Il richiamo della foresta

By Jack London

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Title: Il richiamo della foresta


Author: Jack London

Translator: Gian Dàuli

Release date: August 26, 2023 [eBook #71490]

Language: Italian

Original publication: Milano: Modernissima, 1924

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL RICHIAMO DELLA FORESTA ***

                              JACK LONDON


                              IL RICHIAMO
                             DELLA FORESTA

                               _ROMANZO_


                       PREFAZIONE E TRADUZIONE DI
                               GIAN DÀULI



                                MCMXXIV
                              MODERNISSIMA
                                 MILANO




                     PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

  Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C. — Via Zecca Vecchia, 7 — Milano




JACK LONDON


_Credo che non vi sia scrittore il quale abbia vissuto e sofferto,
amato e odiato con tanta disperata e selvaggia intensità, come Jack
London. I Gorki, i Dostoiewski, gli Upton Sinclair, i Rimbaud,
i Baudelaire, tra miserie fisiche e morali, hanno saputo, sì,
rappresentare visioni mai concepite da altri, ma vivendo una vita che,
per quanto agitata, non soffrì che in parte del grandioso e avventuroso
travaglio che agitò l’esistenza dura ed eroica del grande scrittore
americano, le cui opere suscitano in noi sentimenti di paura e di
tenerezza, di amore e di dolore e, soprattutto, di ammirazione. Ci pare
di trovarci di fronte all’uomo delle caverne che riveli alla nostra
sensibilità moderna i misteri e le ferree leggi della vita primitiva._

_Perciò, con senso di pena, ho visto in questi giorni pubblicata, a
cura del Prezzolini, la prima traduzione italiana di uno dei romanzi di
Jack London, «Il lupo di mare», come uno dei tanti libri per ragazzi.
Poveri innocenti! Le opere di London affidate nelle mani di adolescenti
che s’affacciano alla vita, e non conoscono ancora il male, e ignorano
i feroci egoismi degli uomini, la cecità del Dio cristiano, le leggi
inesorabili della natura? Quale errore!_

                                  ***

_La favola di questi romanzi, per quanto avventurose ne siano le
vicende e pittoresco il paesaggio entro il quale si svolge, appare poca
cosa in confronto dello spirito realistico che l’ànima e della visione
totale della vita e del destino dell’uomo che l’autore vuole e riesce a
comunicarci. Egli mira al nostro cuore e alla nostra coscienza, più che
alla nostra mente e alla nostra fantasia, da selvaggio armato di frecce
avvelenate e infallibili. Ossequiente alle leggi naturali della vita
che accomunano l’uomo all’animale, nella foresta, egli ci mostra, a
fini sociali, nell’animale, l’uomo, e gli istinti dell’uno nell’altro,
rivivendo, con profondo senso primigenio, selvagge emozioni ereditarie
che dormono nella natura umana, attraverso il ricordo di antenati
preumani e di migliaia di generazioni._

_Così che si ripensa, per associazione d’idee, alle crudeltà della
guerra mondiale, agli errori ed orrori della rivoluzione russa, ai
massacri degli ebrei, alle violenze dell’attuale guerriglia sociale,
alle aberrazioni quotidiane della vita umana costantemente insidiata
da brutale malvagità, e vien fatto di pensare: — Possiamo, dunque,
senza vergogna, affermare d’essere fatti ad immagine di Dio? O non
forse è vero che anche noi, come gli altri animali, barcolliamo nelle
tenebre, spinti dagl’istinti più bassi, che nelle forme più estreme
e più elementari sono legge di vita per i cani e per i lupi? Pare
oggi, infatti, che la legge della mazza e dei denti abbia sopraffatto
millennî di diritto civile, e ci riconduca in pieno mondo londoniano,
dove il più forte, per istinto, non per crudeltà, abbatte ed uccide il
più debole, divorandoselo poi, e la ferocia della passione sensuale fa
strage, e i maschi si uniscono e combattono insieme sotto il pungolo
della fame, e s’uccidono l’un l’altro appena il pungolo è attenuato,
ciascuno conducendo via la compagna quando ha ucciso i rivali. Solo
ritegno conosciuto, in questo mondo primigenio, è l’istinto della
propria conservazione, che tiene unito il maschio alla femmina e spinge
il maschio a nutrirla! Dappertutto è libertà assoluta, dappertutto è la
paura della morte onnipresente e sovrana._

_Ma il London non si limita a mostrarci, con crudele realismo,
il rapporto naturale tra la vita selvaggia e la vita civile, ma
rappresenta il contrasto diretto tra l’una e l’altra, affermando,
invece della licenza, la legge; invece dell’istinto, il trionfo
dell’autorità._ Devozione del forte al debole, venerazione del debole
per il forte, _ecco la grande legge della vita che combatte gli impulsi
selvaggi: ideale questo o, meglio, regola di vita veramente civile,
che la società umana potrebbe a dovrebbe attingere se non fosse così
mal ordinata da sembrare fatta per la conservazione e lo sviluppo degli
istinti primitivi._

                                  ***

_Per dare degnamente inizio alla pubblicazione delle opere complete di
Jack London, scegliemmo, nella sua vasta produzione, due romanzi: «Il
richiamo della foresta» («The Call of the Wild») e «Zanna bianca» («The
white fang»), i quali a nostro avviso, caratterizzano, meglio di tutti
gli altri, non solo il temperamento dello scrittore, ma il processo di
sviluppo della sua anima di pensatore temprato dall’esperienza della
vita._

_Nel primo, «Il richiamo della foresta», è il racconto di un cane
che, attraverso perigliose vicende, per la crudeltà degli uomini e
l’asprezza dell’esistenza finisce col diventar lupo, facendo, cioè,
a ritroso, di gradino in gradino, il cammino inverso della civiltà,
da una vita sicura, tranquilla, soleggiata, familiare, quale godeva.
Aveva fede negli uomini, e la perde; credeva nell’onestà e nell’onore,
e finisce col rubare per vivere, e uccidere per non essere ucciso: e
quando l’ultimo amore umano cade, egli si ritrova nella selva, animale
primitivo signoreggiato dai soli istinti naturali._

_La vita di questo cane che diviene lupo, rispecchia materialmente e
spiritualmente la vita dello stesso scrittore. Egli ebbe certamente
un primo albore d’infanzia felice nell’amore dei suoi, sino a quando,
fanciulletto, passava intere giornate sotto un albero a sorvegliare,
per i contadini, il ritorno degli sciami delle api dalla loro vita
operosa e errabonda. Breve albore al quale seguì ben presto la miseria
più dura. Non ancora decenne, per aiutare la sua famiglia caduta in
povertà, egli vende giornali per le vie di San Francisco, per le vie
della sua amata «Frisco», dove egli era nato il 12 gennaio del 1876.
Poco dopo, è operaio in una fabbrica di prodotti alimentari, dove sente
i primi morsi dell’odio contro la piovra sociale, e i primi impeti di
ribellione. Infatti, a soli quindici anni egli abbandona la famiglia
e il lavoro per unirsi a una banda di pirati, e a sedici anni possiede
una sua barca, la_ Razzle Dazzle, _e la sua donna, una fanciulla della
stessa età, ed è chiamato dai contrabbandieri il Principe del Banco
delle Ostriche, perchè egli solo osa fare il contrabbando nella baia di
San Francisco, sotto gli occhi della polizia, con una donna a bordo.
Vestito di lana grigia, con scarponi da marinaio, e la larga cintola
di cuoio rigonfia d’una grossa rivoltella, solido e robusto benchè
ancora imberbe, egli si sente re del proprio destino, e con pacata
sfrontatezza ingoia alcool, tra perduta gente, con la tenera mantenuta
al fianco, nella bettola dell_’Ultima Fortuna. _Durò un anno quella
vita selvaggia ch’egli definiva, sette anni dopo, come la più rischiosa
della sua esistenza; durante la quale guadagnava in una settimana
quello che più tardi non riusciva a guadagnare in un anno._

_Diciassettenne, si decide o per amore di avventure o forse con la
speranza di liberarsi dall’abitudine di bere, a partire, mozzo, per
una crociera al Giappone, su un trealberi; ma non muta tenore di vita;
come egli stesso confessa nel suo libro «Memorie di un bevitore»:
«Incominciava la sera quando arrivammo ad un caffè e... è tutto quello
che vidi del Giappone! E purtanto il nostro veliero stette quindici
giorni nel porto di Yokohama! Quindici giorni passati a bere in
compagnia dei migliori ragazzi di questo mondo»._

_Dal Giappone passa alla caccia delle foche nei mari della Russia
orientale, e quando ritorna in patria, si dà a tutti i mestieri, ma
soprattutto a quello del vagabondo, contro il suo vangelo sociale che
considerava il lavoro fisico come un dovere per l’uomo, un dovere che
conferisce alla salute e santifica la vita. «L’orgoglio che io traevo»,
scriss’egli, «da una giornata di lavoro ben compiuto, non si può
nemmeno concepire. Io mi sentivo lo sfruttato ideale, lo schiavo tipo,
ed ero quasi felice della servitù». Ma forse egli traeva a quel tempo
più orgoglio dall’essere considerato da tutti come il «boy socialista»,
il vagabondo rivoluzionario. Per un certo tempo egli fa parte dei «two
thousand stiffs», dei duemila irrigiditi, i terribili sovversivi che,
condotti dal generale Kelly, mossero dalla costa del Pacifico alla
socializzazione del mondo. La piccola armata di ribelli catturava
treni, metteva a sacco città e villaggi, militarizzava tutti gl’uomini
che incontrava sul suo cammino. Quando le autorità governative riescono
ad arrestare la marcia di questi sovversivi e a disperderli, Jack
London ritorna al suo vagabondaggio ed è spesso messo in prigione, come
disoccupato senza fissa dimora._

_Così, Jack London è in condizioni da ascoltare e sentire in sè tutto
il fascino dell’appello della vita selvaggia_, the call of the wild, _e
alla vita selvaggia si abbandona con l’impeto inconsiderato della sua
esuberante natura. E davanti agli aspetti sempre più terribili della
realtà, fra esperienze strazianti, lo spirito gli si rinvigorisce e
s’affina. Il destino l’afferra, l’attanaglia, l’abbatte, l’abbrutisce:
il cane diventa lupo, ma il lupo è signore della selva, dominatore
nella vita selvaggia. Ma Jack London è un sensitivo, un delicato a
dispetto della sua vita, uno spirito universale che non può perire
schiacciato dal contingente; ed ecco ricominciare il travaglio
affannoso dell’uomo che, per virtù del suo ingegno, pur rincantucciato
nell’antro, ad affinar la selce, nella desolata solitudine della Vita
selvaggia, spia se stesso, studia le voci arcane della natura, e,
attraverso ostacoli tremendi, risale alla superficie della civiltà,
mercè la potenza del patissero._

_Il lupo diventa cane. (White fang)._

_Jack London ritorna spesso col pensiero al primo libro letto da
bambino, l_’Alambra, _di Washington Irving, e cerca altre letture.
Vuole istruirsi, e finisce — ha allora diciannove anni — per far
ritorno alla famiglia, stabilita, a quel tempo, ad Oakland, dove
l’attende la dolorosa sorpresa di trovare il padre graduato dell’odiata
polizia. Egli vince, tuttavia, la ripugnanza che l’occupazione del
padre e la vita ordinata destano in lui, ed accetta il posto di
portinaio in una scuola secondaria. Poco dopo, collabora al bollettino
letterario della stessa scuola, e, ad un tratto, diviene scrittore. Un
giornale di San Francisco offre un premio per un articolo descrittivo:
Jack London tenta la prova a vince. Incoraggiato dal primo successo,
invia un altro articolo allo stesso giornale, che glielo rifiuta,
questa volta. Allora, disgustato del suo mestiere di portinaio,
riprende la vita nomade, e attraversa a piedi tutto il continente
americano fino a Boston. Visita il Canadà, diviene minatore d’oro e
pescatore di salmone nell’Alaska. Ma, intanto, il suo pensiero, in
mezzo a tante traversie, si forma e precisa. Ha letto Spencer e Carlo
Marx: la società gli appare sempre più mal combinata, il capitalismo
odioso, con i suoi eccessi che ne fanno un mostro crudele, divoratore;
allora il socialista per istinto diviene socialista rivoluzionario per
ragionamento, convinto che il socialismo «mira, se non altro, a mettere
ciascuno al suo posto»._

_Al ritorno dall’Alaska, incomincia a predicare in pubblico le sue
idee socialiste, la bellezza della rivoluzione e del mondo nuovo che
deve sorgere dal crollo della società capitalistica, ed è, alla fine,
arrestato, non più come vagabondo, ma come rivoluzionario._

_Uscito di prigione, Jack London sente il bisogno di compiere
la sua istruzione: va a San Francisco e riesce a farsi ammettere
nell’Università, conciliando il bisogno dello studio con la necessità
di guadagnarsi il pane, giorno per giorno. Si occupa in una stireria.
«Il ferro e la penna si alternavano nella mia mano», ricorda egli più
tardi, «ma dalla mia mano stanca la penna cadeva sovente, e sovente i
miei occhi si chiudevano sui libri»._

_Dopo tre mesi di accannito lavoro, egli, robustissimo, non riesce
più a reggersi. Allora decide di ritornare a piedi ad Oakland,
di riconciliarsi con la famiglia; ma una nuova crudele delusione
l’attende. Il padre è morto, la madre e i fratelli sono in miseria.
Questa nuova traversìa, se lo costringe per qualche tempo ancora al
lavoro manuale, non gli toglie la speranza di un avvenire diverso e
migliore. Nelle solitudini nevose della terra del Nord «dove nessuno
parla, dove tutti pensano», egli s’era ripiegato su se stesso ed
aveva intravisto il suo vero orizzonte, che era quello del lavoratore
intellettuale. Riprende a scrivere. Un giornale di California
accetta un suo racconto, un altro gli chiede degli scritti. «Le cose
incominciavano a prendere una buona piega, e sembrava che io non
dovessi aver più bisogno, per qualche tempo almeno, di scaricare
carbone». In fondo, la Società, maledetta da Jack London, incominciava
a tendergli la mano. Nel 1900 appare il suo primo Volume:_ The son of
the wolf, «_Il figlio del lupo_»[1], _raccolta di racconti del paese
dell’oro, che gli fece acquistar subito fama di scrittore originale e
poderoso, a ventiquattr’anni!_

_D’allora seguirono nuovi libri quasi senza interruzione e con
crescente successo. Sposatosi, con la sua amata compagna, London
gira il mondo e attende alle sue opere. Ma lo spirito d’avventura
non si spegne in lui. Egli vive un certo tempo nei bassifondi di
Chicago e di Londra, fa il giro del mondo in un minuscolo yacht, lungo
appena quindici metri, fa il corrispondente di guerra al Giappone
e in Manciuria nel 1904 e al Messico nel 1914, nè cessa mai la sua
inesorabile requisitoria contro la Società mal costituita._

_A soli quarantanni, nel 1916, dopo aver pubblicato una cinquantina di
volumi, la Morte lo coglie proprio all’inizio della sua vera gloria di
scrittore più letto e più discusso, più odiato e più amato, nel suo
paese. Ancora oggi non si sa come egli sia morto; e il mistero che
vela gli ultimi istanti della vita del rude avventuriero e scrittore
di genio, è degno di quel capolavoro di irrequietezza che fu, tra opere
pari, l’anima di questo Grande._

                                  ***

_Così visse Jack London, lo strano romanziere che s’avvia a diventar
popolare in tutto il mondo, popolare, per la ragione semplicissima
che nello scrittore è l’uomo, ricco di una sua esperienza nuova da
raccontare, con parola nuova._

_Già scrivendo di Jack London nell_’Azione _di Genova, nel febbraio del
1921, lamentavo che, purtroppo, bisogna cercare nelle opere straniere
quei più vasti orizzonti ideali e quell’aria pura e vivificante di
cui ha bisogno il nostro spirito, stanco o viziato, per ritornare
fattivamente alla meditazione dei più profondi problemi dello spirito e
della vita sociale._

_Oggi, più che nel ’21, c’incalzano e premono da tutte le parti
formidabili problemi rivoluzionarî, e ci sentiamo oppressi da un alito
di continuata tragedia nascosta che gli sbandieramenti patriottardi
non riescono a mascherare del tutto, nè le fanfare e i canti a
completamente soffocare. Il domani si presenta pauroso agli spiriti
alacri e indipendenti, nei quali è un’avidità di sapere, di udire la
verità, o parole coraggiose e nuove che aiutino a rintracciare la
verità, a risolvere la profonda crisi di pensiero e di sentimento
che travaglia le coscienze migliori. Che ci dà oggi la letteratura
nostrana? Lettere alle sartine d’Italia e vergini da diciotto carati,
romanzetti pornografici e sentimentali ed esercitazioni stilistiche e
cerebrali, senza mai un accento di umana commozione per le tragedie
politico-sociali del mondo o anche solo una parola che la mostri
consapevole del profondo travaglio spirituale della patria. Oh,
intellettuali italiani! eccovi una folata d’aria gelida purificatrice!
Anche senza farvi uscire dal sicuro romitaggio del vostro egoismo o
dai caffè affumicati cari alla vostra presuntuosa pigrizia, anche senza
farvi deporre livree o indossare armi. Jack London vi condurrà, con le
sue opere, dalla bettola dell_’Ultima Fortuna a_i confini del mondo,
sui perduti sentieri di tutti gli ideali e di tutti gli ardimenti!
Giova almeno con lo spirito partecipare alla grande avventura del
mondo! Senza l’azione, l’azione costante, la Morte è là in agguato e
non tarda a lanciarsi su di noi, inesorabile._

_Troverete nel «Richiamo della foresta» e in «Zanna bianca» la
rappresentazione realistica dell’Umanità che lotta costantemente contro
la prepotenza dell’infinito, dell’inafferrabile, dell’imponderabile.
Scenda o risalga il millenario cammino della civiltà — il cane diventi
lupo o il lupo diventi cane — ogni creatura vivente, insoddisfatta,
cerca sensazioni nuove, è costretta a sgombrare il proprio cammino,
a vincere mille ostacoli, chè la vita si rinnova con sempre maggiore
Varietà di forme e con più rapidi mezzi di distruzione. Questi due
romanzi racchiudono una lezione in atto; questa: che la civiltà non
deve indebolire il carattere nè affievolire lo spirito; il lupo che
diviene cane è travolto, e forse il cane trova il suo completo sviluppo
nel lupo! Da questa crudele lezione, i socialisti, conservatori,
comunisti e aristocratici possono trarre elementi per scindere la
parte viva da quella morta della propria filosofia o del proprio
credo. La lettura di queste opere ci può lasciare immutati, ma non
impassibili: l’odio e l’amore trovano in esse accenti definitivi che
toccano le radici della nostra coscienza e dello nostra sensibilità. E
mentre l’occhio spazia per vastità nuove e terribili, e ammira terre
e solitudini sconosciute, e vede esperienze impensate, il cuore, il
cuore dell’eterno fanciullo che è in noi, mormora inconsapevolmente una
parola d’amore e di solidarietà ultraumana._

                                  ***

_Pubblicheremo, in seguito, «Martin Eden», «L’amore della vita», «Il
vagabondo delle stelle» e gli altri romanzi nei quali Jack London
profuse i ricordi e le impressioni dei suoi movimentati viaggi e
vagabondaggi attraverso il mondo. Ma forse daremo ai lettori italiani,
prima di essi, la traduzione di almeno uno dei suoi romanzi sociali,
del terribile_ Tallone di ferro, _che a noi sembra oggidì opera di viva
attualità._

_Il_ «Tallone di ferro», _scrisse Anatole France, presentando, l’anno
scorso, il volume ai lettori francesi, «è il termine energico col quale
Jack London disegna la plutocrazia. Il libro che, tra le sue opere,
porta questo titolo, fu pubblicato nel 1907. Rintraccia la lotta che
scoppierà un giorno tra la plutocrazia e il popolo, se il Destino,
nella sua collera, lo permetterà. Ahimè! Jack London aveva il genio
che vede quello che è nascosto alla folla degli uomini e possedeva
una scienza che gli permetteva d’anticipare i tempi. Egli previde
l’assieme degli avvenimenti che si sono svolti nella nostra epoca. Lo
spaventevole dramma al quale ci fa assistere in ispirito, nel_ Tallone
di ferro, _non è ancora divenuto una realtà, e noi non sappiamo dove e
quando si compierà la profezia dell’americano discepolo di Marx._

«_Jack London era socialista spinto, socialista rivoluzionario. L’uomo
che, nel suo libro, distingue la verità e prevede l’avvenire, il
saggio, il forte, il buono, si chiama Ernesto Everhard. Come l’autore,
fu operaio e lavorò con le sue mani. E voi sapete che colui che fece
cinquanta volumi prodigiosi di vita e d’intelligenza e morì giovane,
era figlio di un operaio e incominciò la sua illustre esistenza in
un’officina. Ernesto Everhard è pieno di coraggio e di saggezza, pieno
di forza e di dolcezza, tratti tutti che sono comuni a lui e allo
scrittore che l’ha creato. E a integrare la somiglianza che esiste tra
loro, l’autore assegna, a colui ch’egli realizza, una moglie d’anima
grande e di spirito forte, della quale il marito fa una socialista. E
noi sappiamo, d’altro canto, che Mrs. Charmian lasciò, con suo marito
Jack, il Partito del Lavoro dopo che cotesta associazione diede segni
di moderatismo._

«_Le due insurrezioni che formano materia del libro che io presento
al lettore francese sono così sanguinarie, e presentano nel disegno
di quelli che le provocano una tale perfidia e nell’esecuzione tanta
ferocia, che ci si chiede se esse sarebbero possibili in America, in
Europa, specie in Francia. Io non lo crederei, se non avessi l’esempio
delle giornate di Giugno e la repressione della Comune del 1876, che mi
ricorda come tutto sia permesso contro i poteri. Tutto il proletariato
d’Europa ha sentito, come quello d’America, il_ Tallone di ferro.

«_Per il momento, il socialismo in Francia, come pure in Italia e
in Ispagna, è troppo debole per temere il_ Tallone di ferro, _poichè
l’estrema debolezza è l’unica salvezza dei deboli. Nessun_ Tallone di
ferro _calpesterà questa polvere di partito. Qual’è la causa della
sua diminuzione? Ci vuol ben poco per abbatterlo in Francia dove la
cifra dei proletarî è esigua. Per diverse ragioni la guerra, che si
dimostrò crudele col piccolo borghese spogliandolo senza farlo gridare,
giacchè questi è un animale muto; la guerra non fu troppo inclemente
per l’operaio della grande industria, che trovò da vivere fabbricando
armi e munizioni e un salario, magro sin troppo dopo la guerra, ma
non caduto, tuttavia, mai troppo in basso. I dominatori del momento
vegliavano, e quel salario non era, in sostanza, che della carta che i
grossi proprietarî, vicini al potere, non penavano troppo a procurarsi.
Bene o male, l’operaio visse. Aveva udito tante menzogne che non si
stupiva più di nulla. Fu quello il momento che i socialisti scelsero
per disgregarsi e ridursi in polvere. Questa pure è, senza morti e
feriti, una bella disfatta del socialismo. Come accadde? E come mai
tutte le forze di un grande partito s’addormentarono? Le ragioni da me
esposte non sono sufficienti a spiegarlo. La guerra ci deve entrare per
qualche cosa, la guerra che uccide gli spiriti come i corpi._

«_Ma un giorno la lotta del lavoro e del capitale ricomincerà. Verranno
allora giorni simili alle rivolte di San Francisco e di Chicago, delle
quali Jack London ci mostra, per anticipazione, l’indicibile orrore.
Non vi è alcuna ragione, pertanto, di credere che in quel giorno
(o vicino o lontano) il socialismo sarà ancora frantumato sotto il_
Tallone di ferro _e affogato nel sangue._

«_Avevano gridato nel 1907 a Jack London: «Voi siete uno spaventevole
pessimista!». Socialisti sinceri l’accusavano di gettare lo spavento
nel partito. Avevano torto. Bisogna che quelli che hanno il dono
prezioso e raro di prevedere, pubblichino i pericoli che presentono.
Ricordo di avere udito dire parecchie volte dal grande Jaurès: «Non
si conosce abbastanza fra noi la forza delle classi contro le quali
abbiamo a combattere. Hanno la forza e si attribuisce loro la virtù; i
preti hanno messo da parte la morale della chiesa per coltivare quella
dell’officina; cosicchè la società tutt’intera, allorchè queste classi
saranno minacciate, accorrerà a difenderle». Egli aveva ragione, come
London ha ragione di porgerci lo specchio profetico dei nostri errori e
delle nostre imprudenze._

«_Non compromettiamo l’avvenire: ci appartiene. La plutocrazia perirà.
Nella sua potenza si scorgono di già i segni della rovina. Essa perirà
perchè ogni regime di casta è votato alla morte; il salariato perirà
perchè è ingiusto. Perirà gonfio d’orgoglio, in piena potenza, come
perì la schiavitù e la servitù._

«_E già, assentandolo attentamente, ci si accorge che è caduco. Questa
guerra, che la grande industria di tutti i paesi del mondo ha voluto,
questa guerra che è stata la sua guerra, questa guerra nella quale essa
riponeva la speranza di nuove ricchezze, ha causato tante distruzioni
e così profonde, che l’oligarchia internazionale è essa stessa scossa e
s’avvicina il giorno in cui essa crollerà su un’Europa rovinata._

«_Non posso annunziare che perirà d’un colpo e senza lotta. Essa
lotterà. L’ultima sua guerra sarà forse lunga e avrà diverse fortune.
O voi, eredi del proletariato, o generazioni future, figli di giorni
nuovi, voi lotterete, e allorchè dei crudeli rovesci vi faranno
dubitare del successo della vostra causa, riprenderete fiducia, e
direte col nobile Everhard: «Perduro per questa volta, ma non per
sempre. Abbiamo appreso molte cose. Domani l’idea risorgerà, più forte
in saggezza e in disciplina_».

                                  ***

_Non abbiamo potuto resistere alla tentazione di riprodurre nella sua
interezza la presentazione che Anatole France fa del_ Tallone di ferro,
_perchè, confortati dal suo giudizio, nell’ora torbida che attraversa
l’Europa tutta, premuta com’è dal tallone del bolscevismo dell’estrema
sinistra e dell’estrema destra, dalle dittature rosse e da quelle
monarchico-militaristiche, è più che mai necessario che quelli «che
hanno il dono prezioso e raro di prevedere, rendano noti i pericoli che
presentono»._

_A parte il grande godimento intellettuale che dà l’opera di Jack
London, essa racchiude in sè un insegnamento e un ammonimento che non
debbono andare del tutto perduti. Sin dal 1904, egli aveva scritto
una terribile requisitoria contro la società capitalistica attuale. Il
suo inesorabile «j’accuse», dal titolo «War of the Classes»_, Guerra
delle classi, _vibra di sincera e profonda rivolta contro la borghesia
trionfante, e predica il socialismo come una santa crociata. In lui
l’amore del proletario è qualche cosa di più alto, di più universale
dell’amore di patria; e nell’accusare e nel difendere trova accenti che
impressionano e commuovono, perchè ci fa sentire nella sua personale
e dolorosa esperienza tutta l’ingiustizia di una società «dove sono
uomini che sprecano ricchezze non guadagnate col proprio lavoro, e
uomini che languono nella miseria per mancanza di lavoro»._

_Non sono certo «La guerra delle classi» e «Il tallone di ferro» le
opere più interessanti del London, dal punto di vista dell’arte, ma
esse aiutano, meglio di tutte le altre, a capire l’anima dell’eterno
vagabondo e le crisi ch’egli patì, al punto di abbandonare gli uomini
per gli animali, e a rappresentarli con così tremendo realismo._

_Questi libri di Jack London, come quelli di Upton Sinclair, di
Giuseppe Conrad, di Bernardo Combette, di H. G. Wells e di Israele
Zangwill, appartengono ad una letteratura d’eccezione, sono i libri
di una generazione tormentata, che ha vissuto la grande tragedia degli
uomini oppressi e schiacciati dall’attuale ordinamento — o disordine —
economico che ci condusse alla guerra mondiale._

_Tuttavia, essi non scrivono per odio di classe, ma per indomabile
amore di questa travagliata Umanità che vorrebbero vedere libera
da tanti mali e da tante ingiustizie, riunita in una sola famiglia
laboriosa, generosa, tollerante, concorde!_

                                                          GIAN DÀULI.

  Rapallo, aprile 1924.




CAPITOLO I.

VERSO LA VITA PRIMITIVA.


                              _I desiderî nòmadi ed atàvici_
                                _Squassano la catena sociale;_
                              _Nuovamente, dal suo sonno letàrgico,_
                                _Si risveglia la bestia primordiale._

Buck non leggeva i giornali; altrimenti avrebbe saputo che maturavano
guai, non soltanto per lui, ma per tutti i cani da guardia dai muscoli
forti e dal pelo lungo e soffice; da Puget Sound a San Diego. Perchè
uomini brancolanti nelle tenebre artiche avevano trovato un metallo
giallo, e perchè compagnie di navigazione e di trasporti, propagavano
con gran rumore la scoperta, migliaia di uomini si precipitavano in
Northland, la terra del Nord. Questi uomini avevano bisogno di cani,
e occorrevano cani grossi, dai muscoli robusti, con i quali faticare e
dal pelo lanoso per proteggerli dal gelo.

Buck abitava in una grande casa della soleggiata Valle di Santa
Clara. La chiamavano la tenuta del Giudice Miller, ed era lontana
dalla strada, mezza nascosta dagli alberi, attraverso ai quali poteva
scorgersi la fresca veranda che si stendeva intorno ai quattro lati.
Si giungeva colà per viali cosparsi di ghiaia minuta; viali che
serpeggiavano per prati ben tenuti e sotto i rami intrecciati d’alti
pioppi. Dietro, le cose erano s’una scala ancor più spaziosa che
sul davanti. V’erano ampie scuderie con una dozzina di staffieri e
ragazzi, file di casette inghirlandate di viti, per la servitù, e uno
spiegamento ordinato, senza fine, di rimesse e tettoie, di pergolati
lunghi, di pascoli verdi di frutteti e cespugli di more. Vi erano poi
le macchine per il pozzo artesiano e la grande vasca di cemento dove i
figli del giudice Miller si tuffavano ogni mattina e si rinfrescavano
nei pomeriggi caldi.

E sopra questo grande dominio, Buck regnava. Là, esso era nato e là,
aveva trascorso i quattro anni della sua vita. Esistevano, è vero,
altri cani: non era possibile, infatti, che non vi fossero altri cani
in una tenuta così vasta; ma essi non contavano. Venivano e andavano,
risiedevano nei popolosi canili o vivevano oscuramente nei recessi
della casa, secondo il costume di Toots, il botolo giapponese, o di
Isabella, la messicana senza pelo — strane creature che raramente
mettevano il naso fuori di casa o i piedi a terra. Poi v’erano i
_fox-terriers_, almeno una ventina, che latravano in atto di spaventosa
minaccia contro Toots e Isabella, che li guardavano dalle finestre,
protetti da una legione di cameriere annate di scope e scopette.

Ma Buck non era nè cane da casa nè cane da canile: era padrone di
tutto il reame. Si tuffava con i figli del giudice nella vasca o
andava con loro a caccia; scortava Mollie e Alice, le figlie del
giudice, in lunghe passeggiate, al tramonto o al mattino, per tempo;
nelle sere invernali si stendeva ai piedi del giudice, davanti al gran
fuoco avvampante della libreria; portava sulla schiena i nipotini del
giudice o li rotolava sull’erba, e vigilava i loro passi attraverso
straordinarie avventure sino alla fontana nel cortile della scuderia,
e persino più lontano, dov’erano i recinti dei cavalli e i cespugli
di more. Tra i _terriers_ camminava maestosamente: e pareva che Tools
e Isabella non esistessero, agli occhi suoi, chè egli era re — re di
tutti gli esseri striscianti, camminanti o volanti della tenuta del
giudice Miller, compresi gli umani.

Suo padre, Elmo, un enorme Sambernardo, era stato il compagno
inseparabile del giudice, e Buck prometteva di seguire in tutto e per
tutto la carriera del padre. Non era tanto grosso — pesava soltanto
sessantatrè chili — perchè sua madre, Step, era una cagna da pastori,
scozzese. Tuttavia, sessantatrè chili, ai quali andava aggiunta
la dignità che viene dal viver bene e dal rispetto universale, gli
davano la possibilità di assumere una perfetta aria regale. Durante
quattr’anni, dacchè era cucciolo, aveva vissuto una vita da sazio
aristocratico; era orgoglioso di sè, sempre un po’ egoistico, come
divengono talvolta i signori di campagna, a causa del loro isolamento.
Ma s’era salvato dal pericolo di divenire un semplice cane di casa
viziato. La caccia e simili divertimenti all’aria aperta avevano
impedito il grasso e induriti i suoi muscoli; e, per lui, come per
tutte le razze dal bagno freddo alla mattina, l’amore dell’acqua era
stato un tonico e un conservatore della salute.

Questa razza di cane era Buck, alla fine del 1897, quando la scoperta
di un giacimento aurifero a Klondike attirava uomini da tutte le parti
del mondo nel gelato Nord. Ma Buck non leggeva i giornali, e non sapeva
che Manuele, aiuto-giardiniere, era uomo non desiderabile. Manuele
aveva una passione prepotente; adorava il gioco alla lotteria cinese.
Inoltre, nella sua passione pel giuoco, aveva una debolezza dominante,
la fede in un sistema; il che rendeva sicura la sua dannazione.
Giacchè, per giocare secondo un sistema occorre danaro, mentre il
salario di un aiuto-giardiniere basta appena a soddisfare i bisogni di
una moglie e di una numerosa progenie.

Nella memorabile notte del tradimento di Manuele, il giudice
partecipava ad una riunione dell’Associazione dei Viticultori, e i
ragazzi erano affaccendati ad organizzare un _club_ atletico. Nessuno
lo vide, e Buck se ne andò attraverso il frutteto a fare quella che
credeva una semplice passeggiata. E nessuno, tranne un solo uomo, li
vide arrivare alla fermata facoltativa di College Park. Quest’uomo
parlò con Manuele; del danaro passò fra loro.

— Dovreste almeno avvolgere la merce prima di consegnarla, — osservò
rudemente lo sconosciuto, e Manuele passò una grossa corda, doppia,
intorno al collo di Buck, sotto al collare.

— Non avrete che a torcerla per strangolarlo, quando vorrete, — disse
Manuele, e lo sconosciuto brontolò affermativamente.

Buck aveva accettato la corda con tranquilla dignità. Certamente, non
era cosa gradevole; ma aveva imparato ad avere fiducia negli uomini che
conosceva e a riconoscere loro una saggezza superiore alla sua.

Senonchè, quando i capi della corda passarono nelle mani dello
sconosciuto, egli ringhiò minacciosamente. Aveva soltanto espresso il
suo scontento, credendo, nel suo orgoglio, che esprimere significasse
comandare. Ma, con sua grande sorpresa, la corda si strinse intorno al
suo collo, togliendogli il respiro. In un impeto di rabbia, si lanciò
sull’uomo, il quale, però, lo fermò a mezzo, l’afferrò per la gola, e
con abile giro di mano se lo gettò sulla schiena. Allora la corda si
strinse senza pietà, mentre Buck si dibatteva furibondo, con la lingua
a penzoloni dalla bocca e il largo petto ansante, invano. Mai in tutta
la sua vita, egli era stato trattato così vilmente, e mai, in vita
sua, era stato così arrabbiato. Ma la forza gli venne meno, gli si
offuscarono gli occhi e perse la conoscenza, quando arrivò il treno e i
due uomini lo gettarono nel bagagliaio.

