Rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI

By Tullia d' Aragona

The Project Gutenberg EBook of Rime, by Tullia d'Aragona

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Title: Rime

Author: Tullia d'Aragona

Posting Date: November 2, 2014 [EBook #6938]
Release Date: November, 2004
First Posted: July 15, 2003

Language: Italian


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_corsivo_, =grassetto=





LE RIME DI TULLIA D'ARAGONA

CORTIGIANA DEL SECOLO XVI


EDITE a cura e studio DI ENRICO CELANI


BOLOGNA, 1891



    Poichè la carità del natìo loco
    mi strinse, raunai le fronde sparte...
               (DANTE, _Inf_. XIV).

Uno dei fatti più notevoli al principio del decimosesto secolo è senza
dubbio l'apparire della _cortigiana_; figura degna di considerazione e
di esame non ebbe pur anco uno storico che di lei si occupasse
scrupolosamente e gelosamente, e, diseppellendo dalle biblioteche ed
archivii i numerosi documenti che la riguardano, dasse compiuta questa
pagina di storia che non è tra le ultime del nostro rinascimento. Il
nome di _cortigiana_ si collega certamente alla storia dell'umanesimo,
ma quando, dove e come ebbe principio? Tale quesito non ha ancora
risposta sicura. Arturo Graf [1], che si occupò ultimo della questione
con quell'acume di critica ed abbondanza di erudizione ben note, esita
a dare giudizio decisivo, attendendo pur lui che nuovi studî e
documenti traccino via più ampia e sicura per definire tale punto.

Lo sviluppo della _cortigiana_ prodotto dalla rivoluzione sociale che
si svolgeva nel rinascimento, adattato al nuovo regime di vita che
rese allora meno dure e servili le leggi sul costume, viene certamente
a smentire l'asserzione che il cinquecento fosse l'età più feconda di
turpi vizii, e l'amor patico, nato nelle epoche di maggior coltura e
diffuso su larga scala nel medio evo, trova a combatterlo questo
sviluppo della cortigianeria e le leggi civili di quasi tutti gli
stati italiani, mentre dal pergamo tuona aspra e minacciosa la voce di
S.Bernardino [2] e del Savonarola [3]; l'Ariosto stesso che non ne fu
immune dichiara che nel 1518 il vizio si restringeva a pochi umanisti.
Ed allora si disputa sulla teorica dell'amore che ha forti e strenui
campioni; dell'amore libero tra liberi discorre Speron Speroni nel
_Dialogo d'amore_ ove introduce a parlare la Tullia d'Aragona e
Bernardo Tasso, innamorati, e costretti a separarsi dovendo
quest'ultimo andare a Salerno; dell'amor platonico, primi il Bembo e
il Castiglione, il Piccolomini poi, che lo definisce "un desiderio di
possedere con perfetta unione l'animo bello della cosa amata [4]"
contrastando all'amore che anela il solo possesso del corpo. All'amore
assolutamente libero, per il quale era inutile insistere dopo il
lavorìo dell'Aretino, sono infirmate quasi tutte le liriche di
cortigiane del cinquecento; rispecchiano quelle l'ambiente nel quale
furono create, queste la cortigianeria nei luoghi ove la coltura era
più vasta e diffusa: dalla corte pontificia a quella dei Medici, da
Venezia a Siena.

Il rinascimento, rotti gli argini che opponevansi nel medio evo alla
coltura della donna, condusse a due estremi sostanzialmente diversi
che si disputarono il campo per quasi tutto il secolo decimosesto: la
coltura seria e positiva da un lato, la licenza dall'altro: prodotta
quest'ultima da male intesa libertà, condusse poi per inevitabile
antitesi all'educazione claustrale. Di tale antitesi tramandarono
documenti il Castiglione e il Garzoni; il primo, attribuendo al Bembo
la dichiarazione poetica dell'amore e trasportando il lettore nella
Corte di Urbino, ove le lettere e le arti erano tradizione, appalesa
per bocca di Giuliano de' Medici, la cui consorte Filiberta fu cantata
modello di femminili virtù, che "la coltura della donna deve
rassomigliare a quella dell'uomo, cui ella è pari. Nei diversi rami
della scienza e dell'arte essa deve possedere la conoscenza necessaria
per parlarne con intelligenza e con senno anche quando queste non sono
professate. La donna deve essere versata in letteratura, aver
conoscenza di belle arti, essere esperta nella danza e nell'arte del
vestire, saper evitare non meno ciò da cui si può supporre vanità e
leggerezza, che quanto palesa mancanza di gusto. Il suo conversare,
serio e faceto, dev'essere adatto alla convenienza de' casi, essa non
deve mai parlare ad alta voce e con iscostumatezza, nè con malizia ed
in modo da offendere, deve corrispon[spon]dere alla sua condizione con
modestia e con modi convenienti, a cui è obbligata, verso quelli che
costituiscono abitualmente la sua compagnia. Nel suo presentarsi e nel
contegno sia aggraziata senz'affettazione. Le sue qualità morali,
l'onestà e le virtù domestiche devono essere d'accordo con le
intellettuali. Debb'esser casta, ma cortese: arguta ma discreta; ad
ogni parola libera non dee fare un volto troppo severo. Sappia
governar la casa e la sostanza e guidar l'educazione de' figliuoli.
Non tenti d'imitar l'uomo negli esercizi del corpo, che a lui sono
adatti ed a lui si richieggono. In tutto il suo essere, nel
portamento, nell'andare e stare, nel parlare, mostri grazia, dolcezza
femminile e non rassomigli all'uomo". E questi ammaestramenti
seguirono donne d'illustre casata, quali Eleonora d'Aragona, Isabella
d'Este, Ippolita Sforza, Elisabetta Gonzaga, e delle città ove
l'elemento borghese ottenne spesso la supremazia ed il potere, resta
il ricordo di Antonia Di Pulci e Lorenza Tornabuoni.

L'ambiente elevato e colto nel quale visse la cortigiana nel
cinquecento non poteva non influire su di essa e spingerla a
gareggiare con le donne oneste, spesso coltissime; troviamo infatti in
tutte le nostre storie letterarie, vicino ai nomi di quelle due grandi
che furono Vittoria Colonna e Veronica Gambara, due cortigiane:
Veronica Franco e Tullia d'Aragona; e se tra loro molto lungi per
costumi, non certo per meriti letterarii. Data questa coltura nella
donna onesta doveva alla cortigiana richiedersi necessariamente di
esserle pari se non superiore, avere vivace ingegno, voce bella e
gradita, essere esperta nel suono e nella danza, maestra insomma in
tutte quelle arti che, bramate o volute, erano poi, strano a
considerarsi, altamente biasimate da uomini come l'Aretino e il
Garzoni, che definiscono tali doti atte solo a sedurre ed attrarre.
"Onde pensi che nascano i canti, i suoni, i balli, i giuochi, le
feste, le vegghie, i concerti, i diporti loro, se non da quell'intento
di aver l'applauso, il commercio, il concorso della turba infelice di
questi amanti, che rapiti da quelle voci angeliche e soprane, attratte
da quei suoni divini di arpicordi e lauti, impazziti in quei moti e in
quei giri loro tanto attrattivi, consumati in quei giuochi sfarzevoli,
rilegrati in quelle feste giulive, addormentati in quelle vegghie
pellegrine, immersi in quei conviti di Venere, di Bacco, morti nel
mezzo di quei soavi diporti, restino prigioni e servi del lor fallace
ed insidioso amore? [5] "E dacchè siamo col Garzoni, che lasciò della
cortigianeria la migliore delle testimonianze, non possiamo esimerci
dal citare un altro particolare degno di nota che egli ci offre e
riguarda il _mezzano_, che, dovendo esser in tutto degno della
cortigiana che l'aveva prescelto, serve a gettare luce in
quell'ambiente triste e tuttora oscuro. "Imita il grammatico nel
scrivere le lettere amorose tanto ben messe, e tanto ben apuntate che
rendono stupore, nel dettar politamente, nel spiegar galantemente,
nell'esprimer secretamente il suo pensiero... appare un poeta nel
descrivere i casi acerbi con pietà di parole, i fatti allegri con
giubilo di cuore... porta seco i sonetti del Petrarca, le rime del
Cieco d'Ascoli, l'_Arcadia_ del Sannazaro, i madrigali del Parabosco,
il _Furioso_, l'_Amadigi_, l'Anguillara, il Dolce, il Tasso, e sopra
tutto i strambotti d'Olimpo da Sassoferrato, come più facili, sono i
suoi divoti per ogni occasione... Si reca dietro qualche sonetto in
seno, un madrigale in mano, una sestina galante, una canzone polita,
con un verso sonoro, con uno stil grave, con parlar fecondo, con tropi
eleganti, con figure eloquenti, con parole terse, con un dir limato,
che par che il Bembo, o il Caro, o il Veniero, o il Gorellini
l'abbiano fatto allora allora; e si mostra alla diva con lettere
d'oro, con caratteri preziosi; si legge con dolcezza, si pronunzia con
soavità, si dichiara con modo, si scopre l'intenzione, si manifesta il
senso, e si palesa il fine del poeta... Con la musica diletta sovente
le orecchie delle giovani, mollifica l'animo d'ogni lascivia, ruina i
costumi, disperde l'onestà, infiamma l'alma di cocente amore, incende
i spiriti di concupiscenza carnale; mentre si cantan lamenti,
disperazioni, frottole, stanze e terzetti, canzoni, villanelle,
barzellette, e si tocca la cetra, o il lauto, a una battaglia amorosa,
a una bergamasca gentile, a una fiorentina garbata, a una gagliarda
polita, a una moresca graziosa, e pian piano s'invita ai balli e alle
danze, dove i tatti vanno in volta, i baci si fanno avanti le parole
scerete... [6] ". Questo procuratore di amore non è egli un tipo
abbastanza curioso e interessante?

La _cortigiana_ apparisce in Roma alcuni anni prima del 1500 [7] e
come tale è ufficialmente, se così è lecito dire, riconosciuta in
documenti autentici della curia papale. In un censimento [8] compilato
d'ordine della suprema autorità di Roma, redatto certamente nel
settennio corso dal 1511 al 1518, ove trovansi numerate case,
botteghe, proprietari ed inquilini, e di tutti o quasi tutti si nota
la patria, condizione ed arte, le _cortigiane_ sono notate in numero
esorbitante, spagnuole e veneziane in massima parte, e distinte in
_cortesane honeste, cortesane putane, cortesane da candella, da lume,
e de la minor sorte_. Una sola volta, e forse senza alcuna malizia, il
compilatore della statistica dimentica l'aridità del suo lavoro e
nota: "La casa di Leonardo Bertini habita Madonna Smeralda cura 3
figlie _piacevoli_ cortegiane".

Il tipo dell'elegante cortigiana, dell'Aspasia del cinquecento, è
l'Imperia, morta in Roma nel 1511 a soli ventisei anni, [9] ricordata
egualmente con ardore da storici e romanzieri, amata da Angelo del
Bufalo e da Agostino Chigi il famoso banchiere [10] celebrata da poeti
e letterati, e presso la quale adunavasi il fiore della romana
aristocrazia e convenivano uomini quali il Sadoleto, il Campani, il
Colocci. Ebbe per maestro Domenico Campana detto Strascino. Di altre
citansi le doti singolari: "Lucrezia Porzia, dice l'Aretino, pare un
Tullio, e sa tutto il Petrarca e il Boccaccio a memoria ed infiniti e
bei versi di Virgilio, d'Orazio e d'Ovidio e di molti altri autori"
[11]: la Squarcina conosceva benissimo il greco: la Nicolosa leggeva i
salmi in ebraico, e molte ancora che sarebbe ozioso il ricordare.

Malgrado tutto ciò la cortigiana del cinquecento era pur sempre quella
del medio evo: tolta dall'ambiente che l'avvinceva, costringendola a
piegarsi al rinascimento classico, rimaneva di essa la donna nella
quale si alternavano tutti quei bassi sentimenti che erano diretta
conseguenza della vita che conduceva. Però qualche barlume di affetto
vero, potente, trovasi pur nella storia della cortigianeria: il Molza
ed il Bandello non erano alieni dal credere che la cortigiana potesse
veramente amare, noi, più scettici, crediamo con riserva a questo
amore che poteva esser cagionato da interessi troppo palesi e reali,
dubitiamo che la cortigiana avesse il cuore al di sopra della ragione,
mentre accettiamo senza dubbio alcuno il fatto che nella prostituta di
più bassa specie si rinvenisse l'amore nelle più forti sue
manifestazioni. È questo un fatto che si ripete continuamente anche ai
nostri giorni, e se discutibile dal lato psicologico, non cessa per
questo di essere men vero. Ricordasi l'Aragona innamorata del Varchi e
del Manelli: Camilla pisana dello Strozzi; Marietta Mirtilla del
Brocardo, ed una certa Medea che in morte di Ludovico dell'Armi veniva
consolata per lettera dall'Aretino; ma vogliamo proprio credere sul
serio all'amore ispirato alla cortigiana da letterati? Questi erano
allora come adesso, e come forse disgraziatamente lo saranno sempre,
più ricchi d'ingegno, di madrigali, di epistole che di quattrini,
esaltavano le cortigiane, dedicavano loro libri e capitoli e col
sacrificio dell'amor proprio ricambiavano i favori lor concessi:
Antonio Brocardo scrisse un'orazione in lode loro, il Muzio, il Tasso,
il Varchi esaltarono l'Aragona: il Molza, Beatrice spagnola:
Michelangelo Buonarroti, Faustina Mancina: Niccolò Martelli l'onorata
madonna Salterella; e le cortigiane si abbarbicavano a questi
letterati perchè da essi dipendeva in massima parte la rinomanza loro
[12]. La Tullia d'Aragona è quella che nelle sue rime lascia
maggiormente scorgere l'influenza dei letterati, sino a dubitare che
alcune di esse siano opera del Varchi stesso, e dà in pari tempo la
figura spiccata della strisciante cortigianeria che avviluppava anche
allora i più minuscoli principi. L'antitesi è in Veronica Franco della
quale daremo in breve le rime, divenute di meravigliosa rarità,
desiderio ardente e inappagato di bibliofili senza numero, orgoglio di
alcuni pochissimi più venturati [13]: essa è l'incarnazione della
donna libera del cinquecento ed è l'unica che canti liberamente i suoi
amori: non s'informa a platonismo o castità irrisori, ama per amare e
soddisfare i sensi, e i suoi liberi amplessi, dice il buon P. Giovanni
degli Agostini "con tal'arte seppe dipingerli e con tal frase
adornarli che servono agl'incauti di vigoroso solletico alla
concupiscenza [14] ". Tale non può essere oggi il parere di coloro che
si occupano seriamente della nostra letteratura: ogni pagina, bella o
brutta, sana o impura, che venga a chiarire la nostra rinascenza, non
è che contributo a lavoro maggiore, e come tale spero vorrà essere
accolta questa mia debole fatica.


* * *

Della Tullia d'Aragona parecchi si occuparono, in questi ultimi tempi:
forse ne parlerà ancora il Bongi nel seguito de' suoi _Annali del
Giolito de' Ferrari_, editi dal Ministero della Pubblica Istruzione;
certamente poi il Biagi in altra edizione di un suo scritto apparso
nella _Nuova Antologia_ del 1886; ma stimo che la biografia della
poetessa poco abbia più da offrire a così insistenti e dotti
ricercatori, perchè la sua vita è quasi tutta delineata, e molto
nettamente per l'epoca nella quale visse e la vita nomade che ebbe a
condurre. In ogni modo augurando sempre nuova luce, basta al mio
assunto ritrarre in poche linee la vita della Tullia, servendomi anche
di documenti finora non messi a profitto dai due egregi scrittori.

Il Crescimbeni [15], il Quadrio [16], il Mazzuchelli [17], il
Tafurri [18], e ultimo ancora Pietro Vigo [19] credettero la Tullia
napolitana; lo Zilioli [20] seguito dal Canestrini [21] e dal Labruzzi
[22] la dissero romana a ciò confortati, prima che altre testimonianze
venissero a luce, dalle precise dichiarazioni che Girolamo Muzio fa
nell'egloga _Tirrenia_ a lei dedicata [23]. Infatti la Tullia nacque
in Roma da Giulia Campana ferrarese [24] e dal cardinale Luigi
d'Aragona [25]. L'anno di sua nascita è ignoto: il Labruzzi e poi il
Biagi [26] considerando che nel 1519 il padre di lei era già morto e
che nel 1527 ella era già nota nel mondo galante, pongono la nascita
circa il 1505, basando anche tale congettura sulla novella VII degli
_Ecatommiti_ di Giovanni Battista Giraldi. Sta infatti che il Giraldi
finge sia raccontata la novella di Nana e Saulo nel 1527 al tempo del
sacco di Roma, ma vuolsi proprio accettare quella data senza dubbio
alcuno e su di essa basare deduzioni storiche, quando nella stessa
opera rinvengonsi altri episodi che forse non reggerebbero ad una
severa critica e sono falsati nelle date come quelli di Celio
Calcagnini e del Giovio? Non potrebbe il Giraldi aver fatto risalire
la partenza della Tullia al 1527 per acconciarvi quella pur strana e
sudicia novella, scritta molti e molti anni dopo il sacco di Roma e
che vide la luce, se non erriamo, solo nel 1565? A noi il Giraldi non
prova nulla; più fiduciosi in un passo dei _Ragionamenti_ dell'Aretino
che rivelano come l'anno 1519 la Giulia ferrarese partisse da Roma per
Siena con la sua _picciola figliuola_, siamo stimolati a credere
essere la Tullia nata sullo scorcio del primo decennio del decimosesto
secolo.

Della giovinezza della nostra poetessa poche notizie giunsero sino a
noi; forse visse in Firenze circa il 1517 e 1518 [27], indi a Siena,
ove "imparò a parlare sanese" poi "vedendo la madre che costei haveva
di virtù principio grande considerò che Roma è terra da donne, e
massime che ella sapea l'usanza della corte e così l'ha fatta
cortigiana [28] ". E questo _principio grande di virtù_ era infatti
posseduto dalla Tullia, alla quale gli agî procuratile dal cardinale
d'Aragona avevano permesso di addestrarsi in tutte le arti della
seduzione, vivendo tra le delizie e le comodità d'una onorata fortuna
che l'amorevolezza del padre le aveva lasciata tendendo agli studi nei
quali fece tanto profitto che non senza stupore degli uomini dotti fu
sentita in età ancor fanciullesca disputare e scrivere nel latino e
nell'italiano cose degne di ogni maggior letterato, onde arrivando al
fine dell'età e accompagnando alla sapienza e virtù sua un'isquisita
delicatezza di maniere e di costumi, si acquistò il nome di
compitissima sopra ogni altra donna del tempo suo. Compariva con tanta
leggiadria in pubblico e con tanta venustà ed affabilità d'aspetto che
aggiungendovisi la pompa e l'adornamento degli abiti lascivi, pareva
non potersi ritrovare cosa nè più gentile nè più polita di lei.
Toccava gli strumenti musicali con dolcezza tale e maneggiava la voce
cantando così soavemente che i primi professori degli esercizi ne
restavano meravigliati. Parlava con grazia ed eloquenza rarissime, sì
che o scherzando o trattando davvero, allettava e rapiva a sè, come
un'altra Cleopatra, gli animi degli ascoltanti e non mancavano sul
volto suo sempre vago e sempre giocondo quelle grazie maggiori che in
un bel viso per lusingar gli occhi degli uomini sensevoli sogliono
essere desiderate [29].

La Tullia tornata in Roma certamente poco dopo la morte del padre vi
rimase, secondo ogni probabilità, e magari contro il malevolo Giraldi,
sino al 1531, e in questo stesso anno si recò a Ferrara ove conobbe
Girolamo Muzio. L'autore degli _Ecatommiti_ dà alla partenza da Roma
della Tullia, una ragione abbastanza disonorevole. Egli narra, come
convenendo in casa dell'Aragona parecchi giovani romani, uno di
questi, che chiama Saulo, invaghitosene al sommo, molto spendesse e si
adoperasse perchè a lei nulla venisse a mancare delle agiatezze nelle
quali era cresciuta. Dimorava nella stessa epoca in Roma un tedesco,
detto Gianni, uomo ricchissimo, ma così sudicio e pieno di lordura che
faceva nausea a solo vederlo; costui innamorato della Tullia, tanto
insistette che ottenne di essere compiaciuto di lei per una settimana
di seguito al prezzo di cento scudi per notte. La Tullia acconsentì;
non resse però che una sola notte tanto era il puzzo che esalava quel
ricco tedesco. Risaputosi ciò da Saulo e da' suoi amici, ne furono
sdegnati, e mai più vollero metter piede in casa dell'Aragona; talchè
ella vedendosi disprezzata e sfuggita, se ne partì da Roma. Il
Tiraboschi cita una satira di Pasquino contro di lei [30], dalla quale
parrebbe che si fosse diretta a Bologna, ma se veramente vi andasse, e
certo dopo il 1531, non si conosce, come del pari rimase sinora ignota
la satira summentovata.

Che l'Aragona fosse in Roma nell'anno suddetto è chiaramente provato
da una lettera che Francesco Vettori scriveva da Firenze a Filippo
Strozzi li 14 Febbraio 1531. Questi chiamato in Roma da Clemente VII
sotto pretesto di rivedere alcuni conti, ma in realtà per aiutarlo a
introdurre in Firenze "un governo o vogliamo chiamarlo stato, nel
quale i magistrati della città governino in nome suo, in fatti il Duca
governò in tutto, [31]" scriveva al Vettori richiamandolo di aiuto e
consiglio; e questi rispondendo conchiudeva: "E perchè mi scrivete con
la Tullia accanto, non vorrei la leggessi similmente con essa accanto,
perchè amandola voi come femmina che ha spirito, perchè per bellezza
non lo merita, non vorrei mi potesse nuocere con qualcuno di quelli
ch'io nomino. Io non sono per ammonire Filippo Strozzi, ancorachè, se
le ammonizioni ricorregghino, non avete aver per male essere ammonito,
ma ho inteso di non so che cartelli e di sfide andate a torno che mi
hanno dato fastidio pensando che un par vostro, uomo di 43 anni,
voglia combattere per una femmina, e benchè io creda sareste così atto
all'arme come siete alle lettere ed a ogni altra cosa dove ponete la
fantasia, non vorrei di presente vi metteste a questo pericolo di
voler combattere per causa tanto leggiera; e vi ricordo che degli
uomini come voi ne nascono pochi per secolo; e questo non dico per
adulazione. Assettate le faccende vostre e poi tornate a rivederci".
Pare che il consiglio del Vettori riuscisse caro e salutare allo
Strozzi: in un cartello di sfida che conservasi in un codice
Rinucciniano, ed è di quell'anno stesso in vano si cercherebbe il suo
nome tra i sei campioni della Tullia [32].

Partita da Roma, la Tullia si recò certamente a Ferrara, ed ivi reduce
di Francia capitava poco dopo il Muzio; nel 1535 era a Venezia ove
nacque la sorella Penelope [33], e nel 1537 nuovamente a Ferrara
seguendo di pochi giorni l'arrivo in questa città della marchesa di
Pescara. Conobbe certamente allora il sanese Bernardo Ochino che
appunto nella quaresima avea predicato ivi con mirabile fervore, e gli
diresse il sonetto XXXV trattandolo poco cortesemente, e chiamandolo
arrogante, perchè avea dal pergamo fulminato "le finte apparenze, e il
ballo, e il suono", dono fatto da Dio agli uomini "ne la primiera
stanza". Nello stesso anno le accadde una strana avventura, narrata da
un Apollo novellista alla marchesa Isabella d'Este con lettera dei 13
giugno [34], e tale avventura servì mirabilmente per porla in buona
vista, formare quella reputazione di onesta che la fama e le
pasquinate avevano molto deteriorata, radunarle intorno un'eletta
schiera di poeti e gentiluomini che adulandola, corteggiandola,
facessero dimenticare il suo passato poco onorevole per riconoscere
solo in lei la poetessa, la letterata, la discendente di sangue reale:
e riuscì in massima parte; il Muzio e il Bentivoglio le profusero lodi
e adulazioni in rima e in prosa, e la Tullia era posta al di sopra di
Vittoria Colonna. Ancora una volta la cortigiana trionfava.

Da Ferrara la Tullia ritornò forse a Venezia, almeno così il _Dialogo_
dello Speroni fa credere; poi a Siena ove si accasò nel 1543 [35]. I
documenti senesi che riguardano la Tullia dànno a conoscere una
circostanza abbastanza seria per non essere lasciata senza esame e
cioè che ella era, legalmente almeno, figlia di Costanzo Palmieri
d'Aragona; ed infatti nell'atto di matrimonio è detta _Tullia Palmeria
de Aragonia_, ed in altro documento ancor più chiaramente "_Filia
quondam Constantii de Palmeriis de Aragona_". In base a tali
documenti, eliminando del tutto l'ipotesi che ella fosse stata
adottata da un Palmieri, conviene credere ad un matrimonio della
Giulia Ferrarese, al quale non possiamo dare, neppure per
approssimazione, una data qualsiasi. L'Aretino, il Domenichi, il
Franco che citano la Giulia e ne parlano spesso diffusamente, mentre
dànno particolari su altri amanti tacciono affatto di tale matrimonio;
neppure un barlume ne apparisce nelle rime della Tullia e nelle
lettere che di lei ci pervennero; parlando della propria famiglia dice
_mia madre, mia sorella, ed io_; tace il Muzio, che, pur dando la
paternità del cardinale d'Aragona alla Tullia, nulla impediva potesse
parlarne nell'egloga dedicata alla Penelope nata molti anni dopo; ne
tacciono assolutamente tutti i biografi. Ed apparisce del pari per la
prima volta, almeno così ci consta, una casata Palmieri che abbia
aggiunto il nome d'Aragona al proprio; rimangono tracce dei
Piccolomini-Aragona, dei Tagliavia-Aragonia, dei _de Aragonia_,
romani, ma nessuna dei Palmieri-Aragona. Questa casata non viene poi
più a luce nè sulla tomba della Penelope che porta solo il nome di
Aragona, nè nel testamento della Tullia ove non sono più mentovati nè
padre, nè madre, nè marito. Una volta ancora, innanzi all'arida
autenticità dei documenti, si oppone la tradizione, ferma, costante;
essa vuole la Tullia figlia del cardinale d'Aragona e nel fatto nulla
varrà a scemarla. Su questo padre più o meno putativo, che apparisce
quasi per sua disgrazia, molte sarebbero le supposizioni a farsi; era
forse un familiare del cardinale d'Aragona che acconsentì a sposare la
Giulia Campana a prezzo d'oro, o qualche vanitoso che a scapito del
suo amor proprio con l'acquisto della Tullia aggiunse al suo il casato
degli Aragonesi? in ogni modo è assolutamente da escludere che quel
_de Aragonia_ stia lì per fissaril luogo natio di quel buon Palmieri.
Non ci peritiamo rispondere a quesìti così ardui ed anche inutili;
bastano per noi tutte le testimonianze dei contemporanei a stabilite
che la poetessa fu, pure illegittimamente, del sangue d'Aragona.

Sembra che in Siena ella fosse perseguita da malevoli che l'accusarono
agli Esecutori Generali di Gabella di vestire e portare ornamenti
vietati alle meretrici dagli statuti del Comune; fu agitato per ciò un
processo nel febbraio del 1544, dal quale constando la vita onesta e
morigerata della Tullia, le fu permesso di vestire ed abitare al pari
di altre persone nobili ed oneste [36]. Non cessò per questo la
malevolenza contro la Tullia e nell'agosto dello stesso anno [37] fu
ancora denunciata per aver portato la sbernia il giorno di Pasqua, e
tra i denunziatori apparisce Ottaviano Tondi, novesco, causa di
torbidi in Siena per avere ucciso uno di parte popolare [38], e che la
Tullia pianse morto un anno appresso in un sonetto diretto al fratello
Emilio [39]. Certo ella ignorava il servizio che il buon novesco
aveva tentato di renderle.

Sullo scorcio del 1545 la Tullia se ne venne a Firenze ove contrasse
stretta amicizia col Varchi, col Martelli e parecchi altri, dei quali
ci rimasero testimonianze nelle rime e nelle lettere di lui edite dal
Biagi e dal Bongi [40]. E qui ancora doveva essere perseguitata dalle
severe leggi sui costumi e sugli _ornamenti et habiti degli huomini e
delle donne_. Il 19 ottobre 1546 il Duca Cosimo promulgava una di
quelle leggi [41], ma la Tullia che credeva oramai per la fama di
poetessa di non essere più compresa nel ruolo delle cortigiane, non se
ne diè per intesa, sin che nell'aprile dell'anno appresso fu invitata
dal Magistrato ad ottemperare alla legge mettendo sul vestito qual
cosa di _giallo_ che doveva servire a distinguerla dalle oneste
gentildonne. La Tullia ricorse a D. Pietro di Toledo nipote della
duchessa Eleonora, che la consigliò presentare alla Duchessa una
supplica unita ai sonetti a lei scritti da illustri letterati, a
significare l'errore del magistrato di giustizia nell'annoverarla tra
le cortigiane. Per correggere la supplica, se non per averla bell'e
fatta ricorse la Tullia al Varchi [42], ed il dabben uomo volentieri
si prestò a tanto urgente favore, e della Tullia non è forse nel
seguente documento che il nome solamente.

 "Ill.ma ed Ecc.ma Sig.ra Duchessa,

 "Tullia Aragona, umilissima servitrice di V. E. Ill.ma, essendo
 rifugiata a Firenze per l'ultima mutazione di Siena, e non facendo i
 portamenti che l'altre fanno anzi non uscendo quasi mai da una camera
 non che di casa, per trovarsi male disposta così dell'animo come del
 corpo, prega V. E. affine che non sia costretta a partirsi, che si
 degni d'impetrare tanto di grazia dall'Eccell.mo ed Ill.mo S.or Duca
 suo consorte, che ella possa se non servirsi di quei pochi panni che
 le sono rimasi per suo uso, come supplica nel suo capitolo, almeno
 che non sia tenuta all'osservanza del velo giallo. Ed ella, ponendo
 questo con gli altri obblighi molti e grandissimi che ha con S. E.,
 pregherà Dio che la conservi sana e felice".

La cortigiana ottenne favore presso la duchessa; Cosimo scrisse di suo
pugno sull'istanza "_Fasseli gratia per poetessa_"; e queste parole
sono autenticate dalla soscrizione di Lelio Torelli, ministro del
granduca. I luogotenenti del duca rilasciarono quindi all'Aragona, in
data 1 maggio 1547, copia della deliberazione nella quale riconoscendo
"la rara scientia di poesia e filosofia che si ritrova con piacere di
pregiati ingegni la detta Tullia Aragona venga fatta esente da tutto
quello a che ell'è obbligata quanto al suo abito, vestire e portamento
[43] ". Un anno appresso, e precisamente nell'ottobre, scriveva al
Varchi annunziandogli la sua partenza, gli mandava in dono _un paio di
colombi, due fiaschi d'acqua ed uno di malvagia, una saliera di
alabastro_, e da lui toglieva commiato per sempre con lettera che il
Varchi avrà certamente preso per buona moneta; partiva quindi per
Roma, dove il primo di febbraio del 1547 veniva a morte la sorella
Penelope, seguita poco appresso dalla madre. La Tullia abitava in
Campo Marzio nel palazzo Carpi, e nel libro della _Tassa fatta alle
cortigiane per la reparatione del ponte_ (Rotto) [44] consta che ella
pagava di pigione 40 scudi (in ragione tassata per scudi quattro) ed è
una delle cortigiane che pagava di più; poche giungono ai cinquanta
scudi, rare quelle che superano tal somma: evidentemente le condizioni
finanziarie della Tullia non erano troppo rilassate, e non crediamo,
come dubita il Bongi, che il poco profitto da lei ritratto in Firenze
ed il desiderio di far esordire la Penelope nella più vasta e ricca
scena di Roma fosse causa della sua dipartita di colà; nulla accenna
pertanto avere la Penelope esordito nella triste carriera, anzi
l'essere ella morta non ancora quattordicenne fa credere, magari con
un poco d'ottimismo, che il desiderio della Giulia Campana forse più
che della Tullia, se esistito, non rimase che semplice desiderio.

La Tullia visse certamente in Roma sino all'epoca di sua morte, che
avvenne il 12 o 13 marzo del 1556. Era andata ad abitare nel rione
Trastevere, in casa dell'oste Matteo Moretti da Parma, ed ivi il 2
marzo dello stesso anno dettava le sue ultime volontà al notaio
Virgilio Grandinelli[45] Morta la Tullia ed apertone il testamento
alli 14 di marzo, Pietro Ciocca in suo nome e per gli esecutori
testamentari mons. Antonio Trivulzio vescovo di Tolone e Mario
Frangipane, chiese all'auditore della Camera Apostolica un tutore per
il giovinetto Celio. Tale ufficio fu conferito a D. Orazio Marchiani
chierico pistoiese. Redatto l'inventario della roba lasciata dalla
Tullia si procede alla vendita secondo le sue volontà; gli ori e le
gioie furono acquistati dagli orafi Pompeo Fanetti a Santa Lucia della
Chiavica, Maurizio Grana piemontese e Francesco Alarçon spagnolo al
Pellegrino; la mobilia da Giovanni Battista della Valle fiorentino e
Francino Francini d'Arezzo rigattiere a Monte Giordano. A quest'ultimo
toccò in un con gli arnesi di cucina "una cassa vecchia nella quale
c'erano trentacinque libri tra volgari e latini di più et diverse
sorte, et tredici di musica tra usati, vecci, et stracciati et diverse
altre carte et libri già stracciati". Ai singoli legati fu adempiuto
con rogiti speciali; in uno di questi Celio non solo _herede_ della
Tullia ma _figliuolo_ è chiamato. Di questo Celio e del Marchiani
nessuna notizia giunse sino a noi; forse lasciarono Roma, ed il
tutore, pistoiese, riedendo alla nativa citta, avrà menato seco il
fanciullo: è certo che di essi perdesi la traccia dopo la morte della
Tullia, nè le carte dell'archivio romano, esaminate dal cav.
Corvisieri, ci possono dire quale sia stata la sorte del fanciullo.
Che il padre fosse lo stesso Ciocca come altri supposero, non
crediamo, parendoci allora superflua la nomina di un tutore, e dovendo
in tal caso ammettere che il Celio fosse nato in Roma dopo il 1547,
cosa molto improbabile e per le condizioni fisiche della Tullia e per
l'appellativo di _giovinetto_ che viene dato al Celio, come ancora non
lo supponiamo figliuolo del Guicciardi. L'Aragona conobbe forse il
Ciocca in Venezia, essendo questo al servizio del Cornaro, ma a tale
epoca non può risalire la nascita di Celio; dubitiamo anzi, sempre
però su deduzioni, che la nascita di questo fanciullo fosse causa
della dipartita dell'Aragona da Firenze.

