I suicidi di Parigi

By Ferdinando Petruccelli della Gattina

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Ferdinando Petruccelli della Gattina

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Title: I suicidi di Parigi

Author: Ferdinando Petruccelli della Gattina

Release Date: September 28, 2008 [EBook #26717]

Language: Italian


*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK I SUICIDI DI PARIGI ***




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I SUICIDI DI PARIGI




Proprietà letteraria riservata. I SUICIDI DI PARIGI


ROMANZO

DI

PETRUCCELLI DELLA GATTINA

Volume Unico

MILANO

EDOARDO SONZOGNO

1876

14. Via Pasquirolo




Tipografia Sociale--Via S. Radegonda. 6.




I SUICIDI DI PARIGI




REGINA

EPISODIO PRIMO





I.

Il cesto da nozze e ciò che segue.


Il dottore conte di Nubo dava a desinare nella sua casa di campagna a
Saint-James.

E' non aveva, a vero dire, l'abitudine di offrir pranzi; perocchè,
quantunque si avesse in casa, da due anni, una nipote, e' continuava a
vivere da scapolo, mangiando in città, al _restaurant_ o al club.

Quel giorno, però, era in qualche guisa obbligato a violar la regola.
Egli maritava sua nipote. Il fidanzato aveva inviato il cesto da
nozze. Degli amici e delle amiche avevano espresso il desiderio di
vederlo. Si era in campagna, al mese di luglio.

Due persone fra i convivi avevano mancato all'invito: Sergio di Linsac
e la signora Augusta Thibault. Malgrado ciò, vi era ancora una ventina
di commensali, assai festevoli per rallegrare il pranzo e fare onore
alle squisite vivande servite da Potel.

La signora Thibault giunse pertanto, alla fine della tavola e diè, sul
suo ritardo, di quelle spiegazioni, che in bocca di chiunque altri
sarebbero state scuse, ma che sono sempre delle ragioni
ragionevolissime nella bocca di una bella vedova. Insomma, ella aveva
pranzato altrove.

Sergio di Linsac non comparve affatto.

Il desinare finito, gli uomini uscirono a fumar nel giardino. Le dame
restarono ad ammirare o criticare il cesto da nozze--sopratutto, ad
invidiarlo.

Imperciocchè, la prima sensazione che produce un bell'oggetto sur una
femmina, è sempre un pensiero di appropriamento--il quale, se resta
nello stato di desiderio nella donna ricca, diviene voglia spasmodica
nella povera. L'Invidia è un'impotenza.

Alberto Dehal, il fidanzato, aveva menate le cose da principe. Era
egli un ricco banchiere, ed aveva calcolato la spesa alla tavola
pittagorica del suo amore.

Una duchessa del sobborgo Saint-Germain sarebbe stata rapita di quei
doni. Regina vi prestò poco o punto attenzione. Ella faceva alle sue
amiche gli onori dell'esposizione di quei regali, come un custode
mostra e spiega i diamanti della Corona--per una fredda ed insipida
nomenclatura.

--Oh! ma il disegno di questo scialle incarna un poema fatato di
Saadi!--sclamò la signora Augusta, palpando uno sciallo dell'Indie di
una bellezza incomparabile.

Si portavano ancor scialli a quell'epoca. La degradazione di gusto
nelle donne li à poscia aboliti.

--No, cara te--rispose la nipote del dottore--esso non vien mica da
Saadi, ma da uno Smith o da un Brown qualunque--il corrispondente del
signor Dehal a Calcutta.

--Ma non si direbbe dunque che questo monile è uscito dall'officina di
Benvenuto Cellini!--osservò la vecchia marchesa di Montmartel.

--Ebbene, sì! dite codesto al signor Alberto ed e' tirerà di tasca il
listino di Froment-Maurice e vi risponderà: Benvenuto Cellini!
sconosciuto nel mercato di Parigi.

--Vedete qui! Furono, per Giove, delle fate che stellarono questi
pizzi!--mormorò il giovane poeta Marco di Beauvois! l'amico intimo di
Sergio di Linsac.

--Corbellate voi, sir di Beauvois!--replicò Regina. Furono nè più, nè
meno che delle povere creature Welche, bene in cenci ed affamate al
punto, ve lo assicuro.

--Cara mia--disse la signora Augusta--tu ài bello ad affettare
l'indifferenza; i tuoi occhi, il tuo aspetto ti tradiscono. Tu
irradii.

--Proprio così--rispose Regina, e continuò, noncurante, l'esposizione
del suo cesto.

Ella ammonticchiava così la biancheria di madama Petit su i cappelli
di Alexandrine, i coturni di Muller sulle magiche seterie di Lyon. Si
sarebbe detto che Regina non comprendesse nè la ricchezza, nè la
bellezza, nè il gusto elegante di quei capi d'opera dell'industria
francese; che ella non sentisse la maestà dell'abbigliamento--questa
sovranità, questa poesia della donna. Una donna mal vestita è un
oggetto d'arte mancato, un fiore senza colore e senza profumo. Però,
osservando con quanta ricercatezza, con quale gusto Regina era
azzimata, uno si rassicurava: ella era incapace di quella indifferenza
nella religione delle _toilette_.

La rivista terminata, si uscì nel giardino. Alberto Dehal si slanciò
all'incontro della sua fidanzata, gittando precipitosamente il _puros_
che aveva acceso.

--Ah! chè n'eravate voi lì, signor Alberto!--disse Regina, accettando
della punta delle dita il braccio del suo promesso--vi sareste
rigioito dell'estasi di queste signore, contemplando i vostri
meravigliosi regali.

--In fatto di estasi, io non ne conosco che una, madamigella--rispose
Alberto d'un tuono sommesso.

--Sì--l'interruppe Regina--quella del sigaro.

Alberto si tacque.

--Quanto a me, io ne conosco due--riprese Marco di Beauvois...

--Il _whist_ ed un _poney_ di corsa--osservò Augusta sorridendo.

--.... I vostri occhi e la vostra bocca--soggiunse il giovane
all'orecchio della vedova.

--Eh! caro, voi non farete mai sempre che di distici per avviluppare i
_bonbons_ fulminanti--osservò Regina, che aveva udito il motto del
giovane poeta.

Si rientrò nel salone.

Le tavole da _whist_ assorbirono una parte della società. Alcuni
giovani circondarono il piano, ove Regina con noncuranza si assise. Si
ascoltava di già!

Regina suonò alla ventura, tutti i pezzi che le vennero a mente,
sfiorando qua e là il suo repertorio di opere, di valtzer, d'inni,
d'oratori, correggendo Lanner con Bach, Rossini con Beethoven, Musard
con Bellini, Haydn con Donizetti, passando dal gaio al lugubre, dal
canto fermo alla danza alata, e legando il tutto con fioriture della
sua fantasia, folgorante come un razzo. Imperciocchè, artista
d'istinto prima di esserlo per scienza, ella non possedeva quel
talento da conservatorio che consiste a saltabeccare, a sgambettare
con un'agilità di scimmia sulla tastiera dello strumento; ma aveva
quel sentimento della melodia che è lo scintillìo della musica.

La musica non è uno sforzo a superare; è un'idea a creare. L'artista
non è un gladiatore; è un mago.

Alberto si tenne vicino al piano, silenzioso, gli occhi ebbri. Gli
altri sclamavano:

--Va, Regina: ancora, ancora!

Bisognava essere giuocatore di _whist_ per non discontinuare la
partita in mezzo a quella cascata di melodie. L'orologio scoccò, per
rompere la fascinazione del giuoco. Infatti, l'orologio suonando
mezzanotte, i giuocatori si alzarono.

Alla mezza, eran tutti partiti.

Il dottore, che aveva guadagnato, sbadigliò spaventevolmente ed andò a
coricarsi.

Ad un'ora del mattino, non era più in casa alcuno che non dormisse.

O' detto alcuno? No.

Regina non era neppure andata a letto.

La sua cameriera, Lisa, affastellava in un sacco da notte alcuni
oggetti.

Quando le due donzelle si furono assicurate che il sonno chiudeva
tutte le palpebre--perchè Lisa andò prudentemente ad ascoltare alle
porte--esse scesero sulla punta dei piedi al salone.

Nick, il bel Terranuova, andò a leccare la mano di Regina e la guardò
con occhi teneri e supplichevoli, quasi che avesse indovinato il
disegno della fanciulla. Regina lo baciò. Nick si coricò, avendo
compreso che gli era mestieri discrezione.

Lisa aprì allora dolcemente la porta vetrata che immetteva nel
giardino.

Regina restò ad ascoltar per qualche secondo se alcun non le udisse.
Poi, Lisa salì nella camera della padrona; recò giù un sacco da notte,
un mantello da viaggio ed un cappello; spense il lume; ed entrambe
uscirono, socchiudendo le imposte.

Nick gemè sommessamente.

La casa di campagna del dottore toccava il parco di Madrid, ove egli
aveva diritto di passeggiare. Questo parco, scomparso oggidì, aveva
ancora a quell'epoca una porta sporgente sul bosco di Boulogne, di cui
il dottore possedeva una chiave per uso suo.

Lisa aprì--ed alle due del mattino si trovarono nel bosco. Lisa
richiudeva la porta, quando un giovane si avanzò verso di loro.

--Regina! mormorò egli.

--Sergio! rispose questa.

Il giovane fischiò, ed immediatamente comparve una berlina di posta
nascosta sotto gli alberi del viale.

Il postiglione aprì lo sportello senza soffiar verbo. Le due donzelle
entrarono nella vettura con Sergio.

--Guida tripla--disse costui. Via d'Inghilterra.

I cavalli partirono ventre a terra.




II.

La lettera.


La luna navigava tranquillamente pel cielo. Il profumo degli alberi
saturava l'aria infocata e voluttuosa. Le foglie alitavano appena,
come il respiro di un fanciullo. Non una nuvola. Le stelle palpitavano
di una luce azzurrognola. Si udì dunque nella berlina la parola:
Grazie! pronunziata dal giovane, ed il rumore di un bacio
lungo--protratto come la speranza! Il veicolo fendeva lo spazio a
guisa di allodola. La parola magica: guida tripla, gli aveva dato le
ali.

La sensazione che produce un _coupè_ lanciato al galoppo à qualche
cosa di elettrico e d'inebbriante. L'irradiazione delle forze animali
che imprime il movimento alla vettura, si comunica al viaggiatore.
L'immaginazione domina la mente. Gli oggetti esteriori perdono, nella
rapidità della corsa, tutto ciò che ànno d'inarmonico e di angoloso.
Una tiepid'aura avviluppa l'intera natura. Si può essere affranti e
vaneggiatori in una diligenza o in un _wagon_; in una sedia di posta
non lo si è mai.

Che s'immagini cosa dovesse essere un viaggio simile per due persone
che si amano--e per una vispa cameriera, il di cui bernoccolo di
osservazione era messo in azione da due molle: la curiosità e
l'interesse!

Il dottor Gennaro di Nubo si svegliò l'indomani alla sua ora consueta
e suonò pel suo valletto. Questi, secondo l'uso, entrò recandogli una
tazza di caffè nero e dell'acqua calda per la _toilette_.

Alle nove, il dottore uscì nel salone per la colazione. Non trovando
sua nipote con cui aveva costume di asciolvere.

--E Regina?--domandò al cameriere.

--Lisa non è comparsa stamane--rispose Trust, più preoccupato, a quel
che sembra, della _soubrette_ che della padrona.

--Io ti parlo di Regina, messer l'animale--sclamò il dottore.

--Ah! sì, scusi, padrone, madamigella non è alzata ancora, e neppur
Lisa.

--Sarebbe ella indisposta?

--Ah! Dio mio! il signor conte à l'istesso sospetto che me. Perocchè
l'è codesto che io mi domandava or ora, non vedendola svolazzar per le
aiuole, inaffiando i fiori.

--Odi, Trust, io sarò costretto a mandarti via, amico mio.

--Oh! _dear me_! E perchè il signore vorrebbe egli mandarmi via così?

--Perchè tu ài completamente perduto lo spirito, dopo che quella
sgualdrinella di Lisa è capitata qui.

--Ah! padrone, vi assicuro che io non ò nulla perduto in fatto di
spirito.

--L'è forse vero... tu non ne avesti mai molto. Va ad informarti della
salute della signorina.

Forte di quest'ordine, Trust se ne andò a picchiare all'uscio della
camera di madamigella Lisa.

Io non so cosa avrebbe fatto questa virtuosa donzella se la si fosse
trovata lì dentro. Ma, galoppando sullo stradale d'Inghilterra, ella
non poteva certo rispondere. Laonde Trust, temendo pur sempre un
malore--che Lisa, per esempio, non si fosse asfissiata per amore di
lui--picchiò di nuovo, picchiò più energicamente, poi forzò la porta.

Il suo cuore batteva mettendo il piede in quella camera che sovente lo
faceva vaneggiare. Ma e' restò d'un tratto come stupidito, vedendo il
letto non sfatto, il baule aperto e quasi vuoto. Baciò di fuga il
guanciale di Lisa, e discese precipitoso nel salone.

--Grande sventura, padrone, grande sventura--gridò egli
entrando--Madamigella Lisa se l'è spulazzata.

--Triplo idiota!--urlò il dottore, fulminando Trust di uno sguardo di
collera ed allungandogli un calcio, per un resto di vivacità delle sue
abitudini napolitane.

Poi salì egli stesso all'appartamento di sua nipote.

Battè per un pezzo all'uscio. Non ricevendo risposta, non udendo il
minimo strepito nell'interno della stanza, e' portò la mano al
luchetto della serratura--dopo avere però picchiato di nuovo.

A suo grande stupore, e' senti un tiepido brivido circolargli per le
vene. Il cuore accelerava i suoi palpiti; la mano vacillava. La natura
si faceva giorno per una maglia forata nella cotta d'acciaio di
quest'uomo! Ei vide i mobili aperti, mille oggetti sparpagliati qua e
là, il letto intatto, la camera vuota.

Tutto di un guardo solo!

Restò in piedi, freddo, in mezzo di quella stanza, in mezzo di quelle
vesti, di quei gioielli, di quella biancheria, di quei mille nonnulla
deliziosi che idealizzano la donna e la fanno felice. Restò come di
ghiaccio. Si sarebbe detto S. Antonio circondato dalle sue tentazioni
annientate.

Questo stato di stupore però non durò che un istante.

Un leggiero rossore colorò tosto le sue guancie, quando, avanzando
verso un _guéridon_ vicino al letto, vi scorse su un foglio piegato a
foggia di lettera.

L'era una lettera, infatti, all'indirizzo di lui.

Il dottore la disuggellò lentamente.

Il carattere era tracciato da mano calma. La carta profumata.

--Vi è della premeditazione in questa lettera--si disse il dottore
esaminandola--per conseguenza, delle cose false. Vediamo.

Il dottore leggeva a mezza voce. La lettera cominciava così:

  «Bando al rancore, mio caro dottore. Io mi ribello.»

Il dottore sorrise e borbottò, decifrando la lettera:

--Che roba infame questa scrittura all'inglese! Le lettere si
ecclissano nei profili. Non vi è più la persona in questo carattere:
esso è chiunque.

«Io mi ribello.» Sta bene: lo si vede.

«Io scompiglio i vostri progetti. L'uomo a cui volevate confidare il
mio destino, o piuttosto il _nostro_ destino, onorevole e degno sotto
ogni rapporto, non era di mia scelta. E' non mi avrebbe lasciato
mancar di nulla, nulla desiderare. Io sarei stata _blasée_, vecchia a
venti anni!»

--Diavolo!--sclamò il dottore--che logica!

«Se voi foste stato mio padre, o anche mio zio, voi avreste forse
osservato, conducendomi nel mondo, ove i miei sguardi volgevansi, chi
faceva arrossir le mie guancie, brillare i miei occhi, tuffandomi in
quello stupore che lambe la sciocchezza. Ma voi andavate nel mondo per
conto vostro: io era per voi un refrattore--perchè non oso dire, la
vostra ipoteca dell'avvenire.»

Il dottore passò la mano sulla sua fronte pallidissima e sospese per
un istante la lettura. Aggrottava le sopracciglia.

--Molto bene!--sclamò poscia--Vediamo la fine.

«Io feci la mia scelta dal lato mio; ma all'antipodo della vostra. Che
volete! Io adoro Victor Hugo: Spasimo per le antitesi!

--Ed io pure--mormorò il dottore.

«Al momento dunque in cui riceverete questa lettera, io sarò con la
mia antitesi in una sedia di posta sullo stradale d'Inghilterra, ove
andiamo a maritarci.»

--Ella mente--gridò il dottore. Ella è in via per l'Alemagna, la
Svizzera o l'Italia--in questa contrada abbominevole ove un prete, per
venti soldi, commette un sacrilegio con la stessa facilità con cui
trangugia una ciambella in un bicchier di moscadello.

Ahimè! il miglior mezzo per metter fuori sella un diplomatico sarà mai
sempre la verità!

«Non mi prendete dunque in uggia: ciascuno per sè!--e Dio per _noi_
tutti, soggiungeva il mio confessore alla pensione. Io vi dimando la
vostra benedizione--per parentesi--ed in piene lettere, la vostra
benevolenza, come pel passato.»

Il dottore sorrise di nuovo.

«Chi sa ciò che può arrivare. Non vi è una via sola per andare a
Roma.»

--Ella era civetta--pensò il dottore--si prepara a divenire
sgualdrina.

«Ad ogni modo, ve lo ripeto, dottore: non rancori. Imperciocchè, se,
al vostro punto di vista, io m'ò poco cervello per alloggiarvi delle
ricordanze, io ò cuore abbastanza per dare loro un asilo. A rivederci,
caro zio...

                                                   «REGINA.»

Il dottore restò qualche tempo a meditar su quella lettera. Non la
rilesse. La sapeva già a memoria.

La testa inclinata sul petto; lo sguardo fisso sui mazzi di rose del
bianco tappeto; le ciglia irsute; il respiro precipitoso; e'
rifletteva. Poco a poco, però il suo viso spianossi. Trovandosi in
piedi innanzi ad una Psiche, vi si mirò. La sua bocca s'increspò
allora ad una leggiera smorfia, che aveva l'aria di un ghigno--uno di
quei sorrisi che dànno la pelle d'oca agli agnelli nella società
leonina in cui viviamo--e tentennando della testa si apostrofò!

--Tu eri proprio innocente, conte Gennaro di Nubo, dottore della
Facoltà e membro dell'Accademia delle Scienze!...--Tu eri ben gonzo,
convienine. Voler riescire per la linea retta? Giungere per la grande
strada? Ah! bah! Altrettanto sarebbe valso di trangugiare il Panthéon
in pillole.

E facendo un gesto di disprezzo contro sé stesso, ridiscese al salone,
completamente freddo ed impassibile, ed ordinò la colazione.

Bevve enormemente di the; mangiò di tutto e trovò tutto eccellente.

Egli respinse perentoriamente, come imprudente, l'idea di comunicare
l'avventura alla polizia, di segnalare la donzella e la fante per
telegrafo, e di confidarle alle cavalleresche sollecitudini della
gendarmeria.

La condotta di Regina doveva passare per una malizietta da testa
romantica, una storditezza da pensionista. E' non doveva complicare la
situazione, nè lasciare al mondo una presa qualunque sul fondo dei
suoi sentimenti, sul movimento intimo del suo cuore. Doveva apparire
sempre calmo, limpido, senza la minima ondulazione. Non doveva
pregiudicar l'avvenire. Doveva avere un'anima incolore, muta, apatica.

Uscì dunque alla sua ora solita; visitò i suoi ammalati, e dopo le
quattro, alla chiusura della Borsa, andò a trovare Alberto Dehal, per
raccontargli lo strano ratto della sua fidanzata. Poi recossi al
Circolo, ove trovò una lettera pressantissima di Augusto Thibault.




III.

Un buon viglietto di lotteria.


Nel mezzo della state del 1833, il dottore di Nubo trovavasi a
Nicastro di Calabria.

Un editore gli aveva dimandato di ripubblicare la grande opera di lui:
_L'etnologia delle popolazioni dell'Italia meridionale_, che, nel
1812, gli aveva conquistato il posto di membro dell'Accademia delle
Scienze ed il nastro della Legione d'Onore.

Il dottore, viaggiava per distrarsi. Controllava il suo libro, onde
metterlo al livello delle scoverte e delle dottrine, le quali avevan,
dopo quell'epoca, allargato il dominio delle scienze naturali. Egli
amava, d'altronde, percorrere quelle vaghe contrade, poco esplorate, e
dove non s'incontra neppure lo stesso inglese! Gli osservatori si
compiacciono in queste lande sociali ancora vergini, ove, di ogni
sguardo, si squarcia un velo dell'incontaminata Iside.

Il dottore infatti, scovriva costumi e maniere nuove, paesaggi potenti
di splendore, di contrasti, d'inatteso: un lembo del mondo primitivo,
perduto ai pie' dell'Italia, in mezzo al XIX secolo.


Era un giorno di fiera.

Il dottore di Nubo, a cavallo, accompagnato da una guida, se ne andava
a visitar le montagne. Traversava la piazza pubblica della cittaduzza.

Una banda di zingari ostruiva la via, circondata da una folla grande
di curiosi cui aveva attirata.

La banda componevasi di una dozzina d'individui; più, quattro scimmie,
due orsi, una ventina di asini, tre cani e lo zio Tob--il quale era il
proprietario, il principe, il papa, il padre, il padrone, il tiranno
di tutta quella roba.

Dond'e' venivano?

Essi arrivavano: ecco tutto!

L'industria ch'esercitano gli zingari nella Bassa Italia è complessa.
Essi sono ferrai, maniscalchi, giocolieri, calderai, incantatori,
stregoni, indovini di buona ventura, trovatori di tesori, ladri di
fanciulli, scassinatori di porte... cozzoni sopra tutto. Gli uomini
comprano e vendono asini; le donne rubano animali domestici, dicono la
buona sorte alle fanciulle--cui esse maritano sempre riccamente e
subito--o fanno peggio ancora--senza neppure accorgersi che fanno
male. Si conoscono le loro costumanze. È inutile ribiascicarne.

Essi danno del _compare_ a chiunque. Ànno numerosi segreti di
cozzoneria.

Il più vecchio, il più magro, il più consunto dei ciuchi--un censore
teatrale della specie--diviene nelle loro mani brioso come una vedova
che si rimarita, uno scolaro in vacanza.

Quando voi credete che lo zingaro apra la bocca di questa povera
bestia per mostrarvene i denti--cui ha testè segati per dissimularne
l'età--egli le cola destramente nella gola una pillola infernale di
peperone che le brucia le viscere, la incita alle follìe e le dà gli
ardori verdi ed irresistibili di un cappuccino. Quando voi credete
ch'e' ne carezza le groppe; egli le punge a dentro, mediante un cardo
a punte acute nascosto nelle palme. Voi credete che la bestia è grassa
come un abate benedettino; essa è nè più, nè meno che gonfia. Laonde,
il contadino diffida a modo delle compre e delle vendite dei gitani.

Il dottore, fermo un istante dall'ingombro nella via di quella
comitiva bizzarramente stracciona, vide venire a lui una creatura di
dieci o dodici anni ch'egli suppose del sesso femminile, e chiedergli
un _piccolo dono_.

Gli zingari non mendicano mai. Essi prendono a mutuo; domandano un
piccolo regalo; rubano; ma non stendono la mano alla limosina.
Crederebbero mancarsi di rispetto: ànno un'industria!

La vista di quella cosina--era una ragazza--colpì il dottore.

Ella era assolutamente un embrione, tanto era segaligna e magra. Ma
quell'embrione, sviluppato dalla natura che ne aveva gettato i
rudimenti, poteva divenire sublime. Per il momento, non iscorgevasi
che delle ossa ammirabilmente organizzate; dei grandi occhi neri
scintillanti come quelli di un serpente in collera; dei lunghi e
castagnini capelli, che contornavano una fronte elevata e larga, a mo'
di paralellogramma; una pelle che non era bruna, che non era pallida,
ma che, animata da una circolazione meglio nutrita, poteva acquistare
una tinta più chiara e trasparente di quella di una creola. Poi, una
bocca grandicella, ma ben fessa ed armata di piccoli denti bianchi,
acuti ed eguali; una vitina svelta, alta, soffice, pieghevole come un
giovane pioppo. Insomma eran quivi i primi stami di una di quelle
donne che, trasportate in una grande città ed in un mondo come Parigi
e Londra, possono addiventare un flagello, una magia: che cominciano
sempre per levarsi da Cleopatre avvegnachè finiscano talvolta in
Maddalene.

Il dottore gettò una moneta d'argento alla bambina e continuò il suo
viaggio per l'escursione progettata. Ma, cosa bizzarra! quell'abbozzo
di donna gli trottò per lo spirito tutto il dì.

Si fermò di un tratto.

Non era però il magnifico orizzonte che si spiegava innanzi ai suoi
occhi che lo arrestava.

E' non vedeva punto, dalla cima di quell'appennino, solcato da
filicciuoli di neve come una tavola di vecchio rovere niellata in
argento, nè il Mar Jonio dai flotti verdastri; nè il Tirreno
arrovellato dai suoi cavalloni turchini; nè l'Etna che ondeggia in
distanza in un'aureola di vapori violetti; nè quel cielo allo spazio
infinito, che con la sua profonda limpidezza sembra raddoppiare la
potenza della vista. No: e' non vedeva nulla di tutto codesto, nè
altra cosa. Un'idea aveva traversato la mente del dottore di Nubo come
un lampo nel fitto della notte.

--E s'io m'impossessassi di questa potenza?--brontolò egli alla fine.

E dette ordine alla guida di tornare immantinente a Nicastro.

I psicologi àn tanto scritto sull'origine, la nascita, la
cristallizzazione del pensiero, che non se ne sa assolutamente più
nulla. Laonde, io m'astengo netto dall'intraprendere un'investigazione
metafisica su questo subietto--ne fosse pur questo il momento.

L'intuizione subìta dall'avvenire poteva ben essere nello spirito del
dottore la conclusione di un seguito di ragionamenti anteriori, la
soluzione di numerosi dubbii, di molte paure, di lunghe ricerche, di
una meditazione attiva e persistente sul suo proprio passato. Il suo
grido finale poteva ben essere l'ultima parola di un problema, di cui
studiava le premesse da lungo tempo, l'_ergo_ di un sillogismo che era
costato, Dio sa quante veglie e quante preoccupazioni. Però chi lo sa?
Il conte di Nubo non era comunicativo sulle sue evoluzioni
psicologiche.

E' non era di quella pasta d'uomini cui Orazio qualifica di _fruges
consumere nati_--buoni tutto al più ad ingollare la loro polenta--come
un deputato ministeriale. La sua esistenza, zeppa, poco ordinaria, era
scorsa a cielo aperto, a cielo offuscato, nei chiarori del mezzodì
sovente, più sovente ancora nei ciechi abissi della notte.


Tornato a Nicastro, e' fece chiamare l'albergatore e gli disse:

--Io sarei curioso di contemplar da vicino e parlare al capo degli
zingari, che ò visto stamane nella piazza della fiera. Potreste
indurlo a venir qui?

--Nulla di più facile, eccellenza, se tuttavia non se l'è svignata dal
paese.

--No: l'ò visto or ora: vi è ancora.

--In questo caso, eccellenza, vado a servirvelo in un quarto d'ora.

--Io non chiedo che il capo solo.

--Vostra eccellenza non vedrà che lui.

Infatti, poco stante, lo zio Tob arrivò.

Non mai Callot, o Moya, o Pinelli, non fantasticò di un cialtrone più
compiuto di questo zio Tob. Giammai fiero Castigliano non portò cenci
con più fierezza e nobiltà che codestui--vantandosi del resto di
discendere dai re di Polonia, benchè nato nello Yorkshire.

La sua _toilette_ era il più strano abuso del pleonasma--eppure
sembrava nudo! Aveva una camicia a merletto sur una camicia da notte,
sovrapposta essa stessa ad una camiciuola di rosso fustagno. Sulla
camicia à jabot s'incrociava un panciotto di _piqué_ bianco, alla
Robespierre, sotto, un panciotto di velluto, preceduto da un terzo
panciotto di raso nero, che mostrava i suoi lembi consunti in fra i
due. Poi, su codesto, un pastranello che si sarebbe detto una
_vareuse_ rossa, un _attila_ ungherese, ed un mantello alla spagnuola.
Il suo capo era coperto da un _feutre_ grigio a larghe falde, il quale
dava libero passo, dai suoi molti buchi, alle ciocche di un'irsuta
capigliatura che aspiravano a sventolare a grado dell'aure. Il feltro
era sormontato da un'altra piuma di coda di galli, azzeccata da uno
scheggiale brillante di acciaio, ed abbellito da una fettuccia di
velluto. Poi ancora, dei calzoni azzurri larghissimi, cacciati a
mezzatibia, in un paio di stivali alla scudiera, sui quali
ballonzavano delle uose mal bottonate.

I capelli neri del babbo Tob si attorcigliavano sulle sue spalle come
colubri. I suoi lineamenti, regolarissimi, rilevati da un naso
aquilino delicato e da un paio di magnifici occhi neri, restavano
ancora imponenti, malgrado l'estrema loro magrezza ed il loro colorito
di oliva.

Tob era alto, nervoso, spigliato. Però tutto codesto indovinavasi anzi
che vedersi, non essendo facile a discernerlo.

Lo zio Tob era un composto di toppe di rapporto. Ogni parte del suo
corpo serviva a completare l'armonia ed a compensar la dissonanza
della parte vicina. Ogni arnese aggiunto al suo vestito, serviva a
dissimulare la soluzione di continuità dell'arnese sottoposto, di
guisa che, ravvicinati l'uno all'altro, essi formavano appena un
involucro più screziato che caldo.

La regolarità delle sue forme serviva appena altresì a temperare la
ripulsione, che senza ciò avrebbero desta la sua magrezza e la sua
itterizia.

Lo zio Tob si fè avanti di un'aria sicura, mentre le sue ossa
scricchiolavano al suo passo. Non cavò il copri-capo. Prese per di più
una seggiola, cui avvicinò a quella del dottore, ed attribuendosi la
parola pel primo e dandogli del tu, al modo dei gitani, disse:

--Che mi vuoi tu, compare?

Il dottore non rispose da prima. E' cercava a rendersi conto dell'uomo
con cui aveva a negoziare, mediante l'analisi della fisionomia e
l'osservazione di quelle mille protuberanze--cui certe abitudini della
vita e del pensiero sollevano sul corpo--sì eloquenti, quando li si sa
interrogare da frenologo, non da ciarlatano.

Dopo due minuti di silenzio, che turbavano lo zio Tob, il dottore
fiutando una presa di _siviglia_, disse lento, lento:

--Io sono straniero. Viaggio perchè mi annoio. Son curioso. Amo le
storie bizzarre. Ora, come io m'immagino, caro, ch'e' vi potria essere
nella storia vostra qualche cosa di piccante, vi ò fatto chiamare per
chiedervene il racconto.

Il dottore aveva aperta la conversazione con mal garbo--non tardò ad
avvedersene.

Lo zio Tob restò un istante come stupefatto, gli occhi spalancati,
pensando sognare, sospettando, malgrado ciò, che non fosse innanzi ad
un commissario di polizia. Poi si alzò pian piano, e rispose:

--Io pure, sono straniero. Io viaggio per vivere. Io non sono punto
curioso. Detesto le storie, bizzarre o no. E come non ò nella mia vita
nulla di ghiotto, e come, quand'anche ve ne fosse, io non l'avrei
spippolato al primo ozioso venuto che prendesse la pena di chiedermelo
a brucia pelo, io ti rispondo: addio compare.

--Scusatemi, signore--riprese il dottore alzandosi--io non aveva
intenzione di offendervi. Se vi ò dimandato il racconto delle vostre
avventure non è mica unicamente per un sentimento di curiosità.
Un'idea più generosa ispiravami.

--Alle corte, compare--sclamò bruscamente lo zio Tob.--tu ài un
servigio a chiedermi. Un uomo come te non scomoda un uomo come me pel
semplice piacere di fare una chiacchierata come un vecchio paio di
amici. Andiamo dunque al _busillis_. Che mi vuoi tu?

--Dappoichè voi mettete la quistione in questi termini--replicò
gaiamente il dottore--io l'accetto. Andiamo al fatto.

--Andiamovici--ripostò il babbo Tob.

--Io ò rimarcato, nella vostra banda di gente e di bestie, una
creaturina di dieci o dodici anni cui suppongo una fanciulla.

--Ah! ah!--fece Tob grattandosi il naso--Sì, infatti, è una fanciulla.
E poi?

--È vostra figlia?

--Che ne so io? Del resto, appo di noi, il figlio appartiene alla
comunità. E' non rileva che dal suo capo; non conosce che sua madre;
ed è classificato dalla nazione ove nacque. Chi nasce in Ungheria è
ungherese; chi nasce in Italia, italiano.

--Che diritto avete voi sulla vostra compagnia?

--Dimanda piuttosto, compare, qual diritto io non mi abbia.

--In questo caso, voi potete vendere quella fanciullina.

--Se volessi, il potrei senza fallo.

--Che prezzo, volendolo come il potreste, ne dimandereste allora?

--Io non ò detto che il volessi. Ma come tu ami a cianciare, cianciamo
pur di codesto come di tutt'altro.

--Allora?

--Orbè, l'è secondo. Che vorresti tu farne, anzi tutto.

--Mia figlia--supponiamo.

--In questo caso, e' sarebbe più caro.

--Perchè?

--Perchè la sarebbe perduta per sempre per noi.

--Infine--sclamò il dottore con un po' d'impazienza.

--Cinque mila franchi--disse Tob, distillando le sillabe.

--Il prezzo di un cavallo inglese!--proruppe il dottore. Mille grazie.
Compro una Circassa.

--Ti tengo--gridò lo zio Tob. Non è una figlia che tu compri allora,
l'è un'utilità, l'è uno strumento, l'è un godimento o un servizio
qualunque che tu acquisti infine. Tu calcoli semplicemente, non compi
un'opera da filantropo.

--Ciò mi riguarda, brav'uomo.

--E ciò riguarda anche me. Cinque mila franchi, dunque.

--Impossibile. Addio.

--Vuoi tu comprarla alla libbra, compare?

--La carne viva inganna al peso. Voi sareste minchionato, caro. No.

--Ad ogni modo, ne daresti tu che?

--Mille franchi.

--Mille franchi! La sarà per me la gallina dall'uovo d'oro. Però dimmi
questo, compare: ne farai tu una cristiana?

--Senza dubbio.

--Io diffalco allora cinque cento franchi di mancia pel diavolo.
Prendila a 4,500 franchi.

--No.

--Ne farai tu una cattolica, apostolica, romana, compare?

--Sì.

--In questo caso, ne diffalco altri mille franchi--a causa della
probabilità che la potrà un giorno tornare a noi, in un modo o
nell'altro. Tre mila cinquecento franchi, allora.

--No. Due mila franchi, ecco l'ultimo mio prezzo.

--Un'ultima domanda, compare, insistè lo zio Tob, riflettendo--ove la
conduci tu?

--A Parigi.

--Vada. Te l'abbandono per 3000 franchi. Tutto non è perduto.


Il dì seguente, lo zio Tob consegnava la fanciulla pel prezzo
sopradetto, accettato dal dottore.

Infrattanto, il mercato conchiuso, il dottore faceva rivenire
l'albergatore e gli comandava da cena per due.

--Io mi tedio a cenar solo e non mangio--diss'egli. A chi potrei
indirizzarmi in città per averlo a conviva?

--Ah!--rispose l'albergatore--se vostra eccellenza ama il buon vino,
noi abbiam qui il capitano della gendarmeria...

--Non vo' birri alla mia mensa, gnoccolone!--interruppe il dottore,
conoscendo i polli di casa Borbone.

--Vi sarebbe inoltre l'arciprete.

--Io sono protestante.

--In questo caso, che vi sembra del medico?...

--Son medico anch'io. Ci arrovelleremmo prima di dar mano agli
_hors-d'oeuvres_.

--Allora, eccellenza, io non so mica più... perchè il sotto-intendente
non verrebbe.

--Nè io il voglio, perdio.

--Il suo segretario fa la corte alla moglie di lui, e non si
scomoderebbe neppure pel re. Il sindaco à la gotta... Ah! un'idea.

--Dite pure.

--Vostra eccellenza gradirebbe ella un messere che mangia molto, ma
molto?

--S'e' mi piacesse, per fermo.

--Ebbene, il cancelliere comunale è la perla delle tavole. E' non
mangia mica sovente, il galantuomo, perchè è povero.

--Perchè è desso povero?

L'albergatore restò allampanato alla dimanda. E' sbirciò il dottore
con attenzione, poi soggiunse:

--Cazzica! perchè è povero? Da prima perchè non guadagna abbastanza.
In seguito perchè à una famiglia numerosissima. Infine, eccellenza,
perchè giuoca alla lotteria quel po' di ben di Dio cui guadagna.

--Andate ad invitare il cancelliere--ordinò il dottore--e fate il
festino per bene.

Il cancelliere accettò di balzo e giunse all'albergo.

E quest'uomo non aveva sul viso che occhi e peli; poi, un gobbo alle
spalle, un piè più corto dell'altro. E' non rideva mai. Un libro
sudicissimo faceva capolino d'una delle tasche della sua giacca.

Egli salutò sommariamente il dottore: la vista dell'imbandigione
l'abbacinava.


La cena non fu guari allegra.

Messer lo scriba ingollava pietanze su vino e vino su pietanze. Il
dottore assisteva, con noncuranza, al riempimento di quell'imbuto,
aspettando il momento d'intraprendere il suo affare. Imperciocchè, non
pretendiamo fare un mistero non aver egli invitato quel baratro per il
piacere della di lui compagnia. Alle frutta, il momento gli parve
propizio. Il degno uomo piangeva di tenerezza.

--Voi non siete mica ricco, l'amico, mi àn detto--sclamò il dottore.

--Lo sarò--rispose il cancelliere sfolgorante. Io non mi stancherò. O'
un terno, che in tutte le giuocate rasenta l'uscita, e che mi avrebbe
prodotto di già due ambi se io li avessi giuocati insieme. Ma, io vo'
tutto, signore; tutto o nulla. Io lo spio, questo scellerato terno; e'
verrà fuori, infine: ne son certo.

--E se io vi dessi dei numeri più certi ancora, eh! Meglio ancora che
codesto: se io vi dessi dei numeri che usciranno senza neppur averli
giuocati? Che ne dite?

--Peste e paradiso! signore... io direi... che voi vi burlate di me.

--Io non mi burlo giammai di alcuno. Io non scherzo mai.

--Ma allora, eccellenza... voi siete Dio o il diavolo.

--Ditemi un po'. Voi non giuocate dunque che dei numeri schietti
schietti?

--Come mo? Vi sarebbe dunque altra cosa a giuocare?

--Senza la formola?

--Che formola?

--Non mi stupisco allora che perdiate sempre.

--Mi strangoli Dio, se ne comprendo goccia, gridò don Antonio.

--Lo veggo bene.

--Voi andrete a rivelarmi codesta formola--impose il cancelliere
levandosi, fiammeggiante, con una energia ed una decisione che gli
davano l'aria di un bandito.

--La formola del viglietto che giocherete la volta ventura, amico
mio--rispose il dottore con calma--sarebbe la seguente; «Estratto dai
registri dello stato civile della Comune di Nicastro, n°... pagina...
ecc., ecc. Oggi, 20 aprile 1832, s'è presentato a noi, cancelliere
della detta Comune, D. Antonio Bello, accompagnato da quattro
testimoni onde fare iscrivere una bambina chiamata... chiamata... sì,
chiamata Regina, cui il detto D. Antonio Bello ed i testimoni ànno
dichiarato appartenergli, come pure a sua moglie Lucrezia Paolina
Atripalda di Nubo, ecc., ecc.»

--In una parola, un atto di nascita!--riassunse lo scriba stupefatto.

--Nè più, nè meno.... secondo le vostre formole ordinarie.

Il cancelliere aveva ascoltato il dottore. Ora, come il discorso di
costui gli sembrava incoerente, e' suppose che l'anfitrione gli
favellasse in quel modo onde dargli dei numeri di lotteria così
dissimulati, come talvolta si pratica.

I santi, i cappuccini non li danno altrimenti.

E' cavò dunque di saccoccia il libro sporchissimo che vi mostrava i
lembi--chiamato _Smorfia_ nell'ex-regno di Napoli--e che è una specie
di dizionario con un numero appiccicato ad ogni parola. Cominciò a
sfogliarlo, avvegnachè sel sapesse a memoria. Però non vedendo
costrutto in quel che il dottore aveva detto, il cancelliere restò
muto e si grattò il cocuzzolo a maniera di idiota.

--Ebbene?--fece il dottore. Rispondete voi? Vi va desso di guadagnar,
a colpo sicuro, 500 franchi sur un terno?

--Sì, sì, balbuziò il cancelliere. Ma io non vi veggo il terno, io.
Per esempio, noi abbiamo la bambina che fa 37, poi il padre che segna
15, e poi... buona sera.

Il dottore sorrise e rispose:

--Amico caro, quel che io vi chiedo è ben più semplice di tutto ciò.
Io vi chiedo, secondo la vostra formola, di estrarre dai registri
dello stato civile di Nicastro l'atto di nascita di Regina, figliuola
di D. Antonio Bello e D. Maria Lucrezia, Paolina Atripalda di Nubo,
nata il 20 aprile 1822. Capite voi?

Lo scriba comprese alla fine, e sorridendo a sua volta, chiese:

--Troverò tutto codesto nei miei registri, signore?

--Ciò vi riguarda--rispose il dottore un po' brusco. Io vi darò dimani
un viglietto di 500 franchi contro l'atto in quistione, bollato,
registrato, firmato dal sindaco e dal sotto-intendente.

--Ciò è grave!--mormorò il cancelliere.

--Cosa? ciò che vi chiedo?...

--Che voi non ne dimandiate che uno, di codesti atti.

--Ah!

--Va bene. L'avrete ad ogni modo domani. Perchè il sindaco firma
sempre senza leggere, quando non firma in bianco nei suoi momenti
d'ozio. Ma è mestieri far visitar l'atto dal sotto-intendente, onde
legalizzare la firma del sindaco, ciò che io farò pure; poi
dall'intendente, onde legalizzare la firma del sotto-intendente;
infine dal ministro dell'interno a Napoli per legalizzare quella
dell'intendente; e se voi dovete far uso di quest'atto all'estero,
perchè desso sia autentico, bisogna farla vistare altresì dal ministro
degli affari stranieri e dall'ambasciatore.

--Ciò mi riguarda--disse il dottore, dandogli congedo.

A mezzodì, il dì seguente, il dottor Gennaro conte di Nubo entrava nel
_coupé_ di posta, azzavorrato della sua nipote Regina Bello, munito
dell'atto di nascita di lei legalmente falsato.




IV.

La gitanella.


La gitanella è oggimai Regina Bello, figliuola di un proprietario di
Nicastro e dell'ultima erede della famiglia gli Atripalda di
Nubo--nipote quindi del dottore Gennaro conte di Nubo.

Conte e non principe di Nubo, non avendo giammai voluto prendere
questo titolo--tanto sacro era il culto ch'e' conservava alla memoria
di suo padre, morto sul palco, per causa politica, nel 1799, a Napoli.

Il dottore sapeva, da sorgente autentica, che Maria Lucrezia Paolina
di Nubo era morta presso la sua nutrice, nel 1807. Ma gli era utile ai
suoi disegni di accreditare la leggenda, che questa fanciulla era
restata nascosta, che aveva in seguito sposato un uomo oscuro, e che
il governo borbonico aveva fatto vista, in questa circostanza, di
nulla sapere, tanto più che la donzella non aveva dimandato, nè la
restituzione dei beni di sua famiglia confiscati, nè la reintegrazione
del suo rango.

Trapiantata di un tratto dalla polvere delle strade pubbliche--ove
ella trottava quando non si accoccolava sulle groppe nude di un
asino--in un bel _coupé_ di viaggio, imbottito di crini e tappezzato
di verde velluto, dopo qualche minuto di stupefazione, Regina cominciò
a provare il mal di mare. Vedendola impallidire, il dottore la prese
sulle sue ginocchia, le fe' sorbire una goccia o due di _laudano_ in
mezzo bicchier d'acqua, e subito gli spasimi dello stomaco della
figliuola si calmarono.

Regina parlava l'ungherese, il russo, il tedesco, il polacco, il
francese, e cominciava a cincischiare l'italiano. L'ungherese era la
lingua di sua madre. Il russo, era la lingua del capo, il quale,
quattro anni prima dello zio Tob, era lo czar della banda. Regina
aveva vissuto quattro anni in Germania; due, nel mezzodì della
Francia. V'erano nella truppa due polacchi ed una polacca--Senza
parlare di due cani, sconcissimi e paganissimi, che scaturivano pure
dalla nobile e cattolicissima Polonia--e dello zio Tob, il quale
poteva esserne altresì, quantunque nato nel Yorkshire--non confessando
giammai la sua patria, tuttochè si vantasse discendere dal re Augusto,
per via scorciatoia. Regina parlava queste lingue con una maravigliosa
facilità, senza accento, avvegnacchè pure senza grammatica.

Qualunque cosa la aveva visto, era restata impressa nel suo spirito.
Qualunque cosa aveva udito, si era confitta nella di lei memoria. Non
sapeva leggere, ma stampellava sulla via del pensiero. Poi, con un
pezzo di carbone, sgorbiava le più strambe caricature e per fino i
ritratti dei suoi camerati. Grattava un violino. Batteva naccare e
tamburino con leggiadria. Per l'immaginazione, ella comprendeva e
indovinava tutto, sovvenivasi di tutto, sapeva di tutto--e raccontando
ciò che sapeva, mimicava con molta grazia i personaggi cui metteva in
scena.

Regina si famigliarizzò subito col dottore--il quale, per leggere fino
al fondo in quest'anima, prestavasi con compiacenza alle
fanciullaggini, alle fantasie di lei.

Ella era completamente vergine d'anima, benchè il suo linguaggio, i
suoi gesti, fossero bruttati dalle memorie di quella vita senza
pudore, nè ritegno propria degli zingari. Il dottore non le fece mai
un'osservazione--sapendo che con le nature, ove l'immaginazione
predomina, l'osservazione è improficua e l'esempio è tutto. Nel medio
dì un mondo nuovo, parlando un altro linguaggio, con altri costumi,
Regina--calcolava il dottore--si eleverebbe immediatamente al medesimo
_diapason_, e la damigella del mondo metterebbe senza pietà all'uscio
la gitanella--senza aver bisogno di sermoni di morale, farla
arrossire, sopra tutto farla pensare sul bene e sul male--ciò ch'è
sovente pericoloso.

Il bene è di rado attraente, è mestieri ricordarsene.

Giunti a Napoli, il dottore spogliò Regina dei suoi cenci molticolori.
Però, quando la vide azzimata da damigella civile, e' ne restò
scompigliato.

Regina era brutta!

La disarmonia dell'attillamento aggiungeva abbellimento alla beltà
rudimentale della gitana. Ora, l'armonia del vestito rilevava
l'incoerenza, l'incompiuto, l'_abrupto_ di quella leggiadria.
L'occhio, inoltre, non aveva ancora trovato quel termine medio che si
addimanda abitudine, e che è la linea di congiunzione ove gli estremi
s'incontrano e le asperità scompaiono.

Imprigionata in gonne inamidate, in busti, in cerchi di balena e di
acciaio, le trecce composte, il capo inquadrato in un cappellino
rosa--ella che era bruna, stretta, stecchita, Regina aveva l'aria
stupida, imbarazzata. Non sapeva più nè camminare, nè sedere, nè
parlare, nè muoversi. Si dibatteva goffamente come un pesce tirato
dall'acqua.

Questo stato di transizione, questo periodo di acclimatazione novella,
quella specie d'intirizzimento fisico e di stupefazione morale,
durarono una settimana. Regina piangeva più spesso che non parlava. Ma
quella settimana trascorsa, della zingarella non restava più che
l'istinto.

Il dottore si trattenne un mese a Napoli, poi si rimise in viaggio per
la Svizzera. Viaggiando, e' raccontò a Regina, o piuttosto le apprese,
l'istoria della di lei famiglia. Le parlò del padre, della madre,
degli antenati, ricamando tutto codesto di circostanze assai naturali
per spiegare alla figliuola--o meglio a coloro cui questa l'avrebbe
poscia raccontato--la di lei vita nomada: come e per qual motivo ella
era stata rubata dagli zingari; poi come ella era stata scoverta e
riconosciuta dallo zio e messa in libertà.

Il romanzo era ammirabile di verosimiglianza, come lo sono spesso i
romanzi--perchè il dottore aveva tirato partito dalla realtà, dalla
vita di Regina. Questa s'intenerì sopra sè stessa--forse restò ella
pure convinta del racconto. In ogni modo, ella percepì di volo che
codesto doveva essere raccontato così, e che il più doveva essere
obliato e taciuto.

Il dottore collocò Regina in una pensione di damigelle protestanti nel
Cantone di Berna. Raccomandò alla direttrice di non cacciar dentro al
cervello di sua nipote nè mitologia, nè catechismo, nè storia sacra,
nè storia greca e romana, nè nulla di quella congerie di stolidezze
che s'insegna in Francia alle donzelle. Chiese che le si apprendesse
la grammatica, le matematiche, la geografia, la botanica, la storia
naturale, i tratti principali della storia moderna di Europa, le
lingue... e poi molta musica, disegno e ginnastica. Sopratutto la
ginnastica.

Pagò in avanzo due anni di pensione e partì.

Passarono quattro anni prima che il dottore pensasse di andare a veder
sua nipote, e perfino a scriverle. Ne riceveva qualche nuova dal
banchiere di Berna, il quale pagava le spese di pensione.

Regina aveva adesso quindici anni.

Nel 1837, il dottore si decise infine a rivisitare la Svizzera.

E' si aspettava, senza dubbio, a trovare un cangiamento radicale nella
gitanella che vi aveva lasciata. La natura e l'educazione avevan
dovuto menare a buon termine l'opera, e realizzare o disingannare
molte speranze e promesse. Ma tutto ciò cui il dottore aveva
fantasticato lungo il viaggio, soprapponendo, per una specie di
ricostruzione psicologica, immagine sur immagine, ritratto su
ritratto, era rimasto indietro dalla realtà cui Regina doveva offrire
ai suoi sguardi stupefatti.

La natura e l'educazione avevano principescamente finito lo schizzo,
cui il dottore aveva intravisto a Nicastro. Regina era veramente
divenuta, per bellezza, quella macchina infernale cui il dottore aveva
presentito.

Il colorito stesso della giovinetta erasi rischiarato. Aveva
acquistato quella pallidezza opaca ch'ànno le Italiane quando son
pallide, non gialle--quella pallidezza perlata, cangiante sotto le
pulsazioni, più o meno vive, del cuore, ed alla marea più o meno calda
del sangue: un caleidoscopio di passioni! Poi, Regina sapeva tutto--o
piuttosto parlava di tutto; perchè la sua memoria prodigiosa la
serviva da sovrana.

Ella ricevè il dottore, innanzi al mondo, con il rispetto e l'affetto
di una tenera nipote. Ma, non appena e' si trovarono soli, Regina si
piegò all'orecchio del dottore e gli chiese:

--Orbene, caro zio, voi non mi dimandate dunque mica nuove della
gitanella di Nicastro?

--Ella è morta, la piccola furfantella--rispose il dottore
intrepidamente.

--Che disgrazia!--sclamò Regina--morta! Pertanto, convenitene, caro
zio, quella scimmiuola lì era pur gentile.

--Io ne conosco un'altra che l'è di vantaggio--rimbeccò il dottore
baciandola in fronte.

Il dì seguente ei partì...

E tre anni dopo, Regina di Nubo, nipote del dottore Gennaro conte di
Nubo, usciva di pensione e veniva a Parigi.

Il dottore la presentò nel mondo l'inverno seguente. Ella aveva
diciannove anni.

Ora, quale era lo scopo del dottore, armando con tanto splendore
questa trappola, caricando questa torpedine, e sopra tutto procurando
con tanta cura di eliminar dal soggetto qualunque cosa potesse esservi
di urtante e d'inverosimile? Ove mirava desso? Che voleva? Tendeva
egli un laccio? Si dava egli un complice? Lavorava ad un'opera buona?
Si associava un aiuto? Si preparava egli le gioie della famiglia--e'
ch'era solo, i due piedi volti alla vecchiezza? Ordiva egli disegni
infami su quella pura creatura?

Per spiegare il pensier del dottore è mestieri da prima di meglio
conoscerlo... Vi dimandiam dunque l'onore di presentarvelo.




V.

Il conte Gennaro di Nubo.


Il conte Gennaro di Nubo era il fratello cadetto del fu principe di
Nubo di Napoli.

Questa famiglia aveva accettato con entusiasmo le idee repubblicane
nel 1799. Aveva poi accolto i conquistatori francesi come liberatori e
fratelli. Al reintegramento dei Borboni, quelli della famiglia di
Nubo, che non perirono sul palco, furono sterminati dai briganti del
cardinal Ruffo. I loro beni furono confiscati; il loro nome, devoluto
all'infamia. Due individui però sfuggirono a questo massacro: una
bambina, allora a nutrice e che poco dopo morì--Maria Luisa Paolina;
ed il conte Gennaro.

Questi aveva previsto che cosa era per avvenire. Avendo dunque
scongiurato inutilmente il suo fratello primogenito di espatriare con
lui, e' precedè i francesi--i quali quinci a poco abbandonarono Napoli
ed andò a fissarsi a Parigi.

Il conte Gennaro era stato l'allievo, l'amico del famoso dottore
Cirillo--il quale, pur egli morì sul patibolo--e che era stato medico
della madre del conte... e forse anche altra cosa. Il dottore Cirillo
amò il fanciullo; di guisa che, all'età in cui gli altri garzoncelli
affogano nella fasce della grammatica greca e latina, sotto la guardia
di un gesuita, Gennaro sfogliava le aiuole fiorite della fisiologia e
della fisica, ripiene di tante attrattive vaghezze. Giovane ancora,
egli si librava di già nelle regioni le più elevate delle scienze
naturali.

A Parigi, poi, il conte Gennaro s'invaghì degli studii medicali,
trovandosi in contatto con i grandi spiriti della Francia
dell'epoca--che era ancora la Francia dell'Enciclopedia e di Voltaire.
Infine, e' prese servigio, come medico, negli eserciti dell'Impero e
seguì la stella di Napoleone, a traverso l'Europa.

Le meditazioni scientifiche non avevano che di poco repressa la sua
immaginazione, dalle lunghe e vaghe penne. Ecco perchè, i drammi
commoventi, le vicessitudini, l'inaspettato dei campi di battaglia, lo
affascinarono al punto, che, potendo per il suo sapere percorrere la
carriera civile e pur quella dell'insegnamento, e' preferì
l'agitazione, il subitaneo, il periglioso della vita militare.

E' dilettavasi sorprendere, colle sue osservazioni sempre un cotal
poco sarcastiche, la natura presa alla sprovvista, in tutta la
brutalità delle fasi differenti delle battaglie. Egli piacevasi a
smussare i suoi sentimenti, la sua sensibilità istintiva, ad
atrofizzare la sua anima. Egli erasi persuaso, che bisognava fare una
grossa parte al cervello, a spese del cuore, se voleva riescire--in
un'epoca in cui la forza fisica governava l'Europa e serviva di regola
alle coscienze. Egli pesava i corollari inevitabili del sistema
napoleonico: il culto dell'interesse; l'anatema dello spirito;
l'annientamento completo di quantunque aveva rapporto con l'ordine
morale dell'umanità... E non ne ripugnava.

Infatti, da quel punto, l'uomo non fu più per il dottor di Nubo altra
cosa che un subietto a studio, un obietto a traffico. E' non stimollo
più; non amollò più; non lo credè più. Lo commerciò, l'_exploita_.
Divenne quindi scettico. Non trovò più nulla di attivo nè nella sua
scienza, nè nella sua coscienza: non più fede di sorta, neppur quella
del calcolo--il quale, in realtà, è pur esso una specie di fede
ragionata. E' servivasi degli uomini come di materiali, e considerò le
azioni umane come dei segni senza valore intrinseco, di cui si
classificava la natura arbitrariamente, secondo la contrada, la
latitudine, i secoli, la civiltà--: qui delitto, là deificamento!--E
per conseguenza, non vizio, non virtù, non delitto, neppure azioni
buone o perverse nella loro propria essenza. Tutto codesto non gli
sembrava che una leva di convenzione per agitare il mondo. I nomi
potevano esser diversi; l'efficienza era la medesima.

Il conte di Nubo amò le donne con veemenza--ma credendole e stimandole
anche meno degli uomini. Egli le amò dei sensi e del cervello; giammai
del cuore. Ed ecco perchè non commise mai sciocchezze, a causa di
passione. La donna, secondo lui, rappresentava in società l'ufficio
della moneta nel commercio: era un segno mediante il quale si
scambiano i servigi sociali--lo scopo, l'intermediario, il salario di
tutta la vita. Desiderò dunque la donna, se ne inebbriò, e la spese
assolutamente come un pezzo d'oro. La ricevè, valutandone la somma di
piaceri che la conteneva; la lasciò, senza rimpianti; la barattò,
all'occorrenza.

Non avendo alcuna convinzione, non avendo alcuna tendenza elevata, il
conte Gennaro di Nubo non poteva avere alcuna fissità nella vita. Era
un eterno viaggiatore annoiato oramai di viaggi, stanco, spossato dal
lavoro, dall'età, dalla sazietà. Cominciava perciò a sentire il
bisogno di riposo. Ma e' non aveva trovato ancora nè il ramo, nè la
nicchia dove avesse a riposare. Gli mancava quella calma dell'anima
che addimandasi confidenza--senza la quale non vi è amicizia, senza la
quale non vi è amore, nè famiglia possibili.

Egli spezzava la corrente magnetica che affluiva verso di lui. La sua
potente intelligenza abbracciava e vedeva tutto; ma era il polo
negativo contro il quale le fascinazioni della vita andavano ad
infrangersi. Egli analizzava le tenerezze; indovinava le affezioni,
come roba da chimica; e l'incantesimo si dissipava.

Sentendosi per il suo forte organismo della specie dei divoranti--come
il leone, l'aquila, il boa--e' non ebbe più mercè per i deboli.
L'istinto è la fatalità degli esseri organizzati; e' gli lasciò libero
corso. Le vittime non lo commovevano più. Lo stesso delitto punto non
l'arrestava. Ma la distruzione sgustollo alla fine, e lo usò.

E' provò allora, nella sua coscienza crepuscolare, una specie
d'inquietudine che si avrebbe potuto dire un dubbio. Fece sosta un
istante, misurando di uno sguardo l'orizzonte intorno intorno, onde
orientarsi ed assicurarsi della via. Poi si rimise in cammino.

--A che pro' derogare?--pensava egli--La linea retta non è la linea
della natura. La linea retta è la più lunga, è la più monotona. La
natura ama la curva. Se l'uomo segue dunque la linea della natura--e
quella della bomba--di chi la colpa? Se tale è il suo spirito, perchè
pervertirlo? se Dio è che gl'infligge questa direzione, perchè
contrariarlo? perchè cangiarlo? L'uomo rettilineo fu in ogni tempo
l'uomo sciocco--anche quando se ne fece un Dio!

Ed il dottore studiava il procedere di Napoleone e di Pitt, che,
andando entrambi per vie oblique, riescirono all'antitesi: l'uno
divenne Imperatore, l'altro rovesciò l'Impero.

Questa vita di allerta necessitava naturalmente un consumo enorme di
attività vitale e di energia. Perpetuamente a l'agguato, come gli
animali carnivori, questa caccia al debole, questa _battuta_ ai
gonzi--che avevan durato circa trent'anni--avevano infine perduto per
lui ogni interesse, ogni vaghezza. Non si vive a lungo in una regione
elevata senza provar la vertigine ed il malessere.

E l'era proprio la posizione cui il dottore di Nubo occupava in
società. E' si librava sull'ordine sociale. E' guardava dall'alto in
basso le idee, i principii, i pregiudizii, le passioni, gl'interessi,
quali, per una convenzione tacita, li si erano stabiliti ed accettati.

Arrogesi a ciò, che quella vita di uccellatore non lo aveva punto
arricchito.

Il dottore spendeva con una prodigalità reale. Ora, per soddisfare a
questi gusti assorbenti, occorreva una fortuna di Nabab. E' guadagnava
certo, moltissimo, per tutti i mezzi; ma la ricchezza non faceva che
traversar le sue mani.

In questa situazione di spirito, in questa posizione sociale, il
dottore erasi più di una fiata dimandato:

--«Che addiverrò io nella vecchiaia, quando le mie forze saranno
paralizzate, e la mia intelligenza sarà presso a poco ossificata?»

Inclinato al fatalismo, e' si fermò poco su questa considerazione. Ma
dessa ritornava e ritornava poi inesorabile, ed accampava nel suo
spirito con altrettanta e maggior persistenza che l'età sua avanzava;
che i suoi proventi si assottigliavano; che le sue morali facoltà
perdevano della loro sofficità e del loro rimbalzo. Inoltre, i dubbii
cumulati poco a poco, goccia a goccia, sul suo conto, cominciavano
adesso a pigliar forma, sostanza, ed il carattere di sospetto.

E' ritrovavasi precisamente nel parossismo di questa preoccupazione
quando vide la gitanina, sulla piazza di Nicastro.

Il dottore insegnava che il pensiero nasce nella polpa grigia del
cervello come il fiore dalla terra, e che l'impressione esterna teneva
luogo di semenza. Ora, la vita della zingarella; le inquietudini sul
suo avvenire; il suo stato di afflievolimento; il disgusto della sua
vita equivoca... s'incrociarono nel suo spirito, si compenetrarono a
vicenda, formarono una mischianza tenebrosa, informe, nella quale
lungo lungo la via, e' non vide, non comprese assolutamente nulla.
Arrivò così alla vetta della montagna di Nicastro.

Che la dottrina del dottore fosse buona o cattiva--ed è pur la
nostra--chi à mai scandagliato a che tiene lo zampillar del pensiero,
ove allogasi la sede della vita? Ciò che certo è, gli è che
l'abbarbagliante lamina di oro--cui, di lontano, il sole ripercosso
dal mare fece scintillare ai suoi occhi--dissipò come per incanto il
caos ammonticchiato nel suo spirito, ed un'idea lo colpì.

Di un lampo, egli percorse ed acciuffò il suo avvenire; formolò un
progetto.

Diede l'ordine di tornare a Nicastro. Ma allo scander misurato del
passo del suo cavallo, gli avvenimenti, o, per meglio dire, i disegni,
si svilupparono nella sua mente.

--Io sono vecchio--pensava egli. Fra non guari non sarò più in istato
di lottare, e meno ancora di spezzare la stolida corrente della
società quale essa è. Sono solo. Quando non sarò più forte abbastanza
per tenermi in piedi e fuori la portata della folla, io cadrò. Ed
altri, che procedono di già sulle mie piste, passeranno sul mio corpo.
La miseria, l'umiliazione, forse il castigo, si rovesceranno su me. Io
ò bisogno di lusso. O' abitudini di benessere che esigono una spesa
enorme, e quindi dei guadagni eccessivi. Il delitto, l'imbecillità, le
passioni, e gl'interessi degli altri àn provveduto fin qui alla mia
esistenza. Li ò trafficati e taglieggiati, tenendomi in guardia ed
imponendomi quando invitato non ero. Poichè dessi vivevano nel male e
del male, che io mi fossi angelo o demone, avevano a subirmi...

Il conte si fermò un istante sul passato. Poi la sua meditazione si
slanciò sulle onde dell'avvenire.

--Fra poco--pensava egli--io non potrò più nulla di tutto ciò, e chi
sa? Per una monelleria della provvidenza--come essi la chiamano--lo
schifo, sì abilmente condotto per trent'anni, potrebbe naufragare alla
fine su quella spiaggia inetta e goffa che si addimanda la polizia
correzionale o le Assisi... Fermiamoci a tempo. D'altronde, proviamo
un po' dell'altra linea--di quella che addimandasi retta, perchè tutta
la plebe la segue più o meno, e perchè il Codice l'à autorizzata, la
religione l'à consacrata. Perchè no? Con l'abilità di un _jockey_
abituato alla corsa sur un cammino accidentato, la corsa sur una via
piana potrebbe essere, egualmente profittevole. Ma, ad ogni modo, è
mestieri munirsi di un parafulmine e di un paracadute, per qualunque
cosa possa arrivare. Quella piccola zingara, la di cui bellezza si
annunzia con tante promesse, potrebbe contenere la mia salvezza. Le
darò un'educazione brillante e spigliata; le aprirò tutte le porte del
gran mondo di Parigi; sarò un mistero per coloro che vorranno
scandagliare le mie dovizie... Sia dunque per le speranze che si
allogheranno sulla mia successione--speranze cui raddoppierò in
raddoppiando di lusso; sia per l'abbagliante bellezza della fanciulla,
ella si mariterà riccamente... o soccomberà come una regina. Allora
finchè lo potrò, seguirò la mia via. Quando poi sarò stanco, quando il
pericolo sarà sicuro, io avrò il mio piccolo nido assicurato nei di
lei penati--il mio _Hôtel des Invalides_--prima del suicidio.
Perocchè, se ella guazza fra i milioni, potrei io morire all'ospedale,
o avvelenarmi?... I creditori, avendo a traversare i cortili di un
palazzo circondato da giardini e popolati di servi, divengono
trattabili. Le diffidenze si spunteranno, quando mi si saprà coverto
della corazza d'oro di mia nipote.

Questo progetto, materiale, volgare, sviluppato e seguìto in tutt'i
suoi dettagli, spinto fino alle conseguenze le più remote
dell'abiezione, dell'egoismo, della bassezza, del delitto, fermentò
nello spirito del dottore.

E' lo mise poi in atto, circondandolo di tutte le precauzioni e di
tutte le attrattive che dovevano farlo riescire.

Regina rispose a tutto, meravigliosamente. La macchina del conte di
Nubo funzionò superbamente. Ella attirò tutti gli sguardi; svegliò
tutte le avidità le più sfrenate. Regina ebbe un successo di voga nel
mondo: fu alla moda, fu la _lionne_ della stagione. Gli amorazzi, gli
amoretti, le seduzioni, le tentazioni, le dimande in matrimonio
piovvero a catinelle.

Il dottore restò saldo.

Regina però aveva indovinato lo scopo del suo allevatore, e con una
certa leggerezza calcolata, gaissima d'altronde, glie lo aveva
sviluppato un giorno in cui il suo pseudozio mostravasi un pochino più
espansivo del consueto. Ella faceva vista, pertanto, di accomodarsi
con docilità alla condotta del suo _cornac_--lo chiamava di questo
nome--si lasciò pilotare, e si promise di giungere al porto con lui,
combinando le sue proprie aspirazioni con i calcoli del suo
_exploiteur_.

Il conte di Nubo credè avere alla fine trovato il suo _desideratum_
nella persona di Alberto Dehal, il banchiere svedese. Egli analizzò la
fortuna del giovane alla lente d'ingrandimento, per suo proprio conto.
In seguito, scoprì che Alberto, oltre i milioni, possedeva uno spirito
meditativo, poetico, un po' vaneggiatore, ma colto e fino, un aspetto
distintissimo, ed amava Regina alla follia. Con delle condizioni
simili, il matrimonio fu subito abborracciato.

Quando tutto fu definitivamente stabilito, il dottore significò il suo
piano alla fidanzata.

Regina si sentì profondamente ferita dai procedimenti del conte. Si
tacque nonpertanto. Fece anzi sembiante di annuire. Però, nel suo foro
interno giurò di liberarsi a proposito.

Noi abbiam già visto ch'ella non vi mancò. E sappiamo ch'ella corre
adesso sulla strada d'Inghilterra--non per le messaggerie, ove il
dottore avrebbe potuto farla arrestare per telegrafo e dove si sarebbe
trovata mista ad un mondo eccessivamente importuno nella sua
situazione, ma in una bella sedia da posta, mollemente cullata nelle
nuvole d'oro dell'amore.

Sergio erasi fatto precedere da un corriere per preparargli i cavalli
da rilievo.


All'ora stessa, il dottore di Nubo, il quale aveva ripreso tutta la
sua calma e si era rassegnato, leggeva al club la lettera di madama
Augusta Thibault. E poco dopo, recavasi da lei.




VI.

Le consolazioni che non consolano.


La bella vedova giaceva distesa sur una _dormeuse_, nel suo _boudoir_,
in _négligé_ di mattino, quantunque fossero già le 9 della sera. Ella
aveva interdetto la sua porta a tutt'i suoi amici ed aspettava il
dottore con impazienza.

Di Nubo tamburinò carezzevolmente sulle belle guance della cameriera
che gli aprì la porta del salone e le fe' segno di ritirarsi. E'
penetrò in seguito nel boudoir, e baciò la sua amica.

--Ebbene, ch'avete voi dunque, bella incantatrice?--dimandò egli. Un
novello accidente di maternità contrariata, eh?

--Dottore--disse Augusta con umore--io non ò il capo a scherzi
quest'oggi. Abbiatevelo per detto.

--Benissimo--replicò il dottore--E' non si tratta mica dunque della
fine di un imprudente oblio, di un...

--Basta, via...

--Allora, si tratterebbe egli forse di un principio di....

--Ah! voi siete incorreggibile.

--A meraviglia. Non abbiam dunque nè un principio, nè una fine.
Tastiamo altra cosa.

--Fatela finita, su! Io sono ammalata.

--Oh! Io vorrei bene veder codesto, veh! che voi disponghiate del
vostro corpo per una così villana bisogna--la malattia!

--Ciò è, pertanto.

--In questo caso... quanto codesto vi rende?--domandò il dottore
sorridendo.

--Voi mi seccate. Andate pur via.

--Sareste voi dunque ammalata per bene?

--Voi nol vedete, eh?

--E dove codesto vezzoso corpicino soffre dunque, colomba mia?

--Al cuore, al cervello, all'anima... da per tutto... Io soffoco.

--Poffardio! che magagne! E voi possedete tutto codesto--voi--cuore,
cervello, anima! Dite mò; vi avrebbero dessi rubato?

--Se non aveste i vostri laidi capelli _fango di Parigi_... vi
batterai--vel giuro.

--Vedete mo' l'abitudine! Si calunnia perfino il colore dei miei
capelli. Ma via, eccomi qui. Parlate: ch'avete voi?

--Io amo.

--A che tasso?

--Per nulla.

--Non trattasi allora di un agente di cambio o di un banchiere,
m'immagino!

--Un artista--no, un poeta, un giornalista.

--Come domine vi siete cacciata voi in codesto brutto roveto?

--Lo so, io? la si è guizzata dentro di soppiatto, a mo' di ladro.

--Amore innocente, platonico, ideale, eh?

--Passate oltre.

--Amore cognito al mondo?

--Misterioso come una cospirazione.

--Allora?

--Allora, allora...--scoppiò Augusta; ma il miserabile m'à ingannata.

--_Requiescat in pace!_ Ed è così difficile di sostituirlo? La
letteratura è in sciopero in questo momento. Le odi non sono scontate
alla Borsa. I giornalisti s'inscrivono all'ufficio di collocamento.
Non avrete quindi che a scrivere, franco di posta, ai _Petites
affiches_ e vi si riporterà il vostro barboncello smarrito, o vi si
servirà un rimpiazzante a modo.

--Orsù! cessate, in nome di Dio e del diavolo. O' bisogno di consigli.
O' bisogno di cure. Soffro.

--Ebbene, in fede mia, debb'essere un bel bellimbusto colui che à
fatto il miracolo di dotarvi di un cuore. Che nome date voi a
codestui?

--Voi lo conoscete: Sergio di Linsac.

--Se lo conosco! Egli era uffiziale nello squadrone volante che
caracollava intorno a mia nipote. Eppoi?

--E' m'à piantata lì... e si ammoglia!

--La fine prosaica di tutte le cattive commedie.

--Ritornando di casa vostra, ieri sera, trovai una lettera di lui, con
la quale mi dà congedo, e mi annunzia che partiva per andare a
sposare.

--In provincia?

--O all'inferno, che so io? E' mi lascia ed ammogliasi: ecco tutto. Ed
io, l'amo.

Il dottore non rispose. Era divenuto pensoso.

--A che pensate voi dunque?--dimandò Augusta.

--A nulla. Avreste voi qualche sospetto della donna con cui il vostro
poeta maritasi? perocchè non suppongo che la conosciate.

--In guisa alcuna. E voi?

--Io credo... Vi sono delle coincidenze strane... Sovvienemi adesso di
parecchie cose a cui io non poneva mente. Pertanto... fo dei
confronti...

--Insomma, la conoscete voi, sì o no!

--O' dei sospetti.

--Come ella chiamasi?

--Innanzi tutto, che pensate voi fare?

--Uno scandalo, un dramma, un'opera... un tafferuglio di tutt'i
diavoli... e vendicarmi.

--Di chi?

--Di entrambi.

--Ciò è male.

--Male! che cosa?

--Lo scandalo.

--Ma io non posso far senza di lui. Non òvvi io detto che l'amavo, che
n'ero pazza?

--Ragione di più per agire con prudenza. Volete voi riescire?

--Ad ogni costo.

--Mettete voi nel gioco perfino Alberto Dehal?

--E la Svezia.

--Perfino il principe di Lavandall?

--Dottore...

--Inteso.

--Il principe è la mia ultima posta!

--Sapete voi chi è la fanciulla, cui il vostro Sergio di Linsac à
rapita la notte scorsa?

--Rapita?

--Sì, rapita, e con cui egli corre le grandi strade in questo istante?

--Nominatemela.

--Mia nipote.

Augusta saltò dal suo canapè e levossi in piedi, il viso pallido, gli
occhi spalancati.

--Sì, mia nipote se n'è ita la notte scorsa--rispose il dottore.

--Ma in questo caso...

--Ma, in questo caso, come io non ò nulla a farmi del vostro poeta, ed
abbisogno di mia nipote, io conto che voi agirete con prudenza e non
bruscherete le cose, per non perder tutto irreparabilmente.

--Io perdo la bussola! sclamò Augusta ricadendo affranta sul canapè.

--Prestatemi il vostro principe di Lavandall.

--Impossibile. Voi lo sapete: egli è la mia provvidenza.

--Io v'ò detto: _prestatemi_ il principe.

--No. Vi sono dei prestiti che non si ricuperano mai più.

--Voi sapete, belloccia mia, che io lo conosco, che lo incontro presso
i ministri, nelle ambasciate, nei saloni del Faubourg. Laonde, se
volessi rapirvelo, non avrei permesso a dimandarvi.

--Ma che volete voi dunque?

--Che me lo serviate in una festa, a casa vostra, alla mia prima
richiesta.

--Sarà ciò subito?

--Non lo so ancora. Ciò dipende...

--Accetto.

--Infrattanto, calma e silenzio. Come vai tu, figliuola mia bella,
adesso?

--Meglio, dottore. Ma Sergio...

--Che vuoi tu che io mi faccia di un poeta, di un giornalista, in
un'epoca in cui ogni monello politico e morale, sciorina giornali, ed
in cui il miglior poema è il listino della Borsa? Ve lo dò come buona
mancia, va! Ma, ve lo ripeto, punto d'imprudenze, e non forziamo il
tempo.

--Sia.

Il dottore baciò Augusta sulla fronte ed uscì.




VII.

Su per le nuvole.


Mentre cospiravasi a Parigi contro la felicità dei due fidanzati, essi
correvano gaiamente la strada per l'Inghilterra.

Quando Lisa faceva le viste di dormire, ovvero cacciava il capo fuori
degli sportelli della carrozza, le bocche dei due innamorati si
rapprossimavano, si toccavano, si azzeccavano l'una all'altra, si
assorbivano, e l'uno aspirava dall'altra un bacio lungo, melodioso,
penetrante, luminoso come l'aurora che levasi, profumato di paradiso.
Essi avevano tante cose a dirsi, che restavano in silenzio! Le
cataratte della parola erano anguste: il troppo pieno traboccava dagli
occhi in uno sguardo, dalla bocca in un bacio.

Essi divoravano la via, perchè la presenza di Lisa li incomodava, ma
non potevano sbrigarsene con convenienza, prima che non si fossero
sposati.

A Boulogne presero il _paquebot_. A Folkstone, la posta di nuovo... E
non si fermarono più che alla frontiera della Scozia, a Gretna-Green,
per celebrarvi il matrimonio provvisorio--cui dovevan poscia far
sanzionare, alla privata, a Parigi, nella chiesa della Trinità.

Quegli sponsali scozzesi erano un pretesto per un lungo e delizioso
vaneggiamento--cui addimandarono la luna di mele dell'amore.

L'albergatore della locanda di Gretna-Green li congiunse. Egli diede
loro, alla benedizione, un estratto del registro ove egli iscrisse il
compimento delle formalità delle nozze--estratto firmato da lui e da
quattro testimoni, per eccesso di precauzione.

Quest'atto compiuto, rimandarono Lisa ad aspettarli a Parigi, e si
misero in viaggio.

Ecco innanzi tutto il certificato: «Regno di Scozia. Contea di
Dumfries, parrocchia di Gretna. Le presenti sono per certificare a
tutti coloro che le vedranno, come mademoiselle Regina di Nubo, della
parocchia di Nicastro nel regno di Napoli, e Mr. Sergio conte di
Linsac, di Nantes, nel regno di Francia, essendo qui presenti ed
avendo dichiarato che erano celibi, sono stati maritati oggi, secondo
le leggi scozzesi, come l'attestano le nostre firme. Gretna-Green
Hall, il 27 giugno...» Nomi dei testimoni.

Questo documento prezioso incassato, essi partirono per visitare le
Terre Alte--Highland--a piccole giornate.


Viaggiatori poco frettolosi, una fontana, un cespuglio, un poggio a
scalare o un bel panorama ad ammirare e bozzare sull'album... tutto
serviva loro di pretesto per fermarsi. Sedevano, allacciavano le mani,
ovvero consertavano le braccia, si guardavano seriamente, scoppiavano
in un folle scroscio di risa, o si baciavano. Tutto cominciava e
finiva per codesto.

La natura sembrava non occuparsi che di queste due felici creature. Se
il sole sorgeva splendido di dietro le isole Orknei; se le alte cime
dei Gramplans, il Ben Mac Dhui, il Cairngorn, il Brocriach...
scintillavano sotto il riverbero del sole che fondeva lentamente gli
strati di ghiaccio; se gli uccelli gorgheggiavano dei loro piccoli
affari di famiglia; se il fiore apriva il suo calice per aspirare la
brezza e la luce; se gli alberi ondulavano soavemente sotto i fuochi
del sole al tramonto; se i paesaggi del Ben Lewis, del Ben Lomond, del
Ben Nevis, del Cruachan si sviluppavano rapidi, profondi, incantevoli,
viventi, armoniosi di tinte e di forma... ratto, Sergio e Regina
s'invitavano scambiavolmente a quelle feste della natura.

--Gli è per te--diceva Sergio--che quel sole s'imporpora di tanta
orgia di luce; l'è te che quel piccolo fiore curioso vuole spiare al
passaggio; gli è di te che quegli augelli ciarlieri chiacchierano per
dirsi: Vedi mo! che begli occhi! Tu non n'ài di così splendidi, mia
vezzosa cardellina! Che bei capelli neri! Nasconditi, su, mastro
corvo! Che testa viva ed allerta! Tu sei ben contadina, al paragone,
signorina rondinella.

E tutto celebrava così il zonzare dei due mortali che traversavano una
contrada poco bazzicata dalla turba, onde trovarsi, soli, intieri in
faccia a Dio ed alla natura, con tutta l'opulenza infinita del loro
amore.

--In fede mia--diceva Sergio--se io potessi tirar dal mio cuore altra
rima che: t'amo! scriverei dei versi.

--Tira pure, tira, e scrivine ancora su codesta rima--rispondeva
Regina.--Io ti darò la replica.

--Con la stessa parola?

--Imparate dunque, signor mio, che io rispetto la prosodia--rimbeccava
Regina, baciandolo.

Di montagna in montagna, di villaggio in villaggio, di clan in clan,
essi consumarono così due mesi di voluttà. Le ore snocciolavano come
perle d'ambra d'un monile nelle mani di una cortigiana greca.

Essi non sfioravano il mondo che delle punte delle ali.

La vita materiale, a dir vero, non era delle più confortevoli. In fra
le montagne di Argyle, di Ross, d'Inverness, di Stillig--dove essi
s'inerpicavano a piedi, le braccia allacciate, gli occhi negli occhi
più sovente che nel cielo--il pranzo, a quell'epoca, lasciava molto a
desiderare, ed il giaciglio ancora di più. Ma quando eglino non
avevano che un cattivo _oat-cake_--focaccia d'avena--o un
_milk-porridge_--zuppa di latte--Regina l'accostava alle sue labbra,
poi lo porgeva a Sergio, e diceva:

--Gusta un po' di questo camangiare!

E quando la sera non trovavano talvolta, in luogo di letto, che una
manata di _varech_ o un lembo di vecchio _plaid_ striato, Sergio
tendeva il suo braccio e diceva a Regina:

--Poggia il tuo capo su questo origliere!

Quanto lontana era Parigi! Come la vita era di rose!

Se un bel garzoncello dagli occhi attoniti vedevali passare, Sergio
gettava a Regina uno sguardo ardente, smagliato di un sorriso
significativo. E Regina arrossiva. Se una povera vecchia, dai capelli
rossi, ben segaligna, ben disseccata, fermavasi e tendeva loro la mano
in silenzio, Regina tuffava la sua mano nelle tasche di Sergio e dava
alla meschina una moneta di sei _pence_, dicendole:

--Dalla parte di questo signore, la mamma!

Le sere in cui esse non trovavano albergo, domandavano ospitalità in
qualche _cottage_ di montanaro o in qualche _House_ di landlord, e
riuniti intorno alla tavola a _the_ di fronte ad una bella fiamma di
sterpi resinosi, Regina provocava la conversazione sugli usi e costumi
della contrada, dimandava storie ed aneddoti, per arricchire l'_album_
e la galleria del suo romanziere.

Sovente e' scalavano i dirupi a picco sul mare--_falaises_--per
ammaliarsi, per contemplare le onde fosforescenti dell'Oceano che
attaccava la spiaggia ai loro piedi, ed il cielo profondo scintillante
di stelle azzurrognole. E Sergio esclamava:

--Gli astri di lassù non valgono questi!

E baciava gli occhi di Regina.

Poi esaltato da quello spettacolo e' le raccontava ora le lotte della
sua infanzia e le follie dell'adolescenza, ora le gioie della sua vita
giovanile e virile contro l'odio, l'indifferenza, la gelosia, gli
ostacoli che aveva avuto a sormontare per praticarsi una via, tra ciò
che puossi addimandare le _savane_ delle lettere, e le steppe della
politica. Egli apriva tutto intero il suo cuore: rimuginavano fino i
più segreti ripostigli; prodigava checchè si aveva di passione e di
sensibilità. E' non celava nulla, non sparmiava nulla. Sciupava senza
riserbo, nè misura, sopratutto senza il tedio del dimani--quel tedio
pensieroso che è lo scoglio a cui frangesi l'amor ingenuo ed ardente,
il quale dà tutto in una volta sola, schiaccia e soffoca l'oggetto
preso nei suoi artigli divini.

Cosa strana! quell'uomo che sapeva con tant'arte e talento distribuire
le scene di un dramma, e condurre gli effetti di un romanzo,
preparando le passioni, versandole gocciola a gocciola, con
progressione ed opportunità, quell'uomo lasciavasi andare, nella vita
reale, con una imprevidenza da adolescente.

Regina, lei, ritenevasi meglio, e vi guardava più al sottile. Ella
smaniava di voglia per raccontare le scene bizzarre di sua
fanciullezza--la vita da zingari, di cui essi vivevano adesso,
richiamandone il sovvenire. Ella avrebbe raccontato quelle scene con
le delizie egoiste di colui che, dall'alto dei veroni del suo
castello, mira i cavalloni dell'Oceano correr l'un sull'altro a mo' di
montagna. Ma Regina si raffrenò. Ella non discorse che della sua
pensione, e della sua vita vaneggiatrice di giovinetta. Ella prodigò
meno ancora l'amor suo--il suo cuore essendo del resto rimasto
straniero alla sua scappatuccia.

Ella erasi entusiasmata, inebbriata del poeta, e lo aveva amato del
cervello, infra la lettura di due odi e due romanzi.

Regina non lesinò dunque un briciolo di questa specie d'amore
prismatico--cui si potrebbe addimandar pure fantasia. Ma quanto a
quello del suo cuore, la gl'impose silenzio.

--Vedremo poi--dicevasi ella.--Ogni cosa a tempo suo. Ciò che dò oggi
basta pel momento.

La donna à sempre, in fondo, un pensiero d'avvenire. In ogni cosa,
ella sfiora il presente e passa senza fermarvisi. Il presente è un
gradino di quella scala di Giacobbe cui ella vede perennemente
rizzarsi dinanzi ai suoi occhi, avendo a cima quell'angelo ideale
verso il quale ella aspira sempre, e cui non stringe giammai. L'è
l'essenza della sua natura di edera--natura incompleta che mai non si
basta.


Questa epopea di amore durò due mesi. Ma alla perfine l'ora della
realtà scoccò.

Sergio, vero galeotto del pensiero, aveva contratto impegni per
procurarsi quattrini. Lo si chiamava a Parigi per tenerli.

E' doveva somministrare un romanzo, in sei volumi, ad un
giornale--romanzo di cui non aveva dato che il titolo: _I Sesti Piani
di Parigi_. Del resto, non aveva abbozzato nè manco un'idea. Partendo,
erasi proposto di meditare il suo soggetto viaggiando. Ed infatti,
aveva di tempo in tempo fantasticato un tantino sul tema. Ma, avendo
cominciato dal _rêver_ dei _sesti piani_, era poi poco a poco disceso
al _primo_, dove erasi visto con Regina, in uno splendido
appartamento, circondato di lusso, di fiori, di felicità.

Sergio parlò dunque di ritorno--tanto più che il clima di Scozia
cominciava a divenir rigido pel loro vagabondare.

Partirono quindi in sulla fine di settembre.

Sergio di Linsac aveva pregato il suo amico Marco di Beauvois di
trovargli un alloggio e di farlo mobigliare alla larga, riserbandosi
di ornarlo affatto secondo il gusto di sua moglie, al loro ritorno.
Egli aveva ceduto il suo appartamentino da scapolo a Marco. Questi gli
aveva procacciato un piccolo _chalet_, tra due giardini, nella via di
Boulogne--dimora appartata, tranquilla, civettuola.

Regina trovolla stupenda e l'addobbò a magìa.

Lisa li serviva.

Qualche giorno dopo il loro arrivo a Parigi, Regina scrisse al dottore
di Nubo una lettera meno burliera della prima. Alla quale il dottore
non rispose. Alla vigilia del giorno prefisso per legittimare il
matrimonio secondo le leggi francesi, Regina si recò dal suo ex-zio e
gli portò una lettera di suo marito. Il dottore ricevè la sua
ex-nipote gelidamente, non le diresse un motto di rimprovero, non fece
alcuna allusione al passato. Gettò l'epistola di Sergio sul tavolo
senza aprirla, e non andò nè al municipio, nè alla chiesa.

Regina cominciava a sentire una specie di freddo al cuore. Ella
principiava a trovarsi sola e si atterriva di quell'isolamento.

Imperciocchè, checchè se ne dica, il marito non è mica tutto per una
donna!

Per trovarsi a completo, la donna à mestieri sentirsi dietro una
famiglia del passato--i parenti--ed innanzi una famiglia
dell'avvenire--i figliuoli. Codesti sono le sue guardie del corpo. Un
marito, anche imbecille, è poi sempre, più o meno, un padrone.

A quella specie di solitudine, cui le creava l'assenza dei legami del
sangue, arrogevasi la libertà intera ed illimitata cui Sergio le
lasciava, e la vita che costui era forzato condurre per compiere i
suoi lavori.

Un uomo di lettere--poche eccezioni salve--è il peggiore dei mariti,
per una donna che aspettasi a trovare in lui il pontefice massimo
della bellezza di lei ed il primo gentiluomo di sua camera--un essere
previggente, in una parola, dalle piccole moine, espansivo, delicato,
innamorato.

Un uomo di lettere serio, non si mischia troppo al mondo, che per
eccezione. Di consueto, egli vive fuor del mondo, di una vita
fittizia, in mezzo ad esseri ch'egli evoca dal suo cervello. I giorni
dell'uomo del pensiero scorrono in mezzo al cozzo delle idee che
s'incrociano nel suo spirito; assiepato di sistemi, di dottrine, di
collezioni, di teorie, di libri; in presenza di allievi o di nemici,
di credenti o di denigratori; assorto, distratto, sgarbato, stanco,
strano, perduto fra gli uomini reali. Però, quando à la sorte di
sapersi lasciar dietro, nel suo gabinetto, tutta questa plebe di
larve, il letterato o lo scienziato, è un trionfo di grazia--Egli
indora e rallegra la vita di coloro che lo attorniano e l'avvicinano.

Libero di queste preoccupazioni, quando trovasi in contatto con
stranieri o nel mondo, l'uomo di lettere o di scienze, spoglia la
persona sua vera e s'investe di una parte--cui egli rappresenta del
resto con una abilità suprema. Ma, nel grembo della famiglia, in
faccia della moglie--per la quale egli crea quella miriade di spettri,
che debbe loro servire il pane quotidiano--ben pochi uomini di lettere
o di scienze si smentiscono o si trasformano; ben pochi rinunciano al
loro essere intimo e si addobbano di un carattere forzato, e fuori
dell'elemento abituale in cui vivono; ben pochi insomma divengono
commedianti al loro focolaio. L'uomo della sala da pranzo, l'uomo
della camera da letto, resta spessissimo l'uomo del gabinetto dal
lavoro. Ed e' racconta a sua moglie la vita del suo pensiero e le
gesta dei suoi fantasmi.

Se questa moglie è una donna superiore, se ama suo marito, ella
interessasi a questa creazione quotidiana; invita suo marito a
presentargliela, l'incita a parlare--accelerando così la procreazione.
Ella l'aiuta dei suoi consigli--spessissimo eccellenti--Gli comunica
le sue impressioni e le sue idee, non raramente giuste.

Una donna leggiera, una donna egoista, che vive in sè e per altrui,
annoiasi dei vaneggiamenti, dell'idealismo di suo marito--se
tuttavolta non ne diviene gelosa e se n'offende. Ella trovasi
negletta.--Ella vede delle rivali nelle visioni di lui.

L'uomo di lettere, inoltre, à spesso dei doveri sociali, cui non può
fare partecipare a sua moglie. Egli bazzica talvolta una compagnia ove
una madre di famiglia si troverebbe fuori posto.

Sergio, capitano nella stampa quotidiana, lasciava dunque Regina assai
soventi soletta, per delle lunghe sere, dopo aver passato tutto un
giorno nel suo studio.

Egli vedevala per un istante all'ora dell'asciolvere; poi rientrando,
ad un'ora del mattino, e' sedeva alle sponde del letto di Regina e
chiacchierava con lei fino alle tre.

Egli era obbligato a desinare in città parecchie volte nella
settimana. Lo si sapeva uomo di spirito, ed i suoi protettori lo
servivano come un _hors d'oeuvre_ ai loro commensali.

Quando era ben stanco, addormentavasi a fianco di sua moglie. Ma alle
8 del mattino, il galeotto ripigliava la sua catena--e via!


Regina aveva conosciuto Sergio nei libri scritti da lui, e nel mondo.
Ella aveva per conseguenza conosciuto la maschera--direi meglio
l'attore--Ed erasi invaghita di lui come un'educanda--avvegnachè la
fosse di già bene sveglia e bene allerta. Ella aveva rinvenuto il
medesimo essere durante i due mesi di peregrinazione passati insieme.
Imperciocchè lì, Sergio erasi completamente obliato, aveva messo la
sordina all'ebbolizioni del suo cervello; aveva rilegato ben lontano
l'esigenze di Parigi, ed aveva vissuto del cuore. Adesso, egli aveva
ripreso il suo giogo... E Regina nol riconosceva più.

--Me l'ànno cangiato--ella dicevasi--o egli m'à stranamente
mistificata.

Ella pertanto non querelavasi. Però, un lievito di amarezza cominciava
a germogliare nella sua anima. Non rimpiangeva nulla ancora, ma
rifletteva.

A che rifletteva dessa?

L'ora giunse.

Le feste cominciarono.

Durante il suo soggiorno col dottore, Regina aveva frequentato i balli
dei ministri, degli ambasciatori, del Faubourg Saint-Germain.

Il medico è un elemento neutro nella società. Egli è al suo posto
dovunque, nel soffitto come alla Corte; egli à il suo libero parlare,
il suo libero procedere; egli è re--egli ordina; egli è padre--e'
consiglia. Nipote del dottore di Nubo, Regina andava ove il dottore
voleva condurla; nipote del conte di Nubo--uno dei nomi più
aristocratici in Italia--ella era al suo posto dovunque.

Non era la medesima cosa per la signora Sergio di Linsac--quantunque
contessa.

Regina trovavasi identificata alla condizione di suo marito. Il suo
posto era disegnato conseguentemente in quel medio ove l'uomo di lettere
può vivere--nella sua qualità di uomo; il suo posto era determinato dal
partito politico cui egli apparteneva. Dappoichè--nella sua qualità di
artista--sopra tutto quando il letterato è celibe, egli non trovasi
intruso in alcun sito.

Regina, che piacevasi a disegnare, spendeva i suoi dì nel suo piccolo
_atelier_, sovente in compagnia di amici di suo marito. Perocchè il
marito di bella donna non manca mai di amici, più o meno intimi,
teneri, divoti, pieni di attenzione--disinteressati sopra tutto!
Questi amici accorciavano un poco le lunghe serate di Regina e le
rallegravano. Ma ciò non bastava. Ciò non soffocava, principalmente,
il rimpianto del paradiso da cui era esiliata adesso. Ella sospirava i
balli diplomatici e ministeriali, ed in cima a tutto quelli del
Faubourg.

Ella trovava milensamente ridicole le feste della Chaussée d'Antin, e
quelle del mondo della finanza. Ella sbadigliava a morire allo
spettacolo--ove Sergio la conduceva ogni qualvolta ella lo desiderava.
Regina principiò a sentire una specie di nostalgia del mondo elegante
ed aristocratico. Non pertanto, ella divertivasi moltissimo a quelle
feste fantastiche che davano di tempo, in tempo gli artisti--ma desse
erano rare, perchè troppo costose.

Regina non fiatò motto a Sergio della rivoluzione che si operava nel
suo spirito. Nè Sergio la scoprì. Il dottore, lui, era perfettamente
al corrente di ciò che avveniva della sua pupilla.--Perchè Lisa lo
raccontava a Trust, e Trust lo ripeteva al padrone. Solamente egli
diceva:

--Ah! signor Dio, _monsieur_, Lisa si annoia; Lisa vuole andare al
ballo; Lisa è andata al teatro; Lisa à voglia di pizzi e di
_cachemire_.

Egli confondeva le persone; identificava la _soubrette_ con la
padrona.

Un mattino--il mattino del capodanno--il dottore colazionava, quando
sentì due piccole mani poggiare sulle sue spalle, ed udì una voce
insinuante che gli mormorava all'orecchio:




VIII.

Dove si vede... ciò che vedrete.


--Voi tenete dunque ancora il broncio, cattivo zio?--disse quella
voce.

--Affatto--rispose costui tranquillamente. Io ti aspettava.

--Davvero?--gridò Regina, sfolgorante di gioia.

--Magari! Credi tu che io avrei vissuto sessant'anni per non imparar
nulla? Ti aspettavo.

--Perchè allora non mi avete chiamata prima?

--Perchè io non aveva bisogno di te; e perchè io era sicuro che tu
saresti venuta quando avresti avuto bisogno di me.

