Il Pentamerone; ossia, La fiaba delle fiabe, vol. 2/2

By Giambattista Basile

The Project Gutenberg eBook of Il Pentamerone; ossia, La fiaba delle fiabe, vol. 2/2
    
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Title: Il Pentamerone; ossia, La fiaba delle fiabe, vol. 2/2

Author: Giambattista Basile

Translator: Benedetto Croce


        
Release date: November 4, 2026 [eBook #79920]

Language: Italian

Original publication: Bari: Laterza, 1925

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79920

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by the HathiTrust Digital Library)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PENTAMERONE; OSSIA, LA FIABA DELLE FIABE, VOL. 2/2 ***

IL PENTAMERONE

II


                           GIAMBATTISTA BASILE


                             IL PENTAMERONE

                                  OSSIA

                          LA FIABA DELLE FIABE


                TRADOTTA DALL’ANTICO DIALETTO NAPOLETANO
                      E CORREDATA DI NOTE STORICHE

                                   DA

                             BENEDETTO CROCE

                             VOLUME SECONDO



                                  BARI
                          GIUS. LATERZA & FIGLI
                        TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
                                  1925




                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                          MAGGIO MCMXXV — 67397




GIORNATA TERZA


Tostoché per la visita del Sole, furono liberate tutte le ombre che
erano state messe in carcere dal tribunale della Notte, tornarono
nello stesso luogo il principe e la moglie insieme con le donne; e,
per passare allegramente le ore che erano frapposte tra il mattino e
quella del desinare, fecero venire i buttafuochi[1], e cominciarono
con gran diletto a danzare, ballando il _Ruggiero_, la _Villanella_,
il _Conto dell’orco_, la _Sfessania_, il _Villano battuto_, il _Tutto
il giorno con quella colombella_, lo _Stordiglione_, il _Basso delle
ninfe_, la _Zingara_, la _Capricciosa_, la _Mia chiara stella_, il _Mio
dolce amoroso fuoco_, il _Quella che vado cercando_, la _Cianciosa e
cianciosella_, l’_Accorda-messere_, la _Bassa ed alta_, la _Chiaranzana
con lo spuntapiede_, il _Guarda di chi m’andai a innamorare_, l’_Apri
che ti giova_, _Le nuvole che per l’aria vanno_, il _Diavolo in
camicia_, il _Campare di speranza_, il _Cangia mano_, la _Cascarda_, la
_Spagnoletta_[2]; e chiusero con la _Lucia canazza_[3], per dar gusto
alla schiava.

Cosí il tempo trascorse in modo che non se ne accorsero, e venne l’ora
del mangiare, e fu messo loro davanti ogni ben del Cielo. Levate le
mense, Zeza, che stava affilata come rasoio per raccontare la sua
novella, disse quel che segue.




TRATTENIMENTO PRIMO

CANNETELLA


  Cannetella non trova marito che le vada a genio; ma il suo peccato
  la fa incappare nelle mani d’un orco, che la condanna a trista
  vita, finché da un votacessi, vassallo di suo padre, è liberata.

È mala cosa, signori, cercar miglior pane che di grano[4], perché si
viene poi a dover desiderare quello che s’era buttato via. L’uomo
deve contentarsi dell’onesto, ché chi tutto vuole, tutto perde, e chi
cammina per le cime degli alberi, ha tanta pazzia sul cocuzzolo quanto
pericolo sotto i calcagni: come si vide nel caso di una figlia di re,
che sarà materia del racconto che sto per farvi.

C’era una volta un re di Bellopoggio, che aveva maggiore brama di
fare razza che non hanno i facchini delle esequie per raccogliere la
cera[5]. Tanto che promise per voto alla dea Siringa[6], che, se gli
faceva fare una figlia, le avrebbe messo nome Cannetella, per memoria
che essa si era trasformata in canna[7]. E tanto pregò e strapregò
che ottenne la grazia, ed ebbe da Renzolla, sua moglie, una bella
bambinotta, alla quale mise il nome che aveva promesso.

Cannetella crebbe a palmi e diventò lunga quanto una pertica. E allora
il re le disse: «Figlia mia, già sei fatta (e il Cielo ti benedica)
come una quercia, e sei nel punto giusto di accompagnarti con un
maritino, meritevole di cotesta bella faccia tua, per mantenere la
razza della casa nostra. Perciò io, che ti voglio bene quanto le
pupille degli occhi miei e bramo il piacer tuo, desidero conoscere
la qualità di sposo che tu vorresti. Quale sorta d’uomo ti andrebbe
a genio? Lo vuoi letterato o spadaccino? garzoncello o attempato?
brunetto o bianco e rosso? lungo della persona o bassottino?[8] stretto
nei fianchi o tondo come un bue? Tu scegli ed io metto la firma».

Cannetella, che sentí queste larghe offerte, ringraziò il padre e
gli dichiarò dapprima che essa aveva consacrato la sua verginità a
Diana, né voleva per niun conto andarsi a perdere con un marito. Per
altro, alle preghiere insistenti del re, finí col rispondere: «Per non
mostrarmi sconoscente a tanto amore, mi contento di fare la volontà
vostra; ma a patto che mi sia dato un uomo tale che non vi sia l’altro
al mondo».

Lieto di questa risposta, il padre si pose dalla mattina alla sera
alla finestra, squadrando, misurando e scandagliando tutti quelli che
passavano per la piazza dinanzi al palazzo reale. Passò, finalmente,
un uomo di assai buon garbo, ed egli disse alla figlia: «Corri,
affacciati, Cannetella; e vedi se costui è a misura delle voglie tue».
Ed essa lo fece venir su, e gli offersero un bellissimo banchetto, dove
c’era quanto si possa mai desiderare. Senonché, nel mangiare, cadde
dalla bocca al fidanzato una mandorla; ed egli, chinatosi, la ripigliò
destramente e la pose sotto la tovaglia, e, finito il desinare, se
ne andò. Il re disse a Cannetella: «Come ti piace il fidanzato, vita
mia?». Ed essa: «Toglimelo dinanzi cotesto goffo[9], perché un uomo
grande e grosso come lui non doveva lasciarsi sdrucciolare una mandorla
dalla bocca».

Il re, udito questo, andò ad affacciarsi un’altra volta; e, passando
un altro giovane di buon taglio, chiamò la figlia per sapere se
trovasse grazia presso di lei. Come la prima volta, Cannetella volle
che salisse, e gli fu dato un banchetto; e, quando si finí di mangiare
e quello si accommiatò, il re chiese alla figlia come gli piacesse.
«Che ne voglio fare — essa rispose — di quello sgraziato? che doveva
condurre con sé per lo meno due servitori, che gli levassero dalle
spalle il ferraiuolo».

«Se è cosí — disse il re, — è pasticcio: coteste sono scuse da cattivo
pagatore, e tu vai cercando peli per non darmi il gusto che ti chiedo.
Risolviti, perché io ti voglio maritare, e trovare radice valida a far
germogliare la successione della mia casa».

A queste parole stizzose, Cannetella parlò aperto: «Per dirvela, tata
e signore, chiaro e come la sento, voi vangate nel mare e fate male
il conto con le dita, perché io non mi assoggetterò ad uomo vivente,
se non sarà tale che abbia il capo e i denti d’oro». E il travagliato
re, sentendo che quella testa era dura, fece gettare un bando che chi
nei suoi dominî si trovasse conforme al desiderio della figliuola, si
facesse avanti perché gliela darebbe in moglie insieme col regno.

Aveva questo re un gran nemico, chiamato Fioravante, tanto da lui
aborrito che non poteva vederlo neppur dipinto su un muro; il quale,
udito il bando, poiché era un bravo necromante, chiamò una frotta
di quelli che lontani siano, e comandò che gli facessero subito la
testa e i denti d’oro. Risposero quelli che solo grandemente sforzati
gli avrebbero reso questo servigio, per essere cosa assai strana nel
mondo, laddove piuttosto gli avrebbero fornito le corna d’oro, come
piú usitate al tempo d’oggi[10]. Ma egli li costrinse con scongiuri e
incantamenti, e, infine, ne venne soddisfatto; e, quando si vide testa
e denti di ventiquattro carati, andò a spasseggiare sotto le finestre
del re.

Il re, a cui venne sott’occhio proprio quello che cercava, chiamò
la figlia, la quale, guardando, subito disse: «Questo è quello: non
potrebbe essere migliore, se lo avessi impastato con le mani mie
stesse». E, quando Fioravante stava per levarsi e andar via, il re gli
disse: «Aspetta un po’, fratello: come sei caldo di reni! Sembra che
stii col pegno presso il giudeo, e che abbi l’argento vivo dietro e
il pungolo sotto la codola. Piano, ché ora ti do bagagli e gente per
accompagnare te e mia figlia, che voglio che ti sia moglie».

«Vi ringrazio — rispose Fioravante: — non ce n’è bisogno. Basta solo un
cavallo, perché me la metto in groppa e me la porto a casa mia, dove
non mancano servitori e mobili quanti l’arena».

Contrastarono per un pezzo, ma, in fine, Fioravante la vinse, e,
alzatala sul cavallo, partí.

Alla sera, quando dal mulino del cielo si distaccano i cavalli rossi
e vi si mettono i bovi bianchi, giunsero a una stalla, dove alcuni
cavalli stavano alla mangiatoia. Lo sposo vi fece entrare Cannetella
e le disse: «Bada bene! debbo fare una corsa fino alla mia casa, che
ci vogliono sette anni per giungervi. Aspettami in questa stalla, e
non venirne fuori, non lasciarti vedere da alcuno; perché, altrimenti,
farò che te ne ricordi fino a quando sarai viva e verde». Cannetella
rispose: «Io ti son soggetta ed eseguirò il tuo comando in ogni
puntino[11]; ma vorrei sapere che cosa mi lasci per mantenermi in vita
durante questo tempo». Replicò Fioravante: «Quel che rimane di biada a
questi cavalli, basterà per te».

Considera ora che cuore fece la misera Cannetella, e se bestemmiò l’ora
e il punto che aveva impegnato la volontà sua! Rimase fredda e gelata,
e tanto largo pasto fece di lacrime quanto scarso di cibo, maledicendo
la sorte e accusando le stelle di averla ridotta dal palazzo reale
alla stalla, dai profumi al puzzo del letame, dalle materasse di lana
barbaresca alla paglia, e dai buoni bocconi saporiti agli avanzi dei
cavalli. Passarono tuttavia un paio di mesi di questa vita stentata, in
cui ogni giorno si versava biada ai cavalli e non si vedeva da chi, ed
essa, coi rilievi di quella mensa, sostentava il corpo suo.

In capo a quel tempo, affacciandosi a un pertugio, ammirò un giardino
bellissimo, dov’erano tante spalliere di cedrangoli, tante grotte
di cedri, tanti quadri di fiori e tanti alberi da frutta e pergole
d’uva, che formavano una gioia agli occhi. E a lei venne voglia di un
grappolo d’uva moscadella[12], che aveva adocchiato, e disse tra sè:
«Voglio uscire piano piano a strapparlo, e avvenga quel che voglia,
e caschi il cielo! Che può accadere mai, di qua a cento anni? Chi
glielo vuol dire, a mio marito? E, se anche lo venisse a sapere per
disgrazia, che cosa mi può fare, infine? Questa è uva moscadella, e non
uva cornicella!»[13]. Cosí uscí dalla stalla, e si ricreò lo spirito,
assottigliato dalla fame.

Di lí a poco, prima del tempo stabilito, tornò il marito; e un cavallo,
di quelli che erano nella stalla, accusò Cannetella di aver preso
l’uva. Fioravante, sdegnato, cavò di tra i calzoni un coltello e
voleva ucciderla. Ma essa si gettò a terra in ginocchi, e lo pregò di
arrestare la mano, perché la fame caccia il lupo dal bosco; e tante
cose aggiunse che Fioravante si placò. «Per questa volta — le disse, —
ti perdono, e ti concedo la vita per limosina; ma, se un’altra volta
il diavolo ti tenta, e io vengo a sapere che tu ti lasci vedere al
sole, ti taglierò a minuzzoli. Dunque, sta’ in cervello, ché vado fuori
un’altra volta, e veramente vi resterò sette anni; e solca diritto,
ché non te la caveresti franca, ed io ti farei scontare il nuovo e il
vecchio».

Ripartí, e Cannetella versò una fontana di lacrime, e, battendo le mani
e percotendosi il petto e strappandosi i capelli, si lamentava: «Oh
che non fossi stata mai generata al mondo, giacché mi doveva toccare
questa sorte acerba! Oh, padre mio, come mi hai affogata! Ma perché mi
dolgo di mio padre, se io stessa mi son fatta il danno, io stessa mi
sono fabbricata la mia sventura? Ho desiderato la testa d’oro per cader
di piombo e morir di ferro. Oh, come mi sta bene che, per aver voluto
d’oro i denti, fo adesso il dente d’oro! È castigo del Cielo: io doveva
ubbidire alla volontà di mio padre, e non aver tanti ruzzi e capricci.
Chi non ascolta madre e padre, fa la via che non sa». Non c’era giorno
che non ripetesse questo lamento, sicché gli occhi suoi erano diventati
due fontane e la faccia cascante e gialliccia, che moveva a pietà. Dove
erano piú quegli sguardi saettanti? dove quelle mele vermiglione? dove
il risolino di quella bocca? Neppur il padre l’avrebbe piú riconosciuta.

Ora, a capo d’un anno, per caso, passò dinanzi alla stalla il votacessi
di corte, che Cannetella conobbe e chiamò, venendo fuori. Colui, che
s’udí chiamare per nome, non ravvisando la povera giovane, tanto era
mutata, ebbe a stupire. Ma, quando seppe chi essa era, e per qual
modo si trovasse cosí cangiata dall’esser suo, in parte per pietà, in
parte per guadagnarsi la grazia del re, la mise in una botte vuota che
portava con sé, sopra una soma, e trottò alla volta di Bellopoggio.

Arrivarono al palazzo del re verso le quattro di notte, e, avendo
picchiato alla porta, i servitori si affacciarono, e, quando sentirono
che era il votacessi, gli scaricarono una doppia soma d’improperî,
chiamandolo animale senza discrezione, che veniva a quell’ora a
disturbare il sonno a tutti, e che se la cavava a buon mercato se
non gli facevano piombare qualche sasso o macigno sulla zucca. Ma il
re, destatosi al rumore, e avendogli un cameriere detto chi era che
bussava, ordinò di farlo subito entrare, considerando che, se a un’ora
cosí insolita si era presa la confidenza di recarsi a palazzo, qualche
gran cosa doveva essere accaduta.

Alla presenza del re, il votacessi, scaricata la soma, aprí la botte,
dalla quale uscí Cannetella, che ci volle altro che parole per farsi
riconoscere dal padre; e, se non fosse stato per una verruca che essa
aveva al braccio destro, poteva tornarsene indietro. Ma, poiché si
fu accertato del fatto, il re l’abbracciò e la baciò mille volte; e
le fece preparare subito una lavanda calda, e, quando si fu ripulita
e rassettata, le dié da colazione, ché essa veniva meno dalla fame.
«Chi me l’avesse detto, figlia mia — andava esclamando il padre, — di
rivederti in questo stato! E che faccia è questa? Chi t’ha ridotta in
questi mali termini?».

La figlia gli rispose: «Cosí sta la cosa, signore mio bello! Quel turco
di Barberia m’ha fatto patire strazî da cane, e mi son visto ognora
lo spirito ai denti. Ma non vo’ dirti quello che ho sofferto, perché
è cosa che, quanto supera il sopportamento umano, altrettanto passa
la credenza degli uomini. Basta, ora son qui, padre mio; e non voglio
piú partire dai piedi tuoi: voglio piuttosto esser serva alla casa tua
che regina in casa d’altri; piuttosto strofinacciolo dove tu stai, che
manto d’oro, lontana da te; voglio piuttosto girare uno spiedo alla tua
cucina, che tenere uno scettro sotto il baldacchino altrui».

In questo mezzo, Fioravante tornò dal suo viaggio, e i cavalli gli
riferirono che il votacessi aveva trafugato Cannetella in una botte. Ed
esso, subito, tutto scornato per la vergogna, tutto acceso di sdegno,
corse difilato a Bellopoggio, e, trovata una vecchia che abitava di
fronte al palazzo reale, le disse: «Chiedimi la somma che vuoi, madama
mia, e lasciami vedere la figlia del re». Quella gli chiese cento
ducati; e Fioravante, messa mano alla cintura, glieli contò subito l’un
sull’altro. La vecchia lo fece salire sul battuto della sua casa, dal
quale vide Cannetella in una terrazza che s’asciugava i capelli[14].

Cannetella, come se il cuore le avesse parlato, si girò nel punto
stesso dall’altra parte, e, avvedutasi dell’agguato, si precipitò per
le scale al padre, gridando: «Signore mio, se non mi fate, in questo
momento stesso, una camera con sette porte di ferro, io sono andata».
«Per cosí poco ti vorrò perdere? — disse il re. — Si spenda un occhio e
si dia soddisfazione a questa bella figlia mia!».

E subito — una toccata, una giocata, — furono fabbricate le porte.

Fioravante, saputo ciò, tornò alla vecchia, e le disse: «Che cos’altro
vuoi da me? Ti darò quel che chiedi. Ma va’ alla casa del re col
pretesto di vendere qualche scodellino di rossetto; e, entrando
nella camera della figlia, mettile questa cartina tra le materasse,
pronunziando, nel mettervela, le parole: — Tutta la gente resti
addormentata, e Cannetella sola stia svegliata». La vecchia, per altri
cento ducati, lo serví con ogni zelo. O misero chi lascia praticare in
casa sua coteste brutte streghe, che, sotto specie di portar conci[15],
ti conciano in cordovano l’onore e la vita!

Eseguito che ebbe la vecchia il suo buon ufficio, cascò tale sonno
straordinariamente pesante su quelli della casa, che tutti dormivano
come se fossero scannati; e solo Cannetella rimase con gli occhi
aperti. Sentendo, dunque, scassinare le porte di casa, si dié a gridare
come bruciata dal fuoco; ma non era chi accorresse alle sue strida, di
guisa che Fioravante poté gettare a terra tutte e sette le porte, e,
saltato in camera, afferrare Cannetella, involta nelle materasse, per
portarsela via. Ma volle la sorte sua che, in quell’atto, scivolasse
a terra la cartellina messa dalla vecchia, e, sparsa la polvere che
conteneva, l’intera famiglia si risvegliò, e, udendo gli strilli di
Cannetella, corsero tutti, perfino i cani e i gatti della casa, e si
scagliarono addosso al necromante e ne fecero macello. Cosí colui restò
preso alla medesima tagliuola, che aveva preparata per la sventurata
Cannetella, provando con suo danno che

    non v’ha peggior dolore
    di chi con l’armi sue ferito muore.




TRATTENIMENTO SECONDO

LA BELLA DALLE MANI MOZZE


  Penta respinge indignata le nozze propostele dal fratello e,
  tagliatesi le mani, gliele manda in dono. Quegli la fa gettare a
  mare in una cassa, che càpita a una spiaggia, dove un marinaio la
  raccoglie e conduce Penta a casa sua; ma la moglie, gelosa, la
  fa rigettare a mare nella stessa cassa. Raccolta da un re, gli
  diventa moglie; ma, pei raggiri della stessa malvagia femmina, è
  discacciata dal regno, e, dopo lunghi travagli, ritrova il marito e
  il fratello, e restano tutti contenti e consolati.

Udito il racconto di Zeza, dissero tutti di comune accordo che ci
voleva questo e peggio a Cannetella, che cercava il pelo nell’uovo;
e nondimeno provarono un gran senso di sollievo a vederla distrigata
da tanti affanni. Dié materia a nuove considerazioni che essa, che
aveva disprezzato tutti gli uomini, fosse ridotta a supplicare un
votacessi, perché la levasse di travaglio. Ma, in questo, il re fece
cenno a Cecca, che desse libertà al racconto suo, ed essa non fu tarda
a obbedire, e disse cosí:

La virtú si cimenta nei travagli; la candela della bontà, dove piú è
buio, piú luce; e le fatiche partoriscono il merito, e il merito si
porta, attaccato all’ombelico, l’onore. Non trionfa chi si sta con le
mani ai fianchi, ma chi mena le mani, come fece la figlia del re di
Pietrasecca, che con sudori di sangue e pericoli di morte si fabbricò
la casa della gioia; la storia delle cui fortune oggi mi sono messa in
testa di raccontarvi.

Il re di Pietrasecca, rimasto vedovo, senza donna a fianco, fu istigato
da Farfarello a prendere in isposa la propria sorella, Penta; onde un
giorno, chiamatala da solo a sola, le disse: «Non è, sorella cara,
da uomo di giudizio far andar via il bene dalla casa propria: oltre
che non sai quel che ti tiri addosso, lasciandovi metter piede a
gente forestiera. Ho riflettuto assai su questo punto e sono venuto
infine nella risoluzione di prendere te per moglie. Tu sei fatta al
fiato mio, e io conosco l’indole tua: conténtati, dunque, di fare
con me quest’incastro, questa lega di botteghe[16], questo _uniantur
acta_[17], questo _misce et fiat potum_[18], che condurremo l’uno e
l’altra una vita serena».

Penta, al sentire questo sbalzo di quinta[19], rimase fuor di sé, e un
colore le usciva e un altro le entrava; perché non avrebbe potuto mai
immaginare che il fratello venisse a siffatte stravaganze e cercasse di
dare a lei un paio d’uova barlacce, mentre esso proprio aveva bisogno,
per suo conto, di cento uova fresche[20]. Stette, per un pezzo, muta,
pensando quale risposta potesse dare a domanda cosí impertinente e
fuor di proposito; ma, in ultimo, scaricando la soma della pazienza,
disse: «Se voi perdete il senno, io non voglio perdere la vergogna:
mi meraviglio di voi che vi fate scappare dalla bocca proposte di
cotesta sorta, che, se sono dette per celia, sono asinerie, se sul
serio, puzzano di caprone; e mi duole che, se voi avete una lingua per
dire di queste brutte cose, io abbia orecchie per udirle. Io, moglie a
voi? Dove avete il cervello?[21]. Da quando in qua si fanno di coteste
capriate[22], di coteste olle podride, di coteste mischianze? E dove
stiamo? Al Ioio?[23]. Vi sono sorella o cacio cotto con olio?[24].
Mettete la testa a segno, per la vita vostra, e non vi fate piú
scivolare dalla bocca parole come queste; se no, farò cose da non
credere, e, se voi non mi onorerete come sorella, io non vi tratterò
da quello che mi siete!». Ciò detto, corse in furia a chiudersi in una
camera, puntellandola di dentro, e non vide la faccia del fratello per
piú di un mese, lasciando lo sciagurato re, che era andato con una
fronte da maglio a stancare le palle[25], scornato come un fanciullo
che ha rotto l’orciuolo, e confuso come una cuoca alla quale il gatto
ha portato via il tocco di carne.

A capo di quei tanti giorni, Penta fu citata di nuovo dal re alla
gabella delle sue sfrenate voglie; ed essa volle appurare esattamente
di che cosa il fratello si fosse incapricciato nella persona sua, e,
uscita dalla camera, lo andò a trovare. «Fratello mio, — gli disse — io
mi sono vista e mirata allo specchio, e non trovo in questo mio volto
cosa che possa essere meritevole dell’amor vostro; ché, in verità, non
sono un boccone cosí goloso da far commettere pazzie alla gente». Il re
le rispose: «Penta mia, tu sei tutta bella e compita dal capo al piede;
ma la mano è quella che sopr’ogni cosa mi rapisce: la mano, forchettone
che dalla pignatta di questo petto tira fuori le interiora; la mano,
uncino che dal pozzo di questa vita porta sú la secchia dell’anima; la
mano, morsa che stringe questo spirito, mentre Amore vi lavora di lima.
O mano, o bella mano, che sei mestolo che minestra dolcezza, tenaglia
che strappa le voglie, paletta che aggiunge carbone per far bollire il
mio cuore!».

E piú voleva dire, quando Penta rispose: «Sta bene: v’ho inteso.
Aspettate un po’, non vi movete di qui, ché or ora torno». E, rientrata
nella sua camera, fece chiamare un suo schiavo mezzo insensato, gli
consegnò un coltellaccio con un gruzzolo di patacche e gli disse: «Alí
mio, tagliare mani mie, volere fare bella secreta e diventare piú
bianca». Lo schiavo, credendo di farle servigio, con due colpi gliele
troncò nette; e Penta, fattele mettere in un bacile di faenza, le
inviò, coperte di un tovagliuolo di seta, al fratello, con l’imbasciata
che si godesse quello che piú gli piaceva con buona salute e figli
maschi.

Il re, vedendosi giocare questo tiro, montò in tanta collera che
divenne furente, e ordinò di far subito una cassa tutta impeciata,
dentro la quale cacciò la sorella e la gettò in mare. Dopo qualche
giorno, la cassa, spinta dalle onde, dié in una spiaggia; e qui alcuni
marinai, che tiravano la rete, la presero e l’apersero, e vi trovarono
Penta, bella piú assai della Luna, quando pare che abbia fatto la
quaresima a Taranto[26]. E Masiello, che era tra quella gente il
principale e il piú autorevole, se la condusse a casa, raccomandando
alla moglie, Nuccia, di usarle carezze.

Ma costei, che era la mamma del sospetto e della gelosia, non appena
il marito ebbe ripassato la soglia, tornò a cacciare Penta nella
cassa, e la rigettò al mare. E qui, sbattuta dalle onde, tanto andò
ballonzolando, finché fu scontrata da un vascello, sul quale navigava
il re di Terraverde. Veduto galleggiare qualcosa di strano, il re fece
calar la vela e mettere il battello a mare, e, tirata sú la cassa,
l’aprirono e vi trovarono dentro la sventurata giovane, in quella
cassa di morto bellezza viva. Sembrò al re di avere scoperto un gran
tesoro, quantunque gli piangesse il cuore che uno scrigno, pieno delle
gioie di Amore, fosse privo di maniglie. E la condusse al suo regno,
assegnandola per damigella alla regina, alla quale essa prese a rendere
ogni sorta di servigi, fino a infilare l’ago e cucire, a inamidare i
collari e ravviare i capelli, tutto facendo coi piedi, onde essa era
tenuta cara come una figlia.

Qualche mese dopo, citata la regina a comparire alla banca della Parca
a pagare il debito alla natura, chiamò presso il suo letto il re. «Poco
ancora può tardare — gli disse — l’anima mia a sciogliere il nodo
matrimoniale col corpo; perciò sta’ sano, marito mio, e scriviamoci
qualche volta. Ma, se mi vuoi bene e se desideri che quest’anima se ne
vada consolata all’altro mondo, m’hai da fare una grazia». «Comandami,
muso mio dolce, — rispose il re; — ché se non ti posso dare in vita
i testimoni del mio cuore, ti darò pegno in morte del bene che ti
voglio». «Orsú — continuò la regina: — poiché me lo prometti, ti prego
quanto posso che, dopo che a causa della polvere avrò chiuso gli occhi,
tu ti sposi Penta, la quale, quantunque non sappiamo chi sia né donde
venga, pure, al marco dei buoni costumi, si fa conoscere cavallo di
razza»[27]. «Campami di qui a cent’anni! — replicò il re; — ma, quando
tu avessi a dirmi buona notte per dare a me il cattivo giorno, ti
giuro che me la prenderò per moglie, e non importa che sia priva di
mani e scarsa di peso, perché delle cose tristi, come sono le donne,
giova prenderne sempre il meno che si può». Ma queste ultime parole le
borbottò nella lingua, perché la moglie non se ne offendesse.

Spenta che ebbe la regina la candela dei giorni suoi, il re prese
Penta per moglie, e la prima notte la innestò a figlio maschio. Poi,
bisognandogli compiere un’altra veleggiata al paese d’Altoscoglio,
tolse licenza da lei e levò l’àncora. A capo di nove mesi, Penta dié
alla luce un vago bambino, e se ne fecero luminarie per tutta la città,
e subito il Consiglio spedí apposta una feluca per l’annunzio al re.

La feluca corse cosí forte burrasca, che ora si vide manteata[28]
dalle onde e sbalzata alle stelle, ora rotolata in fondo al mare;
e, in ultimo, come volle il Cielo, dette in terra, a quella marina
stessa dove Penta era stata raccolta dalla compassione di un uomo e
donde era stata scacciata dalla crudeltà canina di una donna. Per
disgrazia, proprio allora quella stessa Nuccia stava colà a lavare
fasce e pannilini del suo fantoccio; e, curiosa come sono le donne dei
fatti altrui, domandò al padrone della feluca di dove veniva, dov’era
avviato, e per parte di chi. Il padrone rispose: «Vengo da Terraverde e
vado ad Altoscoglio dal re, che è in quel paese, a dargli una lettera,
per la quale mi mandano apposta. Credo che gli scriva la moglie; ma non
ti saprei dire propriamente di che cosa si tratta». «E chi è la moglie
di cotesto re?» — insisté Nuccia. E il padrone: «Per quel che intendo,
dicono che è una bellissima giovane, chiamata Penta dalle mani mozze,
perché le mancano tutte e due le mani. E ho sentito dire che fu trovata
in una cassa in mare, e, per la sua buona sorte, è diventata moglie del
re, e non so che cosa ora gli scriva di premura. Ma mi bisogna navigare
col trevo[29] per arrivare presto».

Udito ciò, quella giudea di Nuccia invitò il padrone a bere, e,
ubbriacatolo fin dentro gli occhi, gli tolse la lettera dalla
saccoccia, e la portò ad uno studente, suo cliente[30], perché gliela
leggesse. Ascoltò la lettura con tale un’invidia da schiattarne, che
quasi non ci fu sillaba a cui non gettasse un sospiro; e poi, dallo
stesso studente, fece falsificare quella mano di scrittura e comporre
un’altra lettera, nella quale si diceva che la regina aveva partorito
un cane deforme, e si aspettavano gli ordini per quel che s’avesse a
fare. Scritta e sigillata la lettera, la rimise nella saccoccia del
marinaio, il quale, quando si fu scosso dal sonno, vedendo che il tempo
si era rasserenato, andò a orza a orza a prendere garbino[31] in poppa.

Quando arrivò presso il re e gli ebbe consegnata la lettera, il re
rispose che facessero stare allegra la regina e le raccomandassero di
non prendersi nemmeno un’oncia di dispiacere, perché si trattava di
cose permesse dal Cielo e l’uomo dabbene non deve rivoltarsi contro le
stelle. Sulla via del ritorno, il padrone giunse, dopo due sere, di
nuovo alla casa di Nuccia, la quale, fattigli grandi complimenti, lo
rimpinzò di cibo e lo colmò di vino, sicché andò daccapo a gambe in
aria, e, infine, pesante e stordito, si buttò a dormire. Nuccia gli
frugò nella tasca di coscia[32] e trovò la risposta, e corse a farsela
leggere; e poi ve ne sostituí un’altra falsa, con la quale si comandava
al Consiglio di Terraverde di far subito subito bruciare madre e
figlio. E il padrone, quando ebbe digerito il vino, ripartí.

Allorché egli, giunto a Terraverde, presentò la lettera del re, e il
Consiglio la lesse, fu un grande susurro tra quei saggi vecchioni, e,
assai dibattendo quest’affare, conclusero che il re o era diventato
pazzo o era stato affatturato, perché, avendo una perla di moglie e
un gioiello di erede, voleva fare di entrambi polvere pei denti della
Morte. Per questa considerazione, vennero nell’avviso di prendere la
via di mezzo, mandando la giovane col figlio a errare pel mondo, che
non se ne avesse piú nuova alcuna; e cosí, provvistala di una manata di
tornesetti per campare la vita, levarono dalla cassa reale un tesoro,
dalla città una lanterna splendente, dal marito due puntelli delle sue
speranze.

La povera Penta, vedendosi dare lo sfratto, quantunque non fosse né
femmina disonesta, né parente di bandito, né studente fastidioso[33],
si prese in braccio il suo cetriuolo, che innaffiava di latte e di
lacrime, e s’avviò verso Lagotorbido. Era di quel luogo signore un
mago, che, ammirando questa bella storpia che storpiava i cuori, costei
che faceva piú guerra coi suoi moncherini che Briareo con le cento
mani, volle sentire tutt’intera la storia delle sventure che aveva
sofferte da quando il fratello, per essergli negato il pasto della
carne, volle farla pasto ai pesci, fino a quel giorno che aveva messo
piede nel suo regno.

Il mago, all’amaro racconto, versò lacrime senza fine, e la
compassione, che gli entrava pei pertugi delle orecchie, vaporava in
sospiri per lo spiraglio della bocca. Alla fine, la confortò con buone
parole: «Sta’ di buona voglia, figlia mia, che, per infracidita che
sia la casa di un’anima, si può reggere tuttavia, se la puntella la
speranza. Perciò, non lasciare smarrire l’animo; ché il Cielo tira
talvolta le disgrazie umane all’estremo della ruina per fare piú
mirabile l’opera sua. Non dubitare, dunque, perché tu hai trovato in me
mamma e padre, e io t’aiuterò col mio sangue stesso».

La povera Penta lo ringraziò: «Non importa — gli disse — che il Cielo
piova disgrazie e grandini ruine, ora che sono sotto la tettoia della
grazia vostra, di voi che potete e valete; e già questa vostra bella
faccia m’incanta». E cosí, dopo mille parole di cortesia da una parte e
di ringraziamento dall’altra, il mago le assegnò un ricco appartamento
nel palazzo suo e la fece governare come una figlia. E, la mattina
dopo, ordinò di pubblicare un bando: che alla persona che fosse venuta
alla sua corte a raccontare la piú grande delle disgrazie, avrebbe dato
una corona e uno scettro d’oro: due belle cose, che valevano piú d’un
regno.

Correndo questo grido per tutta l’Europa, vennero al paese del mago piú
gente che non siano i broccoli, per guadagnarsi la ricchezza promessa.
E chi raccontava che aveva servito in corte tutta la vita, e, dopo
avervi perduto il ranno e il sapone, la gioventú e la salute, era
stato pagato con un caciocavallo. Chi diceva che gli era stata fatta
un’ingiustizia da un superiore e non gli era concesso di lagnarsene,
tanto che gli bisognava inghiottire la pillola e non evacuare la
collera. Uno si lamentava di aver posto tutte le sue sostanze in
una nave, e che un po’ di vento contrario gli aveva tolto il cotto
e il crudo. Un altro si doleva di avere speso tutti gli anni suoi a
esercitare la penna, senza cavarne mai l’utile di una sola penna; e,
soprattutto, si disperava che le fatiche della penna sua avevano avuto
cosí poca ventura, laddove le materie dei calamai[34] erano tanto
fortunate al mondo.

In questo mezzo, il re di Terraverde tornò nel regno e, trovata a
casa quella dolce bevanda che non s’aspettava, proruppe in atti da
leone scatenato, e avrebbe fatto scuoiare tutti i consiglieri, se
essi non gli avessero senz’altro posto sott’occhi la lettera che
avevano ricevuta da lui. Ma, quando la vide, e conobbe la falsa mano
di scrittura, chiamò a sé il corriere e gli ordinò di raccontare
tutto quanto gli era occorso nel viaggio. Cosí, a poco a poco, venne
a penetrare che la moglie di Masiello gli aveva macchinato la rovina;
onde, armata subito una galea, andò di persona a quella spiaggia. Ivi,
ritrovata la femmina, con bel modo le cavò di corpo tutto l’intrigo;
e, avendo inteso che causa del fatto era stata la gelosia, volle che
essa diventasse di cera e, incerata e spalmata di sego, la fece mettere
sopra una grande catasta di legna secche, alla quale fu dato fuoco.

Poiché ebbe assistito alla fiammata, e veduto che il fuoco, vibrando
una lingua rossa rossa, s’era divorata la trista femmina, fece vela; e,
in alto mare, incontrò una nave, che portava il re di Pietrasecca. Dopo
molte cerimonie scambievoli, questi disse all’altro che navigava verso
Lagotorbido a causa del bando pubblicato dal signore di quel luogo, per
tentare la sorte sua, come colui che non cedeva per mala fortuna al piú
dolente uomo del mondo.

«Se è per questo — disse il re di Terraverde, — io ti salto di sopra a
piedi giunti, e posso dare quindici e fallo[35] al piú sventurato che
sia al mondo; e, dove gli altri misurano i dolori a lucernette[36], io
li posso misurare a tomoli. Perciò voglio venire con te, e facciamola
tra noi da galantuomini, e chi di noi vince, spartirà da buon compagno
esattamente la vincita». «Siamo intesi», disse il re di Pietrasecca; e
si dettero reciprocamente la fede.

Andarono cosí di conserva a Lagotorbido, dove, approdati, si
presentarono al mago, che li onorò di grandi accoglienze, quali si
convenivano a teste coronate, e li fece sedere sotto il baldacchino,
salutandoli mille volte benvenuti. E, poiché ebbe udito che si
presentavano alla prova degli uomini sventurati, volle conoscere quale
peso di dolore li rendesse soggetti agli scirocchi dei sospiri.

Il re di Pietrasecca cominciò allora a narrare l’amore che aveva posto
al sangue suo, l’atto da donna onorata che fece sua sorella, il fiero
cuore che egli mostrò col chiuderla in una cassa impeciata e gettarla
a mare; per le quali cose, da una parte, lo trafiggeva la coscienza
del proprio errore, e dall’altra, lo pungeva l’affanno della sorella
perduta; di qua, lo tormentava la vergogna, di là il danno; di guisa
che tutti i dolori delle piú angosciate anime dell’inferno, posti a un
lambicco, non sgocciolerebbero una quintessenza di affanni come quelli
che provava il cuor suo.

Finito ch’ebbe questo re di parlare, incominciò l’altro: «Oimè,
che le doglie tue sono ciambellette inzuccherate, franfellicchi e
strúffoli[37] a paragone del dolore che io sento, perché quella Penta
dalle mani mozze, che trovai nella cassa come torcia di cera di
Venezia[38] per fare le mie esequie, io la presi per moglie, ed essa mi
partorí un bel bambino, e, per malignità di una brutta arpia, poco è
mancato che non fossero l’una e l’altro arsi dal fuoco. Nondimeno, oh
chiodo del mio cuore! oh dolore per cui non mi posso dar pace! li hanno
scacciati tutti e due, mandandoli fuori del mio stato; di tal che,
vedendomi alleggerito di ogni piacere, non so come, sotto la soma di
tante pene, non caschi prostrato a terra l’asino della mia vita!».

Udito il mago l’altro re, conobbe al fiuto che l’uno era il fratello
e l’altro il marito di Penta; e, fatto chiamare Nufriello, il
fanciullo, gli disse: «Va’, e bacia i piedi a tata, signore tuo»; e il
fanciullo obbedí al mago. Il padre, vedendo la buona grazia di quel
marmocchietto, gli gettò una bella catena d’oro al collo. Dopo di che,
il mago tornò a parlare: «Bacia la mano allo zio, bel ragazzo mio»; e
quel bel pacioncello fece subito l’ubbidienza; e l’altro re, ammirando
la vivacità di quella fraschetta, gli dié un bel gioiello, e domandò al
mago se gli era figlio, e quegli rispose che ne domandasse la madre.

Penta, che, nascosta dietro una portiera, aveva ascoltato tutto questo
negozio, venne fuori; e, come cagnolina sperduta che, ritrovando dopo
tanti giorni il padrone, lo lecca, scodinzola, e fa mille segni di
allegria, essa, ora correndo al fratello ora al marito, ora tirata
dall’affetto dell’uno, ora dalla carne dell’altro, abbracciava ora
questo ora quello, con tanto giubilo che non si potrebbe immaginare.
Fa’ conto che eseguivano un concerto a tre di parole smozzicate e di
sospiri interrotti.

Fatta pausa a questa musica, si ritornò a carezzare il fanciullo, e ora
il padre e ora lo zio a vicenda lo stringevano e lo baciavano, e se ne
andavano in brodo di giuggiole. E, dopo che da questa parte e da quella
fu fatto e fu detto, il mago concluse con queste parole:

«Sa il Cielo quanto esulta il mio cuore a vedere consolata la signora
Penta, la quale per le sue belle qualità merita di essere tenuta
in palma di mano e per la quale ho cercato con tanta industria di
condurre a questo regno il marito e il fratello, per darmi all’uno
e all’altro schiavo incatenato[39]. Ma, poiché l’uomo si lega con
la parola e il bue con le corna, e la promessa di un uomo dabbene è
contratto, giudicando che il re di Terraverde abbia sofferto dolore da
morire, gli voglio mantenere la parola e dargli non solo la corona e
lo scettro promessi col bando, ma altresí il regno. Io non ho né figli
né fastidî di famiglia; e perciò, con buona grazia vostra, voglio per
miei figli adottivi questa bella coppia di marito e moglie, che mi sarà
cara quanto le pupille degli occhi. E perché non ci sia piú altro da
desiderare alla felicità di tutti, orsù, Penta si metta i moncherini
sotto il grembiule, ché ne trarrà fuori le mani, piú belle che non
erano prima».

Penta cosí fece, e la cosa riuscí appuntino come il mago aveva
detto. E di ciò la gioia fu grandissima; e ne gongolarono tutti, e
particolarmente il marito, che stimò piú assai questa bella fortuna che
il nuovo regno donatogli dal mago. Dopo aver trascorso alcuni giorni
in magnifiche feste, il re di Pietrasecca se ne tornò al regno suo, e
il re di Terraverde, mandato il cognato al suo minor fratello perché
da sua parte lo incaricasse della cura dello stato, rimase col mago,
scontando a canne di diletto le dita di travaglio che aveva sofferte, e
rendendo testimonio al mondo che:

    non può il dolce aver caro
    chi provato non ha, prima, l’amaro.




TRATTENIMENTO TERZO

IL «BIANCO VISO»[40]


  Renza, chiusa dal padre in una torre, per esserle stato predetto
  dagli astrologi che sarebbe morta a causa di un osso maestro,
  s’innamora di un principe, e con un osso, portatole da un cane,
  fora il muro e fugge. Ma, vedendo l’amante suo ammogliato baciare
  la sposa, muore di crepacuore, e il principe, per l’angoscia, si
  ammazza.

Mentre Cecca, con grande affetto, narrava questa storia, si vide
un’_olla podrida_ di piacere e di disgusto, di consolazione e di
affanno, di riso e di pianto. Si piangeva per le sventure di Penta,
si rideva per la fine che ebbero i suoi travagli; ci si angosciava a
vederla in tanti pericoli, ci si consolava che fosse, con tanto onore,
salvata; s’ebbe disgusto dei tradimenti che le erano stati fatti e si
provò piacere della vendetta che ne seguí. Intanto Meneca, che stava
armata al chiacchierare, mise mano ai ferri, dicendo:

Suole accadere spesse volte che, quando l’uomo crede di fuggire una
mala sciagura, proprio allora l’incontra. E perciò l’uomo savio
deve porre in mano del Cielo tutti gl’interessi suoi, e non cercare
circoli di maghi e tubi di astrologi; ché, altrimenti, procacciando di
prevedere i pericoli da prudente, casca nei precipizî da bestia. E che
ciò sia vero, udite.

C’era una volta un re di Fossostretto, che aveva una bella figlia,
e, desiderando conoscere la sorte scritta per lei nel libro delle
stelle, chiamò tutti i necromanti, astrologi e zingari[41] di quel
paese. Venuti costoro alla corte reale, chi scrutò le linee della
mano, chi i segni della faccia, chi i nèi sulla persona di Renza (ché
cosí si chiamava la figlia del re), e ognuno disse il suo parere.
La maggioranza dei convenuti, per altro, concluse che essa correva
pericolo, per un osso maestro[42], di sturare la chiavica maestra della
vita.

Avuto quest’oroscopo, il re volle gittarsi innanzi per non cadere,
e fece fabbricare una bella torre, dove rinchiuse la figliuola con
dodici damigelle e una donna di governo, che la servissero: ordinando,
pena la vita, di porgerle sempre, per evitare l’avverso pianeta, carne
senz’osso.

Ora, essendo Renza cresciuta come la Luna, un giorno che guardava dalla
finestra della torre, attraverso un cancello di ferro, passò Cecio,
figlio della regina di Vignalarga, il quale, a vedere una cosa cosí
bella, subito si sentí tutto rimescolare. E, poiché quella gli rese il
saluto e accennò un bocchino a riso, prese animo e, fattosi piú sotto
la finestra, le disse: «Addio, protocollo di tutti i privilegi della
natura; addio, archivio di tutte le concessioni del Cielo; addio,
tavola universale di tutti i titoli della bellezza!».

Renza, all’udirsi dare queste lodi, per la vergogna si fece piú bella,
e, buttando nuove legna sul fuoco di Cecio, gli versò, come disse
quello, sulle scottature acqua bollente. E, non volendo essere vinta
di cortesia da Cecio, rispose: «Sii il benvenuto, o dispensa del
companatico delle Grazie, o magazzino delle mercanzie della Virtù, o
dogana dei traffici di Amore!».

Cecio replicò: «Come mai sta in una torre rinchiuso il castello delle
forze di Cupido? Come sta cosí carcerata colei, che è la prigione delle
anime? Come sta dietro un cancello di ferro un pomo di oro?».

Renza gli raccontò allora come la cosa andava; e Cecio le disse
com’egli fosse figlio di regina, ma vassallo della bellezza sua, e
che, se si fosse contentata di svignarsela al regno suo, le avrebbe
posto sul capo la corona. E quella, che, sentendo di aver preso odor
di chiuso tra quelle quattro mura, non vedeva l’ora di sciorinarsi
all’aria aperta, accettò il partito; e gli dié appuntamento per
la mattina, quando l’Alba chiama gli uccelli a testimoni della
macriata[43] che le ha fatto l’Aurora, per scappar via insieme. Cosí,
gettatogli un bacio dall’alto della finestra, rientrò, e il principe si
ritrasse al suo alloggiamento.

Renza stava pensando al modo di scapolarsela e gabbare le damigelle,
quando un certo cane corso, che il re teneva per guardia della torre,
entrò in camera sua con un grande osso maestro in bocca, e, mentre se
lo rosicchiava sotto il letto, Renza, chinandosi, vide l’osso. Subito
pensò che fosse strumento che la Fortuna le mandava ai casi suoi; e,
scacciando il cane dalla camera, glielo strappò. Dié poi a intendere
alle damigelle che le doleva il capo, e che perciò la lasciassero
riposare senza disturbarla; e puntellò la porta.

Cosí sola, si mise con l’osso a lavorare come un muratore di mestiere;
e, scantonando una pietra dal muro, tanto fece che la distaccò e
sfabbricò in modo che si poteva senza fatica passare per l’apertura.
Stracciò poi un paio di lenzuola e le attorcigliò come una corda; e,
quando fu rimossa la tela delle ombre dalla scena del Cielo perché
l’Aurora usciva a fare il prologo[44] della Tragedia della Notte,
avendo udito il fischio di Cecio, attaccò il capo delle lenzuola a
uno stipite, e si lasciò scivolare giù nella via. Cecio l’abbracciò
teneramente e, postala sopra un asino sul cui dosso aveva gittato un
tappeto, s’avviarono alla volta di Vignalarga.

A sera, giunsero in un luogo chiamato Viso e alloggiarono in un
bellissimo palazzo, dove Cecio appose i termini al bel podere che aveva
acquistato, come segnali della possessione amorosa. Ma la Fortuna ha il
vizio di arruffar la matassa, di guastare il giuoco e di dar di naso
in tutti i buoni disegni degli innamorati; e questa volta, nel meglio
dei loro diletti, fece arrivare un corriere con una lettera della madre
di Cecio, la quale gli diceva di partir sull’istante per rivederla,
altrimenti non l’avrebbe ritrovata viva; giacché essa tirava quanto piú
poteva, ma si trovava già sul punto di arrivare al _rum_ e _bus_[45]
dell’alfabeto della vita.

A questa cattiva notizia, Cecio disse a Renza: «Cuor mio, il negozio
è d’importanza, e bisogna che io corra per le poste per giungere in
tempo. Tu trattieniti cinque o sei giorni in questo palazzo, ché io
torno subito o mando gente a prenderti».

Scoppiò in pianto Renza, al triste annunzio, e rispose: «Oh sciagurata
la mia sorte, come presto è calata alla feccia la botte dei miei
piaceri! Come è scesa al fondigliolo la pignatta dei miei spassi! Com’è
ridotta al rimasuglio la cesta delle mie contentezze! Me misera, ché se
ne scorrono con l’acqua le mie speranze; mi vanno in crusca i disegni,
e si risolve in fumo ogni mia soddisfazione! Appena ho cominciato a
gustare questa salsa reale, che il boccone mi si è fermato in gola;
appena ho appressato le labbra a questa fontana di dolcezza, che mi si
è intorbidato il diletto; appena ho visto spuntare il sole, che posso
dire: — Buonanotte, zio pagliericcio!».

Queste e altrettali parole uscivano dagli archi turcheschi di quelle
labbra a trafiggere l’anima di Cecio, quando questi le disse: «Sta’
zitta, o bel palo della mia vita, o chiara lanterna di questi occhi, o
giacinto confortativo di questo cuore[46], ché presto sarò di ritorno.
Le miglia di lontananza non potranno fare ch’io mi scosti un palmo
da questa bella persona; non potrà la forza del tempo sbalzar via
l’immagine tua da questa testa. Càlmati, riposa il cervello, asciuga
gli occhi, e serbami nel cuore». Con queste parole, montò a cavallo e
prese a galoppare verso il suo regno.

Renza, che si vide piantata come un cetriuolo, s’avviò appresso a lui,
dietro le orme di lui; e, spastoiato un cavallo che trovò a pascere
in un prato, si mise a correre sulla via che egli aveva percorsa. Nel
cammino, si scontrò col garzone di un romito; e subito scese da cavallo
e fece cambio delle sue vesti, che erano tutte guarnite d’oro, col
sacco e con la corda che quegli portava. Si gettò addosso il sacco, si
cinse la corda, essa che cingeva le anime col laccio d’amore, e tornò
a cavalcare, spronando con le calcagna il cavallo, tanto che in poco
tempo raggiunse Cecio, e gli disse: «Ben trovato, gentiluomo mio!».
«Ben venuto, padricello mio, — rispose l’altro: — donde si viene e dove
siete avviato?». E Renza:

      Vengo da parte dove sempre in pianto
    si sta una donna, e dice: — Oh bianco viso!
    Deh, come ti perdei, che m’eri accanto![47].

Cecio, che non la riconosceva e credeva che fosse un ragazzo, esclamò:
«O bel giovane mio, quanto mi è cara la tua compagnia! Perciò fammi
un piacere, e prenditi le mie pupille: non ti partire mai dal mio
fianco e, di volta in volta, ripetimi questi versi, ché, proprio, mi
solletichi il cuore!».

Cosí, col ventaglio delle chiacchiere sventolandosi pel caldo della
via, giunsero insieme a Vignalarga. Colà trovarono che la regina aveva
dato moglie a Cecio, e per questo lo aveva mandato a chiamare con
un’astuzia; e la moglie già stava in ordine e l’aspettava. Cecio pregò
la madre di tenere in casa e trattare come suo fratello il giovane che
l’aveva accompagnato; e, poiché la madre acconsentí, lo fece stare
sempre accanto a sé e mangiare a una stessa tavola con la sposa.

Considerate che cuore faceva la sventurata Renza e se inghiottiva noce
vomica! Con tutto ciò, essa di volta in volta ripeteva i versi che
tanto piacevano a Cecio. Ma, quando si fu levata la mensa e la sposa si
ritirò in una cameretta per parlare da sola a solo con Cecio, Renza,
per aver campo di sfogare la passione dei cuore, entrò in un orto
che era in piano colla casa, e, postasi sotto un gelso, cosí prese a
lamentarsi: «Oimè, Cecio crudele, questo è il ‘mille grazie’ dell’amore
che ti porto? Questa è la ‘gran mercé’ del bene che ti voglio? Questo
è il beveraggio dell’affezione che ti mostro? Ecco che ho piantato
mio padre, abbandonato la mia casa, calpestato il mio onore, e mi
son data in potere di un cane feroce per vedermi tagliato il passo,
serrata la porta in faccia e levato il ponte, quando credevo di prender
dominio di cotesta bella fortezza; per vedermi scritta alla gabella
dell’ingratitudine tua, mentre mi pensavo di stare alla Duchesca della
grazia tua[48]; per vedermi fatto il giuoco di fanciullo: ‘Bando e
comandamento da parte di mastro Chiomento’, mentre immaginavo di
giocare con te ad ‘Anca Nicola’![49]. Ne ho seminate, di speranze; e
ora raccolgo caciocavalli[50]; ne ho gittati, di razzi del desiderio,
e ora tiro dalla pesca arena d’ingratitudine[51]; ne ho fatti, di
castelli in aria, e, púnfete, ho battuto col corpo in terra! Ecco il
ricambio che ricevo; ecco la pariglia che m’è data; ecco il pagamento
che ottengo! Ho calato la secchia nel pozzo delle voglie amorose e
m’è rimasto il manico in mano; ho steso il bucato dei disegni miei e
mi vi è piovuto sopra a cielo aperto; ho messo a cucinare la pentola
dei pensieri al fuoco del desiderio, e c’è cascata dentro la fuliggine
delle disgrazie. Ma chi credeva, o voltabandiera, che la fede tua
dovesse scoprirsi rame? che la botte delle promesse scendesse alla
feccia? che il pane della bontà prendesse muffa? Bel tratto d’uomo da
bene! Belle prove di persona onorata! Bei termini da figlio di re:
burlarmi, impastocchiarmi, imbrogliarmi, farmi larga la cappa per darmi
corto il giubbone, promettermi mari e monti per gettarmi dentro un
fosso, lavarmi la faccia, perché mi trovassi il cuore nero! O promesse
di vento, o parole di crusca, o giuramento di milza soffritta! Ecco
che tu hai detto quattro prima che fosse nel sacco; ecco che sei cento
miglia discosto, quando credevi di essere arrivata a una casa di
barone: ben si prova che parole di sera il vento le mena! Oimè, quando
pensavo di essere carne ed unghia con questo crudele, sarò con lui
come cane e gatto; dove m’immaginavo di essere scodella e cucchiaio
con questo cane rabbioso, sarò con lui come biscia e rospo[52];
perché non potrò sopportare che un altro, con un cinquantacinque di
buona fortuna, mi tolga di mano la primiera passante delle speranze
mie[53]; non potrò sopportare che mi sia dato scacco matto. O Renza
male avviata, va’ e ti fida, va’ e ti gonfia di parole d’uomini! uomini
senza legge e senza fede, povera chi vi si mescola, trista chi vi si
attacca, sventurata chi si corica al largo letto, che essi ti sogliono
fare! Ma non ti curare: tu sai che chi gabba fanciulli, fa la morte
dei grilli[54]; sai che alla banca del Cielo non ci sono scrivani
marranchini, che imbroglino le carte[55]; e, quando meno te l’aspetti,
verrà la giornata tua, tu che hai fatto questo giuoco di mano a chi ti
ha dato se stessa in credenza per ricevere una mala azione in contanti.
Ma io non m’avvedo che dico le mie ragioni al vento e sospiro al vuoto;
sospiro in perdita, e mi lamento, ma sola. Esso stasera salda i conti
con la sposa e rompe la taglia; e io faccio i conti con la Morte e
pago il debito alla natura. Esso starà in un letto bianco e odoroso di
bucato; io dentro un’oscura bara, che puzza d’ammazzato. Esso giocherà
a ‘scarica-la-botte’ con quella fortunata, ed io farò: ‘Compagno mio,
ferito sono’[56], vibrandomi uno stecco appuntito alle costole per dare
fondo alla vita».

Dopo queste e altre parole di dolore e di rabbia, Renza, venuta l’ora
di lavorare coi denti, fu chiamata a tavola, dove gl’ingratinati e gli
spezzati le erano arsenico e titimalo[57], avendo altro pel capo che
il pensiero di mangiare, altro andandole per lo stomaco che l’appetito
di riempirlo. Tanto che Cecio, a vederla cosí pensosa e avvilita, le
disse: «Che cos’è che non fai onore a queste vivande? Che hai? che
pensi? che senti?». «Non mi sento niente bene — rispose Renza; — né
so se è indigestione o vertigine». «Fai bene a lasciare il pranzo —
replicò l’altro, — perché la dieta è il miglior tabacco[58] d’ogni
male; ma, se ti bisogna il medico, manderemo a chiamare un tal dottore
di urina[59] che, alla sola faccia, senza toccare il polso, conosce
le malattie della gente». «Non è male da ricette — disse Renza, — e
nessuno sa i guai della pignatta fuori del mestolo». «Esci un po’ a
prender aria», aggiunse Cecio. E Renza: «Quanto piú muovo in giro gli
occhi, piú mi si rompe il cuore».

Cosí parlando, terminò il pranzo e venne l’ora di dormire; e Cecio, per
udire sempre quella canzone, volle che il compagno si ponesse in un
lettuccio[60] nella camera stessa in cui egli si doveva coricare con
la sposa. E ad ora ad ora lo chiamava a ripetere quei versi, che erano
pugnalate al cuore di Renza e intronamenti alla testa della sposa.
La quale stette e stette, e alla fine, scoppiando, disse: «Mi avete
rotto tutto il di dietro con cotesto ‘bianco viso’! Che trista musica
è questa? Oramai è una vera dissenteria, che non finisce piú! Basta,
poffar il mondo! E che cosa è? un dirizzone di testa, che replicate
sempre la stessa cosa? Io credevo, coricandomi con te, di sentire
musica di strumenti e non repetii di voce. E vedi come l’hai presa
meticolosa a toccare sempre lo stesso tasto! Di grazia, non piú, marito
mio; e tu, caglia, ché senti d’aglio, e lasciaci in pace un po’».

«Sta’ zitta, moglie mia! — rispose Cecio, — ché ora spezziamo il filo
del parlare». E, nel dir questo, le dette un bacio cosí forte che se ne
sentí un miglio lontano lo schiocco. Quel rumore di labbra fu tuono al
petto di Renza, la quale ne provò tanto dolore che, essendo corsi tutti
gli spiriti a dar soccorso al cuore, accadde, come dice il proverbio,
che il soperchio rompe il coperchio, perché tale e tanto fu il concorso
del sangue che, soffocatala, le fece stendere i piedi.

Cecio, somministrati che ebbe quattro vezzi alla sposa, chiamò
sottovoce Renza, perché gli ripetesse quelle parole che gli piacevano
tanto; e, non sentendosi rispondere come aspettava, tornò a pregarla,
che gli desse quel po’ di gusto; e, vedendo che rimaneva in silenzio,
levandosi pian piano, la tirò per un braccio; e, poiché nemmeno
rispondeva, le mise la mano al volto; e, a toccare il naso freddo
freddo, s’accorse che era spento il fuoco del calore naturale di quel
corpo. Sbigottito, atterrito, chiamò subito le candele, e, scoprendo
quel corpo, riconobbe Renza a un bel neo che aveva in mezzo al petto.
E allora alzò le strida: «Che cosa vedi, o sciagurato Cecio? Che t’è
accaduto, sventurato? Quale spettacolo ti sta dinanzi agli occhi?
Quale rovina ti cade sulle giunture? O fiore mio, chi ti ha còlto?
O lucerna mia, chi ti ha spenta? O pignatta dei gusti d’amore, come
ti sei rovesciata fuori? Chi ti ha abbattuta, o bella casa delle mie
contentezze? Chi ti ha stracciata, o carta franca dei miei piaceri? Chi
ti ha mandata a picco, o bella nave degli spassi di questo cuore? O
bene mio, che, al chiudere dei tuoi begli occhi, è fallita la bottega
della bellezza, sono state interrotte le faccende delle Grazie, e
Amore è andato a buttare le ossa al ponte![61]. Al partire di questa
bell’anima si è persa la semenza delle belle, si è guastata la stampa
delle vezzose, e non si trova piú la bussola pel mare delle bellezze
amorose. Oh danno senza riparo, oh strazio senza comparazione, oh
rovina senza misura! Va’ e vàntati, madre mia, ché hai fatto una bella
prova a maritarmi a forza, perch’io perdessi questo bel tesoro! Che
farò, disgraziato, scempio d’ogni piacere, netto di consolazione,
nudo di spasso, squattrinato di contentezza! Non credere, vita mia,
ch’io voglia senza di te restarmene in questo mondo, perché ti voglio
perseguitare e assediare dovunque vai, e, a dispetto del dispetto
della morte, ci congiungeremo insieme; e, se ti aveva presa a compagna
di uffizio al mio letto, ti sarò caratario[62] alla tomba, e un solo
epitaffio narrerà l’infortunio di entrambi noi!».

Disse e dié di mano a un chiodo e si fece una cura sconfortativa sotto
la mammella mancina, per la quale lasciò scorrere col sangue la vita
sua. La sposa restò atterrita e gelata; e, quando le fu possibile
sciogliere la lingua e mandar fuori la voce, chiamò la regina, che
accorse al rumore con tutta la corte. Al vedere morti il figlio suo
e Renza, e all’apprendere la causa della sciagura, essa si strappò i
capelli, e, dibattendosi come un pesce fuor dell’acqua, gridò crudeli
le stelle che avevano piovuto alla casa sua tante disgrazie e maledisse
la trista vecchiezza, che l’aveva serbata a tanta rovina. Fatto cosí un
grande strillatorio, battitorio, strappatorio e schiamazzatorio, fece
collocare i due insieme in una stessa fossa e scrivervi sopra la storia
delle loro fortune.

In quel tempo stesso arrivò il re, padre di Renza, il quale, andando
pel mondo in cerca della figlia fuggita, s’era incontrato col ragazzo
del romito, che offriva in vendita le vesti di quella e che lo informò
del caso; e cosí, perseguitando il principe ereditario di Vignalarga,
giunse proprio nel punto che, mietute le spighe degli anni suoi, si
stava per calarle nella fossa[63]. E, vedendo e conoscendo Renza sua,
e piangendola e sospirandola, bestemmiò l’osso maestro, che aveva
dato il grasso alla minestra[64] delle sue rovine. Quell’osso egli
aveva ritrovato a terra nella stanza della figliuola, e lo riconosceva
ora strumento del crudele caso, avverandosi a questo modo, in genere
e in ispecie, il triste augurio di quei saltimbanchi, che avevano
predetto che Renza sarebbe morta per un osso maestro, e dimostrandosi
chiaramente che

    quando un malanno c’è segnato in sorte,
    entra per le fessure delle porte.




TRATTENIMENTO QUARTO

SAPIA LICCARDA


  Sapia, mentre il padre è in viaggio, si mantiene onorata in casa
  per opera del suo ingegno, nonostante il cattivo esempio delle
  sorelle: burla l’innamorato, e poi, previsto il pericolo che le
  veniva sopra, ripara al danno; e, in ultimo, il figlio del re se la
  prende per moglie.

Tutto il diletto provato nei racconti precedenti fu intorbidato
all’udire il caso miserabile di questi poveri innamorati; e si rimase
buon pezzo afflitti come quando nasce la figlia femmina. Il che vedendo
il re, disse a Tolla che avesse raccontato qualcosa di allegro per
temperare la passione della morte di Renza e di Cecio; e quella,
ricevuto il comando, si lasciò andare nel modo che segue.

Il buon giudizio dell’uomo è una brava lanterna per la notte dei
travagli del mondo, con la quale è dato saltare fossi senza pericolo e
traversare mali passi senza paura. Perciò, meglio assai è aver senno
che tornesi, perché questi vengono e vanno, e quello si trova pronto a
tutti i bisogni. Della qual cosa vedrete una grande esperienza nella
persona di Sapia Liccarda[65], che, uscendo con la tramontana sicura
del giudizio da un immenso golfo di travagli, si ridusse a buon porto.

C’era una volta un mercante ricco ricco, chiamato Marcone, che aveva
tre belle figlie, Sabella, Cenza e Sapia Liccarda. Ora, dovendo egli
andare in viaggio per certi suoi affari, e conoscendo le due maggiori
per indomabili finestraiuole[66], prima di partire, inchiodò tutte le
finestre di casa e lasciò a ciascuna delle figliuole un anello con
certe pietre, che si coprivano di macchie se chi le portava al dito
commettesse azioni disoneste.

Si era appena il padre allontanato da Villaperta (cosí si chiamava
quella terra) che le due sorelle cominciarono a scalare le finestre
e ad affacciarsi agli abbaini; nonostante che Sapia Liccarda, la piú
piccola, facesse cose dell’altro mondo, e gridasse che la casa loro non
era né i Gelsi, né la Duchesca, né il fondaco del Cedrangolo, né il
vico del Pisciatoio[67], da praticarvi coteste gherminelle e civetterie.

Proprio di fronte alla casa loro era il palazzo del re, e i tre figli
del re, Ceccariello, Grazullo e Tore[68], adocchiate le tre giovinette,
che erano di bell’aspetto, cominciarono a far cenni cogli occhi, dai
cenni vennero ai baciamani, dai baciamani alle parole, dalle parole
alle promesse, dalle promesse ai fatti. E una sera, quando il Sole per
non competere con la Notte si ritira con le sue entrate[69], scalarono
tutti e tre la casa delle tre sorelle; e, intesisi i due fratelli piú
grandi con le due sorelle piú grandi, quando il terzo, Tore, volle
dar di mano a Sapia Liccarda, questa gli sfuggí come un’anguilla, si
chiuse in una camera e la puntellò cosí saldamente che non fu possibile
aprirla: tanto che il povero ragazzo stette a contare i bocconi ai
fratelli, e, mentre quelli caricavano i sacchi dal mulino, esso tenne
la mula.

Al mattino, quando gli uccelli, trombettieri dell’Alba, suonano il
«tutti a cavallo», affinché le ore del giorno si mettano in sella,
quelli se ne partirono tutti lieti della soddisfazione ottenuta, e
quest’altro, sconsolato per la cattiva notte. Le due sorelle vennero
subito incinte; ma fu mala gravidanza la loro, tante ne disse loro la
Sapia Liccarda; sicché, mentre esse gonfiavano di giorno in giorno,
quella sgonfiava d’ora in ora, concludendo sempre che la pancia di
ramarro[70] doveva portare loro guerra e rovina, e, quando il padre
tornava, si sarebbero viste ballare allegramente le pecore.

Intanto il desiderio, che Tore aveva concepito per Sapia Liccarda,
cresceva, in parte per la bellezza di lei, in parte per averne ricevuto
affronto e provato dispetto; e il giovane si concertò con le sorelle
maggiori per farla cadere nella trappola, quando meno vi avrebbe
pensato, e quelle presero impegno di ridurla a tale che sarebbe andata
a trovarlo nella casa sua stessa. Onde, un giorno, chiamata Sapia, le
dissero: «Sorella nostra, il fatto è fatto: se i consigli si pagassero,
o costerebbero piú caro o sarebbero piú stimati; se noi t’intendevamo
dirittamente, certo non avremmo afflosciato l’onore della casa e tesa
la pancia, come tu vedi. Ma quale rimedio a questo? Il coltello è
penetrato fino al manico, le cose sono passate troppo innanzi, è fatto
il becco all’oca. Perciò non possiamo credere che il tuo sdegno si
spinga all’eccesso e ci voglia vedere fuori di questo mondo; e pensiamo
che, se non per noi, almeno per queste povere creature che portiamo nel
ventre, ti moverai a compassione del nostro stato».

«Sa il Cielo — rispose Sapia Liccarda — quanto mi pianga il cuore per
l’errore che avete commesso, pensando alla vergogna presente e alla
pena che vi aspetta, quando tornerà nostro padre e troverà tale offesa
alla casa sua; e darei un dito della mano perché questo brutto negozio
non fosse accaduto. Ma, poiché il diavolo vi ha tolto il lume dagli
occhi, dite voi che cosa posso fare, purché ci sia l’onor mio; giacché
il sangue non è acqua[71], e, all’ultimo degli ultimi, mi tira la
carne, e la pietà del caso vostro mi è pungolo, e metterei la mia vita
stessa per rimediare a quanto è accaduto».

Le sorelle la lasciarono parlare e poi le dissero: «Noi non desideriamo
altro segno dell’affezione tua se non che ci procuri un po’ di pane di
quello che mangia il re, perché ce n’è venuta tanta voglia, che, se non
ci leviamo questo desiderio, c’è rischio che i bambini ci nascano con
un pane sulla punta del naso. Perciò, se sei cristiana, domani mattina
facci questo piacere: ti caleremo dalla finestra per la quale salirono
i figli del re, e ti vestiremo da pezzente, e non sarai conosciuta».

Sapia Liccarda, compassionevole pei poveri bambini che dovevano
venire al mondo, ravvoltasi in una veste tutta cenciosa e postasi un
pettine da lino ad armacollo, quando il Sole alza trofei di luce per
la vittoria guadagnata contro la Notte, si recò al palazzo del re a
pitoccare un tozzo di pane; e, mentre, ottenuta la limosina, si moveva
per andar via, Tore, che era istrutto nella malizia dell’appuntamento,
subito le fu sopra. Ma, nel darle di mano, Sapia si voltò di schiena,
e lo fece dare nel pettine; sicché egli si graffiò assai bene e rimase
per un paio di giorni con la mano malconcia.

Avuto il pane le sorelle e cresciuta la fame al misero Tore, quelle
tornarono a confabulare, e, dopo due giorni, presero di nuovo a
sollecitar Sapia, dicendo ch’era loro venuta voglia di due pere del
giardino del re; e Sapia si mise addosso un’altra veste e andò nel
giardino. Qui trovò Tore[72], che subito riconobbe la pezzente, e,
udito che chiedeva le pere, volle di persona salire su un albero,
spiccò una coppia di pere e le gittò in grembo a Sapia. Ma, quando fece
per scendere e afferrarla, quella pronta levò la scala e lo lasciò sú
tra il fogliame, a gridare alle gazze[73]. Ché, se non giungeva per
caso un giardiniere a cogliere due lattughe inconocchiate[74], il quale
lo aiutò a discendere, esso restava là tutta la notte: per la qual cosa
si morse le mani e minacciò di fare gran risentimento.

Ora, come volle il Cielo, le sorelle diedero alla luce due bei
bambinelli; e dissero a Sapia: «Noi siamo rovinate affatto, cara
sorella nostra, se tu non ti risolvi ad aiutarci, perché poco può
tardare e tornerà il messere nostro, e, trovando questo cattivo
servizio alla casa, ci governerà in modo che il maggior pezzo sarà
l’orecchio. Perciò, va’ giù, e noi ti porgeremo in un canestro questi
due piccolini, e tu portali ai padri loro, ché ne abbiano cura».

Sapia Liccarda, ch’era tutta amorevole, quantunque le sapesse duro
di dover sopportare questo travaglio per l’asineria delle sorelle,
si lasciò persuadere a scendere in istrada; e, fattisi calare i
bambini, li portò alle camere dei loro genitori, che non v’erano, e li
collocò ciascuno nel letto di ciascuno, secondo che si era destramente
informata. Entrata poi nella camera di Tore, mise sotto le tende del
letto una grossa pietra; e se ne tornò a casa. E quando i principi
rientrarono nelle loro camere e trovarono quei bei figlioletti coi nomi
dei padri scritti sopra un cartellino e cuciti al petto, provarono
gioia grande; e Tore, indispettito e amareggiato, perché lui solo non
era stato degno di fare razza, nel buttarsi sul suo letto, dié col
cocuzzolo sulla pietra cosí fortemente che si fece un grosso bernoccolo.

In questo tempo tornò il mercante dal viaggio, e subito volle vedere
gli anelli delle figlie, e, trovando quelli delle due maggiori tutto
macchiati, fece un chiasso del diavolo; e già voleva metter mano ai
ferri e tormentarle e bastonarle per scoprire la verità, quando i
figli del re si presentarono a lui e gli chiesero le tre figlie in
moglie. Rimase il brav’uomo sbalordito e sulle prime credette che lo
beffassero. Ma, saputo poi della pratica passata tra loro e dei figli
che n’erano stati il frutto, si tenne fortunato; e si appuntarono le
nozze per quella sera stessa.

Sapia, che si passava la mano sullo stomaco e ripensava ai dispetti
che aveva fatti a Tore, quantunque si sentisse richiedere al padre con
tanta insistenza, nondimeno immaginò che non ogni erba è menta, e che
il mantello non era senza peli. Provvide, dunque, a lavorare subito una
bella statua di pasta di zucchero e, collocatala in una grande cesta,
la coperse con certi vestiti. La sera, tra le feste e i balli, mise
innanzi il pretesto che le era venuto un soprassalto al cuore, e si
ritirò per prima in camera da letto, dove si fece portare la cesta per
cangiare (essa disse) i vestiti. Rimasta sola, tolse dalla cesta la
statua, la coricò e compose tra le lenzuola; e poi si appostò dietro le
cortine, aspettando l’esito del negozio.

Giunta l’ora che gli sposi andassero a letto, Tore, accostatosi al
suo letto e credendo che Sapia vi fosse coricata, le disse: «Ora mi
pagherai, cagna crudele, i disgusti, che mi hai dati; ora vedrai
quel che sia a un grillo competere con un elefante; ora, una volta
le sconterà per tutte; e ti voglio ricordare il pettine di lino, la
scala tolta di sotto l’albero, e tutti gli altri sfregi[75], che m’hai
fatti!». Nel cosí dire, mise mano a un pugnale e la passò da banda
a banda; e, non soddisfatto, aggiunse; «E ora mi voglio succhiare
anche il sangue!»; e, sconficcato il pugnale dal petto della statua
e leccatolo, sentí il dolce e il profumo del muschio, di cui la
statua era cosparsa. E, nell’atto stesso, si pentí di avere trafitto
e ammazzato una giovinetta cosí inzuccherata e odorosa; e cominciò
a lamentarsi della sua furia, dicendo parole da intenerire i sassi,
chiamando di fiele il suo cuore, di tossico il ferro, che avevano
potuto offendere una cosa tanto dolce e soave. E, dopo lunghi gemiti,
tirato dalla cavezza della disperazione, alzò la mano con lo stesso
pugnale per trafiggersi. Ma Sapia fu presta a balzare dal luogo dove
stava, e ritenergli la mano, dicendo: «Ferma, Tore! Abbassa queste
mani! Ecco un pezzo di quella che tu piangi; eccomi sana e viva per
vederti vivo e verde. Non mi tenere per ostinata, per un cuoio di
montone, se t’ho maltrattato e fatto qualche dispiacere: ch’è stato
solamente per esperimento e scandaglio della costanza e della fede tua;
e quest’ultimo inganno l’ho posto in opera per dare riparo alle furie
di un cuore sdegnato». E cosí gli domandava perdono di tutto quanto era
passato.

Lo sposo l’abbracciò con grande affetto, e se la fece coricare a lato
e si rappaciarono; e a lui, dopo tanti travagli, seppe piú dolce il
gusto, e stimò assai piú quel po’ di ritrosia della moglie che non la
tanta facilità delle cognate, perché, come disse quel poeta:

    Né nuda Citerea,
    né Cinzia ammantellata:
    la via di mezzo sempre fu pregiata.




TRATTENIMENTO QUINTO

LO SCARAFAGGIO, IL TOPO E IL GRILLO


  Nardiello è mandato tre volte dal padre a fare mercanzia con cento
  ducati per volta, e compra una volta uno scarafaggio, un’altra un
  topo e la terza un grillo. Scacciato per questo dal padre, giunge
  in un paese, dove, sanando per mezzo di questi animali la figlia
  del re, dopo varî casi, le diventa marito.

Assai lodarono il principe e la schiava il giudizio di Sapia Liccarda;
ma lodarono assai piú Tolla, che aveva saputo cosí ben porgere questo
caso, che parve ad ognuno di esservi stato presente; e poiché, seguendo
l’ordine della lista, succedeva Popa al parlare, essa si comportò da
Orlando, dicendo a questo modo:

La Fortuna è femmina puntigliosa e fugge la faccia degli uomini dotti,
perché costoro fanno piú conto di un voltamento di fogli che non delle
girate di una ruota; e perciò essa pratica volentieri con gl’ignoranti
e dappoco, e non dubita, per ottenere onore presso la plebe, di
ripartire i suoi beni agli stolti, nel modo che si può udire nel
racconto seguente.

C’era una volta sul Vomero[76] un massaro assai ricco, chiamato
Miccone, che aveva un figlio a nome Nardiello, il piú sciagurato
bestione che si trovasse mai nella polmonara[77] dei gaglioffi; di tal
che il disgraziato padre ne pativa amarezza e afflizione, non sapendo
in qual modo e maniera indirizzarlo per fargli fare cosa che riuscisse
a sesto e a livello. Se andava all’osteria a porcheggiare coi compagni
scrocconi, era burlato; se praticava con male femmine, prendeva la
peggiore carne e la pagava contro l’assisa[78]; se giocava nelle
bische, lo trappolavano, lo mettevano in mezzo e lo lasciavano nudo
nudo: cosicché, con questo suo bel fare, aveva già dissipato mezzo le
facoltà paterne.

Miccone tempestava continuamente, e, gridando e minacciando, gli
diceva: «Che ti pensi di fare, scialacquone? Non vedi che la roba mia
ormai se ne va giù pel fiume? Lascia, lascia coteste maledette osterie,
che cominciano con nome di nemici e finiscono con significato di
male[79]; lasciale, ché sono emicranie del cervello, idropisie della
gola e diarree della borsa; lascia, lascia il giuoco scomunicato,
che ci mette a risico la vita e si rosica la roba, che ci toglie i
contenti e ci consuma i contanti, dove le zare ti riducono in zero, e
le parole ti assottigliano come piolo di liuto![80]. Lascia, lascia
di sbordellare con cotesta mala razza, figlia del brutto peccato, con
la quale spendi e spandi; per una sordida, consumi soldi; per una
carne disfatta, ti disfai e ti riduci a spilluzzicare ossa; ché non
sono, esse, mere-trici, ma mare-trace[81], dove sei preso dai turchi!
Allontànati dalle occasioni, che cosí ti stacchi dal vizio: «remota
la causa», disse quello, «si rimuove l’effetto». Eccoti, dunque,
questi cento ducati e va’ alla fiera di Salerno[82], e comprane tante
giovenche, che, a capo a tre o quattro anni, faranno tanti buoi;
cresciuti i buoi, li metteremo ad arare e a seminare; seminato, ci
daremo a vendere grano; e, se ci càpita una buona carestia, misureremo
gli scudi a tomoli, e, al pari di un altro, ti compri un titolo sulla
terra di qualche amico, e sarai tu pure titolato, come tanti altri[83].
Perciò attendi, figlio mio, ché ogni cosa ha capo, e chi non comincia,
non continua».

«Lascia fare a me — rispose Nardiello, — ché ora farò il conto mio e
tutto deve andare a regola e misura».

«Cosí ti voglio», replicò il padre; e gli sborsò i tornesi.

