Racconti umoristici, vol. 1/2

By Achille Giovanni Cagna

The Project Gutenberg eBook of Racconti umoristici, vol. 1/2
    
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Title: Racconti umoristici, vol. 1/2

Author: Achille Giovanni Cagna

Release date: August 4, 2024 [eBook #74185]

Language: Italian

Original publication: Milano: Barbini, 1873

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RACCONTI UMORISTICI, VOL. 1/2 ***


                              A. G. CAGNA


                          RACCONTI UMORISTICI


                                UN SOLDO

                          UN’AVVENTURA GALANTE

                           UNA CROCE MERITATA

                              LEI VOI E TU
                         (_Saggio di Dialogo_)


                                VOL. I.



                              MILANO 1873
                     PRESSO =Carlo Barbini= EDITORE
                          Via Chiaravalle N. 9




        Sotto la protezione della legge 25 giugno 1865 N. 2337,
              essendosi adempito a quanto essa prescrive.


                          Tip. Ditta Wilmant.




AL MIO CARO AMICO

EVASIO GABASIO




  _Caro Gabasio_


Ti ricordi ancora dei placidi giorni della nostra adolescenza, quando
ignari d’ogni affanno, e piena l’anima di baldanzose speranze ci
lasciavamo trasportare nelle nuvole dorate di care illusioni?

— Ti ricordi dei beati tempi in cui il nostro fastidio più serio era
quello di dover passare alcune ore fra le aride pareti della scuola,
costretti a fissare gli occhiali dei nostri professori, i quali,
poverini, facevano d’ogni possa per tirarci su con qualche bricciolo
di sapere? — Il finis del bidello segnava il principio della nostra
allegria.

— Uscivamo di collegio, e, buttati i libri in un canto, correvamo
lietamente le campagne abbandonandoci alle gare dei salti.

— Ti ricordi di tutto ciò? e quando, fatti più grandicelli, i nostri
cuori davano qualche sintomo di palpitazione, quante care follie
presero possesso nei nostri deboli cervelli!

— La mia buona nonna allora non aveva più potere di trattenermi col
racconto delle gesta di Guerrino detto il Meschino.

— Io mi schermiva con mille sotterfugi alle premure della santa donna,
ed appena poteva toccar la porta, me n’andava di volo.

— Le placide gioje del focolare, le storielle, ed i ninnoli non avevano
più alcun fascino sui nostri giovani cuori che già intravedevano altri
piaceri, altre felicità indefinite, confuse.

— Addio giochi d’infanzia, allegre partite di campagna! addio limpide
onde del fiume che eravate nostro sollazzo! — Addio racconti della
nonna! — Un subitaneo cambiamento operossi in noi in forza di uno
sguardo. — Il nostro cuore si era svegliato, e sulla nostra fronte
giovinetta brillava un raggio d’ingenua mestizia.

— Allora i nostri capelli non guizzavano più disordinati; un grano
di vanità era entrato nelle nostre testoline — è questo un lampo
dell’istinto che ci pone subito alla ricerca di ciò che piace
alla donna. — La voce del cuore ci suggerisce che la donna ama ciò
che è bello, ciò che è curato, ama l’apparenza insomma, e noi non
trascuravamo punto la nostra.

— Io mi ricordo di tutto con estrema compiacenza.

— Quelle soavi emozioni, quelle delicate aspirazioni de’ nostri cuori
erano le prime voci d’un amore che cresceva nobilmente nei nostri
cuori. — A quell’età si ama l’amore più che la donna, come ben disse un
caro sventurato!

— Il mondo ci sembrava tutto bello, e quando sentiva parlare di
affanni, di lacrime, pensava meco stesso che quelle voci fossero
esagerate.

— D’allora non passarono molti anni, eppure tutto..... tutto è
amaramente mutato.

— Oh! io non so dirti quanti disinganni, quante delusioni mi caddero
sull’anima! — qual triste esperienza è la vita! — Io assisto ormai
indifferente allo avvicendarsi di sempre nuove bricconerie, e vedo pur
troppo signoreggiare quasi il raggiro e la mala fede.

— Credeva che certo cose fossero sacre, credeva all’apparenza, e a poco
vedo divorato l’edifizio delle mie care illusioni.

— La è dura cosa il dubbio alla nostra età! ma questa disgraziata
diffidenza che s’infiltra nell’anima è una ben triste necessità
dei tempi. — _Gli sciocchi hanno il cuore sulle labbra._ — Questo
ripugnante paradosso è scritto sulla bandiera di tutti.

— Non è mio proposito di far concioni, voglio soltanto nell’intitolarti
questo libro, o generoso Amico, farti chiaro quale fosse il pensiero
che me lo dettò. — Nelle vicende di questa vita sì varia eppur tediosa,
è miglior consiglio quello di non crucciarsi per nulla degli altri. —
Il rimedio più valido per schivare il pianto è quello di ridere.

— Ridiamo dunque amico. — Ridiamo insieme; se altri rideranno con noi,
o per noi meglio per essi. — Dicono che il riso abbonda nella bocca
degli sciocchi. — Ebbene saremo sciocchi ma non cattivi. — C’è da
guadagnare.

— Ecco perchè scrissi questi racconti.

— Ecco perchè te li intitolo.

— Anzi, siccome pubblicando un libro si acquistano quasi sempre dei
nemici, saremo così in due ad affrontarli.

— Tanto fa: ormai sono abituato a certe gratificazioni che mi capitano
in premio d’aver sciupato il mio povero tempo. Che vuoi, c’è della
gente che mi crede tanto buono di mettermi a studiarli nella loro vita
e riprodurli poi — come se io mi dilettassi a ritrattarre scimiotti.

— Sul conto di quel poco che ho fatto se ne son dette di tutti i
colori, e se il buon senso non mi tenesse in modestia, direi quasi che
ho degli invidiosi di fronte.

— Figurati che un giorno mi capitò per la posta un’epigramma anonimo
nel quale mi si battezza addirittura per fariseo; — passo sulle altre
contumelie, ma fariseo poi! — Lo crederesti? quell’anonimo era uno che
mi stringeva la mano tutti i giorni, e, se non fossi proprio un buon
ragazzo, cederei alla tentazione di scriverli qui il suo bel nome.

— Invece gli perdono l’ingratitudine.

— Del resto cotesta è farina dolce in confronto al resto.

— Se fosse l’invidia quella che batte alla mia porta, sia la ben
venuta, abbenchè Ovidio dica di essa che: «avvelena col fiato e mai non
ride.»

E Dante che ben conosceva questa furia che tanto gli amareggiò la vita

      «Fu ’l sangue mio d’invidia sì riarso
    «Che se veduto avessi uom farsi lieto,
    «Visto m’avresti di livore sparso.
                       (_Purgatorio_ 14).

— Un altro disse che gl’invidiosi non lodano che i morti; e se io ne
ho, spero che creperanno senza il gusto di farmi l’apologia. Ma lo
ripeto, sarebbe un peccar di modestia se avessi cuore di credermi
invidiato. — È proprio l’aria del paese che desta l’irritazione in
taluni.

— Del resto, mio caro, questi pochi anni di delusioni portarono il loro
frutto. — Fu una specie di mondatura: la roba buona m’è restata nel
vaglio, la cattiva l’ho buttata via.

— La cerchia de’ miei amici si è di molto ristretta, ma c’è della
stoffa in quei pochi, e posso ben dire d’averci guadagnato.

— L’affetto e la stima di quelli che mi stringono sinceramente la mano,
mi compensa delle graffiate dei malevoli, i quali, poverini! mi fanno
nessuna rabbia e molta pietà.

                                                         A. G. CAGNA.

  Vercelli, Marzo 1873




UN SOLDO


E perchè no?

La biografia d’un soldo può avere alcun che d’interessante. Si fa la
storia degli uomini, e fra parentesi ve n’ha di quelli che valgono
assai meno di un soldo, e perchè mai sarebbe negato allo scrittore di
far quella delle cose?

Colle moderne teorie che vanno man mano rimpiazzando le antiche,
sappiamo che in fin dei conti l’uomo è una cosa che si muove, come
la trave balzata nell’Oceano, per anni ed anni, finchè dà di capo in
qualche scoglio, e là s’arresta.

Io sono progressista, epiteto che ai nostri dì fa sinonimo con
materialista. In un momento d’ozio si può fare quel che si vuole, e non
sembrami indegno occuparsi anche della storia d’un soldo.

Mettetela come una distrazione cotesta mia fantasia, e pensate che
Mendelssonn il gran filosofo tedesco per oziare qualche ora del giorno
stava enumerando i tegoli del tetto.

Ma non divaghiamoci. — Veniamo al fatto. Non rabbrividisca il lettore;
non è uno squarcio di numismatica o di archeologia che prendo a
trattare. Il mio soldo, se non è nuovo di zecca, ha per lo meno pochi
anni di coniatura.

Ciò premesso tiro innanzi.

Era il giorno de’ morti; giorno di dolci reminiscenze pei vivi che
ricordano con affetto i cari estinti; giorno di festa per taluni
filosofi moderni, i quali pensano con gioia di non essere compresi in
quel pietoso anniversario.

Tramontava il sole, ed i suoi raggi morenti venivano offuscati dalla
nebbia che s’alzava sensibilmente.

Io compiva appunto allora il giro del Camposanto, e già stava per
prendere il viale che guida all’uscita, quando, passando presso ad
una fossa recente, parvemi di discernere fra la terra, una moneta
irrugginita.

Non mi ero ingannato; la raccolsi, e non tardai ad indovinare che la
mia fortuna era di poco conto.

Era un soldo del Regno Sardo, battuto nel 1826 dal Re Carlo Felice. —
Me lo misi in tasca e me ne andai.

Sono anche fatalista e faccio cabala di qualunque avvenimento; è questa
la risorsa dei tapini che, avendo sempre qualche cosa da sperare,
interrogano la sibilla del caso.

Mi teneva il mio soldo in tasca pensando meco stesso che ei potesse
darmi ventura. Giunto a casa presi a riguardarlo attentamente, e
riflettendo sull’azzardo che me l’aveva fatto trovare, mi venne
irresistibile curiosità di conoscere la storia di quella povera moneta.

Una vecchia signora che praticava la mia famiglia mi aveva insegnato
molti anni prima la stregoneria dei tavolini parlanti. Mi servii di
questo mezzo, e mi accinsi tosto all’impresa di magnetizzare il mio
mobile.

Ci vollero due buone ore per scaldare la vena a quello sciagurato,
infine a forza di fluido e di volontà sentii che il tavolino
oscillavami sotto le dita.

Evocai lo spirito d’una mia vecchia fantesca, e ben presto la corrente
simpatica ci mise in comunicazione. Potete immaginarvi se dimenticai
il mio soldo; feci la domanda in tuono cattedratico, e la buon’anima,
avvezza com’era in vita a servirmi, andò subito in traccia dello
spirito della mia moneta, e dopo le solite cerimonie di presentazione
ci lasciò soli.

La mia nuova conoscenza con una arrendevolezza più che comune, mi
espose la sua storia, e con tanto garbo da far invidia ad un professore
di retorica. Io m’ingegnerò di riferirla alla meglio. Eccola:

                             . . . . . . .

Avrai veduto che io fui coniato nell’anno 1826, epoca fortunosa per
vicende a questa tua Italia.

Non era pur anco freddo che già un fonditore mi fece entrare nella sua
saccoccia mettendone un altro al mio posto.

Seppi più tardi che ebbi tale preferenza in grazia di un color
verdognolo rimastomi nella combustione.

Il fonditore che mi prese, aveva moglie e due figli, di cui uno
giovanissimo il quale era, come suol dirsi, il beniamino di papà.
Venuta la sera, io me ne uscii dalla zecca; vale a dire che il mio
proprietario, terminato il suo lavoro, si avviò a casa, e cammin
facendo prese ad osservarmi attentamente. Fu quello il primo istante in
cui potei dare un’occhiata all’intorno, e mi accorsi di essere in una
gran città.

Ciò ti sembrerà strano, e penserai forse come mai io abbia riconosciuto
una città, se non ne aveva mai vedute. Ma la tua sorpresa ed i tuoi
stupori cesseranno allorchè saprai che il mio piccolo corpo è composto
di mille piccolissime parti, le quali ebbero ciascuna un’esistenza
speciale.

Cinque millesimi di me appartennero alla pentola di una fattucchiera;
ma di tutto ciò mi ricordo appena come di un sogno:

È la Metempsicosi — Pitagora aveva ragione. Sotto forme nuove io era
già vecchio, ed alcune parti di me datavano di varii secoli.

Nel mio complesso adunque conosceva benissimo ciò che fosse una città,
epperciò non durai fatica a comprendere dove mi trovassi.

Giunto a casa del fonditore fui tratto di tasca per passare nelle mani
del ragazzo più piccolo, il quale, vedendomi così verdolino, mandò urli
di gioia, e mi strinse siffattamente fra le dita da farmi dubitare
della mia solidità. Passata l’espansione, mi toccò subire un altro
esame, e tutta la famiglia fu concorde nel trovare che il mio colore
era magnifico.

Ciò mi dispiacque assai, perchè io ebbi sempre la smania di girare
il mondo. Il mio novello stato mi prometteva un avvenire ricco di
emozioni, e tremava ad ogni istante che a quei ragazzi venisse il
ticchio di rinchiudermi in un salvadanajo, ed impedirmi così la
circolazione.

In casa del fonditore signoreggiava la noia più potente; tutto era
regolare, non si poteva fare appunti in nulla, e capirai che ciò
riusciva di tedio al mio istinto d’osservazione.

La fortuna mi sorrise più presto che non me l’aspettava; qualche giorno
dopo il mio arrivo in quella casa, quello dei ragazzi che mi faceva
saltare per la stanza, mi lasciò cadere nella via. Non mi feci alcun
male, abbenchè venissi dal quarto piano, e riavutomi alquanto dallo
sbalordimento, mi rallegrai meco stesso dell’accaduto.

Stetti due giorni fra i ciottoli della via.

Passava tanta gente, e nessuno mi scorgeva; ma al mattino del terzo
giorno caddi sott’occhio ad una serva la quale, vistomi appena, mi
prese, e lì passai un altro esame.

Poco dopo io errava per la tasca di quella ragazza con una numerosa
brigata di amici coi quali feci subito conoscenza. Lungo la strada
la mia nuova padrona incontrò un cencioso che le chiese l’elemosina;
mi vennero le vertigini pensando di essere forse destinato a divenire
proprietà di un miserabile. Stavo sì bene fra quelle gonnelle!

Per fortuna fui salvo e toccò ad un mio amico la triste sventura. —
Non vedeva l’ora di entrare nella nuova casa, ma la mia padrona aveva
molto da fare; per dipiù s’imbattè in un importuno che la tenne a
ciance una buon ora sotto ad un portone. — Alcuni miei compagni vecchi
di saccoccia mi dissero essere colui un giovane di negozio amante della
serva, il quale ogni mattina l’aspettava per dirle le solite storie.

