The Project Gutenberg eBook of Il socialismo
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Title: Il socialismo
Author: Napoleone Colajanni
Release date: October 12, 2026 [eBook #79769]
Language: Italian
Original publication: Palermo: Remo Sandron, 1898
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79769
Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL SOCIALISMO ***
IL
SOCIALISMO
DEL
Dott. NAPOLEONE COLAJANNI
Deputato al Parlamento
2.ª EDIZIONE
PALERMO-MILANO
REMO SANDRON LIBRAIO — EDITORE
ROMA
PRESSO LA RIVISTA POPOLARE
PROPRIETÀ LETTERARIA
Napoli — R. Tipografia Pansini, Chiostro S. Lorenzo
AL LETTORE
Quando intrapresi la pubblicazione della seconda edizione di questo
libro avevo in animo in una lunga prefazione d’intrattenermi dello
sviluppo e dell’azione del partito socialista in Italia, dei miei
rapporti e del dissenso mio col medesimo. Ho dovuto rinunziarvi oggi,
perchè mi dorrebbe assai che le mie critiche e le mie giustificazioni
venissero interpretate come un atto di solidarietà colla vergognosa
reazione imperante in Italia. Rimando a tempi migliori la discussione
e invio, invece, un caldo saluto a tutte le vittime degli ultimi moti
italiani (aprile e maggio 1898).
Il _Socialismo_ al suo primo apparire (1884) ebbe accoglienza oltremodo
benevola nella stampa e nel pubblico scientifico italiano e straniero;
ma ebbe questa singolare ventura: lo lodarono più gli avversari che
gli amici.[1] Questi, al più, lo saccheggiarono senza citarlo. Scritto
allora contro gli avversari, che valevansi delle teorie di Darwin e
di Spencer oggi si trova nella fortunata condizione di vedere accolta
dalla grandissima maggioranza degli studiosi di cose sociali le
idee, che per il primo in Europa sistematicamente vi esposi. Allora
sociologi ed economisti credevano di avere facilmente ragione del
socialismo invocando le teorie darviniane e spenceriane; oggi dai più
si riconosce: o che le ultime non lo contraddicono o che non ha basi
solide il cosidetto darvinismo sociale. Lo stesso Enrico Ferri contro
il quale particolarmente fu scritto il mio libro per combattere ciò
che egli aveva sostenuto in _Socialismo e criminalità_ (1883) per una
rapida ed improvvisa evoluzione, è divenuto un socialista ardente e
intransigente e tratta me da codino. Io resto quello che fui; mi auguro
che egli si mantenga quello ch’è divenuto.
In questa seconda edizione del _Socialismo_ la sostanza è immutata;
ciò che sostenni una volta l’ho confortato con nuovi fatti e
coll’autorità di altri illustri scrittori, che convennero con me sui
principii fondamentali. Qualche mutamento è avvenuto nella forma e
nella disposizione. Ho dato maggiore sviluppo alla discussione sul
grave problema della popolazione, perchè lo vedo assai trascurato
dai socialisti. Ho trattato a parte dei rapporti tra _morale_ e
_socialismo_ ed anzichè un paragrafo e semplici accenni ho consacrato
dei capitoli alla _lotta del piacere e pel posto migliore_, alla
_conservazione dei deboli_ ed al _miglioramento della razza_. Ho
trasformato interamente e completato quello sulle _leggi naturali_. Di
altre minori modificazioni non tengo conto; coloro che conoscono la
prima edizione se ne accorgeranno facilmente. Per gli altri non hanno
importanza i mutamenti.
Ho soppresso tre capitoli: _Socialismo e sociologia_; l’_ideale di
Spencer è socialista_; _evoluzione e rivoluzione_. Molta parte del loro
contenuto è stato fuso in altri capitoli. Tolsi i titoli per i motivi
seguenti.
Dopo quattordici anni di studi la _boria_ dei sociologi fu fiaccata; e
pochi fanatici adesso chiedono alla Sociologia più di quello che essa
può dare.
Quel Ferri, che nel 1883 scorgeva nella Sociologia la _pierre
d’achoppement_ del socialismo nel 1896 nel Congresso di Sociologia
di Parigi sentenziava: _la Sociologia sarà socialista o non sarà!_
Conservare immutato quel capitolo, perciò, mi sembrava voler combattere
contro i mulini a vento; e lo soppressi.
Quando affermai che l’_ideale di Spencer era socialista_ alcuni
critici, anzi alcuni filosofi ipercritici, mi dettero dell’asino. Ma
qual’era la mia colpa se io lo giudicavo da ciò che aveva scritto nella
_Statica sociale_ e nel 3º volume della _Sociologia_?
E in quest’ultima specialmente, egli stabilendo che la _tendenza_
era: 1º verso l’abolizione della proprietà privata; 2º verso la
trasformazione della famiglia; 3º verso l’abolizione dello Stato —
il grande filosofo inglese chiarivasi non solo socialista, ma anche
anarchico. Potevo prevedere che egli doveva rinnegare ciò che aveva
scritto precedentemente? Non posseggo il dono della profezia. E che
si tratti realmente di un mutamento sostanziale nelle sue idee lo
dimostra il fatto della sua riluttanza nel concedere, che la _Land
restauration League_ in uno dei suoi _tracts_ pubblicasse ciò che aveva
sostenuto nella _Statica sociale_: concessione alla quale venne quando
fu accusato di malafede come è detto in una nota in questa seconda
edizione. Non era il caso, quindi, di parlare di una mia erronea
interpretazione; sibbene di constatare che Spencer, come Schäffle, come
Taine, aveva mutato di opinione, spaventato, forse, delle conseguenze
che si tiravano e delle applicazioni, che si facevano delle teorie
sostenute per lo passato.
Se errore d’interpretazione avessi commesso mi conforto pensando che
tanti altri — tra i quali il George, il Loria, il Kidd — lo commisero
come me e che mi trovo, perciò, in buona compagnia. Dell’averlo
commesso, a suo tempo, mi dettero lode molte riviste e molti scrittori
eminenti; ad esempio: l’Angiulli e la _Revue Philosophique_. Oggi che
lo Spencer protesta e desidera che si sappia, ch’egli non è socialista
non esito un istante a sopprimere il capitolo in discorso.
Lascio ad altri il conforto di credere che alla fine ciò che il primo
scrisse nei libri: _Dalla libertà alla schiavitù_ e nei _Problemi di
morale e di sociologia_ va a ferire soltanto il socialismo di Stato
(Ferri); e per parte mia mi limito a notare che i fatti e le idee
restano anche quando coloro che raccolsero i primi ed esposero le
seconde vorrebbero farli scomparire.
Non riprodussi, infine, in questa seconda edizione il capitolo:
_evoluzione e rivoluzione_, perchè volli consacrato questo libro
esclusivamente alla trattazione dei principii generali e fondamentali
del Socialismo. Del metodo e della propaganda, della proprietà privata
e collettiva, della grande e piccola proprietà, della quistione
feminista, dello stato futuro, dell’anarchia — di tutto ciò insomma,
che riguarda le vitali quistioni pratiche del giorno m’intratterrò in
un altro volume dal titolo: _Politica ed economia_, che, come questo,
spero poter offrire ai lettori della _Rivista popolare_.
_Castrogiovanni, 15 Luglio 1898._
D.R NAPOLEONE COLAJANNI
INDICE ANALITICO
CAPITOLO I.
IL SOCIALISMO E LA SCIENZA MODERNA
Par. Pag.
1º — Importanza crescente della quistione sociale.
I combattenti. _I ricorsi_ 1-2
2º — I mezzi adoperati nella lotta. 3
Il giudizio di Chiappelli sulla necessità di studiare
il socialismo. Socialismo e cristianesimo. 6
3º — La _vera scienza_ invocata contro il socialismo:
Leggi darviniane e Sociologia. 8
4º — Valore intrinseco delle teorie darviniane e della
Sociologia. Critiche scientifiche. 11
CAPITOLO II.
BIOLOGIA E SOCIALISMO
5º — Le società umane sono organismi paragonabili
agli organismi biologici? Rapporti tra biologia e
sociologia. 19
6º — Se le società umane sono degli organismi il socialismo
ne viene giustificato. Prampolini, Fouillée
e Krusinski. La lotta tra le varie parti di un
organismo. Roux. 24
CAPITOLO III.
LA LEGGE SUPERIORE DELL’ORGANISMO SOCIALE
7º — _La lotta per la esistenza_ si applica alle
società umane? Hellwald, Gumplowicz. 31
8º — Darwin non è responsabile delle esagerazioni
dei darvinisti. _La legge superiore dell’organismo
sociale:_ solidarietà, altruismo. Espinas, Boccardo,
Novicow, Martello. — Differenze tra l’uomo e
l’animale. _Ignoramus!_ Angiulli, Vanni e Vignoli. 33
9º — Uomo primitivo e _pre-sociologia_. Spencer,
De Roberty, Deville, Bagehot. La storia non può
spiegarsi colle leggi darviniane. Loria. 37
10º — Tra biologia e sociologia c’è rapporto, non
fusione. Lange, Roscher. La _simpatia_ e Adamo
Smith. Altruismo consolidato dall’eredità. Genesi
utilitaria dell’altruismo. Mill, Letourneau, Wundt,
Tanzi, Gumplowicz. Critica ad Ardigò. 40
11º — L’altruismo è in continuo aumento. Darwin e
Spencer. Cooperazione e non lotta. Kropotkine,
Metchnikoff, Novicow. 42
12º — Prove dell’aumento dell’altruismo. Somministrate
da Spencer. La guerra è eterna? Moltke,
Lapouge, Lavisse, Gumplowicz, Cazzaniga. La
guerra è fattore di progresso? Contrasti. Tarde,
Novicow, Ferrero, De Molinari, Ribot, Proudhon,
Spencer, De Laveleye, ecc. 46
13º — Limitazione del campo della guerra. Della
guerra tra i privati alla guerra tra le grandi
collettività. Morselli, Buckle. Gli _arbitrati_.
La guerra si trasforma e si attenua. Letourneau,
Tarde, Novicow. Il _singenismo_ di Gumplowicz. 52
14º — La concorrenza forma attenuata della guerra.
Il protezionismo. Le leghe doganali.
Internazionalizzazione tra capitalisti e tra
lavoratori. Interdipendenza tra le nazioni e
solidarietà. 56
15º — Socialismo e patriottismo. I precedenti
dall’Internazionale. Rae, Soulié, Chiappelli.
Federalizzazione successiva. I socialisti attenuano
gli urti tra le nazioni e tra le razze. Hyndman,
Mondaini, Novicow. 64
CAPITOLO IV.
ATTENUAZIONE DELLA CAUSA DELLA LOTTA.
MALTHUS E IL PROBLEMA SOCIALE
16º — Darwin e Malthus. Le progressioni di Malthus.
Soprapopolazione assoluta e relativa. Selezione
dalla lotta. La terra sfruttabile. Pearson, Novicow,
Ribot, George, Reclus. 71
17º — Soprapopolazione artificiale. Martello, Loria.
Contraddizione tra soprapopolazione e
sopraproduzione. Contro_leggi naturali_. Gide,
Levasseur, Bertillon. 77
18º — Soprapopolazione relativa: non può eliminarsi
subito. Rümelin. Tempo necessario per avverarsi
la soprapopolazione. Pareto. 82
19º — Le critiche antimaltusiane. La progressione
geometrica degli uomini è possibile. — Martello.
Variabilità del tasso di accrescimento della
popolazione. Levasseur, Nitti, Pareto, Flora,
Merlino. Confessioni malthusiane. 84
20º — Il progresso sta nell’aumento della popolazione?
Novicow, Martello, Gumplowicz, Descamps, Rümelin.
La preoccupazione francese. 90
21º — Le ricchezze si sviluppano in progressione
geometrica? George, Pareto. 93
22º — Col freno malthusiano non si migliorano le condizioni
dei lavoratori se mancano le riforme sociali.
L’Irlanda e la Francia. Obbiezione socialista. 95
23º — Inversione della formula maltusiana: La natalità
diminuisce come aumentano il benessere e la
coltura. Zorli, Bovio, Loria, Nitti, Del Vecchio,
Descamps, Thorold-Roger, Russel-Garnier. 98
24º — Il freno maltusiano è immorale? Guyan, Nitti,
Kautsky. 106
25º e 26º — L’ipotesi biologica. Spencer, Doubleday,
Fourier, Carey, Pareto ec. Inversione tra lavoro
intellettivo e genesiaco. L’amore e la fecondazione.
Progresso morale colla diminuzione della
fecondazione. Si restringono i legami parentali.
La causa della lotta darviniana attenuata. 108
CAPITOLO V.
L’UOMO E LA NATURA
27º — L’uomo si sottrae al dominio della natura.
Lange, Roscher, Marsh. Necessità di aumentare
la produzione e di distribuire meglio la ricchezza.
Kautsky, Russell-Wallace. 119
28º — Necessità di limitare il liberismo economico
nella lotta contro la natura. Leroy-Beaulieu.
L’associazione produce più che la somma degli
associati. Lampertico. Kautsky. L’associazione
per la lotta contro la natura. La società è l’arma
migliore. 122
29º — La lotta efficace contro la natura si pratica: 1º
migliorando terreni; 2º migliorando specie vegetali
ed animali; 3º diminuendo perdite ed utilizzando
residui. Leroy-Beaulieu, Masè-Dari,
Maurice, Simon, Darwin, Bourdeau. 126
30º — Si esaurirà la terra? L’alimentazione azotica.
Morselli. Il lamarkismo. Setti e Vaccaro. 129
CAPITOLO VI.
LA LOTTA PEL PIACERE E PEL POSTO MIGLIORE
31º — La lotta veramente umana è pel piacere e pel
posto migliore. Lange, Martello, Novicow, Spencer.
Capillarità sociale. Dumont, La Loggia, Rümelin. 133
32º — Il capitale esistente permette un relativo grado
di benessere? Mulhall, Gide, Flora, Pareto, Giffen,
Chevalier ecc. La ricchezza e la sua distribuzione.
George, Novicow, Booth. 136
33º — Godono più coloro che meritano meno; e viceversa.
Le amenità del Barone Garofalo. La legge
bronzea del lavoro. Il benessere dei lavoratori
non è aumentato come avrebbe dovuto e potuto.
Vanderwelde, Sorel, De Laveleye, De Molinari, ec. 141
34º — L’utopia si realizza per confessione degli
economisti: aumenta l’uguaglianza ed aumenta il
benessere di tutti. Contraddizione. Leroy-Beaulieu,
D’Avenel, Neymark, ecc. Gli _Alti Salari_. Nitti,
Musco. Diminuzione dei prezzi degli oggetti di
consumo. Aumento dei risparmi. Elevazione lavoratori.
Diminuzione del reddito. Scomparsa della
differenza tra lavoro qualificato e squalificato. 147
35º — L’ironia di Loria contro gli ottimisti. La realtà
sull’aumento dei salari. La distribuzione della
ricchezza in Inghilterra. Hobson. Booth. Inversione
nella curva del prezzo medio dei prodotti e dei
salari. Le statistiche di Bodio pei salari italiani.
Salari e consumi in Francia e in Inghilterra.
_I miliardari americani._ L’aumento del prezzo
del terreno edilizio. La concentrazione delle
industrie. La piccola proprietà. La _disoccupazione_:
Il flagello moderno. L’utopia si fa realtà. La
democrazia non è il prodotto della miseria. 152
36º — Trasformazione nel fondo e nella sostanza della
lotta. Pearson contro Kidd. 171
CAPITOLO VII.
LA MORALE NEL SOCIALISMO.
IL PROBLEMA DELLA FELICITÀ
37º — La quistione sociale è una quistione morale?
Ziegler. Intima connessione tra morale ed economia.
Da Smith a Keynes, Marshall ec. Engels
e Labriola. Webb. 175
38º — Le obbiezioni dei pessimisti. Hartmann. Il
socialismo vuole uguaglianza elevando gl’inferiori.
Il socialismo e l’arte. W. Morris e Destrée.
L’infelicità psicologica. Il diritto in tutti di
ricercare la felicità. L’_Ecclesiaste_. Il
pessimismo è malattia prodotta dalla presente
organizzazione sociale. Flora. Chiappelli contro
Wagner. Il socialismo è il rimedio contro il
pessimismo. Gumplowicz. 179
39º — L’infelicità psicologica è preferibile all’infelicità
fisica? Lubbock, Leroy-Beaulieu, Gide. Nessuno
vuole rinunziare al miglioramento conseguito:
dunque è pregevole. I ricchi perchè non danno
l’esempio della rinunzia. 191
CAPITOLO VIII.
SELEZIONE E PRIVILEGIO
40º e 41º — La selezione darviniana benefica e progressiva?
Differenziazione crescente? Haeckel e Lange.
L’aristocrazia. Le Bon. Novicow. 199
42º — La degenerazione delle aristocrazie. Ribot, Iacoby,
Ray, Lankester. La vittoria delle razze.
Decandolle, Gumplowicz, Lapouge, Kidd. 203
43º — Non sempre sopravvivono i più forti. Lanessau.
Chi sono i _migliori_? I migliori moralmente
e materialmente non sempre trionfano. Loria. 205
44º — Gl’_incolti_ sono i più forti? Gumplowicz. Gli
operai prolifici numericamente sono i vincitori.
Messedaglia, Galton, Rümelin. 210
45º — Gli _adatti_ non sono i _migliori_, ma sono i
_vincitori_. Vaccaro, Sergi. La degenerazione
non limita la procreazione. Contro Magnan e Legrain.
Coll’_adattamento_ la selezione darviniana cessa
di essere benefica-progressiva. Ironia di Papafava
contro Spencer. Le _razze superiori_, le _razze
inferiori_. Le fantasmagorie di Ammond e di
Lapouge. Winiarsky. 212
46º — La prevalente _selezione sociale_ di Lapouge
distrugge la _selezione naturale_ di Darwin. La
selezione sociale avviene in senso degenerativo. 218
47º — I fatti che dimostrano la degenerazione delle
aristocrazie. La degenerazione della borghesia.
I matrimoni moderni. 221
48º — La fatale degenerazione dei vinti. Marx, Mikhailowsky.
L’eredità sociale è causa di degenerazione.
Darwin. Altre selezioni sociali dannose:
guerre, persecuzioni religiose, il capitalismo.
Lapouge, Ellero, Fouillée. 225
49º — Perchè degenerano le aristocrazie. Il non uso
delle buone qualità e l’abuso delle cattive.
Esaurimento psichico di Jolly. I _bastardi_
perchè migliori. Il _parassitismo_. Rey
Lankester, Vaccaro, Massart e Vanderveeld, Bovio.