Nardiello s’avviò alla volta della fiera; ma non era ancora arrivato
alle acque del Sarno[84], quando, in un bel boschetto d’olmi, a pié
di un sasso che, per rimedio di un flusso perpetuo d’acqua fresca,
s’era attorniato di fronde d’ellera, vide una fata, che giocherellava
con uno scarafaggio, il quale suonava di tal maniera una chitarretta
che, se l’avesse udita uno spagnuolo, l’avrebbe detta «cosa superbiosa
e grandiosa»[85]. Si fermò incantato Nardiello ad ascoltare, dicendo
che avrebbe pagato una pupilla degli occhi suoi per possedere un
animaletto cosí virtuoso; e la fata gli rispose che, se avesse pagato
cento ducati, glie l’avrebbe dato. «Non potevi chiedermeli in momento
piú opportuno — replicò Nardiello, — ché li ho pronti e lesti»; e le
gittò in grembo i cento ducati, prendendosi lo scarafaggio in una
scatoletta[86].

Stretta questa sotto il braccio, corse al padre, pieno di una grande
allegria che gli saliva su dai malleoli, gridando: «Ora vedrai, messere
mio, se io sono uomo d’ingegno, e se so fare il fatto mio; perché,
senza straccarmi ad andare fino alla fiera, ho trovato a mezza strada
la fortuna mia, e per cento ducati ho avuto questo gioiello!».

Il padre, udendo questo parlare e vedendo la scatoletta, tenne per
certo che il figlio avesse acquistato qualche monile di diamanti; ma,
aperta la cassettina e visto lo scarafaggio, la vergogna del dispetto
e il dolore dell’interesse furono due mantici che lo fecero gonfiare
come un rospo. Nardiello voleva narrare le virtù dello scarafaggio; ma
non gli fu possibile pronunziare una parola, interrotto dal padre, che
diceva: «Sta’ zitto, tura, chiudi questa bocca, tappa; non fiatare,
razza di mulo, giudizio di cavallo, testa d’asino, e, sull’istante
stesso, riporta lo scarafaggio a chi te l’ha venduto. Eccoti altri
cento ducati: comprane tante giovenche, e torna subito qui; e bada che
non ti accechi il diavolo, ché ti fo mangiare le mani coi denti».

Nardiello, presi i denari, si avviò verso la torre di Sarno[87], e,
giunto al medesimo luogo di prima, trovò un’altra fata, che scherzava
con un topo, il quale faceva le piú belle mutanze di ballo che mai si
potessero vedere. Stette per un pezzo a bocca aperta a contemplare i
dainetti[88], gli atteggiamenti, le capriole, le puntate e le corse di
quest’animale, ed ebbe a strasecolare; e, infine, domandò alla fata
se glielo vendeva, ché le avrebbe dato cento ducati. La fata accettò
la proposta, e, presi i pezzi d’argento, gli consegnò il topo in
una scatola; e Nardiello, tornato a casa, mostrò la bella compra al
disgraziato Miccone, che fece cose d’inferno, sbattendosi come un polpo
colpito, sbuffando come un cavallo capriccioso; e, se non era per un
compare che si trovò presente allo scontro, gli avrebbe preso bene la
misura della gobba. In ultimo, il padre, che era arrabbiato sul serio,
gli consegnò altri cento ducati e gli disse: «Avverti a non farne piú
delle tue, ché la terza volta non te la cavi. Va’, dunque, a Salerno, e
compra le giovenche, ché, per l’anima dei morti miei, se tu la sbagli,
povera la mamma che ti ha messo al mondo!».

Nardiello, con la testa bassa, s’avviò alla volta di Salerno, e,
pervenuto al luogo solito, trovò una terza fata, che si divertiva con
un grillo, il quale cantava cosí dolcemente che faceva addormentare
la gente. All’ascoltare la nuova sorta d’usignuolo, egli ebbe subito
voglia di stringere mercato, e, accordatisi per cento ducati, se lo
mise in una gabbietta formata di una zucca lunga vuotata e coperta di
fuscelli, e se ne tornò al padre. Il quale, quando vide questo terzo
cattivo servizio, uscí dai gangheri affatto, dié di mano a un randello
e lo conciò meglio di come avrebbe fatto Rodomonte.

Quando poté sguizzargli dalle branche, Nardiello prese le tre bestiole
e sfrattò dal paese, trottando alla volta di Lombardia. Era colà un
gran re, chiamato Cenzone, che aveva una figlia unica, chiamata Milla,
la quale, per una certa infermità, era caduta in tanta malinconia, che
per lo spazio di sette anni continui non si era piú veduta ridere.
Disperato il padre, dopo avere provato mille rimedî e speso il cotto
e il crudo, fece gittare un bando che l’avrebbe data per moglie a
chi avesse saputo moverla a riso. E Nardiello, che udí questo bando,
ebbe capriccio di tentare la sua sorte, e, andato innanzi a Cenzone,
s’offerse di farla ridere. Quel signore gli disse: «Sta’ in cervello,
camerata, ché, se poi la cosa non ti riesce, ci andrà di mezzo la forma
del tuo cappuccio»[89]. «Vada la forma e la scarpa — replicò Nardiello,
— ché io mi ci voglio provare, accada quel che voglia accadere».

Il re fece chiamare la figlia e, sedutisi entrambi sotto un
baldacchino, Nardiello cavò dalla scatola i tre animaletti, che
suonarono, ballarono e cantarono con tanta grazia e con tanti vezzi che
la principessa scoppiò a ridere. Ma pianse il re dentro il suo cuore,
perché, in virtú del bando, si vedeva costretto a dare il gioiello
delle femmine a colui ch’era la feccia degli uomini. Tuttavia, non
potendo tirarsi indietro dalla promessa, disse a Nardiello: «Io ti
do mia figlia e lo stato per dote, ma col patto, che se tu, fra tre
giorni, non consumi il matrimonio, io ti fo divorare dai leoni». «Non
ho paura — disse Nardiello, — ché in tre giorni son uomo da consumare
il matrimonio, tua figlia e tutta la casa tua. Adagio, ché andremo,
come disse Carcariello[90]: alla prova si conoscono i cocomeri»[91].

Celebrata la festa nuziale e venuta la sera, quando il Sole è portato
come mariuolo con la cappa sul capo alle carceri dell’occidente, gli
sposi andarono a letto. Ma il re maliziosamente fece dar l’oppio a
Nardiello, sicché egli russò tutta la notte. Cosí fu gittato nel
serraglio dei leoni.

In quel luogo Nardiello, vedendosi agli estremi, aprí la scatola degli
animali, dicendo: «Poiché la sorte mia mi ha trascinato con un triste
carro a questo doloroso passo, non potendo non lasciarvi, o belli
animali miei, io vi fo franchi, affinché possiate andare dove vi pare e
piace».

Gli animali, appena liberati, cominciarono a eseguire tante bagattelle
e giocherelli, che i leoni rimasero come statue. E a Nardiello, che
era già con lo spirito ai denti, il topo parlò cosí: «Allegramente,
padrone, che, sebbene tu ci abbi data la libertà, noi ti vogliamo
essere piú schiavi che mai, perché ci hai cibati con tanto amore e
conservati con tanta affezione, e in ultimo ci hai dato segno di tanta
tenerezza con l’affrancarci. Non dubitare: chi bene fa, bene aspetta;
fa’ bene e scordatene. Ma sappi che noi siamo fatati; e, per mostrarti
fino a qual grado possiamo e valiamo, vienici dietro, ché esci da
questo pericolo».

E, avviandosi Nardiello dietro di lui, il topo fece subito un pertugio,
grande che potesse passarvi un uomo, per il quale, con una salita a
scalini, lo condussero sopra in salvo. Di là lo menarono a un pagliaio,
dove gli dissero che comandasse loro tutto quello che desiderava,
perché non avrebbero lasciato cosa alcuna per dargli gusto. «Il mio
gusto sarebbe — rispose Nardiello — che, se il re ha dato un altro
marito a Milla, mi faceste il gran piacere di non far consumare il
matrimonio, perché sarebbe come consumare questa mia sventurata vita».
«Questo e niente è tutt’uno — risposero gli animali; — sta’ di buon
animo e aspettaci in questa capanna, ché ora trarremo fuori il fracido».

Andarono, dunque, alla corte, e là trovarono che il re aveva maritato
la figlia a un gran signore tedesco[92], e che quella sera stessa si
manometteva la botte. Gli animali penetrarono destramente nella camera
degli sposi e attesero che, terminato il banchetto, quando la Luna esce
a pascere di rugiada le gallinelle[93], essi venissero a coricarsi. E
poiché lo sposo aveva caricato la balestra e preso carta soverchia[94],
appena si ficcò sotto le lenzuola, si addormentò e parve che giacesse
scannato. Lo scarafaggio, che sentí il russare dello sposo, se ne salí
pian piano pel lembo del padiglione e s’introdusse lesto nell’ano dello
sposo, servendogli da supposta in tal forma, e sturandogli in tal
maniera il corpo, che poté dire col Petrarca:

    d’amor trasse indi un liquido sottile[95].

La sposa, che intese lo strepito di tale dissenteria,

    l’aura, l’odore, il refrigerio e l’ombra[96],

svegliò il marito, che, visto con quale profumo aveva dato incenso
all’idolo suo, ebbe a morir di vergogna e a scoppiare di collera.
E, levatosi dal letto e fatto un bucato a tutta la persona, mandò a
chiamare i medici, che attribuirono la causa di tale disgrazia al
disordine commesso nel banchetto.

La sera dopo, si consigliò coi suoi camerieri, che furono tutti di
parere che, per rimediare a qualche nuovo inconveniente, s’imbragasse
di buoni panni; e, ciò eseguito, s’andò a coricare e di nuovo
s’addormentò subito. Lo scarafaggio, che si rimise al lavoro per
fargli il secondo dispetto, questa volta trovò serrati i passi; onde,
malcontento, ritornò ai compagni, informandoli che Io sposo s’era
fatto riparo di bende, argine di falde e trincee di stracci. Il topo,
ciò udito, gli disse: «Vieni con me, e vedrai se sono buon guastatore
a farti la spianata». E, giunto sulla faccia del luogo, cominciò
a rosicchiare i panni e a lavorare un buco a livello dell’altro,
per dove, entrando lo scarafaggio, gli somministrò un’altra cura
medicinale, di maniera che colui fece un mare di liquido topazio[97] e
gli arabici fumi infettarono il palazzo. Si svegliò l’ammorbata sposa,
e, visto al lume della lampada il diluvio cedrino, che aveva cangiato
le lenzuola di Olanda in tabí di Venezia giallo ondato[98], turandosi
il naso, fuggí alla camera delle donzelle. E il misero sposo, chiamando
i camerieri, recitò una lunga lamentazione della disgrazia sua, che
con cosí lubrico fondamento aveva cominciato a costruire le grandezze
della sua casa. I familiari lo confortarono, consigliandogli di stare
bene attento la terza notte, e gli narrarono l’aneddoto del malato
sparacoreggie e del medico mordace, che, lasciandosi il malato sfuggire
uno sparo, gli disse, favellando da letterato: _Sanitatibus_; e,
seguendone un altro, replicò: _Ventositatibus_; ma, continuando con un
terzo sparo, quegli spalancò grande la bocca, e disse: _Asinitatibus_!
Perciò, se il primo lavoro di musaico, fatto nel letto nuziale, era
stato attribuito al disordine del mangiare, il secondo al cattivo stato
dello stomaco, pel quale gli si era sommosso il corpo, il terzo sarebbe
stato imputato a natura cacaiola, ed egli sarebbe scacciato a puzzo e a
vergogna. «Non dubitate — disse lo sposo, — ché questa notte, dovessi
crepare, voglio star sempre vigile, non lasciandomi vincere dal sonno;
e, oltre di ciò, penseremo al rimedio che si può usare per otturare il
condotto maestro, affinché non mi si dica:

    Tre volte cadde ed alla terza giacque!»[99].

Con tale appuntamento, quando si fu alla terza notte, cangiati camera
e letto, lo sposo chiamò i camerieri, domandando loro consiglio circa
l’otturamento del corpo, che non gli facesse la terza burla: perché,
quanto allo stare sveglio, non lo avrebbero addormentato tutti i
papaveri che sono al mondo. Era tra quei servitori un giovane che
si dilettava dell’arte del bombardiere; e, poiché ognuno tratta del
mestiere proprio, consigliò allo sposo di mettersi un tappo di legno
come si usa ai mortaretti. Fu foggiato l’oggetto e adattato saldo come
andava; e lo sposo si coricò, non osando toccar la sposa, per timore,
in quello sforzo, di guastare l’invenzione, e non chiuse occhio per
tenersi pronto a ogni movimento dello stomaco.

Lo scarafaggio, che non vedeva addormentarsi lo sposo, disse ai
compagni: «Oimè, questa è la volta che resteremo scornati, e l’arte
nostra non ci varrà a nulla: lo sposo non dorme e non mi dà modo di
continuare l’impresa». «Aspetta — disse il grillo, — ché ora ti servo».
E, prendendo a cantare dolcemente, fece addormentare lo sposo. Corse
allora lo scarafaggio per praticare la solita siringa; ma, trovata
chiusa la porta e sbarrata la strada, tornò disperato e confuso ai
compagni, riferendo quel che gli era incontrato. Il topo, che non aveva
altro fine che di favorire e contentare Nardiello, immediatamente
andò alla dispensa, e, odorando di vaso in vaso, s’imbattette in un
alberello di mostarda di senapa: vi stropicciò la coda e, tornato di
corsa, ne unse le narici dello sciagurato tedesco. Subito questi prese
a starnutire, e cosí forte fu uno starnuto che il tappo scattò via con
violenza, e, trovandosi lo sposo con la schiena rivolta alla sposa, la
colpí in mezzo al petto cosí furiosamente che l’ebbe ad ammazzare.

Alle strida della figliuola accorse il re, domandando che cosa fosse
successo; ed essa disse che le era stato sparato un petardo al petto.
Si maravigliò il re di questa sciocchezza marchiana, che con un petardo
nel petto essa potesse parlare; e, alzate le coperte e le lenzuola,
trovò il getto di crusca e il tappo del mortaretto, che aveva fatto un
buon livido alla sposa: sebbene non si possa dire che cosa le recasse
maggior danno, se il puzzo della polvere o il colpo della palla.

Il re, veduto il sudiciume e appreso che era la terza liquidazione di
strumento, da colui a quel modo eseguita, lo scacciò dal territorio
del suo regno; e, considerando che tutto questo gli era accaduto per
la crudeltà usata al povero Nardiello, se ne dava pugni al petto. Ma,
mentre pentito del male che aveva commesso, spargeva il suo lamento,
gli si fece innanzi lo scarafaggio e gli disse: «Non vi disperate,
perché Nardiello è vivo, e, per le sue buone qualità, merita di essere
genero di vostra magnificenza; e, se vi contentate che venga, lo
manderemo a chiamare». «Oh sii il benvenuto per questa buona novella
che mi porti, bello animale mio! Tu mi hai dato la vita; tu mi hai
levato da un mare di affanni, perché mi sentivo un rimorso al cuore
pel torto fatto a quel povero giovane. Fammelo venire, ché voglio
abbracciarlo come figlio e dargli mia figlia per moglie».

Udito questo, il grillo saltellon saltellone andò alla capanna ove si
tratteneva Nardiello, e, raccontatogli tutto l’accaduto, lo condusse
al palazzo reale, dove fu incontrato e baciato dal re, ed ebbe Milla
per moglie. Nel tempo stesso, per la fatagione che gli dettero quegli
animali, diventò un bel giovane; e, mandato a chiamare il padre dal
Vomero, rimasero insieme felici e contenti, provando, dopo mille stenti
e mille affanni, che

    accade piú in un’ora che in cent’anni.




TRATTENIMENTO SESTO

BELLUCCIA[100]


  Belluccia, figlia di Ambruoso della Barra, per essere stata
  obbediente al padre con l’accontentarlo, e per essersi comportata
  accortamente in ciò che le era stato comandato, si marita
  riccamente con Narduccio, primogenito di Biasillo Guallecchia, ed è
  cagione che le altre sorelle poverelle siano dal medesimo dotate e
  date per mogli agli altri figli suoi.

Non tanto lo sciagurato sposo ebbe a imbrattarsi con mandar fuori quel
diluvio dal ventre, quanto tutti gli ascoltatori si scompisciarono
dalle risa all’udire la burla che a colui usò il topo; e il riso
sarebbe durato fino alla mattina appresso, se il principe non l’avesse
fatto cessare perché si desse orecchio a donna Antonella, la quale, già
pronta a chiacchierare, cominciò con questo ragionamento:

L’ubbidienza è una mercanzia sicura, che fa guadagno senza rischio,
ed è possesso tale che in ogni stagione produce frutto. E questo
vi proverà la figlia di un povero contadino, la quale, per essersi
dimostrata obbediente al padre, non solo aprí la strada alla buona
sorte sua stessa, ma a quella delle altre sorelle, che, per merito suo,
furono riccamente maritate.

C’era una volta al casale della Barra[101] un uomo rustico chiamato
Ambruoso, ch’era padre di sette figlie femmine, e tutto ciò che
possedeva per mantenerle all’onore del mondo consisteva in una selvetta
di agli. Aveva quest’uomo dabbene grande amicizia con un riccone di
Resina, Biasillo Guallecchia, padre di sette figli maschi, dei quali il
primogenito, Narduccio[102], che era il suo occhio diritto, gli cascò
malato, e non si trovava rimedio a quel male, sebbene la borsa stesse
sempre aperta.

Un giorno che Ambruoso venne a visitarlo, Biasillo gli domandò quanti
figli avesse; e quello, vergognandosi di dire che aveva fatto innesto
di tante femminucce gli rispose: «Ho quattro maschi e tre femmine». «Se
è cosí, — replicò Biasillo, — mandami uno di cotesti figli tuoi a tener
conversazione con mio figlio, ché mi farai un piacere grande».

Ambruoso, che si vide preso in parola, non seppe che cosa rispondere
e si restrinse ad acconsentire con un cenno del capo. Ma, tornato
alla Barra, entrò in una malinconia da morire, non scorgendo modo di
adempiere all’impegno preso con l’amico. In ultimo, chiamando una per
una le figliuole, a cominciare dalla piú grande scendendo alla piú
piccola, domandò quale di loro si sarebbe contentata di tagliarsi i
capelli, vestirsi da uomo e fingersi maschio per tenere conversazione
col figlio di Biasillo, che stava ammalato.

Subito la figlia piú grande, Annuccia, rispose: «O che forse m’è morto
il padre, che debbo tagliarmi le trecce?».

E Nora, la seconda: «Ancora non mi sono maritata, e già mi vuoi vedere
vedova rasa?»[103].

E la terza, Sapatina: «Ho sempre udito dire che le donne non debbono
portar brache».

E Rosa, la quarta: «Marragnao! non mi ci peschi! Tu vai in cerca di
quel che gli speziali non hanno in bottega per trattenimento di un
malato».

La quinta, Cianna: «Di’ a cotesto malato che si metta una supposta e si
salassi, ché io non darei un capello dei miei per cento fili della vita
di un uomo».

La sesta, Leila: «Io sono nata femmina, vivo da femmina, e non voglio,
col travestirmi in uomo falso, perdere il nome di buona femmina».

Ma l’ultima covacenere[104], che era Belluccia, vedendo che il padre a
ogni risposta delle sorelle gettava un dolente sospiro, gli disse: «Se
per renderti servigio non basta che io mi mascheri da uomo, mi cambierò
anche in animale, e voglio farmi tra le tue dita come un pizzico, pur
di darti piacere».

«Oh, sii benedetta! — disse Ambruoso: — tu mi rendi la vita in
cambio del sangue che t’ho dato. Orsù, non perdiamo tempo: al tornio
si foggiano le trottole». — Cosí, tagliati quei capelli, che erano
funicelle dorate degli sbirri di amore, e procacciatole un abituccio
strappato da uomo, la menò a Resina, dove fu ricevuta da Biasillo e dal
figlio, che giaceva a letto, con le maggiori carezze del mondo.

Partito Ambruoso, Belluccia rimase a servire il malato, il quale,
vedendo tralucere da quegli stracci una bellezza da far girare la
testa, e mirandola e rimirandola e squadrandola tutta, disse tra se
stesso: «Se io non ho le traveggole agli occhi, questa conviene che sia
donna: la delicatezza del volto la accusa, il parlare lo conferma, il
modo di camminare l’attesta, il cuore me lo dice, Amore me lo rivela.
È donna, senz’altro; e sarà venuta con questo stratagemma dell’abito
maschile a tendere un’imboscata al mio cuore».

Profondandosi tutto in siffatto pensiero, la malinconia crebbe
tanto che gli aggravò la febbre e i medici lo ritrovarono in tristi
condizioni. Onde la madre, che ardeva d’amore per lui, prese a dirgli:
«Figlio mio, lanterna di questi occhi, gruccia e molle[105] della
vecchiezza mia, che vuol dir questo che, invece di riprendere forza,
scàpiti in salute? È possibile che voglia tenere sconsolata la povera
mamma tua, senza dirle la causa del tuo male perché possa apportarvi
rimedio? Dunque, gioiello mio, parla, apriti, sfoga, svapora, dimmi
netto che cosa ti bisogna, quello che tu desideri; e lascia fare a
Cola, che non mancherò di darti tutti i gusti del mondo».

Narduccio, incoraggiato da queste buone parole, si lasciò andare a
effondere la passione dell’animo suo, dicendo come teneva per certo che
quel figlio d’Ambruoso fosse una donna, e che, se non gli era data in
moglie, era proprio risoluto a troncare il corso della sua vita.

«Piano! — disse la mamma — ché, per dar pace al tuo cervello, vogliamo
fare qualche prova per iscoprire se è femmina o maschio, se è campagna
rasa o arbustata[106]. Facciamolo scendere alla stalla e cavalcare
qualche poliedro di quelli che sono colà, il piú selvaggio, perché,
se sarà femmina, le femmine sono di poco spirito e la vedremo filare
sottile[107], e subito avremo fatto scandaglio di cotesti pesi».

Piacque al figlio il pensiero e fece andar giù Belluccia alla stalla,
dove le consegnarono una mala bestia di polledro. Ma essa, insellatolo
e saltatavi sopra, con un coraggio da leone, cominciò a fare passeggi
da stupire, bisce da stordire, ruote da maravigliare, salti da mandare
in estasi, corvette dell’altro mondo, carriere da uscir dai panni. E
la madre disse a Narduccio: «Togliti, figlio mio, cotesta frenesia dal
capo! Prova: vedi questo giovane piú saldo a cavallo che non il piú
vecchio consuma-selle[108] di Porta Reale»[109].

Non per questo Narduccio si tolse quel pensiero, ma persisté a dire che
quella, a ogni modo, era donna, e non gliel’avrebbe levato di testa
neppure Scannarebecco[110]. La madre, per calmare l’agitazione in cui
lo vedeva, gli disse: «Adagio a’ mali passi![111]. Passeremo alla
seconda prova per chiarirti». E, fatto venire uno schioppo, chiamarono
Belluccia, e le dissero di caricarlo e spararlo. Quella, togliendo in
mano l’arma, mise la polvere di archibugio nella canna dello schioppo,
e la polvere di zanni[112] nel corpo di Narduccio; mise la miccia alla
serpentina e il fuoco al cuore dell’infermo; e, scaricando il colpo,
caricò il petto dello sventurato di desideri amorosi.

La madre, che vide la grazia, la destrezza, l’attillatura con cui quel
giovane aveva sparato, disse a Narduccio: «Lévati da quest’angoscia,
e considera che una donna non può far tanto». Ma Narduccio, litigando
sempre, non si poteva dar pace e avrebbe messo pegno la vita che quella
bella rosa era priva di bottone, e diceva alla mamma: «Credimi, mamma
mia, che, se quel bell’albero della grazia d’amore darà solo un fico a
questo malato, il malato farà le fiche al medico. Perciò, vediamo di
venire, con ogni mezzo, alla certezza; altrimenti, io me ne andrò a
distruzione, e, per non trovare la strada di una fossa, me ne scenderò
in un fosso».

La misera madre, che lo vide piú che mai ostinato puntare i piedi e
seguitare a battere con la lingua, gli disse: «Te ne vuoi chiarire
meglio? Menalo con te a nuotare; e qui si vedrà se è Arco Felice[113] o
intruglio di Baia[114], se è Piazza Larga o Forcella[115], se è Circo
massimo o Colonna Traiana». «Bravo! — rispose Narduccio: — non c’è
che dire; hai còlto nella punta. Oggi si vedrà se è spiedo o padella,
matterello o crivello, fùsolo o bossolo»[116].

Belluccia, che odorò la faccenda, andò a chiamar subito un garzone
del padre, che era assai furbo e astuto, al quale dié l’istruzione
che, come la vedesse alla marina sul punto di svestirsi, accorrendo
le portasse la notizia, che il padre suo stava gravemente ammalato e
voleva rivederla prima che la trottola della vita gli si arrestasse.
Ciò fu eseguito puntualmente; ed erano appena Narduccio e Belluccia
giunti alla spiaggia e davano mano a svestirsi, quando il garzone
sopravvenne e fece l’imbasciata, servendola del primo taglio. E
Belluccia, udito quell’annunzio, chiese licenza a Narduccio e si avviò
verso Barra[117].

Il malato tornò alla madre con la testa bassa, gli occhi stravolti,
il colore gialliccio e le labbra smorte, e le disse che la cosa era
andata contr’acqua, e, per la disgrazia accaduta, non si era potuta
fare l’ultima prova. «Non disperarti — rispose la mamma, — ché bisogna
prendere la lepre col carro[118]. Andrai, dunque, per le corte alla
casa d’Ambruoso, e, chiamando il figlio, secondo che scenderà presto o
tarderà, ti avvedrai dell’insidia e scoprirai l’intrigo».

A queste parole, le guance di Narduccio, che s’erano imbiancate,
tornarono a colorirsi di rosso; e la mattina seguente, quando il Sole
mette mano ai raggi e scaccia con alterigia le stelle, andò difilato
alla casa d’Ambruoso, e, chiamato costui, gli disse che gli bisognava
parlare di cose importanti al figlio. Ambruoso si vide a mal partito;
tuttavia, rispose che aspettasse un momento, ché l’avrebbe fatto
scendere subito. E intanto Belluccia, per non essere trovata col
delitto in genere[119], si spogliò gonnella e corpetto, si mise il
vestito da uomo, e si precipitò per le scale; ma fu tanta la fretta,
che dimenticò di levarsi gli anelletti dalle orecchie.

Narduccio corse subito con lo sguardo a quegli anelletti, e, come
dalle orecchie dell’asino si conosce il cattivo tempo, cosí egli dalle
orecchie di Belluccia ebbe indizio della serenità che tanto desiderava.
Onde l’afferrò forte, come cane corso, e le disse: «Veglio che tu
mi sii moglie, a dispetto dell’invidia, a dispetto della fortuna, a
dispetto anche della morte!».

Ambruoso, che udí questo buon volere, rispose: «Pur che tuo padre sia
contento, esso con una mano ed io con cento!». E cosí tutti d’accordo
andarono alla casa di Biasillo, dove madre e padre, a vedere il figlio
sano e contento, accolsero con piacere fuor dell’ordinario la nuora.
E, volendo sapere da Ambruoso per quale ragione avesse fatto coteste
gherminelle di mandarla vestita da uomo, e appreso che era stato per
ritegno di confessare che aveva messo al mondo sette figlie femmine,
Biasillo[120] disse: «Poiché il Cielo ha dato a te tante figlie
femmine e a me altrettanti maschi, affé, vogliamo fare un viaggio e
sette servizî. Va’, conducile tutte in questa casa, e io le voglio
dotare, ché, grazie al Cielo, ho agresta[121] che basta per tanta
fragaglia»[122].

Ambruoso, a queste parole, si mise l’ali per andar a prendere le altre
figlie e menarle a casa di Biasillo, dove si fece una festa con sette
sposalizî, e le musiche e i suoni andarono fino al settimo cielo; e,
restando tutti allegramente, si vide chiaro che

    non tardarono mai grazie divine.




TRATTENIMENTO SETTIMO

CORVETTO


  Corvetto, invidiato per le sue virtuose qualità dai cortigiani
  del re, è mandato a diversi pericoli, ne esce con grande onore a
  maggior dispetto dei suoi nemici, e gli è data, infine, l’infanta
  per moglie.

Avevano gli uditori preso tanto interessamento alla persona di
Belluccia che, quando la videro maritata, ne furono cosí lieti e
festanti come se quella giovinetta fosse uscita dalle reni loro. Ma il
desiderio di ascoltare Ciulla pose tregua all’applauso e gli orecchi
rimasero sospesi al moto delle labbra di costei, che cosí parlarono:

Udii narrare una volta che Giunone, per trovare la Bugia, andò a
Candia[123]. Ma se uno mi domandasse dove veramente possa trovarsi
l’infingimento e l’impostura, io non saprei insegnargli altro luogo che
la corte, dove sempre si giuoca alle maschere, e la mormorazione fa
da Trastullo, la maldicenza da Graziano, il tradimento da Zanni e la
furfanteria da Pollicinella[124]; dove, a uno stesso tempo, si punge e
si unge, si spezza e s’incolla. Di ciò vi mostrerò solo un ritaglio col
racconto che sto per farvi sentire.

C’era una volta al servigio del re di Fiumelargo un giovane molto
dabbene, chiamato Corvetto, che, pei suoi buoni comportamenti tenuto
in cuore dal padrone, era per la stessa causa odiato e mal digerito
da tutti i cortigiani. Pipistrelli d’ignoranza, essi non potevano
mirare il lustro della virtú di Corvetto, il quale a danaro contante di
buone azioni si comperava la grazia del signore. Le aure dei favori,
che gli largiva il re, erano scirocco all’ernia di quegli schiattanti
d’invidia; talché non facevano altro, per tutti i cantoni del palazzo
e a tutte le ore, che mormorare, susurrare, bisbigliare, brontolare,
borbottare e sforbiciare addosso a questo pover’uomo, dicendo: «Quale
fattucchieria ha gettata sul re quest’animalone, da farsi cosí ben
volere? Quale fortuna la sua, che non passa giorno che non abbia
qualche aggiunta di favori? E noi sempre andiamo indietro, come coloro
che tirano la fune, e sempre scapitiamo di condizione! Eppure serviamo
come cani; eppure sudiamo come zappatori e corriamo come daini per
imbroccare a perfezione il gusto del re. Veramente bisogna nascere
fortunati a questo mondo, e chi non ha ventura si gitti a mare: in
ultimo, gli tocca vedere e crepare».

Queste e altre parole uscivano dall’arco della bocca loro, ed erano
frecce avvelenate, che andavano al bersaglio della rovina di Corvetto.
Oh misero chi è condannato all’inferno della corte, dove le lusinghe
si vendono a quadretti[125] e i mali ufficî si misurano a tomoli e i
tradimenti si pesano a cantari! Ma chi può dire la quantità di bucce di
cocomero, che gli posero sotto i piedi per farlo sdrucciolare?[126].
Chi può descrivere il sapone delle falsità, che spanderono sulla scala
delle orecchie del re, affinché il povero giovane capitombolasse e si
rompesse la nuca del collo? Chi può narrare le fosse d’inganni, scavate
dentro il cervello del padrone, coperte dalle frasche di buon zelo,
perché quegli vi precipitasse al fondo?

Ma Corvetto era fatato, e vedeva i tranelli e scopriva i trabocchetti,
e conosceva le matasse, e s’accorgeva degl’imbrogli, delle insidie,
delle trappole, delle tagliuole, delle trame e delle furfanterie degli
avversarî; e stava sempre con gli orecchi tesi e con gli occhi aperti
per non smarrire il filo, sapendo che la fortuna dei cortigiani è di
vetro. Pure, quanto piú continuava questo giovane a salire, tanto
maggiore era la discesa di malumore[127] negli altri, che, non sapendo
in ultimo con qual mezzo levarselo dai piedi, dacché le maldicenze
intorno a lui non acquistavano fede, pensarono di condurlo per la
strada delle lodi a un precipizio e spingervelo giú (arte inventata a
casa calda[128] e perfezionata nella corte); e questo tentarono nel
modo che ora dirò.

Stava a dieci miglia dalla Scozia, che era la sede di questo re,
un orco, il piú bestiale e selvatico che fosse mai nell’orcheria.
Perseguitato dal re, costui si era fortificato in un bosco avviluppato
sopra una montagna, che non vi volavano nemmeno gli uccelli, e tanto
intricato che non poteva mai ricevere la visita del Sole. Aveva
quest’orco un bellissimo cavallo, che pareva fatto col pennello, e al
quale, tra le altre bellezze, non mancava neppure la parola, perché,
per fatagione, parlava come noi altri.

Ora i cortigiani, che sapevano quanto malvagio fosse quell’orco,
quant’aspro il bosco e quanto alto il monte, e quanto difficile
prendere il cavallo, si misero attorno al re, contandogli minutamente
le perfezioni di quest’animale, e che era cosa degna di re, e perciò
doveva procacciare per ogni via e maniera di toglierlo dalle branche
dell’orco; e che da questa impresa Corvetto sarebbe stato capace di
cavar le mani, come giovane esperto e atto a tirarsi fuori dal fuoco.
Il re, che non sapeva che sotto i fiori di queste parole giaceva il
serpente, fece venire subito a sé Corvetto e gli disse: «Se mi vuoi
bene, vedi d’avere per ogni modo il cavallo dell’orco, mio nemico; ché
ti chiamerai contento e consolato d’avermi reso questo servigio».

Corvetto, quantunque conoscesse che questo tamburo era suonato da chi
gli voleva male, pure, per obbedire al re, s’avviò verso la montagna,
e, penetrando quatto quatto nella stalla dell’orco, sellò il cavallo,
e, montatovi coi piedi forti nella staffa, prese la via dell’uscio.
Il cavallo, vedendosi spronare fuori del palazzo, gridò: «All’erta,
ché Corvetto mi porta via!». Al grido, scese l’orco con tutti gli
animali che lo servivano, e di qui vedevi un gatto mammone, di là un
orso del principe[129], da questa parte un leone, da quella un lupo,
da quell’altra un lupo mannaro, per ridurlo a brani. Ma il giovane,
a forza di buone tirate di briglia, s’allontanò dalla montagna, e,
galoppando verso la città, giunse alla corte. Qui, al presentare
ch’egli fece il cavallo, il re lo abbracciò con maggiore tenerezza che
se gli fosse stato figlio, e, posta la mano a una borsa, gli empí le
palme di patacconi. Fu questa una buona giunta di rabbia al vestito
dell’invidia dei cortigiani; e, dove prima si gonfiavano con la
cannella, ora crepavano a soffiate di mantici, vedendo che i picconi,
coi quali si pensavano di sfabbricare la buona sorte di Corvetto,
servivano invece a spianargli la strada per il maggior utile suo.

Tuttavolta, sapendo che non al primo urto di macchina bellica si rompe
la muraglia, vollero tentar la seconda fortuna, e dissero al re: «Sia
con la buon’ora il bel cavallo, che veramente sarà l’onore della stalla
reale! Cosí aveste voi il paramento dell’orco, che è una cosa che non
si può dire: la fama vostra potrebbe andare per le fiere! E nessun
altro può accrescere di questa ricchezza il tesoro vostro, se non
Corvetto, che ha una mano fatta apposta per questa sorta di servigi».

Il re, che ballava a ogni suono, e di cotesti frutti, amari bensí ma
inzuccherati, mangiava solo la corteccia, chiamò Corvetto e lo pregò
di fargli avere il paramento dell’orco. E Corvetto non replicò parola,
ma in quattro salti fu alla montagna dell’orco, ed entrato senz’esser
visto nella camera in cui quello dormiva, si nascose sotto il letto ed
aspettò accovacciato fin all’ora in cui la Notte, per dar da ridere
le stelle, fa un libro di carnevale[130] in faccia al Cielo. E, dopo
che l’orco e la moglie si furono coricati, egli staccò zitto zitto
il paramento della camera; e, volendo portarsi via anche la coltre,
cominciò a tirarla dal letto pian piano. Si svegliò l’orco e disse alla
moglie che non tirasse tanto perché lo scopriva tutto e gli avrebbe
fatto venire qualche mal di ventre. «Anzi tu scopri me, — rispose
l’orca, — ché non mi è rimasto niente addosso». «Dove diamine è andata
la coperta?» — replicò l’orco, e, cercando con la mano verso terra,
toccò la faccia di Corvetto. «Il monachetto, il monachetto! — si mise
allora a gridare: — genti, candele, accorrete!». A queste voci, tutta
la casa fu sossopra. Ma Corvetto, che aveva gettato i drappi dalla
finestra, si lasciò cadere sopr’essi, e, fattone un bel fardello,
trottò alla volta della città. E non si possono dire le carezze che
gli usò il re, e il dispetto che ne provarono i cortigiani, i quali
scoppiavano dai fianchi.

Con tutto ciò, fecero pensiero di dare addosso a Corvetto con la
retroguardia delle loro bricconerie. Era il re tutto gioioso pel
piacere di possedere quei paramenti, i quali, oltre ad essere di
seta ricamati d’oro, portavano istoriate piú di millanta imprese di
varî capricci e pensieri[131]; e, tra gli altri, se mal non ricordo,
un gallo in atto di cantare per l’Alba che sorgeva, con un motto in
toscano: «Sol ch’io ti miri»[132]; e cosí anche un fiore elitropio
afflosciato, con un motto parimente toscano: «Al cader del sole»[133];
e tanti e tanti altri, che ci vorrebbe assai piú memoria e assai piú
tempo a contarveli tutti. Avendo, dunque, i cortigiani trovato il re
lieto e giubilante, gli dissero: «Corvetto ha fatto tante e cosí belle
imprese in vostro servigio, che non sarebbe un granché se, per farvi
un piacere segnalato, vi facesse avere il palazzo stesso dell’orco,
che è degna stanza d’un imperatore, e, anzi, ha un numero cosí
immenso di camere dentro e fuori, che può starvi un intero esercito,
e non riuscireste a immaginare quanti sono i cortili, i supportici,
le loggette, i gaifi[134], le latrine a caracò[135] e le ciminiere
costruite in tufo, con tanta architettura, che l’arte vi si picca, la
natura cede vinta e lo stupore vi sguazza».

Il re, che aveva cervello prolifico che subito s’ingravidava, manifestò
a Corvetto il desiderio che gli era nato del palazzo dell’orco, e che
ai tanti gusti che gli aveva dati facesse quest’aggiunta, ché l’avrebbe
scritta col carbone dell’obbligo nell’osteria della memoria[136]. E
Corvetto, ch’era uno zolfanello e faceva cento miglia l’ora, si mise
subito le gambe addosso e pervenne al palazzo dell’orco.

L’orca aveva allora partorito e aveva fatto un bell’orchicello; e il
marito era uscito a convitare i parenti, mentre la puerpera, levatasi
di letto, tutta si affaccendava a preparare il pranzo. Corvetto,
entrato con una faccia da martello, disse: «Ben trovata, magna femmina!
Bella massara mia, e perché rovinare cosí la tua salute? Ieri hai
partorito, e ora t’affatichi tanto, e non hai compassione delle carni
tue». «Che vuoi ch’io faccia, — rispose l’orca — se non ho chi mi
aiuta?». «Sono qua io — replicò Corvetto — per aiutarti a calci e a
morsi». «Sii il benvenuto — disse l’orca; — e, giacché ti sei offerto
con tanta amorevolezza, aiutami a spaccare quattro pezzi di legna».
«Di grazia, — replicò ancora Corvetto, — se non bastano quattro, siano
cinque». E, nel dir cosí, prese un’accetta affilata di recente e,
invece di dare sul legno, dette sulla nuca dell’orca e la fece cadere a
terra come una pera. Corse poi presto all’entrata della porta, scavò un
fosso profondo e lo ricoprí di frasche e di terra, e si mise a spiare
dietro la porta.

E, quando vide venire l’orco coi parenti, gridò dal cortile:
«Testimonianza vostra! Alto là, e viva il re di Fiumelargo!»[137].
L’orco, che sentí questa bravata, si lanciò come una folgore verso
Corvetto per farne una salsa; ma, entrando a furia pel supportico, lui
e i parenti dettero tutt’insieme dei piedi nella fossa e rotolarono
al fondo, dove Corvetto, a colpi di pietra, ne fece una schiacciata.
Chiuse poi la porta e ne portò la chiave al re.

Il quale, visto il valore e l’ingegno di questo giovane, a sfida della
fortuna, a dispetto dell’invidia, a crepacuore dei cortigiani, gli dié
la figlia per moglie; sicché a lui le traverse oppostegli dall’invidia
furono falanche[138] per varare la barca della vita sua al mare delle
grandezze, e i suoi nemici, confusi e schiattati, furono costretti ad
andare al cesso senza candela:

    ché la debita pena del mal fare
    tarda talvolta, ma non può mancare!




TRATTENIMENTO OTTAVO

L’IGNORANTE


  Moscione è mandato dal padre a mercatare al Cairo per allontanarlo
  dalla casa dove si comportava da arciasino. Per la strada, incontra
  persone virtuose e le conduce con sé e, con l’aiuto che gli danno,
  torna stracarico d’argento e d’oro.

Non mancarono intorno al principe Taddeo cortigiani che sarebbero
scattati per la stizza al vedersi toccati sul vivo, se proprio l’arte
loro non fosse stata quella di dissimulare. Né essi avrebbero saputo
dire se piú desse loro nel naso il rinfaccio che si faceva della loro
falsità o l’invidia che portavano all’udire della buona fortuna toccata
a Corvetto. Ma Paola, cominciando a parlare, tirò fuori dal pozzo della
passione l’anima loro mercé l’uncino di queste parole:

Fu sempre assai piú lodato un ignorante se tiene pratica con uomini
virtuosi che non un uomo sapiente che se la faccia con gente dappoco;
perché quanto, per opera dei primi, si può guadagnare di agi e
grandezze, altrettanto, per colpa degli altri, si può scapitare di
roba e d’onore. Il prosciutto si conosce alla prova dello stecco; e
voi riconoscerete, dal caso che vi narrerò, se è vero quello che vi ho
proposto.

C’era una volta un padre ricco quanto il mare, il quale, poiché
non si può in questo mondo godere felicità intera, aveva un figlio
cosí sciagurato e dappoco che non sapeva distinguere le carrube
dai cetrioli. Non sostenendo il padre piú oltre quella sua tanta
scempiatezza, gli dié un buon gruzzolo di scudi e lo mandò a mercatare
verso Levante, perché egli sapeva che veder vari paesi e praticar genti
diverse sveglia l’ingegno, aguzza il giudizio e fa l’uomo accorto.

Moscione (ché cosí si chiamava il figlio), montato a cavallo, prese
la via verso Venezia, arsenale delle maraviglie del mondo[139], per
imbarcarsi su qualche vascello che facesse vela pel Cairo[140]. Dopo
una buona giornata di cammino, trovò un tale che stava fermo a pié di
un pioppo, e gli domandò: «Come ti chiami, giovane mio? Di dove sei,
e quale arte è la tua?». Quegli rispose: «Mi chiamo Folgore, sono di
Saetta e so correre come un lampo». «Vorrei vederne la prova», replicò
Moscione; e Folgore: «Aspetta un momento, e vedrai se si tratta di
polvere o di farina». E, dopo essere stati per un po’ sospesi, ecco
per la campagna una cerva; e Folgore, lasciandola passare avanti per
un pezzo per darle piú vantaggio, si mise a correre in modo cosí
straordinario e con tanta leggerezza di piede che sarebbe andato sopra
una via cosparsa di farina senza lasciarvi la forma della scarpa; e,
in quattro salti, la raggiunse. Moscione, meravigliato, gli domandò se
voleva star con lui, che l’avrebbe pagato profumatamente; e Folgore ne
fu contento, e s’avviarono in compagnia.

Non avevano camminato altre quattro miglia quando trovarono un altro
giovane, al quale Moscione disse: «Qual è il tuo nome, camerata? quale
il tuo paese? e quale l’arte tua?». E quegli rispose: «Mi chiamo
Orecchio di lepre, sono di Vallecuriosa, e, mettendo l’orecchio
a terra, senza muovermi di posto, sento quanto si fa pel mondo:
ascolto gli accordi e le combriccole che gli artigiani stringono per
alterare il prezzo delle cose, i mali ufficî dei cortigiani, i tristi
consigli dei ruffiani, gli appuntamenti degl’innamorati, i concerti
dei mariuoli, i lamenti dei servitori, i riportamenti degli spioni,
i borbottii dei vecchi, le bestemmie dei marinai, che non vedevano
altrettanto il gallo di Luciano[141] e la lucerna del Franco[142]
quanto sentono queste orecchie mie». «Se è vero questo, — rispose
Moscione — dimmi: che si dice nella casa mia?». E quegli, posto un
orecchio a terra, disse: «Un vecchio parla con la moglie e dice: — Sia
lodato il Sol leone, che mi sono levato dagli occhi quel Moscione,
quella faccia di giornea all’antica[143], quel chiodo del mio cuore!
Almeno, viaggiando pel mondo, si farà uomo e non vorrà essere cosí
asino, bestiale, scioccone e perdigiorno». «Non piú — interruppe
Moscione, — ché dici il vero e ti credo. Perciò, vieni con me, ché hai
trovato la ventura tua». «Vengo» — disse il giovane; e si avviarono
insieme.

Dopo altre dieci miglia, incontrarono ancora un giovane, al quale
Moscione disse: «Come ti fai chiamare, uomo dabbene mio? dove sei
nato? e che cosa sai fare al mondo?». E quegli rispose: «Mi chiamo
Accecadiritto, sono di Castel Tiragiusto e so cogliere cosí a segno
con una balestra che colpisco in mezzo un melofioccolo»[144]. «Vorrei
vederne la prova», — replicò Moscione; e quegli, caricata la balestra,
tolse di mira e fece saltare un cece posto su una pietra. Per la
qualcosa Moscione se lo prese con gli altri in sua compagnia.

Camminarono un’altra mezza giornata, e trovarono taluni che
fabbricavano un bel molo sotto la sferza del sole, che potevano dire
con ragione: «Parrella[145], metti acqua nel vino, ché m’arde il
cuore»[146]. Moscione provò tanta compassione di quei lavoratori, che
disse: «E come, maestri miei, avete voi la forza di stare in questa
fornace, dove si cocerebbe una placenta di bufala?». Uno di essi
rispose: «Noi stiamo freschi come una rosa, perché abbiamo con noi un
giovane che ci soffia alle spalle in modo che pare che spirino venti di
ponente». «Lasciatemelo vedere, — replicò Moscione, — e Dio vi guardi».
E i muratori fecero cenno al giovane, e Moscione gli domandò: «Come ti
fai chiamare, per la vita di tuo padre? di quale terra sei? e quale
professione è la tua?». Quegli rispose: «Mi chiamo Soffiarello, sono
di Terraventosa, e so fare con la bocca tutti i venti. Se vuoi Zefiro,
te ne fo andare in estasi; se vuoi raffiche[147], faccio cadere le
case». «Non lo credo se non lo vedo» — disse Moscione; e Soffiarello
soffiò prima soave che pareva il vento che spira da Posilipo verso
sera, e, subito dopo, voltatosi verso un gruppo di alberi, mandò fuori
tanta furia di vento che sradicò un filare di querce. Vedendo questo,
Moscione se lo prese per compagno.

Camminarono un altro tanto, e incontrarono un altro giovane, al quale
egli disse: «Come ti chiami? non ti sia detto per comando. Di dove
sei, se si può sapere? E quale è l’arte tua, se la domanda è lecita?».
Quegli rispose: «Mi chiamo Forteschiena, sono di Valentino, e ho
tal virtù che mi carico una montagna sulle spalle e mi sembra una
piuma». «Se fosse questo, — disse Moscione — tu meriteresti di essere
il re della dogana[148] e saresti insignito del palio al primo di
maggio[149]; ma ne vorrei vedere la prova». E Forteschiena si caricò
di scheggioni di rupe, di tronchi d’albero, e di tanti altri pesi, che
non l’avrebbero portato mille grandi carrette; onde Moscione strinse
accordo perché venisse in sua compagnia.

Finalmente, giunsero nel paese di Belfiore, dov’era un re che aveva una
figlia, la quale correva come il vento e sarebbe passata sui broccoli
fioriti senza piegarne le cime. Il re aveva pubblicato un bando che
a chi l’avesse arrivata nella corsa l’avrebbe data per moglie, ma a
chi fosse rimasto indietro avrebbe fatto tagliare il collo. Moscione
si presentò al re e si offerse di correre con la figlia, e fermarono
i patti o di battere con le calcagna o di lasciarvi la zucca. Ma la
mattina dopo mandò a dire al re che gli era venuto un malore improvviso
e che, non potendo correre in persona, avrebbe posto al suo luogo un
altro giovane.

«Venga chi vuole — rispose Ciannetella, che era la figlia del re: —
non me ne importa un fico, e qui ce n’è per tutti». Cosí, essendo la
piazza fitta di gente per assistere alla corsa, e gli uomini facevano
come formiche e le finestre e le terrazze erano piene come un uovo,
comparve Folgore, che si mise a capo della piazza, aspettando le mosse.
Ed ecco venire Ciannetella, con la gonna rimboccata fino a mezza gamba
e con una scarpetta a una suola bella e attillata che non passava dieci
punti; e, postisi spalla con spalla, e sentito il taratà e il tu-tú
della tromba, presero a correre in modo che i talloni toccavano le
spalle. Fa’ conto che parevano lepri inseguite da levrieri, cavalli
scapolati dalla stalla, cani con le vesciche alla coda, asini col
pungolo dietro. Ma Folgore, che tale era di nome e di fatto, se la
lasciò indietro piú di un palmo; e, toccato il termine, qui si sentí il
grido, la baia, il convocío, gli strilli, i fischi, il batter di mano e
di piede della gente, che gridava: «Viva, viva il forestiere!».

Ciannetella fece la faccia simile al deretano di uno scolaro che ha
ricevuto la spogliazza[150], sentendo la vergogna e l’affronto di
essere stata vinta. Ma, poiché la corsa doveva provarsi due volte,
pensò di vendicarsi dello smacco, e, rientrata in casa, fece un incanto
a un anello, pel quale a chi lo portasse al dito si piegavano le gambe,
e non solo non poteva correre, ma nemmeno camminare. Quest’anello mandò
in suo nome a donare a Folgore, dicendogli di metterlo al dito per amor
suo. Orecchio-di-lepre, che aveva sentito tutto questo concerto passato
tra il padre e la figlia, stette zitto, aspettando l’esito del negozio.

Quando, al trombettare degli uccelli, il Sole frustò la Notte
sull’asino delle ombre[151], i due tornarono al campo, e, fatto
il solito segno, cominciarono a giocar di talloni. Ma non tanto
Ciannetella parve un’altra Atalanta, quanto Folgore era fatto un asino
spallato e un cavallo sfiancato, che non poteva muover passo. Ora
Accecadiritto, che vide il pericolo e aveva inteso da Orecchio-di-lepre
l’intrigo, imbracciò la balestra e tirò una verretta, che colpí giusto
al dito di Folgore e fece saltar via dall’anello la pietra, in cui
era la virtú dell’incanto. Subito si sciolsero a quello le gambe
irrigidite, e, in quattro salti da capriolo, oltrepassò Ciannetella e
vinse il palio.

Il re, vedendo la vittoria di un bietolone, la palma di un gaglioffo,
il trionfo di un bestione, rimase assai perplesso se dovesse dargli o
no la figlia; e, chiamati a consiglio i sapienti della sua corte, gli
fu risposto che Ciannetella non era boccone pei denti di uno scalzacane
e di un uccellaccio perdigiorno, e che, senza macchia di mancamento
di parola, poteva commutare la promessa in un donativo di scudi, che
sarebbero stati di maggior soddisfazione a quel brutto pezzentone che
non tutte le donne del mondo.

Al re piacque il parere, e fece domandare a Moscione quale premio
volesse in cambio della moglie che gli era stata promessa. Moscione
si consigliò coi compagni e rispose: «Voglio tant’oro e argento
quanto ne può portare sulle spalle uno dei miei compagni». E il re fu
contento. Si avanzò, dunque, Forteschiena e cominciarono a mettergli
sul dorso banchi di ducatoni, sacchi di patacche, borsoni di scudi,
barili di monete di rame, scrigni di catenine e anelli. Ma, per quanto
caricassero, esso stava saldo come una torre, tantoché, non bastando
la tesoreria, le banche, i bancherotti, i mercanti di cambio della
città, convenne mandare a chiedere in prestito a tutti i cavalieri
bacili, boccali, sottocoppe, piatti, vassoi, canestri, perfino i pitali
d’argento; e neanche bastarono per formare il giusto peso. In ultimo,
non stanchi ma sazî e infastiditi, si partirono.

I consiglieri, che videro la sterminata ricchezza che si portavano con
loro quattro scalzacani, dissero al re che era una grande asineria
lasciar andar fuori tutto il nerbo del suo regno; e che perciò sarebbe
bene mandar gente ad alleggerire di tanto carico quell’Atlante, che
sosteneva sulle spalle un cielo di tesori. Il re accolse il consiglio
e spedí subito una mano di genti armate a piede e a cavallo, che li
raggiungesse. Ma Orecchio-di-lepre, che sentí il consiglio, ne avvisò
i compagni; e, mentre la polvere si levava al cielo per lo sbattere di
calcagni di coloro che venivano a scaricare la ricca soma, Soffiarello
cominciò a soffiare in modo che non solo tutte le genti nemiche dettero
di faccia a terra, ma furono gettate piú di un miglio lontano, come
fanno i venti settentrionali a chi va per quei campi.

Cosí, senz’altro impedimento, Moscione arrivò alla casa del padre,
dove del guadagno fece parte ai socî, perché si suol dire: «A chi ti
fa guadagnare la ciambella e tu dagliene una scheggia»; e li mandò
consolati e contenti. Ed esso restò col padre, ricco sfondolato, e si
vide un asino carico d’oro, che non rese bugiardo il detto:

    manda il Cielo i biscotti ai senza denti.




TRATTENIMENTO NONO

ROSELLA


  Il gran Turco, volendo fare un bagno nel sangue di un signore,
  manda a catturare in mare un principe; la figlia s’innamora del
  prigioniero e fugge con lui; la madre la raggiunge e dal principe
  le sono tagliate le mani. Il gran Turco muore di crepacuore; ma,
  bestemmiata la figlia dalla madre, il principe si dimentica di lei,
  e, solo dopo varie astuzie che ella adopera, torna alla memoria del
  marito, e rimangono lietamente insieme.

Fu ascoltato con grande soddisfazione il racconto di Paola, e dissero
tutti che aveva ragione il padre nel voler virtuoso il figliuolo,
ma che per costui cantò il cuculo[152], e, se quelli intrisero e
battettero la pasta, egli aggranfiò e godé i maccheroni. Toccava ora a
Ciommetella di dire il suo, ed essa parlò a questo modo:

Non può morir bene chi vive male, e, se qualcuno fa eccezione a questa
sentenza, è corvo bianco; perché chi semina loglio non può ottenere
grano, e chi pianta titimalo non può raccogliere broccoli fioriti. Né
mi farà trovare bugiarda il racconto, al quale ora vengo: pagatemi, vi
prego, con spalancamenti di orecchi, le mie aperture di bocca, perché
io mi sforzerò di darvi piacere.

C’era una volta un Gran Turco, che, affetto di lebbra, non trovava al
male alcun rimedio; tanto che i medici, non sapendo a quale espediente
ricorrere, per togliersi dattorno le insistenze dell’ammalato,
pensarono di proporre una cosa che tenevano impossibile, e gli dissero
che gli era necessario fare un bagno nel sangue di un principe grande.
Il Gran Turco, non appena si sentí prescrivere questa fiera ricetta,
bramoso com’era di risanare, spedí subito una grossa armata per mare
con l’ordine di scorrere per ogni banda e, per mezzo di spie e di
grosse promesse, procurare d’aver tra le mani qualche principe.

L’armata, costeggiando dalla parte di Fontechiaro, scontrò una barca,
nella quale andava per diletto Paoluccio, figlio del re di quel paese,
che subito agguantarono, e portarono di peso a Costantinopoli. Colà
i medici, non tanto per compassione di quel povero principe quanto
per interesse loro, ché, non producendo il bagno alcun giovamento, ne
avrebbero pagato essi la penitenza, vollero dar tempo al tempo e tirare
in lungo la cosa; onde persuasero il Gran Turco che il prigioniero
stava assai collerico per la libertà giocata al tressette, e che il
sangue intorpidito avrebbe recato a lui maggior danno che beneficio, e
perciò era necessario sospendere il rimedio finché al principe fosse
passato l’umore malinconico, e intanto tenerlo allegro e dargli cibo
sostanzioso, che gli facesse buon sangue.

Il Gran Turco, per procurargli vita allegra, lo chiuse in un bel
giardino, che la Primavera aveva preso a censo perpetuo, dove le
fontane gareggiavano con gli uccelli e coi freschi venti a chi sapesse
meglio gorgheggiare e mormorare; e mise con lui in quel luogo sua
figlia, Rosella, facendogli credere che volesse dargliela per moglie.
Ma Rosella, tosto che vide le bellezze del principe, fu annodata con
una gomena d’amore, e, formando una bella miscela delle voglie sue con
quelle di Paoluccio, s’incastrarono entrambi a un anello del medesimo
desiderio.

Venuto il tempo che i gatti vanno in caldo e che il Sole piglia gusto a
cozzare col montone celeste[153], Rosella scoprí che i medici avevano
risoluto, poiché di primavera il sangue è meglio temperato, di scannare
Paoluccio e preparare il bagno al Gran Turco. Vero è che il padre le
aveva nascosta la cosa; ma essa, che aveva dalla madre la fatagione,
conobbe il tradimento che si tesseva al suo innamorato. E, senz’altro,
prese la sua risoluzione, e, consegnando al principe una bella spada,
gli disse: «Bocchino mio diletto, se vuoi salvare la libertà che è
tanto cara e la vita che è tanto dolce, non perder tempo: abbi i piedi
della lepre, e fuggi alla marina, dove troverai una barca; saltaci
dentro, e aspettami, ché, per virtú della spada incantata, sarai
ricevuto da quei marinai con l’onore che meriti, come se tu fossi
l’imperatore».

Paoluccio, che si vide aprire cosí buona strada alla salvazione, tolta
la spada, s’avviò alla marina, dove trovò la barca e fu accolto con
grande riverenza da quelli che la guidavano. Rosella, intanto, fatto un
certo incantamento a una carta, la ficcò, senz’esser vista né sentita,
nella tasca della madre, la quale subito cadde in un sonno profondo,
che niente sarebbe valso a scuotere; ed essa poi, preso un involto di
gioielli, scese in fretta alla barca, dov’era il principe, e insieme
spiegarono le vele.

In questo mezzo il Gran Turco andò nel giardino, e, non trovandovi né
la figlia né il principe, mise il mondo a rumore e corse tutt’affannato
alla moglie; ma non gli riuscí di destare la dormiente, né con gridi
né con tirate di naso; tanto che pensò che qualche colpo improvviso le
avesse tolto il sentimento, e, chiamate le damigelle, dié ordine di
svestirla. Nel toglierle che queste fecero la gonna, cessò l’incanto,
ed essa si svegliò, gridando: «Oimè, quella traditore di tua figlia ce
l’ha fatta: se n’è fuggita col principe! Ma stia tranquilla: la concerò
io per le feste e le taglierò il passo».

Cosí dicendo, scese in furia alla marina, gettò una foglia d’albero a
mare e fece nascere una feluca sottile, con la quale prese a inseguire
i giovani fuggitivi. Rosella, che, sebbene la madre venisse invisibile,
tuttavia con gli occhi dell’arte magica vide la rovina che loro cascava
addosso, disse a Paoluccio: «Presto, cuor mio, cava fuori la lama,
mettiti a poppa, e, appena senti rumore di catene e di uncini per
aggraffare la barca, tira a occhi di porco, a chi cògli cògli, e zara a
chi tocca; se no, siamo perduti e ci è impedita la fuga».

Il principe, che vide a repentaglio la pelle sua, stette sull’avviso; e
subito che la barca della Gran Turchessa, accostandosi, gettò i raffi,
tirò un gran rovescio che, per buona ventura, tagliò di colpo le mani
della Soldana. La quale, gettando strida da anima dannata, scagliò alla
figlia la maledizione: che il principe, al primo por piede alla terra
sua, si fosse scordato di lei.

E tornò indietro, in Turcheria, coi moncherini goccianti sangue, e
si presentò al marito, mostrandogli questo dolente spettacolo, e gli
disse: «Ecco, marito mio, che alla tavola della fortuna ci siamo
giuocati io e tu, tu la salute, e io la vita». Con queste parole le
uscí lo spirito e il fiato, e andò a pagare il salario delle lezioni al
maestro che le aveva insegnato l’arte[154]. Il Gran Turco, gettandosi
dietro a lei, come caprone, nel mare della disperazione, seguí le
pedate della moglie e, freddo come neve, se n’andò anch’esso a casa
calda[155].

Paoluccio, intanto, giunto a Fontechiaro, disse a Rosella, che avesse
aspettato nella barca, perché egli andava a prendere genti e carrozze
per portarla in trionfo a casa sua. Ma non cosí presto ebbe posto piede
a terra che Rosella gli uscí di mente; e, andato al palazzo reale, vi
fu ricevuto con infinite carezze dal padre e dalla madre, tra feste
e luminarie da stordire. Passati tre giorni, e aspettando invano il
ritorno di Paoluccio, Rosella si ricordò della bestemmia lanciatale,
e si morse le labbra per non avere pensato in tempo a porvi riparo.
Perciò, come femmina disperata, smontata a terra, prese una casa di
fronte a quella del re, per cercare qualche modo di ricondurre alla
memoria del principe l’obbligo che egli le aveva.

I signori della corte, che vogliono mettere il naso dappertutto,
adocchiato il nuovo uccello venuto in quella casa, e contemplando una
bellezza che usciva da ogni misura, trascorreva oltre i termini, dava
nel nove delle maraviglie[156], faceva eccesso di stupore e si chiamava
fuori dello strasecolamento, cominciarono a farle il moscerino attorno,
e spasseggiavano e corvettavano dinanzi alla sua casa. I sonetti
andavano a furia, le imbasciate a torrenti, le musiche a stordimento
di testa, i baciamani fino all’estremo fastidio; e, uno non sapendo
dell’altro, tutti tiravano a uno stesso bersaglio, e tutti cercavano,
ebbri d’amore, di spillare la bella botte.

Rosella, che sapeva come si dovessero legare coteste barche, a tutti
faceva buon viso, a tutti dava intrattenimento, tutti manteneva
in isperanza; e, volendo infine stringere i sacchi, si accordò
secretamente con un cavaliere di alto grado, che le desse mille ducati
e un vestito di tutto punto, e venisse quella notte, ché ella gli
avrebbe rilasciato il deposito del suo affetto. Il misero vagheggiatore
di finestre[157], che aveva agli occhi le bende della passione, tolse
subito a interesse i torneai, e a credito si fece dare da un mercante
un ricco taglio di broccato riccio sopra riccio; e non vide l’ora che
il Sole facesse cambio e scambio con la Luna, per cogliere il frutto
dei desiderî suoi. E, venuta la notte, andò segretamente alla casa di
Rosella, che trovò coricata in un bel letto, che pareva una Venere in
mezzo a un prato di fiori; la quale, tutta tenera, gli disse di non
coricarsi senza prima serrare la porta. Il cavaliere, a cui parve far
poco con questo per servire una gioia cosí bella, andò per chiudere la
porta; ma quella non tante volte era chiusa che si spalancava: egli la
spingeva e quella s’apriva, di maniera che stette a fare questo sega va
e sega viene, e questo tira e molla[158], tutta la notte. E quando il
Sole seminò di luce d’oro i campi che l’Aurora aveva arati, egli aveva
combattuto una notte intera, quanto è grande e lunga, con una maledetta
porta, senza potere adoperare la chiave; e, per di piú di questa
commissione, ebbe da Rosella una lunga ramanzina e fu chiamato inetto,
che non era stato da tanto di serrare una porta, e pure aveva preteso
di aprire lo scrigno dei gusti di Amore. In ultimo, il meschino,
indispettito, confuso e scornato, se ne andò, caldo di testa e freddo
di coda, ad attendere alle sue faccende.

La seconda sera prese un appuntamento con un altro barone e gli chiese
mille altri ducati e un altro vestito. E quegli andò a impegnare tutti
i suoi ori ed argenti agli ebrei[159] per soddisfare un desiderio
che porta in cima al diletto il pentimento; e tosto che la Notte,
come povera vergognosa, si coprí col manto la faccia per chiedere la
elemosina del silenzio[160], si presentò alla casa di Rosella. Ella,
che s’era coricata, gli disse di spegnere la candela e che poi entrasse
nel letto; e il cavaliere, toltasi la cappa e la spada, cominciò a
soffiar la candela. Ma quanto piú buffava, piú l’accendeva, perché le
ventosità della sua bocca facevano l’effetto del mantice al fuoco del
fabbro; e in questo soffiamento spese tutto il tempo, e, per spegnere
una candela, si consumò come candela. E quando la Notte, per non vedere
le diverse follie degli uomini, si nasconde, il misero beffato, con un
altro dolce sorbetto[161] d’ingiurie, andò via come il primo.

Alla terza notte si fece innanzi il terzo innamorato con mille altri
ducati presi a usura e con un vestito ottenuto per iscrocco; e, salito
quatto quatto all’appartamento di Rosella, questa gli disse: «Io non
mi voglio coricare se prima non mi ravvio i capelli». «Lascia che ti
pettini io», rispose il cavaliere; e la fece sedere con la testa nel
suo seno, e, credendo di arrobbiare[162] panno francese, cominciò a
districare i capelli col pettine d’avorio. Ma quanto piú si sforzava
di disgroppare quella testa arruffata, piú rendeva intricato il paese;
tanto che indugiò tutta la notte senza far cosa per diritto, e, per
ordinare una testa, disordinò la testa sua, che stette per batterla
al muro. E, come il Sole fu uscito a sentire la lezione recitata
dagli uccelli e con la sferza dei raggi ebbe percosso i grilli che
avevano ammorbato la scuola dei campi, colui, con un’altra magnifica
strapazzatura, se ne uscí da quella casa, freddo e gelato.

In quei giorni, questo cavaliere si trovò alla conversazione
nell’anticamera del re, dove si taglia e cuce, dove trista la madre
che ci ha la figlia, dove si agitano i mantici dell’adulazione, si
trama la tela degl’inganni, si toccano i tasti della mormorazione,
s’intaccano i cocomeri per la prova dell’ignoranza[163]. E, fra gli
altri discorsi, il cavaliere raccontò quanto gli era accaduto e il
tiro che gli era stato giocato; e a lui rispose il secondo, dicendo:
«Sta’ zitto: s’Africa pianse, Italia non ne rise[164]: io pure sono
passato per questa cruna d’ago, e perciò danno comune, mezzo gaudio». A
questo aggiunse il terzo: «Vedi che tutti siamo macchiati d’una pece,
e possiamo toccarci la mano senza invidia da parte di nessuno, perché
questa traditora ci ha lavorati tutti a rovescio del pelo. Ma non è
bene inghiottire questa pillola senza qualche risentimento: non siamo
noi uomini da essere burlati e posti in un sacco. Perciò facciamola
pentire questa barbiera[165], truffaragazzi». E cosí andarono insieme
tutti e tre davanti al re e gli raccontarono il caso.

Il re mandò subito a chiamare Rosella e le disse: «Dove hai appreso
coteste arti di truffare i cortigiani miei? Non credi forse che ti
farò scrivere alla gabella, baldracca, sgualdrina, scrofetta?». E
Rosella, senza punto cangiar di colore, rispose: «Quel ch’ho fatto, è
stato per vendicarmi di un torto recatomi da uno della vostra corte:
sebbene non potrei far mal cosa al mondo che fosse bastevole a sconto
di quell’ingiuria». Il re le comandò che dicesse quale offesa le era
stata recata; ed essa raccontò in terza persona quanto aveva operato in
servigio del principe, come l’aveva cavato dalla schiavitú, liberato
dalla morte, sottratto ai pericoli d’una maga e portato sano e salvo al
suo paese, per esserne poi ringraziata con una voltata di schiena e con
un caciocavallo: ch’era ingiuria allo stato suo, per essere donna di
alto grado e figlia di chi aveva sotto di sé molti regni.

Quando il re ebbe udito questo racconto, la fece sedere con grande
onore e la pregò di rivelare chi fosse il disamorato e l’ingrato
che l’aveva cosí beffata. Ed essa, toltosi un anello dal dito,
disse: «Colui al quale andrà quest’anello, quegli sarà il traditore
e l’infedele, che mi ha piantata!». E gettò l’anello, che andò a
infilarsi al dito del principe, ch’era lí presente, immobile come
uno stipite; e subito la virtù dell’anello risalí a lui alla testa,
e gli tornò la memoria perduta, gli si aprirono gli occhi, il sangue
si risentí, gli spiriti si svegliarono, ed egli corse ad abbracciare
Rosella. E non si saziò di stringere la catena dell’anima sua, non si
stancò di baciare il vaso delle gioie sue; e le chiese perdono del
dolore che le aveva arrecato.

«Non occorre domandare perdono — essa rispose — di errori che non sono
prodotti dalla volontà. Io so la causa per la quale ti eri scordato di
Rosella tua, perché non mi è uscita di mente la bestemmia che mi gettò
quell’anima perduta di mia madre. Ti scuso, dunque, e ti compatisco»; e
aggiunse mille altre parole affettuose.

Il re, conosciuta la stirpe di Rosella e l’obbligo che le doveva pel
beneficio usato al figlio, ebbe caro che si congiungessero, e, fatta
fare cristiana Rosella, la dette al principe per moglie; ed essi
rimasero piú soddisfatti di quanti altri mai portassero il giogo del
matrimonio, e videro alla fine che:

    la nespola, se è còlta acerba e dura,
    col tempo e con la paglia si matura.




TRATTENIMENTO DECIMO

LE TRE FATE


  Cicella, maltrattata dalla matrigna, riceve doni da tre fate;
  e quella, invidiosa, fa andare alle fate la figlia sua, che ne
  riporta, invece, scorno. Manda allora Cicella a guardare porci, e
  un gran signore s’innamora della giovane e vuole sposarla; ma, per
  malizia della matrigna, gli è data in cambio la figlia brutta, e
  la figliastra è messa in una botte per farla cuocere con l’acqua
  bollente. Il signore scopre il tradimento e mette nella botte
  l’altra; sopravviene la madre, che la spolpa versandole sopra
  l’acqua calda, e poi, scoperto l’errore, si ammazza.

Il racconto di Ciommetella fu stimato dei piú belli che s’erano sin
allora narrati, tanto che Iacova, vedendo tutti muti per lo stupore,
disse:

Se non fosse il comando del principe e della principessa, che è un
argano che mi tira e un carro che trascina, farei punto finale alle
chiacchiere mie, parendomi troppa presunzione porre il colascione
sfondato della mia bocca accanto all’arciviola[166] delle parole di
Ciommetella. Pure, poiché cosí vuole questo signore, mi sforzerò
di farvi una piccola ricercata intorno al castigo di una femmina
invidiosa, la quale, volendo mettere al fondo la figliastra, la portò
invece alle stelle.

C’era una volta nel casale di Marcianise[167] una vedova, chiamata
Caradonia, che era la mamma dell’invidia, e non poteva mai veder
capitar bene a qualche vicina che non le si facesse un nodo alla gola;
non udiva mai la buona sorte di qualche persona di sua conoscenza, che
non la prendesse di traverso; né mirava mai femmina o uomo contento,
che non le venisse l’angina.

Aveva essa una figliuola chiamata Grannizia, che era la quintessenza
dei cancheri, il primo taglio delle orche marine, il fior fiore delle
botti crepate, con la testa pidocchiosa, i capelli scarmigliati, le
tempie pelate, la fronte di mazzuolo, gli occhi gonfi, il naso a
bernoccoli, i denti incalcinati, la bocca di cernia, il mento a forma
di zoccolo, la gola di pica, le poppe a bisacce, le spalle a vòlta, le
braccia ad aspo e le gambe a uncino[168]; e, insomma, da capo a piede
era una degna versiera, una squisita peste, un vero accidente, e,
soprattutto, nanerottola, anitroccola, mostricciattolo; e, con tutto
ciò, scarafaggino a mamma sua pareva bellino.

Ora accadde che questa buona vedova si rimaritò con un certo Micco
Antuono, ricco massaro di Panicocoli[169], che era stato due
volte baglivo e sindaco di quel casale, stimato assai da tutti i
panicocolesi, che ne facevano gran conto. Aveva Micco Antuono dal suo
canto una figlia, chiamata Cicella, che non si poteva vedere cosa
piú bella e mirabile al mondo. Possedeva un occhio amoroso che ti
affatturava, una boccuccia baciarella da mandare in estasi, una gola
di fior di latte che faceva sdilinquire la gente; ed era, insomma,
cosí succosa, saporita, giocherella e leccherella, e aveva tanti
vezzi, carezze, moine e tenerezze, che svelleva i cuori dai petti. Ma
a che tante parole? basta dire che pareva fatta col pennello, ché, a
esaminarla, non vi trovavi una pecca.

Caradonia, vedendo che Cicella, al paragone della figlia, si
mostrava come un cuscino di velluto in quaranta[170] accanto a uno
strofinacciolo di cucina, uno specchio di Venezia accanto a un culo
di pentola unta, una fata Morgana di fronte a un’Arpia, cominciò a
guardarla con cipiglio e a tenerla in gola. Né la cosa finí qui, perché
rompendosi fuori la postema formatasi nel cuore, e non potendo essa
stare piú sospesa alla corda, prese a tormentare a carta scoperta la
mal capitata giovane. Alla figlia faceva vestire gonna di saia frappata
e corpetto di seta[171], alla misera figliastra i peggiori cenci e
stracci della casa; alla figlia dava pane bianco di semolino, alla
figliastra croste di pane duro e muffito; la figlia faceva stare come
l’ampolla del Salvatore[172], la figliastra faceva andare su e giú[173]
a scopare la casa, a stropicciare i piatti, a rifare i letti, a lavare
i panni sudici, a dare il cibo al porco, a governare l’asino e a
gettare il buon pro vi faccia. E a tutte queste cose la buona giovane,
sollecita e diligente, accudiva con gran premura, non risparmiando
fatica per dar nell’umore alla malvagia matrigna.

Volle la buona sorte che, andando la poveretta un giorno a gettare
l’immondizia fuori di casa a un luogo dov’era un gran dirupo, le cadde
giù il corbello; e, mentre essa ricercava con l’occhio come potesse
azzeccarlo da quel fondo, che è, che non è? vide un coso scontraffatto,
che non sapeva se era l’originale di Esopo o la copia del brutto
pezzente[174]. Era un orco che aveva i capelli come setole di porco,
neri neri, che gli ricadevano fino ai malleoli; la fronte grinzosa,
in cui ogni piega pareva un solco fatto dal vomero; le sopracciglia
arruffate e pelose, gli occhi infossati[175] e pieni di quella tal
cosa che parevano botteghe sudice sotto due grandi sporgenti[176] di
palpebre; la bocca storta e bavosa, dalla quale spuntavano due zanne
come di cignale; il petto tutto bernoccoli in un bosco di pelame da
poterne riempire un materasso; e, soprattutto, alto di gobba, grande di
pancia, sottile di gamba, storto di piede; sicché vi faceva scontorcere
la bocca per lo spavento.

Cicella, tuttoché vedesse una mala ombra da spiritare, facendo buon
animo, gli disse: «Uomo dabbene mio, porgimi quel cestello che m’è
caduto: ch’io ti possa veder prendere una moglie ricca ricca!». L’orco
rispose: «Vien qua, giovane mia, e prenditelo». E la buona ragazza,
afferrandosi alle radici, aggrappandosi ai sassi, tanto s’industriò
che discese. E, in fondo al precipizio, che cosa mai trovò? Tre fate:
una piú bella dell’altra. Avevano i capelli d’oro filato, le facce di
luna in quintadecima, gli occhi che parlavano, le bocche che facevano
citazioni, a tenore di contratto, per essere soddisfatte di baci
inzuccherati. Che piú? una gola delicata, un petto morbido, una mano
pastosa, un piede tenerino, e tale una grazia, insomma, che era onorata
cornice a tante bellezze.

Le fate fecero a Cicella tante carezze e gentilezze che non si
potrebbero immaginare; e, presala per mano, la condussero a casa loro,
in quella grotta dove avrebbe potuto abitare un re di corona, e la
fecero sedere su tappeti turcheschi e cuscini di velluto piano con
fiocchi di canapa[177]. Posero poi l’una dopo l’altra le loro teste
in grembo a Cicella e vollero che le ravviasse; e mentre essa, con un
pettine di corno di bufalo lucente, faceva l’opera sua, le domandarono:
«Bella giovane mia, che trovi in questa testolina?». Ed essa, con un
bel garbo, rispondeva: «Vi trovo lendinelli[178] e pidocchini, perle e
granatini».

Piacque alle fate la buona creanza di Cicella, e queste magne femmine,
intrecciatesi i capelli che s’erano disciolte, la condussero in giro
con loro, mostrandole a mano a mano tutte le meraviglie che erano in
quel palazzo fatato: scrigni con bellissimi intarsi di castagno e di
carpino, col coperchio di pelle di cavallo e le piastre di stagno;
tavole di noce, lucide da specchiarvisi; riposti con castelletti di
scodelle[179], che ti abbagliavano; tende di panno verde infiorato;
sedie di cuoio con le spalliere; e tanti e tanti altri sfoggi che ogni
altro, al vederli, sarebbe rimasto incantato. Ma Cicella, come non
fosse il fatto suo, mirava le grandezze di quella casa senza gridare al
miracolo, e senza ah! e uh! da villano.

In ultimo, la fecero entrare in una guardaroba, piena zeppa di vestiti
lussuosi, e le fecero vedere gamurre di teletta dello spagnuolo,
robe con maniche a prosciutto di velluto a fondo d’oro, coperte di
cataluffo guarnite con puntini di smalto, moncili[180] di taffettà in
tralice, frontali di fioretti naturali, e gingilli a foglie di quercia,
a conchiglia, a mezzaluna, a lingua di serpente, grandiglie[181]
con puntali di vetri turchini e bianchi, spighe di grano, gigli e
pennacchiere da portare sul capo, granatelle di smalto con incastri
d’argento, e mille altre figurette e cianciafruscole da portare appese
alla gola; e le dissero di scegliere a voglia sua e prendere a piene
mani di quelle cose.

