta e procacciatosi grido di uomo probo per ogni conto,
lasciò in essi ferma speranza che gli altri dovessero essere simili a
lui.

82. Ma gli Ateniesi, quando intesero che egli era giunto in Tracia,
tennero per loro nemico Perdicca incaricandolo della venuta di Brasida,
e rinforzarono i presidii presso i confederati di quei luoghi.

83. Intanto Perdicca unite subito le sue genti con quelle di Brasida
marcia contro Arribeo figliolo di Bromero, re dei Lincesti Macedoni,
suo confinante, non tanto per delle differenze che seco aveva, quanto
perchè voleva soggiogarlo. Ma quando egli e Brasida con l’esercito
erano per metter piede sul territorio di Linco, Brasida disse che
prima di venire all’armi voleva abboccarsi con Arribeo per tirarlo,
se gli riuscisse, nella lega de’ Lacedemoni; tanto più che Arribeo
avea mandato un trombetta dichiarandosi pronto a rimettersi in Brasida
ove volesse esser mezzano tra loro. Similmente i legati calcidesi
che si trovavano nel campo significavano a Brasida, per averlo più
pronto ai loro bisogni, di non voler entrar nel pericolo per cavarne
fuori Perdicca, i cui ambasciatori avevano a un dipresso spacciato lo
stesso a Sparta, quando dissero che riuscirebbe a lui di render molte
terre sue confinanti alleate dei Lacedemoni. Laonde Brasida giudicava
di dover trattare come comuni gl’interessi d’Arribeo: ma Perdicca
rispondeva non averlo condotto colà perchè si facesse l’arbitro
delle loro differenze, ma bensì perchè esterminasse quelli che da
lui gli venissero indicati come suoi nemici, e che gli farebbe un
torto mettendosi dalla parte di Arribeo, mentre e’ sostentava la metà
dell’esercito. Nondimeno Brasida repugnando e dissentendo Perdicca va a
trovare Arribeo, dal quale persuaso ritirò l’esercito prima di metter
piede nelle sue terre. Perdicca dopo questo fatto tenendosi ingiuriato,
invece della metà dava il terzo del foraggio.

84. Immediatamente nella medesima estate poco prima della vendemmia
Brasida conducendo seco anche i Calcidesi portò la guerra ad Acanto
colonia degli Andrii, ove i fautori dei Calcidesi che lo avevano
invitato ed i popolani contendevano insieme se dovesse o no riceversi.
Tuttavia temendo il popolo pei frutti della campagna che tuttora eran
fuori, Brasida lo induce a dover ricever lui solo, ed ascoltarlo prima
di risolvere. Onde presentatosi al popolo con un bel porgere per
ispartano, parlò in questo tenore.

85. «Cittadini d’Acanto, la spedizione di me e del mio esercito fatta
dai Lacedemoni viene a verificare il motivo di questa guerra da noi
divolgato in principio, cioè che noi guerreggeremmo per liberare la
Grecia. E nessun ci apponga a colpa se falliti nella nostra credenza
quanto alla guerra fatta colà, per cui speravamo di presto abbattere
gli Ateniesi senza vostro pericolo, venimmo qua un poco tardi; perchè
arrivati adesso, quando ci fu possibile, daremo opera insieme con voi a
debellarli. Stupisco però di vedermi chiuse le porte e di non giungervi
grato. Imperciocchè laddove noi Lacedemoni stimando anche prima del
nostro arrivo di dover venire presso un popolo alleato almeno per
volontà, ed a cui saremmo accetti, ci siamo gettati in tanto pericolo
facendo viaggio per molte giornate in terra straniera, e mostrando
ogni sollecitudine, sarebbe un’indegnità se voi aveste in mente altri
pensieri, e contrariaste la libertà vostra e quella degli altri Greci.
Essendochè, non solo voi mi vi opponete, ma farete anche sì che ovunque
mi presenti men prontamente si uniscano a me gli altri, i quali si
adombreranno, perchè essendo primieramente venuto presso voi che avete
città considerevolissima e nomea di prudenza, non mi abbiate ricevuto.
Nè io potrò giustificare il motivo di mia venuta, ma sarò creduto o di
volere imporre una iniqua libertà, o di trovarmi qui debole e inabile
a protegger quelli che vengano assaliti dagli Ateniesi. Eppur questi
Ateniesi, essendo io andato a soccorrer Nisea, tuttochè fossero in
maggior numero non vollero azzuffarsi con quelle medesime genti che
adesso ho meco. Ora non è presumibile che essi sieno per mandare contro
di voi un esercito così grosso come l’armata di Nisea.

86. «Io però son qua venuto non per danneggiare, ma per liberare i
Greci; ed ho astretto i magistrati di Sparta a giurarmi solennemente
che sarebbono independenti coloro che io tirassi nella mia lega.
E nemmeno mi trovo qua perchè voglia aggiugnervi alla nostra
confederazione o per forza o per inganno, ma all’opposto perchè vi
uniate con noi a guerreggiare gli Ateniesi che vi tengono schiavi.
Per lo che mentre vi do pegni grandissimi, credo che io non debba
esser tenuto uomo sospetto o vendicatore insufficiente, e che voi
vi accosterete a me pieni di confidenza. Se poi vi ha chi temendo
in particolare di chicchessia sta perplesso perchè forse io voglia
metter la città in balia di alcuni, costui si rassicuri sommamente;
imperocchè non vengo a fomentar sette, e credo che non apporterei
manifesta libertà se trascurando i vostri statuti assoggettassi o la
plebe ai nobili, o i nobili alla plebe. Sarebbe questa una libertà
più grave d’un dominio straniero, e a noi Lacedemoni non frutterebbe
riconoscenza delle nostre fatiche, ma piuttosto colpa invece d’onore
e di gloria. Così mostreremmo di tirarci addosso quelle accuse stesse
per cui guerreggiamo contro gli Ateniesi in modo anche più odioso di
chi non professò mai alcuna virtù. Conciossiachè per chi è in credito
è più vergogna sopraffare altrui con speziosa frode che con aperta
violenza; perchè in questo caso assale col dritto del più forte datogli
dalla fortuna; in quello, coll’insidia propria di un animo iniquo. Il
perchè usiamo molta circospezione nelle controversie che sono per noi
rilevantissime.

87. «Nè, oltre ai giuramenti dei Lacedemoni, maggior sicurezza potreste
avere di quelli argomenti i quali, confrontando esattamente i fatti
colle promesse, vi conducono necessariamente a credere che torna anche
in vostro vantaggio quello che ho detto. Se poi a queste mie profferte
risponderete non poterle accettare, e la qualità di nostri amici darvi
il dritto di rigettarci impunemente, e la libertà sembrarvi pericolosa,
ed esser giusto portarla a quei popoli che hanno la possibilità
d’accettarla, e non astringervi alcuno suo malgrado; io prenderò in
testimoni gli Dei e gli Eroi del paese che venuto qua con buon fine
non riesco a persuadervi, e che mi sforzerò di violentarvi col guasto
delle vostre terre. E non crederò di procedere ingiustamente, ma
d’avere la ragione dal canto mio per due pressantissimi motivi: primo,
affinchè i Lacedemoni con tutta la vostra cordialità non abbiano ad
esser danneggiati dalle vostre ricchezze che colerebbero ad Atene
quando ricusiate d’unirvi con loro; secondo, affinchè i Greci non
sieno impediti da voi a trarsi di servaggio. Questa nostra condotta
non sarebbe onesta. Non dobbiamo noi Lacedemoni dar libertà a chi non
la voglia, salvo che per cagione d’un qualche pubblico bene. E nemmeno
agognamo il dominio, ma ci studiamo di tenere in freno quei che lo
agognano: e però faremmo ingiuria alla maggior parte de’ Greci se
mentre vogliamo apportare libertà a tutti, trascurassimo che voi vi
opponeste. Laonde deliberate bene, e gareggiate di esser fra i Greci il
primo esempio a libertà, e di acquistarvi gloria sempiterna, e di non
leder punto i vostri interessi, e di procacciare alla città vostra il
più bello dei nomi.»

88. Così parlò Brasida: e gli Acantii dopo molti discorsi pro e
contro, indotti parte dalle persuasioni di esso, parte dal timore pei
frutti della campagna, con maggioranza di voti segreti risolvettero di
staccarsi dagli Ateniesi, e vollero ch’ei si obbligasse coi giuramenti
medesimi giurati già dai magistrati di Sparta quando lo spedirono,
cioè: che sarebbero confederati, ma independenti, tutti quelli che
ei tirasse alla sua lega; e allora finalmente ricevono l’esercito.
Non molto dopo si unì a questa ribellione anche Stagiro colonia degli
Andrii. Tali cose successero in questa estate.

89. Al primo cominciare del seguente inverno la Beozia era sul punto
di rendersi ai generali ateniesi Ippocrate e Demostene, i quali
dovevano incontrarsi insieme, andando questi colle navi a Sifa, e
l’altro a Delio. Ma essendo occorso sbaglio nel computo de’ giorni
in che ciascuno doveva movere la sua gente, Demostene fu il primo a
navigare a Sifa; e contuttochè avesse seco sulle navi gli Acarnani e
molti alleati di quei luoghi, pure la cosa andò a voto, perchè Nicomaco
focese di Fanoteo avea scoperto la trama ai Lacedemoni, e questi ai
Beozii. Onde i Beozii accorsi colà a stormo, giacchè Ippocrate ancora
non gli inquietava sulle loro terre, preoccupano Sifa e Cheronea; ed i
cospiratori, accortisi dello sbaglio, non fecero movimento veruno in
quelle città.

90. Intanto Ippocrate, che aveva sollecitato gli Ateniesi tutti,
cittadini, inquilini e quanto vi era di forestieri, arriva a Delio, ma
troppo tardi, quando già i Beozi eransi ritirati da Sifa. Ivi postosi
ad oste prese a fortificare Delio, luogo sacro ad Apollo, nel seguente
modo. Scavavano intorno al sagrato ed al tempio una fossa circolare,
e dallo scasso gettavano su il cavaticcio per formare un argine, e
rasente ad esso ficcarono su’ due lati dei pali tolti da una vigna
attorno al sacro recinto, la quale tagliarono, e gettavano nel mezzo i
tritumi di essa insieme con sassi e mattoni, levandoli dai pavimenti
delle vicine case cui demolivano; e in ogni maniera si ingegnavano di
alzare quel riparo. Collocavano ancora, ove fosse opportuno, delle
torri di legno, di modo che nel sacro recinto non restava punto di
fabbricato, imperocchè anche dove sorgeva il portico era già andato in
rovina ogni cosa. Avevano cominciato questo lavoro il terzo giorno da
che si erano partiti da casa, e vi si occuparono questo giorno medesimo
e il quarto e il quinto fino all’ora del pranzo. Dipoi essendo quasi
tutto fornito il lavoro, primieramente l’esercito si scostò dà Delio
circa dieci stadii, con animo di tornarsene a casa. La milizia leggera,
che formava il maggior numero, seguitò immediatamente il suo cammino;
ma quella di grave armatura fermato il campo, si teneva quieta.
Ippocrate continuò a trattenersi a Delio per mettervi guardie e dar
l’ultima mano, secondo il bisogno, a quanto mancava ai ripari di quella
terra.

91. I Beozii che in questi giorni si riunivano a Tanagra, essendo ivi
concorsi da tutte le città alla nuova che gli Ateniesi si avviavano a
casa, gli altri Beotarchi, i quali sono undici, disconfortavanli dal
combattere, dappoichè i nemici non erano più nella Beozia: infatti gli
Ateniesi quando piantarono il campo erano precisamente sui confini
dell’Oropia. Ma Pagonda di Eolade beotarco di Tebe, a cui toccava il
comando dell’esercito insieme con Ariantide di Lisimaco, desiderando
venire a battaglia, e credendo miglior partito l’arrischiarvisi,
chiamatine a sè tanti per compagnia acciocchè non tutti abbandonassero
il campo, con queste parole persuadeva i Beozii ad andar contro gli
Ateniesi e far giornata.

92. «Valorosi Beozii, egli facea di mestieri che a nissuno di noi
magistrati non venisse pure in pensiero, che non voleasi venire a
battaglia con gli Ateniesi, eccetto che se li trovassimo tuttora nella
Beozia. Imperciocchè con quel riparo da essi piantato ai confini della
Beozia vogliono avere un luogo onde muoversi a rovinarla: onde è che
ci sono certamente nemici ove che si trovino e dovunque partano per
commettere ostilità. Che se ancora vi è cui sembri più sicuro il non
combatterli, costui muti pensiero: attesochè la prudenza in chi è
assalito da altri con pericolo di perdere il proprio non ammette una
ponderazione così esatta, come in chi ritenendo le proprie cose, ma
bramandone delle maggiori, invade altrui per mero capriccio. Inoltre è
vostra patria costumanza far fronte agli assalti di straniero esercito
nelle vostre terre del pari che nelle altrui: ciò che dovete fare con
assai maggior sollecitudine contro gli Ateniesi che vi confinano.
Conciossiachè se, trattandosi di confinanti, la libertà consiste nella
parità delle forze; come non dovrassi venire fino all’ultimo del
cimento contro costoro che non solo i vicini ma anche i lontani si
brigano di fare schiavi? Ci sia d’esempio lo stato a che son da loro
ridotti gli Eubeesi dell’opposto lido, e la maggior parte degli altri
Greci. Dobbiamo altresì persuaderci che laddove gli altri battagliano
coi loro vicini per i termini del territorio, noi all’opposto, se
restiam vinti, non potremo piantare in tutto il nostro dominio un sol
termine incontrastabile: perocchè entrati costoro nelle nostre terre
vorranno a forza insignorirsi di tutto; cotanto la vicinanza di costoro
più che degli altri, è per noi pericolosa. Considerate poi che quelli
i quali (siccome ora gli Ateniesi) baldanzosi di loro forze assaltano
altrui, sogliono portar con più audacia le armi contro chi stia a sè e
solo si difenda nel proprio paese; ma insistono con meno ardore contro
chi si faccia innanzi ad incontrarli fuori dei confini, e ad attaccarli
se l’occasione si presenti. Ne abbiamo contro di loro l’esperienza;
allorchè per sedizione insorta avendo essi occupato il nostro suolo,
noi li vincemmo a Cheronea e ristabilimmo in Beozia quella sicurezza
che dura anche adesso. Le quali cose rammemorando noi più vecchi
sforziamoci di imitare i fatti d’allora, e voi giovanetti figli di
padri già valorosi procurate di non profanare quelle virtù che per
retaggio vi appartengono. Pertanto affidati al Nume che sarà per noi,
il cui santuario ritengono sacrilegamente afforzato, ed alle vittime
che nei nostri sacrifici ci si mostrano propizie, corriamo tutti ad
affrontarli, e mostriamo loro che assalendo gente che non sappiano
respingerli, potranno appagare le proprie voglie; ma trattandosi di
un popolo che per innata generosità vuole combattendo mantener sempre
libera la sua patria, e non assoggettare ingiustamente l’altrui, e’ non
torneranno indietro senza venire al paragone dell’armi.»

93. Con questa esortazione Pagonda persuase i Beozii ad andar
contro gli Ateniesi; e poichè era già sul tardi del giorno, mosso
subito il campo si mise alla testa dell’esercito. Quando fu vicino
all’accampamento degli Ateniesi fece alto ove una collina trapposta
impediva ai due eserciti di vedersi scambievolmente; schierò le sue
genti e si disponeva alla battaglia. Ippocrate che era a Delio,
avuto contezza che i Beozii gli venivano addosso, spedisce al suo
esercito imponendo di mettersi in ordinanza: e poco dopo partì
anch’egli, lasciati circa quattrocento cavalli ne’ contorni di Delio
per guardarlo, se mai qualche corpo nemico volesse assalirlo, e per
cogliere insieme l’opportunità di sorprendere i Beozii nell’atto della
battaglia. E i Beozii destinarono alcune squadre per far fronte a
costoro; e quando ebbero tutte in ordine si fecero vedere di sulla
collina; e si misero sulle armi in quella ordinanza colla quale
dovevano combattere. Erano in tutti forse settemila di milizia grave, e
di leggera sopra diecimila, con mille cavalli e cinquecento palvesari.
I Tebani con quelli del loro comune[268] tenevano l’ala destra; il
centro gli Aliarti, i Coronei, i Copeesi, e gli altri abitanti sul lago
di Copa; la sinistra i Tespiesi, i Tanagresi e gli Orcomenii. L’una
e l’altra ala era coperta dalla cavalleria e dalle genti leggere. I
Tebani erano schierati con venticinque di fronte; e gli altri senza
verun ordine stabilito. Tale era l’apparecchio e l’ordinanza de’ Beozii.

94. Dalla parte degli Ateniesi i soldati gravi, che erano pari di
numero ai nemici, si schieravano con otto di fronte, e sulle due ali
era la cavalleria. Non si trovavano presenti nell’esercito milizie
leggere, e nemmeno ve n’erano in Atene; e quelle che con Ippocrate
erano entrate nella Beozia, sebbene in molto maggior numero dei nemici,
lo avevano però seguito senz’armi, perchè erasi fatta in Atene una leva
generale sì di forestieri che di cittadini; e perchè dopochè da prima
elle si furono mosse per tornarsene a casa, non erano più comparse
salvo che poche. Ma quando i due erano ordinati a battaglia e vicini ad
azzuffarsi, Ippocrate generale scorrendo le file dell’esercito degli
Ateniesi gli incoraggiava con queste parole.

95. «Ateniesi, breve è la mia esortazione, ma importa lo stesso per
uomini valorosi. Non è dessa eccitamento ma ricordanza di prodezza.
A niuno di voi cada in mente che sulle terre altrui noi senza pro ci
gettiamo in tanto pericolo, perchè la battaglia nel suolo di questi
sarà per salvezza del nostro. E se vinceremo, i Peloponnesi privati
della cavalleria beozia non assalteranno più il vostro territorio:
talchè con una sola battaglia voi conquistate queste terre, e
viemaggiormente affrancate le vostre. Marciate adunque contro di essi
in modo da fare onore a quella città che ciascuno di voi si gloria di
avere per patria, e che è la prima fra i Greci; non meno che ai padri
vostri che guidati da Mironida vinsero costoro ad Enofite, ed allora
conquistarono la Beozia.»

96. Mentre Ippocrate animava così le sue genti, era pervenuto a mezzo
dell’esercito senza poter percorrere alla maggior parte; perchè
i Beozii incitati anch’essi brevemente da Peonida ed intonato il
Peana, si avanzavano dalla collina. Onde gli Ateniesi si mossero loro
incontro, e correndo si azzuffarono. Le ultime file di ambedue gli
eserciti non poterono venire alle mani perchè impedite egualmente
dai torrenti; ma le altre si affrontarono con aspra battaglia e con
incioccamento di scudi. L’ala sinistra dei Beozii fino al mezzo era
vinta dagli Ateniesi, i quali incalzarono in questa parte anche gli
altri; e singolarmente i Tespiesi. Imperciocchè avendo ceduto quei
che erano schierati dirimpetto agli Ateniesi, i Tespiesi si trovarono
circondati in angusto spazio: onde quelli che vi morirono furono
tagliati a pezzi nel difendersi petto a petto. Alcuni poi degli
Ateniesi che nel circondarli eransi disordinati, non riconoscendosi
più tra loro, si ammazzarono scambievolmente. Pertanto i Beozii
perdevano su questo lato e si ritiravano presso quelli che reggevano
alla battaglia. All’opposto l’ala destra, ove erano i Tebani,
superava gli Ateniesi: e dopo averli in breve respinti cominciava ad
inseguirli. E accadde che Pagonda sentendo che pativa l’ala sinistra
de’ suoi, aveva spedito in giro alla collina per occulta via due
squadroni di cavalleria; all’improvviso comparir dei quali, quell’ala
degli Ateniesi, che era vincitrice, credendo che un nuovo esercito
sopravvenisse, entrò in gran paura. Cosicchè l’esercito ateniese parte
costernato per questo stratagemma, parte inseguito e sbaragliato dai
Tebani, si diede tutto a fuggire. Correvano alcuni verso Delio e verso
il mare; altri ad Oropo, altri al monte Parnete, ed altri ovunque
ciascuno avesse qualche speranza di salvezza. I Beozii, e specialmente
i loro cavalli, insieme coi Locresi accorsi in rinforzo appena seguita
la rotta li incalzavano e li uccidevano. Ma la notte sopravvenuta a
questo conflitto facilitò lo scampo ai fuggitivi; e il giorno appresso
quei che s’erano ricovrati ad Oropo e a Delio (il quale nondimeno
tuttora ritenevano), lasciatovi un presidio ritornarono colle navi a
casa.

97. I Beozii ersero il trofeo, ripresero i cadaveri dei loro,
spogliarono quelli de’ nimici, e lasciate ivi delle genti tornarono
a Tanara coll’intenzione di assaltar Delio. In questo mezzo l’araldo
degli Ateniesi spedito per riavere i cadaveri incontra quello dei
Beozii, che lo fa tornare indietro col dirgli: che prima del suo
ritorno non otterrebbe nulla. Quindi venuto alla presenza degli
Ateniesi, disse da parte dei Beozii: aver essai oprato nefandamente,
violando gl’istituti dei Greci, perciocchè era presso tutti stabilito
che entrando sulle terre gli uni degli altri, si risparmiassero i
luoghi sacri del paese. Nondimeno (soggiungeva) avere gli Ateniesi
munito Delio ed abitarlo; commettersi ivi tutto quello che ne’ luoghi
profani si suole commettere; ed avere attinta l’acqua vietata a
toccare, salvo che nelle abluzioni, pei sacrifizii. Che però i Beozii
in riguardo del Nume e insieme di se stessi, invocate le divinità
partecipi del culto, e Apollo principalmente, intimavano ad essi di
andarsene dal sacro luogo portando seco le robe loro.

98. Dopo che l’araldo ebbe parlato così, gli Ateniesi spedirono ai
Beozii il loro, rispondendo: che essi non avevano in nulla violato il
sacro luogo, e nemmeno volontariamente lo violerebbero in avvenire; che
neanche da principio vi erano entrati con questa intenzione, ma solo
per aver un ridotto onde meglio difendersi dalle loro ingiustizie; che
gl’instituti dei Greci portavano, che chiunque, fosse padrone di un
territorio più o meno esteso, di lui fossero sempre ancora i luoghi
sacri, per doverli onorare colle cerimonie ch’ei potesse, oltre le
consuete; che i Beozii stessi, e gli altri non pochi che posseggono un
paese dal quale abbiano colla forza cacciati gli abitanti, per quanto
da prima invadessero luoghi sacri appartenenti ad altrui, li ritengono
ora in proprio; che se essi medesimi potessero acquistar qualche altra
terra di più nella Beozia la riterrebbero; e che ora, per quanto in
loro stesse, non partirebbero da quella ove si trovavano, perchè
la credevano sua. Quanto all’acqua poi rispondevano: che l’avevano
toccata per necessità, la quale necessità non si erano procurata
colla propria insolenza ma erano stati astretti ad usarne, nel caso
di dover respingere i Beozii che i primi avevano invaso il loro
territorio; che in ogni modo volevasi credere che ciò a cui costringe
la guerra o altro grave pericolo, sarebbe pur perdonato anche dal
Nume; che però gli altari sono il refugio dei falli involontarii; e
trasgressione si chiama quella commessa da chicchessia senza alcuna
necessità, non quella a che i disastri ti spingano. Ond’è che essi,
pretendendo rendere i morti per riscatto de’ luoghi sacri, adoprano
assai più empiamente degli Ateniesi i quali non vogliono riacquistare
collo scambio di luoghi sacri ciò che loro si conviene. In ultimo
ordinavano all’araldo di dir chiaramente che essi non uscirebbero da
una terra de’ Beozii che non più apparteneva ai Beozii, dappoichè era
stata acquistata con l’armi, ma che intendevano di riavere i cadaveri
mediante la tregua, secondo il patrio costume.

99. I Beozii, credendo che Oropia (su’ confini della quale giacevano
per avventura i cadaveri, essendo ivi accaduta la pugna) fosse per
titolo di vassallaggio degli Ateniesi, i quali però non potrebbero
riprendere i morti, s’e’ non lo permettessero, risposero: che se gli
Ateniesi erano in Beozia se ne andassero da un paese beozio portando
seco le robe loro; se poi erano in paese loro proprio, dovevano essi
ben sapere quello che era da fare: che a loro non toccava certo a dare
salvocondotto in terra altrui; ma che ove si trattasse di uscire da una
terra dei Beozii il decoro esigeva si rispondesse, che partissero, e
riprendessero le cose richiedevano. A questa risposta l’araldo degli
Ateniesi partì senza nulla concludere.

100. Ma i Beozii, essendo venuti in loro aiuto dopo la battaglia
duemila Corintii di grave armatura, e quei soldati peloponnesi che
erano di presidio a Nisea ed anche i Megaresi, spedirono subito per dei
lanciatori e frombolieri dal seno Meliaco, marciarono contro Delio, e
diedero l’assalto alla fortificazione. Tra gli altri tentativi fatti,
accostarono al muro una macchina che lo espugnò, fatta in questa
foggia. Segarono una grande antenna in due parti, le quali vuotate
quanto erano lunghe le ricommessero esattamente a guisa d’una tromba.
All’estremità vi attaccarono con catene una caldaia, e dall’antenna
scendeva voltato verso la caldaia lo sfiatatoio di ferro, e di ferro
era pur foderata non poca parte del resto dell’antenna. Portata questa
per non piccolo spazio in su de’ carri l’accostarono al muro in quel
punto che era fatto, più che d’altro, di sarmenti e di legni: e quando
fu vicina vi applicarono grandi mantici alla estremità dalla parte
loro, e gonfiavano. Il fiato scorrendo ben serrato nella caldaia
fornito di carboni accesi, di zolfo e di pece, suscitò fiamma grande
che appiccò fuoco al muro tanto che, non potendo più alcuno rimanervi,
lo abbandonarono, e si misero in fuga; e fu in questa maniera espugnata
quella munizione. Alcuni del presidio morirono, dugento furono presi, e
l’altra moltitudine montata sulle navi si ricondusse a casa.