L’aristocrazia inopportunamente difesa da Taine e
Novicow. La democrazia e De Tocqueville. 233
50º — In quale senso deve intendersi il progresso
verso la democrazia. Ineguaglianze naturali e
ineguaglianze sociali. Huxley. La curva dei redditi
di Pareto. Il socialismo non vuole uguaglianza
assoluta. Engels, Kauffman, Grant-Allen, Deville,
Labriola. La _sociocrazia_ di Lester Ward. 243
CAPITOLO IX.
LA CONSERVAZIONE DEI DEBOLI E IL MIGLIORAMENTO
DELLA RAZZA
51º — Chi sono i _deboli_? È dannoso conservarli?
Bagehot, Maudsley. I selezionisti distruttivi.
Haycraft e Lapouge. Le obiezioni di Turati. I
Taigeti antichi e contemporanei. 249
52º — I _deboli_ fisicamente talora valgono più dei
forti. Féré. La morte distrugge valori grandissimi.
Bizzozzero, Sanarelli. I _deboli_ dal punto
di vista economico. Darwin sconsiglia la distruzione
dei deboli. Le contraddizioni di Spencer:
la morale della famiglia e la morale dello Stato.
Assistendo i deboli non si viola la giustizia
distributiva. Dovere sociale di assistere i
disoccupati. 254
53º — I mezzi proposti per migliorare la razza. La
distruzione dei deboli col metodo liberista e con
quello intervenzionista. La _Viricultura_ di De
Molinari. Il miglioramento della razza coi mezzi
positivi. Gli sperimenti incoscienti. Haycraft,
Ammon, Lapouge, Galton. Sperimenti coscienti.
De Molinari. Ottimismo inconcepibile di Spencer.
Le incertezze della biologia. Platt Ball. Le
aberrazioni di Lapouge. Il _superuomo_ di D’Annunzio
e Morasso. Galera o manicomio. 268
CAPITOLO X.
LE LEGGI NATURALI
54º — Cos’è una _legge_. Definizioni varie. Le influenze
perturbatrici. _Leggi naturali e leggi sociali.
Leggi statistiche._ Caratteri. Ferraris. Le
conseguenze delle _leggi naturali_ economiche. La
protesta degli economisti. 283
55º — Nelle economie non vi sono _leggi naturali_
come quelle della fisica e della chimica ecc. Le
variazioni della proprietà. De Laveleye.
Leroy-Beaulieu, De Molinari e Pareto. L’economia non
è una scienza? Bonamy Price. _Trusts_ e _Leghe di
resistenza_. 289
56º — Le _leggi_ della Sociologia. Incertezza del metodo
e della scienza sociologica da De Roberty a Kidd.
Pareto e i tre gradi di conoscenza. Le leggi
della Storia. 297
57º — La boria dei sociologi. Le _leggi_ formulate da
Bagehot, De Greeff, Le Bon e Kidd. Uguaglianza
nel punto di partenza e divergenza nelle conclusioni
tra selezionisti darviniani; manca l’accordo
tra i sociologi anche sul passato. 301
58º — Le leggi sociologiche meglio assodate. De Greeff
e Tarde. La grande _legge dell’evoluzione_. La
_regolarità_ e l’_uniformità_ dei fenomeni sociali.
La causa della variazione dei fenomeni. 1º La
evoluzione intellettuale; 2º L’evoluzione morale;
3º I fattori nuovi derivanti dai numerosi fattori
esistenti. La _fisica sociale_ di Quetelet. La
_tendenza_. 313
59º — Evoluzione non vuole dire sempre _progresso_.
Ritmo. I moventi all’azione. La massima edonistica
e le leggi conseguenti. Pantaleoni, Pareto.
La _lotta di classe_, la massima edonistica e le
leggi naturali. 321
60º — Ciò che si sa delle leggi sociologiche non contraddice
il socialismo. I progressi compiuti ne
fanno sperare altri. L’ideale di Huxley. Esagerazione
marxista. Il socialismo diviene. 324
CAPITOLO I.
IL SOCIALISMO E LA SCIENZA MODERNA
1. Gli storici futuri, nell’occuparsi degli avvenimenti politici e
dell’attività intellettuale della fine del secolo XIX non potranno
fare a meno di riconoscere che la quistione sociale la dominò tutta.
La quistione sociale in tutte le sue gradazioni e sotto tutti i suoi
aspetti, infatti, non solo forma adesso oggetto di innumerevoli
pubblicazioni speciali, ma si è infiltrata anche in tutte le altre —
nelle artistiche e letterarie come nelle filosofiche, nelle pedagogiche
ed anche in quelle d’indole biologica; nè è a dire quanta parte
occupi in tutti gli studî politici, perchè, anzi, in questo momento
la politica, nella pratica e nelle teorie, è tutta intenta nella
discussione del problema sociale e sui modi migliori per risolverlo o
per attenuarne le pericolose asprezze.
La quistione sociale incombe su tutto e su tutti e intorno alla
medesima si combatte con tutte le armi tra coloro che vorrebbero
trasformare l’organizzazione sociale presente _de toto_ e coloro,
invece, che vorrebbero o conservarla qual’è o modificarla lentamente
e assai modestamente, con ritocchi parziali, lasciandone immutate le
basi. Non mancano quelli, che vorrebbero tornare indietro a tutto
vapore e che talora assumono parvenza di propugnatori degli interessi e
del miglioramento delle classi lavoratrici.
I combattenti che vogliono la trasformazione totale, diversi d’indole,
di studî, di condizione sociale, di nazionalità, — sebbene con
tendenze internazionali, — fan capo tutti alla grande teoria del
socialismo. Hanno di fronte conservatori e progressisti non meno vari e
differenziati sulla misura del conservare o del modificare e che sono
gli elementi più importanti, perchè in tutto il mondo civile hanno
nelle mani la forza immensa che viene dal potere politico e dalla
ricchezza ed al loro servizio tutta la scienza ufficiale.
I reazionari, che ai mali della presente organizzazione vorrebbero
riparare tornando indietro e facendo rivivere forme e istituti
scomparsi costituiscono il socialismo cattolico; e siccome non mancano
scrittori protestanti, che vagheggiano gli stessi parziali _ricorsi_,
sembra conveniente comprenderli tutti sotto la bandiera della
democrazia cristiana.
La lotta vera si svolge tra il socialismo da un lato e il
conservatorismo o il partito del progresso dall’altro. La democrazia
cristiana, per ora, si organizza e si fa strada, specialmente nelle
campagne; ma non è arrischiata previsione quella che annunzia la
possibilità di qualche sorpresa, mercè la quale s’invertano e si
modifichino i rapporti tra i combattenti. I progressi del clericalismo
in alcuni paesi — con particolarità in Italia — sono tali, che non
è improbabile che le redini dello Stato vengano afferrate dalla
democrazia cristiana. Allora si vedrebbero i socialisti allearsi ai
sinceri progressisti per riprendere le perdute libertà politiche o per
difenderle se minacciate, e ricondurre la lotta alle vicende ed agli
obbiettivi anteriori.
Coloro che hanno una fiducia sconfinata — e ingiustificata — nella
continuità dell’evoluzione progressiva respingeranno come fantastica
questa ipotesi; ma la storia è là ad ammaestrarci, che si sono
verificati non poche volte regressi parziali e _ricorsi_; e con
ragione, per quanto li considerino _formali_ e non _sostanziali_, li
ammettono sociologi illustri quali il De Greef e il Loria[2]. E non
per trovare conforto all’avvenimento possibile e venire in appoggio
ad un ottimismo fuor di moda, ma perchè risponde alla mia sincera
convinzione, che trova suffragio nella tesi sostenuta da tre scrittori
belgi di non comune valore (_De Moor, Massart_ e _Vandervelde_)[3] a me
pare che nel trionfo della democrazia cristiana il regresso politico
potrebbe essere accompagnato da una organizzazione economica informata
a maggiore giustizia ed a minore egoismo; e sopratutto preparatore di
una ulteriore trasformazione progressiva.
2. Sono varie e di diversa efficacia le armi dei combattenti intorno
alla quistione sociale.
I socialisti si servono dei libri, degli opuscoli, delle riviste, dei
giornali; della propaganda orale nell’intimità della famiglia, nelle
fabbriche, nei comizi, nelle assemblee parlamentari. L’azione loro
viene aiutata prodigiosamente dalle sofferenze inaudite dei milioni
di lavoratori; dal desiderio ardente, che sta nel fondo del cuore
di tutti gli uomini, di progredire, di migliorare e di mutare nella
speranza del meglio; dalla simpatia che inspirano e dall’ammirazione
che suscitano l’abnegazione, il coraggio, la fede dei propagandisti
e non poche volte il martirio e la morte, che affrontano con eroismo
sublime; dalla rapida diffusione dell’istruzione; dai contatti e dai
rapporti multiformi crescenti vertiginosamente in ragione diretta dei
progressi della scienza e della tecnica che ci hanno dato il vapore e
l’elettricità con tutte le loro svariatissime applicazioni. Il contagio
psichico ha la sua parte nella rapidità ed estensione dei risultati
della propaganda.
I conservatori e i progressisti dispongono della polizia, dei soldati,
dei cannoni, che riuscirono sempre argomenti convincentissimi. Hanno
per loro tutta l’autorità, che viene dallo splendore delle così dette
istituzioni teatrali e che tanta impressione desta negli animi servili,
nelle donne e negli ignoranti; dispongono delle onorificenze, delle
ricchezze e dell’ingranaggio degli interessi, che si organizzano
attorno ad un governo; trovano adesione spontanea in masse quietiste
e sinceramente misoneiste; seducono, corrompono, intimidiscono,
annientano talora, gli avversari più temibili. Cercano anche di
convincere ricorrendo alla stampa e alla parola, nè più nè meno dei
socialisti, se non colla stessa fortuna certo con maggiore larghezza di
mezzi, perchè essi hanno per loro tutta quella libertà, che negano agli
altri e che perciò è vero ed odioso privilegio.
Conservatori e progressisti spiegano tutta la loro energia contro gli
avversari, che designano e disprezzano quali utopisti, mentre tollerano
e qualche volta aiutano la democrazia cristiana, che pure può essere il
nemico più vicino alla vittoria.
Nella sua azione la democrazia cristiana oltre che disporre di tutte le
armi dei socialisti e di alcune di quelle che dà il potere politico,
ha per se: la forza, che viene dal sentimento religioso ancora potente
nelle moltitudini, che per interesse materiale dovrebbero stare pei
socialisti; e l’altra non meno poderosa che viene dalla misteriosa
forza dell’atavismo, che facilita i ritorni verso il passato,
specialmente se non molto remoto.[4]
Non è mio intendimento di esporre ora le vicende della lotta tra i
socialisti e i detentori del potere; nè intendo occuparmi della lotta
dal punto di vista politico e materiale. Qui voglio soltanto riassumere
in parte gli argomenti scientifici, che vengono prevalentemente
adoperati per combattere il socialismo nella forma più legittima ed
onesta: in quella forma che dovrebbe essere sola adoperata se in tutti
gli uomini fosse uguale la sincerità e l’amore all’umanità.
Sul terreno intellettuale si può dire che la produzione tra gli
avversari del socialismo non è minore che tra i suoi sostenitori. Ai
romanzi si sono contrapposti i romanzi, ai giornali i giornali, agli
opuscoli gli opuscoli, ed ora alle pubblicazioni scientifiche altre,
che, anzi, hanno la pretesa di essere le sole e vere scientifiche.
Egli è così che le teorie del socialismo oltre che discusse in tutte
le opere dei più eminenti economisti, che oramai hanno abbandonato
l’altezzosità di una volta, vengono combattute _ex professo_ in una
innumerevole quantità di libri popolari di vario valore, alcuni dei
quali hanno ottenuto un vero successo e costituiscono l’arsenale
intellettuale della borghesia.[5]
Molte delle pubblicazioni contro il socialismo hanno un carattere
polemico e si riferiscono spesso a quelle sue manifestazioni popolari
che non possono costituire il bersaglio degli oppositori seri, che
vogliono debellarlo sul terreno scientifico. Ma in tutti, più o meno,
oggi campeggia la pretesa di combatterlo in nome della scienza; di una
scienza per antonomasia, che vedrassi un pò più innanzi qual’è.
Per combattere il socialismo in nome della scienza, però, fa d’uopo
prima di tutto e sopra tutto prenderlo in esame nelle manifestazioni
sue che rivestono caratteri scientifici e negli individui, che a buon
diritto si possono ritenere come scienziati; e non nelle affermazioni
precipitate e incomposte, che vengono da persone poco colte o da
associazioni popolari, che ragionando poco e sentendo molto, si
lasciano guidare più dalla reazione determinata dalle sofferenze del
momento, che dall’esatta percezione delle difficoltà da vincere per
conseguire le trasformazioni bramate e del tempo che si richiede per
vederle attuate. Procedendo diversamente, la vittoria può essere
facile, ma priva di risultati; chè il nemico rimasto colle sue migliori
forze intatte, ricomincerà la battaglia a suo piacimento.
La convenienza da me esplicitamente affermata nella prima edizione
di questo libro trovo oggi riaffermata dal Chiappelli, la cui parola
ha particolare autorità in questo caso perchè non è quella di un
socialista. Egli dopo avere esposto l’utilità sociale della esatta
conoscenza delle teorie socialiste soggiunge: «Nello stesso errore
che le scuole usavano dire _ignoratio elenchi_ di consueto incorre la
critica scientifica contro il socialismo, anche la più autorevole,
come quella rappresentata dal Richter in Germania, dal Guyot, da
Leroy-Beaulieu, dal Say, dal Villers in Francia, dal Garofalo e
dal Pareto in Italia.[6] La quale scambia sovente le costruzioni
utopistiche ed ipotetiche d’un futuro stato di equilibrio sociale
conformato ad un ideale di giustizia armoniosamente delineato con
quello che della dottrina socialistica è il fondamento e l’anima, cioè
l’interpretazione della storia, il concetto nuovo delle società e del
diritto. Onde accade a quei valentuomini di porre la quistione intorno
alla possibilità astratta o alla desiderabilità di un dato ordine
sociale, giudicato alla stregua della idea generale della natura e
del diritto umano, là dove si tratta solo di riconoscere se nel corso
degli eventi vi sia una necessità obbiettiva, superiore al gradimento
colla simpatia personale, che vi conduca per l’azione medesima delle
forze sociali; mentre d’altra parte, non vedono nel socialismo che
il proposito e la minaccia perenne d’un violento sovvertimento delle
presenti forme di convivenza civile. Duplice errore codesto, che
avvolge la tattica non solo, ma la critica razionale di noi, classi
dirigenti, contro il socialismo, in quella stessa illusione nella
quale incorsero tutti gli scrittori pagani dell’epoca imperiale, nel
combattere che facevano al lume della ragione e della filosofia il
cristianesimo nascente. Come allora non vi fu assurda o inverosimile
accusa che non si levasse contro la giovane società cristiana, da
Frontone chiamata _lucifugas natio_, a cominciare da quella d’ateismo
e di pratiche e riti nefandi, fino a quella più generale di _odium
humani generis_, di cui si fa eco Tacito; e come allora apparve
manifesto che mentre si aveva il presentimento della minaccia, che ne
veniva alla società pagana, mancava tuttavia una idea adeguata dei
veri intendimenti della religione e della Società nuova; così oggi
avviene ai rappresentanti degli ordini delle Società, quando a misurare
il valore del movimento socialistico e a combatterlo praticamente,
non sentono il bisogno di rimontare non tanto agli eventi politici
e alle cause economiche onde trasse alimento, quanto alle sorgenti
intellettuali onde gli venne l’intelligenza e la coscienza del suo
ufficio storico e l’unità della sua direzione.» (_Il socialismo_ etc.
pag. 165 a 168).
3. Al rimprovero che i socialisti possono movere a molti libri
polemici, che combattono le loro teorie in modo frammentario e le
loro manifestazioni meno scientifiche e meno autorevoli cercarono di
sfuggire altri che ricorsero alla scienza, alla vera _scienza moderna_,
per prendere in prestito alla medesima l’obbiezione massima, che deve
scrollare dalle fondamenta il socialismo.
Quale sia la _scienza_ vera, che deve uccidere la _mala bestia_ è
presto detto: quella che s’informa alle teorie darwiniane e spenceriane
e riesce alla _sociologia_; alla quale, da alcuni suoi cultori, si
assegna una funzione inadequata alle presenti sue condizioni ed alla
fase di svolgimento raggiunta.
Si noti intanto che il Ferri uno dei più ardenti e che riuscì tra
i più popolari (_Socialismo e Criminalità_. 1883) seguendo tanti
altri scrittori italiani nell’adoperare la _vera scienza_, contro
il socialismo, parla spesso, — senza fare nette distinzioni, — di
_scienza_, di _darwinismo_, di _evoluzione_, intesa sempre al modo
di Spencer, e di _positivismo_, come se questi termini tra loro si
equivalessero. Ciò che può ingenerare confusione ed equivoci, perchè
esistono delle differenze notevoli tra le idee che vengono espresse da
quei termini.
Gli avversari delle nuove teorie sociali si compiacquero come di
una scoverta miracolosa quando videro adoperata la _vera scienza_
per abbatterlo e della importanza assegnata agli argomenti nuovi
scaraventati contro il socialismo in Italia. Se ne ha una prova
nell’accoglienza che gli economisti e i conservatori fecero al
cennato libro di Ferri sorpassando anche sulle eresie che il medesimo
conteneva. Tacendo delle adesioni e degli incoraggiamenti delle
gazzette politiche, spesso incompetenti, quasi sempre sospetti,
merita speciale considerazione il giudizio di un cultore degli studi
economici, che ci tiene molto a far sapere ch’egli nulla vuol dividere
col _socialismo della cattedra_ reputandolo reprobo e da sfuggirsi;
parlo dell’ortodosso prof. De Iohannis, che si compiacque dell’essersi
il Ferri servito della _scienza_ per antonomasia e constatò che
sinallora nè gli economisti nè i sociologi avevano meglio e tanto
quanto il Ferri _saputo mettere il socialismo così strettamente alle
prese con la scienza_.[7]
Approvazione del pari incondizionata gli venne dal Tarde nella
importantissima _Revue Philosophique_[8] che seco lui si congratulò
per aver chiamato la _vera scienza_ in suo servizio in questa tenzone
e mosse rimprovero agli economisti di non essersene serviti per lo
innanzi. In tale giudizio su per giù conveniva un’altra importante
rivista tedesca, consacrata allo studio del Diritto Penale.[9] Da
questo significante accordo tra economisti, filosofi e penalisti
in Italia, in Francia e in Germania, si deve arguire che quella
adoperata dal Ferri venne aggiudicata la quintessenza della scienza, ed
eccellentissimo il metodo da lui seguito.