Ma Cicella, che era umile com’olio, lasciando stare le cose di
maggior valore, tolse una gonnella sfilacciata, che non valeva tre
calli. E le fate, a veder ciò, le domandarono: «Per quale porta
vuoi uscire, grazietta cara?». Ed essa abbassandosi a terra e quasi
stropicciandovisi tutta, disse: «Mi basta uscire per la stalla».
Allora le fate, abbracciandola e mille volte baciandola, le misero un
vestito magnifico, tutto ricamato d’oro; le acconciarono la testa alla
scozzese, a canestretta e con tanti nastri e fettucce, che vedevi un
prato di fiori, il tuppo[182] a perichitto[183] con l’imbottitura e le
treccette pendenti; e l’accompagnarono fino alla porta, ch’era d’oro
massiccio con la cornice incrostata di carbonchi. Qui le dissero: «Va’,
Cicella cara, che ti possiamo vedere ben maritata; e, quando sei sotto
quella porta, alza gli occhi, e vedi che cosa vi è sopra».

La giovinetta, fatta una bella riverenza, si partí; e, come fu
sotto l’arco della porta, levò la testa e le cadde una stella
d’oro sulla fronte, ch’era una cosa bellissima. Stellata, dunque,
come un cavallo[184], e linda e pinta, andò innanzi alla matrigna,
raccontandole da cima a fondo quanto le era accaduto.

Ma il racconto fu una botta alla testa per quella femmina invidiosa,
la quale non ebbe requie, e presto presto, fattosi indicare il luogo
delle fate, vi avviò quella cernia di sua figlia. La quale, giunta al
palazzo incantato e trovate quelle tre gioie di fate, quando le dettero
a ravviare i capelli e le domandarono che cosa vi trovasse, rispose:
«Pidocchi, che ognuno è quanto un cece, e lendini, che ognuno è grosso
quanto una cucchiara». Ebbero le fate stizza e dispetto pel modo zotico
della brutta villana, e, conoscendo dal mattino la mala giornata,
pure dissimularono e la condussero nella stanza delle cose di lusso,
dicendole di scegliere il meglio. Grannizia, vedendosi offrire il dito,
si prese tutta la mano, e afferrò la piú bella guarnacca che fosse in
quegli armadî. Le fate, a queste villanie l’una sull’altra, restarono
interdette; ma tuttavia vollero vedere fino a qual segno sapesse
giungere, e le fecero la domanda: «Per quale porta hai piacere di
uscire, o bella ragazza? per la porta d’oro o per quella dell’orto?»;
ed essa, con una faccia da punteruolo, rispose: «Per la migliore che
c’è». Le fate, vista la presunzione della donnicciuola, non le dettero
nemmeno un pizzico di sale, e la rimandarono con l’istruzione: «Quando
sarai sotto la porta della stalla, leva la faccia al cielo e vedi che
ti viene». E quella uscí tra il letame, e, alzata la testa passando
sotto la porta, le cadde sulla fronte un testicolo d’asino, che si
apprese alla pelle e pareva una voglia venuta alla madre quando era
incinta di lei.

Con questo bel guadagno, mogia mogia, tornò a Caradonia, la quale, al
vederla e all’udire il racconto, gettò schiuma dalla bocca, e, rabbiosa
come una cagna che ha partorito, fece subito spogliare Cicella,
l’avvolse in un sozzo panno e la mandò a guardare i porci, mentre con
gli abbigliamenti di lei infronzolí la figliuola. Cicella, con flemma
grande e con una pazienza da Orlando, sopportò la trista vita a cui
era stata assegnata. O crudeltà da muovere le pietre della strada, che
quella bocca, degna di proferire concetti d’amore, fosse sforzata a
suonare un corno e a gridare: «Cicco-cicco, enze-enze!»; che quella
bellezza, degna di stare tra proci, fosse posta tra porci; che quella
mano, degna di tirare per la cavezza cento anime, si cacciasse avanti
con una bacchetta cento scrofe: malannaggia ai vizî di chi la comandò
a questi boschi, dove, sotto la tettoia delle ombre, la Paura e il
Silenzio stavano a ripararsi dal Sole!

Ma il Cielo, che calpesta i prosuntuosi e solleva gli umili, fece che
capitasse colà un signore di alto grado, chiamato Cuosemo; il quale,
a vedere tra il fango un gioiello, tra i porci una fenice, e tra le
nuvole rotte di quei cenci il Sole splendente, ne rimase preso cosí
forte che mandò a domandare chi essa fosse e dove abitasse. E, appena
avute queste notizie, si presentò alla matrigna e gliela richiese per
moglie, promettendo di controdotarla di millanta ducati.

Caradonia mise subito l’occhio sul partito che si offriva, pensando
a sua figlia; e perciò rispose a Cuosemo che tornasse sul far della
notte, perché, intanto, voleva invitare i parenti. Quegli andò via
tutto giubilante, e gli parve ogni ora mille anni che il Sole si
coricasse al letto d’argento, preparatogli dal fiume dell’India, per
coricarsi a sua volta con quel Sole che gli ardeva il cuore. E l’altra,
in quel mezzo, ficcò Cicella in una botte e ve la chiuse con disegno
di darle una bollitura; e, giacché essa aveva abbandonato i porci, con
l’acqua calda lessarla come si fa del porco.

L’aria era imbrunita e il cielo era diventato simile a bocca di lupo,
quando Cuosemo, che aveva il parosismo e moriva dalla brama, per dare
con una stretta alle amate bellezze un po’ di largo all’appassionato
cuore, avviandosi con grande esultanza verso la casa di lei, diceva:
«Questa è l’ora appunto di andare a incidere l’albero, che Amore ha
piantato in questo petto, per farne sgorgare manna di dolcezze amorose!
Questa è l’ora appunto di scavare il tesoro, che la Fortuna mi ha
promesso! Perciò, non perder tempo, o Cuosemo: quando ti è offerto il
porcello, corri con la cordicella! O notte, o felice notte, o amica
degli amanti, o anima e corpo, o pentola e mestolo d’Amore[185], corri
corri a precipizio, perché sotto la tenda delle ombre tue io possa
ripararmi dal calore che mi consuma!».

Giunse, con questi pensieri, alla casa di Caradonia, e, in luogo di
Cicella, trovò Grannizia, un barbagianni in cambio di un cardellino,
un’erba porcacchia[186] in luogo di una rosa sbocciata: la quale,
sebbene si fosse messa le vesti di Cicella, e sebbene si dica: «Vesti
Ceppone, che pare barone», con tutto ciò pareva uno scarafaggio in una
tela d’oro; né i conci, gli empiastri e gli stiramenti e lisciamenti,
fattile dalla madre, avevano potuto toglierle la fosfora dalla testa,
le cispe dagli occhi, le lentiggini dalla faccia, il calcinaccio dai
denti, i porri dalla gola, le pustole dal petto e la sozzura dai
talloni; e l’afa putida della sentina si sentiva lontano un miglio.

Lo sposo, vedendo questa sembianza, non sapeva che cosa gli fosse
accaduto; e, dato indietro come all’apparir del diavolo, disse fra sé e
sé: «Sono svegliato o mi sono calzato gli occhi alla rovescia? Son io
o non son io? Che cosa vedo? Sciagurato Cuosemo, ti è stata rovinata
la barca! Questa non è la faccia che stamattina[187] mi ha afferrato
per la gola; questa non è l’immagine che mi è rimasta dipinta nel
cuore. Che vuol dir ciò, o Fortuna? Dove, dov’è la bellezza, l’uncino
che mi aggranfiò, l’argano che mi tirò, la freccia che mi trapassò?
Sapevo bene che né femmina né tela a lume di candela; ma questa io me
l’accaparrai a lume di sole. Oimè, che l’oro di stamattina mi si è,
stasera, mutato in rame e il diamante in vetro!».

Queste e altre parole mormorava e borbottava tra i denti; pure, alla
fine, costretto dalla necessità, dié un bacio a Grannizia, ma come se
baciasse un vaso antico, che avvicinò e scostò piú di tre volte le
labbra prima di toccare il muso della sposa; alla quale accostatosi,
gli parve di trovarsi alla marina di Chiaia, la sera, quando
quelle magne femmine portano tributo al mare d’altro che di odori
d’Arabia[188]. E, poiché intanto il Cielo, per parer giovane, si era
fatta la tinta nera alla barba bianca, e la terra di questo signore era
molto distante, egli fu costretto a portarsi la sposa a una casa poco
lontana dai confini di Panicocoli, dove, acconciato un saccone sopra
due casse, si coricò con lei.

Ma chi può dire la mala notte che passarono l’uno e l’altra? che,
quantunque fosse di estate e non giungesse a otto ore, pure parve
loro piú lunga della piú lunga notte dell’inverno. Dalla sua parte,
la sposa, irrequieta, tossiva, si spurgava, tirava qualche calcio,
sospirava e, con parole mute, chiedeva il censo della casa affittata;
ma Cuosemo faceva finta di russare e tanto si ritirò sulla sponda del
letto per non toccare Grannizia, che, mancatogli il saccone, cadde
sopra un orinale, e la cosa riuscí a puzzo e vergogna. Oh quante volte
lo sposo bestemmiò i morti[189] del Sole, che indugiava tanto per
tenerlo piú lungo tempo sotto quel pressoio! Quanto pregò che la Notte
corresse a precipizio, rompendosi il collo, e le stelle sprofondassero,
per togliersi da canto, con la venuta del giorno, quel brutto giorno!

Ma non cosí presto l’Alba uscí a cacciare le gallinelle[190] e
svegliare i galli, egli saltò dal letto, a stento si appuntò le brache
e andò di corsa alla casa di Caradonia per rinunziarle la figlia e
paganele l’assaggio con un manico di scopa. Non la trovò nell’entrare,
ché era andata al bosco per un fascio di legna con l’intento di mettere
al fuoco l’acqua per bollire la figliastra; la quale stava tappata
dentro la tomba di Bacco, laddove meritava di essere esposta nella
culla d’Amore.

Cuosemo, cercando invano Caradonia per la casa, e vedendo che era
sparita, cominciò a gridare: «Olà, dove state?». Ed ecco che un
gatto soriano, che covava la cenere, all’improvviso mandò una voce:
«Gnao-gnao! tua moglie è dentro la botte, chiusa e inchiodata:
gnao-gnao!». Cuosemo si accostò alla botte e sentí un certo lamentío
cupo e fioco; onde, presa subito un’accetta che era appesa presso il
focolare, sfasciò la botte, e il cader giú delle doghe parve il cader
della tela di una scena[191], sulla quale una Dea si avanzi a recitare
il prologo.

Non saprei dir come, a tanto splendore, Cuosemo non cascasse morto di
colpo; ma stette per un certo tempo come chi ha visto il monachetto,
e poi, tornato in sé, corse ad abbracciare Cicella, interrogandola
affannosamente: «Chi ti aveva posto in questo triste luogo, o gioiello
del mio cuore? Chi mi ti aveva nascosta, o speranza della mia vita?
Che cosa è questa? La leggiadra colombella in una gabbia di cerchi? e
venire, invece di lei, al fianco mio, l’uccello grifone? Come va questo
fatto? Parla, boccuccia mia bella; consola questo spirito, lascia
sfogare questo petto!».

Cicella gli raccontò tutto l’accaduto, senza lasciarne un iota, quanto
aveva in passato sofferto in casa dal giorno che la matrigna vi mise
piede, via via fino al momento che, per toglierle la vita[192], l’aveva
sotterrata in una botte. Udito ciò, Cuosemo la fece rimpiattare dietro
la porta; e, rimessa insieme la botte, andò a chiamare Grannizia e
ve la ficcò dentro, dicendole: «Sta’ qui un po’, tanto ch’io faccia
eseguire un incantamento, affinché i mali occhi non ti possano
nuocere». Poi, abbracciata Cicella, la levò su un cavallo e se la portò
a Pascarola[193], che era la terra sua.

Tornata Caradonia con una gran fascina, accese un gran fuoco e vi pose
sopra una grande caldaia d’acqua; e, quando l’acqua cominciò a bollire,
la versò attraverso il buco nella botte e spolpò tutta la figlia, che
digrignò i denti come se avesse mangiato l’erba sardonica, e le si
staccò la pelle come al serpente, allorché getta la scoglia. E, quando
giudicò che Cicella avesse steso i piedi, ruppe la botte. Ma, trovando
invece (ahi, vista! ahi, conoscenza!) la propria figlia cotta da una
cruda madre, si strappò le ciocche, si graffiò la faccia, si picchiò
il petto, batté le mani, cozzò con la testa contro i muri, pestò i
piedi a terra, e fece tanto lutto e piagnisteo che vi accorse tutto il
casale. E, poi ch’ebbe fatto e detto cose dell’altro mondo, che non
bastarono conforti a consolarla né consigli a mitigarla, andò di corsa
a un pozzo, e colà zúffete, con la testa in giú, si ruppe il collo,
mostrando quanto sia vera quella sentenza:

    Chi sputa in cielo, gli ritorna in faccia.

Era finito appena questo racconto, che, conforme all’ordine dato dal
principe, si videro comparire Giallaise e Colaiacovo, l’uno cuoco e
l’altro cantiniere della corte, i quali, vestiti da vecchi napoletani,
recitarono l’egloga che segue:


LA STUFA

EGLOGA

            _Giallaise e Colaiacovo_.

    GIAL. Oh, Cola, ben trovato!
    COL. Ed a te benvenuto, Giallaise!
          Dimmi, donde ne vieni?
    GIAL.                      Dalla stufa[194]
    COL. Con tal caldo, alla stufa?
    GIAL.                          Piú fa caldo,
          tanto meglio.                                           5
    COL.               E non crepi?
    GIAL. Creperei, fratel mio, se non v’andassi.
    COL. Ma qual gusto vi trovi?
    GIAL. Gusto di temperare
          l’affanno che ci affligge in questo mondo,
          dove rabbia ci gonfia nel vedere                       10
          tutte le cose fuori di sentiere.
    COL. Ma perché tu mi burli?
          Credi ch’io sia una zucca,
          e che non peschi al fondo...
          Che ha da vedere la stufa col mondo?                   15
    GIAL. Piú stimi di pescare e meno peschi!
          Pensi tu ch’io ti parli
          di quella stufa dove sei menato
          in una cameretta e vi stai saldo,
          e vi ci affochi e vi muori di caldo?                   20
          No, no: parlo d’un’altra,
          che, a pensarci soltanto,
          si dimezza il dolore
          della vita angosciosa,
          e si sgonfia il gonfior di quella cosa!                25
    COL. Mi dici cose nuove,
          mi fai strasecolare!
          Forse asino non sei quanto a me pare.
    GIAL. Sappi, dunque, che il mondo
          è una stufa, alla quale                                30
          e male e bene vengono a colare.
          Abbi gusti e piaceri a carrettate,
          abbi grandezze a braccia ed a cataste,
          ogni cosa ti stufa e infastidisce;
          e che sia vero, apri gli orecchi e ascolta,            35
          e intanto ti consola,
          ché viene a questo passo
          ogni contento umano ed ogni spasso.
    COL. Di’ pure: un bel regalo ti vo’ fare!
          Ti sto a bocca aperta ad ascoltare.                    40
    GIAL. Verbigrazia, tu vedi
          bella una giovinetta,
          e cominci a pensarla,
          e le mandi il sensale,
          e tratti il matrimonio.                                45
          Siete d’accordo, si chiama il notaio,
          che distende i capitoli;
          sali, baci la sposa,
          che è tutta sfoggi e ninnoli;
          tu pure, come principe,                                50
          con bell’abito nuovo;
          vengono i suonatori,
          si banchetta, si danza,
          e s’aspetta la notte:
          con maggior brama, indocile, l’aspetti,                55
          che vento il marinaio,
          lo scrivano rumore,
          il ladro folla e litigio il dottore.
          Ecco, viene la notte,
          notte di mal augurio,                                  60
          che la gramaglia a buon diritto porta,
          perché la libertà piange, che è morta!
          La moglie con le braccia se lo stringe,
          né ei sa che son catene da galera.
          Ma durano tre giorni                                   65
          le moine e carezze,
          le smorfie e tenerezze.
          Al quarto giorno, è già stufato affatto:
          bestemmia quando mai ne fu parola;
          maledice colui,                                        70
          che fu causa del nodo.
          Se la meschina parla,
          la prende per traverso;
          se fa il grugno, la mira con cipiglio;
          a letto, è come l’aquila a due teste;                  75
          se lo bacia, ei la faccia
          torce dall’altro lato:
          da quella casa il bene se n’è andato!
    COL. Ortolano infelice è chi s’ammoglia!
          Solo una notte semina contenti,                        80
          e miete mille giorni di tormenti.
    GIAL. Ora un padre si vede
          nascere un bambinello:
          oh giubilo! oh delizia!
          Subito lo ricinge                                      85
          di fasce e di bambagia;
          a mo’ d’una bilancia
          lo carica, e gli appende
          tante cose alle spalle:
          denti di lupo, fichi e mezze lune,                     90
          e coralli e figure
          di tassi e porcellini,
          che par né piú né meno
          chi va in giro vendendo spoglie vecchie[195].
          Gli trova una nutrice,                                 95
          non vede per altri occhi,
          gli parla vezzosetto:
          «Come zzai, bel ninnillo?
          Ti volto tanto bene,
          tu zi’ cole di tata,                                  100
          zaporetto di mamma!».
          E, mentre si sta attonito
          a udire cacca e pappa,
          raccoglie in seno quanto a quello scappa.
          Cresce il bambino come la mal’erba                    105
          e si fa come broccolo fiorito.
          Ed allora ei lo manda
          alla scuola, e vi spende le pupille;
          e quando ha fatto conto
          di vederlo dottore,                                   110
          ecco gli esce di mano
          batte la trista via,
          se la fa con sgualdrine,
          tratta con malandrini,
          va in brigata con furbi e toglie e spande,            115
          contrasta con barbieri e con scrivani.
          Di ciò, stufato, il padre
          lo scaccia o ’l maledice;
          o, per mettere a sesto
          quello strambo cervello,                              120
          lo manda carcerato in un castello[196].
    COL. Vana correzione
          è metterlo in prigione: un figlio tristo,
          un figlio c’ha le lune,
          s’alleva o per il remo o per la fune!                 125
    GIAL. Vuoi altro? Anche il mangiare,
          che è cosa necessaria,
          viene, infine, a fastidio.
          Stiva bene lo stomaco,
          mordi, trangugia, ingozza, spiana, pettina,           130
          grufola, scuffia, mena le mascelle,
          metti sotto del naso, empi la bocca
          di cose dolci ed agre, e magre e grasse,
          il portante dà pure alle ganasce,
          va’ per masticatorî e per mercati;                    135
          ché all’ultimo dell’ultimo,
          col peso che t’opprime,
          spari tuoni, fai rutti, e a poco a poco
          cadi in inappetenza;
          e a tal segno ti stufi                                140
          che la carne t’è in odio,
          il pesce ti ripugna,
          il dolce ti diventa assenzio e fiele,
          nemico senti il vino,
          e ti mantiene appena un sorsellino.                   145
    COL. Cosí non fosse vero
          che il mangiar senza regola e misura
          la preziosa sanità c’invola,
          e c’ogni male c’entra per la gola!
    GIAL. Se giochi a carte, a dadi,                            150
          a trucchi ed a birilli,
          a cedrangoli, a scacchi ed a formelle,
          se vi spendi il tuo tempo,
          se v’arrisichi l’anima,
          se vi metti l’onore in compromesso,                   155
          tu vi lasci il danaro,
          vi perdi l’amicizia,
          non dormi di buon sonno,
          non mangi in santa pace,
          sempre fisso il cervello                              160
          al vizio maledetto,
          dove due son d’accordo per truffarti
          e spartirsi il guadagno.
          Che se alfine ti accorgi
          che ci sei capitato, e n’hai dispetto,                165
          stufato per le perdite,
          quando vedi alcun giuoco,
          il canchero tu vedi e vedi il fuoco.
    COL. Beato chi lo fugge!
          Lontano sia da me, guarda, sta’ attento:              170
          vi perdi i giorni, se non perdi argento!
    GIAL. Anche i trattenimenti
          che son di minor risico e piú gusto,
          alfine ti dan noia.
          Le farse, le commedie, i saltimbanchi,                175
          la femmina che balla sulla corda,
          quell’altra con la barba,
          e quella che cucire sa coi piedi,
          i mattaccini con le bagatelle,
          la capra che passeggia sui rocchetti;                 180
          tutti, insomma, ti stufano i sollazzi,
          e buffoni e faceti e sciocchi e pazzi[197].
    COL. Ben soleva cantare il compar Biondo[198]:
          «Non v’ha gusto durabile nel mondo».
    GIAL. La musica è dolcezza che ti scende                    185
          per tutta la persona,
          con tanta varietà di garbi e modi,
          trilli, fughe, volate e gargarismi,
          e falsi e retropunti e passagagli,
          con voce or malinconica ora allegra,                  190
          o grave o a saltarello,
          per aria o con la parte
          di basso o di falsetto o di tenore,
          con istrumenti da tasto o da fiato,
          e con corde di nervo o di metallo.                    195
          Pure, ogni cosa stufa;
          e se non sei d’umore,
          e suonano e ti gonfiano i polmoni,
          romperesti tiorbe e colascioni.
    COL. Quando vi manca l’animo disposto,                      200
          si suoni e canti pure a meraviglia,
          canti lo Stella, canti Giammatteo:
          peggio è la sinfonia di un piagnisteo[199].
    GIAL. E non ti dico niente del ballare!
          Vedi salti rotondi e trabocchetti,                    205
          e daini e capriole,
          e corse e atteggiamenti.
          Per un po’ ti piace, ma a quel gusto
          segue presto il disgusto:
          quattro mutanze stufano,                              210
          non vedi l’ora che si metta in campo
          il ballo della torcia o del ventaglio[200],
          per dileguare, finita la festa,
          stanco di piede, vacüo di testa.
    COL. Senz’altro, è tempo perso;                             215
          ed a fare scambietti,
          niente guadagni e qualcosa rimetti.
    GIAL. Conversazioni, pratiche,
          e spassi, e comunelle con gli amici,
          e andar per le taverne                                220
          a bere ed a sguazzare,
          a sbordellare ai vicoli dei Gelsi[201],
          e mettere la piazza sottosopra
          con spadacce e coperchi di latrina[202],
          non aver requie mai,                                  225
          la testa ad arcolaio,
          il cuore a mulinello,
          son cose che, passato il fior degli anni,
          quando il sangue è bollente,
          stufano piú d’ogni altra;                             230
          ed abbassando il capo,
          tu appendi la carruba[203] ad affumarsi
          e pensi ai casi tuoi,
          stufato di quegli anni
          che dan falsi piaceri e veri affanni.                 235
    COL. Quanto all’uomo è diletto,
          come fuoco di paglia,
          passa, sparisce, si sprofonda, squaglia!
    GIAL. Ha ogni senso dell’uomo i suoi capricci;
          ma ben presto si stufa                                240
          l’occhio di rimirare
          cose leggiadre e belle,
          sfoggi, avvenenze, quadri,
          spettacoli, giardini, statue e fabbriche;
          il naso, d’odorare                                    245
          garofani, viole, rose e gigli,
          ambra, musco, zibetto,
          brodo conciato e arrosti;
          la mano, di toccare
          cose tenere e molli;                                  250
          la bocca, di gustare
          bocconi ghiotti e cibi prelibati;
          gli orecchi, di sentire
          nuove fresche e gazzette.
          Breve, se il conto esegui sulle dita,                 255
          quanto fai, quanto vedi e quanto senti
          tutto ti viene in uggia, e spassi e stenti.
    COL. Sarebbe unito troppo con la terra
          l’uomo, che è fatto solo per il Cielo,
          se avesse in questo mondo                             260
          contentezza compiuta!
          Convien, dunque, accettare
          folti gli affanni e le dolcezze rare.
    GIAL. Solo una cosa non ti stufa mai,
          e sempre ti rallegra,                                 265
          e sempre ti fa stare
          contento e consolato:
          il sapere congiunto col ducato[204].
          Perciò un poeta greco
          dicea, rivolto a Giove,                               270
          con caldi prieghi, che gli uscian dal cuore:
          — Virtù e danaro donami, Signore! —
    COL. Parli da vero savio,
          ché l’una e l’altro non ti sazia mai.
          Chi ha la salsa e il sale,
          grande il fa l’oro, la virtù immortale![205].

Fu tanto gustosa l’egloga, che gli ascoltatori, incatenati dal piacere,
a gran pena si avvidero che il Sole, stanco di fare tutto il giorno il
ballo del Canario pei campi del Cielo, avendo spinto al ballo della
Torcia[206] le stelle, s’era ritirato per mutar camicia. L’aria,
intanto, s’era fatta fosca; e cosí, col solito appuntamento di tornar
pel giorno dopo, tutti si ritirarono alle loro case.

  FINE DELLA GIORNATA TERZA.




GIORNATA QUARTA


Poco innanzi era uscita l’Alba a domandare il beveraggio ai braccianti
perché il Sole non poteva tardare a spuntare, quando i principi
bianchi e neri[207] si recarono al luogo dell’appuntamento. Colà già
si trovavano raccolte le dieci donne, le quali, avendo fatto una
scorpacciata di gelse rosse[208], mostravano un muso simile alla mano
del tintore. Tutti insieme andarono a sedersi presso una fontana,
che serviva da specchio a certe piante di cedrangolo nell’atto che
esse intrecciavano le loro chiome per rendere cieco il Sole. E, fatto
disegno di passare in qualche modo il tempo fino all’ora di menar le
ganasce, per dar gusto a Taddeo e a Lucia cominciarono a discutere se
dovessero giocare a _segamattone_, a _capo o croce_, a _cucco o vento_,
a _mazza e piuzo_, alla _morra_, a _pari e dispari_, alla _campana_,
alle _norchie_, ai _castellucci_, ad _accostapalla_, a _coppia e solo_,
al _tocco_, alla _palla_ o ai _birilli_[209].

Ma il principe, che era ristucco di tanti giuochi, ordinò che venisse
qualche strumento e si cantasse; e subito una frotta di servitori,
che si dilettavano di suonare, uscirono pronti con colascioni,
tamburelli, cetre, arpe, chiuchieri, buttafuochi, crò-crò, cacapensieri
e zuche-zuche, e, fatta una bella sinfonia[210], e suonato il
_tenore dell’Abbate, Zeffiro, Cuccara Gianmartino_ e il _ballo di
Fiorenza_[211], cantarono un certo numero di canzoni di quelle del
tempo buono[212], che si può piú facilmente rimpiangere che ritrovare;
e, fra le altre, furono dette:

      Fruste ccà, Margaritella,
    ca si’ troppo scannalosa,
    che ped ogne poco cosa
    tu vuoi ’nanze la gonnella.
      Fruste ccà, Margaritella![213]

e quell’altra:

    Vorria, crudel, tornare chianelletto,
    e po’ stare sotto a sso pede!
    Ma, si tu lo sapisse,
    pe straziarme sempre corrarisse[214].

Seguitarono poi:

      Iesce, iesce, Sole
    scaglienta, mparatore!
    Scanniello d’argento,
    che vale quattociento;
    cientocinquanta
    tutta la notte canta.
    Canta, Viola,
    lo mastro de scola.
    O mastro, mastro,
    mannancenne priesto,
    ca scenne mastro Tiesto
    co lanze, co spate,
    co l’aucielle accompagnato.
    Sona, sona, zampognella,
    ca t’accatto la gonnella,
    la gonnella de scartato;
    si non suone, te rompo la capo[215].

E non lasciarono quell’altra:

      Non chiovere, non chiovere,
    ca voglio ire a movere,
    a movere lo grano
    de mastro Giuliano.
    Mastro Giuliano, prestame la lanza,
    ca voglio ire ’n Franza,
    da Franza a Lommardia,
    dove sta madamma Lucia[216].

Ora, mentre erano nel meglio del cantare, furono portate le pietanze in
tavola, e, avendo mangiato a crepapelle, Taddeo fe’ cenno a Zeza che
desse principio, iniziando la giornata col suo racconto; e quella, per
eseguire il comando del principe, cosí parlò.




TRATTENIMENTO PRIMO

LA PIETRA DEL GALLO


  Mineco Aniello, per virtú di una pietra trovata nella testa di un
  gallo, diventa giovane e ricco; ma, truffatagli la pietra da due
  necromanti, torna vecchio e pezzente. Andando pel mondo in cerca
  del bene perduto, al regno dei topi ha notizia dell’anello e,
  aiutato da due topi, lo ricupera, ritorna a gioventù e ricchezza, e
  si vendica dei due mariuoli.

Non sempre ride la moglie del ladrone; chi trama frode, si tesse
rovine; non c’è inganno che non si scopra, né tradimento che non venga
a luce: le mura sono spioni dei furianti, e ladrocinio e puttanesimo
crepano la terra, la quale, in fine, accusa[217]: come vi farò udire,
se terrete le orecchie a casa.

C’era una volta nella città di Grottanera un certo Mineco Aniello,
cosí in disdetta di fortuna che tutto il suo bene, stabile e mobile,
consisteva in un gallo nano[218], che egli si era allevato a
mollichette[219]. Ma, trovandosi una mattina spasimante dalla fame, la
quale caccia il lupo dal bosco, si risolse a cavarne spiccioli, e lo
portò al mercato. Colà venne a patto con due barbagianni necromanti, e,
rilasciatolo per mezza patacca, i due gli dissero di portarglielo fino
a casa, ché gli avrebbero contato i quattrini.

Cosí, avviatisi i due maghi e Mineco Aniello[220] dietro, questi sentí
che parlavano in lingua furbesca tra loro, e l’uno diceva: «Chi ce
l’avesse detto che avremmo avuto questo buon incontro, o Iennarone!
Questo gallo senz’altro sarà la ventura nostra, per quella pietra che
tu sai che ha dentro la testa: noi la faremo legare subito in un anello
per avere tutto quanto sapremo domandare». E Iennarone rispondeva:
«Zitto, Iacovuccio, ché mi trovo ricco e non ancora lo credo; e
non vedo l’ora di scapezzare questo gallo per dare un calcio alla
pezzenteria e stirarmi la calza[221]; perché, in questo mondo, le virtù
senza tornesi sono tenute pezze per i piedi; e come vesti, cosí sei
considerato».

Mineco Aniello, che aveva viaggiato paesi e mangiato pane di molti
forni, inteso il gergo, quando fu a un vicoletto stretto, voltò carena
e truccò per la polverosa[222], diritto a casa sua. Dove, torto il
collo al gallo e apertagli la testa, trovò la pietra, che subito fece
legare in un anello di ottone. E, per fare esperienza della sua virtù,
disse: «Vorrei diventare un giovinotto di diciott’anni»; e, appena
pronunziate queste parole, il sangue gli tornò piú vivo, i nervi
piú forti, le gambe piú ferme, la carne piú fresca, gli occhi piú
spiritosi, i capelli di argento si fecero d’oro; la bocca, che era un
villaggio saccheggiato, si popolò di denti; la barba, che era luogo
di caccia riservata, si cangiò in terreno seminatorio; e, insomma,
divenne un bellissimo giovane. Allora passò a dire: «Desidererei un
palazzo magnifico e stringere parentado col re»; ed eccoti sorgere un
palazzo di bellezza incredibile, con statue meravigliose, colonnati
da stordire, pitture da strasecolare; l’argento riluceva dappertutto,
l’oro si calpestava per terra, le gioie a profusione, i servitori
brulicavano, cavalli e carrozze a bizzeffe. Tanto fu, in breve, lo
splendore di ricchezze, che mise in mostra, che il re vi rivolse gli
occhi ed ebbe caro di dare in moglie a Mineco Aniello la propria
figlia, chiamata Natalizia.

I necromanti, che videro questa fortuna grande e ne conoscevano
l’origine, fecero disegno di levarla di mano a Mineco Aniello.
Formarono perciò una bella bambola, che suonava e ballava a forza di
contrappesi[223], e, travestiti da mercanti, andarono da Pentella,
figlia di lui, sotto specie di volergliela vendere. La fanciulla,
vista questa bella cosa, domandò: «A quale prezzo la date?»; ed essi
risposero che non c’era prezzo che potesse pagarla, ma che ne sarebbe
stata padrona se avesse fatto loro un piacere solo, che era di lasciar
vedere la fattura dell’anello posseduto dal padre, per prenderne il
modello e farne un altro simile, e le avrebbero donato la bambola senza
alcun pagamento. Pentella, che non conosceva il proverbio: «A buon
mercato, pensaci», accettò subito la proposta, e disse che fossero
tornati la mattina dopo, perché se lo sarebbe fatto prestare dal padre.

Ritiratisi i maghi e tornato il padre a casa, essa tante cose dolci gli
disse e tante carezze gli fece che lo tirò a consentire di prestarle
l’anello, col pretesto che si sentiva oppressa da malinconia e cercava
di allargarsi un po’ il cuore. E il giorno seguente, nell’ora in cui il
pagliaminuta[224] del Sole fa spazzare le immondizie delle ombre per
le piazze del cielo, si presentarono i maghi, che, non appena ebbero
tra le mani l’anello, squagliarono come quello che svanisce[225], che
non se ne vide il fumo; e la disgraziata Pentella provò una stretta al
cuore, che stava per morirne.

I maghi si cacciarono in un bosco dove i rami degli alberi parte
ballavano l’imperticata[226] e parte giocavano a pane caldo[227];
e, soffermatisi in quel luogo, dissero all’anello di disfare tutta
l’invenzione del vecchio ringiovanito. Il quale, proprio in quel punto,
si trovava innanzi al re, e, tutt’a un tratto, lo si vide arruffare e
imbiancare i capelli, increspare la fronte, insetolire le sopracciglia,
scerpellare gli occhi, aggrinzire la faccia, sdentare la bocca,
imboschire la barba, alzare la gobba, tremare le gambe, e, soprattutto,
cangiare gli abiti fiammanti in cenci e stracci.

Il re, che vide questo brutto pezzente seduto in conversazione con
lui, lo fece subito scacciare con bastoni e male parole; e quello,
vedendosi a terra di piombo, andò piangendo dalla figlia e le richiese
l’anello per rimediare al disastro. Ma qui apprese la burla fattagli
dai mercanti e poco mancò che non si precipitasse dalla finestra,
bestemmiando mille volte la ignoranza della figlia che per una stupida
bambola l’aveva fatto restare come un povero diavolo, per una cosa
fatta di pezza lo aveva ridotto a far cose da pazzi. Ché egli era ben
risoluto di andare tanto errando e vagando, come il mal danaro, pel
mondo, finché avesse notizia di quei mercanti.

Cosí, postosi un zamberlucco[228] addosso, grossi scarponi
allacciati[229] ai piedi, una bisaccia di traverso alle spalle e
una mazza in mano, lasciando la figlia fredda e gelata, si mise per
disperato a camminare. E tanto menò i piedi, che giunse al regno di
Pertugiofondo[230], abitato dai topi; dove, appena giunto, fu scambiato
per uno spione inviato dai gatti e portato subito innanzi a Rosicone,
il re, il quale gli domandò chi fosse, donde venisse e a qual fine
fosse venuto a quei paesi.

Mineco Aniello, offerto anzitutto al re un pezzo di lardo in segno di
tributo, gli raccontò a una a una tutte le sue disgrazie; e concluse
che voleva tanto consumare il suo misero corpo fin che avesse notizia
di quelle anime dannate, che lo avevano derubato[231] di una gioia cosí
cara, togliendogli tutt’insieme il fiore della gioventù, la fonte della
ricchezza, il sostegno dell’onore.

A questo racconto Rosicone si sentí rosicchiare dalla pietà, e,
desideroso di dare qualche consolazione al pover’uomo, chiamò i topi
piú vecchi a consiglio, richiedendoli di parere intorno alla disgrazia
di Mineco Aniello e comandando loro di far diligenza per avere
qualche notizia dei falsi mercanti. Si ritrovavano per ventura tra i
consiglieri Rudolo e Saltarello, topi pratici delle cose del mondo, che
erano stati circa sei anni a un’osteria di passo[232]; i quali dissero:
«Sta’ di buon cuore, camerata, ché le cose andranno meglio di come tu
credi. Ora sappi che, trovandoci un giorno in una stanza dell’osteria
del Corno, dove alloggiano e sguazzano allegramente gli uomini piú
onorati del mondo, passarono di là due di Castel Rampino, che, dopo
mangiato, avendo visto il fondo dell’orcio, discorrevano della burla
fatta a un certo vecchio di Grottanera, a cui avevano truffato una
pietra di grande virtú, che quegli (disse uno di loro che si chiamava
Iennarone) non si sarebbe mai tolta dal dito per timore di perderla, e
che la figlia gliel’aveva persa».

Nell’udire questo, Mineco Aniello disse ai due topi che, se si
sentivano di accompagnarlo al paese di quei mariuoli e di fargli
ricuperare l’anello, avrebbe donato loro una soma di formaggio e di
carne salata, affinché se la godessero insieme col loro re e signore. I
due, trattandosi di ungere le mani, s’offersero di fare mari e monti,
e, domandata licenza alla topesca corona, partirono con lui.

Giunti, dopo lungo viaggio, a Castel Rampino, fecero fermare Mineco
Aniello sotto certi alberi alla riva di un fiume, che, come sanguisuga,
sorbiva il sangue dei lavoratori e lo gettava al mare. I due topi
ritrovarono la casa dei maghi, e videro che Iennarone non si toglieva
mai l’anello dal dito, onde si proposero di guadagnare la vittoria per
stratagemma.

E quando la notte ebbe tinto d’inchiostro la faccia del cielo ch’era
cotta di sole[233], e Iennarone giaceva disteso a dormire, Rudolo
gli cominciò a rodere il dito nel quale portava l’anello; e colui,
sentendosi dolere, si tolse l’anello e lo posò sopra una tavola a capo
del letto. Ciò veduto, Saltarello se lo mise in bocca, e in quattro
salti andarono a trovare Mineco Aniello, che, con maggiore allegrezza
di quanta ne prova chi sta per essere impiccato al giungere della
grazia, fece subito diventare i necromanti due asini, e sopra uno dei
due, steso il ferraiuolo, cavalcò come un bel conte, e l’altro caricò
di lardo e cacio. Spronò cosí alla volta di Pertugiofondo, dove,
offerto il dono al re e ai consiglieri, li ringraziò di tutto il bene
che per opera loro aveva ricevuto, pregando il Cielo che mai trappola
facesse loro impedimento, mai gatto loro arrecasse danno, mai arsenico
fosse loro causa di dispiacere.

Partito da quel paese e giunto a Grottanera, e diventato piú bello di
prima, fu accolto dal re e dalla principessa con le migliori carezze
del mondo; e, dopo aver fatto dirupare i due asini da una montagna,
rimase a godere con la moglie, e non si tolse mai piú l’anello dal dito
per non tirarsi addosso qualche altra calamità, perché

    il cane, che provò la scottatura,
    anche dell’acqua fredda si spaura.




TRATTENIMENTO SECONDO

I DUE FRATELLI


  Marcuccio e Parmiero fratelli, l’uno ricco e vizioso, l’altro
  virtuoso e povero, dopo varie fortune si vedono, quello povero e
  rinnegato dal ricco, divenuto barone, e il ricco, caduto in miseria
  e condotto presso alla forca; ma, riconosciuto innocente, è dal
  fratello messo a parte delle sue ricchezze.

Dié molta soddisfazione al principe il caso di Mineco Aniello; ed essi
benedissero mille volte i topi, che furono causa che il pover’uomo
ricuperasse la pietra e che i maghi pagassero con una rottura di
collo il cerchio di un dito. Ma, avendo Cecca alzato il capo per
chiacchierare, tutti barricarono con la porta del silenzio la stanza
delle parole, ed essa prese a dire nel modo seguente:

Non c’è piú sicuro parapetto contro gli assalti della fortuna che la
virtú, la quale è contravveleno delle disgrazie, puntello delle rovine,
porto dei travagli, e ti trae dal fango, ti salva dalle tempeste, ti
guarda dalle male sciagure, ti conforta nei dolori, ti soccorre nelle
necessità, ti difende nella morte: come vedrete nel racconto che ho
sulla punta della lingua per recitarvi.

C’era una volta un padre, che aveva due figli, Marcuccio e Parmiero; e,
quando fu sul punto di saldare i conti con la natura e di stracciare
il quaderno della vita, se li chiamò accanto al letto e disse loro:
«Figli miei benedetti, già poco possono tardare gli sbirri del tempo a
sfondare la porta degli anni miei per fare, contro le costituzioni del
Regno[234], un’esecuzione sui beni dotali di questa vita per quello che
devo alla terra; e perciò, amandovi quanto le mie pupille, non partirò
da voi senza lasciarvi qualche buon ricordo, affinché possiate correre
con la tramontana del buon consiglio per questo golfo di travagli e
arrivare a sicuro porto. Aprite, dunque, gli orecchi, ché, se ben
sembri nulla quel che vi do, sappiate che è una ricchezza tale che
non vi sarà rubata da malandrini, una casa che non la rovineranno i
terremoti, un campo che non lo divoreranno i bruchi.

«Ora, _in primo et ante omnia_, siate timorosi del Cielo: ogni cosa
viene di là sopra; chi esce da questa strada, ha fritto il fegato[235].

«Non vi fate sopraffare dalla poltroneria, standovene come porci nel
porcile. Chi striglia il suo cavallo, non si può chiamare mozzo di
stalla: bisogna aiutarsi a calci e a denti; e chi per altri lavora,
mangia per sé.

«Risparmiate quel che possedete: chi sparagna, guadagna; a callo a
callo si forma il tornese; chi conserva, trova; chi ha donde, buona
minestra condisce[236]; serba, ché pappi, e non fare che sfaccia; buoni
sono gli amici e i parenti, trista la casa dove non c’è niente; chi
ha danari, fabbrica, e chi ha vento, naviga; e chi non ha danaro è un
tanghero e un asino, che in ogni tempo lo afferra lo spasimo; e perciò,
amico mio cortese, come hai l’entrata, cosí fa le spese; deretano
quanto ne copri, terra quanta ne fiuti[237]; come ti senti, cosí mena i
denti; cucina piccola fa casa grande.

«Non essere troppo chiacchierone, ché la lingua non ha l’osso e rompe
il dosso; odi, vedi e taci, se vuoi vivere in pace; quello che tu vedi,
vedi, quello che tu senti, senti; poco mangiare e poco parlare; caldo
di panni mai fece danno; chi troppo parla, spesso falla.

«Contentatevi del poco: meglio le fave che durano, che non i confetti
che finiscono; meglio goder di poco che tribolar d’assai; chi non può
aver la carne, beva il brodo; chi altro non può avere, si corchi con
sua moglie; _quot quot autem_[238], accònciati come puoi: chi non può
avere la polpa, s’attacchi all’osso.

«Praticate sempre coi migliori di voi e fate loro le spese; dimmi con
chi vai e ti dirò quel che fai; chi pratica con lo zoppo, in capo
all’anno zoppica; chi dorme col cane, non si leva senza pulci; al
tristo dágli la roba tua, e lascialo andar lontano, perché la mala
compagnia porta l’uomo alla forca.

«Pensate e poi fate, ché è sciocca cosa chiudere la stalla quando i
buoi ne sono usciti; quando la bocca è piena, tura, tura; quando è
vuota, non hai da turare; mastica prima e poi trangugia; la gatta per
la fretta fece i figli ciechi; chi cammina adagio, fa buon viaggio.

«Fuggite le contese e le brighe, non mettete il piede su ogni pietra;
ché a chi va saltando troppi pali, qualcuno gli si ficca dietro;
cavallo, che dà calci, piú ne ha che non ne dà; chi di graffio ferisce,
di coltellaccio perisce; tanto va la secchia al pozzo, che vi lascia il
manico; la forca è fatta per lo sventurato.

«Non vi fate salire alla testa i fumi della superbia; ci vuol altro
che tovaglie bianche a mensa; abbàssati e accòmodati; mai non fu buona
casa che dà fumo; il buon alchimista passa lo stillato per la cenere
affinché non prenda di fumo, e l’uomo dabbene deve passare per la
memoria, che li fa diventar cenere, i suoi pensieri superbi, per non
restare affumicato dalla prosunzione.

«Non vi prendete i pensieri del Rosso[239]; chi s’impiccia,
resta impacciato; è cosa da gentuccia andar mettendo l’assisa ai
cetriuoli[240] e il sale alle pignatte[241].

«Non v’impacciate con signori, e andate piuttosto a tirare la sciabica
che servire in corte. Amore di signore è vino di fiasco, la sera è
buono e la mattina è guasto; da essi non puoi avere altro che buone
parole e mele putride; in corte ti riescono i servigi sterili, i
disegni fracidi, le speranze spezzate; sudi senza compassione, corri
senza riposo, dormi senza quiete, fai le tue necessità senza candela, e
mangi senza sapore.

«Guardatevi da ricco impoverito e da villano risalito, da pezzente
disperato e da servitore ammaliziato, da principe ignorante, da giudice
interessato, da femmina gelosa, da uomo di domani[242], da malviventi,
da uomo senza barba[243] e da femmina barbuta, da fiumi quieti, da
camini fumosi, da cattivo vicino, da fanciullo piagnoloso e da uomo
invidioso.

«Sforzatevi, in ultimo, di mettervi in mente che chi ha arte ha parte,
e quegli campa in mezzo a un bosco che ha sale in zucca e ha posto il
dente del senno e mutate le prime orecchie; e che a buon cavallo non
manca sella.

«Mille altre cose dovrei dirvi, ma comincia a venirmi l’affanno della
morte e mi manca il fiato».

Cosí dicendo, ebbe appena la forza di levare la mano per benedirli,
che, calate le vele della vita, entrò nel porto di tutti i guai di
questo mondo.

Marcuccio scolpí le parole del padre in mezzo al cuore, si dié a
studiare alla scuola, ad andare per le accademie, a disputare con gli
studenti[244], a discorrere di cose virtuose; tanto che, in quattro
e quattro, diventò il primo letterato di quel paese. Ma poiché la
pezzenteria è la zecca attaccaticcia della virtú, e dall’uomo unto
dell’olio di Minerva scivola via l’acqua della buona fortuna, stava
il pover’uomo sempre sbricio, sempre asciutto, sempre di netto cuore
e cruda voglia, e si trovava le piú volte sazio di voltare testi e
bramoso di leccare tegami, stanco di studiare consigli[245] e stremato
d’aiuti, lavorando sempre sull’Indigesto[246] e trovandosi sempre
digiuno.

Parmiero, invece, si dette a vivere alla carlona e all’avventura, da
una parte giocando, dall’altra andando per le taverne, e crescendo
lungo lungo senza alcuna virtú al mondo. Con tutto ciò, di ruffa in
raffa, fece assai danari e si accomodò bene.

Vedendo questo, Marcuccio si chiamò pentito che, per seguire i consigli
del padre, fosse uscito di strada; perché il Donato[247] niente gli
aveva donato, il Cornucopia[248] lo aveva posto in sí grande necessità,
e Bartolo non gli aveva messo nulla nelle bisacce[249]; laddove
Parmiero, divertendosi con gli ossi[250], faceva buona carne e, dando
spasso alle mani, s’era ben riempito il gorguzzule.

Alla fine, non sapendo piú star saldo allo stimolo del bisogno, andò
a trovare il fratello e lo pregò, poiché la fortuna lo faceva figlio
della gallina bianca[251], che si ricordasse che esso era del sangue
suo e che erano usciti entrambi da uno stesso ventre. Parmiero, che,
nell’alterigia della ricchezza, era diventato stitico, gli rispose:
«Tu che hai voluto seguire gli studî per consiglio di tuo padre, e
m’hai sempre rinfacciato le compagnie e i giuochi, va’ a rodere libri
e lasciami stare coi malanni miei; ché io non son disposto a darti
nemmeno il sale, perché assai ho stentato a guadagnarli, questi pochi
spiccioli che mi trovo di avere. Tu hai età e giudizio: chi non sa
vivere, suo danno: ogni uomo per sé e Dio per tutti. Se non hai danari,
e tu gitta coppe[252]. Hai fame? Dà un morso alle gambe. Hai sete?
Súcchiati le dita!». E con queste e altrettali parole gli voltò le
spalle.

Marcuccio, che si vide usare questa grande crudeltà dal proprio
fratello carnale, venne in tanta disperazione che, risoluto di separare
l’oro dell’anima dalla terra del corpo con l’acqua forte della
disperazione[253], s’avviò verso una montagna alta alta, che, come
spiona della terra, voleva vedere che cosa si faceva su nell’aria,
e anzi, come Gran Turco di tutti i monti, con un turbante di nuvole
si alzava al cielo per conficcarsi la Luna in fronte. Salito colà, e
arrampicatosi, come meglio poté, per una stradicciuola angustissima
fra scoscendimenti e dirupi, come fu arrivato alla cima, donde vedeva
un gran precipizio, girò la chiave alla fontana degli occhi[254] ed,
eseguita una lunga lamentazione, stava per buttarsi col capo all’ingiú.
Quando, d’un tratto, una bella donna, verdevestita, con una ghirlanda
d’alloro sui capelli d’oro filato, lo afferrò pel braccio, e gli disse:
«Che fai, pover’uomo? Dove ti lasci trascinare dalla follia? Tu sei
quell’uomo virtuoso, che ha consumato tanto olio e perduto tanto sonno
per studiare? Tu sei quello, che, per far correre la fama tua come
galea spalmata, sei stato tanto tempo sotto la spalmata?[255]. E ora
ti smarrisci nel meglio, e non ti vali di quelle armi che hai temprate
alla fucina degli studî contro la miseria e la fortuna? Non sai tu che
la virtú è un orvietano contro il veleno della povertà? un tabacco[256]
contro il catarro dell’invidia? una ricetta contro le infermità del
tempo? Non sai che la virtú è bussola per regolarsi tra i venti delle
disgrazie? che è torcia a vento per camminare nella foschía dei dolori,
e un gagliardo arco di vòlta da resistere ai terremoti dei travagli?
Torna, misero, torna in te stesso e non volgere le spalle a chi ti
può dar aiuto nei pericoli, forza nei guai, calma nella disperazione;
e sappi che il Cielo t’ha avviato a questa montagna, cosí difficile
a salire, dove abita la stessa Virtú[257], affinché essa medesima,
da te a torto accusata, ti tolga dai piedi la mala intenzione che,
accecandoti, ti spinge al precipizio. Perciò, svégliati, confòrtati,
cangia pensiero; e, perché tu veda che la virtú è sempre buona, sempre
vale, sempre giova, tieni, prendi questa cartellina di polvere, e
va’ al regno di Campolargo. Là troverai la figlia del re, che sta al
_confitemini_ e non trova rimedio al suo male; e tu falle bere il
contenuto di questa cartellina in un uovo fresco, ché subito darai
una patente di disalloggio[258] all’infermità, la quale, come soldato
a discrezione[259], le succhia la vita. Ne riporterai tal premio che
ti toglierà la pezzenteria di dosso, e starai da tuo pari senza aver
bisogno di quello d’altri».

Marcuccio, che la riconobbe alla punta del naso, le si gettò ai piedi
e le chiese perdonanza dell’errore che stava per commettere. «Ora — le
disse — io mi tolgo la benda dagli occhi e conosco all’aria del volto
che tu sei la virtú, da tutti lodata, da pochi seguita; la virtú,
che fa aguzzare gl’ingegni, svegliare le menti, affinare i giudizî,
abbracciare le onorate fatiche e metter l’ali per volare alle sfere
celesti. Ti conosco e mi chiamo pentito di essermi servito male delle
armi, che tu mi hai date; e ti prometto, da oggi in poi, di premunirmi
cosí bene col contravveleno tuo, che non ci potrà neanche il tuono di
marzo»[260]. E voleva baciarle i piedi, ma quella gli si dileguò dalla
vista, lasciandolo tutto consolato come un povero infermo, al quale,
passato che sia l’accidente, è data la radice[261] con l’acqua fresca.

Scivolato giú da quella montagna, Marcuccio si avviò a Campolargo,
e, arrivato al palazzo reale, mandò subito a dire al re che voleva
apportare rimedio alla infermità della figlia. Fu condotto col
palio[262] nella camera della principessa, e trovò quella sventurata
giovane sopra un letto bucato[263], cosí consunta e color violaceo, che
non aveva se non le ossa e la pelle. Gli occhi erano cosí rincavati,
che, per vedere le pupille ci voleva il cannocchiale di Galileo[264];
il naso, cosí affilato che poteva usurpare l’uffizio del suppositorio
in forma[265]; le guance, cosí disseccate che parevano la Morte di
Sorrento[266]; il labbro inferiore cadeva sul mento; il petto pareva di
pica; le braccia erano come stinchi di agnello spolpati; insomma, era
cosí trasformata che, col bicchiere della pietà, portava brindisi alla
compassione.

A Marcuccio, nel contemplarla in quello stato, spuntarono le lacrime
agli occhi, considerando la fiacchezza della natura nostra, soggetta
alle ferite del tempo, alle vicende della complessione e ai mali della
vita. Ma chiese un uovo fresco di gallina primaiuola[267], lo tenne
appena un po’ sul fuoco, vi mise dentro la polvere; e poi lo fece
sorbire a forza alla principessa, che ricoprí con quattro coperte. E
non aveva ancora la Notte occupato la piazza e piantato la sua tenda,
quando l’inferma chiamò le donzelle, affinché le mutassero il letto,
che era intriso di sudore; e, asciugata che fu, e rivestita di altri
panni, chiese da mangiare: richiesta che in sette anni di malattia non
mai le era uscita di bocca. Di ciò presa buona speranza, le dettero un
brodo; e, guadagnando ogni ora forza e ogni giorno appetito, non passò
una settimana che si ristabilí completamente, e si levò di letto. Il re
onorò Marcuccio come re della medicina, e lo creò non solo barone di
una grossa terra, ma primo consigliere della sua corte, ammogliandolo
con la piú ricca signora di quel paese.

In questo mezzo Parmiero restò spogliato di quanto possedeva, perché
danari di giuoco come vengono cosí se ne vanno, e la fortuna del
giocatore quanto sale altrettanto cala; e, ritrovandosi pezzente e
disgraziato, si risolse a camminare tanto che o, cangiando luogo,
cangiasse ventura, o cancellasse il suo posto dal ruolo[268] della
vita. Dopo sei mesi di viaggi, capitò in Campolargo cosí scodato e
stracco che non si reggeva in piedi. E, vedendo che non trovava dove
buttarsi per morto, e che la fame gli cresceva in proporzione, e i
vestiti gli cascavano a brandelli, venne in tanta disperazione che
entrò in una casa vecchia fuori le mura della città, si tolse le
legacce delle calze che erano di canapa e bambagia e, annodatele, ne
formò un bel cappio, del quale attaccato un capo a una trave e salito
su un mucchio di pietre che esso stesso aveva radunate, spiccò il salto.

Ma volle la sorte che la trave, che era tarlata e fracida, alla scossa
che egli le dette si rompesse per mezzo; e l’impiccato vivente batté
col fianco sulle pietre, che se ne risentí poi per un paio di giorni.
E, spezzandosi quella trave, piovvero a terra catene, collane e anelli
d’oro, ch’erano stati riposti là dentro nei cavi fatti dai tarli, e,
tra le altre cose, una borsa di cordovano, piena di scudi.

Parmiero, che vide di aver con un salto d’impiccato saltato il fosso
della miseria, se prima era impeso per la disperazione, ora era sospeso
dall’allegrezza, che non toccava piede a terra. E, raccolto quel dono
della fortuna, se ne andò di corsa all’osteria per ravvivare lo spirito
che quasi gli era venuto meno. Ora quelle robe erano state da certi
mariuoli rapinate proprio all’oste presso il quale Parmiero andò a
mangiare; e quelli le avevano riposte nella trave da loro conosciuta,
per andarsele a prendere e spenderle un po’ per volta. Quando dunque
Parmiero, dopo aver ben riempito lo stomaco, cavò la borsa per
pagare, l’oste la riconobbe, e, subito chiamati certi sbirri, clienti
dell’osteria, lo fece acciuffare.

Condotto con bel cerimoniale davanti al giudice, e frugato e
ritrovatagli addosso la prova del delitto, e fatto il confronto col
derubato, non tardò la sentenza come di reo convinto, e fu condannato
a giuocare al tre, nel qual giuoco gli sarebbe toccato far mulinelli
coi piedi. Lo sciagurato, che si vide a queste strette, che per lui
alla vigilia di una legaccia doveva seguire la festa di una fune, e al
saggio[269] di una trave fracida il torneo alla sbarra di una forca
nuova, cominciò a dimenarsi e a gridare che era innocente, e che si
appellava da questa sentenza. E, mentre andava strillando e urlando
per la strada, che non c’era giustizia, che i poverelli non erano
ascoltati, che i decreti[270] si facevano a casaccio[271], e che, per
non aver unto la mano al giudice, dato il boccone allo scrivano, la
mancia al mastrodatti, la giunta al procuratore, era mandato a lavorare
punti in aria alla maestra vedova[272], s’incontrò per caso col
fratello.

Questi, essendo consigliere e caporuota[273], fece fermare il corteo
della giustizia per udire le ragioni del condannato; e, quando costui
le ebbe esposte, gli disse: «Sta’ zitto, ché non conosci la tua
fortuna, perché, senza dubbio, tu che, nella prima prova, hai trovato
una catena d’oro di tre palmi, in questa seconda ne troverai un’altra
di tre passi. Va’ pure allegramente, ché le forche ti sono sorelle
carnali, e, dove gli altri vi vuotano la vita, tu vi riempi la borsa».

Parmiero, che si sentí dar la beffa, gli rispose: «Io vengo per
giustizia e non per essere dileggiato; e sappi che di questo fatto,
che mi hanno apposto, io ho le mani nette, perché son uomo onorato,
quantunque tu mi veda cosí stracciato e cencioso, ché l’abito non fa
il monaco. Ma, per non aver dato ascolto a Marchionne mio padre, e a
Marcuccio mio fratello, passo per questa trafila e sto sul punto di
cantare un madrigale a tre sotto i piedi del boia».

Marcuccio, che udí mentovare il nome del padre e il suo, si sentí
svegliare il sangue, e, mirando fiso Parmiero, gli parve di conoscerlo;
e infine, ravvisatolo pel suo fratello, si trovò combattuto dalla
vergogna e dall’affezione della carne e dall’onore, dalla giustizia
e dalla pietà. Si vergognava di scoprirsi fratello a una faccia
d’impiccato, fremeva a vedere a quello stremo il sangue suo; e la carne
lo tirava com’uncino a dar riparo a quel fatto, l’onore lo traeva
indietro per non svergognarsi col re, rivelandosi fratello di un
inquisito _de menatione uncini_[274]; la giustizia voleva che si desse
soddisfazione alla parte offesa; la pietà ricercava ch’egli procurasse
la salute del proprio fratello.

Mentre stava cosí in bilancia col cervello e a partito con la testa,
ecco un usciere del giudice, che correva con un palmo di lingua fuori
e gridava: «Ferma, ferma la giustizia! Sta’, sta’, adagio, aspetta!».
«Che cos’è?», disse il consigliere. E quegli: «È accaduta una cosa
grande, per buona fortuna di questo giovane: perché, essendo andati
due mariuoli a prendere cert’oro e certi danari, che avevano nascosto
nella trave di una casa vecchia, e non avendoveli ritrovati, pensando
ciascuno dei due che il compagno gliel’avesse fatta, sono venuti alle
mani e si sono feriti a morte. Sopraggiunto il giudice, gli hanno
confessato la cosa; e cosí, essendo stata riconosciuta l’innocenza di
questo pover’uomo, sono stato mandato di corsa a impedire l’esecuzione
della sentenza e a liberare costui, che è senza colpa».

Udito ciò, Parmiero crebbe di un palmo, laddove aveva avuto paura di
allungarsi di un braccio. E Marcuccio, che vide restaurato l’onore
del fratello, si tolse la maschera e si dette a conoscere col dire
all’altro: «Fratello mio, se hai veduto ormai che i vizî e il giuoco
sono stati le tue rovine, vedi parimente che la virtú sola può darti
il piacere e il bene. Vieni pure liberamente a casa mia, dove godrai
insieme con me i frutti della virtù, che tanto avesti in uggia, e io,
dimentico dei dispregi che mi usasti, ti terrò in queste pupille».

Cosí, dopo averlo abbracciato, lo condusse a casa sua, lo rivestí da
capo a piede e gli fece conoscere a tutta prova che ogni altra cosa è
vento e che

    la virtù sola fa beato l’uomo.




TRATTENIMENTO TERZO

I TRE RE ANIMALI


  Tittone, figlio del re Verdecolle, va alla ricerca di tre sue
  sorelle carnali, maritate con un falcone, con un cervo e con un
  delfino, e, dopo lunghi viaggi, le trova. Al ritorno, veduta una
  figlia di re che stava in potere di un dragone entro una torre, con
  un segnale che fa, ha pronti in aiuto i tre cognati; e, con essi,
  uccide il dragone, libera la principessa, se la prende in moglie, e
  coi cognati e con le sorelle torna al suo regno.

Molti ascoltatori provarono grande interessamento alla pietà mostrata
da Marcuccio a Parmiero, e tutti confermarono che la virtú è una
ricchezza sicura, che né tempo consuma, né tempesta porta via, né tarlo
rode, laddove gli altri beni di questa vita vengono e vanno, e del
malamente acquistato non gode il terzo erede. Alla fine, Meneca, per
condimento del caso raccontato, portò alla mensa delle filastrocche il
racconto che segue.

C’era una volta un re di Verdecolle, che aveva tre figlie femmine, che
erano tre gioie; e per esse ardevano d’amore i tre figli del re di
Belprato. Ma, poiché, tutti e tre, dalla maledizione di una fata erano
stati ridotti in forma di animali, il re di Verdecolle li rifiutò per
mariti alle figliuole.

Allora il primo, che era un bel falcone, convocò tutti gli uccelli a
parlamento, al quale vennero fringuelli, reatini, rigogoli, lucherini,
cinciallegre, strigi, upupe, allodole, cuculi, gracchie e _alia
genera pennatorum_. Ed esso li mandò tutti a rovinare gli alberi di
Verdecolle, che non vi lasciarono né fiori né foglie.

Il secondo, ch’era un cervo, chiamando tutti i capri, i conigli, le
lepri, i porcospini e gli altri animali di quel paese, fece dare il
guasto ai seminati, che non vi restò neanche un filo d’erba.

Il terzo, ch’era un delfino, concertatosi con cento mostri del mare,
fece venire tante tempeste a quella marina che non vi restò barca sana.

Per questo motivo il re, vedendo che le cose andavano al peggio e
che egli non poteva porre riparo ai danni che gli infliggevano i tre
innamorati selvatici, si risolse di uscire da questi impacci e si
contentò di dar loro per mogli le figliuole. E quelli, senza volere né
feste né musiche, se le portarono fuori del regno. Ma, al dipartirsi
delle tre spose, la regina, Grazolla, dié tre anelli simili, uno
per ciascuna, alle figliuole, dicendo che, occorrendo dividersi e
ritrovarsi di nuovo dopo qualche tempo, o vedere alcun altro del sangue
loro, per mezzo degli anelli si sarebbero riconosciuti.

Il falcone si portò Fabiella, che era la prima, su una montagna cosí
smisuratamente alta che, passati i confini delle nuvole, giungeva col
capo asciutto dove mai non piove; e là, in un bellissimo palagio, la
teneva come regina. Il cervo menò Vasta, che era la seconda, in un
bosco cosí intricato che le ombre, chiamate dalla Notte, non sapevano
per qual via uscire a corteggiarla; dove la faceva stare da pari sua in
una casa da stupire, in un giardino d’insuperabile bellezza. Il delfino
nuotò recando sulle spalle Rita, ch’era la terza, in mezzo al mare, e
sopra un bello scoglio le fece trovare apparecchiata una casa in cui
sarebbero potuti stare tre re di corona.

Intanto, la regina Grazolla dié a luce un figlio maschio, a cui mise
nome Tittone[275], il quale, giunto ai quindici anni, sentendo sempre
la madre far lamento delle tre figliuole maritate a tre animali, che
non se ne sapeva piú nuova alcuna, formò il proposito di camminare
tanto pel mondo finché ne avesse qualche sentore. E, dopo lunghe
insistenze presso il padre e la madre, ottenne la licenza desiderata,
e fu fornito di tutti i mezzi, e della compagnia che era di necessità
e di decoro a un principe come lui; e la regina gli dette un altro
anello, simile a quelli che aveva dati alle figlie.

Tittone non lasciò buco in Italia né nascondiglio in Francia né parte
alcuna di Spagna che non cercasse; e, passata l’Inghilterra e scorsa
la Fiandra e visitata la Polonia e, insomma, camminato il Levante e
il Ponente, in ultimo avendo lasciato tutti i servitori parte nelle
taverne e parte negli ospedali, ed essendo rimasto senza un tornese,
si ritrovò sulla montagna abitata dal falcone e da Fabiella. E, mentre
stava ammirato a contemplare la bellezza di quel palazzo, che aveva
gli angoli di porfido, le mura d’alabastro, le finestre d’oro e gli
embrici d’argento, fu visto dalla sorella, che lo fece venir su e gli
domandò chi era, di dove veniva e quale fortuna l’aveva condotto a quei
paesi. E, quando udi da Tittone il paese, il padre e la madre e il
nome, Fabiella lo conobbe suo fratello, ritrovando di ciò conferma nel
confronto tra l’anello che esso portava al dito con quello che le aveva
dato la madre. Lo abbracciò, dunque, con giubilo grande, e, poiché
dubitava che il marito potesse sentir dispiacere della sua venuta, lo
fece nascondere.

Quando il falcone[276] tornò a casa, Fabiella cominciò a dire che le
era nato un gran desio dei parenti; e quegli rispose: «Lasciatelo
passare, moglie mia, ché questo non può essere fintanto che non ne
abbia io l’umore». «Almeno — disse Fabiella — mandiamo a chiamare
qualcuno dei miei parenti per consolarmi». «E chi — replicò il falcone
— vuol venire a vederti cosí lontano?». «E se qualcuno ci venisse —
riprese Fabiella, — ne proveresti dispiacere?». «E perché dovrei averne
dispiacere? — riprese il falcone. — Basta che sia del tuo sangue perché
io me lo metta dentro gli occhi».

Ciò udito, Fabiella prese animo e fece venir fuori il fratello e lo
presentò al falcone. Il quale disse: «Cinque e cinque dieci; l’amore
passa il guanto[277] e l’acqua gli stivali. Sii il benvenuto; tu sei il
padrone di questa casa: comanda e fa’ tu stesso». E dette ordine che
fosse onorato e servito come la persona sua stessa.

Dopo che Tittone fu stato a quella montagna quindici giorni, volle
andare alla ricerca delle altre sorelle, e, preso commiato da Fabiella
e dal cognato, questi gli dié una penna delle sue, dicendogli: «Pòrtati
questa penna, Tittone mio, ed abbila cara, perché ti puoi trovare
in tal bisogno che la stimerai un tesoro. Conservala bene; e, se ti
occorre cosa necessaria, gettala in terra e di’: ‘Vieni, vieni’, ché mi
loderai».

Tittone, avvolta la penna in una carta e ripostala nel borsellino,
dopo molte cerimonie, si partí. E camminò e camminò tanto da non dire;
finché giunse a quel bosco dove il cervo dimorava con Vasta; e mentre,
stimolato dalla fame, entrava nel giardino per cogliere quattro frutti,
fu visto dalla sorella e riconosciuto allo stesso modo che dalla prima.
Essa lo fece conoscere al marito, che lo accolse a festa e lo trattò
veramente da principe; e quando, dopo altri quindici giorni, volle
partire per cercare la terza sorella, il cervo gli dette un pelo dei
suoi con le stesse parole che aveva usate il falcone per la penna.

Ripreso il viaggio con un gruzzolo di scudi che gli aveva dato il
falcone e con altrettanti avuti dal cervo, tanto camminò che giunse
agli estremi della terra. Qui, non potendo procedere oltre a causa del
mare, prese una nave con disegno di correre per tutte le isole, se
potesse aver notizia della sorella; e, date le vele al vento, tanto
girò che capitò all’isola dove stava il delfino con Rita. Qui, appena
smontato a terra, fu veduto dalla sorella, e riconosciuto e ricevuto
allo stesso modo come dalle altre; e, quando volle partire per rivedere
il padre e la madre, ebbe dal delfino, con le stesse istruzioni degli
altri, una scaglia.

Ritornato a terra, e salito su un cavallo, si era appena dilungato
un mezzo miglio dalla marina, quando entrò in un bosco che era scala
franca della paura e delle ombre, dove si faceva una continua fiera di
oscurità e di spavento. In quel bosco Tittone trovò una grande torre,
collocata in mezzo a un lago, che baciava i piedi degli alberi affinché
nascondesse al sole le proprie bruttezze; e a una finestra della
torre c’era una bellissima giovane ai piedi di un orrendo dragone,
che dormiva. Subito colei, veduto Tittone, con voce sommessa e con
tono pietoso gli disse: «O bel giovane mio, mandato forse dal Cielo a
conforto delle mie miserie in questo luogo dove non si vede mai faccia
di cristiano, toglimi dal potere di questo serpente tiranno, che m’ha
rapita al re di Chiaravalle mio padre, e mi ha confinata in questa
torre deserta, dove mi sono quasi ammuffita e ho preso di rancido».
«Oimè! — rispose Tittone — che posso fare per servirti, bella giovane
mia? Chi può varcare questo lago? Chi può salire su cotesta torre?
Chi può accostarsi al brutto dragone, che ti atterrisce con la vista,
che semina paura e fa nascere tremarella? Ma piano, aspetta un po’,
ché vedremo di cacciare il serpente col manico di un altro; a passo a
passo, diceva Gradasso; or ora vedremo se è cucco o vento!»[278].

E gettò al tempo stesso la penna, il pelo e la scaglia che gli avevano
dati i cognati, dicendo: «Vieni, vieni!». E subito, come se quegli
oggetti fossero stille d’acqua estiva, che fa nascere le ranocchie, si
videro comparire il falcone, il cervo e il delfino, i quali tutti a una
voce gridarono: «Eccoci! Che cosa comandi?».

Tittone, a vederli lí presenti, con grande gioia disse: «Altro non
vorrei che togliere quella povera giovane dalle branche di quel
dragone, e cavarla dalla torre, demolire ogni cosa, e portarmi una
bella moglie a casa mia». «Zitto! — rispose il falcone, — ché,
dove meno credi, cresce la fava: ora te lo faremo voltare sopra un
carlino[279] e vogliamo che abbia carestia di terreno». «Non perdiamo
tempo — replicò il cervo: — guai e maccheroni si mangiano caldi».

Cosí dicendo, il falcone fece venire una schiera di uccelli grifoni,
che, volando alle finestre della torre, rapirono la giovane e la
portarono fuori del lago presso Tittone e i cognati. E, se da lontano
essa era parsa a Tittone una luna, da vicino la stimò un sole, tanto
era bella. Ma, mentre egli l’abbraccia va e le diceva dolci parole, il
drago si svegliò, e, lanciatosi dalla finestra, correva per divorare
Tittone; quando il cervo fece apparire una squadra di leoni, tigri,
pantere, orsi e gatti mammoni, che gli dettero addosso e con le unghie
lo ridussero a brandelli.

Dopo di ciò, Tittone voleva partire; ma il delfino gli disse: «Anch’io
voglio fare qualcosa per servirti». E, affinché non restasse memoria di
un luogo cosí tristo e maledetto, fece crescere il mare, che, usato dai
suoi termini, venne a cozzare con tanta furia contro la torre, che la
spiantò dalle fondamenta.

Ringraziò Tittone, quanto seppe e poté, i cognati, dicendo alla sposa
di fare il medesimo, perché per opera loro era uscita a salvamento
da cosí gran pericolo. Ma gli animali risposero: «Anzi noi dobbiamo
ringraziare questa bella signora, perché essa è causa di farci tornare
all’esser nostro. Noi, per un dispiacere dato da nostra madre a una
fata, avemmo una maledizione da quando nascemmo, che fossimo stati
sempre in forma di animali, fintanto che non avessimo liberato la
figlia di un re da un gran travaglio. Ecco giunto il tempo da noi
desiderato; ecco maturata la sorba[280]; e già sentiamo in questo petto
nuovo spirito, in queste vene nuovo sangue». E sull’istante diventarono
tre bellissimi giovani, i quali uno dopo l’altro abbracciarono
strettamente il cognato, e toccarono la mano alla nuova parente, che
era tutta rapita dalla gioia.

A tale spettacolo, Tittone trasse un gran sospiro: «O signore Iddio, e
perché non hanno parte a questo gusto la mammarella e il tata mio? i
quali se ne andrebbero in brodetto, se si vedessero davanti tre generi
cosí graziosi e cosí belli». «Ancora non è notte — risposero i cognati:
— la vergogna di vederci cosí trasformati ci aveva ridotti a fuggire
la vista degli uomini; ma ora che, per grazia del Cielo, possiamo
comparire fra le genti, vogliamo ritrovarci tutti a un tetto con le
mogliettine nostre e campare allegramente. Perciò camminiamo svelti,
ché, innanzi che il Sole domattina sballi la mercanzia dei raggi alla
dogana dell’Oriente, saranno insieme con noi le nostre mogli».

E perché non andassero a piedi, ché non ci era altro colà che una
giumenta scorticata sulla quale aveva viaggiato Tittone, essi fecero
comparire una bellissima carrozza, tirata da sei leoni, nella quale
si posero tutti e cinque. Dopo un’intera giornata di viaggio, si
trovarono la sera a un’osteria, dove, mentre si apparecchiava da
mangiare, passarono il tempo leggendo tanti testimoni dell’ignoranza
degli uomini, che si erano firmati sulle mura[281]. Venuta l’ora
di andare a letto, i tre giovani, fingendo di coricarsi, si
affaccendarono tutta la notte, di guisa che al mattino, quando le
stelle, vergognose come fanciulle zitelle, non vogliono esser viste
dal Sole, si ritrovarono alla medesima osteria con le loro mogli.
Grandi furono gli abbracciamenti tra loro e indicibile la gioia che
tutti provarono, e poi si rimisero in otto nella stessa carrozza, e,
dopo lungo cammino, giunsero a Verdecolle, dove dal re e dalla regina
ebbero carezze incredibili, avendo essi guadagnato il capitale di
quattro figli, che tenevano perduti, e l’usura di tre generi e una
nuora, che erano quattro colonne del Tempio della bellezza. Ai re di
Belprato e di Chiaravalle mandarono ambasciatori a informarli dei casi
occorsi ai loro figli; e quei due vennero alle feste che si fecero
con l’aggiungere grasso di allegria alla pignatta maritata delle loro
contentezze, e compensare a pieno tutti gli affanni passati:

    ché un’ora di contento
    fa scordare mill’anni di tormento.




TRATTENIMENTO QUARTO

LE SETTE COTENNUZZE


  Una vecchia pezzente bastona la figlia golosa, che ha mangiato
  sette cotenne di lardo, e, dando a intendere a un mercante, che la
  puniva perché aveva lavorato troppo a riempire sette fusi, colui
  se la prende per moglie. Ma costei, che lavorare non vuole, può
  tuttavia, per beneficio di una fata, mostrare al marito, il quale
  torna da un viaggio, la tela tessuta; e, infine, con nuovo inganno,
  induce il marito a non farla mai piú lavorare per timore che caschi
  malata.

Benedissero tutti la bocca di Meneca, che aveva raccontato con tanto
gusto da mettere sotto gli occhi degli uditori cose accadute cosí
lontano. E questo ingelosí Tolla e le fece nascere il desiderio di
sorpassare a pié pari Meneca; onde, spurgata prima la voce, parlò nel
modo seguente:

Non si dice motto che non sia mezzo o tutto, e perciò chi disse:
«faccia storta e ventura diritta» conosceva le cose del mondo, e
forse aveva letto le storie di Antuono[282] e di Palmiero[283]; abbi
ventura, Antuono, e non aver palpebre, ché senza vischio prendi i
beccafichi[284]; vedendosi per esperienza che questo mondo è un
ritratto netto e perfetto della cuccagna, dove chi piú fatica meno
guadagna; dove colui ha il meglio il quale prende il tempo come viene,
ed è un maccherone mettimelo in gola; ché veramente si tocca con mano
che le prede e le spoglie della fortuna si guadagnano con le barcacce
sdrucite[285] e non con le galee spalmate, come vi farò sentire.

C’era una volta una vecchia pezzente che, con una conocchia in mano,
sputacchiando la gente per via, andava di porta in porta a cercar la
limosina. E poiché con arte e con inganno si vive mezzo l’anno[286],
un giorno dié a intendere a certe donnicciuole, tenere di polmone e
facili di credenza, che voleva fare non so quale brodo grasso per una
sua figliuola magra; e cosí si guadagnò sette cotennuzze di lardo.
Portatele a casa insieme con un buon involto di pezzi di legno che era
andata raccattando per terra, le dié alla figlia, Saporita, dicendole
di porle sul fuoco, mentre essa tornava a limosinare qualche torsolo a
certi ortolani per fare una minestretta.

Saporita prese le cotenne e, raschiatine i peli, le mise in un
pignattino e cominciò a farle cuocere. Ma non tanto quelle bollivano
dentro la pentola quanto bollivano a lei in gola, perché l’odore che
tramandavano era una disfida mortale nel campo dell’appetito e una
_citatio ad informandum_[287] alla banca della gola; tanto che, resisti
e resisti, alla fine, provocata dall’alito della pignatta, tirata dalla
naturale golosità e presa alle fauci dalla fame che la rodeva, si
lasciò andare a saggiarne un pezzetto. Le seppe cosí buono che disse
tra sé stessa: «Chi ha paura, si faccia sbirro! Ora, ci sono! Mangiamo
e avvenga quel che vuole[288]. Si tratta forse d’altro che di una
cotenna? Che potrà mai accadere? Ho pelle da pagare coteste cotenne!».

Cosí, divorò la prima; e, sentendosi solleticare piú forte lo stomaco,
dié di mano alla seconda; poi, pizzicò la terza; e, di mano in mano,
l’una dopo l’altra, se le sbrigò tutte e sette.

Fatto questo cattivo servizio, si mise a pensare all’errore commesso
e, immaginando che le cotenne le dovessero restare in gola, pensò
d’ingannare la madre; onde, presa una scarpa vecchia, ne tagliò la
suola in sette fette e le calò nella pignatta. Sopravvenne in questo
la madre con un fascetto di broccoli, e, minuzzatili con tutti i torsi
per non perderne briciolo, appena vide che l’acqua bolliva dall’orlo
al fondo, vi gettò dentro i broccoli, e vi aggiunse un po’ di sugna,
che aveva avuta per elemosina da un cocchiere, al quale era avanzata
dall’unzione di una carrozza. Fece stendere poi dalla figliuola un
canovaccio su due cassette di pioppo vecchio, cavò fuori da una
bisaccia due tozzi di pane stantio, e, tolto da una rastrelliera un
tondo di legno, vi sbriciolò il pane e vi versò sopra i broccoli coi
pezzi di suola.