La Tullia era di alta statura, non bella ma piacevole [46], gli occhi
bellissimi e splendidissimi, e "nei movimenti loro una certa forza
vivace che parea gittassero fuoco negli altrui cuori", forza provata
dal Muzio che cantava:

.....occhi belli, occhi leggiadri, occhi amorosi e cari,
     più che le stelle belli e più che il sole,

i capelli finissimi di un biondo oro, esaltati spesso da' suoi
ammiratori, tra i quali il cardinale Ippolito de' Medici, al quale la
porpora non impediva di bruciare innanzi alla bella Aragonese il suo
granello d'incenso cantando:

    se 'l dolce folgorar de i bei crini d'oro,
    e 'l fiammeggiar de i begli occhi lucenti,
    e 'l far dolce acquetar per l'aria i venti
    co 'l riso, ond'io m'incendio e mi scoloro...

Nella pinacoteca Tosio di Brescia è conservato il ritratto della
poetessa dipinto da Alessandro Bonvicino detto il _Moretto_, altri due
veggonsi nell'edizione delle _Rime_ fatta dal Bolifon e nel vol. XII
del _Parnaso italiano_. Di questi ultimi quale sia il valore non
possiamo certo dire.

Tra i molti adoratori che ebbe a vantare la Tullia, Girolamo Muzio fu
certo uno dei più costanti e veritieri, e benchè quando fu preso
d'amore avesse oltrepassati i quarant'anni, si sente dalle sue rime
che quell'affetto era serio e sincero, e che i versi esprimevano molto
meno di quel che il cuore sentiva; dedica alla Tullia le sue egloghe
_Amorose_ che in realtà parlano assolutamente di lei sola, e del suo
amore non cela nè gli ardenti desideri nè le bramate conquiste. Con un
verismo poco desiato certo da qualsiasi donna, anche abituata alla
rilassatezza della vita di Ferrara, egli diceva alla Tullia:

    Vien, Ninfa bella, e fra le molli braccia
    raccogli quel che con le braccia aperte,
    disioso t'aspetta, e nel tuo grembo
    ricevi lieta l'infocato amante;
    stringi e 'l bramoso amante, e strette aggiungi
    le labbra a le sue labbra, e 'l vivo spirto
    suggi de l'alma amata, e del tuo spirto
    il vivo fiore ispira a le sue brame.
    Le belle membra tue, morbide e bianche,
    ad Amor le consacra; ed al tuo amante,
    qual vite ad olmo avviticchiata e stretta,
    con lui cogli d'amore i dolci frutti.

Ma ben presto il Muzio recatosi a Milano in missione per il Duca
Ercole d'Este, fu obliato, almeno per del tempo, e sostituito dal
Bentivoglio; passata poi la Tullia da Ferrara a Venezia, Bernardo
Tasso prese il posto dei precedenti, almeno così ci lascia credere lo
Speroni che nel suo _Dialogo_ la introduce "a far l'amore con lui,
presenti ed accettanti Nicolò Grazia e un altro spasimante Francesco
Maria Molza"; indi a Firenze variò tra il Varchi, Ippolito de' Medici,
il Tolomei, il Fracastoro, il Martelli, il Lasca, il Mannelli e lo
Strozzi.

Vario e non sempre imparziale fu il giudizio dei contemporanei e dei
posteri verso l'Aragona; aspro e satirico spesso sino a dare diritto
di vilipenderla all'Aretino [47] e al Razzi [48]; buono e cortese
ancora, come le testimonianze del Nardi e del Muzio. Il Nardi,
tradotta in lingua toscana un'orazione di M. T. Cicerone (Venezia
1536) ne indirizzava un esemplare a Gian Francesco della Stufa con
incarico di presentarlo alla Tullia _che per sè stessa oggi
dirittamente da ogni uomo è giudicata unica e vera erede così del nome
e di tutta la tulliana eloquenza_; Girolamo Muzio che si consolò del
matrimonio della Tullia sposando circa il 1550 una damigella d'onore
di Vittoria Farnese duchessa d'Urbino, nella lettera dedicatoria
premessa al _Trattato del matrimonio_, scriveva: _Già avviso di vedere
in voi quella donna la grazia della cui vergogna, come si legge
nell'Ecclesiastico [49], è più che oro preciosa... Tale avviso che
dovete esser voi facendo in tal guisa al mondo manifesto che della
vostra passata vita ne è stata cagione necessità, et di questa la
vostra libera volontà: che nel passato vi ha trasportata fortuna e che
hor vi governa la vostra virtù_.

Frutto d'amore, ella visse sacra all'amore e nulla varrebbe a scusarla
della poca onestà della sua vita; ma se è pur vero che gli abbietti
trionfando della loro caduta trovano i buoni che li ricoprono,
concediamo a lei le attenuanti dell'esempio: e di esempio ne ebbe a
sufficienza, e per l'ambiente viziato nel quale nacque e visse, e
nella stessa madre che allegramente dava alla luce figliuoli sino al
1535 e con la massima indifferenza li intitolava d'Aragona dopo sedici
anni che il povero cardinale era andato all'altro mondo.

* * *

Tenuto conto delle condizioni in cui svolgevasi la poesia nel XVI
secolo, le rime dell'Aragona non mancano certo di pregio; quantunque
ancor essa che "volle avere il suo canzoniere [50]" non eviti quella
freddezza che nasce da ogni ripetizione, quella noia che s'ingenera
dalla descrizione di una passione misurata su i precetti rettorici e
smentita dal fatto e dai costumi. La Tullia fu petrarchista della
miglior acqua, e non poteva certo essere altrimenti; il Petrarca era
l'idolo al quale si prostesero quasi tutti i rimatori del cinquecento
ed il modello su cui si formarono, ricavando stima maggiore chi
imitasse più servilmente il cantore di Laura, rubandone al tempo
stesso il pensiero e la forma. Tutte le cortigiane letterate del
cinquecento furono petrarchiste, se per altri il Petrarca era
l'oracolo del purismo, per esse non rappresentava che la teorica
dell'amore; quest'amore ideale o platonico, di Venere celeste, era
cantato su tutti i toni, salvo poi ad avere, di altro amore, una più
ampia e sicura conoscenza, e tale influenza, per donne quali
l'Aragona, la Franco, la Stampa è spiegata dalla stessa relazione del
petrarchismo con la cortigianeria. Un Petrarchino di piccolo formato,
di edizione elegante era indispensabile al cortigiano effeminato e
strisciante, i leggiadri cavalieri di Roma mostravansi per via
"andando soavi soavi co' loro famigli a la staffa, su la quale
tenevano solamente la punta del piede, col Petrarchino in mano,
cantando con vezzi [51] ", ed i vagheggini più aridi e stucchevoli,
appena ricevuto un sorriso della donna amata correvano "a casa a
comporre una sestina, un madrigaletto, dove il cieco d'Adria non
s'accorge che la mariuola gli ha furfato in versi, senza essere
discoverta da nessuno". Dell'amore teoretico il Petrarca era il gran
maestro per pratica e per scienza; il suo canzoniere si allontana da
quell'amore pratico del cinquecento che si svolge in brutale
sensualità, e in una brama di appetiti animali trascinarono la società
nella più completa dissolutezza, nelle forme più sozze delle
aberrazioni e del vizio; esso risponde all'amore intellettuale,
richiesto dall'umanesimo, che veniva considerato quale anello di
congiunzione con l'amore divino, e della cui infinità tratta l'Aragona
in un suo dialogo [52]. Al contrario della Franco che canta l'amore
dei sensi, l'Aragona è tutto ideale, tutto spiritualismo; i suoi
affetti vogliono rasentare il cielo, e solo raramente trovasi qualche
accenno alla triste sua vita; è invasa dalla manìa di passare ai
posteri insieme ai letterati che ella canta, cerca ogni maniera di
ricoprire la cortigiana con la poetessa, ed eleva i suoi canti
indistintamente a tutti, principi e cardinali, letterati e soldati,
uomini serii e burloni quali il Lasca; per lei l'uomo, essere animato,
è nulla: la fama di un uomo, il tutto; il solo affetto per il giovane
Mannelli si può credere sincero, tutte le altre proteste che inficiano
le rime e quei sonetti che cambiato indirizzo, giravano d'adoratore in
adoratore in edizioni stereotipe e consolavano tanto il Muzio che il
Martelli [53], fanno a buon diritto dubitare di tutte queste
espansioni cantate così altamente e serenamente. E la manìa
dell'Aragona è anche spiegabile in altro senso. Cessate le seduzioni
della bellezza tentava con l'arte di riunire la compagine di quegli
adoratori che si venivano allontanando, e con la musica, il canto, le
lettere cercare di sostenere i bisogni della casa: le sue rime sono
spesso forzate, e la eco dell'onda classica da Orazio a Virgilio, da
Dante a Petrarca viene spesso ad alimentare l'agonia di una vita
finita. Delle imitazioni al Petrarca, evidentissime e nel pensiero e
nello stile, ne citeremo solo alcune poche a titolo di saggio [54].

Sonetto X, v. 12-15:

  E se quassù giungesser gli occhi vostri,
  vedendo fatto me novo angeletto
  qui bramareste, e non vedermi in terra.
               (PETRARCA, Madrigale III, v. 1-2).


Sonetto XXXI, v. 7-9:

  E l'alto Iddio lodar ben spesso suole,
  dopo l'aspra fortuna,
  spaventato nocchiero al porto intorno.
             (PETRARCA, Sonetto C, v. 1-2).


Sonetto XXXVIII, v. 12-14:

  Non contenda rea sorte il bel desìo,
  che pria che l'alma del corporeo velo
  si scioglia, sazierò forse mia brama.
             (PETRARCA, Sonetto IX, v. 12-14).


Sonetto XLII.

  S'io 'l feci unqua, che mai non giunga a riva
  l'interno duol, che il cuor lasso sostiene;
  s'io 'l feci, che perduta ogni mia spene,
  in guerra eterna di vostr'occhi viva.
                     (PETRARCA, Canzone XV)


Sonetto XLIV, v. 13-14:

...volgendo a Roma 'l viso e a lei le spalle,
  se vuol l'alma trovar col corpo unita.
                     (PETRARCA, Sonetto LXXXI, v. 3-4).


Sonetto LI, v. 12-14:

  Benchè vostro valor eterna fama
  per sè vi acquisti, caro mio signore,
  quanto 'l sole gira e Battro abbraccia e Tile.
                (PETRARCA, Sonetto XCVI, v. 9-11).

Della Tullia giunsero a noi un _Dialogo dell'infinità di amore_ [55],
giudicato "uno dei dialoghi più vivi che noi abbiamo, nell'ordine più
basso degli scritti letterari del secolo decimosesto..... per una
certa franchezza e disinvoltura, e anche talvolta per una certa
saporita fiorentinità ch'ella attinse per avventura dal suo consorzio
coi fiorentini e singolarmente col Varchi", ed un poema in ottava
rima: _il Meschino e il Guerino_ [56]. Il Crescimbeni fa di questo
poema elogi sperticati, dicendo che "nella tessitura può paragonarsi
all'Odissea di Omero [57] ", esso però è così inverosimile e contrario
tanto alla storia, alla cronologia, alla geografia, e con buona pace
dell'ottimo abate, anche al buon senso, che non sappiamo invero
trovarvi alcuna analogia con l'opera dell'Omero; lo stile ne è
trascurato, e spesso conviene lavorare di serio proposito per
raccapezzare il senso di qualche ottava, i canti, trentasei in tutto,
appaiono disordinati e spesso senza nesso tra loro. La Tullia avverte
che trasse il poema da un vecchio romanzo spagnuolo in prosa, ma
certamente ella si servì di una traduzione e non del testo originale
che vuolsi scritto in italiano [58]. L'Aragona nella prefazione di
questo poema si scaglia contro il Boccaccio, e mentre lo compassiona
perchè non seppe eleggere il verso a forma del _Decamerone_, lo accusa
che _tante sue scellerate_ novelle scritte con altrettante _scellerate
parole_, servendo solo a demoralizzare e rendere ridicoli i più santi
vincoli della società, siano impossibili a leggersi, senza frutti
nocivi, da maritate e nubili, vedove e monache, e persino cortigiane.
Questi scrupoli che parrebbero curiosi nella Tullia, sono da ella
medesima spiegati, non essendo cosa nuova che ad una donna per
necessità o per altra mala ventura sua sia avvenuto di cadere in
errore del corpo suo e tuttavia si disconvenga non men forse a lei che
alle altre l'essere disoneste e sconcie nel parlare e nelle altre
cose; ed ella, contrariamente al Boccaccio, vuole scrivere per tutti,
il suo poema potrà essere dato in mano alla più pudica donzella senza
alcun pericolo, volendo con esso porre un debole argine a
quell'invadente corruttela che ogni dì spandeasi con maggior forza e
brutalità, e pur sempre per opera dei letterati ed anche degli
_umanisti_. L'idea della Tullia, se togliesi quella sfuriata contro
l'umanismo che proprio non aveva a che fare, non era cattiva e
sinceramente credette averla attuata col suo _Guerino_; dichiarandosi
di tutto debitrice a Dio solo "dal quale solo viene ogni bene e da cui
solo io riconosco questa gran grazia d'avermi in questa mia età non
ancor soverchiamente matura, ma giovenile e fresca, dato lume di
ridurmi col cuore a lui e di desiderare e operare quanto posso che il
medesimo facciano tutti gli altri così uomini e donne". Ma Dio non
aveva proprio nulla a che vedere col _Guerino_, ed è proprio il caso
di ripetere che quantunque il diavolo si vesta da frate, quattro dita
di coda gli spuntano sempre sotto la tonaca; infatti ciò che la Tullia
narra del cavaliere di Durazzo, di Brandisio e della figlia
dell'albergatore nel canto VIII [59], e di Pacifero innamorato di
Guerino nel canto X [60], non è roba atta a far mettere il poema
vicino al libro di devozione di una vergine o di una monaca. E pur
tale era lo scopo.

In produzioni di uno stesso autore, apparse anche a distanza di molti
anni l'una dall'altra, ritrovasi sempre qualche analogia, qualche
difetto, alcun che di speciale, quasi direbbesi di proprio, che le
riavvicina e riunisce; nulla di ciò tra il _Guerino_ e le _Rime_, anzi
una succinta critica forse allontanerebbe molto l'uno dalle altre.
Quantunque non sia il caso ora di formare tale confronto ed esaminare
a fondo il _Guerino_, non possiamo esimerci dal notare come la
prefazione posta innanzi al poema ci abbia fatto triste impressione,
fino a crederla apocrifa per ragioni che crediamo buone od almeno
meritevoli di esame. Il Ranieri che pubblicò il poema nel 1560 dicendo
di averne curato l'edizione sul manoscritto originale _già da parecchi
anni da lui posseduto_, non fa parola dell'Aragona che era morta nel
1556, e si profonde solo in ampie ed ampollose proteste cercando di
formare una dedica alla quale, per essere di qualche valore, manca
solo un poco di senso comune. E quel _parecchi_, posto lì per indicare
un lasso di tempo non superiore ai tre anni è per lo meno superfluo:
nè più lungo spazio di tempo crederemmo possibile ammettere perchè è
abbastanza ragionevole il supporre che l'Aragona avesse sino alla
morte conservato presso di sè quel lavoro. Il ricordo ancora che i
libri e le carte andarono in mano di un modesto rigattiere, non è
privo di valore; se il manoscritto del _Guerino_ era tra la roba
acquistata da Francino Francini, uomo probabilmente ignorante e privo
di criterio letterario, la sorte del manoscritto era assicurata:
finiva in qualche bottega di droghiere o salumaio. Converrebbe adunque
credere che o il manoscritto fosse tra le carte devolute a Celio
figliuolo dell'Aragona o che la Tullia ne avesse fatto un dono al
Ranieri qualche anno prima; ma ancora queste due supposizioni
rasentano l'assurdo. Il testamento della Tullia che pure è tanto
minuzioso e preciso nei lasciti e legati, non accenna a carte ed altri
documenti spettanti al Celio; nè la Tullia poteva donare il
manoscritto al Ranieri o ad altri che a lui lo passassero, perchè dal
momento che ne aveva condotto a termine anche la prefazione, era certo
desiderio suo di darlo alle stampe, e per il nome che godeva e
l'appoggio dei letterati che facevanle corona non sarebbe stato
difficile trovare un tipografo che ne assumesse l'edizione. Se
dobbiamo pur credere alla dichiarazione della Tullia di avere composto
il poema "in età ancor giovenile e fresca", quando erasi decisa di
darsi a Dio, conviene di necessità ammettere che ella l'avesse scritto
in Siena poco appresso il suo matrimonio col Guicciardi, o in Firenze;
mai in Roma ove tornando per l'ultima volta nel 1547 non era più in
età giovenile e fresca, e l'essere ascritta nel ruolo delle cortigiane
pubbliche non era il migliore indizio dell'essersi data a Dio. Anche a
questa ipotesi si oppone una seria obbiezione. Era possibile
all'Aragona dare ad intendere agli eruditi, massime fiorentini, di
aver tratto il _Guerino_ da un romanzo in prosa spagnuolo? Pure ciò
afferma nella prefazione, e se il poema non corrisponde esattamente al
_Guerino_, in prosa, romanzo cavalieresco del ciclo della Tavola
Rotonda, è indiscutibile che da questo ne trasse in massima parte le
idee. Nessuno ignora la rinomanza che il _Guerino_ ebbe nei secoli XV
e XVI; all'epoca dell'Aragona ne erano già state fatte sei edizioni
[61], ed è certo sopra una di queste che fu condotta la riduzione in
rima. In conclusione non rifiutiamo al _Guerino_ la maternità
dell'Aragona, la sua differenza con le _Rime_ non è prova sufficiente
a porre dei dubbi; respingiamo però assolutamente quella prefazione
che non è, nè poteva essere della Tullia.

Per la ristampa delle rime abbiamo usato l'edizione prima, Venezia
1547 (A) servendoci per le varianti delle edizioni di Venezia, 1549,
(B): ivi, 1560 (C): Napoli, 1593 (D): e delle _Rime_ raccolte dalla
Bergalli-Gozzi (E): le abbiamo fedelmente riprodotte, salvo allorchè
gli errori erano evidenti, respingendo allora in nota la lezione
originale; quando le varianti assumevano importanza assoluta, come per
i componimenti tratti dai codici vaticano magliabecchiano, abbiamo
stimato necessario riprodurre entrambe le lezioni avvertendo di
collocarle l'una a lato dell'altra.



_Dalla R. Biblioteca Vallicelliana

maggio 1891._

ENRICO CELANI


NOTE:

[1] =Graf A.= _Atraverso il cinquecento_. Torino, Loescher, 1888, pag.
    215 e seg.--Nell'_Hermaphroditus_ del =Panormitano= (1471)
    _(Quinque illustrium postarum_, =Antonii Panormitani=, etc. _lusus
    in Venerem_, Parigi, 1791), la cortigiana non apparisce ancora,
    come neppure ne è parola in =Giano Pannonio= (1472) _Poemata_,
    Trajecti ad Rhenum, 1784.

[2] "Avetemi inteso voi donne? Che alla barba di tutti i sodomiti io
    voglio tenere colle donne, e dico che la donna è più pulita e
    preziosa della carne sua che non è l'uomo; e dico, che se egli
    tiene il contrario, egli mente per la gola" (=S. Bernardino=,
    _Prediche volgari_, ed. =Bongi=, pag. 380).

[3] Le opere fatte da lui circa la osservanza dei buoni costumi furono
    santissime e mirabili, nè mai in Firenze fu tanta bontà e
    religione quanta a tempo suo... la sodomia era spenta e
    mortificata assai; le donne in gran parte lasciati gli abiti
    disonesti e lascivi; i fanciulli quasi tutti lavati da molte
    disonestà e ridutti ad uno vivere santo e costumato... portavano i
    capelli corti e perseguitavano con sassi e villanie gli uomini
    disonesti e giocatori e le donne di abiti troppo lascivi.
    (=Guicciardini=, _Storia, fiorentina_, cap. XVII)

[4] =Piccolomini A.= _Istituzione di tutta la vita, dell'uomo nato
    nobile et in città libera_. Venezia, 1552.

[5] =Garzoni T.= _La piazza universale di tutte le professioni del
    mondo_. Venezia, 1587, discorso LXXIV, pag. 597.

[6] =Garzoni T.= Op. Cit., discorso LXXV, pag 605.

[7] Giovanni Burchkardt maestro di cerimonie di Alessandro VI narra
    come l'ultimo d'ottobre 1501 cenarono nel palazzo apostolico, col
    Valentino, cinquanta cortigiane, le quali dopo cena danzarono
    ignude e diedero altre prove di valentia in presenza di Alessandro
    VI e della Lucrezia Borgia. "In sero fecerunt cenam cum duce
    Valentinense in camera sua, in palatio apostolico, quinquaginta
    meretrices honeste cortegiane nuncupate, que post cenam
    coreaverunt cum servitoribus et aliis ibidem existentibus, primo
    in vestibus suis, denique nude. Post cenam posita fuerunt
    candelabra communia mense in candelis ardentibus per terram, et
    projecte ante candelabra per terram castanee quas meretrices ipse
    super manibus et pedibus; unde, candelabra pertranseuntes,
    colligebant, Papa, duce et D. Lucretia sorore sua presentibus et
    aspicientibus. Tandem exposita dona ultima, diploides de serico,
    paria caligarum; bireta, et alia pro illis qui pluries dictas
    meretrices carnaliter agnoscerent; que fuerunt ibidem in aula
    publice carnaliter tractate arbitrio praesentium, dona distributa
    victoribus". _Diarium sive rerum urbanorum commentarii_, Parisiis,
    1883-1885, tom. II, pag. 443, tom. III, pag. 167).

[8] =Armellini M_.= Un censimento della città di Roma sotto il
    pontificato di Leone X tratto da un codice inedito dell'Archivio
    Vaticano_. Roma. Befani, 1887.

[9] Cfr. =Bandello=, _Novelle_, parte III, nov. XLII; =Valery=,
    _Curiosités et anecdotes italiennes_, Paris, 1842; =Giovio P.=,
    _De piscibus romanis_, cap V; =Forcella V.=, _Iscrizioni delle
    chiese di Roma_, Roma, 1878. Per l'epitafio che dicesi posto sulla
    sua tomba crediamo siasi roppo facilmente accettata la tradizione
    che fosse in S. Gregorio; oltre la stranezza della lapide che
    certo non faceva bella figura in una chiesa, è oramai accertato
    che se pure l'epitafio fu composto non fu mai elevato sulla tomba
    dell'Imperia.

    Di lei scrive il Bandello (op. cit, nov. XLIII): "Tra gli altri
    che quella (Imperia) sommamente amarono fu il signor Angelo del
    Bufalo, uomo della persona valente, umano, gentile e ricchissimo.
    Egli molti anni in suo poter la tenne, e fu da lei
    ferventissimamente amato, come la fine di lei dimostrò. E perciò
    che egli è molto liberale e cortese, tenne quella in una casa
    onoratissimamente apparata con molti servidori, uomini e donne,
    che al servizio di quella continovamente attendevano. Era la casa
    apparata e in modo del tutto provvista, che qualunque straniero in
    quella entrava, veduto l'apparato ed ordine de' servidori, credeva
    che ivi una principessa abitasse. Era tra l'altre cose una sala e
    una camera sì pomposamente adornate, che altro non v'era che
    velluti e broccati, e per terra finissimi tappeti. Nel camerino,
    ov'ella si riduceva, quand'era da qualche gran personaggio
    visitata, erano i paramenti che le mura coprivano, tutti di drappi
    d'oro, riccio sovra riccio, con molti belli e vaghi colori. Eravi
    poi una cornice tutta messa a oro ed azzurro oltremarino,
    maestrevolmente fatto, sovra la quale erano bellissimi vasi di
    varie e preziose materie formati, con pietre alabastrine, di
    porfido, di serpentino e mille altre specie. Vedevansi poi attorno
    molti cofani e forzieri riccamente intagliati, e tali che tutti
    erano di grandissimo prezzo. Si vedeva poi nel mezzo un tavolino,
    il più bello del mondo, coverto di velluto verde. Quivi sempre era
    o liuto o cetra con libri di musica, ed altri istromenti musici.
    V'erano poi parecchi libretti volgari e latini riccamente
    adornati. Ella non mezzanamente si dilettava delle rime volgari,
    essendole stato in ciò esortatore, e come maestro il nostro
    piacevolissimo messer Domenico Campana detto _Strascino_; e già
    tanto di profitto fatto ci aveva che ella non insoavemente
    componeva qualche sonetto o madrigale". Ed a proposito del celebre
    camerino seguita narrando come essendo andato a farle visita
    l'ambasciatore di Spagna, e avendo bisogno di sputare, trovò che
    il luogo meno improprio a ciò fare era il viso del servitore che
    gli stava alle spalle.

[10] =Cugnoni G.= _Agostino Chigi il Magnifico_, Livorno, Vigo, 1879.

[11] =Aretino P.= _Ragionamento fra il Zoppino fatto frate e Ludovico
    puttaniere_, Cosmopoli, 1660, pag. 442.

[12] E poeti e letterati non isdegnavano la compagnia della cortigiana
    (=Burchkardt=. _Diarium_ etc., ediz. cit. tom. III, pag. 209);
    Marco Bracci in una lettera ad Ugolino Grifoni segretario di
    Cosimo I scrive nel novembre 1557 che giunto in Perugia il
    cardinale Caraffa nipote di Paolo IV e il cardinal Vitelli "dopo
    cena pubblicamente fece andare in palazo tutte le putane che a
    quelli tempi se trovavano in Perugia quale furono in tutte
    quattordici; e presene per sè una e una per el cardinale Vitello
    el resto acomodoli a la sua famiglia. (=Fabretti=, _La
    prostituzione in Perugia nei secoli XIV e XV_, Torino, 1885, pag.
    46).

[13] =Graf A.= op. cit., pag. 350.

[14] _Theatro delle donne letterate_, pag. 296.

[15] _Istoria della volgar poesia_, vol. IV, pag. 67.

[16] _Storia e ragione d'ogni poesia_, vol. II, pag. 235.

[17] _Gli scrittori d'Italia_, vol. I, par. I.

[18] _Gli scrittori del regno di Napoli_, tomo III, parte I.

[19] Il Vigo pubblicava nel 1885 per nozze Grassi-Rinaldi il sonetto
    della Tullia all'Ochino (nella nostra edizione a pag. 39), e nella
    breve prefazione la dice napoletana.

[20] Presso il =Mazzuchelli=, loc. cit.

[21] _Dell'infinità d'amore_di =Tullia Aragona= edito dal
    =Canestrini=, Milano, 1867.

[22] _Bibliografia romana_, Roma, Botta, 1880, vol. I, pag. 13.

[23] Vedi a pag. 189, versi 27 e seg.

[24] La _Jole_ dell'egloga del Muzio è la Giulia ferrarese, anch'essa
    etèra famosa e della quale il =Domenichi= (_Facezie, motti e
    burle_, Venezia, 1558, pag. 28) ricorda un motto arguto e mordace.
    Papa Leone X aveva fatto aprire una nuova strada in Roma
    lastricata dai tributi che le puttane pagavano, nella quale
    scontrando la Giulia ferrarese una gentildonna l'urtò un poco.
    Allora la gentildonna adirata cominciò a dirle villania. Rispose
    la Giulia: "Madonna, perdonatemi, ch'io so bene che voi avete più
    ragione in questa via che non ho io". Nel citato censimento di
    Roma (pag. 42) ella apparisce come abitante nel rione Campo
    Marzio, in una casa sotto la parrocchia di S. Trifone di proprietà
    dell'Ordine Agostiniano.

[25] Lo Zilioli che fu il più diffuso biografo dell'Aragonese le
    assegna per padre Pietro Tagliavia, di Aragona, arcivescovo di
    Palermo e cardinale di Santa Chiesa; e tale versione venne accolta
    dal Mazzuchelli, dal Tiraboschi, dal Cinguenè e dal Camerini. Ora
    nè quando il Muzio scrisse l'egloga alla Tullia nè quando
    l'Aretino nel dialogo tra il Zoppino e Ludovico, dialogo scritto
    certo prima del 1539, dice _cardinale_ l'amante della Giulia
    ferrarese, il Tagliavia era stato assunto alla porpora. Lo fu solo
    sotto Giulio III l'anno 1553; in tal guisa viene esonerato di sua
    paternità poco lodevole. Escluso costui, l'unico cardinale che
    cronologicamente può dirsi padre della Tullia è Luigi d'Aragona,
    ascritto al sacro Collegio da Alessandro VI nel 1493, promulgato
    solo nel 1497. Nato in Napoli nel 1474 morì in Roma l'anno 1519 e
    fu tumulato nella chiesa di S. Maria sopra Minerva, ove vedesi
    tuttora il suo sepolcro con iscrizione fattagli fare dal cardinale
    Franciotto Orsini suo esecutore testamentario.

[26] =Biagi G.= _Un'etèra romana, Tullia d'Aragona_. (_Nuova
    Antologia_. Serie III, vol. IV, 16 agosto 1886)

[27] Dice il Muzio:

      Visse in tenera etate presso a l'onde
      del più bel fiume che Toscana onori.

    (_Sonetto I_, v. 12-13, pag. 69).

[28] =Aretino P.= _Ragionamenti_. loc. cit.

[29] =Zilioli=, in =Mazzucchelli=, loc. cit. Molto diverso è però il
    ritratto che ne fa il Giraldi, e dall'odio che palesa parlando
    della Tullia fa se non credere, almeno dubitare che invano abbia
    picchiato alla porta della bella cortigiana. "Non è alcuno di voi,
    per quanto io stimo, _egli dice_, il quale non habbia conosciuto
    Nana, così detta non perchè ella sia piccola della persona, ma per
    mostrare la sua sconvenevole et non proportionata grandezza, con
    voce di contrario sentimento. Questa di casa Aragona si fa
    chiamare quantunque io intenda che di madre vilissima e di quella
    medesima vita che ella è in alcune paludi sie nata senza che la
    madre le habbia mai saputo dire chi suo padre si fosse. Venuta
    adunque nella nostra città, ove hora le pari a lei, per lo mal
    costume del nostro secolo, sono in più abondanza che non si
    converrebbe, si diè a fare guadagno di sè disonestamente,
    allettando i giovani con quegli adombrati colori di virtù, di che
    innanzi dicemmo. Et non pure traheva costei a sè i giovani con
    simili arti, i quali per lo più sono di poca levatura, ma così
    toglieva ella il senno ad alcuni huomini maturi e scientiati, che
    col promettere loro di lasciarli godere di lei, qualunque volta
    danzassero mentre ella toccava il leuto, facevano scalzi la
    resina, o la pavana, o quale altra sorta di ballo più l'era grato
    et poscia beffandoli li lasciava del promesso scherniti.
    (_Ecatommiti_, nov. VII).

[30] _Passione d'amore di mastro Pasquino per la partita della signora
    Tullia e martello di amore delle povere cortigiane di Roma con le
    allegrezze delle bolognesi._(=Tiraboschi=, Stor. letter. ital.
    vol. VII, pag. 1172). Di pasquinate alla Tullia o nelle quali ella
    sia mentovata non ci consta che il _Trionfo della lussuria di
    mastro Pasquino_stampato nel 1537, ove però è ricordata la Tullia
    solo come molto _favorita_. Il Biagi ricorda ancora lo sconcio
    sonetto: "_Mentre alla Tullia la madre ragiona_" firmato F. C. che
    conservasi in due codici Magliabecchiani.

[31]  =Biagi G.= op. cit.