Questa _scienza vera_ fu adibita ai servizi della borghesia e della
conservazione dell’ordine sociale presente, prima che dal Ferri, con
dialettica impressionante dal Siciliani e poscia dal Boccardo ed
incidentalmente dal Morselli, dal Vignoli e da altri[10]; e quantunque
altrove venga abbandonata come impotente e disadatta alla bisogna
essa conserva ancora oggi il suo fascino presso molti economisti
italiani.[11]
Italiani e stranieri su questo campo non hanno fatto, in ogni modo, che
seguire le tracce dell’Häekel, il grande naturalista di Jena, che per
il primo nel congresso dei naturalisti in Monaco (18 settembre 1877)
contro il Virchow che accusava il darvinismo di favorire la propaganda
socialista obbiettò che le leggi darviniane invece distruggevano il
socialismo.[12]
L’invocazione delle teorie darviniane per combattere il socialismo
venne integrata con l’altra della teoria dell’evoluzione dello
Spencer, il grande apologista dell’individualismo. In fondo i
darvino-spenceriani, che si dicono i rappresentanti legittimi
dell’evoluzionismo, base dell’attuale scienza positiva, osservano: 1º
la lotta per la esistenza, legge universale della natura, condanna
gli uomini alla guerra, non importa se nelle sue forme più brutali o
in quelle più miti della concorrenza economica; 2º la lotta per la
esistenza accordando la vittoria ai meglio adatti per forza fisica e
intellettuale, favorisce l’evoluzione progressiva ma condanna alla
crescente differenziazione delle classi ed alla costituzione ed al
dominio delle aristocrazie; 3º _leggi naturali_ reggono fatalmente
l’umanità, come il resto del cosmos, e non è dato agli uomini di
mutarle a loro volontà, sostituendovi i sistemi arbitrari del
socialismo, che dovrebbero condurre all’abolizione della lotta e della
concorrenza ed alla livellazione sociale.
4. A queste affermazioni formulate con maggiore o minore recisione
si contrappongono varie osservazioni, meritevoli di essere esposte
e dall’esame delle quali, mi sembra che possa venir fuori un esatto
criterio per giudicare sui rapporti tra il socialismo, il darwinismo e
l’evoluzione spenceriana.[13]
Prima di procedere all’esame del significato sociale delle leggi
darvino-spenceriane evocate per combattere il socialismo, giova
indagare qual’è il valore intrinseco delle medesime; astrazione fatta
dalla loro applicazione alla società umana bisogna constatare con quali
riserve gli stessi scienziati sostenitori dell’evoluzionismo e del
trasformismo le accettano.
Si premette che la _teoria della evoluzione_, ch’è dello Spencer, è una
specie di concezione filosofica dell’universo, colla quale si sostiene
che una forza operosa agita eternamente la natura e ne sottopone tutti
i fenomeni alla sola e medesima legge di causalità. È la concezione
meccanica del mondo, che non può dirsi rigidamente _monistica_ perchè
lo Spencer ammette un _inconoscibile_, che ripristina il _dualismo_.
La _teoria della discendenza_ riguarda soltanto il mondo organico;
e per esso si sostiene che gli organismi complessi sono derivati
da organismi meno complessi e più semplici, che i policellulari
(_eteroplasti_) dipendono da altri unicellulari (_omoplasti_) e questi
alla loro volta da organismi affatto rudimentari, dalle _monere_.[14]
Gli animali e i vegetali si modificano per l’adattamento; e poichè
negli organismi più sviluppati si trovano talune forme di struttura
interna somiglianti a quelle di altri antichissimi organismi, si
conchiude che l’hanno tolto da questi per _eredità_. Sicchè la teoria
della discendenza altrimenti detta _trasformismo_ o _lamarkismo_,
dal nome di Lamark, che primo la determinò nel 1809, si poggia
sull’_eredità_ di forme interne antichissime e sull’_adattamento_. Che
poi sia _una_ la forma antica comune, da cui sono derivate le altre
più recenti, o che siano _molte_ (_monoginismo_ e _poliginismo_) a
questa teoria non importa nulla; nè monta sapere quale sia la legge, il
principio meccanico, onde questi organismi si trasformano. Ciò che le
importa assodare è la _trasformazione_ della specie.
Il _darwinismo_ propriamente detto è la _teoria della selezione_,
ossia la legge o la forza meccanica, secondo la quale le specie si
trasformano. Il caso, le forze cieche, secondo Darwin, producono delle
variazioni, che prescelte colla selezione, sessuale specialmente, e
fissate dalla _eredità_, danno delle nuove specie; con la selezione
darviniana i fenomeni tendono verso le forme, che danno il massimo di
utilità per la specie.
A Spencer si sono trovati dei precursori nell’antica filosofia, e
specialmente tra i greci; e se ne dettero anche a Darwin nel secolo
scorso e nei principî del nostro: Sömmering, Bruckner, James Stewart,
Galiani, Herder, Lallemand. (Loria: _La proprietà e la questione
sociale_. Verona Drucker. 1897). Ma quale che abbia potuto essere
l’importanza della intuizione di tali precursori non viene menomata
di un ette la gloria dei sistematori contemporanei delle teorie della
evoluzione e della selezione.
Però maggiore giustizia era dovuta e ora si comincia a rendere
a Lamarck, la cui teoria che assegna maggiore influenza nella
trasformazione della specie e degli individui alle condizioni
dell’ambiente, all’uso e al disuso degli organi sembra più conforme
ai fatti e più facilmente li spiega. Il Lamarck fu ingiustamente
dimenticato per tanto tempo; e dell’obblio gran parte di colpa
spetta al Cuvier. È degno di nota che le sue benemerenze, mentre era
all’apogeo la gloria del Darwin, siano state rilevate da un socialista
geniale e sventurato: lo Tchernychewsky. Questi in un articolo,
riprodotto nella _Société Nouvelle_ (30 settembre 1890) criticò
acutamente il darvinismo a base Malthusiana, assegnando maggior valore
al lamarckismo; ed è poco che uno scrittore italiano ha ripreso e
svolto brillantemente la stessa tesi. (Ernesto Setti: _Il lamarckismo_
ec.)
Delle critiche fatte alla teoria dell’evoluzione, della discendenza
e della selezione in nome di principî religiosi non è il caso di
occuparsi da chi vuol mantenersi nella sfera delle discussioni
scientifiche[15].
Ma si deve ricordare che a combattere o a modificare le teorie
darwiniane si sono levati biologi eminenti, e alcuni dei quali erano
o sono ancora entusiasti ammiratori e amici dello stesso Darwin.
Tra i critici, dal punto di vista esclusivamente scientifico, senza
preoccupazioni metafisiche o religiose, ricordo Romanes, Wigand,
Weismann, Nägeli, Yves Delage, che sono tra i più autorevoli
naturalisti e biologi contemporanei.[16] Degnissima di attenzione è la
circostanza che lo stesso Spencer nella polemica col Weismann inclina
a rilevare la insufficienza della selezione naturale anche nel campo
biologico (_The factors of the organic evolution_. London 1887). E
infine riporto questo brano di un recentissimo scritto, che ha un
valore affatto speciale: «Molti credono che oggi la teorica della
discendenza sia perfetta e già passata nel dominio della filosofia;
essi ritengono che la teoria del Darwin della lotta per l’esistenza,
per mezzo dei due grandi fattori, l’adattabilità e l’ereditarietà,
sia, come scrive il Prof. Lombroso, un dogma, e che resti appena di
applicare questo dogma alle scienze filosofiche, morali, giuridiche
etc. Così è che, per citare un esempio, la nuova scuola di giustizia
positiva, di cui è re il Lombroso stesso (un uomo che del resto conta
molti titoli di gloria) si impadronisce del concetto della lotta per
l’esistenza, se ne serve come farebbe un ingegnere d’una formola
matematica, e ne deduce larghe conclusioni sulle pene; la stessa scuola
si serve dell’ereditarietà e dell’atavismo come di filo d’Arianna per
determinare se un malfattore deve venir castigato o no etc.
«Ma se noi dobbiamo dire la verità, noi specialisti vediamo con
grande sgomento i filosofi positivi, i giuristi, i medico-legali
maneggiare con tanta disinvoltura e, vorrei quasi dire, incauti, la
teoria dell’evoluzione. _Essi la fraintendono perchè non la conoscono
che parzialmente, perchè prendono per dogma quello che è ancora in
embrione, ritengono vero assoluto quel che, con una frase impropria ma
espressiva, si dice vero provvisorio_».
«È certo arrischiatissimo nello stato attuale della teoria della
discendenza il trasportarla d’un pezzo, nel campo filosofico, in
quello penale o sociale: così trasportata essa diventa simile a quei
giovani che vengono chiamati ad insegnare prima d’aver sufficientemente
imparato.» (Prof. G. B. Grassi: _I progressi della teoria
dell’evoluzione_. Catania 1886 p. 8 e 9).
A questo giudizio viene un’autorità speciale perchè il Grassi pei suoi
lavori di biologia ebbe ultimamente la _medaglia Darwin_ conferita
dalla Società Reale di Londra per le scoperte fatte nella direzione
della _speculazione darviniana_[17].
Laonde sul terreno stesso della biologia, prudenza vuole che le teorie
darviniane — da distinguerle sempre dalla teoria dell’evoluzione, come
fece il Grassi parecchi anni or sono, come ha praticato lo Spencer
nel rispondere a lord Salisbury — devono considerarsi come _ipotesi_
da accettarsi sintanto che non vengano sostituite da altre, che
ordinino in modo migliore e spieghino in maggior numero i fatti[18]; e
l’ipotesi trova sempre convinti sostenitori, perchè soddisfa un istinto
dell’uomo, e dell’uomo colto in ispecie, che se non si affida ad una
provvidenza divina, suprema regolatrice del tutto, cerca di spiegarsi
mercè l’ipotesi le origini delle cose ed il modo di _divenire_ delle
medesime.
A questo proposito vale la pena di udire il giudizio di un illustre
positivista comtiano sul valore del sistema spenceriano; egli, mi
sembra, che coi suoi dubbi e colle sue distinzioni non abbia tutti i
torti. «Noi, scrive il De Roberty, facciamo una distinzione nettissima
fra la _scienza_ e la _filosofia_. Sul terreno della prima nulla
abbiamo da obbiettare alla teoria meccanica del calore, alle belle
ricerche sulla trasformazione e l’equivalenza delle forze, ai principii
semplificatori della termo-chimica etc.; ma sul terreno della seconda
noi accordiamo, per esempio, alle costruzioni ipotetiche di Spencer
un valore che non differisce molto da quello assegnabile all’ipotesi
meccanica di Descartes o alla teoria del cosmos organico di Aristotile,
di cui l’evoluzionismo spenceriano non è d’altronde ai nostri occhi che
uno sviluppo.[19]».
CAPITOLO II.
BIOLOGIA E SOCIALISMO[20]
5. La prima in ordine tra le obbiezioni, che si rivolgono alla
applicazione fatta da Häckel e suoi seguaci delle _leggi darviniane_
alle società umane, è quella che ha la sua base nel teorema
fondamentale della stessa _sociologia_ moderna, secondo il quale la
società umana deve considerarsi come un _organismo_.
Che le _società umane_ debbano considerarsi come _organismi_ analoghi,
se non identici, agli _organismi biologici_ è idea antica, che si
trova in Aristotile ma che ha avuto ampio svolgimento dopo Augusto
Comte e dopo la sistemazione spenceriana della Sociologia.[21] Il
sistema spenceriano è tutto fondato sulle analogie tra biologia e
sociologia; le analogie e l’uso della terminologia e delle partizioni
della biologia furono più largamente applicate nei grandi lavori
dello Schäffle e poscia dal Worms e con evidente esagerazione dal
Lilienfeld.[22] Il Novicow è l’ultimo e più geniale espositore di
questi sociologi, che considerano le società umane come organismi.
(_Conscience et volonté sociale_. Paris 1897).
La connessione intima o la fusione tra la biologia e la sociologia
trovò sempre vivaci oppositori dappertutto; ne ha avuto e ne ha ancora
in Italia, dove ricordo Loria, Vanni, Asturaro, Vaccaro[23] ed altri
che avrò occasione di menzionare nel capitolo seguente.
Ogni rapporto tra biologia e sociologia, ogni somiglianza tra l’uomo
e l’animale nega il Prof. T. Martello che tra i due ultimi trova
un _hiatus_, un abisso che non si può colmare (_Giornale degli
Economisti_. Luglio e Agosto 1891). La sua avversione contro la
sociologia biologica supera la riserva doverosa della scienza.
La quistione venne discussa vivacemente nei Congressi internazionali di
Sociologia tenutisi in Parigi, specialmente nell’ultimo — dal 21 al 24
Luglio 1897. — Le teorie sociologiche degli organicisti vi avevano nel
Lilienfeld, nel Novicow, nel Worms i loro più illustri rappresentanti,
che vigorosamente vi difesero, sebbene senza accordo completo nei
dettagli e nelle applicazioni, le proprie vedute. Ma dal dibattito
non può dirsi che siano usciti vittoriosi perchè i colpi assestati da
Tarde, da Krauz e sopratutto da L. Stein alla teoria biologica della
Sociologia la lasciarono stremata di forze.
Invero i membri di una società non sono affatto paragonabili, se non
per figura rettorica, alle cellule di un organismo: essi entrano in
gruppi ed associazioni diverse, ossia fan parte simultaneamente di
parecchi organi e tessuti, compiono diverse funzioni, e tutte tendono
a quella centrale e regolatrice. Un impiegato ferroviario, ad esempio
può insiememente essere socio di un club di ricreazione, membro di
una società di letture scientifiche, collaboratore di un giornale,
milite territoriale, membro di una società cooperativa, di un’altra
elettorale, di un’altra filodrammatica ecc. vale a dire appartenere
con la stessa persona al sistema circolatorio, produttore, nervoso,
protettivo ed a parecchi organi di questi sistemi, il che sarebbe
assurdo per una cellula. Lo stesso operaio che fa eccezione alla regola
come quello che è relegato ad un unico sistema di organi, quando
esercita il suo diritto al voto politico ed all’associazione, fa parte
del sistema nervoso. La divisione del lavoro, nella società attuale,
si fa dunque, in ragione composta, sebbene in ciascuno individuo varî
il complesso e la combinazione speciale delle sue occupazioni, la
parte speciale che egli ha in ciascuna associazione e l’occupazione
predominante (_Asturaro_). Il vincolo che congiunge gli elementi della
società anzichè essere corporeo, come quello che unisce l’uno all’altro
gli elementi di un organismo è di carattere psichico; il corpo sociale
è infinitamente più complesso che il corpo vivente; le stesse società
più rudimentali presentano spiccate analogie non già cogli organismi
più infimi, ma coi più elevati. (_Loria_). Inoltre le leggi biologiche
e le leggi sociologiche non sono comparabili: le prime hanno veramente
il carattere di leggi e permettono di prevedere i fatti, mentre le
seconde ammettono sempre delle irregolarità, perchè i fatti sociologici
non si ripetono mai esattamente; le sue leggi non sono mai assolute,
nè si riferiscono a verità eterne; ma sono leggi relative e verità
di fatto. Se gli organicisti ammettono la società come organismo nel
senso teleologico, cioè, come un insieme di parti, che tendono allo
stesso scopo, si può ammetterlo. La Società, in realtà, non è un
organismo, ma una organizzazione: il primo è incosciente, mentre la
seconda è un prodotto della coscienza (_Stein_). Alla società manca il
carattere più essenziale di ogni organismo: un momento determinato di
nascita e di morte. Nelle società non si osservano i fenomeni che si
riscontrano negli organismi: hanno sesso le società? si riproducono
come gli animali? il loro accrescimento per federazione o annessione
rassomiglia a quello degli organismi? dov’è la lingua o la religione
delle cellule? Anche i fenomeni comuni agli organismi e alla società
seguono nel loro sviluppo delle direzioni opposte. Tale è, per esempio,
la differenziazione, che costituisce per l’organismo un segno di alta
perfezione, mentre nelle società equivale al regime delle caste;
viceversa nelle società più sviluppate c’è la crescente tendenza di
diminuire gli effetti della divisione del lavoro. La teoria organica è
funesta alla sociologia, perchè essa da un lato trascura la storia e
considera l’umanità come fatalmente condannata a seguire una data via;
e dal punto di vista pratico essa è autoritaria e conduce a conclusioni
che vanno contro il progresso sociale. (_Tarde_).[24].
Comunque, accettando, come ho fatto nella _Sociologia Criminale_[25],
tutte le distinzioni e le riserve fatte dall’Ardigò, dall’Angiulli,
dal De Greef non vi è, a mio avviso, alcun inconveniente scientifico
nell’ammettere, conforme alla teoria generale dell’evoluzione, un
legame genetico tra la biologia e la sociologia, purchè alla seconda
si assegni un _quid proprium_ che dalla prima la differenzi. In questa
guisa si esclude il miracolo e si ha la continuità della evoluzione[26].
6. L’analogia tra biologia e sociologia o meglio la continuazione
evolutiva della seconda dalla prima non intacca per nulla la base del
Socialismo; anzi la rende più salda.
«Coloro, che citano il darwinismo per predire eterne le disuguaglianze
e la lotta fra gli uomini, mostrano di non conoscere o di dimenticare
la sociologia.
«Infatti la sociologia dimostra, che la società è un _organismo_. Ma
qual’è la condizione _sine qua non_ della esistenza di un organismo? Se
non basta l’apologo di Menenio Agrippa, ve lo dicono tutti i fisiologi,
ve lo dice lo stesso Spencer: è l’_armonia_ fra le parti, la reciproca
dipendenza fra gli organi. Ebbene trasportate questa necessità
nell’organismo sociale ed avrete che la legge umana per eccellenza,
e che serve come punto di attrazione al progresso civile è dunque,
non già la lotta di tutti contro tutti, ma la pace l’associazione, la
solidarietà, la mite uguaglianza dei diritti e doveri. È evidente:
coloro che parlano della _lotta per la esistenza_ che costringerà
eternamente gli uomini a sfruttarsi ed a guardarsi in cagnesco (e
come si concilia questo colle rosee predizioni degli evoluzionisti?)
costoro o non sanno o non ricordano che gli uomini non sono esseri
isolati, viventi come i bruti, ciascuno indipendentemente dall’altro,
ma son come le cellule di un vasto organismo e la loro salute, la loro
vita è legata, intimamente legata, alla salute e alla vita di questo
organismo. Il quale trova la legge della sua conservazione, non già
nel disaccordo delle sue parti, non nell’anemia di 75 (a dir poco) di
esse, cui fa riscontro l’iperemia nelle altre 25, — ma «nella reciproca
dipendenza fra gli organi» cioè nella cooperazione, nella equa ed
armonica distribuzione del sangue sociale a ciascun organo, a ciascuna
cellula _secondo i suoi bisogni_, ossia (eccetto i casi patologici)
secondo il suo _lavoro_. È dunque la stessa necessità della esistenza,
è la stessa legge dell’adattamento, che spingerà fatalmente gli uomini
alla fratellanza, alla giustizia, all’uguaglianza — al socialismo.»