Mentre mi facevano questo racconto, sentii una grande scossa prolungata
che ci mise tutti sossopra. Il turbine durò qualche minuto, e poi
cessò; gli amanti si salutarono ed io me ne rimasi tranquillo; però
dopo riflessioni che feci per via perdetti alquanto di quel buon
concetto che mi era fatto sulla moralità delle serve.

Giunto a casa fui deposto sul camino cogli altri, ma vi rimasi per
poco, giacchè venni levato e portato alla padrona come un oggetto di
curiosità; ciò sempre in grazia del mio color verdolino.

Mi si allargarono i pori alla vista di quelle sale ricche e sontuose;
mi trovava in una casa di signori, e ben poteva rallegrarmi di essere
ruzzolato dal quarto piano per cambiare così in meglio. C’erano
tappeti, fiori, mobili, quadri e specchi profusi con tanto lusso da
gareggiare con un appartamento principesco.

Io non ho sesso, epperciò sono privo d’ogni suscettibilità, tuttavia
ciò che è bello m’ha sempre colpito.

La padrona della serva che m’aveva raccolto era di una bellezza
rara; una di quelle figure che i poeti hanno assimilato agli angeli;
allorquando le sue graziose manine si posarono sopra di me, mi sentii
un certo fremito che mi fece nascere qualche dubbio sulla proprietà
insensitiva dei corpi inorganici. Fu però l’emozione di un istante, e
passò subito.

La signora era nientemeno che una contessa, una contessina sposata di
fresco ad un marullo di vecchio carico di ben settant’anni.

Ti racconto in due minuti la sua storia. — Il conte era vedovo di
una prima moglie morta senza lasciargli la memoria d’un figlio, e
riflettendo che dopo di lui la sua prosapia andava perduta, decise di
ammogliarsi con una giovinetta di vent’anni. Queste profanazioni mi
fecero sempre ribrezzo; ma la ragazza non era molto agiata, i parenti
la pressavano ed ella accettò rinunziando all’amore di un giovinotto
per due cavalli ed un blasone di nobiltà.

Da due mesi ella era diventata la signora contessa, e quel vecchione di
suo marito per non perder tempo appendeva santini e voti alle madonne,
e consultava medici; tutto per procurarsi un rampollo cui confidare la
propagazione della nobile semenza.

Il dabben uomo voleva ad ogni costo un erede, e sua moglie avrebbe
fatto assai male se non si fosse adoprata con ogni mezzo per
compiacerlo.

Saprai che un celebre medico, interpellato fosse ancor possibile
divenir padre in tarda età, rispose che a sessant’anni è ancora
probabile l’aver figli, ma che a settanta se ne ha di certo. Ecco un
grande argomento che fece forte il conte nella sua ostinata idea.

Qui tralascio le osservazioni e cito i fatti che parlano più chiaro.....

La contessina mi guardò con grande curiosità, indi mi depose in un
cestellino da lavoro. La serva se ne andò, ed io rimasi solo colla mia
nuova padrona.

Se io fossi indiscreto e tu curioso, potrei rivelarti tutto quello
che fece, ma siccome non vi era nulla di male, evito i particolari.
La contessina guardava spesso l’orologio, e più spesso lo specchio che
aveva davanti; era un po’ civettina, ma tirando innanzi si vedrà che ne
aveva qualche ragione.

Da una mezz’ora io stava in quel cesto osservando pacificamente quella
graziosa figurina che era ben lontana dal supporsi veduta, quando
sentii due debolissimi colpi alla porta opposta a quella per cui io era
entrato.

La contessa trasalì, guardò intorno, indi pian piano con una piccola
chiave aprì d’onde veniva bussato.

Io era tanto ingenuo che a bella prima credetti di veder entrare
il marito, ma con mia sorpresa mi apparve innanzi un giovinotto che
poteva avere al più venticinque anni. Non era dunque lui. (Questo lui è
sinonimo di marito, abbreviativo molto comodo).

— Mia cara Luigia.

— Mio Angelo. E lì un abbraccio piuttosto prolungato, poi la contessa,
accennando al giovane di star zitto, andò in giro per la sala, e ne
chiuse tutte le entrate.

Ti confesso che io rimasi colpito dell’arditezza di quel giovane;
capisco che si possa scalare una finestra di notte, ma violare un
domicilio conjugale in pieno giorno, l’era un bell’azzardarsi. Dopo
queste brevi riflessioni mi posi in ascolto, ed eccoti quello che udii:

— Luigia mi ami tu sempre?

— E me lo chiedi?... Vieni, siediti qui.

— Come stai?

— Io benissimo, e tu?

— Molto male, mia bella; lontano da te non posso vivere.

— Sei un egoista. — Da due mesi appena sono maritata, ed in questo
frattempo è la quarta volta che mi vedi...

— Io vorrei vederti tutti i giorni, tutte le ore.

— Tu dici bene, ragazzo mio... se fossi tua moglie.

— Oh perchè nol sei?

— Non parliamo di ciò; è inutile, sai bene che non vi era altro mezzo.

— Ma io soffro, o Luigia, sapendoti di un altro.

— Taci là incontentabile! — Tu sai meglio di me che il mio matrimonio
terminò cogli sponsali.

— Ed il conte è sempre contento di te?

— Più che mai.

— Ed ora?

— Ora dorme. Lo feci star alzato tutta la notte col pretesto dei nervi.
Pensai di stancarlo per bene affinchè dormisse lungo la giornata; così
avremo molto tempo per noi.

— Va, mia Vigia, che sei la gran furba!

— E me ne rimproveri?

— Sì, anzi per castigo eccoti un bacio...

Vi fu un momento di tregua, indi la conversazione fu ripigliata
sommessamente, e durò più d’un’ora. Quel babbuino di conte aveva il
sonno ben duro!

Io me ne stava osservando con qualche compiacenza quella giovine
coppia, e pensava fra me che una buona crepata di quel nobile vegliardo
avrebbe fatto la felicità di due colombe.

È inutile dirlo; l’amante della contessina era lo stesso che aveva
quand’era fanciulla L’adesione di lui era stata una condizione sine qua
non pel matrimonio.

Ben fatto perdìo, e vorrei che tutti fossero qui ad ascoltare la mia
storia per trarne ammaestramento. —

Gli amanti, come dissi, passarono una buon’ora in quell’affettuoso
colloquio, indi la contessa per la prima osservò che già troppo tempo
era trascorso, e dopo i soliti salutamenti si separarono.

Era tempo! Un momento dopo, appunto mentre ella dischiudeva le porte,
entrò il conte che camminava fregandosi gli occhi.

— Buon giorno, gioia mia.

— Addio, conte.

— Come stai?

— Un po’ meglio! Ho preso un calmante.

— L’assafetida forse?

— No, un po’ d’acqua di Melissa...

Se io sapessi disegnarti quel ceffo di conte non potresti trattenere
uno sfogo d’ilarità; un vecchio rimbambito e ridicolo che per
nascondere le magagne degli anni si tingeva i baffi in color
d’albicocca, e portava parrucca profumata con lunghi ricci che gli
cadevano sul bavero. Bisognerebbe piangere per compassione nel vedere
quella nobile età che è la vecchiaia prostituita e messa in derisione
da taluni inverecondi scimuniti che si affannano in mille guise per
togliere qualche anno all’apparenza. — Ganimedi che puzzano di tabacco,
galli spennacchiati, lions sdentati, giovinotti quasi secolari, che
fanno poderosi sforzi per correggere la curva della loro schiena
irrigidita. — Ah son pur belli codesti musei azzimati alla moda che
danzano la ridda sull’orlo della fossa, finchè cadono spossati nella
bara!

A questo punto sentii che il tavolino fremevami sotto le dita, e da ciò
potei comprendere quanta stizza animasse lo spirito del mio soldo. —
Vi fu un momento di silenzio, indi la voce misteriosa riprese con più
calma.

Per troncare ti dirò quello che seppi di poi per un caso. Non era ancor
caduto l’anno di matrimonio, quando la contessina partorì un figlio
maschio. — Vedi che la nobiltà non è sempre nel sangue.

Stetti per un lungo mese in quel cesto da lavoro fra i gomitoli di
seta; cominciava ad annoiarmi tanto più che aveva sempre dinanzi quello
stolido vecchio — Un giorno finalmente la contessina mi regalò alla
bimba di una sua amica moglie di un colonnello in ritiro.

Cambiai domicilio, e fui portato in un altro appartamento discretamente
arredato; ma a dirti il vero, il mio soggiorno colà mi fu largo di
noie.

Il colonnello brontolava da mane a sera, e madama stava tutto il giorno
in cucina. Era costei una virtuosa signora a quel che mi parve, e non
ti stupirai se ti dico che era bruttissima.

Già cominciavo a rimpiangere la contessina, ma un giorno fui veduto da
un servo che destramente mi colse, e passai nella sua saccoccia.

Abitai in cucina, e se dovessi narrarti tutto quello che vidi colà,
perderesti l’appetito. — Io vado molto cauto nel giudicar male,
epperciò ti faccio una confidenza, ma colla più gran riserva. Ti dissi
che la moglie del colonnello passava il tempo in cucina, ma dal tuono
confidenziale che teneva col servo, parvemi di aver scoperto il perchè
della preferenza che dava a quel luogo; servo e padrona quando erano
soli si trattavano col tu. Non ho altra prova, ma parmi che essa ponga
sufficiente dubbio anche sulla virtù delle brutte.

Mi fermai poco anche là, ed un giorno passai dal servo ad una
erbivendola, e da questa nelle mani di un soldato. — Il mio domicilio
era una caserma di fanteria. — Fra la gioventù mi trovo sempre di buon
grado, ma i soldati mi fanno compassione. Io ti credo esente da questo
tributo, e me ne rallegro teco; sventurati quelli cui tocca! giacchè
tu non sei nel caso, evito di funestarti con un racconto che ti sarebbe
disgustoso.

Errai per mille mani, perchè fui giuocato continuamente; il gioco è la
più istruttiva occupazione a cui si dedicano quei giovinotti costretti
a marcire fra le sucide pareti di una camerata. — Quello che so dirti
si è che non mi ricordo di essere mai stato tanto malmenato come in
caserma; mi buttavano in aria dalla mattina alla sera, ed a forza
di urti e confricazioni perdetti alquanto di quel color verde che mi
distingueva.

Anche di là un giorno ebbi la consolazione di andarmene. — Per mezzo di
un capitano fui portato al caffè, e passai poscia in mano d’un grasso
canonico che mi accolse in casa sua.

A dirti il vero, io aveva buon concetto sui preti in generale, e non
comprendeva il perchè tanti se la prendessero così amara con essi. Ma
ahimè, ogni giorno che passa ci lascia una delusione, e dovetti pur
troppo convincermi che c’è fondamento in tutto. —

Il canonico mio nuovo padrone era un cane senza cuore, ed avrebbe
lasciato perire il genere umano piuttosto che regalare un bicchier
d’acqua. Non aveva sensibilità che per la tavola, la cantina e la
serva: la trinità c’è tutta. — Io non tengo gruppo in gola, e bisogna
che ti dica quanto sdegno mi suscitò la vista di un reverendo che si
abbandonava a siffatte sregolatezze... Tiro avanti perchè il pudore
mi fa venir rosso. Capirai che io soffriva stando in quella casa, e
mi arrabbiava maledettamente, tanto più che alla sera convenivano colà
varj altri pretacci, i quali parlavano sì malamente da far vergognare
l’Aretino. —

Se la religione e la morale vi sono inculcate da costoro, ne avrete
certamente un bel frutto, poveri mortali.

A buon diritto io era stufo di starmene in quella casa, ed aspettava
una buona occasione per andarmene; non tardò a presentarsi. — Un
mattino mentre il canonico disponevasi ad uscire, si sentì una
scampanellata alla porta; la Perpetua era fuori per la spesa e toccò al
padrone d’aprire.

— Abita qui il canonico B?... chiese una voce di ragazza.

— Sì, carina, che vuoi?

— La portinaia del convento delle Carmelite le manda questo cesto a
nome della madre superiora... è frutta fresca.

— Grazie, piccina. Chi sei tu?

— Sono la nipote della portinaia.

— Prendi, — mi sentii afferrare, e fui messo nelle mani della ragazza.
— Il canonico fa ben generoso quella volta, era il primo soldo che
regalava in tutto il tempo che mi fermai a casa sua.

Indovina un po’ dove fui portato? — Nel monastero, fra le fanciulle
addolorate che rinunziano alle promesse lusinghiere del mondo per
vivere di contemplazione.

Tranne un po’ d’ozio non eravi altro di male in quel ritiro, e ciò mi
provava che spesso si giudica male dai profani in fatto di monache.
Lascia, o caro amico, che mi soffermi alquanto a narrarti la vita che
menai fra quelle vergini sacrate a Dio. Ve n’erano d’ogni qualità,
intendo dire delle vecchie e delle giovani, e certo di farti cosa grata
saltando le prime, ti parlerò delle altre.

Erano tre, tutte belle e graziose, e nel tempo che dimorai con esse
ebbi agio di conoscerle per bene. — La prima per età, chiamavasi Suor
Ida, aveva venticinque anni, era bruna di volto, nerissima di capelli;
se tu la vedessi proveresti un fremito di esaltamento. — La sua indole
non addicevasi troppo ad una monaca, giacchè era di una irrequietezza
continua che si rivelava sin ne’ più piccoli suoi atti. Dotata dalla
natura di una tenacità di propositi non comune, ella aveva preso il
velo per disgusto della vita causato dalla perdita d’una sorella amata.

L’altra si chiamava Suor Serafina, bionda come una spica, cogli
occhi del colore dell’acqua fresca; era una ragazza di temperamento
linfatico, non crucciavasi per nulla, e le sarebbe stato proprio
indifferente se invece di sposar Dio avesse sposato un giovanotto.
Faceva la monaca per abitudine.

Viene la terza... oh lascia mio buon amico che sulla memoria di questa
io sparga una lagrima, lascia che richiamandomi alle reminiscenze
del passato, sfoghi un sospiro di compianto sulla sorte di quella
sventurata giovinetta. — Aveva nome Angelica, e ben può dirsi che la
sua figura era degna di un angelo. Aveva i capelli d’oro, l’occhio
azzurro, la fronte purissima; era insomma una di quelle creature che
passano per questo nostro mondo come lampi di luce e d’amore. Aveva
diciannove anni appena, veniva da una famiglia distinta per grado, ma
a quanto sembra, il fanatismo di casta acciecò talmente i suoi genitori
che ebbero cuore di sacrificare quell’angioletto alla più barbara delle
istituzioni.

Al secolo ella erasi invaghita d’un giovane che l’adorava, ma sia
per convenienza o che per altro, il padre di lei, vedendo di mal
occhio quell’amore, decise di farla sposa con un ricco possidente del
paese. Quando la povera Angelica ebbe il triste annunzio, fu presa
da acutissimo dolore, ma invano pregò, invano supplicò; il padre
fu irremovibile. Allora la giovinetta posta nel bivio di opporsi al
padre, o ridurre l’amante alla disperazione, sacrificò se stessa al
suo immenso amore, e prese il velo abbandonando questo mondo che aveva
tanto torturato il suo povero cuore.