--Sempre lo stesso!--sclamò Regina, sospirando. Il vostro cuore non
spiana dunque giammai le sue rughe?

Il dottore la fissò tra i due occhi e sorrise.

--Voi credete dunque che sono venuta perchè ò bisogno di voi?--chiese
Regina.

--Non lo credo: ne sono certo--rispose il dottore. Ed ecco perchè
soggiungo: sbrigati a dire che cosa ti occorre--perchè debbo uscire.

--Ma, non mi occorre proprio nulla. Voleva solamente...

--Grazie, e buon giorno. Prendi una tazza di thè?

--Venivo a far colazione con voi. Ma ora nol voglio più. Sareste
capace di dire che non venivo se non per questo...

--E per altre cose.

--Ah! E quali dunque, se vi piace, signore?

--Mi riguarda ciò forse? Sarà di già bene abbastanza di udirlo. Non mi
dò dunque la pena d'indovinarlo e di dirlo.

--A maraviglia. Voi divenite di una brutalità a far scoppiar
d'invidia... un editore--direbbe mio marito.

--Gli è che gli editori ànno ragione quando ànno a fare con
scribacchiucci del calibro di quello lì.

--Voi siete ingiusto, dottore. Il signor Sergio di Linsac è un uomo
compito, di grande ingegno, di gran cuore, che mi ama molto e mi rende
felice.

--Peste! lo tradiresti di già, per consacrargli un simile elogio da
epitaffio al Père Lachaise?

--Mi pento di esser venuta. Oh! sì: dovevo pur saperlo che gli uomini
come voi non perdonano mai.

--E perchè no... quando sprezzano l'offesa?

--Io sovverrommi mai sempre di ciò che ero, e di ciò che avete fatto
per me. La gitanella di Nicastro aveva la sua piccola volontà; ma ella
aveva altresì del cuore.

--Per chi, dunque?

Regina guardò a sua volta fissamente il dottore e rispose:

--Per quelli che l'ànno amata.

--In questo caso, io conosco mica male di deseredati. Ma passiam
oltre. Adesso la gitanella in questione si annoia.

--Un pochino.

--Ella trova il tempo lungo, l'esistenza vuota, le serate monotone e
scure. Ella è sola nel mezzo della folla, vedova al focolaio
domestico. Ella si trova fuori di classe, fuori dell'orbita sua
naturale...

--Voi credete?

--La giovinetta cotanto festeggiata nel mondo, si tedia, giovane donna
più che giammai. La giovinetta sì elegante, sì scintillante di gusto e
di semplicità, si trova, giovane sposa senza diamanti, senza carrozza,
senza una falange di lacchè... attrice riboccante di brio e di
spirito, in tutta la potenza dei suoi mezzi, ma senza teatro, senza
pubblico.

--Voi esagerate, dottore.

--La fanciulla aveva vaneggiato di un Dio che doveva trasfigurare la
giovane sposa. Ella à visto quel Dio trasformarsi egli stesso in una
creatura fastidiosa, silenziosa, distratta, che beve, mangia, dorme, e
carezza sua moglie--quando la carezza--come l'ultimo dei facchini
dell'Auvergne.

--Eh, Dio mio! l'è la storia di chicchessia--sclamò Regina
sospirando--l'è la storia della donna e del matrimonio. Perchè me ne
lagnerei, io?

--E chi dice che tu te ne lagni? Io constato la situazione del tuo
spirito.

--Ebbene. Quando ciò fosse? Io avrei torto: ecco tutto.

--Ma, è fuori dubbio che tu ài torto. Il realizzamento di queste
visioni non può esser permesso che alle donzelle dell'_Opera_... o
alle mogli dei milionarii. La moglie di uno scrittore deve fare i
conti con la sua cuoca--quando ne à una--andare al mercato, portare
delle _toilettes_ modeste, e mettere da banda un po' di gruzzolo per i
giorni di non lavoro, par i figliuoli--che capitano checchè si faccia
per evitarli. Che sono, al postutto, tutte codeste follie della vita
elegante? Tu le conosci pure. Tu le ài gustate, tu le ài divise con le
duchesse e con le ambasciatrici. Quantunque un ex-zingara, tu devi
esserne sazia, stufa. N'è vero, figliuola mia?

--Mica poi tanto!--sclamò Regina, sospirando.

--E tu ài torto. Tuo marito vive nobilmente della sua penna--lo
riconosco, avvegnachè non l'ami. Ma il tempo della penna è passato. La
Francia muore d'un ingorgamento di lettere. Mr. Guizot vi metterà
ordine--e farà bene. Meno scienziati, e più sensali e agenti di
cambio! Tu mi costavi dodici mila franchi l'anno. Adesso...

--Non ve ne costerò che sei mila...--susurrò Regina, carezzante.

--Mille grazie. Io mi riformo. Metto poste alla cassa di risparmio,
per la vecchiaia--come le cuciniere. Chi sa che può avvenire? Prendi
dunque il bruno del passato, e rassegnati.

--Io mi tedio a perirne.

--La gloria non ti basta, dunque, eh!

--La gloria è del sesso femminile, dottore. E poi, dessa è a mio
marito.

--Non vi siete voi dunque mica maritati col regime della comunità?
Egli ti celebra pertanto, nei suoi romanzi.

--Ebbene, sì. Egli mi à ultimamente collocata in un soffitto. La sua
Regina è bella... ma abita il sesto piano sul mezzanino. Io l'avrei
preferita in un palazzo. Mi capite?

--Il sesto piano è l'olimpo dell'amor vero. Non l'abita chi vuole.

--Si ama benissimo anche al primo piano, m'immagino.

--Ami tu tuo marito?

--Che domanda! l'avrei sposato senza ciò?

--Un milione di gaudi, allora. Un tugurio... ed il suo cuore!...

--E poichè vi siete, soggiungete: e sessanta mila lire di rendita!

--Io conoscevo un certo Svedese che ne possedeva trecento mila.

--Codesto, è storia antica... passiamo.

--Ne conosco che ne ànno cinquecento mila.

--Codesto è un sospiro di vedova... passiamo ancora.

--Vi auguro il buon giorno, signora contessa Sergio di Linsac.

--Quando verrete voi a pranzo da me--a _pique-nique_, bene inteso!

--Non ne so nulla. Non ne ò il tempo. Gl'inviti mi soffocano.

--Mettetevi al regime omiopatico.

--Io sono allopatico, carina--e non appostato--quantunque ciò sia alla
moda. A proposito, se incontrate per avventura la gitanella in
questione, ditele, che vi è per lei da Delille una veste e certi
pizzi. Che vada a reclamarli. Inoltre, ditele che io vado al ballo
dell'ambasciata d'Austria il 10 corrente, e che quella sera lì, io
resterò in casa fino alle 11 pomeridiane, aspettando una vettura che
venga a prendermi.

--Voi volete dunque pervertirla?--sclamò Regina, baciando il dottore
sulla fronte. Io non porto mica di tali messaggi. Addio. O' fame, e
vado ad asciolvere in casa mia.

--A vostro comodo, signora Alberto Dehal... ah! scusa! signora
contessa di Linsac.

Regina fece un segno di minaccia col suo dito, scintillando di un
sorriso che illuminò la camera.

Il dottore la vide partire ed un ghigno spaventevole si stemperò sul
suo sembiante. Poi prese un foglietto e scrisse:

«Trovata. Al ballo dell'ambasciata d'Austria.»

Piegò quindi la lettera e vi mise l'indirizzo: «Al signor principe di
Lavandall. Rue d'Amsterdam, n. 97.»

Si vestì ed uscì.




IX.

Eva ritorna all'Eden.


--Vittoria su tutta la linea, mio caro!--gridò Regina, rientrando e
saltando al collo di suo marito.

--Che dunque?--sclamò costui.

--Lo zio à piegato. L'ò portato via di assalto.

--Ed e' à lasciato fare?

--Non mica. À resistito, il vecchio ostinato, à risposto di becco ed
unghia; ma infine...

--Egli à ceduto?

--Completamente. La pace è firmata. Egli è stato per fine gentile.

--Al postutto che cosa gli costa codesto.

--Codesto?... gli costerà almeno sei o otto mila franchi, per il
momento.

--Vale a dire?

--Vale a dire, ch'egli mi à annunziato esservi per me da Delille una
veste e dei pizzi. Ora, poichè vi sono, non vo' fare le cose a mezzo.

--Ed è lui che paga?

--Bene inteso.

--Senza condizioni?

--Una sola.

--Me lo immaginavo. Quale dunque?

--Che il 10 gennaio io vada a prenderlo in carrozza per condurlo al
ballo dell'ambasciata d'Austria.

--Addobbata di quell'abito e di quei pizzi in discorso?

--Lo penso bene.

--Per farne mostra innanzi ad una turba di stranieri, e provar loro,
che in fatto di gusto, la Parigina è la prima donna del mondo?

--Il dottore è naturalista: egli ama provare con i fatti.

--Ebbene, mia cara, ne sono incantato.

Regina lo abbracciò ancora una volta.

--Ma tu sarai meco--disse ella.

--Uhm! codesto è un altro paio di maniche--borbottò Sergio.--Io sono
in delicatezze con l'Austria.

--Come ciò?

--L'Austria è una vecchia civetta che vuol darsi l'aria, i gusti,
l'andazzo, le passioni di una giovinetta. Ora, nella mia qualità di
giornalista dell'opposizione, mi occorse più di una fiata provarle,
che i suoi denti erano falsi; i suoi colori, belletto; i suoi
diamanti, _strass_; i suoi addobbi, un vecchio resto di rivendugliola
di _toilette_; la sua fierezza, burbanza scenica; la sua forza, un po'
d'isterismo; ed il suo codazzo, dei creditori, i quali un giorno o
l'altro finiranno per perder pazienza, e non mica amanti. Tu
comprendi! dopo codeste brutalità, una vecchia ragazza non perdona
mai.

--Ma allora?

--Tu andrai al ballo con tuo zio. Ciò è ammesso e si vede ogni giorno.
Egli, è più austriaco del principe di Metternich. Ed io ne sono
rapito; perchè io capisco, piccina mia, che la vita in cui forzato
sono d'imbragarti, è scura e monotona. Non appartenendomi io stesso,
posso appartenerti ben poco. Ma io non sono egoista.

--Lo so.

--Divertiti dunque, poichè tuo zio vuol di nuovo servirti di
introduttore. Solamente, ricordati amica mia, che tu porti un nome che
obliga. Io tengo poco ad un titolo che vienmi di antenati che furono
alle Crociate. Ma tengo moltissimo a quello che vienmi da Dio, il
quale me ne fè dono sotto la forma di strofe scintillanti, di romanzi
passionati, e di una polemica politica che à spezzato più d'un
ministro.

--Il nome tuo è pure il mio--risposa Regina--e ne sono fiera quanto
te.


L'indomani fu per Regina una giornata di lavoro. Ella corse i negozi,
le sarte, le modiste, i mercanti di fiori, i gioiellieri. Ella
apparecchiava le sue armi da battaglia.

Vi è una certa ansietà nella donna che va per la prima volta nel
mondo, dopo le sue nozze. Ella va a pigliar posto. Ignora ancora se la
graziosa o civettesca disinvoltura della giovane donna farà obliare
facilmente l'aria impacciata, la modestia quasi sciocca cui affettò
fanciulla. Non conosce ancora quella linea indefinibile, e pertanto
capitale, ove la facilità, l'indipendenza, la grazia, la seduzione,
l'originalità delle maniere finiscono, e dove la libertà comincia.
Ella conosce un uomo, ma non ancora gli uomini. Non à sperimentato
ancora l'effetto del cangiamento che si è operato nella persona
sua--se desso à aggiunto o tolto qualche vezzo ai vezzi suoi. Ella non
à provato ancora le novelle armi della _toilette_ di una donna: lo
scollacciato, i monili, lo sguardo intrepido, il sorriso franco ed
aperto, il rimbecco subito senza arrossire, la provocazione. Ella fa
la sua prima entrata sul teatro attivo della vita. Mentre la
giovinetta aspettava, ella va adesso ad agire. Ella presentasi sotto
un'altra maschera, sotto un altro nome, in un'altra parte: riescirà?

Ella va a piantar questo problema--ed il dubbio, l'ansietà, l'agitano.

Regina sentiva tutto codesto. Ella andava a dar battaglia.

Ad ogni azzardo, ella cominciò dall'armarsi a meraviglia.

Portava una veste di crespo cilestre con un grande _volant_ di pizzo
bianco, rilevato ai lati da quattro grappoli di brughiera rosa. Il suo
seno nudo si apriva sopra un mazzetto di mughetti. Alcuni rami di
brughiera bianca s'innestavano nelle dense trecce dei suoi serici e
lunghi capelli. Due bottoni, di un sol diamante, pendevano dalle sue
orecchie rosee e sottili. Le sue spalle nude rivaleggiavano col
soffice bagliore delle file di perle che serpeggiavano intorno ad un
collo maravigliosamente bello. E le sue braccia bianche e rotonde
impedivano di rimarcare le due girate di grosse perle che le
allacciavano i polsi.

Regina era alta, flessibile, svelta come una liana. La sua vita
avrebbe destato invidia in una vespa. I suoi occhi, di un nero bleu,
illuminavano la sua fisionomia del più puro tipo spagnuolo della
scuola di Zurbaran. Aveva una pallidezza sana, fresca come una
gionchiglia, appetita e mordente, che rivelava l'equilibrio della
vita, animando in modo eguale una struttura di primo ordine. Sul suo
sembiante volteggiava quella calma calda e stellata delle notti di
està. Le sue labbra rosse, un tantin carnute, erano un focolaio di
amore, una pila voltaica di voluttà. Il naso, insensibilmente curvo,
le dava un'aria fiera e degna, che imponeva rispetto ed indicava ad un
tempo che, se giammai una passione agitasse il suo cuore, quella
passione potrebbe diventare un uragano. I suoi piedi piccini,
inarcati, elastici davano i brividi.

Quando Regina entrò nel salone, tutti gli sguardi si volsero e
fermarono su di lei. In mezzo ad una folla d'inglesi--pettinate con
uccelli di paradiso, azzimate di rosso e schiacciate sotto una
bardatura di diamanti; in mezzo a delle matrone germaniche--caricate
d'abiti di velluto verde pomo; infra Americane adornate come
tabernacoli di ogni sorta d'oreficeria; d'Italiane, balenanti come
iride, e di Russe splendenti di gioielli... quella giovane sì bella,
sì elegantemente semplice, messa con un gusto sì squisito, di un
portamento sì sereno e sicuro di sè, doveva naturalmente far senso,
per la stessa bizzarria del contrasto. Regina, del resto, era di quel
piccolo numero di Parigine che--adorne con la medesima aristrocratica
semplicità--formavano la via lattea del ballo dall'ambasciata.

Ella divenne quindi all'istante il centro della festa. Gli inviti alla
danza s'incrociavano.

Alberto Dehal, che era pur quivi, non osò neppure salutarla. Restò a
contemplarla in uno stato di stupefazione estatica.

Il dottore si tenne sotto l'arco di una porta e calcolava. Ma non
passò guari, e vide entrare nel salone, in faccia a lui, un signore di
alta statura, il petto screziato di decorazioni, vestito da generale,
ed i suoi lineamenti, i suoi capelli biondo-rossi, il suo portamento,
tradendo la sua origine settentrionale.

Il dottore traversò la sala dove trovavasi Regina, e cui lo straniero
traversava anch'egli lentamente, salutando questi, dicendo un motto a
quegli e sbirciando tutti e tutto.

Lo straniero vide venirgli incontro il dottore e fermossi.

--Dottore--disse egli, porgendogli la mano--sono fortunato potervi
annunziare pel primo che la nostra Accademia delle Scienze si è
largito l'onore di nominarvi suo membro straordinario.

--Mille grazie, principe--rispose il conte di Nubo salutando. Il
vostro sovrano debbe essere ben fiero di aver all'estero un
rappresentante, come l'Eccellenza vostra, che recluta anime... anche
per l'accademie!

--A proposito, dottore, vorreste voi permettermi di presentarvi uno
dei nostri scienziati, che m'è capitato con l'ultimo corriere, e di
pregarvi di piloteggiarlo un po' pel mondo della scienza?

--Sarò felice di essere ai vostri ordini, principe.

Essi parlavano così, un po' a voce alta, perchè molta gente stava loro
intorno. Ma, senza cessar di parlare, il dottore aveva rinculato passo
a passo nel vano di un balcone.

Quando si videro soli:

--Ebbene?--domandò il principe.

--Ella è qui.

--Quale dunque?

--La più bella del ballo.

--Sarebbe dessa la giovane che porta delle _brughiere_ bianche tra i
suoi capelli neri?

--Per l'appunto.

--Un abito cilestre con pizzi bianchi ed un mazzolino di mughetti sul
seno?

--Vostra Eccellenza la dipinge.

--Dal color pallido.

--Proprio così.

Il principe, senza soggiunger sillaba, volse le spalle al dottore di
Nubo e rientrò nel salone.


Regina era circondata da una palizzata di _attachés_ d'ambasciate di
tutte le nazioni.

La contradanza finiva allora. Ella favellava con ciascuno e con tutti
nel tempo stesso, indirizzando la parola in inglese all'uno,
rispondendo in russo all'altro, parlando in tedesco, per mettere sulla
via un Prussiano che schermeggiava di un francese a mo' di singhiozzo.
Il principe di Lavandall aleggiava intorno al circolo, e, pur
chiacchierando con un maresciallo, non perdeva nè una sillaba, nè un
movimento di Regina.

L'orchestra dette il segnale del _walzer_.

Il principe ed i passeggiatori sgombrarono il salone.

Il principe incontrò il dottore in un'altra camera dove giuocavasi al
_whist_.

--Incantevole!--disse egli.

--Una _moxa_!--rispose il dottore, sorridendo. Dovunque la si vorrà
applicare, porterà via un lembo.

--Bisogna che io le parli.

--L'è facile.

--Non qui però.

--Vi preparo allora un'incontro ad un ballo di madama Thibault. Là,
voi sarete in casa vostra.

Il principe sorrise ed uscì, dicendogli:

--Il più presto possibile.

Alle due del mattino, il dottore rapiva sua nipote dalla festa. La
quale dopo la partenza di lei, sembrò oscurarsi.

Regina era fulgurante di gioia e di bellezza. La vita del ballo aveva
raddoppiato _la sua vita_.


Otto giorni dopo, il ballo da madama Thibault aveva luogo.




X.

Ciò che si cerca e ciò che si trova.


Sergio era partito da due giorni, per non so quale inauguramento di
statua di grande uomo in una città di provincia.

Madama Thibault era uno di quei misteri delle grandi città, cui si
sospettano, cui si indovinano anzi, ma cui non si riesce mica spesso a
spiegare.

Il solo uomo che conoscesse il totale di questo logogrifo era il
dottore di Nubo, perchè egli era stato in parecchie occasioni, come
per tanti altri, il suo medico, il suo confessore, il suo complice, il
suo coadiutore, il suo consigliere, e chi sa se non vi ebbero pure tra
loro relazioni di altra natura.

Il dottore aveva conosciuto questa donna in una circostanza terribile.
Egli aveva prestato i soccorsi del suo ministero al signor Thibault,
che era stato portato in casa sur una barella, ferito a morte in
duello. Poi, il dottore era restato medico della giovine bella
vedovina.

Il signor Thibault aveva guadagnato una fortuna considerevole nel
commercio dei grani. Quella fortuna era nel suo portafogli. Perocchè,
egli andava a farne collocamento, quando una provocazione--sotto la
forma di uno schiaffo--sopraggiunse,--e vi mise ostacolo.

Gli eredi non trovarono becco di quattrino di quella fortuna.

E si disse, che la vedova avesse rubato i parenti di suo marito; che
il dottore le avesse tenuto il sacco nell'operazione.

Tutto codesto, nel fondo fondo, era presso a poco falso. Madama
Thibault non aveva sottratto che un centinaio di mille franchi,
tutt'al più.

Nondimanco, ella menava una grande esistenza!

Per giustificarla in un modo meno sgustevole, ella lasciava correre,
senza troppo contraddirli, gli altri rumori sull'origine di sua
ricchezza. La verità però l'è la seguente:

Madama Thibault aveva un magnifico appartamento nella via di Provence.
Attiguo al suo appartamento, eravi un piccolo alloggio ove dimorava
Sergio di Linsac. Se si fosse spostato la libreria di costui,
sarebbesi scorto, dietro questo mobile, una piccola porta praticata
nel muro, la quale aprivasi addirittura in un armadio a specchi,
nell'appartamento vicino, nella propria camera da letto di madama
Thibault. Augusta poteva amar così il poeta a suo comodo, senza che il
mondo ne avesse giammai potuto indovinar nulla e neppur sospettarlo.

Bisogna però soggiungere che Sergio di Linsac non era iscritto nel
bilancio di rendita di madama Augusta Thibault. Ella lo amava di
cuore, lo amava dei sensi e la partita saldavasi così.

Ma la buona dama non si contentava della diaria un po' magrina del
poeta.

Alla sommità della via di Clichy, eravi a quell'epoca una gran casa,
con un'immensa corte, nel fondo della quale prendeva origine una
scalinata di servizio. La gabbia della scala nascondeva quasi una
porticina a vetri colorati, che non aprivasi mai, sporgendo in un
piccolo giardino, affittato allora al proprietario di una palazzina
dietro la casa. La porta a vetri era dunque interdetta.

Madama Thibault aveva affittato il quarto piano di quella casa, per
allogarvi una povera vecchia paralitica sua parente, a cui portava
affetto. E come la signora Thibault bruciava di carità a mo' delle
divote, ella recavasi colà due o tre volte la settimana, onde largir
sussidii alla congiunta, e restava a favellare a lungo con lei.

_A lungo_, diceva ella, ripetevano altri. In realtà madama Thibault
non vi si tratteneva che cinque o sei minuti. Poi, discendeva con
cautela, apriva la porticina vetrata, di cui possedeva la chiave, e si
trovava nella stufa della palazzina--l'entrata principale della quale
era nella via di Amsterdam, n. 97.

Quella palazzina apparteneva al principe di Lavandall.

Questi era iscritto sul bilancio d'introito di madama Thibault ad una
quota variante, tra i 90 ai 100,000 franchi, l'anno.

Quando madama Thibault riesciva, verso le cinque, dalla palazzina del
principe, e traversava il cortile della casa della via di Clichy, i
portinai, se per avventura sbirciavanla dal loro covo, sclamavansi:

--La santa donna! quante consolazioni reca dessa all'inferma!

--Ed a voi, eh!--madama Pillet?--soggiungeva la cuoca del secondo
piano.

Il signor Pillet degnava sorridere.

Quelle visite occupavano un tantino l'ozio dei lunghi giorni di madama
Thibault.

Ma le notti erano altresì così lunghe, così solitarie, così
silenziose! Non piacendole ricevere visite in casa, se ne andava al
teatro od a far visita altrui.

Madama Thibault aveva un intendente che avrebbe sconcertato tutti gli
etnografici del mondo, se si fossero avvisati di classificarlo e
determinare a quale nazione appartenesse. Costui non aveva tipo, e
parlava tutte le lingue come sua lingua nativa. Forse, rimuginando
bene, noi avremmo potuto riconoscere, sotto l'epiderme di babbo
Timoteo, l'antico capo degli zingari di Nicastro, lo zio Tob. Ma noi
non abbiam tempo, in questo momento, di occuparci di codesta scoverta,
che aveva fatto tanto onore alla scienza del dottor di Nubo.

Due mila franchi l'anno di salario, nudrito, vestito, alloggiato, ed
altri piccoli accessori, facevano del babbo Tob, o Timoteo, un
miracolo di fedeltà. Per lo manco, lo si diceva. La signora Thibault,
del resto, non se ne lamentava. Il babbo Tim o Tob era discreto come i
geroglifici della piramide di Louqsor.

Questo intendente l'accompagnava.

Si vedeva dunque madama Thibault in una _baignoire_, fino al secondo
atto--talvolta fino al terzo, se la commedia l'interessava. Poi,
nell'intermedio, l'intendente giungeva, gettava una pelliccia sulle
spalle della padrona, discendeva, apriva lo sportello di una vettura
che l'aspettava alla porta del teatro. Augusta entrava. L'intendente
ordinava al cocchiere: Andate.

Egli, l'intendente, se ne iva per i piccoli fatti suoi.

E madama Thibault?

La degna dama bazzicava la _soirées_, faceva visite--diceva ella,
diceva altresì l'intendente. In realtà, la signora Thibault recavasi
in una deliziosa piccola palazzina, fra due giardini, nella via
Neuve-des-Mathuarins--il paradiso del signor Alberto de Dehal. Ella
restava quivi presso a poco fino alle due del mattino, dopo cui, il
babbo Tim o Tob--che scaldavasi al camino, o passeggiava, o dormiva
nell'anticamera fin dalla mezzanotte--le apriva di nuovo lo sportello
del _coupé_ e rientravano in casa.

Il signor Alberto Dehal, anch'egli figurava nel bilancio di entrata
della bella vedova, per cinquanta o sessanta mila franchi
l'anno--tutto compreso.

Con un'esistenza così piena e così sapientemente combinata, la signora
Thibault passava nel mondo per una donna irreprovevole. Ella era
_patronesse_ di opere pie nella sua parrocchia. Questuava per i poveri
alla messa cantata della domenica. Riceveva le visite officiali del
signor curato, della società divota, e, quando ella vi consentiva,
anche la buona società, la borghesia. Perfino qualche membro
dell'aristocrazia avventuravasi a cacciare in quelle steppe. Per lo
meno, codesto dicevasi a proposito del principe di Lavandall.
Imperciocchè, di certi signori stranieri, di certi principi italiani,
conti polacchi, baroni tedeschi, dicevasi, nè più nè meno, ch'essi
bazzicavano la casa della vedovina schiettamente per sposarla.

Lo _scudo_ non è desso forse la migliore delle _armi_?

Il ballo cui Augusta dava--ella non ne dava che due soli nella
stagione--fu brillante.

I _lions_ della festa furono, è inutile dirlo, il principe di
Lavandall e Regina--l'uno per la sua colluvie di decorazioni; l'altra
per la sua bellezza.

Il dottore presentò il principe a sua nipote--E costei ed il principe
restarono a chiacchierare insieme un venti minuti.

Lavandall fu abbarbagliato dello spirito penetrante e fine della
giovane; del tatto di lei ad indovinar tutto; della di lei abilità di
tutto dire o di tutto dissimulare; della solidità del di lei giudizio
e della chiarezza con cui esprimeva ciò che la voleva dire.

Quando il principe la lasciò, per discrezione, Alberto Dehal--che
assisteva anch'egli a quel ballo e che l'aveva covata degli occhi
senza volgerle la parola, come fatto aveva all'ambasciata d'Austria,
le si accostò.

--Madama, vorreste farmi la grazia di un giro di _walzer_? chiese egli
con voce commossa.

--Volevo riposarmi, signore--rispose Regina--ma a voi non posso
rifiutare.

Levossi.

Alberto la prese fra le sue braccia.

Era estremamente pallido; si sentiva quasi svenire sotto il peso di
quella donna, cui aveva tanto amata e cui amava ancor tanto! Si
lanciarono alla danza.

--Madama--le sussurrò Alberto all'orecchio--non mettete giammai più il
piede in questa casa, e diffidate.

--Di grazia, di che?

--Questa casa vi contamina. Voi siete in una gabbia di tigri. Partite
all'istante. Non vi tornate più, e silenzio... silenzio assoluto!

Egli condusse Regina al suo posto e partì.

Regina rimase pensierosa. Poco dopo lasciò il ballo anch'ella. Non
disse ad alcuno delle parole di Alberto. Però, riferì a suo marito di
essere stata a quel ballo.

--Regina--rispose Sergio di un accento profondamente attristato--va
pure nel mondo quanto ti aggrada. Frequenta i balli ufficiali e
diplomatici, i balli del Faubourg... ma, se vuoi piacermi, fuggi il
mondo borghese e quello dei finanzieri, checchè si siano. Io li
detesto.

--Perchè dunque, amico mio?

--Li detesto d'istinto. Nelle regioni elevate, la corruzione, la
seduzione, il vizio, la belletta non mancano di certo. Però, se tutto
codesto disonora, codesto non imbratta. Imperocchè, quella gente sa
orpellare il fondo con la forma. Ora, gli è vergognoso confessarlo, ma
ciò è; noi viviamo per gli altri, molto; per noi, poco.

--Ài tu qualche cosa a rimproverare alla signora Thibault?

--Ella è una cliente di tuo zio. Ciò basta. Mi astengo parlarne.

--Ti comprendo amico mio. Non avrai più rimprocci a farmi.


Qualche giorno dopo, il dottore invitava Regina ad un ballo dal
ministro della marina. Regina esitò.

--Come?--sclamò il dottore--saresti di già stufa?

--Magari, no.

--Ebbene, dunque?

--Ditemi, dottore, posso recarmi a codesto ballo con la stessa
_toilette_ che portavo al ballo dell'ambasciata austriaca?

--Mah! ciò ti riguarda.

--Lo so bene.

--Volgi allora codesta dimanda a tuo marito.

--Non è guari pochi dì, e voi pretendevate che il mestiere di uomo di
lettere è mestiere di pezzenti.

--E lo pretendo ancora--a qualche eccezione tranne: _rara avis_! Ma di
chi colpa se tu non ài ad indirizzarti ad un uomo di scudi?

--Dottore, non torniamo più su codesto. È un fatto compiuto.

--Allora vieni al ballo con la stessa _toilette_ d'altra volta.

--Le donne si burleranno di me. Direbbero che dormo con essa.

--Allora, resta a casa.

--Mi vi annoio.

--E dire--sclamò il dottore quasi parlasse a sè solo--che con la metà
dello ingegno che il marito di costei sciupa in frascherie
fantastiche, in combinazioni fittizie, e' potrebbe, applicandolo a
cose reali e serie, navigar sull'oro!

--Applicato a che mo', se vi piace, amico mio? A delle combinazioni di
Borsa? Ad inventare un cappello meno ridicolo per gli uomini? un
rimedio contro la malattia delle patate? un'assicurazione contro
l'infedeltà dei mariti?

--Che pensi tu di quei piccoli bellimbusti che ti farfallavano intorno
al ballo dell'ambasciata?

--Mah! che ve n'ànno dei dannatamente sciocchi e vani.

--E pertanto, ecco lì il vivaio degli uomini che avranno un giorno la
fortuna degli Stati di Europa nelle loro mani.

--Compiango l'Europa, allora.

--Tuo marito, al paragone di quei fantocci lì, sarebbe un'aquila.

--Lo credo bene! E' ne fabbrica e demolisce, di uomini di Stato.

--Se egli volesse entrare nella diplomazia.

--Oh! per esempio!

--E perchè no?

--Perchè. Ciò sarebbe come un proporre a Scheffer di dipingere insegne
per i mercanti di vino.

--Capisco. I gonzi del suo partito l'addimanderebbero apostata--quasi
che il mondo fosse popolato di altre bestie che di codeste! Chi non è
apostata di qualche cosa? Tu, però...

--Io?

--Perchè non utilizzeresti tu le tue abilità per lo bene di tua casa e
per i tuoi piaceri?

Regina scoppiò in un fragoroso scroscio di riso.

--E che volete voi dunque ch'io faccia--dimandò ella.

--Ciò che fa la principessa di Tobelskoy; ciò che fa la contessa di
Thent; ciò che fanno lady Mouthbury, la baronessa Steingel, la
duchessa di Castelmoro... ed altre parecchie che nè tu, nè io, nè
altri conosciamo.

--Ma le sono delle _bas-bleu_ politiche codeste. Poffardio! Elleno
predicherebbero i diritti della donna, per entrare in Parlamento e
reggere un ministero. Io, io sono, tutto al più, una civetta
soppannata di un abbozzo di artista.

--La diplomazia à più di facce che tu non ài di capricci.

--Ne avrebbe dessa una allora, non mica troppo brutta, perchè io
potessi provarne?

--Si potrebbe rovistare nel vestiario.

--Quale mo', per esempio?

--Mah! che pensi tu di una fanciulla bella...

--Come me...

--Spiritosa... continua dunque.

--Come me--poichè ciò vi aggrada.

--Allerta, civettuola, insinuante; che avrebbe dei belli occhi per
tutto osservare; che intenderebbe tutto; che comprenderebbe a mezza
parola; che saprebbe far parlare; che saprebbe dare ad intendere; che
fiuterebbe i secreti; che scompiglierebbe i progetti; che leggerebbe
nelle anime; che dominerebbe le resistenze con un sorriso; che
saprebbe farsi pagare un bacio con un segreto di Stato...
un'ammaliatrice insomma, una...

--E voi credete che codesto prodigio di donna esista?

--Io la conosco.

--E che dovrebbe far ella, codesta donna miracolo, alla fin fine?

--La donna--niente altro che la donna.

--Oh!

--Vestire splendidamente ed elegantemente, correr le feste,
frequentare i balli ufficiali, ricevere, cinguettare, ascoltare,
comprendere, rammentarsi, e...

--Riferire... n'è vero, eh?

--Raccontare. Vi àn degli uomini che scrivono ai dì nostri la cronaca
contemporanea come Saint-Simon, il cardinale di Retz, ed altri
scrivevano la cronaca dei tempi loro. V'è la mania delle _Memorie_,
delle auto biografie... Vi àn dei curiosi assai ricchi per pagarsi gli
aneddoti, i _si dice_, i motti, il racconto degl'intrighi dei saloni;
sapere ciò che Parigi ciarla, ciò che Parigi pensa, ciò che Parigi
delira, ciò che Parigi fantastica, ciò che progettasi e ciò che si è
in via di compiere. Vi sono dei signori stranieri, i quali, per
allietare le nere cure dei loro sovrani, amano scriver loro delle
follie di Parigi e tutto ciò che fermenta sotto il cranio di questa
città turbinosa--come il principe di Talleyrand scriveva a Luigi XVIII
tutto ciò che occorreva nei saloni di Vienna, al tempo del
congresso... come la contessa di Lieven scrive alli Tzar Alessandro e
Nicola...

--Ed il mio curioso in quistione, caro zio, non abiterebbe desso, per
azzardo, nella via di Jérusalem, eh?¹

  ¹ In questa via è la prefettura di polizia.

--No, carina--rispose il dottore dopo un minuto di silenzio. Egli
abita la via di Amsterdam, e chiamasi il principe di Lavandall.

--Bene. E ciò che codesto nobile signore richiede da codesta donna non
si addimanderebbe, con nome proprio, senza ambiguità, con
l'impertinenza sfrontata di un dizionario... dite, dottore, non si
addimanderebbe desso spionaggio?

--Bazzeccole! stoltezza! L'uomo che riceve quaranta soldi al dì, e la
spesa di ciò che consuma nei luoghi pubblici, spia. La donna che palpa
12,000 franchi di onorario, 24,000 franchi per _toilette_, e 20,000
per spese di ricevimento, _osserva_. L'è la logica del mondo... e
della lingua.

--Tentatore!--gridò Regina levandosi di botto... e fuggendo.

Ella aprì la porta del salone e fece un passo nell'anticamera, poi si
fermò. Riflettè quivi un istante, come qualcuno che cerca qualcosa.
Poscia ritornò su i suoi passi, riaprì un filetto della porta del
salone, passò di quivi la sua testolina svegliata, e mandò dentro, in
uno scroscio di riso:

--Caro zio, accetto il ballo dal ministro della marina. E partì.


Il dottore di Nubo restò, degli occhi devaricati sulla porta, e
borbottò:

--La tengo. Sarò vendicato!

Disgraziato! Egli non sospettava che veniva di pronunziare la sentenza
di morte di quella creatura di venti anni!




XI.

Il frutto dell'albero della scienza.


Regina ritornò a casa affranta.

Vi àn certi pensieri, i quali per la loro intensità producono, in un
momento, lo stesso spossamento di spirito che se durato avessero
lungamente.

La proposizione del conte di Nubo aveva messo a soqquadro l'anima di
Regina. Ella aveva trovato in quelle insinuazioni qualche cosa di
anormale, di così mostruoso, qualche cosa di così ribrezzevole ed
inatteso, ch'ella non sapeva più rendersi conto delle sue proprie
idee, dei suoi propri sentimenti.

Una giovane donna, quasi ancora una fanciulla; una natura eletta,
bella, ammirata, desiderata, aleggiante nelle regioni sfolgoranti
della poesia e dell'arte, portando un nome senza macchia e glorioso,
ella, ancor innocente civettuola, accolta dovunque con un sorriso,
lasciando dovunque desiderio di sè in partendo: quella natura di fiore
e di stella si era vista, di un tratto, tuffata, perduta nei gurgiti
scuri della polizia. La donna di mondo marcata dello stigmata dello
spionaggio, avendo in tasca una patente di agente provocatore! Quello
sgorbio terrificante, ch'ella si sentiva impresso sul sembiante,
stillare come catrame dal suo viso, la fece quasi sdilinquire. Ella
videsi riconosciuta, smascherata, poi cacciata via dai lacchè,
indicata a dito... Ella vide suo marito suicidarsi di vergogna. Si
vide rugata, allaidita dal delitto... e rugghiò di dolore e terrore.

Regina giunse a casa sotto l'impressione di questo incubo.
Imperciocchè la sua immaginazione, in qualche minuto, dalla via di
Lille, ove dimorava suo zio, alla via di Boulogne, ove ella abitava,
l'aveva travolta per tutte le sentine della bassa polizia e, di
conseguenza in conseguenza, le aveva fatto traversare e percorrere
tutte le infamie, tutti i tradimenti, tutte le miserie. Ella si chiuse
nel suo atelier e si lasciò cadere sur un divano, ove si assopì.

Il suo polso batteva quasi avesse avuto la febbre.

Svegliandosi un'ora più tardi, molto più calma, Regina si fregò gli
occhi come per cacciarne il sonno dai tristi sogni. Sollevossi sul
cubito, sorridendo. Poi, dopo aver lasciato galleggiar qualche istante
il suo spirito nel vago, ella riprese a ruminare col pensiero, in
secondo ripasso e raffinamento, la conversazione con lo zio.

--Non m'à desso parlato di 24,000 franchi di spese di _toilette_ e di
20,000 per spese di ricevimento?--pensava dessa. Non m'à egli
ammonticchiato contesse su principesse e baronesse su duchesse? Non
m'à egli parlato di balli, di spettacoli, di feste; e poi di cicalecci
vivi ed insinuanti; e poi di vedere, ascoltare, ripetere ad un gran
signore curioso, straniero, che vuole disannoiare non so più qual
sovrano? La noia! oh! l'orribile baratro! Ma, vi rifletto: e se non si
vedesse che ciò cui vuolsi vedere? e se non si ascoltasse punto, ma
punto? Non si potrebbe dunque raccontar questo e non quello? Si
potrebbe anzi non raccontar niente del tutto. Perchè, che debbe
importare ad una onesta giovane donna, come me, la politica ed i suoi
segreti, la diplomazia ed i suoi intrighi? Riflettiamo dunque.

Regina levossi e cominciò a gironzare per l'_atelier_, mentre la sua
mente batteva le ali per lo spazio.

--Sì, riflettiamo. La morale impone di non calunniare e di non
ripetere la maldicenze, di non portare intorno cose che potrebbero
danneggiare l'onore e la vita delle persone. Sia. Ora, che la Francia
civetti con la Russia, che l'Inghilterra cospiri con la Germania, e
che si mettano in quattro per ingoiare di un sol boccone la Turchia,
l'Italia... che importami, a me? Ciò si dice, ciò si pensa, ciò si
fa... Se male ci è, essi non debbono fare il male. Lo fanno? Tanto
peggio. Io lo appuro, me lo dicono, l'odo... e lo ripeto come un
altro--ve'! proprio proprio come un giornale! Non resterebbe dunque,
tutto al più, che una questione di data: io lo saprei e lo direi per
la prima. Oh! ecco poi il gran delitto! Peccato da calendario.
Cinquanta mila franchi ne assolvono ben d'altri, nel seno della
chiesa! Ma tratterebbesi, a quanto pare, di forzare a parlare e di
profittare dei miei mezzi di seduzione per cavar dei segreti, dei...
che so io? Bah! non si vede che codesto in società, lo si vede tutti i
dì... e ve n'àn pure di quelle che profittano di questi vantaggi per
saccheggiare i bietoloni. Io farò parlare. Benissimo. Se l'agente di
un governo qualunque è così malaccorto di parlare, tanto meglio che lo
si smascheri. Egli non sarà impiegato più nella bisogna, e non sarà
più periglioso.

Regina si assise di nuovo, e gli occhi fissi sur un pastello bozzato
continuò a vaneggiare.

--Ma che uffizio superbo è poi quello di ricevere alti funzionari, e
quindi della gente del corpo diplomatico, e poi dei giornalisti serii,
ed inoltre il mondo della corte, dei generali, dei grossi banchieri,
il nunzio... Trovo che davvero 20,000 franchi è troppo poco per
codesto... Sì troppo, troppo poco... Occorrerà dimandare un aumento di
dotazione sulle spese di rappresentazione. E chi lo saprà? Io sono a
chiedermelo. Nè il principe, nè il dottore, nè io, certo, ne
parleremo. Sarebbe dunque il diavolo che si accollerebbe codesta
brutta bisogna per nulla? Decisamente, io penso che posso accettare.
Il conte di Nubo, del resto, che è stato il mio miglior amico, non mi
avrebbe consigliato una cosa simile, se la fosse stata cattiva.

Dopo questo esame di coscienza, dopo questa espansione di confidenza,
Regina ebbe un novello accesso di dubbio. In seguito, una nuova crisi
di bramosia. Poi ancora delle paure novelle. Ella bilicò infine su
questa altalena per due giorni. Sovvennesi però di aver detto a suo
zio, in un primo slancio di leggierezza, ch'ella accettava l'invito al
ballo del ministro della marina. Se ne pentì. Poi se ne consolò
sclamando:

--Il primo impulso è sempre il più retto; ed ò ben fatto. Ma la
_toilette_?

Questo spettro offuscava il quadro.

Il dottore di Nubo, dal lato suo, sospettava bene della lotta che
infuriava nel cuore della giovane. E' sapeva troppo bene di avervi
gettato il germe di un cancro. Lasciò a questo germe pigliarvi vita e
radice. Però, per accelerare lo sboccio, egli scrisse questo
vigliettino alla nipote:

«Mio bell'angelo, il proprietario delle _Villes de France_ mi deve
qualche moneta. Vuoi tu darti la pena di andarla a toccare, in
mercanzie? È l'ultimo credito che posseggo sui marcanti di mode.
Profittane. Ti bacio su quel bel fronte ripieno di capricci.»

Il colpo fu decisivo.

Regina si dette una _toilette_ splendida. Ed otto giorni dopo il
sermone del dottore, si recò al ballo della _rue Royale_.

Il principe di Lavandall non vi mancò.

Egli trovò l'opportunità di porgere il braccio a Regina e di menarla
intorno pei saloni. Le parlò per mezz'ora e completò la conversione sì
maestrevolmente intrapresa dal dottore.

Regina ascoltò tutto, ridendo; rispose a tutto con spirito. Accettò
tutto infine, ridendo sempre, quasi avesse portato una sfida al
principe di esser serio in ciò che diceva.

Del resto, quantunque costui avesse uno scopo di più che Regina, egli
vi si condusse con un tatto sì delicato, nascose così bene l'amante
sotto il diplomatico, ch'e' sarebbe stato impossibile di comprendere
la cosa di una maniera brutale ed offendersene.

Regina, d'altra banda, barcamenò con tanta scaltrezza e gaiezza, ch'ei
sarebbe stato impossibile di accettare un'infamia di miglior grazia e
con maggior buon gusto.

Capì dessa l'amante nella proposizione del diplomatico?

Nol sappiamo. Ma che cosa una donna non comprende dessa?

In ogni modo, si separarono a punto per non fissare l'attenzione. E
come la conversazione era stata interrotta espressamente sur un
capitolo curioso--e Regina era curiosissima--ella si lasciò sfuggire
dalla labbra:

--A domani.

Il principe susurrò qualche parola al dottore.

Questi dette le sue istruzioni alla nipote.




XII.

Oh! i consigli, i consigli!


Erasi in carnevale.

Il ballo del ministro aveva avuto luogo il lunedì. Il giovedì, Sergio
riceveva questo viglietto:

«Sabato, all'una del mattino, al _Foyer_ dell'Opéra, seguite il
_domino_ a _faveur_ rosa che vi toccherà la spalla. Trattasi del
vostro onor di marito.»

Sergio lasciò scappar lentamente un buffo di fumo azzurro dal suo
sigaretto, e sclamò gittando il viglietto su i tizzoni:

--Sempre e poi sempre delle infamie anonime!

Il viglietto cadde in un angolo del caminetto e si bruciò a metà.

--Ma, mi pare riconoscere quella scrittura--mormorò Sergio tirando dal
fuoco la metà del foglietto.

Non ne restavano che due motti: «domino a _faveur_ rosa» ed «onor di
marito.»

Sergio esaminò attentamente quella scritta, poi disse:

--M'ero ingannato. È la scrittura di un uomo--scrittura cattiva, ma a
sangue freddo; penna pesante; spirito distratto. Si direbbe che l'è
una copia. Al diavolo allora!

E rigettò la carta nel fuoco. La fiamma l'assorbì: essa si annerì da
prima, poi delle scintille vivide vi serpeggiarono, si accasciò, si
ridusse in cenere grigia. Sergio assistè alle diverse fasi della
distruzione della denunzia con compiacenza e rimase a meditare sul suo
_auto-da-fe_. A capo di qualche tempo, gettò il sigaretto che gli
bruciava le labbra e riprese la penna.

Egli scrisse una pagina o due molto sgorbiate e cancellate--e' che di
consueto scriveva di un fiato, senza radiare una virgola, senza
cangiare un motto! Le sue idee si presentavano adesso ingarbugliate,
confuse, le immagini cozzavano nel suo cervello e svanivano in
briciole scure. Era distratto. Il mondo a cui impartiva movimento e
vita, svaporavasi per cedere il posto a fantasmagorie abrupte e
strane. Franse la penna sur un _presse-papier_ e levossi.

--Che natura milensa ed incorreggibile ch'è quella dell'uomo!--si
disse egli. L'assurdo lo sedurrà mai sempre!

Accese un altro sigaretto, fece qualche passo pel gabinetto, aprì la
finestra, poi prese un'altra penna.

Le sue idee nascevano più arruffate che prima. Volle farsi violenza.
Fissò il suo spirito sur un obbietto: impossibile! Aveva le traveggole
e scriveva una frase, mentre ne pensava un'altra. Allora egli tolse
via la sua _vareuse_ grigia, si cacciò addosso un pastrano, ed uscì
per passeggiare e far visite.

Voleva recarsi all'_atelier_ di Delacroix. Sul _boulevard_, incontrò
un romanziere dei suoi amici, il quale, il naso al vento, era a caccia
di tipi e di scene.

--Ebbene, caro,--gli disse Prospero Dalleux--i tuoi _Sixièmes Etages
de Paris_ finiranno per darti un _château_. Essi sono deliziosi.

--Piaggiatore!--rispose Sergio sorridendo. Li si leggono: ecco tutto.

--Li si leggono? di' dunque che li si divorano, che se li strappano,
che non si parla che d'essi.

--Tu non ne diresti altrettanto in un articolo bibliografico, ve'! Ma,
a proposito, vuoi tu darmi un consiglio?

--Più volentieri che venti franchi, figliuolo.

--Io mi son cacciato in un angiporto, nel mio romanzo.

--Sfonda l'angiporto, o sollevati in pallone.

--Su mo'! Trattasi semplicemente di questo: un marito à ricevuto una
lettera anonima che l'invita a recarsi al ballo dell'Opéra, ove un
domino a _faveurs bleues_ vuole intrattenerlo sul di lui onore di
marito. Occorr'egli che il mio piccolo brav'uomo si trasporti
all'Opéra ed accetti l'invito?

--Innanzi tutto, _mon petit_, codesto è vecchio arci-vecchio,
anti-diluviano, e tu faresti meglio frugar per altra cosa. Ma non
importa. Noi viviamo tutti di _bric à brac_ nel passato. Dimmi un po':
il tuo marito conosc'egli il carattere della lettera? Sospetta egli
l'autore di codesta missiva?

--No, o quasi no.

--In questo caso, tu non ài bisogno assoluto di codesto vecchio
intingolo per la catastrofe. Io gli farei dunque sprezzar la denunzia
e nol farei gire al ritrovo.

--Nol farei gire, nol farei gire...! L'è facile a dir codesto, in fra
noi. Ma il mio marito non è un pizzicagnolo che può e che vuole passar
oltre sur una simile circostanza. Senza essere geloso, egli à un
profondo sentimento di dignità. Senza credere che una donna sia una
proprietà inviolabile, per un articolo del codice civile, egli
pretende, nonostante, che questa donna rispetti gl'impegni liberamente
contratti, spontaneamente presi, sapendo tutta la portata dei suoi
doveri, quali la società, a torto od a ragione, gliel'impone. Egli dà
piena libertà a sua moglie, piena confidenza; ma egli non tollererebbe
di guisa alcuna che codesta donna abusasse della lealtà di lui per
coprirlo di ridicolo e di vituperio. Egli è indulgente per i capricci;
inesorabile per le colpe. Infine, la di lui fierezza s'insorgerebbe a
cogliere sulla bocca di sua moglie il guaime dei baci di un altro.
Egli vede nell'infedeltà coniugale non una violazione di proprietà, ma
una rottura di patto ed un segno di disprezzo per la sua persona. Tu
comprendi allora ch'egli non può restare indifferente alla lettera del
_domino_, quantunque anonima.

--Poichè tu ài messo al mondo un marito di così cattiva tempra,
bisogna pur essere conseguente--lo veggo. Ora, innanzi tutto, non
considerando in ciò che addimandasi disonore se non una rottura di
contratto, egli non può volerne al suo rivale, non avendo egli
trattato che con sua moglie. È dessa dunque che debb'essere sola
risponsabile dell'infrazione, secondo la tua teoria. Non potendo per
conseguenza vendicarsi da uomo, egli è sconvenevole e grottesco fare
strepito, chiamare il prossimo a testimone delle sue piccole brighe
con la moglie. Arrogi a ciò, ch'e' non bisogna giammai disonorare una
donna con la pubblicità. Imperciocchè, anche decaduta e gualcita, la
donna è sempre augusta pel dritto divino della bellezza e del piacere.
Gli antichi, che non erano pertanto mica galanti, dichiaravano
sacrilega, tu il sai, la mano che toccava il velo di una donna. Il
velo! figurati la fama. Laonde, caro, da banda il contatto con
denunziatori.

--Ma allora?...

--V'ànno altri mezzi per sapere a che stanno le cose--mezzi non buoni
neppur dessi, però men fragorosi. Conosci tu una casa da ragguagli?

--No.

--In questo caso, tu farai fare al tuo marito ciò che fatto ò io
stesso.

--Vale a dire?

--Ecco qui. Io aveva un'amante dotata di tutte le virtù cardinali e
teologali del catechismo--e di altre ancora. Ella faceva sbocciar
sulle sue spalle del _Cachemire_, cui io non le aveva mai regalati.
Ella innestava ai suoi polsi, alle sua dita, alle sue orecchie, e
dovunque, dei gioielli, cui io non aveva mai avuto la tentazione di
comperare. Ella faceva fiorire sul bel suo corpo delle vesti
magnifiche, cui io contemplavo solo con ammirazione negli
_étalages_--a cinquanta mila franchi lontani dalla mia borsa. La madre
della mia _maîtresse_ era portinaia, ed il padre invalido. Per lo che,
quei belli oggetti non le venivano certo mica dai dominii paterni.
Malgrado ciò, la mia innamorata, che aveva la frega di _poser_, voleva
passare assolutamente per donna onesta. Io abbomino le donne oneste,
io: esse costano troppo caro! Io aveva un bel dire a Fanny ch'io non
volevo punto della sua virtù, ma dei suoi vezzi. Ella mi avrebbe
assolto, mi perdoni Iddio! che io l'avessi trovata brutta, gobba,
sciancata, butterata... che so io? basta che io l'avessi sospettata
capace di aver della morale e di andare a messa. Io mi piccai al gioco
e volli finire per provarle, fatti in punto, ch'ella non aveva alcun
titolo al compenso della virtù di Monthyon.

--Tu avevi ragione.

--Io era un imbecille, _mon petit_. Io perdetti la mia amante, la
quale non costavami assolutamente altro che il soffio dei miei baci.

--E poi?

--Poi? Regola generale: la donna non debbe giammai aver torto che ai
suoi proprii occhi, nel suo foro interno, senza che si dubiti mai
ch'altri pure conoscano i suoi peccatuzzi. A questa condizione sola,
ella può correggersi--e si corregge. La donna, se potesse giammai amar
altro che il suo squisito visuccio, amerebbe l'uomo generoso.

--Borsa alla mano?

--Moralmente. Ma io mi condussi come uno gnoccolone. Me ne andai da
madama Goupil.

--Cosa è codesta madama Goupil, innanzi tutto?

--Un tipo, mio caro, un tipo restato incognito per fino al gran
Colombo di Parigi--il nostro sommo pontefice Balzac. Vuoi tu che ci
rechiamo da lei?

--Non ne ò il tempo, oggi. Continua pure.

--Ebbene, nella via dei Martyrs, alla casa che fa angolo con la via di
Naverin, al quarto piano, dimora una certa donna di cinquanta anni.
Ella à perrucca, denti posticci, belletto sulle guance. Il suo
alloggio è popolato di gatti e di conigli, che non vivono sempre nella
più completa armonia. Le mura sono gremite di gabbie ripiene di
canarini. Sul caminetto del suo salone si sguaia, sotto una campana di
vetro, un barboncello imbalsamato, affiancato da due Gesù-bambino
cacciati in boccali di alcool. Delle sedie a testa di sfinge, in
velluto di Utrecht giallo, vi permettono--non senza inconvenienti, a
causa dei chiodi che vi germogliano fitti--di mortificarvi le natiche,
se siete stanco, mentre delle testuggini bene educate guizzano fra le
vostre gambe, ed una dozzina di gazze e di corvi malappresi vengono ad
appollaiarsi sul vostro cappello e lo marmorizzano di guano...

--L'è dunque l'arca di Noè codesto alloggio di monna Goupil?...

--Un'arca, sotto il regime d'una volpe--madama Goupil--ex... ecc..,
ecc...--Voi potete soggiungere tutto ciò che vi aggrada, senza
pericolo di calunnia.

--La vedo proprio.

--Tanto meglio. Madama Goupil, vedova, ecc., ecc..., à fondato una
casa di ragguagli--quantunque, sia detto fra noi, io m'immagino
ch'ella n'abbia un poco rubata l'invenzione. Comunque sia, voi vi
presentate da questa nobile dama--la quale ne sa cinquanta volte più
che monna polizia--e le dite...

--Ella parla dunque?

--Qualche volta. In ogni modo, ella ascolta. Le dite dunque: Madama,
vorrei sapere vita e morte del signore o della signora Tal dei Tali.
Direte il nome se vi piace, basta alla cosa d'indicar la persona.
Ovvero, le direte:--Vorrei sapere come il signore o la signora
_So-and-So_--come dicono gl'inglesi--passa il suo tempo. Date quindi
l'indirizzo ed il segnalamento esatto, più esatto che all'uffizio dei
passaporti, e pagate.

--Quanto?

--L'è secondo. Nelle circostanze in cui trovasi il tuo marito, l'è
venti franchi al dì--più, le spese di carrozza, se carrozza v'à.
Madama Goupil à i suoi agenti. Ella li apposta, o li slancia sulle
piste della persona indicata, e... _fouette cocher!_ Voi riceverete
ogni dì, per messaggiere o per la posta, il giornale dei fatti e delle
gesta dell'individuo sorvegliato. Quando credete di averne abbastanza,
saldate i conti... e riposate tranquillo. Madama Goupil è una donna
onesta, e la sua casa è una tomba. Altri dettagli sono superflui. Va a
vederla. L'è una fisionomia a delineare che quella di madama
Goupil--ed il tuo puntiglioso marito te ne presenta un'opportunità
magnifica.

--Credo di averne quanto basta per questa fiata. Ci andrò un altro dì.
Per il momento, vado a veder di meglio: una principessa russa, a cui
mi àn servito l'altra sera, in fra due tazze di the--come un tigre del
Bengala. Le debbo una visita per apprenderle che sono francese.

--Ed io men vado a spigolar da Granville. Molto di _Sesti Piani_, eh!

--Grazie.

Sergio prese un _fiacre_ e se ne andò dritto da madama Goupil.




XIII.

Il giornale del segugio.


La sera, egli covava sua moglie di uno sguardo di desiderio
ineffabile.

Giammai e' non l'aveva trovata così bella. E' ripentivasi della
vigliaccheria di averla sospettata. E' voleva quasi confessare il suo
errore e dimandarle perdono. La prese fra le sue braccia. L'assise
sulle sue ginocchia. Le baciò la punta delle dita.

--To' il bel braccialetto che tu ài lì!--le disse egli. Io ignorava
che tu avessi quel gioiello.

--Infatti, è lo zio che mel regalò ieri--ed io obliai mostrartelo.

Sergio ringuainò la confessione espansiva ch'era sul punto di farle, e
parlò d'altro.

Sergio aveva compreso che per giudicare la condotta di sua moglie con
un po' d'insieme non bisognava fermarsi ad un sol giorno della vita di
lei, ma sorvegliarla per parecchi dì. Laonde, egli aveva pagato per
cinque giorni, dicendo a madama Goupil, che andrebbe a prender egli
stesso il giornale, o piuttosto il cartolare dell'investigamento.

Vi andò infatti al quinto giorno.

Madama Goupil gli rimise il quadernetto seguente:

«Primo giorno.

«La signora Sergio di Linsac--Sergio non le aveva mica detto il
nome--è uscita a mezzodì e cinque minuti. È scesa a piedi per la via
Blanche: à parlato con un signore decorato nella _Chaussée d'Antin_
per due o tre minuti, ed è entrata nel negozio della Glaneuse. All'una
e mezzo, à traversato i _boulevards_ ed è entrata da Janisset, ove la
ànno mostrato dei gioielli. À comprato qualcosa ed è uscita. Quivi à
preso una vettura e si è recata dalla contessa di Boisbruns, via di
Verneuil, n. 17. Riescita alle quattro e mezzo, à traversato il
giardino delle Tuileries a piedi, ove à parlato ancora per cinque
minuti con un giovane biondo a barba rossiccia. In seguito per la via
della Paix--ove à ordinato qualcosa da Cuvillier--e per la via
Caumartin, ella è rientrata in casa, via di Boulogne. Madama di Linsac
aveva un abito color castagno chiaro, un _Cachemire_, un cappello di
velluto nero. Non uscita nella sera, fino a mezzanotte.

«Secondo giorno.

«Madama è uscita all'una. Vestiva un abito di moire antico nero,
cappellino _lilas_ coverto di un velo nero. À preso una vettura di
rimessa giù nella via di Clichy, che l'à condotta alla piazza della
Concorde. À pagato ed è passeggiato a piedi per i Champs Elysées,
viale Gabriel, fino alla porta dei giardino dell'ambasciata inglese.

«Un cocchiere, sur un _coupé_, aspettava. Madama à detto un motto. Il
cocchiere si è precipitato di predella; à aperto lo sportello. Madama
è entrata nel _coupé_, e sono partiti.

«Madama aveva bassato il velo. Al n. 97 della via di Amsterdam, il
cocchiere à dato voce al portinaio. La porta si è aperta. La vettura è
entrata. La porta si è rinchiusa, e la signora non è più uscita.
Quella palazzina appartiene al principe di Lavandall. Alle cinque e
mezzo, una vettura è uscita, portando via un signore solo. La dama è
rimasta, se tuttavia non è uscita da un altro lato. La palazzina deve
avere due uscite.

«Terzo giorno.

«La signora è sortita dal suo _châlet_ alle nove meno un quarto. À
preso un _fiacre_ di rimessa ed è andata dal dottore di Nubo, via di
Lille, n. 31. Alle dieci e mezzo è partita di là, à preso un'altra
vettura ed è tornata a casa. Molti signori venuti in visita dalle tre
alle cinque.

«Quarto giorno.

«Identicamente come il secondo giorno. Solo, il cocchiere del viale
Gabriel l'à riconosciuta e le à aperto lo sportello senza dimandare il
motto di passo.

«Quinto giorno.

«Uscita alle due, in veste _bleue_ chiaro, _à volants_, cappello di
_peluche_ _bleue_, mantello di velluto nero. Una vettura, alla via
Blanche. Comprato dei fiori, alla Chaussée d'Antin. Poi, come al
secondo ed al quarto giorno, è andata al n. 97 nella via d'Amsterdam.
È restata quivi. Alle sei, il coupè à portato via lo stesso
signore--che è il principe Alessandro di Lavandall. La palazzina à
un'altra uscita nella via di Clichy, n. 69.»


Leggendo questo infernale processo verbale, Sergio divenne
eccessivamente pallido: e' si sentiva svenire. Lo rilesse, per avere
il tempo di rimettersi.


Avrebbe voluto parlare all'agente che aveva seguito sua moglie, per
volgergli mille quistioni sul portamento e l'aria di lei; informarsi
se l'era gaia, se l'era sollecita, se sembrava abbattuta, ed altro, ed
altro ancora. L'agente non era lì. E d'altronde, per sistema, madama
Goupil nol metteva giammai in confronto con i suoi clienti, onde
scansare i disordini possibili, cui una conoscenza reciproca poteva
poscia occasionare.

Sergio pagò le spese straordinarie ed andò via.

Ne sapeva già abbastanza. Tre volte, in cinque giorni, dal principe di
Lavandall, in quella palazzina cui tutta Parigi denunziava come il
_Parc-aux-Cerfs_ di sua Eccellenza!

Quando rientrò, all'una del mattino, egli andò ad abbracciare sua
moglie, come di uso, ma non fermossi a lungo nella camera di lei.
Pretestò un furioso mal di capo per andare a riposare nella sua
propria stanza. Pertanto, non coricossi. Passeggiò la notte intera.

Egli giudicava sua moglie!

Alle cinque del mattino, agghiadato a mezzo, Sergio si annicchiò sotto
le coverte. Ma il sonno non venne. Nondimanco, egli era calmo oggimai.
Aveva preso una risoluzione. Dopo colazione, uscì. Voleva andare ad
ispezionare personalmente i luoghi. Voleva, in seguito, prendere un
_fiacre_; rinchiudervisi; bassar le tendinelle; appostarsi in faccia
alla palazzina del principe. Passando nella strada, osservò che
l'_atelier_ di un pittore suo amico sporgeva proprio sul piccolo
giardino che precede la porta interna della dimora del principe--tra
giardino e stufa--di guisa che, restando a sentinella nell'_atelier_,
egli poteva vedere tutto ciò che avveniva nella palazzina.

Salì dal suo amico.

Poi, parlando sempre, aprì la finestra dell'_atelier_ e si assicurò
ch'aveva ben giudicato della topografia del luogo. S'installò allora
vicino la finestra ed allontanò un piccolo lembo di tela verde che
figurava da bandinella e temperava la luce. Di questo modo, egli potè
vedere liberamente di fuori senza esser visto. Chiacchierò molto col
suo amico, mascherato dal cavalletto, e restò in agguato. Ad ogni
strepito di carrozza, volgeva il capo dal lato della via.

Alle due, una superba vettura a due cavalli si fermò innanzi la
palazzina, li cocchiere vociò: la vettura entrò nel giardino. E Sergio
vide il principe, cui conosceva di vista, discendere sotto la
_marquise_.

Mezz'ora dopo, giunse un _coupè_. Il cocchiere appellò pure: la porta
si riaprì; si rinchiuse tosto. E Sergio scorse una dama, celata da un
denso velo, saltar fuori d'un lancio, e d'un lancio spiccarsi nella
palazzina.

La dama portava un abito verde scuro a strisce nere, un grande
sciallo, un cappello nero.

E' riconobbe sua moglie.

Scambiò ancora qualche parola col suo amico, e ritirossi.


Aspettò Regina, che rientrò alle cinque e mezzo, a piedi, portando lo
stesso vestimento della dama della palazzina del principe Alessandro
di Lavandall.

--Tu sei incantevole, in quella _toilette_!--le diss'egli con un
sorriso.

--N'è vero, amico mio? La trovan tutti elegante.

--Dove sei stata, _ma chèrie_?

--O' fatto un giro pel _Bois de Boulogne_ poi ò passeggiato dieci
minuti per i _Champs Elysées_, e rientro a piedi.

--Chi ài incontrato?

--Molta gente e niuno... Ah! il re.

--Decisamente, andrai tu al ballo delle _Tuileries_?

--Non ne so nulla, a fè. Credo però che non androvvi. Tu porti il
broncio; e me ne vorrebbero forte, al Faubourg.

--Tieni tu tanto all'opinione del Faubourg?

--Mah! l'è il tribunale del mondo elegante di Europa.

--E che si dice, al proposito, di questo conte portoghese che à ucciso
sua moglie, perchè innaspava delle relazioni col suo cocchiere?

--Ch'egli è stato uno sciocco...

--Come mo'?

--Di esservisi preso di maniera da compromettersi con la giustizia.

--Ah! il delitto, per un certo mondo, non è dunque che un affare di
stile?

--Orbè! la legge stessa non ammette le circostanze attenuanti?

--Veggo bene, diletta mia, che tu ti risenti della ricrudescenza
dell'amicizia per tuo zio.

--Via, Sergio, tu ài torto di non amare mio zio. Egli è migliore di
ciò che tu penai.

--L'è possibile. Ma in compenso, tu l'ami per due... e mi rubi.

--Saresti tu geloso?

--M'ami tu dunque sempre, _ma mie_?

Regina si alzò, cacciò le sue dita tra i capelli di suo marito, scartò
le ciocche dalla fronte e la baciò dicendo:

--Più che giammai.

Ella uscì.

Sergio la seguì degli occhi, aggrottando terribilmente le
sopracciglia, e sclamò lentamente:

--Se avessi potuto dubitare ancora, questa parola sarebbe bastata per
condannarla. Ella morrà.

Infatti, le donne infedeli raddoppiano gli attestati di amore e
carezzano più teneramente coloro cui tradiscono. Ma Regina non
mentiva. Ella amava suo marito.




XIV.

Complicazioni che tutto semplificano


Sergio si diede, per parecchi giorni, al lavoro il più ostinato. Egli
voleva avanzar la bisogna dei suoi _Sixièmes ètages de Paris_, cui
aveva in cantiere, e la spinse di fatto ben oltre. Imperciocchè era di
già giunto allo scioglimento, quando cadde ammalato.

Mandò il suo manoscritto al giornale senza dare avviso della sua
indisposizione.

Sergio non aveva solo lavorato, aveva altresì passate quasi tutte le
sere nei saloni di Parigi, togliendo al sonno le ore cui destinava ai
piaceri. Non lo si era mai visto più gaio, più galante, più felice con
maggior vena, raccontar con più spirito e con più amplitudine. Lo si
diceva innamorato di una principessa russa, la quale faceva mattezze
per lui.

Egli aveva ricevuto un secondo viglietto anonimo, più circostanziato
del primo col quale lo si invitava di nuovo al ballo dell'_Opéra_.

Non v'era andato.

Solamente, questa volta, invece di bruciare il viglietto, se lo aveva
cacciato in tasca e si era recato da suo fratello, Giustino di Linsac,
per mostrarglielo.

Giustino era fratello minore di Sergio, e medico. Luigi Filippo
l'avvea fatto deportare, dopo l'affare Fieschi. Poi, egli era
ritornato. Ma lo avevano gettato di nuovo in prigione, dopo
l'attentato di Alibau. La sua clientela erasi dispersa malgrado
l'immenso suo merito. Le sue opinioni rigide, rude, puritane,
spiccate, mettevan paura nei timorosi--in quelli stessi del suo
partito. Imperciocchè, il coraggio morale in Francia non è così comune
come il coraggio fisico. Si brava la morte. S'impallidisce innanzi a
un epigramma.

I due fratelli ebbero un colloquio di più ore, chiusi nel gabinetto
del medico. E quando si separarono, si abbracciarono teneramente.

La politica li aveva un po' straniati. Giustino, repubblicano della
tempera di Saint-Just, non approvava certe transazioni cui Sergio
aveva creduto convenevole ammettere, cedendo alla forza delle cose.

L'indomani di questa riconciliazione, Sergio era caduto ammalato.

Suo fratello lo accudiva.

Infrattanto, il manoscritto mandato al giornale smaltivasi e volgeva
alla fine. Il direttore dell'appendice gli chiedeva nuova copia di
tutta fretta, perocchè non ne restava più che per tre _feuilletons_.

Preso così alla gola, dal suo impegno e dai suoi lettori, Sergio si
era alzato ed aveva cominciato a scrivere. Ma si sentiva troppo
debole.

Il campanello della cancellata del suo chálet risuonò. Andò alla
finestra e scorse il suo amico Marco di Beauvois.

--Bravo!--sclamò Sergio. Arriva a proposito. Va ad aiutarmi.

Si assise innanzi al caminetto ed aspettò.

Marco non venne da lui. Era entrato nel piccolo atelier di Regina.
Sergio andò in busca di lui. Ma, giunto alla porta dell'_atelier_,
alcune frasi, cui infraintese, colpironlo.

Ecco ciò che Marco raccontava:


--.......... Un'avventura, madama, che sarebbe stata davvero comica,
se il vostro nome non vi si fosse mischiato, e se un uomo non fosse
stato mortalmente ferito.

Sergio fermossi ed ascoltò.

--Il mio nome, voi dite?--gridò Regina--il mio nome al _foyer de
l'Opéra_?

--Sventuratamente, sì, madama.

--Impossibile, signore.

--Io vi era, madama, ed ecco come le cose sono avvenute. Non debbo
nulla dissimularvi.

--Parlate, al contrario.

--Eravamo riuniti, lì, verso l'una del mattino, un gruppo di
giornalisti e di letterati e cicalavamo con delle maschere che ci
facevano corona, di ogni specie di monellerie, quando, non so da chi
nè perchè, il nome di Sergio fu pronunziato.

--«Non lo si vede più, disse taluno.

--«Lo si vede anzi da pertutto, adesso--sclamò un altro.

--«Egli è nel paradiso dei mariti--osservò un dominò al _faveur_ rosa.

--«Egli è in Russia--sbadigliò Prospero Dalleux.

--«Proprio! egli coltiva le steppe di una principessa russa--ripostò
Gaston di Beauval.

--«L'è giustizia--fece riflettere un Selvaggio. Egli si vendica. Un
principe russo amministra sua moglie.

--«Che?--gridammo noi tutti.

--«Ebbene, sì, signori--continuò il Selvaggio. Madama di Linsac è
un'abituata del _Parc-aux-Cerfs_ del principe di Lavandall.

--Il miserabile!--gridò Regina saltando in piedi.

--Sì, madama, il miserabile--continuò Marco--ma quel miserabile--non
aveva ancora finita la sua frase, che il signor Alberto Dehal gli
aveva applicato una ceffata che rintronò in tutta la sala--gittandogli
la sua carta al viso e gridando:

--Tu menti, facchino!

Il Selvaggio voleva slanciarsi sopra Alberto; ma io lo afferrai con
violenza del braccio e gli dimandai la sua carta col suo nome. Egli si
chiama il colonnello Stefano Stetzeneki, un polacco, e dimora al
Faubourg Montmartre in un mobigliato mica mal mobigliato--imperciocchè
à seco una deliziosa fanciulla di un vent'anni.

--Io credo sognare!--sclamò Regina quasi parlasse a sè stessa.

--Ieri--soggiunse Marco--Prospero Delleux ed io ci presentammo dal
Polacco per sollecitare a mandare i suoi padrini. Egli li aspettava
giusto allora. Nel pomeriggio, infatti, vennero da me due
sotto-ufficiali dei _chasseurs_, e convenimmo che si sarebbero battuti
stamane, alla spada, nel Bois di Meudon.

--Oh! Dio mio, Dio mio!--sclamò Regina.

--Alle otto, infatti, eravamo sul terreno.

--Ma il signor Dehal sapeva egli battersi alla spada?

--Lui!--sclamò Marco--egli è lo più forte allievo di Robert, signora.
Sventuratamente, le cose non dovevano sciogliersi regolarmente. Il
colonnello è uomo di un'età indefinibile. Perocchè à le guance
bellettate, una parrucca rossiccia e dei baffi biondi lunghissimi.
Quel sembiante colpì Alberto Dehal.

--«Io ò visto questo mariuolo altrove,--mi diss'egli.

Nondimeno, e' non vi fece più attenzione e si apparecchiò alla cosa
con la calma che messa avrebbe ad una _toilette_ da ballo.

--Chi avrebbe sospettato mai codesto in quel garzone!--mormorò Regina.

--L'è vero--riprese Marco. Tanto più, che il duello non doveva mica
esser uno di quegl'incontri di convenienza, dopo i quali si dice:
«l'onore è soddisfatto!» Alberto aveva freddamente sete del sangue del
calunniatore. Questi, dal canto suo, doveva esser evidentemente
assoldato da qualche odio o da qualche gelosia furibonda.

--Ma io non ò nemici!--fece Regina.

--Credete voi, signora? rispose Marco--Voi siete tanto bella, così
elegante, così spiritosa... tutti coloro che non sono per voi...
Infine, si misero in guardia. Ma non appena Alberto ebbe visto il suo
rivale di profilo ch'egli sclamò:

--«Poffardio! ò il capo del bandolo adesso. Un istante!

--Ch'era dunque?

--Udite. Fecimo bassar le spade. Alberto si avvicinò al colonnello, e
volgendosi a noi:

--«Signori, diss'egli, io non posso battermi con questo galuppo.

--Perchè dunque?

--Perchè dunque? dimandarono infatti il colonnello ed i suoi testimoni
di una voce.

--«Perchè, signori,--soggiunse Alberto, costui è un lacchè.

E ciò dicendo, di un colpo di mano strappava la parrucca ed i baffi
del Polacco, e di un gesto imperioso ordinavagli:

--«Zio Timoteo, va a prendere il mio pastrano e vestimi. Su presto,
mariuolo.

--Mio Dio, mio Dio!--disse Regina. Ma chi era dunque codesto
domestico?

--L'intendente di una certa dama Thibault, cui voi conoscete, signora.

--Possibile!

--Sì, signora, ed Alberto nol conosce che troppo. Ora, gli è
impossibile di farsi un'idea dello scompiglio che si stampò sul viso
di quell'uomo smascherato così. Divenne di un tratto furioso.

--«Ah!--gridò egli--voi non volete battervi meco? Ebbene io vi
forzerò.

--«Gli uomini come te, miserabile, risponde Alberto con calma, li si
trascinano al banco della polizia correzionale.

--«Io non domando mica meglio--rimbeccò il Polacco. Prendete questo
infrattanto.

E ciò dicendo, allungò la spada, e ferì Alberto profondamente al
collo, e dettesi a gambe.

--Oh! l'assassino!--gridò Regina, lasciandosi cascare sur una
seggiola.

--Il Polacco aveva preso i due sotto-uffiziali dai chasseurs nella
caserma della via di Courcelles--continuò Marco--allegando che andava
a battersi, ch'era straniero, e che non conosceva anima viva. Questi,
appreso oramai che roba fosse il loro primo, volevano corrergli
dietro, perchè il brigante fuggiva come un lepre. Alberto li ritenne,
supplicandoli di lasciarlo andar via tranquillo.

--«Vuolsi far scandalo per assassinar l'onor di una dama,--diss'egli
con voce soffocata. Non l'avete udito? desidera un processo in polizia
correzionale?

--Il signor Dehal è dunque gravemente ferito? chiese Regina con
inesprimibile ansietà.

--Sì, signora. Ed io trovomi qui per codesto.

--Parlate, signore, che volete da me?

--Innanzi tutto, signora, il silenzio il più assoluto su tutto questo
avvenimento. Sergio deve ignorarlo...

Il signor di Linsac aprì la porta dell'_atelier_, si fe' avanti ed
obiettò:

--E perchè dunque debbo io ignorarlo, Marco?

Marco di Beauvois si avvicinò al suo amico e gli tese la mano senza
aggiunger verbo.

--Marco, riprese Sergio, mia moglie come la moglie di Cesare, è al
disopra della calunnia.

E dicendo ciò, prese Regina fra le sue braccia, e senza avvertir forse
ch'egli aveva un resto di sigaretto acceso nella bocca, la baciò.

Ella gettò un piccolo grido.

Sergio le aveva bruciato il labbro.

--Voi venivate qui per qualcosa, Marco--soggiunse Sergio, dopo aver
dimandato scusa a sua moglie di averla scottata.

--Sì--rispose il giovane--Alberto Dehal è sul punto di morire. Egli
vorrebbe vedere per l'ultima volta colei che gli fu fidanzata, e cui,
duolmi ripeterlo, egli ama ancora....

--Io non andrò! gridò Regina con impeto.

--Tu andrai, cara, rispose Sergio. Se io non fossi ammalato, ti
accompagnerei io stesso in casa Dehal. Ma mio fratello va a venire ed
e' mi rimpiazzerà. Andrete insieme. Noi non siam mica dei _bourgeois_,
perdio!

Regina gli si avvinse al collo, e disse:

--Voi siete un nobile e generoso cuore, Sergio.

Sergio uscì.

Questa scena l'aveva commosso. Ricoricossi. Suo fratello trovò che
aveva la febbre.

I due fratelli s'intrattennero per qualche minuto. Regina si assentò
per andare ad indossare uno _sciallo_ e mettere un cappellino per
uscire con Giustino.

--Allora, a domani, fratello, eh?

--A domani, sì. Vorrei però che i giornali facessero innanzi tratto un
po' di scandalo sulla scena dell'Opera e del bosco di Meudon.

--Non stare inquieto per codesto, Giustino--rispose Sergio. Coloro che
àn manipolata la commedia, avran cura di darne partecipazione al
pubblico. Vedo adesso donde il colpo è partito e cui vuolsi ferire.
V'è lì sotto il dottore di Nubo, poichè vi è dell'Augusta Thibault.

Sergio non s'ingannava.

Il conte di Nubo raccontò l'avventura al _club_, senza nominare
alcuno, della maniera la più comica, in presenza di un redattore del
_Corsaire_. Questi andò per ragguagli alla caserma dei _Chasseurs_, ed
il dì seguente, nella rubrica degli _échos de Paris_, si potè leggere
l'aneddoto completo con indicazioni ed iniziali. Dicevasi:

«Una delle più belle giovani donne di Parigi, la _lionne_ dei nostri
saloni aristocratici, R* di L... moglie di uno dei nostri romanzieri
più a la moda ed il più grazioso dei tempi nostri, il signor S* di
L...--il signor principe di L... rappresentante _in partibus_ di una
delle grandi potenze del nord di Europa...--un poetico banchiere
scandinavo, il signor A... D...--l'intendente di una bella vedova,
conosciuta per l'eleganza del suo gusto ed i misteri della sua vita,
madama A... T...»

Insomma, davansi tali segnalamenti, ch'e' sarebbe stato impossibile di
confondere le persone, e raccontavasi la verità con l'esattezza di un
processo verbale.

--Tu avevi ragione--disse Giustino l'indomani, presentando il giornale
a suo fratello. Il colpo è dato.

--Ci servono appuntino. Dammi la fiala.

Giustino cavò lentamente di tasca un involtino, e sedè senza parlare,
la testa inclinata sul petto, riflettendo. Sergio stese la mano per
ricevere il boccettino. Lo prese, lo nascose sotto l'origliere.

Che sogni incantati n'aveva egli fatto, che ore celesti n'aveva egli
vissuto su quell'istesso guanciale, faccia a faccia, bocca a bocca con
Regina!

I due fratelli restarono in silenzio per qualche minuto.

--La ferita del signor Dehal è dessa mortale?--chiese Sergio.

--No--rispose Giustino--Non è che perigliosa.

Seguì un nuovo silenzio. Infine, Giustino si levò bruscamente e partì,
senza soggiungere una sola parola, senza gittar neppure uno sguardo al
fratello.

--Egli soffre più di me, in questo atroce giudizio--sclamò Sergio. Ma,
non importa, giustizia sarà fatta.

E gittò il _Corsaire_ sulla brace.




XV.

Un capitolo di romanzo.


Le emozioni, che dalla vigilia, colpo su colpo, eransi avvalangate su
Regina, l'avevano sconvolta, disfatta.

Questa giovane non aveva conosciuto fin lì altri fremiti che quelli
del piacere; altre cure, che le cure della _toilette_; altri
turbamenti, che quelli dei desiderii non per anco soddisfatti; altre
sensazioni, in una parola, che le sensazioni diverse che accompagnano
il compimento delle imprese della vita elegante, della vita delle
feste, dell'esistenza dei favoriti della fortuna e della natura. Ora,
questa sultana dei saloni aristocratici subiva, da ventiquattro ore, i
dolori più strazianti, le ferite più spietate cui potevano infliggere
il denigramento, il rimorso, l'insulto, l'ignominia.

Ella era sottostata al racconto di Marco di Beauvois; al perdono di
suo marito; al disdegno freddo di suo cognato; alla vista commovente
delle sofferenze di Alberto Dehal; a Sergio--il quale l'aveva perfino
richiesta di dettagli sullo stato del suo antico rivale, quasi e'
fosse stato uno straniero! Ella aveva sofferto l'insonnio della notte;
la battaglia del cuore che consigliavale di rivelar tutto a suo
marito; lo stoicismo ateo del dottore di Nubo, il quale aveva riso il
mattino di tutte quelle corbellerie; e l'incontro col principe, cui
ella aveva dovuto vedere quel giorno istesso per informarlo di tutto
ciò che era avvenuto.

Il principe sapeva tutto di già.

Regina era abbattuta. Ella bruciava dei fuochi della febbre. I suoi
pensieri s'infrangevano sotto il suo cranio come i cavalloni
corrucciati della tempesta addentano il lido.

Rientrando, alle cinque, un messaggiero portò una lettera per suo
marito. Ella la prese e gliela recò.

--Vien dal giornale--disse Sergio scorgendola. Leggila.

Regina lesse:

«Non abbiamo seppure una linea di manoscritto per domani. Ce ne
occorre ad ogni costo. La fine, la fine, la fine ad ogni modo.»

--Ebreo errante, marcia!--gridò Sergio poggiando il capo sul
guanciale.

--Andiamo, amico mio--ripetè Regina--un po' di coraggio. Vuoi tu che
io scriva sotto la tua dettatura? Puoi tu dettare?

--Che ne so io? La mia testa se ne va.

--Prova, amico mio, vediamo, io sono qui. Se non puoi, cesseremo.

Sergio si sollevò sul suo cubito, passò la mano sulla sua fronte, e
concentrossi, per raccogliere le sue idee. Infine, cominciò a dettare.

Regina coprì di scrittura pagina su pagina. Era la fine del romanzo:
_Les sixièmes étages de Paris_.

Regina, l'eroina del romanzo a cui Sergio aveva impartito il nome
tanto amato di sua moglie, era per suicidarsi.

Sergio dettava:

«Il veggio era acceso. Le finestre e la porta ermeticamente riturate.
Il povero giaciglio, non più verginale, ma innocente sempre era pronto
a riceverla, come l'altare riceve le vittime delle tragedie antiche.

«Regina baciò religiosamente una ciocca di capelli di suo padre, il
ritratto di sua madre, che pendeva al suo capezzale, a lato
dell'immagine della madre di Dio. Ella cacciò bene addentro, in una
piega del suo busto, un fiore da lungo tempo appassito, una lettera
che conservava ancora le impronte delle sue lagrime--l'ultima, la
lettera di separamento da Maurizio d'Apremont. Ella lisciò i suoi
capelli, raggiustò la sua veste da domenica, di cui erasi azzimata per
presentarsi innanzi alla morte, linda, bella, con tutte le eleganze
che l'avevano adorna in la vita. Poi si assise alla sua piccola
tavola, da cui cavò un foglietto di carta, e scrisse la lettera
seguente:»

--Di' carina--chiese Sergio--vuoi tu darmi una tazza di the?

--Lo vo benissimo--rispose Regina alzandosi dallo scrittoio. Ma l'è
terribile e stupendo. Non mai avesti tu più di vena. Tu sei ispirato,
amico mio.

--Esaltamento di febbre--replicò Sergio. Al postutto, ch'è dunque
l'ispirazione se non una febbre cerebrale? Ed io ò due febbri: una
alla testa, una al cuore.

Regina fece un passo verso di lui. Ebbe una tentazione subita di
gittarsi nelle braccia del marito e di dirgli: «Giudicami! ecco le mie
colpe!» Ma ella credè di scorgere negli occhi di Sergio uno sguardo
sinistro, una luce scura che l'arrestò. Volse quindi il dorso in
silenzio e se ne andò lentamente a preparare il the.

Sergio seguilla degli occhi con ansietà. Si avrebbe potuto leggere sul
suo sembiante il desiderio di richiamarla... Si astenne. Invece,
sporse la mano e preso tutto il manoscritto cui Regina veniva di
terminare.

Questa ritornò tosto col the.

Sergio poggiò la tazza sul mobile vicino al suo letto, e, leggendo
sempre la scritta della moglie, o sorbendo a centellini la bevanda
profumata, le disse:

--Andremo a continuare.

--Dammi i fogli allora--rispose Regina.

--Prendi un altro quinterno--replicò Sergio senza levar gli occhi dal
manoscritto.

--Non v'è che della carta a lettere.

--Ma! la carta a lettere è pur della carta, perdio!--sclamò Sergio con
impazienza, leggendo sempre.--Scrivi dunque.

Regina prese un foglietto, e, la penna in aria, aspettò in silenzio
che suo marito dettasse.

Sergio continuò:

«L'è troppo tardi, amico mio. Tu m'ài colpita del tuo disprezzo e m'ài
minacciata di abbandono. La calunnia mi à ferita. Io sono sola. Non
posso dunque lottare; non voglio più restare in piedi nella lotta.

«Se tu mi avessi creduta, io avrei resistito, ed avrei forse provato
al mondo ch'esso ingannavasi. Tu ti sei arrangato dalla parte de' miei
insultatori. Io aveva vagheggiato la felicità con te, e gustata
l'aveva per un dì. Poichè oggi tutto si abbuia, io abbandono il posto,
cedo la parte, e mi ritiro--perdonandovi tutti.

«Se non lascio nulla dietro a me, neppur dei rimpianti, sii sicuro,
amico mio, che io porto meco qualcosa: la sovvenenza di un amore cui
la bufera à fulminato, ma cui Dio non à cessato un istante di
benedire. Adesso, le apparenze son contro me. Mi lascio dunque
schiacciare da esse... e muoio.

«È terribile pertanto morire a vent'anni! Ma, mestieri n'è. Addio. Io
non voglio venir manco, intenerirvi... Addio, amico. Che Dio ti
accordi l'oblio, perocchè tu ài di già il perdono della donna che ti
amò tanto e che t'ama sempre.»

                                                   «REGINA.»

--Regina!--rispose costei, lasciando cader la sua penna. Io scoppio,
amico mio. O' voglia di piangere. L'è ben triste la sorte di questa
povera fanciulla.

--Restiamone dunque lì per oggi, allora--disse Sergio. Anch'io ò il
cuore gonfio. Sì, fermiamoci. Non è abbastanza per un'appendice; ma
dessi aspetteranno fino a domani. Porgimi codesto foglietto ed
apparecchiami un'altra tazza di the. Non desino.

Regina dette la lettera ed uscì. I suoi occhi navigavano nelle
lagrime.

Sergio raccolse tutta la copia di Regina, la piegò e la mise sulla
colonnina a fianco al suo letto.

La sera, e' si lamentò di un gran mal di capo.

Regina pranzò sola, ed alle dieci, Sergio la rinviò nella camera di
lei.

Durante tutta la sera non le aveva volto dieci parole.

Rientrata in camera, Regina pregò e si coricò.

Ella non abbracciò neppur Nick, la sua guardia del corpo, che restava
tutta la notte in fazion alla sua porta. Ella pianse pure senza troppo
sapere perchè. Ella pianse di quelle lagrime che talvolta colano,
subite e mute, e che muovon da Dio, vengono per la via del cuore, e ci
sollevano di una tristezza profonda e misteriosa.

Regina si addormentò alla fine; e due lagrime--due ritardatarie, due
_trainardes_--limpide, lente, spuntarono agli angoli degli occhi,
solcarono tranquillamente le guance e bagnarono i guanciali. Erano di
quelle perle, per le quali il dio dei cristiani avrebbe perdonato ben
altre colpe che quelle di Regina!

A mezzanotte, ella dormiva del sonno placido ed eguale dei bambini.


Altra cosa occorreva nel tempo stesso nella camera di Sergio di
Linsac.




XVI.

Una visita notturna.


Sergio era restato nel suo letto, immerso in una meditazione profonda,
che si traduceva sul suo sembiante, seguendo fasi diverse: ora, con un
rapido rossore; ora, con crispazioni delle labbra e dei muscoli del
viso; ora, con la fissità della pupilla che gli dava la maschera del
catalettico. E' sollevavasi di balzo su i suoi origlieri, si avvolgeva
sotto le coltri, come per sottrarsi alla presenza ed alla pressione di
un fantasima. Poi ridiveniva freddo, come se ghiaccio fuso e non più
sangue riempisse le sue vene.

In questo parossismo di quietitudine e' si levò, all'una del mattino.
Bassò il lucignolo della lampada, ed, i piedi nudi, imbacuccato nella
sua veste da camera, traversò il suo gabinetto e recossi all'altra
estremità dell'appartamento, fino alla camera da letto di Regina.
Quivi fermossi ed ascoltò.

Egli udì il rumore cadenzato cui faceva Nick, rimovendo la coda sul
tappeto, ed il _diapason_ eguale, lento, leggiero della respirazione
di Regina.

Ella dormiva placidamente, profondamente!

Sergio restò qualche minuto ad udire quella musica santa del sonno
dell'innocenza, poi ritornò nella sua camera.

Vi era ancora della bracia nel focolare.

Sergio prese il manoscritto, cui aveva dettato a Regina; ne tolse la
lettera che questa aveva scritto a nome della Regina del romanzo, e
cacciò il resto sotto i carboni ardenti. Ratto, la fiamma vi sorse e
l'ultima scena dei _Sixièmes étages de Paris_ disparve.

Sergio assistè perfino alla trasformazione, alla scomparsa delle
ceneri nere della carta, cui respinse sotto la brace. Prese in seguito
la lettera, e cavò di sotto il guanciale la piccola fiala, cui suo
fratello gli aveva portato il mattino.


La camera di Regina era rischiarata da una _veilleuse_ posta sul
mobile vicino al capezzale. Il fondo di essa era immerso nell'ombra.
Ma la fioca luce, che sprigionavasi di sotto ad un _abat-jour_ di
alabastro, cadeva in pieno sul sembiante della giovane.

Regina dormiva supino, la faccia volta al cielo.

I suoi lineamenti erano calmi. Le sue palpebre erano socchiuse, di
guisa che scorgevasi, tra le due ciglia, come un orlo degli
occhi--banda di perla incastonando una linea di nero smalto. Le sue
labbra erano semi aperte, e le ai vedeva sempre sul labbro superiore
la scottatura ancor viva--cui Sergio vi aveva impressa--come una
foglia di rosa pizzicata da un bruco.

Ella era bella.

Ella avrebbe data la vertigine a tutt'altro uomo, che ad un marito
oltraggiato e dominato dal demone della vendetta. Le mani di lei
pendevano fuori dei lembi del letto, ed il suo _peignoir_, sbottonato
sul seno, offriva allo sguardo delle delizie che avrebbero messo la
disperazione nel cuore di un artista.--Imperciocchè alcuno non
idealizza come dama natura, quando la si da questo compito!

Sergio, egli stesso, restò tocco, abbarbagliato. Un brivido terribile
gli corse lungo la spina. Ebbe la tentazione di gettarsi su quella
divina creatura, svegliarla di un bacio, e sottrarsi all'incubo che lo
possedeva.

Egli sentì che l'inebbriamento guadagnavalo. Fece un passo per
retrocedere ed urtò in Nick, dietro ai suoi talloni.

L'aspetto di quest'essere vivente, altro che la fata la quale lo
ammaliava e lo attirava, operò in lui una reazione rapida. Il mondo
reale lo riacciuffò. Egli mise allora la lettera, cui Regina aveva
scritta sotto la sua dettatura e firmata, sul piccolo _secretaire_ ove
ella scriveva, e tornò innanzi al letto.

Egli era ancora a dimandarsi se assassinava o se eseguiva una
sentenza!

Se Regina avesse aperto gli occhi, ella era salva. Se avesse potuto
dire una parola, il boia sarebbe forse ridivenuto l'innamorato...
Regina dormiva. La morte apparente rizzavasi tra suo marito e lei ed
intercettava le correnti fra i due cuori.

Sergio cavò allora freddamente l'albarello del suo viluppo; sbirciò a
traverso la luce il colore del liquido che vi si conteneva; lo sturò;
e lasciò distillare una gocciola di quell'essenza d'inferno sulla
piccola piaga che le aveva fatta col suo sigaretto.

La flittene erasi rotta e l'escara non ancora formata. La piaga era
dunque viva.

Seguì un minuto secondo, che fu un'eternità.

E' lasciò cadere una seconda stilla.

Fu dessa una sensazione? fu una rivolta dell'istinto? Regina aprì gli
occhi.

L'aspetto di Sergio doveva essere talmente scomposto e livido, che
dessa, per intuizione fulminea, comprese tutto.

--Innocente ancora!--gridò ella tendendo le braccia al marito.

Era già troppo tardi di un secondo.

Regina ricadde sulle piume, la testa rovesciata fuori del letto...

Era morta.

Sergio gettò via per terra la fiala e fuggì.

Trovò alla porta Nick, che gli ringhiò orribilmente, e sordamente
gemè.

Chiuse l'uscio ed andò a rificcarsi sotto le coperte.

Avrebbe voluto che quel giaciglio fosse l'abisso! Se non fosse
piombato in deliquio, e' si sarebbe per fermo ucciso.


L'indomani, furono i gridi di Lisa ed i gemiti di Nick che lo tirarono
di letargia.

Comprendendo allora tutta la portata dell'opera sua, ei si sarebbe
infallibilmente denunziato, se suo fratello non si fosse trovato
opportuno al suo capezzale per sorvegliarlo, per salvarlo.

Sergio corse alla camera di Regina, l'infraperse.... e fuggì.


Il dottore di Nubo, istruito dell'avvenimento, arrivò quindi a poco.
Egli entrò nella camera dove era il cadavere, innanzi al commissario
di polizia.

Il commissario leggeva la lettera di Regina.

Il dottore indovinò tutto, di un sol tratto, di un solo sguardo, ed
uscì.

Egli entrò nell'appartamento di Sergio e rimase impiedi avanti ai due
fratelli, ed in silenzio.

--Ella non era l'amante del principe di Lavandall--diss'egli infine,
di una voce fioca e lenta. Ella non era che un agente diplomatico
dell'ambasciata.

--Come?--gridò Sergio.

--Signor Sergio di Linsac--continuò il dottore--ecco due volte già che
vi gettate a traverso della mia via. Guai a voi, se v'incontro una
terza volta.

Il dottore uscì.

Sergio svenne.


La sera, i giornali di Parigi annunziavano, nei Fatti diversi:

«Una sventura orribile à colpito uno degli uomini i più distinti della
stampa parigina. La signora contessa Sergio di Linsac si è suicidata
col _curare_, in seguito all'infame calunnia sparsa sul conto di lei.

«Suo marito è pazzo di dolore.»

Il principe di Lavandall partì in congedo per un viaggio in Italia.

Ora, che era desso il principe di Lavandall?

Uditelo.


FINE DELL'EPISODIO PRIMO.





MAUD

EPISODIO SECONDO.




I.

The foundling hospital.