«E valga il vero, tutta la storia non è forse una evoluzione continua
verso questa meta? Non è un propagarsi e un raffinarsi sempre maggiore
di questi sentimenti di socialità? Non è un moto perpetuo verso
l’uguaglianza? E se _legge_ non vuol dire altro che un fatto costante,
ma chi può negarci che la legge dell’umanità, il suo fato non è la
guerra, nè il privilegio, ma l’amore e l’uguaglianza?
«Io vorrei soltanto sapere come questi darwinisti sbagliati,
spiegano il fatto indiscutibile, che tutta l’evoluzione del passato
è assolutamente, _essenzialmente_ contraria alla loro teoria della
guerra eterna? Vorrei sapere come spieghino il fatto di queste
istituzioni e di questi sentimenti ugualitarii che si rafforzano di
continuo e prevalgono, mentre secondo essi, siamo dannati a mangiarci
eternamente l’un l’altro, e a scacciare quanto più deboli si possa?
Ma se il darwinismo è appunto la legge che vi dimostra come soltanto
le istituzioni e i sentimenti _utili_ possano prevalere come va che
nel caso nostro prevalgano invece sentimenti e leggi che son certo
dannosi, perchè contrari a quello stato di lotta e di disuguaglianza a
cui, secondo essi, l’umanità è condannata per sempre? Non è questa una
contraddizione flagrante?
«Ma quando invece ricordiamo, che la società è un organismo che per
_adattarsi_, per vivere, ha bisogno appunto di stabilire fra i suoi
membri quell’armonia di lavoro e di nutrizione di cui ci danno esempi
meravigliosi gli organismi superiori — allora non ci meraviglieremo
più che l’esperienza secolare induca negli animi e nelle istituzioni
questo moto continuo verso l’uguaglianza e l’altruismo, e allora
soltanto non avremo bisogno di violare, come fanno questi darwinisti,
il principio cardinale, che il _divenuto_ ci fa comprendere il
_divenire_ e affermeremo anzi che, una e sempre uguale essendo la legge
della storia, come scomparvero via via, continuamente, condannate in
precedenza tutte le disuguaglianze _sociali_ e le lotte fraterne dei
dì che furono, — così scompariranno, perchè _devono_ naturalmente
scomparire quelle che ancora straziano l’uomo.
«Mi si dirà, che lo Spencer ha dimostrato come la _concorrenza_ esista
anche, per esempio, fra gli organi del nostro corpo, fra cellula
e cellula. Ma ciò che l’illustre filosofo dice in proposito, se è
rivolto contro il socialismo, fa torto al suo genio, secondo me, e non
pregiudica punto la nostra causa. Infatti è un giuoco di parole quello
che fa lo Spencer: egli mi parla di concorrenza nel corpo umano, e poi
mi descrive di fatto quell’ammirabile armonia di funzioni che, secondo
la legge da lui citata di Ludwig e di Lowen, si spinge fino a provocare
uno spontaneo restringimento dei vasi circolatori nelle altre regioni
del corpo, quando un organo è costretto a un lavoro eccezionale: perchè
è a quest’organo eccessivamente affaticato, che gli organi consociati
inviano un rinforzo di sangue... E noi facciamo stentare chi lavora, e
ingrassare gli oziosi! Oh venga, venga la concorrenza, se concorrenza
chiamano l’armonia del corpo umano!»
«Rammento che l’Häckel osserva appunto contro il socialismo, che non
vi potrà essere mai l’uguaglianza, perchè diverso essendo il lavoro,
diversa è la spesa di forza, d’ingegno, di mezzi, etc. che son
necessari all’uopo, ed è quindi naturale «che la ricompensa di questo
lavoro sia pure assai differente.....» Dio buono, che rivoluzione solo
che dovessimo applicare oggi questo principio! E come non si è accorto
quel grand’uomo ch’è appunto questo ciò che domanda il socialismo?
Ma certo: noi non vogliamo l’uguaglianza assoluta, — l’uguaglianza
significherebbe una libra di carne anche a chi non ne abbisogna che di
una mezza. L’ideale nostro è ben diverso — è questo: che ciascuno mangi
e lavori — nei limiti delle esigenze sociali — come natura gl’impone;
noi vogliamo che tutti lavorino (trattati gli oziosi come delinquenti)
e che ad ogni lavoratore sia assicurata una vita umana. Del resto noi
non neghiamo le differenti attitudini e i bisogni differenti, che anzi
a quelle vogliamo assicurato un libero sviluppo e a questi una più
ampia soddisfazione, ciò che l’odierno sistema impedisce assolutamente
e per la miseria e perchè, essendo eccezionalmente privilegiato il
lavoro intellettuale, tutti mirano a questa meta più alta, _negando
spesso, quasi sempre, sè medesimi_: altro argomento questo, infine, per
mostrare come la lotta per la esistenza riesca nel sistema borghese ad
effetti contrari a quelli, che le si chiedono».
Così bellamente Camillo Prampolini mi riassumeva, da me richiesto, le
proprie idee sulla forza che c’era da trarre dall’applicazione delle
leggi biologiche alla società umana.[27]
Rimontando al primo antichissimo scrittore, che considerò la Società
umana come un organismo, queste illazioni socialistiche della teoria
biologica trovano ampia conferma. Secondo Aristotile, infatti, la
giustizia è nello stato, ciò che la salute è nel corpo: l’una e
l’altra devono consistere essenzialmente nel fare concorrere tutte
le parti per quanto il vuole la loro struttura e la loro speciale
attitudine funzionale alla conservazione dell’organismo sociale e
industriale.[28] Nè contraddice ciò che ha scritto un anti-socialista
qual’è l’Espinas, che inconsciamente viene a ribadire l’applicazione
che fanno i socialisti della teoria biologica quando scrive:
«dappoichè l’organizzazione sociale è sottoposta alle stesse leggi
dell’organizzazione fisica, non si sa che, un organismo non può
vivere e prosperare, che nella misura colla quale la vitalità degli
elementi si mantiene e si accresce? _Ora la lotta per la esistenza e lo
schiacciamento dell’individuo non sono i tratti caratteristici della
vita nei limiti di uno stesso corpo e di una medesima società_; ma la
coalizione (cooperazione spenceriana?) per meglio sostenere questa
lotta, il rispetto dell’individuo ne sono le prime condizioni e i
caratteri dominanti.»[29]
La giustezza e l’evidenza di queste applicazioni delle leggi
biologiche imprudentemente invocate contro il socialismo, indussero
il Krusinski — un sociologo polacco — a dimostrare vittoriosamente
nel cennato congresso di Parigi del 1897 che le società umane non
si possono paragonare agli organismi, perchè nelle prime il lavoro
della maggior parte degli individui sorpassa le loro forze e la loro
consumazione invece resta al disotto dei loro bisogni; mentre nelle
seconde lavoro e nutrizione sono sempre proporzionati. Se mai, egli
soggiungeva, l’organismo non può rassomigliarsi alla presente società
_capitalistica_, ma soltanto ad una società _comunistica_.[30]
Questa armonia che deve esistere tra le cellule e gli elementi di un
organismo e gl’individui di una società umana, data la teoria biologica
della Società, non viene infirmata sostanzialmente dal punto di vista
socialistico, dalla lotta esistente tra le cellule e tra le parti
di un organismo secondo le vedute di qualche altro biologo, che ha
ripresa e svolta l’idea dello Spencer accennata dal Prampolini. Se
è vero, come dice Roux,[31] che esiste nell’organismo la lotta per
lo spazio e per la nutrizione e che l’attività funzionale determina
una _intraselezione_, secondo Weismann, un maggiore afflusso di
nutrimento che non solo compensa le perdite, ma va accompagnata da
un ultra-compenso — sicchè l’organo più funziona, più si perfeziona
— giustizia vorrebbe — se la società umana fosse retta dalle stesse
leggi biologiche degli organismi — che agli organi della produzione
economica, della funzione più attiva ai lavoratori venisse corrisposta
una più adequata nutrizione.
A questa connessione tra funzione, nutrizione e perfezione
nell’organismo va unito il concetto di utilità della funzione stessa.
Ora nell’organismo la maggiore nutrizione di date parti senza
utilità, con danno evidente del tutto dà luogo a squilibri e quindi a
manifestazioni morbose.[32]
Se l’analogia tra società umane e organismi deve ammettersi,
attualmente, perciò ci troviamo in una fase del tutto patologica; nella
quale gli organi utili soffrono di anemia e non ricevono un nutrimento
adequato alle loro funzioni; mentre lo stimolo trofico, agisce in
parti nelle quali si ha iperemia morbosa e riesce alla neoplasia
capitalistica.
Tenendo conto dei fatti, che di tanto sono superiori alle teorie, non
può negarsi che nelle società umane c’è oggi la lotta tra gli individui
e le classi e gli stati, ma non c’è quella giusta retribuzione
che negli organismi alle più attive funzioni fa corrispondere una
maggiore nutrizione ed un maggiore sviluppo. Le società umane, perciò,
sarebbero organismi speciali che tendono a divenire sempre più armonici
eliminando gradatamente le ingiustizie e le sperequazioni fra funzione
e nutrimento — Con Fouillée possono considerarsi come organismi
_contrattuali_ in continuo divenire per raggiungere quell’armonia che
Gian Domenico Romagnosi chiamava _legge della Società_, secondo la
quale devono esistere condizioni e vantaggi reciproci fra il corpo e le
sue membra.[33]
CAPITOLO III. LA LEGGE SUPERIORE DELL’ORGANISMO SOCIALE
7. Se la società è un organismo, come pretendono i biologi della
sociologia, si è visto che scaturisce logica ed evidente la condanna
dell’organizzazione sociale presente: un organismo analogo a quello
biologico si avrà quando ad ogni elemento sarà dato in proporzione
del proprio lavoro. La teoria perciò giustificherebbe le formule del
socialismo della prima metà del secolo: _a ciascuno secondo il proprio
lavoro_.
Ma questa obbiezione non dispensa dall’ulteriore esame delle leggi
darviniane applicate alle società umane per vedere se esse reggano alla
critica desunta dalla scienza e dalla storia. Anzitutto vige tra gli
uomini quella generale _lotta per la esistenza_, che secondo Darwin
regola piante ed animali?
I discepoli del grande naturalista inglese, falsandone o esagerandone
gl’insegnamenti non esitarono a trasportare di peso questa legge della
biologia nella sociologia; ma è bene che si dica che l’adulterazione
dei principii del maestro non si deve per lo più a naturalisti, ma
a storici, ad economisti, a filosofi e a moralisti, che se non si
devono chiamare incompetenti, per lo meno si diranno sospetti. Tra
gli epigoni, ad esempio, l’Hellwald asserisce che «fra qualche secolo
si riderà di tutti gl’ideali: della libertà, della nazionalità,
dell’umanità, della dignità, della morale come oggi si ride dei
sacramenti. Il povero che vuole il comunismo, il ricco che vuol
divertirsi, il prete, il monarca, il soldato, il repubblicano, tutti
_lottano per l’esistenza_, tutti hanno ragione.»[34] Il Gumplowicz
(_Die Rassenkampef_) nelle premesse si esprime in ugual modo
dell’Hellwald;[35] e tutti gli epigoni spiegano ed applicano Darwin
sulla falsa riga della egheliana glorificazione della forza e del
successo.
Darwin per questi interpreti diviene il più comodo giustificatore
delle maggiori iniquità; le sue teorie valgono anche per incoraggiare
la multiforme legione di briganti, che sfruttano il mondo e
tranquillizzano la propria coscienza con questo ragionamento: _Io
comprimo il debole perchè sono il forte — Non ci ho che vedere — è una
legge naturale_.[36] La natura per questi darwiniani, come disse Guyau,
è divenuta la nutrice mercenaria, il Moloch eterno sempre divorante
e sempre affamato. «Il darwinismo sociale ha fatto del militarismo
una religione, sorgente di un misticismo nuovo, di un delirio feroce:
_Fuori della guerra non c’è salute!_ Eccola la divisa di questa scuola,
che ha una morale scevra di ogni pietà.» (_Tarde_)[37].
8. Darwin non è affatto responsabile di siffatte enormezze — vere
aberrazioni ora morali, ora intellettuali. Ma prima di vedere se e sino
a qual punto la lotta brutale per la esistenza domina la società umana
continuiamo la precedente discussione per esaminare i limiti della
sociologia. Questa non deve occuparsi degli animali, ma deve rimanere
circoscritta allo studio dell’uomo. Con ciò non si negano i rapporti e
i punti di contatto tra l’uomo e l’animale; non si nega il monismo, nè
la teoria della discendenza, nè quella più ampia della evoluzione.[38]
Però dall’esservi punti intermedi tra un’associazione di animali e le
società umane non si deve indurne che la sociologia debba occuparsi
di entrambi; come dalla esistenza di organismi inferiori, che i
naturalisti non sanno se ascrivere tra le piante o tra gli animali, non
si può concludere che la botanica e la zoologia abbiano lo stesso campo
di azione.
Il vero sì è, infatti, che biologia e sociologia si danno la mano, ma
non si confondono.
La lotta per la esistenza, esplicazione brutale e spesso incosciente
dell’_egoismo_ e dell’_individualismo_ presiede alla evoluzione
degli animali (_Letourneau_)[39]; un altro fattore si affaccia o
meglio si accentua nella evoluzione delle società umane, lo tempera
e vi si sostituisce gradatamente: l’_altruismo_. Sicchè, dice
chi contemporaneamente e all’insaputa di Darwin si occupò della
selezione naturale, applicandola ai soli animali, «varcata la soglia
dell’umanità, la _legge della lotta per la esistenza_ deve cedere
l’impero a qualche altra _legge superiore_.»[40]
Il passaggio dall’una all’altra è graduale; perciò come nelle società
umane troviamo ancora gli ultimi resti di azione delle leggi della
biologia; così del pari tra gli animali scorgiamo i rudimenti della
legge superiore della sociologia. Ond’è che il Lanessan dimostra non
essere esatto che la lotta domina sempre e in modo assoluto negli
animali; e nel genere di vita in comune di talune specie, che i
naturalisti chiamano _simbiosi_, si scorge un’altra prova contro il
dominio assoluto di tale legge.[41] Di più a pruova che il passaggio
dalle società animali alle umane non è brusco, non è insomma un
_salto_, si possono citare vari fatti, raccolti dai naturalisti,
che si possono interpetrare come rudimenti di _altruismo_ esistenti
nelle scimmie e in altri animali. L’Espinas dice di certi uccelli
«_che han preso piacere a vivere insieme, perchè nessuna vista è così
gradevole quanto quella del proprio simile_. A misura che essi si sono
ravvicinati, ogni individuo ha sentito l’idea ch’egli aveva della sua
forza, accresciuta dall’idea ch’egli ha acquistato della forza dei
suoi simili, ed è così che l’abitudine della _cooperazione_ difensiva
si è stabilita presso alcuni di loro. Fra la dispersione primitiva e
il concorso normale, la _simpatia_ sembra offrirci uno intermediario
indispensabile. Così noi vediamo quest’ultimo sentimento coltivato da
loro con una _specie di passione_.» (_Les sociétés_ etc. p. 480) Nelle
opere di Buffon, di Brehm ec. si possono trovare tracce evidenti e
numerose della simpatia tra gli animali; ma giova fermarsi ai sociologi
darviniani, al Boccardo ad esempio. Il quale ammira lo sviluppo dei
sentimenti di affettività, di mutua assistenza in molti animali; ammira
le cure infinite con le quali le formiche provvedono alla procreazione;
la pietà con la quale esaminano le ferite delle loro compagne e
le spalmano con un liquido trasparente estratto dalla loro bocca
(_Latreille_); ammira il coraggio delle morse nel difendersi contro
i cacciatori; l’abnegazione della marmotta, che esce dal suo covile
per trascinarvi un fratello ferito etc. etc. (_L’animale e l’uomo_ p.
XXVII).
A questo punto vien fatto di domandare a certi darviniani: la
_simpatia_ è potente tra gli uccelli e tra altri animali; la
_cooperazione_ viene riconosciuta utile tra i medesimi: l’uomo soltanto
dev’essere condannato inesorabilmente e perpetuamente alla brutale
_lotta per la esistenza_?[42]
Il Novicow distingue _simbiosi_ da _parassitismo_. Giusto: perchè
nella _simbiosi_ gli esseri sono associati per comune utilità e c’è
tra loro scambio di servizi; nel _parassitismo_ gli uni vivono a
danno degli altri, senza arrecar loro alcun benefizio. Ha ragione,
perciò, il Novicow affermando che la _simbiosi_ è perfetta nella vasta
associazione di cellule ch’è il corpo umano; ma non nell’organismo
sociale dove vige il _parassitismo_. Afferma poi che nella lotta tra le
società le meno parassitarie e le più simbiotiche devono sopravvivere.
(_Les gaspillages des sociétés modernes_. Paris 1894. F. Alcan p. 127).
Non si comprende quindi come più in là voglia giustificare il
parassitismo di alcune classi (pag. 316); nè mi pare meglio avvisato
adoperando un linguaggio che farebbe credere che il cervello vivrebbe
a detrimento di altri organi quasi parassitariamente per la ragione
esposta nel precedente capitolo.
Siano, poi, quali che si vogliano i caratteri differenziali tra
uomo ed animale — e non reggono molti di quelli enumerati da Tullio
Martello[43] — non rimane affatto giustificato l’_hiatus_ miracoloso,
il salto che si vorrebbe tra l’uno e l’altro stabilire. Rimane soltanto
da confessare prudentemente, che noi _ignoriamo_ attualmente — e ciò
non vuol dire che _ignoreremo_ sempre, come verrebbe a significare
l’_ignorabimus_ del Du Bois Reymond[44] — il momento del passaggio
e non conosciamo l’anello intermedio, che ci spiegherebbe intero il
mistero. Come e perchè l’uomo si sia innalzato sull’animale molti hanno
tentato dimostrare. Ma tutti i _perchè_, che differenziano l’uomo
dall’animale rendendo l’uomo progressivo, derivano dalle facoltà, che
ha solo il primo di trasmettere ai successori — colla scrittura, coi
geroglifici, coi monumenti — la notizia dei progressi conseguiti e
delle modificazioni psichiche e morali trasmesse coll’eredità e che
a torto non si vogliono riconoscere come modificazioni progressive
dell’istinto dell’animale. Egli è così che nulla di ciò, che si
acquista va perduto e che si può parlare di progresso indefinito
(_Angiulli_) e di una _storicità dell’evoluzione_, che «costituisce
la nota caratteristica del fatto sociale e segna per conseguenza
rigorosamente i confini della Sociologia» (_Vanni_)[45].
