Il Pentamerone; ossia, La fiaba delle fiabe, vol. 1/2

By Giambattista Basile

The Project Gutenberg eBook of Il Pentamerone; ossia, La fiaba delle fiabe, vol. 1/2
    
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Title: Il Pentamerone; ossia, La fiaba delle fiabe, vol. 1/2

Author: Giambattista Basile

Translator: Benedetto Croce


        
Release date: November 4, 2026 [eBook #79919]

Language: Italian

Original publication: Bari: Laterza, 1925

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79919

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by the HathiTrust Digital Library)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PENTAMERONE; OSSIA, LA FIABA DELLE FIABE, VOL. 1/2 ***

IL PENTAMERONE

I


   [Illustrazione: Ritratto]


                           GIAMBATTISTA BASILE


                             IL PENTAMERONE

                                  OSSIA

                          LA FIABA DELLE FIABE


                TRADOTTA DALL’ANTICO DIALETTO NAPOLETANO
                      E CORREDATA DI NOTE STORICHE
                                   DA

                             BENEDETTO CROCE

                              VOLUME PRIMO



                                  BARI
                          GIUS. LATERZA & FIGLI
                        TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
                                  1925




                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                          APRILE MCMXXV — 67309




                                ALL’AMICO

                             FAUSTO NICOLINI

                          COME A UNO DEI POCHI
                        CHE ANCORA AMANO LE OPERE
                  DELLA VECCHIA LETTERATURA DIALETTALE
                               NAPOLETANA




GIAMBATTISTA BASILE

E L’ELABORAZIONE ARTISTICA DELLE FIABE POPOLARI

DISCORSO


L’Italia possiede nel _Cunto de li cunti_ o _Pentamerone_ del Basile il
piú antico, il piú ricco e il piú artistico fra tutti i libri di fiabe
popolari; com’è giudizio concorde dei critici stranieri conoscitori
di questa materia, e, per primo, di Iacopo Grimm, colui che, insieme
col fratello Guglielmo, donò alla Germania la raccolta dei _Kinder
und Hansmärchen_[1]. Eppure l’Italia è come se non possedesse quel
libro, perché, scritto in un antico e non facile dialetto, è noto solo
di titolo, e quasi nessuno piú lo legge, nonché nelle altre regioni,
nemmeno nel suo luogo d’origine, Napoli. Piú facilmente lo leggono
i tedeschi, che fin dal 1846 ne hanno a lor uso la traduzione del
Liebrecht, e gl’inglesi, che fin dal 1848 ne hanno la copiosa scelta
del Taylor, piú volte ristampata, e dal 1893 la traduzione completa del
Burton. Intento di questa mia nuova fatica è di far entrare l’opera del
Basile nella nostra letteratura nazionale, togliendola dall’angusta
cerchia in cui ora è relegata (che non è piú neanche quella dialettale
e municipale, ma addirittura il circoletto degli eruditi, degli
specialisti e dei curiosi), e di acquisire all’Italia il suo gran libro
di fiabe.

Giambattista Basile nacque in Napoli circa il 1575 e morí presso
Napoli nel 1632. Egli fu dei tanti italiani che a quel tempo,
veri «avventurieri onorati», trassero la vita ora militando, ora
prestando nelle corti principesche o baronali opera di segretarî, di
amministratori, di giudici, di agenti diplomatici, e, insieme, di
letterati, abili e pronti a fornire versi per le varie cerimonie e
ricorrenze, e a disporre feste e spettacoli. Da giovane si arrolò, tra
l’altro, ai servigi di Venezia; per alcun tempo rimase di guarnigione
a Candia, e nel 1607 era sulla flotta di Giovanni Bembo, quando
pareva che stesse per iscoppiare la guerra tra la Serenissima e la
Spagna. Poi fece ritorno a Napoli, ed entrò nella corte del principe
di Stigliano Carafa; e, dopo essersi recato, con altri della sua
famiglia, a Mantova, nel 1613, in qualità di gentiluomo e familiare del
duca Vincenzo Gonzaga, e ricevutivi molti onori, di nuovo si ridusse
in patria, frequentando le corti dei Caracciolo principi di Avellino
e del viceré duca d’Alba. Esercitava di volta in volta l’ufficio di
governatore regio o feudale; e in questa qualità dimorò a Montemarano,
a Zungoli, a Lagonegro, ad Aversa, e in ultimo, per parte del duca di
Acerenza Galeazzo Pinelli, a Giugliano, dove, come si è detto, chiuse
i suoi giorni nel 1632, il 23 febbraio, e colà fu sepolto[2]. Anche i
suoi parecchi fratelli seguirono il suo tenore di vita, quale nel regno
di Napoli, quale a Mantova, quale nelle Fiandre e in Ispagna. Ma non
meno praticavano nelle corti le sue sorelle, tutte e tre cantatrici,
e tra esse la famosa Adriana, che tenne il primato del canto in
Italia, in quel tempo in cui sorse per la prima volta la figura
della «virtuosa» o «armonica», come si diceva, o della «cantante»,
come diciamo noi, tra furori d’entusiasmo del pubblico e terrore dei
moralisti[3]. Per l’Adriana fu composto, anzi «edificato», dalle
congiunte forze dei letterati d’allora il _Teatro delle glorie_[4]; ed
essa allevò una famiglia tutta musicale, e, tra le figliuole, la sua
erede in quel primato, Leonora Baroni, a cui similmente venne dedicato
un volume di _Applausi poetici_[5], e che tra i suoi ammiratori ed
esaltatori ebbe Giovanni Milton, il quale, tra il 1638 e il 1639, la
conobbe in Roma e la udí cantare, mentre la madre l’accompagnava sulla
cetra[6]. Era, per altro, cotesta famiglia di cortigiani e di artisti,
gente assai per bene e costumata, e gelosa dell’onor suo e del decoro:
l’Adriana non volle recarsi a Mantova presso il duca se non quando
direttamente le rivolse invito e premure la duchessa, e a Napoli non
portava il suo canto nelle case signorili se le dame napoletane non la
visitavano prima a casa sua. E nella società signorile procuravano di
sollevarsi e mantenersi, sia facendo valere la bontà dei loro natali,
sia fregiandosi di titoli; e l’Adriana fu baronessa di Piancerreto nel
Monferrato, e Giambattista, cavaliere e conte palatino, ottenne di
trasferire questo titolo su terre, e s’intitolò conte di Castelrampa e,
piú spesso, conte di Torone.

Della sua opera letteraria è presto detto quando è detto che consiste
in odi e altre composizioni di argomento cortigiano, scritte nella
forma tesa e contorta, che era di moda. Verseggiava in italiano per
Luigi Carafa, principe di Stigliano:

    Musa, di’ tu il valore
    del gran Luigi, e s’ei tien forse a vile
    che con mortal onore
    adombri il suo splendor caduco stile,
    gradirà ben che le sue lodi e ’l vanto
    spieghi d’eterna Dea celeste canto...

o, in ispagnuolo, pel duca d’Alba:

    Señor, quien Alba te llamas,
    menga ya tus resplandores,
    pues en efecto mayores
    son las obras de tu fama...

Foggiava giocherelli o anagrammi per le dame napoletane, come questo
per Dorotea di Capua, «marchesa di Campolattaro»:

    Nulla beltà risplende,
    ove tu pompa altéra
    fai della tua bellezza, alma guerrera;
    né già di te piú degna
    ne l’amoroso ciel trionfa e regna;
    ché tu sol, chiara ed alma,
    _hai d’amor scettro e palma_.

Rimava in italiano e spagnuolo canzonette e mottetti per musica:

    Desdichada alma mia, dime: ¿que haras?
    ¿una fiera adorar siempre querás?
    ¡No màs!
    ¿Seguiràs quien te ofende? — ¡No más!
    ¿Amarás á una ingrata? — ¡No más!
    ¿Llamaràs quien te mata? — ¡No màs!
    ¡Ahi, duro engaño,
    huya, huya este daño!

E compose anche, come tutti gli altri del suo tempo, quasi per
dovere di letterato che si rispetti, un dramma pastorale o piuttosto
marinaresco, le _Avventurose disavventure_, e un lungo poema in ottave,
il _Teagene_, nel quale rielaborò, conformandolo agli schemi consueti
e frusti, il romanzo di Eliodoro[7]. Il conte Maiolino Bisaccioni (per
molti rispetti a lui simile nella vita di «avventuriere onorato»), che
lo incontrò circa il 1620 in Avellino alla corte dei Caracciolo e lo
ebbe compagno nel disporre mascherate e recite di commedie, ricordava,
negli anni dipoi, «il cavalier Basile, di venerabile memoria nelle
buone lettere ed ottimi costumi», che era «sí pronto nelle prose e ne’
versi, che bene e spesso rendea stupore il vedere che in poche ore
grande e buona faragine di cose operava»[8].

In questa letteratura convenzionale, pratica e meccanica, niente o
quasi niente egli metteva dell’anima sua, come se addirittura non
avesse un’anima. Eppure era uomo di cuore e di cervello, un brav’uomo,
come si sente nelle impressioni che di lui ci hanno lasciate i
contemporanei, e piú particolarmente negli scritti suoi in dialetto,
dei quali ora veniamo a parlare: di grande rettitudine e bontà e sete
di giustizia, ricco di affetti, di rimpianti e di nostalgie, con una
tendenza alla tristezza che giungeva fino al pessimismo e al fastidio
delle umane cose. Costretto ad aggirarsi nelle corti, provava continue
punture e trafitture alla vista della meschina e spesso cattiva lotta
per la vita che in quelle si combatteva, e che spingeva sempre avanti
i piú audaci nel mentire, nell’intrigare e nel mal fare. Governatore
feudale, assisteva alle estorsioni che si esercitavano sui miseri
vassalli, dai baroni in primo luogo, e, sul loro esempio, dai loro
ministri; e, sollecito da sua parte di serbare netta la coscienza,
tornava da quegli uffici povero come v’era andato, sostenendo poi i
sorrisi di compassione degli uomini accorti circa la sua dabbenaggine,
che sempre gl’impediva di approfittare delle buone occasioni offertegli
dalla fortuna[9]. Con questo abito di osservare e riflettere sui
casi che gli occorrevano, era a poco a poco diventato un moralista,
pronto a prorompere all’invettiva, a sbozzare ritratti satirici, ad
ammonire e mettere in guardia; e pur nondimeno, in quest’asprezza
di rampogna, portava sempre in fondo al cuore l’adorazione per la
bontà, per la probità, per l’ingenuo candore, e l’affetto per la città
natale e per le vecchie sue costumanze, e l’amore per le antiche
canzoni, e l’interessamento tra sentimentale e curioso per le fiabe
che raccontavano le donne del popolo, e pei proverbi e i motti in cui
dicevano la loro sapienza sulla vita; e, soprattutto, aveva l’anima
musicale, e nella musica gli appariva l’armonia delle cose e in essa
ritrovava la bellezza e la sanità dell’uomo[10].

Fu certamente singolare ventura che, in quel tempo, un suo amico, un
suo quasi fratello, col quale era stato compagno sin da quando andava
a scuola fanciullo, Giulio Cesare Cortese — anch’esso una bell’anima
e uno spirito schietto di poeta, — prendesse a innalzare a serietà
di arte il dialetto napoletano, adoperato fin allora solamente da
verseggiatori plebei di storie, canzoni e contrasti, alcuni dei quali
non privi certamente di lampi d’ingegno, com’è il cantastorie noto
col nome di Velardiniello[11]. Il Basile dové dapprima provarsi nel
nuovo modo di letteratura per gusto di giocosa bizzarria verbale,
come fece in alcune lettere in prosa e in verso che aggiunse a uno
dei poemi dell’amico, la _Vaiasseide_; ma poi via via si sentí a suo
agio in quel patrio dialetto, che non gl’imponeva obblighi letterari
e non gli dava suggezione, e gli permetteva di effondere quel che
chiudeva in petto, troppo bassa materia forse per le forme dell’aulica
letteratura, riserbata da lui alle lodi degli «eroi», ossia del viceré
e dei principi e duchi. Gli vennero fatti cosí nove dialoghi in verso,
che chiamò «egloghe», e ciascuna iscrisse col nome di una Musa, e
tutte insieme intitolò le _Muse napolitane_; ma che sono, in realtà,
vivacissimi quadri di costume popolano, disegnati con la guida di uno
schietto sentimento morale. Si aprono con la scena di due che giocano e
litigano e dalle ingiurie passano alle armi, e un vecchio li spartisce
e, nell’ammonirli ed esortarli, ritmicamente loro inculca, con solenne
accento che viene dal profondo: «Bella cosa è la pace!». Si avanza
poi un giovane che è avvolto nei lacci di una cortigiana, e un altro
gli analizza e gli fa toccar con mano la fallacia e il pericolo e la
tristezza di quella passione, senza riuscire a rimuovernelo, perché
nell’altro è senno ed esperienza, ma nel giovane bollore di sangue e
di fantasia, che acceca e trascina. E segue la pittura di un luogo di
perdizione della Napoli di quei tempi, l’osteria del Cerriglio, dove
si andava a sguazzare con amici e con baldracche, e vi avevano il loro
ritrovo ladri, falsarî e sicarî; e quella di una rissa di donnicciuole,
con dionisiache scariche d’improperî; e, come contrasto, l’idillio di
una bella e innocente giovinetta, che va a nozze, covata degli sguardi
amorosi dello sposo, circondata dalla tenerezza dei parenti, che
accumulano sopra di lei doni e benedizioni. E poi ancora la satira del
vecchio che, contro le sacre leggi della natura, sta per isposare una
giovinetta; e l’amara considerazione del lusso di equivoca origine che
taluni sfoggiano, laddove si vede la buona e onesta gente custodire
con ogni cura l’unico e annoso vestito col quale copre di decenza la
povertà; e, infine, il dialogo sulla musica, tutto echeggiante di
antichi accenti e di antiche arie, in lode della semplice musica che
va al cuore, eseguita su semplici e rozzi strumenti, contro quella
raffinata e artificiosa, venuta in voga nelle corti e nei palagi.

Dopo queste _Muse napolitane_, o ad una con esse, il Basile disegnò piú
vasta tela, che fu di raccogliere in una sorta di decamerone il tesoro
delle fiabe popolari che si narravano a Napoli: un «pentamerone»,
veramente, perché le fiabe sarebbero state cinquanta e divise in cinque
giornate; al quale dié per titolo _Lo cunto de li cunti overo lo
trattenemiento de’ peccerille_, il che non voleva dire (come alcuni, e
tra questi il Grimm, hanno creduto, prendendo alla lettera il titolo
giocoso) che fosse composto per bambini. Era, per contrario, composto
per uomini, e per uomini letterati ed esperti e navigati, che sapevano
intendere e gustare le cose complicate e ingegnose; e forse nelle
accademie napoletane, e specie nella maggiore di esse, in quella degli
Oziosi, alla quale il Basile fu ascritto col nome di «Pigro» (che era
lo stesso nome già da lui assunto nell’accademia degli Stravaganti di
Candia), dové leggere alcune di quelle «egloghe» e di quei «cunti»; e
certo in quei circoli era noto il lavoro al quale egli attendeva da
piú anni, tantoché Francisco de Quevedo, che frequentò quei letterati
napoletani e fu degli Oziosi, trasportò nel 1626 il titolo di _Cuento
de los cuentos_ a una sua raccolta di parole e frasi volgari della
lingua spagnuola[12]. L’una e l’altra opera di Basile, le _Muse_ e il
_Cunto de li cunti_, non videro la luce se non dopo la morte del loro
autore, dal 1634 al 1636, compiuta e già pronta per le stampe la prima,
ancora imperfetta e manchevole di sviluppo e di finitura in parecchie
novelle, specie delle ultime giornate, e di una generale revisione, la
seconda.

Con la disposizione d’animo che abbiamo accennata di sopra, col
moralismo satirico che già si era espresso nelle _Muse napolitane_,
e per di piú con la superiorità del letterato di mestiere che foggia
una materia in cui si compiace bensí ma di cui ha sempre presente
la tenuità e l’umiltà, e perciò vi scherza intorno, adornandola
capricciosamente e poi a un tratto riscoprendola nella sua povertà o
nudità, il Basile si dié a narrare le fiabe tradizionali del popolo.
E questa permeante soggettività era la condizione necessaria perché
la materia di quelle fiabe diventasse cosa d’arte. Cosí com’esse sono
d’ordinario narrate dal popolo, hanno smarrito, quando pur l’ebbero,
la loro vita poetica originaria, l’afflato che poté dar loro chi
prima immaginò e compose questa o quella di esse; e somigliano agli
scialbi e materiali riassunti, coi quali si espone il «fatto» di una
novella o di un romanzo. Da ciò l’insipidezza ordinaria delle fiabe
stenograficamente raccolte dai folkloristi o demopsicologi: documento
bensí di dialetti, di costumi, e, se si vuole, di miti, ma ben di rado
opere di poesia; e, in effetto, quelle raccolte non sono diventate mai
libri di lettura, salvo che non siano state piú o meno rielaborate o
ritoccate con artistico sentimento.

A questo giudizio si oppone, a dir vero, il pregiudizio che potrebbe
denominarsi romantico, circa la poesia e la novellistica popolare,
onde si postula un’«anima popolare», o uno «spirito ingenuo», di cui
le fiabe sarebbero prodotto e a cui bisognerebbe saperle ricondurre
quando ne sono state allontanate per alterazione e corruzione. Ma
quello «spirito ingenuo» e quell’«anima popolare» o fan tutt’uno con
la già detta accidentalità e materialità della tradizione, cioè con
la mancanza di spirito, o, quando vengono messi in opera da ingegni
artistici, si ritrovano nient’altro che quel «der Herren eigner Geist»,
di cui parlava Faust, nel quale le fiabe «sich bespiegeln». Sta di
fatto che nessun ingegno artistico si è mai attenuto all’oggettività
delle fiabe popolari; e, sessant’anni dopo, il Basile, Charles
Perrault, scrivendo i _Contes de ma mère l’Oye_, assai vi mise di
francese del gran secolo, e i critici francesi percepiscono in quei
_Chaperon rouge_ e _Chat botté_ e _Petit Poucet_ e _Cendrillon_ e
negli altri, cosí candidi all’apparenza, il razionalismo cartesiano, e
l’esperienza, e altresí la malizia, dell’uomo di mondo, e taluno vi ha
visto perfino una lieve caricatura della materia semplice e popolare:
il che non diminuisce, e anzi concorre a formare, il loro particolare
incanto. Similmente il drammaturgo delle fiabe, Carlo Gozzi, vi portò
dentro il suo amore per il pittoresco, che stringeva in unico abbraccio
i personaggi fiabeschi e le maschere della commedia dell’arte, e qua e
là v’introdusse la sua polemica letteraria e politica contro novatori
ed enciclopedisti. Allo stesso modo si comportarono il Tieck, il Platen
e gli altri imitatori tedeschi del Gozzi, le cui opere, discutibili,
come certamente sono, al pari di quelle del veneziano, non vengono per
altro all’onore della discussione se non appunto per le prove che tenta
in esse la soggettività poetica dei loro autori. Del resto, queste
cose, che i critici hanno talvolta dimenticate o ignorate, non ignora
il popolo, che chiede che le fiabe gli siano rimesse a nuovo dai suoi
rapsodi, e dice per proverbio: «La novella non è bella, se sopra non ci
si rappella»[13].

E per questo il _Cunto de li cunti_ è un libro vivo e non ha che vedere
con una mera raccolta di fiabe siciliane, toscane o veneziane, come
se ne hanno ora tante, e piuttosto si ricongiunge idealmente alla
letteratura italiana d’arte che aveva col Pulci, col magnifico Lorenzo,
col Folengo, e per alcuni rispetti col Boiardo e con l’Ariosto, preso
a rifoggiare, celiando, la materia dei romanzi cavallereschi e della
letteratura popolare, e, in certo senso, è l’ultima opera schietta di
questa linea, venuta fuori in ritardo a Napoli, non piú nell’ambiente
della Rinascenza, ma in quello del seicento e del barocco. Il barocco
vi entra dappertutto; e il Basile non si sta pago a dignificare i
_cunti_ degli orchi e delle fate presentandoli nella disposizione
diventata classica mercé il classico _Decamerone_, e dando il posto,
che già tennero Pampinea e Fiammetta e Neifile ed Elisa, alle sue Zeze
e Ciulle e Pope e Ciommetelle, ma li cosparge tutti dei piú forti
olezzi della letteratura secentesca. Non sorge l’Alba e non tramonta il
Sole, in quei racconti, che egli non trovi un nuovo e bizzarro modo di
metaforeggiare quelle fasi del giorno con perifrasi di questo genere:
«All’alba, non appena gli uccelli gridarono: Viva il Sole!»; «quando il
Sole uscí a sciorinarsi per mandar fuori l’umido assorbito nel fiume
dell’India»; «quando il Sole con le ginestre d’oro dei raggi spazza
le immondizie della Notte dai campi innaffiati dall’Alba»; «quando
l’Alba esce a cercare uova fresche per confortare il vecchierello
amante suo»; ovvero: «all’ora in cui le palle indorate, con le quali
il Sole gioca pei campi del Cielo, prendevano la corsa inclinata verso
l’occaso»; «quando il Sole, come dama genovese, si mette il taffettà
nero attorno alla faccia»; «quando la Notte si leva ad accendere
le candele al catafalco del cielo per le pompe funerali del Sole»;
«quando la Terra spande un gran cartone nero per raccogliere la cera
che gocciola dalle torce della Notte»; e via. Di tali immagini se ne
contano molte decine; e altre similmente, sempre varie, di cupi boschi
e di rumoreggianti ruscelli e fiumi e di zampillanti fontane. I suoi
re, le sue regine, e i principi e le principessine, e i suoi rustici
e massari e contadinelle, esprimono i loro affetti con introduzioni,
progressioni, reiterazioni, perorazioni, con acutezze e bisticci e
richiami eruditi, conformi alle regole e ai modelli dei trattati
di rettorica fiorita. «Or va t’inforna, dea Ciprigna! — esclama il
principe, ammirando la bellezza della fata che gli è venuta a dormire
a lato. — Va’ t’impicca, o Elena! Tornatene a casa tua, o Fiorella! Le
bellezze vostre sono inezie a fronte di questa bellezza a doppia suola,
bellezza compita, intera, assodata, massiccia, ben piantata; di questa
grazia meravigliosa, grazia di Siviglia, eccellente, incantevole,
solenne... O sonno, o dolce sonno, versa altri papaveri sugli occhi
di questa bella gioia! Non mi guastare il gusto di contemplare, a
lungo quanto io desidero, questo trionfo di bellezza! O bella treccia,
che m’annoda! O begli occhi, che mi scaldano! O belle labbra, che mi
ristorano! O bel petto, che mi consola! O bella mano, che mi trafigge!
Dove, dove, in quale bottega delle meraviglie della natura si scolpí
questa viva statua? Quale India forní l’oro per lavorare questi
capelli? Quale Etiopia l’avorio per fabbricare questa fronte? Quali
maremme i carbonchi per comporre questi occhi? Quale Tiro la porpora
da invermigliar questa faccia?...». E l’altro principe, che ha tra
le sue mani la leggiadra pianella, sfuggita a Cenerentola: «Se il
fondamento è cosí bello, che sarà mai la casa? O bel candeliere, dove
è stata infissa la candela che mi consuma! O treppiede della bella
caldaia, dove bolle la mia vita! O bei sugheri, attaccati alla lenza
d’amore, con la quale ha pescato quest’anima! Ecco, io vi abbraccio
e vi stringo, e, se non posso giungere alla pianta, adoro le radici;
e, se non posso attingere i capitelli, bacio le basi! Voi già foste
ceppi di un bianco piede e ora siete tagliuola di un cuore addolorato!
Per virtú vostra, colei, che tiranneggia la mia vita, era alta un
palmo e mezzo di piú; e, per voi cresce altrettanto in dolcezza questa
mia vita, mentre vi guardo e vi possiedo!». Talvolta il personaggio
non trascura nemmeno di collocarsi nel luogo adatto, nella scena ben
disposta per l’effusione dei suoi sentimenti, e, come la principessa
Renza, se ne va sotto un gelso, e all’ombra di quelle foglie recita il
suo stilizzato lamento. Abbondano le iperboli, spinte a tal estremo che
svaporano nell’indicibile e nell’ineffabile; e le particolareggiate
descrizioni di bellezze e di bruttezze, che hanno l’aria d’inventarî,
ostinatamente riempiti con la ricerca di quanto si possa concepire
e dire di piú attraente o di piú ripugnante. Le metafore, ora
stravaganti, ora sottili, si susseguono senza tregua. Il principe e il
finto fraticello s’incontrano, attaccano discorso e proseguono insieme
il cammino, discorrendo: «col ventaglio delle chiacchiere sventolandosi
pel caldo della via». Il gatto, che ha beneficato Gagliuso e ne scopre
ora la gelida ingratitudine, lo rimbrotta aspramente e gli volta le
spalle; e quello gli va dietro, procurando di rabbonirlo «col polmone
dell’umiltà»; col polmone, che è il cibo che nelle case napoletane
si dà ai domestici gatti e che essi attendono bramosi e impazienti.
Penta, scacciata in esilio col bambinello, «si toglie in braccio il suo
cetriuolo, che innaffia di latte e di lacrime». E non meno frequenti
sono le voltate scherzose, e la regina morente raccomanda al marito di
prendere in moglie la buona fanciulla monca, e il marito, pur commosso
com’è, alla proposta della moglie è attraversato da un’immagine buffa
e pensa senza dirlo: «Sta bene: se dovrò riammogliarmi, prenderò
volentieri la monca, perché delle cose tristi, come sono le donne,
giova prendere il meno che si può».

Volle il Basile fare, con questi modi, la satira della letteratura
barocca dei suoi tempi? Cosí fu creduto e sostenuto nel settecento da
Luigi Serio; ma è un’intenzione da escludere affatto, come comprovano
altresí le opere del Basile in lingua italiana, che il Serio certo non
conosceva, del piú goffo stile barocco. Il Basile non disistimava, e
anzi altamente pregiava, le forme della letteratura del suo tempo,
egli, satellite del gran Marino; ma, nel raccontar le sue fiabe,
se ne valeva a fin di giuoco, al modo stesso che, vezzeggiando e
giocherellando con un bimbo, e procurando di farlo ridere e sorridere,
gli si calca sulla testolina un cappello a staio o gli si pone sul
naso un paio d’occhiali: il che non vuol dire disprezzo e satira
dei cappelli a staio o degli occhiali, e molto meno dei bimbi. E,
tuttavia, egli riesce con ciò, inconsapevolmente e artisticamente, a un
ironizzamento del barocco, il quale, checché ne dicano i suoi odierni
esaltatori, è insopportabile quando è fatto sul serio, pesante e vacuo
al tempo stesso, e diventa non solo tollerabile, ma piacente e festoso,
quando è percorso da un lampo di malizia, avvivato da una fontanella di
buon umore. Sotto questo rispetto, si potrebbe persino affermare che il
_Pentamerone_ del Basile sia il piú bel libro italiano barocco, quale
non è certo il verboso e gonfio _Adone_: il piú bello, appunto, perché
il barocco vi esegue una sua danza allegra e vi appare per dissolversi:
fu già torbido barocco, ed è ora diventato limpida gaiezza.

Questo barocco gaio vale a tener lo spirito dell’autore e dei lettori
al disopra della materia delle fiabe, in una continua distinzione tra
cultura e incultura, tra mente evoluta e mente rozza, tra letterato
e volgo: metodo che sarà debitamente inteso e particolarmente
gustato da chi conosce e disama le smancerie e le affettazioni della
letteratura popolareggiante, nella quale gli adulti procurano invano
di rifarsi bambini e riescono solo a scontraffarsi in piagnolosi
pedantuzzi del semplice e dell’ingenuo. Ma non impedisce, quel metodo,
l’umana compartecipazione ai casi narrati nelle fiabe, che il Basile
presenta con plastica fantasia, tutta concreta e particolareggiata
(suscitando anche qui il ricordo dei Pulci e dei Folenghi), e insieme
con sentimenti di trepidazione, di compassione, di ammirazione, di
aborrimento. Egli vi fa vedere un fascio di legna, che, montatovi a
cavalcioni l’uomo fortunato a cui ogni desiderio diventa realtà, si
mette in moto come un cavallo, trotta, caracolla, fa salti e corvette,
seguito dallo schiamazzo dei monelli, mentre le donne si affacciano
curiose alle finestre; o l’accolta di tutta la pezzenteria, che il
re chiama a banchetto nel suo palagio, e che si assidono gravi e
contenti alla mensa, «come altrettanti bei conti»; o, alla cottura del
cuore del dragone marino e all’odore che esso tramanda, il prodigioso
ingravidarsi della cuoca e di tutti gli arredi della stanza, che
partoriscono i loro simili e piccini, la tavola un tavolino, la
trabacca un lettuccio, le sedie le sedioline, e perfino il càntero
un bel canterello verniciato, che era una delizia; o le operazioni
di perforate trincee e gli stratagemmi che il topo e lo scarafaggio
compiono per giungere fino al corpo del grosso signore tedesco, di
cui vogliono impedire le nozze; o Forteschiena, che si carica sul
resistente dorso tutte le ricchezze dello stato e dei privati; o
Parmetella, che corre, gridante e smarrita, dietro gli strumenti
musicali, che ha lasciati sfuggire dalla cassetta, e che ora volano e
suonano per l’aria. E talora vi consola con una fresca scena campestre
e boschiva, come di Nella che, nella notte silenziosa, arrampicata
sull’albero, sta ad ascoltare la conversazione che si svolge nell’erma
casa dell’orco; o della principessina che esce dalla porta della
città, nella notte, rischiarata dalla luna, e si accompagna con una
volpe, e insieme con la volpe dorme sotto una tenda di foglie, sopra
un materasso di tenera erbetta, presso una fontana gorgogliante, e
all’alba, svegliandosi, indugia ad ascoltare il canto degli innumeri
uccelli che posano sugli alberi e si diletta del loro cinguettio.

Ma altresí il Basile vi fa sentire la schiva onestà delle sue
fanciulle, perseguitate dalla cattiveria e rimunerate dalla buona
fortuna: come di Viola che, messa a pericolo dalla zia mezzana e
salvata dalla sua risolutezza, va difilata alla vecchia e le taglia gli
orecchi per castigo; e di Penta, che si fa troncare le belle mani, a
cagion delle quali il fratello si era acceso di mala passione per lei,
e gliele manda in dono in un bacile; e di Sapia, che sfugge a tutte le
insidie con cui le sorelle procurano di farla cadere dov’esse erano
cadute. Vi fa ammirare il coraggio della intelligente figliuola della
baronessa, che, col dare uno schiaffo al figlio del re, lo sveglia a
vergogna della sua ostinata ignoranza e lo redime, e poi ne sostiene
imperterrita le vendette, e, sagace, lo lega infine a sé. Vi rinnova
con grazia la cara commedia dei due che si amano e sempre si cercano
per battibeccare come nemici, con motti e tiri dispettosi, simili al
Benedick e alla Beatrice shakespeariani. Vi riempie di tenerezza per le
sue bambine poverelle, che si levano di bocca la ciambella per darla
alla vecchia cenciosa che l’ha chiesta, e che, messe innanzi alla
fortuna e alla ricchezza, si contengono modeste e gentili. Di mezzo a
un gruppo di femmine disoneste e feroci, egli vi distacca a un tratto
una di esse, la piú giovane, che prova pietà e si ritrae dall’uccisione
della bella fanciulla, loro rivale negli amori del principe. Vi dà un
brivido di terrore per la vecchia mendicante, a cui uno scherzo crudele
manda in frantumi la pignatta di fagiuoli a stento accattati, e che
muore di fame, e ricompare a un tratto, ombra infesta, al principe
spensierato nel mezzo del suo festino di nozze. Vi rappresenta in
Corvetto la feroce implacabile invidia dei cortigiani pel favorito del
re e le sempre nuove invenzioni che escogitano e mettono in opera per
perderlo. Vi ritrae la gioia di Penta, che ha riavuto il marito e gli
gira attorno come una cagnolina che scodinzola per avere ritrovato il
padrone. Vi presenta quasi il miracolo della maternità, nel racconto
della bella dormente nel bosco, resa madre nel sonno, e alla quale,
sempre dormente, i due bambini, che mette al mondo, Sole e Luna,
vengono attaccati al petto, ed essi, cercando il capezzolo, le suggono
invece il dito e ne traggono la lisca fatale, che l’aveva fatta cadere
in letargo, e la ridestano alla vita. Vi adombra il misterioso fascino
della poesia in quel principe, che ha perso la memoria della donna
amata e sente dalla bocca di lei, non riconosciuta e travestita, la
canzone del «bianco viso», e, non sa esso stesso perché, ne è tutto
penetrato di dolcezza e di una vaga bramosia aspettante, e non si
stanca mai di farsi ripetere quel canto.

Sono questi alcuni tra i molti motivi sentimentali che risuonano in
queste fiabe, sia che il Basile li prenda dal popolo e li ravvivi,
sia che ve li introduca di proprio, sempre approfondendo e rendendo
umano il nudo e schematico fiabesco. E all’uopo ravvicina il fiabesco
alla vita vissuta, alla vita ordinaria, e a quella particolare del
suo tempo o della sua Napoli; e l’orca vi si configura a volte come
una contadina gelosa del suo orto, feroce nel proteggere la sua
proprietà, vendicativa contro chi ha messo le mani nel suo; o altre
volte la si ascolta, a sera, a chiacchierare durante la cena col
marito che torna dalle quotidiane faccende e al quale essa domanda che
cosa si dice e che cosa accade nel mondo; e Cenerentola, fastosamente
abbigliata nel fastoso cocchio fornitole dalla fata, col suo codazzo
di servitori e paggi, è somigliata a una bella cortigiana napoletana
al proibito passeggio di Chiaia, che gli sbirri hanno sorpresa e
attorniata e conducono al carcere; e Cienzo va in esilio da Napoli
per avere involontariamente fracassato la testa al figlio del re in
una delle sfide a sassi o «petriate», che si usavano all’Arenaccia; e
le schiave more hanno i movimenti e il parlare delle tante schiave,
che si vedevano allora nelle case di Napoli, per effetto dei corseggi
contro i barbareschi; e Rosella, la figliuola del gran Turco, che
amore ha condotta in terra di cristiani, è corteggiata come una bella
avventuriera dai baroni napoletani, i quali, per farle i doni che essa
chiede, s’indebitano con gli usurai e tolgono a prestito e a scrocco; e
le sorelle di Sapia, che non si rassegnano alla clausura imposta loro
dal padre, sono due indemoniate «fenestrere» o «finestraiuole», appunto
come le irrequiete ragazze dei paesi meridionali, e, poiché le finestre
sono state inchiodate, si arrampicano agli abbaini, per sporgere la
testa, dialogare e civettare.

Gli affetti e il sentimento morale del Basile, che traspaiono nel
modo in cui sono toccati i personaggi e i casi, prendono altresí
forma riflessiva nelle introduzioni e nelle conclusioni di ciascuna
fiaba, piene di sentenze sull’ingratitudine, la gelosia, l’invidia,
l’incoercibile curiosità delle donne, la loro astuzia, la fortuna che
predilige gl’ignoranti e i poltroni, e nei motti, che sottolineano i
racconti o che sono messi in bocca ai personaggi. Ma il Basile ha tanto
da dire in proposito che questi accenni occasionali e sparsi non gli
bastano, e sente il bisogno di riversare la sovrabbondanza del suo
animo in quattro dialoghi o «egloghe», che seguono ciascuna a ciascuna
delle prime quattro giornate, e nelle quali satireggia la diversità tra
l’apparenza e la realtà (_La coppella_), il lenocinio di parole con cui
si presenta il male come bene e il bene come male (_La tintura_), il
fastidio a cui viene ogni umana ambizione e ogni diletto (_La stufa_),
e la cupidigia universale, per cui tutti rapineggiano e profittano
(_La volpara o l’uncino_). Sono ritratti morali e quadri di costume,
in istile tra iperbolico e grottesco, ma disegnati con vigore, che
fanno pensare ai rami di Giacomo Callot. Vi passano sott’occhi il gran
signore, il militare, il nobile che vanta la prosapia, il borioso, il
cortigiano, il bravaccio, l’adulatore, la donna di piacere, il poeta,
l’innamorato, l’astrologo, l’alchimista; e l’avaro, che dalla gente è
lodato per economo, e il vigliacco, che è lumeggiato come prudente,
e chi vive a spese della moglie che vien festeggiato qual uomo di
garbo, e, per contro, l’uomo di cuore e di onore, che è screditato
per scavezzacollo, e il disdegnoso delle cose plebee che è biasimato
per selvatico; e il barone oppressore e i suoi agenti che vendono la
giustizia, e il mercante e il sarto e l’oste e i loro imbrogli; e tante
e tante altre figure e tipi, e, infine, la delusione che si trova
nell’amore, nelle armi, nei divertimenti, negli spettacoli, nelle arti,
salvandosi solo dalla generale svalutazione la virtú e la ricchezza o
potenza, che dànno all’uomo le sole vere soddisfazioni nel mondo.

Al _Cunto de li cunti_, come libro da far ridere e quasi tesoretto di
curiosi vocaboli e locuzioni plebee, non mancò qualche fortuna nel
seicento, testimoniata dalle sei ristampe che seguirono l’edizione
originale, dalla imitazione che ne tentò il Samedi nella _Posilecheata_
e, fuori Napoli, dalle parecchie sue parti che il Lippi adoprò nel
_Malmantile riacquistato_, dalle ispirazioni che ne trassero il Rosa
e il Menzini per le loro satire, e dalle non infrequenti citazioni,
specie delle egloghe, che s’incontrano presso gli scrittori e, tra
essi, nel Redi. Anche nel settecento fu ristampato quattro volte nel
testo dialettale, ebbe nel 1754 una cosiddetta traduzione o riduzione
italiana, indegna pur d’essere ricordata, ma altresí una leggiadra
riduzione in bolognese nel 1713 per opera delle due sorelle Manfredi
e delle due Zanotti, sotto il titolo _La ciaqlira dla banzola_, e
porse materia a Carlo Gozzi per alcune delle sue fiabe drammatiche,
e, indirettamente, attraverso alcuni estratti inseritine nella
_Bibliothèque des romans_, a un poemetto fiabesco-filosofico del
Wieland. La critica, per altro, non era piú, o non era ancora, in
grado d’intenderne lo spirito, come può vedersi dalla stroncatura
che ne fece il Galiani nel suo libro _Del dialetto napoletano_, non
meno che dalla stessa apologia che, contro il Galiani, ne tessé il
Serio; e la sua originalità e il suo particolare carattere artistico
vennero riconosciuti solamente (ed è questo un altro caso della
benefica efficacia esercitata dalla critica germanica e romantica per
il migliore giudizio dei nostri scrittori) da Iacopo Grimm, nel 1822,
nell’appendice critica alla raccolta dei _Kinder und Hausmärchen_. La
lode del Grimm generò poi la traduzione tedesca del Liebrecht e quella
inglese del Taylor, e stabilí la riputazione che il libro del Basile ha
acquistata presso gli studiosi di novellistica e letteratura popolare.
Intanto, in Italia, esso era sempre piú negletto, e i lettori, che
ancora nel settecento aveva avuti in Napoli, venivano meno coi nuovi
gusti e con l’antiquarsi del dialetto nel quale il libro era scritto;
sicché non fu piú ristampato. Perdurò alcun tempo di piú la riduzione
bolognese, che ebbe quattro ristampe nel corso dell’ottocento, l’ultima
nel 1883; ma, infine, cedette anch’essa al mutamento dei gusti e del
dialetto, ed ora è uscita dal novero dei libri che si leggono.

Ben nel 1875 l’Imbriani, ingegno per taluni rispetti affine a quello
del Basile e compositore di bizzarre fiabe grottesco-satiriche, scrisse
uno studio sull’autore del _Pentamerone_[14], nel quale mostrò di avere
inteso il carattere e il pregio di quest’opera singolare. Ma né le
industrie dell’Imbriani, né quelle mie, che nel 1892 ne intrapresi una
nuova e piú genuina edizione, illustrata nel dialetto e nel costume,
valsero all’effetto desiderato; e il mio tentativo di riedizione
ottenne scarsa fortuna e si arrestò al primo volume, e io mi udii dire
da amici, non solo di altre regioni ma napoletani, che essi, nonostante
le mie note, non riuscivano a intendere o a leggere quel testo con
qualche facilità.

Ed ecco per quale ragione io, dalle mie indagini sulla letteratura
secentesca ricondotto ora innanzi all’opera del Basile e ripreso per
essa dal giovanile affetto, non ho stimato opportuno di compiere o di
rifare, almeno per ora, l’edizione del testo dialettale, ma ho pensato
che convenisse invece ridurlo a forma italiana, come finora non era
stato fatto, non potendosi tenere in alcun conto la già accennata
pseudotraduzione settecentesca ed essendo la versione del Ferri,
pubblicata nel 1889 a uso dei fanciulli, un compendio e adattamento di
solo diciotto fiabe, spogliate del loro carattere originale. Il Basile,
come si è detto, era un letterato aulico, e finanche uno studioso di
lingua e stile, che procurò edizioni delle rime del Bembo e del Casa
e di quelle inedite di Galeazzo da Tarsia, e compilò un volume di
annotazioni sui primi due di questi autori; e in italiano mentalmente
concepiva, e poi traduceva in dialetto per vaghezza dell’insueto e
per isfoggiare la ricchezza del sermone partenopeo; onde il mettere
in forma italiana la sua opera non è tanto darle una nuova veste,
quanto ridarle quella primitiva e connaturata, e (fatta la doverosa
eccezione per le eventuali deficienze del traduttore) in italiano
essa accresce e non perde virtú. Ho tradotto sulla rarissima edizione
originale del 1634-36[15], spesso scorretta ma non alterata ad arbitrio
come accadde di quella del 1674, riveduta dal Sarnelli, e delle altre
che la esemplarono; e sono stato fedelissimo alle parole del testo,
cercando di non scemare la quantità, e di alterare il meno possibile la
qualità, delle immagini che contengono; ma mi son condotto con piena
libertà di rifacimento verso la sintassi, che nel Basile è difettosa e
spesse volte pessima, forse principalmente perché l’opera fu stampata
ancora incondita e in molte parti quasi in abbozzo. Ho resistito
alla tentazione, alla quale altri sarebbe soggiaciuto, di sostituire
per equivalenza agli idiotismi napoletani vocaboli e frasi dell’uso
fiorentino vivo; e mi sono studiato di lasciare al libro, non solo
tutti i suoi ornati barocchi, ma anche un certo sapore napoletanesco. E
poiché il testo ha frequenti accenni e allusioni a cose e costumi del
tempo e paese suo, nelle note ho chiarito questi riferimenti, sí da far
intravedere ai lettori, di là dal racconto fiabesco, gli aspetti della
realtà storica che il Basile aveva nell’immaginazione[16].

Ho tralasciato, invece, affatto l’illustrazione comparativistica delle
fiabe, quantunque mi sarebbe stato agevole dar compimento per lo meno
alla «tavola dei riscontri», che aggiunsi alle due prime giornate
nella mia edizione del 1892. Con siffatta sorta di illustrazioni si
sarebbe trasferita l’attenzione all’astratta materia del libro del
Basile, trattandolo come documento di demopsicologia, e non piú nel
suo intrinseco carattere di opera d’arte. Che cosa può importare al
lettore, al quale io indirizzo questa traduzione, di sapere, per
esempio, che la _Mortella_ del Basile risponde alla _Rosmarina_ delle
fiabe siciliane del Pitré e alla _Mela_ delle fiabe toscane dello
stesso, e a _Die Nelke_ della raccolta dei Grimm? o che _Vardiello_ è
il _Giufà_ e il _Giucca_ delle dette raccolte del Pitré, e in parte
il n. 49 delle _Novellae et Fabulae_ del Morlino, e un certo capitolo
del _Bertoldino_ di Giulio Cesare Croce? o che la _Vecchia scorticata_
è _Donna Peppa e Donna Tura_ del Pitré, e tutte quelle altre fiabe di
simile argomento, siciliane, veneziane, abruzzesi e tirolesi, che il
Pitré ricorda? Non solo non può importar nulla, ma servirebbe solo a
infastidirlo, tirandolo inopportunamente or di qua or di là, fuori
del suo punto di contemplazione. Del resto (si consenta che apra per
un momento sul proposito il mio pensiero), io credo che il motivo
animatore di quelle comparazioni, che era di determinare l’«origine
delle fiabe popolari», sia non poco fantastico, e di conseguenza abbia
messo capo a teorie affatto arbitrarie, come son quelle dell’origine
indiana o dell’origine primitiva e selvaggia in quanto riflesso del
costume di età remote, o della origine mitologico-naturalistica: metodi
e teorie sorti ai tempi del fanatismo per la linguistica comparata
e per la sua genealogia dei linguaggi e per la congiunta ricerca
della prima scaturigine storica del linguaggio, e che dovrebbero
andar soggetti a una crisi di revisione e di dissolvimento ora che la
filosofia e la scienza del linguaggio hanno preso nuovo avviamento e si
è a giusta ragione dichiarato il fallimento dell’etimologismo fonetico
e la vanità di ricercare nel campo storico l’origine del linguaggio.
Anche la questione dell’origine delle fiabe è da convertire ormai nella
storia di ciascuna di esse, che è poi, a ogni suo passo, quella di una
creazione a nuovo. Certo sarebbe talvolta attraente seguire questa
varia e intricata storia nei particolari; ma la cosa è assai difficile
e mal sicura, trattandosi di processi fantastici che si svolgono
quasi sempre fuori d’ogni osservazione e documentazione, e che ebbero
forse il loro periodo intenso in tempi lontani, se non addirittura
preistorici. I risultati, dunque, a cui per questa parte si mette capo,
di rado sono cosí concludenti da compensare la fatica; e poi, fatica
o non fatica, hanno sempre piccola o niuna importanza. Dico piccola o
niuna per chi chiede quel che veramente interessa dell’uomo e della sua
storia; ché per l’erudito, si sa, come per il collezionista, tutto è
importante, che rientri nella sua collezione e nelle sue schede.

Ma pensino i lettori quel che stimano meglio su quest’ultimo punto. A
me importa che essi siano d’accordo ora con me nel leggere il libro del
Basile semplicemente come opera d’arte.

  18 dicembre 1924.

                                                      BENEDETTO CROCE.




LA FIABA DELLE FIABE

OVVERO

IL TRATTENIMENTO DEI FANCIULLI

DI

GIAN ALESIO ABBATUTIS




INTRODUZIONE


È proverbio assodato, di quelli di antico conio, che chi cerca quel
che non deve, trova quel che non vuole; e si sa che la scimmia, per
calzarsi gli stivali, restò presa pel piede[17]. E cosí accadde a una
schiava stracciona, che, non avendo mai portato scarpe ai piedi, volle
porsi la corona sul capo. Ma poiché la mola spiana tutte le scabrezze,
e viene un giorno che tutto si sconta, colei che per mala via aveva
usurpato quel che spettava ad altri, s’impigliò finalmente nella ruota
dei calci[18], e quanto piú in cima era salita, tanto maggiore fece il
capitombolo; come si narra in questo libro.

C’era una volta un re di Vallepelosa, che aveva una figliuola chiamata
Zoza, la quale, come fosse nuovo Zoroastro o nuovo Eraclito, mai non
si vedeva ridere. Il misero padre, che non aveva altro spirito che
quest’unica figliuola, non tralasciava cosa nessuna per procurar di
sgombrare da lei la malinconia, e faceva venire, per stuzzicarla a
ridere, ora quelli che passeggiano sui trampoli, ora quegli altri che
s’infilano nei cerchi, ora i mattaccini[19], ora mastro Ruggiero[20],
ora i giocatori di destrezza, ora le forze d’Ercole[21], ora il
cane che balla, ora bracone[22] che salta, ora l’asino che beve al
bicchiere, ora Lucia canazza[23], e ora questo e ora quello. Ma era
tempo perso, ché neppure il rimedio di mastro Grillo[24], neppure
l’erba sardonica, neppure una stoccata nel diaframma le avrebbe
increspato al piú leggiero sorriso la bocca. Il povero padre, non
sapendo che cos’altro tentare, per un’ultima prova dié ordine che si
aprisse dinanzi alla porta della reggia una grande fontana d’olio, con
questo pensiero che la gente, che per quella strada passava in viavai
come formiche, allo schizzar dell’olio, per non ungersi i vestiti,
avrebbe fatto salti di grillo, sbalzi di caprio e corse di lepre,
scivolando e urtandosi, e a questo modo qualche caso sarebbe nato da
eccitare la figliuola a uno scoppio di riso.

Aperta dunque questa fontana, e stando Zoza alla finestra, cosí ben
composta che pareva tutta aceto[25], venne per avventura una vecchia,
che, assorbendo con una spugna l’olio, lo spremeva in un suo orciuolo.
E mentre, dandosi un gran da fare, eseguiva intenta questa operazione,
un diavoletto di paggio della corte tirò un sassolino cosí a segno che,
colpito l’orciuolo, lo ridusse in frantumi. La vecchia, che non aveva
peli sulla lingua, né era usa a portare alcuno in groppa, rivoltasi al
paggio, prese a dirgli: «Ah, moccicoso, frasca, merdoso, piscialetto,
martellino di cembalo, falda pendente di dietro, cappio d’impiccato,
mulo bastardo! Ecco che anche le pulci hanno la tosse! Va’ che possa
coglierti il parietico! Che tua madre ne riceva la mala notizia! Che
tu non veda il primo di maggio![26]. Che ti sia data una lanciata
catalana![27], o una strozzatura di fune, che non ne scorra sangue! Che
ti vengano mille malanni a vele gonfie! Che se ne disperda la semenza,
furfante, guitto, figlio di donna ingabellata[28], mariuolo!».

Il ragazzo, che aveva poco pelo sulle guance e minor discrezione,
sentendosi cascar addosso questa intemerata coi fiocchi, la ripagò
della stessa moneta: «Non vuoi turare cotesta chiavica, avola di
Parasacco[29], strega succhiasangue, soffocabambini, cacapezze, faccia
da scoregge?». La vecchia, all’udir queste notizie di casa sua, montò
in tanta stizza, che, perdendo la bussola della flemma e scapolando
dalla stalla della pazienza, alzato il telone dell’apparato, fece
vedere la scena boschereccia, nella quale Silvio poteva dire: «Ite
svegliando gli occhi col corno»[30]. Al quale spettacolo, Zoza fu presa
da un cosí forte impeto di riso, che stette per venir meno.

La vecchia, al suono di questa beffa, arrabbiò e, girando verso Zoza un
ceffo da sbigottire: «Va’! — le disse — che tu non possa trovare ombra
di marito, se non prendi il principe di Camporotondo!». La principessa,
udite tali parole, la fece chiamare e volle sapere per ogni conto se
avesse voluto dirle ingiuria o gettarle una bestemmia. E la vecchia
le rispose: «Sappiate che il principe che ho nominato è una leggiadra
persona e si chiama Taddeo, che per la imprecazione di una fata ha
dato l’ultimo tocco al quadro della vita ed è stato posto in una tomba
fuori le mura della città. Su quella tomba è una scritta che dice che
qualsivoglia donna colmerà di pianto in tre giorni un’anfora, che si
vede colà appesa a un uncino, lo farà risuscitare e lo prenderà per
marito. Ma è impossibile che due occhi umani possano pisciare tante
gocce da far colma un’anfora che contiene mezzo staio (se non fosse,
come ho udito raccontare, quella Egeria, che si fece a Roma fontana
di lacrime[31]); e perciò io, al vedermi dileggiata e beffata da voi,
vi ho dato questa bestemmia, e prego il Cielo che riesca a pieno, per
vendetta dell’ingiuria che m’è stata fatta». Ciò detto, sguisciò per la
gradinata in giú, paurosa di qualche bastonatura.

Nello stesso punto, Zoza cominciò a ruminare e masticare le parole
della vecchia, lo spirito tentatore le entrò nella testa, e, volgendo
una ruota di pensieri e un mulino di dubbi intorno a questo fatto, in
ultimo, tirata col carro di quella passione che acceca il giudizio e
incanta il raziocinio dell’uomo, dopo aver preso una manata di scudi
dagli scrigni paterni, sguisciò anch’essa fuori del palazzo regale.
E tanto andò che giunse al castello di una fata, e, avendo con lei
sfogato il suo cuore, quella, per compassione di cosí bella giovane,
alla quale erano due sproni a spingerla in un precipizio la poca età
e l’amore prepotente di cosa non conosciuta, le dié una lettera di
raccomandazione per una sua sorella, anche fatata. Questa la accolse
con molti complimenti; e il giorno dopo, al sorger dell’alba, quando
la Notte fa gettare il bando dagli uccelli promettendo buona mancia a
chi le recherà notizie di un branco d’ombre nere sperdute, le porse
una bella noce, dicendole: «Prendi, figliuola mia, e tienila cara, e
non aprirla se non in momento di gran bisogno»; e con un’altra lettera
la raccomandò a una terza sorella. Presso la quale, giunta dopo lungo
viaggio e ricevutene le medesime amorevolezze, ebbe ancora una lettera
per una quarta sorella, e una castagna; e lo stesso avvertimento che
le era stato dato per la noce. Cammina ancora e giunge al castello
dell’ultima fata, che le fa mille carezze, e la mattina, al partirsi,
le consegna una nocciuola, con la stessa protesta di non aprirla se
proprio la necessità non la scannava.

Avute queste cose, Zoza si mise la strada fra le gambe, e per tanti
paesi girò, tanti boschi e fiumane passò, che, dopo sette anni —
proprio nel momento in cui il Sole ha insellato il cavallo per correre
le solite poste, svegliato dalle cornette dei galli, — arrivò quasi
spedata a Camporotondo. Qui, prima di entrare nella città, scorse il
sepolcro di marmo, a pié di una fontana, la quale, a causa di vedersi
rinserrata in una carcere di porfido, piangeva lacrime di cristallo.
Ed essa tolse l’anfora, che trovò appesa, e, recatasela tra le gambe,
cominciò a rappresentare la commedia dei _Due simili_[32], lei di sotto
e la fontana di sopra, non levando mai il capo dalla bocca dell’anfora;
sicché, in men di due giorni, era giunta a due dita sul collo e non
mancavano neppure altre due e sarebbe stata colma. Ma, prima di
compiere quest’ultimo stillamento, stanca dal tanto piangere, fu, senza
che potesse resistere, ingannata dal sonno, e costretta a ritirarsi per
un paio d’ore sotto la tenda delle palpebre.

In quel mezzo una certa schiava gamba di grillo, che spesso si recava
alla fontana ad attingere con un barile e che sapeva la faccenda
dell’epitaffio, ché se ne parlava dappertutto, avendo visto Zoza
versare tanto pianto che scorreva in due rivoli, stette a spiare[33],
finché l’anfora fosse a buon punto, per toglierle di mano il lavoro e
farla restare con un pugno di mosche. E ora che la vide addormentata,
le trasse destramente dal grembo l’anfora, e, chinativi sopra gli
occhi, in quattro strizzate la riempí a ribocco. Non sí tosto fu colma,
il principe, come se si svegliasse da un gran sonno, si levò da quella
cassa di bianco marmo e dié di piglio a quella massa di carne nera. E,
subito traendola al suo palazzo, con feste e luminarie meravigliose, la
rese sua moglie.

Svegliatasi Zoza, e trovando l’anfora a terra, e con l’anfora le
speranze sue, e vedendo aperta la tomba, il cuore le si chiuse in modo
che stette sul punto di sballare i fagotti dell’anima sua alla dogana
della Morte. Ma, infine, poiché al male non c’era rimedio, ed essa non
poteva lamentarsi d’altro che degli occhi suoi che non avevano ben
guardato la vitella delle sue speranze[34], s’avviò a lento passo per
dentro la città. Dove, udito delle feste del principe e della bella
qualità di moglie che s’era presa, immaginò senz’altro come il fatto
era passato e disse, sospirando, che due cose nere l’avevano posta
sulla nuda terra, il sonno e una schiava. Nondimeno, per tentare tutto
quanto era possibile contro la morte, dalla quale ogni animale si
difende il piú che può, tolse a pigione una bella casa di fronte al
palazzo del principe, donde, se non le riusciva di vedere l’idolo del
suo cuore, contemplava almeno le mura del tempio in cui si chiudeva il
bene da lei desiderato. Ma un giorno, avendola notata Taddeo, il quale,
come pipistrello, volava sempre attorno a quella nera notte della
schiava, divenne aquila a guardar sempre fiso nella persona di Zoza,
che era l’eccesso dei privilegi della natura e il «mi chiamo fuori»[35]
dai termini della bellezza. Di ciò avvedutasi la schiava, fece un
chiasso di casa del diavolo, e, incinta com’era, minacciò il marito con
dirgli: «Se finestra non levare, mi pugni a ventre dare e Giorgetiello
acciaccare!»[36]. Taddeo, tenero della sua prole, tremando come giunco
per timore di darle alcun disgusto, si strappò, come anima dal corpo,
dalla vista di Zoza.

Costei, venendole meno anche quel po’ di ristoro alla debolezza delle
sue speranze, non sapendo alla prima qual partito prendere, in tale
estrema necessità si sovvenne dei doni delle fate. Aprí la noce, e ne
uscí un nanetto grande quanto un bamboccetto, la piú graziosa figurina
mai vista al mondo, che si pose alla finestra e cantò con tanti trilli,
gargarismi e passavolanti da sembrare un compar Biondo, da superare
Pezzillo[37] e da lasciarsi addietro il Cieco di Potenza e il Re degli
uccelli. Per caso lo vide e lo udí la schiava, e se ne invaghí di
maniera che, chiamato Taddeo, gli disse: «Se non avere quel piccoletto
che cantare, mi pugni a ventre dare e Giorgetiello acciaccare!». Il
principe, che s’era fatto metter la barda da bernaguallà[38], mandò
subito a chiedere a Zoza se glielo voleva vendere; e Zoza rispose che
non era mercantessa, ma che, se lo accettava in dono, lo prendesse
pure, ché ben volentieri gliene faceva presente. Taddeo, che era sempre
in affanno per tener contenta la moglie affinché portasse a luce il
parto, accettò l’offerta.

Di là a quattro giorni, Zoza aprí la castagna e ne venne fuori una
chioccia con dodici pulcini d’oro, che, posta sopra la stessa finestra
e vista dalla schiava, la trafisse di una voglia acutissima; onde,
chiamato Taddeo e additandogli quella cosa cosí bella, gli disse: «Se
quella chioccia non pigliare, mi pugni a ventre dare e Giorgetiello
acciaccare!». E Taddeo, che si lasciava intimorire e dominare da
cotesta cagna turchesca, mandò di nuovo a Zoza a offrirle quel che le
piacesse domandare per prezzo di cosí bella chioccia. E ne ebbe la
stessa risposta dell’altra volta, che se l’avesse pure presa in dono,
perché, a trattare in termini di compravendita, sarebbero state parole
al vento. E lui, che di meno non poteva farne, lasciò che necessità
scacciasse discrezione, e, portandosi via questo bel boccone, rimase
stupito della liberalità di una femmina, sesso di natura cosí avido che
non gli basterebbero tutte le verghe d’oro che vengono dalle Indie.

Passarono altrettanti giorni e Zoza aprí la nocciuola, dalla quale uscí
una bambola che filava oro, cosa veramente da strasecolare, che non
appena fu posta alla medesima finestra e dié nell’occhio alla schiava,
questa chiamò ancora Taddeo e gli ripeté la solita musica: «Se bambola
non comprare, mi pugni a ventre dare e Giorgetiello acciaccare». E
Taddeo, che si faceva girare come arcolaio e menar pel naso dalla
superbia della moglie, da cui si era lasciato cavalcare, non avendo
animo di mandare a Zoza per la bambola, volle andarvi di persona,
ricordando i motti: «Non c’è miglior messo di te stesso»; «Chi vuole
vada e chi non vuole mandi»; e «Chi pesce vuol mangiare, la coda si
vuol bagnare». E, pregandola grandemente di perdonare l’impertinenza
ai desiderî di un’incinta, Zoza, che se ne andava in solluchero alla
presenza della cagione dei suoi travagli, fece forza a sé stessa e
si lasciò pregare e strapregare per trattenere la voga della barca
e godere maggior tempo della vista del signor suo, furatogli da una
brutta schiava. Alla fine, concedendogli la bambola come aveva fatto
delle altre cose, prima di consegnargliela, soffiò a quella figurina
che avesse messo in petto alla schiava la voglia di udire raccontar
fiabe. Taddeo, che si vide la bambola in mano, senza sborsare nemmeno
un callo[39], restò interdetto per tanta cortesia, le offrí stato e
vita in cambio di quel favore, e, tornato al palagio, porse la bambola
alla moglie.

La schiava se la recò in grembo per prenderne trastullo; ed ecco che
subito quella parve Amore in forma di Ascanio in grembo a Didone, che
le accese il fuoco in petto[40]; perché cosí caldo desiderio sorse
nella schiava di udire fiabe che, non potendo resistere e dubitando di
toccarsi la bocca e fare figli cosí queruli da infastidire un’intera
nave di pezzenti[41], chiamò al solito il marito e gli ripetette
ancora: «Se non venire gente e fiabe contare, mi pugni a ventre dare e
Giorgetiello acciaccare!».

Taddeo, per togliersi dattorno questa molestia[42], ordinò di gettare
un bando, che tutte le donne del paese fossero venute a lui in un dato
giorno. E in quel giorno, allo spuntar della stella Diana, che sveglia
l’Alba ad ornare le strade per cui deve passeggiare il Sole, tutte si
trovarono al luogo destinato. Ma, non piacendogli di tenere impedita
tutta quella marmaglia per un gusto particolare della moglie, oltre
che gli parve di soffocare alla calca di tanta folla, scelse in essa
solamente dieci, le migliori della città, che gli parvero le piú svelte
e chiacchierine; e furono Zeza sciancata, Cecca storta, Meneca gozzosa,
Tolla nasuta, Popa gobba, Antonella bavosa, Ciulla musuta, Paola
scerpellata, Ciommetella tignosa e Iacova squarquoia[43]. E, scritti
questi nomi su una carta e licenziate le altre, egli e la schiava si
levarono di sotto al baldacchino e s’avviarono con passo misurato a
un giardino dello stesso palazzo, dove i rami fronzuti erano tanto
intricati che il Sole con la pertica dei raggi non poteva spartirli. E,
sedutisi sotto un padiglione coperto di una pergola d’uva, in mezzo al
quale scorreva una grande fontana (maestra di scuola ai cortigiani, che
ogni giorno istruiva nell’arte di mormorare), Taddeo cosí parlò:

«Non è cosa piú appetitosa al mondo, femmine mie rispettabili, che
il sentire i fatti altrui, né, senza ragione veduta, quel gran
filosofo[44] mise l’ultima felicità dell’uomo nell’ascoltare racconti
piacevoli; perché, porgendo l’orecchio a cose di gusto, svaporano gli
affanni, si dà lo sfratto ai pensieri fastidiosi e si prolunga la
vita. Vedi, per tal desiderio, gli artigiani lasciare i fondaci, i
mercanti i negozi, i dottori le cause, i bottegai le faccende, e andare
a bocca aperta per le barbierie e pei circoli di chiacchieroni a udir
novelle false, avvisi inventati e gazzette in aria[45]. Debbo dunque
scusare mia moglie se si è messa in capo quest’umor malinconico di
ascoltar fiabe. E se vi piace di dare in brocca al desiderio della mia
principessa e di colpire al centro delle voglie mie, sarete contente,
per quattro o cinque giorni che ancora tarderà a sgonfiare la pancia,
di raccontare ogni giorno ciascuna di voi una fiaba di quelle che le
vecchie sogliono dire per trattenimento dei bambini. Vi troverete
sempre al luogo stesso, dove prima si mangerà, poi si darà principio
alle chiacchiere, e la giornata sarà terminata da qualche egloga che
si reciterà dai nostri stessi sfrattapanelle[46]; e cosí passeremo
allegramente la vita, e tristo chi muore!».

A queste parole tutte accettarono con un cenno del capo il comando
di Taddeo; e intanto, poste le tavole e venuto il cibo, si misero
a mangiare, e, finito d’ingozzare, il principe fece cenno a Zeza
sciancata, che desse fuoco al pezzo. Zeza, fatto un grande inchino al
principe e alla moglie, cosí incominciò a parlare.




GIORNATA PRIMA




TRATTENIMENTO PRIMO

LA FIABA DELL’ORCO


  Antuono da Marigliano, scacciato dalla madre come l’arcinfanfano
  degli sciocconi, si mette ai servigi di un orco; e da costui,
  volendo rivedere la casa sua, è piú volte regalato, e sempre si
  fa burlare da un oste; ma, in ultimo, avuta in dono una mazza che
  castiga la sua inesperienza, fa pagare all’oste la pena delle
  truffe giocategli e arricchisce la casa sua.

Chi disse che la fortuna è cieca, si dimostrò piú sapiente di mastro
Lanza[47] (che lo trafigga!), perché veramente essa dà colpi da cieco,
levando in cima gente che tu non cacceresti da un campo di fave[48] e
gettando a terra altri, che sono il fiore degli uomini, come vi dirò
con un esempio.

Si racconta che c’era una volta al paese di Marigliano[49] una femmina
da bene chiamata Masella, che, oltre a sei figlie nubili, simili a sei
pertiche, aveva un figlio maschio, cosí tanghero, cosí bestia, che
non valeva pel giuoco della neve[50]; tanto che essa se ne stava come
scrofa con la spranghetta in bocca, e non passava giorno che non gli
dicesse: «Che stai a fare in questa casa, pane maledetto? Squaglia,
pezzo di briccone! Sgombera, maccabeo! Sprofonda, piantamalanni!
Tòglimiti dinanzi, mangiasúcciole! Tu mi fosti cambiato in culla, e
nel luogo di un bambolino, di un pacioncello, di un bel fantino, mi fu
posto un maialone pappalasagne!». Con tutto ciò, Masella parlava e lui
fischiettava.

Vedendo che non c’era speranza che Antuono[51] (cosí si chiamava
il figlio) volgesse la testa a far bene, un giorno fra gli altri,
avendogli ben lavato la zucca senza sapone, dié di mano a un matterello
e cominciò a prendergli la misura del giubbone.

Antuono, che, quando meno se l’aspettava, si vide stecconare, pettinare
e foderare, non appena che le poté sfuggir dalle mani, girò le
calcagna. E tanto camminò che, verso le ventiquattro ore, quando per le
botteghe di Cinzia cominciavano ad accendersi le lucernette, giunse ai
piedi di una montagna cosí alta che cozzava con le nuvole.

Colà, sulla radice di un pioppo, presso una grotta lavorata di pietra
pomice, era seduto un orco: o mamma mia, quanto era brutto! Era nano
e sconcio di corpo, aveva il capo piú grosso d’una zucca d’India, la
fronte bernoccoluta, le sopracciglia congiunte, gli occhi stravolti, il
naso schiacciato, con due narici che parevano due chiaviche maestre;
una bocca quanto un palmento, dalla quale uscivano due zanne che
gli giungevano ai malleoli; il petto peloso, le braccia di aspo, le
gambe piegate a vòlta, e i piedi larghi di papera. Insomma, pareva un
diavolo, un parasacco, un brutto pezzente e una mal’ombra spiccicata,
che avrebbe sbigottito un Orlando, atterrito uno Scannarebecco[52], e
fatto cadere in deliquio il piú abile schermitore[53].

Ma Antuono, che non si moveva a giro di fionda, fatto un inchino col
capo, gli disse: «Addio, messere, che si fa? Come stai? Vuoi niente?
Quanto c’è da qui al luogo dove debbo andare?». L’orco, che sentí
questo discorso di palo in frasca, si mise a ridere, e, poiché gli
piacque l’umore della bestia, gli disse: «Vuoi stare a padrone?».
Antuono rispose: «Quanto ne vuoi al mese?». E l’orco: «Attendi a
servirmi onoratamente, ché saremo d’accordo e farai buona vita».

Cosí, conchiuso questo parentado, Antuono rimase a servir l’orco,
a casa del quale il mangiare si gettava per la faccia e, quanto al
faticare, si stava da poltrone; di modo che, in quattro giorni, si fece
grasso come un turco, tondo come un bove, ardito come un gallo, rosso
come un gambero, verde come un aglio e grosso come una balena, e cosí
tarchiato e con la pelle tesa che quasi non poteva piú aprire gli occhi.

Non erano passati due anni, quando, venutagli in fastidio tanta
grascia, gli nacque voglia e desiderio grande di fare una corsa a
Marigliano[54]; e, pensando alla casetta sua, si consumava ed era quasi
tornato all’aspetto di prima. L’orco, che gli vedeva fin nelle viscere
e conosceva il prurito che lo faceva stare come sposa malcontenta, se
lo chiamò da parte e gli disse: «Antuono mio, io so che hai grande
struggimento di rivedere le carni tue; e perciò, amandoti come le mie
pupille, son contento che faccia una gita e appaghi il tuo gusto.
Prendi, dunque, quest’asino, che ti toglierà la fatica del viaggio; ma
sta’ attento a non dir mai: _Arri, cacauro!_, ché te ne pentiresti, per
l’anima di mio nonno».

Antuono, preso il ciuco, senza dire buon vespro, vi salí sopra e partí
di trotto. Ma non aveva fatto un centinaio di passi che, smontato dal
somaro, si dié a gridare: _Arri, cacauro!_ E aveva appena aperto la
bocca che quel sardagnuolo cominciò a evacuare perle, rubini, smeraldi,
zaffiri e diamanti, grosso ognuno quanto una noce. Antuono, con un
palmo di gola aperta, guardava a quelle belle uscite di corpo, a quelle
superbe scariche, a quelle ricche dissenterie dell’asinello; e, con
giubilo grande, riempita una bisaccia di quelle gioie, rimontò in
groppa e, toccando coi piedi di buona lena, giunse a un’osteria.

Smontato, la prima cosa che disse all’oste fu: «Lega quest’asino alla
mangiatoia; dàgli da mangiare con abbondanza; ma bada, non dire:
_Arri, cacauro!_, ché te ne pentiresti. E conservami queste cosette
in luogo sicuro». L’oste, che era dei quattro dell’arte[55] e maestro
di malizia, udita questa avvertenza inaspettata, e vedute le gioie
che valevano migliaia, venne in curiosità di conoscere quale effetto
facessero quelle parole. E perciò, messo innanzi ad Antuono un buon
pranzo e datogli da bere quanto piú poté, lo fece ficcare tra un
saccone e una schiavina; e non appena gli vide calar le palpebre e
russare a tutto spiano, corse alla stalla e disse all’asino: _Arri,
cacauro!_ E l’asino, con la medicina di queste parole, eseguí la solita
operazione, dando la stura al corpo con diarree d’oro e torbidi di
gemme.