A capo di Lamb's-Conduit street, a Londra, sorge un grande edificio
che occupa un considerevole posto nella strada.

À una spaziosa corte esterna, un gran giardino di dietro, Macklembourg
Square all'est e Brunswik Square all'ovest.

Quest'edifizio occupa tre lati di un quadrato. La facciata è costrutta
in pietre, le due ali in mattoni. Le finestre di mezzo sono ornate di
vetri opachi; quelle dei lati di piccoli cristalli, sopra telari
dipinti a rosso.

È il _foundling hospital_--l'ospizio dei trovatelli.

Il pubblico è ammesso a visitarlo ogni domenica, mediante una
retribuzione di sei _pence_ (dodici soldi), che si lascia in un
vassoio tenuto da uno degli amministratori dello stabilimento, alla
porta della cappella. Gli altri giorni l'ingresso è interdetto.

Vi si va la domenica per udirvi suonar l'organo, il quale non à altro
merito che quello di essere stato regalato da Haendel. Vi si va per
ammirare il ritratto del capitano Thomas Coram--il fondatore
dell'ospizio--magnifico dipinto di Hogarth, e qualche altro quadro più
o meno bello di Ramsay, di Shackleton, di Hudson e di Joshua Reynold.
Vi si va per udir cantare e veder mangiare i figli del luogo;
osservare come sono coricati e con quanta nettezza tenuti.

Ed invero, non poche tenere madri augurano ai loro propri figliuoli la
sorte di quelli abbandonati--mentre tanti fra costoro invidiano la
felicità dei fanciulli che ànno una madre!


Una bella mattina di giugno, raggiante di un sole caldo e limpido--cui
i detrattori della mia cara Londra le negano anche nell'estate--una
carrozza sboccò dal lato di Mecklembourg Square e si fermò innanzi
all'inferriata dell'ospizio.

La carrozza era stemmata, tirata da quattro cavalli grigi pomellati,
condotta da un cocchiere che pesava due tonnellate, a parrucca
incipriata, forte in colore, raso il mattino, vestito di una livrea
amaranto a lacci neri. Tre lacchè, similmente vestiti, recando
ciascuno nelle sue mani un lungo bastone a pomo di oro, tenevansi in
sul pedile di dietro.

Discesero, ed un di costoro si avvicinò allo sportello per pigliare
gli ordini del padrone.

Questi disse un motto, ed il valletto andò a suonare al cancello,
dimandando al portinaio se mistress Grown fosse in casa.

Alla risposta affermativa del funzionario (che in Italia sarebbe stato
cavaliere, se pur no commendatore) il lacchè gli significò di aprire e
di lasciar entrare la vettura nella corte.

In generale, gli inglesi ànno un certo rispetto per tutte le persone
che girano in cocchio. Ma questo rispetto si eleva ad ammirazione, se
il veicolo à aggiogato quattro cavalli, e ad adorazione se le quattro
dette rispettabili bestie sono accompagnate da tre o quattro fanti
affusolati di parrucche infarinate, di tricorni, e pastorale a borchie
lucenti.

Laonde, il portinaio, che aveva contemplato tutto codesto, non oppose
la minima difficoltà agli ordini del lacchè del visitatore, e la
carrozza entrò trionfalmente.

Allora, il personaggio che l'occupava cavò dal taccuino una lettera e
la rimise al valletto.

--Fate dimandare a mistress Grown--diss'egli--se la può ricevermi.

Il valletto penetrò nello stabilimento.

Il personaggio rimase nel cocchio.

A capo di qualche minuto, il valletto tornò ed annunziò al padrone che
mistress Grown aveva l'onore di aspettarlo.

Infatti, leggendo la lettera, la buona dama non solo consentì a
ricevere immediatamente lo straniero, ma, raggiustata di un giro di
mano la sua _toilette_--che non era proprio disacconcia--uscì dal suo
appartamento e venne all'incontro del visitatore--non senza di essersi
previamente e ripetutamente mirata nello specchio.

Ahimè! ciò giovava poco alla povera donna! Imperciocchè, per essersi
contemplata per cinquant'anni in tutti gli specchi possibili, perfin
gli specchi ustoridi del Politecnico! la non aveva accorciati di una
linea i suoi lunghi denti, nè fatto impallidir di un zinzino il rosso
ardente delle sue guance, nè offuscato di un'impercettibile nuance il
tuono carota dei suoi capelli.

Del resto, se queste piccole contrarietà fisiche l'avevano messa
talvolta in collera contro la natura--sopratutto quando una velleità
di matrimonio le aveva solcato la mente--giammai quella collera non si
era volta contro altrui, nè si era fatta risentire neppur di rimando.

Mistress Grown era di un'inesauribile bontà, e di una calma
supremamente britannica.

Statemi dunque a far delle glosse contro i capelli carota!

--Chi può essere codesto straniero «di grande distinzione» cui la
duchessa di Shetland mi raccomanda di accompagnare io stessa nella sua
visita allo stabilimento, senza manco indicarmene il nome?--si
domandava la buona mistress Grown, uscendo dal suo _drawing room_.

Ella ne era ancora a chiedersi codesto, quando il personaggio
annunziato comparve.

Mistress Grown era la direttrice della parte orientale dell'edifizio,
destinata alle fanciulle.

Bisogna credere che la si aspettasse ad altro, perchè una tal quale
sorpresa si dipinse sul suo viso all'aspetto di colui che si avanzava
verso di lei.

D'ordinario, i visitatori serii che picchiano alla porta di questi
ospizi sono dei pubblicisti--i quali si occupano di scienze sociali--o
di uomini di una certa età e mica ricchi.

Il visitatore, questa volta, si presentava con grande spanto; portava
lettera di una delle più grandi dame della corte, parente della
regina, ed in un giorno in cui il pubblico non era ammesso.

Gli era poi costui un giovane di venticinque a ventisei anni. E il suo
vestire semplice, il suo portamento modesto non indicavano, di modo
alcuno, ch'egli potesse avere il petto coperto di decorazioni, e che
il giorno innanzi egli avesse aggiunto l'ordine della Giarrettiera a
quello del Toson d'oro, alla Legione di onore, alla placca in diamanti
di S. Andrea.

Il suo andare era lento ed un po' stracco. Trascinava il passo come la
gente distratta, la quale si cura poco della terra cui calpesta e del
mondo che la circonda. Era molto pallido. Ma s'indovinava di
un'occhiata, che quella pallidezza, pur non essendo affatto naturale,
non era una pallidezza completamente malaticcia, nè sopra tutto quel
pallore sinistro che denunzia il vizio od il rimorso.

I suoi capelli bruni, un cotal poco laschi sulla fronte, inquadravano
un viso leggiermente allungato e si armonizzavano con i tratti
avvenentissimi della sua fisionomia.

Portava tutta la barba, d'un colore alquanto men scuro dei capelli.

Uno sguardo opaco e chiuso in di dentro spiccava d'ordinario dai suoi
occhi di smeraldo. Per momenti però, quello sguardo si allumava, come
le lanterne cieche che si animano di botto quando le si dirigono verso
l'oggetto cui si vuole rischiarare. Per ciò, appunto, il suo sembiante
dal color scialbo ed inespressivo di già, si velava inoltre di uno
strato di ghiaccio. Quell'uomo diventava allora un mistero. Tanto più
che la sua bocca si componeva di raro al sorriso, quantunque facesse
mostra di denti magnifici, fra due labbra pallide nascoste sotto
lunghi batti.

Quell'aspetto sofferente non si spiegava. Imperciocchè, non magrezza,
non linee curve, non contrazioni violente di muscoli, non rughe, nulla
insomma, l'abbiam detto, che dinotasse il disordine dell'esistenza di
certi chiostri, un guasto permanente nella salute. Nulla che indicasse
la causa, a quell'età, di quel tono freddo, di quell'aria molle, di
quello spossamento di fluido che, dal primo incontro, teneva a
distanza coloro che l'avvicinavano.

Non svegliava alcuna simpatia. Ma eccitava una specie di sorpresa
curiosa, e forse un po' di paura--sopratutto quando la sua faccia si
oscurava ed e' rientrava in sè o si stecchiva sotto il sentimento
della collera.

Era poi alto, smilzo, ben proporzionato, dall'insieme elegante e senza
affettamento, avvegnachè portasse, camminando, la testa un po'
inclinata sul petto e la mano dritta sul cuore.

Le sue maniere erano distintissime, ma poco calorose. Non un gesto,
parlando, per rilevare l'espressione di una voce, d'ordinario sorda ed
incolore. Non era parlatore. Al contrario, il suo verbo era corto,
quando alcuna passione nol dominava. Sotto l'impulsione di un affetto
qualunque, però, egli diventava eloquente, poeta, ed aveva un accento
sarcastico ed amaro.

Questo personaggio si avanzò verso mistress Grown e la salutò del
capo, con rispetto, senza dire motto.

--Milord--esclamò mistress Grown restituendogli il saluto--la lettera
di Sua Grazia la duchessa di Shetland, cui vostra signoria mi à fatto
l'onore recapitarmi, mi apprende che la S. V. desidera di visitare
l'ospizio. Sono agli ordini vostri, milord.

Lo straniero s'inclinò leggiermente.

--Di dove V. S. vuoi cominciare?--dimandò mistress Grown--dai
garzoncelli o dalle figliuole?

--Dalle figliuole, madama--rispose il visitatore, in inglese, come
mistress Grown gli aveva favellato.

--In questo caso, milord, vogliate darvi la pena di accompagnarmi.

Lo straniero le offerse il braccio, e cominciarono la visita dello
stabilimento.

Mistress Grown, pur volendo mostrarsi graziosa verso colui cui le
avevano raccomandato, bruciava di voglia di conoscere lo scopo di
quella visita. Come non era guari a presumere che quel giovane signore
avesse dimandato una lettera ad una dama della corte, per andare
personalmente, in treno di gala, a scegliere una cameriera in un
ospizio, la sua curiosità doveva avere un altro interesse.

--Non è nemmanco possibile--ruminava nel suo capo mistress Grown--che
egli venga a visitare i quadri della sala del comitato. La _Marcia di
Finchley_ di Hogarth, il cartone di Raffaello, l'_Angelo_ ed _Ismaele_
di Highmore, il _Cristo_ di Willis, il _Moise_ di Hayman, belli che
siano, non richiedono un così alto intervento per essere ammirati.
Verrebb'egli dunque per conoscere la storia del capitano Thomas Coram,
e come quel bravo uomo fondò l'ospizio? Vien'egli per apprendere i
nostri regolamenti e paragonarli a quelli del continente; per
osservare come lo stabilimento è tenuto ed amministrato; per ottenere
la statistica dei trovatelli raccolti? Non ne so nulla. Come dunque
posso soddisfare ai suoi desideri se non l'indovino?

Malgrado si mettesse queste questioni, mistress Grown non osava nulla
chiedere allo straniero. Si proponeva mostrargli tutto, tutto dirgli.
Lo condusse dunque nella vasta sala ove le ragazze entravano in quel
momento per pranzare.

Erano circa centocinquanta.

La sala, lindissima, era rischiarata da parecchi finestroni aperti,
sporgenti sul giardino, da cui penetravano, nel tempo stesso, il sole
a grandi ondate, la brezza, il cinguettare degli uccelli che
folleggiavano negli olmi, ed il profumo dei fiori delle aiuole, misto
all'odore delle vivande.

Delle tavole, senza mensale, coperte di tela verniciata, correvano da
un capo all'altro della sala.

Ogni figliuoletta occupava il suo posto numerato.

La veste in cotonata bruna non le sformava troppo. L'azzardo le aveva
abbellite di teste bionde, di occhi limpidi, di labbra rosee che
sembravano sospirare i baci di una madre--e la minestra.

Quando ognuna fu al suo posto, un momento di silenzio seguì. Poi, dal
centro delle tavole, una modesta ragazza di diciassette a
diciott'anni, la più attempata della compagnia, intonò il _benedicite_
di una voce dolce ed un poco commossa.

Aveva questa terminato appena la preghiera, che un'altra giovinetta
cominciò a dispensare con rapidità ed appropriatamente le porzioni di
carne e legumi, ammonticchiate nel piatto a lei dinanzi.

La direttrice ed il visitatore percorrevano il refettorio silenziosi e
lenti.

Si sarebbe potuto leggere sul sembiante di mistress Grown la
soddisfazione, con la quale constatava la ciera di salute che
mostravano quelle fanciulle, ed il buon appetito con cui esse
divoravano la loro pietanza. Mistress Grown dimandò perfino a qualcuna
d'elleno se era soddisfatta.

Il viso dello straniero, all'incontro, restava impassibile. Guardava
pertanto attentamente, e rallentava talvolta il passo onde meglio
osservare. Gli capitò perfino di fermarsi due o tre volte innanzi alle
più adulte di quelle figliuole. Ed allora, se gli si fossero messi gli
occhi negli occhi, vi si avrebbe potuto trovar forse quella vita e
quell'acuità che mancava loro di abitudine.

Fece due volte il giro della sala, senza disserrare le labbra.

Uscendo del refettorio, mistress Grown, che si sentiva imbarazzata di
quel silenzio; che si trovava appesa al braccio di quell'uomo come a
quello di una statua di bronzo; che era curiosa di più in più, bisogna
dirlo, e che avrebbe voluto trovare nella bocca di lui l'espressione
dei suoi sentimenti, gli dimandò timidamente:

--Ebbene, milord, la S. V. pensa dessa che noi compiamo il nostro
dovere verso quelle sgraziate creature?

--Lo penso, madama--rispose lo straniero di un tono secco.

--Ed ora, milord, vostra Grazia vuole ella visitare i dormitori delle
fanciulle?

--No, madama--rispose lo straniero. Piuttosto il giardino.

--Dopo l'appartamento della segreteria, non è vero, milord?

--Prima, madama, se il permettete.

Uscirono nel giardino.


Lo straniero camminava adesso un poco più sollecito, dirigendosi verso
un viale ombrato da folti platani, al coperto dal sole che cadeva a
piombo sui praticelli. Delle grandi magnolie, in vasi, riempivano
l'aria di olezzo. Le aiuole spiegavano i loro addobbi di girani, di
viole, di flussie, mentre le ravanelle; gli anthemi, le cobee, le
volubili si arrampicavano su per i tralicci verdi del muro e li
tappezzavano di fiori di oro, di zaffiro e di argento.

La caldura e la luce sembravano risvegliare in quel giovane signore
una certa animazione; perocchè, forzando il grave suo silenzio,
chiese:

--Madama, che fate voi apprendere alle figliuole di questo ospizio?

--Mica molto, milord--rispose mistress Grown un poco imbarazzata.
Imparano a leggere, a scrivere, a cucire--in breve, ciò che può
occorrere ad una povera famiglia.

--Quale sorte le attende uscendo di qui?

--Le più fortunate divengono cameriere. In generale, si fanno serve od
operaie.

Lo straniero si tacque.

--La loro sorte non è poi brillante, milord--continuò mistress Grown.
Ma noi ci studiamo, innanzi tutto, d'impedire che esse cadano nel
male.

--Sono figlie tutte del popolo?--dimandò lo straniero.

--Lo più sovente, milord. Però, capita talvolta altresì che delle
persone di una condizione più elevata vengano a nasconder qui il
frutto della loro vergogna o il malore della loro leggiera condotta.
Non si dà giammai spiega alcuna. Ond'è che la povera fanciulla, cui si
destina ad una cucina o ad una manifattura, potrebbe bene avere una
madre che va a corte ed un padre che siede in Parlamento.

--Non avviene mai che una madre riprenda la sua prole?

--Una sopra dieci mila. Quando una donna à fatto rinculare il
sentimento della maternità innanzi a quello della vergogna, è ben raro
che la abbia un ritorno e si corregga. Quasi sempre, la natura à
perduto la sua partita contro la società.

Lo straniero si tacque di nuovo. Ma mistress Grown, che si accorgeva
con soddisfazione il ghiaccio cominciare a fondere, e se ne attribuiva
modestamente il merito, dimandò:

--Milord, desidera egli la statistica dei resultati morali e materiali
del nostro ospizio--che è lo più considerevole di Londra?

--Grazie, signora--rispose lo straniero. Vogliate dirmi piuttosto il
nome di quella giovinetta che à recitato il _Gratia_ a desinare.

Mistress Grown guardò fra i due occhi il suo interlocutore, per provar
di rendersi conto del senso intimo dell'interrogazione. Poi, dopo un
istante di silenzio, rispose secco, secco:

--Maud, milord.

--Potreste farla venir qui e parlarle, madama?

--E che dovrei io dirle, milord, se me lo permettete?--obbiettò
mistress Grown, di meglio in meglio stupita.

--Tutto ciò che vorrete, madama--riprese lo straniero;--basta ch'ella
parli.

--Ah! sclamò la direttrice, osando guardare di nuovo. Vorreste
interpellarla voi stesso, milord?

--Al contrario--rispose questi con vivacità. Io mi ritiro dietro
quell'arcata di liane. Io non voglio che udirla.

Mistress Grown salutò profondamente, come qualcuno che si rassegna a
cosa che gli spiace, ed uscì per andare in cerca della figliuola.

Due minuti dopo, la conduceva Maud della mano.

Lo straniero si nascose infatti dietro il pergolato.

Egli si sforzava di comprimere nel suo seno una specie d'inquietudine,
che si tradiva fuori per un rianimamento inusitato delle guance ed una
respirazione più calda e più celere. Le sue pupille, or ora sì opache,
scintillavano adesso.

Egli avviluppò del suo sguardo la giovinetta, cui mistress Grown
conduceva.

Se questa degna persona avesse potuto osservarlo, ella sarebbe restata
sorpresa di trovare tanta vita in un sembiante cui aveva visto un
momento fa sì placido e freddo, ed una espressione sì strana su dei
lineamenti che un istante innanzi sembravano estinti.


Mistress Grown guidò la ragazza vicino ad un pergolato di clematite,
come in passeggiando, parlandole con dolcezza, sorridendole con bontà.
Ella non aveva coscienza di ciò che faceva. Ma pensava che il
personaggio, il qual le era stato raccomandato di sì alto, e che
pareva sì colmo di dignità e di distinzione, non poteva pigliarla a
complice di una cattiva azione. Si prestava quindi adesso con non
troppa repugnanza ai desiderii dello straniero. Poi una luce le
traversò per la mente:

--Vorrebb'egli riparare un torto?--si dimandò ella interiormente. È
troppo giovane, pertanto! Lo si sarebbe incaricato... Di che?

Maud la seguiva, niente affatto sorpresa dell'immenso favore di
famigliarità cui la direttrice le mostrava. Sembrava così rassegnata,
che la si sarebbe creduta indifferente. Non sperava ella adunque più
nulla su questa terra, dove si spera sempre? Ovvero aveva dessa una
confidenza più illimitata che altrui nell'avvenire?

Chi lo sa?

Una serenità completa regnava sul suo sembiante.

I suoi occhi non esprimevano alcun desìo--se tuttavia non n'era uno
quel lungo sguardo di cui seguire una rondine, sì alto nel cielo, che
la si sarebbe detta perduta nello spazio.

--Così che dunque, figliuola mia--diceva mistress Grown, continuando
la conversazione--voi non avete alcuna preferenza per un mestiere anzi
che per un altro?

--Dio mio, madama--rispose Maud--io so che debbo il mio tempo ed il
mio lavoro a colui che mi dà del pane. Ch'egli ne usi allora come
vorrà.

--Pertanto vi sono lavori più o meno duri, più o meno
servili--soggiunse la direttrice. Noi abbiamo attitudini diverse,
vocazioni... Ne avete voi una, figliuola mia?

--A che pro averne una, madama, se io non sono al caso di scegliere?
Quando non si à neppure ciò che conforta i più piccoli uccelli del
cielo, i più piccoli insetti dei campi: una madre! sarebbe mai lecito
avere altri desiderii, madama?

--Chi sa, piccina mia--sclamò mistress Grown, volgendo gli occhi verso
il traliccio di liane. Non sareste voi la prima creatura abbandonata
che avrebbe trovato di un tratto una famiglia e l'opulenza.

--Sì madama--replicò Maud--ma Dio è troppo in alto per guardar sovente
a di sì piccoli atomi e seminare miracoli. O' letto nella Bibbia...

--Come, figlia mia--l'interruppe la direttrice con
tristezza--disperereste voi dunque della bontà di Dio?

--No, madama. Ma ò paura di averlo stancato a forza di domandargli
sera e mattino...

--Dei sogni?

--Non ancora, madama: un miracolo!

--Ed avete avuto torto, figliuola mia. La cagion prima dei nostri mali
sulla terra è la non-rassegnazione.

--Gli è vero, madama. O' avuto torto. Un giorno però voi mi diceste
che, quando si depositò la mia culla alla porta di questa casa, si
depositò pure una somma di 500 ghinee--un dono per lo stabilimento.

--Sì. E poi?

--Un altro giorno, madama, mi ricercarono per occuparmi in una casa di
confezione come cucitrice. Io voleva andarvi. Voi mi diceste allora,
madama, che si era imposto allo stabilimento, depositandomivi, di non
disporre di me prima che io non mi avessi compiuto i sedici anni.

--Ebbene, che volete voi conchiudere di codesto?

--Dio mio! l'è chiaro, pertanto. Se vi impedivano di disporre di me,
si voleva dunque reclamarmi prima di quell'età.

--Ah!

--Io ò terminato i miei diciassette anni, madama--soggiunse Maud con
abbandono--ed alcuno non è venuto.

--Voi disperate, allora?

--Talvolta, madama. Perchè, ecco lì due anni, che non è scorsa un'ora
della mia giornata, una sola delle mie notti, in cui io non mi abbia
delirato di quell'assente. È dessa morta? mi dico. Ebbene, che mi si
indichi la sua fossa, perchè io mi vada talvolta a piangervi e
portarvi dei fiori. È dessa povera? io so lavorare; lavorerò per lei.
È dessa colpevole? io le perdono--di gran cuore le perdono. Arrossisce
di me? ebbene, che me la si mostri soltanto, ed io andrò alla sua
porta a vederla passare e benedirla di tutte le forze dell'anima mia.
Mi à dessa obliata? ma che la mi oblii. Io non le dimando nulla: non
voglio che vederla una volta sola, una volta, per dare una forma al
mio sogno implacabile, un obietto al mio amore assetato; per sapere
ove volgere il mio sguardo nell'orizzonte, su quale testa invocare la
benedizione di Dio, quale angelo adorare nella mia preghiera. Ò io
torto, madama, di disperare talvolta, di aspettar sempre, malgrado
ciò?

Mistress Grown si tacque un istante, non sapendo che rispondere.

Poi sclamò:

--Figliuola mia, è la volontà di Dio: bisogna obbedire.

--Per fermo, madama--replicò Maud sospirando. Nè è Dio che io mi
accusi. Però, come avviene che Iddio--il quale alimenta così
amorosamente gli uccelli del cielo; che dà ai fiori ammanto sì bello
ed alito così profumato; che riveste gli alberi di fresche foglie per
garantirli contro gli ardori del sole; e che tira delle farfalle da
immondi bruchi... come avviene, mi domando io, che egli non abbia il
male se non per le povere creature dell'uomo, come noi, e che ci orbi
di ciò cui dà ai più miseri esseri della creazione: una madre?

La logica del sentimento è senza pietà. E la finisce per far di Dio un
mostro, a forza di attribuirgli le più piccole vicissitudini della
vita.

Se si fosse detto a Maud che non era Dio, ma una società rachitica che
le rubava lo sguardo benedetto di sua madre, il suo dolore sarebbe
forse divenuto ateo, trovando che vi era qualcosa al disopra di Dio,
più potente di Dio: se stesso ed il mondo!

Il giovane forestiero, che restava senza fiatare dietro la spalliera
di liane, gli occhi inchiodati sulla fanciulla, le orecchie tese, si
fece avanti di un tratto.

A quell'apparizione inaspettata, Maud si turbò. Divenne di bracia,
bassò lo sguardo, si ritirò di un passo indietro.

Lo straniero s'avanzò di un'aria grave verso le due donne e le salutò.
Poi, dirigendosi a mistress Grown, le chiese:

--Madama, sarebb'egli permesso di cavare questa giovinetta da
quest'ospizio?

Mistress Grown alzò gli occhi su di lui con un certo piglio di
osservazione, poi rispose lentamente e con gravità:

--Lo si può, milord, conformandosi a certe regole stabilite dai
fondatori.

--Quali, madama?

--Da prima, milord, è mestieri conoscere il nome della persona che
piglia a sua carico l'esistenza del trovatello cui le si affida, ed in
seguito che vuole ella farne.

--In questo caso, madama--riprese con solennità il forestiero--io vi
dimando questa fanciulla. Io sono il principe Pietro di Lavandall,
cugino della duchessa di Shetland.

La direttrice e Maud levarono gli occhi attoniti sul principe.

--Come, Vostra Grazia...?--prese a balbuziare mistress Grown
imbarazzatissima, dopo alcuni minuti di silenzio... Ma... scusi,
milord... non m'inganno io forse? Vostra Grazia dimanda...

--Io vi dimando, madama, questa giovinetta--rispose il principe
vivamente agitato.

--Mille grazie per lei, milord--riprese la direttrice. Perocchè gli è,
senza dubbio, per farne una cameriera della signora principessa di
Lavandall...

--Punto, madama.

--Ma allora, milord--soggiunse mistress Grown, rivenendo un po' della
sua sorpresa...--che vorreste voi fare di questa povera orfana?

--Mia moglie, madama. Voglio farne la principessa Pietro di Lavandall.

E ciò dicendo, salutò le due donne e si allontanò di un passo rapido.

--A casa, e ventre a terra--gridò il principe ai suoi lacchè, salendo
in vettura.

Sentiva che la sua emozione era per sopraffarlo.




II.

Il giorno delle nozze.


Il generale principe Paolo di Lavandall era venuto a Parigi nel 1815
con gli eserciti confederati stranieri.

Alla corte di Luigi XVIII, egli aveva conosciuto Paolina, figlia
maggiore del duca di Saint-Cassan, amica intima della famosa nipote
del principe Talleyrand.

Paolina non era così bella che la duchessa di Dino, ma era altrettanto
ardita ed intraprendente. Si susurrava chiotto chiotto nei saloni che
ella arrivava dove altre, infinitamente più belle di lei, non
avrebbero osato collocare neppure una speranza, e che, aggiungendo la
vivacità caustica del suo spirito e la distinzione delle sue maniere
ad una solida istruzione, spigolata nell'esilio, ella avrebbe potuto
pretendere a passare per letterata--se non avesse preferito di essere
una civetta.

Il principe di Lavandall s'invaghì di lei e la sposò.

E si fece correre il rumore che l'imperatore Alessandro--il quale
l'aveva veduta a Vienna, in casa del principe di Talleyrand--lo avesse
spinto alle nozze.

Di questa unione, dopo un anno o due, nacquero due gemelli: Pietro ed
Alessandro di Lavandall.

Pietro, venendo al mondo il primo, godè del rango di primogenito, e,
poco dopo, del titolo e dei diritti della sua nascita, alla morte del
padre.

Quantunque gemelli, i due bambini si rassomigliavano poco.

Al fisico, la dissomiglianza consisteva unicamente nella gradazione
del colore dei capelli--cui Pietro aveva scuri e Alessandro di un
biondo dorato--e forse anche nel colorito--cui il primogenito aveva
pallido ed il cadetto molto animato. Ma al morale, questa
dissomiglianza era più profonda.

Pietro era un sognatore. Egli amava la solitudine; aveva un carattere
fermo; un coraggio freddo; una grande tenacità di volontà. E' si
mostrava poco aperto. Più esatto al compito cui si assegnava egli
stesso che a quello cui gli si avrebbe voluto imporre. Poi, calmo fino
alla mollezza.

Alessandro, all'incontro, era rumoroso, metti-brighe, pigro. Sempre
dietro a gonne di pettegole, con le mani nelle cameriere. Sempre a
bisdosso di un cavallo, od un fucile alla mano. Abborriva i libri.
Amava la danza; folleggiava per i piaceri; dava volentieri degli
scappellotti; e quando non lo si trovava nei boschi a snidare gli
orsacchi, i lupi, i nidi di aquila, si era certi trovarlo nella sala
d'armi.

Questa differenza di gusti e di costumi non impediva che i due
fratelli si amassero teneramente. Però per cagione appunto di questa
differenza, per spirito di antitesi, il padre--il quale aveva
identicamente il carattere del suo cadetto--preferiva il primogenito,
e la madre--la quale, una volta maritata ed allontanata dalla corte,
era divenuta una donna seria ed ambiziosa--ammattiva pel figlio
cadetto.

Al suo ritorno da Parigi, il principe Paolo aveva concepito qualche
sospetto sulle inclinazioni dello tzar Alessandro per sua moglie.
Erasi quindi dimesso dal servizio militare e si era ritirato nelle sue
terre. Fu mestieri, per conseguenza, che sua moglie ve lo seguisse e
vi restasse tanto ch'ei visse.

Dopo la morte di lui, però, la principessa--che aveva subito la
solitudine come una punizione--prese tosto la risoluzione di recarsi a
corte, ove la nuova Tzarina, dopo la morte di Alessandro, le aveva
mantenuto il grado di dama d'onore, ed aveva fatto ammettere suo
figlio Alessandro come paggio dell'imperatore Nicola.

La principessa Paolina voleva condurre con lei anche il figliuolo
primogenito.

Pietro, oggimai il principe Pietro, le manifestò il suo desiderio di
partire per l'Alemagna.

--E che vuoi tu andar a fare in Germania, all'età tua?--dimandò la
madre.

--Visitare le università e studiare.

--Ah!--sclamò la principessa.

--Ma ad una condizione--riprese il principe Pietro.

--Bravo! ecco delle condizioni, adesso.

--A due condizioni, anzi, se vi piace, madama--continuò il principe.

--E quali? mio signor principe, se tuttavolta degnate
comunicarle--chiese la principessa, ammiccando di un'aria ironica.

--Primo, di sgabellarmi del mio istitutore, e di viaggiare
accompagnato da un solo cameriere.

--Benissimo. Quel povero padre Toufferel v'imbarazza dunque, o non sa
egli abbastanza?

--Sa anzi troppo. Però, io non voglio più gesuiti intorno a me.

--E secondo?

--Secondo, di vivere affatto libero e padrone delle mie azioni. Io so
chi sono e dove vado.

Queste dimande parvero strane, sopratutto al padre Toufferel--il quale
governava la testa ed il cuore della principessa, oltre la coscienza
di lei.

Si oppose un rifiuto perentorio.

Il giovane principe ricusò a sua volta di ricevere ulteriormente il
gesuita, e protestò a sua madre che non si sarebbe recato a
Pietroburgo che trascinato dalla forza.

--E perchè?

--Perchè io non voglio disobbedire, come voi disobbedite, madama, ai
desiderii, agli ultimi ordini di mio padre e del vostro marito e
signore.

Quest'attitudine colpì la principessa, e diede a riflettere al
gesuita.

La principessa--che andava alla corte per godere della sua
libertà--vide di uno sguardo ch'ella vi menerebbe seco un testimone
uggioso delle sue azioni, e più tardi--quando il giovine principe
avrebbe raggiunto i suoi diciotto anni, età determinata dal padre per
la maggiorità di lui--un padrone severo.

Si lasciò dunque piegare.

Il gesuita calcolò più freddamente: che valeva meglio conservare la
direzione della donna che l'educazione del garzone refrattario.

E Pietro partì per la Germania, il giorno stesso in cui sua madre ed
il confessore partivano per Pietroburgo.


La vita del _buchschaft_ esercitò sopra Pietro come un incanto.

Potendo pagare dei professori liberi, non si sommise alla severa
disciplina della massoneria delle università germaniche. Non accettò
dello studente che ciò che gli piacque--vale a dire l'abito, le
maniere, la vita di studio mista alle dissipazioni, le libere
aspirazioni, i vaneggiamenti elevati--quella mischianza, insomma, di
metafisico e di artista che si trova accoppiata negli allievi istruiti
delle scuole tedesche.

Non s'imbragò guari nè in teologia, nè in diritto, nè in pedagogia.
S'innamorò invece dello studio della fisiologia, della chimica, della
fisica. Poi, per una tendenza verso il soprannaturale che gli era
propria, si cacciò capo giù nelle scienze mistiche e nelle
speculazioni ermetiche.

Il professore di Tubinga, che lo dirigeva, era forte addentro a queste
scienze e vi credeva coscientemente.

Il carattere di Pietro, di già sì serio, addivenne quinci in poi più
grave e più scuro.

Un incidente lo immerse affatto nella tristezza.

Un giorno, a Heidelberg, e' venne a parole con uno dei suoi amici, a
proposito d'una ragazza incontrata in un ballo. Si batterono alla
spada. Si batterono da bravi. E sì bravamente, che, al terzo assalto,
caddero entrambi nel medesimo tempo: Pietro, per svenimento; il suo
avversario passato fuor fuori.

Ciò fu fatale al giovane principe di Lavandall.

La sua salute si alterò. La sua pallidezza aumentò di giorno in
giorno. I suoi occhi perdettero il bagliore della giovinezza. Le sue
guance smagrirono. I suoi lineamenti, completamente alterati,
divennero di un tratto più maturi. Breve, l'insieme di sua figura
acquistò un cotal che di strano e di turbato.

E' se ne penetrò, e s'impose per conseguenza un grande riserbo, una
solitudine quasi completa. Evitò perfino le occasioni delle grandi
emozioni.

Aveva torto? No.

No, perchè una sera, avendo ceduto all'attrazione di vedere il
_Wallenstein_ di Schiller, alle ultime scene del dramma, il suo
cameriere lo raccolse svenuto nel suo palco.

Lasciò dopo di ciò la Germania, ed andò a Parigi.


Pietro di Lavandall aveva allora ventitrè anni.

Il dottore di Nubo gli consigliò di abbandonare lo studio, che ruinava
la sua salute, e di addarsi alla vita elegante ed agli esercizi
signorili dello _sport_.

Il principe lasciò quindi il nome d'imprestito, assunto in Germania, e
si recò da suo avolo sotto il suo vero nome.

Il duca di Saint-Cassan presentò il principe alle Tuileries, ed a
quella parte della aristocrazia francese che aveva accettato la
monarchia democratica. Per il suo nome però, per il suo titolo, per i
precedenti di suo padre, egli fu ricercato altresì e carezzato nei
saloni dell'aristocrazia _ribelle_ del Faubourg Saint-Germain.

La principessa di Lieven lo mise alla moda in mezzo al mondo
dell'intelligenza.

Il principe di Lavandall era, oltre a ciò, ricchissimo, bel giovane,
dalle maniere squisite, ma poco inchinevole verso il mondo e che, per
ciò appunto, rilevava la persona a cui e' si piaceva interessare.
Aveva un carattere eguale e fermo, e di una elevatezza costante nei
sentimenti.

In una parola, a ventitrè anni, il signor di Lavandall era ciò che
addimandasi un uomo serio, con cui è d'uopo contare, sia che prenda
parte a qualcosa, sia che si astenga.

Infine, era affettuoso nel fondo, ed eccessivamente sensibile.

Il re Luigi Filippo gli dimandò una sera perchè non abbracciasse la
carriera diplomatica.

--Perchè, sire,--rispose Pietro--il principe di Metternich ed il
principe di Talleyrand àn fatto della diplomazia una mariuoleria
elegante, ed i ministri di V. M. un'ingenuità pomposa.

--Ne siete voi ben sicuro?--disse il re, volgendo il dorso senza
aspettare la replica.

S. M. rinculava innanzi alla spiega della frase _ingénuité pompeuse_,
troppo, troppo cortigiana!

--Gli è un curioso giovane il vostro parente cosacco, signor
duca--disse il re al signor di Saint-Cassan.

--Avrebbe spiaciuto a V. M.?--dimandò costui.

--Non bazzica egli dunque il mondo?

--Pochissimo, sire. E ciò che è più singolare, non à contratto alcun
legame, nè con i giovani della sua età e della sua condizione, nè con
gente di altra sorte.

--Non à desso un palco agl'Italiani ed all'Opéra?

--Sì, sire. Ma vi si mostra di raro, per qualche minuto solamente, e
sempre solo.

--Non accetta inviti a pranzo?

--Neppure dal suo ambasciadore.

--Non si mostra ai balli?

--Solo per farvi un atto di presenza indispensabile, e di cui sarebbe
impossibile astenersi. Ma non balla mai. À pranzato due volte sole al
club, durante l'inverno, ed è passato tre volte pel Bois.

--À bei cavalli?

--I più belli che si siano veduti mai a Rotten-Row, a Londra.

--Giuoca allora?

--Lo si è visto, all'ambasciata d'Inghilterra, perdere tre o quattro
mila _luigi_ al whist--parlando di scimie col barone di Humbold,
assiso accanto a lui.

--Ma allora che si dice di lui?--chiese il re, il quale aveva forse
una ragione ad un'altra in questa investigazione persistente e minuta.

--La vita del principe, sire--rispose il signor di Saint-Cassan--non à
nulla di apparente, e quindi nulla che possa dar presa alla maldicenza
od alle congetture. Le donne sono intrigate di questo mistero che
traversa i saloni. Gli uomini son tenuti in distanza da quel ghiaccio
e da quella riserbatezza. Tutto al più, sire, taluno si permette
dimandarsi a voce bassa: perchè quella specie di misantropia in mezzo
a tanta opulenza di favori della natura? perchè quell'aria stravolta
in un sembiante che attira la simpatia? E non si va più innanzi, sire.
Perchè un conte italiano, la settimana scorsa, essendosi permesso di
domandargli se non fosse malaticcio--con quel pallore sì intenso e
quella tristezza sì costante--il principe gli dette del guanto sul
muso, ed il dì seguente l'uccise in duello, di un colpo di pistola. E,
cosa strana, sire! egli cadde svenuto nelle braccia del conte di
Nubo--il quale era nel tempo stesso il suo medico ed il suo unico
testimone.

Luigi Filippo ne sapeva abbastanza per ricusarlo come segretario
dell'ambasciata di Russia.

Si era discorso di ciò, pare, alla corte di S. Pietroburgo, e lo si
era ripetuto nei saloni della principessa di Lieven.


Si vide però il principe di Lavandall prolungare, una sera, più tardi
che di costume, la sua presenza al ballo in casa del duca di
Luxembourg, e spingere la compiacenza fino a ballare con la signorina
di Perceval, a cui la duchessa lo aveva presentato.

Il conte di Perceval aveva passato la sua vita nell'emigrazione, vi
aveva mangiato il resto del suo patrimonio--cui Bonaparte gli aveva
restituito,--e sciupato con una ballerina la sua parte del _miliardo_,
cui i Borboni avevano avuto cura di fargli ben pingue, per compensarlo
della sua fedeltà.

Questo conte non aveva voluto udire a parlare del _ramo cadetto_--gli
Orléans--e viveva adesso di una _dotazione_ sui fondi secreti di Roma,
cui il cardinale Lambruschini gli aveva fissata, in considerazione dei
servizi che aveva resi al partito cattolico.

Il conte di Perceval si era ammogliato, dopo la Ristaurazione, per
piacere alla signora di Cayla per meglio servire la Congregazione. Di
questo matrimonio aveva colto, o raccolto, la bella personcina che
aveva danzato col principe di Lavandall--la signorina Antonietta di
Perceval.

Senza essere proprio sciocca, madamigella di Perceval--forse per
timidità esagerata--s'imponeva una grande sobrietà di risposte, un
grande riserbo di giudizi. Di guisa che passava per fanciulla di poco
spirito, e desolava coloro i quali, per cortesia, si trovavano
obbligati a chiaccherare con lei. Malgrado ciò, e forse a causa di
ciò, dopo quella sera, dovunque Antonietta di Perceval andò, il
principe russo si mostrò anch'egli.

Secondo la sua abitudine, non prolungava di molto la sua presenza nei
saloni. Ma, durante il poco tempo che vi restava, alcun'altra persona
non aveva il privilegio di disputarlo alla signorina di Perceval.
Breve, le cose giunsero al punto, che si cominciava a dimandarsi se
non si fosse caduto in inganno nell'apprezzamento dello spirito di
quella giovinetta.

Di un tratto poi il rumore si sparse, che madamigella di Perceval
sposava il principe di Lavandall.

--Scherzate voi?

--Il duca di Saint-Cassan à fatto la dimanda di matrimonio ed è stata
gradita.

--Impossibile.

--Gli è il duca stesso che me lo à detto.

--Ed a me il conte.

I commentari cessarono. Lo stupore però non cessò.

Infrattanto si preparava il cesto da nozze.

La duchessa di Saint-Cassan e la sua cugina, la vecchia contessa di
Cars, non si accordavano riposo--tanto l'impazienza del giovane
principe era grande. La domenica seguente si fecero i tre bandi a S.
Tommaso d'Aquino. Gl'inviti si spiccarono.

Due giorni più tardi, incontrandosi nei saloni dei Faubourg, la gente
si diceva, di un tuono dolce ed insinuante:

--Non sapete? Il matrimonio di Lavandall è ito in malora.

--Come! rotto?

--Positivamente.

--Impossibile.

--Sì vero, che il principe è partito per Roma.

--Via, via! l'ò visto ieri sera, ed abbiamo anzi parlato dei suoi
sponsali.

--Ciò può essere. Pertanto, ieri sera stessa, egli ebbe un colloquio
col suo futuro suocero. La conversazione fu corta e secreta. Dopo che,
il conte di Perceval, pare, ritirò la sua parola--ed il principe è
partito stamane.

--Tutto codesto è vero--intervenne a dire il conte di Nubo. Il povero
conte francese ha rifiutato la mano della sua figliuola al ricco
principe russo. E questi corre le poste in questo momento sulla strada
di Marsiglia. Che occorse egli fra quei due uomini? Alcuno nol sa;
neppure la fidanzata. Alcuno nol saprà mai, forse.


Lo scacco subito, i commentari ingiuriosi che ne seguirono e
circolarono, ferirono al vivo il principe di Lavandall. Visse a Roma
un anno, senza vedere un'_anima_, tranne papa Gregorio XVI--che era un
_maiale_--e che lo ricevè una volta ed andò a visitarlo due, nella di
lui villa vicino Albano.

Il papa vi pranzò anzi, perchè Gregorio amava desinar bene, ed in casa
Lavandall si faceva lauta mensa.

In questo frattempo, la madre del principe--la quale si era rimaritata
ad un giovane conte polacco--capitò a Roma ed andò ad istallarsi in
casa del figlio, verso il Pincio.

Tutto al contrario del principe di Lavandall--che scansava il
mondo--la madre lo attirava intorno a lei a grossi fiotti.

Il principe Pietro si trovò di nuovo, dunque, malgrado lui, in mezzo
alla società. La collera, del resto, era passata; il cordoglio si era
calmato.

Egli cominciò, nonpertanto, a trovare i balli dei principi romani
insopportabili; i desinari dei cardinali grossolani; gli spettacoli
stolidi. Le feste di sua madre lo stancavano meno. Imperciocchè, se
sua madre invitava l'aristocrazia romana e straniera, egli invitava
nel tempo stesso, da parte sua, gli artisti e gli scienziati.

Ecco come codesto era avvenuto, con grande scandalo delle principesse
romane--le quali non ricevono gli artisti ed i letterati che nei loro
_boudoir_, dicesi, in un'altra camera più particolare, dicevan dessi.

Per fare eseguire un busto di suo padre, il principe Pietro aveva
visitato lo studio di uno scultore francese, Filippo Mortier, che gli
era stato indicato come uomo di rara abilità. Andando all'_atelier_,
gli era capitato due o tre volte di non trovarvi lo scultore. Però
aveva parlato con la sorella di lui, madamigella Aurora--la quale
pingeva il ritratto in miniatura della principessa di lui madre--oggi
contessa Soblowiski.

Madamigella Aurora, a vero dire, lasciava molto a desiderare, quanto a
capacità d'artista. Ma ella pigliava il passo e precedeva di più
tappe, anche le donzelle le più felicemente dotate, quanto a spirito
ed a bellezza.

Ella ne aveva più, di entrambi, che tutte le principesse romane fuse
insieme.

Il principe di Lavandall--forse contrariato la prima volta di non
incontrare lo scultore e d'incontrare sua madre--ne fu ammaliato la
seconda volta. Di poi, egli non si recò più allo studio che quando
Filippo e la principessa non vi erano.

Il principe Pietro invitò alle sue feste lo scultore e la sorella, e
qualche altro artista di Roma.

Arrivò ciò che era inevitabile.

Il principe--anima tenera ed affettuosa, uomo solitario e di natura
timida--s'infiammò di madamigella Aurora, la quale, scaltraccia! restò
ben calma da parte sua. Gli era in ogni modo savio, nel posto di
quella savia damigella. Imperciocchè, che poteva ella aspettarsi dal
principe di Lavandall, se non di divenire la sua amica?

Ora, quale non fu il suo stupore quando, un giorno, suo fratello le
disse:

--Doh! la bella, tu non sai?

--Che mò?

--Indovina.

--Il papa à partorito.

--Ciò si è visto. Meglio ancora che codesto, birbaccia.

--Oh! oh!

--Io ti dò marito.

--N'era tempo, m'immagino.

--Forse. Ma, che mi affoghi, Satana! se tu avessi aspettato ancora
dieci anni non avresti trovato di meglio.

--Lasciamo i _se avessi_ ed _avresti_, e parla tondo. Con chi mi
mariti tu? Con Pasquino?

--Ambiziosa! Sali ancora.

--Fino a che piano?

--Scendi al primo.

--Ci siamo. Con chi dunque?

--Col principe di Lavandall.

Aurora scoppiò in un immenso scroscio di riso.

--Gli è pertanto vero, giuro a Dio!--sclamò lo scultore.
Quell'originale, mica più tardi che stamane, _à avuto l'onore_ di
dimandarmi la tua mano.

--Destra o manca?

--Ti porti il diavolo.

--E tu?

--Io ò risposto che tu eri la più milensa artista di Roma.

--Insolente. Ed egli?

--Egli à replicato... Indovina.

--Peste sia del tuo indovina!--scoppiò Aurora.

Vi era nello studio un pezzo di specchio. Madamigella Aurora lo
avvicinò con grande serietà agli occhi suoi, e, dopo aver contemplato
per alcuni secondi i suoi lineamenti stupendi, soggiunse, di un'aria
fra il serio ed il comico, imitando la voce del principe:

--E perchè no, al postutto? Egli à risposto: madamigella Aurora è la
più milensa artista, voi dite, signore? Io me la fumo! Ella è, in ogni
caso, la più bella fanciulla di Roma.

--Alla lettera, sillaba per sillaba!--sclamò lo scultore.

--Egli à dello spirito, allora--replicò Aurora con la gravità di un
giudice.

E si lasciò amare.

Chi non avrebbe fatto altrettanto?

Ma, una volta il fratello cacciato dentro nella cosa; una volta il
motto magico di matrimonio pronunziato; bisognava venire a una
conclusione. La modesta damigella voleva strombettare il proposito,
parlare alla madre del principe, riempirne Roma e le _quattro_ parti
del mondo--come diceva papa Gregorio--che s'intendeva più di _trippe_
alla milanese che di geografia. Prima di spingere le cose fin lì, il
principe chiese un colloquio ad Aurora onde comunicarle i suoi
pensieri.

Il colloquio ebbe luogo.

Fu corto.

L'indomani dicevasi per Roma:

--Il principe di Lavandall è partito stanotte!

La notizia era vera.

Aurora gli aveva negata la sua mano.

Un anno era scorso da questo avvenimento, ed abbiamo visto come il
principe Pietro di Lavandall, due volte respinto--una volta dal padre
della fidanzata, una volta dalla fidanzata ella stessa--si fosse
poscia deciso a cercarsi una moglie in un ospizio di trovatelli--senza
consultare le inclinazioni della fanciulla.

Una zia del principe era venuta di Alemagna--ove era prima dama
d'onore della regina di Würtemberg--ed aveva condotta seco la
giovinetta in Lamagna.

La sovrana l'aveva nobilitata.

Di guisa che, un anno dopo la scena dell'ospizio di Londra, in tutta
la Parigi aristocratica si ripeteva la notizia che il principe di
Lavandall sposava la contessa Maud di Walenheim.

Il matrimonio doveva aver luogo a Parigi nella chiesa protestante
della strada d'Aguesseau.

Tutto era pronto nel palazzo del principe, ove la zia aveva condotto
la fidanzata.

Si terminava la _toilette_ delle nozze. Gli amici, i parenti,
riempivano i saloni. Il principe entrò nella camera della zia--ove
Maud si teneva, attorniata da cameriere--e dimandò che lo si lasciasse
un istante solo con costei.

La zia e le cameriere uscirono.

Maud si guardava intorno con un'intensa timidità.

Pietro la prese per le mani, la guidò ad un canapè, e, facendola
sedere, cadde alle ginocchia di lei.

--Maud--diss'egli, riprendendo nelle sue ambe le mani dalla
fanciulla--angelo mio diletto, ascoltami.

Maud provò a rialzarlo, senza rispondere. Il principe restò e
continuò:

--Per soddisfare alle leggi del mondo, andremo a presentarci or ora
innanzi ad un altare, ove un prete benedirà la nostra unione. Ciò vi
lega, voi, perchè quel prete è il vostro; il Dio di quell'altare è
quello cui voi adorate e che vi à fatto così bella. Io, non sarò
legato...

--Perchè dunque, signore?--dimandò Maud timidamente.

--Perchè il dio mio è un altro che il vostro, ed il mio Dio non à
sacerdoti. Ma gli è dinanzi a voi che io vado a prestar giuramento; io
vado ad impegnare a voi la mia vita. Accettatemi contessa Maud di
Walenheim.

--Mio signore, voi avete dunque obliato che mi tiraste dal _Foundling
hospice_ di Londra?

--Eh! che importa donde io vi abbia cavata, mio bell'angelo!--riprese
il principe. Le creature come voi vengono dal cielo. Chi si preoccupa
del luogo ove giaquero le perle e i diamanti che adornano il vostro
collo? Io vi amo, Maud. Io vi amo tanto quanto una creatura sulla
terra può amare.

--Grazie--sclamò la giovinetta in uno slancio di riconoscenza,
levandosi impiedi e rilevando il principe. Voi mi date più che io non
avrei giammai osato di chiedere, più che non avrei giammai osato
sperare: grazie, grazie, grazie!

--Io non vi dò nulla--continuò il principe, portando le mani della
fanciulla sul suo cuore--e non vi domando nulla ancora. Il mio nome,
le mie ricchezze, il mio cuore, certo, nella bilancia del mondo
meritano qualche considerazione. Per me, tutto codesto non à valore
alcuno. Ma voi, vi siete voi dimandata, perchè io mi andassi a cercare
in una terra straniera, fra le fanciulle abbandonate, la moglie a cui
volevo dar il mio titolo, la mia opulenza, il mio amore?

--Sovente--rispose la giovinetta.

--E vi rispondeste?

--Io nono ancora nelle tenebre, e...

--E?

--O' paura, ma ò fede: temo, ma credo.

--Ebbene--sclamò il principe--il giorno in cui lo saprete, il giorno
in cui dovrete giudicarmi, Maud, ve ne supplico a ginocchi, siate
indulgente. Innanzi di pronunziare la prima parola che vi verrà alla
bocca, fermatevi, guardate il cielo... e forse mi aprirete le braccia
e direte: io vi perdono!

--Voi mi spaventate--mormorò la contessa tremando.

--No, figliuola mia. Imperciocchè voi non avete alcun delitto a
perdonare, neppure una colpa.

--Ma allora?

--Allora vi sovvenga che potrete versare la felicità in una esistenza,
riparare l'ingiustizia o il gastigo di Dio...e che vi amo. Sì, io vi
amo.

--Oh! se potessi comprendere!--sclamò Maud con un movimento istintivo
d'ingenuità.

--Se volete comprendere, e non credere, io mi spiego--rispose il
principe con impeto. Ma ve ne supplico ancora, abbiate confidenza. O'
voluto parlarvi per dimandarvi questa grazia. Io transigo sul mistero
della vostra nascita. Abbiate pietà del dolore della mia vita.

Maud si tacque per due minuti, poi chiese:

--Voi nascondete dunque un segreto?

--Sì.

--Se io avessi una madre, glielo rivelereste voi?

--Senza esitare.

--E quale sarebbe la condotta ch'ella terrebbe in questo caso?

--Un padre mi rifiutò la mano di sua figlia.

--Che condotta, credete voi, terrei io stessa, se mi parlaste?

--Un'altra donna, in una situazione identica, mi respinse.

Seguì un momento di silenzio.

Maud bassò gli occhi, mentre i colori si alternavano sul suo
sembiante. Poi, alzandosi di un tratto, ella disse con una grande
solennità, quasi la fosse nata in un castello:

--Principe di Lavandall, voi avete richiesta la mia mano?

--La vostra mano oggi,--rispose il principe con una specie di
sussulto--domani...

--Il domani appartiene a Dio, signore--replicò la giovinetta di
un'aria ispirata. Principe di Lavandall, eccovi la mia mano.

--Grazie, angelo del cielo!--sclamò il principe al colmo
dell'entusiasmo.

--Tutto ciò che una donna può impartire, principe di Lavandall, io ve
lo dò. Divozione, fedeltà, sommissione, sacrificio, fede... io metto
tutto ai vostri piedi. Voi m'introducete alla vita. La mia vita, a
partir da oggi, vi appartiene. Entrando nel vostro focolaio, io non
lascio nulla dietro a me--nulla, che dei vaneggiamenti! Voi siete
tutto per me, passato ed avvenire, parenti e sposo, la terra tutta
intera: mia madre!

--Basta, Maud--fece il principe. Voi obliate però una parola, fra
tutto codesto. Ora, se questa parola, che voi obliate adesso, la
ritroverete giammai nel vostro cuore, ditemela! perchè giammai un uomo
non avrà tanto studiato di sì ben meritarla che me. L'amore non si
fabbrica, nasce.

E dicendo ciò, prese la mano della sua fidanzata e vi appoggiò per la
prima volta le labbra.

Poi entrò nel salone con lei.


Il viso del principe portava lo stampo di un grande esaltamento. I
colori vi andavano e venivano come le onde sulle rive dell'Oceano. Un
sudor freddo perlava la sua fronte. Le sue mani erano madide e
ghiacciate. Un sordo tremolio alterava la sua voce.

Si andò alla chiesa.

Il principe sollecitava dello sguardo la fine dalla cerimonia. Il
mondo gli turbinava d'intorno.

Gli sponsali compiuti, i suoi muscoli, la sua anima, si rilassarono.
Il suo sguardo, sempre commosso, divenne più sereno; la sua
respirazione più eguale. Stringeva la mano di sua moglie in una
convulsione di inebriamento.

Il dottore di Nubo, che era naturalmente fra i numerosi invitati, e
seguiva degli occhi ansiosi le alterazioni di quel viso, trovò modo di
guizzare fino a lui e di susurrargli all'orecchio:

--State forte contro voi stesso; stecchitevi, principe, e ritornate
all'istante a casa.

Il principe trascinò quasi sua moglie, e gittandosi nella sua berlina
di viaggio--che li doveva condurre dritto nella Svizzera--ordinò
all'intendente:

--Fate il giro dei _boulevards_ esterni, e ritornate al palazzo.

Poi bassò le tendine e cadde ai piedi di Maud. Questa non capiva nulla
a quell'agitazione, a quelle contraddizioni, ai contrordini. Agitata,
sorpresa, aspettava.

Il tatto di quella mano di donna amata calmò il principe.

Egli non pronunziò una parola e s'inebriò degli sguardi druidici di
Maud--la quale, a sua insaputa lo magnetizzava.

Il palazzo di Lavandall--ove il principe non era atteso, dovendo egli
partire per la Svizzera uscendo di chiesa--era quasi vuoto. Pietro
condusse la sposa nei suoi appartamenti e chiuse la porta.

Le otto scoccavano.

L'appartamento era rischiarato da un fioco riflesso di luna, che
penetrava dai balconi. L'aria era imbalsamata del profumo dei fiori
che riempivano le giardiniere.

Un silenzio completo e fitto regnava tutto intorno. Uno strato di
neve, spolverato sugli alberi del giardino e sulle aiuole, faceva
trovar delizioso il soave calore dell'appartamento.

La figura di Maud, tutta vestita di bianco; la sua corona di fiori
bianchi sulla ricca capigliatura bionda; la pallidezza cui le
cagionava una strana emozione; la luce bianchiccia della luna che
cadeva a piombo su lei dall'alto di un balcone, le davano qualche cosa
di fantastico. Era una delle più belle visioni che avessero mai
sfiorato l'immaginazione di un poeta.

Il principe di Lavandall la contemplava con occhi febbrili, smarriti;
era agitato da un brivido straordinario.

Il suo viso era contratto. Le sue labbra, di un pallore spaventevole.
Egli aprì di un tratto le braccia; allacciò sua moglie in una stretta
convulsiva; le dette il primo...l'ultimo bacio! sulle labbra. Poi, la
dietrospinse con un'estrema violenza, facendo uno sforzo terribile per
snodare le sue braccia dalla vita della giovinetta--che si sentiva
scricchiolare le ossa, spezzare e soffocare.

Ella andò a cadere sur un divano. Egli stramazzò per terra, svenuto.

Stravolta, smarrita, Maud non pensò neppure a chiamar aiuto.

Aprì il balcone per dar aria.

Un raggio brillante di luna, che si sprigionava da due nuvole, bagnò
il sembiante del principe.

Maud rinculò spaventata.

Quel sembiante sì nobile testè, quei lineamenti sì belli, erano
accartocciati da un'orrida convulsione. Le labbra spandevano una
schiuma livida e sanguinolenta. Gli occhi rotavano ferocemente nelle
orbite. Tutto il viso si copriva di una pallidezza lurida, piombiccia,
schifosa a vedere.

Il principe era epiletico¹.

  ¹ Questa malattia non fa tanto orrore in Italia, dove si è visto Pio
    IX, l'imperator Ferdinando d'Austria e Ferdinando II di Napoli
    portarla sul trono. Nel resto d'Europa, la è considerata nel senso
    d'irresistibile repugnanza orrore e disgusto con cui è pinta in
    questo racconto.

Maud, spaventata, andò a rifugiarsi in un attiguo gabinetto, e pregò.

Due ore dopo, il signor di Lavandall rinvenne in sè. Si guardò
attorno: era solo in mezzo alla tenebre, e... vedovo!

--Vedovo!--sclamò egli infatti, cercando dello sguardo e del desiderio
la moglie.

E ricadde nel parossismo.




III.

Al castello di Lavandall.


Il giorno che seguì la scena cui abbiamo raccontata, il principe fece
dimandare alla consorte se poteva riceverlo.

Maud aveva passata la notte--la sua prima notte di nozze--accoccolata
sur un canapé nel _boudoir_. Le sue cameriere la avevano rilevata,
all'alba, agghiadata di freddo e di orrore.

Un bagno caldissimo, qualche ora di riposo, le avevano poscia
restituito un po' di calma. Ma il suo spirito era tuttavia sotto il
peso dello spavento.

Quando le si annunziò la dimanda di suo marito, un tremor sordo la
convulse.

Era alzata. Le sue cameriere, stupefatte ed intrigate dal mistero di
quella strana notte, la circondavano.

Maud fece rispondere al marito che era pronta a riceverlo, e rinviò le
fanti.

Tranne il pallore un po' più intenso, lo sguardo un po' più vago, la
pupilla un po' più larga e fosca, e l'andare un po' più affranto,
alcun'altra traccia non restava della crisi della notte sulla persona
del principe. Era ridivenuto quel giovane calmo, bello, dalle maniere
eleganti, che seduceva il mondo.

Vestito come per una visita di mattino ad una persona estranea,
guantato, cappello in mano, e' si avanzò di un'aria serena e grave nel
_boudoir_ di sua moglie.

La principessa si levò.

Il suo primo movimento fu di rinculare di un passo. Poi, si precipitò
incontro a lui.

Il principe la salutò rispettosamente, e, prendendola dalle punte
delle dita, la ricondusse al _canapé_. Rimarcò che la tremava tutta.

--Madama--disse egli, dopo alcuni istanti di silenzio, unicamente
turbato dal sibilo della respirazione commossa,--madama, io vengo a
prendere i vostri ordini. Sono costretto a partir oggi stesso pel
castello di Lavandall, ove mia madre mi aspetta da qualche giorno, ed
ove mio fratello arriva stasera. Vengo a dimandarvi ciò che meglio
gradite: se ritornare a Londra, restare a Parigi o permettermi di
offrirvi l'ospitalità nella mia dimora.

--Monsignore, rispose Maud, tremando sempre e biascicando--ciò che vi
dissi ieri, non lo ritratto oggi. Sono la vostra consorte, vi seguirò
dappertutto.

Il principe salutò e si tacque un momento. Poi riprese:

--Madama, la vita al castello di Lavandall è ben triste, sopratutto
monotona.

Maud sorrise malinconicamente.

--Un immenso edificio di granito grigiastro, addossato ad una montagna
sterile, spaziando sur una pianura immensa, alberata, traversata da un
fiume dalle acque terrose, circondato da villaggi con contadini più o
meno infelici... ecco il castello!

--Io amo le montagne, amo i boschi, amo i fiumi, amo i
disgraziati--rispose Maud, bassando gli occhi. Amo sopratutto la
solitudine.

--La vita che si mena in quella magione--continuò il principe--è delle
più lugubri. Il signore del luogo detesta e disprezza il mondo; lo
fugge per conseguenza. Di visite, rarissime. Giammai feste. Non cacce.
Qualche passeggiata solitaria. Sempre il silenzio. Gli stranieri
potrebbero dire che la è dimora del rimorso. Altri sanno che la è il
coviglio del dolore.

Maud si alzò come spinta dall'impeto di un sentimento generoso.

Il principe restò assiso e freddo. E continuò:

--Voi vedete, madama, che vi condannereste al più squallido dei
chiostri, scegliendo quella residenza.

--La scelgo--rispose Maud, risedendo lentamente.

--Sola, straniera sur una terra straniera, in mezzo a stranieri, ecco,
madama, ciò che voi sarete nel castello di Lavandall--soggiunse il
principe, alzandosi a volta sua. Io parto stasera. La vostra servitù
attende i vostri ordini, madama, per partire o restare, per seguirvi
dovunque. Il mio notaro vi comunicherà, madama, che da domattina vi è
una pensione di 200,000 franchi di rendita annua, costituita in vostro
favore.

--Vi ringrazio, signore--rispose Maud con fierezza, raddrizzandosi
sulla persona. Io non posso accettarla. Il mio posto è assegnato al
vostro focolaio. Esso sarà così esiguo che io potrò farmelo; ma vi
resterò--finchè non me ne avrete scacciata. Dio mel comanda.

--Sta bene--rispose il principe. Addio, madama. Non vedrete più nulla
che possa cagionarvi ripulsione.

E così parlando, senza aspettare risposta, salutò rispettosamente ed
uscì.

Maud lo seguì degli occhi; poi si accasciò sul divano e pianse.

Il principe partì la sera alle sette, non menando con sè che il suo
vecchio intendente, il quale da quindici anni conosceva tutti i suoi
segreti.

Maud diè congedo alle cameriere che l'avevano trovata la mattina in
così lagrimevole stato, e partì la sera stessa, alle otto,
accompagnata da quella fanciulla inglese, cui il principe le aveva
dato quando la tirò dall'ospizio, e che le si era affezionata. Ella
condusse seco altresì un maggiordomo, anche inglese, che l'aveva
seguita da quell'epoca.

Quindici giorni dopo, il principe e la principessa di Lavandall
entravano insieme al castello. Il principe aveva aspettato Maud ad una
giornata di distanza dalla sua residenza.


Ora, quella residenza non era poi così tetra e desolata come il
principe l'aveva dipinta a sua moglie. La si sarebbe detta, al
contrario, un castello reale.

Era tutta costruita in marmo rossastro, vasta, ornata di terrazze che
sporgevano sur una immensa campagna, bellissima. L'attorniavano dei
bei giardini con ricche stufe. La popolavano un centinaio o due di
servi. I mobili erano di un gusto squisito; le tappezzerie
ricchissime; i quadri preziosi; le curiosità senza numero: tutto
scelto, insomma, con intelligenza, gusto e conoscenza.

Una foresta di dieci leghe di diametro, ove serpeggiava una riviera
dalle acque malinconiche e chiare, era gremita di laghetti, come dei
pezzi di argento gittati sur un verde tappeto.

Il castello dominava, a parecchie leghe d'intorno, un numero di
piccoli villaggi, con dei _chalets_ dallo stile bisantino, chioschi e
minareti di stagno, che risplendevano all'aurora ed al tramonto come
guglie di oro, quando il sipario della nebbia, ondulata come i
cavalloni del mare, si diradava.

Il clima era dolce. Il cielo profondo e sereno. L'aria pura. La
contrada poco montuosa, ma non monotona. Perocchè una vegetazione
vigorosa, animata, da parecchi corsi d'acqua, carezzava lo sguardo per
una verdura graduata di tutte le tinte.

Un corriere aveva annunziato l'arrivo del signore. Tutti erano dunque
in trambusto, e trenta mila fiaccole di legno resinoso rischiaravano
la via al principe ed alla principessa, in mezzo ai loro servi,
schierati su due file.

Il conte Alessandro venne loro all'incontro.

Erano parecchi anni che i due fratelli non si erano visti, benchè si
scrivessero ogni settimana, l'uno per raccontare le sue imprese alla
corte di Nicola, l'altro per minutare la storia della sua anima.

Io dico la storia della sua anima, imperciocchè il principe Pietro non
partecipò mai nè a sua madre, nè a suo fratello, l'istoria dei suoi
matrimoni naufragati, nè la storia di Maud.

Questa fanciulla era per tutti (la zia di Alemagna e la regina di
Würtemberg tranne) la contessa di Walenheim.

Non appena i due fratelli si scorsero, balzarono di vettura e caddero
l'uno nelle braccia dell'altro.

Restarono qualche minuto così, senza dir verbo.

Infine, Alessandro richiese suo fratello di essere presentato alla
principessa.

Maud, imbaccuccata in una calda e ricca pelliccia, si teneva
rannicchiata in uno spigolo della carrozza. Un raggio di Luna, a
traverso i cristalli degli sportelli, le aleggiava sul viso e ne
accresceva la pallidezza. Aveva l'aria di una visione.

Quando il principe aprì lo sportello per presentarle suo fratello, un
fiotto di luce delle fiaccole, che circondavano la vettura, la inondò.
La visione sembrò arrossire. Un hourrah! eclatante corse su tutta la
linea, mentre il conte Alessandro diceva di una voce commossa:

--Permettete, madama, al primo dei vostri vassalli di baciare la
vostra mano.

Quella mano era ghiacciata e tremante.

Alessandro la sentì a traverso il guanto.

Maud rispose semplicemente:

--Grazie, fratello!

Ma i due fratelli avevano tante cose a dirsi; Alessandro aveva tanti
complimenti a fare a Pietro sulla bellezza della sua consorte;
bruciava tanto di comunicargli tutt'i suoi progetti, tutti i suoi
favori alla corte, sopratutto dello tzar... Il principe entrò nel
coupé del fratello, e Maud continuò il suo viaggio sola.

Ciò colpì Alessandro. Si astenne però di esprimere alcuna
osservazione.

La loro madre li aspettava sotto la marquise del verone, fra un
esercito di lacchè e di servi che riempivano l'aria di acclamazioni.

La vista di Maud li abbarbagliò tutti.

E per questa semplice ragione, la giovane principessa spiacque alla
vedova suocera.

Il principe condusse Maud nell'appartamento di lei, per riposare, per
prepararsi al banchetto ed alla festa di notte che li aspettavano.

Entrando nella camera da letto, i loro sguardi caddero sur una
lettera, in un vassoio d'oro, sopra una piccola tavola di malachite.
Il principe, credendo che quella lettera, la quale li attendeva, fosse
a lui destinata, la prese. Però, leggendo che l'indirizzo portava il
nome di Maud, gliela rimise.

Questa l'aprì sbadatamente.

Era una lettera di mistress Grown, che ne conteneva un'altra.

Maud l'aprì, lesse e barcollò.

Il principe rimarcò tutto e non profferì verbo.

Maud gli porse allora ambo le lettere.

Il principe non lesse quella di mistress Grown. Lesse a mezza voce
l'altra, concepita così:

«Se un dì sarete svanturata ed avrete bisogno di aiuto, scrivete ogni
primo giorno del mese a mistress Evelyn March, fermo in posta, a
Londra, e sarete protetta. Siete amata, avvegnachè sembriate
abbandonata.»

Il principe salutò sua moglie, restituendole la lettera, senza
soggiunger motto, ed uscì.

Maud gettò la lettera nelle fiamme del focolaio, e, malgrado lei,
scattò fuori dal suo petto come un grido:

--È troppo tardi!

Il principe l'udì, e volse la testa per osservare sua moglie.

Ella contemplava quasi con gioia la distruzione di quel foglio di
carta, che la rallegava ad un mondo sconosciuto.

Il principe portò ambe le sue mani al volto, e scomparve dicendo:

--Povero me!

Noi passiamo oltre la descrizione delle feste.

Lo tzar Nicola e la tzarina mandarono un monille di diamanti alla
giovane sposa, ed un invito pel castello dell'Hermitage.

A cinquanta leghe intorno, la nobiltà russa venne a visitare la nuova
castellana, e tutti si accomiatarono incantati. Perocchè non è
mestieri di dire che la storia misteriosa di questi due martiri restò
sprofondata nei loro cuori.


Il carattere del principe Pietro non sorprese alcuno. Alla Corte
stessa dello tzar erasi favellato dei suoi gusti da scienziato e della
sua capacità; ciò che aveva occasionato il rumore, lo tzar lo avesse
in vista per un posto diplomatico. Ma se tutti--e la vecchia
principessa ella stessa--s'ingannarono, vi eran ben due occhi, i
quali, non fissandosi mai sovra alcuna cosa, vedevan tutto e vedevano
a fondo.

Un mese scorse.

Esso era sembrato un'eternità alla vecchia principessa, che l'aveva
passato mezzo a sbadigliare, mezzo a correr dietro al suo giovano
marito. Il quale, a volta sua, correva dietro alle giovani contadine
del principe, quando non era ubbriaco. Questo soffri-amore di una
civetta di cinquantatre anni, imbalsamata di divozione e d'ambizione,
avrebbe destato pietà, se non fosse stato ridicolo.

Non avendo dunque ad esercitare nè l'ambizione, nè la civetteria, nè
la divozione a parata, in quel tetro castello di Lavandall--ove un
giovane sole esso stesso spegnevasi--la principessa Antonietta parlò
di ritorno a S. Pietroburgo, onde assistere alle ultime feste della
stagione.

Il suo figlio primogenito non la ritenne.

Il suo figlio cadetto la sollecitò a partire, promettendole di andarla
presto a raggiungere.

Ed il conte polacco la rapì quasi, vedendosi sorvegliato da vicino--in
questa residenza di provincia--dal suo terribile dragone.

Partirono.

Alessandro restò.

Chi lo ritenne?

L'affezione per suo fratello.

Egli ignorava la ragione delle cose; ma aveva tutto indovinato:
l'amore del principe per sua moglie; la pietà di Maud per suo marito;
la loro vita solitaria e separata, in quell'appartamento che
simboleggiava agli sguardi del mondo un nido di amore. Alessandro
aveva intravisto che un abisso divideva questi due esseri, cui
scorgevansi traversare insieme il cammino della vita.

Una circostanza però gli porse ben presto il filo di Arianna del
mistero che lo investiva.

Dopo la cessazione delle feste e la partenza della vecchia
principessa, la calma rientrò nel castello di Lavandall. E' non vi
risuonava oggimai che una voce: quella del conte Alessandro. Non altro
movimento lo turbava che quello cui vi portava il giovane conte con le
sue cacce perigliose, le sue escursioni nelle vicinanze, i suoi
fucili, i suoi cani, i suoi cavalli, i suoi compagni di piacere, i
quali venivano a prenderlo od a tenergli compagnia.

Maud passava come un'ombra bianca e silenziosa in mezzo alla calma, o
piuttosto al vuoto, che si allargava intorno a lei più sempre e poi
sempre.

Non eravi attenzione minuta, prevenenza ch'ella sparmiasse a suo
marito. Indovinava i desiderii di lui ed andava loro incontro. Faceva
dei miracoli per imparare certi pezzi di Bellini e di Donizzetti, i
quali le era sembrato toccassero di più il principe nei suoi viaggi
per Francia ed Italia. Ed ogni sera, dopo il thè, ella lo prendeva
dolcemente per la mano, si slanciava al piano, e gli modulava, a voce
bassa, per lui solo solo, l'aria che aveva discifrata nel dì.

Ella divorava la notte i poeti, per recitare a suo marito gli squarci
i più belli, nelle loro rare passeggiate sulle terrazze del castello,
od accanto al fuoco, la sera. Ella studiava le scienze naturali, onde
avere un obietto di conversazione che sembrava più gradevole al
principe. Ella sapeva far nascere sul suo sembiante un sorriso che non
era nella sua anima, per offrire un raggio di aurora a quella notte.

Gli è vero che nel suo sguardo Maud portava più sollecitudine che
tenerezza; che dalla sua conversazione la parola amore era esclusa;
ch'ella non fece giammai un segno per incoraggiar suo marito a rompere
la cerchia terribile cui aveva scavata intorno a lei la sua prima
notte di nozze; ch'ella non fece giammai un'allusione tenera per
alleviare il supplizio di quel Tantalo; ch'ella non indicò giammai la
via del cielo a quel dannato. Però, se si fosse scandagliata l'anima
della giovane donna, vi si sarebbe forse trovato più timidezza che
avversione.

Il principe le ispirava paura e pietà.

Se l'orrore non vi si fosse mischiato, l'amore vi si sarebbe guizzato.

Il principe, dal lato suo, non provò di nulla per favorire le proferte
di sua moglie, i primi passi. Egli l'amava alla follia, e perciò
appunto si mostrava più inesorabile. S'immergeva nella solitudine e
nello studio. Correva i boschi a cavallo, seguito unicamente da Ivan
(il servo fedele, che non lo aveva abbandonato da quindici anni),
esecrando la vista delle umane creature, involandosi a sovvenenze che
lo stringevan di presso, fuggendosi, fuggendo, reprimendo forse i
rimorsi di non aver parlato, come parlato aveva ad Aurora Mortier,
prima del matrimonio.

Egli cercava sottrarsi alla febbre dei desiderii che lo bruciava;
scappar forse a suo fratello, la di cui gaia e sana giovinezza lo
gittava in un vortice di delirii.

Il principe avrebbe voluto obliare, e si sentiva di più in più
attirato, con una vertigine spaventevole, dagli oggetti ch'ei si
sforzava di estirpare dal suo cuore e dalla sua memoria.

Maud lo fascinava.

Alessandro lo inteneriva.

Il principe passava le sue giornate nella biblioteca del castello,
toccando a mille libri e non leggendone alcuno.

Parlava poco, talvolta con durezza, con ironia sempre. Ascoltava Maud
distratto; suo fratello, attentamente. Egli spiava sempre, intento
all'incognito, all'assente, a quello che sbrigliava la bufera nel
fondo dell'anima sua ed aleggiava negli spazi infiniti. E' non sarebbe
stato che una mente malata, se la prudenza, il soffio sì vicino, la
vista sì abbagliante della sua giovane sposa--che gli svolazzava
intorno come una nera farfalla--non lo avessero briacato di una
demenza sensuale.

Quinci la sua malattia s'inciprigniva.

Quando e' la sentiva approssimare, sia che fosse nella sua camera da
letto, o nel suo gabinetto, o nella sua biblioteca, egli toccava un
campanello, in un modo convenuto, ed Ivan accorreva ed asserragliava
le porte, ove egli restava a guardia fino a che la crisi non si fosse
dissipata.

La consegna era inviolabile.

Ora, egli avvenne un giorno che il conte Alessandro avesse urgente
uopo di parlare a suo fratello. Ne andò in busca alla biblioteca, ove
recavasi di ordinario dopo l'asciolvere. Alessandro incontrò Ivan alla
porta.

--Il principe è qui, Ivan?

--Sì, padrone.

--Apri.

--Non si entra, padrone.

--È egli solo?

--Solo.

--Lavora dunque?

--No.

--Apri.

--Impossibile, padrone.

--È per suo ordine?

--Padrone, sì.

--Che fa egli dunque?

Ivan si tacque.

Alessandro riflettè, poi soggiunse:

--Cotest'ordine riguarda me solo?

--Gli è per tutti, padrone.

--Anche per sua moglie?

--Padrone, sì.

--Ma egli non è ammalato, m'immagino, Ivan?

Ivan non rispose.

Alessandro riflettè, poi domandò:

--Posso tornare più tardi?

--Forse, padrone. Ma gli è meglio che non rivenghiate.

--Che cosa è codesto mistero?

Ivan tacque.

--Gli è la prima volta che mio fratello ti dà quest'ordine?

--L'è una consegna per certe circostanze.

--E se forzassi la consegna, Ivan?

--Padrone, bisognerebbe uccidermi prima. E poscia non sareste contento
di essere entrato.

--Ne sei tu sicuro?

Ivan restò silenzioso.

--Me ne lamenterò a lui, Ivan, e tu sarai punito.

--Voi gli fareste della pena, padrone.

--Ma se la principessa volesse entrare, glielo impediresti tu
veramente?

--A lei più che a tutt'altri padrone.

Alessandro si allontanò, pensieroso, ed uscì nel giardino.

Maud vi passeggiava.


Essi s'incontrarono di un tratto al gomito di un viale. Per un
movimento istintivo, entrambi fecero un passo indietro onde evitarsi.
Poi, arrossendo entrambi, si avanzarono vivamente l'uno all'incontro
dell'altra, e si stesero la mano.

Seguì un momento di silenzio, camminando sempre verso la porta a vetri
che immetteva in una sala del castello. Alessandro sforzandosi a
ridere, disse infine:

--Cognata, io m'immagino che Pietro è in via di scoprir l'elexir della
giovinezza eterna, perchè egli à piantato alla porta della sua
biblioteca il suo cerbero Ivan, ed alcuno non entra.

Maud ebbe un brivido che non sfuggì agli occhi dei conte Alessandro.

--Io sono stato or ora mandato via--continuò egli--E se voi vi
andaste, cognatina, avreste la stessa sorte. Me ne sono informato.

--Io non vi andrò, no--gridò Maud, di una voce che denunziava il
terrore.

Maud non aveva parlato mai di suo marito con suo cognato. Ella
ignorava dunque se questi conoscesse o no il segreto della malattia di
lui. Ella aveva però sospettato talvolta che il fratello e la madre
dovessero tutto sapere.

--Allora, voi siete a giorno di ciò che egli fa--riprese Alessandro
con calma. Non parliamone più.

--Ma voi, voi non sapete dunque nulla?--dimandò Maud con ansietà.

--Che dunque, cognatina?

Maud scoppiò di un tratto in una esplosione di lagrime, e fuggì al suo
appartamento.

Alessandro restò a piè del verone, come una statua. La sua
immaginazione batteva i campi a ragione di cento mila leghe al minuto.

Una mano si poggiò sul suo braccio.

Il principe--rimesso dell'accesso--si era trascinato al balcone della
biblioteca per rianimarsi al soffio di una giornata di maggio. Aveva
visto sua moglie e suo fratello passeggiare. Non aveva udito la loro
conversazione. Ma lo scoppio di lagrime e la fuga precipitosa di sua
moglie lo avevano colpito. Uscì dunque e venne a suo fratello.

Questi, sempre assorto, non lo guardò e si lasciò condur via, dietro
un ciuffo di arbusti, ove erano dei sedili di marmo.

Il principe si assise, in faccia ad un raggio di sole di pieno
meriggio.

--Alessandro, cosa ài tu detto a Maud per farla piangere e scappar via
così precipitosamente?--dimandò egli di una voce calma e sorda.

--Che tu non avevi voluto ricevermi... Ma che è dunque?--gridò
Alessandro prendendo suo fratello fra le braccia. Mio Dio! che è
dunque? Come sei pallido? come i tuoi lineamenti sono alterati! i tuoi
capelli sono irti sul capo; i tuoi occhi smarriti, stravolti!... Dio
mio! Dio mio! la tua camicia, la tua bocca, la tua barba sono
macchiate di sangue... Pietro, Pietro... cosa è dunque, fratello mio?

--Nulla, Alessandro--rispose il principe provando di sorridere. O'
avuto un terribile mal di denti ed ò tentato strapparne uno... senza
riescirvi. Le gengive àn sanguinato... Calmati... e grazie.

--Pietro...--sclamò Alessandro, fissando il suo sguardo scrutinatore
sul fratello, con un accento di rimprovero. Pietro, tu mi nascondi un
segreto ch'altri conoscono, perfino un servo. Io credeva che tu mi
amassi.

Pietro cacciò il capo nelle braccia del fratello, e non rispose
altrimenti che per un singhiozzare represso.

Alessandro se lo strinse vivamente sul cuore e lo baciò sulla fronte,
senza turbare il suo silenzio. Infine, il principe si raddrizzò
bruscamente, e, prendendo il braccio del fratello, sclamò:

--Io non voglio involare alla provvidenza l'ufficio di fare dei
miseri. Maud sorprese il mio segreto... e tu l'ài vista piangere. Tu
pure, sarai tu un giorno testimone della mia miseria, ed il dolore
entrerà nel tuo cuore. Non anticipiamo nulla. Il cordoglio arriva
sempre troppo presto.

E dicendo ciò, e' tornò di un passo frettoloso nel suo appartamento, e
vi si rinchiuse fino all'ora del pranzo.

A tavola si vide l'uomo consueto, calmo, composto, elegante... La
procella era passata, non lasciando altro guasto che quelli cui essa
aggiungeva ogni dì nel cuore più che nel corpo dello sventurato.

Alessandro però era stato profondamente colpito da quelle mezzè
rivelazioni della giornata. Egli dava la caccia alle supposizioni le
più stravaganti, ma sempre lontane dal vero.

E' non si abbassò ad interrogare Ivan.

E' rinunziò a comprendere suo fratello.

Egl'intraprese ad osservare sua cognata.

Alcuno non nasconde un segreto come una donna. Però, se il suo cuore
vi è implicato, ella à inevitabilmente dei momenti di abbandono in cui
si tradisce.


Se il giovane conte fosse stato un acuto psicologo, le sue
osservazioni avrebbero presto messo capo ad un risultato. Ma il conte
Alessandro non aveva persistenza nella sua analisi. Imperciocchè egli
cominciava sempre per mettere innanzi il cervello, e lo trovava poi
sempre distanzato dal cuore.

Lo studio di Maud era, gli è vero, fascinante. Ma forse, pure il conte
Alessandro non fece nulla per scongiurar la magia.

Nell'esploramento di questa miniera misteriosa di un'anima, e' non
rivenne che diamanti: la purezza, l'ingenuità, il candore,
l'affezione, la divozione, la pietà, la tenerezza.... Maud cantava
tutta la solfa della virtù per quel filosofo di venticinque anni, il
più bel giovane dell'impero russo--«dopo l'imperatore» soggiungevano i
cortigiani.

La bellezza di Maud era irresistibile. L'insieme lo aveva
impressionato a prima vista. L'esame dei dettagli lo esaltava adesso.

E' si proponeva di sorprendere negli occhi di sua cognata il secreto
della desolazione di lei... e si vedeva nascere l'iride! Egli sperava
strapparle dalle labbra la parola del mistero... e vi vedeva pullulare
baci che dimandano le ali! E' scandagliava la pallidezza di quel
sembiante... e vi scorgeva la trasparenza! E' si aspettava a ritrovar
su quella fronte le stigmate dell'ambascia... e vi leggeva
l'elevazione della preghiera! La desolata si cangiava in fata; la fata
cingeva l'aureola di una santa.

Che distanza dalle voluttuose bellezze che l'avevano inebriato alla
corte di Pietroburgo! Queste gli inoculavano la febbre; Maud,
l'estasi.

Maud metteva in evitare suo cognato la sollecitudine cui questi
metteva ad incontrarla. Ella non usciva sola nel giardino, nel parco,
a cavallo, in visita per soccorrere ai bisogni dei suoi servi, che
quando il conte Alessandro era partito per la caccia o in visita
presso i vicini. Ella voleva sfuggire le spieghe ulteriori sul conto
di suo marito: ecco tutto.

Aveva dessa compresa altra cosa?

Ella aveva potuto avere un'intuizione, un sogno forse; ma non altro
indizio che questi.

Ah! se ella avesse potuto interrogare suo marito che era sì
penetrante!

Che abisso, infrattanto, in questo povero cuore torturato!

Il principe di Lavandall diveniva ogni giorno più misantropo. Gli era
perchè gli accessi della sua malattia, lungi dal distanzarsi, si
rapprossimavano?

Ogni qualsiasi cosa lo stancava adesso. Ogni piccola emozione lo
scuoteva, al punto ch'ei non poteva più tollerare le corte
conversazioni accanto al fuoco, dopo il desinare, ed i bricioli di
musica cui Maud gli regalava all'ora del thè, come per lo avanti.

Adesso, dopo il pranzo, il principe si ritirava nelle sue stanze.

Maud lo imitava.

Il conte Alessandro passava le sue serate come poteva.

Talvolta però, alzandosi da tavola, il principe diceva al fratello:

--Vuoi che andiamo a prendere una tazza di thè da lei, se non la
scomodiamo poi troppo?

L'invito era un gaudio per il giovane conte; un ordine per la moglie.
Ma la riunione non si prolungava mai al di là delle nove.

Maud ed Alessandro vedevano bene che la salute del principe si
alterava di peggio in peggio; che lo spirito di lui era più colpito,
che la melanconia lo divorava.

Un giorno, Alessandro gli propose di fare un viaggio in Francia;
andare alle acque in Germania. Gli occhi del principe corruscarono, e
non rispose.

La vita diveniva intollerabile. Ora, se Maud aveva il dovere di subirla
e l'abitudine di soffrirla, quali erano le ragioni--dimandavasi il
principe--per le quali il giovane conte vi si sottometteva? Perchè non
ritornava egli alla corte, piuttosto che proporre distrazioni di
viaggio? Che interesse aveva egli a restare in quel soggiorno di
cordoglio e di ombre--lui cui le feste invocavano, cui l'amore agognava,
cui il favore del sovrano attirava?

Il principe Pietro trovavasi una sera sotto l'imperio di queste
riflessioni, prendendo il thè da sua moglie, in compagnia di suo
fratello, quando e' credette sorprendere, e sorprese di fatto, uno
sguardo di intelligenza in fra le due giovani persone.

Lo sguardo del conte era intenerito; quello di Maud, spaventato.

E si facevano segno.

Il fatto è che la fisonomia del principe si scomponeva a vista; che i
suoi occhi addiventavano orribilmente stralunati; che un pallore
cinereo si diluiva sul suo sembiante; che la sua bocca contorcevasi;
ch'e' tremava tutto; che sforzavasi di aggraffarsi alla tavola, al
seggiolone; che, una parola agonizzava a rantolo nella sua strozza.

Maud diceva degli occhi al conte: chiamate Ivan!

Il conte si sentiva il cuore compreso di una pietà senza limite per
suo fratello, cui egli tanto amava e cui vedeva tanto soffrire.

Il principe colse quello sguardo e cadde di peso sul solare, innanzi
che suo fratello gli aprisse le braccia.

Maud gettò un grido di terrore e fuggì.

Il conte Alessandro possedeva adesso il segreto di quel disastro di
famiglia. Egli rilevò suo fratello che si dimenava nelle convulsioni,
e lo depose sur una _dormeuse_. Poi e' corse a chiudere gli usci, e
fece chiamare Ivan.

Ivan venne. Ed ambo assistettero con amore la povera creatura perduta
in tanta sciagura.

Alessandro restò presso di suo fratello tutto il tempo che le
convulsioni durarono. Quando però la crisi si calmò, e' si ritrasse,
onde non umiliarlo di sua presenza al ritorno dei sensi. Egli entrò
nel gabinetto vicino, per sortire, e si fermò sulla soglia.

E' vide Maud a ginocchio, che pregava, suffusa, annegata nelle
lacrime, gli occhi rivolti al cielo.

Il conte non seppe dominare la sua commozione. Fece un passo verso di
lei, le cadde accanto in ginocchio e prendendole la mano gliela baciò.

Quel bacio era una rivelazione, una confessione, una catastrofe: esso
risuonò.

Il principe sentillo ribalzare sul suo cuore, e levò la testa--sotto
il peso ancora della mano della malattia.

E non potè sollevare il suo corpo. Ma e' vide suo fratello traversare
la camera, senza volger la testa dal lato suo, e partir precipitoso.




IV.

Le spiegazioni.


Una settimana passò.

Il principe non uscì dai suoi appartamenti. Altri che Ivan non vi fu
ammesso. A Maud e ad Alessandro, che andavano ogni giorni a chiedere
nuove di lui, il laconico guardiano rispondeva invariabilmente:

--Meglio, ma non ancora in istato di ricevere.

Infine, un mattino, quando il conte si presentò per udire il
bollettino ordinario sulla salute di suo fratello, Ivan gli disse:

--Il principe sta bene. Egli è uscito or ora a cavallo, e vi prega,
padrone, di andarlo a raggiungere nello sboscato del lago.

--Non à detto altro?

--No, padrone.

Alessandro uscì, preoccupato.

Qualche minuto dopo saliva a cavallo.

Era una bella giornata in sul finire di maggio. Faceva ancor freddo
come in febbraio a Palermo, ma la neve aveva fuso. Gli alberi delle
foreste si coprivano di giovani foglie. Il sole svestiva le sue ultime
nuvole e si alzava sereno e pomposo. Le viole smaltavano le macchie.
Gli uccelli, disgelati, provavano melodie--per accertarsi che il
freddo del verno non li aveva arraucati. Il cielo era puro, ma di un
turchino grigiastro, ove una brezza tagliente ed uggiosa sforzavasi a
connettere dei lembi di nuvole bianche.

Le bestie, magre e sporche, che aveano passato l'inverno negli stabbi,
covavano i campi e la foreste di uno sguardo gaudioso, tosando qui un
ciuffo di giovani erbe, decapitando là le cime degli arbusti. Il
contadino, la contadina, sollecitavansi a dimandare alla terra la
sussistenza del nuovo anno. Tutto spirava la giovinezza, la gioia, la
pletora della vita che spandesi al di fuori. Un soffio di amore
avviluppava la creazione, che sembrava palpitare e sorridere.

Un uomo solo trascinavasi quivi, tetro e freddo come le notti della
Siberia: il principe di Lavandall.

Egli aveva legato il suo cavallo ad un cespo, ed erasi assiso sur un
tronco di albero, alle sponde del lago.

Il lago azzurro corruscava, sotto i raggi del sole, come un monile di
diamanti alle faci di una festa. Il principe contemplava il respirare
delle onde; ma non scorgeva nulla. Imbaccucato in ampia pellicia, egli
meditava, o piuttosto continuava il vaneggiamento che l'assorbiva da
otto giorni. E' non si accorse neppure dell'arrivo di suo fratello.

Il conte Alessandro, da che scorselo da lontano, accelerò il passo,
discese da cavallo, ed avanzò verso il principe, gridando:

--Eccomi qui, Pietro.

Il principe fece una mossa come qualcuno che si risveglia di
soprassalto, e fissò il suo sguardo freddamente violento e acuto sul
sembiante aperto del giovane.

Il conte gli aveva tesa la mano.

E' non toccolla.

--Pietro--disse il conte un po' sconcertato dell'attitudine sinistra
di suo fratello--mi avete fatto avvertire di venirvi a trovar qui.
Sono felice di vedervi.

E stese di nuovo la destra, cui il principe si astenne dallo
stringere.

--Conte Alessandro di Lavandall--sclamò egli infine di una voce lenta
e cavernosa--avevate desiderato di conoscere il mistero della mia
vita. L'avete conosciuto; l'avete visto.

--Fratello--mormorò il conte mettendosi le mani sul volto--io ne sono
annientato.

--Io pure--continuò il principe senza porre mente alle parole del
fratello--io pure, io, voleva sapere. O' saputo; ò visto.

Alessandro impallidì e traballò.

--Ebbene--soggiunse il principe--poichè vi aveste il malanno di
avvicinare le vostre labbra a questa coppa di fango e di lagrime,
cioncatela tutta, fino alla belletta. Sappiatevi il resto.

Alessandro incrocciò le braccia sul petto, e restò impiedi, lo sguardo
al suolo, l'aria costernata.

--Io sono un misero--sclamò il principe di una voce sorda e
concentrata. A venticinque anni, colmo di tutti i favori della
fortuna, io desidero la morte. Mi dicono avvenente; son di gran
nascimento; sono ricco... e fo orrore! Io invidio la sorte del
mendicante ebreo, cui i cani mordono all'uscio nostro: e' non è che
povero! Io mi ebbi bello ad interrogare la scienza. Questa cortigiana,
non à sorriso per la sventura. Essa civetta con le piccole malattie.
Biascica nonsensi, in presenza di quei castighi fatali che si
addimandano tisi, apoplessia, epilessia, gotta, ed il resto. Mi son
tuffato nello studio, nelle feste, nei viaggi, nei pericoli i più
insensati, onde, almeno, obliare. In capo a tutto ò trovato
quest'orrido spettro... Ed il mondo sclama sul mio passaggio: che à
dunque fatto quest'uomo alla Provvidenza per strapparlo lo scrigno
delle felicità?!

--Ah! se sapessero!...--mormorò Alessandro.

--Proprio così; perocchè, quando si seppe, il ritornello cangiò. Il
tempo delle prove arrivò. Pensai ad ammogliarmi.

Alessandro abbrividì.

Il principe avvertì quel sussulto.

--Incontrai nei saloni di Parigi una stolidella, figlia di un conte
mendicante, debosciato, spia della corte di Roma, strumento dei
gesuiti. Io non avrei voluto toccare della punta delle dita la
donzella, della punta dei piedi il padre. La chiesi in matrimonio e
feci la corte al sacripante. Tutto vola sulle ali di oro, cui io
appicco all'affare, e gli sponsali si fissano. Io condussi il padre
nel suo gabinetto, e gli dissi:

«--Conte, ò un segreto a rivelarvi.

«--Che dunque?--sclamò il facchino--Sareste voi che avete ucciso
l'imperatore Alessandro?

«--E se ciò fosse?--risposi io, facendomi violenza per non
schiaffeggiarlo--mi rifiuteresti voi la vostra figliuola?

«--Io direi--replicò il conte--uccidete lo tzar Nicola.... Questo
cancella quello. E vi consegnerei mia figlia.

«--Voi mi confortate--ripresi io con un sorriso di sprezzo non
dissimulato. Ma io sono meno colpevole di così. Il mio segreto è
questo: io sono epilettico.

Il conte si alzò e salutò.

«--Principe mio--diss'egli--se io avessi a fare ad un borghese
arricchito, ad un plebeo liscivato alla _savonnette à vilain_, a cui
io avessi promesso mia figlia per ragione dei suoi scudi, io direi:
Puah!--E chiamerei il mio lacchè per ordinargli: Riconduci il signore!

«--Bene--sussurai io fremendo--ed a me che dite voi, signor conte?

«--Principe--continuò egli--voi sapete che io non amo mica mia figlia
alla follia. Malgrado ciò, io ò la coscienza di dirvi: principe,
permettetemi che io ritiri la mia parola. L'epilessia in Francia fa
orrore. Essa è considerata come una malattia ridicola ad un tempo che
sordida.»

--Noi non seppimo mai nulla di codesto--osservò Alessandro.

--Vel celarono. Tutta Parigi conobbe che io aveva toccato un rifiuto
da quel conte alle piccole limosine. Viaggiai. Conobbi a Roma un'altra
giovinetta. Ella era bella, figlia del popolo, artista, senza
pregiudizi, povera, piana di spirito.... Al posto mio, altri avrebbe
provato di farsi di lei una ganza. E perchè no? Kaunitz diceva a Maria
Teresa: che ogni donna diviene ganza dell'uomo che può sborsarne il
prezzo. Io aveva il prezzo di Aurora Mortier. La dimandai, al
contrario, in matrimonio. Questa volta non mi diressi ai parenti, ma a
lei stessa, alla persona interessata:

«--Mio bell'angelo--le dissi--questo fiore, che vi sembra sì bello, à
un intacco; esso è stato morsicato da un bruco. Io sono epilettico.