[32] "Considerando gli infrascritti cavalieri la virtù solamente esser
    quella che concede immortalità ad ogni animo generoso, liberandolo
    con la eterna fama da ogni oblivion che ne la labile e caduca
    memoria de li uomini aver loco possa, e che quella da ciascuno
    meritamente deve esser amata, reverita ed a quel sommo grado che
    per le umane forze sia possibile esaltata e tanto più quanto ella
    in persona si ritruovi di ogni altra grazia, e dono di fortuna e
    natura dotata; per tanto come veri fautori ed amatori di quella e
    per la verità della quale ogni nobil core deve sempre prender la
    protezione, e, quando in parte alcuna celarsi e occulta restarsi
    la veda, produrla in luce e qual chiaro sole farla a tutti
    risplendere ed apparire: non da alcuna altra passione o fine mossi
    ed indotti, si offeriscono non pregiudicando alle onorate leggi de
    la militar disciplina, a tutto il mondo, per un giorno
    valorosamente sostenere che la loro signora e padrona la Ill.ma
    S.ra Tullia de Aragonia per le infinite virtù quali in lei
    risplendono è quella che più merita che tutte le altre donne de la
    preterita, presente e futura etate; ed acciò che qualunque, de la
    sua immortal gloria invidioso, diversamente o parlasse o sentisse,
    possa presto certificarsi e risolversi; declarono detto
    sostenimento, doversi intendere totalmente secondo l'ordine de
    torniamenti de li antiqui e gloriosi cavalieri; e così gli
    inestimabili meriti de la prefata signora, se pure non fussino a
    sufficenza noti e chiari, secondo il dovere si manifesteranno a lo
    ardire e valor de li suoi servitori, similmente per tale occasione
    più celebri e palesi saranno, onde ciascuno poi non dubitano che
    confessare sarà costretto, sì come a loro non ritrovarsi cavalier
    di virtù superiori, così a la prefata signora pari o simile non
    esser mai stata o potere essere nei secoli futuri". I sostenitori
    del valore della Tullia erano Paolo Emilio Orsini, Accursio
    Mattei, Brunoro Neccia, Alberto Rippe, Marco da Urbino, e Bernardo
    Rinuccini.

[33] Il Muzio nell'egloga VI del IV libro intitolata _Argia_, dice che
    la Penelope ebbe per patria

      l'orribil Adria e que' secreti stagni
      che le palustri lor superbe canne
      cercan di pareggiar ai nostri allori.
      Là per quelle contrade umide e salse
      a la dolce e vezzosa fanciulletta
      i lascivi delfin festosi giri
      tessean saltando intorno; a la sua culla
      le Nereidi portavano e i Tritoni
      conche da i marin liti e fresche perle.

    E più sotto lo stesso Muzio ci fa sapere come da Venezia muovesse
    con la madre e la Tullia per Ferrara.

      Indi pargoleggiar su per le rive
      fu vista un tempo del gran re de' fiumi;
      poi come la guidava il suo destino
      varcati d'Apennino i duri gioghi
      tenne lunga stagione adorni e lieti
      i poggi d'Arbia e le campagne d'Arno.

    La sorella della Tullia morì di 13 anni ed 11 mesi nel febbraio
    del 1549 e fu sepolta nella chiesa di S. Agostino, innanzi
    all'altar maggiore. L'iscrizione sepolcrale è riportata dal
    =Galletti= e dal =Forcella=; in essa è chiamata Penelope
    =Aragona=, quasi la Giulia ferrarese per essere un tempo stata
    l'amante di un cardinale di casa Aragona avesse il diritto di
    chiamare Aragonesi anche i figliuoli nati parecchi lustri dopo che
    il buon cardinale aveva reso l'anima a Dio.

[34] Riportiamo per brevità solamente il brano della lettera alla
    Isabella d'Este che più particolarmente riguarda la Tullia. "V.
    Ecc. intenderà come gli è sorta in questa terra una gentil
    cortegiana di Roma, nominata la S.ra Tullia la quale è venuta per
    istare qui qualche mese per quanto s'intende. Questa è molto
    gentile, discreta, accorta et di ottimi et divini costumi dotata;
    sa cantare al libro ogni motetto et canzone, per rasone di canto
    figurato; ne li discorsi del suo parlare è unica, et tanto
    accomodatamente si porta che non c'è homo nè donna in questa terra
    che la paregi, anchora che la Ill.ma S.ra Marchesa di Pescara sia
    ecc.ma, la quale è qui, come sa V. Ecc. Mostra costei sapere de
    ogni cosa, et parla pur sieco di che materia te aggrada. Sempre ha
    piena la casa di virtuosi et sempre si puol visitarla, et è riccha
    de denari, zoie, colanne, anella et altre cose notabile, et in
    fine è ben accomodata in ogni cosa . . . . . (_Un'avventura di
    Tullia d'Aragona_, nella _Rivista storica mantovana_, vol. I,
    fasc. 1-2, 1885)

[35] Anno Domini M.D.XLIII indictione secunda die vero martis VIII
    mensis Ianuarii Silvester olim . . . . . de Guicciardis
    ferrariensis contraxit matrimonium cum D. Tullia Palmeria de
    Aragonia per verba de presenti et anuli dationem et receptionem
    respective in forma iuris et sacrorum canonum et omni meliori
    modo, etc. Rogantes, etc. Actum Senis.--Ego Sigismundus Mannius
    Ugolinius notarius rogatus. (_R. Archivio di Stato in Siena,
    Scritture concistoriali_, ad annum).

[36] 1544 Die dicto (5 februarii) de sero.

        Hieronymus de Ballatis _Prior_
        D. Achilles Orlandinus
        Conterius de Sansedoniis
        Franciscus Arengherius

    . . . . . et deliberaverunt declarare et declaraverunt D. Tulliam
    de Aragona Sen. habitantem, non esse comprehensam in statuto
    meretricium, dantes licentiam omnibus et quibuscumque personis
    locandi domos dicte domine Tullie, et absque aliqua pena, et
    mandaverunt fieri decretum dicte declarationis et licentie in
    forma. Et fuit factum infrascripti tenoris:

    Spectatissimi Domini Executores Generalis Gabelle Magnifici
    Comunis Sen., convocati et congregati solemniter, etc., audito
    pluries Domino Aurelio Manno Ugolino procuratore et eo nomine
    Nobilis domine Tullie filie quondam Constantii de Palmeriis de
    Aragona et uxoris domini Silvestri de Guicciardis ferrariensis,
    producente eius mandatum manu Ser Sigismundi Manni notarii, etc.,
    exponente qualiter praefata Domina Tullia ob novam compilationem
    Statutorum Reipublicae Sen., a nonnullis videlicet indebite et
    iniuste reputatur et diffamatur, eidem non licuisse nec licere
    deferre nec portare vestes et alia ornamenta muliebra que licite
    sunt et conveniunt personis honestis et nobilibus, et commorari et
    habitare in locis civitatis in quibus licitum est habitare omnibus
    personis honestis et nobilibus; et quia rei veritas est, quod
    praefata D. Tullia ducet vitam honestissimam et propterea ea que
    supradicta sunt sibi non debent quoque modo esse prohibita,
    producente ad iustificationem predictum processum in Curia Domini
    Capitanei Iustitie Civitatis Sen., manu ser Lactantii Lucarini
    notarii publici Sen., nec non decretum magnificorum D. Secretorum
    Officialium Balie manu Ser Alexandri Boninsegni Notarii publici
    Sen., et petente in, de ut super predictis de opportuno iuris
    remedio providero et pro iustitia consulente indemnitati prefate
    Domine Tullie, servatis servandis, omni meliori modo;

    Habita plena notitia et clara informatione de omnibus supra
    narratis de vita, moribus et honestate et qualitate dicte Domine
    Tullie, visu processu predicto et summa inde lata, testibus in eo
    examinatis decreto predicto, et omnibus denique visis, auditis et
    consideratis que videnda et consideranda erant, vigore
    auctoritatis eisdem concesse a Statutis Reipublicae Sen., servatis
    servandis et omni meliori modo, etc., Solemniter deliberaverunt
    prefatam D. Tulliam minime comprehendi in Statuto de meretricibus
    et questus sui corporis facentibus desponente, sibique licuisse et
    licere commorare et habitare in quibuscumque locis civitatis ad
    suum libitum, et vestes ac habitum deferre prout et sicut et in
    omnibus et per omnia licuit et licet personis et mulieribus
    honestis et nobilibus, et ita sibi licentiam et facultatem
    concesserunt, mandantes de predictis sibi publicum fieri decretum,
    et illud inviolabiliter osservari a quibuscumque personis tam
    publicis quam privatis sub pena comminationis arbitri quibuscumque
    in contrarium non obstantibus, et omni meliori modo, rebus tamen
    stantibus pro ut stant et non aliter nec alio modo. (_Archivio di
    Stato in Siena, Buste degli esecutori di Gabella, 1544 gennaio I,
    1545 giugno 30, c. 12-13_).

[37] Die 23 augusti (1544).

     Operta la cassa fu retrovata una politia et acusa del tenore
     susseguente, cioè:

     _La Signora Tullia de Aragona per la pascha di Spirito Santo
     portò la sbernia contro li Statuti.

     Ottaviano Tondi, Horatio Pecci, Il Signor Gaspare servitore del
     Signor D. Giovanni._

     Vide in filo processum agitatum super vita causa ex quo apparet
     de sententia per quam fuit declaratum sibi licere portare
     sberniam istantibus omnibus, etc., (_R. Archivio di Stato in
     Siena, Decreti, polizze, ecc. del Capitano di Giustizia del 1544,
     luglio-dicembre, c. 53_).

    I documenti da noi riportati a pag. XXXI-XXXVI furono rinvenuti
    nell'Archivio di Stato di Siena dal compianto Luciano Banchi.

[38] =Pecci G. A.= _Continuazione delle memorie storico-critiche della
    città di Siena fino all'anno M.D.LII._Siena, Bindi, 1758, vol.
    III, pag. 143.

[39] Sonetto XXXVI.

[40] =Biagi G.= op. cit.--=Bongi S.= _Il velo giallo di Tullia
    d'Aragona_. Estratto dalla _Rivista critica della letteratura
    italiana_, anno III, n. 3, marzo 1886.

[41] "Le meretrici non possino portare vesti di drappo e seta d'alcuna
    ragione, ma sibbene quante gioie e quanto oro e argento esse
    vorranno, et sia tenuta portare un velo, o vero sciugatoio o
    fazzoletto o altra peza in capo che habbi una lista larga un dito
    d'oro o di seta o d'altra materia gialla e in luogo che ella possa
    essere veduta da ciascuno; et tal segno debbia portare a fine che
    elle sien conosciute dalle donne da bene e di honesta vita, sotto
    pena se la ne mancheranno di scudi dieci in oro di oro di sole per
    ciascheduna volta che le trasgrediranno e sian sottoposte al
    Magistrato delli spettabili Otto di Balìa, alli spettabili
    Conservatori di Legge, et alli Offitiali dell'Honestà intra li
    quali magistrati habbi luogo la preventione da distribuirsi come
    l'altre pene che di sotto si dichiareranno. (=Contini=.
    _Legislazione toscana_, vol. I, pag. 332).

[42] Edita dal =Bongi=, op. cit., ed ancora dal =Biagi=.

[43] Archivio di Stato in Firenze. Luogotenenti e Consiglieri di S. E.
    il Duca di Firenze. Deliberazioni, _ad annum_.

[44] "La S.ra Tulja d'Araona a fronte alle dette dee dar per sua tassa
    imposta come di sopra S. 40--4". Archivio di Stato in Roma,
    _Fabbriche camerali_.

[45] Il testamento fu rinvenuto nell'Archivio di Stato di Roma
    dall'archivista Cav. Costantino Corvisieri.--"Del 1556 a dì 2 de
    marzo. Al nome di Dio, &. Io Tullia de aragona sana per gratia di
    Dio de mente et intelletto benchè inferma del corpo volendo
    disporre dei miei beni acciò che doppo morte mia non ne nasca ad
    alcuno lite o scandalo, ordino et faccio il mio ultimo testamento
    et mia ultima volontà in questo modo che seguita, cioè: In prima
    racomando l'anima mia all'altissimo Dio et alla sua gloriosa Madre
    Vergine Maria et a tutta la corte del cielo. Lasso alla Lucretia
    mia creata moglie di Matteo hoste questo fornimento di camera cioè
    queste spalliere verde et questo letto ove io ora giaccio con suoi
    matarazzi, lenzuoli para uno et una coperta, fuorchè lo sparviere,
    et più una vesta di rascia negra usata aperta denanzi;

    Item un roverso rosso nuovo, cioè una sottana de roverso, una saia
    biancha listata de pagonazo et una lionata, una montatura a la
    romana, cioè panno listato et lenzolo, dieci scudi d'oro et sia
    pagata del vino che io ho havuto da lei;

    Item lasso alla putta Christofora mia serva sia vestita di panno
    ordinario negro et datole dieci scudi d'oro; item lasso alle
    povere orfanelle cinque scudi d'oro; item lasso alle monache
    convertite quella parte chelli viene in rigore della bolla; item
    lasso alla compagnia del crocifisso un paramento di taffetà negro
    leggiero semplice.

    Item lasso a Santo Agostino un mezo scudo di cera ogni anno per
    ardere il dì de' morti a la mia sepoltura la quale se non serrà
    arsa alla mia sepoltura da i frati non sia obligato l'herede a
    darla più. Item lasso che ogni anno si dia mezo scudo per far dir
    la messa di San Gregorio per l'anima mia. Item lasso a mastro
    Panuntio medico una veste di rascia negra da medico che gli sia
    fatta nuova.

    Item in tutti gli altri miei beni et in tutte le mie ragioni et
    attioni tanto presenti come d'avenire dovunque siano o saranno io
    instituisco e faccio e con la mia propria bocca nomino Celio che è
    in protettione de Messer Pietro Cioccha scalco del cardinale
    Cornaro, istituisco dicio et faccio detto Celio herede universale
    al quale lascio tutti i miei beni ragioni et attioni per ragione
    et causa de universale institutione con patto et conditione che
    detti miei beni siano venduti et fattone dinari siano posti in
    luogo chelli fructino nè possi disporre Celio nè altri della
    principal somma di detti dinari sinchè detto herede non sia
    all'età di anni venticinque, ma dell'entrata senne nutrisca et
    serva per impa[ra] re littere et altre virtù. Et se detto herede
    (che Dio non voglia) mancasse inanzi all'età di venticinque lascio
    et substituisco herede in vita sua Messer Pietro Chiocca suo
    protettore con condittione che ogni anno dia dieci scudi a una
    povera orfana da maritarsi, il restante senne serva messer Pietro
    per i suoi alimenti et dopo la morte di messer Pietro Chiocca si
    stribuisca ogni cosa ad opere pie et queste debbiano essere le mie
    ultime volontà, et mio ultimo testamento li quali voglio che
    vaglino in virtù et forza di testamento et ultime volontà et se in
    tal modo per alcun rispetto non potesse valere, voglio che vaglia
    in virtù et forza di codicillo et di donatione infra vivi o per
    causa di morte et in quel meglior modo che di ragione può e potrà
    valere e sostenersi. Et per essere io impedita ho fatto scrivere
    questo da persona a me fedele et io l'ho sottoscritto di mia
    propria mano in fede della verità questo dì 2° di marzo 1556.

    Item lasso di essere sepelita in Santo Agostino e nella sepoltura
    di mia madre et mia et alle mie esequie non voglio altro che i
    frati di Santo Agostino et la compagnia del Crocifisso della quale
    io sonno, et sia sepulta a ventiquattro hore senza cerimonie,
    semplicemente.

    Et lasso et instituisco con ogni miglior modo et forma che fare et
    instituire se puote esecutori di questo mio testamento il
    Reverendo vescovo di Tolone e Messer Mario Fregapane, i quali
    supplico per l'amor de Dio et per la fede che ho in loro signorie
    che vogliano doppo la mia morte fare eseguire a puntino queste mie
    ultime volontà per magior dechiaratione della quale io come di
    sopra ho detto mi sottoscrivo di mia propia mano.

    Io Tullia Aragona affermo quanto sopra et instituisco herede
    universale Celio come di sopra ho detto. _A tergo autem_, ecc
    L'entroacluso è il testamento di me Tullia Aragona il quale ho
    sottoscritto de mia propria mano et ligatolo con el filo et
    sigillatolo sopra esso filo il quale consegno a M. Virgilio
    Grandinelli notario pubblico presenti li testimonii sottoscritti
    da me rogati et non voglio sia aperto se non doppo la morte mia,
    et in fede di ciò mi sottoscrivo di mia propria mano. Io Tullia
    Aragona manu propria. _Quorum testium etc. (Archivio di Stato in
    Roma, Not. A. C. vol. 6298, num. 69)_.


[46] Il malevolo Giraldi scriveva di lei che aveva il viso non bello
    nè piacevole "il quale oltre la bocca larga et le labbra sottili
    era disordinato da un naso lungo, gibbuto et nella estrema parte
    grosso et atto a porre sommo difetto in ogni bella faccia s'egli
    tra le guancie vi fosse posto. (_Ecatommiti_, loc. cit.)

[47] In una lettera datata di Venezia li 6 giugno 1537 e scritta allo
    Speroni esaltandogli il suo _Dialogo_egli diceva: La Tullia ha
    guadagnato un tesoro che per sempre spenderlo mai non iscemerà, e
    l'impudicitia sua per sì fatto onore può meritamente essere
    invidiata dalle più pudiche e dalle più fortunate.

[48] Nella commedia del Razzi intitolata la _Balia_(Firenze 1560) in
    fine della scena VII dell'atto III leggesi:

     LIVIO (_padrone_). Io non conobbi mai giovane di più alto animo
     di lei e di più elevato spirito

     BROZZI (_famiglio_). O degli uomini inferma e instabil mente! Pur
     ora la chiamaste puttana e femmina di mondo, ed ora per contrario
     dite tanto ben di lei?

     LIVIO. Sarebbe forse la prima nobile e d'animo grande che è stata
     puttana? Che è stata la Tullia d'Aragona, Isabella di Luna e
     altre?

    Anche il Lasca che pure si atteggia, benchè un po' tardi, ad
    amante della Tullia, nel XXII madrigale lagnandosi che la sua
    donna, anch'essa cortigiana

        lodata ancor non sia
        con dolce stile e soave armonia,

    dice che

        celebrar si sente ognora
        con gloria alta e divina
        e Tullia e Totta e Fioretta e Nannina
        che, bench'elle sieno oggi al mondo rare,
        non si ponno agguagliare
        alla Cecca gentil che m'innamora.

[49] Noli discedere a muliere sensata et bona, quam sortitus es in
    timore Domini: gratia enim verecundiae illius super aurum.
    (_Eccl_. VII, 21).

[50] =Cereseto G. B.= _Storia della poesia in Italia_. Milano,
    Silvestri, 1857, vol. I.

[51] =Aretino P.= _Ragionamenti_. Cosmopoli, 1660, parte I, giornata
    III.--=Graf A.= op. cit. pag 19 e seg.

[52] Il Domenichini nelle sue _Facetie, etc._pag. 32, ricorda una
    disputa che alcuni cortigiani ebbero in casa dell'Aragona sui
    pregi del Petrarca.

[53] Vedi nota a pag. 29.

[54] Per i riscontri usiamo delle _Rime di _=F. Petrarca=_con
    l'interpretazione di _=G. Leopardi =_e con note inedite di _=F.
    Ambrosoli=. Firenze, Barbèra, 1879.

[55] Questo dialogo fu edito in Venezia dal Giolito nel 1547 in-8 e
    ristampato a Milano nel 1864 dal Daelli nella sua _Biblioteca
    rara_con prefazione di Eugenio Camerini (Carlo Téoli).

[56] _Il Meschino e il Guerino_. Poema. In Venezia, per Gio. Battista
    Melchior Sessa, 1560, in-4.

[57] =Crescimbeni=, op. cit., vol. I, c. 341.

[58] =Gordon di Percel.= _Biblioth. des Romans_, tom. II, pag.
    193.--=Crescimbeni=, op. cit., vol. I, carte 331.--=Fontanini G.=
    _Dell'eloquenza italiana_, lib. I, cap. XXVI.--=Zambrini F.= _Le
    opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV ecc._Bologna,
    Zanichelli, 1878.--=Melzi=. _Bibliografia dei romanzi di
    cavalleria in versi e in prosa italiani_.__Milano, Daelli, 1865.

[59] Produciamo a saggio del nostro asserto due sole ottave:

      Ma de l'ostier l'innamorata figlia
      non potendo frenar l'accesa voglia,
      ch'ognun dorma per casa il tempo piglia
      e poi d'ogni timor lieta si spoglia:
      disiando il camin di molte miglia,
      non pensa che 'l Meschin se ne distoglia:
      ponglisi a canto ignuda, e gli si accosta
      nè fu pari a la voglia la risposta.

      Sveglia messer Brandisio, e fagli offerta
      de la da lui già ricusata preda,
      de la qual poi che 'l francioso s'accerta
      non sa s'ancor ben chiaramente creda
      s'ei non esce a battaglia più aperta
      dicendo: E basta che mi si conceda,
      ridendo seco, e franco s'appresenta
      di sorta tal che la mandò contenta.

[60] Mentre il Meschino è condotto alla corte di Pacifero le guide
    ammirandone il femmineo volto gli chieggono se egli sia uomo o
    donna: inteso essere uomo gli manifestano l'uso del paese, che
    ricordava quello di Sodoma. Il Meschino si sdegna, e vorrebbe non
    entrare in tal corte, ma il re gli fa promettere che sarebbe
    rispettato, e l'accolse benignamente con ogni onore.

      E poi la sera volse ch'egli andasse
      a cena seco e fu sopra un tappeto
      disteso in terra, e tal fu la sua asse;
      ma quel lussurioso ed indiscreto
      senza aspettar che più 'l Meschin cenasse,
      per mano il piglia e con atto inquieto
      lo sfrenato desir gli fa palese
      onde 'l Meschin di collera s'accese.

    Rinchiuso in prigione per non aver voluto soddisfare Pacifero,
    vien salvato dalla figliuola del re, che innamoratasi di lui va
    continuamente a trovarlo ove spesso

      . . . . . abbraccia al Meschin suo la gola
      ma ben che freddamente fosse centa
      da lui nel mezzo con le braccia, fece
      quel che stimar si può, ma dir non lece.

    E dopo due sole altre ottave l'innamorata donzella apparisce
    gravida.

[61] Cf. =Rajna P=. _Ricerche intorno ai Reali di Francia_. Bologna,
    Romagnoli, 1872.--Il Zambrini e il Melzi citano le edizioni del
    _Guerino_ nell'ordine seguente: Venezia 1473, Bologna 1475, Venezia
    1477, ivi 1480, Milano 1480, ivi 1482. L'Aragona ignorava forse
    l'autore di esso che il Rajna afferma essere Maestro Andrea de'
    Magnabotti da Barberino di Valdelsa maestro di canto.





RIME DI TULLIA D'ARAGONA


A DONNA ELEONORA DI TOLEDO
DUCHESSA DI FIRENZE

***


TULLIA D'ARAGONA


Io so bene nobilissima e virtuosissima Signora Duchessa, che quanto la
bassezza della condizion mia è men degna della altezza di quella di
V. Eccell. tanto la rozzezza de' componimenti miei è minore dello
ingegno e giudicio suo; e per questa cagione, sono stata in dubbio
gran tempo se io dovessi indirizzare a così grande e così onorato nome
quanto è quello di V. Eccell., così picciola e così ignobile fatica,
come è quella de' sonetti composti da me più tosto per fuggir l'ozio
molte volte, o per non parer scortese a quelli che i loro mi aveano
indirizzati, che per credenza di doverne acquistar fama o pregio
alcuno appresso le genti. Ma desiderando io di mostrare in qualche
modo qualche parte della devotissima servitù mia verso V. Eccell. per
gli obblighi che le ho molti e grandissimi sì a lei, e sì a quella
dello invitto e gloriosissimo consorte suo, presi ardimento, e mi
risolsi finalmente di non mancare a me medesima, ricordandomi che i
componimenti di tutti gli scrittori hanno in tutte le lingue, e
massimamente quegli de' poeti, avuto sempre cotal grazia e preminenza,
che niuno quantunque grande, non solo non gli ha rifiutati mai, ma
sempre tenuti carissimi. Perchè io ancorchè, come ho detto, conosca
benissimo così l'altezza dello stato suo, come la bassezza della
condizione mia, presento umilmente con devotissimo cuore queste mie
poche, basse e picciole fatiche, alle moltissime, grandissime e
altissime virtù di lei, pregandola con tutto l'animo non al dono
voglia nè a chi dona, ma a sè medesima riguardare.




  I. -- Al Duca di Firenze

  Se gli antichi pastor di rose e fiori
  sparsero i tempii, e vaporar gli altari
  d'incenso a Pan, sol perchè dolci e cari
  avea fatto a le Ninfe i loro amori:

  quai fior degg'io Signor, quai deggio odori,
  sparger al nome vostro, che sian pari
  a i merti vostri, e tante, e così rari,
  ch'ognor spargete in me grazie e favori?

  Nessun per certo tempio, altare, o dono
  trovar si può di così gran valore,
  ch'a vostra alta bontà sia pregio eguale.

  Sia dunque il petto vostro, u' tutte sono
  le virtù, tempio; altare, il saggio core;
  Vittima, l'alma mia, se tanto vale.

  [V. 7 B. pari.; D. cari.]



  II. -- Allo stesso
  _(Cod. Magliabecchiano, II, I, IV)._

  Se gli antichi pastor di rose e fiori
  sparsero i tempii, e vaporar gl'altari
  di maschi incensi a Vener, poichè cari
  fece e dolci alle Ninfe i loro amori:

  a voi, che sceso dai più nobil cori
  degl'angiol sete, e ch'ai desiri miei cari
  rendete i favor, quai più rari
  fiori offrirò io? quai grati odori?

  Veramente non tempio, altare, o dono
  trovar si può di tal pregio e valore,
  ch'a vostra cortesia sia merto uguale;

  fuor che fia 'l petto vostro il tempio, u' sono
  alti pensieri; e 'l saggio vostro core
  fia altar; vittima, l'alma mia immortale,

  [V. 6. Nel mss. leggesi: _miei o cari_.]


  III. -- Allo stesso

  Signor, pregio e onor di questa etade,
  cui tutte le virtù compagne fersi,
  che con tante bell'opre e sì diversi
  effetti gite al ciel per mille strade:

  quai fien, che possan mai tante, e si rade
  doti vostre cantar prose, nè versi?
  In voi solo (e son parca) può vedersi
  giunta a sommo valor, somma bontade.

  Voi saggio, voi clemente, voi cortese;
  onde nel primo fior de' più verd'anni
  vi fu dato da Dio sì grande impero,

  per ristorar tutti gli andati danni:
  e, con potere eguale al bel pensero,
  por sempiterno fine a tante offese.

  [V. 7 B. sol, - 13 pensiero.]



  IV. -- Allo stesso

  Signor d'ogni valor più d'altro adorno:
  Duce fra tutti i Duci altero e solo:
  Cosmo, di cui dall'uno all'altro polo,
  e donde parte, e donde torna il giorno,

  non vede pari il sol girando intorno:
  me, che quanto più so v'onoro, e colo,
  prendete in grado, e scemate il gran duolo
  de l'altrui ingiusto oltraggio, e indegno scorno.

  Nè vi dispiaccia, ch'el mio oscuro e vile
  cantar, cerchi talor d'acquistar fama
  a voi più ch'altro chiaro, e più gentile;

  non guardate Signor, quanto lo stile
  vi toglie (ohimè) ma quel che darvi brama
  il cor, ch'a vostra altezza inchina umile.

  [V. 9 D. scuro.]


  V. -- Allo stesso

  Nuovo Numa Toscan, che le chiar'onde
  del tuo bel fiume inalzi a quegli onori
  ch'ebbe già il Tebro; e le stelle migliori
  girano tutte al gran valor seconde;

  le tue virtuti a null'altre seconde,
  alto suggetto a i più famosi cori,
  da l'Arbia, ond'oggi ogni bell'alma è fuori,
  mi trasser d'Arno a le felici sponde.

  E al primo disio, nuovo disire,
  m'accende ognor la tua bontà natìa:
  tal che miglior non spero, o bramo albergo.

  Così potessi un dì farmi sentire
  cortese no, ma grata con la mia
  zampogna, ch'a te sol, bench'indegna, ergo.

  [V. 1 E. Novo; chiare.]
  [2 innalzi a quegl'onori.]
  [6 ai.]
  [7 Dall'; infiori.]
  [9 novo.]
  [11 talchè.]
  [12 potess'io.]
  [14 che a te.]
  [È inserito anche nei _Componimenti poetici delle più illustri
  rimatrici_ raccolti da LUISA BERGALLI. Parte prima, che contiene le
  rimatrici antiche fino all'anno 1573. In Venezia 1726, appresso
  Antonio Mora, _con licenza de' superiori e privilegio_, pag. 110.]



  VI. -- Allo stesso
  _(Cod. Magliabecchiano II, I, IV)._

  Almo Pastor, che godi alle chiar'onde
  del più bel fiume che Toscana onori,
  cui s'aggiran le grazie e i santi amori,
  lieti spargendo intorno fiori e fronde:

  le tue virtuti a null'altro seconde,
  alto soggetto a più gentil pastore,
  da i colli ornati già di mille allori,
  mi volser con mie gregge a le tue sponde.

  E al primo mio disir, nuovo disire,
  aggiunto ha dentr'al cor tua cortesia,
  che in le tue piagge eterno sia 'l mio albergo;

  e vorrei bel almen farmi sentire
  grata al tener della zampogna mia,
  ma a dir el ver tant'alto el suon non ergo.


  VII. -- Allo stesso

  Signor, che con pietate alta e consiglio,
  (onde tanto più ch'altro al mondo vali)
  venisti a medicar gli antichi mali,
  del fiorito per te purpureo giglio;

  io che scampata da crudele artiglio,
  provo gli acerbi e ingiuriosi strali
  quanto sian di fortuna aspri e mortali,
  a te rifuggo in sì grave periglio;

  e solo chieggo umil, che come l'alma
  secura vive omai ne la tua corte,
  da la vicina e minacciata morte,

  così la tua mercè di ben n'apporte
  tanto, che l'altra mia povera salma
  libera venga per le ricche porte.

  [V. 12 B. m'apporte.]
  [Questo sonetto leggesi anche nel_: Libro primo delle rime spirituali,
  parte nuovamente raccolte da più autori, parte non più date in
  luce_. In Venetia, al segno della Speranza, M.D.L. in-12, a carte 40.]



  VIII. -- Allo stesso

  Dive che dal bel monte d'Elicona
  discendete sovente a far soggiorno
  fra queste rive, ond'è che d'ogn'intorno
  il gran nome Toscan più altero sona:

  d'eterni fior tessete una corona
  a lui, che di virtù fa 'l mondo adorno,
  sceso col fortunato Capricorno,
  per cui l'antico vizio n'abbandona.

  E per me lodi, e per me grazia a lui
  rendete, o Dive, che lingua mortale,
  verso immortal virtù s'affanna indarno.

  Quest'è valor, quest'è suggetto tale,
  che solo è da voi sole, e non d'altrui:
  così dicea la Tullia in riva d'Arno.

  [V. 4 B. suona.]


  IX. -- Allo stesso

  Nè vostro impero ancor che bello e raro,
  nè d'argento e di gemme ampia ricchezza,
  che men da chi più sa si brama e prezza,
  vi fanno al mondo sì famoso e chiaro:

  quanto l'aver, Signor pregiato e caro,
  la ben nata e gentil anima avvezza,
  con severa pietate e dolce asprezza
  perdonar, e punir, ch'oggi è sì raro.

  Queste vi fanno tal, lunge e dappresso,
  ch'al grido sol del vostro nome altero
  l'alma s'inchina, e come può vi onora.

  E se al caldo disìo fia mai concesso
  stile al suggetto ugual, ritrarne spero
  fama immortal, dopo la morte ancora.

  [V. 1 E. degno e raro.]
  [10 Che al.]
  [11 v'onora.]
  [12 desio.]
  [13 soggetto.]
  [B. egual.]
  [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 110.]



  X. -- Alla Duchessa di Toscana

  Non così d'acqua colmo in mar discende,
  nè di tante dorate arene vago
  si mostra al suo paese il ricco Tago,
  d'onde 'l nome real di voi si prende,

  come del valor vostro a noi si stende
  di mille opre divine alto ampio lago:
  e quante (benchè in dir nulla m'appago)
  bellezze scorge in voi chi dritto intende.

  Quest'è l'arena d'oro, e queste l'onde
  di beltate e virtù, che 'l bello e santo
  animo e volto vostro, a l'Arno infonde.

  Non più la Spagna omai gioisca tanto,
  che s'ella ha 'l Tago con l'aurate sponde,
  Leonora avrem noi con maggior vanto.

  [V. 14 B. avremo.]


  XI. -- Alla stessa

  O qual vi debb'io dire o Donna o Diva,
  poi che tanta beltà, tanto valore
  riluce in voi, che 'l vostro almo splendore
  abbaglia qual fu mai fiamma più viva?

  Mi dice un bel pensier che di voi scriva,
  e renda grazie, e qual si deve onore;
  ma dove s'erge l'animoso core,
  non giunge penna, o voce umana arriva.

  So ch'ogni alto favor da voi mi viene,
  come la luce al dì da quella stella,
  che surge in oriente innanzi al Sole.

  Ma poi che pur al fin mal si conviene
  a tanta altezza l'umil mia favella,
  v'appaghi il core in vece di parole.



  XII. -- Alla stessa

  Donna reale, a i cui santi disiri
  grazia già fece la bontà superna
  di me, ch'or fatto son chiara lucerna
  sopra i celesti, ardenti, alti zafiri;

  poi che fuor di sospetto e di martiri,
  godo del ben che ne l'alme s'interna,
  deh! non turbate la mia pace eterna
  col pianto vostro, e co' i vostri sospiri.

  Qui mi viv'io, dove 'l pensier non erra;
  dove luogo non ha terreno affetto;
  e co' i piè calco gli stellanti chiostri.

  E se quassù giungesser gli occhi vostri,
  vedendo fatto me novo angeletto,
  qui bramareste, e non vedermi in terra.

  [V. 1 B. a cui i.]


  XIII. -- Alla stessa

  S'a l'alto Creator de gli elementi
  sete, Donna Real, cotanto cara,
  che de la stirpe vostra altera e rara,
  volle ornare i suoi chiostri eterno ardenti;

  e s'or, per acquetar vostri lamenti,
  vi rende il cambio di quell'alma chiara,
  che di voi nata, tutto 'l ciel rischiara,
  a Dio lode cantando in dolci accenti;

  ragion è ben, che con eterni onori
  vi cantin tutti gli spirti più rari,
  com'onorata in terra e in ciel gradita.