Ritornato in sè, si rese confusamente conto che gli faceva male la
gola e che veniva trasportato in una specie di convoglio che lo faceva
trabalzare. Il rauco strido di un fischio di locomotiva ad un passaggio
a livello gli fece capire dov’era, avendo viaggiato troppo spesso col
giudice per non conoscere la sensazione del viaggiare in un bagagliaio.
Aprì gli occhi, nei quali fiammeggiò l’irrefrenabile collera di un re
rapito. L’uomo si lanciò per afferrarlo alla gola, ma Buck, ch’era sin
troppo agile per lui, gli addentò una mano e non la lasciò andare fino
a che non gli fecero perdere i sensi un’altra volta.

— Sì, soffre di spasimi, — fece l’uomo, nascondendo la mano morsicata
al bagagliere accorso al rumore della colluttazione. — Lo conduco, per
incarico del mio padrone, a San Francisco, dov’è un medico per i cani,
molto celebre, che lo curerà.

Circa quel viaggio notturno, l’uomo parlò nella maniera più eloquente,
a proprio vantaggio, in un piccolo ricovero dietro una taverna, sul
molo di San Francisco.

— Non prendo altro che cinquanta, — borbottò, — e non rifarei il
viaggio neppure se me ne dessero mille in contanti sonanti.

Aveva la mano avvolta in un fazzoletto insanguinato, e un calzone
stracciato, sulla gamba destra, dal ginocchio alla caviglia.

— Quanto ha preso l’altro? — chiese il padrone della taverna.

— Cento, — fu la risposta. — Non volle neppure un soldo di meno, che il
diavolo mi porti.

— Sono centocinquanta, — calcolò il taverniere, — e li vale, se non
sono un idiota.

Il rapitore sciolse la benda insanguinata e si guardò la mano morsicata.

— Se non divento idrofobo...

— Sarà perchè sei nato per essere impiccato. — disse il taverniere,
ridendo. — Su, dammi una mano prima di prendere i soldi, — aggiunse.

Stordito, con un dolore intollerabile alla gola e alla lingua, mezzo
strangolato, Buck tentò di tener testa ai suoi aguzzini. Ma fu gettato
per terra e ripetutamente preso per la gola, fino a che riuscirono a
limare e a togliergli dal collo il pesante collare d’ottone. Allora gli
sciolsero la corda e lo lanciarono in una specie di gabbia.

Là rimase per il resto della penosa notte a covar rabbia ed orgoglio
ferito. Non poteva capire che significasse tutto ciò. Che cosa volevano
da lui, quegli strani uomini? Perchè lo tenevano chiuso in quella
angusta gabbia? Egli non ne sapeva la ragione, ma si sentiva oppresso
da un vago senso di sciagura imminente. Parecchie volte, durante la
notte, balzò in piedi, allorchè la porta della rimessa si spalancava
rumorosamente, attendendosi di rivedere il giudice o almeno i ragazzi.
Ma ogni volta era la faccia gonfia del taverniere che veniva a spiarlo
alla luce di una candela di sego; e allora l’abbaiare gioioso che
tremava nella gola di Buck si mutava in un ringhiare feroce.

Ma il taverniere lo lasciò stare; al mattino, entrarono quattro uomini
e presero su la gabbia. Altri tormentatori, pensò Buck, giacchè erano
brutti ceffi, stracciati e sporchi; ed egli s’agitò e ringhiò contro
di loro attraverso le sbarre. Essi ridevano e lo punzecchiavano con
dei bastoni, che egli prontamente afferrava coi denti fino a quando
si rese conto di far, così, piacere a quella gente. Allora s’accucciò
tristemente, e lasciò che la gabbia fosse sollevata s’un carro. Da
quel momento egli, e la gabbia in cui era prigioniero, incominciarono
un viaggio attraverso molte mani. Impiegati dell’agenzia dei trasporti
lo presero in consegna; fu portato in giro s’un altro carro; un
carrello se lo portò, con un assortimento dì scatole e di pacchi, s’un
vaporetto; dal vaporetto passò nuovamente s’un carrello, sino ad un
grande deposito ferroviario, e finalmente fu posato in un bagagliaio,
in coda a sbuffanti locomotive; e per due giorni e due notti Buck non
mangiò nè bevve. Nella sua rabbia, egli aveva accolto, da principio,
con ringhi l’interesse dei conduttori del treno, i quali lo avevano
contraccambiato col prenderlo in giro. Quando si lanciava contro le
sbarre della gabbia, tremante e con la bava alla bocca, essi ridevano
e lo beffeggiavano. Ringhiavano e abbaiavano come detestabili cani,
miagolavano, sbattevano le braccia come ali e si sgolavano a far
chicchirichì. Era molto stupida quella commedia, lo sapeva; ma, perciò,
di maggiore oltraggio alla sua dignità; e la sua rabbia aumentava. Non
gli importava molto della fame, ma la mancanza d’acqua gli causava
una grande sofferenza e gli accresceva la rabbia sino allo stato
febbrile. E, in realtà, animoso e delicatamente sensitivo com’era, il
cattivo trattamento gli aveva dato subito una gran febbre, alimentata
dall’arsura della gola e della lingua gonfia.

Di una cosa era contento: di non avere più la corda al collo. La corda
aveva dato loro un vantaggio non giusto; ma ora che non l’aveva più,
avrebbe mostrato loro chi era. Non sarebbero più riusciti a mettergli
un’altra corda al collo. A ciò era deciso e risoluto. Per due giorni
e per due notti, non mangiò nè bevve, e durante i due giorni e le due
notti di tormento, accumulò tale provvista di rabbia da non promettere
nulla di buono a colui che gli capitasse fra le zampe per primo. I suoi
occhi iniettati di sangue lo facevano parere un diavolo infuriato. Egli
era così mutato che lo stesso giudice non lo avrebbe riconosciuto; così
che i bagagliari mandarono un respiro di sollievo quando lo scaricarono
in fretta a Seattle.

Quattro uomini trasportarono delicatamente la gabbia dal carro in
un piccolo cortile interno circondato d’alte mura. Un uomo grasso,
in maglia rossa, generosamente larga intorno al collo, uscì fuori a
firmare il libro per il conducente.

Buck indovinò in quell’uomo il nuovo aguzzino, e si lanciò furiosamente
contro le sbarre. L’uomo sorrise con una brutta smorfia e andò a
prendere un’accetta e una mazza.

— Non lo tirerete mica fuori adesso? — domandò il conducente il carro.

— Certamente. — rispose l’uomo, inserendo l’accetta tra le sbarre della
gabbia per far leva ed aprirla.

Immediatamente, avvenne un fuggi fuggi dei quattro uomini che avevano
portata la gabbia; i quali da sicuri osservatori, in cima al muro, si
prepararono ad assistere allo spettacolo.

Buck si lanciò contro il legno che si fendeva, affondandovi i denti,
battagliando con esso. In qualunque punto cadesse l’accetta al di
fuori, egli era pronto dentro, ad affrontarla, ringhiando e digrignando
i denti, altrettanto furiosamente ansioso di uscir fuori quanto l’uomo
dalla maglia rossa era premuroso di dargli modo di uscire.

— Eccoti, diavolo dagli occhi rossi, — diss’egli, quand’ebbe
fatto un’apertura sufficiente per il passaggio del corpo di Buck.
Contemporaneamente, lasciò cadere l’accetta e passò la mazza nella mano
destra.

E Buck pareva davvero un diavolo dagli occhi rossi, mentre si
raccoglieva tutto per lanciarsi, il pelo irto, la bocca bavosa,
con un luccichìo furioso negli occhi pieni di sangue. Egli lanciò
dritti sull’uomo i suoi sessantatrè chili di furia, accresciuti dalla
repressa rabbia di due giorni e due notti, ma a mezz’aria, quando le
sue mascelle stavano per chiudersi sull’uomo, egli ricevette un colpo
che arrestò lo slancio del corpo e gli fece stringere i denti in uno
spasimo d’agonia. Volteggiò nell’aria e toccò terra con la schiena e
col fianco. Non era mai stato battuto con una mazza, in tutta la sua
vita, e non comprendeva. Con un ringhio che era in parte abbaiare e
più ancora lamento, fu di nuovo in piedi e ancora una volta si lanciò
nell’aria. E ancora una volta gli toccò un nuovo colpo che lo abbattè
per terra, annientato. Questa volta si rese conto della mazza; ma la
sua rabbia non conosceva cautele. Egli tornò all’assalto una dozzina
di volte e altrettante volte la mazza ruppe l’assalto abbattendolo
al suolo. Dopo un colpo particolarmente terribile, egli si trascinò
sui piedi, troppo stordito per lanciarsi. Andò qua e là, barcollando
e zoppicante, col sangue che gli colava dal naso, dalla bocca e dalle
orecchie, il magnifico manto spruzzato e macchiato di bava sanguigna.
Allora l’uomo gli si avvicinò e, deliberatamente, gli assestò un
terribile colpo sul naso. Tutta la pena che aveva già sofferto fu
niente al paragone della raffinata tortura di questa.

Con un ruggito che pareva, nella sua ferocia, quasi leonino, egli si
lanciò ancora una volta sull’uomo. Ma l’uomo, passando la mazza dalla
destra alla sinistra, l’afferrò freddamente per la mascella inferiore,
torcendola indietro e in giù. Buck descrisse un intero circolo e mezzo
nell’aria, poi s’abbattè per terra, sulla testa e sul petto.

Per l’ultima volta si slanciò. Allora l’uomo gli assestò il colpo di
grazia, che aveva appositamente trattenuto a lungo, e Buck cadde privo
di sensi.

— Non è certo lento a domar cani, dico io! — gridò con entusiasmo uno
degli uomini sul muro.

— Preferirei domare, piuttosto di una bestia simile, un lupo ogni
giorno e due volte la domenica, — rispose il conducente mentre saliva
sul carro e avviava i cavalli.

Buck ricuperò i sensi, ma non le forze. Giaceva dov’era caduto, e di là
osservava l’uomo dalla maglia rossa.

— Risponde al nome di Buck, — diceva l’uomo, ad alta voce, da solo,
citando dalla lettera del taverniere che aveva annunciato la consegna
della gabbia e del suo contenuto.

— Ebbene, Buck, mio caro, — continuò allegramente, — abbiamo avuto una
piccola disputa, e ora la miglior cosa da fare è di considerare la cosa
una cosa finita. Tu hai imparato qual è il tuo posto ed io conosco il
mio. Sii un buon cane e tutto andrà bene. Capisci?

E mentre parlava, accarezzava senza paura la testa battuta
implacabilmente, e benchè il pelo di Buck divenisse irsuto al tocco
della mano, la sopportava senza protestare. Allorchè l’uomo gli portò
dell’acqua, il cane la bevve avidamente, e più tardi prese a volo un
generoso pasto di carne cruda, pezzo per pezzo, dalla mano dell’uomo.

Egli era vinto (lo sapeva); ma non fiaccato. Vide, una volta per
sempre, ch’egli non aveva alcuna probabilità di vincere contro un
uomo armato di mazza. Aveva imparato una lezione, che non dimenticò
più per il resto della vita. Quella mazza era una rivelazione. Era
la sua presentazione nel regno della legge primitiva, e s’avanzò
ad incontrarla a mezza via. I fatti della vita assumevano, ora, un
aspetto terribile; ma, affrontando quel nuovo aspetto, indomito,
egli l’affrontava con tutta la penetrazione viva della sua natura
risvegliata. Col passar dei giorni, arrivarono altri cani, in gabbia o
al guinzaglio, alcuni docili e altri, ringhiando e digrignando i denti,
come era capitato a lui; e li vide tutti passare sotto il dominio
dell’uomo dalla maglia rossa. E ogni volta che assisteva a quello
spettacolo brutale, Buck ripensava alla sua lezione: un uomo con una
mazza era uno che dettava legge, un padrone da ubbidire, benchè non
fosse necessario, riconciliarsi con lui. E a questo riguardo, Buck
non fu mai colpevole; benchè avesse visto dei cani bastonati divenire
servili con l’uomo, e agitar la coda e leccargli le mani. Vide pure
un cane, che non voleva nè conciliarsi nè obbedire, essere alla fine
ucciso nella lotta di sopraffazione.

Di tanto in tanto venivano degli uomini sconosciuti, che parlavano
concitatamente, pieni di moine, e in vario modo con l’uomo dalla
maglia rossa. E allorchè del danaro passava tra loro, gli sconosciuti
conducevano via uno o più cani. Buck almanaccava dove potessero
andare, perchè non tornavano più indietro; ma aveva un gran timore
dell’avvenire, ed era soddisfatto, ogni volta, di non essere prescelto.

Ma infine giunse il suo turno, col presentarsi di un omino aggrinzito
che parlava un inglese scorretto e vomitava molte strane e pazze
esclamazioni che Buck non poteva comprendere.

— _Sacredam!_ — esclamò l’omino, allorchè i suoi occhi si posarono su
Buck. — Quel diavolo di cane là! Eh! Quanto?

— Trecento, e un regalo in più, — fu la pronta risposta dell’uomo
dalla maglia rossa. — E giacchè il danaro è del Governo, non avremo da
questionare, eh, Perrault?

Perrault fece una smorfia. Considerato che il prezzo di cani era stato
oltremodo elevato dalle numerose richieste, non era quella una somma
esagerata per un animale così bello. Il Governo Canadese non ci avrebbe
perduto, nè avrebbero i suoi messaggi viaggiato più lentamente, per
ciò. Perrault, che se ne intendeva di cani, quando aveva visto Buck
s’era accorto che quella era una bestia che si distingueva tra mille. —
Uno tra diecimila. — pensò mentalmente.

Buck vide del danaro tra i due, e non fu sorpreso allorchè Curly, una
piacevole terranova, e lui furono condotti via dall’omino aggrinzito.

Quella fu l’ultima volta che vide l’uomo dalla maglia rossa; e fu
l’ultima volta anche che vide, mentre Curly e lui guardavano Seattle
che s’allontanava, dal ponte del _Narwhal_, la calda Terra del Sud.
Curly e lui furono condotti giù da Perrault e consegnati a un gigante
chiamato François. Perrault era un francese del Canadà, abbronzato
dal sole; ma François era un francese del Canadà, di sangue misto, e
doppiamente abbronzato dal sole. Essi costituivano una nuova specie
d’uomini agli occhi di Buck (che era destinato a vederne molti altri
ancora); cosicchè mentre egli non nutrì alcuna affezione per loro,
tuttavia finì per onestamente rispettarli. Egli conobbe rapidamente
che Perrault e François erano uomini giusti, calmi e imparziali
nell’amministrare giustizia, e tanto saputi di tutto quanto riguardava
i cani, da non poter essere ingannati da cani.

Sul secondo ponte del _Narwhal_, Buck e Curly s’unirono ad altri
due cani. Uno di essi era un grosso cane bianco come la neve dello
Spitzbergen, condotto via da un capitano di nave, per la pesca delle
balene; e aveva ultimamente accompagnato un’Esplorazione Geologica
nelle Barrens. Egli era amichevole, ma in certo modo traditore, e
sorrideva in faccia mentre meditava qualche tiro nascosto, come, ad
esempio, allorchè rubò il cibo di Buck, il primo pasto. Mentre Buck
si lanciava per punirlo, sibilò nell’aria la frusta di François,
che raggiungeva prima il colpevole; e a Buck non rimase altro che
ricuperare l’osso. François era stato giusto, pensò Buck, e l’uomo dal
sangue misto crebbe nella stima del cane.

L’altro cane non dava confidenza, e non ne riceveva; non tentava
neppure di rubare ai nuovi venuti. Era un triste e malinconico cane di
pessimo umore, il quale fece capire chiaramente a Curly che desiderava
di essere lasciato solo; altrimenti sarebbero guai. Era chiamato
«Dave», e mangiava e dormiva, o sbadigliava negli intervalli, e non
prendeva interesse a nulla, neppure quando il _Narwhal_ attraversò
lo stretto della Regina Carlotta e rullò e beccheggiò come se fosse
stregato. Quando Buck e Curly divennero agitati, mezzi pazzi per la
paura, egli alzò la testa, come se fosse annoiato, li degnò di uno
sguardo non curioso, sbadigliò, e si riaddormentò.

Giorno e notte, il bastimento vibrava scosso dal pulsare instancabile
dell’elica; e benchè i giorni s’assomigliassero, era chiaro per Buck
che la stagione diveniva rapidamente più fredda. Finalmente, una
mattina, l’elica si fermò, e il _Narwhal_ fu pervaso da un’atmosfera di
agitazione. Egli lo sentiva, come lo sentivano gli altri cani, e sapeva
che un cambiamento era prossimo. François pose loro il guinzaglio e li
condusse sul ponte. Al primo passo sulla fredda superficie, i piedi
di Buck sprofondarono in una specie di muschio bianco, molto simile
al fango. Balzò indietro con uno starnuto; ma altra roba bianca della
stessa specie cadeva dal cielo. Egli si scrollò, ma ne vide ancora
cadere su di lui. L’annusò, curioso, e poi ne leccò un po’; bruciava
come fuoco, e là per là svaniva. Ciò gli sembrava assai strano.
Riprovò, con lo stesso risultato. Gli spettatori risero rumorosamente,
ed egli ebbe vergogna; non sapeva perchè, giacchè conosceva per la
prima volta la neve.




CAPITOLO II.

LA LEGGE DELLA MAZZA E DEI DENTI


Il primo giorno che Buck passò sulla spiaggia di Dyea fu come un
incubo. Tutte le ore erano piene di mutamenti e di sorprese. Egli era
stato improvvisamente strappato dal cuore della civiltà e gettato nel
cuore delle cose primordiali. Non era questa una vita pigra baciata dal
sole, senz’altro da fare che bighellonare e annoiarsi. Qui non vi era
nè pace, nè riposo, nè un momento di sicurezza, ma tutto era confusione
ed azione, e ogni momento la vita e le estremità del corpo erano in
pericolo. Vi era la necessità continua e imperativa d’essere sempre
vigile; chè quegli uomini e quei cani non erano uomini e cani di città,
ma esseri selvaggi, tutti, che non conoscevano altra legge se non
quella della mazza e dei denti.

Non aveva mai visto dei cani combattere come combattevano quelle
creature simili a lupi: e la prima esperienza gli servì da lezione
indimenticabile; chè se non fosse stata lezione per lui, non avrebbe
certo vissuto per avvantaggiarsene. Curly ne fu la vittima. Erano
accampati vicino al magazzino di legnami, ed essa, con quella sua
maniera amichevole, cercò di entrare in relazione con un rude cane
dalla taglia di un grosso lupo, che però non era neppure la metà di
essa. Non vi fu alcun preavviso, ma solo un salto in avanti, come un
lampo, un colpo metallico di denti, un altro salto altrettanto rapido
indietro, e il muso di Curly apparve squarciato, dall’occhio alla
mascella.

Era quella la maniera di combattere del lupo, che colpiva e saltava
indietro; ma la cosa non finì lì. Trenta o quaranta di quei cagnacci
corsero sul luogo e circondarono i combattenti, in cerchio intento
e silenzioso. Buck non comprendeva quella attenzione silenziosa;
nè l’avidità con cui si leccavano le zampe. Curly si lanciò sul suo
antagonista, il quale colpì di nuovo e di nuovo saltò indietro. Esso
arrestò un altro assalto di Curly col petto, in una maniera speciale
che le fece perdere l’equilibrio stendendola ruzzoloni a terra. Non si
rialzò più: gli altri cani, che parevano attendere quell’avvenimento,
si lanciarono su di essa mugolando e latrando, ed essa fu sepolta,
urlante di terrore, sotto la massa dei corpi irsuti.

La cosa era accaduta così improvvisamente e inaspettatamente, che Buck
rimase stordito. Vide Spitz tirar fuori la sua lingua scarlatta come
se ridesse, e François, lanciarsi nella confusione dei cani, agitando
una scure. Tre uomini con mazze l’aiutarono a disperdere i cani. Non
ci misero molto. Due minuti dopo che Curly era caduta, l’ultimo dei
suoi assalitori era cacciato via a mazzate. Ma essa giaceva inerte nel
sangue, quasi sbranata, a pezzi: e il bruno meticcio stava chinato su
lei bestemmiando spaventevolmente. La scena ritornò spesso a turbare i
sonni di Buck. Quella era dunque la maniera; e gli appariva ingiusta.
Una volta a terra, era la fine. Ebbene, sarebbe stato attento a non
andare mai a terra. Spitz tirò fuori la lingua e rise di nuovo: e da
quel momento Buck l’odiò di un odio amaro e mortale.

Prima ancora che si fosse riavuto dal colpo risentito per la morte
tragica di Curly, ricevette un altro colpo. François gli legò addosso
una combinazione di cinghie e di fibbie. Erano dei finimenti, come
quelli che aveva visto mettere dagli staffieri addosso ai cavalli,
quand’era a casa. E come i cavalli che aveva visto lavorare, così era
messo egli stesso a lavorare, per trascinare François s’una slitta alla
foresta, nella valle, e ritornare con un carico di legna da ardere.

Benchè la sua dignità fosse dolorosamente ferita dal fatto di essere
così ridotto ad un animale da tiro, egli era troppo saggio per
ribellarsi. Si curvò risoluto e fece del suo meglio, benchè tutto
ciò fosse nuovo e strano. François era rigido, reclamava ubbidienza
immediata, e per virtù della frusta otteneva immediata ubbidienza;
mentre Dave, che era un tiratore esperto, morsicava i fianchi di
Buck quando sbagliava, Spitz era alla testa, pure egli esperto,
e non potendo sempre afferrare Buck, ringhiava di tempo in tempo
brevi ammonimenti, o abilmente gettava il suo peso sui tiranti per
costringere Buck ad andare a modo. Buck imparò facilmente, e sotto la
guida dei suoi due compagni e di François, fece notevoli progressi.
Quando ritornò all’accampamento, sapeva già che doveva fermarsi ad ogni
«ho» e correre ad ogni «mush», e girare largo nelle curve, e tenersi
fuori dal percorso degli strisci quando la slitta, carica, scivolava
come una freccia alle loro calcagna.

— Sono dei buoni, — disse François a Perrault. — Quel Buck tira come un
diavolo, e impara presto, come niente fosse.

Nel pomeriggio, Perrault, che aveva fretta di mettersi in cammino con
i suoi dispacci, ritornò con altri due cani. Li chiamava «Billee» e
«Joe», due fratelli, e dei veri huskies entrambi. Benchè figli della
stessa madre, erano differenti come il giorno e la notte. Il difetto di
Billee era d’essere di eccessiva bontà, mentre Joe era tutto l’opposto;
acre e chiuso, con un perpetuo ringhio e un occhio maligno. Buck li
ricevette con cameratismo. Dave non li guardò neppure; mentre Spitz
incominciava a battere prima l’uno e poi l’altro. Billee agitò la coda
per pacificarlo, e poi scappò via quando s’accorse che ogni tentativo
di pacificazione era sprecato, e strillò (ancora col tono di chi vuol
essere amico) allorchè gli acuti denti di Spitz gli penetrarono nella
coscia. Ma per quanto Spitz girasse, Joe girava pure sui suoi piedi,
per tenergli testa, con il pelo irto, le labbra convulse e ringhiose,
le mascelle che battevano insieme il più rapidamente possibile per
minacciare morsi, e gli occhi diabolicamente luminosi — incarnazione
della paura belligerante. Il suo aspetto era così terribile, che
Spitz fu costretto a rinunciare a disciplinarlo; ma per coprire
la sua sconfitta si rivolse contro l’inoffensivo e gemente Billee
rincorrendolo sino ai confini dell’accampamento.

Prima di sera, Perrault si assicurò un altro cane, un vecchio
cagnaccio, lungo, magro e mal nutrito, col volto pieno di cicatrici e
un occhio solo, che lanciò una minaccia e un avvertimento di persona
che non teme nulla. Si chiamava Sol-leks, che vuol dire il Collerico.
Come Dave, non chiedeva nulla, non dava nulla, non s’attendeva nulla;
e quando camminò lentamente e deliberatamente in mezzo a loro, persino
Spitz lo lasciò stare. Egli aveva una particolarità, che Buck ebbe
la sfortuna di scoprire: non gli piaceva di essere avvicinato dalla
parte dell’occhio cieco. Di questa offesa Buck si rese stupidamente
colpevole: e si accorse della sua indiscrezione soltanto quando Solleks
gli fu sopra e gli squarciò la spalla sino all’osso per tre pollici di
lunghezza. Da allora in poi, Buck evitò il lato dov’era l’occhio cieco,
e sino alla fine della loro vita in comune i due non ebbero più guai
tra loro. La sua sola ambizione, pareva che fosse quella di Dave, di
essere lasciato in pace: però Buck doveva apprendere in seguito, che
ciascuno dei due possedeva un’altra, e ancor più vitale, ambizione.

Quella notte, Buck si trovò a dover risolvere il gran problema di
dormire. La tenda, alla luce di una candela, appariva luminosa
e calda nel mezzo della bianca pianura; senonchè, quand’egli vi
entrò, naturalmente, tanto Perrault che François lo bombardarono con
bestemmie e utensili di cucina, fino a che egli, riavutosi della sua
costernazione, non fu costretto a fuggire ignominiosamente, nel freddo.
Soffiava un vento gelato che lo pizzicava acutamente e gli mordeva con
speciale veemenza la spalla ferita. Si sdraiò sulla neve e tentò di
dormire, ma il gelo lo costrinse ben presto ad alzarsi tutto tremante.
Misero e sconsolato allora, andò vagando tra le molte tende, per
constatare nient’altro che un luogo era freddo quanto un altro. Qua e
là, dei cani selvaggi si lanciavano contro di lui, ma egli arruffava il
pelo del collo e ringhiava (come aveva imparato rapidamente), e quelli
lo lasciavano andare senza molestie.

Alla fine, gli venne un’idea. Sarebbe ritornato a vedere come i suoi
compagni s’accomodavano. Con sua grande sorpresa, trovò che erano
spariti. Ritornò a vagare per tutto l’ampio accampamento, cercandoli,
e ancora una volta ritornò sui suoi passi. Erano forse nella tenda?
No, non poteva essere; altrimenti, non ne sarebbe stato scacciato. Ma
dove dunque potevano essere? Con la coda penzoloni e il corpo tremante,
davvero smarrito, girò senza meta intorno alla tenda. Improvvisamente,
la neve cedette sotto le sue quattro gambe e si sprofondò. Indietreggiò
con un salto, irsuto e ringhioso, spaventato dall’imprevisto e
dall’ignoto. Ma un sommesso amichevole latrato l’assicurò, ed egli
ritornò ad investigare. Un soffio d’aria calda salì alle sue narici,
e là, vide, arrotolato su se stesso come una perfetta palla, Billee
che giaceva sotto la neve. Billee mugolò amichevolmente, s’agitò tutto
per mostrare la sua buona volontà e le sue buone intenzioni, ed osò
persino, come offerta di pace, di leccare il muso di Buck, con la sua
lingua calda ed umida.

Un’altra lezione. Dunque, così facevano? Buck, fiducioso, scelse un
punto e dopo un grande affaccendarsi e spreco di sforzi scavò una buca
per sè. In un momento, il calore del suo corpo riempì lo spazio angusto
della buca ed egli s’addormentò. Poichè la giornata era stata lunga
ed ardua, egli dormì intensamente e comodamente, ancorchè ringhiasse e
abbaiasse agitato da cattivi sogni.

Nè aprì i suoi occhi finchè non fu svegliato dai rumori
dell’accampamento che si destava. Al primo momento, non sapeva più
dove fosse. Aveva nevicato durante la notte ed egli era completamente
sepolto. La neve lo chiudeva da tutte le parti, e un grande brivido
di paura lo scosse — la paura della creatura selvaggia che teme la
trappola. Era un segno, quello, ch’egli riandava attraverso la sua vita
alla vita dei suoi progenitori; poichè egli era un cane incivilito, ma
non bene incivilito, e per esperienza personale non conosceva alcuna
trappola, e così non poteva pensare d’averne paura. I muscoli di tutto
il corpo gli si contrassero spasmodicamente e istintivamente, il pelo
del collo e della schiena divenne irsuto: con un feroce ringhio, egli
si lanciò diritto nel pieno giorno acciecante, con la neve che gli
volava intorno come una nube piena di raggi. Cadde sulle quattro zampe;
vide il bianco accampamento stendersi innanzi a lui e ricordò dov’era
e tutto quello che era accaduto dal momento che era uscito per una
breve corsa con Manuele, al momento che s’era scavato la buca, la notte
innanzi.

Un grido di François salutò il suo apparire. «Che avevo detto?»
esclamò il conducente di cani a Perrault. «Che Buck impara rapidamente
qualunque cosa».

Perrault acconsentì col capo gravemente. Quale corriere del Governo
Canadese, poichè recava dispacci importanti, egli era desideroso dei
migliori cani, e perciò particolarmente soddisfatto di possedere Buck.

Altri tre cani furono aggiunti al tiro, nel termine di un’ora; in
complesso nove; e prima che fosse passato un altro quarto d’ora,
essi erano attaccati alla slitta e in cammino verso Dyea Cañon. Buck
era contento d’essere partito, e benchè il lavoro fosse duro, non ne
risentiva alcun peso o dispiacere. Era sorpreso della intensa volontà
che animava l’intero tiro, volontà che gli si comunicò; ma ancora più
sorprendente era il mutamento avvenuto in Dave e Sol-leks. Sembravano
degli altri cani, trasformati dai finimenti. Ogni loro passività e
disinteresse era caduto. Si mostravano, ora, attenti ed attivi, ansiosi
che il lavoro procedesse bene, e terribilmente irritabili per qualsiasi
incidente, ritardo o confusione che ritardasse il loro lavoro. Il
tiro della slitta sembrava la suprema espressione del loro essere, la
ragione della loro vita, e la sola cosa in cui prendessero piacere.

Dave era il cane di stanga o cane di slitta, davanti a lui tirava Buck,
poi veniva Sol-leks; il resto del tiro si stendeva lungo una fila sino
alla guida di testa, ch’era Spitz.

Buck era stato appositamente posto tra Dave e Sol-leks perchè potesse
ricevere istruzione. E se ottimo scolaro egli era, quelli erano
parimenti ottimi maestri, che non lo lasciavano a lungo nell’errore e
imponevano il loro insegnamento, con i denti acuti. Dave era giusto e
molto saggio. Egli non l’addentava mai senza ragione, ma non mancava
mai di addentarlo se ce n’era bisogno. E siccome la frusta di François
coadiuvava, Buck trovò più conveniente emendare i propri difetti
anzichè rispondere. Una volta, durante una breve sosta, allorchè
s’ingarbugliò nei tiranti e ritardò la partenza, tanto Dave che
Sol-leks si lanciarono su lui e lo malmenarono alquanto. Si accrebbe il
garbuglio; ma da quella volta Buck ebbe gran cura di tenere separati
i tiranti; e prima che il giorno fosse finito, egli aveva imparato
così bene il suo lavoro, che i suoi compagni cessarono di premerlo. La
frusta di François schioccò meno di frequente, e Perrault onorò perfino
Buck sollevandogli le zampe ed esaminandole accuratamente.

Era una corsa di un giorno, molto dura, su per il Cañon, attraverso
Sheep Camp, oltre le Scales e la linea delle foreste, attraverso
ghiacciai e giacimenti di neve profondi centinaia di piedi, e al
disopra del grande Chilcoot Divide, che elevasi tra l’acqua salata
e l’acqua dolce e vigila paurosamente il triste e solitario Nord.
Andarono molto in fretta giù per la catena dei laghi che riempiono i
crateri di vulcani spenti, e quella sera entrarono tardi nell’immenso
accampamento al capo del lago Bennet, dove migliaia di cercatori d’oro
stavano costruendo barche per la primavera, quando il ghiaccio si
sarebbe spezzato. Buck scavò la sua brava buca nella neve e dormì il
sonno dell’esausto giusto: che durò breve tempo, perchè presto egli
fu tratto dalle fredde tenebre e attaccato con i suoi compagni alla
slitta.

Quel giorno percorsero quaranta miglia, essendo il solco battuto; ma
il giorno dopo, e per molti giorni ancora, dovettero aprirai un varco,
lavorando più duramente e progredendo molto meno. Di solito, Perrault
precedeva la slitta, battendo la neve con le sue scarpe munite di
racchetta, per facilitare l’avanzare dei cani. François che guidava
la slitta dal timone di destra, cambiava posto con lui, ma non molto
spesso. Perrault aveva fretta, e si vantava di una grande conoscenza
del ghiaccio, conoscenza che era indispensabile, perchè il ghiaccio
autunnale era molto sottile, e dov’era dell’acqua corrente non si
formava ghiaccio.

Così, un giorno dopo l’altro, per giorni senza fine, Buck faticava
ai tiranti. Sempre, levavano il campo quando faceva buio, e i primi
albori li trovavano che battevano il sentiero percorrendo nuove
miglia, segnate vagamente dal loro passaggio. E sempre s’accampavano
dopo che la notte era già scesa; mangiavano il loro pezzo di pesce
e s’accovacciavano a dormire nella neve. Buck era vorace. La libbra
e mezza di salmone seccato al sole, che costituiva la sua razione
giornaliera, sembrava non fosse nulla per lui. Non ne aveva mai
abbastanza, e soffriva perpetue fitte di fame. Ma gli altri cani,
perchè pesavano meno ed erano nati per quella vita, ricevevano una sola
libbra di pesce e riuscivano a mantenersi in buone condizioni.

Egli perdette rapidamente quella schifiltà che aveva caratterizzato
la sua vecchia vita. Mangiatore accurato e lento, aveva scoperto
che i suoi compagni, terminando prima, lo derubavano della parte di
razione che gli rimaneva. Non vi era maniera di difendersi. Mentre
egli scacciava due o tre, il cibo spariva nella bocca degli altri.
Per rimediare a ciò, mangiò in fretta come loro; e, tanto la fame
rincalzava, che egli non aveva ritegno a prendere anche la parte
altrui. Osservò e imparò.

Quando vide Pike, uno dei nuovi cani, furbo ipocrita e ladro,
destramente rubare una fetta di lardo affumicato, nel momento in cui
Perrault voltava le spalle, egli duplicò il furto, il giorno seguente,
portando via l’intero pezzo. Ne seguì un gran baccano, ma egli non fu
sospettato; mentre Dub, maldestro e pasticcione che si faceva sempre
cogliere in fallo, era punito per le malefatte di Buck.