«Aurora rinculò all'altra estremità dello studio, e gridò:

«--Giammai, principe, giammai! Io non mi caccierò mai in fra le
braccia di un uomo che, volendomi dare un bacio, può spezzarmi la
spina dorsale in un accesso di convulsione.»

--Insolente!--sclamò Alessandro.

--Ella aveva ragione--riprese il principe sospirando. Non è mancato di
un mezzo secondo che codesto non sia capitato alla mia ultima.

--Alla principessa Maud?--sclamò Alessandro rabbrividendo.

--Sai tu ove ò io raccolto codesta principessa, conte Alessandro? Io
mi dissi: l'aristocrazia non vuol di me; la borghesia non vuol di me;
scandagliamo il nulla. Proviamo di una di quelle creature che non ànno
nè padre, nè madre, che sono figlie della deboscia, della miseria,
dell'onta, dell'adulterio, del delitto... chi lo sa? L'è la schiuma
delle sentine delle grandi città. Ebbene, io discesi in un ospizio di
trovatelli e ne cavai questo cencio.

--Quella stella!--gridò Alessandro con fermezza.

Il principe non fece attenzione a questo grido, e continuò.

--Con costei fui più generoso che con le altre. Le dissi che una
grande sventura pesava sul capo mio. Le dissi che io era stato repulso
due volte. Mi offersi a rivelarle tutto. La supplicai ginocchioni di
non giudicarmi innanzi di udirmi... Io l'ò amata... io l'amo... Le ò
offerto la libertà, la ricchezza... Le ò detto di fuggirmi, di andar a
vivere ove ella volesse, dove la vita potesse essere per lei un cielo
stallato di gioie... Ella à voluto restare.

--Ed è questo il suo delitto? obbiettò Alessandro. Ella à fatto il suo
dovere.

--Ella à voluto restare, ma la cortina di velluto della sua camera è
per me più intraversabile che il mare dei poli. Essa ci separa, come
un cratere, dall'ora prima. Maud à voluto restare, ma come uno
scherno, come una provocazione, come un rimorso, come un rimprovero,
come una vendetta, come un supplizio. Ella à voluto restare per
scavare a questo dannato un inferno più profondo dell'inferno--gridò
il principe, alzandosi. Voi avete spaventata la mia agonia col rumor
dei vostri baci... Ed io rivivo per punire.

Egli aspettava forse una risposta, poichè si fermò, essendo tremante
per tutte le membra.

Il conte Alessandro, pallido come un chiaro di luna, si tacque.

Il principe riprese, di voce solenne:

--Io ti fo giudice adesso. Se io sono colpevole verso quella donna,
vendicala ed uccidimi. Se non lo sono, tu mi oltraggiasti. Ti aspetto
dunque domani, qui. L'uno di noi debbe restarvi.

E terminando queste parole, il principe Pietro di Lavandall snodò la
briglia del suo cavallo, lo montò e partì al galoppo.

Il conte Alessandro rimase per qualche istante immerso nella più
profonda preoccupazione, poi si allontanò.


Il principe Pietro aveva tutto preparato per lo scioglimento di questo
lugubre dramma.

Maud partirebbe l'indomani, a mezzodì, precedendolo sempre di una tappa.
La sua cameriera ed il suo intendente inglese l'accompagnerebbero. Ivan
resterebbe presso di lei, fino a che il principe non li avesse raggiunti
al villaggio d'Imazoff, a quattro leghe dal castello.

--Ivan--gli disse il principe--con te io non ò, fortunatamente,
bisogno di parafrasi per spiegarmi, nè di rettorica per persuadere. Da
quindici anni da che vivi meco, ti sei identificato alla mia persona.
Tu provi i miei dolori. Tu comprendi le mie sofferenze. Tu indovini i
miei pensieri. Tu udisti come me ciò che occorse nel _boudoir_ di mia
moglie, mentre io mi torceva negli artigli del male, Ivan, io mi batto
domani con mio fratello... Se io muoio... ella non deve vivere.

--Padrone, codesto duello è desso inevitabile?

--Inevitabile! Noi non possiamo più vivere insieme in questo mondo.

--La vostra decisione è dessa irrevocabile, padrone?

--Irrevocabile! Se sarà dunque mio fratello e non io che andrà a
raggiungervi al villaggio d'Imazoff, apri la berlina di mia moglie,
annunziale la mia morte, e bruciale le cervella di un colpo di
pistola. Tu non avrai in seguito a presentare ai tuoi giudici che la
lettera cui ti dò. L'imperatore ti farà grazia. Io ti fo ricco e
libero.

--Padrone, tutto codesto è inutile: io avrò due pistole. I vostri
ordini saranno compiuti.

Il principe l'abbracciò e sclamò:

--Sii benedetto, figlio! Perchè Dio, che le à dato tante cose, non le
dette altresì la metà della tua anima?

Ivan uscì.

Il principe passò la sera a scrivere, a bruciare, a mettere in ordine
carte. E' non volle ricevere sua moglie--a cui Ivan aveva trasmesso
l'ordine della partenza per l'indomani.

Tutto ciò erasi passato presso il principe con una semplicità
spaventevole. Nè la sua voce nè quella di Ivan non sembravano più
commosse in quei preparativi di omicidio, che se si fosse trattato di
una caccia ai colombi. Non quesiti, non discussioni, non dubbi, non
esitamento, non rimorso: uccidila; sì!

Il conte Alessandro--il quale aveva compreso, alla voce di suo
fratello, ch'ei si trovava in faccia di una fatalità inesorabile--non
provò neppure di distornarla o di rimpicciolirla. Egli indovinò che
ogni sforzo cui avrebbe fatto per piegare il destino, lo avrebbe anzi
aggravato. Ritornò dunque al castello, pranzò nel suo appartamento e
si coricò.

Il sonno non si presentò al suo primo appello. Ma il conte l'invocò
con un _bol_ di _punch_: ed il sonno obbedì.

Il giovane, d'altronde, aveva la coscienza in pace.

E' non fu mica lo stesso della principessa Maud.

Parecchie circostanze avevano concorso a cangiare in un'angoscia
mortale l'ansietà in cui l'aveva gittato l'ordine di quella partenza
precipitata.--Suo marito gliel'aveva fatto ingiungere dal suo
maggiordomo.

Ivan, che aveva l'attaccamento il più vivo per Maud, dopo aver
compiuto la commissione del suo padrone, le era caduto a ginocchio ai
piedi, e baciandole la mano, con un intenerimento profondo aveva
soggiunto:

--Voi mi perdonerete, padrona: io debbo obbedire.

Poi soffocato dai singhiozzi, si era precipitato fuori della camera.

Maud avendo mandato la sua cameriera a dimandare a suo marito se la
poteva recarsi da lui, Sarah aveva visto sur un canapè, nella
biblioteca del principe, una scatola a pistole, e due spade. Tom
Barcley, il suo intendente, trovandosi nel cortile quando il conte
Alessandro era rientrato, aveva rimarcato che la figura di lui era
estremamente pallida, disfatta, stravolta. E Maud avendo, su questa
osservazione, mandato questo stesso intendente a dimandare al conte se
egli non fosse malato, Alessandro aveva risposto, di una voce
interrotta dalla commozione:

--Dite a mia cognata di pregare per me!

A tutte queste circostanze arrogevasi quella voce interna che
addimandasi presentimento, e che in certi organismi nervosi acquista
la lucidità della profezia.

Maud, natura sognatrice, possedeva questo attributo di seconda vista,
e la era affatto _donna_, come quasi tutte le inglesi.

Le donne del Continente àn tutte, più o meno, delle fibre virili!

Maud comprese che qualche cosa di terribile aleggiava nell'aria; e la
sua disperazione aumentavasi, avendo coscienza di non poter nulla
scongiurare.

Ah! se ella avesse potuto veder suo marito ed aprirgli il suo cuore!

Ella passò dunque la notte impiedi, ora a piangere ora a
pregare--mentre Sarah compieva qualche preparativo di viaggio.

L'alba la sorprese accovacciata sur un _canapé_, in uno stato di
annientamento completo.

Sara supplicolla di andare a prendere qualche ora di riposo, prima
della partenza.

Maud si slanciò ad un balcone che sporgeva sulla grande spianata del
castello, ed incollò ai vetri il suo viso allividito dal freddo.

Alle dieci, ella vide uscire la _briska_ del conte Alessandro, e
dirigersi verso la foresta.

Al punto stesso, Ivan, eccessivamente pallido ed agitato, venne a
ricordarle, in nome del di lei marito, che a mezzodì una berlina di
viaggio sarebbe nel cortile, e che ella doveva recarsi ad aspettare il
principe nel villaggio d'Imazoff.

La vettura del conte Alessandro portava i due fratelli allo sboscato.

Poco dopo usciva Ivan, conducendo due cavalli sellati, carichi di un
fascio avvilupato in una coverta da viaggio. Tutte le disposizioni
erano state prese dal principe.


Giunta ad un certo punto della foresta, la vettura si fermò, ed i due
fratelli discesero.

--Aspettate qui--disse Alessandro al lacchè.

Ed andò a raggiungere il principe che precedettelo a piedi.

Essi non scambiarono una parola.

Non una parola si erano detto nella _briska_.

Spuntando sullo sboscato, scorsero Ivan che vi spuntava da un altro
viale, galoppando a briglia sciolta.

Alessandro sospirò.

Pietro fece un ghigno di sprezzo.

Quando Ivan ebbe raggiunto il luogo indicato dal principe, e' discese
e legò i cavalli ad un vecchio abete morto, dai rami scorticati,
imbianchiti, senza foglie, che tremavano e risuonavano alla brezza
come le ossa di uno scheletro, a cui l'abete somigliava.

Due cavalli! uno per Ivan, l'altro per il sopravvivente. La _briska_,
pel cadavere!

Poi Ivan svolse la coverta, e pose sur essa le due pistole e le due
spade.

I due fratelli si approssimarono.

Il primogenito, le mani conserte dietro il dorso. Il cadetto, le
braccia incrociate sul petto.

Quando furono giunti al sito dove Ivan li aspettava, fermaronsi, e si
trovarono l'uno rimpetto all'altro.

Erano in una specie di aia di qualche centinaio di piedi di diametro,
circondata da un gruppo di rocce bianche, arrotondate--le quali di
lontano si sarebbero prese per una mandria di vacche della Campania
che fa la siesta, tosando viole e bruiere; o per dei cranii di Titani,
seminati sur un campo.

Gli era quasi un circo. Ed il vecchio abete, che avea l'aria di una
forca, gli dava un aspetto sinistro.

Nonpertanto, il sole svegliava tutt'i canti della natura: terra e
cielo palpitavano di vita!

Ivan risalì a cavallo, ed andò a costituirsi carceriere di Maud,
aspettando di esserne l'assassino.

I due fratelli restarono un momento a squadrarsi, in silenzio; poi il
principe proruppe:

--Ebbene, m'ài tu giudicato, conte di Lavandall?

--No--rispose Alessandro.

--No?--riprese il principe. Pertanto tu ài avuto tutta una notte per
deliberare.

--È vero. Epperò non è il tempo che mi è mancato.

--E che dunque?

--Non si giudica ascoltando il solo accusatore.

--Chi ti à impedito di ascoltare altresì l'accusata?

--La paura di trovarti colpevole e di condannarti.

--Grazie. Io non ti aveva mica dimandata mercè--sclamò il principe con
disprezzo.

--Ed io non dimando mica ad essere giudice--rispose il conte con
calma. Amo meglio rimettermene al giudizio di Dio.

--Scegli le armi allora--replicò il principe.

--Principe, voi siete stato malato, la vostra mano trema. Io non posso
scegliere la pistola: avrei troppi vantaggi.

--Che ciò non ti sconcerti. La mia malattia mi riguarda.

--Scelgo dunque la spada--disse Alessandro, prendendo quella che gli
era dinanzi.

--Sia--sclamò il principe. Dammi l'altra.

--Le condizioni?--dimandò Alessandro.

--Alcuna. La morte d'uno dei due.

--Pietro, vuoi tu ascoltarmi un minuto?

--In guardia--gridò il principe mettendosi in guardia. Nella nostra
famiglia non v'àn vigliacchi.

--Un solo minuto--replicò il conte--una sola parola...

--In guardia, ti dico--gridò il principe di nuovo, fendendosi.

Alessandro si pose in guardia, e lasciò l'assalto al principe.

Questi era destro, lesto, abile; ma la sua mano vacillava per
debolezza. Alessandro parò. Avrebbe potuto disarmare a piacere ed
uccidere suo fratello: nol volle. Non volle neppur troppo stancarlo.
Fece una finta di _coupé_, ma assai larga, per lasciare il suo petto
scoverto. Il principe allungò un colpo dritto, e forò suo fratello da
banda a banda.

Alessandro cadde.

Il principe abbandonò la guardia della spada, volse le spalle, salì a
cavallo e mormorò:

--All'altra, adesso.

E disparve.

Un minuto dopo, chiamava i famigliari del conte con la _briska_.

Venti minuti dopo, giungeva al villaggio d'Imazoff, dove Maud
l'aspettava nella berlina.

Quando ella vide arrivar suo marito, il sembiante stravolto, lo
sguardo feroce, gli occhi fuori dell'orbita, tremante di tutte le
membra, comprese che un avvenimento tragico erasi compiuto, e svenne.

Il principe, avvicinandosi alla berlina ed aprendola, per annunziare a
sua moglie l'assassinio cui veniva di commettere, non trovò che un
corpo agghiacciato nelle braccia della cameriera.

Egli rinchiuse precipitosamente la vettura, e gridò ai postiglioni:

--Guida tripla: strada di Francia.

Poi entrò nell'altra berlina con Ivan, e seguì.




V.

Once again.


Dopo gli avvenimenti cui venghiamo di raccontare rapidamente, compiuti
di un modo non meno rapido, non restava più posto, nel cuore del
principe ed in quello di sua moglie, che per due sentimenti egualmente
estremi: un odio feroce ed un amore forsennato.

In queste regioni tropicali dell'anima non è possibile che l'uragano.

Il principe fissò la sua dimora nelle vicinanze di Parigi, a
Saint-Germain.

Molti mesi scorsero.

Il tempo però, il cangiamento di cielo e di residenza non produssero
alcuna mutazione nella sua vita. Gli era lo stesso vuoto, la stessa
solitudine, lo stesso silenzio, la stessa disperata tristezza che al
castello di Lavandall. I domestici francesi, cui il principe aveva
ingaggiati, non penetravano nell'atmosfera della famiglia. Perocchè
Ivan sapeva che quella gente, i cui costumi son quasi sempre ignobili,
si costituisce sempre giudice severo dei padroni. Ivan d'altronde
bastava al principe; Sarah e Rosa bastavano alla principessa.

Un solo straniero frequentava il castello--ed ancora e' poteva passare
per un vecchio amico: il dottore conte di Nubo. La salute del
principe, ed oggimai la salute di Maud altresì avevan reso questa
intrusione indispensabile.

Maud era attaccata da una malattia di languore.

Questo intervento di Dio nello scioglimento dell'opera sinistra del
principe di Lavandall avrebbe dovuto illuminarlo, calmarlo,
soddisfarlo in tutt'i casi. E' non ne fu che più esasperato. Non aveva
egli detto: «All'altra, adesso?» Dio lo rubava di tutta la parte che
vi prendeva. E' si decise allora a sorpassarlo in celerità.

Ma in Francia non era esattamente come nel fondo di una provincia
russa, in un castello, innanzi la porta del quale la legge rincula,
ove il padrone à, di fatto, dritto di vita e di morte.

In Francia si è permalosi della forma... si mette una bilancia nella
mano della giustizia--affinchè dessa pesi bene quanto vale il ricco e
quanto poco vale il povero! Si dice che la legge è cieca. Cieca è
dessa: perchè segue un cane, il quale sa bene di qual dente morder la
carne e di quale l'osso.

Il principe non aveva d'uopo di andare in busca dello strumento che
doveva compiere la sua bisogna. Lo aveva sotto la mano--semplicissimo,
destrissimo, opportunissimo: voglio dire il dottore di Nubo.

Non trattavasi che di trovare un metodo.

Chi cerca, finisce sempre per trovare.

Ma il principe aveva fretta: e' soccombeva sotto il peso della sua
anima! Ed il dottore non ne aveva punto, perocchè, per lui, non
solamente il tempo era oro, ma era pure un parafulmini.

Gli era questo, del resto, il solo punto di discordanza tra questo
cuore e questo cervello malati.

Eppure, nè il principe, nè il dottore non aveva profferto un sol motto
sull'obbietto!

Vi era compenetrazione di spirito: ecco tutto.

Se Maud fosse stata una donna italiana, la avrebbe provocato una
spiega. Se fosse stata una francese, l'avrebbe fatta capitare. Donna
essenzialmente inglese, la si taceva e moriva.

Non è che la non formasse il progetto di abbordare un giorno con suo
marito lo scandaglio della loro esistenza. Ogni notte, nelle sue
interminabili insonnie, suffuse di lagrime, ella dicevasi: Domani
parlerò!

Infatti, la dimane arrivava; Maud aggiustavasi per quanto bella
poteva; sforzavasi di risuscitare il sorriso sulle labbra
diciannovenne, ed andava a picchiar all'uscio del principe.

Abitualmente, non era ricevuta.

Ma, una volta sopra dieci, l'inesorabile Russo l'ammetteva alla sua
presenza.

All'aspetto di quell'uomo, la parola spirava sulle labbra di Maud, il
sorriso tramutavasi in singhiozzo.

Il principe era irriconoscibile.

A ventisei anni, sembrava caduco. Gli stessi suoi capelli si
brizzolavano. I suoi occhi, vitrei, si affossavano ogni giorno di più
nelle orbite, come spaventati della luce. Le sue guance, scavate,
ingiallivano. La sua fronte, sì pura, solcavasi di rughe intralciate.
Solo la sua bocca, ardente di febbre, pareva bruttata di sangue.

Egli pure era attaccato da consunzione. Ma questa malattia, che
abbelliva Maud dandole il diafano dei serafini della Chiesa,
difformava il principe. E' trasudava la tisi dell'anima!

La vista di quella ruina turbava la ragione di Maud. Ella
attribuivaselo.

D'altra parte, la vista di sua moglie metteva il colmo alla
disperazione del principe.

--Sono io--dicevasi egli--che ò cominciato la distruzione di questa
bell'opera di Dio, e che vado a compierla. Io, che sarei morto ai suoi
piedi, come un giusto, per ottenerne un solo sguardo di pietà! Io le
fo orrore. Io sento sprigionarsi da tutta la sua persona un fluido che
mi respinge. Io mi consumo alla sua contemplazione, e mi spegno. Dio
mio! poteva un uomo dare ad una donna più vaste prove di amore che io
ne diedi a costei? Io ò ucciso mio fratello, per causa di lei... Però,
se le parlassi ancora? Io vorrei strapparle almeno questa parola: Ti
odio! Sopra una donna che odia si à una presa. La si può infine
attirare, domare, tenerla. Un'ipocrita, come costei, è uno spettro che
sfugge quando credesi di afferrarlo. Sì: che la mi dica almeno: Io ti
odio! Ciò sarebbe un balsamo per la mia coscienza. Io potrei
rispondere: Continua, tu fai bene; consuma la tua opera e muori con la
gioia dei demonii... Ebbene, saggierò ancora una volta. Condannato,
dimanderò una dilazione. Che io mi arrivi almeno a comprenderla!

Questa risoluzione presa, il principe spiò un'occasione propizia.
Trattavasi conoscere l'ultimo verbo del suo destino.

L'era una bella mattina di ottobre. Il principe, steso sur un
_voltaire_, s'inebriava di sole innanzi ad un balcone che sporgeva sul
giardino, centellando una tazza di thè e bruciando un sigaretto. Sulle
sue ginocchia, nascosto a mezzo da una veste da camera di nero
velluto, poggiava aperto un volume delle opere di Humboldt.

Ivan introdusse il dottore di Nubo ed avvicinò una poltrona.

--Prendereste una tazza di thè, dottore!

--Perchè no? Vengo d'asciolvere al _Pavillon d'Henri IV_, con una
delle vostre vecchie conoscenze, principe.

--Le mie conoscenze sono tutte vecchie oggimai, dottore. Chi dunque?

--Il conte di Perceval.

--Non è ancor morto?

--Lui morto? per chi lo prendete voi? È più giovane adesso che a
trent'anni. Anzi, a quest'ora, tutta Parigi si occupa di lui.

--Parigi è ben amabile. Che à egli fatto? Si è ralligato agli Orléans?
Sarebbe divenuto onest'uomo? È entrato ai gesuiti?

--Meglio, meglio che tutto ciò, principe. Io credo, _tout bonnement_,
ch'e' si eserciti la mano all'assassinio.

--Diavolo!--sclamò il principe. Cotesto debb'essere allora assai
piccante.

--Io non conosco ancora tutt'i dettagli della cosa. Me ne informerò e
ve li conterò un altro giorno. So vagamente ch'egli è implicato nel
suicidio di un _rat_ dell'_Opera_, cui intratteneva. Questa donzella
si sarebbe suicidata per un poeta, un romanziere, un giornalista,
qualche cosa come codesto--un tal Sergio di Linsac. In realtà, e' pare
che il conte di Perceval non aveva presa la ballerina che per
sottrarle non so quali cambiali del marchese di Caboul.

--Il marchese... di Caboul!

--Già, il quale non è altro che il R. P. Buzelin, dello stabilimento
dei gesuiti alla Rue des Postes--il convertitore dei RR. PP. nel mondo
galante. Ora, io m'immagino, che il conte di Perceval à furacchiato la
figlioccia per furacchiarle le carte, e che dà oggi alla bisogna il
nome e l'aria di suicidio. Questo birbo di conte è uomo di spirito,
diascoli!

--Proprio così--sclamò il principe ghignando.

--E' sa che, in ogni cosa, il metodo è tutto. Ebbene, egli à trovato
un metodo che converrebbe a non poche genti... oneste.

-Ciò potrebbe esser vero--rispose il principe, lentamente, scandendo
le parole ed inchiodando lo sguardo sullo sguardo impassibile del
dottore di Nubo. Poi soggiunse:

--Dottore, volete voi fare un giro di passeggiata pel giardino? Datemi
il braccio.

Il sembiante del dottore restò sereno, ed il suo cuore battè di
soddisfazione.

E' non aveva raccontato l'aneddoto del conte di Perceval per nulla.
Quella parabola significava: i tempi sono maturi; io sono pronto:
finiamola!

E si rigioiva, accorgendosi che il principe l'aveva compresa così.

Il dottore possedeva infine questo metodo--questo metodo ch'egli
cercava da tre mesi.

Poi, egli aveva premura. E' doveva recarsi in Svizzera. Aveva perduto
una trentina di mille franchi al giuoco, al _club_. Aveva sottoscritto
per un certo numero di azioni in un'intrapresa di scavi di carbon
fossile, che prometteva molto. Aveva insomma bisogno di danari.

Gli onorari della sua professione lo facevano vivere come un nabab. Ma
quelli onorari--che formavano una bella somma alla fine
dell'anno--arrivavano gocciolo a gocciolo.

Ed il dottore abbisognava di centomila franchi in una manata.

Ora, non si dà una tale somma per ricuperar la salute. La si dà per un
delitto.

--Un delitto!... l'è un metodo. Val desso la pena per darsi moina?

Facendo queste riflessioni, vedendo di già le sue mani nei scrigni del
principe di Lavandall, il dottore di Nubo l'accompagnò nel giardino.

Faceva ancor tepido. Vi erano ancora abbastanza fiori, insetti,
uccelli, per distrarli... per ascoltarli forse. Il principe
s'intromise sotto una volta di pampani violetti che copriva un viale
finamente sabbiato. Di un tratto, e' si fermò.

Il dottore irradiava internamente.

--Conte di Nubo--disse il principe--vi sentite voi capace di parlarmi
francamente, da gentiluomo e non da dottore, che si crede obbligato di
adoperare la speranza--e quindi la menzogna--come un mezzo di
terapeutica?

--Se l'esigete, principe, io sono pronto.

--Ebbene--continuò il principe--voi vedete a che stato ne sono
ridotto. Io lo sento, meglio pure che voi nol vediate. Malgrado ciò,
io vi dimando: Posso io ancora guarire?

--Dell'epilessia?... no, principe mio--rispose il dottore.

--Gli è lungo tempo che ò preso il mio partito su codesto--replicò il
principe di una voce sorda. Ma la consunzione?

--Il resto non mi scoraggia mica ancora--riprese il dottore.

--Perchè?

--Perchè vi è in voi un principio di atrofia della vita fisica,
occasionata dall'esorbitante assorbimento della vita morale. L'anima
vi divora. Bisogna dunque soddisfarla... o ucciderla. Io non afferro
le cause di questa mancanza di equilibrio tra le due funzioni, il di
cui esercizio parallelo costituisce la vita normale e la salute. Io
non vi domando di penetrare nei ripostigli intimi del vostro cuore.
Voi avete, ad ogni modo, dei pensieri, dei desideri, dei progetti, che
vi rodono. Voi perdete il fiato camminando verso un fine;... e gli è
così che il vostro corpo si spossa, che la lampa della vostra vita
fumiga e soffoca la luce.

--Ciò è possibile--sclamò il principe, riflettendo e parlando a sè
stesso.

--Ora, non vi sono che due modi, come vel dicevo testè--continuò il
dottore--per ricostruire la vostra salute relativa.

--Quali?

--O noi cominciamo a vannare, ad analizzare uno ad uno i fenomeni, le
cause, le idee, le ansietà che vi consumano, e scartiamo questo,
addolciamo quello, diamo soddisfazione da un canto, calmiamo
dall'altro...

--Ovvero?

--Ovvero... sopprimiamo di un colpo il focolaio dell'insurrezione
interna, la quale à ingenerato l'anarchia nelle vostre funzioni
fisiologiche, e l'anemia.

--Hum!--fece il principe riflettendo.

--Sopprimere l'anima--continuò il dottore--sopprimere la coscienza,
sopprimere i rimorsi, sopprimere gli scrupoli, sopprimere il dubbio,
disoppannare la vita, in una parola, della sua parte morale e ridurla
ad una semplice funzione fisica...

--Si potrebbe egli?

--Ciò si può. Ed allora la guarigione si ottiene subito e radicale. Il
primo mezzo è più lungo e più incerto.

--Ciò si può, dite voi? Si può dunque obliterare il pensiero?

--Sopprimete la causa che produce l'eretismo di questo pensiero, e voi
l'avrete ridotto, se non all'impotenza, almeno all'innocuità. Tutto,
del resto, dipende da voi, dalla dose di volontà che potrete
sviluppare, dai mezzi impiegati al trattamento.

--Potreste voi dilucidare codesta teoria con un esempio, dottore?

--Ma! prendiamo giustamente per esempio quel conte di Perceval, di cui
parlavamo or ora. Supponghiamo che egli si sia trovato in presenza di
un ordine del generale dei gesuiti che gli abbia detto: Bisogna
ricuperare, ad ogni costo, le carte firmate dal Padre Buzelin, sotto
il falso nome di marchese di Caboul: l'onore della Società lo esige.

--Ebbene?

--Ebbene, se il conte di Perceval avesse avuto in lui la preponderanza
della vita morale, e' sarebbe caduto in un'ansietà che lo avrebbe
condotto al sepolcro.

--Perchè ciò?

--Perchè? ma, strappar delle cambiali, pel valore di 150,000 franchi,
dalle mani di madamigella Verray, soppannata dal suo amante Sergio di
Linsac... avrebbe valso altrettanto che strappare una lacca di montone
dagli artigli d'una tigre o di una lionessa. Rubargliele? la coscienza
insorge. Truffargliele? l'onore protesta. Sedurre la giovine
ballerina? Perceval era troppo vecchio... e d'altronde, non si
seducono mai 150,000 franchi. Interessarla, con la virtù, all'onore
della Compagnia di Gesù? Ester era ebrea...

--Infatti...

--Ed ecco lì il conte a struggersi, ad ammagrire, esitando tra il
dubbio, il rimorso, la coscienza, la lealtà, la divozione, l'amore che
la giovane _drôlesse_ gl'inspirava... ed il resto. Che fa desso?

--Che fa? sì, che fa desso?

--In luogo d'intraprendere la sua guarigione mediante il
soddisfacimento di tutte queste esigenze della sua anima, egli
sopprime la causa. Sopprime l'anima... ed uccide la fanciulla,
scientificamente, facendola passare come la si fosse suicidata.

--Ciò è ancora oscuro--sclamò il principe--ma non importa. Noi
ritorneremo su di questa teoria medicinale. Ora, ditemi, avete voi
visto la principessa?

--Non ancora, stamane.

--Che pensate voi del suo stato?

--Ella può guarire. In lei, l'è pure il morale che invade il fisico.
Però, come nell'organizzazione della principessa il fisico è più
sviluppato che il morale, dando, dal lato vostro, un po' di
soddisfazione a questo, aiutando io il fisico con mezzi terapeutici,
l'equilibrio si può ristabilire.

--A maraviglia.

--Io fo costruire adesso un apparecchio, a cui vado a sottomettere la
principessa, ed ò grande speranza nel successo. Ma ritorniamo a voi,
principe...

--Non vi torniamo più, per oggi--interruppe il principe, uscendo dal
viale per rientrare nel castello. Sono stanco. Ò colte le vostre idee
e le mediterò.

Il dottore, evidentemente contrariato da questo brusco congedo, si
recò agli appartamenti della principessa.

--Questo miserabile mi assicura che io posso guarire, che ella può
guarire--pensò il principe passeggiando lentamente nel suo gabinetto.
Proviamo allora. Ad ogni modo, ò in mano lo scioglimento.


La sera che seguì, Maud, con uno stupore che lambiva il terrore, vide
entrare da lei, senza essere annunziato, il principe Pietro, che le
disse:

--Amica mia, volete voi darmi una tazza di _the_ presso di voi? Mi
sento meglio stasera e vengo a passare qualche istante con voi.

Maud, senza rispondere, sollecitossi ad avvicinargli un seggio.

Il principe lo respinse e soggiunse:

--Mica qui. Questa stanza è troppo grande: uno vi si perde, non vi si
vede l'un l'altro. Venite nel vostro _boudoir_.

Ed offrendo il braccio a sua moglie, senza aspettare il consentimento
di lei, la condusse in un gabinetto attiguo, rischiarato da una
semplice lampada di alabastro.

Il _boudoir_ era tappezzato di raso giacinto a fiori bianchi. Il fuoco
brillava nel camino. L'aria era tiepida e profumata da guastade di
fiori. Là, il piano. Ad un angolo, una tavola a lavoro. Dei pastelli
sulle mura. Uno spiro d'innocenza, di pudore, di felicità, di vergine
amore in tutta quell'atmosfera di alba.

Dio vi sarebbe venuto a visitare Maria--senza mandarle un messaggiero!

--Sarah, servite il _the_ qui--disse il principe, ed andate ad
aspettare madama nella sua camera da letto.

Nulla non potrebbe esprimere lo stupore, il terrore di Maud e di Sarah
vedendo i preamboli del principe, il quale aveva l'aria d'imporre,
anzi che di dimandare un colloquio.

Sembrava gaio. La sua salute appariva più solida; il suo spirito, più
sereno. E' fece perfino dei complimenti a sua moglie, a proposito di
un pastello, cui vide sur un cavalletto, e sur un ricamo che giaceva
sur un divano. Ma non appena il _the_ fu servito, ed i domestici si
furono ritirati, il principe si levò dal posto, cui aveva preso a
fianco di sua moglie, sul canapè, e cominciò a passeggiar lentamente
per la stanza--ricadendo nel suo silenzio e nelle sue tenebre.

Alla fine, e' s'avvicinò alla principessa e proruppe--scattando come
un uomo che si decide di un tratto:

--Maud, io sono stato troppo duro verso di te: perdonami.

Questa sottomissione, questa confessione dalla parte di un uomo come
il principe, e nella situazione di lui, stupirono più che non
toccarono la giovane inglese.

Ella rimase disorientata, e ne pianse.

Il principe se ne avvide, ma non si scoraggiò.

--Maud--continuò egli--io non ti chiedo ancora nulla. Io so che non
isveglio in te se non ripulsione e terrore. Ma, ài tu riflettuto alla
mia condotta? Ti sei tu dimandato: Quale è la vita di questo dannato
alla porta del paradiso?

--Io mel sono dimandato e mel dimando ogni dì, principe.

--E...?

--E... non vi ò compreso.

--Non mi à compreso!...--gridò il principe coprendosi il viso di ambo
le mani. Tu non ài dunque capito il mio supplizio? Tu non ài capito il
vuoto dell'anima mia, la solitudine delle mie interminabili giornate,
la disperazione delle mie notti senza sonno? Tu non ài capito che il
mio sangue, a ventisei anni, bruciava; che la mia ragione smarrivasi
nel delirio dei sogni? Tu non ài capito che io poteva amare, che io
poteva esser geloso, che io poteva temere, che io poteva essere
assetato di te--cui io vedeva passare innanzi ai miei occhi il giorno
e traversare i miei sogni la notte come una visione fantastica? Tu non
ài compreso che io dimandava a te ciò cui non dimandavo più a Dio:
grazia!--grazia per la sventura di cui la fatalità mi aveva colpito?
Tu non ài compreso che io ti amava, che lo ti circondava del rispetto
di una regina, di una adorazione di angelo, e che giorno e notte io mi
trascinava alla tua porta, chiedendoti perdono, mercè? Non ti aveva io
detto: Aspetta prima di colpire, ascolta prima di giudicare, respingi
le impressioni subite, ed apri il cuore alla pietà?

--Signore mio Dio!--sclamò Maud--mi avreste voi dunque trovata dura?

--Tu sei stata crudele--gridò il principe, cangiando il tuono della
sua voce.

--Giammai--replicò Maud con calma.

--Ove eri tu, quando l'angelo del male mi toccava del suo
dito?--replicò il principe con forza. Tu eri fuggita! Chi era al mio
capezzale, quando io mi attorcigliavo sull'aculeo della vendetta di un
Dio sinistro? un servo! Il letto dell'infermo, cui tu avresti dovuto
confortare, era vedovo. La camera del paziente era orba di quella
consolazione che si chiama la donna. Io non aveva madre, non sorella,
non moglie... Che facevi tu, quando io mi dibatteva nell'agonìa?... Io
ò udito il rumore dei baci.

--No, no--gridò Maud.

--No? Io l'ò udito, e non sono stato solo ad udirlo... Ed ò vendicato
l'insulto.

Maud ruppe in gemiti, e le sue parole si spersero in un singhiozzo di
disperazione.

--Io amava mio fratello--continuò il principe sciogliendo in lagrima
anch'egli--e l'ò ucciso. Di', ora, di', donna, quale creatura mortale
poteva darti prove di un amore più forsennato? E adesso, che io pur mi
muoio, io mi trascino ai tuoi piedi e ti dico: oblìo tutto... abbi
pietà di me!

--Gli è da Dio, principe, che dovete implorare pietà--replicò Maud di
una voce commossa--perchè avete commesso il delitto di Caino.

--Ancora? ancora?--gridò il principe. Maud, non ritornare giammai più
su codesto. Io non sarei sempre padrone della mia ragione. Non
chiudete l'orecchio a questo ultimo grido dell'anima mia. Io ò bisogno
di dimenticare. Io ò la volontà di vivere. A ventisei anni, la terra à
ancora delle rose, la donna à ancora dei baci, la testa à ancora delle
ambizioni, il mondo offre ancora delle seduzioni, delle soddisfazioni,
dei sorrisi... Maud... orsù Maud, viaggiamo. Prestami le tue braccia
per riposare la mia testa condannata. Apri il tuo cuore alla voce del
mio cuore. Sii donna... sii moglie! Lasciami vaneggiare del cielo sul
seno tuo... o lasciamivi nascondere il viso per piangere e per
morirvi.

Ed e' cadeva in ginocchio innanzi a lei, innalzando verso lei le sue
mani supplichevoli.

Il momento era decisivo.

Dio pronunziava la sentenza.

--Principe--sclamò Maud, vedendo i lineamenti di suo marito alterarsi
rapidamente--calmatevi. Non vi fate guadagnare, sopraffare da
un'emozione fatale. Voi guarirete. Dio mi ascolterà alla fine: voi
guarirete.

Ed alzandosi, ella stese le mani al marito per aiutarlo a rilevarsi.
E' la guardò come pietrificato; e levandosi solo, lentamente,
solennemente, soggiunse:

--Io sono giudicato. Non temete nulla, signora, dalla mia emozione.
Guardatemi... essa è passata. Addio, signora. Non sono riescito; ma
non mi pento del passo che ò fatto. Io soffocava sotto il pondo delle
cose cui vi ò confessate. Mi sento alleviato, ora che ò acquietato il
convincimento che vi àn dei sentimenti invincibili. Io non sapevo che
un poco di pietà, un poco di amore, fossero un tesoro sì immenso. Io
pensavo di aver fatto qualcosa per meritarlo: io era un vanaglorioso.
Bisogna ricominciare. Ricominciare! Ma se sapessi almeno che, dove,
come? Credetemi, signora, io non ò più proprio nulla: ò dato
tutto--tutto! Ciò non è bastato. Mi ritiro... Addio!

--Principe--gridò Maud--nel nome di Dio onnipotente, calmatevi.

--Su via, forzato--continuò il principe senza più fare attenzione a
sua moglie--su via, galeotto, alla tua catena, ai tuoi giorni senza
luce, alle tue notti piene di vampe, ai tuoi vaneggiamenti, ai tuoi
rimorsi, ai tuoi delirii, alla tua sete di vita, alla tua
disperazione. Marcia, corri, va ad accoccolarti sul tuo giaciglio di
carboni ardenti, e rumina, che tua moglie à un cuore... ma per altrui!
che tu sei Caino! che tu sei solo in mezzo al mondo che ti respinge!
che tu sei orrido! che tu sei un lebbroso! che tu sei un dannato!
Marcia... bevi il tuo fiele e la tua belletta fino all'imo; consumati,
muori come un paria... e silenzio... Silenzio! che alcuno non si
avvegga della tua respirazione oppressa, del tuo polso accelerato, dei
tuoi occhi infiammati di voglie, dei tuoi labbri assetati di baci...
resta mogio, calmo, placati... tu li spaventi... La parola fatale
trema sulla loro bocca... guarda... tu li volgi in fuga... e' si
turano le orecchie... stornano lo sguardo... orribile! orribile!...
non è vero, madama? Ebbene, addio... Vi gradirebbe, madama, che io mi
esilii nelle Indie? I _fakirs_, madama, non avranno la stessa paura,
la stessa ripulsione che voi: essi mimeggiano la cosa, essi!

--Principe, principe--gridò la giovinetta--se un giorno sarete assai
calmo...

--Oh! certo, madama, certo, se io fossi saggio voi mi fareste dono di
un giocatolo, di uno zuccherino... come al vostro _Polly_ che gnignola
sì bene il _God save the Queen_. Ebbene, sì, io sarò calmo un giorno;
ma allora, non vi dirò più, madama, come vi dicevo or ora: Io vi amo,
io vi voglio, io ò assassinato per voi, io vi ò cavata fuori da un
ospizio donde voi sareste uscita una serva, ed ò fatto di voi una
delle stelle dell'aristocrazia d'Europa. Io divengo folle per voi,
diventerò forse delinquente... no, no, io non vi dirò più codesto,
madama, il giorno in cui sarò calmo. Voi non correrete più il rischio,
allora, di vedermi epilettico; ma io mi sovverrò e vi dirò: Adultera,
tu ami tuo cognato!

Maud si precipitò verso il principe per rattenerlo, per parlargli...
E' la respinse sul divano e fuggì.

La crisi aveva raggiunto il suo apogeo.


Maud era vinta.

Ella aveva preso una risoluzione.

Il dì seguente ella fece chiamare Ivan, per sapere se il principe
fosse in istato di riceverla.

Ivan la supplicò di non vederlo quel dì. Il principe era ancora
spossato dalle emozioni della notte.

Il terzo giorno Maud fece ripetere la dimanda.

Ivan rinnovò la medesima preghiera, e le disse che quando gli sarebbe
sembrato che il momento fosse opportuno, sarebbe venuto ad
annunziarglielo.

Passarono infatti cinque giorni.

Il mattino del sesto, Ivan andò a dire alla principessa:

--Venite. Oggi è calmo. Egli à parlato lungo tempo col dottore, ed io
gli ò rimesso delle lettere. E' può lavorare; potrà dunque
intrattenersi con madama la principessa.

Maud traversò immediatamente il gran salone ed andò a picchiare alla
porta del gabinetto del principe.

Io dovrei dire del suo laboratorio. Perocchè, le tre o quattro stanze
occupate dal principe eran zeppe di libri, di macchine di fisica e di
chimica, e di oggetti di storia naturale di ogni specie.

Il dottore di Nubo avevagli fatto comprare le collezioni che da
cinquant'anni accumulava uno dei fisiologhi e naturalisti più rinomati
di Francia, morto testè.

Il principe, leggendo sempre e disuggellando le sue lettere, senza
levare il capo disse:

--Entrate.

E' non scorse Maud.

Ella si trascinò fino a lui.

Di un tratto, ella videlo tremare come un uomo che esce da un bagno
ghiacciato, riconoscendo il carattere di una lettera e provando ad
aprirla con violenza.

Vi riescì alla fine e lesse.

Poi, levandosi di soprassalto, egli andava a prorompere non so in
quale esclamazione, quando vide innanzi a lui Maud, impiedi, gli occhi
devaricati da stupore e da terrore.

--Ah!--gridò il principe con una veemenza spaventevole--ah! voi venite
per apprendere sue nuove!... Ebbene, infame... eccone.

E ciò dicendo, gittò la lettera sul viso della moglie.

Di più in più attonita, spaventata, Maud raccolse la lettera e lesse,
a suo turno, ad alta voce:


                          Parigi, Hôtel du Rhin, 3 novembre.
    «Fratello,

«Io non sono morto. Gli è a ricominciare. Io amo sempre Maud.

                                               «ALESSANDRO.»

La lettera cadde dalle mani di lei. Maud fuggì gridando, in inglese:

--_Once again! once again!_--ancora una volta!

Il principe si accasciò come fulminato sulla sua seggiola e sclamò:

--Ella pure l'ama sempre!... Ebbene, sia; _Once again!_




VI.

Il grido del sangue.


Il conte Alessandro aveva ricevuto un colpo di spada che gli aveva
traversato le costole ed il lobo inferiore del polmone destro, poi
aveva lambito il diafragma ed eragli uscito nel dorso. La ferita era
due volte mortale.

Eppure, era guarito.

Il suo cocchiere russo ed il suo cameriere francese, che erano sulla
_briska_, lo avevano trasportato al castello, credendolo morto, e si
era mandato in cerca di un chirurgo, piuttosto per constatare il
decesso, che per medicar la ferita.

In una cittaduzza--a qualche versta dal castello di
Lavandall--dimorava il dottore Taddeo Varnetrahler. Questo Tedesco,
che aveva sposato una Russa, scienziato profondo, aveva fatto le
campagne del 1813, 1814 e 1815 con gli eserciti sassoni e prussiani.
Egli era accorso. Aveva fasciato il ferito. Aveva udito attentamente
le poche parole cui il conte gli aveva diretto, a voce morente, ed
aveva dichiarato che il caso era mortale. In seguito di che, aveva
allontanati dalla camera tutt'i domestici del castello, ed erasi
installato al capezzale del moribondo, assistito solo dal cameriere
francese.

Tre giorni dopo, si era convenevolmente seppellita nella cappella del
castello una cassa lunga, ornata di velluto, ripiena di vecchi
scartafacci--che erano passati pel cadavere del conte Alessandro.

Quanto a costui, la notte precedente era stato trasportato, sur una
barella, al castello del conte Alessio di Rumanzowski, a quattro
verste dal castello di Lavandall.

Il giovane amico e sua moglie--una bella polacca--aiutati dal dottore,
avean celato e salvato il conte Alessandro, cui tutta la Russia
credeva morto. Egli era deciso a ricominciare, se guariva. Non voleva
però attirar sul fratello l'imputazione terribile di questo
accanimento ad ucciderlo.

Tutto gli era riescito a voglia.

Ed ora, eccolo ad aspettare all'Hôtel du Rhin l'ultimo motto del suo
destino.

Era pronto ancora una volta a lasciarsi uccidere...

Il suo cameriere entrò ed annunciò:

--La signora principessa Maud di Lavandall.


Ella si era recata la mattina nell'appartamento di suo marito per
dirgli questa parola magica:

--Io t'amo!

Il conte Alessandro si collocava di nuovo tra il principe e lei come
un abisso.

Ritornata in camera, dopo la scena cui abbiamo raccontata alla fine
del capitolo precedente, ella aveva dato ordine per la sua carrozza,
e, d'un tratto, era venuta a Parigi.

Il conte Alessandro, steso per un divano, leggeva il _Débats_,
aspettando Ivan, il principe stesso, i testimoni di lui, perfino il
diavolo, anzi che la principessa.

E' non poteva credere agli occhi suoi vedendo in piedi innanzi a lui
quella grande e pallida figura--tanto cangiata in sei mesi! Vestita
tutta di nero, quasi portasse il lutto alla sua bellezza, alla sua
giovinezza, alla sua felicità! E' corse pertanto verso di lei, che era
restata sulla soglia, e cadendo a ginocchio le baciò i lembi della
veste, coma ad una madonna.

--Conte--disse Maud alla fine--voi siete il cattivo genio della vostra
casa. Dio vi perdoni! Perchè rivenite?

--Avreste voi desiderato, madama, che io fossi restato nel sepolcro?

--Conte, voi sapete che io, men ch'altri, non posso avere un tal
desiderio. Voi siete stato il mio solo amico, in quella casa ove
vostro fratello mi aveva introdotta ed ove e' mi trattava come
straniera.

--Ebbene, madama--riprese il conte--io sorgo dalla tomba per venire a
proclamare innanzi a Dio, ed innanzi a mio fratello, che vi amo... E
poi morire, se posso.

--Conte--rispose Maud, quasi affogata, tendendogli le mani per
rilevarlo--se io avessi il diritto di dimandarvi una grazia, io vi
direi: Lasciate Parigi oggi stesso, in questo punto, in questo istante
stesso... Ogni minuto che passa può contenere una catastrofe... E se
una confessione può accelerare codesta partenza, io non esito a farla,
a voi, a voi il primo: Io amo mio marito!

Il conte Alessandro vacillò; poi soggiunse con calma:

--Io non invidio a mio fratello questa bontà di Dio. E' non n'à altra!

--Oh! sì, egli è ben sventurato... sclamò Maud... E l'è colpa mia. Io
non ò osato. Io non ò saputo vincere il terrore, la repugnanza, che la
sua malattia mi cagiona. Io l'ò amato, pertanto, dal primo giorno. La
nobiltà del suo carattere, la sua delicatezza, la sua modestia, mi
toccarono... Poi, quella sera fatale arrivò. Io ne abbrividisco
ancora... Era la notte, in una sala rischiarata unicamente dalla luna.
Io sentii le sue braccia avvinghiarsi alla mia vita, stringermi,
comprimermi, ribadirsi sulla mia carne e sulle mie ossa come due
serpenti... La mia respirazione soffocavasi. I miei occhi schiattavano
dalle mie orbite... La voce mi mancava per gridare... Le mie costole
scricchiolavano... Un secondo ancora, e la mia spina dorsale era
spezzata in due... Egli dovette vedere il mio spavento. E' dovè
sentire il male orribile che mi facea. E' dovette accorgersi che
andava ad uccidermi nel suo abbracciamento di morte, perchè fece uno
sforzo terribile per snodare le sue braccia e rigettarmi lontano,
mentre egli cadeva sul tappeto... Io lo vidi allora torcersi nella sua
orrida convulsione: io compresi...

--Sventurati!

--E dopo, ogni qualvolta l'ò visto avvicinarsi a me, lo stesso terrore
mi à presa. Ei se n'è avvisto. À rispettato il mio spavento, e si è
ingannato sulla natura della mia repulsione. Noi siamo restati
stranieri. Ma la mia anima gli era unita; tutta la mia vita è un
pensiero di lui. Il corpo lo fugge; il cuore lo appella. Ma io sono
codarda.

--Perchè, madama, mi fate voi queste confessioni, cui non vi domando?

--Perchè, conte, voi vi siete ingannato quando avete portato su me
degli sguardi che mi offendevano. Forse, io fui imprudente. Io mi
lamentai, io mostrai, più che vero non era, allontanamento per lo
sventurato che si disperava nelle spire della gelosia... Ve ne domando
perdono. Io aveva bisogno di sfogo; e nella solitudine, io credeva
poter cercare il cuore di un fratello per riposarmi.

--Vi ò io indirizzato mai una parola che abbia smentito il fratello a
cui voi v'indirizzaste, Maud?

--No.

--Ebbene, quando si risuscita da una tomba e che si viene per farsi
uccidere, si à il dritto di proclamare il Dio cui si adora, la ragione
del martirio.

--Ma io vi replico ch'io l'amo--gridò la principessa sporgendo le mani
da supplicante. Come sia ciò avvenuto, nol so. La prima impressione è
riapparsa. La paura, il disgusto, che solo mi allontanavano da lui,
sono stati vinti dalla pietà di una sì grande sventura. Quando ò visto
quest'uomo a non chiedermi giammai nulla; non volgermi alcun
rimprovero; comprendere la lotta che si compieva in me; rispettare la
mia debolezza; non varcar mai la soglia di una porta lasciata sempre
aperta; adorarmi in silenzio; soffrire la tortura dei desiderii senza
dolersene; rassegnarsi, attendere, circondarmi della sua
protezione--cui voi avete dovuto trovare terribile--deperire, ma non
uccidermi, credendomi colpevole, come vi aveva ucciso... quando l'ò
visto supplicarmi, delirar di passione, attirar sulla sua testa il
fulmine del suo male a forza di amarmi, sopraffatto dall'emozione, cui
la mia vista cagionavagli sempre... ebbene, fratello, io che l'amavo
di già nella profondità del mio cuore; io che non osavo, per
timidezza, per rispetto, per sciocchezza, forse, rivelarmi a lui, far
eco alla sua passione... io ne sono folle adesso fino all'impudenza.
Io non soggiungo più nulla... o piuttosto, io non soggiungo che un
motto: Partite, vivete, siate felice! La nostra ora, a noi, è certa.
Possiate sovvenirvi di noi senza rimorso e senza rancore.

--Io amava una donna; io adoro un angelo!--sclamò il conte
accasciandosi sur una seggiola o nascondendo il capo nelle mani, per
piangere.

La principessa lo contemplò, avendo anch'ella gli occhi ottenebrati
dalle lagrime. Poi senza rispondere, si ritirò indietreggiando,
sollevò la portiera e scomparve.

Discese le scale precipitosamente ed andò a cascare nella sua
carrozza, dicendo ai lacchè:

--Al palazzo, e presto!

Ella non rimarcò ch'un altro coupè, egualmente alle armi ed alla
livrea di Lavandall, aspettava alla porta, e che due occhi di fuoco
spiavano dietro i cristalli.


Quando la principessa fu partita, Ivan si avvicinò allo sportello e
dimandò gli ordini del principe.

Il principe era venuto all'_Hôtel du Rhin_ per parlare a suo fratello.
Avendo scorto alla porta la carrozza di sua moglie, erasi fermato ed
aveva aspettato. Ma, aspettando, aveva cangiato avviso. E' non volle
più discendere, non volle veder più suo fratello. E' disse dunque ad
Ivan:

--Dal dottore di Nubo.

La distanza della piazza Vendôme alla via di Lille non è lunga. Egli
capitò dal dottore in uno stato di frenesia.

Il dottore stava per uscire.

Il principe entrò dritto nel gabinetto di lui, prese un foglio e
scrisse:


«Domani, alle 8, alla Porta Maillot. Siatevi solo col vostro medico e
le vostre armi. Non padrini.

                                  «PIETRO DI LAVANDALL.»


Il principe si volse in seguito al dottore di Nubo e gli disse:

--Domani, io mi batto in duello. Passerò a prendervi alle 7. Voi
sarete il mio secondo ed il mio medico.

--Con chi vi battete voi, principe?--dimandò il dottore, un po'
imbarazzato.

--Con mio fratello--rispose il principe. Voi volevate conoscere il
veleno segreto che rodeva la mia vita, eccolo: Mio fratello ama mia
moglie--che non è stata giammai mia moglie--e che l'ama pure. Io
credeva averlo ucciso in Russia. Egli risuscita per venirmi a dire «Io
amo Maud. Bisogna ricominciare.» Capite, adesso? Noi ricomincieremo. A
domani.

--Ma, principe--balbettò il dottore--non vi sarebbe dunque modo...

Il principe lo fulminò del suo sguardo carico di disdegno, di
disprezzo e di alterigia, e replicò:

--A domani. Io vi domando i vostri servigi in caso di disgrazia; non i
vostri consigli e la vostra mediazione. Verrete voi?

--Sono ai vostri ordini, principe--sclamò il dottore.

Il principe di Lavandall partì, ripassò per la piazza Vendôme e mandò
Ivan a lasciare la lettera alla porta del conte Alessandro, poi
rientrò al palazzo tardi.

Maud era a letto. L'emozioni della giornata l'avevano di molto
stancata.

Sarah e Tom andarono per nuove. Ivan, al solito, si tacque. Il
cocchiere del principe raccontò l'itinerario e dettagliò le stazioni.

Un lampo traversò lo spirito di Maud, udendo che suo marito l'aveva
attesa alla porta dell'Hôtel du Rhin; ch'era poi ito dal dottore; e
che Ivan aveva portato una lettera al conte Alessandro. Ella fu lì lì
per alzarsi e recarsi da suo marito. La timidezza, la paura, il
rispetto di sè, la modestia la ritennero.

Sempre la stessa!

--Lo vedrò domani--si disse ella.

Ed invocò il sonno, che non venne.

Domani!


L'indomani, alle 6, il principe ed Ivan erano partiti dal palazzo e
galoppavano sulla strada di Parigi.

Alle 7, erano alla porta del dottore di Nubo.

Alle 8, alla Porta Maillot.

Una carrozza, dalla livrea e dalle armi dal conte Alessandro, li
aspettava.

--À sete del mio sangue!--mormorò il principe--mi à preceduto.

La vettura si fermò.

Un uomo vestito di nero uscì allora dal _coupé_ del conte Alessandro e
venne ad Ivan, il quale era disceso subito dalla predella del
cocchiere.

L'uomo a nero mostrò una lettera, ed insieme si presentarono al
principe per rimettergliela.

Il principe era profondamente assorto e tristissimo.

Cadeva una acqueruggiola fina, penetrante, fredda, che rendeva il
tempo scuro, il cielo insipido. Gli alberi avevan perduto il loro
manto e mostravano le loro ossa nere, che tremolavano sotto la fredda
brezza. Il luogo era solitario. Tutto ciò stingeva sul carattere di
già sì malinconico del principe di Lavandall, e l'affettava.

E' prese la lettera senza guardarla, meccanicamente. Il suo spirito
vagava altrove.

L'impressione del freddo, che gli occasionava lo sportello aperto del
coupè, lo richiamò alla realtà. Egli avvicinò allora la lettera ai
suoi occhi e fece un movimento di sorpresa.

--Chiudi dunque codesto sportello,--gridò egli ad Ivan, tirandolo nel
tempo stesso a sè con violenza.

Poi, e' si volse al dottore e soggiunse:

--Cosa è codesto? Egli scrive adesso? E' non è dunque qui.

--È il conte Alessandro che scrive?--dimandò il dottore.

--Egli stesso--rispose il principe, spiegando la lettera e guardandola
anco prima di leggerla.

Infine egli lesse a mezza voce, come avrebbe fatto se fosse stato
solo:

    «Fratello....

--Fratello!--gridò il principe--fratello ancora...!

«Io era sul punto di partire e di rendermi al tuo appello. Ò avuto
paura... Ò avuto paura che quando tu mi avessi ucciso, e che tu avessi
poscia saputo la verità, ne saresti stato sventurato per tutta la
vita.»

--Tutta la vita!--commentò il principe--In quanti mesi, in quanti
giorni ciò può consistere, dottore? Egli dice: sventurato! Sarei io
dunque felice, dottore, senza avvedermene?

--Tutto codesto non tien che a voi, principe mio--rispose il dottore.

«Tu sai che io non mi spavento alla vista di una spada...»

--Se lo so!--gridò il principe. Crede egli dunque che io non compresi
ch'e' poteva uccidermi l'altra volta, e ch'e' fece a posta un
movimento per precipitarsi sulla mia spada? La paura non è di casa
nostra.

«Ma oggi, io non sono ancor pronto. Delle visioni, dell'emozioni, il
sovvenire di nostro padre, le memorie della nostra infanzia sì
tenera... Te ne ricordi tu, Pietro? I nostri bei giorni di està, a
correre nella foresta... le lunghe nostre notti d'inverno, passate
sulle ginocchia del nostro nobile padre, che ci raccontava le
battaglie di Napoleone, l'incendio di Kremlin, la campagna di Russia,
Waterloo, e mille aneddoti degli tzar Paolo ed Alessandro?... Ebbene,
no, oggi è impossibile. Tutto ciò mi assedia nella mia camera. Io non
posso uscire...»

Il principe leggeva di una voce soffocata dalle lagrime; i singhiozzi
lo strangolavano. Non pertanto, continuò:

«Ti domando un giorno di sosta. Che cosa è un giorno? Tu ài aspettato
tanto tempo. Dimani, io sono ai tuoi ordini. Io ti aspetterò ove tu mi
aspetti adesso. Tu ài avuto tanti anni di debolezza per me. Viziami un
giorno ancora. Cosa è due volte dodici ore? Oh! se io potessi dirti
addio!... Ma no: il destino ci spinge. A rivederci domani.

                                               «Tuo fratello

                                               «ALESSANDRO.»


Il principe restò come abbacinato alla lettura di questa lettera.
Senza avvedersene, egli la stringeva e la gualciva nella sua mano
destra, la foggiava a pallottola, mentre grattavasi dolce dolce la
fronte della sinistra.

Infine fece un movimento vivissimo, passò la testa fuori lo sportello
e gridò ad Ivan:

--A casa, al galoppo.

Partirono come il vento.

Arrivarono senza schiudere le labbra.


Sarah fermò il dottore al varco, nell'anticamera, e lo chiamò per
visitare la sua padrona, la quale, dal mattino passava da sincope in
sincope.

Il principe andò a gittarsi sur un canapè nel suo gabinetto,
annientato dalle emozioni.

Maud, che aveva letto la prima lettera del conte Alessandro, il dì
innanzi, indovinava perchè suo marito fosse uscito e partito per
Parigi, alle sei del mattino.

Ella svenne quando questa notizia le fu annunziata, e non ritornò alla
vita che per svenire di nuovo. Una carrozza era andata a prendere il
dottore di Nubo a Parigi, ed era tornata vuota, con la nuova che il
principe era venuto a menarlo via alle sette. Le convulsioni di Maud
divennero più intense.

Ella sentì il dottore entrare nella sua camera, e, levandosi di uno
slancio su i suoi origlieri, gridò:

--Ebbene! egli l'à ucciso?

--Non vi è alcuno di morto, madama. Rassicuratevi--disse il dottore
con un sorriso grazioso. Ed ò la persuasione che non vi sarà più
alcuno in questa incomoda situazione.

--Dio vi ascolti, dottore!--sclamò Maud ricadendo su i guanciali.

Il conte di Nubo ordinò dei calmanti, dette speranze, disse qualche
motto gaio, ed entrò nel gabinetto del principe.

Questi aveva svolta la lettera di suo fratello, l'aveva riletta, e
l'aveva spiegata larga larga innanzi a lui.

Scorgendo il dottore, levossi e dimandò vivamente:

--Ebbene?

--L'è seria--rispose il dottore. I fenomeni si complicano. Al
deperimento si aggiungono ora le sincopi. Ma io la guarirò.

Il principe gl'inchiodò addosso i suoi sguardi carichi di odio, lo
afferrò pei polsi e susurrò di una voce sorda:

--La deve morire... Io non voglio uccidere mio fratello... no, non lo
voglio!

Il dottore conte di Nubo salutò profondamente, e senza replicar verbo
uscì.




VII.

Una prescrizione verbale.


Maud non rivide più suo marito.

Troppo debole per alzarsi, ella lo fece chiamare il giorno stesso
nella sua camera, poi il dì seguente; poi il quarto giorno.

Il principe non ascoltò quella voce, non obbedì a quell'appello.

Il quinto giorno e' partì per Nizza.

Il dottore di Nubo gli aveva ordinato di andare a prendere dei bagni
di sole nelle contrade del mezzodì. Il dottore gli aveva inoltre
promesso di andarlo a trovare e di recarsi insieme a lui in Svizzera.

Infrattanto, il principe aveva preparato un ordine di 150,000 franchi
sul suo banchiere per il dottore. Ma questi aveva respinto l'ordine,
preferendo ricevere quella somma di mano a mano, nel gabinetto.

_Honni soit qui mal y pense!_

Il principe pagava al medico certi apparecchi che questi aveva fatti
costruire da un fabbricante di macchine di fisica, per i quali
apparecchi il dottore di Nubo promettevasi di salvare la principessa
Maud di Lavandall.

Ciò ci autorizza a pensare che il principe aveva ritirata la sentenza
fatale con la quale aveva condannata sua moglie--alla fine del
capitolo precedente.

Il conte Alessandro era ritornato in Russia.

Egli aveva ricevuto il giorno stesso un dispaccio del conte di
Nesselrode, che lo chiamava, a nome dello Tzar.

Questa partenza aveva forse deciso il principe di Lavandall a lasciar
Maud sola oramai nella sua residenza di Saint-Germain.

Noi che sappiamo le cose di una sorgente più autentica, noi diciamo
che il conte Alessandro era tornato a Pietroburgo ed il principe
Pietro erasi recato a Nizza.

Ma i giornali di Parigi, che san tutto ed un poco di più, e che sono
sempre ben ragguagliati, raccontarono la storia in un altro modo.

Il conte Alessandro non era restato a Parigi che tre giorni e non
aveva messo il piede fuori dall'Hôtel du Rhin. Ma il _Corsaire_ lo
aveva snidato. Questo giornale aveva anzi ricevuto comunicazione della
storia sì drammatica dei due fratelli e di Maud, e sollecitavasi a
portarla a cognizione dei Parigini--i quali aman tanto le forti
emozioni--soggiungendo fedelmente l'episodio del duello fallito; la
ragione di questo contrattempo; e come il conte Alessandro, essendo
subitamente fuggito per non aumentare la desolazione di sua cognata,
che lo amava, il terribile principe lo inseguisse per obbligarlo a
battersi.

Tutti i giornali avevano riportato l'aneddoto sinistro di questo
Otello russo, e non si sa come, un di quei giornali era caduto nelle
mani di Maud, la quale non leggeva mai giornali.

Bisogna credere che quello stordito dottore di Nubo, il quale ne aveva
sempre le tasche zeppe e li seminava da pertutto, avesse lasciato
cader quel numero del _Corsaire_ nella camera dell'ammalata--cavando
una lettera del principe cui aveva ricevuta da Nizza e che voleva
leggerle.

Ed in vero, la cosa ne valeva la pena. Imperciocchè il principe
dimandava ragguagli sulla salute di sua moglie, con un'immensa
tenerezza.

E' scriveva che egli andava sempre più male, perchè quel clima, troppo
ossigenato, non convenivagli punto, e chiamava il dottore appo di
lui--quando la salute di sua moglie gli permetterebbe di lasciarla
senza pericolo, anzi di condurgliela, se le forze di lei le
consentissero di viaggiare, ed il cielo d'Italia potesse facilitarne
la guarigione.

Questa lettera fece rivivere Maud. Ella rise perfin del _Corsaire_,
quando vi lesse l'istoria del principe che dava la caccia a suo
fratello.

Povera donna! ella conservò perfino il giornale per divertirne suo
marito, quando la sarebbe a Nizza; perocchè ella proponevasi di
andarvi il più presto possibile.

La grande parola, cui ella aveva a dire a suo marito: Io ti amo! la
soffocava oggimai.

--La mia malattia è qui--diceva ella picchiandosi il cuore--questa
confessione mi opprime. Quando ne sarò scarica, io mi rileverò. Io
sarò guarita.

La malattia della principessa--il dottore lo à detto--era una
consunzione lenta per appoverimento di forze, una malattia di
languore, a cui s'erano congiunte le sincopi. Ma le sincopi erano
cessate, e non restava adesso che a rilevare questo organismo
spossato.

Il dottore di Nubo aveva sopperito a ciò, e non senza successo. Ma, se
mestieri è di confessarlo, la lettera del principe da Nizza aveva
avuto la metà più di efficacia che il trattamento medicale.

Quale era questo trattamento?

Semplicissimo.

Il dottore di Nubo aveva sottomessa la principessa all'azione
elettro-galvanica. Egli aveva creduto opportuno di servirsi della pila
di Volta--nè più, nè meno--con le modifiche ch'essa aveva
posteriormente subite e quali erano note verso il 1840.

Il dottore aveva preferito la pila alla vecchia bottiglia di Leyde.

Una circostanza aveva forse contribuito a questa scelta, o avevagli
suggerito quell'idea.

Abbiamo già detto che il principe di Lavandall occupavasi di scienze
naturali. E' lavorava sopratutto in chimica, e si dava di preferenza
alla decomposizione dei metalli.

Quest'uomo non aveva in sua vita che uno scopo--e lo si comprende
senza stento:--trovare un rimedio per l'epilessia.

Egli considerava questa malattia come un difetto di equilibrio tra le
parti metalliche che entrano nella composizione dei fluidi del nostro
corpo. Sotto certe combinazioni, a certi stati, in certe condizioni
del magnetismo terrestre, queste parti metalliche del nostro corpo, di
già alterate nel loro stato di ossidamento, ricevevano una scossa: ed
ecco la convulsione epilettica! Ristabilire dunque l'equilibrio tra
questi elementi metallici, onde sottrarli all'azione elettro-magnetica
del globo, o metterli in condizione di sostenerne l'influenza; ecco il
rimedio contro l'epilessia!

Il principe intendeva quindi alla scomposizione dei metalli, per
ridurli direi quasi ad essenza, affinchè la loro miscela alla _sève_
del corpo fosse immediata ed immancabile.

A questo effetto, egli erasi munito di potenti apparecchi elettrici.

Il dottore di Nubo gli aveva fatto costruire una serie di pile
voltaiche, la di cui forza variava--da quella di un colpo di pugno a
quella del fulmine.

La serie n. 10 uccideva un bue sul fatto, in un secondo.

Il dottore di Nubo aveva poi fatto costruire, per uso della
principessa, una serie simile di queste pile--somiglianti per la
forma, diverse affatto per la forza. Imperocchè, la serie n. 1
produceva appena un brivido; la seria n. 5, un forte buffetto; la
serie n. 10, una viva scossa.

La principessa prendeva un bagno elettrico due volte al dì, per mezzo
di un rheoforo--una specia di mezzaluna che metteva in comunicazione i
due poli della pila metallica mediante la catena--e toccava il corpo
della principessa con le sue due estremità: l'una applicata al cuore,
l'altra al cervelletto.

Ogni cinque giorni, ella saliva di una serie.

L'esperimento essendo benissimo riescito, il trattamento era fisso.

Maud si sentiva sollevata per bene.

Le sue forze si rialzavano. La sua vita cominciava a risbocciare più
rapidamente.

Ella si levava di letto adesso, ed un raggio di sole rallegrando il
giorno, ella si trascinava verso un balcone per andare ad imbeversene.

Il sole è un sì gran rimedio per i convalescenti! Gli è forse perchè
la luce è combustione incandescente metallica?

Ella andava a sedersi nel suo _boudoir_ per ricevere le scosse
elettriche. Disponeva ella stessa l'apparecchio; teneva ella stessa i
rheofori appoggiati al suo petto. Poteva leggere adesso. Cominciava a
pigliare un po' di alimenti. Sostenendosi al braccio di Sarah, faceva
il giro del suo appartamento, digeriva già un po' di pesce ed un
biscotto di _arrowroot_ in qualche goccia di vino delle Canarie.

Ella era nel rapimento. Ed il dottore partiva dal palazzetto,
fregandosi le mani dopo ogni visita.

Si era alla scossa della serie n. 8.

La guarigione consideravasi dunque ormai come assicurata, la cura
regolata. Il dottore annunziò quindi un mattino alla principessa
ch'egli andava a lasciarla, per una settimana o due. E' le mostrò
un'altra lettera del principe, nella quale e' manifestava sempre la
stessa sollecitudine tenerissima per sua moglie e la speranza di
averla al più presto possibile accanto a lui.

Egli pressava il dottore di andarlo a vedere, perchè sentiva
sicuramente che l'aria di Nizza non gli era propizia e credeva che
quella di Pisa o di Palermo potesse meglio convenirgli.

Parlando di ciò, il dottore che aveva preso l'asciolvere nel _Pavillon
d'Henri IV_ ed aveva forse mangiato troppe ostriche, espresso il
desiderio di avere una tazza di the--di quel the oro, che veniva loro
dritto dalle canove dell'imperatore della Cina.

Sarah si recò immediatamente al tinello per apparecchiarglielo.

Il dottore continuò, infrattanto, a dare alla principessa le sue
ultime istruzioni--cui ella doveva seguire durante l'assenza di lui--e
le variazioni che poteva portare nel trattamento.

--Quanto alle variazioni, io credo madama, che non dovete pensar guari
a farne--eccetto una forse, cui ci è consigliata dal successo stesso
del rimedio adoperato.

--Quale, dottore?...--dimandò Maud.

--L'è semplicissimo: aumentare l'azione dei medesimi rimedi per avere
un'efficacia più accelerata.

--Infatti. Io comprendo ciò. E che dovrei fare, allora?

--Io credo, però, che prima del mio ritorno voi non potrete tentar
nulla di ben potente. Trattasi semplicemente di accrescere la forza
del vostro apparecchio elettrico; ed è d'uopo che io sia lì per
intendermi, a questo proposito, col costruttore della pila.

--Ma, Dio mio, dottore ciò tirerà troppo per le lunghe. E voi sapete
come io brucio di recarmi il più presto possibile presso di mio
marito. Io vado perfino a scrivergli una lunga lettera, che vi
consegnerò domani, e voi gliela rimetterete. Io mi auguro che gli
faccia altrettanto bene che ne fanno, a me, le lettera ch'egli vi
scrive.

--Ma, a proposito, principessa--sclamò il dottore come illuminato da
un'idea--il nome di vostro marito, cui invocate, fa sovvenirmi di una
particolarità cui avevo perduta di vista.

--Vale a dire?--dimandò la principessa con ansietà.

--Ma! voi avete dovuto rimarcarlo voi stessa parecchie volte,
m'immagino.

--Che dunque?

--Che vostro marito à nel suo gabinetto un apparecchio di pile
voltaiche esattamente come il vostro, tranne che è di un grado di
forza più potente.

--Appunto--sclamò la principessa--credo di avere ciò visto.

--Esso l'è certo, perchè il principe ne usa anch'egli, a mio consiglio,
avvegnachè con minore beneficio. La forza della scossa essendo calcolata
in ragione del sistema nervoso di un uomo, è più considerevole--ed essa
è opportunissima alla circostanza ed allo stato in cui voi siete. Voi
non avete, dunque, che a far uso dell'apparecchio di vostro marito, come
è desso allistato per numero di ordine, e tenervene là, fino al mio
ritorno.

--Avete ragione, dottore. Farò prendermi quell'apparecchio.

--Terminate dapprima tutta la serie del vostro. Quando vi sarete
servita del vostro n. 10, sostituitelo con la serie, dello stesso
numero, dell'apparecchio del principe.

--Sì, grazia: farò ciò.

--Bisogna mettervi codesto per iscritto, onde non l'obliate?

--Obliare!--sclamò la principessa.--State tranquillo, dottore,
un'ammalata non oblia nulla, allorchè ella tiene alla vita quanto io
vi tengo.

--Sia. Ci siamo bene intesi.

Il dottore abbreviò le istruzioni--sollecito ch'egli era di sorbire il
the profumato che Sarah servivagli. E' parlò allora d'altre cose.

--Sapete voi, principessa--diss'egli--che Parigi si occupa di voi?

--Di me!--sclamò Maud con sorpresa.

--Dovrei dire di vostro marito e di vostro cognato.

--E che dice essa, la vostra Parigi, dottore? Ne sa dessa più di voi e
più di me?

--E' pare, madama.

--Allora, dottore, io sarei incantata di apprenderlo, a volta mia.

--Ebbene, principessa, non più tardi che ieri, il _Corsaire_ diceva
che il principe di Lavandall segue alla pista suo fratello, in Siberia
a quest'ora, in via per la Cina forse, prendendo sempre i cavalli che
questi vien di lasciare all'ultima tappa.

--L'è desso terribile, ciò, dottore--sclamò Maud sorridendo. L'è del
Byron o del Poe.

--E si soggiunse, principessa, per colmo d'informazioni infallibili,
che voi morite di dolore e di disperazione, e che io, vostro medico, ò
delle grandi inquietudini sullo stato dal vostro spirito.

--Ma ciò l'è infame!--gridò Maud. Dottore, bisognerebbe far smentire
codeste stolidezze.

--Voi v'immaginate questo, madama?--rispose il dottore di un'aria
attristata. Non ci crederebbero punto. Crederebbero, al contrario, che
la novella è verissima, ed i miei colleghi direbbero che io mi fo
della _réclame_!... Ah! la libertà della stampa! che tossico!

--Ma che fare, allora?

--Nulla affatto. Il _Corsaire_ sarà profondamente ridicolo fra due
mesi, quando vi vedranno brillare nei saloni di Parigi, appoggiata al
braccio di vostro marito. Tutto al più, madama, se ciò vi aggradisce,
io schernirò un poco al club il direttore di questo giornale sulle sue
storie, e lo consiglierò ad attingere le sue nuove ad una sorgente
meglio ragguagliata.

--Fatelo, dottore, perchè e' vogliono renderci dei _lions_; e voi
sapete che noi amiamo traversare il mondo senza rumore.

Il dì seguente, il dottore venne per la sua visita di congedo, e non
trovò nulla ad aggiungere, nè a cangiare alle istruzioni della
vigilia.

Maud gli dette una lettera per suo marito, cui aveva avuto la forza di
scrivere, ed ove ella diceva infine quella parola tanto agognata dal
principe, tanto pura nel cuore della giovane donna. Ella confessava di
amarlo.

Amarlo! ciò avrebbe potuto sembrare una menzogna, e di già il principe
Pietro la reputava un'ipocrita.

Allora Maud gli raccontava tutte le fasi che la sua passione aveva
traversate, tutte le crisi che aveva subite, a come, infine, di un
tratto, questa passione anonima--o piuttosto che aveva preso tutte la
maschere--erasi trovata amore.

L'accento di questa lettera era così semplice, sì vero, sì toccante,
ch'e' sarebbe stato impossibile di scorgervi un dissimulamento. Il
bagliore era così abbarbagliante, ch'e' sarebbe stato d'uopo esser di
macigno per non esserne rischiarato, riscaldato, trasportato.

Il dottore non sospettava guari che macchina infernale e' rinchiudeva
nel suo portafogli!¹

  ¹ Vedere: _Diana_, seconda serie dei _Suicidi di Parigi_.

Qualche giorno dopo, e' partì.

Era verso la fine di novembre. La stagione diventava fredda e
pluviosa. Non più caldo sole; non più canto di uccelli; non più
farfalle e fiori nel giardino il giorno, e stelle nel cielo la notte.

Maud, che abbisognava di tutte queste cose--che sono il sorriso della
natura--era triste; e la loro assenza diminuiva altresì l'efficacia
dei suoi bagni elettrici. Ella si cacciava nelle stufe per vedervi
ancora delle foglie e dei fiori e saturarsi dei loro languidi profumi.

Come tutte le inglesi, ella folleggiava per i profumi.

Il profumo è il bacio, nella creazione.

Ella sosteneva di già la scossa della sua serie n. 10.

Il quinto giorno, Maud si rese nel gabinetto di suo marito e vi cercò
l'apparecchio cui il dottore le aveva indicato. Ma era troppo pesante
per le sue forze. Chiamò un domestico, segnalò la cassa delle pile
alla scritta n. 10, e gli ordinò di trasportarla nel suo _boudoir_.

Fu obbedita all'istante.

Ella precedè il domestico.

Questi rimpiazzò la serie n. 10 della principessa con quella n. 10 del
principe, ed uscì.

La giornata scorse nella tristezza e nel silenzio.

Sarah era andata a Parigi per far delle compere. Ella ritornò la sera,
portando un numero del _Corsaire_, nel quale si raccontava, che il
dottor conte di Nubo era partito per la Svizzera e che il dottore
Pinel l'aveva rimpiazzato presso della principessa di Lavandall, la di
cui ragione dava segni di smarrimento funesto--dopo una lettera
ricevuta dalla Russia.

Maud, profondamente abbattuta, gettò il giornale nel fuoco.

Ah! i giornalisti non sanno che colpi terribili e' portano sovente
sopra taluni, quando mandan giù certe novelle con indifferenza, per
disannoiare tal'altri!

--Ma che ò fatto io dunque a questa gente perversa--sclamò
Maud--perchè mi calunnia così?

Povero moscherino!

Ella non sospettava punto qual diabolico ragno tesseva intorno a lei i
fili del suo destino!

Il dottore di Nubo, che seminava dovunque gli aneddoti, lasciavane
cadere altresì al _club_ senza farvi attenzione forse. Ed il direttore
del _Corsaire_ spigolava senza gridargli: guarda!

E gli è così, che la sventurata giovane malata passava nel dominio
pubblico, per la noncuranza dell'uno, per la avidità di novelle della
_high-life_ dell'altro.

Ma era poi leggierezza, non curanza, quella del dottore conte di Nubo?
Eh! eh!

Maud andò a letto, ma non chiuse palpebra per tutta la notte. Ella
sollecitava più che mai il momento di volare presso suo marito, onde
metter termine a questi odiosi rumori.

L'indomani, per buona ventura, il dì sorse bello, e Maud contemplò la
vita al colore dei raggi del sole.

Ella si levò a mezzodì e passò nel suo _boudoir_.

Era quivi che la prendeva la sua colazione, prima di ricevere la
scossa elettrica.

Ella mangiò quel mattino senza appetito, a causa della notte passata
nell'insonnia.

Sarah trovolla più pallida, gli occhi velati, le orbite offuscate e
più incavate. La non disse nulla, però, per non attristarla.

Maud s'impressionava sempre, apprendendo che l'andava più male. A
venti anni! vedere, a venti anni, la morte che si avanza a passo
lento, cauto, guardingo, da traditrice!... Maud bevve un uovo fresco,
prese una cucchiaiata di _gelée_ ed un boccone di petto di beccaccia.
Poi, si allungò sulla _dormeuse_.

Sarah, impiedi innanzi a lei, attendeva l'ordine di darle le due fila
della pila.

Maud si taceva. Si sarebbe detto che l'avesse obliata. Il suo spirito
spaziava altrove, batteva i campi, saltava dall'ospizio di Londra al
castello di Lavandall, dalla villa di Saint-Germain a Nizza, dal
principe Pietro al conte Alessandro. Aveva bisogno di dormire. L'odore
dei fiori le faceva male... E poi, di un tratto, ella si vide come se
fosse divenuta folle... Gettò un grido. Allora, ella si accorse di
Sarah che aspettava.

--Fa presto dunque, _my dear_,--ella sclamò. Finiamola. O' sonno.

Sarah obbedì.

Maud prese i due fili dei due poli della pila; li riunì nella sua mano
all'asta dei rheofori; la scintilla si sprigionò; la scossa ebbe luogo
e si comunicò al cervelletto ed al cuore.

Maud gettò un grido, e si arrovesciò fulminata sul tappeto.

Sarah si precipitò verso la sua padrona e la rialzò.

Maud era morta...


Qualche giorno dopo, il _Corsaire_ scriveva: «Noi eravamo ben
ragguagliati sulla situazione mentale della giovane principessa di
Lavandall. Ella si è suicidata colla macchina elettrica. La si dice
vittima di un amore disperato.»

Un mese dopo, il dottore di Nubo ritornava dalla Svizzera, e portava
la notizia, che il principe di Lavandall, avendo tentato l'ascensione
del Monte Bianco, era caduto in un abisso di ghiaccio, da cui non lo
si era potuto cavare. Era un accidente, un suicidio, ovvero...?

Il dottore lo accompagnava!

Il conte Alessandro divenne il principe Alessandro di Lavandall.


FINE DELL'EPISODIO SECONDO.





VITALIANA

EPISODIO TERZO




I.

Una confessione come ve n'àn poche.


Vogliate entrare, se non vi è discaro.

Noi siamo nella cappella del castello, il mattino del mercoledì santo.

Un prete aspettava innanzi l'altare, dalle otto del mattino, per
cominciare la messa.

Erano già le nove.

Ingualdrappato da capo a piedi; il viso rivolto al lato della porta;
le spalle appoggiate al corno del Vangelo; quel paziente ecclesiastico
sembrava abituato alla sua posizione, a que' ritardi, alla vista del
luogo.

Egli guardava dunque con indifferenza suprema i marmi, le colonne, le
sculture, le dorature, i balaustri, le tribune, gli stucchi, i vetri
dipinti, i merletti delle ogive, le nervature, i rosoni della
cappella--che si sarebbero detti un oggetto da oreficeria, talmente
erano ricchi, eleganti, minutini--di quell'architettura rococò
insomma, della seconda metà del XVII secolo, protetta dai gesuiti.

Il prete applicava i suoi occhi senza sguardo sopra una madonna di
Alfonso Cano, e sbadigliava. Egli portava poi quelli occhi carichi di
noia sopra un martire del Ribera, e cominciava una seconda tappa di
sbadigli; e di tappa in tappa, e' trascinava quello sguardo senza lume
da una Santa Agnese di Velasquez ad una Santa Lucia di Ribalta, da un
santo inquisitore di Zurbaran ad altri santi e ad altre sante del
Domenichino, del Caravaggio, del Guido.--E non era neppur rapito da
una splendida carola d'angeli dell'Albano.

Il brav'uomo si sarebbe addormentato, se un mozzoncello di paggio,
trasformato per la bisogna in chierico, non gli avesse di tanto in
tanto pizzicato i polpacci a sottecchi, e non l'avesse fatto di tempo
in tempo trasalire.

Allora e' sospirava, e guardava il bel masso d'iride che il sole,
filtrando a traverso il rosone a vetri colorati sulla porta, stampava
nel mezzo della cappella.

Come la primavera inneggiava al di fuori! Che brezza tiepida in que'
bei viali del parco--mentre che egli aggrinzava su quell'altare di
marmo ove il buon Dio, egli stesso, doveva trovarsi a disagio! Come
gli insetti e gli uccelli erano liberi sotto quella volta di
cielo--mentre che egli--unto del Signore e bisunto del mondo--montava
la guardia sotto quella volta di stucco e di legno, ed aspettava, e
doveva aspettare chi sa ancora per quanto tempo!

La cappella era vuota.

Tranne il prete ed il paggio, una lampada di oro che oscillava, ed una
polvere di oro, che formicolava in quel raggio di sole guizzato al di
dentro, nulla movevasi, nè dava segno di vita.

Il rumore indietreggiava, pieno di riverenza o di paura.

Un inginocchiatoio, coverto di velluto cremisi, a fiordalisi, indicava
che qualcuno doveva venire.

Poi, non una sedia, non una panca per chichessia. Quella cappella era
un gabinetto privato, ove il buon Dio si recava per uso di qualche
essere privilegiato, esclusivamente.

La porta che conduceva al di fuori era chiusa. Le tendine di seta
verde delle tribune erano abbassate. Una portiera in velluto paonazzo,
ornata di frange e di nappe d'oro, mascherava una porta laterale.

Il prete volgeva lo sguardo da quel lato con più persistenza ed
ansietà, che verso i capolavori d'arte, i quali popolavano il luogo.

Infine, alle nove e mezzo, quella cortina si mosse, una mano,
appartenente ad un corpo che si tirava indietro, la sollevò, a lasciò
passare il personaggio aspettato.

Questi era un uomo di taglia mezzana, di aspetto insignificante, di
uno scialbo fuligginoso, dagli occhi vitrei. Era calvo, tranne alle
tempie, ove si rizzava qualche ciocca di capelli rossastri. Non un
pelo sul volto. Le labbra rientrate, e la bocca ermeticamente serrata.

In tutti i suoi lineamenti non aveva di saliente che gli zigomi--i
quali si arrampicavano verso l'insù della fronte--e le orecchie, che
davan giù verso la mascella inferiore, come quelle del cane. Le narici
erano feroci--ed eran desse la sola cosa che parlasse in quella figura
allampanata.

Portava sul capo un berretto di velluto nero, cui levò entrando in
cappella, ed avviluppavasi in un lungo zamberlucco da camera di
velluto violetto.

Su questo, brillava l'ordine del Toson d'oro. E con codesto, delle
pantofole ai piedi ed una pezzuola bianca attorno al collo¹.

  ¹ Si direbbe che si dipinga qui Ferdinando VII di Spagna.
                                    (_N. dell'Editore_).

Un gesuita, che lo seguiva a due passi in dietro, s'inginocchiò alla
sua sinistra, alla medesima distanza, mentre che egli, con la sua aria
vecchiotta, s'installava a comodo sull'inginocchiatoio. Ed il prete
dell'altare volgeva il dorso e dava principio alla messa.

Il sembiante del gesuita contrastava singolarmente con quello del
personaggio del Toson d'oro.

Quel reverendo era pallido anch'egli, ma di quella pallidezza biliosa,
cui cagionano lo studio, la reclusione, l'ambizione, le forti passioni
tenute a briglia, il sangue che brucia senza ossigeno, mediante il
sistema dei fumivori--di quella pallidezza fatale, insomma, la quale è
il prodotto del consumo spontaneo, e che inverniciò tanti visi di
grandi uomini e di uomini terribili;--la pallidezza di Dante, di
Napoleone, di Filippo II, di S. Domenico e di Fouquier Tinville.

Era alto e magro, e di già un poco curvo, quantunque non avesse che
circa cinquant'anni. La sua fronte calva si elevava alta. I suoi occhi
profondi e neri fiammeggiavano. Il suo naso aquilino respirava le
tempeste. Le sue labbra fine e pallide, ornate di un falso sorriso,
denunziavano l'astuzia. Dai larghi denti, spaziati, acuti, indicavano
istinti poco umani. Contrariamente alle regole del suo ordine, portava
la testa alta, e guardava dritto innanzi a sè.

Gli è vero, che nella sua prima gioventù quel padre era stato dragone.
E' si chiamava allora il conte di Landrolle. Si chiama adesso il padre
d'Ebro.

Aveva disertato da Napoleone a Waterloo, al seguito di Bourmont.

La messa, che scivolava allo spiccio, passava per sopra al suo capo.
E' non ne aveva bisogno. Azzeccava invece il suo sguardo sull'uomo dal
Toson d'oro, il quale sembrava più attento e più divoto di lui.

Quando il prete si fu comunicato, il gesuita si avvicinò
all'inginocchiatoio. L'uomo che l'occupava fe' segno della testa di
non aver d'uopo del ministero di lui. Si alzò infatti ed andò a
comunicarsi all'altare.

Di ritorno al suo posto, e' parve più fervente. Il gesuita, più
inquieto.

Infine, la messa terminò. Il prete rientrò in sacrestia, ed il
personaggio in veste da camera si levò. Il gesuita si precipitò per
rialzare la portiera dell'uscio, lo lasciò passare e lo seguì.

Il personaggio dal Toson d'oro non manifestò di avvedersi di quegli
atti di deferenza. E' camminò dritto, traversando qualche sala ove
zonzavano parecchi lacchè, affrettati ad aprire le porte.

Il gesuita seguiva in silenzio.

Arrivati in una galleria dove si aprivano più porte, il padre d'Ebro
s'inchinò profondamente dietro il personaggio che lo precedeva, quasi
per pigliare commiato da lui. Allora questi si volse e gli fe' segno
di continuare a seguirlo.

Il gesuita girò il manubrio della porta. Il personaggio entrò in una
camera da letto, la traversò ed andò a sedere in un gabinetto da
lavoro o da preghiera.

Quel ricovero, le di cui finestre sporgevano sul giardino, era
tappezzato di raso cilestre a gigli d'oro. Sul muro, al fondo,
penzolava un grande crocifisso di avorio, ed ai piedi di questo un
inginocchiatoio di ebano. Vicino alla finestra, era uno scrittoio con
qualche libro di sopra. A lato, un piccolo stipo incrostato di
tartaruga. Dietro, un divano molto comodo, in velluto, ed un
seggiolone innanzi lo scrittoio, stemmato a corona.

L'uomo dal Toson d'oro andò a sdraiarsi sul divano ed indicò al
gesuita di tirare il campanello.

Questi toccò un bottone e restò impiedi.

Due minuti dopo, un lacchè, seguito da due gentiluomini con una chiave
d'oro sul dorso, portò sur un vassoio d'oro una tazza di porcellana
ripiena di cioccolatte. Il personaggio la prese, e di un gesto ordinò
a quella gente di uscire.

Il gesuita restava sempre impiedi, vicino alla porta.

Quando il cioccolatte fu sorbito, il personaggio porse la tazza al
gesuita, additandogli di posarla sullo scrittoio, e disse:

--Prendete quel seggio e sedete lì, in faccia a me.

--Mille grazie, sire--mormorò il padre d'Ebro.

Egli era in presenza di sua maestà, re Taddeo IX.

--O' a parlarvi--disse costui, dopo qualche minuto di silenzio.

--Sono sempre agli ordini di vostra maestà.

--Fate attenzione, padre mio, chè vi parlo in confessione.

Il padre d'Ebro si alzò, s'inchinò, e si riassise.

--Voi vi occupate, padre mio, degli affari della mia anima. Ma voi non
vi astenete di darmi altresì dei consigli sulla condotta del mio
governo.

--Quando V. M. mi fa la grazia di esprimerne il desiderio...

--E sovente pure, senza che io lo desideri e senza ch'io ve lo
domandi.

Il gesuita abbassò il capo, astenendosi dal rispondere.

La voce del re sembrava severa.

--Ora--continuò Taddeo IX--io vi consulto sopra un caso grave--grave
per la mia coscienza d'uomo, pel mio onore di cavaliere, per il mio
dovere di re.

--Vostra maestà può contare sulla mia lealtà senza limiti, e su i miei
consigli--quali piacerà al nostro divino Redentore di inspirarmeli.

--Padre d'Ebro, vi siete voi giammai preoccupato della situazione del
mio regno?

--Sire, dopo il regno del cielo--di cui mi sforzo appianare la via a
V. M., e cui mi arrabatto a conquistare per me--io non ò che un
pensiero: la grandezza, la pace, la sicurezza... e la buona direzione
del reggimento di V. M. nelle viste del Signore.

--Io sono vedovo, padre mio--sclamò il re sospirando.

--Il signore ha detto nel libro della _Sapienza_: «Le amarezze dal
vedovo parlano al Signore dell'integrità del suo cuore.»

--Non ò figliuoli.

--Vostra maestà à di già professato con Giob: _Dominus dedit, Dominus
abstulit!_

--Ad ogni modo, Egli avrebbe meglio fatto di lasciarmeli--di lasciarli
vivere, se veramente dati E' me li aveva. Ma io ò dei dubbi su questi
avvenimenti, cui è inutile di mettere in chiaro oggidì.

Il P. d'Ebro abbassò gli occhi e si tacque.

Il re continuò:

--Ora, che avverrà del mio trono, dopo la mia morte? Ecco la mia
preoccupazione. È mestieri che io lo lasci a mio fratello--vale a
dire, all'uomo che io odio di più in questo mondo.

--Sire--osservò il P. d'Ebro timidamente--il Signore proibisce l'odio,
e la Chiesa non ordina di odiare che il peccato.

--Pertanto, bisogna ad ogni costo--dovess'io proclamar la
Repubblica--che quell'uomo non mi succeda.

--Sire, le leggi fondamentali della Corona sono inesorabili su questo
punto. Esse assicurano la successione a vostro fratello, se V. M. non
avrà prole.

--Inezie! Chi à fatto quelle leggi? Gli Stati della nazione ed un
altro re, che non era neppure dei miei antenati. Ebbene, che cosa è un
re?

--Sire, l'_Ecclesiastico_ à detto: «Dov'è la parola del re, quivi è la
potenza. E chi può dirgli: cosa fai tu? Chi tiene il comando non può
far male; ed il cuore di un uomo saggio distingue bene il tempo ed il
giudizio.» Tale è il re.

--Io abrogherò la legge allora, e farò per il meglio.

--Sire, lo spirito del male non si rassegna giammai al bene, senza
procurare di tuffarlo prima nella desolazione. Il principe di Tebe
potrebbe cagionar dei malanni.

--Gli è precisamente codesto che sveglia le mie angustie. I popoli
sono diventati infami: essi pensano e giudicano!

--Vostra Maestà è ancora giovane--insinuò il P. d'Ebro--e Dio semina
l'avvenire. Ma l'uomo crea pure gli avvenimenti... e li corregge.

--Gli è appunto ciò cui penso da qualche settimana.

--Allora, V. M. troverà certamente la soluzione del problema... ed io
supplicherò Dio che la rischiari.

--Non vi è mestieri di tanta luce, padre mio. Io non ò che quattro
cose a fare. Primo: invertire l'ordine della successione...

--Gli Stati della nazione non lo consentirebbero, forse; ed e' sarebbe
pericoloso farne senza.

--Lo veggo anch'io. E perciò, ò messo da parte questa misura. Secondo:
decretar la Repubblica, a partire dall'indomani dalla mia morte.

--Sire, non si rispetta sempre la volontà dei re defunti. Poi, la
Repubblica, che assassina i re e rovescia gli altari, è abbominevole
agli occhi di Dio.

--Ed ecco perchè ò messo da banda anche codesto mezzo. Terzo, allora:
fare uccidere mio fratello.

Il gesuita non interloquì.

Il re continuò:

--Infine, riammogliarmi.

--E perchè no, sire? Vostra Maestà non à che cinquant'anni.

--Lo so. Ma cosa è l'età, cui annunzia un almanacco, se l'età, cui Dio
infonde nel sangue, avanza del doppio? Io ò cento anni. Tutto è morto
in me. Un nuovo matrimonio non migliorerebbe la situazione del mio
regno e le condizioni della mia famiglia.

--Sire, voi obliate che Dio fa dei miracoli, o ch'Ei fa fiorire i rami
disseccati.

--Io conosco qualcuno che farebbe di codesti miracoli senza ricorrere
a Dio--e lo si vede più spesso che la morale nol consentirebbe. No,
padre mio, non vi è resurrezione in questa materia. Quando l'olio è
consunto, la lampada muore, e nulla la ralluma. Io ò tentato tutto,
del resto, ed avrei dato nove decimi del mio regno a chi mi avesse
presentato un elixir della vita.

--Sire, non bisogna scoraggiarsi giammai, quando si mette confidenza
in Dio. Il signore à detto: «Io sono il forte!»

Re Taddeo conservò un silenzio pensieroso per qualche minuto, poi
soggiunse:

--Padre mio, ove la scienza non arriva, ove la fede non basta, non
trovate voi, non intravedete voi un altro mezzo?

--Sire--rispose il padre d'Ebro--io non oso nulla intravedere.