Al vedere questa evacuazione preziosa, l’oste formò disegno di
scambiare l’asino e d’impastocchiare quel pacchiano d’Antuono, stimando
facile cosa d’accecare, legare, ingannare, imbrogliare, infinocchiare,
mettere in sacco e dare a vedere vesciche per lanterne a un maialone,
marrone, maccarone, pecorone, semplicione, com’era costui venutogli tra
le mani. Antuono, svegliato che fu la mattina, quando l’Aurora esce
a gettare il pitale del vecchio suo, pieno di arenella rossa, alla
finestra d’oriente[56], stropicciatisi gli occhi con le mani, stirate
le braccia per mezz’ora, fatta una sessantina di sbadigli e di scoregge
in forma di dialogo, chiamò l’oste, dicendogli: «Vieni qua, camerata:
conti spessi e amicizia lunga; amici noi e guerra tra le borse: fammi
il conto e pàgati». E cosí, tanto per pane, tanto per vino, questo
di minestra, quello di carne, cinque di stallaggio, dieci di letto e
quindici di manda, sborsò i quattrini[57]; e, presosi l’asino falsario
con un sacchetto di pietre pomici in cambio delle pietre da anello,
partí di buon passo verso il suo paese.

Giunto a Marigliano, innanzi di metter piede alla sua casa, cominciò
a gridare, come scottato dalle ortiche: «Corri, mamma, corri; ché
siamo ricchi! Spiega asciugamani, stendi lenzuola, spandi coperte, ché
vedrai tesori!». La mamma, con grande allegrezza, aperto un cassone,
dove serbava il corredo delle figlie, ne trasse lenzuola fini che se
soffiavi volavano, tovaglie odorose di bucato, coperte di colori che
ti saltavano in faccia, e ne fece una bella distesa. E Antuono vi
condusse sopra l’asino e cominciò a intonare: _Arri, cacauro!_ Ma, per
_Arri cacauro_ che dicesse, l’asino faceva tanto conto di quelle parole
quanto ne fa del suono della lira[58]. Pure, tornando a replicarle tre
o quattro volte, e tutte gittate al vento, dié di piglio a un grosso
randello e si mise a battere la malcapitata bestia; e bastonò e bastonò
tanto che il povero animale si sentí sciogliere il corpo e fece una
bella scodellata gialla su quei panni bianchi.

La misera Masella, che vide questo successo, e, quando faceva
fondamento di arricchire la povertà sua, si trovò innanzi un ben altro
fondamento, cosí liberale da ammorbarle tutta la casa, afferrò un
legno, e, non dando tempo ad Antuono di mostrarle le pietre pomici, gli
somministrò una buona bastonatura. E quello subito spulezzò alla volta
dell’orco.

L’orco lo scorse che s’avvicinava piú di trotto che di passo; e,
poiché, come fatato, sapeva quanto gli era accaduto, lo rimproverò ben
bene di essersi lasciato beffare da un oste, chiamandolo scioccone,
«mamma mia, mettimi in bocca», babbione, allocco, semplicione,
minchione, villanzone e scimunito, che, in cambio di un asino lubrico
di tesoro, si era fatto dare una bestia feconda di escrementi ordinari.
Antuono, inghiottendo questa pillola, giurò che mai piú, mai piú non si
sarebbe lasciato gabbare e burlare da persona vivente.

Ma, dopo un anno, gli si rinnovò il medesimo dolor di capo, languendo
pel desiderio di rivedere i suoi. L’orco, ch’era brutto di faccia e
bello di cuore, gli accordò anche questa volta la licenza, e gli fece
dono di un bel tovagliuolo, dicendogli: «Porta questo a tua madre;
ma avverti, non ti condurre da ciuco come facesti con l’asino; e,
fintanto che non arrivi a casa tua, non dire né _Apriti_ né _Sérrati,
tovagliuolo_, perché, se ti accade qualche altra disgrazia, il danno è
tuo. Orsú, va’ col buon anno e torna presto».

Antuono partí; ma si era di poco allontanato dalla grotta che pose il
tovagliuolo a terra e disse: _Apriti, tovagliuolo!_ E quello s’aprí
e subito vi si videro sopra, in folla, oggetti di lusso, galanterie,
preziosità, cose bellissime e stramirabili. E allora Antuono pronunciò:
_Sérrati, tovagliuolo_, e, chiusa dentro ogni cosa, si avviò alla
medesima osteria dell’altra volta. Dove giunto, disse all’oste:
«Prendi, conservami questo tovagliuolo, e bada a non dire: _Apriti_
e _sérrati tovagliuolo_». Colui, ch’era un furbo raffinato, rispose:
«Lascia fare a me»; e, datogli assai da mangiare e fattagli afferrare
la bertuccia per la coda[59], lo mandò a dormire. Poi prese il
tovagliuolo, pronunciò le parole, e si vide innanzi tante cose preziose
da stupire. Perciò, trovato un altro tovagliuolo simile, lo sostituì a
pennello.

Antuono, svegliatosi e cavalcando di buon trotto, giunse alla casa
della madre, e gridò: «Ora sí che daremo un calcio in faccia alla
pezzenteria! Ora sí che porremo rimedio a cenci, stracci e brandelli!».
E, steso il tovagliuolo a terra, disse: «_Apriti, tovagliuolo!_». Ma
poteva dirlo da oggi a domani, che ci perdeva il tempo, e quello non
dava il minimo segno di aprirsi. Allora, vedendo che la faccenda andava
al contrario, disse alla madre: «Che il Cielo sia benedetto! L’oste
me l’ha fatta un’altra volta. Ma va’, ché lui ed io siamo due. Meglio
che non fosse nato! Meglio che fosse caduto sotto le ruote d’un carro!
Che io possa perdere il miglior mobile di casa mia, se, quando passo
da quella taverna, per pagarmi delle gioie e dell’asino rubato non gli
riduco in cocci vasi, scodelle e bicchieri!». Ma la madre, che udí
questa nuova asineria, schizzando fuoco, lo rimproverò: «Fiáccati il
collo, figlio scomunicato! Rompiti la catena delle spalle! Levamiti
dinanzi! ché io vedo le viscere mie e non posso digerirti, e mi si
gonfia l’ernia e metto il gozzo sempre che mi vieni tra i piedi!
Finiscila presto, e che questa casa ti scotti come fuoco! Io di te mi
scuoto i panni, e fo conto di non averti mai cacato al mondo».

Lo sciagurato Antuono, che vide il lampo, non volle aspettare il
tuono; e, come uno che ha rubato i panni di un bucato, abbassando il
capo e alzando i talloni, dileguò alla volta dell’orco. E l’orco, allo
scorgerlo che entrava lemme lemme e mogio mogio, gli fece un’altra
sonata di cembalo, dicendo: «Non so chi mi tenga che non ti ammacchi un
occhio, ciarlone, bocca da scoreggia, carne fracida, culo di gallina,
taratatà, trombetta della Vicaria[60], che d’ogni cosa getti il bando,
che vomiti tutto quanto hai in corpo, e non puoi ritenere i ceci! Se
stavi zitto all’osteria, non ti accadeva quello che ti è accaduto;
ma tu hai la lingua come il legnetto del mulino, e hai macinato la
felicità che t’era venuta nelle mani!».

Il disgraziato Antuono mise la coda tra le gambe e si sorbí questa
musica; e stette oltre tre anni tranquillo ai servigi dell’orco,
pensando alla casa sua quanto a diventar conte. Pure, dopo questo
tempo, gli tornò l’accesso della terzana, gli rinacque il capriccio di
fare una gita alla sua casa, e ridomandò licenza all’orco. E l’orco,
premuto dalle sue insistenze, si contentò che partisse, e gli dette una
bella mazza lavorata, con l’avvertenza: «Porta con te questa mazza per
mia memoria; ma guardati di non dire: _Alzati, mazza!_ né _Córicati,
mazza_, perché io con te non voglio averci che spartire». Antuono,
ricevendola, rispose: «Va’, che ora ho messo il dente del senno e
conosco quante paia facciano tre buoi: non sono piú un ragazzo, e
chi vuol gabbare Antuono si vuol baciare il gomito». Replicò l’orco:
«L’opera loda il maestro: le parole sono femmine e i fatti sono maschi:
staremo a vedere! Tu m’hai udito piú di un sordo: uomo avvisato, mezzo
salvato».

L’orco seguitava a parlare, e già Antuono s’affrettava verso casa.
Ma non fu discosto mezzo miglio che disse: _Álzati, mazza!_ Non fu
parola, fu arte d’incanto: la mazza, subito, come se avesse farfarello
dentro al midollo, cominciò a lavorar di tornio sulle spalle del misero
Antuono; e le mazzate piovevano a cielo aperto, e l’un colpo non
aspettava l’altro. Il pover’uomo, che si vide pestato e conciato come
pelle di cordovano, gridò: _Córicati, mazza!_; e la mazza cessò di fare
contrappunti sul pentagramma della schiena. Cosí, istruito a proprie
spese, disse: «Zoppo chi fugge! Affé, che questa volta non me la lascio
scappare! Ancora non è andato a letto chi deve vedere la mala sera!».

Con questi pensieri giunse alla taverna solita, e vi fu ricevuto con
le maggiori accoglienze del mondo, perché l’oste sapeva quale sugo si
ricavava da quella cotenna. Antuono gli disse: «Prendi, conservami
questa mazza; ma bada a non dire: _Álzati, mazza!_, ché passi pericolo.
Ascoltami bene; non ti lamentare piú d’Antuono, perché io me ne
protesto e fo il letto innanzi»[61].

L’oste, tutto allegro di questa terza ventura, lo rimpinzò bene di
minestra e gli fece vedere il fondo dell’orciuolo; e, come l’ebbe
messo, cascante di sonno, in un letticciuolo, corse a prendere la
mazza, e, chiamando la moglie ad assistere alla bella festa, disse:
_Álzati, mazza!_ La quale cominciò a trovare la stiva degli osti[62],
e tiffe di qua e taffe di là, fece un’andata e venuta di prim’ordine;
talché, vedendosi a mal partito, corsero marito e moglie, inseguiti
dalla mazza, a svegliare Antuono, chiedendogli misericordia.

Antuono, che vide che la cosa era riuscita al punto e il maccarone
caduto nel cacio[63] e i broccoli nel lardo, disse: «Non c’è rimedio!
Voi morirete crepati di mazzate, se non mi restituite le cose mie».
E l’oste, ch’era tutto pésto: «Prenditi tutto ciò che ho, ma toglimi
questo fastidio maledetto dalle spalle!»; e, per dar sicurezza ad
Antuono, gli fece venire innanzi tutto quello che gli aveva sottratto.
Antuono, quando ebbe tutto nelle mani, disse: «_Córicati, mazza_; e
quella s’accosciò e stese da un canto.

Cosí, preso il somaro e le altre cose, se ne andò alla casa della
madre, dove, fatto cimento regale del deretano dell’asino e prova
sicura del tovagliuolo, raccolse grandi quattrini, maritò le sorelle,
arricchí la madre, e attestò la verità del detto:

    I pazzi ed i ragazzi Dio li aiuta.




TRATTENIMENTO SECONDO

LA MORTELLA


  Una forese di Miano partorisce una mortella. Un principe se ne
  innamora, e quella gli si svela per una bellissima fata. Partendo
  per un viaggio, la lascia dentro la mortella con un campanello
  attaccato. Entrano nella camera del principe certe tristi femmine,
  gelose per sua cagione, e, toccando la mortella, la fata vien fuori
  ed esse la fanno a brani. Torna il principe, trova questo eccidio,
  è per morirne dal dolore; ma, riacquistando prodigiosamente la
  fata, la prende per moglie e manda a morte quelle femmine.

Non si udí fiatare alcuno mentre Zeza seguitava il suo ragionamento.
Ma, poi che fece punto al parlare, si levò un mormorio grande e non si
sapeva chiuder bocca intorno alle evacuazioni mirabili dell’asino e
alla mazza fatata; e ci fu chi disse che, se si possedesse una selva di
coteste mazze, piú di quattro mariuoli non sonerebbero il cembalo[64],
e piú di quattro altri metterebbero senno, e non accadrebbe oggigiorno
di trovare piú asini che salme. Ma, fatto qualche discorso intorno a
questa materia, il signore dié ordine a Cecca di continuare il filo dei
racconti; e Cecca parlò cosí:

Quando l’uomo considerasse quanti danni e quante rovine, quante
perdizioni accadono per le maledette femmine di mondo, sarebbe piú
avveduto a fuggire le pedate di una donna disonesta che non la vista di
un serpente; e non consumerebbe l’onore per un avanzo di postribolo, la
vita per uno spedale di malanni, e tutte le entrate per una pubblica
che non vale piú di tre tornesi[65], la quale non ti fa inghiottire
altro che pillole aggregative[66] di disgusto e di rabbia: come udirete
che accadde a un principe, che s’era dato in mano a cotesta mala genia.

Furono già al casale di Miano[67] un marito e una moglie, che, non
avendo germoglio di figliuoli, desideravano con tutta l’anima un erede;
e la moglie particolarmente sospirava sempre: «Oh Dio, partorissi
qualcosa al mondo, e non m’importerebbe che fosse una frasca di
mortella!». E tanto disse questa canzone e tanto infastidí il Cielo,
che, ingrossatasele la pancia, le si fece il ventre rotondo, e, a capo
di nove mesi, invece di partorire in braccio alla mammana qualche
maschietto o femminuccia, mise fuori dai campi elisî del ventre una
bella frasca di mortella.

Questa, con suo piacere grande, piantò in un vaso da fiori, lavorato
con tanti bei mascheroni, e la collocò sul davanzale della finestra,
governandola mattina e sera con maggior diligenza che non fa il
contadino[68] un quadro di broccoli[69], dal quale spera di ricavare
il fitto dell’orto. Ma, passando per quella casa il figlio del re, che
andava a caccia, s’incapricciò fuor di misura di questa bella frasca,
e mandò a chiedere alla padrona di vendergliela, ché l’avrebbe pagata
un occhio. La quale, dopo molti no e molti contrasti, all’ultimo, presa
da ingordigia per le offerte, uncinata dalle promesse, sbigottita
dalle minacce, vinta dalle preghiere, gli dié il vaso con la mortella,
pregandolo di tenerla cara perché l’amava piú che figlia e la stimava
come se fosse uscita dalle sue reni.

Il principe, col maggior giubilo del mondo, fatta portare la mortella
nel proprio appartamento, la pose a una terrazza e con le proprie mani
la zappettava e l’innaffiava.

Ora accadde che, andato una sera questo principe a letto e spente le
candele, quando il silenzio si fu steso tutt’intorno e la gente era
nel primo sonno, sentí stropiccío di scarpe per la casa e una persona
venire a tentone verso il letto. Pensò subito che fosse o qualche
mozzo di camera[70], che voleva alleggerirgli la borsa, o qualche
monachetto[71], che gli voleva togliere di dosso le coperte; pure,
com’uomo ardito che neanche il brutto inferno gli metteva paura,
simulò la gatta morta, aspettando l’esito del negozio. Ma quando sentí
presso di sé quella persona, e, tastando, s’accorse del morbido, e
dove pensava di toccar pungoli di istrice, trovò cosa piú sottile e
molle della lana barbaresca[72], piú pastosa e soffice della coda di
martora, piú delicata e tenera delle piume del cardellino, si lanciò
ad abbracciarla, e stimandola (qual’era in effetto) una fata, le si
attaccò come polpo e, giocando a «passera muta», fecero a «pietra in
grembo»[73]. Senonché, innanzi che il Sole uscisse come protomedico[74]
a passar la visita ai fiori che la Notte aveva resi malati e languidi,
l’amica si levò e se la svignò, lasciando il principe pieno di
dolcezza, pregno di curiosità, caldo di meraviglia.

Continuò questo traffico per sette giorni e il principe si struggeva
e scioglieva dalla voglia di conoscere quale era questo bene che
gli pioveva dalle stelle, e quale nave, ricca delle piú care gioie
dell’amore, veniva a gettar l’áncora nel letto suo. Onde una notte, che
la bella nenna[75] faceva la nanna, legatasi una delle trecce di lei
al braccio, perché non potesse svignarsela, chiamò un cameriere, e,
fatte accendere le candele, vide il fiore delle belle, lo stupore delle
donne, lo specchio, il cocco pinto di Venere[76], l’incanto d’Amore;
vide una bamboletta, una leggiadra colombella, una fata Morgana, un
gonfalone splendente, un ramoscello d’oro; vide una feritrice di cuori,
un occhio di falcone, una luna in quintadecima[77], un piccioncello,
un boccone da re, un gioiello: vide, a dir breve, uno spettacolo da
mandare in visibilio.

E, mirandola e rimirandola, egli esclamò: «Ora, va’ t’inforna, dea
Ciprigna! Va’ t’impicca, o Elena! Tornatene a casa tua, o Fiorella![78]
Le bellezze vostre sono inezie a fronte di questa bellezza a doppia
suola, bellezza compita, intera, assodata, massiccia, ben piantata;
di questa grazia meravigliosa, grazia di Siviglia[79], eccellente,
incantevole, solenne, dove non trovi pecca alcuna, non da correggere
un sol punto! O sonno, o dolce sonno, versa altri papaveri sugli occhi
di questa bella gioia! Non mi guastare il gusto di contemplare, a
lungo quanto io desidero, questo trionfo di bellezza! O bella treccia,
che mi annoda! O begli occhi, che mi scaldano! O belle labbra, che mi
ristorano! O bel petto, che mi consola! O bella mano, che mi trafigge!
Dove, dove, in quale bottega delle meraviglie della natura si scolpí
questa viva statua? Quale India forní l’oro per lavorare questi
capelli? Quale Etiopia l’avorio per fabbricare questa fronte? Quale
maremma i carbonchi per comporre questi occhi? Quale Tiro la porpora da
invermigliar questa faccia? Quale Oriente le perle per formare questi
denti? E da quali montagne si prese la neve da spargere su questo
petto? Neve contro natura, che mantiene i fiori e scalda i cuori!».

Cosí dicendo, le fe’ vite delle braccia per consolare la vita. E,
nel cingerle il collo, essa si sciolse dal sonno, rispondendo con un
grazioso sbadiglio a un sospiro del principe innamorato. Ed egli,
vedendola desta, le disse: «O bene mio, se io, guardando senza candela
questo tempio d’amore, stavo quasi per morire, che sarà della vita mia
ora che vi hai acceso due lampade? O begli occhi, che con un trionfetto
di luce fate giocare a banco fallito le stelle[80], voi soli, voi,
avete traforato questo cuore, voi soli potete come uova fresche
comporgli una stoppata![81] E tu, bella medichessa mia, muoviti a
compassione di un malato d’amore, che, per aver cangiato aria dal fosco
della notte alla luce di questa bellezza, si è guadagnata una febbre!
Mettimi la mano al petto, toccami il polso, ordinami la ricetta! Ma
quale ricetta cerco, anima mia? Gettami cinque ventose alle labbra con
la tua bella bocca; non voglio altra frizione che una passata di questa
manina, ché io son certo che, con l’acqua cordiale di questa bella
grazia e con la radice di questa linguabova, mi rifarò libero e sano».

A tali detti, rossa come vampa di fuoco, la bella fata rispose: «Non
tante lodi, signor principe; io ti sono serva, e, per servire questa
faccia di re, volentieri andrei perfino a vuotare il necessario[82];
e stimo gran fortuna che da ramo di mortella, piantato in un testo di
creta, sia diventata frasca di lauro attaccata all’osteria di un cuore
di carne, e di un cuore dov’è tanta grandezza, e tanta virtú».

Il principe, liquefacendosi come candela di sego, e tornando ad
abbracciarla e suggellando la lettera con un bacio, le porse la mano,
dicendo: «Eccoti la fede, tu sarai mia moglie, tu sarai padrona dello
scettro, tu avrai la chiave di questo cuore, come già tieni il timone
di questa vita». E dopo queste e cento altre amorevolezze e discorsi,
levatisi di letto, si accertarono che le budella erano sempre in buon
ordine[83]; e a questo modo se la goderono per un certo numero di
giorni.

Ma, perché la fortuna, guastafeste e spartimatrimoni, è sempre intoppo
ai passi di Amore, è sempre cane nero che va a insudiciare i diletti di
chi vuol bene, accadde che il principe fu chiamato alla caccia di un
gran porco selvaggio, che devastava quel paese. Fu costretto perciò a
lasciar la moglie, anzi due terzi del suo cuore; e poiché l’amava piú
della vita, e la vedeva bella sopra tutte le cose belle, da quest’amore
e da questa bellezza germogliò quella terza specie[84], che è una
tempesta al mare dei piaceri amorosi, una pioggia al bucato delle gioie
d’amore, una fuliggine che casca dentro alla pignatta grassa[85] dei
gusti degl’innamorati; quella, dico, che è un serpente che morde e un
tarlo che rode, un fiele che attossica, una gelata che intirizzisce;
quella per la quale la vita sta sempre sospesa, la mente sempre
instabile, il cuore sempre sospettoso.

Chiamata dunque la fata, le disse: «Sono costretto, cuor mio, a stare
due o tre notti fuori di casa: Dio sa con qual dolore mi stacco da
te, che sei l’anima mia; sa il Cielo se, innanzi di prendere il primo
trotto, io non darò l’ultimo tratto! Ma, non potendo far di meno di
andare per soddisfazione di mio padre, è forza che io ti lasci. Però
ti prego, per quanto amore mi porti, a entrartene dentro il testo e
non uscirne finché io non torni, che sarà quanto prima». «Cosí farò
— rispose la fata, — perché non so, non voglio, né posso replicare a
quello che ti piace. Va’, dunque, con la mamma della buon’ora, perché
ti servirò nel modo piú fino. Ma fammi un piacere: lascia attaccato
alla cima della mortella un filo di seta con un campanello, e, quando
torni, tira il filo e suona, ché io subito esco e dico: — Eccomi!».

Il principe fece cosí, e raccomandò a un suo cameriere: «Vieni qua,
vieni qua tu, apri le orecchie, rifà sempre questo letto ogni sera,
come se dovesse dormirvi la persona mia, innaffia sempre questo vaso,
e sta’ attento, ché ho contato le fronde, e, se ne trovo una di meno,
ti tolgo la via del pane». Ciò detto, si mise a cavallo, e andò, come
pecora portata al macello, a correr dietro a un porco.

In questo mezzo, sette femmine di mala vita, che il principe aveva
tenute ai suoi diletti, accortesi che egli s’era intepidito e
raffreddato in amore e aveva sospeso di lavorare ai terreni loro,
entrarono in sospetto che, per qualche intrigo nuovo, avesse smenticato
l’amicizia antica. Bramose di scoprir paese, chiamarono un muratore,
e a suon di danaro gli fecero scavare un sotterraneo, che dalle
case loro corrispondeva nella camera del principe. Penetrate colà,
queste ammorbate malvage, per vedere se un nuovo ripesco, un’altra
civetta avesse loro tolto l’impiego e incantato il cliente, aprirono
e non trovarono nessuno. E, avendo visto la bellissima mortella, ne
spiccarono una foglia ciascuna; ma la piú giovane prese tutta la cima,
alla quale era attaccato il campanello, e questo, toccato appena,
squillò, e la fata, credendo che fosse il principe, venne subito fuori.
Ma le brutte arpie, come videro quella gentile persona, subito le
misero le unghie addosso, urlando: «Sei tu quella che tiri al mulino
tuo l’acqua delle speranze nostre? Sei tu quella che ci hai tolto di
mano il bell’avanzo della grazia del principe? Sei tu quella magnifica
donna, che ti sei posta in possesso delle carni che ci appartenevano?
Sii la benvenuta: va’, che sei giunta all’ultimo passo! Meglio che tua
madre non t’avesse figliata! Va’, che stai fresca! Hai trovato quello
che non volevi! Ci sei capitata! Ch’io non sia nata di nove mesi, se la
scappi!». Cosí dicendo, le assestarono un colpo di mazza alla testa,
e, subito tagliandola in cento pezzi, ciascuna ne prese la parte sua.
Solo la piú giovane non volle partecipare a questo scempio, e, invitata
dalle sorelle a imitarle, tolse solo una ciocca di quei capelli d’oro.
Ciò eseguito, dileguarono pel medesimo sotterraneo.

Sopravvenne intanto il cameriere per rifare il letto e innaffiare il
vaso, secondo l’ordine del padrone, e, trovato questo sterminio, ebbe
a morir di spavento. Si morse le mani; e poi radunò i rimasugli della
carne e delle ossa, e, lavato il sangue da terra, fece di tutte quelle
cose un mucchietto nello stesso testo, lo innaffiò, spianò il letto,
chiuse, e, posta la chiave sotto la porta, si avviò in fretta fuori di
quella terra.

Al ritorno dalla caccia, il principe tirò il capo di seta e suonò
il campanello; ma suona pure, ché prendi quaglie[86]; suona pure,
che passa il vescovo! Poteva suonare a martello: la fata faceva la
stordita. Va allora in furia alla camera, e, non avendo la flemma
di chiamare il cameriere e cercare la chiave, dà una spallata alla
serratura, spalanca la porta, si caccia dentro, apre la finestra, e,
vedendo la mortella sfrondata, cominciò a fare un gran piagnisteo[87],
gridando, strillando, vociando: «O amaro me, o scuro me, o tristo me!
e chi mi ha fatto questa barba di stoppa? e chi mi ha fatto questo
trionfo di coppe?[88]. O rovinato, sconquassato, sprofondato principe!
O mortella mia sfrondata, o fata mia perduta, o vita mia dolente, o
gusti miei andati in fumo, o piaceri miei andati in aceto! Che farai,
o Cola Marchionne sventurato?[89]. Che farai, infelice? Salta ora
questo fosso; strappati da questa morsa! Sei scaduto da ogni bene, e
non ti scanni? Sei alleggerito di ogni tuo tesoro, e non ti sveni?
Sei abbandonato dalla vita, e non dài di volta? Dove sei, dove sei,
mortella mia? E quale anima piú dura di un piperno mi ha devastato
questo bel testo? O maledetta caccia, che mi hai cacciato da ogni
contento! Oimé, sono spedito, son distrutto, son morto, ho finito i
giorni miei! Non è possibile che io campi per sperimentare questa sorta
di vita senza la mia vita! È forza che stenda i piedi, perché senza
il mio bene il sonno mi sarà tribolo, il mangiare tossico, il piacere
stitico, la vita acerba!».

Queste e altrettali parole, da impietosire le pietre della strada,
diceva il principe; e, dopo lunga nenia[90] e amaro pianto, pieno di
angoscia e di rabbia, non chiudendo mai occhio per dormire, né aprendo
mai bocca per mangiare, tanto si lasciò invadere dal dolore, che la
sua faccia, prima di minio orientale, diventò d’orpimento, e il roseo
prosciutto delle labbra si fece rancida sugna. La fata, che da quegli
avanzi raccolti nel vaso era tornata a germogliare, vedendo il povero
innamorato che si dibatteva, si strappava i capelli ed era diventato
piccino e meschino con un colore di spagnuolo malato[91], di lucertola
verminara[92], di succo di cavolo, d’itterizia, di melo pero[93], di
culo di beccafico e di scoreggia di lupo, si mosse a compassione; e,
uscita di balzo dal testo, come raggio di candela da una lanterna
cieca[94], apparve agli occhi di Cola Marchionne, e, stringendolo tra
le braccia, gli disse: «Su, su, principe mio, basta! Cessa questa
nenia, asciúgati questi occhi, lascia la collera, spiana questo volto
contratto! Eccomi viva e bella, a dispetto di quelle male femmine, che,
spaccatomi il cranio, fecero delle mie carni quel che Tifone del povero
fratello![95].

Il principe, a questa vicenda che accadeva quanto meno si pensava,
risuscitò da morte a vita, e, tornandogli il colore alle guance, il
calore al sangue, lo spirito al petto, dopo averle fatto mille carezze,
vezzi e tenerezze[96], volle sapere per filo e per segno come era
andato il caso. E, appreso che il cameriere non ci aveva alcuna colpa,
lo fece richiamare e, ordinato un gran convito, col buon consenso del
padre sposò la fata. Al convito, oltre che tutti i principali del
regno, volle che, in prima linea, fossero presenti le sette arpie, che
avevano fatto macello di quella vitelluzza di latte.

Sparecchiate le mense, il principe interrogò uno per uno tutti i
convitati: «Che cosa meriterebbe chi facesse male a questa bella
giovinetta?», indicando col dito la fata, cosí bella che saettava i
cuori come folgore, tirava le anime come argano e trascinava le voglie
come carro. E tutti quelli che sedevano a mensa, a cominciar dal re,
dissero uno che meritava la forca, un altro che era degno di ruota,
chi di tenaglia, chi di precipizio, chi di una pena e chi di un’altra.
In ultimo, toccò di parlare alle sette cernie[97], alle quali, sebbene
questo discorso non troppo andasse a sangue e già si sognavano la mala
notte, tuttavia, poiché la verità sta sempre dove tresca il vino,
risposero: che chi avesse animo di solo toccare quella delizia dei
gusti d’amore, sarebbe stato meritevole di esser sepolto vivo in una
chiavica.

A questa sentenza, pronunziata dalla propria loro bocca, il principe
disse: «Voi stesse vi siete fatto il processo, voi stesse avete firmato
il decreto. Resta che io faccia eseguire l’ordine vostro, perché voi
siete quelle che, con un cuore di Nerone, con una crudeltà di Medea,
faceste una frittata di questa bella testolina e trinciaste come carne
da salsiccia queste belle membra. Dunque, su, presto, non si perda
tempo: che siano gittate sul momento in una chiavica maestra, dove
finiscano miseramente la vita».

Posta la cosa subito a effetto, il principe maritò la piú giovane
sorella di queste sgualdrine col cameriere, dandole buona dote. E,
fornendo da vivere comodamente al padre e alla madre della mortella,
egli visse lieto con la fata; e quelle figlie dell’inferno, chiudendo
con amaro stento la vita loro, avverarono il proverbio degli antichi
savî:

    Passa la capra zoppa,
    se non trova chi la intoppa[98].




TRATTENIMENTO TERZO

PERUONTO


  Peruonto, gran sciagurato, andando a tagliar fascina al bosco, usa
  cortesia a tre che dormono al sole; ne riceve una fatagione, e,
  dileggiato dalla figlia del re, le manda l’imprecazione che diventi
  incinta di lui, come accade di fatto. Scopertosi che egli è il
  padre dei bambini venuti a luce, il re lo fa mettere in una botte
  con la moglie e coi figli, e gettare a mare. Ma, per virtú della
  sua fatagione, sormonta il pericolo, si trasforma in bel giovane e
  diventa re.

Mostrarono tutti d’aver sentito un piacere grande della consolazione
avuta dal povero principe e del castigo inflitto alle malvage femmine.
Ma, dovendo Menica continuare il parlamento delle fiabe, si dié fine al
chiacchiericcio; ed essa cominciò a raccontare il caso che qui segue:

Non si perde mai il far bene; chi semina cortesie miete beneficî, e chi
pianta amorevolezze raccoglie amorosanze: il piacere che si fa a un
animo gentile non fu mai sterile, ma ingenera gratitudine e partorisce
premi. Di ciò si ha esperimento continuo nei casi umani; e ne vedrete
esempio nel racconto che sto per farvi sentire.

Una magna[99] femmina di Casoria, chiamata Ceccarella, aveva un figlio,
di nome Peruonto, che era il piú sciagurato perdigiorno, il piú grande
scioccone, il piú solenne zoticone che la natura avesse prodotto. La
disgraziata madre ne aveva il cuore piú nero di uno strofinacciolo da
cucina; e bestemmiava ogni giorno quel ginocchio[100] che schiuse la
porta a questo barbagianni[101], che non era buono per trarne un caglio
di cane[102]. Ma poteva ben parlare, gridare e sgolarsi, la sfortunata:
il poltrone non se ne dava per inteso e non si scomodava a renderle il
menomo servigio. In ultimo, dopo mille intemerate, dopo mille lavate di
capo, e dopo mille «ti dico e ti dissi», e grida oggi e strilla domani,
lo indusse ad andare al bosco per una fascina, col dirgli: «Ormai è
ora di affogarci con un boccone[103]: corri per queste legna, non ti
dimenticare per via, e vieni subito, ché vogliamo cucinare quattro
broccoli strascinati[104] per strascinare questa misera vita».

Partí il poltrone di Peruonto e partí come colui che va in mezzo ai
confratelli[105]; partí, e si mosse come se camminasse sulle uova, col
passo della picca[106], contando le pedate, avviandosi pian piano,
adagio adagio e lemme lemme verso il bosco per far la venuta del
corvo. E, quando fu nel mezzo di una campagna, per la quale correva
un fiume mormorando e borbottando contro la poca discrezione delle
pietre che gl’impedivano la strada, trovò tre giovinetti, che, fattosi
strapuntino dell’erba e capezzale di una selce, cosí, alla sferza del
sole che li batteva a perpendicolo, dormivano come scannati. Peruonto,
che vide questi poveretti diventati una fontana d’acqua in mezzo a una
calcara di fuoco, preso da compassione, con l’accetta che aveva seco
tagliò certe frasche di quercia e intrecciò sopra di loro una bella
infrascata. In quel punto, destatisi, i tre giovani, che erano figli di
una fata, grati alla cortesia e amorevolezza di Peruonto, gli dettero
una fatagione: che gli riuscisse fatto sempre tutto quello che sapesse
chiedere.

Dopo di ciò, Peruonto prese la via del bosco, dove tagliò una cosí
grossa fascina che a trasportarla sarebbe occorso un carro. E, vedendo
che gli era impossibile caricarsela sulle spalle, vi si mise su a
cavalcioni, e disse: «Oh bene mio, se questa fascina mi portasse cosí
a cavallo!». Ed ecco che la fascina cominciò a prender l’avviata, come
cavallo di Bisignano[107]; e, giunta innanzi al palazzo del re, fece
ruote e corvette da stordire.

Le damigelle, che stavano a una finestra, al vedere questa cosa
meravigliosa, corsero a chiamare la figlia del re, Vastolla. S’affacciò
costei alla finestra, e, mirando il caracollare e i salti di una
fascina, scoppiò a ridere, laddove per natura sua malinconica non
c’era ricordo che fin allora avesse mai riso. Peruonto levò il capo e,
accortosi che lo beffeggiavano, disse: «O Vastolla, va’, che tu possa
diventare incinta di questo fusto!». Ciò detto, spronò con gli scarponi
la fascina e, con galoppo saracinesco, giunse subito a casa sua, con
tanti fanciulli dietro, tutti a gridare e a dargli la baia, che, se la
mamma non era lesta a serrar la porta, l’avrebbero certamente ammazzato
a colpi di cedrangoli e di torsoli.

Vastolla, che si vide prima mancare l’ordinario[108] e sentí poi certe
nausee e sfinimenti di cuore, si accorse che aveva preso la pasta[109].
Quanto piú poté, celò lo stato suo; ma, infine, non le fu possibile
nascondere la pancia, che si era gonfiata come un tomolo pieno; sicché
il re padre scoprí anche lui quel che veramente era. E fece cose
dell’altro mondo, e radunò il suo Consiglio, e disse: «Voi già sapete
che la luna del mio onore ha fatto le corna; già sapete che per dar
da scrivere croniche, o piuttosto corniche, delle mie vergogne, mia
figlia ha provveduto la materia pel calamaio[110]; già sapete che essa,
per caricarmi la fronte, si è fatta caricare il ventre. Perciò, dite,
consigliatemi! Io sarei d’opinione di farle figliare l’anima prima che
partorisca una mala razza; sarei d’umore di farle sentire prima le
doglie della morte che le doglie del parto; sarei di pensiero di farla
prima uscir fuori del mondo che da lei esca germoglio e semenza».

I consiglieri, tutte persone che avevano consumato piú olio che vino,
risposero: «Veramente, essa merita un gran castigo; e del corno che
vi ha messo in fronte si dovrebbe fare il manico del coltello che le
togliesse la vita. Non pertanto, se la uccidiamo ora che è incinta, se
ne scapperà per la maglia rotta quel temerario, il quale, per mettervi
in una battaglia di disgusti, vi ha armato il corno destro e il corno
manco; per insegnarvi la politica di Tiberio, vi ha posto dinanzi un
Cornelio Tacito[111]; per rappresentarvi un vero sonno d’infamia, lo ha
fatto uscire dalla porta di corno[112]. Aspettiamo dunque che il parto
venga in porto; scopriamo quale fu la radice di questo vituperio; e poi
penseremo e risolveremo con grano di sale che cosa si dovrà fare di
lei».

Accolse il re questo consiglio, perché vide che essi parlavano con
aggiustatezza e saggezza; e perciò ritenne la mano e concluse:
«Aspettiamo l’esito del negozio».

Come volle il Cielo, giunse l’ora del parto, e con quattro doglie,
leggiere leggiere, al primo soffiare nella bocca dell’ampolla[113],
alla prima voce della mammana, alla prima premuta di corpo, Vastolla
gettò in grembo alla comare due grossi figli maschi, simili a due pomi
di oro.

Il re, che era gravido anch’esso ma di rabbia, chiamò i consiglieri
per figliare a sua volta, e disse: «Ecco, mia figlia ha figliato: ora
è tempo di assestare il colpo». «No (risposero quei vecchi saggi,
ed era sempre, il loro, un pretesto per dare tempo al tempo); no,
aspettiamo che i bimbi si facciano grandi per essere in grado di venire
in cognizione della fisionomia del padre». E il re, che non scriveva
una riga senza la falsariga del Consiglio per paura di scrivere a
sghimbescio, si strinse nelle spalle, ebbe pazienza ed aspettò.

Pervenuti i figliuoli ai sette anni, stimolò di nuovo i consiglieri a
dar l’accetta al tronco e a colpire il punto giusto a cui si lega il
sostegno. E uno di loro avvisò: «Giacché non avete potuto scandagliare
vostra figlia e prender lingua intorno al falso monetario che
all’immagine vostra ha alterato la corona, faremo noi salire a luce
la macchia. Vi piaccia, dunque, ordinare che si apparecchi un gran
convito, al quale debba venire ogni titolato e gentiluomo di questa
città; e stiamo vigili, con gli occhi sul tagliere, per vedere a chi i
fanciulli inclinano piú volentieri, spinti dalla natura; perché quegli
sarà senz’altro il padre, e noi subito lo leveremo via come sterco di
gazza».

Il parere piacque al re. Pertanto fu ordinato il banchetto, furono
convitate tutte le persone di grado e di condizione, e, dopo il pranzo,
vennero poste in fila e davanti a loro si fecero passeggiare i due
fanciulli. Ma questi ne fecero quel conto che il cane di Alessandro
dei conigli[114]; tanto che il re tempestava e si mordeva le labbra,
e, benché certo non gli mancassero calzatoi[115], tuttavia, perché gli
era stretta questa scarpa dolorosa, batteva i piedi in terra. Senonché
i consiglieri gli dissero: «Piano, Maestà, frenate la stizza: facciamo
domani un altro banchetto, non piú di gente di alto grado, ma di bassa
estrazione. Forse, poiché la femmina si attacca sempre al peggio,
troveremo tra i coltellinai, i venditori di paternostri e i mercanti di
pettini la semenza della collera vostra, che non abbiamo trovata tra i
cavalieri».

Questa ragione persuase il re, il quale comandò che si facesse il
secondo banchetto; dove, per bando gettato, vennero tutti i guitti,
sbricchi, ghiottoni, cialtroni, mascalzoni, ragazzi, piazzesi,
facchini, scalzacani, spogliamorti[116] e gente di grembiule e
zoccoli, che erano nella città. I quali, come se fossero altrettanti
nobili conti, si assisero a una mensa lunga lunga, e cominciarono a
macinare a due palmenti. Ora Ceccarella, che udí questo bando, si dié a
sollecitare il figlio che andasse anche lui al festino; e tanto insisté
che Peruonto s’avviò al masticatorio. Ma, non appena egli comparve,
quei bei fanciulli gli si appiccicarono attorno e gli fecero vezzi e
carezze da non dire.

Il re, che vide questa scena, si strappò tutta la barba, scoprendo che
la fava di questa focaccia[117], il nome di questa beneficiata[118],
era toccato a un brutto goffo, che faceva stomaco e disgusto solo a
guardarlo: il quale, oltre ad avere la testa di nero velluto, gli occhi
di civetta, il naso di pappagallo, la bocca di cernia, era scalzo e
cencioso a segno che, senza leggere il Fioravanti, potevi prender
notizia dei segreti[119]. E, tratto dal petto un cupo sospiro, esclamò:
«Quale gusto può avere avuto questa scrofetta della mia figliuola a
incapricciarsi di quest’orco marino? Quale gusto a darsi alla fuga
con questo piede peloso? Ah infame, falsa cieca, quali metamorfosi
son queste? Diventar vacca per un porco, per far che io diventassi
montone! Ma che si aspetta? Perché si va indugiando? Abbia il castigo
che merita; abbia la pena che sarà stabilita da voi, e toglietemela
dinanzi, perché io non posso piú digerirla!».

I consiglieri si adunarono, dunque, per considerare il caso, e
conclusero che tanto essa quanto il malfattore e i figli fossero
cacciati in una botte e gettati a mare, affinché ponessero un punto
fermo alla loro vita, senza che il re si bruttasse le mani col sangue
proprio. E tosto che fu pronunziata la sentenza, si trovò pronta
la botte, in cui vennero ficcati tutti e quattro. Ma, prima che vi
s’inchiodasse il coperchio, alcune damigelle di Vastolla vi misero
dentro un barile di uva passa e fichi secchi, perché quei meschini
potessero mantenersi per un po’ di tempo. Poi la botte fu chiusa, e
portata e gettata al mare, sul quale andò nuotando secondo la menava il
vento.

In quel travaglio Vastolla, piangendo e facendo scorrere due torrenti
dagli occhi, disse a Peruonto: «Quale grande disgrazia è la nostra
di avere per sepoltura di morte la culla di Bacco! Oh sapessi almeno
chi ha tramenato questo corpo per farlo rinserrare alla fine in una
carrata![120]. Oimè! io mi trovo spillata senza saper come! Dimmi,
dimmi, o crudele, e quale incantamento facesti, e con quale verga, per
chiudermi entro i cerchi di questa botte? Dimmi, dimmi, quale diavolo
ti tentò a mettermi le cannelle invisibili, affinché io non avessi poi
altro spiraglio che un nero cocchiume?».

Peruonto, che per un pezzo aveva fatto orecchie di mercante, finalmente
rispose: «Se vuoi che io te lo dica, dammi passole e fichi». Vastolla,
per cavargli di corpo qualche cosa, gli mise in bocca una manata delle
une e degli altri. E quello, poi che si fu riempito il gorgozzule, le
raccontò punto per punto quanto gli era accaduto coi tre giovinetti, e
poi con la fascina, e in ultimo con lei alla finestra, che lo trattò da
pancia piena ed egli, in cambio, le fece empire la pancia.

La povera signorella, udito ciò, prese animo e disse a Peruonto:
«Fratello mio, e vogliamo crepare dentro questa botte? Perché non fai
in modo che questo legno diventi una bella nave, che ci tragga dal
pericolo e ci conduca a buon porto?». Peruonto replicò: «Dammi passole
e fichi, se vuoi che io lo dica!». E Vastolla subito, svelta, gli
riempí le canne, e, come pescatrice di carnevale[121]», con l’uva passa
e i fichi secchi gli pescava le parole fresche fresche dal corpo.

Ed ecco che, dicendo Peruonto quel che Vastolla desiderava, la botte
si convertí in nave, con tutti gli attrezzi necessarî al navigare e
con tutti i marinai che bisognavano pel servizio. E qui tu vedesti
chi tirare la scotta, chi avvolgere le sartie, chi mettere mano al
timone, chi far vela, chi salire alla gaggia, chi gridare «ad orza»,
chi «a poggia», chi suonare una tromba, chi dare fuoco ai pezzi, e chi
fare una cosa e chi un’altra. Ditalché Vastolla era dentro la nave
e nuotava in un mare di dolcezza. Ma, essendo già l’ora che la Luna
voleva giocare col Sole a «posto lasciato e posto perduto»[122], ella
disse a Peruonto: «Bel giovane mio, fa’ diventare questa nave un bel
palazzo, dove staremo piú sicuri. Sai come si suol dire? Loda il mare e
tieniti alla terra». E Peruonto, al solito: «Se vuoi che io te lo dica,
tu dammi passole e fichi!». E Vastolla subito gli porse l’occorrente,
e quello, tirato dalla gola, domandò il favore. E, senz’altro, la nave
approdò, e si trasformò in un bellissimo palazzo, ammobiliato di tutto
punto, e cosí pieno di lusso e sfoggi che non c’era nulla da desiderare.

Per tal modo Vastolla, che prima era disposta a dar la vita per tre
calli[123], non l’avrebbe ora scambiata con quella della prima signora
del mondo, vedendosi trattata e servita come regina. Solo, per suggello
di tutta la sua buona fortuna, pregò Peruonto di chieder la grazia
di diventar bello e pulito, affinché si fossero potuti sposare; ché,
quantunque il proverbio dica: «Meglio marito straccione che amico
imperatore», nondimeno, se egli avesse cangiato aspetto, questa
sarebbe stata tenuta da lei come la piú grande felicità al mondo.
Peruonto rispose col porre il medesimo patto: «Dammi passole e fichi,
se vuoi che io lo dica». E Vastolla, pronta, rimediò alla stitichezza
delle parole di lui con la cura dei fichi[124]; e quello disse il suo
desiderio, e in un attimo si trasformò da uccellaccio in cardellino,
da orco in Narciso, da mascherone in bel fantoccino. Vastolla salí al
settimo cielo per la gioia, e, premendolo tra le braccia, ne distillò
succo di piacere.

In questo stesso tempo il re che, dal giorno che era accaduta tanta
rovina in casa sua, era stato sempre pieno fino alla gola di «lasciami
stare», fu dai suoi cortigiani condotto per ricreazione a una caccia.
La caccia andò lontano; e il re, còlto dalla notte e vedendo rilucere
una lucernetta a una finestra di quel palazzo, mandò un servitore a
vedere se volessero dargli alloggio; ed ebbe per risposta che egli vi
poteva non solo rompere un bicchiere, ma spezzare un cantero[125].

Il re vi andò, e, aggirandosi per le stanze, non vide persona
vivente, salvo due giovinetti, che gli andavano attorno, dicendo:
«Nonno! nonno!». Stupefatto, strasecolato e attonito, rimase come
fosse incantato; e, sedendosi stracco presso una tavola, vide da mano
invisibile stendere tovaglie di Fiandra e venire piatti pieni di «va
e resta»[126], tanto che mangiò e bevve veramente da re, servito da
quei bei giovinetti, non cessando, mentre stette a tavola, una musica
di colascioni e tamburelli, che gli scendeva dolce fino ai malleoli.
Quando fu terminata la cena, comparve un letto tutto schiuma d’oro,
nel quale, fattosi cavare gli stivali, si buttò a coricare; come fece
anche tutta la sua corte, dopo avere ben divorato a cento altre tavole,
apparecchiate per le altre stanze.

Venuta la mattina e disponendosi a partire, il re voleva menare con sé
i due giovinetti; ma qui comparve Vastolla col marito, e, gettatasi ai
suoi piedi, gli chiese perdono, raccontandogli tutte le sue fortune. Il
re, che vide di aver guadagnato due nipoti che erano due gioie, e un
genero che era bello come un fato[127], abbracciò l’uno e gli altri e
se li portò di peso alla città, facendo feste grandissime che durarono
molti giorni e confessando a suo dispetto che

    propone l’uomo, ma dispone Dio.




TRATTENIMENTO QUARTO

VARDIELLO


  Vardiello, che è una vera bestia, dopo aver fatto cento cattivi
  servizî alla mamma, le perde un tocco di tela; e, volendo in
  sciocco modo riaverlo da una statua, diventa ricco.

Finito ch’ebbe Menica il racconto, che non fu stimato meno bello degli
altri per essere ripieno di casi curiosi che tennero fino alla fine
sospeso l’animo degli ascoltatori, prese la parola, per comando del
principe, Tolla; la quale, senza perder tempo, disse a questo modo:

Se la natura avesse dato agli animali la necessità di vestire e di
spendere nel vitto, la razza quadrupede sarebbe senz’altro andata
distrutta. Ma essi trovano pronto il cibo senza che ortolano lo
colga, cuoco l’apparecchi, scalco lo trinci, e la pelle loro stessa
li difende dalla pioggia e dalla neve senza che il mercante fornisca
il drappo, il sarto cucia il vestito e il garzone domandi la mancia.
Invece, all’uomo, che ha ingegno, la natura non si è curata di dar
simile comodo, perché egli sa da sé medesimo procacciarsi quel che gli
bisogna. Ed è questa la cagione perché d’ordinario si vedono sprovvisti
di ricchezze i sapienti, e ben provvista la gente bestiale: come
potrete raccogliere dal racconto, che son per farvi.

Grannonia d’Aprano[128] fu donna di gran giudizio, ma aveva un figlio,
chiamato Vardiello, il piú scempiato semplicione di quel paese. E,
nondimeno, poiché gli occhi della mamma sono stregati e travedono, essa
gli portava un amore sviscerato, e se lo covava sempre e lisciava, come
se fosse la piú bella creatura del mondo.

Aveva questa Grannonia una chioccia e sperava di ottenerne una bella
schiusa di pulcini e ricavarne buon profitto. E un giorno, dovendo
allontanarsi per una faccenda, disse al figlio: «Figlio bello di mamma
tua, vieni qua, ascolta: abbi gli occhi su questa chioccia e, se si
leva a beccare, bada a farla tornare al nido; altrimenti, le uova
si raffreddano e tu non avrai né cocchi né pittini». «Lascia fare a
quest’uomo, — rispose Vardiello, — perché non hai parlato a sordo».
«Ancora — aggiunse la mamma, — vedi, figlio benedetto, che dentro
quell’armadio c’è un vaso verniciato con certa roba velenosa. Guarda
che il tentatore non ti metta in capo di andarla a toccare, perché tu
stenderesti i piedi!». «Non sia mai! — rispose Vardiello: — veleno
non mi pigli! E tu, savia con la testa pazza, che me lo hai avvisato;
perché, veramente, potevo capitarci e non c’era né spina né osso che
m’impedisse di farlo scendere nello stomaco».

Volte che ebbe le spalle la mamma, rimase Vardiello, il quale, per
non perder tempo, andò nell’orto a scavare certi fossetti coperti di
fuscelli e terra da farvi cader dentro i fanciulli; quando, nel meglio
del lavoro, s’accorse che la chioccia se ne andava spasseggiando fuori
della camera. Ed egli subito a gridare: «Sciò, sciò, via di qua, passa
là!». Ma la chioccia non si ritirava; e Vardiello, vedendo che quella
gallina aveva dell’asino, dopo lo «sciò, sciò» si mise a battere
i piedi; dopo lo sbattimento dei piedi, a gettarle dietro il suo
berretto; e, dopo il berretto, le scagliò un matterello, che, colpitala
in pieno, la fece cadere in agonia e irrigidire le zampe.

La mala disgrazia era ormai avvenuta e Vardiello pensò di portar
rimedio al danno: onde, facendo di necessità virtú, affinché le uova
non si raffreddassero, si sbracò subito e si sedette sulla covata; ma,
premendola col deretano, la ridusse a frittata. Visto che egli l’aveva
fatta doppia di figura[129], fu sul punto di dar la testa nelle mura.
Ma poiché, infine, ogni dolore torna a boccone, sentendo uno sfinimento
allo stomaco, si risolse a cacciarvi dentro la chioccia. E perciò,
spiumatala e infilzatala a un bello spiedo, accese un gran fuoco e
cominciò ad arrostirla; e, quando vide che era quasi cotta, affinché
tutto fosse pronto a tempo, stese un bel canavaccio di bucato sopra
un vecchio cassone, e, preso un orciuolo, scese in cantina a spillare
un caratello di vino[130]. Ma, nel meglio del versare il vino, udí
un rumore, un fracasso, uno scompiglio per la casa, che pareva un
passaggio di cavalli armati; e, tutto sbigottito, voltati gli occhi,
scorse un gattone, che aveva arraffato la chioccia con tutto lo spiedo,
e un altro gatto gli era dietro, gridando per avere la sua parte.
Vardiello, per impedire questo danno, si lanciò come leone scatenato
sul gatto; e, per la fretta, lasciò sturato il caratello. Dopo aver
giocato a «corrimi dietro» per tutti gli angoli della casa, ricuperò
la gallina; ma, intanto, il vino del caratello scorse tutto a terra.
Tornando alla cantina e visto di averla fatta grossa, spillò anch’esso
la botte dell’anima pei cannelli degli occhi suoi. Ma, poiché il
giudizio lo aiutava, per rimediare al danno e per far che la madre non
si avvedesse di tanta rovina, prese un sacco pieno pieno, colmo colmo,
raso raso di farina e lo andò spargendo sul bagnato. Con tutto ciò,
facendo il conto sulle dita dei disastri accaduti, pensando che, per
aver commesso eccessi di asineria, perdeva il giuoco della grazia di
Grannonia, prese ferma risoluzione di non lasciarsi trovar vivo dalla
madre. Tolse dunque dall’armadio il vaso con le noci conciate, che
quella gli aveva detto esser veleno, e non ne levò la mano fintanto
che non ne scoperse la patina lustra. E, riempitasi bene la pancia, si
ficcò dentro il forno.

Intanto, tornò la madre e, dopo aver picchiato per un pezzo, non
sentendo alcuno muoversi, dette un calcio alla porta ed entrò. E si
mise a chiamare a gran voce il figlio; e, poiché nessuno rispondeva,
immaginò una disgrazia, e, crescendo l’ambascia, levò piú forti le
grida: «O Vardiello, o Vardiello, sei diventato sordo, che non odi? Hai
le giarde, che non corri? Hai la pipita, che non rispondi? Dove sei,
viso da forca? Dove sei squagliato, mala razza? che ti avessi affogato
in foce, quando ti feci!».

Vardiello, che udí questo gridio, finalmente, con una vocina pietosa
pietosa, disse: «Eccomi qui, sto dentro al forno, e non mi vedrete piú,
mamma mia!». «Perché?», — domandò la povera madre. «Perché mi sono
avvelenato», replicò il figlio. «Oimè! — soggiunse Grannonia, — e come
hai fatto? e che motivo hai avuto di fare quest’omicidio, e chi ti ha
dato il veleno?». E Vardiello le raccontò a una a una tutte le belle
prove che aveva compiute, e per le quali voleva morire e non restare
piú al mondo, bersaglio di mala fortuna.

Udendo queste cose, la madre, scura si vide, amara si vide, ed ebbe da
fare e da dire per levare di capo a Vardiello quell’umore malinconico.
E, poiché gli portava tenerezza grande, con dargli alcune altre cose
sciroppate gli tolse dal cervello la paura delle noci conciate, che non
erano veleno, ma acconciamento di stomaco. Cosí, calmatolo con buone
parole, e fattegli mille dolci carezzette, lo tirò fuori dal forno.

Pensò poi, per quietarlo del tutto, di affidargli un bel tocco di tela
affinché lo portasse a vendere, ammonendolo di non trattare il negozio
con persone di troppe parole. «Bravo! — disse Vardiello, — ti servirò
profumatamente, non dubitare». E, presa sotto il braccio la tela, si
avviò alla città.

Andava in giro con la sua mercanzia per le strade e le piazze di
Napoli, gettando il grido: «Tela, tela!». Ma a tutti quelli che gli si
avvicinavano, domandando: «Che tela è?», subito rispondeva: «Non fai
per la casa mia, ché hai troppe parole». E, se un altro gli domandava:
«A quanto la vendi?», lo chiamava chiacchierone, e che lo aveva
stordito e gli aveva rotto le tempie.

In ultimo, scoprendo nel cortile di una casa, disabitata perché
frequentata dal monachetto[131], una statua di stucco, il poverino,
spedato e stracco dal tanto andare in giro, si sedette sopra un
muricciuolo; e, non vedendo entrare e uscire nessuna da quella casa,
che pareva un villaggio saccheggiato, pieno di maraviglia, disse alla
statua: «Di’ su, camerata, abita alcuno in questa casa?». E, poiché
quella non rispondeva, gli parve persona di poche parole, e subito le
propose: «Vuoi comprare questa tela? Io te la darò a buon mercato». E
la statua zitto, e lui: «Affé, ho trovato quello che andavo cercando!
Prendila e falla esaminare, e dammene il prezzo che ti piace: domani
torno pei quattrini». Ciò detto, lasciò la tela sul muricciuolo, al
quale s’era seduto; e il primo che si trovò a passare e che entrò in
quel cortile per qualche suo atto necessario, trovata quella bella
ventura, se la portò via.

Quando Vardiello fu tornato alla madre senza tela, ed ebbe raccontato
il caso, la povera donna si sentí scoppiare il cuore. E cominciò a
rimbrottarlo: «Quando metterai il cervello a sesto? Vedi quante me
ne hai fatte? Ricordatene! Ma la colpa è, prima di tutto, mia, che,
per essere troppo tenera di polmone, non t’ho fin dal primo momento
raddrizzato con una buona bastonatura: e ora m’avvedo che medico
pietoso fa la piaga incurabile! Ma tante me ne fai che alla fine
c’incapperai; e allora i conti saranno lunghi!».

Vardiello, dal canto suo, badava a dire: «Zitto, mamma mia, ché non
sarà quel che tu dici. Avrai ben altro che tornesi coniati nuovi! Credi
forse che vengo da Joio[132], e che non sappia il conto mio? Ha da
venir domani! Di qui a Belvedere[133] non c’è molto, e vedrai se so
mettere il manico a questa pala!».

Al mattino, quando le ombre della Notte, perseguitate dagli sbirri del
Sole, sfrattano il paese, Vardiello si portò al cortile dov’era la
statua, e le parlò: «Buon dí, messere! Non t’incomoda di darmi quei
quattro spiccioli? Orsú, pagami la tela!». Ma, poiché la statua se
ne rimaneva muta, egli raccattò un sasso e lo scagliò di tutta forza
proprio in mezzo allo sterno di quella, tanto che le ruppe una vena;
e questa fu la salute della sua casa. Perché, ruinati certi ammassi
d’intonaco, gli apparve all’occhio una pignatta piena di scudi d’oro,
che egli levò con le due mani, e si dié a una corsa a scavezzacollo
verso casa sua.

Entrò gridando: «Mamma, mamma, vedi quanti lupini rossi! Quanti, neh!,
quanti!». Ma la madre, nell’accogliere la fortuna di quegli scudi, cosí
impensatamente guadagnati, rifletté subito che il figlio sarebbe andato
pubblicando il caso, e provvide al rischio. Disse, dunque, a Vardiello
che si fosse messo innanzi alla porta per vedere quando passava il
ricottaro[134] perché le bisognava comprare un tornese di latte.

Vardiello, che era un gran bonaccione, subito si sedette alla porta;
e la madre, dalla finestra di sopra, gli fece grandinare addosso,
per oltre mezz’ora, piú di sei rotoli d’uva passa e di fichi secchi.
Ed egli li raccoglieva, gridando: «Mamma, o mamma, prendi conche,
porta tinozze, porgi canestri, che, se dura questa pioggia, ci faremo
ricchi!». E, quando se ne fu ben riempito il ventre, salí in camera e
si buttò a dormire.

Avvenne che un giorno, litigando due del popolo, gente di mala
vita[135], per la pretesa di uno scudo d’oro che avevano trovato a
terra, capitò in quel punto Vardiello, che disse: «Come siete arciasini
a far tante chiacchiere per un lupino rosso di questa sorta! Io non ne
faccio nessuna stima, perché ne ho trovato per mio conto una pignatta
piena piena!».

La corte, informata del detto e messa in sospetto, lo mandò a chiamare
e lo sottopose a disamina per saper come, quando e con chi avesse
trovato gli scudi, dei quali aveva parlato. Vardiello rispose: «Li ho
trovati in un palazzo, nel corpo di un uomo muto, in quel giorno che ci
fu pioggia di uva passa e di fichi secchi». Il giudice, che sentí lo
sbalzo di questa quinta nel vuoto[136], odorò il negozio e decretò che
fosse mandato allo spedale[137], che era il suo giudice competente.

Cosí l’ignoranza del figlio fece ricca la madre, e il buon giudizio
della madre riparò all’asinità del figlio, per la qual cosa si vede
chiaramente che

    nave, da buon pilota governata,
    è strano caso che si rompa a scoglio.




TRATTENIMENTO QUINTO

LA PULCE


  Un re, che ha poca testa, alleva una pulce, che si fa grande come
  un castrato; e, avendola poi fatta scorticare, offre la figlia
  a chi sappia dire di quale animale sia quella pelle. Un orco la
  riconosce al fiuto, e si prende la principessa, che è poi liberata
  dai sette figli di una vecchia, con altrettante prove.

Risero a crepapelle il principe e la schiava dell’ignoranza di
Vardiello, e lodarono il giudizio della madre, che seppe antivedere
e rimediare alla bestialità di lui. Popa, sollecitata a raccontare,
poiché tutti ebbero messo il chiavistello alle ciarle, incominciò a
dire:

Sempre le risoluzioni senza giudizio portano le rovine senza rimedio:
chi si governa da pazzo, da savio si duole; e questo accadde al re
d’Altomonte, che, per uno sproposito a quadruplice suola, fece una
pazzia in cordovano, mettendo a pericolo gravissimo la figlia e l’onore.

Il re d’Altomonte, morsicato una volta da una pulce, avendola presa con
bella destrezza, la vide cosí lustra e grassa, che si fece scrupolo
di giustiziarla sul patibolo dell’unghia. Volle metterla pertanto in
una caraffa, e, nutrendola ogni giorno col sangue del proprio braccio,
quella fece cosí buona crescenza che, dopo sette mesi, convenne
cangiarla di stanza, e, via via, diventò grossa quanto un castrato.

Il re, quando la vide pervenuta a questa misura, fece scorticarla e
conciare la pelle; e poi gettò un bando, che a chi avesse saputo dire
di quale animale era quel cuoio, avrebbe dato in moglie sua figlia.
Pubblicato dappertutto questo bando, la gente accorse a torme fin dagli
estremi del mondo, per trovarsi allo scrutinio e tentare la propria
fortuna. E chi diceva ch’era pelle di gatto mammone, chi di lupo
cerviere, chi di coccodrillo, e chi d’un animale e chi d’un altro. Ma
tutti n’erano discosti le cento miglia, e nessuno coglieva nel segno.

Ultimo, giunse a questa anatomia un orco, che era la piú mostruosa
cosa che si fosse mai vista, tale che, al solo guardarlo, sarebbero
venuti il tremito, la dissenteria, la febbre verminosa e il gelo al
cuore anche al giovane piú ardimentoso del mondo. E quest’orco, appena
giunto, girò intorno alla pelle come mosca e, fiutandola, colse subito
il centro del bersaglio e sentenziò: «Questa pelle è dell’arcifánfano
delle pulci!».

Il re, che vide che l’aveva innestata a melofioccolo[138], non volle
venir meno alla parola e fece chiamare la figlia, Porziella: una
fanciulla che non mostrava altro che latte e sangue: bene mio! tu
vedevi proprio un fusellino, e te la covavi con gli occhi, tanto era
bella! Il re le disse: «Figlia mia, tu conosci il bando che ho fatto,
e sai chi sono io. Infine, non posso tirarmi indietro: o si è re o
pezzo di legno![139]. La parola è data; bisogna mantenerla, anche se
il cuore mi si schianta. Chi poteva immaginare che il premio di questa
beneficiata toccasse a un orco? Ma, poiché non si muove foglia che il
Ciel non voglia, bisogna credere che questo matrimonio sia stato fatto
prima lassú e poi quaggiú. Abbi, dunque, pazienza; e, se sei una figlia
benedetta, non replicare a tata tuo; ché mi dice il cuore che te ne
troverai contenta. Quante volte in un vasaccio di pietra rustica non si
sono trovati tesori?».

A Porziella, nell’udire questa amara risoluzione, si oscurarono gli
occhi, s’ingiallí la faccia, cascarono le labbra e tremarono le gambe,
e fu lí lí per dare il volo al falcone dell’anima sua dietro la quaglia
del dolore[140]. Finalmente, rompendo in pianto, e uscendo in voci
dolorose, disse: «E quali torti ho io commessi alla casa, perché mi
sia data questa pena? Quali male creanze ho usate verso di voi per
essere consegnata nelle mani di questo brutto demonio? Oh sventurata
Porziella! Eccomi andare volontariamente, come donnola, in gola a un
rospo! Eccomi, pecora disgraziata, in preda a un lupo mannaro! Questo
è l’affetto che porti al sangue tuo? Questo l’amore che mostri a chi
chiamavi pupilla dell’anima tua? Cosí ti svelli dal cuore chi è parte
dell’esser tuo? Cosí ti togli dagli occhi chi è la luce degli occhi
tuoi? O padre, o padre crudele, per certo non sei nato da carne umana:
le orche marine ti dettero il sangue, le gatte selvatiche ti porsero
il latte[141]. Ma che parlo degli animali di mare e di terra? Ogni
animale ama i propri nati. Tu solo hai in avversione e fastidio la
semenza tua; tu solo hai sullo stomaco tua figlia! Meglio se mamma mi
avesse soffocata, se la culla mi fosse stata catafalco, la mammella
della nutrice vescica di tossico, le fasce cappî e il fischietto, che
mi attaccarono al collo, màzzera da tirarmi al fondo del mare; giacché
era destinato che corressi la mala sorte di vedermi a fianco questo
mostro, di sentirmi accarezzata da una mano di arpia, abbracciata da
due branche d’orso, baciata da due zanne di porco!».

E piú avrebbe detto se il re, montatogli il fumo alla testa, non
l’avesse interrotta: «Bando alla collera, ché lo zucchero costa caro;
piano, ché il brocchiere è di pioppo[142]; tura, ché esce feccia;
zitto, lascia di mormorare, ché sei troppo mordace, linguacciuta e
forcelluta! Quel che fo io, è ben fatto. Non voler insegnare al padre
come deve fare i figli. Finiscila e ficcati questa lingua dietro; e
non far che mi salga la senapa al naso, perché, se ti metto le unghie
addosso, non ti lascio in capo una sola ciocca e ti faccio seminare
la terra di denti. Guarda un po’: una scoreggia del mio deretano vuol
far l’uomo, e dettar legge al padre! Da quando in qua una, che ancora
le puzza la bocca di latte, osa contrastare alla mia volontà? Presto,
tocca la mano al tuo sposo, e, nello stesso momento, parti alla vòlta
della casa sua, ché questa faccia sfrontata e presuntuosa non la voglio
avere innanzi agli occhi nemmeno un quarto d’ora!».

La sventurata Porziella, che si vide a tali estremi, con una cèra di
condannato a morte, con occhi da spiritata, con una bocca di chi ha
preso il domine Agostino[143], con un cuore di chi sta tra la mannaia
e il ceppo[144], porse la mano all’orco. E l’orco se la trascinò,
soletta, a un bosco dove gli alberi facevano riparo al prato affinché
non fosse scoperto dal Sole; i fiumi si lagnavano che, camminando
all’oscuro, urtavano contro le pietre; e gli animali selvatici, senza
pagare fida[145], godevano un Benevento[146] e andavano sicuri per
entro le macchie, dove non capitava mai uomo se non aveva smarrito la
strada. In questo luogo nero come un camino otturato, spaventoso come
la faccia dell’inferno, era la casa dell’orco, tutta tappezzata di ossa
d’uomini, che egli aveva mangiati. Consideri ora chi è cristiano il
tremito, lo sbigottimento, l’assottigliamento di cuore, il commovimento
viscerale, lo spavento, il cumulo di vermi e la diarrea, che provò la
povera giovane: fa’ conto che non le rimase sangue nelle vene.

Ma questo fu meno che niente a paragone del resto del carlino, perché
prima del pasto ebbe ceci e, dopo, fave secche[147]. L’orco, andato a
caccia, ne tornò tutto carico di quarti di uomini da lui ammazzati, e
le disse: «Non potrai lamentarti, moglie mia, che io non abbia cura
di te. Eccoti una buona munizione di companatico, prendi e sguazza, e
voglimi bene, ché potrà cadere il cielo, ma io non ti farò mancar mai
da mangiare».

La misera Porziella, sputando come donna incinta, torse il viso
dall’altro lato. L’orco, che notò questo movimento, esclamò: «Questo
significa dar confetti ai porci! Ma non importa: abbi un po’ di flemma
fino a domattina, ché sono stato invitato a una caccia di cignali: te
ne porterò un paio, e faremo nozze coi parenti per consumare con piú
gusto il matrimonio».

Ciò detto, si cacciò nel bosco, ed essa rimase a piagnucolare alla
finestra; quando, per ventura, passò dinanzi alla casa una vecchietta,
che, tormentata dalla fame, le chiese qualche ristoro. La disgraziata
giovane le rispose: «O mia buona donna, Dio vede il mio cuore, che sto
in potere di un demonio dell’inferno, il quale non mi porta altro a
casa che quarti d’uomini e pezzi di ammazzati, che non so come mi regga
lo stomaco soltanto a vedere questo laidume, tanto che meno la piú
triste vita che toccasse mai ad anima battezzata. Eppure son figlia di
re, eppure sono stata cresciuta a pappardelle, eppure mi son vista nel
grasso!». E, nel dir cosí, si mise a piangere, come una bambina che si
è vista portar via la merenda.