E cominciò a mettere in bocca; ma s’accorse subito che i denti suoi non
erano da calzolaio e che le cotenne di porco, con nuova metamorfosi
ovidiana, erano diventate ventresche di bufalo. Furiosa, si volse alla
figlia: «Me l’hai fatta, scrofa maledetta! Quale sporcizia hai messa
in questa minestra? E che forse la pancia mia è scarpone vecchio, che
l’hai provveduto di tacchi? Presto, confessa subito com’è andata la
cosa; se no, meglio che non fossi nata, non ti voglio lasciar pezzo
d’osso sano!».

Saporita prese a negare; ma, incalzando la furia della vecchia,
dié colpa al fumo della pignatta, che l’aveva accecata e indotta a
commettere questo brutto sbaglio. La vecchia, che si vide avvelenato
il mangiare, afferrò un manico di scopa e cominciò di tal maniera a
lavorare di tornio, che piú di sette volte la lasciò e la riprese,
picchiando dove coglieva coglieva.

Alle grida della figliuola entrò un mercante che si trovò a passare
lí dinanzi, e, veduta la ferocia della vecchia, le strappò di mano la
mazza e le disse: «Che ti ha fatto questa povera giovane, che la vuoi
uccidere? È questo un modo di castigare o di togliere la vita? L’hai
trovata forse a correre lance[289] o a rompere salvadanai? Non ti
vergogni di trattare a questa maniera una povera fanciulla?».

«Tu non sai che cosa mi ha fatto! — rispose la vecchia. — La
svergognata mi vede pezzente e non se ne briga, e mi vuol rovinare coi
medici e gli speziali; giacché, avendole ordinato, ora che fa caldo, di
non lavorare troppo per non cascare malata, ché io non ho come curarla,
la prosuntuosa, a dispetto mio, ha voluto stamattina riempire sette
fusi, a rischio che le venga qualche infiammazione[290] al cuore, e che
mi stia due mesi a letto».

Il mercante, che udí tal cosa, pensò che la massarizia di questa
giovane potesse essere la fata della casa sua; e disse alla vecchia:
«Lascia la collera da banda, ché io ti voglio levare questo pericolo
dalla casa, prendendomi questa tua figlia per moglie, e me la porterò
a casa mia, dove la farò stare da principessa, perché, per grazia dei
Cielo, io mi allevo le galline, mi cresco il porco, ho i piccioni, e
non posso girarmi per la casa, tanto è piena. Mi benedica il Cielo e
i mal’occhi non ci possano: ma io ho botti di grano, casse di farina,
orciuoli d’olio, pignatte e vesciche di sugna, appese[291] di lardo,
rastrelliere di vasi, cataste di legna, mucchi di carbone, un cassone
di biancheria, un letto da sposo, e, soprattutto, di pigioni e di censi
posso campare da signore; oltreché traffico per alcune decine di ducati
nei mercati, e, se la cosa mi riesce a segno, divento ricco».

La vecchia, che si vide piovere questa fortuna quando meno si pensava,
prese Saporita per mano e gliela concesse a uso e costumanza di
Napoli[292], dicendo: «Eccotela, sia la tua, da qua a belli anni, con
salute e belli eredi». E il mercante, cintala con le braccia, se la
portò a casa e non vide l’ora che fosse giorno di mercato per fare le
spese opportune.

Il lunedí si levò di buon mattino, e, recatosi dove le campagnole
stavano con la loro merce, comprò venti decine[293] di lino e le
consegnò a Saporita, dicendole: «Ora puoi filare a voglia tua, ché non
hai paura di trovare piú un’altra pazza rabbiosa come tua madre, che
ti rompeva le ossa perché empivi le fusa. Io, per ogni decina di fusi,
ti voglio dare una decina di baci e, per ogni lucignolo di lino[294]
che mi farai, ti darò questo cuore. Lavora, dunque, di buon animo; e,
quando torno dalla fiera, che sarà tra venti giorni, fammi trovare
queste venti decine di lino filate, che ti vorrò fare un bel paio di
maniche rosse, fasciate di velluto verde».

«Va’ che stai fresco! — borbottò tra sé e sé Saporita. — Ora hai pieno
il fuso! Sí, quando corri e infili![295]. Se aspetti camicia dalle mani
mie, ti puoi fin da ora provvedere di carta straccia. L’hai trovata! E
che? son io latte di capra nera[296] da filare in venti giorni venti
decine di lino? Maledetta la barca che mi condusse a questo paese! Va’,
ché hai bel tempo, e troverai filato il lino quando il fegato avrà i
peli e la bertuccia la coda».

Partito il marito, essa, che era altrettanto ghiotta quanto poltrona,
non attese ad altro che a prendere sacchi di farina e orciuoli d’olio,
e a fare zeppole e pizze fritte; e da mattina a sera rosicchiava come
topo e diluviava come maiale. Ma, avvicinandosi il termine del ritorno,
cominciò a inquietarsi e ad aver la tremarella, pensando al rumore e
al fracasso che sarebbe scoppiato, quando il mercante avesse trovato
intatto il lino, e vuote le casse e le anfore.

Che cosa fece allora? Prese una pertica lunga lunga, vi avvolse una
decina di lino con tutta la stoppa e le lische, ficcò a una grossa
forcina una zucca d’India, e legò la pertica a un parapetto del
terrazzo. Dopo di che, prese a calar giù questo padre abate dei
fusi, tenendo accanto una grande caldaia di brodo di maccheroni come
scodellino d’acqua[297]; e, mentre faceva fili sottili quante le sartie
delle navi, a ogni bagnata di dito giocava a carnevale con quelli che
passavano.

Passarono per caso lí dinanzi certe fate, che presero tanto gusto a
questo strano spettacolo, che stettero per schiattare dalle risa. E
le dettero allora la fatagione che, quanto lino avesse in casa, tutto
si fosse trovato non solo filato, ma tessuto in tela e biancheggiato.
La qual cosa fu eseguita sull’istante; tanto che Saporita nuotava
nel grasso dell’allegrezza, vedendosi piovuta dal Cielo questa buona
ventura.

Tuttavia, perché non le dovesse piú accadere di ricevere simile
molestia dal marito, si fece trovare a letto, avendo messo sotto le
lenzuola una misura di nocciuole. Arrivato il marito, essa cominciò
a gemere e, voltandosi ora da una parte ora dall’altra, faceva
scricchiolare le nocciuole, che pareva che le si scatenassero le ossa.
Il marito le domandò come si sentiva, ed essa rispose con una vocina
afflitta afflitta: «Non posso star peggio di come sto, ché non mi è
restato osso sano. E che ti pare poca erba per la pecora filare venti
decine di lino in venti giorni, e ridurlo altresí a tela? Va’, marito
mio, ché non hai speso per la levatrice, e la discrezione se l’è
mangiata l’asino. Quando io sarò morta, non stare a dire: — Uh, mamma
mia! — Perciò, non mi ci cogli piú a queste fatiche da cane: io non
voglio, per rimpinzarti fusi, vuotare il fuso della vita mia».

Il marito, facendole tenere carezze, le disse: «Stammi sana, moglie
mia, ché mi è piú caro questo bel telaio amoroso che tutte le tele del
mondo; e ora conosco che aveva ragione tua madre di castigarti perché
lavoravi eccessivamente, giacché vedo che ci perdi la salute. Ma sta’
di buon animo, io voglio spenderci un occhio per risanarti, e aspetta,
ché vado pel medico». E di corsa andò a chiamar messer Catruopolo.

Frattanto, Saporita si mangiò le nocciuole e gettò dalla finestra
i gusci; e, quando fu venuto il medico ed ebbe toccato il polso,
osservata la faccia, veduta l’orina e odorato il vaso, concluse con
Ippocrate e Galeno che il male suo era di troppo sangue e di poca
fatica. Il mercante, al quale parve di udire un grosso sproposito, gli
mise un carlino nelle mani e lo rimandò caldo e puzzolente; e voleva
andare a cercare un altro cerusico. Ma Saporita gli disse che non ce
n’era bisogno e che già l’averlo riveduto l’aveva sanata.

Cosí il marito, abbracciandola, la ammoní che da allora in poi si fosse
regolata in modo da non affaticarsi, perché non si può avere insieme
vin greco e cavolo cappuccio[298],

    piena la botte e la schiava ubbriaca.




TRATTENIMENTO QUINTO

IL DRAGONE


  Miuccio è mandato, per opera di una regina, a diversi pericoli, e
  da tutti, per l’aiuto di un uccello fatato, esce con onore. Alla
  fine, la regina muore, ed esso, scoperto figlio del re, fa liberare
  la propria madre, che diventa moglie di quella corona.

Il racconto delle sette cotennuzze mise tanto grasso nella minestra
del gusto del principe che se ne spargeva di fuori, all’udire quella
ignorante malizia e maliziosa ignoranza di Saporita, scodellata, con
tanto sapore, da Tolla. Ma Popa, non volendo cedere di un punto a
Tolla, s’imbarcò pel mare delle chiacchiere, col racconto che segue:

Chi cerca il male altrui, trova il danno proprio, e chi va ad
acchiappare il terzo e il quarto coi tradimenti e con gl’inganni,
spesso incappa allo stesso vischio che aveva preparato; come udrete di
una regina, che si costruí con le sue mani stesse la tagliuola, in cui
rimase presa pel piede.

C’era una volta un re d’Altamarina, al quale, per le crudeltà e
tirannie che usava, fu, mentre con la moglie era andato per diletto a
un castellotto lontano dalla città, occupato il seggio reale da una
maga. Egli fece allora pregare una statua di legno, che dava oracoli
per enimmi, e ne ebbe per risposta che allora ricupererebbe lo stato
quando la maga perdesse la vista. Ma la maga non solo si era circondata
di buona guardia, sí anche conosceva al fiuto la gente che quegli le
mandava contro per insidiarla, e ne eseguiva subito giustizia spietata.

Ciò vedendo, il re entrò in disperazione, e quante femmine di quella
città poteva avere tra le mani, a tutte, per dispetto della maga,
toglieva l’onore, e con l’onore la vita. E, tra le cento e cento,
che la loro cattiva sorte portò a rimanere sturate di riputazione e
sfasciate dei giorni loro, capitò una giovane chiamata Porziella, che
era la piú gentile cosa che si potesse vedere sopra tutta la terra.
I suoi capelli erano vere manette degli sbirri di amore; la fronte,
tavola dove stava scritta la tariffa alla bottega delle grazie dei
gusti amorosi; gli occhi, due fanali che assicuravano i vascelli dei
desideri a voltare la prora al porto dei contenti; la bocca, un’arnia
di miele tra due siepi di rose.

Caduta in potere del re, questi, dopo che l’ebbe passata in
rivista[299] come le altre, la volle ammazzare; ma, nell’atto che
alzava il pugnale, un uccello gli fece cascare sul braccio non so
quale radice, e gliene venne tale un tremito che l’arma gli scorse di
mano. Era l’uccello una fata, che, pochi giorni innanzi, dormendo in
un bosco, dove sotto la tenda delle ombre si giocava l’ardore alla
galera dello spavento, stava per subire l’onta da un satiro, quando
fu svegliata da Porziella; e per questo beneficio seguiva sempre
i suoi passi, pronta a rendergliene ricambio. Il re, all’inatteso
impedimento, pensò che la bellezza di quella faccia avesse messo il
sequestro al braccio e ingiunto un mandato[300] al pugnale, vietandogli
di trafiggerla come di tante altre aveva fatto. Considerò dunque
che bastava un pazzo per casa e che non conveniva tingere di sangue
l’ordigno della morte come ne aveva tinto lo strumento della vita; e
dispose che Porziella fosse murata in una soffitta del suo palazzo, e
lasciata colà, l’afflitta e dolorosa giovane, senza aver né da mangiare
né da bere, affinché perisse d’inedia.

L’uccello, che la vide a questi cattivi termini, la confortò con
parole umane, che stesse di buon animo perché esso, per gratitudine di
un favore da lei ricevuto, l’avrebbe aiutata col proprio sangue. Non
volle, peraltro, quantunque assai Porziella ne lo pregasse, svelarle
mai chi fosse; e soltanto le ripeté che le si sentiva obbligato, e
tornò ad assicurarla che non avrebbe tralasciato cosa per servirla.
E poiché la povera giovane languiva per la fame, volò fuori e tornò
con un coltello appuntito, che tolse dal riposto del re, e le disse
di aprire a poco a poco un buco in un angolo del solaio, che sarebbe
andato a rispondere nella cucina, dalla quale avrebbe preso sempre
qualcosa per sostentarle la vita. Porziella ubbidí, e, affaticatasi
per un buon pezzo, tanto scavò che aprí l’entrata all’uccello; il
quale, profittando del momento che il cuoco era andato ad attingere
una secchia d’acqua alla fontana, discese pel buco e si portò via un
pollastro, che stava in caldo, e lo dette a Porziella. Non sapendo poi
come rimediare alla sete, volò alla dispensa, dove era appesa molta
uva, e gliene porse un grappolo. Cosí continuò per piú giorni.

Piú tardi, Porziella, che era rimasta incinta, dié alla luce un bel
figlio maschio, che essa allattò e crebbe con la continua assistenza
dell’uccello. E, diventato il figliuolo grandicello, l’uccello
consigliò alla madre di allargare l’apertura del solaio, levandone
altrettante assicelle, in modo che potesse entrarvi Miuccio (tale era
il nome che essa aveva dato al figliuolo) e di calarlo, per mezzo di
certe cordicelle che esso stesso le aveva procurate, rimettendo a loro
posto i panconcelli in guisa che non si vedesse per dove era disceso.
Cosí fece Porziella, e comandò al figlio di non dir mai donde fosse
venuto, né di chi fosse figlio.

Quando il cuoco, che era uscito per faccende, tornò e vide in mezzo
alla cucina quel bel garzoncello, gli domandò chi era, come era entrato
e che cosa era venuto a fare in quel luogo; e Miuccio, ricordando
l’istruzione della madre, rispose che si era sperduto e che andava
cercando padrone. Tra questo dialogo sopravvenne lo scalco, che,
veduto un fanciullo di tanto spirito, pensò che sarebbe stato adatto
per paggio del re, e lo condusse nelle camere regali. Piacque subito
al re, che lo vide cosí bello e grazioso, e lo tenne al servigio per
paggio, al cuore per figlio, e gli fece insegnare tutti gli esercizî
che convengono a un cavaliere; tanto che diventò il piú virtuoso della
corte.

Il re gli voleva bene piú che al figliastro; onde la regina cominciò
a prenderlo in uggia e a guardarlo con occhio di odio. L’invidia e la
malevolenza guadagnavano tanto maggior terreno quanto piú spianavano
loro la strada i favori e le grazie che il re faceva a Miuccio. E la
regina si propose di mettere tanto sapone alla scala della fortuna di
quel giovane che alfine sdrucciolasse dall’alto giù al fondo.

Una sera che, dopo aver accordato in pieno i loro strumenti musicali,
facevano una musica di discorsi tra loro, la regina disse al re che
Miuccio si era vantato di poter fare tre castelli nell’aria. Il re, sia
perché era curioso, sia per dar gusto glia moglie, quando al mattino
la Luna, maestra delle Ombre, concede feria alle discepole per la
festa del Sole, chiamò a sé Miuccio e gli ordinò che, per ogni conto,
avesse fatto i tre castelli in aria, come se n’era vantato; altrimenti,
avrebbe fatto fare a lui tre salti in aria.

Miuccio, a tale richiesta, se ne andò nella sua camera e cominciò un
amaro lamento sulla grazia dei principi, fragile come vetro, e sulla
poca durata dei loro favori; e, mentre piangeva a calde lacrime, ecco
l’uccello, che gli disse: «Fa’ cuore, o Miuccio, e non dubitare, perché
hai con te persona come son io, capace di cavarti dal fuoco». E gli
ordinò di prendere molto cartone e colla, e, lavorati a quel modo tre
grandi castelli, fece venire tre grossi grifoni, e a ciascuno legò ai
piedi un castello, e quelli volarono per l’aria. Miuccio chiamò il re,
che accorse con tutta la corte a questo spettacolo, e che, ammirando
l’ingegno del giovane, gli pose maggiore affetto e gli fece feste e
carezze dell’altro mondo.

Ciò fu aggiunta di neve all’invidia e di fuoco allo sdegno della
regina, che, vedendo che il colpo non le era riuscito, non vegliava il
giorno che non cercasse modo, e non dormiva la notte che non pensasse
maniera, di levarsi dinanzi questo stecco degli occhi suoi; sicché,
dopo pochi altri giorni, disse al re: «Marito mio, ora è tempo di
tornare alle grandezze passate e ai piaceri degli anni lontani[301],
perché Miuccio si è offerto di accecare la fata e, con una spesa di
occhi, farti ricomprare il regno perduto».

Il re, che si sentí toccare sul punto doloroso, immediatamente chiamò
Miuccio e gli parlò: «Resto assai meravigliato, o Miuccio, che,
volendoti tanto bene e potendomi tu rimettere nel seggio dal quale sono
capitombolato, te ne stai cosí spensierato e non procuri di togliermi
dalla miseria in cui mi trovo, ridotto come sono da un regno a un
bosco, da una città a un povero castelluccio e dal comandare a tanti ad
esser appena servito da pochi domestici affamati[302], che affettano
pane e scodellano broda. Perciò, se non vuoi cadere in disgrazia presso
di me, corri subito ad accecare la maga che è in possesso della roba
mia; e tu, serrando le botteghe di quegli occhi, aprirai il fondaco
delle grandezze mie; spegnendo quelle lucerne, accenderai le lampade
dell’onor mio, che stanno ora smorzate e fumose».

A questa proposta, Miuccio stava per rispondere che il re era mal
informato e l’aveva tolto in iscambio, ché egli non era corvo che
cavasse gli occhi, né latrinaio che sturasse buchi; quando il re
concluse: «Non piú parole! Cosí voglio, cosí sia fatto. Fa’ conto che
alla zecca del mio cervello ho messo in bilico la bilancia: di qua il
premio, se fai quello che devi; di là il castigo, se lasci di fare
quello che ti comando».

Miuccio, che non poteva cozzare con un sasso e aveva da fare con un
uomo che guai a chi ci capitava, se ne andò a gemere in un angolo. Ma
sopraggiunse l’uccello e gli disse: «È possibile, Miuccio, che ti perdi
sempre in un bicchier di acqua? E, se io fossi stato ucciso, potresti
fare un lamento pari a questo? Non sai che io ho piú cura della tua
vita che della mia stessa? Perciò, non ismarrirti e vienimi dietro, ché
vedrai che cosa sa fare Meniello»[303]. E, preso a volare, con Miuccio
che lo seguiva, si fermò in un bosco; e là si mise a cinguettare, e
subito fu attorniato da una schiera di uccelli.

Come se li vide intorno, esso domandò chi tra loro si confidasse di
spegnere la vista alla maga; ché gli avrebbe dato una salvaguardia
contro gli artigli degli sparvieri e degli astori, e una carta
franca contro gli schioppi, gli archetti, le balestre e i vischi dei
cacciatori.

Tra quegli uccelli c’era una rondine, che, avendo fatto il suo nido a
una trave della casa reale, aveva preso ad aborrire la maga, la quale,
per eseguire i suoi maledetti incantamenti, piú volte l’aveva cacciata
dalla camera sua coi suffumigi. E quella, in parte per vendetta, in
parte allettata dal premio che l’uccello prometteva, si offerse ad
eseguire la cosa.

Volò, dunque, la rondine, come una folgore, alla città, entrò nel
palazzo reale, e qui vide la maga, che se ne stava distesa sopra un
tettuccio, facendosi fare fresco col ventaglio da due damigelle. Subito
la rondine le si mise a perpendicolo sugli occhi, e, lasciandovi
cascare dentro il suo sterco, le tolse la vista. La maga, che vide a
mezzogiorno la notte, e ben sapeva che con quella serrata di dogana
terminava la mercanzia del suo regno, gettò strida da anima dannata
e rinunziò allo scettro, correndo a rintanarsi in certe grotte, dove
tanto batté la testa nella roccia, che finí i suoi giorni.

Andata via la maga, i consiglieri inviarono ambasciatori al re, che
venisse a godere la casa propria, perché l’accecamento di quella
gli aveva dato la luce del buon giorno; e, nello stesso punto che
gli ambasciatori arrivarono, giunse anche Miuccio, che, istruito
dall’uccello, cosí disse: «T’ho servito di buona moneta: la maga è
accecata, il regno è tuo; ma, se io merito ricompensa per il servigio
che ti ho reso, non ne voglio altra se non che tu mi lasci stare coi
miei malanni senza mettermi un’altra volta a pericoli». Il re, dopo
averlo abbracciato con grande amorevolezza, lo fece coprire[304] e
sedere accanto a sé; e se la regina ne crepò di rabbia, ve lo dica il
Cielo, tanto che nell’arcobaleno di diversi colori, che si mostrò sul
suo volto, si conobbe il vento delle rovine, che macchinava nel cuore
contro il povero Miuccio.

Poco lungi dal castello, era un dragone ferocissimo, che nacque allo
stesso parto con la regina, e gli astrologi, chiamati dal padre a
strologare questo fatto, sentenziarono che tanto sarebbe campata la
figlia sua quanto campava il dragone, e che, morendo l’uno, sarebbe
morta necessariamente anche l’altra; e solo una cosa avrebbe potuto
risuscitarla, cioè se le avessero unto le tempie, lo sterno, le nari e
i polsi col sangue dello stesso dragone. Ora la regina, che conosceva
la forza e la furia di quest’animale, pensò di mandargli Miuccio nelle
granfie, sicura che se ne sarebbe fatto un sol boccone, e gli sarebbe
stato come la fragola in bocca all’orso. Cominciò, dunque, a dire al
re: «Affé, che Miuccio è il tesoro della casa tua, e saresti ingrato se
non l’amassi; tanto piú che ha lasciato intendere di voler ammazzare il
dragone, il quale, quantunque mi sia fratello, ti è cosí nemico, che io
voglio piuttosto un pelo di mio marito che cento fratelli».

Il re, che odiava mortalmente il dragone e non sapeva come liberarsene,
subito chiamò di nuovo Miuccio: «So — gli disse — che tu metti il
manico dovunque vuoi; e perciò, avendo fatto tanto e tanto per me,
bisogna che mi faccia un altro piacere, e poi disponi di me a tua
voglia. Va’ in questo punto stesso e ammazza il dragone, ché mi
renderai un servigio segnalato e io te ne darò buon merito».

Miuccio stava per uscire fuori di sé, e, appena poté spiccicare parola,
rispose: «Cotesta, ora, è doglia di testa; ora, mi avete preso a
vessare; è forse, la mia vita, latte di capra nera, che si può farne
strapazzo? Non si tratta di una pera sbucciata, che mi si metta dinanzi
alla bocca: si tratta di un dragone, che con le branche sbrana, con
la testa sfonda, con la coda fracassa, coi denti stritola, con gli
occhi infetta, col fiato uccide. Ora, perché volete mandarmi a morte?
È questa la provvisione[305] che mi è data per avervi dato un regno?
Chi è quell’anima dannata che ha gettato sulla tavola questo dado?
Chi è stato il figlio dell’inferno, che vi ha spinto a questi salti e
gonfiato di queste parole?».

Il re, che era leggiero come pallone a farsi balzare, ma duro piú d’una
pietra a sostenere quello che aveva detto una volta, puntò i piedi e
disse: «Hai fatto e fatto, e ora ti perdi al meglio. Ma non piú parole!
Va’, togli questa peste dal regno mio; se no, ti tolgo la vita».

Miuccio sventurato, che si sentiva fare ora un favore ora una minaccia,
ora una carezza alla faccia ora un calcio al deretano, ora una calda
e ora una fredda, considerò quanto mutevoli fossero le fortune delle
corti, e avrebbe voluto esser piú che digiuno della conoscenza del re.
Ma, sapendo che replicare agli uomini grandi è cosa da bestia, ed è
come se si volesse pelare la barba al leone, si ritirò in disparte,
maledicendo la sorte sua che l’aveva ridotto alla corte per fare corte
le ore della propria vita. E, mentre, seduto sul gradino di una porta,
con la faccia in mezzo alle ginocchia, lavava le scarpe col pianto e
scaldava i contrappesi[306] coi sospiri, ecco l’uccello con in becco
un’erba, che gli gettò in grembo, dicendogli: «Alzati, Miuccio, e
assicurati che non giocherai a scarica l’asino dei giorni tuoi, ma a
sbaraglino della vita del dragone[307]. Prendi quest’erba e, arrivato
alla grotta di quel brutto animale, gettavela dentro, ché subito gli
verrà tal sonno sbardellato, che si piegherà a dormire; e tu, con un
bel coltellaccio sotto le anche, fagli subito la festa, e vieni via,
ché le cose ti riusciranno meglio che non pensi. Basta, io so bene quel
che dico, e abbiamo piú tempo che danaro, e chi ha tempo ha vita».

Miuccio si alzò e, postosi tra i panni un grosso coltello e presa
l’erba, si avviò alla grotta, la quale si apriva sotto una montagna di
cosí buona statura che i tre monti, che fecero scala ai giganti, non le
sarebbero arrivati alla cintura. E, quando fu all’entrata, gettò l’erba
e, appiccato il sonno al dragone, cominciò a tagliare.

Nel tempo stesso che batteva col coltellaccio le carni dell’animale,
la regina si sentiva intaccare il cuore; e, vistasi a mal termine,
si accorse del suo errore, per essersi comprata a danari contanti
la morte. Chiamò allora il marito e gli disse quello che avevano
prognosticato gli astrologi, e che dalla vita del dragone pendeva la
vita sua, e come sospettava che Miuccio avesse ucciso il dragone,
giacché essa si sentiva mancare a poco a poco.

«Se sapevi — le disse il re — che la vita del dragone era puntello
della tua e radice dei tuoi giorni, perché mi facesti mandare Miuccio?
Chi ne ha la colpa? Tu ti sei fatto il male e tu lo piangi; tu hai
rotto il gotto e tu lo paghi!».

«Non credevo mai — rispose la regina — che un mingherlino avesse
tant’arte e tanta forza da gettare a terra un animale che faceva poca
stima d’un esercito; e avevo in mente che vi avrebbe lasciato gli
stracci. Ma, poiché ho fatto il conto senza l’oste e la barca dei miei
disegni è andata a picco, fammi un piacere, se mi vuoi bene. Appena
sarò morta, prendi una spugna, intrisa nel sangue del dragone, e ungimi
tutte le estremità della persona prima di seppellirmi».

«Questa è poca cosa all’amore che ti porto — disse il re; — e, se
non basterà il sangue del dragone, vi metterò il mio per darti
soddisfazione».

La regina voleva ringraziarlo, ma gli uscí lo spirito con le parole,
perché, in quel momento stesso, Miuccio aveva terminato il macello del
dragone.

Quando egli giunse innanzi al re per dargli l’annunzio dell’opera
eseguita, il re gli comandò che fosse tornato a raccogliere il sangue
del dragone; e, curioso di vedere da vicino la prova che quello aveva
compiuta con le mani, gli tenne dietro non visto. All’uscita dal
palazzo, l’uccello si fece incontro a Miuccio e gli domandò: «Dove
vai?». «Vado dove mi manda il re, che mi fa andar su e giú come spola,
e non mi lascia riposare un’ora». «A che fare?». «A prendere il sangue
del dragone». «Oh sciagurato te per cotesto sangue di dragone, il
quale sarà per te sangue di toro[308], che ti creperà dentro! Con quel
sangue rinascerà la mala semenza di tutti i tuoi travagli; ché colei
ti ha posto sempre a nuovi pericoli affinché tu vi lasci la vita; e il
re, che si fa mettere la barda da una brutta strega, ti manda, come
un trovatello[309], ad arrischiare la persona, che pure è sangue suo,
che pure è broccolo di quella pianta. Lo scuso, perché non ti conosce;
ma pure il moto del cuore dovrebbe essere spia della parentela, e
i servigi che gli hai resi, e il guadagno che ora egli farebbe di
un bello erede, dovrebbero costringerlo a prendere in grazia quella
sventurata di Porziella, tua madre, che da quattordici anni oramai sta
murata in una soffitta, dove sembra un tempio di bellezza, fabbricato
in un camerino».

Il re, che aveva ascoltato ogni cosa, si trasse subito innanzi per
udire con piú particolarità come il fatto era andato; e, appreso
che Miuccio era figlio di Porziella, rimasta incinta di lui, e che
Porziella era ancora viva nella soffitta, subito ordinò che fosse
smurata e condottagli davanti.

E, quando la vide piú bella che mai per la buona cura che ne aveva
avuta l’uccello, l’abbracciò con amore grande e non si saziava di
stringere ora la madre ora il figlio, chiedendo perdono a quella del
crudele trattamento che le aveva usato, e a questo dei pericoli a cui
lo aveva posto. E fece subito rivestire Porziella con le piú ricche
vesti della regina morta, e la prese per moglie.

Offerse poi lo stato e tutto se stesso all’uccello, che aveva mantenuto
in vita la povera giovane procurandole il cibo, e che aveva col
consiglio aiutato il figliuolo a uscire dai pericoli. Ma l’uccello
disse che non voleva altro premio che Miuccio per marito, e si
trasformò, nel dir cosí, in una bellissima giovane.

La richiesta fu accolta con grande gioia dal re e da Porziella, e,
mentre la regina morta fu gettata in un tumulo, la coppia degli sposi
colse piaceri a tomoli; e, per celebrare in modo piú solenne le feste,
si avviarono al loro regno, dove erano aspettati con gran desiderio. E
sempre riconobbero che la loro buona fortuna era venuta dalla fata pel
beneficio resole da Porziella, perché alla fine delle fini:

    Mai non si perde il bene che s’è fatto[310].




TRATTENIMENTO SESTO

LE TRE CORONE


  Marchetta è rapita dal vento e portata alla casa di un’orca, dalla
  quale, dopo varî accidenti, avendo ricevuto uno schiaffo, si parte
  vestita da uomo. Càpita in casa di un re, dove, innamoratasi di lei
  la regina, e sdegnata di non trovare corrispondenza, l’accusa al
  marito di aver tentato di sedurla, e Marchetta è condannata alla
  forca. Ma, per virtú di un anello datole dall’orca, viene liberata;
  e, fatta morire la calunniatrice, diventa essa regina.

Piacque estremamente il racconto di Popa e non ci fu alcuno che non
provasse piacere per la buona sorte di Porziella; ma neppure ci fu
alcuno che le invidiasse questa fortuna, comprata con tanti travagli,
perché essa pervenne allo stato reale che quasi aveva lasciato lo stato
personale. Ma, vedendo Antonella che gli affari di Porziella avevano
offuscato l’animo dei principi, volle sollevare gli spiriti, cosí
parlando:

La verità, signori, sempre viene a galla come l’olio, e la bugia è un
fuoco che non può star nascosto, anzi è uno schioppo alla moderna che
uccide chi lo spara[311]; e non senza ragione si chiama «bugiardo» chi
non è fedele nelle parole, perché «brucia» ed «arde» non solo tutte le
virtù e i beni che porta nel petto, ma la bugia stessa, come vi farò
confessare, narrandovi la storia che state per udire.

C’era una volta un re di Vallatescosse, che, non riuscendo ad aver
figli, a tutte le ore e dovunque si trovava, diceva: «O Cielo, mandami
un erede dello stato per non lasciar desolata la casa mia!». E una
volta che si trovava in un giardino e ripeté ad alta voce questa
lamentosa invocazione, udí una voce uscire di mezzo alle frasche:

    O re, che preferisci?
    Vuoi figlia che ti fugga,
    o figlio che ti strugga?

Confuso a queste parole, il re non si seppe risolvere e pensò di
consigliarsi coi sapienti della corte. Rientrato, dunque, nella sua
camera, chiamò i consiglieri, e ordinò loro di discutere del caso.
E chi rispose che si doveva far maggior conto dell’onore che della
vita; altri, che si doveva stimare piú la vita come bene intrinseco,
laddove l’onore è cosa estrinseca, e perciò da tenere in minor pregio;
uno diceva che, essendo la vita acqua che passa, poco importava di
perderla, e del pari le ricchezze, che sono colonne della vita poste
sopra la ruota di vetro della fortuna, ma che l’onore, essendo cosa
durevole, che lascia orme di fama e segni di gloria, si deve custodire
gelosamente ed esserne tenerissimi; un altro argomentava che la vita,
per la quale si conserva la stirpe, e la roba, per la quale si mantiene
la grandezza della casa, si debbono tener piú care dell’onore, per
esser l’onore opinione su ragione di virtú, e che perdere una figlia
per colpa di fortuna, e non per proprio difetto, non pregiudicava la
virtú del padre, e non imbrattava l’onore della casa. Ma, soprattutto,
ci furono taluni altri che conclusero che l’onore non consisteva
nelle gonnelle di una femmina[312]; oltreché il re, come principe
giusto, doveva mirare piuttosto al beneficio comune che all’interesse
particolare, e che una figlia fuggitiva faceva un po’ di vergogna solo
alla casa paterna, ma un figlio tristo metteva fuoco, non solo alla
casa propria, ma a tutto il regno; e dunque, poiché bramava figli e
gli erano proposti questi due partiti, chiedesse la femmina, che non
metteva a pericolo la vita e lo stato.

Questo parere piacque al re, che tornò al giardino, e, gridato di nuovo
come soleva e udita la stessa voce, rispose: «Femmina, femmina!». E
alla sera, quando il Sole invita le ore del giorno a dare uno sguardo
ai mostricciattoli degli Antipodi[313], si coricò con la moglie; e, a
capo di nove mesi, ne ebbe una bella figliuola.

Il re la fece subito chiudere in un palazzo fortificato, e con buone
guardie, per non lasciar dal canto suo tutte le diligenze possibili
che valessero a rimediare al tristo influsso a cui la figlia andava
soggetta; e la educò a tutte le virtú che stanno bene a regia prole.
Giunta in età, trattò e concluse il matrimonio di lei col re di
Perdisenno, e allora la tolse da quella casa, dalla quale non era mai
uscita, per mandarla al marito. Ma, nel momento che essa usciva, venne
tal colpo di vento, che la levò di peso e non la si vide piú.

Il vento la portò lungo tratto per l’aria, e poi la lasciò dinanzi
alla casa di un’orca, in mezzo a un bosco, il quale aveva sbandito
il Sole come appestato per avere ucciso l’infetto[314] Pitone. Colà
trovò una vecchierella, che l’orca aveva lasciata a custodia delle
robe sue, la quale le disse: «Oh amara la vita tua, e dove hai posto
il piede? Misera te, che se rientra ora l’orca, padrona di questa
casa, non stimerei tre tornesi la pelle tua, perché essa non si pasce
d’altro che di carne umana; e in tanto la mia vita è sicura, in quanto
la necessità del mio servizio la trattiene, e questo vecchio corpo,
pieno di sincopi, di anticori, di fiati e di renelle, è schifato dalle
sue zanne. Ma sai che devi fare? Eccoti le chiavi della casa: entra,
rassetta le stanze e ripulisci ogni cosa, e, quando verrà l’orca,
nasconditi che non ti veda, e io non ti farò mancare da sostentarti.
Frattanto, chi sa? il Cielo aiuta, il tempo può portare grandi cose.
Basta: abbi giudizio e pazienza, ché varcherai ogni golfo e supererai
ogni tempesta».

Marchetta (che cosí si chiamava la giovane), facendo di necessità
virtù, si prese la chiave, ed entrata nella camera dell’orca, per primo
dié di piglio a una scopa e fece la casa cosí netta che potevi mangiare
sul pavimento i maccheroni; poi, con una cotenna di lardo, sfregò di
maniera i cassoni di noce e li fece cosí lustri, che ti ci specchiavi;
e, rifatto il letto, quando sentí venire l’orca, si mise dentro una
botte, in cui prima era il grano.

L’orca, che trovò questa pulizia insolita, ne sentí un gran
gusto, e, chiamata la vecchia, le disse: «Chi ha fatto questo bel
rassettamento?». E alla risposta della vecchia, che era stata essa,
replicò: «Chi ti fa quel che far non suole, o t’ha gabbato o gabbare ti
vuole. Veramente puoi ficcare uno stecco nel buco[315], avendo fatto
una cosa insolita, e meriti porzione grossa di minestra». E mangiò e
andò fuori di nuovo.

Al ritorno, trovò tolte tutte le fuliggini dalle travi, stropicciati e
lucidi tutti gli utensili di rame e appesi con bell’ordine alle pareti,
e messi nell’acqua calda tutti i panni sudici; e ne provò un piacere
indicibile e benedisse mille volte la vecchia. «Il Cielo ti prosperi
sempre, madama Pentarosa mia: che tu possa sempre goder bene e meglio,
perché mi rallegri il cuore con questi bei rassettamenti, facendomi
trovare una casa da bambola e un letto da sposa».

La vecchia, con questa buona opinione guadagnata, se la godeva e
dava sempre buoni bocconi a Marchetta, rimpinzandola come cappone da
ingrasso. E, poiché l’orca andò ancora fuori, essa le disse: «Sta’
zitta, ché voglio arrivare questo zoppo e tentare la tua fortuna. Fa’
qualcosa di bello con le mani tue, che vada a genio all’orca; e, se
essa giurasse per tutti i sette cieli[316], tu non le credere; ma, se
per caso giura per le sue tre corone e tu làsciati vedere, ché la cosa
ti riesce a segno, e vedrai che il mio è stato consiglio di mamma».

Marchetta sgozzò una bella papera, e delle estremità fece uno
spezzatino, e, imbottitala bene con origano e aglio, la infilò allo
spiedo; impastò poi quattro strangolapreti[317] sopra un canestro
rovesciato, e preparò una tavola tutta infiorata di rose e fronde di
cedrangoli. L’orca, al trovare questo delicato apparecchio, stette per
uscir dai panni, e, chiamata la vecchia, le disse: «Chi ha fatto quel
bel servigio?». «Mangia — le rispose la vecchia, — e non cercare altro:
basta che hai chi ti serva e ti soddisfaccia».

E, mangiando e sentendosi scendere la dolcezza di quei buoni bocconi
fino ai malleoli, l’orca cominciò a mormorare: «Io giuro per le tre
parole di Napoli[318] che, se sapessi chi è stato il cuoco, gli vorrei
dare le mie pupille». E poi seguitò: «Io giuro pei tre archi e le tre
frecce, che se lo conosco, voglio tenerlo dentro il cuore. Io giuro
per le tre candele che s’accendono quando si roga uno strumento di
notte; pei tre testimoni, che mandano alla forca un uomo; pei tre
palmi di fune, che danno la volta all’impiccato; per le tre cose che
scacciano l’uomo di casa, fetore, fumo e femmina malvagia; per le tre
cose che consumano la casa, zeppole, pane caldo e maccheroni; per le
tre femmine e una papera che fanno un mercato; per le tre _F._ del
pesce, fritto, freddo e fondo; pei tre cantatori principali di Napoli,
Giovanni della Carriola, compar Biondo e il Re della musica[319]; per
le tre _S_. che bisognano a un innamorato, solo, sollecito e secreto;
per le tre cose che bisognano a un mercante, credito, animo e ventura;
per le tre sorti di persona che ama la cortigiana, smargiassi, bei
giovani e sprecatori; per le tre cose importanti al ladro, occhi per
adocchiare, mani per acchiappare, piedi per alleppare; per le tre cose
che rovinano la gioventù, giuoco, femmine e taverne; per le tre virtú
principali dello sbirro, adocchia, insegui e afferra; per le tre cose
utili al cortigiano, fingimento, flemma e fortuna; per le tre cose
che fan d’uopo al ruffiano, gran coraggio, assai chiacchiere e poca
vergogna; per le tre cose che il medico osserva, il polso, la faccia e
il pitale...».

Ma poteva dire da oggi a domani, che Marchetta, la quale aveva avuto
l’istruzione, non bucicava. Solo quando, in ultimo, le udí dire:
«per le tre corone mie, che, se io so chi è stata la buona massaia,
le voglio fare tante belle carezze e tenerezze da non potersele
immaginare», solo allora venne fuori e disse: «Eccomi!».

L’orca, al vederla, esclamò: «Ah! Ne hai saputo piú di me![320]. L’hai
fatta da maestro e ti sei risparmiata una bella infornata in questo
corpo. Ma, poiché hai sí ben lavorato e m’hai dato gusto, ti voglio
tenere piú di una figlia. Eccoti le chiavi della casa; e siine domine
e dominanzio. Una cosa sola mi riservo: non devi aprire per niun conto
l’ultima stanza, alla quale appartiene questa chiave; altrimenti, mi
faresti montare la senapa al naso. Attendi a servire, e te beata! ché
io ti prometto per le tre corone di maritarti ricca ricca».

Marchetta le baciò la mano con molta grazia e promise di servirla piú
di una schiava.

Pure, quando l’orca andò fuori, si sentí solleticare grandemente dalla
curiosità di vedere che cosa c’era nella camera proibita. E non seppe
trattenersi dall’aprirla, e vi trovò tre giovani, vestite tutte d’oro,
sedute a tre seggi imperiali, che pareva che dormissero. Erano queste
tre figlie della maga[321], incantate dalla madre, perché sapeva
che avrebbero dovuto incontrare un gran pericolo, se non veniva a
svegliarle una figlia di re; e perciò le aveva chiuse li dentro, per
scamparle dalle minacce delle stelle.

Al rumore che Marchetta, entrando, fece coi piedi, quelle si
risentirono, come se si destassero, e le chiesero da mangiare; ed essa
prese subito tre uova per ciascuna, le fece cuocere sotto la cenere e
le porse loro. E, subito ripigliate le forze, le tre giovinette vollero
uscire a respirare l’aria libera. Ma, in questo punto, giunse l’orca,
che, contrariata e sdegnata da tale vista, allungò a Marchetta un gran
ceffone[322].

Sentí essa cosí vivamente l’affronto che, nel medesimo istante, chiese
licenza all’orca di partire per andare vagando sola pel mondo, alla
ricerca della sorte sua. L’orca cercò di rabbonirla con belle parole,
e le disse che aveva scherzato e non avrebbe mai piú ripetuto quello
scherzo; ma non le fu possibile rimuoverla dal proposito. Alla fine,
la lasciò andare e le donò un anello, avvertendola di portarlo con la
pietra rivolta verso la mano e di non guardarlo mai, se non quando,
trovandosi in gran pericolo, sentisse il nome suo replicato dall’eco.
E le dié anche un bel vestito da uomo, che Marchetta le aveva chiesto,
col quale si travestí e si mise in cammino.

Giunta che fu a un bosco, dove si recava a far legna la Notte per
riscaldarsi della gelata sofferta, incontrò un re che si dilettava alla
caccia; e quello, visto il bel giovane (ché tale sembrava), gli domandò
donde veniva e che andava facendo. Marchetta rispose di esser figlio
di un mercante, e che, per gli strazî inflittigli dalla matrigna, se
n’era fuggito di casa. E il re, piacendogli la prontezza e il garbo del
giovane, se lo prese per paggio e lo condusse al palazzo.

Appena lo vide la regina, si sentí da quella graziosa persona
sconvolgere l’anima e accendere tutte le voglie; e, quantunque cercasse
per alcuni giorni, in parte per natura, in parte per superbia, compagna
sempre della bellezza, di dissimulare la fiamma e di reprimere le
punture che amore le faceva sotto la coda del desiderio, finalmente,
essendo corta di calcagni, non potette stare salda in arcione contro
l’assalto di quelle sfrenate brame. E un giorno, chiamata in disparte
Marchetta, cominciò a scoprirle le pene sue, e a dirle quale soprosso
d’affanni aveva al cuore da quando le erano apparse le bellezze sue;
che, se essa non si risolveva a innaffiare il territorio dei suoi
desiderî, sarebbe seccata senz’altro con le speranze la vita. E lodò
le vaghe fattezze del suo volto, facendole avvertire che sarebbe da
cattivo scolaro nella scuola di amore introdurre uno strafalcione
di crudeltà in un libro di tante grazie, e che ne avrebbe avuto
un buon cavallo di pentimento; e alle lodi aggiunse le preghiere,
scongiurandola pei sette cieli che non volesse veder dentro una fornace
di sospiri e in mezzo a un pantano di lacrime una donna che aveva per
insegna alla bottega dei pensieri la bella immagine sua. Seguirono
poi le offerte, promettendole di pagare ogni dito di piacere a palmi
di beneficio e di tenere aperto il fondaco della gratitudine a ogni
richiesta di cosí bel cliente. Le ricordò, infine, che essa era regina;
e, poiché già ormai s’era imbarcata, non doveva lasciarla in mezzo a
questo golfo senza qualche soccorso, perché si sarebbe rotta a uno
scoglio con danno suo.

Marchetta, a queste carezze e punture, a queste promesse e minacce,
a queste lavate di faccia e levate di cappa, avrebbe voluto dirle
che, per aprire la porta delle sue soddisfazioni amorose, le mancava
la chiave; avrebbe voluto palesarle che, per darle la pace che essa
desiderava, non era Mercurio, che portasse il caduceo. Ma non volle
smascherarsi e le rispose invece che non poteva credere che essa
volesse far le fusa torte a un re di tanto merito, qual era suo marito;
e che, quand’anche essa avesse messa da parte la riputazione della casa
sua, da sua parte non poteva né voleva recare offesa a un padrone che
tanto l’amava.

La regina, udita questa prima replica all’intimazione delle sue voglie,
le rispose: «Orsù, pensaci bene e ara diritto, ché le pari mie,
quando pregano, comandano, e, quando s’inginocchiano, proprio allora
premono le gole coi piedi. Fa’ bene i conti tuoi, e vedi come può
riuscirti questa mercanzia. Basta e _sufficit_ ché io ti dirò ancora
solo una cosa, e poi andrò via. Quando una donna della mia qualità
resta scornata, procura di lavare col sangue di chi la offese la
macriata[323] alla faccia sua». E, con minaccioso cipiglio, le voltò le
spalle, lasciando confusa e gelata la povera Marchetta.

Per piú giorni continuò la regina a dar assalti a questa bella
fortezza, e, vedendo alla fine che faticava, stentava e sudava in
perdita, gettando le parole al vento e i sospiri nel vuoto, mutò
registro, convertendo l’amore in odio e la voglia di godere la cosa
amata in brama di vendetta. Fingendo le lacrime alla coda degli
occhi, andò, dunque, al marito e gli parlò cosí: «Chi ce l’avesse
detto, marito mio, che riscaldavamo una serpe nella nostra manica?
Chi si sarebbe immaginato mai che un meschinello sciaguratello avesse
tanto ardire? La colpa è delle tante carezze che tu gli hai fatte: il
villano, se gli si dà il dito, si piglia la mano. Ma, se tu non gli
dài il castigo che merita, me ne tornerò alla casa di mio padre, e non
ti vorrò piú vedere, né sentire il tuo nome» «Che cosa ti ha fatto?»,
— disse il re. — E la regina: «Cosa da nulla! Voleva il furfantello
essere esattore del debito matrimoniale che io ho con te, e, senza
rispetto, senza timore, senza vergogna, ha avuto faccia di venirmi
innanzi e lingua da chiedermi passo libero pel territorio, dove tu hai
il seminato dell’onore».

Il re, a quest’accusa, senza cercare altri testimoni, per non
pregiudicare alla fede e all’autorità della moglie, fece subito
acciuffare Marchetta dagli sbirri, e, caldo caldo, senza darle termine
di difesa, la condannò a vedere quanto peso sosteneva la stadera del
boia. Trasportata senz’altro al luogo del supplizio, Marchetta, che non
sapeva che cosa le fosse accaduta, né conosceva di aver commesso alcun
male, cominciò a gridare: «Oh Cielo! e che ho fatto io per meritare
il funerale di questo misero collo prima dell’esequie di questo
sciagurato corpo? Chi me l’avrebbe detto che, senza arruolarmi sotto
la bandiera dei mariuoli e dei rapinatori, sarei entrata di guardia a
questo palazzo della Morte con tre passi di canapa alle canne della
gola? Oimè! chi mi consola a questo estremo passo? Chi m’aiuta in tanto
pericolo? Chi mi libera da questa forca?».

«Orca!», rispose l’eco[324]; e Marchetta, al sentire questa risposta,
si ricordò dell’anello che portava al dito e delle parole che le disse
l’orca quando essa la lasciò. Volse allora gli occhi alla pietra che
non aveva ancora guardato; ed ecco si sentí tre volte una voce per
l’aria: «Lasciatela andare, ché è femmina!»: una voce cosí terribile
che non rimasero né sbirri né spogliamorti attorno al cuoco della
giustizia[325].

Il re, al tuono di queste parole, che fecero tremare il palazzo reale
dalle fondamenta, ordinò che Marchetta venisse alla sua presenza; e,
quando l’ebbe dinanzi, la ammoní di dire la verità, e chi essa fosse e
come capitata in quei paesi. Sforzata dalla necessità, essa raccontò
tutti i casi della sua vita, come nacque, come fu chiusa in una
fortezza, come fu involata dal vento, come capitò alla casa dell’orca,
come se ne volle partire, quello che le disse e le dié, quello che
passò tra lei e la regina, e, come, non sapendo in che cosa mai avesse
commesso errore, s’era vista a pericolo di vogare coi piedi nella
galera fatta di tre legni.

Il re, udita la storia e confrontatala con quanto aveva già avuto
occasione di apprendere discorrendo col re di Vallatescosse, che gli
era amico, riconobbe Marchetta nel vero esser suo; e conobbe insieme la
malvagità della moglie, che le aveva rivolto l’infame accusa. Comandò
di conseguenza che costei fosse subito, con una màzzera al collo,
gettata a mare; ed esso, invitati il re e la regina di Vallatescosse,
si prese per moglie Marchetta, la quale dié chiara prova che

    Iddio guida a buon porto
    la barca disperata.




TRATTENIMENTO SETTIMO

LE DUE PIZZELLE[326]


  Marziella, essendosi mostrata cortese con una vecchia, riceve la
  fatagione; ma la zia, che invidia la sua buona fortuna, la getta a
  mare, dove una sirena la tiene per gran tempo incatenata: la libera
  poi il fratello, diventa regina e la zia paga la pena del suo
  delitto.

Avrebbero i principi detto sicuramente che questo racconto di Antonella
passava battaglia[327] di quanti n’erano stati narrati, se non avessero
temuto di toglier animo a Ciulla, che, avendo posta in resta la lancia
della lingua, colpí l’anello[328] del gusto di Taddeo e della moglie
nel modo che segue:

Ho sempre udito dire che chi fa piacere, ne riceve: la campana di
Manfredonia dice «dammi e dòtti»[329], e chi non mette l’esca della
cortesia all’amo dell’affezione non pesca mai pesce di beneficio; e, se
di ciò volete vedere il costrutto, udite questo racconto, e poi direte
se sempre non perde piú l’avaro che il liberale.

C’erano una volta due sorelle carnali, Lucida e Troccola, che avevano
ciascuna una figlia femmina, Marziella e Puccia. Marziella era cosí
bella di faccia come di cuore; e, per contrario, il cuore e la faccia
di Puccia formavano con unica regola faccia di canchero e cuore di
pestilenza, e in ciò somigliava ai parenti, perché Troccola era
un’arpia di dentro e di fuori.

Accadde un giorno che, dovendo Lucida lessare quattro pastinache per
friggerle con la salsa verde, disse alla figlia: «Marziella mia,
bene mio, va’ alla fontana e prendimi un’anfora d’acqua». «Di buona
voglia, mamma mia, — rispose la figlia; — ma, se mi vuoi bene, dammi
una pizzella, ché me la voglio mangiare con quell’acqua fresca».
«Volentieri», disse la madre; e da un paniere che pendeva a un uncino
prese una bella pizzella (ché il giorno prima aveva fatto forno di
pane) e la dette a Marziella. E questa, messasi l’anfora sul capo
sopra un cercine[330], se ne andò alla fontana, la quale, simile a un
ciarlatano, sopra un banco di marmi, alla musica di un’acqua cadente,
vendeva segreti per scacciare la sete.

Mentre riempiva l’anfora, giunse una vecchia, che, sul palco di una
grossa gobba, rappresentava la tragedia del Tempo; e quella, vedendo
la bella pizza che Marziella teneva in mano e che proprio allora stava
per addentare, le disse: «Bella giovane mia, se il Cielo ti mandi buona
ventura, dammi un po’ di cotesta pizza». E Marziella, che odorava di
regina, le rispose subito: «Eccotela tutta, magna femmina mia, e mi
dispiace che non sia di mandorle e zucchero, ché anche te la darei con
tutto il cuore».

La vecchia, sperimentata l’amorevolezza di Marziella, le disse: «Va’,
che il Cielo ti possa sempre prosperare per questo buon amore che mi
hai mostrato; e prego tutte le stelle che tu possa esser sempre felice
e contenta; che, quando respiri, ti escano rose e gelsomini dalla
bocca; quando ti pettini, caschino sempre perle e granatini dal tuo
capo; e, quando metti il piede sulla terra, ne spuntino gigli e viole».

La giovane la ringraziò e tornò a casa, dove, poiché la madre ebbe
cucinato, soddisfecero al debito naturale che si ha verso il corpo.
La mattina dopo, quando nel mercato dei campi celesti il Sole mise
in mostra le mercanzie di luce portate dall’oriente, Marziella, nel
ravviarsi i capelli, si vide cadere in grembo una pioggia di perle e
granatini. Con grande giubilo chiamò la madre e li raccolsero in un
canestro; e Lucida si recò poi da un orefice amico suo per ismaltirne
una buona parte.

Capitò intanto Troccola a far visita alla sorella, e, trovata Marziella
tutta affaccendata per quelle perle, domandò come, quando e dove le
avesse avute. Ma la giovane, che non sapeva intorbidar l’acqua e forse
non aveva appreso quel proverbio: «Non fare quanto puoi, non mangiare
quanto vuoi, non spendere quanto hai, né dire quanto sai», spiattellò
tutto il negozio alla zia.

Non aveva finito di dire, che la zia, senza piú aspettare la sorella,
parendole mille anni, corse a casa sua, consegnò una pizzella alla
figlia e la spedí alla fontana. Puccia vi ritrovò la stessa vecchia;
ma, quando essa le domandò un po’ di pizza, rispose: «Non pensavo ad
altro che a dar la pizza a te! Mi hai forse impregnato l’asina per
chiedermi le cose mie? Va’, che i denti sono piú vicini dei parenti».
Cosí dicendo, trangugiò la pizza in quattro bocconi, facendo gola alla
vecchia, la quale, quando vide sparire l’ultimo e seppellita con essa
la sua speranza, tutta rabbiosa disse: «Va’, che, quando respiri possa
cacciar schiuma come mula di medico[331]; quando ti pettini, possano
caderti dalla testa a mucchi i pidocchi; e, dovunque metti il piede,
possano nascere felci e titimali».

La madre, quando la vide tornare con l’acqua, non mise indugio a
pettinarla, e, messosi un bello asciugatoio steso sul grembo, vi piegò
la testa della figlia; e, cominciando a scorrerla col pettine, ecco
cascarne un torrente di animaletti alchimisti, di quelli che fermano
l’argento vivo[332]. Non è a dire come restasse la madre, che alla neve
dell’invidia aggiunse il fuoco dello sdegno, e gettò fiamme e fumo dal
naso e dalla bocca.

Passato qualche tempo, ritrovandosi Ciommo, fratello di Marziella,
alla corte del re di Chiunzo[333], e discorrendosi della bellezza di
varie donne, esso, senza esser chiamato, s’intromise dicendo: che tutte
quelle belle sarebbero potute andare a gittare le ossa al ponte[334],
se fosse colà comparsa sua sorella, la quale, oltre alla bellezza delle
membra che facevano contrappunto sul canto fermo di una bella anima,
aveva nei capelli, nella bocca e nei piedi le virtú che le aveva date
la fata. Il re, uditi questi vanti, comandò a Ciommo che la facesse
venire, perché, se l’avesse trovata quale egli la esaltava, se la
sarebbe presa per moglie.

Non parve questa, a Ciommo, occasione da perdere, e inviò un apposito
corriere alla madre, informandola del fatto e pregandola di venir
subito con la figlia per non lasciarle fuggire questa fortuna. Lucida,
che stava male in salute, senza saper di raccomandare la pecora al
lupo, pregò la sorella di accompagnare Marziella fino alla corte di
Chiunzo per la tale e tale faccenda. E Troccola, che vide che la cosa
andava a seconda del suo desiderio, promise di condurla sana e salva
presso il fratello.

Salí, dunque, su una nave, avendo con sé Marziella e Puccia; ma,
quando fu giunta in mezzo al mare, cogliendo il momento che i marinai
dormivano, spinse Marziella nell’acqua. E già la misera stava per
affogare, quando una bellissima sirena la raccolse tra le braccia e se
la portò via.

Giunta Troccola a Chiunzo, e ricevuta Puccia da Ciommo come se fosse
stata Marziella, giacché per la lunga separazione non ne ricordava
le sembianze, la condusse subito innanzi al re; il quale, facendole
ravviare i capelli, ne vide piovere quegli animali cosí mortali nemici
della verità che sempre offendono i testimoni[335], e, consideratala
in volto, osservò che, alenando forte per la fatica del cammino, aveva
fatto una saponata alla bocca, che pareva una gualchiera di panni; e,
abbassando gli occhi a terra, scorse un prato d’erbe fetide, che gli
misero stomaco a mirarle. Sdegnato, scacciò senz’altro Puccia con la
madre, e castigò Ciommo, mandandolo a guardare le oche della corte.

Disperato Ciommo per questo affare, e non sapendo darsene ragione,
conduceva le oche pei campi, e lasciandole errare a lor voglia lungo
la marina, si ritirava in un pagliaio, dove, fino a sera, quando era
tempo di stendersi a dormire, piangeva la sorte sua. Ma alle oche che
scorrevano pel lido si affacciava Marziella dalle acque, e le cibava
di pasta reale e le abbeverava di acqua rosa, tanto che esse erano
diventate ognuna quanto un castrato, cosí grasse che quasi non potevano
aprire gli occhi. E la sera si spingevano fin sotto un orticello, che
rispondeva sotto una finestra del re, e cominciavano a cantare:

    Pire, pire, pire!
    Il sole è bello ed è bella la luna;
    assai piú bella chi governa noi.

Il re, sentendo ogni sera questa musica ochesca, mandò per Ciommo,
e volle sapere dove e come e di che pascesse le sue oche; e Ciommo
rispose: «Non do loro altro a mangiare che l’erba fresca dei campi».
Ma il re, che non rimase persuaso della risposta, gli mandò dietro
segretamente un servo fidato perché osservasse dove esso menava le
oche. Il servo, seguendo le sue orme, lo vide entrare nel pagliaio e
lasciare le oche sole; le quali, volgendosi verso la marina, giunsero
al lido, dove uscí dal mare Marziella, che non credo cosí bella
sorgesse dalle onde la madre[336] di quel cieco, che, come disse il
poeta, altra limosina non chiede che di pianto.

Il servitore del re, tutto meravigliato e incantato, corse dal
padrone, raccontandogli il bello spettacolo a cui aveva assistito
sulla scena della marina. E la curiosità del re, eccitata, lo mosse
a recarsi di persona a contemplarlo; e la mattina, quando il gallo,
capopopolo degli uccelli li solleva tutti ad armare i viventi contro
la Notte[337], essendo andato Ciommo con le oche al luogo solito, il
re, non perdendolo mai di vista, gli tenne dietro. Ciommo rimase nel
pagliaio e le oche si avviarono alla marina; e il re vide venir fuori
Marziella, che, data a mangiare una spasetta di paste dolci e da bere
una caldaietta di acqua rosa alle oche, si assise sopra una pietra
a pettinarsi i capelli, dai quali cadevano a manate le perle e i
granatini, e intanto dalla bocca le usciva un nugolo di fiori e sotto i
piedi si mirava un tappeto soriano di gigli e viole.

Il re chiamò Ciommo e gli domandò se conosceva quella bella giovane;
e Ciommo la riconobbe e corse ad abbracciarla, e in presenza del re
udí tutto il tradimento fattole da Troccola, e come l’invidia di
quella brutta peste aveva ridotto questo bel fuoco d’amore ad abitare
nell’acqua del mare.

Non si può dire il piacere che prese il re per l’acquisto di cosí bella
gioia; e, voltosi al fratello di lei, gli disse che aveva gran ragione
di lodarla tanto, e che trovava due terzi e piú di quello che aveva
descritto, e perciò la stimava piú che degna di essergli moglie, quando
si contentasse di accettare lo scettro del regno suo.

«Oh lo volesse il Sole leone — rispose Marziella, — e potessi venire a
servirti come schiava della tua corona! Ma non vedi tu questa catena
d’oro, che mi lega il piede e con la quale la maga mi tiene prigione,
e, quando prendo troppa aria e troppo mi trattengo alla marina, mi tira
dentro alla ricca servitú, incatenata d’oro?»

«Quale rimedio ci sarebbe — disse il re — a levarti dalle branche di
cotesta sirena?»

«Il rimedio sarebbe — rispose Marziella — di segare con una lima sorda
questa catena, e svignarmela.»

«Aspettami domattina — replicò il re, — ché io me ne verrò con
l’ordigno pronto e mi ti porterò a casa, dove sarai il mio occhio
diritto, la pupilla del mio cuore e le viscere di quest’anima.»

E, datasi una caparra dell’amor loro col toccarsi le mani, essa se ne
andò in mezzo all’acqua ed egli in mezzo al fuoco, e a un fuoco tale
che non gli dié un momento di riposo tutto il giorno. E, quando quella
nera schiava della Notte uscí a fare tubba-catubba[338] con le stelle,
non chiuse occhio e andò ruminando con le mascelle della memoria le
bellezze di Marziella, discorrendo col pensiero intorno alle meraviglie
dei capelli, ai miracoli della bocca e agli stupori del piede; e,
toccando l’oro delle grazie sue alla pietra del paragone del giudizio,
le trovava di ventiquattro carati. E malediceva la Notte che tanto
tardasse a riposarsi dei ricami che va facendo di stelle, e bestemmiava
il Sole che non arrivasse presto col carico della luce ad arricchire
la casa sua del bene tanto desiderato, affin di portare alla camera
sua una miniera d’oro che gettava perle, una conchiglia di perle che
gettava fiori.

Ma, intanto che egli se n’andava per mare pensando a colei che stava
nel mare, ecco i guastatori[339] del Sole spianare il cammino pel quale
doveva esso passare con l’esercito dei raggi; e il re si vestí, e, in
compagnia di Ciommo, si avviò alla marina. E qui, uscita Marziella
dalle onde, egli con la lima che aveva portata, segò di mano propria la
catena dal piede della persona amata, sebbene in quell’atto stesso ne
fabbricasse un’altra piú forte al proprio cuore. E si tolse in groppa
al cavallo colei che gli cavalcava il cuore, e trottò alla volta del
palazzo reale, dove Marziella trovò, per ordine del re, tutte le belle
donne del paese, che la ricevettero e l’onorarono come padrona loro.

Quando il re la sposò, nella gran festa che seguí, tra le tante botti
che si accesero per luminaria, fu inclusa come botticella anche la
persona di Troccola, affinché scontasse l’inganno che aveva fatto a
Marziella. Lucida fu mandata a chiamare e visse, insieme con Ciommo, da
signora; ma Puccia, scacciata da quel regno, andò sempre pezzendo, e,
per non aver voluto seminare un pochetto di pizza, ebbe sempre carestia
di pane, perché:

    chi non sente pietà, pietà non trova.




TRATTENIMENTO OTTAVO

I SETTE COLOMBI


  Sette fratelli partono di casa, perché la madre non dà loro una
  sorella; e, quando alfine la sorella viene alla luce, ed essi
  aspettano la notizia con certi segni, la madre sbaglia nel farli;
  onde essi vanno errando pel mondo. La sorella si fa grande, li
  cerca, li trova, e, dopo vari accidenti, tornano tutti ricchi alla
  casa loro.

Il racconto della pizzella fu veramente pizza ripiena, che piacque a
tutti e ancora se ne leccano le dita. Ma, essendosi Paola disposta a
narrare il suo, il comando del principe fu sguardo di lupo, che tolse a
tutti la parola[340]; sicché essa cominciò a dire:

Chi fa piacere, ne riceve sempre; il beneficio è uncino dell’amicizia e
arpione dell’amore; chi non semina non raccoglie, e di ciò vi ha dato
un antipasto di esempio Ciulla, e io vi darò un pospasto, perché Catone
disse: «Parla poco nel convito»[341]. Perciò siatemi cortesi di un po’
di orecchi. Cosí il Cielo vi accresca sempre gli orecchi per ascoltare
cose di soddisfazione e di gusto.

C’era una volta nella terra di Arzano[342] una buona donna, che ogni
anno scaricava un figlio maschio; cosicché vedevi una siringa del dio
Pane a sette canne una piú grande dell’altra. I sette figli, avendo
mutato le prime orecchie[343], dissero alla madre Iannetella, che era
un’altra volta incinta: «Sappi, mamma cara, che se tu, dopo tanti figli
maschi, non fai una femmina, noi siamo proprio risoluti ad abbandonare
questa casa e ad andare pel mondo sperti, come i figli delle merle». E
la madre, all’udire tale proposito, pregò il Cielo che avesse spogliato
i figli di questo desiderio e tolto ad essa il pericolo di perdere
sette gioielli.

Avvicinatosi il tempo del parto, i figli le dichiararono: «Noi ci
ritiriamo a quella ripa che è di fronte: se partorisci maschio, metti
un calamaio e una penna alla finestra; e, se femmina, metti un mestolo
e una conocchia. A questo secondo segnale ce ne verremo alla casa a
spendere il resto della nostra vita sotto le tue ali; ma, se vediamo
segnale di maschio, scòrdati di noi: ci puoi metter nome penna».

Volle il Cielo che Iannetella desse alla luce una bella bambinotta,
e subito essa ordinò alla levatrice che facesse il segno convenuto
ai figliuoli; ma questa fu cosí stordita e distratta che vi mise il
calamaio e la penna. E i sette fratelli, senz’altro, si misero la via
tra le gambe, allontanandosi dal paese.

Dopo tre anni di continuo viaggio, un giorno si trovarono in un bosco,
dove gli alberi al suono di una fiumana che faceva contrappunto sulle
pietre, danzavano l’imperticata[344]; e in quel bosco era la casa di
un orco, a cui mentre dormiva erano stati cavati gli occhi da una
femmina, e perciò colui era tanto fiero contro questo sesso che quante
femmine gli venivano tra le granfie, tante ne divorava. Stanchi dal
viaggio, languenti per fame, i giovani gli chiesero se per compassione
voleva dar loro qualche boccone di pane; e l’orco rispose che avrebbe
loro dato da vivere, se volevano mettersi al suo servizio, nel quale
non c’era da far altro di piú faticoso che, un giorno per ciascuno,
guidarlo come un cagnolino.

Ai giovani parve di aver trovato la mamma e il padre, e, conchiuso
l’accordo, restarono al servizio dell’orco, il quale, imparati i loro
nomi, ora chiamava Giangrazio, ora Cecchetiello, ora Pascale, ora
Nuccio, ora Pone, ora Pezillo e ora Carcavecchia, come si denominavano
i sette fratelli. Abitavano essi in una stanza terrena della casa, e
avevano dall’orco tanto da poter vivere.

Intanto, cresciuta la sorella e appreso che sette fratelli suoi,
per una distrazione in cui era incorsa la levatrice, s’erano dati a
errare pel mondo, e non se ne aveva piú notizia, le venne pensiero di
andarli cercando. E tanto fece e tanto disse alla madre, che questa,
rintronata da tante preghiere e insistenze, la vestí da pellegrina
e le dié licenza. Camminò e camminò la giovane Cianna, domandando
sempre di terra in terra chi avesse visto sette fratelli; e tanto
paese percorse che a una taverna, finalmente, ne raccolse notizie. Si
fece allora insegnare la via per quel bosco; e una mattina, quando
il Sole col temperino dei raggi rade gli scerpelloni che sulle carte
del cielo ha scritto la Notte, si ritrovò in quel luogo, e con grande
gioia fu riconosciuta dai fratelli, i quali maledissero quel calamaio e
quella penna che, con modo da falsario, avevano prescritto loro tanti
travagli. Per altro, dopo averle fatto mille carezze, la ammonirono di
starsene ritirata nella camera loro, che l’orco non la sentisse, e,
oltre a ciò, che di qualunque cosa da mangiare le venisse tra le mani,
ne desse la parte a un gatto, che stava in quella camera: altrimenti,
quella bestia le avrebbe fatto qualche male.

Cianna scrisse questi consigli nel quaderno del cuore; e di ogni
cosa che aveva, faceva col gatto da buon compagno, dicendo: «Questo
a me, questo a te, questo alla figlia del re», e dividendo fino a un
finocchio. Ma un giorno che i fratelli, per servizio dell’orco, erano
andati a caccia, le lasciarono un panierino di ceci perché li cuocesse;
ed essa, nel nettarli, vi trovò in mezzo, per caso, una nocciuola[345],
la quale fu la pietra dello scandalo della sua pace, perché, messala
in bocca senza darne la metà al gatto, questo, per dispetto, saltò sul
focolare, pisciò sul fuoco e lo spense.

Cianna, non sapendo come rimediare, uscí di quella camera, ed, entrata
nell’appartamento dell’orco, gli chiese un po’ di fuoco. Sentita una
voce di femmina, l’orco disse: «Ben venga il mastro![346]. Aspetta un
po’, ché hai trovato quello che vai cercando!». E, presa una cote e
untala d’olio, cominciò ad affilare le zanne.

Vide Cianna che il carro era male avviato, e, afferrato un tizzone,
si rifugiò nella camera sua e puntellò la porta, non lasciando di
gettarvi dietro stanghe, sedie, sgabelli di letto, cassettine, pietre,
e quant’altro era nella stanza. L’orco, dato ch’ebbe il filo ai denti,
corse alla camera di giú, e, trovatala serrata, cominciò a batterla a
furia di calci per sfasciarla.

Tra quel fracasso, arrivarono i sette fratelli, e, al sentire il
rumore, e l’orco che strepitava rimbrottandoli come traditori per aver
fatto della loro camera l’asilo[347] dei suoi nemici, Giangrazio, che
era il maggiore e aveva maggior senno e avvertiva che la cosa andava
male, disse all’orco: «Noi non sappiamo niente di questa faccenda, e
potrebbe darsi che cotesta maledetta femmina sia entrata nella nostra
camera per disgrazia, mentre eravamo alla caccia; ma, poiché si è
fortificata di dentro, vieni con me, ché ti conduco in luogo dal quale
le daremo addosso senza che possa difendersi».

Cosí, preso l’orco per la mano, lo menò dov’era un fosso profondo, e là
i fratelli gli dettero una spinta, lo precipitarono nel trabocco e con
una pala, che si trovarono a mano, lo copersero di terra. Poi, fecero
aprire la stanza dalla sorella e la rimproverarono assai del fallo che
aveva commesso e del rischio, al quale s’era posta. «Per l’avvenire —
le dissero — sta’ piú attenta, e, soprattutto, guàrdati dal raccogliere
erba intorno al luogo nel quale è sepolto l’orco, perché, se questo tu
facessi, diventeremmo, tutti e sette, colombi». «Il Cielo mi guardi —
rispose Cianna — ch’io vi apporti questo danno!». Cosí si posero nella
roba dell’orco e, padroni della casa, stavano allegramente, aspettando
che passasse l’invernata, e, quando il Sole avrebbe dato per strenna
alla Terra della possessione presa nella casa del Tauro una gonnella
verde ricamata di fiori, si sarebbero messi in viaggio per tornare alla
casa loro.

Accadde che, trovandosi i fratelli alla montagna a far legna da ardere
per ripararsi dal freddo che diventava di giorno in giorno piú rigido,
passò per quel bosco un povero pellegrino, il quale, avendo dato la
baia a un gatto mammone, arrampicato sopra un pino, era stato da quello
colpito alla testa da un frutto di quest’albero e ne aveva riportato un
cosí enorme bernoccolo, che lo sciagurato urlava come anima dannata.
Cianna, venuta fuori alle strida, impietosita, colse subito una cima di
rosmarino da un cespo che era nato sulla fossa dell’orco e, cuocendola
con pane masticato e sale, gli fece un empiastro sulla ferita, e poi,
datogli da colazione, lo accommiatò e si mise ad apparecchiare la
tavola, aspettando i fratelli.

Ed ecco arrivare invece sette colombelli, che le dissero: «Oh tu,
che sei causa di tutto il male nostro, meglio che ti si fossero
fatte cionche le mani, prima di cogliere quel maledetto rosmarino,
che ora ci fa andare per la marina! E che? hai mangiato cervello di
gatto[348], o sorella, che ti sei lasciato scappare dalla memoria
l’avvertimento nostro? Per te, siamo diventati uccelli, soggetti agli
artigli dei nibbi, degli sparvieri e degli astori: per te siamo fatti
compagni di meropi, di capinere, di cardellini, di strigi, di gufi, di
piche, di gazze, di colbianchi, di fanelli, di tarabusi, di verle, di
allodole, di sciabiche, di beccacce, di lucherini[349], di fringuelli,
di regoli, di cinciallegre, di capirossi, di collitorti[350], di
strisciaioli[351], di balie, di tuffetti, di forasiepi, di ranocchiaie,
di ballerine, di marzaiole[352], di bubbole. Hai fatto la bella
prova! Ora sí, che siamo tornati al paese nostro per vederci tese
reti e preparato vischio! Per sanare la testa di un pellegrino, l’hai
fracassata a sette fratelli! E rimedio non c’è al male nostro, se
tu non trovi la mamma del Tempo, che t’insegni la via a cavarci da
quest’affanno».

Cianna, come quaglia pelata per l’errore che aveva commesso, chiese
perdono ai fratelli e s’offerse di tanto girare pel mondo finché
trovasse la casa della vecchia; e, pregandoli di starsene sempre in
casa per evitare qualche sciagura, s’incamminò. E andò andò senza
stancarsi mai, ché, quantunque camminasse a piedi, il desiderio di
aiutare i fratelli le serviva da mula di procaccio, con la quale faceva
tre miglia all’ora.

Giunta a un lido dove il mare, con la ferula delle onde, batteva
gli scogli che non rispondevano al cómpito di latino da esso loro
assegnato, vide una grossa balena, che le disse: «Bella giovane mia,
perché vai in giro?». E Cianna: «Vado cercando la casa della mamma
del Tempo». «Sai che devi fare? — le rispose la balena. — Va’ sempre
diritto per questa marina, e al primo fiume che trovi, volgi in su, ché
incontrerai chi ti mostrerà il cammino. Ma fammi un piacere: quando
sarai da quella buona vecchia, domandale per grazia da mia parte che mi
dia qualche rimedio che io possa camminare sicura senza urtarmi tante
volte agli scogli e dar tante volte nell’arena». «Lascia fare a me», —
disse Cianna; e, ringraziatala per le indicazioni che le aveva fornite,
riprese a trottare per la spiaggia.

Dopo lungo viaggio, giunta a quel fiume che, come commissario di
fiscale, sborsava monete d’argento alla banca del mare, si volse a
risalirlo, e in una bella campagna, dove il prato faceva la scimmia
al cielo col mostrare stellato di fiori il suo manto verde, trovò un
topo, che le disse: «Dove vai cosí sola, bella donna?». Ed essa: «Cerco
la mamma del Tempo». «Troppo hai da camminare — soggiunge il topo; —
ma non perderti d’animo: ogni cosa ha capo. Cammina pure verso quelle
montagne, che, come libere signore di questi campi, si fanno dare
il titolo d’altezza, e sempre avrai migliore notizia intorno a quel
che chiedi. Ma fammi un piacere: quando sarai giunta alla casa che
desideri, fàtti dire da quella buona vecchierella qual rimedio potremmo
trovare per liberarci dalla tirannia dei gatti; e poi comandami, ché
m’avrai comprato per schiavo».

Cianna glielo promise e si avviò verso quelle montagne, le quali,
quantunque paressero vicine, non si arrivavano mai. Alla fine pur vi
giunse, e, stracca, si sedette sopra una pietra, dove vide un esercito
di formiche che trasportavano una gran provvista di grano, e una di
esse, volgendosi a Cianna, le disse: «Chi sei? Dove vai?». E Cianna,
ch’era cortese con tutti, rispose: «Io sono una giovane sfortunata,
che, per cosa che m’importa, cerco la mamma del Tempo». «Vai piú oltre
— disse la formica, — ché, allo sboccare di quelle montagne, in una
grande largura, te ne sarà data notizia; ma rendimi un gran piacere.
Vedi d’intendere da quella vecchia che cosa potremmo fare noi altre
formiche per campare qualche tempo; ché mi sembra una grande pazzia
delle cose terrene di dover mettere insieme tanto cumulo e provvista di
cose da mangiare per una vita cosí breve, la quale, come candela per
incanti, alla migliore offerta degli anni, si spegne». «Sta’ tranquilla
— disse Cianna, — ché ti voglio rendere la cortesia che mi hai fatta».

Passate quelle montagne, si vide in una bella pianura, nella quale,
dopo aver camminato a lungo, trovò una grande quercia, testimone
dell’antichità, confetti di quella sposa che stava contenta e boccone
di dolcezze perdute, che non dà piú il Tempo a questo secolo amaro; e
quell’albero, formando labbra della scorza e lingua del midollo, disse
a Cianna: «Dove, dove vai cosí affannata, giovane mia? Vieni all’ombra
mia e ripòsati». Essa, dicendole gran mercé, si scusò perché andava
in fretta a trovare la mamma del Tempo. La quercia, udito questo, le
rispose: «Tu ne sei poco lontana, e non camminerai un’altra giornata
che vedrai sopra una montagna una casa, dove troverai quello che
cerchi. Ma, se hai tanta cortesia quanta bellezza, procura di sapere
che cosa potrei fare per ricuperare l’onore perduto; perché da pasto di
uomini grandi sono fatta cibo di porci». «Lasciane il pensiero a Cianna
— essa rispose, — ché vedrò di servirti».