--Nondimanco, nella Bibbia, ove si attingono tanti consigli, ove
s'incontrano tanti esempi, ove si cercano tanti espedienti e tante
consolazioni, la soluzione dei dubbi che uccidono il mio riposo deve
pur trovarsi consacrata.

--Sire, tutto è nella Bibbia. Solo occorre saperla interrogare. Che V.
M. degni di mettermi sulla traccia, affinchè io le riveli la volontà
di Dio.

--Ma, padre mio, gli è chiaro pertanto cosa io mi cerchi! Io voglio un
successore al mio trono. Bisogna che n'abbia uno, che me se ne
fabbrichi uno...

--Sire, posso osare comprendervi?

--Osate, osate, padre d'Ebro. Io voglio un successore... e la pace
della mia coscienza. I pregiudizi degli uomini mi toccano poco, se la
voce di Dio mi rassicura. Altri si son pure trovati nella medesima
situazione, padre mio.

--Sire, poichè la M. V. mi ordina di aprire i libri santi, io oso
leggervi?

--E cosa vi leggete voi?

--Nella Bibbia, sire, l'analogia è una chiave. Si parla di una _radice
di Jesse_ e s'intende Gesù. Geremia parla della _Regina coeli_, e la
s'intende Maria. Ebbene...

--Ebbene?

--Sara non aveva figliuoli da Abramo. Ella introdusse nella camera
nuziale la schiava Agar. Rachele non aveva prole da Giacobbe. Ella
permise alla sua fante Balah di entrare nel suo talamo. Lia, per la
medesima ragione, gli presentò la sua schiava Zilpah. E quella stessa
Rachele permise alla sua sorella Lia di rivedere suo marito, per
qualche ramo di mandragora.

--Basta--sclamò Taddeo IX. Gli è ciò che io voleva sapere. E cosa
avvenne dei figli di quelle schiave, padre mio?

--Essi furono servitori di Dio, antenati di Gesù Cristo, patriarchi,
capi di tribù--che erano i re d'allora...

--Padre d'Ebro--riprese il re--e se io seguissi l'esempio di quelle
madri, di quelle mogli di patriarchi, troverei io grazia agli occhi
del Signore? Potrei io dirgli: Io ò agito giusta i consigli di uno dei
tuoi preti? La mia coscienza di cristiano può restare calma? Potrei io
dirmi: Io ò compiuto il mio dovere di re!... ed andarmi a riposare nel
Signore?

--Sire, io vi parlo in nome di Dio. Se egli vi à colpito--per uno dei
suoi secreti inscandagliabili--della più crudele delle sue piaghe: la
sterilità!... gli è ch'egli esigeva da V. M. la più grave delle
espiazioni: quella dell'umiltà! Dio non poteva pensare a castigare i
vostri popoli, che sono innocenti. Ora, il principe di Tebe sarebbe un
castigo. La repubblica, la guerra civile. Una sostituzione mediante un
ramo collaterale... Dio non può permettere codesto. Adorate la sua
mano. Dio non adottò egli Saul, e dopo Saul Davide, in pregiudizio
della discendenza del suo profeta? E perchè? Perchè gli Anziani del
suo popolo dicevano a Samuele: «Guarda dunque! tu sei vecchio ed i
tuoi figliuoli non vanno sulla tua strada; dacci un re che ci governi
a modo delle altre nazioni.» Samuele fece quanto potè, e disse tutto
ciò che seppe immaginare per distoglierli da quella determinazione.
Gli Anziani tennero sodo, ed ebbero il loro re. Ora, se Samuele
preferì un guardiano di asine, ed in seguito un guardiano di capre ai
suoi proprii figliuoli--egli, Samuele, che faceva l'usura, dava mano
alla corruzione e pervertiva la giustizia--di quanto un figliuolo di
regina, nato _dal cuore_ di V. M. non dovrebbe essere più gradito agli
occhi del Signore, che questo successore obbligato, il quale
cagionerebbe la ruina della nazione?

--Grazie, padre mio--disse il re. Io ò preso il mio partito. Voi mi
avete convinto... e voi ne siete responsabile innanzi a Dio.

Il P. d'Ebro s'inchinò di un'aria piena di umiltà. Il re si levò e gli
domandò:

--Padre d'Ebro, voi che leggete tante cose nelle Scritture Sante, vi
avete voi giammai incontrato un qualche passo che si rapporti a re, i
quali avrebbero ucciso dei profeti infedeli? E' mi sembra che codesto
debba esservi pure.

--Sire--sclamò il P. d'Ebro impallidendo--ciò vi è per l'appunto.
Ma...

--Padre mio, parleremo del _ma_ un'altra volta. Riflettete al testo,
per il momento. La confessione è finita.

Il padre d'Ebro salutò umilmente ed escì.

Il re suonò.

Un ciambellano apparve.

--Il marchese delle Antilles--ordinò il re.


Due settimane dopo, il marchese delle Antilles era mandato in
ambasciata straordinaria presso re Claudio III--onde negoziare un
trattato di commercio e navigazione con suo cugino, il re Taddeo IX!




II.

Un mandato come... non se ne da sovente.


Il marchese delle Antilles era arrivato nella capitale del re Claudio
III, portatore di un dispaccio del ministro degli affari esteri, che
lo accreditava qual negoziatore di un trattato di commercio, poi di
una lettera del suo padrone pel re.

Questa lettera, quando S. M. Claudio III riescì a decifrarla, lo turbò
considerevolmente.

Da prima, essa era di una scrittura che avrebbe dato l'itterizia al
più intrepido paleografo. In seguito, essa era lunghissima. Infine le
cose che conteneva sembravano singolarmente sorprendenti.

Sua Maestà credette di aver mal compreso e fece chiamare il principe
di Celle, suo ministro degli esteri, a cui la comunicò, non senza
qualche esitare--quantunque il principe fosse un vecchio e fedel
servitore della sua casa.

La conferenza tra il re ed il ministro durò parecchie ore, ma nulla ne
traspirò.

La sera, S. M. fece venire nel suo gabinetto sua figlia--la
principessa Bianca.

Il dì seguente, il principe di Celle chiamò nel suo il duca di Balbek
suo nipote.

Claudio III era un uomo precocemente caduco.

Sempre malescio, sempre uggioso, sempre bisbetico, sorrideva di raro,
benchè avesse il sorriso grazioso. Parlava pochissimo. Molto crudele,
perchè divoto--divoto, perchè crudele.

Claudio III simulava e dissimulava come un lacchè--tanto e' temeva di
cessare di esser padrone!

Sua Maestà amava molto i suoi figli--quantunque e' si avesse tutte le
ragioni per dubitare della sua paternità assoluta.

Aveva sempre paura: di sua madre--che aveva provato di avvelenarlo; di
suo fratello--che aveva voluto cacciarlo dal trono; del suo
popolo--che covava una rivoluzione; di sua moglie--di cui contrariava
le inclinazioni; di suo cugino--che ruminava cercargli briga; dei
cospiratori--che tramavano contro la sua vita; della malattia--che lo
teneva sempre sotto la sua punta. La sua gioia, adunque, era in far
dei meschini.

Aveva nondimeno il sembiante dolce, la parola lusinghiera, le maniere
graziosamente squisite, un tantin di spirito, ed era mastro nell'arte
del tornire in legno¹.

  ¹ Si direbbe, a questo ritratto, che si tratti di Francesco I di Napoli.
                                             (_N. dell'Editore_)

--Figlia mia--disse egli alla principessa Bianca la sera, quando la
gli ebbe baciato la mano--ò dovuto contrariarti in questi ultimi
giorni nel tuo divertimento favorito, perchè tu avevi cagionato dei
malanni. I miei imbecilli sudditi capirebbero, senza fiatare, che
venti mila di loro perissero in una battaglia. Essi non saprebbero
persuadersi che una principessa possa, per sbaglio, uccidere un
bracchiere per un cinghiale. Nondimeno, il tuo medico mi à detto
stamane che la tua salute esigeva questi esercizi violenti e che il
riposo t'impallidiva. Ti accordo dunque di nuovo il permesso di
correre i boschi. Solamente, ti azzecco ai fianchi un cavaliere di
compagnia, il quale temperi la tua foga.

--Grazie, babbo--rispose la principessa baciando questa volta suo
padre sulla fronte. Se codesto cavaliere cui mi cucite alla gonna è un
vecchierello, io lo stancherò, lo sfiaterò... lo farò crepare in tre
giorni.

--So pur troppo che tu sei una brigantessa--rispose il re. E
prevedendo precisamente codesto, io ti ò destinato un Mentore di
venticinque anni: il duca di Balbek.

--Alla buon'ora! Lo farò sventrare allora da un cinghiale--sclamò,
ridendo, la principessa.

--Sono contento vederti gaia, cara fanciulla--riprese il re. Abbiamo
così poco tempo a restare insieme!

--Che dite voi, sire?

--Io mi sento più malato che mai. D'altronde, figlia mia, tu sei in
una età da marito, e da un giorno all'altro...

--Io non sono mica impaziente, babbo...

--Sì: ma altri potrebbe ben esserlo. Per bacco! quando si è vedovi, e
si àn cinquant'anni e non successione assicurata, si capisce la
premura e le precauzioni...

--Voi dite, babbo, cinquant'anni?

--Sì, è una supposizione. Infine, bisogna esser preparati a tutto.
Quando si vuole un successore ad ogni costo, è mestieri mettersi in
misura: e quando lo si è, dire: io son pronta! In questo caso, non si
va a badare se tu abbia o no fretta. È la cosa stessa che urge e
indica la precipitazione. Buona sera, Diana cacciatrice. Non essere
schifiltosa come la tua santa protettrice. La pruderie era buona per i
pagani e per le dee... non per le regine che debbono arrivare al trono
con una successione bella ed assicurata... assicurata ad ogni costo!
Buona sera.


Se vi è qualcuno che abbia più spirito di Voltaire e di _tout le
monde_, gli è sicuramente una figlietta a maritare--fosse ella pure
una principessa. Bianca comprese il latino di suo padre--latino, del
resto, che non aveva mica bisogno di dizionario.


Altra fu la conversazione del principe di Celle con suo nipote, il
duca di Balbek.

--Riceverai--disse il principe--oggi stesso forse, il brevetto che ti
nomina cavaliere di compagnia della principessa Bianca. Sei tu
fortunato! gaglioffo!

--Proprio!--sclamò il duca di Balbek. Solamente, io vorrei che si
definissero le mie funzioni presso di quella principessa. Perocchè, in
realtà, io non ne vedo mica altra che quella di avere un grifo di
cinghiale piantato nel ventre, o di vedere le budella di lei appese ai
rami di un cervo.

--Avresti tu preferito che ti destinassero ad allacciare il suo busto,
od a porgerle l'asciugatoio all'uscita del bagno?

--Io non vedo nulla di disonorevole in codeste funzioni. E se desse
fan parte del mio ufficio, io mi vi rassegno senza mormorare.

--Ebbene, no, signor mio monello--replicò il ministro. Tu devi
accompagnar Sua Altezza nelle escursioni ch'ella predilige,
preservarla dai pericoli, e farle trovare la natura incantevole.

--Ecco ciò che è impossibile. Io, io non amo la natura. Io preferisco
una lucerna che fumiga ad uno spuntare di aurora. Io comprendo una
cisterna, perfino un cetriuolo, ma non comprendo un paesaggio.

--La comprensione ti verrà. La difficoltà della tua parte è tutta nel
cominciare. Sarà d'uopo di un tatto squisito, cui tu non ài.
Imperciocchè, non è già nelle guardie del corpo che s'imparano le
delicatezze ed i pigolii degli innamorati da _boudoir_.

--Ma, fate attenzione, zio, voi confondete i generi. Sotto un nome
pulito, io non sono in realtà che un bracchiere, il quale riceverà i
colpi, i bufoli, i cinghiali, i contadini--che si avvicineranno senza
etichetta a S. A.; la rialzerà se cade di cavallo; le indicherà la
strada ed i viali nelle foreste; prenderà a suo conto tutti gli
sbagli, tutte le disgrazie della caccia--incluse le archibugiate che
si smarriscono ed uccidono un villano per un lepre.

--Esattamente. L'è codesta la parte brutta delle tue funzioni. Ora, e'
non incombe che a te, se ài spirito, di rilevarla, e di ciò che è un
mestiere di domestico fare la delizia di un cavaliere elegante.

--Ma voi obliate, dunque, che io ò per le mani un'Altezza, una figlia
di re, una principessa del sangue.

--Tu puoi anche aggiungere la fidanzata di un re. Ma, silenzio! Questo
l'è un segreto di Stato cui ti rivelo, conosciuto adesso unicamente da
S. M. e da me.

--Eccomi allora più domestico che giammai!

--Comincio ad accorgermi che ebbi torto di indicarti per codesto posto
superbo, perchè tu sei un vigliacco o un imbecille.

--Ed io comincio a comprendere che voi non dite tutto ciò che pensate,
e che gironzate attorno a qualcosa.

--Io non gironzo, ma cammino dritto. La principessa Bianca è
bellissima. Non vi è dunque nulla da stupire che la si dimandi in
matrimonio, e che perfino dei pretendenti slombati ed affranti si
mettano su i ranghi. Un cavaliere di compagnia che avesse dello
spirito potrebbe, in una situazione simile, far molta via. Gli è un
gironzare questo?

--L'è peggio che un gironzare: l'è un affondarsi. Ed innanzi tutto, mi
parlate voi da zio, in questo momento, o da ministro di S. M. Claudio
III?

--Come tu voi. Ma ponghiamo che io ti parli da ministro, non fosse che
per obbligarti al secreto: che conclusione ne cavi tu?

--Allora, io prego Vostra Eccellenza di farmi l'onore di darmi delle
istruzioni precise; perocchè, che io capisca o no, sono deciso a non
capir così subito.

--Meglio vale allora che io faccia rivocare il decreto, e che lo
intitoli a qualcuno che abbia intelletto più svelto.

--Prego V. E. di riflettere ch'e' non trattasi qui di una quistione
d'intelletto, ma di una consegna. Se io mi determino ad operare per
mio proprio conto, vedrò cosa avrò a fare. Se debbo funzionare per
conto altrui, ò il diritto, mi penso, che mi si spieghino gli ordini.

--Ai tempi miei, i giovani non facevan mica tante moine par piacere
alle belle giovinette. Ed ò anche visto, quando ero in Russia, dei
belli e forti garzoni mettersi a subbisso per acchiappare un sorriso
della vecchia Tzarina. È vero che noi eravamo allevati allora dai
gesuiti, e che oggi sono dei pedanti che vi abbrutiscono in ciò che
addimandasi un liceo, un collegio, un'accademia, un'università. Ai
miei tempi l'era naturalissimo che un marito di cinquant'anni, che si
permetteva una moglie di vent'anni, si desse altresì un coadiutore per
la confezione della famiglia. Il posto di cicisbeo, e perfino di
abbatino, era allora pesante, ma onorevole ed ambito--ed un padre si
sarebbe creduto disonorato se avesse appreso che il suo figliuolo era
proprio di lui.

--Ahimè! Eccellenza, l'è una disgrazia. Ma, ai giorni nostri, non si
fanno in collaborazione che i _vaudevilles_ per il teatro. I figliuoli
in accomandita ed in Compagnia Anonima esistono tuttavia, ma non sono
riconosciuti dal Codice Civile--e monna polizia si mischia di quella
gentilezza che chiamasi un adulterio.

--Vattene allora, e sii un semplice bracchiere.

--Io non dico codesto. Io desidero solamente che si specifichino le
mie attribuzioni, onde non fuorviare. Si può esser colpevoli. Non è
permesso di essere stolido o ridicolo, se si sbaglia.

--Tu sei di una probità miracolosa! Vado a farti nominare direttore
della Banca. Ma ammettiamo, per ipotesi--per scandagliare i gradi
della tua modestia e della tua virtù--che ti si dica: Vi è un marito
che vuole un successore ad ogni costo, e che non è sicuro di sè: vuoi
tu associarti all'opera sua? Che risponderesti tu a questa proposta
filantropica?

--Eccomi qui. Ma ad una condizione, anzi a due.

--Va là!... la donna è bella e giovane...

--Monta poco, fosse ella altresì regina o qualcosa di simile. Se non
si trattasse che di una borghese... Ma con dei re? cattera! Essi ànno
sempre in tasca una corda per impiccare, ed in bocca una menzogna per
sconfessare ciò che non gradiscono.

--Che professore di logica! Gli è vero che non vi è nulla di così
concludente che la paura. Vediamo dunque codeste condizioni.

--Da prima, vorrei che V. Eccellenza mi desse la commissione con una
lettera ministeriale in buona regola...

Il ministro si lasciò andare ad un grande scoppio d'ilarità, e non
rispose. Il duca soggiunse:

--In seguito, che mi si nomini ad un'ambasciata, a Vienna, a Madrid, a
Parigi, non importa dove, ma che io possa tenermi lontano dagli Stati
del re clemente ed adorato, Claudio III.

--E poi ancora?

--Ecco tutto. Ed io prometto di fare le cose a dovere.

--Veramente, io sono sbalordito di tanta stolidezza ed oltracotanza!
Ma tu vivi dunque nel regno della luna, eh!

--Se ciò fosse, non avrei dimandato nulla di nulla, ed avrei regalato,
senza farmeli dimandare, dei figliuoli ed anche dei nipoti a chiunque
avesse una bella moglie. Ma noi siamo nel regno di S. M. Claudio
III--subillo ciò all'orecchio di mio zio--negli Stati di un re, dove
il tradimento è una massima di governo; ove l'arbitrio, la ferocia, la
bugia, la dissimulazione, la perfidia, sono degli strumenti di regno.
Dimani, che per una ragione qualunque la cosa fallisca; che non se
n'abbia più d'uopo; che si sappia; che dispiaccia; che riesca
altrimenti da ciò che si aspetta... ed eccomi lì compromesso ed
afforcato. Non si risparmiano gli uomini cui si caricano di tali
secreti e di tali funzioni. Ebbene, io voglio tenermi al coperto di
codesti colpi di soppiatto. Io voglio, innanzi tutto, essere lontano
di qui; provare, in seguito, se mi si accusa di fellonia, che io
obbedii agli ordini che avevo ricevuti. Io separo in ciò la parte
dell'uomo da quella del funzionario. Io compirò la prima parte per
modo che non vi sieno reclami; eseguirò la seconda nel senso preciso
delle istruzioni.

--Ài tu finito, leguleio, casista? Tu non comprendi mica dunque che
guazzi nell'assurdo?

--Niente affatto. Vostra Eccellenza non dà ella dunque delle
istruzioni minute ai suoi agenti diplomatici? Il viaggiatore che vuole
abbordare nei paesi a governo sospettoso non si munisce egli forse di
un passaporto? Il mio passaporto è l'ambasciata. Io sono un agente
diplomatico di una categoria non peranco classificata, ma le cui
funzioni sono delle più delicate. Mi date voi, sì o no, una missione?
Se me la date, esigo il mandato. Io non sono mica di coloro cui un
ministro o un re si propone sconfessare o spezzare, se la missione
volge male. Voi rifiutate la lettera ministeriale? dunque voi meditate
un tradimento.

--Tu vuoi dei documenti? dunque tu vuoi trafficarne. Non vedi tu,
idiota, che una scritta simile nelle tue mani sarebbe una sentenza di
morte contro di te? Non è, no, per fartene un parafulmine che tu
cerchi codesto. Chi andrà a dimandarti conto di ciò che avvenne nel
fondo di un folto macchione, o nelle serate di un _boudoir_, se non si
desidera di meglio che ciò abbia luogo ed il più presto possibile? Chi
t'impedisce di ritirarti, se incontri ostacoli? Chi t'impedisce di
pigliar delle precauzioni prima d'impegnarti? Il pericolo sarebbe
desso nel successo? Ma, non ti si dà una missione simile per mancarla.
Lo scritto che tu dimandi non è dunque per la tua sicurezza.

--Lo è per l'appunto.

--No. Esso sarebbe invece un giorno una tentazione forse per la tua
cupidità, per un cattivo pensiero qualunque. Tu non rifletti dunque
che si vorrebbe forse un giorno spacciarsi di un uomo che possiede di
tali secreti, di tali documenti? Tu avresti una pistola carica e
sempre armata, la bocca volta al tuo cuore. Tu saresti sempre in
pericolo di morte, o in misura di commettere un'infamia, un
tradimento, cui si vorrebbe impedire.

--Io so bene che avrei in poter mio una macchina infernale la quale
potrebbe annientarmi ad ogni istante. Però io mi piaccio a lottare
contro il pericolo ed a dimesticare il serpente a sonaglio ed il
tigre. Io avrei ogni interesse a non mai mercanteggiare di quel
documento. Chi potrebbe pagarlo? Contro chi ne trafficherei io? Contro
mio figlio, che sarebbe sur un trono? Ma bisognerebbe essere idiota.
Io voglio un attestato della mia partecipazione a questa grande opera,
non per farmene una spada, ma un origliere. Voglio poter dire: sono
padre! Non sarei giammai tanto assurdo per dire: ecco lì un bastardo!
mi comprendete voi, Eccellenza?

--Io comprendo che tu sei un indegno furfante, che ti trovi in gambe
nel bene o nel male. Ma ti sembra desso possibile che io mi indirizzi
al re per domandargli l'autorizzazione di una simile lettera
ministeriale? Un'ambasciata, dopo dei servizi di questo genere, resi a
due sovrani, si concepisce, si scusa. Si perdona la tracotanza della
tua dimanda. Si promette. Si accorda. Posso anzi prendere questo
impegno, perchè il posto di Parigi va a vacare quanto prima. Ma le
istruzioni scritte?... Tu sei pazzo, tre volte pazzo, goffo, tre volte
goffo.

--Non è mestieri, zio, che dimandiate al re l'autorizzazione di darmi
le mie istruzioni per iscritto. Ciò entra nelle attribuzioni del
ministro. Altri si contenterebbero di averle verbali. Altri,
semplicemente indicate nell'ombra dei sotto-intesi, come voi fate al
presente. Altri vi afferrerebbero a mezza parola e si lancerebbero
all'avventura testa giù, a loro rischio e periglio. Io, io sono leale:
voglio che il mio ufficio mi sia formulato in iscritto. Il re vi ci à
di già autorizzato, significandovi l'intento ed accettando l'uomo. I
dettagli sono l'opera del ministro, come qualunque altro semplice
regolamento. Riflettetevi. Io accetto il mandato. Poi, al momento in
cui io sarò pronto per metterlo in atto, verrò a reclamarlo, secondo
la formula che vi presenterò. Non temete nulla. Ma mettetemi al
sicuro. Noi siamo tutti complici. Noi abbiamo dunque lo stesso diritto
alla sicurezza e lo stesso dovere del silenzio. Perchè reclamate voi
la parte del lione e la facoltà esclusiva di potermi un giorno tradire
ed impiccare?

--Va, balordo, gli è di già troppo di chiacchiere per una semplice
ipotesi--cui ò proposta per scandagliare il tuo carattere ed il tuo
spirito.

--Zio, dite a Sua Eccellenza che la ringrazio; che le farò onore; che
sarò fedele e cavaliere; che il documento cui esigo non sarà giammai
una lettera di cambio, ma forse, un giorno, una semplice credenziale;
e ch'ella può lasciarmela con confidenza. I duchi di Balbek non
tradirono mai: voi lo sapete.

--Tu vuoi dunque collocarti a piacere nella gola del lione? Si subisce
il pericolo. Ma non se ne fa la sua aria respirabile, il suo pane
quotidiano. Va, rifletti a tua volta ed abbi la fortuna di riescire.
Dimentica il funzionario e sii il duca di Balbek. Una tanta bellezza!
venti anni?... Io andrei a farle la corte nel cratere del Vesuvio.


Due giorni dopo, il barone di Luci portava a re Taddeo IX la risposta
autografa di suo cugino, re Claudio III.

E l'_hallali_ risuonava nelle foreste!

L'_hallali_!




III.

Ove si apprende: che tutto è bene ciò che riesce bene.


La principessa Bianca, dicevano i cortigiani, è una Minerva, come se
ne veggono ancora le statue nei Musei. Suo padre l'aveva chiamata
Diana. Forse, ei sarebbe restato più nel vero se la si fosse
addimandata una Venere contadina!¹

  ¹ Non vi pare d'intravedere qui la regina Cristina di Spagna?
                                          (_N. dell'Editore_)

La statura s'innalzava un poco al di sopra della mezzana, ma bene
assisa sulle groppe e solidamente costrutta. Nell'insieme, svelta ed
armoniosa. Non si appiccava l'epiteto di piccino nè ai suoi piedi, nè
alle sue mani; ma le sue mani seducevano, i suoi piedi provocavano.

Io mi sono sempre dimandato perchè dei piedi graziosi, piccoli,
inarcati, elastici, provocassero, solleticassero. Che mi si parli
delle labbra, io lo comprendo. Delle labbra rosse, leggiermente umide,
a pelle fina, a palpitazione soave, a polpa attraente--delle labbra,
insomma, come quelle della principessa Bianca--sono un focolaio di
amore a getto continuo, che danno i brividi. Que' piccoli denti--che
debbono morsicchiare sì bene--sembrano una frangia tagliata in un
petalo di magnolia! Quegli occhi neri, grandi, lucenti, che vi
avviluppano e vi penetrano; che riverberano l'infinito; che rivelano
l'abisso; ove il piacere è re; ove l'amore è tiranno... appiccano
l'incendio dovunque si posano, la disperazione dovunque passano, fanno
paura se s'inalberano, uccidono se diventano languenti. Le
sopracciglia che li coprono scoppiettano scintille se si aggrottano.

La fronte di Bianca non è alta, ma levigata e candida e si perde nelle
onde infinite di una capigliatura nera e vellutata--che morde il
freno, lo rode ed irrompe--correndo dietro alle carezze della brezza
ed ai raggi del sole.

La sua fiera narice è crudele e voluttuosa, altera e provocatrice. Il
soffio che l'agita, in passando, è elettrico.

La vita, esuberante, lussuosa, irresistibile, inebriante, impetuosa,
esigente, scoppia da tutti i suoi lineamenti. Il color vivo delle sue
guance la rivela. Bianca invita al festino degli dei, che inizia alla
beatitudine, ma che uccide se vi vi si tuffa con abbandono. Chi non
vorrebbe morire su quel petto, la bocca applicata a quel collo serico
e bianco--il serpente dell'Eden?

Malgrado la vivacità e l'agilità della principessa, il suo portamento
era reale. La sua voce, un po' ruvida, commoveva. Il suo gesto, breve
e vivo, era eloquente. Il suo andare seduceva. Assisa, era volgare; in
piedi, imponeva; a cavallo, vi trasportava come una fanfara di guerra.
Negli addobbi comuni delle donne ella era triviale. Su di lei i
gioielli smorfiavano; il fiore appassiva; la _gaze_ si screpolava. Il
velluto, la seta la rimpicciolivano. Bisognava vederla nel suo costume
virile di amazzone per ammirarla nella sua apoteosi. Ella rivelava
l'androgenia dell'anima.

Nulla di più goffo se ella danzava. A ginocchio, un libro alla mano,
nella cappella, alla messa, era disperatamente ridicola e meschina. Un
bicchiere alla mano, a tavola, ella avrebbe fatto scoppiare Arianna di
gelosia.

Non pertanto, ella suonava bene il piano, il quale sotto la sua mano
potente scoppiettava come una frusta, scintillava, espettorava dei
suoni come colpi di pistola. Laonde ella non suonava mai sempre che
arie guerresche, inni spietati, sinfonie tempestose, finali gremiti di
antitesi ed orripilanti.

Il piacere che l'ubbriacava era la caccia. Nei castelli reali si
trovava un registro zeppo zeppo di più migliaia di pezzi di grosso
selvaggiume ucciso dalla principessa Bianca. Si erano bene astenuti
però d'iscrivervi altresì che ella aveva morti per sbaglio cinque o
sei picchieri e parecchi contadini e guardacaccia. Il sangue, compreso
il suo proprio, l'intimidiva poco.

Malgrado ciò, era sensibile alle lagrime, e gli atti generosi la
facevano singhiozzare. Un uomo ucciso la colpiva; un fiore appassito
l'inteneriva. Leggeva di raro; ma se prendeva un libro, era sempre un
poeta: Schiller, Byron, Hugo, Köerner, Zorillas... Sapeva tutte le
lingue.

Una principessa non è dessa una piuma, cui il vento deve un giorno
trasportare Dio sa su quale riva?

Il moto era per lei la vita; il riposo la spegneva. Aveva l'audacia di
un uomo; la volontà di bronzo... di una donna.

Eccola adesso sur un ginetto andaluso nei viali della foresta.

Quindici giorni di reclusione le davano il farnetico del movimento.

Il suo occhio si dilatava, le sue narici si gonfiavano, il suo seno si
apriva. I suoi colori, un istante impalliditi, rifluivano trionfanti.
La sua testa sfidava il nugoleto che si granulava di fulmine e
s'imbeveva di uragano. La sua voce scoppiava e balzava.

I suoi fratelli e gl'invitati a quella caccia erano restati indietro,
lontani, spauriti. I bracchieri, sperperati nella macchia, nei mille
sentieri della foresta.

Un solo cavaliere, il duca di Balbek, si teneva ai suoi fianchi,
attaccato al suo abito, gualcendo sovente la sua amazzone in quella
corsa scapigliata. I loro cavalli erano ebbri di demenza. Tutto è
fiamma intorno a loro: il pelo dei cavalli, i ferri dei piedi, gli
occhi dei padroni, l'aria del cielo... tutto tramanda scintille! Lo
spazio è un abisso: assorbe, attira, porta via, trasporta--dove Dio
mise dei piedi, esso attacca delle ali.

Ove van dessi? verso il limite illimitato: in niun luogo! Avanti! poi
avanti! avanti sempre!


Una frana a picco li ferma infine.

Bianca dà in un pazzo riso.

Il duca cava il suo cappello e saluta.

--Mica male!--sclama la principessa. Per un primo saggio ve la siete
tirata bene. Promettete qualcosa.

--Non sono io l'ombra?--rispose il duca. Il corpo mi trasporta
nell'orbita sua. Ove è il merito che Vostra Altezza mi fa l'onore di
rilevare?

--Ritorniamo. La bufera bufonchia. Se il nuvolo crepa voi andrete a
pigliare un cimorro; ne ò paura!

--Altezza, io non mi incatarro che al lume dei doppieri.

--In questo caso non vi accimorrerete mai al mio seguito. Voi non
andate dunque mai al ballo, voi? mai allo spettacolo?

--O' bisogno di ben foderarmi di flanelle, se par avventura sono
obbligato di andarvi.

Rivennero su i loro passi e traversarono i cedui.

Era la fine di maggio. La natura fremeva ancora del suo immenso andare
in amore--ciò che si armonizzava completamente con l'espressione di
aspettativa appassionata cui la giovane coppia portava negli sguardi.

Camminavano adesso fianco a fianco, a passo lento, in silenzio. E'
cercavano forse un finale spontaneo, che perdesse quell'impronta _per
ordine_, cui l'una aveva compreso nelle parole di suo padre, l'altro
in quelle di suo zio. Il corpo era stanco della corsa sfrenata;
l'anima dominava. All'agitazione tumultuosa succedeva il meditare
ondulante. Galleggiavano nel vago.

La natura cantava sotto gli abbracciari del sole che divenivano più
incalzanti. La cervia, sbalordita dal rumore cui la caccia spandeva
lontano, si ritirava nei suoi folti appartati. Il caprioletto
saltellava intorno ai cavalli. Il daino bramiva.

La caccia del giorno era ai lepri, ai conigli, agli uccelli, di cui si
compiè un'abbattagione.

La volpe, cauta e curiosa, si teneva in distanza, l'occhio al fucile
che pendeva dall'arcione di Bianca ed alla carabina che riposava sulla
coscia del duca. Su i picchi delle roccie lontane, il lupo, assiso
sulle sue lacche, faceva sentinella, inquieto ma grave, portando le
sue orecchie puntute verso tutte le direzioni delle brezze che
stuzzicavano l'aere sonnolento. Nel profondo dei boschi si udiva il
grugnare sordo del quarteruolo e del vecchio solitario, che meditavano
un'irruzione subdola, ma non osavano rischiarla.

Che gaiezza poi nei rami! Che cinguettìo, che garrito, che gorgheggi,
che saltellare, che strepito di ali, che beccheggiare, che lascivia!
Che negghianza negli uni, che inquietudini per la casa negli altri!
Che spanto di pietre preziose negli occhi, nelle ali, nelle goliere,
nei ciuffetti, nei pennacchi! Quei fiori dell'aria si abbandonavano ad
un baccanale sfrenato. Quei piccoli bellimbusti tormentavano la
quercia grave e screpolata dal fulmine, l'acero che protesta, l'elce
che si stecchisce, l'olmo che cede, l'abete che si dondola realmente,
il pino che se ne burla, l'agrifoglio che dà la berta, il biancospino
che ride in mancanza di meglio, il ginepro, il cipresso, il larice, il
tasso, che vanno in bestia. Quegli audacelli pigiavano sopra tutti;
facevan peggio che salivare sulla faccia di quegli esseri secolari e
serii, i quali, incappellati come i Grandi di Spagna innanzi al re,
portavano il capo alto innanzi agli aquiloni.

Un olezzo indefinito si spandeva nell'aria e la saturava. Esso si
esalava di dovunque: dalle thuye, che si schieravano in battaglia
intorno ai grandi alberi; dai budleya ai grappoli di fiori azzurri;
dalle piccole deutzie al loro nevigato di fiori di argento;
dagl'indigoferi che sparpagliavano i loro getti di porpora, dai _rhus_
che lasciavan folleggiare i venti lascivi nella loro bionde
capigliature inanellate; dai _vitex_ che innalzavano le loro lunghe
spighe di fiori cilestri. Che irradiamento animato! Che invasione di
vita! I viali ombreggiati, cui la principessa Bianca ed il suo
cavaliere traversavano, sembravano degli squarci in un mare di
smeraldo. La foresta era una sirena.

La natura fondeva i colori, i profumi, le voci, le scintille, i
sentimenti ed i gradi.

Si aspettava Bianca ed il duca per asciolvere e tornare al castello.

Si era ucciso una montagna di lepri, di conigli, di palombi, di merli,
qualche riccio, qualche istrice, qualche scoiattolo, molti fagiani. Si
era ucciso per uccidere. Imperciocchè tutto ciò, in quella stagione,
non valeva nulla. Non era la caccia, era l'assassinio. Quanti amori
interrotti? Quanti orfani condannati a perire?

Bianca non aveva scaricato il suo fucile. Ella non era venuta per dar
mano a quel massacro, ma per bagnarsi nell'aria aperta, dopo una
settimana di città e di castello. Le sue guance, del resto,
rifiorivano: la si vedeva di nuovo vivace e splendida.


L'indomani ella ricominciò. L'aveva ordinato il medico--e la
principessa rispettava la scienza! Poi, il giorno dopo, e poi i giorni
seguenti.

Il duca di Balbek l'accompagnava sempre.

Ed io mi penso che l'uomo cominciava a soppiantare il funzionario.

Gli staffieri ed i bracchieri, che li seguivano in distanza, li
smarrivano talvolta nel laberinto dei folti e nei sentieri della
foresta, cui gli stessi guardacaccia visitavano di raro.

La coppia fortunata cominciava per un galoppo vertiginoso, e quando si
trovava immersa, sola, nella solitudine discreta, nei siti ove la
natura libera si lasciava andare alla sua deboscia di creazione,
rallentava il passo e scambiava qualche proposito.

La parola era misurata: lo sguardo indiscreto.

Poi, tutto di un tratto, Bianca partiva come un lampo, o faceva
inalberare il suo cavallo sul suo compagno, e rideva; o si lanciava
nelle terre paludose per inzaccherare il suo cavaliere--il quale si
spaventava se la vedeva affondare.

E quanti accidenti in quelle scappatucce!

Ieri, l'era l'amazzone--che, appiccata ad un arbusto, aveva scoverto
una gamba ammirabile! Oggi, l'è una bigonia che la spettina e le
scioglie le trecce, cui bisogna dar opera a rannodare. Talvolta, era
una robinia che le strappava la frusta dei suoi artigli rosati.
Tal'altra, una betulla che le solcava il viso, e bisognava
rinfrescarlo con una pezzuola intrisa nell'acqua.

--Che punto di vista magnifico. Voi non lo ammirate, voi?

--Altezza, io trovo che la natura è sciocca in tutte le sue
manifestazioni, eccetto...

--Eccetto?

--La donna.

--Voglio arrampicarmi su quelle roccie, ove potrò trovare un nido di
sparviero. Aiutatemi a smontare.

Ed il duca la riceveva sul suo petto.

--Aiutatemi adesso a rimontare a cavallo.

Ed il duca la prendeva nelle sue braccia, adagiava il di lei piede
nella staffa, aggiustava, o disordinava l'amazzone.

--Oh! come quella glycina bleu è bella ed olezza bene! Andate a
cogliermela.

Ed il duca correva, e le cacciava poi dentro al busto il grappolo del
fiore colto.

--To'! quel filo di ruscelletto mi dà sete.

Ed il duca le prestava la sua spalla per saltar di cavallo. Ed ella
toglieva i guanti, si stendeva lunga lunga alla ripa del rivolo,
attingeva l'acqua nel cavo delle sue palme, beveva, si refrigerava il
sembiante e...

--Bravo! ò perduto la mia pezzuola. Prestatemi la vostra, duca.

E poi a galoppare di nuovo. E dei motti interrotti: e degli
impallidimenti subiti; e dei brividi indiscreti ad un tatto
accidentale; ed un respirare oppresso e bruciante, quando si era di
troppo vicini; e dei languori traditori, delle risposte vaghe, degli
sguardi petulanti, delle reticenze eloquenti!!!

Una settimana sorvolò così.

Quanto cammino compiuto, ma quanta distanza ancora!

Non pertanto, il vaso si empiva, l'acqua saliva sempre e sempre, ad
ogni passeggiata, ad ogni costa, in tutti gli angiporti della foresta
ove si scambiava una occhiata, una parola. L'acqua saliva e saliva--ma
gocciola a gocciola.

Una gocciola ancora!

Tuttavia, non mai un motto galante, non mai un'allusione. La parola
sarebbe stato un delitto di lesa maestà, poichè la situazione era sì
augusta.

L'amore non è parlamentare.

Gli antenati di S. M. Claudio III erano stati cacciatori.

La loro capitale era circondata di residenze di caccia l'una più bella
dell'altra. Ve n'era una dozzina, tutte ricche di cacciagioni,
pittoresche, confortevoli, deliziose. Era la sola cosa che fosse reale
nella dinastia e nel regno!

Oltre quelle foreste, quei parchi, quei palazzi di caccia vicino alla
città, ve n'erano poi altri più lontani, altri al centro stesso della
contrada. Vi si facevano dei viaggi, e vi si restava delle settimane.


Un mattino, la principessa Bianca fu presa da un desiderio imprevisto
di andare a cacciare i piccioni in quella bella residenza di Lacerta,
che è la Versailles di re Claudio.

Bianca ed il suo cavaliere salirono in sedia di posta e vi arrivarono
alle nove.

Due ore di viaggio, l'uno in faccia all'altra!

Si parlò poco.

L'occhio sembrava carico di procella. Chi sa se oggi non si darà
battaglia!

Ma presto, in sella. Il sole carica: i suoi raggi sferzano; maggio
spira. In via. Si servirà l'asciolvere nello _châlet_, ove re Zebulone
IV cucinava i suoi _salmis_, confezionava le sue appetitose
_gibelottes_. Che si attenda quivi. Avanti... avanti!

Ed il galoppo furibondo e scarmigliato cominciava.

Chi potrebbe seguire Bianca, che sembra pigliare le ali!

Ella s'ingolfa nel macchione; traversa le chiarelle, ove il duca la
rivede, e galoppa al suo seguito. Volge a sinistra; sale sur un poggio
e si ferma in una crocevia che rassomiglia alla rosa dei venti. Il
duca la raggiunge. Ella s'immette in un sentiero coverto e sbocca in
una specie di valle magica.

L'ombra di un pino, come un obelisco, segnava mezzodì sur una roccia.

In mezzo a quel guazzabuglio di pini, di cedri, di abeti, di
criptomerie che si rizzano svelte e spigliate come colonne, si sarebbe
creduto trovarsi nella moschea di Cordova--di cui si è fatta una
cattedrale! Il sole, a traverso i rami, zebbrava il suolo di rabeschi
fantastici. La mandevillea, dai grossi mazzi di fiori bianchi che
olezzano il gelsomino, invadeva quelle colonne. La phylophora, dai
pampani lucenti, circondava le loro basi e si slanciava in pergole. La
maurandia, dai fiori purpurei, ed il phoseolus, dai fiori rosei
carichi di profumo, spiegavano le loro cortine. Un ruscello
accompagnava della sua sordina i gorgheggi dei rosignuoli, le
improvvisazioni alla diavola di una folla di piccoli uccelli che si
apparecchiavano a fare la loro siesta. Il suolo era tappezzato di una
giovane felce tenera e fresca.

--Quest'alfana mi à stanca--sclamò Bianca.--Vorrei riposarmi un
istante e dar la caccia alle farfalle, alle sponde di quell'acqua.

Il duca le porse il braccio. Ella si lasciò cadere in braccia a
lui--tanto sembrava affaticata! Si assise sur un cespo di erbe, ed il
duca legò i cavalli ad un albero.

Il silenzio della voce umana era completo. Il brulichìo indistinto
della natura era un narcotico. Sul loro capo, le tortorelle, poco
pudiche e poco intimorite, ricambiavano dei lunghi, lunghi baci. La
freschezza soave ed imbalsamata insinuava il languore.

Il duca si assise a fianco di Bianca.

Ella impallidì.

La sua respirazione divenne a balzi. Le sue labbra si scolorarono. Le
sue narici si dilatarono. I suoi occhi si velarono come il cielo negli
istanti che precedono la bufera. Sembrava accasciarsi. Il sonno la
guadagnava. Avrebbe voluto levarsi; ma quello sforzo la ravvicinò al
duca, che si era collocato ad una certa distanza, discreto.

--Il mio ducato per un tappeto!--sclamò costui di una voce velata.

Bianca sorrise.

La di lei testa s'inchinò sulla spalla di Balbek, che si abbassò.

Gli aliti si confusero. Gli occhi si chiusero. I capelli dell'una
sfioravano il viso dell'altro....

Come ciò avvenne? Per quale contorsione di collo ebbe ciò luogo? Nol
so. Ma la bocca dell'uno si trovò contro la bocca dell'altra.

Bianca dormiva.

Le loro labbra tremolarono. Un rumore sordo, come una foglia di rosa
che si squarci, ne seguì. Quelle due bocche restarono così a ricamare,
per tutto il tempo che l'assopimento di Bianca durò.

Infine, ella si svegliò in sussulto e gridò:

--Guarda! io ò dunque dormito?

--Altezza, sì--e profondissimamente ancora!

--Fa sì caldo! si sogna in piedi. Ed io credo di aver sognato...

--Delle cose spaventevoli, Altezza?

--Non so. Siete voi poeta, duca?

--Che! vi sarebbero ancora dei poeti, dopo che non vi sono più delle
Margherite di Scozia?

--Come! Vi sarebbero ancora degli Alain Chartier, che meritino di
essere baciati sulla bocca dalle principesse... attempatelle?

--Io credo, Altezza, che qualunque uomo che dica ad una donna: Io
t'amo! sia più poeta di messer Dante e di lord Byron, e meriti questa
ricompensa. Del resto, ogni poesia non è che un ribiascico di questa
strofa divina.

--L'avete voi mai cantata codesta strofa, duca!

--Io non l'aveva cantata ancora.

La principessa si alzò di un lancio e risalì a cavallo, appoggiandosi
appena al braccio del duca.

Ella tirò un colpo di fucile e partì al galoppo.

Arrivata al crocicchio, Bianca tirò un altro colpo ed ordinò a Balbek
di fare altrettanto. Poco dopo uno dei bracchieri comparve
all'estremità di un viale.

La principessa entrò in un sentiero, al passo, ed il bracchiere la
raggiunse.

Si seguì quella via.

Il silenzio era completo.

Bianca sembrava offesa; il duca affranto. E camminava dietro,
apostrofando il suo cavallo.

Quella parte della foresta era scura e bassa. Delle roccie bianche,
seminate qua e là, le davano l'aria di un carnaio di giganti, che
avrebbero lasciato quivi delle ossa senza espressione. Il suolo era
dell'ocra rossa. Dei serpenti solcavano le sabbie del sentiero. Delle
gazzere davan la berta ai cavalieri e cominciavano una chiacchierata
poco animata con uno stuolo di cornacchie in sentinella all'apice di
un masso. Un pugno di piche si cacciò nella partita ed ingarbugliò la
conversazione.

--Mastro Alain Chartier in prosa, capite voi ciò che quelli amabili
piumiferi ci vogliono dire?

--Altezza, io m'immagino che quelle bestie irriverenti si burlino un
poco del prossimo.

--Davvero! E che dicon esse dunque?

--Semplicemente questo: Oh! come il duca è brutto! oh! come la
principessa è sirena!

--E voi non mandate loro una carica di piombo?

--Magari no! Quelle spiritose bestie ànno ragione.

Si volse a sinistra, ed un quadro maraviglioso si presentò ai loro
sguardi.

Il viale metteva capo al lembo di un burrone. Di fronte, si rizzava
altissimo uno scoglio rossastro a foggia di mitra, sormontato da un
picco, come il corno dei dogi di Venezia. Un torrente scendeva ad
infrangersi contro quel corno, e l'acqua, così respinta, si gettava in
due nappi, a destra ed a sinistra, formando due cascate, che
ricadevano da una altezza di cento piedi in una valle, e si riunivano.
La parabola che descrivevano quelle due cascate formava come due archi
che fiancheggiavano la roccia, e le due tese d'acqua rassomigliavano a
due anse di un'anfora--un'anfora alla forma di una mitra episcopale.
Un vapore di polvere di diamanti la covriva. Il sole l'animava e ne
faceva un nembo d'iride.

Il Cristo, sul Tabor, ebbe a trasfigurarsi così.

--Oh! come è bello!--sclamò il duca, guardando il viso di Bianca, e
per conseguenza volgendo le spalle alle cascate.

Bianca partì in uno scroscio di riso e disse:

--Piede a terra, allora, mastro Alain.

Lo staffiere prese i cavalli. La principessa si appoggiò al braccio
del duca, e cominciò a discendere il burrone.

--Aprite dunque il vostro paracqua--diss'ella;--noi andiamo...

--A traversare il mar Rosso a piede secco, ma al capo
innondato--soggiunse il duca.

Passarono infatti sotto la parabola della cascata, a destra, avendo
sulla testa quella vôlta di cristallo soffusa di luce. Salirono
qualche scaglione tagliato nella roccia, poi entrarono sotto una
specie di galleria che forava il masso di lungo a lungo.

Quando furono al centro, si trovarono in una camera pellicciata di
quercia. Un ovale, chiuso da un doppio cristallo, sporgendo sur una
piccola piattaforma, rischiarava il luogo. L'ovale aprivasi in fronte
alla roccia e dominava tutta la vallea percorsa dal torrente--il quale
ricadeva in piccola cascata fino all'immenso bacino del parco, innanzi
al castello. Dalle due porte aperte, a destra ed a manca, vedevansi le
cortine di acqua delle due cascate.

Il sole del pomeriggio rischiarava la stanza. Il rumore della caduta
d'acqua era ammortito. I giuochi di luce, di faccia e di lato,
producevano dei bagliori magici, in mezzo alle _cannas indicas_ dalle
larghe foglie, dai fiori gialli e scarlatti che ostruivano un poco
l'entrata della vôlta, e le cobee e le campanule che sbocciavano
intorno all'ovale.

--Signor duca di Balbek--parlò la principessa Bianca, con una dignità
tragica, che faceva fremere la deliziosa pelugine del suo labbro
superiore;--io v'invito a colazione dopo domani, qui, con me; una
colazione di due uova, che voi porterete nelle vostre saccocce, e di
quattro biscotti, che io caccerò nelle mie.

--Mille grazie, Altezza. E che il buon Dio sia assai clemente e
grazioso per mandarci del _dessert_ dalla sua tavola.

--Voi siete un ghiottoncello, signor duca!...


La colazione ebbe luogo.

E due settimane dopo, fu celebrato il matrimonio della principessa
Bianca con sua maestà Taddeo IX--rappresentato dal marchese delle
Antilles.




IV.

Ove si vede che chi comanda non suda.


Cinque anni sono scorsi dall'asciolvere della principessa Bianca col
duca di Balbek nella galleria delle due cascate.

Grandi avvenimenti sono occorsi.

Claudio III è morto.

Il duca di Balbek è ambasciatore di suo figlio, re Comodo V, presso la
Corte delle Tuileries¹.

  ¹ Scommettiamo che qui si tratta di Ferdinando II di Napoli,
    fratello di Cristina.
                                       (_Nota dell'Editore_)

La principessa Bianca à sposato re Taddeo IX, il cui regno à subito
gravi prove.

Il principe Alessandro di Lavandall è sempre incaricato
dall'imperatore Nicola di quelle funzioni misteriose che toccavano al
mondo dei saloni di Parigi, alla polizia politica ed all'alto intrigo
diplomatico. E' scriveva sempre allo czar di quei ghiotti spacci, cui
Federico II, Caterina II, Luigi XVIII gustavano con tanto appetito--la
_petite presse_ all'uso delle teste coronate!

Un mattino dell'anno.... non mi ricordo bene la data. Ma M. Guizot era
ministro, ovvero M. Thiers--uno, insomma, dei due grandi piloti che
condussero la dinastia di Orléans al di là della Manica! Un mattino,
dunque, di questo ricordevole anno, il principe di Lavandall
passeggiava nella sua sala d'armi.

Erano le nove del mattino.

Egli aveva fatto due ore di ginnastica alla spada col suo maestro
d'armi, ed in quel momento percorreva in lungo ed in largo la sala,
per dare l'ultimo acume a quell'appetito della colazione sì ben
preparato dalla scherma. Un monte di giornali, più o meno sberleffatti
da una matita rossa, giacevano sur un divano, e due o tre altri sur
una seggiola, marcati all'inchiostro nero e postillati.

Il principe era avvolto in una vesta da camera di _cachemire_ grigio,
e si baloccava colla cordella turchina che l'azzeccava alla vita. Era
distratto e camminava a gran passi, borbottando qualche cosa. Poi
tuffava le mani nelle sue grandi tasche e ne tirava fuori, per la
terza volta, un dispaccio, cui leggeva facendo dei musoni singolari,
sclamando con dispetto:

--Sì, sì, vi ci vorrei ben vedere, voi signor conte di Nesselrode! Gli
è facile dar degli ordini, i piedi stesi sugli alari del camino...

E soggiungeva altra roba, forse meno riverente pel suo ministro, cui
perciò appunto non articolava chiaro, e che restava in istato di
ringhio indistinto.

In quel momento, un domestico annunziò il signor conte Sergio di
Linsac.

Il principe fece un segno della testa, ed il signor di Linsac entrò.

Non era avariato di molto, dopo l'assassinio di Regina. Sarebbe forse
perchè il rimorso non è ruggine che rode alla superficie, ma trivella
che fora in dentro?

Vi sono dei dolori che sono una maschera; altri che sono un'anima.

Per espiare il sospetto--di cui aveva vituperata Regina--il signor di
Linsac si era forse imposto il bazzicare intorno al principe di
Lavandall. Il principe, dal lato suo, onde risarcirlo in qualche modo,
gli aveva procurato una sovvenzione annua di 30,000 franchi dalla
Russia, per il suo giornale _Les Deux Europes_: perocchè vi sono dei
rimorsi gentiluomini.

Il fatto è, che il demone dell'ambizione aveva acciuffato M. di
Linsac, e che egli voleva arrivare ad ogni costo, arrivare a tutto.

La fortuna del signor Thiers lo aveva abbarbagliato. Voleva dunque
esser deputato, pari, ministro, ambasciatore, tutto ciò che la sua
ardente immaginazione di romanziere gli pingeva come una sorgente di
ricchezza e di piaceri. Si era gittato perciò a corpo perduto nel
giornalismo conservatore.

Il signor Guizot lo pagava e sprezzava largamente. Si serviva dello
stile pomposo e vuoto, della coscienza senza fede, del cuore senza
principii di questa spugna politica, per coltivare la parte più
ignominiosa della sua politica secreta. Era però pronto sempre a
spezzarlo, se la necessità lo imponeva, dicendogli: Vi ò pagato per
codesto!

Come il principe di Lavandall, il signor di Linsac è adesso un po'
calvo sul vertice della fronte, cui le rughe delle cure, delle brame,
dell'ambizione, dei disinganni invadevano. Come il principe, egli à
preso quel certo impinguare, cui danno l'età, il comodo, un poco di
pigrizia, la vita molle, le amiche rinnovellate a punto--da tenere il
desiderio in piedi senza la pena degli stimolanti, cui la calma dei
sensi e la saturazione dei piaceri spiegano. Come il principe, egli
aveva acquistato quella pallidezza che segue al serio del
pensiero--quella pallidezza sana che indica il lavoro dell'anima, non
quella pallidezza mordace che ne indica la combustione e la rovina.
Come il principe, egli aveva l'occhio spento, il labbro inferiore un
po' abbattuto, qualche grinza intorno agli occhi, la barba
rasa--tranne i baffi--i movimenti gravi.

L'uno e l'altro portavano la testa alta, guardavan dritto innanzi a
loro, ascoltavano bene, stavano in guardia, parlando. Come il
principe, il signor di Linsac scherza col sorriso--quello spasimo che
implica nelle sue pieghe Dio e Satana--le due metà, o piuttosto le due
facce del Tutto.

Entrambi sono graziosi e falsi, seducenti e perfidi, pensan nero e
dicon rosa--ciò che non li impedisce di esser generosi, sempre
gentiluomini--anche nel vizio--sempre eleganti. Entrambi infine odiano
profondamente, squisitamente--ed odian forse lo stesso uomo:
l'assassino vero di Regina! Ed entrambi dissimulano quell'odio con la
precauzione sinistra di una donna di trent'anni, cui si derubò del suo
amore.

Per gl'Iddii! pazienza, mio principe; pazienza, mio Proteo! il dottor
di Nubo non à forse neppure sessant'anni!


A quest'ora il signor di Linsac veniva a dimandare la sua parola
d'ordine, per non so quale polemica cui aveva impegnata in favore
della Gallizia e di Cracovia.

--Arrivate a proposito, signor di Linsac--disse il principe. O'
qualche cosa a chiedervi. So che posso contare sulla vostra
discrezione.

--Lo potete, principe mio. Ma voi sapete altresì che io amo poco le
confidenze, le quali sono come le macchie di olio: si spandono e si
tradiscono sempre da sè sole!

--Non temete nulla. Non è mica una confidenza che io vi fo; è un
consulto che vi dimando. Non siete voi ancora romanziere, fra linea e
linea, bordeggiando fra il diplomatico dell'avvenire ed il pubblicista
di oggidì? Ma, da prima, prendete quei due giornali su quella sedia.
Leggerete ciò che è segnato all'inchiostro. Vi risponderete,
aggiungendo: che, quantunque dato dal _Journal Français de Francfort_
e dalla _Gazzetta d'Augsbourg_, voi avreste della pena a credere a
quelle notizie, se, trattandosi di una perfidia, la mano del principe
di Metternich non vi fosse mischiata.

--Quel caro principe! m'à fatto rispondere al mio ultimo articolo dal
signor di Gentz: che per lo innanzi, la Russia aveva dei giornalisti
assassini--i quali uccidevano una reputazione--e che adesso la assolda
dei facchini--i quali marciano pesanti nella melma ed inzaccherano le
genti.

--E voi avete risposto?

--Che non s'inzacchera l'oro. E tutte le Corti d'Europa sanno che il
principe di Metternich non è che un luigi di oro!

--Alessandro ne sapeva qualcosa. Napoleone ed il re di Napoli essi
pure. Vada! Voi passerete in seguito dal mio segretario, il quale vi
darà un embrione di articolo, cui ricamerete in guisa da non vedervisi
che scintille; in sostanza, nè cane nè lupo. Debbo dirvi, a questo
proposito, che si è contenti di voi, e che lo Czar legge i vostri
articoli. La vostra pensione sarà aumentata.

Il signor di Linsac s'inchinò.

Il principe continuò:

--Vi associo ora alla soluzione di un problema, cui il conte di
Nesselrode mi propone, o, meglio, cui il nostro ambasciatore a Roma à
posto.

--Diavolo! Ed io che sono così smilzo matematico!--sclamò Sergio,
sorridendo.

--Ed io dunque?--riprese il principe. Ma insomma, il problema dato,
bisogna pure risolverlo. Ecco di che si tratta. L'ambasciatore
d'Austria a Roma possiede, non so come, tre documenti, di un valore
incalcolabile, cui la Corte di Torino vorrebbe avere. E' sembra si
riferiscano al modo con cui Carlo Alberto arrivò al trono, a
detrimento del duca di Modena. L'ambasciadore di Sardegna a
Pietroburgo à interessato lo Czar all'acquisto di quelle carte, e Sua
Maestà Imperiale ne à incaricato il suo ambasciadore a Roma. Voi
vedete chiara la cosa, n'è vero?

--Perfettamente.

--Bene. Ora, come vi condurreste voi per ottenere quei documenti? Per
alcuna considerazione al mondo, l'ambasciadore d'Austria non vorrebbe
disfarsene.

--Ma! se egli non vuole darli, io non veggo che un mezzo:
pigliarglieli.

--Alto là, signore!--sclamò il principe aggrottando. Cedesti
procedimenti sono buoni per quei governi di mascalzoni che voi
chiamate _parlamentari_, e per quei ministri saltimbanchi che vanno a
farsi assolvere delle loro stoltezze e delle loro infamie da quella
masnada d'idioti cui voi addimandate una maggioranza. Maggioranza!
Poffardio! come se in questo mondo la scienza, la probità, l'onore
fossero la dote del più gran numero, e l'imbecillità una anomalia
minima! I piedi valgono dunque meglio della testa, perchè son due,
mentre la testa è sola?

--Cosa volete, principe mio,--sclamò Linsac sorridendo,--quei
gnoccoloni di Inglesi ci ànno importato ciò... con la scienza
abbominevole del _confortable_, il libero cambio, la vita a buon
patto, ed il _beefsteak saignant_.

--Voi avete mal capito l'Inghilterra. Colà, la maggioranza non è, in
sostanza, che la minoranza. Vi à dunque tanta gente che possa spendere
250,000 franchi per cavarsi il solletico di andare a gridare per sei
mesi, durante cinque anni--se non arrivano accidenti--in un bazar di
coscienze? Ma infine, se appo di voi involar delle carte può essere
scusato da ciò che voi chiamate ragione di Stato, in quella Corte
autocratica, che i vostri giornali dell'opposizione calunniano ogni
mattino, da quel despota di tutte le Russie, di cui i vostri mariuoli
a penna di acciaio fanno un tiranno da tragedia, un atto simile
sarebbe ricompensato dello _knout_ e dei lavori forzati nelle miniere
dell'Ural. Scartate dunque codesto mezzo.

--Allora, principe mio, è mestieri comprar quelle carte a
quell'ambasciadore.

--Per lui, valgono dei milioni.

--Se non si tratta che di codesto, la soluzione è bella e trovata.

--In che modo?

--Ma! l'è una legge economica semplicissima che vi indica il vostro
metodo.

--Spiegatevi.

--Ecco qui. Ora, voi avete bisogno di comprare e l'ambasciatore non
vuol vendere. Egli mantiene, per conseguenza, il prezzo alto. Bisogna
dunque creare un insieme di circostanze, mediante le quali voi mettete
l'ambasciatore nella necessità di vendere. È chiaro.

--Per bacco! l'è vero codesto. L'uovo di Colombo rappresenterà sempre
la sua parte!

--Eh! mio Dio, sì, principe. E...

La conversazione fu interrotta dall'entrata precipitosa di un
domestico che rimise al principe una carta di visita.

--All'istante--sclamò il principe. M. di Linsac ò bisogno di parlarvi.
Vogliate aspettarmi o ritornare fra due ore.

--Ritornerò, principe--disse Sergio, salutando ed uscendo.

Il principe di Lavandall entrò nella sua camera per indossare una
redingote, poi si recò al salone.

Aveva letto sulla carta di visita: _Le prince de Thébes_!¹.

  ¹ Non si tratterebbe desso di D. Carlos, fratello di Ferdinando VII?
                                           (_N. dell'Editore_)

Era dunque il fratello di S. M. Taddeo IX che lo aspettava.


Il principe di Tebe aveva una figura atroce--ciò che non significa
assolutamente una figura laida. Era verde come un pappagallo; ne aveva
l'aria maliziosa. I suoi occhi erano grandi; ma il suo sguardo feroce.
Le sue labbra erano rosse; ma desse svelavano gli istinti degli
animali carnivori. La sua bocca era piccola, bella, voluttuosa; ma se
ne paventava il morsicare più che il bacio. I suoi capelli erano neri;
ma si rizzavano come stecchi da per tutto e sfidavano le leggi del
pettine. Le sue mani erano piccoline; ma si aggrinzavano in uno stato
di agitazione perenne: lo si sarebbe detto un cavaliere d'industria!
La sua taglia era pieghevole e fina; ma teneva meno dell'ondulazione
graziosa della donna, che dello slancio della pantera. La sua fronte
era alta; ma poi indietreggiava bruscamente come quella degli animali
della razza felina. La sua statura era piccola; ma il suo portamento
era così altero che ne imponeva come un gigante.

Guai a chi si fidava alla dolcezza della sua voce, alle carezze della
sua parola, all'eleganza de' suoi gesti, alla gentilezza delle sue
maniere, all'assicuranza del suo attaccamento, alle melodie del suo
amore e della sua amicizia! Il principe di Tebe era Tartufe soppannato
da Cartouche--un duca d'Alba azzimato in Wilberforce! Lo si poteva
paragonare a quei bei guanti cui faceva preparare Caterina dei Medici:
mortali per chi li metteva! o a quelle lettere di amore che inviavano
certe patrizie italiane del XVI secolo: che avvelenavano gli sgraziati
che le aprivano!

Quante storie non si raccontavano sugli amori del principe di Tebe,
tutti terminati con l'assassinio?

Gli è vero, però, che erano i gesuiti i quali mettevano in
circolazione tutto codesto.

Il principe di Tebe, steso sur un canapè, contemplava, la voluttà
negli occhi, un _martirio di S. Sebastiano_ di Annibale Caracci,
quando il principe di Lavandall gli si avvicinò e gli disse:

--Dimando mille scuse a Vostra Altezza Reale se ò avuta la sfortuna di
farla aspettare. Mi trovavo nella mia sala d'armi...

--Non importa--interruppe il principe di Tebe.

--Perchè Vostra Altezza, d'altronde, non mi à fatto l'onore di
chiamarmi presso di sè?

--Perchè io sono in un albergo,--e la camere d'albergo ànno tutte
delle orecchie. Ora, io ò a parlare con voi di cose che, anche in
questo vasto salone, esito a comunicarvi.

--Vostra Altezza può favellare senza tema. Nonpertanto, se Vostra
Altezza desidera intrattenersi meco in un gabinetto più solitario ed
appartato, avrò l'onore di mostrarle il cammino.

--Sì: credo che ciò sia meglio. Quando si vuol essere un po' sicuri
del silenzio, meglio vale veder le parole palpitare sulle labbra anzi
che udirle.

Il principe di Lavandall si alzò e condusse il fratello del re Taddeo
in un gabinetto che sporgeva sul giardino, vicino al suo gabinetto di
lavoro--ove egli si ritirava per redigere i suoi dispacci particolari
allo Czar.

L'era una stanzuccia ottagona, tappezzata di lampasso verde, guarnita
di una biblioteca, con un divano comodissimo per meditare, due
seggioloni e quattro quadri: i ritratti di Nicola e della czarina a
mezzo busto, un'_Anima_ di Scheffer, ed un clown impiedi innanzi ad un
piccolo cadavere, di quell'Hamlet della pittura che chiamasi
Delacroix.

Il principe di Tebe si allungò sul divano, fece segno al signor di
Lavandall di sedersi rimpetto a lui e disse, dopo qualche minuto di
silenzio:

--Arrivo dalla Russia.

--Lo so, monsignore, io vi aspettava.

--Il conte di Nesselrode vi à scritto, allora, di che si tratta.

--O' ricevuta la lettera del Gran Cancelliere questa mattina stessa.

--Sì. Gli avevo detto che mi sarei trattenuto qualche giorno a Vienna.
Ma, dopo un abboccamento col signor di Metternich, l'impazienza mi à
soverchiato, e sono partito la notte stessa.

--Il Cancelliere austriaco parteciperebbe anch'egli ai segreti di
Vostra Altezza?

--Oh! no. Egli li avrebbe venduti.

--Sono ai vostri ordini, monsignore. Ma non nascondo a V. A. che
l'intrapresa è arduissima.

--Lo so anch'io.

--Tanto più che non si è neppur sicuri che quelle carte esistano
ancora.

--Ciò è certo: esse esistono.

--Sarei indiscreto se domandassi a V. A. come ella ne ebbe la
rivelazione!

--Per il mezzo lo più sicuro: dal padre d'Ebro, confessore di mio
fratello.

--Possibile?

--L'è così. Io vado a raccontarvi tutto; ma procediamo con ordine.




V.

Il seguito della colazione di Bianca e di Balbek.


--Io pass'oltre a tutto ciò che i gazzettieri àn raccontato di questa
storia nei libelli e nei giornali--favellò Tebe. Voi avete dovuto
leggere tutto codesto.

--L'ò letto, Altezza.

--Allora voi saprete che tra mio fratello e me fuvvi mai sempre la più
cattiva intelligenza. Sarebbe perchè mia madre, quando era incinta di
mio fratello, si annoiava dei sermoni di un gesuita, e quando era
incinta di me, si divertiva con un ciambellano saltimbanco? Dio lo sa.
Il fatto è, che mio fratello non à saputo mai tollerarmi.

--Tutti i gabinetti di Europa non ignorano codesto.

--Bene. A ciò si aggiunsero le insinuazioni dei confessori e dei
cortigiani. Sua Maestà si lamentava di un'indigestione? io l'aveva
avvelenata! Sua Maestà aveva mal dormito? gli è ch'ella aveva creduto
vedere l'ombra mia tra il muro e le cortine del letto! Le truppe di S.
M. erano state battute? io aveva comunicato i piani strategici al
nemico! I sudditi di S. M. si querelavano del suo malgoverno? ero io
che li ammutinava. I figli di S. M. erano morti? era io che aveva
dovuto soffiare su di loro il germe della morte! Infine, se S. M. non
poteva più avere dei figliuoli, l'era io che lo aveva fatto sfinire da
una ganza al mio servizio. Breve: io era il dio Siva del regno e del
re Taddeo. Io metteva paura alla gente in cocolla e in livrea, che mi
aveva tanto oltraggiato--e sapeva che io mi sovveniva e che non avrei
mai perdonato. Bisognava dunque cacciarmi da parte ad ogni costo. E
s'inspirò al re l'idea di un nuovo matrimonio.

--Ma, se Sua Maestà non aveva più prole!

--Sì, e perciò appunto si decisero a quelle nuove nozze. Ma la gente
che commetteva questo misfatto non era mica di quella che si ferma a
mezzo cammino. Da quando in poi, del resto, è stato necessario di fare
i suoi propri bimbi? Una sola cosa sembrò urgente in questa
circostanza: Trovare un suocero condiscendente ed una moglie complice.
Si avevano le due cose sotto la mano, al di là di ogni desiderio. Il
padre d'Ebro compose, S. M. Taddeo copiò una lettera per re Claudio
III.

--Vostra Altezza l'à dunque letta?

--Ne ò avuto la copia in poter mio, dalla mano stessa del P. d'Ebro.
Essa suonava così:


    «_Caro cugino_,

«Io scrivo a V. M. un'altra lettera per mezzo dei miei ministri. Con
questa, io mi indirizzo direttamente al figlio del fratello di mio
padre. Gli è dire, che io desidero che il mio grido di uomo trovi
un'eco nel cuore del parente, o che vi resti sepolto.

«Io sono in presenza della crisi la più spinosa del mio regno, sì
pieno di accidenti. Io traverso il ponte dell'avvenire: affronto la
questione della successione, in presenza dalla quale la Provvidenza
divina à voluto collocarmi per provarmi--ripigliandosi i figliuoli che
impartiti mi aveva. Se avessi avuto, per compenso, in questo immenso
disastro, l'affetto di mio fratello, mi sarei forse consolato di un
dolore che uccide perfino i più forti. Ma l'Europa intiera,
sgraziatamente, sa come la mano del Signore à posato gravemente sulla
mia casa, anche da questo lato, ed à appreso i pericoli che ò corsi.
Non ò avuto prove materiali sufficienti. O' però la certezza morale,
che quel fratello snaturato à attentato parecchie volte alla mia vita.
E sono convinto, che la mia vita non cesserà di essere in pericolo
contro quelle aggressioni, se non il giorno in cui io mi avrò una
successione legittima diretta.

«Ecco quali considerazioni--oltre quelle dei miei popoli, della pace o
della gloria della religione--mi ànno deciso ad implorare l'aiuto del
Signore per un secondo matrimonio. Io tento Iddio. Imperocchè,
quantunque la mia età di 54 anni non sia eccessiva, per l'opera
satanica del principe di Tebe io posso considerarmi come estinto alla
vita. Un matrimonio, sì, può consolare le tenerezze dei miei ultimi
anni; ma, ohimè! esso non farà riverdire il ceppo fulminato della mia
dinastia.

«Ora, l'è codesto che io voglio--a qualunque prezzo--ed è per codesto
che io mi indirizzo a Vostra Maestà.

«Voi padre, non vorrete forse comprendermi; voi, fratello, esiterete
forse. Aiutatemi come amico, come re, come uomo che va al soccorso di
un uomo minacciato. Fate vostra la mia causa, il mio desiderio, la mia
speranza, ed aggiungerei quasi la vendetta della natura e della morale
oltraggiata. Vi dimando in matrimonio la vostra figlia maggiore, la
principessa Bianca.

«Il suo carattere virile sarà opportuno alla lotta, dopo la mia morte.
Il suo spirito elevato braverà il sacrifizio, innanzi al quale, io lo
so, una donna volgare rinculerebbe, ma che pertanto è indispensabile
onde dare come erede del mio trono il figliuolo di mia moglie.

«Ora, chi peserà queste ragioni di Stato? chi indovinerà questi
sentimenti di un uomo curvato sotto il peso del suo dovere? chi
distinguerà, in mezzo alle apparenze equivoche, la voce della
coscienza che ispira i martiri, e chi farà gradire i miei voti alla
principessa, se non voi che, re, conoscete i doveri cui impone la
corona; che, padre, valuterete il trono sul quale vostra figlia verrà
a sedere? Come parente, voi vi affliggerete del mio scorruccio e dei
miei malanni domestici; come amico, vi addirete a portar soccorso alla
mia miseria. Sì: mi occorre un erede a qualunque costo--ed è per
questo che, malgrado le infermità dalla mia persona, vi dimando vostra
figlia. A voi, che non mi siete straniero, nè per sangue nè per cuore,
ò bisogno soggiunger altro?

«Al momento in cui tutto sarà pronto ed assicurato--se consentite a
venirmi in aiuto per cavarmi fuori di questa crisi--non avrete che ad
ordinare al marchese delle Antilles di aprire il dispaccio suggellato
di cui l'ò munito, ed ei farà la dimanda ufficiale della mano della
principessa Bianca. Se mi negate il vostro soccorso, non ne rimango
mica meno l'amico di V. M., del di cui spirito e saggezza ò una così
grande considerazione.

«Voglia Iddio ispirarvi, cugino mio, e farvi comprendere il vostro
dovere di padre, con la medesima amplitudine ed il medesimo
disinteresse che io comprendo quello di re, di uomo e di amico.»

--Che abbominevole guazzabuglio!--sclamò il principe di Lavandall. Se
Vostra Altezza non me l'avesse detto, lo avrei indovinato che quella
scritta usciva da un'officina clericale, ed era stata mandata da un
sovrano.

--Ebbene, quest'infame lettera ebbe il suo effetto. Si dètte alla
donzella il duca di Balbek per cavaliere di compagnia, ed il re
Claudio rispose per un'epistola sul medesimo tono e stile.

--Vostra Altezza non à la copia della risposta?

--Sì, e della medesima mano del padre d'Ebro. Ma non me la ricordo
mica così bene che l'altra. Diceva, in sostanza: che S. M. Taddeo
poteva contare che l'appello alla sua affezione non resterebbe senza
effetto, poichè trattavasi non solamente di consolare e rassicurare un
parente, ma di punire uno scellerato--lo scellerato ero io--e di
salvare una dinastia; che S. M. Claudio III accomoderebbe le cose di
maniera che tutto fosse salvo: l'onore, la dignità, gl'interessi della
successione, il segreto, il rispetto alla morale ed alla religione,
l'augusta serenità del padre e dello sposo; che S. M. Taddeo, per la
sua condotta disinteressata e piena di nobiltà, onorava la corona--la
quale diveniva doppiamente divina, e per la benedizione di Dio, e per
il sacrificio e l'umiltà dell'uomo, che s'inchinava innanzi al gastigo
della Provvidenza, da cui si apparecchiava il rimedio nel tempo stesso
che apriva la piaga...

E così, per quattro pagine zeppe zeppe.

--Quale di quelle due lettere è più vigliacca, e chi di quel padre o
di quello sposo è più infame agli occhi di Vostra Altezza?

--Si valgono: la scelta sarebbe impossibile. Ma il risultato di tutto
ciò non si fece attendere. Il duca di Balbek però, innanzi di mettersi
all'opera seriamente, esigette, per iscritto, il mandato di cooperare
ad assicurare la successione del re Taddeo. Suo zio, ministro del re
Claudio, gli rilasciò questo attestato--come pure la copia autentica
della lettera di re Taddeo e della risposta di re Claudio. E gli è
precisamente questo documento essenziale dell'affare, cui non ò, e che
mi occorre. Le lettere dei due re, copiate da un gesuita disgraziato,
non ànno alcun valore morale: possono essere falsificate. Però, queste
medesime, scritte, copiate da un ministro degli affari stranieri, e
munite dei suggelli dello Stato, quella lettera ministeriale che
autorizza l'impresa del duca di Balbek... ecco ciò che è capitale.

--Ma in che modo Vostra Altezza à avuto cognizione e comunicazione di
questi documenti?

--Vado a dirvelo. Il matrimonio fu dunque manipolato e precipitato.
Sei settimane dopo la sua partenza, il marchese delle Antilles,
ritornando alla Corte del suo padrone, gli annunziava, e conduceva la
sposa ed il successore. Mio fratello si recò, incognito, alla
frontiera dei suoi Stati, all'incontro della regina. La bellezza di
costei lo abbarbagliò--disse egli.--Egli pretestò dunque che la
giovane donna dovesse essere stanca del viaggio; ordinò che si facesse
sosta, e, contrariamente alla severa etichetta della nostra Corte, il
matrimonio fu consacrato e consumato nel luogo stesso. Il domani,
l'ispezione della camera nuziale ebbe luogo secondo l'uso: tutto era
in regola! Il processo verbale, cui gli ufficiali speciali del regno
redassero, è depositato negli archivi dello Stato. Capite? tutto era
in regola! Dopo questo tratto di genio della giovane regina, non era
più mestieri di disperare di nulla. Se si fosse esatto l'intervenzione
dello Spirito Santo nella faccenda, ella lo avrebbe esibito, a suo
carico e discarico, come operatore.

--Il duca di Balbek era sempre della partita?

--Non ne avevano più bisogno. Per il momento, il re bastava. Laonde,
quando, qualche mese dopo, la gravidanza della regina fu ufficialmente
annunciata, alcuno non ne sembrò stupito. Quella donna era così bella!
E poi, sì modesta, sì casta, così pia, così riserbata...! Ella fuggiva
le feste; non visitava che ospizi e spedali, le chiese, sopratutto i
conventi di donne ed i santuari miracolosi. Passava una grande parte
del suo tempo fuori della capitale, nelle residenze reali di caccia e
di riposo. I sudditi felici di S. M. Taddeo IX sapevano appena che si
avessero una regina.

--Che abilità sovrana!

--Ascoltate ancora. Infrattanto i mesi passavano, l'ora dello
snodamento avvicinava. Quell'uomo, quella donna, per re e regina che
si fossero, non potevano aggiungere un secondo al tempo, nè rinculare
di un minuto il giorno dello sgravo. Bisognava, non pertanto, rubare
al tempo tre settimane o un mese. Non bastava poi al re di aver un
erede. Gli occorreva, per giunta, un figlio maschio. Per forzare la
mano di Dio in questa opera, dal primo giorno in cui un sospetto di
gravidanza puntò, la regina cominciò a bazzicar le immagini miracolose
che s'incaricano della bisogna. Ella corse tutti i romitaggi. Ma
restava ancora lo più insigne. Lo si serbò per l'ultimo--tanto più che
era il più lontano. Nelle montagne, lì, presso alla frontiera, vi è un
convento di religiose di Sant'Orsola, annidato in un vecchio castello
a cui si è addossato una chiesa. Il re è badessa di nascita di quelle
religiose, ed à un appartamento nel convento. Nella chiesa, una
madonna della Scala fa miracoli, e, a seconda della dimanda, gratifica
garzoncelli, e li sostituisce alle ragazze, dall'alto dei cieli.

--Ecco lì una vergine che non à mica considerazioni pel suo
sesso!--sclamò Lavandall.

--Ella se ne permette ben altro, eh! A sei chilometri di distanza, si
trova un parco reale, con una foresta che si prolunga fin sotto le
mura del giardino delle religiose--le quali ànno diritto di caccia nel
bosco reale. Era il settimo mese dopo l'arrivo della regina nel regno.
Ella si recò allora al Torrente dei Pini--ove ella cacciava
negl'intervalli delle sue preghiere alla madonna della Scala. Al
principio dell'ottavo mese, il re si rese anch'egli in quella
residenza per cercarvi la regina, benedetta a dovere, e ricondurla
nella capitale, dove ella avea il dovere di fare il suo parto--in
presenza della Corte, dei corpi dello Stato, e della diplomazia.

--Che opulenza di sguardi per una giovine donna, in quella situazione
delicata!

--Ebbene, la fatalità opinò esattamente come voi, forse, caro
principe: perocchè essa volle evitare quella deboscia di occhi alla
bella e giovane regina. Il fatto fu che, mentre un giorno ella
cacciava quasi sola--lasciandosi dietro e ben lontano il suo seguito,
secondo la sua consuetudine--il suo cavallo si abbattè a qualche
centinaio di passi dal verziere delle religiose. La regina si trovò
coricata per terra, ed il suo cavallo si allontanò al galoppo. Alla
vista del destriero della regina corrente solo, gli staffieri ed i
_grooms_ di S. M., che l'avevano perduta di vista nei viali della
boscaglia, si spaventarono. Si precipitarono tutti verso il luogo ove
ella era scomparsa. E si finì per scoprirla, per terra, svenuta,
pallidissima, ed un cotal poco sgraffiata qua e là.

--Che donna di genio! à conquistato la corona.

--Ne sareste voi innamorato, principe?

--Ne sareste voi geloso, monsignore?

--Quasi. La paura fu grande nel servidorame. Si raccolse la regina,
cui si trasportò immediatamente nel convento, e si corse ad avvertire
il re della disgrazia successa. S. M. sembrò fulminata. Credette tutto
perduto. Si mandò a cercare il medico del villaggio vicino--il quale
non potè giungere che molto tardi il dì seguente. La notte però la
regina fu presa dalle doglie di un parto accelerato dalla caduta. L'è
un aborto, dicevan tutti--senza escluderne la vecchia cameriera, anche
un po' levatrice--cui la regina aveva condotta dal suo paese--e
compreso il medico, il quale in tutto codesto non vide che i pranzi ed
i scudi reali. Il re si desolava,--dicevasi. Il neonato non sarebbe
vitale. La regina correva grossi rischi. Gli empi! Essi contavano per
nulla l'intervento della Vergine della Scala in quel malore! Non era
stata ella, probabilmente, che aveva aiutato la regina a discendere di
cavallo, quando alcuno non la vedeva? Non era stata forse ella che
aveva scudisciato il ginnetto, il quale era partito al galoppo? Non
era stata forse ella che aveva fregate le gengive della regina, e del
sangue che ne aveva estratto le aveva maculato le mani ed il
sembiante? Non era dessa che le aveva consigliato di ritenere il
respiro, per diventar pallida, e tutto il resto di quell'opera
miracolosa che si compiè col parto felice della sua reale divota?
Andate dunque, in una disgrazia simile, a preoccuparvi dell'etichetta,
e del corpo diplomatico, e dei corpi dello Stato, i quali dovevano
essere le levatrici del successore del re Taddeo! La commedia era
finita. Viva la regina!

--Poffardio! che pezzo di attrice!

--Ora, voi sapete il resto, che è storia: rivoluzione, guerra civile,
Costituzione, esigenze del Parlamento, incameramento dei beni
ecclesiastici, espulsione dei gesuiti... tutto per assicurare ad un
bimbo intruso¹ la successione della corona che mi era dovuta. Questo
guazzabuglio, come di ragione, à stomacato papa Gregorio XVI; à messo
in forte collera i Reverendi Padri. Di quivi, Sua Santità à
autorizzato il P. di Ebro a parlare, a rivelare gli stessi segreti
della confessione--trattandosi del bene della religione. Ed ecco come
io ò ricevuto a Roma, al Gesù, comunicazione di questi documenti e
conoscenza dei fatti e degli atti.

  ¹ Non sarebbe piuttosto _ad una bimba intrusa_--Isabella?
                                      (_Nota dell'Editore_)

--Nulla mi stupisce adesso. E con codesti ausiliari io non dispero di
nulla...

--Voi avete ben ragione. Però, bisogna che sappiate che i RR. PP. ànno
di già fatto delle ricerche inutili. I documenti in questione non
sono, e' sembra, presso il duca di Balbek. Si è rimuginato dovunque in
casa sua, si pensa--dovunque, almeno, l'occhio di un lacchè e la mano
di un ladro possono giungere. Le ricerche sono state infruttuose. Al
palazzo dell'ambasciata non vi è nulla. Ora, come non è probabile che
quelle carte fossero state distrutte; come il duca di Balbek non è un
sere a disfarsene per nulla; come non le gli si strapperanno che dopo
una resistenza disperata... la partita cui impegniamo diventa
terribile. Nondimeno, dovessimo noi mettere il fuoco ai quattro
cantoni di Parigi, quelle carte mi occorrono. Bisogna che io le
depositi nella cancelleria russa a Pietroburgo, dove tutta la
diplomazia straniera potrà consultarne e verificarne l'autenticità,
prima che io dia la battaglia suprema a mio fratello ed al successore
cui à fabbricato per frustrarmi del trono. Cosa pensate voi fare,
principe?

--Altezza, non ne so ancora nulla.

--Io parto per l'Inghilterra. Se avrò del danaro, ve ne manderò.

--Ve ne sarà forse bisogno. Noi abbiamo a fare con un nemico
formidabile--il duca di Balbek, soppannato da un compare terribile, il
dottore di Nubo. La battaglia cui andiamo a presentare a quelle
volpi-tigri sarà rude. Piaccia a Dio che, se vi debba esser del
sangue, non vi siano almeno delitti.

--Principe--disse il sire di Tebe levandosi--sangue e delitto sono
parole che non ànno un significato assoluto, e non ispaventano che gli
spiriti piccoli e le coscienze di già punticce. Il delitto e
l'assassinio, alla fin fine, non ricadono su coloro che se ne
macchiano, ma su coloro che li provocano. La giustizia umana borbotta
come barbogia.

--E strangola come brigante, Altezza--in Francia almeno, dove si è
inventata quell'assurda infamia che addimandasi eguaglianza. Ma noi
non ne siamo ancora lì. Noi vaneggiamo, in lontananza, dei grandi
drammi e delle grandi peripezie, per arrivar forse ad una soluzione
che può esser delle più semplici. Lasciatemi dapprima ispezionare il
campo di battaglia e scandagliare le forze del nemico. Poi, farsa o
tragedia, ci si troverà pronti a tutto.

--Punto di scrupoli, principe! Con galeotti, gallonati o coronati,
tutto è permesso. L'infamia è una necessità, e talvolta un dovere.

Il principe di Tebe uscì. Il suo aspetto era addivenuto orrido
pronunziando le ultime parole.

Il principe Lavandall lo accompagnò in silenzio, gli occhi
bassi--sotto quello sguardo che distillava sangue.

Quando ritornò nel suo gabinetto, vi trovò Sergio di Linsac che lo
aspettava.

--Ebbene?--sclamò il principe, esprimendo con tutta la sua persona una
pressante interrogazione.

Sergio di Linsac sorrise e si fregò le mani di un'aria soddisfatta.




VI.

Un po' delle cose del duca di Balbek.


Il duca di Landolles, emigrato rientrato e rallegato a Bonaparte
imperatore, aveva maritato le sue due figlie con due generali: l'una
al conte di Saint-Alleux--morto da una granata a Waterloo; l'altra al
conte di Muge--riavvicinato ai Borboni ed ucciso in Africa da
Abdel-Kader.

Il duca di Landolles, avendo mangiato ai giuochi di Frascati ciò che
gli restava della sua fortuna, non aveva dato in dote alle figliuole
che la loro bellezza.

I due generali, non avendo avuto l'opportunità di raccogliere un po'
di dovizie, non avevano legato alle loro vedove che la pensione di
diritto per vivere, e l'intrigo per prosperare.

Il conte d'Alleux aveva lasciato un figliuolo, raccomandandolo alla
protezione di suo fratello, vescovo allora, ed in seguito arcivescovo
e cardinale.

Il conte di Muge aveva lasciato una ragazza, raccomandandola alle cure
di sua sorella, superiora al _Sacré-Coeur_.

I due militari avevano un'assai mediocre stima del carattere delle
loro mogli.

Il piccolo conte d'Alleux si chiamava Adriano.

La piccola contessa di Muge si chiamava Vitaliana.

I due fanciulli erano belli. Le due madri sapevano per esperienza che
la bellezza è un capitale, di cui il numero di zeri che segue l'unità
è indeterminato. Quella due donne accorte sapevano anche di più:
sapevano che la bellezza è la locomotiva del mondo--mi scusi l'oro,
che se ne crede il re! I due fanciulli erano dunque per le loro madri
due cambiali tirate sulla società, cui elleno si promettevano scontare
abilmente.

Bisognava però attender per codesto. Imperciocchè non si colloca una
figliuola prima di sedici anni; non si fa regalo di un'ereditiera ad
un bel giovanotto, il quale non abbia almeno raggiunto i suoi
diciannove o venti anni.

Lo zio e la zia complicavano la situazione. Perocchè il cardinale si
metteva in misura di tagliare un abate nel figlio di suo fratello, per
perfezionarlo in seguito e cavarne un vescovo. La superiora del
_Sacré-Coeur_ voleva tenersi sua nipote al convento, onde innalzarla
poi fin non so dove--al suo posto forse, quando ella morrebbe, o a
quello d'una santa del paradiso. Per conseguenza, Adriano era allevato
al seminario di _Saint-Sulpice_, e Vitaliana nello splendido
stabilimento della strada di Varenne.

Le loro madri li visitavano durante tutto l'anno. Ma i due cugini non
si vedevano altrimenti che nel tempo delle vacanze.

Si videro così, per quattro o cinque anni, quasi tutti i giorni, nelle
sei settimane che passavano presso le loro madri--Adriano smorfiando
la messa; Vitaliana la maestra della classe--regalandosi copia
d'immagini; raccontandosi parecchi tratti e propositi e parecchie
storie di famiglia dei loro compagni reciproci; rivedendosi con
gaudio; separandosi con tristezza; promettendosi di scriversi, ed
aggiornando altri spassi all'anno venturo.

Adriano toccò così i diciotto anni.

Vitaliana i sedici.

Essi si avevano scambiato fin là dei baci senza importanza, come
avevano cambiati i loro volanti, i loro palloni, i loro giuocatoli, le
immagini benedette, i piccoli libri pii, i libri da messa legati in
rosso e dorati ai tagli. Ma quando si separarono quest'anno, quando si
abbracciarono par dirsi: a rivederci! Vitaliana imporporì fino al
bianco degli occhi, Adriano impallidì fino alle labbra--quelle ciliege
inalterabili. Poi, e' si guardarono ancora, rivolgendosi, ed entrambi
asciugarono una lagrima in silenzio.

Adriano ritornò al seminario.

Vitaliana restò in casa di sua madre, perchè la zia del _Sacré-Coeur_
era morta, e la contessa di Muge si curava poco di fare di sua figlia
una maestrina o una beata.

La contessa di Muge non essendo ricca, non si prodigava per feste che
esigevano un lusso esorbitante ed una immensa varietà di _toilette_.
Quest'abile donna si mostrava unicamente ai balli delle Tuileries ed a
quelli dell'ambasciate d'Inghilterra, di Russia e di Austria--cinque o
sei sere nell'anno.

Ella metteva questa parsimonia sul conto della sua fierezza e del suo
disdegno pel piccolo mondo alla maschera aristocratica. In quei balli,
d'altronde, ella incontrava ciò che ella voleva. Come ella poi si
spacciava per malata--e perciò non avendo tempo a perdere--si decise a
presentare quest'anno Vitaliana nel mondo.

Vitaliana era troppo giovane d'anni; ma l'adolescente aveva di già le
forme della donna--quantunque tutta magrolina ancora e scolorata dallo
spossamento della crescenza.

Madama di Muge non ebbe certo a lagnarsi dell'effetto che produsse
Vitaliana alle Tuileries, ove ella l'esibì per la prima volta. Tutti
gli occhi, tutte le lenti si diressero sulla giovinetta, e ciascuno
dimandò al vicino:

--Conoscete voi, signore, il nome di quella fanciulla?

Pochi la conoscevano. E coloro che sapevano chi ella fosse, non
ignoravano probabilmente pure il carattere della madre, lo stato della
possidenza e la loro posizione sociale. Di guisa che, quell'anno, non
svolazzarono intorno alla bella figliuola che dei ballerini e degli
stranieri.

Un solo uomo considerevole invitò Vitaliana a ballare e cicalò con lei
qualche istante dell'opera del _Conte d'Ory_ e della _Favorita_.
Costui fu il duca di Balbek, uno dei _lions_ del mondo parigino.
Vitaliana rispose--arrossendo un po' della sua ignoranza--che ella non
era ancora stata nè agl'_Italiani_, nè all'_Opera_.


L'anno passò così.

Era il secondo anno dell'ambasciata del duca di Balbek a Parigi, ove
egli teneva già il bordone della _fashion_ e sguazzava nella più alte
regioni dell'ebrietà dei suoi successi.

--La campagna è stata cattiva! sì--disse la contessa di Muge,
ritirandosi nella sua terra a primavera. Nonpertanto ò provato le
armi. Esse sono buone.

Ed ella contemplava sua figlia con gli occhi di un mercante di schiavi
in Oriente.

L'aria delle montagne dei Vosges, ove si trovava il piccolo castello
della contessa--ella lo addimandava così--fu di un effetto prodigioso
per Vitaliana. Il suo sviluppo si compiè: l'abbozzo divenne opera. Non
una delle promesse aveva fallito. Nessuna dalle speranze di una madre
ambiziosa era stata tradita. Non una delle opulenze annunziate, che
non si fosse lussuosamente realizzata. Non un gioiello che non
divenisse un tesoro. Quando la contessa di Alleux e suo figlio vennero
al castello di Muge, essi restarono abbarbagliati dallo splendore che
Vitaliana aveva acquistato in sei mesi.

La contessa di Alleux se ne compiacque.

Adriano ne pianse di furto.

Questa volta i due cugini si trattarono infinitamente con più riserbo.
Non si abbracciarono più.

Vitaliana raccontò ad Adriano tutto ciò che ella aveva visto nel mondo
l'inverno scorso; il numero di volte che aveva ballato; il nome de'
suoi cavalieri: i propositi che le avevano susurrato all'orecchio--ma
ciò con molte reticenze--in uno, quella grande festa della vita che si
presenta ad ogni fanciulla come un incanto di fate, e che, qualche
anno più tardi, termina talvolta così lugubremente.

Durante quei racconti alle piume d'oro, ai profumi stupefacenti, Adriano
si taceva, ed i colori si alternavano sul suo viso. Non osò questa volta
dar la replica con le sue storie di seminario e con i suoi
vagheggiamenti di--non più lontano che l'anno scorso!--sciorinarla da
vescovo in una messa pontificale! Egli massacrava invece Vitaliana di
mazzetti, cui andava a frugacchiare sotto i cespugli della montagna, di
farfalle, cui dava la caccia nelle praterie, e di ogni specie d'insetti
ai colori brillanti, cui acchiappava al volo come un'allodola.

Aveva cura però di ripigliare tutt'i fiori cui Vitaliana aveva
appassiti, sia nei suoi capelli, sia nel suo busto; d'impossessarsi di
quanto Vitaliana avesse toccato; di bere di nascosto nel bicchiere di
lei; di raccogliere le briciole di fettuccia, gli stracci, i fogli di
carta scritti, tutto ciò che Vitaliana aveva sfiorato e che svolazzava
sotto la finestra della camera da letto di lei--spiando perfino il
capello cui la brezza le involava quand'ella si pettinava.

Poi, egli faceva sul piano dei prodigi, per ricordarsi, per inventare,
se occorreva, per suonare tale aria, tale sinfonia, tal duetto cui
Vitaliana preferiva. Se la sua mano, se il suo piede toccavano la
veste stessa di sua cugina, Adriano allibiva, aveva i brividi. Egli
smagriva, scoloriva. Non dormiva più la notte. Mangiava appena.
Insomma, era proprio tempo che il mese di novembre arrivasse e
mettesse termine alle vacanze.

Quando i due cugini si abbracciarono per dirsi addio--Addio! disse
Adriano, mentre Vitaliana diceva: All'anno venturo!--Quando le labbra
di Adriano toccarono le guance di Vitaliana, questa si sentì scorrere
lungo la spina dorsale un fluido incognito, il quale le rivelò che
ella era donna, e dette una forma ai sogni nebulosi che agitavano
talvolta le sue notti.

Adriano le aveva inoculato quella scintilla negli occhi, quel languore
nella parola, quel formicolare nelle labbra, quella elettricità divina
del bacio, quell'irradiamento della respirazione, quel flusso e
riflusso del sangue luccicante di pagliette di oro, quel brivido
inebbriante, quel delirio stellato che chiamasi amore, voluttà--e che
Dante riassume in una parola: _indiare_!

Poi non si rividero più. E forse in quel cuore, ove aveva regnato
Adriano, restò una ferita, ed in quello, ove aveva regnato Vitaliana,
una cicatrice.

L'inverno giunse.

I balli cominciarono.

Vitaliana rientrò nel mondo al primo ballo delle Tuileries.

L'effetto che vi produsse fu immenso. Ella ecclissò tutto ciò che
l'Inghilterra, la Polonia, la Francia avevano riunito di quei fiori di
stufa, il cui splendore appanna le stelle.

Questa volta non furono più i giovanotti che ronzarono intorno a lei.
Erano gli uomini, dallo sguardo concentrato e stupefatto, che le si
avvicinarono tremando. Gli era il _blasé_ che risuscitava; il
milionario che sperava; il potente che dimandava grazie; la forza che
si trovava impotente; il desiderio che si sentiva delirio; la vita
seria che vagava atterrita intorno a quel filtro dei cieli--il quale
si presentava con l'innocenza dell'olezzo di una rosa, il bagliore
grave di una perla, la soavità di un'alba di primavera, la neghiazza
divina della verginità--quel candore che ignora sè stesso, cui si
scorge nell'angelo del Cimabue e nelle madonne dell'Angelico.

All'istante in cui il duca di Balbek la distinse, di un varco fu a
lei.