9. La lotta per la esistenza nella sua forma rude ed esclusivamente
animalesca non arriva sino all’uomo delle caverne ch’è già molto vicino
per la psiche all’uomo attuale e dovrebbe forse limitarsi all’essere
intermedio, sinora immaginato ma non rinvenuto; e in questa fase non è
da parlare di sociologia, ma quasi di semplice biologia; siamo allora
in quel periodo di transizione, che si è denominato _presociologico_,
che riannoda la evoluzione organica alla iper-organica. Valga il
vero, «le associazioni più o meno meravigliose, di certi animali
inferiori, _associazioni che non costituiscono_ secondo l’espressione
di Spencer, _la combinazione veramente sociale o iper-organica_, e che
non manifestano probabilmente, che delle semplici azioni riflesse,
resultando da una serie limitatissima di esperienze passate allo
stato d’istinto e consolidate da una lunga trasmissione ereditaria;
i fenomeni di pecorismo o gregarismo presso gli animali che vivono
a truppa e nell’uomo selvaggio delle caverne e foreste primitive;
infine, anche i pochi rudimenti sparsi di progresso, che presentano le
società degli animali superiori e forse le prime tribù umane, tutto ciò
era sino ad un certo punto suscettibile d’una spiegazione puramente
biologica. Ma sino a tanto che le cose rimangono in questo stato, la
sociologia non è in realtà che un semplice annesso della biologia, un
corpo di fatti e di teorie eminentemente ed esclusivamente preparatori,
che si distingue appena dall’antropologia propriamente detta, _si
arresta nettamente alla soglia della vera sociologia_ ed è spesso
designata al giorno d’oggi sotto il nome di _pre-sociologia_.»[46]
Stabilita la distinzione tra l’uomo e l’animale, cominciata la
Sociologia, emerge una ragione poderosa di differenza tra i due primi
e che fa gradatamente diminuire l’impero della brutale lotta per la
esistenza. Infatti l’animale consuma senza produrre — o almeno non
produce intenzionalmente e utilmente — e la parte consumata da uno
riduce la possibilità di consumazione negli altri. L’uomo consuma,
ma produce; e la sua produzione è in continuo aumento, ed arriva un
momento in cui produce tanto, che può vivere e svilupparsi senza essere
costretto a restringere la consumazione dei suoi simili. (G. Deville:
_Aperçu sur le socialisme scientifique_ p. 26).
La possibilità che la darwiniana lotta per la esistenza sia prevalsa
al più nello stato _pre-sociale_ della umanità, senza che ne venga
menomamente scossa la teoria della evoluzione, si ammette pure dal
Bagehot, che per lo appunto a tale teoria attribuisce il grande
vantaggio di permetterci di trasportarci a dei periodi antichissimi,
nei quali forse agivano _altri istinti, diversi da quelli che agiscono
attualmente_.[47]
Ma la schiacciante confuta all’esclusivo dominio della lotta per la
esistenza viene dalla storia delle società umane. La storia non sarebbe
assolutamente spiegabile colla legge darviniana; o meglio la storia
la contraddice e insegna esservi altre leggi più complesse ed altri
principii, che presiedono all’evoluzione sociale.
Se fosse incontrastato il dominio della _lotta_ col conseguente trionfo
dei _migliori_, dei più _adatti_, noi dovremmo avere un progresso
continuo, giornaliero, incessante, fatale; e tale non è la storia
umana colle sue contraddizioni, coi suoi regressi, coi suoi _ricorsi_
siano per quanto si vogliano parziali e formali (_Powell, Mayr,
Loria_)[48]. Darwin stesso riconobbe che la lotta per la esistenza non
è il solo mezzo per il progresso e Spencer, stretto dalla evidenza
delle argomentazioni del De Laveleye — senza preoccuparsi del colpo,
che assestava alla base del suo individualismo — riconosce che la legge
biologica della concorrenza vitale è limitata dalle esigenze etiche e
storiche.[49]
10. Il socialismo scientifico per sostenere il suo punto di vista,
attenendosi alla interpetrazione più logica della teoria della
evoluzione e conformemente ai fatti tramandatici dalla storia e che si
vanno svolgendo tuttodì sotto i nostri occhi, ammette dunque, il legame
tra la sociologia e la biologia, e riconosce che come talune leggi
della fisica e della chimica si riscontrano nella biologia, così del
pari nella sociologia continuano ad agire talune leggi della biologia,
ma nei modi e nella misura che alla sociologia sono peculiari e dei
quali tra breve.[50]
Ammessa nella _sociologia_ la continuazione dell’azione del principio
fondamentale della _biologia_, affinchè tra le due non vi sia soluzione
di continuità, resta ad esaminarsi il limite e il modo di questa sua
azione. E il _limite_ viene apportato da un altro principio ch’è
proprio della sociologia in quanto alla sua evolubilità e che di unita
al progresso intellettuale dell’uomo, reso possibile dalla trasmissione
ai successori degli acquisti fatti, serve a differenziarla dalla
biologia. E ciò perchè nella natura, diceva A. Lange, ad ogni legge,
che agisce in un dato senso, se ne contrappone un’altra che agisce in
senso opposto e dal loro contrasto nasce la risultante, secondo la
quale viene spinta innanzi, nel caso nostro, la società umana. Le due
leggi anche possono coesistere utilmente come nell’universo coesistono
la forza centripeta e la forza centrifuga producendo l’armonia delle
sfere. (_Roscher_)
Questa legge, che sta di fronte all’altra della lotta per la esistenza,
viene costituita dalla _simpatia_, dall’_altruismo_, come si accennò,
che agisce continuamente e con crescente intensità nelle società, che
hanno raggiunto un dato grado di civiltà.[51] Il socialismo trova la
sua ragione di essere in questa azione della simpatia.
La forza anti-egoistica, che spinge alla vita collettiva e la favorisce
tanto, quanto la sua antagonistica spinge allo sviluppo della vita
individuale, ad onore del vero deve dirsi che venne additata col nome
stesso di _simpatia_ dal più illustre economista del secolo scorso, da
Adamo Smith, che ne segnalò la benefica azione temperatrice. Augusto
Comte indi mise meglio in luce la forza nascente dalla simpatia e
denominolla _altruismo_: neologismo che è rimasto definitivamente nella
sociologia.
Dal principio altruistico derivano la _cooperazione_, la _mutualità_ e
la _solidarietà_ in opposizione alla lotta di tutti contro tutti.
Il primo germe di tale forza si svolge istintivamente tra gli
esseri umani che si trovano in più immediato contatto, in comunione
intima e continua; e conseguentemente tra i membri della famiglia,
del clan, della tribù. Avvenuto il primo e rudimentale progresso
dell’intelligenza, esso contribuisce a dimostrare che vi è _utilità_
nella comunione e nei rapporti altruistici, mercè i quali, si possono
meglio e più facilmente soddisfare i varii bisogni materiali della
vita individuale, oltre i piaceri di altro ordine, che ne derivano.
In siffatta guisa l’elemento precipuo della vita individuale,
l’egoismo, serve a consolidare ed a sviluppare quella collettiva, retta
dall’altruismo e dalla solidarietà. Questi legami di solidarietà,
altruistici, in seguito vengono ristretti ancora di più dalla forza
dell’_abitudine_ ed in fine fissati nella specie, per subirvi un
continuo incremento, mediante la _eredità_. La cerchia di azione
dell’altruismo, in prima ristretta tra i membri di piccole e
rudimentali società, si va allargando, man mano che si progredisce, tra
le famiglie, tra i clan, tra le società vicine.[52]
11. Ammessa la coesistenza di una forza antagonistica all’egoismo, che
informa la lotta per la esistenza si obbietta che non c’è da sperare
in un avvenire sempre più altruistico, che dovrebbe caratterizzare
una organizzazione socialistica; avvegnacchè in tutta la natura si
osserva la medesima cosa, cioè la esistenza di forze e di leggi opposte
che si correggono e si contemperano reciprocamente senza che si
eliminino completamente col trionfo di una su di un’altra: ad esempio,
l’_attrito_ corregge e modifica _sempre_ il movimento, ma non lo
distrugge; come il moto non riesce ad eliminare l’attrito.
Nella presente quistione si dimentica che vi è da fare una importante
distinzione sull’azione che esercitano le forze nell’_ordine fisico_ e
nel _sociale_. Mentre nel primo dobbiamo attenderci _sempre_ risultati
identici dall’azione antagonistica di due forze, perchè entrambe
s’incontrano in condizioni quasi identiche (non subendo col tempo che
incalcolabili modificazioni); nell’_ordine sociale_, al contrario,
i risultati sono diversi da un secolo all’altro, da una generazione
all’altra, perchè variano i rapporti delle due forze antagonistiche,
che stanno sempre non in equilibrio, ma l’una in ragione inversa
dell’altra. Ora data questa situazione, vi è da chiedersi: quale delle
due forze, l’_egoismo_ colla lotta per la esistenza, o l’_altruismo_,
che riesce alla solidarietà, presenta la _tendenza_ ad aumentare la sua
azione a detrimento dell’altra?
Se i loro rapporti rimanessero costanti ed agissero in proporzioni
sempre uguali, sarebbe giustificata la tesi di molti economisti
borghesi e dovrebbe ammettersi l’eternità della lotta di tutti contro
tutti, accompagnata da una fenomenologia, su per giù, identica a
quella presentata dall’umanità nelle fasi sin ora percorse; se i loro
rapporti fossero variabili e crescente l’azione dell’egoismo, vedremmo
peggiorare le condizioni e le risultanze della lotta; se crescesse
infine l’azione dell’altruismo, la lotta nella intensità e nella
estensione andrebbe continuatamente decrescendo ed avrebbero ragione
i socialisti, che aspirano ad un ordine migliore di cose, in cui la
_giustizia_ prenda gradatamente il posto della _forza_...
Io sto per quest’ultima ipotesi, che ha in suo favore la maggiore
quantità di fatti trasmessici dalla storia. I dati che la convalidano
ed autorizzano, dal _passato_, ad ammettere che uguale sarà nel
futuro la _tendenza_ a prevalere dell’altruismo, sono numerosissimi;
negandoli, si nega la stessa teoria del progresso: chè progresso non
potrebbe esservi quando la lotta si dovesse esplicare o in condizioni
identiche alle passate, o in condizioni peggiori, vale a dire con
prevalenza crescente dell’egoismo.
Arroge, che sul terreno in cui ci siamo posti, ammettendo cioè come
veri i principii e le idee di Darwin e di Spencer, e rivolgendomi a
darwinisti ardenti e ad evoluzionisti convinti, non occorrerebbero
ulteriori discussioni per giustificare le aspirazioni socialiste,
concretantisi nella crescente prevalenza dello altruismo e della
cooperazione volontaria sulle forze antagonistiche. Tutti gli scritti
del secondo, e principalmente quello in cui magistralmente vengono
esposte _Le basi della morale evoluzionista_[53] convengono a
dimostrare tale teoria; e, a mio modo di vedere, con pieno successo.
In quanto a Darwin, ciò che scrisse sull’origine e sviluppo del senso
morale[54] collima perfettamente con tale ordine d’idee. Egli osserva,
che _sin dai primordi_ nell’interno della tribù, _non era la lotta_
che riconoscevasi _utile e necessaria_, ma la simpatia, l’altruismo,
la solidarietà, l’associazione; principii, che più e meglio della
lotta conferivano all’incremento della tribù stessa col progresso
dei suoi membri. La lotta era solo il rapporto naturale ed ordinario
colle tribù vicine. Ma come nasceva e sviluppavasi l’intelligenza, si
conoscevano meglio le ultime, e scorgendosi negli uomini delle medesime
attributi identici a quelli della propria tribù, si rendeva possibile
la sostituzione delle relazioni pacifiche alle guerresche. L’esperienza
ne faceva apprezzare i grandi vantaggi e faceva crescere ed allargare
successivamente ed a circoli concentrici il concetto di _umanità_, che
oggi arriva nei popoli più civili a proteggere gli stessi animali, che
stanno in contatto più diretto e più continuo cogli uomini.
Laonde con ragione il Kropotkine con numerosi dati biologici e sociali
e coll’autorità del darvinista Kessler argomentava che gli esseri più
adatti a sopravvivere ed a trionfare, erano per lo appunto quelli
che più si ajutano tra loro; essi raggiungono il più alto grado
d’intelligenza e il più grande sviluppo dell’organizzazione.[55]
Dal contesto di questa breve discussione, sembrami che risulti
all’evidenza come la sostituzione dell’altruismo all’egoismo, della
cooperazione e della solidarietà alla lotta per la esistenza nel senso
rigoroso di lotta endo ed inter-sociale, sia graduale, evolutiva nel
_tempo_, nello _spazio_ e nella _intensità_. Il valore del socialismo
verrebbe infirmato da tale circostanza, soltanto nel caso in cui quelli
che lo preconizzano e lo sostengono affermassero che la sostituzione
va a verificarsi in un tempo più o meno prossimo di un colpo e con la
eliminazione assoluta di ogni antagonistico principio. Ciò che non è,
perchè il socialismo scientifico è evoluzionista, ed evoluzionista
nel senso vero e genuino. Il socialismo scientifico crede quindi nel
continuo _divenire_ degli ordinamenti intravvisti e preconizzati, e
crede soltanto che quanto più socialistica diviene l’organizzazione
dell’umanità, tanto più perde e si attenua l’azione della darwiniana
lotta per la esistenza fra gli uomini.[56]
12. I pareri d’illustri scrittori giovano a scopo polemico; ma i
fatti sono più opportuni ad eliminare i dubbi in chi cerca soltanto
la verità; i fatti valgono per tutti, mentre l’autorità di Spencer
e di Darwin vale soltanto per coloro che giurano sulla parola di
tali maestri. Ora che quello designato e non diverso sia il processo
evolutivo dell’umanità (non ostante tutte le deviazioni o regressi
parziali, che trovano spiegazione nella teoria spenceriana del ritmo
e nella darwiniana legge dell’atavismo), la storia della morale,
della economia e degli altri fenomeni sociali serve a dimostrarlo. Ai
socialisti poi poco importa, ad esempio, che i progressi morali siano
derivati da un calcolo utilitario, dalla convenienza nell’adottarli
messa in luce dal progresso intellettuale (_Buckle_); a loro basta che
quei progressi esistano realmente e che vengano _fissati_ nella specie
per mezzo dell’eredità.
L’argomento è suscettibile di uno svolgimento lunghissimo, e qui per
non alterare l’economia del lavoro, non si può che accennarlo appena,
ed accennare soltanto ad alcuni dei suoi lati.
La storia della guerra è la più adatta a dimostrare che la lotta per la
esistenza va cessando ed attenuandosi; e ciò in rapporto allo spazio,
al tempo ed alla intensità.
Guardando alle razze inferiori, le testimonianze vengono in appoggio
dalla parte meno sospetta. In tutti i libri dello Spencer, per citare
il sociologo più illustre e più noto, sono riportati numerosi casi di
tribù, che hanno raggiunto un alto grado di moralità, con predominio
dell’altruismo, e che rifuggono perciò dalle _guerre_, dalle _offese_ e
dalle _violenze_; (_Bodos, Dhimals_ dell’India, _Púeblos_ dell’America
del Nord, _Alfoourous_ ec.) e tutti questi casi dimostrano che quando
e dove le circostanze favorevoli lo hanno consentito, è cessata quasi
interamente la forma più caratteristica della lotta per l’esistenza.
Ora quanto è avvenuto per solo moto spontaneo, o almeno con pochissima
coscienza, presso alcune delle tribù che vengono considerate come
selvagge, non potrà in seguito avverarsi tra gli altri popoli _civili_?
Col progresso non verranno determinandosi queste condizioni favorevoli,
che eliminano la lotta nelle sue varie forme?
Gli apologisti della guerra, _incarnazione purissima della lotta per
la esistenza_, dal fatto che le tribù _moralizzate e pacifiche_ sono
rimaste in un basso grado di cultura e di sviluppo intellettuale,
non mancarono di rilevare l’_utilità_ della guerra, che dicono causa
diretta di progresso — tanto che le tribù pacifiche si sono fermate ad
un certo punto, che non sanno oltrepassare, perchè sono sottratte allo
stimolo efficacissimo della lotta.[57] Ed allora perchè tante altre
tribù che vivono esclusivamente nella lotta e nella guerra, e che si
può dire ne abbiano fatto lo _scopo_ della vita, non hanno raggiunto
nemmeno quel grado di moralità e di civiltà delle tribù pacifiche e che
pur sono in via di scomparire? perchè non si è incivilita quell’Africa
tenebrosa, ch’è la quintessenza dell’individualismo, della lotta per
la esistenza e della guerra? Coloro che credono nelle fondamentali
distinzioni di razza possono rispondere che queste tribù per l’intima
loro natura non potevano andare più oltre; possono aggiungere che se
alcune tribù dallo sviluppo intellettuale poco elevato, si sottrassero
alla lotta e divennero pacifiche, prima delle razze superiori, ciò
si deve attribuire alla nota legge, secondo la quale gli organismi
inferiori hanno vita più breve degli altri e più rapidamente
raggiungono il massimo punto di sviluppo di cui sono capaci. (_Baer_)
Ad ogni modo è certo che il corso degli avvenimenti, che presentano
le cosidette razze superiori, le mostra incamminate verso la pace
accompagnata da un maggiore progresso intellettuale. Nè con ciò si nega
che la guerra nei primi momenti della esistenza delle società umane sia
stata utile e necessaria; si afferma soltanto che _oggi_ è divenuta
perniciosissima a loro, come i tanti altri istituti che subirono
analoga vicenda.[58]
Intanto per una delle strane contraddizioni, ricorrenti nella storia,
non sono soltanto i filantropi sentimentalisti che predicano contro
la guerra, ma le tristi sue conseguenze con copia grandissima di
fatti e di argomenti vengono messe in chiaro dagli economisti: dagli
economisti, che tuonano contro la forma brutale della _lotta_ e
inneggiano in favore della forma più mite in apparenza, ma non meno
esiziale in sostanza, qual è la _concorrenza_ economica.[59]
Gli economisti in questo caso traducono in cifre le induzioni e le
risultanze della sociologia. In nome della quale lo Spencer dichiara
che la lotta intersociale per la esistenza già non serve più al bene
delle società e che le forze acquistate nella guerra sono applicabili
ad altre funzioni sociali con maggiore utilità e cooperando più
efficacemente alla evoluzione progressiva. E lo Spencer pone studio
grandissimo nel convincere il lettore che l’industrialismo, la
cooperazione volontaria, l’altruismo, lo spirito pacifico procedono
parallelamente tra loro e in ragion diretta del cammino della civiltà
ed inversa della organizzazione militare e della sua funzione, la
guerra. Di conseguenza, a modello di nazioni più avanzate, cita sempre
gli Stati Uniti di America e l’Inghilterra, come le nazioni presso le
quali esercita meno influenza lo spirito bellicoso.[60] Il suo ritorno
offensivo segna un vero regresso, un fenomeno di atavismo. Il quale è
facile a presentarsi, perchè gli istinti della lotta esercitati con
tanta intensità dagli uomini e fissati nella specie colla trasmissione
ereditaria attraverso ad una serie lunghissima di generazioni, non
possono di un tratto essere cancellati e venire sostituiti da altri,
che stanno in antitesi perfetta coi primi.