Cosí detto, partí e, camminando senza riposar mai, giunse a piede di
una montagna guastafeste, che andava col capo a dar fastidio alle
nuvole. Qui trovò un vecchietto, che, per stanchezza del cammino,
s’era coricato in mezzo al fieno; il quale, allo scorgere Cianna, la
riconobbe per quella che gli aveva medicato il bernoccolo. E, quando
udí quel che la giovane andava cercando, le disse ch’esso portava il
censo al Tempo dell’affitto della terra che aveva seminata, e che il
Tempo era un tiranno, il quale s’era usurpate tutte le cose del mondo
e voleva tributo da tutti, e particolarmente da uomini dell’età sua;
e, poiché aveva ricevuto beneficio dalla mano di Cianna, glielo voleva
rendere a cento doppi col darle qualche buon avvertimento circa la
venuta sua a questa montagna, sulla quale gli spiaceva di non poterla
accompagnare, perché l’età sua, condannata piuttosto a scendere che
a salire, lo costringeva a restare alle falde di essa per saldare i
suoi conti con gli scrivani del tempo, che sono i travagli, i disgusti
e le infermità della vita, e pagare il debito alla natura. E perciò
le disse: «Ora ascolta bene, bella figlia mia senza peccato. Sappi
che sulla cima di quella montagna troverai una rovina di casa, che
non c’è memoria di quando fu fabbricata: le mura sono screpolate, le
fondamenta fracide, le porte tarlate, i mobili muffiti, e, insomma,
ogni cosa consumata e distrutta; e di qua vedi colonne rotte, di là
statue spezzate, non essendoci altro di sano fuorché un’arma sopra la
porta inquartata, dove vedrai un serpente che si morde la coda, un
cervo e una fenice[353]. Come sarai entrata colà, vedrai per terra
lime sorde, seghe, falci e potatoi, e cento e cento caldaiette di
cenere coi nomi scritti come alberelli di speziali, dove si leggono
_Corinto, Sagunto, Cartagine, Troia_, e mille altre città andate a
perdimento, le quali esso conserva per memoria delle sue imprese. Ora,
quando sarai vicina a quella casa, tirati da parte e sta’ nascosta
fintanto che esce il Tempo, e allora ficcati là dentro e vi troverai
una vecchiona, che col mento tocca la terra e con la gobba giunge al
cielo; i capelli, come coda di cavallo leardo, le coprono i talloni;
la faccia sembra un collare a lattughe[354], con le crespe rigide per
l’amido degli anni; e se ne sta seduta sopra un orologio conficcato
nel muro, e, poiché le palpebre sono cosí grosse che le coprono gli
occhi, non ti potrà vedere. Tu, appena entrata, togli senz’altro
i contrappesi all’orologio, e poi chiama la vecchia e pregala di
soddisfarti di quel che desideri. Essa darà subito una voce al figlio,
che venga a mangiarti; ma, poiché all’orologio, che la madre ha sotto
di sé, mancano i contrappesi, quello non potrà muovere passo, e cosí
sarà costretta a concederti quello che vuoi. Ma non credere a nessun
giuramento che ti faccia, se non giura per le ali del figlio: allora,
dàlle fede e fa’ quello che ti dice, perché sarai contentata».

Nel dir ciò, quel poveretto restò disfatto come corpo morto giacente
in un ipogeo[355], quando è messo alla luce dell’aria. E Cianna prese
quella cenere e, mischiatovi un misurino di lacrime, scavò una fossa e
ve la seppellí, pregandole dal Cielo quiete e riposo.

Ascesa poi la montagna, la quale le dié l’affanno, aspettò che uscisse
di casa il Tempo, che era un vecchio con una barba lunga lunga: portava
un mantello vecchio vecchio, che era tutto pieno di cartellini cuciti
coi nomi di questo e di quello, e aveva l’ali grandi e correva cosí
veloce, che essa lo perse subito di vista. E, quando entrò nella casa
della mamma, Cianna ebbe a sbigottire a mirare quel tristo sfasciume;
e, afferrati e portati via i contrappesi, rivolse alla vecchia le sue
domande. Essa gittò un grido, chiamando il figlio; ma Cianna le disse:
«Puoi cozzare la testa nel muro, ma non vedrai tuo figlio, perché ho
io in mano i contrappesi». E allora la vecchia, vedendosi tagliati i
passi, prese a lusingarla: «Lasciali andare, bene mio, non impedire
la corsa a mio figlio, cosa che non ha fatto ancora uomo vivente
al mondo. Lasciali andare, ché Dio ti guardi, e io ti prometto per
l’acqua forte di mio figlio, con la quale rode ogni cosa, che non ti
farò male». «Perdi tempo — rispose Cianna: — devi dir meglio, se vuoi
che io li lascio». «Ti giuro per quei denti, che rodono tutte le cose
mortali, che ti farò conoscere quanto desideri». «Non ne fai nulla —
replicò Cianna, — perché so che tu mi gabbi». E la vecchia: «Orsù, io
ti giuro per quelle ali che volano dappertutto, che ti voglio fare
maggior piacere di quello che immagini». E Cianna, lasciati andare i
contrappesi, baciò la mano alla vecchia, che sentiva di muffa e di
tanfo.

La vecchia, vedendo la buona creanza della giovane, le disse:
«Nasconditi dietro questa porta, ché, quando il Tempo sarà venuto, mi
farò dire quel che vuoi sapere. E quando esso torna a uscire, poiché
non sta mai fermo in un posto, tu puoi svignartela; ma non ti far
sentire, perché è cosí mangione, che non perdona neanche ai figli e,
quando tutt’altro manca, si mangia se stesso e poi torna a rigerminare».

Cianna fece quanto le disse la vecchia, e intanto sopravvenne il Tempo,
che, presto presto, svelto e leggiero, rosicchiato tutto ciò che gli
venne tra mano, perfino il calcinaccio delle mura, mentre stava per
ripartire, la madre lo interrogò intorno a tutte le cose chiestele da
Cianna, pregandolo, pel latte che gli aveva dato, di darle le risposte.
Dopo mille preghiere, il figlio le rispose: «All’albero si può dire che
non sarà mai caro alle genti, finché tiene sotto le sue radici sepolti
tesori. Al topo, che non mai sarà libero dal gatto, se non gli attacca
un campanello alle gambe per sentire quando viene. Alla formica, che
camperà cento anni, se può astenersi dal volare, ché, quando vuol
morire, la formica mette le ali. Alla balena, che faccia buona cèra e
si tenga per amico il topo marino[356], il quale le servirà da guida,
e cosí non andrà mai di traverso; e ai colombelli, che, quando faranno
il nido sulla colonna della ricchezza, torneranno all’essere di prima».
Ciò detto, riprese a correre la solita posta.

Cianna, licenziatasi dalla vecchia, discese al basso della montagna,
nel tempo stesso che vi erano giunti, seguendo le orme della sorella,
i sette colombelli, i quali, stanchi dal tanto volare, andarono tutti
a posarsi sulle corna di un bue morto[357]; e non appena vi si erano
fermati che diventarono bei giovani come prima. Meravigliati di ciò,
sentirono la risposta del Tempo e compresero che il corno, come simbolo
della copia[358], era la colonna della ricchezza, accennata dal Tempo.

Dopo aver fatto una grande festa con la sorella, tutti insieme si
avviarono per la via già percorsa da Cianna, e, giunti presso l’albero
di quercia e riferitogli il pensiero del Tempo, l’albero li pregò
di levargli di sotto il tesoro, che era causa che la ghianda fosse
scapitata di riputazione. I sette fratelli, presa una zappa, ch’era
in un orto, tanto scavarono finché scoprirono un grosso vaso pieno di
monete d’oro, le quali divisero, in otto parti, tra essi e la sorella,
per poterle portare piú comodamente.

Il viaggio e il peso furono cagione che il sonno li vincesse, onde
si stesero a dormire presso una siepe. Ma una banda di malandrini,
che capitò in quel luogo, vistili immersi nel sonno, con la testa
appoggiata agl’involti di tornesi, li legarono con le mani e coi piedi
agli alberi vicini, si presero i quattrini, e li lasciarono a far
lamento, non solo del bene che, appena afferrato, era loro scappato
di mano, ma anche della vita loro, giacché, privi di ogni speranza di
aiuto, stavano a rischio o di morire consumati dalla fame o di placare
la fame di qualche animale selvaggio. E, mentre si dolevano della loro
atroce sorte, giunse il topo, che, udita la risposta del Tempo, per
rimeritare il servigio, rosicchiò le cordicelle con cui stavano legati
e li rimise in libertà.

Camminarono un altro buon tratto e per la strada incontrarono la
formica, la quale, udito il consiglio del Tempo, domandò a Cianna che
cosa avesse che se ne stava cosí abbattuta e gialliccia di colore;
ed essa le narrò la disgrazia sofferta e il tiro giocato loro dai
ladri. «Zitto! — le rispose la formica, — ché mi si presenta il modo
di ricambiarvi il favore che ho ricevuto da voi. Sappiate che, mentre
trasportavo sotto terra un carico di grano, ho visto il luogo ove
cotesti cani assassini nascondono i furti loro, certe grotticelle sotto
una vecchia fabbrica, nelle quali stivano le cose rubate; e, ora che
essi sono in giro per qualche altra rapina, vi ci voglio accompagnare
e insegnarvi il posto, tanto che possiate ricuperare il vostro».
E s’avviò verso certe case in rovina e indicò ai sette fratelli
l’apertura di un sotterraneo, nel quale calatosi Giangrazio, come piú
animoso degli altri, trovò tutti i danari che erano stati loro tolti, e
se li ripresero.

Andarono, dopo di ciò, verso la marina, dove dissero alla balena il
buon avviso datole dal Tempo, che è padre di consigli; e, mentre
stavano discorrendo del viaggio che avevano fatto e dei casi
incontrati, videro spuntare quei bricconi, armati fino ai denti, che
erano venuti sulla pista delle loro pedate. «Oimè! — gridarono: —
questa è la volta che non resterà nulla di noi sventurati, perché già
ci sono addosso i ladroni armata mano, e ci toglieranno la vita!». «Non
dubitate — disse la balena, — ché io son buona a cavarvi dal fuoco
per rendervi il ricambio del buon amore che mi avete mostrato. Orsù,
montate sul mio dorso, ché subito vi trasporterò in luogo sicuro».

I meschini, che si vedevano i nemici alle spalle e l’acqua davanti,
salirono sulla balena, la quale, allontanandosi dagli scogli, li portò
alla volta di Napoli, dove, non confidando di sbarcarli per esservi
poco fondo, disse loro: «In qual punto volete che vi lasci della costa
di Amalfi?».

Giangrazio rispose: «Vedi se possiamo farne di meno, bel pesce mio,
perché in nessuno di cotesti luoghi approdo contento. A Massa si dice
_salute e passa_; a Sorrento, _stringi i denti_; a Vico, _porta pane
con teco_; a Castellamare, _né amico né compare_»[359].

La balena, per far loro gradimento, voltò carena verso lo scoglio del
Sale[360], dove li lasciò, e di là, dalla prima barca di pescatori che
si trovò a passare, si fecero mettere a terra.

Cosí tornarono al loro paese sani, belli e ricchi, e consolarono la
madre e il padre, e godettero per la bontà di Cianna una vita felice,
la quale aggiunse una fede autentica all’antico motto:

    Sempre che puoi, fa’ bene e te ne scorda.




TRATTENIMENTO NONO

IL CORVO


  Gennariello, per dare soddisfazione a Milluccio, re di Frattombrosa
  e fratello suo, intraprende un lungo viaggio e reca a lui quello
  che desiderava. Ma, per liberarlo poi dalla morte imminente è
  condannato a morte, e, per dimostrare la sua innocenza, diventa
  statua di marmo. Infine, per uno strano successo, ritorna vivo e
  gode contento.

Se io avessi cento canne di gola, un petto di bronzo e mille lingue
d’acciaio[361], non potrei manifestare quanto piacque il racconto
di Paola, a vedere come nessuna delle buone opere di cui si narrava
restasse senza remunerazione: tantoché bisognò caricar la dose delle
preghiere a Ciommetella perché dicesse il suo, essendosi sfiduciata di
tirare il carro del comando del principe a paro con le altre. Pure,
non potendo, per non guastare il gioco, mancare all’obbedienza dovuta,
disse cosí:

È un gran proverbio, veramente, quello che suona: «Vediamo storto e
giudichiamo diritto»; ma è cosí difficile servirsene che pochi giudizî
degli uomini battono sul chiodo; e, anzi, nel mare delle cose umane,
i piú sono pescatori d’acqua dolce, che prendono granchi; e chi si
crede di prender piú giusta la misura di quanto ha in mente, piú
facilmente la sbaglia. Da ciò proviene che tutti corrono a rompicollo,
faticano alla cieca, pensano al rovescio, operano a casaccio, giudicano
a vanvera; e, il piú delle volte, rotolando tristamente da una
risoluzione a uno sproposito, si comprano un pentimento a buon senno:
come fece il re di Frattombrosa, del quale udirete il caso, se mi
chiamerete nella ruota della modestia col campanello della cortesia, e
mi accorderete un po’ di ascolto.

C’era una volta un re di Frattombrosa, chiamato Milluccio, cosí perduto
per la caccia che mandava a monte le cose piú necessarie dello stato
e della casa sua per andar dietro le tracce di una lepre o il volo di
un tordo; e tanto continuò per questa strada, che un giorno la fortuna
lo portò a un bosco, che aveva fatto uno squadrone fitto e serrato di
alberi e di terra per non essere rotto dai cavalli del Sole. Ivi, sopra
una bellissima pietra di marmo, trovò un corvo, che era stato ucciso
di fresco. A quel vivo sangue, schizzato sopra la bianchissima pietra,
il re gettò un gran sospiro e disse: «Oh Cielo! e non potrei avere una
moglie cosí bianca e rossa come questa pietra, e che avesse i capelli e
le sopracciglia cosí nere come le piume di questo corvo!».

In tal pensiero Milluccio si sprofondò tanto, che per un tratto formò
il paio con quella pietra, e parve una statua di marmo che facesse
all’amore con un altro marmo. E, ficcatosi quel doloroso capriccio
nel cervello, e andandone in cerca col vischio[362] del desiderio,
quello si fece in poco tempo da stecchino[363] pertica, da melofioccolo
zucca d’india, da caldaietta di barbiere fornace di vetraio e da
nanerottolo gigante: di guisa che Milluccio non pensava ad altro che a
quell’immagine incastrata nel suo cuore come pietra con pietra[364].
Dovunque volgeva gli occhi sempre vedeva quella forma, che portava
nel petto; e, scordatosi di ogni altra faccenda, altro non aveva che
quel marmo nel capo; e si era assottigliato in modo su questa pietra
che se ne andava in consunzione. Gli era, quella pietra, mulino che
gli macinava la vita; porfido, dove si stemperavano i colori[365] dei
giorni suoi; focile, che metteva fuoco allo zolfanello dell’anima;
calamita, che lo tirava; e, finalmente, pietra radicata nella vescica,
che non gli dava requie.

Iennariello, suo fratello, vedendolo cosí giallo e smorto, gli disse:
«Fratello mio, che cosa ti è accaduto che porti il dolore alloggiato
negli occhi e la disperazione arrolata sotto l’insegna pallida di
questa faccia? Parla, sfògati con tuo fratello! Il puzzo del carbone
in una camera chiusa appesta le persone; la polvere, compressa in una
montagna, fa volare le schegge in aria; la rogna, rinserrata nelle
vene, infracida il sangue; la ventosità, ritenuta nel corpo, genera
flati e coliche violente. Perciò apri la bocca e dimmi quel che senti.
In ultimo, puoi assicurarti che, in quel che posso, metterò millanta
vite per giovarti».

Milluccio, masticando parole e sospiri, lo ringraziò del buon amore,
dicendogli che non dubitava del suo affetto, ma che il male che sentiva
non aveva rimedio, perché nasceva da una pietra, dove aveva seminato
desiderî senza speranza di frutti; da una pietra, dalla quale non
aspettava neanche un fungo di piacere; da una pietra di Sisifo, che,
portata sul monte dei disegni, toccando la cima, rotolava giù al piede.
Pure, in ultimo, dopo mille preghiere, gli disse tutto quel che era del
suo strano innamoramento.

Udito il caso, Iennariello lo consolò come meglio poté e gli fece
animo, che non si lasciasse trascinare dall’umore malinconico; perché
esso, per dargli qualche soddisfazione, era deliberato di viaggiare
tutto il mondo, finché trovasse una donna che fosse l’originale di
quella pietra.

Cosí fece armare subito una grossa nave piena di mercanzie e,
vestitosi da mercante, tirò alla volta di Venezia, specchio d’Italia,
ricetto di virtuosi, libro maggiore delle meraviglie dell’arte e
della natura[366], dove, fattosi dare un salvocondotto per passare in
Levante, fece vela pel Cairo. Entrando in questa città, si scontrò
con uno che portava un bellissimo falcone, e subito se lo comprò per
portarlo al fratello, che era cacciatore; e, poco piú oltre, s’imbattè
in un altro con un cavallo stupendo, che pure comprò; e poi si fermò a
una taverna, per ristorarsi dei travagli passati in mare.

La mattina seguente, quando l’esercito delle stelle, pel comando
del generale della luce, leva le tende dallo steccato del cielo e
abbandona il posto, Iennariello cominciò a girare per la città,
mettendo, come lupo cerviero, gli occhi dappertutto, squadrando questa
femmina e quella, per vedere se potesse trovare in un volto di carne
la somiglianza di una pietra. E, mentre andava sbalestrato di qua e
di là, guardando sempre attorno come ladro che ha paura degli sbirri,
incontrò un pezzente, che portava addosso uno spedale di empiastri e
una giudecca di cenci.

Costui gli disse: «Galantuomo mio, che cos’hai, che ti vedo cosí
sbigottito?». «Debbo dire a te i fatti miei? — rispose Iennariello. —
Aspetta fin che finisca di fare il pane, e poi conterò i fatti miei
agli sbirri». «Piano! bel garzone mio — replicò il pezzente, — ché la
carne dell’uomo non si vende a peso. Se Dario non raccontava i casi
suoi a un mozzo di stalla[367], non diventava re di Persia. Perciò non
sarebbe cosa strana che tu dicessi i fatti tuoi a un povero pezzente,
perché non c’è fuscello cosí sottile che non possa servire per nettare
i denti».

Iennariello, che sentí il parlare aggiustato e assennato di questo
poveretto, gli espose il motivo che l’aveva portato a quel paese,
e che cosa andasse con tanta diligenza cercando. Il pezzente, dopo
aver ascoltato, gli rispose: «Or vedi, figlio mio, come bisogna far
conto di ognuno; perché, sebbene io sia spazzatura, pure sarò buono
a ingrassare l’orto delle speranze tue. Ascolta! Io, col pretesto di
cercare la limosina, picchierò alla porta di una bella giovane, figlia
di un necromante. Apri bene gli occhi, vedila, contemplala, squadrala,
considerala, misurala, ché troverai la figura di quello che tuo
fratello desidera».

E picchiò alla porta, e la giovane, che si chiamava Ludella, si
affacciò per gettargli un tozzo di pane; e Iennariello, tosto che
la vide, riconobbe che la fabbrica rispondeva proprio al modello
descrittogli da Milluccio. Data perciò una buona limosina al pezzente,
se ne andò alla taverna e si travestí da venditore di lacci e
spille[368], mettendo in due cassette tutto il bene del mondo; e tornò
dinanzi alla casa di Luciella, passando e ripassando e dando la voce
della merce che vendeva, finché la giovane lo chiamò.

Luciella passò in rassegna quelle belle reticelle, veli pel capo,
nastri, filondenti, trine, pizzi, pannolini, fibbie, spille, scodelline
di rossetto e tocchi di regina, che portava; e, dopo aver visto e
rivisto, in ultimo chiese che le mostrasse qualche altra cosa di bello.
Iennariello rispose: «Signora mia, dentro questa cassetta io porto
merci grossolane e di poca spesa; ma, se vi degnaste di venire alla
nave mia, vi farei vedere roba dell’altro mondo, perché ho tesori di
cose belle e degne di gran signore». Quella, che, per non pregiudicare
alla natura delle donne, era piena di curiosità, gli disse: «Affé,
che se mio padre non fosse via, vorrei darvi una guardata». «Tanto
meglio potreste venire — replicò l’altro, — perché forse vostro padre
non vi concederebbe questo piacere, e io vi prometto di farvi vedere
sfoggi da mandare in aria il cervello. Quali collane e orecchini! Quali
cinture[369] e busti! Quali lavori di merletto! Insomma, vi vo’ fare
strasecolare».

Non resisté Luciella alla descrizione di questo grande apparato di
cose belle; e, presa per compagnia una sua comare, s’avviò alla nave.
E là, mentre egli la teneva incantata, mostrandole tante ricchezze,
fece destramente levar l’àncora e tendere le vele; sicché, prima che
Luciella alzasse gli occhi dalle mercanzie e si vedesse allontanare
dalla terra, già aveva percorso piú miglia.

Quando tardi s’avvide dell’inganno, cominciò a fare l’Olimpia
all’inverso[370], perché, se quella si lamentò lasciata com’era su
uno scoglio, essa si lamentò di lasciare gli scogli. Ma Iennariello
le disse chi era, dove la portava e la fortuna che l’aspettava, e le
dipinse la bellezza di Milluccio, il valore, la virtú, e finalmente
l’amore col quale l’avrebbe ricevuta; e tanto fece e tanto disse che
essa s’acquetò, e anzi cominciò a pregare il vento che l’avesse portata
subito a veder colorito il disegno che Iennariello le aveva delineato.

Cosí navigando allegramente, a un tratto sentirono sotto la nave
mormorare l’onda, che, sebbene parlasse sottovoce, fu intesa dal
padrone della nave, il quale gridò: «Ogni uomo all’erta, ché ora viene
un temporale, che Dio ce la mandi buona!». A queste parole si aggiunse
la testimonianza di un fischiar di vento; e il cielo si coverse di
nuvole e il mare di cavalloni. E, poiché le onde curiose di conoscere
i fatti altrui, senz’essere invitate a nozze, salivano sulla nave, chi
raccoglieva l’acqua con le conche e la versava in una tinozza, chi le
dava lo sfratto con una tromba; e, mentre ogni marinaio, poiché si
trattava di causa propria, attendeva chi al timone, chi alla vela, chi
alla scotta, Iennariello salí sulla gaggia per mirare con un occhiale
di lunga vista se poteva scoprire terra, alla quale dar fondo.

Ed ecco, mentre superava cento miglia di distanza con due palmi di
cannello, vide passare un colombo e una colomba, che, fermatisi
sull’antenna, disse il maschio: «Rucche-rucche!»; e la femmina
rispose: «Che hai, marito mio, che ti lamenti?». E il colombo: «Questo
sventurato principe ha comprato un falcone pel fratello, che, subito
che andrà in mano a colui, gli caverà gli occhi; e chi non glielo
porterà o chi l’avviserà, pietra di marmo diventerà».

Ciò detto, tornò a gridare: «Rucche-rucche!»; e la colomba, di nuovo,
gli disse: «E ancora ti lamenti? C’è altro di nuovo?». E il colombo:
«C’è dell’altro. Ha comprato anche un cavallo, e il fratello, la prima
volta che lo cavalcherà, il collo si romperà; e chi non glielo porterà
o gliel’avviserà, pietra di marmo diventerà. E rucche-rucche!». «Oimè!
altri rucche-rucche? — riprese a dire la colomba: — che altra cosa c’è
in campo?». E il colombo: «Costui conduce una bella moglie al fratello;
ma, la prima notte che si coricheranno insieme, saranno mangiati
l’una e l’altro da un brutto dragone; ma chi non gliela condurrà
o l’avviserà, pietra di marmo diventerà». E, col finire di questa
conversazione, finí la burrasca e passò la collera al mare e la rabbia
al vento.

Piú forte tempesta, per altro, si agitò nel petto di Iennariello per
quel che aveva udito; e piú di quattro volte volle gettare tutte le
cose a mare, per non portare la causa della rovina al fratello. Ma,
dall’altra parte, pensava a se stesso, e la prima causa cominciava da
se medesimo, e, dubitando se non portava quelle cose al fratello, o
se l’avvertiva, di diventar marmo, si risolse di mirare piuttosto al
proprio che all’appellativo, perché la camicia lo stringeva piú forte
del giubbone.

Arrivato al porto di Frattombrosa, trovò il fratello sulla marina,
che, avendo visto l’appressarsi della nave, aspettava con gioia
grande. E, quando seppe che conduceva quella che egli aveva nel
cuore, e, confrontata l’una e l’altra faccia, non vi ebbe trovato
la piú piccola divergenza, tanto fu il giubilo onde fu pieno, che
l’eccessivo carico di contentezza stava per schiacciarlo sotto il peso.
E, nell’abbracciare il fratello con gran piacere, gli domandò: «Che
falcone è questo, che porti in pugno?». Rispose Iennariello: «L’ho
comprato per dartelo». E Milluccio: «Ben si vede che mi vuoi bene,
perché cerchi di andarmi a genio; e, certo, se mi avessi portato un
tesoro, non avresti potuto darmi maggior gusto che di questo falcone».

E stava per prenderlo con le mani, quando Iennariello, cavato
rapidamente un pugnale, fece saltare il collo ai falcone. Al quale
atto, il re tenne per pazzo il fratello, che aveva commesso questa
stravaganza; ma, per non intorbidare l’allegrezza del ritorno, non
disse parola.

Vide poi il cavallo e domandò di chi fosse, e, udito ch’era suo, ebbe
subito desiderio di cavalcarlo; ma, mentre si faceva tenere la staffa,
Iennariello subito con un coltellaccio tagliò le gambe al cavallo.
Questo secondo atto dié nel naso al re, al quale parve che il fratello
glielo facesse per dispetto, e cominciò a bollire di sdegno nel suo
interno; ma non giudicò che fosse tempo di risentirsene per non
affliggere la sposa al primo arrivo nel regno.

Egli non si saziava di mirare e stringere con la mano Luciella; e,
salito al palazzo reale, convitò tutti i signori della città a un bel
festino, onde si vide nella sala una vera scuola di esercitazione con
corvette e bassi e un’accolta di polledre in forma di donne. Finito
il ballo, e dato fondo a un grosso banchetto, gli sposi si ritirarono
nella loro camera.

Iennariello, che non aveva altro pensiero in capo che di salvare la
vita al fratello, si nascose dietro il letto nuziale, vigile alla
venuta del dragone; quand’ecco, a mezzanotte, entrare quell’orribile
mostro, che gettava fiamme dagli occhi e fumo dalla bocca, il quale
sarebbe stato buon sensale a far vendere tutta la semenzina degli
speziali pel terrore che portava nella vista. Iennariello, con una lama
damaschina che aveva presa con sé, cominciò a tirar colpi di sbaraglio
a diritto e a rovescio; e, tra gli altri, uno cosí smisurato che tagliò
per mezzo una colonna del letto del re, il quale al rumore si svegliò e
il dragone si dileguò.

Il re, vedendo Iennariello con la coltella in mano, e la colonna
tagliata, si mise a gridare: «Olà, quattro dei miei! Olà, gente, aiuto
aiuto! ché il traditore di mio fratello è venuto a uccidermi!». Alle
voci, accorsero gli aiutanti, che dormivano nell’anticamera, e il re
fece legare Iennariello e chiuderlo senz’altro in carcere.

E alla mattina, tosto che il Sole aprí banco per liberare il deposito
della luce ai creditori del giorno, radunò il Consiglio; e, narrato il
fatto, che s’accordava col mal animo mostrato dal fratello a uccidere,
per fargli dispetto, il falcone e il cavallo, la sentenza fu che
Iennariello dovesse morire. Le lacrime di Luciella non furono possenti
ad ammollire il cuore del re, che diceva: «Tu non mi vuoi bene, moglie
mia, giacché stimi piú il cognato che la vita mia. Tu l’hai visto coi
tuoi occhi stessi, questo cane assassino, con la coltella cosí affilata
che tagliava un pelo nell’aria, venuto a triturarmi: che, se non mi
riparava quella colonna del letto (oh, colonna della mia vita!), a
quest’ora saresti vedova». E dié ordine che la giustizia seguisse il
suo corso.

Iennariello, che s’intese intimare questo decreto, e, per aver fatto
bene, si vide condotto a tanto male, non sapeva come risolversi;
perché, se non parlava, male, e, se parlava, peggio; trista la rogna
e peggio la tigna; e, qualunque cosa avesse fatto, sarebbe caduto
dall’albero in bocca al lupo. Se stava zitto, perdeva il collo sotto
un ferro; se parlava, finiva i giorni in una pietra. In ultimo, dopo
varie burrasche d’interiori consulte, si determinò a scoprire il
negozio al fratello; e, poiché ad ogni conto doveva morire, stimava
meglio chiarire il fratello del vero e finire i giorni suoi con titolo
d’innocente, che tenere chiusa in sé la verità ed essere scacciato dal
mondo col marchio di traditore.

Fece, dunque, intendere al re che voleva parlargli di cosa importante
allo Stato, e, condotto alla presenza di lui, gli espose anzitutto,
in un gran preambolo, l’amore che gli aveva sempre dimostrato; poi,
entrò a discorrere degli inganni tessuti a Luciella per procurare
soddisfazione al desiderio di lui; e del segreto che udí dai colombi
intorno al falcone, e come, per non diventare pietra di marmo, glielo
portò, ma al tempo stesso, senza rivelare il segreto, lo uccise, per
non vedere il fratello senz’occhi. E, mentre cosí diceva, sentí le
gambe indurirglisi e farglisi di marmo. E, continuando a dire il simile
del cavallo, si fece, a vista, miseramente pietra fino alla cintura:
cosa che in altro tempo avrebbe pagata a danaro contante[371], e ora
gliene piangeva il cuore. Alla fine, venendo al fatto del dragone,
rimase tutto di pietra, come una statua, in mezzo a quella sala.

Il re, sbalordito, udendo il discorso e assistendo a quella improvvisa
metamorfosi, apprese il proprio grande errore e il temerario giudizio
che aveva fatto di un fratello cosí amorevole; e ne fece lutto per piú
di un anno, e, ogni volta che ripensava all’accaduto, gli scorreva un
fiume di lacrime.

In questo tempo Luciella dié alla luce due figli maschi, che erano
i piú belli che si potessero vedere al mondo; e, un giorno che la
regina era andata per diletto alla campagna, e il padre stava coi
due bambini contemplando con gli occhi lacrimosi quella statua,
memoria dell’insensatezza sua, che gli aveva fatto perdere il fiore
degli uomini, entrò a un tratto nella sala un gran vecchione, a cui
la zazzera nascondeva le spalle e la barba copriva il petto. Costui
s’inchinò al re e gli disse: «Quanto pagherebbe la Corona vostra, se
questo bel fratello ridiventasse com’era prima?». E il re rispose:
«Tutto il mio regno».

«Non è cosa questa — riprese il vecchio — che voglia premio di
ricchezza, perché si tratta di vita, e la vita si deve pagare con
altrettanta vita».

Rispose il re, tratto in parte dall’amore che portava a Iennariello e
in parte dal rimorso del male che gli aveva fatto: «Credimi, messere
mio, che io metterei la vita mia per la vita sua; e, purché egli
uscisse fuori da questa pietra, mi contenterei d’esserci messo dentro
io».

«Senza mettere la vita vostra a questo cimento — disse il vecchio, —
perché si stenta tanto a tirar su un uomo, basterebbe il sangue dei
bambini vostri, che, bagnandone il marmo, lo farebbe subito tornare
vivo».

Il re disse a sua volta: «I figli si fanno: c’è la stampa di questi
bambolotti; ne faremo degli altri; ma mi si ridia un fratello, del
quale non potrò mai avere altro pari».

E, senz’altro, fece dinanzi a quell’idolo misero di pietra sacrificare
due agnelletti innocenti; e, non appena ebbe del loro sangue tinta
la statua, questa diventò vivente, e il re Milluccio riabbracciò
Iennariello, e fecero tra loro un giubilo da non dire.

I due corpicini furono messi in una cassa per seppellirli con l’onore
che si doveva; quando tornò la regina dalla campagna. Il re nascose il
fratello, e disse alla moglie: «Che cosa pagheresti, cuor mio, se mio
fratello tornasse vivo?». «Lo pagherei — rispose Luciella — con tutto
questo regno». «E gli daresti il sangue dei figli tuoi?», domandò il
re. «Cotesto no — replicò la regina, — ché non sarei cosí crudele da
cavarmi con le mie mani stesse le pupille degli occhi miei». «Oimè! —
continuò il re — che, per veder vivo il fratello, ho scannato i figli.
Ed ecco appunto il prezzo della vita di Iennariello!».

E le mostrò i figli nella cassa; e Luciella, all’orrendo spettacolo, si
dié a gridare come pazza: «O figli, figli miei, o puntelli di questa
vita, o pupille di questo cuore, o fontane del sangue mio! Chi ha fatto
questa macriata[372] alle finestre del Sole? Chi ha salassato, senza
licenza di medico, la vena principale della vita mia? Oimè, figli miei,
speranza mia distrutta, luce intorbidata, dolcezza avvelenata, gruccia
perduta! Voi siete pertugiati di ferro, io trafitta dal dolore; voi,
affogati nel sangue, io, annegata nelle lacrime! Oimè, che, per dar
vita a uno zio, avete ucciso una mamma; perché io non posso tessere
piú la tela dei giorni miei senza di voi, contrappesi belli del telaio
di questa misera vita: conviene che sfiati l’organo delle voci mie,
ora che gli si sono tolti i mantici! O figli, o figli! Perché non
rispondete alla mammarella vostra, che già v’infuse il suo sangue nel
corpo, e ora ve lo versa dagli occhi! Ma, poiché la sventura mia mi
fa vedere seccata la fonte dei miei diletti, non voglio piú restare
perpetua afflizione a questo mondo. Ora me ne vengo, sulle orme vostre,
figlietti miei, a ritrovarvi!».

E corse alla finestra per precipitarsi; ma, in quel momento stesso,
per quella finestra, entrò il padre suo in una nuvola e le disse:
«Férmati, Luciella! Io, con un viaggio e tre servigi, mi sono vendicato
di Iennariello, che venne a trafugarmi la figlia di casa, e l’ho fatto
stare per tanti mesi, come dattilo di mare[373], in una pietra; ho
punito te del tuo cattivo comportamento di esserti lasciata sviare su
una nave, col farti vedere due figli, anzi due gioie, scannati dal
loro padre stesso; ed ho mortificato il re del suo capriccio di donna
gravida, che prima l’aveva reso giudice criminale del fratel suo, e
poi boia dei figli. Ma, poiché vi ho voluto bensí radere ma non già
scorticare, voglio che tutto il veleno che vi ho dato vi diventi pasta
reale; e perciò va’ a riprenderti i tuoi figli e miei nipoti, ché li
troverai piú belli di prima; e tu, Milluccio, abbracciami, ché ti
accetto per genero e per figlio, e perdono a Iennariello le offese,
avendo egli fatto quel che ha fatto per servire un fratello tanto
meritevole».

Ciò detto, vennero i bambini, che il nonno non si saziò di abbracciare
e baciare; e in quella allegrezza entrò per terzo Iennariello, che,
essendo passato per la trafila, ora se n’andava in brodo di maccheroni,
sebbene, con tutti i premi che provò poi nella sua vita, non mai gli
uscirono di mente i pericoli passati, pensando all’errore del fratello
e a quanto convenga all’uomo essere accorto per non cadere in un fosso,
perché

    ogni umano giudizio è falso e storto.




TRATTENIMENTO DECIMO

LA SUPERBIA PUNITA


  Il re di Belpaese, disprezzato da Cinziella, figlia del re di
  Solcolungo, dopo aver preso di lei gran vendetta riducendola a mali
  termini, la fa sua moglie.

Se Ciommetella non faceva presto comparire il mago a gettar acqua
sul fuoco, gli spiriti degli ascoltatori, assottigliati per la pietà
di Luciella, stavano già per venir meno. Ma nella consolazione della
povera giovane si consolarono tutti, e, calmati[374] gli attimi,
aspettarono che Iacova entrasse nello steccato con la livrea del suo
racconto, la quale corse con la lancia al facchino[375] del loro
desiderio:

Chi troppo la tira, la spezza, e chi cerca guai, gli vengono guai e
malanni; quando uno va pei cigli delle montagne, se casca, la colpa è
sua: come udirete nel caso di una donna, la quale, sprezzando le corone
e gli scettri, venne alle strettezze di una stalla; quantunque le
rotture di testa, che il Cielo infligge, portino sempre gli empiastri,
perché esso non dà mai castigo senza carezze, né bastonature senza
pane[376].

C’era una volta un re di Solcolungo, che aveva una figlia chiamata
Cinziella, bella come una Luna, ma nella quale ogni dramma di bellezza
era contrappesata da una libbra di superbia. Cosicché, non facendo essa
stima di persona alcuna, non era possibile che il povero padre, il
quale desiderava collocarla, trovasse marito, per buono e grande che
fosse, che riuscisse a lei di soddisfazione.

Fra tanti principi, che erano concorsi a chiederla in moglie, ci fu
il re di Belpaese, il quale non tralasciò cosa alcuna per cattivarsi
l’amore di Cinziella. Ma non tanto esso le faceva buon peso di servitú,
quanto quella gli ricambiava cattiva misura di premio; non tanto esso
le dava buon mercato dei suoi affetti, quanto quella gli mostrava
carestia di volontà; non tanto le era liberale dell’anima, quanto
quella gli era scarsa di cuore. E non c’era giorno che il pover’uomo
non le dicesse: «Quando, o crudele, fra tanti cocomeri di speranze,
che, al coglierli, mi sono riusciti zucche, ne troverò uno rosso?
Quando, o cagna spietata, cesseranno le tempeste della tua crudeltà,
e io potrò con vento prospero dirizzare il timone dei disegni miei al
tuo bel porto? Quando, dopo tante scalate di scongiuri e di preghiere,
pianterò lo stendardo dei desiderî miei sulle mura di cotesta bella
fortezza?».

Ma erano tutte parole gettate al vento, ché essa aveva bensí occhi
da traforare le pietre, ma non orecchi da sentire i lamenti di chi,
ferito, gemeva; e anzi gli mostrava cattiva cèra, come se le avesse
tagliato la vigna. Talché, infine, quel povero signore, sperimentate le
crudeltà di Cinziella, che di lui faceva quel conto che altri fa di un
qualsiasi furfante, si ritirò con le sue entrate[377], e, con impeto di
disdegno, disse: «Mi chiamo fuori[378] del fuoco d’amore!» Ma, insieme,
fece giuramento di vendicarsi di quella mora saracina, in tal maniera
che si dovesse chiamar pentita di averlo tanto tormentato.

Partito da quel paese, e fattosi crescere la barba e datosi una tinta
alla faccia, a capo di alcuni mesi, travestito da villano, tornò a
Solcolungo, dove, a forza di mance, procurò di entrare per giardiniere
del re. Lavorando in quel giardino come meglio poteva, un giorno stese
sotto la finestra di Cinziella una roba all’imperiale, tutta puntali
d’oro e diamanti. Le damigelle, che la videro, subito la additarono
alla padrona, che mandò a dire al giardiniere se la volesse vendere;
e colui rispose che non era né mercante né rivenditore di spoglie
vecchie, ma che l’avrebbe donata a patto che lo avessero lasciato
dormire una notte nella sala della principessa.

Le damigelle dissero a Cinziella: «Che ci perdi, signora, a dare questa
soddisfazione al giardiniere, e beccarti quella roba, che è cosa da
regina?». E Cinziella, fattasi uncinare dall’amo che pesca ben altri
pesci[379] che questi, si contentò, e si prese la roba e gli dié quel
gusto.

La mattina dopo, fu vista nello stesso luogo stesa un gonna della
medesima fattura; e, ripetendo Cinziella la domanda, ne ebbe
uguale risposta, con la richiesta di dormire nell’anticamera della
principessa. E anche questa volta Cinziella si fece tirare dalla gola
e, per acquistare il vestito, accordò al giardiniere quel contento.

La terza mattina, prima che il Sole venisse a battere il focile
sull’esca dei campi, il giardiniere mise in mostra nel medesimo
luogo un bellissimo giubbone, che andava di concerto col vestito;
e Cinziella, mirandolo, disse: «Se non ho quel giubbone, non sarò
contenta». Chiamò, dunque, il giardiniere, e gli parlò: «È necessario,
brav’uomo mio, che tu mi venda quel giubbone che ho veduto nel
giardino, e prenditi il mio cuore».

Il giardiniere rispose: «Io non lo vendo; ma, se vi piace, vi do il
giubbone, e anche una catena di diamanti, e voi fatemi dormire una
notte nella camera vostra».

«Ora hai del villano! — esclamò Cinziella. — Non ti basta che hai
dormito nella sala, e poi nell’anticamera: ora vuoi la camera! A poco a
poco, vorrai dormire nel mio letto!».

Il giardiniere disse: «Signora mia, io mi tengo il giubbone mio, e voi
la camera vostra: se avete voglia di stringere l’affare, conoscete la
strada. Io mi contento di dormire per terra, cosa che non si negherebbe
a un turco; e, se vedeste la catena che voglio darvi, forse mi dareste
un peso piú giusto».

Cinziella, in parte tirata dall’interesse, in parte sospinta dalle
damigelle, che aiutavano i cani alla salita, si lasciò andare a
contentarlo. E, venuta la sera, quando la Notte, come corsaro, getta
l’acqua di concia sulla pelle del Cielo, onde essa diventa nera, il
giardiniere, presi la catena e il giubbone, andò all’appartamento della
principessa, e, consegnatele queste cose, fu introdotto nella camera.

La principessa lo spinse in un angolo e gli disse: «Ora sta’ costà,
fermo, e non muoverti, per quanto stimi la grazia mia»; e, tirata per
terra una linea col carbone, soggiunse: «Se questa passi, la vita ci
lasci»; e, fatto attorniare della tenda il suo letto, si coricò.

Tosto che il giardiniere-re la sentí addormentata, sembrandogli tempo
di lavorare i campi dell’amore, le si coricò a lato, e, prima che
la padrona del luogo si svegliasse, colse i frutti amorosi. Costei,
destatasi e visto quel che le era accaduto, non volle, per rimediare a
un male, farne due, e, per rovinare il giardiniere, mandare in rovina
lo stesso giardino; e, traendo di necessità vizio, si contentò del
disordine e sentí piacere dell’errore; ed essa, che aveva tenuto a
disdegno le teste coronate, non si trattenne dall’assoggettarsi a un
villanzone, ché tale pareva il re e per tale essa lo stimava.

La pratica continuò e Cinziella venne incinta; e, vedendosi di giorno
in giorno ingrossare la persona, disse al giardiniere che si conosceva
rovinata, se il padre s’accorgeva della cosa, e perciò pensassero tra
loro a rimediare al pericolo. Quegli rispose che non sapeva trovare
altro rimedio al male che avevano fatto che di andarsene insieme, e
l’avrebbe condotta in casa di una sua antica padrona, la quale le
avrebbe dato qualche comodità nel prossimo parto. E Cinziella, ridotta
a mal partito, tirata dal peccato della sua superbia, che la gettava
di scoglio in scoglio, si lasciò persuadere da quelle parole, e,
abbandonando la propria casa, si commise all’arbitrio della fortuna.

Dopo lungo cammino, colui la condusse a casa sua, e, informata di ogni
cosa sua madre, la pregò che dissimulasse, perché voleva farsi pagare
la passata boria di Cinziella. E cosí, adattatala in una stalluccia
del palazzo, la tenne in vita miserabile, mandandole il pane con la
balestra. E un giorno che le serve di casa facevano forno, egli disse
loro che chiamassero Cinziella ad aiutarle, e nel tempo stesso insinuò
a Cinziella di trafugare qualche ciambelletta per rimedio alla loro
fame.

La sventurata Cinziella, nel cavare il pane dal forno, profittando
dell’istante, tra occhi e occhi, sottrasse una ciambelletta e se la
nascose in tasca. Ma in questo sopravvenne il re, vestito da quel che
era, e disse alle ragazze: «Chi vi ha dato il permesso di far entrare
cotesta donnicciola guitta in casa? Non vedete alla faccia, che è una
ladra? Mettetele le mani in tasca e troverete il delitto in genere». E,
frugatala, le trovarono il pane nella tasca, e le lavarono il capo di
buona maniera, che tutto il giorno durò la baia e la beffa.

Il re riprese il suo travestimento, andò da Cinziella e la trovò
scornata e triste per l’affronto ricevuto. Ma egli le disse che non si
desse tanta pena per quel caso, giacché la necessità è tiranna degli
uomini, e, come disse quel poeta toscano:

    ... ’l poverel digiuno
    viene ad atto talor che in miglior stato
    avria in altrui biasmato[380].

E, se la fame caccia il lupo dal bosco, essa doveva tenersi scusata
se faceva quello che non starebbe bene ad altri. E le insinuò di
salire ora dove la signora stava tagliando certe tele, e, offrendosi
di aiutarla, vedesse di agguantarne qualche pezzo, perché, essendo
prossima a partorire, le bisognava tutto.

Cinziella, che non sapeva contrariare il marito (ché per tale lo
teneva), salí all’appartamento della regina e, frammischiatasi alle
damigelle a tagliare lenzoletti, fasce, berrettini e dande, trafugò un
pannolino e se lo mise sotto le vesti. Ma, tornato il re e fatto un
altro rimprovero come già pel pane, e trovatole addosso il furto, ne
ebbe un’altra sciroppata d’ingiurie, come se le avessero scoperto sotto
un intero bucato; e, rossa di vergogna, se ne ridiscese alla stalla.

Anche questa volta il re ricomparve travestito; e, vedendola afflitta
e disperata, la confortò a non lasciarsi vincere dalla malinconia,
ché tutte le cose del mondo sono opinione, e perciò vedesse ancora
se potesse guadagnarsi qualche cosetta, perché ormai il parto era
imminente. «In questo momento, c’è piovuta una bella occasione. La
padrona ha fidanzato il figlio con una signora forestiera, alla quale
vuol mandare un dono di vesti di broccato e di tela d’oro, belle
e fatte, e la fidanzata è giusto della tua statura. Sarà facile
dunque, che ti venga nelle mani qualche bel ritaglio, e tu mettilo in
corbona[381], ché lo vendiamo e campiamo la vita».

Cinziella, eseguendo il comando del marito, s’era chiuso in petto un
buon palmo di broccato riccio, quando capitò il re, e, fatto un gran
fracasso, ordinò di frugare Cinziella; e, trovato il furto, la scacciò
con vergogna grande. Ma poi, travestitosi da giardiniere, scese di
corsa a consolarla; ché, se con una mano la pungeva, con l’altra, per
l’amore che le portava, si compiaceva di ungerla, per non spingerla
alla disperazione.

La sciagurata Cinziella, pel cruccio di quello che le era accaduto,
e che teneva castigo del Cielo a causa dell’arroganza e superbia già
mostrata, sicché essa, che trattava da stracci pei piedi tanti principi
e re, ora era trattata da vile donnicciuola, e avendo avuto il cuore
duro ai consigli del padre, ora faceva il viso rosso alle baiate delle
serve; per la collera, dico, che provò della vergogna inflittale, si
sentí venire le doglie.

La regina, subito avvisatane dal figliuolo, la fece salire nel suo
appartamento, e, mostrando compassione dello stato suo, la mise in un
letto tutto ricamato d’oro e di perle, in una stanza tappezzata di tela
d’oro: cosa che fece strasecolare Cinziella, vedendosi trasportata da
una stalla a una camera reale, dal letame a un letto tanto prezioso, e
non sapeva rendersi conto di quel che le era accaduto. E le fu attorno
gente premurosa, e le dettero brodi e biscottini per ingagliardirla al
partorire. Ma, come volle il Cielo, senza troppo affanno, dié alla luce
due bellissimi maschiotti, che erano la piú vaga cosa che si potesse
vedere.

Non appena ebbe partorito, che entrò il re, il quale disse: «E dove se
n’è andato il vostro giudizio, che avete messo la gualdrappa all’asino?
È letto cotesto per una brutta donnaccola? Presto, fatela saltare a
colpi di randello da questo luogo, e spandete suffumigi di rosmarino
nella camera, perché se ne tolga il puzzo».

La regina allora disse: «Non piú, figlio mio; basta, basta il tormento
che hai dato a questa povera giovane! Dovresti ora esser sazio di
averla ridotta, con tanti strazî, a berretto di notte; e, se non ancora
sei soddisfatto del disprezzo che ti mostrò alla corte sua, a pagarti
il debito valgano queste due belle gioie, che essa ti dona». E fece
portare i bambini, ch’erano la piú bella cosa del mondo.

Il re, al vedere quei due pacioncelli, si sentí tutto intenerire; e,
abbracciata Cinziella, si dié a conoscere per quel che era, dicendole
che quanto le aveva fatto era stato per sdegno di veder trattato a quel
modo un re pari suo, ma che da ora in poi l’avrebbe tenuta in palma
di mano. E la regina, dall’altro canto, abbracciandola come nuora e
figlia, le dette, insieme col re, cosí buona mancia per quei figli
maschi, che le parve assai piú dolce questo istante di consolazione che
tutti i passati affanni: benché sempre, d’allora in poi, ebbe in mente
di tener basse le vele, ricordando come

    figlia della superbia è la rovina.




Venuti a termine i racconti dati per estaglio a questa giornata, il
principe, per isgombrare dagli animi alcun po’ di malinconia prodotto
dai travagli che Cinziella aveva sofferti, chiamò Ciccantuono e
Narduccio affinché facessero la parte loro; ed essi, con berrettoni
piatti e cosciali neri forniti di ginocchiere, e con giubbe frappate
di merletti, uscirono da uno dei compartimenti del giardino a recitare
l’egloga che segue.


LA VOLPARA[382]

EGLOGA.

            _Narduccio e Ciccantuono._

    NARD. Prestami una patacca, Ciccantuono,
          e prendi questo pegno.

    CICC. Affé, te la darei di buona voglia,
          se non avessi appunto stamattina
          fatto una buona spesa.                                  5
    NARD. Sono, dunque, venuto
          in cattivo momento:
          ma, dimmi, che hai comprato?
    CICC. Ebbi l’occasione d’acquistare
          una volpara nuova,                                     10
          che, se chiesto n’avessero millanta
          scudi, li avrei sborsati.
    NARD. Sei corrivo a sborsare!
          Una volpara, al piú, che può valere?
          Non oltre due carlini.                                 15
    CICC. Proprio, Narduccio mio, non te n’intendi!
          Lascia andare, ben mio!
          Non sai che le volpare or costan caro?
          Già tiravan le secchie, ora il danaro.
    NARD. Come c’entra il danaro? Non capisco.                   20
    CICC. Sei un asino, e perdonami!
          Mi sembri uno che adesso venga al mondo.
          Non sai che non c’è uomo
          che non abbia tra mano una volpara?
          Con questa campa e sguazza,                            25
          con questa sfoggia e ingrassa,
          con questa si procura buona paglia,
          con questa empie la stalla di maiali;
          con questa splende e stiva fino al fondo,
          con questa, insomma, domina sul mondo.                 30
    NARD. Mi fai strabiliare e stupefare!
          Scommetto che tu vuoi
          farmi vedere la luna nel pozzo,
          dandomi ad ingoiar per cosa rara,
          _lapis philosophorum_, la volpara!                     35
    CICC. Appunto, questa è _lapis_,
          uscito dal lambicco dell’ingegno.
    NARD. Fratello, dèi sapere ch’io ho mangiato
          pane di molti forni;
          né di tal cosa ho udito mai parlare:                   40
          dunque, o son tondo, o tu mi vuoi burlare.
    CICC. Apri gli orecchi e impara
          che sei un semplicione.
          Poche genti la chiamano «volpara»,
          nome che a primo aspetto                               45
          muove qualche sospetto.
          I begli ingegni le han mutato il nome:
          perché, nell’età nostra,
          non il volto, la maschera si mostra.
            Il principe suol darle                               50
          titolo di «presente» o «donativo»;
          il giudice le ha posto
          nome di «lieto gaggio» e «ammollimento»,
          d’«ungimenti di mano» o di «boccone»;
          la dice lo scrivano                                    55
          «diritto», e lo sa il Cielo ch’è piú storto
          che non l’anca d’un cane;
          il mercante, «guadagno»,
          l’artigiano, «faccenda»,
          il bottegaio, «industria»,                             60
          il mariuol, «colpo di mano» o «ingegno»,
          lo sbirro, «toccatiglia»[383],
          il bandito, «composta»[384],
          il soldato, «riscatto»[385]
          lo spione, «quel fatto»,                               65
          la puttana, «regalo»,
          il ruffiano, «abbusco» o «paraguanto»[386];
          il sensale la chiama «beveraggio»;
          «percaccio», il commissario;
          il corsaro le dà nome di «spoglie»,                    70
          il capitano di «quieto vivere»,
          ché, se non è quiete,
          se invece esso è fracasso ed è rovina,
          se con la sua volpara
          porta guerra assai piú che con la spada,               75
          ci vuol pazienza. Infine,
          il poeta, anche lui,
          che spoglia di concetti e di parole
          quanti libri gli vengono alle mani
          di Virgilio, d’Orazio e di Nasone[387],                80
          le ha messo nome d’«imitazione»![388].
    NARD. Or t’intendo, e mi piaci.
          Tu sei davvero accorto,
          uomo malizioso, ingegno fino!
          Tu vuoi dire che tirano d’uncino?                      85
    CICC. Ed uncino e volpara
          sono una stessa cosa;
          ed uomo non c’è al mondo
          che non la porti sempre alla cintura,
          chi d’oro, chi d’argento e chi di rame,                90
          chi di ferro o di legno,
          variando qualità con le persone.
          Per esempio, quel grande[389]
          che conquistava il mondo,
          una d’oro n’avea                                       95
          di brillanti e carbonchi costellata,
          con cui pescava i regni;
          e quell’altro che fece
          salar tante verrinie[390] a Cicerone,
          la portava d’argento.                                 100
          Cosí gli altri via via,
          conforme al lor giudizio ed al potere,
          come possono, l’hanno.
          Certo è che ognuno pesca,
          e che a questo pescare                                105
          si pone vario il nome:
          arrappare, accaffare, affardellare,
          alleggerire, alzare e sgraffignare,
          sgombrare ed accimare,
          soffiare, strappar via e razzolare,                   110
          giuntare, ripulire ed acchiappare,
          rapineggiare, far colpi di mano,
          far sacco ed andar via,
          far netta la paletta,
          al cembalo suonare e far priore,                      115
          scuotere il borsellino
          e menare il rampino!
    NARD. Tutto questo puoi dire
          con una frase sola:
          giocare a trionfetto,                                 120
          rubare e assassinare.

    CICC. Hai cattiva memoria! Io t’ho già detto
          che il mondo al giorno d’oggi
          suol dare al male titolo di bene;
          né per altro l’ingegno s’assottiglia                  125
          che per mettere in opra la volpara,
          che tira e non si vede,
          che attacca e non si sente,
          che afferra e non si tocca,
          e sempre piglia e accaffa,                            130
          e tira e forte aggraffa.
    NARD. Fratello, senza invidia,
          perché ogni cosa poi trascina l’acqua,
          e non avvien che mai
          goda del malo acquisto il terzo erede.                135
          La gente ricca a fondo cade in fondo;
          si vedono le case rovinate,
          le famiglie distrutte e impoverite,
          errabonde, smarrite;
          e disse bene quel mastro di scuola:                   140
          «Tutto lo scabro porta via la mola».
    CICC. Ed oggi i collitorti[391]
          son colli d’impiccati per la fame!
          Chi non ruba, va privo d’ogni roba;
          chi non piglia, rimane senza paglia;                  145
          chi non busca, ha l’ambascia;
          e chi non pesca mai, non fa mai Pasqua.
    NARD. Ma poi ha tre cavalli[392]
          e talvolta una forca di tre cotte,
          e posto è per sentenza                                150
          sopra un asino, come un babbione;
          ha dalla corte una mitria di carta;
          è condotto al Mercato[393] e vi è marcato;
          per non soffrire fame, resta infame;
          perso ha l’onore per sguazzare un’ora;                155
          per un poco di rame
          si è procurato un remo;
          il sugo della salsa
          si è fatto acqua di mare;
          per aggraffar con l’unghie,                           160
          si procura tre legni[394];
          le penne gli diventano pennone[395].
          Che serve tanto giallo e tanto argento,
          luccicori, tintinni,
          e tondini e frittelle,                                165
          se, per prove ed esempî tanti e tanti,
          non è contento mai chi piú ha contanti?
    CICC. Se tu provi una volta la volpara,
          non te ne stacchi piú, ché è come rogna,
          che, quanto gratti piú, piú dà prurito.               170
          Volgi uno sguardo intorno
          all’arti ed agli ufficî
          tutti, di questo mondo;
          e vedrai che ciascuno quella adopra.
          Cominciamo, anzitutto, da colui                       175
          che ha, sotto sé, vassalli.
          Ecco: sbircia ed affisa un contadino,
          che s’è posto nel grasso[396];
          e or gli chiede in prestanza tanti scudi,
          che poi restituirà quel dí che piove                  180
          passole e fichi secchi[397];
          or gli domanda l’orzo con promesse
          di renderlo al raccolto;
          or gl’ingiunge che l’asino od i buoi
          gl’invii, per il servizio della corte;                185
          e tanto durerà questa molestia,
          tanto continuerà lo stretto assedio,
          che quello, finalmente,
          perduta la pazienza,
          o colmerà il baglivo d’improperî,                     190
          o gli darà di mano. Sciagurato!
          Meglio non fosse nato!
          È preso ed è gettato in una fossa,
          carco il piede di ceppi,
          il ferro intorno al collo,                            195
          le manette alle mani,
          con una scritta posta sul cancello:
          «Bando e comandamento! Olà, lontano!
          Chi a costui parla, pena sei ducati».
          Insomma, può gridare,                                 200
          mandar memoriali, tentar vie;
          non è mai liberato,
          se, dopo tanto aceto
          di strazî e di tormenti
          di spese e di travagli,                               205
          non fa qualche composta[398];
          e, quando poi d’un lupo
          ha la brama vorace fatta sazia,
          ha ricevuto, dicesi, la «grazia!»[399].
    NARD. Maledetta volpara!                                    210
          Mal abbia la fucina svergognata,
          dove fosti battuta e temperata!
    CICC. E poiché dal bue grande
          apprende come s’ari il vitelletto,
          vedi che il capitano e mastrodatti                    215
          indétta testimoni, imbroglia carte,
          dà a nolo le sentenze,
          nasconde le scritture,
          carcera senza causa,
          e la volpara esercita per sette;                      220
          e quando saria degno
          d’essere strascinato, prende nome
          d’uom pratico all’uffizio,
          d’uomo che ben procaccia ed ha giudizio.
    NARD. E questo è piú che vero,                              225
          e se un uomo dabbene se ne torna
          netto di borsa come
          è netto di coscienza,
          cosa che m’è accaduto
          forse dodici volte[400], ognuno dice,                 230
          che è meglio che si stia,
          che non è l’arte sua,
          e che è peccato a dargli le patenti[401],
          ch’è un gran buon uomo e non sa far proventi!
    CICC. Il medico, se è tristo,                               235
          tira alla lunga il male,
          e se l’intende con lo speziale.
          S’è buono, pure mostra
          che fra tante ricette
          conosce quel segreto                                  240
          quando ti stende la mano di drieto[402].
    NARD. Di tal volpara non c’è da dir male,
          ch’è modesta e onorata;
          e di «premio fatale»
          il nome le puoi dare:                                 245
          paghi di dietro chi ti fa cacare!
    CICC. Il mercante non perde
          nella folla il berretto:
          ti dà roba stantia,
          teletta con la colla                                  250
          per accrescere il peso;
          giura, scongiura, afferma
          quel che è fracido, fresco,
          quel ch’è logoro, nuovo,
          e con belle parole e tristi fatti                     255
          t’ingarbuglia e ti mostra
          bianco per nero, sicché sempre trovi
          in quella mercanzia qualche magagna;
          e, quando ei la misura,
          con un gesto elegante                                 260
          ti stira il drappo perché sia mancante.
    NARD. Perciò il Ciel giusto spesso
          torce, sdegnato da costor la faccia,
          e per un fallo pérdono la caccia.
    CICC. Ti vende il macellaio                                 265
          caprone duro, vecchio ed ammorbato
          come fine castrato,
          bufalo per giovenca,
          e lo cosparge tutto
          d’oro brattino e fiori,                               270
          perché ti faccia gola;
          ti dà l’osso per polpa, contro assisa,
          e sempre, piú che il rotolo, è la giunta.
          Dal suo pesare poi, chi ti difende?
          Gioca di dita e la bilancia scende.                   275
    NARD. A pensarvi, si gonfiano i polmoni!
          Perciò, alla festa, sembrano baroni.
    CICC. Anche chi vende l’olio ha questo vizio,
          e per mostrarti che tel versa a colmo,
          e che raggiunge il segno,                             280
          calca in dentro, nel fondo, il misurino
          e l’alza tanto che gli fa la gobba.
          Mischia sempre la semmola con l’olio,
          ch’abbia corpo e colore;
          e tu una schiuma d’oro                                285
          vedi, e riempi tutto un bell’orciuolo;
          ma poi trovi una feccia,
          anzi un miscuglio d’acqua con la morchia,
          che, posto alla lucerna poverella,
          geme, scoreggia, strazia le budella!                  290
    NARD. Non c’è palmo di netto,
          ogni bene è passato:
          mondo corrotto, e come sei mutato?
    CICC. Il tavernaio ha le caraffe scarse,
          traffica tutta notte                                  295
          e, se trova la botte
          che in acido ed in muffa se n’è andata,
          le fa di bianco d’uovo una stoppata.
          Ma, soprattutto, taglia
          il vino buono col vino cattivo,                       300
          fa dell’aceto asprino[403],
          anzi dell’acqua vino,
          e con le dita copre la cannella
          della caraffa e illude la tua vista,
          sí che non vedi la misura trista.                     305
    NARD. Povero chi ci càpita!
          ché ci vuol con costoro
          lo stomaco di ferro e il sacco d’oro!
    CICC. Il sarto, come suol, fa la bandiera[404],
          e ad ogni taglio vede se c’è taglio;                  310
          il filo mette in luogo della seta;
          se il conduci a comprare,
          appunta l’ago in petto[405],
          ti fa far largo patto
          e ritorna al mercante per il «fatto».                 315
          Ma questo è il minor male:
          ché nel conto t’imbroglia,
          e ti fa maledire quell’istante
          che avesti voglia di vestir galante.
    NARD. Oh beati, oh felici gli animali,                      320
          che possono andar nudi
          a boschi, a piani, a valli ed a pendici,
          né debbono soffrir tali nemici!
    CICC. Vedi i rivenditori alla Giudecca!
          Se ti viene capriccio                                 325
          di vendere qualcosa,
          trovi là una combriccola
          ben salda, che t’afferra per la gola.
          Se vi compri un vestito,
          lo indossi appena e subito si straccia,               330
          e dura da Natale a Santo Stefano;
          e con danno e con scorno
          vai da lindo e pezzente in sol giorno.
          Ma perché vo toccando questi tasti?
          Una risma di carta ci vorrebbe                        335
          a dire tutte quante
          l’arti che fanno onore alla volpara;
          e quanti, ch’eran miseri e stentati,
          per lei son ricchi e grassi diventati.
    NARD. Ordigno maledetto,                                    340
          veleno dell’onore,
          nel qual sempre si vede
          scura la verità, nera la fede!
    CICC. Di’ quel che vuoi, ma ognuno se ne serve;
          e per me son contento                                 345
          d’aver oggi comprato il fornimento[406].
    NARD. Meglio se ti venisse l’anticore!
          Se adoperi l’uncino in questo mondo,
          tu, dall’uncino, sei tirato al fondo!                 349

Non si potrebbe dire se della bella gelatina di questa giornata
piacesse piú il capo o la coda, perché, se l’uno fu saporito, l’altra
scese nelle midolla dell’ossa; e tanto fu il gusto che il principe ne
provò, che, per mostrarsi cortese e liberale veramente da signore,
chiamò il guardaroba e ordinò che si desse ai recitanti una fodera di
cappello vecchio, che fu già di suo nonno. E poiché il Sole era stato
chiamato in fretta all’altro polo per dar soccorso ai suoi possedimenti
occupati dalle Ombre, tutti si levarono da sedere e presero ciascuno la
strada del proprio pagliaio, con l’intesa di tornare la mattina dopo
col medesimo fine al medesimo luogo.

  FINE DELLA GIORNATA QUARTA.




GIORNATA QUINTA


Già gli uccelli riferivano all’ambasciatore del Sole tutti gli
imbrogli e le trappolerie che s’erano fatte nella notte, quando il
principe Taddeo e la principessa Lucia si recarono di buon mattino al
luogo solito, dove alla chiamata si trovarono nove soltanto, invece
delle dieci donne. Domandò il principe perché non vedesse tra le
intervenute Iacova, e gli fu detto che aveva una flussione di testa
(alla sua salute!); onde egli comandò che si cercasse un’altra donna
per supplirla. E, per non andare troppo lontano, chiamarono Zoza, che
abitava di fronte al palazzo reale, la quale fu ricevuta da Taddeo
con grandi complimenti, cosí per l’obbligo che le aveva, come per
l’inclinazione e l’affetto che per lei sentiva.

Essa, con le altre, s’intrattennero nel giardino, cogliendo chi
nepitella fiorita, chi spigo, chi ruta a cinque foglie, e chi una cosa
e chi un’altra; e ci fu chi si tessé una ghirlanda, come se dovesse
recitare una farsa, e chi si compose un mazzolino[407]: una si appuntò
una rosa aperta sul petto; un’altra si mise un garofano screziato tra
le labbra.

Ma, poiché ci volevano ancora forse quattr’ore per arrivare al momento
in cui il giorno venisse spaccato giusto per mezzo e maturasse il
tempo del mangiare, il principe ordinò che si facesse qualche giuoco
per trattenimento della moglie; e, datone incarico a Cola Iacovo, lo
scalco, uomo di grande ingegno, questi, come se avesse la tasca piena
d’invenzioni, subito ne trasse fuori una, dicendo:

«Fu considerato sempre insipido, signori miei, quel gusto che non ha
qualche ramo di giovamento, e i trattenimenti e le veglie non furono
ritrovati per un semplice e inutile piacere, ma anche per un guadagno
gradevole; perché, con tal maniera di diletto, non solo si viene a
passare il tempo, ma si svegliano e rendono pronti gl’ingegni a sapersi
risolvere e rispondere a quel che si domanda. Tale è appunto il caso
del giuoco dei giuochi, che ho pensato di fare, e che sarà di questa
forma. Io proporrò a qualche donna di queste una sorta di giuoco; ed
essa, senza pensarci, mi deve dir subito che non le piace, e la ragione
per cui non le va a genio: chi tarderà a rispondere, o chi risponderà
fuori di proposito, pagherà la pena che sarà la penitenza, e la imporrà
la signora principessa. E, per dar principio al giuoco, io vorrei
giuocarmi con la signora Zeza una mezza patacca a _trionfetto_»[408].

Zeza rispose subito: «Non voglio giocarvi, perché non sono ladra!».

«Bravo! — disse Taddeo, — ché chi ruba e assassina, quello trionfa».

«Se è cosí — replicò Cola Iacovo, — ho un quarto e mezzo e vorrei
giocarmelo con la signora Cecca _a banco fallito_.

«Non mi ci cogli — rispose Cecca, — ché non sono mercante».

«Ha ragione — disse Taddeo, — ché per loro è fatto questo giuoco».

«Almeno, signora Meneca — replicò Cola Iacovo, — passiamo un paio d’ore
al _malcontento_».

«Perdonatemi, ché questo è giuoco da cortigiani», rispose Meneca.

«Ha infisso il chiodo — disse Taddeo, — ché cotesta razza di gente non
fu mai di buona voglia».

«Io so — riprese Cola Iacovo — che la signora Tolla giocherà volentieri
con me sei pubbliche ai _quattro montoni_».

«Il Cielo me ne scampi — esclamò Tolla, — ché cotesto è giuoco da
mariti che hanno cattive mogli».

«Non potevi risponder meglio — disse Taddeo, — ché questo giuoco è
fatto per loro, i quali molto spesso cozzano come montoni».

«Almanco, signora Popa — replicò Cola Iacovo, — giochiamo a _venti
signori_, ché vi do la mano».

«Sia per non detto — rispose Popa, — ché questo è giuoco da adulatori».

«Ha parlato da Orlando — osservò Taddeo, — ché proprio questo fanno
venti e trenta signori, trasformandosi sempre che vogliono mettere nel
sacco un povero principe».

E, ripigliando, Cola Iacovo disse: «Signora Antonella, per la vita
vostra, non perdiamo questo tempo: giochiamoci un bel piatto di zeppole
alla _gabella_».

«L’hai trovato! — rispose Antonella. — Meno male che mi tratti da
femmina mercenaria».

«Non dice male — commentò Taddeo, — ché cotesta genia di femmine si
sogliono spesso ingabellare».

«Diamine arrivala! — continuò Cola Iacovo: — io comincio a credere che
l’ora passerà senza che ci prenderemo spasso, se la signora Ciulla non
giuoca con me una misura di lupini a _chiamare_».

«E che? sono uno sbirro io?», rispose Ciulla.

E Taddeo subito aggiunse: «Ha detto davvero magnificamente, perché è
ufficio dei baglivi e degli sbirri di chiamare alla corte».

«Vieni qua, signora Paola — tornò a dire Cola Iacovo, — e giochiamoci
tre decine a _picchetto_».

«L’hai sbagliata — rispose Paola, — ché io non sono mormoratore di
corte».

«Questa è una dottoressa — disse il principe, — ché non c’è luogo dove
piú si picca l’onore della gente che nelle case nostre».

«Senz’altro — replicò Cola Iacovo, — la signora Ciommetella si
contenterà di giocare con me a _carrettuso_».

«Mai piú — rispose Ciommetella: — bel giuoco di mastro di scuola mi hai
trovato!».

«Questa deve pagare la pena — disse Cola Iacovo, — perché non ha che
vedere la proposta con la risposta».

«Va’, fatti restituire i danari dal maestro! — giudicò il principe, —
ché la risposta incastra a perfezione, perché i pedanti giocano cosí
bravamente a carrettuso, che, quantunque perdano cinque, vincono la
partita»[409].

Ma Cola Iacovo, rivoltosi all’ultima, le disse: «Non posso darmi a
credere che la signora Zoza[410] voglia ricusare, come le altre,
l’invito di giocare con me un cianfrone[411] a _sbracare_».

«Bada a te — rispose Zoza, — ché questo è giuoco da bambini».

«Costei sí, che deve pagare la penitenza — concluse Taddeo, — perché a
tal giuoco giuocano anche i vecchi; e perciò, signora Lucia, tocca a
voi d’imporre la pena»[412].

Zoza si levò e andò a inginocchiarsi innanzi alla principessa, la
quale le ordinò per penitenza una villanella alla napoletana. Ed essa,
chiesto un tamburello, mentre il cocchiere del principe suonava la
chitarra, cantò:

      Si te credisse dàreme martiello,
    e ch’aggia filatiello,
    ca fai la granne e ncríccame lo naso,
    va’, figlia mia, ca Marzo te n’ha raso!
      Passai lo tiempo che Berta filava,
    e che l’auciello arava,
    e non sento d’Ammore o frezza o sciamma:
    spilata è Patria, mo non ng’è chiú mamma.
      Va’ch’hanno apierto l’uocchie li gattille,
    so’ scetate li grille;
    si faie niente speranza a sse bellizze,
    va’c’haie na scesa, quanto curre e ’npizze!
      Haggio puosto la mola de lo sinno,
    nè chiú me movo a zinno,
    e già conosco dalla fica l’aglio:
    non nge pensare chiú, ca non ng’è taglio![413].

Finí a tempo la canzone e il gusto di tutti, quando si apparecchiarono
le tavole, dove ci fu bene da mangiare e meglio da bere. Ma, come lo
stomaco fu sigillato e furono tolte le tovaglie, si dié comando a Zeza,
che scoprisse il fior fiore dei racconti; la quale, sebbene stesse
un po’ brilla, ché aveva fatto la lingua grossa grossa e le orecchie
piccinine, pure compí il debito suo e disse come segue.




TRATTENIMENTO PRIMO

L’OCA


  Lilla e Lolla comprano al mercato un’oca, che evacua denari;
  la quale è domandata loro in prestito da una comare, che,
  sperimentando il contrario, l’ammazza e la gitta da una finestra.
  Ma l’oca si attacca al deretano di un principe, mentre costui
  soddisfaceva a un bisogno, e nessuno ne la può staccare, fino a che
  non vi riesce Lolla, ed egli se la prende per moglie.

Gran sentenza di grand’uomo dabbene è quella che l’artigiano invidia
l’artigiano, il votacessi il votacessi, il musico il musico, il vicino
il vicino, e il poveretto il pezzente[414]; perché non c’è buco nella
fabbrica del mondo dove non tessa la sua tela il maledetto ragno
dell’invidia, il quale non si pasce d’altro che delle rovine del
prossimo, come particolarmente udrete dal racconto che vi dirò.

C’erano una volta due sorelle cosí ridotte sulla nuda terra che, in
tanto riuscivano a campare, in quanto si sputacchiavano dalla mattina
alla sera le dita, lavorando qualche po’ di filato da vendere. Pure,
nonostante questa misera vita, non c’era caso che la palla della
necessità, truccando quella dell’onore, la spingesse fuori[415]. E per
questo il Cielo, che è cosí largo nel rimunerare il bene com’è sottile
nel castigare il male, mise in capo a queste povere giovani di andare
al mercato a vendere certe matasse di filato e, di quel poco che ne
ricavavano, comprarsi un’oca.

Portata l’oca a casa, esse le posero tanto amore, che la governavano
come se fosse loro sorella carnale, tenendola a dormire nel loro stesso
letto. Ma spunta l’alba e fa buon giorno: la buona oca cominciò a fare
scudi ricci[416], di modo che, a poco a poco, esse ne empirono un gran
cassone; e fu tale quell’evacuazione che cominciarono ad alzar la testa
e si vide loro rilucere il pelo.

Certe comari, che ciò osservarono, trovandosi un giorno insieme a
far parlamento, dissero tra loro: «Hai visto, comare Vasta, Lilla
con Lolla, che l’altrieri non avevano dove cader morte e ora si sono
ripulite cosí bene che sfoggiano da signore? Le loro finestre sono
sempre parate di galline e tocchi di carne, che ti danno all’occhio.
Che cosa può essere? O esse hanno posto mano alla botte dell’onore o
hanno trovato il tesoro». «Io ci resto come una mummia — rispose Perna,
— perché, laddove prima morivano di fame, ora le vedo nel grasso e
risalite, e mi pare un sogno».

Queste e altre cose dissero, e, infine, stimolate dall’invidia,
scavarono un pertugio, che dalla casa loro rispondeva in quella delle
due giovani, per far la spia e vedere se potessero dar qualche pasto
alla loro curiosità; e tanto stettero a spiare, che una sera, quando
il Sole batte con la ferula dei raggi sulle barche del mare d’India
per accordare feria alle Ore del giorno, videro Lilla e Lolla che,
steso per terra un lenzuolo, vi misero sopra l’oca, e questa cominciò a
schizzare flussi di scudi.

Alle comari lo spettacolo inaspettato fece uscire al tempo stesso il
bulbo dagli occhi e il gozzo dalla gola; e alla mattina, quando Apollo
con la verga d’oro fa lo scongiuro all’Ombra perché vada indietro,
una di esse, Pasca, andò a far visita a quelle giovani, e, dopo mille
preamboli e rigiri, tira e molla, venne al quatenus, e le pregò di
prestarle per due ore sole l’oca, per far prendere amore alla casa a
certe ochette, che aveva comprate. E tanto seppe dire e pregare, che
le semplici delle sorelle, le quali, per essere di natura bonaria, non
sapevano dir di no, e anche per non mettere in sospetto la comare,
gliela prestarono, col patto che la riportasse al piú presto.

La comare chiamò le altre, e tutte insieme stesero subito un lenzuolo
per terra, e vi fecero entrare l’oca, la quale, invece di mostrare nel
suo fondamento una zecca che coniasse scudi ricci, sturò un condotto di
latrina e lavorò la biancheria di quelle donne a scudi di terra gialla,
che l’odore ne andò per tutto il quartiere, come alla domenica quello
delle pignatte maritate. Pensarono allora che, cibandola bene, farebbe
sostanza di _lapis philosophorum_ per soddisfare le voglie loro; e la
rimpinzarono tanto che rigurgitava dalla gola. Ma, quando l’ebbero
posta sopra un altro lenzuolo di bucato, se prima l’oca si mostrò
lubrica, ora addirittura si manifestò presa dalla dissenteria, nella
quale la digestione aveva la sua parte. Sdegnate le comari, le torsero
il collo e la gettarono dalla finestra in un vicoletto cieco, dove si
ammucchiavano le immondizie.

Volle la sorte, la quale, quando meno te l’aspetti, fa nascere la fava,
che passasse da quella parte un figlio del re, che andava a caccia.
E proprio lí presso, essendoglisi sommosso il corpo, dié a tenere la
spada e il cavallo a un servitore, ed egli entrò in quel vicoletto
per deporre il soverchio del ventre; e, compiuta questa operazione,
non trovandosi nella tasca carta per nettarsi, e vedendo quell’oca
ammazzata di fresco, se ne servi all’uopo[417].

Ma l’oca, che non era morta, s’afferrò cosí forte col becco alle polpe
del povero principe, che egli cominciò a gridare; e, accorsi tutti i
servitori e volendo strapparla dalle carni, non fu possibile, perché
vi si era attaccata come una Salmace di penne e un Ermafrodito di
pelo. Il principe, non potendo resistere al dolore e vedendo riuscir
vani gli sforzi dei servitori, si fece trasportare al palazzo reale. E
furono chiamati tutti i medici della città, e, conferitisi sulla faccia
del luogo, fecero essi tutte le prove loro per rimediare allo strano
accidente, usando unzioni, adoprando tenaglie, spargendo polveri. Ma
quell’oca era una zecca che non si staccava per argento vivo, una
sanguisuga che non veniva via per virtù di aceto.

Il principe ordinò allora di gettare un bando che a chi riuscisse a
togliergli quel fastidio di dietro, se era uomo, avrebbe dato la metà
del regno, e, se femmina, se la sarebbe presa per moglie. E qui vedesti
la gente correre in folla a mettere il naso in quell’imbroglio; ma,
quanto piú applicavano rimedî, piú l’oca si stringeva e attanagliava
il misero principe: pareva veramente che si fossero data l’intesa
tutte le ricette di Galeno e gli aforismi di Ippocrate e i rimedi di
Mesoè[418] contro i Posteriori[419] di Aristotele, per tormento di
quello sventurato.

Tra i tanti e tanti, che vennero a quella prova, giunse per avventura
anche Lolla, la piú giovane delle due sorelle, la quale, non appena
vide l’oca, la conobbe e gridò: «Intrufolatina mia, intrufolatina!».
L’oca, che udí questa voce, subito lasciò la presa, e saltò in grembo
a Lolla, facendole carezze e dandole baci, passando senza esitare dal
deretano di un principe alla bocca di una villana.

Il principe, che ammirò questo strano caso, volle sapere donde la
cosa procedesse; e, avuta notizia dell’inganno della comare, la fece
frustare per la terra, e poi cacciare in esilio, e si prese per moglie
Lolla, che portò in dote l’oca dalle evacuazioni d’oro, e dié un altro
marito ricco ricco a Lilla.