  Arno alzi l'acque al ciel, le rive infiori,
  suonino i tempii, e fumino gli altari,
  che 'l nuovo parto a festeggiar n'invita.

  [V. 3 B. De la stirpe vostra.]
  [6 Il principino D. Pietro morì il 10 giugno 1 47, e D. Garzia nacque
  il 5 luglio dello stesso anno.]



  XIV. -- A Maria Salviati de' Medici

  Anima bella che dal padre eterno
  creata prima in ciel nuda e immortale,
  or vestita di vel caduco e frale,
  mostri qua giuso il gran valore interno:

  da gli alti chiostri in questo basso inferno
  u' si n'aggrava il rio peso mortale,
  scendesti a torne noia e a darne l'ale
  al sommo bello, al sommo ben superno;

  chiunque te pur una volta mira,
  sente sgombrar da l'alma ogni vil voglia,
  e arder tutta di celeste amore.

  Dunque ver me col divin raggio spira
  del disiato tuo santo favore,
  ch'io voli al Ciel con la terrena spoglia.

  [V. 7 E. ne.]
  [9 B. sol.]
  [11 Ed; tutto. - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 111.]


  XV. -- Alla stessa
  _(Cod. Magliabecchiano II, I, IV)._

  Anima bella, che dal Padre eterno
  pura fosti creata e immortale,
  e ingombra di velo oscuro e frale,
  pur di fuor mostri il tuo valor interno:

  dal ciel scendesti in questo vivo inferno,
  u' n'aggrava il terren peso mortale,
  per innalzarne dibattendo l'ale
  al sommo bello, e sommo ben superno.

  Tu di casti pensier, d'onesta voglia
  ingombri l'alma a chi tuo esempio mira,
  e le fai vaghe del verace amore.

  Dunque ver me col vivo raggio spira
  del desiato tuo almo favore,
  ch'io m'erga, e inalzi al ciel da questa spoglia.



  XVI. -- A. D. Luigi di Toledo

  Spirto gentil, che dal natìo terreno
  la chiarezza del sangue, e dal ciel chiara
  anima avesti, e a cui d'ogni più rara
  virtù colmar le sante Muse il seno;

  poi che 'l cor vostro è d'alto valor pieno,
  e real cortesia da voi s'impara,
  non mi sia, prego, vostra mente avara
  di ciò, ch'altrui donando, non vien meno.

  Voi sete quel, ch'avete ambe le chiavi
  di quegli eccelsi, e gloriosi cori
  che fan più ch'ancor mai felice l'Arno;

  or volgetele a me così soavi,
  ch'entro raccolta, mai non esca fuori;
  e prego umil non sia 'l mio prego indarno.


  XVII. -- A D. Pedro di Toledo

  Ben si richiede al vostro almo splendore
  del chiaro sangue, e a la virtù eccellente,
  che si canti Signore eternamente
  ne' giochi di Parnaso il vostro onore;

  ond'è ch'a dir di voi, dentr'al mio core
  s'accende ognor un vivo foco ardente;
  ma come a l'alta impresa non si sente
  l'anima ugual, si spenge il novo ardore.

  Non s'assicura nel profondo seno
  di vostre glorie entrar mia navicella
  sotto la scorta del mio cieco ingegno.

  Solchi 'l gran mar di vostre lodi a pieno
  più felice alma, a cui più chiara stella
  porga favore in più securo legno.



  XVIII. -- A Pietro Bembo

  Bembo, io che fino a qui da grave sonno
  oppressa vissi, anzi dormii la vita,
  or da la luce vostra alma infinita,
  o sol d'ogni saper maestro e donno,

  desta apro gli occhi, sì ch'aperti ponno
  scorger la strada di virtù smarrita;
  ond'io lasciato ove 'l pensier m'invita
  de la parte miglior per voi m'indonno:

  e quanto posso il più mi sforzo anch'io,
  scaldarmi al lume di sì chiaro foco,
  per lasciar del mio nome eterno segno.

  E o non pur da voi si prenda a sdegno
  mio folle ardir, che se 'l sapere è poco,
  non è poco, Signor, l'alto disìo.

  [V. 2 B. dormì; - C. D. dormii.]
  [3 E. dalla.]
  [12 Ed oh! - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 111.]


  XIX. -- A Ridolfo Baglioni

  Signore in cui valore e cortesia
  giostrano insieme ognor tanto ugualmente,
  che discerner non puote umana mente,
  di qual di lor più la vittoria sia;

  mia fredda Musa a voi già non s'invia
  per celebrar vostra virtute ardente;
  ma perch'in voi nomar conosce e sente,
  sorger nel vostro onor la gloria mia.

  Ben porta nel mio core un caldo affetto
  il vivo lume vostro, ch'è sì chiaro,
  che risplender si vede in ogni parte.

  Ma prenda voi per degno alto suggetto,
  chi al quieto Apollo è tanto caro,
  quanto voi sete al bellicoso Marte.

  [V. 2 B. egualmente;]
  [8 C. scorger.]



  XX. -- A Francesco Crasso

  La nobil valorosa antica gente,
  che di novo i fratelli ancisi vede,
  e in acerbo esilio a pianger riede,
  Signore, a te, s'inchina umilemente.

  E potendo vendetta arditamente
  gridar da' monti, e piaghe, e mille prede,
  mercè sola e pietate a te richiede,
  di comune voler, pietosamente.

  O sanator de le ferite nostre,
  mira la velenosa e cruda rabbia,
  che 'l sangue giusto, ingiustamente sugge.

  Così tosto avverrà, ch'in te si mostre,
  com'a gran torto, tanti danni or abbia
  la gente, cui pietate e doglia strugge.

  [V. 2 B. D. E. nuovo.]
  [6 B. C. D. E. de' morti. _Componimenti poetici_, ecc.,
  ediz. cit. pag. 112.]


  XXI. -- Al Molza

  Poscia (ohimè) che spento ha l'empia morte
  l'alma gentil, ch'in sua più verde etade,
  a gran passi salìa l'erte contrade
  che menan dritto a la superna corte;

  chi fia che leggi così crude e torte,
  spirti amici d'onor e di bontade,
  non pianga meco ognor, ch'a le più rade
  virtù die' sempre il ciel vite più corte?

  Molza ben pianger dei, poi ch'al camino
  ove ti sprona un disusato ardire,
  perduta hai meco la più fida scorta.

  Io per me dopo sì fero destino
  non voglio altro, non deggio che morire
  se morir deve e puote, chi è già morta.

  [V. 1 B. l'avara; C. D. empia.]



  XXII. -- Al Colonnello Luca Antonio

  Poi che rea sorte ingiustamente preme
  voi, ch'alto albergo sete di valore,
  sento, spirto gentil, un tal dolore,
  che con voi l'alma mia ne giace insieme.

  L'anima mia ne giace, e 'l petto geme,
  di non poter mostrar nel riso il core,
  a voi, cui bramo con perpetuo onore,
  piacer servendo, insino a l'ore estreme

  Il disìo d'ora in ora a voi mi porta:
  quindi rispetto onesto mi ritiene:
  e disvoler conviemmi quel ch'io voglio.

  In sì dubbioso stato mi conforta,
  che ben v'è noto quel che si conviene,
  e questo fa minore il mio cordoglio.

  [V. 1 E. Poichè.]
  [2 siete.]
  [8 all'ore. - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 112.]


  XXIII. -- Ad Ugolino Martelli

  Mentre ch'al suon de i dotti ornati versi,
  fate d'Arno suonar l'ampie contrade,
  cantando insieme a più ch'ad una etade
  con le virtù, ch'a voi sì amiche fersi,

  a me, caro Martel, sono tanto avversi
  i fati, ch'ogni ben dal cor mi cade;
  e per occulte, solitarie strade,
  vo' lagrimando il dì che gli occhi apersi.

  Tal che del pianto mio, del mio languire,
  languisce e piagne ogni sterpo e ogni sasso,
  e le fiere e gli augelli in ogni parte.

  Voi mentre affligge me l'empio martire,
  deh! consolate lo mio spirto lasso,
  con vostre eterne e onorate carte.



  XXIV. -- Allo stesso

  Più volte, Ugolin mio, mossi il pensiero
  per risonar con la zampogna mia,
  vostra rara virtute e cortesia,
  poggiando al ciel col bel suggetto altero.

  Ma, lassa, invan m'affanno (o destin fero)
  che roco è 'l suono, e la mia sorte ria,
  sì dietro a i miei dolor tutta m'invia,
  che levarmi da terra, unqua non spero.

  Cantino altri di voi tanti pastori,
  che pascon le lor gregge a l'Arno intorno,
  a cui le Muse, a cui fortuna è amica;

  io s'unqua al mio felice stato torno,
  non pur non tacerò miei santi ardori,
  ma voi sarete mia maggior fatica.

  [V. 1 E. movo]
  [10 greggie.]
  [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 115.]


  XXV. -- Allo stesso
  _(Cod. Vat. Ottob. 1595)._

  Ho più volte, Signor, fatto pensiero
  di risonar con la zampogna mia,
  di te il valor e l'alta cortesia,
  salendo al ciel presso al suggetto altiero.

  Ma, lassa, invan m'affanno, o destin fiero,
  che roco è 'l suono, e mia fortuna rìa,
  sì dietro a miei dolor tutta m'invia,
  che levarmi di terra indarno spero.

  Cantin di te tanti gentil pastori,
  che pascon le lor greggie al Po d'intorno,
  a cui le Muse, a cui fortuna è amica:

  forse il mio Mopso ancor, fatto ritorno,
  farà sentir non pur suoi bassi amori,
  ma tu sarai la sua maggior fatica.

  [Questo sonetto diretto prima al Martelli, appare qui scritto per il
  Muzio come chiaramente rilevasi dal nome di _Mopso_.]



  XXVI. -- Allo stesso

  Ben sono in me d'ogni virtute accese
  le voglie tutte, e gli spirti alto intenti;
  ma 'l poter e l'oprar sì freddi e spenti,
  ch'io mi veggo aver l'ore indarno spese.

  Onde non lodi no, ma gravi offese
  mi son le rime vostre, e però tenti
  vostr'alto stil, fra tante e sì eccellenti,
  mille di lui cantar più degne imprese.

  Ben può celar il ver finta bugia,
  a qualche tempo, o 'n qualche loco, o parte:
  ma non sì ch'ei non vinca, e 'n sella stia,

  dunque per più secura e corta via,
  rivolgete, Ugolin, tanta vostra arte,
  ch'in altrui molto, in me poco sarìa.

  [Risposta al sonetto, del Martelli: _Se lodando di voi quel che palese._]


  XXVII. -- A Benedetto Varchi

  Varchi, da cui giammai non si scompagna
  il coro de le Muse, e ch'a l'affanno
  com'a la gioia, a l'util com'al danno,
  sempre avete virtù fida compagna;

  qual monte, o valle, o riviera, o campagna,
  non sarìa a voi più che dorato scanno:
  se come fumo innanzi a lei sen vanno
  gli umani affetti, ond'altri più si lagna?

  O perchè errar a me così non lice
  con voi pe' i boschi, com'ho 'l core acceso,
  de l'onorate vostre fide scorte?

  Ch'avendo ogni pensiero al cielo inteso,
  vivendo viverei vita felice,
  e morta sperarei vincer la morte.



  XXVIII -- Allo stesso

  Varchi, il cui raro e immortal valore,
  ogni anima gentil subito invoglia,
  deh! perchè non poss'io, com'ho la voglia
  del vostro alto saver colmarmi il core?

  che con tal guida so ch'uscirei fore,
  de la man di fortuna, che mi spoglia
  d'ogni usato conforto: e ogni mia doglia
  cangerei in dolce canto, e 'n miglior ore.

  Ahi! lassa, io veggio ben che la mia sorte
  contrasta a così onesto e bel desire,
  sol perchè manch'io sotto l'aspre some.

  Ma s'i me pur così convien finire,
  la penna vostra almen, levi il mio nome
  fuor degli artigli d'importuna morte.

  [V. 4 E. saper.]
  [5 fuore.]
  [6 Delle.]
  [11 Sol perch'io manchi.]
  [_Componimenti poetici_, ecc. ediz. cit. pag. 113.]


  XXIX. -- Allo stesso

  Quel che 'l mondo d'invidia empie e di duolo,
  quel che sol di virtute è ricco e adorno,
  quel che col suo splendor un lieto giorno
  chiaro ne mostra a l'uno e all'altro polo:

  quel sete Varchi voi, quel voi che solo,
  fate col valor vostro oltraggio e scorno
  a i più lontan, non ch'ai vicin d'intorno;
  ond'io v'ammiro, riverisco e colo.

  E di voi canterei mentre ch'io vivo,
  s'al gran suggetto il mio debile stile,
  giunger potesse di gran spazio almeno.

  O pur non fosse a voi noioso e schivo
  questo mio dire, scemo e troppo umile:
  che per voi renderassi altero e pieno.



  XXX. -- Allo stesso

  Se 'l ciel sempre sereno e verdi i prati,
  sieno al bel gregge tuo, dolce pastore
  vero d'Arcadia e di Toscana onore,
  più chiaro fra i più chiari e più pregiati:

  se tanto in tuo favor girino i fati,
  che mai tor non ti possa il dato core
  Filli, nè tu a lei tuo santo amore,
  onde vi gridi ogni uom saggi e beati:

  dinne, caro Damon, s'alma sì vile
  e sì cruda esser può, ch'essendo amata
  renda invece d'amor tormenti e morte.

  Ch'io temo (lassa) se 'l tuo dotto stile
  non mi leva il dubbiar, d'esser pagata
  di tal mercede, sì dura è mia sorte.

  [V. 7 E. casto.]
  [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 114.]


  XXXI. -- Allo stesso

  Dopo importuna pioggia
  s'allegrano i pastor, quando 'l sereno
  ciel si discopre lor di stelle pieno;

  e dopo 'l corso de l'instabil luna,
  ne l'apparir del sole,
  gioisce ogni animal che brama il giorno;

  e l'alto Dio lodar ben spesso suole,
  dopo l'aspra fortuna,
  spaventato nocchier al porto intorno;

  e 'l Varchi è al suo ritorno
  seren, sol, porto: e chi ha d'onor disìo,
  si rallegra, gioisce e loda Iddio.

  [V. 10 B. Varchi al; C. D. Varchi è al.]



  XXXII. -- A Girolamo Muzio

  Voi ch'avete fortuna sì nimica,
  com'animo, valor e cortesia,
  qual benigno destino oggi v'invia
  a riveder la vostra fiamma antica?

  Muzio gentile, un'alma così amica
  è soave valore a l'alma mia,
  ben duolmi de la dura e alpestra via
  con tanta non di voi degna fatica.

  Visse gran tempo l'onorato amore
  ch'al Po già per me v'arse. E non cred'io
  che sia sì chiara fiamma in tutto spenta.

  E se nel volto altrui si legge il core,
  spero ch'in riva d'Arno il nome mio
  alto sonar ancor per voi si senta.

  [V. 1 E. nemica.]
  [13 all'Arno.]
  [14 Alto per voi suonare ancor si senta.]
  [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 113.]


  XXXIII. -- Allo stesso

  Fiamma gentil che da gl'interni lumi
  con dolce folgorar in me discendi,
  mio intenso affetto lietamente prendi,
  com'è usanza a tuoi santi costumi;

  poi che con l'alta tua luce m'allumi
  e sì soavemente il cor m'accendi,
  ch'ardendo lieto vive e lo difendi,
  che forza di vil foco nol consumi.

  E con la lingua fai che 'l rozo ingegno,
  caldo dal caldo tuo, cerchi inalzarsi
  per cantar tue virtuti in mille parti;

  io spero ancor a l'età tarda farsi
  noto che fosti tal, che stil più degno
  uopo era, e che mi fu gloria l'amarti.

  [V. 5 E. coll'alta.]
  [8 foco lo consumi.]
  [14 d'amarti.]
  [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 114.]



  XXXIV. -- Allo stesso

  Spirto gentil, che vero e raro oggetto
  se' di quel bel, che più l'alma disìa,
  e di cui brama ognor la mente mia
  essere al tuo cantar caro suggetto;

  se di pari n'andasse in me l'effetto
  con le tue lode, onor render potrìa
  mia penna a te; ma poi mia sorte rìa
  m'ha sì bramato onor tutto interdetto.

  Sol dirò, che seguendo la sua stella,
  l'anima tua da te fece partita,
  venendo in me, com'in sua propria cella;

  e la mia, ch'ora è teco insieme unita,
  ten può far chiara fede, come quella,
  che con la tua si mosse a cangiar vita.

  [V. 2 D. Sei; E. desia.]
  [5 si andasse.]
  [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag, 116. - Risposta al
  sonetto del Muzio: _Donna, il cui grazioso e altero aspetto_.]


  XXXV. -- A Bernardo Ochino

  Bernardo, ben potea bastarvi averne
  co 'l dolce dir, ch'a voi natura infonde,
  qui dove 'l re de fiumi ha più chiare onde,
  acceso i cuori a le sante opre eterne;

  che se pur sono in voi pure l'interne
  voglie, e la vita al vestir corrisponde,
  non uom di frale carne e d'ossa immonde,
  ma sete un voi de le schiere superne.

  Or le finte apparenze, e 'l ballo, e 'l suono,
  chiesti dal tempo e da l'antica usanza,
  a che così da voi vietati sono?

  Non fora santità, fora arroganza
  torre il libero arbitrio, il maggior dono
  che Dio ne diè ne la primiera stanza.



  XXXVI. -- Ad Emilio Tondi

  Siena dolente i suoi migliori invita
  a lagrimar intorno al suo gran Tondi,
  al cui valor ben furo i cieli secondi,
  poscia invidiaro l'onorata vita.

  Marte il pianger di lei col pianto aita,
  morto 'l campion, cui fur gli altri secondi;
  io prego i miei sospir caldi e profondi,
  ch'a sfogar sì gran duol porgano aita.

  So che non pon recar miei tristi accenti,
  a voi, messer Emilio, alcun conforto,
  che fra tanti dolori il primo è 'l vostro.

  Ma 'l duol si tempri; il suo mortale è morto;
  vive 'l suo nome eterno fra le genti:
  l'alma trionfa nel superno chiostro.


  XXXVII. -- A Tiberio Nari

  Se veston sol d'eterna gloria il manto
  quei che l'onor più che la vita amaro,
  perchè volete voi, gentil mio Naro,
  render men bella con acerbo pianto

  quella lode immortale e chiara tanto,
  di cui mai non sarà chi giunga al paro
  del valoroso vostro fratel caro,
  che morendo portò di morte 'l vanto?

  Scacciate 'l duol è rasserenate il volto;
  e le unite da lui nemiche spoglie
  sacrate a lui, che già trionfa in cielo.

  E da questo mortal caduco velo
  più che mai vivo, ormi libero e sciolto,
  par ch'a seguirlo ogni bell'alma invoglie.



  XXXVIII. -- A Piero Manelli

  Poi che mi diè natura a voi simile
  forma e materia, o fosse il gran Fattore,
  non pensate ch'ancor disìo d'onore
  mi desse, e bei pensier, Manel gentile?

  Dunque credete me cotanto vile,
  ch'io non osi mostrar cantando, fore,
  quel che dentro n'ancide altero ardore,
  se bene a voi non ho pari lo stile?

  Non lo crediate, no, Piero, ch'anch'io
  fatico ognor per appressarmi al cielo,
  e lasciar del mio nome in terra fama.

  Non contenda rea sorte il bel desìo,
  che pria che l'alma dal corporeo velo
  si scioglia, sazierò forse mia brama.

  [V. 7 D. m'ancide.]


  XXXIX. -- Allo stesso

  Amore un tempo in così lento foco
  arse mia vita, e sì colmo di doglia
  struggeasi 'l cor, che quale altro si voglia
  martir, fora ver lei dolcezza e gioco.

  Poscia sdegno e pietate a poco a poco
  spenser la fiamma, ond'io più ch'altra soglia
  libera da sì lunga e fera voglia,
  giva lieta cantando in ciascun loco.

  Ma 'l ciel nè sazio ancor (lassa) nè stanco
  de' danni miei, perchè sempre sospiri,
  mi riconduce a la mia antica sorte;

  e con sì acuto spron mi punge il fianco,
  ch'io temo sotto i primi empii martiri
  cader, e per men mal bramar la morte.

  [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 115.]
  [_Parnaso italiano ovvero raccolta di poeti classici italiani_,
  Venezia 1787, presso Antonio Zatta, vol. XXX, pag. 240.]
  [_Scelta di sonetti e canzoni dei più celebri rimatori d'ogni
  secolo_. Quarta edizione con nuova aggiunta. Parte seconda che
  contiene i rimatori dal 1550 sino al 1600 e del 1600. In Venezia,
  presso Lorenzo Baseggio, 1784 in-12, a carte 532.]



  XL. -- Allo stesso

  Qual vaga Filomela, che fuggita
  è da l'odiata gabbia, e in superba
  vista sen va tra gli arboscelli e l'erba,
  tornata in libertate e in lieta vita;

  er'io da gli amorosi lacci uscita,
  schernendo ogni martìre e pena acerba
  de l'incredibil duol, ch'in sè riserba
  qual ha per troppo amar l'alma smarrita.

  Ben avev'io ritolte (ahi stella fera!)
  dal tempio di Ciprigna le mie spoglie,
  e di lor pregio me n'andava altera;

  quand'a me Amor: le tue ritrose voglie,
  muterò, disse; e femmi prigioniera
  di tua virtù, per rinovar mie doglie.


  XLI. -- Allo stesso

  Felice speme, ch'a tant'alta impresa
  ergi la mente mia, che ad or ad ora
  dietro al santo pensier che la innamora,
  sen vola al Ciel per contemplare intesa.

  De bei disir in gentil foco accesa,
  miro ivi lui, ch'ogni bell'alma onora,
  e quel ch'è dentro, e quanto appar di fora,
  versa in me gioia senz'alcuna offesa.

  Dolce, che mi feristi, aurato strale,
  dolce, ch'inacerbir mai non potranno
  quante amarezze dar puote aspra sorte;

  pro mi sia grande ogni più grave danno,
  che del mio ardir per aver merto uguale
  più degno guiderdon non è che morte.


  [CRESCIMBENI: _Istoria della volgar poesia_, Venezia, presso Lorenzo
  Baseggio, 1730, vol. IV, pag. 68.]



  XLII. -- Allo stesso

  S'io 'l feci unqua che mai non giunga a riva
  l'interno duol, che 'l cuor lasso sostiene;
  s'io 'l feci, che perduta ogni mia spene
  in guerra eterna de vostr'occhi viva;

  s'io 'l feci, ch'ogni dì resti più priva
  de la grazia, onde nasce ogni mio bene;
  s'io 'l feci, che di tante e cotai pene,
  non m'apporti alcun mai tranquilla oliva;

  s'io 'l feci, ch'in voi manchi ogni pietade,
  e cresca doglia in me, pianto e martìre
  distruggendomi pur come far soglio;

  ma s'io no 'l feci, il duro vostro orgoglio
  in amor si converta: e lunga etade
  sia dolce il frutto del mio bel disire.


  XLIII. -- Allo stesso

  Se ben pietosa madre unico figlio
  perde talora, e nuovo, alto dolore
  le preme il tristo e suspiroso core,
  spera conforto almen, spera consiglio.

  Se scaltro capitano in gran periglio,
  mostrando alteramente il suo valore,
  resta vinto e prigion, spera uscir fuore
  quando che sia con baldanzoso ciglio.

  S'in tempestoso mar giunto si duole
  spaventato nocchier già presso a morte
  ha speme ancor di rivedersi in porto.

  Ma io, s'avvien che perda il mio bel sole,
  o per mia colpa, o per malvagia sorte,
  non spero aver, nè voglio, alcun conforto.



  XLIV. -- Allo stesso

  Se forse per pietà del mio languire
  al suon del tristo pianto in questo loco
  ten vieni a me, che tutta fiamma e foco
  ardomi, e struggo colma di disire,

  vago augellino, e meco il mio martìre
  ch'in pena volge ogni passato gioco,
  piangi cantando in suon dolente e roco,
  veggendomi del duol quasi perire;

  pregoti per l'ardor che sì m'addoglia,
  ne voli in quella amena e cruda valle
  ov'è chi sol può darmi e morte e vita;

  e cantando gli di' che cangi voglia,
  volgendo a Roma 'l viso, e a lei le spalle,
  se vuol l'alma trovar col corpo unita.


  XLV. -- Allo stesso

  Ov'è (misera me) quell'aureo crine
  di cui fe' rete per pigliarmi Amore
  ov'è (lassa) il bel viso, onde l'ardore
  nasce, che mena la mia vita al fine?

  Ove son quelle luci alte e divine
  in cui dolce si vive e insieme more?
  ov'è la bianca man, che lo mio core
  stringendo punse con acute spine?

  Ove suonan l'angeliche parole,
  ch'in un momento mi dan morte e vita?
  u' i cari sguardi, u' le maniere belle?

  Ove luce ora il vivo almo mio sole,
  con cui dolce destin mi venne in sorte
  quanto mai piovve da benigne stelle?



  XLVI. -- Ad Alessandro Arrighi

  Spirto gentil, s'al giusto voler mio
  non è cortese il cielo e amico tanto,
  ch'io possa con ragion lodarvi quanto
  me fate, e io far voi spero e desio;

  dolgomi del mio fato acerbo e rio,
  che ciò mi niega, rivolgendo in pianto
  il mio già lieto e dilettoso canto,
  per cui fan gli occhi miei si largo riso.

  Ma se fortuna mai si mostra amica
  a le mie voglie, non dubito ancora
  poter cantarvi tal qual mio cor brama,

  e far sentir per questa piaggia aprìca
  quant'è 'l valor, ch'in voi mio core onora,
  piacciavi s'or lo riverisce e ama.

  [Risposta al sonetto dell'ARRIGHI: _S'un medesimo stral duo petti
  aprìo_.]


  XLVII. -- A Lattanzio de' Benucci

  Io ch'a ragion tengo me stessa a vile,
  nè scorgo parte in me che non m'annoi,
  bramando tormi a morte e viver poi
  ne le carte d'un qualche a voi simile,

  cercando vo per questo lieto aprile
  d'ingegni mille, non pur uno o doi
  suggetti degni de i più alti eroi,
  e d'inchiostro al mio tutto dissimile.

  Però dovunque avvien, che mai si nome
  alteramente alcuno, indi m'ingegno
  trar rime, onde s'eterni il nome nostro.

  E spero ancor, se 'l mio cangiar di chiome
  non rende pigro questo ardito ingegno,
  d'Elicona salire al sacro chiostro.

  [Risposta al sonetto del BENUCCI: _Deh, non volgete altrove il dotto stile_.]



  XLVIII. -- Ad Antonio Grazzini _(Lasca)_

  Io che fin qui quasi alga ingrata e vile
  sprezzava in me così l'interna parte,
  come u' di fuor, che tosto invecchia e parte
  da noi ben spesso nel più bello aprile,

  oggi, Lasca gentil, non pur a vile
  non mi tengo (mercè de le tue carte)
  ma movo ancor la penna ad onorarte,
  fatta in tutto a me stessa dissimile.

  E come pianta che suggendo piglia
  novo licor da l'umido terreno
  manda fuor frutti e fior, benchè s'attempi:

  tal'io potrei, sì nuovo mi bisbiglia
  pensier nel cor di non venir mai meno,
  dar forse ancor di me non bassi esempi.

  [V. 3 B. un; C. D. u']
  [Risposta al sonetto del LASCA: _Se 'l vostro alto valor, Donna gentile_.]


  XLIX. -- A Nicolò Martelli

  Ben fu felice vostro alto destino,
  poi che vena vi die' tanto feconda,
  che 'l santo Apollo il vostro dir seconda
  più ch'ei non fece al suo diletto Lino.

  Il coro de le Muse a capo chino
  lieto v'onora, e 'l bel crin vi circonda
  di vaghi fiori e d'odorata fronda:
  perchè ragion è ben s'a voi m'inchino.

  Il cantar vostro l'anime innamora,
  e le fa da se stesse pellegrine,
  che celeste virtù può ciò che vuole.

  E 'n voi mirando grazie sì divine
  chi ha più gentil spirto più v'onora,
  altri d'invidia si lamenta e dole.

  [V. 7 adorata; C. D. odorata.]
  [8 E. Quindi.]
  [11 fa.]
  [14 duole.]
  [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 116. - Risposta al
  sonetto del MARTELLI: _Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino._]



  L. -- A Simone Porzio

  Porzio gentile, a cui l'alma natura
  e i sacri studi han posto dentro 'l core
  virtù, ch'esser vi fa primo cultore
  di lei, cui 'l cieco mondo oggi non cura;

  poi che rendete a feconda coltura
  sue alpestre piaggie, onde d'eterno onore
  semi spargete, e d'immortal valore
  cogliete frutti che 'l tempo non fura;

  piacciavi, prego, che vostra alta mente
  a l'umil pianta mia volga il pensieio,
  s'ella forse non n'è del tutto indegna,

  che di quel che per me poter non spero,
  col favor vostro a la futura gente
  di maraviglia ancor si farà degna.


  LI. -- A Giordano Orsini

  Alma gentil, in cui l'eterna mente,
  per farvi sovra ogni alma, bella e chiara,
  pose ogni studio; onde per voi s'impara
  la via di gir al ciel sicuramente;

  sì come il mondo della più eccellente
  cosa di voi non ha, nè tanto cara;
  e come sola sete e non pur rara
  d'ogni virtute ornata interamente;

  potess'io dirne appien quanto 'l cor brama,
  che d'invidia empirei e di dolore
  ogni spirto più saggio e più gentile,

  benchè vostro valor eterna fama
  per se vi acquisti, caro mio signore,
  quanto 'l sol gira e Battro abbraccia e Tile.



  LII. -- Al Card. di Tournon

  Sacro pastor, che la tua greggia umile,
  di caritade acceso e d'Amor pieno,
  guidi fuor del mortal camin terreno,
  per ricondurla al suo celeste ovile;

  se 'l ben'oprar ti rende a Dio simile,
  or che raggio divin le scalda il seno,
  ricevi o Santo nel tuo pasco ameno
  questa tua pecorella errante e vile;

  sì che possa ridotta in piagge apriche,
  ove nocer non può contraria sorte,
  nè fiere stelle al nostro danno intente;

  poste in oblìo l'acerbe sue fatiche
  fuggir le pompe, e disprezzar la morte,
  tenendo sempre in Dio ferma la mente.

  [Sta nel: _Sesto libro delle rime di diversi eccellenti autori,
  nuovamente raccolte et mandate in luce con un discorso di GIROLAMO
  RUSCELLI, al molto Reverendo et honoratiss. Monsignor Girolamo
  Artusio. Con gratia et privilegio_. In Vinegia, al _Segno del Pozzo_,
  M.D.LIII, a carte 182.]


  LIII. -- Allo stesso

  Signor nel cui divino alto valore
  tanto si gloria l'una Gallia altera,
  e l'altra tutta mesta e afflitta spera
  por fin a l'aspro suo grave dolore,
  poscia che voi tornando, il suo splendore
  torna e fa bella Roma:
  ecco la sparsa chioma,
  ella v'accoglie lieta, e manda fore,
  voci gioconde a asciuga gli occhi molli,
  e Tornon grida 'l Tebro e i sette colli.

  La pace, la letizia, a la sublime
  schiera de le virtù sacre, ch'a noi
  spariro al partir vostro, ora con voi
  riedono, e fan contesa al tornar prime
  le Muse a celebrarvi in versi e in rime;
  destano i chiari spirti,
  ond'or s'ergano i mirti,
  e i lauri spargon l'onorate cime,
  e prima de l'usato il mondo infiora,
  e l'aria empie d'odor Favonio e Flora.

  Fra tanto almo gioir, fra tanta festa,
  ch'oggi al vostro tornar si mostra e sente,
  anch'io la speme, e la letizia spente
  poter nudrir ne l'alma dubbia e mesta,
  se mirate, Signor, quel che m'infesta
  noioso e aspro duolo
  che voi potete solo
  ridurmi in porto da crudel tempesta,
  e volgendo ver me pietoso il ciglio
  trar mia vita di doglia e di periglio.

  Canzon, se innanzi a lui per grazia arrivi,
  che dee chiuder di Giano il tempio aperto,
  benchè nulla è 'l mio merto,
  pregal, che sola non mi lasci in guerra
  poi che per lui si spera pace in terra.

  [_Sesto libro delle Rime_ raccolte dal RUSCELLI, Venezia 1553, c. 183.]


  LIV.

  Se materna pietate afflige il core
  onde cercando in questa parte e in quella
  il caro figlio tuo, Lilla mia bella,
  piangi, e cresci piangendo il tuo dolore:

  a te, ch'animal se' di ragion fore,
  e non intendi (ohimè) quanto rubella
  sia stata ad ambe noi sorte empia e fella,
  togliendo a te 'l tuo figlio, a me 'l mio amore;

  che far (lassa) degg'io? Qual degno pianto
  verseran gli occhi miei dal cor mai sempre,
  che conosco il tuo male, e 'l mio gran danno?

  Chi potrà di Psichi con alto canto
  cantar l'altere lodi: o con quai tempre
  temprar quel, che mi da sua morte affanno?

  [V. 3 Lilia; C. D. Lilla.]
  [5 C. D. sei.]
  [12 C. D. Chi di Psichi potrà.]



  LV.