Egli infieriva di orgoglio per aver scoverto, indovinato, profetizzato
Vitaliana nel superbo embrione dell'anno precedente. Questa vanità
sola sarebbe bastata per infiammarlo.

E' s'impossessò della giovinetta per tutta la sera.

Vitaliana non ne sembrò punto tòcca.

Ma sua madre vedeva tutto, s'informava, calcolava.

Il generale di Hauteville presentò il duca alla contessa di Muge.

Questa lo accolse con una grazia squisita, ma dall'alto. Si parlò di
frascherie. Il duca di Balbek aveva uno spirito triviale--reso brutto
dalla fatuità e sformato dallo sforzo cui faceva per metterlo in
evidenza.

Non si à mai così poco spirito che quando si piglia a partito di
mostrarne dovizia. Questo fiore spontaneo, sì delicato, diviene
scialbo o eteroclito, come tutti quei prodotti scipiti di cui il
giardiniere sollecita lo sboccio.

La contessa non commise lo sbaglio di mostrarsi al secondo ballo della
Corte ed a quello dell'ambasciata di Russia.

Ella non apparve, che come baleno, al ballo dell'ambasciata d'Austria.
Ma si mostrò in tutto il suo splendore in quello dell'ambasciata
d'Inghilterra--perchè ebbe l'accorgimento d'impegnare tutt'i suoi
parenti, della più alta aristocrazia del Faubourg, a non mancarvi--e
trovò per Vitaliana una _toilette_ d'una semplicità e d'un'eleganza
che trasformava quella fanciulla in cherubino.

Il colpo che ella voleva portare ferì di punta.

Il duca di Balbek dimandò alla contessa l'onore di presentarsi a lei.

Due mesi dopo, Vitaliana era duchessa di Balbek.


Ella entrava nella vita con un'immagine negli occhi; un _rêve_ nel
cuore; un sentimento profondo del suo dovere; una stima che lambiva
l'idolatria per la persona, pel carattere, per la dignità, per la
virtù di suo marito. Ella non lo amava, ma lo venerava.

Egli la _desiderava_ più che qualunque altra cosa.

A capo di un anno, ella fu madre.

Ella era madre a diciotto anni. Ma niuna vergine aveva più di serenità
nello sguardo, più freschezza nelle labbra. La sua innocenza in tutte
le emanazioni dell'anima, il suo pudore in tutto il portamento della
persona, facevano di lei una madonna.

Ecco la sua aureola, ed ecco il suo torto.

Si sarebbe dimandato, malgrado ciò, se ella era felice o noncurante;
se era insensibile o ipocrita. Imperciocchè, in generale, quelle
quietudini profonde sono raramente sincere, se non ànno l'idiotismo
per base.

Un giorno suo marito le dimandò, folleggiando con i capelli di lei:

--Vitaliana, che diresti se ti raccontassero, per esempio... che io
ò... perdonami la parola... una ganza?

--Non so troppo--rispose la giovane. Ma io credo che sarei affatto
sorpresa che tu non ne avessi che una.

--Come sorpresa?--sclamò il duca. Tu non mi ami dunque? Tu non sei
mica gelosa?

--Io ò sempre pensato, amico mio, che la gelosia fosse una rivolta di
amor proprio, anzichè un'esplosione di amore. Otello era un negro
egoista.

Un altro giorno il duca le disse:

--Tu ti devi annoiare sovente di codesta vita un po' solitaria, a cui
la mia posizione nel mondo ed il ritiro di tua madre col figliuolo
alla campagna ti condannano.

--Tu sai che il tuo mondo non mi seduce enormemente--rispose
Vitaliana--e che i saloni mi attirano mediocrissimamente. Io non ò
spirito quanto occorre per regnare. E, d'altronde, sono restata, in
fondo in fondo, la pensionaria del _Sacré-Coeur_.

--L'è vero.

--E poi, credi tu, caro, che i più spiritosi dei nostri poeti, Victor
Hugo, Musset, Dumas, che so io, Balzac, egli stesso, potrebbero dirmi
altra cosa che me ne dicono il mio specchio od i miei fiori? L'uno mi
piaggia così compiacentemente; gli altri m'incantano. Se tu sapessi
come cantano quei piccoli birboncelli lì, quando mi veggono zonzar per
la stufa!

Tre o quattro giorni dopo il colloquio del principe di Tebe con il
principe di Lavandall, a colazione, il duca le disse:

--A proposito, sai tu, piccina mia, chi ò intraveduto ieri sera?

--No.

--Tuo cugino, il conte d'Alleux.

--Povero Adriano! deve essere ben triste dopo la morte di sua madre.

--In fede mia, mica troppo!

--Oh sì! egli l'amava tanto!

--È possibile. Ciò però non impedisce che io lo abbia veduto per
qualche minuto in un palco ai _Français_ contar fronzoli ad una
giovane bellezza, quasi sola.

--Come! una prefazione di abate nel palco di una bella ai _Français_?

--Gli è che e' non è più l'abate cui vedemmo piangere ai funerali di
sua madre, nei mesi scorsi. La larva è scoppiata, ed à sprigionato uno
zerbino dei più graziosi e dei più eleganti. O' pensato un istante
d'ingannarmi. Ma egli mi à salutato della testa, sbirciandomi. Era ben
desso.

--E' non sarà dunque più vescovo, allora?

La conversazione fu interrotta dall'arrivo di una lettera. Il duca la
prese, dimandò a sua moglie il permesso di aprirla e lesse:


    «_Caro duca_,

«Devo presentare nel mondo una mia giovane parente di una _eclatante_
bellezza. Ora, come voi siete il _lion_ dei nostri lioncini parigini
della moda, vi dimando quale giorno sarete libero per venire al mio
ballo, onde io lo assegni, e lo indichi in seguito agli ambasciatori
di Russia, di Spagna e di Turchia, ed ai nostri signori del Faubourg.
Fatemi la grazia di una parola di risposta, ecc., ecc...

                                         «AUGUSTA THIBAULT.»


--Chi à portata questa lettera?--dimandò il duca al lacchè.

--Una specie di messere, che aspetta la risposta.

--Fatelo aspettare.

E Pradau non dimandava di meglio che aspettare.




VII.

L'estetica della livrea insegnata nell'anticamera.


Egli aveva bello chiamarsi Pradau, come si era chiamato di cento altri
nomi in Russia, in Polonia, in Austria, in Turchia, in Italia. Egli
aveva bello azzeccarsi delle basette troppo scure, dei capelli neri
con una cresta a mo' di Luigi Filippo, a bellettarsi come il famoso
duca di Brunswick... Egli non si sottrarrà ai nostri sguardi come a
quelli della polizia. Egli sarà per noi ciò che è: il babbo Tob, il
capo degli zingari. Egli non è meno adesso, che quando si chiamava
babbo Timoteo, l'intendente di madama Augusta Thibault.

Egli non à perfezionato il suo carattere, e non à aumentato nella
nostra stima, in proporzione che à aumentato la sua fortuna, i suoi
talenti, le sue relazioni sociali.

Aspettando la risposta dell'ambasciadore, e' chiese di dir buongiorno
a M. Claret, l'intendente del duca di Balbek, cui egli aveva
_incontrato nel mondo_.

E' chiacchiera adesso con quel degno uomo. Di che?

Ascoltatelo, se vi piace. Messer Tob è sempre istruttivo come i
libercoli pii dei RR. PP. dalla Società di Gesù.

Passiamo i complimenti e le informazioni piene d'interesse sulla
salute di M.^me* Claret.

--Io ve lo affermo, M. Claret, voi dovete cambiare il cameriere del
vostro padrone, per l'onore della casa e per rispetto di voi stesso.

--Ma, signore, il duca è contento del suo cameriere.

--Ciò si può--io anzi lo comprendo. Ma noi, noi non ne siamo mica
contenti. Egli abbassa la nostra classe.

--Che mi dite voi dunque, _père_ Pradau?

--Mio Dio, sì: nè più, nè meno! Quando io mi sono deciso--io,
cittadino libero del bel regno di Francia e di Navarra, ad entrare
nell'ordine sociale detto--molto impertinentemente e molto
impropriamente--dei domestici, io ò studiato la legge fondamentale e
costituzionale di questa classe--i nostri principii dell'89, a noi,
che!

--Spiegatevi un poco più chiaro, _père_ Pradau.

--E voi state attento M. Claret. I nostri antenati ci avevano legato
delle tradizioni eccellenti, cui la _monarchia borghese_ ci à fatto
perdere. Perocchè la legittimità dei lacchè à naufragato nelle
giornate di luglio con la monarchia legittima del ramo primogenito.

--Ciò potrebbe ben essere, _père_ Pradau.

--Ciò è, M. Claret. Un grande spirito del secolo scorso, un
gentiluomo, il signor di Montesquieu à detto in qualche parte¹:
«Questo corpo dei lacchè è più rispettabile in Francia che altrove:
egli è un semenzaio di grandi signori; ricolma i vuoti degli altri
stati. Queglino che lo compongono, prendono il posto dei Grandi
sgraziati, dei magistrati ruinati, dei gentiluomini uccisi nei furori
della guerra, e quando non possono supplire da sè stessi, rilevano
tutte le grandi case per mezzo delle loro figlie, le quali sono come
una specie di fumiere che ingrassa le terre montagnose ed aride.»

  ¹ _Lettres Persanes_.

--Catteri! catteri! che l'è bello!--sclamò M. Claret.

--Non è vero?--riprese lo zio Pradau. Ma non deploriamo più
codesto--avvegnachè avessimo a rassegnarci, con rammarico, a non più
battere le scolte di notte; a non più bastonare il borghese; a non far
comunella con lo studente, ed a fare, in virtù d'un principio passato
in consuetudine, i figliuoli dei nostri padroni.

--Eh eh! mica sovente, _père_ Pradau.

--Di chi la colpa? Una cosa non pertanto era restata in piedi in
questa ruina delle istituzioni dei nostri padri: che il domestico
avrebbe servito il meno possibile il suo padrone e si sarebbe fatto il
più possibile servire da lui. Un articolo essenziale della nostra
_Carta_ non era stato mai violato--ed i nostri confratelli dell'altro
lato dalla Manica, quei perfidi Albionesi, vi tengon sodo--quello, che
interdice d'invadere sulle funzioni del suo collega. Consultate a
questo proposito la storia. Io leggeva, non à guari, in un vecchio
libro, che un re di Spagna--un Filippo o un Ferdinando, non mi ricordo
più quale--assiso vicino al camino, dimandò un giorno ad un duca di
Lermes di mettere un ceppo nel focolaio.

--Un ceppo nel focolaio!

--Sissignore. Il duca di Lermes obbedisce. Il ceppo si infiamma. Il re
à troppo caldo alle sue gambe e chiede al duca di scostare la sua
seggiola.--Mi scusi, sire, risponde il duca di Lermes, gli è il conte
di Lemos che à il diritto di toccare la seggiola di Vostra Maestà. Si
cerca il conte di Lemos. Egli è alla caccia. Il re si abbrustola
infrattanto, ma non osa più ordinare al duca di Lermes di allontanarlo
dal camino. Il duca non osa invadere le funzioni del conte di Lemos.
Sì bene che, quando questi ritornò dalla caccia, le gambe del re erano
rosolate come una costoletta--e ne morì. Ecco come si conducevano i
nostri padri; ecco l'esempio dei nostri antenati!¹

  ¹ Père Pradau ignorava che negli Stati Uniti questi rispettabili
    funzionari non si chiamano neppure più _servi_, ma _helps_--ajuto,
    ajutante.

--Come è nobile codesto, birbo ch'io sono!

--Ebbene, io ò visto--visto dei miei occhi, dei miei propri occhi, M.
Claret--io ò visto mastro Robert, alla porta dell'Opera, in presenza
di noi tutti, aprir lo sportello del _coupé_ del duca, bassare la
staffa, raccoglier per terra non so che cosa, e gridare al cocchiere:
A casa! Nome di un conte! se codestui à l'anima di un lacchè, che
indossi la livrea.

--Voi avete ragione, zio Pradau--scoppiò M. Claret, indignato.

--Se ò ragione! ma dimani quel birbo consentirà a rimpiazzarvi come
intendente, M. Claret, come maestro di casa, se il padrone
gliel'ordina.

--Oh ve'! Io vi prometto che vado a lavargli il capo per bene.

--Bisogna mandarlo via corto corto, e senz'altro, M. Claret. Io
m'incarico di trovargli del pane. Ma io ò bisogno del suo posto, io:
quel posto mi fa d'uopo.

--Come! voi dite...

--Che quel posto mi fa d'uopo.

--Oh! per esempio! Non vi basta dunque quello che avete?

--_Maitre d'hôtel_ di madama Thibault! Pouah! Gli è buono per
guadagnar danari, codesto.

--Catterone! Ma io credo che il re è alle Tuileries per la stessa
ragione.

--Sì: danari della sua intelligenza, non un salario.

--Quanto vi rende il vostro posto?

--Sei mila franchi l'anno, compresi i regali--ma i benefizi sugli
affari, in più.

--Corna di un bue! e voi sollecitate il posto di cameriere, che vi
darebbe due cento franchi al mese?

--E per ciò appunto io li rifiuto. Voi mi farete l'onore, M. Claret,
di comprare ogni mese con i miei onorari un abito alle vostre
figliuole o a madama Claret.

--Ma voi fabbricate dunque dei _vaudevilles_, _père_ Pradau?

--Io fabbrico castelli, M. Claret. Statemi ad udire. Io sono
ambizioso. Io ò di già dieci mila lire di rendita, e me ne occorrono
ventiquattro.

--Nè più, nè meno?

--Meglio ancora. Io voglio comprare nel Berri un castello, vicino a
quello del conte di Vixelles--che mi ricusò un giorno un posto di
domestico in casa sua. Voglio vederlo a cacciare sulle mie terre
costui, a desinare alla mia tavola con la sua moglie e la sua
progenie, e venire, cappello in mano, a sollecitare il mio voto nelle
elezioni.

--Il tutto mediante...?

--Ventiquattro o trenta mila lire di rendita, cui io avrò, cui noi
avremo, M. Claret.

--Voi dite _noi_, _père_ Pradau?

--Come! credevate voi dunque che io fossi così egoista di mangiar solo
e di lasciare i miei amici razzolar nelle ossa?

--Per esempio! no: ma...

--Ascoltatemi bene, M. Claret, e comprendetemi bene. Che cosa sono io
adesso? L'intendente di una donna che è il tratto di unione tra le
belle donzelle ed i ricchi signori. Noi facciamo eccellenti affari,
fuori dubbio. Ultimamente ancora, abbiamo trasferito Fernandina a
Raizet pascià.

--Cosa è Fernandina, _père_ Pradau, una giumenta?

--Ma donde cascate voi, M. Claret, che non avete udito parlare, o
visto, la più bella figliuola di Parigi? quattro cavalli a un landau
giallo e nero, come quello dell'ambasciatore d'Austria; due lacchè a
parrucca incipriata e bastone in mano; e cocchiere inglese, di dugento
cinquanta chilogrammi in predella; piccolo _hôtel_ nella _rue des
Vignes_; palco all'Opera; pranzi di gala due volte la settimana; e...
feste di notte a tutto bordone.

--Capisco!

--Me ne congratulo! Bene, codesto ci à profittato ottanta mila
franchi. Tutte le mie spese ed anticipazioni rimborsate, abbiamo avuto
un beneficio netto di trenta mila franchi--ventisei per madama
Thibault, quattro per me--oltre il cinque per cento sulle
somministrazioni, ecc., ecc., totale 10,000 franchi di parte mia.

--Ed ambizionate un posto di 200 franchi al mese?

--Appunto! Noi abbiamo avuto questo affare col Turco l'està passata.
Ne annaspiamo uno con la Russia in questo momento, ed ecco perchè io
sono qui con un invito pel vostro duca, il quale è Sultano in quei
paraggi. Ma quanto tempo mi bisognerà desso, senza parlare del
sacrifizio dalla mia considerazione, per mettere insieme la somma che
costituisce la mia rendita? Ebbene, io posso guadagnar codesto in un
anno.

--Voi dite, _père_ Pradau!

--Conoscete voi quel bell'edifizio circondato da colonne nella strada
Vivienne?

--Voi intendete parlare della Borsa, mi immagino?

--Sissignore, M. Claret. Orbene, la mia rendita e la vostra sono in
quel palazzo dei miracoli.

--Hum! _père_ Pradau, io ò udito delle storie su quel luogo lì...

--Bazzecole! Tutto dipende dal colore delle mani che vi si portano. Ma
infine, ecco il mio affare. Io lascio in deposito al mio agente di
cambio un capitale di...--mettiamo 100. Egli mi lascia fare delle
operazioni, tutto al più per 150 o 200. Perchè? Perchè io lo conosco,
e perchè egli sa non esser io che un piccolo funzionario in casa di
una dama la quale à un _bazar_ dove à luogo qualcosa che si chiama:
una _sauterie_, un pranzo in piccolo comitato, un _raout_, un ballo,
infine, per i grandi colpi, come nell'occasione attuale. Benissimo.
Mettete ora che, invece di essermi un così piccolo sere, io mi
appartenga alla diplomazia. L'orizzonte si allarga di cinquecento
leghe. Io giuoco ciò che voglio. Non mi si dimanderà neppure la
_copertura_. Debbo io confessarlo? Si crederà che io giuochi per conto
del padrone. Ciò si è visto. Ad ogni modo, si crederà che io metta a
partito i secreti del padrone. Infatti, ci vuol proprio del genio, eh!
per dire, senza posarvi su, annodando la cravatta od ungendo di pomata
il ciuffo del signor duca: To'! la Borsa à bassato ieri; essa basserà
ancora oggi, scommetto!--Tu credi, imbecille?--risponde il duca.--L'è
fatta. Giuoco al rialzo.

--L'è curioso davvero ciò che voi dite mo', zio Pradau! Io non ci
aveva giammai pensato.

--Credete voi, M. Claret, che gli uomini di genio s'incontrino così
per le vie come i poliziotti, eh? Ebbene, quando io ò estorto una
parola, quando io ò annasato un tantino nei dispacci, e colto una
frase alle porte, io vi dico: M. Claret, oggi vi sarà rialzo. Io
rischio cinquantamila franchi; volete rischiarne dieci, voi--voi che
siete padre di famiglia? Noi giuochiamo, e la pecunia viene.

--O se ne va.

--Qualche volta. Ma noi paghiamo. Ciò allecca il mio amico agente di
cambio. Io piagnucolo presso il duca, a proposito della perdita che ò
subita. Egli s'intenerisce, mi regala del triplo imbecille, e si
lascia sfuggire un motto che sembra senza conseguenza. Io l'acciuffo a
volo. Giuoco questa volta cento mila franchi, voi trenta mila. La
messa è finita. Viva il duca!

--Babbo Pradau, voi avete la mia stima!

--Voglio il posto, M. Claret, la vostra confidenza e la vostra
amicizia: ecco tutto. Mi avete voi capito? Io non ò secreti per voi.
Voi avete delle ragazze a maritare o a mettere al Conservatorio, e dei
biricchini a ficcar nel collegio. Noi siamo cristiani al postutto, che
diavolo! Ebbene, si va più spiccio della sorte che con i rosicchi sui
conti e gli sconti dei fornitori. E rileviamo, per l'intelligenza, la
dignità del _lacchè_, come dicono i gonzi. Sappiatelo, M. Claret, io
medito di scrivere un libro, nel mio castello del Berri, _Sui doveri
dei padroni ed i diritti dei servitori_--nel quale io proverò: che noi
siamo dei funzionari pubblici, e che abbiamo diritto ad una pensione
di ritiro--a pigliare da una tassa speciale pei domestici, pagata dai
padroni--ciò che costituirà un fondo a parte al Gran Libro, destinato
alle pensioni. Vedrete, vedrete, M. Claret. Ma per condurre a termine
tutto codesto, è mestieri che lo pigli il mio rango nella diplomazia.

--Oh! io comprendo perfettamente ciò.

--Bisogna moralizzare i padroni, mio caro, se vogliamo costituire la
nostra indipendenza. Essi ci danno del _tu_, per l'epa del diavolo! Ci
chiamano col nostro nome di battesimo, e qualche volta _animale_! Essi
dimenticano perfino talvolta di dire: se vi piace! Oh! eh! I nostri
padri àn dunque presa la Bastiglia per nulla? E la livrea, ah! Noi
siamo in un carnevale perpetuo, noi altri, noi siamo degli arlecchini
all'anno.

--Come a dire?

--La nostra livrea è la nostra gogna. E la parrucca, poi? E con
questo, una parrucca di stoppa, bianca della farina che il vento ci
caccia negli occhi e ci accieca, e nel naso e ci fa starnutire dodici
ore al giorno! Mi pare che basti che ci accimorrino con li scarpini,
le calze di seta e le brache corte. Essi non ànno nemmeno pietà se un
famigliare à le gambe arcate, con quei mezzicalzoni di peluscio rosso
o giallo canario! Se fossero almeno colori seri! Vi si azzima in
pappagallo! Basti così, cospettaccio! D'oggi innanzi, noi esigiamo
degli uniformi di lanciere. Eh! che ne dite, M. Claret, di lanciere o
di ussaro?

--Io inchino forte alla veste da camera. Essa è più comoda. Io ò
saggiato l'uniforme alla guardia nazionale--e non mi sorride una
maledetta. Ma, infine, vada pure per il lanciere. Io amo la Polonia...
a digiuno.

--Allora, caro M. Claret, l'è un affare inteso. Ma, del resto, dopo
dimani sera io verrò a pigliarvi con la vostra signora e le signorine,
ed andremo alla _Porte Saint-Martin_. Avrò un palco. E chiacchiereremo
di nuovo. Ve lo ripeto: lascio il salario per le spese di _toilette_
delle vostre piccole, e v'invito a partecipare alle mie operazioni,
quando vorrete e nelle proporzioni che vi piacerà.

--Sì, sì, _père_ Pradau, io ò afferrato tutte le vostre combinazioni e
le trovo ammirabili. Ma lasciatemi preparare un pretesto che mi
giustifichi agli occhi del duca, se mando via Roberto e vi sostituisco
a lui.

--Ciò è giusto. Ciò è, anzi, convenevole. Bisogna rispettarci, se
vogliamo farci rispettare dai padroni. Anche io non voglio perdere la
commissione che mi riviene sul collocamento che madama Augusta medita
probabilmente.

--Ma cosa l'è insomma codesta agenzia, zio Pradau?

--Ma! avete voi udito a parlar mai dell'agenzia di M. Foy?

--Oh! sì: ò letto ciò spessissimo negli annunzi dei giornali¹.

  ¹ Agenzia di matrimoni.

--Ebbene l'è la casa Foy, il matrimonio in meno--alla chiesa e al
Municipio. Ecco tutto. Noi diamo una festa, secondo l'importanza
della cosa. Tutto ciò che vi è di ricco e di nobile viene ad
approvvigionarsi da noi. Noi prendiamo iscrizione delle damigelle che
vogliono o principiare o divenir assennate; ne scrutiniamo bene la
morale; esaminiamo le loro bellezze, la loro istruzione, la loro
educazione. Perocchè noi non presentiamo in mercato che fior di roba,
con garentia e stampo di fabbrica.

--Ma, l'è da fior di galantuomini, codesto!

--Le persone s'incontrano, si parlano, si esaminano; si consulta la
scritta del prezzo nell'_album_ sulla tavola, per ordine alfabetico e
ritratto. Si vede la lista delle spese, poi... E poi si getta il
moccichino. Una parola detta all'orecchio di madama Augusta basta.
Nulla di più leale in commercio. Mercanzia per ogni gusto. Nulla al
disotto di 36,000 franchi di onorario l'anno--oltre i regali che sono
volontari, ed una somma per l'installamento primo. Non un motto che
non sia decente. Alle Tuileries si è meno permalosi. E che eleganza!
che tatto squisito! che spirito in ogni concetto, in ogni sguardo! che
gusto! che di aristocrazia nelle maniere! Oh! se gli ambasciatori e le
duchesse potessero venire ad istruirsi da noi! Insomma, l'è la
parrocchia dei baci--ma un vescovo crederebbe trovarsi nel pensionato
delle suore di Picpus!

--In fede mia! codesto è proprio superbo.

--Lo credo bene. E perciò ci si scrive dalle cinque parti del mondo
per essere inscritta e presentata, e ci si manda il ritratto,
guarentito rassomigliante per atto di notaro. Che collezione! Qualche
volta noi facciamo delle anticipazioni, per dei soggetti il di cui
successo è infallibile. Si può consultar _gratis_ i nostri registri ed
il nostro album. Nulla di sospetto e di meschino. Il signore che non
giustifichi di avere un titolo e di posseder per lo meno 150,000
franchi a ruminare in un anno, non è ammesso nelle nostre riunioni.
L'età cui preferiamo per i candidati è al di là dei trent'anni. Chi ne
à meno di venticinque è escluso dalla morale, non vi pare?

--Ma un'istituzione simile meriterebbe un incoraggiamento del governo,
io vi dico.

--Pouah! questo governo taccagno! Ah! parlatemi dunque degli _altri_!¹

  ¹ Il conte di Chambord e gli antenati.

La conversazione fu interrotta precisamente da M. Robert, il quale
portava la risposta del duca.

Altra derogazione agli occhi dello zio Tob, il quale non rifletteva
che egli stesso aveva derogato peggio ancora.

--Allora è convenuto, M. Claret, non è vero?--disse Tob alzandosi.

--Che diamine! noi siamo degli uomini, zio Pradau.

--A dopo domani. Se non posso spicciarmi alle sette e mezzo, manderò
il viglietto del palco nella giornata, ed andrò a porgere i miei
ossequi alle signore nella serata.

--Saranno desse contente, perdinci!

--Me lo immagino. Frederik rappresenta _Don Cèsar de-Bazan_.

--Superbo!

--I miei complimenti alla famiglia, ed a rivederci.

--Mille grazie, ed a rivedervi, _père_ Pradau.

Come quella dimora aveva l'aspetto calmo! Come tutto vi sembrava
regolare, in ordine, puro, felice! Come le passioni vi erano umane, i
desiderii sereni, l'andamento normale, i sentimenti sociali!

M. Claret andava ad introdurvi l'ex capo degli zingari!

Il duca di Balbek aveva accettato, e fissato il ballo di Augusta al 29
novembre.




VIII.

Il ballo del 29 novembre e la prefazione.


La sera del 29 novembre giunse.

Alle nove della sera, un piccolo _coupé_ si fermò innanzi ad una porta
nella via Blanche. Un signore ne scese, salì al terzo piano, suonò.
Una ragazza aprì, ed annunziò:

--L'è il signore.

Sergio di Linsac--era desso--entrò, cappello in testa, dritto dritto
nella camera da letto.

La cameriera, che gli aveva aperto, lo seguì, per continuare a
prestare la sua assistenza alla padrona, la quale era in via di
terminare la sua _toilette_.

Era di già pettinata, e Luisa le infilava le calze.

--Non ti aspettavo--disse Morella, la padrona della dimora. Vieni tu
per qualcosa?

--Lo credo bene. Vengo a passare in rivista l'esercito, ispezionare le
armi ed aggiungervi questo cannone alla Paixant.

E, ciò dicendo, le presentava un ferretto di diamanti a foggia di
stella.

--L'è proprio bello--sclamò Morella. E vado a collocarlo, all'istante,
nel suo empireo.

--La tua fronte l'ecclissa, Morella--rispose Sergio, baciandola.

--Tanto meglio se l'è così. Ne saresti tu già ai concettini, con me?

--Come? tu dici ciò all'uomo che ti à presentato il tuo bastone di
maresciallo?

--Di meglio: che mi à cacciato nella mischia per guadagnare la
battaglia. Come trovi tu questa veste?

--Giammai demonio non prese meglio le penne di cherubino.

--Lasciami in pace con le tue inezie di demoni e di cherubini. Sono io
bella?

--Ahimè!

--L'insieme è armonioso!

--Irresistibile.

--Se indicassi l'ombra appena di un neo, qui, in giù della guancia...
per fare osservare come essa si arrotonda soavemente sulla mascella
inferiore?

--Non aggiungere nulla di nulla. Vattene, Luisa. L'è finita. L'è
perfetta. Dio sarebbe geloso, o innamorato, dell'opera sua--se fosse
la sua!

--Insomma?--chiese Morella, quando la cameriera fu uscita.

--Morella, io non tenterò più di piegarti.

--E fai bene. Ti dicono, pertanto, uomo di spirito! Scrivi dei libri
che pretendono rivelare il cuore umano! Esci dunque dall'assurdo. Io
non ò che diciannove anni. Non ò, per conseguenza, che undici anni
innanzi a me, per occuparmi di altro che di amore. Ritorna quando avrò
trent'anni. Vedremo allora. Ma inocularmi adesso quella melanconia!
grazie: la sbiada il colorito.

--Tu menti in questo momento. Io so, e ciò ti basti, che tu ami
altrove.

--In ogni modo, ciò sarebbe per conto mio proprio. Ma non ritorniamo
su queste tristezze. Puoi tu spendere dugento mila franchi l'anno per
me? No. Vattene allora! Tutto è detto. Io ammagrisco al regime di 2000
franchi al mese. Tu mi ài fatto un ospizio, con codesto, e non un
altare. Ora, la natura non mi à regalati questi occhi qui, questa
bocca, questa testa, questo collo, questo seno, questa vita, tutto
questo splendore, in una parola, per metterlo milensamente a codesta
pietanza da invalido. Io non intendo che due cose: o degli stivaletti
squarciati trascinati nel fango, o una costellazione. Gli stivaletti
squarciati sono una sventura; un terzo piano nella strada Blanche è
una dappocaggine. Parliamo dunque d'altro.

--Allora, l'è un addio per sempre?

--T'inganni, Sergio. Io non dimenticherò giammai che tu mi prendesti
piccola contadina d'Arles, e che mi ài fatta ciò che sono. Io ti debbo
tutto: gusto, parlantina, ambizione, istruzione, scienza della
bellezza, aspirazione, poesia, conoscenza del mondo. Io era forse una
perla; tu ne ài fatto un gioiello, un monile. Io resto tua amica, tua
obbligata. Lasciami adesso collocare a modo mio il capitale che Dio mi
à dato: la bellezza e l'amore! ed il capitale che tu vi ài aggiunto:
l'arte! Io conosco il valore di ciò che posseggo, ora.

--Non far dell'usura, almeno.

--Tu dici codesto, tu? Come! Si danno 2000 franchi ogni sera alla
Grisi, per una cabaletta, senza menar scalpori, e si trova enorme se
io domando la metà di quel prezzo? Ma cosa è dunque un gorgheggio in
paragone di un bacio di queste labbra, vedi! di queste labbra, il cui
soffio è come la parola di Gesù a Lazzaro: vivi! In verità, gli uomini
sono idioti!

--Morella--osservò Sergio, dopo un momento di riflessivo silenzio--io
sono felice della scelta che ò fatto e dell'ispirazione che ò avuta.
Tu mi farai onore; ed io non dubito del successo. Terrai il tuo posto
con bravura. Io ti rimpiangerò sempre, ma meno se sei fortunata.

--Parliamo d'affari allora, e formola le istruzioni che vieni a darmi.
Tu ài detto che io entrava nella carriera della diplomazia?

--Vi sei di già.

--Che io era al servizio di un'Altezza, da cui il sotto ambasciadore
di Russia teneva il suo mandato?

--Te lo confermo.

--Che io doveva ammaliare un bel giovane?

--Egli è anzi troppo bello--ed io ò paura che tu ne diventi amorosa e
che ci tradisca.

--Decisamente, tu ài una cattiva opinione di me. Rassicurati, allora:
io amo di già. Non se ne amano due alla volta.

--Tu l'ami dunque davvero?

--Al punto, che io non mi lamenterei degli stivaletti rotti per
andarlo a vedere.

--Lo compiango: tu ne farai un idiota.

--Ciò mi riguarda. Io pretendo farne un angelo del paradiso. Ma dimmi
il nome della vittima che gittate nei miei artigli.

--È il duca di Balbek.

--Lo conosco... e l'odio.

--Come ciò?

--Un quindici giorni fa, io era sola--sola in un palco agl'_Italiani_.
Quasi rimpetto a me, quel duca aveva passato la sera con una giovane e
bella fanciulla--che debbe essere probabilmente sua moglie. Egli mi
aveva sbirciato tutto quel tempo, quantunque io torcessi sempre il
capo con dispetto. Scendendo la scala, per azzardo, mi trovai innanzi
a loro. La giovane mise il piede sulla mia veste. Io mi volsi. Ella mi
disse graziosamente: Mille scuse, signora! Allora quel facchino di
duca le mormorò all'orecchio--ma non sì basso che io non l'udissi: Non
tanta cortesia con quelle creature! La giovane indietreggiò, quasi si
avesse toccato un colubro. Io li squadrai entrambi con insolenza, e
dimandai al vicino: Chi conosce qui questo pezzo di tanghero?

--Zitto! fe' qualcuno: gli è il duca di Balbek, ambasciadore di un re
non so dove! Essi erano passati; ma avevano dovuto udire il mio motto.

--Questo precedente è spiacevole.

--Dite, propizio. Allora?

--Ebbene, figlietta mia, vendicati in questo caso. Te lo abbandoniamo,
corpo ed anima. Impadronisciti di lui, fatti amare, e... divoralo!

--Egli sarà dunque al ballo?

--Si dà il ballo per farvi incontrare. Il principe di Lavandall ti
farà la corte per isvegliare l'emulazione di quello sciocco. Tu farai
trionfare il duca sul principe.

--Ed in seguito?

--In seguito, tu sarai riserbata, ma non respingerai le proposizioni.

--Le farà desso codeste proposizioni?

--Il tuo specchio non ti dice dunque ch'ei non sarà mica il solo a
fartene? Però, egli deve essere l'eletto--vedessi tu ai tuoi piedi il
duca di Orléans od il barone di Rothschild.

--Sta bene. Quale è poi la mia missione?

--Amor mio, tu sei un graffio che noi gettiamo su quell'uomo. Noi non
abbiamo che uno scopo: ridurlo alla miseria. I mezzi ti riguardano.
Dugento mila franchi di premio per te, se riesci. Noi ti lanciamo su
di lui come Dio sguinzagliò Satana sopra Giobbe.

--E poi?

--Poi... io non ne so mica più di te.

--Che fortuna può egli avere?

--Oh! e' non è ricco. Se tu gli estrarrai cinquecento mila franchi in
oro dal cuore, e' sarà lì per depositare le armi.

--Non tregua?

--Neppur di un secondo. Tu sei una macchina che lo à preso nel suo
addentellato, e da cui Dio stesso non lo potria più distrigare. Pompa,
pompa, pompa sempre.

--E quando sarà tapino come un tapino irlandese?

--Ti comunicherò gli ordini che mi si impartiranno. Ricordati solo,
che tu non sei mica una volontà, ma una fatalità.

--Che parte debbo io assumere?

--Osserva le manie dell'uomo, e decidi. Ma non mi sembra avere colui
dei gusti che olezzino l'ideale. Tu sarai baccante. E ciò lo
trasporterà.

--Riserbo ciò per colpo di grazia, quando vedrò il sangue schiumar
sulle sue labbra. Andiam per gradi. L'è detto. Ecco tutto. Le undici e
mezzo. Me ne vado.

--Non importa! io ò dei rimorsi. Io so che in queste trame sataniche i
pesci cani si aprono sempre una via e che l'è sempre la povera
mosca--la donna! che soccombe. Dio ti sia in aiuto, Morella. Io ti
amo.

--Va a metter ciò in versi: l'è grazioso. Ma non esser inquieto per
me, no: io sono di acciaio--mi si può torcere, ma non spezzare.

--Io mi sovvengo di un'altra vittima. Addio.


Il ballo di madama Thibault si componeva di due categorie di persone:
gli attori e gli spettatori.

Gli attori erano una ventina di giovani dei due sessi, cui alcuno non
conosceva ed alcuno non curava conoscere--i ballerini. Le damigelle
erano state scelte di una bruttezza sufficiente per non far macchia e
servire di rilievo alle vere bellezze.

Questo coro della festa era vestito di bianco, senza gioielli, con
qualche fiore nei capelli, ed ecco tutto.

Non vi era da sbagliarci sul suo ufficio.

La categoria degli spettatori era altra cosa. Lo zio Pradau li aveva
dipinti con esattezza.

Madama Thibault abitava adesso un padiglione in fondo ad una corte,
nel Faubourg St. Honorè. Al padiglione si annetteva un piccolo
giardino. E tutto ciò era ricco e civettuolo.

I saloni, o piuttosto la Borsa, eran già stivati di gente, quando
Morella arrivò.

La stessa parola spruzzò, nel medesimo tempo, da tutte le labbra: Ecco
la regina!

Infatti, Morella era alta abbastanza per spiegare l'eleganza squisita
della sua taglia, ma non troppo per imporre, come una Semiramide di
Opéra. Il suo colorito aveva quella pallidezza bianca ed abbagliante,
piena di salute, che indica l'armonia delle funzioni della vita, la
perfezione degli organi. Una pelle vellutata e fina, simigliante
all'alito di una bambina che dorme. Il suo lungo sguardo nero era
impregnato di languore, ma si animava per raggi, e dava delle scosse
come una macchina elettrica. Nulla poteva eguagliare la freschezza, la
grazia, la soavità della sua bocca, ove la voluttà sorgeva come Venere
dalla schiuma del mare. La sua fronte, alta, levigata, bianca come
l'Olimpo di Omero, sarebbe stata davvero il trono di un'anima--se
Morella ne avesse avuta una. Il suo sorriso un po' lento penetrava
come l'odore della magnolia. Il suo collo, il suo petto, le sue
braccia nude allumavano gli sguardi e scoloravano i sembianti. Satana
vi scoppiettava con la sua muta furibonda di desiderii.

Morella era una provocazione. Ove ella poggiava lo sguardo, feriva;
ove ella fermava la sua volontà, prostrava.

Come contrasto a quella provocazione--che sembrava emanar da lei
involontariamente--le sue maniere erano dolci, molli, gravi: la
cimbalina di Dio si rivelava in sibarita!

La sua voce era armoniosa, ma si lasciava dietro le vibrazioni che
seguono una corda che si spezza.

In una parola, Morella sarebbesi detta una cattiva azione della
provvidenza. Era un calappio, come la _datura strammonio_--il di lui
fiore incanta lo sguardo ed uccide.

Si danzava già in un salone.

In un gabinetto, taluni, fra cui il dottore di Nubo, giocavano al
_baccarat_ a tutto vapore.

Sotto il pretesto del caldo e della folla, una mezza dozzina di
odalische--le men belle, tariffate al di sopra dei 60,000 franchi
l'anno--si erano ritirate in un altro salone che dava sul giardino.
Una dozzina di uomini--i quali avevano quasi tutti passato il capo
fatale dei quarant'anni--folleggiavano intorno a quelle bellezze--alle
quali madama Thibault li aveva presentati.

Il duca di Balbek trascinava uno sguardo noncurante su quello
splendido mazzetto, meditando un attacco sopra una magnifica Polacca,
la quale, a sua volta, lo avviluppava del suo sorriso. Il principe di
Lavandall stuzzicava i lunghi ricci neri di una giovine _miss_
irlandese, che aveva l'aria innocente di Eva nel paradiso.

In quel momento si udì nei due saloni una specie di brulichìo?
paragonabile a quello della brezza nelle foglie della foresta.

Tutti gli sguardi si volsero verso la porta.

Era Morella che entrava, e madama Thibault che si precipitava al suo
incontro.

L'effetto, l'ò detto, fu completo.

Il primo che sollecitò a dimandare di essere presentato, fu il
principe di Lavandall. Il duca di Balbek, che l'aveva riconosciuta, e
si rammentava la scena agl'_Italiani_, arrossì.

Morella fece vista di non scorgerlo.

--Ahimè! madamigella--le susurrò il principe--ora che vi vedo,
rimpiango di non essere la fortunata vittima che i vostri sguardi
debbono immolare.

--Che ciò non vi arresti, mio principe--disse Morella ridendo; io sono
di forza da farne due delle vittime.

--Non si potrebbe trovare un modo di transazione, madamigella?

--Oh! no, caro principe. Non v'è che i piccoli bancarottieri che
transigano. Io, io fo saltar la banca, netto, o pago a cassa aperta.

La padrona della casa presentò il duca di Balbek.

--Madamigella--disse costui--v'ànno salutato, entrando, del nome di
regina. Permettete ad uno dei vostri umili sudditi di mettere ai
vostri piedi la sua sincera divozione.

--Vedi mo'! e' sembra che il signor duca abbia un dizionario secondo
le latitudini parigine: la _creatura_ dei _Bouffes_ è _regina qui_!
Cosa sarei nel mio palazzetto, signor duca?

--Permettetemi che vada a dirvelo, ed a farvi le mie scuse.

--E perchè no qui? Il signor di Lavandall è buon giudice.

--Io sono troppo vecchio, madamigella, per entrare in questa mischia.
Non si corre più quando si à la podagra. Siete voi fortunato, signor
duca!

--Adagio, signore, adagio, non cercate svignarvela. Io sono pigra, io:
amo la podagra.

E dicendo ciò, Morella salutò leggiermente il duca di Balbek--il quale
restò pietrificato--e condusse il principe nel giardino. Ma cinque
minuti dopo, rientrarono, e M. di Lavandall le presentò il conte di
Kormoff suo amico.

Morella si assise sur un canapè, con il conte, vicin vicino al duca di
Balbek, cui volse il dorso.

--Parola d'onore, madamigella--disse il conte rispondendo ad una
dimanda della giovane donna--il freddo di Siberia è un pregiudizio
europeo. In ogni caso, io m'impegno a percorrerla, senza pelliccia, in
_toilette_ da ballo, in pien gennaio, se voi siete a fianco a me.

--E si dice che i Cosacchi sono dei barbari! ma essi fan quasi quasi
dei madrigali. Gli è vero che il signor conte non è ambasciatore di un
re, per avere il diritto di essere insolente--soggiunse Morella a voce
alta.

Il signor di Balbek si contorceva e taceva.

Morella riprese il braccio del principe di Lavandall, per fare un giro
nella sala di danza.

Il duca si alzò anch'egli e la seguì lentamente, di lontano.

L'ambasciatore di Spagna, che si trovava a fianco a lui con la
Polacca, gli disse sorridendo:

--Caro duca, il Russo vi dà scacco e matto: lasciate la partita.

--Non l'ò impegnata: non posso dunque lasciarla.

--Allora, non impegnatela. Le donne ammattiscono per le mine
dell'Oural.

--Voi avete ragione forse, marchese. Ma ben sovente, elleno si servono
delle mine per comprarsi degli aranci.

Morella, che trovavasi innanzi a lui, l'udì e domandò al principe di
Lavandall:

--Principe, se vi dessero a scegliere tra un orso ed un pappagallo,
quale dei due scegliereste voi?

--Se io fossi donna, il pappagallo.

E dicendo ciò, le presentò lord Warland--al braccio di cui la
confidò--essendo stato chiamato dall'ambasciatore di Turchia, che
volle presentargli Fernandina--un'altra regina del ballo che faceva il
suo ingresso.

Ora lord Warland non parlava il francese e Morella non capiva
l'inglese. Lord Warland era parecchie volte milionario ed aveva la
rabbia di parlare alle belle donne--egli che poteva vantarsi di essere
uno degli uomini i più brutti di Europa!--di cui era fiero, del resto.
Infatti disse:

--_Mademoiselle, all the ladies fly away from me. You are the first
one, this evening, who consents to take my arm. I was wrong not to
come here wrapped in a mantle of banknotes_.

Morella l'ascoltava a grandi occhi aperti.

Il duca di Balbek, che le era vicino, sorrise. Morella lo vide, gli si
volse e gli chiese:

--Il signore vorrebbe farmi l'onore, se comprende l'inglese, di
tradurmi codesto?

--Milord à detto, madamigella--rispose il duca salutando--che tutte le
dame lo fuggono, e che voi siete la prima che abbiate consentito ad
accettare il suo braccio. E milord aggiunse: che egli à avuto torto di
non venire qui avviluppato in un mantello di banconote.

--Milord, voi avete fatto benissimo, al contrario--rimbeccò
Morella--avreste potuto correre il pericolo di pigliar fuoco.

Milord guardò il duca, a sua volta, per pregarlo di tradurre la
risposta--e rise a scoppiare quando il duca gli disse:

_--You have done well, because you could have taken fire_.

Lord Warland si allontanò fregandosi le mani e ridendo sempre.

Il duca di Balbek offerse allora il suo braccio a Morella.

Ella non l'accettò ed andò a sedere sur un divano. Il duca le si mise
a lato.

--Voi siete dunque inesorabile, madamigella?

--Per i delitti no, signor duca; per le sciocchezze, sempre. Un
delitto può avere della grandezza; la sciocchezza è infallibilmente
meschina.

--Io ò potuto aver ben torto, madamigella e non mi scuso. Ma, in tutti
i casi, voi ne conservate un rancore côrso. Vi siete burlata di me
tutta la sera.

--I piccoli ànno anch'essi il loro giorno, signor ambasciatore. Però,
al postutto, che v'importa il mio risentimento?... Sono io...
l'imperatrice delle Russie, io?

--La Russia vi apparisce sotto tutte le forme, madamigella. Vi siete
voi stata?

--No: ma essa mi colpisce. La Francia, l'Alemagna, l'Inghilterra,
l'Italia, la Spagna si rassomigliano più o meno. La Russia è la
Russia. Essa vi aspira come l'immensità del mistero. Ed i Russi,
signore, sono tutto ciò che vorrete--eccetto meschini! Il profilo del
loro paese si imprime forse nello sguardo loro dalla nascita, e vi
lascia l'immagine del vago e del colosso.

--È da molto che conoscete il principe di Lavandall?

--L'ò visto stasera per la prima volta. Ma e' mi sembra che noi
fossimo amici da dieci anni. Egli è il solo uomo che io mi abbia
distinto qui.

--Davvero?

--Sì: e convenitene pur voi. Il signor di Lavandall ed il signor
Kormoff sono qualcuno qui: noi siamo il genere umano--chiunque! Si
sente che sono di già partiti. Essi àn lasciato qui un vuoto.

--Voi siete così invaghita dei Cosacchi, madamigella, che io sento
dover rinunziare a piacervi.

--Rinunziare, signore, implica qualche cosa che significa cominciare.
Ebbene, non cominciate. I Cosacchi danno forse lo _knout_ ad una
donna. Non la chiamano cantoniera!

--Ancora?

--Ma! voi non esistete ancora per me che sotto questo aspetto. Ah!
ecco lì l'Inglese. Bisogna che io lo bisticci un tantino.

--In inglese?

--E poi? Vedete! gli è adesso un'ora dopo la mezzanotte. Ad un'ora e
venticinque minuti, prima che io me ne vada, il mio inglese parlerà
francese come Victor Hugo. Quell'uomo mi garba.

--A causa del suo mantello?

--E perchè no? Non à quel suo mantello chi vuole, signor duca. Ma la
sua bruttezza mi fascina. Eh sì! la bellezza? ne ò pieni gli occhi:
l'è tutto specchi in casa mia! La mediocrità? pouah! Il mio
proprietario à domandato di sposarmi, presentandomi il suo ultimo
ricevo del fitto. Fare dei figliuoli e rosicchiare 30,000 franchi
l'anno con lui, per quarant'anni! Piuttosto la Senna! Se il volgare mi
avesse sedotto, signore, sarei restata a confezionar cappellini ad
Arles.

--Ah! voi siete di Arles?

--La donna non è di alcun paese. Ella è bella o brutta--del cielo o
dell'inferno. Allora, fra otto giorni, tutta Parigi conoscerà il mio
Inglese. Che se ne vada; ognuno sclamerà: guarda! l'inglese è partito
dunque? Che noi ce ne andassimo, alcuno non se ne accorgerà.

Il dottor Nubo entrò allora nel salone e venne a salutare il duca.
Egli squadrò fisamente Morella e disse:

--Che tigre reale! Gli è per questo che io sentiva l'odore di carne
fresca. Attento a voi, caro duca.

--Io non sono una scienziata in storia naturale--rimbeccò Morella, con
un sorriso grazioso, ma che aveva gli artigli di acciaio. Vedendovi,
però, signore, io m'immagino contemplare uno di quei vecchi vasi di
Faenza degli speziali di una volta--quei vasi il di cui smalto
abbarbagliava, i di cui geroglifici intrigavano, e che contenevano
delle droghe velenose, talvolta della vipere.

--Benissimo, benissimo, piccina. Tu ài la stoffa per divenire una
duchessa.

--Voi siete terribile, madamigella--osservò Balbek. Vi si punge e voi
ferite a morte.

--Oh! si à dunque la vita così tenera qui?

--Addio, madamigella. Io non oso neppure pregarvi di cessare la guerra
contro un vinto.

--Davvero, signor duca? Bah! Il principe di Lavandall, lui, mi avrebbe
forse abbracciata o strangolata.

Il duca uscì come un lampo dal salone, trasportando nel cuore
quest'ultima freccia avvelenata.


L'indomani, Morella aspettava il duca, alle due.

La sua previsione era giusta.

All'una e mezzo egli sonava alla sua porta.

Il destino lo spingeva.




IX.

Vitaliana.


Che idillio! che primavera intorno a Vitaliana!

Ella ignorava tutto--forse perchè non si curava di nulla.

Il matrimonio era stato per lei un mandato impostole da sua madre, cui
ella compieva. Il suo cuore era restato estraneo a quel mercato.

Ella non portava nella ragion sociale del duca di Balbek che la sua
bellezza, la sua virtù, ed un centinaio di mille franchi, alla morte
di sua madre. Ella non doveva dunque nulla al di là--oltre
l'adempimento del suo dovere. Ridotta a questo còmpito, ella vi si era
assiepata bravamente, la calma negli occhi, il sorriso sulle labbra.
Ella non era risponsabile innanzi al mondo dalla sua vita inferma--e
forse delle lagrime del suo cuore! Che importava, del resto, al mondo
che vi fosse in quel seno una festa o un lutto! Basta che,
scollacciato con arte e splendido--vale dire quasi nudo--esso
abbagliasse gli sguardi nei balli, e che alcun uomo, il duca tranne,
non potesse dire: Io l'ò sfiorato delle mie labbra!

Vitaliana si era formata un'idea esagerata del carattere, della
dignità, dell'onore, della posizione sociale, delle funzioni di suo
marito. Ed aveva proporzionato a quest'idea il sentimento del suo
dovere.

Le donne, d'ordinario, misurano la loro colpa alla loro propria
dignità. Forse che, se il carattere del marito fosse preso per
campione, l'adulterio sarebbe più raro--per la semplice ragione che
nel marito non vi è solamente l'uomo, ma il cittadino.

Vitaliana comprendeva così la virtù coniugale.

D'altra banda, ella avrebbe creduto mancare alla probità del contratto
conducendosi diversamente. Imperciocchè ella considerava suo marito
come l'incarnazione la più elevata dell'onore.

Appena se ella s'informava di ciò che il duca di Balbek era stato nel
suo paese.

Ella non s'inquietava punto di ciò ch'egli faceva a Parigi.

E' le sembrava naturalissimo che re Claudio III avesse investito
dell'ambasciata di Francia un così bel cavaliere.

E' le sembrava impossibile che un gentiluomo, incaricato di quelle
funzioni, non ne avesse calcolato l'alta responsabilità, e che non
fosse stimato e rispettato. Perchè allora interrogar delle bocche, le
quali, in questa circostanza, non risponderebbero invariabilmente che
con la piaggieria od il denigramento?

Vitaliana non leggeva giornali, d'altronde. E quando la si mostrava,
raramente ancora, nel mondo, ella spandeva intorno a lei tal profumo
di purità, raggiava di tanta bellezza, che non si scorgeva quel
piccolo duca--più che non si scorge una mosca sulla cornice, quando si
contempla il quadro della Trasfigurazione.

Librata dunque sopra tutte quelle nuvole, la serenità di Vitaliana era
eterna come quella del firmamento.

Vitaliana era una creatura diafana.

Se fossimo a Firenze, io vi direi: Andate a visitare al palazzo Pitti
la vergine di Murillo, a fianco alla Madonna della Seggiola di
Raffaello: ecco Vitaliana!

Ella incarnava quella concezione divina del pittore spagnolo.

S'incontra qualcuna di quelle figure sotto il cielo brumoso
dell'Inghilterra--e vi credete, per un istante, su i minareti di
Stambul, in una notte di luna piena. Quelle nature sono inaffiate di
raggi di stelle: vi si vede circolar l'anima!

I grandi occhi cinerei di Vitaliana, allo sguardo sì lontano, sì
profondo, sì serico, sì dolce e cristallino--se venivan fuori dal vago
infinito in cui sembravano immersi, dovunque si fissavano, facevan
nascere dei gigli--come racconta la leggenda degli occhi di Gesù. Si
sarebbe detto che v'inondassero di foglie di rosa. Il desiderio
prendeva le ali della preghiera! La sua fronte si distaccava, come la
mezzaluna nel cielo, tra le sue sopracciglia scure ed i suoi capelli
d'oro, che la coronavano come una regina.

Tutto era armonia in quel viso--non di quella armonia della bellezza
greca che è della geometria--ma di quella melodia del canti italiani,
che sono un fiore dell'aria. Quell'espressione eterea si comunicava
persino alla sua bocca--le cui labbra delicate e rosee riflettevano la
voluttà della stamina pel pistillo. Si sentiva che era mestieri un
serafino per coglierle un bacio senza appannarla.

La sua statura era media. Le sue forme, delicate. La sua vita poteva
essere chiusa fra due mani di donna. Il suo collo, un po' lungo,
sosteneva una testa alta, senza fierezza, e la faceva sembrare più
grande che in effetto non era. Quando mostrava il suo piede, sì
infantile, sì petulante, si provava il desiderio irresistibile di
baciarlo.

Vitaliana era una di quelle creature, cui Dio si lascia talvolta
scappare per ricompensare, per incoraggiare coloro che credono ad
un'anima al di fuori della materia; per consolare coloro che credono
alla perfettibilità della materia--qui fango, là raggio; qui ventre,
là pensiero: Tiberio e Capri, Gesù al Taborre!


Nel palazzo dell'ambasciata, nella strada dell'Università ella si era
riserbata due stanze: una camera da letto piccolina, ed un grande
_boudoir_, sporgenti entrambi sur una immensa terrazza, di cui aveva
fatto una stufa.

Ecco il suo mondo! il ritiro ove ella s'isolava.

La camera coniugale era altrove.

Nella sua, ella ridiventava vergine, si apparteneva, era sè stessa,
era Vitaliana. Negli altri appartamenti, alloggiava la _duchessa_, ove
il duca e la società la reclamavano.

La tappezzeria di quelle due camere era ricca e semplice. La stanza da
letto era in raso rosa pallida, a nappe di seta bianca. Il _boudoir_,
in damasco bleu, a nappe di nero ed oro. Il suo letto, in legno di
radice di lauro, con dei medaglioni in lapislazzuli, era steso sotto
una tenda che lo celava chiudendosi. Una riduzione del S. Agostino e
della Francesca da Rimini di Scheffer, erano i soli quadri della
stanza da letto.

Nel _boudoir_, oltre gli altri mobili in legno giallastro, vi era un
piano; e sulle mura il ritratto di suo padre e due pastelli di
Angelica Kauffman.

Poi, dei fiori dovunque.

Vitaliana non era _musicienne_--vale a dire, uno di quei generali
dottissimi in strategica che perdono tutte le battaglie. Ella
interpetrava un pezzo di musica, se non lo leggeva sempre
correntemente.

Adorava i fiori. Tra i fiori e lei eravi comunicazione d'anima ed
anima. Ella entrava nella sua stufa come la mano dell'abbate Listz
poggia sul piano: per risvegliarvi la vita. Sarebbesi detto che i
fiori la sentissero, la conoscessero.

Questo scambio di magnetismo tra una bella giovane donna ed un bel
fresco fiore non è stato ancora sottomesso alle osservazioni dinamiche
e microscopiche, e notato--ma esiste. Fu presentito da Van Swieten--un
grande medico olandese del secolo passato. Aspetta il suo Darwin.

Vitaliana era per i fiori un raggio di sole o la rugiada. Que' che
appassivano, trovavano ancora abbastanza di alito per dirle: addio! I
rigogliosi cantavano; i bottoni sboccianti, folleggiavano: l'odore
addiventava profumo, il colore, spanto! Vitaliana aveva sempre un
motto a dire, un consiglio o una carezza a dare a ciascuno di loro. Il
suo sorriso era un'evocazione. Tutte quelle stelle fiammeggiavano al
suo riflesso.

--Benissimo, benissimo!--diceva ella sorridendo ad un _hyocroma_, il
cui fiore a tubo scarlatto e bleu sbocciava pien di salute. Si vede
bene che fai buona compagnia col tuo vicino, la cui foglia verde
argentea riposa lo sguardo! Vedete mo', come queste povere _lavatere_
si annoiano! La loro rosa impallidisce troppo: ingialliscono. Sareste
voi tristi perchè questi _cestrums_ ai petali d'oro se ne vanno? Non
affliggetevi giammai se i grandi passano: essi ebbero i loro dì di
splendore... Alla buon'ora! mie piccole _svensonie_! Voi gorgheggiate
delle vostre testoline bianche, rose e porpuree! Svegliatemi dunque un
tantino codesti _conoclynii_, il cui azzurro si spessisce; codeste
_bigonie_, i cui tubi scarlatti ed i fiori soffocano la coccarda lilà
del loro corsaletto...

Poi ella inaffiava le _stewie_ e le _vinee_, dal fiore bianco e rosa;
faceva la belloccia con quella varietà di _lantane_, delle _boule de
neige_; si ricreava come una pazzerella con la sua bella collezione di
_vervine_ e di _veroniche_: volteggiava come una farfalla in mezzo
alle _iridi_ ed ai _phlox_, che avevano saccheggiato l'arco baleno.
Ella camminava, correva, rideva, devastava, s'imboscava contro
gl'insetti malfattori, rimuoveva la terra dalle sue mani--mani che
avrebbero fatto impallidir di gelosia perfino Caterina dei
Medici--tanto erano belle! S'impazientava contro i giardinieri;
prendeva una piccola roncola per mondare gli arbusti; legava un ramo
ribelle; raccoglieva le foglie morte.

Un mattino verso la fine del mese di dicembre, Vitaliana veniva dal
terminare l'ispezione della sua stufa, quando Maria, la sua cameriera,
entrò ad annunziare la visita del conte Alleux.

Ella fece un movimento di sorpresa, ed il sangue rifluì al di lei
viso. Si rimise però subito e disse:

--Introducilo lì, nel mio _boudoir_.

Adriano di Alleux era l'ingrandimento di Vitaliana di Muge.

Avevano ambedue preso dalle loro madri. Il medesimo colorito della
pelle; il medesimo druidico degli occhi; il garbo medesimo della
bocca; il medesimo portamento elegante e svelto; la medesima vita
elastica; la stessa elevazione della testa. Solamente, in Adriano,
tutto codesto era più fosco, più accentuato, meglio consistente, più
robusto, più virile. Ciò che era bellezza in Vitaliana, diveniva
grazia in Adriano; ciò che era soavità nella donna, si chiamava forza
nel giovane. L'espressione verginale di Vitaliana prendeva l'aria
d'indifferenza o di voluttà in suo cugino.

Il suo naso era un po' più grosso, ma per la sue leggiera curvatura
dava al di lui viso un certo che di fierezza. Non portava barba,
eccetto due baffetti fini, rilevati a punta, e così lunghi che
piaciuto era loro di crescere.

Lo si trovava un po' stecchito. Ma ciò proveniva dalla ritenuta cui
s'imponeva--per tenersi dritto e rompere così l'abitudine, contratta
al seminario, di portare la testa in giù. La sua voce era melodiosa
come quella di Vitaliana. Il suo sorriso, quando era vero--perchè
abusava del riso sarcastico--irraggiava come quello della cugina. Era
alto ed elegantissimo, ma senza affettazione.

Una viva commozione si pinse sul suo sembiante quando vide Vitaliana
impiedi, sulla soglia del balcone che si apriva nella stufa.

La cugina aveva arrossito udendo il nomo di lui; il cugino impallidì
alla di lei vista. Alcuno dei due non favellò. Si contemplarono
reciprocamente: Adriano, con fascino; Vitaliana, con stupore.

Per uscir d'imbarazzo, e nascondere il suo turbamento, questa sclamò
di un accento gioioso:

--Ebbene, signore abate, vi siete dunque fermato a mezza via del
vostro vescovato? Che disgrazia! promettevate un così santo vescovo!
Il nostro caro zio, il cardinale, ne sarebbe immagrito di un quarto di
tonnellata per gelosia.

--Può smagrire di una tonnellata tutta intera, senza nulla perdere
nella considerazione della cristianità!--rise Adriano. Ma veggo con
contento che tu sei gaia... perdono, che madama la duchessa è gaia. Io
mi aspettavo a tutt'altro.

--Ah! voi venite dunque per vedermi piangere!

--No: per consolarvi.

--Consolarmi di che? della perdita della battaglia di Waterloo?

--Tu sei dunque felice, Vitaliana?--riprese Adriano dopo un istante di
silenzio, ed offrendole il braccio per passeggiarla nella stufa.

--Ma chi à potuto ispirarti l'idea che io nol fossi? L'avresti tu
letto nella _Gazette de France_--che mi manda, dicono, ogni domenica,
alla messa di S. Tommaso d'Aquino, dove io non ò mai messo il piede?
Tu non rispondi?

--Non una nuvola in casa tua, dunque? tuo marito ti ama...?

--To'! tu mi rammenti che sono quasi otto giorni che non l'ò visto.
Quel povero Carlo è così occupato! Negozia, da circa un mese, un
trattato di commercio con l'ambasciatore d'Inghilterra, che à la gotta
ed abita ancora Chantilly. E' pare che codesti ambasciatori lavorino
come dei fabbricatori. I governi ed i popoli sono così esigenti!

--Proprio.

--L'è pur così. Ma con codesto, voi non mi dite mica, signorino,
perchè avete rinunziato a quel delizioso mestiere di vescovo, cui, in
un accesso di divotamento alle miserie dell'umanità, avevate scelto.
Ti ricordi tu quanto mi spaventavi parlando di andarti a fare rosolare
un po' le costole, per atteggiarti a martire! Come ti avrei io bene
adorato sur un altare, con un coperchio di casseruola sul capo ed un
piumaccio, millantantesi palma, nella mano!

--Vitaliana, tuo marito ti ama? ami tu tuo marito?

--Che razza di questioni stupide mi indirizzi tu là, Adriano... no,
signor conte di Alleux? Voi v'immaginate dunque che io andrei a dirvi:
Signore, io non amo mio marito!... signore, mio marito è infedele...
quando anche ciò fosse?

--Gli è, Vitaliana, perchè tua madre è assente, tu sei sola, ed io
sono in questo momento il capo della nostra famiglia--e perciò il tuo
sostegno nella sventura. Avresti tu preferito che, in questa
circostanza, io mi fossi tenuto in disparte... perchè... infine, io ò
creduto che il mio dovere...

--Ma tu vaneggi dunque? Che circostanza? Di che intendi tu parlare? Di
qual sostegno sogni tu? Il mio sostegno è mio marito. Se vi è un
dovere per qualcuno, qui, gli è per me, che debbo rispettare il nome
che porto, e l'uomo che me lo à dato--come egli lo rispetta e come
egli lo porta, altamente, con dignità e con onore. Tu parli d'amore. È
desso indispensabile alla felicità di una famiglia? Si è mai definito
cosa sia l'amare un marito? Io leggo tante cose su codesto, che vi
perdo il mio istinto. Io non so se ami o no mio marito. Lo rispetto, e
ciò val meglio. Siete voi soddisfatto adesso, signor abate d'Alleux?

--Ora mettiamo--solamente per ipotesi--che tuo marito fosse un uomo
indegno...

--Alto là! Io vi vieto, signor conte, di spingere più in là vostra
ipotesi, antitesi, parentesi, e tutto ciò che vorrete. Io non mi curo
di fabbricare castelli in Ispagna. Li troverò un giorno forse belli ed
impiedi. Sarà tempo allora di pensarvi. Ed io non esiterei lungamente
a pigliare il mio partito--siatene sicuro. Io non comprendo il dovere
senza il correttivo, o l'equilibrio, del diritto. Io non mi rassegno
alla teoria del sagrifizio per la donna e la libertà per l'uomo. Ma,
insomma, cosa ài tu, Adriano? Perchè sei tu venuto a vedermi qui, dopo
tre anni di separazione? Perchè non sei tu venuto innanzi--quando ài
barattato la guarnacca del seminarista con la livrea del mondo? Tu non
ài dunque nulla a dirmi? Tu non eri, pertanto, mica troppo goffo da
abate. Quei mustacchi ti danno l'aria di un caporale in gazzurra.

--Dio mio, che vuoi tu? Son venuto perchè ò sognato che tuo marito era
infedele; che aveva una ganza adorabilmente bella, abbominevolmente
perversa; che tu lo sapevi; che tu eri infelice; che tu avevi forse
bisogno di consiglio, di protezione, di vendicatore... E che so io,
Vitaliana? Tu non ài che una parola a dire... Veggo che è un sogno, ma
desso mi perseguita... L'è forse l'abitudine... L'è quella
inqualificabile educazione di seminarista, in cui non si presenta agli
occhi di quei tapini che delle immagini di donne--S. Ginevrina, S.
Filomena, S. Tecla, S. Pantofola, la Vergine Immacolata, la Vergine
col Bambino, la Vergine col vecchio marito... e sempre delle donne e
delle vergini! A sedici anni, si sogna, si sogna di tutta quella roba.
La s'incarna meglio che le stupide immagini del libro di divozioni; vi
si mette su la tale fanciulla, la giovane sorella, la giovane cugina
che si è vista alle vacanze, che si è incontrata al passeggio... ed
alla grazia di Dio! Oh, sì, Vitaliana, io ti ò ben messa in discordie
con la Vergine Maria, vah! Io non l'ò adorata e pregata giammai che
sotto le tue forme. Io non so se ella debba esserne lusingata o
uggiata... Ed ecco perchè... Ma di che parlavamo noi dunque? Ch'era
bello--n'è vero, Vitaliana?--quel tempo di nostra infanzia! Quanti
progetti! quante tenerezze! quale avvenire di porpora e di oro ai
lembi dell'orizzonte...! Così, dunque, tu sei proprio felice?

--Orsù, Adriano, non farmi mica dire ciò che io non ò detto! Io sono
tranquilla. Io ò presa l'assisa del duca di Balbek, e la rispetto, e
la fo rispettare. Il padrone non l'indossa degnamente anch'egli?
Sarebbe una cattiva azione maculargli la veste d'armellino ch'egli
porta così fieramente. Allora, a che pro i rimpianti, i desiderii, le
allucinazioni di quel guanciale--sul quale si poggia la testa
facendosene un Taborre, e cui si lascia bagnato di lagrime?
L'adolescenza non conta: l'è un fiore strano e qualche volta ridicolo,
che stuona nel mazzo dei fiori della vita. La si abbevera di Santo
Padre, di padre Lacordaire, di abate Lammenais, di Sacro-Cuore, di S.
Luigi di Gonzaga, di S. Questi, di S. Codesto... Fortunatamente che
quella roba è bruttissima, orridissima, a che vi si può sostituire ciò
che si è visto in casa di sua madre, ciò che si vede talvolta di qua e
di là. Sii sicuro, Adriano, che vi à mica male di uomini nel mondo che
debbon essere forse in collera contro il _Sacré-Coeur_. Ma dove mette
capo tutto ciò? Ad un marito!! Il marito è il diamante nel monile
delle donne. Io conosco pertanto delle gonze che preferiscono il
fiore.

--E cosa l'è il fiore, nel monile, nell'addobbo di una donna?

--L'è il sogno che non si realizzerà giammai--perchè l'è il vitupero.
Ora, togliete ad una donna il rispetto, e voi avrete tolta l'aureola a
Dio. L'immagino diviene statua o quadro. Ma io ritorno al tuo saione
di chierico, monsignor d'Alleux. Perchè l'ài tu gettato alla fiumana?

--Io riprendo la mia ipotesi. E se il tuo zibellino fosse contaminato?
Se tu t'imponessi una idolatria che è una ciurmeria? Se l'idolo cui tu
credi di alabastro, fosse di mota? Se il ricovero, che tu reputi una
chiesa, fosse una taverna? Se altri non venerasse l'alleanza, il nome,
il contratto, il dovere che tu veneri? Se tu fossi la Vestale di un
satiro!... Vediamo... l'è un'ipotesi, bada...

--Tu ài avuto torto, Adriano, di non restare abate! Tu insinui il
veleno nel cuore con tanta unzione...! Che vescovo saresti tu
riescito!... Ebbene, io sono la mia propria Vestale. Io mi sono
formato un empireo che à forse altresì dei nugoli; ma io chiudo gli
occhi per non seguirli nel loro saltabeccare fantastico. Che il mio
idolo sia d'oro o di selice, io non consumo il suo altare--e per
fortuna e' non mi fatica esigendo le mie preghiere. Tu vieni a
vedermi, dopo due o tre anni di ecclissi--seminarista trasformato in
zerbino--per propormi un logogrifo che gocciola la perfidia... In fede
mia! io avrei preferito conservare quel sovvenire d'infanzia che mi ti
rappresentava come un monello di sacristia. Io vedo così poco mio
marito, così di raro il mondo... Credete voi, signor conte d'Alleux,
che non vi sia altra cosa da dire ad una donna che si cretinizza nella
solitudine?

--Tu dici, Vitaliana?

--Non confondere: cretina non vuol mica dire infelice. Per traduzione
libera, posso permetterti, vaneggiatrice. Quando si vive in mezzo a
quel mondo--soggiunse Vitaliana indicando i suoi fiori--se si ànno
altre aspirazioni, sono forse delle follie. In ogni caso, gli è
imprudente di andare a cacciare degl'iddii broglioni nella cappella di
un credente.

--Io so tutto codesto, Vitaliana--rispose Adriano con calma--perocchè
da dieci anni io m'inebriò della tua felicità; da un anno, io la
sorveglio con la gelosia della disperazione. Tu non m'ài visto; ma io
era là, sempre là, alla tua porta, dietro ai tuoi passi, riguardando
il cielo della notte cui tu guardavi; avendo in uggia la luce del
giorno che t'inondava dei suoi raggi immodesti. Io restava lì, al mio
posto, sentinella di Dio, quivi ribadito dal cuore, dicendomi: Forse
ella avrà bisogno di me! Non à più padre, non à fratelli; non à che
me. Tu non m'ài visto finora. Se vengo oggidì, gli è che... io mi son
creduto affrancato dalla catena di quel culto immacolato che mi ero
prefisso; gli è che il circolo magico è stato rotto; gli è che io non
mi credo più obbligato di restare all'uscio di una chiesa, di cui si
fa una bisca; gli è che io mi son detto: ella è sola, ella piange, ma
non osa implorare sua madre; Ella non ardisce gettare un grido, ma
ella à bisogno di me. Ed eccomi qua....

--Ed ecco là la porta, signor conte di Alleux; perocchè voi avete
presa la mia per quella del manicomio di Charenton. Addio.

--Ancora una parola allora, Vitaliana. Sappiate tutto, poichè non
dobbiamo più rivederci... Sì, io sono pazzo. Io ò rappresentato una
piccola commedia per assicurarmi che tu eri felice. Ora, io lo so. Io
lo vedo. Come l'è bello qui! come l'è dolce! Vi si corrige perfino la
volontà di Dio, che manda la pioggia ed il sole, che ordina a quelle
foglie di cadere l'inverno, ed a quei fiori di sbocciare a primavera.
Non mancano che quei piccoli uccellini dei Tropici, azzimati
dall'iride, sotto questi Tropici al carbon fossile che tu ài creato
qui. Come si deve dormir con delizia in questa gabbia d'oro! Come si
deve impinguare con beatitudine in questo nido del silenzio! Vi si
diviene devoto per fermo! Come dunque non adorare la mano di Dio che
manda il sorriso e le lagrime, quando si è circondati da tante belle
opere della sua mano? Come si deve ben digerire andando a zonzo per
questa valle di lagrime! Si esce di qui come un vasetto di pomata ai
mille fiori! Si debbe aver voglia di abbracciar il suo portinaio, per
dare sfogo ai sentimenti filantropici ed umanitari, cui questo Sahara
della pace, ben nutrita e ben fiorita, debbe infiltrare nel cuore...

--Adriano, termina codeste buffonerie, e conchiudi.

--A proposito, ma io vorrei stringere la mano al duca, prima che me ne
vada.

--Vado a fargli annunciare che tu sei qui--se egli è nei suoi
appartamenti.

--Allora, siamo intesi. Tutto è santo qui; tu sei felice; tu non ài
bisogno di me; tu ti culli sur una pelugine di bianche nuvole:
rispetto all'armellino! Addio!


Vitaliana restava immobile, gli occhi fissi alla porta del suo
_boudoir_, donde ella vedeva suo marito venire alla loro volta.

Maria lo precedeva.

Il duca parve un poco confuso alla vista di Adriano, cui egli aveva
talvolta incontrato nel mondo, ma giammai presso di sua moglie. Cambiò
con lui qualche complimento, mentre la cameriera susurrava a
Vitaliana:

--Il signor duca dimanda i diamanti di madama.

--Perchè vuoi tu quei diamanti, Carlo?

--Ah! mia cara, il 31 di questo mese l'ambasciatore d'Austria
comincierà i balli della stagione. Ora, e' non è conveniente che ti
veggano quest'anno con i medesimi gioielli dell'anno scorso e
dell'anno precedente. Quelle dame si burlerebbero di te e di me. Non
potendo cangiarli, ò parlato con Froment Maurice, onde ne varii la
montatura. Sarà splendida. Io vado da quella parte. Gli porto quelle
gioie onde dargli il tempo di comporre dei capi d'opera.

Adriano aveva udito quelle spiegazioni, gli occhi sbarrati, diventando
ora di porpora ed ora pallido.

--Ma egli non à ancora restituito i due monili di perle e di smeraldi,
cui e' doveva montar pure sur un altro modello--osservò Vitaliana.

--Perchè aspetta i diamanti per armonizzare tutte le gioie--rispose il
duca.

--Prendili dunque. Tu lo sai bene, io lascio di gran cuore alle
Inglesi ed alle Russe questa esibizione di gioielleria su i loro seni
e nei capelli. Io preferisco i fiori.

--Lo so. Venite a vederci più spesso, cugino--soggiunse il duca
stringendo la mano di Adriano ed uscendo seguito da Maria.

Adriano s'inclinò assai leggiermente, senza nulla rispondere, poi
azzeccò i suoi occhi brillanti sulla cugina, che sembrava inquieta, e
fece due o tre passi per allontanarsi in silenzio.

D'un tratto, però, egli si rivolse; si avvicinò vivamente a Vitaliana;
prese le mani, cui bruciò del suo contatto, e gridò:

--Vitaliana, posso dirtelo adesso: Io ti amo!

E senza attendere risposta veruna, applicò le sue labbra sulle labbra
della cugina, vi depose un bacio--che alla giovane donna sembrò un
morso--ed uscì precipitosamente, senza voltarsi.


Vitaliana restò come annientata.


Il duca correva sul lastrico di Parigi, portando via i diamanti di sua
moglie.




X.

Il duca di Balbek.


Il duca di Balbek era guardia del corpo.

Un servizio reso a due sovrani ne aveva fatto un diplomatico.

La condiscendenza di un ministro, suo parente, si era prestata a far
destinare questo diplomatico all'ambasciata di Parigi.

Il favore e la compiacenza avevan potuto conferire la funzione, ma non
crear l'uomo.

A quell'epoca, re Comodo era in delicatezza con la Rivoluzione di
luglio.

Di tutti i principi, quegli che meno conosceva la Francia era quel re.
Quegli che la conosceva peggio, era il suo ministro--il quale l'aveva
vista ai più bei tempi della luna di mele di madama de Cayla.

Re e ministro s'immaginavano una Francia, in cui le Maintenon e le
Pompadour menavano ancora gli affari, il governo, il re; bistrattavano
i suoi consiglieri e davano del tu alla politica.

Essi facevano questo _sorite_ mirobolante: a Parigi, la donna è
regina; quale che siasi la sua condizione, però, ella à un signore.
Ammesso l'aforismo che: _foemina quid quid est propter uterum est_, il
padrone che mena la donna mena per conseguenza la Francia. Se mandiamo
dunque colà un bel giovane, suddito di S. M. Comodo V, che
s'impadronisca dello spirito di quelle regine che regnano e governano,
S. M. Comodo V sarà di fatto re di Francia.

Esaltati da questa logica, re Comodo V ed il principe di Celle videro
nella nomina del duca di Balbek all'ambasciata di Parigi, non solo il
prezzo di un servizio reso, ma un atto di eccellente politica.

Il duca di Balbek si recò dunque alla Corte delle Tuileries con la
missione di fare della diplomazia di alcova; di preoccuparsi poco dei
ministri, molto delle loro ganze, delle ganze-padroni, e delle
padronesse dei padroni. Tutta la sua abilità doveva consistere nella
scelta, ed, al peggio andare, in salvar la capra ed i cavoli: divenire
il favorito di tutte senza offenderne alcuna!

Munito di queste istruzioni _ad aures_, il duca di Balbek giunse a
Parigi.

L'altitudine delle sue funzioni lo inebriava.

Gli si avrebbe potuto augurare un poco più di penetrazione, uno
spirito più pronto e più fino, un'istruzione più sostanziale, delle
maniere più scelte, un'aria da più gran-signore. Ma, a parte ciò, e'
non poteva negarsi che il duca non fosse bravamente attagliato alla
sua parte.

Lo si addimandava, nei saloni: l'Antinoo! È vero che si soggiungeva:
dell'Auvergne! Ma che importa! dell'Auvergne o della Bauce, un
bell'uomo è sempre un bell'uomo.

Il duca era il meglio pettinato di tutti quei signori del corpo
diplomatico. Alcuno non portava come lui un abito assestato alla vita.
Aveva inventato un taglio di collarini che aveva messo in frega il
jockey-club. Il nodo della sua cravatta era l'avvenimento di tutti i
giorni--e formava la disperazione dello stesso M. de Talleyrand, che
viveva ancora, ed aveva sempre, come si sa, delle grandi pretensioni
su questo arnese. Si occupava con assiduità della riforma del
cappello--ed uno de' suoi _attachés_ andava giornalmente alla
biblioteca Richelieu per consultare, al proposito, i classici greci e
romani.

I suoi mustacchi lunghi e folti, sur una faccia pallida, gli
meritavano la più profonda considerazione dei segretari e degli
_attachés_ di ambasciate in massa: un segreto doveva nicchiare in fra
quei peli! Che vi pare?

Di più, il duca di Balbek era poeta. I gesuiti gli avevano insegnato a
manipolare un epigramma latino ed un acrostico greco--per fino una
barcarola. Meglio ancora, egli sapeva far della cucina, come danzava
la _gavotte_--ed il fu nostro illustre amico, Dumas padre, gli doveva
la ricetta della sua famosa insalata ai trentasette ingredienti.

Possedeva, oltre a ciò, copia di piccole abilità di società per
divertire le dame alla campagna. Tagliava nella carta degli arabeschi
deliziosi; immaginava delle sciarade in azione; inventava dei piccoli
giuochi; guidava il _cotillon_, introducendovi mille graziosi scherzi;
eseguiva una moltitudine d'ingegnosi _tours_ con le carte, e faceva
delle audacissime manipolazioni con esse--perchè le sue mani erano più
svelte ohe il suo cervello.

Come non lo si sarebbe adorato?

Al _turf_ e' non restava indietro ad alcuno.

Giuocava poi con audacia, e mangiava come un vescovo.

Per un'ex guardia del corpo, egli era forse un po' mal pratico di armi
e del maneggiarle. Ma egli sapeva dissimulare questo difetto nella sua
corazza, usando mediocrissimamente del suo spirito, poco aguzzato, e
mostrandosi, a proposito, poco versato nella comprensione delle
malizie della lingua francese.

Del resto, aveva grande cura della dignità della sua persona;
nascondeva i suoi colpetti con abilità; usava della più delicata
discrezione; portava benissimo la testa alta nelle circostanze
segnalate; onorava il suo nome e la sua buona nascita; rispettava le
convenienze e le apparenze; non usciva mai dal medio dei suoi eguali;
non perdeva giammai la calma; e sapeva forse darsi, come Enrico IV, il
sangue freddo nel pericolo.

Il duca di Balbek fece sensazione al suo apparire nei saloni di
Parigi. Non conoscendo ancora il suo teatro, seppe dissimulare. La sua
mal pratica passò per riserbo; i suoi difetti per originalità.

Eccetto quel lampo della regina Bianca--che era passata innanzi agli
occhi suoi come una visione--egli aveva bazzicato fin qui delle
bellezze da caserma. Le dame del suo paese gli avevano mostrato il
sesso, ma non gli avevano rivelato la donna. Restò dunque abbagliato,
quasi stupidito, quando nei saloni di Parigi, si trovò faccia a faccia
con quell'irradiamento formidabile. I suoi vantaggi fisici gli
appianavano la via: il fiore tendeva il collo al giardiniere per
essere colto!

La sua avvenenza era di quella che stupiscono l'anima e turbano il
sangue. La giovinetta vaneggiava; la giovane donna ammirava; la donna
tra i trenta e quarant'anni bruciava: raggio pel cuore; torcia per la
carne.

Il duca non potè però scegliere.

Doveva amare secondo gli spacci in cifre che riceveva dal suo ministro
degli affari stranieri--a cui egli pingeva la galleria di quelle
sultane. Gli toccarono dunque due donne mature, che passavano per
onnipotenti alla Corte e nella massoneria diplomatica.

Ma con ciò, quelle tigri affamate di carne fresca erano gelose.

Per respirare un profumo di giovinezza, Balbek volle ammogliarsi.

Quelle _pieuvres_ gli gittarono fra le braccia una vergine!

Esse sapevano ciò che facevano.

Un chiaro di luna, a quell'uomo che aveva sete del sole dei Tropici!

L'innocenza di Vitaliana non fu dunque per lui un'antitesi, ma una
deluizione. Psiche faceva comprendere Medea. Ebe sottolineava Arianna.

Questa politica di femmina riescì. Il signor di Balbek amò sua moglie
come una giovane sorella, e la trovò scipita. Si limitò allora a
rispettarla moltissimo, a venerarla quasi--talmente la ingenua
ignoranza di lei glie ne imponeva!


In quella specie di crepuscolo dal cuore e di spossamento forzato dei
sensi, senza piacere, senza incanto, senza visione, Morella si
presentò.

Se il duca non era stomacato delle sue ganze di quarant'anni, ne era
per lo meno sopraffatto. Il suo palato, dalla forte tempera, poteva
gustare quelle dapi pimentate; ma quel pimento solo, quel pimento
sempre, aveva finito per attutirlo--tanto più che quelle Saffi
politiche lo avevano compromesso, e, lungi dall'aiutarlo nel far gli
affari del suo sovrano, si erano servite di lui per avanzar quelli del
cardinale Lambruschini.

Un riposo s'imponeva fatalmente.

Vitaliana non aveva imparato--come quasi tutte le donne della serafica
legione--che ella doveva essere non la _moglie_ ma l'_innamorata_ di
suo marito.

La politica interna per la gaiezza dei lari domestici l'è in codesto.
E, codesto è tutta la scienza del cuore, quantunque non ne abbia le
specie.

In quello stato di nausea morale e fisica, il possesso di Morella
sembrò al duca una resurrezione. Usciva dalla tomba delle sue
cortigiane da stufa, alla pelle rinzaffata, cui era mestieri osservare
ad una luce sapientemente moderata, e menar ventre a terra, senza
contare le tappe.

Qui la parte cangiava.

Il duca amava.

Fin là, lo avevano amato e carezzato.

E' si ritrovava uomo adesso, giovane, al suo posto. L'amore aveva
delle angosce e delle delizie vere, delle esigenze spontanee: il fiore
dava il suo olezzo e non andava a cercare una gocciola di essenze agli
alberelli del profumiere.

Morella rilevava da lui.

E poi, che di giovinezza, che di freschezza! Come quelle labbra
dovevano rimbalzare! Come quei denti dovevano mordere ed infiltrar
nella piaga della scintilla degli iddii! Come quegli occhi insolenti
provocavano, tramandavano un effluvio di voluttà, si spegnevano
dolcemente nel languore dell'amore, scoppiettavano una bufera
insensata! Quale _féerie_ quella maga andava dessa a svolgere?

Qui l'antitesi esisteva.

Morella resisteva.

Ella sapeva ciò che portava in quella comunione d'incanti.

Bisognava conquistarla, perchè la non si dava: la s'insorgeva. Ella
poteva scegliere. Il principe di Lavandall non era forse ai suoi
piedi?

Per Morella, Balbek entrava poi nei misteri di quella vita parigina,
di cui aveva letto tante cose nei romanzi, udito tanti racconti
mostruosi di grandezza e d'infamia. Quel precipizio del mondo opaco
parigino à delle vertigini di angelo, delle stigmate di demonio, ove
il malescio soccombe, il forte si ritempera e dice, rialzandosi: ò
vissuto!

L'avvenire resta solcato di questi fulmini. L'anima à fissato i suoi
vaneggiamenti. Per Morella, Balbek--quel guardia del corpo
smarrito--riceveva il suo battesimo del mondo. Faceva le sue prove per
divenir rosacroce. Entrava nella fossa ai lioni.

Morella si apriva innanzi a lui come un abisso che l'assorbiva. Era il
soffio del ciclone che lo menava via, o l'attrazione magica dell'amore
che l'incendiava del suo alito?

D'altronde, tutto era stato preparato con squisita scienza:
l'incontro, l'attitudine di Morella, il desiderio acuminato
dell'emulazione, il dispetto spronato dal disdegno, la gelosia
distillata prima dell'amore. Quel cavaliere, che sembrava tutto armato
d'acciaio e si credeva corazzato, si sentiva d'incontro ad una spada
che forava le sue ferraglie come un corpetto di velluto.

Molte volte egli aveva, per lo innanzi, abbrividito--sospettando di
essere stato preso in una rete infernale di amore--ma aveva poscia
guizzato infra le maghe.

Eccolo adesso nella rete agli anelli di ferro di Vulcano, dalla quale
Marte istesso non si spastoia.

Riassumiamo.

Quel diplomatico d'avventura giungeva a Parigi ingenuo; con delle idee
ingenue; disarmato; al disotto del suo ufficio; il capo zeppo di
illusioni. Delle donne spossate si erano servite di lui per attingerne
una trasfusione di sangue giovane ed ossigenato, e lo avevano
svaligiato dei suoi sensi. Dopo questa prova, e' si trovava: il corpo
assopito, l'anima esaltata, la devastazione nello spirito, il vuoto
nel cuore, adorando sua moglie come una madonna, a ginocchio innanzi
ad una cortigiana che lo acciuffava della mano glaciale della
fatalità.

Il duca di Balbek fece a Morella tre visite. Ebbe con lei tre lunghi
colloqui--ove la sua esaltazione, un po' teatrale da prima, aveva
finito per pigliar le proporzioni della demenza.

Morella non l'incoraggiò, ma lo disperò--facendogli leggere i
biglietti che il principe di Lavandall le scriveva, tre volte al dì,
dichiarandole che l'amava... a credito illimitato!

Alla fine, essa capitolò e disse:

--Voi lo volete, signor duca? sia pure. Ma ascoltatemi e ricordatevi
questo qui.

--Se me ne ricorderò!

--Io ò dei bisogni di regina. Amore, piacere, ambizione, aspirazioni,
lusso, follia... io sento tutto, do tutto, impongo tutto, esigo tutto
senza limiti. Chi vuol di me, deve essere tutto a me--che io lo
inabissi nel baratri o che lo innalzi nel cielo. Avete voi delle ali,
signore? Io mi chiamo vertigine. Io non conto col tempo. Di tutte la
cose, io addiziono l'intensità.

--Tu ài ragione.

--Voi dovrete conoscere la storia di quel banchiere tedesco,
che--avendo ricevuto Carlo V in casa sua--allumò il fuoco della camera
imperiale con le lettere di cambio firmate da S. M. e ne intrattenne
le fiamme con legno di cannella. Io farnetico di Carlo V. Gusto forte
il banchiere. Se vi spaventate, gli è ancor tempo di ritirarvi.

--Tu credi, bella mia?

--Ciò vi riguarda. M'àn narrato che la nobiltà del vostro paese vive
tutto un anno di un uovo--e si nutrisce di _eccellenza_! Io, io
arrabbio per un _beefsteak_, il quale sanguini una miniera di Siberia.
Ed al _dessert_, se l'è d'uopo... l'aspide di Cleopatra in un piatto
di fichi di Corinto! Dite, siete voi pronto a tutto, signor duca?
Nella coppa che io allestisco vi saran forse delle perle fuse... ma
chi la cionca, si sente dio di poi. Dio per un'ora! Vi par desso corto
e troppo caro?

--Morella--rispose il duca con una voce resa solenne dalla
disperazione o dall'estasi--mi dimandassi tu i capelli di mia moglie,
io glieli taglierei per farne un cuscino ai tuoi piedi.

Morella, di un colpo di mano, sciolse le sue treccie, ed inondò il
duca di una capigliatura che avrebbe meritato di essere allogata fra
gli astri--come la chioma di Berenice. Il contatto, il profumo,
l'elettricità di quelle ciocche febbrili fecero abbrividire il
duca--che le baciò e vi si soffuse.

--Guarda, se io ò bisogno dei capelli di tua moglie--disse ella.
D'altronde, essi non son mica dello stesso colore che i
miei--soggiunse Morella ghignando--per farmene delle false trecce.

--Tu ài messo le tue condizioni, Morella--rispose il duca. Io le
accetto. Ascolta le mie, adesso. Esse si riassumono in tre parole; io
sono geloso! Tu mi divorerai, senza dubbio; ma forse pure io ti
ucciderò.

Morella saltò impiedi e si strinse la testa del duca sul petto.

--Tu sei un uomo!--gridò dessa. Io ti amerò.

Il duca impallidì, e si alzò a sua volta, attirandosi Morella nelle
braccia.

Ella si svincolò, facendo un salto indietro, e disse con solennità:

--Qui... no. Io non sono mica un'adultera! Tutto quanto tu vedi in
casa mia appartiene ad un altro. Metteresti tu una livrea cui io ò
gittata ai cenci vecchi?

--Un altro?--domandò Balbek, aggrottando le sopracciglia. Chi dunque?

--Signor duca,--rispose Morella, sedendo,--sappiatevelo, fin dal bel
prima. In casa mia, due cose sono incognite: il passato ed il padrone.
Non vi volgete indietro per cercar dei fantasimi, liquefatti, fusi
nello spazio. Guardate innanzi a voi, procurate di ricamare un
avvenire per quanto potrete più luminoso, ed obbedite. D'altronde, se
io vi fo la parte che taglio a me stessa; se v'incateno al mio proprio
destino--che sia un trono di astri o un desinare di arsenico--di che
vi lamentate voi dunque?

--Di che?

--Sì: di che? Voi venite. Io non vi chiamo, per Dio! Ma bandite le
nuvole dalla vostra fronte: voi entrate in un cuore nuovo. Gli uomini
che lascian ruine sono pochi; che devastano, son rari.... Ed io non ne
ò quasi conosciuto. Tutto al più, se ne intraveggo uno dopo il ballo
dei giorni scorsi.

Il duca, comprendendo l'allusione, uscì precipitosamente.

Egli era di già preso nell'addentellato, e portava via la freccia
nella ferita.

Morella respirò e ricadde sul canapè come affranta di fatica. La sua
parte eccedeva. Poco dopo, ella si assise ad una tavola, e scrisse a
M. di Linsac:


«Cher ami, lo tengo. Che volete che ne faccia? Un misero? lo è di già.
Un disgraziato? gli è impossibile--poichè debbo lasciargli pigliare
l'amore di cui paga il prezzo. Egli è sciocco, ma giovane, bello e
confidente.

«Fate attenzione!

«Ciò potrebbe disarmarmi--ed avendo cominciato dal giocare le vostre
carte, potrei finire per giocare le mie.

«Gli è dunque indispensabile che io sappia dove andiamo, non fosse che
per accorciare la via. Ove volete voi arrivare? Condurlo all'inferno
per la strada del paradiso--ciò che io dovrei fare--mi sembra una
ispirazione di troppo degni briganti. Voi non potete voler codesto.
Che volete voi dunque? Che debbo io fare?

«Io sloggio. Ti lascio qui i tuoi ninnoli ed il tuo legname per la tua
nuova pensionaria.

                                                  «MORELLA».


Il giorno stesso, il duca di Balbek si mise a correr Parigi per
trovare una nicchia a Morella.

Fece dei miracoli di attività--e lo si capisce del resto.

Comprò a nome della contessa Morella di Miraflores una palazzina nel
rione di Beaujon--civettuola come un'ingenua e quasi nascosta nei
boschetti d'alberi; in una strada che si chiamò più tardi dal nome di
quel sovrano dei romanzieri di tutti i tempi e di tutti i paesi:
Balzac! Il mistero gli conveniva; perocchè la cattiva azione cui
commetteva lo fascinava ma gli pesava.

Il giorno seguente, uno dei primi tappezzieri di Parigi mobiliò la
palazzina con eleganza e ricchezza, e v'installò una fante ed
un'eccellente cuoca del Perigord.

Il duca, dal canto suo, comprò un piccolo _coupè_ ed un _pony_
irlandese--i due formando un veicolo simile ad una rondine--e di cui
un bel cocchiere inglese incipriato moderava l'ardore.

Il duca non aveva quella sessantina di mille franchi cui spendeva in
ventiquattro ore. Il suo feudo di Balbek, come il nome lo indica, era
in _partibus infidelium_: una sovvenenza anzi che una rendita. Gli
onorarii di ambasciatore, oberati di spese, non oltrepassavano i
100,000 franchi. Egli spendeva molto usando senza limite del credito
parigino--uno dei più allocchi crediti europei.

Il dottor di Nubo venne in suo soccorso in questa lotta titanica del
desiderio contro l'ostacolo di una cassa vuota, e la riempì del danaro
degli usurai.

Madama Augusta Thibault fu il banchiere misterioso del dottore, il
quale, prestando il suo nome, toccò un doppio sconto.

Questo sforzo di volontà, sostenuto da un concorso amichevole, ebbe un
pieno successo.

Alle quattro, tutto era pronto per ricevere la fata del luogo. Di
guisa che, alle cinque, lo zio Pradau--insediato di già a cameriere
del duca--potè portare alla contessa Morella di Miraflores la lettera
seguente--scritta dal suo padrone, ma ispirata probabilmente dal
dottore. Imperciocchè, quelle delicatezze non erano nè nello spirito
nazionale, nè nel carattere, nè nell'educazione, nè nella tempera
dell'anima del giovane diplomatico.


«Madama la contessa, il vostro notaro, _maitre_ Tressard--via di
Provenza, 54--mi à favorito or ora l'indirizzo del vostro _hôtel_, e
mi apprende che voi vi pranzerete stasera. Volete voi, madama, farmi
l'onore di serbarmi un posto alla vostra tavola? Avrei gran piacere di
baciarvi la mano--ed è la sola ora della sera di cui posso disporre.
Tolgo ad imprestito il vostro _coupé_ per andarvi a pigliare.

«Ai vostri piedi, madama.

                                          «CARLO DE BALBEK.»


Leggendo questa lettera, un sorriso raggiante illuminò il sembiante di
Morella. Quell'_ouate_ di acciaio sembrava tocca!

Era forse l'interesse? Mai no. Era l'artista che godeva del suo
trionfo. Era l'amor proprio che cantava nel suo cuore.

Divinità terribile! delle vittime umane s'immolano sul tuo altare.