La guerra poi _oggi_ manca al suo scopo primitivo; non serve più a
conservare e fare sviluppare i più forti, i meglio organizzati; ma
favorisce la conservazione e la propagazione dei più deboli, che sono
i _soli_, che non vanno alla guerra, e perciò non vengono uccisi; la
guerra sopratutto, non rende più quello che costa e i vincitori non vi
trovano la convenienza economica, che in altri tempi vi trovarono. La
guerra adunque, strumento efficace di selezione progressiva, quando
_tutti_ vi partecipavano e ne subivano le conseguenze, conduce in
un secondo momento alla degenerazione della specie, sacrificando i
più forti (_Spencer_); e la guerra ch’era un mezzo per arricchire
rapidamente a danno dei vinti oggi impoverisce i vincitori.[61]
Col grande filosofo inglese, il quale in ciò ha seguito il Comte,
convengono gli altri sociologi e naturalisti, che hanno accettato
l’insieme delle dottrine darwiniane, quali lo Schäffle, il Lubbock,
il Bagehot, etc. Il D’Assier, riflette, che il _delitto_ fra gli
uomini, la _guerra_ fra i popoli rappresentano le catene che l’umanità
dovrebbe trascinare eternamente, se le idee morali di _solidarietà_ e
di giustizia che formano una delle caratteristiche della nostra specie,
non venissero a fare contrappeso agli istinti dell’animalità e a
tracciare una linea di separazione insormontabile tra l’uomo e il resto
del mondo organico.[62]
La guerra oggi non è più considerata come una manifestazione della
lotta per la esistenza nel miglior senso darviniano cioè quale mezzo
per favorire la più vantaggiosa _selezione_ dell’umanità, ma vi si
può scorgere la _lotta contro l’esistenza di tutti_, una lotta contro
la stessa esistenza del vincitore — la Francia del primo impero e
la Germania odierna informino! La guerra genera il _militarismo_,
il cancro roditore della società contemporanea; essa perciò viene
condannata con ammirevole concordia in nome della economia, della
morale, della civiltà.
A coloro, poi, che nella guerra scorgono una ginnastica utile per
iscuotere e rinvigorire le nazioni da molto tempo ha domandato
l’Herbart: e allora perchè questa ginnastica, per rendersi più sicura
e più benefica, non si continua a praticare fra le provincie di uno
stesso Stato, ed anzi fra le famiglie di una stessa città?[63]
13. Proclamare la _convenienza_ della cessazione della guerra non
equivale però a dimostrare, che la guerra realmente vada cessando; su
questo occorre più che la semplice enunciazione di un _pio desiderio_.
Fortunatamente i _fatti_ vengono in appoggio dell’utopia, e, non
ostante le moderne guerre gigantesche, legittimano pel futuro le
induzioni in favore della pace. Un giudice competente e non sospetto,
un militare eminente e darwinista entusiasta qual è il generale Nicola
Marselli convinto della bontà delle ragioni, che sconsigliano la guerra
e dalla evidenza dei fatti, che ne comprovano la graduale cessazione,
conclude _che la civiltà svolgendosi nel senso dell’umanità,
restringe il campo dell’azione distruttiva_ — guerra — _la quale
dapprima travolgeva nel suo corso tutte le umane cose_. Il militare
di professione in questa guisa si accordò col filosofo, che esclama:
_amare e guerreggiare o altrimenti generare ed uccidere quanto più si
può, tale è la vita degli uomini primitivi; produrre e consumare quanto
più si può ecco la vita dei civilizzati_ (Tarde).[64]
L’esattezza di tale ragionamento sorge dall’osservazione delle
relazioni tra gli uomini nello stato primitivo e nel periodo storico
di apparente _ricorso_, dopo che le invasioni barbariche arrestarono e
deviarono lo sviluppo della civiltà latina.
In allora la guerra tra _privati_ era legittima; e tale quasi si
riguarda tuttora in pieno secolo XIX e in Europa tra i Montenegrini ed
altre tribù, che abitano nei Balcani e che si trovano in uno stadio di
civiltà poco avanzata.
Indi la guerra tra _privati_ fu guardata con orrore e punita come
_reato_ rimanendo in vigore da principio quelle inter-comunali, poscia
le inter-regionali ed in ultimo le sole guerre internazionali.[65]
Oggi per somma ventura ne siamo a questo: che le guerre internazionali
destano raccapriccio nella grandissima maggioranza degli uomini, e
non si va troppo oltre asserendo che, non è molto lontano il tempo in
cui esse saranno punite da qualche tribunale supremo ed evitate dalle
sentenze arbitrali.[66] Il numero delle quali cresce sempre in diretto
rapporto coll’incremento dello studio del diritto internazionale
pubblico e privato.
Vi è pur di sicuro che, da oltre mezzo secolo alcune nazioni, che
per lo innanzi trovaronsi in istato all’incirca di guerra perpetua
tra loro, attualmente vivono nelle più intime relazioni pacifiche
e rifuggono ostinatamente, e lodevolmente, dal romperle: servano
ad esempio le relazioni reciproche tra Francia, Svizzera, Spagna,
Inghilterra etc. Questo è un terreno con molta probabilità stabilmente
guadagnato per la pace.
Ciò pel tempo e per lo spazio. Relativamente alla intensità altri
indizi ne comprovano la diminuizione e fan fede della decadenza dello
spirito guerresco. Tale decadenza il Buckle la vide giustamente nella
limitazione delle persone, che si dànno alla guerra, divenuta, non
più occupazione ordinaria e in certo modo gradita, ma il fardello e
l’obbligo più pesante che lo Stato impone ai cittadini.[67]
Parimenti, le conseguenze dirette ed immediate della guerra colpiscono
un minor numero d’individui; gl’inermi, gl’impotenti, i non
combattenti, almeno tra popoli civili, vengono risparmiati. Una città
presa di assalto che venisse rasa al suolo, e gli abitanti della quale
fossero passati a fil di spada, in Europa, oggidì sarebbe tale enorme e
mostruoso anacronismo, che può giudicarsi inconcepibile. Al contrario
anche tra i combattenti ormai cessa la lotta, non appena vengono posti
nella impossibilità di nuocere. E la guerra stessa così, nella sua
intima essenza va subendo delle trasformazioni in senso umanitario e
viene sottoposta a leggi, che la rendono meno atroce.[68]
L’evidenza dei fatti e la chiarezza delle conseguenze sono tali che il
maggiore sociologo pessimista contemporaneo, che della lotta e della
sua perpetuità ha fatto il caposaldo del suo sistema è stato costretto
a riconoscere che il _singenismo_, forma primitiva di altruismo o
egoismo collettivo dei gruppi non solo rende solidali gli uomini del
gruppo proprio, ma gradatamente assimila e fonde i gruppi primitivi in
popoli, stati, nazioni. Il _singenismo_ tende sempre più ad allargare
la sua sfera di azione fondendo ed assimilando tribù e gruppi minori in
gruppi maggiori; e perciò è innegabile e deve ammettersi una _tendenza_
che escluda l’eternità della lotta.
Il Gumplowicz, che vede la forza che viene da questa riconosciuta
tendenza, all’obbiezione contro la propria teoria si chiede: la fusione
tra le razze è a tal punto, che può parlarsi di un avvenire in cui
non vi sarà, che una sola razza ed una sola coltura in Europa? E si
conforta rispondendo, che siamo ancora lontani da quel giorno.[69]
Siamo lontani, è vero; ma ciò che non è ancora _diviene_ ed oggi se
pare arrischiato il parlare di _pace perpetua_, si giudicherà più
utopistico l’affermare la _guerra perpetua_.
14. Quanto è avvenuto della guerra, la forma più genuina della lotta
per la esistenza, si va verificando delle altre forme derivate, e che
dalle conseguenze meno dirette e meno sensibili, vennero giudicate più
miti. Serva ad esempio la _concorrenza economica_, la cui sostituzione
alla _guerra_ segnerebbe sempre progresso per quanto la _concorrenza_
sia più prosaica e più antipatica della _guerra_. (_Tarde_)[70].
Per quanto riguarda gli Stati e le collettività va notato in sulle
prime che, il cammino seguito dalla concorrenza economica presenta
analogia grandissima con quello della guerra, che successivamente e
gradualmente scomparve tra privati, tra comuni, tra regioni. Invero,
fu tempo in cui ogni comune sovranamente innalzava le sue barriere
insormontabili, stabiliva le sue dogane. Queste barriere, queste dogane
man mano si portarono ai confini delle provincie, delle regioni, degli
stati.[71] Di tal che, qualunque sia il momentaneo rincrudire del
_protezionismo_, si può giudicare, che le dogane, come le guerre, sono
destinate a scomparire tra gli stati civili; e chiunque ha attraversato
la Manica o il Gottardo, oggi sa per esperienza propria, quanto sia il
progresso compiuto in questo senso.
Di rimando si obbietta, che la lotta endo-sociale, la vera concorrenza
economica tra produttori, invece di attenuarsi, si accentua, si estende
e diviene _mondiale_. Di vero in ciò non vi ha, che quanto concerne la
_estensione_; ma questa non arresta l’attenuazione intima, che si fa
maggiore anzi con meccanismo identico a quello, che fece sospendere
prima e rimuovere definitivamente in seguito, le guerre tra privati,
o quelle intercomunali e interregionali. L’egoismo stesso, il calcolo
utilitario in questo come negli altri casi riesce a stabilire la
solidarietà. L’estensione era necessaria per fare sorgere, dove non
esistevano, i legami dell’associazione e della mutualità fra membri di
una società che trovansi fra loro in più continuo ed intimo contatto.
La _concorrenza_ ha in se stessa il germe che la distrurrà, perchè è
intimamente connessa alla _convivenza_ tra concittadini, tra colleghi,
tra compatrioti; e la convivenza «se la civiltà non è un vano nome
produce l’addolcimento dei frutti selvatici del cuore e versa nella
competizione degli interessi un olio di bontà, che li tempera, attenua
i loro attriti, sopprime il _votum mortis_ e riduce il loro conflitto
senza fiele nè odio a non essere più che una emulazione generosa, una
corsa nella quale i corridori sono sempre pronti ad arrestarsi per
soccorrere i loro rivali feriti.»[72]
Un primo e rilevante benefizio della estensione presa dalla concorrenza
si deve scorgere in un avvenimento sin ora non tenuto nella dovuta
considerazione; nella apparizione nel dominio della Storia di una
_associazione internazionale dei lavoratori_. La concorrenza mondiale
ha fatto accorti i proletari, che, la loro condizione relativamente
è uguale dappertutto, che i loro interessi sono solidali e che essi
devono unirsi e non servire come strumenti di lotta a benefizio
di pochi. L’_associazione internazionale dei lavoratori_ fu una
meteora, sanguinosa anche se vuolsi, ma portava in seno un germe,
che col tempo mostrerà tutta la sua efficienza. Questo principio
grandissimo di solidarietà sparso tra i lavoratori di tutti i paesi,
comincia di già a dare i suoi frutti; così mentre vediamo diminuire
la concorrenza del lavoro per sentimento di solidarietà tra gli
operai delle nazioni civili, vediamo, da un altro lato, proposto
prima dalla Svizzera e poscia dall’Imperatore di Germania e discusso
dai rappresentanti ufficiali degli Stati europei il progetto di una
_Legislazione internazionale del lavoro_.[73] E ciò che si discute
sta per _divenire_. L’_internazionale dei lavoratori_, che costrinse
i governi ai primi tentativi di legislazione sociale e indicò loro la
via da seguire, del resto è filiata direttamente dall’_internazionale
capitalistica_, dal cosmopolitismo finanziario, il primo a proclamare
non solo, ma a realizzare l’abolizione dei confini tra paese e paese.
La lotta economica divenuta mondiale, fa cessare successivamente la
concorrenza tra i membri di un comune, tra i comuni, tra più regioni,
e spinge ad associarsi e riunirsi uomini e capitali, forze di ogni
sorta, per resistere più facilmente ai concorrenti nelle industrie
e nell’agricoltura. I sindacati, i _trusts_, sorgono dalla stessa
_concorrenza_ e vanno a creare _monopoli_, attualmente a benefizio
di privati capitalisti, ma fatalmente preparatori di socializzazione
futura nella produzione e nella distribuzione della ricchezza. In tal
guisa la solidarietà prendendo le mosse dall’utilitarismo allarga
sempre più i suoi confini, man mano che crescono e vengono avvertiti
i vantaggi, che ne derivano. In siffatto modo si propone già da
ministri delle primarie potenze (il Goluchowski), contro la concorrenza
americana, lo _Zollverein_ europeo, ideato più di cinquant’anni
or sono dal De Molinari. E prima che la concorrenza asiatica si
esplicasse pienamente, anzi appena accennata, il generale Marselli
molti anni or sono voleva veder riunite tutte le stirpi ariane per
tener testa alle razze touraniche[74]; mentre ora già si dimostra con
copia di argomenti, per quanto intinti di soverchio ottimismo, che la
concorrenza asiatica è uno spauracchio e che i rapporti e gli scambi
cresciuti tra l’Oriente e l’Occidente serviranno a stringere i legami
di solidarietà tra i popoli ed a costituire, colla nuova fase economica
che si delinea, il mercato mondiale a benefizio dell’umanità tutta.[75].
E cade in acconcio qui di rilevare, che la Economia politica colla
bene dimostrata utilità della _divisione del lavoro_, ha contribuito
efficacemente ad affermare i vantaggi della _solidarietà_ tra i popoli.
Tutto il mondo credeva altra volta, che gl’interessi dei popoli erano
opposti e il senso romano della parola _hostis_ in fondo sembrava
giusto: lo straniero era il nemico. «Il profitto dell’uno è il danno
dell’altro» diceva Montaigne. Anche al 18º secolo Voltaire lamentava,
che non si potesse desiderare la felicità della propria patria,
senza desiderare nello stesso tempo, il male degli altri popoli. Gli
economisti sono venuti a dimostrare la falsità di questa idea. Essi han
fatto vedere, che i popoli sono solidali e i loro interessi armonici.
Ogni paese deve desiderare di essere circondato da vicini prosperi
e ricchi, perchè questi vicini si disputeranno i suoi prodotti ad
alto prezzo, e così l’arricchiranno. Ruinate gli altri popoli e voi
distruggete i vostri sbocchi e portate un colpo funesto alla vostra
propria industria.[76] A misura che i mezzi di comunicazione divengono
più numerosi e più rapidi, il commercio stabilisce tra le nazioni delle
relazioni più intime. L’universo intero diviene un immenso opifizio
dove in seguito alla divisione naturale del lavoro, ogni popolo si
applica a fare quella cosa, a cui le sue attitudini o le risorse del
suo territorio lo predispongono, e produce così non per lui solo, ma
per gli altri popoli, che gli dànno in cambio ciò, che essi hanno
raccolto e fabbricato dal loro lato. _Lo scambio internazionale
conduce alla dipendenza internazionale, d’onde risulta la solidarietà
universale_. (_De Lavelage_); s’internazionalizzano le tre maggiori
forze sociali, che si conoscano: il capitale, il lavoro, la scienza.
(_Arnould_)[77].
Le conseguenze della divisione del lavoro sono ancora più gravi ed
importanti di quelle accennate testè. La divisione del lavoro ha
trasformato colla sua azione normale le condizioni della vita umana e
contribuito in un certo senso a livellare le ineguaglianze naturali,
imponendo a tutti, _anche ai forti_, una dipendenza reciproca; chè oggi
non vi è persona capace di bastare a se stessa, disdegnando il concorso
dei suoi simili. Per la soddisfazione del minimo dei nostri bisogni, si
devono evocare e mettere in giuoco una folla di attività irradiantisi
e concatenate, che tutte si chiamano tra loro, si rendono necessarie,
si penetrano in una mutua permeabilità e in modo tale, che si può dire
che ciascuno ha bisogno di tutti e tutti di ciascuno. _L’isolamento è
divenuto impossibile e la solidarietà fatale_.[78].
La mutua dipendenza e la solidarietà che derivano dalla divisione del
lavoro, confermano inoltre la legge generale della evoluzione; la quale
si attua col passaggio da una forma incoerente ad una più coerente, da
uno stato diffuso ad uno più concentrato, e secondo la quale, a misura
che cresce la concentrazione delle parti, _aumenta la loro reciproca
dipendenza_. (_Spencer_). Questo per coloro che nei libri del grande
filosofo inglese vedono la Bibbia moderna, nella quale deve cercarsi
ogni verità.