  Ben mi credea fuggendo il mio bel sole
  scemar (misera me) l'ardente foco
  con cercar chiari rivi, e starne a l'ombra
  ne i più fronzuti e solitarii boschi;
  ma quanto più lontan luce il suo raggio
  tanto più d'or in or cresce 'l mio vampo.

  Chi crederebbe mai che questo vampo
  crescesse quanto è più lontan dal sole?
  E pur il provo, che quel divin raggio
  quant'è più lunge più raddoppia il foco:
  nè mi giova abitar fontane o boschi,
  ch'al mio mal nulla val, fresco, onda od ombra.

  Ma non cercherò più fresco, onda od ombra,
  che 'l mio così cocente e fero vampo
  non ponno ammorzar punto fonti o boschi;
  ma ben seguirò sempre il mio bel sole,
  poscia che nuova salamandra in foco
  vivo lieta, mercè del divo raggio.

  [V. 10 B. longe; C. D. lunge.]


  [LV.]
  _(Codice Vat. Ottob. 1595, c 118-119)_

  Ben mi credea fuggendo il mio bel sole
  scemar misera a me l'estremo fuoco,
  con cercar chiari rivi e stare all'ombra
  dei verdi faggi ed abitar fra boschi;
  ma quanto più lontano è il suo bel volto
  tanto più d'or in or cresce 'l mio vampo.

  Chi crederebbe mai che questo vampo
  crescesse quanto è più lontan dal sole?
  Io pur il provo, che quel divin volto
  accresce e 'n me raddoppia ognor il fuoco,
  nè mi giova cercar fontane o boschi,
  che questo sol non cuopre e frondi ed ombra.

  Non cercarò vie più posare all'ombra
  per minuire il mio cocente vampo,
  nè, lassa, errando, gir tra folti boschi;
  ma ben seguirò io sempre quel sole
  per cui sì lieta mi nutrico in fuoco,
  che a ciò mi sforza il cielo col suo bel volto.



  Deh! perchè non m'alluma il vivo raggio
  ovunqu' io vado, o per sole o per ombra,
  che lieta soffrirei sì dolce foco,
  e contenta morrei del suo gran vampo?
  Ma non spero giammai, lassa, che 'l sole
  scopra giorno sì chiaro in questi boschi.

  Ond'avrò sempre in odio i monti e i boschi
  che m'ascondon la luce di quel raggio,
  che splende e scalda più de l'altro sole;
  biasmi chi vuole e fugga i raggi a l'ombra,
  ch'io per me cerco sempre e lodo il vampo
  che m'arde e strugge in sì possente foco.

  Quanto dunque mi fora grato il foco,
  ingrati i monti, e le fontane, e i boschi,
  u' non veggo il mio sole e sento il vampo
  s'io potessi appressar l'amato raggio
  e del mio stesso corpo a lui far ombra,
  e quando parte e quando torna il sole.

  Prima sia oscuro il sole e freddo il foco,
  nè faranno ombra in nessun tempo i boschi,
  che del bel raggio in me non arda il vampo.

  [V. 11 B. certo.]


  Deh! perchè non è meco il sacro volto
  dovunque io vadi, o per sole o per ombra,
  ch'avria forse men forza al cuore il fuoco
  e soffrirei più lieta ogni mio vampo;
  ma puote solo un raggio del mio sole
  farmi beata ne gli ombrosi boschi.

  E perciò in odio avrò sempre quei boschi
  che torrammi il veder del sacro volto,
  e i chiari raggi dell'almo mio sole
  che fean sgombrar le nube e fuggir l'ombra,
  e me sola gioir nel chiaro vampo
  qual salamandra nel più ardente fuoco.

  Quanto mi fora dilettoso il fuoco,
  noiosi i fonti e via men grati i boschi,
  men cari i faggi e men noioso il vampo,
  s'unir potessi il mio volto al bel volto
  e col mio stesso corpo al suo far ombre,
  ben d'arder godrei toccando il sole.

  Deh, dicesse il mio sole: anch'io sto in foco
  però non cercar più ombra ne' boschi,
  che vo' che 'l volto mio tempri il tuo vampo.

  [Questo componimento fu probabilmente diretto al MANELLI, quantunque
  il _sacro volto_ lasci credere trattarsi di qualche porporato.]



  LVI.

  Alma del vero bel chiara sembianza,
  a cui non può far schermo nè riparo
  così gentil e cristallina stanza
  che non mostri di fuor l'altero e raro
  splender, che sol ne da ferma speranza
  del ben, ch'unqua non fura il tempo avaro:
  deh! fa, se morta m'hai, ch'in te rinnovi
  acciò di doppia morte il viver pruovi.

  [CRESCIMBENI. _Istoria della volgar poesia_, ecc., ediz. cit., vol. I,
  pag. 36.]


  LVII.
  _(cod. Vat. Ottob. 1595, c. 119)_

  Lieto viss'io sotto un bianco lauro
  e vivrò fin che 'l bianco amor m'infondi
  non per ornar le tempie d'ostro e d'auro
  ma sol delle tue sacre altiere frondi;
  ma poi che più e più volte il sole in Tauro
  tornato fa che i suoi bei crini ascondi
  se s'affredda stagion mutarà il corso,
  i frutti seccarà, le frondi e il dorso.

  [Questa stanza è attribuita all'Aragona e diretta a _Madonna Laura
  Spinelli_, alias _Ninì_. Nell'edizione prima delle _Rime_ posseduta
  dalla Biblioteca Vittorio Emanuele il sonetto n. XXX porta scritto
  sopra a penna: alla _S. Philomena Ninì_.]





  RIME A TULLIA D'ARAGONA


  1. -- Di Girolamo Muzio

  Amor nel cor mi siede e vuoi ch'io dica
  di qual esca racceso a l'alma mia
  sia 'l novo ardor, qual il soggetto sia
  ch'è de l'animo mio dolce fatica.

  Alma gentil d'alti pensieri amica,
  lumi amorosi, angelica armonia,
  fan ch'ogni mio disir lieto s'invia
  per le vestigia de la fiamma antica.

  Colei ch'io canto, nacque in su le sponde
  del chiaro fiume che d'eterni allori
  ben mille volte ornò le verdi chiome;

  visse in tenera etate presso a l'onde
  del più bel fonte che Toscana onori:
  la sua stirpe è Aragon: Tullia il suo nome.


  2. -- Dello stesso

  Donna che sete in terra il primo oggetto
  a l'anime amorose e ai gentil cori,
  e i cui gloriosi e alteri onori
  sono al mio stile altissimo soggetto;

  in voi stessa si volga il chiaro aspetto
  de l'alma vostra, in cui degli alti cori
  risplende il bel, e 'n tutti i vostri ardori
  fiammeggiar si vedrà celeste affetto.

  Vedrete in voi mirando l'alma mia,
  ch'in voi sempre si specchia e si fa bella,
  per infiammarvi in me del vostro lume.

  E 'l farà sì, per quel che mi favella
  nel petto amor, se rio mortal costume
  dietro a bassi pensier non vi disvia.



  3. -- Dello stesso

  Anima bella, che da gli alti chiostri
  fosti mandata in questo cieco inferno
  a consumar nel suggetto ampio e eterno,
  i più famosi e più purgati inchiostri;

  mentre s'affannan gl'intelletti nostri
  a contemplar il tuo valore interno,
  con la voce e con gli occhi al ben superno
  gl'inalzi, e d'ire al ciel la via ne mostri.

  Quinci è che quale ha in terra alma più rara,
  infiammata dal sol, ch'in te riluce,
  più lieta a te rivolge ogni pensero.

  Ed io, poi che tua fiamma in me traluce,
  forse più ch'in altri soave e chiara,
  e porto 'l cor d'eterna gloria altero.


  4. -- Dello stesso

  Quando 'l raggio del bel, ch'in voi risplende,
  per l'orecchie e per gli occhi al mio mortale
  trapassa, o Donna, un chiaro ardor m'assale,
  che d'eterno disio tutto m'incende.

  L'anima allor, che 'l novo affetto intende
  mover d'alta cagione, ogni mortale
  piacer schernendo, e al ciel battendo l'ale,
  verso l'amato lume il camin prende:

  e com'aquila al sol drizzando gli occhi
  al foco vostro s'erge a la salita,
  dove alfin pace le promette amore.

  Deh! siate larga a lei del bel splendore,
  e porgete al suo volo pronta aita,
  acciocchè inferma e cieca non trabocchi.



  5. -- Dello stesso

  Mentre le fiamme più che 'l sol lucenti,
  onde amor m'arde e già gran tempo m'arse,
  vaghi occhi miei non vi si mostran scarse,
  mandate nel mio core i raggi ardenti;

  orecchi miei, mentre bramosi e intenti
  notate 'l suon, che di su in terra apparse,
  e ne van le sue voci all'aura sparse,
  inviate a la mente i sacri accenti;

  anima mia, mentre in mortale oggetto
  scorgi ch'eterno è quel che dentro avampa,
  allarga il seno al sempiterno zelo:

  e vi rimembri che sì chiara lampa,
  sì soave tenor, spirto sì chiaro,
  sono a voi scala da salire al cielo.


  6. -- Dello stesso

  Amore ad ora ad or battendo l'ale
  dal grave incarco leva il mio pensero,
  e nel conduce per erto sentero
  a gir in parte, ove uom per sè non sale.

  E quivi ne l'oggetto alto e immortale
  gli dimostra l'esempio vivo e vero,
  onde discese il nostro spirto altero
  a dover informar cosa mortale.

  L'anima accesa a l'eterna vaghezza,
  tutta s'accende a far novo disegno
  del bel, ch'entro dipinge il divo aspetto.

  Ma come poi si move il basso ingegno,
  donna mia, per salire a tanta altezza,
  cade lo stile, e manca l'intelletto.



  7. -- Dello stesso

  Superbo Po, ch'a la tua manca riva
  tutto lieto ti volgi d'ora in ora,
  per mirar lei, che le tue piaggie infiora,
  e ti fa in mezzo l'onde fiamma viva;

  che fa la nostra, ho da dir Donna, o Diva,
  lei, che del ben del ciel l'alme innamora?
  Oh fosse lunga a lei la mia dimora!
  Pensa ella almen ch'io di lei pensi o scriva?

  Deh! com'io dico ognor: foss'io con lei
  così fosse talora il suo pensiero,
  or che dee far di me privo il meschino;

  oh vedesse ella aperti i dolor miei,
  ch'io so che di pietà quel spirto altero
  porteria gli occhi molli, e 'l viso chino.


  8. -- Dello stesso

  Or di là se ne vien questa dolce ora,
  ov'è colei che col suo divo aspetto,
  mette dentro al mio cor l'ardente affetto;
  ond'ancor la sua vista mi ristora.

  Oh se così potesse a ciascun ora
  essere a lei presente il mio imperfetto,
  come sempre la scorge il mio intelletto
  io sarei pur d'ogni tormento fora.

  Che se dal mover di quest'aura io sento
  per sua virtù conforto a i miei martìri,
  ben dovrei seco sempre esser contento.

  Battete l'ale o vaghi miei sospiri,
  e colà andando onde si parte il vento,
  a lei portate i miei caldi disiri.



  9. -- Dello stesso

  Lasso, onde avvien che qui non fa ritorno
  il chiaro dì, sì come altrove sole?
  Non ci risplende il lume di quel sole
  che solo suole a gli occhi tuoi far giorno.

  In questo altrui sì placido soggiorno,
  perchè son le campagne ignude e sole?
  Non ci spira il favor de le parole
  che fanno a sè fiorir le piaggie intorno.

  Poi ch'a te chiuse sono ambe le porte
  de gli occhi e de l'orecchie, anima mia,
  ond'esser può che più letizia speri?

  Pensa misero a te, chi ti conforte
  che me al mio bene ad ora ad or n'invia
  il santo amor con l'ale de i pensieri.


  10. -- Dello stesso

  Oh se tra queste ombrose e fresche rive,
  ch'or cercan solitarii i passi miei,
  meco ne fosse e con amor con lei,
  di cui 'l cor sempre parla e la man scrive;

  ella a seder qui presso a l'acque vive
  si porria in grembo a l'erba, io in grembo a lei,
  e da i boschi trarriano i semidei
  al sacro aspetto e le silvestre dive.

  Io lei mirando, a dir del suo valore
  snoderei la mia lingua, e alcun di loro
  segneria per li tronchi il chiaro nome;

  ella gioiosa e umile in tanto onore
  forse di varii fior, forse d'alloro,
  tesseria una ghirlanda a le mia chiome.



  11. -- Dello stesso


  Spirto gentile in cui sì chiaramente
  e ne la mortal parte e ne l'eterna,
  fiammeggia il sol de la bontà superna,
  ch'altro non è fra noi lume sì ardente;

  mentre io con gli occhi e con l'orecchie intente
  raccolgo il doppio bel, che mi governa,
  sì vivo foco in me da voi s'interna
  che tutta illuminar l'alma si sente;

  poi, non capendo in me l'immensa fiamma,
  convien ch'in alcun modo esca di fore,
  mostrando i raggi de la vostra luce.

  Così da voi ne vien lo mio splendore,
  ch'ogni mio bel disio da voi s'infiamma,
  come 'l lume de' lumi in voi traluce.


  12. -- Dello stesso

  Fiamma che chiaramente il mio cor ardi:
  aura che dolcemente mi ristori:
  spirto che alteramente m'innamori
  col valor, con la voce, con gli sguardi;

  quante volte avvien ch'in voi riguardi,
  ch'io v'ascolti e ch'io pensi i vostri onori,
  tante mi sforzo a i sempiterni cori;
  ma 'l mio mortal fa poi che 'l gir ritardi.

  O beata alma, angelica armonia,
  o vivo lume, che degli alti chiostri
  mostrate esempio a l'anime terrene,

  poi ch'a i sensi e nel cor m'avete mostri
  la bellezza e 'l piacer del sommo bene,
  aiutatemi ancor a l'alta via.



  13. -- Dello stesso

  Spirto felice, in cui sì rare e tante
  grazie e virtuti il ciel largo comparte,
  che non so se si trovi in altra parte
  che d'andar teco a paro alma si vante:

  s'a me facesser le sorelle sante
  del bramato lor don così gran parte,
  ch'io fossi degno di ritrarre in carte
  de la tua chiara effigie il bel sembiante:

  so ch'io fare' un disegno sì perfetto,
  che saria specchio a la futura gente
  di quanto ben di su tra noi discende.

  Ma, lasso, a tanto onor non mi consente
  il sacro coro: e da sè il mio intelletto
  sopra i fuochi celesti non ascende.


  14. -- Dello stesso

  Donna se mai vedeste in verde prato
  surger felicemente un aureo fiore,
  cui porge nutrimento dolce umore,
  e vivace calor dal ciel gli è dato;

  non altramente lieto e consolato
  fiorir si vede un'amoroso core,
  perchè 'l suo sole è 'l grazioso ardore,
  e la fonte è 'l favor del viso amato.

  E come quel, se manca la rugiada,
  perduto il bel de le purpuree fronde
  convien ch'in breve spazio a terra cada:

  così se rio voler o caso indegno,
  i suoi disiri altrui fura e nasconde,
  seccasi il fior d'ogni felice ingegno.



  15. -- Dello stesso

  Il valor vostro, Donna, il cor m'incende,
  lega ogni mio disir, m'impiaga il petto;
  e l'alma del suo mal sente diletto,
  dal ben ch'ella in voi vede, ode e intende.

  M'infiamma il divo raggio onde risplende
  il chiaro vostro angelico intelletto;
  da i novi accenti è avvinto ogni mio affetto,
  e da' begli occhi il colpo al cor discende.

  E non ha Amor in tutta la sua corte,
  m'oda chi vol, sì graziosi sguardi,
  sì chiara voce, o sì vivace lume.

  Perch'io pur prego lui, ch'ognor più forte
  con tal foco, in tai lacci e con tai dardi
  mi trafigga, m'annodi e mi consume.


  16. -- Dello stesso

  O novo esempio de l'eterna luce,
  alma gentile, ond'ogni alma più rara
  mirando la beltà ch'in te riluce,
  del vero amore i veri effetti impara;

  se del lume ch'in te dal ciel traluce,
  a l'alma mia non sarai punto avara,
  spero col raggio di sì altera duce
  farmi fiamma di fama al mondo chiara.

  Te canteran mie rime in ogni parte
  e diran que' ch'avran più vivo ingegno:
  qual fu quel foco onde tal lampo uscìo?

  Amor promette a te ne le mie carte
  nome immortale. O così fosse degno
  ne le tue d'aver vita il nome mio!



  17. -- Dello stesso

  In su le rive del superbo fiume
  ch'altrui già die' sepolcro in mezzo l'onde:
  ond'altri mutò il crine in verdi fronde,
  e altri si vestì di bianche piume;

  invaghito del dolce altero lume,
  lo qual di cielo in cielo in voi s'infonde,
  e con sua luce ogni altra luce asconde,
  arse 'l mio cor oltra mortal costume;

  poi sendo privo de gli amati rai,
  non so dove si chiuse il grande ardore,
  come fuoco ch'in cener si ricopra.

  Or rivedendo il vostro almo splendore,
  l'antica fiamma, chiara più che mai,
  convien ch'in riva d'Arno si discopra.


  18. -- Dello stesso

  Sogni chi vuol di riportar corona
  da gli alti gioghi del sacrato monte;
  altri s'attuffi nel famoso fonte
  che fa più chiaro 'l nome d'Elicona;

  sia gloria altrui se la sua lira suona
  aver le sacre Muse al cantar pronte;
  cinga altrui Febo la felice fronte
  de la fronde, che mai non l'abbandona;

  altri si vanti che benigna e lieta
  stella, a lui rivolgendo il suo splendore,
  a questa luce il fece uscir poeta;

  il mio Parnaso, il mio perpetuo umore,
  le mie Dive, il mio Apollo e 'l mio pianeta,
  è 'l valor vostro impresso nel mio core.



  19. -- Dello stesso

  Donna gentile, i cui beati ardori
  del celeste splendore e del mortale,
  spargon virtù che mentre i cori assale,
  ne l'alme accende mille eterni amori;

  se 'l vostro sole interno e 'l bel di fuori,
  a voi da me n'han tratto il mio immortale:
  e se Amore al mio stile impenna l'ale
  da gir portando al Cielo i vostri onori;

  se cara sete a me più di me stesso;
  s'a voi ne volar tutti i miei sospiri;
  se con voi vivo e senza voi son morto;

  se mi vedete 'l cor ne gli occhi espresso,
  e le mie pene, e i miei caldi disiri,
  ben dovreste pensare al mio conforto.


  20. -- Dello stesso

  Quando, com'Amor vuol, la donna mia,
  tra soavi sospiri e dolci accenti,
  move la lingua a angelici concenti,
  e l'aura del bel petto a l'aere invia;

  al suon de la dolcissima armonia
  ferman le penne i tempestosi venti;
  stanno i giri del ciel taciti e intenti;
  e non ch'altri, ma Febo il corso oblìa.

  E qual alma mortal la mira e ascolta,
  ad ogni uman disìo tutta si toglie
  e con tutti i pensieri al cielo aspira.

  La mia, che mai da lei non si discioglie,
  col vago spirto suo da Amore accolta
  a quel si stringe, e 'ntorno a lei s'aggira.



  21. -- Dello stesso

  Ebbe la favolosa antica etade
  chi co 'l tenor di feri e dolci canti
  e con novo splender di rea beltade,
  allettando affogava i naviganti:

  e or donata ci ha l'alta bontade
  donna, che con l'ardor de gli occhi santi
  e con note d'amor e di pietade,
  rende porto e salute a l'alme erranti.

  Voi, Donna mia, voi sete alma sirena
  voi, voi Tullia gentil, che fido lume
  nel mar d'amor porgete e placid'aura.

  La vista vostra angelica, serena,
  fa ch'in voi l'altrui vita ognor s'allume,
  e 'l cantar d'ogni affanno ci restaura.


  22. -- Dello stesso

  Già vide alle sue sponde il gelid'Ebro
  Orfeo cantare, e tacite ascoltarlo
  varie fere e augelli, e seguitarlo
  quercia, popolo, abete, olmo e ginebro.

  Vista ha 'l gran Po, veduta ha 'l chiaro Tebro,
  vede 'l bel Arno, a cui sovente parlo
  quel che mi detta l'amoroso tarlo
  cantar la donna, ch'io sempre celebro;

  ma se colui seguiano e sassi e sterpi,
  questa ogni alma più dura e più silvestra
  trae dal grave suo incarco, e al ciel la scorge.

  Beata voce, che dal cor mi sterpi
  ogni vil cura, onde per te s'addestra
  l'alma a salir ove per sè non sorge.



  23. -- Dello stesso

  Donna, a cui 'l santo coro ognor s'aggira
  de l'alme Muse e la cui chiara fronte
  verdeggia de l'onor del sacro Monte,
  ove chi s'erge eterna vita spira:

  qual anima gentil v'ascolta e mira
  brama far vostre grazie al mondo conte;
  poi non trovando rime al cantar pronte
  com'è la voglia, duolsi e ne sospira.

  Di così bello, raro e alto suggetto,
  dal vostro infuori, ogni altro stile è indegno;
  quel sol n'è degno e altro non v'arriva.

  Io per molto provar, vero disegno
  di voi non feci mai; ma dentro 'l petto
  ben vi porto scolpita, bella e viva.


  24. -- Dello stesso

  La sembianza di Dio che 'n noi risplende
  di cielo in cielo e c'ha nome beltade
  e move Amor, per perigliose strade
  de l'orecchie e de gli occhi al cor discende;

  perchè dal senso il senso il bello apprende,
  e 'n la natura nostra è qualitade
  ch'in mortal disiderio il mortal cade,
  e così bassa voglia il senso accende.

  Ond'è ch'ingombro di piacer terreno
  entrando il mal fidato messaggero
  fa ne l'alma sentir del suo veleno.

  Quinci è che talor cade il mio pensero:
  ma voi, ch'avete in man la verga e 'l freno,
  ne 'l ridrizzate per erto sentero.



  25. -- Dello stesso

  Dal mio mortal co 'l mio immortal m'involo
  sovente o Donna, e da me stesso sciolto,
  al bel vostro splendor tutto rivolto,
  l'ali battendo al ciel mi levo a volo.

  E lontanato dal terrestre suolo
  giungo a l'esempio de l'amato volto,
  donde è tutto quel bello in voi raccolto,
  che fa 'l mio amor fra gli altri in terra solo.

  Deh! vi priegh'io per le bellezze vostre,
  Tullia, ch'al bel camin compagna eterna
  mi siate, senza mai voltarvi a dietro.

  Ch'amor, s'ancor da voi tal grazia impetro,
  promette a noi tranquilla pace interna,
  e certa gloria a i nomi e a l'alme nostre.


  26. -- Dello stesso

  Donna, più volte m'ha già detto Amore
  che nell'anima vostra i miei pensieri
  son tutti espressi così vivi e veri
  com'io voi, viva, ho impressa in mezzo 'l core;

  e ch'accesi del vostro alto splendore
  ne van vostri disir cotanto alteri,
  ch'a mortal non convien che da voi speri
  altra mercede ch'immortal dolore.

  Così dice egli, e io per prova il sento,
  che quant'uom più vi serve e più v'adora,
  voi del suo mal più vi mostrate vaga;

  per tutto ciò d'amarvi io non mi pento:
  anzi bramo ch'in me più d'ora in ora
  veder possiate quel che più v'appaga.



  27. -- Dello stesso

  Se ben gli occhi e l'orecchie alcuna volta
  vi mostran tale a i miei bassi disiri,
  che surgon dal mio core agri sospiri
  ond'è ch'al lamentar la lingua è sciolta;

  tosto che l'alma in sè stessa raccolta,
  a l'alma vostra avvien che si raggiri,
  in diletto si cangiano i martiri
  e la mia lingua a ringraziar si volta.

  Che la pena, che par che sì mi prema
  non passa oltra 'l mortal; ma la dolcezza
  acqueta i sensi e pasce lo intelletto.

  Donna sia benedetta quella asprezza,
  ch'anzi 'l chiuder de gli occhi all'ora estrema,
  morire insegna al mio terreno affetto.


  28. -- Dello stesso

  Donna, l'onor de' i cui be' raggi ardenti
  m'infiamma 'l core e a ragionar m'invita,
  perchè sia nostra penna mal gradita,
  l'alto nostro sperar non si sgomenti.

  Rabbiosa invidia i velenosi denti
  adopra in noi mentre 'l mortal è in vita;
  ma sentirem sanarsi ogni ferita
  come diam luogo a le future genti.

  Vedransi allor questi intelletti foschi
  in tenebre sepolti, e 'l nostro onore
  viverà chiaro e eterno in ogni parte.

  E si vedrà che non i fiumi Toschi,
  ma 'l ciel, l'arte, lo studio e 'l santo amore,
  dan spirto e vita ai nomi e a le carte.



  29. -- Dello stesso

  Donna, il cui grazioso e altero aspetto
  e 'l parlar pien d'angelica armonia,
  scorgon qual alma presso a lor s'invia
  a contemplar il ben de l'intelletto;

  deh, così amor non mai m'ingombri 'l petto
  d'umil disir, nè mai di gelosia
  gustiate 'l tosco: e sempre intenta sia
  a l'interna beltate il vostro affetto.

  Date, vi prego a me vera novella
  de l'alma mia che del mio cor uscita,
  voi seguendo, è venuta a farsi bella:

  che se da voi la misera è sbandita,
  ella senza voi stando e io senz'ella,
  non ritrovo al mio scampo alcuna aita.


  30. -- Dello stesso

  Quai d'eloquenza fien sì chiari fiumi
  luce che d'alto ardor mio core incendi,
  ch'aguagli tua virtù? Se la 've splendi
  a superno desio l'anime impiumi?

  Come dinanzi a Borea nebbie e fumi,
  così di là, dove tu i raggi stendi,
  fugge ogni vil pensier, sì ch'a noi rendi
  a vita in terra de i celesti numi.

  E poi ch'a me non son tuoi lumi scarsi
  di quel splendor, che da l'eterno regno
  in te disceso, tu fra noi comparti;

  di quel ch'ho dentro e fuor non può mostrarsi,
  faranno al mondo manifesto segno
  l'amarti, il celebrarti e l'onorarti.

  [Risposta al sonetto della TULLIA: _Fiamma gentil che da gl'interni lumi_.]



  31. -- Di Benedetto Varchi

  Quando doveva, ohimè, l'arco e la face,
  l'una spenta del tutto e l'altro stanco,
  a questo ardito e tormentoso fianco
  per suo gran danno e mio, troppo vivace,

  non breve tregua pur, ma eterna pace
  donar, poi che nel lato destro e manco
  per le nevi del capo omai vien bianco
  il crin fatto d'argento, che sì spiace;

  più che mai fresco e più che mai cocente,
  mi saetta lo stral, m'accende il foco
  di tal ferite e così caldo ardore,

  ch'ogni salute a mio soccorso è poco:
  anzi cresce la piaga e fa maggiore
  incendio, ch'al suo mal l'alma consente.


  32. -- Dello stesso

  Donna, che di bellezza e di virtude
  e d'ogni alto valor gran tempo in cima,
  sola fra tutte l'altre non che prima,
  piovete ne' miglior senno e salute;

  ben so ch'a dir di voi sarebber mute
  le lingue tutte: e qual prosa nè rima
  poria cose aguagliar, che poscia o prima
  non furon mai, nè saran mai vedute?

  Tacciomi dunque fuor gelato e fioco,
  per tema di scemar sì chiare lodi,
  ma dentro infino al ciel notte e dì grido:

  ringraziando le stelle, il tempo e 'l loco,
  gli sguardi, gli atti, le parole e i modi,
  che mi donaro a cor gentile e fido.



  33. -- Dello stesso

  Io non miro giammai cosa nessuna,
  o in terra, o in ciel, ov'io non veggia quella,
  ch'amor in sorte e mia benigna stella,
  da le fasce mi diero e da la cuna.

  Ogni nube m'assembra e sole e luna
  la mia donna gentil più d'altra bella;
  monte o valle non veggio, o poggio, ov'ella
  per lo mio ben non sia, ch'è nel mondo una.

  L'erbe, gli alberi, i fior, le frondi, i sassi,
  mi rappresentan sempre, e l'onde, e l'ora,
  quel viso dopo il qual nulla mi piacque.

  U' gli occhi giro, ovunque movo i passi,
  nulla non scorgo, o penso, o sento fuora
  di lei, che per bearmi in terra nacque.


  34. -- Dello stesso

  Se di così selvaggio e così duro
  legno sì aspro frutto, ohimè, v'aggrada:
  chi fia ch'unqua vi miri e poscia vada
  di non sempre penar, Donna, securo?

  Bench'io, poi ch'ognor più m'inaspro e induro
  del duol, cui lungo a voi fo larga strada
  de la mia pena sola, non pur rada
  fra quante sono al mondo e quante furo,

  dovrei trovar pietà, ch'asprezza eguale
  o più selvaggia e solitaria vita,
  non sentì mai e visse alcun mortale.

  Fera legge d'amor, sperar aita
  del dolor che n'ancide, e del suo male
  pascer l'alma, via più che saggia, ardita.



  35. -- Dello stesso

  Pur non sentir la turba iniqua e fella
  così larga al mal dir, come al ben parca,
  da lei, che nel mio cuor siede monarca,
  non men cortese che leggiadra e bella;

  non mio voler seguendo ma mia stella,
  parto col corpo sol, che l'alma scarca
  de la soma mortal meco non varca,
  ma riman seco obediente ancella.

  E se quel, che fra me tacito e solo
  cantando vo' con più di mille insieme,
  per la Garza, e Forcella, e Tavaiano,

  udisse pur un dì l'invido stuolo
  ben morria di dolor veggendo vano
  tornar l'empio ardir suo, ch'indarno freme.


  36. -- Dello stesso

  Se da i bassi pensier talor m'involo
  e me medesmo in me stesso ritorno;
  s'al ciel, lasciato ogni terren soggiorno,
  sopra l'ali d'amor poggiando volo:

  quest'è sol don di voi, Tullia, al cui solo
  lume mi specchio e quanto posso adorno
  la 've sempre con voi lieto soggiorno,
  da santo e bel disio levato a volo.

  E se quel che entro 'l cor ragiono e scrivo,
  del vostro alto valor Donna gentile,
  ch'avete quanto può bramarsi a pieno

  ridir potessi, o beato, anzi Divo
  me, per me proprio tutto oscuro e vile
  se non quant'ho da voi pregio e sereno.

  [Risposta al sonetto della TULLIA: _Quel che mondo d'invidia empie e
  di duolo_.]



  37. -- Dello stesso

  Ninfa, di cui per boschi, o fonti, o prati,
  non vide mai più bella alcun pastore
  ver di Diana e de le Muse onore,
  cui più inchinano sempre i più pregiati:

  così siano a Damon men feri i fati
  nè gli renda mai Filli il dato core;
  e ella arda per lui di santo amore
  più ch'altri fosser mai lieti e beati:

  com'alma esser non può sì cruda e vile,
  la quale essendo veramente amata
  non ami un cor gentil già presso a morte.

  Dunque s'a dotto no, ma fido stile
  credi, ama e non dubbiar, che ben pagata
  sarà d'alta mercè tua dolce sorte.

  [Risposta al sonetto della TULLIA: _Se 'l ciel sempre sereno e verdi i
  prati_.]


  38. -- Di Giulio Camillo

  Tullia gentile, a le cui tempie intorno
  verdeggia avvolta l'onorata fronde,
  e la cui voce a l'armonia risponde
  di chi fa in Elicon dolce soggiorno;

  qualora a voi fo col pensier ritorno
  e ritrovo sentenze sì profonde
  in sì leggiadro stil, sì mi confonde
  novello orror, ch'in me più non soggiorno.

  Vostra Musa di me cantando canta
  d'uno sterpo silvestro, a cui nemica
  stata è natura e 'l ciel, e io no 'l celo.

  Ben è la vostra fortunata pianta,
  che lieto il Re de' fiumi la nutrica,
  e la rinforza il gran Signor di Delo.



  39. -- Dello stesso

  Poi ch'a la vostra tanto alma beltade,
  onde pregiata d'onorate e rare
  spoglie di tante elette anime chiare
  n'andate altero specchio ad ogni etade;

  piace ch'io ancor per le medesme strade
  seguir vostre amorose insegne impare;
  non siano almen vostre alme luci avare
  di quel raggio, ond'io scorgo ogni bontade.

  E nel bel petto vostro Amor ispiri
  pietà e mercede al mio dolore eguale,
  e a gli ardenti intensi miei disiri;

  poi se le aggrada il mio destin fatale,
  versi in me pur ognor doglie e martiri,
  che dolce mi fia sempre ogni altro male.


  40. -- Dello stesso

  Ben fu tra gli altri avventuroso il giorno,
  quando l'eterno e gran re de le stelle
  fece, per fare il fior de l'altre belle,
  di voi, Tullia divina, il mondo adorno.

  Le grazie tutte e le virtuti intorno
  vi fur quasi devote e fide ancelle,
  e 'l ciel lasciaro per seguitarvi quelle
  in questo nostro umil, basso soggiorno;

  però ripiena di celeste ardore,
  di gloria accesa e colma di mercede;
  vaga di bello e di perpetuo amore:

  di grazia albergo e di bellezza erede,
  sola fra noi vivete in dolce amore,
  del ben del Ciel facendo in terra fede.