Povera Angelica! Perdona, amico mio se sospiro in rammentarla; delle
tante larve mondane che mi passarono davanti, quella più d’ogni altra
mi rimase impressa. — Era sempre malinconica, lagrimosa, pregava con
un fervore che mai vidi il più ardente, e spesse volte sospirando
sfuggivale dal labbro un nome che frammischiavasi alle preci.

Ti sembrerà strano che una cosa della mia natura abbia una corda
sensibile per la poesia, eppure, per quanto prosaico sia lo scopo che
a me si lega, e malgrado l’amara maledizione che scagliarono sulla
mia specie quasi tutti i poeti, mi sento talvolta trasportato alle più
dolci meditazioni.

Sin dal primo giorno che io entrai nel monastero, m’accorsi che
Angelica portava in sè il germe di un tremendo malore; non si lamentava
mai, ma piangeva e sospirava in secreto. Nei tre mesi che io mi fermai
colà mi prese tale interessamento per quella sventurata, che il tempo
mi fuggì rapidissimo.

Che ti dirò? Assistetti alla sua agonia, la vidi consumarsi lentamente,
e morire come un fiore abbandonato. — Povera fanciulla!

Ma divaghiamoci; tu non mi hai certo evocato perchè io venissi a
funestarti con tristi racconti: Passiamo ad altro.

Morta Angelica prese a me pure la malinconia, le muraglie del monastero
mi parevano più squallide, ovunque andassi mi sentiva sempre addosso
un’oppressione che non so dirti. — Io aveva bisogno d’aria, di spazio;
voleva riprendere la mia vita nomade.

La bruna suor Ida fu quella cui debbo la libertà, ed io glie ne sarò
eternamente grato. — Costei amoreggiava con un giovinotto il quale,
mercè qualche intrigo, poteva scendere di notte nel giardino del
convento per contemplare con più agio la finestra della bella. Io
stava allora in saccoccia di suor Ida — Una sera fui levato di là, ed
avviluppato in un pezzo di carta. — Non potei subito comprendere di che
si trattasse, ma poco dopo mi accorsi di fluttuare nello spazio. Caddi
nel giardino; fui subito raccolto e liberato della cartolina che mi
attorniava; potei allora farmi un’idea di qualche cosa.

Senza saperlo aveva fatto da procaccino portando una lettera amorosa.

Il mio nuovo padrone era un bel giovinotto che all’aspetto prometteva
assai bene; entrai nella sua tasca unitamente alla letterina che potei
leggere comodamente: Eccola:

  «Mio caro! — Io non voglio morire di crepacuore fra queste vecchie
  balorde — Ricordo troppo spesso la mia povera Angelica — Domani a
  mezzanotte sarò in giardino — Procurati i mezzi per portarmi via;
  verrò teco anco in capo al mondo. —

                                                             «IDA.»

Nel laconismo telegrafico di quel biglietto si rivelava tutta
l’arditezza della ragazza. Una monaca che scrive lettere di quella
fatta si merita assai più che non la penitenza e la frusta con cui
flagellavasi quella buon anima di san Luigi Gonzaga.

Il mio giovane padrone mi pareva in preda a molto gravi riflessioni;
avrei creduto che ei vagasse nell’incertezza, e quasi quasi ero sul
punto di consigliarlo a non mancare, perchè di quei bocconi, come suor
Ida, non se ne trovan tanti. Io so bene che altro è fare all’amore
dalla strada alla finestra, altro è portarsi via l’oggetto amato, e
tenerselo come suol dirsi per sempre nelle costole, so che l’idea di
un tal passo può imbarazzare non poco; ma che vuoi? la gioventù che
riflette troppo, mi è antipatica.

Già era sopraggiunta la notte, e l’ora fissata stava di poco lontana,
quando mi accorsi che il mio padrone avviavasi verso casa. Non so dirti
la sgradevole impressione che mi fece la vile irresolutezza di quel
giovane che speculava troppo sui casi fortuiti.

Ma altro è parere altro essere; mi era ingannato giacchè il mio
eroe, nonchè non abbandonare il progetto di Ida, disponevasi invece a
mandarlo in effetto. Entrato in casa prese tutta la riserva di danaro,
ed un’ora dopo discendeva nella strada lesto e presto per l’affare.
In quei beati tempi eravi ancora un rimasuglio di cavalleria nella
gioventù, ma andando del passo che si va adesso, credo che un giorno o
l’altro toccherà alle ragazze di rapire i giovanotti.

Suonava la mezzanotte, ed il mio padrone passeggiava già per il
giardino; io credeva che per entrare nel recinto egli scalasse il muro,
invece senza incomodarsi tanto, egli era passato per una porticina
remota di cui aveva la chiave. Oh il progresso!

L’orologio del monastero aveva appena ribattute le dodici quando
la simpatica suor Ida discendeva dalla cella nel giardino. Già più
di mille Romanzieri ti hanno descritto un primo incontro di questo
genere, ed io te ne risparmio la ripetizione. Due parole mormorate
sommessamente, una stretta di mano convulsiva... e via. Sulla strada
maestra, di là poco lungi, eravi una carrozza pronta, gli amanti vi si
adagiarono entro, e frusta cocchiere. All’alba eravamo lontani dieci
miglia dal monastero — durante la strada i padroni si dissero molte
cose, e sorpassato quel poco d’orgasmo (che se ne doveva avere a que’
tempi per un tiro di quella fatta) si abbandonarono liberamente alle
loro tenerezze.

Ida, da quella monaca prudente che era, aveva indossato un modestissimo
abito nero, pescato Dio sa dove! e sotto le nuove spoglie la giovinetta
era ancor più attraente. —

Da cinque ore quei fortunati viaggiavano, e sono certo che il tempo
era parso ad essi assai breve, quando passando per una piccola borgata
decisero di discendere per rifocillarsi alquanto, e poi riprendere il
viaggio.

Entrarono nell’unica osteria del paese, e lì fecero colazione. Aveva
già messo l’animo sul sicuro di proseguire il mio giro con quella
coppia fortunata; ma è mio destino il trascorrere di episodio in
episodio senza mai arrestarmi.

Mentre i miei padroni stavano mangiando, si presentò un piccolo
mendicante colla marmotta, ed il mio giovinotto dimentico del gran
servizio che gli feci, mi pagò d’ingratitudine mettendomi nelle mani di
quel poverello che mi portò subito via.

Mi rassegnai abbenchè di malincuore a tanto mutamento di fortuna,
ricordandomi d’essere io nato col destino amarissimo di andar sempre
come il leggendario Ebreo Errante, e stetti aspettando la mia ventura.
Il mio nuovo padrone poteva avere al più quattordici anni; non so da
quanto tempo esercitasse la sua nobile professione, ma entrando nella
sua saccoccia mi fu facile accorgermi che il poverino era poco ajutato
dalla fortuna.

Ero io l’unico individuo della mia specie che ei possedesse, e
mi maravigliai non poco pensando come mai quel piccolo vagabondo
s’arrischiasse così solo in viaggio senz’altra provvidenza tranne
quella che poteva venirgli dalla sua marmotta. —

Eppure che vuoi? Era quella la prima volta che mi toccava un padrone
allegro. — Batteva le strade accattando pane alle cascine, e quando
ne aveva sufficiente provvista rimettevasi in viaggio cantando
allegramente una canzonetta del suo paese, di cui ricordo sempre questa
strofa caratteristica:

    «La mia mamma mi ha lasciato
    «Col retaggio d’un tapino,
    «Vagabondo abbandonato,
    «Vo’ cercando il mio destino.

La compagnia di quel ragazzo non mi era del tutto ingrata, e vedendolo
cotanto allegro nella sua miseria, finii per credere che al mondo c’è
per tutti un po’ di bene. Non viaggiavo più in vettura questa volta, ma
fra il polverio delle strade, con una sferza di sole non indifferente;
eppure il mio padroncino continuava la sua strada canticchiando fra
i denti mentre rosicchiava del pan duro. Già da alcune ore eravamo in
marcia, quando nel passare presso ad una casina di campagna che aveva
tutta l’aria di ospitare un signore, il povero giovinetto preso dalla
sete, entrò pel cancello nel cortile onde cercarvi dell’acqua. — Ad un
tratto sentii una voce rauca e minacciosa che gridava:

— Che fai là, mascalzone?

— Ho sete, cerco dell’acqua.

— Via di qua, va a tuffarti nel fiume, se hai sete ti laverai quella
brutta faccia.

Tali villanie venivano da un signore che stava alla finestra fumando
una grossa pipa. — Che fosse un signore si capiva da una ricca veste
di camera che indossava, e mi stupì non poco la spietata inurbanità
d’impedire ad un fanciullo di dissetarsi. — Quasi quasi inclinava a
credere ch’ei lo facesse per ischerzo; intanto il mio padroncino era
rimasto là indeciso se dovesse o non inoltrarsi, poi dandosi coraggio
sclamò:

— Signore, mi permette di bere?

— Ti dico di tirar via... carogna... Olà. Turco, scaccia codesto
vagabondo.

Non aveva ancor chiamato, che sbucò fuori un grosso cane, ed avventossi
minaccioso sul povero giovinetto che si diede alla fuga mandando grida
di spavento.

Il cane fu più umano del padrone, giacchè giunto al cancello si
arrestò; ed il povero ragazzo dopo una lunga corsa, vistosi sicuro
si lasciò cadere trafelante e spossato sotto un albero. Piangeva in
silenzio il poverino, e forse nel suo piccolo pensiero, si fece un ben
triste concetto della carità dei signori.

Rialzossi quindi ed asciugatosi col rovescio della mano le lagrime
che gli tremolavano sul ciglio, riprese il suo cammino mormorando
mestamente:

    «La mia mamma m’ha lasciato
    «Col retaggio d’un tapino —

Che a quattordici anni si debba stentare così barbaramente la vita
è dura, ma che vi siano uomini tanto malcreati da insultare così
brutalmente alla miseria, è cosa orribile, e davvero che io rallegro
meco stesso della mia condizione passiva che non mi lascia responsabile
di quello che m’accade.

Verso sera il ragazzo giunse alle porte d’una città ed entratovi
appena, mancò poco che non venisse imprigionato dalle guardie di
polizia. Per fortuna, in grazia forse della sua giovane età lo
lasciarono libero, ed egli, approfittando tosto dell’occasione, si mise
in giro pei caffè, facendo saltellare la sua bestiuola.

Ti dirò io tutta la sequela di villanie e d’ingiurie con cui veniva
accolto il poverino ogni qualvolta tendeva la mano per domandare la
carità? Mi ripugna troppo il solo pensarvi. — Ti basti sapere che dopo
di essersi sfiatato per alcune ore, riuscì a buscarsi due miseri soldi,
e sai da chi? da un bravo operaio che transitando per quella via, ebbe
compassione del misero fanciullo.

All’indomani cambiai domicilio. Il mio padrone mi cedè per una fetta di
polenta.

Decisamente io ero precipitato troppo in basso per potermi rialzare,
e trovandomi nelle mani di quel sucido venditore di commestibili,
disperai di mai più rimettermi in bene. — Presso la povera gente
trovai sempre poco d’interessante, epperciò passo di volo in rassegna
le mie peregrinazioni. — Dalla bettola passai nelle mani di un misero
ciabattino, che mi portò a casa sua ove assistetti al miserando
spettacolo di cinque ragazzini mezzo morti per fame, e consumati dalle
lunghe astinenze. — Entrai poscia nella saccoccia di una piazzina,
ma di là fui rubato da un monello, e portato al tabaccaio, il quale
mi girò ad una vecchia fantesca lacera e sucida che era un orrore il
vederla.

Colei mi consegnò al suo padrone avarissimo vecchiaccio, che avrebbe
rifiutato un calcio ad un cane. Rabbrividirai per orrore se ti dico
d’esser stato seppellito per tre anni nell’angolo di un cassone. —
Ah! se ti narrassi tutto quello che vidi in quella casa sono certo
che ti verrebbe voglia di strozzare quell’usuraio. Ma l’inferno fece
giustizia, giacchè un bel dì quel birbone crepò per evitare la spesa di
un purgante ordinatogli da un maniscalco che lo curava. Vidi con vera
gioia che il diavolo si portò via quella vecchia carcassa e spero che
se la terrà per un pezzo.

Gli eredi misero all’asta il mobilio della casa, ed a me toccò la lieta
sorte di venir rubato con un certo numero di compagni dallo scrivano
del Notajo.

Finalmente aveva ricuperata la mia libertà! E fu quello uno dei più
bei giorni che io abbia trascorso. Il mio nuovo padrone non era tanto
avaro, abbenchè in meschina condizione, e mi impiegò subito per bene
lasciandomi nelle mani di un pizzicagnolo il quale mi diede in resto di
conto ad una vecchia signora che recossi pochi giorni dopo in campagna
portandomi seco all’aria fresca.

Come vedi, il mio tempo non andò perduto giacchè più bella occasione
non poteva venirmi. — La villa della mia nuova padrona era molto
graziosa, aveva un ampio giardino e tante altre comodità che a
descrivertele ci vorrebbe troppo tempo. Mi divertiva discretamente
colà; tutti i giorni assisteva a nuove avventure, ed alla sera mi
portavano in ampio salone ove si faceva tanta musica da creparne
satollo.

Fra le cose che più mi divertivano, eravi un signore alquanto maturo
che tingevasi i baffi e portava parrucca, per far la corte ad una
graziosa donzella nipote della mia padrona. — Ah se tu l’avessi sentito
a cantare, te la saresti goduta, e quando ci penso parmi di vederlo
ancora con quella posa sdolcinata, con quell’aria di gatto in fregola,
mentre spalancava la bocca sdentata per abbaiare quella famosa aria:

    «Trova un sol, mia bella Clori,
    «Che ti veda e non sospiri.»

Di cotali citrulli ne vidi molti nelle mie peregrinazioni, e ti
assicuro che ce ne sono assai più che non credi; nè ciò sta male,
giacchè in grazia ad essi si passano allegre serate divertendosi alle
loro spalle.

Poverini cercano di accasarsi, e vogliono una sposa amabile e giovine
per sfogare i loro ardori asinini. Vero è che bene spesso i loro denti
malfermi fanno cattiva prova sull’agnella, ma c’è sempre in questi casi
un lupetto di riserva.

Già ti sarai accorto che io ho gran simpatia per le donne, e ciò perchè
le vedo generalmente vittime immolate all’egoismo degli uomini, i quali
in massima sono tutti birboni.

Non ti stupirai dunque se ogni qualvolta assistetti al desolante
spettacolo di povere vittime vendute sul mercato delle convenienze alla
libidine di un vecchio sozzo, mi venne sempre spontaneo un sospiro di
compianto. — Per fortuna c’è rimedio in tutto, e se ancor rammenti la
storia della contessina sarai del mio parere.