A questo, inteneritasi la vecchia, le rispose: «Pensa alla salute,
bella giovane mia; non consumare questa bellezza piangendo, ché tu hai
trovato la tua buona fortuna, e qui son io per aiutarti a barda e a
sella. Ora ascolta: io ho sette figli maschi, che vedi sette gioie,
sette cerri, sette giganti: Mase, Nardo, Cola, Micco, Petrullo, Ascadeo
e Ceccone, che hanno maggiori virtú del rosmarino[148]. Mase, basta che
porga l’orecchio a terra perché senta e ascolti tutto quello che si
fa trenta miglia discosto; Nardo, ogni volta che sputa, forma un gran
mare di sapone; Cola, quando gitta un ferruzzo, fa nascere un campo di
rasoi affilati; Micco, con uno stecco, un bosco intricato; Petrullo,
quando schizza in terra una stilla d’acqua, produce un fiume terribile;
Ascadeo, quando scaglia un sasso, fa sorgere una torre fortissima; e
Ceccone acceca cosí bene con una balestra, che colpisce un miglio di
lontano l’occhio di una gallina. Con l’aiuto di questi, che sono tutti
cortesi, tutti amorevoli, e avranno compassione dello stato tuo, voglio
provare di toglierti dalle branche dell’orco, ché un bocconcino cosí
ghiotto non è per la gola di quel brutto demonio».

«Non c’è momento migliore di questo» — disse Porziella, — ché quella
malombra di mio marito è fuori e stasera non torna, e avremmo tempo di
svignarcela e fuggir via».

«Stasera non può essere — replicò la vecchia, — perché abito un po’
lontano. Ma domattina io e i figli miei saremo qui a toglierti di
pena». Cosí detto, partí, e Porziella, che aveva fatto un cuore largo
largo, riposò la notte.

All’alba, non appena gli uccelli gridarono: «Viva il Sole!», eccoti
venire la vecchia coi sette figli, che si misero Porziella in mezzo e
s’avviarono alla città. Ma non furono andati mezzo miglio, che Mase,
affisso l’orecchio a terra, gridò: «All’erta! olà! a noi! ché c’è la
volpe! Già l’orco è tornato a casa, e non ha trovato la giovane e se ne
viene col berretto sotto l’ascella[149] a raggiungerci».

Udito ciò, Nardo sputò in terra e formò il mare di sapone; dove
pervenuto l’orco, e vedendo questa saponata, gli convenne tornare a
casa, prendere un sacco di crusca, e tante volte intridervi dentro i
piedi che alla fine, a gran fatica, superò l’intoppo.

Mase origliò di nuovo e avvertí: «A te, compagno! sta per
raggiungerci». E Cola gettò il ferruzzo e ne germogliò il campo di
rasoi. L’orco, vistosi precluso un’altra volta il passo, tornò a casa,
si vestí di ferro da capo a piede, e scavalcò quel fosso.

Origliato ancora, Mase gridò: «Su, su! all’armi! ché presto l’orco
sarà qua con una corsa che è un volo». E Micco, lesto, con lo stecco,
fece sorgere un bosco terribilissimo, che era assai difficile a
passare. Ma l’orco mette mano a un coltellaccio che portava a fianco,
e comincia a far cadere di qua un pioppo, di là un cerro, da una parte
a far capitombolare un corniolo, dall’altra un corbezzolo; tanto
che, in quattro o cinque colpi, stese a terra il bosco e uscí libero
dall’intrico.

Tornò Mase, dopo aver affisso l’orecchio, a levar la voce: «Non ce ne
stiamo come se ci radessimo la barba, ché l’orco ha messo le ali, e ora
te lo vedi alle nostre spalle!». E Petrullo, attinto un sorso d’acqua
da una fontana che piscettava a goccia a goccia da una conchiglia di
pietra, lo sbruffò in terra, e subito scorse un grosso fiume. L’orco,
che vide questo nuovo impedimento, e che non sí presto esso apriva
buchi c’era chi li otturava, si spogliò nudo nudo e, con le vesti sul
capo, passò nuotando all’altra banda.

Sentí Mase lo stropiccío delle calcagna, e disse: «Questo negozio
nostro va in rancido, e già l’orco fa un batter di talloni che il Cielo
lo dica per me. Stiamo in cervello e ripariamo a questa tempesta: se
no, siamo andati!». «Non dubitare — rispose Ascadeo, — ché con questo
brutto maligno me la vedo io». E scagliò un sasso e fece apparire
una torre, dove subito si cacciarono tutti, asserragliando la porta.
L’orco, visto che s’erano messi in salvo, volta correndo a casa e,
presa una scala da vendemmiatore, se la carica addosso e, correndo,
torna verso la torre.

Mase, che stava con gli orecchi tesi, sentí di lontano la venuta e
disse: «Ora siamo all’ultimo della candela delle speranze nostre: in
Ceccone è l’ultimo rifugio della nostra vita, perché l’orco torna con
furia grande. Oimè! mi batte il cuore, e già vedo la rovina!». «Come
sei cacone! — rispose il piú giovane fratello: — lascia fare a me,
e guarda se colgo giusto con le verrette». Mentre cosí diceva, ecco
che l’orco appoggia la scala e comincia ad arrampicarsi. Ma Ceccone,
toltolo di mira, gli cavò una delle lanterne e lo fece cadere lungo
lungo a terra come un pero; e poi, uscito dalla torre, col coltellaccio
stesso che quello portava, gli tagliò il collo come se fosse di ricotta.

E, con allegrezza grande, portarono quella testa al re, il quale,
giubilando di avere ricuperato la figlia, giacché si era cento volte
pentito d’averla data a un orco, in pochi giorni le trovò un bel
marito, facendo ricchi i sette figli e la madre, che l’avevano liberata
da vita cosí infelice. E mille volte poi si chiamò in colpa con
Porziella d’averla messa per un capriccio ventoso a tanto pericolo,
senza considerare quanto errore commette chi va cercando

    uova di lupo e pettini di quindici![150]




TRATTENIMENTO SESTO

LA GATTA CENERENTOLA


  Zezolla, istigata dalla maestra a uccidere la matrigna e credendo
  che quella, divenuta, per opera sua, moglie di suo padre, la tenga
  cara, è posta invece alla cucina. Ma, per virtú delle fate, dopo
  varie fortune, si guadagna per marito un re.

Parvero statue gli ascoltatori a questo racconto della pulce e dettero
una dichiaratoria di asinità al re stupidone, che, per un’inezia
insulsa, mise a tanto rischio l’interesse del sangue e la successione
dello stato. Ma, avendo poi tutti turate le loro bocche, Antonella
sturò la sua nel modo che segue:

Sempre l’invidia, nel mare della malignità, ebbe in cambio di vesciche
l’ernia; e, dove crede vedere altri annegati nel mare, si trova essa
o sott’acqua o rotta a uno scoglio: come accadde a certe giovani
invidiose, delle quali fo disegno di dirvi la storia.

C’era, dunque, una volta un principe vedovo, il quale aveva una figlia
a lui tanto cara che non vedeva per altri occhi. Le aveva dato una
maestra da cucire di prima riga, che le insegnava le catenelle, il
punto in aria[151], le frange e le orlature, dimostrandole tanta
affezione che non si potrebbe dire. Ma, essendosi il padre riammogliato
di fresco e avendo preso una rabbiosa, malvagia e indiavolata femmina,
questa maledetta cominciò ad avere in odio la figliastra, facendole
cère brusche, visi torti, occhiate di cipiglio, da darle il soprassalto
per la paura.

La povera fanciulla si lamentava sempre con la maestra dei
maltrattamenti della matrigna, conchiudendo: «Oh Dio, e non potresti
esser tu la mammina mia, tu che mi fai tanti vezzi e carezze?». E tante
volte le ripeté questa cantilena, che le mise una vespa nell’orecchio,
sicché, accecata dal diavolo, la maestra finí col dirle: «Se vuoi fare
a modo di questa testa matta, io ti sarò mamma e tu sarai la pupilla
degli occhi miei». Stava per continuare in questo prologo, quando
Zezolla (ché cosí si chiamava la giovane) la interruppe: «Perdonami
se ti rompo la parola in bocca. So che mi vuoi bene; perciò zitto
e _sufficit_; insegnami l’arte, ché io sono nuova[152]: tu scrivi
e io firmo». «Orsú! — replicò la maestra, — ascolta bene, apri gli
orecchi, e godrai sempre pane bianco di fior di farina[153]. Quando
tuo padre va fuori di casa, di’ alla tua matrigna che vuoi un vestito
di quei vecchi, che stanno nel cassone grande del ripostiglio, per
risparmiare questo che porti addosso. Essa, che ti vuol vedere tutta
cenci e brandelli, aprirà il cassone e dirà: — Tieni il coperchio. — E
tu, tenendolo, mentr’essa andrà rovistando là dentro, lascialo cader
di colpo, ché le fiaccherà il collo. Dopo di ciò, sai bene che tuo
padre farebbe moneta falsa per amor tuo; e tu, quando egli ti carezza,
pregalo di prendermi per moglie, ché, te beata, sarai la padrona della
mia vita».

Udito il disegno, a Zezolla ogni ora parve mille anni; e, messo in
atto punto per punto il consiglio della maestra, quando fu trascorso
il tempo del lutto per la morte della matrigna, cominciò a toccare i
tasti al padre affinché s’ammogliasse con la sua maestra. Dapprima,
il principe prese la cosa in celia; ma tante volte Zezolla tirò di
piatto, che, infine, colpí di punta, ed egli si piegò alle parole di
persuasione della figliuola. Cosí si sposò con la maestra Carmosina, e
si fece una festa grande.

Ora, mentre gli sposi stavano in gaudio, Zezolla si affacciò a un
gaifo[154] della sua casa; e in quel punto una colombella volò sopra
un muro e le disse: «Quando ti vien desio di qualche cosa, manda a
dimandarla alla colombella delle fate dell’isola di Sardegna, ché tu
l’avrai subito».

Per cinque o sei giorni la nuova matrigna incensò con ogni sorta di
carezze Zezolla, facendola sedere al miglior luogo della tavola,
dandole i migliori bocconi e adornandola con le migliori vesti. Ma,
corso pochissimo tempo, mandò a monte e scordò affatto il servigio
ricevuto (oh trista l’anima, che ha cattiva padrona!), e cominciò
a mettere in iscranna sei figlie sue, che fin allora aveva tenute
segrete; e tanto fece che il marito, presele in grazia, si lasciò
cascar dal cuore la figlia sua propria. E Zezolla, scapita oggi, manca
domani, finí col ridursi a tal punto che dalla camera passò alla
cucina, dal baldacchino al focolare, dagli sfoggi di seta e oro agli
strofinaccioli, dagli scettri agli spiedi. Né solo cangiò stato, ma
anche nome, e non piú Zezolla, ma fu chiamata «Gatta cenerentola».

Ora seguí che, dovendo il principe andare in Sardegna per cose
necessarie al suo stato, prima di partire domandò a una a una, a
Imperia, Colomba, Fiorella, Diamante, Colombina e Pascarella, che erano
le sei figliastre, che cosa volevano che portasse loro al ritorno.
E chi gli chiese un abito di lusso, chi galanterie pel capo, chi
belletti per la faccia, chi giocattoli per passare il tempo; e chi una
cosa e chi un’altra. In ultimo, e quasi per dileggio, egli disse alla
figlia: «E tu, che cosa vorresti?». Ed essa: «Nient’altro se non che
mi raccomandi alla colomba delle fate, che mi mandi qualcosa; e, se ti
dimentichi, che tu non possa andare né innanzi né indietro. Tieni bene
a mente quel che ti dico: anima tua, manica tua»[155].

Partí il principe, sbrigò le sue faccende in Sardegna, comprò quanto
gli avevano chiesto le figliastre, e Zezolla gli uscí di mente. Ma,
quando si fu imbarcato e già erano state spiegate le vele, non fu
possibile far che il vascello si staccasse dal porto: pareva che ne
fosse impedito dalla remora[156]. Il padrone della nave, ch’era quasi
disperato, si mise a dormire per la stanchezza, e in sogno gli apparve
una fata, che gli annunziò: «Sai perché non potete staccarvi dal porto?
Perché il principe, che vien con voi, ha mancato alla promessa verso
la figlia, ricordandosi di tutti, fuorché del sangue proprio». Appena
svegliato, il capitano raccontò il sogno al principe, che, confuso per
la mancanza commessa, andò alla grotta delle fate, e, raccomandata loro
la figliuola, le pregò di mandarle qualche dono.

Ed ecco uscir fuori dalla spelonca una bella giovane, che pareva un
gonfalone, e gli disse di ringraziar la figliuola della buona memoria,
e che se la passasse lieta per amor suo. Con queste parole, gli porse
un dattero, una zappa, un secchietto d’oro e un asciugatoio di seta: il
dattero da esser piantato, e le altre cose per coltivarlo e curarlo.

Il principe, meravigliato di questo regalo, si accommiatò dalla fata,
volgendosi al suo paese; dove, giunto, distribuí alle figliastre le
cose che avevano desiderate, e in ultimo consegnò alla figlia il dono
della fata. Zezolla, con giubilo grande da non stare nella pelle,
piantò il dattero in un bel vaso; e mattina e sera lo zappettava, lo
innaffiava e lo asciugava col tovagliuolo di seta.

Con queste cure, il dattero crebbe in quattro giorni alla statura di
una donna, e ne venne fuori una fata, che domandò alla fanciulla: «Che
cosa desideri?». Zezolla rispose che desiderava uscir qualche volta di
casa, e che le sorelle non lo sapessero. Rispose la fata: «Ogni volta
che ti piaccia, vieni alla pianta e le di’:

    Dattero mio dorato,
    con la zappetta d’oro t’ho zappato;
    con il secchietto d’oro, innaffiato;
    con la fascia di seta t’ho asciugato.
    Spoglia te e vesti me!

Quando poi vorrai spogliarti, cangia l’ultimo verso e di’: — Spoglia me
e vesti te».

Venne un giorno di festa, e le figliuole della maestra erano andate
in processione fuor di casa, tutte spampanate[157], strigliate e
imbiaccate, tutte nastrini, sonaglini e fronzellini, tutte fiori e
odori, rose e cose. Zezolla corse allora alla sua pianta, pronunziò le
parole insegnatele dalla fata e subito fu posta in assetto di regina,
sopra una chinea, con dodici paggi attillati e azzimati, e andò anche
lei dove erano le sorelle, che non la riconobbero, ma si sentirono
venir l’acquolina in bocca per le bellezze di questa vaga colomba.

Volle fortuna che nello stesso luogo capitasse il re, che, alla vista
della straordinaria bellezza di Zezolla, rimase incantato, e ordinò a
un servitore suo piú intrinseco che s’informasse nel miglior modo di
quella bellissima creatura, chi fosse e dove abitasse. Il servitore si
mise subito a pedinarla. Ma essa, che s’accorse dell’agguato, gettò
una manata di scudi ricci[158], che s’era fatti dare dal dattero a
quest’effetto; e il servitore, acceso di brama a quei pezzi luccicanti,
si scordò di seguire la chinea, fermandosi a raccogliere i danari.
Ed essa di balzo entrò in casa, si spogliò rapidamente nel modo come
la fata la aveva istruita; e sopraggiunsero poi le sei arpie delle
sorelle, che, per pungerla e mortificarla, le descrissero a lungo le
tante cose belle, che avevano viste alla festa.

Il servitore, intanto, era tornato al re e gli aveva raccontato il
fatto degli scudi. Si adirò il re e con stizza grande gli disse che,
per quattro vili monetuzze, aveva venduto il gusto suo, e che, per
ogni conto, avesse procurato nella ventura festa di appurare chi fosse
quella bella giovane, e dove s’annidasse cosí leggiadro uccello.

Venne l’altra festa e le sorelle, uscendo tutte adorne e galanti,
lasciarono la disprezzata Zezolla al focolare. Ma immantinente essa
corse al dattero, disse le parole solite, ed ecco proromperne una
schiera di damigelle, chi con lo specchio, chi con la boccetta d’acqua
di cucuzza[159], chi col ferro per arricciare, chi col pezzo di
rossetto, chi col pettine, chi con gli spilli, chi con le vesti, chi
con collane e pendenti. E tutte si misero attorno a lei, e la fecero
bella come un sole, e la collocarono in un cocchio a sei cavalli,
accompagnato da staffieri e paggi in livrea. E si recò al medesimo
luogo dell’altra volta, e aggiunse meraviglia nel cuore delle sorelle e
fuoco nel petto del re.

Anche questa volta, al ritorno, il servitore le andò dietro; ma essa,
per non farsi arrivare, gettò una manata di perle e gioielli, che quel
dabben uomo non poté non chinarsi a beccare, perché non erano cose da
lasciar perdere; e cosí Zezolla ebbe tempo di ridursi a casa sua e
spogliarsi conforme al solito. Tornò il servitore, tutto sbalordito, al
re, che gli disse: «Per l’anima dei morti tuoi, se tu non mi ritrovi
quella giovane, ti do una solenne bastonatura, e tanti calci nel sedere
quanti hai peli alla barba!».

Al nuovo giorno di festa, e quando già le sorelle s’erano messe in via,
Zezolla tornò al dattero; e, ripetendo la canzone fatata, fu vestita
superbamente e collocata in una carrozza d’oro con tanti servitori
attorno, che pareva una cortigiana arrestata al pubblico passeggio e
attorniata dagli sbirri[160]. E, dopo aver eccitato la meraviglia e
l’invidia delle sorelle, si partí, seguita dal servitore del re, che
questa volta si cucí a filo doppio alla carrozza. Vedendo che sempre le
era alle coste, Zezolla gridò: «Tócca, cocchiere!»; e la carrozza si
mise in corsa con tanta furia, che a lei, in quell’agitazione, cadde
dal piede una pianella[161] che non si poteva vedere cosa piú ricca e
gentile.

Il servitore, non potendo raggiunger la carrozza che ormai volava,
raccattò la pianella e la portò al re, narrandogli quanto gli era
accaduto. Il re la tolse tra le mani ed uscí in questi detti: «Se
il fondamento è cosí bello, che sarà mai la casa? O bel candeliere,
dove è stata infissa la candela che mi consuma! O treppiede della
bella caldaia, dove bolle la mia vita! O bei sugheri[162], attaccati
alla lenza d’amore, con la quale ha pescato quest’anima! Ecco, io vi
abbraccio e vi stringo, e, se non posso giungere alla pianta, adoro
le radici; se non posso attingere i capitelli, bacio le basi! Voi
già foste ceppi di un bianco piede, e ora siete tagliuola d’un cuore
addolorato. Per virtú vostra, colei, che tiranneggia la mia vita, era
alta un palmo e mezzo di piú[163]; e per voi cresce altrettanto in
dolcezza questa mia vita, mentre vi guardo e vi possiedo!».

Ciò detto, il re chiama lo scrivano, comanda ai trombetti, e tu-tu-tu,
fa gettare un bando che tutte le donne del paese vengano a una festa
e a un banchetto che ha determinato di dare. Nel giorno stabilito, oh
bene mio! quale masticatorio e quale fiera fu quella! Donde uscirono
tante pastiere e casatelli?[164]. Donde gli stufati[165] e le polpette?
donde i maccheroni[166] e graviuoli[167], che poteva saziarvisi un
esercito intero? Le femmine c’erano tutte e di ogni qualità, e nobili e
ignobili, e ricche e pezzenti, e vecchie e giovani, e belle e brutte;
e, poiché ebbero ben lavorato coi denti, il re, fatto il profizio[168],
si mise a provare la pianella a una a una a tutte le invitate per
vedere a chi di esse andasse a capello e bene assestata, tanto che egli
potesse dalla forma della pianella conoscer quella che andava cercando.
Ma non trovò alcun piede a cui andasse a sesto, e fu sul punto di
disperare.

Nondimeno, imposto generale silenzio, disse: «Tornate domani a far
penitenza con me; ma, se mi volete bene, non lasciate nessuna femmina a
casa, e sia quale sia!». Parlò allora il principe: «Io ho una figlia,
ma sta sempre a guardare il focolare, perché è una creatura disgraziata
e dappoco, non meritevole di sedere dove mangiate voi». Replicò il re:
«Questa sia a capo di lista, perché l’ho caro».

Cosí partirono, e il giorno dopo tornarono tutte, e, insieme con le
figlie di Carmosina, Zezolla, la quale, come il re la vide, gli dié
l’impressione di quella che desiderava; e nondimeno dissimulò. Ma,
finito il desinare, si venne alla prova della pianella, che, non appena
fu appressata al piede di Zezolla, si lanciò di per sé stessa, come il
ferro corre alla calamita, a calzare quel cocco pinto d’Amore. Il re
allora strinse Zezolla tra le sue braccia, e, condottala sotto il suo
baldacchino, le mise la corona sul capo, ordinando a tutti di farle
inchini e riverenze come a loro regina. Le sorelle, livide d’invidia,
non potendo reggere allo schianto dei loro cuori, filarono moge moge
verso la casa della madre, confessando a lor dispetto che

    pazzo è chi contrasta con le stelle.




TRATTENIMENTO SETTIMO

I DUE FIGLI DEL MERCANTE[169]


  Cienzo rompe la testa al figlio di un re e fugge dalla patria; e,
  avendo liberato da un dragone la infante di Perdisenno, dopo varî
  successi, la ottiene in moglie. Ammaliato per opera di una donna,
  è liberato dal fratello, che egli uccide per gelosia; ma poi,
  scopertolo innocente, mercé la virtú di una certa erba, lo richiama
  in vita.

Non si può immaginare il piacere grande che tutti sentirono della
buona fortuna toccata a Zezolla; ma quanto lodarono la liberalità del
Cielo verso questa giovane, altrettanto giudicarono troppo leggiero il
castigo ricevuto dalle figlie della matrigna, non essendovi pena che la
superbia non meriti, né rovina che non stia bene all’invidia.

Mentre durava questo bisbiglio intorno al racconto di Antonella, il
principe Taddeo, postosi il dito indice della mano destra a traverso
della bocca, fece segno che zittissero. E tutti a un tempo cagliarono,
come se avessero scorto il lupo[170], o come scolaro che, nel meglio
del baccano, veda apparire all’improvviso il maestro. Ciulla, alla
quale il principe fe’ cenno, incominciò il suo racconto:

I travagli dell’uomo sono piú volte picconi e vanghe, che gli spianano
la strada a una buona fortuna che egli non s’immaginava. E tale
maledice la pioggia che gli bagna la zucca, e non sa che quella gli
apporta abbondanza da dare lo sfratto alla fame: come si vide nella
persona di un giovane, del quale v’intratterrò.

C’era una volta un mercante molto ricco, chiamato Antoniello, il quale
aveva due figli, Cienzo e Meo, cosí simili che non potevi distinguere
l’uno dall’altro. Ora accadde che Cienzo, il primogenito, sfidatosi
alla sassaiuola nell’Arenaccia[171] col figlio del re di Napoli, gli
fracassò il cranio.

Per questo accidente Antoniello, adirato, gli disse: «Bravo, l’hai
fatta bella! Scrivine al paese! Vàntati, sacco; se no, ti scucio!
Mettila su una pertica, perché tutti la vedano! Va’, che hai rotto
quella cosa che vale sei grani![172]. Al figlio del re hai fracassato
la coccia? E non avevi la mezzacanna per misurarti[173], figlio di
caprone? Ora, che sarà dei casi tuoi? Hai fatto tale cattiva cucina,
che io per te non scommetterei tre calli[174]. Anche se tu rientrassi
donde sei uscito[175], non ti assicurerei dalle mani del re, perché tu
sai che sono lunghe e arrivano dappertutto; e farà cose terribili!».

Cienzo, dopo che il padre ebbe detto e detto, rispose: «Messere[176]
mio, sempre ho udito dire che è meglio la corte[177] che il medico
in casa. Non era peggio se esso rompeva la testa a me? Sono stato
provocato, siamo giovani, si tratta di rissa, è primo delitto; il re
è uomo ragionevole; infine, che mi può fare? Chi non mi vuol dare la
mamma, mi dia la figlia; quello che non mi vuol mandare cotto, me lo
mandi crudo; tutto il mondo è paese, e chi ha paura, si faccia sbirro».

«Che ti può fare? — replicò Antoniello. — Ti può cacciare da questo
mondo, farti andare a mutar aria. Ti può far maestro di scuola, con
una sferza di ventiquattro palmi, a dare il cavallo ai pesci perché
imparino a parlare[178]. Ti può mandare con un collare di tre palmi,
inamidato di sapone[179], a stringer le nozze con la vedova[180], e,
invece di farti toccare la mano alla sposa, farti toccare i piedi del
padrino[181]. Perciò non startene, a rischio della vita, tra il panno
e il cimatore; ma parti in questo momento stesso, che non si sappia
cosa né nuova né vecchia dei fatti tuoi, se non vuoi restar preso
pel piede. Meglio uccello di campagna che di gabbia. Eccoti danaro,
prendi un cavallo, dei due fatati che ho nella stalla, e una cagna,
che è anche fatata; e non indugiare piú. Meglio toccar di calcagna
che esser toccato da talloni[182]; meglio mettersi le gambe sulle
spalle[183] che avere il collo sotto due gambe[184]; meglio fare mille
passi che restare con tre passi[185] di fune. Se non prendi subito le
bértole[186], non ti aiuterà né Baldo né Bartolo»[187].

Cienzo domandò la benedizione al padre, montò a cavallo e, portando
in braccio la cagnuola, s’incamminò fuori della città. Ma, come fu
uscito da porta Capuana[188], volse indietro la testa e incominciò a
dire: «Eccomi che ti lascio, bella Napoli mia! Chi sa se mi sarà dato
vedervi piú, mattoni di zucchero e mura di pastareale, dove le pietre
sono di manna, le travi di cannamele, le porte e le finestre di pasta
sfogliata? Oimè! che, dividendomi da te, mio bel Pennino, mi sembra di
andar col pennone[189]; scostandomi da te, Piazza Larga[190], mi si
stringe lo spirito; allontanandomi da te, Piazza dell’Olmo[191], mi
sento spartire l’alma; separandomi da voi, Lancieri[192], mi trapassa
una lanciata catalana[193]; staccandomi da te, Forcella[194], mi si
stacca lo spirito dalla forcella dell’anima![195]. Dove troverò un
altro Porto[196], dolce porto di tutto il bene del mondo? Dove altri
Gelsi[197], in cui i bachi d’amore[198] formano di continuo bozzoli di
piaceri? Dove un altro Pertuso[199], nido di tutti gli uomini virtuosi?
Dove un’altra Loggia[200], dove alloggia il grasso e s’affina il gusto?
Oimè, che non posso dilungarmi da te, Lavinaro mio, senza che una
lava[201] mi scorra dagli occhi! Non ti posso lasciare, o Mercato[202],
senza andarmene marcato di doglia! Non posso far divorzio da te, bella
Piaggia[203], senza che mille piaghe mi s’aprano nel cuore! Addio,
pastinache e foglie molli[204]; addio, zéppole[205] e migliacci; addio,
cavoli e tarantello[206]; addio, caionze e centofigliuole[207]; addio,
piccatigli e ingratinati![208]. Addio, fiore di tutte le città, sfarzo
d’Italia, cocco pinto dell’Europa, specchio del mondo; addio, Napoli
_non plus ultra_, dove ha posto i suoi termini la Virtú e i suoi
confini la Grazia! Me ne parto e rimarrò vedovo delle tue pignatte
maritate[209]; sfratto da questo bel casale[210]; broccoli miei, vi
lascio addietro!»[211].

Cosí dicendo e facendo un inverno di pianto dentro un solleone di
sospiri, tanto andò che la prima sera giunse verso Cascano[212], a
un bosco che si faceva tener la mula dal Sole fuori dei suoi confini
mentre se la godeva col silenzio e con l’ombra. Colà era una casa
vecchia a pié d’una torre; ed egli vi picchiò, ma il padrone, che stava
in sospetto di fuorusciti[213], poiché era già notte, non volle aprire.
Cosicché il povero Cienzo fu costretto a starsene in quella casa
diroccata; e, dopo aver impastoiato il cavallo in mezzo a un prato, si
buttò, con la cagnuola a fianco, a dormire sopra un po’ di paglia, che
trovò là dentro.

Non cosí presto aveva calato le palpebre assopendosi, che fu
svegliato dall’abbaiare della cagnuola e sentí rumore di ciabatte
per quella casaccia. Cienzo, ch’era animoso e arrisicato, mise mano
alla carruba[214] e cominciò a tirare di gran colpi nello scuro. Ma,
accorgendosi che non coglieva nessuno e che tirava al vento, si distese
di nuovo sulla paglia.

Dopo un po’, si sentí tirare pel piede piano piano; ed egli, tornato
a por mano alla squarcina, si levò un’altra volta, gridando: «Olà,
che adesso mi hai rotto le scatole! Ma non giova stare a fare questi
giochetti. Se hai buono stomaco, làsciati vedere e scapricciamoci pure,
ché hai trovata la scarpa pel tuo piede!».

A questo parlare risuonò una risata a crepapelle, e poi una voce cupa
che disse: «Vien giú di qua, ché ti dirò chi sono». Cienzo, senza
perdersi d’animo, rispose: «Aspetta, ché ora vengo». E tanto brancolò a
tentoni che infilò una scala che menava a una cantina, dove, quando fu
disceso, trovò una lucernetta accesa, e tre, che parevano tre spiriti
folletti, i quali facevano un amaro piagnisteo, lamentandosi: «Tesoro
mio bello, come ti perdo!».

Cienzo stimò bene di mettersi anch’esso a piangere per conversazione;
e, dopo aver durato cosí un buon tratto, poiché la Luna ormai
tagliava per lo mezzo con l’accettullo[215] dei suoi raggi la zéppola
del cielo[216], quei tre, che facevano la nenia, gli dissero: «Ora
va, prenditi questo tesoro, che è destinato a te solo, e sappi
conservartelo». E subito dileguarono, proprio come se fossero colui che
mai non possiate vedere![217].

Cienzo, quando per certo pertugio vide il sole, volle risalire, ma
non trovò piú la scala. Si mise allora a gridare, e tanto gridò che
il padrone della torre, che era entrato tra quella mura in rovina per
orinare, lo udí, e, domandatogli che cosa facesse, e saputo come la
cosa era passata, andò a prendere una scala, e scese dov’era Cienzo.
Appena messo piede nella cantina, gli dié nell’occhio un gran tesoro,
del quale s’impossessò, non senza offrire a Cienzo la parte che gli
toccava; ma Cienzo la rifiutò, e, ripigliata tra le braccia la cagnuola
e rimontato a cavallo, si rimise in via.

Arrivò, dopo alcune ore, a un bosco, ermo e deserto, che ti faceva
torcere la bocca dallo spavento, tanto era scuro; e qui incontrò una
fata alla sponda di un fiume, il quale, per dar gusto all’ombra di
cui era innamorato, faceva la biscia[218] nei prati e le corvette sui
sassi; e la fata era alle prese con una banda di malandrini che le
volevano togliere l’onore. Cienzo, non appena ebbe visto la villania
di quei mascalzoni, mise mano alla salacca e fece un macello di quella
torma. La fata, a questa impresa compiuta in sua difesa, lo colmò di
ringraziamenti e complimenti, e lo invitò a un palagio poco discosto,
perché desiderava dargli il ricambio del servigio che aveva ricevuto.
Ma Cienzo, ripetendo: «Non c’è di che, mille grazie, un’altra volta
profitterò dei vostri favori, perché ora vado in fretta per cosa che
importa», si accommiatò.

Camminato ancora un altro buon tratto, si trovò innanzi al palazzo
di un re, tutt’addobbato a lutto, che faceva buio il cuore di chi lo
vedeva. Domandò Cienzo la ragione di questo lutto; e gli fu risposto
che a quella terra era comparso un dragone con sette teste, il piú
terribile che si fosse mai veduto al mondo, con le creste di gallo, la
testa di gatto, gli occhi di fuoco, le fauci di cane corso, le ali di
pipistrello, le branche d’orso, la coda di serpente. «Ora questo si
divora un cristiano al giorno, ed essendo durata la cosa fino al giorno
d’oggi, la beneficiata è toccata adesso a Menechella, figliuola del re.
Questa è la ragione del corruccio e del trambusto che si fa alla casa
reale, perché la piú vaga creatura del nostro paese dev’essere ingoiata
e trangugiata da un brutto animale».

Cienzo, avute queste informazioni, si trasse in disparte e vide venire
Menechella con la gramaglia, accompagnata dalle damigelle di corte e da
tutte le donne di quella terra, che, battendo le mani e strappandosi
le chiome a ciocca a ciocca, piangevano la mala sorte della sventurata
principessa, esclamando: «Chi glielo avrebbe detto a questa giovane
di dover far cessione dei beni della vita nel corpo di quella mala
bestia? Chi glielo avrebbe detto a questo bel cardellino che avrebbe
avuto per gabbia il ventre di un dragone? Chi glielo avrebbe detto
a questo bel bacherello che avrebbe lasciato la semenza dello stame
vitale in un nero bozzolo?». E, mentre cosí dicevano, ecco, dal fondo
di una cavernaccia, uscire il dragone: oh mamma mia, com’era brutto!
Fa’ conto che il sole si rimpiattò per paura dentro le nuvole, il cielo
s’intorbidò e il cuore di tutta quella gente si mummificò; e tale fu il
tremito che non le si sarebbe potuto infilare per clistere nemmeno un
pelo di porco.

Cienzo, a questa vista, si lanciò innanzi, e con un colpo di sciabola,
tac!, gli fece cascare a terra una delle teste. Ma il dragone,
stropicciato il collo a un’erba poco lontano, subito se la riappiccicò,
come lucertola quando si riattacca alla coda. Cienzo pensò: «Chi non
insiste, non figlia»; e, stretti i denti, menò un colpo cosí smisurato
che gli tagliò a tondo tutte e sette le teste, le quali saltarono dal
collo come i ceci dal mestolo. Strappò di poi le lingue e se le mise in
serbo, scagliando le teste un miglio lontano dal corpo, affinché non
si fossero un’altra volta incastrate con esso; e tolse una manata di
quell’erba, con la quale il dragone aveva riappiccicato il collo. Fatto
questo, rinviò Menechella alla casa del padre, ed egli andò a riposarsi
a una taverna.

Quando il re rivide la figliuola, non ci sono parole per dire il
giubilo che ne fece. E, udito del modo in cui era stata liberata,
comandò di gettare subito un bando: che chi aveva ucciso il dragone,
venisse a prendersi la figliuola per moglie.

Sparsosi il bando, un villano malizioso raccolse le teste del dragone,
andò dal re e gli disse: «Per opera di quest’uomo che vi vedete dinanzi
è salva Menechella; queste mani hanno liberato il paese da tanta
rovina. Ecco le teste che son testimoni del valor mio. Perciò, ogni
promessa è debito!». E il re si tolse la corona dal capo e la pose
sulla zucca del villano, che parve testa di fuoruscito in cima a una
colonna[219].

Corse subito la voce di questo fatto per tutta la terra e giunse
all’orecchio di Cienzo, che disse tra sé e sé: «Veramente sono una
grande bestia! Ebbi la fortuna pei capelli e me la lasciai sfuggir
di mano. Uno mi vuol dare metà di un tesoro, e io ne fo quel conto
che il tedesco dell’acqua fresca[220]. Un’altra mi vuol fare bene al
suo palazzo, e io ne fo quel conto che l’asino della musica. E ora
sono chiamato alla corona, e me ne sto come l’ubbriaca del fuso[221],
tollerando che mi metta piede innanzi un piede peloso, e mi levi di
mano questo bel trentanove un giocatore biscazziere e di vantaggio».

Con queste riflessioni, dié di mano a un calamaio, prese la penna,
stese la carta e cominciò a scrivere: «Alla bellissima gioia delle
donne tutte, Menechella, infanta di Perdisenno. — Avendoti per grazia
del solleone salvata la vita, apprendo che un altro si fa bello delle
mie fatiche e fa valere il servigio che io ti ho reso. Perciò tu,
che fosti presente alla zuffa, puoi far fede al re del vero e non
consentire che altri guadagni la piazza morta[222], mentre io ho menato
le mani. Sarà codesto il debito effetto della tua bella grazia di
regina e meritato premio di questa forte mano di Scannarebecco[223].
E, per fine, ti bacio le delicate manine. — Dall’osteria
dell’Orinale[224], oggi, domenica».

Scritta questa lettera e sigillatala con pane masticato, Cienzo la
mise in bocca alla cagnuola, comandando: «Va’, corri corri, e portala
alla figlia del re, e non darla se non nelle mani proprie di quel
viso d’argento». La cagnuola, quasi volando, giunse al palazzo reale;
e, salita la scala, trovò il re che faceva ancora complimenti con lo
sposo; e quello, vedendola entrare con la lettera in bocca, ordinò che
le fosse tolta. Ma la cagnuola non volle darla a nessuno, e, saltando
in grembo a Menechella, a lei la pose nelle mani. Menechella si levò da
sedere, e, fatta riverenza al re, gliela porse affinché la leggesse.

Letta la lettera, subito il re ordinò che si andasse dietro alla
cagnuola per vedere dove entrava e gli si facesse venire dinanzi
senz’altro il padrone di quella. E due cortigiani la seguirono,
pervennero all’osteria, vi trovarono Cienzo, e, fattagli l’imbasciata,
lo menarono al palazzo.

Giunto alla presenza reale, il re gli domandò come mai ardisse vantarsi
di aver ammazzato il dragone, se le teste le aveva portate l’uomo, che
ora vedeva al suo fianco con la corona sul capo. E Cienzo rispose:
«Questo villano meriterebbe una mitria di carta reale piuttosto che
una corona, perché è stato cosí sfacciato da farti vedere vesciche per
lanterne. E che sia vero che io ho compiuto l’impresa e non questa
barba di caprone[225], fate che siano qui recate le teste del drago,
nessuna delle quali vi può far da testimonio, perché priva di lingua.
Le lingue, perché vi facciano fede, le ho portate io in giudizio».

E mostrò le lingue, e il villano rimase allibito, e non sapeva che cosa
gli fosse accaduto. Tanto piú che Menechella soggiunse: «Questi è lui!
Ah, villano cane, come me l’avevi fatta!». E subito il re tolse la
corona dalla testa di quel rustico cotennone e la collocò su quella di
Cienzo. Voleva anche mandarlo alle galere; ma Cienzo, per confondere
con termini di cortesia l’indiscrezione, domandò e ottenne grazia per
lui. Cosí si apparecchiarono le tavole, si banchettò da gran signori, e
gli sposi andarono a coricarsi in un bel letto, odoroso di bucato, dove
Cienzo, alzando i trofei della vittoria sul dragone, entrò trionfando
nel Campidoglio d’Amore.

La mattina dopo, quando il Sole, giocando a due mani con lo spadone
della luce in mezzo alle stelle, grida: «Indietro, canaglia!», Cienzo,
mentre si rivestiva innanzi a una finestra, vide alla casa di fronte
una giovane, e, voltosi a Menechella, disse: «Che bella cosa è quella
giovane che sta dirimpetto a questa casa!». «Che vuoi farne di cotesta
roba? — rispose la moglie: — ci hai messi gli occhi sopra? Ti fosse
venuto qualche malo umore? O t’è a stufo il grasso? Non ti basta la
carne che hai a casa?».

Cienzo, col capo chino, come un gatto che ha fatto qualche danno,
non disse verbo; ma, fingendo di andare per un certo affare, uscí
dal palazzo e infilò la casa di quella giovane. Era quella veramente
un bocconcino prelibato: tu vedevi una tenera giuncata, una pasta di
zucchero! Non mai volgeva i bottoni degli occhi suoi che non facesse,
con marchio di fuoco, un emissario amoroso ai cuori; non apriva mai la
conca delle labbra, che non desse una bollitura alle anime; non moveva
pianta di piede, che non calcasse forte le spalle di chi pendeva dalla
corda delle speranze. E, oltre tante bellezze che ammaliavano, aveva la
virtú che, sempre che voleva, incantava, legava, attaccava, annodava,
incatenava e avviluppava gli uomini coi capelli; come fece di Cienzo,
il quale, appena mise piede dov’essa stava, rimase impastoiato a mo’ di
polledro.

Intanto, Meo, il minor fratello, non avendo alcuna nuova di Cienzo,
entrò in pensiero di andarlo cercando; e, chiestane licenza al padre,
ebbe anch’esso un cavallo e una cagnuola fatati. Nel viaggio, capitò
una sera alla torre dov’era stato Cienzo, e il padrone, togliendolo
in iscambio col fratello, gli usò le maggiori carezze del mondo e
voleva dargli un gruzzolo di monete, che egli non accettò; ma questi
complimenti gli fecero pensare che il fratello fosse stato colà e ne
prese speranza di ritrovarlo. Tostoché la Luna, nemica dei poeti,
volse le spalle al Sole, si rimise in cammino, e giunse dove dimorava
la fata, la quale anch’essa lo credette Cienzo e lo accolse a festa,
salutandolo: «Sii benvenuto, giovane mio, che mi salvasti la vita!».
Meo la ringraziò di tanta amorevolezza, e le disse: «Perdonami se non
mi trattengo, ché ho fretta. A rivederci al ritorno». Lieto di trovare
sempre orme del fratello, continuò la strada, finché arrivò al palazzo
del re, giusto in quel giorno che Cienzo era stato sequestrato dai
capelli della maliarda. Ed entrato, fu ricevuto dai servitori con
grande onore e abbracciato dalla sposa con grande affetto, la quale gli
disse: «Ben venga il mio marito![226]. La mattina va e la sera viene;
e, quando ogni uccello va a pascere, il gufo rientra a casa. Come hai
tardato tanto, Cienzo mio? Come puoi star lontano da Menechella? Tu mi
hai tolta di bocca al dragone, e mi gitti in gola al sospetto, perché
non mi fai sempre specchio degli occhi tuoi!». Meo, ch’era furbo,
immaginò subito che costei era la moglie del fratello; e si scusò del
ritardo, e l’abbracciò, e insieme si misero a cena.

E quando la Luna, come chioccia, chiama le stelle a beccare le rugiade,
i due andarono a letto; ma Meo, che portava rispetto all’onore del
fratello, spartí le lenzuola, prendendone uno per sé e lasciando
l’altro a Menechella, per non avere occasione di toccare la cognata. La
donna, a questa novità, con una cèra brusca e una faccia da matrigna,
gli disse: «Bene mio, da quando in qua? A che giuoco giochiamo? E
che scherzi sono questi? Siamo forse una masseria di due contadini
litigiosi, che ci apponi i termini? Siamo eserciti di nemici, che scavi
innanzi la trincea? Siamo cavalli selvatici, che vi metti di mezzo uno
steccone?». Meo, che sapeva numerare fino a tredici, rispose: «Non ti
lamentare di me, bene mio, ma del medico, che volendomi purgare, mi ha
ordinato la dieta; e aggiungi che, per la stanchezza di una giornata
intera di caccia, torno scodato». Meneca, che non sapeva intorbidare
l’acqua[227], ingoiò questa storiella e prese sonno.

Ma quando poi alla Notte, assillata[228] dal Sole, sono assegnati di
tempo i crepuscoli per fare le bisacce, vestendosi Meo alla stessa
finestra davanti a cui s’era vestito il fratello, vide quella stessa
bella giovane, che acchiappò Cienzo; e, poiché anche a lui assai
piacque, dimandò a Menechella: «Chi è quella civetta che sta alla
finestra?». Ed essa con grande stizza: «Torniamo da capo! Anche ieri
m’intonasti la canzone di cotesta cernia, e ho paura che là va la
lingua dove il dente duole. Dovresti portarmi rispetto, perché, infine,
sono figlia di re, e ogni sterco ha il suo fumo. Non senza perché
questa notte hai fatto l’aquila imperiale, spalla contro spalla![229].
Non senza perché ti eri ritirato coi tuoi capitali! T’ho inteso:
la dieta del letto mio vuol dire banchetto in casa d’altri. Ma, se
m’accerto di questo, voglio far cose da pazza e che le schegge vadano
per l’aria». Meo, che aveva mangiato il pane di molti forni, la quetò
con buone parole, e le disse e giurò che, per la piú bella cortigiana
del mondo, non avrebbe cambiato la casa sua, e che essa era la pupilla
del suo cuore. E Menechella, tutta consolata, andò nel suo gabinetto
per farsi passare dalle damigelle il vetro per la fronte[230],
intrecciarsi i capelli, tingersi le ciglia, metter il rossetto sulla
faccia, e tutta azzimarsi, e cosí parere piú bella a costui che essa
credeva il suo marito.

Intanto, Meo, per le parole di Menechella venuto in sospetto che Cienzo
si trovasse nella casa di quella giovane, tolse con sé la cagnuola. E,
uscito dal palazzo, entrò nella casa di fronte, dove, non sí tosto fu
giunto, la bella maga disse: «Capelli miei, legate costui!». E Meo,
pronto: «Cagnuola mia, màngiati costei!». E la cagnuola, d’un balzo, se
la ingoiò come un torlo d’uovo. Andò poi dentro Meo e trovò il fratello
suo incantato; ma con due peli della cagnuola, che gli pose sul corpo,
parve come se si svegliasse da un gran sonno.

E subito prese a raccontargli quanto gli era accaduto nel viaggio, e,
in ultimo, nel palazzo reale, e come, tolto in iscambio da Menechella,
avesse dormito con lei. E voleva seguitare a dire delle lenzuola
divise, quando Cienzo, istigato dal demonio, mise mano a una lama di
vecchia lupa[231] e gli tagliò il collo come cetriuolo. Al rumore,
s’affacciò la figlia del re, e, visto che Cienzo aveva ucciso un
altro affatto a lui simile, lo richiese del motivo. Cienzo rispose:
«Domandalo a te stessa, tu, che hai dormito con mio fratello, credendo
di dormire con me; e per questo l’ho spacciato». «Deh, quanti sono
uccisi a torto! — esclamò Menechella: — bella prova hai fatta! Tu non
meritavi questo fratello dabbene, perché sappi che egli, trovandosi con
me nello stesso letto, divise con grande modestia le lenzuola, facendo:
— Tu stai da te e io sto da me».

Cienzo, preso da pentimento per cosí grosso errore, figlio di un
giudizio temerario e padre di un’asineria, si graffiò mezza la faccia.
Ma in questo si sovvenne dell’erba insegnatagli dal drago e la
stropicciò al fratello sul collo, che subito si riappiccò alla testa,
e quegli risorse in piede, intero e vivo. Ed egli lo abbracciò con
grande allegrezza, e gli chiese perdono dell’esser corso in furia e
mal informato a cacciarlo dal mondo; e poi, in coppia, se ne andarono
al palazzo reale. Di là mandarono a chiamare Antoniello con tutta la
famiglia, il quale diventò assai caro al re e vide nella persona del
figlio avverato il proverbio:

    La barca storta va diritta al porto.




TRATTENIMENTO OTTAVO

LA FACCIA DI CAPRA


  La figlia di un villano, per beneficio di una fata, diventa moglie
  di re; ma, dimostratasi ingrata verso colei che le aveva fatto
  tanto bene, la fata le cangia la faccia in quella di capra. Onde,
  disprezzata dal marito, soffre molti mali trattamenti; finché, per
  opera di un buon vecchio, si umilia, ricupera la prima forma, e
  torna in grazia al marito.

Terminò Ciulla il suo racconto, riuscito a tutti di gran delizia, e
toccò a Paola di entrare nel ballo; la quale disse:

Tutti i mali di cui l’uomo si fa colpevole hanno qualche incentivo o di
sdegno che provoca, o di necessità che spinge, o di amore che acceca,
o di furia che trasporta. Ma l’ingratitudine non ha ragione, né vera
né falsa, a cui possa attaccarsi; e perciò pessimo è questo vizio, che
inaridisce la fontana della misericordia, spegne il fuoco dell’amore,
chiude la strada ai benefici e fa sorgere nella persona malamente
ricambiata avversione e pentimento: come vedrete nel racconto che vi
farò udire.

Un villano aveva dodici figlie che l’una non poteva stare in braccio
all’altra, perché ogni anno la buona massaia di sua moglie Ceccuzza
gliene regalava una. Il pover’uomo, per campare onoratamente la
famiglia, andava ogni mattina a zappare a giornata; e non avresti
potuto dire se era maggiore il sudore che versava a terra o la saliva
che si sputava nel cavo delle mani[232], pur di mantenere, col poco che
ritraeva dalle sue fatiche, tutte quelle bamboccette, ché non morissero
di fame.

Un giorno che egli si trovava a zappare a pié di una montagna, la
quale, spiona per incarico degli altri monti, metteva il capo sopra le
nuvole per appurare che cosa si facesse nell’aria, vide uscire da una
grotta, cosí profonda e buia che il Sole aveva paura di penetrarvi,
una lucertolona verde, grande quanto un coccodrillo. Rimase cosí
sbigottito il povero villano, che non ebbe la forza di fuggire; e se
ne stette ad aspettare da un’apertura di bocca di quel brutto animale
la chiusura dei giorni suoi. Ma la lucertolona gli s’appressò e gli
parlò: «Non aver paura, buon uomo mio, ché io non son qua per farti
alcun male, ma vengo per tuo giovamento». Allora Masaniello (tale era
il nome di quello zappatore) le s’inginocchiò dinanzi, supplicando:
«Signora Come ti chiami, io sto in tuo potere, fa’ da persona dabbene
e abbi compassione di questo pover’uomo, che ha dodici piagnucolone
da campare». «Proprio per questo — rispose la lucertola — io mi son
mossa in tuo aiuto. Conducimi domani mattina la piú piccola delle tue
figliuole, ché io voglio allevarmela come se fosse mia e tenerla cara
quanto la vita».

Lo sventurato padre, a questa proposta, rimase piú confuso di un ladro
quando gli è trovato il furto addosso; perché, sentendosi richiedere
una figlia dalla lucertolona, e la piú tenerella, pensò che il
mantello non era senza peli e che quella la bramava come una pillola
aggregativa[233] per sbrattare la fame. E diceva tra sé: «Se io le do
questa figliuola, le do l’anima mia: se gliela rifiuto, si prenderà
questo corpo. Se gliela concedo, son privato delle mie pupille; se
gliela contrasto, si succhia il mio sangue. Se consento, mi toglie una
parte di me stesso; se ricuso, si prende il tutto. Come mi risolvo?
A qual partito mi appiglio? A quale espediente mi attacco? Oh, mala
giornata è questa! Quale disgrazia m’è piovuta dal cielo!». Ma la
lucertolona lo mise alle strette: «Risolviti presto e fa’ quel che io
ti ho detto; altrimenti vi lasci gli stracci; ché io cosí voglio e cosí
dev’essere».

Masaniello, udita questa sentenza, né avendo a chi appellarsi, tornò
a casa tutto malinconico, e cosí ingiallito in faccia che pareva
itterico; e Ceccuzza, vedendolo cosí avvilito e abbattuto, col nodo
in gola e col dolore chiuso in petto, lo interrogò: «Che cosa t’è
successo, marito mio? Hai litigato con alcuno? T’è stato intimato
qualche esecutorio? O ci è morto l’asino?». «Niente di tutto questo —
rispose Masaniello, — ma una lucertola cornuta mi ha sconvolto, perché
mi ha minacciato che, se non le porto la piú piccina delle nostre
figliuole, farà cose di quelle brutte assai; e perciò la testa mi gira
come un arcolaio e non so che pesci pigliare. Da una parte mi costringe
l’amore, e dall’altra il fitto di casa. Amo svisceratamente Renzolla
mia, amo svisceratamente la vita mia; se non le do la giunta di questa
creatura delle mie reni, essa si prende tutto il rotolo di questa
disgraziata persona mia[234]. Consigliami, dunque, Ceccuzza mia; se no,
sono distrutto».

Ma la moglie lo confortò: «Chi sa, marito mio, se questa lacerta non
sarà lacerta a due code[235] per la casa nostra? che questa lacerta
non sarà la certa fine delle miserie nostre? Pensa che le piú volte
ci diamo noi stessi l’accetta sui piedi; e, quando dovremmo aver la
vista d’aquila per conoscere il bene che ci viene incontro, abbiamo
l’offuscamento agli occhi e il granchio alle mani, e non l’afferriamo.
Perciò, va’, conducigliela, perché mi dice il cuore che sarà qualche
buona fortuna per la povera bambinella».

Quadrarono queste parole a Masaniello; e la mattina, tosto che il Sole
col pennello dei raggi ebbe biancheggiato il cielo annerito dalle ombre
della Notte, prese per mano la piccolina e la condusse dove s’apriva
la grotta. La lucertolona, che stava in vedetta aspettando il villano,
subito che lo scorse, uscí fuori dal ricettacolo. E, toltasi la figlia,
dié al padre un sacchetto di patacconi[236], dicendogli: «Va’, marita
con questi quattrini le altre tue figlie; e sta’ allegro, perché
Renzolla ha trovato in me babbo e mamma. Beata lei, che ha incontrato
la sua fortuna!».

Masaniello, tutto giubilante, ringraziò la lucertola e se ne andò,
saltellando per la gioia, alla moglie, e le raccontò il fatto e mostrò
i danari; coi quali fecero via via la dote a tutte le altre figlie, e
rimase anche a loro tanto di saporosa salsa[237] che poterono da allora
in poi inghiottire con gusto i travagli della vita.

La lucertola, avuta presso di sé Renzolla, fece sorgere un bellissimo
palazzo e ve la collocò dentro, e l’allevò con tanti sfoggi e regali a
modo di una regina: fa’ conto che non le mancava nemmeno il latte di
formica![238]. Il mangiare era da conte, il vestire da principe, aveva
cento donzelle sollecite e premurose, che la servivano; e, con questo
buon trattamento, in pochissimo tempo crebbe come una quercia.

Ora avvenne che, andando a caccia il re per quei boschi, lo colse la
notte, e, non sapendo dove dar di capo, vide un lume splendere dal
palazzo, e mandò un suo servitore per pregare il padrone di dargli
ricovero. Al servitore si fece incontro la lucertola in forma di una
giovane bellissima; la quale, udita l’imbasciata, rispose che fosse
mille volte il benvenuto, ché non gli sarebbe mancato né pane né
coltello. Il re entrò e fu ricevuto da cavaliere, uscendogli incontro
cento paggi con le torce accese, che pareva la gran pompa funerale di
un uomo ricco; cento altri paggi portavano le vivande a tavola, che
parevano altrettanti garzoni di speziale che portano i piattelli ai
malati; cento altri, con strumenti o stordimenti, musicheggiavano.
Sopra tutti, Renzolla serví il re da bere, con tanta grazia che egli
bevve piú amore che vino. E quando, finito il pranzo, si ritirò per
coricarsi, Renzolla stessa gli cavò le calze dai piedi e il cuore dal
petto, con tanta amabilità che, toccato da quella bella mano, sentí su
dai malleoli salire il veleno amoroso a rendergli inferma l’anima.

Per rimediare alla morte, che già gli appariva ineluttabile, procurò
dunque il re di ottenere l’orvietano[239] di quelle bellezze; e,
indirizzatosi alla fata, che ne aveva la tutela, gliela domandò in
moglie. Quella, che non cercava altro che il bene di Renzolla, non solo
gliela dié liberamente, ma la dotò anche di sette milioni d’oro[240]. E
il re, tutto gioioso per questa ventura, se ne partí con Renzolla.

Ma Renzolla, scontrosa e sconoscente a tutto quanto aveva fatto per lei
la fata, andò via col marito senza dirle una parola, nemmeno una parola
sola, di ringraziamento e di affetto. A tanta brutta ingratitudine,
la fata le mandò la maledizione, che le si trasformasse la faccia a
somiglianza di quella di una capra. E, nel punto stesso, la bocca della
giovane si distese in muso con un palmo di barba, le mascelle le si
restrinsero, la pelle le s’indurí, la faccia le si coprí di pelo, e le
trecce a panierino[241] si cangiarono in corna puntute.

A questa trasformazione il disgraziato re si fece piccino piccino,
tutto sbalordito di quel ch’era accaduto, vedendo quella mirabile
bellezza cosí bruttamente scontraffatta. E sospirò e pianse a tutto
pasto: «Dove sono le chiome, che m’annodavano? Dove gli occhi, che mi
trapassavano? Dove la bocca, che fu tagliuola di quest’anima, trappola
di questi spiriti, uccellatoio[242] di questo cuore? Ma che? Dovrò
esser marito di una capra e acquistarmi il titolo di caprone? Debbo
di questa foggia esser ridotto a fidarmi a Foggia?[243]. No, no; non
voglio che il mio cuore crepi per una faccia di capra, che mi porterà
guerra, deponendo olive»[244].

Con questi lamenti, giunto che fu al suo palazzo, mise Renzolla con
una cameriera in cucina, dando all’una e all’altra una decina[245]
di lino affinché lo filassero e assegnando loro il termine di una
settimana a eseguire tale lavoro. La cameriera, obbedendo al comando
del re, cominciò a pettinare il lino, a fare i lucignoli, a metterli
alla conocchia, a torcere il fuso, a formare le matasse, faticando
come cane; tanto che il sabato aveva bello e finito. Ma Renzolla, che
pensava di esser sempre quella che era a casa della fata, perché non
ancora si era guardata allo specchio, gittò il lino dalla finestra,
dicendo: «Ha buon tempo il re a darmi questi impicci! Se vuole camicie,
se le compri, e non si creda di avermi trovata alla lava![246]. Si
ricordi che gli ho portato in dote sette milioni d’oro, e che gli sono
moglie e non serva; e mi pare che abbia dell’asino a trattarmi a questo
modo!».

Con tutto ciò, il sabato mattina, vedendo che la cameriera aveva filato
tutta la parte sua del lino, ebbe gran paura di qualche scardassatura
di lana; e perciò si avviò al palazzo della fata e le raccontò la sua
disgrazia. La fata, dopo averla abbracciata con grande amore, le dié un
sacco pieno di filato affinché lo presentasse al marito per mostrare
di essere stata buona massaia e donna di casa. E Renzolla prese il
sacco, e, senza dirle «gran mercé del servizio!», le volse le spalle;
e quella non sapeva darsi pace del cattivo comportamento della giovane
disamorata.

Ricevuto il filato, il re consegnò due cani, uno a lei e l’altro
alla cameriera, affinché li allevassero e crescessero. La cameriera
crebbe il suo con ogni delicatezza[247] e lo trattava come figlio.
Ma Renzolla, strepitando: «Sí, proprio questo pensiero mi lasciò mio
nonno! Sono venuta in mano dei turchi?[248] Devo stare a pettinare i
cani e portarli a far la cacca?», lo scagliò dalla finestra, che fu
altro che saltare attraverso il cerchio[249]. Ma, dopo alcuni mesi, il
re domandò dei cani, e Renzolla, presa da paura, corse di nuovo dalla
fata.

Trovò alla porta della fata un vecchierello, che faceva da portiere,
il quale le chiese: «Chi sei tu, e che cosa vuoi?». Renzolla, a questa
domanda inaspettata, proruppe: «Non mi conosci, barba di capra?». «A me
col coltello? — rispose il vecchio; — il mariuolo insegue lo sbirro;
«scóstati, che mi tingi», disse il calderaio; gittati innanzi per non
cadere! Io, barba di capra? Sei tu barba di capra e mezza, ché, per la
tua presuntuosità, meriti questo e peggio; e aspetta un po’, sfacciata
arrogante, ché ora ti chiarisco, e vedrai a che ti ha ridotto il fumo
della tua superbia». E corse dentro un camerino e, preso uno specchio,
lo mise dinanzi a Renzolla.

Quando essa vide quella brutta cèra pelosa, ebbe a scoppiare di
spasimo, ché non provò tanta angoscia Rinaldo mirandosi allo scudo
incantato e vedendosi tanto diverso da quel che già era[250], quanto
essa sentí dolore nel ritrovarsi cosí deformata che non ravvisava se
stessa. Il vecchio ripigliò: «Ti dovevi ricordare, o Renzolla, che tu
sei figlia di un villano e che la fata ti aveva trattata con tanta
bontà che di te aveva fatto una regina. Ma tu, sciocca, tu, scortese
e ingrata, non portandole alcuna riconoscenza per tanti favori, l’hai
proprio tenuta a quella camera che sta nel mezzo[251] e non le hai
mostrato un segno solo di amore. Perciò, ora prendi e spendi; abbiti
questo e torna pel resto. Ti è riuscita bene la cosa! Vedi che faccia
è ora la tua, vedi a quali termini sei ridotta per la ingratitudine
tua: la maledizione della fata ti ha fatto cangiare non solo faccia, ma
anche stato. Pure, se vuoi fare a modo di questa barba bianca, entra da
lei, búttati ai suoi piedi, stráppati le ciocche, gráffiati la faccia,
picchiati il petto, e chiedile perdono dei cattivi comportamenti che le
hai usati. Essa è di polmone tenerino, e si moverà a compassione delle
disgrazie che ti hanno colpita».

Renzolla, che si sentí ben toccare i tasti e battere bene sul chiodo,
si comportò secondo il consiglio del vecchio. E la fata la abbracciò
e la baciò e le ridette la forma di prima. Poi, le mise una veste
tutta d’oro, la fece entrare in una carrozza che era una meraviglia,
accompagnata da una frotta di servitori, e la ricondusse al re. E
il re, vedendola cosí bella e pomposa, l’ebbe cara quanto la vita,
e si dié grandi pugni al petto per le pene che le aveva inflitte,
scusandosi, a causa di quella maledetta faccia di capra, di averla
tenuta tra le cose vili[252].

Cosí Renzolla se ne stette contenta, amando il marito, onorando la fata
e mostrandosi grata al vecchio, perché essa aveva conosciuto a proprie
spese:

    che giova sempre l’essere cortese.




TRATTENIMENTO NONO

LA CERVA FATATA


  Nascono per fatagione Fonzo e Canneloro; e Canneloro è oggetto
  d’invidia da parte della regina, madre di Fonzo, la quale lo
  ferisce in fronte. Egli se ne parte e, diventato re, incontra
  un gran pericolo. Fonzo, che per virtú di una fontana e di una
  mortella conosce i suoi travagli, si reca a liberarlo.

Stettero tutti a bocca aperta ad ascoltare il bellissimo racconto di
Paola e conclusero che l’umile è come la palla, che, quanto piú forte
la batti a terra, piú va in alto, e come il caprone, che, quanto piú si
tira indietro, piú forte cozza. Ma Taddeo fece segno a Ciommetella, che
continuasse la rubrica; ed essa mise in moto la lingua a questo modo:

Grande, fuori di dubbio, è la forza dell’amicizia, che ci fa tenere
in non cale fatiche e pericoli in servigio dell’amico: la roba si
stima una pagliuca, l’onore un grillo salato[253], la vita un nulla,
quando sia dato spenderla per giovare all’amico; e di ciò rimbombano
le favole, sono piene le storie, ed io vi darò oggi un esempio, che mi
soleva raccontare mia nonna Simonella (che abbia requie!), se voi, per
accordarmi un po’ di udienza, chiuderete la bocca e allungherete gli
orecchi.

C’era una volta un certo re di Lungapergola, chiamato Iannone, che,
bramoso di avere figli, ordinava sempre preghiere agli dèi che si
degnassero di far gonfiare la pancia alla moglie; e, per muoverli
a concedergli questa consolazione, era cosí caritatevole verso i
pellegrini, che dava loro fin le pupille degli occhi suoi. Ma, in
ultimo, vedendo che le cose andavano in lungo e che non si vedeva
spuntare alcun germoglio, si cangiò d’umore, si fece cupo e duro, e
chiuse la porta di casa a martello e, se alcuno vi s’accostava, gli
tirava con la balestra[254].

Passava per quella terra un gran savio dalla lunga barba bianca e,
non sapendo che il re aveva mutato registro, o ciò sapendo e volendo
apportarvi rimedio, andò a trovare Iannone e lo pregò di accordargli
ospitalità a casa sua. Il re, con cèra brusca e con terribile cipiglio,
gli disse: «Se non hai altra candela che questa, puoi andare a letto
al buio! Passò il tempo che Berta filava; ora, i gattini hanno aperto
gli occhi; non c’è piú da chiamare ‘mamma’, adesso!». E, dimandando
il vecchio il perché di questo cangiamento: «Io, — rispose, — per il
desiderio di aver figli, ho speso e spaso con chi andava e con chi
veniva, e buttato la roba mia. Ma, avendo visto infine che ci perdevo
la fatica di radermi, ho tolto mano e levato l’àncora». «Se non è altro
che questo, — replicò il vecchio, — sta’ tranquillo, ché io te la fo
subito uscire incinta, pena gli orecchi!». «Se farai questo — disse il
re, — ti prometto di darti la metà del regno». E il vecchio: «Orsú,
ascolta bene. Se la vuoi innestare a pero, fa’ prendere il cuore d’un
drago marino, e fàllo cucinare da una vergine; la quale, all’odore solo
che uscirà da quella pentola, diventerà anch’essa gonfia di pancia;
e, quando quel cuore sarà cotto, dàllo a mangiare alla regina, e
vedrai che subito sarà gravida come di nove mesi». «Come può accader
questo? — osservò il re: — mi pare, a dirti il vero, cosa assai grossa
a ingollare». «Non ti meravigliare — disse il vecchio, — perché, se
leggi le favole, troverai che Giunone, passando pei campi Oleni sopra
un fiore, si sentí gonfiare la pancia e partorí»[255]. «Se è cosí —
tornò a dire il re, — si cerchi immantinente cotesto cuore di dragone.
Infine, io non ci perdo nulla».

Furono, dunque, mandati cento pescatori al mare, che pararono spedoni,
chiusarane, palangresi, buoli, nasse, lenze e filaccioni[256]; e tanto
voltarono e girarono, finché presero un dragone, e, cavatogli il cuore,
lo portarono al re. Il re lo dié a cucinare a una bella damigella; la
quale, chiusasi in una stanza, tosto che ebbe messo quel cuore sul
fuoco e uscí il fumo della bollitura, non solo diventò incinta essa, la
bella cuoca, ma tutti i mobili della stanza si gonfiarono. E, di lí a
pochi giorni, figliarono; e la trabacca del letto fece un tettuccio, il
forziere uno scrignetto, le sedie sedioline, la tavola un tavolino, e
il càntero un canterello verniciato cosí bello ch’era una delizia[257].

Cotto il cuore, la regina lo assaggiò appena, e sull’istante si sentí
gonfiare la pancia; e, a capo di quattro giorni, essa e la damigella
a un tempo partorirono ciascuna un bel maschione, cosí perfettamente
simili l’uno all’altro, che non si discerneva questo da quello. I due
crebbero insieme con tanto amore che non sapevano stare l’uno senza
l’altro; ed era tanto sviscerato il bene che si volevano, che la regina
incominciò ad aver qualche invidia che il figlio suo mostrasse maggior
affetto al figlio di una serva che a lei, e non sapeva in qual modo
togliersi questo pruno dagli occhi.

Un giorno, volendo il principe andare a caccia col suo compagno, fece
accendere il fuoco nel camino della sua camera, e cominciò a fondere
il piombo per fare pallottoline. Ma si accorse che gli mancava non so
che cosa, e si mosse di persona per cercarla. In questo, sopravvenne la
regina per vedere che cosa faceva il figlio, e, trovato solo Canneloro,
il figlio della damigella, e pensando di levarlo da questo mondo, gli
scagliò in faccia una pallottoliera rovente. Il giovinetto si chinò
e il colpo lo colse sopra il ciglio e gli produsse un grave intacco.
E avrebbe la regina rinnovato il colpo, quando giunse il figlio suo,
Fonzo; ed essa, allora, facendo finta d’esser venuta a vedere come
stava, gli somministrò quattro carezzette insipide, e andò via.

Canneloro, che intanto s’era calcato un cappello sulla fronte per non
lasciar avvedere l’altro dell’accaduto, stette fermo e saldo, sebbene
la ferita gli bruciasse. E, quand’ebbe finito di avvoltolare pallottole
come se fosse uno scarafaggio[258], chiese licenza al principe di
partirsene dal paese: cosa che meravigliò Fonzo, al quale egli non
ne aveva mai fatto cenno prima e che gli domandò il perché di questa
risoluzione. Canneloro rispose: «Non cercar altro, Fonzo mio: ti basti
sapere solamente che sono sforzato a partire; e sa il Cielo, se,
partendo da te, che sei il mio cuore, l’anima si spartisce da questo
petto, lo spirito naviga fuori del corpo, e il sangue si dilegua dalle
vene[259]. Ma, poiché altro non si può, sta’ sano e ricòrdati di me».

Cosí, tra abbracci e pianti, si avviò Canneloro alla sua camera,
indossò un’armatura e una spada, anch’essa partorita da un’altra
arma nel tempo che si coceva il cuore del drago, e prese un cavallo
dalla scuderia. E stava per mettere il piede nella staffa, quando
Fonzo lo raggiunse piangendo e gli disse che, poiché era risoluto ad
abbandonarlo, almeno gli lasciasse alcun segno dell’amor suo, per
temperare l’affanno della sua assenza. Canneloro mise mano al pugnale
e, conficcatolo a terra, subito ne scaturí una bella fontana; ed: «Ecco
— disse, — questa è la migliore memoria che ti possa lasciare, perché
dal corso di questa fontana conoscerai il corso della mia vita. Se la
vedrai scorrere chiara, vorrà dire che sarò anch’io chiaro e tranquillo
nel mio stato; se torbida, pensa che soffro travagli; se secca (e non
voglia il Cielo), fa’ conto che l’olio della mia lucerna sarà finito
ed io sarò giunto al punto di pagare il dazio dovuto alla natura».
Mise poi mano alla spada, dètte un colpo in terra e fece nascere una
pianta di mortella: «E sempre che vedrai verde questa, sarò verde come
aglio; se la vedi floscia, pensa che le mie fortune non stanno troppo
diritte; se del tutto secca, puoi dire per Canneloro tuo requie, scarpe
e zoccoli»[260]. E, abbracciatolo di nuovo, partí.

Cammina e cammina, dopo che gl’intervennero molti casi che sarebbe
lungo raccontare, come contrasti con vetturini, imbrogli di osti,
assassinamenti di gabellotti, pericoli di mali passi, terrori di
mariuoli[261], giunse a Vignafiorita[262], nel tempo che si celebrava
una bellissima giostra, premio la figlia del re al mantenitore. E
Canneloro, presentatosi per prendervi parte, vi si comportò cosí
bravamente che mandò a terra tutti i cavalieri che erano venuti da
diverse parti per guadagnarsi nome, e perciò gli fu data in moglie
Fenizia, la figlia del re, e fu fatta una festa grande.

Per qualche mese gli sposi vissero in santa pace, finché a Canneloro
non venne l’umore malinconico di recarsi a caccia. Il re gli disse:
«Guarda la gamba[263], genero mio! Bada che non t’acciechi il maligno!
Sta’ in cervello! Apri l’uscio[264], messere! Per questi boschi
passeggia un orco del demonio, che ogni giorno cangia forma, ora leone,
ora cervo, ora asino, e ora una cosa e ora un’altra; e, con mille
stratagemmi, trascina i disgraziati che s’incontrano con lui in una
grotta, dove se li mangia. Non mettere, dunque, figlio mio, a rischio
la tua salute, perché vi lascerai gli stracci».