101. Dalla battaglia alla espugnazione di Delio erano corsi diciassette
giorni; e poco dopo il messaggio degli Ateniesi ignaro del fatto
ritornò pei cadaveri, cui i Beozii restituirono senza più fare la
medesima risposta. Nel combattimento d’Oropia mancarono poco meno di
cinquecento Beozii, Ateniesi forse mille col generale Ippocrate, e gran
numero di genti leggere e di saccardi. Poco tempo dopo questa battaglia
Demostene, che non era riuscito in questa sua navigazione a prendere
Sifa per tradimento, avendo sulla sua flotta una truppa di quattrocento
soldati gravi tra Acarnani, Agrei e Ateniesi, fece scala sulla costa
di Sicione. Ma prima che approdasse tutta la flotta i Sicionesi corsi
all’incontro di quelli che erano già smontati, li misero in fuga e li
perseguirono fino alle navi, uccidendone alcuni, altri prendendone
vivi: ed erettovi trofeo restituirono i cadaveri con salvocondotto.
Circa i medesimi giorni dei fatti di Delio, Sitalce re degli Odrisii
morì in una battaglia perduta nella sua spedizione contro i Triballi; e
Seute di Sparadoco suo nipote regnò sugli Odrisii e sull’altra porzione
di Tracia stata soggetta al dominio di esso.

102. Nel medesimo inverno Brasida con i confederati di Tracia marciò
contro Amfipoli colonia degli Ateniesi sul fiume Strimone. Quivi
appunto nel sito ove ora risiede la città si era prima provato
a fondare una colonia anche Aristagora di Mileto, quando era
fuggiasco dal re Dario; ma ne fu bruttamente scacciato dagli Edonii.
Medesimamente trentadue anni dopo vi si provarono gli Ateniesi,
avendovi spediti per prendervi stanza diecimila tra di loro e di
altri volontari, i quali furono trucidati a Drabesco dai Tracii. E
nuovamente, passati ventinove anni, vi andarono gli Ateniesi con Agnone
figliolo di Nicia speditovi a fondar la colonia, e cacciatine gli
Edonii fabbricarono il castello che prima chiamavasi le Nove Strade.
Erano essi partiti da Eione, terra marittima e di commercio che avevano
all’imboccatura del fiume, distante venticinque stadii dalla città
presente, alla quale Agnone diede il nome di Amfipoli, o vogliam dire
città a due facce; perchè la cinse con mura lunghe da un ramo all’altro
del fiume, il quale, coi due rami, onde è diviso, abbracciandola, la
bagna intorno da ambe le parti: e così la fabbricò in modo che avesse
il prospetto della marina e della terraferma.

103. Brasida adunque movendo da Arne della Calcidica marciava col
suo esercito contro Amfipoli. Arrivato sulla sera ad Aulona e a
Bromesco, ove sbocca nel mare la palude Bolbe, cenò e la notte
proseguì la sua gita. Faceva temporale con del nevischio, e però
sollecitò la partenza volendo tenersi celato a quei d’Amfipoli, salvo
che ai complici del tradimento; perocchè abitavano in quella città
alcuni di Argilo, colonia degli Andrii, ed altri che favoreggiavano
questo trattato, parte mossi da Perdicca, parte da’ Calcidesi. Ma
in questa trama adopravansi soprattutto quelli d’Argilo, sì perchè
vicinavano con Amfipoli, sì ancora perchè dagli Ateniesi erano avuti
in sospetto di male intenzionati contro questa città: laonde quando si
offerse l’occasione all’arrivo di Brasida, che già molto prima teneva
delle pratiche con quei di loro che avevano preso casa in Amfipoli,
trattavano del modo onde si dovesse rendere quella città. E non solo
lo ricevettero in Argilo; ma ribellatisi agli Ateniesi, in quella
medesima notte prima dell’alba collocarono l’esercito presso al ponte
del fiume da cui Amfipoli è distante un poco più della larghezza del
fiume stesso. Non vi erano ancora state tirate le mura come adesso, ma
vi stava piccolo presidio, cui Brasida respinse agevolmente mediante
il tradimento, il temporale e l’improvviso assalto. Traversato così
il ponte s’impadronì delle cose fuori di città appartenenti agli
Amfipolitani che abitavano tutto quel luogo.

104. Il suo tragitto inaspettato per quei di città, l’arresto di molti
di quei di fuori, e l’essersi altri rifugiati dentro le mura, mise in
grave scompiglio gli Amfipolitani, tanto più che non si fidavano l’uno
dell’altro. E si dice che se Brasida non avesse voluto voltarsi colle
sue genti al saccheggio, ma si fosse tosto diretto contro la città,
l’avrebbe probabilmente espugnata. Il fatto sta che fermato il campo
scorrazzava la campagna; e vedendo che dalla parte di quei di città
nulla succedeva di quanto si aspettava, se ne stette quieto. Intanto
quei che erano avversi ai cospiratori prevalendo di numero operarono
sì che le porte non vennero subito aperte, e spedirono alcuni insieme
col generale Eucleo, che inviato dagli Ateniesi comandava il presidio
della città, domandando pronto soccorso all’altro generale di Tracia,
Tucidide di Oloro, scrittore di queste istorie, il quale era nell’isola
di Taso colonia de’ Parii, distante da Amfipoli circa mezza giornata
di mare. A questo avviso partì egli subito colle sette navi che erano
colà, volendo soprattutto arrivare ad Amfipoli prima che ella cedesse
in nulla, o almeno assicurarsi per tempo di Eiona.

106. Tra questo, Brasida temendo del soccorso delle navi di Taso,
e informato che Tucidide aveva lì d’appresso in Tracia, il lavorio
delle miniere d’oro, per cui era uno dei più potenti di terraferma,
si affrettava di occupar la città, se fosse possibile prima della sua
venuta, perchè il popolo amfipolitano all’arrivo di lui non ricusasse
di rendersi, per la speranza ch’ei le potesse salvare colle forze
raccolte dalla Tracia e dal mare. Però proponeva discreto accomodamento
per via d’un bando, ove dicevasi: che tanto i cittadini di Amfipoli,
quanto gli Ateniesi che ivi si trovavano, potessero restare, se loro
piacesse, al possedimento delle proprie cose, godendo con piena
egualità dei diritti di cittadinanza; chiunque poi non stesse contento
a ciò, dovesse partire dentro cinque giorni portando seco quel che
aveva.

106. La plebe udito ciò mutossi di pensiero, tanto più che in città
vi erano pochi Ateniesi, e il più degli abitanti era un miscuglio di
varii popoli, e molti erano parenti di quelli arrestati al di fuori.
Insomma tutti, atteso il timore, tenevano per discreto quel bando:
gli Ateniesi perchè giudicavano loro pericoloso l’uscire, e perchè
non si aspettavano un pronto soccorso; il resto della moltitudine
poi perchè goderebbero come prima dei loro diritti, e contro ogni
credenza si trarrebbero del pericolo. Cosicchè i fautori di Brasida
vedendo che la plebe mutata non udiva più il generale ateniese ivi
presente, giustificavano oramai apertamente le proposizioni di Brasida,
e si venne alla capitolazione per cui ricevettero gli Spartani colle
condizioni del bando. Per tal modo resero la città. Tucidide sulla
sera di questo stesso giorno approdò colle sue navi a Eiona. Avendo
Brasida di poco occupata Amfipoli, stette solo per una notte che ei non
prendesse anco Eiona: perocchè se quelle navi non erano sollecitamente
venute a soccorrerla, l’avrebbe occupata sul far dell’alba.

107. Dopo ciò Tucidide disponeva in Eiona le cose in modo da metterla
in sicuro sì per allora, se mai Brasida venisse ad attaccarla, sì anche
per l’avvenire, raccettando quelli che secondo il pattuito avevano
preso il partito di ritirarsi da Amfipoli. E Brasida senza perder tempo
calò per la corrente del fiume con molte barche verso Eiona per vedere
di prender quella lingua di terra che dalle mura si stende verso il
mare, e così impadronirsi della bocca del fiume. Fece ancora sue prove
dalla parte di terra, ma fu per tutto respinto. Aveva già acconciato
le cose di Amfipoli, quando gli si rese Mircino città dell’Edonia, ove
Pittaco re degli Edoni era stato ucciso dai figlioli di Goaxi e da
Branne sua moglie; e poco dopo ebbe anche Gasselo ed Esime, due colonie
dei Tasii. E subito dopo la presa d’Amfipoli era arrivato Perdicca il
quale lo aiutava a bene stabilire queste cose.

108. Presa Amfipoli, vennero gli Ateniesi in gran timore, tanto più che
quella città era ad essi utile non solo perchè ne ricavavano legname da
navi e provento di danaro, ma ancora perchè ella offriva ai Lacedemoni
condotti dai Tessali un passaggio fino allo Strimone, contro i loro
alleati. Che se gli Spartani non si fossero insignoriti del ponte,
non arebbero potuto progredire più oltre; avvegnachè dalla parte di
terra sarebbero stati impediti per la vasta palude formata dal fiume;
e dalla parte di Eiona le flotte ateniesi gli avrebbero osservati. Ma
occupato il ponte, il passaggio compariva omai troppo facile. Temevano
inoltre che gli alleati non si ribellassero; perocchè Brasida in tutte
le occasioni mostravasi discreto, e dappertutto dichiarava co’ suoi
discorsi di essere spedito a liberare la Grecia. Onde le città soggette
agli Ateniesi udendo la presa di Amfipoli, e le profferte di Brasida, e
la sua dolcezza, si invogliavano grandemente di novità; e di nascosto
spedivano a lui messaggi, confortandolo a mostrarsi presso loro volendo
ciascuno essere il primo a ribellarsi. Pareva loro di poter far ciò
senza alcun pericolo, opinando falsamente non esser tanta la potenza
ateniese, quanta mostrossi in processo di tempo; perchè ne giudicavano
più con mal fondato desiderio, che con sicura previdenza; secondo
l’usato degli uomini, i quali sperano inconsideratamente ciò che
bramano, e ciò che non gradiscono arbitrariamente rigettano. Animavansi
inoltre alla ribellione per la recente sconfitta degli Ateniesi in
Beozia, e pei seducenti non già veridici discorsi di Brasida, del
non aver essi voluto a Nisea combattere con lui contro quel solo suo
esercito; onde confidavano che nessuno si moverebbe contro di loro. Ma
principalmente erano pronti ad esporsi a qualunque pericolo per quel
momentaneo piacere che danno di sè le novità, e per esser quella la
prima volta in che sperimenterebbero i Lacedemoni imperversiti contro
Atene. Questi mali umori non erano ignoti agli Ateniesi ed a Brasida,
e però quelli spedirono presidii nelle diverse città, secondochè il
permettevano il breve tempo e la vernata: e Brasida, intanto che si
apparecchiava a fabbricar triremi sullo Strimone, mandò a Sparta
sollecitando un nuovo esercito. Ma i Lacedemoni non lo compiacquero,
parte per astio dei primari cittadini, parte perchè amavano meglio di
riavere la loro gente dell’isola Sfatteria, e così terminare la guerra.

109. Nell’istesso inverno i Megaresi ripresero le mura lunghe tolte già
loro dagli Ateniesi e le spianarono. E Brasida coi confederati dopo la
presa di Amfipoli porta la guerra nella provincia chiamata Acte, che
dal canale scavato dal re[269] sporge verso noi, e verso Ato montagna
alta che finisce al mare Egeo. Questa provincia comprende la città di
Sane colonia degli Andri situata propio sul canale e voltata verso il
mare dell’Eubea, ed altre, cioè Tisse, Cleona, Acrotoo, Olofisso e
Dio, abitate da un miscuglio di genti barbare che parlano due lingue.
Vi è inoltre piccola porzione di Calcidesi, ma i più sono Bisaltici,
Crestonici ed Edoni, e più che altro Pelasgi della razza di quei
Tirreni che una volta abitavano Lenno ed Atene. Abitano costoro divisi
in piccole castella; e la maggior parte si resero a Brasida. Sane e Dio
gli fecero resistenza; e però si trattenne coll’esercito sulle loro
terre e le devastava.

110. Non volendo costoro ascoltare le proposizioni di Brasida, egli
marcia sopra Torona di Calcide occupata dagli Ateniesi, sollecitato da
pochi disposti a render la città. E pervenuto colà mentre era ancor
notte e verso l’alba fermava il campo presso il tempio dei Dioscuri,
distante dalla città circa tre stadii, senza essere stato veduto nè
dal resto de’ Toronesi, nè dalla guarnigione ateniese. Ma quelli che
facevano per lui, sapendo ch’or doveva venire, escono furtivamente
in piccol numero per spiarne l’arrivo. Appena le videro presentarsi
introducono in città sette soldati leggeri armati di pugnaletto; i
quali soli, di venti che prima erano destinati, non dubitarono di
entrarvi condotti da Lisimaco olintese. Entrati questi celatamente
dalla parte delle mura verso il mare, salirono in cima alla rocca
della città che è sulla schiena di un colle, ne uccisero le guardie, e
ruppero la porticciola voltata verso il promontorio Canastreo.

111. Brasida avanzossi un poco, e spediti innanzi cento palvesari
acciocchè si gettassero i primi nella città, quando venisse aperta
qualche porta e fosse alzato il segnale convenuto, teneva fermo il
restante dell’esercito. Ma quelli maravigliando dell’indugio che si
frapponeva, si trovarono a poco a poco presso della città. Intanto quei
Toronesi di dentro che insieme con gli altri introdottivi preparavano
la cosa, poichè ebbero rotta la porticciola e tolta la sbarra alla
porta verso il foro, primieramente fatto fare un giro ad alcuni di quei
palvesari, li introducevano per la porticciola, perchè spaventassero
all’improvviso quelli di città ignari del fatto, assalendoli alle
spalle ed ai lati. Quindi alzarono, come era convenuto, il segnale
di fuoco, ed ormai dalla porta del foro ricevevano il rimanente de’
palvesari.

112. Visto il segnale, Brasida ordinò la mossa, ed accorreva
frettolosamente coll’esercito, che alzando insieme le grida mise
in gran costernazione quei di città. Alcuni vi si precipitavano a
dirittura per la porta, altri per certe travi quadrangolari le quali
servivano a tirar su le pietre, e stavano casualmente appoggiate al
muro rovinato che si andava riedificando. Brasida poi col grosso
dell’esercito si rivolse alle parti più elevate della città, per
occupare le alture ed assicurare così la conquista. Il rimanente
dell’esercito si sparse indistintamente per tutta la città.

113. Nella presa della quale grande era lo scompiglio del maggior
numero dei Toronesi ignari del fatto; laddove i cospiratori e quelli
che ciò gradivano furono subito col vincitore. Quanto poi agli Ateniesi
(circa cinquanta dei quali armati alla grave dormivano per avventura
nel foro), poichè intesero il fatto, alcuni pochi che capitarono
nelle mani dei Brasidiani furono uccisi: gli altri, parte per la via
di terra, parte ricovratisi sulle due navi che vi stavano a guardia,
scamparono nel forte di Lecito, che essi medesimi tenevano fino da
quando occuparono l’estremità della città verso il mare, rinserrata
nel piccolo istmo. Colà si rifugiarono anche tutti quei Toronesi che
parteggiavano per Atene.

114. Fattosi giorno e bene assicurata la presa della città, Brasida
mediante una grida fece intendere ai Toronesi rifugiati presso gli
Ateniesi che ciascuno poteva tornare a possedere le cose proprie, e
vivere sicuramente da cittadino. All’opposto spedì agli Ateniesi un
araldo intimando loro che portando seco ciò che avevano, sotto la sua
parola, votassero Lecito, come appartenente ai Calcidesi. Rispondevano
essi che questo non farebbono; e lo pregavano di far tregua un giorno
per ripigliare i cadaveri. Brasida fe’ tregua per due; nel corso dei
quali afforzava le fabbriche vicine, e gli Ateniesi pure le loro. Tenne
inoltre un’adunanza de’ Toronesi, e a un dipresso disse lo stesso che
aveva detto in Acanto: Non esser giusto che coloro i quali si erano
adoprati per lui nella presa della città fossero tenuti cittadini meno
che buoni, o traditori; avvegnachè non avessero fatto ciò per metterla
in servitù, nè per ingordigia di denaro, ma per bene e libertà della
patria; che coloro i quali in questo trattato non avevano avuto parte,
non dovevano credere di non avere a godere dei medesimi dritti di
prima, perchè egli non era venuto per rovinare nè città, nè privati:
avere anzi diretta la sua grida ai rifuggiti presso gli Ateniesi,
perchè non gli credeva punto peggiori degli altri per l’amicizia avuta
con essi: che quando avessero sperimentato i Lacedemoni si avvedrebbero
che non sarebbero per riuscir loro meno benevoli degli Ateniesi, ma
anzi più di essi, in quanto che più giustamente operavano; e che ora
li temevano solo perchè non gli avevano in pratica. Esortava poi tutti
a disporsi a volere essere alleati costanti, persuasi che avrebbero
solo la colpa di quello che d’ora in poi commetterebbero; e che per
l’addietro non i Lacedemoni da loro, bensì i Toronesi erano stati
offesi da un popolo più forte, e che però meritavano perdono se in
nulla si fossero opposti.

115. Con tali parole Brasida rinfrancava i cittadini; e spirata
la tregua prese a battere Lecito, ove gli Ateniesi, sebbene si
difendessero da debole munizione e da case fornite di merli, pure nel
primo giorno respinsero il nemico. Ma siccome il dì seguente volevano i
Brasidiani avvicinar contro loro una macchina, colla quale intendevano
di gettare il fuoco su’ ripari di legname, così gli Ateniesi (quando
l’esercito già si avanzava verso la parte dove il luogo era meno
difendevole, e dove appunto si aspettavano che verrebbe condotta la
macchina) piantarono di faccia una torre di legno sopra una casa,
portarono assai brocche e barili di acqua e sassi grossissimi, e vi
salì su molta gente. Onde la fabbrica gravata di troppo peso a un
tratto sfasciossi con grande strepito, e quella vista recò più dolore
che paura ai vicini Ateniesi. Quelli però che ne erano distanti, e
specialmente i più lontani, immaginatisi che su quel punto fosse stata
già espugnata la terra, si diedero a precipitosa fuga verso il mare e
verso le navi.

116. Brasida, che si era trovato presente all’accaduto, visti
abbandonati i merli si avanza coll’esercito, prende incontinente il
forte ed uccide tutti quelli che ci trovò; e gli altri, che avevano
in questo modo abbandonato il posto, si condussero su barche e navi a
Pallene. Qui è da sapere che in Lecito avvi un tempio di Minerva, e che
Brasida quando era per dar l’assalto aveva fatto bandire che al primo
salito sulle mura darebbe trenta mine di argento. Ora però stimando
essere stata presa quella terra in tutt’altro modo che umano, offerse
alla Dea le trenta mine pel tempio, demolì Lecito e lo riacconciò
in nuova foggia, e tutto il suolo consacrò a Minerva. Nel restante
dell’inverno egli si occupava a dar buon sesto alle terre prese, senza
abbandonare il pensiero sopra quelle che restavano. E col compiersi
dell’inverno finiva l’ottavo anno di questa guerra.

117. Cominciando la primavera della estate seguente fu fatto tregua
per un anno dai Lacedemoni agli Ateniesi. Credevano gli Ateniesi che
Brasida in questo modo non potrebbe ribellar loro alcun’altra terra,
prima che e’ si fossero a bell’agio apparecchiati; e che se le cose
passassero bene, essi otterrebbero un più lungo accomodamento. I
Lacedemoni poi davansi a credere che gli Ateniesi dovessero temere quei
mali che di fatto temevano, e che però, dandosi luogo a cessamento di
calamità e di fatiche, per questa esperienza e’ sarebbero più bramosi
di accomodamento e restituirebbero la gente di Sfatteria perchè la
tregua si concludesse per più lungo tempo. Il riscatto di quelle genti
stava in cima de’ loro pensieri, riflettendo essi alle continuate
vittorie di Brasida; conciossiachè se egli facesse nuovi acquisti sino
a mettere alla pari tra sè le due potenze belligeranti, nondimeno
(quantunque allora fossero in istato di combattere gli Ateniesi a forze
eguali, e forse di vincerli) potrebbe darsi il caso di perdere quelle
genti. Pertanto fanno tregua insieme, comprendendovi anche gli alleati,
in questi termini.

118. «È tra noi risoluto potere, chiunque il voglia, usare del tempio
e dell’oracolo d’Apollo Pitio senza frode o paura, secondo le patrie
costumanze. Così piace ai Lacedemoni e agli alleati presenti; e
promettono di mandare araldo per indurvi, quanto sta in loro, anche
i Beozii e i Focesi. Quanto al tesoro del Nume, voi Ateniesi e noi
Lacedemoni, e chiunqu’altro il voglia, dovremo procurare di cercarne
gli espilatori seguendo tutti la rettitudine, la giustizia ed i patrii
statuti. Di questo convengono i Lacedemoni e gli altri alleati, purchè
gli Ateniesi promettano nella tregua che entrambi dovremo restare al
possesso dei luoghi che di presente tenghiamo; cioè che i Lacedemoni
rimangano a Corifasio dentro i monti Bufrade e Tomeo[270]; e gli
Ateniesi a Citera; senza che noi ci mescoliamo nelle loro alleanze, nè
essi nelle nostre. Gli Ateniesi poi a Nisea e Minoa non oltrepasseranno
la strada che dalla parte delle Termopile presso il tempietto di Niso
va al tempio di Nettuno, e dal tempio di Nettuno va direttamente al
ponte che accenna a Minoa. Ancora, i Megaresi ed i loro confederati non
passeranno questa medesima strada, riterranno pure l’isola occupata
già dagli Ateniesi (senza che nissuno entri su quel degli altri), e
riterranno quel che ora posseggono in Trezene, oltre a tutto quello
di che convennero con gli Ateniesi; e potranno usare il mare che
bagna le loro terre, e quelle de’ confederati. Ancora, non potranno i
Lacedemoni e loro alleati navigare con navi lunghe, ma solo con altra
sorta di barche che si spingano co’ remi, e che portino carico fino a
cinquecento talenti. Ancora, il salvocondotto varrà per gli araldi,
ambascerie e loro seguito quanto si creda conveniente nell’andare e
nel tornare tanto per terra che per mare al Peloponneso e ad Atene,
con commissioni relative allo scioglimento della guerra od altre
controversie; ma in questo tempo non si riceveranno nè da voi nè da noi
disertori, nè liberi nè servi. Ancora, che nelle nostre controversie
voi dobbiate esporre a noi le vostre ragioni, e noi all’opposto le
esporremo a voi conforme alle leggi della patria, decidendo così
per la via giuridica non per quella delle armi. Queste sono le
convenzioni dei Lacedemoni e dei loro confederati. Se credete di avere
proposizioni più decorose e più giuste di queste, portatevi a Sparta ed
esponetele; perocchè nè i Lacedemoni nè i confederati si ritireranno
da tutto quello che direte di giusto. Quelli che si porteranno colà
vi vadano con pieno mandato, siccome voi pure ordinate a noi di fare.
La tregua sarà per un anno. Così ha decretato il popolo.» In Atene
allora la tribù Acamantide teneva il posto dei Pritani, Fenippo era
il cancelliere, e Niciade il presidente. Lachete ne fece il rapporto
in questi termini: A buon augurio per gli Ateniesi vi sia tregua
secondochè consentono i Lacedemoni e i loro alleati, e l’adunanza del
popolo ratificò che la tregua fosse per un anno da cominciare quello
stesso giorno quattordici del mese Elafebolione; che intrattanto gli
ambasciadori e gli araldi andrebbero e verrebbero scambievolmente per
trattare del modo di por fine alla guerra; che però i generali ed i
pritani dovessero tenere adunanza, ove gli Ateniesi, prima d’ogni altra
cosa relativa alla pace, dovessero deliberare del modo e condizioni
colle quali verrebbero ammessi gli ambasciatori che tratterebbero dello
scioglimento della guerra; e che gli ambasciatori, i quali volta per
volta intervenissero alle adunanze del popolo, appena giunti dovessero
subito impegnare la loro fede di volere osservare costantemente la
tregua per tutto l’anno.

119. Queste furono le convenzioni ratificate anche dagli alleati, che
i Lacedemoni stabilirono con gli Ateniesi e loro confederati ai dodici
del mese chiamato a Sparta Gerastio. Queste condizioni furono pattuite
e confermate coi riti religiosi, per la parte dei Lacedemoni, da Tauro
di Echetimida, da Ateneo di Pericleide, da Filocarida di Erissidaide:
per quella dei Corintii, da Enea di Ocito, da Eufamide di Aristonimo:
per quella dei Sicionesi, da Damotimo di Naucrate, da Onasimo di
Megade: per quella dei Megaresi, da Nicaso di Cecalo, da Menecrate di
Amfidoro: per quella degli Epidauri, da Amfia di Eupaide: per la parte
poi degli Ateniesi, dai generali Nicostrato di Diotrefe, Nicia di
Nicerato e Autocle di Tolmeo. Così adunque fu fatta la tregua, durante
la quale continuamente sì l’una parte che l’altra mandavansi ambascerie
per trattare di più decisivo accomodamento.

120. Nei giorni di queste scambievoli gite Scione, città in Pellene,
si ribellò dagli Ateniesi per darsi a Brasida. Dicono gli Scionesi
di essere Pellenii oriundi del Peloponneso; ma che i loro maggiori
nel ritorno da Troia furono per tempesta sofferta dai Greci sbalzati
in questo luogo, e vi presero abitazioni. Brasida, per sostenere la
ribellione, tragittò di notte a Scione preceduto da trireme alleata,
tenendole egli dietro a qualche distanza in piccola barchetta,
perchè se s’incontrasse in una nave più grossa della barchetta,
lo difenderebbe la trireme; e se altra trireme di egual forza lo
sopraggiungesse, non si volterebbe al legno più piccolo, ma bensì
contro la nave, ed egli intanto si salverebbe. Arrivato a Scione riunì
a parlamento gli Scionesi e disse loro lo stesso che ad Acanto e a
Torona: ed aggiunse, esser loro i più degni di lode, perocchè, sebben
Pellene fosse tagliata fuori e riserrata nell’istmo dagli Ateniesi
che tenevano Potidea, e sebbene per ciò essi potessero dirsi isolani,
nondimeno, erano spontaneamente corsi a libertà, e non avevano per
codardia aspettato che la necessità li obbligasse a far quello che era
di evidente vantaggio alla patria: ciò mostrare che avendo lo stato
quella costituzione che si desidera, essi vorranno da prodi sostenere
i più grandi cimenti; ed egli per la verità li stimerebbe i più fedeli
amici dei Lacedemoni, e per ogni altro conto gli averebbe in onore.