Io me ne stava da quindici giorni in quella deliziosa villeggiatura
passando sovente da una mano all’altra senza mai abbandonar la
casa. — Eravi fra gli altri tanti un giovinotto di bell’aspetto,
abbenchè alquanto malinconico, il quale, a quel che mi parve, era il
corrisposto amatore della nipotina. Un giorno caddi in sua mano, e ne
fui lietissimo perchè quel giovane mi era veramente simpatico. Venni
deposto nel taschino del gilet, e stando là dovetti accorgermi quanto
grande fosse l’amore di quel meschino.

Per solito la pulsazione del suo cuore era tranquilla, ma ogni volta
che incontrava Lisa (tale era il nome della nipote), il battito
diveniva sì violento che mi faceva tutto traballare — più tardi ebbi
a constatare che anche la giovinetta soffriva dello stesso male, anzi
ti dirò in che modo bizzarro passai da lui a lei con mia grandissima
soddisfazione.

Amore che, come sai,

    «. . . . . . . . appena nato
    «Già grande vola, e già trionfa armato,

pose in quelle due anime tanto fuoco, che non seppero resistervi, ed
un giorno, trovandosi soli, si spifferarono a vicenda il segreto delle
loro notti insonni.

Non saprei che malamente darti un sunto di quella scena inebbriante,
epperciò lascio che te la immagini. Io me la godeva tutta in quel
dolce colloquio, e ad ogni parola, ad ogni accento, mi sentiva un certo
sussulto che non ti so dire.

Poveri cuori! Erano entrambi infelici, perchè la Lisa era quasi
promessa ad un giovane straniero; per altra parte l’amante, sebbene
venisse da distinta famiglia, non poteva che troppo arditamente
aspirare alla mano della sua bella.

Che fare? L’amore è generoso nei suoi slanci, e passa di volo su tutti
gli ostacoli.

— Ci ameremo eternamente, esclamò Lisa.

— Sì, mio angelo.

— Speriamo nel cielo.

— E nella nostra fede.

— Io non sarò d’alcuno, piuttosto mille volte la morte.

— Grazie, Lisa. Tu mi ridoni la vita.

— Ora, addio.

— Quando potrò rivederti?

— Questa sera dopo le undici, quando la zia sarà addormentata
discenderò in giardino.

— Oh stella dell’anima!

— Che non farei per te? mia vita; addio.

E si separarono con una stretta di mano ed un bacio.

La zia aveva proprio il sonno duro. Quella buon’anima di Morfeo,
sedotto da Cupido, amministrava grandi infusioni di papavero e
mandragola alla vecchia, per agevolare gl’incontri degli amanti. — Ah!
se le piante parlassero! — Il giochetto continuò per più sere, e non ti
suppongo tanto scapestrato da doverti assicurare che in quei colloquii
non eravi niente di male. Era tutto fumo di poesia, un dialogo di
frasi eteroclite, aeree, trasparenti, e, se ne togli qualche bacio, ci
resterà ben poco.

Si dicevano tante cose, ma infine, come al solito, il basso ostinato di
quelle armonie era sempre la famosa nota: _Ti amo_. Bisogna sentirle
col cuore codeste chiacchierate per gustarle, del resto, le sembrano
sciocchezze.

In una appunto di quelle fortunate sere, io feci il mio passaggio nelle
mani della bella Lisa. Senti come: Stavano in giardino passeggiando
tranquillamente, certi del fatto loro; la giovinetta era in uno stato
tale di abbandono che non ti definisco per non agitarti. Camminava
appoggiata al braccio del suo amato, e posava la bionda testolina sulla
spalla di lui.

Ei le parlava sommessamente, e talvolta le sfiorava baci sulla fronte,
ed ella, affascinata, languida, errava colla mano in cerca di quel
cuore che palpitava per lei.

— Oh come ti batte il cuore!

— Per te, mia Lisa.

— Caro, esclama ella, e portò la mano più in giù proprio sul taschino
del gilet. Fu capriccio o che altro, il fatto è che Lisa introdusse le
sue piccole dita nel mio domicilio, e mi tirò fuori, dicendo:

— Ti rubo un soldo, lo tengo per tua memoria e lo darò poi in elemosina
a qualche poverello.

Ei sorrise al capriccio gentile, e mi lasciò in possesso della cara
giovinetta.

Appena Lisa fu sola nella sua camera, prese a guardarmi attentamente,
e dopo di avermi ben fissato con occhio pieno di tenerezza, mi accostò
alle labbra, e sentii su di me la morbida carezza di un bacio.

Non torcete lo sguardo, amabili fanciulle che leggete questa storia,
non fate una seria smorfietta; se il mio soldo vi fosse caduto fra
le mani, chissà quante me ne direbbe sul conto vostro! Pensate che
se i misteri delle vostre camerette potessero venir svelati, vi si
chiederebbe ragione d’assai più che d’un bacio furtivo impresso su d’un
oggetto qualunque che fu nelle mani di qualche prediletto.

Il mio spirito proseguì. — Non terminerei più se dovessi narrarti
tutte le tenerezze e le premure che usò per me la bella Lisa nei pochi
giorni che io rimasi con lei, e dovetti, malgrado il mio scetticismo,
persuadermi che vi possono essere fanciulle tanto sincere da smentire
tutte le sciocchezze che si dissero sulla leggerezza della donna.

Non mi farai taccia di libertino se ti confesso che io desiderava di
mai più lasciare la mia graziosa padroncina, ma sfortunatamente una
sera, mentre tutta la comitiva dei villeggianti stava raccolta intorno
ad una gran tavola, la Lisa mi lasciò scivolare in terra, e là me ne
stetti tutta la notte.

Si giuocava sopra di me un certo intrigo alle carte che non riuscii
a comprendere, e tanto per impiegare alla meglio il tempo che era
obbligato a passare colà, mi diedi ad osservare i vari movimenti delle
gambe e dei piedi. — Ti assicuro che la è cosa divertente, e se potrai
farne prova in qualche occasione ti do consiglio di non trascurarla.

I giuocatori erano una ventina tra uomini e donne.

— Alcune signore erano molto belle, e ciò si arguiva guardando la punta
dei loro bei piedini che fraternizzavano arditamente con altri piedi di
giovinotti circostanti; talora, a quel che mi parve, si sfogavano certi
malumori, e spesse volte si prendevano equivoci veramente curiosi.
— Parlai dei piedi, e bada che ti faccio grazia delle mani... era un
cercare e pizzicare che mi fece arrossire. — Per la morale io proporrei
l’illuminazione anche sotto le tavole.

All’indomani fui raccolto da uno sguattero che ripuliva la sala: stetti
con lui per alcuni giorni senza trovar nulla che valga la pena d’esser
ricordato. Finalmente un giorno, con mio grande rammarico, fui portato
fuori della villa, e lasciato nella farmacia di un vicino paesello,
ove, senza volerlo, ebbi le ultime nuove della mia padroncina Lisa e
del suo amante.

— Il colloquio del giardino era stato scoperto da uno di quei tanti
caritatevoli chiaccheroni di cui è seminato il mondo; il giovinetto fu
con buone maniere invitato a desistere dalle sue visite in casa della
zia, e la ragazza si ebbe una buona lavata di testa.

Ma l’amore si rompe e non si piega, e quei due sventurati, nonchè
desistere, s’infervorarono viemmeglio nel loro affetto. Egli
girondolava sempre attorno alla villa, ed ella passava intere giornate
alla finestra per vederlo e salutarlo.

Intanto la voce erasi sparsa, e molti per vaghezza di novità,
si recavano a vedere l’infelice amatore, che simile al cavaliere
Toggenburg di Schiller, minacciava di volersi morire sotto le finestre
della sua diletta.

Mi fermai poco nel paesello, ed un giorno lo speziale, che era contro
al solito in vena di generosità, fece limosina di me ad un frate
zoccolante che andava questuando.

Era costui un grosso pancione barbuto e sucido come un maiale; mangiava
quanto un orco, e beveva come una tromba di mare. — In nome di Dio
si ubbriacava tutti i giorni col vino accattonato a sorsi di porta in
porta. —

Bestemmiava come un genovese, aveva un contegno indecente, e bisognava
proprio essere ignorante, come lo sono per lo più i villici, per non
accoglierlo con salve di legnate. — Non somigliava punto al frate di
STERNE.

Fui portato molto lontano, ed infine passando per una città, quel
frataccio mi lasciò nelle mani di un liquorista. Anche di là me
ne andai bentosto, e passando come al solito per mille giri, caddi
infine nel salvadanaio di una povera vecchia che stentava di pane per
ammassare qualche soldo.

Stetti vari mesi rinchiuso, ed in quel frattempo la mia vecchia
padrona aveva raggranellato un piccolo peculio che riserbavasi di
adoprare in caso di malattia. Non andò guari che la poverina cadde
davvero ammalata, ma invece di impiegare i suoi risparmi in medicine
che potevan farle bene, fece offerta invece al Santuario di un certo
San Bernardo, situato poco lungi. Mi fermai due giorni nel vassoio
che era appiedi dell’altare, indi il pievano venne a levarmi, e mi
mandò con altri denari alla Cassa di Risparmio; di là passai al Monte
di Pietà. C’era noia dappertutto ed anche colà si stava pessimamente.
I soli che non avrebbero a lagnarsi sono il direttore e l’economo,
i quali vi trovano il loro conto; del resto fui spettatore di tante
male grazie, per parte degli impiegati, verso la povera gente, che più
volte domandai a me stesso come mai nella vostra società si lasci il
monopolio delle Opere pie in mani di certi cani degni di frusta. Vuoi
un bisticcio sul monte di Pietà? — Pietà a monte.

Per buona sorte un giorno fui tratto da quel luogo di malinconia, e
portato nientemeno che nella casa di un nobile.

Non inarcare le ciglia, mio caro, anche i nobili sono talora costretti
di ricorrere alla pubblica beneficenza. — Il mio nuovo padrone era una
di quelle signorie scadute, che anticamente, per bestialità degli avi
vostri, possedevano campanili e terre popolate di sudditi.

Ormai, a quel che mi parve, di coteste vecchie carcasse di aristocrazie
blasonate siete alla frutta, e buon per voi. — In massima le famiglie
patrizie si componevano (salve poche eccezioni) o di codini fradici,
mangiamoccoli, impostori, ipocriti, o di superbi arroganti che
sdegnavano ogni contatto col mondo.

Quel che è certo si è che erano molto ignoranti, ed ormai il loro
sangue bleu è diventato il prototipo dei tubercolosi, e di tutti quegli
esseri che stentano la vita come fiori esotici. — I quarti di nobiltà
furono travolti nell’onde del progresso, e di tutto quel mondezzaio di
nobilume che infestava il mondo, rimane appena quel tanto che basta per
figurare in un museo Archeologico, come i coccodrilli antidiluviani.

Stetti in casa del nobile marchese assai tempo per convincermi di tutto
quello che ti dissi, ed un giorno finalmente me ne andai con molta mia
soddisfazione.

Caddi nelle mani di un ladro molto simpatico, sul cui conto vo’
narrarti un grazioso episodio. — Da qualche giorno io era diventato
sua legittima proprietà, e mi accorsi subito che il mestiere del ladro
è talora poco secondato dalla fortuna, giacchè entrando nella sua
saccoccia e fattone l’inventario, trovai che non possedeva più di tre
lire. C’è la crisi per tutti ed anche a quel poveraccio toccava la sua.

Un giorno mentre se ne andava per una strada di campagna in cerca di
ventura, sentì non molto lungi una specie di lamento. Corse sollecito
sul luogo da cui veniva la voce, e vide una povera donna, rovesciata in
terra, attorniata da due bambini che piangevano a dirotta. L’infelice
era venuta meno pel digiuno, giacchè l’ultimo pane se l’erano diviso i
figli.

Il mio uomo portò la mano alla giubba, trasse un fiaschetto di liquore,
e l’accostò alle labbra della meschina che tosto si riebbe. Allora egli
con una ruvidezza, fatta quasi dolce per la compassione, le chiese: Che
diavolo avete fatto?

— Eh buon signore, che Dio vi abbia in grazia.

— Sarebbe bella! rispose egli sorridendo: dove andate con questi due
marmocchi?

— Vado! rispose ella sospirando. — Dove?

— Alla ventura cercando del pane. Da due giorni sono digiuna, e per
aver chiesto la limosina in una fattoria qui presso, fui minacciata di
bastone dal fattore.

— Assassino, esclamò, il ladro in tuono di minaccia... son tutti ladri
cotesti birboni. Prendete ragazzi, eccovi il mio pane, mangiate, e voi
pure, povera donna; anzi eccovi anche la mia borsa... mi rincresce
d’averne pochi; c’è poco da fare! e sì dicendo vuotò tutto il suo
denaro nelle mani di quell’infelice che piangeva per la gioia. — Io
rimasi dimenticato in un canto della saccoccia.

— Ma voi, osservò la donna, come farete?

— Io?... non ci pensate, c’è provvidenza per tutti.

— Ma almeno la metà.

— Che metà? tenete tutto.

— Che Dio vi restituisca centuplicato il bene che mi fate.

— Non serve, mia cara, ci penso io, disse il ladro con una certa
eleganza... avete bisogno d’altro?

— Oh no, rispose essa con un sorriso di riconoscenza.

— Allora state sana... Addio, ragazzi — e sì dicendo il mio ladro
se ne andò tutto lieto della sua buona azione; fatto pochi passi
appena, ficcò le mani nelle tasche, e si mise a zufolare un’arietta,
dondolandosi con quel portamento proprio di tutti i barabba.

Non ti dico altro, al giorno d’oggi di buone opere come questa se ne
fanno poche, e dovetti convincermi che certi ladri hanno il cuore
più generoso di tanti che passano per galantuomini. Il mio padrone
gironzò senza meta fino a notte, e quando venne l’ora opportuna per
l’esercizio della sua nobile professione, stette dubbioso sulla via da
scegliere; ma ricordandosi poscia di quel fattore che aveva scacciata
la povera donna, pensò di farla in una volta da giudice e da carnefice,
vendicando l’insulto fatto alla miseria, e si mise subito in cammino
verso la fattoria.

Vi giunse in breve, e senza darmi la pena di narrarti tutto e per filo
e per segno, ti dirò che in poco tempo ei fece l’affar suo, e già stava
per scendere dalla finestra, quando un cane diede l’allarme ed in un
baleno vennero fuori i villani armati di randelli e forche.

Il mio ladro se la diede a gambe come un levriere, saltò il muro di
cinta, e via per la campagna lesto come un fulmine. Lo inseguirono
per un pezzo, ma egli aveva buone gambe, e sparve nelle tenebre della
notte. — Ma che vuoi? Il diavolo ci mise la coda; mentre già credevasi
in sicuro, e cominciava ad allentare la corsa, nella svolta della
strada s’imbattè proprio in due gendarmi in perlustrazione.