Del costante progredire della solidarietà si ha un’altra significante
manifestazione nella crescente regolare organizzazione _internazionale_
dei servigi e delle istituzioni, che conferiscono all’incremento del
benessere sociale: — diritto pubblico e privato, diritto civile e
penale, pesi, misure, monete, poste, telegrafi, navigazione, ferrovie,
estradizione, servizio sanitario, proprietà letteraria, etc. etc.
tutto viene internazionalmente organizzato e regolato. E questa
progrediente _internazionalizzazione_ dei fenomeni della vita sociale,
da parte dei governi, viene alla sua volta determinata o accelerata
dalla febbre dei viaggi e degli scambi, che invade dappertutto i
privati. In siffatta guisa lo Stato e gli individui concorrono in
varia misura e con mezzi diversi al conseguimento di un alto ideale:
internazionalizzano gl’istituti, i rapporti, i sentimenti; aumentano la
contrattualizzazione degli organismi sociali; sostituiscono sempre più
la razionalità all’istinto e contribuiscono a costituire gradatamente
quel vero superorganismo sociale, che deve riuscire all’umanità, che
sinora è stata una vera astrazione degli ideologi e degli utopisti e
che domani sarà una realtà.[79]
Intanto rimangono smentiti solennemente quei pessimisti, che predicano
un rinvigorimento della lotta, sotto tutte le sue forme, come effetto
immancabile dell’aumento dei rapporti tra popoli e individui, perchè in
ogni nuovo rapporto che si stabilisce scorgono per lo appunto un nuovo
_motivo_ di guerra. Bene osserva il Walker, che se la frequenza delle
guerre dovesse corrispondere alla frequenza ed intimità delle relazioni
endo-sociali ed internazionali, in Europa e in tutto il mondo civile
non si potrebbe più chiudere per un sol giorno il tempio di Giano.[80]
L’aumento dei _motivi_ di lotta essendo però reale e innegabile, se
viene accompagnato da una diminuzione degli _effetti_, che se ne
potevano attendere, serve come eloquente ed efficace riprova dei
progressi dell’altruismo, manifestantesi collo allontanamento delle
guerre e colla internazionalizzazione di servizii e di istituzioni
che servono al benessere sociale. In pari modo rimane assodato,
che l’altruismo rimane generato e consolidato, divenendo istinto
della specie, dalla percezione dei vantaggi, che si ricavano
dall’associazione e dalla solidarietà. Tutte le interruzioni, che
subisce il regolare sviluppo del senso morale e della cooperazione al
conseguimento dell’utile collettivo non rappresentano, che reversioni
atavistiche: fenomeni innegabili, sebbene non ancora bene determinati
nei loro momenti causali. La logica e l’esperienza ci affidano però,
che col tempo fissandosi meglio i nuovi istinti sociali, la reversione
atavistica si farà più rara, e ad ogni nuova ripresentazione si potrà
constatare quanto si è attenuata la forma primitiva della _lotta per la
esistenza_.
15. Questo rapido accenno al crescente processo
d’internazionalizzazione, che significa l’attenuazione e la
trasformazione continua della lotta per la esistenza dev’essere
completato con una parola sullo stesso processo dal punto di vista del
patriottismo.
Per molti anni, e specialmente in quelli che seguirono da vicino alla
_Comune_ di Parigi, quando si voleva discreditare o rendere odioso
chi professava le dottrine del Socialismo lo si designava col titolo
di _Internazionalista_; e contro l’_Internazionale dei lavoratori_
sorta per opera di Marx furono in voga molti libri ed opuscoli. Non
è qui il luogo di discutere la importanza storica e le benemerenze
dell’_associazione internazionale_; basta rilevare che ciò che da
principio costituiva una stigmata disonorevole, oggi, sbollite le ire e
tornata un pò di calma, che è la prima condizione dei giudizi equanimi,
diventa un titolo di onore; e questo non per il solo motivo della
priorità dell’idea e del sentimento, che vi corrisponde e dei tentativi
di organizzazione per tradurla in fatto.
Uno scrittore, il Rae, che ha consacrato un libro dei meno astiosi
e dei meglio fatti per combattere il socialismo, è stato tra i più
onesti nel constatare che il concetto di una _internazionale_ non è di
origine moderna e che la reazione contro il concetto di _patria_ non è
cominciata col socialismo contemporaneo. Il patriottismo fu condannato
dai grandi scrittori, che fecero rivivere la letteratura tedesca verso
il principio di questo secolo; Lessing, Herder, Wieland, Goethe (e
Kant?) lo discreditarono. Essi lo riguardavano come una virtù gretta
ormai fuori d’uso, utile forse nei tempi rozzi, ma ora di ostacolo al
progresso razionale: la virtù moderna era per essi l’umanità, la cui
idea era venuta fuori appunto nel tempo loro, come una nuova potenza.
«Non vi sono più potenze in Europa, dice Heine, ma solamente
partiti. Qualunque partito, che si fonda su di un principio e sopra
interessi generali ben definiti, può in qualunque tempo diventare
_internazionale_ e può sembrare anche antipatriottico.» I protestanti
di Francia nel secolo XVI cercarono l’aiuto dell’Inghilterra e i
Giacobiti inglesi nel secolo XVIII cercarono l’aiuto dell’Inghilterra.
La _Santa Alleanza_ fu una vera Internazionale[81].
Così è: l’internazionale rossa sul terreno della pratica e nel campo
ideale fu preceduta dall’internazionale nera e dall’internazionale
gialla. I principii reazionari, con tinta religiosa; quelli del
capitalismo — che qualche volta possono assumere vernice patriottica
come nei prestiti dei banchieri francesi alla Russia — hanno
determinato la solidarietà nel pensiero e nell’azione tra coloro, che
avevano gli stessi interessi, al di là dei confini della patria. Perchè
non dovevano invocare una organizzazione internazionale i lavoratori,
ai cui danni quasi sempre si svolsero l’internazionale nera e la
_gialla_, delle quali pagarono sempre le spese?
Per bene intendere il movimento internazionale forse gioverebbe
definire esattamente ciò ch’è _nazione_ e meglio ancora ciò ch’è lo
_Stato_ moderno: questa discussione esorbiterebbe dei confini di questo
libro, pel cui assunto basta ricordare che nè la stirpe o razza, nè
la lingua, nè la religione bastano per caratterizzare la _nazione_.
L’attaccamento degli alsaziani — tedeschi per le origini, per la lingua
e per la religione — alle altre regioni che nell’insieme costituiscono
la Francia; l’esistenza della Svizzera, dell’Impero Austriaco, degli
Stati Uniti del Nord-America etc. sono la negazione completa della
unilateralità dei criteri coi quali si vorrebbe designare la nazione
o lo Stato e vanno sempre più e meglio a corroborare l’influenza
dell’elemento sentimentale e della contrattualità[82]. E gli Stati
a molteplici elementi ben distinti nella razza, nella lingua,
nella religione, nella coltura etc. quali la Svizzera e l’Impero
Austro-Ungarico e la stessa Russia fanno intendere quello che potrà
essere l’Europa, in un avvenire non molto remoto sotto l’influsso
della libertà e del progresso come avviamento verso l’umanità; verso
la realizzazione della grande utopia.[83] Quante cause di conflitto
non verranno eliminate, quante forze non verranno volte ad uso
migliore, quante sofferenze non verranno risparmiate all’umanità colla
costituzione di un grande organismo internazionale!
Quali che siano stati gli elementi, che contribuirono a formare
le nazioni certo è che il sentimento nazionale e il concetto di
patria oggi decadono o meglio si trasformano e non si dirà che sia
l’internazionale dei lavoratori, che ispira gli scritti di un Nietzsche
così terribilmente ironici contro lo _chauvinisme_ tedesco; del Du
Bois-Reymond che considera anticivile lo spirito pugnace dei primati
nazionali; di Leone Tolstoi, che in odio alla guerra e alla violenza
predica la rassegnazione contro la tirannide, e l’antipatriottismo
con una eloquenza calda e mistica, ch’è riuscita sino ad infiammare
delle collettività che della sua teoria hanno formato una setta
religiosa.[84] Tutte le trasformazioni economiche, tutto lo sviluppo
del sentimento morale di cui si disse nei precedenti paragrafi e
tutto il movimento scientifico e letterario cooperarono alla genesi
di siffatto movimento; ma più che altro vi contribuirono gli errori
e le colpe dello stesso patriottismo, le esagerazioni disastrose
dello stesso sentimento nazionale. L’internazionalismo si giova del
sentimento di patria, che è degenerato in una mal dissimulata ambizione
di ciascun popolo a prepotere sugli altri; che fa risorgere odii
vivaci fra popoli e governi; che spinge a guerre spaventevoli — ultima
forma del cannibalismo — ed al militarismo dissanguatore a benefizio
di dinasti; che serve per soddisfare ambizioni sfrenate ed appetiti
volgari e disonesti di classi e d’individui, che, come gli sciacalli,
vivono e prosperano delle stragi umane.[85]
Ma è poi vero che il socialismo riesca alla negazione dello Stato
e della patria? Già non li negò il cristianesimo, il cui contenuto
essenzialmente mistico ed universale era il più adatto a fare ciò;
e non li nega — nel complesso ed astraendo dalle manifestazioni
individuali e dalle reazioni momentanee che vengono giustificate
dagli eccessi e dagli orrori del patriottismo — il socialismo, che
tante analogie presenta nel suo sviluppo e nelle sue finalità colla
religione, i cui attuali rappresentanti tanto si discostano dai primi
apostoli.
Il socialismo, passate le prime fatali aberrazioni, non nega la patria
e non nega lo Stato; aspira alla trasformazione del sentimento che
racchiudesi nella parola, che designa la prima e della organizzazione e
degli scopi del secondo.
Il socialismo contemporaneo essenzialmente evolutivo non può sperare
in un colpo di bacchetta magica, che faccia progredire ugualmente
lo svolgimento sociale su tutto il globo e perciò esso vagheggia —
e realizzerà — la costituzione di tanti Stati federali, nei quali i
singoli gruppi a condizioni diverse ed in diversa fase di evoluzione
conserveranno la loro autonomia rendendo quasi impossibili le guerre,
permettendo una difesa dello stato senza i pericoli e i danni del
militarismo,[86] coll’intento più di amministrare che di governare,
permettendo che si possa fare quella _politica sperimentale_
preconizzata e glorificata da un individualista — Leon Donnat — ma
che riuscirà il campo più adatto per tentare le più ardite riforme
sociali tra i gruppi più progrediti per farle imitare e adottare
successivamente da quelli, che lo sono meno.[87].
Tutto sommato l’internazionalismo non esclude le nazioni, come
le regioni e le provincie, le città e le famiglie non vennero
successivamente escluse ed annientate dalla fase successiva di sviluppo
dell’aggregato sociale. Sono tutti circoli concentrici, che non si
escludono, ma che si compenetrano reciprocamente ed hanno la loro
ragione di essere e di rimanere pur specializzandosene la funzione.
Il cosmopolitismo come ideale elevato di pensatori, come risultato di
tutto lo sviluppo economico contemporaneo e dei rapporti scientifici
e letterari è anteriore e al difuori del socialismo; ma è solo
merito della democrazia sociale sul campo dell’azione la protesta e
il tentativo in favore di una internazionale elevatissima, quale è
stata rapidamente delineata. Perciò rimarranno memorabili gli esempi:
di Liebknecht e Bebel, che in Germania davanti all’ubbriachezza
della vittoria protestarono vigorosamente contro l’annessione
della Alsazia-Lorena e la protesta scontarono serenamente nella
fortezza di Konigsberga; di Hyndman inglese che denunzia le infamie
dell’Inghilterra nell’India; dei socialisti di Vienna e di Praga,
che rinnegano gli eccessi anticzechi in Austria ed antitedeschi
in Boemia; della Federazione dei lavoratori, della _International
Working People’s Association_ e dei _Cavalieri del Lavoro_ negli Stati
Uniti, che affrontando il più radicato pregiudizio che infierisca
nella grande repubblica non vollero fare distinzioni tra bianchi
e negri.[88] Inchiniamoci reverenti dinanzi a questi campioni
dell’internazionalismo, che hanno saputo invocare il rispetto dei
diritti delle nazioni ed hanno preconizzato l’uguaglianza tra le varie
razze umane.
CAPITOLO IV.
ATTENUAZIONE DELLA CAUSA DELLA LOTTA. MALTHUS E IL PROBLEMA SOCIALE
16. Per confessione di Darwin, sappiamo che la prima idea dello
_struggle for life_, della lotta per la esistenza come legge generale
della natura, egli l’attinse nel famoso _Saggio sui principii di
popolazione_ di R. Malthus. Di maniera che chiunque conosce la storia
del malthusianismo comprende che esiste la _possibilità_ di rimuovere
la _causa_ della lotta.
Il pensiero di Malthus fu espresso chiaramente nella prima edizione
della sua opera nella forma seguente: «Un uomo che nasce in un mondo
di già _occupato_, quando la sua famiglia non può nutrirlo, nè la
società può adoperare il suo lavoro, non ha alcun dritto di esigere una
qualsiasi parte dei mezzi di sussistenza ed è realmente superfluo sulla
terra.»[89]
Al pastore inglese è rimasto il merito da un lato e l’odiosità
dall’altro di avere formulata la celebre teoria della popolazione,
ma in Italia prima di lui Botero, Beccaria, Ludovico Ricci avevano
riconosciuto il rapporto tra la popolazione e i mezzi di sussistenza
ed otto anni prima Giammaria Ortes in Murano pubblicava le sue
_riflessioni sulla popolazione delle nazioni per rapporto all’economia
nazionale_.[90]
Nella polemica coll’abate Raynal, il quale sosteneva _che l’uomo
ha innanzi a tutte le leggi sociali il diritto di vivere_, Malthus
mitigò la forma del suo principio, rispondendo che la quistione più
che _nel sapere se l’uomo ha il diritto di vivere, sta nel conoscere
se tutti lo possono_. E stabilì le sue celebri progressioni, e cioè
che la popolazione cresceva colla _progressione geometrica_ (come
1, 2, 4, 8, 16), mentre i mezzi di sussistenza crescevano colla
_progressione aritmetica_ (come 1, 2, 3, 4, 5). Il disquilibrio tra
gli uomini e i mezzi necessari per nutrirli sarebbe evidente, dato che
le due progressioni fossero vere; e se vere, dato, che gli uomini non
potessero modificarle.
Posta la questione in questi termini, ognuno vede e comprende che nulla
vi ha di spietato e di anti-umanitario nel principio di Malthus; e
che perciò, il pastore anglicano non meritava la fama, che per tanto
tempo lo ha accompagnato e le invettive di filantropi e socialisti, che
scagliandole mostrano di non avere elevata l’intelligenza, come hanno
buono il cuore.
E valga il vero, quale la colpa di Malthus, quale la immoralità sua
se egli non fece che _constatare_ un fatto esistente, doloroso sì, ma
che egli non aveva creato? Se in un determinato spazio di terreno si
possono ottenere tanti prodotti quanti bastano per alimentare _dieci_
persone, sorgerà fatalmente la _lotta_ se invece vi se ne trovano
accampati _venti_ o anche _quindici_! Ecco come dal malthusianismo
derivò logicamente la darwiniana lotta per la esistenza. Nella
sproporzione tra gli uomini e la sussistenza starebbe la ragione fatale
della contesa, aggravata e complicata sin da principio dalla lotta
sessuale.[91]
_Venti_ persone non possono che nutrirsi insufficientemente cogli
alimenti bastevoli per _dieci_. Se gli alimenti venissero distribuiti
in parti uguali e per lungo tempo, si avrebbe un’alimentazione
deficiente per tutti; d’onde il lento e rapido deperimento, la sicura
degenerazione di questa società rudimentale. Laonde la lotta fra i
_venti_, che permette la giusta alimentazione a _dieci_ a danno degli
altri _dieci_, non rappresenterà che il _male minore_, perciò sempre
preferibile, perchè invece di condurre alla distruzione _totale_
di quel primo aggregato di uomini, consente la vita a quanti ve la
_possono_ condurre.
In questa lotta la _vittoria_ naturalmente sarà degli uomini meglio
dotati e più forti, fisicamente e intellettualmente; per conseguenza
essa sarà benefica e civilizzatrice nei suoi ultimi risultati,
inquantochè agevolerà la _selezione progressiva_ della specie umana.
Questa la base, che a prima vista sembra granitica, del darvinismo
sociale. Tra Malthus e Darwin, però, sussiste una profonda differenza
sulla interpetrazione del fatto ammesso; mentre Malthus vede
nell’incremento della popolazione la causa della miseria e dei mali
sociali, Darwin vi scorge la causa della lotta benefica perchè conduce
alla selezione progressiva per mezzo del trionfo dei migliori.[92]
Ma gli uomini, che si trovano in numero maggiore ai mezzi di
sussistenza in un dato territorio e vi costituiscono l’eccesso di
popolazione, la _sopra-popolazione_, per naturale ripugnanza a
distruggersi reciprocamente tra loro, per la elementare simpatia che
li collega, non ricorrono alla lotta e alla distruzione, se non quando
la estrema necessità e l’istinto supremo della propria conservazione
ve li spinge. Prima di ricorrervi esplorano se vi siano altri terreni,
nei quali si trovino i necessari mezzi di sussistenza per tutti, e si
sforzano affinchè quello posseduto dia la massima quantità possibile di
prodotti.
Egli è così, che in origine la sopra-popolazione ha dato luogo
al fenomeno della _rendita_ ed è stata la causa prossima del
progresso.[93] Anzi: è la fecondità della donna che ha fatto la storia
universale![94] Ha prodotto la diffusione della razza; ha forzato
gli uomini ad abbandonare le abitudini di rapina per l’agricoltura;
li ha costretti alla cooperazione e alla vita sociale, ed ha fatto
sviluppare i primi sentimenti altruistici. Ma se l’eccesso di fecondità
ha reso inevitabile il progresso della civilizzazione quando la
_produttività_ del terreno ha raggiunto il suo _limite_ estremo, sarà
un altro progresso di civilizzazione il diminuire la fecondità e
distrarre la sopra-popolazione, che rende inevitabile la lotta tra gli
uomini.[95] In questa guisa la _legge di popolazione_, come la guerra,
conformandosi alla legge generale di evoluzione, si rivela con azione
diversa e con differenti risultati, secondo il momento e il luogo in
cui agisce. Questo stimolo per così dire meccanico al progresso, del
resto, poteva essere necessario quando lo sviluppo intellettuale era
scarso e lento; non più tardi, quando la fenomenologia sociale si
svolge più coscientemente, quando ogni progresso compiuto fa sentire
con maggiore ardore il desiderio di ulteriore progresso. E il fatto
che precisamente le classi più colte e più ricche, sono quelle che
meno prolificano e più vivo sentono il desiderio di migliorare la loro
condizione e di godere piaceri più numerosi e più raffinati, dimostra
all’evidenza la non necessità dello stimolo della soprapopolazione e
dà ragione a Stuart Mill, che considera come desiderabile uno stato
stazionario della popolazione in cui sia assicurato un _minimum_ di
benessere generale, che divenga condizione all’ulteriore sviluppo e
torto al Novicow, che vi scorge un elemento di conservatorismo dannoso
in contraddizione con quella benefica azione ch’egli attribuisce
all’_élite_ sociale, all’aristocrazia.[96]
E qui è il luogo di avvertire che l’eccesso di popolazione o
sopra-popolazione può essere _assoluta_ o _relativa_; la seconda alla
sua volta è _naturale_ o _artificiale_, determinata cioè dalle leggi
sociali. La distinzione importa stabilirla per la diversità dei rimedi
che possono guarirla.