121. Li Scionesi imbaldanziti a queste parole, e tutti del pari
incoraggiati, anche quelli che prima non gradivano queste pratiche,
prendevano consiglio di sostenere generosamente la guerra; ed oltre
alle altre onorevoli accoglienze fatte a Brasida, per decreto pubblico
gli cinsero la fronte di corona d’oro come a liberatore della Grecia;
ed i privati lo inghirlandarono di bende, corteggiandolo come un
atleta. Egli per allora lasciata piccola guarnigione, ripassò a Torona;
e poco dopo vi rimandò più genti, volendo insieme co’ Scionesi fare
dei tentativi contro Mende e Potidea. Era persuaso che gli Ateniesi
pure tenendo quei luoghi per un’isola, vi anderebbero a soccorso; e
però voleva prevenirli, tanto più che di sua intelligenza si ordiva
in codeste città qualche trama di tradimento: ed egli era nella
determinazione di assalirle.

122. Ma in questo mezzo vengono a lui sopra una trireme i messi spediti
in giro ad annunziar la tregua, cioè per gli Ateniesi Aristonimo, per i
Lacedemoni Ateneo. Allora il suo esercito ripassò nuovamente a Torona;
ed i legati ragguagliavano Brasida delle convenzioni, le quali tutti
i confederati dei Lacedemoni in Tracia accettarono. Aristonimo andava
d’accordo in tutte le altre cose: ma quanto agli Scionesi, rilevando
dal calcolo dei giorni ch’e’ si erano ribellati dopo la conclusione
della tregua, diceva che non vi dovevano esser compresi. Brasida
all’opposto con molta forza diceva che si erano ribellati innanzi, e
non voleva abbandonar la città. Però quando Aristonimo riferì questi
fatti ad Atene, immediatamente gli Ateniesi si mostrarono risoluti
a portar le armi contro Scione. Se non che i Lacedemoni spedirono
ambasciate per dir loro che romperebbero la tregua; e standosene a
Brasida pretendevano Scione esser sua, ed erano pronti a diffinire
la cosa per via di giudizio. Gli Ateniesi però non vollero mettersi
al rischio della lite, ma vi portarono incontinente la guerra,
indispettiti che anche gl’isolani si attentassero di ribellarsi per la
fiducia delle forze terrestri dei Lacedemoni per loro inutili. Ciò non
pertanto il fatto della ribellione era più vero di quel che pensavano
gli Ateniesi stessi, poichè i Scionesi si erano ribellati due giorni
dopo la tregua. Ma persuasi dal consiglio di Cleone decretarono subito
di espugnare e trucidare gli Scionesi; e mentre tutto il resto era
tranquillo, qua unicamente erano rivolte le loro mire.

123. Frattanto si ribella dagli Ateniesi Mende, città della
Pellene, colonia degli Eretrii, cui Brasida ricevè credendo di non
fare ingiustizia (benchè fosse chiaro che si erano resi a tregua
fatta), perchè aveva egli pure di che accusare gli Ateniesi, che la
trasgredivano. Laonde i Mondei vi si arrischiarono più francamente,
vedendo l’animo risoluto di Brasida; e prendendo argomento da Scione
che ei non abbandonava. Discorrevano inoltre che sebbene pochi fossero
fra loro i complici, nondimeno e’ non potrebbero tirarsi indietro nello
stato in cui erano, mentre per la paura di essere scoperti avevano
contro ogni espettativa forzata la plebe ad unirsi con loro. Gli
Ateniesi appena udito ciò, irritati maggiormente si preparavano contro
le due città. E Brasida, che si aspettava la flotta nemica, fa passare
ad Olinto di Calcide i fanciulli e le donne degli Scionesi e dei
Mendei; e per fare spalla ai restanti vi mandò cinquecento Peloponnesi
di grave armatura, e trecento palvesari calcidesi, tutto sotto il
comando di Polidamida, i quali persuasi che presto comparirebbero gli
Ateniesi, tutti insieme si apparecchiavano.

124. Intanto Brasida e Perdicca per la seconda volta uniscono in
Linco le loro armi contro il re Arribeo. Questi conduceva le forze di
Macedonia cui imperava, ed i soldati gravi de’ Greci che vi si erano
stanziati: quegli poi, oltre ai Peloponnesi che gli erano lì rimasti,
conduceva i Calcidesi e gli Acantii, ed altri secondo la possibilità
di ciascuno. Insomma tutto l’esercito era composto di tremila Greci di
grave armatura, cui tenevan dietro forse mille cavalli tra de’ Macedoni
e dei Calcidesi, e inoltre gran moltitudine di barbari. Assaltarono
gli stati di Arribeo, ma avendovi trovati i Lincesti già accampati per
far fronte, presero anch’essi il campo in faccia a loro. Le genti da
piè stavano ferme ai due lati sulle colline, nel mezzo era una pianura
ove scesi i cavalli dei due eserciti attaccarono battaglia i primi.
Dipoi avanzatasi la prima dal colle la fanteria grave de’ Lincesti per
sostenere la sua cavalleria, e mostrandosi disposta a battagliare,
Brasida e Perdicca si fecero innanzi anch’essi. Qui vennero alle prese,
fugarono i Lincesti, ne uccisero gran parte, e gli altri scamparono
sulle alture, ove si tennero fermi. Dopo questo, eretto un trofeo vi
si trattennero due o tre giorni per aspettare gl’Illirici che dovevano
venire al soldo di Perdicca, il quale senza altro indugio voleva
marciare contro le castella d’Arribeo. Ma Brasida, cui stava a cuore
che Mende non patisse qualche cosa se prima di lui vi arrivassero gli
Ateniesi, non inclinava a questo, ma piuttosto a ritirarsi, tanto più
che gl’Illirici non si vedevano comparire.

125. Stando essi così discordi, giunse la nuova aver gl’Illirici
tradito Perdicca per darsi ad Arribeo. Per lo che amendue impauriti di
quella gente armigera, si erano determinati di retrocedere: ma perchè
non erano mai d’accordo insieme, non avevano nulla fermato del quando
fosse da partire. In questa sopravvenne la notte: e come è solito, ai
numerosi eserciti sbigottirsi senza sapere il perchè, così i Macedoni
e la moltitudine dei barbari impaurirono; e credendo avvicinarsi i
nemici assai più numerosi di quello che erano, e di averli poco men che
addosso, si diedero a repentina fuga per tornarsene a casa. Perdicca,
che da primo non ne sapeva nulla, intesa la cosa fu obbligato a partire
senza poter vedere Brasida, perchè i due campi erano molto distanti.
E Brasida sul far dell’alba, poichè seppe che i Macedoni erano già
partiti e che gl’Illirici con Arribeo or ora l’assalirebbero, fatto
un quadrato delle genti gravi e poste in mezzo le leggere pensava di
ritirarsi. Scelse ancora per iscorridori alcuni dei più giovani, caso
che il nemico volesse da qualche parte assalirlo. Egli poi cappati
trecento soldati, aveva in animo di ritirarsi l’ultimo per ributtare
di piè fermo i nemici che fossero i primi ad assalirlo. E prima che
essi si avvicinassero secondochè permetteva la strettezza del tempo,
esortava in questa guisa le sue genti.

126. «Soldati Peloponnesi, se io non sospettassi esser voi costernati
perchè i Macedoni ci abbandonarono, e perchè uno sciame di barbari
viene ad assalirci, non mi sarei proposto di ammaestrarvi insieme ed
incoraggirvi. Ed è però che quanto all’abbandonamento de’ nostri ed
alla moltitudine de’ nemici, voglio ora far di tutto per convincervi
di cosa importantissima con breve ricordo ed esortazione. E vaglia
il vero, a voi è richiesto esser sempre prodi in guerra non per
la presenza degli alleati, ma pel vostro proprio valore; nè deve
intimorirvi la moltitudine altrui, siccome quelli che venite da
repubbliche, ove non i molti su i pochi, ma piuttosto i meno hanno
comando su i più, comando non in altra guisa acquistato che con le
vittorie fra l’armi. Quanto poi ai barbari che per inesperienza
temete, dovete imparare che e’ non saranno formidabili, sì dai
combattimenti avuti contro loro in grazia dei Macedoni, sì da quello
ch’io ne so per congettura e per udita. Imperciocchè quando il nemico
è debole di fatto, ma induce opinione di fortezza, il procacciare una
verace istruzione intorno ad esso, rinfranca maggiormente chi vuol
resistergli: ed all’opposto è temerario colui che assale un nemico
veramente valoroso, senza prima brigarsi di conoscerlo. Or sono costoro
spaventosi agli inesperti mentre s’indugia ad attaccarli, perchè ti
atterrisce la vista di lor moltitudine[271], ti sgomenta la grandezza
delle grida, e perchè quel vano crollar delle armi ha in sè non so
qual minacciosa significanza. Ma ove tu regga a queste apparenze,
dessi non son più i medesimi. Avvegnachè non serbando nissun ordine,
ove sieno forzati non si fanno caso di abbandonare il suo posto;
fuggire od assalire è per loro decoroso egualmente, onde al valore non
resta modo a distinguersi; e poi quel battagliare a capriccio deve
procacciare a ciascuno colorata occasione di salvarsi. Stimano più
sicuro lo spaventarci da lungi senza pericolo, che venir con noi alle
mani; altrimenti piuttostochè di quello, avrebbero usato di questo
modo. Voi vedete chiaro adunque che quel terrore che li precede, è
ben piccola cosa nel fatto, e che solo confonde la vista e l’udito.
Le quali cose sostenendo quando costoro vi vengano addosso; e dando
addietro posatamente e con ordine, arriverete ben presto a salvamento,
e conoscerete pel futuro che con chi regga al primo impeto, sì fatta
marmaglia solo ostenta da lungi fortezza colle minacce prima del
conflitto; con chi poi ceda, sopraggiungendo essa alle spalle, e così
trovandosi al sicuro, fa mostra di valore coll’inseguir velocemente.»

127. Dopo questa esortazione Brasida ritirava le sue genti. Le videro
quei barbari, e credendo che fuggissero e che raggiungendole ne
farebbero strage furono loro addosso con alto urlo e tumulto. Ma gli
scorridori paravansi loro davanti ovunque si presentassero; e Brasida
stesso colla milizia scelta ne sosteneva l’impeto; talchè con sorpresa
de’ barbari poterono reggere a quella prima furia. Inoltre i Greci,
quando i barbari li assaltavano, facendo alto li ributtavano, quando si
fermavano ei proseguivano la loro ritirata. Ma pervenuti i Brasidiani
in luoghi aperti allora desisterono i barbari d’incalzarli: lasciarono
però alcune bande che seguitassero a tribolarli con frecce, e gli altri
si misero a correr dietro ai fuggitivi Macedoni, ammazzandone quanti
ne incontravano. Quindi occuparono i primi l’angusto sboccamento di
una via tra due colli, che mette sulle terre d’Arribeo, sapendo non vi
essere per Brasida altra strada di ritirata. E mentre ei si avvicinava,
prendono a circondarlo appunto nel passo più scabroso della strada,
tenendone per sicuro l’arresto.

128. Egli accortosi di ciò comandò ai suoi trecento di correre al più
presto possibile senza ordine veruno a quel dei due colli che credeva
più facile ad occupare, e di sforzarsi a respingere quei barbari che
già vi salivano, prima che maggior numero venisse a circondarli.
Scagliatisi i trecento sopra i barbari saliti sul colle, gli vinsero;
onde al grosso dell’esercito greco riusciva oramai più agevole la
montata sul colle stesso, essendo i barbari spaventati per la cacciata
dall’altura toccata ai suoi. Così cessarono di più inseguire i Greci,
credendoli ormai sulle frontiere ed in luogo di salvamento. Brasida
presa la via de’ monti marciava più al sicuro, ed il giorno stesso
fece la sua prima fermata ad Antissa negli stati di Perdicca; ed i
soldati stessi adirati contro i Macedoni, che se ne erano andati senza
aspettarli, tutte le cose loro che incontravano per istrada o carri
tirati da bovi od altro bagaglio caduto per terra (come naturalmente
avviene in una ritirata paurosa e di notte), staccandone i bovi parte
mettevano in pezzi, parte appropriavano a se stessi. Di qui Perdicca
cominciò ad avere in odio Brasida, e d’allora in poi nutriva verso i
Peloponnesi un odio non consueto, perchè già disamava gli Ateniesi.
Nondimeno riavuto dalle sue gravi calamità cercava pronta via di
accomodarsi con questi, e di spacciarsi da quelli.

129. Brasida al suo ritorno di Macedonia a Torona trovando gli
Ateniesi già padroni di Mende, non credendosi in istato di tragittare
in Pellene per soccorrerla, teneva guardata Torona. Imperciocchè nel
tempo delle cose seguite a Linco, gli Ateniesi secondo gli apparecchi
fatti si erano già messi in mare con cinquanta navi per riprendere
Mende e Scione, dieci delle quali erano chie, con mille soldati di
greve armatura e seicento arcieri dei loro, mille Traci presi a soldo
ed altri palvesari somministrati dagli alleati di quei luoghi. Erano
alla testa di quell’armata Nicia di Nicerato, e Nicostrato di Diotrefe.
Fatto vela da Potidea presero terra presso il tempio di Nettuno, e
marciavano contro i Mendei. I quali accorsi da se stessi insieme con
trecento Scionesi, e colle truppe ausiliarie dei Peloponnesi, in tutti
settecento di greve armatura, guidati da Polidamide, si erano accampati
fuori della città sopra un’altura forte per la sua situazione. Nicia
con centoventi Metonesi armati alla leggere, e sessanta di scelta
grave milizia ateniese e tutti gli arcieri tentava di salire sulla
collina per un tragetto; ma ferito dai nemici non potè sloggiarli.
Nicostrato poi il quale per un’altra via più lontana con tutto il
resto dell’esercito saliva il colle che è disagevole, fu interamente
disordinato; talchè poco mancò che tutto l’esercito ateniese non fosse
vinto. Nel medesimo giorno gli Ateniesi vedendo che i Mendei e loro
confederati non si volevano arrendere, si ritirarono a riprendere il
loro campo: e i Mendei, sopravvenuta la notte, rientrarono in città.

130. Il giorno appresso gli Ateniesi fecero colle navi il giro della
costa, e presero terra dirimpetto a Scione; ne espugnarono il suburbio,
per tutta la giornata saccheggiavano la campagna, non essendo uscito
alcuno a contrastarli dalla città, ove era insorto qualche tumulto. I
trecento Scionesi la notte seguente tornarono a casa. Fattosi giorno
Nicia con metà delle truppe si avanzò sui confini del territorio per
devastare le campagne degli Scionesi, nel tempo che Nicostrato col
resto dell’esercito si era accampato sotto Mende presso le porte di
sopra onde si va a Potidea. Ma siccome quivi dentro le mura era il
deposito delle armi dei Mendei e dei loro alleati, però Polidamida gli
dispone in ordine di battaglia, e confortava i Mendei a far sortita.
Ora un tale della parte del popolo, animato da spirito di sedizione gli
si oppose, dicendo che e’ non farebbero sortita, e che non conveniva
ingaggiar la battaglia. Polidamida insisteva, quando ecco colui
gli mise le mani addosso e sconcertollo; onde il popolo infuriato,
colle armi alla mano correva sopra i Peloponnesi, e sopra quelli che
d’accordo con loro avevano seguito la parte contraria al popolo. E
venuti alle mani li mettono in rotta col repentino assalto, tanto più
che erano impauriti dal pensiero che ciò fosse avvenuto d’intelligenza
con gli Ateniesi, ai quali erano state aperte le porte. Quelli che
non restarono uccisi sul fatto si ritirarono nella cittadella, di cui
anche di prima erano padroni. Mentre Nicia tornato indietro era vicino
a Mende, gli Ateniesi tutti insieme si precipitano in città; e siccome
le porte non erano state aperte per convenzione, così la corsero
tutta come presa d’assalto, e con tanta furia che appena i generali
poterono rattenerli che e’ non trucidassero anche i cittadini. Dopo
questo ordinarono che i Mendei si governassero siccome eran soliti, e
facessero da se stessi il giudizio di coloro che stimassero i colpevoli
della rivolta; rinserrarono i Peloponnesi nella cittadella con un muro
che da due parti andava sino al mare, e vi misero una guarnigione. In
questo modo assicuratisi di Mende, marciarono sopra Scione.

131. Quivi gli Scionesi insieme coi Peloponnesi uscirono di città
incontro a loro, e posaronsi sopra un colle forte per natura ed a
sopraccollo della città, senza occupare il quale non potevano i nemici
cingerli colle fortificazioni. Gli Ateniesi diedero ad esso un vigoroso
assalto, fecero quindi snidiare gli avversari, e vi si posero a campo;
ed eretto il trofeo ordinavano la circonvallazione della città. E poco
dopo, mentre erano sopra questo lavoro, gli ausiliarii Peloponnesi
assediati nella cittadella di Mende sforzarono le sentinelle dalla
parte di mare, e col favor della notte la maggior parte di loro
trafugaronsi a traverso il campo degli Ateniesi posto sotto Scione, ed
entrarono in Città.

132. Frattanto che si costruiva la circonvallazione di Scione, Perdicca
fa accordo con gli Ateniesi mediante un araldo spedito ai loro
generali; il qual maneggio aveva già cominciato subito fino da quando
gli venne in odio Brasida per la ritirata di Linco. Isagora lacedemone
doveva per avventura in quei giorni condurre delle truppe a Brasida
per la via di terra. Onde Perdicca, parte sollecitato da Nicia che,
poichè era seguito l’accomodamento, volesse dare agli Ateniesi qualche
chiaro argomento della sua fermezza, parte non volendo egli stesso che
i Peloponnesi venissero d’ora innanzi nel suo territorio, acconciò la
cosa co’ suoi corrispondenti di Tessaglia, ove era in dimestichezza
co’ primi personaggi, e così frastornò l’esercito e gli apparecchi dei
Peloponnesi, a segno che nemmeno si affacciarono ai Tessali. Tuttavia
Isagora, Amenio e Aristeo spediti dai Lacedemoni per visitare lo
stato delle cose, si portarono a Brasida, e contro il divieto delle
leggi spartane vi condussero alcuni dei loro giovani per costituirli
comandanti delle città[272], il governo delle quali non volevano
commettere a chicchefosse. Brasida infatti stabilisce in Amfipoli
Cleonida di Cleonimo, ed in Torona Epitalide di Egesandro.

133. Nella medesima estate i Tebani incolpando i Tespiesi di atticismo
demolirono le loro mura, la qual cosa avevano sempre avuto in animo di
fare: se non che allora si offerse ad essi più facil modo, per essere
perito il fiore de’ Tespiesi nel combattimento contro gli Ateniesi.
Nella medesima estate bruciò in Argo il tempio di Giunone per colpa
di Criside sacerdotessa, che posta una lucerna accesa vicino alle
sacre cortine vi si addormentò; onde senza che alcuno se ne accorgesse
appiccatosi il fuoco, fu tutto consunto dalle fiamme. E Criside per
paura degli Argivi fugge subito nella stessa notte a Fliunte; e gli
Argivi secondo che la legge disponeva crearono un’altra sacerdotessa
per nome Faenida. Quando Criside fuggì volgeva l’ottavo anno e metà
del nono di questa guerra: e sul cadere di questa estate fornita
interamente la circonvallazione di Scione, gli Ateniesi lasciaronvi
presidio e partirono col rimanente dell’esercito.

134. Nell’inverno seguente gli Ateniesi e i Lacedemoni a cagione
dell’armistizio stavano tranquilli; ma i Mantineesi e i Tegeati coi
respettivi confederati vennero alle mani a Laodicea dell’Orestide.
La vittoria fu indecisa perchè entrambi fugarono l’ala che avevano a
fronte, ed entrambi ersero trofeo, e spedirono a Delfo le spoglie.
Molti furono i morti da tutte e due le parti in quel dubbioso
combattimento a cui pose fine la notte. I Tegeati pernottarono nel
campo, e subito ersero trofeo: ed i Mantinei si ritirarono a Bucolione,
e poi alzarono anch’essi un altro trofeo dirimpetto al primo.

135. In sullo scorcio del medesimo inverno, essendo vicinissima la
primavera, Brasida volle tentar Potidea. Vi si accostò di notte, e
gli riuscì di appoggiare le scale senza essere fino allora scoperto.
Imperocchè le scale furono appoggiate in quello spazio rimasto vuoto di
guardie, quando la sentinella passata avanti per portare ad altra il
campanello[273], non era ancora ritornata al suo posto. Ma poi scopetta
la cosa prima che alcuno salisse, Brasida ritirò prestamente le sue
genti senza aspettare che si facesse giorno. Così finiva l’inverno e
l’anno nono di questa guerra che Tucidide ha descritta.


  FINE DEL LIBRO QUARTO.




NOTE DELL’EDITORE


[6] _Pag._ 3. Sebbene la Grecia sia stata originariamente abitata da
molte picciole popolazioni, ciò non di meno vi si distinguono due genti
principali, cioè i Pelasgi e gli Elleni; ed amendue secondo Heeren
(_Stor. Ant._, Prima età, § 1) verisimilmente provenivano dall’Asia;
ma la differenza delle loro lingue le dimostra chiaramente schiatte
diverse. Di questa seconda schiatta cominciò ad avere il nome di
Ellena quella sola parte che abitava la Ftiotide, piccolo Stato al sud
della Tessaglia, ed ebbe un tal nome da Elleno (figlio di Deucalione
e di Pirra) loro re, verso il 1526 A. C., come rilevasi dall’epoca
sesta dei marmi di Paros. Elleno sposò Orseide, dalla quale ebbe tre
figli, Doro, Suto, Eolo, dai quali provennero i quattro principali
popoli in cui si divise poscia la schiatta ellenica: i _Dorii_ da
Doro; gli _Achei_ e gli _Jonii_ da Acheo e Jone figli di Suto; e gli
_Eolii_ da Eolo; i quali popoli in progresso di tempo furono sempre
l’uno dall’altro distinti per differenza di dialetti, di costumi e
di politiche costituzioni (V. _Diod. Sic._, lib. V; _Apollod._, lib.
I, c. 16; _Pausan._, lib. III, c. 20). Secondo Pausania (lib. IV, c.
20; lib. VII, c. 1) e Diodoro Siculo (lib. V) i Greci non assunsero
complessivamente il nome di Elleni che al principio delle olimpiadi;
e questo spiega ciò che Tucidide dice d’Omero, giacchè Omero fioriva
tra il 900 ed il 1000 A. C., e la guerra di Troja precedette di quasi
due secoli la nascita di Omero. Su di ciò si consultino i _Primi tempi
dell’Istoria greca_ di L. D. HULMANN (1814), e la _Storia delle tribù e
delle città greche_ di D. C. OTTOFREDO MÜLLER (1820).

[7] _Pag._ 3. Queste _Cicladi_ sono un gruppo di numerose isole
comprese tra l’Eubea e l’Attica al nord; il Peloponneso all’ovest;
l’isola di Creta al sud. La loro disposizione quasi simmetrica e
circolare (d’onde il loro nome di κυκλος circolo) intorno a Delo le
fece considerare dagli antichi come una specie di corona alla culla
di Apollo. Strabone, seguendo Artemidoro, annovera in questo gruppo
Helena, Ceos, Cynthus, Seriphus, Melus, Siphiis, Cimalus, Prepesinthus,
Olearus, Naxus, Parus, Syrus, Myconus, Tenus, Andrus, Gyarus. Delo
siccome supposta centro al circolo, non veniva compreso nel numero.
Secondo Erodoto (lib. I, § 171) i Carii sarebbero stati cacciati molto
tempo dopo di Minos dai Dorii. I Carii sarebbero stati sudditi di
Minos, senza obbligo di tributi, ma sarebbersi prestati a fornir di
marinai e soldati le sue navi, _attesochè mentre Minosse molta terra
soggiogava e prosperava in guerra, era la gente Caria fra le genti
tutte verso quel tempo medesimo ragguardevolissima di gran lunga_.
L’opinione di Tucidide fu seguita da Isocrate e Libanio: ma Strabone
(lib. XIV), dice essere l’opinione di Erodoto universalmente riputata
la più vera. Per ciò che riguarda Minos vedi più avanti la nota 4.

[8] _Pag._ 4. I Locri erano divisi in tre stirpi o tribù, le quali
rimasero sempre separate per la differente forma di lor politica
costituzione. I _Locri Ozolii_ di cui qui parla Tucidide erano
stanziati nella parte occidentale della Focide, aveano il miglior
territorio, nel quale ciascuna città sembrava essere libera, quantunque
Anfissa fosse detta principale. Questi _Locri Ozolii_, distinguevansi
poi dai _Locri Opunzii_, così detti dalla loro città Opunto: di essi
parla Tucidide al lib. I, § 108.; II, 32; III, 99, e dai _Locri
Opinnemidii_ dal monte Cnemide cui erano vicini, dei quali ci è
affatto sconosciuta la costituzione. I _Locri Ozolii_ erano chiamati
anche _Epizesirii_, come si vede anche in Tucidide, lib. VII, § 1. —
Gli Etolii rimasero il più rozzo e barbarico stormo fra gli Elleni,
poichè non erano che ladri di terra e di mare. Etolo, che diede loro
il nome, Peneo, Meleagro, Diomede furono i loro antichi eroi; essi non
uscirono dallo stato di loro primitiva selvatichezza che dopo la ruina
di Sparta e di Atene; rendendosi poscia formidabili ai Romani, e come
nemici, e come alleati; furono soggiogati da Fulvio. Di questo popolo
è pure ignota la costituzione. — Gli Acarnani abitavano quella parte
dell’Epiro, che è separata dall’Etolia pel fiume Acheloo, e confina al
mezzodì col mare Jonio. Erano prima detti _Careti_, cioè _Tonsurati_,
perchè lasciavano crescere i loro capelli solamente dietro il capo, e
radevano quelli davanti, per non dar presa ai loro nemici: costumanza
che presero da essi anche gli Abanti. Questi popoli che Tucidide fa
ladroni passavano per effeminati e dirotti ad ogni dissolutezza: di qui
il nome di _porci d’Acarnania_ che i Greci applicavano a coloro che
abbandonavansi con eccesso ai piaceri dell’amore (V. Luciano, _Dial.
Meretr._; Pausania, lib. VIII, c. 24). Pare che ai tempi della guerra
di Troja una parte dell’Acarnania fosse soggetta alla vicina isola
di Itaca; ma non abbiamo contezza del quando e del come il governo
repubblicano s’introducesse fra gli Acarnani, e quale ne fosse la
costituzione. Traevano il loro nome da Acarnano, figlio di Alcmeone, il
più antico loro re.