Canneloro, che aveva lasciato la paura nel ventre della madre, non
curò i consigli del suocero; e non cosí presto il Sole con la scopa
di rusco dei suoi raggi ebbe spazzato le fuliggini della Notte, andò
a caccia. E, giunto a un bosco, dove sotto la tettoia[265] delle
fronde si congregavano le Ombre a far monopolio e congiurare contro il
Sole, l’orco, che lo vide da lungi, si trasformò in una bella cerva.
Canneloro prese a inseguirla; ma la cerva tanto lo tenne a bada e lo
trabalzò di luogo in luogo che lo attirò nel cuore del bosco. Qui
l’orco fece venir giú un rovescione di pioggia e di neve da parere
che il cielo cascasse; onde Canneloro, trovandosi davanti alla grotta
di colui, vi entrò per ripararsi. Aggranchiato com’era dal freddo,
raccolse certe legna che erano nella grotta, e, cavato dalla saccoccia
il focile, accese un gran fuoco.

Mentre cosí si scaldava e rasciugava i panni, si presentò alla bocca
della caverna la cerva e lo implorò: «O signor cavaliere, dammi licenza
che io mi possa prendere un po’ di tepore, perché sono intirizzita
dal freddo». Canneloro, che era cortese, le disse: «Accòstati, sii la
benvenuta». «Vengo — rispose la cerva, — ma ho paura che tu poi mi
ammazzi». «Non dubitare — replicò Canneloro, — vieni sulla parola mia».
«Se vuoi che io venga — tornò a dire la cerva, — lega cotesti cani, che
non mi facciano male, e attacca il cavallo, che non mi dia calci». E
Canneloro legò i cani e mise le pastoie al cavallo. «Sí, che sono mezza
rassicurata; ma, se non leghi la spada, io, per l’anima di mio nonno,
non entro». E Canneloro, a cui piaceva di addomesticarsi con la cerva,
legò la spada, come fa il contadino, quando la porta dentro la città,
per paura degli sbirri[266].

L’orco, quando vide Canneloro senza difese, ripigliò la forma sua
propria; e, abbrancatolo, lo calò dentro una fossa che era in fondo
alla grotta, e lo coperse con una pietra, per mangiarselo a suo tempo.

Ora Fonzo, che non trascurava mai di fare, mattina e sera, una visita
alla fontana e alla mortella per aver notizia dello stato di Canneloro,
trovata l’una floscia e l’altra torbida, pensò subito che il suo amico
del cuore sosteneva travagli. Risoluto a dargli soccorso, non chiese
licenza né al padre né alla madre e montò a cavallo, bene armato,
con due cani fatati e s’avviò pel mondo. Girò e girò, andò di qua e
di là, finché giunse a Vignafiorita, che trovò tutta parata a lutto
per la creduta morte di Canneloro. Ma, com’egli apparve, tanta era la
somiglianza sua con Canneloro, che tutti della corte lo scambiarono pel
genero del re, e molti corsero a chiedere a Fenizia il beveraggio per
la buona notizia che le portavano.

Fenizia si precipitò per le scale e cadde nelle braccia di Fonzo,
dicendogli: «Marito mio, cuore mio, dove sei stato tanti giorni?». Al
che egli entrò subito in sospetto che Canneloro fosse venuto a questa
terra e ne fosse partito, e formò disegno d’interrogare destramente
la principessa per coglierla in parola e intendere dove mai l’amico
potesse trovarsi. E, udendole dire che «per questa maledetta caccia si
era messo a troppo pericolo, massimamente se incontrava l’orco, che
è tanto crudele con gli uomini», trasse la conseguenza che là fosse
rimasto impigliato l’amico suo. Ma non disse nulla, e, sopraggiunta la
notte, andò a letto; nel quale, fingendo di aver fatto voto a Diana di
non toccare la moglie quella notte, mise in mezzo, tra lui e Fenizia,
una spada sfoderata, quasi steccone; e impaziente attese che il Sole
uscisse a somministrare al Cielo le pillole dorate[267] per purgarlo
dell’ombra.

Al mattino, levatosi di letto, non valsero né le preghiere di Fenizia
né i comandi del re a tenerlo dall’andare a caccia. E a cavallo,
coi due cani fatati, entrò nel bosco, dove gli accadde a puntino il
medesimo che era accaduto a Canneloro. Nella grotta, gli dettero subito
all’occhio l’armi di Canneloro, e i cani e il cavallo legati; e tenne
per certo che colà fosse incappato l’amico. Ma, quando la cerva lo
pregò di legare armi, cavallo e cani, egli invece le aizzò contro i
cani, che la ridussero in brandelli. E, cercando dove potesse essere
il suo amico, sentí un lamentio giú dal fosso, sollevò la pietra e ne
trasse Canneloro con tutti quegli altri che l’orco teneva a ingrassare,
sotterrati vivi. Poi si abbracciarono con gioia grande, e andarono alla
casa.

Fenizia, al veder comparire questi due simili, non sapeva scegliere tra
i due il marito suo. Ma, quando Canneloro si tolse il cappello ed essa
vide la cicatrice, lo riconobbe e l’abbracciò.

Fonzo rimase a quella corte un mese, prendendosi gran diletto; ma poi
volle rimpatriare e tornare al suo nido. Per suo mezzo, Canneloro
mandò una lettera alla madre affinché venisse a partecipare alle sue
grandezze, come quella fece; e d’allora in poi non volle piú sapere né
di cani né di caccia, ricordandosi la sentenza:

    Amaro chi a sue spese si castiga.




TRATTENIMENTO DECIMO

LA VECCHIA SCORTICATA


  Il re di Roccaforte s’invaghisce, al suono del parlare, di una
  vecchia non veduta, e, ingannato dalla mostra di un dito delicato,
  la riceve nel suo letto; ma, scoperto poi l’inganno, la fa gittare
  da una finestra. Restando colei sospesa a un albero, è fatata da
  sette fate, diventa una bellissima giovane e il re se la prende per
  moglie. La sorella della vecchia, invidiosa della fortuna di lei,
  per farsi anch’essa bella, si fa scorticare e muore.

Non fu alcuno a cui non fosse piaciuto il racconto di Ciommetella, ed
ebbero infinito gusto a veder liberato Canneloro e punito l’orco, che
faceva tanto strazio dei poveri cacciatori. E fu intimato l’ordine a
Iacova di sigillare con le sue armi questa lettera di trattenimento; e
Iacova cosí parlò:

Il vizio maledetto, che è incastrato in noi femmine, di voler parere
belle, ci riduce a tali termini che, per indorare la cornice della
fronte, si guasta il quadro della faccia; per biancheggiare la pelle
delle carni, si rovinano le ossa dei denti; e, per dar luce alle
membra, si copre d’ombre l’aspetto, perché, innanzi l’ora di pagare
il tributo al tempo, vengono cispe agli occhi, rughe alla faccia e
mancanze ai molari. Pure, se merita biasimo una giovincella, che,
troppo vana, si lascia andare a coteste frascherie, quanto piú degna
di castigo è una vecchia, che, volendo gareggiare con le ragazze, si
attira la baia della gente e la rovina su sé stessa: come sto per
narrarvi, se mi darete un tantino d’orecchio.

In un giardino, dove il re di Roccaforte aveva l’affacciata, si erano
ritirate due vecchiacce, che erano il riassunto delle disgrazie, il
protocollo delle mostruosità, il libro maggiore delle bruttezze[268].
Avevano esse i capelli scarmigliati e irti, la fronte increspata
e bernoccoluta, le sopracciglia arruffate e setolose, le palpebre
grosse e pendenti, gli occhi vizzi e scerpellati, la faccia gialliccia
e grinzosa, la bocca allargata e storta, e, insomma, la barba di
capra, il petto peloso, le spalle con la contropancetta, le braccia
attrappite, le gambe sciancate e fiaccate, e i piedi a uncino. E per
queste ragioni, affinché neppure il sole le vedesse con quella loro
brutta cèra, se ne stavano rintanate in un basso[269], posto sotto le
finestre di quel signore.

Il re era ridotto a questo, che non poteva tirare una scoreggia senza
dar nel naso a quei brutti cancheri, che d’ogni minima cosa mormoravano
e borbottavano, ora dicendo che un gelsomino, cascato dalla finestra,
aveva fatto loro un livido sulla testa, ora che una lettera strappata
aveva loro indolenzito una spalla, ora che un po’ di polvere aveva loro
contuso una coscia. Tanto che, sentendo questo eccesso di delicatezza,
il re argomentò che là, sotto a lui, dimorasse la quintessenza delle
cose gentili, il primo taglio delle carni fini e il fior fiore del
tenerume. E gli salí dai malleoli l’appetito e dalle midolle la voglia
di vedere tale meraviglia e chiarirsi del fatto.

Cominciò, dunque, a gettar sospiri di su in giú, a tossire senza
catarro, e finalmente a parlare piú spedito e fuor dei denti, dicendo:
«Dove, dove ti nascondi, gioiello, sfarzo, ornamento del mondo?
Esci, esci, Sole, riscalda, Imperatore![270]. Scopri coteste belle
grazie, mostra coteste lucernette della bottega d’Amore, metti fuori
cotesta testolina! Banco affollato dei contanti della bellezza, non
essere cosí avara della vista tua! «Apri, apri le porte al povero
falcone»[271]. «Dammi la strenna, se me la vuoi dare!»[272]. Lasciami
vedere lo strumento, da cui esce questa bella voce. Fammi vedere la
campana, dalla quale si forma il tintinno! Fammi dare uno sguardo al
vago uccello! Non consentire che, pecora del Ponto, io mi pasca di
assenzio[273], col negarmi di mirare e vagheggiare la tua bellissima
persona!».

Queste e altrettali parole diceva il re; ma poteva suonare a gloria,
ché le vecchie avevano turate le orecchie; e ciò aggiungeva legna al
fuoco. Il re, che si sentiva come ferro arroventare alla fornace del
desiderio, afferrare dalle tenaglie del pensiero e martellare dal
maglio del tormento amoroso, per lavorare una chiave che potesse aprire
il cofanetto di quelle gioie che lo facevano morire di voglia, non
dètte indietro, ma seguitò a mandar suppliche e a rinforzare assalti
senza tregua.

Le vecchie, che s’erano messe in tono e ringalluzzite per le offerte e
promesse del re, presero consiglio di non lasciar perdere l’occasione
di acchiappare quest’uccello, che da se stesso veniva a posarsi sulla
pania. E un giorno che il re dalla finestra rinnovava il suo delirio
amoroso, esse, dalla serratura della porta, gli dissero, con una vocina
sottile: che il piú gran favore che potessero fargli sarebbe stato di
mostrargli, fra otto giorni, solo un dito della mano.

Il re, che, come soldato esperto, sapeva che a palmo a palmo si
prendono le fortezze, non ricusò questo partito, sperando di guadagnare
a dito a dito la piazza forte, che stringeva d’assedio; e ricordava
l’antico motto: «Prendi e chiedi». E poi che egli ebbe accettato quel
termine perentorio dell’ottavo giorno per vedere l’ottava meraviglia
del mondo, le vecchie non fecero altro esercizio che, come speziale che
ha versato lo sciroppo, succhiarsi le dita, col concerto che, giunto
il giorno stabilito, quella di loro che avesse il dito piú liscio, lo
mostrerebbe al re. Il quale, intanto, stava sulla corda, aspettando
l’ora fissata per saziare la sua brama: contava i giorni, numerava le
notti, pesava le ore, misurava i momenti, notava i punti e scandagliava
gli attimi, che gli erano stati assegnati nell’attesa del bene
desiderato. E ora pregava il Sole che prendesse qualche scorciatoia pei
campi celesti, affinché, avanzando cammino, arrivasse prima dell’ora
usata a sciogliere il carro infocato e ad abbeverare i cavalli,
stracchi per tanto viaggio; ora scongiurava la Notte, affinché,
sprofondando le tenebre, gli lasciasse vedere quella luce che, non
vista ancora, lo costringeva a bruciare nella calcara delle fiamme
d’amore; ora se la prendeva col Tempo, che, per fargli dispetto, s’era
poste le grucce e le scarpe di piombo, per ritardare l’ora di liquidare
lo strumento alla cosa amata e soddisfare l’obbligazione stipulata tra
loro.

Come piacque al solleone, giunse l’ora, ed egli, andato di persona nel
giardino, picchiò alla porta, dicendo: «Vieni, vieni!»[274]. E qui una
delle vecchie, la piú carica d’anni, visto alla pietra del paragone che
il dito suo era di miglior carato di quello della sorella, introdottolo
pel buco della serratura, lo mostrò al re.

Ma non fu dito quello: fu uno stecco aguzzo, che gli trafisse il
cuore! Anzi non fu stecco, ma randello, che gl’intronò la zucca. Che
dico «stecco» e «randello»? Fu uno zolfanello, acceso per l’esca delle
voglie sue; fu una miccia infocata per la munizione dei desiderî suoi.
Che dico «stecco», «randello», «zolfanello» e «miccia»? Fu una spina
sotto la coda dei suoi pensieri, fu cura di fichi dolci[275], che gli
trasse fuori il fiato del mal d’amore con un diluvio di sospiri. E,
stringendo con la mano e baciando quel dito, che da lima di calzolaio
era diventato brunitoio d’indoratore, prese a dire: «O archivio
delle dolcezze, o repertorio delle gioie, o registro dei privilegi
d’Amore[276], per cui son diventato fondaco di affanno, magazzino
d’angoscia e dogana di tormenti[277], è mai possibile che voglia
dimostrarti cosí ostinata e dura, che non t’abbiano a muovere i lamenti
miei? Deh, cuore mio bello, se hai mostrato pel pertugio la coda,
sporgi ora codesto muso, e facciamo una gelatina di piaceri![278].
Se hai mostrato il cannolicchio[279], o mare di bellezza, mostrami
anche il carnume[280]; scoprimi cotesti occhi di falcone pellegrino e
lasciali pascere di questo cuore. Chi sequestra il tesoro di cotesta
bella faccia dentro un cesso? Chi fa fare la quarantena a cotesta bella
mercanzia dentro un covile? Chi tiene in prigione la potenza d’amore
dentro un porcile? Togliti da cotesto fosso, scapola dalla stalla, esci
dal pertugio, «salta, maruzza e da’ la mano a Cola»[281], e spendimi
per quanto valgo! Sai pure che sono re, e non sono un cetriuolo, e
posso fare e sfare. Ma quel falso cieco, figlio di uno sciancato e di
una sgualdrina[282], che ha piena autorità sugli scettri, vuole che io
ti sia soggetto, e che ti chieda per grazia quello che potrei strappare
di proprio arbitrio; e so ancora, come disse colui, che con le carezze,
non con le bravate, si adesca Venere».

La vecchia, che sapeva dove il diavolo tenesse la coda, volpe maestra,
gattone vecchio, trincata, astuta e ciurmata[283], riflettendo che il
superiore, quando prega, proprio allora comanda, e che l’ostinazione
del vassallo muove gli umori collerici nel corpo del padrone, che
rompono poi in cacasangui di rovine, mostrò di arrendersi, e, con una
vocina di gatta scorticata, rispose: «Signor mio, giacché inclinate
a sottomettervi a chi è sotto di voi, degnandovi di discendere dallo
scettro alla conocchia, dalla sala reale a una stalla, dagli sfarzi
ai cenci, dalla grandezza alla miseria, dalla terrazza alla cantina e
dal cavallo all’asino, non posso, non devo, non voglio replicare alla
volontà di un re cosí grande. Eccomi dunque, giacché volete fare questa
lega di principe e di serva, questo intarsio d’avorio e di pioppo,
questo incastro di diamanti e di vetruzzi, eccomi pronta e parata
alle voglie vostre, solo supplicandovi una grazia per primo segno
dell’affetto che mi portate: ch’io sia ricevuta nel letto vostro di
notte e senza candela, perché non mi sostiene il cuore di esser vista
nuda!».

Il re, tutto galloriando dalla gioia, le giurò con una mano sopra
l’altra che avrebbe fatto volentieri come essa desiderava. E, inviato
un bacio di zucchero a una bocca d’assa fetida, si partí; né vedeva
l’ora che il Sole avesse terminato di arare e i campi del cielo fossero
seminati di stelle, per seminare a sua volta il campo dove disegnava di
raccogliere le gioie a tomoli e i piaceri a cantari.

Quando scese la Notte, che, al vedersi attorno tanti pescatori di
botteghe e di ferraiuoli[284], aveva, come seppia, sparso il suo nero,
la vecchia, spianatesi tutte le grinze della persona e, tirandole,
fattone un nodo dietro le spalle, che legò stretto con un capo di
spago, se ne venne al buio, condotta per mano da un cameriere, nella
camera del re. E là, toltisi di dosso gli stracci, si ficcò nel letto.

Il re, che stava, impaziente, con la miccia alla serpentina, e che
s’era cosparso tutto di muschio e zibetto e stropicciatosi le carni
con acqua odorosa, non appena la sentí venir a coricarsi, si lanciò
come cane corso nel letto. E fu ventura della vecchia che egli portasse
addosso tanto profumo, che non gli fece sentire il fetore della bocca,
il lezzo delle ascelle e la mofeta di quella brutta cosa. Ma non cosí
presto fu coricato, che, venuto al tastare, s’accorse, palpando,
dell’imbroglio dietro le spalle e delle pelli aggrinzite e delle
vesciche flosce che pendevano dalla bottega della malcapitata vecchia.
Rimase di sasso; ma non volle, intanto, dir parola per accertarsi
meglio del fatto. E, facendosi forza, dié fondo in un Mandracchio[285],
mentre credeva di trovarsi alla spiaggia di Posilipo[286]; e navigò con
una polmonara[287], quando pensava di andare in corso con una galea
fiorentina[288]. Ma, non cosí presto la vecchia si assopí nel primo
sonno, il re, cavato fuori da uno scrigno d’ebano e d’argento una
borsa di camoscio con un focile dentro, accese una lucerna. E, fatta
perquisizione tra le lenzuola, e trovata un’arpia invece di una ninfa,
una Furia invece di una Grazia, una Gorgona per una Ciprigna, montò in
tanto furore che volle tagliare la gomena che aveva dato capo a questa
nave. E, sbuffando d’ira, chiamò tutti i servitori, che, a sentir
gridare: «All’armi!», fecero subito un’incamiciata[289] e salirono alla
camera nuziale.

Il re, sbattendo come polpo, disse: «Vedete che bella beffa[290] mi ha
giocata quest’avola di Parasacco! che io, che credevo di trangugiarmi
una vitelluzza lattante, mi son trovato ai denti una placenta di
bufala; mi pensavo di avere acchiappato una vaga colombella, e mi son
trovato in mano questa coccoveggia; m’immaginavo di avere un boccone da
re, e mi trovo sotto il naso questa sudiceria mastica-e-sputa! Questo
e peggio merita chi compra la gatta nel sacco! Ma essa mi ha fatto
l’affronto, ed essa ne pagherà la penitenza. Presto! pigliatela come si
trova e sbalzatela da quella finestra!».

La vecchia a queste parole si cominciò a difendere a calci e a morsi,
gridando che metteva appello alla sentenza, perché il re stesso l’aveva
tirata con un carro a venire al suo letto; oltreché allegherebbe cento
dottori a sua difesa, e sopra tutto quel testo: «gallina vecchia fa
buon brodo», e quell’altro che: «non si deve lasciare la via vecchia
per la nuova». Ma, con tutto ciò, fu levata di pieno peso e buttata nel
giardino.

E fu questa la sua fortuna. Essa non si ruppe il collo, perché rimase
impigliata e sospesa a un ramo di fico. E accadde che di buon mattino,
innanzi che il Sole prendesse possesso dei territorî cedutigli dalla
Notte, passarono di colà sette fate, che per un certo interno dispetto
non avevano mai parlato né riso; e, al veder penzolare dall’albero
quella mala ombra che aveva fatto prima del tempo dileguare le ombre,
furono sovrapprese da un riso cosí violento che stettero per scoppiare.
E, mettendo in moto la lingua, per un pezzo non chiusero bocca intorno
all’allegro spettacolo. A segno che, per ripagare lo spasso e il gusto
provati, ciascuna le dié la propria fatagione, dicendo, l’una dopo
l’altra, che diventasse tutt’insieme giovane, bella, ricca, nobile,
virtuosa, amata e fortunata.

Partite le fate, la vecchia si ritrovò a terra, seduta a una sedia di
velluto in quaranta[291] con frangia d’oro, sotto l’albero stesso che
s’era convertito in un baldacchino di velluto verde con fondo d’oro. La
sua faccia era ridiventata quella d’una giovinetta di quindici anni,
cosí bella che tutte le altre bellezze sarebbero sembrate scarponi
scalcagnati accanto a una scarpetta attillata e calzante; a paragone
di questa grazia di seggio[292], tutte le altre grazie si sarebbero
stimate dei Ferrivecchi e del Lavinaro[293]; dove questa giocava a
trionfetto di vezzi e moine, tutte le altre avrebbero giocato a banco
fallito[294]. Era poi cosí agghindata, azzimata e sfarzosa, che vedevi
una maestà: l’oro abbagliava, le gioie stralucevano, i fiori ti si
avventavano al viso: attorno aveva servitori e damigelle, che pareva
che ci fosse la perdonanza[295].

In questo il re, postosi una coperta addosso e un paio di pantofole ai
piedi, s’affacciò alla finestra per vedere che cosa era accaduto della
vecchia. E gli si presentò agli occhi quel che mai piú non immaginava;
e restò con un palmo di bocca aperta, e, come incantato, squadrò per
lungo tempo dal capo al piede quella meraviglia di creatura, ora
mirando i capelli, parte sparsi per le spalle, parte impastoiati
entro un laccio d’oro, che facevano invidia al sole; ora affisando le
ciglia, balestre a bolzone che saettavano i cuori; ora guardando gli
occhi, lanterna a volta della guardia d’Amore[296]; ora contemplando
la bocca, palmento amoroso dove le Grazie pigiavano contentezze[297]
e ne spremevano greco dolce e mangiaguerra delizioso[298]. Dall’altra
parte, si girava come un regolo di balcone, fuor di senno, ai gingilli
e fronzoli che quella portava sospesi attorno al collo, e alle ricche
vesti che aveva addosso. E, parlando tra se stesso, diceva: «Fo il
primo sonno o sto sveglio? Sono in cervello o vaneggio? Son io o non
sono io? Da quale trucco[299] è venuta cosí bella palla a toccare il
re di maniera che son andato in rovina? Sono finito, sono subissato,
se non mi rifò. Come è spuntato questo sole? come è sbocciato questo
fiore? Come si è schiuso quest’uccello per tirare a guisa d’uncino
le voglie mie? Quale barca l’ha portato a questo paese? Quale nuvola
l’ha piovuto? Quale torrente di bellezza mi spinge dentro a un mare
d’affanni?».

Cosí dicendo, si rotolò per le scale, corse al giardino, si buttò in
ginocchi dinanzi alla vecchia rinnovellata e, quasi strascicandosi
per terra, prese a parlarle: «O beccuccio di piccioncello mio, o
bamboletta delle Grazie, o vaga colomba del carro di Venere, cocchio
trionfale d’Amore, se non hai[300] posto a bagno cotesto cuore nel
fiume Sarno[301], se non ti sono entrate dentro gli orecchi le
semenze della canna[302], se non ti è caduto sugli occhi lo sterco di
rondine[303], son sicuro che sentirai e vedrai le pene e i tormenti
che al primo tocco mi hanno suscitato nel petto le bellezze tue; e,
se il ceneracciolo di questa faccia non ti è indizio della lisciva
che mi bolle in seno, se le fiamme dei sospiri non ti dimostrano la
calcara che arde dentro queste vene, come intendente e giudiziosa puoi
da cotesti capelli d’oro argomentare quale fune mi stringe, da codesti
occhi neri quali carboni mi cuociono, e dagli archi rossi di coteste
labbra quale freccia mi s’è confitta in cuore. Deh! non sprangare
la porta della pietà, non levare il ponte della misericordia, non
otturare il condotto della compassione! E se non mi giudichi meritevole
di ricevere indulto da cotesta tua bella faccia, dammi almeno una
salvaguardia di buone parole, un guidatico[304] di qualche promessa
o una carta aspettativa di buona speranza, perché, altrimenti, io mi
porto via gli scarponi[305] e tu ne perdi la forma!».

Queste e mille altre parole gli uscirono dal profondo del petto,
che toccarono al vivo la vecchia rinnovellata, la quale, in ultimo,
l’accettò per marito. E cosí, levatasi in piedi e presolo per mano,
se ne andarono in coppia al palazzo reale. Qui, in un attimo, fu
apparecchiato un grandissimo banchetto, e vi furono invitate tutte le
gentildonne del paese.

La vecchia sposina volle che, tra le altre, venisse anche sua sorella.
E ci fu da fare e da dire per trovarla e trascinarla al convito,
perché, per la paura grande, si era rintanata e rimbucata cosí bene
che non se ne vedeva traccia. Finalmente, venuta, come Dio volle, e
sedutasi accanto alla sorella, che durò grande fatica a riconoscere, si
misero tutti a far _gaudeamus_.

Ma la misera vecchia aveva ben diversa fame che la rodeva, perché
schiattava d’invidia a vedere cosí lucente il pelo della sorella. E,
a ogni po’, la tirava per la manica e le domandava: «Che cosa ci hai
fatto, sorella mia, che cosa ci hai fatto? Beata te! Beata te!»[306].
E la sorella rispondeva: «Bada a mangiare, ché ne discorreremo poi».
E il re domandava che cosa quella desiderasse, e la sposa, correndo
al riparo, rispondeva che desiderava un po’ di salsa verde; e il
re fece subito venire agliata, mostarda e pepata, e cento altre
salsettine da stuzzicare l’appetito. Ma la vecchia, alla quale la
salsa di mostacciuolo pareva fiele di vacca, tornò a tirare la
sorella, ripetendo: «Che ci hai fatto, sorella mia, che ci hai fatto?
ché ti voglio far le fiche sotto il mantello[307]». E la sorella
rispondeva: «Zitto, ché abbiamo piú tempo che danari; mangia mò, che
ti faccia fuoco, e poi parleremo!». E il re, curioso, domandava che
cosa occorresse alla sorella; e la sposa, che era impacciata come un
pulcino nella stoppa e avrebbe voluto far cessare quel rompimento di
testa, rispose che desiderava qualcosa di dolce. E subito fioccarono le
pastidelle[308], affluirono le cialde[309] e le ciambellette, diluviò
il biancomangiare[310], piovvero a cielo aperto i franfellicchi[311].
Ma la vecchia, che aveva il granchio in corpo e le viscere in rivolta,
tornò alla stessa musica. E allora la sposa, non potendo piú resistere,
per togliersela di dosso, le rispose: «Mi sono scorticata, sorella
mia!».

Subito che l’invidiosa sentí queste parole, disse tra sé: «Va’, che non
l’hai detta a un sordo! Voglio tentare anch’io la fortuna mia, perché
ogni spirito ha lo stomaco. E, se la cosa mi riesce, non sarai tu sola
a godere: ne voglio anch’io la parte mia fino a un finocchio!». E,
poiché in questo si levarono le tavole, essa, fingendo di andare per
cosa necessaria, corse difilato a una barbieria.

Entrò e, visto il principale, lo tirò nella retrobottega e gli disse:
«Eccoti cinquanta ducati, e scorticami da capo a piede». Il barbiere,
giudicandola pazza, le rispose: «Va’, sorella mia, tu non parli a
sesto, e certamente verrai accompagnata»[312]. E la vecchia, con una
faccia di piperno, replicò: «Pazzo sei tu, che non conosci la fortuna
tua, perché, oltre i cinquanta ducati, se la cosa mi riesce pari[313],
ti farò tenere il bacile alla barba della Fortuna. Perciò, metti mano
ai ferri, non perder tempo, ché sarà la tua ventura!».

Il barbiere, dopo aver contrastato, litigato e protestato un bel pezzo,
in ultimo, tirato pel naso, si risolse conforme al detto: «Lega l’asino
dove vuole il padrone». E, postala a sedere a uno sgabello, cominciò
a far macello di quella nera corteccia, che piovigginava e piscettava
tutta sangue; e, di tanto in tanto, salda come se si radesse, diceva:
«Uh! chi bella vuol parere, pena vuol sostenere!». Ma, continuando
colui a mandarla a distruzione, ed essa seguitando questa canzone, se
ne andarono contrappuntando il colascione di quel corpo fino alla rosa
del bellico, dove, essendole mancata col sangue la forza, sparò dal di
dietro una cannonata di partenza, e provò con suo danno il verso del
Sannazaro:

    L’invidia, figliuol mio, se stessa macera[314].




Finí questo racconto nel tempo in cui al Sole si era dato il termine di
un’ora affinché, come studente incomodo[315], sfrattasse i quartieri
dell’aria; quando il principe fece chiamare Fabiello e Iacovuccio,
l’uno guardaroba e l’altro dispensiere della casa, perché venissero a
dare il sopratavola[316] a questa giornata. Ed essi si trovarono lesti
come sergenti[317], l’uno vestito con calze alla martingala[318] di
friso[319] nero e la casacca a campana, con bottoni grandi quanto una
palla, di camoscio; l’altro con berretta a tagliere, casacca con la
pancetta e calza a braca di tarantola[320] bianca. E uscirono di dietro
una spalliera di mortella, quasi da una scena, e cosí dissero:


LA COPPELLA

EGLOGA

    FAB. Dove vai cosí in fretta,
         dove cosí di filo, Iacovuccio?
    IAC. A portar questa cosa a casa mia.
    FAB. È qualcosa di bello?
    IAC. Bello, e di giovamento.                                5
    FAB. Ed è?
    IAC.      Una coppella[321].
    FAB.                     A che ti serve?
    IAC. Se tu sapessi!
    FAB.               Olà! abbi cervello,
         e scòstati da me.
    IAC.                  Perché?
    FAB.                         Chi sa
         che non ti levi i lumi Parasacco?[322].
         Tu m’intendi?
    IAC. T’intendo[323];                                       10
         ma lontano ne sei di molte miglia!
    FAB. Che so io?
    IAC.           Chi non sa, sta zitto e tura!
    FAB. So che non sei orefice,
         né sei distillatore:
         cava la conseguenza!                                  15
    IAC. Tiriamoci in disparte, Fabietello;
         io voglio che stordisca e che strasecoli!
    FAB. Andiamo ove ti piace.
    IAC. Ripariamoci sotto questa gronda[324];
         vedrai! ti farò uscire fuor dei panni!                20
    FAB. Oh! di’ presto, fratello,
         e non farmi stentare!
    IAC. Piano, fratello mio,
         come sei frettoloso!
         cosí in furia ti fece mamma tua?...                   25
         Vedi tu quest’ordigno?
    FAB. Vedo bene: è il vasetto
         nel quale si purifica l’argento.
    IAC. Tu hai còlto nel segno,
         di colpo tu ci hai dato.                              30
    FAB. Nascondi, ché non passi qualche sbirro,
         e non ci porti dritto in gattabuia.
    IAC. Cacone che tu sei!
         Trema sicuro, ché non è di quelli
         dove si fa la pasta                                   35
         con tanti e tanti imbrogli
         che tre cinquine[325] formano tre legni[326].
    FAB. Ma dimmi: a che l’adoperi?
    IAC. Ad affinare le cose del mondo,
         a veder quel ch’è aglio e quel ch’è fico.             40
    FAB. Oh! hai preso un gran lino a pettinare;
         tu invecchierai ben presto,
         tu farai molto presto i peli bianchi.
    IAC. Guarda che c’è qualcuno
         che pagherebbe un occhio, e insieme un dente,         45
         per avere un ordigno come questo,
         ch’a prima prova fa apparir la macchia
         di quello che ciascuno chiude in corpo,
         di quanto vale ogni arte, ogni fortuna;
         perché qui dentro vedi,                               50
         se una cocuzza è vuota o se c’è sale,
         se la cosa è sofistica o reale.
    FAB. Come l’intendi?
    IAC.                Ascolta fino in fine,
         lascia che dica meglio quel che penso.                55
         Tutto ciò che all’aspetto e a prima fronte
         pare cosa di pregio,
         tutto inganna la vista,
         tutto acceca la gente,
         tutto è solo apparenza.                               60
         Non andar sopra sopra,
         non starti alla corteccia,
         ma penetra e va’ dentro;
         ché chi non pesca in fondo
         un solenne scioccone è in questo mondo.               65
         Adopra la coppella e farai prova
         se il negozio è sincero o cosa finta,
         se il volto è naturale od ha la tinta.
    FAB. È cosa da stupire,
         per la vita lo giuro di Lanfusa[327].                 70
    IAC. Ascoltami e stupisci,
         andiamo innanzi e spirita:
         tu sentirai miracoli!
         Odi su: verbigrazia,
         tu crepi per invidia,
         ti gonfi e ti vien l’ernia                            75
         per un signore, conte o cavaliere,
         che se ne va in carrozza,
         e che vedi servito e accompagnato
         da una folla di gente, una marmaglia.                 80
         Chi gli accenna di qua,
         chi l’inchina di là,
         chi si cava il berretto,
         chi gli dice: «tuo schiavo!».
         Seta ed oro profonde;                                 85
         se mangia, gli fan vento,
         e perfino il pitale egli ha d’argento.
         Non ti giri la testa
         a tutto questo sfoggio;
         non sospirar, ritieni l’acquolina,                    90
         che ti sale alla lingua;
         e prendi la coppella e tu vedrai
         quante e quante le piaghe,
         che stan sotto alla sella di velluto;
         quanti e quanti serpenti                              95
         stanno ravvolti sotto i fiori e l’erbe!
         E sentirai, se scopri la seggetta
         tutta frange e ricami
         di cannottiglia e seta,
         se quel che n’esce le nari t’allieta!                100
         Egli ha d’oro il bacile
         e vi sputa col sangue;
         molti ha ghiotti bocconi,
         e gli restano in gola;
         e se tu ben misuri e meglio squadri,                 105
         quello che stimi dono di fortuna
         è castigo del Cielo.
         Dà il pane a tanti corvi,
         che gli cavano gli occhi;
         mantiene tanti cani,                                 110
         che gli abbaiano attorno;
         paga salarî a tanti suoi nemici,
         che lo mettono in mezzo,
         che lo succhiano vivo e lo consumano.
         Chi lo scrocca di qua                                115
         con chiacchiere e con smorfie,
         chi di là con un mantice lo gonfia.
         Uno è tutto dolcezza e carità,
         lupo sotto la pelle della pecora,
         col viso bello e con la milza brutta,                120
         e lo sospinge a torti ed ingiustizie.
         Un altro tende insidie;
         quello gli porta e soffia,
         e gli mette a partito
         il povero cervello;                                  125
         e questi lo tradisce
         e lo manda in rovina:
         tanto, che mai non dorme con riposo,
         non mangia mai con gusto,
         né ride mai di cuore!                                130
         I suoni, s’egli mangia, lo stordiscono;
         i sogni, s’egli dorme, l’atterriscono;
         l’orgoglio lo tormenta,
         com’uccello di Tizio[328];
         son, gli sfarzi e le borie,                          135
         simili ai pomi e all’acqua,
         ch’ei vede presso e dalla fame langue;
         la ragione, che è nuda di ragione,
         è ruota d’Issione,
         che mai non gli dà requie;                           140
         e i disegni che forma
         sono proprio quei sassi
         da Sisifo innalzati alla montagna,
         che fanno un tonfo giú.
         Siede in un seggio d’oro,                            145
         tarsiato d’avorio,
         con bullette dorate;
         preme sotto i suoi piedi
         cuscini di broccato e cataluffo[329],
         e tappeti turcheschi; ma gli pende                   150
         sulla testa una spada
         appuntita, sospesa ad un capello;
         onde sempre ha paura,
         sempre fila sottile e batte i denti,
         sempre ha la verminara,                              155
         sempre la cacaiuola, e vive sempre
         sbigottito, atterrito;
         e, all’ultimo dell’ultimo,
         questi fasti e grandezze
         son ombre ed immondezze:                             160
         pochi pugni di terra,
         entro una stretta fossa,
         e d’un guitto e d’un re coprono l’ossa.
    FAB. Hai ragione, per l’anima di quello;
         ed anzi dici poco.                                   165
         Piú i signori son grandi
         e piú grandi li affliggono i malanni;
         e, insomma, parla bene
         quell’uomo della Trécchina[330],
         quando le noci vende:                                170
         «Non è tutt’oro, no, quello che splende».
    IAC. Odi ancora, e diventa un melofioccolo![331].
         C’è chi loda la guerra,
         la solleva alle stelle,
         e, quando viene l’ora                                175
         che si pianta l’insegna,
         che si sente il tamburo,
         va di corsa ad iscriversi,
         tirato per la gola
         dal fulgore di quattro monetuzze[332]                180
         sparse sopra un panchetto.
         Prende tornesi freschi,
         si veste alla Giudecca[333],
         cinge la durlindana
         e somiglia una mula di procaccio,                    185
         con tintinni e pennacchi.
         Se un amico gli dice: «Dove andiamo?»,
         risponde allegramente,
         quasi non tocca terra:
         «Alla guerra! alla guerra!».                         190
         Sguazza per le taverne,
         se la gode sui Gelsi[334],
         va negli alloggiamenti,
         riscatta le cartelle[335],
         fa rumore e fracasso,                                195
         e sta a paro a paro con Gradasso.
         Ma guai se poi si prova alla coppella!
         Tutte quelle allegrezze,
         i vanti, le gonfiezze,
         gli diventano triboli e tormenti.                    200
         Lo intirizzisce il freddo,
         il caldo lo sfinisce,
         la fame lo divora,
         la fatica lo scanna;
         a fianco gli è il pericolo                           205
         sempre, e discosto il premio;
         le ferite in contante,
         ma le paghe in credenza[336];
         lunghi gli affanni, e le dolcezze corte;
         la vita incerta e sicura la morte.                   210
         In ultimo, o straccato
         da tanti patimenti, se la svigna,
         e con tre salti impara
         se la canapa è miccia o s’è cavezza[337];
         o rimane ammazzato,                                  215
         o ritorna storpiato,
         ed altro non gli avanza
         che l’aiuto di costa[338] d’una gruccia
         o l’accompagnamento d’una rogna;
         e, quando è minor male,                              220
         prende una piazza morta[339] all’ospedale.
    FAB. Tu n’hai cavato il fracido,
         non c’è da mutar niente:
         è vero, piú che vero!
         Sí, la fine che aspetta                              225
         un povero soldato
         è restare o pezzente o sbudellato.
    IAC. Ma che dirai d’un uomo che s’ammira
         e va in punta di piedi,
         si pavoneggia e vanta                                230
         di scender dalla stirpe e dalla razza
         d’Achille o d’Alessandro?[340].
         Tutto il giorno disegna
         alberi[341], e sa da un ceppo di castagno
         cavare un ramo d’elce;                               235
         tutto il giorno compone
         storie e cernalucie[342]
         di padri che non ebbero mai figli;
         e d’un uomo che vende l’olio a quarti
         fa un nobile di quarti[343];                         240
         cucina privilegi in cartapecora,
         resi vecchi col fumo,
         per dar pascolo al fumo dell’orgoglio;
         compra antichi sepolcri
         nelle chiese, e vi pone                              245
         epitaffi con mille filastrocche[344];
         per far bella figura,
         paga bene le zazzere[345];
         per intonar campane,
         spende pei campanili[346];                           250
         e per gittare qualche fondamento
         a case rovinate,
         è prodigo alle pietre![347].
         Ma mettilo in coppella;
         e quei che piú pretende,                             255
         e piú s’irrigidisce,
         e piú disprezza e frappa,
         mostra i calli, alle mani, della zappa[348].
    FAB. Tu tocchi dove duole,
         meglio non si può dir, batti sul chiodo!             260
         Mi ricordo a proposito,
         e son parole da tenere a mente,
         quello che disse un uomo assai istruito:
         «Niente di peggio del villan salito!».
    IAC. Vedi poi un borioso,                                 265
         millantatore, pieno d’albagia,
         tutto grandi pretese[349]
         e gran prosopopea,
         che ti gonfia palloni,
         ti canta pappolate,                                  270
         sputa parole tonde e spacconeggia,
         torce e digrigna il muso,
         e si succhia le labbra quando parla,
         misura le pedate,
         e spampana e si vanta:                               275
         «Olà! venga la ferba o la pezzata![350]
         Chiama venti de’ miei!
         Vedi se vuol venire alquanto a spagio[351]
         mio nepote, lo conte!
         Quando l’erario nostro                               280
         mi porterà il carrugio?[352].
         Dite al mastro ch’io voglio innanti sera
         la calza a braca ricamata d’oro!
         Rispondi a quella sdama[353],
         che sospira per mene[354],                           285
         che, forse forse, anch’io le vorrò bene!».
         Ma, quando alla coppella è cimentato,
         niente trovi che vaglia,
         tutto è fuoco di paglia;
         quanto piú se l’allaccia, piú si scioglie;           290
         parla sempre di doppie e sempre è scempio;
         gonfie ha le guance, ma la bocca vuota;
         teso il collare, ma la borsa floscia;
         aria contenta, ma senza un contante;
         ed in conclusione                                    295
         gli riesce ogni barba due barbigi[355],
         ogni pertica stecco,
         ogni vin dolce aceto,
         e la bombarda si risolve in peto.
    FAB. Che ti sia benedetta quella lingua!                  300
         Come l’hai smidollata
         e come l’hai squadrata!
         È una sentenza antica:
         «Il borioso è simile a vescica».
    IAC. Chi séguita la corte,                                305
         da quella brutta strega ammaliato,
         e s’abbotta di vento,
         e si pasce di fumo dell’arrosto,
         con le saccocce piene di speranze,
         aspettando le bolle di sapone,                       310
         che, prima d’arrivare,
         crepano per la strada;
         e, con la bocca aperta, stupefatto,
         ammira quegli sfoggi;
         e per vestire un abito dismesso,                     315
         e per sorbire broda in un tinello,
         e per un pane stagionato e duro,
         vende la libertà ch’è tanto bella: —
         se poi si fa a saggiare l’oro falso
         usando la liscivia,                                  320
         troverà labirinti
         di frodi e tradimenti;
         vedrà, fratello, abissi
         d’inganni e infingimenti;
         scoprirà gran paese                                  325
         di lingue aguzze e tossiche.
         Ora levato al cielo,
         ora gettato al fondo,
         ora caro al padrone, ora in dispetto,
         ora ricco, or pezzente,                              330
         or grasso e lungo, ora attrappito e secco!
         Serve, stenta, fatica,
         sudando come un cane,
         cammina piú di trotto che di passo,
         e fin l’acqua trasporta con l’orecchio.              335
         Ma vi rimette il tempo,
         l’opera e la sementa;
         tutto è gettato al vento,
         tutto è gettato al mare;
         fa’ quel che vuoi, ch’è zero,                        340
         fa’ disegni e modelli
         di speranze, di meriti e di stenti:
         basta un soffio contrario, e tutto è a terra.
         E ti passa dinanzi
         un buffone, una spia o un Ganimede,                  345
         un rozzo villanzone,
         ovvero uno che faccia
         casa a due porte[356], o un uomo a doppia faccia.
    FAB. Fratello mio, mi dài
         la vita; ed ho imparato                              350
         piú assai in poco tempo,
         e in una volta sola,
         che in tutti gli anni che ho spesi alla scuola.
         Consulto è di dottore:
         «Chi serve in corte, nel pagliaio muore».            355
    IAC. Quale sia, t’ho descritto il cortigiano:
         vengo alla servitú di bassa mano.
         Tu prendi un servitore,
         bello, pulito e netto,
         che, proprio, ha buon aspetto.                       360
         Ti fa le riverenze a centinaia,
         ti rassetta la casa, tira l’acqua[357],
         prepara la cucina,
         spazzola i tuoi vestiti,
         striglia la mula, sfrega le scodelle;                365
         se lo mandi al mercato,
         torna pria che lo sputo sia seccato[358];
         non sta mai con la mano nella mano,
         non sa stare nell’ozio,
         sciacqua i bicchieri e vuota quel negozio.           370
         Ma, se tu ne fai prova
         al cimento reale,
         ritroverai ch’ogni novello è bello,
         e che la corsa d’asino non dura:
         ché, passati tre giorni,                             375
         lo scopri traditore,
         poltrone per la vita,
         ruffian di prima riga,
         imbroglione, goloso, giocatore.
         Se spende, s’avvantaggia;                            380
         se dà biada alla mula,
         assottiglia e ripone[359];
         t’ammalizia la serva,
         ti fruga nelle tasche,
         e, infine, come giunta alla derrata,                 385
         un bel giorno t’esegue un repulisti[360],
         ti fa netta la casa e se la svigna:
         va’, lega pure l’asino alla vigna!
    FAB. Parole di sostanza,
         son queste, tutto sugo!                              390
         Compiango di buon cuore
         chi s’abbatte ad un servo ingannatore.
    IAC. Eccoti uno smargiasso,
         il protoquanqua degli squarciagiachi,
         il capomastro degli allargabuchi,                    395
         il principale dei caporioni,
         quarto dell’arte[361] degli spezzacolli,
         l’arcifanfano vero d’ogni bravo,
         il priore degli uomini valenti!
         Si picca e si presume                                400
         d’atterrire la gente,
         di farti sbigottire
         con un sol giro d’occhi.
         Il passo ha grave e lento,
         la cappa sulle spalle,                               405
         ben calcato il cappello,
         il puntale erto in aria,
         i mustacchi rialzati;
         e con gli occhi stravolti,
         e con la mano al fianco,                             410
         sbuffa pestando i piedi;
         gli dà fastidio fino una pagliuzza,
         e se la prenderebbe con le mosche.
         Va sempre con combriccole,
         né lo senti parlare                                  415
         d’altro che traforare.
         Chi buca, chi pertugia, chi trapassa,
         chi smilza, chi smatricola, chi spiana,
         chi smidolla, chi sguscia, chi svendemmia,
         chi sventra, chi scapaccia, chi scervella;           420
         uno sgraffia, uno sfégata[362],
         un schiaffeggia, un bastona,
         uno ammacca, uno intacca:
         se lo senti frappare, è il terremoto!
         Chi scrive al suo quaderno,                          425
         chi cancella dal mondo,
         chi manda ai suoi parenti;
         a un cava le budella,
         un altro pianta all’orto,
         d’altri sala la carne[363],                          430
         cento ne falcia, cento ne rovescia,
         e sempre con rovina e con fracasso,
         spaccando teste e sradicando gambe.
         Ma la spada, quantunque
         vanti forza e valore,                                435
         zita[364] è di sangue e vedova d’onore!
         Questa coppella te lo scopre rame,
         perché quelle bravate della bocca
         son tremiti di cuore;
         quelle uscite degli occhi,                           440
         ritirate di piede;
         quei tuoni di levante,
         paure di ponente;
         quel trafiggere in sogno,
         avere busse in veglia;                               445
         le tante liberanze[365] di minacce,
         un sequestro alla spada,
         la quale, come femmina d’onore,
         prova vergogna di mostrarsi nuda.
         Sembra che voglia battere,                           450
         ed esso ha il batticuore;
         se divora leoni,
         ricaca poi conigli;
         se disfida, è cucito e foderato;
         se minaccia, è picchiato ed ha la giunta;            455
         se giuoca a dadi di smargiasseria,
         sempre gli è fatto incontro;
         nelle parole è bravo,
         ma negli effetti breve;
         mette la mano al ferro,                              460
         ma insieme l’alza e salpa[366],
         ed è volante piú che non valente.
         E trova chi lo intoppa e lo chiarisce,
         chi gli assesta il giubbone,
         chi glielo toglie e cambia,                          465
         chi gli raggiusta i conti,
         chi gli carda la lana,
         chi gli dà una provvista,
         chi gli fischia agli orecchi,
         chi gl’introna i molari,                             470
         chi gli trova la stiva,
         chi gli enfia le tonsille,
         chi lo schiuma di sangue,
         gli cava una lanterna,
         gli fa una pettinata,                                475
         lo concia per le feste,
         lo piglia con la mazza,
         lo scuote col randello,
         lo afferra a sergozzoni,
         a barbazzali, a crocchie, a sciacquadenti,           480
         manrovesci, ceffate, intronamenti,
         briscole, scapaccioni, calcacreste,
         coccole, rivellini,
         calci, serrabotteghe, picchiamenti,
         o gli stringe la strozza e torce il collo.           485
         Basta: ché prende punte e leva tagli,
         fa la voce dell’uomo,
         ma la corsa del cervo;
         semina sputacchiate,
         raccoglie melanzane[367];                            490
         e quanto tu ti credi
         che stia per assalire
         con furia di caprone,
         e dia fondo a un esercito,
         e che giuochi col mestolo,                           495
         spunta il sole, buon giorno!
         ti riesce un cavallo di ritorno.
         Arranca, alleppa, assolca e si dilegua,
         sfuma, sfratta, fa tela e sgamba via,
         e fila e sguizza e si sprofonda e spara              500
         il tiro di partenza,
         alza il tacco, scantona e se la scappa,
         afferra le bisacce:
         «Aiutami, tallone, ch’io ti calzo!».
         Le calcagne gli toccano le spalle,                   505
         il suo piede è di lepre e va menando
         lo spadone a due gambe;
         e, come un gran poltrone,
         fugge, o le piglia e se ne va in prigione.
    FAB. Ritratto spiccicato                                  510
         degli sgarratalloni!
         Oh, come è naturale!
         E di’ che non ne trovi
         piú d’uno, affé, di questi,
         che con la bocca smaglia,                            515
         e non vale una caccola di quaglia!
    IAC. Viene l’adulatore, che, lodando,
         ti sbalza fino al cerchio della luna;
         in tutto ti va a verso,
         ti dà pasto e caloma[368],                           520
         ti dà vento alla vela,
         né mai ti contradice.
         Sei un orco o un Esopo?
         Dice che sei Narciso.
         Hai sul volto uno sfregio?                           525
         Giura ch’è neo, e ch’è una vaga cosa.
         E, se tu sei poltrone,
         afferma che sei Ercole o Sansone;
         e se di stirpe vile,
         attesta che da un conte hai discendenza.             530
         Sempre, insomma, ti liscia e t’accarezza;
         ma guai se presti fede alle parole
         di questi cianciatori ghiottoncelli,
         e guarda di non farvi fondamento!
         Non creder loro un ette,                             535
         non li stimare un fico,
         non ti lasciar menare;
         ma mettili alla prova e alla coppella,
         e toccherai con mano
         che han costoro due facce,                           540
         una innanzi, una dietro,
         e ch’altro è in lor la lingua ed altro il cuore.
         T’accerchia con malizie e gabbamenti:
         ti burla, t’irretisce,
         te la dà a bere, ti fa un lavativo,                  545
         t’abbindola, ti ciurma, t’infinocchia.
         Quando esso ti seconda,
         sappi che allora corri la tempesta;
         col risolino morde,
         t’imbratta con gli encomî,                           550
         ti rigonfia il cervello,
         e ti sgonfia la borsa;
         tutti i suoi fini sono
         d’aggranfignare, strappare e truffare,
         e, sciogliendo alla caccia                           555
         i bracchi delle lodi,
         con mille tantafere e filastrocche,
         riportarne la preda dei baiocchi.
         Ché solo per scroccarti
         qualche pezzo d’argento,                             560
         da spenderlo ai bordelli e alle taverne,
         ti vende le vesciche per lanterne!
    FAB. Oh, si perda di questi la sementa,
         uomini mascherati,
         che sono, per cacciarci in fondo a un sacco,         565
         di fuor Narciso e dentro Parasacco!
    IAC. Ascolta or d’una femmina, di quelle
         c’hanno intorno il viavai.
         Vedi una bamboletta,
         bella bella, vezzosa, una colomba,                   570
         uno specchio, un gioiello,
         un coccopinto, una fata Morgana,
         una luna rotonda in quintadecima;
         par fatta col pennello,
         te la berresti tutta in un bicchiere;                575
         un boccon da signori,
         nennella[369], rubacuori!
         Con le trecce t’annoda,
         con gli occhi ti trafigge,
         con la voce t’ammalia!                               580
         Ma, posta alla coppella,
         oh quanto fuoco vedi,
         quante tagliuole e trappole,
         quante reti e lacciuoli,
         e matasse e gomitoli!                                585
         Mille panie preparano,
         mille malizie inventano,
         mille congegni e macchine,
         stratagemmi e imboscate,
         e mine e contromine e imbrogli e sbrogli.            590
         Tira come un uncino,
         salassa qual barbiere,
         gabba come una zingara[370],
         e mille volte pensi
         che sia vino spumante,                               595
         ed è carne ammorbante.
         Se parla, trama, e se si muove, tesse;
         se ride, intriga, e se ti tocca, tinge;
         e, quando non ti manda allo spedale,
         pur ti tratta da mulo o da animale;                  600
         ché, a dirla sotto velo,
         ti lascia o senza penne o senza pelo[371]
    FAB. Se metti sulla carta quanto hai detto,
         si venderà a sei pubbliche la storia[372],
         ché se ne cava esempio,                              605
         si rende l’uomo esperto a star in guardia
         e a non lasciarsi andare a queste infami,
         che son moneta falsa,
         rovine della carne e della salsa[373].
    IAC. Se per caso tu scorgi alla finestra                  610
         una che pare a te che sia una fata,
         biondissimi i capelli,
         che sembrano a vedere
         catenelle di caciocavalluccio[374];
         la fronte, vetro terso,                              615
         l’occhio che guarda e parla,
         le labbra come fette di prosciutto,
         un robusto piantone,
         alta e disposta come un gonfalone; —
         e tu sí tosto che le hai vòlti gli occhi,            620
         tutto in fuoco amoroso,
         svieni, smanî bramoso; —
         oh sciocco, oh babbione,
         presto, mettila presto alla coppella!
         Ché quella che ti pare                               625
         beltà meravigliosa,
         scoprirai che l’è un destro inverniciato[375],
         un muro intonacato,
         maschera ferrarese[376],
         una sposa che in mostra                              630
         messo ha drappi e tappeti![377].
         Le trecce son posticce,
         le sopracciglia tinte alla padella[378],
         la faccia rossa piú d’una scodella
         di magra, calce vergine e vernice;                   635
         ché si liscia e stropiccia,
         e s’imbiacca e s’imbratta e s’impiastriccia,
         tutta conci ed unguenti,
         e pastelli e alberelli,
         e polvere e fialette,                                640
         che sembra, quando fa tanto apparato,
         che voglia medicare un uom piagato.
         Quanti difetti e quanti
         coprono le gamurre e sottanelle;
         oltre che, se si leva le pianelle,                   645
         con tante piastre e tante nappe e tante,
         a nano vedrai scendere un gigante!
    FAB. Fratello, tu mi scappi dalle mani;
         io divento una mummia; ogni tuo detto
         ammiro sbalordito.                                   650
         Ogni sentenza che tu in essi chiudi,
         vale settanta scudi.
         Puoi battervi di forza con un maglio!
         E non ti scosti punto
         dal savio motto antico:                              655
         «La femmina è conforme alla castagna:
         bella di fuori e dentro ha la magagna».
    IAC. E veniamo al mercante,
         che fa cambî e ricambî;
         assicura vascelli,                                   660
         va a caccia d’avventori,
         traffica, intriga e imbroglia;
         appalta le gabelle,
         compra partite e riscuote carati;
         fa sorgere sul mare bastimenti,                      665
         sulla terra, palagi;
         orna la casa sua come una sposa,
         sfoggia al pari d’un conte;
         spreca in seta e in banchetti,
         mantiene uomini, servi e cortigiane;                 670
         e lo guardano tutti con invidia.
         Meschino, se si mette alla coppella!
         È una ricchezza aerea,
         la sua, fatta di fumo;
         una fortuna fragile di vetro;                        675
         esposta a tutti i venti,
         soggetta a tutte l’onde;
         vistosa all’apparenza,
         debole di sostanza;
         e quanto piú lo vedi                                 680
         da quattrini affollato e sopraggiunto,
         perde l’intero gioco per un punto.
    FAB. Potrei di questi dirti le migliaia,
         c’hanno distrutto case,
         e la ricchezza loro è poi sparita                    685
         anch’essa, in un istante: che la vedi
         e non la vedi! Vissero
         alla barba del prossimo;
         e in questo mondo fecero,
         lasciando il loro erede assai scontento,             690
         bello il convito e tristo il testamento.
    IAC. Ecco: l’innamorato
         stima felici l’ore,
         che spende e spande in servigio d’Amore.
         Gli son dolci le fiamme e le catene,                 695
         cara gli è la saetta,
         che gli trapassa il petto.
         Confessa che è restato,
         col morire, affamato,
         col vivere, stentato.                                700
         Chiama gioie le pene,
         sollazzo, il delirare e tormentarsi,
         piacere, il crepacuore ed il martello.
         Non fa pasto che giovi,
         non fa sonno che valga:                              705
         sonni interrotti e pasti contro voglia.
         Senza ricever paga, esegue ronde
         presso le porte amate;
         senz’esser architetto, fa disegni
         e fabbrica castelli;                                 710
         e senz’essere boia,
         sempre fa strazio della vita sua.
         Ma, insieme, sguazza e ingrassa
         quanto piú punge e penetra la freccia;
         quanto piú scotta il fuoco,                          715
         piú danza in festa e giuoco;
         quanto piú stretta fune il tien legato,
         piú si grida beato.
         La coppella dimostra
         che quest’amore è un ramo di pazzia,                 720
         somiglia a un’etisia;
         ch’è uno starsene incerti
         tra paure e speranze,
         uno starsi sospesi
         tra dubbî e tra sospetti;                            725
         uno star sempre male,
         come la gatta di messer Basile[379],
         ch’ora piange, ora ride;
         un camminare con passo annodato,
         un parlare confuso ed interrotto,                    730
         un cervello che a zonzo erra pei campi;
         il cuore, divenuto strofinácciolo;
         il viso, come panno di bucato;
         caldo il petto e lo spirto assiderato.
         E se pure, alla fine,                                735
         si scalda il ghiaccio e si scheggia la pietra
         di quella desiata
         che, quanto piú lontana, piú è vicina,
         e se al suo lungo sospirar consente,
         prova appena egli il dolce, e già si pente.          740
    FAB. Misero chi s’impiglia in questa rete!
         Sciagurato chi cade in questo fosso!
         Misura il cieco Amore,
         Amor che alletta e inganna,
         i gusti a dita, ma i tormenti a canna.               745
    IAC. E il povero poeta
         diluvia ottave e prodiga sonetti,
         consuma carta e inchiostro,
         dissecca il suo cervello,
         logora il panno ai gomiti,                           750
         solo perché la gente
         lo tenga come oracolo nel mondo.
         Va come spiritato
         pallido e trasognato[380]
         inseguendo i concetti,                               755
         che impasta in fantasia;
         e parla tutto solo per la via,
         trovando frasi nuove a mille a mille:
         «Torreggienti pupille»,
         «Liquido sormontar di fiori e fronde»,               760
         «Funebri e stridule onde»;
         «Animati piropi
         di lubrica speranza»,
         «Oh che dismisurata oltracotanza!»,
         Ma, se è messo in coppella,                          765
         si vede che di questa
         fatica sua niente, nel fatto, resta.
         Bella questa canzone! — E fermi lí.
         Leggiadro il madrigale! — E come mangi?
         E se fai lo scandaglio,                              770
         quanti piú sono i versi, è scarso il taglio.
         Loda chi lo disprezza,
         esalta chi l’affanna;
         serba memoria eterna
         di chi di lui si scorda;                             775
         dona le sue fatiche
         a chi non gli dà niente.
         Cosí la vita frange:
         canta per gloria e per miseria piange[381].
    FAB. Lontani, assai lontani                               780
         sono quei San Martini[382], che tenuto
         era in palma di mano ogni poeta.
         In questi tempi nostri sciagurati
         i Mecenati sono macinati;
         e a Napoli, tra l’altro                              785
         (ch’io ne morrò di doglia!),
         il lauro è messo in fondo dalla foglia[383].
    IAC. L’astrologo, anche lui,
         è da tutte le bande
         assediato da tante domande.                          790
         Chi vuol saper se maschio avrà il figliuolo,
         chi se sarà felice,
         chi se vince la lite,
         chi se avrà sorte avversa;
         l’uno se la signora[384] gli vuol bene,              795
         un altro se un’eclissi sopravviene.
         Ed egli dà responsi,
         per mostrar quanto vaglia,
         e mezza ne indovina e cento sbaglia.
         Ma, posto alla coppella,                             800
         puoi vedere se è polvere o farina:
         ché, se forma quadrati[385],
         egli, in persona, è lungo e allampanato;
         e, se disegna case,
         non ha casa né fuoco;                                805
         mostra figure e scopre altre figure
         tra le vesti consunte;
         sale sopra le stelle,
         e dà col culo in terra;
         stracciato, sbrendolone,                             810
         tutto ciarpette e cenci,
         gli cascano le brache;
         e qui tu vedi astrologia piú vera,
         ché scorgi l’astrolabio con la sfera.
    FAB. Fratello, mi fai ridere,                             815
         benché non ne abbia voglia!
         Ma piú mi viene un riso a crepapelle
         di chi crede a tal gente,
         ch’è sempre pronta a indovinare altrui,
         e non sa quel che a lei piomba sul dosso:            820
         mira le stelle e ruzzola in un fosso[386].
    IAC. Un altro pensa d’essere un patrasso[387],
         e si pone in sussiego,
         e squadra le parole e sputa tondo,
         e si stima grand’uomo in questo mondo.               825
         Tratti di poesia?
         Trapassa, coi pié pari, anche il Petrarca.
         O di filosofia?
         Ti dà quindici e fallo[388] ad Aristotele.
         Entra innanzi, nell’abaco, al Cantone[389];          830
         nell’arte della guerra, al Cornazzano[390];
         in quella d’architetto, ad Euclide[391];
         eccede, nella musica, il Venosa[392];
         nella legge, confonde il Farinaccio[393],
         e nella lingua supera il Boccaccio!                  835
         Sfila sentenze e spippola consigli,
         non buono a far nemmeno da birillo[394].
         E, se vieni alla prova,
         lo trovi, in conclusione,
         non armadio di libri, ma cestone[395].               840
    FAB. Cosa proprio da bestia
         è presumere troppo!
         Soleva dire un bravo studiante[396]:
         «Chi piú crede sapere, è piú ignorante».
    IAC. Dove lascio l’alchimia e l’alchimista?               845
         Già si tiene contento,
         già si stima felice,
         e tra venti o trent’anni
         promette cose grandi,
         narra cose stupende,                                 850
         c’ha trovate stillando col lambicco,
         e spera farsi ricco.
         Ma, quando si coppella,
         è presto sgominato,
         e vede che è sofistica quell’arte;                   855
         vede quanto egli è cieco,
         che, unto e affumicato,
         ha posto le colonne
         delle speranze sue
         sopra vasi di vetro;                                 860
         ha posto i suoi pensieri e i suoi disegni
         sopra spire di fumo;
         e, mentre vien col mantice
         suscitando le fiamme,
         con le parole intanto                                865
         pasce il vano desio
         di chi, quel che non giunge, sempre aspetta.
         Va a caccia di secreti
         e si vien pubblicando per un pazzo;
         per ritrovare la materia prima,                      870
         perde la propria forma;
         crede moltiplicare
         l’oro e quel po’, che n’ha, diminuisce;
         s’immagina sanare
         i metalli malati,                                    875
         ed egli se ne corre allo spedale;
         e, invece di quagliare
         l’argento vivo, che si spenda e vaglia,
         la vita stessa, faticando, squaglia;
         e, mentre trasmutare                                 880
         si pensa in oro fino ogni metallo,
         da uomo esso si cangia in un cavallo![397].
    FAB. Senza dubbio, è pazzia
         a prender tali imprese; io n’ho veduto
         famiglie rovinate, e andate al fondo.                885
         Niente ne splende mai;
         ma, per grandi speranze disperato,
         quegli è sempre affumato ed affamato!
    IAC. Ma di’: ne vuoi ancora per tre calli?[398]
    FAB. Io sto a bocca aperta ad ascoltare.                  890
    IAC. Ed io continuerei fino a schiattare.
    FAB. Séguita, dunque, giacché sei di vena.
    IAC. Sí, se non mi sentissi
         l’anima presso a prendere il suo volo,
         perché è passata l’ora della pentola.                895
         Dunque, filiamo svelti
         e vieni, se ti piace,
         alla bottega mia,
         ad aiutarmi all’opera dei denti:
         non manca un tozzo a casa di pezzenti!               900

Furono le parole di quest’egloga accompagnate da gesti cosí graziosi
e mimica cosí bella, che tutti quelli che la udirono stettero a bocca
spalancata, uscendo di tanto in tanto in risa. E poiché i grilli
invitavano la gente a ritirarsi, il principe dié licenza alle donne,
con l’intesa che sarebbero venute la mattina dopo a continuare i
racconti; ed egli con la schiava salí alle sue stanze.

  FINE DELLA GIORNATA PRIMA




GIORNATA SECONDA


Era uscita l’Alba a ungere le ruote del carro del Sole e, per la fatica
di togliere con la mazza l’erba dal mezzo della ruota, s’era fatta
rossa come una mela vermigliona, quando Taddeo si levò dal letto e,
dopo essersi sgranchite le braccia e le gambe, chiamò la schiava. E,
vestitisi in due e due fanno quattro, scesero insieme nel giardino,
dove trovarono le dieci novellatrici già radunate. Qui prima furono
spiccati alcuni fichi freschi, che con la veste di pezzente, il collo
d’impiccato e le lacrime di meretrice[399] facevano gola a chi li
guardava; e poi si cominciarono mille giuochi per ingannare il tempo
fintanto che giungesse l’ora del desinare; e non si tralasciarono[400]
né _Anca Nicola_[401], né la _Ruota dei calci_[402], né _Guarda la
moglie_[403] né _Covalèra_[404], né _Compagno mio, ferito so’_[405],
né _Bando e comandamento_[406], né _Ben venga il mastro_[407],
né _Rondine, mia rondine_[408], né _Scarica la botte_[409], né
_Salta palmo_[410], né _Pietra in seno_[411], né _Pesce marino,
dágli sopra_[412], né _Anola tránola, pizza fontánola_[413], né
_Re mazziere_[414], né _Gatta cieca_[415], né _Alla lampa, alla
lampa_[416], né _Stendi mia cortina_[417], né _Tafaro e tamburo_[418],
né _Trave lunga_[419], né le _Gallinelle_, né _Il vecchio non è
venuto_[420], né _Scarica barili_[421], né _Màmmara e nocella_[422],
né _Salipendola_[423], né _I fuorusciti_[424], né _Scarriglia,
mastrodatti_[425], né _Vieni, oh vieni_[426], né _Che hai in mano?
L’ago e il filo_[427], né _Uccello, uccello, manico di ferro_[428], né
_Greco o aceto_[429], né _Aprite le porte al povero falcone_[430].

Cosí giunse l’ora di mettersi a tavola e riempire lo stomaco[431]; e,
dopo desinato, il principe disse a Zeza che si fosse comportata da
valente donna col cominciare il suo racconto. Essa, che ne aveva cosí
piena la testa che ne riboccava, li riuní tutti a capitolo, e scelse
come il migliore questo che segue.




TRATTENIMENTO PRIMO

PETROSINELLA


  Una donna incinta mangia il prezzemolo dell’orto di un’orca, e,
  còlta sul fatto, promette all’orca il figlio che sarà per avere.
  Partorisce Petrosinella; e l’orca se la piglia e la chiude in
  una torre. Un principe la rapisce, e, per virtú di tre ghiande,
  gl’innamorati sfuggono alla minaccia dell’orca; e, condotta a casa
  dell’innamorato, Petrosinella diventa principessa.

È cosí grande il mio desiderio di tenere in allegria la principessa,
che tutta questa notte passata, quando non si ode alcun rumore né
dall’alto né dal basso, non ho fatto altro che rovistare le casse
vecchie del mio cervello e frugare tutti i ripostigli della memoria,
scegliendo tra le storie che soleva raccontare quella buon’anima
di madama Chiarella Vusciolo, avola di mio zio (che Dio l’abbia in
gloria, alla salute vostra!), quei racconti che mi sono sembrati piú
adatti a esservi snocciolati uno al giorno. E, in verità, se io non
ho calzato gli occhi al rovescio, penso che sieno tali che dovrebbero
soddisfarvi; e, se non varranno come squadre armate da sbaragliare i
fastidî dell’anima vostra, saranno almeno trombette da svegliare queste
mie compagne a uscire in campagna con potenza piú grande di quella
delle mie povere forze, supplendo con l’abbondanza dell’ingegno loro al
difetto delle parole mie.

C’era una volta una femmina incinta, chiamata Pascadozia, la quale,
affacciandosi a una finestra che dava nel giardino di un’orca, vide un
bel quadro[432] di prezzemolo, e gliene venne tanta voglia che stette
per isvenire. Cosicché, non potendo resistere, adocchiato il momento
che l’orca andò fuori, scese e ne strappò una manata.

Tornata l’orca a casa e accingendosi a preparare una salsa col
prezzemolo, si avvide che colà era stata menata la falce, ed esclamò:
«Mi si possa rompere il collo se scopro quest’uccello di rapina e non
lo fo pentire, in modo che ognuno apprenda a mangiare al suo tagliere e
a non andare scucchiaiando nelle pentole degli altri!».

La povera incinta continuò a scendere di volta in volta nel giardino,
finché una mattina intoppò nell’orca. La quale, arrabbiata e
invelenita, le disse: «Ti ci ho còlta, ladra, mariuola! E che? paghi
forse l’affitto di quest’orto che vieni, con cosí poca discrezione, a
menare il rastrello nelle erbe mie? Affé, non ti manderò a Roma per la
penitenza!».

La povera Pascadozia prese a scusarsi, che non per golosità o per
voracità il diavolo l’aveva indotta a quell’errore, ma perché era
incinta e temeva che la faccia del bambino le nascesse disseminata di
prezzemolo; e che essa, anzi, avrebbe dovuto saperle grado che non le
avesse mandato qualche orzaiuolo[433].

«Altro che parole vuole la sposa! — rispose l’orca: — tu non mi pigli
con coteste chiacchiere. Tu hai terminato l’opera della vita tua, se
non prometti di darmi il bambino che partorirai, maschio o femmina che
si sia».

La misera, per isfuggire al pericolo in cui si trovava, giurò con una
mano sopra l’altra; e cosí l’orca la lasciò andare.