  41. -- Del Cardinale Ippolito De' Medici

  Anima bella, che nel bel tuo lume
  divino interno ti rivolgi e giri,
  e indi in voce dolcemente spiri
  il suon ch'avanza ogni mortal costume;

  onde la mia poi d'amorose piume
  coverta avien che al ciel volando aspiri,
  e nel tuo chiaro raggio aperto miri
  com'amor sani, ancida, arda e consume;

  deh! se l'alta bellezza e 'l dolce canto
  ond'in te stessa sol beata sei:
  e s'amor punto mai ti piacque o piace:

  prego volgendo in me 'l bel viso santo,
  al lungo penar mio dia qualche pace,
  e qualche tregua a gli aspri dolor miei


  42. -- Dello stesso

  Se 'l dolce folgorar de i bei crini d'oro,
  e 'l fiammeggiar de i begli occhi lucenti,
  e 'l far dolce acquetar per l'aria i venti
  co 'l riso, ond'io m'incendo e mi scoloro,

  son le cagion che per voi vivo e moro,
  piango e m'adiro e fo restar contenti
  gli spirti afflitti in mezzo i miei lamenti,
  e mi par dolce il grave aspro martoro;

  non voi sì bella, io non così bramoso;
  voi non sì dura, io non sì frale almeno
  fossi; non voi d'amor rubella, io servo;

  ch'io sperarei nel stato mio gioioso
  goder un giorno almen lieto e sereno,
  piegando alquanto il core empio e protervo.



  43. -- Di Bernardo Molza

  Spirto gentil, che riccamente adorno
  de i più pregiati e cari don del cielo,
  cortesemente nel corporeo velo
  con tue virtuti fai lieto soggiorno;

  deh! s'amor sempre a te faccia ritorno,
  di nove spoglie ornando, al caldo e al gelo,
  d'uomini e Dei il tuo onorato stelo,
  e cresca il valor tuo di giorno in giorno;

  fa che 'l nobile tuo chiaro intelletto,
  sempre guardando a la più bella parte
  di sè, giammai non si rivolga a terra.

  Ch'allor vedrai come natura ed arte,
  soavemente in te rinchiude e serra
  d'ogni bell'opra il seme e 'l bel perfetto.


  44. -- Dello stesso

  Se 'l pensier mio, ov'altamente amore,
  Tullia gentil, vostra sembianza impresse,
  tutto altamente in sè voi tutta espresse
  dal piacer vinto, che mi strinse il core;

  e tutta or vi risembra e a tutte l'ore,
  trasformando pur sempre in quelle stesse
  virtù, grazia e beltà, che vi concesse
  Dio, ch'in voi tutto intese a farsi onore:

  non dovete voi dir ch'io sia deforme,
  ch'io son quello che son fatto voi
  bello, e non questa rozza e fragil scorza.

  E spero ancor, seguendo ognor vostr'orme,
  essere appresso Dio 'l secondo poi,
  se 'l bello a trarre il bello sempre ha forza.



  45. -- Di Ercole Bentivoglio

  Poi che lasciando i sette colli e l'acque
  del Tebro oscure e le campagne meste,
  d'illustrar queste piagge e premer queste
  rive del Po col piè Tullia vi piacque;

  ogni basso pensier spento in noi giacque,
  e un dolce foco, e un bel disio celeste,
  quel primo dì ch'a noi gli occhi volgeste,
  ne le nostre alme alteramente nacque.

  Fortunate sorelle di Fetonte,
  ch'udir potranno a le lor ombre liete,
  i dotti accenti che vi ispira Euterpe!

  Potess'io pur con rime ornate e pronte
  com'è 'l disio, dir le virtù ch'avete!
  Ma troppo a terra il mio stil basso serpe.


  46. -- Dello stesso

  Vaghe sorelle, che di treccie bionde
  ornò natura e di fattezze conte;
  poi la pietà del misero Fetonte
  vi volse in duri tronchi e 'n verdi fronde;

  or sotto l'ombre tremule e gioconde
  vostre sedendo, fo palesi e conte
  le gran beltà de la celeste fronte
  di Tullia mia, cantando a l'aure e a l'onde.

  Così già sotto i vostri ombrosi rami
  cantò d'Onfale sua gli occhi e le chiome
  il vincitor de' più superbi mostri.

  'priego il ciel, che sì v'esalti e v'ami,
  ch'eterno sia con voi sempre il bel nome
  di Tullia scritto in tutti i tronchi vostri.



  47. -- Di Filippo Strozzi

  Alma gentile, ove ogni studio pose
  natura in darvi a pieno ogni eccellenza,
  e fece il ciel quasi restarne senza
  per dar a voi quel bel, ch'a ogni altra ascose;

  voi fra leggiadre donne e gloriose
  elesse sola; e per esperienza
  si vede altera andarne oggi Fiorenza
  de le belle opre vostre alte e famose.

  Ma non solo Arno oggi vi loda e canta,
  ma dove ancora l'inesperto auriga
  cadde, di voi terrà memoria eterna.

  Il Tever lascio, che tenera pianta
  vi nutrì, dolce essendo ogni fatiga
  a chi co 'l spirto e 'l core in voi s'interna


  48. -- Dello stesso

  Uscendo 'l spirto mio per seguir voi,
  Donna gentile, in voi vera pietade
  spinse l'anima vostra a le contrade
  ond'egli uscìo, con che vivessi io poi;

  tal che 'l splendor, che dite uscir tra noi
  di me, è propria vostra qualitade,
  concessavi da l'alta e gran bontade,
  per sembianza de i chiari raggi suoi.

  Dove scorger si puote un dolce inganno
  veggendovi in me vaga di voi stessa,
  nè v'accorgete ch'io v'appago a punto

  Che se mi vi toglieste allora il danno
  mortal mio vedreste, e fora espressa
  la colpa vostra, send'io a morte giunto.



  49. -- Di Alessandro Arrighi

  L'aspetto sacro e la bellezza rara,
  eguale a cui non ebbe il mondo ancora;
  il folgorar de gli occhi ch'innamora
  il mondo tutto, e quasi sol lo schiara;

  il parlar saggio, onde la via s'impara
  di gir al chiaro e uscir dal fosco fora;
  e l'alto sangue, lo cui ammira e onora
  chiunque adorno è più di stirpe chiara;

  i bei costumi, e 'l portamento adorno;
  e col dolce cantare il dolce suono
  che fan di marmo una persona viva,

  fur le cagioni o donna, ch'in quel giorno
  stetti a mirare il bello, a udire il buono,
  in guisa d'uom che pensi, parli e scriva.


  50. -- Dello stesso

  Come di dolce più che d'agro parte,
  Donna mi feste il dì, ch 'l colpo caro
  di voi impiagommi, onde sì ardente e chiaro
  foco poscia avampommi a parte a parte,

  così men d'agro, che di dolce parte
  da me per guiderdon del dono raro;
  e giunge a voi per addolcir l'amaro
  vostro languir del tutto non che 'n parte;

  il foco ch'io dovrei mandarvi ancora
  per render merce pari al degno merlo,
  meco si sta, nè vuol partirsi un'ora.

  Selva chiusa non è, nè campo aperto,
  nè giardin culto, o poggio aspro o deserto,
  che non sappian com'ei m'arde e divora.



  51. -- Dello stesso

  S'il dissi mai ch'io venga in odio a voi,
  Donna, ch'io tanto pregio, ed è ben degno;
  s'il dissi che mai sempre ira e disdegno
  portiate in seno, e sol me stesso annoi;

  s'il dissi che 'l mortale eterno muoi
  di me non mai giungendo al santo regno;
  s'il dissi sia d'amor prigione e segno
  de l'acuto suo strale, e preda, poi.

  Ma s'io nol dissi chi si dolce aprìo
  a me lo cor chiudendovi entro i raggi,
  non mai rivolga altronde il lume chiaro.

  Io no 'l dissi giammai, nè dir disìo:
  vinca 'l ver dunque, e 'l falso a terra caggi,
  e 'n dolce amor ritorni l'odio amaro.


  52. -- Dello stesso

  S'un medesimo stral duo petti aprìo:
  s'arse due cor d'amor un foco santo:
  se nascendo 'l piacer morì cotanto
  martir, che l'uno e l'altro già sentìo,

  Donna, e s'insomma nudrì ambo un disio,
  ond'è ch'in me del dir vostro altrettanto
  non rivolgete sì, ch'io mi dia vanto
  d'esser d'uom fatto un'immortale Dio?

  Forse sì come sempre ebbi nimica
  la stella a i miei disir, così avien ora
  ch'io non goda e non sorti una tale brama.

  O pur ch'ad alma sì saggia e pudica
  parlar di me basso suggetto fora:
  come che sia il bel vostro a sè mi chiama.



  53. -- Di Benedetto Arrighi

  Voi che volgete il vostro alto disio
  a la chiara virtù, donde si coglie
  quelle onorate, sacre, sante spoglie,
  di che va altera e Calliope e Clio;

  voi che schernite al tempo quell'oblio,
  che la fama immortale al nome toglie,
  colpa e vergogna de l'umane voglie,
  che non son come voi rivolte a Dio;

  voi sol vi sete fabricato un tempio
  di glorie tal, che gli onori e trofei
  non pon lasciar di lui più chiaro esempio;

  deh! così potess'io com'io vorrei
  le virtuti cantar, ch'in voi contemplo
  memoria eterna a gli uomini e a li Dei.


  54. -- Dello stesso

  Alma gentile che già foste al paro
  de l'alta e gran colonna, oggi si mostra
  in voi tutto l'onor de l'età nostra;
  in voi lo stil più che 'l suo dolce e caro;

  al vostro stil, dov'io ch'al mondo imparo
  a riverir la chiara virtù vostra,
  ch'oggi solinga l'universo giostra
  non trovando di lei pregio più chiaro;

  sì come un picciol lume alta chiarezza
  vince, così con vostre lodi sole
  lei vincete in virtute e in bellezza;

  l'alto motor come 'l ciel ornar vole
  la terra, piacque a sua reale altezza
  far Vittoria una Luna e Tullia un Sole.

  [V. 14 Vittoria Colonna.]



  55. -- Di Lattanzio De' Benucci

  Se per lodarvi e dir quanto s'onora
  di voi natura e 'l ciel, Tullia gentile,
  fosse eguale al soggetto in me lo stile,
  e 'l saper pari a l'alta voglia ancora;

  forse non tanto il secol nostro indora
  vostra virtute, e non dal Gange al Tile
  fate voi co' i begli occhi eterno aprile,
  quant'io n'avrei grazie e favori ognora.

  Non può ingegno mortal tante divine
   virtù ritrar; nè può basso disìo
  scolpir parti sì eccelse e pellegrine,

  che 'n voi il valor del vago petto e pio
  avanza ogni pensier, passa ogni fine,
  non che l'aguagli altrui parlare, o mio.


  56. -- Dello stesso

  O fiumicel se 'l più cocente ardore
  estivo il lento tuo correr affrena,
  e la tua profonda umile arena
  incende e fa restar priva d'umore;

  ecco a le rive tue novo splendore
  che l'aer d'ogni intorno rasserena:
  di colei, che cantando in dolce vena
  a le nove sorelle aggiunge onore.

  Onde il vecchio Arno ormai d'invidia pieno
  lascia l'usato corso e a te rivolto,
  quivi perde le chiare e lucid'onde;

  godi, or che vedi entro il tuo ricco seno
  la imagin bella del leggiadro volto:
  e Tullia odi sonar ambe le sponde.



  57. -- Dello stesso

  Deh, non volgete altrove il dotto stile
  altera donna, ch'a voi stessa, poi
  che scorge il mondo esser accolto in voi
  quant'ha del pellegrino e del gentile.

  Appo questo suggetto incolto e vile
  divien qual più pregiato oggi è tra noi;
  e co 'l splender de' vivi raggi suoi
  chiaro si mostra ognor da Battro a Tile.

  Voi dunque di voi sola alzare il nome
  dovete, poi ch'a sì pregiato segno
  giunger non puote il più purgato inchiostro.

  Quindi vedrassi apertamente come
  non è di lode altri di voi più degno,
  nè stil che giunga al dolce cantar vostro.


  58. -- Di Latino Giovenale

  Vide già la famosa antica etade
  nel palazzo reale alto di Roma
  donna empia sì, che fe' del carro soma
  al padre anciso, e spense ogni pietade.

  Vede or donna real di tal beltade
  la nostra, e Roma, e da colei si noma;
  che chi mira i begli occhi e l'aurea chioma
  di piacer, d'amor empie e d'umiltade.

  Questa sol per mio ben, per mio sostegno
  al mio imperfetto, a la fortuna avversa
  diede natura, e 'l ciel cortese e largo.

  O gloria de le donne, o ricco pegno
  d'onor, d'ogni virtù ch'oggi è dispersa:
  deh! perchè non ho io gli occhi ch'ebbe Argo?



  59. -- Di Ludovico Martelli

  Voi, che lieti pascete ad Arno intorno
  il vostro gregge fra leggiadri fiori,
  godete, poi che da i superni cori
  discesa è Tullia a far con voi soggiorno

  sforzisi ognun co 'l crin d'alloro adorno
  gli altari empir de i più soavi odori;
  che per costei vostri tanti alti onori
  faranno ancor a voi degno ritorno.

  Quest'è la vaga pastorella, ch'ebbe
  fra i più degni pastor del Tebro il vanto;
  del cui partir restar sì afflitti e mesti;

  e poi che per voi sol non le rincrebbe
  lasciar le rive ove fu in pregio tanto,
  siate a cantarla e a riverirla presti.


  60. -- Di Simone Dalla Volta

  Tullia, mostrò (?), miracolo, Sibilla,
  di cui si maraviglia il mondo e gode:
  mar di saver, che non ha fondo o prode,
  e mena l'onda sua lieta e tranquilla.

  Da cui sì dolce umor, sì chiaro stilla
  di virtù vera ch'oggi rado s'ode:
  cui non guasta fortuna, o 'l tempo rode;
  men che quelle di Saffo e di Camilla.

  Ma che dico io? Il vostro alto valore
  non si può comparare a cosa alcuna:
  perchè non che 'l poter, passa il disio.

  Chi vuol vivo vedere in terra amore,
  divin, pien di virtù, miri quest'una,
  vera amica de gli angioli e di Dio.



  61. -- Di Camillo Da Monte Varchi

  Mosso da l'alta vostra chiara fama,
  di cui per tutto il mondo il grido suona,
  vengo cantarvi anch'io Tullia Aragona,
  cui chi più sa, più sempre ammira e ama.

  E s'adempir potessi ardente brama
  di salir l'alto monte d'Elicona,
  qual voi n'arrecherei degna corona,
  ch'al ciel vi porta, che vi aspetta e chiama.

  Or voi più d'altra saggia e più gentile,
  degnate di pigliar quanto vi porge
  un ch'a voi consacrato ha ingegno e stile.

  Ben so, vostra mercè, ch'altera e vile
  alma tanto non è, che quando scorge
  d'essere amata non divenga umile.


  62. -- Di Claudio Tolomei

  Quando la Tullia mia che vien dal cielo,
  che d'altronde non può sì bella cosa,
  umilemente altera e disdegnosa,
  toglie al mondo 'l suo sol con un bel velo;

  allora agghiaccia 'l fuoco ed arde 'l gelo,
  e Amor tremando l'armi in terra posa,
  vertù si fugge e cortesia sta ascosa,
  e spegnesi ogni ardente onesto zelo.

  Ma s'avvien poi che a le tranquille ciglia
  ridendo levi il velo, allor più incende
  il foco e 'l ghiaccio è freddo in ogni parte;

  virtù ritorna e Amor l'armi riprende
  ch'ella governa, e non è meraviglia
  ciò che può far 'l ciel, natura ed arte.

  [Sta nel: _Libro quarto delle rime di diversi eccellentissimi autori
  nella lingua volgare nuovamente raccolte_. In Bologna, presso
  A. Ciccarelli 1551, pag. 217.]



  63. -- Di Antonio Grazzini (_Lasca_)

  Se 'l vostro alto valor, Donna gentile,
  esser lodato pur dovesse in parte,
  uopo sarebbe al fin vergar le carte
  col vostro altero e glorioso stile.

  Dunque voi sola a voi stessa simile,
  a cui s'inchina la natura e l'arte,
  fate di voi cantando in ogni parte
  Tullia, Tullia, suonar da Gange a Tile.

  Si vedrem poi di gioia e maraviglia
  e di gloria e d'onore il mondo pieno,
  drizzare al vostro nome altare e tempï;

  cosa che mai con l'ardenti sue ciglia
  non vide il sol rotando il ciel sereno,
  o ne' gli antichi o ne' moderni tempi.


  64. -- Di Nicolò Martelli

  Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino
  d'eloquenza immortale alta e profonda,
  la vostra al nome egual gli vien seconda
  Tullia di sangue illustre e pellegrino;

  il cui spirto reale almo e divino,
  sovra l'uso mortal di grazie abonda,
  in guisa tal che l'onorata sponda
  De l'Arbia, infino al ciel tocca il confino.

  E 'l bel chiaro Arno ora di voi s'onora,
  l'antico fuor traendo umido crine,
  forma con l'acque in suon cotai parole:

  qual luce e questa o beltà senza fine,
  che col sommo valor le rive infiora
  al gel, come d'april nel mezzo il sole?



  65. -- Di Ugolino Martelli

  Se bella voi così le Grazie fero,
  che pari al mondo non fu mai nè fia;
  e se le muse con pietà natìa
  il dolcissimo latte ancor vi diero:

  qual piena voce e qual giudicio intero,
  il valor giunto a somma leggiadria,
  e scorgere e cantar sì ben potria,
  ch'almen di lungo ne apparisse il vero?

  Questi che vostri sono alteri onori,
  e fanno altrui veracemente adorno,
  scemar non può fortuna aspra e nimica.

  E questa spero che di giorno in giorno
  averete con doti assai maggiori,
  di fosca e trista, omai lieta e aprica.

  [Risposta al sonetto della TULLIA: _Più volte, Ugolin mio, mossi il
  pensiero _.]


  66. -- Dello stesso

  Se lodando di voi quel che palese
  di fuor si mostra a le più strane genti,
  rare bellezze e disusati accenti,
  degne parole a ciò mi son contese:

  com' esser vi potrà larga e cortese
  la lingua a dir, che non tema o paventi
  di tante ascoste in voi virtuti ardenti,
  Tullia, ch'amor divino al cor v'accese?

  Bontà, senno, valor e cortesia,
  con l'altre mille insieme in voi cosparte,
  rozzamente contar forse potria;

  ma come rara e eccellente sia
  ciascuna d'esse in voi, con mille carte
  Mantova e Smirna a dir non basteria.

  [V. 11. _Rozzamente cantar forse patria_.]



  67. -- Di Simone Porzio

  Or qual penna d'ingegno m'assecura
  di poter appressarmi al gran valore
  di quella che di pregio alto e d'onore,
  ornarmi con sue rime ha tanta cura?

  La debil pianta, mia da sè non dura,
  e se prende crescendo alcun vigore,
  nutrita è dal fecondo vostro umore,
  che tal frutto non vien d'altra coltura.

  Ma se di quella vostra le semente
  sempre mi trovo al petto, nè più spero
  sentir d'essa giammai cosa più degna,

  scorgete adunque col giudicio interno
  che tutte l'altre voghe in me son spente,
  e vive quel ch'amor di voi m'insegna.

  [Risposta al sonetto della TULLIA: _Porzio gentile a cui l'alma natura_.]




  LE AMOROSE EGLOGHE DEL MUZIO GIUSTINOPOLITANO
  ALLA SIGNORA TULLIA D'ARAGONA


  I.
  MOPSO

  Mopso, _solo_.


  Canti chi vuol le sanguinose imprese
  del fiero Marte, e d'onorati allori
  cinto le tempie a suon di chiara tromba
  desti i bianchi destrier, ch'in Campidoglio
  han da condur i purpurei trionfi;
  a me, cui 'l ciel non diè sì altero spirto,
  basta parlar tra le fontane e i boschi
  de gli onori di Pan; e che la fronte
  m'ornin le Ninfe d'edere e di mirti,
  mentre ch'al suon de le incerate canne
  fo risonar quella virtù che move
  dal vivo ardor de i lor splendenti lumi.

  E or darà al mio dir ampio suggetto
  l'amor del pastor Mopso; di quel Mopso
  lo qual sacrato ha infin da i teneri anni
  i sensi e l'alma al tempio di Parnaso.

  Il buon pastor, cercando le pendici
  de i santi gioghi, ha con novella cura
  novo oggetto trovato ai suoi pensieri;
  nova materia ha data a le sue rime:
  che l'interno splendore e 'l chiaro viso
  de la bella Tirrenia il petto ingombro
  gli ha sì del suo piacer, che la sua lingua
  d'altro non sa parlar, nè può, nè vuole
  che di lei, ch'or gli siede in mezzo l'alma.
  Ei non potendo un di 'l soverchio ardore
  chiuder dentro al suo cor, in tali accenti
  la strada aperse a la vivace fiamma.

  MOPSO. Bella Tirrenia mia, che di bellezza
  avanzi i più bei fior di primavera,
  morbida più che tenera vitella,
  ch'ancor non ha gustato erba nè fonte;
  e delicata più ch'i bianchi velli
  di non tonduto pargoletto agnello;
  e più schiva d'amor e più fugace
  ch'innanzi a cacciator timida cerva:
  odi, bella Tirrenia: a queste ombrette
  meco t'assidi, e i miei sospiri ascolta.

  Era ne la stagion ch'i verdi prati
  d'ogni intorno fiorian; fiorian le rose,
  e cantavan gli augei tra i novi fiori,
  quando prima ti vidi; e come prima
  ti vidi, così ratto al cor mi corse,
  mosso da la virtù de' tuoi bei lumi,
  con gelato timor caldo disio.
  Da quel dí innanzi entro 'l mio petto chiuso
  ho continuo portato il foco e 'l ghiaccio.
  E già due volte le campagne aperte
  visto han d'intorno biondeggiar le spighe:
  e due volte han veduto i salci e gli olmi
  le non lor uve su per li lor rami
  quai d'oro divenir, e quai vermiglie:
  e tu nel duro cor, ghiaccio nè foco
  crudel non senti, e non senti pietade.

  Sappi, ninfa gentil, che dal suo giro
  Venere bella per ciascuna parte
  rimira aperte l'opre de' mortali;
  e qual pastor, qual satiro e qual ninfa,
  contra chi l'ama è disdegnosa e schiva,
  la santa Dea ne sente altero sdegno,
  e dimostrar ne suole agre vendette,
  arder facendo i lor gelati cori
  d'amor di tal, che gli disprezza e fugge.
  Che doglia, che tormento, alma mia cara,
  credi che sia l'amar chi te non prezza?
  O tolga Dio, ch'in così amaro stato
  i' ti vegga giammai; Tirrenia intendi:
  non voler contra te l'ira de' Dei
  mover sì leggiermente: ama chi t'ama.
  Ama il tuo Mopso, il quale lode immortali
  va cantando di te mattina e sera;
  e va segnando intorno i sassi e i tronchi
  del nome tuo per farti eterna e chiara.
  Ama 'l tuo Mopso, il qual e giorno e notte,
  o vegghi, o dorma, di te pensa e sogna:
  te rimira, te cerca e te disia.
  Braman le pecchie gli odorati fiori:
  le molli gregge i rugiadosi paschi;
  brama 'l cervo assetato i chiari fonti;
  e te, Tirrenia, l'infiammato Mopso.

  Mostra, ninfa gentil, il bel sereno
  de la lucida tua tranquilla fronte;
  de la cui vista l'aere e 'l ciel d'intorno
  d'ogni parte s'allegra e si rischiara.

  Rivolgi a me i begli occhi: o occhi belli,
  occhi leggiadri, occhi amorosi e cari;
  più che le stelle belli e più che 'l sole:
  e a me cari più che armenti e gregge:
  più che la vita cari e più che l'alma.
  Occhi miei belli e cari, il chiaro lume
  volgete a me benigni: e non vi annoi,
  ch'arda del vostro ardor: e non v'incresca
  mirar talor com'io mi struggo e ardo.
  Oh ti fosse, Tirrenia, un giorno a grado
  di fermar così presso e così fisso
  que' tuoi begli occhi dentr'a gli occhi miei,
  ch'ogniun di noi facendo a l'altro specchio,
  con gli occhi suoi vedesse ne gli altri occhi
  il suo stesso ritratto e l'alma altrui.

  Volgi a me gli occhi: volgi gli occhi e volgi
  il chiaro viso e le polite guance,
  le molli guance ad ogni aura tremanti,
  che fan tremar in me l'anima e i sensi
  di diletto, di voglia e di dolcezza.

  Ma qual'è quel diletto e quella voglia?
  Qual la dolcezza che sentir mi face
  il veder e l'udir le dolci labbra?
  Quelle labbra amorose, dolci e care,
  or dolcemente chiuse, or dolce aperte,
  spirar per gli occhi e per l'orecchie mie
  a l'alma mia dolcissimo veleno?
  O misti insieme fior vermigli e bianchi:
  o sparso tra be' fior soave odore:
  o bramose mie labbra: o spirto ardente:
  o anima mia accesa: e qual desire
  tutto m'infiamma? E qual'è quel conforto
  che mi promette il bel, che s'ode e vede?
  Apri, Tirrenia, le rosate porte:
  mostra, Tirrenia, i candidi ligustri:
  spargi, Tirrenia, in graziosi accenti
  l'ambrosia e 'l mel de l'amorosa lingua.
  Di', Tirrenia, una volta: te solo amo,
  al fedel Mopso tuo, che te sola ama.
  Dillo, Tirrenia, e scopri il caro seno,
  apri 'l giardin d'amor, dimostra al sole
  i dolci pomi e gli odorati gigli.
  Leva, Tirrenia, l'inimico velo
  ch'a te'l tuo bel, a me 'l mio ben nasconde.
  Invido avaro velo: avara mano,
  crudo velo; man cruda e crudo core,
  che tanto bene a gli occhi miei contendi.

  Ninfa crudele, e perché con tant'arte
  sì fieramente a' miei desir contrasti?
  Ninfa crudele infin a gli occhi miei,
  a gli occhi miei, crudele, hai posto 'l freno.
  Deh, leva 'l velo omai, levane i nodi;
  leva la crudeltà del natio petto:
  lascia andar gli occhi vaghi al lor diporto
  tra i diletti di Flora e di Pomona,
  là ve vaga beltà, bella vaghezza
  movon d'intorno le purpuree penne,
  e fan festa ad Amor, che la sua fede
  ha locata tra 'l bel de i cari pomi.
  Man bella, cara man disciogli il laccio,
  allarga il velo, o mano: a la man mia
  sii cortese man cara: a la mia sete
  porgi alcun refrigerio poi ch'invano
  prego 'l petto crudel, e 'nvano aspiro
  a la beltà de le purpuree gote,
  invano al bel de le rosate labbra.

  Ninfa bella e crudele, in cui combatte
  bellezza e crudeltà, come non hai
  qualche pietà di me? Le selve e gli antri
  piangono al pianto mio; meco si lagna
  eco non men del mio che del suo duolo:
  e sovente gli augei su per li rami
  muti si fanno a le mie doglie intenti:
  e le gregge rivolte a i miei sospiri,
  i paschi e i fonti mandano in oblio.
  E tu sola se' nuda di pietade.

  Vien, Ninfa bella, e fra le molli braccia
  raccogli quel, che con le braccia aperte
  disioso t'aspetta; e nel tuo grembo
  ricevi lieta l'infocato amante;
  stringi 'l bramoso amante, e strette aggiungi
  le labbra a le sue labbra, e 'l vivo spirto
  suggi de l'alma amata, e del tuo spirto
  il vivo fiore ispira a le sue brame.
  Giungansi insieme gli amorosi petti:
  premer si sentan le vezzose poppe,
  le belle poppe delicate e sode,
  dal petto ad amor sacro e sacro a Febo,
  non si ritengan più celate o chiuse;
  le belle membra tue morbide e bianche
  più che 'l cacio novello e più che 'l latte,
  ad amor le consacra: e al tuo amante
  qual vite ad olmo avviticchiata e stretta,
  con lui cogli d'amore i dolci frutti.



  II.

  IL SOLE

  Mopso, solo.

  Già fiammeggiava presso a l'aurea Aurora
  il pianeta maggior nell'oriente,
  inargentando i nuviletti d'oro:
  quand'io, ch'avea col fischio e con la verga
  scorta mia greggia a i rugiadosi paschi,
  posto a seder sott'una antica quercia,
  notava intento il dilettevol suono,
  che d'intorno facean le pecorelle
  tondendo il verde de l'erboso suolo.
  Ed ecco l'armonia d'una zampogna
  sonar non lunge. Io da le dolci note
  tratto, e lasciando il mio maggior pensiero,
  in piè risorto, cheto, passo passo,
  ver là mi mossi, e vidi a piè d'un faggio
  sedersi un solo. E quanto gli occhi miei
  scorger potero in quella incerta luce
  mi parve Mopso; Mopso a cui le selve
  son testimonie quanto a l'alme Muse,
  e quanto ei sia ad Amor fedele amico.
  E quale in pria mi parve, tal la voce
  e 'l chiaro giorno poi mostrolmi aperto.
  Quivi vago d'udir suoi dolci accenti
  dietro una macchia stretto mi raccolsi.
  E egli omai spuntando il primo raggio
  del novo giorno, al dir la lingua mosse,
  accompagnando il suon con tai parole:

  MOPSO. Sorgi omai chiaro sole, e 'l ciel aprendo
  l'aer rischiara; e 'l mare intorno imbianca;
  la terra alluma; e 'l desiato giorno
  riporta a gli animali e ai pastori.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  Se non hai sole e se colei non ave
  cosa simil, ben posso dir di voi,
  che tu se' a lei, ed ella a te simile.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  Solo se' sol, ch'in tutti gli alti giri
  lume non è ch'al tuo lume s'aguagli,
  nè lassù fuoco v'ha che t'assimigli.
  E sola è sol in acque, in selve e in monti:
  la bella ninfa mia, ch'è così sola,
  che beltà non si mira a lei sembiante.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  Quando cinto di raggi il capo biondo
  a noi ti mostri, fugge d'ogni intorno
  la cieca notte da l'ombrosa terra:
  e s'allegrano in piani, in poggi e in boschi
  le solitarie fiere, i vaghi augelli,
  e con gli armenti, pecore e bifolchi.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  E quando 'l lampeggiar del divo lume
  a me si scopre, del mio tristo core
  si scuote intorno il tenebroso velo:
  gioiscon gli occhi miei: l'anima mia
  tutta s'allegra e seco i miei pensieri;
  e meco gode il mio cornuto armento.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  Poi come le montagne d'occidente
  ingombran la tua luce, e tu t'invii
  al tuo riposo là nei bassi liti,
  la fosca notte entro a l'oscuro manto
  involve 'l cielo, e involve gli animali,
  tenendo il mondo in tenebre sepolto.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  E come del mio sol l'amata vista
  da me si parte, al dipartir di lei
  a me in un punto ogni mia luce è tolta.
  Il giorno mio sen va verso l'occaso
  e son sepolti in tenebrosa notte
  i miei pensier, il cor, l'animo e l'alma.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  Da che tolta è dal ciel tua ardente fiamma,
  perché 'l superno chiostro intorno splenda
  di mille ardori, non però ritorna
  il giorno al mondo infin che non ritorni
  tu, la cui luce ogni altra luce asconde.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  E da ch'io de' begli occhi ho gli occhi privi
  perché da mille belle e vaghe ninfe
  cinto mi vegga, non però s'aggiorna
  dentro al mio cor fin che colei non riede,
  il cui bel lume ogni altro lume adombra.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  Qualor avvien ch'a la tua accesa face
  occhio mortal s'arrischi alzar i rai
  per ritrar forse l'alma tua figura,
  la soverchia virtù del tuo splendore
  sì l'abbarbaglia, che smarrito e vinto
  ad ogni aspetto uman si trova infermo.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  E io qualor a la mia ardente lampa
  mi riprovo d'alzar gli occhi e la mente,
  per farne poi ne i tronchi alcun disegno,
  il divo onor del rilucente oggetto
  sì mi confonde, che perduti i sensi
  non sento quel, che di me stesso io senta.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  Poi quando più 'l tuo lume s'avvicina
  al mondo nostro, occhio del mondo eterno,
  e più drizzi i tuoi raggi sopra noi,
  arde la terra, e arde ogni vivente;
  e de la sete per colli e per piani
  mancar si veggon gli alberi e l'erbette.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  E quando a me 'l mio amato sol s'appressa
  (il sol ch'è solo il sol de la mia vita)
  e fiammeggiando in me 'l suo lampo vibra,
  arde in me 'l cor, ardon miei accesi spirti,
  e 'n me s'infiamma un sì caldo disire
  ch'a me stesso mi sento venir manco.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  Tu con la tua virtù non solo allumi,
  non solo incendi quel che fuor si scorge,
  ma dove umana vista non discende,
  dentro passando, fai pregno il terreno
  di tal semenza ch'i terrestri germi
  producon d'ogni intorno e fronde e fiori,
  onde si veston le campagne e i poggi.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  E la virtù di lei non sol rischiara,
  non sol infiamma la mortal mia scorza,
  ma dove altro non passa che 'l suo sguardo,
  in me varcando, in me fa tal radice
  che poi germoglia in graziosa pianta,
  in cui fiorendo i miei gentil concetti
  fanno 'l mio col suo nome eterno adorni.
  Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

  Ma che parl'io? che fo? dormo o vaneggio?
  sì son col core al mio bel sole intento
  ch'ad alta voce ancor chiamo e richiamo,
  e pur or sommi accorto ch'è tant'alto
  sorto 'l sol del mio sol sola sembianza.