Cosí rimasero la piú contenta gente del mondo, a dispetto delle comari,
le quali, andando per chiudere a Lolla una strada alla ricchezza,
apertale dal Cielo, gliene aprirono un’altra a diventare regina,
conoscendo alfine che:

    impedimento è spesso giovamento.




TRATTENIMENTO SECONDO

I MESI


  Lise, per essere povero e punto aiutato dal fratello Cianne, ch’è
  ricco, si parte e incontra tale fortuna che si fa straricco;
  laddove l’altro, che, per invidia, tenta la medesima sorte, l’ha
  cosí contraria, che non può liberarsi da una grande disgrazia senza
  l’aiuto del fratello.

La risata, che prese quell’uditorio al racconto dell’accidente accaduto
al principe, fu cosí convulsa che a ognuno stava per scendere l’ernia e
se ne sarebbero andati contrappuntando risa fino alla rosa del bellico,
se Cecca non avesse fatto segno di essere in ordine a effondere il
racconto suo; onde, posto un sequestro alle bocche di tutti, quella
incominciò a dire:

È un motto da scrivere a lettere di catafalco, che mai lo star zitto
fece danno ad alcuno. Ma certi mormoratori, le cui lingue non sanno mai
dir bene, e sempre tagliano e cuciono e sforbiciano e pungono, sta’
pur sicuro che avranno il fatto loro, perché, al vuotar dei sacchi,
sempre si è visto e si vede che, laddove il dir bene acquista amore e
utile, il dir male guadagna inimicizia e rovina. Udite in qual modo e
mi darete un quintale di ragione.

C’erano una volta due fratelli carnali, Cianne, che stava bene agiato
come un conte, e Lise, che non aveva nemmeno da provvedere alla vita;
ma, quanto l’uno era povero di fortuna, tanto l’altro era meschino
d’animo, che non si sarebbe levato dal vaso per dargli qualche
sollievo. Disperato, il povero Lise lasciò la patria e si dié a
viaggiare il mondo; e tanto camminò, che una sera giunse, con pessimo
tempo, a una taverna, dove trovò dodici giovani, seduti attorno al
fuoco.

Questi, veduto Lise, tutto aggranchiato, che quasi era intirizzito dal
freddo, sí per la stagione forte e sí pei vestiti deboli, lo invitarono
a sedere accanto al focolare; e Lise, accettato l’invito, si pose a
scaldarsi. Mentre si scaldava, gli fu domandato da uno di quei giovani,
che stava tutto corrucciato, con una brutta cèra da sbigottire: «Che te
ne sembra, paesano, di questo tempo?». «Che cosa me ne vuol sembrare? —
rispose Lise. — Mi pare che tutti i mesi dell’anno facciano il debito
loro; ma noi, che non sappiamo ciò che domandiamo, vorremmo dar la
legge al Cielo, e, desiderando le cose a modo nostro, non peschiamo
troppo in fondo se poi sia bene o male, utile o danno, quello che
ci viene in ghiribizzo; sicché nel verno, quando piove, vorremmo il
solleone, nel mese d’agosto, le scariche delle nuvole; e non pensiamo
che, se cosí avvenisse, le stagioni correrebbero al rovescio, le
semente si perderebbero, i raccolti si dissiperebbero, i corpi si
magagnerebbero e la natura andrebbe a gambe all’aria. Lasciamo, dunque,
fare al Cielo il corso suo, il quale, del resto, ha creato gli alberi
per dar rimedio di legna al rigore del verno e di fronde al caldo della
state».

«Parli da Sansone — disse quel giovane; — ma non mi puoi negare che
questo mese, in cui siamo, di Marzo non sia troppo impertinente, con
tante gelate e piogge e neve e grandine e raffiche e nebbie e tempeste
e altre molestie proprio, ci fa venire in uggia la vita!».

«Tu dici male di questo povero mese di Marzo — replicò Lise, — ma
non parli già dell’utile che ci apporta; perché esso dà principio,
col mettere avanti la primavera, alla generazione delle rose; e, non
foss’altro, esso è causa che il Sole provi la felicità del tempo
presente col farlo entrare nella casa del Montone»[420].

Ebbe gran gusto questo giovane delle parole di Lise, perché appunto
esso era il mese di Marzo in persona, che con gli altri undici fratelli
era capitato in quella taverna. E, per rimunerare la bontà di Lise, che
non aveva saputo dir male di un mese cosí tristo che neanche i pastori
lo vogliono mentovare, gli porse una bella cassettina e gli disse:
«Prendi questa e, sempre che ti bisogna qualche cosa, aprila e te la
troverai davanti».

Lise, con parole di grande umiltà, ringraziò quel giovane e, postasi
la cassettina sotto la testa, come cuscino, si mise a dormire; e la
mattina, quando il Sole col pennello dei raggi venne a ritoccar di
chiaro le ombre della Notte, congedatosi da quei giovani, riprese il
cammino. E, a soli cinquanta passi dalla taverna, aprí la cassettina e
disse: «Oh bene mio! e non potrei avere una lettiga foderata di panno,
con un po’ di fuoco dentro, in modo da andar caldo caldo in mezzo a
questa neve?».

Aveva appena terminato di dire, che comparve una lettiga coi
lettighieri, i quali lo levarono di peso e ve lo collocarono dentro,
ed egli ordinò che camminassero verso casa sua. E, all’ora di menar le
ganasce, aprí di nuovo la cassettina e disse: «Venga roba da mangiare»;
e qui vedesti piovere il bene dal Cielo, e tale fu il banchetto che vi
potevano mangiare dieci re di corona.

A sera, giunto a un bosco, il quale non dava pratica[421] al Sole
perché veniva da paesi sospetti[422], aprí la cassettina e disse:
«In questo bel luogo, dove il fiume fa contrappunti sulla pietra per
accompagnare il canto fermo dei venti freschi, vorrei riposare questa
notte». E subito si vide armare una trabacca scarlatta, sotto una tenda
di tela incerata, con materasse di piume, coperta di Spagna e lenzuola
finissime; e, domandando da cenare, fu presto in ordine un riposto
di argenteria, degno di un principe, e apparecchiata, sotto un’altra
tenda, una mensa carica di vivande, che mandavano l’odore a cento
miglia distante.

Dopo aver mangiato e dormito, all’alba, quando il gallo, che è spione
del Sole, avvisò il padrone che le Ombre erano fiaccate e disfatte e
che quello era il momento di dar loro, da soldato pratico, inseguimento
e farne strage, Lise aprí la cassetta e disse: «Vorrei un bel vestito,
perché oggi mi deve vedere mio fratello e avrei gusto di fargli gola».
Detto fatto, gli fu pórto un abito da signore, di velluto in quaranta,
nero, con fasce di ciambellotto rosso, con un bel ricamo grande sulla
fodera di lanetta gialla, che vedevi un campo di fiori. E, cosí
vestito, si mise nella lettiga e arrivò a casa.

Cianne, al vederlo cosí lussuosamente abbigliato e con tanti comodi,
volle sapere quale fortuna era stata la sua; ed esso gli raccontò dei
giovani che aveva trovati a quella taverna, e del dono che gli avevano
fatto; ma tenne nella lingua il discorso passato con quel giovane.
L’altro non vide l’ora di congedarsi dal fratello, consigliandogli di
andare a riposare perché era stracco; e subito si mise per le poste e
capitò alla medesima taverna e vi trovò i medesimi giovani, coi quali
prese a chiacchierare.

Ma alla medesima interrogazione che quel giovane gli fece, cioè
che cosa gli paresse del mese, che correva, di Marzo, cominciò a
dire: «Oh Dio, lo confonda questo mese maledetto, nemico degli
infranciosati[423], odioso ai pecorai, intorbidamento degli umori,
distruzione dei corpi: mese tale, che, volendo annunziare qualche
rovina a un uomo, si dice: — Va’, ché Marzo ti ha distrutto!: — mese
che, quando vuoi dare ad alcuno il maggior titolo di prosuntuoso, lo
chiami: «cura di Marzo»; mese, insomma, che sarebbe fortuna del mondo,
ventura della terra, ricchezza degli uomini, se gli fosse cancellata la
piazza[424] nella squadra dei suoi fratelli!».

Il mese di Marzo, che si sentí fare questa lavata di testa da Cianne,
dissimulò fino al mattino il proposito di ricacciargli in gola il bel
discorso; e, quando Cianne fu per partire, gli consegnò una bella
scuriata, istruendolo: «Sempre che ti viene desiderio di qualcosa, e tu
di’: — Scuriata, dammene cento! — e vedrai perle infilate al giunco».

Cianne ringraziò il giovane e cominciò a toccar di sprone, e non volle
far prova della scuriata prima di giungere a casa propria. Dove, appena
arrivato, chiusosi in una camera segreta per conservare i danari che
sperava avere dalla scuriata, disse a questa: «Scuriata, dammene
cento!». E la scuriata, se non gliene dié cento, di’ che torni pel
resto, facendogli contrappunti da compositore di musica sulle gambe e
sulla faccia, di maniera che ai gridi accorse Lise, e, vedendo che non
era possibile trattenere la scuriata che si sbizzarriva come cavallo
scapolato, aprí la cassetta e la fece fermare.

Domandò poi a Cianne che cosa gli fosse accaduto, e, quando ebbe
udito la storia, gli disse che non doveva lamentarsi d’altri che di
se stesso, che si era procurato il proprio male, comportandosi da
arrogante, e che aveva fatto come il camello che, desiderando avere
le corna, aveva perso le orecchie; ma che imparasse un’altra volta a
tenere in freno la lingua, chiave che gli aveva aperto il magazzino di
questa disgrazia; perché, se egli avesse detto bene di quel giovane,
avrebbe avuto forse la stessa fortuna sua: tanto piú che il dir bene
è una mercanzia che non costa niente e suol produrre guadagno che non
si pensa. In ultimo, lo confortò, dicendogli di non cercare maggiore
comodità di quella che il Cielo gli aveva data, perché la cassetta sua
bastava a riempire a sovrabbondanza trenta case di avari, e che esso
sarebbe stato padrone di tutto il suo bene, perché all’uomo liberale il
Cielo è tesoriere; e che, quantunque un altro fratello lo avrebbe avuto
in dispetto per la crudeltà che gli aveva dimostrata al tempo delle
sue miserie, tuttavia egli considerava che la meschinità sua era stato
il prospero vento che l’aveva condotto a questo porto, e perciò gliene
poteva render grazie, e si proponeva di riconoscere questo giovamento.

Udite tali cose, Cianne gli chiese perdono dei disgusti passati, e,
fatta una lega di botteghe, si goderono insieme la buona fortuna; e
d’allora innanzi Cianne disse bene d’ogni cosa, per trista che fosse,
perché:

    la lingua non ha osso,
    ma può rompere il dosso[425].




TRATTENIMENTO TERZO

PINTO SMALTO


  Betta ricusa di rimaritarsi, ma poi s’impasta un marito con le mani
  proprie; e, poiché una regina glielo ruba, dopo mille travagli lo
  ritrova, lo ricupera con grand’arte e se lo riporta a casa.

Compiuto che ebbe Cecca questo racconto, che piacque estremamente a
tutti, Meneca che stava al cavalletto[426] per sparare il suo, visto
che tutti avevano gli orecchi tesi, cosí parlò:

Fu sempre piú difficile all’uomo conservare l’acquistato che acquistare
di nuovo, perché nell’un caso concorre la fortuna, spesse volte
aiutatrice d’ingiustizie, ma, nell’altro, ci vuol senno; onde si vede
per lo piú gente che non ha raziocinio salire dov’è il bene, ma poi,
per carestia d’ingegno, rotolare giú: come dal racconto che vi dirò, se
siete persone che comprendete, potrete chiaramente vedere.

C’era una volta un mercante, che aveva una figlia unica e sola, la
quale desiderava grandemente veder maritata; ma, per quanto toccasse
le corde di questo liuto, le trovava cento miglia lontano dalle sue
ricercate[427]. Quella testa sventata, come bertuccia delle femmine,
odiava la coda; come territorio bandito e caccia riservata, respingeva
il commercio d’ogni uomo; e voleva sempre feria al tribunale suo,
sempre vacanza alle scuole, sempre feste di corte al banco; tanto che
il padre ne stava il piú afflitto e disperato del mondo.

Una volta che si recava a una fiera, domandò a Betta[428] (ché cosí si
chiamava la figlia) che cosa desiderava che gli portasse al ritorno; e
quella rispose: «Tata mio, se mi vuoi bene, portami mezzo quintale di
zucchero di Palermo e mezzo di mandorle ambrosine[429], con quattro o
sei fiaschi di acqua odorosa e un po’ di muschio e di ambra, e anche
una quarantina di perle, due zaffiri, un mucchiettino di granatini
e rubini, con un po’ d’oro filato; e, soprattutto, una madia e un
raschiatoio d’argento».

Il padre si meravigliò di questa richiesta stravagante; ma, per
non contrariare la figlia, andò alla fiera e, al ritorno, le portò
puntualmente quanto gli aveva domandato. Essa, avute queste cose, si
chiuse in una camera e cominciò a lavorare una grande quantità di pasta
di mandorla e zucchero, mischiata d’acqua rosa e profumi, e prese a
plasmare un bellissimo giovane, al quale fece i capelli di filo d’oro,
gli occhi di zaffiro, i denti di perle, le labbra di rubino, e gli
dette tanto garbo e grazia che non gli mancava altro che la parola.

Ciò fatto, avendo udito dire che un’altra statua, alle preghiere di un
certo re di Cipro[430], diventò viva, tanto pregò la Dea d’Amore, che
la statua cominciò ad aprire gli occhi, e, dopo il fiato, uscirono le
parole, e, sciogliendo in ultimo tutte le membra, si mosse a camminare.

Betta, con allegrezza maggiore che se avesse guadagnato un regno,
l’abbracciò e baciò, e, presolo per mano, lo menò davanti al padre, al
quale disse: «Tata signore mio, sempre avete detto che eravate voglioso
di vedermi maritata; e io, per contentarvi, mi ho scelto lo sposo
secondo il mio cuore».

Il padre, che vide venir fuori dalla camera della figlia quel
bellissimo giovane che non aveva visto entrare, rimase attonito; e,
mirando sí stupenda bellezza, che si sarebbe potuto pagare un grano
a testa per essere ammessi a contemplarla[431], si contentò che si
celebrasse il matrimonio.

Nella grande festa per queste nozze, fra i tanti che intervennero,
capitò una grande regina incognita, la quale, ammirata la bellezza
di Pinto Smalto (secondo il nome che Betta gli aveva posto), se ne
incapricciò altro che per celia. Pinto Smalto, che non erano tre
ore che aveva aperto gli occhi alle malizie del mondo, non sapeva
intorbidare l’acqua; e quando, attenendosi a quel che gli aveva
detto la sposa, accompagnò fin giú alla scala i forestieri che si
accommiatavano, nel fare il medesimo con quella signora, essa, presolo
per mano, lo condusse pian piano fino alla carrozza a sei cavalli, che
aveva nel cortile, e ve lo tirò dentro. E dié voce al cocchiere di
trottare alla volta delle terre sue, dove il semplice di Pinto Smalto,
non sapendo che cosa gli fosse accaduto, le divenne marito.

Betta, attesolo per un tratto, non vedendolo piú comparire, mandò giú
al cortile a vedere se si trattenesse in conversazione con qualcuno;
fece salire sul battuto della casa, se per caso vi fosse andato a
prendere una boccata d’aria; s’affacciò al necessario, se mai fosse
andato a rendere il primo tributo alle necessità della vita. Ma, non
trovandolo in alcun luogo, subito immaginò che, per essere tanto bello,
le era stato rubato. E poiché, gettati i soliti bandi, non comparve
nessuno a rivelarlo, si determinò ad andarlo cercando pel mondo,
travestita da mendicante.

Messasi a questo modo in cammino, dopo alcuni mesi giunse alla
casa di una buona vecchia, che la ospitò con grande amore; e,
udita la disgrazia di Betta, e vedendo inoltre ch’era incinta, ne
ebbe tanta compassione, che le insegnò tre parole. La prima fu:
«Tricche-varlacche, ché la casa piove»; la seconda: «Anola tránola,
pizza fontánola»; la terza: «Tafaro e tamburo, pizze ’ngongole e
cemmino»[432]; e aggiunse che, in momento di gran bisogno, le recitasse
e ne caverebbe gran beneficio.

Betta, benché rimanesse meravigliata di un tal regalo di crusca, pur
disse tra sé: «Chi ti sputa in gola, non ti vuol vedere morto, e chi
prende non secca: ogni puntura giova. Chi sa quale buona fortuna si
chiude dentro queste parole!». E ringraziò la vecchia, rimettendosi in
cammino.

Dopo lungo viaggio, giunse a una bella città chiamata Monterotondo e
andò difilato al palazzo reale, chiedendo per amor del Cielo un po’ di
ricovero in una stalla per essere prossima a partorire. Le damigelle
di corte, impietosite, la raccolsero in una cameretta in mezzo alle
scale; e, stando in quella, la sventurata vide passare Pinto Smalto,
e ne provò tale schianto di gioia, che fu sul punto di scivolar giú
dall’albero della vita.

Sentí allora di trovarsi veramente in una grande necessità e volle
far prova della prima parola insegnatale dalla vecchia, e pronunziò:
«Tricche-varlacche, ché la casa piove!». E subito si vide comparire
innanzi un bel carrettino d’oro, tutto costellato di gemme, che andava
da se stesso per la camera ed era stupore a considerare.

Le damigelle, che lo videro, ne parlarono alla regina, la quale, senza
perder tempo, corse alla cameretta di Betta e, ammirato il magnifico
gioiello, le disse se voleva venderglielo, che le avrebbe dato quanto
avrebbe saputo domandare. E quella rispose che, quantunque pezzente,
stimava piú il gusto proprio che tutto l’oro del mondo; e perciò, se
voleva il carrettino, la lasciasse dormire una notte col marito.

La regina rimase meravigliata della pazzia di questa poverella tutta
cenciosa, che, per un capriccio, dava via tanta ricchezza; e fece
proposito di aggranfiare questo buon boccone, e, col dar l’oppio a
Pinto Smalto, render la poverella contenta e mal pagata. E, venuta
la notte, quando escono a far mostra di sé le stelle pel cielo e le
lucciole sulla terra, la regina, dato il soporifero a Pinto Smalto,
lo fece coricare, docile com’era, accanto a Betta; e il giovane, non
appena toccato il materasso, si mise a dormire come un ghiro.

Betta sventurata, che pensava quella notte di scontare tutti i passati
affanni, vedendo che per lei non c’era ascolto, prese a lamentarsi
fuor di misura, rimproverandogli tutto quello che per lui aveva fatto;
e non chiuse mai bocca, l’addolorata, e non aprí mai gli orecchi
l’addormentato, finché non sorse il Sole con l’acqua ragia[433] a
separare l’ombra dalla luce; e allora la regina scese giú e si prese
per mano Pinto Smalto, dicendo a Betta: «Eccoti contentata».

«Tal contento possa avere tu tutto il tempo della tua vita! — rispose
tra sé Betta, — perché ho passato una notte cosí cattiva che me ne
ricorderò per molti giorni».

E, non potendo piú resistere all’urgenza del bisogno, fece la prova
delle seconde parole, pronunziando: «Anola tránola, pizza fontánola!».
E vide comparire una gabbia d’oro con un bellissimo uccello, fatto di
pietre preziose e d’oro, che cantava a mo’ di rosignuolo.

Accadde come la prima volta: le damigelle videro quella meraviglia,
ne riferirono alla regina che andò a sua volta a vederla, e fece la
stessa domanda ed ebbe la stessa richiesta; e poiché aveva adocchiato
e indovinato la facilona e sempliciona, promise di farla dormire col
marito e si portò via la gabbia con l’uccello. E, venuta la notte,
dette il solito soporifero a Pinto Smalto e lo mandò a dormire con
Betta nella stessa camera, dove aveva fatto armare un bel letto. E la
poverina, vedendolo dormire come uno scannato, riprese a fare lo stesso
lamento, dicendo cose che avrebbero mosso a pietà una selce, e, gemendo
e piangendo e strappandosi i capelli, passò un’altra notte piena di
tormenti; e, allo spuntar del giorno, scese la regina a prendersi il
marito, e lasciò la misera Betta fredda e gelata, che si mordeva le
mani per la burla che per la seconda volta le era stata fatta.

Quella mattina, Pinto Smalto uscí a cogliere quattro fichi in un
giardino fuori le porte della città; e a lui si avvicinò un ciabattino,
che dimorava accanto alla camera di Betta e che, attraverso la parete,
non aveva perduto una parola di quanto essa aveva detto, e riferí
di punto in punto il piagnisteo, il repetio e la lamentazione della
sfortunata pezzente. Udendo ciò, il re, che già cominciava a mutar
senno, immaginò come potesse passare questo negozio, e pensò che,
se un’altra volta gli accadesse di esser mandato a dormire con la
poverella, non avrebbe tracannato la bevanda che gli faceva porgere la
regina.

Betta fece la terza prova e disse: «Tafaro e tamburo, pizze ’ngongole e
cemmino!»; e le uscirono una quantità di panni di seta e oro e di fasce
ricamate con una culla[434] d’oro, che la regina stessa non avrebbe
potuto mettere insieme cosí bella galanteria. Le videro le damigelle
e ne avvisarono la padrona, che trattò di averle come le altre cose,
e alla rinterzata richiesta di Betta pensò: «Che cosa ci perdo a
contentare questa pacchiana per toglierle tante belle cose?»; e, prese
le ricchezze offertele da Betta, quando la Notte comparve[435] per
essere venuto a liquidazione il rogito del debito contratto col sonno e
col riposo, essa dié il soporifero a Pinto Smalto. Ma questi lo ritenne
in bocca, e, fingendo di andare a scaricare la vescica, lo rigettò. E,
postosi a letto, Betta, che gli era al fianco, prese a ripetere la sua
canzone, dicendo come l’aveva, con le mani sue, impastato di mandorle
e di zucchero, come gli aveva fatto i capelli d’oro e gli occhi e la
bocca di perle e di pietre preziose, e come le era debitore della
vita datagli dagli Dei per le preci sue, e come le era stato rubato,
ed essa, grossa gravida, era andata cercandolo pel mondo con tanti
stenti, che il Ciel ne guardi ogni carne battezzata, e di piú come
aveva dormito altre due notti con lui e dato per prezzo due tesori, e
non aveva potuto ottenere da lui una parola sola; talché questa era
l’ultima notte delle speranze sue e l’ultimo termine della sua vita.

Pinto Smalto, che stava sveglio, udito queste parole, si ricordò come
in sogno di quello che era passato, e abbracciò e consolò Betta come
meglio seppe. E, poiché la Notte, con la maschera nera, dirigeva il
ballo delle Stelle, si levò pian piano, e, pian piano andato in camera
della regina, ch’era sprofondata nel sonno, ne tolse tutte le cose che
aveva strappate a Betta, e tutte le gioie e i tornesi che erano nello
scrigno, per rifarsi dei danni passati; e, tornato alla moglie, se ne
partirono in quel momento stesso, e tanto camminarono che uscirono dai
confini di quel regno. Allora si riposarono in un bell’alloggiamento,
fintanto che Betta dié alla luce un bel maschio; e, quando essa poté
levarsi di letto, s’avviarono alla casa del padre, che trovarono vivo
e sano e che, per la gioia di rivedere la figlia, diventò come un
giovinotto di quindici anni. La regina, non trovando né il marito né la
mendicante né le gioie, si strappò i capelli per la disperazione; ma
non mancò taluno che le disse:

    Chi gabba, non si dolga se è gabbato.




TRATTENIMENTO QUARTO

IL CEPPO D’ORO


  Parmetella, figlia di un povero villano, incontra una buona
  fortuna; ma per la sua troppa curiosità, se la fa fuggir di mano,
  e, dopo aver sofferto mille travagli, trova il marito in casa della
  madre di lui, ch’era un’orca, e, superati pericoli grandi, i due
  restano insieme contenti.

Ci fu piú d’uno tra gli ascoltatori che avrebbe pagato un dito della
mano se avesse potuto avere questa virtú di farsi un marito o una
moglie a gusto proprio; e particolarmente il principe, il quale
volentieri si sarebbe veduto a fianco una pasta di zucchero invece
della massa di veleno, che gli era toccata. Ma, venendo il giuoco del
tocco a Tolla, essa non aspettò l’esecutorio per pagare il suo debito,
e disse cosí:

La soverchia curiosità e la voglia di sapere di là dal lecito sono
una miccia pronta a dar fuoco alla polveriera della fortuna; e spesso
spesso chi ricerca i fatti dagli altri, sbaglia le cose proprie, e chi
scava per trovare tesori, trova chiaviche, nelle quali dà di faccia:
come accadde alla figlia di un ortolano nel modo che vi racconterò.

C’era una volta un ortolano, il quale, essendo poverello poverello,
che, per quanto faticasse, a stento si procurava il pane per
sostentarsi[436], comprò tre scrofette alle sue tre figlie femmine,
affinché, allevandole, si mettessero da parte un po’ di doticciuola.

Pascuzza e Cice, che erano le maggiori, portarono a pascere le loro
due in un bel prato; ma non vollero che la piú piccola, Parmetella,
andasse con loro, e la scacciarono, dicendole di andare in qualche
altro posto. Ed essa menò il suo animaletto a un bosco, dove le ombre
si fortificavano contro gli assalti del Sole; e, quando fu in un prato,
in mezzo al quale correva una fontana che, ostessa d’acqua fresca,
invitava con lingua d’argento il passeggiero a bere una mezzetta,
trovò un bell’albero con le foglie d’oro. Parmetella ne spiccò una
fronda e la portò al padre, che, con grande allegrezza, la vendé per
piú di venti ducati, i quali gli valsero a otturare qualche buco; e,
avendo domandato alla figlia dove l’avesse trovata, costei gli rispose:
«Prendi, messere mio, e non cercare altro, se non vuoi guastare la
fortuna tua».

Il giorno dopo, tornò al medesimo luogo e fece la medesima cosa; e
tanto continuò a sfrondare l’albero che questo rimase schiomato, come
se avesse ricevuto il sacco dai venti dopo l’autunno. Parmetella vide
che ne restava un gran ceppo d’oro, che non si poteva strappare con le
mani; e perciò, ritornata con un’accetta, si mise a scalzare intorno
intorno il piede dell’albero, e, levato come meglio poté il ceppo, le
apparve nel foro una bella scala di porfido.

Curiosa com’era fuor di misura, discese quei gradini, e, dopo aver
camminato per un gran sotterraneo profondo profondo, uscí a una bella
pianura, nella quale sorgeva un palazzo bellissimo, dove non calpestavi
altro che oro e argento, né vedevi altro che perle e pietre preziose.
E, mirando Parmetella, come trasognata, questo magnifico sfoggio, e
non vedendo alcuna persona che fosse mobile in quello stabile, entrò
in una sala, nella quale si vedevano dipinte tante belle cose, e in
particolare l’ignoranza di un uomo stimato sapiente, l’ingiustizia di
chi teneva le bilance, e i torti vendicati dal Cielo, cose da stupire,
tanto parevano vere e vive; e in quella sala era una bella mensa
apparecchiata.

Parmetella, che si sentiva mancare dalla fame, non vedendo alcuno, si
sedette a quella tavola, e cominciò a godersela come un conte. Ma, nel
meglio del macinare, ecco entrare uno schiavo di bell’aspetto, che le
disse: «Ferma, non partirti di qui, ché ti voglio per moglie, e intendo
farti la piú felice donna del mondo».

Tremò di paura Parmetella; poi, alle buone promesse, prese animo e si
contentò di quello che volle lo schiavo; onde le fu subito consegnata
una carrozza di diamanti, tirata da quattro cavalli d’oro con Pali
di smeraldo e rubini, che la portavano volando per l’aria perché si
prendesse spasso; e le furono date per servigio della persona una
frotta di scimmie vestite di tela d’oro, che subito, abbigliandola da
capo a piede, la misero nella forma di un ragno, che pareva proprio una
regina.

Venuta la notte, quando il Sole, desideroso di dormire alle rive del
fiume dell’India senza zanzare, spegne il lume, lo schiavo le disse:
«Bene mio, se vuoi fare la nanna, córicati in questo letto; ma appena
ti sarai ficcata tra le lenzuola, spegni la candela, e sta’ in cervello
ad eseguire quanto io ti dico, se non vuoi imbrogliare il filato».

Parmetella cosí fece e si mise a dormire; ma aveva appena calate le
palpebre che il moro, convertitosi in un bellissimo giovine, le si
coricò a lato; ed essa, risvegliatasi, e sentendosi cardare senza
pettine la lana, fu per morire dal terrore, ma, visto che la cosa si
riduceva a guerra civile, stié ferma alle botte. E, prima che l’Alba
uscisse a cercare uova fresche per confortare il vecchierello amante
suo, lo sposo saltò giú dal letto e tornò a riprendere la patina del
moro, lasciando Parmetella assai vogliosa di sapere quale ghiottone
s’era sorbito l’uovo primaiuolo di cosí bella pollanca.

La seconda notte, coricatasi e spenta la candela come la volta
precedente, al solito le si venne a coricare a lato il bel giovine;
il quale, quando fu stanco di giocherellare, si pose a dormire. Ed
essa allora dié di mano a un focile che aveva apparecchiato, e, accesa
la candela, sollevò la coperta, e vide l’ebano diventato avorio, il
caviale fior di latte, il carbone calce vergine. E mentre, a bocca
aperta, mirava queste bellezze e contemplava la piú bella pennellata
che la natura avesse mai data sulla tela della meraviglia, il bel
giovane si destò e prese a bestemmiare Parmetella, gridando: «Oimè, per
colpa tua debbo stare altri sette anni in questa penitenza maledetta!
per te, che con tanta curiosità hai voluto mettere il naso nei segreti
miei! Va’, corri, rompiti il collo, che tu non mi possa piú comparire
innanzi, e torna ai tuoi stracci, ché non hai saputo conoscere la
fortuna tua».

Cosí dicendo, dileguò come argento vivo. Fredda e gelata, Parmetella,
abbassando il capo, uscí da quella casa; e, pervenuta che fu fuori
della grotta, incontrò una fata, la quale le disse: «O figlia mia,
quanto mi piange l’anima per la disgrazia tua! Tu vai al macello, dove
questa tua sciagurata persona passerà pel ponte del capello[437]; e
perciò, per rimedio al tuo pericolo, prendi queste sette fusa, questi
sette fichi e quest’alberello di miele, e queste sette paia di scarpe
di ferro, e cammina tanto, senza fermarti mai, finché le scarpe non si
consumeranno, e tu non vedrai al balcone di una casa sette femmine,
che staranno a filare dall’alto in basso, col filo ravvolto intorno ad
ossa di morti; e, allora, sai che devi fare? Stattene ben acquattata,
e, zitto zitto, quando il filo vien giú e tu levane l’osso e mettici il
fuso avuto da me, e, al posto della cocca, il fico. Quelle, tirandolo
in alto e sentendo il dolce, diranno: — A chi ha addolcito la mia
boccuzza, sia addolcita la sua venturuzza; — e, dopo queste parole,
l’una appresso dell’altra dirà: — O tu, che mi hai portato queste cose
dolci, làsciati vedere; — e tu risponderai: — Non voglio, ché mi mangi;
— e quelle diranno: — Non ti mangio, se Dio mi guardi il mestolo; — e
tu punta i piedi e sta dura; ed esse continueranno: — Non ti mangio, se
Dio mi guardi lo spiede; — e tu salda, come se ti facessi far la barba.
Ed esse replicheranno: — Io non ti mangio, se Dio mi guardi la granata;
— e tu non creder loro nulla. E se dicessero: — Non ti mangio, se il
Cielo mi guardi il pitale; — e tu chiudi la bocca e non bisbigliare,
perché ti farebbero evacuar la vita. In ultimo diranno: — Se Dio mi
guardi Tuoni-e-lampi, non ti mangio; — e allora va’ su e sta’ pur
sicura, ché non ti faranno male».

Avuta questa istruzione, Parmetella cominciò a camminare, per valli
e per monti, tanto che le scarpe di ferro in capo a sette anni si
consumarono. E, giunta a un gran casone, dov’era una terrazzina
sporgente, vide le sette femmine che filavano; e, adempiuto
esattamente quanto le aveva consigliato la fata, dopo molti spiamenti
e nascondimenti, in ultimo ottenne il giuramento di Tuoni-e-lampi, si
mostrò e salí. Ma, non appena quelle sette femmine l’ebbero davanti,
tutte insieme gridarono; «Ah, cagna traditora! Tu sei la causa che
nostro fratello sia stato sette anni in una grotta, lontano da noi,
in forma di uno schiavo. Ma non dubitare, ché, se con lo strapparci
il giuramento ci hai messo un sequestro alla gola, alla prima
occasione sconterai il nuovo ed il vecchio! Per ora, nasconditi dietro
quella madia; e, quando viene la madre nostra, la quale senz’altro
t’inghiottirebbe, tu le va’ dietro e afferrale le poppe, che porta
come bisacce dietro le spalle, e tira quanto puoi e non lasciarle mai,
finché non ti giura per Tuoni-e-lampi di non farti male».

Anche questo fu adempiuto punto per punto da Parmetella; e colei,
dopo aver giurato per la paletta del fuoco, per la pergoletta, per
l’attaccapanni[438], per l’aspo, per la rastrelliera, finalmente giurò
per Tuoni-e-lampi; e allora essa lasciò andare le poppe e si fece
vedere dall’orca. La quale le disse: «Me l’hai fatta! Ma solca diritto,
traditora, ché alla prima pioggia ti farò portare via dalla lava!»[439]

E, cercando coi fuscelli l’occasione di trangugiarsela, un giorno prese
dodici sacchi di legumi confusi e mescolati insieme, che erano ceci,
cicerchie, piselli, lenticchie, fagioli, fave, riso e lupini, e le
disse: «Tieni, traditora, prendi questi legumi e nettali in maniera che
ogni qualità stia separata dall’altra: ché se per stasera la cosa non è
fatta, io mi t’inghiotto come una zeppola di tre calli!».

La povera Parmetella, sedutasi a pié dei sacchi, piangeva: «Mamma mia
bella, oh quanto mi si è inceppato dentro il ceppo d’oro! Questa è
la volta che la mia causa sarà spedita! Per vedere una faccia nera
diventata bianca, questo cuore afflitto è diventato strofinacciolo!
Oimè, sono distrutta, sono andata, non c’è piú rimedio! Mi pare di
momento in momento di star giú nella golaccia di quell’orca fetida! Non
c’è chi mi aiuti, non c’è chi mi consigli, non c’è chi mi consoli!».

Mentre faceva questo piagnisteo, eccoti comparire Tuoni-e-lampi, il
quale aveva terminato l’esilio della maledizione che gli era caduta
addosso, e, benché stesse adirato con Parmetella, non poteva mutare
il sangue in acqua. E, vedendola fare questo funerale, le disse:
«Traditora, che cos’hai che piangi?». Ed essa gli raccontò il malo
trattamento della madre, e il fine che voleva conseguire di sventrarla
e mangiarsela. Tuoni-e-lampi le rispose: «Lévati, fa’ animo, ché non
sarà quel che temi»; e, al tempo stesso, spargendo tutti i legumi per
terra, fece piovere un diluvio di formiche, che subito li cominciarono
a scegliere e ad ammucchiare separatamente: tanto che Parmetella,
raccogliendo ogni qualità da parte, ne riempí i sacchi.

Tornata l’orca e trovato che l’opera commessa era stata eseguita,
stié per disperarsi: «Quel cane di Tuoni-e-lampi mi ha reso questo
bel servigio! Ma tu mi pagherai lo scapito! Prendi questi gusci di
fustaggine, che servono per dodici materassi, e fa’ che per questa sera
siano pieni di piume; altrimenti, ti scannerò».

La sciagurata prese quei gusci, e, sedutasi per terra, ricominciò il
lamento, martoriandosi tutta e facendo degli occhi due fontane; quando
comparve Tuoni-e-lampi. «Traditora, — le disse — non piangere: lascia
fare a me, che ti conduco al porto. Sciogli le chiome, stendi a terra i
gusci di materassi, e comincia a lacrimare e a gridare, che è morta il
Re degli uccelli; e vedrai che cosa accadrà».

Parmetella fece cosí; ed ecco un nugolo d’uccelli, che oscurava l’aria,
i quali, battendo le ali, facevano cadere a ciuffo a ciuffo[440] le
penne, tanto che, in minor termine di un’ora, i materassi furono pieni.
E, venuta l’orca e visto il fatto, si gonfiò di tale rabbia che crepava
pei fianchi. «Tuoni-e-lampi — gridò — mi ha preso a seccare! Ma ch’io
sia trascinata a coda di scimmia se non la colgo a un passo, dal quale
non potrà scappare!».

E disse a Parmetella: «Corri, precípitati a casa di mia sorella,
e dille che mi mandi gli strumenti musicali, perché ho sposato
Tuoni-e-lampi, e vogliamo fare un festino da re». E, per un’altra via,
mandò ad avvertire la sorella che, venendo la traditora a chiedere la
musica, l’ammazzasse subito e la cucinasse, perché sarebbe andata a
mangiarla in sua compagnia.

Parmetella, che si vide comandare servigi piú leggieri, si rallegrò
tutta, credendo che il tempo fosse cominciato a rabbonirsi. Oh, come
sono storti i giudizi umani! Ma, incontrato per istrada Tuoni-e-lampi,
questi, vedendola filare di buon passo, l’arrestò: «Dove sei avviata,
povera te! Non vedi che vai al macello e ti fabbrichi da te i ceppi,
aguzzi tu stessa il coltello, tu stessa stemperi il veleno? ché sei
mandata all’orca sorella perché ti mangi. Ma ascoltami e non dubitare:
prendi questo pane, questo fascio di fieno e questa pietra; e, quando
sarai arrivata a casa di mia zia, troverai un cane corso, che ti verrà
contro abbaiando per morderti; e tu dàgli questo pane, che gli turi la
gola; dopo il cane, troverai un cavallo scapolato, che ti si lancerà
contro per colpirti a calci e calpestarti, e tu gettagli questo fieno
e gli metterai le pastoie ai piedi; finalmente, troverai una porta che
sempre sbatte, e tu puntellala con questa pietra, ché le toglierai la
furia. Poi sali e troverai l’orca con una bambina in braccio, la quale
ha già acceso il forno per arrostirti; ed essa ti dirà: — Tienimi
questa creatura, ché vado su a prendere la musica; — ma sappi che,
invece, va ad affilarsi le zanne per sbranarti a pezzo a pezzo; e tu
getta la bambina nel forno senza pietà, ché è carne d’orca, e prendi
gl’istrumenti musicali, che stanno dietro la porta e svigna, prima che
ridiscenda l’orca; altrimenti, sei perduta. Ma avverti che stanno in
una scatola, che tu non devi aprire, se non vuoi guai e sopraguai».

Fece Parmetella tutto quanto le aveva consigliato l’innamorato; ma,
al ritorno, aperse la scatola, e subito vedesti volare di qua un
flauto, di là una cennamella, da una parte una sampogna, dall’altro
un chiuchiaro[441], che facevano per l’aria ogni sorta di suoni; e
Parmetella dietro a loro, graffiandosi la faccia. In questo, scese
l’orca e, non trovandola, s’affacciò alla finestra e gridò alla porta:
«Schiaccia la traditora!»; ma la porta rispose: «Non voglio far male
alla sventurata, che mi ha puntellata». E gridò al cavallo: «Calpesta
la malandrina!»; e il cavallo rispose: «Non voglio calpestarla, perché
m’ha dato il fieno a rosicchiare». E chiamò, infine, il cane: «Mordi la
vigliacca!», e il cane rispose: «Lasciala andare, poverella, che mi ha
dato il pane!».

Correva Parmetella, gridando dietro gli strumenti, quando scontrò
Tuoni-e-lampi, che le fece un gran rimbrotto: «O traditora! Non hai
ancora appreso a spese tue che, per cotesta maledetta curiosità, sei
nello stato in cui ti trovi?». E chiamò a fischio gli strumenti di
musica e tornò a serrarli nella scatola, e le disse di portarli alla
mamma.

Questa, quando la vide, esclamò a gran voce: «Oh sorte crudele! Anche
mia sorella mi è contraria, che non ha voluto darmi questo contento!».
Intanto, sopraggiunse la sposa novella, che era una peste, un canchero,
un’arpia, una mal’ombra, camusa, musuta, cisposa, sgangherata, tutta
impalata, che con cento fiori e frasconi pareva una taverna nuova
aperta. La suocera le dié un gran banchetto; e, poiché buttava fiele,
fece apparecchiare la mensa presso un pozzo, e intorno le sette figlie,
ciascuna con una torcia in mano, e Parmetella con due torce, seduta
sull’orlo, con disegno che, venendole sonno, farebbe il capitombolo in
fondo all’acqua.

Ora mentre i piatti andavano e venivano e il sangue cominciava a
scaldarsi, Tuoni-e-lampi, che stava come sposa malcontenta, disse a
Parmetella: «O traditore, mi vuoi bene?». Ed essa rispose: «Fin su
al comignolo!». E quegli replicò: «Se mi vuoi bene, dammi un bacio».
Ed essa: «Dio me ne scansi, lontano sia! Bella roba che hai accanto!
Dio te la mantenga di qui a cent’anni, con salute e figli maschi!».
E la sposa intervenne: «Ben si vede che sei una sciagurata, se anche
campassi cent’anni, che fai la schifiltosa a baciare un giovane cosí
bello; e io, per due castagne, mi lasciai baciare sulle due guance a
pizzicotti[442] da un pecoraio!». Lo sposo, che udí questa bella prova,
s’irritò e gonfiò come rospo e il mangiare gli restò in gola: tuttavia
fece della trippa cuore, e inghiottí la pillola col pensiero di far poi
i conti e saldare la partita.

Levate le tavole, mandò via la mamma e le sorelle, ed esso, la sposa e
Parmetella restarono insieme per andarsi a coricare; e, mentre egli si
faceva scalzare da Parmetella, disse alla sposa: «Moglie mia, hai visto
come questa ritrosa mi ha negato un bacio?». «Ha avuto torto — replicò
la sposa — a tirarsi indietro, essendo tu cosí bel giovane, quando io
per due castagne mi feci baciare da un guardapecore».

Non poté piú oltre frenarsi Tuoni-e-lampi e con lampi di sdegno e tuoni
di fatto, montatagli la mostarda al naso, mise mano a un coltello e
scannò la sposa, e, scavata una fossa nella cantina, la sotterrò; e
poi, abbracciata Parmetella, le disse: «Tu sei la gioia mia, tu sei il
fiore delle donne, lo specchio delle persone onorate; e perciò volgimi
gli occhi, dammi la mano, appressami la bocca, stringiti al mio cuore,
ché voglio esser tuo finché il mondo sarà mondo».

Cosí si coricarono e stettero in godimento, fintanto che il Sole levò i
cavalli di fuoco dalla stalla d’acqua e li cacciò a pascere pei campi
seminati dall’Aurora; quando, venuta l’orca con le uova fresche per
ristorare gli sposi e dire: «Beato chi si sposa e prende suocera!»,
trovò Parmetella abbracciata col figlio, e apprese come la cosa era
andata.

Corse allora difilato alla sorella per concertare il modo di levarsi
quel pruno dagli occhi suoi senza che il figlio vi s’opponesse; ma
trovò che quella, pel dolore della figlia arrostita nel forno, s’era
infornata anch’essa, talché il puzzo di bruciaticcio ammorbava tutto il
vicinato. La sua disperazione fu tale che da orca diventò montone, e
cozzò nei muri tante e tante volte che alfine vi schizzò le cervella. E
Tuoni-e-lampi, messa pace e amicizia tra le cognate e Parmetella, se ne
stette contento e lieto con la moglie, riconoscendo vero il motto che

    chi la dura la vince.




TRATTENIMENTO QUINTO

SOLE, LUNA E TALIA


  Talia, morta per una lisca di lino, è collocata in un palazzo, dove
  con un re, che vi càpita, genera due figli. Vengono essi tutti
  nelle mani della regina gelosa, che comanda che i figli sieno cotti
  e dati da mangiare al padre e Talia bruciata. Ma il cuoco salva i
  figli e Talia è liberata dal re, che fa gettare la moglie nel fuoco
  apparecchiato per quella.

Il caso delle orche avrebbe potuto indurre qualche brivido di
compassione; ma fu causa invece di compiacimento, rallegrandosi tutti
che le cose di Parmetella fossero riuscite meglio di come si pensavano.
Toccava ora a Popa di ragionare, ed essa, che stava già coi piedi alla
staffa, cosí disse:

È cosa sperimentata che, per lo piú, la crudeltà serve da boia a colui
stesso che l’esercita, né s’è visto mai che chi sputa in Cielo non
gli torni in faccia. E il rovescio di questa medaglia, l’innocenza, è
uno scudo di fico, sul quale si spezza o lascia la punta ogni spada
di malignità, per modo che, quando un pover’uomo si crede morto e
seppellito, allora si vede risuscitare in carne e ossa: come udirete
nel racconto che dalla botte della memoria, col succhiello di questa
lingua, sto per spillare[443].

C’era una volta un gran signore, il quale, essendogli nata una figlia,
a cui dié nome Talia, fece venire tutti i sapienti e gl’indovini del
suo regno perché le dicessero la ventura. Costoro, dopo varî consulti,
conclusero che essa era esposta a gran pericolo a causa di una lisca di
lino. E il re proibí che in casa sua entrasse mai lino o canapa o altra
roba simile, per evitare ogni cattivo incontro.

Ora, essendo Talia grandicella e stando alla finestra, vide passare
una vecchia che filava; e, poiché non aveva mai visto né conocchia né
fuso, piacendole assai quel danzare che il fuso faceva, fu presa da
curiosità e la fece venir su, e, tolta in mano la rocca, cominciò a
stendere il filo. Ma, per disgrazia, una lisca le entrò nell’unghia e
subito cadde a terra morta. La vecchia, a tanta disavventura, scappò
che ancora salta a precipizio per le scale; e lo sventurato padre, dopo
aver pagato con un barile di lacrime una secchia di asprinio, collocò
la morta Talia in quello stesso palazzo, che era in un bosco, seduta su
una sedia di velluto, sotto un baldacchino di broccato. Poi, serrate
le porte, abbandonò per sempre la casa, cagione di tanto suo male, per
cancellare in tutto e per tutto dalla memoria la sciagura sofferta.

Dopo qualche tempo, a un re, che andava a caccia per quei luoghi,
sfuggí un falcone e volò a una finestra di quella casa; né tornando al
richiamo, il re fece picchiare alla porta, credendo che la casa fosse
abitata. Ma, dopo aver bussato invano lunga pezza, il re, domandata una
scala da vendemmiatore, volle di persona scalare la casa e vedere che
cosa ci fosse dentro. Salito ed entrato, rimase stupito, non trovando
in nessun luogo persona vivente; e, in ultimo, giunse alla camera, dove
stava Talia come incantata.

Il re, credendo che dormisse, la chiamò. Ma, non ritornando quella in
sé, per quanto facesse e gridasse, e, intanto, essendosi egli acceso di
quelle bellezze, la portò di peso sopra un letto e ne colse i frutti
d’amore, e, lasciandola coricata, se ne tornò al suo regno, dove non si
ricordò piú per lungo tempo di quel caso.

Dopo nove mesi, Talia partorí una coppia di bambini, un maschio e una
femmina, due monili splendenti, che, governati da due fate, apparse in
quel palazzo, furono da esse posti alle mammelle della madre. E una
volta che i bambini, volendo succhiare, non riuscivano a trovare il
capezzolo, si misero in bocca proprio quel dito che era stato punto,
e tanto lo succhiarono che ne trassero fuori la lisca. Subito parve
che Talia si svegliasse da un gran sonno; e, vedutesi quelle due gioie
accanto, porse loro il petto e le tenne care quanto la vita. Ma non
sapeva rendersi conto di quel che le era accaduto, trovandosi sola sola
in quel palazzo e con due figli allato, e vedendosi portare quel che le
occorreva per mangiare senza scorgere persona alcuna.

Il re, un giorno, si ricordò dell’avventura con la bella dormente, e,
presa occasione da una nuova caccia in quei luoghi, venne a vederla. E,
avendola ritrovata desta e con quei due prodigi di bellezza, ne ebbe
un piacere da stordire. A Talia raccontò allora chi egli era e come
era andato il fatto; e fecero tra loro amicizia e lega grande, ed egli
rimase parecchi giorni in sua compagnia. Poi si accommiatò con promessa
di venirla a prendere e condurla al suo regno; e, intanto, tornato a
casa sua, nominava a ogni ora Talia e i figli. Se mangiava, aveva Talia
sulla bocca, e Sole e Luna (ché questi erano i nomi dei bambini); se si
coricava, chiamava l’una e gli altri.

La moglie del re, che già dall’indugiare il marito a caccia aveva avuto
qualche lampo di sospetto, a queste invocazioni di Talia, Luna e Sole
fu presa da altro calore che di sole; e perciò, chiamato il segretario,
gli disse: «Ascolta, figlio mio: tu stai tra Scilla e Cariddi[444], tra
lo stipite e la porta, tra la grata e la sbarra. Se tu mi dici di chi
mio marito è innamorato, ti fo ricco; e, se mi nascondi la verità, non
ti fo piú trovare né morto né vivo». E colui, da una parte sconvolto
dalla paura, dall’altra tirato dall’interesse, che è una fascia agli
occhi dell’onore, una benda della giustizia, uno sferracavallo della
fede, le disse pane pane e vino vino.

Allora la regina mandò lo stesso segretario in nome del re a Talia,
facendole dire che egli voleva rivedere i figli; ed essa, con grande
gioia, glieli inviò. Ma quel cuore di Medea, tosto che li ebbe tra le
mani, ordinò al cuoco di scannarli e farne diversi manicaretti e salse
per darli a mangiare al misero padre.

Il cuoco, che era tenerino di polmone, al vedere quei due aurei pomi
di bellezza, ne sentí pietà, e, affidatili alla moglie perché li
nascondesse, apparecchiò due capretti in cento varie pietanze. Quando
fu l’ora del desinare, la regina fece portare le vivande; e, mentre
il re mangiava di gran gusto, esclamando: «Com’è buono questo, per la
vita di Lanfusa!», o «Com’è saporito quest’altro, per l’anima di mio
nonno!», essa lo incoraggiava, dicendogli: «Mangia, ché mangi del tuo».

Il re, per due o tre volte, non fece attenzione a queste parole; ma
poi, udendo la musica che continuava, rispose: «So bene che mangio del
mio, perché tu non hai portato niente in questa casa». E, levatosi con
collera, se ne andò a una villa poco lontana per acquietarsi.

Non ancora sazia la regina di quanto credeva di aver fatto, mandò di
nuovo il segretario a chiamare la stessa Talia, col pretesto che il
re l’aspettava; ed essa venne immediatamente, desiderosa di trovare
la sua luce e non sapendo che l’attendeva il fuoco. Condotta innanzi
alla regina, costei, con un volto da Nerone, tutta inciprignita, le
disse: «Sii la benvenuta, madama Troccola! Tu sei quella fine stoffa,
quella buon’erba che ti godi mio marito? Tu sei quella cagna malvagia,
che mi fa stare con tante giravolte di capo? Va’, che sei giunta al
purgatorio, dove ti farò scontare il danno che mi hai fatto!».

Talia cominciò a scusarsi che la colpa non era sua e che il marito
aveva preso possessione dei suoi territori mentre essa era adoppiata.
Ma la regina non volle intendere scuse, e, fatto accendere in mezzo
allo stesso cortile del palazzo un gran fuoco, comandò che ve la
gettassero dentro.

La misera, che si vide perduta, inginocchiatasi dinanzi a lei, la
supplicò che le desse almeno tanto tempo da spogliarsi dei vestiti
che aveva addosso. E la regina, non tanto per misericordia verso la
sventurata quanto per risparmiare quegli abiti ricamati d’oro e di
perle, le disse: «Spògliati, ché mi contento».

Cominciò Talia a spogliarsi, e a ogni pezzo di vestito che si toglieva
dalla persona gettava uno strido; tanto che, essendosi già tolta la
roba, la gonna e il giubbone, quando fu a togliersi il sottanino,
gettò l’ultimo strido, mentre al tempo stesso la trascinavano a fare
la cenerata per l’acqua bollente da lavare le brache a Caronte. Ma, in
quel punto, accorse il re, che, visto lo spettacolo, volle sapere tutto
l’accaduto. E, avendo domandato dei figli, udí dalla stessa moglie,
che gli rinfacciava il tradimento usatole, come glieli avesse fatti
mangiare.

Il re si dié in preda alla disperazione. «Dunque, sono stato io stesso
— gridava — lupomannaro delle mie pecorelle? Oimè, e perché le vene mie
non conobbero la fontana del loro stesso sangue? Ah, turca rinnegata, e
quale ferocia è stata la tua? Va’, che tu raccoglierai i torsoli, e non
manderò cotesta faccia di tiranno al Colosseo per la penitenza!».

Cosí dicendo, ordinò che la regina fosse gettata nello stesso fuoco
acceso per Talia, e insieme con essa il segretario, che era stato
maniglia di questo tristo giuoco e tessitore della malvagia trama; e
voleva fare il medesimo del cuoco, che credeva avesse tritato con la
coltella i figli suoi. Ma questi gli si gettò ai piedi e gli disse:
«Veramente, signore, non ci vorrebbe altra piazza morta pel servigio
che ti ho reso che una calcara di bragia; non ci vorrebbe altro aiuto
di costa che un palo dietro; non ci vorrebbe altro trattenimento che di
storcermi e rattrappirmi nel fuoco[445]; non ci vorrebbe altro onore
che di veder mischiate le ceneri di un cuoco con quelle di una regina!
Ma non è questo il ringraziamento che attendo per averti salvato i
figli, a dispetto di quel fiele di cane, che voleva farli uccidere per
restituire al corpo tuo quello che era parte dello stesso corpo».

Il re, che udí queste parole, restò fuori di sé e gli pareva di
sognare, né poteva credere quello che le sue orecchie sentivano. Poi,
rivolto al cuoco, disse: «Se è vero che mi hai salvato i figli, sta’
pur sicuro che ti toglierò dal girare gli spiedi e ti porrò nella
cucina di questo petto a girare, come a te piacerà, le voglie mie,
dandoti premi tali che ti chiamerai felice al mondo».

Mentre il re diceva queste parole, la moglie del cuoco, che vide il
bisogno del marito, portò Luna e Sole dinanzi al padre, il quale,
giocando a tre con la moglie e i figli, faceva mulinello di baci or
con l’uno or con l’altro. E, data grossa mancia al cuoco e fattolo
gentiluomo suo di camera, si prese in moglie Talia, la quale godette
lunga vita col marito e i figli, conoscendo a tutta prova che

    quei ch’ha ventura, il bene
    anche dormendo, ottiene.




TRATTENIMENTO SESTO

LA SAPIA


  Sapia, figlia di una grande baronessa, fa diventare uomo accorto
  Carluccio, figlio del re, che non voleva intendere lettere;
  il quale, per uno schiaffo che gli dié Sapia, determinato a
  vendicarsi, se la prende per moglie; ma, dopo mille strazî, avutine
  senza saper nulla tre figli, si rappacia con lei.

Molto gioirono il principe e la principessa, quando videro giungere a
buon termine le cose di Talia, la quale non credevano mai che, colpita
da tante burrasche, trovasse porto; e, dato poi ordine a Ciulla di
sfoderare il suo racconto, questa cosí vi mise mano:

Di tre specie sono al mondo gl’ignoranti, che meriterebbero l’uno
piú dell’altro di esser posti in un forno: il primo, che non sa; il
secondo, che non vuol sapere[446]; il terzo, che pretende di sapere.
L’ignorante, del quale debbo parlarvi, è della seconda specie, il
quale, non volendo farsi entrare nel cervello il sapere, odia chi
glielo insegna, e, nuovo Nerone, cerca di chiudergli la via del pane.

C’era una volta un re di Castelchiuso, che aveva un figlio cosí duro di
testa che non c’era rimedio che volesse tenere a mente l’A B C D, e,
sempre che si parlasse di leggere e d’imparare, faceva cose di fuoco; e
non giovavano sgridate né bastonate né minacce a correggerlo, di modo
che il povero padre stava gonfio come rospo e non sapeva qual partito
prendere per svegliare l’ingegno di questo figlio sciagurato e non
lasciare il regno in mano ai Mammalucchi[447], conoscendo impossibile
la lega tra l’ignoranza e il dominio di un reame.

In quello stesso tempo, c’era la figlia della baronessa Cenza, che, per
il molto sapere al quale era pervenuta a tredici anni, s’era acquistata
il nome di «Sapia». Il re, a cui furono riferite le virtuose qualità di
lei, si determinò ad affidare il figlio suo alla baronessa, affinché
lo facesse istruire dalla figlia, pensando che con la compagnia e la
gara della giovinetta avrebbe profittato. E Sapia, infatti, appena fu
pervenuto in quella casa, cominciò a insegnargli la Santa Croce[448];
ma, vedendo che tutte le belle parole quegli se le gettava alle spalle,
e le buone ragioni gli entravano per un orecchio e dall’altro gli
uscivano, le scappò la pazienza e gli appiccò una ceffata.

Fu tanta l’impressione che di questo provò Carluccio (come si chiamava
il principe) che ciò che non aveva fatto per persuasione e carezze,
fece per vergogna e dispetto; e, in breve tempo, non solo seppe
leggere, ma andò tant’oltre nella grammatica, che ne apprese tutte le
regole; sicché il padre lo levò da quella casa e gli fece compiere gli
altri studî piú alti, in modo che divenne il piú istruito uomo del
regno.

Ma quello schiaffo, che Sapia gli aveva dato, egli, vegliando, lo
teneva sempre innanzi agli occhi; dormendo, se lo sognava: tanto
che fece pensiero o di morire o di vendicarsi. Venne Sapia, in
questo tempo, a età da marito; e il principe che aspettava, attento,
l’occasione di far le sue vendette, disse al padre: «Signor mio, io
confesso d’avere ricevuto l’essere da voi, e perciò vi porto obbligo
altissimo; ma a Sapia, che m’ha dato l’essere bene, mi conosco
altrettanto obbligato; e perciò, non trovando maniera bastevole a
pagarle tanto debito, se a voi non spiace, la vorrei per moglie,
assicurandovi che mettereste una quota[449] sulla persona mia».

Il re, udendo questa risoluzione del figlio, gli rispose: «Figlio mio,
quantunque Sapia non sia di quel casato che dovrebbe avere una moglie
per te, pure la virtú sua, posta in bilancia col sangue nostro, lo fa
tanto calare, che questo partito si può stringere. Dunque, tu contento
e io pagato». E cosí, chiamata la baronessa, si scrissero subito i
capitoli e si celebrò il matrimonio con festa conveniente a un signore
grande.

Carluccio chiese in grazia al re un appartamento separato per abitar
con la moglie; e il re, per contentarlo, gli fece fare un palazzo
bellissimo. Egli vi condusse Sapia e ve la restrinse in una camera,
dandole male da mangiare e peggio da bere, e, _quod peius_, non
pagandole il debito. La misera si vide la piú disperata donna del
mondo: non sapeva la causa di questo cattivo trattamento che le si
infliggeva, quando appena era entrata nella casa del marito.

Finalmente, il principe si recò a vedere Sapia nella camera che le
era prigione, e le domandò come stava. «Mettiti la mano sullo stomaco
— rispose Sapia, — e vedrai come posso stare. Eppure non t’ho fatto
cosa alcuna per la quale tu abbi ragione di trattarmi a questo modo,
come un cane. A qual fine chiedermi in moglie, se volevi tenermi come
una schiava?». Rispose il principe: «Non sai tu che chi fa l’offesa la
scrive nella polvere, e chi la riceve, la incide nel marmo? Ricòrdati
bene quel che mi facesti quando m’insegnavi a leggere; e sappi che non
per altro io ti ho voluta per moglie, che per dar la salsa alla vita
tua e vendicarmi dell’ingiuria ricevuta». «Dunque — replicò Sapia, —
raccolgo male per aver seminato bene? Se io ti detti quello schiaffo,
fu perché tu eri un asino, e per farti diventar savio. Tu sai che chi
ti vuol bene ti fa piangere e chi ti vuol male ti fa ridere».

Il principe, se prima stava corrucciato per il ceffone, ora montò in
furia, vedendosi rinfacciata l’ignoranza sua; tanto piú che, quando
pensava che Sapia si sarebbe chiamata in colpa, vide che, ardita come
un gallo, gli rispondeva da pari a pari. Perciò le volse le spalle e
se n’andò, lasciandola peggio di come l’aveva trovata. E alcuni giorni
dopo, tornato a vederla, la ritrovò nella stessa disposizione d’animo,
e se ne partí piú irrigidito di prima, risoluto di farla cuocere
nell’acqua sua come polpo e di castigarla con la mazza di bambagia.

Intanto, il re fece cessione dei beni della vita sulle colonne di
un letto funereo, e Carluccio, rimasto domino dominanzio di tutti
gli stati, volle andare a pigliarne possesso di persona, e, poste
in ordine cavalcate di gente d’armi e di cavalieri degne della sua
corona, con esse si mise in viaggio. La baronessa madre, che, saputa la
vita stentata della figlia, per riparare con previdenza allo sconcio
aveva fatto scavare un corridoio sotto al palazzo del principe, pel
quale soccorreva e ristorava la povera Sapia, alla notizia che si era
sparsa della prossima partenza del nuovo re, apparecchiò cocchi e
livree di grande sfoggio. Poi abbigliò la figliuola di tutto punto e
con una compagnia di dame per una via scorciatoia la fece precedere
il marito; sicché essa si trovò un giorno prima al luogo dove il re
doveva fermarsi e prese stanza in una casa di fronte al palazzo a lui
destinato. Stava tutta adorna alla finestra, quando il giovane re,
veduto quel fior fiore della pignatta delle Grazie, senza riconoscerla
per Sapia, se ne incapricciò, e tante industrie adoprò che infine
l’ebbe tra le braccia, e nel partire le lasciò per memoria del suo
amore un bel monile. Sapia, quando il re si fu allontanato, per girare
le altre parti del regno, se la svignò a casa sua, dove, a capo di nove
mesi, partorí un bel figlio maschio.

Al ritorno nella capitale, il re andò a vedere Sapia, credendo di
trovarla morta; ma la vide piú fresca che mai e piú che mai ostinata
a dirgli che, se essa lo segnò di cinque dita in faccia, fu per farlo
savio da asino che era. Onde il re arse nuovamente di sdegno e la
lasciò stare.

Ma, poiché dové riprendere il viaggio per altre visite a luoghi del
suo regno, Sapia, aiutata dal consiglio della madre, ripeté l’inganno
e, godutosi il marito, ne ebbe un ricco gioiello pel capo e un altro
figlio, che, a suo tempo, portò alla luce. E lo ripeté ancora una terza
volta, e ne ebbe una grossa catena d’oro e di pietre preziose, e una
figlia femmina.

Quando, finalmente, il re fece ritorno, apprese che Sapia era morta,
ché, infatti, la baronessa le aveva dato un sonnifero e fattala
seppellire come morta e poi destramente ritoltala dal sepolcro e
nascosta nella casa sua. Egli trattò allora nozze con una persona di
grande casata, e condusse la nuova sposa al palazzo reale. Ma, nel
meglio della strepitosa festa che si celebrava per quell’avvenimento,
comparve Sapia nella sala, coi tre figlioletti ch’erano tre gioielli,
e, gittatasi ai piedi del re, gli chiese giustizia che non privasse
della corona quei giovinetti, che erano sangue suo.

Il re stette per un pezzo come uomo che sogna. Ma, infine, scorgendo
che il sapere di Sapia arrivava alle stelle, e veduto presentarglisi,
quando meno se l’aspettava, tre sostegni della sua vecchiezza, gli
s’intenerí il cuore. Quella signora, che aveva fatta venire, la dié
in moglie a suo fratello con un grosso stato, ed esso si prese Sapia,
facendo conoscere cosí alle genti del mondo, che

    il saggio piega a sé anche le stelle.




TRATTENIMENTO SETTIMO

I CINQUE FIGLI


  Pacione manda cinque figli maschi pel mondo a imparare qualche
  arte, e tutti gli tornano con qualche virtú, e insieme vanno a
  liberare la figlia di un re, rapita da un orco. Ma, contrastando,
  dopo varî casi, chi avesse fatto la migliore prova da meritare
  colei per moglie, il re la dà al padre, come al tronco di tutti
  quei rami.

Finito il racconto di Lucia e toccando a Ciulla di parlare, essa si
acconciò ben bene sulla sedia, e, dato con bella grazia uno sguardo
attorno, disse cosí:

È gran cervello di gatto chi si sta a covar la cenere: chi non cammina,
non vede; chi non vede, non sa; chi va girando, diventa esperto; la
pratica fa il medico e l’uscire dal suo pagliericcio fa l’uomo sveglio:
come vi mostrerò al cimento reale del racconto che segue:

C’era una volta un gran dabbene uomo, chiamato Pacione, che aveva
cinque figli cosí dappoco che non erano buoni a nulla. Il povero
padre, non potendo piú mantenerli a sue spese, si risolse un giorno a
levarseli dattorno, e disse loro: «Figli miei, Dio sa se io vi voglio
bene, ché, infine, siete usciti dalle mie reni! Ma io sono vecchio e
poco posso lavorare; voi, giovani, che mangiate troppo, né io vi posso
piú nutrire come facevo prima. Perciò andate a cercarvi padrone e ad
apprendere qualche esercizio; ma avvertite a non impegnarvi per oltre
un anno, e, passato questo termine, vi aspetto a casa, arricchiti di
qualche virtú».

I figli, udita questa risoluzione, presero commiato, e, portati quattro
stracci da mutarsi, ciascuno andò per la sua strada, cercando ventura.
In capo all’anno, secondo l’appuntamento, si ritrovarono tutti alla
casa paterna, dove furono ricevuti con grandi carezze, e, poiché erano
stracchi e svigoriti, il padre li fece sedere a mangiare.

Nel meglio del mangiare, si udí cantare un uccello, e il figlio piú
piccolo si levò di tavola e andò fuori ad ascoltare; e, quando fu
tornato e venne levata la tovaglia, Pacione cominciò a interrogare i
figli: «Orbene, consolate un po’ il mio cuore, e sentiamo quale bella
virtú avete in questo tempo imparata».

Luccio, ch’era diventato il principe dei ladri, rispose: «Ho imparato
l’arte di sgraffignare, e son ormai il protoquanquero dei furbi, il
capomastro dei rubatori, il quarto dell’arte dei marranchini, e non
trovo il pari di me, che con destrezza so accimare e tirare ferraiuoli,
avvolgere e portar via bucati, frugare e alleggerire saccocce,
rassettare e nettare botteghe, scuotere e strappare borsellini,
scoperchiare e vuotare casse, che, dovunque arrivo, fo vedere miracoli
a menare il rampino».

«Bravo, per mia fé — rispose il padre: — tu hai appreso in carte di
mercante a far cambio di contrappunti di vita con ricevute di spalle,
voltate di chiavi con gettate di remi, scalate di finestre con calate
di funi. Misero me, ché meglio t’avessi insegnato a girare un filatoio
che non avrei il filatoio in corpo, parendomi d’ora in ora di vederti
in mezzo alla corte con un coppetto di carta[450] o, scoperto rame,
messo a un remo, o, se scappi a questo, vederti, infine, dar la volta
con una corda».

Ciò detto, si rivolse a Tittillo, ch’era il secondo figlio, e gli
disse: «E tu, quale bella arte hai imparata?».

«A fare barche», rispose il figlio.

«Meno male — disse il padre, — perché questa è arte onorata, e puoi
camparvi la vita. E tu, Renzone, che sai fare a capo di tanto tempo?».

«So — disse il figlio — tirare cosí bene di balestra che cavo l’occhio
a un gallo».

«È pure qualcosa — disse il padre, — perché puoi vivacchiare con la
caccia e procacciarti il pane». E rivoltosi al quarto, gli fece la
stessa domanda.

«So conoscere — disse Iacuoco — un’erba che risuscita i morti».

«Bravo, per la vita di Lanfusa! — esclamò Pacione. — Questa è la
volta che ci toglieremo la miseria e faremo campare la gente piú del
Verlascio di Capua»[451].

E, domandato all’ultimo figlio, Menicuccio, che cosa sapesse fare,
questi disse:

«Io so intendere il linguaggio degli uccelli».

«Non senza che — osservò il padre, — mentre stavamo a tavola, ti
levasti per sentire il cinguettare di quel passero. Ma, poiché ti
vanti di comprendere quello che essi dicono, di’ su, che cosa diceva
quell’uccello che stava sull’albero?».

«Raccontava — rispose Menicuccio — che un orco ha rubato la figlia
del re d’Altogolfo e se l’ha portata a uno scoglio, e non si può aver
notizia alcuna di lei, e il padre ha fatto gittare un bando, che chi la
trova e gliela riconduce, l’avrà per moglie».

«Se è questo, siamo ricchi — intervenne Luccio, — perché mi basta
l’animo di toglierla dalle granfie dell’orco».

«Se ti confidi di farlo — soggiunse il vecchio, — andiamo
immediatamente dal re, e, pur che ci dia la parola di attenere la
promessa, offriamogli di ritrovargli la figlia».

Con questo accordo fra tutti, Tittillo fabbricò subito una bella barca;
nella quale salirono e fecero vela per la Sardegna, dove, ottenuta
udienza dal re e offertogli di ricuperare la figlia Cianna, ebbero
nuova conferma della promessa del bando.

Passarono allora allo scoglio, e vi trovarono per buona fortuna l’orco
che dormiva al sole, avendo in grembo, appoggiata con la testa, la
figlia del re. Essa, come vide appressarsi la barca, volle alzarsi
per la gioia; ma Pacione le fe’ cenno di star zitta, e, posto un gran
pietrone in grembo all’orco, fecero levare Cianna, la trassero nella
barca e cominciarono a dar dei remi nell’acqua.

Non s’erano ancora troppo discostati dal lido, quando l’orco si
svegliò, e, non trovandosi vicino Cianna, abbassò gli occhi alla marina
e scorse la barca che la portava via. Subito si trasformò in una
nuvola nera, correndo per l’aria per raggiungere la barca; e Cianna,
che sapeva le sue arti, conobbe che veniva ravvolto nella nuvola, e
fu tanta la paura che la scosse, che appena poté avvisare Pacione e
i figli e morí di batticuore. Renzone, all’avvicinarsi della nuvola,
afferrata la balestra, accecò diritto gli occhi dell’orco, che per lo
spasimo cadde di tonfo nel mare; ma, dopo essere stato tutto intento,
con le pupille volte alla nuvola, nel riportare lo sguardo nella barca
per vedere che cosa era accaduto di Cianna, la trovò coi piedi stesi,
uscita fuori dal trucco della vita.

Si strappò la barba Pacione, esclamando: «Ecco perduto l’onore e il
sonno; ecco gettate le fatiche al vento e le speranze al mare; perché
questa è andata a pascere per farci morir di fame; questa ha detto: —
Buona notte! — per farci avere il cattivo giorno; questa ha rotto il
filo vitale per fare rompere a noi il filaccione[452] delle speranze
nostre! Ben si vede che disegno di pover’uomo non riesce; ben si prova
che chi nasce sventurato, muore disperato! Eccoti liberata la figlia
del re; eccoti tornato in Sardegna, eccoti la moglie promessa in
premio; ecco le feste bandite; eccoti lo scettro, eccoti battuto col
deretano sulla nuda terra!».

Iacuoco stette ad ascoltare questo piagnisteo, e in ultimo, vedendo
che la canzone durava troppo e che andava sul liuto del dolore
contrappuntando fino alla rosa, gli disse: «Piano, messere, che noi
vogliamo andare in Sardegna e star piú felici e consolati di quel che
tu credi».

«Tale consolazione possa avere il Gran Turco! — rispose Pacione, — ché,
quando noi porteremo questo cadavere al padre, ben ce ne farà sborsare,
ma non di danari, e dove la gente muore col riso sardonico, moriremo
noi col pianto sardonico».

«Zitto! — replicò Iacuoco: — e dove hai mandato a pascolare il
cervello? Non ti ricordi l’arte che ho imparata io? Sbarchiamo,
e lasciami cercar l’erba che ho in mente, e vedrai altro che
cianciafruscole».

Il padre, a queste parole, riprendendo fiato, l’abbracciò, e, strappato
com’era dal desiderio, dava strappate al remo, tanto che in poco
tempo arrivarono alla marina di Sardegna. Ivi Iacuoco discese e trovò
quel che cercava; e, tornato di corsa alla barca, spremette il succo
dell’erba in bocca a Cianna, che subito come ranocchia ch’è stata nella
Grotta del cane e poi è gettata nel lago d’Agnano[453], ridiventò viva.

Cosí, allegramente, si presentarono al re con la figliuola salvata, e
il re non si saziò di abbracciarla e baciarla e di ringraziare quella
brava gente che gliel’aveva ricuperata. E, facendo quelli istanza pel
soddisfacimento della promessa, disse il re: «Sí, ma a quale di voi
debbo dare Cianna? Questo non è migliaccio, che si possa tagliare a
fette. Perciò è giuocoforza che a uno tocchi la fava della torta, e gli
altri si spassino con lo stecchino».

Rispose il primo dei fratelli, che era sagace: «Signore, il premio deve
darsi secondo la fatica compiuta. Vedete voi chi di noi piú merita
questo bel boccone, e poi fate la giustizia che vi conviene».

«Tu parli da Orlando! — rispose il re. — Dunque, raccontate quello che
avete fatto acciocché io non vegga storto per giudicare diritto».

Contate che ebbero ciascuno le prove sue, il re si volse a Pacione e
gli domandò: «E tu, che hai fatto in questa faccenda?».

«Mi pare di avervi fatto assai — replicò Pacione, — perché ho fatto
uomini questi figli miei, e, a forza di sproni, ho fatto loro
apprendere le arti che ora sanno; altrimenti, sarebbero tanti cestoni,
laddove paiono ora frutti cosí belli!».

Il re, udita l’una parte e l’altra, masticate e ruminate le ragioni
di questo e di quello, e visto e considerato quel che andava giusto,
sentenziò che Cianna fosse data a Pacione, come origine prima della
salvezza della figliuola.

E cosí disse e cosí fu fatto, e, avuti i figli un mucchio di tornesi
che li mettessero a guadagno, il padre, per la grande gioia, ridiventò
come giovinetto di quindici anni, e gli si adattò a pelo il proverbio,
che

    tra i due litiganti il terzo gode.




TRATTENIMENTO OTTAVO

NINNILLO E NENNELLA


  Iannuccio ha due figli dalla prima moglie i quali, essendosi
  esso riammogliato, sono odiati dalla matrigna, ed è costretto
  a lasciarli in un bosco. Sperduti e separati l’uno dall’altro,
  Ninnillo diventa caro cortigiano di un principe; e Nennella,
  naufragando, è ingoiata da un pesce fatato; ma, gettata poi sopra
  uno scoglio e riconosciuta dal fratello, è dal principe riccamente
  maritata.

Fermata la carriera Ciulla, si accinse a correre il palio Paola, e,
dopo avere spurgato la voce con un bel raschio e pulitosi il naso con
un moccichino nuovo di lino, cosí dié principio[454]:

Misero quell’uomo che, avendo figli, spera di dar loro governo col
regalarli di una matrigna, perché questa porta in casa la macchina
delle rovine loro, non essendosi mai avuta matrigna che mirasse di
buon occhio la razza d’altri; e se pure se n’è trovata qualcuna per
disgrazia, si può mettere lo stecco nel buco e dire che sia stata corvo
bianco. Io, fra tante che avete udito mentovare, vi parlerò d’una, che
si può mettere nel catalogo delle matrigne senza coscienza; e voi la
stimerete degna della pena, che si comprò a danari contanti.

C’era una volta un padre chiamato Iannuccio, che aveva due figli,
Ninnillo e Nennella, ai quali voleva bene quanto alle sue pupille. Ma,
avendo la morte con la lima sorda spezzato le inferriate del carcere
dell’anima della moglie, egli si prese una brutta strega, che era un
pescecane maledetto[455]; la quale, tosto che ebbe messo piede nella
casa del marito, cominciò ad essere cavallo di una stalla[456] e a
dire: «Sono venuta, dunque, a spidocchiare i figli di un’altra! Questo
mi mancava che mi prendessi tale impiccio e mi vedessi attorno due
rompimenti di stinchi! Oh, che mi fossi rotto l’osso del collo prima di
venire a quest’inferno per mangiar male e dormir peggio col fastidio
di queste zecche![457]. Non è vita da soffrire! Sono venuta per moglie
e non per serva. Bisogna che prenda il mio partito e trovi recapito a
queste pittime, o trovi recapito per me stessa. È meglio arrossire una
volta che impallidire cento volte. Ora c’imparentiamo per sempre! Sono
risoluta o di vederne il costrutto o di rompere in tutto e per tutto».

Il povero marito, che aveva posto un po’ d’affetto a questa femmina,
le disse: «Senza collera, moglie mia, ché lo zucchero costa caro!
Domattina, prima che canti il gallo, ti leverò questo fastidio
dattorno, per tenerti contenta».

Cosí la mattina dopo, innanzi che l’Alba spandesse la coperta di
Spagna rossa per scuotere le pulci alla finestra d’oriente, esso,
presi per mano i due figli, infilzato al braccio un buon paniere di
cose da mangiare, li condusse in un bosco, dove un esercito di pioppi
e di faggi stringevano d’assedio le Ombre. Colà giunto, Iannuccio
disse: «Bambini miei, statevene qui; mangiate e bevete allegramente
e, se qualcosa vi mancherà, vedete questa striscia di cenere che vado
seminando? Questa sarà il filo che, cavandovi dal labirinto, vi porterà
passo passo a casa vostra». E, dato un bacio all’una e all’altro, se ne
tornò piangendo a casa.

Ma nell’ora in cui tutti gli animali, citati dagli sbirri della Notte,
pagano alla natura il censo del necessario riposo, i due fanciulli, per
la paura di stare in quel luogo deserto, dove le acque di un fiume,
percotendo, per castigarle, le pietre impertinenti, avrebbero fatto
sbigottire un Rodomonte, s’avviarono pian piano per quella straduccia
di cenere, ed era già mezzanotte quando adagino adagino giunsero a casa.