[9] _Pag._ 5. Della potenza marittima di Minos ecco come ne parla
Erodoto al lib. II, §122: — Conciossiachè Policrate è il primo fra i
Greci per noi conosciuti, il quale meditato abbia all’impero del mare,
quando eccettui Minos il Cnossio, o tal altro, se pur vi fu, che avanti
costui al mare signoreggiasse. — Anche Strabone (lib. XIV) celebra la
potenza marittima di Minos. Aristotele narra come Minos conquistasse
e colonizzasse parecchie isole, e perisse da ultimo in una spedizione
contro Sicilia. Minos regnando in Creta sarebbe anche stato uno de’
più sapienti legislatori dell’antichità. Disputano i critici non pur
sull’età in cui visse questo Minos, ma sì anche sulla realtà della
sua persona. Coloro che considerano tutti i personaggi della storia
mitologica come poco più che numi a cui si connette la storia dello
sviluppo sociale, non veggono in Minos altro che la concentrazione di
quello spirito d’ordine che circa il suo tempo cominciò a manifestarsi
nell’isola di Creta sotto le forme di una politica regolare. Ma perchè
intorno a Minos regna una grande incertezza mitologica, non dobbiamo
già credere ch’egli non sia mai esistito. Molti distinguono il Minos
legislatore di Creta da Minos primo signoreggiatore del mare. Fanno
quello figliuolo di Giove Asterio re di Creta e di Europa figlia
d’Angenore, fondatore di molte città: a questi Esiodo dà il nome di
_re per eccellenza_, e Omero di _confidente di Giove_. L’altro, pure
re dei Cretesi, è fatto figliuolo di Licasto, nipote di Minos I; ebbe
guerra cogli Ateniesi, a cui impose il celebre tributo dei sette
garzoni e delle sette giovanette da immolarsi al minotauro. Il primo
è fatto regnante verso il 1450 A. C.; questo secondo avrebbe cessato
di vivere in Sicilia 35 anni avanti l’assedio di Troja. Nel secondo
libro della _Politica_ Aristotele fa un paragone tra le instituzioni
cretesi e spartane, e attribuisce l’ordinamento delle leggi cretesi
al Minos I. Questo paragone, aiutato forse dalla connessione che
sin dal tempo di Omero esistette fra Creta e Sparta a cagione delle
colonie, ha suggerito certamente la teoria imaginata e sostenuta dal
Müller, che Minos fosse un principe dorico, teoria che, come osserva
Thirlwall, fu totalmente ignota agli antichi. Questo punto viene molto
abilmente discusso da questo storico (nella sua _Hist. of Greece_, I,
135). Alcuni autori post-omerici fanno Minos giudice dell’Inferno in
compagnia di Eaco e sotto la presidenza di Radamanto. — È singolare
che Creta al tempo di cui qui parla Tucidide, così rinomata tanto pel
suo poter navale quanto per essere stata culla degli dei olimpici, non
abbia di poi conseguito punto di quella celebrità che la sua posizione
parea prometterle. Egli pare che ad essa non sia toccato altro che
l’ufficio di aprir la via all’altrui primato marittimo. Meursio ha un
dottissimo lavoro su Creta antica, ora Candia; ma la miglior opera
sulla storia antica di quest’isola è quella di Hoeck, apparsa in
tedesco nel 1823.

[10] _Pag._ 6. Questo Pelope è uno dei più celebri personaggi dei tempi
eroici. Noi non riferiremo qui ciò che la favola narra di Tantalo suo
padre; solo diremo che Tantalo, re della Lidia, sconfitto da Troo
fu costretto rifugiarsi in Elide alla corte del re di Pisa, Enomao.
Quivi Pelope conquistò in isposa, vincendo Enomao alla corsa, la bella
Ippodamia che gli portò in dote il trono di Pisa. Pelope si rese ben
tosto formidabile ai principi suoi vicini; estese il proprio dominio
sopra tutta l’Elide, e perciò tutta la penisola conosciuta sotto i nomi
di Pelasgia, Apia, Argolide ricevette da lui il nome di Peloponneso.
È ignoto come e quando questo principe morisse; ebbe però dopo la
morte onori divini. Gli Elei, secondo Pausania (lib. V, c. 13), gli
innalzarono un tempio in Olimpia presso a quello di Giove; Ercole gli
consacrò un certo spazio di terra presso il tempio medesimo, perchè
ei discendeva da Pelope per quattro gradi di generazione. Aggiungasi
che questo eroe gli offerse un sacrificio sull’orlo di una fossa, dove
i magistrati e gli Arconti non mancarono poscia di recarsi ogni anno
per farvi un sagrificio prima di entrare in carica; uso che ai tempi
degli Antonini era ancora in vigore. Vuolsi che Pelope instituisse i
giuochi olimpici, o che almeno li facesse celebrare con nuova pompa.
Ebbe Pelope tre figliuoli, due dei quali troppo famosi Atreo e Tieste,
l’altro Ippalimo od Ippalco. I discendenti di Pelope furono chiamati
Pelopidi, e il loro carattere crudele e turbolento fe’ sì che Cicerone
applicasse il loro nome a quei perversi cittadini che avean prese le
armi contro la patria.

[11] _Pag._ 7. Queste cinque parti erano, secondo la divisione di
Tucidide, la Laconia, l’Arcadia, l’Argolide, la Messenia e l’Elide. Le
parti su cui i Lacedemoni aveano il loro particolare dominio erano la
Laconia e la Messenia. Successivamente il Peloponneso si fece constare
di otto parti, nelle quali fu sempre diviso da tutti i geografi greci
e latini, delle quali otto parti diamo qui un cenno che gioverà a
meglio intendere Tucidide, nelle descrizioni e narrazioni che viene
facendo, nel corso della sua storia. Queste parti erano 1º l’Arcadia,
paese montagnoso ed abbondante di pascoli, in mezzo alla penisola;
lunga 20 leghe, larga al più 13, s’alzano i monti Cillene, Erimanto,
ec.; è divisa dai fiumi Alfeo ed Erimanto, e da fiumetti; le città
sono Mantinea, Tegea, Orcomeno, Erea, Psofide, e poi Megalopoli,
città principale di tutto il paese: 2º Laconia, pur montagnosa; la
sua maggior lunghezza corre per 20 leghe, e la maggior larghezza per
15; il fiume Eurota la divide; s’alzano i monti Taigeto, e si veggono
i promontorii Maleo e Tenero. V’era Sparta città presso l’Eurota; e
le borgate Amicla, Sellasia ed alcune altre eran poco considerevoli.
3º Messenia, è posta a parte occidentale della Laconia, paese piano
ed assai fertile, che nell’anno 668 fu soggiogato dagli Spartani;
la sua maggior lunghezza è di 12 leghe, e la larghezza 15. Messene
città; fortezze alle frontiere, Itome ed Ira. Fra le altre borgate
Pilo e Metone, sono le più note. 4º Elide col piccolo territorio
detto Trifilia è nella parte occidentale del Peloponneso; la sua
lunghezza 25 leghe, e larghezza 12; è divisa dai fiumi Peneo, Alfeo
e Sello, e da minori fiumi: eranvi nella settentrionale parte Elide;
Cillene, e Pilo città: presso l’Alfeo era Pisa, ed a lato Olimpia:
nella Trifilia eravi un’altra Pelo. 5º Argolide che distendesi lungo
la costa orientale della penisola, dirimpetto all’Attica, con la quale
forma il golfo Saronico; è lunga 27 leghe, larga da 3 a 12: contiene
le città Argo, Micene, Epidauro; e l’altre minori Nemea, Cinuria e
Trezene. 6º Acaja, per antico detta Jonia, ed anche Egialo, formava
la côsta settentrionale: era lunga per 24 leghe, e larga da 6 a 12;
e comprendeva 12 città, e le più considerevoli erano Dime, Patra e
Pellene. 7º Il piccolo paese di Sicione, che era lungo 8 leghe e largo
3 con le città di Sicione e di Flio. 8º La piccola contrada di Corinto,
quasi della stessa ampiezza, stava vicino all’istmo che unisce il
Peloponneso alla terraferma; Corinto città, innanzi detta Efira, coi
porti di Lecheo sul golfo di Corinto e di Cencre su quella di Saro. V.
HEEREN, _Storia antica considerata rispetto alle costituzioni_ ecc.
Sez. III.

[12] _Pag._ 8. Strabone (lib. IX) e Diodoro (lib. XIX) riferiscono
pure che i Beozi dopo avere preso possesso del territorio cui essi
diedero il proprio nome, ne furono cacciati dai Traci e dai Pelasgi,
ritraendosi ad Arne nella Tessaglia, d’onde ripartirono più tardi per
rioccupare la Beozia. Questa regione avea a settentrione la Focide,
al mezzodì l’Attica, al ponente il mare e il golfo di Corinto, ed al
levante l’isola di Eubea. Secondo Pausania ebbe il nome di Beozia da
Beoto figlio di Itono e della ninfa Menalippe; secondo Diodoro, di
Nettuno e di Arne, la quale diede il proprio nome alla città capitale
del regno. Questa regione ebbe il nome di Aonia dagli Aoni di cui parla
Strabone; quella di Ogigia da Ogige, che secondo Varrone fondò la
città di Tebe; quella di Cadmeide da Cadmo fondatore di Cadmea, città
che in progresso fu congiunta a Tebe. Ovidio pretende che il nome di
Beozia derivasse da bove, perchè Cadmo fu condotto in questa terra da
un bue. Sono celebri in questo paese le montagne di Idmeto, Citerone
ed Elicona; le fontane di Aretusa, di Dirce, di Aganippe; ed i fiumi
Asopo, Cefiso ed Ismeneo. I Beozi aveano riputazione di uomini rozzi e
di grosso ingegno; ciò nondimeno il loro paese diede Esiodo, Pindaro,
Plutarco, Epaminonda e Pelopida.

[13] _Pag._ 9. Vedi ciò che dice Tucidide di questa isola al lib.
III, § 104. Renea ed anche Renia e Renaca era il cimitero dell’isola
di Delo, perchè non era permesso il tumulare i morti in un’isola
sacra. Secondo Giustino (lib. XLIII, c. 5) la guerra di cui parla qui
sotto Tucidide, sorta fra i Focesi ed i Cartaginesi, ebbe occasione
da questioni per alcune barche pescareccie. Forse invece di _mentre
fondavano Marsilia_, sarebbesi meglio detto _fondatori di Marsilia_,
giacchè Marsilia venne fondata dai Focesi, secondo notano i cronologi,
il primo anno della XLV olimpiade, e la battaglia navale di cui parla
Tucidide non avvenne che circa cinquant’anni dopo.

[14] _Pag._ 10. Gelone offeriva ai Greci dugento triremi contro Serse,
a condizione gli venisse affidato il comando supremo della spedizione.
Od. Muller contro l’asserzione di Tucidide raccolse numerose
testimonianze di storici antichi comprovanti che anche prima della
spedizione di Serse la Grecia avea messe in mare flotte assai numerose.
E particolarmente Egina dovea avere fatto mostra di una grande forza
marittima, da poi che gli storici danno ad essa il titolo di regina dei
mari.

[15] _Pag._ 10. Cioè la venuta di Serse; ecco che dice Erodoto
diversamente da Tucidide circa Temistocle. — Una gran massa di danaro
era stata raccolta de’ tributi della Republica; che però quella del
provento dei metalli che sono in Sannio, poteali dividere a tanto per
testa che ne toccassero dieci dramme a ciascuno della gioventù. Allora
Temistocle dissuase agli Ateniesi questa divisione; ma li persuase a
preparare di cotal danaro un’armata di dugento navi per la guerra di
Egina. Poichè questa guerra, allora svegliata, apportò alla Grecia
salute; forzando gli Ateniesi a divenir buoni marinari (lib. VII, §
144). Plutarco e Cornelio (_Vita di Temistocle_) e Polieno (_Strateg._,
lib. I, c. 30) differiscono nel numero e nella qualità delle navi fatte
costruire da Temistocle, perchè dicono cento triremi.

[16] _Pag._ 11. L’Alis è fiume della Paflagonia nella Cappadocia,
regione dell’Asia minore, sulle sponde del quale Creso ricevette
l’oracolo che lo ingannò (STRABONE lib. IX; TOLOMEO, lib. V, c. 4). Gli
antichi designavano ordinariamente per tal modo l’Asia minore, che essi
chiamavano anche _marittima, Asia al di qua del Tauro_.

[17] _Pag._ 11. La Fenicia era stata sottoposta alla Persia da Cambise.
Erodoto (lib. I, § 41) dice però che le isole Jonie si erano sottomesse
a Ciro volontariamente.

[18] _Pag._ 11. Infatti Ippia, tiranno di Atene, fu cacciato da
Cleomene re di Sparta. Aristotele riferisce pure (_Polit._ lib. V, C.
8) che la maggior parte dei tiranni fu distrutta dai Lacedemoni. In
Sicilia la tirannia cessò in Agrigento verso il 472 av. C. mediante la
cacciata di Trasideo. Trasibulo, ultimo tiranno di Siracusa, fu espulso
nel 465.

[19] _Pag._ 11. I Dorii non furono i fondatori di Lacedemone; essi
l’occuparono cacciandone gli Achei.

[20] _Pag._ 11. Questo giudizio di Tucidide è opposto a quello di
Erodoto, il quale asserisce che nessun popolo avea avute leggi peggiori
di quelle che governavano gli Spartani avanti Licurgo (lib. I, § 65).
Intorno a ciò veggasi HEYNE, _De Spartanorum republica judicium_, nei
_Comment. Soc. Gott._, vol. IX, e _Sparta, ossia saggio dell’istoria
e del governo di questo Stato_, di T. C. F. MANSO. Lipsia 1810. Opera
tedesca e di cui i Tedeschi fanno tuttavia un gran conto.

[21] _Pag._ 12. Leocorio era un tempio d’Atene consacrato alle figlie
di Leo figliuolo di Orfeo, sagrificate dal padre stesso, avendo Delfo
dichiarato la loro morte necessaria per salvare Atene (ELIANO, _Hist.
div._, XII, 28).

_Panatenaica_ ed anche _panatenea_ era detta la grande festa che ogni
anno si celebrava in Atene in onore di Minerva. Institutore di questa
festa, secondo alcuni, fu Erittonio, secondo altri Orfeo; ma pare più
verosimilmente ne sia stato Teseo, all’epoca in cui centralizzò nel
governo di Atene le diverse borgate dell’Attica, come narra Tucidide
stesso più avanti lib. II, § 15; e le _panatenee_ commemoravano
appunto una tale riunione. A queste feste erano ammessi tutti i popoli
dell’Attica, coll’intendimento di assuefarli a riconoscere Atene, in
cui si celebravano, come loro patria comune. Quelle feste nella loro
prima origine erano semplicissime e non duravano più di un giorno: ma
in progresso ne fu accresciuta la pompa e la durata. Furono quindi
instituite le grandi e le piccole _panatenee_; le grandi celebravansi
ogni cinque anni il 23 del mese ecatombeone, che corrisponde al
nostro settembre, ma che era il primo dell’anno ateniese; le piccole
solennizzavansi ogni tre anni o piuttosto, come altri vuole, tutti
gli anni il 20 del mese targellione che era l’undecimo dell’anno
ateniese e corrispondeva il suo principio al nostro fine di aprile.
Ogni città dell’Attica, ogni colonia in quelle occasioni dovea come
tributo offrire un bue a Minerva. La dea avea l’onore dell’ecatombe,
e al popolo ne spettava il profitto, venendo le carni della vittima
distribuite agli spettatori. Durante queste feste vi aveano tre sorta
di combattimenti. Il primo era una corsa a piedi, che poscia divenne
equestre; il secondo una lotta di atleti ignudi; il terzo, stabilito da
Pericle, era una gara di poesia e di musica. In queste gare interveniva
il fiore dell’ingegno greco, e i vincitori aveano in premio una corona
d’alloro ed un barile di olio squisito. La festa avea fine con pubblici
banchetti.

[22] _Pag._ 13. Certamente Tucidide qui fa allusione ad Erodoto, poichè
è Erodoto stesso che riporta la tradizione del doppio suffragio dei re
di Lacedemone (lib. VI, 67), e quello relativo alla compagnia o coorte
_pitanate_. Circa questa coorte veggasi l’Erodoto di Larcher, tom. VI,
p. 117, prima edizione, il MEURSIO, _Att._, I, 16, e POPPO, VIII, p.
177.

[23] _Pag._ 14. Le due battaglie di mare furono quelle di Artemisio e
di Salamina, quelle di terra delle Termopili e di Platea.

[24] _Pag._ 14. Ciò fu il 445 A. C. La tregua fu mantenuta per
quattordici anni.

[25] _Pag._ 15. Epidauro più tardi fu chiamato Dyrrachium; è il Durazzo
d’oggidì sull’Adriatico.

[26] _Pag._ 15. Ecco a che allude Tucidide colla frase _giusta l’antica
usanza_. Allorquando una colonia intendeva fondare essa stessa una
nuova città dovea chiedere un capo alla sua metropoli: Corfù, colonia
di Corinto, fondando Epidamno non avea mancato di conformarsi a questa
usanza. I coloni ricevevano dai loro concittadini armi e viveri;
si dava loro una specie di atto pubblico chiamato ἀποίκια, con cui
venivano mantenuti ed assicurati i loro diritti e i loro rapporti
verso gli alleati della metropoli; portavano seco, partendo, il fuoco
sacro, preso al tempio della madre patria, e al quale doveano ricorrere
quando si fosse estinto per riaccenderlo. Veggasi su di ciò le _Nozioni
istoriche e geografiche sulle colonie greche_ del tedesco D. A.
HEGEWISCH (Altona 1808); il SAINTE-CROIX, _De l’état et de la sort des
colonies des anciens peuples_ (Paris 1806), e RAOUL-ROCHETTE, _Histoire
critique de l’établissement des colonies grecques_ (Paris 1815).

[27] _Pag._ 17. Vi avevano parecchie specie di dramma, quella di
Atene che valeva sei oboli (circa 90 centesimi); quella di Egina che
valeva dieci oboli attici, e quella di Corinto che pare avesse lo
stesso valore. Cinquanta dramme corrispondevano quindi a circa 75 lire
italiane.

[28] _Pag._ 17. Notisi che i Megaresi erano strettamente confederati
co’ Corintii, dappoichè riuscirono coll’aiuto di questi a scuotere il
giogo di Atene.

[29] _Pag._ 17. Vuote, cioè destinate pel trasporto delle truppe.

[30] _Pag._ 18. Questo Azio è l’_Actium_ dei latini, posta in faccia a
Nicopoli, è l’attuale Prevesa vecchia.

[31] _Pag._ 26. I Megaresi mentre erano in guerra coi Corintii, per
una questione di territorio aveano abbandonata la lega dei Lacedemoni
per unirsi agli Ateniesi. Vedi in seguito lib. I, § 103. Più avanti il
Boni traduce _perocchè l’ultimo beneficio_, ec.; noi avremmo tradotto
_perocchè un ultimo beneficio_, ec.: si allude qui al servizio che i
Corintii sollecitavano e che potea far dimenticare l’offesa fatta e che
riferivasi ai Megaresi.

[32] _Pag._ 28. Ecco in che consistevano questi segnali; onde far
conoscere in mezzo alla mischia gli ordini dei capi si innalzava
come si farebbe oggidì colla bandiera, un segno, il quale venendo
abbassato ordinava la cessazione del combattimento. Vedremo più innanzi
in Tucidide come gli antichi sapessero anche per mezzo de’ fuochi
sollevati o abbassati, segnare l’arrivo o la partenza del nemico, ed
anche il numero delle navi.

[33] _Pag._ 29. Usavasi rimorchiare le carene delle navi sommerse
le quali divenivano quindi i trofei della vittoria. I vincitori
raccoglievano tutti gli avanzi che galleggiavano sul mare, e il poter
far ciò era pure un argomento di riportata vittoria, giacchè mostrava
di essere stati padroni del campo di battaglia.

[34] _Pag._ 29. _Peana_ veramente nel senso più comune è inno o cantico
in onore degli Dei e dei grandi uomini. Qui però ed anche altrove (lib.
IV, § 43, lib. VII, § 44), Tucidide lo usa in senso di canto militare
dopo una vittoria. Era questo un inno cantato in onore di Apollo, ed
anche per allontanare qualche sventura. Il nome di _peana_ tragge
la sua origine da una avventura di cui ci conservò memoria Ateneo.
Ci narra egli che essendo Latona partita dall’isola Eubea coi due
figliuoli Apollo e Diana, passò presso l’antro del serpente Pitone;
essendo il mostro uscito per assalirli, Latona prese Diana fra le
sue braccia e gridò ad Apollo _ie paian_, cioè _fermati figlio mio_;
o _lancia i tuoi dardi Apollo_; nel tempo stesso le Ninfe di quelle
contrade, essendo accorse per incoraggiare il giovine dio, seguendo
l’esempio di Latona, gridarono _ie paian, ie paian_, e questo motto
servì poscia di intercalare a tutti gli inni in onore di Apollo. Anche
per Marte furono composti dei _peana_, e si cantavano accompagnati
dal suono del flauto, andando alla battaglia. Diversi esempii abbiamo
di ciò anche in Senofonte. Su di che lo scoliaste di Tucidide osserva
che al principio di un combattimento con siffatti inni invocavasi il
dio Marte, mentre dopo la vittoria Apollo diveniva il solo oggetto del
cantico. Ciò è pure confermato da Suida.

[35] _Pag._ 29. Qui _presero a indietreggiare_ non riproduce abbastanza
fedelmente e chiaramente la frase di Tucidide, il quale dice _presero
a remigare dalla poppa_, cioè a remigare in modo da indietreggiare
insensibilmente senza cessare di mostrar faccia al nemico.

[36] _Pag._ 30. Era il Caduceo una verga attorcigliata ad una estremità
da due serpenti i cui corpi erano piegati in due semicerchi uguali sì
che la testa dell’uno guardava quella dell’altro, e con due piccole ali
in cima. Questa verga era uno dei principali attributi di Mercurio.
L’opinione più sparsa presso gli antichi e la più ricevuta dai moderni
circa la sua origine è questa. Mercurio avendo un giorno trovato due
serpenti che si battevano, avea placato il loro furore percuotendoli
colla verga di cui si serviva per guidare le gregge. Questo avvenimento
fe’ nascere l’idea di porre due serpenti attortigliati sulla verga di
Mercurio, la quale pigliò di poi il nome di Caduceo e fu riguardato
come simbolo di pace. Di qui il nome di _Caduciferi_, dato presso
gli antichi agli araldi o ambasciatori incaricati di negoziare od
annunciare la pace. In questo passo, Tucidide dice _senza caduceo_,
giacchè l’inviare un araldo con Caduceo avrebbe significato che si
fosse in guerra cogli Ateniesi.

[37] _Pag._ 32. Nella Calcide, l’istmo di Pallene era compreso fra il
golfo Termaico (golfo di Solonicco) ed il golfo Canastreo (golfo di
Cassandria). Potidea posta sull’istmo medesimo, potea essere separata
dal continente e dalla penisola di Pallene col mezzo di un doppio muro.
Pallene giaceva al sud di Potidea sul golfo Termaico.

[38] _Pag._ 32. Chiamavansi _Demiurgi_ i magistrati spediti dalla
metropoli come amministratori della colonia. Erano poco dissimili dai
_demarchi_ ateniesi.

[39] _Pag._ 33. Olinto era città libera di Tracia, molto fortemente
situata sull’istmo di Pallene al nord di Potidea. Durante la guerra
del Peloponneso seppe mantenersi indipendente così dagli Ateniesi come
dai Lacedemoni. Estese la sua dominazione sopra la maggior parte della
Calcide, nè fu soggiogata che da Filippo di Macedonia (il 348 av. C.)

[40] _Pag._ 34. Abbandonando Pidna, essi doveano, onde restituirsi per
terra a Potidea, far il giro del golfo Termaico seguendo la côsta e
lasciar Berrea sulla sinistra. Egli è per ciò che Tucidide disse in
seguito κακειθεν επιστρεψαντες: dopo aver troppo inclinato all’ovest.
La costruzione di questa frase imbarazzò molto i traduttori. Bastava,
per togliere ogni difficoltà, por mente che le parole πειρασαντες
πρωτον τοὺ X.... debbono logicamente precedere κακειθεν επιστρεψαντες;
la voce πρωτον l’indica assai chiaramente come nota il Zevort.

[41] _Pag._ 34. Gli Ateniesi seguendo la côsta, doveano lasciar Olinto
alquanto sulla sinistra, mentre si innoltravano nella parte angusta
dell’istmo.

[42] _Pag._ 34. Quella di Filippo e di Pausania.

[43] _Pag._ 35. Settanta stadii ragguagliano circa undici chilometri.

[44] _Pag._ 35. Fu in questa battaglia che Socrate meritò il premio del
valore, che però i capitani conferirono ad Alcibiade che erasi al pari
di lui mostrato valoroso, ma che era per nascita a lui superiore. In
altro fatto d’arme in cui fu l’esercito ateniese sbaragliato, Socrate
ha pure col suo valore salvato la vita a quel suo amico e discepolo.

[45] _Pag._ 35. Assediando questo muro, gli Ateniesi intercettavano
ai Potideati ogni comunicazione coi loro alleati del continente, e
particolarmente di Olinto; la circonvallazione dal lato della penisola
non era del pari importante e necessaria.

[46] _Pag._ 35. Afitide è piccola città all’est di Pallene; avea un
tempio d’Apollo assai celebre pei responsi. Narra Pausania che Lisandro
avendo intrapreso l’assedio d’Afitide, fu costretto di abbandonarla
atterrito da un ordine avuto da Apollo in sogno (lib. III, c. 18).