  Oh così fosse ai miei bramosi lumi
  sorto il lor sol. Tornato è 'l giorno al mondo
  non (lasso) a me, ch'a me non luce il sole,
  non s'apre il giorno a me se non si scopre
  colei, ch'è sola il sol de l'alma mia.
  Oh me infelice sovra ogni vivente!
  Sa l'universo, sanno gli elementi,
  san le ninfe e i pastor, sanno i bifolchi,
  san le fiere e gli augelli, e san le gregge
  che da tornare ha il sole e 'l giorno e quando;
  e sol io solo senza sole e senza
  alcun lume, di giorno in cieca notte
  vo brancolando: e non so quando o come
  mi ritorni a veder l'amato raggio.
  Ahi, lasso me dolente: or fosse almeno
  la notte mia tal notte, qual'è quella
  ch'al cader del suo sole al mondo sorge,
  ch'in quella dolce notte in ogni verso
  si posa in pace! Rive, prati e poggi
  valli, monti, campagne, selve e fonti
  han dolce requie, e i miseri mortali
  quetan le stanche membra e ogni affanno,
  ogni fatica, mandano in oblio.
  Ma non è tal la mia, che cieco e solo
  vo intorno errando. E non han pace o tregua
  gli occhi miei, non i piedi e non la lingua;
  no 'l pensir, no 'l desir, non i sospiri.
  E s'alcun è che turbi l'altrui pace,
  io son quel desso; che son sol colui
  che col continuo suon de' miei lamenti
  ho già stancate le campagne e i colli.
  Almo mio caro sol, sarà giammai
  ch'io ti rivegga un giorno, un giorno intero?
  Un giorno che giammai non giunga a sera,
  e gli occhi affisi in te quant'io vorrei?

  Ahi, lasso me: perché, perché non lice
  mostrar aperto il cor? perché disdetto
  m'è 'l dir ch'io t'ami, se cotanto t'amo?
  Perché disdetto a te l'amar chi t'ama?

  Cotai parole, e altre sospirando
  e lagrimando, il doloroso Mopso
  spargeva a l'aura; e io che senza scorta
  lasciata avea la greggia e tuttavia
  sentia montando il sol montar il caldo,
  lui lasciai pur dolersi: il dolce canto
  fra me stesso membrando, e 'l petto pieno
  non di minor pietà che di dolcezza.



  III

  IL FURORE

  Mopso, solo.

  Dive, ch'al suon de la dorata cetra
  dei sacro Apollo, al glorioso fonte
  fate dintorno mille dolci giri,
  premendo il verde del fiorito suolo
  liete alternando le vezzose piante
  non senza l'armonia d'eterni versi:
  quella, ch'è Donna de le Donne, e Donna
  è del mio cor, o sante Donne, o Dive,
  vuoi pur ch'io canti: e vuol che 'l canto s'erga
  sopra ogni bosco. Adunque perchè 'l canto
  sia canto degno di Donna sì cara
  movete insieme e con voi mova Apollo:
  mova tutto Elicona e si raccolga
  tutto lo spirto vostro entro al mio petto.

  Oh de la mente mia lucido specchio,
  alma gentil fra le belle alme bella,
  in cui fiso mirando d'ora in ora,
  si fan dentr'al mio cor novi concetti,
  da partorir scrivendo in nove carte;
  lietamente ricevi il novo frutto,
  che prodotto ha 'l germoglìo del tuo seme;
  e mentre io fo sonar la mia zampogna
  al furor del tuo Mopso porgi orecchie,
  e nel furor di Mopso al furor mio.

  Salita era la notte al sommo cielo
  e rilucea nel mezzo del suo cerchio
  la sorella di Febo, il bianco volto
  tutta splendente del fraterno lume.
  Taceva il mondo, in sè pe' lor vestigi
  tacite si volgean l'eterne spere;
  taceano i venti e 'l mar; tacea la terra
  e con lei piani e colli, e monti, e valli.
  Sol nel silenzio d'ogni alma vivente
  non tacea Mopso: e non taceva amore
  dentro al suo petto. Ei per deserte piagge
  da furor trasportato, solo e vago,
  errava, intorno pur con gli occhi fissi
  ne la cornuta diva. E 'n quello stato
  disse de l'amor suo cose sì nove,
  che ne suonano ancor le selve e gli antri.

  MOPSO. Dove, dicea, mi scorge or la tua luce,
  candida luna, per solinghe strade?
  Tirar mi sento ove per gli erti gioghi
  rara di piede umano orma si scorge.
  Qual novo aspetto e qual novo desire
  verdeggia nel mio cor? La folta selva
  de l'odorate, verdi, ombrose piante,
  tutto m'empie d'orror e di diletto.
  E quel dolce ruscel, che mormorando
  fugge tra l'erbe e i flori, a sè mi chiama.
  Ma donde viene il canto? E donde il suono
  che sì dolce lusinga l'aere intorno?
  E cosi è dolce, che simil dolcezza
  non porge a me 'l belar de le mie gregge,
  nè sì soave è 'l suon de le mie canne.

  Or ecco là che giovinette donne
  cinte le terapie di fronduti rami
  fan la nova armonia; ina che vegg'io?
  Non è tra lor, non è colei ìa mia?
  Ahi! m'è tolta la voce. Or chi l'ha scorta
  di mezza notte senza fida scorta
  da le rive del Po fra questi boschi?
  E che fa qui l'altero giovinetto
  c'ha la lira dorata e d'or le chiome
  e d'ogni vello ancor le guancie ha nude:
  misero: adunque? Adunque in cotal guisa?
  Or dove sono? E che fo? Vegghio o dormo?
  Non so ove sia: non so se vegghi o dorma.
  E s'io vegghio, è ella dessa o altra? Ahi, lasso,
  non conosco io la ninfa mia? La voce
  piena di melodia, gli ardenti lumi,
  il vago aspetto, il grazioso viso:
  gli atti soavi, i movimenti alteri:
  l'andar, lo star: la mano, i piedi, i panni,
  far la dovrian pur conta a gli occhi miei.
  E s'altro a me non la facesse conta,
  si la farìa quell'amoroso orrore
  ch'a l'apparir di lei m'ha l'alma ingombra,
  e quel desio, che qui condotto m'have,
  u' condur non poteami altro desìo.
  Ma ch'è quel ch'odo, che da l'altre l'odo
  chiamar sorella e nominar Talia?
  Questo bosco di lauri e quella fonte:
  le donne coronate: il bel concento:
  l'aspetto più ch'umano? Or una, e due,
  tre, quattro, cinque, sei, sette, otto e nove,
  il numero conviensi... questo è 'l giogo
  de l'alme Muse: e queste son le Muse.
  E una n'è la mia. È la mia ninfa
  dunque una Musa, o son le Muse ninfe?
  O mia, come dir debbo, alma mia Diva,
  con quanto amor, con quanto studio ed arte,
  fra mortali discesa dentro a l'alma
  m'accendesti l'ardor; presso al cui raggio
  movendo i passi, a questo santo giogo
  mi trovo aggiunto. O mano, amata mano,
  tu mi tien, tu mi guida: o caro dono,
  bramato don, così ne foss'io degno.
  Tu con la tua sorella le mie terapie
  fai verdeggiar de l'onorata fronde
  perch'ogni mio pensier tutto verdeggia.

  O sacri, vivi e lucidi cristalli,
  onde s'inaffian così rare piante,
  qual radice ha sentito il vostro umore
  c'ha virtù di produr pianta sì ferma
  che non le nuoce il più cocente sole:
  non la molesta grandine nè pioggia:
  non la crolla il furor di Borea o d'Austro,
  e non la tocca il folgorar di Giove?
  Qual radice ha sentito il vostro umore?
  Ne la sua pianta il verde eterno vive;
  vivono eterni i fior, vivono i frutti:
  nè muta vista per mutar stagione.
  Beato, eterno umor che liete e chiare
  fai le piante, le fronde, i frutti e i fiori;
  i' pur spengo di te mia lunga sete:
  e 'n te s'attuffan mie bramose labbra.
  O che veggio? O che intendo? Il cieco velo
  tolt'è da gli occhi miei: m'è fatto amico
  il sacro coro, amico il santo Apollo.
  Pur or conosco io te fedel compagna,
  fedel mia guida e mia fedel maestra;
  Erato bella. Tu fin da la culla
  mi fosti a lato; tu la tua sorella
  fra le genti mortali in forma umana
  mi scorgesti a mirar. Tu mi dimostri
  com'io lei segua, cui più sempre amando
  l'alma mia più verdeggia e più s'infiora.

  Ma che novo desir mi punge il core
  di levarmi da terra? Oh, ch'i' mi sento
  mutar di fuori e farmi un bianco augello:
  le man, gli omeri, il capo, il collo, il petto
  tutti si veston di novelle piume;
  già comincio a cantar, già batto l'ali....
  non mi lasciar Talia, levati a volo;..
  Erato spiega al ciel l'aurate penne...
  date forza al mio ardir, che senza voi
  ogni mio sforzo alfin sarebbe invano.
  Già lasciato ho 'l terreno; altero e lieve
  sopra i nuvoli m'alzo e sopra i venti:
  già mi si fa minor e terra e mare.
  Alma sorella del compagno e Dio
  de la mia Dea benigna, a te raccogli
  colui, cui la tua luce ha mostro il calle
  di gir al monte ove la via s'impara,
  che l'alme altrui conduce a più bel monte.

  I' veggio aperte le dorate porte
  del gran gìardin, ch'i muri ha di zaffiro;
  qui n'accoglie Diana; e qui n'envia
  per la verdura del suo bel verziero;
  qui la fiorita e verde primavera
  move d'intorno, e va pascendo il verde
  del santo umor de la rugiada eterna;
  qui l'alma Clori e 'l suo diletto sposo
  spargendo a l'aere ognor novelli odori
  van dipingendo il variato suolo;
  qui non arde la state e qui non sfronda
  l'autunno i rami e non gli imbianca il verno;
  qui vive il verde eterno; eterni rivi
  di liquidi smeraldi i verdi prati
  van compartendo; al mormorar de l'acque,
  al soave spirar de le dolci aure,
  al tremolar de i verdeggianti rami,
  suonano in dolci e 'n dilettosi accenti
  mille amorosi eterni rosignoli.
  Qui s'odon risonar cetre e zampogne;
  immortai cetre e immortai zampogne;
  oh dolce vista, ed oh soavi note;
  oh tra 'l veder e udir dolci pensieri;
  qui, santissime Muse: qui Talia,
  qui, qui sia, Diva, eterno il nostro albergo.

  Così diceva il forsennato Mopso:
  e così detto, muto e sbigottito
  stette buon spazio; e 'n sé fatto ritorno
  e raccolto lo spirto, alti sospiri
  dal cor traendo, intorno al molle tronco
  d'un tenero olmo tai parole scrisse:

  Udite selve, udite Dei silvestri,
  odan le ninfe, oda ogni pastore.
  Ho veduto Elicona e 'l sacro bosco;
  ho veduto 'l licor ch'i nomi avviva;
  veduto ho Febo e le dotte sorelle,
  e Tirrenia fra loro; una di loro
  è la bella Tirrenia: ella m'ha tratto
  al sacro bosco, e dal bosco a la fonte,
  e da la fonte al cielo: ella è colei
  che m'arde 'l cor; ella è colei ch'io canto;
  ella è il mio sole; ella è la mia Talia.
  Ed io son Mopso. Pianta eterna vivi:
  e i nomi nostri eternamente serva.



  IV.

  TALIA

  Mopso, solo.

  Già risalito sopra l'orizzonte
  il pianeta d'amor dal terzo cielo
  fiammeggiando spargea l'aer sereno,
  il tempestoso mare, il duro suolo
  di chiari raggi e di virtute ardente:
  e destando le selve e le campagne,
  richiamava pastor, gregge e bifolchi
  a le zampogne, a i paschi e a gli aratri.
  Quando Mopso d'ardor l'anima acceso,
  posto a seder in una erbosa riva,
  al dolce mormorio di lucid'onde
  in sè raccolto, immobile e pensoso
  si stette alquanto; indi a sue dolci note
  rispondendo gli augei, le selve e l'acque,
  ruppe 'l silenzio in così nuovi accenti,
  che n'han fatto conserva i Dei silvestri,
  per dar lor vita in più ch'in una etade.

  Or qual fosse 'l suo canto, a lei che desta
  ti tiene ognor a gli amorosi canti
  fa che 'l ritorni a dir rozza zampogna;
  e sia tale il tuo suon, che degno sia
  de materia maggior che di zampogne.
  MOPSO. Alme sorelle, che d'eterno grido
  rendete onor a chi col cor v'onora,
  se mai liete porgeste alcuna aita
  al suon de gli amorosi miei sospiri,
  or, che d'amor cantando è 'l mio pensiero
  cantar voi insieme (che di voi cantando
  canto 'l mio amor) a l'incerate canne
  ispirate sì dolce e chiaro suono,
  che sia 'l mio amor co'l vostri nomi eterno.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  E tu, mio santo e mio soave ardore,
  dotta e bella Talia, mentr'io m'affanno
  per voler dir di te, ne l'alta impresa
  porgi soccorso a la mia fioca voce:
  dammi ardir, dammi forza; alza 'l mio ingegno
  e con la cara mano un novo ramo
  fresco, verde, odorato, or ora colto
  dal sacro monte a la mia fronte avvolgi.
  Movi Talia, movete sante Dive.
  Movete o sante Dive a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  Sorge in Boezia e non molto lontano
  dal gran Parnaso un onorato giogo
  che d'altezza e d'onor con lui contende;
  quest'è 'l santo Elicona, in cui verdeggia
  l'eterna selva sacra al sacro Apollo,
  d'uno e d'altro valor degna corona.
  Qui si monta per luoghi alpestri ed ermi;
  raro sentier v'appar, rari vestigi;
  nè v'ascende uom mortal, cui 'l ciel non chiama.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  Quest'è quel poggio, che fra gli altri poggi
  è de le Muse il più diletto poggio:
  qui 'l grande Apollo ispira entro a' lor petti
  quella virtù ch'a lui 'l gran padre ispira;
  ed elle l'alme elette a i Dei più care,
  chiamano al verde de l'amate piante;
  e chiamanle al licor del chiaro fonte;
  chiamanle al chiaro fonte d'Ippocrene,
  eterno onor del sangue di Medusa.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  Scritto è nel sasso antico, onde si versa
  la dolce vena, in ben limati versi,
  ch'un giovinetto che di pioggia d'oro
  fu conceputo, alzato un giorno a volo
  uccise lei, che con l'orribil vista
  rivolgea l'uomo in insensibil marmo:
  e che del sangue suo, mille veleni
  fur sparsi in terra; e fra i diversi mostri
  un'alato destrier subito apparve.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  Questi nitrendo e dibattendo l'ale
  si levò in aere, e dopo un lungo corso
  pervenuto al bel giogo ond'io favello,
  volando tuttavia, nel duro masso
  percosse un'unghia, e quei ratto s'aperse
  larghi versando e liquidi cristalli.
  Apollo il vide, e 'l vider seco insieme
  tutte le nove Muse, ed egli, ed elle,
  fede ne fanno a chi con lor ragiona.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  E quest'è 'l fonte in cui, cui 'l ciel non nega
  di poter pur bagnar le somme labbra,
  cantar si sente al par de i bianchi cigni.
  Qui conducon le Dive a cui interdetto
  non è 'l bel monte, e 'ncoronati e molli
  del santo rio gli rendono a' mortali,
  perchè rendano a ogniun degna mercede
  de le fatiche lor, de le bell'opre
  qual ornando di lauri e qual di mirti.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  Quinci discesi quegli spirti eletti
  sopra tutt'altri, con eterne lode
  or del fier Marte, or del soave Amore,
  cantano il sudor d'un, d'altro i sospiri.
  E per memoria de l'amato albergo
  aman le ninfe i poggi, i fonti e i boschi.
  Ed è ragion, ch'ancor quelle chiare alme,
  in rimembranza del lor nascimento,
  godon di luoghi solitarii ed erti.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  Fra le selve Pierie il Dio dei Dei,
  quel ch'ad un cenno il ciel move e governa,
  d'amor acceso, in forma di pastore
  con la bella Nemosine si giacque.
  Era costei la più vezzosa ninfa,
  ch'in quella o in altra età, ninfe e silvani,
  tenesse al suon de le sue dolci note
  dolce cantando le memorie antiche,
  e gli occhi avea stellanti e d'or le chiome.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  Giacquesi con lei Giove, e tante notti
  giacque con lei, quante del santo coro
  son le dotte sorelle. E poi che Febo
  nove volte ebbe visto l'auree corna
  rifarsi al lume suo rotondo specchio,
  tante chiamò Lucina al suo soccorso
  la bella ninfa, e d'altrettanti parti
  madre divenne. O ben felice madre
  il mondo adorno ha il tuo fecondo ventre.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  Venute in luce le felici piante,
  de' cui be' fiori e de' cui dolci frutti
  dovea goder il cielo e 'l nostro mondo,
  il sommo padre di sì bella stirpe
  tutto gioioso i teneretti germi
  degni intendendo di più degno suolo,
  che di suolo terren, fece pensiero
  di voler trapiantar la nova selva
  ne le splendenti sue felici piaggie.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  De' cieli d'uno in uno il re de' cieli
  donò loro il governo ad una ad una;
  e d'una in una a loro i nomi impose.
  Quella cui diede il cerchio in cui si mira
  errar d'intorno con cangiati aspetti,
  la dea de la cornuta e bianca fronte,
  fu la bella Talia, la cui virtute
  fa verdeggiando germogliar gl'ingegni
  di verdura immortal di fiori eterni.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  Toccò a Mercurio seguitar l'impero
  de la placida Euterpe, a la cui voce
  s'empion l'alme di gioia e di diletto.
  S'accompagnò con l'alma dea di Cipri
  Erato bella, che ne l'alme inesta
  quel caro germe ch'è chiamato Amore;
  e Melpomene ascese al quarto lume,
  e la spera di lui tempra e rivolve
  col canto suo, ch'è pien d'ogni dolcezza.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  L'ardente spirto del superbo Marte
  ogni orgoglio deposto, non rifiuta
  di dar orecchie a la famosa Clio.
  A Tersicore diede il re superno
  che de la stella sua fosse compagna,
  tutto invaghito di sua allegra vista;
  e di Polinnia gode il padre antico
  notando l'armonia del vario suono
  e la memoria de le cose belle.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  Urania su volando altera salse
  fra mille lumi, ed or in or s'aggira
  lieta del suo bel ciel cantando intorno.
  Calliope non ebbe proprio nido
  dal sommo padre: ei volle ch'in ciascuna,
  de l'altrui stanze fosse la sua stanza:
  e le buone sorelle a la sorella
  congiunte in dolce amor, in dolci accenti
  cantando insieme fan dolce armonia.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  Signoreggiano in cielo, e 'n su la terra
  han signoria quell'anime celesti:
  e ciascuna di lor da la sua spera,
  Calliope da tutte il lor valore
  spargon quaggiù ne i più chiari intelletti.
  E qual del divo spirto ha l'alma ingombra
  a lui s'apre Elicona: a lui le chiome
  cingono i lauri: a lui non si disdice
  spenger la sete al fonte d'Aganippe.
  Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
  cinte le tempie d'odorati allori.

  Ma che novo furor m'ha 'l petto ingombro
  di voler col mio calamo palustre
  sonar di lor, ch'a i sempiterni Divi
  rotando tuttavia l'eterne spere,
  de le lor voci fan dolce concento?
  Mercè dive, mercè del novo ardire
  non vi chiamai nimico, e non mi vanto
  di cantar vosco a prova. Anzi 'l desio
  onde 'l vostro valor m'ha l'alma accesa
  mi mosse a ragionar de i vostri onori.
  Tornate, o sante Dive, a i vostri allori.

  Tornate Dive; tornin l'altre e meco
  rimanga la dolcissima Talia;
  rimanti, o Diva, con colui che sempre
  teco è col core. O Musa a le mie rime
  basta la tua virtù. Tu 'l mio Elicona,
  tu 'l mio Parnaso se': tu se' 'l mio Apollo:
  tu con l'ardor de' begli occhi sereni
  accendi entro 'l mio cor sì chiaro foco,
  che l'invidia del tempo in alcun tempo
  non potrà spegner mai la nostra luce.
  Tu con la soavissima favella,
  col dolce suon, con le celesti note
  e con la leggiadria del chiaro stile,
  me togliendo a me stesso, a dir m'invii
  cose, ch'i' spero, che fra questi boschi
  si serveranno ancor dopo mill'anni.
  E trovando Talia per mille tronchi
  scritto per la mia man, trovando Mopso
  scritto per la man tua, n'avranno ancora
  diletto e invidia la futura gente.

  O che parlo? Il tuo aspetto a dir m'ispira
  quantunque io parlo; tu mia lingua movi,
  tu mi porgi i concetti e le parole.
  O mia musa, o mio amor. E qual fu mai
  più glorioso amor che la mia Musa
  è 'l mio amor, e 'l mi' amor è la mia musa?
  Dolce amor, dolce musa: e non vaneggio;
  non è 'l mio sogno; no, che viva e vera
  ti veggio alma mia diva; e tal ti scorgo
  qual ti scorgono e Febo e tue sorelle
  a l'onde di Permesso; e qual ti scorge
  la sorella di Febo entro al suo giro.

  Quant'è la gioia mia? Con voi ragiono
  riposti orrori e solitaria riva:
  e prego che fra voi si stian sepolte
  le mie parole: e voi piacevoli aure
  fermate l'ali e eco non risponda:
  non risponda eco a me, che la sua doglia
  mal si conface al mio gioioso stato.
  Chieggio silenzio, acciochè fuor non s'oda
  per la mia bocca l'alta mia ventura,
  che d'invidia potria colmare altrui.
  Quella, ch'un tempo per l'erbose sponde
  de l'ampio laco de l'antica Manto
  fece tenor cantando al gran Menalca:
  quella, quella or risponde al vostro Mopso.

  Volgi a me i lumi o diva, ch'in que' lumi
  godo del ben del ciel: la lingua snoda
  dolce mio santo amore; da quella lingua
  sente 'l mio cor dolcezza più ch'umana.
  O dolce il veder mio s'eternamente
  gli occhi affisassi dentro a tuoi begl'occhi,
  e tu gli occhi affisassi a gl'occhi miei:
  o dolce udir, se 'l suon dolce e soave
  sonasse eterno dentro a le mie orecchie,
  dentro al cor penetrando, e dentr'a l'alma.
  O dolci i miei pensier, se al mio desire
  s'unisse il tuo desir con tanto affetto
  che fosse una la mia con la tua voglia.

  O mia Diva, o mio amor, se del tuo amore
  e se del tuo favor tanto cortese
  sarai a l'alma mia, che le mie rime
  s'ergan sopra l'invidia, e i miei pensieri
  sian pensier di letizia, in su la foce
  del Formion, là dove il bel Sermino
  quinci le dolci e quindi le salse onde
  bagnan d'intorno, un venerabil tempio
  sorgerà al nome tuo; quivi i pastori
  soneran sempre a te cetre e zampogne:
  e di fior sempre, e sempre di verdura
  si trecceranno a te ghirlande fresche.
  E da i colli e da l'onde, i Dei silvestri
  e le ninfe e i tritoni, incoronati
  di liete frondi, a te festosi giri
  faran dolce iterando il tuo bel nome:
  e fra gli altri la bella, la più bella
  ninfa ch'abbia tutt'Adria in alcun scoglio
  Egida bella l'onorate tempie
  cinta di rami di felice oliva,
  Talia cantando, e 'l nome di Talia
  risonando d'intorno, e poggi e valli,
  sopra i sacrati altari in fochi eterni
  spargerà lieta a te con larga mano
  in sacrificio gli odorati incensi.
  Te col divo splender de i lumi santi,
  col dolce riso e con la chiara voce,
  ferma o Diva, e col cuore il mio bel voto.



  V.

  LA LONTANANZA

  Mopso, solo.

  È già gran tempo o Muse il mio suggetto
  l'amor di Mopso, e voi beate Dive
  sete 'l suo amore. Or il dolente Mopso
  dal dolce amato nido e dal suo bene
  fatto lontan, va empiendo selve e campi
  di dolor, di sospiri e di querele.
  Contan le ninfe che fra gli altri un giorno
  lungo la riva, su verso le fonti
  del vago Po salendo, a tali accenti,
  a sì pietosi, a sì dogliosi accenti
  allargò 'l fren, facendo in ogni verso
  gemer le sponde al nome di Talia;
  che le triste sorelle di Fetonte
  obliando 'l lor duol, al suo dolore
  porsero orecchie, e vinte di pietate
  largaro il corso a non usati pianti.
  Or qual fosse il suo pianto o santo coro
  ditelo a' boschi nostri, e non vi annoi
  di por le dotte e dilicate labbra
  a le mal culte mie silvestre canne,
  E tu mio dolce duol, mia amara gioia,
  mio solo eterno amor, mia prima Musa,
  mentr'io cantando lacrimo e sospiro
  con pietate raccogli il triste canto.
  Incominciate o Dee: le selve e gli antri
  daran risposta al lacrimabil suono.

  MOPSO. Lasso; quest'è ben dura dipartita;
  dura, crudel, amara dipartita,
  via più ch'assenzio amara e più che morte.
  Ed è ragion, ch'estremamente amaro
  mi sia 'l partir da lei che m'è più cara
  che la zampogna mia, più che l'armento:
  più che la vita cara e più che l'alma.
  Ahi, ahi! protervo amore di te mi doglio,
  protervo, iniquo e dispietato amore.
  Tu con fredde paure in van sospetti
  mi tenesti gran tempo, mentre ch'io
  lei per Tirrenia e per ninfa del Tebro
  amai languendo, ardendo e lacrimando.
  Poi che 'l favor de' più benigni divi
  salir mi fece il glorioso monte,
  e mi fece veder fra i sacri allori
  l'alto mio santo e dolce amore; e poi
  che tolto via il furor di gelosia
  alti e dolci pensier battendo l'ali
  m'inalzavano al cielo altero e lieto;
  hai tronco 'l volo a' miei gentil desiri.

  Ahi lasso me dolente, e qual furore
  mi conduce ad oprar la rabbia e i denti,
  contro il benigno mio soave Iddio?
  Mercè Signor, dolce Signor perdona
  al soverchio martir che mi trasporta.
  Tu la mia scorta se', tu 'l mio maestro;
  tu se' 'l mio onor e tu se' la mia palma;
  tu con la face tua m'hai mostro il calle
  d'ir al bel monte: tu con l'auree penne
  impenni i miei pensier; tu nel mio petto
  scolpita hai la dolcissima Talia.

  Per tante grazie a te di sacro sangue
  spargerei d'or in or i santi altari,
  a te arderei gl'interi sacrifici,
  se non che tu (qual'è 'l tuo cor pietoso)
  di crudeltà nimico, il sangue aborri.
  Ma di quel, checchesia, che non rifiuti,
  di fior, di lode, e d'odorati fumi,
  la mia man, la mia lingua e la mia mente
  a te non sieno in alcun tempo avare.

  Da dolermi ho di mia crudel fortuna,
  anzi di lui, che fa la mia fortuna.
  Di te m'ho da doler, di te Tirinto,
  crudel Tirinto, or se mai 'l petto caldo
  ti sentisti d'amor: se punto amico
  se' de le dotte Muse, il petto caldo
  pur ti senti talor, e eterno amico
  se' de l'amate Muse, ahi crudo, e come
  puoi scurar dal suo amor l'acceso amante?
  Come tòrre a la Musa il suo poeta?
  Ben ti dovria Tirinto esser a grado
  d'udir al suon di Mopso e di Talia
  risponder Eco: e l'una e l'altra sponda
  del tuo bel fiume: il tuo bel fiume e Eco
  ti pon far fede che eia le pendici
  de l'alto giogo, onde 'l Dio del tuo fiume
  da l'ampio vaso versa i larghi rivi
  insin là dove, per diverse foci,
  si scorga in Adria, in tutte le sue rive
  non ha 'l più santo ardor, nè 'l più gentile.
  E tu cerchi d'opporti a tale amore.
  O Tirinto crudel, se non ti move
  il mio dolore e 'l mio cocente affetto,
  di lei ti mova il grazioso sguardo,
  ch'acceso di desir tacendo grida,
  e per pietà pregando a te s'inchina.
  Movati 'l suon di que' pietosi versi
  in ch'ella amaramente sospirando
  riprega te per l'amorosa face,
  che 'l suo diletto Mopso a lei ritorni;
  sia pietoso Tirinto e sia sicuro
  che qual pastor, qual ninfa e qual bifolco
  non ha pietade a chi d'amor sospira,
  non gli ha pietade amor, quand'ei sospira.

  Misero me, i' mi dolgo, e tuttavia
  dilungando mi vo dal mio desio,
  e per molto desio piango e languisco;
  e fo col pianto mio col mio languire
  pianger gli sterpi e fo pietosi i sassi.
  Fera ventura, veramente fera,
  che tu diva gentile e 'l tuo fedele
  esser debbiate eternamente insieme
  fermo suggetto a dolorose note.

  Or il vago pensier va rimembrando
  quelle parole tue; quelle parole,
  quelle, quelle, quell'ultime parole
  che mi sterparo il cor, mi svelser l'alma.
  Ben è ragion ch'eternamente t'ami,
  e se verace amore, se ferma fede
  merta cambio d'amor, ragion è ancora
  che tu, mia vita, eternamente m'ami.

  Non sia mai luogo o tempo che disgiunga
  da me 'l tuo amor, che mai per luogo o tempo
  non sarà l'amor mio dal tuo disgiunto;
  meco sia 'l tuo pensier, che 'l mio pensiero
  sempre è con te. Con me sia 'l tuo desire,
  che teco è 'l mio desir: sia l'alma tua
  sempre con me, che teco è l'alma mia.
  Così ci ricongiunga un giorno amore;
  e ricongiunga con felice sorte
  i pensieri, i desiri e l'alme nostre.

  Lasso che 'l ragionar il pensier segue
  e ragionando ognor cresce la voglia,
  e crescendo la voglia il duol sormonta.
  Vago fiume, alte rive, ombrose piante,
  passò mai quinci, o qui mai si ritenne
  pastor alcun a cui sì tristi lai,
  sì cocenti sospir, sì largo pianto
  facesser fede del dolor suo interno?
  Ma degno è ben che mia lingua si dolga,
  e che sospiri il core e piangan gli occhi.
  È tolto agli occhi il sol de gli occhi santi;
  il sol, ch'è solo il sol de gli occhi miei,
  il sol, ch'oltre per gli occhi al cor passando
  tutto l'empiea di vivi ardenti spirti;
  di spirti che mia lingua a ta' suggetti
  movea sovente, che per avventura
  non son suggetti da ciascuna lingua.
  Or sendo privo di sì altero oggetto
  ragion è ben che 'l mio dolor sia solo;
  e che sia la mia lingua, il cor e gli occhi,
  lingua fioca, cor tristo e occhi molli.

  I' vo dolente, e pur convien ch'io vada;
  misero Mopso ov'è la tua Talia?
  Cara Talia, ov'è il tuo fido Mopso?
  O duro fato, o cruda dipartita.

  Lasso, che importa a poverel pastore
  quel che facciano i ricchi, empii tiranni?
  Che tocca a me cercar l'armate squadre?
  Inique stelle: veramente i cieli
  contra me son giurati; e 'l fiero Marte
  ha tant'arme commosse e tanti sdegni
  per dipartirmi dal maggior mio bene.

  O fortunati, a cui 'l terren natìo
  è fermo seggio e certa sepoltura:
  fortunati bifolchi voi se 'l giorno
  i buoi giungete e col gravoso aratro
  sottosopra voltate i duri campi,
  non v'è negato almen tornar la sera
  a le capanne vostre, a i dolci alberghi,
  a le dilette vostre compagnie.
  Voi non arate il periglioso suolo
  del tempestoso mar: voi gli alti gioghi
  non varcate giammai de l'orrid'alpi;
  voi non bevete le straniere fonti.
  È 'l lungo cammin vostro a la cittade,
  a la città, al mercato; e quindi il sole
  che v'ha condotti ancor vi riconduce.
  Voi fortunati e sfortunato Mopso:
  ei da quel dì ch'al sol pria gli occhi aperse
  non ha potuto ancor pur una volta
  dir: qui sarà domane il mio soggiorno.
  Ma da la patria ad estrani paesi
  dal Tebro a l'Istro e dal Po alla Garonna,
  d'oltre il Carnaio a l'ultimo Oceano,
  e dal Vesuvio a gli alti Pirenei
  errando ognor, è stato a tutte l'ore
  perpetuo strale a l'arco di fortuna.

  Misero Mopso! O patria, o patria cara;
  o grande Antiniano, o bel Sermino,
  o vago Formione, o scoglio amato
  quando sarà ch'io vi rivegga e dica:
  quel poco omai di vita che m'avanza
  mi vivrò pur tra voi, ch'è quel ch'io bramo?
  Il grande Atiniano, il bel Sermino
  il vago Formion, l'amato scoglio
  a me è Talia. Talia mi renda 'l cielo
  ch'è Talia la mia patria e 'l mio riposo.



  VI.

  LA SCONCIATURA

  Mopso, solo.

  Torniamo, o Muse, ai pianti e ai sospiri:
  nostro soggetto or son sospiri e pianti.
  Il vostro Mopso si consuma e strugge.
  Or mentre io ch'io con lui mi lagno e ploro
  seguite o dive le dolenti note.