Questa prima ruberia mostrò che Buck era adatto a sopravvivere
nell’ostile ambiente delle terre nordiche. Confermò la sua
adattabilità, la sua capacità ad adeguarsi a condizioni mutate; qualità
questa la cui mancanza avrebbe significato una rapida e terribile
morte. Segnò, inoltre, il decadere o frangersi della sua natura morale,
cosa vana, e un fardello nella furiosa lotta per l’esistenza. Ottima
cosa nel Sud, protetti dalla legge dell’amore e del cameratismo,
il rispettare la proprietà privata e i sentimenti personali; ma nel
Nord, sotto la legge della mazza e dei denti, chi prendeva queste cose
in considerazione era un pazzo, che per quanto si poteva osservare
intorno, non avrebbe certo prosperato.

Non che Buck facesse tutto questo ragionamento. Era adatto, ecco
tutto; e inconsciamente s’accomodava al nuovo modo di vita. In ogni
giorno, della sua vita, qualunque fosse il dissidio, egli non s’era
mai sottratto a una lotta. Ma la mazza dell’uomo dalla maglia rossa
gli aveva inculcato un codice più fondamentale e primitivo. Incivilito,
egli sarebbe stato capace di morire per una idea morale; per esempio,
per la difesa del frustino del giudice Miller; ma, ora, la perdita
assoluta d’ogni senso di civiltà era messa in evidenza dall’abilità
che usava nel sottrarsi alla difesa di una idea morale, per salvarsi
il fianco. Non rubava per la gioia di rubare, ma per le imperiose
necessità del suo stomaco; e non rubava apertamente, ma nascostamente e
con furberia, per timore della mazza e dei denti. In breve, le cose che
faceva, le faceva perchè era più facile farle che non farle.

Il suo sviluppo (o regresso) fu rapido. I suoi muscoli divennero duri
come il ferro; egli divenne indifferente a tutte le pene ordinarie;
e si regolò secondo una perfetta economia interna oltre che esterna.
Poteva mangiare qualsiasi cosa, nauseante e indigesta che fosse; e,
mangiatala, i succhi del suo stomaco ne estraevano, sino alle più
minute particelle, tutto il nutrimento, che il sangue portava poi alle
più lontane estremità del corpo, costruendo i più saldi e duri tessuti.
La vista e l’odorato gli divennero straordinariamente acuti; mentre
l’udito s’era acuito al punto che nel sonno udiva il più leggero suono
e distingueva se era segno di pace o di pericolo.

Imparò a strapparsi il ghiaccio coi denti, quando gli si formava tra le
dita delle zampe; e allorchè aveva sete e vi era un grosso strato di
ghiaccio sull’acqua, lo rompeva saltandovi sopra con le quattro zampe
irrigidite. La sua abilità più straordinaria era quella di odorare il
vento e di prevederlo una notte prima. Qualunque fossero le condizioni
atmosferiche, quand’egli scavava il suo covo accanto ad un albero, ad
un monticello, il vento che soffiava più tardi lo trovava sempre ben
riparato, coperto e caldo.

E non soltanto egli imparava per esperienza, ma perchè si ridestavano
in lui istinti da lungo tempo scomparsi. Si separavano da lui le
generazioni addomesticate; vagamente ricordava cose lontane della
giovinezza della sua razza, di quando i cani selvatici erravano a
torme per le primitive foreste e uccidevano per nutrirsi l’animale che
riuscivano ad abbattere. Non gli era difficile imparare a combattere
tagliando e strappando, col rapido morso del lupo. In quel modo
avevano combattuto obliati antenati, che ravvivavano in lui il senso
dell’antica vita, così che le vecchie abilità ed astuzie ch’essi
avevano impresso ereditariamente alla razza, diventavano le sue abilità
e le sue astuzie. Gli venivano naturali, senza ricerca o sforzo, come
se le avesse sempre pensate. E allorchè, nelle notti serene e fredde,
puntava il naso verso una stella e ululava a lungo alla maniera dei
lupi, erano i suoi antenati, morti, in polvere, che puntavano il naso
alle stelle e ululavano attraverso i secoli e attraverso lui. E le sue
cadenze erano le loro cadenze, che esprimevano la loro miseria e il
silenzio e il freddo e le tenebre.

Così, a dimostrare che specie di buffoneria è la vita, l’antico canto
rinasceva in lui ed egli ritornava ad essere se stesso; e ritornava ad
essere se stesso perchè gli uomini avevano scoperto un metallo giallo
nel Nord, e perchè Manuele era un aiuto-giardiniere il cui salario
bastava appena a soddisfare i bisogni della moglie e di varie piccole
copie di sè.




CAPITOLO III.

LA BESTIA PRIMORDIALE PREPONDERANTE.


La bestia primordiale preponderante era molto forte in Buck, e
in quelle terribili condizioni della vita sul duro sentiero del
Nord, crebbe ogni giorno più. Cresceva, tuttavia, segretamente. La
nuova perspicacia gli dava senno e ritegno. Era troppo occupato ad
accomodarsi alla nuova vita, per sentirsi a suo agio; e non soltanto
non cercava litigi, ma li evitava sempre, quando poteva. Una certa
ponderatezza caratterizzava i suoi atti. Egli non era soggetto a
sventatezze o ad azioni precipitate: e nel profondo odio che correva
tra lui e Spitz, non tradiva alcuna inesperienza, evitando qualsiasi
atto offensivo.

D’altro canto, forse perchè presentiva in Buck un rivale pericoloso.
Spitz non perdeva alcuna occasione di mostrargli i denti. Egli si
disturbò persino a minacciarlo, cercando sempre di incominciare lui una
lotta che poteva finire soltanto con la morte dell’uno o dell’altro. Il
che sarebbe accaduto, a principio de! viaggio, se non fosse successo un
accidente poco piacevole. S’erano accampati tristemente e miseramente
sulla riva del Lago Le Barge. Neve violenta, un vento che tagliava come
un coltello di fuoco e tenebre li avevano costretti a cercare a tastoni
un luogo dove accampare. Difficilmente avrebbero potuto trovarsi
peggio. Dietro loro sorgeva una parete rocciosa perpendicolare, e
Perrault e François erano stati costretti ad accendere il fuoco e a
stendere la roba per dormire sul ghiaccio del lago stesso. Essi avevano
scaricata la tenda a Dyea, per viaggiare più leggeri. Alcuni pezzi di
legno trovati lì, sulla riva, servirono a fare un fuoco che si spense
nel ghiaccio, lasciandoli, a mezzo della cena, all’oscuro.

Buck scavò il suo giaciglio accanto alla roccia protettrice. Egli vi
stava così comodo e caldo che a malincuore ne uscì quando François
distribuì il pesce che aveva disgelato sul fuoco. Ma quando Buck finì
la sua razione e ritornò alla sua buca, la trovò occupata. Un ringhio
minaccioso gli fece capire che l’offensore era Spitz. Sino allora Buck
aveva evitato di avere contese col suo nemico; ma quello era troppo. La
bestia in lui ruggiva. Si lanciò su Spitz con una furia che li sorprese
entrambi, e specialmente Spitz, che per esperienza era giunto alla
convinzione che Buck fosse un cane eccezionalmente timido, che riusciva
a difendersi solo per il peso e la grandezza.

Anche François rimase sorpreso, quando li vide piombar fuori dalla buca
rovinata, confusi insieme e indovinò la causa della lite. «Aaah!» gridò
a Buck, «Dàgli, dàgli, perdio! Dàgli, a quello sporco ladro!».

Ma anche Spitz era disposto a darle. Ringhiava con estrema rabbia ed
ardore mentre girava avanti e indietro in attesa del momento opportuno
per balzargli addosso. Buck non era meno ardente, e non meno cauto,
mentre anch’egli girava indietro e avanti in cerca di un momento di
vantaggio. Ma fu allora che accadde l’inaspettato, la cosa che lanciò
la loro lotta per la supremazia lontana nell’avvenire, al di là di
molte tormentose miglia e sentieri e fatiche.

Una bestemmia di Perrault, il risuonare di un colpo di mazza su delle
ossa e un acuto urlo di pena annunciarono l’inizio di un pandemonio. Si
vide che l’accampamento era improvvisamente popolato di villose forme
striscianti — un centinaio di cani affamati, che avevano subodorato
l’accampamento da qualche villaggio indiano. S’erano avvicinati
strisciando, mentre Buck e Spitz stavano combattendo, e allorchè i due
uomini balzarono in mezzo ad essi con grosse mazze, quelli mostrarono
i denti e si rivoltarono. Erano pazzi per l’odore dei cibi. Perrault
ne trovò uno con la testa affondata nella cassa delle provvigioni. La
sua mazza cadde pesantemente sulle scarne costole della bestia, e la
cassetta si capovolse per terra. Ed ecco, in un istante, una torma
di affamati bruti azzuffarsi per il pane e il lardo affumicato. Le
mazze caddero su di essi senza pietà. Essi strillarono e ulularono
sotto la pioggia di colpi, ma non cessarono egualmente di lottare con
disperazione finchè l’ultima briciola non fu divorata.

Nel frattempo, i cani della slitta, stupiti, erano balzati dalle loro
buche, per la paura di essere assaliti dai terribili invasori. Buck non
aveva mai visto cani come quelli. Sembrava che le loro ossa dovessero
bucare la pelle. Erano scheletri rivestiti da cadenti pelli infangate,
con occhi fiammeggianti e bocche piene di bava. Ma la pazzia della
fame li rendeva terrificanti, irresistibili. Non vi era maniera di
opporsi ad essi. I cani della slitta furono ricacciati sin dal primo
momento, contro la parete rocciosa. Buck era assediato da tre di essi,
e in un attimo ebbe la testa e le spalle lacerate e ferite. Il baccano
era spaventevole. Billee piangeva, come al solito: Dave e Sol-leks,
grondanti sangue da una ventina di ferite, combattevano bravamente,
a fianco a fianco. Joe morsicava come un demonio. Una volta, i suoi
denti si chiusero sulla zampa davanti di uno dei cani spezzandola di
netto; Pike, l’infingardo, saltò sull’animale sciancato e gli ruppe il
collo con un lampo dei denti e una scossa. Buck afferrò per la gola
un avversario bavoso, e fu spruzzato di sangue quando i suoi denti
s’affondarono nel giugulare. Il caldo sapore del sangue nella bocca lo
stimolò ad una maggiore furia. Si lanciò su un altro, e, allo stesso
tempo, sentì dei denti affondare nella propria gola. Era Spitz, che
l’attaccava a tradimento da un lato.

Perrault e François, avendo liberato la loro parte d’accampamento,
s’affrettarono a salvare i loro cani. L’onda selvaggia delle bestie
affamate indietreggiò davanti a loro e Buck si liberò dalla stretta. Ma
solo per un momento. I due uomini furono costretti a correre indietro
per salvare i viveri, e allora i cani affamati tornarono all’assalto di
quelli della slitta. Billee, divenuto coraggioso per lo spavento, balzò
attraverso il cerchio selvaggio e fuggì via sul ghiaccio. Pike e Dub lo
seguirono da presso, col resto dei compagni dietro. Mentre Buck stava
spiccando il salto per seguirli, vide, colla coda dell’occhio, che
Spitz si lanciava su di lui coll’evidente intenzione di rovesciarlo.
Una volta a terra sotto quella massa di cagnacci, non vi sarebbe stata
più speranza per lui. S’aggiustò a sostenere il colpo dell’attacco di
Spitz, e poi fuggì anch’egli sul lago.

Più tardi, i nove cani della slitta si riunirono e cercarono rifugio
nella foresta. Benchè non fossero inseguiti, erano in condizioni
pietose. Non ve n’era uno che non fosse gravemente ferito. Dub aveva
una zampa posteriore rovinata; Dolly, l’ultimo cane aggiunto al tiro
a Dyea, aveva la gola lacerata; Joe aveva perduto un occhio; mentre
Billee, l’allegro, con un occhio maciullato e in brandelli, pianse,
gemette tutta la notte. All’alba si trascinarono faticosamente
all’accampamento e trovarono i predoni scomparsi e i due uomini
di pessimo umore. Avevano perduto metà dei loro viveri. I cagnacci
avevano rosicchiato anche le cinghie e le coperture di tela della
slitta. Infatti, nulla avevano risparmiato di quanto fosse lontanamente
mangiabile. Avevano mangiato un paio di scarpe di pelle di cervo, di
Perrault, pezzi dei finimenti, e persino due piedi della striscia di
cuoio in fondo alla frusta di François. Egli si destò dalla dolorosa
contemplazione di tanta rovina per esaminare i suoi cani feriti.

«Ah, amici miei», diss’egli dolcemente, «può darsi che vi facciano
diventare idrofobi, tutti questi morsi. Possono essere tutti idrofobi,
_sacredam_! Che ne pensi, eh, Perrault?».

Il corriere crollò il capo dubbiosamente. Con quattromila miglia di
cammino ancora davanti, per arrivare a Dawson, non poteva facilmente
permettersi il lusso di avere cani idrofobi. Due ore di bestemmie e di
sforzi rimisero a posto i finimenti, e i cani ripresero penosamente il
cammino, faticando per le ferite e la strada ch’era la più dura che
avessero ancora fatta, e in vero la più dura che ci fosse fra essi e
Dawson.

Il Fiume dalle trenta Miglia era tutto disgelato. Le sue acque
impetuose sfidavano il gelo; soltanto ai margini e nei punti tranquilli
il ghiaccio resisteva. Furono necessari sei giorni di spossanti fatiche
per superare quelle trenta terribili miglia. E terribili erano davvero,
perchè ogni passo era fatto a rischio della vita del cane e dell’uomo.
Una dozzina di volte, Perrault, fiutando la via, cadde giù attraverso
i ponti di ghiaccio, salvato dalla lunga pertica che portava con sè,
ch’egli teneva in modo che ciascuna volta cadesse traversalmente al
buco fatto dal suo corpo. Ma aveva luogo a quel momento un cambiamento
subitaneo di temperatura e il termometro registrava cinquanta gradi
Fahrenheit sotto zero, e ciascuna volta che s’immergeva nel ghiaccio
era costretto, se non voleva morire, ad accendere un fuoco e ad
asciugarsi gli abiti.

Non v’era nulla che lo spaventasse: e appunto perchè nulla lo
spaventava, era stato scelto come corriere governativo. Egli affrontava
ogni genere di rischi, ficcando risolutamente il suo volto secco e
tagliente nel gelo, faticando dai primi albori sino alla sera oscura.
Girava intorno alle rive a picco, sul ghiaccio degli orli che si
piegava e frangeva sotto il piede e sul quale non osavano fermarsi. Una
volta la slitta s’affondò nel ghiaccio con Dave e Buck, che erano mezzi
gelati e quasi annegati quando riuscirono a trarli fuori. Il solito
fuoco fu necessario per salvarli. Poichè erano rivestiti solidamente
di ghiaccio, i due uomini li fecero correre intorno al fuoco,
facendoli sudare e disgelare, così vicino ai tizzi, che i cani furono
abbruciacchiati dalle fiamme.

Un’altra volta il ghiaccio si ruppe sotto Spitz, il quale si tirò
dietro l’intero tiro, sino a Buck, che fece leva con tutta la forza
delle sue quattro zampe sull’orlo sdrucciolevole del ghiaccio che
tremava e scricchiolava tutt’intorno. Ma dietro di lui vi era Dave, che
pure tirava indietro con tutte le sue forze, e dietro la slitta vi era
François che tirava sino a far scricchiolare i tendini delle braccia.

Una volta, poi, il ghiaccio si ruppe davanti e dietro loro, e non
vi era altra via di salvezza che su per la rupe a picco della riva.
Perrault le diede la scalata per miracolo, mentre François pregava
appunto per quel miracolo; e con tutte le corregge che avevano e le
cinghie della slitta, e servendosi anche del più piccolo pezzo di
finimento, attorcigliati e legati ad una lunga fune, issarono i cani,
l’uno dopo l’altro, sulla cresta della rupe. François salì per ultimo,
dopo la slitta e il carico. Poi dovettero cercare un luogo per la
discesa, discesa che fu alla fine fatta con l’aiuto della fune; e la
notte li ritrovò nuovamente sul fiume, con un solo quarto di miglio a
credito di un’intera giornata di pena.

Quando giunsero all’Hootaluiqua e al ghiaccio buono, Buck era sfinito.
Anche gli altri cani erano nelle stesse condizioni; ma Perrault,
per riprendere il tempo perduto, li spingeva avanti. Il primo giorno
percorsero trentacinque miglia, sino al Grande Salmone; il giorno dopo
trentacinque ancora sino al Piccolo Salmone; il terzo giorno quaranta
miglia, spingendosi molto innanzi verso le Cinque Dita.

I piedi di Buck non erano così saldi e duri come quelli degli altri
cani. S’erano indeboliti e ammorbiditi durante le molte generazioni che
erano passate dal giorno che l’ultimo suo antenato selvaggio era stato
domato da un abitatore delle caverne o del fiume. Zoppicava tutto il
giorno penosamente, e allorchè l’accampamento era fatto, si gettava
a terra come morto. Affamato com’era, non si muoveva per prendere la
sua razione di pesce, e François era costretto a portargliela. Inoltre
egli gli fregava i piedi per mezzora ogni sera dopo cena, e sacrificò
la parte superiore dei suoi _moccasins_, i sandali indiani di pelle di
daino, per farne quattro per Buck. Fu un gran sollievo per Buck, che
fece sorridere persino l’aggrinzita faccia di Perrault, un mattino che
François dimenticò i _moccasins_ e Buck giacque sulla schiena, con le
quattro zampe che s’agitavano nell’aria, a mo’ di appello, e rifiutando
di muoversi senza di essi. In seguito, i suoi piedi divennero duri, e i
piccoli sandali, già logori, furono gettati via.

Al Pelly, una mattina, mentre stavano attaccando la slitta, Dolly,
che non era mai stata buona a nulla, impazzì improvvisamente. Ella
rivelò la sua condizione con un lungo doloroso ululato da lupo, che
fece rizzare il pelo dalla paura, a tutti i cani; e poi si lanciò
diritta contro Buck. Egli non aveva mai visto un cane diventare pazzo,
nè aveva alcuna ragione per temere la pazzìa, e tuttavia ne comprese
subito l’orrore e fuggì via preso da panico. Corse davanti a sè come
una saetta, con Dolly che gli ansava bavosa un salto indietro; nè essa
poteva guadagnare terreno su di lui, tanto grande era il suo terrore,
nè egli poteva distanziarla, tanto grande era la pazzia della cagna.
Egli si tuffò nel seno boscoso di un isolotto, volò giù alla riva più
bassa, attraversò un canale interno pieno di grosso ghiaccio sino
ad un’altra isola, guadagnò una terza isola, piegò dietro il corso
maggiore del fiume, e, disperato incominciò ad attraversarlo. E tutto
mentre, sebbene non guardasse, poteva udire il ringhiare affannoso,
un salto indietro, della cagna pazza. François lo chiamò, un quarto di
miglio lontano, ed egli tornò indietro di colpo, guadagnando un salto
avanti, ansando penosamente, chè gli mancava il respiro, ponendo tutta
la sua fede in François, che l’avrebbe salvato. Il conduttore di cani
teneva alzata in mano la scure, e allorchè Buck gli passò accanto come
una saetta, la scure precipitò con fracasso sulla testa della pazza
Dolly.

Buck cadde contro la slitta, esausto, singhiozzando per respirare,
smarrito. Spitz, colto il destro, si lanciò su Buck e due volte i suoi
denti s’affondarono nell’inerme nemico lacerandogli e squarciandogli
la carne sino all’osso. Allora entrò in gioco la frusta di François,
e Buck ebbe la soddisfazione di vedere Spitz bastonato come non era
ancora mai stato alcuno del tiro.

«È un diavolo, quello Spitz!», osservò Perrault. «Un maledetto giorno,
egli ucciderà Buck».

«Buck vale due diavoli», fu la risposta di François. «Più lo osservo, e
più ne sono sicuro. Senti: un maledetto giorno diventerà pazzo come un
diavolo e allora egli masticherà tutto Spitz e lo risputerà sulla neve.
Certo. Lo so io».

Da quel momento, vi fu guerra, tra i due cani. Spitz, come cane
conduttore e capo riconosciuto del tiro, sentiva la sua supremazia
minacciata da quello strano cane del Sud. Buck, infatti, gli
appariva molto strano, perchè dei molti cani del Sud che aveva
conosciuto, nessuno s’era mostrato di qualche valore nè al tiro,
nè all’accampamento. Erano tutti troppo delicati, e morivano per la
fatica, il freddo e la fame. Buck era un’eccezione. Egli solamente
sopportava e prosperava, uguale agli «_Luskygs_» del nord per forza,
selvatichezza e furberia. E poi era un cane dominatore; reso pericoloso
dal fatto che la mazza dell’uomo dalla maglia rossa gli aveva tolto
ogni impulso cieco o impazienza nel suo desiderio di dominare. Egli
era eminentemente scaltro e furbo, e poteva aspettare il suo tempo con
pazienza davvero primitiva.

Era inevitabile che avvenisse il cozzo per la supremazia; e Buck
lo voleva. Lo voleva perchè era della sua natura; perchè era stato
irretito dall’orgoglio senza nome e incomprensibile per il tiro della
slitta e pel cammino — quell’orgoglio che sostiene i cani nella fatica,
sino all’ultimo respiro, e li alletta a morire pieni di gioia nei
finimenti, e spezza il loro cuore, se ne sono distolti. Era l’orgoglio
di Dave, cane da stanga, di Sol-leks, mentre tirava con tutte le sue
forze; l’orgoglio che s’impossessava di loro quando il campo era tolto,
trasformandoli da bruti doloranti e torvi in creature ambiziose,
piene di ardore; l’orgoglio che li spronava tutto il giorno e li
abbandonava allorchè s’accampavano, ripiombandoli in cupa irrequietezza
e scontento. Questa ambizione animava Spitz e lo faceva ringhiare
contro i cani della slitta, quando sbagliavano o non tiravano o si
nascondevano al mattino, al momento d’essere attaccati. Questa stessa
ambizione gli faceva temere Buck come un possibile cane guidatore; ciò
che Buck voleva appunto, per orgoglio.

Egli minacciava apertamente la supremazia dell’altro; s’intrometteva
tra lui e i rilassati che egli doveva punire. E lo faceva
deliberatamente. Una notte vi fu una grande nevicata, e al mattino
Pike, l’infingardo, non apparì. Era certamente nascosto nella sua buca,
sotto un piede di neve. François lo chiamò e cercò invano. Spitz era
pazzo dalla rabbia. Girava furioso per l’accampamento, annusando e
scavando in ogni possibile luogo, ringhiando così terribilmente che
Pike l’udì e ne tremò nel suo nascondiglio.

Ma quando, alla fine, fu scoperto, e Spitz si lanciò su lui per
punirlo, Buck si lanciò con pari furia, tra loro. Fu un assalto così
inatteso, e condotto con tanta abilità, che Spitz finì ruzzoloni.
Pike, da pauroso e tremante qual era prese coraggio da quell’aperta
ribellione, e si gettò sul suo capo rovesciato a terra. Buck, pel quale
la lealtà nella lotta era codice obliato, si lanciò pure su Spitz,
ma François, sogghignando per l’incidente, non deviando tuttavia dai
suoi criteri di giustizia distributiva, fece fischiare la frusta, con
tutta la sua forza, su Buck, e non riuscendo con ciò ad allontanarlo
dal prostrato rivale, usò il manico. Mezzo stordito dal colpo, Buck
cadde indietro e la frusta s’abbattè ripetutamente su lui, mentre Spitz
puniva duramente l’infingardo Pike.

Nei giorni seguenti, mentre s’avvicinavano sempre più a Dawson, Buck
continuò ancora a interporsi tra Spitz e i colpevoli; ma lo faceva
astutamente, quando non c’era François. Con la subdola ribellione di
Buck, sorse e s’accrebbe una disobbedienza generale. Dave e Sol-leks
rimasero immutati, ma il resto del tiro peggiorò ogni giorno più. Nulla
più procedeva bene; v’erano continue contese e contrasti, costanti
ragioni e possibilità di disordine, e Buck ne era la colpa. Egli teneva
sempre preoccupato e affaccendato François, poichè il conducente di
cani temeva sempre che avesse luogo la mortale lotta tra i due, lotta
ch’egli sapeva essere, prima o dopo, inevitabile; e più di una notte,
il rumore delle discordie e delle risse tra gli altri cani lo faceva
alzare dal giaciglio spaventato che Buck e Spitz fossero alle prese.

Ma l’occasione non si presentò ed essi entrarono in Dawson, un tetro
pomeriggio, e la grande lotta non era ancora avvenuta. V’erano là molti
uomini e innumerevoli cani, e Buck li trovò tutti al lavoro. Sembrava
che fosse nell’ordine naturale delle cose che i cani lavorassero.
Tutto il giorno essi correvano su e giù per la strada principale,
in lunghi tiri, e durante la notte si udiva passare il tintinnio dei
loro campanelli. Trascinavano travi da costruzioni e legna da ardere,
destinati alle miniere, e facevano ogni specie di lavoro, come i
cavalli nella Valle di Santa Clara.

Qua e là Buck incontrava dei cani della terra del Sud, ma, per la
maggior parte, tutti i cani erano della razza dei lupi selvatici.
Tutte le notti, regolarmente, alle nove, alle undici e alle tre, essi
alzavano un canto notturno, un canto magico e strano, al quale Buck
si dilettava di prender parte. Con l’aurora boreale che fiammeggiava
fredda in alto, o le stelle saltellanti nella danza del gelo, e la
terra intorpidita e gelata sotto il suo manto di neve, il canto degli
_huskies_ pareva la sfida della vita; soltanto, era espressa in tono
minore, con lunghi lamenti e mezzi singhiozzi, ed era piuttosto la
supplica della vita, l’articolato travaglio dell’esistenza. Era un
vecchio canto, vecchio quanto la stessa razza — uno dei primi canti
del mondo più giovane, quando i canti erano tristi. Recava l’impronta
dei dolori di innumerevoli generazioni, questo lamento che tanto
stranamente commoveva Buck. Quel lamento a singhiozzi esprimeva oltre
che la pena dei viventi, la pena dei loro selvatici progenitori; e la
paura e il mistero del freddo e delle tenebre, di ora e d’allora. Ed
egli si commoveva a quel canto sembrandogli ritornare con tutto il suo
essere, attraverso alle età del fuoco e del tetto, ai nudi primordi
della vita, delle età degli urli.

Sette giorni dopo il loro arrivo a Dawson, essi scendevano il ripido
banco accanto alle Barracks sulla Yukon Trail, diretti a Dyea e Salt
Water. Perrault riportava dispacci ancor più urgenti di quelli recati a
Dawson; egli era poi preso dall’orgoglio della rapidità, e si proponeva
di compiere il viaggio più rapido dell’anno. Lo favorivano in questo
parecchie cose. Il riposo di una settimana aveva rimesso in piena
efficienza i cani. Il sentiero che prima avevano penato ad aprirsi, era
stato poi ben battuto da altri; inoltre la polizia aveva stabilito in
due o tre luoghi dei depositi di viveri per i cani e gli uomini, e così
si viaggiava con carico leggero.

Il primo giorno raggiunsero Sixty Mile, che rappresenta una corsa di
cinquanta miglia; e il giorno dopo erano ben innanzi lungo il Yukon
verso Pelly. Ma quelle splendide corse non erano ottenute senza grandi
pene per François. La insidiosa rivolta incominciata da Buck aveva
distrutto la solidarietà del tiro. Non era più come un sol cane che
tirasse la slitta. L’incoraggiamento che Buck dava ai ribelli, induceva
questi ad ogni specie di meschine cattiverie e insubordinazioni. Spitz
non era più il capo da temersi tanto. Il vecchio timore scomparve, e
divennero tutti uguali nello sfidarne l’autorità. Pike gli rubò una
notte mezzo pesce, e l’ingoiò sotto la protezione di Buck. Un’altra
notte Dub e Joe s’azzuffarono con Spitz, e lo costrinsero a rinunciare
alla punizione ch’essi meritavano. E persino Billee, il bonario, era
meno bonario e non gemeva più, nè implorava così, come nei primi tempi.
Buck non s’avvicinava mai a Spitz senza ringhiare minacciosamente
col pelo irto. Infatti, la sua condotta era simile a quella di uno
che intendesse provocarlo: ed egli si dava delle arie di spavalderia
minacciosa sotto il naso di Spitz.

L’infrangersi della disciplina influiva pure sui rapporti tra cane e
cane. Si disputavano e azzuffavano più che mai tra di loro, tanto che
certe volte l’accampamento era un inferno di ululati: François tirava
giù delle strane bestemmie barbare, e pestava i piedi sulla neve,
vanamente furioso, e si strappava i capelli. La sua frusta sibilava
continuamente tra i cani, ma con scarsi risultati. Appena volgeva le
spalle, essi ricominciavano. Egli sosteneva Spitz con la frusta, mentre
Buck sosteneva il resto del tiro. François sapeva che in fondo a tutto
ciò c’era Buck, e Buck sapeva ch’egli sapeva, ma era troppo furbo per
farsi cogliere nuovamente sul fatto. Egli lavorava fedelmente sotto il
tiro della slitta, poichè quella fatica era diventata un piacere per
lui; ma era un piacere ancora maggiore suscitare una rissa fra i suoi
compagni e ingarbugliare così i tiranti.

Alla foce del Tahkeena, una notte, dopo cena, Dub scoprì un coniglio
dalle zampe bianche, e gli si lanciò sopra; ma non lo colse. In
un momento l’intero tiro fu in moto. Cento metri più in là vi era
l’accampamento della Polizia del Nord-ovest, con cinquanta cani, tutti
_huskies_, che s’unirono nella caccia. Il coniglio filò veloce giù per
il fiume, voltò per un piccolo ruscello, e sul letto gelato di esso
continuò a fuggire rapido. Correva leggero sulla superficie della neve,
mentre i cani fendevano lo strato gelato con il solo peso. Buck era
alla testa del branco dei cinquanta, seguendo il tortuoso corso del
ruscello, senza riuscire a guadagnar terreno. Procedeva, basso, nella
corsa, ululando, avido, col magnifico corpo lanciato come una saetta,
salto dopo salto, nel pallido chiarore lunare. E salto dopo salto, come
un pallido fantasma di ghiaccio, il coniglio dalle zampe di neve filava
innanzi a lui.

Tutto quell’agitarsi di vecchi istinti che a dati periodi spinge gli
uomini fuori dalle frastuonanti città nelle foreste e nelle pianure
per uccidere con pallottole di piombo lanciate chimicamente, la brama
del sangue, la gioia di uccidere, tutto ciò provava Buck con qualche
cosa di più profondamente intimo. Correva alla testa del branco, per
abbattere la preda selvatica, la carne vivente, per uccidere con i suoi
denti e immergere il muso sino agli occhi nel sangue caldo.

Vi è un’estasi che segna il culmine della vita, oltre il quale la vita
non può andare. E tale è il paradosso della vita, che quest’estasi
avvenga quando si è più vivi, come un completo oblìo d’esser vivi.
Quest’estasi, quest’oblìo della vita, viene all’artista avvolto e
rapito in una gran fiamma; viene al soldato, impazzito nella furia
della lotta, che non dà quartiere; e venne a Buck mentre conduceva
il branco e risuonava l’antico grido del lupo, sforzandosi egli di
raggiungere il cibo ch’era vivente e gli fuggiva leggero dinanzi nella
luce lunare. Stava scandagliando le profondità della sua natura, e
di parti della sua natura ch’erano più profonde di lui, ritornando
nel seno del tempo. Egli era dominato dal fluire impetuoso e puro
della vita, dall’onda della marea dell’essere, dalla perfetta gioia
di ciascun muscolo separato, da ciascuna articolazione, e da ciascun
tendine, in quanto erano tuttociò che non è morte, in quanto erano
infiammati e sfrenati, esprimendo se stessi in movimento, volando
esultanti sotto le stelle e sopra la faccia di materia morta e immota.

Ma Spitz, freddo calcolatore anche nei momenti supremi, lasciò il
branco e attraversò una stretta striscia di terra intorno alla quale
girava il ruscello. Buck non ignorava la cosa, e quando girò la curva,
con il gelido spettro del coniglio che fuggiva innanzi a lui, vide un
altro gelido e più grande spettro balzare dalla sponda soprastante il
letto del corso d’acqua, proprio innanzi al coniglio. Era Spitz. Il
coniglio non poteva tornare indietro, e mentre i bianchi denti gli
spezzavano la schiena a mezz’aria, egli strillò terribilmente, come
potrebbe strillare un uomo colpito a morte. A quel suono, al grido
della Vita che cadeva dall’apice della Vita nella stretta della Morte,
l’intero branco alle calcagna di Buck alzò un infernale coro di gioia.

Ma Buck non gridò. Non rallentò il suo slancio, ma piombò su Spitz,
spalla contro spalla, con tanta violenza da sbagliar la gola.
Ruzzolarono insieme più volte nel polviscolo della neve. Spitz balzò
in piedi istantaneamente come se non fosse stato gettato a terra,
lacerando la spalla di Buck e saltando da un lato. Due volte i suoi
denti, batterono insieme, come i denti d’acciaio di una tagliola,
mentre indietreggiava per prendere posizione, con le scarne labbra
alzate, sibilanti e ringhianti.

In un lampo Buck comprese. Era giunta l’ora. Era per la morte.
Mentre giravano intorno, ringhiando, con le orecchie basse, cercando
intensamente un vantaggio, la scena assumeva per Buck un aspetto
familiare. Gli sembrava di ricordare ogni cosa: i boschi bianchi, e la
terra, e la luce lunare, e il fremito della battaglia. Al biancore e al
silenzio sovrastava una calma spettrale. Non vi era il più debole filo
d’aria, nulla si moveva, non tremava foglia; il visibile fiato dei cani
s’alzava lentamente e pigramente nell’aria gelata. Avevano spartito
rapidamente il coniglio dalle zampe di neve, questi cani ch’erano dei
lupi male addomesticati: e s’avvicinavano ora in un cerchio di avida
attesa. Essi, pure, erano silenziosi, con gli occhi che scintillavano e
i respiri che salivano lentamente nell’aria. Per Buck non era nuova nè
strana, quella scena d’altri tempi. Era come se fosse sempre stata la
necessaria vicenda delle cose.

Spitz era un combattente pratico. Dallo Spitzberg attraverso le Terre
Artiche, e per il Canadà e i Barrens, egli s’era battuto con ogni
specie di cani ed era riuscito a vincerli. Terribile furia era la sua,
ma mai furia cieca. Preso dalla passione di sbranare e distruggere, non
dimenticava mai che il suo nemico era preso dalla stessa passione di
sbranare e distruggere. Non si lanciava mai all’attacco prima di essere
preparato a ricevere un attacco; non attaccava mai prima di avere
difeso quell’attacco.

Invano Buck si sforzò di affondare i denti nel collo del grosso cane
bianco. Ogni qual volta i suoi denti miravano alla carne più soffice,
incontravano i denti di Spitz. Denti contro denti, e le labbra erano
tagliate e sanguinavano, ma Buck non poteva penetrare nella guardia
del suo nemico. Allora si riscaldò e avvolse Spitz in un turbine di
attacchi. Ripetutamente tentò di afferrare la gola candida, dove la
vita palpitava alla superficie, e ciascuna volta Spitz lo feriva e
saltava da un lato. Allora Buck prese a slanciarsi contro Spitz come
se mirasse alla gola, improvvisamente piegando la testa da un lato,
battendo con la spalla contro la spalla di lui, come un montone, per
rovesciarlo. Ma invece di rovesciarlo, la spalla di Buck era lacerata
dai denti di Spitz, che balzava subito via leggero.