In quell'istesso istante, la cameriera entrò e le rimise una lettera
di Sergio di Linsac--imprudente per un aspirante diplomatico--in cui
egli rispondeva con queste due parole sinistre:


«Continua. Sempre innanzi, e non guardar indietro a te. Ecco tutto.»


--Sempre innanzi!--mormorò Morella lentamente. Fino al bagno o alla
pistola del suicidio? Sia. Bah! Non è desso un assioma convenuto che
noi altre siamo delle _infami_?




XI.

In cui si vede come si abborracciano i paradisi.


Il secondo mese del connubio del duca di Balbek con Morella toccava a
fine.

I teatri e le passeggiate di Parigi avevan visto di tempo in tempo
Morella apparire e passar come una cometa, ma alcuno non aveva saputo
quale dio o quale demonio trascinasse ella nell'orbita sua, o le desse
impulso.

Il duca di Balbek era restato nell'ombra--che si preoccupasse del suo
nome, della dignità di sua moglie, o del riserbo impostogli dal suo
ufficio di diplomatico, poco monta.

Il signor di Linsac aveva custodito Morella per circa due anni in una
specie di gabbia incantata, cui egli indorava del suo spirito non
potendo indorarla dei suoi _luigi_: madama di Maintenon che serviva un
aneddoto per rimpiazzare un arrosto!

Morella vi si era formata--osservando il mondo per spiragli, che lo
rivelavano molto e le facevano indovinare molto più ancora. Ella
arrivava dunque quasi sconosciuta e si levava sull'orizzonte della
vita elegante di Parigi come una girandola in una festa. Fissava gli
sguardi; spronava le brame.

Non vi fu che una voce: Chi è dessa? a cui è dessa?

E tutti ad invidiare il fortunato sultano che accendeva quel sole
nelle notti del suo _harem_.

Era egli felice quel sultano?

Forse sì.

La morte per congelazione non à dessa le sue voluttà? La forca non à
anche dessa le sue delizie? La felicità è dessa altra cosa che lo
stordimento?

Dante à scritto sulla porta del suo inferno: «Lasciate ogni speranza.»

Avrebbe dovuto scrivere sulla porta del paradiso: Lasciate ogni
memoria, o voi che entrate! La gioia è l'oblio.

Il duca di Balbek, come i gaudenti romani che depositavano sulla
soglia del _triclinium_ le nere preoccupazioni, _atræ curæ_,
traversava le procelle, e, dominando le regioni delle nuvole, si
trovava in presenza di Morella--l'azzurro vertiginoso di cui
s'inebriava!

Se egli fosse stato un'anima nel mondo, soffrendo qui, arrossendo
colà, sopraffatto da angosce nel suo palazzo, alle prese col destino
dovunque, ricevendolo nella sua camera, Morella, questa Circe, ne
avrebbe fatto un senso.

Il primo che inventò l'anima aveva dovuto essere supremamente
infelice, onde avere poi quella divina intuizione!

In realtà, quale era la situazione del duca?

Il principe di Lavandall riceveva sulla sua vittima, quasi ogni
giorno, due rapporti: l'uno da madama Thibault, proveniente da Pradau;
l'altro, dal signor di Linsac, scritto da Morella.

--Timoteo--diceva Augusta a Tob, o Pradau--tu mi annaspi là un
_brogliamini_, ove io non veggo nè testa, nè coda. Bisogna pertanto
bene che io mi vi raccapezzi.

--Non temete nulla, madama. Altri possono smarrirsi; voi vi troverete
sempre. Voi avete la tavola pitagorica nel sangue.

--Imbecille! non è mica di tavola o di stipi che è questione, ma delle
tue storie.

--Voi volete dire della mia conversazione? Per esempio! voi sareste la
prima che non ne gustereste il profumo. Il duca, lui, ne fa le sue
feste. Egli mi consulta. La finezza del mio spirito lo penetra. Io mi
aspetto ch'e' mi dimandi un giorno che io gli detti i suoi dispacci!
Io gli ò fatto rimarcare che l'ambasciadore d'Inghilterra à la vista
cortissima e che quello di Prussia è sordo. Quando io lo tengo dal
naso, radendogli la barba, e' sente la mia superiorità morale. Il
naso, madama? Ma desso è l'indice--di cui il cervello è la sfera.
Impugno l'indice, l'ora si ferma.

--Ài tu finito, animale?

--O' letto in uno zibaldone che un poeta italiano à chiamato la donna
_animale grazioso e benigno_. E' sognava di voi, madama! Il duca mi
rispetta. Io gli spiego il listino della Borsa, scolpendo il nodo
della sua cravatta. Ah! se egli mi ascoltasse, come io lo ascolto, e
calpestasse le mie pedate! Io ò guadagnato trentadue mila franchi.
Egli à cento cinquanta mila franchi di debito.

--Tu esageri.

--Madama, voi ignorate l'ottica dell'anticamera. Sappiate, che si
addiziona nell'anticamera, mentre si moltiplica o si sottrae nella
camera da letto. Noi abbiamo dunque decomposto il duca in cifre, ed
abbiamo ottenuto i resultati seguenti. Al signor Claret, il maestro di
casa, 80,000 franchi--per due mesi e mezzo di spese che egli à
avanzate; a diversi fornitori del signore e della signora--per fatture
non pagate--10000 franchi. Ora io, io aggiungo--dallo estratto delle
carte del duca che ò percorse: 40,000 franchi, al dottore di Nubo--per
danari prestati; 30,000 franchi gioielli di madama, messi al Monte di
Pietà; 10,000 franchi, dovuti a gioiellieri--per gioie somministrate,
e che non son mica venute al palazzo dell'ambasciata; 25,000 franchi,
reclamati con un viglietto compitissimo da M. De Lionne, agente di
cambio--per non so quale operazione... ed altre somme dovute qua e là.
Eh! snocciolate la coronella e conchiudete con un _gloria patri_.

--Il duca deve dunque tutte codeste somme?

--Egli deve tutte quelle somme; che perciò? Il debito, madama, è la
considerazione dell'uomo. Un uomo senza debiti, è un Dio senza altare:
chi crede in lui? E quindi, bisogna vedere le udienze che noi diamo
ogni mattino! Un mercante porta desso la sua nota? M. Claret lo chiama
un bottegaro, e minaccia di pagarlo e ritirargli le somministrazioni.
Un sarto viene a reclamare il suo avere? Io gli ordino una mezza
dozzina di brache e due o tre soprabiti, per farlo aspettare.
L'orefice manda il suo conto? Il duca lo sferza della sua migliore
prosa, e dimanda un monile, un braccialetto, un anello--ciò che ispira
confidenza al negoziante. Bisogna vederli, eh! Quei segugi--che dan la
caccia ad un piccolo debitore fino alla _morgue_, fino alla fossa nel
cimitero--restano come allocchiti alla porta dell'ambasciata. Ma,
_c'est egal_! noi passiamo dei terribili quarti d'ora.

--Come a dire?

--Eh! giuochiamo il _whist_ al club con fortuna--ciò che ci permette
di azzittire le voci le più stridenti. Ma la fortuna si stanca
talvolta: e questa mattina avevamo per tutto tesoro al palazzo 13
franchi e 45 centesimi. E su codesto gli è arrivato un vaso di fiori
per madama la duchessa, che costava 97 franchi! È stato d'uopo che
Maria, la cameriera, rovistasse nei peduli delle sue calze per pagare.

--La cameriera?

--Sissignora! Io non so come ciò avvenga, ma quella ragazza à sempre
dei quattrini, quando trattasi di pagare qualche cosa per madama. Non
pertanto, l'è una ragazza savia--eccetto che va ogni domenica a messa,
ove resta talvolta tre o quattro ore. Io non conosco di pievano così
lungo in la bisogna.

--Alla messa! alla messa?--obbiettò madama Thibault. E la duchessa?

--La duchessa? Vedete! il nostro _hôtel_ è una strana residenza, in
fede mia! Mentre che in un appartamento gli aquiloni infuriano e
fischiano, in un altro il sole e l'azzurro non si velano giammai di
nuvole. Appo il duca, l'ansietà terribile dell'uomo alle prese con i
bisogni, con i creditori, con le passioni; dell'uomo obbligato a
mentire ad ogni istante per non pagare i debiti; che si ruina, che si
disonora, che subisce tutto le torture, tutti gli affronti dal
mercante--balbuziando ogni specie di scusa; che nasconde la lepre
della sua anima sotto i suoi _crachats_; che si vede eternamente
innanzi lo spettro della giustizia--la quale l'obbliga a pagare--e di
bisogni infiniti, i quali l'obbligano a contrattar nuovi debiti. Appo
la duchessa, tutto è serenità e candore. Ella ignora tutto ciò che à
luogo in casa sua. Non si avvede di nulla--neppure che, da due mesi,
ella non à visto suo marito tre volte!

--Il duca non l'ama dunque?

--Ecco ciò che io non sono giunto ancora a sbrogliare. Quando gli
affari di Stato mi daranno un po' di tregua, intraprenderò questo
subietto. Ma come volete che io mi prodighi adesso ad interrogarlo su
queste minuzie, quando io ò il tempo appena di estorquergli i
tradimenti di quel botolo di Metternich, i segreti di quel mastro di
astuzie di Nesselrode, e di farlo pronunciare sulle intraprese del
signor Thiers e del signor Guizot? Dietro questi informi, io mi reco
alla Borsa e vi fo l'alto e basso. Mi vi mettono a partito--ve lo
giuro! Io li forvio e smarrisco con delicatezza. Ma dò ordini a
proposito, ed il _père Claret_ mi adora come un dio. Il duca à perduto
grosso ieri. L'ò visto rientrare un momento in casa, alle cinque, e mi
aveva l'aria di un impiccato. Però l'è colpa sua.

--Come ciò?

--Il mattino egli era di cattivo umore, di cattiva grazia. È sempre
così quando capita in visita il dottore di Nubo. Io aveva bisogno di
farlo chiacchierare, perocchè io meditava un colpo di _hausse_ alla
Borsa. Io gli fo dunque, vestendolo, un nodo di cravatta mostruoso,
con una punta che gli solleticava il naso e lo faceva starnutire.
Guardandosi nello specchio, egli grida: Che diavolo ài tu affazzonato
qui, idiota? Io rispondo: Mille scuse, eccellenza; oggi io non ò il
capo a me. Mi lasciai tentare ieri sera, e diedi l'ordine al mio
agente di cambio di comperarmi tre mila franchi, al rialzo.

--Non desolarti tanto, imbecille, perchè la tua sciocchezza potrebbe
forse riescirti come tutte le sciocchezze.

--Era vero ciò ch'egli diceva?

--No. Ma io sollecitai a spicciarmi di lui per correre alla Borsa.
Arrivai alle 2. Cerco il mio agente di cambio per dargli l'ordine, lo
spio, ascolto, m'informo, interrogo... Che è, che non è? in cinque
minuti i fondi avevan bassato di 3 franchi, in seguito ad un dispaccio
ricevuto dal signor Rothschild sugli affari di Spagna! Il duca, come
il dottore, avevano probabilmente giuocato al rialzo. Perocchè, per lo
innanzi, il dottore veniva ad annasare le notizie e giuocava solo, ora
giuocano insieme.

--Questa perdita sarebbe quindi ad aggiunger al debito di 150,000
franchi. Ma, a proposito: ài tu guardato per le carte cui avevo detto
di scovrire?

--Pena perduta, madama. Io, ò frugato dappertutto ove ò potuto--anche
nel suo scrittoio particolare. Non ò avuto il tempo di leggere tutte
quelle cartacce--di cui una parte è anche in cifra. Ma il colpo
d'occhio che vi ò gettato non mi à nulla fatto scovrire che si
riferisca al matrimonio del re Taddeo IX. Tutti quelli scritti sono
zeppi di maldicenza contro la Corte, il governo, i ministri della
Francia; di esecrazione contro la stampa libera, e di diatribe contro
i rivoluzionari di Parigi e di Londra--i quali, sia detto in passando,
si spiano a chi meglio meglio, reciprocamente. Ecco tutto.

--Credi tu avere rimuginato dovunque?

--Sì--eccetto un piccolo mobile che è a capo del suo letto, che à una
toppa a secreto, conosciuto dalla duchessa sola forse, ed ove il duca
chiude i suoi _crachats_, i suoi danari, e tutto ciò che à di
prezioso. In passato, le gioie della duchessa erano anche conservate
lì; poi, ella le confidò a Maria e le conserva nel suo appartamento...

Augusta riassumeva queste conversazioni col suo ex-intendente e le
comunicava al principe di Lavandall.


Dal lato suo, Morella scriveva a Sergio di Linsac dei vigliettini come
questi qui:


«Avvisate se volete: il mio malato à la vita dura. «M.»--Martedì.


«Giovedì.--Una goliera di 7000 fr. Il duca era raggiante donandomela.
Eran dunque delle fibre della sua anima ch'egli mi dava. Ne ebbi
pietà.

                                                        «M.»


«Sabato.--Dieci mila franchi per le spese di casa. Lasciandoli sul mio
caminetto, la sua mano tremava. Io lo guardava nello specchio. Poi,
dei baci frenetici che ànno decorticato le mie labbra. Si inebria. Io
non resisto più: voi lo volete. Io tappezzo la strada del suo suicidio
di foglie di rosa e di incantesimo.

                                                        «M.»


«Lunedì.--Ebbrezza folle... ed uno scheggiale di diamanti. L'ò trovato
bello, ed ò abbracciato il donatore. Se mi avessi un cuore di
ricambio, glielo confiderei. Mi fa pietà. La pietà è la grande porta
dell'amore. Poi, delle lunghe, lunghe distrazioni, e dei pallori
sùbiti. La lettura del giornale della sera lo à fatto abbrividire. Non
à guardato che il listino della Borsa.

                                                        «M.»


«Venerdì.--Un _cashmire_ di 6000 fr., che io ò scelto al _Persan_.
Entriamo nella regione del credito, m'immagino. Si fa mandare le note
all'ambasciata, e compera a nome di sua moglie. Sera e notte di
soprassalti. Mi à servito dei _calembours_, perlati di lagrime! Il
delirio dei suoi abbracci è convulsivo. Che agonia--sopra un motivo di
_valzer_!

                                                        «M.»


«Domenica.--Primo rifiuto. Avevo domandato _une rivière_. Ò tenuto il
broncio fino all'una del mattino. Disperazione lacerante. Ò avuto
pietà, all'alba. Egli è pazzo.

                                                        «M.»


«Giovedì.--Ò la _rivière_ di diamanti. L'è forse l'ultima goccia di
sangue del suo cuore. Cangiate di carnefice. Positivamente, io non
terrei più. Egli non à più un gioiello sopra di lui. Io fiuto la
miseria. La sua anima è una ruina, un precipizio. Che à dunque egli
fatto che lo soffochiate con questa catena di serpenti a
sonaglio--cullandolo fra le carezze?

                                                        «M.»


«Domenica.--Altro rifiuto. Avevo domandato una casa di campagna, che è
a vendere nel parco di Madrid. Aveva l'agonia nella voce; Gesù
dimandava da bere. Ò tenuto sodo nel mio broncio. È partito alle 8 del
mattino. La sua calma mi à spaventato. L'ò richiamato e baciato. Una
lagrima è caduta sulle mie guance. È la prima volta che lo mi lasci
vedere. La miseria è estrema. Date il colpo di grazia, o io metto giù
le armi. Io mi credeva altra. Ahimè! ò il vizio spavaldo.

                                                        «M.»


«Martedì.--Un terzo rifiuto. Finiamola. Ieri sera, egli non aveva che
cinque franchi nella borsa. Partì alle dieci per rendersi al _club_, e
non è ritornato nella notte. Non ride più; non parla più. Si tuffa nel
mio amore come se si inabissasse nel fondo del mare per perirvi.
Clarence, annegato in una botte di malvagìa! Finiamola! Finiamola!
Voglio uccidere, ma non leccare il sangue dell'assassinio.

                                                        «M.»


I voti di Morella restavano senz'eco. Le si ingiungeva, al contrario,
di raddoppiare le sue imposizioni, le sue esigenze, e sopratutto le
sue carezze.

Lo scopo degli agenti del principe di Tebe era di ridurre il duca di
Balbek al limite dell'indigenza, accollarlo al disonore. Allora il
principe di Lavandall, munito di pieni poteri dal principe di Tebe ed
autorizzato dal conte di Nesselrode, si presenterebbe a lui e
negozierebbe la vendita delle carte tanto sospirate.


Questo piano infernale doveva avere uno scioglimento imprevisto.

Ma s'insistè; e si raddoppiò anzi di accanimento. Qualche giorno dopo
l'ultimo viglietto di Morella, questa ricevè la lettera seguente del
principe di Lavandall:


    «_Signora contessa_,

«Son proprio desolato del malanno, cui ieri ò mancato poco di
commettere, al _Bois de Boulogne_. Ve ne dimando mille scuse. Ò
cacciato via il cocchiere. Ma, d'altra banda, è desso possibile che un
astro come voi si nicchi in un veicolo il quale non si distingue da un
_fiacre endimanché_ che per la livrea ridicola di cui il cocchiere è
azzimato? Per riparare a quella stupida malavvertenza non oso, madama,
offrirvi una _calèche_ a due cavalli inglesi ed un cocchiere a cipria,
un _hôtel_ ai _Champs Elysées_, 120,000 franchi l'anno per
intrattenere tutto codesto. Vogliate degnare, madama la contessa,
d'incoraggiarmi, e voi farete di me il più felice dei vostri sudditi.

                             «Principe ALESS. DI LAVANDALL.»


Questa lettera arrivava a proposito del calesse del principe, che
aveva addentato un tantino il _coupé_ di Morella al _Bois de
Boulogne_--si dava a credere. La galanteria del Russo si spiegava
naturalmente.

Morella fece trovare questa lettera sul poggio del caminetto. Il duca,
che conosceva la scrittura e le armi del principe, di cui era geloso,
afferrò la lettera in un lancio, mentre Morella si dibatteva per
riprendergliela.

Balbek divenne eccessivamente pallido, gualcì convulsivamente la
lettera. Nel tempo stesso, le sue unghie allividivano i polsi della
sua amante.

--Che ài tu risposto?--dimandò egli infine, tremando di tutta la
persona, lasciandosi andare, malgrado suo, sur un seggiolo e tirando a
sè Morella, che cadde a ginocchio.

--Non ò risposto ancora--ella balbutì.

--Che risponderai tu?--riprese il duca di una voce che somigliava ad
un singhiozzo.

Morella, forte commossa, esitò. Non sapeva se dovesse gittarsi al
collo di quel meschino, confessargli tutto, abbracciarlo, ovvero se
dovesse dargli il colpo di grazia.

Il duca ebbe la dappocaggine di ripetere la domanda non un accento di
collera.

Allora Morella sillabò lentamente:

--Risponderò che accetto.

Il duca si alzò, rilevando Morella ancora ai suoi piedi, e gettolla
sul seggiolone. E' passeggiò in silenzio per qualche minuto nella
camera, infine sclamò, come parlando a sè stesso:

--Al postutto, perchè non accetterebbe dessa? Un rifiuto, darebbe a
supporre un cuore; e costei non è che un baratro. A che titolo potrei
io pretendere d'imporle una simile perdita? Perchè io l'amo? Io la amo
per me: dunque l'è un balzello per lei: dunque occorre un'indennità;
dunque...

--Che vi piaccia di ferneticare, io non posso impedirlo--osservò
Morella. Ma che mi insultiate così... voi non avete, io non ve ne dò
il diritto.

--Morella, una grazia--mormorò il duca fermandosi innanzi a lei.

--Voi siete assurdo.

--Ti domando una settimana di respiro.

--Per che fare?

--Fra quattro giorni vi sarà ballo dal principe di Lavandall. È venuto
di persona a pregare la duchessa di assistervi. Ella vuole andarvi.
Credi tu che io non debba almanco questo a quella povera abbandonata?
Ò bisogno di esser tranquillo per questi quattro giorni. Ò le mie
ragioni per questo. Dopo, tu deciderai del mio destino--forse del mio
onore e della mia vita.

--Accettato!--e non più una parola su codesto--gridò Morella di una
voce soffocata, gettando la lettera del principe nel fuoco.

Il duca non fiatò motto in tutta la sera. Borbottava delle
interiezioni fra sè. Si sarebbe detto che ruminasse una grande
risoluzione.

Alle 10, partì ed andò a terminare la serata con Vitaliana--la quale
non capiva nulla alla tenerezza infinita che le mostrava suo marito.

Era il rimorso del ritorno o il dilaceramento dell'addio?


Il duca trattò Vitaliana come Morella.

Vitaliana, confusa, fuori di sè, abbagliata, colpita, intravide degli
orizzonti d'amore sconosciuti, e _réva_--vaneggiò!

L'indomani, alle 9, il dottore di Nubo si presentò.

Il duca di Balbek si trovò rigettato nella realtà del suo disastro.

--Ebbene?--domandò il duca abbordandolo con un'ansietà terribile.

--Tutto precipita--rispose il dottore. Dio à scatenato Satana sopra
Giobbe, ed egli suona l'_hallali_.

--Da banda le metafore e la Storia Sacra. Mi portate voi danaro?

--Vi porto, al contrario, dei rifiuti e degli intimi a pagamento.

Il duca sorrise a far fremere.

--I vostri ebrei--egli urlò--chiudon dunque la cassa?

--E ne gettano la chiave alla fiumana. Non un centesimo di più, ad
alcun prezzo. Shylok non accetta neppur più la libbra di carne dalla
parte del cuore.

--À ragione. È la sola carne che io non mi abbia più.

--Voi sarete felice, quando codesta millanteria sarà una verità.

--L'agente di cambio accord'egli la dilazione dimandata?

--Se dinanzi, a mezzodì, non è pagato, ci traduce innanzi ai
tribunali.

--L'è una minaccia?

--No, perocchè vi potrebbe essere qualcuno dei vostri colleghi che gli
salda il nostro debito a questa condizione.

--Ed il conte di Muys? L'avete visto! Consent'egli ad aspettare?

--Egli dice--io vengo adesso di casa sua--che i debiti di giuoco si
pagano sul tavolo o si saldano con la spada. Chi attende, deroga; e
che egli è di vecchia razza. Per conseguenza, se non riceve in
giornata, o domani, i quindici mila franchi che gli dovete, egli vi
schiaffeggerà al club, in presenza di tutti. Bisogna vederlo! Si è
sempre più ruvidi con gl'intermediari che col soggetto principale.

--Io mi annego!--sclamò il duca alzandosi.

--Ne ò ben paura--proseguì il dottore con calma. Al club, si à l'aria
di sospettare che la nostra buona fortuna al giuoco non è sempre di
buona lega. Ci sorvegliano. Anche questa risorsa si dissecca per
qualche tempo. Occorre, anzi, perdere e pagare.

--Insomma, ditelo di un motto solo; voi mi portate una corda per
impiccarmi!

--In ogni caso c'impiccheremo insieme; perocchè voi mi avete attirato
nel vostro abisso. Ma--rimarcò di Nubo, voi non avete altro scampo,
altra possibilità di salute?

--A meno che voi non mi consigliaste di svaligiare i viandanti o di
trafficare di mia moglie.

--Non mi avete voi parlato un giorno, per allettarmi a venirvi in
aiuto, di non so che carte cui possedevate, che valevano milioni?

--Io non vi ò mentito. Io possedo quel tesoro. Ma, giustamente perchè
quelle carte valgono milioni, non bisogna sciuparle per dei soldi.

--Caspita! Dugento mila franchi di debito non sono poi così mica
_soldi_ che voi vi piacciate a ribassarli. Ma infine, se quelle carte
ànno nel grembo dei milioni, perchè non le obblighereste voi ad
espettorarli?

--Perchè chi deve espettorarli--poichè espettorazione vi à--non è in
misura di ciò fare. Quelle carte interessano la regina Bianca e suo
cognato, il principe di Tebe. La regina non può nulla in questo
momento. Il principe è più povero di noi. La regina non può al
presente comperar quelle carte. Il principe ne darebbe un boccon di
pane--perchè gli è tutto ciò ch'e' possiede. Fra un anno o due, quei
documenti saranno una miniera. I gallioni arrivano alla morte di
Taddeo IX.

--Allora, bisogna liquidare ed aspettare.

--Si liquida pagando. Avete voi un mezzo per pagare?

--No. A meno che...

--A meno che?--obiettò il duca.

Il dottore si alzò per partire borbottando:

--No: voi nol fareste. Ciò sarebbe assurdo.

--Ma infine, che cosa--dimandò il duca.

--Che cosa?--ripetè il dottore lentamente, camminando verso l'uscio.

--Dite dunque?

--Ebbene,--sclamò il dottore, volgendo il bottone della porta...

Tob, che aveva ascoltato questa conversazione alla toppa, dovè
allontanarsi e non udì le ultime parole.

Vide partire il dottore, ed il suo padrone, restato sulla soglia come
pietrificato, accompagnarlo d'uno sguardo senza vista, gli occhi
sbarrati o smarriti.

Quando il duca ebbe richiusa la porta, Tob ritornò al suo
osservatorio. Tenne il suo occhio incollato al buco della toppa un'ora
al meno. Poi rinculò come sbigottito, allampanato. Si fregò gli occhi,
dubitando quasi di avere ben visto. Ritornò al posto, guardò ancora,
sembrò turbatissimo... e corse fuggendo da madama Thibault.

Qualche minuto dopo, questa mandava il suo lacchè di sala al principe
di Lavandall con una lettera urgentissima.

Leggendo quella lettera, il principe trasalì sulla sedia. Un lampo
strano traversò la sua figura. Si riassise. Appoggiò la sua fronte
alle sue mani per riflettere con più comodo.

Qualche minuto di poi, e' parve aver presa una decisione, perchè
scrisse due lettere a due suoi amici, il conte di Kormoff ed il
principe di Storkine.

Forse pure li invitava alla sua festa--e niente altro che questo!


Alle dieci della sera, Vitaliana era di già pronta. Sembrava
felice--bianca, bella come un angelo che presenta a Dio un'anima cui à
salvata! Pensava ella forse che a quella festa rivedrebbe Adriano, il
quale, dopo la sua confessione ed il suo bacio, non aveva più dato
segno di vita?

Il duca di Balbek, lui, era orribilmente pallido e sembrava
annientato, come uomo che marcia al patibolo.

La sua ora era suonata. Egli l'aveva udita suonare come i rintocchi di
funerale.




XII.

Il colpo di grazia.


Le feste del principe di Lavandall erano le più ricercate di Parigi, a
causa della scelta squisita dei suoi invitati, la ricchezza e
sopratutto l'eleganza che vi regnavano. I balli delle Tuileries erano
deserti, se coincidevano con quelli del principe. L'aristocrazia del
Faubourg, che non andava dal re, si pigiava nei saloni del diplomatico
russo. Se si parlava di una bella dama, questa quistione inevitabile
era posta:

--È dessa una delle fate dell'_hôtel_ di Lavandall?

Un artista, un autore, che vi era invitato, mostrava la lettera del
principe come un poeta mostra una lettera di Victor Hugo. Era un
diploma che dava delle ali. Essere stato al ballo del principe,
costituiva una patente di nobiltà. Si era sicuri incontrare in quel
salone tutto quanto Parigi possedeva di legittimamente illustre. Si
contavano le intrusioni come una verruca sul viso di una ballerina.

Questa spia di grande nobiltà ecclissava il re!

Quando Vitaliana vi giunse, le sale ridondavano di gente.

Il principe le andò incontro e le offerse il braccio per condurla nel
salone principale.

Il dottore di Nubo era probabilmente all'agguato del duca di Balbek,
perchè, vedendolo, lo seguì lentamente fino a che non l'ebbe ridotto
nel vano di un balcone.

E' gli disse un motto in italiano.

Il duca rispose con un segno di testa e sguizzò in mezzo ai capannelli
risplendenti di diamanti, di cordoni e di _crachats_.

Vitaliana proiettò il suo sguardo comprensivo nelle sale ch'ella
traversò, ed infine, in mezzo ad un gruppo di _attachés_ e di altri
giovani gentiluomini alla moda, scorse il conte di Alleux.

Adriano arrossì.

Vitaliana impallidì.

Ma dessa continuò il suo andare, quasi avesse percorso la via sacra
dei trionfatori.

Adriano non si mosse, avvegnachè si volgesse per nascondere l'itto di
quello sguardo, che andava ad impiantarsi nel suo cuore.

Il nugolo di quei giovanotti si sciolse, e presero tutti a svolazzare
intorno a Vitaliana, chi per salutarla, chi per invitarla a danzare.

L'era un bagliore, alla lettera, quell'insieme di bellezze, di fiori,
di pietre preziose. Si vedevano dei flotti di _gaze_ e di luccicamenti
ondulare come i flutti ad ogni movimento, traversare come un vapore,
scintillare come il mare, in quelle notti di luna piena quando questa
si culla, la state, nel golfo addormentato di Bengala.

Vi si respirava due profumi divini: quello della donna e quello della
giovinezza. Ogni salone era un mazzetto che rideva e cantava in mille
spanti.

Vitaliana si staccava su quella bianchezza, iridata di tutti i fuochi
dell'opala, come un fiocco di bianca nuvola sopra un cielo imporporato
dagli ultimi baci del sole.

Pertanto, ella non aveva che una _toilette_ di donzella: dei festoni
di _gaze_ grigio perla, rilevati da ciuffi di brughiera bianca, e dei
fiori nei capelli. Ella non aveva neppur udito suo marito--il quale
accusava Froment Maurice di mancar di parola per la nuova montatura
dei suoi diamanti!

Quel seno nudo, quel collo senza ornamenti, quella fronte alta e pura
scintillavano sotto quegli sguardi assetati. Si sarebbe detto che quel
petto e quel collo si fossero impregnati delle perle e dei diamanti
assenti.

Ella avanzava come un cigno sur un lago, e lo stormo dei giovanotti
farfallava intorno a lei.

Il più sollecito a farsi presentare dal principe di Lavandall fu lord
Warland. Egli le disse immediatamente:

--_Dare I beg the favour, madame, to dance the first waltzer with
you_?

--_With great pleasure, milord_--rispose Vitaliana con un sorriso.

Lord Warland sembrò straordinariamente rapito di trovare
quell'incantevole duchessa che gli rispondeva nella sola lingua
conosciuta da lui, o, piuttosto, che egli osasse parlare. Si lanciò
allora a tutto galoppo nella conversazione, cui milord ci permetterà
di tradurre in italiano--in italiano, così infelice per la
conversazione!

--Scusatemi, signora, se l'è una indiscrezione. Siete voi nata in
Francia o in Inghilterra?

--In Francia, milord, a Parigi stessa, a tre numeri da questo _hôtel_.

--Allora, madama, o io sono forzato a credere alla metempsicosi,
ovvero voi avete smarrita la via venendo dal cielo.

--Come ciò, milord?

--Eh! Dio vi aveva inviata dall'altro lato della Manica, Il raggio di
sole che vi portava vi trasbordò sul suolo di Francia.

--Come io non posso supporvi capace di commettere dei concettini,
debbo protestare, milord, contro il vostro invadimento britannico.
Guardate dunque intorno a voi.

--Sì: l'è pieno di bellezze europee. Voi... voi siete una transfuga
dal cielo--o dal mio paese.

--Voi credete dunque, milord, che le bellezze europee sono una
mercanzia di scarto, cui Dio lascia cadere sul continente, riserbando
per l'Isola la prima scelta--assolutamente come voi fate per i vostri
prodotti dell'India?

--Sensate, madama. Io aveva sempre creduto che il fiore valesse meno
del diamante. Voi venite stassera a confondere i diamanti e li
umiliate col fiore. Ecco ciò che è la mercanzia di scarto e di prima
scelta!

--Decisamente, milord, voi nascondete un poeta sotto la pelle di un
gran signore... Bisogna disdoppiarvi: il cumulo è interdetto.

--Io non domanderei nulla di meglio, se potessi acchiappar nel
vestiario una maschera più confortevole.

--Ah! gli è forse vero. Nella fretta, milord, voi vi siete azzimato di
una figura un zinzino a l'azzardo. Ma, supponete che io mi sia una
fata che potessi sbrogliarvi: quale sarebbe la maschera che voi
preferireste fra questi cascantelli che ci circondano?

--Vorrei potar dire: quella che voi scegliereste, madama! Ma, come la
vostra scelta è fatta, io vi do il campione del mio desio. Gli è quel
giovanotto femminino e pensieroso, che vi contemplava di sotto
quell'arco di porta incontro a noi.

--Come! quella fanciulla mancata, che à dei mustacchelli a crocco? Ve
lo accordo, milord. Gli è il conte di Alleux, mio cugino... e non vi
felicito del vostro gusto.

--Perchè mo', madama?

--Perchè se un uomo, per isventura, è destinato ad essere... come dire
ciò?

--Ad essere un aborto, per esempio.

--Milord, voi siete troppo duro per voi stesso.

--Continuate, madama.

--Ebbene, allora val meglio essere un aborto maschio che femmina.

In quel momento, Adriano, vedendosi sotto lo sguardo di sua cugina e
del suo cavaliere, si avvicinò per salutare Vitaliana. Questa fece un
leggiero saluto con molta gravità, senza rispondere; ma le labbra di
lei tremarono come sotto il brivido di un bacio invisibile.

Lord Warland l'osservava, e disse:

--Non importa, madama, io preferisco l'aborto femminile che voi
disdegnate.

--Davvero, milord, voi siete poco ambizioso--rispose Vitaliana
sollecitamente, volgendo le spalle a suo cugino, che s'allontanò lento
lento, senza aggiungere sillaba.

Il waltzer ricominciò. Lord Warland e Vitaliana scomparvero nel
turbine.

--Il waltzer fa comprendere ciò che è la donna--disse milord: esso fa
della vertigine un piacere di dei.

--Anche quando quella donna pesa una tonnellata e mezzo, come
madamigella di Paray, che balla con mio cugino? Quel povero Adriano
respira come una foca.

--Siete voi ben sicura che egli ansi, madama? Io credo ch'egli
nasconda un sospiro sotto un anelito--ciò che arriva sempre quando si
valsa all'intenzione di un'altra.

Vitaliana non rispose. Si rimisero a valsare.

Quando si fermarono per riposare, lord Warland dimandò:

--Andrete voi al ballo dell'ambasciatore d'Inghilterra, martedì
prossimo, duchessa?

--Non credete voi dunque, milord--rispose Vitaliana ridendo--ch'ei
sarebbe una imprudenza per una transfuga?

--Oh! perdono, madama: vi si celebrerebbe, al contrario, il ritorno
della figliuola smarrita.

--Io penso, milord, che non ò, per il momento, alcuna voglia di
ritornare.

--State in guardia, duchessa. Se lord Palmerston vi vede mai, egli
sarebbe capace di dichiarare la guerra alla Francia.

--Bravo! non abbiamo noi M. Guizot, milord, che sarebbe capace di
pagarvi delle indennità?

--Le indennità ànno del buono, madama, ed alcuno non fa loro il muso.
E voi vedrete, madama, che vostro cugino, dopo avere volteggiato con
una balena, vorrà volare con un'allodola, e verrà ad invitarvi.
Indennità!

--Il conte di Alleux non è poi tanto Inglese in fatto d'indennità,
milord--rispose Vitaliana slanciandosi di nuovo.

Quando lord Warland l'ebbe ricondotta ad un canapè, un gruppo di
giovanotti si avvicinò a Vitaliana per invitarla.


Adriano non lasciò il suo posto. Sembrava anzi che avesse scelto un
alto, fra due giri di walzer, per andare a salutare sua cugina, onde
compiere un dovere verso di lei agli occhi del mondo, ma evitare le
spieghe.

Ciò non impedì che Vitaliana si lasciasse fascinare da tutte le
provocazioni della festa.

Tutto ciò che vi era di più elegante per nascita, distinzione, grazia,
svolazzò intorno a lei. Le donne, esse stesse, si sentivano disarmate
in presenza di quella figura, la quale aveva tutte le seduzioni
dell'adolescenza e non uno dei provocamenti della donna che à
morsicato al frutto della vita.

Vitaliana, che aveva di ordinario poco spirito, si elettrizzava in
mezzo a quel battibecco scintillante di sguardi bramosi, di motti
squisiti ed aguzzati a punta d'oro, di lumi, di profumi, di bagliori,
di gioie; in quella mischia di spalle nude, di petti alitanti, di
occhi avidi, di _gazes_ fiammeggianti--che nel turbinio della danza
sembrano ali--; di quella musica che scoppiettava come lo _champagne_
e dava le stesse prismatiche ebbrezze. Ella ballò un po' per sè
stessa, molto per gli altri.

Imperocchè si è implacabili, in un ballo, per le belle signorine.
Bisogna ch'elleno espiino la divinità della bellezza, e che, la pelle
madida, la respirazione fiaccata, i piedi ammaccati, le loro penne di
angelo gualcite, le facciano infine invidiare l'abbandono della
fanciulla brutta e scartata.

Quel folleggiamento durò fino alle due del mattino, quando il principe
di Lavandall venne a rilevare Vitaliana--dandole il braccio per
passeggiare nei saloni, nella stufa illuminata di tratto in tratto con
fuochi elettrici. Il principe la introdusse in seguito, per farla
respirare un po' in disparte, in un piccolo _boudoir_, la di cui porta
era chiusa, e dove quattro persone giuocavano.

Il duca di Balbek non ballava quasi più, eccetto il _quadrille_
offiziale, a cui non poteva sottrarsi. Non essendo parlatore, essendo
confinato, per ragione di Stato, alla tratta delle bellezze mature
della diplomazia e della Corte, non gli restava altra risorsa nelle
serate, ove le convenienze lo chiamavano, che quella del giuoco.

Il giuoco, del resto, lo attirava; perocchè egli era costruito per le
forti emozioni anzi che per le delicate.

Da qualche tempo, d'altronde, il giuoco era divenuto uno degli
articoli del suo bilancio di reddito, e, malgrado le variazioni
inevitabili, era ancora molto produttivo. In ogni caso, avesse egli
avuto ripugnanza per le carte, il conte di Nubo, suo medico, si
sarebbe addato a vincerla. Perocchè, non appena il duca compariva in
un casino od in un salone, il dottore sollecitava a metter su una
tavola da _whist_, e peggio ancora.

Infatti, abbiamo visto che di Nubo lo attendeva.

L'ambasciatore d'Inghilterra e l'ambasciatore di Prussia--che
gustavano anche essi considerevolmente una partita di _whist_--non
dimandavano meglio che cedere all'invito del principe di Lavandall, il
quale, per divertire i suoi ospiti, andava incontro alle loro
inclinazioni.

Ora, come lord Westmoreland era miopissimo, ed il conte di Tonningen
era soggetto a distrazioni, il principe Lavandall fece preparare il
loro tavolo verde in un salottino particolare, ove, la porta chiusa, i
giuocatori non sarebbero stati distolti dai curiosi che fan di
ordinario galleria intorno alle tavole a _whist_.

Eccoli dunque istallati, il duca di Balbek giuocando con
l'ambasciatore di Prussia, ed il dottore avendo per _partener_ quello
d'Inghilterra.

Il duca ed il dottore giuocavano così in certi saloni, perchè, alla
fine della serata, liquidavano tra loro benefizi e perdite. Al club,
al contrario, erano sempre _partener_.


La sorte si era mostrata neutra. Le partite si erano succedute e
moltiplicate, ma con poca differenza dalle due parti. Le perdite si
equilibravano quasi.

--Gli assalti di sala d'armi son belli--diceva il dottore forbendo i
suoi occhiali--ma, è d'uopo convenirne, gli occhi si stancano a
seguire quelle punte di fioretto che cercano inesorabilmente il vostro
petto.

--Gli è vero!--sclamò lord Westmoreland, nettando a sua volta le sue
lenti.

--Se respirassimo un istante dopo questa partita--riprese il dottore,
con quella famigliarità comoda che i medici pigliano dovunque
naturalmente.

--Possiamo cessare, dottore, se siete stanco--interloquì Balbek.

--Si riposa pure--replicò il dottore--cangiando di occupazione. Un
giro di _pharaon_ ci rinfrancherebbe altrettanto. Che ne dite voi,
milord? Ciò vi va, signor conte?

--Perfettamente--risposero i due ambasciadori.

--E voi, signor duca, gradite voi la proposta?

Or, come la proposta era di già stata gradita tre giorni innanzi, il
duca di Balbek non l'oppugnò.

In fatti si andava a cangiar di giuoco, quando il principe di
Lavandall entrò. E, poco dopo, il conte di Kormoff ed il principe di
Storkine venivano a prendere da lui commiato, partendo entrambi il dì
seguente per le Russie.

--Non potreste voi, signori, aspettare ancora un quarto d'ora? Avrei
una piccola commissione a darvi per madama di Nesselrode. Ma bisogna
che io comunichi innanzi tutto a milord Westmoreland ed al signor
conte di Tonningen un dispaccio che mi àn rimesso or ora, dalla parte
di M. Guizot. Come voi lo troverete probabilmente pure in rientrando,
mi sollecito a comunicarvelo qui.

--Sì, sì--dissero i due ambasciadori.

--Son desolato, signor duca e signor dottore, d'interrompere la vostra
partita per cinque minuti. Ma, se voi il permettete, signori, spero
che M. di Kormoff ed il signor principe di Storkine vorranno farmi il
piacere di tener le carte per cinque minuti.

--Io prego anzi uno di quei signori di occupare il mio posto
definitivamente--disse lord Westmoreland. Io mi ritiro, dopo.

--Ed io pure--soggiunse il conte prussiano. E sarei grato a quegli di
quei signori che vorrà rimpiazzarmi.

--Con piacere--risposero i due signori russi.

I tre diplomatici uscirono.

--Solo--continuò il conte Kormoff con un certo imbarazzo--io sono un
detestabile giuocatore di _whist_, ed imporrò una rude pazienza al mio
_partener_.

--Ma, in questo caso--osservò il dottore--noi potremmo giuocare il
giuoco che vi piacerà più, signori. Non siamo già condannati al
_whist_ forzato, che io sappia. Che ne dite voi, signor duca?

--Sono agli ordini del signor conte di Kormoff e del suo amico.

--Il principe di Storkine--fece il conte, presentando il suo
compatriotta.

Si salutarono e si assidero.

--Giuochiamo allora un giuoco che anche le donne ed i fanciulli
conoscono e non disdegnano: il _baccarat_. La proposizione vi
disgrada, signori?--proseguì il dottore sorridendo.

--Niente affatto--risposero i tre altri signori, sorridendo del pari.

Il dottore allungò la mano ad una tavola e vi prese 10 mazzi di carte,
cui aprì ed ammonticchiò sulla tavola.

Il giuoco cominciò.

Si era al più vivo delle poste quando la porta del gabinetto si aprì
dolcemente ed il principe di Lavandall v'introdusse Vitaliana, onde
sottrarla agli inviti che la avevano di già stanca.

Il principe, appoggiando al suo braccio la giovane donna, si collocò
dietro al duca di Balbek, il quale non si accorse forse neppure della
presenza di sua moglie--talmente il demonio del giuoco lo trasportava
in quel momento.

D'altronde, il suo giro di pigliar la mano arrivava. La fortuna gli
aveva di già sorriso, perchè aveva innanzi a sè un mucchietto assai
spesso di marche, d'oro e di polizze da banco.

Prese le carte.

--Si dice, signori, che, al _club_ di Mosca sopratutto, si giuoca
molto al lanzichenecco--chiese il dottore ai due Russi. È vero?

Mentre il principe ed il conte rispondevano volgendosi verso il
dottore, il duca di Balbek prendeva le carte--soffiandosi previamente
il naso.

Vitaliana, però, che aveva gli occhi sopra di suo marito--al pari del
principe di Lavandall, probabilmente--rimarcò qualche cosa cui non
comprese. Perocchè, volgendosi al principe, le dimandò a voce bassa:

--Che fa egli dunque?

Il principe di Lavandall scostò Vitaliana, rinculando verso la porta
del gabinetto. Lo aprì, uscì, lo chiuse a chiave dietro a lui, e
trascinò Vitaliana in una stanza appartata.

--Voi avete dimandato, duchessa--mormorò il principe a voce bassa: che
fa egli dunque?

--Sì--rispose Vitaliana, commossa dell'aria che prendeva il
diplomatico russo.

--Ebbene, duchessa, vostro marito ruba.

--Signore!--gridò Vitaliana, tremando di tutte le sue membra come se
fosse entrata in un bagno gelato.

--Vostro marito ruba al giuoco--replicò il principe con delle lagrime
nella voce. Ma abbiate calma, madama, silenzio! Partite. Io vado ad
impedire uno scandalo ed un clamore forse.

Vitaliana fuggì verso la porta, tremando di più in più, trascinando il
principe. Questi fece chiamare la carrozza del duca di Balbek ed
accompagnò la duchessa fino allo sportello, susurrandole all'orecchio:

--Per l'amor di Dio, signora duchessa, silenzio con chiunque--sopra
tutto con vostro marito. Io accomoderò la cosa ed avrò l'onore di
presentarmi da voi domani, per comunicarvi il resto.

Vitaliana fuggì, ringraziando il principe, degli occhi
bruciati--perchè vi sono delle lagrime che rientrano ed appiccano il
fuoco al cuore.

Ella andò a cercare asilo nel suo appartamento, chiudendosi a chiave.


Il principe di Lavandall ritornò al piccolo salone, giusto al momento
in cui una scena delle più tragiche cominciava.

Il duca aveva una fortuna insolente. Aveva passato dieci o dodici
volte, ed un monticello considerevole di _luigi_, di viglietti di
banca, di gettoni, denunziava il suo successo. La vena continuava. Il
vento gonfiava tutte le vele del suo naviglio conquistatore. Non
restava più un soldo nè avanti nè in tasca dei suoi avversari.

Di un tratto, la mano del conte di Kormoff, a destra, e quella del
principe di Storkine, a sinistra, afferrarono i due polsi del duca di
Balbek e, levandosi, i due personaggi gridarono di una medesima voce:

--Signore, voi rubate!

Il duca di Balbek restò pietrificato. I suoi polsi non battevano più.
La sua voce si estinse. Solo, il suo labbro inferiore tremolò.

--Noi abbiamo cominciato con dieci giuochi di carte. Ora andremo a
contare quanti ve ne sono colà, poi a frugarvi. Se ci siamo ingannati,
noi siamo a vostra disposizione per dimandarvi scusa o darvi
soddisfazione dell'insulto.

Il duca di Balbek tacevasi sempre.

Lo sguardo del principe di Lavandall pietrificava a sua volta il
dottore di Nubo, e gl'impediva di far un segno, un gesto, un moto che
potesse salvare il suo complice, o piuttosto la sua vittima.

Imperciocchè era desso che aveva consigliato quell'infamia al duca di
Balbek, e Tob, che aveva visto costui preparare la carte, aveva poscia
dato l'allarme.

Il principe di Storkine andava a procedere alla verifica delle carte,
quando il duca, ritrovando infine la parola, balbutì di una voce
estinta:

--L'è inutile, signori. Che mi volete voi?

--Come!--gridò il conte di Kormoff.

Il principe di Lavandall s'interpose, interrompendolo, e disse:

--Adagio. Il più insultato qui, sono io. Mi occorre una riparazione
eclatante. Scegliete, signore,--aggiunse egli, indirizzandosi a Balbek
con piglio altero: O io apro questa porta e convoco tutti qui, per
constatare che l'ambasciatore di Commodo V ruba al giuoco, o fo
chiamare la polizia e vi consegno alla giustizia; o voi andrete a
scrivere qui--e noi la firmeremo tutti--una dichiarazione, che voi
avete rubato al giuoco in casa mia.

Un momento di silenzio seguì questa sentenza omicida.

Tutti gli sguardi s'inchiodarono sul viso cadaverico del disgraziato,
cui i due pugni di ferro dei signori Russi tenevano ribadito sulla sua
sedia.

E' disse, in fine, di una voce cavernosa:

--Se scrivo, che uso farete della mia dichiarazione?

--La conserverò, per restituirvela forse, quando sarete corretto.

E dicendo ciò, il principe metteva innanzi al duca un foglio di carta
ed un calamaio; ed i due Russi lasciavano le sue mani libere.

Il duca conservò ancora il silenzio per qualche istante, poi ghermì
una penna e di una voce ferma sclamò:

--Dettate.

--Vi è là una pistola, signore, se preferite bruciarvi le cervella nel
giardino, innanzi a noi.

--Dettate dunque!--gridò il duca con collera.

Lavandall dettò, Balbek scrisse:

«Io dichiaro, in presenza dei sottoscritti, di aver rubato al giuoco
in casa del principe di Lavandall, oggi,» ecc., ecc.

--Firmate.

--L'è fatto.

--Firmiamo a nostra volta.

Tutti firmarono.

Lavandall prese la scritta ed uscì con i suoi amici.

Il dottore restò, impiedi, all'altra estremità della tavola,
silenzioso, freddo, calmo, increspando quasi il suo sembiante di una
smorfia che somigliava ad un sorriso.

Il duca pareva inchiodato alla sua sedia, gli occhi devaricati,
accoccati a quella somma di 50 o 60 mila franchi innanzi a lui, senza
vederla.

Di botto poi, come se si svegliasse di soprassalto, ei balzò in piedi,
e volle fuggire, senza toccar nulla.

--E Morella!--sclamò il dottore.

Ciò fu come una parola magica. Il duca si precipitò sul danaro, lo
tuffò nelle sue tasche e fuggì correndo.

Egli errò tutta la notte, a piedi, nelle strade di Parigi. Alle otto
del mattino, si trovò innanzi l'uscio di Morella.

Il duca portava la mano al bottone del campanello, quando il dottore
di Nubo, uscendo dalla carrozza, gli si avvicinò e gli disse:

--Entriamo.




XIII.

Una fine di capitolo, cui le signorine... leggeranno di soppiatto.


Il dì dopo, a mezzogiorno, il conte di Nubo si presentò al palazzo di
Lavandall, e parlò a lungo col principe.

Uscendo di là, il dottore se ne andò di galoppo dall'agente di cambio.

Il principe si presentò al palazzo del duca di Balbek, e prese motto
della duchessa.

Il fine del principe era restato lo stesso; ma aveva cangiato il piano
di attacco.

Voleva ad ogni costo ottenere le carte del duca di Balbek.

Lo aveva gittato nella trappola di Morella per obbligarlo a vendere, e
vendere a prezzo più mite.

L'avea ruinato per mezzo dell'amore. E si approntava già a mettergli
l'asta alla gola per la vendita, quando Tob udì la conversazione del
duca e del dottore--il quale pingeva lo stato miserabile dei fatti
loro.

Tob intravide lo spediente infame cui andava a sperimentarsi. Osservò
il duca, dopo la partenza del dottore, e lo vide accomodare due
giuochi di carte, poi esercitarsi a cacciarseli in tasca e cavarneli
fuori, come un giuocatore di bossoli.

Questa rivelazione fu per il principe di Lavandall uno spiracolo di
luce.

Preparò il tranello in casa: ed i due signori russi furono suoi
complici.

Aveva ricevuto la mattina stessa un dispaccio del principe di Tebe--di
cui parleremo più tardi--e fu questo stesso dispaccio, cui innanzi al
duca ed al dottore e' disse d'aver ricevuto dal Guizot, e cui comunicò
ai due diplomatici.

La dichiarazione del duca, cui possedeva adesso, gli consigliava
un'altra tattica.

Con un uomo che aveva preferito di addossarsi una patente di ladro,
anzichè mandarsi le cervella alle nuvole, non era più a far capitale
di strappargli le scritte concernenti la successione di re Taddeo, per
modi facili. Avrebbe rimbeccato, resistito, tenuto duro fino
all'ultimo estremo.

Quando in un gentiluomo la voce dell'onore è divenuta muta, quando
egli à indietreggiato dal duello e dal suicidio, non si à altra presa
su di lui--tranne che mediante il Codice penale.

Il Lavandall non rinunziava di servirsi della dichiarazione del duca
direttamente con lui, per tutti i modi. Egli voleva però mettere a
partito, anzi tratto, un successo che gli sembrava più probabile, e
meno rude a cogliere: il terrore della duchessa.

Vitaliana lo aspettava.

Ella non aveva chiuso occhio in tutta la notte.

I suoi occhi, tutti rossi, cerchiati di livido, attestavano ch'ella
aveva pianto lunghe e lunghe ore. La sua pallidezza, rilevata ancora
da un vestimento a nero come per un giorno di funerale, denunziava
l'agone interno sostenuto. Ma la calma, di presente, delle sue
palpebre e della sua fronte, la contrazione delle sue labbra
indicavano nel tempo stesso agli osservatori, che ella aveva preso una
risoluzione.

All'opposto della credenza comune, le nature deboli sono quelle che si
decidono più pronte e che prendono risolvimenti più radicali. I
caratteri forti alternano le fortune della lotta, dell'astuzia,
dell'ardire, dell'abilità, del coraggio. Essi resistono, calcolano,
danno un passo innanzi per poi retrocedere; indietreggiano per
risaltare di un lancio tutti gli ostacoli; dubitano, tasteggiano,
provano di transigere--in una parola, esitano ed aggiornano la
decisione. Le nature deboli, non possedendo alcuna di queste risorse
di resistenza, non veggono di un colpo che i partiti estremi: cedere o
perire. Si bilica, si pencola un istante tra questi due termini della
fatalità, poi vi si immerge capo giù, e tutto è detto.

Ora, Vitaliana era una natura debole.

Ella trovavasi nel suo _boudoir_. Leggeva una lettera di sua madre,
cui il fattorino aveva rimesso testè--e che acchiudeva qualche capelli
del suo bimbo--quando il principe di Lavandall si fece annunziare.


Un sole glorioso attaccava la neve caduta abbondantemente la notte
precedente.

Lo splendore era dunque doppio.

La porta del balcone, che sporgeva sulla stufa, era aperta.

I raggi, traversando qualcuno dei vetri colorati, aggiungevano le
vivide tinte di questi ai bagliori animali dei fiori e degli
arbusti--in foga di vegetazione in quel clima di Senegal. Scintillio
di colori, di luce, di profumo, di forme squisite e strane, di quegli
uccelli vegetali della stufa; tutto ciò, di unita ad un sentimento di
delizie voluttuoso e misterioso, faceva irruzione nel salottino di
Vitaliana ed incarnava un inno a Dio.

Tutto quivi respirava la felicità. Tutto pareva dire alla fata di quel
nido di angelo: Godi! Dio ti sorride!

Stesa sopra una _dormeuse_, la lettera di sua madre sul seno, la
noccolina di capelli sulle labbra, Vitaliana aveva gli occhi a
tutto... e non nulla scorgeva! Ella si sentiva penetrata di un
sentimento vago, composto di tutti i dolori e di tutti i terrori cui
aveva traversato da dodici ore in qua, e di quella calma catalettica
che infonde la disperazione.

Il principe entrò.

Ella si sollevò.

Il signor di Lavandall le baciò le punte delle dita e si tacque.

La si sarebbe detta una visita di condoglianza.

--Signore--sclamò infine Vitaliana, voi venite ad annunziarmi che il
disastro è completo?

--Dio mi è testimone, madama--balbettò il principe commosso, o
sceneggiando la commozione--che, a prezzo della mia vita, io vorrei
sparmiarvi quello orribile dolore.

Nel tempo stesso, egli presentava a Vitaliana la dichiarazione di suo
marito e dei testimoni.

Vitaliana la lesse, gli occhi enormemente dilatati e fissi. Poi, la
carta le cadde dalle mani, e, malgrado lei, malgrado tutto, dei
singhiozzi le lacerarono il petto.

Il principe si ripostò la scritta in tasca, e prese le mani di
Vitaliana fra le sue, senza soggiunger verbo.

La procella durò cinque minuti; poi si appaciò di un tratto, come le
bufere dei Tropici.

Allora, Vitaliana, divenendo estremamente calma, riprese:

--Signore, vengo dal ricevere una lettera di mia madre; ecco i capelli
del mio figliuolo. Essi sono felici. Signor di Lavandall, siete voi
padre?

Il principe comprese il significato di quell'appello e rispose:

--Signora, sì. Ma, per sventura, io non sono mica solamente padre, e
vostro marito non è mica un gentiluomo ordinario. Egli è qui
ambasciatore di un re, ed io rappresento un imperatore. Gli è dirvi,
madama, che io non sono punto libero delle mie azioni; che io debbo
riferire quest'avvenimento all'imperatore--il palazzo del di cui
ministro è stato vituperato--e che debbo aspettare gli ordini da
Pietroburgo.

--Vi sarebbe egli permesso di presentire quegli ordini, signor
principe?

--No, madama. Però, io non oserei incoraggiarvi ad alcuna speranza.

--Se mio padre vivesse, se io mi avessi un fratello, signore, non
avrei bisogno di supplicarvi. Essi saprebbero il loro dovere: essi
ucciderebbero il padre per non infamare il figliuolo! Io sono sola nel
mondo; sono vedova, signor principe... Grazia, grazia pel mio
figliuolo! bruciate quella carta.

--Impossibile, madama. Voi dimandate il mio onore, la mia sentenza, la
posizione della mia famiglia, per salvar l'onore di un... di vostro
marito, madama--il quale non comprenderebbe forse neppure la
magnitudine del sacrifizio che io farei.

--Voi avete ragione--rispose Vitaliana dopo qualche istante di
zittire. Un'ultima parola, allora. Principe, credete voi al
pentimento?

--Io non lo nego.

--Credete voi che il duca di Balbek possa riabilitarsi unque mai di un
atto, che fu senza dubbio un accesso di follia?

--Un accesso di follia!--mormorò il principe.

--Voi non ammettete la follia. Voi credete alla premeditazione. Siete
voi dunque convinto che quell'anima è perduta?

--Madama...

--Principe, vi dimando il vostro parere, non mica la vostra pietà. Se
mia madre fosse qui, ella mi consiglierebbe forse. Scriverle? non si
confidano di codeste cose alla carta, la quale, presto o tardi,
tradisce sempre. Io medito un piano di condotta, una determinazione...
che so io? E sono sola!... Siate mio padre.

Il principe di Lavandall ebbe l'aria di riflettere. La risposta? no.
Egli considerava che Vitaliana invocava una scusa, invocava le
circostanze attenuanti, se non per assolvere suo marito, per
attenuarne almeno il delitto. Ella andava quindi a sfuggirgli di mano.
Ei non poteva allora contare sull'aiuto di lei. E' si trovava dunque
di nuovo solo d'incontro al duca.

Ora, occorreva, ad ogni costo, assicurarsi il concorso di Vitaliana.
Laonde e rispose:

--I dolori reiterati uccidono; i grandi colpi ci mettono a prova. E'
non sarebbe mica dunque pietà sparmiarvi, duchessa--ora che siete
sulla breccia della sventura. Ebbene, volete voi sapere ove va il
danaro cui il duca ruba al giuoco?

--Se lo voglio! l'esigo anzi, principe--o, piuttosto, ve ne supplico.

--Avreste voi il coraggio di vederlo, voi stessa, degli occhi vostri?

--Io non so se ne avrò il coraggio; ma ne ò, certo, la volontà.

--Allora, domani sera, o dopo domani sera, o fra tre giorni--io non
posso nulla precisare in questo momento--ma vi domando il permesso di
scrivervi per indicarvi il giorno in cui, tra le undici e la
mezzanotte, verrò a prendervi. Andremo... e vedrete.

--Posso condurre qualcuno con me?

--Se aveste vostro padre, vostra madre, vostro fratello, io vi direi:
sicuro! Ma uno straniero ciancia, qualunque sia la sua fedeltà, se non
un giorno, un altro. Ora, nel posto che occupa vostro marito, lo
scandalo è sempre funesto. Del resto, voi siete libera.

--Voi avete ragione, principe; Dio ve lo renda. Io sarò pronta.

Il principe partì.

Vitaliana restò a meditare tutto il giorno.


Nè quel giorno nè il seguente ella non rivide suo marito.

Il duca era rientrato all'ambasciata per spicciare gli affari, e si
era informato intorno a sua moglie. Ma, la prima fiata, Maria gli
rispose che la duchessa era nel bagno e non poteva riceverlo; e la
seconda, ch'ella era in sullo scrivere a sua madre, e non voleva
essere disturbata.

Per sorte, il duca non chiedeva mica meglio che non contrariarla.

Il terzo giorno, però, ella lo ricevè.

Vitaliana pensò che la non poteva schermirsi da quella visita, senza
risvegliar sospetti; tanto più che aveva giusto allora letto un
viglietto del signor di Lavandall, il quale le significava questo
semplice motto:

«A stasera, madama!»

Non mai il duca di Balbek si era mostrato a sua moglie più gaudioso.
Aveva quasi dello spirito! La sua eleganza respirava la felicità.
Portava nelle pupille un'immagine a dimora fissa, sotto la forma di
sorriso, che folleggiava nel suo sguardo e gli dava l'aria
intraprendente.

Vitaliana n'ebbe paura, ed invocò subito alla riscossa un acciacco.

Non v'è che lo coscienze perverse che abbiano un sembiante sì festoso.
Un manigoldo non retrocede innanzi all'idillio, se lo trova di suo
pro. Il _carmina proveniunt animo deducta sereno_ è una baggianata
volgare.

Vitaliana, dagli occhi divaricati, cercò l'infamia sulla faccia di suo
marito--come Otello cercava il bacio sulla labbra di Desdemona. Non vi
scorse che l'ebbrezza della pace, e l'impronta del sentimento che il
mondo non aveva per lui che delle rose!

La visita non durò che tre minuti.

--Si è sempre certi di trovare sua moglie, ahimè!--dicevasi il duca.
Le Morelle sono, invece, come i giorni di sole nell'inverno
dell'Inghilterra.

Il cervello di quella bella creatura, d'altra banda, avea, la vigilia,
partorito di un'idea bizzarra. Vitaliana era dunque anch'ella felice.

Il dottore di Nubo si era guizzato col duca nella palazzina di
Morella--il dì dopo della festa--per dargli calma, ed avvisare con lui
al mezzo di scongiurare il pericolo. Però egli aveva, principalmente,
voluto vederlo prima della ganza, onde impedirgli che affogasse in
quel baratro tutto il prodotto della sua infamia.

Il dottore desiderava prelevar della somma un qual cosa per dare un
pizzico di scudi ad ogni creditore, ed insinuar loro così la virtù
della pazienza.

Riuscì.

Il duca udì ragione.

E' prese 5,000 franchi per lui, ne lasciò 20,000 sul davanzale del
caminetto di Morella, e rimise il resto al suo Mentore.

Orbene, Morella parve così tôcca di questa gentilezza del suo amante,
che gli acconciò la sorpresa di una festa--oltre le sue previe
terribili carezze.

Forse il principe di Lavandall avrebbe potuto reclamare la sua quota
in questa sùbita inspirazione di Morella; ma non è mo il momento
d'imbarazzarci in questa investigazione.

Guardate là, invece!

E che vi è desso di straordinario alla fin fine?

Sei persone pranzano.

Noi abbiamo di già intravisti i convitati di Morella. L'è Fernandina,
che à menato seco il grave ambasciatore del Sultano. L'è la Polacca,
della festa di madama Augusta, che vi à condotto il suo cagnolino; il
marchese delle Antilles. Poi, Morella e Balbek.

Tutto è bello, gaio, fresco, giovane--perfino il marchese!--il quale
s'immerge nella quarantina, maturata anticipatamente, precocemente
almen d'altri dieci anni, da una marchesa bisbetica come la moglie di
Socrate.

L'età di un uomo è nelle mani della donna che lo governa.

Un pranzo di sei arcivescovi non sarebbe stato più decente e solenne.

Tre pensionarie del Sacré-Coeur non avrebbero avuto il verbo più
innocente.

Si sbrigarono vivande squisite, chiacchierando filantropia, e mettendo
in grave dubbio la fame del proletario--il quale maschera le sue
rivoluzioni con quella malannata parola di: pane!

Lo scintillio di que' cristalli, di quelle porcellane, di quelle
argenterie, di quei fiori, era forse melenso in paragone delle sei
pupille di quelle tre donne--che pur nondimeno le spegnevano sotto il
languore.

Conoscete voi occhi più micidiali di quelli che sono sì dolci quando
si muovono?

Le tre donzelle erano scollacciate. Però, misero dell'acqua nel
vino--sintomo terribile! Nulla che non appartenesse loro--tranne il
portamento! Nulla che non fosse vero--tranne il sorriso!

Il Turco, gli è vero, si provò, una volta o due alla barzelletta. Ma
incontrò, in uno sguardo di Fernandina e nell'intenzione di un sorriso
del marchese delle Antilles, un cotal correttivo, che lo si sarebbe
detto di poi un novizio dei gesuiti.

--Parola d'onore, Morella--sclamò il duca di Balbek alla fine--si
pranza da te come alla tavola del re. Il tuo _champagne_ piagnucola. I
tuoi intingoli sentono la predica della quaresima. I tuoi vini sono
accimorrati. Facci dunque versare un fiaschetto di _vieux_ gaiezza.

--Voi ne avete pieno il nappo--rispose Morella. Voi non la scorgete
dunque che quando la si spande sulla nappa?

--Mio caro duca--sclamò il marchese sorridendo--voi siete
intraprendente.

--E l'è fortuna--osservò la Polacca--senza che, Morella ci darebbe la
berta a mo' di una Bastille imprendibile.

--Il più difficile--obbiettò il Turco--non è prendere, ma tenere.

--Voi parlate male il francese--ripostò Fernandina. Io v'insegnerò la
parola propria, che è nel tempo stesso il segreto di quel _tenere_ lì.

Morella interruppe la conversazione, che pigliava mala piega.

--Pascià--diss'ella--avete voi udito il padre Lacordaire, il nostro
eloquente predicatore?

--Sì--rispose il Turco con gravità--nel _Don Pasquale_!

--E non vi à convertito?

--E' non à gli argomenti di Fernandina.

--Bisogna che io vi presti allora un libro di M. de Lammennais.

--Non ci mancherebbe che codesto--scoppiò Fernandina. Appena se noi
abbiamo il tempo di studiare la quistione di Oriente nel _Cocu_ di
Paul de Koch. Che dite voi dei miei dispacci, eh?

--Uhm!--fece il Turco. Mi ci vuole una ballerina per metterci
l'ortografia.

--Lasciamo la politica--disse il marchese di un tono grave.

--Ne fate voi qualche volta, marchese?--dimandò Morella.

--Uff!--s'intromise la Polonese. Non fate arrossire i segreti di
gabinetto.

--A proposito--dimandò Morella--sapete voi la gherminella abbominevole
che lord Warland à praticata ad Ines della Porte Saint-Martin?

--Che dunque?--chiese Balbek. L'avrebbe egli chiamata onesta?

--Quel lord incontrò l'attrice ad un _thè_, in casa di Maddalena
Borel... voi sapete? la Lionese a cui il banchiere Dehal e Comp. fa
una pensione di 200,000 fr. l'anno....

--Non v'è che le donne a barba che si abbiano di quelle fortune
lì--osservò Fernandina.

--Or bene, milord si avvicinò alla piccola Ines e le sussurrò
all'orecchio: «Mademoiselle, _que fere moá per fere emer moà par vù_.»
Se un uomo mi avesse indirizzato un simile proposito--continuò
Morella--io gli avrei risposto: «Bisogna, signore, provarmi codesto
amore, e non parlarmene mai; non dimandarmi mai nulla; non lasciarmi
mai nulla desiderare; prevenire tutte le mie volontà...

--Io--interruppe Fernandina--io avrei risposto: «Partite per l'India,
e mandatemi vostre nuove _assicurate_, per mezzo della Banca di
Francia.»

--Ed io--sclamò la Polacca--io gli avrei sciorinato: «Siate per lo
meno lord Palmerston. Io non amo che i grandi uomini di Stato, come
Talleyrand, Metternich... ed il marchese delle Antilles!»

--Bembè--riprese Morella.--Ma la piccola Ines, che ignorava quanto
quell'Inglese pesava, gli rispose storditamente: «In _primis_, milord,
bisognerebbe cangiar di maschera». «_Very well_, disse l'Inglese,
_what mask vò emer moà_». «Ah! riprese Ines, non importa qual forma vi
appropriate, milord, voi non potrete che guadagnarci.»

L'Inglese non rispose sillaba e si allontanò.

--Manca di spirito quel milionario lì--osservò Balbek. Io avrei
risposto: «L'è fatta, carina. Io sono un cronometro che segna sulla
sfera: mille franchi all'ora! Ne volete, cuor mio?»

--Stando a Parigi--disse il Turco--io le avrei mandato un laccio sotto
forma di un filo di perle, e le avrei scritto: «Vieni a strangolarti,
_drolesse_!»

--E voi, signor marchese, che avreste voi fatto?--dimandò Morella al
marchese delle Antilles, che si taceva.

--Un giorno una ballerina del mio paese m'imberciò un'arguzia presso a
poco su quel garbo--rispose il marchese. Io me la feci condurre a casa
e la feci ricevere da' miei palafrenieri.

--E che diss'ella, la vostra ballerina?--dimandarono le tre donne di
una voce.

--L'era una piccola sciocca. Rispose: «Che io la trattava poi troppo
come la marchesa!»

--Ebbene--continuò Morella--lord Warland è stato più eteroclito di voi
tutti. L'indomani, due commissionari si presentarono ad Ines e le
rimisero una larga cassa da parte di uno straniero, all'albergo
Meurice. Voi comprenderete che non si rifiuta una cassa sì
autenticamente listata. Ines sollecitò a farla aprire, e che vi trovò?

--Ma! milord in cioccolatte--sclamò Fernandina.

--Un maiale! disse Morella.

--Vivo.

--Pelato come un uovo, in camicia da notte, porgente un viglietto
profumato da una zampa, nel quale milord aveva scritto: «Eccomi qui,
sotto una forma che deve piacervi. Amatemi, mio cuoricino. _Arturo_.»

--E che fece Ines?--sclamarono le due donzelle ad un tempo.

--Che? la fece venire schietto schietto un salsicciaio, gli vendè la
bestia per 200 franchi, e rispose: «Sì, milord, io vi adoro sotto
questa forma. Prendete un poco più di lardo e venite ogni giorno.»
Milord non vi tornò più.

--Perchè Ines andò da lui--osservò il Turco.

--Sotto quale forma?--dimandò il marchese.

--Dell'innocenza, perdinci!--replicò Morella.


Il pranzo terminato, Morella alzossi e disse:

--Adesso, signori, io sono la sultana qui, e cesso di essere
l'anfitrione. Lasciatevi manipolare senza obbiezione, ed obbedite.

Ella tirò allora una corda di campanello, e nel medesimo tempo una
fanfara invisibile scoppiò.

Accompagnò quindi i tre gentiluomini verso un uscio, e li fece entrar
di quivi--mentre ella e le altre donne si dirigevano verso una porta
di rincontro.

Un'ora trascorse.

La fanfara, che fin qui era stata briosa, cangiò di carattere, e
divenne una melodia dolcissima di violini e violoncelli.

Le porte del salone si apersero.

Quattro immensi specchi riflettevano e moltiplicavano gli oggetti di
quella stanza. Dei quadri, che avrebbero fatto trovar pudico quello
della Venere di Tiziano, pendevano alle pareti, nell'intervallo degli
specchi. Un folto tappeto di Smirne copriva il pavimento. Tutto
intorno cuscini e divani di damasco rosso. Ai quattro angoli, dei
vasi, da cui sbocciavan fuori dei _narghileh_, dai quali si poteva
aspirare a volontà il latakie o lo _hatchich_. Fiori, dovunque era
posto. In mezzo, un _buffet_ coperto di liquori, di sorbetti, di vini
deliziosi, di confetture aromatiche.

Una luce viva animava tutto e dava una scintilla ad ogni oggetto.

Delle cassollette invisibili aggiungevano un profumo penetrante a
quello dei fiori. L'aria aveva, nel tutto suo insieme, irradiamento,
armonia, olezzo, ripercussione di oggetti: una ubbriachezza
irresistibile penetrava da tutti i pori. Tutto diceva: «Qui si ama
fino a morirne!»

Aprendosi, la porta di mezzo dette ingresso a sei giovinette vestite
da baiadere.

La porta di sinistra lasciò passare i tre gentiluomini--panneggiati in
un'ampia tunica di _cashmiere_ bianco, coronati, a modo degli antichi
Romani, di fresche rose, e profumati come una corolla di magnolia.

Dalla porta di destra, entrarono le tre giovani donne--galleggianti in
una nuvola di _gaze_, trasparente come il vapore dell'alba in Oriente.

Un grido scattò da tutte le bocche. Una percossa mise in fiamma tutti
gli occhi. Fu un precipitarsi all'incontro gli uni delle altre.

Le braccia si aprirono... Il salone risuonò di uno strepito simile
alla crepitazione della fiamma dei sarmenti.

Le sei _baiadere_, che avevano in mano vassoi e coppe di cristallo,
versarono dei sorbetti. Poi, cominciarono una specie di danza, anzi di
pantomima, dagli atteggiamenti molli e strani--compresi di uno
sguardo, sentiti come un rimescolamento, e cui alcuna parola non
potria pingere.

I sei principali personaggi di questo racconto si trovarono presi in
un circolo che realizzava tutte le tentazioni di S. Antonio. Non si
distingueva più dove il velo finiva, dove il nudo cominciava.

Gli occhi, striati di lampi, scoppiettavano. Il sorriso provocava. La
respirazione soffocava la parola.

Morella servì ai suoi ospiti un liquore di oro, il quale sembrò,
quando lo si ebbe cioncato, un fiotto di lava incanalato nelle vene.

Un'altra carola delle baiadere, più strana ancora, rigettò i tre
ambasciatori e le loro dame verso i divani, verso i bocchini di ambra
dei vasi, ove il tabacco e lo _hatchich_ bruciavano.

Alla musica nascosta e soffice che non cessava di suonare, si aggiunse
adesso una voce vellutata ed artisticamente velata, che respirava
piuttosto che non cantava una strofa di Anacreonte, tradotta da
Alfredo di Musset.

Quella strofa imprudente esprimeva, in parola, i voti dei tre uomini.
Le braccia delle baiadere e delle tre giovani donne si allacciano
attorno ai tre pascià, per i quali Morella realizzava un delirio delle
_Mille ed una notte_.

Di un tratto la musica, fin lì così tenera, sì riservata, scoppiò come
una bordata di cannoni. Essa mise fuoco alle polveri!

Tutti non fecero più ch'uno.


Fra la mezzanotte e l'una del mattino, la porta di mezzo nel salone si
aprì a due imposte, e sulla soglia si fermarono il principe di
Lavandall e Vitaliana.

Di un solo ammiccare, questa vide tutto. Di un solo urto al cuore,
ella comprese tutto altresì.

Vitaliana aveva appreso e sentito in un baleno ciò che una donna del
mondo, a trentasei anni, più non ignora!

L'ebbrietà aleggiava sull'intero quadro, e faceva di quella gioventù,
or ora piena di vita, come dodici corpi inerti.

Era poi lo _hatchich_?

Il duca di Balbek appoggiava la sua testa sul seno di
Morella--rovesciata sur un monte di cuscini. A traverso a lui, giaceva
una baiadera. I tre eran pallidi, in disordine, fuor di sensi: li si
sarebbe detti avvelenati da un anestasiatico.

--Principe, fate tirare quell'uomo di colà--disse infine Vitaliana,
indicando a Lavandall suo marito.

Il principe diede un ordine.

I due suoi valletti d'anticamera tolsero via il duca, lo avvilupparono
in un mantello e lo portarono nel calesse.

Il principe e Vitaliana seguirono.

--Il duca può entrare in palazzo senza esser visto, duchessa?--domandò
Lavandall.

--No.

--Allora?... In quello stato... Dimani, i domestici... tutta Parigi...

--Comprendo. Fate depositare codesta roba in casa del signor d'Alleux,
mio cugino, stradale Santa Maria, e riconducetemi all'ambasciata,
principe.

Parigi, vista a quell'ora, a piedi, à un aspetto singolare.

Il principe dette degli ordini.

Vitaliana si sentiva sì serena oggimai, che la sembrava felice.

Marciavano in silenzio, in grembo ad un vaneggiamento. D'un tratto,
Vitaliana, si fermò e sclamò:

--Le dietro-scene della vita àn dunque di quegli Eden, principe?

Il signor di Lavandall s'inchinò e tacque.




XIV.

L'artiglieria entra in battaglia.


Qualche ora dopo, verso mezzodì, Vitaliana usciva appena dal suo letto
d'insonnia, quando la sua cameriera entrò e le annunziò che il
principe di Lavandall aspettava in salone, e dimandava con istanza di
essere ricevuto per un momento.

Vitaliana non sembrò stupita di quella visita premurosa.

Maria rotolò i capelli della duchessa in una reticella di _chenille_
amaranto, l'avvolse in una _saute-du-lit_ di _cashmire_ bianco,
soppannata di raso cilestre, ed andò a pregare il principe di passar
nel _boudoir_.

Il principe di Lavandall non era certo l'uomo a mancare il quarto
d'ora che, in tutte le situazioni della vita, danno la vittoria.

Egli aveva osservato Vitaliana la notte precedente ed aveva constatato
che una rivoluzione radicale, completa, si era operata in lei.

La duchessa e la donna non erano più le stesse. L'orgoglio aveva
parlato; la natura si era svegliata. L'inviluppo che proteggeva ancora
la giovane donna e la teneva in istato di fanciulla, s'era squarciato.
La farfalla pigliava vento.

Il principe aveva constatato, all'ultima parola che era sfuggita dal
seno della duchessa--malgrado lei--quel grido della vita che nasce! Il
dramma occulto, cui ogni donna porta nel cuore, arrivava al suo
snodamento nel cuore di Vitaliana.

L'era dunque l'ora in cui tutte le porte dell'anima sono aperte. Era
l'ora in cui i giovani desiderii provano le loro ali. Era l'ora in cui
si ascolta tutto; si comprende tutto; in cui si è generosi. Gli era
quindi il momento di portar su la piazza di assalto.

--Vi supplico, madama, di volermi perdonare se mi presento ancora a
voi, e se ò insistito per avere l'onore di parlarvi. Gli è che la cosa
è di una estrema gravezza. Degnate leggere questo dispaccio.

Era il dispaccio del principe di Tebe, cui aveva letto agli
ambasciadori di Prussia e d'Inghilterra, salvo l'ultima frase.

Vitaliana lesse:

«Parto questa notte. Fra quindici giorni re Taddeo IX sarà morto--ciò
è infallibile.--E la successione al suo trono si apre. Io non tradirò
il mio destino. Fate di ottenere ad ogni costo le carte del duca di
Balbek.» ecc., ecc.

--Principe, io non comprendo nulla a codesto, tranne che un re muore
oggi o domani, e che il duca di Balbek à delle carte. Di carte ne à
tante!

--Io vi spiego tutto di una frase, madama. Il re Taddeo muore domani,
a giorno fisso! La sua successione sarà disputata, perchè la
legittimità del suo successore è contestata. La regina Bianca passa
per adultera: perocchè si è in misura di provare che re Taddeo non
poteva essere il padre del figlio della regina. Ora, e' pare che il
duca di Balbek abbia dei documenti che possono decidere la quistione.
Il principe di Tebe li desidera. La regina Bianca debbe desiderargli
egualmente. Vengo di apprendere che vostro marito li traffica. Egli si
appresta a far getto dell'onore di una donna e di una regina; a
mettere il fuoco della guerra civile in un regno, se non gli sborsa la
somma enorme cui dimanda di quelle carte.

--Ciò è infame, infame!--gridò Vitaliana, alzandosi.

--Sì, madama, l'è orribile, infatti--riprese il principe. Bisogna
dunque impedire questo delitto, madama. Noi non sappiamo se la regina
Bianca è colpevole o no. Ma ella è donna, ella è madre: e ciò basta.
Bisogna proteggere il suo onore. Signora duchessa, voi siete pure
donna e madre.

--Che posso io fare, principe? Io sono pronta a tutto.

--Dei documenti come quelli cui possiede il duca di Balbek--continuò
il principe--non possono restare fra le mani di un particolare,
soprattutto nelle sue. Perchè, madama, bisogna che voi sappiate tutto.
Si assicura che il duca fu il complice di quella regina, cui medita di
disonorare adesso; che quel figliuolo contestato è il suo; e che la di
lui ambascieria qui è il prezzo di quella complicità. Capite voi,
madama, un uomo che consegna la donna che si diede a lui e che lo rese
padre? Capite voi, madama, un uomo che, per una somma di danaro,
mercanteggia l'onore della donna che l'amò ed il destino del figliuolo
che la gli diede?

--Dite, principe, dite: che bisogna fare?--gridò Vitaliana, ora
pallida, ora rossa.

--Ebbene, duchessa, quelle carte non possono essere in sicurtà che in
mani reali. Io vi lascio la dichiarazione di vostro marito contro
quelle carte, cui manderò all'imperatore. Lo czar Nicola, padre e
cavaliere, sovrano prudente e giusto, saprà meglio di chicchessia che
uso farne, e che valore esse abbiano.

--Io comprendo tutto--disse Vitaliana dopo un momento di
riflessione--forse anco la catastrofe che mi avvolge. Dovessi io
mettere il fuoco al palazzo, voi avrete, principe, i documenti che
chiedete. Ma bisogna che io li trovi io stessa--e vi sono tanti
cartoni e filze nella cancelleria e nel gabinetto del duca...

--Madama, delle carte come quelle lì non si lasciano esposte nella
segreteria e neppure nel gabinetto. Quelle carte sono personali del
duca. Esse non possono dunque rinvenirsi che fra le sue carte
particolari. Rovistate là dove egli conserva ciò che à di più caro e
prezioso. Io fo voto che sia tempo ancora onde risparmiare un disastro
ad una nazione, il vitupero ad una donna, la degradazione ad una
regina, e l'infamia alla vostra famiglia, duchessa. Ve l'ò detto:
documenti per documenti. Potrò allora scrivere all'imperatore: ò
barattato questo per quelle... e mi farò perdonare.

--Comincerò le ricerche oggi stesso, principe, e spero che Dio avrà
pietà di me. Che ò fatto io per essere messa a queste prove!--gridò
Vitaliana, mentre le lagrime nuotavanle negli occhi.

--Addio, duchessa--disse Lavandall, alzandosi.--Io sono ai vostri
ordini.


La coppa travasava.

Vitaliana restò un'ora immersa nell'annientamento. Un sospetto aveva
sfiorato il suo spirito sulle intenzioni del principe di Lavandall. Ma
ella aveva creduto tutto ciò che colui aveva detto contro suo marito.

Si crede anche l'impossibile, anche l'assurdo delle persone che si
amano, disprezzano od odiano.

Da tutto quel riflettere pertanto risultava questo: carte per carte!
Ora, quelle carte salvavano l'onore di due fanciulli. La madre poteva
essere colpevole; il padre poteva essere infame. Dove era la colpa del
figliuolo di Bianca e del suo proprio figliuolo? Figlio di un ladro!
Oh! una madre metterebbe il fuoco al paradiso per cancellar questa
vergogna, impedirla.

Dimandò a vestirsi.

Due ore dopo, il suo lacchè suonava alla porta del conte di Alleux.

Adriano sapeva di già tutto.

Maria lo teneva al corrente, da un anno in qua, di tutto ciò che
concerneva la sua padrona.

--Annunziate al signor conte sua cugina, la signora duchessa di
Balbek--disse il lacchè al domestico di Adriano.

Vitaliana entrò e si trovò in un largo corridoio, ove si aprivano
quattro porte e cominciava la scala che guidava al piano superiore.

Il domestico, interdetto, non sapeva ove introdurre Vitaliana.

Questa, non volendo aspettare in un corridoio, e vedendo da una porta
socchiusa alla sua destra, qualche cosa come un salone, vi si cacciò
dentro di un tratto.

Era infatti il salone, in cui Adriano aveva fatto l'_atelier_ dei suoi
talenti vari. Imperciocchè vi si vedevano accoccate al muro delle
panoplie di armi, dei quadri e del briccioli di statue; sur una
piccola scrivania dei versi incompiuti, dei libri sfogliati qua e là,
e dei giornali; sopra due cavalletti due poveri schizzi di paesaggio;
e sur un bel pianoforte a coda, della musica di Mozart.

Vitaliana abbracciò tutto codesto di un solo sguardo, e l'odore del
tabacco le denunzò in qualche parte delle pipe cui la non vedeva.

Il divano, anch'esso, era occupato da un altro oggetto delle numerose
capacità di suo cugino--cui Vitaliana non avrebbe mai sospettato in
casa di un ex-apprendista all'episcopato!

Sul divano si allungava una bella creatura, in veste da camera, come
in sua propria casa, coricata sul dorso. I piedi un po' in aria, ed
una sigaretta alla bocca--contemplante con estasi i piccoli nugoli
bianchi che ella inviava al cielo come baci della sua bocca rosea.

Al fruscio della veste di Vitaliana, l'odalisca del luogo volse gli
occhi, e gli sguardi stupefatti di Vitaliana e di Morella
s'incrociarono.

Si riconobbero.

La percossa fu immediata, diretta, a bruciapelo.

Vitaliana restò come immobile, gli occhi devaricati. Morella saltò in
piedi.

Ella aveva visto Vitaliana nella carrozza di suo marito, al Bois de
Boulogne.

Vitaliana aveva riportato nei suoi occhi l'immagine dei soggetti della
festa della notte precedente.

--Or be'!--sclamò Morella, facendosi innanzi, mentre che la duchessa
rinculava dolcemente verso la porta.

--Scusi--interruppe Vitaliana. Credevo essere in casa del conte di
Alleux.

--Il conte d'Alleux à un'appendice che non ammette intrusioni, madama
la duchessa. Che voi venghiate in casa mia, la notte, a reclamar
vostro marito, io ve ne so grado. Voi mi affrancate. Ma che vanghiate
a farmi concorrenza qui... alto là!

--Madama, andate ad annunziare al conte di Alleux la duchessa di
Balbek, sua cugina--disse Vitaliana, fermandosi, di un tono pulito e
glaciale.

--Codesta taccola è vecchiottella, madama. Se n'è tanto fatto abuso
nei romanzi e nelle commedie! D'altronde, voi siete tutti cugini nel
Faubourg.

--Madama, io attendo da cinque minuti, e non ò il tempo di aspettare.
Vogliate chiamar mio cugino: ò bisogno di parlargli ed a lui solo!

--Volete che vi accompagni nel suo appartamento, di su, madama la
duchessa? Starete colà più confortevolmente. Vi troverete perfino una
delle mie _saute-du-lit_.

Vitaliana, a questa proposizione, divenne pallida e rossa nel tempo
stesso. Si sentiva soffocare. Era stata vilipesa come dama, gualcita
come donna. Ella volse di botto le spalla a Morella, e si allontanò.

Al punto stesso, Adriano entrò e si trovò viso a viso con le due
donne.

Di un colpo d'occhio si accorse che una scena veniva di aver luogo. La
sua apparizione subita l'aveva interrotta, ma la bruciava ancora nelle
pupille scintillanti di Morella, negli occhi velati di Vitaliana.

Egli portava lo snodamento.

La posizione di Adriano era perigliosa.

La presenza di sua cugina in casa sua, dopo la dichiarazione senza
equivoco del suo amore, cui le aveva deposta sulle labbra, indicava
ch'egli era forse più complice che colpevole. In ogni caso, la
speranza intonava nel suo cuore un inno di trionfo.

La presenza di Morella, in quell'addobbo famigliare, poteva uccidere
questa speranza gloriosa, provando a Vitaliana che il suo amore non
era, almeno, uno di quelli che si desolano.

La gelosia di Morella poteva ruinar tutto. La gelosia di Vitaliana, se
lo amava un sinsino, poteva tutto salvare.

E' doveva ad ogni modo scegliere e sacrificare una di quelle due
donne, per il momento.

Ma le donne come Morella ànno la vita dura e sono armate da capo a
piedi! Le donne come Vitaliana perdonano raramente ciò che esse
chiamano un _simile oltraggio_!

--Adriano--gridò Morella, ringhiando. Tu dovevi per lo meno dirmi che
ricevevi delle duchesse! Avrei fatto un tocchino di _toilette_.

--Signora--rispose Adriano di un tono calmo, freddo, ma severo--la
duchessa è mia cugina, ed è la prima volta che mi fa l'onore
di mettere il piede qui. Ella à probabilmente una ragione
straordinariamente grave di parlarmi. Noi dobbiamo esser soli.

In questo mentre, Vitaliana si era ritirata in disparte, e guardava
l'abbozzo di una capra sur un cavalletto.

--Tu mi scacci dunque?--gridò Morella impallidendo.

--Vi riconduco, signora--riprese Adriano. Dappoichè la mia casa è
stata santificata da quella nobile donna, alcun'altra non vi metterà
più il piede oggimai. Ve lo prometto.

--Adriano!--sclamò Morella di una voce soffocata. Io non sono mica in
vena di centellar madrigali. Codesta facezia mi disgrada. Mi avevan
gittato sotto i piedi il marito di quella donna, senza che io me
l'avessi cercato. Ella lo à ripescato. Mille grazie. Che se ne vada.
Qui, tu lo sai, non vi è posto per gli angeli. Io ti amo. Ti amo per
me, per conto mio. Non ti detti mai un lecco di motivo per lamentarti.
Tu sei stato la gioia che à addolcito per un anno il mio dovere o la
mia fatalità... Non si manda a bricioli in un istante codesto, senza
ragione, solo perchè piace ad una duchessa venire da te. Le duchesse
non vanno, d'usanza, in casa dei giovanotti. I cugini non sono così
galanti verso cugine cui non amano. Io resto. Io mi difenderò.

--Vogliate perdonarmi, Vitaliana, questo incontro disgraziato. Poteva
io prevedere...?

Vitaliana fece un movimento di disgusto e si diresse verso la porta.
Adriano le si parò dinanzi e soggiunse:

--Ve ne supplico in nome di mia madre: restate. Io conosco già la
ragione che vi conduce qui. Io sono il vostro solo parente, il vostro
solo appoggio. Non verrò meno al vostro appello. Se quella donna non
ci lascia soli, io suono...

--Come?--gridò Morella.

--Signora--sclamò Adriano--rispettate almeno le ruine cui avete
cagionate. Partite.

--Me ne vado--rispose Morella di una voce sorda. Ma ripetimi che tu mi
ami, come mel dicevi testè ancora; dimmelo innanzi a quella donna,
alla quale, se tu non sei che cugino, non debbe guari importare che tu
mi ami e che io ti ami. Io sono gelosa. So che quella donna è
virtuosa. Ma io non ò paura che della virtù, io. Il vizio mi rispetta.
La virtù è audace, intraprendente, e scava degli abissi alla cheta. La
tua cugina è bella, ma ella non ti ama come ti amo io. Ella à dei
riguardi a conservare, delle convenienze a rispettare; ella à
l'ignoranza del candore. Io ò aperte tutte le mie cateratte; ti amo
come una lupa, e non cederò che quando tutta Parigi sarà contro di me,
per ella e per te. Salta al mio collo; di', dimmi che mi ami. Io sono
ancora bella: guarda! Non ò che ventidue anni; non avrò oggimai che te
solo... Ma parla, parla dunque, ma dimmi....

E Morella apriva le sue braccia, e voleva gittarsi al collo dei
giovane conte.

Vitaliana si coverse il viso delle mani. Chi sa? Ella tremava d'esser
vista!--di esser vinta!

Adriano indietreggiò, e, senza dir motto, indicò la porta a Morella.

--Tu mi cacci via, dunque? tu mi cacci davvero?--gridò Morella.

--Addio, signora--rispose Adriano, aprendo la porta.

--Una parola ancora--sclamò Morella, appiccandosi al braccio di
Adriano. Tu non ignori che io so conservare un secreto. Dimmi che tu
l'ami. Io so che agli occhi di certi uomini l'amore, nella donna, è
una incompatibilità radicale. Bisogna che una donna vi divori il cuore
par segnarvi la sua impronta. Io ti ò fatto lastrico del mio cuore. Mi
sono precipitata sopra di te tutta intera, anima e corpo, senza
riserbo, senza domani... Non ò più nulla a darti, nulla ad
apprenderti... Di', confessa che tu l'ami, ed io parto. Saprò che ò
naufragato come le altre, e mi rassegnerò. Ciò consola talvolta. Non
si visitano le tombe per addolcire il dolore della morte? Io non mi
getterò mica a traverso di quell'amore. Gli è un goffo modo quello
d'incocciarsi innanzi ad un cuore agghiacciato. Io cedo; ma voglio
sapere il vero. Tu me lo devi. Tu non mi ài poi comprata, per crederti
così in diritto d'agir verso di me come verso di una ganza qualunque.
Il mio amore mi à innalzata fino a te, al tuo livello, alla tua
taglia. Parla dunque; confessa: Ami tu quella donna?

--Ebbene, sì, da dieci anni--gridò Adriano con collera. Poichè gli è
mestieri mandarti via per questa parola, io la pronunzio.

Morella non rispose più verbo. Ella si raddrizzò, e la sua statura
parve ingrandita. Ella trascinò il suo sguardo dall'uomo alla donna e
dalla donna all'uomo; fece un gesto per ordinare al conte di
sgomberarle il passo, ed uscì, la testa alta, lentamente, fiera come
regina.

Adriano si sentì meschino.

Vitaliana, alla confessione dell'amore di suo cugino, era caduta
accasciata sopra un _tabouret_.

Essi restarono in quell'attitudine, ed in silenzio, per cinque minuti.
Poi, Vitaliana, rialzandosi, come spinta da una molla, gridò:

--Usciamo di qui.

Adriano la condusse nella sala di rimpetto, che era la sala da pranzo,
le offerse una sedia vicina al caminetto, e restò in piedi.

--La disgrazia si è abbattuta sopra di me--disse infine Vitaliana. Voi
siete il solo membro superstite di mia famiglia. Benchè imperdonabili
siano i torti che vi abbiate verso di me, vengo a consultarvi.

--Io so tutto di già--rispose Adriano umilmente.

--Voi non potete saper tutto. Perocchè vi è, inoltre, la
premeditazione di un delitto cui vengo di apprendere non sono appena
due ore.

--E quale?

--Il signor di Balbek à delle carte che riguardano la successione del
re Taddeo IX, il quale muore dimani. Egli à sotto la mira la regina
Bianca, con quella carte, e le dice: la borsa o l'onore! Capite voi?

--Ma! e' bisogna impedire codesto infame mercato--gridò Adriano.

--E come? Mi si offre bene di restituirmi la dichiarazione
abbominevole che egli scrisse in casa del principe di Lavandall.

--Quale dichiarazione?--domandò Adriano?

--Allora non sapete proprio nulla!--sclamò Vitaliana.

E gli raccontò la scena del giuoco.

Quindi continuò:

--Ora mi si dice: carte per carte! Ma dove sono le carte del duca di
Balbek? Ecco la cosa.

--Nonpertanto bisogna bene ch'esse esistano in qualche sito, dappoichè
esistono sì bene ch'egli vuol venderle.

--Sì, esistono, ed io sospetto perfino dove esse siano.

--Ma allora...

--Non ne sono mica sicura, però.

--Insomma?