[47] _Pag._ 36. La campagna bottica di cui è qui parola, non vuol
essere confusa colla Bottia che stava al nord-est del golfo Termaico,
di cui era capitale Pella. I Bottiesi cacciati dai Macedoni, eransi
stabiliti all’ovest del golfo medesimo, verso i confini nordici della
Calcide, e di quivi s’erano disseminati fino alla Tracia; ed è questa
la contrada appunto di cui qui parla Tucidide. Dei Bottiesi Tucidide
parlò già al lib. I, § 58, e ne parla più avanti al lib. II, §§ 79, 89
e 100.

[48] _Pag._ 36. Nessun commentatore ha ancora potuto riconoscere quali
siano gli accordi a cui qui allude Tucidide; la tregua dei trent’anni
a cui taluno vorrebbe trovar riferimento, certo non può riguardarli,
giacchè la sommissione degli Egineti era anteriore. Su di ciò vedi
KRUEGER _Studi. hist._, I pag. 192 e seguenti.

[49] _Pag._ 37. Il decreto che escludeva dai mercati dell’Attica i
Megaresi, era stato promosso da Pericle. Lo Scoliaste di Tucidide
riferisce che Pericle era stato a ciò indotto per sue vendette
personali contro i Megaresi, i quali avevano insultata Aspasia come
prostituta.

[50] _Pag._ 40. Evidentemente Aristotele nella sua _Politica_ allude
a questo passo di Tucidide, come nota Zevort, quando scrive: — Si fa
quistione se sia più utile o di danno agli Stati mutar le loro antiche
leggi. — Non v’ha dubbio essere assurdo il rimanere in perpetuo negli
stessi errori..... ma fa d’uopo aver in ciò somma prudenza.... Ciò
nondimeno il paragone colle arti è fuor di ragione; far progredire le
arti e mutare le leggi sono cose fra loro ben diverse (lib. II, 5).

[51] _Pag._ 40. I Potideati erano d’origine Dorica.

[52] _Pag._ 42. Secondo Erodoto (lib. VIII, 44) gli Ateniesi ne
somministrarono 160: quanto complessivamente tutti gli altri
confederati.

[53] _Pag._ 42. I Lacedemoni gli decretarono una corona di olivo ed il
più bel carro di Sparta. Uno stuolo di giovanette l’accompagnò sino ai
confini del loro territorio.

[54] _Pag._ 44. Qui meglio che non _disonore_ avrebbe dovuto dirsi
_vituperio_.

[55] _Pag._ 44. Tutte le querele d’interesse publico fra gli Ateniesi e
gli alleati loro venivano giudicate in Atene, e davano sempre campo a
recriminazioni molte e violenti perchè non sempre imparziali; la sede
del tribunale non dava guarentigie sufficienti di imparzialità.

[56] _Pag._ 44. La durezza di Pausania aveva irritati tutti i
confederati, e fatto quindi deferire agli Ateniesi il comando.

[57] _Pag._ 45. La frase _esca di patria_, vuolsi prendere in senso di
_in tempo di guerra_. La licenza dei Lacedemoni nei tempi di guerra era
somma e proverbiale.

[58] _Pag._ 45. Questo Archidamo era figlio di Zeusidamo del secondo
ramo dei re di Sparta; cominciò a regnare il 476 A. C., succedendo
non al padre, che era morto avanti occupare il trono, ma all’avo
Leutichide, esiliato dai Lacedemoni. Verso il dodicesimo anno del suo
regno, la Laconia fu devastata dai terremoti, in seguito ai quali i
Messeni ribellaronsi ai Lacedemoni e fortificaronsi sul monte Itome.
Archidamo mostrò molta forza d’animo in tali avvenimenti, e andò ad
assediare i Messeni, i quali dopo una difesa di dieci anni capitolarono
a patto che si permettesse loro di ritirarsi dove volessero. Tale è
l’uomo che qui si oppone col suo consiglio alla guerra del Peloponneso,
nella quale si distinse poi come egregio capitano ed ambasciatore (Vedi
più avanti Tucidide, lib. II, §§ 7, 10, 11, 12, 13, 18, 19, 20, 47,
71; lib. III, §§ 1, 89). Nei primi suoi dieci anni questa guerra fu
chiamata guerra d’Archidamo. Pausania nel suo libro III ha dato un buon
sommario della vita di questo re, il quale morì il 428 A. C., lasciando
due figli Agide ed Agesilao ed una figlia Cinissa.

[59] _Pag._ 49. Leggi meglio _Stenelaida_ Σθενελαῖδας.

[60] _Pag._ 49. Gli efori, cioè _esaminatori_, formavano un corpo di
magistrati spartani i quali godevano di grandi privilegi. Comunemente
si attribuisce l’istituzione di quest’uffizio a Teopompo, nipote di
Carilao il Proclide: ma dall’esistenza d’un’_eforeria_ negli altri
Stati dorici prima che vivesse Teopompo, e dall’essere apparentemente
posta fra le istituzioni di Licurgo da Erodoto e Senofonte, si
conchiuse che fosse un antico magistrato dorico. Il dottore Arnold
suppone (nel suo Tucidide, vol. I, p. 646), che gli efori, i quali
erano in numero di cinque, fossero coevi col primo stabilimento de’
Dorii in Isparta, e non fossero che magistrati municipali di cinque
villaggi che componevano la città (Vedi i _Dorii_ di Muller, II): ma
che di poi, quando gli Eraclidi incominciarono trarre a sè i privilegi
degli altri Dorii, e, a quanto pare, sotto il regno di Teopompo che
cercò di scemare il potere dell’assemblea generale dell’aristocrazia
spartana, i Dorii, nella lotta che ne seguì, guadagnarono per gli efori
un’estensione di autorità che li pose virtualmente alla testa dello
Stato, quantunque si lasciasse ancora la sovranità nominale nelle mani
degli Eraclidi. Così gli efori furono magistrati popolari per quanto
concerneva gli stessi Dorii, e furono infatti i custodi de’ loro
dritti contro le usurpazioni de’ re e del senato, quantunque fossero
in relazione coi Perieci (Περιωικοι), stromenti oppressivi di una
soverchiante aristocrazia (PLATONE, _Legg._, IV, p. 712D.). Gli efori
venivano scelti nell’autunno d’ogni anno; il primo dava il suo nome
all’anno, e ciascuno spartano era eleggibile senza riguardo ad età o
ricchezza. Avevano facoltà di multare chi loro piaceva, e farsi pagare
immediatamente la multa; potevano sospendere le funzioni di qualunque
altro magistrato; e arrestare e processare fin anco i re (SENOFONTE,
_Degli Spartani_, VIII, p. 4). Presiedevano e votavano nelle pubbliche
assemblee (come mostra Tucidide nel seguente § 87) e facevano tutte le
funzioni del principato, ricevendo e congedando ambascerie, trattando
cogli Stati forestieri, e facendo spedizioni militari. Il re, quando
comandava, era sempre accompagnato da due efori che lo facevano stare a
segno ne’ suoi andamenti. Gli efori vennero trucidati nelle loro sedi
di giustizia da Cleomene III, e allora se ne abolì l’uffizio. Volendosi
prestar fede a quanto Plutarco fece dire da questo re a giustificazione
di questa uccisione, gli efori non erano dapprima più che delegati de’
re, de’ quali fungevano le veci in Isparta, mentre erano occupati nelle
guerre contro i Messeni. Gli efori furono rimessi in vigore da Antigono
Dosone e dagli Achei nell’anno 222 A. C., e il loro uffizio sussisteva
ancora sotto il dominio dei Romani.

[61] _Pag._ 49. Gli alleati si ritiravano nel tempo della deliberazione
allorquando trattavasi di quistioni sottoposte alla decisione dei
Lacedemoni. Dal contesto di questo passo risulta, nota Zevort, che il
governo aristocratico dei Lacedemoni avea conservato alcune delle forme
democratiche, e particolarmente l’intervento del popolo per deliberare
della pace o della guerra.

[62] _Pag._ 50. Questa città era di somma importanza, poichè assicurava
ai Persi il passaggio dell’Asia nella Tracia, e di lì nella Macedonia
e nel resto della Grecia, giacchè sorgeva al mezzo della costa
dell’Ellesponto dirimpetto alla città di Abido. È celebre questa
città per gli amori di Eco e Leandro, e pel ponte di battelli fattovi
costruire da Serse per passare lo stretto, che quivi non è più largo di
mezza lega.

[63] _Pag._ 54. Plutarco parla in più luoghi (particolarmente nella
vita di Cicerone e d’Aristide) delle violenze di Pausania: le enormezze
sue andavano al punto di percuotere i capi stessi dei popoli alleati e
d’infligger loro delle pene derisorie. La defezione di cui qui parla
Tucidide avvenne l’anno stesso delle battaglie di Micale e di Platea
(479 A. C.)

[64] _Pag._ 54. _Prontavano_, cioè importunamente sollecitavano.

[65] _Pag._ 55. Qui Boni traduce la parola φορος per _tributo_; ma
questo era un tributo, tutto speciale, era una contribuzione unicamente
destinata per la guerra medesima: la ripartizione di questo tributo
venne fatta da Aristide.

[66] _Pag._ 55. Quest’Ellanico è uno dei più antichi prosatori e
storici della Grecia: nacque a Mitilene nell’isola di Lesbo, verso il
496 av. C. (A. GELLIO, XV, 23). Secondo Luciano (_Macrob._, c. 22)
visse sino all’età di 85 anni. Suida lo fa vissuto insieme ad Erodoto
alla corte di Aminta re di Macedonia; ma questa asserzione è erronea,
poichè nella Macedonia ai tempi di Ellanico e di Erodoto non fu alcun
re del nome di Aminta. Ellanico scrisse più opere frequentemente
citate dagli antichi scrittori. Fra le più importanti si annoverano
una _Storia d’Argo_ disposta per ordine cronologico secondo le
successive sacerdotesse del tempio di Ena di questa città; la _Storia
dell’Attica_, di cui fa qui menzione Tucidide, la _Storia di Cipro,
dell’Eolia e di Lesbo_; un ragguaglio della Fenicia, della Persia,
della Siria e di altre nazioni orientali; e alcuni scritti geografici.
I frammenti che ci rimangono dei suoi scritti, furono pubblicati da
Sturz a Lipsia nel 1788, e quivi stesso ristampati nel 1826; comparvero
pure nel _Musæum criticum_ di Cambridge nel 1826 (vol. II, pag.
90-107). La miglior edizione di Ellanico è però quella data da Creuzer
nella sua celebre raccolta _Historicarum græc. antiquis fragmenta_,
ecc. (Eidelberga 1806, 8).

[67] _Pag._ 55. Eiona nella Tracia, alla foce dello Strimone, sulle
frontiere della Macedonia (POMPONIO MELA, lib. II, c. 2). Ella portò
successivamente i nomi di Acra, Anfipoli, Mirica, di _Città di Marte,
Nove-strade_; e porta oggi quello di Crisopoli o Cristopoli. Di questa
città vedi quanto ne dice più avanti Tucidide stesso al lib. IV, §§ 50,
102, 104, 106, 107.

[68] _Pag._ 55. I Dolopi erano popoli della Tessaglia alle falde del
monte Pindo, che Bolco mandò all’assedio di Troia sotto il comando
di Fenice: questi popoli erano dati alla pirateria; spogliavano e
trucidavano tutti gli stranieri che capitavano sulle loro coste (_Æn._,
lib. II. STRAB., lib. IX).

[69] _Pag._ 55. I Caristii erano il solo popolo dell’Eubea che non
fosse stato sottomesso dagli Ateniesi. Cariste, loro città principale
posta alla estremità della punta meridionale dell’Eubea, venne in fama
pel suo marmo chiamato caristio. Avea un tempio dedicato ad Apollo che
ebbe il soprannome di Apollo _marmoreo_. Questa città sussiste tuttavia
sotto il nome di Caristo; detta _Château roux_ dai Francesi.

[70] _Pag._ 55. Questi Nassii non vanno confusi cogli abitanti di
Nasso, di cui lo stesso Tucidide parla in progresso. I Nassii di cui
è qui parola, sono gli abitanti di Nasso isola del mare Egeo, di cui
dicemmo già alla nota (2). Nasso è pure città di Creta rinomata per
le sue pietre da affilar ferri; città di Acarnania conquistata dagli
Etoli sugli Acarnani, ed è città di Sicilia prossima ad un’altra Nasso,
chiamata, per differenziarla, anche Taurontinium (Taormina), ed è di
questa che parla appunto Tucidide più avanti (al lib. IV, § 25; lib.
VI, §§ 3, 98) fondata dai Calcidesi d’Eubea.

[71] _Pag._ 56. Guidati, secondo Erodoto (lib. IX, 75), da Leagro e da
Sofane. Diodoro però (XII, 68) e con lui Pausania, dicono essere stati
disfatti dai soli Edoni.

[72] _Pag._ 56. Il terremoto di cui qui parla Tucidide avvenne il 446
av. C. Secondo Diodoro, (XII, 53) fece perire ventimila Lacedemoni,
e atterrò, secondo narra Plutarco (nella vita di Cimone), tutta la
città tranne sole cinque case. Gli Iloti a cui qui allude Tucidide,
erano popoli della Laconia abitatori della città di Elo, e ridotti dai
Lacedemoni nella più abbietta schiavitù. Iloti vennero anche chiamati i
Messenii poscia che furono dai Lacedemoni soggiogati.

[73] _Pag._ 57. Anche Diodoro (XI, 64) narra che i Lacedemoni temevano
di vederli passare alla parte dei Messenii.

[74] _Pag._ 58. Naupatto è la moderna Lepanto, città d’Etolia che
deve il suo nome all’essere stato il luogo in cui gli Eracliti
costrussero la prima nave. Sorge all’imboccatura del fiume Eveno. Dopo
d’avere appartenuta ai Locriozoli cadde in potere degli Ateniesi, i
quali la cedettero, come narra Tucidide, ai Messenii. I Lacedemoni
essendosene poscia impadroniti, dopo cioè la battaglia di Egospotamos,
la restituirono ai Locri. Fu anche presa da Filippo il Macedone, il
quale donolla agli Etoli, che ne fecero la loro città principale (Vedi
STRABONE, lib. IV. PAUSANIA, lib. IV, 25.)

[75] _Pag._ 58. Era questo il porto, secondo che ne dice Strabone (lib.
VII), in cui i Megaresi aveano i loro arsenali ed i loro cantieri,
sorgeva sul golfo Saronico ad otto stadii da Megara.

[76] _Pag._ 58. Marea era un borgo a breve distanza da Alessandria,
sul ramo Canopico: diede il nome al lago o palude Mareotide. Faro poi,
qui menzionata da Tucidide, era una piccola isola alla foce del ramo
Canopico, che più tardi venne riunita al continente mercè d’un rialto.
Fu in questa isola che venne costruita sotto Tolomeo Sotero e Tolomeo
Filadelfo la celebre torre di marmo bianco, su cui s’accendevano dei
fuochi per guida dei naviganti in tempo di notte. Di qui venne il
nome di Faro a tutte le torri destinate allo stesso scopo. Il nome di
quest’isola servì pure ai poeti per designare tanto l’Egitto, quanto
le cose ad esso appartenenti. Così troviamo in Ovidio _pharia juvenca_
per giovenca egizia; _pharius piscis_ per pesce egizio o coccodrillo;
Lucano chiama i re d’Egitto _pharii reges_; e l’egizia nazione _pharia
gens_; Stazio chiama _pharia puppis_ una nave d’Egitto.

[77] _Pag._ 58. È questi l’Artaserse Longimano che regnò dal 467 al 425
av. C. La spedizione ateniese di cui qui parla Tucidide, avvenne verso
il 460 av. C.

[78] _Pag._ 58. Piccola città dell’Argolide, poco lungi da Trezene (V.
Tucidide, lib. II, § 56; IV, § 45); oggidì è detta Haack.

[79] _Pag._ 58. È un’isola al nord-ovest d’Egina nel golfo Saronico.

[80] _Pag._ 59. È un promontorio della Megaride di malagevolissimo
passo. Vedi Tucidide più avanti, lib. I, §§ 107 e 108, lib. IV, § 70.

[81] _Pag._ 60. L’aristocrazia vedea a malincore il progressivo
incremento della marina che spostava continuamente le fortune a tutto
beneficio della democrazia. Furono gli aristocratici che chiamarono i
Lacedemoni.

[82] _Pag._ 60. È il patto di cui già parlò Tucidide al § 102 di questo
libro I.

[83] _Pag._ 60. A poca distanza da Tanagra, sull’Asopo.

[84] _Pag._ 60. Questo arsenale era Gizio, al nord del Peloponneso, sul
golfo della Laconia.

[85] _Pag._ 61. Qui Boni cade in errore nella sua traduzione. Questo
secondo inviato, non fu più un altro _Megabazzo_, ma sibbene Megabizo,
figlio di Zopiro, quegli di cui Erodoto (lib. III, 160) racconta la
volontaria mutilazione; tutti i testi di Tucidide dicono Μεγαβυζον e il
vocabolo _altro_ fu aggiunto dal Boni.

[86] _Pag._ 61. Isola posta in uno dei rami del Nilo: in seguito venne
chiamata isola di Nicia, secondo che ne dice lo Scoliaste di Tucidide.

[87] _Pag._ 61. Queste paludi formavano una parte del Delta, e
propriamente quella compresa fra il ramo Bolbitico ed il Sebennitico.

[88] _Pag._ 61. Ciò avvenne il 457 av. C. Diodoro narra questo fatto
assai diversamente. Gli Ateniesi, secondo lui, abbandonati dagli Egizii
loro alleati, non ismarrirono il coraggio; abbruciarono le loro navi,
e giurarono di difendersi l’uno l’altro sino all’ultimo sangue; per
il che i Persi, veduta l’impossibilità di vincerli senza troppo gravi
sacrifizii, vennero seco loro a patti, in forza dei quali abbandonarono
liberamente l’Egitto, e si portarono a Cirene, di dove rinavigarono ad
Atene (lib. XI, 77).

[89] _Pag._ 62. Diodoro dopo aveva narrato ciò, soggiunge, che la
ragion che avea particolarmente mossi a ciò gli Ateniesi; era una
vendetta ch’essi agognavano di fare del tradimento dei Tessali a
Tanagra.

[90] _Pag._ 62. Vedi in Plutarco, nella vita di Pericle, maggiori
particolari di questo fatto: fu a Nemea, città molto addentro in quelle
terre, che Pericle attaccò i Sicionesi, li sconfisse, ed elevonne
trofeo.

[91] _Pag._ 62. Diodoro narra molto diversamente: secondo lui gli
Ateniesi si sarebbero impadroniti di Cipro, ed avrebbero fatto ritorno,
dopo la morte di Cimone, vincitori.

[92] _Pag._ 63. Qui il Boni cade in errore; Tucidide dice: _condotti da
Plistoanace figlio di Pausania_.

[93] _Pag._ 63. Tucidide dice: _pianura triasia_, e Boni stesso così
traduce più innanzi a pag. 99, al § 19, lib. II. Vuolsi che questa
pianura fosse fra Eleusi, Eleutera e Acarne.

[94] _Pag._ 63. Plutarco, nella vita di Pericle, scrive che Pericle
corrompesse Plistoanace e Cleandrida suo consigliere, comperando la
ritirata dei Peloponnesi.

[95] _Pag._ 64. Vuolsi da molti scrittori dell’antichità, che fra
questi nove capitani vi fosse Sofocle il tragico. Nel 440 av. C.
avea egli publicata la trentesimaseconda sua tragedia, l’_Antigone_,
che ebbe il premio. Gli Ateniesi, che in questo componimento aveano
scôrta la sapienza di uomo di stato e di capitano, lo nominarono tra
i comandanti preposti a questa guerra contro gli aristocrati di Samo.
Non trovasi alcuna menzione di ciò ch’egli facesse come soldato; solo
dicesi che egli si giovasse di tal congiuntura per arricchirsi. Per
maggiori particolari vedi lo SCHULTZ, _De vita Sophoclis poetae_,
(_Bona_ 1836), e A. SHÖLL, _Sophocles, sein Virken und Leben_, ecc.
(Francoforte 1837).

[96] _Pag._ 64. È una piccola isola, prossima a Samo.

[97] _Pag._ 64. In questa battaglia i Samii erano capitanati dal
filosofo Melisso, secondo che narra Plutarco nella vita di Pericle.

[98] _Pag._ 64. Questo Tucidide non va confuso col nostro storico: era
cognato di Cimone, uomo di somma saggezza; fu il rivale che opposero a
Pericle i nemici di costui. Non avea egli i grandi talenti militari di
Pericle, ma possedeva quanto questi l’arte di dominare lo spirito del
popolo. Sistematicamente in opposizione a Pericle, riuscì per qualche
tempo a frenare il predominio di lui; ma dovette poi egli stesso
soggiacere alla prepotenza del genio di Pericle, e subire l’ostracismo.
Vedi Plutarco nella vita di Pericle; Marcellino nella _vita di
Tucidide_. Vi fu un terzo Tucidide di Farsaglia, di cui è discorso al
lib. VIII, § 92.

[99] _Pag._ 65. Secondo Diodoro le spese di guerra ammontarono a
dugento talenti (lib. III, p. 28).

[100] _Pag._ 65. Il testo dice κατὰ κράτος πολεμοῦσι νίκην ἔσεσθαι,
cioè _che combattendo con tutte le forze ne avrebbero avuto vittoria_:
il qual _ne_ è riferibile ad amendue i popoli; colla traduzione del
Boni, l’amfibologia dell’oracolo scomparirebbe.

[101] _Pag._ 65. Lo Scoliaste fa notare essere evidente qui l’allusione
alla peste che infierì poscia in Atene, essendo Apollo il dio che
mandava le pestilenze. Di questa peste Tucidide porge una stupenda
descrizione più avanti al lib. II, § 47 al 54.

[102] _Pag._ 67. Qualche commentatore scorgeva qui un saccheggio dei
templi; ma evidentemente sbagliando; qui i Corinti non facevano più che
proporre di ricorrere, come era consuetudine nelle supreme necessità,
ai tesori di Delfo e di Olimpia.

[103] _Pag._ 70. Secondo lo Scoliaste di Tucidide si celebravano feste
olimpiche tanto in Macedonia, come in Atene.

[104] _Pag._ 70. Queste Diasìe erano feste dedicate a Giove collo
scopo di pregare questo dio perchè allontanasse i mali di cui si era
minacciati. Celebravansi fuori della città di Atene verso la fine
del mese _antesterione_ (il nostro dicembre); mese particolarmente
consacrato alla memoria dei morti, in onore dei quali celebravansi
molte pratiche lugubri e superstiziose. Il popolo, che in gran
moltitudine vi accorreva, affettava una profonda tristezza. Questa
festa era accompagnata da una fiera assai rinomata, e finiva con
banchetti e bagordi d’ogni natura. E Giove, a cui erano le Diasìe
consacrate, avea il soprannome di _melichio_, cioè _propizio_, datogli
dagli Elei dopo una guerra civile. Era festeggiato sotto questo nome
anche in altre parti di Grecia; in Atene era adorato sotto la figura di
una piramide.

[105] _Pag._ 71. È questa la sedizione di Isagora sôrta in occasione
della cacciata di Clistene, capo del partito democratico, autore della
legge dell’ostracismo che egli applicò primamente contro di Ippia.

[106] _Pag._ 72. A Minerva si dava il soprannome di _Calcieca_ (da
καλκος: rame), come quella che avea insegnato il lavoro del rame.
Sotto questo nome gli veniva celebrata una festa detta _Calcea_ dagli
Ateniesi il 13 del mese _Pianepsione_ (sta fra l’ottobre e il novembre
nostro), intervenendovi particolarmente i ramai: in progresso fu
celebrata in onore di Vulcano dio dei fabbri.

[107] _Pag._ 72. Erodoto riferisce, però senza asseverarlo, che egli
sposasse la figlia di Megabate della stirpe degli Achemenidi, cugino di
Dario figliuolo d’Istaspe (lib. V, § 32).

[108] _Pag._ 73. Qui la traduzione del Boni _resterà eternamente
scritta in seno di mia famiglia_ non è esatta. Notisi innanzi tutto
essere stata costumanza dei re di Persia far registrare negli annali
domestici il nome di coloro che prestavano al trono qualche servigio.
Qui Tucidide allude evidentemente a quella costumanza; e vuol quindi
essere tradotto il _tuo beneficio rimarrà eternamente nella mia casa
ricordato_.

[109] _Pag._ 73. Scitala era chiamato un pezzo di legno intorno al
quale si avvolgeva una pergamena scritta. Volendo i Lacedemoni impedire
che si scoprissero gli ordini ch’essi inviavano per iscritto ai
loro capitani, immaginarono di formare due rotoli di legno d’uguale
lunghezza e grossezza, lavorati sul torno onde ridurli a perfetta
rotondità; di questi uno era conservato presso gli efori, l’altro
era dato al capitano in guerra. Ogni qualvolta gli efori volevano
inviare ordini secreti al loro generale e che non potessero essere
conosciuti dal nemico nel caso fossero intercettati, prendevano una
lista di pergamena strettissima e lunga quanto era necessario, e
l’attorcigliavano esattamente intorno alla scitala. Vi scrivevano
quindi fra un orlo e l’altro della pergamena i loro ordini, i quali
quando la pergamena fosse stata svolta dalla scitala si rendevano
inintelligibili, perchè del tutto interrotta la scrittura. Non v’era
che il solo possessore dell’altra scitala che fosse in grado di
discifrarli, riavvolgendo nella prima disposizione sulla scitala la
lista scritta.

[110] _Pag._ 74. Circa il potere degli efori veggasi quanto fu già
detto nella nota (55).

[111] _Pag._ 74. Secondo lo Scoliaste di Tucidide, questo tripode fu in
progresso collocato dai Romani sopra l’ippodromo di Bisanzio.

[112] _Pag._ 75. Nel tempio di Nettuno, considerato come un asilo
inviolabile.

[113] _Pag._ 76. Plutarco e Diodoro consentono pure nel dire che
Temistocle conosceva il tradimento di Pausania; ma soggiungono che
Temistocle erasi rifiutato di associarvisi. Diodoro opina poi che lo
scopo dei Lacedemoni, accusando Temistocle, era di far pesare anche su
gli Ateniesi l’onta di questo tradimento.

[114] _Pag._ 76. Secondo lo Scoliaste Temistocle avea impedito che
venissero punite le città che non aveano preso parte alla lotta contro
i Persi; fra queste eravi Corfù.