Spitz non era tocco, mentre Buck grondava sangue e respirava
affannosamente. La lotta diveniva disperata. E intanto il cerchio
silenzioso e lupino attendeva per finire qualsiasi cane soccombesse.
Mentre Buck annaspava, Spitz, incominciò a sua volta a lanciarglisi
contro, tanto che egli penava a mantenersi in piedi. Una volta Buck
cadde, e l’intero cerchio dei sessanta cani balzò in piedi; ma egli si
rimise, quasi a mezz’aria, e il circolo si gettò giù ad aspettare.

Ma Buck possedeva una qualità fatta per la gloria e la grandezza:
immaginazione. Combatteva per istinto, ma poteva combattere pure con la
testa. Si lanciò come se volesse ritentare il vecchio colpo di spalla,
ma all’ultimo istante s’abbassò rapido rasente la neve e colpì. I suoi
denti si chiusero sulla zampa sinistra, anteriore, di Spitz. Si udì
uno scricchiolìo d’osso spezzato, e il cane bianco gli tenne testa su
tre zampe. Tre volte cercò di rovesciarlo, e poi ripetè il colpo e
gli spezzò l’altra zampa davanti. Nonostante la pena e l’impotenza,
Spitz lottò disperatamente per tenersi ritto. Vedeva il cerchio
silenzioso, con occhi luminosi, lingue a penzoloni e fiati argentei,
salire e chiudersi sempre più su di lui, come aveva visto cerchi simili
chiudersi su vinti antagonisti nel passato. Soltanto questa volta egli
era il vinto.

Non vi era alcuna speranza per lui. Buck era inesorabile. La
compassione era una cosa serbata per climi più miti. Preparò l’ultimo
attacco. Il cerchio s’era ristretto tanto ch’egli poteva sentire
l’alito degli _kuskies_ ai suoi fianchi. Poteva vederli, oltre Spitz
e da ogni lato, mezzi rannicchiati per lanciarsi, con gli occhi
fissi su lui. Seguì come una pausa. Ogni animale era immobile, come
pietrificato. Soltanto Spitz tremava col pelo irsuto mentre barcollava,
ringhiando terribilmente e minacciosamente, come se volesse spaventare
la morte imminente. Alla fine, Buck balzò avanti e balzò indietro, ma
in quell’ultimo balzo in avanti egli aveva alla fine raggiunta la gola
del suo nemico. L’oscuro cerchio divenne un punto sulla neve innondata
dalla luce lunare, allorchè Spitz scomparve. Buck rimase da un lato a
guardare, campione fortunato, primordiale bestia dominante che aveva
ucciso e che aveva trovato piacere nell’uccidere.




CAPITOLO IV.

COLUI CHE HA GUADAGNATO IL PRIMATO.


— Eh! Che dicevo? Dicevo il vero quando asserivo che Buck vale per due
diavoli.

Fu questo il discorso di François la mattina dopo, quando scoprì che
mancava Spitz e che Buck era coperto di ferite. Lo tirò vicino al fuoco
e alla luce del fuoco mostrò le ferite.

— Quello Spitz combatte come un diavolo, — disse Perrault, mentre
esaminava gli squarci e i tagli.

— E questo Buck combatte come due diavoli. — fu la risposta di
François. — Ed ora potremo guadagnar tempo. Non più Spitz, non più
disordine, per certo.

Mentre Perrault impaccava gli attrezzi dell’accampamento e caricava
la slitta, il conducente incominciò a porre i finimenti ai cani. Buck
trottò subito al posto che Spitz avrebbe occupato come capo del tiro;
ma François, non badando ad esso, condusse Sol-leks alla bramata
posizione. A suo giudizio, Sol-leks era il miglior cane che rimaneva
per dirigere il tiro. Buck si slanciò furioso su Sol-leks, spingendolo
via e prendendone il posto.

— Eh? eh? — gridò François battendo le mani allegramente. — Guardate un
po’ Buck. Ha ucciso Spitz, e crede ora di prenderne il posto.

— Via! via di qui, stupido! — gridò, ma Buck non si mosse.

Afferrò Buck per la collottola del collo, e benchè il cane ringhiasse
minacciosamente, lo trascinò da un lato e rimise a posto Sol-leks. Il
vecchio cane non era punto contento, e mostrava chiaramente che aveva
paura di Buck. François era cocciuto, ma quando voltò le spalle, Buck
scacciò via nuovamente Sol-leks, che era contento di andarsene.

François si stizzì. — Ora, perdio! t’insegno io a ubbidire! — gridò,
ritornando con una pesante mazza in mano.

Buck, che ricordava l’uomo dalla maglia rossa, si ritirò lentamente,
nè ritentò di scacciare Sol-leks quando fu rimesso a posto. Girava
intorno, fuori del tiro della mazza, ringhiando furiosamente e
amaramente; e mentre girava intorno, teneva d’occhio la mazza per
schivarla se mai François gliela avesse gettata contro, giacchè era
diventato saggio nei rapporti con le mazze.

Il conducente continuò i suoi preparativi, e chiamò Buck quando fu il
momento di porlo al vecchio posto davanti a Dave. Buck indietreggiò
di due o tre passi. François lo seguì, ma il cane continuò a
indietreggiare. Dopo un po’ di questo gioco, François depose la mazza,
pensando che Buck temesse d’essere picchiato, ma Buck era, invece, in
piena rivolta. Non voleva sfuggire alla mazza, ma avere il comando del
tiro. Gli apparteneva di diritto. Se l’era guadagnato, e non avrebbe
rinunciato.

Perrault venne a dare una mano a François. Tutt’e due lo rincorsero
per quasi un’ora. Gli gettarono mazze: egli le schivò. Lo maledirono,
e maledirono i suoi genitori, e la sua semente sino alle più remote
venture generazioni, e tutti i peli del suo corpo e ogni goccia di
sangue delle sue vene; ed egli rispondeva ad ogni maledizione con
ringhi e si teneva lontano dal loro raggio d’azione. Egli non cercò
di scappare, facendo intendere chiaramente che quando l’avessero
accontentato, sarebbe rientrato al suo posto e sarebbe stato buono.

François alla fine si sedette grattandosi la testa. Perrault guardò
l’orologio e bestemmiò. Il tempo fuggiva, ed essi avrebbero dovuto
essere in cammino già da un’ora. François si grattò nuovamente la
testa. La scrollò e fece una smorfia di malcontento al corriere, il
quale scrollò le spalle, significando ch’erano vinti. Poi François si
avvicinò a Sol-leks e chiamò Buck. Buck rise, come ridono i cani, ma
tuttavia si tenne a distanza. François staccò i tiranti da Sol-leks
e rimise questo al suo solito posto. La slitta, ora, era pronta per
partire, coi cani in fila, l’uno dietro l’altro. Non v’era posto per
Buck, tranne che in testa. Ancora una volta François lo chiamò e ancora
una volta Buck rise e rimase dov’era.

— Getta via la mazza. — gli ordinò Perrault.

François ubbidì, e allora Buck accorse trottando, ridendo
trionfalmente, e si girò, in posizione di tiro, alla testa della fila
dei cani. Fu attaccato ai tiranti, e la slitta, liberata dalla presa
del ghiaccio, filò via lungo la traccia sul fiume, con i due uomini che
le correvano dietro.

Per quanto il conducente di cani avesse già dato un gran valore a Buck,
con i suoi due diavoli, pure egli trovò, sin dal principio di quella
giornata, che non l’aveva valutato al giusto. In un balzo, Buck aveva
assunti tutti i compiti del cane di testa; mostrandosi, dove bisognava
giudizio, pronto a pensare e pronto ad agire; dimostrandosi persino
superiore a Spitz, del quale François non aveva mai visto l’eguale.

Ma nell’obbedire alla legge e nel farla rispettare dai suoi compagni
soprattutto, Buck primeggiava. Dave e Sol-leks erano indifferenti
al mutamento del capo. Non era faccenda che li riguardasse. Il loro
compito era di tirare, e tiravano poderosamente, e finchè non erano
impediti nella loro fatica, non importava a loro che cosa accadesse.
Anche se fosse stato messo alla testa del tiro Billee, l’amabile, essi
non avrebbero fatto alcuna opposizione, purchè tenesse l’ordine. Il
resto del tiro, tuttavia, era diventato indisciplinato durante gli
ultimi giorni di Spitz, e la sorpresa fu grande quando Buck incominciò
a porre ordine, punendo senza misericordia.

Pike, che tirava alle calcagna di Buck, e che non metteva mai un’oncia
di più del suo peso di quanto bisognasse contro il pettorale, fu
rapidamente e ripetutamente punito per la sua neghittosità: così che
prima della fine del primo giorno di viaggio egli tirava come non aveva
mai tirato durante tutta la sua vita. La prima notte nell’accampamento,
Joe, il maligno, fu punito esemplarmente, cosa che Spitz non era
riuscito mai a fare. Buck lo debellò semplicemente per virtù del suo
maggior peso, e lo coprì di morsi finchè alla fine smise di ringhiare e
incominciò a mugolare chiedendo misericordia.

Il tono generale del tiro migliorò immediatamente; ricuperò la
solidarietà di un tempo, e ancora una volta i cani tiravano come un
sol cane. Alle Ruik Rapids furono aggiunti due _kuskies_ nativi, Teck
e Koona: e la celerità con la quale Buck li istruì alla disciplina del
tiro, tolse il respiro a François.

— Mai c’è stato un cane come Buck! — esclamò egli. — No, mai! Vale un
migliaio di dollari, perdio! Eh! Che ne dici, Perrault?

Perrault confermò con un cenno del capo. Era già in vantaggio sul
_record_ di velocità, e guadagnava ogni giorno. Il sentiero era in
eccellenti condizioni, ben battuto e duro, e non era caduta della nuova
neve che rendesse più difficile il cammino della slitta. Non faceva
troppo freddo: la temperatura, scesa a cinquanta Fahrenheit sotto zero,
rimase tale per tutto il resto del viaggio. Gli uomini correvano o
andavano sulla slitta, a turno, e i cani erano mantenuti al galoppo,
tranne rare fermate.

Poichè il Fiume delle Trenta Miglia era relativamente coperto di
ghiaccio, percorsero in un giorno il cammino per il quale nell’andata
avevano impiegato dieci giorni. In una sola corsa percorsero le
sessanta miglia che separano il Lago Le Barge dalle Cascate del Cavallo
Bianco. Attraverso Marsh, Tagish e Bennett (settanta miglia di laghi)
volarono con tale velocità, che l’uomo, cui toccava correre, si fece
rimorchiare, attaccato con una corda della slitta. E nella notte della
seconda settimana raggiunsero la sommità del Passo Bianco e scesero
il ripido pendio verso il mare, con le luci di Skaguay e delle navi ai
loro piedi.

Avevano raggiunto il _record_ della rapidità. Per quattordici giorni
avevano percorso, in media, quaranta miglia al giorno. Per tre giorni
Perrault e François si pavoneggiarono su e giù per la via principale di
Skaguay ed erano affogati sotto un diluvio d’inviti a bere, mentre il
tiro era il centro costante di una folla di adoratori della prodezza
e valentia canina. Poi tre o quattro malandrini occidentali tentarono
di mettere a sacco la città, e furono massacrati, e l’interesse del
pubblico passò ad altri idoli. Vennero poi degli ordini governativi.
François chiamò a se Buck, gli gettò le braccia al collo e pianse, e fu
l’ultima volta che il cane vide François e Perrault. Come altri uomini,
essi scomparvero per sempre dalla vita di Buck.

Un uomo di sangue mezzo scozzese prese in consegna i cani, e in
compagnia di una dozzina d’altri cani da tiro, Buck riprese la faticosa
via per Dawson. Non era una corsa leggera o rapida da _record_, ora, ma
un duro lavoro d’ogni giorno, con un carico pesante dietro; chè quello
era il corriere postale ordinario che portava notizie dal mondo agli
uomini che cercavano oro, all’ombra del Polo.

A Buck non piaceva quel nuovo lavoro, ma egli lo sopportava
coraggiosamente, provando orgoglio in esso, alla maniera di Dave
e di Sol-leks, e sorvegliando che i suoi compagni, prendessero
amore o non al lavoro, facessero la loro parte di fatica. Era una
vita monotona, che procedeva con la regolarità di una macchina. I
giorni s’assomigliavano. Ogni mattina, ad una certa ora, i cucinieri
apparivano, venivano accesi fuochi, ed era fatta colazione. Poi,
mentre alcuni toglievano l’accampamento, altri attaccavano i cani ed
erano già in viaggio da un’ora e più prima che calassero le tenebre
che annunciano l’aurora. Alla sera s’accampavano. Alcuni piantavano le
tende, altri tagliavano legna da ardere o rami di pini per i letti, e
altri ancora trasportavano acqua o ghiaccio per i cucinieri. Davano,
inoltre, da mangiare ai cani, per i quali il pasto serale costituiva
l’avvenimento più importante della giornata, benchè fosse pure
piacevole vagare per l’accampamento, dopo mangiato il pesce, per un’ora
e più con gli altri cani, un centinaio circa. Tra essi vi erano dei
terribili combattenti, ma tre battaglie con i più temibili diedero il
primato a Buck, sicchè quand’egli arruffava il pelo e mostrava i denti
tutti lo evitavano.

Più di tutto, forse, egli amava starsene accanto al fuoco accovacciato
sulle gambe posteriori, con le anteriori tese innanzi, la testa alta, e
gli occhi socchiusi fissi in sogno sulle fiamme. Qualche volta pensava
alla grande casa del Giudice Miller, nella soleggiata Valle di Santa
Clara e alla vasca di cemento per il nuoto, e a Isabella, la messicana
senza pelo, e a Toobs, il cane giapponese; ma più spesso ripensava
all’uomo dalla maglia rossa, alla morte di Curly, alla grande lotta con
Spitz, e alle buone cose che aveva mangiato e che avrebbe desiderato di
mangiare. Non soffriva nostalgia: la Terra del Sole era molto lontana
ed incerta, e quelle memorie non avevano alcun potere su di lui. Molto
più potenti erano le memorie ereditarie che davano a cose che non aveva
ancora viste un aspetto familiare; gli istinti (che non erano altro che
le memorie dei suoi antenati divenute abitudini) già assopiti in lui,
si ravvivano e tornavano in vita.

Talvolta, mentre stava là accovacciato a guardare con gli occhi
socchiusi e persi in sogni le fiamme, sembrava che le fiamme
appartenessero ad un altro fuoco, e che mentre egli era accovacciato
a quest’altro fuoco vedesse un altro uomo, diverso dal cuoco di razza
mista che gli stava, in realtà, innanzi. Quest’altro uomo aveva le
gambe più corte e le braccia più lunghe, con muscoli che erano fibrosi
e nodosi anzichè rotondi e gonfi. I capelli di quest’uomo erano lunghi
e appiccicati, e la testa sfuggente. Emetteva strani suoni, e sembrava
avesse terrore delle tenebre, nelle quali spiava continuamente,
stringendo in una mano, che arrivava a metà tra le ginocchia e i
piedi, un bastone con un sasso pesante infisso all’estremità. Era quasi
interamente nudo, con una pelle a brandelli e abbruciacchiata, gettata
sulle spalle, ma il corpo era molto peloso. In alcuni punti, attraverso
il petto e le spalle e lungo la parte esterna delle braccia e delle
cosce, il pelo era folto da divenire quasi una pelliccia. Non stava
eretto, ma col tronco inclinato in avanti dai fianchi, su gambe che si
piegavano ai ginocchi. Il suo corpo animato da una speciale elasticità,
o possibilità di contrazioni e di scatti, quasi da gatto, era sempre
vigilissimo, come di chi viva in perpetua paura delle cose visibili e
invisibili.

Altre volte quest’uomo peloso si rannicchiava accanto al fuoco, con
la testa tra le gambe, e dormiva. In tali occasioni teneva i gomiti
sui ginocchi, le mani congiunte sulla testa come per difendersi dalla
pioggia colle braccia pelose. E, oltre quel fuoco, nelle circostanti
tenebre, Buck poteva scorgere molti carboni accesi, a due a due, sempre
a due a due, che egli sapeva erano gli occhi delle grandi bestie da
preda. E poteva udire il ruinare dei loro corpi tra l’alta vegetazione,
e i rumori che facevano nella notte. E sognando sulla riva dello Yukon,
con pigri occhi socchiusi fissi sul fuoco, questi suoni e visioni
di un altro mondo gli facevano rizzare lungo la schiena i peli che
diventavano irsuti sul collo, sino a che gemeva basso e soffocato o
ringhiava dolcemente, e il cuciniere di razza mista gli gridava:

— Ehi! Buck, svegliati! — Allora l’altro mondo svaniva e il cane apriva
gli occhi sul mondo reale, e s’alzava e sbadigliava e si stendeva come
se veramente avesse dormito.

Il viaggio era così faticoso, con la posta da tirare, che il
duro lavoro li rese esausti. Erano diminuiti di peso e in cattive
condizioni, quando arrivarono a Dawson, e avrebbero dovuto avere almeno
una settimana o dieci giorni di riposo; ma due giorni dopo riscendevano
la riva dello Yukon dalle Barracks, carichi di lettere per la gente di
fuori. I cani erano stanchi, i conducenti brontolavano, e per aggravare
le cose, nevicava ogni giorno. Le conseguenze erano: un terreno molle,
maggiore attrito per gli strisci, e maggiore fatica per i cani nel
tirare; tuttavia i conducenti si mostrarono giusti durante l’intero
viaggio, e fecero del loro meglio per gli animali.

Ogni notte le prime cure erano per i cani. Essi mangiavano prima dei
conducenti, e nessun uomo pensava di coricarsi prima di avere esaminate
le zampe dei propri cani. Tuttavia, i cani perdettero le loro forze.
Sin dal principio dell’inverno avevano percorso mille ottocento miglia,
trascinando slitte per tutta la faticosa distanza; e mille ottocento
miglia lasciavano una profonda impronta anche sugli organismi più
induriti alle fatiche. Buck resisteva, tenendo i suoi compagni al
lavoro e mantenendo disciplina, benchè egli, pure, fosse molto stanco.
Billee si lamentava e sussultava ogni notte durante il sonno. Joe era
bisbetico più che mai, e Sol-leks era inabbordabile, tanto dal lato
dell’occhio cieco che dall’altro lato.

Ma era Dave che soffriva più d’ogni altro. Doveva avere qualche
malanno. Divenne sempre più cupo e irritabile, e quando s’accampavano,
faceva subito la sua buca per dormire e il conducente andava a dargli
il pasto nella buca. Una volta fuori dai finimenti s’accasciava e
non si rialzava più sino all’ora di essere attaccato, al mattino,
alla slitta. Talvolta, in cammino, quando era scosso da un improvviso
arresto della slitta, o si forzava per smuoverla, gridava di pena.
Il conducente l’esaminò ma non potè trovar nulla. Tutti i conducenti
s’interessarono al caso: ne parlavano durante i pasti, e durante le
loro ultime pipate prima di coricarsi. Una sera tennero consulto. Dave
fu condotto fuori del suo ricovero al fuoco, e fu toccato e tastato
sinchè gridò più volte. Qualche cosa c’era che gli faceva male, ma non
poterono trovare alcun osso spezzato, nè altra ragione del male.

Quando raggiunsero Cassiar Bar, il povero cane era così debole che
cadde ripetutamente sotto i tiranti. Lo scozzese di sangue misto fece
fare una fermata e levò Dave dal tiro, ponendo sotto la slitta, al
posto di esso, Sol-leks, ch’era il secondo del tiro. L’intenzione
del conducente era di fare riposare Dave, lasciandolo correre libero
dietro la slitta. Malato com’era, Dave soffriva di essere tolto dal
tiro, brontolando e ringhiando mentre lo staccavano, e mugolando, col
cuore spezzato, quando vide Sol-leks nel posto ch’egli aveva tenuto
amorosamente per tanto tempo. Chè egli aveva l’orgoglio del cammino e
del tiro, e, quasi moribondo, non poteva sopportare che un altro cane
facesse il suo lavoro.

Quando la slitta s’avviò, si dibattè nella neve lungo la via battuta,
attaccando con i denti Sol-leks, lanciandoglisi addosso e cercando di
farlo ruzzolare dall’altra parte della neve soffice, sforzandosi di
saltare tra i tiranti e di porsi tra lui e la slitta, e tutto il tempo
ululando e abbaiando e piangendo di dolore e di pena. Il conducente
cercò di allontanarlo con la frusta; ma il cane non badava al bruciore
delle frustate, e l’uomo non aveva coraggio di colpirlo più forte. Dave
non volle correre tranquillamente seguendo la traccia dietro la slitta,
dove era agevole andare, ma continuò ad affaticarsi lungo la slitta
nella neve soffice, dove era straordinariamente difficile procedere,
finchè fu esausto. Allora cadde, e rimase lì, ululando lugubremente,
mentre la lunga fila delle slitte gli passava innanzi.

Con le forze che gli rimanevano, riuscì a trascinarsi barcollando
dietro le slitte finchè non fu fatta una nuova fermata e allora si
lanciò sino alla sua slitta, e si fermò al fianco di Sol-leks. Il
conducente di questa indugiò un momento ad accendere la pipa dall’uomo
che veniva dietro a lui: poi ritornò sui suoi passi e diede il via
ai cani. Essi balzarono innanzi, con notevole facilità, senza sforzo
alcuno; volsero le teste dubbiosi e si fermarono sorpresi. Anche il
conducente era stupito: la slitta non s’era mossa. Egli chiamò i suoi
compagni a osservare l’accaduto. Dave aveva spezzato coi denti tutt’e
due i tiranti di Sol-leks, e stava davanti alla slitta, al suo posto.

Egli supplicò con gli occhi perchè lo lasciassero là. Il conducente era
perplesso. I suoi compagni raccontavano come un cane può avere il cuore
spezzato se gli venga negato il lavoro che l’uccide, e ricordavano casi
in cui cani, troppo vecchi o feriti, erano morti perchè erano stati
tolti dal tiro. Inoltre, ritenevano che era un atto di pietà, poichè
Dave doveva in ogni caso morire, lasciarlo morire sotto il tiro, a
cuor leggero e contento. Sicchè gli furono rimessi i finimenti ed egli
ricominciò a tirare orgoglioso come un tempo, benchè più di una volta
gridasse involontariamente, per il dolore del male interno.

Parecchie volte cadde e fu trascinato dai tiranti, e una volta la
slitta lo travolse, sicchè da allora in poi zoppicò ad una gamba
posteriore.

Ma resistette fino a che non pervennero all’accampamento, e il
conducente fece un giaciglio accanto al fuoco. All’alba, era troppo
debole per viaggiare. Al momento di attaccare la slitta, cercò di
trascinarsi sino al suo conducente. Con sforzi convulsi riuscì a porsi
in piedi, barcollò e cadde. Allora si trascinò penosamente e lentamente
sino al luogo dove stavano ponendo i finimenti ai suoi compagni.
Metteva innanzi le sue zampe anteriori e trascinava il suo corpo con
un movimento sussultorio: poi rimetteva innanzi le zampe, e ancora si
trascinava per qualche pollice. Sinchè le forze non l’abbandonarono,
alla fine, e i suoi compagni non lo videro per l’ultima volta
boccheggiante nella neve, e anelante verso di loro. Poterono udire il
cane che ululava lugubremente finchè non scomparvero dietro una fila di
alberi, lungo il fiume.

Là furono fermate le slitte. Lo scozzese di sangue misto ritornò
lentamente sui suoi passi all’accampamento che avevano lasciato. Gli
uomini cessarono di parlare. Risuonò un colpo di rivoltella.

L’uomo ritornò in fretta. Schioccarono le fruste, tintinnarono
gaiamente i sonagli e le slitte scivolarono lungo la traccia; ma Buck
sapeva, e tutti i cani sapevano, ciò che era accaduto dietro la fila
degli alberi.




CAPITOLO V.

LA FATICA DEL TIRO E DEL CAMMINO.


Trenta giorni dopo aver lasciato Dawson, il Corriere dell’Acqua Salata,
con Buck e compagni di tiro, arrivò a Skaguay. Essi erano in uno
stato deplorevole, stanchi e mal ridotti. Il peso di Buck era sceso
da centoquaranta libbre a centoquindici. Gli altri suoi compagni,
benchè cani meno pesanti, avevano perduto relativamente più peso di
lui. Pike, il finto ammalato, il quale, durante la sua vita d’inganni,
era riuscito spesso a simulare con buon successo una zampa malata,
zoppicava ora sul serio. Anche Sol-leks zoppicava, e Dub soffriva per
un’orribile piaga alle spalle.

Avevano tutti le zampe terribilmente rovinate. Non potevano più nè
lanciarsi nè saltare. Le loro zampe battevano il sentiero pesantemente,
agitando penosamente i corpi e raddoppiando la fatica d’ogni giorno di
viaggio. I cani non erano malati, ma mortalmente stanchi, non della
stanchezza mortale che consegue a uno sforzo eccessivo ma breve,
dalla quale ci si rimette dopo poche ore; ma di quella stanchezza
mortale che succede a un lento e prolungato esaurimento di forze, per
fatiche durate mesi. Non vi era più alcuna possibilità di riprendersi,
nè riserva di forza a cui ricorrere. Era stata tutta consumata sino
all’ultima particella. Non v’era muscolo, fibra, cellula, che non
fosse stanca, stanca morta. E c’era bene il motivo. In meno di cinque
mesi avevano percorso duemila cinquecento miglia; e durante le ultime
mille e ottocento miglia non avevano avuto che cinque giorni di riposo.
Quando arrivarono a Skaguay, essi potevano appena reggersi in piedi.
Era molto se riuscivano a tener tesi i tiranti. Nelle discesa potevano
appena tenersi fuori dal percorso della slitta.

— Coraggio, avanti, povere zampe malate! — l’incoraggiava il
conducente, mentre percorrevano barcollando la strada principale di
Skaguay. — Questo è l’ultimo sforzo. Poi avremo un lungo riposo. Eh?
Certo! Un incredibile lungo riposo.

I conducenti s’attendevano fiduciosi una lunga fermata. Essi stessi
avevano percorso mille duecento miglia, con soli due giorni di riposo,
e nel campo della ragione e della comune giustizia, essi meritavano
un periodo completo di riposo. Ma erano tanti gli uomini corsi nel
Klondike, e tante le fidanzate, le mogli e i parenti rimasti indietro,
che l’importanza del congestionato corriere assumeva delle proporzioni
enormi; inoltre, vi erano degli ordini ufficiali. Nuove consegne di
cani dovevano aver luogo alla Baia di Hudson per sostituire i cani
non più utili per il tiro. I conducenti dovevano liberarsi di quelli
che non erano più buoni a nulla, e, poichè i cani valgono ben poco al
confronto dei dollari, dovevano venderli.

Passarono tre giorni, durante i quali Buck e i suoi compagni si resero
conto di tutta la loro stanchezza e debolezza. Poi, la mattina del
quarto giorno, giunsero due uomini dagli Stati Uniti e comprarono
cani e finimenti, per una canzone. I due uomini si chiamavano tra
loro «Rico» e «Carlo». Carlo era un omino di mezza età, biancastro di
carnagione, con degli occhi deboli e acquosi e baffi vigorosamente e
terribilmente rivolti in sù, nascondendo le labbra cadenti e floscie.
Rico era giovane, tra i diciannove e i vent’anni, e aveva alla cintura,
ben carica di cartucce, una grossa rivoltella «Colt» e un coltello da
caccia. Quella cintura era la cosa che più risaltava in quel giovane,
di cui rivelava subito la durezza, una durezza estrema e indicibile.
Entrambi erano evidentemente fuori di posto, e il fatto che gente
come loro s’avventurasse nelle regioni nordiche fa parte del mistero
incomprensibile delle cose di questo mondo.

Buck udì mercanteggiare, vide il denaro passare dalle mani dell’uomo
nelle mani dell’agente del Governo, e comprese che il conducente
mezzo-scozzese e quelli del corriere scomparivano dalla sua vita,
dietro le calcagna di Perrault e di François e di quelli che erano
scomparsi prima di loro. Allorchè fu condotto con i suoi compagni
all’accampamento dei nuovi padroni, Buck vide un gran disordine e
una grande trascuratezza: la tenda mezza tesa, piatti sporchi, tutto
sottosopra; vide pure una donna. Gli uomini la chiamavano Mercede. Era
la moglie di Carlo e la sorella di Rico: nell’assieme, formavano una
bella famiglia.

Buck li guardò con apprensione, mentre tiravano giù la tenda e
caricavano la slitta. Facevano dei grandi sforzi, ma non avevano alcun
metodo o pratica. Rotolarono la tenda così malamente, che formava un
fagotto tre volte più grande di quello che avrebbe dovuto essere. I
piatti di latta furono riposti senza lavarli. Mercede era sempre tra
i piedi dei due uomini e continuava a ciarlare senza interruzione,
ammonendo e consigliando. Quando misero un sacco di panni sul davanti
della slitta, essa suggerì che il sacco dovesse andare sulla parte
posteriore; e quando essi misero il sacco sulla parte posteriore della
slitta e lo coprirono con un paio d’altri fagotti, essa s’accorse
d’aver lasciato fuori altri oggetti che non potevano essere posti che
proprio in quel sacco; ed essi dovettero scaricare nuovamente.

Tre uomini da una tenda vicina uscirono a guardare i preparativi,
sghignazzando e ammiccando tra loro.

— Voi avete già un bel carico, — osservò uno di essi: — Non tocca a me
a insegnarvi quello che dovete fare, ma, se fossi in voi, non porterei
dietro la tenda.

— Fu mai sognata una cosa simile! — esclamò Mercede, alzando le braccia
con atto di candido stupore. — Come diavolo potrei mai fare senza della
tenda?

— È primavera, e non avrete più tempi freddi. — rispose l’uomo.

Elusa scrollò il capo, decisa, e Carlo e Rico misero le ultime cose su
quel carico immenso.

— Credete che potrà camminare? — chiese uno degli uomini.

— Perchè no? — domandò Carlo, piuttosto brusco.

— Oh, va bene, va bene, — s’affrettò a dire l’uomo in tono sommesso. —
Pensavo soltanto se poteva, ecco tutto. Mi sembrava alquanto pesante.

Carlo attaccò i cani ai tiranti, quanto meglio potè, ma non nel modo
migliore.

— E, naturalmente, i cani non possono andare avanti tutto il giorno con
quel peso dietro. — affermò un secondo uomo.

— Certamente — disse Rico, con gelida cortesia, afferrando la stanga di
destra con una mano e agitando la frusta con l’altra.

— Avanti! — gridò. — Avanti, ehi!

I cani si lanciarono tendendo le cinghie del pettorale, fecero dei
grandi sforzi per un momento, e poi si rilassarono: erano incapaci di
muovere la slitta.

— Lazzaroni bruti, vi mostrerò io! — gridò egli facendo l’atto di
frustarli.

Ma Mercede s’interpose, gridando: — Oh, Rico, non devi picchiarli, —
e gli afferrò la frusta, e gliela strappò di mano. — Poverini! Ora tu
devi promettermi che non sarai duro con loro per tutto il resto del
viaggio, o io non vado un passo avanti.

— Ah! tu ne sai qualche cosa dei cani, — sghignazzò il fratello. —
Vorrei che tu mi lasciassi un po’ in pace. Sono lazzaroni, ti dico, e
tu devi frustarli se vuoi ottenere qualche cosa da loro. Questa è la
maniera. Domandalo a chi vuoi. Domandalo ad uno di questi uomini.

Mercede guardò, come implorando, gli uomini, con indicibile espressione
di ripugnanza per la sofferenza, sul suo volto grazioso.

— Sono deboli come l’acqua, se volete saperlo, — rispose uno degli
uomini. — Assolutamente sfiniti. Ecco il loro male. E hanno bisogno di
riposo.

— Crepi il riposo, — esclamò Rico, muovendo il suo mento imberbe,
mentre Mercede emetteva un — Oh! — di pena e di dispiacere,
all’esclamazione del fratello.

Ma poichè era una creatura che parteggiava ciecamente per i suoi,
s’affrettò a dire, puntigliosa, in difesa del fratello:

— Non badare a quello che dice. Tu conduci i nostri cani, e devi fare
quanto credi meglio.

La frusta di Rico s’abbattè nuovamente sui cani. Essi tesero nuovamente
i pettorali, puntarono i piedi sulla neve battuta, s’incurvarono su di
essa, e impegnarono tutta la loro forza. Ma la slitta tenne duro, come
se fosse un’ancora. Dopo due di quegli sforzi, i cani si fermarono,
ansanti. La frusta fischiava furiosamente, allorchè Mercede s’interpose
nuovamente. Cadde in ginocchio davanti a Buck, con lagrime agli occhi,
e gli pose le braccia attorno al collo.

— Poverino, poverino, poverino — piagnucolò con simpatia, — perchè non
tiri forte?... Non saresti frustato.

A Buck non piaceva quella donna, ma si sentiva troppo infelice per
resisterle; egli sopportò quelle carezze come una parte del miserevole
lavoro di quella giornata.

Uno degli spettatori, che aveva tenuti i denti stretti per reprimere
parole violenti, disse alla fine:

— Non perchè m’importi nulla di quanto può succedervi, ma solo per
amore dei poveri cani, voglio dirvi che potete aiutarli molto smuovendo
la slitta. Gli striscii sono trattenuti dal ghiaccio. Gettatevi con
tutto il vostro peso sul timone, a destra e a sinistra, e liberate gli
striscii dal ghiaccio.

Fu fatto un terzo tentativo, ma questa volta, seguendo il consiglio,
Rico ruppe la neve che si era ghiacciata intorno agli striscii, e la
troppo carica e male accomodata slitta scivolò, mentre Buck e i suoi
compagni tiravano disperatamente sotto la pioggia delle frustate.
Cento metri innanzi, il sentiero voltava e scendeva ripido lungo la
strada principale. Sarebbe occorso un uomo esperto per mantenere ritta
la slitta con quei carico; ma Rico non era un uomo esperto. Voltando
velocemente l’angolo, la slitta si capovolse, e metà del carico
cadde tra le corregge allentate. I cani non si fermarono. La slitta,
alleggerita, sobbalzava dietro di loro, piegata su un fianco. I cani
erano furiosi per il cattivo trattamento e per il carico eccessivo.
Buck era idrofobo: si diede a correre e gli altri del tiro seguirono
il suo esempio. Rico gridò: — Oho! Oho!, — ma quelli non gli badarono.
Egli inciampò e cadde per terra; e la capovolta slitta gli passò sopra,
e i cani volarono su per la strada, aumentando il divertimento di
Skaguay con lo spargere il resto del carico lungo la via principale
della città.

Dei cittadini di buon cuore fermarono i cani e raccolsero gli sparsi
indumenti. Essi diedero pure qualche consiglio. Era necessario
ridurre il carico di metà e aumentare del doppio i cani, se volevano
proprio arrivare a Dawson; fu detto. Rico, sua sorella e suo cognato
ascoltarono mal volentieri, ripiantarono la tenda e riesaminarono il
loro equipaggiamento. Tirarono fuori delle scatole di carne conservata
che fece ridere i presenti; essendo la carne conservata, sul Long
Trail, una cosa neppure da sognarsi. — Coperte per albergo, — disse uno
degli uomini ridendo ed aiutando. — La metà di queste coperte è già di
troppo; liberatevene. Gettate via quella tenda, e tutti quei piatti.
Chi li laverebbe, poi? Dio buono, credete di viaggiare in un treno di
lusso?