Venuta l’ora del parto, essa dié alla luce una bambina, cosí bella che
era una gioia, la quale, perché portava segnata nel petto una bella
cima di prezzemolo, chiamò Petrosinella[434].

La figlioletta ogni giorno cresceva di un palmo, e a sette anni
cominciò ad andare a maestra. Ma ogni giorno, nell’attraversare la
strada, si scontrava con l’orca, che le diceva: «Di’ a tua madre che si
ricordi della promessa!».

Tante volte ripeté questa molestia, che la sventurata madre, non avendo
piú cervello da resistere alla musica, disse infine alla fanciulletta:
«Se t’incontri con la solita vecchia, ed essa ti domanda quella
maledetta promessa, rispondi: — E tu pigliatela!».

Petrosinella, che era ignara di tutto, incontrata l’orca, le rispose
innocentemente come la madre le aveva suggerito. E, subito, l’orca
la afferrò pei capelli e se la tirò in un bosco, nel quale non mai
entravano i cavalli del Sole perché non avevano la fida[435] nei
pascoli di quelle ombre; e la mise in una torre che fece nascere
magicamente, nuda di porte e di scale, con solo un finestrino. E da
quel finestrino essa saliva e scendeva, scivolando per la capigliatura
di Petrosinella, che era lunga lunga, al modo che un mozzo di
bastimento va e viene per le sartie dell’albero.

Ora avvenne che un giorno che l’orca non c’era, e Petrosinella aveva
sciorinate le sue trecce al sole[436], passò dinanzi alla torre
il figlio di un principe. E questi, non appena ebbe veduto quelle
due bandiere d’oro, che chiamavano l’anima a iscriversi al ruolo
d’Amore[437], e mirato in mezzo a quelle onde preziose un viso da
sirena che incantava i cuori, si accese dismisuratamente di tanta
bellezza. E le inviò un memoriale di sospiri, domandando che gli
concedesse la piazza alla grazia sua[438]; e riuscí cosí bene che il
principe ebbe in risposta ai suoi baci di mano cenni di capo, alle sue
riverenze occhiate dolci, alle sue offerte ringraziamenti, alle sue
promesse speranze, e alle sue lusinghe buone parole.

La cosa continuò per piú giorni e i due finirono con l’addomesticarsi
a tal segno che presero appuntamento di trovarsi insieme. Ciò doveva
accadere la notte, quando la Luna giuoca a passera muta[439] con le
stelle, e Petrosinella avrebbe dato l’oppio all’orca e avrebbe tirato
lui sú con la corda dei capelli.

All’ora concertata il principe si presentò dinanzi alla torre, e, fatto
un fischio per segnale, le trecce scorsero giú per le mura, ed esso
vi si appigliò a due mani e disse: «Su!»; e, tirato da Petrosinella,
pel finestrino balzò nella camera, dove fece una bella cena con quel
prezzemolo della salsa d’amore. E, prima che il Sole prendesse a
istruire i suoi cavalli a saltare pel cerchio dello zodiaco, se ne calò
per la medesima scala d’oro e se ne andò alle sue faccende.

Poiché la pratica si ripetette piú volte, se ne avvide una comare
dell’orca e, prendendosi gl’impicci del Rosso[440], volle intrigarsi
in quel che non la riguardava, e ammoní l’orca che stesse in guardia,
perché Petrosinella faceva all’amore con un giovinotto, ed essa
sospettava che le cose fossero andate assai oltre, udendo il ronzio
di quel moscone e vedendo il suo andare e venire; e dubitava che,
portandosi via tutto quanto era nella casa, quei due sarebbero
sfrattati prima del maggio[441].

L’orca ringraziò la comare del buon avvertimento e disse che sarebbe
cura sua d’impedire la via a Petrosinella; ma che, del resto, era del
tutto impossibile che fuggisse, per un incanto che le aveva fatto, in
forza del quale, se essa non avesse in mano tre ghiande nascoste in una
trave della cucina, non poteva staccarsi dalla casa.

Mentre cosí tra loro parlottavano, Petrosinella, che, avendo concepito
qualche sospetto della comare, stava con le orecchie tese, sentí tutto
il discorso. E, quando la Notte distese pel cielo le sue nere vesti
per arieggiarle e preservarle dai tarli, e il principe venne secondo
il solito, lo fece salire sulle travi, dove furono presto ritrovate le
ghiande, che essa, che era stata fatata dall’orca, sapeva già in qual
modo si dovessero adoperare. Dopo di ciò, intrecciata una scala di
corda, si calarono tutti e due ai piedi della torre, e cominciarono a
batter di calcagna verso la città.

Li vide, all’uscita, la comare, che si mise a gittare grida, chiamando
l’orca; e tanto forte fu il suo strillare che quella si svegliò, e,
udito che Petrosinella se n’era fuggita, discese per la stessa scala,
ch’era rimasta legata al finestrino, e si dié a correre dietro agli
innamorati.

Questi, che la videro venire alla loro volta, galoppando piú di un
cavallo scapolato, si tennero perduti. Ma Petrosinella si ricordò delle
ghiande, e ne gettò una. Ed ecco venirne fuori un cane corso, cosí
terribile, che oh mamma mia!; e quello, abbaiando, con una golaccia
aperta, si mosse incontro all’orca per trangugiarla in un boccone. Ma
l’orca, che era piú maliziosa del diavolo, si cercò nella tasca, ne
trasse un pane, e, buttatolo al cane, gli fece abbassare la coda e
afflosciare la furia. E riprese la corsa dietro i due che fuggivano.
Al vederla di nuovo avvicinare, Petrosinella gettò la seconda ghianda;
e ne uscí un feroce leone, che, battendo a terra la coda e scotendo
la criniera, con due palmi di fauci spalancate, s’era già posto in
ordine di schiacciare tra esse, in un attimo, l’orca. Ma costei tornò
indietro, scorticò un asino che pascolava pel prato, se ne mise addosso
la pelle, e corse contro il leone; il quale, scambiandola per un asino,
ne ebbe tanta paura che ancora fugge. Saltato a cotesto modo il secondo
fosso, l’orca fu di nuovo dietro a quei poveri giovani, che, sentendo
il rumore degli stivaloni e vedendo il nuvolo di polvere che s’alzava
al cielo, argomentarono che fosse vicina. Petrosinella gettò la terza
ghianda e ne uscí un lupo; il quale, vedendo l’orca ancora avvolta
nella pelle dell’asino, non gettata da lei per sospetto che il leone
la inseguisse, non le dié tempo di prendere nuovo partito e, in veste
d’asino, se la inghiottí tutta.

Cosí gl’innamorati uscirono d’impaccio e a lor agio si recarono al
regno del principe, dove, con la debita licenza del padre, egli tolse
Petrosinella per moglie, e provò, dopo tanti travagli,

    che un’ora di buon porto
    fa scordare cent’anni di tempesta.




TRATTENIMENTO SECONDO

IL PRINCIPE VERDEPRATO[442]


  Nella è amata da un principe, che, attraverso un condotto di
  cristallo, va spesse volte a godere con lei; ma, rottogli il
  passaggio dalle invidiose sorelle della donna amata, si tagliuzza
  tutto e sta sul punto di morire. Nella, per istrano caso, apprende
  quale sia il rimedio da apportare e lo applica al malato, che
  risana e la prende in moglie.

Oh, con quanto gusto ascoltarono tutti sino alla fine il racconto
di Zeza, che, se fosse durato ancora un’ora, sarebbe loro parsa un
istante! Ma Cecca, a cui toccava la volta, prese la parola:

È veramente, a rifletterci, assai strano che dallo stesso legno si
ricavino statue di Dei e traverse di forca, seggi di imperatori e
coperchi di vasi immondi; com’è strano che dagli stessi stracci si
faccia carta che, scrittevi lettere amorose, riceva baci da una
bella bocca o, altrimenti adoperata, serva a forbire quel brutto
buco: cosa che farebbe smarrire il senno al piú valente astrologo
del mondo. Del pari, da una stessa madre nasce una figlia buona e
un’altra perversa[443], una scioperata e una massaia, una bella e una
brutta, una invidiosa e una amorevole, una casta Diana e una Catarina
Papara[444], una sfortunata e una avventurata; laddove, a diritta
ragione, essendo tutte della stessa pianta, dovrebbero esser tutte di
una stessa natura. Ma lasciamo questo discorso a chi piú sa; e io,
da parte mia, vi recherò solo l’esempio di quanto vi ho accennato,
narrandovi di tre figlie di una madre, delle quali vedrete la diversità
di costumi, che spinse le malvage in un fosso e la figliuola da bene
sopra la ruota della fortuna.

C’era una volta una madre, che aveva tre figlie, due delle quali
cosí sciagurate che mai cosa alcuna loro riusciva a modo: tutti i
disegni per traverso, tutte le speranze in crusca. La piú piccola,
invece, Nella, portò dal ventre della madre la buona ventura, perché,
quand’essa nacque, tutte le cose si concertarono a darle il meglio dei
megli che poterono: Venere, il primo taglio[445] della bellezza; Amore,
il primo bollore della forza sua; Natura, il fior fiore dei costumi.
Non faceva lavoro in casa che non fosse ben fatto; non si metteva a
impresa che non ne venisse a buon porto; non si moveva a ballo che non
ne traesse onore. Per tutto ciò, non tanto era da quelle erniose delle
sorelle invidiata, quanto da ogni altro amata e ben vista; non tanto
esse l’avrebbero voluta mettere sotto terra, quanto le altre genti la
portavano in palma di mano.

In quel paese era un principe fatato, che, andando pel mare della
bellezza, tante volte gittò l’amo della servitú amorosa a questa bella
orata[446] fintanto che la uncinò per le branchie dell’affetto e la
fece sua. E perché potessero, senza sospetto della mamma, ch’era una
fiera femmina, trovarsi insieme, il principe le dié una polvere e
costruí un condotto di cristallo, che rispondeva dal palazzo reale
fin sotto il letto di Nella, quantunque ci fossero otto miglia di
lontananza. «Ogni volta — le disse — che tu mi vuoi cibare, come
passero, della bella grazia tua, metti un po’ di questa polvere
sul fuoco; ed io subito, per entro al condotto, me ne verrò al
richiamo, correndo per una strada di cristallo a godere cotesto viso
d’argento». Con questo accordo, non c’era notte che egli non facesse
l’entra-ed-esci e il via-vai per quel condotto.

Le sorelle, che stavano a spiare le faccende di Nella, avvedutesi della
fortuna che godeva, fecero consiglio d’impedirle il buon boccone; e,
per arruffare la matassa di quegli amori, andarono a rompere in molti
punti il condotto. Ne seguí che, spargendo la sventurata giovane la
polvere nel fuoco per dar segno all’innamorato di venire, questi,
che soleva correre a furia, si conciò di maniera, tra quei vetri
fracassati, che faceva pietà a vedere. E, non potendo procedere piú
innanzi, se ne tornò indietro tutto tagliuzzato, simile a un bracone
tedesco[447].

Rientrato cosí nel palazzo reale, si mise a letto e mandò a chiamare
tutti i medici della città; ma, poiché il cristallo era incantato,
le ferite furono cosí mortali che non vi giovava rimedio umano. Onde
il re, disperato del caso del figliuolo, fece gettare un bando,
che qualunque persona lo avesse risanato dal male, se era femmina,
gliel’avrebbe dato in isposo, e, se maschio, gli avrebbe donato metà
del regno.

All’udir gridare questo bando, Nella, che spasimava pel suo principe,
si tinse la faccia, si travestí, e, nascondendosi alle sorelle, partí
di casa per andare a rivederlo innanzi che morisse. Ma, poiché era
già nell’ora in cui le palle indorate, con le quali il Sole gioca
pei campi del cielo, prendevano la corsa inclinata verso l’occaso,
fu sopraggiunta dalla notte in un bosco, presso la casa di un orco.
Timorosa di qualche pericolo, essa si arrampicò allora sulla cima di
un albero e se ne stette lí rannicchiata. L’orco era a tavola con la
moglie e teneva aperte le finestre per mangiare al fresco; e, quando
i due ebbero finito di vuotare orciuoli e spegnere lampade[448],
cominciarono a chiacchierare del piú e del meno; e Nella, per la
prossimità in cui si trovava, come dal naso alla bocca, udiva ogni cosa.

Diceva, tra l’altro, l’orca al marito: «Bello peloso mio, che
s’intende, che si dice pel mondo?». E quello rispondeva: «Fa’ conto
che non c’è un palmo di netto e tutte le cose vanno al rovescio e col
culo in aria». «Ma, pure, che cosa c’è?», replicò la moglie. E l’orco:
«Troppo ci sarebbe da dire degl’imbrogli che corrono, perché s’odono
cose da strabiliare. Buffoni regalati, furfanti stimati, poltroni
onorati, assassini spalleggiati, zannettarî patrocinati[449] e uomini
da bene poco pregiati e niente stimati. Ma, perché mi ci arrabbierei
troppo, ti dirò solamente quello che è accaduto al figlio del re.
Sappi che egli si era costruito una strada di cristallo, per la quale
passava nudo andando a godersi in segreto una bella ragazza; e ora,
non si sa come, è stata rotta la conduttura, ed entrandovi il principe
e procurando di passare, si è trinciato in guisa che, prima che possa
turare tanti pertugi, gli si sturerà il tubo della vita. E quantunque
il re abbia fatto gettare un bando con promesse grandi a chi lo
risanerà, è fatica persa, ché se ne può nettare i denti; e il meglio
sarà che tenga pronto il lutto e apparecchi le esequie».

Nella, apprendendo la cagione del male del principe, singhiozzando
chetamente, disse tra sé: «Chi sarà stata quest’anima maledetta che ha
spezzato il canale per dove passava il vago uccello mio, per spezzare
insieme il condotto per dove passavano gli spiriti miei?». Ma l’orca
riprese il discorso, ed essa fu di nuovo zitta e muta in ascolto. «Ed
è possibile — diceva quella — che sia perduto il mondo per quel povero
signore? e che non s’abbia da trovare rimedio al suo male? Di’ alla
medicina che vada a infornarsi! Di’ ai medici che si girino una corda
al collo! Di’ a Galeno e a Mesoè[450] che restituiscano il danaro al
padrone, giacché non sanno trovare ricette adatte alla salute di questo
principe!». «Ascolta, vezzosetta mia[451], — rispose l’orco: — non son
obbligati i medici a rimedî che passino i confini della natura. Cotesta
non è colica[452] che vi basti un bagno d’olio; non è flatolenza che
si cacci con supposte di fichi e sterco di topi; non febbre, che se ne
vada per mezzo di farmachi e diete; e neppure ferite ordinarie, che ci
voglia stoppata[453] od olio d’ipperico[454]. L’incanto, ch’era nel
vetro frantumato, opera quell’effetto stesso che il sugo di cipolla
al ferro della freccia[455], onde si fa la piaga incurabile. Solo una
cosa sarebbe efficace a salvargli la vita; ma non me la far dire,
perché è cosa che importa assai». «Dimmela, sannuto mio, — replicò
l’orca, — dimmela, che tu non mi veda morta!». E l’orco: «Te la dirò;
ma promettimi di non confidarla a persona vivente, perché sarebbe la
distruzione della casa nostra e la rovina della vita». «Non dubitare,
marituccio bello bello, — rispose l’orca, — perché prima si vedranno i
porci con le corna, le bertucce con la coda e le talpe con gli occhi,
che me ne scappi mai una parola dalla bocca». E giurò con una mano
sull’altra. «Ora sappi — l’orco disse — che non è cosa sotto il cielo
e sopra la terra che possa salvare il principe dagli sbirri della
morte, altro che il nostro grasso, col quale, ungendogli le piaghe, si
metterebbe il sequestro a quell’anima, che vuole sfrattare dalla casa
del corpo suo».

Nella, ascoltato tutto questo dialogo, dié tempo al tempo che finissero
d’ingozzare; e poi si calò dall’albero, si fece animo, e picchiò alla
porta dell’orco, gridando: «Deh, signori miei Orchissimi, una carità,
una limosina, un segno di compassione per una povera meschina, tapina,
che, subissata dalla fortuna, lontana dalla patria, spogliata di ogni
aiuto umano, è stata còlta dalla notte in questi boschi e si muore di
fame». E tic toc!

L’orca, sentendo questi lamenti fastidiosi, voleva gittarle un mezzo
pane e rimandarla. Ma l’orco, che era goloso di carne di cristiano piú
che non sia il lucherino della noce[456], l’orso del miele, il gatto
dei pesciolini, la pecora del sale e l’asino della cruscata[457],
disse alla moglie: «Lasciala entrare, la poveretta, ché, se dorme nel
bosco, potrebbe essere divorata da qualche lupo». E tanto disse che la
moglie aprí la porta ed esso, con questa carità pelosa, fece disegno di
mandarla giú in quattro bocconi.

Ma un conto fa il ghiotto e un altro il tavernaro. Perché, essendosi
bene ubbriacato e buttatosi a dormire, Nella, con un coltellaccio che
prese da un riposto, scannò lui e la moglie; e, trattone il grasso, lo
mise tutto in un vasetto e si avviò alla volta della corte.

Il re, al quale essa si presentò offrendosi di risanare il principe, la
fece subito, con grande allegrezza, entrare nella camera del figlio; e
questi, non appena ebbe ricevuto una copiosa unzione di quel grasso,
detto fatto, come se si fosse gettata l’acqua sul fuoco, vide chiudersi
le ferite e tornò sano come un pesce.

Il re disse allora al figlio: «Questa buona donna meriterebbe la
rimunerazione promessa col bando, e che tu te la prendessi per moglie».
Ma il principe subito si rivoltò: «Dille che fin da ora può divertirsi
con lo stuzzicadenti![458]. Non credo di avere in corpo una dispensa di
cuori da poterne dare a tante: il mio cuore è accaparrato e un’altra
donna ne è padrona». Nella gli osservò: «Tu non dovresti piú pensare a
colei, che è stata cagione di tutto il male tuo». «Il male me l’hanno
fatto le sorelle — replicò il principe, — ed esse sole devono pagarne
la penitenza». «Tanto le vuoi proprio bene?», tornò a dire Nella. E
il principe: «Piú di queste pupille». «Se è cosí — riprese Nella, —
abbracciami, stringimi, perché son io il fuoco del tuo cuore». Ma il
principe, guardandola com’era tutta nera di faccia, rispose: «Sarai
piuttosto carbone che fuoco; perciò scóstati, ché mi tingi!».

Nella, vedendo che non la riconosceva, chiese che le si portasse un
bacile d’acqua fresca, si lavò la faccia, e, tolta quella nube di
fuliggine, apparve il sole; e il principe, che allora la riconobbe,
si avviticchiò a lei come polpo. E la prese subito per moglie, e
fece murare in un focolare le sorelle, affinché, come sanguisughe,
purgassero nella cenere il sangue corrotto dall’invidia[459], rendendo
vero il motto:

    Nessun male fu mai senza il castigo.




TRATTENIMENTO TERZO

VIOLA


  Viola, invidiata dalle sorelle, dopo fatte e ricevute molte burle
  da un principe, a dispetto di quelle, gli diventa moglie.

Questo racconto andò al cuore di quanti l’ascoltarono, che benedissero
molte volte il principe di avere presa la misura del giubbone alle
sorelle di Nella e levarono alle stelle l’amore ardente della giovane,
che, con tanto pericolo e fatica, seppe meritare l’amore del principe.
Ma, al cenno di zittire, dato da Taddeo, e al comando che egli fece a
Menica di eseguire la parte che le toccava, questa cosí pagò il suo
debito:

È l’invidia un vento che soffia con tanta forza che fa cadere i
puntelli della gloria degli uomini dabbene e devasta il seminato delle
buone fortune. Ma assai spesso, per castigo del Cielo, quando questo
vento crede di gettar faccia a terra una persona, la spinge piú presto
a raggiungere la felicità che l’aspetta, come vedrete dal racconto che
voglio dirvi.

C’era una volta un uomo onesto e buono, chiamato Colaniello, che aveva
tre figlie, Rosa, Garofalo e Viola; e l’ultima di queste era cosí
bella che faceva sciroppi solutivi di desiderio per purgare i cuori da
ogni tormento. E ne andava cotto e arso Ciullone, figlio del re, che,
ogni volta che passava innanzi al basso[460], dove lavoravano le tre
sorelle, cavandosi il berretto, le diceva: «Buon dí, buon dí, Viola».
Ed essa rispondeva: «Buon dí, figlio di re, io ne so piú di te!».

Per tali parole, si sentivano crepare e mormoravano le altre sorelle,
e le dicevano: «Tu sei una malcreata e farai scorrucciare il principe
in malo modo». E, poiché Viola si seminava dietro le spalle le parole
delle sorelle, quelle le fecero un cattivo uffizio presso il padre,
accusandola come troppo sfacciata e prosuntuosa, e che rispondeva senza
rispetto al principe come se fosse suo pari, e qualche giorno non
l’avrebbe passata liscia, e ne avrebbe patito il giusto pel peccatore.

Colaniello, ch’era uomo di giudizio, per togliere l’occasione, mandò
Viola presso una zia di lei, che si chiamava Cuccivannella, affinché le
insegnasse a lavorare. Ma il principe, che, passando per quella casa,
non vedeva piú il bersaglio dei desiderî suoi, fece per piú giorni
come il rosignuolo che non trova i figli al nido, che va di fronda in
fronda, cercando e lamentandosi del danno suo. E tanto mise le orecchie
ai pertugi, che ebbe alfine sentore della casa dove essa ora dimorava.

Andò allora a far visita a quella zia e le disse: «Madama[461] mia,
tu sai chi io sono, e se posso e valgo. Perciò, da me a te, zitti e
muti. Fammi un piacere, e poi spendimi per la moneta che vuoi». «Per
quel che posso — rispose la vecchia, — sono tutta intera al comando
vostro». E il principe: «Non voglio altro da te, che mi faccia baciare
Viola, e prenditi le pupille dei miei occhi!». La vecchia replicò:
«Io, per servirvi, non posso far altro che guardare i panni di chi va
a nuotare. Ma non voglio che Viola entri in sospetto che io lavori il
manico a quest’anfora e tenga mano a cose poco belle; sicché io ne
riporti, al termine dei giorni miei, titolo di garzone di ferraio, che
tira i mantici. Perciò, quel che posso fare per darvi piacere è che
voi andiate a nascondervi nella stanza terrena dell’orto, dove, con
qualche pretesto, vi manderò Viola. E, quando avrete nelle mani il
panno e la forbice, e non ve ne saprete servire, la colpa sarà vostra».
Il principe la ringraziò del buon affetto che gli mostrava e si mise
dentro quella stanza.

La vecchia, col pretesto di tagliare non so che tela, disse alla
nipote: «Viola, va’, se mi vuoi bene, alla stanza di giú, e prendimi
la mezzacanna». E Viola, entrando nella camera per servire la zia, si
avvide dell’agguato, e, presa la mezzacanna, destra come una gatta,
saltò fuori, lasciando il principe col naso lungo per la vergogna e
tutto gonfio per la rabbia.

La vecchia, che la vide tornare cosí di corsa, sospettò che la miccia
del principe non aveva preso fuoco; e, di lí a un poco, disse alla
giovane: «Va’, nipote mia, alla stanza giú, e prendimi il gomitolo di
filo brescianello[462] di sopra quell’armadio». E Viola, prendendo il
filo e correndo, sguizzò come anguilla dalle mani del principe.

Ma poco stette che la vecchia le tornò a dire: «Viola mia, se non mi
prendi le forbici nella stanza, io non so come fare». E Viola, scesa
colà, ebbe il terzo assalto, ma, fatta una forza da cane, sfuggí alla
tagliuola. E, tornata di sopra, tagliò con le forbici stesse gli
orecchi della zia, dicendole: «Abbiti questo buon beveraggio per la
senseria: ogni fatica ricerca premio; sfregiate d’onore, strappate
d’orecchi; e, se non ti taglio anche il naso, è perché tu possa
sentire il cattivo odore della fama tua: ruffiana, accorda-messere,
porta-pollastri, mangia-mangia, ammalizia-bambini!». E, cosí dicendo,
in tre salti, se ne andò alla casa sua, lasciando la zia scarsa
d’orecchi e il principe pieno di stizza.

Riprese tuttavia il principe a passare dinanzi la casa del padre, e,
rivedendola al luogo solito, tornò alla solita musica: «Buon dí, buon
dí, Viola!». Ed essa, da bravo diacono[463]: «Buon dí, figlio del re,
io ne so piú di te!».

Le sorelle, non poterono piú oltre tollerare questa sua baldanza,
e fecero concerto tra loro di mandarla a morte. Una finestra della
loro casa rispondeva nel giardino di un orco; ed esse si proposero
di disfarsi della sorella per questa via che loro si offriva. Si
lasciarono, dunque, cadere una matassina di filo, col quale lavoravano
una tenda per la regina, e gridarono: «Oh, povere noi! Siamo rovinate,
e non possiamo terminare il lavoro in tempo, se Viola, che di noi è la
piú piccola e la piú leggiera, non si lascia calare con una corda per
riprendere il filo che ci è caduto!». E Viola, per non vederle cosí
addolorate, si offrí subito di scendere, e si lasciò legare; ma, quando
fu calata, quelle lasciarono andare la corda.

In quel momento stesso l’orco entrò per dare uno sguardo al giardino,
e, avendo assorbito grande umidità dal terreno, si lasciò scappare una
scoreggia cosí smisurata, e con tanto rumore e strepito, che Viola, per
la paura, strillò: «O mamma mia, aiutami!». L’orco si voltò, e, vistasi
dietro questa bella giovane, e ricordandosi di aver udito una volta
da certi studenti che le cavalle di Spagna impregnano col vento[464],
pensò che il corso della scoreggia avesse ingravidato qualche
albero[465] e ne fosse venuto fuori questa vaga creatura. E perciò
l’abbracciò con grande amorevolezza e le disse: «Figlia, figlia mia,
parte di questo corpo, fiato dello spirito mio; e chi me l’avrebbe mai
detto che con una ventosità io avrei dato forma a questa bella faccia?
chi me l’avrebbe mai detto che un prodotto d’infreddamento avrebbe
generato questo fuoco d’amore?». E, con queste ed altre parole tenere e
sviscerate, la dette in custodia a tre fate, affinché ne avessero cura
e l’allevassero con tutte le delicatezze[466].

Il principe, che non vedeva piú Viola e non riusciva ad avere alcuna
notizia di lei, provò tanta contrarietà che gli vennero le borse sotto
gli occhi, la faccia si fece smorta, le labbra cineree, e non mangiava
boccone che gli facesse pro o sonno che gli desse riposo. Finalmente,
moltiplicando diligenze e promettendo beveraggi, tanto andò spiando che
seppe dove quella se ne stava. Allora fece chiamare l’orco e gli disse
che, trovandosi in cattivo stato di salute, com’egli poteva vedere, gli
avesse fatto il piacere di consentire che potesse passare un giorno
solo e una notte nel suo giardino, perché gli bastava una camera sola
per ricreare alquanto lo spirito. L’orco, che, come vassallo di suo
padre, non poteva negargli questo piacere di poco conto, gli offrí, se
una non gliene bastasse, tutte le stanze della sua casa e la sua vita
stessa. Il principe gli rese grazie della cortesia, e si fece assegnare
la camera, che, per buona fortuna sua, era accanto a quella in cui
l’orco dormiva in uno stesso letto con Viola.

Tosto che la Notte venne fuori a giocare a «stendi mia cortina»[467]
con le stelle, il principe, trovando aperta la porta dell’orco, il
quale, per essere in estate e in luogo sicuro, godeva di prender
fresco, entrò pian piano e, cercato a tastoni il lato del letto dove
Viola dormiva, le dette due pizzicotti. Viola, svegliandosi nel sonno,
cominciò a dire: «O tata, quante pulci!». E l’orco fece subito passare
la giovane in un altro letto. E, tornando il principe a far lo stesso,
e l’orco facendole ancora cangiare ora materasso e ora lenzuola, tutta
la notte trascorse in questo traffico, finché, recata nuova all’Aurora
che il Sole era stato ritrovato vivo, furono tolti i panni di lutto
stesi pel cielo.

Fatto giorno, il principe, passeggiando per la casa, vide la giovane
sulla porta della sua camera e le disse: «Buon dí, buon dí, Viola!».
E, rispondendo Viola: «Buon dí, figlio del re, io ne so piú di te»,
egli replicò: «O tata, quante pulci!». Ciò udendo, essa fece subito
pensiero che la molestia della notte scorsa fosse stata un dispetto del
principe; e andò subito a ritrovare le fate, che le volevano bene, e
raccontò loro l’accaduto.

«Se la cosa sta cosí — le dissero le fate, — e noi facciamola da
corsaro a corsaro e da marinaio a galeotto; e se ti ha morso questo
cane e noi cerchiamo di averne il pelo: esso te ne ha fatta una, e noi
gliene faremo una e mezza. Di’, dunque, all’orco che ti lavori un paio
di pianelle, tutte piene di campanelli, che vogliamo ripagarlo di buona
moneta».

Viola, ansiosa di vendetta, si fece fare subito subito dall’orco le
pianelle. E, aspettato che il Sole, come donna genovese[468], si
mettesse il taffettà nero attorno alla faccia, se ne andarono tutte e
quattro di conserva alla casa del principe; e, quando questi cominciò
a lasciar cadere le palpebre sugli occhi addormentandosi, le fate
fecero un gran parapiglia, e Viola si mise a battere tanto i piedi che,
al rumore delle calcagna e al tintinnío dei campanelli, il principe
si riscosse con grande sbigottimento e gridò: «O mamma, o mamma,
aiutami!». E, ripetuta la cosa due o tre volte, se la svignarono alla
casa loro.

Il principe, dopo aver preso la mattina agro di limone e semenzina[469]
per la paura provata, fece una passeggiata nel giardino, perché non
poteva stare un momento senza la vista di quella Viola, che era
intelligenza[470] ai suoi garofani. E, scorgendola sull’uscio, le
disse: «Buon dí, buon dí, Viola!». E Viola: «Buon dí, figlio di re, io
ne so piú di te!». E il principe: «O tata, quante pulci!». Ed essa: «O
mamma, o mamma, aiutami!».

Il principe, udendo queste parole, disse: «Me l’hai fatta, me l’hai
calata! Io ti cedo ed hai vinto. E, poiché vedo che veramente ne sai
piú di me, ti voglio senz’altro per moglie».

Cosí cercò l’orco e gliela chiese; ma l’orco non volle metter le mani
ai covoni altrui. Egli, proprio quella mattina, era venuto in chiaro
che Viola era figlia di Colaniello, e che s’era ingannato il suo occhio
di dietro a pensare che quella creatura aulente fosse parto di un
soffio putolente. Chiamò, dunque, il vero padre e, informatolo della
buona fortuna che era apparecchiata alla figlia, con grande allegrezza
si fece la festa, avverando la sentenza che

    la bella zita[471] in piazza si marita.




TRATTENIMENTO QUARTO

GAGLIUSO


  Gagliuso, per industria di un gatto lasciatogli in retaggio dal
  padre, diventa signore; ma, dimostrandosi ingrato, il gatto gli
  rinfaccia il suo cattivo comportamento.

Non può dirsi il gran gusto che provarono tutti per la buona fortuna
di Viola, la quale, con l’ingegno suo, seppe fabbricarsela a marcio
dispetto delle sorelle, che, nemiche del proprio sangue, avevano tante
volte procurato di darle il gambetto e farle rompere il collo. Ma era
la volta che Tolla pagasse il censo dovuto, sborsando dalla bocca
monete d’oro di belle parole; ed essa cosí vi soddisfece.

La ingratitudine, signori, è un chiodo irrugginito, che, conficcato
nell’albero della cortesia, lo fa disseccare; è una chiavica rotta,
che immolla e fiacca le fondamenta dell’affezione; è fuliggine, che,
cascando nella pentola dell’amicizia, le toglie l’odore e il sapore:
come si vede e prova in tutta forma, e ne vedrete un disegno abbozzato
nel racconto che vi dirò:

C’era una volta nella città di Napoli mia un vecchio pezzente, che
era cosí spiantato, stremato e disperato, cosí trito, brullo e senza
l’ombra di un grano nell’ombra della borsa[472], che andava nudo come
il pidocchio. Giunto all’ora in cui gli toccava scuotere i sacchi della
vita per farne cadere quanto ancora vi rimanesse, chiamò a sé i due
suoi figli, Oraziello e Gagliuso[473], e tenne loro questo discorso:
«Già sono stato citato, giusta il tenore dell’istrumento, pel debito
che ho con la natura; e credetemi, se siete cristiani, che io avrei
un piacere grande a uscire da questo Mandracchio[474] di affanni,
da questa catorbia di travagli, se non fosse che io vi lascio sulla
nuda terra, grandi[475] quanto la chiesa di Santa Chiara[476] alle
cinque vie di Melito[477] e senza una maglia[478], netti come bacile
di barbiere[479], lesti come sergenti[480], asciutti come osso di
prugna, che avete quanto porta nel piede una mosca e, se correte cento
miglia, non vi cade un picciolo. La sorte mi ha ridotto dove i tre cani
cacano[481]; e non ho se non la vita, e come mi vedi cosí mi scrivi;
perché sempre, come sapete, ho fatto sbadigli e crocette[482] e sempre
mi sono coricato senza candela. Con tutto ciò, voglio pure, alla morte
mia, lasciarvi qualche segno di amore. Perciò tu, Oraziello, che sei
il primogenito mio, pigliati quel crivello che sta appeso al muro, col
quale puoi guadagnarti il pane; e tu, che sei casalingo, pigliati il
gatto, e ricordatevi del padre vostro». Cosí parlando, ruppe in pianto,
e, poco di poi, disse: «Addio, ché è notte».

Oraziello, provveduto a seppellire il padre per limosina, si tolse il
crivello e andò cernendo di qua e di là per guadagnarsi la vita; e
quanto piú cerneva, piú guadagnava. Ma Gagliuso, toltosi il gatto, si
lamentò: «Ora vedi che sorta di eredità mi ha lasciata mio padre! Non
ho da campare per me, e ora dovrò fare le spese a due. Perché questo
triste lascito? Meglio se ne avesse fatto di meno!».

Il gatto, che udí questa fastidiosa querela, gli disse: «Tu ti lamenti
del troppo, ed hai piú fortuna che senno! Non conosci la tua sorte, ché
io sono buono a farti ricco, se mi ci metto».

Gagliuso, a questa speranza, ringraziò la gatteria sua, e, lisciandole
tre o quattro volte la schiena, le si raccomandò caldamente.

Compassionevole di lui, il gatto, ogni mattina, quando il Sole con
l’esca della luce posta nell’amo d’oro pesca le ombre della Notte,
prese a recarsi o alla marina di Chiaia o alla Pietra del pesce[483],
e, adocchiando qualche grosso cefalo o qualche buona orata, se
l’arraffava e la portava al re. Al quale, nel presentarla, diceva: «Il
signor Gagliuso, schiavo devotissimo di Vostra Altezza, vi manda questo
pesce, con riverenza e domandando indulgenza. A gran signore, piccolo
presente». E il re, con volto allegro, come si usa a chi porta doni,
rispondeva: «Di’ a questo signore, che io non conosco, che lo ringrazio
a gran mercé».

Qualche altra volta, il gatto correva ai luoghi dove c’era la caccia,
alle Paludi o agli Astroni[484]; e, come i cacciatori facevano cadere
qualche rigogolo o cinciallegra o capinera[485], la raccoglieva e la
portava al re con imbasciata dello stesso tenore. E tante volte usò
quest’artificio, finché il re, un giorno, gli disse: «Io mi sento
cosí obbligato a cotesto signor Gagliuso, che desidero conoscerlo per
rendergli il contraccambio dell’amorevolezza che m’ha mostrata». Il
gatto rispose: «Il desiderio del signor Gagliuso è di metter la vita
e il sangue per la vostra corona; e, domattina, senz’altro, quando il
Sole avrà dato fuoco alle ristoppie dei campi dell’aria, verrà a farvi
riverenza».

Ma, venuta la mattina, il gatto si ripresentò al re: «Signor mio, il
signor Gagliuso si manda a scusare se non viene, perché questa notte
certi suoi camerieri, lo hanno derubato e sono fuggiti, lasciandolo
senza nemmeno una camicia». Il re, udito ciò, fece prendere subito
dalla sua guardaroba vestiti e biancheria, e li mandò a Gagliuso, che,
due ore dopo, venne al palazzo, guidato dal gatto.

Il re gli fece mille complimenti, volle che gli sedesse accanto, e
gli dié un banchetto magnifico. Ma, mentre si mangiava, Gagliuso di
tanto in tanto si voltava al gatto, dicendogli: «Micio mio, ti siano
raccomandati quei miei quattro stracci, che non vadano alla malora!».
E il gatto rispondeva: «Sta’ zitto, tura, non parlare di queste
pezzenterie!». E, volendo il re sapere se gli bisognava qualche cosa,
il gatto rispondeva per lui che gli era venuta voglia di un piccolo
limoncello; e il re mandò subito al giardino a prenderne un cestino.
Gagliuso, dopo un po’, tornò alla stessa musica dei panni e cenci suoi;
e il gatto tornò a dire che turasse la bocca, e il re domandò di nuovo
quel che gli occorresse; e il gatto, pronto con un’altra scusa, per
rimediare alla viltà di Gagliuso. Alla fine, dopo che si fu mangiato e
discorso per un pezzo di questo e di quello, Gagliuso si accommiatò.

Il gatto, rimasto solo col re, si fece a descrivere il valore,
l’ingegno, il giudizio e, soprattutto, la gran ricchezza che Gagliuso
si trovava di possedere nelle campagne di Roma e di Lombardia, e per
la quale meritava d’imparentarsi con un re di corona. Il re domandò
a quanto potesse ascendere quella ricchezza; e il gatto rispose che
non era possibile fare il conto dei mobili, degli stabili e delle
suppellettili di questo riccone, che non sapeva lui stesso quel che
possedeva; e che, se il re voleva informarsene, mandasse con lui gente
sua fuori del regno, che gli avrebbe fatto conoscere per prova che non
c’era ricchezza al mondo pari a quella.

Il re comandò ad alcune persone sue fide che avessero preso minuta
informazione del fatto, le quali andarono sulle orme del gatto. E
questo, col pretesto di far loro trovare rinfresco per la strada
di posta in posta, come fu uscito dai confini del regno, correva
innanzi, e, quante greggi di pecore, mandre di buoi, razze di cavalli
incontrava, diceva ai pastori e guardiani: «Olà, state all’erta, ché
una banda di briganti vogliono mettere a sacco quanto si trova in
questa campagna; ma, se volete salvarvi dalla loro furia e che vi
sia portato rispetto, dite che è roba del signor Gagliuso, e non vi
sarà toccato un pelo». Il simile diceva per le masserie per le quali
passava; cosicché, dovunque le persone del re arrivavano, trovavano una
zampogna accordata e si sentivano dire che tutte le cose, che vedevano,
erano del signor Gagliuso. E, stanchi di piú domandare e di udire la
medesima risposta, se ne tornarono al re, riportandogli mari e monti
della ricchezza sterminata del signor Gagliuso.

A questa relazione, il re promise una buona mancia al gatto se trattava
il matrimonio della sua figliuola col signor Gagliuso. E il gatto,
fatta la spola di qua e di là, all’ultimo concluse il parentado. Venne
Gagliuso, il re gli consegnò la figliuola e una grossa dote; e, dopo
un mese intero di festeggiamenti, quegli disse che voleva condurre la
sposa alle terre sue, e, accompagnato dal re sino ai confini, partí per
la Lombardia, dove, per consiglio del gatto, comprò territorî e terre,
e divenne barone.

Ora Gagliuso, vedendosi ricco sfondolato, rese grazie al gatto che non
si potevano maggiori, dicendogli che da esso e dai suoi buoni ufficî
riconosceva la vita e la grandezza sua, e che l’arte di un gatto gli
aveva recato maggior giovamento che non l’ingegno del padre. Perciò
esso poteva fare e disfare e disporre a piacimento della roba e della
vita sua; e gli dié parola che, quando fosse morto, di là a cento
anni!, l’avrebbe fatto imbalsamare e porre dentro una gabbia d’oro
nella stessa camera sua.

Non passarono tre giorni da questa millanteria, che il gatto,
fingendosi morto, si lasciò trovare steso lungo lungo per terra[486].
Lo vide la moglie di Gagliuso e gridò: «O marito mio, quale grande
sventura! Il gatto è morto!». «Si porti con sé ogni male! — rispose
Gagliuso: — meglio a lui che a noi». «Che cosa ne faremo?», replicò la
moglie. E quello: «Prendilo pel piede e buttalo dalla finestra!».

Il gatto, che udí questo bel rimeritamento, che mai si sarebbe
immaginato, saltò sulle quattro zampe e disse: «Questa è la gran mercé
dei pidocchi che ti ho tolti dalla persona? Questo è il «mille grazie»
pei cenci che t’ho levati di dosso, ai quali si potevano sospendere
i fusi? Questo è il ricambio di averti posto in forma di ragno, e di
averti sfamato, pezzente, straccione? che eri sbrindellato, strappato,
sfilacciato, cencioso e pidocchioso! Cosí accade a chi lava la testa
all’asino! Va’, che ti sia maledetto quanto ti ho fatto, che non
meriti che ti sia sputato in gola! Bella gabbia d’oro, che mi avevi
apparecchiata! Bella tomba, che mi avevi assegnata! Servi tu, stenta,
fatica, suda; ed ecco il bel premio! Oh misero chi mette la pentola a
speranza d’altri! Disse bene quel filosofo: chi ciuco si corica, ciuco
si trova! In breve, chi piú fa, meno aspetti. Ma buone parole e tristi
fatti ingannano savi e matti!».

Cosí parlando e scotendo il capo, infilò la via dell’uscio; e, per
quanto Gagliuso, col polmone[487] dell’umiltà, cercasse di rabbonirlo,
non vi fu rimedio che tornasse indietro. Ma, sempre correndo, senza
voltare la testa, borbottava:

    Dio ti guardi da ricco impoverito,
    e da pezzente, quando è risalito!




TRATTENIMENTO QUINTO

IL SERPENTE


  Il re di Starzalunga marita la figlia a un serpente e, scoperto che
  il serpente chiudeva un bel giovane, gli arde la spoglia. Lo sposo,
  volendo rompere un’invetriata per fuggire, si rompe la testa, e,
  poiché non si trova rimedio al suo male, la figlia del re lascia la
  casa del padre. Da una volpe essa viene ad apprendere il segreto
  di sanare l’innamorato, e maliziosamente ammazza la volpe, e, col
  grasso di questa e di varî uccelli ungendo il giovane, che era
  figlio di un principe, lo risana, e celebra con lui le nozze.

Fu grandemente compassionato il povero gatto per essersi visto cosí
mal rimunerato; quantunque ci fu chi osservò che poteva consolarsi
largamente per non esser solo, perché, oggi, la ingratitudine è
diventata male domestico, come il mal francese e il mal castrone[488],
e molti ci sono che hanno fatto e disfatto, e consumato la roba e
rovinato la vita, per servire una razza d’ingrati, e, quando credevano
di aver in mano ben altro che gabbie d’oro, hanno la sepoltura in uno
spedale. Ma, vedendo che Popa era apparecchiata a parlare, si fece
silenzio, ed essa cosí disse:

Sempre si dié la zappa sui piedi chi cercò, troppo curioso, di
conoscere i fatti altrui, come può farne testimonianza il re di
Starzalunga[489], il quale, per mettere il becco dove non doveva,
arruffò la matassa filata della figliuola e rovinò lo sventurato
genero, che, dove era andato a fracassare con la testa, rimase esso con
la testa fracassata.

Si racconta che c’era una volta una forese, la quale bramava di avere
un figlio, piú che il litigante non brami la sentenza favorevole,
l’infermo l’acqua fresca e l’oste il passaggio del procaccio[490]. Ma,
sebbene il marito zappasse alla giornata, a lei non riusciva vedere la
fertilità che desiderava.

Un giorno il pover’uomo, avendo riportato a casa una fascina che era
andato a tagliare alla montagna, nello scioglierla, trovò in mezzo alle
frasche un bel serpentello. A questa vista, Sapatella (ché cosí si
chiamava la forese) trasse un gran sospiro e disse: «Ecco che persino
le serpi fanno i serpicini; e io nacqui disavventurata a questo mondo,
con un ernioso di marito, che, quantunque sia ortolano, non è da tanto
da fare un innesto!». Il serpentello, ciò udendo, favellò: «Poiché
non puoi aver figli, e tu prenditi me, che sarà un buon affare, e io
ti vorrò bene piú che a mia madre». Sapatella, all’uscita inaspettata
del serpente che parlava, ebbe a spiritare; pure, fatto animo, gli
rispose: «Non fosse per altro, per cotesta amorevolezza tua io mi
contento di accettarti come se fossi uscito dal mio ginocchio»[491]. E
cosí, indicatogli un buco della casa da servire come culla, gli dava da
mangiare di quel che aveva, con la piú grande affezione del mondo.

Crescendo il serpentello di giorno in giorno, quando fu fatto
assai grande, disse a Cola Matteo, il marito, che egli teneva per
messere[492]: «O tata, mi voglio ammogliare!» «Di grazia, — rispose
Cola Matteo — troveremo una serpe come te, e faremo questa lega
di botteghe». «Che serpe! — disse il serpente: — come se fossimo
tutt’una cosa con le vipere e con gli scorzoni! Ben si vede che sei un
Antuono[493], e fai d’ogni erba fascio. Io voglio la figlia del re; e
perciò va’ in questo momento stesso, e domanda al re la figlia, e di’
che la vuole un serpente».

Cola Matteo, che era uomo alla buona e non s’intendeva troppo di
cerimonie, andò semplicemente dal re e gli fece l’imbasciata:
«Ambasciatore non porta pena; se no, mazze quante l’arena[494]. Or
sappi che un serpente vuole tua figlia per moglie; perciò io vengo come
ortolano a vedere se potessi fare l’innesto di un serpente con una
colombella». Il re, che conobbe al fiuto che colui era un babbione, per
toglierselo dattorno, rispose: «Va’, di’ a cotesto serpente che, se mi
farà i frutti, che sono in questo parco, tutti d’oro, io gli darò mia
figlia». E, con una grande risata, lo congedò.

Riportata che ebbe Cola Matteo la risposta al serpente, questi gli
disse: «Va’ domattina e raccogli tutti gli ossi di frutti che trovi per
la città e seminali nel parco, ché vedrai perle infilate al giunco».
Cola Matteo, che era condiscendente e non sapeva né replicare né
contradire, non appena che il Sole con le ginestre d’oro ebbe spazzato
le immondizie delle ombre dai campi innaffiati dall’Alba, infilzatosi
una sporta al braccio, andò di piazza in piazza raccattando a terra
tutte gli ossi di persiche, di crisòmele[495], di alberge[496], di
visciole, e quanti nòccioli e granelli trovò per la strada. E poi andò
al parco e ve li seminò, come gli aveva detto il serpente; e quelli,
d’un subito, germogliarono e crebbero in piante coi tronchi, le foglie,
i fiori e i frutti tutti oro lampante. Il re, a questo spettacolo, andò
in estasi per la meraviglia ed esultò per la gioia.

Dopo di che, il serpente rimandò Cola Matteo al re affinché gli tenesse
la promessa. «Piano! — disse il re: — ch’io voglio un’altra cosa,
se egli vuol avere mia figlia; ed è che faccia le mura e il suolo
del parco tutto di pietre preziose». Riferita dall’ortolano la nuova
richiesta al serpente, questi gli disse: «Va’ domattina a raccogliere
tutti i cocci che troverai per la terra e gettali nei viali e contro le
mura del parco: ché vogliamo arrivare questo zoppo!».

Cola Matteo, allorché la Notte, per aver favoreggiato i mariuoli, ha
l’esilio e va raccogliendo i fagotti dei crepuscoli dal cielo, preso
un corbello sotto il braccio, cominciò ad andare raccattando cocci di
orciuoli, rottami di coperchi e coperchietti, fondi di pignatta e di
tegami, orli di catini, manichi d’anfore, labbri di canteri, portandosi
via quante lucernette rotte, testi spezzati, boccali fessi, e quanti
frantumi di vasellame trovò per le strade. Ed, eseguite le istruzioni
del serpente, si vide il parco selciato di smeraldi e calcedoni,
incrostato di rubini e carbonchi; il cui fulgore sequestrava la vista
nei magazzini degli occhi e piantava la meraviglia nei territori dei
cuori. Il re restò lí come una statua e non sapeva che cosa gli fosse
accaduto.

Il serpente gli fece dire un’altra volta che mantenesse la parola; ma
il re mise ancora una nuova condizione: «Quanto si è fatto, è niente,
se egli non mi fa diventare questo palazzo tutto d’oro». E Cola Matteo,
avendo riportato quest’altro capriccio del re, il serpente gli disse:
«Va’, e prendi un fascio d’erbe diverse e ungine le fondamenta del
palazzo: ché vedremo di contentare questo bambino piagnoloso». E il
forese andò raccogliendo un gran fastello di bietole, ramolacci,
aglietti, erba porcellana, ruca e cerfoglio; e, fatta l’unzione al
palazzo, lo si vide subito tutto rilucere come pillola dorata[497] da
far evacuare la povertà a cento case rese stitiche dalla sfortuna.

Quando il forese tornò, in nome del serpente, a fare istanza per la
promessa, il re, vedendosi chiusa ogni sfuggita, chiamò la figliuola:
«Grannonia mia, io, per beffare uno che ti chiedeva in moglie, ho
proposto tali patti che mi pareva impossibile che si potessero mai
adempiere. Ma ora, vedendomi, non so come, raggiunto e stretto
dall’obbligo, ti prego, se sei una figliuola benedetta, di farmi
mantener la fede e di contentarti di quello che il Cielo vuole ed io
sono sforzato di fare». «Fa’ quel che ti piace, tata e signore mio, —
rispose Grannonia, — poiché non uscirò una linea dalla volontà tua». E
il re disse a Cola Matteo, che facesse venire il serpente.

Questi, avuta la chiamata, salí sopra un carro tutto d’oro, tirato
da quattro elefanti d’oro, e si diresse verso la corte. Ma, per
dovunque passava, la gente dileguava atterrita al vedere un serpente
cosí grande e spaventoso, che faceva la passeggiata per la città. E,
quando giunse al palazzo reale, tremarono come giunchi e fuggirono
tutti i cortigiani, che non restarono neppure i guatteri in cucina.
Anche il re e la regina si tapparono, per la tremarella, in una loro
camera. Sola Grannonia rimase ferma e salda; e, benché il padre e la
madre gridassero: «Fuggi, svigna, sàlvati, Grannonia!», essa non volle
rimuoversi di un passo, dicendo con calma: «Perché dovrei fuggire il
marito che voi mi avete dato?».

Il serpente entrò nella camera, afferrò con la coda Grannonia a mezza
vita, e le diede una folla di baci, che il re, a vedere, fece un
quarto di tomolo di vermi, e, se in quel punto lo salassavi, non ne
sarebbe venuta fuori una stilla sola di sangue. Poi se la portò in
un’altra camera, e, fatta ben serrare la porta, scosse a terra la pelle
serpentina e apparve bellissimo giovane, con la testa tutta riccioli
d’oro e con gli occhi che affatturavano. E, abbracciata la sposa, colse
i primi frutti dell’amor suo.

Il re, che vide il serpente appartarsi con la figliuola e chiudere la
porta, disse alla moglie: «Il Cielo dia pace a quella buon’anima di
nostra figlia, che è andata senz’altro; e quel maledetto serpente se
la sarà inghiottita come un torlo d’uovo!». E mise l’occhio al buco
della chiave per vedere che cosa era accaduto. Ma, quando vide invece
la stupenda[498] grazia di quel giovane e la spoglia di serpente che
aveva lasciata a terra, dette un calcio alla porta, ed esso e la madre
entrarono. E, andati difilati a quella pelle, la presero e la gettarono
nel fuoco.

«Ah! cani rinnegati! — gridò quel giovane, — me l’avete fatta!». E,
subito, si trasformò in una colomba, e, incontrate, nel fuggire, le
vetrate delle finestre, tanto vi urtò col capo che le ruppe, ma ne uscí
conciato di maniera che non gli restò sana parte alcuna della testa.

Grannonia, che si vide in un punto solo contenta e triste, felice e
sventurata, ricca e pezzente, graffiandosi la faccia, si lamentò col
padre e con la madre di questo turbamento del suo piacere, di questo
avvelenamento della sua dolcezza e di questo sviamento della sua buona
fortuna. Si scusarono essi che non avevano pensato di far male; ma
Grannonia, sempre gemendo, aspettò che la Notte si fosse levata ad
accendere le candele al catafalco[499] del cielo per le pompe funerali
del Sole; e, vedendo allora che tutti dormivano, tolse i gioielli che
serbava in uno scrigno e se ne uscí per una porta segreta, determinata
a cercar tanto e dappertutto, finché ritrovasse il bene che aveva
perduto.

Passate le porte della città, col raggio della luna che la guidava,
incontrò una volpe, che le domandò se desiderasse compagnia. «Mi fai
piacere, comare mia, — le rispose Grannonia, — ché io non sono troppo
pratica del paese». Cosí, camminando insieme, giunsero a un bosco, dove
gli alberi, nel loro giuoco a rimpiattino, simili a fanciulli, facevano
casette per nascondervi le ombre. E, poiché i due si sentivano ormai
stracchi pel molto camminare e cercavano di riposarsi, si ritirarono
sotto una copertura di foglie, dove una fontana giocava anch’essa a
carnevale con l’erba fresca, versandole addosso acqua ad anfore[500].
Coricatisi colà sopra un materasso di tenera erbetta, pagarono cosí il
dazio di riposo, che dovevano alla natura per la mercanzia della vita;
né si destarono finché il Sole, col solito suo fuoco, non dié segno ai
marinai e ai corrieri di riprendere il loro cammino. E, al risveglio,
s’intrattennero ancora alquanto a sentire il canto di svariati uccelli,
che erano in quel bosco, e Grannonia mostrò gran diletto al loro
cinguettare.

A questo, la volpe le disse: «Ben altro piacere proveresti, se
intendessi quello che essi dicono, come lo intendo io!». Grannonia,
curiosa, perché curiosità e chiacchiera sono proprie delle femmine
per natura, pregò la volpe di dirle quel che aveva appreso dalla
conversazione di quegli uccelli. Ed essa, fattasi pregare a lungo
per preparare maggiore curiosità a quanto stava per raccontare, le
comunicò che quegli uccelli discorrevano tra loro di una disgrazia
accaduta a un figlio di re, il quale, bello come un fato, per non aver
voluto soddisfare le sfrenate voglie di un’orca maledetta, era stato
trasformato in serpente per sette anni, ed era già vicino a terminare
il tempo prefisso, quando, innamoratosi della figlia di un altro re,
e stando con la sposa in una camera, il padre e la madre di lei gli
avevano bruciato la spoglia; e, fuggendo allora in forma di colomba, al
rompere una vetrata per uscir dalla finestra, si era fracassato in modo
cosí orrendo che i medici lo davano per disperato.

Grannonia, che sentí che si parlava dei guai suoi, domandò anzitutto
di chi cotesto principe era figlio, e se c’era speranza di rimedio al
suo male. E la volpe la informò che quegli uccelli avevano detto che il
padre di lui era il re di Vallonegrosso, e che non c’era altro segreto
per otturare i buchi della sua testa, affinché non ne uscisse l’anima,
che di ungere le ferite col sangue degli uccelli stessi, che avevano
raccontato il caso.

A queste parole Grannonia si buttò in ginocchi dinanzi alla volpe,
supplicandola di farle quest’utile di prendere quegli uccelli, ché
avrebbero spartito da buoni compagni il guadagno. «Piano! — disse
la volpe, — aspettiamo la notte; e, quando gli uccelli si saranno
appollaiati, lascia fare a mamma tua, ché io mi arrampico sugli alberi
e li aggranfio a uno a uno».

Passarono cosí tutto il giorno, ora parlando della bellezza del
giovane, ora dell’errore commesso dal padre della sposa, ora della
disgrazia accaduta, e di discorso in discorso giunsero all’ora in
cui la Terra spande un gran cartone nero per raccogliere la cera che
sgocciola dalle torce della Notte[501]. La volpe, non appena vide gli
uccelli appisolarsi sui rami, se ne salí quatta quatta, e, a uno a uno,
chiappò quanti rigogoli, cardelli, scriccioli, fringuelli, beccacce,
civette, upupe, tordi, lucarini, strigi, pappamosche erano sugli
alberi. E li uccisero e misero il sangue in un fiaschetto, che la volpe
portava con sé per ristorarsi per via.

Grannonia, per l’allegrezza, non toccava la terra coi piedi; ma la
volpe la interruppe: «Oh, quale allegrezza in sogno, figlia mia! Tu
non hai fatto niente, se non hai ancora il mio sangue per miscela con
quello degli uccelli». E, ciò detto, prese la fuga.

Ma quella, che vedeva rovinate le sue speranze, ricorse all’arte delle
femmine, che è l’astuzia e la lusinga: «Comare volpe, tu avresti
ragione di salvarti la pelle, se io non ti fossi tanto obbligata e
se non si trovassero altre volpi pel mondo; ma, poiché sai quanto ti
debbo, e sai che non mancano pari tue per queste campagne, ti puoi
assicurare della mia fede e non fare come la vacca, col rovesciare con
le zampe la tina ora che l’hai riempita di latte: hai fatto, ed ora ti
perdi al meglio! Férmati, credimi, e accompagnami alla città di questo
re, ché, cosí facendo, sarà come mi comprassi per tua schiava».

La volpe, che non immaginava che ci fosse in qualche parte del mondo
quintessenza volpina, si trovò volpinata da una femmina; perché,
accordatasi con Grannonia, e procedendo oltre insieme, non avevano
dato cinquanta passi, che essa le assestò una mazzata col bastone che
portava, e la colpí alla testa con tanta forza che subito stese i
piedi. E non mise tempo in mezzo a scannarla, prenderne il sangue e
aggiungerlo nel fiaschetto. Poi, si mise la via tra le gambe, e arrivò
in breve tempo a Vallonegrosso, e cercò subito il palazzo reale, e
mandò a dire al re che essa era venuta per risanare il principe.

Il re la fece venire alla sua presenza e si meravigliò a vedere che una
giovane prometteva quello che non avevano potuto fare i migliori medici
del regno suo; pure, poiché il tentare non nuoce, le disse che con
grande ansia aspettava di vederne l’esperienza. Ma Grannonia replicò:
«Se io vi farò vedere l’effetto che bramate, voglio che mi promettiate
di darmi il principe per marito». Il re, che considerava il principe
per morto, rispose: «Quando tu me lo darai libero e sano, io te lo
darò sano e libero, ché non è gran cosa dare un marito a chi mi dà un
figlio».

Cosí, andati nella camera del principe, non appena Grannonia l’ebbe
unto con quel sangue, quegli si levò come se non avesse mai avuto alcun
male. E la giovane, vedendo il principe tornato forte e gagliardo,
disse al re di attenerle la promessa.

Il re si rivolse al figlio: «Figlio mio, ti ho visto morto e ora ti
vedo vivo, e non ancora lo credo! Ma io ho promesso a questa giovane,
che, se ti guariva, tu le saresti stato marito: il Cielo ti ha fatto
la grazia, e tu fammi compiere la promessa, per quanto amore mi porti,
perché è necessità di gratitudine pagare questo debito».

Rispose il principe: «Signor mio, vorrei avere tanta libertà delle
voglie mie da darvi soddisfazione pari all’amore che vi porto; ma io
sono impegnato di parola con un’altra, né voi consentirete ch’io rompa
la fede, né questa giovane mi consiglierà ch’io faccia questo torto a
quella a cui voglio bene, né io posso cangiar pensiero».

All’udire questa dichiarazione, Grannonia provò un intimo gusto da non
dire, sentendosi viva nella memoria del principe. E, tingendosi in
volto di carminio, prese a interrogarlo: «Quando io trovassi il modo di
contentare questa giovane amata da voi, che mi cedesse la partita, non
vi pieghereste alle voglie mie?». «Non sarà mai — esclamò il principe,
— che io scacci la bella immagine dell’amata mia da questo petto! O
che essa mi faccia dolce conserva dell’amor suo o mi dia la cassia
tratta[502], sempre sarò di una stessa voglia e di uno stesso pensiero;
e potrei vedermi di nuovo a pericolo di perdere il giuoco alla tavola
della vita, che io non farei mai né quest’inganno, né questo cambio».

Allora Grannonia, non potendo stare piú nelle pastoie
dell’infingimento, gli si scoperse tutta; ché la buia camera d’infermo,
con le finestre ancora chiuse, e l’essere lei travestita, non
gliel’avevano fatta riconoscere a primo tratto. E il principe subito
l’abbracciò con una gioia da stordire, dicendo al padre chi essa era, e
quello che già per lei aveva fatto e patito. Cosí, mandati a chiamare
il re e la regina di Starzalunga, di buon’intesa celebrarono il
matrimonio, assai sollazzandosi al pensiero del tiro giocato alla volpe
e concludendo all’ultimo degli ultimi che:

    al piacere d’amore
    condimento sarà, sempre, il dolore.




TRATTENIMENTO SESTO

L’ORSA


  Il re di Roccaspra vuol prendere per moglie la propria figlia;
  e questa, mercé l’astuzia di una vecchia, si trasforma in orsa
  e fugge alle selve. Qui, in una caccia, viene in possesso di un
  principe, il quale poi un giorno la vede nel suo aspetto naturale
  in un giardino, dove si stava a pettinare, e s’innamora di lei.
  Dopo varî casi, scoperta per donna, diventa moglie del principe.

Tutto il racconto di Popa fece molto ridere le donne; ma, nel punto in
cui si toccò della malizia loro, capace di burlare perfino una volpe,
ebbero a rompersi nei fianchi. E invero la femmina ha le malizie come
granatini, infilate a cento per ogni capello: la frode le è madre,
la bugia nutrice, la lusinga maestra, l’infingimento consiglio, e
l’inganno compagno, che volta e rivolta l’uomo a suo piacere. Ma,
intanto, Antonella s’era messa in pronto per parlare; e, stata un po’
sopra di sé, quasi che facesse la rivista dei suoi pensieri, incominciò:

Ben disse quel savio che non si può a comandi di fiele rispondere con
obbedienza di zucchero. L’uomo deve comandare cose giuste di misura
per trovare ubbidienza giusta di peso; e dagli ordini sconvenienti
nascono le resistenze, come appunto accadde al re di Roccaspra,
che, richiedendo la figliuola di cosa indebita, le dié cagione di
fuggirsene, a rischio di perdere l’onore e la vita.

Si racconta che c’era una volta un re di Roccaspra, che aveva per
moglie la stessa madre della bellezza, ma la perse presto, perché essa,
nel miglior corso degli anni, cadde dal cavallo della sanità e si
fiaccò la vita. Prima che la candela vitale le si spegnesse all’incanto
degli anni[503], la moribonda chiamò a sé il marito e gli parlò cosí:
«Io so che mi hai amato svisceratamente: mostrami dunque, pervenuta
come sono al fondigliuolo degli anni miei, il fior fiore dell’amor
tuo, promettendomi di non ammogliarti piú mai se non trovi un’altra
donna bella come sono stata io. Altrimenti ti lascio una maledizione,
spremuta con tutte le forze dalle mie mammelle[504]; e te ne porterò
odio perfino nell’altro mondo».

Il re, che l’amava al piú alto segno[505], ascoltando quest’ultima
volontà, scoppiò a piangere e per un pezzo non poté pronunciare
parola. Infine, frenando i singulti, le disse: «Se io voglio saper piú
di moglie, piuttosto mi venga una goccia, piuttosto mi sia data una
lanciata catalana[506], piuttosto sia trattato come Starace![507]. Bene
mio, non pensarci neppure, non credere a sogni, ch’io possa porre amore
in altra donna. Tu, per la prima, vestisti l’affezione mia; tu porterai
teco gli ultimi stracci delle mie voglie!». E, mentre diceva queste
parole, la povera giovane, che già aveva il rantolo, travolse gli occhi
e stese i piedi.

Il re, che vide sturata Patria[508], sturò i canali degli occhi suoi,
con grida e battiture che fecero correre tutta la corte, chiamando a
gran voce per nome quella buona anima, bestemmiando la fortuna, che
gliel’aveva rapita, strappandosi la barba, accusando le stelle, che
gli avevano mandato tanta disgrazia. Ma anche lui fece poi come suona
quel detto: «doglia di gomito e di moglie duole assai e dura poco»,
e quell’altro: «due, una alla fossa e un’altra alla coscia»[509];
e non ancora la Notte era uscita alla piazza d’armi del Cielo a
passare in rivista i pipistrelli, ch’egli cominciò a fare i conti
sulle dita: «Ecco perduta mia moglie per me, ed io resto vedovo e
afflitto, senz’altra speranza di erede che la sventurata figlia che
m’ha lasciata. Perciò sarà necessario trovare un partito per avere un
figlio maschio. Ma dove mi rivolgerò? dove troverò una femmina pari
di bellezza a mia moglie, se ogni altra sembra un’arpia al confronto?
Qui ti voglio! Dove ne trovi un’altra a frugare col fuscellino, dove
andrai cercandola col campanello, se natura fece Nardella (che sia
in gloria!), e poi ruppe la stampa?[510]. Oimè, in quale labirinto,
in quali strettoie mi ha posto la promessa che le ho fatta! Ma che?
Io ancora non ho visto il lupo, e già fuggo: cerchiamo, vediamo e
ascoltiamo! È possibile che non ci sia altra asina alla stalla, fuori
di Nardella? È possibile che voglia essere perduto il mondo per me?
Forse c’è stata la moría e la distruzione delle femmine? O se n’è persa
la semenza?».

Con queste riflessioni, fece subito gettare un bando e comandamento
da parte di mastro Chiomento[511]: che tutte le donne belle del mondo
venissero alla pietra di paragone della bellezza, perché voleva
prendersi per moglie la piú bella e dotarla di un regno. Ed essendosi
il grido sparso dappertutto, non ci fu femmina in ogni parte della
terra che non venisse a tentar la sorte, non ci restò donnaccola, per
scontraffatta che fosse, che non si facesse innanzi, perché, quando
si tocca questo tasto della bellezza, non c’è canchero che si dia per
vinto, non c’è orca marina, che ceda: ognuna si picca, ognuna si crede
la piú bella; e, se lo specchio le mostra il vero, dà colpa al vetro
che non rende l’immagine al naturale, all’argento vivo, che è stato
spianato male.

Quando il paese fu tutto pieno di femmine, il re le fece mettere in
fila e prese a passeggiare davanti a loro, come fa il gran Turco
quando entra al serraglio, col fine di scegliere la migliore pietra di
Genova[512] per affilare il coltello damaschino. E, andando e venendo,
di su e di giú, come scimmia che non sta mai ferma, e affisando e
squadrando ora questa ora quella, una le pareva storta di fronte,
un’altra lunga di naso, chi larga di bocca, chi grossa di labbra,
questa spilungona, quella piccola e mal tagliata, questa troppo
rigonfia, quella troppo smunta; la spagnuola non gli piaceva pel colore
smorto[513]; la napoletana non gli andava all’umore per le stampelle
con le quali cammina[514]; la tedesca gli pareva fredda e gelida; la
francese, di cervello troppo sventato[515]; la veneziana, una conocchia
di lino, coi capelli cosí bianchicci[516]. In conclusione, quale per
una ragione e quale per un’altra, le rimandò tutte con una mano avanti
e un’altra dietro.

Poiché tante belle facce non gli erano andate a gusto, ed egli tuttavia
stava risoluto a strangolarsi[517], finí col volgersi alla sua propria
figlia, riflettendo: «Perché vado cercando Maria per Ravenna[518], se
Preziosa, mia figlia, è fatta a una medesima stampa con la madre? Ho
questo bel viso in casa, e corro per ritrovarlo a capo del mondo!».
E fece intendere il suo pensiero alla figlia, la quale gli sgranò un
rabbuffo e una ramanzina, che il Cielo te li dica per me. Ma egli montò
in furia: «Abbassa la voce e mettiti la lingua di dietro; e risolviti
questa sera stessa a stringere il nodo matrimoniale: altrimenti, il
maggior pezzo sarà l’orecchio!».

Preziosa, udita questa risoluzione paterna, si ritirò nella camera sua,
e, lamentando la sua mala sorte, non si lasciò intatta neppure una
ciocca. E, mentre proseguiva in questa triste doglianza, capitò una
vecchia, che soleva servirla di argentata[519], la quale, trovandola
piú di quel mondo che di questo, udita la cagione del suo affanno, la
confortò: «Sta’ di buon animo, figlia mia, non disperarti, ché a ogni
male c’è rimedio, fuorché alla morte. Ora, ascolta: quando stasera
tuo padre, che ha piú presto dell’asino, vorrà fare da stallone, tu
càcciati questo fuscello in bocca, perché subito diventerai un’orsa,
e fuggi via, ché egli, per la paura da cui sarà preso, ti lascerà
fuggire; e vattene diritto al bosco, dove il Cielo ti riserba la tua
ventura. E, quando vuoi parere donna, levati il fuscello dalla bocca e
tornerai nella forma di prima».

Rese gran mercé Preziosa alla vecchia, e, nell’accommiatarla, le
fece dare una grembialata di farina e due fette di prosciutto e di
lardo. E, quando il Sole, simile a meretrice fallita[520], comincia
a cangiar quartiere, il re fece chiamare i buttafuochi[521] e dette
un gran festino a tutti i signori vassalli. Dopo cinque o sei ore
di catubba[522], gli invitati si misero a tavola e diluviarono; e
poi il re si ritirò per andare a coricarsi, dando voce alla sposa di
portargli il quaderno per saldare i conti amorosi. Ma Preziosa, venuta
che fu alla sua presenza, si mise in bocca il fuscello, e subito prese
forma di un orso terribile e gli andò contro minacciosamente. Il re,
atterrito da questo prodigio, si nascose tra le materasse, dalle quali
neppure la mattina cacciò fuori la zucca.