[115] _Pag._ 77. Diodoro narra che passasse direttamente in Argo presso
Admeto, e di là nell’Asia.

[116] _Pag._ 77. E, secondo Diodoro (XII, 56), malgrado anche le loro
minaccie.

[117] _Pag._ 77. Sul golfo Termaico, giacchè gli Stati di Admeto
giacevano sul golfo Pagasetico.

[118] _Pag._ 77. Alessandro Filelleno.

[119] _Pag._ 78. Temistocle che volle e seppe sempre unire l’arte col
valore, dopo di avere con falsi consigli e con segreti raggiri tratti i
Persi nell’agguato da lui teso a Salamina, avea fatto uso degli stessi
mezzi dopo la battaglia per liberare intieramente la Grecia e della
presenza di Serse e della maggior parte dell’innumerevole suo esercito,
facendogli giungere, per segreti avvisi, la notizia che i Greci
aveano risoluto di rompere il famoso ponte di barche, stato costrutto
sull’Ellesponto; a tale annunzio Serse, côlto da subito spavento, di
nottetempo prese la fuga seguendolo il suo esercito a grandi giornate.

[120] _Pag._ 78. Plutarco e Diodoro (l. c.) porgono una lunga
narrazione degli onori concessi a Temistocle nella corte persiana.

[121] _Pag._ 79. Di questo uso dei Persiani nell’assegnare a diverse
città come tributo le somministranze cibarie, ne parlano tutti gli
storici antichi. Erodoto narrando delle spese domestiche del preside di
Babilonia ci narra: — Di cani indiani poi tale moltitudine si nutria,
che quattro gran borghi nella pianura essendo immuni degli altri
tributi, erano destinati di somministrare a’ cani le vivande — (lib. I,
§ 192).

[122] _Pag._ 79. Miunte era città della Caria.

[123] _Pag._ 79. Le legge portava: — Chi sia convinto d’aver tradito lo
Stato o rapite cose sacre, non abbia sepoltura nell’Attica, e vengano i
suoi beni confiscati. — Vedi SAM. PETITUS, _De legibus atticis_, 1635.

[124] _Pag._ 79. Questo territorio, posto sui confini dell’Attica
e della Megaride, era chiamato _Orgas_, e consacrato a Cerere e
Proserpina.

[125] _Pag._ 79. Allusione alle serve d’Aspasia di cui parla Aristofane
negli _Acarnani_ (Vedi pag. 18 della bella traduzione del Capellina,
tom. I, Torino 1852).

[126] _Pag._ 81. lin. 12. Ah! serbiamo i nostri pianti, ecc. Questo
periodo vorrebbe essere tradotto — Non le ville adunque deplorate e le
campagne, ma la perdita delle persone; con queste quelle si acquistano
non con quelle si acquistano gli uomini. — Questa variante la dobbiamo
all’Illustre abate Peyron.

[127] _Pag._ 87. Chi fossero questi alleati vedi la nota più avanti al
§ 9, pag. 92.

[128] _Pag._ 87. L’Eubea fu presa da Pericle. Vedi retro al lib. I, §
114. Il tempio di Giunone, di cui Criside era sacerdotessa, non era
in Argo, ma secondo Pausania (lib. II, c. 17), sulla via che da Argo
mette a Corinto, lungi circa 40 stadii dalla città. — La sacerdotessa
Criside essendosi addormentata, lasciò prender fuoco agli ornamenti
sacri da una lampada che essa avea imprudentemente dimenticata ad essi
troppo vicina; il fuoco s’apprese al tempio, rimanendone vittima essa
stessa. Altri pretendono che ella fuggisse ricovrandosi presso l’altare
di Minerva Alea in Tegea, di dove non si potè trarla per rispetto che
aveano gli Argivi a quell’asilo. Essi conservarono anzi la sua statua,
che al tempo di Pausania vedevasi ancora all’ingresso del tempio.
Questo incendio dicesi essere succeduto al nono anno della guerra del
Peloponneso. Gli Argivi avendo scelta un’altra sacerdotessa, Feinide,
la nomina a questa dignità servì poscia ad essi per regolare le loro
date e la loro cronologia.

[129] _Pag._ 87. Gli Arconti assumevano la loro magistratura nel
mese ecatoarbeone (settembre). Il tentativo quindi su Platea sarebbe
avvenuto al primo anno della LXXXVII Olimpiade.

[130] _Pag._ 87. I Beotarchi erano nella Beozia ciò stesso che erano
gli Arconti in Atene: eletti in numero di dodici, rappresentavano ciò
che si direbbe da noi il potere esecutivo, sotto il sindacato di un
Senato.

[131] _Pag._ 88. Questa nota per errore tipografico porta il numero
(121). La frase del Boni _stranezza veruna_, va intesa per _nessuna
novità_, od anche _ostilità_.

[132] _Pag._ 89. Cioè sul declinare della luna.

[133] _Pag._ 91. Cioè non prendessero alcuna deliberazione circa quei
Tebani, ecc.

[134] _Pag._ 91. Qui Boni si discosta dal testo; il vero significato
del quale è — _I Lacedemoni oltre le navi che fornivano l’Italia e la
Sicilia, ordinarono alle città che seguitavano la parte loro_, ecc.

[135] _Pag._ 93. Cioè due terzi del contingente di ciascuna città.

[136] _Pag._ 94. Meglio che non _più generosi_, qui starebbe la frase
_più valorosi_.

[137] _Pag._ 95. Tenere in pugno, cioè contenere gli alleati.

[138] _Pag._ 95. Ciò facea più di tre milioni di lire italiane, giacchè
il talento attico ne equivaleva 5,560. Il tributo degli alleati fu in
seguito portato alla somma 1,200 talenti. Le sorgenti principali delle
rendite ateniesi, erano l’affitto delle terre pubbliche, le miniere
d’oro e d’argento, l’imposta sugli stranieri domiciliati in Atene.

[139] _Pag._ 95. Antiporti, cioè Propilei (προπύλαια), erano superbi
vestiboli o portici, che mettevano alla cittadella di Atene, di cui
formavano una delle maggiori bellezze. Pausania li descrive coperti di
un bel marmo bianco, il quale per la mole dei pezzi ed il lavoro degli
ornamenti, sopravanzava tutto ciò che di più magnifico erasi altrove
veduto. Pericle gli avea fatti edificare da Mneside, uno dei più
celebri architetti del suo secolo, e furono terminati in cinque anni:
costarono 2,012 talenti attici.

[140] _Pag._ 96. Fra queste spoglie eravi il trono, sul quale Serse
contemplò la battaglia di Salamina, e la scimitarra di Mardonio.

[141] _Pag._ 96. Questo valore ragguagliava quattrocento talenti in
moneta d’argento, giacchè allora l’oro era in proporzione decupla
dell’argento. Gli ornamenti d’oro poteano essere levati, perchè Fidia
incaricato di questo lavoro, ed al quale era stato pesato l’oro
destinato per questi ornamenti, avea preso questa precauzione onde
avere un mezzo pronto di giustificarsi ogni qualvolta fosse stato
imputato d’avere sottratto una qualche porzione di quel metallo.

[142] _Pag._ 97. La voce greca che il Boni traduce qui per _tribunali_,
è πρυτανεῖα: e noi la tradurremmo _pritaneo_, giacchè questo magistrato
non era solo un tribunale, ma sì anche ciò che dicesi fra noi
municipio, e sede della amministrazione locale. Secondo lo Scoliaste di
Tucidide era anche il luogo in cui si conservava il fuoco sacro.

[143] _Pag._ 97. Cioè di Minerva. Queste feste celebravansi in
commemorazione di questa unione, come lo dinota il loro nome, ed
erano dedicate a Minerva per esprimere la sapienza dell’atto politico
di Teseo. Queste feste cadevano nel giorno 16 del mese ecatombeone
(luglio). Plutarco nella vita di Teseo chiama queste feste col nome non
di ξυνοικια dinotante la coabitazione, ma di μετοικια, significando il
trasferimento della popolazione in Atene.

[144] _Pag._ 97. Limne di Bacco era il quartiere di una tribù
dell’Attica in poca distanza da Atene, ove sorgeva il tempio di Bacco
accennato da Tucidide. In questo tempio leggevasi un decreto degli
Ateniesi, il quale obbligava il loro re, ammogliandosi, di prendere una
donna che fosse del paese, e, vergine.

[145] _Pag._ 98. Era da questo luogo che i Pelasgi aveano assalita
Atene; dopo la loro cacciata, era stato assolutamente vietato
l’abitarlo.

[146] _Pag._ 99. Piccola fortezza sulla strada che da Eleusi metteva a
Tebe: secondo Stanhope e Bloomfield è la _Gifto Castro_ d’oggidì.

[147] _Pag._ 99. Verso la metà di giugno. L’eclisse di sole di cui
Tucidide parla più avanti a pag. 104, § 28, avvenne il 3 agosto, dopo
la partenza dei Lacedemoni, i quali non ponno esservi rimasti più oltre
di un mese.

[148] _Pag._ 102. Questo passo — ciascuno dei quali comandava la sua
parte — non è esatta traduzione; noi avremmo detto _anche di diversa
fazione_, o _partito_ (απο τῆς στασεως εκατερος). Larissa era allora
divisa in due fazioni, democratica l’una, e a questa apparteneva
Polimede, l’altra oligarchica, ed a questa apparteneva Aristenoo.
Così lo Scoliaste di Tucidide. Ben qui fa meraviglia che la parte di
Aristenoo non siasi dichiarata pei Lacedemoni, i quali furono sempre
fautori e protettori dell’aristocrazia e dell’oligarchia.

[149] _Pag._ 102. Parnete, oggidì Nozia, è la montagna più elevata
dell’Attica; estendesi dalle falde del Pentelico alle pianure di Tria.
Pausania dice che su di essa si cacciava il cinghiale e l’orso (lib.
II, 32). Britesso è il _Turko Boni_ di oggidì.

[150] _Pag._ 102. Gli Oropii abitavano il territorio detto pur oggidì
Oropo, sui confini della Beozia poco lungi dal mare. La campagna
Piraica era interposta fra Oropo e Tanagra.

[151] _Pag._ 102. Questo periodo sarebbe più conforme al testo,
tradotto così — Dopo la loro ritirata gli Ateniesi stabilirono le
guardie, che per terra e per mare far si dovrebbero durante la guerra.
— Ἀναχωρὴσαντων δεαυτῶν οἱ Ἀθηναιόι φυλακὰς κατεστήσαντο κατὰ γῆν καί
κατὰ θάλασσαν ἴσπερ δή ὤμελλον διὰ παντὸς τοῦ πολέμον φυλὰξειν.

[152] _Pag._ 103. Qui pure la traduzione non è esatta; noi tradurremmo
— mandarono trenta navi verso la Locride che guardassero anche l’Eubea.
— Gli Ateniesi non potevano certamente mandar soccorsi ai Locri, i
quali, come vedemmo al § 9, erano alleati dei Lacedemoni.

[153] _Pag._ 104. Più innanzi Tucidide (lib. II, § 97, pag. 151) dice
che questo impero degli Odrisii era il più potente che fosse in Europa
dal Ponte Eussino al Mar Jonio. Vedi in Tacito maggiori particolari di
questo popolo.

[154] _Pag._ 104. Iti era figliuolo di Tereo e di Procne; avendo suo
padre fatto violenza a Filomela sorella di Procne, queste due sorelle
risolvettero di vendicarsi di lui, uccidendo il figliuolo Iti ed
imbandendoglielo cotto sulla mensa; Tereo per siffatta atrocità, già
stava per punirle, ma gli Dei, narra la favola, cambiarono l’una in
rondine, l’altra in usignuolo, detto eziandio Filomela, cioè amante
dell’armonia; Iti fu convertito in fagiano.

[155] _Pag._ 105. Pouqueville crede avere scoperte le ruine di Solio a
breve distanza di Slavena.

[156] _Pag._ 105. Presso la foce dell’Acheloo, oggi _Dragomestri_.

[157] _Pag._ 105. La pestilenza di cui porge la celebre descrizione più
avanti, § 47.

[158] _Pag._ 106. Un decreto di Carino obbligava i generali ateniesi al
giuramento di invadere per ben due volte ogni anno la Megaride.

[159] _Pag._ 106. Oggidì _Talantonisi_, di fronte alla città di Talanti.

[160] _Pag._ 115. La traduzione del celebre elogio di Pericle,
pubblicata dal Boni e che venne da noi qui riprodotta, non è opera
del Boni ma del Meini, siccome è detto nella prefazione del medesimo
Boni che sta in fronte a questo volume; Boni la stimò sì perfetta, da
non osare a farne egli una seconda; noi crediamo far cosa grata ai
nostri lettori, riferir qui quella che ne fece l’illustre ellenista
abate Peyron, tratta dalla elaboratissima sua traduzione del Tucidide
tuttavia inedita, con grave danno dei classici studii.

35. Sebbene la maggior parte degli oratori, che già di qui parlarono,
suolesse lodare colui, che alla legge dei funerei onori aggiunse questa
orazione, siccome bella a pronunziarsi sopra i sepolti guerrieri, io
crederei tuttavia che per gli uomini di forti fatti basta mostrarne
gli onori altresì col fatto, nel pubblico funebre apparato che vedete;
nè vorrei che ad un solo uomo si avventurassero le virtù dei molti,
cosicchè dalla sua od alta, o povera eloquenza dipender dovesse la
persuasione degli uditori. Imperocchè egli è difficile di parlare con
esattezza sopra un soggetto, del quale si possa a mala pena stabilire
in altrui l’estimazione del vero. Infatti l’uditore, che ama e conobbe
i defunti, per avventura giudicherà che l’orazione abbia scarsamente
toccato quanto egli vorrebbe e sa; ma l’uditore, che sia del tutto
ignaro, se ode cosa della sue forze maggiore, invidioso la stimerà
aggrandita a parole. Perchè gli uomini in tanto tollerano le lodi
sopra altrui pronunziate, in quanto reputano di aver la capacità
di arrivarle; quelle, che la trascendono, già si invidiano, e non
si credono. Ma dacchè i nostri antichi giudicarono conveniente tal
orazione, fa di mestieri che obbedendo anch’io alla legge mi argomenti
di soddisfare a poter mio la volontà, e l’espettazione vostra.

36. Dagli avi primieramente incomincierò; chè giusto e decoroso si
è in tanta solennità il tributar loro questo onore di ricordanza.
Infatti essi non avendo cessato mai di abitare questa contrada, libera
per la loro virtù la trasmisero alle generazioni succedentisi sino
alla nostra. Ma se costoro si meritano lode, meritevolissimi ne sono
i padri nostri, i quali allo Stato che ereditarono avendo non senza
fatica aggiunto quanto possediamo, a noi viventi lo lasciarono. Se non
che il principale incremento dello Stato si debbe a noi medesimi che
ora tocchiamo alla giusta età, ed ordinammo la repubblica in guerra ed
in pace per tutte cose a sè bastevolissima. Le loro geste guerriere,
che via via fruttarono conquisti, non che le vittorie da noi e dai
nostri padri alacremente riportate contro ai Barbari ed ai Greci, io
le tralascierò, sdegnando allungarmi in cose all’uditorio notissime.
Ma per quali instituti sì alto ci levammo, e per quali ordini politici
e civili venimmo in tanta grandezza, avendo io primamente esposto,
passerò quindi a dir delle lodi di costoro, riputando tale argomento
essere nella presente occasione decoroso a discorrersi, ed a tutta
l’adunanza dei cittadini e dei forestieri utile ad ascoltarsi.

37. Noi abbiamo una forma di governo non imitatrice delle leggi altrui,
essendo noi anzi esemplari a taluni, che non copia d’altrui; il suo
nome è democrazia, perchè lo Stato è dei molti, e non dei pochi.
Per le leggi ognuno gode ugual diritto nelle private differenze; ma
pel merito, come uno sale in qualche riputazione, così viene agli
onori della repubblica prescelto non per qualità di classe, ma per
virtù. Per la povertà niuno, che possa beneficare la patria, ne
viene dall’oscurità del grado impedito. Liberalmente procediamo sì
nell’amministrare i pubblici negozi, e sì nel sospettoso spiare l’un
dell’altro la giornaliera condotta, non mai adirandoci col vicino che
a suo genio si sollazza, nè mostrandogli il volto atteggiato da una
tristezza inoffensiva bensì, ma sempre molesta. Gravosi a nessuno nelle
relazioni private, all’ordine pubblico non contravveniamo massimamente
per riverenza, obbedendo ai magistrati succedentisi, ed alle leggi;
sopratutto a quelle, che proteggono gli oppressi, ed alle altre che,
sebbene non iscritte, tuttavia nella pubblica opinione infliggono
ignominia.

38. Inoltre in varie guise ristoriamo l’animo dalle fatiche, e coi
certami, e con gli annui sacrifizii e colla splendidezza del viver
privato, cosicchè dal quotidiano diletto viene la tristezza scacciata.
Per la grandezza poi della città ogni bene vi concorre da tutta la
terra, donde avviene che con pari domestico godimento ed i patrii
frutti raccogliamo e gli stranieri.

39. Ma altresì negli studii guerrieri noi avanziamo i rivali.
Conciossiachè la nostra città sta aperta a tutti; nè fu mai che
cacciandone i forestieri vietassimo a chicchessia l’impararvi od il
vedervi alcuna disciplina, di cui il nemico trovandola scoperta potesse
avvantaggiarsi, giacchè noi confidiamo non così nei preparativi e negli
inganni, come nell’animosità di noi stessi nel momento dell’azione.
Nell’educazione poi costoro sin dalla prima giovinezza procacciano con
laboriosi esercizii di raggiungere la fortezza virile; e noi anche
menando una più larga vita, nulladimeno pari cimenti affrontiamo.
Vagliane il vero. I Lacedemoni, non già soli, ma assistiti da tutta
la confederazione guerreggiano la nostra contrada; laddove noi soli
scendendo nell’altrui paese facilmente e spesso riportiamo vittoria sul
nemico suolo contra chi la sua patria difende. Se non che niuno sinora
ebbe a provare le nostre forze riunite, perchè, oltre all’attendere
alla marineria, dobbiamo noi stessi correre in varie parti, ad imprese
di terra. Che se il nemico avvenutosi in una qualche banda dei nostri
ne vinca alcuni, tosto si vanta d’averci respinti tutti, ma, lui vinto,
proclama d’essere stato da tutti noi sconfitto. Ora sebbene noi anzi
indolenti che esercitati nelle fatiche, e con un coraggio ispirato
più dai costumi, che non dalle leggi, vogliamo incontrare i pericoli,
abbiamo però questo vantaggio, che, senza tribolarci anzi tempo pei
mali avvenire, giunti poi nel frangente ci mostriamo non meno prodi di
chi sta penando ognora.

40. Ma, oltre a questi, altri pregii fanno ammiranda la nostra
città. Giacchè noi amiamo il bello, ma con parsimonia; filosofiamo,
ma senza ammollirci; ci serviamo delle ricchezze per l’occorrenza
dell’uopo, non per vento di parole; a niuno è turpe il confessare la
sua povertà, ma turpissimo il non fuggirla coll’operosità. Inoltre gli
stessi uomini attendono alle bisogne domestiche ed alle civili, e la
gente al lavoro intesa bastevolmente pur conosce i civili interessi;
perchè quel cittadino, che non prenda parte alla pubblica cosa, noi
soli lo riputiamo non che ozioso, ma inutile. Noi altresì rettamente
o concepiamo gli affari, od almeno li giudichiamo, persuasi che i
discorsi non nuocano all’operare, ma nuoca bensì il non illuminarci
coi discorsi prima di venire ai fatti. Imperocchè abbiamo questo
pregio singolare di essere e ardimentosi al sommo, e ponderatori delle
imprese; diversi dagli altri, nei quali l’ignoranza ingenera audacia,
e la ponderazione lentezza. Epperò fortissimi d’animo si debbono
meritamente giudicare coloro, che pienamente conoscendo le dolcezze ed
i travagli della vita, nientemeno non si ritraggono dall’incontrarne
i cimenti. Oltracciò la nostra bontà differisce dalla altrui, perchè
non ricevendo, ma compartendo benefizii acquistiamo amici. Ed il
benefattore è amico più stabile volendo coi benevoli modi conservare
nel gratificato viva l’obbligazione; laddove chi contraccambia è anzi
ottuso che no, ben conoscendo che la sua bontà non è favore, ma debito.
Quindi noi soli non già per calcolo di profitto, ma per la fiducia
inspirataci dalla nostra libertà benefichiamo gli altri senza timore.

41. E per raccogliere il molto in poco io dico: Atene è la scuola
della Grecia. In ciascun cittadino parmi di vedere un corpo con somma
disinvoltura e grazia acconcio a più generi d’opere. E che questo ora
non sia uno sfoggio di fraseggiamento, ma una verità di fatto, lo
palesa la presente potenza, che per tali modi acquistammo. Atene, sola
tra le città d’oggidì, maggiore della sua fama, ne viene alla prova;
da lei sola il nemico assalitore non si sdegna d’esser vinto, ed il
suddito non si lagna d’esser governato quasi che da indegna. Epperò noi
presentando una potenza da insigni prove e testimonianze avvalorata,
saremo da questa e dalle future età ammirati; senza che inoltre
abbisogniamo o d’un Omero encomiatore, o d’altro poeta, i cui versi
bensì momentaneamente dilettano, ma l’impressione sarà poi distrutta
dalla verità dei fatti. Sì, saremo ammirati noi, che le vie del mare
e della terra costringemmo ad aprirsi al nostro ardire, ed in ogni
parte collocammo di vendette e di beneficenze monumenti sempiterni.
Ora costoro, deliberati a non lasciarsi privare di una città cotanta,
morirono per lei generosamente combattendo, e niuno di noi superstiti
dee per lei ricusare qualunque travaglio.

42. Diffusamente io ho discorso sin qui i pregii della città, volendo
mostrare che uguale non è la gara proposta a noi, ed a coloro che nulla
di simile possedono; inoltre io voleva con argomenti porre in chiara
luce l’elogio di chi io ragiono. Epperò l’elogio è quasi compiuto.
Conciossiachè lodando la città io lodava le virtù di codesti e dei
pari loro, che le aggiunsero ornamento. Pochi Greci vantano, siccome
costoro, geste uguali alla fama; ed a me sembra, che primo indizio
ed ultima conferma delle virtù d’un uomo sia questa loro catastrofe.
Imperocchè gli uomini anche per altro rispetto biasimevoli hanno pur
diritto di produrre quella fortezza, che nelle guerre mostrarono in
pro della patria, perchè con un bene avendo cancellato un male più
giovarono come uomini pubblici, che non nocquero come privati. Niuno
di essi o per ricchezze, che ei preferisse di continuar a godere, si
ammolliva; ovvero sedotto dalla speranza di sottrarsi pur una volta
alla povertà e di arricchire, differiva di affrontare il pericolo. Ma
più che a tali voti anelando a vendicarsi dei nemici, e riputando esser
questo il più illustre dei cimenti, vollero nell’affrontarlo pigliar
vendetta del nemico, e quindi ottenere il compimento dei voti. Epperò
alla speranza accomandando l’incertezza della felice riuscita, ed in
realtà fidando in se stessi circa al periglio già presente, meglio
amarono morire resistendo, che non salvarsi cedendo; così schivarono
un nome opprobrioso, sostennero col corpo il conflitto, e per un breve
volger di fortuna, nel fior della gloria, impavidi trapassarono.

43. Tali furono questi, quali la città se li meritava. Voi superstiti
invocate fortuna più durevole, ma opponete al nemico un animo non
meno intrepido. Non vi contentate di risguardare nel solo discorso
dell’oratore i vantaggi d’una pari fortezza; perchè tal soggetto, a
voi pure notissimo, potrebbesi facilmente amplificare enumerando i
beni che ridondano dal vendicarsi dei nemici. Ma piuttosto operando
ogni giorno osservate la potenza della repubblica, e per lei di
carità v’infiammate. E quando la repubblica vi sembri grande, allora
ripensate, che a tanto grado la sublimarono uomini coraggiosi,
conoscitori del dovere, sensitivi dell’onore nelle imprese, uomini,
che, quando loro fallivano i disegni, non credevano di dovere
pertanto defraudare la città del loro valore, ma nientemeno in pro
di lei contribuivano la loro illustre quota. Quindi nell’abbandonare
alla repubblica i loro corpi ciascuno ne riportò gloria immortale e
tomba insigne. Non parlo di questa tomba nella quale riposano, ma
di quella in cui la loro fama sempre memoranda in ogni occasione di
discorso o di forti fatti, perennemente si conserva. Imperciocchè
degli illustri uomini è tomba l’universa terra. Nè soltanto dentro
la loro patria li mostrano le lapidi inscritte, ma altresì nelle
straniere contrade la loro memoria da niuna iscrizione ricordata sta
impressa nell’animo d’ognuno, anzichè sui monumenti. Ora voi emulando
questi prodi, e stimando che la felicità consiste nella libertà,
e la libertà nel coraggio, non mai schivate i guerrieri pericoli.
Non i miseri, che perderono ogni speranza di bene, hanno più giusto
motivo di prodigare la vita, che gli altri, i quali vivendo corrono
ancor pericolo di contrario rovescio, e per un menomo fallo possono
grandemente scapitare. Perchè all’uomo di alti spiriti torna più acerbo
un discapito patito per ignavia sua, che non una neppur sentita morte
fortemente e colla speranza del pubblico bene incontrata.

44. Per la qual cosa, o voi quanti qui siete genitori di questi
trapassati, non voglio compiangervi, ma sì consolarvi. Voi sapete
che l’uomo cresce fra mezzo a vicende d’ogni maniera, sapete essere
ben avventurati coloro, cui tocchi l’onorata sorte o d’un fine, pari
al loro, o d’un lutto simile al vostro, così che una bella vita sia
coronata da una bella morte. Tuttavia io scorgo la difficoltà di
consolarvi sopra un soggetto, di cui sovente vi ricorderete vedendo
altri felici posseditori di quanto formava già il vostro vanto; ben so,
che il dolore non deriva dalla mancanza di beni non provati mai, ma
dalla privazione di quelli a cui fummo avvezzi. Se non che, o genitori,
voi, cui l’età concede ancora di generare, durate sperando altri figli;
così nelle famiglie la nuova prole farà obliare la trapassata, e la
città avrà doppio vantaggio di popolazione e di sicurezza. Giacchè non
può alla repubblica dare imparziali e giusti consigli colui, che non
abbia, come altri, a pericolare esponendo per lei i figli. Voi poi
già provetti riflettete: un vero guadagno sono i molti anni da voi
felicemente passati; sopravvanzano pochi, e dei pochi alleviate il peso
rammentando la gloria dei figli. Perchè il solo amor dell’onore non
invecchia; ed in codesta inutile età non così, come dissero alcuni,
l’avarizia diletta, quanto l’onore.