E così seguì l’inesorabile eliminazione del superfluo. Mercede si
mise a piangere quando i sacchi d’indumenti furono vuotati per terra,
e furono scartati i suoi oggetti, uno dopo l’altro. Piangeva, e
specialmente su ogni cosa scartata. Piegata in due, con le mani ai
ginocchi, si dondolava avanti e indietro col cuore affranto. Affermava
che non sarebbe andata avanti di un passo, neppure per una dozzina
di Carli. S’appellava a tutti e a tutto, e, alla fine, s’asciugò gli
occhi e incominciò a gettar via persino oggetti di vestiario ch’erano
indispensabili. E così indurita, quando finì di gettar via le proprie
cose, incominciò a prendersela con le cose dei suoi uomini, che fece
volare tutte come sotto un uragano.

Ciò fatto, l’equipaggiamento, benchè ridotto della metà, formava ancora
un cumulo formidabile. Carlo e Rico uscirono, la sera, e comprarono
sei cani _esterni_. Questi, aggiunti ai sei del tiro originale, e con
Teck e Koona, _huskies_ ottenuti al Rink Rapids, nel viaggio _record_,
formarono un tiro di quattordici cani. Ma i cani _esterni_, benchè
allenati al lavoro, quasi dal momento del loro sbarco, non valevano
molto. Tre erano bracchi dal pelo corto; uno era un terranova, e
gli altri due erano bastardi di razza indeterminata. Sembrava che
non sapessero nulla, questi nuovi venuti. Buck e i suoi compagni li
guardarono con disgusto; ma Buck sebbene insegnasse loro rapidamente
i loro posti e quanto non dovevano fare, non poteva insegnar loro
tutto ciò che dovevano fare. Non s’adattavano volentieri al tiro e
al cammino. Tranne i due bastardi, essi erano storditi e avviliti dal
selvaggio ambiente in cui si trovavano, e per il cattivo trattamento
ricevuto. I due bastardi non avevano punto spirito; tutta la loro
sensibilità si riduceva alle ossa

Con i nuovi venuti incapaci e smarriti, e il vecchio tiro esausto per
duemila e cinquecento miglia d’ininterrotto cammino, le previsioni
erano tutt’altro che liete. I due uomini, tuttavia erano allegrissimi,
e orgogliosi per giunta; perchè facevano le cose da gran signori, con
quei quattordici cani. Avevano visto altre slitte partire oltre il
Pass, per Dawson, o arrivare da Dawson, ma mai una slitta che avesse
tanti cani, quattordici cani! Per la natura dei viaggi artici, vi era
una buona ragione perchè quattordici cani non dovessero tirare una
slitta: cioè, perchè una slitta non può portare il cibo per quattordici
cani. Ma Carlo e Rico non lo sapevano. Essi avevano preparato il
viaggio, facendo i calcoli a matita: tanto per un cane, tanti cani,
tanti giorni, Q. E. D. Mercede guardava dietro le loro spalle, e
approvava col capo: era così semplice!

Sul tardi, la mattina dopo, Buck condusse il lungo tiro lungo la
strada. Non presentava nulla di vivace, quel tiro; e nè lui nè
i suoi compagni mostravano entusiasmo con impeti e strappi. Essi
incominciavano il viaggio già mortalmente stanchi. Egli aveva percorsa
quattro volte la distanza tra Salt Water e Dawson, e ora, avvilito e
stanco com’era, affrontare lo stesso cammino ancora una volta, provava
un senso di amarezza. Nè il suo cuore nè quello degli altri cani
partecipavano al lavoro.

Gli _esterni_ erano timidi e spaventati, gli _interni_ non avevano
fiducia nei loro padroni.

Buck sentiva vagamente che non c’era da fare affidamento su quei due
uomini e su quella donna. Non solo non sapevano fare nulla, ma col
passare dei giorni apparve chiaro che non potevano neanche imparare:
erano manchevoli in tutto, senz’ordine e senza disciplina. Impiegarono
metà della notte per preparare un accampamento disordinato, e metà
del mattino per togliere l’accampamento e per caricare la slitta così
male, che per il resto della giornata dovevano fermarsi e riassettare
il carico. Alcuni giorni, non percorsero neppure dieci miglia. Altri
giorni non riuscirono neppure a mettersi in cammino. E in nessun giorno
riuscirono a percorrere più della metà del cammino ordinario, quale si
computava per stabilire il quantitativo del cibo necessario pei cani.

Così era inevitabile che dovessero trovarsi in breve a corto di
cibo per i cani. Per giunta, essi affrettarono quel fatto col
sovralimentarli, avvicinando così il giorno in cui avrebbero dovuto,
per necessità, ridurre, sino all’insufficienza, il cibo per le
bestie. I cani esterni, la cui digestione non era stata allenata, da
cronica fame, a trarre il massimo alimento dal minimo cibo, avevano un
appetito vorace. E quando, per giunta, gli sfiniti _huskies_ tirarono
fiaccamente, Rico decise di aumentare la razione normale, ch’egli
considerava scarsa. Come se non bastasse tutto ciò, Mercede che,
pur con lagrime nei suoi occhi graziosi e un tremito nella voce, era
riuscita ad ottenere una maggiore razione pei cani, rubò, dai sacchi,
del pesce, e li nutrì di nascosto. Ma Buck e gli huskies avevano
bisogno, soprattutto, di riposo. Benchè procedessero molto lentamente,
il pesante carico ch’essi trascinavano logorava grandemente le loro
forze.

Poi venne la nutrizione insufficiente. Rico, un bel giorno, sì dovette
convincere della realtà del fatto che il cibo per i cani era per metà
consumato, mentre avevano percorso solo un quarto della distanza;
e, che, nè per amore nè per danaro, era possibile ottenere altro
cibo per i cani. Così, egli ridusse anche la razione normale e cercò
di affrettare il viaggio d’ogni giorno. Sua sorella e suo cognato
l’assecondavano; ma erano sforzi vani, a causa del loro pesante
equipaggiamento e della incompetenza dei conducenti. Sì, era cosa
semplice, dare minor cibo ai cani; ma impossibile farli viaggiare più
rapidamente, mentre la incapacità dei conducenti a mettersi in viaggio
più presto, il mattino, accorciava le ore del viaggio. Non soltanto
essi non sapevano come trattare i cani, ma non sapevano come trattare
se stessi.

Il primo ad andarsene fu Dub. Quel povero ladro incapace com’era,
sempre scoperto e punito, era stato tuttavia un fedele lavoratore.
La sua penosa piaga alle spalle, non curata e sempre tormentata,
peggiorò tanto, che alla fine Rico uccise il cane con un colpo della
sua grossa rivoltella «Colt». E poichè è noto, in quei paesi, che un
cane esterno muore di fame se alimentato con la semplice razione di un
_husky_, i sei cani esterni alle dipendenze di Buck non potevano non
morire con mezza razione di quella assegnata di solito a un _husky_.
Il terranova se ne andò per primo, seguito dai tre bracchi dal pelo
corto: i due bastardi rimasero più a lungo afferrati alla vita, ma
anch’essi furono spacciati, alla fine. Giunti a questo punto, tutte
le amenità e le belle maniere della terra del Sud scomparvero dalle
persone dei tre conducenti. Svestito dal suo fascino romantico, il
viaggio artico divenne una realtà troppo dura per il loro vigore e il
coraggio maschile e femminile. Mercede cessò di piangere per i cani,
troppo occupata a piangere su se stessa e a disputare col marito e col
fratello. Quella di altercare, era l’unica cosa di cui non fossero mai
stanchi. La loro irritabilità fu causata dalla miseria, e s’accrebbe
con essa, raddoppiò e divenne di gran lunga superiore ad essa. La
meravigliosa pazienza che viene agli uomini dagli stenti e dai travagli
sofferti pel cammino della slitta, e che li fa diventare buoni e
gentili di parola, non venne a quei due uomini e a quella donna, i
quali non sospettavano neppure che tale pazienza esistesse. Erano duri,
perchè soffrivano; avevano male nei muscoli, male nelle ossa, e male
negli stessi cuori; e per ciò s’abbandonavano facilmente alle parole
irose; e parole dure erano sulle loro labbra al mattino, e parole dure
terminavano la loro sera.

Carlo e Rico questionavano ogni volta che Mercede ne offriva
l’occasione. Ciascuno di loro era convinto di fare più della propria
parte di lavoro, e ciascuno non lasciava l’occasione per esprimere
questa convinzione. Talvolta, Mercede prendeva le parti di suo marito,
e talvolta del fratello. Il risultato era una magnifica e interminabile
disputa familiare. Incominciando con una discussione su chi toccasse
rompere un po’ di legna per il fuoco (discussione che riguardava
soltanto Carlo e Rico) finivano poi col trascinare in essa il resto
della famiglia: padri, madri, zii, cugini, gente lontana migliaia
di miglia, e alcuni anche morti. Come il giudizio sull’arte di Rico
o sulle commedie moderne, che scriveva il fratello di sua madre,
avessero a che fare con la necessità di procurarsi un po’ di legna,
non è comprensibile; eppure, la disputa si sviava sino a quel punto, o
in altra direzione, toccando i pregiudizî politici di Carlo. Che poi
la pettegola lingua della sorella di Carlo dovesse influire circa il
fuoco da accendere in Yukon, era cosa che pareva ragionevole soltanto
a Mercede, che si sfogava copiosamente riuscendo a ficcare sempre,
incidentalmente, alcuni particolari spiacevoli riguardanti la famiglia
di suo marito. Frattanto, il fuoco non era acceso, l’accampamento
rimaneva a metà, e i cani restavano senza cibo.

Mercede cullava una speciale afflizione, un risentimento di donna.
Graziosa e delicata, ella era stata trattata cavallerescamente, durante
tutta la sua vita; ma ora, il trattamento del marito e del fratello
era tutt’altro che cavalleresco. Poichè era avvezza ad avere aiuto in
tutte le cose, essi se ne lagnavano. E per queste accuse rivolte contro
le più essenziali prerogative del suo sesso, essa rendeva le loro
vite insopportabili. Ella non aveva più alcun riguardo per i cani, e
siccome era stanca e indolenzita, insisteva per voler viaggiare sulla
slitta. Era graziosa e delicata, sì, ma pesava cinquanta chili, che
costituivano un troppo gravoso colpo per il carico tirato da animali
deboli e affamati. Ella si fece portare per dei giorni interi, finchè i
cani caddero sfiniti e la slitta si fermò. Carlo e Rico la pregarono di
scendere e di camminare, la supplicarono, la minacciarono, mentr’essa
piangeva e disturbava il Cielo enumerando le loro brutalità.

A un punto, furono costretti a toglierla dalla slitta a viva forza. Ma
non lo fecero più. Essa si mise a zoppicare come un bambino viziato e
si sedette sulle tracce lasciate dalla slitta, rimanendo così, senza
muoversi, mentre essi proseguivano il cammino. Percorse tre miglia,
i due furono costretti a scaricare la slitta, a ritornare indietro, a
prenderla, e a metterla sulla slitta a viva forza.

Era tanta la loro miseria, che divenivano noncuranti delle sofferenze
dei loro animali. La teoria di Rico, ch’egli applicava agli altri,
era che si doveva essere duri. L’aveva incominciata a predicare alla
sorella e al cognato; ma non riuscendo con loro, finì con applicare
la teoria, a colpi di mazza, ai cani. Alle _Cinque Dita_, si trovarono
senza cibo per i cani. Allora una sdentata vecchia indiana acconsentì
a cedere qualche libbra di pelle di cavallo gelata in cambio della
rivoltella «Colt» che Rico teneva, col coltello da caccia, nella
cintura.

Un misero surrogato al cibo era quella pelle, così, com’era stata tolta
ai poveri cavalli morti di fame, dal mandriano, sei mesi prima. Così
gelata, pareva fatta di striscie di ferro galvanizzato: e formava nello
stomaco dei cani, che la mangiavano a stento, come dei sottili spaghi
coriacei privi di nutrimento, o masse di corti crini, irritanti e
indigesti.

Attraverso questo inferno, Buck andava avanti, barcollando, alla testa
del tiro, come in un penoso incubo. Tirava quando poteva: quando non
ne poteva più, cadeva e rimaneva a terra, finchè i colpi di frusta o
di mazza non lo rimettevano in piedi. Tutta la compatta lucentezza del
suo magnifico pelo era scomparsa; esso pendeva dal corpo: ora floscio e
sporco, o appiccicato di sangue, dove la mazza di Rico aveva ammaccato
e ferito la pelle. I suoi muscoli erano deperiti al punto che parevano
cordoni a nodi, e i cuscinetti di carne erano scomparsi; sicchè
ciascuna costa ed osso del suo corpo appariva chiaramente attraverso
la pelle cadente e rugosa. Era in uno stato da spezzare il cuore; ma
quello di Buck era infrangibile. L’uomo dalla maglia rossa l’aveva
provato.

Come Buck erano i suoi compagni: simili a scheletri in movimento.
Erano, ora, in sette, compreso Buck. Nella loro grande miseria erano
diventati insensibili ai morsi della frusta e alle ammaccature prodotte
dalla mazza. La pena delle bastonature era oscura e lontana, come
le cose che i loro occhi vedevano e i loro orecchi udivano. Essi non
erano mezzi vivi, nè un quarto vivi: ma ridotti a sacchi di ossa in
cui palpitavano debolmente dei bagliori di vita. Ad ogni sosta, essi
cadevano sulla traccia del cammino come cani morti, e il bagliore di
vita s’affievoliva e pareva spegnersi. E quando la frusta o la mazza
cadeva su loro, il bagliore si ravvivava debolmente, e si rimettevano
traballanti in piedi e andavano avanti barcollando.

Un giorno, Billee, l’allegro, cadde e non potè più rialzarsi. Rico
invece della rivoltella venduta, prese l’ascia e colpì Billee sulla
testa mentre giaceva ancora tra i tiranti, poi tagliò la carcassa fuori
dai finimenti e la trascinò da un lato. Buck e i suoi compagni videro,
e capirono che lo stesso sarebbe accaduto, fra non molto anche a loro.
Il giorno dopo, fu la volta di Koona; cosicchè rimasero cinque cani:
Joe, troppo malandato per essere ancora maligno; Pike zoppo e storpio,
soltanto mezzo conscio e non conscio abbastanza per fingersi ammalato;
Sol-leks, quello da un occhio solo, ancora fedele alla fatica del
cammino e del tiro, e malinconico perchè aveva poca forza per tirare;
Teek, che non aveva viaggiato tanto quell’inverno, e veniva bastonato
più degli altri, perchè era più fresco; e Buck, ch’era ancora alla
testa del tiro, ma non costringeva più gli altri alla disciplina nè si
sforzava di ottenerla; quasi cieco per la debolezza, cosicchè seguiva
il cammino intravedendolo come una incerta penombra, e procedeva
ancora, sostenuto da quel poco di vigore rimasto alle sue zampe.

Era un magnifico tempo primaverile, ma nè i cani nè le creature umane
se ne accorgevano. Ogni giorno, il sole sorgeva più presto e tramontava
più tardi: alle tre del mattino spuntava l’alba, e il crepuscolo si
prolungava sino alle nove di sera. Tutta la giornata era come una gran
fiamma di sole. Lo spettrale silenzio dell’inverno aveva lasciato
il posto ai sussurri della primavera e al ridestarsi della vita. I
sussurri salivano da tutta la terra, e recavano la gioia del vivere.
Venivano dalle cose che erano vive e ritornavano a muoversi, cose che
erano state come morte, in letargo, durante i lunghi mesi di gelo.
La linfa saliva su per i pini. Dai salci e dalle tremule sbocciavano
giovani gemme; i cespugli e le viti selvatiche si rivestivano di verde;
i grilli cantavano, la notte; e esseri striscianti e rampicanti,
d’ogni genere, uscivano, con infiniti fruscii, al sole. Pernici e
picchi risuonavano e picchiettavano nella foresta; gli scoiattoli,
cianciavano, gli uccelli cantavano, e sopra il capo s’udivano le anitre
selvatiche che venivano dal Sud disposte in abili stormi a cuneo, che
tagliavano l’aria.

Da ogni pendice giungeva il mormorìo d’acque correnti, la musica
d’invisibili fontane. Tutte le cose sgelavano, si piegavano,
s’aprivano. Il Yukon si sforzava di rompere il ghiaccio che lo teneva
fermo, rodendolo di sotto; mentre il sole rodeva di sopra. Si formavano
dei fori d’aria, si aprivano e s’allargavano fessure, mentre sezioni
sottili di ghiaccio cadevano intere nel fiume. E in mezzo a tutto
questo aprirsi, sbocciare e palpitare di vita che si risvegliava, sotto
il sole fiammeggiante e al dolce sospiro delle brezze, come viandanti
della morte, barcollavano i due uomini, la donna e gli _huskies_.

Coi cani cadenti e Mercede che piangeva sulla slitta, e Rico che
bestemmiava, e gli occhi di Carlo terribilmente acquosi, essi entrarono
barcollando nell’accampamento di Giovanni Thornton, alla foce del fiume
Bianco. Quando si fermarono, i cani caddero come fulminati. Mercede
s’asciugò gli occhi e guardò Giovanni Thornton. Carlo si sedette a
riposare s’un tronco d’albero: sedette molto lentamente e dolorando, a
causa del suo grande indolenzimento.

Rico parlò anche per gli altri. Giovanni Thornton stava dando gli
ultimi colpi di coltello ad un manico d’ascia che aveva fatto con un
pezzo di betulla. Tagliava e ascoltava, e rispondeva con monosillabi,
dando, solo quando era richiesto, chiari e concisi consigli. Conosceva
quella razza di gente, e dava consiglio con la sicurezza che non
sarebbe stato seguito.

— Ci hanno detto lassù che il fondo avrebbe ceduto, e che la miglior
cosa per noi era attendere, — disse Rico, in risposta all’ammonimento
di Thornton di non tornare ad esporsi a pericoli sul cattivo ghiaccio.
— Ci hanno detto che non avremmo potuto raggiungere il fiume Bianco,
ed eccoci qui. — Quest’ultime parole le pronunciò in tono di dileggio
trionfante.

— Vi hanno detto la verità, — rispose Giovanni Thornton, — Il fondo
può cedere ad ogni momento. Soltanto dei pazzi, assistiti dalla cieca
fortuna dei pazzi, possono essere giunti fin qui. Vi dico, francamente,
che non rischierei la mia carcassa su quel ghiaccio, per tutto l’oro
dell’Alaska.

— Forse perchè non siete un pazzo, — disse Rico. — Ciò nonostante, noi
proseguiremo per Dawson. — E agitò la frusta. — Su, là, Buck! Ih! ih!
Su, là! Avanti!

Thornton continuò a levigare il suo manico. Era tempo perso, lo sapeva,
interporsi tra un pazzo e la sua pazzia; mentre due o tre pazzi o
stupidi di più o di meno non avrebbero mutato la faccia del mondo.

Ma i cani non si alzarono al comando. Da lungo tempo ormai erano
ridotti in uno stato tale, che a smuoverli e a rialzarli erano
necessari dei colpi. La frusta fischiò qua e là, senza pietà. Giovanni
Thornton strinse le labbra. Sol-leks fu il primo a levarsi a fatica
in piedi. Segui Teek. Poi venne Joe, che ululava dalla pena. Pike fece
degli sforzi penosi. Due volte cadde, quand’era già mezzo in piedi, e
al terzo sforzo riuscì a levarsi. Buck non fece alcun sforzo. Giaceva
tranquillo dove era caduto. La frusta lo colpì ripetutamente, ma egli
nè mugolò nè si mosse. Parecchie volte Thornton fece l’atto di voler
parlare, ma poi mutò idea. Mentre gli occhi gli s’inumidivano e le
sferzate continuavano, egli si alzò e si mise a camminare in su e in
giù, irrisoluto.

Quella era la prima volta che Buck mancava, ragione sufficiente per
far diventare furioso Rico. Egli lasciò la frusta e prese la mazza.
Buck rifiutò di alzarsi anche sotto la scarica di pesanti colpi che ora
s’abbattevano su lui. Come i suoi compagni, egli aveva appena la forza
sufficiente per alzarsi, ma, contrariamente a loro, aveva deciso di non
alzarsi. Egli aveva la vaga sensazione del destino che gli sovrastava.
Questa sensazione era stata fortissima in lui dacchè era entrato nel
banco, e non l’aveva più lasciato. Il ghiaccio sottile e cattivo che
sentiva sotto le zampe, tutto il giorno, pareva che gli annunciasse un
disastro vicino, e fuori, sul ghiaccio dove il suo padrone cercava di
trascinarlo. Rifiutò di muoversi. Egli aveva talmente sofferto, ed era
in così cattive condizioni, che i colpi non gli facevano ormai molto
male. Mentre essi continuavano a cadere su di lui, quella scintilla
di vita che gli rimaneva, vacillò e si spense. Egli era quasi finito:
si sentiva stranamente intorpidito. Quei colpi gli arrivavano come da
una lunga distanza. Le ultime sensazioni di pena erano scomparse. Egli
non sentiva più nulla, tranne, come attutito, l’urto della mazza sul
suo corpo, anzi su quello che non pareva più il suo corpo; tanto era
lontano.

Ma, improvvisamente, in modo inatteso, emettendo un grido inarticolato
simile al grido di un animale, Giovanni Thornton balzò sull’uomo che
maneggiava la mazza, e Rico fu scaraventato indietro, come colpito
dalla caduta di un albero. E mentre Mercede strillava, Carlo guardava
pensosamente asciugandosi gli occhi pieni d’acqua, immoto, a causa del
suo indolenzimento.

Giovanni Thornton stette davanti a Buck, facendo sforzi per dominarsi,
troppo agitato dalla collera per parlare.

— Se voi colpite ancora una volta questo cane, vi uccido, — riuscì a
dire alla fine, con voce rauca.

— È il mio cane, — rispose Rico, asciugandosi il sangue dalla bocca
mentre ritornava sui suoi passi. — Levatevi d’innanzi, o vi accomodo
io. Vado a Dawson.

Thornton stava in piedi tra lui e Buck, e non mostrava alcuna
intenzione di togliersi di là. Rico tirò fuori il suo lungo coltello
da caccia, mentre Mercede strillava, piangeva, rideva, in preda a una
crisi d’isterismo. Thornton battè le nocche della mano di Rico col
manico dell’ascia, facendo cadere il coltello a terra; e quando l’altro
cercò di raccogliere l’arma, picchiò, nuovamente; poi s’abbassò, prese
il coltello, e con due colpi tagliò i tiranti di Buck.

Rico non aveva più modo di lottare, ma aveva le mani, o, piuttosto, le
braccia piene di sua sorella; mentre Buck era quasi finito e non poteva
servire pel tiro della slitta. Alcuni minuti dopo uscirono dal banco,
e scesero giù per il fiume. Buck li udì andarsene e alzò la testa a
guardare.

Pike conduceva, Sol-leks era al timone, e tra loro erano Joe e Teek.
Zoppicavano e barcollavano. Mercede era adagiata sul carico della
slitta. Rico guidava, al timone, e Carlo veniva dietro zoppicando.

Mentre Buck li guardava, Thornton s’inginocchiava accanto al cane e
con ruvide mani gentili, tastando, cercava di accertarsi se vi fosse
qualche osso spezzato. Quando ebbe accertato che il solo male, erano
le molte ammaccature e uno stato di terribile sfinimento per fame, la
slitta era già a un quarto di miglio lontana. Il cane e l’uomo stettero
a guardarla mentre strisciava sul ghiaccio.

Improvvisamente videro sprofondare l’estremità posteriore, come in un
alto solco, e la stanga, con Rico che la teneva afferrata, agitarsi
nell’aria, mentre giungeva ai loro orecchi uno strido di Mercede.

Videro Carlo voltarsi e fare un passo per correre indietro, ma in quel
momento un’intera sezione del ghiaccio cedette, e cani e creature umane
scomparvero. S’era spalancato come un baratro, sotto il ghiaccio, che
aveva ceduto al peso della slitta.

Giovanni Thornton e Buck si guardarono.

— Povero diavolo! — fece Giovanni Thornton, e Buck gli leccò la mano.




CAPITOLO VI.

PER L’AMORE DI UN UOMO.


Quando Giovanni Thornton ebbe un piede gelato, nel precedente dicembre,
i soci l’accomodarono bene, e lasciatolo perchè guarisse, andarono
lungo il fiume a preparare una zattera di tronchi segati, per Dawson.
Egli zoppicava ancora un po’ quando salvò Buck, ma poichè la buona
stagione continuava, guarì e cessò di zoppicare. E lì, accovacciato
sulla sponda del fiume, durante i lunghi giorni di primavera, guardando
l’acqua corrente, ascoltando pigramente i canti degli uccelli e il
ronzìo della natura, Buck riguadagnò lentamente le sue forze.

Un riposo è veramente salutare, quando si è viaggiato per tremila
miglia; infatti bisogna confessare che Buck diveniva pigro a mano a
mano che le ferite gli si guarivano, e i muscoli gli si gonfiavano e
la carne ricominciava a coprire le sue ossa. In verità, erano tutti
placidamente in ozio, Giovanni Thornton, e Skeet e Nig, in attesa della
zattera che li portasse sino a Dawson. Skeet, ch’era un piccolo setter
irlandese, fece subito amicizia con Buck, il quale, in condizioni
d’agonia, era incapace di risentire le prime offerte del cane. Quella
bestiola aveva capacità mediche, che alcuni cani possiedono; e come
una gatta fa con i micini, essa lavorava e puliva le ferite di Buck.
Regolarmente, ogni mattina dopo ch’egli aveva finito il primo pasto,
essa sbrigava quel compito prefissosi, tanto ch’egli finì per attendere
le cure di essa, come attendeva quelle di Thornton. Nig, egualmente
amichevole, benchè meno espansivo, era un immenso cane nero, mezzo
segugio e mezzo cerviero, con occhi che ridevano, e illimitato
buonumore.

Con sorpresa di Buck, quei cani non manifestavano alcuna gelosia
verso di lui. Sembravano condividere la bontà e generosità di Giovanni
Thornton. A mano a mano che Buck diveniva forte, essi l’allettavano
ad ogni sorta di giochi ridicoli, ai quali non poteva fare a meno
di partecipare anche Thornton; e in questa maniera Buck passò dalla
convalescenza ad una nuova esistenza. Per la prima volta, egli aveva
amore, amore genuino e appassionato. Questo sentimento egli non l’aveva
mai provato nella casa del giudice Miller, giù nella soleggiata Valle
di Santa Clara. Con i figli del giudice, andando alla caccia o a
camminare, egli aveva stretto una specie di società; con i nipoti del
giudice, esercitato una specie di pomposa tutela; con lo stesso giudice
aveva una salda e dignitosa amicizia. Ma amore, che fosse febbre
e bruciore, adorazione, pazzia, non l’aveva provato: c’era voluto
Giovanni Thornton a suscitarlo.

Quest’uomo gli aveva non solo salvata la vita, — il che aveva la sua
importanza, — ma, si dimostrava, inoltre un padrone ideale. Mentre
altri curavano il benessere dei loro cani per un senso di dovere e
per necessità degli affari, egli curava il benessere dei suoi come
se questi fossero suoi figlioli; perchè non poteva fare altrimenti.
Ed andava oltre. Egli non dimenticava mai una buona accoglienza o
una parola di incoraggiamento, e sedeva a conversare a lungo o a
«cianciare», — come egli diceva — con gran divertimento suo e dei cani.
Egli aveva un modo tutto suo di prendere rudemente la testa di Buck
tra le mani, e di posare la sua testa su quella di Buck, scrollandolo
in avanti e indietro, chiamandolo con cattivi nomi che per Buck
erano nomi d’amore. Buck non conosceva gioia più grande di quel rude
abbracciamento e di quelle finte male parole borbottate, e a ciascuna
scrollata in avanti e indietro, sembrava che il cuore gli balzasse
fuori del corpo, tanto era grande la sua estasi. E quando egli,
lasciato libero, balzava in piedi, con la bocca ridente, gli occhi
espressivi, la gola vibrante per suoni non pronunciati e rimaneva,
così, immobile, Giovanni Thornton esclamava con ammirazione:

— Dio! ti manca solo la parola!

Buck aveva una forma di esprimere l’amore, che commoveva sino a far
male al cuore. Egli afferrava spesso la mano di Thornton in bocca e
chiudeva i denti così furiosamente da lasciarne le tracce sin molto
tempo dopo. E come Buck capiva che le male parole erano parole d’amore,
così l’uomo capiva che quel finto morso era una carezza.

Di solito, però, l’amore di Buck era espresso con l’adorazione. Quando
Thornton lo toccava o gli parlava, egli impazziva di gioia, ma non
mendicava queste prove di affezione. Diversamente da Skeet, che doveva
fregare il naso sotto la mano di Thornton e spingere e spingere per
essere accarezzato, o da Nig, che avanzava a grandi passi e posava
la sua grossa testa sul ginocchio di Thornton, Buck era contento di
adorare a distanza. S’adagiava per delle ore ai piedi di Thornton,
ansioso e attento, guardandolo in volto, esaminandolo, studiandolo,
seguendo col più vivo interesse la più fuggevole espressione, ogni
movimento di lineamento. O, come voleva il caso, giaceva lontano, di
fianco o accosciato, osservando il contorno della figura dell’uomo o i
movimenti del suo corpo. E spesso, tale era la comunione in cui essi
vivevano, che lo sguardo di Buck faceva volgere il capo a Thornton,
il quale contraccambiava lo sguardo, senza parlare, col cuore che gli
luceva negli occhi, come luceva il cuore negli occhi di Buck.

Dopo che era stato salvato, Buck non perdeva mai Thornton di vista. Dal
momento che questi lasciava la tenda al momento in cui vi rientrava,
Buck gli era alle calcagna. Poichè i suoi transitorii padroni gli
avevano messo nel cuore il timore che nessun padrone fosse durevole,
aveva paura che Thornton svanisse dalla sua vita come Perrault e
François e il meticcio scozzese. Persino di notte nei suoi sogni, era
perseguitato da questa paura. Allora si scuoteva dal sonno e andava,
nel freddo, davanti la tenda, e si fermava ed ascoltava il suono del
respiro del suo padrone.

Ma nonostante questo suo grande amore per Giovanni Thornton, che
sembrava ricordare il morbido influsso della civiltà, la natura
primitiva che la terra nordica aveva ridestata in lui, rimaneva viva ed
attiva. Con la fedeltà e la devozione, sentimenti nati dal focolare e
dal tetto, egli conservava anche la selvatichezza e l’astuzia. Era una
creatura di natura selvaggia, venuta dalla selva ad accovacciarsi al
fuoco di Giovanni Thornton, anzichè un cane della mite terra del Sud,
con i segni di generazioni civili. Il suo grande amore gli impediva di
rubare a quell’uomo, ma di fronte a qualunque altro uomo in qualsiasi
altro accampamento, egli non avrebbe esitato un momento; e con la
furberìa e destrezza che usava, avrebbe evitato d’essere preso.

Poichè la sua faccia e il suo corpo erano segnati dai denti di molti
cani, ora avrebbe combattuto più furiosamente che mai, ma con maggior
astuzia. Skeet e Nig erano troppo di buonumore per litigare, eppoi,
appartenevano a Giovanni Thornton; ma i cani estranei, di qualunque
razza e per quanto valorosi fossero, avrebbero riconosciuto rapidamente
la superiorità di Buck e si sarebbero trovati a lottare per la vita
con un terribile antagonista. E Buck era senza pietà. Aveva imparato
bene la legge della mazza e del dente, e mai si lasciava fuggire un
vantaggio o indietreggiava di fronte a un nemico col quale avesse
iniziato un combattimento mortale.

Aveva avuta la sua lezione da Spitz e dai principali cani nella lotta
di supremazia per la disciplina e pel corriere, e sapeva che non vi
era via di mezzo. Doveva o dominare o essere dominato; mostrare pietà
era una debolezza. La pietà non esisteva nella vita primordiale: era
considerata paura; e tale malinteso conduceva alla morte.

Uccidere o essere uccisi, mangiare o essere mangiati, era la legge; e a
questo comandamento, sorto dalle profondità del Tempo, egli obbediva.

Egli era più vecchio dei giorni che aveva visti e dei respiri che aveva
emessi: ricongiungeva il passato al presente, e il senso dell’eternità
gli palpitava dentro con un possente ritmo al quale egli obbediva come
ubbidivano le maree e le stagioni. Egli stava accovacciato accanto
al fuoco di Giovanni Thornton, col suo petto largo, di cane dai denti
bianchi e dal pelo lungo; ma sapeva che dietro di lui erano le ombre
d’ogni genere di cani mezzi lupi e lupi selvaggi, che lo insidiavano
e spingevano, che gustavano il sapore della carne ch’egli mangiava,
assetati dall’acqua che egli beveva, fiutando con lui il vento,
ascoltando con lui e svelandogli i suoni della vita selvaggia della
foresta, dettandogli i suoi umori, dirigendo le sue azioni, adagiandosi
a dormire con lui e sognando con lui e oltre lui, divenendo essi stessi
la materia dei suoi sogni.

Imperativamente, quelle ombre lo chiamavano, ogni giorno più, a mano
a mano che il ricordo del genere umano e dei diritti del genere umano
s’allontanava da lui. Ogni volta che risuonava profondo dalla foresta
un appello, ed egli, udiva quell’appello, misteriosamente attraente
e vibrante, si sentiva obbligato a volgere le spalle al fuoco e
alla terra battuta intorno a lui, e a immergersi nel profondo della
foresta, procedendo senza sapere dove e perchè; senza domandarselo
neppure, giacchè l’appello risuonava con tono imperativo e profondo
nella foresta. Ma quando era pervenuto alla morbida terra non tocca e
all’ombra verde, l’amore per Giovanni Thornton lo riconduceva al fuoco.

Soltanto Thornton lo teneva; il resto del genere umano non esisteva
agli occhi suoi. Viaggiatori passanti per caso potevano lodarlo o
accarezzarlo; ma egli rimaneva freddo ad ogni premura; e se qualcuno
si mostrava troppo espansivo con lui, egli si alzava e se ne andava.
Quando i soci di Thornton, Hans e Piero, arrivarono sulla zattera tanto
a lungo attesa, Buck non volle accorgersi di loro, finchè non capì
ch’erano cari a Thornton: dopo, li tollerava in una maniera passiva,
accettando favori da essi come se fosse egli a favorirli accettandoli.
Ed essi ch’erano semplici e generosi come Thornton, perchè vivevano
vicini alla terra, e pensavano semplicemente e vedevano chiaramente,
prima che spingessero la zattera nel largo turbine vicino alla segheria
di Dawson, avevano già imparato a capire Buck e i suoi modi, e non
insistevano per avere un’intimità quale avevano ottenuta da Skeet e
Nig.