Frattanto Preziosa uscí dal palazzo e trottò alla volta di un bosco,
in cui le ombre cospiravano tra loro come potessero, verso le
ventiquattro ore, far offesa al Sole. E nel bosco se ne stette con
la dolce conversazione degli altri animali; fin tanto che venne a
caccia in quei luoghi il figlio del re di Acquacorrente. Il quale, al
trovarsi di fronte quest’orsa, fu per morire dallo spavento; ma poi,
avvedutosi che l’animale, tutto accucciolandosi e dimenando la coda
come cagnolina, gli andava attorno, riprese fiato. E rispondendo alle
carezze e dicendogli: «Cucce-cucce, misce-misce, ti-ti, rucche-rucche,
cicco-palú, ense-ense», se la trasse dietro fino a casa; e qui ordinò
che la governassero come la persona sua stessa e la fece mettere in un
giardino accanto al palazzo reale per poterla guardare, sempre che gli
piacesse, da una finestra.

Ora, un giorno che tutte le genti di casa erano andate fuori, rimasto
solo, s’affacciò per vedere l’orsa. E vide, invece dell’orsa,
Preziosa, che, per ravviarsi i capelli, toltosi di bocca il fuscello,
si pettinava le trecce d’oro. Allo spettacolo di quella bellezza
strepitosa il principe ebbe a strabiliare; e, precipitandosi per
le scale, corse verso il giardino. Senonché Preziosa, avvedutasi
dell’agguato, subito si rificcò il fuscello in bocca e tornò come prima.

Il principe, entrato nel giardino e non trovato piú quello che aveva
visto di sopra, restò cosí interdetto dalla delusione, che cadde in una
grande melanconia e in quattro giorni venne malato, chiamando sempre:
«Orsa mia, orsa mia!». La madre, che udí questo lamento, immaginò
che l’orsa gli avesse fatto qualche cattivo tratto e dié ordine che
fosse uccisa. Ma i servitori, che tutti quanti erano innamorati della
domestichezza di quell’animale, che si faceva amare fin dalle pietre
della strada, ebbero pietà di ammazzarla e la menarono al bosco,
riferendo alla regina di averla sventrata.

Quando la cosa giunse all’orecchio del principe, egli entrò in un
furore da non dire; e, gettatosi, malato com’era, dal letto, volle
fare carne affumicata[523] dei servitori. Ma, poiché ebbe appreso come
la faccenda era andata, si mise mezzo morto a cavallo, e tanto cercò
e girò che, ritrovata l’orsa, la ricondusse a casa. Qui, la pose in
una camera, e prese a invocarla affannosamente: «O bel boccone da re,
che stai rintanata in questa pelle! o candela d’amore, che stai chiusa
in questa lanterna pelosa! a qual fine farmi questi giochetti? Per
vedermi spasimare e andarmene lentamente consunto? Io muoio affamato,
abbramato e allucignato[524] per cotesta bellezza, e tu ne vedi le
chiare prove, ché io sono ridotto a un terzo come vin cotto[525], e
non ho se non ossa e pelle, poiché la febbre si è cucita a filo doppio
alle mie vene! Perciò, leva la tela di questa pelle setolosa e lasciami
vedere l’apparato delle tue bellezze! Leva, leva le fronde di sopra a
cotesto canestro, e fammi dare una guardata alle belle frutta! Alza
cotesta portiera e fa entrare gli occhi a contemplare la pompa delle
meraviglie! Chi ha posto in una carcere, tessuta di peli, un’opera
cosí liscia? chi ha serrato in uno scrigno di cuoio cosí bel tesoro?
Lascia che io veda cotesto mostro di grazie e prenditi per pagamento
tutte le voglie mie; ché solo il grasso di quest’orsa può rimediare
all’attrazione di nervi da cui sono afflitto!».

Ma, dopo aver detto e ridetto, avvedutosi che gittava a perdita le sue
parole, tornò a buttarsi sul letto e gli sopravvenne cosí disperato
accidente che i medici fecero cattivo prognostico dei casi suoi. Allora
la madre, che non aveva altro bene al mondo, si sedette a un lato del
letto e gli disse: «Figlio mio, da che cosa nasce questo crepacuore?
qual umore malinconico ti ha preso? Tu sei giovane, tu sei amato,
tu sei grande, tu sei ricco: che cosa ti manca, figlio mio? Parla:
pezzente vergognoso rimane a saccoccia vuota. Se vuoi moglie, tu scegli
e io do la caparra; tu prendi ed io pago. Non vedi tu che il male tuo è
male mio? A te batte il polso, a me il cuore[526]; tu con la febbre nel
sangue, io con la gocciola al cervello; perché io non ho altro puntello
alla vecchiaia mia che te, figlio caro! Perciò stammi allegro per
rendere allegro questo cuore, e perché non si vegga disgraziato questo
regno, sprofondata questa casa e desolata[527] questa madre!».

Il principe alle dolci parole materne rispose: «Nessuna cosa può
confortarmi se non la vista di quell’orsa; e perciò, se volete vedermi
risanare, fatela stare in questa camera: né voglio altri che mi governi
e mi faccia il letto e mi cucini se non essa sola, ché, con questo
piacere, in breve tempo guarirò».

La madre, quantunque le sembrasse uno sproposito che l’orsa dovesse
fare da cuoco e da cameriere e dubitasse che il figlio avesse il
farnetico, nondimeno, per accontentarlo, ordinò che l’orsa fosse
introdotta. E quella, avvicinatasi al letto del principe, levò la zampa
e toccò il polso dell’infermo, cosa che sbigottí la regina, temendo
che da un momento all’altro gli strappasse il naso. Ma, dicendo il
principe: «Chiappino[528] mio, non mi vuoi cucinare e darmi a mangiare
e avermi cura?», l’orsa abbassò il capo, mostrando di accettare la
proposta.

La madre, allora, mandò a prendere una coppia di galline e fece
accendere un fornellino nella stessa camera, e mettervi sopra una
pentola d’acqua a bollire. E l’orsa, afferrata una gallina, la tuffò
nell’acqua bollente, la spennò destramente, e, sventratala, parte ne
conficcò allo spiedo e parte acconciò in un bello ingratinato, che il
principe, che prima non poteva inghiottire nemmeno l’acqua zuccherata,
se ne leccò le dita. Finito ch’egli ebbe di mangiare, l’orsa gli dié
da bere con tanta grazia che la regina volle baciarla in fronte. Ciò
adempiuto, ed essendo il principe sceso dal letto per formare la pietra
di paragone del giudizio dei medici[529], l’orsa rifece il letto; e
poi, andata di corsa al giardino, colse un bel fascio di rose e di
fiori di cedrangolo, e ve li sparse sopra: tanto che la regina disse
che quest’orsa valeva un tesoro e che aveva un cantaio di ragione il
figlio a volerle bene.

Il principe, seguendo con gli occhi questo bel garbo, aggiunse esca al
fuoco, e se prima si consumava a dramme, ora si struggeva a rotoli; di
tal che supplicò la regina: «Mamma signora mia, se io non do un bacio a
quest’orsa, lo spirito mi fugge dal petto!». La regina, che lo vedeva
sul punto di cadere in deliquio, si rivolse all’orsa: «Bacialo, bacia,
bell’animale mio; non volere che questo povero mio figlio muoia di
desiderio!».

L’orsa si accostò, e il principe, presala per le due gote, non si
saziò di baciarla. E, mentre stavano muso a muso, cadde non so come
il fuscello dalla bocca di Preziosa, che rimase, tra le braccia del
principe, bellissima creatura umana. Gridò il principe, mentre la
stringeva con le tenaglie amorose delle braccia: «Ci sei incappata,
pispola[530] e non mi scappi piú senza ragion veduta!». Preziosa,
spargendo il colore della vergogna sul quadro della bellezza naturale,
rispose: «Già sono nelle tue mani; ti sia raccomandato l’onor mio, e
spacca e pesa e rivolgimi come ti piace!».

Prese la parola la regina, e interrogò la bella giovane per sapere
chi ella fosse e che cosa l’avesse ridotta a quella vita selvatica;
e Preziosa le raccontò per filo e per segno la storia delle sue
sventure. La regina la lodò per buona e onorata figliuola, e disse al
principe che si contentava che gli fosse moglie. Il principe, che non
bramava altra cosa in questa vita, le dié subito la fede. E la madre,
benedicendo la coppia, ordinò di celebrare questo bell’incastro con
festeggiamenti e luminarie stupende. E Preziosa fu scandaglio alla
bilancia del giudizio degli uomini, che dice:

    Quei che fa bene, sempre bene aspetta.




TRATTENIMENTO SETTIMO

LA COLOMBA


  Un principe, per la imprecazione lanciatagli da una vecchia, soffre
  grandi travagli, ai quali altri s’aggiungono per la maledizione
  di un’orca; ma, in fine, per l’industria della figlia dell’orca,
  supera tutti i pericoli e si ammoglia con questa giovane.

Giunto al _rum_ e _bus_[531] questo racconto di Antonella, che fu
a viva voce lodato per bello e grazioso e di grande esempio alle
giovani gelose del loro onore, Ciulla, a cui toccava la beneficiata di
continuare, disse cosí:

Chi nasce da principe, non deve far cose da monello; l’uomo grande non
deve dar cattivo esempio agli inferiori: ché dall’asino piú grosso
impara a mangiar la paglia il piú piccolo. Altrimenti, non è poi da
maravigliarsi se il Cielo manda travagli a tomoli, come accadde a un
principe che, per non saper frenare la capricciosa irrequietezza[532],
recò offesa a una povera vecchia e stette a un pelo di perdere in malo
modo la vita.

C’era una volta, lontano otto miglia da Napoli, verso gli Astroni[533],
un bosco di fichi e di pioppi, nel quale i raggi del Sole urtavano[534]
senza poterlo trapassare. Colà, in una casipola mezzo diroccata,
abitava una vecchia, tanto vuota di denti quanto carica d’anni, cosí
alta di gobba come bassa di fortuna. Aveva cento grinze alla faccia, ma
era totalmente liscia nella borsa; aveva la testa tutta argento, ma non
possedeva neppure uno di quei centoventi che compongono il carlino[535]
per poter dare qualche ristoro allo spirito. Tanto che andava pei
pagliai del contorno, accattando qualche limosina per tirare innanzi la
vita.

Ma, poiché ai tempi d’oggi si darebbe piú facilmente una borsa di
tornesi a uno spione ghiottone che non un treccalli a un povero
bisognoso, la misera vecchia dové stentare tutto il tempo della
trebbiatura per mettere insieme una scodella di fagiuoli, in una
stagione in cui tanta abbondanza ce n’era stata in quei paesi che poche
case non ne conservavano le tomola. Portati, dunque, a casa quei pochi
fagiuoli, li nettò e li versò in una pignatta; e poi pose la pignatta
sul davanzale fuori la finestra, mentre essa uscí di nuovo per cercare
quattro bruscoli nel bosco per cuocerli. Si suol dire: «A caldaia
vecchia, ammaccatura o buco»; e anche: «a cavallo magro Dio manda le
mosche»; e ancora: «ad albero caduto accetta accetta». Cosí accadde che
in quel frattempo passò per di là il figlio del re, Nardaniello[536],
che andava a caccia; e, veduta la pignatta sul finestrino, ebbe voglia
di fare un bel colpo e provarsi con quelli del suo séguito a chi,
mirando piú diritto, l’avesse colpita nel bel mezzo con un sasso; e,
in effetto, prendendola a bersagliare, dopo tre o quattro tiri, il
principe colse a segno e la mandò in frantumi.

In quel punto stesso sopraggiunse la vecchia, che, allo spettacolo
di quell’amaro disastro, cominciò a dibattersi fuor di sé per la
rabbia, e a gridare: «Di’ che si stropicci le mani e che si vada
vantando quel caprone di Foggia[537], che ha cozzato contro questa
pignatta! il figlio di strega, che ha rotto la fossa delle carni sue!
il villano zoticone, che ha seminato contro stagione i fagiuoli miei!
E pure, se non ha avuto una stilla di compassione per le miserie mie,
avrebbe dovuto avere qualche rispetto al proprio interesse, e non
gettare per terra le armi della sua casata, né fare andare sotto i
piedi le cose, che si tengono sulla testa[538]. Ma va’, ch’io prego
il Cielo a ginocchi scoperti e con le viscere del cuore, che costui
si possa innamorare della figlia di un’orca, che lo faccia bollire e
malamente cuocere: la suocera gliene dia tante e tante che si veda
vivo e si pianga morto; ed esso, trovandosi allacciato dalle bellezze
della figlia e dagli incanti della madre, non possa mai far le sue
bisacce[539], ma stia, ancorché ne crepi, soggetto agli strazî di
quella brutta arpia, la quale gli comandi i servizî a bacchetta e gli
largisca il pane con la balestra, tanto che piú d’una volta debba
sospirare i fagiuoli miei, che ha sparsi per terra».

Le maledizioni di questa vecchia misero le ali e salirono subito al
Cielo; tanto che, quantunque si usi dire: «bestemmie di femmina, dietro
te le semina», e «a cavallo bestemmiato riluce il pelo», questa volta
esse colpirono diritto il principe, che stette per lasciarvi la pelle.
Ché non passarono due ore, e, smarritosi egli nel bosco, lontano
dalle genti sue, incontrò una bellissima giovane, la quale andava
raccogliendo maruzze[540], e, per diletto, cantava:

    Esci, esci corna,
    che mámmata ti scorna;
    ti scorna sopra l’astrico,
    che fa il figlio mascolo!...[541]

Il principe, che si vide innanzi questo scrigno delle cose piú preziose
della natura, questo banco dei piú ricchi depositi del Cielo, questo
arsenale delle piú strapossenti forze d’Amore, si sentí girare la
testa; e, trapassando da quella tonda faccia di cristallo i raggi degli
occhi all’esca del suo cuore, si accese tutto, in modo che diventò una
fornace, in cui si cocevano le pietre dei disegni per fabbricare la
casa della speranza.

Neppure Filadoro (tale era il nome di quella giovane) perse tempo[542],
ché, per essere il principe un bel mostaccio, subito le trafisse da
parte a parte il cuore; tanto che l’uno all’altro chiedeva misericordia
con gli occhi; e, mentre le lingue loro avevano la pipita, gli sguardi
erano trombette di banditore, che pubblicavano il segreto dell’anima.

Stati cosí un buon pezzo l’uno e l’altra con l’aridezza alla gola[543]
che non potevano stillarne una maledetta parola, infine il principe
sturò il condotto della voce e prese a dire: «Da qual prato è
germogliato questo fiore di bellezza? Da qual cielo è piovuta questa
rugiada di grazia? Da quale miniera è provenuto questo tesoro di cose
stupende? Oh felici selve, oh boschi fortunati, abitate da questo
sfoggio trionfante, irradiate da questa luminaria delle feste d’Amore,
oh boschi e selve, dove non si tagliano manici per le scope, traverse
per le forche, né coperchi di quei tali vasi, ma solo porte pel tempio
della bellezza, travi per la casa delle Grazie e aste per le frecce
d’Amore!».

«Abbassa il tono[544], cavaliere mio! — rispose Filadoro; — non
tanto di grazia! ché le virtú vostre, e non i meriti miei, formano
l’epitaffio di lode, che mi avete fatto: io sono donna che mi misuro, e
non voglio che altri mi serva di mezzacanna. Ma, tale quale sono, bella
o brutta, nera o bianca, magra o grassa, snella o pesante, cernia o
fata, bamboletta o caprone[545], sono tutta al comando vostro; perché
questo bel taglio d’uomo mi ha tagliato a fette il cuore, questa bella
faccia di conte mi ha trapassato dall’una all’altra parte; e mi ti do
per schiavottola tua incatenata, da ora a sempre»[546].

Queste parole furono suono di tromba, che gli gridò il «tutti a
tavola!» dei piaceri amorosi, anzi lo svegliò con un «tutti a
cavallo!»[547] alla battaglia d’amore. E, vedendosi offerto un dito di
amorosanza, egli prese tutta la mano e baciò l’uncino d’avorio che gli
aveva agganciato il cuore. Filadoro, a questa cerimonia da principe,
fece un viso da marchesa[548], anzi da tavolozza di pittore, in cui si
vide un miscuglio di minio della vergogna, di ciliegio della paura, di
verderame della speranza, di cinabro del desiderio.

Nardaniello avrebbe voluto continuare in quel dolce colloquio, quando
gli fu spezzato il dire, perché, in questa infelice vita umana, non
c’è vino di soddisfazione senza feccia di disgusto, non c’è brodo
grasso di contentezza senza schiuma di disgrazia. Mentre egli stava
sul miglior punto delle sue gioie, eccoti d’un tratto la mamma di
Filadoro, che era un’orca cosí brutta che la natura la fece come
modello delle mostruosità. Aveva i capelli come una scopa di rusco, non
già per rinettare di fuliggine e ragnatele le case, ma per annerire
e affumicare i cuori; la fronte era di pietra cote per affilare il
coltello della paura che squarciava i petti; gli occhi erano comete,
che predicevano tremiti di gambe, verminare di cuore, geli di spiriti,
torbidi di anime e sciolte di corpo; ché portava il terrore nella
faccia, lo spavento nello sguardo, lo schianto nei passi, la cacaiola
nelle parole; la bocca era sannuta come di porco, grande come quella
dello scrofano, storta come di chi patisce la convulsione, bavosa come
quella di una mula: insomma, da capo a piede, vedevi uno stillato di
bruttezza, uno spedale di storpî.

Certo, il principe doveva portare cucita ai giubbone qualche storia
di Marco e Fiorella[549], se non spiritò a questa vista. L’orca lo
agguantò pel farsetto, e gli disse: «Alza la corte, uccello, uccello,
manica di ferro!»[550]. «Testimonianza vostra![551] — rispose il
principe: — indietro, canaglia!»; e volle metter mano alla spada, che
era di buona lama[552]. Ma rimase come una pecora che ha visto il lupo,
e non poté piú né muoversi né fiatare: sicché fu trascinato alla casa
dell’orca, come un ciuco preso alla cavezza.

Colà, appena giunto, l’orca lo ammoní: «Attendi a ben faticare, come un
cane, se non vuoi morire come un porco. E, per primo servizio, fa’ che
per la giornata d’oggi sia zappato e seminato questo moggio di terra,
che è in piano con questa camera; e sta’ in cervello che, se torno
stasera e non trovo finito il lavoro, io t’inghiotto!». E, detto alla
figlia di attendere alla casa, se ne andò a conversazione con le altre
orche nel bosco.

Nardaniello, che si vide ridotto a questi termini, cominciò a bagnare
il petto con torrenti di lacrime, maledicendo la sua fortuna che
l’aveva tirato a questo cattivo passo. Filadoro, dall’altra parte, lo
confortava, che stesse di buon animo, perché essa avrebbe posto il
proprio sangue per aiutarlo, e che non doveva chiamare malvagia la
sorte se l’aveva condotto a quella casa, dov’era cosí svisceratamente
amato da lei, e che dimostrava poco ricambio a quell’amore con lo
starsene cosí disperato di quanto era accaduto.

Il principe le rispose: «Non mi dispiace di essere sceso dal cavallo
all’asino, né d’aver cangiato il palazzo reale con questo tugurio, i
conviti banditi con un tozzo di pane, il corteggio dei servitori col
servire a estaglio[553], lo scettro con una zappa, il far atterrire gli
eserciti col vedermi atterrito io da una brutta sporcacciona; perché
tutte le mie disgrazie terrei a ventura per esservi tu presente e
poterti mirare con questi occhi. Ma quello che mi trafigge il cuore,
è che ho da zappare e sputarmi cento volte nelle mani dove sdegnavo
di togliere con lo sputo una pellicola; e, quod peio[554], debbo far
tanto che non vi basterebbe un paio di buoi; e, se non finisco stasera
il lavoro, sarò mangiato da tua madre; ed io non tanto avrò tormento
di staccarmi da questo misero corpo, quanto di allontanarmi da cotesta
bella persona tua!». E, cosí parlando, mandava singhiozzi a secchi e
lacrime a conche.

Filadoro gli rasciugò gli occhi e gli disse: «Non credere, vita mia,
che abbi da lavorare altro territorio che l’orto di amore, né temere
che màmmama ti tocchi un pelo solo della persona. Hai Filadoro e non
dubitare, perché, se non lo sai, io sono fatata e posso quagliare
l’acqua e oscurare il sole. Basta e _sufficit_! Perciò, stiamo allegri,
che il terreno si troverà zappato e seminato questa sera, senza che tu
vi abbi messo un colpo».

«Ma, se tu, come dici, sei fatata, o bellezza del mondo, perché non
sfrattiamo da questo paese? ché io ti vorrò tenere come regina alla
casa di mio padre.

«Un certo imbroglio di stelle impedisce questo giuoco; ma passerà tra
breve l’influsso e saremo felici».

Tra questi e mille altri ragionamenti scorse la giornata; e venne
l’orca dal bosco, e chiamò dalla strada la figlia: «Filadoro, cala
i capelli!». (La casa era senza scale, ed essa vi saliva sempre pei
capelli della figlia). E Filadoro, alla voce della madre, si disfece la
pettinatura e calò i capelli, fornendo una scala d’oro a un cuore di
ferro. Quella, subito entrata, corse all’orto, e, trovandolo lavorato,
rimase fuor dei panni per la meraviglia, sembrandole impossibile che un
giovane, uso alle delicatezze, avesse compiuto quella fatica da cane.

La mattina seguente, uscito il Sole a sciorinarsi per mandar fuori
l’umido assorbito al fiume dell’India, la vecchia tornò a scendere
e andare al bosco, non senza aver detto prima a Nardaniello che le
facesse trovare, alla sera, spaccate a quattro per pezzo sette canne
di legna, che erano accatastate in uno stanzone: altrimenti, l’avrebbe
battuto a modo di lardo e fatto di lui un piccadiglio[555] per la
refezione della sera.

Filadoro, che lo vide pallido e smorto all’intimazione di questo
decreto, lo rimproverò: «Pauroso che sei! Benedetto uomo! Tu ti
spaventeresti dell’ombra tua!». «E ti pare cosa da nulla — rispose
Nardaniello — spaccare sette canne di legna, a quattro per pezzo,
di qui a stasera? Oimè, prima mi sarò spaccato io in due metà, per
riempire le fauci della trista vecchia!». «Non dubitare — replicò
Filadoro, — ché, senza prenderti alcuna fatica, le legna si troveranno
belle e spaccate. Ma, per intanto, sta’ di buona voglia, e non
spaccarmi l’anima con tanti lamenti!».

La vecchia, al suo ritorno a casa, nell’ora in cui il Sole chiude la
bottega dei raggi per non vendere luce alle Ombre, trovò spaccate le
legna; ed entrò in sospetto che la figlia non le desse scacco matto. E
il terzo giorno, perché il caso non si ripetesse, ordinò a Nardaniello
che gli avesse ripulito una cisterna piena di mille botti d’acqua, e
che tutto fosse a fine per la sera; altrimenti, di lui avrebbe fatto
scapece o mesesca[556].

Nardaniello ricominciò il solito lamento, e Filadoro, che vedeva che le
doglie incalzavano e che la vecchia era bestiale a voler caricare il
pover’uomo di guai e guai, uno piú grosso dell’altro, gli disse: «Sta’
zitto, ché è passato il punto che sequestrava l’arte mia; e noi oggi,
prima che il Sole dica: «Fo riverenza»[557], vogliamo dire a questa
casa: «Stai bene». Basta: questa sera màmmama troverà sgombro il paese,
ed io me ne verrò con te, viva o morta». A questa nuova, il principe,
che era quasi morto, respirò, e abbracciò Filadoro: «Tu sei la
tramontana di questa travagliata barca, anima mia! Tu sei il puntello
delle mie speranze!».

Cosí, verso sera, per un buco che Filadoro aveva fatto sotto l’orto
e che riusciva in un gran condotto, i due fuggirono, trottando verso
Napoli. Ma, giunti che furono alla grotta di Pozzuoli[558], Nardaniello
disse a Filadoro: «Bene mio, non è decoroso farti entrare al mio
palazzo a piedi e vestita come ti trovi. Perciò, aspetta in questa
osteria, ché io torno presto con cavalli, carrozze, genti e vestiti,
e altri amminnicoli». E Filadoro restò ed egli prese la via verso la
città.

Intanto l’orca, tornata dalla campagna e non rispondendo Filadoro alla
solita chiamata, entrò in sospetto, e subito corse al bosco, tagliò una
lunga pertica, l’appoggiò alla finestra della casa e, arrampicandosi
come gatto, salí. E, cercando dentro e fuori, su e giú, e non trovando
nessuno, alla fine si avvide del pertugio e, osservato che andava a
sboccare in una piazza, si strappò le ciocche, bestemmiando la figlia
e il principe e pregando il Cielo che, al primo bacio che il suo
innamorato ricevesse da chiunque, si scordasse di lei. Ma lasciamo la
vecchia a recitare questi paternostri selvatici e torniamo al principe.

Quando il principe entrò nel palazzo, dove era tenuto per morto,
tutta la casa andò a rumore e gli corse all’incontro con gridi: «Alla
buon’ora! Sii il ben arrivato! Eccoti a salvamento! Come ci sembri
bello in questo paese!»; e mille altre parole amorevoli. Ma, mentre
saliva la gradinata per andare all’appartamento del re, a mezza scala
si scontrò con la madre, che gli gittò le braccia al collo e lo badò:
«Figlio mio, gioiello mio, pupilla degli occhi miei, e dove sei stato?
E come hai tardato tanto, tenendoci tutti in palpito?».

Il principe non sapeva che cosa rispondere, perché avrebbe bensí
raccontato le sue disgrazie, ma, non sí tosto la madre l’ebbe baciato
con labbra di papavero, che, per effetto della maledizione dell’orca,
gli uscí dalla memoria tutto quanto gli era accaduto. E, anzi,
aggiungendo la regina che, per torgli quest’occasione di andare alla
caccia e consumare la vita nei boschi, l’avrebbe ammogliato: «Sia
con la buon’ora! — egli rispose: — eccomi pronto e parato a fare
tutto quello che vuole la mamma e signora mia». «Cosí fanno i figli
benedetti!», concluse, tutta contenta, la regina.

Fu stabilito che fra quattro giorni sarebbe stata condotta alla casa la
sposa, la quale era una signora di alta nobiltà[559], che dalle parti
di Fiandra era capitata in quella città; e furono ordinate feste e
banchetti. Ma, in questo mezzo, Filadoro, ch’era rimasta all’osteria,
vedendo che il marito troppo tardava a tornare e ronzandole non so
come all’orecchio la voce di questa festa che si andava divulgando
dappertutto, deliberò di recarsi a vedere quel che stava accadendo. E,
avendo adocchiato i vestiti del garzone dell’oste, che, nel coricarsi
la sera, li aveva lasciati a pie’ del saccone[560], li sottrasse, mise
in cambio i suoi, e, travestitasi da uomo, se ne venne alla corte del
re.

I cuochi della corte, che in quei giorni avevano un gran da fare e
abbisognavano di aiuti, essendosi loro offerto questo giovane, lo
presero per guattero. E la mattina dopo, quando il Sole sul banco
del cielo mostra i privilegi rilasciatigli dalla Natura e muniti del
suggello della luce, e vende segreti per schiarire la vista[561],
giunse la sposa a suono di cennamelle e di cornette.

Le mense erano apparecchiate, tutti si posero a sedere; e, mentre
fioccavano le piú prelibate vivande, lo scalco tagliò una grossa
impanata all’inglese[562], che Filadoro aveva lavorata di sua mano; e
dall’impanata volò una colomba. Era cosí leggiadra, quella colomba, che
i convitati, scordandosi di mangiare, rimasero stupiti ad ammirarne la
bellezza. Ma la colomba, con una voce pietosa pietosa, s’indirizzò al
principe e gli disse: «Hai mangiato forse cervello di gatto[563], o
principe, che ti sei, detto fatto, dimenticato dell’amore di Filadoro?
Cosí ti sono usciti di memoria i servigi che ti ha resi, o sconoscente?
Cosí ripaghi i beneficî, o ingrato? l’averti strappato alle branche
dell’orca, l’averti dato la vita e se stessa? È questa la gran mercé
che rendi a quella sfortunata giovane dello sviscerato amore che t’ha
dimostrato? Di’ che si levi e che se ne vada via; di’ che spolpi l’osso
finché verrà l’arrosto! Oh sventurata quella donna che troppo accoglie
parole d’uomini, che portano sempre con le parole l’ingratitudine,
coi beneficî la sconoscenza e coi debiti la dimenticanza! Ecco, la
sciagurata s’immaginava di far con te la focaccia nel Donato[564], e
ora si vede giocata a sparticiambella[565]; credeva di fare con te
‘serra serra’, e ora tu fai ‘salva salva’[566]; pensava di potere
rompere un bicchiere con te, e ora ha rotto il pitale![567]. Va’, non
curarti di lei, faccia di negadebiti, che ti colgano per diritto le
bestemmie di tutto cuore che ti manda quella poveretta! Tu ti avvedrai
quel che importa burlare una fanciulla, impastocchiare una povera
innocente, facendole questo bel trucco-mucco[568], portandola ‘folio
a tergo’, mentre essa ti portava ‘intus vero’[569]; mettendola sotto
la codola, mentre essa ti metteva sopra il capo; e, mentre essa ti
prestava tanta servitú, tenerla dove si fanno i serviziali! Ma se il
Cielo non s’è messo la benda agli occhi, se gli dèi non si son posti
il tappo alle orecchie, vedranno il torto che le hai fatto, e, quando
meno ti credi, ti verrà la vigilia e la festa, il lampo e il tuono,
la febbre e la cacarella! Basta, attendi a mangiar bene, datti spasso
a voglia tua, sguazza e trionfa con la sposa novella; ché la misera
Filadoro, filando sottile, romperà il filo della vita e ti lascerà
campo franco di goderti la nuova moglie!».

Dette queste parole, si levò a volo fuori della finestra, ché se la
prese il vento.

Il principe, udita questa intemerata colombesca, rimase interdetto per
un pezzo. In ultimo, domandò donde era venuta l’impanata; e, avendo
appreso dallo scalco che l’aveva lavorata uno sguattero di cucina,
impegnato per l’occasione, comandò che gli fosse condotto innanzi.

E venne Filadoro, che si gettò ai piedi di Nardaniello e, versando
un torrente di pianto, altro non diceva se non: «Che t’ho io fatto,
cuore di cane? Che t’ho io fatto?». Il principe, che, per la forza
della bellezza di Filadoro e della fatagione da lei posseduta, venne a
rammentarsi dell’obbligazione stipulata alla curia di Amore, subito la
fece alzare e sedere accanto a sé, raccontando alla madre quanto doveva
a questa bella giovane, quanto essa aveva fatto per lui, e la parola
che le aveva data e che bisognava mantenere.

La madre, che non aveva altro bene che questo figlio, gli disse:
«Fa’ quello che ti piace, purché ci sia l’onore e il gusto di questa
signorella, che hai presa per moglie». «Non vi date questa pena —
intervenne la sposa, — perché io, per dirvi la cosa come sta, rimaneva
di mala voglia in questo paese. Ma, poiché il Cielo me l’ha mandata
buona, con vostra licenza me ne voglio tornare alla volta della Fiandra
mia, a ritrovare gli avoli dei bicchieri che si usano a Napoli[570],
dove, pensando di accendere una lampada[571], s’era quasi spenta la
lucerna della mia vita».

Il principe, assai lieto, le offrí vascello e compagnia. E fece
vestire da principessa Filadoro; e, intanto, levate le mense, vennero
i buttafuochi e si dié principio al ballo, che durò fino alla sera. La
terra si era coperta a lutto per le esequie del Sole; e perciò nella
gran sala furono accese le torce.

Ed ecco si sentí per le scale un gran tintinnio di campanelli; e il
principe disse alla madre: «Sarà qualche bella mascherata per onorare
questa festa. Affé, che i cavalieri napoletani sono assai compiti[572],
e, quando occorre, spendono senza guardare!». Ma, mentre faceva questo
giudizio, comparve in mezzo alla sala una brutta figura, che non
passava tre palmi d’altezza, ma era grossa piú di una botte; la quale
si fermò dinanzi al principe e gli disse: «Sappi, Nardaniello, che i
capricci e il malo procedere tuo t’hanno ridotto alle tante disgrazie
che hai sofferte. Io sono l’ombra di quella vecchia, alla quale
rompesti la pignatta, che sono morta di fame. Ti mandai la bestemmia
che fossi incappato nei tormenti di un’orca, e le mie preghiere
furono esaudite. Ma, per virtú di cotesta bella fata, scampasti da
quell’inferno. E avesti un’altra maledizione dall’orca: che al primo
bacio, che ti fosse dato, ti scordassi di Filadoro: ti baciò tua madre
e Filadoro ti uscí di mente. Ma, per quell’arte medesima, ora te la
trovi al fianco. Io ora ti torno a maledire che, per memoria del
danno che mi facesti, ti possa trovare sempre dinanzi i fagiuoli che
mi gittasti, e si faccia vero il proverbio: Chi semina fagiuoli, gli
nascono corna».

Ciò detto, squagliò come argento vivo, ché non se ne vide il fumo.

La fata, che vide il principe impallidire, gli fece animo: «Non
dubitare, marito mio: «sciatola e mátola, se è fattura non vaglia, ché
io ti scaccio dal fuoco!»». E, terminato il festino, andarono a letto;
e il principe, per confermare il rogito della nuova fede promessa,
volle che fosse firmato da due testimoni[573], e i travagli passati
fecero piú saporiti i gusti presenti, vedendosi alla coppella dei
successi del mondo che:

    chi incespica e non cade
    avanza nel cammino.




TRATTENIMENTO OTTAVO

LA SCHIAVOTTA


  Lisa nasce da una foglia di rosa e, per la maledizione di una fata,
  muore, ed è posta in una camera dalla madre, la quale, nel morire,
  raccomanda al fratello di non aprire mai quella camera. Ma la
  moglie di costui, gelosa, volendo vedere che cosa vi fosse dentro,
  vi trova Lisa viva; e, vestitala da schiava, le infligge mille
  strazî. Alfine lo zio la riconosce e, scacciata la moglie, marita
  riccamente la nipote.

«Veramente — osservò il principe Taddeo — ogni uomo deve attendere
all’arte sua: il signore, signore; lo staffiere, staffiere; e lo
sbirro, sbirro: ché allo stesso modo che il monello, nel far da
principe, diventa ridicolo, cosí il principe, nel mettersi a fare il
monello, scapita di riputazione». Ciò dicendo, si volse a Paola e le
fe’ segno di lasciarsi andare; e Paola, dopo essersi succhiate le
labbra e grattata la testa, prese a dire:

Pessima cosa è la gelosia, vertigine che fa girare il capo, febbre
che accende le vene, accidente che raffredda le membra, dissenteria
che sommuove il corpo; malanno, infine, che toglie il sonno,
amareggia il cibo, intorbida la tranquillità e dimezza la vita, per
esser serpe che morde, tarlo che rode, fiele che avvelena, neve che
intirizzisce, chiodo che spertugia, divorziatrice dei gusti di amore,
spartitrice[574] delle soddisfazioni amorose, e persistente acquazzone
nel mare dei piaceri di Venere; e da essa non nacque mai nulla di bene,
come voi stessi confesserete all’udire il mio racconto.

C’era una volta un barone di Selvascura, che aveva una sorella zitella,
la quale andava sempre, con le altre giovinette della sua stessa
età, a far salti in un giardino. Un giorno, trovando una bella rosa
tutt’aperta, posero pegno tra loro che chi la saltasse netta, senza
toccarle una foglia, guadagnerebbe un tanto. E, saltandovi molte di
quelle ragazze a cavalcioni di sopra, tutte vi urtavano e nessuno la
scavalcava netta. Ma, quando fu la volta di Lilla, che era la sorella
del barone, essa, tolto un po’ di vantaggio, prese tale rincorsa che
saltò di peso di là dalla rosa. Pure una foglia cadde, ed essa fu cosí
accorta e destra, che, cogliendola di terra, senza lasciarsi scorgere,
la inghiottí e guadagnò la scommessa.

Non passarono tre giorni e Lilla si sentí incinta: per la qual cosa
ebbe a morir dal dolore, ben sapendo di non aver fatto né imbrogli né
disonestà e non comprendendo perciò come le si fosse potuta gonfiare la
pancia. Corse, dunque a certe fate sue amiche, le quali, udito il caso,
le dissero che stesse tranquilla, perché la causa n’era stata la foglia
di rosa, che aveva ingoiata.

Lilla, saputo ciò, attese a celare quanto piú poté la sua condizione
e, giunta l’ora di sgravarsi del peso, partorí in segreto una bella
bambina, alla quale pose nome Lisa, e la mandò alle fate. Tutte esse,
allora, le dettero la loro fatagione; ma l’ultima, accorrendo a vedere
questa bambina, si slogò cosí malamente il piede che, per l’acuto
dolore, le gettò la bestemmia che, ai sette anni, la madre, nel
pettinarla, dimenticasse il pettine nei capelli, ficcato nella testa, e
di ciò la fanciulla morisse.

Al compiersi dei sette anni, accadde la disgrazia, e la disperata madre
dopo fatto un amaro lamento, la chiuse in sette casse di cristallo,
l’una dentro l’altra, e la collocò nella stanza estrema del palazzo,
mettendosi in tasca la chiave. Senonché, dopo qualche tempo, consumata
a morte dal dolore, sentendosi presso alla fine, chiamò il fratello e
gli disse: «Fratello mio, io mi sento a poco a poco tirare dall’uncino
della morte. Ti lascio tutte le carabattole mie, che ne sii signore e
padrone; ma mi devi dar la parola che non aprirai mai l’ultima stanza
di questa casa, serbandone gelosamente la chiave nello scrigno». Il
fratello, che svisceratamente l’amava, gliene fe’ promessa; e, nello
stesso momento, essa soffiò: «Addio, ché le fave sono piene!»[575].

In capo ad alcuni anni[576], questo signore, che intanto aveva preso
moglie, fu invitato a una caccia e, nel raccomandare alla moglie la
cura della casa, la pregò soprattutto di non aprire quella stanza,
della quale serbava la chiave nello scrigno. Ma, non cosí presto ebbe
volte le spalle, che quella, tirata dal sospetto, sospinta dalla
gelosia e scannata dalla curiosità, che è la prima dote della donna,
prese la chiave e andò ad aprirla. E, vedendo dalle casse di cristallo
trasparire la giovinetta, le dischiuse a una a una, e trovò che quella
pareva che dormisse. Essa era cresciuta come ogni altra donna, e con
lei s’erano ingrandite le casse, man mano che cresceva.

Al vedere questa bella creatura, la femmina gelosa pensò subito:
«Bravo, per la vita mia! Chiave in cintura e corna in natura![577].
Questa era tutta la diligenza di non lasciar aprire la camera, per non
far vedere il Maometto, che adorava dentro le casse!»[578]. E, nel cosí
dire, la afferrò pei capelli, traendola fuori; e, in quello sforzo,
il pettine cadde a terra e l’assopita si risentí, strillando: «Mamma,
mamma mia!».

«Va’, che ti voglio dare mamma e tata!», esclamò la baronessa; e, tutta
fiele come schiava, rabbiosa come cagna che ha partorito, velenosa
come serpe, le tagliò subito i capelli, le aggiustò una bastonatura
coi fiocchi, le mise un vestito stracciato, e ogni giorno le scaricava
bernoccoli alla testa, melanzane agli occhi, marchi alla faccia,
facendole la bocca come se avesse mangiato piccioni crudi[579].

Quando il marito tornò dalla partita di caccia e vide questa giovinetta
cosí maltrattata, domandò chi ella fosse. E la moglie rispose che era
una schiava, mandatale dalla zia, un’esca di bastonate, e che bisognava
sempre castigarla.

Ora una volta che il signore ebbe occasione di andare a una fiera,
domandò a tutti della casa, persino ai gatti, che cosa desideravano
che comprasse per loro. E, quando ognuno aveva chiesto chi una cosa
chi un’altra, in ultimo si volse alla schiavotta. Ma la moglie montò
sulle furie e fece cose non da cristiana: «Metti pure su, al paro
degli altri, questa schiava musuta[580], e riduciamo tutti allo stesso
livello, pisciamo tutti all’orinale![581]. Lasciala stare alla malora,
e non diamo tanta prosunzione a una brutta cagna!». Ma il signore, che
era cortese, volle, per ogni conto, che anche la schiavotta chiedesse
qualche cosa. Ed essa gli disse: «Io non voglio altro che una bambola,
un coltello e una pietra pomice; e, se tu te ne dimentichi, non possa
mai passare il primo fiume che trovi per la strada!».

Il barone comprò tutte le altre cose, e si scordò appunto di quelle
che gli aveva chieste la nipote; e, quando fu a passare un fiume, che
portava pietre e alberi alla marina per gettar fondamenta di paure e
alzar mura di stupore, non gli fu possibile guadarlo. Gli sovvenne
allora della bestemmia gittatagli dalla schiavotta, e tornò indietro e
comprò puntualmente i tre oggetti, e, al ritorno a casa, distribuí a
ciascuno quello che gli aveva chiesto.

Avute le sue cosette, Lisa se n’entrò in cucina, e, postasi dinanzi la
bambola, cominciò a piangere e lamentarsi, raccontando a quell’involto
di stracci tutta la storia dei suoi travagli, come se parlasse a
persona viva. E, poiché quella non le rispondeva, prendeva il coltello,
e, affilandolo con la pietra pomice, diceva: «Bada, che, se non mi
rispondi, t’infilo, e finiamo la festa!». E la bambola, gonfiandosi a
mo’ di sampogna quando le si dà fiato, in ultimo rispondeva: «Sí, che
t’ho intesa piú d’un sordo!».

Durava questa musica da un paio di giorni, quando il barone, che aveva
una sua stanzetta a muro con la cucina, sentí una volta questo repetío;
e, messo l’occhio al buco della serratura, vide Lisa che raccontava
alla bambola il salto della mamma sulla rosa, la foglia inghiottita,
il parto, la fatagione, la bestemmia dell’ultima fata, il pettine
rimasto nella capigliatura, la morte, la chiusura nelle sette casse, il
collocamento nella camera, la morte della mamma, la chiave affidata al
fratello, la partenza per la caccia, la gelosia della moglie, l’entrata
nella stanza contro l’ordine del marito, il taglio dei capelli, il
trattamento da schiava, con tanti e tanti strazî che le aveva inflitti.
E, cosí dicendo e piangendo, diceva: «Rispondimi, bambola; se no, mi
uccido con questo coltello!». E, affilandolo con la pietra pomice, si
voleva trapassare; quando il barone, spalancata con un calcio la porta,
le tolse il coltello di mano.

Fattosi meglio raccontare la storia, egli abbracciò la nipote e la
portò via dalla casa, affidandola a una sua parente, a rifarsi un po’,
ché era diventata magra e smunta per effetto dei mali trattamenti di
quel cuore di Medea. E, dopo alcuni mesi, che era venuta bella come
una dea, la richiamò a casa, dicendo a tutti che era una sua nipote.
E, ordinato un gran banchetto, al levar delle mense, volle che Lisa
raccontasse la storia degli affanni durati e della crudeltà della
moglie, cose che fecero lacrimare i convitati; e allora egli scacciò
la moglie, rinviandola ai parenti, e dette alla nipote un bel marito,
secondo il suo cuore. E Lisa toccò con mano

    che, quando l’uomo meno se l’aspetta,
    sopra gli piove le sue grazie il Cielo.




TRATTENIMENTO NONO

IL CATENACCIO


  Lucia va ad attingere acqua a una fontana e trova uno schiavo, che
  la mena a un bellissimo palazzo, dove è trattata da regina. Ma,
  consigliata dalle invidiose sorelle a vedere con chi dormisse la
  notte, scopre un bellissimo giovane, del quale perde la grazia ed
  è scacciata. Errando incinta pel mondo, sperduta e sprezzata[582],
  giunge finalmente alla casa dell’innamorato, dove dà alla luce un
  figlio maschio, e, dopo varî successi, si rappacia con lui e gli
  diventa moglie.

Mossero a gran compassione il cuore di tutti le disgrazie della povera
Lisa, e piú di quattro fecero gli occhi rossi con le lacrime che vi
spuntavano, ché non è cosa che piú diletichi la pietà quanto il veder
patire l’innocente. Ma, toccando a Ciommetella di girare l’arcolaio,
essa cosí prese a dire:

I consigli dell’invidia furono sempre padri delle disgrazie, perché,
sotto la maschera del bene, chiudono i volti delle rovine; e la
persona, che si vede nelle mani i capelli della Fortuna, deve pensare
di avere a ogni momento cento altre che le tendono lacciuoli innanzi
ai piedi per farla capitombolare: come accadde a una povera giovane,
la quale, pel cattivo consiglio delle sorelle, piombò dall’alto della
scala della felicità e fu misericordia del Cielo se non si ruppe la
nuca.

C’era una volta una madre che aveva tre figlie, e, per la grande
miseria che aveva messo piede nella casa sua, vera chiavica alla quale
concorrevano tutti i torrenti delle disgrazie, le mandava a limosinare
per sostentar la vita.

Una mattina, che avevano raccattato certe foglie di cavolo, buttate
via dal cuoco di un palazzo, la madre, volendo cuocerle, disse a una a
una alle figlie di andare a prendere un po’ d’acqua alla fontana. Ma
l’una con l’altra se la sballottolavano, e il gatto dava ordini alla
sua coda[583], tanto che la povera madre, conchiuse: «Comanda, ma fa’
da te stesso»; e, presa l’anfora, voleva andar essa alla faccenda,
quantunque, per la gran vecchiaia, non potesse trascinare le gambe.

Allora Luciella, che era la piú piccola, disse: «Dà’ qui, mamma mia,
ché, sebbene io non abbia tanta forza quanto basti, pur ti voglio
risparmiare questa fatica». E, presa l’anfora, uscí fuori della città,
al luogo dove stava una fontana, la quale, vedendo i fiori svenuti per
la paura della Notte, li spruzzava d’acqua nel viso.

Presso la fontana, trovò uno schiavo di bel sembiante, che le parlò:
«Bella giovane mia, se vuoi venire con me a una grotta poco lontana, ti
vorrò dare tante belle cosette». Luciella, che stava sempre desiderosa
indarno di un po’ di grazia, rispose: «Lasciami portare quest’acqua a
mia madre, che mi aspetta, e subito torno».

Portò, dunque, l’anfora a casa, e poi, col pretesto di andar cercando
qualche pezzo di legno, tornò alla fontana. Qui lo schiavo l’aveva
aspettata; e, seguendolo essa, fu condotta attraverso una grotta
di tufo, adorna di capelvenere e d’edera, a un bellissimo palazzo
sotterraneo, che era tutto lampante d’oro. E subito le venne imbandita
una ricca mensa, e, intanto, uscirono due bei tocchi di cameriere,
che la spogliarono di quei poveri stracci, che aveva addosso, e la
vestirono di tutto punto; e la sera poi la posero in un letto ricamato
di perle e d’oro.

Spente che furono le candele, qualcuno si appressò al letto e le
si coricò allato. E questo durò piú giorni; e, infine, venne gran
desiderio alla giovane di rivedere sua madre, e lo disse allo schiavo.
Questi entrò in una camera, parlottò con qualcuno, e, tornato fuori,
le consegnò un gran borsone di scudi perché li desse alla madre,
raccomandandole di non dimenticarsi per la via, ma di tornar presto,
senza dire ad alcuno donde venisse e dove fosse stata.

La giovane andò alla casa sua, e le sorelle, vedendola cosí ben vestita
e cosí ben trattata, ne provarono invidia da schiattare. Poi, madre e
sorelle volevano accompagnarla; ma essa rifiutò la compagnia, e per la
stessa grotta se ne tornò al palazzo. E rimase tranquilla per altri
mesi, finché le venne di nuovo quell’uzzolo, e, con lo stesso donativo
e con le stesse raccomandazioni, fu rimandata a visitare la madre.

Ciò si ripeté tre o quattro volte, sempre piú gonfiando con nuove
sciroccate d’invidia l’ernia delle sorelle; le quali, brutte arpie,
tanto andarono frugando e domandando che, per mezzo di un’orca, seppero
tutto il fatto come andava. E, quando Luciella tornò per la solita
visita, le dissero: «Sebbene non hai voluto metterci a parte di nulla
intorno ai piaceri tuoi, sappi che sappiamo ogni cosa, e che ogni notte
ti si dà l’oppio e tu non puoi accorgerti che dorme con te un giovane
bellissimo. Ma tu starai sempre con questa allegrezza a ufo, se non
ti risolvi a seguire il consiglio di chi ti vuol bene. Infine, sei
sangue nostro e desideriamo l’utile e il piacere tuo. Perciò, quando la
sera vai a coricarti, e viene lo schiavo che ti porta la bevanda del
dopopranzo[584], tu, dicendo che ti dia un tovagliuolo per forbirti
la bocca, getta destramente il vino dal bicchiere; e cosí resterai
sveglia nella notte. E, quando sentirai addormentato tuo marito, apri
questo catenaccio[585], che ti diamo, e, a dispetto suo, converrà che
l’incanto si disfaccia e tu diventerai la piú felice donna del mondo».

La povera Luciella, che non sapeva che sotto questa sella di velluto
c’era il guidalesco, tra questi fiori la serpe e nel bacile d’oro il
veleno, credette alle parole delle sorelle; e, tornata alla grotta,
eseguí punto per punto quello che le avevano consigliato quelle
malvage. E, quando tutte le cose stavano zitte e mute, accese col
focile una candela, e si vide accanto un fiore di bellezza, un giovane
tutto gigli e rose.

Alla vista di cosí bella persona, essa disse tra sé: «Affé, che non
mi scappi piú dalle mani!». E, preso il catenaccio, lo aprí. E le
passò dinanzi agli occhi una frotta di donne, che portavano sul capo
una bella quantità di filato; e a una di esse ne cascava una matassa;
e allora Luciella, che era assai tenera e compassionevole, non
ricordandosi del luogo dove stava, levò la voce: «Raccatta, madama, il
filato!».

A questo grido il giovane si svegliò, ed ebbe tanta contrarietà di
essere stato scoperto da Luciella, che, in quell’istante stesso,
chiamato lo schiavo, le fece rinfagottare addosso gli stracci di prima
e la rimandò. E malamente la poveretta fu accolta dalle sorelle,
perché, tornata a casa col colore di chi esce da uno spedale, da
quelle, con tristi parole e peggiori fatti, fu scacciata.

Fu costretta perciò ad andare pel mondo limosinando, finché, dopo
mille stenti, la sventurata, che era incinta, arrivò alla città di
Torrelunga. Colà, recatasi al palazzo reale, chiese un luogo con un
po’ di paglia per riposarsi; e una damigella di corte, ch’era di buon
cuore, la raccolse. E, venuta l’ora di sgravarsi del suo peso, partorí
un bambino cosí bello, che pareva un ramoscello d’oro.

La prima notte dopo il parto, mentre tutti dormivano, entrò un bel
giovane in quella stanza, dicendo:

    O figlio bello mio,
    se sapesse mamma mia!
    Ti laverebbe in conca d’oro,
    ti fascerebbe in fascia d’oro.
    Se del gallo tacesse il canto,
    starei sempre a te daccanto!

E, al primo canto del gallo, dileguò come argento vivo.

La damigella si avvide di ciò, e notò che ogni notte veniva lo
stesso giovane a ripetere la stessa canzone; onde ne volle informare
la regina. La quale, tosto che il Sole come medico ebbe congedato
dall’ospedale del Cielo tutte le stelle, gittò un bando severissimo
che si ammazzassero tutti i galli di quella città, rendendo, in un
sol tratto, vedove sconsolate tutte le galline. E quando, alla sera,
quel giovane tornò, la regina, che stava in agguato e non badava a
nettare lenticchie, riconobbe ch’era suo figlio e l’abbracciò stretto.
E poiché la maledizione datagli da un’orca era che sempre andasse
errando, lontano da casa sua, finché la mamma non l’avesse abbracciato
e il gallo non avesse piú cantato, subito che si trovò tra le braccia
materne si disfece l’incanto e quel triste influsso ebbe fine.

Cosí la madre si trovò di aver acquistato un nipote, ch’era una gioia;
Luciella, un marito che era un fato; e le sorelle, a cui pervenne
notizia delle grandezze sue, si presentarono con una faccia di piperno
a farle visita. Ma loro fu resa focaccia per pane, ebbero pagamento
della stessa moneta, e conobbero con grande loro rabbia

    che frutto dell’invidia è l’anticuore[586].




TRATTENIMENTO DECIMO

IL COMPARE


  Cola Iacopo Aggrancato ha un compare scroccone, che se lo succhia
  tutto; e, non riuscendo con artificî e stratagemmi a toglierselo di
  dosso, finalmente prende animo, e, con un fiume di male parole, lo
  sfratta dalla sua casa.

Fu veramente bello questo racconto, detto con grazia e ascoltato con
attenzione, ed assai piacque. Ma, poiché ogni minimo intervallo che si
frapponeva tra racconto e racconto teneva la schiava sulla corda e le
dava i tratti[587], fu sollecitata Iacova a far la parte sua. E costei
mise mano alla botte delle filastrocche, per rinfrescare la brama degli
ascoltatori, a questo modo:

La poca discrezione, signori, fa cadere la mezzacanna di mano al
mercante del giudizio, puntar male il compasso all’architetto della
creanza e perdere la bussola al marinaio della ragione. Essa, mettendo
radici nel terreno dell’ignoranza, non fa nascere altro frutto che di
vergogna e di mortificazione, come si vede accadere ogni giorno, e
particolarmente occorse a un compare dal muso duro, del quale sto per
dirvi.

Era un tal Cola Iacovo Aggrancato di Pomigliano[588], marito di Masella
Cernecchia di Resina[589], uomo ricco come il mare, che non sapeva
esso stesso quello che possedesse, tanto che aveva rinchiuso i porci
e gli bastava la paglia fino a giorno[590]. Con tutto ciò, quantunque
non avesse né figli né fastidi e misurasse i _de quibus_ a tomoli, non
gli cascava dalla tasca un callo, se anche corresse cento miglia; e,
sottomettendosi a ogni sorta di privazioni, menava una vita stentata da
cane per mettere da parte e accumulare.

Ma, cosí avaro com’era, gli accadeva che ogni giorno, all’ora in cui
si metteva a tavola per mantenere la vita, sopraggiungesse, per sua
disgrazia, un canchero di compare, che non lo lasciava mai di piede,
e, come se avesse l’orologio in corpo e l’ampolletta[591] nei denti,
si presentava sempre al momento del masticatorio, per accompagnarsi
coi due coniugi. E, con una fronte dura da pestello, si appiccicava
di tal maniera ai panni che non l’avresti potuto staccare a forza di
piccone. E tanto contava loro i bocconi che mettevano in bocca, e
tanti mottetti gettava e tante aste scagliava, finché gli era detto:
«Se ti piacesse!». Allora, senza farsi troppo pregare, cacciandosi in
mezzo tra il marito e la moglie, abbramato, affamato, ammolato come un
rasoio, aizzato come un cane da presa, col mal della lupa in corpo,
con una corsa che volava: «Donde viene? dal mulino!»[592], menava le
mani come suonatore di piffero, torceva gli occhi come gatto selvatico
e operava coi denti come con la pietra da macinare; e, trangugiando
senza masticare, e l’un boccone non aspettando l’altro, quando s’era
ben piene le mascelle, caricato lo stomaco e fatta la pancia come
un tamburo, quando aveva vista la patina delle scodelle e spazzato
il paese, si alzava e senza dire: «Statevi bene», dato di mano a un
orcio di vino, e soffiatolo, tracannatolo, vuotatolo, scolatolo e
rasciugatolo tutto di un fiato, prendeva la strada per le faccende sue,
lasciando Cola Iacovo e Masella con un palmo di naso!

Essi, vedendo la poca discrezione del compare, che, come sacco scucito,
ingurgitava, trangugiava, pappava, dipanava, pettinava, scuffiava,
ciancolava, divorava, diluviava, piluccava, sgranocchiava, maciullava,
imbudellava, grufava, sgombrava e sfrattava tutto quanto si trovava
sulla tavola, non sapevano che cosa fare per staccarsi dalla pelle
questa mignatta, questa pittima cordiale, questo imbrattamento di
brache, questa cura d’agosto[593], questa mosca fastidiosa, questa
zecca cavallina, questa legaccia dolorosa, questo soprosso[594], questa
pigione, questo censo perpetuo, questo polpo, questa finestra di
suggezione[595], questo peso, questo mal di capo. E sospiravano l’ora
in cui potessero, una volta tanto, mangiare da soli, senza tale aiuto
di costa, senza tanta grascia divoratrice[596].

Una mattina, che avevano saputo che il compare era andato per
assistenza di un commissario fuori della terra, Cola Iacovo disse alla
moglie: «Oh che sia lodato il sole leone, che una volta, a capo di
cento anni, ci tocca di menare le mascelle, di dare il portante alle
ganasce e di mettere sotto il naso senza quel rompimento! Perciò,
giacché la corte mi vuol rovinare, rovinare mi voglio![597]. Da questo
mondo di feccia tanto hai quanto ne strappi coi denti! Presto, accendi
il fuoco, che, ora che c’è concessa mazza franca[598] di fare una bella
mangiata, vogliamo cavarci il gusto di qualche cosetta saporita e di
qualche boccone ghiotto». E corse in piazza a comperare una grossa
anguilla, un rotolo di fior di farina e un fiasco di mangiaguerra; e,
al ritorno, mentre la moglie, tutta in faccende, preparava una bella
schiacciata, egli provvide a friggere l’anguilla.

Quando ogni cosa fu in ordine, sedettero a tavola; ma non s’erano
ancora accomodati sulle sedie, che ecco quella sanguisuga del compare
picchiare alla porta. Affacciatasi Masella, e visto il guastafeste dei
loro gusti, si rivolse al marito: «Cola Iacovo mio, non si poté mai
avere un rotolo di carne dalla beccheria degli umani piaceri senza
la giunta dell’osso del dispiacere; non mai si dormí nelle lenzuola
bianche della soddisfazione senza qualche cimice di travaglio; non si
fece mai bucato di gioia senza che non sopravvenisse qualche pioggia
di contrarietà. Eccoci interrotto questo mangiare disgraziato, ecco
che ci rimane in bocca questo boccone amaro!». Subito Cola Iacovo
rispose: «Chiudi queste cose che sono in tavola, falle squagliare e
sparire, ficcale dove non si vedano; e poi aprí la porta, ché, trovando
saccheggiato il villaggio, forse avrà la discrezione di andarsene via
presto, e ci lascerà in pace a trangugiare questo po’ di veleno!».

Masella, mentre il compare suonava ad armi e scampanava a gloria,
cacciò l’anguilla dentro un riposto, il fiasco sotto il letto e
la schiacciata tra le materasse. E Cola Iacovo si nascose sotto
la tavola, mirando per un buco del tappeto che penzolava fino a
terra. Il compare, attraverso la serratura della porta, vide tutto
quest’armeggio; e, quando alfine gli fu aperto, entrò nella stanza con
una faccia d’occasione, tutto sbalordito e sbigottito. E, avendogli
Masella domandato che cosa gli fosse accaduto, rispose: «Mentre mi
hai fatto stentare con tanti spasimi e ponzamenti fuori della porta,
aspettando il ritorno del corvo che ti movessi ad aprirmi, mi è venuta
tra i piedi una serpe; oh! mamma mia, che cosa smisurata e brutta!
Fa’ conto che era quanto l’anguilla che hai chiusa nell’armadio. Io,
che mi vidi a mal partito, tremando come giunco, avendo le viscere in
subbuglio per l’orrore, la verminara per la paura, il tremolio per lo
schianto, raccatto una pietra da terra, grossa quanto il fiasco che è
sotto il letto, e túffete! gliela scaglio sulla testa e ne faccio una
schiacciata, come quella che è tra le materasse. E, mentre moriva e
sobbalzava, vedevo che mi guardava, come fa il compare di sotto alla
tavola. Non m’è restata una goccia di sangue in corpo, tanto sono
sbattuto e atterrito!».

A queste parole, Cola Iacovo, che non poteva in niun modo inghiottirle,
non stette piú saldo, e, cacciata la testa fuori del tappeto, come
Trastullo che si affaccia alla scena[599], prese a dire: «Se è cosí,
è pasticcio! Ora sí, che abbiamo pieno il fuso, ve’! Ora sí, che
abbiamo fatto il pane, ve’! Ora sí che abbiamo vinto la lite, ve’!
Se ti dobbiamo qualcosa, accusaci alla Bagliva[600]; se ti abbiamo
fatto dispiacere, muovici una querela alla Zecca[601]; se ti senti
offeso, legami a corto[602]; se hai qualche capriccio, usa una cura
con l’imbutino[603]; se pretendi qualcosa, perseguitaci con una coda
di volpe[604]; o schiaffaci il naso a Napoli![605]. Che termini, che
modo di procedere è il tuo? Pare che sii soldato a discrezione[606] e
che ti serva della roba nostra senza complimenti! Ti doveva bastare
il dito e non prenderti tutta la mano; ché, ormai, ci vuoi scacciar
da questa casa con le tante vessazioni che ci fai! Per chi ha poca
discrezione, tutto il mondo è suo; ma chi non si misura è poi misurato,
e, se tu non hai mezzacanna, noi abbiamo aspi e matterelli. In fine,
sai che si dice: a buona fronte, buon pestatoio. Perciò ogni riccio
al suo pagliariccio, e lasciaci ai malanni nostri. Se credi d’oggi
innanzi di continuare questa musica, ci perdi le pedate, e non ne fai
niente; ci perdi gli apparecchi, perché niente ti riesce piú a segno.
Se t’immagini di coricarti sempre su questo letto morbido, hai buon
tempo, va’ che l’hai! Marzo te ne ha privato[607] e puoi masticare
lo steccadenti! Se pensi che questa sia taverna aperta alla tua gola
fracida, te ne avvedrai: corri e infila[608]. Scordatene, levatelo
dalla testa, è opera persa, è casa di vento; e per te non c’è piú
né esca né taglio! Avevi sbirciato i faciloni e i piccioni; avevi
adocchiato i pupilli; avevi scandagliato gli asini; avevi trovato la
cuccagna! Ora tornatene, ché non ti viene piú fatto, e a questa casa
puoi mettere nome penna, ché non attingi piú acqua con la secchia mia;
e, se sei uno spiapranzi, un divorapani, uno sparecchiatavole, uno
spazzacucine, un leccapignatte, un nettascodelle, una golaccia, un
condotto di chiavica, se hai la divoraggine, la lupa, il diluvio e lo
sfondolamento nelle budella, che faresti sparire un asino e divoreresti
una nave, che ti cacceresti in bocca l’orso del principe[609], ti
scialacqueresti il Sangradale[610], e non ti basterebbero il Tevere
e l’Arno[611], e ti mangeresti le brache di Mariaccio[612], va’ per
altre chiese, va’ a tirare la sciabica, va’ raccogliendo cenci tra le
spazzature, va’ cercando chiodi nella lava[613], va’ buscando cera
nelle esequie[614], va’ sturando condotti di latrine per empire questo
gorgozzule! e questa casa ti sembri fuoco; ché ciascuno ha i guai suoi,
ciascuno sa quel che nasconde sotto i panni, ciascuno sa che cosa gli
pesa sullo stomaco, e non abbiamo bisogno di coteste ditte rovinate,
di cotesti clienti falliti e di coteste lance spezzate! Chi si può
salvare, si salvi: e conviene che tu ti spoppi da questa mammelletta!
Uccello perdigiorno, disutile, poltrone, lavora, lavora! Méttiti
all’arte, tròvati un padrone!».

Lo sciagurato compare, sentendosi fare questo discorso fuor dei denti,
questa crepata di postema, questa cardata senza pettine, tutto freddo e
gelato, come ladro còlto in flagrante, come pellegrino che ha sperduto
la strada, come marinaio che ha rotto la barca, come meretrice che ha
perso i clienti, come bambino che ha sporcato il letto, con la lingua
tra i denti, la testa bassa, la barba confitta al petto, gli occhi
in lacrime, il naso muffito, i denti gelati, le mani vuote, il cuore
assottigliato, la coda tra le gambe, mogio mogio, quatto quatto, adagio
adagio, zitto e muto, spulezzò, senza volger mai il capo indietro,
venendogli a sesto quella onorata sentenza:

    Cane, che a nozze va non invitato,
    s’aspetti di tornarne bastonato.




Risero tanto gli ascoltatori della mortificazione inflitta allo
sfacciato compare, che non s’avvidero che il Sole, per essere stato
troppo prodigo di luce, aveva fatto fallimento di banco, e, posta la
chiave d’oro sotto la porta, s’era messo in salvo. Ma Colambruoso e
Marchionno, usciti con cosciali di camoscio e casacche di saia frappata
a fare il secondo motivo, svegliarono gli orecchi di tutti a sentire
l’epitaffio dell’egloga che segue.