--Ascolta. Gli era nei primi giorni dei nostri sponsali. Un mattino,
io entrai nella sua camera mentre egli si fregiava delle sue
decorazioni per andare ad assistere a non so qual matrimonio o
cerimonia alle Tuileries. Il piccolo mobile in ebano, incrostato in
oro, che è al suo capezzale, era aperto. Mi avvicinai e scorsi, sotto
un compartimento semi-aperto, un quadrante in ismalto, ove sono
segnate tutte le lettere dell'alfabeto. Andavo a toccarlo, quando il
duca si precipitò su di me e mi allontanò con terrore. Io domandai,
naturalmente, la ragione di quella grande paura. Allora, egli prese il
suo bastone, e dalla borchia toccò una lettera nel quadrante.
All'istante, una mezza dozzina di lame d'acciaio, acute come aghi,
fine come corde di piano, sprizzarono dal quadrante ed aggraffarono il
bastone con una forza da trapassarlo.--Tu vedi!--mi diss'egli. Quei
serpentelli avrebbero morsicato al tuo braccio e ti avrebbero
inchiodata lì.--Ma allora e' debbe esservi un segreto di
dentro--sclamai io.--Sì--rispose egli, toccando un punto che fece
rientrare immediatamente le sei lingue di vipera che avevano ghermito
il bastone.--Quel quadrante è una toppa. Per aprirla, bisogna toccare
le lettere che formano un nome.--Quale? domandai io.--Quello di
Bianca--rispose egli esitando. Io mi accostai allo stipetto, toccai le
lettere che componevano il nome, ed una tavoletta rientrò, lasciando
in vista un tiratoio. Il duca conservava quivi i suoi _crachats_, i
suoi gioielli, i suoi danari, delle cedole di Banca. Un sacchetto in
velluto violetto attirò i miei sguardi. Lo presi. Egli me lo strappò
di mano, dicendo:--Sono quivi delle carte di mia madre. E lo rigettò
nello stipetto, cui chiuse affatto. Ora, quelle carte di sua madre non
sarebbero desse quelle piuttosto di cui egli ora traffica?

--Gli è evidente.

--Ma il mobile, oltre la toppa a segreto, à una chiave che lo chiude
di fuori. Io non ò quella chiave, cui il duca porta sempre nelle sue
tasche.

Adriano riflette qualche poco, poi disse:

--Vitaliana, io veggo in tutto codesto un viluppo di fatti, di
circostanze, di voglie, di non so che, insomma, cui non afferro bene.
Egli è impossibile di pigliare una risoluzione istantanea. Bisogna
considerare le cose ponderatamente. Il duca è infame e capace di
tutto. Ma gli altri non valgono guari meglio. Vi è forse qui dei gonzi
e dei gabbatori. I colpevoli sono forse delle vittime. Calma, dunque.
Lascia che io mi trovi in mezzo a questo garbuglio di dubbi. Lasciami
scandagliare questo abisso, ove non vedo chiaro, per il momento, che
una sola naufraga: voi, duchessa; te, Vitaliana.

Adriano provò di pigliar la mano di sua cugina. Ella la ritirò
vivamente e si alzò.

--Allora--diss'ella--che pensate voi? Che occorre fare?

--Lasciatemi riflettere, questa notte...

Le labbra di Vitaliana si crisparono. Adriano, che se ne avvide, non
distinse se fosse un sorriso o uno spasimo.

La notte!

Che di cose la notte non doveva dessa rammentare a questa donna, sia
ch'ella fosse amorosa o gelosa, sia che l'avesse semplicemente
osservato la bellezza di Morella e la sua intimità con suo cugino!!

Questi riprese:

--Mi permettete voi, madama, di presentarmi in casa vostra, domani?

Vitaliana riflettè, poi disse:

--Al postutto! perchè io sono venuta qui?

--Grazie!--gridò Adriano raggiante. Io vi porterò domani il resultato
delle mie riflessioni, un piano di condotta fermo, e... il mio
pentimento, se...

Vitaliana squadrò suo cugino di uno sguardo freddo, severo,
disdegnoso, e disse:

--Fate chiamare la mia gente.

--Vitaliana...--sclamò Adriano, cadendo in ginocchio.

--Conte d'Alleux, siete aspettato lì su--osservò la duchessa, ed uscì.

Il suo lacchè l'attendeva nel corridoio.




XV.

Una spiega che finisce in una dichiarazione di guerra.


Adriano si presentò in casa di sua cugina alle otto del mattino.

E' non ignorava punto che l'ora era indebita, e che Vitaliana non
poteva riceverlo immediatamente. Ma egli sapeva che la duchessa lo
avrebbe pregato di aspettare, e che il signor di Balbek aveva passata
la notte a voltolarsi ai piedi di Morella, che lo scacciava. Ora gli
era codesto appunto cui Adriano desiderava. Laonde rispose a Maria:

--Ma, attenderò tanto che ella vorrà! Non si solleciti ad alzarsi ed a
vestirsi. In tutto rigore, d'altronde, posso ritornare fra una coppia
di ore.

--Mille scuse. Madama prega il signor conte di aspettare. Ella sarà
pronta in mezz'ora. Era di già sveglia--se tuttavia ella dormì.
Perocchè madama, adesso, non dorme più!

--Sta bene. Resto. Ma non nel salone, ove si potrebbe stupirsi di
vedermi di così mattino. Passo dal duca.

--Il duca non è rientrato.

--Attenderò, in ogni modo, nella sua camera, ove posso leggere i
giornali e fumare.

--Per lo appunto, signore--rispose Maria.

E precedè il conte alla camera da letto del duca.

Tob gli portò i giornali.

Adriano non vide in quella camera che il piccolo mobile cui gli aveva
indicato Vitaliana.

Accese un sigaro, aprì il _Debats_, e, in leggendo e fumando, cominciò
a passeggiare.

Si fermava di tratto in tratto per udire i rumori che giungevano fino
a lui.

Qualche minuto scorse.

Adriano si accostò allora allo stipetto e ne considerò la toppa
esterna. Si cacciò poscia le mani in tasca e ne cavò fuori due o tre
mazzi di chiavi, di ogni sorta, cui aveva imprestato dal suo magnano.
Ne scelse una e la provò nel buco della toppa.

Il buco era troppo piccolo.

Ne prese un'altra, poi una terza, poi una quarta. La quinta infine
girò, ed il coverchio del mobile si aperse.

Il cuore di Adriano battè con violenza.

Ascoltò di nuovo gli strepiti della casa.

Nulla di allarmante!

Scartò allora la tavoletta che copriva il quadrante, e vide le lettere
azzurre sullo smalto bianco sorridere alla sua bramosia. Toccò le
lettere, componendo il nome di Bianca.

Lo stipetto si aprì, e mostrò il taccuino di velluto violetto.

La mano di Adriano trema. Lo prende. Ascolta ancora. L'apre. Ascolta
novellamente... Ecco le carte! Ne spiega una... e gitta un grosso
sospiro.

Alla prima parola, indovina che à i documenti tanto desiderati!

Si caccia il taccuino in tasca. Chiude la tavoletta del quadrante.
Aggiusta quello che lo nasconde. Chiude il coverchio del mobile... e
pallido, pallidissimo, va a ricadere sur un seggiolone, abbrividito,
affranto, gli occhi stravolti.

Aveva rubato--e lo sapeva!

Tutta questa scena si era compiuta in tre minuti.

Adriano pensava che l'avesse durato un'ora.

Restò assiso lì per qualche istante.

La vista di quella camera però lo turbava. Tutto gli rimproverava il
suo delitto. Gli sembrava che il piccolo mobile lo guardasse
corrucciato, come una vergine insultata, e gli gridasse: ladro! ladro!

Adriano non resse più, e se ne fuggì nel _boudoir_, poi nella stufa di
Vitaliana.

Respirò!

Nevicava di fuori. Faceva scuro, scuro. Il rovaio fischiava agitando
vivamente le nervature di ferro della stufa.

Di dentro, gli uccelli-mosca svolazzavano; le farfalle multicolori
zonzavano; i fiori dei tropici sbocciavano: ma si poteva leggere nel
loro aspetto il bruno che portavano ad un sole per tanto tempo
assente.

Adriano si sentì rinfrancato.

Alla fin fine, che aveva egli fatto?

Aveva sottratto dei documenti al duca di Balbek. Ma quell'atto indegno
aveva uno scopo che era santo.

La morale astratta è assurda!

In mezzo alla gente che si aggirava intorno a Vitaliana, non uno
sembrava puro al conte di Alleux.

Egli indovinava ciò che non sapeva. Sospettava di quelle cortigiane,
di quegli ambasciadori, di quei re, di quella regina, di quel principe
reale, di quei valletti, di quella plebe diplomatica ed
aristocratica... egli li sospettava tutti più o meno punticci e
scapitati!

Una sola creatura rimaneva ancora immacolata su quel letamaio:
Vitaliana. E le si dimandava di rubare le carte segrete di suo marito,
e di consegnarle ai suoi nemici!

Ella si apparecchiava a commettere quell'atto abbominevole per salvar
l'onore di suo figlio, innanzi tutto; poi quello di una regina; poi la
corona di un figliuolo adulterino; poi un popolo dalla guerra civile;
poi il nome di suo marito--esso stesso, ed il nome cui ella portava.
Ciò era grave. Ciò tentava quel nobile cuore. Ma il suo atto sarebbe
desso stato meno un furto per questo?

Ecco la cosa.

Il furto macchierebbe desso quell'anima?

Ecco la quistione.

Adriano ebbe pietà di lei.

--Ella! È mestieri ch'ella arrivi pura nelle mie braccia--si disse
egli. L'amore purifica sempre, quando è disinteressato di ogni altro
obietto che l'amore stesso. L'amore non macchia giammai. Nelle mie
braccia ella non sarà contaminata. Ma se dessa ruba?... Non mai. Se
codesta necessità è inesorabile... ebbene io la assumerò. Ma quella
colomba? No: io le risparmierò questa contaminazione.

Ed Adriano rubò le carte.

Il fatto gli pesava... Era inevitabile!

Non si commettono però simili intraprese col cuore calmo e gaio. La
ragione pertanto zittiva l'istinto.

Infine, per distrarlo, Vitaliana sopraggiunse.

Ella lo condusse, senza dir motto, dritto dritto nella camera di suo
marito, e gli mostrò lo stipetto di ebano ed oro.

Adriano osservò, non senza balbutire, che il mobile era chiuso, che
bisognava una chiave... E, tirandosi di tasca un po' di cera, modellò
il buco della toppa, e ricondusse sua cugina nel _boudoir_.

--O' ben meditato--disse egli.--Tutto codesto è losco, e bisogna
procedere lentamente. Andrò a vedere il principe di Lavandall in nome
tuo, come tuo cugino, e cercherò di tirare questo affare in chiaro.
Calmati. Riposa sopra di me. Il tuo onore e la tua felicità sono miei.
Proverò di aggiustar tutto senza troppe infamie. E se, in ultimo, sarà
assolutamente d'uopo di consegnar quelle carte maledette per
quell'altra satanica carta, io avrò una chiave domani, le prenderò e
compierò il baratto. Ma per l'amore di Dio, Vitaliana, per l'amore di
tuo figlio, non intrigarti più in questo brago. Lascia che mi vi tuffi
io, e mi vi sprofondi; ma tu... resta pura!

Vitaliana sembrava tôcca ed andava a rispondere, quando Maria venne a
dimandare se madama poteva ricevere il duca, che aveva a parlarle.

Vitaliana interrogò degli occhi suo cugino--il quale, per tutta
risposta, si alzò ed uscì.


Non era stato difficile al duca di Balbek di apprendere il nome del
mago che lo aveva fatto svegliare in casa del conte di Alleux, quando
si rammentava con delizia su qual guanciale si era addormentato. Gli
bastò interrogare Lisa, la cameriera di Morella, la quale,
descrivendogli le due persone che erano venute a cercarlo, ed il
colore della livrea dei domestici, gli rivelava e spiegava tutto.

Egli non sospettava però punto che sua moglie sapesse altro che
quello.

E' non si dissimulava la gravezza di questo fatto agli occhi della
duchessa; ma aveva la confidenza di farselo perdonare. Laonde si
presentava a lei di un'aria non punto accasciata.

Egli abbordò anzi le spiegazioni di un tono così alto, che la
duchessa, negligentemente stesa sul suo canapè, e facendo vista di
baloccare colle nappe della cordelliera della sua veste da camera,
aggrottò le sopracciglia.

--Madama, non ò d'uopo di annunziarvi di che io mi venga a parlarvi.
Se ò procrastinato di un giorno questo colloquio, gli è che ò voluto
lasciarvi il tempo di riflettere. Domando risposte categoriche.

--Vi ò abituato a darvene d'altre, signore?--rispose Vitaliana.

--No: ne convengo. Fino a ieri non ebbi mai un sol rimprovero ad
indirizzarvi. Voi avete rispettato il nome che portate...

--Quello di mio padre, signore--l'interruppe Vitaliana.

--Anch'esso. Questo doppio rispetto avrebbe dunque dovuto imporvi una
condotta più riserbata, ed insegnarvi che la gelosia, essa stessa--la
quale è una follia--à dei limiti.

--La gelosia?--obbiettò Vitaliana.

--Io non saprei nè riconoscere nè ammettere altro movente. Ma la
gravità della cosa è forse meno nell'atto esso stesso, che nel luogo,
nell'ora e nel compagno che sceglieste per compierlo. Esigo dei
dettagli precisi su tutto codesto, madama.

--_Su tutto codesto_... che cosa, signore? Perocchè, e' mi sembra, che
voi favelliate da un quarto d'ora, senza mettere il soggetto della
conversazione.

Il duca, che fin qui era restato in piedi, si assise e disse:

--Voi mi sembrate disposta alla bernìa, signora... ed io nol sono
punto. Vi domando, allora, innanzi tutto, che specie di relazioni
coltivate voi col principe di Lavandall?

--Sareste voi disposto a credere, per avventura, ch'egli sia mio
amante?

--Io non mi spingo fin là. Ma io penso che se n'è ben vicino, quando
una donna ed un uomo si lasciano andar di conserto alle scappate che
intraprendeste la notte scorsa.

--Vi sono delle distanze--anche della spessezza di un solo
capello--che sono un abisso--replicò Vitaliana con disdegno. Io
conosceva il principe di Lavandall molto prima di conoscervi: la
principessa è una amica di mia madre e la mia.

--Ciò non dice nulla. Io vi domando questo: Chi vi à detto ove io mi
era? Come, e perchè il principe di Lavandall si trovava desso con voi?

--Non rispondo alla prima questione. Rispondo alla seconda; che ò
fatto pregare io il principe di accompagnarmi. Avreste voi preferito
che andassi tutta sola?

--Sarebbe meglio valso che non foste venuta del tutto. Vi sono dei
luoghi ove le donne debbono a sè stesse di non mettere il piede. Se io
mi avessi saputo come la serata doveva terminare, non avrei accettato
l'invito dell'ambasciadore di Turchia.

--Gli è dunque quel pagano che vi à indotto in peccato, eh? Avrei
dovuto sospettarlo. Voi eravate dunque presso di lui?

--Eravamo nel suo _presso di lui_ extra-officiale.

--Davvero, signore? Quella Morella, la quale, fra parentesi, è la
ganza del conte di Alleux...

--Cosa dite voi, signora?--gridò il duca in sussulto.

--Io l'ò incontrata in casa di lui, in veste da camera, nel suo
studio, ieri, andando ad informarmi se vi eravate rimesso dell'...
emozioni della notte precedente.

Il duca non rispose più. I suoi occhi fiammeggiavano.

--Quella Morella--riprese Vitaliana facendo mostra di non avvedersi di
nulla--è dunque la ganza di quel Turco?

--Sì--urlò il duca.

--Guardate mo' come Parigi è cattiva! Si dice, signore, che voi
incontraste quella donna in un bazar, cui si addimanda un ballo in
casa di madama Thibault o Thibald... io non so chi; che voi avete
comprata quella donna--la quale à abbandonato per voi il conte di
Linsac che la pagava male; che avete messo al Monte di Pietà le mie
gioie--gioie che mi venivano in grande parte da mia madre; e che avete
contratto per 200 mila franchi di debiti.

--Mentono!--gridò il duca, impallidendo.

--Mente, chi? O' fatto verificare che i miei diamanti non sono, nè
furono mai da Fromant Meurice. O' fatto constatare che sono al Monte
di Pietà. Volete i numeri delle cartelle?

--O' avuto bisogno di danari per delle spese straordinarie cui ò
avanzato al mio governo. Ma io non mi so render conto, madama,
dell'inquisizione audace che avete intrapresa sulla mia condotta.
Quale è il vostro scopo?

--Lo scopo? Ve' mo'... gli è vero! io non ci aveva pensato. Ebbene, se
ne volete pur uno, eccolo: la curiosità. Eravate sì bello nel vostro
costume di console romano!

--Madama, vi ripeto che l'era una giovialità imprevista.
Rappresentavamo una _charade_ in azione. Poi, quel monello di pascià
ci aveva fatto fumare dello _hatchich_, per dare una festa alla foggia
del suo harem... che so io? Il marchese delle Antilles ed io ci siamo
trovati impegolati in quella mascherata. Ma il mio torto--se n'ò
uno--non spiega il vostro, e voi girate attorno alle mie domande senza
rispondere.

--Lasciatemi far codesto giro, signore; non mi addossate ad una
risposta di due parole cui potrei gittarvi alla faccia...

--Voi mi fate trasecolare, madama! Io trovo in bocca vostra una lingua
che è tutta una rivelazione. Una donna senza macchia non favella così.
Sono quindi forzato d'insistere--non fosse altro che per cessar di
dubitare.

--Ebbene, signore, la mia risposta è questa qui: voi mentite.

--Come! Voi osate...

--Morella è la vostra ganza. L'è dessa che à data la festa, ove sono
intervenuti gli altri due per divertirvi. Non è nè ad una _charade_ nè
ad una mascherata cui voi partecipavate, ma ad un'orgia. Non era di
_hatchich_ che voi eravate ubbriaco, nè lo _hatchich_ che vi aveva
messo in quello stato di annientamento, ma...

Vitaliana si coprì delle due mani la faccia, divenuta di un tratto
infiammata.

--Basta!--gridò il duca. Vi ànno pervertita. L'è un'immaginazione
disordinata che erutta tutte quelle immonde supposizioni... Ed il mio
cuore sanguina, che voi travestiate di una maniera sì inqualificabile
un'imprudenza cui io non scuso. Non si domanda ad una festa turca il
_non mi toccare_ di educandelle del _Sacré-Coeur_. La gelosia vi
fuorvia. Alcuno non m'insegnerà ciò ch'io mi debba...

--E ciò che mi dovete, e ciò che voi dovete a vostro figlio, signore.

--Io non ammetto la lezione, madama. Ciò che vi compromette, ciò che
compromette il nome del vostro figliuolo sono le vostre scappate, di
notte, col principe, in una casa dove l'uno non era invitato e dove
l'altra avrebbe dovuto astenersi di entrare. Ora, io debbo vegliare al
mio onore, madama. Il mondo è indulgente per le colpe degli uomini;
implacabile per quelle delle donne.

--Quali sono le colpe che il mondo vi permette, signore? Tradir la
consorte, darsi una sgualdrina, far dei debiti, giocare, dar i
gioielli di sua moglie ad una cortigiana... e poi ancora?

--Ebbene, per Dio! tutti fan dei debiti, giocano, ingannano le mogli,
si accordano più o meno un'amante. Avete voi veduto mai vituperare un
uomo per codesto? Supponete che io mi abbia fatto come gli altri; che
io abbia morsicato al frutto proibito; che una donna mi abbia stregato
e mi abbia fatto commettere qualche storditezza; supponete ciò... Era
codesta una ragione per farvi correr Parigi, e cacciarvi in casa di
una donna leggiera, la notte, in compagnia di uno straniero che à fama
di corruttore di donne? Ecco, ecco, madama, ove è la colpa vera e la
gravezza, cui io mi risolverò con pena ad obliare.

Vitaliana saltò dal suo canapè, gli occhi quasi stralunati, il viso
rosso, i lineamenti contratti. La sua voce, tutte le sue membra
tremavano.

Il duca indietreggiò di un passo.

--Ah!--balbutì Vitaliana--ecco la colpa, dite voi? ecco la colpa cui
voi non perdonerete che esitando! Ebbene, sappiate che v'ànno altre
colpe--dei delitti anzi, cui io non perdonerò giammai--ed io vo' ad
apprenderveli perchè la vostra imprudenza mi riduce allo stremo.

--Madama, madama...

--Voi siete un ladro, signore. Voi avete rubato 60 mila franchi alle
carte, in casa del principe di Lavandall, ed io vi ò visto, dei miei
proprii occhi visto. Voi siete un vigliacco, signore, un vigliacco! Vi
ànno proposto di bruciarvi le cervella nel giardino, e voi avete
rifiutato...

--Vitaliana!... gridò Balbek interrompendo.

--Voi siete autore della vostra indegnità con premeditazione--continuò
Vitaliana--perchè voi avete scritto e firmato una dichiarazione di
ladro, cui io ò letta. Ma, al disopra di tutto ciò, signore, voi siete
infame, perchè vi proponete di trafficare di non so quali documenti,
che si riferiscono ad una successione reale, minacciando di
contaminare una regina che forse è vostra complice; di ruinare un
fanciullo che forse è vostro figlio; di gettare una nazione nella
guerra civile--se non vi affogano di oro! Ecco chi voi siete, signore,
ciò che voi volete, ed i delitti cui nè il mondo, nè io vi perdoneremo
giammai. Se mio padre fosse vivo, egli vi avrebbe fatto saltare quel
cervello cui tenete tanto. Che posso io, io? Pregare che non si
disonori un nome, cui mio figlio ed io portiamo; proporre una
transazione. Ove sono codeste carte, signore? Ci si dice: onore per
onore, carte per carte... Ove sono desse? Voi volete farne quattrini,
e lasciare il nome di vostro figlio infamato!

Il duca era caduto coma fulminato.

Trovando sua moglie così ben ragguagliata sopra tutti i suoi atti,
egli intravide una correlazione, che traversò il suo spirito come un
baleno. E' si sapeva infame; cominciava a sospettare s'egli non fosse
altresì il trastullo di qualcuno!

Pertanto, l'accento, l'attitudine, il viso trasfigurato di sua moglie,
le accuse terribili cui pronunziava, lo sopraffacevano. Era confuso,
quel diplomatico! La sfrontatezza lo abbandonava. La scusa stessa
spirava sulle sue labbra.

Ei rimarcò, tuttavia, che si esagerava la portata dei documenti, cui
il destino aveva messo nelle sue mani, e che mentivano attribuendogli
il disegno di mercanteggiarli.

--Io ò visto di questi occhi--soggiunse Vitaliana--uno spaccio del
principe di Tebe, che ordina di comprare quelle carte ad ogni costo,
perchè li re Taddeo è morto ieri o deve morire oggi. Lo assassinano
forse.

--Ma, allora, chi è che vuole quelle carte? che vogliono farne?--gridò
il duca in un accesso di terrore.

--Le si vogliono bruciare--in uno alla dichiarazione cui avete
firmata. Vi si vuol mettere nell'impossibilità di fare il male. Si
vuol salvare l'onore del nome cui porta mio figlio...

--E se rifiuto?

--Che so io! Per togliere ogni credito alle vostre scritte,
v'infameranno--depositando al _club_ il documento firmato da voi, dal
dottore di Nubo, dal principe di Lavandall e da due signori russi. Lo
pubblicheranno nei giornali. Vi schiaffeggeranno. Vi cacceranno di
dovunque... Oh! padre mio! perchè siete voi morto! Ma suicidatevi
dunque, suicidatevi, infame... non assassinate così vostro figlio!

Il duca rimase per qualche tempo la fronte nelle mani, la testa
appoggiata al dorso di una poltrona, senza neppur osar respirare.

Che dramma tempestava nel suo cuore? impossibile sbrogliarlo!
Fluttuava nel caos. Passioni e dubbi, risoluzioni estreme e
scoraggiamenti, rimorsi ed odii si allacciavano, si contorcevano.
Infine, egli uscì lentamente, senza sapere che si facesse, sempre
assorto.

Entrò nella sua camera; si diresse verso il mobile ove erano le carte;
l'aprì; scostò la tavoletta; fece scattare le molle della toppa
secreta; cercò il taccuino violetto; rimestò... ancora; si fregò gli
occhi; rimosse tutti gli oggetti; visitò tutti gli spigoli; portò le
mani alla sua testa; vacillò... e cadde sopra una sedia.

Poi si rilevò di un salto, e corse alla duchessa--la quale, la testa
cacciata fra i cuscini del divano, piangeva.

Il duca la guardò, la contemplò.

Quell'attitudine di annientamento cangiò il diapason della sua voce ed
il filo delle sue idee--disperse forse i suoi sospetti. Borbottò
dunque di una voce sorda:

--Ma l'ànno rubate!

--Che?

--Quelle carte. E pertanto, una sola persona al mondo conosceva il
segreto della toppa: voi, madama!

--Ah! ciò eccede il possibile!--gridò Vitaliana, uscendo con veemenza.
Voi siete infame fino all'estremo. Ebbene, che l'abisso si apra per
tutti.

Vestirsi, uscire, salir in un _fiacre_, correre da suo cugino, fare
irruzione nel suo _atelier_... non fu che uno slancio. In meno di
un'ora, ella si trovò in faccia del conte di Alleux, e gli gridò:

--Adriano, io ti amo. Eccomi a te!

Adriano gettò un grido ed aprì le braccia.

--No, giammai--gridò di nuovo Vitaliana--rinculando, giammai qui!

E con la stessa esaltazione e la medesima precipitazione che aveva
messo a venirsi a dare a suo cugino, fuggì di colà e ritornò a
piangere in casa sua.

Adriano non ebbe nemmanco il tempo di gridarle dietro:

--Io ti amo, Vitaliana!

Egli ricadde sul suo seggio, e, come un uomo che parla in meditando,
si disse:

--Ed il marito?... Ah!... Ebbene... ella è vedova!




XVI.

Le dighe si rompono.


Nelle situazioni estreme, o si diviene idioti o si acquista una
lucidità ed una prontezza straordinarie delle facoltà.

Il duca di Balbek, avendo il senso morale obliterato, non divenne
ebete. Perocchè d'ordinario questo stato di spirito è il risultato
dell'eretismo della coscienza--quando non v'è lesione organica
materiale che lo determina.

Il duca riconobbe dunque immediatamente la mano che aveva potuto
sottrarre il suo portafogli violetto dal suo stipetto. Ei ve lo aveva
visto due giorni innanzi. Le carte erano dunque state prese in sua
casa, negli ultimi due dì.

I domestici non erano in causa. Essi avrebbero, tutto al più, aperto
il mobile, ma non avrebbero potuto far agire la molla del
nascondiglio.

L'artista che aveva inventato quella piccola macchina era a seicento
leghe da Parigi--perchè quel mobile gli era stato inviato dalla regina
Bianca. Il duca non aveva comunicato questo segreto che a sua
moglie--e se n'era immediatamente pentito. La violazione del segreto
proveniva dunque da lei. La cameriera forse glielo aveva carpito;
forse i complici di Vitaliana glielo avevano strappato.

Il duca non sospettò un solo istante sua moglie. Ma per i dettagli
così esatti ch'ella gli aveva ricordato delle azioni di lui, egli non
poteva più dubitare che sua moglie fosse l'organo di un concerto
segreto, che la metteva in movimento.

S'informò delle persone venute al palazzo i due ultimi giorni.

Il suo cameriere gli narrò che il conte di Alleux era venuto a parlare
alla signora, alle otto del mattino; che l'avevano fatto aspettare--e
che aveva infatti aspettato in camera del duca, fumando e leggendo.

--L'è ben questa!--gridò il duca.

Vitaliana rientrò dopo il suo colpo di testa.

Passò per parossismi opposti, di onta, di amore, di gelosia, di
pentimento, di risoluzione: un uragano solcato di pianto, di slanci,
di progetti, di dispetti! Poi aveva scritto a suo cugino tutto ciò che
era occorso fra suo marito e lei, l'interrogatorio a cui il duca aveva
sommesso i domestici, ed il motto che gli era sfuggito.

Vitaliana attribuiva questa attitudine ultima del duca alla gelosia.
Ella aveva di già interamente obliato le carte ed il resto!

La sua vita nuova datava dalla confessione del suo amore, che aveva
fatta a suo cugino--ed in quello si riassumeva.

Adriano fu più chiaroveggente.

--Tanto meglio!--sclamò desso. Sarà più presto finita. Se potessi
soltanto sparmiarmi di ucciderlo!

Si apparecchiava a dare qualche ordine, attendendo da un momento
all'altro la visita del duca o un messaggio dalla parte di lui, quando
il conte Sergio di Linsac entrò.

Il signor di Linsac era un pochino zio di Adriano.

--Tu arrivi a proposito, zio--esclamò Adriano. Io ti confisco.

--Io mi pensava che la _Charte vérité_ avesse abolito quella villana
cosa che addimandasi la confisca.

--Sì--con la medesima _verità_ ch'essa è _statuto_! Ebbene, che ti à
risposto il signor di Lavandall?

--Ti aspetta alle cinque, stassera, se non ài che semplicemente a
parlargli; alle due, se ài qualchecosa a rimettergli, dalla parte di
qualcuno. Cosa dunque macchini tu con quell'alta spia? Ti vorresti tu
incanagliare nella polizia russa?

--Sta tranquillo, e non domandarmi nulla adesso. Più tardi, ti dirò
forse tutto. Infrattanto, tu non mi lascerai punto per oggi; mi
seconderai e mi darai la replica, se qualcosa arriva che mi obblighi a
rappresentare la commedia.

--Ma io ò bisogno di andare al mio giornale, _petit_.

--Ta! ta! ta! Vado lì lì a scarabocchiarti il tuo _premier-Paris_,
mentre tu fumi i miei avana, e lo manderò all'ufficio. Sei tu
contento, brontolone?

--Che vescovo à perduto con te la Chiesa, monello! Saresti stato papa.

L'asciolvere terminava, quando il domestico annunziò il duca di
Balbek.

--Ah! come arrivate a proposito, cugino--sclamò Adriano, andandogli
incontro senza però dargli la mano. Andrete ad esser giudice di una
scommessa che ò fatto con questo mio signor zio--il più difficile
degli zii che lasciano nulla, morendo, ai nipoti!

--T'inganni, figliuolo--l'interruppe Linsac: ti lascerò i miei debiti
e le mie pipe.

--Signor Adriano, avrei a parlarvi--rispose il duca di un tono grave.

--L'è un affare di quindici minuti, non più. Usciamo nel giardino, ove
tutto è pronto. O' scommesso cinquecento franchi con mio zio, che
sparerò ventiquattro colpi di pistola ed abbatterò, per lo meno,
ventidue statuette. Ora, come il signor Sergio è cavilloso, siate voi
giudice dei colpi.

La proposizione del conte di Alleux occasionò probabilmente una certa
emozione nel duca di Balbek, poichè il suo labbro inferiore fremè e la
sua fisionomia espresse un doloroso stupore. Ciò malgrado, accettò la
funzione di giudice cui gli si proponeva, e fu il primo a dirigersi
verso il giardino.

Il signor di Linsac guardava Adriano di una ciera significativa.

Adriano aveva nel suo giardino un tiro con un bersaglio e dei
pupattoli sempre allestiti. Prese dunque la sua scatola a pistole e
cominciò la sperienza.

I ventiquattro colpi furono tirati.

Adriano aveva promesso ventidue _mouches_: ne fece ventiquattro.

L'emozione del duca raddoppiò.

--Ti propongo una rivincita--disse infine Adriano a suo zio. Andremo
di questo passo in una sala d'armi. Farò dieci assalti col maestro. Se
egli è Grisier, scommetto i cinquecento franchi che mi devi, che lo
toccherò cinque volte. Se è con tutt'altro maestro di sala, lo
_bottonerò_ sette volte.

--Accetto--disse Sergio. Duca, volete voi tenere la scommessa con me?

--Se sono giudice--rispose costui lentamente--non posso esser parte.

--L'è giusto--sclamò Linsac.

--Ebbene--riprese Adriano--andremo a chiacchierare un istante, il duca
ed io, perchè egli à a parlarmi; poi ci recheremo ove vorrai, zio.

--Andiamo al momento--interruppe il duca. Parleremo di poi, con più
agio. Il mio _coupé_ è alla porta. D'altronde, non voglio far
ritardare il cronometro della politica europea--soggiunse quindi,
stendendo la mano al signor Linsac.

Questi s'inchinò.

--Ahimè! mio caro duca--rispose Sergio--io posso aspettare;
imperciocchè oggidì non sono più i cronometri che regolano la
politica, ma le vecchie pendole.

Mezz'ora dopo erano da Grisier.

Un'ora dopo, la scommessa era stata guadagnata.

Adriano aveva toccato il gran maestro sei volte, e parato a
meraviglia.

Adriano lasciò una cedola di 200 franchi sul caminetto del maestro, e,
volgendosi a Linsac, gli disse:

--Andrò a prendervi alle cinque, e pranzeremo insieme. Ora, cugino,
son tutto vostro. Volete parlare in vettura, andare a casa vostra, o
ritornare alla mia?

--Da voi--rispose il duca.

Quando furono soli, il contegno di Adriano cangiò.

Il suo viso, sì dolce e trasparente, assunse un'aria dura, altera e
supremamente disdegnosa.

Il duca pareva completamente abbattuto.

--Io vi aspettava--disse Adriano, sedendo--ed avete potuto vedere che
sono preparato.

--Perchè mi aspettavate voi?--domandò il duca. Voi avete dunque dei
rimorsi?

--Io mi metto di raro nel caso di averne--replicò Adriano.

--Nel _caso_!--mormorò il duca.--Con gli altri gentiluomini si sa anzi
tratto quali sono codesti _casi_. Con noi altri, allevati al seminario
o dai padri gesuiti, codesti casi sono indefiniti e sfuggevoli.

--Voi credete?

--Ditemi, a tutto azzardo, se voi opinate che introdursi in casa di
qualcuno che è assente, aprire i mobili, pigliarvi un portafogli con
delle carte, non sia il _caso_ di aver dei rimorsi e di offrire delle
spieghe.

--Gli è inutile l'andar per circuiti--gridò Adriano con impazienza.
Precisate i fatti.

--Precisare! Ma e' mi sembra che io mi abbia messo il proposito assai
chiaramente. Gli è vero, sì o no, che voi siete venuto ieri mattina,
alle otto, in casa mia?

--Sì. E poi?

--Gli è vero, sì o no, che vi si è fatto attendere nella mia camera da
letto, a richiesta vostra, per fumare liberamente, avete voi detto?

--Sì. Continuate.

--Continuo, certo, perocchè non vi è che voi che siate entrato in
quella camera. Ora: siete voi che avete aperto uno stipetto a capo del
mio letto, e che ne avete tolto un taccuino di velluto violetto, con
delle carte di Stato?

--Sissignore!--gridò Adriano, levandosi. Conchiudete.

--Ah! voi lo confessate dunque?--borbottò il duca, tremando di
collera. Siete voi dunque che avete rubate le mie carte!

--Olà!--urlò Adriano. Rubare è una parola che non squarcia mica la
bocca a voi--a voi che siete abituato alla cosa! Ma non osate
articolarla più in mia presenza, se volete evitarmi il disgusto di
schiaffeggiarvi.

--Che cosa è codesto modo di favellare?--osservò il duca atterrito.

--Il modo con cui gli uomini di onore parlano alla gente della vostra
specie e del vostro calibro. Sì, le conosco tutte le vostre gesta: ciò
che è occorso la notte del ballo presso il principe di Lavandall; ciò
che è occorso la notte dell'orgia in casa Morella; i vostri debiti; le
vostre scroccherie; il furto dei gioielli, che avete commesso in
pregiudizio di vostra moglie; l'uso cui vi apprestavate a fare dei
documenti che vi ò presi. Mia cugina andava a soccombere alla
tentazione di restituir quelle carte contro l'autografo glorioso cui
avete scritto presso il principe di Lavandall. Carpirvi quel
portafogli sarebbe forse stata una cattiva azione per vostra moglie.
Gli era un dovere per me d'impedirle di contaminarsi. Gli è un dovere
per me d'impedirvi di aggiungere altra infamia all'onta cui avete di
già sparsa sul capo di vostra moglie e del vostro figliuolo.

--E chi vi à delegato codesto doppio dovere, signore?--dimandò il
duca.

--Il sangue che mi corre nelle vene. Ma ciò non è tutto ancora. Vi ò
dato delle spieghe. Ascoltate adesso i miei ordini.

Balbek trasalì.

--I vostri ordini?--borbottò egli sillabando, le labbra tremanti.

--Cui eseguirete come quelli del vostro re. Vi do, per compierli, un
mese--a partire da questo momento, le 3 e 25 minuti del 7 marzo, fino
alle 3 a 25 minuti del 7 aprile.

--Vi ascolto--biascicò il duca, più bianco che la sua camicia--e sono
soprafatto dallo stupore.

--Io non so che uso farò di quelle carte cui vi tolsi. Al contatto di
quell'immondizia: diplomatici, spie e pretendenti a cui vo' a
fregarmi, il sentimento del giusto e del vero si perverte. Io non so
se giungerò a strappare dagli artigli del Russo la dichiarazione
firmata da voi. Ma l'è questa l'ultima delle mie preoccupazioni.
Vostra moglie è vedova, da ieri in qua. Vostro figlio sarà, a partir
da domani, non più il duca di Balbek, ma il conte di Meuge. Che il
vostro nome resti o no contaminato innanzi al pubblico, ci cale men di
nulla. Perchè, per noi, non è il mondo che determina il delitto: gli è
il delitto stesso che ci fa orrore. Che la vostra infamia resti
nascosta, voi non siete meno, agli occhi nostri, un codardo, un ladro,
uno scroccone, un brigante che si mette in agguato armato di scritte
delicate, e grida ad una regina: la borsa o il trono! Noi vi
disprezziamo. La vostra presenza ci è divenuta intollerabile, ci fa
nausea. Capite voi questo?

--No. Ma terminate.

--Ebbene, voi avete un mese di tempo per dimandare ed ottenere dal
vostro governo la vostra rimozione da Parigi. Se, a capo di questo
tempo, voi non siete scomparso da questa città, solo, senza moglie e
senza figliuolo, io vi schiaffeggio la sera e vi uccido l'indomani.
Voi venivate a domandarmi probabilmente un duello. Voi avete visto che
vi accordo un mese d'esistenza--perchè non voglio imbrattarmi le mani
di un simile sangue. Ecco.

Il duca, che era stato assiso durante questa scena, si alzò e disse:

--Una parola ancora, per mio governo, signore. Gli è la virtù sdegnata
_sola_ che vi detta quei propositi?

Adriano si fermò di botto. Era stato colpito in mezzo del petto. Esitò
un istante a rispondere; poi, senza nulla dire, indicò del dito la
porta al duca e si assise.

Il signor di Balbek soggiunse:

--Io non rilevo i vostri insulti, signor di Alleux. Voi parlate con lo
stesso senza scrupoli con cui agite. Noi siamo entrambi allievi della
Chiesa: ci intendiamo dunque. Io smentisco le indegne supposizioni cui
avete costrutte sulle mie intenzioni--di trafficare, cioè, delle carte
cui mi avete involate. Io non iscuso le mie colpe--di cui voi avete
goduto i frutti nelle braccia della mia ganza. Vedrò, quando l'ora
sarà opportuna, se conviene di battermi con voi o di premunirmi. Voi
capite? Poichè voi chiamate _impedire di contaminarsi_ ciò che il
mondo chiamerebbe _rubare_, io mi permetterò di addimandare
_premunirmi_ ciò che gli ingenui addimanderebbero _assassinare_.

Il conte sorrise.

Il duca continuò:

--Mia moglie e mio figlio mi riguardano... ed all'uopo vi son perfino
dei tribunali...

--Vostra moglie è vedova--gridò Adriano andando verso il duca. E se
voi non vi rassegnate alla vedovanza sociale, cui le avete fatto, io
m'incarico di far eseguire da Dio la sentenza del mondo. I forzati
perdono i diritti civili.

E ciò dicendo chiudeva l'uscio del suo salone in faccia al duca.


Alle cinque, Adriano entrava nel gabinetto del principe di Lavandall.

--Signor conte--disse il principe di Lavandall--voi siete cugino della
duchessa di Balbek. Venite altresì in nome di lei?

--No, signore. Io vengo nel nome mio proprio. La duchessa però mi à
narrato le proposizioni cui le avete fatto, gli accomodamenti che
avete stabiliti. So tutto, insomma.

--Ne sono lietissimo. Amo meglio trattar con un uomo--continuò il
principe. Si esce sempre battuti di un negoziato con una donna. Se il
_diplomatico_ trionfa, l'_uomo_ perde; se il _cavaliere_ si allegra
del suo successo, il _negoziatore_ ne piglia il bruno. Gli è
impossibile intendersi, quando non è lecito chiamar le cose del loro
nome; quando è mestieri far delle perifrasi per spiegarsi, ed
astenersi dalle proposizioni chiare, brutali: se no, no! Preferisco
dunque intendermi con voi. Che venite a dirmi?

--Son compiaciuto trovarvi del mio avviso, principe. La duchessa non
poteva intingere il dito, senza insozzarsi, in questa immonda bisogna.
Le ò sparmiato questo compito, a sua insaputa. Ecco dunque che vengo a
dirvi. Voi avevate proposto un baratto: carte per carte! Io vi porto,
al contrario, quest'offerta: silenzio per silenzio!

--Come ciò?--sclamò il principe.

--Dapprima, signore, è una cosa, che antistà a tutte, a dichiararvi:
che, cioè, l'onore del signor duca di Balbek non ci riguarda più. Esso
è a voi: potete sparmiarlo o distruggerlo a vostro talento. Madama di
Balbek ritorna contessa di Meuge. Suo figlio prende il nome
dell'avolo. Cosicchè, che voi conserviate, pubblichiate o bruciate la
dichiarazione del duca, cui possedete, torna per noi completamente lo
stesso. Noi lo abbiamo cancellato dalla nostra famiglia. Egli potrà
essere per il mondo puro o riabilitato; per noi, egli sarà mai sempre
infame.

--E la signora di Balbek consente a codesto?

--Ella lo esige per la prima.

Il principe azzeccò il suo sguardo dritto e profondo sul conte e
replicò:

--Ne siete voi ben sicuro, signor conte?

--Signore, io non ò l'abitudine di parlare alla ventura. Ciò posto,
venghiamo agli altri documenti.

--Ebbene?

--Io li ò. Io li ò presi, per impedire che la duchessa li prendesse.
Conosco il valore di quelle scritte, e l'uso che se ne potrebbe
cavare...

--Allora?

--Allora, io li conservo--come se mi fossi un sepolcro!

--Ma non è codesto che era stato convenuto con la duchessa.

--Lo so. Ma altresì, io non agisco d'appo i suoi ordini. Ecco il mio
avviso, signore. Il vostro governo è avverso alla regina Bianca,
favorevole a quell'abbominevole principe di Tebe--di cui l'elemento
vitale è il delitto e l'abbrutimento dei popoli per mezzo del clero e
dalle fraterie. Questi documenti, nelle vostre mani, potrebbero
servire ad un compito più fatale di quello del duca di Balbek. Egli
vuole quattrini; voi volete confiscare la libertà di un popolo. Quegli
mira alla lista civile della regina; voi al trono di lei. Un uomo di
onore non può dar mano ad alcuna di codeste manovre. Io ò quelle
indegne carte. Le conservo, le sotterro--se tuttavia non le brucio.

--Ma, signore, le avete lette voi, quelle scritte?

--Sì.

--Allora, voi vi fate complice di una estorsione, di un adulterio, di
una sostituzione, di un furto, di una prostituzione... che so ancora?
voi tenete il sacco a coloro che rubano.

--Signore, i due re ed i loro ministri sono stati infami; il duca di
Balbek--forse il meno colpevole--è stato infame anche egli. La morale
si vela la faccia in mezzo a quella gente. Io non mi preoccupo ove sia
la giustizia. Io non calcolo che questo: la regina Bianca è un
vituperio; il principe di Tebe un flagello. Il vituperio ricade sur
una regina; il flagello si abbatte sur una nazione. Dei due disastri,
scelgo il minore. Qual re al mondo, d'altronde, può affermare: questo
figliuolo è mio? Gli altri lo sospettano; Taddeo IX lo sapeva.

--Conchiudete, signore, se vi aggrada--disse il principe freddamente,
ma umiliato del suo scacco fino al fondo dell'anima.

--Termino, principe. Ecco dunque l'ultima mia parola: silenzio per
silenzio--se volete essere generoso. Se no, fate l'uso che vi piace
dell'autografo del duca. Io fo scomparire le carte di Balbek.

--Signore, avreste voi per avventura un terreno meno assoluto sul
quale potessimo impegnare un negoziato più logico?

--Signore, io non sono mica diplomatico, e perciò non negozio. Vi
dovevo una risposta dalla parte di mia cugina, ed una spiegazione da
_parte mia_. Ve le porto. Esse contrariano forse il _diplomatico_; ma
io porto nella mia coscienza il convincimento che il _padre_, il
_marito_, il _gentiluomo_, che sono in voi, non mi sconfesseranno. Me
ne appello al vostro cuore ed al vostro onore, principe.

Il signor di Lavandall si alzò, senza rispondere, salutò e ricondusse
il conte di Alleux fino alla porta del suo gabinetto.

La sera, Adriano andò a raccontare a sua cugina tutto ciò che si era
passato fra lui ed il duca, e fra lui ed il principe.

Vitaliana approvò...

La duchessa si dileguò.

La donna si mostrò allora in tutta la sua potenza.

E la lotta cominciò.

Il fantasma di Morella andava a costare ad Adriano più di cure, che
non gli era costato di tempo e di pena la conquista di lei.

--Vitaliana--disse infine Adriano partendo--che debbo io sperare?

--Mio povero amico--rispose la duchessa di un accento triste e
scoraggiato--di' piuttosto: che debbo io temere?

--Io metto tutto nella mia posta--riprese Adriano.

--Me lo immagino bene--replicò Vitaliana. Perocchè io vi metto tutto,
e, più che tutto, me stessa ed il figlio mio!

Adriano partì, il paradiso negli occhi, lo sgomento nel cuore.

Prevedeva egli?




XVII.

Corbezzoli! Fidatevi dunque dei fiori!


Due settimane sono scorse.

Una mattina, a mezzodì, il duca si presentò in casa del dottore di
Nubo.

Il duca non aveva ancora trent'anni.

Ieri ancora, egli sembrava sì giovane, sì felice! Alcuni giorni di
quella zona torrida della sventura lo avevano maturato subitamente!

Par di quarant'anni adesso.

Vari capelli bianchi si fan passo sulle sue tempie. È fosco. È
affranto. Il suo sguardo, capovolto indentro, è velato e tetro. I suoi
abiti non dinotano la negligenza, ma la gravezza delle preoccupazioni
dello spirito.

E davvero, gli era impossibile di cumular più disastri sur un capo di
uomo, in minor tempo e con altrettanto rigore!

Era marito invidiato, padre contento, circondato di una considerazione
relativa, onorato. Aveva un'amante che gli apriva olimpi incogniti.
Possedeva un parafulmine che lo metteva al sicuro dalle disgrazie
della sua corte e dalla ingratitudine della regina Bianca. Poteva
innalzare ancora la fronte con orgoglio: sua moglie era pura; la sua
casa casta; la sua fortuna al livello dei suoi bisogni e del suo
grado.... Tutto codesto si è sprofondato come una valanga! Un bacio di
donna à creato più ruine che il ciclone nei mari del Sud ed il simoun
nel deserto!

--Io sono un misero!--sclamò egli infine, essendosi assiso, dopo
qualche istante di tacere, cui il dottore non interruppe perchè gli
scandagliava il cranio ed il petto del suo occhio scrutinatore.

--Bah! bah! io sono abituato a quelle frasi--rispose il dottore di un
tono gaio. Tutti coloro che vengono a consultarmi cominciano per quel
motto. Come la lingua francese è povera, e lo spirito umano poco
elastico!

--Il dolore è un grido e non una lingua, dottore--osservò il duca. Voi
lo ignorate; tanto meglio!

--Che vi càpita, dunque? Io credeva, al contrario, che la calma vi
ritornasse.

--Io sono agli estremi. Mi affliggono a questi tre abissi: uccidermi,
lasciarmi uccidere, o assassinare!

Il dottore, forte pensoso, si grattò la fronte, e dimandò lentamente:

--E voi avete scelto?

--Ve lo chieggo a volta mia.

--Insomma, spiegatevi.

--Voi non mi comprendete, dunque? Avete voi mai assaporato la gelosia
dell'odio?

--Ignoro quella dell'amore--figuratevi! Allora?

--Scandagliate. Voi conoscete una parte dei miei disastri.

--Sopra una parola anticipata della morte del re Taddeo--cui il signor
di Lavandall si lasciò scappare a disegno--ò guadagnato alla Borsa
cento mila franchi. I nostri debiti comuni, e quelli di cui aveva
risposto, addossando le vostre cambiali, sono pagati.

--Non è il danaro che cagiona le mie sventure.

--Morella dunque?

--Morella parte dopo domani per la Turchia, a traverso la Russia, in
compagnia di parecchi signori. Lord Warland guadagna l'_handicap_.
Ella finirà per recarsi in Italia, e sposarvi un marchese, un
ministro, un duca, o che so io.

--Voi non l'amate dunque più?

--Non ne so nulla. Galleggio nella nebbia.

--In questo caso, venite a vedermi quando sarete sboccato nel chiaro.

--Voi non vedete dunque altro nel mondo, voi, che la pecunia e la
ganza?

--Vi trovate voi altra cosa?

--Io era padre. Mi si viene a dire: voi siete disonorato; il vostro
figliuolo non porterà più il vostro nome! Ero marito. Mi si dice: voi
siete infame; vostra moglie è vedova!

--La sentenza è feroce.

--Ora, io amo il mio bambino. Senza proprio amarla, tengo a mia
moglie. Protesto. Mi si risponde: lascerete Parigi fra un mese, solo,
ovvero io vi sforzo a battervi in duello e vi uccido.

--Battetevi allora.

--Non mai. Io sono vile. Spiegate ciò. Se mi trovassi alla testa di
uno squadrone, io mi slancerei il primo sur un quadrato di fanteria,
sur una batteria. Svenirei, se vedessi una pistola puntata su di me, o
una puntata di spada volteggiare attorno al mio petto. Io sono affatto
l'opposto dei nostri Siciliani, i quali ànno il terribile coraggio di
battersi al duello del coltello, e levano il piede sul campo di
battaglia, al primo colpo di cannone.

--Sarebbe egli il conte di Alleux che vi accocca quell'intimazione?

--Egli stesso.

--Egli ama dunque vostra moglie?

--Si amano.

--Ne siete voi ben certo, di parte della duchessa?

--La cameriera--che fin qui fu al soldo del conte di Alleux per
riferirgli tutto ciò che Vitaliana faceva--è passata al soldo mio,
adesso che il conte viene due volte al giorno ad informarsene da
Vitaliana ella stessa. Questa cameriera dunque me lo assevera.

--Allora, partite.

--Impossibile. Osservatemi come sono cangiato. La mia vita è un letto
di aculeo. Dovunque io mi giri, gli è tenebre. Dovunque io mi proponga
abbordare, gli è l'onta, il delitto o la morte. Non oso più escire, ed
ò paura di restare a casa. Se veggo un fanciullo nelle vie, il
singhiozzo, il soffoco mi prendono. Se incontro una coppia felice, le
lagrime inondano gli occhi miei. Io trovo uno scherno in tutti gli
accenti. Ogni parola mi sembra un'allusione. Si direbbe che una mano
invisibile scriva le mie colpe sulla mia fronte, e che ciascuno ve le
legga. I miei colleghi mi squadrano singolarmente. Morella non mi
discaccia neppur più; io non esisto più per lei! Sono andato al
teatro, pensando distrarmi; ò creduto riconoscere che mi avevano messo
in iscena. Sono andato al ballo della mezza-quaresima; una maschera si
è avvicinata e mi à detto: «Ai tu incontrato tua moglie?» Evitano al
club di giocare con me. Io trascino nelle feste un piglio che mette le
donne in fuga, gli uomini in guardia. All'ultimo ballo delle
Tuileries, la regina non mi à parlato. E dietro a me, un militare
chiedeva ad un altro, facendo certo allusione ai casi miei: «Come
vanno le vostre colombe?»

--Non ne avete dunque mica abbastanza di guai reali, che ve ne create
tanti con l'immaginazione?--dimandò il dottore.

--L'immaginazione non alloggia in casa mia. Gli è il fatto materiale
che mi schiaccia. Avevo una posizione: me ne cacciano! Avevo una casa:
me ne esiliano! Avevo credito: è distrutto! Avevo dei documenti che mi
potevano permettere di forzare le porte del favore e scongiurare la
disgrazia: me li ànno rubati! Avevo un'amante: me l'ànno sedotta, e se
ne vola con l'ultimo mio scudo! Avevo una moglie: si mette al suo
capezzale una pistola, ed una spada per interdirmene l'approccio. I
miei famigliari sono spie. La mia casa un Calvario... E, malgrado ciò,
bisogna che fra due settimane io la lasci!

--Cazzica! se v'incomodate qualcuno!

--Oh! che notti sono le mie, dottore! Vagabondo per Parigi, tanto che
io non mi caggia spossato. Io cionco senza potermi ubbriacare ed
obliare! Ritorno a casa inzaccherato, lasso, infetto. Credo che quel
letto, il quale, ieri ancora mi offriva il sonno, mi tenda le braccia:
la disperazione vi si apposta, l'insonnia vi sibila di tutti i suoi
serpenti! Le tenebre sono implacabili: non vi è fantasma che non vi
sputi le sue furie. Io mi alzo scacciato dall'incubo delle visioni,
dei desideri, dei delirii, dei rimorsi, della gelosia... tutto il
mondo dell'inferno si rizza sulla mia fronte! Ed io vo, corro, urto a
tutti gli angoli, investo tutti i mobili, mi rotolo sul tappeto,
striscio, mi trascino fino alla porta di lei... Dessa è chiusa! Ella è
rinchiusa! Ma io odo quella respirazione dolce, calma, eguale,
talvolta un piccolo gemito... La pace è colà!... forse anco un'anima
che pronunziò la sua finale sentenza--e trova il riposo nella
risoluzione estrema. Guardo attraverso il buco della serratura quel
nido rischiarato da una luce d'ambra... Ecco le sue vesti; ecco la
_psiche_ che la rifletteva or ora, facendosi bella per un altro; ecco
le sue calze, le sue pantofole... Ella sogna... delle parole le
sfuggono dal cuore... Io brucio ed i miei piedi sono nudi, il mio
petto è nudo, appena se sono coverto... Vado a picchiare? vado a
chiamare? vado a torcermi alle sue ginocchia e gridare: grazia!?...
Oh! giammai! Tre parole implacabili sono nella sua bocca: codardo,
ladro, infame! Me ne fuggo e ritorno nella mia camera per vegliare,
inabissarmi e riflettere... riflettere che, qualche ora innanzi,
quella medesima bocca, che à per me propositi sì feroci, diceva ad un
altro: io ti amo! Ed ecco i miei giorni, ecco le mie notti. E malgrado
ciò, lo ripeto, notti e giorni sono contati.

--Siete voi deciso a partire?

--No. Li ucciderò.

--Riflettete. Val meglio battervi. Avere una probabilità...

--Alcuna. L'ò visto all'opera.

--Un assassinio, anche nel caso di flagrante delitto, provocherà
discussioni. La giustizia cava come l'acqua che cade. Essa rimuoverà
tutto, rimuginerà dovunque, interrogherà tutti: e d'indagine in
indagine, d'induzione in induzione, si arriverà al gabinetto di
Lavandall, al salone di Morella. Siete allora perduto senza
remissione. Ascoltatemi: battetevi o rassegnatevi.

--Io non posso rinunziare a Vitaliana--riprese Balbek dopo un minuto
di riflessione... Perocchè, l'ò capito, ecco ciò che mi vogliono. Si
dice: Ci amiamo da dieci anni, ed abbiamo rispettato il vostro onore,
perchè voi stesso lo rispettavate. L'avete contaminato; ci stimiamo
affrancati. Nulla c'impegna oggimai a preoccuparcene più che voi non
ve ne preoccupate. Voi non amate Vitaliana. Ella non vi ama. L'avete
oltraggiata... Via, dunque, via! Il vostro posto non è più allato di
lei.

--I colpevoli son sempre logici--osservò il dottore di Nubo.

--Ma io non posso staccarmi da lei. Ella è il mio complemento. Il
delitto nell'educazione dei gesuiti, presso i quali venni educato, è
precisamente in questo: ch'essi producono degli uomini che non bastano
a sè stessi e che ànno il loro complemento altrove. Qui la mano, là la
lingua; qui il cervello ed il cuore collettivo, là la persona singola!

--Questa è la base e la forza dell'educazione cattolica.

--Orbene, Vitaliana finisce e completa la mia personalità: ella è
quella, metà del _me_ che colma il vuoto. M'intendete? Io mi
disonorava fuori; ed avevo l'onore in casa mia! Io ballonzava le
vecchie baldracche politiche per ragione di Stato, nelle regioni
superiori; e venivo a prendere un bagno di giovinezza e di purità
nella mia alcova! Lottavo di menzogne e d'intrighi nel mondo
officiale; al mio focolaio, trovavo la lingua casta e sincera, il
sorriso morale! Mi attossicavo di amore adulterato e fatturato presso
le dame e le cortigiane; la mia ingenua mi disinfettava! Vedevo
dovunque il culto del diamante; in casa mia, trovavo la religione del
fiore! La febbre dappertutto; in quel salottino, poco bazzicato, la
calma! Nel mondo, l'artificio, il belletto, la posa; nei miei lari, la
semplicità ignorante! Io mi ritemprava qui, per lottare colà; mi
temperavo là, per piacer qui. Io repugnava al vizio, ma non adoravo la
virtù. Il delitto mi trovava inabile; l'onore improprio: ero
incompleto dovunque. Le ganze erano mia moglie; mia moglie, il mio
rimorso.

--Trista parte per una donna!--sclamò il dottore.

--Ond'è, che le donne se ne stancano. Or bene, io, il quale non sono
che un istinto stroppiato da casuisti; io aveva trovato la mia
direzione: perchè mia moglie, essendo il candore stesso, era una luce.
Questa luce è estinta. Vitaliana non mi seduceva...

--Perchè la bianchezza non è un colore--ed i mariti sono tutti come
gli Indiani: amano il tatuaggio.

--Io ò corso dietro al tatuaggio come gli altri. Però, in mezzo a quel
diavolìo di forme, di spezie, e di colori, io sentiva che, se
Vitaliana non era un'esca, era un riposo. Il riposo è l'aria vitale
della nature incomplete: me l'ànno involata! Voi sapete come sono
stato abbattuto dappertutto; in casa Lavandall, in casa Morella, in
casa mia. Che volete voi che io mi divenga in questa situazione?
Ricostruite col pensiero il vostro cuore a trent'anni, provate
d'intendermi, e venite in mio soccorso.

--In che modo?

--Non importa come. Accetto tutto. Funzionario disonorato, padre senza
figlio, marito senza sposa, signore povero... Che ò fatto io dunque
perchè tante sventure si precipitino ad una volta sopra di me?

--Che avete voi fatto?--disse di Nubo sogghignando. Ma!... Avete avuto
l'inaccortezza di trovarvi lì quando la valanga s'è scardinata.

--Non risaliamo più alle cause. Io non veggo oramai che questi quattro
spettri: battermi, uccidermi, assassinare, bandirmi--abbandonando mia
moglie nelle braccia di un amante. Fin ad ora ella è pura ancora. Fra
tre giorni, nol sarà più.

--Chi vi dice codesto?

--La sua cameriera. Gli è dopo dimani l'anniversario dei nostri
sponsali. La vedova si rimarita--là, nella casa mia stessa, in quel
nido di rifugio ch'ella s'era costrutto, quando, nelle mie braccia,
ella sognava dei suoi giorni di vergine! Ora io non ò nè il coraggio
di battermi, nè quello di uccidermi; non voglio a prezzo alcuno
lasciarli entrare in quel paradiso. Li ucciderò.

--E poi?

--Poi, poi... Dio crea l'avvenire ed il diavolo lo cavalca. Io
soffoco. Il pensiero mi rode; il cuore mi divora. Prometeo era un
Sibarita, paragonato a me. Oh sì! li assassinerò... l'è la mia calma,
è il sonno che essi ànno estinto negli occhi miei.

--Ascoltatemi un po'. Se venite a me perchè sentite il bisogno di
esser salassato, io son chirurgo e sono pronto. Se venite per
intrattenermi dei vostri delirii, voi avete mal preso il vostro tempo.
Io ò fretta. Il mio editore mi intima di consegnargli un certo
trattato sui _Fiori_, cui gli ò venduto.

--Avete ragione, signore, io sono uno zotico a venire ad appestare
l'atmosfera innocente e soave che vi circonda. Il fiore! mille scuse.
Io non sospettava d'infettare codesta innocenza del mio alito di
omicida.

--Ebbene, caro duca, non vi abbiate di rimorsi a causa di ciò.
Imperocchè, ve lo assicuro, io non conosco nulla nella natura che sia
così assassino che il fiore.

--Scherzate, scherzate...

--No, punto. Dimandatelo alla duchessa, che li conosce i fiori. Quella
cara dama li ama dessa sempre?

--Sempre.

--Allora dimandatele che cosa è il fiore. Io comprendo che Luigi XIV,
sì profondamente tenero di sua persona, non li amasse un'acca. Io
comprendo che quella giovinetta, di cui parla Filippo Salmuth,
preferisse loro l'odore dei vecchi libri; e quel giureconsulto, perfin
quello dello stabio! Io comprendo che il famoso medico Paolo Zacchia
detestasse la rosa; e che quella dama, di cui parla Samuele Lede',
cadesse in sincope alla vista di una rosa rossa. La natura produce
certi istinti indicatori, come dessa dota di un grifo il compagno di
S. Antonio, per scovrire i tartufi. Respirate il salano, lo
strammonio, il giusquiamo, il papavero, la noce, il sambuco... e voi
vi addormite. Valmont di Bomare dice che chi sradica la betonia
diventa ebbro. Il dottore Berton, pingendo dalla natura il _puthos_
fetido (_draconium foetidum_) contrasse un'oftalmia. Areteo di
Cappadocia parla di certi fiori che provocano l'accesso
dell'epilessia. La _Gazette de la Santé_ narra di certi operai che,
essendosi addormentati in un granaio dove si erano sparse delle radici
di giusquiamo per bandirne i topi, si svegliarono attinti da stupore e
cefalgia. E Martino Grunewald assicura che due individui furono
colpiti da alienazione mentale per aver respirato, in una farmacia a
Dresda, il fumo dei granelli di questa pianta che vi si bruciavano.
Barton afferma che il fiore della magnolia glauca occasiona la febbre
ed accelera i parossismi della gotta. Le emanazioni della _lobelia
grandiflora_ cagionano, secondo Jacquin, dei soffocamenti. In Creta,
l'odore dell'_anagyris_ dà la febbre. Il fiore del lauro rosa (_nerium
oleander_) uccide, se si dorma nella camera ove è rinchiuso.

--Uccide? sclamò il duca raddrizzandosi.

--Uccide--continuò il dottore--come le emanazioni del manzanillo di
Surinam e della _camoeladia dentata_ di San Domingo. Triller, che à
scritto un trattato: _De morte ex violarum usu_, racconta di una
fanciulla trovata morta in un letto da lei cosparso di viole. Nel 1779
occorse lo stesso accidente ad una dama che si era coricata in una
camera profumata da mazzi di rose. Le rose uccisero la figlia di
Nicola I di Salin; e, secondo Kramer, anche un vescovo di Polonia.
Attesta Mattioli, che un fiore avvelenato uccide chi lo respira. Voi
sapete come Giovanna d'Albret fu avvelenata con dei guanti
profumati... Clemente VII fu morto con una torcia cui gli si portava
dinanzi e che bruciava dell'arsenico. Il famoso Dippel si suicidò di
questa fatta... E che so ancora! Vedete, dunque, duca, se, scrivendo
sui fiori, io sguazzo in quell'empireo di azzurro, cui voi credete
aver contaminato dei vostri delirii di omicida.

Il duca rimase silenzioso, la fronte celata nelle mani. Soffriva
visibilmente. Si sarebbe detto che lottasse contro il destino.

Infine, si alzò e sclamò con tristezza:

--Voi siete felice! voi raccontate degli aneddoti.

--Be'! egli chiama aneddoti la scienza! Voi credete dunque i nostri
autori di scienze naturali un branco di romanzieri?...

--Poco divertenti--interruppe il duca. E si vorrebbe darci a credere
che si vorrebbe sostituire, per suicidarsi, un vaso di fiori al
carbone tradizionale?

--Esattamente... E voi potete domandarlo alla duchessa.

La connessione di queste due parole, _suicidio_ e _duchessa_, fece
abbrividire il duca. Quantunque pallido di già, impallidì ancora, e
balbuziò:

--Mistificatore, va!

Ed uscì.

Il dottore lo accompagnò del suo sguardo fisso e penetrante, e mormorò
a sua volta:

--Assassino!


Il duca di Balbek ritornò al palazzo, e parlò alla cameriera. Poi uscì
di nuovo, e passò il rimanente del giorno a visitare le stufe di tutti
i fiorai di Parigi.




XVIII.

La via del cielo... dopo una sosta.


Il duca di Balbek aveva sulla morale dalle idee incerte, un carattere
avvizzito, uno spirito sconcio dall'educazione dei gesuiti: più
dispetto che angoscia; più gelosia d'amor proprio che di amore. Non
poteva, per conseguenza, sentir fortemente.

L'abbiam visto infatti stemperarsi in un dolore multiforme,
melodrammatico, senza coscienza di sè stesso. In quella situazione di
spirito, egli era capace di tutto: cadere ai piedi di sua moglie,
arrovesciarla nelle braccia dell'amante ed andarsi a distrarre
altrove--così bene che di uccider l'una e fare assassinar l'altro.
Zimbello degli uomini e degli eventi, il duca trattava gli eventi e
gli uomini come delle fole. La sua posizione miserabile, che avrebbe
dovuto inspirare una compassione simpatica, non ispirava dunque che
disprezzo.

Egli divagava.

Tutt'altra però era la situazione morale di Vitaliana.

La sua educazione, al Sacré-Coeur, non era stata più sana e
corroborante di quella di sua marito presso i RR. PP. Ma la giovine
donna si rilevava per tre forze divine: la purezza dell'anima, la
severità del costume, l'amore! Il suo carattere era più fermo perchè
aveva per base un cuore. Le sue risoluzioni erano nette, perchè un
abisso separava la condotta di suo marito dalla sua.

I decreti delle coscienze semplici sono irrevocabili: gli è il vaso
poroso di Orazio che conserva sempre l'odore di cui una volta
s'imbevve--_quae semel imbuta recens servabit odorem testa diu_!

Sposando quello straniero, cui non amava, Vitaliana gli aveva
impartito quanto era in poter suo. Il cuore, no.

Il cuore non è in potere di chicchessia. È maggiore di già, nascendo,
e dispone di sè stesso alla ventura.

Sì, alla ventura: un'allodola passa ed il cuore vola con lei!

Ora, l'allodola era passata, ed il cuore di Vitaliana se n'era ito,
senza ch'ella se n'avvedesse.

Il dovere, pur nondimeno, la conservò pura.

Ma quando la catastrofe dell'onore di suo marito sopravvenne, ella si
sorprese a chiedersi: Perchè mi asterrei io, ora che tutto è perduto?

Adriano l'aspettava.

Nel suo impeto subitaneo, Vitaliana non obliò ch'un dettaglio. Ella
andava a macchiarsi delle medesime zacchere che la rendevano così
severa all'incontro di suo marito: l'oltraggio all'onore, l'onta
rovesciata sul nome di cui suo figlio doveva ereditare!

Ella spense forse ogni rimorso dicendosi: io l'amo! Ma chi sa
se la non si disse altresì, più sommesso: sposerò un giorno
Adriano!--ovvero: morrò per espiare!

Il fatto è che la si tuffò corpo ed anima in quell'amore.

L'ombra che l'offuscò nei primi giorni fu la sovvenenza di Morella.

Adriano ebbe a lottare lungamente, aspramente, prima che Vitaliana gli
perdonasse--o che avesse ciera di perdonargli. Egli lottava ancora, al
periodo a cui è giunta questa storia.

Adriano spiegava ogni mattino la sua scala di Giacobbe; poi, quando
pensava vedere il suo angelo salire e discenderne, gli era il fantasma
di Morella che in cima si accoccolava!

La riotta però agonizzava.

La resistenza si affiacchiva sotto il peso di un attacco che
raddoppiava di vigore.

Vitaliana subiva il fascino e si accasciava.

D'altra banda, ciò che ella aveva intravisto ed infrasentito nel
salone di Morella, le dava l'insonnia. Ella si sorprendeva perfino a
vaneggiare, tutta soffusa di vergogna, questo concetto: Perchè mai non
si attillerebbe l'amore delle medesime feste di cui il vizio si
satolla?

Adriano passava con lei parte del giorno e tutta la sera.

Sempre pronto, sempre armato moralmente, egli era in sentinella per
difenderla contro le intraprese di suo marito, cercando col moccolo un
pretesto per servirsi delle armi--cui il mondo gli accordava--onde
cavarsi quell'ostacolo dai piedi. Egli s'imbattè più di una fiata nel
duca, recandosi dalla duchessa. E non gli volge che queste parole
sinistre:

--Ricordatevene! otto giorni... quindici giorni, sono scorsi!... non
ve ne restano più che tanti e tanti....

Il duca osservava e passava in silenzio.

Vitaliana, dal lato suo, l'evitava.

La notte, ella si sbarrava a chiave.

Suo marito le faceva orrore.

Il duca provò due volte l'assalto. Vitaliana l'umiliò con motti
crudelmente implacabili, senza rovello, senza collera, di un accento
freddo che stillava l'ironia ed il disprezzo.

Il duca si astenne per qualche giorno. Però, il dì che seguì la visita
del dottore di Nubo, e' gli sembrò che una spiega tra sua moglie e lui
fosse divenuta inevitabile.

Alle dieci, si recò da lei, nella di lei piccola camera da letto.

Vitaliana veniva di alzarsi in quel punto.

Era avvolta ancora nel suo _peignoir_. I piedi allungati agli alari
del caminetto, sfogliando qualche giornale, cioncando una tazza di
cioccolatte--mentre Maria annodava alla presto le di lei magnifiche
trecce arruffate dall'origliere.

Il duca accostò un _puff_ al camino, e fece un segno di uscire a
Maria, dicendo nel tempo stesso:

--Quando suonerò, fatemi portar qui una tazza di cioccolatte.

Egli contemplava sua moglie.

Non l'aveva giammai vista così bella!

L'amore, del resto, l'aveva sbocciata.

La scintilla della pupilla di lei era divenuta più audace. Le sue
labbra, irrigate dalla rugiada dei baci, sembravano più sode e più
rosse. La sua fronte s'innalzava più alta, più limpida. La pelle si
era imbevuta di tutto lo splendore cui dà quel fiammeggiamento che
addimandasi amore. Le sue narici rosse respiravano la voluttà.
Sembrava ingrandita. La sua eleganza aveva un accento; le sue maniere
una volontà. Tutto indicava che di quella bella cosa l'amore aveva di
già fatto qualcuno!

Da tutta quella persona si sprigionava un fluido che inebbriava.

Il duca provava dei fremiti.

La moglie non era ella di già divenuta un'amante?

Il duca girò intorno lo sguardo per quella camera, come per dimandarle
la prima parola della conversazione.

Ed infatti, ebbe come un tremito guardando il letto.

Vitaliana non fe' sembiante di accorgersi di lui.

Il signor di Balbek sclamò infine, quasi suo malgrado, di una voce
sorda e commossa:

--Grazia, Vitaliana, grazia!

La giovane sollevò lentamente la fronte dall'Appendice di Alessandro
Dumas, e, conficcando come una spada il suo sguardo glaciale nell'uomo
che l'implorava testa giù e visibilmente turbato--rispose:

--Sono il re, io? Ed il re, egli stesso, che può accordare la vita,
può egli ridare l'onore? Di un ladro, il re può fare un ministro; di
un vigliacco, un generale, e' può covrir del Toson d'oro un cuore
disonorato; ma egli non sopprimerà giammai, giammai! il disonore.
Ecco.

--Io ebbi dei giorni di follia--continuò il duca. Passerò tutta la mia
vita per farli obliare, per farmeli perdonare.

--Perdonare? giammai!--rispose Vitaliana. L'oblio, l'avete di già.
Aspetto mia madre per abbandonar questa casa.

--Te ne supplico, Vitaliana, non sprezzarmi affatto, affatto! Non
perderti irrevocabilmente. Io non tento di attenuare le mie colpe. Ma
tu non esagerarle per farne un pretesto alle tue. Non ài tu pure
bisogno d'indulgenza?

--In ogni caso, io non la dimando--replicò Vitaliana. E non riconosco
oggimai che mia madre, la quale abbia il diritto di farmi delle
rimostranze.

--Vitaliana, tu ami tuo cugino.

--Da dieci anni.

--Tuo cugino ti ama.

--Da dodici anni.

--Tu lo confessi? Ma non sai tu, o tu oblii, che io posso sfracellar
quell'amore?

--In che modo? Da gentiluomo? Tu non ti batti. Da marito, per mezzo
dei tribunali? Tu non sai che il principe di Lavandall mi à mandato il
tuo autografo graziosamente, e che io l'ò dato a conservare ad
Adriano?

--Mio Dio! tu sei dunque di già sì pervertita!--sclamò Balbek.

Vitaliana rispose con un gesto di sprezzo.

--Grazia! continuò il duca. Lasciami sperare ancora, lasciati
piegare...

--Insomma, che volete voi?--interruppe Vitaliana con alterigia. Il
tempo delle capitolazioni è passato.

--Difatti--osservò il duca levandosi--io me ne avveggo. Vi era al piè
di questo letto una culla. L'ài fatta sparire. Sei di già adultera
nell'anima. La culla del nostro bambino ti gridava: grazia!--come me.
Tu l'ài rotta e gettata al rivendugliolo o nel soffitto.

A quest'appello, la duchessa tremò di tutto il corpo ed impallidì. Si
tacque un istante, poi mise un grido:

--Il mondo mi giudicherà.

--Vitaliana--continuò il duca--imponimi l'espiamento che tu vorrai; ma
tirami dall'abisso, e non vi precipitare tu stessa. Se tu vuoi che io
mi batta con tuo cugino, mi batterò e mi lascerò uccidere. Se vuoi che
lasciassimo Parigi, partiremo nella settimana.

--Partite allora.

--Solo?

--Che! ma voi credete ancora che vi possa essere al fianco mio un
posto per voi? Voi non concepite dunque che, se Dio stesso mi
condannasse a sentire il soffio del vostro alito sul mio sembiante, io
lo laverei con quelle braci?...

--Lo scorgo bene, madama--biascicò il duca lentamente--se io non
avessi commesso quelle colpe, voi le avreste inventato per arrivarne a
codesto.

--Codesto! che?

--Ponvi mente, Vitaliana, sono forse le ultime parole cui t'indirizzo;
il singhiozzo di agonia di una coscienza e di un cuore! Io ti amo...

Vitaliana portò ambe le mani al suo viso.

--Se non avessimo un figliuolo, ti lascerei libera. Io so che in
questo rinnovamento continuo di resurrezione nell'universo, la sola
cosa che non rivive mai, è l'amore. Ma quel figliuolo lì!... Io l'ò di
già troppo vilipeso con le mie follie: non permetterò mai, no,
giammai, intendi tu? ch'egli abbia a subire altresì l'obbrobrio di sua
madre.

--Signore--rispose Vitaliana levandosi anch'ella, di una voce calma ma
decisa--voi non avete che tre modi per impedirlo: uccidervi, lasciarvi
uccidere, ucciderci. Scegliete, ed addio. Io dico addio, signore!

Il duca dette un salto ed avvinghiò le mani al collo di sua moglie.

Vitaliana neppure trasalì.

Balbek indietreggiò, tutto ontoso, ed uscì dicendo:

--Mille scuse, madama.

Il dado era tratto?

No, non ancora.

Il duca rivenne su i suoi passi, ed avvicinandosi a sua moglie le
dimandò:

--Tu mi ài richiamato, Vitaliana?

Questa riapparizione produsse sulla duchessa un tale senso di
disprezzo e di nausea, che il suo viso ne divenne brutto sotto la
contrazione dei muscoli. Cercò la risposta cui doveva fare, cercò
forse le parole; ma, dopo qualche esitamento, ella non seppe che
trovar questo:

--Dite ai miei famigliari che esco all'una.

Il duca fece vista di non capire l'insulto. Aveva quasi delle lagrime
agli occhi, e mormorò di una voce lenta e soffocata:

--Ma tu non ti accorgi dunque che io sono geloso? Tu non comprendi
dunque che, condannandomi senza pietà io posso usare del mio diritto
di marito oltraggiato ed uccidervi là, a fianco l'un dell'altra, di un
colpo di pistola--e agghiadar sulle vostre labbra i vostri baci, pel
giudice d'istruzione? Tu non comprendi dunque che lo scandalo, di cui
mi minacciate, vi coglie? Tu non comprendi dunque che, avendo le mie
ragioni per non accettare un duello, io posso impunemente divenire
assassino? Tu non comprendi dunque che io sono in casa mia, qui; che
io sono il tuo signore, se voglio; che posso sorprenderti in
flagrante, schiacciarti come una mosca, e che, poichè voi cospirate
alla mia rovina, io posso ingoiarvi tutti con me? Rifletti. Vitaliana!
Tu mi scacci; egli mi provoca; voi siete tutti armati contro me; mi
rovesciate nella solitudine e nelle tenebre; assassinate il mio
avvenire; mi orbate di tutto; mi avete tutto preso; mi mettete petto a
petto con la disperazione--là ove io aveva l'abitudine di vedere mia
moglie cui amo! voi mi rubate il mio figliuolo; mi fate vedovo della
peggiore delle vedovanze inframettendo fra mia moglie e me, non una
tomba, ma un amante! Ponete mente! voi mi tentate troppo, ah! troppo!
mi accollate forzosamente al delitto. E sei tu, Vitaliana, che sei
ferocemente la più accanita! Oh! no, no... per pietà, no! Gli è
impossibile che tu--che ieri ancora eri così immacolata e così
timida--tu sii divenuta così atrocemente inflessibile e senza onta.
Gli è impossibile che tu--che ieri ancora non osavi mettere un fiore
nei tuoi capelli senza consultarmi--abbi adesso quel verbo che
m'irride, quella volontà che mi dispera, quella decisione inesorabile
che mi uccide. No, non è possibile un cangiamento sì subito e
radicale! È mestieri che tu mediti qualcosa di terribile contro te
stessa, per essere sì insensibile contro il tuo proprio figliuolo.
Bisogna che la tua calma ed il tuo decreto senza appello abbiano per
fondo una disperazione muta o un progetto sinistro.... Parla, parla,
Vitaliana...

Vitaliana, per tutta risposta, interruppe il duca e suonò.

Maria apparve.

Vitaliana le disse:

--Il duca vi dice di fargli servire il cioccolatte nel suo gabinetto.
E venite a vestirmi.

Balbek uscì, la testa affondata nel petto.

L'ultima parola era stata detta.


Il duca aveva forse indovinato.

La sfrontatezza sùbita, la resoluzione irremovibile di Vitaliana erano
la conseguenza di una decisione suprema presa da lei.

Ella non ne soffiò motto ad alcuno, però. Si seppe il suo pensiero più
tardi, da una bozza di lettera cui si proponeva indirizzare a sua
madre, e cui non le indirizzò.

Ella si suicidava, ed uccideva Adriano con lei!

«Un ravvicinamento con mio marito--scriveva ella--mi sembra, più che
impossibile, inverosimile. Io non mi sento la forza di resistere
all'attrazione di mio cugino. Ma non so neppure perdonargli
Morella--di cui colgo i baci caldi ancora, sulle labbra febbrili di
Adriano. Non so rassegnarmi a morir sola, perchè soffocherei di
gelosia fin nella mia tomba. D'altronde, ò infravisto, in un paradiso
d'amore, il frutto proibito, cui voglio mordere di bell'appetito,
prima di morire--e morir dopo, madre mia, par lavare l'onta di cui
imbratto il capo di mio figlio.

«Le rimostranze di oggi del fu mio marito mi ànno confermata nella mia
risoluzione.

«In una parola, madre, voglio morire nelle braccia di Adriano, con
lui, sfogliando petalo a petalo l'estasi della colpa--se amare n'è una
agli occhi di Dio...»

Ora, a quell'armellino non venne neppure nel pensiero di suicidarsi
col véggio al carbone delia crestaina, con la pistola del violento,
con il tossico della disperazione, col pugnale della premeditazione
fredda ed eroica.

Ella meditava di una morte che fosse, più che una festa, un'aureola;
meglio che un inebbriamento, un poema! Si sarebbe annegata in una
stella, se lo avesse potuto!

Ella vagheggiava dunque di già quella morte deliziosa--cui il dottore
di Nubo, con una scaltrezza perfida, segnalava al duca come un
assassinio che non lasciava traccia e che avrebbe potuto passare sotto
l'insegna giuridica del suicidio.

Ella non tenne però alcun proposito di codesto a suo cugino.

Il duca non concepì neppur l'ombra di un sospetto sulle intenzioni di
lei.

Vitaliana si uccideva mentre suo marito l'assassinava--e tutto ciò con
un'inconseguenza, con una leggierezza, con una irriflessione, con una
frivolezza, cui io mi travaglio forse invano di dipingere onde dare
un'idea dei caratteri che i clericali formano con la loro educazione
religiosa.

Il giorno seguente, anniversario del suo matrimonio, Vitaliana si alzò
alle otto.

Ella aveva la febbre che scoppiettava dappertutto: nei suoi occhi,
sulle sue guance, dalle sue labbra.

Entrò nella sua stufa, e tagliò tutte quelle ali che volavano verso di
lei, sbocciando--tutta la luminosa famiglia dei liliaci: tuberose,
iridi di Firenze, gigli, gionchiglie, ginestre, quegli onagri che
olezzano solo la notte, mughetti, prugnoli, resede, tigli, gelsomini,
vaniglie.... tutte quelle anime!

Perocchè, il grande Boherave ne dà una al fiore, e la chiama lo
_spirito rettore_.

Vitaliana ne colse una bracciata e rientrò con essa nella sua camera.

Si fece vestire di una _toilette_ gaia; diede i suoi ordini a Maria,
ed uscì alle undici.

Ove andava ella?

Ella andava ad asciolvere con suo cugino--in casa del quale metteva il
piede per la prima volta dopo che gli aveva confessato il suo amore.

La colazione fu stordita di gaiezza.

Ella tirò alla pistola e tinse di nero i baffetti biondi di Adriano.

Essi uscirono in seguito, e corsero Parigi ed i dintorni, spassandosi
come fanciulli e scolari.

Alle sette della sera, pranzarono ai _Provençaux_, in un gabinetto
particolare. Poi entrarono in una _baignoire_, al teatro del _Palais
Royal_.

Tra le undici e mezzanotte, Vitaliana rientrò sola al palazzo.


La giornata del duca di Balbek fu lungi dall'essere così
divertita--quantunque i due innamorati immaginassero ch'ei si
ubbriacasse dell'ultima coppa dell'elixir di Morella.

Il duca aveva mandato via Tob, cui aveva sorpreso, qualche giorno
innanzi, nel suo gabinetto, assiso nel suo seggiolone, a frugare nei
dispacci, per scontare i segreti di Stato alla Borsa. E' restò dunque
in casa, nelle sue stanze, ove Maria si guizzava di tratto in tratto
furtivamente, onde gittargli un motto su ciò che Vitaliana faceva.

Quando questa fu sortita, il duca se ne andò a ronzare per la stufa, a
volta sua.

Vedendo il giardiniere contristato dalla messe distruttrice che
Vitaliana vi aveva compiuta, e' lo mandò a comprare dei vasi di fiori
da un orticoltore.

Andò in seguito, quatto quatto, ad ispezionare il balcone che metteva
in comunicazione la cameretta da letto di sua moglie con la stufa.

Le persiane erano borrate, per interdire alla luce, all'aria, al
garrito degli uccelli, di arrivare al nido della duchessa, che
cominciava a dormire quando l'aurora si risvegliava.

Fu la bisogna di alcuni secondi che di forare, giù nelle imposte, un
bucherellino con un succhiello, là dove le imposte si connettono,
affin d'impedire, col mezzo d'una vite, che le si aprissero di
dentro--se lo si fosse tentato. Poscia riaprì immediatamente il
balcone ed uscì.

Da un'ora a tre, e' fu un viavai di commissionari che portavano alla
duchessa, in nome del conte di Alleux, dei magnifici vasi del
Giappone, riempiti di fiori rari--di cui la stagione, il cielo ed il
clima di Parigi ebbero forte a stupire.

Si scorse il duca all'_Hôtel des Capucines_--ove andò a comunicare al
ministro degli affari stranieri non so che nota verbale del suo
Governo. Lo si rimarcò in seguito al club--ove pranzò e giocò
gaiamente.

Morella gli fece i suoi addii alle dieci.

Alle undici, egli rientrò all'ambasciata, per la porta secreta del
giardino e la scaletta a chiocciola che metteva capo alla terrazza
della stufa, poi per il balcone del boudoir di Vitaliana s'intromise
in camera sua.

Ma, prima di chiudersi colà, volle cacciare gli occhi nella camera di
sua moglie.

Si sarebbe creduto al Ceylan, dove, al dire del visconte di Valenza,
si respirano i profumi a nove leghe di distanza.

Il duca veniva appena di ritirarsi quando Vitaliana arrivò.


Ella restò abbarbagliata--talmente l'intelligente cameriera sua
l'aveva compresa e servita a voglia.

La sua camera sembrava un mazzo di fiori rischiarato dalla luna.
Perocchè, alle tre o quattro lampade che l'illuminavano, ella aveva
fatto adattare dei globi di cristallo color cedro. Il balcone era
chiuso e le cortine abbassate. Sur un _guéridon_ erano delle leccornie
ed una bottiglia di vin delle Canarie.

Il letto rassomigliava ad un cigno addormentato, il capo nicchiato
sotto le ali. La _gaze_ che temperava il luccicare del raso color di
rosa, di cui le mura erano tappezzate, sembrava animata. Perocchè ogni
movimento le imprimeva quella vermicolazione che si osserva sul seno
di una giovinetta che dorme--e sogna del suo primo bacio! Le
porcellane, i cristalli riflettevano la luce argentea delle
lampade--alla guisa del sorriso del fanciullo--gioia spontanea anzi
che gaiezza consciente--che rifrange la trasparenza dell'anima. Dove è
luce e profumo, anima è.

I fiori, essi stessi, smorzavano il loro splendore sfrontato, per non
disaccordare, in quel medio soave, melodioso, casto, inebbriante come
quelle notti di luna piena di Delo o di Smirne--ove si crederebbe
dondolarsi in grembo ad una costellazione.

Maria aveva disposta quella cameretta come Alfonso Karr compone un
mazzo di fiori.

Vitaliana ne fu rapita.

Ma ella non aveva il tempo di esprimerle la sua ammirazione e la sua
approvazione.

Si fece svestire alla presto, si avvolse nella sua _douillette_, e la
mandò a coricarsi.

--Madama la duchessa si corica sola?

--Sola.

--Madama la duchessa à bisogno di qualcos'altra?

--Di nulla.

Maria salutò ed uscì.

Ascoltò un istante alla porta, sorrise, passò alla camera del
duca--cui trovò chiusa... e si ritirò.




XIX.

Fiat lux


La duchessa si lasciò cadere sulla dormeuse.

La sua immaginazione prese in un istante le ali degli angeli e la
condusse, in pochi secondi, a traverso i suoi anni di giovinetta, poi
di giovane donna, poi di giovane madre. Il suo passato le formava
intorno un pianeta. Passava per la via lattea della sua innocenza e si
elevava verso le altitudini cui i primi raggi dell'aurora
invermigliano.

Quei fuochi eran quelli del salone di Morella!

Questa memoria imporporò le guance di Vitaliana.

La sua testa bruciava di già. Il suo sangue bolliva ed aveva una tanta
violenza di flusso e riflusso, che si udivano i battiti del cuore. I
suoi occhi avevano delle fiamme come quelle dei _punch_, piuttosto
come quelle di quegli angeli che i primi amarono le figlie dell'uomo.
Il seno di Vitaliana si gonfiava come il mare sotto le carezze della
luna; la sua respirazione ardeva.

Psiche era animata!

Sembrava più alta.

Ella poteva dire dell'amore ciò che Ovidio aveva detto
dell'ispirazione: un Dio è in noi; al suo soffio bruciamo--_est deus
in nobis, flavente calescimus illo_!

A questo zenit del parossismo del vaneggiamento, o piuttosto
dell'introspezione, ella ebbe come una scossa e saltò impiedi.

Adriano entrava.

La porta del balcone del suo _boudoir_, di dove il duca era passato,
era stata lasciata aperta dal padrone della casa.

In un baleno, Vitaliana si precipitò alla porta della sua camera e la
chiuse.


Un quarto d'ora dopo, si sarebbe potuto veder nelle tenebre un
fantasma alle pupille del tigre, avanzar dolcemente, ritenendo il
fiato, ammortendo il fruscio del suo strisciare.

Quando il duca--era desso--fu alla porta della camera di sua moglie,
e' si raddrizzò e spinse il lucchetto esterno.

Con la stessa precauzione, passò nella stufa. Si avvicinò al balcone
di quella camera fatale, cavò una piccola lanterna cieca--di cui
proiettò il lume sul buchino che vi aveva praticato la mattina--e vi
colò dentro una vite cui girò e serrò.

Quindi ritornò alla porta della camera.

Aveva alla mano una pistola, e nello sparato del suo panciotto un
lungo stile.

La porta era stata chiusa a chiave precipitosamente da Vitaliana.
Ond'è, ch'egli non poteva veder nulla a traverso il buco della toppa.

Ma udiva tutto.

Accollò quindi il suo orecchio a quel buco della serratura... E le sue
unghie, come dei graffi di leone, lacerarono la carne del suo petto.

Dio mio! che cosa è la morte, all'indomani di quella notte in cui
Romeo si attardò fino al canto dell'allodola dell'alba, nella stanza
di Giulietta! La vita à dessa ancor dei misteri, dei raggi, dei poemi,
dopo che la bocca di Giulietta à rivelato l'armonia della danza degli
astri?

Il duca sapeva che quella camera nuziale dell'amore era una tomba... e
nonpertanto egli invidiava le sue vittime!

E la sue unghie si conficcavano più dentro e più dentro nelle sue
costole, e sembravano farsi strada verso il cuore, per impedirgli di
sobbalzare.

Quanto tempo quel dannato rimase egli a quella porta del paradiso?

Egli uscì precipitosamente di nuovo, per la porta segreta donde era
entrato alle undici, poscia, alle tre del mattino, rientrò per la
grande porta esterna del palazzo.

Andò dritto alla sua camera, rifiutando il servizio dei suoi
famigliari.

Il duca ritornò alla porta della camera di sua moglie.

Poco dopo, tutti dormivano nella magione--tranne lui ed Adriano forse!

No, Vitaliana anch'ella vegliava.

Non udite voi quella parole interrotte, quei sospiri che, come bianchi
cherubini, volano verso Dio; quella solfa profumata, che è un inno
alle penne d'oro?

Ed il duca lacera e lacera sempre il suo petto che sanguina!

Se lo si avesse potuto mirare, egli avrebbe fatto orrore!...

Che! l'assassino ride?

Quella maschera di carnivoro si crispa.

Egli ode un piccolo grido. Egli ode un rumore, una mano che gira la
chiave della porta, chiusa al lucchetto di fuori... Egli ode che si va
al balcone, inchiodato allo zoccolo... Si scuote l'una e l'altro...

Ch'è? una voce... Vieni, Adriano, vieni! Ancora, ancora, vieni...
Adriano... ò sonno, vieni... ancora, ancora, ancora!...

E le unghie del duca squarciano sempre, fino all'osso, il suo petto
messo a brani!...

Poi silenzio!...

No, no... un bacio che si accascia... Silenzio!

Silenzio! come nel vacuo!

L'alba spunta.

Il duca va a ritirare la vite dalla porta del balcone, cava il
lucchetto dalla porta della camera, e va ad appostarsi, la pistola
alla mano, alla porta della sua camera, dopo aver scomposto il letto
come vi si fosse coricato.

Le ore scorrono...

Le nove! le dieci...!

Suona il campanello.

Gli si serve una tazza di cioccolatte.

Il valletto guarda il padrone di un'aria strana.

Il duca si mira nello specchio e rincula spaventato!...

Una parte dei suoi capelli erano brizzolati di bianco... I muscoli del
suo viso erano turgidi e stesi.

Le undici suonarono. Poi mezzodì!

Un sorriso rallentò la tensione dei suoi tratti.

Andò alla scrivania e cominciò un dispaccio!

Maria entrò.

Batteva il tocco.

--Signor duca, madama non à ancora suonato. Giammai ella è restata a
letto a quest'ora.

--Entrate in camera.

--La porta è chiusa per di dentro.

--Bussate.

--O' bussato. Madama non à risposto.

--Andate a bussar di nuovo, più forte e più forte.

--Io temo di qualche disgrazia.

--Voi temete sempre, voi. Ella si è addormentata tardi, leggendo
qualche romanzo... e dorme ancora. Ecco tutto.

Alle due, gli è il duca egli stesso che si allarma e forza la porta
della camera di sua moglie.

La porta cede.

Egli entra: entra il primo; apre il balcone... e rincula--gittando un
grido che fece accorrere i domestici.

Maria rinchiude la porta.

La cameriera à più pudore del padrone, del marito!

Vitaliana ed Adriano erano morti, bocca a bocca, nelle braccia l'uno
dell'altra.

  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Qualche giorno di poi si chiacchierava nei saloni di Parigi. L'uno
diceva:

--Non sapete dunque? La duchessa di Balbek e suo cugino, il conte di
Alleux, si sono asfissiati con dei fiori, per disperazione di amore.

--Disperazione!... con dei fiori!

--Alla lettera.

--Ed il duca?

--A' lasciato Parigi. Lo àn trascinato nel suo paese. Si è dovuto
stentar molto per impedirgli di uccidersi.

--Che disgrazia!--sclamò la contessina di Muys. Il signor di Alleux mi
aveva invitata pel primo walzer, al ballo dell'ambasciata di Prussia,
lunedì prossimo!

E ciò fu tutto.

Adriano e Vitaliana si erano suicidati!!


FINE





Nota del trascrittore: i seguenti refusi sono stati corretti.

  --Oh! dear me! E perchè il signore vorrebbe egli mandarmi[mancarmi]
  il momento, non iscorgevasi che delle ossa[osas] ammirabilmente
  Questa famiglia aveva accettato con entusiasmo[entusiamo] le idee
  i mezzi; ma la ricchezza non faceva che[cha] traversar le sue
  non aprivasi mai, sporgendo in un piccolo giardino, affittato[affitato]
  ed il principe restarono a[e] chiacchierare insieme un venti
  e se non si ascoltasse punto[panto], ma punto? Non si potrebbe
  Molti signori venuti in visita dalle tre alle cinque[alle tre dalle cinque].
  innamorato di una principessa[princippesa] russa, la quale faceva mattezze
  La chiesi in matrimonio[matrimoni] e feci la corte al sacripante. Tutto
  --Dottore, volete voi fare un giro di passeggiata[passegita] pel
  dal vedovo parlano al Signore dell'integrità[intergrità] del suo
  mi toccano[toccono] poco, se la voce di Dio mi rassicura. Altri si
  dai vitex[vitx] che innalzavano le loro lunghe spighe di
  betulla[betula] che le solcava il viso, e bisognava rinfrescarlo con
  Caracci, quando il principe di Lavandall gli si avvicinò[avcinò]
  e della Favorita[Farorita]. Costui fu il duca di Balbek, uno dei
  --Cosa è Fernandina, père[perè] Pradau, una giumenta?
  --Mademoiselle, all the ladies fly away from me. You[Yon]
  forse lo knout ad una donna. Non la chiamano[chiamamo] cantoniera!
  --Lasciatemi far codesto[codeste] giro, signore; non mi addossate
  dell'introspezione[intospezione], ella ebbe come una scossa e saltò





End of the Project Gutenberg EBook of I suicidi di Parigi, by 
Ferdinando Petruccelli della Gattina

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To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
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501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
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