Ma l’amore di Buck per Thornton, pareva crescere sempre più. Questi
solo, fra gli uomini, poteva porre un fardello sul dorso di Buck,
nel viaggio estivo. Nulla era troppo gravoso per Buck quando Thornton
comandava. Un giorno, (s’erano vettovagliati con quello che avevano
ricavato dalla zattera ed avevano lasciato Dawson per le sorgenti del
Tanana) gli uomini e i cani si trovavano a riposare sulla cresta di una
roccia che scendeva a picco su un letto di nude rocce giacenti trecento
piedi sotto. Giovanni Thornton sedeva vicino al margine della roccia,
Buck alle sue spalle. Thornton fu preso da uno sconsiderato capriccio,
e invitò Hans e Piero ad un esperimento che aveva in mente.

— Salta, Buck!, — comandò egli, agitando il braccio sul precipizio. Un
istante dopo, egli era alle prese con Buck sull’estremità dell’orlo,
mentre Hans e Piero li tiravano indietro a salvamento.

— È straordinario, — disse Piero, dopo che il pericolo fu passato ed
ebbero ricuperato il respiro.

Thornton scrollò il capo.

— No, — disse, — è magnifico; ed è terribile pure. Sapete che talvolta,
mi fa paura?

Non vorrei essere l’uomo che vi mettesse le mani addosso, quand’egli è
vicino, — disse Piero, accennando col capo a Buck.

— Per Giove! — aggiunse Hans. — Neppur io.

A Circle City, alla fine dell’anno, le apprensioni di Piero divennero
realtà. Burton, il «nero», un uomo cattivo e falso, aveva preso a
litigare con un ingenuo al bar, e Thornton s’interpose bonariamente.
Buck, stava come soleva, accovacciato in un angolo, la testa sulle
zampe, osservando tutte le azioni del suo padrone. Burton, senza che
l’altro se l’aspettasse, diede un gran pugno a Thornton. Thornton girò
su se stesso ed evitò di cadere a terra aggrappandosi alla barra del
bar.

I presenti alla scena udirono non un abbaiamento o un ululato, ma un
ringhio che parve un vero e proprio ruggito, e videro il corpo di Buck
volare in aria, dal pavimento alla gola di Burton.

L’uomo si salvò avanzando istintivamente le braccia, ma fu rovesciato
per terra, con Buck sopra. Buck liberò i denti dalla carne del braccio
e cercò di afferrare nuovamente alla gola l’uomo, il quale riuscì a
coprirsi solo in parte, ed ebbe la gola squarciata. Allora la folla ai
gettò su Buck, che fu trascinato via; ma mentre un chirurgo cercava di
arrestare il sangue, Buck girava, su e in giù, ringhiando furiosamente,
e tentando di lanciarsi dentro, ricacciato solo da una schiera di mazze
ostili. Un’«assemblea di minatori» chiamata sul luogo, giudicò che il
cane aveva avuto una sufficiente provocazione, e Buck fu liberato. Ma
la sua reputazione era fatta; da quel giorno, il suo nome si sparse per
tutti gli accampamenti dell’Alaska.

In seguito, alla fine dell’anno, egli salvò la vita di Giovanni
Thornton in maniera del tutto differente. I tre soci tiravano una
lunga e stretta barca, con la pertica, lungo un cattivo tratto di
corrente, sul Forty-Mile Creek. Hans e Piero camminavano lungo la riva,
trattenendo la barca con una sottile corda manìla che avvolgevano di
albero in albero, mentre Thornton, rimasto sulla barca ne aiutava la
discesa per mezzo di una pertica, e gridando ordini alla riva. Buck,
sulla riva, preoccupato e ansioso, si teneva alla stessa altezza della
barca, senza mai distogliere gli occhi dal padrone.

In un punto, particolarmente cattivo, dove una catena di nudi scogli
appena sommersi sporgeva sul fiume, Hans passò la corda sopra,
rallentandola, e, mentre Thornton spingeva con la pertica la barca
fuori nella corrente, corse giù lungo la riva col capo della corda
in mano per trattenere la barca dopo sorpassati gli scogli. La barca
passò gli scogli, trascinata precipitosamente dalla corrente rapida
come una gora, allorchè Hans tirò la corda troppo bruscamente. La barca
ondeggiò, sobbalzò e si capovolse contro la sponda, mentre Thornton
lanciato dalla barca, era trasportato dalla corrente verso la parte
peggiore, un tratto di corrente furiosa nella quale nessun nuotatore
avrebbe potuto salvarsi.

Buck, che s’era gettato in acqua subito, a trecento metri raggiunse
Thornton. Quando sentì che il padrone gli s’era afferrato alla coda,
Buck si diresse alla riva, nuotando con tutto il suo meraviglioso
vigore. Ma il progresso verso la riva era lento; il progresso verso la
corrente incredibilmente rapido. Da sotto giungeva il fatale rombare
del punto dove la corrente diveniva più furiosa, rotta in contorti
stracci spumosi dalle rocce che tagliavano il fiume come i denti di un
enorme pettine. Il risucchio dell’acqua, là, dove incominciava l’ultima
pendenza, era terribile, e Thornton capì che sarebbe stato impossibile
raggiungere la riva. Passò furiosamente sopra una roccia, si ferì
contro la seconda punta e sbattè con terribile violenza contro una
terza. Allora s’afferrò a una punta sdrucciolevole, con tutte due le
mani, e liberando Buck, sopra il frastuono delle acque agitate, gridò:

— Va’, Buck! Va’!

Buck non riuscì a fermarsi: trasportato dalla corrente, lottava
disperatamente, incapace di ritornare indietro. Quando udì il comando
di Thornton, ripetuto, si sollevò in parte fuori dell’acqua, come per
dare un ultimo sguardo, poi si volse, obbediente, verso la riva, e
nuotò poderosamente, sinchè non fu tratto in salvo da Piero e da Hans,
proprio al punto dove nuotare diveniva impossibile e la distruzione era
certa.

Essi sapevano che un uomo può tenersi afferrato ad una roccia
sdrucciolevole nel mezzo di una simile corrente, solo per pochi minuti,
e corsero quanto più rapidamente poterono su per la riva ad un punto
molto più su di quello dove si teneva afferrato Thornton. Attaccarono
la corda, con la quale avevano trattenuto la barca, al collo e alle
spalle di Buck, curando che non lo strangolasse nè gl’impedisse
di nuotare, e lo lanciarono nella corrente. Egli si mise a nuotare
poderosamente, ma non abbastanza diritto nella corrente. S’accorse
dello sbaglio troppo tardi, quando Thornton gli era quasi di fronte,
soltanto a cinque o sei colpi di distanza, mentre egli era trasportato
senza speranza oltre.

Hans, prontamente, tirò la corda, come se Buck fosse una barca. La
corda gli si strinse addosso, nel punto più forte della corrente, e
il cane fu sommerso, e sommerso rimase finchè il suo corpo non battè
contro la riva e fu tirato su. Era mezzo annegato, e Hans e Piero si
gettarono su lui facendolo respirare artificialmente, e facendogli
ributtare l’acqua. Il cane barcollò per rialzarsi, ma ricadde; ma
il debole suono della voce di Thornton giunse sino a loro, e benchè
essi non potessero intendere le parole, compresero che egli era agli
estremi. La voce del padrone agì su Buck come una scossa elettrica.
Il cane balzò in piedi e corse su per la riva precedendo gli uomini
sino al punto dov’era partito prima. Nuovamente fu attaccata la corda
e lanciato, e nuovamente egli nuotò, ma questa volta diritto nella
corrente. Aveva mal calcolato la prima volta, ma non avrebbe sbagliato
la seconda.

Hans mollava la corda, ma senza permettere allentamenti, mentre Piero
la teneva libera da nodi. Buck continuò a nuotare finchè fu in linea
retta sopra Thornton; poi si volse, e con la velocità di un treno
espresso piombò su lui. Thornton lo vide arrivare, e mentre Buck lo
colpiva come un montone che desse di cozzo, con tutta la forza della
corrente dietro, si sollevò sulla roccia e si afferrò con tutt’e due
le braccia al collo irsuto. Hans attorcigliò la corda ad un albero,
e Buck e Thornton furono sbattuti sott’acqua. Quasi soffocati, l’uno
talvolta sopra, talvolta sotto l’altro, trascinati sul fondo roccioso
e ineguale, sbattuti contro rocce e tronchi d’albero sommersi,
raggiunsero la riva.

Thornton ritornò in sè con la pancia in giù, violentemente spinto
innanzi e indietro, su un tronco portato dalla corrente, da Hans
e Piero. Il suo primo sguardo fu per Buck, sul cui corpo floscio e
apparentemente senza vita Nig urlava, mentre Skeet leccava il muso
bagnato e gli occhi chiusi del cane. Thornton, che pure era ferito e
ammaccato, esaminò accuratamente il corpo di Buck richiamato in vita, e
trovò tre costole spezzate.

— Questo fatto decide, — annunciò egli. — Ci accamperemo qui dove
siamo. — E s’accamparono, finchè le costole di Buck non furono salde ed
egli potè viaggiare.

Quell’inverno, a Dawson, Buck compì un’altra prodezza, non così eroica,
forse, ma tale da porre il suo nome di molte tacche sul palo della
fama, in Alaska. Questa prodezza fu particolarmente vantaggiosa per i
tre uomini; poichè essi avevano bisogno dell’equipaggiamento ch’essa
fornì, e poterono così fare un viaggio da lungo tempo desiderato, nel
lontano vergine oriente, dove non erano ancora apparsi dei minatori.
Il fatto ebbe origine da una conversazione nella _Birreria Eldorado_,
nella quale gli uomini vantavano con orgoglio i loro cani favoriti.
Buck, a causa della sua fama, era la mira di quegli uomini, e Thornton
era spinto gagliardamente a difenderlo. Dopo una mezz’ora, un uomo
affermò che il suo cane poteva smuovere una slitta con un peso di
cinquecento libbre sopra, e tirarla; un secondo vantò che il proprio
cane ne poteva tirare seicento; e un terzo, settecento.

— Puf! puf! — fece Giovanni Thornton; — Buck può smuovere mille libbre.

— E trarle dal ghiaccio? e tirarle per cento metri? — domandò
Matthewson, Re di Bonanza, un riccone, quello che aveva vantato le
settecento libbre come prodezza del suo cane.

— E rompere il ghiaccio, intorno, e tirarle per cento metri, — ripetè
Thornton, freddamente.

— Ebbene, — disse Matthewson, lentamente e deliberatamente, in modo che
lutti potessero udire, — scommetto mille dollari che non può farlo. Ed
eccoli qui. — Così dicendo, sbattè sul banco un sacchetto di polvere
d’oro delle dimensioni di una mortadella di Bologna.

Nessuno parlava. Il _bluff_ di Thornton, se era un _bluff_, era posto
alla prova. Egli sentì un’ondata di sangue caldo salirgli al volto. La
lingua l’aveva compromesso: giacchè non sapeva se Buck potesse tirare
mille libbre: mezza tonnellata! L’enormità della cosa lo spaventava.
Egli aveva una grande fiducia nella forza di Buck, ed aveva spesso
pensato che il cane fosse capace di tirare un simile carico; ma mai,
come ora, egli ne aveva considerato la possibilità, con gli occhi di
una dozzina di uomini fissi su lui, in attesa silenziosa. Inoltre, egli
non aveva mille dollari; nè li aveva Hans o Piero.

— Ho una slitta qui fuori, ora, con venti sacchi da cinquanta libbre
di farina, — continuò Matthewson con brutale sfida: — perciò non vi
preoccupate delle difficoltà.

Thornton non rispose: non sapeva che cosa dire. Guardava ora una
faccia ora un’altra, come un uomo distratto che abbia perduto la forza
di pensare, e cerchi in qualche luogo un oggetto che gli richiami
il pensiero. La faccia di Nino O’ Brien, un Re dei Mastodonti, altro
riccone, fermò i suoi occhi. Fu per lui come un lampo, che sembrava
spingerlo a fare quello che non avrebbe mai sognato di fare.

— Puoi prestarmi mille dollari? — domandò, quasi mormorando.

— Certo, — rispose O’ Brien, gettando un sacchetto rigonfio accanto a
quello di Matthewson. — Benchè abbia pochissima fiducia, Giovanni, che
il cane possa compiere una tal prodezza.

Tutti quelli che si trovavano nell’_Eldorado_ uscirono sulla strada
per vedere la prova. I tavoli divennero deserti, perchè i giocatori e
quelli che tenevano il banco uscirono a vedere il risultato della sfida
e a far scommesse. Parecchie centinaia di uomini impellicciati e con
manopole circondarono la slitta, tenendosi a poca distanza da essa. La
slitta di Matthewson, carica di mille libbre di farina era rimasta lì
ferma per un paio d’ore, e nel freddo intenso, (erano sessanta gradi
sotto zero) gli strisci s’erano gelati sulla neve battuta. Degli uomini
scommettevano, offrendo il doppio della posta, che Buck non sarebbe
riuscito a smuovere la slitta. Sorse un cavillo sul significato della
frase «liberare». O’ Brien asseriva che spettava a Thornton liberare
gli strisci dal ghiaccio, lasciando a Buck il compito di trascinare
la slitta dal peso morto; Matthewson insistette sostenendo che la
parola comprendeva anche il compito del cane di liberare gli strisci
dalla presa della neve gelata. La maggioranza di quelli che avevano
assistito alla scommessa decisero in suo favore, e allora le scommesse
salirono da tre ad uno contro Buck. Non vi era nessuno che scommettesse
in favore di Buck. Nessuno lo credeva capace di quella prodezza.
Thornton, ch’era stato spinto a scommettere, pieno di dubbi, ed ora
vedeva la slitta, il fatto concreto, con il tiro regolare di dieci cani
arrotolati nella neve davanti ad essa, sentiva ancora più impossibile
quel compito.

Matthewson si pavoneggiava, giubilante.

— Tre contro uno, — proclamò. — Metto giù altri mille dollari, a tre
contro uno, Thornton. Che ne dite?

Il dubbio pareva scritto sul volto di Thornton, ma lo spirito di lotta
era ormai desto, — lo spirito combattivo che s’eleva al disopra delle
scommesse, non riconosce l’impossibile, ed è sordo a tutto, tranne
al clamore della battaglia. Egli chiamò a sè Piero e Hans. Ma i loro
sacchi erano smilzi: col suo, i tre soci non potevano mettere insieme,
più di duecento dollari. Nella bassa marea delle loro fortune, quella
somma era tutto il loro capitale; tuttavia essi lo arrischiarono, senza
esitare, contro i seicento dollari di Matthewson.

Fu tolto l’attacco dei dieci cani, e Buck, col suo finimento e i
suoi tiranti, fu posto alla slitta. Egli aveva preso il contagio
dell’eccitamento generale, e sentiva di dovere rendere un gran servizio
a Giovanni Thornton. Si levarono mormorii di ammirazione, per lo
splendido aspetto dell’animale. Era in perfette condizioni, senza
un’oncia di carne superflua; formando le centocinquanta libbre ch’egli
pesava, altrettante libbre di risoluta energia. Il suo pelo luceva come
seta. Giù per il collo e attraverso le spalle, il suo manto, in riposo
com’egli era, mezzo irsuto, pareva sollevarsi ad ogni movimento, come
se l’eccesso di vigore rendesse vivo ed attivo ogni pelo. Il largo
petto e le pesanti gambe davanti erano proporzionate al rimanente del
corpo, dove i muscoli apparivano come saldi rotoli sotto la pelle.
Qualcuno palpò quei muscoli e li proclamò duri quanto il ferro, e le
scommesse scesero a due contro uno.

— Perdio, signore! Perdio, signore! — balbettò un membro dell’ultima
dinastia, un re delle Skookum Benches. — Vi offro ottocento dollari per
il cane, prima della prova, signore; ottocento com’è.

Thornton scrollò il capo e andò al fianco di Buck.

— Dovete stare lontano dal cane, — protestò Matthewson. — Gioco onesto
e spazio in abbondanza.

La folla divenne silenziosa: soltanto si potevano udire le voci dei
giocatori che offrivano in vano, due contro uno. Tutti riconoscevano
in Buck un magnifico animale, ma venti sacchi da cinquanta libbre di
farina apparivano troppo grossi, ai loro occhi, per aprire i cordoni
della borsa.

Thornton s’inginocchiò accanto a Buck. Gli prese la testa fra le
mani e appoggiò la guancia alla guancia del cane. Non lo scosse
scherzosamente, come faceva volentieri; nè mormorò dolci male parole
d’amore; ma gli mormorò all’orecchio: — Come tu mi ami, Buck. Come tu
mi ami, — e Buck gemette con frenata ansia.

La folla guardava incuriosita. La faccenda si faceva misteriosa.
Sembrava come una congiura. Mentre Thornton s’alzava in piedi, Buck
afferrò la mano ricoperta dalla manopola tra le mascelle, stringendola
tra i denti e lasciandola andare lentamente, mezzo riluttante. Era la
risposta, non con parole, ma con segni d’amore. Thornton si tirò bene
indietro.

— A te, Buck, — diss’egli.

Buck tese i tiranti, poi li rallentò, per alcuni pollici; come aveva
imparato.

— Va! — risuonò la voce di Thornton, tagliente, nel silenzio perfetto.

Buck girò a destra, con un movimento che finì con un balzo che tese i
tiranti, e fermò, dopo una forte scossa, le centocinquanta libbre del
cane. Il carico tremò, e dagli strisci s’alzò un leggero crepitìo.

— A sinistra! — comandò Thornton.

Buck duplicò la manovra, questa volta a sinistra. Lo scricchiolìo si
mutò in un brusco frangersi del ghiaccio, la slitta girò leggermente
su se stessa, e gli strisci scivolarono graffiando la neve. La slitta
era liberata. Tutti trattenevano il respiro, intensamente, inconsci del
fatto.

— Ora, avanti!

Il comando di Thornton risuonò come un colpo di pistola. Buck si
gettò in avanti, tendendo i tiranti, con sbalzi a scosse. L’intero
corpo era raccolto strettamente in sè nel tremendo sforzo, i muscoli
si gonfiavano e contorcevano come delle cose vive sotto il pelame di
seta. Il suo largo petto era proteso e abbassato sino a terra, la testa
in avanti, mentre le zampe gli si muovevano furiose, e gli unghioni
scavavano la neve battuta, in solchi paralleli. La slitta oscillava e
tremava, quasi smossa. Uno dei piedi del cane sdrucciolò, e un uomo
gemette rumorosamente. Poi la slitta si mosse, con un succedersi
rapido di scosse, benchè, in realtà non si fosse fermata più...
Mezzo pollice... un pollice... due pollici... Le scosse diminuirono
percettibilmente; a mano a mano che la slitta avanzava, Buck cessava le
scosse, finchè alla fine la slitta filò, senza oscillare.

Gli uomini mandarono un gran sospiro e ricominciarono a respirare;
chè senz’accorgersene, avevano cessato per un momento di respirare.
Thornton correva dietro la slitta incoraggiando Buck con brevi
parole liete. La distanza era stata misurata prima, e mentre il cane
s’avvicinava alla pila di legna da ardere, che segnava il termine dei
cento metri, incominciava a levarsi un plauso sempre più alto, che
divenne clamore di urli, allorchè, oltrepassata la legna da ardere, il
cane si fermò, ad un comando. Tutti gli uomini esultavano pazzamente;
persino Matthewson. Gettavano in aria cappelli e manopole; scambiavano
strette di mano col più vicino, chiunque fosse, vociando, come in una
confusionaria babele.

Ma Thornton cadde in ginocchio accanto a Buck. Con la testa centro la
testa, lo scrollava in avanti e in dietro. Quelli ch’erano corsi dietro
a lui l’udirono che malediceva Buck, e lo malediceva a lungo e con
fervore, ma dolcemente e amorosamente.

— Perdio, signore! Perdio, signore! — balbettò rauco il re di Skookum
Bench — Vi dò mille dollari per lui, mille, signore, mille e duecento,
signore.

Thornton s’alzò in piedi: aveva gli occhi bagnati. Le lagrime gli
rigavano liberamente e copiosamente le gote.

— Signore, — disse al re di Skookum Bench, — no, signore. Potete andare
al diavolo, signore. Non ho altro da dirvi e da fare.

Buck afferrò tra i denti la mano di Thornton, che lo scrollò avanti
e indietro. Come animati da comune impulso, gli spettatori si
ritirarono a rispettosa distanza; abbastanza discreti per interromperli
nuovamente.




CAPITOLO VII.

IL RICHIAMO DELLA VOCE.


Buck, facendo guadagnare mille seicento dollari in cinque minuti a
Giovanni Thornton, rese possibile al suo padrone di pagare alcuni
debiti che aveva e di partire con i suoi soci verso oriente, alla
ricerca di una favolosa miniera, la cui storia era vecchia quanto
la storia del paese. Molti uomini l’avevano cercata; pochi l’avevano
trovata; e molti non erano più ritornati dalla ricerca. Questa perduta
miniera era immersa nella tragedia e avvolta nel mistero. Nessuno
sapeva chi fosse stato il primo a scoprirla. La più antica tradizione
finiva prima della scoperta di essa. Si diceva che a principio era
un’antica e diroccata capanna.

Uomini sul punto di morire avevano giurato affermando l’esistenza
della capanna, e della miniera della quale la capanna segnava il luogo,
ribadendo la loro testimonianza con mostrar pepite ch’erano diverse,
per qualità, da qualsiasi tipo d’oro conosciuto nel Nord.

Ma nessun essere vivente aveva potuto saccheggiare quel tesoro, e i
morti erano morti; perciò Giovanni Thornton e Piero e Hans, con Buck
e una mezza dozzina d’altri cani, s’avventurarono nell’oriente lungo
un cammino sconosciuto, per ottenere ciò che uomini e cani capaci come
loro non avevano ottenuto. Essi risalirono in slitta, per sessanta
miglia, lo Yukon, volsero a destra nello Stewart River, passarono il
Mayo e il Mac Question, e continuarono, finchè lo stesso Stewart non
divenne un ruscello, varcando gli alti picchi che segnano la spina
dorsale del continente.

Giovanni Thornton chiedeva ben poco agli uomini o alla natura. Non
aveva alcuna paura della terra vergine e selvaggia. Con una manata di
sole e un fucile, poteva tuffarsi nelle selve, e nutrirsi in qualunque
luogo egli volesse e quanto a lungo gli piacesse. Non avendo fretta,
all’uso indiano, cacciava procurandosi il cibo durante il viaggio; e se
non gli riusciva di trovarne, come gl’indiani, continuava a viaggiare,
tranquillo nella certezza che prima o dopo avrebbe trovato di che
sfamarsi. Così, in questo grande viaggio nell’oriente, la selvaggina
costituiva il vitto, e munizioni e attrezzi formavano il carico
principale della slitta, lungo un cammino illimitato.

Per Buck, era una gioia sconfinata quel cacciare, pescare e vogare
attraverso luoghi sconosciuti. Per intere settimane andarono innanzi
senza tregua; e per settimane e settimane s’accamparono qua e là; i
cani riposando e gli uomini bucando col fuoco il fango gelato o la
ghiaia gelata, e lavando innumerevoli padelle sporche, al calore del
fuoco. Qualche volta soffrivano la fame, qualche volta banchettavano
tumultuosamente, a seconda dell’abbondanza della selvaggina e della
fortuna della caccia. Arrivò l’estate, e gli uomini e i cani si
caricarono le loro cose sulle spalle e attraversarono su zattere
azzurri laghi montani, e discesero o risalirono fiumi sconosciuti,
in sottili barche segate e costruite alla meglio, con alberi della
foresta.

Così, per mesi e mesi, avanti e indietro, essi girarono per tutta
la vastità della terra sconosciuta, senza trovare alcun uomo, dove,
tuttavia, degli uomini dovevano essere stati, se la Perduta Capanna era
vera. Attraversarono passi nelle montagne, durante tormente estive;
tremarono di freddo sotto il sole di mezzanotte, su nude montagne,
tra la linea delle foreste e le nevi eterne; si calarono giù in
valli soleggiate, tra sciami di zanzare e di mosche, e all’ombra dei
ghiacciai raccolsero fragole e fiori mature e fragranti quanto i più
vantati frutti e fiori delle terre del Sud. Circa la fine dell’anno,
penetrarono in un fantastico paese di laghi, triste e silenzioso, dove
vi erano state delle anitre selvatiche, ma dove, allora, non vi era
alcuna vita o segno di vita, tranne di venti freddi, il formarsi del
ghiaccio in luoghi riparati e il malinconico leggero mareggiare delle
onde sulle sponde solitarie.

Durante un nuovo inverno, vogarono sulle orme cancellate di uomini
passati prima di loro. Una volta, trovarono un sentiero segnato tra gli
alberi nella foresta, un antico sentiero, e la Perduta Capanna parve
molto vicina. Ma il sentiero non incominciava in nessun luogo e non
finiva in nessun luogo, e rimase un mistero, come rimase un mistero
l’uomo che l’aveva tracciato, e il perchè l’aveva tracciato. Un’altra
volta scoprirono gli avanzi di un vecchio rifugio da caccia; e tra
i fili di marcite coperte, Giovanni Thornton trovò un fucile a canna
lunga e a pietra focaia. Riconobbe in quello, uno dei vecchi fucili
dell’_Hudson Bay Company_, dei primi tempi dell’America del Nord-ovest,
allorchè un tal fucile valeva un mucchio di pelli di castoro poste
l’una sull’altra, quant’era alto. E non trovarono altro, nemmeno il più
piccolo indizio dell’uomo che in tempi primitivi aveva costruito quel
rifugio di caccia e lasciato il fucile tra le coperte.

Ancora una volta, ritornò la primavera, e alla fine delle loro
peregrinazioni trovarono, non la Perduta Capanna, ma un giacimento
poco profondo, in un’ampia valle, dove l’oro appariva come burro
giallo attraverso al colatoio. Non cercarono oltre. Ogni giorno di
lavoro faceva loro guadagnare migliaia di dollari in polvere d’oro e
in pepìte, ed essi lavoravano ogni giorno. L’oro era posto in sacchi di
pelle di alce, ognuno dei quali conteneva cinquanta libbre, ammucchiati
come cataste di legna fuori della loro capanna di rami di abete.
Faticavano come giganti, e i giorni si seguivano ai giorni, come sogni,
mentre essi ammucchiavano il tesoro.

I cani non avevano altro da fare che trascinare nell’accampamento la
selvaggina uccisa di tempo in tempo da Thornton; e Buck passava lunghe
ore a meditare accanto al fuoco. La visione dell’uomo peloso dalle
gambe corte gli ritornava più di frequente, ora che vi era poco lavoro
da fare; e spesso, socchiudendo gli occhi accanto al fuoco, Buck vagava
con lui in quell’altro mondo ch’egli ricordava. La cosa più notevole
di quell’altro mondo sembrava la paura. Quand’egli guardava l’uomo
peloso dormire accanto al fuoco, con la testa tra le ginocchia e le
mani congiunte sul capo, Buck vedeva ch’egli dormiva inquieto, con
molti sussulti e destandosi spesso, guardando atterrito nelle tenebre e
gettando dell’altra legna sul fuoco. Se camminavano lungo la spiaggia
del mare, dove l’uomo peloso raccoglieva molluschi e li mangiava a
mano a mano che li raccoglieva, egli procedeva con occhi che cercavano
intorno pericoli nascosti e con gambe pronte a correre come il vento,
alla prima presenza di pericolo. Attraverso la foresta passavano senza
far rumore, Buck alle calcagna dell’uomo peloso; ed erano sempre in
ascolto e vigili, tutt’e due, le orecchie che si muovevano e drizzavano
e le narici tremanti, chè l’uomo udiva e fiutava con la stessa finezza
di Buck.

L’uomo peloso poteva saltare sugli alberi, e andare innanzi tra le
rame come per terra, dondolandosi da un ramo all’altro, per le braccia,
spesso saltando da un’estremità all’altra, alla distanza di una dozzina
di piedi, lasciandosi andare e afferrandosi, senza mai cadere, senza
sbagliare mai. Infatti, egli pareva a suo agio tra gli alberi come a
terra; e Buck ricordava notti di veglia passate sotto alberi sui quali
era appollaiato l’uomo peloso, tenendosi afferrato stretto, mentre
dormiva.

E molto affine alle visioni dell’uomo peloso era l’appello che ancora
risuonava nelle profondità della foresta. Quell’appello gli dava
una grande irrequietezza e strani desiderî. Gli faceva provare una
vaga e dolce contentezza, come se egli si rendesse conto di selvaggi
turbamenti e appetiti. Qualche volta Buck seguiva l’appello nella
foresta, cercandolo come se fosse stato una cosa tangibile, abbaiando
dolcemente e in tono di sfida, come gli dettava l’umore. Ficcava
il naso nel fresco muschio della selva, e sbruffava con gioia nella
terra nera dove cresceva dell’erba alta, e sbruffava con gioia agli
odori grassi del suolo; e si rannicchiava per delle ore, come se si
nascondesse, dietro tronchi fungosi d’alberi caduti, con gli occhi e
le orecchie spalancate a tutto ciò che si muoveva e risuonava intorno
a lui. Può darsi che, così accovacciato, sperasse di sorprendere
quell’appello ch’egli non poteva comprendere. Ma egli non sapeva perchè
facesse quelle varie cose: era costretto a farle, ma non ragionava
punto su esse.

Lo sopraffacevano impulsi irresistibili. Talvolta egli giaceva
nell’accampamento, pigramente assonnato dal calore del giorno,
allorchè, improvvisamente, alzava la testa e tendeva le orecchie,
vigile, in ascolto, e balzava in piedi e si slanciava avanti, avanti
e avanti proseguendo per ore ed ore, tra navate della foresta
e per varchi aperti, dove si raggomitolavano gl’indiani. Godeva
nel percorrere il letto asciutto delle correnti, e sorprendere e
spiare la vita degli uccelli nel bosco. Per giorni interi, rimaneva
nella macchia, dove poteva osservare le pernici che tamburellavano
pavoneggiandosi su e giù. Ma godeva specialmente quando poteva correre
nel profondo crepuscolo delle notti di mezza-estate, ascoltando i
mormorii sommessi e assonnati della foresta, comprendendo segni e
suoni, come un uomo legge in un libro, e tendendo l’orecchio all’eco
di quel misterioso richiamo che lo invitava, vegliasse o dormisse, in
tutti i tempi, ad andare.

Una notte, balzò dal sonno, di soprassalto, con gli occhi luminosi, le
narici tremanti e annusanti l’aria, il pelame irsuto. Dalla foresta
era giunto il richiamo (o una nota di esso, che ne aveva molte),
distinto e definito come mai prima d’allora; come un lungo ululato,
simile, e tuttavia non uguale, alla voce di un cane husky. Egli
sapeva, per un ricordo familiare, di avere già udito altra volta quel
suono. Attraversò di un balzo l’accampamento addormentato e s’immerse
velocemente e in silenzio nella foresta. Mentre s’avvicinava al grido,
procedette più lentamente, con corti movimenti, finchè giunse in uno
spazio aperto tra gli alberi, e guardando vide, eretto sulle anche, col
naso al cielo, un lungo magro lupo di bosco.

Buck non aveva fatto alcun rumore; pure, il lupo aveva cessato di
ululare e fiutava la presenza del cane. Buck uscì lentamente tra gli
alberi, mezzo rannicchiato, col corpo tutto raccolto, la coda diritta
e rigida, le zampe che si posavano con insolita cura. Ogni movimento
annunciava un misto di minaccia e di offerta amichevole. Era quella
la minacciosa tregua che caratterizza l’incontro di bestie selvatiche
da preda. Ma il lupo fuggì, alla vista del cane. Buck l’inseguì con
furiosi salti, preso dal ticchio di raggiungerlo. Lo fece correre in
un canale cieco, nel letto di un torrentello sbarrato da un cumulo di
tronchi d’albero. Il lupo gli si rivolse di colpo, girando sulle gambe
posteriori, come facevano Joe e tutti i cani _husky_ che si trovino
senza via di scampo, ringhiando, col pelo irto, serrando e digrignando
i denti, in una continua e rapida successione di morsi.

Buck non lo assalì, ma gli girava intorno e lo teneva all’erta con
profferte d’amicizia. Il lupo era sospettoso ed aveva paura, chè Buck
gli era tre volte superiore per peso, mentre egli arrivava con la testa
appena alla spalla di Buck. Colto il momento propizio, il lupo balzò
via, e l’inseguimento ricominciò. Ripetutamente egli fu posto nella
impossibilità di fuggire, e ogni volta ripetè il gioco di riprendere
la fuga, quantunque fosse in cattive condizioni. Solo perchè era
in cattive condizioni, Buck poteva facilmente raggiungerlo. Il lupo
correva sino a che sentiva il fiato di Buck sulla sua coscia, e allora
si voltava in atteggiamento di difesa, per poi balzare via ancora, alla
prima opportunità.

Ma alla fine, la pertinacia dì Buck fu compensata: il lupo, accortosi
infine, che il cane non intendeva fargli alcun male, si decise a
scambiare con lui annusamenti. Poi divennero amici, e si misero a
giocare insieme, con quel fare nervoso e mezzo timido, col quale le
bestie feroci smentiscono la propria ferocia. Dopo qualche tempo il
lupo s’avviò a piccolo galoppo in modo che mostrava chiaramente come
andasse in qualche luogo. Egli fece capire a Buck che doveva andare
con lui, ed essi corsero, l’uno al fianco dell’altro, nel crepuscolo
oscuro, lungo il letto del torrentello, per la gola dond’esso usciva, e
attraverso il solitario passo dove sorgeva.

Lungo l’opposto pendio dello spartiacque, essi scesero in una pianura
dove vi eran delle grandi distese di boschi e molti fiumi, e attraverso
a quelle distese di boschi, essi corsero senza arrestarsi, per ore
ed ore, mentre il sole s’alzava più alto e il giorno diveniva più
caldo. Buck era pazzamente contento. Sapeva ch’egli stava finalmente
rispondendo all’appello, correndo al fianco del suo fratello silvano
verso il luogo donde era certamente venuto il richiamo. Vecchie memorie
gli ritornavano rapidamente: egli sentiva mescolarsi con esse come un
tempo si mescolava con la realtà di cui essere erano l’ombra. Sentiva
di avere fatto lo stesso prima, in qualche luogo dell’altro mondo
vagamente ricordato, e rifaceva, ora, la stessa cosa correndo libero
all’aperto, sulla terra non battuta, avendo l’ampio cielo sul capo.

Si fermarono a bere ad un’acqua corrente, e, fermandosi, Buck ricordò
Giovanni Thornton. S’accovacciò per terra. Il lupo si rimise a correre
verso il luogo di dove, certo, era venuto il richiamo, poi ritornò a
lui, annusandolo e facendo atti, come se lo volesse incoraggiare. Ma
Buck girò intorno e prese lentamente a seguire le tracce del ritorno.
Per quasi un’ora, il fratello selvatico corse al suo fianco, mugolando
flebilmente. Poi si sedette sulle anche, puntò il naso in alto, e
ululò. Era un lugubre ululato; e Buck continuando la sua strada a buon
galoppo udì l’ululato affievolirsi sempre più, finchè non si perdette
nella lontananza.