45. Figli, fratelli, quanti qui siete, di questi prodi, io prevedo un
difficile gareggiamento. Sogliono tutti lodare chi più non è; epperò
voi, anche mostrando straordinaria virtù, tuttavia non che eguali
a loro sarete giudicati, ma inferiori d’alquanto. Perchè i viventi
sono gelosi del rivale; morto poi, lo onorano con benevolenza scevra
d’emulazione. Finalmente se debbo toccare della virtù di quante donne
ora rimangono vedove, il tutto ristringerò in una breve esortazione:
Donne, conservate il vostro natural carattere, fra gli uomini non
levate gran fama nè di virtù, nè di vizii; sarete gloriosissime.

46. Colla mia orazione, comandata dalla legge, io esposi quanto stimai
conveniente, ma col fatto, ed i sepolti già furono onorati, ed i loro
figliuoli saranno per l’avvenire sino all’età della milizia allevati
a spese della repubblica, la quale per simili certami propose una tal
utilissima corona sì a questi e sì a quelli che verranno. Imperocchè
lo Stato, che massimi premii alla virtù promette, quello è patria di
cittadini prestanti. Ora voi, dopo avere pianti i vostri congiunti,
partite.

[161] _Pag._ 115. La stupenda descrizione che viene qui facendo
Tucidide della pestilenza di Atene rivela ad un tempo il filosofo,
il medico, lo storico, il poeta. Gran numero di scrittori antichi e
moderni, o se la appropriarono con traduzioni e riduzioni, o se la
presero a modello; fra gli antichi potremmo citare LUCREZIO (lib. V,
verso 1136 e seg.), VIRGILIO (_Geor._, III, 478), OVIDIO (_Metamorf._,
VII, 623), ELIANO (_Nat. Anim._, XIV, 20), PROCOPIO (_Bell. Pers._, II,
20), XIFILINO (lib. III); fra i moderni il BOCCACCIO (_Decamerone_),
BARTHÉLEMY (_Viaggi del giovane Anacarsi_, tom. I), LA FONTAINE (I
primi 14 versi della fav. I del lib. VII), ecc., ecc. In questa
descrizione vuolsi notare l’ordine ammirabile con cui Tucidide procede:
divide egli la descrizione in due parti; nella prima (dal § 47 al 49)
nota l’origine e le cause della peste; nella seconda (dal § 50 al 51)
dipinge la natura, i sintomi e lo sterminio della peste; nella terza
è storico ed osservatore delle conseguenze così morali che fisiche
del terribile flagello. Questa pestilenza di Atene fu campo a lunghe
e numerose controversie dei medici, essendosi voluto stabilire se
fosse o no somigliante alla peste d’Oriente, se fosse contagiosa o
semplicemente epidemica. Larrey trovò punti di rassomiglianza fra la
peste ateniese e quella d’Oriente nei dolori di capo, nelle vertigini,
nel gonfiarsi della lingua, negli spasimi, ecc., nel languore che
precede la violenza del male, e nella diarrea che la segue. Perron,
che per ben quattordici anni, dirigendo la scuola di medicina del
Cairo, visse frammezzo agli infermi di peste, giudica la peste ateniese
affatto diversa da quella d’Oriente. Riferiamo qui una sua nota ch’egli
comunicava su questo proposito a Zevort. — La peste d’Athénes à en
juger par la description de Thucydide, diffère essentiellement de la
peste actuelle ou peste d’Orient. Il n’y a de rapports analogiques
entre les deux maladies que quelques symptômes. D’ailleurs, toutes les
épidémies ont quelques points de ressemblance symptomatologiques. Ce
qui fait, à priori et sans examen ou à peu près, admettre l’identité
ou la presque identité des grands fléaux dont parle l’histoire, c’est
le caractère épidémique, c’est le caractère contagieux et c’est
surtout encore le nome de peste qu’on a donné à ces fléaux. Mais il
ne faut pas oublier que ce mot de peste n’avait point autrefois la
signification délimitée qu’on lui a assignée aujourd’hui. Anciennement,
peste, contagion, épidémie étaient synonymes. De nos jours, chacun
de ces mots s’est isolé dans une signification spéciale; le langage
s’est précisé à mesure que la science médicale a précisé aussi ses
observations, discerné et individualisé les faits. — Gail nelle sue
memorie su Tucidide consacrò un lungo esame critico e filologico
a questa descrizione (vol. V, dalla pag. 154 alla 164). Un’opera
molto preziosa su di ciò ed altrettanto rara e meritevole di essere
consultata sono le _Prælectiones sive Commentaria in Thucyd. hist. seu
Narrationem de peste Atheniensium ex ore Fabii Paulini Utinens. philos.
ac med. Venetiis 1603 apud Juntas_. Chi meglio trattò la quistione
sotto l’aspetto medico è MEISTER (_Schauergemaelde der Kriegspeit in
Attika_), il quale conchiude per la nessuna somiglianza fra la peste
dell’Attica e quella dell’Oriente.

[162] _Pag._ 119. Leggi qui pure _ne avrebbero avuto vittoria_, in
luogo di _avrebbero vittoria_. Vedi lib. I, § 18, e quanto già dicemmo
nella nota (95).

[163] _Pag._ 120. Come gli notammo era Apollo il dio che mandava le
pestilenze.

[164] _Pag._ 120. Era un porto molto stimato sul golfo Argolico al sud
dell’isola Tiraca, detta più anticamente Oreate; oggidì _Prasto_.

[165] _Pag._ 121. Diodoro però (lib. XII, 45) attribuisce, e con
maggior verosimiglianza, la ritirata dei Lacedemoni alla spedizione
intrapresa da Pericle intorno il Peloponneso.

[166] _Pag._ 126. Questa multa, secondo Diodoro (lib. XII, 45) fu di
ottanta talenti, e venne provocata da Cleone suo accusatore. Secondo
quanto ne dice Diodoro e Plutarco (_Vita di Pericle_), il nuovo comando
di cui fu investito Pericle portava seco poteri straordinarii; era una
specie di dittatura.

[167] _Pag._ 126. Pericle morì di peste: ma secondo Plutarco il male
prese in lui un carattere tutto particolare; dopo languito lungo tempo,
soggiacque ad un generale esaurimento di forze.

[168] _Pag._ 128. Il testo greco dice realmente tre anni (τριὰ ἔτη),
ma pare vi sia qui errore; poichè il disastro di Sicilia successe nel
settembre del 412 av. C., e Atene si sottomise a Lisandro nell’aprile
404 av. C.; il che fa un intervallo di dieci anni.

[169] _Pag._ 128. Tucidide dice qui _da semplice privato_, perchè
gli Argivii erano allora alleati degli Ateniesi e non potevano
conseguentemente inviare pubblicamente legati in Persia. La narrazione
contenuta in questo paragrafo vedila anche in Erodoto, lib. VII, § 137.

[170] _Pag._ 131. Come fossero stati spesi questi duemila talenti, che
ragguagliano dieci milioni e ottocentomila lire italiane, lo mostra
Tucidide stesso più avanti al lib. III, § 17.

[171] _Pag._ 131. Questa capitolazione è conforme a quanto si praticava
costantemente in Grecia: ciò che in questa è singolare è la concessione
fatta del denaro pel viaggio.

[172] _Pag._ 131. Secondo Diodoro vi inviarono mille coloni, i quali si
divisero a sorte la città e il suo territorio.

Nota che più sotto a linea 15 di questa pagina vi è un _Potidea_ in
luogo di _Platea_; errore di stampa occorso anche nella edizione
originale del Boni.

[173] _Pag._ 136. Arturo (_Coda dell’Orsa_, da ἄρτος _Orsa_, e ουρα
_coda_). Stella fissa di prima grandezza situata nella costellazione
di Boote, verso la quale sembra che si diriga la coda dell’_Orsa
maggiore_. Gli antichi costumavano designare le diverse epoche
dell’anno mediante il levare ed il tramontare di certe stelle
più notevoli, cioè a dire mediante l’epoca in cui compaiono sul
nostro orizzonte, e in cui si rendono invisibili. Citansi quindi
frequentemente il levare ed il tramontare delle Plejadi, d’Orione, di
Arturo. Il levare di Arturo corrisponde presso a poco all’equinozio di
autunno, verso il 20 settembre.

[174] _Pag._ 136. Giacchè presso i Greci erano le donne di casa che
faceano e cuocevano il pane. Questa consuetudine la si riscontra nella
bibbia e in tutti i tempi eroici. Presso i Romani, che restarono per
ben quasi 600 anni senza avere publici fornai e panattieri, veggiamo
le più illustri donne applicarsi a fare il pane. La consuetudine passò
dall’Italia nelle Gallie, e dalle Gallie sino alle estreme regioni
settentrionali.

[175] _Pag._ 136. Nella sponda orientale del golfo Termaico (golfo di
Salonicchio).

[176] _Pag._ 138. Boni traduce qui per _ammiraglio_ il Ναυαρχον de’
Greci; e forse non si potea tradur meglio. Gli ammiragli dei Greci
aveano sotto di sè i _trierarchi_, i quali corrisponderebbero ai
nostri capitani di nave. Questi ultimi ascendevano ad un gran numero;
i _navarchi_ invece non erano più di dieci, e talvolta riducevansi ad
uno solo. Il _navarco_ presso i Romani chiamavasi _magister navis_.
Vegezio descrive nel seguente passo le sue funzioni. — _Singulæ liburnæ
singulos navarchos, id est quasi navicularios habebant qui exceptis
cæteris nautarum officiis, gubernatoribus, atque remigibus et militibus
exercendis, quotidianam curam et jugem exhibebant industriam_ (Lib.
V, c. 2.). Egli dava anche l’ordine del combattimento e ne regolava
ogni cosa. Le funzioni del _navarco_ pare avessero a Sparta una grande
importanza, poichè Aristotele, parlando di esso, ne dice: — A lato dei
re, che sono capi a vita, la navarchia sostituisce una specie d’altro
poter regio — (_Polit._, lib. I, c. 7.). Da un passo di Demostene
(contro Eschine) si rileva anche che al trierarco fosse affidata
la cura della flotta e l’autorità di costringere i cittadini, in
proporzione dei loro beni, ad allestire vascelli in tempo di guerra.

[177] _Pag._ 138. Scimno di Chio (verso 452) dice l’Ambracia una
colonia di Corintii, e che Gorgo, figlio di Cipselo, fu il primo
a popolarla. Strabone (lib. VII) dice che la città di Ambracia fu
fondata da Tolgo figlio di Cipselo. Antonio Liberale (_Met._ lib.
IV) che chiama Torgo quello che Scimno di Chio e Strabone chiamano
Gorgo e Tolgo, facendolo fratello di Cipselo, assicura che Ambracia
preesisteva alla colonia mandata dai Corintii. Cipselo, tiranno di
Corinto, viveva circa il 620 av. C. Dal contesto delle varie opinioni
pare però risultare abbastanza positivo che gli Ambracioti gemessero
sotto la tirannia di Faleco, quando la colonia dei Corintii giunse in
Epiro condotta da Cipselo, il quale li tolse alla tirannia di Faleco, e
verosimilmente li pose sotto la propria; giacchè Periandro, figlio di
Cipselo, è chiamato tiranno degli Ambracioti da Aristotele e da Massimo
di Tiro; ed Aristotele soggiunge anche che il popolo avendo cacciato
Periandro, ricuperasse la propria libertà. Tucidide dice questi popoli
bellicosissimi (lib. III, § 108).

[178] _Pag._ 149. I Greci si giovavano per segnali di alcune grandi
torcie che si tenevano per mano dai soldati sulle mura. Per annunciare
l’arrivo di un nemico venivano agitate; e si tenevano immobili per
annunciare l’arrivo di un soccorso.

[179] _Pag._ 150. Oggidì _Despottaghi_.

[180] _Pag._ 150. Erano i Geti una tribù abitante sopra le due sponde
del Danubio, presso il suo estuario e lungo le spiaggie occidentali
dell’Eusino. La parte marittima della Getica era stata colonizzata dai
Greci; e questo rende ragione della civiltà parziale dei Geti ch’erano
al sud del Danubio, mentre i loro connazionali ch’erano al nord
dell’istesso fiume rimasero in istato di barbarie e di indipendenza. I
Geti vengono descritti da Erodoto (lib. IV, 93) come stanziati al suo
tempo al sud dell’Istro (Danubio), e sono da lui qualificati come i più
valorosi fra i Traci. Secondo Strabone (lib. VII), i Geti che stavano
alla parte occidentale salendo il Danubio, erano chiamati Daci; quelli
che erano all’oriente presso il Ponto Eusino erano detti propriamente
Geti; e chiamavansi Tirigeti quelli che abitavano lungo il fiume Tyras;
tutti però parlavano la lingua dei Traci; erano essi continuamente
alle prese cogli Sciti, coi Sarmati, coi Bastarni. I Geti che condotti
da Odino o Woden, conquistarono la Scandinavia, mossero anche dalle
spiaggie dell’Eusino, e vuolsi da alcuni che avessero origine comune
coi Geti.

[181] _Pag._ 150. Sopra un gran numero di carte geografiche del mondo
antico, e su quella stessa messa in fronte al Tucidide di Ducker,
questi popoli Dii sono designati col nome di _Macherofori_: l’errore è
assai strano; Tucidide chiama costoro Μαχαιροφορων cioè _portatori di
coltello_, ed i geografi presero un appellativo di un popolo pel popolo
stesso.

[182] _Pag._ 152. Del valor militare degli Sciti parlano a lungo
Erodoto (lib. IV, 46 e segg.), Giustino (lib. II, c. 3); Eforo presso
Strabone (lib. VII).

[183] _Pag._ 152. L’Alessandro di cui qui parla Tucidide era il figlio
di Aminta. La storia di Macedonia non va più oltre il regno di Carano,
principe argivo, che discendeva da Temene, il primo degli Eraclidi
che rientrò nel Peloponneso con Cresfonte suo fratello. I Temenidi
divennero celebri per essere stati posti in iscena da Euripide. La
storia di Temena vedila in Apollodoro (lib. II).

[184] _Pag._ 153. A Carano, salito al trono verso l’814 av. C.,
successero Ceno, Tirma, Perdicca I, Argeo, Filippo I, Eropante, Alceta,
Aminta I, e a questi l’Alessandro (497 av. C.) di cui parla Tucidide.
Erodoto (lib. VIII, 137) non menziona i tre primi re della Macedonia,
ma nomina quale fondatore di questo imperio Perdicca, dall’anno 729
all’anno 678 av. C.

[185] _Pag._ 153. Sitalce, dopo aver seguito l’Axio fino ad Edomene,
si trasferì sulla destra verso il settentrione della Tessaglia, prese
Gortinia ed Atalanta; dunque la città di Europo ch’egli assediò
inutilmente (come più sotto Tucidide accenna), non è quella che sorgeva
sull’Axio, come parecchi commentatori vorrebbero far credere, ma
sibbene quella che stava sulle frontiere della Tessaglia.

[186] _Pag._ 157. Tutte le città di Lesbo formavano allora una specie
di confederazione, a capo della quale era Mitilene, governata essa pure
dall’aristocrazia.

[187] _Pag._ 158. Mitilene, come tutte le città alleate degli
Ateniesi, era divisa in due fazioni, la democratica e l’aristocratica;
è a credersi che i progetti di defezione vennero rivelati dai capi
democratici, giacchè veggiamo poi il popolo, non appena ebbe armi,
costringere i magistrati a venire ad accordi cogli Ateniesi. Circa le
cause di questa guerra veggasi Aristotele (_Politic._, lib. V, 3). Vedi
anche più avanti alla nota 185.

[188] _Pag._ 158. Giacchè discendevano dagli Eolii.

[189] _Pag._ 158. Lesbo e Chio aveano esse sole fornite cinquanta navi
agli Ateniesi; vedi retro al lib. II, § 56.

[190] _Pag._ 161. Questa frase — _a causa della moltiplicità dei
suffragi_, vuolsi intendere, _per il gran numero di opinioni diverse
che dividevano fra loro quelli che aveano il diritto di suffragio_;
la frase δια πολυψηφιαν è dallo Scoliaste di Tucidide spiegata per
δια το μη τα αυτα πασι δοκειν. E qui vuolsi notare che l’isola di
Lesbo (oggidì Metelina), una delle più popolate del mare Egeo ed alla
quale Strabone dava 560 stadii di lunghezza, con un circuito di 1,500
stadii, conteneva Antilla, Eressa, Mitilene e Metimna, città quasi
tutte celebri in floridezza e popolazione. All’epoca di cui parla
Tucidide, cioè il quarto anno della guerra peloponnesiaca, la capitale
di Lesbo, Mitilene, volea scuotere il giogo d’Atene; ma Mitilene sola
poteva nulla; ciascuna città dell’isola avendo il suo (ψηφος) diritto
di suffragio; ciascuna usando ed abusando di questo diritto secondo
il proprio particolare interesse, bene spesso contrario all’interesse
generale, facea sì che i Mitilenei non potessero venire a capo di
quella conformità d’animo e di mente che sola potea renderli capaci di
scuotere il giogo d’una nazione oppressiva i suoi alleati. Vedi su di
ciò Gail, tom. VI, pag. 159.

[191] _Pag._ 165. La legislazione di Atene non avea per iscopo la
perfetta eguaglianza delle terre, ma volea soltanto impedire una
soverchia ineguaglianza di fortune. Non avendo Solone in Atene tanta
autorità quanta ne ebbe Licurgo in Lacedemonia, ma volendo pur mettere
un ritegno sicuro all’ingrandimento della proprietà, senza far legge
che prescrivesse l’eguaglianza nello spartimento delle terre, si
contentò di dividere il popolo in quattro classi, la prima delle quali
si componea di Pentacosiomedimni, vale a dire di coloro che possedevano
o ritraevano dalle loro proprietà una rendita annuale di cinquecento
_medimni_ (misura di sei moggia, cui i latini chiamano _medinum_); la
seconda di cavalieri possessori di 400 medimni; in Zeugiti che non
aveano che una rendita di trecento medimni; ed in Teti (i _capite
censi_ dei Latini) aventi una rendita minore delle surriferite; erano
questi i veri proletarii. Le sole tre prime classi di cittadini poteano
avere qualunque ufficio, e tutte aveano diritto di assistere alle
assemblee del popolo e di sedere nei tribunali; però le due prime
classi montavano assai raramente le navi, essendo il servizio di terra
considerato più onorevole. Vedi il PETIT già citato, _De legibus
atticis_.

[192] _Pag._ 166. Antissa, al dir di Strabone, era da principio
un’isoletta vicinissima all’isola di Lesbo, la quale allora avea il
nome di Issa; per la qual cosa veniva chiamata Antissa vale a dire
_opposta_ ad Issa. Fu in seguito riunita dalle sabbie alla grande isola
su cui venne poscia edificata una città detta Antissa. Tito Livio
riferisce come fosse stata distrutta dai Romani (XLV, 31). Eustazio
parla di questa isola nei suoi Commentarii al lib. III dell’Odissea; di
Antissa si hanno medaglie in oro, in argento, in bronzo, colla leggenda
ΑΝΤΙΣ.

[193] _Pag._ 166. Questa tassa, come notano i commentatori, non fu un
tributo imposto su tutto il popolo, ma una contribuzione volontaria dei
ricchi per la guerra. Il contingente di cui parla più sotto Tucidide
che Lisicle andava esigendo, non è ben chiaro se fosse un tributo
ordinario, od una contribuzione di guerra; pare però non verosimile
che gli Ateniesi avessero voluto accrescere i pesi ai loro tributarii,
mentre era generale in questi la diserzione.

[194] _Pag._ 166. Questo côlle Sandio è nominato da nessun altro
storico o geografo antico.

[195] _Pag._ 168. Presso gli antichi gli arcieri aveano sempre un piede
nudo onde esser meglio sicuri di non isdrucciolare sui terreni fangosi.

[196] _Pag._ 170. Questo Pausania non va confuso col Pausania figlio
di Cleombroto di cui parlò più volte Tucidide (lib. I, 94, 107, 114;
lib. II, 21, ecc.). Plistoanatte era in questi tempi condannato in
esiglio per non essersi portato oltre Eleusi nell’invasione che fecero
nell’Attica i Lacedemoni, quattordici anni avanti la guerra del
Peloponneso. Vedi Tucidide, lib. I, § 114.

[197] _Pag._ 172. Pare che questi fuorusciti fossero capi
dell’aristocrazia, esiliati dai democratici di Atene.

[198] _Pag._ 172. Questa Cuma, città marittima dell’Asia minore, godea
di una singolare celebrità pel carattere sciocco de’ suoi abitanti.
Strabone riferisce questo solo: che i Cumei stettero ben trecento anni
senza pensare a mettere un’imposta sulle mercanzie che entravano nel
loro porto; il che fece dire che non si erano accorti per ben trecento
anni che la loro città fosse in riva al mare. Vedi STRABONE, lib. XIII,
e VELL. PATERC., lib. I, c. 4. Questa Cuma è la Sandarli d’oggidì.

[199] _Pag._ 173. Facendo il giro del golfo di Smirne e della penisola
di Clazomene.

[200] _Pag._ 173. Anea sul continente di fronte a Samo, ed era il
consueto rifugio dei Samii esiliati.

[201] _Pag._ 174. La _Paralo_ era una nave d’Atene di singolare
venerazione, e della quale non si faceva uso se non per importanti
affari di Stato o di religione. La sua origine è incerta; Suida la trae
da un eroe che portava un tal nome (un Paralo passava in Grecia per
essere stato il primo che navigasse sopra una galera o nave lunga).
Qualche commentatore la dice destinata a portare gli ordini d’Atene
lungo la costa da παρα _juxta_, e άλς _mare_. La _Salamina_ poi era una
nave destinata esclusivamente alle corrispondenze fra Atene e Salamina.

[202] _Pag._ 175. Anche Diodoro riferisce che per un decreto di Cleone
doveano essere trucidati tutti gli uomini capaci di portar armi (lib.
XII, 55).

[203] _Pag._ 175. Cioè i pritani, o strategi, i quali in tempo di
guerra potevano anche convocare straordinariamente il popolo.

[204] _Pag._ 176. Questo Cleone è lo stesso messo in iscena da
Aristofane nei Cavalieri (verso 136). Lo Scoliaste di Luciano (Timone
§ 30) dice che Cleone mutò egli stesso consiglio mercè dieci talenti
che nella notte gli fecero tenere i Lesbii. Dell’ingegno, dei costumi
e della facondia di questo Cleone, vedi che ne dice Tucidide, lib. IV,
22, 27.

[205] _Pag._ 186. Pachete ebbe non molto dopo a pagare il fio della sua
condotta; e si trafisse egli stesso colla spada onde sottrarsi alla
condanna (PLUTARCO, _Vita di Nicia_, § 6).

[206] _Pag._ 186. Presso i Greci ed i Romani si assegnavano agli Dei
alcune delle terre appartenenti allo Stato; venivano esse date in
affitto a particolari, i quali si assumevano la manutenzione dei tempii
e le spese del culto (Vedi ARISTOTELE, _Politica_, VII, 10). Spesse
volte anche i privati consacravano agli Dei qualche fondo, del quale
continuavano però a godere le rendite tanto essi che i loro discendenti
(SENOFONTE, _Anab._, V, 3).

[207] _Pag._ 186. La mina valeva cento dramme, il che equivaleva a 90
lire italiane.

[208] _Pag._ 187. All’epoca del tentativo di Cnemo e di Brassida contro
Salamina.

[209] _Pag._ 190. Bloomfield fa qui con molta ragione considerare come
questa reputazione fosse ben immeritata. Oltre all’eccidio dei neutri
e la distruzione di Platea essi non si fecero scrupolo mai di alcun
delitto nel soddisfare la loro ambizione.

[210] _Pag._ 191. Ai tempi di Strabone venivano ancora mostrate queste
tombe a Platea.

[211] _Pag._ 200. Questa costumanza di consacrare le vesti ai morti, si
riscontra accennata in quasi nessun antico scrittore; è un fatto su cui
gli eruditi non hanno ancora sperimentate le loro forze.

[212] _Pag._ 200. Era riputato sacrilegio il recidere pur un ramo da un
bosco sacro.

[213] _Pag._ 204. Quest’istmo era stato tagliato da’ Corintii quando
inviarono una colonia a Leucade; ai tempi di Tucidide le sabbie
l’aveano nuovamente riunita al continente. Ai tempi di Tito Livio,
Leucade era ridivenuta un’isola; oggidì essa è separata dal continente
da un basso fondo che i flutti del mare lasciano asciutto in tempo di
calma.

[214] _Pag._ 204. Corfù avea due porti, l’uno prospiciente verso il
continente, l’altro, detto Iliaco, verso il mar Jonio. A quest’ultimo
era attigua la piazza publica, quartiere dei ricchi. Vedi MARMORA,
_Storia di Corfù_; e NEIGEBAUR, _Jonische Inseln_.

[215] _Pag._ 205. Aristotele fa osservare che gli Ateniesi distrussero
sempre dovunque l’oligarchia, i Lacedemoni i governi democratici.

[216] _Pag._ 206. Veggasi il mirabile riscontro di quello che qui
ragiona Tucidide con quanto scrisse il Machiavello sul principio del
libro III delle sue _Storie Fiorentine_. Anche Sallustio attinse da
queste pagine di Tucidide molte belle parti della sua _Congiura di
Catilina_.

[217] _Pag._ 209. Sulle cause di questa guerra veggasi ciò che ne dice
Diodoro (lib. XII, 54 e seg.).

[218] _Pag._ 209. Cioè Siracusa, Gela, Agrigento, Imera, Messina.

[219] _Pag._ 209. I Calcidesi aveano fondato Nasso, metropoli di
Leonzio e di Catania.