Era fritto. — Gli chiesero le carte, ei balbettò qualche scusa, ma
invano, ed un’ora dopo entrava in città ammanettato a dovere.

Giunto alle carceri, requisirono tutto quanto aveva indosso,
consistente in un orologio con catena d’oro, e qualche centinaio di
lire, tutta roba del fattore. Gli trovarono una pistola irrugginita e
guasta di cui si serviva per spauracchio; infine estrassero me dal mio
buco, e dato l’addio al mio povero ladro, passai nelle mani del giudice
istruttore che mi chiuse a chiave in una cassa.

Stetti prigioniero per sei lunghi mesi, infine fui liberato da un
usciere, che nell’aprire la mia cassa diceva ad un altro che era con
lui:

— Ecco gli oggetti rubati al fattore di... Bisogna restituirli
senz’altro, giacchè quel briccone di ladro è scappato senza aspettare
la sentenza.

Fui lietissimo di tale novella, perchè, se debbo dirti il mio parere,
chi più meritavasi la prigione era quel birbante di fattore.

Credeva di potermela svignare io pure dalle mani della giustizia, ma
invece fui trattenuto da quella canaglia d’usciere che mi fece sua
preda.

Io aveva creduto sempre che la giustizia fosse una cosa seria, ma
ohimè! mi duole dirtelo, stando in quei paraggi ebbi a perdere anche
questa illusione. Vidi delle grandi cause trattate con una leggerezza
da far pietà, e sì che quei togati quando entrano in scena hanno
un’aria tanto grave da farti credere sul serio alla loro serietà.

Senti come talvolta si dà un verdetto. — Un tale erasi introdotto
furtivamente di notte nella casa di una vedova per... prendersi ciò che
ella gli negava. Appena la vide addormentata, cercò di avvicinarsele,
ma ella svegliatasi d’un tratto, gettò l’allarme per tutto il vicinato,
ed il povero Don Giovanni, sorpreso dalla paura, saltò di botto dalla
finestra nella strada, e cadde proprio sulla testa di due guardie di
polizia urbana. Fu arrestato, ecc. ecc., e gli fecero il processo.
— Eccoti riprodotto un brano della discussione dei giudici. — Erano
tre che nel ritirarsi dalla sala d’udienza avevano una gravità degna
d’un vescovo in funzione. Appena furono soli, si misero a sbuffare
lagnandosi uno del caldo, un altro della fame, ed il terzo del mal di
capo.

Io stava allora nella saccoccia del presidente, il quale incominciò
così: — Avete fatto colazione voi altri?

— Io no, ho un tremendo mal di capo.

— Sarebbe meglio finirla, soggiunse l’altro, e condannarlo subito,
giacchè là dentro fa un caldo da crepare.

— Dunque, soggiunse il presidente, che vi pare?

— Mah!!

— Mah!

— Ce n’è a sufficienza per farlo stare altri sei mesi in prigione.

— Certo.

— D’altronde abbiamo in suo favore la dichiarazione della vedova da cui
risulta che non le fece insulto alcuno.

— Sta bene, ma la morale.

— Io opinerei di aggiustarla col carcere sofferto.

— Mi oppongo, saltò a dire quello del mal di capo, prima di tutto
perchè colui mi è cordialmente antipatico; poi non voglio passargli
buona quella che disse sul mio conto in pieno caffè nel giorno delle
mie seconde nozze.

— Che cosa ti disse? chiesero gli altri sorridendo.

— Ah! la è una birbonata da farlo andare in galera.

— Fuori dunque.

— Ebbe il coraggio di dire che colla mia età avrei pigliato moglie per
benefizio del pubblico.

— Ah ah!

— Ridete pure, per me mi opporrò sempre al suo rilascio.

— Via, sclamò il presidente, il condannarlo sarebbe come provare che
abbia detto il vero; bisogna usare un po’ d’indulgenza, il fatto non è
tanto grave.

— È entrato furtivamente in una casa, con intenzioni malevole.

— Va bene, ma infine il risultato fu che il poverino rovinò da un
secondo piano.

— Non si bada al risultato, c’era la premeditazione.

— Capisco, ma infine io lo compiango di tutto cuore, e se fosse toccato
a me una tal cosa, piuttosto che scendere dalla finestra avrei tentato
di persuadere la signora; era molto più facile...

Non ti dico altro, ciò basti per darti un’idea del modo con cui si
risolvono le faccende; eppoi che sperare dalla giustizia? Nella sala
d’udienza ho veduto un Cristo con sotto quella famosa impostura:
LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI. Comica davvero l’idea! il più grande
dell’Umanità lo avete appiccato in aria, e se è cotesto il vostro modo
di far giustizia, non me ne congratulo.

Quel poveraccio d’accusato si ebbe la condanna ad un mese di carcere,
e se vuoi saperla tutta, ti dirò che quindici giorni dopo il mio
presidente mi portò in casa della vedova colla quale avevo fatto
conoscenza in grazia del processo. — Vi entrò di sera, e so dirti
che non saltò come l’altro dalla finestra per uscirne, ma se ne partì
sull’alba passando per la porta.

E quel poverino soffriva il carcere per aver attentato al pudore di
quella pudicissima donna! Evviva dunque la morale, corpo di bacco!

Se non ti spiace sorpasso su taluni altri incidenti per dirti che
dopo pochi giorni cambiai d’alloggio e fui installato nella casa di un
vecchio medico che aveva una moglie non troppo giovane.

Qui m’accorgo di dar di capo in molte scabrosità. Trattasi di una
signora che un tempo era vantata per bellissima, ma che gli anni non
avevano punto rispettata. — Quando io la incontrai toccava i quaranta,
età in cui la sferza del tempo imprime qualche ruga sulla fronte, per
non dir altro.

Alla mia nuova padrona garbavano poco quelle impronte venerande
che segnano le lotte della vita; e vedendole crescere ognor più se
ne disperava, e faceva uso di tutti i trovati della profumeria per
debellare quel potente nemico che la minacciava.

Io non so dirti l’immenso studio e le grandi cure che essa poneva
nel correggere le linee del suo volto con ricci bizzarramente varii.
Passava tutto il giorno allo specchio guardandosi davanti, di dietro,
di fianco e di scorcio. — Era un lavoro gigantesco quello che la
poverina faceva per rubare qualche anno all’apparenza.

Per passare un’ora al teatro, ne impiegava almeno quattro in
preparativi di toeletta. Tingevasi le soppracciglia, lavavasi
coll’acqua di rose, si succhiava le labbra per farle rosse, ungevasi
le spalle ed il collo con non so qual pomata, studiava senza tregua il
modo di portare le braccia, e cercava dinanzi allo specchio quelle pose
che più armonizzavano collo strascico dell’abito.

Provava i sorrisi ed i gesti, sollevava il lembo della veste per vedere
se i suoi piedini erano ancora eccitanti, e quando dopo mille prove e
riprove credevasi sicura del fatto suo trascinava fuori di casa quel
mal capitato suo marito, e se ne andava a far pompa della grande opera.

Non ricordo più chi sia colui che scrisse sull’album di una signora
attempata questo grazioso epigramma:

    Dissi un dì la tua figura
    Un prodigio di natura,
    Or non cesso d’ammirarte
    Sei prodigio.... ma dell’arte!

Ah se tutti gli uomini avessero il caritatevole coraggio di ripetere
questi versi alle civette che invecchiano, non si assisterebbe più al
ridicolo spettacolo di alcune donne che sdegnano l’umile portamento
della sposa onesta per sconciarsi scioccamente con ambiadure affettate
che tradiscono la rigidezza dei loro muscoli già troppo affaticati.
— Non si vedrebbero certe fronti impastate di gomma e bianchetto,
labbra fatte aride dalla corallina, e guancie inverniciate che ti
ricordano quelle delle marionette. — Non si vedrebbero tante stolide
donne che contendono gli amori alle fanciulle, e scendeano in lizza,
rivaleggiando con giovanette, come se bastasse tutta la loro malizia di
vecchia volpe a vincere lo splendore di una vergine fronte.

Fu per me vera fortuna quando lasciai quella casa per andar nelle mani
di una brava ed onesta madre di famiglia che aveva molto meno d’anni di
quella leziosa, ma assai più saggezza.

A questo punto le mie peregrinazioni hanno poco o nulla d’importante,
e pel periodo di quasi un anno non ho niente a dirti. — Errai in
molti luoghi, fui portato all’ospedale per varj mesi, passai di
nuovo in caserma ed in tanti altri siti che non mi lasciarono alcuna
impressione.

Ho di notevole un salto curioso di cui mi ricorderò eternamente. Dalla
catapecchia di uno spazzaturaio entrai difilato negli appartamenti
Reali. — Non ti canto più miserie, non più gente che muore per fame,
non più stenti della vita, ma feste, splendori e grandezze. Alla Corte
compresi che vi possano essere dei fortunati mortali lontanissimi dal
supporre che vi siano dei miserabili al mondo.

Ho assistito a tanti episodj, a tante storielle curiose, che sono certo
di divertirti immensamente.... A proposito che professione hai?

— Sono impiegato del governo.

— Tu? esclamò lo spirito del mio soldo con accento di sorpresa.

— Ti sorprende ciò? gli chiesi io.

— No, ma m’impedisce di narrarti quello che vidi alla Corte.

— Perchè mai?

— Perchè ti suppongo un buon impiegato, e nel mio racconto vi sono
certe cose che potrebbero offendere il tuo zelo.

— Non monta; tira innanzi.

— È inutile, non parlo...

Cercai di sforzarlo con tutta la mia forza magnetica, ma non vi
riuscii, ed infine, per non irritarlo viepeggio, lo pregai di
continuare come voleva.

Si arrese subito, e proseguì:

— Un giorno venne sotto alle finestre del palazzo un suonatore
d’organetto, ed io fui gettato nella strada e portato via da colui.

Per i soliti e varj giri finii di entrare nella casa d’un ex-oste,
divenuto ricco non si sa come. — Era una piccola famiglia composta
dell’oste, della moglie, e d’un unica figlia, amabilissima giovinetta
e molto bella. — Appunto di costei voglio intrattenerti, non già per
dirti gran che d’interessante, ma per aprirti alquanto gli occhi
sul conto di tante civettine che a prima vista sembrano modelli
d’ingenuità.

L’oste, mio padrone, in grazia di un bel capitaletto, aveva dato
l’addio al commercio per vivere col frutto de’ suoi.... voleva dir
sudori, ma sta meglio denari, non mi comprometto mai con giudizii
avventati. Aveva quest’unica figlia e tu sai bene che sovente questi
alberi di un frutto solo, rovinano a forza di cure l’oggetto delle loro
tenerezze.

Amelia (così si chiamava la fanciulla) cresceva fra le continue
sollecitudini di papà e mamma, i quali, per compensare la loro
ignoranza, volevano rimpinzare la figlia d’ogni sapere. — Una
contessina non ha certo più maestri di quanti ne aveva la fortunata
giovinetta. — Disegno, musica, canto, ballo, inglese, francese,
tedesco, ricamo e tante altre belle cose venivano amministrate senza
freno al piccolo cervello di quella ragazza, che se avesse preso sul
serio tutte quelle materie, ne sarebbe per lo meno impazzita.

Non starò a dirti quanto ridicola io reputi codesta farragine
d’insegnar tante cose alla donna, la quale, secondo me, non ha altra
missione tranne quella di dar latte ai bimbi e curare le cose del
marito; ma siccome su questo proposito sono varj i pareri, e si
dibattono attualmente delle grandi questioni, evito di dilungarmi
maggiormente.

La ragazza, cresciuta sotto la sferza di tanto scibile, imparò bene
una cosa sola — la vanità — e con vero rammarico dovetti rinunziare
alle simpatie che m’erano nate al primo vederla; ma che cosa vuoi? fui
testimonio di tante leggierezze ridicole, che anche un innamorato si
sarebbe ravveduto.

Amelia era una piccola vipera, capricciosa, intollerante fino
all’incredibile, e ciò malgrado, quei poveri genitori le erano sempre
attorno, e non facevano altro che carezzarla, lisciarla, alimentando
così i germi della vanità innati in quella frivola creatura.

Mi dicono che le damigelle dell’Alta sono civettine leggiere e senza
cuore, ma costei superava ogni concetto che si possa fare della
civetteria. E sì che non da molto i suoi genitori avevano chiuso la
bettola del _Merlo Bianco_, convegno tradizionale di tutti i beoni, e
suonatori vagabondi. La vezzosa Amelia doveva ricordarsi queste cose,
e pensare talvolta che tutti i suoi cenci di roba, le sue vesti, la sua
musica, le sue gioie erano frutto di lunghi anni di privazioni dei suoi
parenti, e che tutti gli ubbriaconi della città avevano contribuito a
formare la sua dote. — Ma studiando il tedesco e l’inglese, ella aveva
dimenticato il grossolano linguaggio degli avventori del suo negozio.

Non voglio certo farle carico del passato, ma, mio Dio! quando certe
memorie sono ancor recenti, è bene avere un po’ di moderazione, e non
gonfiarsi tanto.

A quindici anni Amelia scriveva bigliettini amorosi che lasciava cader
sul naso di uno scolaretto ronzante sotto le sue finestre. Un anno dopo
eravi una pluralità d’adoratori che non ti dico altro, ed ella, con una
grazietta tutta sua, tirava pel becco quella turba di stolti, e quando
io entrai in casa sua, la signorina aveva tanto bene imparato a far la
civetta, che mezza la gioventù del paese le sospirava dietro.

Dopo tutto malgrado quella falange di maestri e professori, Amelia era
sempre una donnicciuola ignorante. — Suonava malamente il pianoforte,
cantava come un ranocchio, ballava goffamente stecchita, disegnava
come una gallina, parlava tedesco come un turco, e francese come un
papagallo. — Credevasi di aver dello spirito, ed era sciocca, credevasi
maliziosa ed era ridicola.

Ma il padre la paragonava ad un angelo, la madre sclamava ad ogni
poco che lo sposo della sua Amelia non era ancor nato; quasicchè si
aspettasse il Messia. Tutti la lodavano, la carezzavano, ed infine la
giovinetta, rigonfia e satura di elogi, portò l’intima convinzione di
essere un’arca di sapere, e guatava la gente con un’aria di trionfo,
degna della moglie di un deputato.

Andava a spasso pettoruta come un dindo, e, se rispondeva talora ai
saluti che le facevano quei merli del suo corteo, tradiva un senso di
degnazione sommamente ridicolo.

Ma era bella! questo te lo posso giurare, tanto bella quanto vana e
leggiera.

Ti sembrerà un po’ strano il mio accanimento contro quella fanciulla,
e mi dirai che non vale la pena di corrucciarsi per sì poco; ma non ne
hai ragione, e se non mi mancasse il tempo, vorrei dimostrarti quanto
male arrecano codeste vane pettegole alla società.

Se tu vedi gironzare per le città una gioventù snervata e frivola,
non cercarne in altro la causa che nell’educazione e nel cuore delle
fanciulle.