Al vederli, Pascozza, la matrigna, fece cose non da femmina ma da furia
infernale, levando le strida al cielo, battendo mani e piedi, sbuffando
come cavallo che s’è adombrato, dicendo: «Che bella cosa è questa?
Donde sono rispuntati questi mocciosi fastidiosi? È possibile che non
ci sia argento vivo che valga a scrostarli da questa casa? È possibile
che tu me li voglia tenere dattorno proprio per rovello al mio cuore?
Va’, levameli sul momento dagli occhi, ché non voglio aspettare musica
di galli e lamenti di galline. Se no, ti puoi stuzzicare i denti ch’io
dorma mai piú con te; e domattina me la filo a casa dei parenti miei:
ché tu non mi meriti! Non ti ho portato in casa tanti bei mobili per
vederli scacazzati dal puzzo dei deretani altrui; né ti ho dato cosí
buona dote per vedermi schiava di figli, che non sono miei».

Lo sventurato Iannuccio, che vide la barca male avviata e la cosa
andar troppo nel caldo, si prese sull’istante i bambini, e, tornato
nel bosco, e, dato loro un altro panierino di cosette da mangiare,
disse: «Voi vedete, figli miei, quanto vi ha in uggia quella cagna di
mia moglie, venuta alla casa mia per la rovina vostra e per chiodo di
questo cuore. Perciò restatevene in questo bosco, dove gli alberi, piú
pietosi di lei, vi faranno tetto contro il sole; dove il fiume, piú
caritatevole, vi darà da bere senza veleno; e la terra, piú cortese,
vi offrirà sacconi d’erba senza pericoli. E, quando vi mancherà da
mangiare, vedete la viuzza di crusca che io vi fo, diritta diritta, e
voi potrete venire a domandare soccorso». Cosí detto, torse il viso
dall’altra parte per non farsi vedere a piangere e toglier animo ai
poveri piccini.

Quando ebbero consumato il contenuto del panierino, i due bambini
vollero tornare a casa; ma un asino, figlio della mala ventura, s’era
leccata la crusca sparsa per terra, ed essi sbagliarono strada,
tanto che andarono per un paio di giorni errando per entro il bosco,
pascendosi di ghiande e castagne che raccattavano da terra. Ma, poiché
il Cielo stende sempre la sua mano sugl’innocenti, capitò a caccia,
in quel bosco, un principe; e Ninnillo, sentendo l’abbaiar dei cani,
ebbe tanta paura che si gettò nel cavo di un albero, e Nennella prese
tale fuga che si trovò a una marina. Qui erano sbarcati certi corsari
per far legna, e il capo loro se la portò a casa, dove la moglie, alla
quale era testé morta una figlia, la tenne in luogo di questa.

Ninnillo intanto, rannicchiato in quella corteccia d’albero, fu
attorniato dai cani, che facevano abbaiate da stordire; sicché il
principe volle vedere che cosa fosse, e, trovato quel bel bambino,
che non seppe dire come si chiamavano il padre e la madre tanto era
piccolo, lo aggiustò sul cavallo di un cacciatore e lo portò con sé. E
con grande cura fece allevarlo nel suo palazzo e insegnargli le virtù,
e, tra le altre, l’arte dello scalco, che non passarono tre o quattro
anni, ed egli vi divenne cosí bravo, che spartiva a capello.

In questo tempo, essendosi scoperto che il corsaro, presso cui si
trovava Nennella, era ladrone di mare, vollero metterlo in prigione;
ma esso, che aveva amici gli scrivani[458] e li teneva a stipendio,
se la svignò con tutti i suoi. E forse fu giustizia del Cielo che,
avendo egli commesso i suoi imbrogli sul mare, sul mare ne pagasse la
pena; sicché, imbarcatosi sopra una barca sottile[459] nel mezzo del
mare gli venne tale raffica di vento e furia di onde che il legnetto
si capovolse e tutti affogarono. Solo Nennella, che non aveva, come
la moglie e i figli del corsaro, colpa in quei ladrocinî, scampò dal
pericolo; e, nel momento che gli altri cadevano nell’acqua, si trovò
presso la barca un pesce fatato, il quale, aprendo un abisso di gola,
se la inghiottí.

E, quando la giovinetta credette di aver terminato i giorni suoi,
proprio allora ammirò cose da trasecolare nel ventre di quel pesce.
C’erano colà campagne bellissime, giardini magnifici, e una casa da
signore con tutti gli agi, dove Nennella fu trattata da principessa.

Ora accadde che quel pesce la portasse di peso a uno scoglio, dove,
essendo la maggiore afa dell’estate e la piú ardente fornace, il
principe era venuto a prendere il fresco. E, mentre si preparava
un gran banchetto, Ninnillo s’era posto a un verone del palazzo,
che sorgeva su quello scoglio, ad affilare certi coltelli, assai
dilettandosi dell’ufficio suo per farsi onore.

Nennella lo vide e lo conobbe dal fondo delle fauci aperte del pesce, e
subito mosse una voce di lamento:

    Fratello, mio fratello!
    Affilato è già il coltello,
    già la mensa è preparata,
    e gran gioia a tutti è data:
    solo a me la vita incresce,
    senza te, qui in gola al pesce!

Sulle prime, Ninnillo non fece attenzione a queste parole; ma il
principe, che stava a un altro balcone, vide il pesce e udí un’altra
volta le stesse parole, e fu preso da meraviglia. Inviò, dunque, una
mano di servitori per vedere se in qualche modo potessero gabbare il
pesce e tirarlo a terra; ma poiché, intanto, sempre si udiva replicare
quel «Fratello, mio fratello!», domandò uno per uno a tutte le genti
se qualcuno avesse perduto la sorella. Rispose Ninnillo, che in quel
momento si andava ricordando della cosa come in sogno: che, quando si
trovava nel bosco, aveva con sé una sorella, della quale non aveva
saputo piú nulla.

Il principe gli disse di accostarsi al pesce e vedere che cosa fosse,
perché tale ventura, forse, toccava a lui. E, al suo appressarsi,
il pesce posò la testa sullo scoglio, e, spalancando sei canne di
fauci, lasciò uscire Nennella, che parve appunto lo spettacolo di un
intermezzo, nel quale una Ninfa, per incanto di un mago, esce da un
animale.

Al principe, che la interrogava, Nennella accennò qualche parte dei
travagli suoi e dell’odio della matrigna; ma né essa né il fratello
sapevano ricordarsi il nome del padre né il luogo dov’era la loro casa.
Onde fu gettato un bando che chi avesse perduto in un bosco due figli,
Ninnillo e Nennella, andasse al palazzo reale e ne avrebbe avuta buona
nuova.

Iannuccio, che stava sempre triste e sconsolato, perché credeva che i
figli fossero stati divorati dai lupi, corse giubilando al principe
a dirgli che esso proprio aveva smarrito i fanciulli. E, avendo
raccontato la storia di come fosse stato sforzato a portarli nel
bosco, il principe gli somministrò una grande intemerata, chiamandolo
scioccone bestione, che s’era fatto mettere i piedi sul collo da una
femmina, riducendosi a mandare all’avventura due gioielli, com’erano
i suoi figli. Ma, dopo che gli ebbe rotto il capo con queste parole,
vi mise l’empiastro della consolazione, mostrandogli i figli che
egli non si saziò di abbracciare e baciare per piú di mezz’ora; e il
principe, fattogli levare di dosso il rozzo gabbano, lo fece rivestire
da gentiluomo. Chiamò poi la moglie di Iannuccio e le additò quelle
due foglie d’oro, domandandole: «Che cosa meriterebbe chi loro facesse
male e li mettesse a rischio di morte?». Colei rispose: «Per me, lo
metterei chiuso in una botte e lo rotolerei dall’alto di una montagna».
«Ecco che hai quello che chiedi: la capra ha rivolto le corna contro se
stessa. Orsù, poiché tu hai scritto la sentenza, e tu la paga; tu che
hai portato tant’odio a cotesti belli tuoi figliastri». E dié ordine
che si eseguisse la sentenza ch’essa medesima aveva pronunziata.

Nel tempo stesso trovò un ricco gentiluomo suo vassallo, e lo dié per
sposo a Nennella, e la figlia di un altro signore pari a questo, e la
dié per moglie al fratello; e all’uno e all’altra entrate bastevoli
per vivere essi e il padre, senz’aver bisogno di alcuno al mondo. La
matrigna, intanto, fasciata da una botte, sfasciò la propria vita,
gridando sempre pel buco finché le restò fiato:

    Tarda il castigo, ma non ti fidare!
    Viene una volta e tutte fa pagare!




TRATTENIMENTO NONO

I TRE CEDRI


  Cenzullo non vuol prender moglie; ma poi, tagliatosi un dito sopra
  una ricotta, ne desidera una di colorito bianco e rosso come quello
  del sangue sul latte. Per cercarla, va pellegrino pel mondo, e
  all’isola delle tre fate gli sono dati tre cedri, e dal taglio di
  uno di essi acquista una bella fata, conforme al suo cuore; la
  quale essendo stata uccisa da una schiava, egli prende in moglie la
  nera invece della bianca. Ma si scopre il tradimento, la schiava è
  fatta morire, e la fata rivive e diventa regina.

Non si può dire quanto gusto desse a tutto l’uditorio il racconto di
Paola; ma, dovendo continuare Ciommetella e avutone cenno, parlò cosí:

Bene veramente sentenziò quell’uomo sapiente: «Non dire quanto sai,
né fare quanto puoi»; perché l’una e l’altra cosa porta pericolo che
non si conosce, e rovina che non si aspetta; come udirete di una certa
schiava (parlando con riverenza della signora principessa nostra),
la quale, per fare tutto il danno possibile a una povera giovane, ne
trasse tal profitto che venne a farsi essa medesima giudice del fallo
suo e si dié da se stessa la sentenza della pena che meritava.

Aveva il re di Torrelunga un figlio maschio, che era il suo occhio
diritto, nel quale aveva posto le fondamenta di ogni speranza, né
vedeva l’ora di trovargli qualche buon partito e sentirsi chiamare col
nome di nonno. Ma questo principe era cosí fuori di tali pensieri e
cosí selvatico che, quando gli si parlava di moglie, scoteva la testa
e lo sentivi lontano cento miglia; cosicché il povero padre, che lo
vedeva ritroso e ostinato, e in pericolo perciò la discendenza sua,
stava piú dispettoso e amareggiato di una cortigiana che ha perso
il cliente, di un mercante a cui è fallito il corrispondente, di un
contadino a cui è morto l’asino. Non movevano il figlio le lacrime
del padre, non lo ammollivano le preghiere dei vassalli, non lo
inducevano a cedere i consigli degli uomini dabbene, che gli mettevano
avanti agli occhi il desiderio di chi lo aveva generato, il bisogno
dei popoli, l’interesse di se medesimo, che faceva punto finale alla
linea del sangue regio. Egli, con un perfidiare incrollabile[460], con
un’ostinazione di mula vecchia, con una pelle grossa quattro dita nelle
parti sottili, aveva puntato i piedi, tappato gli orecchi e saldato il
cuore; e invano si sarebbe suonato all’armi, ché non rispondeva.

Ma, poiché suole accadere piú in un’ora che in cento anni e non puoi
mai dire: «Per questa via non passerò», accadde che un giorno, che
tutti insieme si trovavano a tavola, volendo il principe tagliare per
mezzo una ricotta, mentre stava a guardare le gracchie che volavano, si
fece per disgrazia un intacco al dito, in modo che, cadendo due stille
di sangue sulla ricotta, ne venne una mischianza di colore cosí bella
e graziosa che, o fosse castigo d’Amore, che l’attendeva al varco, o
volontà del Cielo per consolare quell’uomo dabbene del padre, che non
era tanto molestato dalla polledra domestica quanto era tormentato da
questo polledro selvatico, gli venne capriccio di possedere una femmina
cosí bianca e rossa come quella ricotta tinta del sangue suo. Onde
disse al padre: «Messere mio, se non ho una sposa di questo colore,
sono distrutto! Non mai femmina mi andò a sangue e ora ne desidero una
simile al sangue mio. Perciò, se mi vuoi vivo e sano, risolviti a darmi
agio di andare pel mondo in cerca di una bellezza che si raffronti a
pelo con questa ricotta. Altrimenti, finirò il corso e me ne andrò tra
le ombre».

Al re, nel sentire questa bestiale risoluzione, cascò addosso la casa;
e, restando interdetto, e passando dal rosso al pallido e da questo
a quello, rispose: «Figlio mio, viscere di quest’anima, pupilla di
questo cuore, stampella della mia vecchiezza, quale capogiro ti ha
preso? Sei uscito di senno? Hai perduto il cervello? O asso o sei! Non
volevi moglie per togliermi l’erede, e ora te n’è venuta voglia per
cacciarmi da questo mondo. Dove, dove vuoi andare vagabondo e senza
aiuti, consumando la vita, e come vuoi lasciare la casa tua, fiato tuo,
focolaretto tuo, scoreggina tua? Non sai a quanti travagli e a quanti
pericoli si mette chi viaggia? Lascia passare la bizza, figlio mio,
e torna in te. Non voler vedere questa vita subissata, questa casa
ruinata, questo stato in perdizione!».

Senonché queste e altrettali parole da un orecchio gli entravano e
da un altro gli uscivano; ed erano tutte gettate al mare. Tanto che
l’afflitto re, vedendo che il figlio era una cornacchia di campanile,
gli dette un gruzzolo di scudi e due o tre servitori, e gli accordò
licenza di andare. Ma si sentí strappare l’anima dal petto, e,
affacciatosi a un verone, piangendo a dirotto, lo seguí con gli occhi
fintanto che non lo perse di vista.

Il principe prese a trottare per campagne e per boschi, per monti e per
valli, per pianure e per pendii, vedendo varî paesi, trattando genti
diverse, e sempre con gli occhi aperti a cercare se mai trovasse il
bersaglio del desiderio suo. A capo di quattro mesi arrivò a una marina
di Francia, dove, lasciati i servitori a uno spedale con un’emicrania
ai piedi, s’imbarcò solo su un liuto[461] genovese, e, veleggiando
verso lo stretto di Gibilterra, colà prese un vascello piú grosso e
passò alle Indie, cercando sempre di regno in regno, di provincia in
provincia, di terra in terra, di strada in strada, di casa in casa,
di tugurio in tugurio, se gli avvenisse d’incontrare l’originale
spiccicato della bella immagine che portava dipinta nel cuore.

Dopo gran viaggiare, arrivò all’isola delle orche, dove, gettata
l’àncora e smontato a terra, trovò una femmina vecchia vecchia, secca
secca e con la faccia brutta brutta, alla quale raccontò la cagione
che l’aveva trascinato a quei paesi. La vecchia stupí al bel capriccio
e alla ghiribizzosa chimera del principe, e ai travagli e rischi
passati per soddisfarla, e gli disse: «Figlio mio, sgombra, ché se ti
scorgono[462] tre figli miei, che sono il macello delle carni umane,
non ti stimo tre calli, giacché, mezzo vivo e mezzo arrosto, ti sarà
cataletto una padella e sepoltura un ventre. Ma usa il passo della
lepre, ché non andrai troppo innanzi e troverai la tua fortuna».

Ciò udito, il principe, sconvolto, agghiacciato, spaventato e
sbigottito, si mise la via tra le gambe, e senza nemmeno dire: «Fo
riverenza», si dié ad alzare i tacchi, finché giunse a un altro paese,
dove trovò un’altra vecchia, piú brutta della prima, alla quale,
raccontato da cima in fondo il caso suo, anche quella gli disse:
«Squaglia presto di qua, se non vuoi servir di merenda alle orchette,
mie figliuole; ma corri, ché ti si fa notte! Un po’ piú innanzi
troverai la fortuna tua».

Il principe dié di calcagna, come se avesse le vesciche alla coda; e
tanto camminò che trovò un’altra vecchia, seduta sopra una ruota con
un paniere infilato al braccio, pieno di ciambelline e confetti, che
dava a mangiare a una frotta di asini, che poi si mettevano a saltare
sulla riva di un fiume, sparando calci a certi poveri cigni. A costei
il principe, fatti mille complimenti e lusinghe, raccontò la storia
del suo pellegrinaggio; e la vecchia, confortandolo di buone parole,
gli dié una colezione da leccarsene le dita, e, quando si fu levato
da tavola, gli consegnò tre cedri, che parevano còlti allora allora
dall’albero, e, insieme, un bel coltello. Nel tempo stesso, gli disse:
«Puoi tornartene in Italia, perché hai pieno il tuo fuso, e hai trovato
quella che andavi cercando. Va’ dunque e, quando sarai poco lontano dal
tuo regno, alla prima fontana che trovi, taglia uno di questi cedri
e ne uscirà una fata, che ti dirà: «Dammi da bere!», e tu, lesto con
l’acqua, altrimenti dileguerà come argento vivo. E, se non sei destro
né con la prima né con la seconda fata, apri bene gli occhi e sii
sollecito con la terza e dalle subito da bere, che non ti scappi, e
avrai una moglie secondo il tuo cuore».

Il principe, tutto contento, baciò cento volte quella mano pelosa,
che pareva groppa di porco spino; e, tolta licenza, partí da quei
paesi. E, sceso alla marina, navigò alla volta delle colonne d’Ercole,
ed entrato nei mari nostri, dopo mille burrasche e pericoli, prese
porto una giornata lontano dal regno suo. Qui entrò in un bellissimo
boschetto, dove le Ombre facevano palazzo ai prati perché non fossero
veduti dal Sole, e, smontò da cavallo presso una fontana, la quale col
fischio della lingua di cristallo chiamava la gente a rinfrescarsi la
bocca. E, sedutosi sopra un tappeto soriano intessuto dalle erbe e dai
fiori, cavò il coltello dalla guaina e cominciò a tagliare il primo
cedro. Ed ecco uscirne una bellissima giovane, bianca come fior di
latte e rossa come una ciocca di fragole, dicendo: «Dammi da bere!».
Il principe rimase cosí meravigliato e a bocca aperta, cosí interdetto
per la bellezza della fata, che non fu destro a darle l’acqua; tantoché
apparire e sparire fu tutt’uno.

Se questo fu un colpo di randello alle tempie del principe, consideri
colui che, desiderando una gran cosa e già tenendola tra le mani, la
perde! Ma, tagliando il secondo cedro, gli accadde il medesimo, e
fu la seconda mazzata; tanto che, facendo due ruscelli degli occhi,
gettava lacrime a paro a paro, a fronte a fronte, a faccia a faccia e
a tu per tu con la fontana, non cedendole di una stilla. E intanto si
lamentava: «Come sono sciagurato, sia il buon anno! Due volte me la son
fatta scappare, come se avessi il torpore alle mani, che mi venga la
paralisia! E mi muovo proprio come uno scoglio, quando dovrei correre
come un levriere! Affé, ché l’ho fatta buona! Svégliati, pover’uomo:
un’altra ce n’è, e alla terza viene il re: o questo coltello mi darà la
fata o cederò al fato!».

E tagliò il terzo cedro ed uscí una fata, dicendo come le altre due:
«Dammi da bere!»; e il principe, ratto, le porse l’acqua, ed ecco gli
restò in mano una giovinetta tenera e bianca come giuncata, con certe
strisce di rosso che pareva un prosciutto d’Abruzzo o una soppressata
di Nola: cosa non vista mai al mondo, bellezza fuor di misura, bianco
di cui non fu mai maggior bianco, grazia che era sopragrazia della
grazia: nei capelli suoi aveva piovuto l’oro Giove, e Amore ne foggiava
le saette per trafiggere i cuori; a quella faccia aveva fatta una
macriata[463] Amore perché fosse impiccata qualche anima innocente alla
forca del desiderio; a quegli occhi aveva acceso due globi di luminaria
il sole, perché nel petto di chi la vedeva si mettesse fuoco alle botti
di polvere e si tirassero razzi e tric-trac di sospiri; a quelle labbra
c’era passata Venere col tempo[464] suo, dando colore alla rosa per
pungere con le spine mille anime innamorate: a quel seno aveva spremuto
le sue mammelle Giunone per allattare le voglie umane; insomma, era
cosí bella dal capo al piede che non si poteva vedere cosa piú vaga.

Il principe guardava come ismemorato questo bel parto di un cedro,
questo bel taglio di femmina germinata al taglio di un frutto, e
diceva tra sé: «Dormi o sei sveglio, Cenzullo? Ti si è incantata la
vista o hai calzato gli occhi al rovescio? Quale cosa bianca è mai
uscita da una corteccia gialla? Quale pasta dolce dall’agro di un
cedro! Che bel piantone da un granello!». Ma, in ultimo, si accorse
che non si trattava di sogno e che si giocava sul serio, e abbracciò
la fata, dandole cento e cento baci a pizzicotti; e, dopo mille parole
amorose sul piú e sul meno che si dissero tra loro — parole che, come
canto fermo, erano contrappuntate dei baci zuccherini, — il principe
disse: «Non voglio, anima mia, portarti al paese di mio padre senza
pompa degna di cotesta bella persona e senza compagnia da regina,
come meriti. Perciò sali su questo cerro, dove pare che pel bisogno
nostro la natura abbia fatto una cavità in forma di cameretta; ed
aspettami fino al ritorno, ché, senz’altro, metto le ali, e prima che
si dissecchi questo sputo — e sputò — verrò per condurti, ben vestita
e bene accompagnata, al regno mio». E cosí, con le debite cerimonie,
partí.

In questo mezzo una schiava nera fu mandata dalla padrona con
un’anfora a prender acqua a quella fontana; la quale, vedendo a caso
nell’onda l’immagine della fata, e credendo che fosse la propria,
tutta meravigliata cominciò a dire: «Quale vedere, Lucia sfortunata,
ti cosí bella stare, e patruna mandare acqua a pigliare; e mi sta cosa
tollerare, o Lucia sfortunata!». Cosí dicendo, spezzò l’anfora e tornò
a casa.

Domandata dalla padrona perché avesse fatto questo guasto, rispose:
«Alla fontanella andata, anfora con pietra cozzata». E la padrona,
trangugiata questa ciambella stantia, le dié un bel barile perché
andasse a empirlo d’acqua; la quale, tornata colà e vista di nuovo
trasparire nell’acqua quella bellezza, esclamò, con un grosso sospiro:
«Mi non stare schiava musuta, mi non stare pernaguallà, mi non stare
culo gnamme-gnamme; mi stare tanto gentile, e portare a fontana
barile!». E, cosí dicendo, giù un’altra volta, e, sfasciando il
barile, ne fece millanta schegge; e poi tornò a casa dalla padrona,
brontolando: «Asino passato, barile cozzato, in terra cascato e tutto
sfracellato».

La padrona, a queste parole, non poté piú stare in flemma, e, afferrato
un manico di scopa, la andò lavorando in guisa che se ne risentí per
molti giorni; e, preso poi un otre, le disse: «Corri, rompiti il collo,
schiava pezzente, gamba di grillo; corri, non indugiare, non fermarti
per via, non far la Lucia, e riportami questo, pieno d’acqua: se no, ti
schiaccio come polpo e ti aggiusto tale un carico di randellate, che mi
nominerai. Corri, con le gambe sulle spalle!».

La schiava, che aveva provato il lampo e aveva paura del tuono,
mentre empiva l’otre, tornò a contemplare la bella immagine, e disse:
«Stare crepata, se acqua pigliare: volermi cercare sorte e maritare:
non stare bellezza questa da far morte arrabbiata e servire padrona
scorrucciata». Cosí, tiratosi uno spillone dal capo, cominciò a
pertugiare l’otre, che parve uno spiazzo di giardino con l’acqua a
tradimento[465], perché fece cento fontanelle.

A questa vista la fata prese a ridere fragorosamente; e la schiava,
alzando gli occhi, si avvide del nascondello, e, parlando tra se
stessa, disse: «Ti stare causa che padrona mi bastonare! Ma non ti
curare!». E poi, ad alta voce, indirizzandosi alla fata: «Che fare
loco suso, bella figliola?». E quella, che era madre della cortesia,
le aperse tutto quello che aveva in petto, senza lasciare un iota di
quanto le era accaduto col principe, ch’essa aspettava d’ora in ora
e di momento in momento coi vestiti e con la compagnia per andare al
regno del re padre e celebrare le nozze.

La schiava, ringalluzzita, pensò, a questo racconto, di guadagnare essa
il premio con un colpo di mano, e replicò alla fata: «Poichè aspettare
marito, lasciare venir sopra, e pettinare testa e fare piú bella». E
la fata disse: «Sii la benvenuta come il primo di maggio»[466], e,
arrampicandosi la schiava, ed essa porgendole quella mano bianca bianca
che, nell’afferrare i neri stecchi, pareva uno specchio di cristallo in
cornice d’ebano, quella salí sull’albero e, mostrando di ravviarle il
capo, le conficcò uno spillone nella memoria.

Subito la fata, sentendosi trapassare, gridò: «Colomba, colomba!»;
e, diventata una colombella, levò il volo e si mise a fuggire. E la
schiava si spogliò nuda, e, fatto un fagotto dei cenci e sbrendoli che
portava addosso, li scagliò un miglio lontano; ed essa, restata come la
partorí sua madre, su quell’albero, pareva una statua di giavazzo[467]
in una casa di smeraldo.

Tornato il principe con una gran cavalcata e, trovata una botte di
caviale dove aveva lasciato una tinozza di latte, rimase per un pezzo
fuor di sentimento. Alla fine disse: «Chi ha fatto questo sgorbio
d’inchiostro alla carta reale, dove pensavo scrivere i giorni miei piú
felici? Chi ha parato a lutto quella casa biancheggiata di fresco, dove
credevo di prendere tutti i diletti miei? Chi mi fa trovare questa
pietra di paragone, dove avevo lasciato una miniera d’argento per farmi
ricco e beato?».

La schiava trottata, vedendo gli atti di meraviglia che faceva il
principe, disse: «Non maravegliare, principe mio, ché stare ucciaè[468]
fatata: un anno faccia bianca, un anno culo nero». E il pover’uomo del
principe, poiché il male non aveva rimedio, fatte le corna come bue
e rassegnatosi, s’ingoiò la pillola; e, detto alla mora di scendere,
la vestí da capo a piede di abiti nuovi e l’adornò tutta. Cosí,
indispettito, gonfio di bile e col muso lungo, prese la via del paese,
dove dal re e dalla regina, che erano usciti fuori a sei miglia dalla
terra, furono ricevuti con quel piacere che prova il carcerato quando
gli s’intima la sentenza che «_suspendatur_»[469]. E quantunque essi
vedessero la bella prova fatta dal pazzo figlio, che aveva tanto
cercato il mondo per trovare una bianca colomba e ne aveva portato
una negra schiava, tuttavia, non potendo farne di meno, rinunziata la
corona agli sposi, misero il treppié d’oro su quella carne di carbone.

Ora, mentre si preparavano feste mirabili e banchetti da stordire, e i
cuochi spiumavano oche, scannavano maialetti, scorticavano capretti,
lardellavano arrosti, schiumavano pentole, battevano polpette,
imbottivano capponi e facevano mille bocconi ghiotti, venne a una
finestretta della cucina una bella colomba, a cantare:

    Cuoco, cuoco della cucina,
    che fa il re con la saracina?

Il cuoco vi fece poca attenzione; ma, poiché la colomba tornò la
seconda e la terza volta a ripetere il verso, corse a riferirlo ai
banchettanti come cosa meravigliosa. La signora, all’udire quelle
parole, dié ordine di prendere subito la colomba e di farne un
ingrattinato. E il cuoco, obbediente, tanto s’adoprò che l’acchiappò,
ed eseguito il comando della cuccurognamma e scaldatala nell’acqua
per spiumarla, gettò quell’acqua e quelle penne su un albero fuori al
balcone.

Non passarono tre giorni, e sorse colà un bell’albero di cedro,
il quale, cresciuto in quattro e quattr’otto, accadde che il re,
affacciandosi a una finestra che rispondeva da quella parte, lo vide,
che non l’aveva visto mai, e, chiamato il cuoco, gli domandò quando
e da chi era stato piantato. E, poiché mastro Cucchiaione gli ebbe
narrato il fatto, venne in sospetto di un mistero; e cosí ordinò
che, sotto pena della vita, quell’albero non fosse toccato, ma anzi
governato con ogni diligenza.

A capo di pochi giorni, su quell’albero spuntarono tre bellissimi
cedri, simili a quelli che egli aveva avuti dall’orca; e, quando
divennero maturi, il re li fece cogliere, e, chiusosi in una camera con
una grande tazza di acqua, e col coltello della vecchia, che portava
sempre appeso al lato, cominciò a tagliare. E accadde il medesimo
dell’altra volta, che la prima e la seconda fata dileguarono in un
lampo; ma, mentre tagliava il terzo cedro, dié a bere alla giovane che
ne era uscita e gli rimase davanti la fata stessa che aveva lasciata
sull’albero, la quale gli narrò tutto l’inganno della schiava.

Or chi può dire la minor parte del giubilo che sentí il re di questa
buona ventura? Chi può dire l’esultanza, la giocondità, la letizia, il
sopragaudio, il riso e il pianto ch’egli fece? Fa’ conto che nuotava
nel dolce, non capiva nella pelle, se ne andava in solluchero e in
estasi. La strinse tra le braccia, la fece vestire di tutto punto, e
subito la condusse per mano nel mezzo della sala, dov’erano tutti i
cortigiani e le genti del paese per onorare la festa delle nozze.

Il re li chiamò a uno a uno e domandò: «Chi facesse male a questa bella
signora, quale pena meriterebbe?». E chi rispose che sarebbe meritevole
di una collana di canapa, chi di un conferimento di selci, chi di
un contrappunto con un maglio sulla pelle dello stomaco, chi di una
bevanda di scamonea, chi di un monile composto di una mazzera, e chi di
una cosa e chi di un’altra.

Chiamò, in ultimo, la sciagurata regina, e, facendole la stessa
domanda, quella rispose: «Meritare abbruciare e cenere da castello
gettare». E il re le disse: «Tu ti sei scritto il malanno con la penna
tua; ti sei data l’accetta al piede; hai foggiato i ceppi, affilato
il coltello, stemperato il veleno, perché nessuno l’ha fatta peggio
di te, cagna mora! Sai tu che questa è la bella giovinetta che tu
trapassasti con lo spillone? Sai che questa è la vaga colomba, che tu
facesti scannare e cuocere nella padella? Che ti pare, Cecca, di questo
ronzino? Scuoti via, ché è discesa! Hai fatto una bella sporcizia: chi
fa male, male aspetta, e chi cucina frasche, scodella fumo».

Cosí la fece prendere di peso e mettere viva viva sopra una gran
catasta di legna, e, fattone cenere, la sperse dall’alto del castello
al vento, avverando il detto:

    Non vada scalzo chi semina spine.




FINE DELLA FIABA DELLE FIABE.

CONCLUSIONE ALLA INTRODUZIONE DEI TRATTENIMENTI, CHE RISPONDE AL
TRATTENIMENTO DECIMO DELLA GIORNATA QUINTA.


  Narra Zoza la storia delle sue sventure, e la schiava, che si
  sente toccare i tasti, fa quanto può per interrompere il racconto.
  Ma il principe, a suo dispetto, vuole ascoltarlo; e, scoperto il
  tradimento di colei, la fa morire, tuttoché incinta, e prende in
  moglie Zoza.

Tutti stettero con gli orecchi tesi ad ascoltare il racconto di
Ciommetella; e alcuni lodarono il sapere con cui l’aveva recitato,
altri mormorarono, accusandola di poco giudizio, che non doveva, alla
presenza di una principessa schiava mora, manifestare i vituperi di
un’altra della stessa razza, e che perciò s’era posta a gran rischio di
guastare il gioco. Ma Lucia fece veramente da Lucia[470], dimenandosi
tutta, mentre si narrava il racconto; sicché dall’irrequietezza del
corpo era dato congetturare la burrasca che le soffiava nel cuore,
avendo visto nella storia di un’altra schiava il racconto preciso
degli inganni suoi. Ed avrebbe fatto cessare la conversazione; ma,
in parte perché non poteva far di meno dei racconti, tanto fuoco le
aveva messo in seno la bambola, al modo stesso che colui, che è morso
dalla tarantola, non può astenersi dai suoni[471], e in parte per non
dar materia di sospetti a Taddeo, s’inghiottí questo torlo d’uovo con
disegno di farne a tempo e a luogo buon risentimento. Ora, Taddeo, al
quale il passatempo dei racconti era entrato in grazia, accennò a Zoza
che dicesse il suo; ed essa, dopo i soliti complimenti, incominciò:

«La verità, signor principe, fu sempre madre dell’odio; e perciò non
vorrei che l’obbedire ai comandi vostri offendesse alcuno di quelli
che sono qui presenti; perché, non essendo usa a fingere invenzioni
e a tessere favole, sono costretta, per natura e per accidente, a
dire fatti veri. E, quantunque il proverbio dica: «Piscia chiaro e fa
le fiche al medico», tuttavia, sapendo che la verità non è ricevuta
alla presenza dei principi, io tremo di dire cosa che vi faccia forse
montare i fumi della collera».

«Di’ quello che vuoi — rispose Taddeo, — ché da questa bella bocca non
può uscire niente che non sia inzuccherato e dolce».

Queste parole furono pugnalate al cuore della schiava, e ne avrebbe
mostrato segno, se le facce nere fossero, come le bianche, libro
dell’anima, e avrebbe pagato un dito della mano a esser digiuna di quei
racconti, perché il cuore le si era fatto piú nero della faccia, e,
dubitando che il racconto passato non fosse stato prima annunzio e poi
malanno, dal mattino previde il cattivo giorno.

Ma Zoza, in questo mezzo, cominciò a incantare i circostanti con la
dolcezza delle parole, raccontando dal principio alla fine tutti gli
affanni suoi, a cominciare dal punto della naturale malinconia sua,
infelice augurio di quello che doveva accaderle, perché essa aveva
portato sin dalla culla l’amara radice di tutte le crudeli sciagure,
le quali, servendosi della chiave del suo riso sforzato, la sforzarono
a tante lacrime. Seguitò poi con la bestemmia della vecchia, col
pellegrinaggio suo accompagnato da tanta angoscia, con l’arrivo alla
fontana, e il piangere dirotto, e il sonno traditore, che fu la sua
rovina.

La schiava, sentendola prendere largo e tira, e vedendo male avviata
la barca, gridò: «Stare zitta, turare; se no, pugni a ventre dare e
Giorgetiello acciaccare!». Ma Taddeo, che aveva scoperto paese, non
ebbe piú flemma, e, toltasi la maschera e gittando la barda in terra,
disse: «Lasciala raccontare fino in fondo e non fare piú coteste
rapine di cappa con Giorgetiello e Giorgione, perché, infine, non mi
hai trovato solo[472], e, se mi monta la senapa, meglio che ti avesse
schiacciata una ruota di carro». E comandò a Zoza che seguitasse a
dispetto della moglie; ed essa, che non voleva altro che il cenno,
seguitò narrando come avesse trovato rotta l’anfora e l’inganno usato
dalla schiava nel levargliela di mano; e, cosí dicendo, scoppiò a
piangere di maniera, che non fu nessuno dei presenti che stesse saldo
allo schianto.

Taddeo, dalle lacrime di Zoza e dal silenzio della schiava, che era
ammutolita, comprese e pescò la verità del fatto; e, somministrata
a Lucia tale strigliata di capo che non si farebbe a un asino, e
costrettala a confessare con la propria sua bocca il tradimento, dié
subito ordine che fosse sepolta viva, con la sola testa allo scoperto
affinché la morte sua fosse stentata.

E, abbracciando Zoza, le fece rendere onore come a principessa e
moglie sua, e mandò avviso al re di Vallepelosa che venisse alla
festa. Con queste nuove nozze, terminò la grandezza della schiava e il
trattenimento dei racconti; e buon pro e sanità vi faccia, ché io me ne
venni via, passo passo, con un cucchiaietto di miele.

  FINE.




INDICE ALFABETICO DELLE NOTE


  Abecedari antichi, 238.
  «Abboffa-cornacchia», 129.
  Abbondanti A., 88.
  Accettullo, arma, 89.
  «Acciavaccia», giavazzo, II, 333.
  Accostapalla (ad), giuoco, II, 128.
  Achillini C., II, 247.
  Ademollo A., 92, 243.
  Affidarsi: v. Fida.
  «Agibilebo munno», 288.
  Agnano: v. Lago di Agnano.
  Agosto (di) cura, 269.
  Agresta, salsa, 104; II, 71.
  Aiuto di costa, sussidio, 143; II, 302.
  Alba (duca di), viceré, 83; II, 78.
  Alberge, frutto, 216.
  Alessandro Magno, 47; II, 248.
  Alfonso d’Aragona, duca di Calabria, II, 36.
  Alloggiamenti di soldati, 143, 273; II, 148, 246.
  «Alza la corte», 244.
  Amalfi G., II, 150, 201, 250.
  Ambra (d’) R., 89; II, 128.
  Ampolla del Salvatore, II, 102.
  Ampolla per le partorienti, 47.
  «Anca Nicola», giuoco, 175; II, 37.
  Anello (giuoco dell’), 273; II, 169, 199.
  «Anola tránola», giuoco, 178.
  Antipodi, II, 187.
  Antrita, mandorla, II, 210.
  Antuono, 20, 216, 287.
  Apollo (mito di), II, 188.
  «Appesa», II, 168.
  «Approvecciare», 278.
  Aprano, casale, 56.
  «Aprite le porte al povero falcone», giuoco, 180.
  Aquila a due teste (far l’), 98.
  Aquino (d’) T. A., II, 20.
  Arbustata (campagna), II, 68.
  Archibugi, II, 185.
  Arciviola, strum. musicale, II, 100.
  Arco Felice, II, 69.
  Argentata, belletto, 232.
  Argo, 90.
  Ariosto L., 229; II, 228.
  Aristotele, 14; II, 271.
  Arenaccia, luogo di Napoli, 83.
  Armi (porto d’armi nell’entrare in città), 118.
  Arzano, comune, II, 207.
  Asprino, vino, II, 255.
  Assenzio (pasto delle pecore del Ponto), 133.
  Astrico, battuto delle case, 227; II, 13.
  Astrologia, 167-8.
  Astroni, presso Napoli, 209, 239.
  Aversa, II, 255.
  Avvisi, giornali, 14.

  Bacile di barbiere (netto come), 207.
  Bacio a pizzicotto, II, 295.
  Bagliva, tribunale, 272.
  Bagattelle, giuochi e rappresentazioni, 9.
  Baia, II, 69.
  Baldo, giureconsulto, 85.
  Balli e danze del seicento, II, 4.
  Bambole coi contrappesi, II, 135.
  Banco fallito (a), giuoco, 35, 130.
  Bandiera (far la), II, 255.
  Banditi, 93; II, 246.
  Banditi (congiunti di), II, 24.
  Bando e comandamento, giuoco, 177, 229; II, 37.
  Barbareschi, 108.
  «Barbiera», donna avida, II, 98.
  Baroni napoletani, 27; II, 46, 270.
  Barra, comune, II, 65.
  Bartolo, giureconsulto, 85.
  Baschet A., 184.
  Basile Adriana, 145, 242; II, 32.
  Basile G. B., 4, 8, 10, 71, 87, 163, 175, 178, 179, 213,
    252, 267, 273, 278; II, 45, 78, 79, 111, 129, 130, 131,
    196, 201, 221, 225, 252.
  Basile, famiglia, 145.
  Basile Marzia, II, 191.
  Basso, abitazione terrena, 122, 198.
  Bavosa, pesce, II, 239.
  «Beata te con la catena», 133.
  Belvedere (castello di), 60.
  Beneficiata, giuoco, 49.
  Benevento, 67; II, 211.
  Beni dotali, II, 142.
  Beni (iusta li), locuzione, 110.
  Bernaguallà, mora, 11.
  Berni F., II, 133, 281, 338.
  «Bértola», 85; II, 146.
  Bertolotti A., 168.
  «Ben venga il mastro», giuoco, 177.
  Bergsöe K., II, 338.
  Bertuccia, 26.
  Biancomangiare, dolciume, 134.
  Bianchi della giustizia (confraternita de’), 44.
  Biondo M. A., 189.
  Biondo (compare), cantante, 10; II, 121, 191.
  Bisignano (Sanseverino di), loro razze di cavalli, 45.
  Blasiis (de) G., 60.
  Blois (di) G., 34.
  Boccaccio G., 40, 87; II, 98.
  Boccali tedeschi per vino, 252-3.
  Boccalini T., 84.
  Boffettone, II, 192.
  Bombarda D., 145.
  Boia, 84-5.
  Bongo P., II, 94.
  Borzelli A., 168.
  Botracone: v. Votracone.
  Botteghe (lega di), locuzione, II, 16.
  Bouchard J. J., 144, 145, 146.
  Bourcard (de) F., 186; II, 127, 128.
  Braca V., 250.
  Bracone, scimia, 4.
  Bracone tedesco, 192.
  Broccoli, 35, 88.
  Broccoli (signif. di carezze), 41.
  Broccoli strascinati, 44.
  Bruno G., 29, 134, 278.
  Brunhild, II, 184.
  Bucca F., 206, 213; II, 39.
  Buonocore E., II, 17.
  Buttafuoco, strum. musicale, 232; II, 3, 128.

  Cacapensieri, strum. musicale, II, 128.
  «Cacaselle», II, 68.
  Caciocavalli, II, 37.
  Caciocavallucci, 148, 159.
  Cacio cotto, II, 18.
  Caglio di cane, 44.
  Caionze, 87.
  Cairo, II, 83.
  Calamaio di corno, 46.
  Calchi, vagabondi, 282.
  Callo, moneta, 12, 239; II, 249.
  Callot I., 4, 272.
  Calomare, termine marin., 156.
  Camera di mezzo, ano, 109.
  Campane (suono delle), II, 198.
  Campana (alla), giuoco, II, 128.
  Campanello per le quaglie, 38.
  Campanile F., 146.
  Canario (del) ballo, II, 124.
  Candia, II, 73.
  Cane di Alessandro, 47.
  Cane che salta, 108.
  Canesca, pesce cane, II, 318.
  Canestretta (pettinatura a), 106.
  Canna e suoi effetti, 132.
  Cánneta, nome proprio, II, 6.
  Cantone O., 160, 168.
  Canzano G., II, 150.
  Canzoni (antiche napoletane), II, 129-32.
  Capaccio G. C., 34, 166, 192, 208, 271.
  Capasso B., 38; II, 130.
  Capilupi L., II, 68.
  Capipopolo, II, 204.
  Capisciola, lana, 277.
  Capo o croce, giuoco, II, 127.
  Caporuota, magistrato, II, 153.
  Cappello (nelle dispute universitarie), II, 145.
  Capra nera, II, 169.
  Capra (sterco di), 106.
  Capriata, intruglio, II, 18.
  Capua (di) anfiteatro, II, 312.
  Capuana (porta), 85.
  Caracò (scala a), II, 79.
  Caratario, II, 42.
  Carella (perfidia di), detto, II, 325.
  Carlino, moneta, 12.
  Carlino (voltarsi su di un), II, 160.
  Carlo V, II, 36.
  Carnevale, 51, 220; II, 149.
  Caro A., 4; II, 61.
  Carosa, vedova, 234; II, 66.
  Caroso F., 4.
  Carriola (della) G., II, 191.
  Carruba, spada, 89.
  Casa a due porte, detto, 150.
  Casale, villaggio, 88.
  Casalicchio C., II, 133.
  Casatiello, dolciume, 80, 251.
  Cascano, casale, 88.
  Cassia tratta (dare), 225.
  Castaldo A., II, 96.
  Castellamare (proverbio su), II, 221.
  Castello (largo del), II, 120-1.
  Castellucce (a), giuoco, II, 128.
  Castroni di Foggia, 106.
  Catafalchi, 220.
  Catalana (lanciata), 5, 227.
  Cataluffo, stoffa, 142.
  Catone (Dionisio), II, 207.
  Cavallo, castigo scolaresco, 84; II, 249.
  Cavallo: v. _Callo_.
  Cavalli del Regno, II, 21.
  Cavalle di Spagna, 202.
  «Cavallesse fenestrere», II, 45.
  Cecchi G. M., 186.
  «Cedo bonis», 110, 272.
  Cedrangolo (del), vico di Napoli, II, 45.
  Celano C., 5, 11, 68, 79, 83, 85, 86, 87, 107, 134, 168,
    189, 208, 271; II, 43, 52.
  Cenci Beatrice, 168.
  Centofigliuole, 87.
  Cento uova (cura dei pazzi), II, 16-17.
  Cera nelle esequie, 222, 274.
  Cera (raccogliere la), II, 5.
  «Cercare miglior pane che di grano», II, 6.
  Cernia, pesce, 41.
  Cerretani, 250.
  Cerriglio (taverna del), 250.
  Ceuza: v. Gelsi.
  Chiaia, 87.
  Chiaia (mal’ora di), II, 110.
  Chiaia (marina di), 209; II, 110.
  Chiappino, orso, 236.
  Chiocciole, 241.
  Chiuchiaro, strum. musicale, II, 128, 294.
  Chiunzo, luogo, II, 201.
  Cianflone, moneta, II, 265.
  Ciappa (signore di), 249.
  Cicerone, II, 248.
  Cieco da Potenza, cantante, 10.
  Cinquina, moneta, 138, 282.
  Cipolla e sue proprietà, 195.
  «Citatio ad informandum», II, 165.
  Cocco pinto, uovo dipinto, 33.
  Coccopinto, Cupido, 33.
  Cocomeri con la prova, II, 58.
  Cocomeri (bucce di), II, 75.
  «Codavattolo», 106.
  Colascione, II, 128.
  Colombo A., II, 36.
  Colonnetta della Vicaria, 272.
  Color di spagnuolo malato, 40.
  Colore crepato, 230.
  «Compagno mio, ferito sono», giuoco, 176.
  Complimenti, 243, 247.
  Composta, cose in aceto, 5.
  Composta, transazione, II, 246.
  «Con arte e con inganno, ecc.», proverbio, II, 165.
  Congedo U., 231.
  Contrasto di Carnevale e Quaresima, II, 77.
  Copeta, dolciume, 49.
  Coppia o solo (a), giuoco, II, 128.
  Corazzini F., 177.
  Corbona, II, 242.
  Corna (motti sulle), 46, 240; II, 9, 25, 219, 274.
  Cornazzano A., 168.
  Cornucopia, libro di gramm., II, 146.
  Correzione (carceri di), II, 118.
  Cortese G. C., 4, 5, 10, 11, 47, 80, 83, 175, 176, 180,
    195, 202, 233, 243, 244, 280; II, 32, 38, 58, 79, 187.
  Cosciale, tasca di coscia, II, 23.
  Costituzioni del Regno, II, 142.
  Costo T., II, 131.
  Cavalèra, giuoco, 176, 289.
  Crisomelo, albicocco, 217.
  Cro-cro, strum. musicale, II, 128.
  Croce B., 86, 87, 181; II, 54, 78, 152, 191, 247.
  Crocette sulla bocca, 208.
  Cruscata, 196.
  Cucco o vento, giuoco, II, 127, 160.
  Cuculum: v. _Panicocoli_.
  Cuculo, II, 90.
  Cucuzza (acqua di), 78.
  Cúfece, sorta di grillo, 111.
  Cunto d’oro, milione, 105.

  Dafner, II, 184.
  Daino, ballo, II, 56.
  Dattilo di mare, II, 235.
  Davidsohn R., II, 312.
  Decina di lino, II, 168.
  Delrio M., 32.
  «Descenzo», II, 75.
  «Desquitte», II, 50.
  Digesto, II, 146.
  Dogana (re della), II, 86.
  Domine Agostino, sciroppo, 66.
  Donne (caratteri delle donne delle varie nazioni), 230.
  Donzelli G., II, 34.
  Donato: v. _Elio Donato_.
  Duchesca, via di Napoli, II, 36, 45.

  Ebrei, 279; II, 96.
  Eco (in poesia), II, 196.
  Egeria (ninfa), 7.
  «Ecciacorvessa», 126.
  Elio Donato, 251; II, 146.
  «Ensayo», II, 152.
  Epimenide, II, 73.
  Erodoto, II, 226.
  «Esca di corte», 61, 280.
  Esiodo, II, 267.
  «Estaglio», 245.
  «Estremado», 220.
  Estri (dei cavalli), 236.

  Falanche, term. marin., II, 81.
  Falcone (giuoco del), 123.
  «Falsa pedata», schermitore, 21.
  Falsari di monete, 137, 138.
  Farinaccio P., 168.
  Farinata degli Uberti, 42.
  Fasano G., 80.
  Fata, «fato», «fatillo», 54.
  Fava (della focaccia), 49.
  Fave (campo di), 19.
  Fave secche, vita di galera, 67.
  Ferraiuoli (furto di), 127.
  Ferrante I d’Aragona, II, 136.
  Ferrivecchi (via dei), 130.
  Feuillet de Conches, 185.
  Fichi «iedetelle», 53, 125.
  Fida, 67, 106, 184.
  Filo brescianello, 200.
  Fioravanti L., 50.
  Fiorella: v. _Marco e Fiorella_.
  Firenzuola A., 3.
  Florimo F., 168.
  Foggia, città, 106, 240.
  Foglia, ortaglie, 80, 87.
  Folengo T., 146.
  Forca, 84, 85.
  Forcella (via di Napoli), 86, 284; II, 69.
  Forcella dell’archibugio, II, 279.
  Forze d’Ercole, 4.
  Fragaglia, pesci, II, 71.
  Franco, N., II, 84.
  Franfellicchi, dolciumi, 134; II, 27.
  Frianoro R., 281.
  Frusta (castigo della), II, 88.
  «Fruste ccà, Margaritella...», 130.
  Fucillo, capopopolo, II, 204.
  Fuorusciti (giuoco dei), 179.

  Gaifo, balcone, 64; II, 79.
  Galee fiorentine, 128.
  Galere, 84.
  Galiani F., 80, 176, 181; II, 132, 171.
  Galilei G., II, 149.
  Gallina bianca (figlio della), II, 146.
  Gallina patanella, II, 133.
  Gallinelle (Pleiadi), 178; II, 59.
  Garbino, vento, II, 23.
  Gargantiglia, II, 105.
  Garzoni T., 35, 40, 50, 84, 106, 160, 176, 194, 282;
    II, 26, 61, 115.
  Gatta cieca, giuoco, 178.
  Gatto (cervello di), 250; II, 212.
  Gatto (il g. dà ordine alla sua coda), locuzione, 262.
  Gazzette, 14.
  Gelsi (regione dei), 86, 144; II, 45.
  Genealogie (scrittori di), 146.
  Genova (loggia di), 87.
  Genovesi (donne), 204.
  Gergo, II, 134.
  Gesualdo C., principe di Venosa, 168.
  Gettoni, 143.
  Giacinto, pietra, II, 34.
  Giammacco, cantante, II, 122.
  Ginocchio (uscir dal), 44, 216.
  Giovanni (evangelo di san), II, 143.
  Giovenale, II, 146.
  Giudecca, 143.
  Giuochi infantili, 175-80.
  Giuochi di carte, 10, 168; II, 38, 262.
  Giuochi (termini di), II, 26.
  Gonzaga Antonia, II, 168.
  Grande (in sign. di pezzente), 207.
  Grano (fosse del), II, 43.
  «Greco o aceto», giuoco, 180.
  Greco (vino), 131; II, 171.
  Greco F., 66.
  Grillo (mastro), 4.
  Grimm I., II, 184.
  Grotta del cane (presso Napoli), II, 315.
  Guanto (amore passa il), detto, II, 158.
  «Guarda la moglie», giuoco, 176.
  «Guarda la gamba», detto, 117.
  Guarini G. B., 6.
  Guastatori, II, 206.
  Guerra S., 108, 272.
  Guidoni, vagabondi, 282.
  Guiscardi R., II, 136.
  Gusumpaur F., 44.

  Heine E., 32.

  «Iesce, iesce, sole...», cantilena popolare, 123; II, 131.
  «Iesce, iesce, corna...», cantilena popolare, 241.
  «Iettarielle», gettoni, 143.
  Imbiondimento dei capelli, 185, 230-1; II, 14.
  Imbriani V., 34, 80, 177, 241; II, 190, 196.
  Imitazione poetica, II, 247.
  Impanata all’inglese, 250.
  Imperticata, ballo, II, 136, 208.
  Imprecazioni ai morti, II, 110.
  Imprese, II, 28.
  Incamiciata, 129.
  Incanti (candela degli), 227.
  Inchiostro, II, 139.
  Incurabili (ospedale degli), 62; II, 17.
  Incursioni di turchi e barbareschi, 108.
  Inglesi a Napoli, II, 59.
  Ingratinato, term. culin., 88.
  Ingravida-finestre, II, 95.
  Intrugli di Baia, II, 69.
  Ioio (o Gioi), comune, 60.
  Ioseffo da Ravenna, boia, 84.
  Ipperico, 194.
  Iunno cecato: v. _Biondo_ (_compare_).
  «Iusancuerpo», II, 217.

  Lacci e spille, II, 227.
  Lago d’Agnano, II, 315.
  Lambardo I., compositore, 253.
  Lampa (alla), giuoco, 178.
  Lampada, misura, 192.
  Lana barbaresca, 32.
  Lance (correre), II, 167.
  Lancieri (via dei), 86.
  Lando O., 80, 87, 159, 166.
  Lanterna a volta o cieca, 40, 131.
  Lanza (mastro), 19.
  Latte di formica, 104.
  Lattuga inconocchiata, II, 48.
  Lattughe (collare a), II, 216.
  Lava, torrente, 107-8, 274.
  Lavinaro (via del), 87, 130.
  Lemos (conte di), viceré, 186.
  Letto bucato, II, 149.
  Letto di riposo, II, 40.
  Letto (fare il), 28.
  Liberanza, 154.
  Liebrecht F., 32, 33, 34, 189, 202, 241;
    II, 33, 202, 265, 270.
  Linda (da) L., 231.
  Lippi L., 8, 23, 112, 114, 243; II, 6, 87, 265.
  Lippomano, II, 54.
  Liuto, sorta di bastimento, II, 327.
  Lombardi M., 213.
  Lopa o lupa vecchia, spada, 99, 244.
  Lucernetta, misura, II, 26.
  Lucertola a due code, 103.
  Lucertola verminara, 40.
  Lucherino, 194.
  Lucia: v. _Sfessania_.
  Luciano, II, 84.
  Lupo (apparizione del), 82; II, 207.

  Maccheroni, 29, 80.
  Machiavelli N., II, 167.
  Macriata, II, 32, 195, 234, 330.
  «Madama», 199.
  Maddalena (ponte della), II, 41, 201.
  Maggio (primo di), 5; II, 86.
  Maglia, moneta, 207.
  Maio di Porto (vico del), II, 86.
  Mal castrone, 214.
  Malocchio o iettatura, 134.
  Mammalucchi, II, 305.
  «Mammara e nocella», giuoco, 179.
  Mandato, term. giudiziario, II, 173.
  Mandorle ambrosine, II, 279.
  Mandracchio, 128, 207.
  Manfredonia (campane di), II, 198.
  Mangiaguerra, vino, 131.
  Mangone B., brigante, 92-3.
  Mannaia, 67, 84.
  «Manteare», II, 21.
  Manso G. B., 145, 146.
  Manzoni L., II, 77.
  Maometto (corpo di), 258.
  Marchese (in signif. di mestruo), 243, II, 145.
  Marcianise, comune, II, 100.
  Marchi di cavallo, II, 21.
  Marco e Fiorella (storia di), 34, 244.
  Marco Sfila (fare), 115.
  Mare trace, II, 53.
  Maria d’Austria, regina d’Ungheria, 253; II, 65.
  Maria di Brienna, 231.
  Maria per Ravenna (cercare), prov., 231.
  Mariaccio (brache di), 274.
  Marigliano, comune, 19.
  Marino G. B., 82; II, 232, 247.
  Marranchino, ladro, 278.
  «M’arraquaquiglio», formola di complimento, 247.
  Martino, montone, cornuto, 258, 284.
  Martino (giorno di san), 165.
  «Marzapaniello», II, 55.
  Marzo (cura di), 13.
  Marzo (mese di), II, 276.
  Marzo (tuono di), II, 149.
  Masaniello, II, 145, 204.
  «Masáute», 279.
  Mascherate, 253.
  Maschere della commedia dell’arte, II, 73.
  Maschere ferraresi, 160.
  Maschere per donne, 204.
  Massa (proverbio su), II, 221.
  Mattaccini, 4.
  Mazze e panelle, proverbio, II, 236.
  «Mazza e piuzo», giuoco, 270; II, 128.
  Mazzocchi A. S., II, 312.
  Medici di piaga, chirurgi, 236; II, 39.
  Medici di urina, II, 39.
  Medico, (mercede del), II, 253.
  Medico (mula del), II, 201.
  Melito (cinque vie di), 207.
  Melofioccolo, 64, 143; II, 84.
  Melofioccolo (vico del), 63.
  Melo pero, 40.
  Meniello (quel che sa fare), detto, II, 178.
  Menzini B., 147.
  Mercato (piazza del), 87; II, 250.
  Mercanti compratori di feudi, II, 54.
  Mercotellis A., 176,
  Mercurio, rimedio, II, 201.
  Meretrici, 78, 86, 232; II, 24, 53.
  Meretrici (gabella delle), 6.
  Mesesca, carne salata, 153, 232, 247.
  Messere, 84, 216.
  Mesoè, 194; II, 270.
  Miano, villaggio, 31.
  «Mi chiamo fuori», term. di giuoco, 10.
  Minestra di erbaggi, II, 43.
  Minucci P., 112; II, 87, 265.
  «Misce et fac potum», II, 16.
  Mitria di carta, 92; II, 311.
  Modestino C., 168.
  Molinaro del Chiaro L., 177, 180, 241; II, 95, 132.
  Monachetto (o «monaciello»), 32, 59.
  Moncile, veste, II, 105.
  Monosini A., II, 21.
  Montaigne, 253.
  Monti G. M., II, 130, 131.
  Morra (alla), giuoco, II, 128.
  Mori, II, 330.
  Morte di Sorrento, II, 149.
  Mozzo di camera, 32.
  «Mprena-feneste», II, 95.

  Napoletani, mangiafoglie, 80, 87.
  Napoli, 85-88.
  Napoli (dare di naso a), detto, 272.
  Napoli (le tre parole di), II, 190.
  Napoli (strade di), II, 75.
  Negri C., II, 4.
  «Nenna o nennella», fanciulla, 33, 158.
  «Néole», paste, 134.
  Nerucci G., II, 198.
  Neve (giuoco della), 20.
  «Nferta», strenna, 123.
  Nicolini F., 67.
  Nifo A., 166.
  «Non chiovere, non chiovere...», II, 132.
  Norchie (alle), giuoco, II, 128.
  Novati F., 181; II, 191.
  Numeri (simbolica dei), II, 94.

  Oibare, II, 226.
  «Oh Dio, che fosse ciáola...», villanella, II, 130.
  Oliva F., 180.
  «Olla podrida», 36.
  Olmo (piazza dell’), 86.
  Onofrio (degli) P., II, 121.
  Onore (degli uomini), II, 187.
  Ore «fetorie» o «iettatorie», II, 110.
  Orecchie (mutar le), II, 208.
  Orinale e suo uso, 259.
  Orso del principe, 273; II, 76.
  Orvietano, antidoto, 105.
  Orzaiuolo, 183.
  Osterie, II, 53.
  Osterie (iscrizioni delle), II, 79, 162.
  Osti napoletani, 34.
  Osso maestro, II, 31.
  Ossuna (duca d’), viceré, 86; II, 204.
  Ovidio, 113.

  Pacichelli G. B., II, 54, 65.
  «Paduli», luogo di caccia presso Napoli, 209.
  Paggese, arnese da battere i panni, II, 291.
  Pagliaminuta C., II, 136.
  Pagliaminuta, ufficio municipale, II, 136.
  Palla di vetro per le rughe, 98.
  «Palicco», II, 223.
  Pallone (giuoco del), II, 17.
  Pane caldo (a), giuoco, II, 136.
  Panicocoli, II, 101.
  Paolo (san), II, 73.
  Paparelle (delle) vico, 190.
  Paparo Caterina, 190.
  Paparo, famiglia, 190.
  Paraguanto, II, 246.
  Parasacco, 6.
  Parrino D. A., 186, 193.
  Partenio Tosco, 150, 186.
  Parzonaro («portionarius»), 31.
  Pascarola, villaggio, 22; II, 112.
  Passano G. B., 189.
  Passera muta (a), giuoco, 33, 185.
  «Pastidella», dolciume, 134.
  «Pastiera», dolciume, 80.
  «Pastinache», 87.
  Pataccone, moneta, 104.
  Patria (lago di), 228.
  Patria («spilata è»), detto, 228.
  Pazzi e loro cura, II, 17.
  Pedanti, II, 264.
  Pennata, 117, 138; II, 104.
  Penna verde, personaggio di novella, 189.
  Pendino, regione di Napoli, 85.
  Pennone, stendardo, 85; II, 250.
  Perdonanza, 131.
  Perillo M. A., 176.
  Perichitto (a), pettinatura, II, 106.
  Perrotti N., II, 146.
  Perruccio A., 166.
  Pertuso o «Pertugio», luogo di Napoli, 87.
  «Pesce marino, dágli sopra», giuoco, 178.
  Petrarca F., 280; II, 60, 98, 241.
  Petreiata, sassaiuola, 83.
  Pezzillo, cantante, 10.
  Pianellari (vico dei), 79.
  Pianelle, 79, 230.
  Piazza larga, luogo di Napoli, 85; II, 69.
  Piazza morta, pensione, 93-4, 145; II, 180, 302.
  Picadiglio, pietanza, 88, 247.
  Picca (passo della), 44.
  Picinelli F., II, 78.
  Pietra del pesce, 209.
  Pietra in seno (a), giuoco, 33, 178.
  Pietra (per colori), II, 224.
  Pietri (de’) F., 146, 147.
  Pigmalione, II, 279.
  Pignatta grassa, 36.
  Pignatta maritata, 88.
  Pillola aggregativa, 31, 102.
  Pillola aurea, 119, 218.
  Pino G. B., 33; II, 144.
  Pisciatoio (taverna del), 94.
  Pisciatoio (vico del), II, 45.
  Pitré G., 32, 68, 80, 176-9, 241, 272;
    II, 90, 128, 136, 198.
  «Pizzella», II, 198.
  Plinio, 47, 75, 202; II, 182, 218.
  Plutarco, 40.
  Polmonara, nave, 128; II, 53, 165.
  Polmone pei gatti, 213.
  Polvere di zanni, II, 69.
  Pomigliano d’Arco, comune, 268.
  Ponte «al sirât», ponte delle anime, II, 289.
  Ponze de Soto M., II, 190.
  Porta (della) G. B., 5, 71, 235; II, 135.
  Porta reale, II, 68.
  Porto (strada di), 86.
  Posilipo, 78, 179.
  Posto lasciato e posto perduto (a), giuoco, 52.
  Poveri vergognosi (abito dei), II, 96.
  Pozzuoli (grotta di), 248.
  «Prattiglia», II, 227.
  «Prendere carta soverchia», detto, II, 59.
  «Prendere la lepre col carro», detto, II, 70.
  «Preteianti», sassaiuoli, 83.
  Procaccio, 215; II, 138.
  Profizio, 80.
  Protomedico di Napoli, 33.
  Pubblica, moneta, 31.
  Pulci L., 3.

  Quadretti di frutta, II, 74.
  Quadrio F. S., II, 196.
  Quaresima, II, 149.
  «Quartarulo», misura, 57.
  Quattro dell’arte, 22, 152.
  Quinta (sbalzo di), 62; II, 16.
  Quota, imposta, II, 306.
  «Quot quot autem», II, 143.

  Rabelais, II, 198, 265, 270.
  Radici medicinali, II, 149.
  «Ramaglietto», II, 261.
  Ramarro (pancia di), II, 46.
  Re degli uccelli (o della musica), cantante, 10;
    II, 191.
  Redi F., II, 255.
  «Refola», II, 85.
  Rehfues P. J., 180.
  Reigen, II, 184.
  Reims (ampolla di), II, 102.
  Re mazziere, giuoco, 178.
  Remora, 75.
  «Requie, scarpe e zoccoli», 116.
  Resina, comune, 268; II, 60.
  Reti da pescare (nomi di), 113.
  Ricatti degli alloggiamenti, 143.
  Ricci C., 168.
  «Riépeto», 39.
  Rizzi Zannoni G., 94.
  Rocco E., 64, 66, 110, 111, 176, 178, 205;
    II, 102, 128, 145.
  «Rompere il cantaro o il pitale», locuzione, 53, 251.
  «Rondine, mia rondine», giuoco, 177.
  Rondine (sterco di), 132.
  Roomer G., II, 65.
  Rosa S., 144, 164, 165.
  Rosmarino e sue virtú, 68.
  «Rosola», II, 167.
  Rosso (impicci del), detto, 180.
  Rotolo, peso, 103.
  Ruggiero (mastro), 4.
  «Ruin», 190.
  «Rum e bus», 238.
  Ruota dei calci, giuoco, 3, 176.
  Russo F., II, 191.

  Salerno (fiera di), II, 54.
  Salipendola, giuoco, 179.
  Saltapalmo, giuoco, 177.
  Sacco L., 66.
  «Salta, Maruzza, ecc.», villanella, 126.
  Salvini A. M., 28.
  Sancio Panza, II, 21.
  Sangradale («Saint Graal»), 274.
  Sanguisughe, 197.
  Sannazaro I., 135.
  Santa Chiara (chiesa di), 207.
  Sariis (de) A., 159.
  Sarnelli P., II, 54, 190.
  Sarno, fiume, e proprietà delle sue
  acque, 132, II, 54.
  Sasina, feritoia, 269.
  «Sbano», II, 144-5.
  Sbaraglino (a), giuoco, II, 181.
  Scafati (torre di), II, 56.
  Scannarebecco (Skanderbeg), 21; II, 68.
  Scapece, manicaretto, 247.
  Scarafaggi, 115.
  Scarica l’asino (a), giuoco, II, 181.
  Scarica barili (a), giuoco, 179.
  Scarica la botte (a), giuoco, 177.
  Scarriglia mastrodatti, giuoco, 179.
  «Scazzellacane», 256.
  «Scellavattolo», uccello, 44.
  Schedilo M., 176.
  Schiavi, 10, 11, 258.
  «Schiavo vostro incatenato», formula di complimento, 243;
    II, 29.
  Sciarra Marco, 115.
  Scimmie, 3.
  Scoglio del sale, II, 221.
  Scoppa G., 39.
  Scottature (rimedi per le), II, 139.
  Scudo riccio, 77; II, 268.
  Scrivani, II, 38.
  Seggi o sedili di Napoli, 130.
  «Seca molleca», canzonetta infantile, II, 95.
  Segamattone (a), giuoco, II, 127.
  Semenzina, 204.
  Serio L., 177.
  Settepanelle, servitori, 14; II, 177.
  Sfessania (ballo della), 4, 205, 232, 337; II, 4-5.
  Sfrattapanelle: v. _Settepanelle_.
  Sgualdi V., II, 225.
  Sgruttendio F., 4, 10, 80, 146, 177, 180; II, 4.
  Shakespeare, 181.
  Siegfried, II, 184.
  Sifilide, 159; II, 276.
  Signora, cortigiana, 166.
  Sigurd, II, 184.
  Simili (i), commedia, 8.
  «Si te credissi dareme martiello...», villanella, II, 266.
  Siringa, dea, II, 6.
  Siviglia (cose eccellenti di), 34.
  «Soberbiosa y grandiosa», II, 55.
  Soldano A., II, 157.
  Sopratavola, 136.
  Sorrentino G. C., 60; II, 235.
  Sorrento (proverbio su), II, 221.
  «Sossegare», spagnolo, II, 237.
  Sottostato, pietanza, 80.
  «Spaccastrommola», II, 152.
  Spagnuoli (soldati), 86.
  Spagnuolo (detti spagnuolo), 286.
  Spalmata, castigo scolaresco, 84.
  Sparviere (sterco di), 285.
  Spogliamorti («spogliampisi»), 49.
  Spogliazza, castigo scolaresco, II, 87.
  Spropositi (giuoco degli), II, 265.
  Sputo nelle mani, 101.
  Sputo per segnale, 151.
  Starace G. V., 226-7.
  Starza, 215.
  Stecchi conficcati per memoria, II, 189.
  Stella, cantante, 122.
  «Stendi mia cortina», giuoco, 178, 204.
  «Stefano», ventre, 180.
  Stiva, 28.
  Stoppata, 35, 194.
  Storie popolari, 159.
  Strangolapreti, II, 190.
  Strambotto, II, 35.
  Strenne, 123.
  Strúffoli, dolciume, II, 27.
  Studenti, 136; II, 22, 23, 24.
  Stufe, 114-5.
  Supposta, 53; II, 149.

  Tabacco, II, 39.
  Tabí di Venezia, II, 61.
  «Tafaro e tamburo», giuoco, 178.
  Tacito, 47.
  Talete, 167.
  Tansillo L., 131, 136.
  Taranto e sue delizie, II, 20.
  Tarantello, salume, 87.
  Tarantola, panno, 136.
  Tarantola (morso della), II, 337-8.
  Tasso T., 109; II, 148.
  Tassoni A., 45, 99, 208.
  Tedeschi e vino, 93, 252-3.
  Tedeschi a Napoli, II, 59.
  Telescopio, II, 149.
  Telone (del teatro), II, 111.
  Teluccini M., II, 187.
  Tempo (simboli del), II, 216.
  Tempo (in signif. di catamenia), II, 330.
  «Testimonianza vostra», formula, 244; II, 80.
  Tifone, 40.
  Toccatiglia, II, 246.
  Tocco (al), giuoco, II, 128.
  Toledo (di) P., viceré, 93; II, 32, 36, 204.
  Topo marino, II, 218.
  Toppi N., 6, 272.
  Torce di Venezia, II, 27.
  Torcia (ballo della), II, 124.
  Toro (sangue del), II, 182.
  Torrenti d’acqua piovana: v. Lava.
  Traslati poetici, II, 60.
  Trastullo, maschera comica, 272.
  Trattenimento, pensione, II, 302.
  Trave lunga (a), giuoco, 178.
  Trécchina, villaggio, 142.
  Trevo (o triego), term. marin., II, 22.
  Tribolo, tribolo battuto, piagnisteo, 39.
  Triccaballacco, strum. mus., II, 281.
  «Trincole e mingole», 180.
  Trinculo, 180.
  Trionfetto, giuoco, 35, 130.
  Trionfo di coppe, giuoco, 39.
  Trucco, giuoco, 131, 251; II, 267.
  Trullo, cupola, II, 69.
  Tufo (del) G. B., 4, 24, 80, 86, 158, 165. 175, 176,
    178, 179, 221, 273; II, 4, 114-5.
  «Tuppo», pettinatura, II, 106.
  Turchi, 108.
  «Tutomaglio», titimalo, II, 39.

  Uccelli (nomi di), 209; II, 212.
  «Uccello, uccello, manica di ferro», giuoco, 180.
  «Uniantur acta», formula, II, 17.
  Uova dipinte: v. Cocco pinto.
  «Uova di lupo e pettini da quindici», detto, 71.
  Usi nuziali napoletani, II, 168.
  Uva cornicella, II, 11.
  Uva (varietà di), II, 11.
  Uova (cento): v. Pazzi.

  «Va e resta», termini di giuoco, 53.
  Valenza (calice di), II, 102.
  Varnhagen H., 231.
  «Vecchio non è venuto (il)», giuoco, 179.
  Vecellio C., 185, 192, 231; II, 14, 96.
  Velardiniello, cantore popolare, 165, 179.
  Velluto in quaranta, 130.
  Venezia, II, 83, 225.
  Vento e suoi effetti prodigiosi, 202.
  Verde Prato: v. _Penna verde_.
  Vergini (lava dei), 107.
  Verlascio di Capua, II, 312.
  Verrinia, II, 348.
  Vicaria (colonnetta della), 272.
  Vicaria (tribunale della), II, 152.
  Vicaria (trombetta della), 27.
  Vico (prov. su), II, 221.
  «Vieni, oh vieni», giuoco, 125, 179.
  Villanella alla napoletana, 126; II, 129-31, 265-66.
  Villaricca: v. _Panicocoli_.
  Villalón (de) Chr., 215.
  Virgilio, 12, 47, 65; II, 61, 222.
  Voglie di donne incinte, 13.
  Volpara, uncino, II, 244.
  Vomere, villaggio, II, 52.
  «Vorria, crudel, tornare...», II, 131.
  «Vosseta», II, 70.
  Votracone, 342.

  Zaffaranaro, II, 118.
  Zannette, monete tosate, 193.
  Zannettari, 193.
  Zazzera F., 86, 146.
  Zecca (tribunale della), 272.
  Zeppola, frittella, 87, 89.
  Zerre-zerre, strum. mus., II, 128.
  Zingari, 158-9; II, 31.
  «Zita», fanciulla nubile, 205.
  Zito B., 176, 179.
  Zucchi F., II, 39.
  Zuche-zuche, strum. music., II, 128.




INDICE DEL VOLUME SECONDO


  GIORNATA TERZA — Introduzione                            p.  1
    I. Cannetella                                          »   6
    II. La bella dalle mani mozze                          »  16
    III. Il «bianco viso»                                  »  30
    IV. Sapia Liccarda                                     »  44
    V. Lo scarafaggio, il topo e il grillo                 »  52
    VI. Belluccia                                          »  64
    VII. Corvetto                                          »  73
    VIII. L’ignorante                                      »  82
    IX. Rosella                                            »  90
    X. Le tre fate                                         » 100
    Egloga III. — La stufa                                 » 114
  GIORNATA QUARTA — Introduzione                           » 125
    I. La pietra del gallo                                 » 133
    II. I due fratelli                                     » 141
    III. I tre re animali                                  » 155
    IV. Le sette cotennuzze                                » 164
    V. Il dragone                                          » 172
    VI. Le tre corone                                      » 185
    VII. Le due pizzelle                                   » 198
    VIII. I sette colombi                                  » 207
    IX. Il corvo                                           » 222
    X. La superbia punita                                  » 236
    Egloga IV. — La volpara                                » 244
  GIORNATA QUINTA — Introduzione                           » 259
    I. L’oca                                               » 267
    II. I mesi                                             » 272
    III. Pinto smalto                                      » 278
    IV. Il ceppo d’oro                                     » 286
    V. Sole, Luna e Talia                                  » 297
    VI. La Sapia                                           » 304
    VII. I cinque figli                                    » 310
    VIII. Ninnillo e Nennella                              » 317
    IX. I tre cedri                                        » 324
    X. Fine della Fiaba delle fiabe. Conclusione alla
      introduzione dei trattenimenti                       » 337
  INDICE ALFABETICO DELLE NOTE                             » 341




NOTE:


[1] Suonatori: v. I, 232, n. 3.

[2] Di molti di cotesti balli si troverà la descrizione nelle _Nuove
inventioni di balli_, opera vaghissima di CESARE NEGRI milanese detto
il Trombone, famoso et eccellente professore di ballare, ecc. (Milano,
1604); e nel _Ballarino_ di messer FABRITIO CAROSO da Sermoneta
(Venezia, 1631). Anche il DEL TUFO (_Ritratto di Napoli_, ms. cit., f.
77) ricorda «quelle belle danze Ballate a nostra usanza, Come a dir
_Spagnoletta o Tordiglione_, Fatto a proporzione, _Rogier, Lo brando e
Passo e mezzo ancora_, Ballo del _Cavalier con la Signora_»; e inoltre:
«Quel gracioso ballo, Detto la _Villanella_, Cosa certo assai bella, O
la _Barriera, Cingara_, o _Cascarda_, O il _Ballo del canario_, o la
_Gagliarda_».

[3] Come si è già detto, la «Sfessania» e la «Lucia» erano una medesima
danza, o, a ogni modo, si legavano strettamente. Nella _Tiorba a
taccone_ dello SGRUTTENDIO (corda IX, «a Cecca, la catubba») si ritrae
questo ballo con le relative parole, che giova qui riferire:

      O Lucia, ah Lucia,
    Lucia, Lucia mia,
    stiénne sto musso e nzéccate ccà.
    Vide sto core ca ngrossa, ca sguazza,
    auza sso pede, ca zompo, canazza!
    Cucherecú,
    zompa mo’ su!
    Vecco ca sàuto, ca giro, ca zompo;
    nante che scompo,
    zompa, Lucia, ch’addanzo io da ccà:
    tubba, catubba e nanianà.
      O Lucia, ah Lucia,
    Lucia, Lucia mia,
    cotogni, cotogni, cotognià.
    Vide chest’arma ca scola, ca squaglia,
    tiente, ca passo sautanno na quaglia.
    Cucherecú,
    sàuta mo’ su!
    Vecco ca sàuto, ca torno, ca roto,
    vi’, ca mme vóto:
    sàuta, Lucia, ca zompo io da ccà:
    uh, che te scuosse! e pernovallà!
      O Lucia, ah Lucia,
    Lucia, Lucia mia,
    cocozza de vino bonora me sa.
    Vide, canella, ca tutto me scolo,
    tiente, ca corro, ca roto, ca volo.
    Cucherecú,
    rota mo’ su!
    Vecco ca roto, ca corro, ca giro;
    vi’, ca sospiro:
    rota, Lucia, ca scompo mo’ ccà:
    ngritta, ca ngritta, e cuccurasà.

[4] Modo di dire, che si trova anche in altri scrittori del tempo. Il
LIPPI (_Malmantile_, IX, 3): «E lascia il proprio per l’appellativo,
Cercando miglior pane che di grano».

[5] Si veda I, 274, n. 5.

[6] Bisticcio lubrico.

[7] Veramente il nome di Cannetella esisteva nel dialetto napoletano,
come diminuitivo di «Cánneta», ossia «Candida».

[8] Testo: «lungo ciavane o streppone de fescena».

[9] Testo: «sto grisolaffio».

[10] Un proverbio napoletano suona: «Corna di sòra (sorella), corna
d’oro; corna di mogliera, corna davvero»; e forse questo, o simile
motto, andava per la mente del Basile.

[11] Testo: «pe fino a no fenucchio».

[12] Testo: «uva anzolia», che non si sa bene quale varietà designi.

[13] Uva galletta.

[14] V. sopra, I, 184, n. 3, 230, n. 5. Il VECELLIO (op. cit., p. 145),
discorrendo dei luoghi delle case dove le donne ai suoi tempi solevano
la mattina esporsi al sole per asciugare le chiome nell’imbiondirle,
nota: «Nella città di Napoli ancora usano sopra le case alcuni luoghi
scoperti, che ivi si chiamano battuti, et sono composti di sabbia
grossa et di calcina, tanto ben battuta che regge ad ogni grossa
pioggia».

[15] Belletti.

[16] Società tra due negozianti.

[17] Come nei processi, quando si riuniscono insieme gli atti di due o
piú cause.

[18] Formula delle ricette dei medici.

[19] Per questa frase, v. sopra, I, 62, n. 1.