Giovanni Thornton stava pranzando, quando Buck, balzando
nell’accampamento, gli si lanciò addosso, in un impeto d’affezione,
rovesciandolo, tenendolo sotto le sue zampe, leccandogli il volto,
morsicandogli la mano, facendo le solite buffonate, come diceva
Giovanni Thornton, mentre scuoteva Buck su e giù, amorosamente
maledicendolo.

Per due giorni e due notti, Buck non lasciò mai l’accampamento,
nè perdette un momento di vista Thornton. Lo seguiva al lavoro,
lo sorvegliava quando mangiava, lo vedeva la sera andare sotto le
coperte e la mattina uscirne. Ma dopo due giorni, l’appello della
foresta incominciò a risuonare più imperioso che mai. A Buck ritornò
l’irrequietezza, perseguitato com’era dal ricordo del fratello
selvaggio e della terra ridente, di là dal passo, e della corsa a
fianco a fianco attraverso le distese di foreste vergini. Ancora una
volta, ricominciò a vagare nei boschi, ma il fratello selvatico non
ritornò più; e benchè ascoltasse durante lunghe veglie, il lugubre
ululato non fu più emesso.

Incominciò a dormir fuori la notte, rimanendo per giorni interi
lontano dall’accampamento; e una volta attraversò il passo alla fine
del torrentello e scese alla pianura di selve e corsi di acqua. Vagò
per quei luoghi una settimana, cercando invano qualche recente segno
del fratello selvatico, uccidendo la selvaggina durante il viaggio
e proseguendo con quel lungo facile galoppo che sembra non debba mai
affaticare. Acchiappò dei salmoni in un largo fiume che si scaricava in
qualche luogo nel mare, e accanto a questo fiume uccise un grosso orso
nero, acciecato dalle zanzare, mentre anch’esso pasceva, che correva
furioso per la foresta, impotente e terribile. Anche questa lotta dura
risvegliò la ferocia latente di Buck. E due giorni dopo, quando ritornò
alla sua vittima e trovò una dozzina di ghiottoni che si litigavano le
spoglie dell’orso, li disperse, come paglia, e quelli che fuggirono
lasciarono dietro di loro due compagni che non avrebbero mai più
litigato.

Il desiderio del sangue divenne più forte che mai, d’allora. Egli era
un uccisore, un essere che predava, vivendo di cose che vivevano,
senza aiuti, solo, per virtù della propria forza e prodezza,
sopravvivendo trionfalmente in un ambiente ostile dove soltanto i
forti sopravvivevano. A causa di tutto ciò, divenne pieno di un grande
orgoglio di se stesso, che si comunicava come per contagio al fisico,
e gli si svelava in tutti i movimenti, appariva nel gioco d’ogni
muscolo, parlava chiaro nelle movenze del portamento e rendeva il suo
meraviglioso pelame ancor più meraviglioso. Se non avesse avuto delle
chiazze brune sul muso e sopra gli occhi e una macchia di pelo bianco
che arrivava sin quasi a mezzo il petto, egli avrebbe potuto essere
scambiato per un gigantesco lupo, più grosso di qualunque esemplare
della razza. Da suo padre, un San Bernardo, egli aveva ereditato la
grandezza e il peso: mentre sua madre, cagna da pastore, aveva dato
forma a quella grandezza e a quel peso. Il suo muso era il muso lungo
del lupo, soltanto, era più grande di qualunque muso di lupo; e la sua
testa, una testa di lupo ingrandita e massiccia. La sua scaltrezza
era scaltrezza di lupo e di animale selvatico: la sua intelligenza,
intelligenza da pastore e da Sambernardo. E tutto ciò, aggiunto
all’esperienza fatta alla più feroce delle scuole, lo rendeva una
creatura formidabile quanto qualsiasi essere vagante nella selva. Egli
era un animale carnivoro, che si nutriva di carne di animali uccisi;
era nel fiore della vita, nell’età piena, traboccante di vigore e
di gagliardia. Quando Thornton passava una mano carezzevole lungo la
schiena di Buck, un leggero scoppiettìo e scricchiolìo seguiva a quel
gesto, poichè ciascun pelo scaricava al contatto, la sua elettricità
animale. Tutte le parti di quel corpo, cervello e carne, nervi e
fibre, erano armoniosamente sviluppati in sommo grado, e con perfetto
equilibrio tra loro.

A viste e suoni ed eventi che richiedevano azione, egli rispondeva con
una rapidità fulminea. Rapidamente, come fanno i cani husky quando
balzano per difendersi da un attacco o per attaccare, egli balzava;
ma era più rapido del doppio. Vedeva il movimento, o udiva il suono
e rispondeva in minor tempo che impiegasse un altro cane per rendersi
conto del movimento o del suono. Egli vedeva, determinava e rispondeva
là per là. In realtà, i tre momenti del vedere, del decidere e del
rispondere erano successivi, ma a intervalli così rapidi di tempo tra
loro, che parevano simultanei. I suoi muscoli erano sovraccarichi di
vitalità, e scattavano rapidi come molle d’acciaio. La vita fluiva in
lui come una splendida fiumana, lieta e sfrenata; così che pareva che
alla fine egli dovesse scoppiare, per riversare generosamente la sua
vitalità sul mondo.

— Non è mai esistito un cane come questo, — disse, un giorno, Giovanni
Thornton, mentre i soci guardavano Buck che se ne andava maestoso
dall’accampamento.

— Quando fu fatto, lo stampo fu spezzato, — disse Piero.

— Per Giove, lo credo anch’io! — affermò Hans.

Lo videro uscire pomposamente dall’accampamento, ma non videro
l’istantanea e terribile trasformazione che avvenne quand’egli fu nel
folto della foresta. Egli non procedeva più: divenuto a un tratto un
essere della selva, scivolava leggero, con zampe di gatto, un’ombra
fuggevole che appariva e spariva tra le altre ombre. Egli sapeva
trarre vantaggio da ogni riparo, sapeva trascinarsi sul ventre come
un serpente, e come un serpente balzare e colpire. Poteva prendere
un francolino dal nido, uccidere un coniglio nel sonno e afferrare
a mezz’aria uno scoiattoletto che avesse ritardato un secondo a
slanciarsi sugli alberi. I pesci negli stagni aperti, non erano troppo
rapidi per lui; nè i castori che riparavano le loro dighe, erano
abbastanza accorti per sfuggirgli. Uccideva per mangiare, non per il
piacere d’uccidere; ma preferiva mangiare le prede uccise da lui.
Sicchè provava un segreto piacere nelle sue azioni; ed era un gran
divertimento per lui piombare inaspettatamente sugli scoiattoli, e,
allorchè li aveva quasi presi, lasciarli andare, a gridare spaventati,
sulle cime degli alberi.

Coll’avvicinarsi della fine dell’anno, gli alci apparvero in gran
numero, scendendo lentamente a svernare nelle valli più basse e meno
fredde. Buck aveva già abbattuto un giovane alce smarrito; ma egli
agognava una preda più grossa e formidabile; nella quale s’imbattè un
giorno, su un passo, al termine del torrentello. Una torma di venti
alci aveva attraversato il passo venendo dalla pianura delle acque
correnti e delle distese boscose; tra essi primeggiava un grande alce
maschio. Era un animale furioso, alto più di sei piedi; un antagonista
formidabile, quale Buck poteva desiderare.

L’alce agitava avanti e indietro i suoi grandi palchi palmati, che
si diramavano in quattordici punte e misuravano sette piedi tra le
estremità delle punte più lontane. Gli occhietti gli brillavano,
maligni e cattivi, mentre egli muggiva furiosamente alla vista di Buck.

Dal fianco dell’alce, al disopra della coscia, sporgeva l’estremità di
una freccia piumata, che era causa della furia selvaggia della bestia.
Guidato dall’istinto che gli veniva dai lontani giorni di caccia in un
mondo primordiale, Buck si avanzò per allontanare l’alce dalla mandria.
Non era un compito facile. Egli danzava, abbaiando, davanti all’alce,
fuori del tiro dei grandi palchi e delle terribili unghie fesse, che
avrebbero potuto ucciderlo con un solo colpo. Incapace di liberarsi
dal pericolo di quei denti che lo minacciavano e di proseguire
il cammino, l’alce era al parossismo della collera. Così egli si
lanciava contro Buck, il quale si ritirava furbamente, allettandolo a
seguirlo, e fingendo di non poter fuggire. Ma quando l’alce maggiore
era così separato dai suoi compagni, due o tre degli alci più giovani
ai lanciavano a loro volta su Buck e impedivano all’alce ferito di
raggiungere la mandria. Vi è una pazienza del selvatico — cocciuta,
instancabile, persistente come la vita stessa — che tiene immobili per
infinite ore il ragno nella sua ragnatela, il serpente nelle sue spire,
la pantera in agguato; una pazienza ch’è propria degli esseri viventi
che vanno a caccia di cibo vivente. Tale era la pazienza che spingeva
Buck ad accannirsi contro l’orda di alci, a ritardare la loro marcia, a
irritare i maschi giovani, a spaventare le femmine e i loro piccini, a
fare impazzire l’alce ferito e rabbioso per l’impotenza.

Quel gioco continuò per mezza giornata. Buck si moltiplicò, attaccando
da tutti i lati, avvolgendo la mandria in un turbine di minacce,
togliendo fuori la sua vittima con la rapidità ch’essa usava nel
raggiungere i compagni, esaurendo la pazienza delle creature da preda,
la quale è minore di quella delle creature che predano.

Mentre il giorno declinava e il sole tramontava a nord-ovest (le
tenebre erano ritornate, e le notti autunnali duravano sei ore), i
giovani alci proseguivano sempre più riluttanti ad aiutare il loro
capo. L’imminente inverno li rendeva ansiosi di scendere a livelli più
bassi, mentre sembrava loro di non poter mai più liberarsi da quella
instancabile creatura che li tratteneva indietro. La vita di un solo
membro della mandria era molto meno importante delle vite di tutti gli
altri, che alla fine erano contenti di pagare quel tributo richiesto.

In sul cader del crepuscolo, il vecchio alce stava con la testa
abbassata, a guardare i suoi compagni, — le femmine che aveva
conosciute, i vitelli suoi figli, i giovani alci che aveva comandato —
mentre andavano innanzi goffamente a passo rapido, alla luce morente.
Non poteva seguirli, chè davanti al suo naso s’alzava quell’implacabile
terrore in forma di bestia dai denti aguzzi, che non l’avrebbe lasciato
andare.

Esso pesava seicentocinquanta chili; aveva vissuto una lunga e strenua
vita, piena di lotte e di contrasti, e alla fine affrontava la morte
ricevendola dai denti di una creatura la cui testa non arrivava oltre
il ginocchio dei suoi grandi garretti.

Da quel momento, notte e giorno, Buck non lasciò mai la sua preda, non
gli concesse un momento di tregua, non gli permise mai di brucare nè
le foglie degli alberi nè i germogli delle giovani betulle dei salci.
E neppure concesse al toro ferito, l’opportunità di lenire la sua
ardente sete nei mormoranti ruscelletti ch’essi attraversavano. Spesso,
preso da disperazione, egli rompeva in lunghe corse pazze. In tali
momenti, Buck non tentava di arrestarlo, ma gli saltava placidamente
alle calcagna, soddisfatto del gioco, accovacciandosi per terra quando
l’alce rimaneva immobile, assalendolo terribilmente quando esso tentava
di mangiare o bere.

Così che la grande testa s’abbassò sempre più sotto l’albero delle
corna, e il suo goffo aspetto divenne sempre più avvilito. L’animale
incominciò a rimanere fermo, per lunghi periodi, col naso a terra e le
orecchie cadenti; e Buck ebbe maggior tempo per bere e per riposare.
In tali momenti, ansante, con la rossa lingua penzoloni e con gli
occhi fissi al grosso alce, appariva a Buck che un mutamento avvenisse
nell’aspetto delle cose. Poteva sentire una nuova agitazione nel paese.
Con gli alci, giungevano altre specie di creature viventi. La foresta,
il ruscello e l’aria sembravano palpitare per la loro presenza. Egli
aveva sentore di loro, non perchè vedesse, o sentisse o odorasse, ma
per qualche altro senso più fine. Non udiva nulla, non vedeva nulla e
tuttavia sapeva che il paese era mutato; che attraverso ad esso strane
cose accadevano e si propagavano; così che risolse di investigare
appena avesse compiuta l’impresa in cui era impegnato.

Finalmente, al declinare del quarto giorno, egli riuscì ad abbattere il
grande alce. Per un giorno e una notte rimase accanto alla sua preda,
mangiando e dormendo, alternativamente. Poi, riposato, rinfrescato e
forte, si volse verso l’accampamento e Giovanni Thornton. Incominciò
il suo lungo facile galoppo, e andò innanzi, per ore ed ore, mai
smarrito davanti all’intricato sentiero, proseguendo diritto verso
l’accampamento, attraverso il paese sconosciuto, con una sicurezza di
direzione da far vergognare l’uomo col suo ago magnetico.

Mentre avanzava, diveniva sempre più consapevole della nuova agitazione
intorno. Vedeva una vita diversa dalla vita che vi era stata durante
l’estate. E ora non fiutava più la cosa, in maniera fine e misteriosa:
ne parlavano, ora, gli uccelli, ne cianciavano gli scoiattoli, la
stessa brezza ne mormorava. Parecchie volte s’arrestò per annusare una
specie di messaggio che lo faceva poi galoppare con maggior velocità.
Era oppresso da un senso di calamità imminente, se pure non avvenuta
già; così che mentre attraversava l’ultimo spartiacque e piombava giù
nella valle, verso l’accampamento, procedette con maggior cautela.

Tre miglia più in là, trovò una traccia d’orme fresche che gli fece
rizzare il pelo del collo. Andò diritto all’accampamento e a Giovanni
Thornton.

Buck procedeva veloce e cauto, con tutti i nervi tesi, rilevando tutti
i particolari che raccontavano la stessa storia, ma non la fine della
storia stessa. Il suo naso gli faceva fiutare quel mutar di vita, sulle
cui orme ora andava veloce. Osservò il gravoso silenzio della foresta.
La vita degli uccelli era scomparsa. Gli scoiattoli s’erano nascosti.
Ne vide uno soltanto, grigio e lucido, appiattito contro un ramo morto,
grigio anch’esso, così che sembrava un’escrescenza legnosa del ramo.

Mentre Buck scendeva giù all’accampamento coll’addensarsi di un’oscura
ombra, sentì il suo naso come bruscamente attratto di fianco, come
se una forza reale l’avesse afferrato e tirato da quella parte. Seguì
il nuovo odore in un cespuglio, e trovò Nig, che giaceva sul fianco,
morto, nel punto dove s’era trascinato, con una freccia che mostrava da
un lato la punta e dall’altro una estremità piumata.

Cento metri più avanti, Buck trovò uno dei cani della slitta che
Thornton aveva acquistati a Dawson. Questo cane barcollava nel mezzo
del sentiero, in lotta con la morte; e Buck gli girò intorno senza
fermarsi. Dall’accampamento giungeva il debole suono di molte voci,
s’alzava e s’abbassava in una cantilena. Sul margine dello spiazzo,
trovò Hans che giaceva bocconi, coperto di frecce piumate, come un
porcospino. Nello stesso momento, Buck gettò uno sguardo dove era
la capanna di frasche di abete e vide uno spettacolo che gli fece
rizzare il pelo del collo e della schiena. Egli fu preso da un impeto
di rabbia cieca e travolgente: non s’accorse di ringhiare, ma ringhiò
con terribile ferocia. Per l’ultima volta nella sua vita, lasciò che
la passione travolgesse furberia e ragione; e il suo grande amore per
Giovanni Thornton gli fece perdere la testa.

Gli indiani _yechats_ danzavano intorno alle rovine della capanna
di frasche di abete, allorchè udirono un terribile ruggito e videro
lanciarsi un animale di cui non avevano mai visto l’uguale prima
d’allora. Era Buck, un uragano vivente di furia, che si scagliava su
di essi, con frenesia di distruzione. Il cane si gettò sull’uomo più
maestoso del gruppo (il capo degli _Yechats_), squarciandogli la gola,
dalla quale sgorgò un fiotto di sangue. E non si fermò sulla vittima,
ma squarciò, passando, con un secondo salto, la gola di un altro uomo.
Non vi era modo di resistergli: infuriava nel gruppo stracciando,
squarciando, distruggendo, con movimento costante e terribile che
sfidava le frecce che gli scaricavano addosso. Infatti, i suoi
movimenti erano così inconcepibilmente rapidi, e così vicini gli uni
agli altri erano gl’indiani, che questi s’uccidevano tra loro con le
frecce; così che un giovane cacciatore lanciandogli contro una lancia,
trafisse invece il petto di un altro cacciatore con tale forza, che la
punta apparve dietro la schiena. Poi gli _yechats_, presi da panico,
fuggirono terrorizzati nei boschi, proclamando, alto, mentre fuggivano,
l’avvento dello Spirito del Male.

E in realtà, Buck pareva il diavolo incarnato, inseguendoli furioso e
atterrandoli come se fossero dei cerbiatti, mentre correvano tra gli
alberi. Fu quello un giorno fatale per gli _yechats_. Si dispersero
per il paese, in tutte le direzioni, e lontano, e soltanto una
settimana dopo gli ultimi sopravvissuti si raccolsero insieme in una
valle più bassa e contarono le loro perdite. In quanto a Buck, stanco
d’inseguirli, ritornò al desolato accampamento. Trovò Piero dove
era stato ucciso, di sorpresa, tra le coperte. La disperata lotta
di Thornton appariva in fresche tracce sul suolo; così che Buck potè
annusare ogni particolare della lotta, sino al margine dello stagno
profondo. Sulla sponda, con la testa e le gambe sporgenti nell’acqua,
giaceva Skeet, fedele sino all’ultimo. Lo stagno, fangoso e scolorito
per i depositi dei cassoni del drenaggio dell’oro, nascondeva quello
che conteneva; e conteneva Giovanni Thornton; di Buck aveva seguito
le tracce nell’acqua, sino allo stagno oltre il quale non v’era alcuna
orma.

Tutto quel giorno, Buck vagò meditabondo e irrequieto sulla riva
dello stagno e per l’accampamento. Egli conosceva bene la morte, come
cessazione di movimento, come un trapasso dalla vita dei viventi,
all’immobilità, e sapeva che Giovanni Thornton era morto. E sentiva che
quella morte produceva un gran vuoto in lui, in qualche modo simile
alla fame, ma un vuoto che gli faceva continuamente male, e che il
cibo non poteva riempire. Talvolta, quando si fermava a contemplare
le carcasse degli _yechats_, dimenticava per un momento la sua pena,
e in quei momenti era consapevole di un grande orgoglio di se stesso;
un orgoglio maggiore di ogni altro provato sino allora. Aveva ucciso
degli uomini, la migliore selvaggina: e li aveva uccisi secondo la
legge della mazza e del dente. Annusava curiosamente i corpi. Erano
morti così facilmente! Era più duro uccidere un cane _husky_, che loro.
Non sarebbero stati punto avversari degni, senza quelle frecce, quelle
lance e quelle mazze. Ormai avrebbe avuto paura di loro soltanto quando
li avesse visti con frecce, lance e mazze.

Discese la notte, e una luna piena s’alzò sopra gli alberi, nel cielo,
illuminando la terra, che parve immersa in una luce spettrale, simile
a quella del giorno. E col cader della notte, meditando e gemendo
accanto allo stagno, Buck si destò al rumore della nuova vita nella
foresta, diversa da quella creata dagli indiani. S’alzò ad ascoltare
e ad annusare. Veniva da lontano un leggero acuto ululato, seguito
da un coro di altri ululati acuti. Dopo qualche, tempo, i guaiti
divennero più alti e più vicini. Ancora una volta, Buck riconosceva
quei guaiti come uditi in quell’altro mondo che persisteva nella sua
memoria. Camminò sino al centro dello spiazzo e rimase in ascolto. Era
l’appello, il richiamo dalle molte note, che risuonava più allettante
e imperioso che per il passato. E mai come allora, egli s’era sentito
così pronto ad ubbidire. Giovanni Thornton era morto. L’ultimo vincolo
era spezzato. Gli uomini e i loro diritti non lo legavano più.

Cacciando la loro carne viva, come la cacciavano gli _yechats_, sui
fianchi degli alci emigranti, il branco di lupi aveva anch’esso alla
fine attraversato il monte, dalla terra dalle molte correnti e dalle
distese di boschi, ed invasa la valle di Buck.

Nella radura dove la luce lunare fluiva, essi si riversarono come un
fiotto argenteo; mentre al centro della radura stava Buck, immobile
come una statua, ad attenderli. Essi furono presi da paura, tanto
egli era grande e immobile, e si arrestarono per un momento, fino a
quando il più ardito non gli fu sopra con un balzo. Come un lampo, Buck
colpì, rompendogli il collo; ridivenne immobile, mentre il lupo colpito
ruzzolava, agonizzante, dietro a lui. Altri tre provarono, con rapida
successione; e l’uno dopo l’altro indietreggiarono, spargendo sangue,
dalla gola e dalle spalle lacerate.

Bastò perchè l’intero branco, agglomerato, confuso, si slanciasse,
nell’impazienza di abbattere la preda. La meravigliosa prontezza ed
agilità giovarono assai a Buck. Girando sulle gambe posteriori, e
morsicando e squarciando, egli era pronto ad ogni assalto, presentando
sempre la stessa fronte apparentemente intatta; girando rapidamente
su se stesso e difendendosi da tutti i lati. Ma per impedire ch’essi
gli girassero alle spalle, fu forzato a indietreggiare, giù, oltre
lo stagno, e nel letto del torrentello, sino a che giunse contro un
banco di ghiaia assai alto. Indietreggiò abilmente riparando in un
angolo retto del banco che gli uomini avevano fatto durante i loro
scavi; e rifugiato in quell’angolo, protetto da tre lati, non ebbe
altro da fare che difendersi di fronte. E così bene si difese, che dopo
mezz’ora i lupi indietreggiarono sconfitti. Le lingue di tutti essi
erano fuori, a penzoloni, e i denti bianchi brillavano in modo crudele
alla luce lunare. Alcuni erano accovacciati per terra ma con le teste
alte e gli orecchi tesi; altri rimanevano in piedi, sorvegliandolo;
ed altri ancora bevevano acqua allo stagno. Un lupo, lungo, magro e
grigio, s’avanzò cautamente, in maniera amichevole, e Buck riconobbe il
fratello selvatico col quale aveva corso una notte ed un giorno. Esso
mugolava dolcemente. Quando Buck mugolò a sua volta, si toccarono il
naso.

Allora un vecchio lupo, scarno e pieno di cicatrici, s’avanzò verso
di loro. Buck contrasse le labbra, preparandosi a un ringhio, ma poi
toccò il naso dell’altro, annusandolo. Ciò fatto, il vecchio lupo
s’accosciò, e, puntato il naso alla luna, si mise a ululare. Anche gli
altri s’accosciarono e ulularono. Ormai il richiamo giungeva a Buck con
accenti chiarissimi. Egli pure s’accosciò e ululò. Finito ch’ebbe di
ululare, egli uscì dal suo angolo, e il branco gli si affollò attorno,
annusando in modo tra amichevole e selvaggio. Poi i capi mandarono
un guaito di richiamo al branco, e si lanciarono nel bosco. Il lupi
li seguirono ululando in coro. E Buck si mise a correre con loro, al
fianco del fratello selvatico, ululando mentre correva.


E qui può ben finire la storia di Buck. Non passarono molti anni, e gli
_yechats_ osservarono un cambiamento nella razza dei lupi della selva;
vedendone alcuni con macchie brune sulla testa e sul muso, e con una
striscia di pelo bianco nel mezzo del petto. Ma un fatto più notevole
raccontano gli indiani; parlano dell’esistenza di un Cane Spettrale che
corre alla testa del branco di lupi. Essi hanno paura di questo Cane
Spettrale, perchè è più furbo dei lupi, ruba nei loro accampamenti,
durante i terribili inverni, spoglia le trappole, uccide i cani, e
sfida i più bravi cacciatori.

Ma la storia diventa anche più truce. Narrano di cacciatori che non
ritornano più all’accampamento, di cacciatori che i loro compagni di
tribù hanno trovato con le gole crudelmente squarciate, tra impronte
di lupo, sulla neve, più grandi delle impronte di qualsiasi lupo. Ogni
autunno, allorchè gli _yechats_ seguono il movimento degli alci, si
fermano davanti una valle nella quale non osano penetrare. E vi sono
delle donne che diventano tristi quando si racconta, intorno al fuoco,
come lo Spirito del Male abbia scelto quella valle per dimora.

Tuttavia, l’estate, appare un visitatore in quella valle; un visitatore
del quale nulla sanno gli indiani. È un grande lupo dal mantello
meraviglioso, simile e pur diverso da tutti gli altri lupi. L’animale
attraversa, solo, il monte ridente di boschi, e scende in uno spazio
aperto tra gli alberi; dove un ruscelletto giallo sorge tra imputriditi
sacchi di pelle di alce, e s’affonda nella terra. E tra le alte erbe
che crescono dove il ruscello scompare, e tra muschi che ne nascondono
il giallore al sole, egli rimane assorto per qualche tempo; poi ulula e
se ne va.

Ma egli non è sempre solo. All’approssimarsi delle lunghe notti
invernali quando i lupi seguono le loro prede nelle valli più basse,
lo si vede correre alla testa del branco, alla pallida luce lunare o
alla luce fioca delle aurore boreali; e balzare come gigante tra i suoi
compagni, e precederli, ululando coll’ampia sua gola il canto del mondo
più giovane, il canto del branco.


  FINE




IL FIGLIO DEL LUPO.


L’uomo stima di rado la donna secondo il giusto merito, se non quando
rimane privo della sua compagnia. Egli, di solito, vive immerso
nell’atmosfera femminile, nella quale, in certo modo, si lagna, senza
sospettar neppure quant’essa sia penetrante. Ma il giorno in cui essa
gli manca, comincia a farsi, nell’esistenza dell’uomo, un vuoto che
s’ingrandisce sempre più. Allora l’uomo aspira vagamente a qualche cosa
di poco definito, ch’egli non è capace di spiegarsi in che consista.
Se ha per caso degli amici inesperti come lui, questi scuotono il
capo guardandolo e gli raccomandano un rimedio energico. Senonchè il
malessere s’accresce, col tempo; i piccoli fatti della vita quotidiana
perdono importanza, ai suoi occhi, sinchè, alla fine, un bel giorno,
il vuoto gli diventa insopportabile e l’animo gli si illumina di nuova
luce, a un tratto.

Quando questo accade nel paese bagnato dal Yukon, l’uomo che si trova
in tali condizioni morali si procura subito una barca, se può, oppure
attacca i cani a una slitta, se l’inverno è rigido, e si dirige verso
il sud.

Dove, se ha fiducia nel progresso del paese, ritorna mesi dopo,
conducendo con sè una donna che sarà partecipe della sua confidenza
e, all’occorrenza, della fatica. Questo ci mostra l’egoismo innato
nell’uomo e ci fa ricordare le disavventure di «Scruff» Mackenzie, nel
tempo in cui il paese non era ancora invaso dall’afflusso dei nuovi
avventurieri, i _che-cha-quas_, e il Klondyke era noto solo per la
pesca del salmone.

L’aspetto di Scruff Mackenzie mostrava ch’egli era nato sul confine e
c’era vissuto. Il suo viso portava i segni di venticinque anni di lotta
incessante contro la Natura, nella sua vita più aspra e più selvaggia.
Egli aveva trascorso gli ultimi due anni, più difficili e più duri
di tutti, a cercare tastoni l’oro che ai trova all’ombra del cerchio
polare artico.

Quando la solitudine incominciò a pesargli, egli non fu punto sorpreso
della cosa, da uomo pratico che aveva conosciuti altri colpiti a quel
modo: non manifestò, esteriormente, alcun segno di sofferenza, anzi, si
rimise al lavoro con maggiore applicazione di prima.

Durante tutta l’estate lottò contro le zanzare africane e lavorò nei
terreni auriferi di Stuart River, per potere provvedersi d’una quantità
doppia di viveri.

Quindi, ammassato un certo numero di tronchi d’alberi, costrusse una
zattera sulla quale seguì il corso del Yukon sino a Forty Mile, dove
costruì una delle più graziose capanne dell’accampamento. Quella
capanna era così comoda, che parecchi gli fecero la proposta di
abitarvi e di vivere, da buoni compagni, con lui; ma egli distrusse
subito le loro speranze con poche parole dure, risentite e sbrigative,
e comperò provviste abbondanti, sì, ma per due persone. Scruff
Mackenzie era, come si vede, un uomo pratico: quando aveva bisogno di
qualche cosa, riusciva di solito a procurarsela, ma senza incomodarsi
più del necessario. Sebbene avvezzo alle fatiche più penose, non aveva
però nessuna voglia di fare prima un viaggio di novecento chilometri
sul ghiaccio, poi un secondo sul mare — duemila chilometri circa, —
quindi, un terzo viaggio di circa mille e cinquecento chilometri a
piedi, per andare, in fin dei conti, in cerca di una donna. No: la vita
gli pareva troppo breve, per agire così. Egli attaccò i cani, fissò
sulla slitta un carico molto originale, e partì lungo la grande pianura
che, digradando in occidente, viene irrigata dalle sorgenti del Tanana.

Era un viaggiatore infaticabile, e aveva dei cani-lupi che, pur
consumando razioni minime di cibo, potevano percorrere un lungo cammino
e compiere maggior lavoro di qualsiasi altro tiro in tutta la regione
bagnata dal Yukon.

Tre settimane dopo, egli giunse a un accampamento di cacciatori della
tribù degli Sticks, stabilitisi lungo il Tanana; i quali furono colpiti
della sua audacia, giacchè non godevano buona reputazione, ed erano
giustamente malfamati per avere uccisi parecchi bianchi allo scopo di
toglier loro delle inezie, come un’accetta o una carabina in cattive
condizioni. Pure, Scruff Mackenzie s’avanzò solo tra essi, con un’aria
che conciliava in modo meraviglioso umiltà, familiarità, _sang-froid_,
e insolenza.

Occorrevano una profonda conoscenza dell’indole dei barbari e una
grande finezza di tatto per usare armi così diverse, ma il nostro
eroe era diventato maestro in quest’arte, e sapeva, secondo i casi,
mostrarsi remissivo o minacciare con accento di collera olimpica.

Egli andò diritto al Capo Thiling-Tinneh, e gli fece un profondo
inchino offrendogli una libbra di tè nero e una di tabacco,
conquistandosi, così, immediatamente, le buone grazie del capo. Poi
s’unì agli uomini e alle ragazze e annunziò che avrebbe dato, la sera,
un _potlach_[2].

Entro un rettangolo di circa cento piedi di lunghezza, e venticinque di
larghezza, fu battuta la neve sino a formarne una superficie compatta,
e preparato nel centro un gran fuoco, mentre con rami di abete veniva
formata come una cinta adorna ai due lati. I membri della tribù, una
settantina circa, lasciate le loro capanne, incominciarono a cantare
delle canzoni popolari in onore dell’ospite.

In due anni di dimora in quelle regioni, Scruff Mackenzie aveva
imparato le poche centinaia di parole che formano il vocabolario
di quelle popolazioni, impadronendosi dei loro suoni gutturali
e assimilando, al tempo stesso, il loro frasario giapponese, le
costruzioni e le particelle onorifiche. Di modo che pronunziò un
discorso secondo il loro gusto, avendo cura particolare di soddisfare
il loro istintivo amore di poesia con voli d’eloquenza grossolana
e contorsioni di metafore. Quando Thiling-Tinneh e il Shaman[3] gli
ebbero risposto con lo stesso tono, egli fece dei piccoli regali agli
uomini e incominciò a cantare con loro, poi prese parte al loro gioco
dei cinquantadue bastoni, nel quale era molto forte.

E quei selvaggi fumarono il suo tabacco e erano contenti. Ma i
giovanotti assunsero un atteggiamento di diffidenza. Serpeggiava tra
loro come un’aria di sfida, che le allusioni chiare delle vecchie e i
sogghigni delle ragazze rendevano palese.

Essi avevano conosciuto pochi bianchi. — o «Figli del lupo», com’essi
dicevano — ma da costoro avevano appreso strane lezioni.

Scruff Mackenzie, quantunque mostrasse un’aria d’indifferenza, si
rese ben conto di quello stato d’animo; e durante la notte seguente,
tutto raccolto nelle sue pelliccie, riflettè seriamente ai casi suoi
e meditò, pur fumando numerose pipe, il da fare. Tra quelle ragazze,
una sola gli piaceva, ed era, nientemeno, la figlia del capo della
tribù, la bella Zarinska, che per lineamenti, taglio della persona ed
andatura, impersonava un tipo di bellezza bianca, in modo da sembrare
una specie di anomalia fra le altre ragazze della tribù. Egli l’avrebbe
condotta con sè, come moglie, e ne avrebbe mutato il nome in quello
di Geltrude. Così deciso, egli si voltò su un fianco e s’addormentò
subito, da vero figlio di razza conquistatrice.

Ottenere quell’intento, però, non era facile; occorreva molta abilità
per riuscire. Scruff Mackenzie si comportò con molta accortezza
e ostentando un’indifferenza che metteva in imbarazzo gli Sticks.
Egli seppe, con molta cura, convincere gli uomini della sua abilità
di cacciatore fanatico e di buon tiratore; così che da un estremo
all’altro dell’accampamento si sparsero le lodi della sua bravura,
quando uccise un moose[4] a cinquecento metri.

Visitava, di sera, la capanna del Capo Thiling-Tinneh, tutta adorna
di pelli di moose e di cariboo; e parlava dandosi grandi arie,
distribuendo generosamente tabacco, non trascurando di far partecipe
dello stesso onore il Shaman; giacchè egli si rendeva conto del
prestigio che questa specie di medico esercitava sul popolo ed era
ansioso di farsene un alleato. Ma costui, ch’era sdegnoso ed altero,
non si lasciò corrompere, e Scruff Mackenzie lo incluse, giustamente,
nel numero di quelli che gli si sarebbero voltati contro.

Mackenzie, non intravvedendo la possibilità di rimanere solo
con Zarinska, le rivolse degli sguardi incendiari che rivelavano
chiaramente le sue intenzioni; mentre lei, che aveva intuito, si
circondava, da civettuola qual’era, d’uno stuolo di donne, ogni
qualvolta gli uomini uscivano, e Mackenzie, aveva l’occasione
desiderata. Ma egli da parte sua, non aveva fretta, sapendo che lei
non poteva fare a meno di pensare a lui, e che tenendola costantemente
preoccupata di lui per alcuni giorni, avrebbe potuto attuare meglio i
suoi disegni.

Finalmente, una sera, giudicando il momento propizio, egli uscì
bruscamente dall’abitazione annerita del capo e si diresse alla capanna
prossima. Zarinska era seduta, come soleva, tra donne d’ogni età,
intenta a far _moccasins_ e lavori di perle; così che, quando egli
entrò, tutte incominciarono a ridere, unendo il nome di Zarinska con
quello di lui. Egli le prese, senza riguardo, l’una dopo l’altra e
le spinse fuori, sulla neve, donde partirono in fretta per andare a
divulgare la notizia in tutto l’accampamento.