Esse comunicano a chi le avvicina le loro leggierezze, sono teste
guaste, e bisogna guastarsi per piacerle. Oh se io ne avessi
l’opportunità, vorrei tanto fregare e flagellare le spalle a tutte
le piccole zanzare che tormentano i costumi, che non si mostrerebbero
tanto ardite nello sfoggio dei loro impertinenti pettegolezzi.

— Non pensi tu che coteste farfalline dalle ali diafane sono destinate
a diventare un giorno compagne di altrettanti poveri diavoli i quali
andranno con esse alla malora? Non ti spaventa l’idea della pessima
educazione che daranno ai figli quando per disgrazia ne abbiano?
— E con una gioventù tanto corrotta, con delle donne sì malamente
cresciute, pensate voi altri di pervenire a quel grado di civiltà e di
benessere che da tanto tempo agognate invano?

Che scienza, che studio ci vuole per fare una madre di famiglia?
Bisogna aver del cuore non delle fantasticherie. Mi guardi il cielo
dal ricusare alla donna l’alimento necessario allo sviluppo delle sue
facoltà intellettive, ma non se ne facciano delle scimmie che operano
grottescamente, non dei _perroquets_ dalle piume appariscenti che ti
fanno smascellare dalle risa se aprono il becco; non delle asinelle
messe in gonne e guanti.

Guardatevi attorno e vedrete le vostre donne fatue quando son
fanciulle, spensierate quando madri, stolte e ridicolissime quando
vecchie.

Vuoi un mio consiglio? Se ti piace amare una giovinetta non cercarla
fra le tante che brillano in società, che battono tutti i balli, e
vanno pei teatri a far disonesta mostra dei loro vezzi. — Quella che
studia meno, ne saprà più delle altre; non avrà spirito, ma ci sarà del
cuore.

Mi fermai quasi un mese in casa dell’oste, ed una sera fui lasciato in
un caffè, ove passai nelle mani di un signore attempato che mi portò a
casa sua.

Eravi colà una festa di famiglia; si ballava allegramente in onore di
un matrimonio celebratosi in quel giorno.

Fui portato nella sala di ricevimento, e con mio grandissimo stupore,
riconobbi nella fidanzata un’antica conoscenza.

Ti rammenti ancora di Lisa? quella che mi aveva levato dalla saccoccia
dell’amante, e che mi fu prodiga di tanti baci. Era proprio dessa.

Cercai lo sposo, e con mio rammarico vidi non essere quello che
m’aspettava. — Era invece un capitano.

Dunque tutto quell’amore sviscerato, quelle promesse, quei giuramenti
della giovinetta? mi chiederai tu, ed io ti rispondo: Fumo! — Oh la
fede e la costanza sono gran belle parole, ma pesano poco.

Sarei stato desideroso di sapere qual fine avesse fatto il segreto
amatore del giardino, ma mi fu impossibile avvicinare la sposa.

Ben vedi che tutti gli episodj della mia storia, portano seco un colpo
alla mia buona fede; man mano crescono cogli avvenimenti le delusioni,
per cui spero che non ti farà stupore il mio scetticismo.

Uscito da quella casa errai oziosamente per sei mesi senza trovar nulla
d’importante, ma un giorno, con molta mia maraviglia, fui portato sopra
un bastimento ancorato nel porto di Napoli.

Era mio padrone un bel giovane che, per quel che ne seppi di poi, erasi
compromesso nei trambusti politici di quei tempi, e perciò mandato in
esiglio.

Andava in America cercando miglior ventura, ed io fui destinato a
condividere la sua sorte.

Per vero dire, non mi dispiacque gran fatto cambiar regione e dar
l’addio a questa vecchia Europa, sperando di trovare nel nuovo mondo
qualche cosa di meglio.

Feci un viaggio di oltre due mesi toccando varii porti, ma le mie
impressioni, furono di poco conto.

Sbarcai col mio padrone a Valparaiso, e quando mi vidi a terra, ne fui
lietissimo.

In mare, temeva sempre di andar sommerso e troncare così il filo de’
miei errori. — La fortuna mi sorrise, e non ebbi a soffrire alcuna
avaria.

Il mio padrone era sempre malinconico, sospirava molto, e mangiava
poco. Io sperava che un giorno o l’altro egli mi mettesse in
circolazione; ma m’ingannai di grosso.

Mi tenne sempre seco come una reliquia, un ricordo del suo paese.

Passai qualche anno in America, senza che assistessi alla benchè minima
avventura.

Il mio padrone divenne malato di nostalgia, e puoi figurarti quanto mi
divertissi.

Durante il mio soggiorno nel nuovo mondo, fui portato in giro per varie
città.

A Montevideo mi ebbi una gradevole sorpresa.

Il mio padrone passeggiava mesto come al solito fumando la sua grossa
pipa; un signore ci passa appresso, e si ferma domandando del fuoco per
accendere il suo sigaro.

Parlava lo spagnuolo, ma al suono di quella voce, fui scosso vivamente.

Colui ringrazia, ed il mio padrone risponde in italiano: _niente_.

Di botto l’altro s’arrestò sclamando:

— Voi siete Italiano.

— Sì, signore — Ed anche voi?

— Ma sì — Qua patriota, una buona stretta di mano.

— Di tutto cuore!

La mia confusione cresceva sempre più, quel signore non mi era nuovo;
eppure non ricordava dove l’avessi veduto.

Certo la memoria non mi tradiva; quella voce, quell’accento, mi
richiamavano il tuono d’uno che era stato mio padrone.

Mentre pendeva indeciso, i due continuavano allegramente a discorrere,
ed era una festa il sentirli.

— Di che paese siete?

— Ferrarese, rispose il mio padrone.

— Io bolognese.

Allora un lampo di memoria mi chiarì di tutto; quel signore così ben
messo, così franco, non era altri che quel buon diavolo di ladro che
aveva dato tanta prova di buon cuore. — Il ladro del fattore.

Se ti rammenti, egli era scappato dal carcere, e da parecchi anni
viveva in America. — Seppi poi qualche giorno dopo, che si era
arricchito commerciando, e che nel paese aveva fama di galantuomo; vedi
che non mi era sbagliato nel buon concetto che aveva di lui.

Non mi fermerò a dirti quanto amici divenissero il mio padrone ed il
ladro, sai che fuori di patria si fa presto a stringere relazione coi
connazionali.

Un bel giorno il mio padrone ricevette la notizia della sua amnistia, e
difilato senza quasi darsi tempo di far su le valigio, prende posto in
un piroscafo e lascia l’America con una gioja pari a quella di Colombo
quando la scoperse.

Sbarcò a Genova, ed era tanto felice che si sentiva una gran voglia
d’abbracciare tutti quelli che incontrava.

Aveva fatto un voto, quello cioè di darmi al primo povero che gli
capitasse sul suolo italiano.

Ne vide uno difatti che teneva per mano una bambina; corse tosto a lui,
ed io cambiai domicilio.

Era tempo!

Il mio padrone se ne andò tosto senza aspettar ringraziamenti, ma io
che rimasi, m’accorsi tosto come egli nella sua gioja furiosa avesse
commesso un grosso sbaglio.

Il mio nuovo proprietario non era un mendicante, ma sibbene un
impiegato di terza classe che portava a spasso la sua ragazzina. — A
dir il vero l’equivoco era scusabile, perchè a prima vista sembrava
proprio un pezzente, e sul suo logoro e sdruscito paletot si leggeva a
chiare note la generosa prodigalità del suo governo.

L’impiegato fu non poco sorpreso vedendosi scambiato per un poverello,
e pensò che quel signore fosse un pazzo.

Intanto mi mise in saccoccia.

Cammin facendo s’imbattè in un suo amico che aveva un abito molto
sciupato, ed un cappello frusto. — Era un professore di letteratura
italiana.

— Oh, signor Paolino, come sta? —

— Eh, la va alla carlona, e lei professore?

— Così, così. — Dica, per gentilezza; avrebbe venti soldi? non ho
spiccioli con me.

— Davvero che mi duole di non averli, rispose l’impiegato.... non ho
che dodici soldi.

— Mi bastano anche quelli....

L’impiegato mise mano alla tasca sospirando, ne trasse alcuni soldi,
mise me cogli altri, e se ne andò stringendo le labbra, come se avesse
i dolori colici.

Il mio professore oltre al non avere spiccioli non possedeva l’anima di
un bottone. — Mi portò a casa sua, ove rimasi molto addolorato per la
vista di una miseria sconfinata.

Il poverino viveva in una catapecchia orribile, mangiava polenta
vecchia e muffita.

Era professore e per soprasello anche poeta. Ingrate lettere! In qual
stato lasciate i vostri sacerdoti!

L’esser poeta a Genova è un’anomalia come quella d’un uomo con cresta e
becco. Nè ciò ti faccia meravigliare, ricordati che siamo di una _terra
di Mercanti_, come direbbe il povero Chatterton.

A Genova, come in Inghilterra, la roba si tratta a peso, e le parole
sono imponderabili.

C’è forse bisogno d’un poeta per concludere un affare?

Bisogna confessarlo, quella buon’anima di Dante aveva gran ragione
quando sclamava:

    «Ahi Genovesi, uomini diversi...

Mai no, tanto è vero che quel tapino di genovese che chiamavasi
Cristoforo Colombo perchè aveva solamente del genio, lo si lasciò
languire miserabile e cencioso, vagolante di terra in terra, portando
seco una ben triste prova della protezione che la sua patria accordava
agli ingegni eletti.

Il mio professore da un anno era senza impiego, e sai perchè? perchè
in un suo discorso ebbe l’ardire di scrivere che la storia della
_Sine-Labe_ era una sciocchezza.

Cessato lo stipendio, il poverino fu ridotto, come suol dirsi sulla
paglia, e certo egli avrà finito la sua vita come Camoens, morto di
fame all’ospedale.

Sperava il poveretto in un impiego che gli era stato promesso, ma io lo
lasciai prima che si realizzasse quella dolce speranza. — Lo lasciai,
meschino, con un soldo di pane che si ebbe per mezzo mio.

Fu per me vera fortuna, giacchè in quello stesso giorno potei dare un
addio alla città di Maria Santissima, e girando la costa di mare fui
portato a Livorno, e di là internato nella simpatica Toscana.

L’Italia è il paese della fortuna e ripatriando dall’America me ne
toccò una grandissima. — Portato dal turbine del destino che mi spinge
senza posa, caddi nelle mani di Garibaldi!....

Giù il cappello, padron mio.

Io so che voialtri impiegati del governo avete delle meschine
suscettibilità contro quel grande, ma ve la passo buona perchè la
è questione di pagnotta. — Le vostre apprezzazioni in fatto di cose
politiche vanno di pari con quelle degli ufficiali d’esercito, che
hanno per gran principio lo stipendio, per scopo l’avanzamento, per
meta, la pensione.

Eppure, anche a costo di urtare alquanto la tua opinione, lascia che
io colga l’opportunità a volo per dire una parola d’ammirazione a
quell’anima grande.

Nelle mie lunghe peregrinazioni non mi sono mai incontrato in un uomo
più affabile e modesto, e ciò mi tira senza che il voglia a far dei
confronti con certuni grossi personaggi che mi possedettero per alcuni
giorni, durante i quali mi diedero assai prove di essere fanfaroni di
poco conto.

Mio caro padrone, parlando di Garibaldi ti pregai di scoprirti il capo
per rispetto.... ti prego ancora.

Bisogna rispettare prima di tutto le opinioni e tu ti ostini a tenerti
il cappello. — Male. Ho salvato la tua delicatezza, evitando il
racconto di certi episodii che potevano offendere il tuo zelo, ma tu
mi ricambii di poca cortesia se fai questione di personalità ove non è
caso che di deferenza.

Lasciai presto Garibaldi, e vagolando come al solito di paese in paese,
mi ridussi a Napoli, proprio nell’epoca in cui l’atmosfera era satura
d’idee liberali.

Il popolo napoletano voleva la libertà cantando strambotti per le
strade.

Quel genere d’azione mi andava poco a genio, prima di tutto perchè
a Napoli si canta male, poi perchè era certo che un popolo non si fa
libero a suon di ghitarra.

Ritornai in Toscana, e vidi che anche là si tentava l’emancipazione,
scrivendo dei bisticci sulle muraglie.

Fui portato in Lombardia ed a Milano, capitando nelle mani di una
vecchia pinzocchera, andai sepolto in una cassetta che raccoglieva le
elemosine per la Madonna. — Giacqui rinchiuso per ben lungo tempo,
ignorando qual frutto avesse portato quell’entusiasmo nazionale che
agitava tutta Italia.

Uno scaccino benedetto mi restituì la libertà, e mi mise nuovamente in
giro.

Io mi credeva che il mondo invecchiando mettesse giudizio, ma
ohimè, appena uscito dal bussolotto della Vergine, dopo dodici anni
di prigionia, se dovetti persuadermi che gli uomini fecero grandi
progressi in cose di scienza, ho pure toccato con evidenza una piaga
fatale sorta di fresco nel seno della vostra società.

Nel corso del mio racconto ti parlai acerbamente di certi nobili che
io considerai sempre come un’assurdità dei tempi. Ma se è vero che
le gerarchie del sangue vanno scomparendo, è pur vero che nacque una
calamità peggiore.

Il progresso ha atterrato il dispotismo feudale ed il favoritismo, ma
ora che i vassalli presero il posto dei padroni il senso morale se ne
va a rotoli.

Fra i nuovi ricchi ve n’ha molti che, portati in alto da colpi di cieca
fortuna, alzarono un cipiglio ed un’arroganza tale da far desiderare
una ripresa di cento anni addietro.

Entrai nella casa di un ricco possidente divenuto padrone di quelle
terre che in altri tempi aveva lavorato egli stesso colla marra.

Era un asino grosso e grasso; aveva un figlio degno di lui, ed una
ragazza seducente di aspetto.... ma.... in quanto al resto, malgrado
che l’avessero rimpastata alla meglio in un collegio, dava poca
speranza.

Chi è quello stordito che disse esser l’abito che fa il monaco? Certo
colui non si guardò mai nello specchio.

Le apparenze, mio caro, sono belle e buone, ma pesano poco.

Vesti un asino da dottore, sarà pur sempre un asino.

La tirannia di una persona educata si fa tollerare; ma certi boari in
guanti, cresciuti in comune coll’asino e la vacca, non faranno mai le
cose con garbo.

Io mi credeva che precipitando il fantoccio delle aristocrazie
sorgesse la prevalenza dell’intelletto, ma a quel che vedo, le vostre
rivoluzioni sociali vi hanno ridotto a cambiar padroni e null’altro.

Cercate, poveri mortali, cercate un mezzo per liberarvi dei tiranni.
— Ci vogliono delle risorse nuove; tanto fa, basta che si ottenga lo
scopo. _I tiranni sono ben morti in qualunque modo si ammazzino_ — così
disse quel buon diavolo di Lorenzino dei Medici.