[20] Cioè, era venuto matto. La cura, alla quale in quei tempi erano
sottomessi i pazzi dello spedale degl’Incurabili di Napoli, consisteva
nel girare la ruota per attingere l’acqua dal pozzo, mangiare cento
uova come cibo nutriente e leggiero, e ricevere periodiche bastonature.
Biagio Valentino, poeta dialettale della generazione seguente a quella
del Basile, fa dire a un tale che era stato scambiato per matto e
portato agl’Incurabili: «Votaie la rota comm’a tutte l’áute, Me magnaie
le cient’ova, com’è sòleto, La porzione avette de le bàcole». Si veda
in proposito E. BUONOCORE, _Mastrogiorgio_ (_Giorgio Cattaneo_) _nella
cura della pazzia_ (Napoli, 1907).

[21] Testo: «chi fatto a tene? che nasa faise?»: luogo inintelligibile,
e forse corrotto.

[22] «Capriata», miscuglio di vino bianco e vino nero: cfr. lo spagn.
«calabriada».

[23] V. sopra, I, 60, n. 1.

[24] Testo: «o caso cuotto»: sottintendendo (come, in altri testi,
si trova compiuta la frase) «con olio», ossia in guisa ripugnante al
cacio. Vuol dire: come se non fossimo in alcun modo parenti.

[25] Traslato dal giuoco del pallone.

[26] La luna piena. Poiché Taranto abbonda di pesci e crostacei
squisiti (si veda il poema dell’AQUINO, _Deliciae Tarantinae_, Napoli,
1771), vi si può passare una quaresima, cioè mangiar di magro, pur
soddisfacendo la gola e diventando grassi e tondi.

[27] «Come il caval del Regno, ha le lettere su le chiappe», diceva un
proverbio, registrato nei _Floris Italicae linguae libri novem_ del
MONOSINI (Venezia, 1604), p. 413. È da vedere in proposito il curioso
e raro libriccino: _Libro de marchi de cavalli de tutti li principi
et privati signori che hanno razza di cavalli_ (in Venezia, appresso
Nicolò Nelli, 1569), dove abbondano appunto quelli delle razze del
regno di Napoli.

[28] Spagn.: «mantear», che significa (secondo la definizione del
Franciosini) «metter alcuno in una coperta, e tra quattro, che la
tengono da ogni capo, farlo saltare in alto e riceverlo in essa: burla
che si fa tra i paggi e i buffoni», e che (come tutti rammentano) fu
fatta a Sancio Panza.

[29] Testo: «_co lo triego_». «_Trevo_» o «_triego_» è (secondo il
Guglielmotti) «quella vela piú quadra, piú bassa e piú grande, che è la
prima delle tre, spiegate ordinariamente sull’istesso albero».

[30] Clientela, che getta un’ombra anche sulla condotta coniugale della
malvagia Nuccia.

[31] Libeccio, che è chiamato «garbino» dai marinai della costa
adriatica.

[32] Testo: «lo cosciale».

[33] Tre categorie di persone, che si soleva allora piú di frequente
rimuovere dai luoghi dove abitavano o scacciare dal Regno. V. sopra per
gli studenti, I, 136, n. 1.

[34] Cioè, il corno: v. I, 46, n. 3.

[35] Termini di giuoco: v. sopra, I, 163, n. 1.

[36] «A locernella»: sembra che fosse una piccolissima misura di
capacità o una metafora per designarla.

[37] Dei «franfellicchi» si è detto, I, 134, n. 5. «Strùffole»,
dolciume napoletano, pasta di fior di farina con uova, fritta in
piccoli pezzi rotondeggianti e condita con miele e confettini: di
consuetudine nel Natale.

[38] Il GARZONI (_Piazza universale_, p. 509), dopo aver discorso del
vario modo di colorir la cera, soggiunge: «et da essa procedono quelle
belle candele e torzi (sic) che si comprano in Venetia, l’una delle
quali bramar doveva il Cantelicio, ecc.».

[39] Per questa protesta di servitù, che si usava allora nella
conversazione e nelle lettere, v. I, 243, n. 1.

[40] Testo: «Lo viso»; ma vedi piú sotto i versi, che formano come il
motivo del racconto.

[41] Gli zingari, in quanto sogliono indovinare la ventura.

[42] Testo «uosso mastro», il femore degli animali.

[43] Imbrattamento di rosso alla parte esterna delle case, che era
atto di grave offesa che s’intendeva arrecare a colui che vi abitava,
e perciò causa di fatti di sangue, e severamente represso dalle leggi:
come, tra l’altro, da un bando del viceré Toledo, del 6 luglio 1549
(riprodotto di poi e rinforzato) contro la «crescente audacia de’
malfattori» nella città di Napoli e suo distretto e casali, «quali di
notte, per disonorare et ingiuriare gli huomini e persone vassalli
e sudditi di Sua Maestà habitanti in lor case pacifici e quieti,
buttano e fanno petriate e macriate rosse, negre, gialle, verdi, alle
mura di lor case, porte e finestre, in grandissimo vituperio e danno
dei suoi sudditi» (Collez. cit. delle _Prammatiche_, vol. VI, tit.
CXXIX, _De iniuriis_) Si veda il CORTESE, _Micco Passaro_, VIII, 5-6.
È da ricordare che una «macriata» fu fatta, piú tardi, proprio alla
sorella del Basile, la famosa cantatrice Adriana (v. ADEMOLLO, _La
bell’Adriana_, pp. 327-8).

[44] Il Liebrecht (I, 297, e _Anmerk_., I, 408) qui corregge «epilogo»:
correzione non necessaria e non felice, perché l’Aurora è il «prologo»
della «tragedia», cioè della sconfitta e fuga della Notte.

[45] Vedi sopra, I, 238, n. 1.

[46] Forse non è qui il fior di giacinto, ma la «gemma giacinto», la
quale, portandosi addosso in anello, tra le altre virtù, faceva «l’uomo
allegro, conservando il cuore in vigore», e conciliava il sonno; come
si legge nel DONZELLI, _Teatro farmaceutico_ (ed. di Venezia, 1704),
pp. 137-8.

[47] Sembra frammento di uno strambotto. Nel testo suona propriamente:
«Vengo da parte, dove sempre nchianto Stace na donna e dice: — O bianco
viso! Deh, chi me t’ha levato da lo canto».

[48] Si chiama cosí un luogo di Napoli (prossimo alla stazione centrale
della ferrovia), dove, circa il 1487, il duca di Calabria, Alfonso
d’Aragona, aveva costruito un palazzo e un giardino (intorno ai quali
vedi A. COLOMBO, in _Arch. stor. nap_., IX, 563 sgg.). Per dono di
Carlo V passò poi al viceré Toledo e agli eredi di costui, i quali
abbatterono palazzo e giardini e censirono il luogo per case, e in quei
vicoli «della Duchesca» si raccolsero prostitute e gente di mala vita.
A ciò alludono le parole di Renza, che vogliono dire: una donna credeva
di star libera a godere alla Duchesca, e fu iscritta alla gabella delle
meretrici e assoggettata alla polizia e al fisco.

[49] Per questi giuochi, v. I, 175, n. 3, 177, n. 2.

[50] Poco profitto: un semplice dono di caciocavalli: v. sopra, p. 25.

[51] Immagini prese dalla pesca.

[52] Testo: «cervone»: la biscia mangia il rospo.

[53] Traslati dal giuoco della primiera.

[54] Nel testo: «chi gabba peccerille, fa la morte de li grille».

[55] Contro gli scrivani, cioè i bassi ufficiali dei tribunali e delle
altre pubbliche amministrazioni e i loro imbrogli e la loro venalità,
abbondano i motti satirici nella letteratura dialettale napoletana. Si
veda CORTESE, _Micco Passaro_, III, 5, e il nostro stesso, nell’egloga
che termina la giornata IV.

[56] Per questi giuochi v. sopra, I, 177, nn. 1 e 5.

[57] Testo: «tutomaglio», che è l’«euphorbia helioscopia».

[58] Il tabacco, che allora proprio entrava nel costume generale, si
adoprava o si stimava rimedio a molte e diverse infermità. Un cronista
scrive sotto l’anno 1632: «S’è preso cosí in uso di pigliar del tabacco
in Napoli, ch’è cosa meravigliosa, poiché tutti indifferentemente
portano le loro tabacchere piene, e ne prendono in gran quantità,
et ad ogni ora et in ogni luogo, cosí sagro come profano, stando in
grand’opinione che giovi mirabilmente» (BUCCA, in _Arch. stor. nap_.,
XXXVII, 133); e piú oltre racconta della morte del duca di Sicignano
Caracciolo, che, «essendosi fatto aprire, se li è trovato una gran
quantità di tabacco nel cerebro, che, stando ivi ammassato insieme,
hanno i medici concluso che da ciò la morte; e pure si seguita a
prenderne» (ivi, p. 272). Scherzosamente lo esalta come panacea un
altro contemporaneo del Basile, Francesco Zucchi da Monteregale in
Abruzzo, ne _La tabaccheide, scherzo estivo sopra il tabacco_ (Ascoli,
1636).

[59] Com’è noto, allora si distinguevano i «medici di urina», che erano
propriamente i medici, e i «medici di piaga», che erano i chirurgi.

[60] «Letto di riposo», dice il testo, che è quello che si chiamò poi
canapé o sofà.

[61] Testo: «ed è iuto a votare ( — vottare) ossa a lo ponte Ammore».
Mi par da correggere nel modo in cui ho tradotto; e vorrebbe dire
che Amore butta le ossa al ponte Ricciardo o ponte della Maddalena,
a Napoli, sul Sebeto (per antonomasia il «ponte»): luogo in cui si
gettavano le ossa dei giustiziati e suicidi, e le carcasse dei cavalli
e di altri animali.

[62] Socio, o azionista, d’impresa commerciale.

[63] Allusione alle fosse in cui si conserva il grano. Anche a Napoli
c’erano le «fosse del grano», di proprietà della città, fuori le mura,
al posto ove sono ora le case a man destra della salita del Museo: si
veda CELANO, _Notizie_ cit., V, 20-22.

[64] Nella minestra di erbaggi, per darle sapore, si mette un pezzo di
prosciutto attaccato all’osso.

[65] Cioè: «la savia Riccarda».

[66] Testo: «cavallesse fenestrere»: «cavallesse», cavalle sfrenate
«fenestrere», che stanno sempre alla finestra a civettare.

[67] Luoghi di vita allegra; pei due primi, v. I, 86, nn. 7 e 8, 143,
n. 4 e in questo vol., p. 36, n. 1. Il «fondaco del Cedrangolo» è il
presente «vico Cedrangolo», nel borgo di Sant’Antonio Abate. L’altro
era un lurido budello nel quartiere di Porto, presso la via di San
Bartolommeo, che il Basile ricorda anche nella terza egloga delle _Muse
napolitane_, dove chiama le femmine che concorrevano alla taverna del
Cerriglio «l’accoppatura (il fior fiore) de lo Pisciaturo». Ai giorni
nostri quel vicolo ha ricevuto nuova tabella viaria col nome di «Vico
Stella a Porto».

[68] Diminutivi di «Francesco», «Orazio» e «Salvatore».

[69] L’immagine è presa dai baroni che venivano a corte a gareggiare di
pompe e sfoggi, e piú particolarmente da quelli di essi che, a un certo
punto, per non rovinarsi affatto, si ritraevano dalla gara e tornavano
a far vita parsimoniosa nei loro feudi.

[70] Per analogia, trovandosi negli scrittori «occhio di ramarro» per
occhio che civetteggia e adesca.

[71] Testo: «non se po fare lattenatte»: letteralmente, fior di latte.

[72] Testo: «lo re»: evidente cattiva lettura del manoscritto per
«Tore».

[73] A servir da spauracchio agli uccelli.

[74] Lattuga romana o lattugona, com’anche è detta.

[75] Testo: «desquitte»: spagn.: «descuido».

[76] Luogo presso Napoli in collina, che in quel tempo già cominciava
a coprirsi di ville e case di campagna (v. CELANO, _Notizie_ cit., IV,
745 sgg.).

[77] Come si è detto, era una nave vecchia che serviva da ospedale: v.
I, 128, n. 3.

[78] Assisa o tariffa.

[79] Cioè, «oste-rie»: nella prima parte, «oste», «hostis», e nella
seconda «rie», da «rio», malvagio.

[80] Testo: «comm’a pirolo», propr. bischero.

[81] La parte superiore dell’Egeo.

[82] La fiera di Salerno era «delle piú solenni d’Italia, che durava
otto giorni, cominciando dalla vigilia dell’apostolo san Matteo»: la
gente vi concorreva «da luoghi ancor lontanissimi»; vi si esponevano
«animali e qual si sia sorte di robba»; si teneva nel luogo dov’era
il castello grande (PACICHELLI, _Il regno di Napoli in prospettiva_,
Napoli, 1703, I, 174-5).

[83] L’ambasciatore veneto Lippomano notava, nel 1575, la facilità che
era data ai mercatanti nel regno di Napoli di comprare da un giorno
all’altro feudi, censi e case per centinaia di migliaia di scudi: v.
CROCE, _Storia del regno di Napoli_, p. 120.

[84] Qui nella ediz. del 1674, curata dal Sarnelli, e in tutte le
seguenti, si aggiungono le parole, che, tradotte, suonano: «quel
bel fiume, che ha dato nome alla famiglia antica dei Sarnelli»:
interpolazione vanitosa o scherzosa dell’editore.

[85] «Soberbiosa y grandiosa»: accenno al modo iperbolico di
fraseggiare, che gl’italiani solevano notare negli spagnuoli.

[86] Testo: «drinto a no marzapaniello», che sarebbe un panierino; ma,
piú oltre, in una «scatoletta».

[87] La torre o castello di Scafati, ch’era sulla sponda sinistra del
Sarno.

[88] Il «daino» era un passo di ballo.

[89] Cioè, la testa.

[90] Locuzione che si trova anche nel Cortese e in altri scrittori.

[91] I cocomeri si vendono «con la prova», cioè con un taglio sulla
buccia, per accertare che siano ben rossi e saporosi.

[92] È curioso notare che l’edizione napoletana del Muzio, stampata
nel 1714, cangia qui «tedesco» in «inglese»; certamente per riguardo
verso i molti tedeschi che erano in Napoli, venuta allora in dominio
degli Absburgo di Austria, e non senza una punta contro gl’inglesi, che
erano allora mal visti nei paesi di casa d’Austria per il voltafaccia
politico da essi eseguito negli ultimi anni della guerra combattuta in
comune, e che aveva condotto, con la pace di Utrecht, al riconoscimento
della dinastia borbonica in Ispagna.

[93] Le Pleiadi.

[94] Una delle tante immagini per significare «ubbriacarsi»: come lo
sposo non aveva mancato di fare, da buon tedesco.

[95] Son. CLII (I, 133). Nel Petrarca: «tragge».

[96] Son. CCLXXXIII (II, 55).

[97] Traslato perfettamente nel gusto dei poeti del tempo.

[98] Sul tabí di Venezia, v. GARZONI, op. cit., p. 909.

[99] È del Caro, nella traduzione dell’_Eneide_, IV, 1061, e parafrasa
il «ter revoluta toro est» di Virgilio.

[100] Nel testo, stranamente: «La serva d’aglie», cioè la selvetta di
agli, che è mentovata a principio e non ha alcuna parte nel racconto.

[101] Allora «casale regio» di Napoli, insigne per il palazzo e la
villa che vi aveva costruito il negoziante fiammingo Gaspare Roomer,
dove questi accolse nel 1630 la regina Maria di Ungheria. Lo descrive
il PACICHELLI, _Memorie dei viaggi per l’Europa cristiana_ (Napoli,
1685), parte IV, tomo I, pp. 244-5.

[102] Testo: «Renzullo», che poi è divenuto sempre «Narduccio».

[103] «Carosa»: v. I, 235, n. 2.

[104] Testo: «cacanitola».

[105] Testo: «molletta». Le molle per attizzare il fuoco e meglio
riscaldarsi.

[106] Alberata. Serbo la parola nella forma che è d’uso nella
terminologia agronomica meridionale.

[107] Aver paura.

[108] Testo: «cacaselle», esperto cavalcatore.

[109] L’antica Porta Reale era stata trasferita dal viceré Pietro di
Toledo a capo della via Toledo (presso la chiesa dello Spirito Santo),
al luogo dove si vede ora una lapide che ricorda il suo abbattimento
nel 1775 (Celano, Notizie, III, 39-41). Era posto di corrieri e di
vetturini.

[110] Skanderbeg: v. sopra, I, 21, n. 1.

[111] Testo: «Adaso, mérola»: detto che continua: «ca la via è petrosa».

[112] Qualche polvere che si vendeva da cerretani sulle piazze (onde di
e zanni»), e che aveva virtú eccitante o riscaldante.

[113] Quel grande arco sulla strada da Pozzuoli a Cuma, aperto
attraverso il monte Grillo.

[114] Testo: «ntruglio de Vaia». Con questa parola quei di Baia
chiamano complessivamente i cosiddetti tempî di Venere, di Mercurio,
di Diana, grandi edifizî rotondi che servivano a uso di terme. È da
sospettare che la parola sia corrotta da quella di «trullo» (dal greco
bizantino) in uso in alcune parti dell’Italia meridionale per designare
ruderi di edifizî a cupola.

[115] Per questi luoghi di Napoli, v. sopra, I, 85, n. 9, 86, n. 4.

[116] Testo: «vosseta», coppa di legno, nel cui mezzo gira la coda di
una bacchettina di ferro con coperchio di legno, a uso d’incannare la
seta.

[117] Nel testo: «a la vota de Resina».

[118] Cioè, condurre le cose con ponderazione e flemma. Risponde al
latino: «bove leporem venari», e si dice anche in italiano.

[119] Ora si direbbe, in linguaggio forense, «con la generica del
delitto».

[120] Testo: «Antuono», e cosí piú oltre.

[121] Salsa per condire il pesce.

[122] Mescolanza di minuti pesciolini di vario genere.

[123] Invenzione tessuta sul detto di Epimenide, serbatoci da san
Paolo, _Epist. ad Titum_, I, 12: «Dixit quidam ex illis, proprius
ipsorum propheta: Cretenses semper mendaces, malae bestiae, ventres
pigri». Il Basile, come si è detto, dimorò per alcun tempo in Candia,
ai servigi di Venezia.

[124] Note maschere della commedia dell’arte.

[125] Nella forma in cui a Napoli si esponevano in vendita le frutta.
Sul «quadretto napoletano», v. DEL TUFO (ms. cit. ff. 8-9), che lo
descrive e ne canta le lodi e gli dedica anche un sonetto.

[126] Come accadeva, e accade, per le vie di Napoli durante l’estate.

[127] Testo: «lo descenzo e la scesa», propriamente «convulsione e
flussione», bisticcio con «discesa».

[128] L’inferno.

[129] V. sopra, I, 273, n. 4.

[130] Allude probabilmente al popolarissimo _Contrasto di Carnevale e
Quaresima_, che, con altre composizioni della stessa sorte, può vedersi
raccolto da L. Manzoni nella dispensa 181 della _Scelta_ del Romagnoli,
intitolata: _Il libro di Carnevale dei secoli XV e XVI_ (Bologna, 1881).

[131] Erano ancora in quel tempo in grandissima voga le imprese con
motti e ne trattavano di proposito moltissimi libri, tra i quali il piú
ampio è forse quello del PICINELLI, _Mondo simbolico_ (Venezia, 1678).

[132] È un omaggio al duca d’Alba, don Antonio Alvarez di Toledo,
ch’era viceré di Napoli (1622-39), quando il Basile componeva questo
libro, e a cui egli dedicò nel 1627 la raccolta completa delle sue
_Odi_, e indirizzò versi in lingua spagnuola: v. CROCE, _Saggi sulla
letteratura italiana del seicento_^2, pp. 21-22, 109-14.

[133] In questa seconda impresa, allude forse a se stesso alla sua poca
fortuna e al declinare della sua vita.

[134] Pei «gaifi», v. sopra, I, 74, n. 1.

[135] Con scale a chiocciola: spagn. «caracol».

[136] Trasl. dalle iscrizioni a carbone onde gli avventori oziosi
sogliono ricoprire le pareti delle osterie. Nella terza egloga delle
_Muse napolitane_, descrivendosi la taverna del Cerriglio, è detto che
vi si può passare il tempo a vedere «tante storie, Pente co lo cravone
ad ogni muro. Ccà se vede no ntruglio co la vela, Llà n’autro mpiso co
no mutto a bascio. Ma chi porria contare Quanta ditte e sentenze?...».
Si veda anche il CORTESE, _Ciullo e Perna_, a princ. del l. VII.

[137] Testo: «testimonia vostra, strunzo mmiezo»: per questa formula v.
sopra, I, 244, n. 3.

[138] Pezzi di legno incavati nel mezzo e spalmati di sego nell’incavo,
che si adoperano pel varo di piccole navi e di barche.

[139] Piú enfaticamente loda Venezia nella Giornata IV, 9.

[140] Intendi qui, come in IV, 9, per Alessandria, e di là al Cairo.

[141] Nel noto dialogo _Il gallo o il sogno_.

[142] Tra le _Pistole volgari_ di NICCOLÒ FRANCO (Venezia, 1538) ve
n’ha una «Alla lucerna», con una lunga «Risposta de la lucerna»: satira
delle varie condizioni e professioni umane, delle quali la lucerna
conosce i segreti (nella ristampa delle lettere del Franco, Venezia,
1604, epistola e risposta si leggono a ff. 183-200).

[143] Testo: «quella faccia de giarnea a l’antica».

[144] Vedi sopra, I, 64, II, 1.

[145] Manovale di muratore.

[146] Debbono essere parole di qualche canto popolare.

[147] Testo: «refole», che i lessicografi napoletani spiegano nel senso
di «rifolo» o buffa di vento.

[148] Il re dei facchini della dogana.

[149] Anche a Napoli, al primo di maggio, e nella via che prese il nome
di «Maio di Porto», «si faceva una festa, apparandosi tutta di fiori
di ginestra, che fino ai nostri tempi si chiamano fiori di maio; e vi
si piantava un lungo arbore di nave, e nella cima vi si attaccavano
diversi premi ed erano di coloro che a forza di braccia e destrezza
vi salivano; e questo giuoco anche ai nostri tempi ritiene il nome di
Maio» (CELANO, _Notizie_ cit., IV, 292).

[150] LIPPI, _Malmantile_, V, 51, traducendo questo luogo: «Or piú
rossa del cul d’uno scolaro, Dopo ch’egli ha toccato una spogliazza»; e
nelle relative note del Minucci è spiegata la differenza tra il castigo
scolaresco della «spogliazza» e l’altro del «cavallo».

[151] Come era allora consueto spettacolo di ladruncoli o meretrici o
altri delinquenti, portati per la città sopra un asino e frustati dal
manigoldo.

[152] Il canto del cuculo era tenuto di buon augurio, almeno nei modi
di dire degli scrittori dialettali napoletani; benché, nelle credenze
popolari, valga, in generale, per l’opposto: cfr. PITRÉ, _Bibl_., XVI,
392.

[153] La costellazione dell’ariete, nella quale il sole si trova nel
marzo.

[154] Al diavolo.

[155] All’inferno.

[156] Sui significati mistici del nove e degli altri numeri si leggeva
allora il libro del BONGO, _Numerorum mysteria_ (Bergamo, 1599).

[157] Testo: «mprenafeneste», ingravida-finestre: colui che fa
all’amore passeggiando sotto le finestre, guardando se si affaccia la
donna desiderata e corrispondendo con lei dalla strada alla finestra
per occhiate e cenni.

[158] Testo: «sto secamolleca e sto tirammolla». La prima parte è anche
l’inizio di una filastrocca infantile («Seca molleca E le donne di
Gaeta, ecc.), che le balie cantano tenendo i bambini sulle ginocchia
e tirandoli per le manine e poi scostandoli. Vedila in MOLINARO DEL
CHIARO, _Canti del popolo napoletano_ (Napoli, 1916), p. 43.

[159] A Napoli, per altro, come si è detto, non c’erano piú ebrei,
cacciati nel 1541 dal viceré Toledo, e, quando furono cacciati, un
cronista deplorò che fosse venuta meno una grande comodità ai poveri,
e che, in fatto di prestiti su pegni, «i cristiani cominciassero a far
peggio che i giudei non facevano» (CASTALDO, _Historia_, ediz. Gravier,
p. 66).

[160] L’«abito dei poveri vergognosi», del quale con debita licenza,
si vestivano cittadini per avversa fortuna caduti in necessità, è
descritto dal VECELLIO, _Habiti antichi e moderni_, p. 176, che lo dice
«sacco o vesta di tela nera, tutta rappezzata e vecchia, con la quale
rappresentano la loro povertà, e un cappuccio, il quale si mettono in
testa».

[161] Testo: «sceroppata», da «sciroppo».

[162] Testo: «arrobbare», che qui non avrebbe senso. Suppongo che
intenda «arrobbiare», cioè dipanare i fili con la robbia (francese:
«garancer»).

[163] V. sopra, p. 58, n. 2.

[164] PETRARCA, _Trionfo d’amore_, II, 83.

[165] Pelatrice. La parola, in tal significato, è anche nel Boccaccio.

[166] Specie di grossa viola, che il Basile ricorda tra gli «strumenti
moderni di musica», nella nona egloga delle _Muse napolitane_.

[167] Comune della provincia e circondario di Caserta, e allora casale
di Capua.

[168] Il testo aggiunge: «e li tallune a cavola», che non s’intende;
l’ed. Sarnelli e le seguenti variano: «a provola».

[169] Anticamente «Cuculum», poi «Panicocoli», ora «Villaricca», comune
della provincia di Napoli, circondario di Casoria. Essendo diventato il
nome «Panicocoli» oggetto di celie tra gli abitanti dei luoghi vicini,
non molti anni sono fu cangiato in quello di «Villaricca»: come già
sembra che, in età remota, fosse stato cangiato quello primitivo di
«Cuculum», per isfuggire ai bisticci dei napoletani dell’undecimo o
duodecimo secolo.

[170] V. sopra, I, 130, n. 1.

[171] Testo: «de scierghiglie»

[172] Si è pensato, in questo luogo, al calice dell’ultima cena che
si serbava a Gerusalemme e poi a Valenza in Ispagna, o all’ampolla,
«la sainte ampoule», di Reims: si veda in proposito il ROCCO nel
_Giambattista Basile_, IV, 86, e, diversamente, nel _Voc. nap._, ad. V.
Ma, piú probabilmente, vorrà dire: «il Santissimo Sacramento».

[173] Testo: «comme na vettola».

[174] Il diavolo.

[175] Il testo aggiunge: «gaize» (ediz. Sarnelli: «gazze»), che non
intende.

[176] «Pennate», tettoie.

[177] Il testo aggiunge: «de filato e cocullo», che non ben s’intende
cosa sia; ma, qui come piú sotto, l’esaltazione della magnificenza
appare scherzosa, commista com’è di cose ricche e di cose povere, di
delicate e di dozzinali.

[178] Uova di pidocchi.

[179] Testo: «castellere de privito», che rimane alquanto oscuro.

[180] Sorta di sopravveste ampia e lunga: spagn. «monjil».

[181] Gorgiera: spagn. «gargantilla».

[182] Nodo di capelli sul cocuzzolo, senza pettine: corrisponde, in
certo modo, al franc.: «chignon».

[183] Spagn.: «periquito», che era una specie di pappagallo.

[184] Come un cavallo stellato.

[185] Testo: «o Amore»; ma par da correggere come si è fatto.

[186] Testo: «n’erva noale».

[187] Testo: «hiercuntina».

[188] «La nostra sconcissima architettura e cattiva distribuzione
degli appartamenti — scrive il GALIANI (_Voc. nap_., I, 280-2) — e la
strettezza con cui si abita in una popolatissima capitale, rendono
sensibile in tutte le case questo necessario servizio. Nel borgo di
Chiaia non solo è sensibile ma importuno, giacché, essendo quelle
case edificate tutte a livello del mare, e, per non esservi caduta
bastante, non essendosi potuto nelle case costruir le chiaviche e
condotti sotterranei, conviene che lo schifoso votamento si faccia alla
marina, attraversando la nobilissima strada del pubblico passeggio».
Le ore della sera si dicevano perciò «ore iettatorie» e «ore fetorie»;
e la prima ora di notte prese anche il nome di «mal’ora di Chiaia», e
a questo modo è designata perfino in atti legislativi (_Collez. delle
prammatiche_, ediz. cit., tit. CLXXI, n. CVII).

[189] Secondo l’uso del volgo napoletano, e forse di altri volghi,
l’imprecazione si rivolge non direttamente alla persona di colui che si
vuol offendere, ma ai suoi prossimi (madre, sorella, ecc.), e ai suoi
«morti», come quelli dei quali colui riverisce la memoria.

[190] Le Pleiadi: mitologicamente, le colombe, a cui dà la caccia
Orione coi due cani Sirio e Procione: v. sopra, p. 59, n. 2.

[191] Per solito, allora la tela delle scene non si levava, ma
cadeva. Nel già ricordato _Monte Parnaso_ (Napoli, 1630), che è del
nostro Basile, si legge: «Si vede primieramente, al cader d’un’ampia
tela, nella maggior sala del Real Palaggio un spazioso teatro, che
boscareccia scena rappresentava...».

[192] Testo: «per levarele la cannella, Bacco l’haveva sotterrata a na
votte»; che certo è lezione corrotta.

[193] V. sopra, I, 22, n. 1.

[194] «Stufe» si chiamavano i bagni caldi. Il DEL TUFO (ms. cit.,
f. 79) loda l’«arte degli stufaioli napolitani»: «Cosí tant’altre
ninfe Sen van spesso a stufare in cosí calde e profumate linfe, Ne
le cui stufe rare Da stufaiol predetti Si tengon ivi preparati i
letti: Dove, fatto il mestiero Da quei miei stufaiol tanto cortesi,
La dama o il cavaliere Sovra i letti distesi Corre snello e leggiero
A riposarsi: intanto, La serva o il paggio vien con qualche cosa Di
cannella, di zuccaro o di ova; E parimente in una giarra d’acqua La
donna, mezzo stracqua, La dolcissima bocca ella si sciacqua. Qui,
vestita di poi, postosi il manto, La donna o il gentil’huom vestito
ancora, Senza starci a pensare, Cosí polito l’un, l’altro ben scarca,
Manda il marito al Mol per una barca; E con chi sa cantare Se ne vanno
a Posilipo a cenare». A lungo tratta degli «stufaroli» il GARZONI
(_Piazza universale_, pp. 825-6), che altresí dice che «son pochi tra
essi che non sian ruffiani e che non tengan camere a nolo, meschiando
la munditia esteriore con l’immunditia interna in quelle stufe, che
son ricetto di mille vergognose e disoneste libidini carnali». — In
quest’egloga, per altro, «stufa» è in significato morale, nel senso di
«stufare», ristuccare, venire a noia.

[195] Testo: «chi accatta zaffarana». Si chiamavano «zaffaranari» i
girovaghi che facevano mercato d’indumenti usati.

[196] Sulla domanda dei genitori, si mettevano i fanciulli corrigendi
nelle carceri dei castelli.

[197] Di questi «sollazzi» campo era in Napoli la piazza o Largo del
Castello (la presente piazza Municipio), della quale giova riferire una
descrizione, fatta sulla fine del settecento, quando non era cangiata,
o di ben poco, da quella che era ai tempi del Basile: «Questo largo,
oltre al vedersi dal nascere del sole fino al morire sempre pieno di
palchi e teatrini, con sopra giovinastri e donnicciuole a lascivamente
cantare, sonare e ballare anche sulla corda, era sempre pieno di uomini
e donne oziose e di partito, che invitavano al male ed accompagnavano
e servivano, azzardandosi fin con gli ecclesiastici e religiosi. In
pubblico si giocava a qualunque gioco, anche d’azzardo. La roba, che
vi si vendeva, era sicurissimo tutta roba rubata; onde alle volte
vedendosi, per grazia di esempio, un bel fazzoletto in mano di uno
e sentendone il tenue prezzo, subito si dicea: — È roba comprata al
Largo del Castello. — Era il bel passeggio dei ladri più fieri e lesti
a prendersi i fazzoletti e le tabacchiere dalle tasche e gli oriuoli
dai calzoni; anzi, perché di continuo vi era tanta folla di gente che
sembrava un mercato, giungevano a togliere le fibbie dalle scarpe, onde
tutti fuggivano di passarvi, contenti piuttosto di allungare cammino.
Spesso vi succedevano delle sanguinose risse, per cui era costretto il
Castello a sparare il cannone a mitraglia, e vi succedevano dei fatti
barbari ed atroci» (P. DEGLI ONOFRI, _Elogi storici di alcuni servi di
Dio_, Napoli, 1803, pp. 49-50).

[198] Sul «compare Biondo» o «compà Iunno», v. sopra, I, 11, n. 1.

[199] Il testo dice: «Canta puro lo Stella e lo Giammacco» (forse due
nomi di cantanti), È peo na sinfonia che lo sciabbacco».

[200] Coi quali si chiudevano i festini.

[201] V. sopra I, 86, nn. 7-8.

[202] Intendi: scudi.

[203] La spada: dispregiativo.

[204] Ducato, moneta.

[205] La conclusione è meno volgare di quanto parrebbe, perché viene
a dire che nella vita ciò che importa è la virtù e il potere (l’«oro»
come potenza o mezzo di dominio: come mezzo di godimento è già stato
escluso dalla critica precedente intorno al fastidio di tutti i
piaceri).

[206] Il ballo del Canario era uno dei piú usati e si trova descritto
nei trattati di danza di quel tempo: per quello della Torcia, v. sopra,
p. 122, n. 2.

[207] Cioè il principe Taddeo con la moglie schiava moresca.

[208] More.

[209] «A segamattone» («a seca mautone»): il DEL TUFO (ms. cit., f.
101) ricorda questo giuoco, che chiama «spaccamattone». — «A capo
o croce»: assai noto e già solito presso i romani come quello di
«caput sut navim»: vedilo descritto nel DE BOURCARD, _Usi e costumi
di Napoli_, I, 297-8. — «A cucco o vento» (cioè «qualcosa o nulla?»):
si presenta il pugno chiuso, dando a indovinare all’avversario. —
«A mazza e piuzo», si fa con due bastoncini; il secondo («piuzo»)
piú piccolo e terminante in punta ai due estremi: è descritto nella
rivista _Giambattista Basile,_ I, 55, e corrisponde al toscano: «alla
lippa». — «Alla morra»: è il giuoco della mora, notissimo dappertutto
(«digitis micare» dei romani); e cosí anche il seguente «a pari o
dispari» («a paro o sparo»): v. DE BOURCARD, op. cit., I, 67-70, 298.
— «Alla campana»: «si fa in terra col gesso un semicerchio, seguito da
un quadrato colle sue diagonali e da tre rettangoli, in modo da formare
a un dipresso una campana divisa in otto scompartimenti; poi si getta
una chiave, una piastrella o altro in ciascuno degli scompartimenti
l’un dopo l’altro, e, saltando sopra un piè solo, bisogna andarla a
cacciar fuori. Se la cosa gettata o il piede tocca le linee, si perde»
(ROCCO, nel _Voc. nap_.). — «Alle norchie»: che, secondo il D’Ambra,
sarebbe un giuoco di carte. — «A castellucci»: cioè mucchietti di noci,
castagne e simili, che bisogna cercar di colpire e scomporre col lancio
di un’altra noce o castagna. Vedi DE BOURCARD, op. cit., I, 299; e
PITRÉ, n. 66: «A li casteddu». — «Ad accostapalla»: si getta una prima
palla, e i giuocatori gettano a volta a volta le altre, procurando di
farle andare quanto piú vicino possono alla prima: vedi DE BOURCARD,
op. cit., I, 302 — «A coppia o solo» («a chioppa o separa»): varietà di
quello a pari e caffo. — «Al tocco»: varietà del giuoco della mora e si
fa per vedere a chi tocchi in sorte alcuna cosa (e particolarmente il
vino che si ha innanzi, e perciò è d’uso tra i bevitori nelle cantine).
— Per quelli della palla e dei birilli («sbriglie»), non occorrono
spiegazioni.

[210] Il «colascione» è ben noto; il «chiuchiero» era uno strumento
rusticano a fiato; il «buttafuoco» si trova piú volte ricordato in
questo libro; il «cro-crò» (detto anche «zerre-zerre») consiste in un
bastoncello con una ruota dentata che, nell’agitarlo e aggirarlo, urta
in una linguetta e produce un suono; il «cacapensieri», detto anche
«scacciapensieri», si può vedere descritto nel DE BOURCARD, op. cit.,
I, 308; il «zuche-zuche» è una sorta di violino. Erano tutti strumenti
popolari e antichi, che il Basile, nell’egloga nona delle Muse
napolitane, contrapponeva ai moderni, esaltandoli e imprecando contro
il primo che ebbe a guastare:

    lo Calascione, re de li stromiente,
    co tante corde e tante,
    c’ha perduto lo nomme e se pò dire:
    «Quanto mutato, oimè, da chello ch’era!».
      Valea chiù lo consierto
    de lo tiempo passato,
    lo pettene e la carta,
    l’osso miezo a le deta,
    lo cro-crò che parlava,
    lo bello zuco-zuco,
    la cocchiara sbattuta
    co lo tagliero e co lo pignatiello,
    lo vottafuoco co lo siscariello,
    che te ne ive ’n siecolo.

[211] Arie di musica, allora molto popolari.

[212] Quali fossero queste canzoni del tempo buono dice il Basile nella
citata egloga delle _Muse napolitane_, nella quale a un tale, che
voleva cantare una canzone moderna, un altro risponde:

               pe te dire
    proprio comme la sento,
    sse canzune de musece de notte,
    de poete moderne,
    non torcano a lo bivo.
    O bello tiempo antico,
    o canzune massicce,
    o conciette a doi sòle,
    o museca de truono!
    mo tu non siente mai cosa de buono.
    E dove so’ sporchiate
    chelle che componeva
    Giallonardo dell’Arpa,
    che ne ncacava Arfeo?
    dove se conservava,
    doce comme a lo mèle,
    la mammoria de Napole ientile!
    Dov’è iuto
    lo nomme vuosto, dove la famma,
    o villanelle meie napoletane?
    ca mo cantate tutte ’n toscanese,
    coll’atro a scherechesse,
    contrarie della bella antichetate,
    ché sempre cose nove hanno mmentate...

Le «villanelle», infatti, tramontarono nei primi decenni del seicento,
perdurando ancora per qualche tempo il «madrigale». Si può vedere in
proposito, oltre il CAPASSO, _Sulla poesia popolare a Napoli_ (in
_Arch. stor. nap._ VIII, 316-331), la recente e ampia trattazione di G.
M. MONTI, _Le villanelle alla napoletana e l’antica lirica dialettale
a Napoli_ (Città di Castello, Il Solco, 1925). Il Basile, nella citata
egloga, accenna a parecchie delle piú popolari villanelle, e reca
intera questa, che è tipica del genere e che piacerà leggere qui:

      — Oh Dio, che fosse ciàola e che volasse
    a ssa fenestra a dirte na parola!
    Ma non che mettisse a na gaiola.
      E tu da dinto subeto chiamasse:
    — Viene, marotta mia, deh, viene, Cola! —
    Ma non che me mettisse a na gaiola.
      Et io venesse et ommo retornasse,
    com’era primmo, e te trovasse sola!
    Ma non che me mettisse a na gaiola.
      E po tornasse a lo buon sinno gatta,
    che me ne scesse pe la cataratta,
    pur che na cosa me venesse fatta!

«Ciàola», gazza; «gaiola», gabbia; «scesse», uscissi. Per le varianti,
MONTI, op cit., pp. 134-9.

[213] Traduz.:

    Via di qua, Margaritella,
    ché sei troppo scandalosa,
    e per ogni poca cosa
    tu vuoi prima la gonnella.
        Via di qua, Margaritella!

[214] Il testo metricamente esatto doveva dividersi cosí: «Vurria,
crudel, tornare — Chianelletto, e po’ stare — Sotto a sso piede; ma si
lo sapisse, — Pe straziarme sempre corrarisse»: vedi MONTI, op. cit.,
pp. 128-9, che ne reca una versione italianizzata. I «pianelletti»
entravano anche in altre villanelle, come in quella ricordata dal COSTO
nel _Fuggilozio_ (Venezia, 1600, in fin della Giornata II, p. 136), e
dal Basile nell’egloga citata:

    Songo tanti leggiadri e tanto vaghi,
    donna gentile, sti tuoi chianelletti...

E anche per questa, cfr. MONTI, op. cit., pp. 182-3.

[215] È una filastrocca fanciullesca, di cui si sono già ricordati di
sopra (I, 123, n. 1) i primi versi. Se ne vedano molte varianti in
MOLINARO DEL CHIARO, _Canti popolari raccolti in Napoli_ (2. ediz.,
Napoli, 1916), pp. 88-91, e nelle già citate note del Nicolini al
GALIANI, _Del dialetto napoletano_, pp. 142-3: cfr. MONTI, op. cit.,
pp. 101-105.

[216] Lunga variante in MOLINARO DEL CHIARO, op. cit., pp. 79-80. Il
Galiani, come, fantasticando, attribuiva la precedente ai tempi di
Federico II imperatore, cosí questa ai tempi angioini, trovandovi
allusione a quei re; ma non si può negare che quest’ultima abbia qua e
là un sentore storico quattrocentesco o trecentesco. Vedi, del resto,
MONTI, op. cit., pp. 109-111.

[217] Cosí mi par da interpretare: «crepa la terra e dicelo», del testo.

[218] Piccolo e di gambe corte: il CASALICCHIO, _L’utile col dolce_,
(ed. di Venezia, 1741, p. 6): «una gallinella che noi chiamiamo
_patanella_». Cfr. BERNI, _Orlando_, II, VI, 12: «che par con esso una
gallina nana».

[219] Con ogni delicatezza.

[220] Anche in questa fiaba il nome è scritto in diverso modo:
«Iacov’Aniello», «Masaniello», e via.

[221] Mettersi in sussiego.

[222] Parole di gergo: «voltò strada e prese il largo».

[223] In una commedia del Porta: «Mi pareva una di quelle donne di
legno che si muovono con i contrappesi, che portano i bagattellieri che
vanno per lo mondo» (_La turca_, I, 1).

[224] «Pagliaminuta» si chiamava colui che aveva in Napoli il carico
dello spazzamento, in ricordo di un Cola Pagliaminuta di Amalfi, al
quale, nel 1487, re Ferrante I d’Aragona concesse quell’uffizio, che
poi fu dalla città dato in pegno e piú tardi riscattato, e allora si
esercitava a volta a volta da ciascuno dei sei seggi o piazze. Nel 1560
era stato diviso tra sei incaricati, uno per ogni seggio, che presero
nome di «Pagliaminuti». Vedi R. GUISCARDI, _Saggio di storia civile del
Municipio napoletano_ (Napoli, 1862), p. 93.

[225] Il diavolo.

[226] Ballo che si faceva tenendo in mano pertiche ossia bastoni
inghirlandati di fiori, in sostituzione delle spade che prima vi si
usavano. Il popolo, nel carnevale, lo ballava in maschera sotto le
finestre delle belle o dei signori, che gittavano denaro ai ballerini.

[227] Quattro fanciulli si mettono intorno a un gran fuoco e altri
quattro vanno a nascondersi: i primi gittano un sasso per uno nel
fuoco, gridando: «Pane caldo!», e allora i rimpiattati sbucano
accorrendo verso il forno, e i fornai scappano per non farsi cogliere:
chi è còlto, deve portare a cavalluccio fino al forno il suo
prenditore. Cosí descrive il giuoco, per la Sicilia, il Pitré, op.
cit., n. 189: «A pani càudu».

[228] Testo: «capopurpo».

[229] Testo: «calantrielle».

[230] Testo: «Pertusocupo»; ma piú oltre «Pertusofuto».

[231] Testo: «fatto priore»: che è tra le parole e frasi sinonimiche di
«rubare» nell’egloga in fondo a questa giornata, _La volpara_.

[232] Osteria posta a una delle stazioni della strada percorsa dai
viaggiatori e dai procaccio.

[233] Tra i rimedî popolari era l’applicazione dell’inchiostro sulle
scottature.

[234] Piuttosto che le _Constitutiones Regni Neapolitani_, che non
trattano di questa materia, è qui da intendere il diritto giustinianeo
(_Codex_, l. V, tit. XII), vigente nel Regno.

[235] Per lui, è finita.

[236] Testo: «chi ha de dónne, bona foglia conne».

[237] Cioè, fa solo quanto puoi fare.

[238] «Quotquot autem receperunt eum» dell’Evangelo di san Giovanni, I,
12.

[239] V. sopra, I, 186, n. 1.

[240] Cioè il calmiere a cosa che non merita questo provvedimento.

[241] Intendi: altrui.

[242] Testo: «ommo de craie», che rimanda sempre le cose al domani.

[243] Testo: «ommo sbano». Nel citato _Ragionamento sopra del asino_
del PINO (1530), f. 27: «..... da quali nacque questa sorta di gente
chiamata sbani: li maschi non mai han pelo nel volto, e le femmine
non han fiore in seno, e per loro alterezza non si degnano visitar
l’Eccellenza del Signor Marchese (cfr. sopra, I, 243, n. 3) almen una
volta al mese». Il famoso Masaniello del tumulto del 1647 è detto in
una relazione contemporanea: «giovane d’età venticinque anni, sbano, di
statura ordinaria, ecc.» (in _Arch. stor. nap._, XV, 360).

[244] Testo: «a fare accipe cappiello co li studiente». «Nelle dispute
scolastiche — scrive il Rocco, nel _Voc._ — il vincitore riportava una
corona o laurea, mentre colui che perdeva prendeva il cappello e andava
via, e gli si diceva: _Accipe pileum pro corona_».

[245] Consulte forensi.

[246] Scherzosamente: il _Digesto_.

[247] La grammatica di Elio Donato, che era ancora in uso nelle scuole.

[248] La _Cornucopia sive linguae latinae commentaria_ di Nicola
Perrotti da Sassoferrato, la cui prima stampa è del 1489.

[249] Testo: «bèrtole», bisacce: in bisticcio con Bartolo.

[250] Ai dadi.

[251] È detto popolare, ma anche latino: «gallinae filius albae»
(IUVEN., Sat., XIII, 141).

[252] Traslato del giuoco delle carte.

[253] Traslato del depurare l’oro.

[254] Versò lacrime.

[255] Ferula.

[256] V. sopra, p. 39, n. 3.

[257] «... in cima all’erto e faticoso colle Della Virtù riposto è il
nostro bene: Chi non gela e non suda e non s’estolle Dalle vie del
piacer, là non perviene» (TASSO, _Gerusalemme liberata_, XVII, 61).

[258] Cioè, di liberazione dall’obbligo dell’alloggio di soldati, del
quale prima si era ricevuta la notificazione.

[259] Continua nello stesso traslato.

[260] Vedi, al solito, Giornata V, 2.

[261] Qualcuna delle radici che si adoperavano in medicina, come quelle
«aperienti», «confortative», e simili.

[262] Con ogni onore.

[263] Testo: «lietto perciato», per infermi paralitici o altrimenti
incapaci di levarsi.

[264] Il telescopio, invenzione allora fresca, di un paio di decennî.

[265] Di una candeletta o cristere.

[266] Nella rappresentazione di Carnevale e Quaresima, che si faceva
a Sorrento, come altrove, l’ultima notte di carnevale, interveniva
«un gigantesco scheletro di legno e cartone, armato di falce,
rappresentante la Morte, che mieteva la vita di Carnevale». Questo
scheletro, per quel che s’afferma, fino a poco piú di un secolo
addietro, si serbava colà in una scuderia dell’antico palazzo
Mastrogiudice; e sarebbe stato esso appunto la proverbiale «Morte di
Sorrento». Vedi G. CANZANO, nella rivista _Giambattista Basile_, I,
68, e cfr. G. AMALFI, _Tradizioni ed usi nella penisola sorrentina_
(Palermo, 1890), pp. 41-2.

[267] Che fa per la prima volta le uova.

[268] Traslato dagli arrolamenti militari.

[269] Testo: «a lo nzalo», spagn. «ensayo»: come si dicevano le prove
generali delle commedie, dei tornei e di altri spettacoli.

[270] Le sentenze.

[271] Testo: «a spaccastrommola»: dal giocare alla trottola, tirandola
con tanta violenza e mal garbo da quasi spezzarla. A quei tempi, un
comico dell’arte napoletano, Aniello Soldano, faceva la parte del
«dottor Spaccastrummolo» (CROCE, _Teatri di Napoli_^2, p. 33).

[272] La forca: v. sopra, I, 84, n. 5; e in bisticcio coi lavori di ago
che insegna la maestra di cucito.

[273] Il tribunale della Vicaria di Napoli era diviso in quattro ruote,
due civili e due criminali, e a ciascuna di esse era preposto un
consigliere «caporuota».

[274] Latino maccaronico: «di aver gettato l’uncino».

[275] Nel sommario della fiaba era detto, invece, «Giancola».

[276] Testo: «lo sproviero», e cosí in tutto il brano per errore.

[277] Si sente anche attraverso il guanto la stretta di mano di chi è
innamorato.

[278] Giuoco, pel quale v. sopra, p. 127, n. 3.

[279] Si dice dei cavalli che si voltano in piccolo spazio: il
«carlino», come si è già avvertito, era una piccola moneta d’argento.

[280] Testo: «ecco maturato sto spognile de sorva».

[281] Ancora sulle iscrizioni delle osterie, per le quali v. sopra, p.
79, n. 4.

[282] Vedi Giornata I, 1.

[283] Vedi Giornata IV, 2.

[284] Testo: «Ventura, Antuono, e no havere parpetole, ca senza visco
piglie le focetole».

[285] Testo: «permonare»: v. I, 128, n. 3.

[286] Il proverbio, com’è noto, continua: «con inganno e con arte si
vive l’altra parte».

[287] Termine procedurale.

[288] Testo: «e venga de creta e chiova».

[289] Sta nel senso di quel luogo del Machiavelli nella _Clizia_ (I,
2): «Ma io non sono ancora sí vecchio, ch’io non rompessi una lancia
con Clizia».

[290] Testo: «rosola», che è propriamente infiammazione alle dita o ai
piedi, gelone o pedignone.

[291] «Appesa» si dicono nel napoletano le cose attaccate in fila a una
pertica, o ad uncini e chiodi.

[292] La madre della sposa porgeva e sorreggeva il dito della figliuola
a infilare l’anello nuziale. Si può vedere la descrizione di un
matrimonio secondo il rito napoletano in una lettera del Capilupi del
1515, intorno al matrimonio del conte di Colisano con la figliuola
di Antonia Gonzaga (che era una Del Balzo, napoletana), celebrato in
Mantova. La riprodusse G. GATTI nella rivista _G. B. Basile_, V, 45-46.

[293] Ogni decina, come si è detto, corrispondeva a quattro rotoli.

[294] Testo: «corinola», che fa bisticcio con «core».

[295] Traslato dal giuoco dell’anello.

[296] Cosí anche nella fiaba seguente. «Capra nera» sta per diavolo,
strega, o simile.

[297] Per bagnare le dita.

[298] Perché, nei luoghi dove si coltivano i cavoli cappucci, non può
allignare il generoso vin greco: GALIANI, _Del dialetto napoletano_,
ed. cit., p. 286.

[299] Testo: «fattola passare a lo rollo».

[300] Cosí si chiamava l’ammonizione rivolta a taluno dall’autorità
giudiziaria o politica a non commettere una certa azione (per esempio:
la vendetta di un’offesa), sotto minaccia di pene in aggiunta a quelle
che sarebbero toccate per legge.

[301] Testo: «de mo fa l’anno», di un anno fa, che è ancora una
negligenza nella cronologia della fiaba.

[302] Testo: «da quatto pane a parte», che par che sia in relazione
col nome di «settepanelle», dato ai servitori (v. sopra, I, 15, n. 1);
e vorrebbe dire che, per le angustie a cui il re era ridotto, i suoi
servitori ricevevano ciascuno quattro, e non sette pani, per settimana.

[303] Testo: «Moniello»; nelle edizioni posteriori, «Meniello»: doveva
essere locuzione popolare per dire: «che cosa sappia fare una persona
abile come me».

[304] Come un grande del regno.

[305] Testo: «chiazza morta»; vedi I, 93-4, n. 3.

[306] Testicoli.

[307] Noti giuochi di dadi.

[308] Sull’efficacia tossica del sangue di toro, PLIN., _Hist. nat._,
XI, 90, XXVIII, 41.

[309] Testo: «comme a iettariello»: gettatello.

[310] «Una particolare attenzione — scrive Iacopo Grimm — merita la
somiglianza che questa fiaba del Basile ha con la saga di Siegfried.
La nascita secreta di Miuccio e il suo umile ufficio presso il cuoco
ricordano la fanciullezza dell’eroe; l’uccello, che lo assiste di
aiuto, ricorda quegli uccelli, dei quali il nordico Sigurd intende il
linguaggio e da cui riceve e accetta consigli. La regina nemica si
confronta con Brünhild, ed è insieme Reigen, che eccita alla lotta col
dragone. Il dragone è anche qui il fratello della regina, la cui vita
i legata alla sua. Essa vuole essere appunto spalmata col sangue di
lui, al modo stesso che Reigen aspira al sangue del cuore di Dafner»
(_Kinder und Hausmärchen_, 3ª ediz., Göttingen, 1856, III, 292-3).

[311] Allusione al modo cattivo di fabbricare allora gli archibugi: si
ricordi che il Basile era stato soldato.

[312] Cosí anche il CORTESE (_Viaggio di Parnaso_, II, 42-3):

    ... io pe me tanto so de fantasia
    che no stenga de l’uommene norate
    la vregogna a le pettole accorciate.
      Pare che argiento vivo sia lo nore,
    e stia co la gonnella commogliato,
    e, se a quarche guaguina vene omore,
    de se l’auzare, sia sparafonnato.
    Che corpa ha l’ommo se l’oro o l’amore
    chella fa ascire da lo semmenato?...

[313] Probabilmente allude a popolazioni di pigmei, che si supponevano
in America. Un volgare poema, l’_Artemidoro_ di MARIO TELUCCINI
sopranominato il Bernia (Venezia, 1556), tratta delle «grandezze degli
Antipodi»; ma non ha nulla che vedere con l’accenno del Basile.

[314] Testo: «nfierto», che è errore di stampa per «nfietto». Il
Sole, cioè Apollo: il mito ha relazione con la Primavera, che vince
l’inverno, il quale riempie la terra d’inondazioni ed esalazioni
malsane.

[315] Forse per ricordo, come di cosa memorabile.

[316] Testo: «le sette celeste».

[317] Pezzetti di pasta incavati con le dita, che si cuociono e
condiscono come i maccheroni.

[318] Forse tre epiteti che si solevano dare a Napoli, come i tre
di «Gentile, Sirena e Sacra», nei quali ripartisce il panegirico di
essa il frate MANUEL PONZE DE SOTO, _Memorial de las tres Partenopes_
(Napoli, 1683). O forse allusione al proverbio: «Tre cose abbesognano
a chi stace a Napole: vruoccole, zuoccole, trapole» (v. nelle note
dell’Imbriani alla _Posilecheata_ del Sarnelli, p. 116).

[319] I due ultimi sono stati già ricordati di sopra, I, 11, n. 1. Del
primo, che si chiamava «della Carriola», forse a cagione del carrettino
che spingeva con le mani o nel quale si trascinava perché storpio o
paralitico, è stata dal Novati identificata in parte l’opera in tre
libercoli popolari che sono stati ristampati ininterrottamente fino al
secolo decimonono: un _Dialogo del povero e del ricco_, un contrasto
_Sdegno d’amanti_, e una _Istoria di Marzia Basile_. Vedi F. NOVATI,
nella rivista _Il libro e la stampa_, a. VIII, 6, novembre-dicembre
1914, e F. RUSSO, _Un cantastorie napoletano_ (Napoli, 1917). Il
poemetto su Marzia Basile (una viricida, che fu giustiziata in Napoli
nel 1603) è stato illustrato storicamente da B. CROCE, _Nuove curiosità
storiche_ (Napoli, 1972), pp. 93-106.

[320] Testo: «me no hai me no cauce», che non s’intende e dev’esser
corrotto.

[321] Testo: «de la fata»; ma deve stare per «orca» o «maga».

[322] Testo: «no boffettone»: spagn. «bofeton».

[323] Per la «macriata», v. sopra, p. 32, n. 1.

[324] L’«eco» era uno degli espedienti prediletti nella poesia del
tempo, e specialmente nella drammatica pastorale. Oltre il capitolo del
QUADRIO (_Storia e ragione di ogni poesia_, I, 228-9) sugli «echi»,
si veda V. Imbriani, _L’eco responsiva nelle pastorali italiane del
seicento_ (nel _Giornale di filosofia e lettere_, N. S., a. V, 1884,
vol. IX). Anche la favola marittima del nostro, _Le avventurose
disavventure_ (3ª ediz., Mantova, 1613), ha la scena dell’Eco (atto IV,
sc. 2), nella quale Dorillo dice:

    Vieni tu dunque, o Morte, e la tua mano
    altrui cruda, a me pia,
    tronchi lo stame e il mio dolore atterri.
                                    _Eco_: Erri!

E cosí via, per quindici battute.

[325] Il boia.

[326] Due piccole schiacciate o schiacciatine; ma è sembrato
conveniente serbare il nome napoletano, tanto piú che ora si va
diffondendo in altri paesi d’Italia con le «pizzerie» e le «pizze alla
napoletana».

[327] Anche in italiano questa frase vuol dire «superava, vinceva».

[328] Metafora presa al solito dal giuoco dell’anello.

[329] «Ti do». Sulle parole, che si crede poter desumere dal suono
delle campane, vedi tra gli altri, PITRÉ, _Bibl_., XIV, 408-12 e,
per la Toscana, NERUCCI, in _Arch. per lo studio delle tradizioni
popolari_, III, 295; per la Francia, i comenti al _Pantagruel_, III,
27, dove si parla del detto delle campane di Varenals.

[330] Testo: «sopra no treceniello».

[331] I medici solevano allora, com’è noto, andare sulla mula,
circondati dai loro «pratici» o famuli, a piedi.

[332] Il mercurio si adoprava contro i pidocchi, che, copiosi come
erano in quel caso, contrastavano alla sua azione, e, con un’operazione
alchimistica, la arrestavano.

[333] «Sinneco de Chiunzo», dice il Basile nell’egloga I delle _Muse
napolitane_ un tale che crede di essere una gran cosa. Chiunzo si
chiamava una montagna presso Tramonti, e quel nome dava luogo a motti
proverbiali: v. AMALFI, _Tradizioni ed usi nella penisola sorrentina_
(Palermo, 1880), p. 128.

[334] Al ponte Ricciardo o della Maddalena: v. sopra, p. 41, n. 1.

[335] Il Liebrecht, nelle sue note (II, 258), dichiara ingenuamente
di non intendere perché quegli animali fossero nemici del vero e
ne offendessero i testimoni; ma che cosa questi siano, s’indovina
agevolmente dal nome stesso e si spiega il bisticcio qui escogitato
dall’autore.

[336] Venere.

[337] «Capipopolo», sollevanti la plebe, erano allora personaggi
familiari ai napoletani, che ricordavano, tra l’altro, quel Fucillo,
che il viceré Pietro di Toledo fece strozzare ed esporre alla vista dei
tumultuanti (v. _Arch. stor. nap._, XV, 593 sgg.), e i piú recenti che
si agitarono al tempo del viceré Ossuna, e precorsero Masaniello.

[338] È ancora allusione al ballo della «Sfessania».

[339] I «guastatori» facevano parte degli eserciti: v. GARZONI, _Piazza
universale_, p. 635.

[340] V. sopra, I, 82, n. 2.

[341] Cioè il cosiddetto Dionisio Catone, nei _Disticha_ (III, 20):
«Inter convivas fac sis sermone modestus; Ne dicare loquax, dum vis
urbanus haberi».

[342] Casale, e ora comune, in provincia di Napoli, circondario di
Casoria.

[343] Detto scherzoso, già incontrato di sopra: quasi le orecchie si
mutassero nei fanciulli come i denti.

[344] V. sopra, p. 136, n. 3.

[345] Testo: «n’antrita», che è propriamente la nocciuola tostata.

[346] Parole di un giuoco, pel quale v. sopra, I, 177, n. 3.

[347] Testo: «lo Beneviento»; v. sopra, I, 67, n. 3.

[348] V. sopra, I, 250, n. 4.

[349] Testo aggiunge: «golani», che non si sa con quale specie di
uccelli sia da identificare.

[350] Testo aggiunge: «terragnole».

[351] Testo aggiunge: «paposce».

[352] Testo aggiunge: «morette, paperchie».

[353] Simboli del ritorno, della velocità e del risorgere.

[354] Testo: «a lattochiglia»: spagn. «cuello de lechuguillas».

[355] Testo: «de lisoncuerpo», che è errore di stampa per
«iusoncuerpo», succorpo, ipogeo, cripta.

[356] PLIN., _Nat. Hist._, IX, 88, discorrendo delle inimicizie
e amicizie degli animali, tra gli «amicitiae exempla» annovera:
«balena et musculus, quando, praegravi superciliorum pondere obrutis
eius oculis, infestantia magnitudinem vada praenatans demonstrat,
oculorumque vice fungitur».

[357] Uno dei tanti accenni e figurazioni satiriche del Basile circa le
corna e i lucri che recano a chi le sopporta.

[358] Testo: «simmolo de la capra», che è evidente errore.

[359] Proverbi scherzosi, che corrono ancora intorno a queste varie
terre della penisola sorrentina.

[360] Dinanzi alla punta di Posilipo è segnata nella _Mappa secondo lo
stato del 1750_ di N. Petrini, e in altre carte del settecento, uno
scoglio col nome di «Pietra salata», che è probabilmente quello al
quale il Basile pensava: il Basile, che sembra fosse nato appunto a
Posilipo, perché nelle _Avventurose disavventure_, la cui scena è posta
a Posilipo, narrando la propria vita, dice (III, 10): «... in prima gli
occhi apersi In questa propria riva al chiaro giorno»; e che certamente
aveva assai familiari quei luoghi.

[361] «Non mihi si linguae centum sint, oraque centum, Ferrea vox,
etc.»: VERG., _Aen._, VI, 625-7.

[362] Testo: «pappolla».

[363] Testo: «palicco»: spagn. «palico».

[364] In un’opera a intarsio.

[365] La pietra usata dai pittori per macinare i colori.

[366] Anche nella Giornata III, 8, loda Venezia, «arsenale delle
meraviglie della natura»: motivo, del resto, usuale nella letteratura
del tempo. «Vivi, potentissima Repubblica, — diceva, fra i tanti,
l’abate SGUALDI, _Republica di Lesbo_ (1634, nella dedicatoria), —
figliuola di Giove, madre d’heroi, Reina del Mare, Sale della Terra,
Sole del Ciel Politico; vivi, famosa aristocratia, augusta adunanza di
tanti principi, nobilissima corona di tante corone; vivi, lucidissimo
raggio di quella gran luce della libertà Romana, che tra ’l fosco de’
crepuscoli della moderna servitù sembri un altro Sole alle sorgenti
stelle delle franche città d’Alemagna», ecc. ecc. — Il Basile, come
si è detto nell’introduzione, era stato venturiero ai servigi della
Serenissima, e in Venezia e nei possedimenti veneziani aveva trascorso
molti anni della sua giovinezza.

[367] Oibare, custode dei cavalli, del quale narra ERODOTO, III, 85-87.

[368] Di piccoli oggetti che servono all’abbigliamento e ornamento
donnesco.

[369] Testo: «prattiglie», spagn. «platilla».

[370] Allusione ai lamenti di Olimpia abbandonata nel decimo del
_Furioso_.

[371] Per intendere la lubrica allusione leggere, per esempio, la
canzone del MARINO, _Amori notturni_ (vedila nella _Lira_, ed. di
Venezia, 1664, parte II, p. 269), al luogo: «Certo di sasso sei», e via.

[372] V. sopra, p. 32, n. 1.

[373] È il «pholas dactilus».

[374] Testo: «sossecate»: spagn. «sosegar».

[375] Trasl. dal giuoco del facchino.

[376] Testo: «nè mazze senza panelle». Allusione al proverbio: «Mazze e
panelle fanno i figli belli; panelle senza mazza fanno i figli pazzi».

[377] Per questa frase, v. sopra, I, 270, n. 1.

[378] Anche per questa frase, v. sopra, I, 10, n. 1.

[379] Testo: «bavose»: che corrisponderebbe al «blennius» degli zoologi.

[380] PETRARCA, parte I, canz. XVI: «Ben mi credea passar mio tempo
omai».

[381] Testo: «miettelo ncorbona»; cioè propr. nella borsa in cui si
raccolgono nei templi le offerte.

[382] La «volpara» è quell’uncino a uno o a piú rebbî adunchi e
aguzzi, col quale si ripescano le secchie cadute nel pozzo. Mi par
conveniente serbare in quest’egloga il termine dialettale, leggermente
italianizzato.

[383] Da qualche vocabolo spagnuolo d’uso volgare: «tocadilla».

[384] I banditi o briganti si «componevano» talvolta, cioè
transigevano, con le autorità governative, ricevendo pensioni o ufficî
militari.

[385] Come si è spiegato di sopra (I, 143, n. 5), si tratta dei
«ricatti» o «riscatti», che si facevano dei biglietti di alloggiamenti.

[386] «Paraguantes», spagn.; e mezzo spagnuolo è anche l’«abbusco»,
guadagno, da «buscar».

[387] Testo: «Aratro (sic! Orazio), e Avidio (Ovidio), e Masaro (?) e
Nasone» (forse in luogo di «Marone»).

[388] Sulla questione dell’imitazione e plagio letterario nel seicento
è da leggere la lettera del Marino all’Achillini, che precede la
_Sampogna_: v. CROCE, _Saggi sulla letteratura ital. del seicento_^2,
pp. 406-8. Appunto il Marino diceva che aveva imparato a «leggere
sempre col rampino, tirando al suo proposito ciò che ritrovava al suo
proposito, notandolo nel suo zimbaldone e servendosene a suo tempo»:
il che non toglie che, d’altra parte, protestasse contro «certe
arpiette dalle ugne uncinute, che vanno rapinando i concetti altrui»
(_Sampogna_, Venezia, 1621).

[389] Alessandro.

[390] «Verrinia» in nap. è il seno della scrofa; e qui in bisticcio con
le «Verrine» di Cicerone.

[391] Cioè la gente pia.

[392] «Cavalli», moneta e, per bisticcio, battiture.

[393] Vedi I, 87, n. 4. Era come la piazza di Grève di Napoli, il luogo
in cui per solito si facevano le esecuzioni capitali. Nella pianta di
Napoli del 1566 del Lafrèry vi si vedono disegnati il palco e la forca.

[394] Bisticcio, nell’originale, tra «l’ogna» e il «legno».

[395] Lo stendardo, col quale si accompagnavano i condannati a morte:
vedi I, 85, n. 3.

[396] Testo: «che s’ha nchiuso li puorce».

[397] V. sopra Giornata I, nov. 4, p. 61.

[398] Nei sensi e coi bisticci già chiariti, I, 5, n. 1; II, 246, n. 2.

[399] Il Basile, come si è detto nella prefazione, era stato esso
stesso piú volte (qui dice: «circa dodici») governatore baronale nei
feudi del regno di Napoli, e sapeva per esperienza che casi, come
questi che descrive qui e nel séguito, erano frequenti.

[400] Chiara allusione al suo personale comportamento nell’uffizio di
governatore feudale.

[401] Le patenti di governatore e capitano.

[402] Modo dignitoso di prendere la mercede della visita medica, senza
aver l’aria di ricevere il pagamento al pari di qualsiasi venditore di
merci o di lavoro.

[403] L’asprino di Aversa è ricordato in un noto luogo del _Bacco in
Toscana_ del Redi (v. 111 sgg., e note relative).

[404] Che vuol dire, anche in italiano, «rubare sul panno».

[405] Per far conoscere al venditore del panno che esso è il sarto.

[406] Erroneamente nel testo: «Io mora strangolato co na funa, Si per
tutto oie non me ne compro una»: giacché dai primi versi dell’egloga,
risulta che l’aveva già comprata.

[407] Testo: «no gramaglietto»: spagn. «ramillete».

[408] Questi e i seguenti sono giuochi di carte, dei quali sarebbe
superflua la descrizione particolare, tanto piú che qui non valgono se
non pei bisticci a cui dan luogo i loro nomi.

[409] Probabilmente, uno dei tanti motti sui vizî dei pedanti.

[410] Testo: «Iacova», per isvista. Iacova, com’è detto in principio,
quel giorno era assente, perché inferma.

[411] Moneta d’argento, che valse un ducato e poi fu ragguagliata alla
patacca: dallo spagn. «chanflon».

[412] Il Liebrecht (nelle note alla sua traduzione del DUNLOP,
_Geschichte der Prosadichtungen_, Berlin, 1851, pp. 517-8) indica
questa introduzione alla Giornata quinta come prova evidente che il
Basile avesse letto e imitato il Rabelais, invitando a confrontare il
cap. 9 del libro IV del _Pantagruel_, che è quello che narra degli
abitanti dell’isola Ennaisin e delle loro «estranges alliances». Ma,
col migliore buon volere, non si riesce a percepire la somiglianza
avvertita dal Liebrecht; tanto piú che qui il Basile non fa se
non mettere in azione un giuoco assai comune, quello che il Lippi
(_Malmantile_, II, 47) menziona come il «giuoco degli spropositi»:

      Altri piú là vedevansi confondere
    a quel giuoco chiamato «gli spropositi»,
    che quei, ch’esce di tema nel rispondere,
    convien che ’l pegno subito depositi.....

Intorno al quale, si vedano le note del Minucci alle ottave 46 e 47 del
detto poema.

[413] Questa villanella è un contesto di modi proverbiali, quasi tutti
già illustrati nelle note precedenti; e nel suo senso generale esprime
un commiato disdegnoso da persona già amata e dal cui giogo ci si sente
affrancati. Ci restringiamo a chiarire ancora: v. 2, «che io ne abbia
tremore interiore»; v. 3, «arricci il naso»; v. 7 «sciamma», fiamma; v.
12, «mpizzi», infili; v. 14, «a zinno», a cenno. Per le altre frasi, v.
pp. 13, 227, 272.

[414] È l’antico detto, che si ritrova già in Esiodo (_Op. et dies_,
vv. 25-6): «E il vasaio al vasaio invidia porta, Il mendico al mendico,
il fabbro al fabbro, E l’un cantor con l’altro emulo giostra» (trad.
Pagnini).

[415] Trasl. dal giuoco del bigliardo.

[416] Sugli «scudi ricci», v. sopra, I, 77, n. 1.

[417] Questo particolare mosse altresí il Liebrecht (l. c.) a pensare
al RABELAIS, _Gargantua_, c. 14, dove, dopo che si è dissertato in
proposito, si conclude: «qu’il n’y a tel torchacul que d’un oiseau
bien duveté, pourvu qu’on lui tienne sa tête entre les jambes». Ma è
riscontro anch’esso poco o nulla fondato.

[418] Per Mesoè, v. sopra, I, 194, n. 1.

[419] Gli _Analytica posteriora_.

[420] Altro motto satirico sulle corna.

[421] Traslato del dar pratica ai bastimenti in arrivo e dalle
quarantene che si facevano fare alle navi sospette.

[422] Cioè, dall’oriente.

[423] Perché i malati di sifilide, nel marzo, risentono piú forti le
loro sofferenze.

[424] Il posto nella milizia.

[425] Sostituiamo questo proverbio a quello del testo, che, per
isvista, ripete il motto con cui si chiude il trattenimento I della
Giornata IV.

[426] Forcella su cui si appoggiava l’archibugio o altra arma da fuoco.

[427] Nel significato musicale.

[428] Anche in questa fiaba la protagonista ora porta nome di «Betta»,
ora di «Iacovella».

[429] Si chiamava cosí una varietà di mandorle, riputata tra le piú
fini.

[430] Pigmalione.

[431] Come i «fenomeni» o «mostri della natura» nelle baracche delle
fiere.

[432] Per le due ultime, che son parole di giuochi bambineschi, vedi
note all’introduzione della Giornata seconda, I, 178, n. 4, 179, n.
1. Quanto alla prima, che forse ha simile riferimento, si avverta che
«triccaballacco» è un rozzo strumento musicale di legno, di origine
moresca, ricordato anche nei poemi cavallereschi («talabalacchi e
timpani sonando»: BERNI, _Innamorato_, III, VIII, 3).

[433] Testo: «l’acqua da spartire».

[434] Testo: «cóncola», che sarebbe «conchetta»; ma sarà errore di
stampa per «cónnola», culla.

[435] Testo aggiunge: «de sero», che deve essere anche errore di
stampa, ma che non par da correggere, come nelle edizioni posteriori:
«de sera».

[436] Testo: «non poteva scire da pane a vennere», che potrebbe essere
anche un bisticcio (passar da Pane a Venere).

[437] Ricordo del ponte «al sirât», gettato proprio sul mezzo
dell’inferno, e che era piú stretto di un capello e piú sottile del
filo di una spada, sul quale dovevano passare a prova le anime; secondo
alcune credenze maomettane.

[438] Testo: «paggese» (da paggio), che è quell’arnese a cui si
appiccano i panni per batterli e che i toscani chiamano «servitore».

[439] V. sopra, I, 107, n. 2.

[440] Testo: «a cuoffo a cuoffo», malamente corretto dai posteriori
editori: «a ccuofano a ccuofano».

[441] Istrumento rusticano da fiato.

[442] Testo: «vasare a pezzechille», che in Toscana si dice «baciare
alla francese».

[443] Questo capoverso manca nella stampa originale del 1636, pel
Beltrano, e anche nella ristampa del 1644, pel Cavallo; ma, poiché si
trova nelle edizioni posteriori, o deriva da qualche stampa intermedia
riveduta sul manoscritto dell’autore, o, com’è piú probabile, fu
aggiunto dagli editori posteriori per supplire alla evidente lacuna
della considerazione morale introduttiva.

[444] Testo: «fra Sciglia e Scariglia».

[445] «Piazza morta», «aiuto di costa», «trattenimento», sono tutti
termini di origine spagnuola, già di sopra spiegati, relativi a
pensioni e sussidî militari.

[446] Testo: «non po sapere», ma dev’essere una svista per «non vo».

[447] Qui è nel senso storico; di guerrieri che usurpano il regno; e
non già in quello che la parola, pel suo suono, aveva preso in italiano
familiare, di «sciocconi».

[448] L’abecedario.

[449] Un’ipoteca o, forse, un’imposta.

[450] Frustato dagli aguzzini con la mitra di carta sul capo.

[451] L’anfiteatro di Capua, che si chiamava a quel modo (vedi l’opera
del MAZZOCCHI, _In mutilum Amphitheatri Campani titulum Commentarius_,
Neap., 1727, pp. 135-9), col nome certamente longobardico («Berolais»,
presso Erchemperto), che si dava nel medioevo a quegli edificî
(bero-laz, Bärengelass), anche in altre parti d’Italia («parlascio»,
ecc.): v. DAVIDSOHN, _Forschungen z. älteren Geschichte von Florenz_
(Berlin, 1896), pp. 15-17. E si diceva proverbialmente per cosa
antichissima o vecchissima.

[452] Filo da pesca.

[453] La famosa Grotta del cane, presso Napoli, nella quale si usa per
esperimento far tramortire gli animali nell’anidride carbonica, di
cui è piena, tuffandoli poi nell’acqua del prossimo lago d’Agnano per
ravvivarli.

[454] Questo periodo è un acconcime dei posteriori editori, perché
l’ediz. originale cade qui in una delle solite sviste, e anzi in una
triplice svista, leggendo: «Fermata la carrera Paula, se mese npunto
de correre sto palio Carmosina, dopo ch’appe laudato assaie lo cunto
dell’autra, ch’aveva depinto cosí a lo naturale lo iudicio de Sapia,
cossí disse».

[455] Testo: «na canesca mardetta».

[456] Forse: che vuole stare solo alla stalla.

[457] Testo: «cracace».

[458] Del tribunale.

[459] Testo: «fattole», che è di certo errore di stampa.

[460] Testo: «proffidia di Carella», che il Rocco crede storpiatura di
«Cariddi», cosa poco probabile, tanto piú che il Basile altrove ha «tra
Sciglia e Scariglia», tra Scilla e Cariddi (v. sopra, p. 300, n. 1).
Quella frase, che si trova anche presso altri scrittori dialettali («ma
isso, co na proffidia de Caretta, non s’ha voluto dare mai arreto de
sta mpresa»: G. C. SORRENTINO, _L’astuta cortigiana_ cit., II, 3), deve
alludere a qualche storia o aneddoto popolare.

[461] Sorta di bastimento costiero.

[462] Testo: «abbentano», che sembra errore di stampa per «abbistano».

[463] Per la macriata, vedi sopra, p. 32, n. 1.

[464] Ed. originale: «tempio», ma dev’esser «tempo», cioè col colore
del sangue dei suoi catamenia.

[465] Scherzi e sorprese d’acqua.

[466] Vedi sopra, I, 5, n. 2.

[467] Bitume nero cristallizzato. Il testo dice: «na statua
d’acciavaccio».

[468] Parola per indicare i mori.

[469] Era la formola per la condanna alla forca.

[470] Cioè, eseguí il ballo della Lucia, con le contorsioni relative.

[471] Sul morso della tarantola e la cura degli «attarantati» mercé
la musica si ha una non piccola letteratura: oltre la monografia
del Bergsöe, Della tarantola italiana e del tarantismo (in danese:
Kopenagen, 1865), si veda sull’argomento una serie di scritti nella
Rassegna settimanale di Roma, VIII (1881), pp. 172, 283, 297. Giova
ricordare il luogo del Berni, Orlando innamorato, II, XVII, 6-7:

      Come in Puglia si fa contra al veleno
    di quelle bestie, che mordon coloro
    che fanno poi pazzie da spiritati,
    e chiamatisi in vulgar «tarantolati»;
      e bisogna trovar un che sonando
    un pezzo, trovi un suon ch’al morso piaccia,
    sul qual ballando, e nel ballar sudando,
    colui da sé la fiera peste caccia...

[472] Sottintendi: «perché io ho le mani».





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. La notazione ^ indica che
il carattere seguente è in apice.



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START: FULL LICENSE

THE FULL PROJECT GUTENBERG™ LICENSE

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Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg

Project Gutenberg is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg’s
goals and ensuring that the Project Gutenberg collection will
remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg and future
generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org.

Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
U.S. federal laws and your state’s laws.

The Foundation’s business office is located at 41 Watchung Plaza #516,
Montclair NJ 07042, USA, +1 (862) 621-9288. Email contact links and up
to date contact information can be found at the Foundation’s website
and official page at www.gutenberg.org/contact

Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

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increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

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