[220] _Pag._ 209. Capo di questa legazione era Gorgia Leontino, celebre
uomo di Stato, sofista ed oratore, immortalato dal dialogo di Platone
che porta il suo nome. Riuscita a bene, come si narra da Tucidide
stesso, la sua missione, i suoi concittadini gli coniarono una medaglia
d’onore. Gorgia campò, dicesi, oltre 120 anni. Venuto ad Atene vi si
trattenne come alla sede della civiltà e della scienza. Celebre è la
sua opera (però perduta) _Del non-ente o della Natura_, in cui, secondo
gli estratti che trovansi nell’opera pseudo-aristotelica _De Xenophane,
Zenone et Gorgia_ e in Sesto Empirico, si propose di mostrare 1º che
nulla assolutamente esiste; 2º che se pur cosa esiste non si può
conoscere; 3º che se pur qualche cosa esistesse e si conoscesse, pure
non si potrebbe esprimere e comunicare agli altri. Secondo Cicerone,
Gorgia fu il primo che all’improvviso parlasse in publico su qualunque
suggetto (_De Orat._, I, 22; III, 32). Intorno a questo celebre antico
veggasi FOSS, _De Gorgia Leontino, Comentatio_ (Halla, 1828).

[221] _Pag._ 209. Diodoro fa ascendere questi uomini a dieci migliaia.

[222] _Pag._ 209. Cioè le isole Eolie, oggidì dette _Isole Lipari_, dal
nome della principale fra esse. Sono sette, e giacciono fra la Sicilia
e penisola italiana; traevano il loro nome da Eolo, dio dei venti, che
si diceva aver quivi la sua sede; erano anche chiamate _Vulcanie_ dai
molti loro vulcani, e questa è la ragione per cui erano, come dice
Tucidide, mancanti d’acqua nella state.

[223] _Pag._ 211. Mila, presentemente Milazzo o Melazzo, città della
Sicilia, dalla parte occidentale sulle sponde d’un piccol fiume dello
stesso nome. Fu a poca distanza da questa città che la flotta d’Augusto
comandata da Agrippa vinse quella del giovane Pompeo (TITO LIVIO, XXIV,
20, 31).

[224] _Pag._ 211. Questo Demostene non vuol essere confuso col celebre
oratore. Demostene deve la sua celebrità al gran disastro in Sicilia
che viene qui narrando e descrivendo Tucidide, nonostante si fosse
mostrato valoroso soldato e capitano nella vittoria ottenuta sugli
Ambracioti, nella difesa di Pilo, e nella presa di Sfacteria (lib. IV,
§§ 31, 32, 38).

[225] _Pag._ 211. Qui Zevort nota a questo passo che _il testo è
evidentemente errato, giacchè Oropo_, dic’egli, _non è posta in faccia
a Melo, ma è città della Beozia di fronte all’Eubea_. Ma Zevort non
avverte che parecchie città della Grecia portavano il nome d’Oropo:
di questa una era nell’Attica sui confini beoti; un’altra nell’Eubea;
una terza era sulle côste dell’Argolide, e questa era forse quella a
cui allude Tucidide. Il singolare però si è che tutti i commentatori
ritennero che Tucidide alludesse qui all’Oropo attica o beota, il che è
assolutamente impossibile che fosse nella mente di Tucidide.

[226] _Pag._ 211. Era suocero di Alcibiade ed uno dei più ricchi
cittadini di Atene.

[227] _Pag._ 212. Di questa città si scorgono tuttavia le ruine sopra
un côlle a sedici chilometri circa dalle Termopili.

[228] _Pag._ 213. Gli Euritani formavano la tribù più bellicosa e
potente degli Etoli; è questa la ragione per cui Demostene dovea
assalirli ultimi: presso questi popoli Ulisse ricevette dopo la sua
morte gli onori eroici.

[229] _Pag._ 214. Circa i particolari di questa morte vedi Plutarco
(_Banchetto dei sette Savii_).

[230] _Pag._ 214. Nessun geografo antico ha lasciato notizie
riguardanti queste tre città.

[231] _Pag._ 215. Oggidì Abukor: borgo a sei leghe di Lepanto.

[232] _Pag._ 216. Gli Amfissei, cioè quelli della città di Amfissa
contigua alla Focide, che Ovidio chiama anche Isse (_Metam._, VI, 24),
è la Solona d’oggidì.

[233] _Pag._ 216. Citinio giaceva alle falde del monte Eta sui confini
della Doride e della Tessaglia. Vedi lib. I, § 107; e lib. III, § 95.

[234] _Pag._ 218. Ecco come Erodoto ci fa conoscere la purificazione
fatta da Pisistrato: «Avendo anche per l’avanti purgata l’isola di
Delo, secondo l’ammonizione degli Oracoli. E mondolla nella guisa
seguente. Per quanto dal sacrario colla vista si dominava, per tutto
questo tratto della contrada, scavati li cadaveri gli trasportò in
altro tratto di Delo» (lib. I, § 64).

[235] _Pag._ 218. Vedi retro al lib. I, § 13.

[236] _Pag._ 218. Questo inno che Tucidide fa d’Omero, è di Omero? Gli
inni che vanno tuttora sotto il nome di Omero, non sono da attribuirsi
a costui più che nol siano i poemi ciclici. Essi chiamavansi dagli
antichi προεμὰ come a dire _proemi_ o _preludii_, e cantavansi dai
rapsodi come introduzioni dei poemi epici alle feste degli Dei
rispettivi, cui sono dedicati. A questi rapsodi debbono probabilmente
gli inni la loro origine. «Cotesti inni, dice Müller, mostrano una
tale diversità di lingua e di ritmo poetico, che probabilissimamente
contengono frammenti di ogni secolo dal tempo di Omero sino alla guerra
persiana» (_Hist. of Greek Liter._, pag. 74). Ciò nondimeno la maggior
parte di essi furono annoverati tra i componimenti omerici, persino da
tali che vissero in tempo in cui fioriva tuttora la greca letteratura.
Ma la cagione non è difficile a indovinarsi. Essendo essi recitati
insieme co’ poemi omerici, vennero a poco a poco attribuiti allo
stesso autore, e continuossi a considerarli più o meno generalmente
come tali, finchè alcuni critici, e particolarmente gli Alessandrini,
avvertirono le differenze che correvano tra il loro stile e quello di
Omero. In Alessandria non furono mai tenuti per genuini, ond’è che
niuno dei grandi critici di quella scuola non pensò mai, per quanto
sappiasi, a farne una raccolta regolare. (WOLF, _Prolegomena_ ecc., p.
266). Degli inni tuttora esistenti, cinque sono quelli che meritano
attenzione particolare a ragione della maggiore loro lunghezza e
delle notizie mitologiche ch’essi contengono; e sono quelli ad Apollo
Delio, ad Apollo Delfico, a Mercurio, a Cerere e a Venere. All’inno
d’Apollo Delio, appartengono i passi qui citati da Tucidide, una volta
considerati come parte di quello d’Apollo Pitio, è lavoro di un Omeride
di Chio, e si accosta talmente al vero fare omerico, che l’autore il
quale chiamasi cieco poeta che visse nella dirupata Chio, fu riguardato
come Omero stesso da Tucidide; esso narra la nascita di Apollo in Delo;
ma se n’è perduta una gran parte. Oltre MÜLLER e WOLF su citati, si
consulti WELCKER, _Epische Cyclus_, ecc., WARDEMBURG, _Observationes
criticae in Homeri hymnos_, etc.

[237] _Pag._ 220. Nessun geografo antico lasciò notizie di questo
castello. Vedi che ne dice POPPO, _Adn. et Pref._ 2, pag. 142 lib. III,
§ 107.

[238] _Pag._ 223. Il Boni qui ed altrove (§§ 113, 114, ecc.) scrive
_Argei_; al lib. II, § 103 scrive _Agrai_; al lib. II, § 106 _Agrei_, e
questa è la vera lezione (Αγραιων).

[239] _Pag._ 225. Di questo Anattorio vedi lib. I, § 46, 55; lib. II,
§§ 9, 80, 81 ecc.

[240] _Pag._ 225. Qui meglio che _d’Imerea_, leggi _d’Imera_; vedi
Tucidide, lib. VI, §§ 5, 62. Più innanzi (lib. VII, § 1 e 58) parla
degli Imerei e della loro sede.

[241] _Pag._ 228. Questa Pilo, detta Pilo di Messenia per
differenziarla da altre tre città dello stesso nome, è l’attuale
_Zuchio_ o _Vecchio Navarino_.

[242] _Pag._ 229. Quelli che Boni chiama qui _ufficiali subalterni_
sono detti da Tucidide _tasiarchi_: tasiarchi erano detti anche quei
magistrati eletti annualmente in ciascuna delle dieci tribù d’Atene per
comandare l’infanteria quando il popolo intraprendeva in massa qualche
spedizione.

[243] _Pag._ 229. Mediante un muro fatto di pietre ammucchiate.

[244] _Pag._ 230. La frase del Boni — gli Spartani propio e i più
prossimi dei circonvicini — è la traduzione di ciò che Tucidide chiama
_Spartiati_ e _Perieci_. Gli _Spartiati_ erano gli abitanti della città
propria distinti da tutti gli altri Lacedemoni dimoranti fuor di città,
ai quali non concedevasi mai cittadinanza; e questi ultimi erano detti
_Perieci_.

[245] _Pag._ 230. Queste navi pare dovessero essere quelle di
Eurimedonte e di Sofocle che ritornavansi in Sicilia.

[246] _Pag._ 236. Qui alla frase _a testa_, aggiungi _per giorno_.
Che cosa fosse una chenica attica non è ancor ben dimostrato dagli
eruditi; ma dicendo qui Tucidide che gli Spartiati ricevevano ciascuno
due cheniche di farina, e che gli schiavi non ne ricevevano meno d’una,
puossi indurre che questa misura potesse stare fra l’una e le due
libbre delle nostre. Ben gli è vero che la Glossa antica ragguaglia
la chenica a mezzo moggio, ed altri la ragguaglia a due sestai, ma da
questo passo di Tucidide non pare che la chenica potesse valer tanto.
Un cotile era un quarto di chenica.

[247] _Pag._ 238. L’eccidio dei guerrieri di Sfacteria.

[248] _Pag._ 238. Ciascuno, infatti, avrebbe avuto a vendicare un
parente od un’amico, se i soldati di Sfacteria fossero stati trucidati.

[249] _Pag._ 239. Secondo Diodoro (lib. XII, 63), i legati avrebbero
proposto un numero eguale di prigionieri, e dietro il rifiuto degli
Ateniesi, avrebbero soggiunto ch’essi stimavano i lacedemoni da più di
loro stessi, dappoichè non ne accettavano il cambio.

[250] _Pag._ 240. Gli antichi hanno parlato molto dei pericoli che
correano i navigatori nel canale di Messina fra Scilla e Cariddi. Tali
pericoli esistono ancora tuttavia, ma dove il terreno ha cambiato
alquanto di figura, non sono sì terribili, come dagli antichi ci
vennero rappresentati. L’intervallo di mare fra la côsta da Messina
sino al capo Peloro e la Calabria è continuamente tormentato da
numerose correnti in diverse direzioni. Il corso di alcune è sempre
eguale, quello delle altre è vario. Il pericolo nasce dal non conoscere
bene la direzione di queste correnti.

[251] _Pag._ 241. Dove sorgeva il promontorio _Peloro_, alla sommità
del quale si eresse il _Faro di Messina_.

[252] _Pag._ 250. Tucidide veramente dice — in maggior pregio dovrebbe
tenersi l’_atracton_: — è questo il nome del legno con cui si facevano
le freccie; era una specie di acanto.

[253] _Pag._ 253. Mandare a chiedere per mezzo di un araldo i morti,
equivaleva confessarsi vinti: ciò nondimeno Nicia preferì all’onore
della vittoria il non lasciare i suoi senza sepoltura, giacchè ciò era
considerato un sacrilegio.

[254] _Pag._ 255. Queste scene hanno pur troppo un riscontro cogli
orrori dei settembrizzatori di Francia.

[255] _Pag._ 256. Qui Boni traducendo _fronteggiata da Lacedemoni_
cade in manifesto errore; il testo dice — Λακεδαιμόνιοι δ’εἰσὶ των
περιοικων, ecc., cioè _gli abitanti sono Lacedemoni della classe dei
perieci_.

[256] _Pag._ 256. Cioè _giudice di Citera_.

[257] _Pag._ 258. Fino allora non aveano avuto che infanteria pesante
gli Opliti; la cavalleria traenvanla dai loro alleati.

[258] _Pag._ 259. Meglio che _Siciliani_, qui avremmo tradotto
_Sicilioti_; giacchè trattasi qui delle città greche abitate da coloro
che Tucidide chiama Σικελιῶται per distinguerli dai Siciliani antichi
abitatori dell’isola detti da Tucidide Σικελοι.

[259] _Pag._ 261. Per cagione della loro parentela coi Lacedemoni
ugualmente dorici. Le prime colonie joniche stabilite in Sicilia erano
venute da Calcide d’Eubea. Come già notammo, i Calcidesi fondarono
Nasso, metropoli di Leonzio e di Catania.

[260] _Pag._ 263. Notano i commentatori che la _Morgantina_ di cui qui
parla Tucidide, non può essere la città che sorge alla fine del Simeto.
Probabilmente debbe essere qualche città dello stesso nome posta sui
confini dei Siracusani e dei Camarinei, di cui s’è perduta notizia.

[261] _Pag._ 263. Soli i Locri non fermarono pace cogli Ateniesi. Vedi
Tucidide, lib. V, § 5.

[262] _Pag._ 263. Era un porto del golfo di Corinto.

[263] _Pag._ 264. Strabone dice diciotto stadii, il che sembra più
verosimile poichè, nota Zevort, presentemente non vi ha alcun luogo
della côsta che sia lontano da Megara molto più di otto stadii.
Bisognerebbe quindi ammettere o che la configurazione della côsta sia
mutata, o che vi ha un errore in Tucidide.

[264] _Pag._ 264. Strabone anzi che isola, la chiama promontorio di
Minoa, dal che Zevort induce che possa essersi l’isola convertita
in promontorio, mentre ai tempi di Tucidide non era separata dal
continente che per un braccio di mare sì angusto, da poterlo
far cavalcare da un ponte. Ma egli non avverte come esistesse
contemporaneamente il promontorio di Minoa, che Strabone dice aver
formato il porto di Nisea, e l’isola di Minoa, detta poi di Minosse,
che sorgeva nel golfo Saronico in pochissima distanza dal porto di
Nisea, e di cui parla anche Pausania nell’_Attica_, c. 44.

[265] _Pag._ 265. Quelli che Boni chiama qui _soldati della ronda_,
sono detti da Tucidide _peripoli_ (περίπολόι); erano questi una milizia
cui era commessa la guardia del territorio, e che d’ordinario non
usciva di paese. Entrava in questo servizio tutta la gioventù nell’età
dei diciotto ai vent’anni; erano armati alla leggera; erano qualche
cosa di non dissimile dalla nostra guardia nazionale, tranne che in
questa milizia i giovani faceano i primi esercizi della carriera
militare successiva.

[266] _Pag._ 266. Dalla parola άποῤῥήξαντες usata qui da Tucidide, si
potrebbe indurre che gli Ateniesi avessero solo demolita una parte
delle mura, e quanto bastava per isolare Nisea. Tucidide stesso dice
più oltre (§ 109), che i Megaresi le distrussero poi del tutto.

[267] _Pag._ 269. Circa questa deliberazione, vedi retro al § 52.

[268] _Pag._ 281. Questo passo _i Tebani con quelli del loro comune_ è
la traduzione del testo και οι ξυμμοροι αυτοις; questi ξυμμοροι fecero
sudar molti commentatori, i quali non sapeano che cosa fossero in Tebe.
In Atene chiamavasi ξυμμορια quella parte di abitanti dell’Attica che
avea ottenuto il diritto di cittadinanza; da ciò Ducker pel primo
suppose, e molto verosimilmente, che Tucidide trasferisse ai Tebani una
denominazione propria degli Ateniesi.

[269] _Pag._ 290. Canale di Serse. Vedi ERODOTO, lib. VII, 21 e 22.

[270] _Pag._ 295. Tutti questi luoghi sono ora affatto sconosciuti.
Consultisi POPPO, _suppl._, p. 214.

[271] _Pag._ 301. Altri tradussero: _il gigantesco loro aspetto_ in
luogo di _la vista di lor moltitudine_; prendendo il vocabolo οψις nel
senso di _apparenza, aspetto; sono terribili per molta apparenza_; e a
noi piacerebbe pure questa lezione.

[272] _Pag._ 305. La legge non permetteva fossero i cittadini investiti
di alcuna carica avanti l’età dei trent’anni.

[273] _Pag._ 306. Le guardie a certe ore di notte si trasmetteano
di mano in mano un campanello; era questo un mezzo d’accertarsi che
nessuna d’esse fosse presa dal sonno.


  FINE DEL PRIMO VOLUME.




INDICE


  AL LETTORE                                                 pag.   V
  VITA DI TUCIDIDE                                            »   VII
  AI LETTORI — IL TRADUTTORE                                  »  XLIX

  LIBRO PRIMO

  Sommario

  Proemio in cui si amplifica la grandezza della guerra
    che si descrive. — Cagioni per cui ella fu mossa. —
    Epidamno rifiutata dai Corfuotti ricorre a Corinto. —
    I Corfuotti si volgono agli Ateniesi. — Battaglia
    navale. — Potidea si ribella, ed è assediata. —
    Lacedemone intima la guerra ad Atene. — Come Atene
    ingrandisse. — Antico stato della Grecia. — Imprese di
    Pericle. — Ambasciatori lacedemoni ad Atene. —
    Pausania e Temistocle. — Risposta degli Ateniesi          »     1

  LIBRO SECONDO

  Sommario

  I Tebani che occupano Platea sono presi ed uccisi. —
    Preparativi di guerra. — Arringa di Archidamo. —
    Rancori della plebe ateniese contro Pericle. —
    Orazione funebre. — Peste devastatrice. — Pericle
    rianima gli Ateniesi. — Sua morte ed elogio. —
    Uccisione dei legati lacedemoni. — I Peloponnesi a
    Platea. — Battaglia fra gli Ateniesi e quei di Calcide.
    — Gli Ambracioti ed i Caonii si ribellano. — Vittoria
    navale degli Ateniesi. — I Traci nella Macedonia          »    87

  LIBRO TERZO

  Sommario

  Ribellione dei Lesbiani. — I Legati di Mitilene al
    congresso del Peloponneso. — Preparativi di guerra. —
    I Plateesi traversan le trincee e si salvano. — I
    Peloponnesi invadono l’Attica. — Feroce arringa di
    Cleone contra quei di Mitilene. — Diodoto perora in
    loro favore. I Plateesi si arrendono, e son difesi
    innanzi ai deputati Lacedemoni. — I Tebani si
    oppongono, ed ottengono che sian tutti puniti di
    morte. — Tumulti di Corfù. — Guerra dei Leontini, ed
    occupazion di Messina. — Demostene è vinto dagli
    Etolii. — Purificazione di Delo. — Gli Acarnani fan
    la pace con quei di Ambracia                              »   157

  LIBRO QUARTO

  Sommario

  Ribellione di Messina. — Gli Ateniesi vincono in mare i
    Peloponnesi. — Legati Lacedemoni in Atene. — Affari
    in Sicilia. — Nuova sconfitta dei Peloponnesi. — Nicia
    conduce gli Ateniesi a Corinto. — I Lacedemoni prendon
    l’isola di Citera. — La Sicilia si pacifica. —
    Avvenimenti di Megara. — Brasida in Tracia. — I Beoti
    vincon gli Ateniesi. — Conquiste di Brasida. — Tregua
    di un anno. — Ribellione di Mende e di Scione. —
    Brasida e Perdicca muovon contro Arribeo. — Gli
    Ateniesi ricuperano Mende, ed assediano Scione            »   227

  Note dell’Editore                                           »   307





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.



*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO, LIBRI VIII, VOL. 1/2 ***


    

Updated editions will replace the previous one—the old editions will
be renamed.

Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
law means that no one owns a United States copyright in these works,
so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United
States without permission and without paying copyright
royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
of this license, apply to copying and distributing Project
Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™
concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
and may not be used if you charge for an eBook, except by following
the terms of the trademark license, including paying royalties for use
of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for
copies of this eBook, complying with the trademark license is very
easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation
of derivative works, reports, performances and research. Project
Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away—you may
do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected
by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark
license, especially commercial redistribution.


START: FULL LICENSE

THE FULL PROJECT GUTENBERG™ LICENSE

PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK

To protect the Project Gutenberg™ mission of promoting the free
distribution of electronic works, by using or distributing this work
(or any other work associated in any way with the phrase “Project
Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full
Project Gutenberg License available with this file or online at
www.gutenberg.org/license.

Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg
electronic works

1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg
electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
and accept all the terms of this license and intellectual property
(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
the terms of this agreement, you must cease using and return or
destroy all copies of Project Gutenberg electronic works in your
possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
Project Gutenberg electronic work and you do not agree to be bound
by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the person
or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.

1.B. “Project Gutenberg” is a registered trademark. It may only be
used on or associated in any way with an electronic work by people who
agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
things that you can do with most Project Gutenberg electronic works
even without complying with the full terms of this agreement. See
paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg electronic works if you follow the terms of this
agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg
electronic works. See paragraph 1.E below.

1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation (“the
Foundation” or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
of Project Gutenberg electronic works. Nearly all the individual
works in the collection are in the public domain in the United
States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
United States and you are located in the United States, we do not
claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
displaying or creating derivative works based on the work as long as
all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
that you will support the Project Gutenberg mission of promoting
free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg
works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
Project Gutenberg name associated with the work. You can easily
comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
same format with its attached full Project Gutenberg License when
you share it without charge with others.

1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
in a constant state of change. If you are outside the United States,
check the laws of your country in addition to the terms of this
agreement before downloading, copying, displaying, performing,
distributing or creating derivative works based on this work or any
other Project Gutenberg work. The Foundation makes no
representations concerning the copyright status of any work in any
country other than the United States.

1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:

1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
immediate access to, the full Project Gutenberg License must appear
prominently whenever any copy of a Project Gutenberg work (any work
on which the phrase “Project Gutenberg” appears, or with which the
phrase “Project Gutenberg” is associated) is accessed, displayed,
performed, viewed, copied or distributed:

    This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
    other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
    whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
    of the Project Gutenberg™ License included with this eBook or online
    at www.gutenberg.org. If you
    are not located in the United States, you will have to check the laws
    of the country where you are located before using this eBook.
  
1.E.2. If an individual Project Gutenberg electronic work is
derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
contain a notice indicating that it is posted with permission of the
copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
the United States without paying any fees or charges. If you are
redistributing or providing access to a work with the phrase “Project
Gutenberg” associated with or appearing on the work, you must comply
either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg
trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.

1.E.3. If an individual Project Gutenberg electronic work is posted
with the permission of the copyright holder, your use and distribution
must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
will be linked to the Project Gutenberg License for all works
posted with the permission of the copyright holder found at the
beginning of this work.

1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg
License terms from this work, or any files containing a part of this
work or any other work associated with Project Gutenberg.

1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
electronic work, or any part of this electronic work, without
prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
active links or immediate access to the full terms of the Project
Gutenberg License.

1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
any word processing or hypertext form. However, if you provide access
to or distribute copies of a Project Gutenberg work in a format
other than “Plain Vanilla ASCII” or other format used in the official
version posted on the official Project Gutenberg website
(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
of obtaining a copy upon request, of the work in its original “Plain
Vanilla ASCII” or other form. Any alternate format must include the
full Project Gutenberg License as specified in paragraph 1.E.1.

1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
performing, copying or distributing any Project Gutenberg works
unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.

1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
access to or distributing Project Gutenberg electronic works
provided that:

    • You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
        the use of Project Gutenberg works calculated using the method
        you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
        to the owner of the Project Gutenberg trademark, but he has
        agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
        Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
        within 60 days following each date on which you prepare (or are
        legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
        payments should be clearly marked as such and sent to the Project
        Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
        Section 4, “Information about donations to the Project Gutenberg
        Literary Archive Foundation.”
    
    • You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
        you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
        does not agree to the terms of the full Project Gutenberg™
        License. You must require such a user to return or destroy all
        copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
        all use of and all access to other copies of Project Gutenberg™
        works.
    
    • You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
        any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
        electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
        receipt of the work.
    
    • You comply with all other terms of this agreement for free
        distribution of Project Gutenberg™ works.
    

1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
Gutenberg™ electronic work or group of works on different terms than
are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of
the Project Gutenberg™ trademark. Contact the Foundation as set
forth in Section 3 below.

1.F.

1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
Gutenberg™ collection. Despite these efforts, Project Gutenberg™
electronic works, and the medium on which they may be stored, may
contain “Defects,” such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
cannot be read by your equipment.

1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the “Right
of Replacement or Refund” described in paragraph 1.F.3, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
Gutenberg™ trademark, and any other party distributing a Project
Gutenberg™ electronic work under this agreement, disclaim all
liability to you for damages, costs and expenses, including legal
fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
DAMAGE.

1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
written explanation to the person you received the work from. If you
received the work on a physical medium, you must return the medium
with your written explanation. The person or entity that provided you
with the defective work may elect to provide a replacement copy in
lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
or entity providing it to you may choose to give you a second
opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
without further opportunities to fix the problem.

1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS’, WITH NO
OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of
damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
violates the law of the state applicable to this agreement, the
agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
remaining provisions.

1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in
accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
production, promotion and distribution of Project Gutenberg™
electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg work, and (c) any
Defect you cause.

Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg

Project Gutenberg is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg’s
goals and ensuring that the Project Gutenberg collection will
remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg and future
generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org.

Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
U.S. federal laws and your state’s laws.

The Foundation’s business office is located at 41 Watchung Plaza #516,
Montclair NJ 07042, USA, +1 (862) 621-9288. Email contact links and up
to date contact information can be found at the Foundation’s website
and official page at www.gutenberg.org/contact

Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread
public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
visit www.gutenberg.org/donate.

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: www.gutenberg.org/donate.

Section 5. General Information About Project Gutenberg electronic works

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
Gutenberg concept of a library of electronic works that could be
freely shared with anyone. For forty years, he produced and
distributed Project Gutenberg eBooks with only a loose network of
volunteer support.

Project Gutenberg eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Most people start at our website which has the main PG search
facility: www.gutenberg.org.

This website includes information about Project Gutenberg,
including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.