Quando io m’ebbi la libertà da quel sacrista mi fermai per qualche
tempo in Milano. — In quei giorni la fisonomia della città aveva
un aspetto singolare, e seppi poi che era causa di ciò vittoria di
Solferino.

Passai nelle saccoccie di un giovane soldato gracile e malaticcio, che
per le privazioni e le fatiche del campo si trovava a mal partito.

Era un volontario piemontese. — Trasportato da quel turbine che è
l’entusiasmo patriottico, egli era partito coll’anima piena di generoso
impulso.

Aveva un’amante, e prima di separarsi da lei promise che se la sorte lo
serbava in vita al suo ritorno l’avrebbe subito sposata.

Ma l’uomo propone ed il tempo dispone. — Non avvezzo alla vita cruda
del campo, ed estenuato nelle forze, dovette rinunziare alle sue
generose aspirazioni e dopo di essere stato qualche tempo nelle file
dell’esercito, ed un mese all’ospedale, cedette al consiglio d’amici e
superiori, e si preparò a far ritorno in patria.

Viaggiava con alquanto rammarico per aver dovuto troncare una sì nobile
impresa, pur lo confortava il dolce pensiero di rivedere la sua Ada.

Giunto qui al suo paese lo colpì il più terribile disinganno.

Ada era morta portando seco nella tomba il suo santissimo affetto. —
Morì senza sapere quale fosse la sorte del suo povero volontario!...

Io non la conobbi cotesta giovinetta, ma a quanto ne sentii, doveva
essere un angelo di bellezza e bontà.

Il mio soldato fu a poco per uccidersi al funesto annunzio della sua
morte; ma tutto passa, ed il poverino, colla salute, ricuperò un po’ di
calma.

Durante tutto un anno egli visitò giornalmente la tomba della sua
diletta fanciulla, ed una sera, per una di quelle idee che sono un
privilegio degli sventurati, mi trasse di tasca, e mi sotterrò in quel
tumulo.

Per qualche mese continuò le sue visite; ma un giorno non lo vidi
comparire. — All’indomani nemmeno. — Una settimana dopo sentii che i
becchini scavavano una fossa presso di me. — Era la fossa del povero
volontario!

Io me ne stetti colà per varii anni guardiano costante di quelle tombe
che chiudono due generose creature.

Col tempo, smovendosi la terra, mi trovai allo scoperto, ma passava
delle giornate molto malinconiche, e di notte mi spiaceva il monotono
silenzio che vi regnava.

Sperava di assistere una volta o l’altra alla famosa DANZA DE’ MORTI
di cui canta Goethe, ma nulla, e ciò m’induce a credere che i morti
ballino solamente in Germania.

Qui finisce la mia storia; tu mi levasti di là, e se col racconto
delle mie vicende mi meritai alquanto la tua riconoscenza, e se mi sarà
lecito farti una preghiera, vorrei che tu mi appagassi di un desiderio.

Nelle mie peregrinazioni non mi fu dato mai di trovarmi in mano d’una
fanciulla che fosse bella, modesta ed ingenua.

Ciò mi farebbe supporre che non ve ne abbia alcuna, e ti sarò grato se
saprai darmi una smentita.

Cerca dunque questa ragazza, e consegnami a lei,

                                                               Addio.

                             . . . . . . .

Da un anno tengo in tasca il mio soldo, cerco, cerco sempre, ma sarò
forse di difficile contentatura, se non trovai ancora una fanciulla
che si meriti in tutto di possederlo. Se qualcuna ha la coscienza
di potervi degnamente aspirare, mi mandi i documenti necessarii, e
per conto mio sarò ben lieto di dare una smentita allo scetticismo
desolante del mio Soldo.


  FINE DEL SOLDO.




UN’AVVENTURA GALANTE


Sapresti, o lettore, definirmi il Mondo Elegante?

Un uomo di spirito lo disse il mondo degli sciocchi, e, se vogliamo
pare che la definizione calzi a meraviglia.

Il genere elegante è una passività sociale, il parassita dell’umanità;
trovi in esso poca gente di senno, e, se ne trovi, sono per lo più
infelici travolti in quella sfera da una debole deferenza per qualche
donnina. Ad ogni passo, ad ogni giro d’occhi t’incontri in una turba
di sciocchi sfaccendati, e ridicoli.......... Già, si sente all’odore,
galante fa rima con ignorante, per non dir peggio.

— Ma il prototipo della specie, il manichino, l’insegna del mondo
galante, od elegante, che per me fa lo stesso, è senza dubbio colui
che noi Italiani chiamiamo Ganimede per degnazione, e che i francesi
denominarono _Lion_... amara ironia che suona... _Re delle Bestie_!

— Eccovene uno.

Paride! Qual nome più adatto, più conveniente si potrebbe, affibbiare
a questo seme improdottivo, a questo frutto bello in apparenza, ma
insipido, che nasce, fiorisce e muore sul suo stelo?

— Quell’asino di Troiano che, per aver rapito quella gran... pettegola
d’Elena, fu causa di tanti eccidi ai Greci, quell’asino di Paride non
portò altro utile tranne quello di servire alia posterità come tipo
d’una razza di gente, di cui sono ormai popolatissime tutte le nostre
città.

— Paride è un giovinotto sui ventitrè anni, biondo, bello, snello, con
tutti i requisiti necessari al suo genere d’esercizio.

— Vive di rendite ereditate onestamente dalla famiglia, di cui è
l’unico superstite. Per quanto riguarda la sua educazione abbiamo poco
da dire; stette in collegio fino ai dicianove anni, ove imparò di esser
possessore di diecimila lire di rendita, e ciò gli parve più che a
sufficenza per le sue cognizioni, per non curarsi d’altro.

— A ventitrè anni egli ne sa quanto a dicianove, per cui, se gli si
domandasse quanti denti ha in bocca, risponderebbe: _Diecimila_.

— A suo onore dobbiamo notare che egli veste con garbo, che i suoi
capelli sono profumati alla vaniglia, ed i suoi guanti sono sempre
freschi di fabbrica.

— Come tutti gli individui della sua specie Paride è dedito alla
conquista di donne; ma, per vero dire, non è troppo fortunato nelle
sue aspirazioni; pare che le donne gli siano avare d’affetti, per cui
sarà facile comprendere che, se il poverino vuol conquistare, deve
acquistare.

— Ciò malgrado, con una costanza a tutta prova egli tende sempre nuovi
tranelli, corteggia le signore, e sorride alle vezzose sartine. — Per
lui non c’è ostacolo; nel genere basso ed accessibile ha fatto qualche
vittima, seminando molti soldi.

— Per solito è sempre di buon umore, si lascia canzonare discretamente
dalle signore dell’alta società, le quali ebbero tutte la sorte di
innamorarlo, e di godersi i suoi confetti, di cui fa un consumo non
indifferente.

— Un tempo fu innamorato, rapito, entusiasmato di una certa Fanny,
la quale, malgrado un passato di trent’anni, fra cui sei di vita
coniugale, conservava ancora qualche rovina di quella bellezza che
l’aveva resa celebre nei tempi di sua gioventù.

— Due parole per costei.

Fanny a 15 anni entrò in una sartoria della città onde apprendere i
primi rudimenti del mestiere.

— Per qualche mese la giovinetta, che era bellissima, conservò la sua
umilissima foggia di vestiario; ma un giorno osservò per caso che le
sue scarpe erano troppo rozze, ed all’indomani ebbe un bel paio di
stivaletti. Ma a quei piedini così ben calzati faceva brutto contrasto
la vesticciola di tela, e pochi giorni dopo la veste era cambiata con
un’altra più fina.

— Di questo passo, nel breve periodo d’un mese la colomba era diventata
civetta...; ma siccome non tutte le civette mangiano la polenta, come
dice quella celebre traduzione del «_Civitas magna et opulenta_.....
ecc., così un bel giorno Fanny diede un addio alla bottega ed alla
casa, e prese possesso di un piccolo appartamento situato nel centro
della città.

— A quell’epoca il nostro Paride sbadigliava ancora sui banchi della
scuola da cui ne usci tre anni dopo, vale a dire quando l’astro di
Fanny erasi completamente eclissato sotto il provvidenziale mantello di
un marito.

— Proprio così. — Dopo di esser stata la dama di un centinaio di
cavalieri, Fanny amò ardemente uno speziale in ritiro che possedeva
quarantacinque anni, ed un reddito di due mila lire.

— Non era gran cosa, ma molto per la bella Fanny, che aveva sfrondato
tutte le suo risorse.

— Nel dì delle nozze IMENE si chiuse gli occhi per pudicizia, ed al
giorno seguente la felicissima coppia s’installò in due camere d’un
quarto piano. — Era un nido saggiamente economico scelto dal marito per
modificare le esigenze troppo spinte della moglie.

— Il mondo, come al solito, trasse mille dicerie da quel matrimonio, ma
tutto passa, ed infine anche le male lingue cessarono di mormorare. Per
altra parte non vi era più elemento a maldicenza, giacchè il volto di
Fanny portava traccie assai rassicuranti per la sua condotta avvenire.

— I proverbi, checchè se ne dica, hanno pur sempre il fondo ragionato,
ed è perciò vero che i peccati vecchi si scontano con penitenze nuove.
— La sventurata Fanny, convivendo con un marito come quel signor
Gregorio, pagava a buon prezzo quei pochi piaceri che si era goduti
nei primi anni. — Il suo sposino era carico di malori capitanati da
una diurèsi di prima forza, e d’un catarro cronico che turbava spesso i
placidi sonni della consorte; a cui, ci affrettiamo a dichiararlo, non
dava altro incomodo.

— Il signor Gregorio era sempre di pessimo umore, ed usciva assai
di rado, ciò malgrado Fanny non dimenticava di esser stata bella un
giorno, anzi piccavasi di esserlo ancora. — Vestiva in modo provocante,
guatava di sottocchi i giovinotti, e specialmente le sue antiche
conoscenze; ma tutte brighe inutili, giacchè i suoi sguardi procaci
trovavano poca corrispondenza.

— Nessuno più si curava di lei, e ciò le era assai disgustoso, tanto
più che alla sua età c’è ancor del fuoco sotto la cenere. A trent’anni
si ha ancora il sangue molto caldo e facilmente accendibile. Il signor
Gregorio era freddo, ma la moglie aveva fuoco per due, e capirai, amico
lettore, che con tanta esuberanza di vigore si va soggetti a degli
accessi nervosi.

— Ma viene la sua per tutti.

— Paride, come dilettante del genere femminino avendo raccolto le
sparse voci sulla fama di Fanny, volle vederla, e la trovò ancor tanto
bella da poter tentare l’ultimo capitolo d’un romanzo.

— Fanny aveva guardato Paride, e questi dal canto suo rispose con uno
sguardo molto espressivo.

— Non c’era male per un primo incontro. Un giorno che pioveva a
dirotto, Paride s’imbattè nella sua bella colta alla sprovvista
dall’acquazzone.

— Paride le offrì l’ombrello, poi il cuore. — Ella accettò tutto.

— Finalmente si erano compresi! che serve andar per le lunghe? in
pochi giorni quelle due creature si amarono colla forza di un cannone
Krupp. — Fanny, trascurata da qualche anno, sentiva il bisogno di amare
qualcuno; questo qualcuno non poteva essere il marito. È naturale.
Nessuno voleva comprenderla, e fu per lei somma ventura l’aver trovato
l’anima sorella.

Paride, se non per altro, doveva amare Fanny per riconoscenza, essendo
quella la prima volta che se la cavava senza spendere.

— Il matrimonio inspira l’abnegazione ed il disinteresse nella donna.

Fanny aveva trent’anni, e si sa che le donne giunte a questo periodo
fanno uno sfoggio di sensibilità massima. — A trent’anni la donna è
come il frutto nella sua completa maturazione; coglierlo prima sa di
agro, dopo riesce amaro. È Balzac che lo dice, e basta.

L’uomo è insaziabile nei suoi desiderii. Fatto appena un passo, vuol
farne un altro più lungo.

— Le aspirazioni umane vanno all’infinito, e tanto più dura la vita,
altrettanto si prolunga l’agonia dei desideri insoddisfatti.

— Non vi è dunque da farsi le maraviglie se diremo che Paride pochi
giorni dopo il suo incontro con Fanny desiderava già qualche cosa di
più che una stretta di mano ed un’occhiata satura di tenerezza.

— Più volte egli aveva chiesto all’amante il permesso di farle una
visita in casa, ma quel barbaro signor Gregorio colla sua diurèsi non
usciva mai, e la sua presenza incomodava.

— Una sera, mentre Paride pranzava, ebbe da uno sconosciuto una lettera
con grande mistero. — Appena fu solo scorse avidamente il foglio,
mandò un grido di gioia, e sospendendo il pranzo ordinò subito un
bagno caldo, nulla curandosi del pericolo di rimanervi soffocato per
indigestione.

Mentre il domestico lo asciugava ed incipriava, lo zerbinotto era
in preda a convulsioni di contentezza, ed i suoi sguardi stavano
costantemente rivolti al pendolo.

— La toeletta che si fece fu oltremodo accurata; basti dire che impiegò
due ore per bardarsi.

— Terminò verso le sei; essendo d’inverno era già notte avanzata. Calzò
i guanti, accese un sigaretto, aguzzò i baffi, si acconciò il cappello
sulla profumata criniera, e se ne andò dicendo al domestico in tuono
malizioso: «Non aspettarmi, stanotte dormo fuori.» — Ci affrettiamo a
soddisfare il lettore mettendogli in vista la lettera che destò tanto
entusiasmo a quel poverino. Eccola:

      «_Mio adorato Paride_!

  «Dio ha esaudito le nostre preghiere.

  «Mio marito sta più male del solito per quell’incomodo che tu sai.
  Parte questa sera col convoglio delle 6½ per recarsi da un prete
  che si dice pratico di medicina. Saremo liberi per tutta la notte.
  Ti amo, e ti aspetto!

                                                           «FANNY.»

Ecco il famoso perchè della splendida toeletta di Paride, il quale
gongolava per gioia pensando di trovarsi al punto d’appagare i suoi più
vivi desiderii.

— Anche il male è buono a qualche cosa, così dice il proverbio, e
difatti la recrudescenza diurètica del signor Gregorio non poteva
cader più a proposito. Da qualche giorno l’infelice sentiva accrescersi
l’incomodo della sua noiosa infermità, e stanco di pazientare, decise
di consultarsi con un prete di campagna che aveva fama di empirico
maraviglioso.

Tutto ben pensato Gregorio decise di partire alla sera per potere alla
dimane portarsi sul luogo per tempo.

— Fanny era trepidante per ansietà; durante la giornata stette col
cuore sospeso temendo che il marito cambiasse d’avviso; ma quando verso
le quattro vide che egli disponevasi proprio a partire, scrisse subito
a Paride quella lettera che il lettore già conosce.