LA TINTURA[615]

EGLOGA

            _Colambruoso e Marchionno._

    COL. Fra quante sono l’arti, amico caro,
         si deve alla tintura (come disse
         uno, non so se sguattero o se cuoco)
         rendere il vanto primo e il primo loco.
    MAR. Nego la conseguenza, o Colambruoso,                    5
         perché quell’arte sporca;
         e, tra galla ed allume e vitriuolo,
         vedi sempre le mani di costoro
         nere, come la patina d’un moro.
    COL. T’inganni: è il piú pulito                            10
         fra tutti gli esercizî:
         cosa da uomo appunto
         che vuol parere netto, anche se unto.
    MAR. Mi darai ad intendere
         che sia da profumiere                                 15
         o da ricamatore?
         Va’, torna indietro, ché tu hai fatto errore!
    COL. Io ti voglio provare
         e sostenere alla prova del fuoco,
         che l’arte del tintore                                20
         è cosa da signore.
         Questa, fra tutte, s’usa al giorno d’oggi;
         con questa l’uomo campa,
         ed è tenuto in conto.
         Abbia imbrogli nel corpo,                             25
         abbia vizî nel petto,
         con la tintura copre ogni difetto.
    MAR. Come c’entrano i vizî della vita
         con la tinta di lana e capisciola?[616].
    COL. Come comprendi male la parola!                        30
         Tu immagini ch’io dica
         del tingere calzette o cenci vecchi.
         La tintura, ch’io lodo,
         è ben altro che d’indaco o verzino:
         è quella onde si vede trasmutato                      35
         il colore morello in incarnato.
    MAR. Io sto dentro d’un sacco;
         e non intendo un ette
         il tuo parlar, che imbroglia e non connette.
    COL. Vedi: se tu mi ascolti,                               40
         o diverrai tintore,
         o saprai riconoscere chi tinge;
         e proverai gran gusto
         ad imparar la nuova arte, che corre
         fra la gente piú scaltra;                             45
         arte, che, detto fatto,
         lo scarafaggio ti trasmuta in gatto.
         Poniamo: c’è una birba di tre cotte,
         che scopa quanto incontra e quanto adocchia,
         che toglie quanto vede,                               50
         che scema quanto tocca.
         Or chi pratica l’arte del tintore
         non gli dà nome infame
         di ladro e mariuolo,
         di furbo marranchino[617];                            55
         ma dice che si vale
         del suo giudizio e sa trovar danaro
         scavando, e che s’industria, e sarebbe atto
         a campare in un bosco,
         che «s’approveccia»[618] ed è brava persona,          60
         abile, riflessiva e procacciante,
         un corsaro assai fino,
         che non perde il berretto nella folla.
         Insomma, con la tinta
         cosí bella e galante,                                 65
         prende nome d’accorto chi è furfante.
    MAR. Capperi! ora tu m’esci dalle mani!
         Questa è arte stupenda,
         ma è arte non adatta ai poverelli,
         propria dei pezzi grossi[619],                        70
         solo ai quali è concesso di chiamare,
         venendo di lontano, asciutto asciutto,
         «aggio» la ruberia, e il furto «frutto».
    COL. E poniamo un poltrone, un voltafaccia,
         un giudeo cacabrache[620], una gallina,               75
         un povero di spirito,
         un cuore di pulcino,
         sbigottito, atterrito,
         pavido, sussultante,
         che trema come giunco,                                80
         ha il torbido alle viscere,
         la febbre verminara,
         e dell’ombra sua stessa si spaura.
         Se qualcuno lo guarda di traverso,
         sussulta e batte i denti.                             85
         Se un altro lo minaccia, tu lo vedi
         come quaglia pelata:
         diventa smorto e pallido,
         gli manca la parola,
         e rapida gli vien la cacaiola.                        90
         Se poi quegli fa l’atto
         di por la mano al lato,
         volgiti, piú nol vedi, è dileguato!
         Ma, per quest’arte nobile
         del tingere, la gente                                 95
         lo tiene uomo prudente,
         posato, serio, grave,
         che procede col piombo e col compasso,
         né partecipa a risse[621],
         né a danaro contante                                 100
         va a comprar le contese;
         non occupa di sé la polizia[622],
         si fa le sue faccende,
         è quieto e silente.
         A questo modo, o figlio,                             105
         è tenuto per volpe chi è coniglio!
    MAR. Mi par che se n’intende
         chi si salva la pelle;
         perché una volta io lessi
         in un libro, non so                                  110
         se scritto a mano o a stampa:
         «Un bel fuggir tutta la vita scampa»[623].
    COL. Ma poi, dall’altro canto,
         vedi un uomo d’onore,
         ardito, risoluto, pien di cuore,                     115
         che non cede d’un passo a Rodomonte,
         che sta a testa a testa con Orlando,
         che la farebbe patta con Ettorre,
         che non si fa passare
         la mosca per il naso, e sempre ha i fatti            120
         prima delle parole,
         che fa stare a stecchetto e fa che tenga
         due piedi in una scarpa
         ogni tagliacantoni o capoparte.
         Mena forte le mani,                                  125
         lotta come leone,
         combatte con la Morte,
         né mai dà passo indietro e sempre assale
         con furia di caprone.
         Ma, se s’adopra l’arte                               130
         fina della tintura,
         è tenuto da tutti
         uno scavezzacollo impertinente,
         temerario, insolente,
         un pazzo, stravagante, litigioso,                    135
         un demonio, un incendio delle case,
         che intoppa ad ogni sasso,
         che cerca col fuscello le contese,
         un uom senza ragione,
         una persona rotta e senza briglia,                   140
         che non c’è giorno che non faccia risse,
         che fa star senza pace i suoi vicini,
         che provoca le pietre della strada.
         L’uomo, ch’abbiamo visto,
         or ch’è stato ben tinto, lo diremo                   145
         degno, non già di rime, ma di remo!
    MAR. Taci, c’hanno ragione!
         È giusto che di savio,
         di persona aggiustata, il nome vada
         a chi si fa stimare senza spada.                     150
    COL. Ecco che c’è un taccagno,
         mezzo morto di fame,
         gretto, stretto in cintura,
         un chiudiborsa, una morsa serrata
         da calderaio, cacastecchi e stitico,                 155
         un rodichiodi, un cavallo senese,
         un cedrangolo asciutto,
         un sughero suino, osso di prugna
         e formica di sorbo, uno spilorcio,
         padre della miseria,                                 160
         che, simile a cavallo calcitrante,
         ti donerà piú presto due pedate,
         che un pelo della coda;
         un tirchio ed aggranchiato,
         che corre cento miglia,                              165
         e non gli cade un picciolo,
         che darà cento morsi ad un fagiuolo,
         che farà cento nodi
         a una mezza cinquina[624],
         e che non caca mai per non mangiare!                 170
         Ma, con la tinta, si rimedia presto;
         e si dice che è un uomo di risparmio,
         che non getta o sbaraglia il suo valsente,
         che non lascia la roba
         andare giú per l’acqua,                              175
         che è attento uomo di casa
         e un briciolo non fa cascar per terra.
         In ultimo, si trova
         sempre qualche canaglia,
         che dichiara compasso una tenaglia!                  180
    MAR. Che si perda la razza
         di questi, c’hanno il cuore nei tornesi,
         e fanno diete che non dice il medico!
         Vanno con cento stracci,
         sempre li vedi afflitti;                             185
         si trattano da calchi e da guidoni[625],
         secchi in mezzo del grasso, pezzentoni!
    COL. Ma c’è il rovescio, poi, della medaglia:
         quegli che spende e spande,
         capace di dar fondo                                  190
         a una nave, a una zecca;
         ed è un sacco scucito, e non fa conto
         della roba, e la butta.
         Gli vedi cento attorno
         parassiti e scrocconi,                               195
         privi d’ogni virtú, ch’egli mantiene
         e a cui prodigo dona.
         Strugge senza giudizio,
         butta senza ragione
         largisce a cani e a porci,                           200
         e si dissipa in fumo.
         Ma con la tinta acquista opinione
         d’animo liberale,
         di cortese, magnanimo e gentile,
         che darebbe per altri                                205
         le pupille degli occhi,
         amico degli amici;
         cuor di re, che non nega a chi domanda.
         Con questa faccia colorita e rasa,
         sfratta le casse e rovina la casa!                   210
    MAR. Mentisce per la gola
         chi chiama liberale un di costoro!
         Liberale è chi dona a tempo e a luogo,
         né getta patacconi
         a gente senza onore ed a buffoni,                    215
         ma soccorre, pietoso,
         il povero onorato e virtuoso.
    COL. Vedi ancora un magnaccia,
         pignatta piena, pecoro lanoso,
         martino[626], cervo grosso, salta-e-cozza,           220
         una casa a due porte, un calzatoio,
         che viene da Corneto
         ed abita a Forcella[627],
         un accordamessere, un bel torello,
         che è quadro originale                               225
         dell’Infamia e ritratto della Copia.
         Tinto pur esso, è detto
         uom tranquillo e dabbene,
         galantuomo che attende al fatto suo,
         e se la fa con tutti,                                230
         è con tutti cortese,
         tiene la casa aperta per gli amici,
         non va con cerimonie e con puntigli,
         buono al pari del pane,
         dolce al pari del miele,                             235
         lo volti come vuoi;
         e, intanto, senza mai
         mostrar la faccia rossa,
         fa mercato di carne e salva l’ossa!
    MAR. Son costoro che vivono alla grassa!                  240
         Un di questi, se al buio
         si reca alla taverna,
         vede lustro, ché il pelo gli è lanterna!
    COL. C’è chi vive in ritiro,
         non pratica con guitti e monellacci,                 245
         fugge le compagnie,
         non vuol mali di capo,
         non vuol rendere conto
         al terzo e al quarto, e gode
         a starsene tranquillo.                               250
         Padrone di se stesso,
         nessuno lo disturba quando dorme,
         o gli conta i bocconi quando mangia.
         Pure, c’è chi lo tinge
         e lo chiama bisbetico e selvaggio,                   255
         e sterco di sparviere,
         che non puzza né odora[628];
         un ritroso, un insipido,
         rustico, cotennone,
         uomo senza sapere e senza amore,                     260
         sciagurato, bestiale,
         scioccone, maccherone senza sale!
    MAR. Oh felice chi vive in un deserto,
         e non vede e non schiatta!
         Dica chi vuole, io trovo                             265
         che è motto ben provato:
         «Meglio solo che male accompagnato».
    COL. Ma poi, dall’altra banda,
         vedi chi è conversevole,
         chi si fa carne ed unghia con gli amici,             270
         un buon compagno affabile,
         che tratta alla carlona;
         e, per la tinta, chi lo crederebbe?,
         si trova chi lo sforbicia e ritaglia,
         e lo cuce e lo scuce e lo lavora                     275
         al rovescio, e gli muove causa dietro,
         chiamandolo sfrontato, mett’innanzi,
         scoreggia in braca, fronte a punteruolo,
         cinghia rotta, prezzemolo
         buono ad ogni minestra,                              280
         che vuol spargere il sale a quanto vede,
         che vuol dare di naso a quanto sente,
         che di tutto s’impaccia,
         e in tutto s’inframmette,
         noioso, rompiscatole, arrogante...                   285
         Prenditi questo e spendi, uomo zelante!
    MAR. Ci vuole questo e peggio:
         lo spagnuolo l’intese,
         che disse da gran pezzo:
         «La muccia cheglia es causa de desprezzo»![629].     290
    COL. Se un uomo, per ventura,
         parla spedito, chiacchiera e discorre,
         e fa pompa d’ingegno e di loquela,
         e, dovunque lo tocchi e lo rivolti,
         lo trovi esperto e ti risponde a sesto;              295
         la tinta lo riduce di maniera
         che gli si dà cappello[630]
         qual di parabolano ciarlatore,
         d’una canna di chiavica,
         d’un che darebbe scacco alla cicala,                 300
         che ha piú parole che non ha la pica,
         che t’introna la testa e ti scervella
         con tante taccolate e filastrocche,
         tanti conti dell’orco,
         e con tanti bisbigli e pissi-pissi,                  305
         che, quand’ei mette quella lingua in moto,
         con la bocca da culo di gallina,
         t’ammorba, ti stordisce, ti rovina!
    MAR. In questa età da asini, tu fai
         quanto puoi meglio, e sempre sbaglierai!             310
    COL. Ma se un altro, al contrario,
         se ne sta zitto e muto,
         e tace e tappa e tura,
         né una volta lo senti pispigliare,
         e si serba la bocca per i fichi,                     315
         la tintura lo cangia di colore,
         e n’è chiamato Antuono[631] e babbione,
         tardo, vero imbecille, mammalucco,
         ceppo buono per ardere in inferno,
         freddo sempre e gelato,                              320
         come la sposa male disposata:
         tanto che in questo golfo
         tramontana io non veggio:
         se parli, tristo, e, se non parli, peggio!
    MAR. Veramente, oggigiorno                                325
         non sai come trattare,
         non sai come pescare:
         non ha strada battuta chi cammina:
         beato chi, in tal mondo, l’indovina!
    COL. Ma chi potrebbe dir fino alla zeta                   330
         gli effetti di quest’arte?
         Ci vorrebber mill’anni senza fallo,
         né basterebbe lingua di metallo.
         Si faccia qualsivoglia
         cosa, e si tratti in qualsivoglia modo,              335
         il color cangia tutto, ed è chiamato
         il buffone, faceto,
         che dà trattenimenti;
         lo spione, uomo esperto, che conosce
         le faccende del mondo[632];                          340
         il furfante, ingegnoso e furbacchione;
         il pigro, uomo flemmatico;
         il golosaccio, uomo di buona vita;
         l’adulatore, bravo cortigiano,
         che indovina l’umore                                 345
         del suo padrone e come andargli a verso;
         la puttana, cortese e di buon tratto;
         l’ignorante, uomo semplice e dabbene;
         cosí, di mano in mano,
         va’ discorrendo e sufficit!                          350
         Qual meraviglia, dunque, se alla corte,
         il tristo se la gode,
         il buono si lamenta?
         Son gabbati i signori
         dall’arte che ognor muta i suoi colori;              355
         e tolgono in iscambio,
         come sempre s’è visto,
         invece di chi è buono, l’uomo tristo.
    MAR. Sventurato chi serve!
         Oh meglio se la madre                                360
         l’avesse partorito in luce, morto!
         Corre burrasca e mai non spera porto!
    COL. La corte è fatta solo
         per gente viziosa,
         perché tien quella buona sempre indietro,            365
         e la scalza e la sbalza.
         Ma lasciam queste storie,
         ché so che, quando a me viene il prurito,
         non finirei domani o doman l’altro.
         Dunque, facciamo sosta,                              370
         ora che il Sole gioca a «covalera»[633],
         e rimandiamo il resto a un’altra sera.

Chiusero cosí, a un tempo stesso, Colambruoso la bocca e il Sole il
giorno; onde, preso appuntamento di tornare la mattina dopo con altra
munizione di racconti, tutti se ne andarono alle case loro, sazî di
parole e carichi di appetito.


  FINE DELLA GIORNATA SECONDA.




INDICE DEL VOLUME PRIMO


  _Giambattista Basile e l’elaborazione artistica
    delle fiabe popolari_ — Discorso di B. CROCE          p. IX
  La fiaba delle fiabe                                    »   1
  Introduzione                                            »   3
  GIORNATA PRIMA                                          »  17
    I. La fiaba dell’orco                                 »  19
    II. La mortella                                       »  30
    III. Peruonto                                         »  43
    IV. Vardiello                                         »  55
    V. La pulce                                           »  63
    VI. La gatta cenerentola                              »  72
    VII. I due figli del mercante                         »  82
    VIII. La faccia di capra                              » 101
    IX. La cerva fatata                                   » 111
    X. La vecchia scorticata                              » 121
    Egloga I. — La coppella                               » 136
  GIORNATA SECONDA — Introduzione                         » 173
    I. Petrosinella                                       » 182
    II. Il principe Verdeprato                            » 189
    III. Viola                                            » 198
    IV. Gagliuso                                          » 206
    V. Il serpente                                        » 214
    VI. L’orsa                                            » 226
    VII. La colomba                                       » 238
    VIII. La schiavotta                                   » 255
    IX. Il catenaccio                                     » 261
    X. Il compare                                         » 267
    Egloga II. — La tintura                               » 276




NOTE:


[1] Anche il CRANE (_Italian popular tales_, Boston and New York, 1885,
p. XII) riconosce: «No people in Europe possesses such a monument of
its popular tales as the _Pentamerone_».

[2] La lapide, che, nella chiesa di santa Sofia, sotto il pulpito,
copriva le sue ossa e portava un’iscrizione, venne barbaramente rimossa
e distrutta nel 1876.

[3] Giova riferire, fra i tanti luoghi dei satirici del tempo, come
il Rosa, l’Adimari e altri contro le cantatrici, queste terzine del
vescovo Lorenzo Azzolini († 1632), nella satira sulla lussuria:

      Ma, se col ragionar l’alme avvelena
    feminea voce, qual fia poscia il rischio
    quando nel canto e suon sembra sirena?
      Come all’occulta pania alletta il fischio
    incauto augel, cosí l’orecchio ingordo
    trae cantatrice a l’amoroso vischio.
      Meglio sarebbe a l’uom diventar sordo
    che damigella udir quanto cantilla
    barzellette d’amor sul monacordo!
      Un non so che di tenero distilla
    musica feminil, che l’alme assonna
    e i cori a suo voler turba e tranquilla...

[4] _Il Teatro delle glorie della signora Adriana Basile alla virtú di
lei dalle cetre degli Anfioni di questo secolo fabricato_ (Venezia,
1623; Napoli, 1628).

[5] _Applausi poetici alle glorie della signora Leonora Baroni_ (in
Bracciano, 1639).

[6] Si vedano nelle opere del Milton i due epigrammi: _Ad Leonoram
Romae canentem_: si vuole che anche alcuni dei sonetti italiani
del Milton si riferiscano alla gentile Leonora. Sull’Adriana è da
consultare il libro dell’ADEMOLLO, _La bella Adriana e altre virtuose
del suo tempo_ (Città di Castello, 1888); e sull’una e sull’altra la
mia memoria: _Illustrazione di un canzoniere ms. italo-spagnuolo del
secolo XVII_ (in _Atti dell’Accademia pontaniana_ di Napoli, vol. XXX,
1900).

[7] Della vita e delle opere tutte del Basile detti particolare notizia
nella mia giovanile monografia intorno a lui, premessa nel 1892 alla
edizione del testo delle due prime giornate del _Cunto de li cunti_, e
che si può leggere, riveduta e qua e là accresciuta, nei _Saggi sulla
letteratura italiana del Seicento_^2 (Bari, 1924), pp. 1-118. Aggiungo,
a compimento delle notizie colà date, che sei fiabe del Basile,
corrispondenti a fiabe del Perrault, cioè II, 6 (a _Peau d’âne_), V,
5 (a _La belle au bois dormant_), II, 4 (a _Le chat botté_), IV, 7 (a
_Les fées_), I, 6 (a _Cendrillon_), V, 8 (a _Poucet et Poucette_),
sono tradotte in CHARLES DEULIN, _Les contes de Ma Mère l’Oye avant
Perrault_ (Paris, Dentu, 1879), dove nell’introduzione (pp. 39-45) si
dà anche un cenno sul Basile. Il traduttore fu aiutato, come dichiara,
dal signor de Lauzières-Thémines, che aveva dimorato a lungo a Napoli;
e tuttavia incorse in curiosi equivoci. Si aggiunga altresí che la
traduzione bolognese, la _Ciaqlira dla banzola_, ebbe una ristampa di
carattere popolare, senza nome di autore né di traduttore, nel 1883
(Bologna, Zanichelli).

[8] _L’Albergo, favole tratte dal vero_ (Venezia, 1637), pp. 183-4.

[9] Si veda alla fine della Giornata IV l’egloga la _Volpara_ o
l’_Uncino_, vv. 225-34.

[10] Si veda, nelle _Muse napolitane_, l’egloga sulla _Musica_.

[11] Intorno a Velardiniello, CROCE, _Curiosità storiche_^2 (Napoli,
1921), pp. 106-112. E sulle origini della letteratura dialettale
napoletana e le condizioni che ne favorirono l’innalzamento e
l’incremento ai primi del seicento, la citata monografia sul Basile,
cap. II.

[12] Pubblicato la prima volta nel 1629, dié origine alla _Venganza
de la lengua española contra el autor del Cuento de los cuentos_ del
LAURELES (Huesca, 1629). Il titolo scelto dal Quevedo sarebbe privo
di senso, se non fosse riferito all’opera del Basile, nella quale ha
chiaro senso e che il Quevedo dové riguardare solo nell’aspetto di una
raccolta di parole e frasi volgari, come quella alla quale egli si
accinse per la lingua spagnuola.

[13] Riferisce questo motto toscano il Nerucci, in IMBRIANI, _Novellaia
fiorentina_ (Livorno, 1877), p. 3.

[14] VITTORIO IMBRIANI, _Il gran Basile_, nel _Giornale napoletano di
filosofia e lettere_ del 1875.

[15] Di questa edizione (se ne veda la descrizione nella mia citata
monografia), in lunghi anni di ricerche, ho messo insieme quattro dei
cinque volumetti che la compongono; ma un esemplare completo di tutte
le cinque giornate si serba nella Biblioteca Nazionale di Torino, ed
io, che già l’avevo adoperato nel 1892, vi sono ricorso di nuovo.
Alcuni di quei volumetti ebbero una ristampa piú corretta nel 1637, che
altresí ho consultata con qualche frutto.

[16] Per le note ho tratto aiuto dai vocabolarî napoletani del Galiani,
del Rocco (per isfortuna rimasto a mezzo nella stampa) e del D’Ambra, e
dalle postille del Liebrecht alla sua traduzione e dalle aggiunte che
vi fece nei supplementi al Dunlop; ma per la maggior parte ho dovuto
aiutarmi da me, e mi sembra di aver lasciato poco o nulla che non possa
dirsi oramai chiarito.

[17] Viaggiatori e naturalisti narrano che i cacciatori, nel luogo
dove si vede una scimmia, si calzano e scalzano piú volte un paio di
stivali, che lasciano in vista dopo averli invischiati; e la scimmia,
che va a imitarli, resta impacciata in quegli inusitati calzari. C’è
forse anche la reminiscenza dell’antica fiaba, narrata, tra gli altri,
dal Firenzuola, della scimmia e del querciuolo, e dell’avventura di
Margutte con la bertuccia (_Morgante_, XIX, 147-8).

[18] Giuoco che si fa dai fanciulli, tenendosi l’un l’altro per mano in
cerchio, e respingendo col moto dei piedi uno di loro che si sforza di
entrare: chi lo lascia entrare, va lui fuori del cerchio.

[19] Giocolieri e saltatori mascherati, che, dice il Caro (_Apologia_,
in _Opere_, ediz. Le Monnier, p. 201), «per far meglio ridere vanno con
quella camicia pendente e con le calze aperte, facendo delle berte».

[20] Cantante popolare e capo di suonatori, ricordato anche dal Del
Tufo, dal Cortese e dallo Sgruttendio. Dié il nome a una sorta di ballo.

[21] Giuochi ginnastici: v. CALMO, _Lettere_, ed. Rossi, pp. 14-15.

[22] Cosí si chiamava la scimmia ammaestrata, che i giocolieri
esibivano in piazza.

[23] Il ballo della «Lucia» o della «Sfessania», introdotto a Napoli e
che si diceva proveniente da Malta (DEL TUFO, _Ritratto di Napoli nel
1588_, ms. della Bibl. Naz., XIII, C. 96, ff. 101-102), assai in voga
tra il Cinque e il Seicento. Formò oggetto di una serie di incisioni
del Callot (1620). Si veda CROCE, _Saggi sulla letteratura italiana
del Seicento_^2 (Bari, 1924), p. 195_n._, dove è ravvicinato alla
«fiscaigne», di cui parla il Brantôme, «que les chambrières et esclaves
mores dansent dans les dimanches à Malte, en pleine place devant le
monde». Era accompagnato da canti, nei quali risonava l’appellativo
alla donna amata: «Lucia canazza...».

[24] Fu molte volte ristampata l’_Opera nuova piacevole et da ridere
de un villano lavoratore nomato Grillo quale volse diventar medico, in
rima istoriata_ (Venezia, 1521, e sgg.). Questo Grillo, tra l’altro,
con certo strano mezzo, guariva una figliuola di re, procurandole una
gran risata.

[25] «Composta» è il nome dato nel Napoletano alle cose in aceto o
«sottaceti», come anche si chiamano: donde il bisticcio.

[26] Giorno di festa popolare, quando (dice il Cortese, in _Ciullo e
Perna_, l. I) a Napoli ogni casa diventava taverna con la frasca sulla
porta; e si correva il palio, si assaltava la cuccagna, e simili.
Esiste ancora una via detta Maio di Porto: vedi CELANO, _Notizie di
Napoli_, ed. Chiarini, IV, 292. Del resto, il primo di maggio era
celebrato dappertutto, e abbonda la letteratura toscana che a esso si
riferisce.

[27] PORTA, _Tabernaria_, I, 1: «Che te sia data stoccata catalana a
la zizza manca». Correva in proverbio l’efficacia micidiale delle armi
catalane.

[28] Le meretrici pagavano in Napoli, a quel tempo, la gabella di due
carlini al mese. Si veda il TOPPI, _De origine tribunalium_ (Napoli,
1655-9), II, 35; e le _Prammatiche_, collezione Giustiniani, titolo
CLXXII, 6.

[29] Nome del diavolo o di altro spirito maligno, di cui le balie si
valgono per intimidire i bambini, quasi apra il sacco per cacciarveli
dentro e portarli via.

[30] GUARINI, _Pastor fido_, I, 1: «Ite svegliando Gli occhi col corno
e con la voce i cori».

[31] La ninfa Egeria, morto il re Numa, lo pianse tanto che Diana la
converse in una fonte.

[32] La commedia dei «Simili» o e Menecmi» era ancora consueta a quel
tempo, in molteplici imitazioni e varianti, sui teatri. La metafora è
usata altre volte dal Basile, e si ritrova nel Lippi: «Può far (tanto
nel viso è dilavato) Colla tovaglia i Simili in commedia» (_Malmantile
riacquistato_, VII, 32).

[33] «A far le bagattelle», dice il testo, cioè, in questo caso,
far la spia, come sovente le marionette nelle rappresentazioni dei
bagattellieri ambulanti.

[34] Allusione alla favola di Argo e della vacca Io, furatagli da
Mercurio.

[35] La figura è tolta da certi giuochi di carte, in cui chi ha
raggiunto i punti richiesti per vincere, getta sul tavolino le carte
che gli restano, dicendo: «Mi chiamo fuori».

[36] Imita il linguaggio della schiava turchesca.

[37] Due cantanti popolari noti nella Napoli di quel tempo, ricordati
anche nella Giornata IV, 6, e in altri luoghi delle opere del Basile,
del Cortese e dello Sgruttendio. Erano povera gente. Di «compare Iunno»
(ossia «biondo»), o «Iunno cecato», si trova detto che «cantava le
storie innanzi al Castello», e di Pezzillo che era pronto a cantare per
una pagnotta o per un pezzo di cacio o per un cartoccio di rimasugli di
mensa. Tali dovevano essere anche gli altri due, ricordati subito dopo.

[38] Cioè, dalla schiava moresca. «Bernaguallà» era uno degli epiteti
dati alla Lucia nel ballo della «Sfessania», di costume barbaresco.

[39] «Uno di centoventi a carlino»: cioè un callo, uno dei centoventi
calli, o cavalli, di cui si componeva un carlino (che era pari a L.
0.42). Un «callo» era, dunque, modo proverbiale per dir un valore
minimo.

[40] VERG., _Aen._, I, 685 sgg.

[41] Si riferisce alla credenza volgare che le donne incinte, quando
desiderano e non possono ottenere alcuna cosa, se per caso si toccano
in una parte del corpo, nella parte corrispondente del corpo del
bambino verrà impresso il segno (la voglia) della cosa desiderata.
E qui la schiava temeva che, se si fosse toccata la bocca, il suo
bambino sarebbe nato con la disposizione al querulo richiedere, che era
nell’animo della madre.

[42] «Questa cura di marzo», dice il testo. Sul mese di marzo e i
difetti e torti che gli si attribuivano, si veda Giornata V, 2.

[43] Parecchi di questi diminutivi sono ora in disuso: «Zeza»,
Lucrezia; «Tolla», Vittoria; «Popa», Porzia; «Ciulla», Giulia;
«Ciommetella», Girolama.

[44] Aristotele; ma la citazione è certamente burlesca.

[45] «Avvisi» si dicevano allora i giornali manoscritti, e talora anche
i dispacci degli agenti diplomatici; e «gazzette», i giornali a stampa,
che allora cominciavano ad apparire.

[46] Cioè, domestici. Ai servitori si davano a principio di settimana
sette pani (il pane si coceva il sabato e tale distribuzione aveva
luogo la domenica) per sette giorni; donde l’altro loro nome di
«settepanelle».

[47] Probabilmente, qualche cerretano o cantastorie popolare.

[48] Tanto sono miserabili. Si può forse qui richiamare per analogia
la frase proverbiale, che si legge in testi fiorentini: «andar per la
fava», che voleva dire: «essere in grande povertà».

[49] Comune in Terra di Lavoro (prov. di Caserta, circondario di Nola).

[50] Par che sia da intendere: al piú facile dei giuochi, com’è quello
di tirar palle di neve.

[51] «Sant’Antuono» è, nel dialetto napoletano, non il santo di Padova,
ma sant’Antonio abate. Il nome si usava anche al traslato in senso di
«sciocco».

[52] In questa forma correva il nome del famoso Giorgio Castriota,
detto lo Skanderbeg, popolare assai nella tradizione napoletana pei
rapporti che aveva avuti col re di Napoli, Ferrante I d’Aragona.

[53] Letteralmente: «una falsa pedata», cioè uno schermitore o
lottatore che sapeva dare il gambetto.

[54] Il testo dice: «a Pascarola», che è un casale nel territorio
aversano. Ma è chiaramente una svista per «Marigliano», indicato prima.

[55] Nell’ordinamento delle corporazioni d’arti e mestieri c’erano a
capo i consoli e i «quattro delle arti».

[56] Il Lippi imita cosí questo luogo:

      Sorge l’Aurora, e come diligente
    spazza le stelle in cielo e fa pulito;
    poi fassi alla finestra d’oriente,
    e vota l’orinal del suo marito;
    ma perché il carretton ricco e lucente
    già muove il Sole, ed ella l’ha sentito,
    acciocch’ei non la vegga sconcia e sciatta
    manda giú l’impannata e si rimpiatta.
                           (_Malmantile_, IX, 5).

[57] Il DEL TUFO (ms. cit., p. 81), descrive l’oste napoletano
nell’atto di conteggiare con l’avventore: «Alfin poi viene a rassettare
il conto Con volto ilare e pronto, E dice a ciascheduno: — Quattro e
quattr’otto e tredici ventuno; Quattro di pane e sei di vin fan diece;
Sei altri di escapece; Sette d’arrosto e tre d’allesso e sei Di frutte
e cacio e provatura arroste, A la barba de l’oste. Che non guadagna
straccia, Con sanità de li patroni miei, Con due di piú de lo buon
pro di faccia; Giusto, s’io non m’inganno a lo contare, Otto carlini
m’avite a pagare. — Poi, presa la moneta o quel docato, Dice: — Signori
miei, siavi donato».

[58] «Asinus ad lyram»: proverbio latino.

[59] Cioè, ubbriacare, perché la bertuccia è «inuus ecaudatus»: cfr.
Giornata II, 2; IV, 4; V, 3 e 4.

[60] Il banditore della gran Corte della Vicaria di Napoli, che
pubblicava i bandi a suon di tromba.

[61] Cioè, preparo con le parole il concetto che segue. I vocabolari
italiani recano l’esempio del Salvini: «e senza fare, come si dice, il
letto, passa a narrare un fatto, ecc.».

[62] Cioè la disposizione del carico, che renda bene stivata la nave;
e, per traslato, il modo acconcio di trattare gli osti.

[63] BRUNO, _Spaccio della bestia trionfante_ (_Opere italiane_,
ed. Gentile, II, 193): «Ne è cascato, com’è proverbio in Napoli,
il maccarone dentro il formaggio»; e vedi anche _Candelaio_,
nell’argomento, ed. Spampanato, p. 10. Ora si dice invece: «il
formaggio sui maccheroni».

[64] Traslato per «rubare».

[65] Bisticcio tra «pubblica», moneta che valeva tre tornesi, e «donna
pubblica».

[66] Pillole, dette cosí perché giovavano a diversi mali.

[67] Villaggio, e una volta casale (borgo), di Napoli.

[68] «Lo parzonaro», dice il testo, che è il «partionarius» romano.

[69] Un quadro, ossia un compartimento, «di torze», che sono varietà
dei broccoli di cavolo o «brassica oleracea».

[70] Cioè, un servitorello, un piccolo cameriere; spagn.: «mozo de
cámara».

[71] «Monaciello»: il «moine bourru» dei francesi e il «frayle» degli
spagnuoli (il Liebrecht richiama anche lo «snebergius nigro cucullo
vestitus» delle _Disquisitiones magicae_ del Delrio): folletto o
spirito familiare, che s’immagina in Napoli vestito da chierichetto
e con un zucchetto rosso sul capo. Di lui corrono, nel Napoletano,
le stesse storie che si narrano dappertutto: cfr. PITRÉ in _Bibl. d.
tradiz. popol._, XVII, 68-72, e, meglio ancora, il libro dello HEINE
sulla _Germania_, 1.

[72] Lana di Tunisi, oggi ancora reputata per la sua morbidezza.

[73] «A passera muta» e «a preta nsino»: due giuochi fanciulleschi, i
cui nomi sono qui adoperati in senso lubrico.

[74] Sul protomedico, che c’era anche a Napoli, e le sue attribuzioni,
si può vedere quel che dice il contemporaneo del Basile, G. C. CAPACCIO
(in _Arch. stor. nap._, VII, 780).

[75] Dialettale per «fanciulla».

[76] Di Cupido dice il PINO (_Ragionamento del padre Arculano sovra del
asino_, s. l. a., ma Napoli, circa 1530): «Costui era il figlio caro,
costui era l’uovo pinto di sua mamma Venerella». Uova dipinte con varî
colori si solevano mandare in dono nelle feste.

[77] Luna piena.

[78] Nel testo: «o Criosa o Shiorella»; e «Criosa» mi rimane oscuro; ma
con «Fiorella» si allude alla storia di Marco e Fiorella, due famosi
amanti, storia assai popolare un tempo, ricordata altre volte dai
nostri scrittori dialettali e dallo stesso Basile, la quale tuttavia
né il LIEBRECHT (_Anmerkungen_, I, 398-9), né l’IMBRIANI (ediz. della
_Posilecheata_ del Sarnelli, p. 176) riuscirono a rintracciare. Nella
commedia _La necessità aguzza lo ingegno_ dell’Accademico Infuriato
detto l’Impatiente (Napoli, 1670) si legge: «Ecco agghiustata la
trinca: Marcolo, Shiorella e Buonaurio» (I, 5). Guglielmo de Blois
scrisse intorno al 1160 una _Tragoedia de Flaura et Marco_ (_Hist.
litt. de la France_, XV, 414), che non saprei dire se avesse alcuna
relazione con la storia di cui discorriamo.

[79] Molte le cose squisite di Siviglia: il tabacco, le calze, le
donne, e via dicendo.

[80] Noti giuochi. Il GARZONI, _Piazza universale_ (Venezia, 1592), p.
564, annovera, tra i giuochi di tarocchi, «a trionfitti» e «a banco
fallito».

[81] La «stoppata» era stoppa intrisa di uova, olio rosato e
trementina, che si poneva sulle ferite, come dice il FASANO, nelle note
alla sua traduzione napoletana della _Gerusalemme_ (III, 19).

[82] Il vaso immondo.

[83] Cioè, desinarono.

[84] La gelosia.

[85] «Pignato grasso» o «pignato maritato»: sorta di minestra fatta con
cavoli, prosciutto, lardo e altri ingredienti, e considerata allora
come il capolavoro della cucina napoletana, e perciò esaltata dagli
scrittori dialettali e popolari di quel tempo, che la contrapponevano
all’«olla podrida», vantata dagli spagnuoli.

[86] Allusione al campanello attaccato alle reti per le quaglie.

[87] «No trivolo vattuto», tribolo, nenia, piagnisteo sui morti;
«battuto», perché accompagnato da percosse e graffi alla faccia e da
strappi di capelli.

[88] Cattivo punto nel giuoco delle carte.

[89] Nicola Melchiorre. È il nome del principe.

[90] «Riépeto»: lo stesso che «trivolo». Con «riépeto» il grammatico
napoletano Scoppa, nel suo _Spicilegio_ (principio del secolo XVI),
traduce il latino «nenia». Cfr. CAPASSO, nella rivista il _Giambattista
Basile_, III, 65.

[91] Il colore di spagnuolo malato era notato come caratteristico
e andava in proverbio. Perfino la tinta di una sorta di stoffa fu
chiamata: «color di spagnuolo malato».

[92] Il Boccaccio (che potrebbe aver appreso questo traslato a Napoli,
dove ancor oggi si usa) chiama (_Decameron_, II, 10) «lucertole
verminare», cioè secche e verdi, le donne di Pisa.

[93] «Pirus malus».

[94] Testo: «lanterna a bota». «Quella sorta di lanternini, inventati
dai bresciani, che chiudono e scoprono il lume quando si vuole, benché
oggi siano proibiti quasi da per tutto», dice il GARZONI, op. cit., p.
460. Infatti, le nostre prammatiche ne permettevano l’uso solo agli
sbirri.

[95] Tifone congiurò contro il fratello Osiride e riuscí con astuzia a
farlo entrare in una cassa, sulla quale i congiurati si precipitarono,
premendo il coperchio, conficcandovi chiodi, colando piombo dai fori, e
poi la gettarono a mare. Si veda PLUTARCO, _De Iside et Osiride_, XII.

[96] «Carizze, vierre, gnuóccole e vruóccole». «Gnuóccole» sono gli
gnocchi; «vruóccole», broccoli, e, per traslato, carezze; onde in
Napoli i venditori di broccoli, gaiamente bisticciando, danno la voce:
«Broccoli, che son buoni a letto!».

[97] Traslato per indicare persona brutta: qui in senso morale. Il muso
della cernia («perca gigas») è bruttissimo. E anche di Peruonto il
Basile (cfr. tratt. seg.) dirà che aveva la bocca di cernia.

[98] È uno dei proverbi citati da Farinata degli Uberti, quando difese
Fiorenza a viso aperto.

[99] Nel senso di «rispettabile» o di persona «d’importanza»: qui, per
celia.

[100] «Uscire dal ginocchio» si diceva eufemisticamente per «esser
partorito». Cosí nella nona egloga delle _Muse napoletane_: «Che sia
benedetto lo denucchio Da dove sciste e benedetta sia Le fasce che te
strinzero e la mamma Che te deze lo latte».

[101] «Scellavattolo», che il GUSUMPAUR (_Vocabolario ornitologico
napoletano_, Napoli, 1874) identifica con la «muscicapa albicollis», o
balia.

[102] Che, a quanto sembra, non dava caglio che valesse.

[103] Cioè, di mangiare qualcosa. Detto amaramente e sarcasticamente.

[104] «Broccoli strascinati» si dicono a Napoli i broccoli soffritti in
olio.

[105] Coloro che assistono i condannati a morte e che a Napoli erano i
confratelli dei Bianchi della giustizia.

[106] Cioè, a rilento o riluttante: forse per traslato dai soldati
condannati a «passar per le picche», secondo la forma di supplizio
militare introdotta dagli svizzeri.

[107] Le razze di cavalli dei Sanseverino di Bisignano erano pregiate
e celebrate in tutta Europa. Il TASSONI (_Secchia rapita_, II, 31):
«Pallade, sdegnosetta e fiera in volto, Venia su una chinea di
Bisignano»; e si veda la relativa nota dell’autore.

[108] La mestruazione.

[109] La pasta velenosa, come quella che si dà ai topi e ad altri
animali.

[110] Il corno per farne calamai, come si usava.

[111] Cornelio Tacito e il suo ritratto di Tiberio formavano un solenne
testo, dal quale gli scrittori del seicento ricavavano massime e
precetti politici.

[112] «Sunt geminae Somni portae; quarum altera fertur Cornea, quae
veris facilis datur exitus umbris...». VERG., _Aen._, VI, 893-4.

[113] Alle partorienti si usava dar da soffiare forte nella bocca di
un’ampolla per aiutare, con quell’atto, lo sforzo del parto. Il CORTESE
(_Vaiasseide_, II, 2) mette in azione questa costumanza:

      Spriémmete, figlia, spriemme, ca non dura
    troppo st’ammaro e venerà lo doce!
    Spriémmete, bene mio, sta’ ncellevriello!
    Aiutate; tè, scioscia st’agliariello!

[114] Aneddoto narrato da parecchi storici e altri scrittori greci e
latini, e tra questi da Plinio: di un cane di non mai vista grossezza,
da Alessandro ricevuto in dono nella sua spedizione in India, il quale,
postigli davanti prima orsi, poi cignali e infine daini, se ne stette
inerte; onde Alessandro, stimandolo imbelle, lo fece ammazzare. Ma il
donatore gliene mandò un altro, l’ultimo che gli restasse di quella
razza, ammonendo il re di non mettergli a fronte piccoli animali,
ma leoni ed elefanti, coi quali solamente, in effetto, si degnò di
lottare, riportando vittoria (_Natur. Hist._, VIII, 61).

[115] Sottintendi: di corno.

[116] «Spogliamorti», o anche «spogliampisi» (spogliaimpiccati) si
chiamavano i venditori di panni vecchi.

[117] «La fava de sta copeta». La «copeta» è una confezione di
nocciuole e miele in forma di schiacciata, guarnita di confetti.
Nelle focacce si usava mettere, il giorno dell’Epifania, una fava di
zucchero, e chi la trovava nella parte toccatagli era acclamato, nei
banchetti festivi, «re della fava». Tale costumanza viveva, e vive
ancora, in molti paesi di Europa.

[118] Antico giuoco, che precedette quello della lotteria. A Napoli è
stato di recente cangiato nome al «vico della Beneficiata vecchia».

[119] Cioè, che si vedevano, attraverso gli stracci, le parti segrete
del corpo. Il bolognese Leonardo Fioravanti, medico e ciarlatano del
secolo decimosesto, scrisse, tra altre opere, i _Segreti medicinali_
(Venezia, 1561), e il _Compendio dei segreti razionali intorno alla
medicina, chirurgia ed alchimia_ (Venezia, 1564; ristampato piú volte,
e ancora, ivi, 1675). Accenna a lui il GARZONI, _Piazza universale_, p.
467, chiamandolo «quel glorioso uomo del miracoli nuovi».

[120] Carrata, grossa botte.

[121] Donne mascherate da pescatrici, che, durante il carnevale,
gettano ami con dolciumi, e fanno altrettali giuochi.

[122] «A ghiste e veniste e lo fuoco perdiste»: motto dei fanciulli
in giuoco, e, in generale, quando uno occupa il posto lasciato vuoto
dall’altro, e l’altro torna e lo trova occupato.

[123] Si veda sopra p. 12, n. 1.

[124] «Con le fiche iedetelle»: fichi piccoli e gentili, dei quali
(bisogna aggiungere) le donnicciuole si valevano per supposta.

[125] Cioè, non solo trovarvi da cenare, ma anche da dormire.

[126] Termini di giuoco: cfr. Giornata III, 5. Forse qui piatti che
andavano e venivano con sempre nuovi cibi.

[127] «Fato», come maschile di «fata»: si trova anche, come
vezzeggiativo, al diminutivo: «Nennillo de sto core, fatillo bello mio»
(_Canzone di Zeza_, in CROCE, _Teatri di Napoli_, 2ª ediz., Bari, 1916,
p. 302). Del resto, nel latino medievale, oltre «fata» e «fada», c’era
«fadus», come può vedersi nel Ducange.

[128] Aprano è un paesello poco lontano da Aversa.

[129] Che aveva raddoppiato il danno: traslato dal giuoco delle carte.

[130] «No quartarulo»: il quarto d’un barile napoletano (undici litri).

[131] V. sopra p. 32, n. 2.

[132] «Ioio» o «Ioi» (ora Gioi), terra della provincia di Salerno e
del circondario di Vallo della Lucania. Era diventata per antonomasia
il simbolo del paese piú rozzo, selvaggio e semplice dell’Italia
meridionale. Anche piú oltre nella Giornata III, 2: «E dove stammo?
A lo Ioio?». Nell’_Astuta cortigiana_ di Giulio Cesare Sorrentino
(Napoli, 1631), IV, 1: «Non te credisse ca so de Ioio».

[133] Bisticcio tra «Belvedere» e «un bel vedere». Belvedere era un
castello a breve distanza da Pozzuoli sopra uno dei colli vulcanici
che fiancheggiano il piano di Quarto, eretto da Federico secondo svevo
e rifatto poi da Carlo d’Angiò. Ne avanza oggi un rudere; ma assai
piú cospicuo doveva essere ai tempi del Basile. È stato illustrato
ampiamente dal DE BLASIIS, _Un castello svevo-angioino nel Gualdo di
Napoli_ (in _Arch. stor. nap._, XL, 101-79).

[134] «Lo casorecotta»: venditore di ricotta.

[135] Testo: «esche de corte»: gente che ha da far sempre con gli
sbirri e i tribunali.

[136] Testo: «sbauzo de quinta nmacante: o, come si dice oggi nei
trattati di armonia, un «intervallo di quinta minore». Intervallo
inaspettato all’orecchio (che normalmente attenderebbe una «quinta
giusta»); cosí come inaspettata pel giudice fu la risposta di Vardiello.

[137] Allo spedale (e, in Napoli, a quello degl’Incurabili), dove
allora erano ricoverati anche i matti.

[138] Cioè, che l’aveva indovinata ottimamente. Dal melofioccolo, che
sembra da identificare con la «celtis australis» o col «ziziptus lotus»
(v. E. ROCCO, nella rivista _Giambattista Basile_, V, 95-6), albero un
tempo assai comune a Napoli, prendono nome un vicolo presso il sedile
di Porto e un luogo della strada di Materdei.

[139] Letteralmente: «o re o scorza di pioppo»: o re o travicello.

[140] Traslati presi dalla caccia col falcone.

[141] «... duris genuit te cautibus horrens Caucasus, Hyrcanaeque
admorunt ubera tigres»: VERG., _Aen._, IV, 366-7.

[142] Cioè: la difesa è di poca resistenza.

[143] Agostino Nifo da Sessa (1462-1538), medico e filosofo, fu
«inventore (dice LUCIO SACCO, _L’antichissima Sessa Pometia_, Napoli,
1640) di quel mirabile sciruppo, senza il quale par che non si potesse
fare perfetta medicina, il quale comunemente da medici e speziari è
chiamato _syrupus Domini Agustini_». Nell’_Antidotario napolitano_ di
F. GRECO (Napoli, 1642, p. 81) se ne legge la ricetta. Vedi E. ROCCO,
nella rivista _Giambattista Basile_, VII, 55.

[144] A Napoli, e in quasi tutta Italia, s’usava nei supplizi capitali
la «mannaia», che cadeva dall’alto e aveva già la forma d’una primitiva
e grossolana ghigliottina. Si veda F. NICOLINI, _Un boia appiccato_ (in
_Napoli nobilissima_, XV, 138-40, e relativa fig.).

[145] Il diritto di «fida» o «affidatura» si pagava da coloro che
menavano gli animali a pascolo nelle terre regie e comunali.

[146] Benevento apparteneva allora allo Stato pontificio, ed era perciò
pei fuorusciti napoletani un vicino e agevole «luogo di asilo».

[147] Vuol dire: prima provò la tortura, poi la vita di galera.

[148] Sulle virtú del rosmarino si può vedere, tra gli altri, PITRÉ,
_Biblioteca d. trad. pop._, XVI, 251-3.

[149] Per la fretta l’orco non si era messo nemmeno il berretto in capo.

[150] Modo di dire d’oscura derivazione per indicare cose assurde. Il
Basile l’adopera anche nelle _Muse napolitane_, egloga I; e si trova
nel PORTA, _Tabernaria_, III, 15.

[151] Il punto «a giorno».

[152] Letteralmente: «ché vengo di fuori»: cioè vengo dalla campagna
alla città.

[153] «Pane bianco come i fiori», dove è da sospettare un bisticcio
poco pulito.

[154] Cosí si chiamava in Napoli una sorta di terrazzino pensile che
sporgeva dai primi piani delle case. Cfr. CAPASSO, in _Arch. stor.
nap._, XV, 428.

[155] Modo di dire proverbiale: «se manchi alla parola, peggio per te».

[156] Sulla favolosa remora, PLIN., _Hist. nat._, IX, 25.

[157] Come fiore che ha aperto tutti i petali.

[158] Lo «scudo riccio» era una moneta d’oro, battuta nel 1582, con
l’effigie di Filippo II e, nel rovescio, l’arma della corona di Spagna.

[159] Olio cosmetico e medicinale, che si traeva da alcune specie di
zucche.

[160] Alle cortigiane era vietato di andare in carrozza ai pubblici
passeggi e in gondola alla spiaggia di Posilipo, passeggiata quotidiana
del viceré e della nobiltà. Se alcuna contravveniva al divieto (e il
caso non era infrequente), sorpresa e circondata dagli sbirri, era
condotta in carcere. Vedi varie prammatiche del 1578, 1607, 1610, 1638,
1646, ecc. nella raccolta del GIUSTINIANI, vol. VII, titolo CLXXI, _De
meretricibus_.

[161] Le pianelle si sovrapponevano alle scarpette. — Il Celano,
discorrendo sulla fine del seicento, del «vico dei Pianellari», che
era presso Santa Caterina a Spinacorona al Pendino, notava che prima
non v’era «dama napolitana che, senza di queste, camminato avesse», ma
che, ai suoi tempi, «fuor di qualche monaca claustrale e riformata», le
pianelle erano disusate «da tutte le donne», che andavano invece «in
iscarpette» (_Notizie_ cit., IV, 127).

[162] I sugheri delle pianelle.

[163] Le pianelle erano fornite di tacchi altissimi o calcagnini, quasi
trampoli. Si veda l’egloga posta in fine di questa prima Giornata, vv.
645-7.

[164] «Pastiere», torte di Pasqua, fatte con chicchi di grano, ricotta,
zuccaro e altri ingredienti; «casatielli», ciambelle contornate di uova
sode non sgusciate, anche d’uso pasquale.

[165] «Sottostati»: li descrive il DEL TUFO (nel citato _Ritratto di
Napoli_, f. 21): «sottestati D’un buon pezzo di carne tenerella, Con
pruna, agli e pignoli, Passi, zuccaro, amendole e cannella».

[166] Non pare che allora i maccheroni avessero, come ebbero di poi, il
primo luogo nella cucina napoletana: tanto che i napoletani erano detti
non già «mangiamaccheroni», ma «mangiafoglie» (ortaglie). I maccheroni
si trovano assai spesso indicati come «di Sicilia» o «di «Sardegna»,
piú specificamente, di «Cagliari». Si possono vedere in proposito il
FASANO, nelle note alla traduzione della _Gerusalemme_, III, 20, il
GALIANI nel _Voc. nap._, ad verb., e il PITRÉ, _Bibl._, VII, 392. Si
veda anche il CORTESE nel _Viaggio di Parnaso_, V, 7, lo SGRUTTENDIO,
_Tiorba a taccone_, corda IX, «Le grolie del Carnevale», e un luogo del
Lando, citato dall’IMBRIANI, _XII conti pomiglianesi_ (Napoli, 1876),
pp. 234-5.

[167] Sorta di dolce. Il BRUNO nel _Candelaio_, I, 6: «cqua son de
gravioli, targhe di zucchero, mostacciuoli di San Bastiano». Piú tardi
si dissero, e si dicono, «raffiuoli». Se pure, in questo luogo del
Basile, non sia da intendere, semplicemente, i «raviuoli».

[168] Cosí popolarmente si diceva il «proficiat» o «prosit».

[169] Testo: «lo mercante»; ma il titolo meno inesatto è quello che qui
si è preferito dare.

[170] Il MARINO, _Adone_, XII, 75: «In quella guisa che talor veduto Da
la lupa nel bosco il pastor suole, Come spirito e senso abbia perduto,
Gli muoion nella lingua le parole».

[171] È una contrada nella parte orientale della città, allora non
fabbricata, come è stata ai nostri giorni, e che, nel cinque e
seicento, formava il campo dei sassaiuoli napoletani («preteianti»,
come li chiama il CORTESE, _Micco Passaro_, II, 12), i quali si
sfidavano per rioni o quartieri, intervenendo talvolta a tali battaglie
fino a duemila combattenti. «Mi si diceva dai vecchi (scrive il CELANO,
_Notizie_ cit., V, 461) che ve n’erano cosí bravi nel tirare di fionda
che, dove segnavano con l’occhio, ivi colpivano». Il viceré duca d’Alba
fece prendere nel 1625 da trenta «capi sassaiuoli» e li mandò alle
galere. L’usanza, se anche in modo meno vivace, è durata fino ai giorni
nostri: si vedano notizie in proposito nel giornale napoletano _La lega
del bene_, IV (1889), n. 3.

[172] Il vaso da notte, del quale quello era il prezzo corrente.

[173] Cioè, per misurare la distanza che era fra te e il figlio del re.
La mezzacanna è una misura di quattro palmi, usuale in Napoli.

[174] V. sopra, p. 12, n. 1.

[175] Intendi: nel ventre di tua madre.

[176] Il titolo di «messere» era allora anche in Napoli in disuso e
adoperato solo dai vecchi o da coloro che erano tenaci degli antichi
modi patrî: su di che si veda il BOCCALINI, _Ragguagli di Parnaso_, II,
40.

[177] La corte di giustizia.

[178] Vuol dire: ti può mandare a remare sulle galere. Le metafore
sono prese da usanze di scuola, come la sferza, il cavallo (castigo
scolaresco), e via.

[179] Con una corda insaponata al collo.

[180] La forca (cfr. il francese: «la veuve», la ghigliottina).

[181] Il boia montava sulle spalle dell’impiccato per finirlo piú
rapidamente: «lesto come un daino, salta ben sulle spalle di colui
che è appeso, come fa mastro Ioseffo da Ravenna» (GARZONI, _Piazza
universale_, p. 756).

[182] Intendi come sopra: dai talloni del boia.

[183] Cioè: fuggire.

[184] Altra variante dell’immagine di cui nelle note precedenti.

[185] «Passo» in senso della misura del «passo».

[186] Dialettale: «bisacce», in bisticcio con «Bartolo», che vien dopo.

[187] I due famosi giureconsulti.

[188] Porta ad oriente di Napoli, che era stata trasportata dov’è
ancora di presente da Ferrante I d’Aragona.

[189] «Pennino» o «Pendino», una delle regioni o quartieri di Napoli;
«pennone» (donde il bisticcio), un grande stendardo di colore rosso con
le armi regie che, nell’accompagnare al patibolo i condannati a morte,
era portato da un ministro del tribunale a cavallo: vedi DEL TUFO,
_Ritratto_ cit., f. 139.

[190] «Piazza Larga» era una piazza presso San Pietro Martire, detta
cosí perché allargata a spesa dei complatearî (CELANO, _Notizie_ cit.,
IV, 250).

[191] «Piazza dell’Olmo», detta poi via di Porto, con grande e
affollatissimo mercato: si veda intorno a essa CROCE, _Curiosità
napoletane_^2 (Napoli, Ricciardi, 1921), pp. 141-47. Nel DEL TUFO (ms.
cit., f. 15) un napoletano, lontano da Napoli, a un dipresso come
Cienzo, «estimandosi allor quasi infelice», si fa a dire: «Chiazza
dell’Urmo mio, chiazza dell’Urmo, Che llà ti vidi a curmo», ecc.

[192] «Lancieri» o «Lanzieri», via nella regione di Porto: un tempo
vi erano le botteghe degli armieri; nel seicento, come ai giorni
nostri, «molti ricchi fondachi di tele d’oro, di panni sottili, di
lana forastiera, d’opere bianche, di veli e d’altre merci» (CELANO,
_Notizie_ cit., IV, 282).

[193] Si veda sopra, p. 5, n. 3.

[194] La «forcella» dello stomaco.

[195] Strada che prende il nome dell’antichissima «platea furcillensis».

[196] Regione, e poi quartiere, di Napoli.

[197] Regione detta dei «Gelsi» o delle «Ceuze», perché fino ai primi
del cinquecento era tutta piantata di gelsi e vi si allevavano i
bachi da seta. Vi si andava a diporto, a bere e a far baldoria. Nella
seconda metà di quel secolo vi si cominciò a edificare case e vi si
acquartierarono i soldati spagnuoli; onde un gran tratto di quella
regione si chiama ancora «i quartieri». Vedi CELANO, _Notizie_ cit.,
IV, 635 sgg.

[198] Perché quella parte della città era, ed è ancor oggi, piena di
meretrici. Sotto l’ottobre 1616, si legge in una cronaca: «Sabato Sua
Eccellenza (il viceré duca di Ossuna) andò curiosamente in seggia
scorrendo tutte le strade del quartiere sopra la strada di Toledo,
volgarmente dette le Celse; e si dice per rinserrarlo, com’è solito
per le altre città, che vogliono vivere onoratamente...» (ZAZZERA, in
_Arch. stor. ital._, serie I, vol. IX, p. 487). Nella seconda egloga
delle _Muse napolitane_ uno degli interlocutori dichiara al compagno:
«Io vengo da le Ceuze Da pigliareme spasso».

[199] Il «Pertugio» o «Malpertugio», del quale parla il BOCCACCIO
(_Decameron_, II, 5), nella regione di Porto: v. CROCE, _Storie e
leggende napoletane_^2 (Bari, 1922), pp. 61-4. Era pieno di ruffiani,
baratti e simili lordure; e perciò forse ironicamente il Basile lo
dice «recietto de tutte l’uommene vertoluse». Un altro luogo chiamato
similmente «Pertuso» o «Pertugio» era presso la chiesa di Montesanto,
detto cosí a causa di uno squarcio che colà si apriva nelle mura,
sostituito poi da una porta (CELANO, _Notizie_ cit., IV, 800).

[200] «Loggia di Genova»: detta cosí perché in quel luogo erano un
tempo i mercanti genovesi. Nel _Commentario delle piú notabili et
mostruose cose d’Italia_ (1548) Ortensio Lando scrive: «Vedrai in
Napoli la loggia detta per soprannome dei Genovesi, piena di tutte
quelle buone cose, che per unger la gola desiderar si possano».

[201] Il «Lavinaro» è una strada che da Porta Nolana riesce al Carmine,
per la quale scorreva un tempo l’esuberanza dell’acqua della Bolla,
formando una «lava» (donde il nome), ossia un torrentaccio.

[202] Regione o quartiere nella parte meridionale di Napoli, dove si
apre la grande piazza, famosa per la morte di Corradino e per altri
strepitosi avvenimenti storici.

[203] Piaggia e, in napoletano, Chiaia (che in napoletano fa bisticcio
con «chiaia», piaga), come ancora si chiama la bella parte di Napoli
verso occidente, dove già allora si erano cominciati ad allineare, in
vista del golfo, palazzi magnatizî e quotidianamente la nobiltà soleva
andare a diporto e passeggio.

[204] Carote e bietole.

[205] Frittelle con miele.

[206] Salume fatto con ventre di tonno.

[207] Sacco intestinale e interiora d’animali da macello: cfr. per la
seconda parola il lat. «centipellio».

[208] «Piccatigli», manicaretti di carne minuzzata; «ingratinati», cfr.
CORTESE, _Micco Passaro_, VIII, 20: «cuotto dui pullastri aveva. Uno
arrostuto e n’àuto ngrattenato».

[209] Si veda sopra p. 36, n. 3.

[210] «Casale» valeva «villaggio»; e Napoli, scherzosamente e
affettuosamente, era detta «il casalone».

[211] ANTONIO ABBONDANTI da Imola, _Viaggio di Colonia_ (Venezia,
1627), p. 12:

      Con questa s’era per quell’onde amare
    di Bisignano il principe condotto
    verso i broccoli patrî e l’acque chiare.

[212] Uno dei casali di Sessa Aurunca.

[213] Briganti.

[214] Spregiativamente, per «spada»: dalla forma del frutto del carrubo.

[215] L’«accettullo» era tra le armi da taglio proibite, come può
vedersi nella prammatica del 30 decembre 1557, e in altre (Raccolta
cit., vol. II, tit. XXV, _De armis_, 5).

[216] Allude a un giuoco che, a quel che dice il D’AMBRA nel suo
_Vocabolario napoletano_, si faceva tra due, e consisteva nel
cercar di partire la zèppola in modo eguale, e dei due giocatori,
alternativamente, l’uno dava il colpo e l’altro aveva il diritto di
scegliere tra le parti divise.

[217] Il demonio.

[218] Sorta di danza.

[219] Giustiziato o altrimenti ammazzato un fuoruscito o brigante, se
ne soleva esporre la testa in una gabbia sopra una colonna o pendente
da una porta, e spesso cinta di una mitria o corona di carta dorata,
della quale era stato già insignito nell’esser condotto al supplizio.
Nel _Lamento et Morte di Benedetto Mangone Capo dei banditi nel Regno
di Napoli con li crudelissimi delitti et aspri assassinamenti che lui
faceva in campagna. Et come fu pigliato in Alessandria della Paglia,
vestito da Pellegrino et condotto a Napoli_, composta da un Giulio
Cesare Napolitano (ristampata in Milano e Torino, per Gio. Michele et
Gio. Francesco ff. de Cavallerii, 1590), si legge:

      Fuor fu menato della Vicaria
    il pessimo huom Benedetto Mangone:
    della giustizia il mastro a quello in pria
    la di fals’òr corona in testa pone.

[220] Era già da secoli proverbiale l’amore dei tedeschi pel vino, e
correvano in proposito svariati motti e modi di dire, dei quali questo
è uno.

[221] Allusione a qualche detto o aneddoto. Si rammenti la frase: «aver
pieno il fuso», che vale: «aver buono in mano nel giuoco».

[222] Per istituzione del viceré don Pietro di Toledo, in ogni
compagnia di soldati spagnuoli o italiani era lasciato vuoto un posto,
che provvedeva alla sussistenza di tre soldati invalidi, fornendo
all’un d’essi l’alloggiamento e agli altri due il soldo. Questo posto,
che valeva una pensione, si chiamava «piazza morta», ossia «posto
vuoto».

[223] Skanderbeg: v. sopra p. 21, n. 1.

[224] Nella _Topografia dell’agro napoletano_ del Rizzi-Zannoni
(1793) è segnata, sulla via tra Mugnano e Piscinola, una «Taverna del
Pisciatoro».

[225] Veramente, il testo dice «barba d’annecchia», cioè di giovenca.

[226] Nel testo originale c’è, invece, «mia moglie»; che è di certo una
svista di scrittura o di stampa.

[227] Cioè: che era molto ingenua e credula.

[228] Nelle edizioni del testo: «ausoleiata», che varrebbe «origliata»,
e sembra errore di lettura.

[229] L’aquila a due teste dello stemma asburgico. Nell’egloga _La
stufa_ (in fine della Gior. III): «Fa l’aquila a doie teste, si se
corca».

[230] Per rendere liscia la fronte, si adoperava, in quel tempo dalle
donne una palla di vetro.

[231] Il testo: «na lopa vecchia». Il TASSONI (_Secchia rapita_, VI,
37): «Non ferma qui la furibonda spada. Ch’era una lama della lupa
antica»; spiegando nella nota: «In Ispagna, saranno circa due secoli,
si fabbricavano bellissime lame da spada e molto buone: si vede in esse
l’impronta d’una lupa».

[232] Per meglio maneggiare la zappa.

[233] Si veda sopra, p. 31, n. 2.

[234] Il rotolo era una misura di peso, equivalente a trentasei once,
ossia a circa 900 grammi.

[235] Le lucertole a due code erano stimate di buon augurio: v. PITRÉ,
_Bibl._, XVI, 356.

[236] Il pataccone era una moneta equivalente a circa cinque carlini,
cioè a poco piú di due lire.

[237] «Agresto», salsa fatta con l’agresto per condire il pesce.

[238] Cioè, ogni sorta di raffinatezze. Nella terza egloga delle _Muse
napolitane_, celebrando la taverna del Cerriglio: «E tu cerca, se vuoi
De lo chiú, de lo manco, Latte de la formica, lingue de pappagallo,
Penna de la fenice, Ca subeto è portato».

[239] Famoso antidoto.

[240] «Cunte d’oro»: spagn. «cuento».

[241] «A canestrelle»: pettinatura delle trecce avvoltolate in cima a
capo.

[242] «Codavattolo» o «coravattolo»: congegno per prendere uccelli.

[243] Per la «fida» e l’«affidarsi» si veda sopra, p. 67, n. 2. A
Foggia, centro del tavoliere di Puglia, si accoglievano le mandre che
scendevano dagli Abruzzi a svernare; e colà era il cosí detto tribunale
della dogana delle pecore. Perciò «esser dentro Foggia» valse «esser
cornuto». Il GARZONI (_Piazza univ._, p. 178) ha: «restarono essi
castroni di Foggia».

[244] Forma dello sterco della capra, con annesso bisticcio con
l’ulivo, simbolo di pace.

[245] Cioè, nella vecchia misura napoletana, quattro rotoli.

[246] «Lave» si chiamano a Napoli i torrenti di acqua piovana, i
quali un tempo correvano impetuosi per la città; e famosa per secoli
fu la «lava» detta «dei Vergini», che, dalle colline di Capodimonte,
Miradois e Sant’Eusebio, scendeva per la via dei Vergini, arrecando
spesso danni gravissimi e interrompendo il transito (da ciò, i
facchini «passalave», che trasportavano a braccio i passanti dall’uno
all’altro lato del torrente). Nel 1569, la lava dei Vergini abbatté
in quel borgo moltissime case (CELANO, _Notizie_ cit., V, 402); e il
grave inconveniente durò fin oltre il 1860. Naturalmente, c’erano
di coloro che frugavano poi tra il fango per ripescarvi oggetti che
potessero servire. Valga come illustrazione il luogo di un cronista
contemporaneo: «Il mercordí 24 di settembre (1620) successe un
grandissimo disastro, percioché furono soffocati quattro giovani dalla
rapidezza della lava e buttati a mare: erano costoro due frati carnali
e due altri amici, i quali andavano sempre insieme, entrando per le
chiaviche maestre e cercando per quel fango, che le lave sogliono
portare in quelle chiaviche, col quale esercizio viveano, percioché
sempre vi trovavano denari et altre cose; basta, che quelli poveri
huomini con questo vivevano et in questo morirono. Hor, essendono
entrati nella chiavica maestra presso lo Spirito Santo, cominciò a
piovere, e non essendono avvertiti, vennero l’acque in tanta abondanza
che vi soffocarono, e quella rapidezza della lava portò i cadaveri al
Chiatamone, ove rispondea quella chiavica» (S. GUERRA, _Diurnali_,
ed. Montemayor, p. 112). Nella Giornata II, 10: «Va’ trovanno chiuove
(chiodi) pe le lave».

[247] «A mollechelle»: con minuzzoli di pane.

[248] Le incursioni di turchi e barbareschi che menavano via genti
a schiavitú, erano allora frequentissime sulle coste dell’Italia
meridionale, e perfino sulla spiaggia di Napoli, come, in generale, nel
Mediterraneo.

[249] Si veda sopra, introd., p. 4.

[250] TASSO, _Gerusalemme liberata_, XVI, 29-31.

[251] Intendi: «nell’ano», e cioè, in nessun conto.

[252] Il testo dice, «iusta li beni», che il Rocco, nel suo
_Vocabolario_, interpetra come «tenere nell’ano», con allusione al
«cedo bonis» dei falliti o decotti. Ma, cogliendo questa frase in bocca
a vecchi napoletani, l’udii già spiegare con diverso traslato: cioè
«mandare ai beni», ossia ai possedimenti e case di campagna, dove si
mandavano i mobili vecchi e gli oggetti fuori d’uso, che in quei luoghi
non ingombravano e potevano ancora servire. Forse le due etimologie si
sovrappongono o s’intrecciano.

[253] «No cúfece»: specie di grillo, che, salato e acconcio, serviva di
cibo ai dalmatini e ai corsari barbareschi nelle loro navigazioni. Cosí
il Rocco e gli altri lessicografi.

[254] Il LIPPI (_Malmantile_, II, 3), imitando questo luogo del Basile:

    e dov’ei dava a’ poveri a bizzeffe,
    quando picchiavan poi, dalla finestra,
    facea lor dare il pan colla balestra:

frase che il Minucci procura di spiegar nelle note, ma vi si confonde
per non averla riportata all’originale.

[255] OVIDIO, _Fasti_, V, 251 sgg.: «Quod petis Oleniis, — inquam —
mihi missus ab arvis Flos dabit: est hortis unicus ille meis. Qui
dabat: Hoc, dixit, sterilem quoque tange iuvencam, Mater erit. Tetigi,
nec mora, mater erat. Protinus haerentem decerpsi pollice florem:
Tangitur, et tacto concipit illa sinu».

[256] Nomi napoletaneschi di varie specie di reti e di altri arnesi da
pesca.

[257] Il LIPPI (op. cit., II, 16-7) imita cosí questo luogo:

      Allor vedesti partorire il letto
    un tenero e vezzoso lettuccino;
    di qua l’armadio fece uno stipetto,
    la seggiola di là un seggiolino;
    la tavola figliò un bel buffetto,
    la cassa un vago e piccol cassettino;
    e il destro un canteretto mandò fuore,
    che una bocchina avea tutta sapore.
      Il cuoco anch’egli poi non fu minchione,
    perché, bucar sentitosi in un fianco,
    si vedde prima uscirne uno stidione,
    di poi un guatterino in grembiul bianco...

[258] Bisticcio con le pallottole che gli scarafaggi, in campagna,
sogliono formare e andare rotolando.

[259] «Fa Marco sfila»: nella quale frase il Galiani congettura
un’allusione al capo di briganti Marco Sciarra, che non si lasciò mai
prendere e se la svignò poi fuori del regno di Napoli.

[260] Storpiatura di «requiescat in pace», dove la sillaba «scat»
diventa «scarpe», e, per logico compimento di enumerazione associativa,
si aggiunge: «e zoccoli». Si veda la nota del Minucci al luogo del
_Malmantile_, II, 27: «per farmi dare il requie, scarpe e zoccoli».

[261] Gl’incidenti soliti del viaggiare a quei tempi.

[262] Testo: «a Lungapergola», che invece è stato dato, in principio,
come il luogo di nascita di Canneloro e di Fonzo. Si è sostituito,
nella traduzione, un altro nome qualsiasi.

[263] La frase è anche toscana, dall’uso di toccar la gamba a coloro
che venivano imprigionati per debiti: donde il grido caritatevole degli
astanti: «Guarda la gamba!».

[264] Apri l’occhio.

[265] «Pennata»: che era una tettoia o riparo, anche di legno, che
usava nelle strade e nei palazzi.

[266] In una prammatica del 18 maggio 1573 si comandava a quelli che
dalla campagna entravano nella città di portare scarichi gli schioppi
(Raccolta cit., vol. VII, tit. XXV, _De armis_, 13). Disposizione o
usanza analoga doveva vigere per le spade e le altre armi.

[267] Pillole purgative. Il GARZONI (_Piazza universale_, p. 664),
discorrendo «de’ speciarî overo aromatarî», mentova le «tante sorte di
pillole, come di agarico, di hermodattilo, di euforbio, di eupatorio,
_pillole auree_, pillole di lucis», ecc.

[268] Immagini prese dai registri di una segreteria o ragioneria.

[269] «Bassi» si chiamano a Napoli le abitazioni terrene del popolino.

[270] «Iesce, iesce, sole, scaglienta, imperatore». Antica canzone
fanciullesca napoletana d’invocazione al sole, che il Basile ricorda
anche a principio della Giornata II. Il SERIO, nel _Vernacchio_
(Napoli, 1780), pp. 48-9, dice che «se canta da li peccerille senza
abballo, quanno è male riempo e l’aria sta ntrovolata»: si veda anche
CASETTI-IMBRIANI, _Canti delle Provincie meridionali_ (Torino, 1871-2);
cfr. intorno a essa GALIANI, _Dialetto napoletano_, ed. cit., 142-3, e,
ivi, le note del Nicolini.

[271] Parole del giuoco fanciullesco del falcone, per cui si veda
Giornata II, a principio.

[272] Parole di un altro giuoco fanciullesco. A proposito del quale il
DEL TUFO (ms. citato, f. 86), descrivendo il Capodanno, dice che in
quella notte «senti Molti spassi e contenti, Come questo cantare: —
Fance la nferta (_strenna_), se nce la vuoi fare! — Sentendo a tutte
l’ore: — Fance la nferta e fàlla de bon core, Che pozzi fa’ nu figlio
mperatore! — Gli altri puttin, con voce dolce e lieta: — Mittéte mano a
la vorza de seta, Che te ce pozza crescer la moneta!».

[273] «Absinthi genera plura... Ponticum, e Ponto, ubi pecora
pinguescunt illo, et ob id sine felle reperiuntur». PLIN., _Nat.
Hist._, XXVII, 7.

[274] «Vieni, vieni, cuccipanella». Parole del giuoco del nascondino.
Si veda Giornata seconda, a principio.

[275] Si veda sopra, p. 53, n. 1.

[276] Traslati presi anch’essi dalle carte e registri di
un’amministrazione.

[277] E cotesti altri, dagli edifizî addetti a usi commerciali.

[278] Bisticcio col muso di porco, che si prepara in gelatina.

[279] Quel mollusco di mare, detto anche «pesce cannella».

[280] Altro mollusco, l’«ascidia rustica», che in italiano si dice
anche «uova di mare». Bisticcio con «carni».

[281] Principio d’una villanella napoletana, ricordata dal Basile nelle
sue _Lettere_ in dialetto napoletano, che seguono la _Vaiasseide_ del
Cortese. Cfr. GALIANI, op cit., p. 147.

[282] Amore, figlio di Vulcano e di Venere. Un’antica villanella,
ricordata dal Basile nelle _Muse napolitane_ (egloga IX): «Vi’ quanta
me ne fa sto cecatiello, Nato come Dio vòle all’annascuso, Sto zàccaro
d’amore presuntuso»: cfr. GALIANI, op. cit., p. 150.

[283] «Ecciacorvessa»: cfr. lo spagnuolo «echacuervos».

[284] Scassinatori di botteghe e ladri di ferraiuoli, che era un furto
allora comunissimo e del quale, in Italia, si attribuiva il primato
agli spagnuoli. Si veda CROCE, _La Spagna nella vita italiana durante
la Rinascenza_^2 (Bari, 1922), p. 239.

[285] Contrada del Molo piccolo di Napoli, lurida e abitata dall’infima
plebe.

[286] La deliziosa collina e spiaggia presso Napoli.

[287] Navi vecchie e di scarto, che si tenevano nelle darsene per
alloggio di ciurme, prigionieri e per altri usi, come può leggersi nel
_Vocabolario marittimo_ del Guglielmotti.

[288] Le belle galee fiorentine, che tante volte a quei tempi
scorrevano il Mediterraneo, insieme con le napoletane, contro i
barbareschi.

[289] Eletta di soldati per un assalto notturno, i quali, per
riconoscersi nel buio, mettevano sopra l’armatura una camicia.

[290] «Abboffa-cornacchia»: gonfia-cornacchia. Il DEL TUFO
(ms. cit., f. 130) annovera tra le frasi del «parlar goffo
della plebe napoletana»: «Uh! quanta paparacchie! Hàggiote cèra
d’abboffa-cornacchie?».

[291] Cioè, lavorato a quaranta peli: come si può vedere nell’ordinanza
di Carlo II del 12 febbraio 1684 sui tessuti di seta, che è nella
raccolta delle nostre _Prammatiche_.

[292] La nobiltà di Napoli era ripartita in quella «di seggio» (e cioè
ascritta a uno dei sei sedili nobili) e quella «fuori seggio». La
prima, come piú antica, era molto piú pregiata.