Rimasto solo, egli difese con calore la sua causa, usando l’idioma
della giovane, che altrimenti, non l’avrebbe potuto comprendere,
non conoscendo altra lingua, ed alla fine, dopo due ore, s’alzò per
andarsene.

Dunque, Zarinska verrà nella capanna dell’uomo bianco? Bene! Ora, vado
a parlarne a tuo padre, che forse non sarà dello stesso parere. Gli
farò molti regali, ma bisogna che non pretenda troppo. E se dice di no?
Bene! Zarinska verrà ugualmente nella capanna dell’Uomo Bianco».

Aveva già sollevato la portiera fatta di pelli di bestie per uscire,
allorchè un’esclamazione soffocata lo richiamò presso la giovane.
Questa gli si inginocchiò davanti sulla pelle d’orso che tappezzava la
capanna, e, arrossendo, da vera figlia d’Eva, gli sciolse timidamente
la pesante cintura. Sorpreso e insospettito, egli la guardava, tendendo
l’orecchio al menomo rumore di fuori. Ma il movimento ch’ella fece poi
allontanò ogni timore, ed egli sorrise dal piacere. Zarinska s’alzò,
andò a prendere nel suo sacco da lavoro un fodero di cuoio di moose
tutto lucente di perle dal ricamo fantastico e tolto il coltellaccio di
caccia di Mackenzie, ne osservò rispettosamente la lama, quasi tentata
di provarlo sul pollice, e l’infilò nell’astuccio. Poi rimise l’arma
nel fodero, al posto solito, alla cintola, proprio sull’anca. Pareva
uno spettacolo medioevale: quello della dama che arma il cavaliere.

Mackenzie rialzò la giovane, e sfiorò coi suoi mustacchi le labbra
vermiglie di Zarinska, che conobbe per la prima volta, la carezza del
Lupo. Fu come l’incontro dell’età della pietra con l’età del ferro.
E fu come un fremito nell’aria, poco dopo, quando Scruff Mackenzie,
portando sotto il braccio un enorme pacco, sollevò la portiera della
tenda di Thiling-Tinneh. I ragazzi correvano, qua e là, portando legna
secche nel luogo dove doveva avvenire il _potlach_; un mormorio di voci
femminili s’udiva sempre più distinto, e i giovanotti, in gruppi, si
consultavano, con aria cupa, mentre dalla tenda dello Shaman proveniva
uno strano rumore, come di scongiuro.

Il capo era solo con la moglie, dagli occhi cisposi. Bastò uno sguardo
a Mackenzie per capire che la notizia era già divulgata; di modo che
affrontò senz’altro la questione, avendo cura di mettere bene in vista
il fodero ricamato, regalo del fidanzamento.

— O Thiling-Tinneh, capo possente degli Sticks e della terra di Tanana,
— esclamò. — Sei tu che regni sul salmone, sull’orso, sul moose e sul
cariboo! L’uomo bianco si presenta a te, per un gran disegno ch’egli
ha concepito, sono ormai trascorse molte lune, ed egli vive ancora da
solitario, in una capanna vuota. Il suo cuore, raccolto nel silenzio,
sospira pensando a una donna che gli segga accanto, sotto la sua tenda,
e gli prepari, al ritorno della caccia, un buon pasto che lo ristori.
Egli ha udito strane cose: il rumore di piccoli passi di bambino e il
suono di voci giovanili che gli giungono di lontano agli orecchi. Una
volta la sua notte di solitario è stata turbata da una apparizione:
egli ha visto il Corvo, che ti è padre, il Gran Corvo, padre di tutti
gli Sticks, e il Corvo ha parlato così all’uomo bianco: «Metti i
tuoi _moccasin_, attacca i pattini e prepara la slitta; mettivi su
delle provviste di viveri per numerosi giorni; e bei regali pel Capo
Thiling-Tinneh. — Quindi volgi gli occhi dalla parte dove il sole è
solito scomparire in piena primavera, e viaggia sino all’accampamento
di caccia del grande capo. Tu gli offrirai magnifici regali, e
Thiling-Tinneh, che mi è figlio, diverrà un padre per te. Sotto la
sua tenda c’è una fanciulla alla quale ho dato vita per te: quella
fanciulla sarà tua moglie».

«Così parlò il Gran Corvo, o capo! E perciò io pongo ai tuoi piedi
numerosi doni e desidero condurre con me tua figlia.»

Con una mossa non priva di maestà, il vecchio s’avvolse nelle sue
pelli, ma indugiò a rispondere, mentre un omuncolo ficcatosi nella
tenda e detto rapidamente che il consiglio, radunato, desiderava il
capo, spariva.

— O Uomo Bianco che abbiamo soprannominato l’Uccisore di Moose, tu sei
noto anche col nome di Lupo e figlio di Lupo. Noi sappiamo che la tua
razza è potente e siamo orgogliosi di averti come ospite, al nostro
pollach, ma il salmone-re, non può far comunione col salmone inferiore,
come non può il Corvo col Lupo.

— Come! — esclamò Mackenzie. — Ma se ho incontrato le figlie del Corvo
negli accampamenti del Lupo! Per esempio, la moglie di Mortimer, la
moglie di Tregidgo, la moglie di Barnabè, che è ritornata due inverni
fa, e ho udito parlare di parecchie altre figlie del Corvo, che però
non ho viste.

— Tu dici il vero, figliuolo, ma sono unioni infelici, come quella
dell’acqua colla sabbia o del fiocco di neve col sole. Hai incontrato
Mason e la sua compagna? No?... È venuto qui dieci corvi di gelo fa:
è stato il primo, di tutti i Lupi. Con lui, c’era un uomo robusto,
grande, diritto come un salcio; forte come l’orso grigio, dalla faccia
senza peli, dal cuore come la luna piena d’estate; il suo...

— Oh! — interruppe Mackenzie, riconoscendo in quello l’uomo noto in
tutto il Nord, — è Malemute Kid!

— È lui, un uomo fortissimo. Ne hai visto mai la moglie? Pareva sorella
gemella di Zarinska.

-No, capo, non la conosco, ma ne ho sentito parlare. Mason, giù, giù
nel Nord, è stato schiacciato da un enorme vecchissimo abete; ma il
suo amore era grande ed egli possedeva molto oro. Mediante quest’oro,
sua moglie ha potuto viaggiare col figlio per molti giorni alla volta
del paese dove si vede il sole a mezzo inverno; e là essa vive. Non più
geli, nè neve, nè sole a mezzanotte, d’estate, nè notti a mezzogiorno,
d’inverno.

Giunse un secondo messaggero che portò una chiamata urgente del
Consiglio. Mackenzie, nel respingerlo fuor dell’uscio, sulla neve,
intravvide con un rapido sguardo alcuni uomini curvi davanti al fuoco
del consiglio; indi le profonde voci basse degli uomini che cantavano
a coro, ritmicamente, e comprese che il Shaman eccitava la collera del
popolo contro di lui. Bisognava sbrigarsi... allora si volse al Capo:

— Insomma, io desidero tua figlia. E ora guarda: Ecco tabacco, per
te, un gran numero di vasi pieni di zucchero, coperte che riscaldano,
fazzoletti belli e grandi, infine una carabina, una vera carabina con
molte palle e polvere.

— No. — replicò il vecchio, resistendo alla tentazione di tutte quelle
ricchezze esposte davanti a lui — ormai il mio popolo è adunato; non
vuole questo matrimonio.

— Non sei tu il loro capo?

— Certo; ma i giovani sono furiosi perchè i Lupi hanno preso le ragazze
della tribù ed essi non possono ammogliarsi.

— Ascolta, o Thiling-Tinneh: prima che alla notte succeda il giorno,
il Lupo avrà già preso con i suoi cani la via delle montagne dell’Est,
diretto al paese del Yukon e Zarinska andrà avanti ai cani.

— E prima che metà della notte sia trascorsa, i miei giovani forse
avranno dato in pasto ai cani la carne del Lupo e disseminato le sue
ossa sulla neve, dentro la quale rimarranno sepolte, sino al giorno in
cui, la primavera le scoprirà.

Minaccia opposta a minaccia. La faccia abbronzata di Mackenzie divenne
rossa, d’un rosso cupo; egli alzò la voce. La vecchia moglie rimasta
sino a quel punto spettatrice impassibile, cercò di svignarsela
strisciandogli accanto verso la porta. Il canto degli uomini cessò
di botto; si udì, però un gran mormorio quando Mackenzie respinse
rudemente la vecchia sul tappeto di pelle.

— Torno a gridartelo: Ascolta, o Thiling-Tinneh! Il Lupo muore a denti
stretti, e con lui, dieci uomini, i più forti fra i tuoi, cadranno,
uomini necessari, giacchè è appena incominciata la stagione della
caccia e quella della pesca sarà fra poche lune. E poi, a che ti
gioverebbe la mia morte? Io conosco le costumanze del tuo popolo; tu
avrai la minima parte delle mie ricchezze, che, invece, potranno essere
tutte tue se mi dai tua figlia. E poi... i miei fratelli verranno, e
sono numerosissimi, e la loro fame non è mai sazia. E le figlie del
Corvo partoriranno nei capanni del Lupo. Il mio popolo è più grande del
tuo. Così vuole il Destino. Concedimi ciò che chiedo, e tutte le mie
belle cose saranno tue.

S’udiva un pestìo di _moccasins_, di fuori, sulla neve. Mackenzie
caricò la carabina e preparò due rivoltelle che aveva nella cintura.

— Accetta, o capo!

— Sarà il mio popolo a dir di no!

— Accetta, e queste ricchezze saranno tue. Penserò io a intendermela
poi col tuo popolo.

— Giacchè il Lupo vuole così, io prendo i pegni... ma ti ho avvisato.

Mackenzie gli consegnò tutti i regali, avendo cura, però, di scaricare
la carabina e aggiungendo, come segno di gradimento e conclusione del
patto, un fazzoletto di seta screziata di varî colori.

A questo punto, ecco entrare il Shaman, accompagnato da una mezza
dozzina di giovanotti. Subito, Mackenzie s’aprì arditamente un varco
tra essi, spingendoli con le spalle, e uscì dalla tenda.

— Preparati per la partenza, — fece con un tono reciso a Zarinska,
a mo’ di saluto, nel passare davanti alla tenda di lei. Poi andò in
fretta ad attaccare i cani.

Pochi minuti dopo, giungeva, alla testa del tiro, in pieno consiglio.
La donna gli stava allato. Egli si collocò nella parte più alta del
rettangolo, accanto al capo, e mise Zarinska alla sua sinistra, un po’
indietro, al posto che le spettava, anche perchè appressandosi l’ora
della lotta, era bene che avesse le spalle salve.

Da ogni lato, gli uomini, accosciati attorno al fuoco, cantavano ad
alta voce un motivo popolare, ricordando un passato da lungo tempo
dimenticato.

Misterioso, a pause cadenzate, con un ritornello ossessionante, quel
canto era tutt’altro che bello; l’aggettivo _terribile_ non basta
neppure a definire la sensazione che suscitava. All’altra estremità del
rettangolo, danzavano cinque o sei donne, sotto l’occhio del Shaman, il
quale sgridava severamente quelle che non s’abbandonavano con tutto lo
slancio che ci voleva, di solito, in quelle occasioni. Mezzo nascoste
sotto la greve massa dei loro capelli neri che ricadevano in disordine
fino alla cintola, esse ondeggiavano lentamente, ora indietro, ora in
avanti, facendo oscillare i loro corpi secondo il ritmo, che mutava
continuamente.

Era uno spettacolo strano, anacronistico: mentre nel mezzogiorno, il
secolo XIX moriva con gli ultimi anni della sua ultima dècade, lì,
l’uomo primitivo, frammento negletto del Vecchio Mondo, fioriva, quasi
come al tempo degli abitatori delle caverne preistoriche. I cani lupi,
dal pelo fulvo erano coricati tra i loro padroni coperti di pelli di
bestie o si facevano largo in mezzo ad essi. I loro occhi sanguigni e
le loro bocche colanti schiuma riflettevano i rossi chiarori del fuoco.
I boschi dormivano, indifferenti, sotto un bianco lenzuolo, e il gran
silenzio ricacciato, a quell’ora, ai margini delle foreste, pareva
rifugiarsi in fondo in fondo; le stelle danzavano nella volta turchina,
come accade di solito al tempo del gran freddo: mentre gli spiriti del
polo trascinavano le loro vesti splendide attraverso i cieli.

Scruff Mackenzie ebbe un concetto approssimativo, della grandezza
selvaggia, di quello spettacolo, quando percorse collo sguardo i due
filari di abeti, per rendersi conto del numero degli assenti. E lo
sguardo si posò, un momento, su un neonato che succhiava il seno di sua
madre.

S’era a quaranta gradi sotto lo zero. Egli pensò alle donne delicate
della sua razza, e sorrise con aria selvaggia. Eppure, egli era nato da
una di queste donne, e aveva ricevuto un retaggio regale, come quelli
della sua razza: il potere di regnare su terra e su mare, sui popoli e
sugli animali di tutte le regioni. Solo com’era contro cento, lontano
da tutti i suoi, in pieno inverno artico, egli sentì passare nelle
vene l’ardore dei suoi antenati, il desiderio dell’amore selvaggio e
pericoloso, e, col fremito della lotta prossima, l’ardore di vincere o
morire.

Canti e danze cessarono, e il Shaman incominciò a parlare con eloquenza
avvincente; servendosi della loro intricata mitologia, egli sapeva
influire abilmente sull’animo credulo del popolo. La faccenda diventava
seria. Creando un contrasto tra i principî creatori incarnati nella
Cornacchia e nel Corvo, e Mackenzie, egli marchiò costui col nome di
Lupo, principio di lotta e di distruzione. — Non si trattava solo di un
contrasto di forze spirituali, ma della lotta, ma della lotta dell’uomo
contro l’uomo sino alla soppressione. Essi erano i figli di Jelchs, il
Corvo, che aveva portato il fuoco; Mackenzie era il figlio del Lupo,
o, con parole più precise, il Demonio. Dar tregua per un momento a
questa lotta perpetua e maritare le loro figlie con i capi nemici era
un tradimento e uno spaventoso sacrilegio... non c’era immagine bassa o
parola dura bastante per definire Mackenzie, ch’egli chiamava intruso,
sornione, creatura di Satana. Una specie di ruggito selvaggio, subito
represso, sfuggì dal petto degli ascoltatori quando egli s’abbandonò al
volo della perorazione.

«Sì, fratelli miei, Jelchs è onnipotente. Non ha portato il fuoco
dal cielo per riscaldarci? Non ha fatto uscire dalle loro caverne il
sole, la luna, e le stelle per darci la luce? Non ci ha insegnato a
lottare contro gli spiriti maligni, quali la Carestia e il Gelo? Ora,
Jelchs è adirato contro i suoi figliuoli ridotti a un piccolo numero,
e rifiuta di aiutarli, perchè si sono abbandonati a male azioni,
hanno percorso i sentieri del male e accolto nelle loro case i suoi
nemici ch’essi hanno fatto sedere accanto al loro focolare. E il Corvo
è afflitto dalla perversità dei suoi figliuoli; ma quando essi si
solleveranno e mostreranno di voler tornare a lui, egli uscirà dalle
tenebre per aiutarli. O fratelli, il Messaggero del Fuoco è venuto a
sussurrare delle parole all’orecchio del vostro Shaman, e le parole
sono queste che udrete: «I giovani conducano le giovani nelle loro
capanne, si lancino alla gola del lupo, e il loro odio non si estingua
mai. Allora le loro mogli diverranno feconde, ed essi cresceranno e
moltiplicheranno e formeranno un popolo potente. E i Corvi guideranno
tribù numerose dei loro padri e dei padri dei loro padri, dalle
lontane terre del Nord; e sconfiggeranno i Lupi sino al punto di farli
scomparire come i fuochi dei nostri accampamenti dell’anno passato, e
allora i Corvi regneranno su tutta la terra». Tale è il messaggio di
Jelchs, il Corvo».

Questo simbolo della venuta del Messia suscitò una specie di urlìo
rauco degli Sticks che, a un tratto, balzarono in piedi. Mackenzie
liberò il pollice dai guantoni e attese. Sorse un gran clamore:
volevano la Volpe. Il clamore s’acquetò solo allorchè un giovanotto
s’avanzò per parlare, a sua volta.

«Fratelli! Le parole del Shaman sono dettate da saggezza. I Lupi
hanno condotto con loro le nostre donne, e i nostri uomini sono senza
figliuoli. Siamo ridotti a un pugno d’uomini. I Lupi hanno preso le
nostre calde pellicce e ci hanno dato in cambio degli spiriti maligni
che giacciono in bottiglie e vesti fatte con erba e non con pellicce di
castoro o di lince. Queste stoffe non serbano calore e i nostri uomini
muoiono di strane malattie. Io, la Volpe, non ho moglie... perchè? Due
volte, le ragazze che mi piacevano sono partite per l’accampamento dei
Lupi; oggi, ho messo da parte pelli di castoro, di moose e di cariboo,
per ingraziarmi Thiling-Tinneh e sposare sua figlia Zarinska. Ebbene!
Ella ha già calzato i pattini ed è bell’e pronta a guidare i cani del
Lupo... Non parlo solo per me: lo stesso è accaduto all’Orso. Anch’egli
desiderava tanto d’essere il padre dei figliuoli di Zarinska, ed aveva
in serbo numerose pelli di bestie per ottener l’intento... Parlo in
nome di tutti i giovani che non hanno moglie. I Lupi sono insaziabili,
e si prendono sempre la parte migliore del bottino, lasciando quel che
loro avanza, ai Corvi.

«Guardate Gugkla!», esclamò egli, accennando col dito a una donna
inferma: «le sue gambe contorte come i fianchi d’un canotto di betulla
le impediscono di raccogliere legna e di portare il cibo ai cacciatori.
I Lupi se la son presa?

— È vero, è vero! — acclamarono gli uomini della tribù.

— Ecco Moyri, alla quale lo Spirito del Male ha torti gli occhi. I
ragazzi hanno paura quando i loro sguardi cadono su di lei: e si dice
che l’Orso le apra il cammino sul ghiaccio. È stata scelta, forse?

Risuonò l’applauso crudele.

— Guardate Pischet, seduta là. Le mie parole non giungono sino a
lei, che non ha mai udito la voce del marito e neppure il cicaleccio
del figliuolo, giacchè vive nel gran Silenzio Bianco. I Lupi si sono
curati di lei?... No! Essi scelgono la parte migliore e a noi tocca
il resto... Ebbene! Fratelli, d’ora in poi, non sarà più così! Noi non
permetteremo più che i Lupi si insinuino nei nostri accampamenti. L’ora
è venuta».

Nel momento in cui pronunciava queste ultime parole un immenso chiarore
purpureo, verde, giallo, e violetto, si distese da un punto all’altro
del cielo: era un’aurora boreale. Colla testa rovesciata indietro e le
braccia distese, l’oratore esclamò, terminando:

— Guardate! Gli spiriti dei nostri padri sorgono, e grandi cose stanno
per compiersi stanotte!

Egli indietreggiò di alcuni passi, e un altro giovane s’avanzò
timidamente, spinto dai compagni ch’egli sorpassava di tutta la testa.
Il suo largo petto scoperto, sembrava sfidare il freddo; egli oscillava
ora su un piede ora sull’altro, le parole gli si fermavano tra le
labbra; era in gran disagio. La sua faccia, orribile all’aspetto,
recava i segni dei colpi spaventosi che glie ne avevano tolta una
parte. Egli incominciò a colpire col pugno chiuso il suo vasto petto,
che risuonò come un tamburo, e la voce s’alzò, rumoreggiando come le
onde che rifluiscono da una profonda caverna.

— Io sono l’Orso... la Punta d’Argento e il Figlio della Punta
d’Argento. La mia voce rassomigliava ancora a quella d’una ragazza
quando già cacciavo la lince, il moose, il cariboo; allorchè il vento
soffiava terribile; io ho percorso le Montagne del Sud e ucciso tre
uomini dei Fiumi Bianchi, e quando questi sono diventati torrenti, ho
incontrato l’orso bianco, ma non gli ho ceduto il passo.

Egli tacque un momento e passò, in modo significativo, una mano sulle
sue orribili cicatrici.

— Io non rassomiglio alla Volpe. La mia lingua è gelida come l’acqua.
Io non sono capace di fare lunghi discorsi. Posso dire solo poche
parole. La Volpe annunzia che grandi avvenimenti si compiranno questa
notte. Bene! Le parole scorrono dalle sue labbra come l’acqua dalla
fonte, ma egli non è prodigo di azione. Questa notte mi batterò col
Lupo. L’ucciderò, e Zarinska verrà a sedersi accanto al mio fuoco.
L’Orso ha parlato.

Nonostante un pandemonio infuriasse intorno a lui, Mackenzie non si
mosse. Sapendo che la carabina non poteva servirgli così da vicino,
trasse le due rivoltelle, e se le pose innanzi pronte a servirsene,
e tolse i guantoni a sacco così che le mani erano appena riparate
dai guanti che incominciavano dal gomito. Sapeva che a voler prendere
tutti i suoi nemici insieme era come perdersi, ma, fedele alla parola,
era preparato a morire coi denti stretti. Ma l’Orso tratteneva i
suoi compagni, respingendo, col suo terribile pugno, i più avventati.
Quando il tumulto cominciò a placarsi. Mackenzie lanciò uno sguardo
in direzione di Zarinska. Formava un quadro magnifico. Curva in avanti
nei pattini, con le labbra socchiuse e le narici frementi, era come una
tigre pronta a balzare. I suoi grandi occhi neri fissavano gli uomini
della sua tribù con una espressione tra di sfida e di timore. Era tale
la tensione del suo animo che pareva ch’ella non respirasse neppure.
Con una delle mani raggrinzite si premeva convulsamente il petto, e
con l’altra teneva come in una morsa il frustino pei cani. Sembrava
una statua di pietra. Poi i suoi muscoli s’allentarono; rovesciatasi
indietro, emise un sospiro, e lanciò a Mackenzie uno sguardo
ch’esprimeva più che amore.

Thiling-Tinneh tentava invano di parlare, la voce sua si perdeva nel
clamore. Allora, Mackenzie s’avanzò. L’Orso incominciò a lanciare una
specie di urlo selvaggio continuo, ma Mackenzie si precipitò con tanto
furore sul nemico, che questi indietreggiò e non fece uscire altro
dalla sua gola che un suono soffocato. Degli scoppi di risa salutarono
la sua sconfitta, e i compagni del vinto, acquetatisi, stettero
volentieri ad ascoltare.

— Fratelli, — esclamò Mackenzie. — L’uomo bianco, che vi compiacete
di chiamare il Lupo, è venuto fra voi con buone parole. Venne da
amico, da fratello, con labbra che non hanno detto menzogne. Ma i
vostri uomini hanno spiegato ciò che loro pesava sul cuore, e il
tempo delle buone parole è passato. Prima di tutto, permettetemi di
dirvi che il Shaman è un falso profeta: egli ha una brutta lingua;
i messaggi ch’egli vi porta non provengono dal Portatore del Fuoco;
i suoi orecchi non possono intendere la voce del Corvo; ed egli si è
preso giuoco di voi raccontandovi le parole che ha immaginate. Egli
non ha potere alcuno. Ricordatevi il passato. Quando dovevate uccidere
i vostri cani e mangiarli, allorchè i vostri stomachi soffrivano
perchè non si nutrivano d’altro che di petto d’animali e di cordicelle
dei vostri _moccasins_; quando i vecchi e le donne d’età inoltrata
s’addormentavano, per non svegliarsi più, e i neonati morivano sul seno
inaridito delle loro madri, e tutto era tetro attorno a voi, e voi
perivate in gran numero, come il salmone al momento del passaggio, e
la carestia faceva strage. Ebbene! è forse venuto il Shaman a togliere
ogni affanno ai vostri cacciatori? Ha egli dato della carne ai vostri
stomachi affamati? Ve lo ripeto: il Shaman non ha alcun potere; perciò,
gli sputo in faccia!

Sebbene sorpresa a quella specie di sacrilegio, la folla non fece udire
alcuna protesta. Alcune donne si spaventarono, ma parecchi, fra gli
uomini, parvero attendere un miracolo. Tutti gli occhi erano fissi
sulle due figure centrali. Il prete-medico sentì tutta l’amarezza
di quell’ora crudele, il potere gli sfuggiva, egli aprì la bocca per
minacciare, ma indietreggiò subito davanti all’atteggiamento feroce,
ai pugni stretti e agli occhi scintillanti di Mackenzie; il quale
sogghignò e proseguì:

— Sono morto, forse? Il fulmine mi ha colpito? Son cadute le stelle dal
cielo per distruggermi? Bah! l’ho finita col cane. Ora, vi parlerò del
nuovo popolo, che è il più possente di tutti e regna su tutti i paesi.
Prima di tutto, noi cacciamo soli, come faccio io; poi, cacciamo in
compagnia, e, infine, ci spargiamo in massa sui paesi, come il cariboo
in certe stagioni dell’anno. Quelli che noi conduciamo nelle nostre
capanne vivono, gli altri, quelli che restano, muoiono. Zarinska è
una giovane graziosa e robusta, nata per diventare la madre di Lupi.
E ancor io morissi, ella sarà tale, giacchè i miei fratelli sono
numerosissimi e seguiranno la traccia dei miei cani. Ascoltate la legge
del Lupo: «_Chiunque ucciderà un Lupo sarà punito con la morte di dieci
dei suoi_». Parecchi paesi hanno già pagato questo tributo, e sarà
sempre così.

— Ora, io mi rivolgo alta Volpe e all’Orso. Tutti e due hanno, com’essi
dicono, posto gli occhi sulla giovane. Ebbene? io l’ho comprata!
Thiling-Tinneh s’appoggia in questo momento sulla carabina che gli ho
data io, i miei regali sono tutti nella sua tenda. Tuttavia, io sarò
giusto coi giovanetti. Alla Volpe, la cui lingua è disseccata dalle
parole ch’egli ha pronunziate, io darò cinque grossi pacchi di tabacco,
che serviranno a inumidirgli la bocca e a permettergli di pronunziare
dei discorsi in consiglio. Quanto all’Orso, di cui sono orgoglioso, gli
offro due coperte, venti coppe di farina, il doppio del tabacco offerto
alla Volpe, e, se vuole seguirmi d’altra parte delle Montagne dell’Est,
una carabina simile a quella di Thiling-Tinneh. Altrimenti?... ebbene!
Vedremo!... il Lupo è stanco di parlare, e vi ripete per l’ultima volta
la legge: «_Chiunque farà perire un Lupo, sarà punito con la morte di
dieci dei suoi_».

Così detto, Mackenzie, riprese la posizione di prima, un po’ indietro;
ma, in fondo al cuore, provava una grande ansia. La notte era molto
oscura: Zarinska s’accostò a lui per parlargli, ed egli ascoltò con la
maggiore attenzione tutto quanto ella disse circa la bravura combattiva
dell’Orso col suo coltello.

La lotta fu decisa in breve: in un batter d’occhio, un gran numero di
piedi calzati di _moccasins_ ingrandì lo spazio della neve battuta
presso il fuoco. Si parlava molto della sconfitta apparente dello
Shaman; c’era chi diceva ch’egli teneva per sè la sua potenza senza
manifestarla per un po’, e chi commentava le vicende del passato, dando
ragione al Lupo.

L’Orso s’avanzò verso il mezzo del terreno segnato pel combattimento,
tenendo in mano un lungo coltello da caccia di fabbricazione russa.
La Volpe richiamò l’attenzione sulle rivoltelle di Mackenzie, che
si sciolse la cintura e ne cinse Zarinska, alla quale affidò anche
la carabina. Ella fece un cenno del capo per mostrare che non sapeva
servirsene, giacchè una donna non aveva punto occasione di maneggiare
cose così preziose.

— Dunque, se sono minacciato alle spalle, grida con tutte le tue forze:
«Marito mio!» Non così, ma a questo modo: «Marito mio!...».

Egli rise, udendola ripetere le sue parole, le pizzicò la gola e
rientrò nel cerchio. Non solo l’Orso era molto più grande di Mackenzie,
ma aveva un coltello almeno di due pollici più lungo di quello
dell’altro. Mackenzie, che aveva più d’una volta guardato bene in
faccia degli uomini, comprese che stava per lottare contro un nemico
formidabile. Pure, il luccichìo dell’acciaio sotto la luce, gli fece
battere più forte il polso e risvegliò in lui l’istinto dominatore
della razza.

Di tanto in tanto, Mackenzie, era respinto vicinissimo al fuoco
e all’estremo del terreno, e, ogni volta, la tattica familiare ai
pugilisti lo riconduceva al centro. Neppure una voce s’alzava in suo
favore, mentre applausi, incitamenti e avvertimenti erano prodigati
all’Orso. Ogni qualvolta i coltelli s’incontravano, Mackenzie,
stringeva i denti maggiormente, e dava o parava i colpi con una colma
coscienza della sua forza. Dapprima, egli sentì pietà per l’avversario,
ma questo sentimento cedette in breve all’istinto di conservazione,
che, a sua volta, cedette al piacere d’uccidere. Diecimila anni di
cultura sparirono e non rimase che un abitante delle caverne che
lottava per la donna da lui eletta.

Due volte toccò l’Orso senz’esserne toccato, ma, la terza volta, sentì
la lama dell’avversario, e, per iscansarla, toccò con la mano libera il
braccio armato dell’Orso. Vennero alle mani. Mackenzie allora si rese
conto dell’immensa forza di questi: i muscoli tesi gli si annodavano
dolorosamente, nervi e tendini sembravano spezzarsi, dallo sforzo,
la lama di momento in momento s’avvicinava sempre più. Egli tentò di
svincolarsi, ma non fece altro che perder forza, mentre la cerchia
degli spettatori rivestiti di pelli di bestie, si stringeva per vedere
la sconfitta e il colpo finale. Allora, con tutta l’astuzia d’un
lottatore esperto, Mackenzie si gettò un po’ da lato e diede un gran
colpo di testa all’avversario. L’Orso indietreggiò involontariamente e
perse, così, il centro di gravità, mentre Mackenzie, si lanciava su di
lui con tutto il suo peso e lo precipitava sulla neve spessa e dura.
L’Orso inciampò e cadde sul dorso, lungo disteso.

— O marito mio! — risuonò la voce di Zarinska, vibrante di pericolo.

Al rumore del distendersi d’un arco, Mackenzie si curvò a terra, ed
ecco una freccia, passando sopra di lui, colpire l’Orso al petto, nel
momento in cui stava per gettarsi sul nemico, strisciante innanzi
a lui. Mackenzie si rialzò subito. L’Orso giaceva, immobile, ma
dall’altro lato del fuoco, lo Shaman si preparava a lanciare una
seconda freccia.

Mackenzie prese il suo pesante coltello per la lama e lo lanciò nello
spazio. Fu come il guizzo d’un lampo attraverso il fuoco: la lama
s’affondò sino al manico nella gola dello Shaman, il quale vacillò un
momento e cadde colla persona in avanti tra le ceneri ardenti.

Clic! clic!... La Volpe s’era impossessata della carabina di
Thiling-Tinneh e cercava invano di sparare. A un tratto, abbassò l’arma
udendo lo scroscio di risa di Mackenzie.

— La Volpe non sa ancora servirsi di quel gingillo? È ancora come una
donna. Vieni! Portamela e ti mostrerò come usarla!

La Volpe esitava.

— Vieni, dico!

La Volpe finì coll’avvicinarsi con passo pesante, a testa bassa, come
un cane battuto.

— Ecco come si fa, così e così! — e ficcata una palla nella carabina,
col cane alzato, portò l’arma alla spalla.

— La Volpe ha detto che grandi cose avverranno questa notte, e non s’è
ingannata. Vi sono state delle grandi gesta, ma quelle della Volpe
non sono le più notevoli. Ha egli ancora l’intenzione di condurre
Zarinska nella sua capanna? Vuol seguire la strada presa dallo Shaman e
dall’Orso?... No?... Bene!

Mackenzie si voltò, con aria di supremo disprezzo, e strappò il
coltello dalla gola del prete-medico.

— C’è altri giovanotti desiderosi di seguire la stessa sorte? Se vi
sono, il Lupo li ucciderà a due o tre per volta, finchè non ne rimanga
neppur uno. No? Bene! Thiling-Tinneh, ti dò questa carabina la seconda
volta. Se ti capitasse, col tempo, di viaggiare fino al paese bagnato
dal Yukon, sappi che vi sarà sempre per te, al fuoco del Lupo, un posto
e vitto abbondante. Il giorno è prossimo. Io me ne vado, ma, forse,
ritornerò. E per l’ultima volta, ricordatevi della legge del Lupo!

Agli occhi di tutti, egli sembrava un essere soprannaturale quando
raggiunse Zarinska. La giovane si mise subito alla testa del tiro, e
i cani non tardarono a partire. Pochi minuti dopo, sparivano nel folto
della foresta. Mackenzie, da parte sua, attendeva. Dopo un po’ ficcò i
piedi nei pattini per seguir lo stesso cammino.

— Il Lupo non ricorda i cinque pacchetti di tabacco?

Mackenzie si voltò, con aria furibonda, verso la Volpe, ma rimase
colpito dalla comicità della cosa:

— Te ne darò uno piccolo.

— Come vuole il Lupo, — rispose la Volpe, con voce mite, stendendo la
mano.




INDICE


  Jack London                                       _pag._  5

  IL RICHIAMO DELLA FORESTA.

  _Cap.  I_ — Verso la vita primitiva               _pag._ 31
    »  _II_ — La legge della mazza e dei denti        »    53
    » _III_ — La bestia primordiale preponderante     »    73
    »  _IV_ — Colui che ha guadagnato il primato      »   101
    »   _V_ — La fatica del tiro e del cammino        »   119
    »  _VI_ — Per l’amore di un uomo                  »   149
    » _VII_ — Il richiamo della voce                  »   177

  IL FIGLIO DEL LUPO                                  »   213




I ROMANZI E LE NOVELLE DI JACK LONDON


_Di questo grande scrittore americano, già universalmente noto, la
nostra Casa Editrice inizia, e continuerà a mano a mano, la prima ed
unica pubblicazione di tutte le opere a cura di Gian Dàuli, il quale
fu il primo a segnalare Jack London al pubblico italiano come uno
dei genî più originali e possenti che possa vantare la letteratura
anglo-sassone._

  _IN CORSO DI STAMPA:_

  ZANNA BIANCA (_White fang_) — Romanzo.

  _IN PREPARAZIONE:_

  MARTIN EDEN — Romanzo.
  L’AMORE DELLA VITA — Romanzo.
  IL TALLONE DI FERRO — Romanzo di previsione sociale.
  IL FIGLIO DEL LUPO — Novelle.

OGNI VOLUME LIRE OTTO

  «.... _Hélas! Jack London avait le genie qui voit ce qui est caché
  à la foule des hommes et possedait une science qui lui permettait
  d’anticiper sur les temps_....».

                                                    ANATOLE FRANCE.




NOTE:


[1] Del quale pubblichiamo il primo racconto, dello stesso titolo, alla
fine del presente volume.

[2] Specie di festa barbarica in uso presso quelle tribù.

[3] Medico-prete.

[4] Grosso animale delle regioni polari, della famiglia delle renne.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.



        
            *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL RICHIAMO DELLA FORESTA ***
        

    

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