— Mentre il signor Gregorio si avviava alla Stazione, Fanny
si accinse di fretta e furia a dar ordine alle sue camerette,
specialmente a quella da letto, di cui principale ornamento era un
grosso... recipiente che, senza dar tante spiegazioni, era serbato
per uso esclusivo del marito. — Quel... mobile era di una capacità
straordinaria, e ciò spiega quanto gravissimo fosse l’incomodo del
povero Gregorio.

Prima cura di Fanny fu di celare quel gigantesco strumento, ma
sgraziatamente mentre tentava di riporlo in un armadio, le scivolò di
mano e cadde frantumandosi in mille pezzi.

— Fortuna che per quella sera il marito non tornava, e per l’indomani
c’era tempo di provvederne un altro.

                   *       *       *       *       *

— Intanto che faceva il nostro Paride?

— Eccolo; noi lo vediamo al caffè venti minuti prima del sospirato
abboccamento. Sdraiato nobilmente sopra un sofà, sembra che stia
pensando alla felicità che lo attende, e noi approfittiamo di questo
momento per farlo meglio conoscere al nostro lettore.

— È lui, proprio lui! guardala bene codesta curiosa bestiolina. — Chi
direbbe che sotto quel cappello a cilindro si nasconde una testa di
rapa? chi direbbe che da quella bocchina adorna di profumati baffi
sortano tante sciocchezze?

Certo che se dall’abito si potesse dedurre il carattere d’un individuo,
il nostro Paride si troverebbe in condizione favorevolissima;
ma sgraziatamente non è così: malgrado quella cravatta annodata
scientificamente e quei guanti color d’arancio, malgrado quei pantaloni
finissimi tirati all’ultima moda, e quel lungo catenaccio d’oro carico
di gingilli, il poverino è sempre un minuscolo somarello.

— Eppure ha un’aria di sussiego, ed al vederlo sembra immerso in grandi
pensieri; ma nulla di tutto ciò, egli non ha mai pensato. Ha delle
idee, dei ghiribizzi, non dei pensieri.

— Chi ci spiega lo straordinario contrasto che ci sta fra cervello e
cervello? perchè taluni hanno la testa piena d’entusiasmo, mentre altri
l’hanno gonfia di sciocchezze?

— Cos’è che determina tanta disparità che fugge all’esame anatomico?

— Coloro che s’affannano per cercare quel famoso anello di congiunzione
fra la scimia e l’uomo, parmi non dovrebbe sudar tanto, giacchè
si vedono tutto giorno uomini più gaglioffi delle bertuccie e dei
_chimpenzè_. Resta a provarsi se l’essere imbecille possa riuscire
svantaggioso e non dobbiamo dimenticare che il più grande degli uomini
sclamò in un giorno di dolorosa esaltazione: BEATI I POVERI DI SPIRITO!
Ciò stabilito, è chiaro che Paride starebbe fra i beatissimi.

                   *       *       *       *       *

La mezza dopo le sei era appena battuta, che già il nuovo Don Giovanni
saliva di volo le scale che conducevano alle stanze di Fanny. Giunto
all’uscio suonò il campanello, e poco dopo quelle due anime erano
confuse, strette insieme in estasi da non potersi dire.

— Fanny aveva appena terminato il piramidale lavoro della sua
toeletta, ma noi ci guardiamo bene dal descrivere nei suoi particolari
quest’opera di raffinamento, che nella donna va progredendo cogli anni.

— La gioventù si abbiglia poco; è questa una riserva istintiva che si
dilegua man mano che s’invecchia.

Ci limitiamo puramente a constatare che giammai Fanny fu tanto sublime
nell’arte di acconciarsi. L’amore l’aveva inspirata, ed ella riuscì con
maravigliosa abilità a rubare qualche anno all’apparenza.

— Un bel fuoco rallegrante, crepitava nel caminetto della camera
nuziale, ed a quel benefico calore Paride rinfrancò le membra
assiderate dal freddo.

— Davvero che non sappiamo dove cominciare per descrivere l’amorosa
scena. Le carezze di due colombe non danno che una pallida immagine
del poetico abbandono che invadeva quelle due anime innamorate. Si
guardavano con occhio smorto, si stringevano le mani, sospiravano come
soffioni.

— La conversazione era poco animata.

Paride sapeva più tacere che parlare, e ad ogni aprir di labbro l’era
un torrente di sciocchezze.

— Fanny, che non mancava d’un certo spirito naturale, si accorse subito
della scarsa loquacità dell’amante, ma ne diede causa all’emozione
ed al fuoco del suo sguardo che ella compiacevasi di roteare
voluttuosamente.

— Com’è naturale, dopo tanti arzigogoli e circonlocuzioni, si venne
al grande argomento del loro amore; il soggetto era eccitante, e
gli effetti non tardarono a manifestarsi su Paride che in un lampo
d’esaltazione giunse al punto di dire com’ei non vivesse d’altro che di
sospiri e d’angoscie.

— Al primo bacio di Fanny, offerse le sue ricchezze, al secondo la
vita, al terzo l’anima addirittura, e chissà cosa avrebbe offerto, se
una forte scampanellata non fosse venuta a frenarlo nei suoi trasporti.

                   *       *       *       *       *

Un colpo di cannone, un guizzo di folgore, lo scoppio di una
polveriera, non avrebbero tanto spaventato quei poverini.

— La corrente di poesia e d’amore che li travolgeva in un mare di
voluttà, si arrestò d’un lampo; n’ebbero il sangue gelato, ed entrambi
stettero a contemplarsi atterriti.

— Una seconda suonata più violenta della prima tolse ogni dubbio;
oltre a ciò si sentì la voce del signor Gregorio che brontolava per
impazienza.

— Mio marito! sclamò Fanny con tale accento di terrore che a Paride si
rizzarono i capelli.

— Ah! me disgraziata... egli ci ucciderà entrambi.

— Ma... madama! balbettò Paride tremando, è così feroce suo marito?

— È una tigre — Oh! noi siamo perduti!

— Dove mi nascondo? sclamava l’infelice trottolando per la stanza.

— Fanny non sapeva che risolvere, infine come côlta da un pensiero
corse ad aprire la finestra e con un cenno imperativo sclamò; — Giù
dalla finestra, signore.

— Madama, mormorò Paride spalancando gli occhi, siamo al quarto piano.

— Salvatemi l’onore!..., ribattè fieramente Fanny.

— Ma l’onore non era gran stimolo per Paride, che in quel frangente
avrebbe dato tutto l’onore del mondo per una scala. Ei sapeva troppo
bene che la vita vale più assai di certe inezie, ed infatti si appigliò
al consiglio di evitare il pericolo anche a costo di perdere l’amore e
la stima dell’amante.

— Gregorio dalla porta urlava come un energumeno, e Paride, non vedendo
altro scampo, si ficcò sotto il letto.

— Finalmente il povero marito potè entrare, ma era tanta la sua stizza
che non s’accorse del turbamento della moglie.

— Ci voleva tanto ad aprire?

— Scusami, Gregorio... mi era addormentata accanto al fuoco...

— Menzogna... come va che siete vestita a festa?... si direbbe che
aspettate qualcuno.

— Ma che dici, ti pare?

— Vivaddio, se fosse vero ciò che mi si disse, vi giuro che strozzerei
prima voi, poi lui. Tenetelo a memoria.

— Paride all’udire cotali discorsi non si sentiva per nulla tranquillo,
era tutto in convulsione, e tremolava come se si trovasse sotto una
pressione elettrica. Egli non aveva mai pensato che il signor Gregorio
fosse quel feroce che appariva, e pentivasi amaramente di non essere
saltato dalla finestra; ma era tardi, e già parevagli di sentirsi
stringere per la gola da quel rabbioso speziale.

— Maledisse a Fanny ed alla sua malaugurata avventura, pensò alla sua
casa, al suo letto, agli amici, ed a tutte quelle facili conquiste,
per le quali non correva alcun pericolo — ma intanto doveva starsene
accovacciato sotto il letto economizzando il respiro per paura di
tradirsi.

— Gregorio dopo di aver brontolato per una mezz’ora cominciò a
spogliarsi e se ne andò fra le coltri.

                   *       *       *       *       *

— Mentre egli si avvoltola per il letto cercando ristoro nel sonno,
approfittiamone per dare qualche schiarimento su quel ritorno
inaspettato che fu cagione di tanto sgomento.

— La _diuresi_ del signor Gregorio, causa di tanti inconvenienti, fu
pure quella che gli fece perdere il convoglio di partenza.

— Costretto a fermarsi per via, giunse alla stazione proprio quando il
treno se ne andava salutandolo col fischio.

— Fu tanto il dispetto del pover’uomo, che il sangue gli rifluì alla
testa, e per riavere un po’ di calma entrò in un caffè per prendere
qualche rinfresco.

— Aveva già finito e disponevasi ad andarsene, quando sopraggiunse un
suo antico amico, che in vederlo mandò un’esclamazione di sorpresa.

— Gregorio... tu qui?

— Sì, e me ne vado adesso.

— Come stai?... dacchè ti ammogliasti più nessuno ti ha visto.

— Eh! mio caro, gli affari... addio.

— Senti, fermati — È molto che desidero di parlar teco. — Ho cose
importanti da dirti.

— Sarà per altra volta; ora non posso.

— Ascolta, Gregorio. — Si tratta del tuo onore.

— L’onore è gran parola per tutti. Gregorio si fermò coll’amico, il
quale pietosamente gli riferì la voce che già correva per la città
sugli amori di madama Fanny con Paride.

— Checchè se ne dica, il mondo è ancor pieno d’uomini di cuore. I
pessimisti e gli scettici che guardano biecamente il nostro edifizio
sociale, hanno una grande smentita in questi esempi d’amicizia.

— Ah! son ben pochi quei disgraziati che traditi dalla moglie o
dall’amante, non trovino poi un caritatevole amico che non faccia ad
essi confidenziali rivelazioni.

— Anime benedette, che tanta parte prendete nelle sventure degli amici!
il gran premio, che si compete alla vostra sincerità, è senza dubbio
quello di venir contraccambiati largamente in altre occasioni in cui
toccheranno a voi le parti di marito o di padre.

— Quanto bene arrechino codeste rivelazioni ne può far prova il signor
Gregorio che se ne andò dal caffè in uno stato tale da non bastare
tutto un ghiacciaio a calmarlo.

— La prima idea che gli passò per la mente fu quella di pugnalare la
perfida moglie — abbiamo detto pugnalare, dicasi avvelenare, è più
proprio per uno speziale.

— La seconda idea fu di uccidere l’amante ma per fortuna una terza
riflessione, quella cioè che sua moglie potesse essere ingiustamente
calunniata, venne a calmarlo alquanto, e decise perciò di aspettare
qualche avvenimento che gli schiarisse il vero.

— Fortuna per lui che il nostro Paride non era quello di Elena,
altrimenti sarebbero andati a nulla i più savii proponimenti; vale a
dire che sarebbe stato tardi.

— Fanny aspettava ansiosamente che il marito si addormentasse per
far libero il merlo, ma sia per il male, o pel racconto dell’amico
incontrato al caffè, il signor Gregorio non trovava pace, e nè per
voltarsi e rivoltarsi poteva pigliar sonno.

— Se non dormiva il marito, puoi figurarti come gli altri ci
riuscissero.

— Paride, oltre al trovarsi in una posizione non comodissima, non
poteva voltarsi per nessun verso, e fu per lui buona ventura che il
letto distasse alquanto dal muro, tanto da poter, sebbene con molta
fatica, liberarsi un poco mettendo fuori prima la testa e le braccia,
poi tutta la persona, restando infine rannicchiato nel vano fra muro e
letto.

— Già da un’ora regnava un silenzio profondo, quando Gregorio, come
spinto da una molla, balzò in terra con gran pericolo del naso di
Paride, che fu ad un pelo per venirne schiacciato.

— Il giovinotto rabbrividì, accorgendosi che quel feroce marito tastava
colle mani sotto il letto, e credette di essersi tradito con qualche
movimento. — Fanny pure si sentì stringere il cuore per paura. — Fu un
istante di terribile ansietà.

— Dove avete messo il mio recipiente? sclamò Gregorio.

— Fanny non rispose.

— Madama, il mio vaso dov’è, urlò egli scuotendola per il braccio.

— Che vuoi? chiese Fanny fingendo di svegliarsi.

— Si può sapere ove sia... quel mobile?

— Oh! mio caro, oggi m’è accaduta una disgrazia...

— Il mio vaso, vi replico, interruppe Gregorio, battendo siffattamente
il piede da far traballare i vetri.

— Appunto, mormorò Fanny, nel riporlo sotto il letto mi scivolò di mano
e si ruppe.

— È un’infamia... una scelleraggine. Come ne farò senza?

— È una disgrazia...

— La disgrazia mia è quella di avere una pettegola di moglie che si
cura di tutti fuorchè del marito.

«Perdio mi prenderò un’infreddatura, e domani starò male; canchero che
vi pigli, vecchia senza giudizio! Intanto come farò senza...

— Fanny non rispose, e poco dopo Gregorio rientrò fra le coltri
borbottando.

— Se egli avesse fatto senza il suo strumento, potrai chiederlo al bel
Paride che n’ebbe il viso inondato.

— Intanto i coniugi avevano ripreso la disputa, durante la quale
Gregorio discese quattro o cinque volte per rimediare al difetto del
vaso che era surrogato dall’elegante zerbinotto.

— Valeva proprio la pena di prendere un bagno profumato! in meno di due
ore il poverino era inzuppato come se si fosse tuffato in un fiume.

— Più volte tentò di sottrarsi a quel torrente che lo investiva, ma
era assolutamente impossibile, a meno di muovere un seggiolone che gli
sbarrava la via.

— Che fare? Aspettò rassegnato il fine di quell’episodio riparando alla
meglio i ripetuti assalti del nemico.

Le notti d’inverno sono lunghe, e lasciamo pensare quanto lunghissima
sembrasse quella all’infelice Paride, che se la passò quasi tutta con
un’agitazione terribile, e con un’umidità addosso che gli agghiacciava
le membra.

— Finalmente verso le quattro il signor Gregorio avvertì con un sordo
russare che stava per prender sonno.

— Fanny discese dal letto con molta precauzione, ed aprì la porta
mormorando sommessamente a Paride di andarsene.

— La metamorfosi più strana non si vide mai. L’infelice giovinotto
sembrava uno spazzacamino tanto era insudiciato e sporco.

Narciso si era mutato in un fascio di letame.

— Malgrado tutto, allorquando il povero Paride pose il piede sulla
strada, alzò un inno al cielo, ed affrettandosi tutto intirizzito verso
casa fece le riflessioni più savie che abbia mai fatto in vita sua.

— Stette malato un mese per una seria raffreddatura, e non credo
necessario dirti che diede un addio all’amore di Fanny ed alla infausta
memoria di quell’avventura galante.


  FINE DEL PRIMO VOLUME.




INDICE


  VOLUME PRIMO

  Prefazione                          Pag.   5
  =Un Soldo=                           »    15
  =Un’Avventura galante=               »    87





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RACCONTI UMORISTICI, VOL. 1/2 ***


    

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