  FEDEL mio, se 'l mio Mopso men fedele
  fosse in amor, i' vi so dir per vero
  che fora la sua vita men dolente;
  ma suo costante amor sua ferma fede
  di vento di dolor, d'amaro umore
  gli tien ognor il petto e gli occhi pregni;
  e voi il sapete pur, ch'alcuna volta
  gli occhi affissate in lui tutto pietoso.
  Or se la vista del suo aspetto solo
  può pietade inestar ne gli altrui cori,
  che dovran far i dolorosi lai?
  Il miserel ad or ad or s'invola
  al vulgo e ai pastori; e in qualche bosco
  in qualche antro riposto si raccoglie;
  quivi s'asside, e quivi s'accompagna
  or con un tronco antico, or con un sasso:
  e di sé privo, col pensier dipigne
  il dolce amato viso; in quel ritratto
  gli occhi e l'animo affisa: in quel si specchia;
  con quel ragiona; e quel tanto ha di pace
  quanto 'l ritiene il dilettoso inganno.
  Poi ch'in sé è ritornato, il duolo immenso
  non capendo ne l'alma, si disgombra
  per lo petto, per gli occhi e per la lingua
  in spirti accesi, in lacrimosi rivi,
  in fiochi, rotti ed angosciosi accenti.

  I' pascea un dì 'l mio armento per le piagge
  del bel Tesin: e così passo passo
  per la sua riva errando, il piè mi scorse
  là ov'io sentì dolersi quel meschino
  con le fere, con l'acque e con gli sterpi.
  E quanto con la mano ir seguitando
  potei 'l suo dir, le triste sue querele
  diedi a serbar ad una antiqua quercia.
  Or, a voi di ridirle è 'l mio pensiero:
  e voi cui talor visto ho 'l petto caldo
  di caldo amore, e che di vera fede
  portate il nome, con pietate udite
  gli acri lamenti del fedele amante.

  MOPSO. O mia cara Talia, m'ha dunque il cielo
  disposto ad amarti perch'amando i' pera?
  Ben poss'io dir che quanto gira il sole
  non ha la nostra età più ardente foco:
  non più gentil, non più lodevol foco
  che sia 'l mio foco, e posso dir ancora
  che non ha 'l mondo e non ha 'l secol nostro
  alcun del mio più sventurato amore.

  Bella, vaga, gentil, dolce Talia,
  vaga e dolce Talia, ma non men cruda
  che vaga e bella e che dolce e gentile:
  perché crudel? Perché se tante voci
  e se tanti sospir, se tanti pianti
  ti mando d'or in or giù per quest'acque,
  alcun tuo accento a me non mai ritorna?
  Perché s'ami 'l tuo Mopso, a le sue pene
  non hai pietate? E se pietà ti move,
  che non porgi al dolente alcun conforto?

  Misero Mopso, e sarà dunque il vero
  quel, che per tutti i boschi ognor ribomba
  del breve amor, de' mal fermi pensieri
  del sesso feminil? Ahi! dunque lasso
  avrò senza 'l suo amor da stare in vita?
  Non sarà il ver, sebbene e pastorelle
  e Ninfe, e Driadi e Naiacli, e Napee
  son di mobil voler; però non voglio
  dir che sia 'l suo così mutabil core.
  Non è la mia non è cosa mortale,
  non Naiada, non Driada od altra Ninfa;
  ma de l'eccelse eterne abitatrici
  de le spere celesti, una di loro
  è la mia diva: e col suo divo spirto
  nel cor mi spira l'alte cose belle.

  O pur non sia fallace il creder mio.
  Or mi sovvien, ch'ancor de l'alte dive
  son mal stabili i cori. E quante volte
  mutò voglia e amor la dea di Cipri,
  la dea del terzo ciel? Di lei mi taccio.
  Ma la bianca, la fredda e casta luna
  come fu fida, lasso, al fido amante?
  Il sanno gli alti boschi, ch'alcun tempo
  vider Pan lieto e tristo Endimione.
  Mal fida luna, avara luna; e troppo
  grande argomento de l'incerta fede
  de le mutabil, de l'avare voglie
  del femineo desir. Chi mi conforta
  in sì novo dolor? Su per le rive
  del vago Po non mancano i pastori:
  non mancano i leggiadri e bei pastori,
  non i ricchi pastor di grassi armenti.

  Ma non di gregge mai, non mai d'armenti
  vidi vago 'l suo cor. Gli umil disiri
  sdegna quell'alma sopra ogni alma altera.
  Non per fior giovenil, non per tesoro
  apron le sante Dive il santo monte.
  Nè per fior giovenil, nè per tesoro
  dee la mia Diva altrui largare il petto.
  Caro a Talia di Mopso è il dolce canto
  pien d'alti spirti e di gentili ardori.

  Or non ha 'l Po di più soavi note?
  Di più gentil, di più leggiadri spirti?
  Dolente me: di quanti or mi sovviene
  chiari pastor ch'alberghin per le sponde
  dov'alberga 'l mio ben, tante punture
  mi sento al cor. Ahi! ch'ella non rivolga
  gli occhi altrove e l'orecchie e i pensieri.

  Chiari pastor, deh! no, deh! no per Dio,
  tant'oltraggio al buon Mopso. O Musa, o Diva:
  o mia Musa, o mia Diva, il tuo buon Mopso,
  il tuo devoto il tuo costante Mopso,
  il tuo sincero il tuo verace amante,
  il tuo fedel pastor il tuo poeta,
  vive egli, o Diva, caro e solo albergo
  de la sua vita? Ei vive, s'in te vive
  la memoria di lui, s'a l'alma sua
  dal petto amato non hai dato il bando.

  Ahi, qual fora 'l mio stato o triste core,
  (tolga Iddio tale augurio) quale stato
  fora 'l mio s'a la mia dolce Talia
  fosse a grado d'udir ch'altri che Mopso,
  mia le dicesse. O pria fra questi boschi
  aspra, selvaggia fera, e l'unghie, e i denti
  contro me adopre; l'affamate voglie
  di mie tremanti membra e del mio sangue
  sbramando fiera e pia, finisca a un punto
  il mio amor, il mio duolo e la mia vita.



  VII.

  TIRRENIA

  Cosa propria d'amante è, Nobilissima signora mia, desiderare di esser
  sempre e interamente unito con la persona amata, e di qui è che oltra
  il desiderio il quale io ho che l'anima mia sia con la vostra
  indissolubilmente congiunta, bramo ancora che i nomi nostri insieme
  siano eternamente letti e che insieme vivano chiari e immortali. E per
  tanto, oltra le molte altre rime alle quali l'amor vostro m'è stato
  Elicona e voi stata mi sete Musa favorevole, mi è novamente venuto
  fatta una mia composizione per avventura più affettuosa che
  artificiosa, nella quale ingegnato mi sono di far un disegno di voi
  più particolare che altro il quale insino ad ora io abbia visto che
  sia stato fatto da altrui. E se io non ho così dotta mano che di voi
  possa fare un vero ritratto, penso avervi almeno ombreggiata in
  maniera che siccome dalle ombre delle bellezze superiori gli animi
  nostri di grado in grado al disio della vera bellezza sono tirati,
  così da questa ombra da me fatta di voi, i più gentili spiriti
  potranno salire alla considerazione di quel vero ch'è in voi; or quale
  che ella si sia, tale la vi mando nè altro vi dirò se non che se un
  altra figura poteste vedere con gli occhi corporali la quale io porto
  già gran tempo nell'animo e di quella farne comparazione con voi
  stessa, sono securo che voi medesima non sapreste discernere se in voi
  o in me sia più vera l'imagine di quella forma ab eterno conceputa
  nella mente di Dio, alla cui simiglianza vi fabricò natura quando ella
  volse

      Mostrar quaggiù quanto lassù potea.




  Interlocutori.- DAMETA e TIRSE


  L'erboso prato e i verdeggianti allori,
  l'aura soave e 'l bel rivo corrente,
  m'invitan seco a far lieto soggiorno
  e ragionar del mio soave foco.
  Muse, Muse, mentr'io di lei favello,
  avvolgetemi alcun di questi rami
  intorno al crine, e non mi siate avare
  del favor vostro: i' canto il vostro onore.
  E tu, TITIRO mio, mcntr'io ricorro
  quel che mi detta Amor, le mie parole                  10
  va ricogliendo, e 'n quel surgente tronco
  le ripon di tua man; col tronco insieme
  sorgeranno il suo nome e i nostri amori.

  T. Dunque avrò da lodar la mia fortuna,
  che qui a quest'ora ha volto il mio camino;
  che, se brami DAMETA ch'el suo nome
  per le piante si legga, non ti dee
  noiar che TIRSE, tuo fedele amico,
  l'oda sonar ancor per la tua lingua.

  D. Tu se'qui Tirse? Anzi a me è caro assai             20
  che tu ci sia, che con la tua zampogna
  porger potrai soccorso a le mie note

  T. Ciò ch'a te piace. Ma saper disìo
  qual sia quella beata a cui tu intendi
  d'acquistar lode con tue eterne rime.

  D. Anzi sarian beate le mie rime
  se pareggiasser le sue eterne lode.
  Di TIRRENIA cantar è 'l mio pensiero.

  T. Di TIRRENIA? Ho più volte in queste selve
  il bel nome sentito; ma di lei                         30
  non ho particolare altra contezza.

  D. Gran danno a lei, ch'un sì gentile spirto
  non le sia in tempo alcun stato soggetto:
  a te, che del suo chiaro e vivo lume
  ancor non t'hai sentita l'alma accesa.

  T. Nova querela, udir ch'altri si doglia
  ch'altri non arda del medesmo foco.

  D. Da diverse cagion diversi effetti
  nascon, mio TIRSE, e altramente s'ama
  cosa pura mortale, altri disiri                        40
  son quei che movon da cose divine.
  Come, perché dal soie il lume prenda
  una copia infinita d'animanti
  non perciò il suo splendore alcuno è scemo;
  così qual uom si sente l'alma piena
  de' diletti de l'alma, non si sente
  scemar il ben perch'altri ancor ne goda.
  Anzi gode quel cor, ch'oggetto eterno
  ha in se scolpito, che per molti cori
  cresca la gloria del superno raggio.                   50
  E di quel ch'io ti dico, chiara luce
  di TIRRENIA ne porge il divo lume.

  T. Bramo di quel che di' saperne il come.

  D. TIRSE, non ha veduto il secol nostro
  pastor ch'io creda alcun, che d'alcun pregio
  abbia colto ghirlanda in Elicona,
  che s'ha lei vista, e se gli accenti suoi
  ha ne l'alma raccolti, tale ardore
  non abbia conceputo, che 'l suo ingegno
  n'ha poi fuor dimostrati ardenti lampi.                60
  Nè tra color giammai si vide o udìo
  che ne nascesse invidia o gelosia;
  anzi di lodar lei fa ognuno a gara,
  e ne l'udir di lei ciascun si gode
  de le sue laudi, e l'un l'altro n'invita
  a dir del bel suggetto. E 'n lei n'avviene
  quel ch'avvien de le cose rare e nove
  e ch'avverrìa se sopra l'orizzonte
  cominciasse a scoprirsi un nuovo sole
  a gli occhi nostri: che com'altri scorto               70
  prima l'avesse, così immantenente
  si volgerebbe a dimostrarlo altrui.
  E ciò n'avvien perochè al suo focile
  non s'accende altro che gentil disire.

  T. Nuovo ben, nuove grazie e santi amori.
  Ma bram'io da te, se non t'annoia,
  Dameta mio, che tu mi scopri ancora
  que' pastor onorati che pur dianzi
  hai detto c'han per lei cantato e arso.

  D. E questo, Tirse, ancor farò di grado,               80
  nè penso ch'altri altra più chiara fede
  possa altrui far del suo valor soprano
  che con sì gloriosi testimoni.
  Dirò di loro, e dirò con tal legge,
  che senza servar legge, di quel prima
  ch'a la mia mente pria farà ritorno,
  m'udirai favellar. Nè creder dei
  ch'io sia per ricordargli tutti a pieno;
  che lungo fora, e poi non m'assicuro
  di tutti aver memoria o conoscenza.                    90

  T. Com'a te aggrada: io ad ascoltare intendo.

  D. Fra i primi che cantaro in riva al Tebro
  de la bella Tirrenia fu un pastore
  d'antico sangue e di gente Latina,
  e nel cui nome suona la sua gente
  e del cui canto ancor, e del cui suono,
  suonan le trionfali e altere sponde.
  Arse colui per lei lunga stagione:
  e ancor dolcemente ne sospira.

  E per lei sospirò quel chiaro spirto                  100
  che morendo lasciò dubbiosi i boschi
  tra le Muse di Lazio e di Toscana
  quali al suo dir sian state più benigne.
  Dico di quel che per li sette colli
  abbandonò le piaggie di Panara.
  E un altro di patria a lui vicino
  per li paschi del Po ne 'l bel soggetto
  affaticò sovente le sue canne.
  TIRINTO dico, a costui 'l nostro Reno
  diè 'l patrio albergo; e poi, come 'l ciel volse,     110
  fu costretto a lasciare i dolci gioghi
  e pascer le sue gregge per le valli
  che 'l fiume, che detto ho, parte e abbraccia.

  Che dirò del pastor che l'Arbia onora?
  Di quel dotto pastore i cui vestigi
  van seguitando e pastorelli e ninfe,
  non altramente che lasciva greggia
  la lanuta sua guida? Ei le sue rime
  del bel nome ch'io canto ha fatte adorne.

  T. Tu di', s'io non m'inganno, di colui               120
  ch'un tempo parlar feo le nostre Muse
  con quelle leggi e con quelle misure,
  che già servò 'l Permesso, il Mincio e 'l Tebro.

  D. Di' pur che dir di lui mia lingua intese.
  E di lei cantò ancor un'altro Tosco,
  un giovin pastor, ch'in riva d'Arno
  mentre ch'a lui spargeano il novo fiore
  le molli guance, con sì dolci note
  tenne le ninfe, i satiri e i silvani,
  de le donne cantando i pregi eterni,                  130
  che ne parlano ancor per questi poggi
  le quercie e gli olmi; e se da morte acerba
  non era tolto, a lui nel secol nostro
  si convenia l'onor de i primi allori.

  Nè ci mancano ancor tra queste rive
  di quei che van segnando il chiaro nome
  in piante e in sassi. E sopra gli altri s'ode
  risonar BATTO: BATTO, che per l'erta
  del sacro monte sale a' sì gran varchi,
  che fatica è notar le sue pedate.                     140
  Ei d'or in or a lei volgendo gli occhi
  prende virtute a gli alti e bei suggetti.

  Per lei fatto anco ha risonare i boschi
  colui, che sceso da gli alpestri gioghi
  onde discendon l'acque a i lieti paschi,
  de' pastor d'Insubria, in su le sponde
  del Re de' fiumi fe 'l suo nome chiaro
  cantando a l'ombra d'un gentil ginebro.

  Fu cantata costei da l'aurea cetra
  d'un ben dotto pastore, a cui Parnaso                 150
  concedette non sol tener le Ninfe
  al dolce suon de le palustri canne,
  ma gli mostrò i secreti di natura,
  e render la salute a i membri infermi.

  T. Forse di lui vuoi dir, che già discese
  dal chiaro sangue di quel gran bifolco,
  che fuggendo l'incendio e la ruina
  de la sua patria, penetrando i seni
  de l'aspra Illiria e di Liburni e d'Istri,
  non lunge d'Adria pose la sua mandra?                 160

  D. Di lui dir volli. E dir ti voglio ancora
  che 'l ricordar de gl'Istri a la mia mente
  tornato ha MOPSO; MOPSO, in cui contende
  il favor de le Muse e lo intelletto.
  del terminar le sanguinose liti
  de' più audaci pastor. Or quanto e dove
  ei sia per TIRRENIA arso e quanto egli arda,
  e quanto abbia per lei cantato e canti,
  fan chiara fede il Po, il Ticino e l'Arno
  che mille piante han di sue rime impresse.            170

  Ma dove lascio, lasso, il buono IOLA,
  IOLA che col dotto e nuovo suono
  de ben temprati calami, a' pastori
  solea far corto e agevole sentiero
  di gir al fonte che fa i nomi eterni?
  Questi venuto da gli aperti campi
  che bagna l'uno e l'altro Tagliamento,
  sè di gloria colmò, d'invidia altrui.
  Ei col vivace lume del suo ingegno
  solea in TIRRENIA, come aquila in sole,               180
  gli occhi affissare e da' suoi chiari raggi
  formar lo stile, e le parole, e 'l canto.
  Morte pose silenzio a le sue note.

  Invida morte, a lei rapisti ancora
  e al mondo insieme un'altra chiara luce
  d'un gran pastor, che nato in queste piagge
  fu cultor nel giardin de' pomi d'oro.
  Poi trapassando a le ricche pasture
  e a gli orti di Celio e d'Aventino,
  si trovò non pur d'edere e di mirti,                  190
  ma di purpurei fior cinte le tempie.
  Fior di gloria mortal com'è caduco!
  Ne sospirano ancor i sette colli
  del caso acerbo; e VIRBIO nei sospiri
  suona d'intorno. VIRBIO almo pastore
  e poeta e materia de' poeti;
  viverà in mille versi il pastor sacro
  e 'l pregio di Tirrenia ne' suoi versi.               200

  Non patisce la gloria di costui
  ch'altri d'altro pastor, d'altro poeta,
  faccia memoria: e a te bastar ben puote
  d'aver sentito come tali e tanti,
  e poeti, e pastori, i loro ingegni
  abbian stancati intorno al caro oggetto.

  T. Come sollecita ape per li prati
  suoi la novella state errando intorno
  di fior in fior gustare il dolce succo:
  o come innamorata pastorella                          210
  di varii fiori al suo diletto amante
  trecciar si vede una ghirlanda fresca,
  così visto ho DAMETA la tua lingua
  andar cogliendo il fior de i chiari spirti,
  onde composto è 'l mel di quelle lode,
  che rese ha 'l mondo a la tua cara amata,
  e coronata d'immortal corona.

  D. Ma non men gloriosa è la corona
  ch'ella tesse a sè stessa: ch'oltra quelle
  rime che d'ella col favor suo ispira                  220
  a chi del suo amor arde, che da lei
  non men provengon che da l'altre Muse
  le rime e i versi de gli altri poeti.
  Ella suol d'or in or con le sue rime
  destare i boschi intorno; e ad ora ad ora,
  co' i più rari pastor cantando a prova
  tiene intenti al suo dir Fauni e Napee.
  Già sono impressi in più ch'in una pianta
  gli alti suoi amori; e la virtù d'amore
  quanto sia grande e come sia infinita,                230
  si legge da lei scritta in nuove scorze:
  e suggetti altri, che felicemente
  viveran col suo nome chiari e eterni.

  T. Ragion è adunque che sì altero spirto
  cantato sia da gli spirti più chiari.

  D. TIRSE, non vo' lasciare ancor di dirti
  che se di lei scorgessi il divo aspetto,
  e le dolci maniere e i bei sembianti:
  s'udissi il suon de l'alte sue parole,
  e le sentenze de' profondi detti,                     240
  protesti dir, non quel che di Medusa
  si favoleggia che sua fiera vista
  altrui mutava in insensibil pietra;
  ma c'ha virtute a l'insensibil pietre
  d'ispirar sentimento e intelletto.
  O s'udissi talor quando accompagna
  la voce al suon de la soave cetra:
  o quando assisa tra Ninfe e Pastori
  move tra lor la lingua a dolci note:
  s'udissi, dico, come in nuovi accenti,                250
  e come in soavissimi sospiri
  l'aria intorno addolcisca, e i vaghi augelli
  tra le frondi si stiano intenti e muti,
  e come i colli, e gli alberi, e le grotte
  mandin cantando al ciel novelle voci,
  so che non chiederiano i tuoi disiri
  altre Muse, altro Apollo, altro Elicona.

  T. Grazie son queste così belle e care,
  ch'in lei racconti, che fan dubbio altrui
  se sia da dir ch'essa sia rara, o sola.               260
  Ma perché spesso avvien ai nostri cori
  che da l'un bel disio l'altro risorge,
  poi che m'hai di TIRRENIA il gran valore
  fatto sì aperto, ancor saper disio
  qual sia di lei la stirpe e 'l patrio suolo;
  salvo se del parlar già non se' stanco.

  D. Di ragionar di lei sazio nè stanco
  esser non poss'io mai; poi vizio fora
  non sodisfare a sì giusti disiri.
  Or porgi orecchie al chiaro nascimento.               270

  In quelle parti ove si corca il sole,
  si stende un'onorato ampio paese,
  lo qual da l'oceano e dal mar nostro
  è cinto d'ogni intorno, se non quanto
  lunga costa di gioghi s'attraversa:
  e questi son chiamati i Pirenei.
  Da questi monti un gran fiume discende,
  il qual porta tributo al sale interno,
  e IBERO è 'l suo nome: or quanto serra
  il giogo, e l'acque dolci, e l'acque salse,           280
  vien nomato ARAGON. In quel paese
  già surse un'onorata e chiara stirpe
  ch'in tutti que' confìn co 'l suo vincastro
  diede legge a' pastori ed a' bifolchi;
  e questa dal paese il nome tolse.
  Poi co 'l girar del ciel volgendo gli anni
  passò l'alto legnaggio a i nostri liti,
  a gl'italici liti; e s'alcun nome
  ci fu mai chiaro o altero, sopra gli altri
  questo gran tempo risonar s'udìo.                     290
  Che donde di là in Adria il fiume Aterno,
  e di quà passa il Liri al gran Tirreno,
  quanto circonda 'l mar fin là ove frange
  l'orribil Scilla i legni a i duri scogli,
  e quanto ara Peloro e Lilibeo,
  solea già tutto a la famosa verga
  del generoso sangue esser soggetto.

  Or fra molti altri uscìo del chiaro sangue
  un gran pastor, che di purpuree bende
  ornato il crine e la sacrata fronte,                  300
  com'amor volle, un giorno per le rive
  del vago Tebro errando, a gli occhi suoi
  corse l'aspetto grazioso e novo
  de la bella IOLE. Questa tra le sponde
  nata del Re de' fiumi, ove si parte
  l'acqua del suo gran fiume in molti fiumi,
  avea cangiato 'l Po coi sette poggi:
  e di questa 'l pastor, di ch'io ragiono,
  caldo di dolce amore fe' 'l grande acquisto
  di lei, ch'or m'arde il cor d'eterno amore.           310

  T. Già non si convenìa men chiaro seme
  per dare al mondo pianta sì gentile.

  D. E non si convenìa men chiaro loco
  al gran concetto e al glorioso parto
  che l'onorate piaggie trionfali
  de l'almo Tebro, il quale andar si vede
  non men superbo che tra le sue arene
  sia germogliata pianta sì felice,
  che di solenne alcun altro trionfo.

  T. Dunque felice il luogo, e 'l seme, e 'l ventre,    320
  onde frutto sì eletto al mondo nacque:
  e più felice a cui dal cielo è dato
  gli occhi affissar nel lume de' begl'occhi,
  ai dolci accenti aver l'orecchie intente,
  e aver de gli occhi e de gli orecchi aperte
  le porte a l'alma e aver l'alma rivolta
  a la beltà del doppio eterno oggetto
  da salir sopra 'l cielo. E sopra ogn'altro
  felicissima lei, ch 'l gran legnaggio
  e l'alto onor del bel nido natìo                      330
  vinto ha col pregio del valore interno.

  Ma mentre abbiam la lingua e 'l cor rivolti
  al tuo bel Sole, è già 'l celeste sole
  presso che giunto a l'ultimo orizzonte:
  perché buon sia che diam luogo a la sera.

  D. Vanne felice. Io pria che 'l vago piede,
  rivolga altrove, questa bella pianta
  sacrare intendo a lei, cui 'l petto ho sacro
  con la memoria de l'amato nome



  [5 O sante Dee.]
  [11 raccogliendo.]
  [15 ch'a quest'ora qui volto ho 'l]
  [20 m'è.]
  [23 Eccomi presto.]
  [24 il cui valore.]
  [25 cerchi inalzar con le tue.]
  [44 Non è in alcuno il suo splendore scemo.]
  [48 Nel core ha impresso.]
  [60 eterni lampi.]
  [63 fan tutti.]
  [76 ben da te.]
  [127 Nel tempo che.]
  [128 Sue molli.]
  [147 Del real fiume.]
  [174 Agevolar solea l'aspro sentiero.]
  [205 Bastar ben ti puote.]
  [225 e d'or in ora.]
  [231 Leggesi.]
  [233 col suo nome eterna vita.]
  [252 L'aria addolcisca donde i vaghi augelli.]
  [261 Ma perché avvenir suol ne i nostri cuori.]
  [262 Che spesso l'un disio dall'altro sorge.]
  [289 chiaro sopra gli altri nomi.]
  [290 Questo oltra gli altri risuonar s'è udito.]
  [314 beato parto.]



  INDICE

  (ARAGONA)
  Alma del vero bel chiara sembianza
  (ARRIGHI B.)
  Alma gentile che già foste al paro
  (ARAGONA )
  Alma gentile in cui l'eterna mente
  (STROZZI F.)
  Alma gentile ove ogni studio pose
  (ARAGONA)
  Almo Pastor che godi alle chiare onde
  (Muzio G.)
  Amore ad ora ad or battendo l'ale
  (ARAGONA )
  Amore un tempo in così lento foco
  (MUZIO G.)
  Amor nel cor mi siede e vuol ch'io dica
  (LO STESSO)
  Anima bella che da gli alti chiostri
  (ARAGONA)
  Anima bella che dal Padre Eterno
  (DE' MEDICI I.)
  Anima bella che nel tuo bel lume
   (ARAGONA)
  Bembo, io che fino a qui di grave sonno
  (LA STESSA)
  Ben fu felice vostro alto destino
  (CAMILLO G.)
  Ben fu tra gli altri avventuroso il giorno
  (ARAGONA)
  Ben mi credea fuggendo il mio bel sole
  (LA STESSA)
  Ben si richiede al vostro almo splendore
  (LA STESSA)
  Ben sono in me d'ogni virtute accese
  (LA STESSA)
  Bernardo, ben potea bastarvi averne
  (MUZIO G.)
  Canti chi vuol le sanguinose imprese
  (ARRIGHI A.)
  Come di dolce più che d'agro parte
  (MUZIO G.)
  Dal mio mortal co 'l mio immortal m'involo.
  (DE' BENUCCI L.)
  Deh, non volgete altrove il dotto stile
  (MUZIO G.)
  Dive ch'al suon de la dorata cetra
  (ARAGONA)
  Dive che dal bel monte d'Elicona
  (MUZIO G.)
  Donna a cui 'l santo coro ognor s'aggira.
  (VARCHI B.)
  Donna che di bellezza e di virtute
  (MUZIO G.)
  Donna che sete in terra il primo oggetto
   (LO STESSO)
  Donna i cui beati ardori
  (LO STESSO)
  Donna il cui grazioso e altero aspetto
  (LO STESSO)
  Donna l'onor de' i cui be' raggi ardenti
  (LO STESSO)
  Donna più volte m'ha già detto amore
  (ARAGONA)
  Donna reale a i cui santi disiri
  (MUZIO G.)
  Donna se mai vedeste in verde prato
  (ARAGONA)
  Dopo importuna pioggia
  (MUZIO G.)
  Ebbe la favolosa antica etade
  (LO STESSO)
  È già gran tempo o Muse il mio suggetto
  (ARAGONA)
  Felice speme che a tant'alta impresa
  (MUZIO G. )
  Fiamma che chiaramente il mio cor ardi
  (ARAGONA)
  Fiamma gentil che da gl'interni lumi
  (MUZIO G.)
  Già fiammeggiava presso a l'aurea Aurora.
  (LO STESSO)
  Già risalito sopra l'orizzonte
  (LO STESSO)
  Già vide alle sue sponde il gelid'Ebro
  (ARAGONA)
  Ho più volte signor fatto pensiero
   (MUZIO O.)
  Il valor vostro Donna il cor m'incende
  (LO STESSO)
  In su le rive del superbo fiume
  (ARAGONA)
  Io ch'a ragion tengo me stessa a vile
  (LA STESSA)
  Io che fin qui quasi alga ingrata e vile
  (VARCHI B.)
  Io non miro giammai cosa nessuna
  (ARAGONA)
  La nobil valorosa antica gente
  (MUZIO G.)
  La sembianza di Dio che 'n noi risplende
  (ARRIGHI A).
  L'aspetto sacro e la bellezza rara
  (MUZIO G.)
  Lasso onde avvien che qui non fa ritorno
  (LO STESSO )
  L'erboso prato e i verdeggianti allori
  (......)
  Lieto viss'io sotto un bianco lauro
  (ARAGONA)
  Mentre ch'al suon de' i dotti ornati versi
  (MUZIO G.)
  Mentre le fiamme più che 'l sol lucenti
  (DA MONTE VARCHI C.)
  Mosso da l'alta vostra chiara fama
  (ARAGONA)
  Nè vostro impero ancor che bello e raro
  (VARCHI B.)
  Ninfa di cui per boschi, o fonti, o prati
  (ARAGONA)
  Non così d'acqua colmo in mar discende
  (LA STESSA)
  Nuovo Numa Toscan che le chiar'onde
  (DE' BENUCCI L.)
  O fiumicel se 'l più cocente ardore
  (MUZIO G.)
  O novo esempio de l'eterna luce
  (ARAGONA)
  O qual vi debb'io dire o Donna o Diva
  (MUZIO G.)
  Or di là se ne vien questa dolce ora
  (PORZIO S)
  Or qual penna d'ingegno m'assecura
  (MUZIO G.)
  O se tra queste ombrose e fresche rive
  (ARAGONA)
  Ov'è misera me quell'aureo crine
  (VARCHI B.)
  Per non sentir la turba iniqua e fella
  (ARAGONA)
  Più volte Ugolin mio mossi il pensiero
  (CAMILLO G.)
  Poi ch'a la vostra tanto alma beltade
  (BENTIVOGLIO E.)
  Poi che lasciando i sette colli e l'acque
  (ARAGONA)
  Poi che mi diè natura a voi simile
  (LA STESSA)
  Poi che rea sorte ingiustamente preme
  (LA STESSA)
  Porzio gentile a cui l'alma natura
   (LA STESSA)
  Poscia, ohimè, che spento ha l'empia morte
  (MUZO G.)
  Quai d'eloquenza fien sì chiari fiumi
  (ARAGONA)
  Qual vaga Filomela che fuggita
  (MUZIO G.)
  Quando, com'Amor vuol, la donna mia
  (VARCHI B.)
  Quando doveva ohimè l'arco e la face
  (TOLOMEI C.)
  Quando la Tullia mia che vien dal cielo
  (MUZIO G.)
  Quando 'l raggio del bel ch'in voi risplende
  (ARAGONA)
  Quel che 'l mondo d'invidia empie e di duolo
  (LA STESSA)
  Sacro pastor che la tua greggia umile
  (LA STESSA)
  S' a l'alto Creator de gli elementi
  (MUZIO G.)
  Sebben gli occhi e l'orecchie alcuna volta
  (MARTELLI U.)
  Se bella voi così le Grazie fero
  (ARAGONA)
  Se ben pietosa madre unico figlio
  (VARCHI B.)
  Se da i bassi pensier talor m'involo
  (LO STESSO)
  Se di così selvaggio e così duro
  (ARAGONA)
  Se forse per pietà del mio languire
   (LA STESSA)
  Se gli antichi pastor di rose e fiori
  (LA STESSA)
  Se 'l ciel sempre sereno e verdi i prati
  (DE' MEDICI I.)
  Se 'l dolce folgorar de i bei crini d'oro
  (MARTELLI N.)
  Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino
  (MARTELLI U.)
  Se lodando di voi quel che palese
  (MOLZA B.)
  Se 'l pensier mio, ov'altamente amore
  (GRAZZINI A.)
  Se 'l vostro alto valor, Donna gentile
  (ARAGONA)
  Se materna pietate affligge il core
  (DE' BENUCCI L.)
  Se per lodarvi e dir quanto s'onora
  (ARAGONA)
  Se veston sol d'eterna gloria il manto
  (LA STESSA)
  Siena dolente i suoi migliori invita
  (LA STESSA)
  Signor che con pietate alta e consiglio
  (LA STESSA)
  Signor d'ogni valor più d'altro adorno
  (LA STESSA)
  Signore in cui valore e cortesia
  (LA STESSA)
  Signor nel cui divino alto valore
  (LA STESSA)
  Signor pregio e onor di questa etade
   (ARRIGHI A.)
  S'il dissi mai ch'io venga in odio a voi
  (ARAGONA)
  S'io 'l feci unqua, che mai non giunga a riva
  (MUZIO G.)
  Sogni chi vuol di riportar corona
  (LO STESSO)
  Spirto felice in cui sì rare e tante
  (ARAGONA)
  Spirto gentil che dal natio terreno
  (LA STESSA)
  Spirto gentil che vero e raro oggetto
  (MOLZA B.)
  Spirto gentile che riccamente adorno
  (MUZIO G.)
  Spirto gentile in cui sì chiaramente
  (ARAGONA)
  Spirto gentil s'el giusto voler mio
  (ARRIGHI A.)
  S'un medesimo stral due petti aprio
  (MUZIO G.)
  Superbo Po ch'a la tua manca riva
  (LO STESSO)
  Torniamo o Muse a i pianti e ai sospiri
  (CAMILLO G.)
  Tullia gentile a le cui tempie intorno
  (DALLA VOLTA S.)
  Tullia mostro miracol Sibilla
  (STROZZI F.)
  Uscendo 'l spirto mio per seguir voi
  (BENTIVOGLIO E.)
  Vaghe sorelle che di trecce bionde
   (ARAGONA)
  Varchi, da cui giammai non si scompagna
  (LA STESSA)
  Varchi, il cui raro e immortal valore
  (GlOVENALE L.)
  Vide già la famosa antica etade
  (ARAGONA)
  Voi ch'avete fortuna sì nemica
  (MARTELLI L.)
  Voi che lieti pascete ad Arno intorno
  (ARRIGHI B.)
  Voi che volgete il vostro alto disio










End of the Project Gutenberg EBook of Rime, by Tullia d'Aragona

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK RIME ***

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state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
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The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
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Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
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