[293] La via dei Ferrivecchi, poco lontano dalla Sellaria, e il già
ricordato Lavinaro (si veda sopra p. 87, n. 63), erano abitati a Napoli
dall’infima plebe.

[294] Si veda sopra p. 35, n. 1.

[295] TANSILLO, _Capitoli_, ed. Volpicella, p. 173: «Entrar ci vedo
gli uomini a drappello, Come si dice a Napoli, al perdono». Cioè, a
prendere le indulgenze.

[296] Si veda sopra p. 40, n. 4.

[297] Metafora tratta dal mastello ove i contadini pestano l’uva.

[298] Tutti sanno quanto fosse pregiato il «vin greco». Quanto
all’altro vino detto «mangiaguerra» o «mangiaguerra d’Angri», si veda
il DEL TUFO, ms. cit., ff. 21-2, che ne vanta le virtú. Il Basile
continua nella metafora, di cui nella nota precedente.

[299] Allusione al giuoco del trucco.

[300] Il testo: «se hai»; ma la negazione è necessaria.

[301] Del quale si credeva che impietrisse gli oggetti che vi
s’immergevano.

[302] Sulla canna e la sua efficacia perniciosa, vedi PITRÉ,
_Biblioteca_, XVI, 225-6.

[303] Reputato scottante: Tobia, dormendo, restò accecato dallo sterco
caldo, che gli cadde sugli occhi da un nido di rondine (_Libro di
Tobia_, II, 17).

[304] Salvacondotto.

[305] Frase nap., che vuol dire: «me ne vado all’altro mondo».

[306] «Beata te con la catena». Parole d’un giuoco fanciullesco,
ricordato dal Basile anche nelle sue _Lettere_ napoletane.

[307] Uno dei tanti scongiuri contro il malocchio o iettatura. Cfr.
PITRÉ, _Bibl._, XVII, 244-5.

[308] «Quella cosa rotondetta, Chiamata _pastidella_, Fatta con uovo,
zucchero e cannella», e che era riputata dal DEL TUFO (ms. cit., f. 23)
il «piú dolce boccon napolitano».

[309] Il testo: «neole» o «nevole», dal latino «nebulae».

[310] Sorta di crema, assai esaltata dai poeti dialettali napoletani,
e anche oggi cosí chiamata. Il CELANO (_Notizie_, IV, 804), toccando
di un gran giardino posseduto dai Pignatelli di Monteleone in quella
parte dove poi si formò la via Toledo e il largo della Carità, giardino
che si chiamava «lo Biancomangiare», dice che era cosí denominato
«per la sua amenità», essendo il biancomangiare una «delicatissima
e regalatissima vivanda che si fa a Napoli, e particolarmente nei
monasteri».

[311] Zuccherini fatti con giulebbe e miele. Il BRUNO, nell’«argomento»
del _Candelaio_: «masticava come avesse in bocca il panferlich».

[312] Accompagnata da un infermiere come matta.

[313] Cioè, come la penso. Traslato dal giuoco del pari e caffo.

[314] _Arcadia_, egloga VI, v. 13.

[315] Allusione ai frequenti sfratti dati agli studenti da certe case
o da certe strade o quartieri. Per grazia chiesta dalla città di
Napoli al re Ferdinando il cattolico, e concessa nel 1505, essi non
potevano abitare se non in certi luoghi determinati. «Come a Napol
talor da luoghi onesti Si caccian gli studenti e le puttane» (TANSILLO,
_Capitoli_, ed. Volpicella, p. 95). In lapidi iscritte, collocate nei
contorni dei monasteri e in altrettali luoghi, si faceva divieto di
abitare colà «a meretrici, studenti e simili persone disoneste»; e
una di queste iscrizioni si vede ancor oggi, serbata nel museo di San
Martino.

[316] Ciò che si mangia e si beve a pasto compiuto.

[317] Qui e altrove nel senso di «sbirri».

[318] Ornamento che ricadeva giú dalle calze.

[319] Sorta di tessuto.

[320] Altra sorta di tessuto, detto cosí perché si lavorava a Taranta
in Abruzzo.

[321] Il vasetto adoperato dagli orefici per cimentarvi l’oro e
l’argento.

[322] Lo spirito maligno.

[323] L’altro aveva pensato che la coppella potesse servire per fare
moneta falsa, il delitto in quegli anni piú comune in Napoli e piú
esecrato e piú spietatamente punito, con impiccagioni e squartamenti
quasi quotidiani, dei quali sono piene le cronache del tempo.

[324] «Pennata», in napoletano.

[325] «Tre decinco». La cinquina era una piccola moneta, pari a due
grani e mezzo (circa undici centesimi).

[326] Ossia la forca. Vuol dire: «una moneta falsa che mena alla forca».

[327] Cosí, nei poemi cavallereschi, giurava Ferraú: Lanfusa era il
nome di sua madre.

[328] Tizio, del quale è noto il supplizio: seguono gli altri
mitologici supplizî di Tantalo, Issione e Sisifo.

[329] Sorta di taffettà, ricordata anche in Giornata III, 10.

[330] Trécchina: terra in Basilicata, nel circondario di Lagonegro.

[331] Sul «melofioccolo» si veda sopra, p. 64, n. 1.

[332] «Iettarielle», gettoni: propriamente, quelle tessere in forma di
monete, che si adoperano per segnare i punti nel giuoco.

[333] Strada di Napoli, dove un tempo abitavano gli ebrei, e, scacciati
questi, i venditori di panni vecchi, che vi continuarono le loro arti.

[334] «Cèuze», dove erano i postriboli: v. sopra p. 86, nn. 7 e 8.

[335] Cioè, il soldato, ottenuta la cartella o biglietto di alloggio,
si contenta di avere dalla famiglia, nella cui casa era assegnato,
qualche danaro, per sgravarla dall’obbligo, recandosi ad alloggiare
altrove.

[336] Imita questo luogo SALVATOR ROSA nella satira della _Guerra_:

      Par che, andando a pugnar, vada in cuccagna
    con paludati arnesi e fogge vaghe,
    sicario della Francia e della Spagna.
      Sol per portarne poi mercé di piaghe,
    corre cieco a sborsar senza cagione
    contante il sangue a credito di paghe.

[337] Cioè, è impiccato come disertore.

[338] Sussidio: spagn. «ayudo de costa». Il Bouchard, che fu a Napoli
in quel tempo, spiega che l’aiuto di costa «c’est le nom de présent
que l’on donne en Espagne à un homme qui fait voyage, pour l’aider à
l’achever, le roy même le donnant aux grands et ce en argent comptant»:
v. L. MARCHEIX, _Un parisien à Rome et à Naples en 1632, d’après un
manuscrit inédit de J. J. Bouchard_ (Paris, Leroux, s. a.), p. 47.

[339] Pensione: v. sopra pp. 93-4, n. 3.

[340] Con quale faccia avrà poi letto il buon Basile nel _Teatro
delle glorie della signora Adriana Basile_, sua sorella (Venezia,
1623; Napoli, 1628), la dedica di Domizio Bombarda al Manso, nella
quale, esaltandosi l’Adriana e la famiglia da cui usciva, si diceva:
«Sono i Basili da’ primi re di Creta (come Giorgio Scolario afferma)
discendenti; uno de’ quali tra’ gloriosi eroi che all’acquisto
dell’Aureo Vello andarono fu annoverato», e via di questo passo, cioè
proprio del passo dei genealogisti del tempo?

[341] Intendi: alberi genealogici.

[342] Storpiatura di «genealogie».

[343] Bisticcio tra «quarti», misura di capacità, e «quarti», requisito
di nobiltà.

[344] Come faceva allora, tra gli altri, in Napoli Giambattista
Manso, il famigerato amico del Tasso e del Milton, che, al dire di un
contemporaneo francese, restaurò un’antica cappella in San Lorenzo,
mettendovi «comme preuves de son illustre origine, des épitaphes en
vieux caractères gravés sur des pierres de couleur vénérable, mais
c’est lui qui les a fait faire à poste, et, pour leur donner cette
patine, les a tenues quelque temps en terre»: vedi il citato diario
del Bouchard, pp. 91-2, e A. BORZELLI, _G. B. Manso marchese di Villa_
(Napoli, 1916), pp. 134, 140-1. E forse il Basile allude proprio
a Manso, del quale era collega nelle accademie napoletane e che
incontrava nelle case dei signori, da lui frequentate.

[345] Bisticcio sul nome di Francesco Zazzera, autore del libro _Della
nobiltà d’Italia_, parte prima (Napoli, 1610). Era quello il tempo in
cui a Napoli, come dappertutto, abbondavano gli scrittori, piú o meno
venali e malfidi, di libri nobiliari.

[346] Filiberto Campanile, che scrisse _Delle armi overo delle imprese
dei nobili_ (Napoli, 1618), e l’_Historia della famiglia di Sangro_
(ivi, 1615).

[347] Francesco de Pietri, autore _Dell’Historia Napolitana_, libri
due (Napoli, 1634), nella quale gran parte è data alla storia delle
famiglie nobili. Aveva pubblicato prima una _Cronologia della
famiglia Caracciolo_ (Napoli, 1605), e prometteva una grande opera
in latino sulla nobiltà d’Italia. Il Basile, del resto, lo nomina
encomiasticamente nel _Teagene_ (V, 62): «E ’l Petris, pietra in cui
verrà scolpita Quanta del chiaro Dio gloria s’addita».

[348] Il MENZINI, nella seconda satira, imita questo luogo:

      E cominciâro a disputare il giorno
    di loro antichitade, e ’l Priorista
    andava spesso con lor lite attorno.
      E chi mostrava in ben distinta lista
    di venire d’Ammon dal corno destro,
    con progenie non mai confusa e mista;
      e chi dicea che il seme suo celestro
    fu di color che, al sommo Giove amici,
    impiccâro i giganti col capestro.
      Ma certi poveracci e Dei mendìci
    correano ad un che gli alberi vendeva
    interi e saldi e colle lor radici.
      Il figliuol della Togna e della Geva
    che i cavolfiori concimò a Varlungo,
    lo mostra il primo che sfognasse d’Eva.
      Per quattro doble un ordin schietto e lungo
    mi fa il genealogista fraticello,
    e, s’io vorrollo, anche i Tarquinî aggiungo...

Altresí la satira settima del Menzini, che di proposito tratta della
nobiltà, s’ispira a questo luogo del Basile.

[349] Pretensioni da «casacavallucci» (lavori di varie forme fatti con
la stessa pasta dei caciocavalli): trasl. dispregiativo per «pretesa di
essere un gran che».

[350] La giumenta fulva e quella pomellata.

[351] «A spasso». Si rifà un tale che si sforza di parlar bene e
storpia a casaccio le parole dialettali, o quelle che crede tali,
malamente intoscanendole.

[352] Quando l’amministratore mi porterà le rendite.

[353] Dama.

[354] Per me.

[355] «Ogni barba gli riesce una garzetta»; cioè, nel farsi inabilmente
la barba, lascia peli intorno alle mascelle, sicché pare che abbia le
basette.

[356] Che acquista favore pel mezzo della moglie, la quale non nega
al potente i suoi favori. «Casa» o «bottega a due porte» vuol dire
che, «quando il marito entra per una porta, l’adultero se ne va via
per l’altra» (PARTENIO TOSCO, _Eccell. della lingua napoletana_, nella
_Collezione dei poemi in lingua napoletana_ del Porcelli, t. XXVII, p.
258).

[357] Dal pozzo, con la secchia.

[358] Costumanza popolare. Per sollecitare un servo o un ragazzo a far
presto una commissione, si sputa a terra, e gli si dice di tornare
prima che secchi lo sputo.

[359] «Le dà dall’uva all’aceno» (chicco): dice il testo.

[360] Testo: «N’arravogliacuosemo».

[361] Sul «quarto dell’arte» si veda sopra p. 22, n. 2.

[362] «... essendosi lasciato, come dicono i Napoletani, _sfegatare_»:
TASSONI, _Avvertimenti di Crescenzio Pepe_ (Modona, 1611), p. 96.

[363] «Ne fa mesesca», che era appunto carne tagliata in pezzi e salata.

[364] Vergine.

[365] Pagamento, concesso dal magistrato sui beni sequestrati, pel
mantenimento del debitore cui è stato fatto il sequestro.

[366] Bisticcio col «ferro dell’áncora»: fugge via.

[367] Lividure.

[368] «Calomare», lasciare scorrere liberamente la gomena.

[369] Vezzeggiativo napoletano di «giovinetta».

[370] Il DEL TUFO (_Ritratto_ cit., f. 103) ricorda gli zingari in
Napoli, «che dall’Egitto, Popolo cosí afflitto, Vengono ramingando»,
e che vendevano «fosilli e moscoloni». Una colonia di essi al tempo
del Basile, piú di cento famiglie, aveva avuto assegnato un luogo nel
quartiere degli Incarnati presso l’Arenaccia (CELANO, _Notizie_ cit.,
V, 461). Per le leggi che li concernevano, vedi il DE SARIIS, _Codice
delle leggi_ (Napoli, 1797), libro II, tit. LVI.

[371] O senza danaro o con qualche malanno che fa cadere i capelli, e
che si chiamava appunto la «pelarella». Il LANDO (_Comentario delle piú
notabili et mostruose cose d’Italia_, 1548): «Guàrdati di rimescolarti
con cortigiane, spezialmente in Napoli, Roma, Vinegia, se non vuoi in
premio riportare gomme, piaghe, doglie, taruoli, pannocchie, dentaruole
e pelarelle».

[372] «Storie» si dicevano in genere i libercoli popolari di varia
contenenza, che, allora come ora, si stampavano pei bisogni letterari
del popolo.

[373] Cioè, della vita e delle sostanze.

[374] Tra le forme che si davano ai caciocavallucci una delle piú
frequenti era la treccetta.

[375] Vaso immondo.

[376] Nella _Tariffa overo annotamento delli prezzi per li quali
s’haveranno da fare l’estime per infrascritte robbe e mercantie, tanto
in la Regia Dogana di Napoli quanto per il Regno_ (che è in fondo
all’_Uso prattico dell’aritmetica_ di O. CANTONE, Napoli, 1599),
p. 247, si legge: «Maschare ferrarese, la dozzena, ducati 3». Lo
SGRUTTENDIO (_Tiorba_, corda IX, _a Cecca la Calubba_): «Chella faccia
ianca e rossa De colure mpetenata... pare... mascarella ferrarese». Il
GARZONI (_Piazza universale_, p. 649), discorrendo dell’uso comunissimo
della maschera a Ferrara: «Come si captivan meglio i giovinetti
inesperti et mal accorti, che sotto quegli habiti di Ninfe Ferraresi,
che portano sí garbatamente attorno le donne meretrici?». Il FOLENGO,
nel _Baldo_, II: «Mille trovat fogias in vestis pulchra Ferrara» (ediz.
Portioli, I, 93).

[377] Si veda piú oltre: «Para la casa soa comme la zita».

[378] Col nerofumo.

[379] Parrebbe allusione a se stesso e a un gatto che gli era caro.
Non sembra che l’accenno abbia attinenza con la canzonetta di cui si
ricorda il principio nell’egloga decima delle _Muse napolitane_: «Compà
Vasile, che fai loco suso?».

[380] Il ROSA, nella satira della _Poesia_:

      Che, per parer filosofi e saputi,
    se ne van per le strade unti e bisunti,
    stracciati, sciatti, sudici e barbuti.

[381] Il ROSA, nello stesso luogo:

      Il vostro stato è troppo da compiangere,
    mentre vi mira ognun, cigni dispersi,
    cantar per gloria e per miseria piangere.

[382] Intendi: «quei lieti giorni». La festa del «sacrosanto dí di san
Martino, Cosí tenuto in stima, Quando s’asagia il vino, Che fa tornare
ogni trista alma lieta», è lungamente descritta, tra gli altri, dal
DEL TUFO (ms. cit., ff. 134-5). VELARDINIELLO (_Storia de cient’anni
arreto_, ed. Croce, in _Arch. stor. nap._, XXXIX, 81-94), rimpiangendo
il buon tempo antico: «Quelle simiente son tutte mancate Con quilli
Capodanno e san Martino».

[383] «L’alloro è dispregiato a paragone degli erbaggi da mangiare
(‘foglia’)». Come si è notato sopra (p. 80, n. 3), gli erbaggi erano
allora considerati come il cibo preminente della cucina napoletana.
Nelle _Forcianae quaestiones_ di ORTENSIO LANDO (Neapoli, 1536, f. 6):
«Neapolitanos... caulis libentissime vesci». Il CAPACCIO (_Forastiero_,
Napoli, 1830 p. 847): «mangiano d’herbe hortensi trentamila et piú
scudi al mese». Il CORTESE (_Micco Passaro_, III, 23): «Napole mio,
dica chi voglia, Non si’ Napole chiú, si non hai foglia». Il PERRUCCIO
(_L’Agnano zeffonnato_, Napoli, 1678), nella eroicomica rassegna di un
esercito:

      Chisto portava li Napolitane,
    che de le foglie fanno gran strapazzo;
    so lenguacciute e longhe hanno le mane,
    ma maie se danno e fanno gran schiamazzo.
    Songo tutte sordate veterane,
    a la bannera portano no mazzo
    de vruoccole, e sta scritto: «’Ntra la panza
    haggio de la vettoria la speranza».

[384] Vale qui, come in altri testi italiani del cinque e seicento,
«cortigiana».

[385] «Quadrati», e piú giú, «case» (caselle), «figure, ecc.»: termini
di astrologia.

[386] Come Talete, secondo l’antico aneddoto.

[387] Uomo grave, barbassore.

[388] Termini di giuoco.

[389] È il già ricordato Cantone, genovese, del quale andava allora
in Napoli per le mani di tutti _L’uso prattico dell’aritmetica_ di
OBERTO CANTONE di Genova, professor delle discipline matematiche, _nel
quale con nuova invenzione s’insegna in materia di conti l’uso tanto
della Regia Camera della Sommaria quanto di Negotianti, Mercanti et
Artegiani, e come Napoli cambi et recambi in ciascuna piazza_ (in
Napoli, appresso Tarquinio Longo, MDIC). Ancora vivo è in Genova,
a significare persona molto dotta, e non solo in aritmetica, ma in
qualsiasi altra materia, il detto: «ô ne sa ciú de meistro Canton!»:
come ebbe a informarmi, anni addietro, il prof. L. T. Belgrano
dell’Università di Genova.

[390] Antonio Cornazzano, di Piacenza, che visse nella seconda metà
del quattrocento, e, tra l’altro, compose in terza rima l’opera _De
l’arte militar_ (prima ediz., Venezia, 1493, ristampata molte volte nel
cinquecento).

[391] La geometria è il fondamento dell’architettura.

[392] Il piú famoso madrigalista del tempo, Carlo Gesualdo, principe di
Venosa, sul quale vedi FLORIMO, _La scuola musicale di Napoli_ (Napoli,
1881), I, 74-6. Non meno famoso egli fu per la sua tragedia coniugale;
su di che, tra i parecchi, vedi C. MODESTINO, _Della dimora di Torquato
Tasso a Napoli_, discorso secondo (Napoli, 1863), pp. 48-92; e A.
BORZELLI, _Successi tragici et amorosi di Silvio et Ascanio Corona_
(Napoli, 1908), pp. 192-212.

[393] Il romano Prospero Farinaccio (1544-1618), dei maggiori avvocati
penali di quel tempo, che deve ora il popolare ricordo del suo nome
alla parte che ebbe nel processo della Cenci: v. A. BERTOLOTTI,
_Francesco Cenci e la sua famiglia_ (Firenze, 1879), pp. 203-21, e C.
RICCI, _Beatrice Cenci_ (Milano, 1923), II, 160-70.

[394] Nel giuoco dei birilli.

[395] «Cestone», grosso cesto, significava anche, per traslato,
«scioccone».

[396] Uno studioso, o, forse, uno «studente».

[397] Doppio senso col cavallo o callo, monetuzza infima.

[398] «Per la piccola moneta di tre calli, pretendi che io ti reciti
ancora dell’altro?».

[399] I tre requisiti del fico maturo e saporoso, secondo un vecchio
detto napoletano («veste de pezzente, cuollo de mpiso e lacreme de
pottana»), che si trova anche presso il DEL TUFO (ms. cit., f. 10).

[400] Segue il catalogo di trentuno giuochi popolari; altri quattordici
sono ricordati a principio della Giornata IV; e tutti essi e non pochi
altri nelle già citate lettere che fan séguito alla _Vaiasseide_ del
Cortese. Anche nella favola drammatica _La pescatrice_ di M. A. PERILLO
(Napoli, 1630) si legge un simile e lungo catalogo.

[401] «Consiste nel mettersi un fanciullo curvato e colla testa in
seno di altro che sta seduto, il quale colle mani gli serra gli occhi.
Saltagli indi altro fanciullo a cavaliere e canta: «Anca Nicola,
si’ Lella e si’ bona, E si’ maretata: Quanta corna tiene ncapa?».
E intanto, d’una mano che gli mette sul capo, alza quante dita gli
piace. Colui che sta sotto deve, senza vederle, indovinarne il numero,
e perciò risponde o «uno» o «due» o «tre» o altro numero fino a
cinque. Se indovina, esce di pena. Se sbaglia, colui che sta a cavallo
replica: «E se... (_dice il numero vero_) avisse ditto, A cavallo fusse
scritto, A cavallo de lu papa: Quanta corna tiene ncapa?». E cosí si
continua finché abbia indovinato. Pare ed il giuoco e la canzone essere
antichissimi. In pittura antica erculanense di amorini che scherzan tra
loro, si vede benissimo ed esattamente dipinto questo giuoco» (GALIANI,
_Del dial. nap._, ed. cit., pp. 154-5). Con la variante «a cavallo
de na crapa», le due quartine si trovano anche nell’atto I, scena I
dell’opera buffa _Patrò Calienno de la Costa_ (1709), che va sotto il
nome di Agasippo Mercotellis: v. SCHERILLO, _Storia dell’opera buffa_
(2ª ediz., Palermo, Sandron, a. a.), p. 464. Giuoco ancora vivo: cfr.
PITRÉ, _Giuochi fanciulleschi_, n. 87 (Bibl. cit., XIII, 169-75). — Di
un giuoco diverso dello stesso nome dà notizia il Rocco (_Vocab._, ad
v.): «Consiste nel giungere ad una meta su di un sol piede, ma senza
saltare, e quindi strisciando il piede in modo che avanzi ora la punta
ora il tallone. Si accompagna il giuoco con questa cantilena: «Anca
Nicola, Si’ bella e si’ bona, Si’ bona e si’ bella, Comm’a culo de
tiella».

[402] Testo: «rota de li cauce»: vedi in questo voi., p. 3, n. 2. Il
DEL TUFO (ms. cit., f. 101): «Chi poi dietro un cantone _A la rota di
calci_ o a lo vespone». Non ha che vedere con quello: _A la rota, a la
rota_, descritto dal CORTESE (_Ciullo e Perna_, ediz. Porcelli, p. 13),
né con l’altro: _Rota rota_, ricordato dal SERIO (_Vernacchio_, pp.
49-50).

[403] Testo: «a guarda mogliere». Il PITRÉ, n. 168 (vol. cit., pp.
290-1), descrive il giuoco: _A varda mugghieri_, che, almeno nel nome,
si riscontra con questo.

[404] Il contemporaneo BARTOLOMEO ZITO (_Difesa della Vaiasseide_,
ediz. Porcelli, p. 68) lo descrive cosí: «Lo iuoco de la covalèra lo
ausano a Napole li fegliule grannecielle, e se face de chisto muodo:
s’acchiettano otto o diece fegliule, li quali mprimmo iocano a lo
tuocco a chi de loro deve attoccare a covare; ed a chillo che attocca,
se le fa fare iuramento de non vedere addò se vanno ad accovare; e cosí
accovate che so’, gridano nmerzo chillo che cova e le diceno: «Vienela,
vienel’». Allora, chillo che cova, se parte da lo luoco addove steva,
e va cercanno chille che stanno accovate, e s’abbene che ne trova
quarcuno, subbeto l’abbraccia stritto, e dice: «Auciello, auciello!»;
e, ntanno, chillo ch’è pegliato, l’attocca a covare ad isso». Si canta
nel giuoco una filastrocca che dice: «Cova covalera, Chi ncappa e chi
leva... Spingola ccà, spingola llà, Santa Lucia te fa cecà».

[405] Testo: «Compagno mio, feruto so’». Il GARZONI (_Piazza
universale_, pp. 563-4) ricorda tra i giuochi: «_Ah, buon compagno,
sono stato ferito_»; e cosí anche il SERIO (op. cit., p. 50). Forse è
il medesimo di: _A cumpagnu, sei firutu_, che descrive il PITRÉ, n. 110
(vol. cit., pp. 200-1).

[406] Testo: «Banno e commannamiento». Giuoco nel quale le parole
rituali si modellavano sulle formole dei bandi, che cominciavano:
«Bando e comandamento da parte della Gran Corte della Vicaria, per lo
quale si notifica», ecc.: si veda Giornata III, 3.

[407] Ricordato anche nella Giornata IV, 8.

[408] Testo: «Rentinola, mia rentinola». Una fanciulla si pone a
ginocchi, altre le stendono le mani sul capo, e un’altra gira cantando:
«Rondine mia, rondine, Sussiteve a balla’. — Che m’aggi’ a sosa a
fa’? — Ve vole lu vostro padre, Che ve vole mmarita’», ecc. Cosí in
una versione beneventana, che è certamente piú schietta di un’altra
napoletana, dove le parole sono alterate in: «Tonninola, tonninola»,
ecc. Finita la canzone, si prende una fanciulla e ricomincia il canto,
fintanto che non siano prese tutte, tranne quella inginocchiata. Vedi
CORAZZINI, _I componimenti minori della letteratura popolare italiana_
(Benevento, 1877), pp. 108-9.

[409] Testo: «Scarreca la votta». Le parole sono: «Piripirotta,
scarreca la votta, Piripirino, scarreca lo vino» (SERIO, op. cit.,
p. 50). Si fa «ponendo il fanciullo a cavalcione sulle ginocchia e
agitandolo nella guisa del trotto dei cavalli... Nel ripeter l’ultimo
verso si allargano le cosce cosí da farvi cadere in mezzo il bambino»
(L. MOLINARO DEL CHIARO, nella rivista _Giambattista Basile_, III, 45).
Cfr. PITRÉ, n. 118 (vol. cit., pp. 121-5): _A scarica canali_.

[410] Testo: «Sautaparmo» È descritto in un sonetto dello SGRUTTENDIO,
_Tiorba a taccone_ (corda I, son. 37). Il SERIO (op. cit., p. 50) le
chiama _zompaparmo_.

[411] Testo: «Preta nzino». Parrebbe qualcosa di simile al cosí detto
giuoco dell’anello. Uno, con un oggetto qualsiasi (sassolino, anello,
ecc.), chiuso tra le palme, va in giro e fa a ciascuno degli altri
l’atto di lasciarglielo scivolar tra le mani o nel grembo: poi domanda
a uno di quelli a chi lo abbia realmente dato. Vedi PITRÉ, n. 40 (vol.
cit., pp. 97-8): _A la pitrudda_.

[412] Testo: «Pesce marino, ncágnalo» («ncagnarse», stizzirsi,
avventarsi con collera). Nelle citate lettere del Basile a questo primo
versetto segue l’altro: «Piglia la preta e sciáccalo».

[413] Nella Giornata V, 3, queste parole sono una delle formole fatate
di Betta.

[414] Non si trova descrizione di questo giuoco. Il «mazziere» era
una sorta d’inserviente di tribunali, e anche di confraternite, che
precedeva cortei e processioni con un lungo bastone.

[415] Testo: «Gatta cecata». Giuoco notissimo, pel quale vedi
CORAZZINI, op. cit., pp. 101-2; PITRÉ, n. 100 (vol. cit., pp. 191-4).

[416] Non tanto giuoco a sé quanto di solito principio di giuochi.
Si pone l’indice nella palma di uno dei fanciulli, mentre si canta:
«A la lampa, a la lampa, Chi ce more e chi ce scampa, ’A parrocchia
’u Sarvatore, Chi ce resta va mprigione». Se colui, rinserrando
all’improvviso la mano, afferra il dito, il primo «va sotto».
Vedi CORAZZINI, op. cit., pp. 108-9; IMBRIANI, _Canzoni infantili
pomiglianesi_ (Bologna, 1877), pp. 8, 27.

[417] Testo: «Stienne mia cortina». Corrottamente si dice anche:
«Stienne, stienne matutina», o «mast’Austino» (che fu un famoso boia).
«Piú fanciulli si mettono in fila di lato, tenendosi l’un l’altro per
mano; e mentre il capo del giuoco dice: «Stienne, stienne mia cortina»,
i fanciulli distendono le braccia il piú che possono, e rispondono:
«Aggio stennuto». Indi, alla voce: «Fance no núdeco», tutta la fila
passa per sotto le braccia del primo e del secondo, rispondendo: «Nce
l’aggio fatto»; e cosí il secondo rimane con le braccia incrociate sul
petto. E, seguitando a dirsi: «Fancenne n’áutro», questo passaggio
si ripete, finché tutti rimangono in simile attitudine conglomerati.
Ordinariamente, il giuoco termina col ruzzolare di tutti per terra»: E.
Rocco, nella rivista _G. B. Basile_, VII, 6-7.

[418] «Altri in dolce susurro Stanno giocando a taffara e tamburro»
(DEL TUFO, ms. e l. cit.). «Tafaro» è il sedere. Vedi PITRÉ, n. 109
(vol. cit., p. 200): «_A tafari e tafaruni_». Nella Giornata V, 3,
questa è un’altra delle parole fatate, con l’aggiunta: «pizze ngóngole
e cemmino».

[419] Testo: «Travo luongo». Il DEL TUFO: «a cavallo luongo» (l. c.).
Il PITRÉ, n. 128 (vol. cit., pp. 231-2) descrive il giuoco: _A travu
longu_.

[420] Testo: «Le gallinelle», «Lo viecchio no è benuto». Questi due
giuochi sono ricordati negli autori già citati a p. 175, n. 2; ma non
si trovano descritti.

[421] Testo: «Scarreca varrile». È un giuoco assai noto e che ha dato
origine anche a una frase proverbiale.

[422] Lo ZITO (op. cit., p. 85) lo descrive cosí: «Se pigliano duie pe
tutte doie le mmano loro, e s’allargano le braccia de muodo che veneno
a fare no garbo comme se fosse na seggia, pegliannose pe le mmano,
comme se fosse lo darese la fede, ed allora uno se sede, e li duie lo
portano pésole pe la casa e, cantanno, diceno: — A màmmara e nocella,
No sacco de pedetella; Tanta ne fece màmmata, Che roppe la caurara». È
da ricordare in proposito un grazioso luogo della _Rosa_ del CORTESE
(atto I, scena I). Cfr. PITRÉ, n. 241 (vol. cit., pp. 358-9).

[423] Testo: «Saglipendola». Nella _Storia_ di VELARDINIELLO, ed. cit.:
«Io penso a chella etate, e ben comprendola, Ch’era con tanto bene e
tanto accumulo. Con quello gioco de lo saglipendola, Et a la fossetella
con lo strumolo». Il DEL TUFO (l. c.): «Come anco a dui tra lor la
saglipendola». Era una sorta di altalena.

[424] Testo: «Li forasciute». Certamente un giuoco simile a quello
dei «turchi e cristiani», messo in azione dall’OLIVA nella sua opera
buffa _Lo castiello saccheiato_ (1722); o, piuttosto, come quello dei
«soldati e briganti», in uso fino ai giorni nostri. Cfr. PITRÉ, pp.
192-7 (vol. cit., pp. 312-8).

[425] Ricordato anche da Velardiniello (ed. cit.): «A scarrica varrile
et a scariglia». «Fare scarriglia» valeva «attaccar briga», «entrare
in risse». Il «mastrodatti» (maestro di atti giudiziari) era il
cancelliere.

[426] Testo: «Vienela, vienela». Nelle citate lettere il Basile
aggiunge il vocativo: «cuccipannella» (cutrettola). Variante del giuoco
_a covalèra_.

[427] Testo: «Che tiene nmano? l’aco e lo filo». Non se ne ha altro
ricordo.

[428] Testo: «Auciello, auciello, maneca de fierro». Anche questo
ha relazione col giuoco _a covalèra_: vedi sopra, p. 176, n. 3. Lo
SGRUTTENDIO (corda I, son. 5) aggiunge come secondo verso: «Fierro
ferrato, mò ce si’ ncappato».

[429] Testo: «Grieco o acito?». Greco, vin greco.

[430] «Questa canzone (scrive il GALIANI, op. cit., p. 146) si canta
ancor oggi, facendo un giuoco in cui tutti si tengono per mano girando
in cerchio e lasciando uno in mezzo, il quale deve tentar di scappare
passando sotto le braccia di taluna di quelle coppie. Dopo cantati i
sopraddetti versi da colui che sta in mezzo, il coro alza quanto piú
può le braccia, ma senza disgiunger le mani, e replica: «Le porte
stanno aperte, si farcone vole entrare». Se in quel momento a chi sta
in mezzo riesce fuggire per un di que’ varchi prima che lo arrestino le
braccia congiunte, che prontamente si abbassano ad attraversarglielo,
vince; altrimenti, torna dentro e si continua il giuoco. Ci pare giuoco
antichissimo. Il nome di falcone si dà a quel di mezzo, come se stesse
rinchiuso in una gabbia». Lo descrive anche con molti particolari P.
J. REHFUES, _Gemählde von Neapel_ (Zürich, 1808), II, 86-90; e vedi F.
NOVATI, _Madonna Pollaiola_ (in _Arch. stor. per lo studio d. tradiz.
pop._, IV (1885), pp. 3-21). Per molte varianti moderne del giuoco
e dei versi relativi, cfr. L. MOLINARO DEL CHIARO, _Canti popolari
raccolti in Napoli_ (Napoli, 1916), pp. 27-8.

[431] «Nchire (riempire) lo _stefano_», dice il testo. Su questa parola
napoletana, in relazione ai nomi di _Trinculo_ (cfr. sopra Giorn.
I, 10, le parole tradotte «gingilli e fronzoli», che nel testo sono
«trincole e mingole»), e _Stefano_, i due napoletani in _The tempest_
dello SHAKESPEARE, si veda CROCE, _Nuove curiosità storiche_ (Napoli,
1922), pp. 116-21, che tratta della probabile fonte napoletana di quel
dramma.

[432] Termine di agricoltura: spartimento.

[433] Secondo le credenze popolari, chi lascia insodisfatta la voglia
di una donna incinta, ha come punizione il male detto «orzaiuolo», che
è un arrossimento e gonfiore delle palpebre.

[434] Prezzemolina. Da «petrosino», prezzemolo.

[435] Per la fida, si veda sopra p. 67, n. 2.

[436] Cfr. Giornata III, 1. Conforme all’uso del tempo, le donne
imbiondivano i capelli con l’intriderli in una particolare mistura e
poi esporsi lunghe ore al sole per asciugarli, circondata la fronte da
una falda di paglia. Si può vedere la relativa figura negli _Habiti
antichi e moderni_ del VECELLIO, e leggere il libro scritto dal BASCHET
e dal FEUILLET DE CONCHES, _Les femmes blondes selon les peintres de
l’école de Venise_ (Parigi, 1865).

[437] Immagini prese dagli arrolamenti dei soldati.

[438] Continua nel medesimo traslato.

[439] Si veda sopra, p. 33, n. 1.

[440] Sebbene questa frase s’incontri di frequente negli scrittori
dialettali napoletani, e fosse creduta di origine napoletana da
taluno (v. l’opusc. cit. di PARTENIO TOSCO, p. 284), è invece pretta
fiorentina: il Rosso, solenne ladro, andando alla forca e sentendo il
carro rimbalzare per esser guasto il lastrico della strada, pregò il
bargello di dire da parte sua al magistrato competente, che facesse
rilastricare quella strada, perché era una vergogna che coloro, che
vi passavano per essere impiccati, si sentissero scuotere le budella
nel corpo. Cosí GIAN MARIA CECCHI, _Dichiarazione di molti proverbî,
detti e parole della nostra lingua_ (rist. dietro l’_Assiuolo_, Milano,
Daelli, 1863), p. 72.

[441] Cioè, prima del quattro di maggio, che è ancor oggi in Napoli,
per antica consuetudine, il giorno degli sgomberi e cangiamenti di
abitazione. Allora era recente la prammatica del viceré conte di Lemos
(1610-1616), che disponeva che «la mutazione delle case a pigione,
ordinata farsi al primo maggio, si fosse fatta ai quattro del medesimo
mese ed, essendo festa di precetto, si facesse il giorno seguente» (in
PARRINO, _Teatro dei viceré_, Napoli, 1692, II, 84). Del quattro di
maggio si veda curiosa descrizione nel DE BOURCARD, _Usi e costumi_, I,
185-201.

[442] Questa novella porta, nel testo, il titolo di «Verde prato», che,
come ebbe a notare il Liebrecht nelle note alla sua traduzione (I,
405), «non ha alcuna relazione col racconto». Ma, poiché nell’_Angitia
cortigiana de natura del Cortigiano_ (Roma, 1550) di M. A. Biondo è una
novella, compendiata cosí dal PASSANO (_Novellieri italiani in prosa_,
Torino, 1878, I, 50): «Narrasi come un gentiluomo, chiamato Penna
Verde, per andare a ritrovare l’amata, passasse attraverso un tubo
di cristallo, il quale, rotto ad arte dalla sorella della ganza, gli
lacerava le carni in modo da ridurlo in fin di vita, ed in qual maniera
fosse salvato dall’amante»: novella, che è di tutto punto la tela della
presente fiaba; è da pensare che il Basile intendesse dare al suo
principe il nome di «Verdeprato», che poi dimenticò nella stesura del
racconto.

[443] Il testo dice «ruina», forse dallo spagnuolo «ruin».

[444] Qualche donna famosa a quei tempi per dissolutezza o delitti. Il
cognome «Paparo» esisteva in Napoli, e a persone di questa famiglia si
deve, tra l’altro, il conservatorio posto nel vicolo, che, dal nome
loro, prese quello di «vico Paparelle» (v. CELANO, _Notizie_ cit., III,
208, 781).

[445] La carne di prima scelta, che vende il beccaio; e parimente, i
traslati che seguono sono da cose di cucina.

[446] Pesce: «chrisophris aurea».

[447] Per intendere la similitudine, bisogna ricordare che i «signori
tedeschi» costumavano portare (come dice il VECELLIO, _Habiti antichi e
moderni_, Venezia, 1590, f. 299, e relativa fig.) «alcuni braconi con
tagli lunghi fino al ginocchio, di velluto fatto ad opera, ricamati
tutti d’oro overo d’argento in tutte le liste, e sono foderati di
ormesino verde, con calzette di seta fatte all’aco, le quali portano
molto ben tirate sopra le gambe».

[448] Bisticcio: «lampa» o «lampada» significava anche una misura di
due caraffe, usata pel vino in alcuni luoghi del Regno.

[449] «Zannettari» erano i tosatori di monete, e propriamente di
quelle di mezzo carlino, che, appunto perché tosate, presero il nome
di «zannette». Poiché nel 1609 il viceré di Napoli aveva ordinato che
queste avessero corso pel loro valore nominale, ne venne turbamento
gravissimo al pubblico commercio; e siffatto dissesto monetario
afflisse la vita economica napoletana nei primi del seicento. «La
confusione e danno incredibile — scriveva nel 1622 l’agente in Napoli
del duca di Urbino, — che tuttavia si va augumentando in questa città
e in tutto il regno per cagione di queste zannette di cinque grani
infamissime e vituperose, non si può esprimere: basta solo a dire ch’è
difficilissimo il poter trovare da vivere con questa sorta di monete»
(in _Arch. stor. italiano_, I serie, IX, 237-40). Si veda anche in
proposito il CAPACCIO, _Forestiero_, pp. 538-42, e il PARRINO, _Teatro
dei viceré_, II, 134-5, 142, 163-4.

[450] Il primo dei due celebri medici arabi di questo nome, morto circa
la metà del secolo IX a Bagdad, medico del califfo Harun el Raschid,
le cui opere, tradotte in latino e in italiano, furono stampate e
ristampate fin dagli ultimi anni del secolo decimoquinto. Il GARZONI
(_Piazza univ._, pp. 14-5, 159) menziona, tra gli altri rimedî in uso,
«l’elettuario di Mesuè», e di un cattivo medico dice che «non capiva
neanche il Mesuè in volgare».

[451] Propriamente: «vavosella mia», che è il bavaglino che si lega al
collo dei bimbi.

[452] Testo: «colica passara».

[453] V. sopra p. 35, n. 2.

[454] «Hyppericum perforatum»: pianta medicinale con proprietà
astringenti.

[455] Sulla virtú irritante della cipolla, v. PITRÉ, _Bibl._, XIV, 232.

[456] «Lecora», lucherino. Il CORTESE, _Micco Passaro_ (III, 19 sgg.):

      Po’ m’accattaie na lecora mmezzata,
    che revenea no miglio da lontano;
    e, quanno co lo sisco era chiamata,
    volava a chi tenea la noce ’n mano...

[457] Intriso di crusca e acqua.

[458] Cioè, stare a digiuno.

[459] Si sogliono mettere nella cenere le sanguisughe, dopo che hanno
fatto il loro ufficio, perché rigettino il sangue succhiato.

[460] Come si è già avvertito, significa a Napoli abitazione terrena.

[461] «Madama» era rimasto in Napoli, sin dal tempo degli Angioini,
nome che si dava alle donne di alta condizione e, per compiacenza, a
quelle che si volevano lusingare. In séguito, nel settecento, tornò,
con la nuova moda francese, come titolo di cameriera o di crestaia (e
«monsú», come titolo di «cuoco»).

[462] Chiamato cosí, perché si filava a Brescia.

[463] Che risponde alla messa.

[464] «Constat in Lusitania circa Olisiponem oppidum et Tagum amnem
equas favonio flante obversas animale concipere spiritum, idque
parium fieri et gigni pernicissimum ita, sed triennium vitae non
excedere» (PLIN., _Hist. nat._, VIII, 42). Anche il CORTESE (_Cerriglio
ncantato_, II, 4): «Aveva no cavallo gioveniello, Ch’era de viento a
Spagna gnenetato».

[465] Sugli effetti prodigiosi del vento, F. LIEBRECHT, _Der Wind in
der Dichtung und auch anderswo_ (nella _Germania_, di Vienna, VIII,
1884, n. 2).

[466] «A ceraselle», ossia propriamente: a ciliegine.

[467] È uno dei giuochi ricordati e illustrati di sopra, v. p. 178, n.
8.

[468] Le donne genovesi, al pari delle veneziane, usavano nell’uscir di
casa, coprirsi il viso con un mascherino.

[469] La semenzina o seme si suol dare ai bambini per rimedio contro i
vermi.

[470] Corrispondenza.

[471] Giovane nubile.

[472] Il testo dice: «senza na crespa ncrispo a lo crispano».

[473] Nelle prime pagine della novella, il secondo figlio è chiamato
Pippo, e poi Gagliuso, certo per una delle solite negligenze del Basile
o per la mancata revisione del manoscritto da lui lasciato.

[474] V. sopra, p. 128, n. 1.

[475] «Grande» si diceva per «pezzente, bisticciando sulla lettera
iniziale della parola: «granne comme a lo P.»: vedi l’egloga ottava
delle _Muse napolitane_. Il Rocco (nel _G. B. Basile_, IV, 47)
congettura invece che il traslato si formasse col trarre un’umoristica
conseguenza dal detto: «Tre sono i potenti: il papa, il re e chi non ha
niente».

[476] La chiesa e il convento di Santa Chiara in Napoli, edificati da
re Roberto d’Angiò.

[477] A Melito, sulla via da Napoli ad Aversa, «vi è una contrada detta
«la cinco vie», presso la quale, in un luogo detto «Fascenaro» vi è
sempre affluenza d’accattoni» (Rocco, l. c.).

[478] «Maglia» (medaglia), nome di antica moneta.

[479] Nei _Giornali_ del BUCCA, sotto il 27 giugno 1631, si parla di un
tale «cavaliero, bel giovane, però senza un carlino, e che stava liscio
come bacile di barbiero, come si dice per proverbio» (in _Arch. stor.
per le prov. napol._, XXXV, 549).

[480] V. sopra, p. 136, n. 3.

[481] In condizioni tristissime; ma l’immagine rimane oscura.

[482] Sbadigli per la fame e crocette, che, secondo un uso popolare
assai diffuso, si facevano sulla bocca per impedire che gli spiriti
maligni cogliessero quell’istante per entrare nel corpo. Il TASSONI
(_Secchia rapita_, IV, 48): «Cerca di qua, cerca di là, né trova Cosa
da farvi il minimo disegno, Sbadiglian tutti e fan crocette a prova, E
l’appetito lor cresce lo sdegno».

[483] Luogo dove si raccoglie la pesca fatta per conto dei negozianti
in grosso o «capiparanze», che la distribuiscono ai pescivendoli. Era
allora come ora sulla via della Marina, con accanto la chiesetta di
Santa Maria della Pietra del pesce, eretta nel 1526 dalla comunità
dei pescivendoli (CELANO, _Notizie_ cit., IV, 247). Altre «pietre del
pesce» erano a Santa Lucia e a Chiaia.

[484] Il luogo di caccia, detto le «Paduli» o paludi (orti), è al lato
orientale di Napoli; gli Astroni, poco lungi dal lago di Agnano. Nel
_Forestiero_ del CAPACCIO (p. 608): «Il vostro Re... tiene in Napoli
loco particolare di caccia? — Signorsí. Loco assai celebre, poco
discosto dalla città, che dimandano Astruni, con un piano circondato da
colline, col giro di piú di tre miglia, pienissimo di arbori e di tutti
gli animali».

[485] Testo: «o golano o parrella o capofuscolo».

[486] Il testo dice: «nel giardino»; ma è un altro scorso di penna, in
contradizione con quel che segue.

[487] Cibo pei gatti, che un venditore ambulante, detto appunto il
«polmonaro», reca per le case di Napoli la mattina, e tutti i gatti del
vicinato si agitano e miagolano, sentendo da lontano l’approssimarsi
del loro benefattore. Si veda una descrizione della scena in M.
LOMBARDI, _Napoli in miniatura_ (Napoli, 1847), pp. 230-32.

[488] Cosí si chiamava la febbre catarrale epidemica, della quale
un’estesa e grave epidemia aveva infierito nel 1580: v. A. CORRADI,
_Influenza ovvero febbre catarrale epidemica dell’anno 1580 in Italia_,
negli _Annali universali di medicina_, voll. 197-98; e varî scritti
sullo stesso argomento nel _Fanfulla della domenica_, XII (1890), nn.
3-5. Di un simile male doveva morire appunto il Basile, nell’epidemia
dell’inverno 1632, quando (scrive un contemporaneo) «insorse un male
di canna cosí crudele e contagioso... che in pochi dí morsero infinite
genti» e, tra gli altri, «Giovan Battista Basile, dei primi poeti di
questo tempo» (BUCCA, _Giorn._, in _Arch. stor. nap._, XXXVI, 770).

[489] «Starza», nel Napoletano, vale vasto podere o fattoria.

[490] Cioè, dei viaggiatori che andavano col procaccio. Descrive con
grande ammirazione l’ordinamento del procaccio nel Napoletano, e in
tutta Italia, circa la metà del cinquecento, CRISTOBAL DE VILLALON,
_Viaje de Turquia_ (in _Autobiografias y memorias_, ed. di Serrano y
Sanz, Madrid, 1905), pp. 90-1.

[491] V. sopra, p. 44, n. 1.

[492] Per padre e capo della casa.

[493] V. sopra, p. 20, n. 2.

[494] Detto proverbiale.

[495] Albicocca.

[496] Varietà di persica: «prunus armeniaca».

[497] V. sopra, p. 119, n. 1.

[498] Testo: «stremata»: spagn. «estremada».

[499] I catafalchi pei funerali si facevano pomposi in quel secolo
pomposo, come si può vedere dalle molte descrizioni a stampa e dalle
figure, che ne restano.

[500] Tra gli usi carnevaleschi c’era quello di spruzzar la gente con
acque odorose: il DEL TUFO (ms. cit., f. 88): «quel trar degli uovi
coloriti e belli, Pien d’anisi, confetti o forticelli, Altri acque e
profumi, Conforme a lor costumi».

[501] Come usava la povera gente, che, nelle feste e nelle cerimonie
delle chiese, raccoglieva con un pezzo di cartone la cera che scorreva
dalle candele.

[502] La cassia, tratta dalle canne; e qui in bisticcio con «conserva».
«Dare la cassia tratta» vale, anche in italiano, «dar congedo».

[503] La candela accesa nei pubblici incanti era di uso generale.

[504] Testo: «a zizze spremute».

[505] Il testo: «fin sopra l’astrico», cioè alla copertura delle case
che in Napoli è di solito «ad astrico», come si dice, cioè piana e
fatta di un battuto di lapilli e calcina.

[506] V. sopra, p. 6, n. 1.

[507] Era ancora fremente nel ricordo dei napoletani la fine
dell’Eletto del popolo Giovan Vincenzo Starace, che, nel 1585, in
occasione di una carestia, sebbene esso solo si opponesse alle proposte
di diminuire il peso del pane o di aumentarne il prezzo, fu invece
tenuto autore di questi disegni, odiosi al popolo; e il 9 maggio, venne
strappato a furia di popolo dal convento di Santa Maria la Nuova,
dove si era unito con gli altri eletti per recarsi dal viceré, e, tra
insulti e percosse, menato a sant’Agostino; e qui prima fu ferito, poi
trafitto con una stoccata e gettato semivivo in una fossa, e, ritolto
dalla fossa e negatigli i conforti religiosi, percosso e straziato
e spogliato nudo e trascinato per le strade fino alla piazza della
Sellaria (poi Pendino), dove spirò. Ma, pur morto, si seguitò per sei
ore a malmenarlo, ingiuriarlo, bruttarlo, tagliuzzarlo, cavandogli
il cuore, strappandogli le viscere, troncandogli le gambe, offrendo
quelle membra a chi volesse mangiarne; poi, la plebaglia si divise, e
una parte andò a bruciare la casa di lui, e un’altra continuò a fare
strazio del cadavere, lasciandone sul tardi solo pochi brani in una
cappelluccia. Vedi SUMMONTE, _Historia di Napoli_, libro XII, capo
III, e altre notizie in _Arch. stor. p. le prov. napol._, I, 131 sgg.
Quell’orrendo caso restò proverbiale, e se ne derivò anche la parola
«staracciare», in uso per piú tempo, e sulla quale v. il Rocco, nel
_Giambattista Basile_, IV, 46-7.

[508] Patria, la _Literna Palus_, presso Napoli. Per ordinamento
allora e poi in vigore, finché la foce stava chiusa («appilata», in
dialetto), non era lecito entrare nel lago per la caccia delle folaghe
e degli altri uccelli acquatici; nel novembre, si apriva la foce (si
«spilava»), ed era tolta la riserva della caccia.

[509] Cioè, accanto a sé.

[510] «Natura il fece e poi roppe la stampa» (ARIOSTO, _Furioso_, X,
84).

[511] Formola iniziale dei bandi, accomodata in modo scherzoso.

[512] Cote: cosí la chiama anche nelle Giornate II, 7, e IV, 3.

[513] «Colore crepato», dice il testo: che è lo spagn. «color quebrado».

[514] Allude agli alti zoccoli, di cui sopra, p. 79, n. 3.

[515] Giudizi comuni e proverbiali. Per contro, Stefano Guazzo
ammirava fin d’allora l’abilità pratica delle donne francesi, capaci
di «sollecitare processi e frequentare le case dei giudici e degli
avvocati, e regolar di lor mano i libri dei crediti e debiti, ecc.»
(_La civil conversazione_, Venezia, 1616, p. 118).

[516] Cioè, biondicci. In una delle tante serie proverbiali sulle
bellezze delle donne (_Facezie e motti dei secoli XV e XVI_, ed.
Papanti, Bologna, 1874, p. 66), si dice che la donna deve avere «tre
cose bianche: capegli, denti, carni», il che non vuol dire, come
malamente crede l’editore, capelli incipriati. Il VECELLIO (_Habiti
antichi e moderni_, p. 255), discorrendo delle «donne di grado»
napoletane: «costumano ancora di farsi i capelli biondi a forza di
acqua artificiosa, fatta a tal effetto che fanno parere i capelli di
argento». Solo piú tardi si cominciarono a mostrare i capelli bianchi
per cipria: «le donne (si trova scritto intorno al 1660) solevano
tinger li capelli al biondo; ora li aspergono di polve bianca, onde par
che chiamino la canizie a far lega con la gioventù» (LUCA DA LINDA, _Le
descrizioni universali et particolari del mondo_, con le aggiunte del
Bisaccioni, Venezia, 1660, p. 461).

[517] Cioè, a riprender moglie.

[518] Modo proverbiale italiano di disputata origine storica: si veda
HERM. VARNHAGEN, _La historia di Maria per Ravenna_ (Erlangen, 1903).
Ma altri (U. CONGEDO, _Maria d’Enghien contessa di Lecce e regina di
Napoli_, Lecce, 1899, p. 42) fa notare che a Taranto corre ancora il
detto «fare il guadagno di Maria di Brenna», per cercar il proprio
utile e capitar male; nel qual caso il proverbio italiano sarebbe
nato per istorpiatura dal nome di «Maria di Brienne», principessa
di Taranto, tolta in moglie da re Ladislao di Napoli (che non poté
altrimenti impossessarsi di Taranto), e poi messa in disparte e
trattata male.

[519] Era una specie di belletto: questo luogo è preso alla lettera dal
CORTESE, _Micco Passaro_, I, 18: «A la cammara soa na vecchia ntrava,
Che d’argentata la solea servire»

[520] Che si trasferisce da una parte all’altra della città per trovare
nuovi clienti, stufi ormai i vecchi.

[521] Sorta d’istrumento musicale, e per esso i suonatori di
quell’istrumento.

[522] Cioè di ballo della Sfessania e della Lucia, dove ritornavano le
parole: «tubba catubba».

[523] «Mesesca»: carne tagliata a pezzetti e seccata al vento e al
fumo: cfr. sopra, p. 153, n. 1.

[524] Come lucignolo.

[525] Vin cotto, che discende a un terzo della quantità posta al fuoco.

[526] Espressione che si ritrova a un dipresso in un sonetto dello
SGRUTTENDIO (_Tiorba_, c. I, 50): «A te sbatte lo pietto, a me lo core».

[527] Testo: «carosa», tosata, cioè, propriamente, vedova: il costume
di tagliarsi i capelli alla morte del marito e legarli alle mani del
morto facendoli seppellire con esso, e di non rimaritarsi se non dopo
che fossero ricresciuti i capelli tosati, durava ancora in alcune parti
del Regno.

[528] Nome che si dà agli orsi. Una commedia del Porta s’intitolava la
_Chiappinaria_.

[529] Cioè, per orinare.

[530] Testo: «sciúrolo», che altri identifica col verdone, «fringilla
chloris».

[531] Cioè al termine. Alla fine dei vecchi abecedarî si solevano
segnare le quattro sigle di abbreviature: _et, cum, rum e bus_; onde
gli scolari d’un tempo avevano, tra i loro motti scherzosi, questo: «Et
con rum e busso, Quanno cade, te rumpe ’u musso».

[532] Il testo dice che «happe li cruosche», cioè aveva gli estri
equini, quei vermi che s’ingenerano nell’intestino dei cavalli e li
rendono eccitabili e talvolta irrefrenabili.

[533] V. sopra, p. 209, n. 2.

[534] Testo: «mborzavano»; ma par da leggere invece: «mbozzavano».

[535] Centoventi calli, ossia un carlino.

[536] È chiamato, nel corso della novella, anche «Masaniello», per una
delle solite sviste; ma, in questa traduzione, restituiamo sempre il
primo nome.

[537] V. sopra, p. 106, n. 3.

[538] Allusione al proverbio, che cita piú oltre: «Chi semina fagiuoli,
gli nascono corna».

[539] Partire, andar via.

[540] Chiocciole.

[541] Testo: «Iesce, iesce, corna, Ca mammeta te scorna, Te scorna
ncoppa l’astraco, Che fa lo figlio mascolo». Cantilena, ancora in uso,
dei fanciulli nell’eccitare una chiocciola a metter fuori le cosiddette
corna. Con poca varietà, si ritrova in altre parti d’Italia, e anche
in Francia, in Ispagna, e altrove. Vedi IMBRIANI, _Canzoni infantili
pomiglianesi_ (Bologna, 1877), pp. 8, 78; MOLINARO DEL CHIARO, _Canti
del popolo napoletano_ (Napoli, 1916), pp. 34-36; e PITRÉ, _Bibl._,
XVI, 390-10. Cfr. DUNLOP-LIEBRECHT, _Geschichte der Prosadichtungen_,
p. 515.

[542] Letteralmente: «non mondava nespole».

[543] Letteralmente: «con l’arenella al gorgozzule».

[544] Letteralmente: «abbassa le mani».

[545] Testo: «votracone». Il BRUNO, _Candelaio_, I, 14: «Tenetelo
forse appeso al fumo come le salcicce, et come mesesca di botracone in
Puglia?»; e par che voglia dire carne di pecora o castrato.

[546] Era formula di complimento, usuale in quel tempo nelle proteste
e sottoscrizioni delle lettere: «sarò serva e schiava incatenata con
tutti di mia casa», dice l’Adriana Basile, in una lettera del 1º maggio
1626 alla duchessa di Mantova, edita dall’ADEMOLLO, _La bella Adriana_
(Città di Castello, 1888), p. 304.

[547] Grido militare. «Il sentir su pe’ canti delle strade «Tutti a
cavallo» risuonar la tromba» (LIPPI, _Malmantile_, II, 32). E, su di
esso modellato, il «tutti a tavola».

[548] C’è un bisticcio tra «marchesa» e «marchese», che in napoletano
vuol dire catamenia. «Ca bellamente da lo primma mese Se rebellaie da
lo signò Marchese» (CORTESE, _Micco Passaro_, II, 19).

[549] Altra allusione alla storia dei due fedeli amanti, Marco e
Fiorella, per la quale v. sopra, p. 34, n. 1.

[550] «Alza la corte» era formola delle persone della polizia per
imporre: «state fermi»: qui, scherzosamente compiuta dalle parole di un
giuoco, pel quale v. sopra, p. 180, n. 4.

[551] «Testemonia vostra»: altra formula con cui s’invoca la
testimonianza degli astanti all’ingiuria che si sta soffrendo. Il
Cortese, a chi gli domanda se sia fuoruscito: «Testemmonia vostra!
— io le rispose, — Arrassosia, che dice, o cammarata?» (_Viaggio di
Parnaso_, III, 7).

[552] Letteralmente: «una lupa vecchia»; v. sopra, p. 99, n. 1.

[553] Qui vuol dire quel che poi si disse «cottimo».

[554] «Quod peius».

[555] Spagn.: «picadillo»: carne tagliata in piccoli pezzi e condita
con spezie e uova battute.

[556] Della mesesca si è detto: v. p. 153, n. 2. «Scapece», spagn.
«escabeche», è una maniera di condimento di pesci e ortaggi, prima
cotti.

[557] «M’arrequaquiglio», letteralmente: «rientro nel nicchio, mi
raggomitolo»; e si usava anche alla fine delle lettere.

[558] Il traforo della collina di Posillipo, fatto per la nuova via da
Pozzuoli a Napoli, al tempo di Augusto, dall’architetto Cocceio, e che
il medioevo attribuiva all’arte di Virgilio mago. Era stato restaurato
piú volte, e di recente dal viceré Pietro di Toledo.

[559] Testo: «segnora de ciappa», propr. «di fibbia» o «di borchia»; e
si dice anche «ommo de ciappa», per dire ragguardevole e di alto grado.

[560] Cioè, del pagliericcio.

[561] A mo’ di cerretani e cavadenti, che mostravano, allora, i
«privilegi» ottenuti, come ora i «certificati».

[562] Nella citata commedia dell’_Astuta cortegiana_ (III, 10): «Et io
vorrei ritrovarmi nel Cerriglio a fronte di una ben ripiena mensa di
turte lombarde, impanate all’inglese», ecc.

[563] Secondo la credenza popolare, chi mangiava cervello di gatta,
diventava smemorato. Si veda Giornata IV, 8, V, 7. Il Braca, nelle sue
farse e composizioni varie, attribuisce efficacia non troppo diversa
alle «uova» di gatta: «l’ova da gatta cierto Manducato haggio spisso,
Pocca mi voto ’o chiericuoccolo ogn’hora» (_Opere cavaiole_, ms. Bibl.
Naz. di Napoli, IX. F. 47, f. 137).

[564] Cioè, nel libro di grammatica di Elio Donato: deve alludere a
qualche uso o scherzo scolaresco.

[565] Testo: «a sparte casatiello»: pel «casatiello», v. sopra, p. 80,
n. 1.

[566] «Serra serra» e «salva salva», gridi di tumulti popolari.

[567] Bisticcio fondato su due frasi, delle quali è stato spiegato di
sopra il significato: v. p. 53, n. 2.

[568] «Trucco mucco»: colpo dato in modo, nel bigliardo, che la propria
palla resti nel luogo, donde si scaccia quella dell’avversario.

[569] Metafore prese dalle formule delle citazioni di libri.

[570] Cioè, i grossi boccali da vino, che si usavano in Fiandra, come
in Germania. Il MONTAIGNE, _Journal du voyage en Italie_, ed. D’Ancona,
pp. 175-6, parlando della corte di Firenze: «Le vice des Allemands
de se servir de verres grans outre mesure est icy au rebours de les
avoir extraordinairement petits». Allusione scherzosa alla bibulità
germanica, alla quale anche la sposa, come fiamminga (le Fiandre erano
considerate come paese di Germania), partecipava.

[571] Cioè, di bere una bottiglia.

[572] Di una delle «mascherate» di cavalieri napoletani, che si
facevano nel Palazzo Reale di Napoli, di quella del 17 ottobre 1630
nell’occasione della venuta della regina Maria d’Ungheria, che
andava sposa all’arciduca Ferdinando d’Austria, proprio il Basile
fu ordinatore, oltre che compositore dei versi: _Monte di Parnaso,
Mascherata da cavalieri Napoletani alla M. Sereniss. di D. Maria
d’Austria reina d’Ungheria rappresentata_ (in Napoli, 1630). Vi
aggiunse la musica Iacinto Lambardo.

[573] Bisticcio salace, che non ha bisogno di spiegazione.

[574] Testo: «scazzellacane»: letteralm.: chi va a dividere i cani che
si sono accoppiati.

[575] Intende: «è venuto il tempo di coglierle».

[576] Testo: «ncapo dell’anno», che è una svista.

[577] Testo: «Chiave ncinto e Martino drinto» («martino», il becco):
mentre si crede di esser sicuri con la chiave in tasca, la moglie (o il
marito) trova modo di accogliere l’amante.

[578] Il corpo di Maometto è serbato alla Mecca in una cassa sospesa in
aria.

[579] Cioè, tutta lorda di sangue.

[580] Dalle grosse labbra.

[581] Ricordo del tempo in cui l’uso di quell’arnese si considerava
raffinatezza.

[582] Il testo aggiunge: «pe na maniata d’anne», cioè per piú anni, che
(se non è uno scherzo) è una delle piú curiose distrazioni del Basile,
e mi è sembrato opportuno torla via.

[583] Modo proverbiale per esprimere la malavoglia di fare una cosa,
pur fingendo di accingersi a farla.

[584] Testo: «lo sciacquadiente».

[585] Un catenaccio amovibile o lucchetto.

[586] Propriamente: mal di stomaco, accompagnato da nausea e sfinimento.

[587] Trasl. dalla tortura della corda.

[588] Pomigliano d’Arco, sulla via da Napoli a Nola. L’IMBRIANI, _XII
canti pomiglianesi_, p. IX, tenne il casato di Cola Iacovo esistente
realmente a Pomigliano in quel tempo; ma è, invece, cognome fittizio,
perché «aggranchiato» vuol dire «stretto, avaro».

[589] Resina, presso Napoli, sorta sull’antico Ercolano.

[590] Modi burleschi di significare abbondanza di beni.

[591] Clessidra, orologio a polvere.

[592] Lo stesso detto proverbiale è nella prima egloga delle _Muse
napolitane_.

[593] Si veda sopra, p. 13, n. 2: «cura di marzo». Per «cura di agosto»
sarà forse da intendere l’ardore del soffione.

[594] Male che viene ai cavalli, e, per traslato, «molestia».

[595] Testo: «sasina»: spiraglio o feritoia, che, guardando nella
sottoposta casa d’altri, è causa di suggezione.

[596] Letteralm.: «senza questa grascia di sughero», che è come dire:
«grascia di magro».

[597] Allusione ai baroni, che, andati o chiamati dalle loro terre alla
corte del principe, si davano a grandi spese di lusso e sfoggio, e si
dissestavano; che era allora caso frequente e lamentato nel baronaggio
napoletano.

[598] Allusione al giuoco detto «mazza e piuzo», nel quale la
sospensione del giocare si chiede con le parole: «mazza franca».

[599] Nota maschera della commedia dell’arte e già popolare a Napoli
sulla fine del Cinquecento: v. DEL TUFO, (ms. cit., f. 100): «Trastulli
e Pantaloni». Nei _Balli di Sfessania_ (1621) del Callot Trastullo
è rappresentato in coppia con la signora Lucia, alla quale fa una
dichiarazione.

[600] Tribunale, nel quale si trattavano le cause circa i danni fatti
alle proprietà rurali e tutte le altre in cui il valore in questione
non superava i tre ducati: la sua giurisdizione abbracciava Napoli e i
casali. Vedi in proposito, CAPACCIO, _Forestiero_, p. 634, e CELANO,
_Notizie_ cit., II, 376.

[601] Altro tribunale, che giudicava cause concernenti monete, pesi e
misure, e le frodi nel comperare e vendere. Vedi TOPPI, _De origine
tribunalium_, II, 32-3, e CELANO, op. cit., II, 276.

[602] Come si fa con un animale, al quale si vuole impedire di
avventarsi.

[603] Cioè, col clistere.

[604] Come fanno i ragazzi, perseguitando un gatto o altro animale per
la casa, con quell’arnese che serve per togliere la polvere.

[605] «Napoli» o «Pozzuoli» sostituisce un’altra parola in questa
frase, la quale si riferisce al rito giudiziario onde i debitori
decotti dovevano denudarsi il sedere e dar tre volte con esso su una
pietra (il «lastrone» a Firenze, la «colonnina della Vicaria», che
sorgeva a Napoli presso quel tribunale e ora si vede nel museo di San
Martino). Sui costumi relativi a questa cerimonia, si veda un luogo del
GUERRA, _Diurnali_, p. 41. Cfr. anche PITRÉ, _Bibl._, XV, 372-4. Vuol
dire dunque: «non avrai niente da togliermi».

[606] Allude alle vessazioni che facevano i soldati nel prendere gli
alloggiamenti nelle case dei privati.

[607] Anche questa frase si riferisce ai danni del mese di marzo.

[608] Allusione al giuoco dell’anello (o della «sortija», come dicevano
gli spagnuoli), che consisteva nell’infilzare un anello, correndo.

[609] L’«orso del principe» è ricordato anche in Giornata III, 7.

[610] Che è né piú né meno che il «Saint-Graal» del _Perceval_ e di
altri romanzi del ciclo brettone: cioè, la preziosissima coppa, nella
quale Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto il sangue di Cristo.

[611] Testo: «né lo Tevere né l’Angravio»; e cosí anche nelle
_Lettere_ del Basile: nome, il secondo, di fiume che non si riesce a
identificare, se pure non è fantastico. Si è sostituito, per intanto,
Arno.

[612] Modo di dire proverbiale, del quale non mi sovviene ora altro
esempio.

[613] V. sopra, pp. 107-8, n. 2.

[614] A coloro che si prestavano ad accompagnare coi ceri le esequie,
si rilasciava quel che avanzava dei ceri, finita la cerimonia.

[615] «La tenta», l’arte del tintore.

[616] Era una seta di seconda qualità.

[617] Adopera questa parola anche il Bruno nel _Candelaio_, V, 5.

[618] Spagn.: «aprovechar», approfittarsi.

[619] Testo: «cierte masáute»: che parrebbe spagnolismo, da «mas alto».

[620] Gli ebrei, per le secolari persecuzioni e per l’odio di cui
erano circondati, avevano l’abito della paura; e cosí erano passati in
proverbio. Nella prima egloga delle _Muse napolitane_: «iodio quaglia
pelata, core de policino». Ma il Basile doveva aver fatto esperienza di
ebrei a Venezia e a Candia; non a Napoli, dove non ce n’erano piú.

[621] Testo: «né piglia strunze nbuolo»: cfr. CORTESE, _Micco Passaro_,
I, 30.

[622] Testo: «non eie esca de corte».

[623] Parodia del verso: «un bel morir tutta la vita onora», del
PETRARCA (parte I, c. XVI, v. 13).

[624] «Decinco», cinquina, pari a due grani e mezzo.

[625] Sui «guidoni» e «calchi», cioè sui pezzenti scrocconi, son da
leggere alcune colorite pagine del GARZONI, _Piazza universale_, pp.
580-84, e il libretto _Il vagabondo overo la sferza dei bianti e
vagabondi_, opera nuova di RAFFAELE FRIANORO (Venezia, 1627), che fu
tradotto, al suo tempo, anche in francese (Paris, 1644).

[626] «Martino» vale anche «montone»: donde il giorno di san Martino
(11 novembre), considerato come quello della festa dei mariti
disgraziati, che in quel giorno vanno idealmente in processione,
prendendo, secondo la grandezza della loro disgrazia, il posto nel
corteo.

[627] «Forcella», come si è detto, è un’antica regione di Napoli.

[628] Tale si reputava lo sterco di sparviere; onde, per traslato, uomo
né cattivo né buono.

[629] Spagn.: «La mucha aquella es causa de desprecio».

[630] La laurea.

[631] V. sopra, p. 20, n. 2.

[632] Testo: «che sape lo costrutto d’Agebilebo munno»: frase oscura.

[633] Cioè, a nascondino. Si veda sopra, pel giuoco della «covalèra»,
p. 176, n. 3.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. La notazione ^ indica che
il carattere seguente è in apice.



*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PENTAMERONE; OSSIA, LA FIABA DELLE FIABE, VOL. 1/2 ***


    

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