Di sopra-popolazione _assoluta_ attualmente non è a parlarne; nè
l’ammise lo stesso Malthus. È facile intendere come e dove essa sia
_relativa_. Un paese in cui si vive di sola caccia è prestissimo
sopra-popolato. L’allevamento del bestiame, la pastorizia consente una
popolazione più spessa; e l’agricoltura un aumento ancora più rapido
di abitanti. Secondo Foissac, l’agricoltura sulla stessa superficie
permette di vivere a 20, 30 volte più di uomini, che l’allevamento del
bestiame; come questo può nutrirne 20 volte più che la caccia.[97]
Quindi un popolo, presso il quale domina un modo di produzione
inferiore, e che soffre già la sopra-popolazione può liberarsene, non
solo coll’arrestare la procreazione eccessiva, ma anche passando ad un
sistema di coltivazione superiore.
Se attualmente la coltura intensiva in un dato ambiente abbia raggiunto
il suo massimo sviluppo possibile e se questo sia stato seguito da un
proporzionato aumento di popolazione nessuno può dire, perchè nessuno
ora può prevedere di quale aumento sarà suscettibile la produzione
delle sostanze alimentari in seguito ai progressi della scienza. Ma è
certo che se la sopra-popolazione _assoluta_ fosse riconoscibile in un
punto si dovrebbe dirla nazionale e non mondiale. Infatti la Russia,
il Canadà, gli Stati Uniti, l’America Centrale e Meridionale, l’Asia
occidentale, l’Australia e gran parte dell’Africa sono ancora quasi
deserte. L’Alto bacino del Nilo potrebbe nutrire cinquanta milioni
d’individui; duecento il bacino del Zambese; altrettanto quello
dell’Orenoco; cento l’altro del Gapore; duecento nelle isole della
Sonda; novanta nel Turkestan; cento nella repubblica Argentina[98].
Perciò se gli uomini avessero modi e mezzi di spostarsi, di emigrare,
appena si trovano a disagio in un punto e potessero immediatamente
mettere in coltura le terre che non danno prodotti o li danno minimi,
si potrebbe assicurare che per parecchi secoli non si dovrebbe ancora
parlare di sopra-popolazione _assoluta_ nel mondo. Sì, riconosciamolo
onestamente e francamente con Henry George: non è che manca la terra
agli uomini attualmente, anche dove si avverte la soprapopolazione;
ma egli è che la terra è stata appoderata da pochi a danno di molti.
E questi pochi, spesso agli uomini hanno sostituito i montoni ed ai
montoni già in molti punti, come in Iscozia, hanno sostituito i parchi
per la caccia: dopo le crudeli evizioni i poveri _Krofters_ sono stati
sostituiti dai conigli e dalle pernici.[99].
17. Se non esiste la soprapopolazione _naturale_ e _assoluta_ non può
mettersi in dubbio quella _artificiale_ e _relativa_.
La sopra-popolazione artificiale è quella formata da _produttori_
e non può venir guarita colla limitazione dei matrimoni e della
fecondità, ma rimovendo le condizioni sociali che la determinano.
Una sopra-popolazione di _consumatori_ è naturale; essa può guarirsi
diminuendone il numero o aumentando i mezzi di sussistenza. La
sopra-popolazione _artificiale_ e _relativa_ è quella determinata
dalle istituzioni politiche e sociali[100]. La fame della Russia non
deriva dalla poca produzione della terra e molto meno ancora quella
che ha desolato più volte l’India e vi ha mietuto milioni e milioni
di vittime: l’avidità inglese, secondo Hyndman, sarebbe la vera
responsabile. Nè esagera il Martello sostenendo, che sinora tutti i
flagelli, che costituiscono il _freno positivo_ malthusiano — guerre,
carestie, delitti, epidemie etc. — non debbano attribuirsi alla
mancanza di _freno preventivo_, ma alle istituzioni, alla malvagità
degli uomini. Lo stesso Malthus lo riconosceva notando che la legge di
mortalità varia da un paese all’altro, da una all’altra provincia di
uno stesso paese, per contingenze che sta all’uomo di poter modificare.
Più chiaramente si avvertiranno quali sono i termini del problema
odierno quando si porrà mente alle preoccupazioni dei politici e di
alcuni economisti, che non respingono la teoria malthusiana, rispetto
alla sopraproduzione: preoccupazioni, che hanno dato veste e colorito
scientifico al protezionismo e alla politica coloniale.
Stando al parere di molti economisti ed ai lamenti di grandi
produttori agricoli ed industriali, oggi ci troviamo dinanzi
ad una _sopra-produzione_; vale a dire che nell’agricoltura e
nell’industria si produce di più di quel che si consuma. Ora
se vi è _sopra-produzione_ certamente non può esistere vera
_sopra-popolazione_; i due fatti si contraddicono e si elidono;
avvegnachè la seconda non derivi che da impossibilità di nutrire
convenientemente un dato numero di abitanti in un dato spazio di
terreno.
Epperò se si parla con insistenza della coesistenza dell’una e
dell’altra, egli è che in verità molti uomini consumano meno di quel
che dovrebbero normalmente; esiste una _sotto-consumazione_, come
esattamente la chiama il Wiede, che genera la _sopra-popolazione_
artificiale, prodotta dalla presente organizzazione e dalle cattive
leggi sociali, che impediscono ed alterano l’equa e proporzionata
distribuzione dei prodotti.
Naturalmente, sintanto che si fa motto di _sopra-produzione_, non
dovrebbe parlarsi di _necessità_, di _fatalità_ di lotta per la
esistenza, almeno nella sua forma primitiva e rude. I fatti perciò
autorizzano tutte le imprecazioni dei socialisti contro le vigenti
leggi sociali, contro la ingiusta distribuzione dei prodotti, che
determina _crisi_ e scioperi forzati per arrestare l’aumento dei
prodotti, che rimangono invenduti e inconsumati nei magazzini, mentre
gli operai, i quali li hanno prodotti, non ne hanno a sufficienza. Si
grida e si strepita contro la importazione della carne e dei cereali
americani e si domanda _protezione_ dai proprietari, e i contadini
producendone localmente per loro e per gli altri non possono averne
tanto da sfamarsi! Fatto innegabile, e che risulta chiarissimo quando
si guarda alla Germania, che senza essere la contrada la più fertile,
produce o può produrre sette ettolitri di frumento per abitante:
quanti basterebbero a nutrire il triplo dell’attuale popolazione.
La miseria dunque che spinge alla crescente emigrazione e la
_sopra-popolazione_ non sono che _artificiali_ e derivano dalle leggi e
dalla organizzazione sociale; ed apparisce chiaro che hanno ragione i
socialisti volendone la trasformazione, e che il torto sta dalla parte
degli economisti, che, _sic stantibus rebus_, proclamano la fatalità
della lotta.
La stridente contraddizione tra la _sopra-produzione_ e
_sotto-consumazione_, che prova essere la miseria attuale non un
prodotto naturale e fatale, ma dovuto alle istituzioni emerge chiaro
dalle domande che si poneva il direttore della statistica ufficiale
prussiana: «a che giova, diceva Engel, che nelle montagne di Sassonia
si lavorino delle calze per provvederne ogni negro dell’America del
Nord, quando la popolazione indigena e tutti gli stessi operai, che
fanno calze, ne vanno privi?»[101].
Perciò un economista onesto e indipendente riconosceva che oggi vi è
_sopra-produzione_ non relativamente ai bisogni umani, ma relativamente
alla capacità di compra dei membri, che compongono la nostra società
(_Gide_)[102].
Queste confessioni di economisti, che hanno grande valore perchè
fondate sulle osservazioni di fatto innegabili, costituiscono la
migliore giustificazione di coloro, che per il benessere sociale
vagheggiano una migliore distribuzione delle ricchezze e sono tali da
dovere indurre a minore orgoglio la scienza degli economisti.
Gli economisti che si dicono possessori privilegiati della scienza
e della verità, e che trattano d’alto in basso il socialismo, cui
rimproverano le dissonanze delle sue varie scuole, non si sono ancora
posti di accordo su di una quistione così vitale, come quella della
legge di popolazione, che tanti sicuri elementi offre per la soluzione;
come non lo sono del pari sull’altra delle _leggi naturali_ — delle
quali si dirà tra poco.
Essi non avvertono che ritenendo che l’umanità sia fatalmente
sottoposta alle _leggi naturali_ (quali se le creano taluni sfruttatori
dell’uomo, a loro uso e consumo), non si comprende come e perchè alcuni
economisti possano deplorare che la popolazione non si accresca,
con particolarità in Francia, colla desiderata rapidità[103]; ed
inversamente, come altri voglia frenato l’aumento della medesima per
arrestare i progressi del pauperismo e dare congrua soluzione alla
quistione sociale, secondo le vedute del più rigido ed esclusivo
malthusianismo.
Or come ci entra lo stato e più che questo la volontà umana nel lento
o nel rapido sviluppo della popolazione, se l’organismo sociale
è retto da _leggi indefettibili_, simili a quelle che regolano
i movimenti degli astri, le combinazioni chimiche etc.? A che
affaticarsi a dare suggerimenti e consigli, che devono infrangersi
di fronte ad una forza superiore, se il lento o il rapido incremento
della popolazione si verifica per _cause_ che gli uomini nè possono
rimuovere, nè menomamente modificare? E per altro verso: se la _lotta
per la esistenza_ risulta fatalmente dalla deficienza dei mezzi
di sussistenza, perchè desiderare che si accresca il numero dei
_concorrenti_? Forse pel malvagio intendimento di rendere più acre e
più spietata la lotta ed aumentare gli _strumenti_ di cui si serve il
capitalista a suo esclusivo benefizio?
18. Dimostrata la non esistenza di una naturale e assoluta
soprapopolazione cessa la ragione intima, fatale, indeprecabile
della lotta per l’esistenza. Non vi è che soprapopolazione relativa
ed artificiale dovuta alla ignoranza, alla impossibilità attuale di
rendere abitabile e di mettere in valore tutta la terra e sopratutto
alla cattiva organizzazione politico-sociale. Eliminate queste cause la
prima scomparirebbe.
Con ciò non perderebbe affatto della sua importanza il problema
della popolazione; perchè rimarrebbe innegabile la soprapopolazione
relativa, comunque provocata, in molti punti e specialmente nei paesi
vecchi[104]; nè diminuirebbe il merito di Malthus, che più degli altri
vi richiamò l’attenzione.
Invero lo stesso socialismo scientifico riconosce che la trasformazione
non può avvenire in un _fiat_; ma che può e deve essere l’opera lenta
della evoluzione. Prima che la medesima sia compiuta, prima che
l’ignoranza sia fugata, prima che la terra tutta dia tutto quanto può
dare ce ne rimarremo inerti dinanzi alle spaventevoli conseguenze di
una sproporzione tra i mezzi per la sussistenza e gli uomini? Non
può ammettersi; e molto meno, poi, quando si esce dal presente e si
spazia nel futuro. Per rimuovere o per attenuare sempre più la causa
diretta della lotta; per mantenere ed elevare sempre più il tipo di
benessere possibile (lo _standard of life_) non si deve mai perdere
di vista la quistione della popolazione, ma si deve prenderla in
esatta considerazione sotto i suoi vari aspetti. Questo dovere incombe
maggiormente sui socialisti, poichè la sopra-popolazione non esistente
nel momento attuale diverrà un pericolo imminente quando le riforme e
gl’immegliamenti da loro desiderati saranno una realtà; e facilmente
può immaginarsi come si accrescerebbe il numero degli uomini sulla
terra quando si rimovessero i _freni positivi e repressivi_ di Malthus
— miseria, vizio, guerre etc. — e fossero migliorate le condizioni
igieniche generali. L’incremento delle popolazioni in tale caso
procederebbe da due momenti diversi: l’aumento del benessere materiale
si tramuterebbe in _aumento nelle nascite_ e il miglioramento delle
condizioni igieniche e il maggiore sviluppo dell’intelligenza darebbero
la _diminuzione nella mortalità_.
Lasciato l’uomo nel dominio esclusivo dei suoi istinti e colla media
fecondità sua la sopra-popolazione assoluta in un triste giorno sarebbe
una realtà; e allora la lotta ferina per la esistenza s’imporrebbe
perchè dove non ci sarebbe posto che per due, quel posto dovrebbe
essere conteso spietatamente se fossero in quattro gli uomini che vi
aspirerebbero.
Darwin calcolava già ai suoi tempi, che continuando a raddoppiarsi
la popolazione degli Stati Uniti in ogni 25 anni — ed Euler riteneva
possibile il raddoppiamento in 12 anni — a capo di altri 600 anni la
popolazione poteva essere tanto numerosa da occupare tutto il globo
terrestre in ragione di quattro uomini per metro quadrato. Questo
calcolo si riferisce ad un periodo troppo lungo — 600 anni; — ma ce
ne è uno più modesto: Kummer, l’antico direttore della statistica
federale Svizzera, prendendo a base l’incremento della popolazione
nel decennio 1870-1880, in Europa — escluse la Russia e la Turchia —
ritiene che nell’anno 2000, vi sarebbero 658,021,265 abitanti. E il
Pareto che di Malthus non si mostra entusiasta dopo aver rilevato che
in Inghilterra, in Norvegia e in Germania dal 1861 al 1880 vi è un
tasso di accrescimento annuo della popolazione che va da 12,3 a 13,3
per mille abitanti conclude che se continuasse ancora per 1200 anni la
popolazione raggiungerebbe delle cifre favolose: vi sarebbe un abitante
per metro quadrato![105].
Questa prospettiva non può a meno di spaventare; essa basterebbe da
sola per imporre lo studio del problema della popolazione anche agli
ottimisti più fantastici, che credono in un possibile illimitato
aumento delle sussistenze, perchè rimanendo queste sufficienti
mancherebbe sempre lo spazio per muoversi; e il moto è la vita.
19. Contro Malthus e contro la sua teoria della popolazione le
critiche e le obbiezioni sorgono da ogni parte — tra gli storici, tra
gli economisti, tra i socialisti e più aspre che mai tra i moralisti
ufficiali. I _fatti_, sopratutto, contro di lui si accamparono per
dimostrare fallaci le sue dottrine e infondati i suoi timori; e a
spiegare i _fatti_ sorsero le ipotesi.
Contro la maltusiana teoria della popolazione si disse: 1.º non è vera
perchè la progressione geometrica non si è verificata mai, perchè
la legge di popolazione ha variato attraverso i tempi; 2.º è tanto
poco temibile la sopra-popolazione che più volte i governanti hanno
dovuto promulgare leggi per impedire lo spopolamento e per favorire
l’incremento della popolazione; 3.º è la ricchezza che cresce con
progressione geometrica e non gli uomini; 4.º la diminuzione di
popolazione non produce il benessere della maggioranza degli uomini;
5.º invece l’incremento del benessere produce la diminuzione di
popolazione; 6.º è immorale o disumana la preveggenza maltusiana;
7.º infine, non è necessario il sacrifizio e la immoralità della
preveggenza perchè naturalmente per una legge biologica l’incremento
del benessere fa diminuire la natalità.
Ciascuna di queste obbiezioni merita un esame diligente e spassionato.
I. Non può dirsi insussistente la legge della popolazione maltusiana
solo perchè pel passato non si verificò e perchè il tasso di
accrescimento variò da un periodo all’altro.
Questo fatto dimostra che talora l’azione dei freni positivi e
repressivi fu preponderante: le guerre, le carestie, i delitti, le
tristissime condizioni igieniche, che mantennero elevatissima la
mortalità, riuscirono a siffatto risultato. Questo dovrà essere
necessariamente diverso quando verranno a mancare questi sinistri freni
repressivi. La cessazione delle guerre e delle carestie, la diminuzione
della mortalità in seguito al miglioramento delle condizioni igieniche
— alimentazione, abitazione, salubrità delle fabbriche e di ogni specie
di lavoro etc. — costituiscono la più alta meta, che si propongono
di raggiungere i filantropi e coloro che pensano ed agiscono per un
ulteriore incremento della civiltà.
Nè gli Stati Uniti, nè l’Inghilterra, nè la Germania, nè la Russia,
nè alcuno degli Stati che vedono attualmente aumentare rapidamente la
loro popolazione hanno le condizioni politiche, sociali, igieniche e
morali che sono desiderabili e desiderate; quale non sarà il tasso
dell’aumento il giorno in cui le avranno conseguite?
Si può poi mostrare della _verve_ — e ne mostra spesso il Martello —
quando si ricorda che la famiglia dei Montmorency, che risale per lo
meno all’epoca di Ugo Capeto, se fosse vera la progressione maltusiana,
in Francia avrebbe dovuto essere rappresentata nel 1600 da 16,777,216,
tanti quanti non erano tutti gli abitanti della stessa Francia — e nel
1800 da oltre _due miliardi_ di membri. «Questo calcolo, che ha l’aria
di una facezia, soggiunge il Sismondi, evidentemente rappresenta, da
una parte la moltiplicazione possibile di una sola famiglia, se non si
tenga conto che delle facoltà _virtuali_ della specie umana; dall’altra
parte, l’_ostacolo_ che la _volontà dell’uomo oppone sempre a questa
moltiplicazione, ostacolo del tutto indipendente dalla quantità di
sussistenze_, poichè esso arresta, prima degli altri ordini della
società, quelli più elevati, quelli che sono più al sicuro contro la
miseria»[106].
In questa spiegazione del fenomeno Montmorency c’è tutta la
giustificazione della teoria Maltusiana. Perchè le facoltà _virtuali_
di quella famiglia non si esplicarono? Per lo intervento della _volontà
dell’uomo_. Malthus affermò forse che fatalmente le due progressioni
dovevano sempre coesistere? Non indicò egli i mezzi di modificarle
scongiurando i danni della loro coesistenza? Ma che altro raccomanda
Malthus per impedire i mali, che verrebbero dall’esplicazione di
quella facoltà? Il _freno morale_, che rappresenta la quintessenza
dell’intervento della _volontà umana_. Il caso-Montmorency
significherebbe soltanto questo: che mentre il freno positivo agiva
sulle masse, quello preventivo esercitava la sua influenza nella
_élite_ della società — come si verifica tuttavia ai giorni nostri
significherebbe ancora che i fatti hanno preceduto le teorie; — e così
è sempre avvenuto.
Contro la teoria Maltusiana sembra avere qualche valore la
constatazione della variabilità del tasso di accrescimento della
popolazione secondo i vari periodi storici. Il Levasseur, la cui opera
sulla _Popolazione francese_ rimane come uno dei migliori trattati
di demografia, induce la variabilità da questo dato semplicissimo:
la popolazione dell’Europa si è più che raddoppiata in questo
secolo; prendendo questo tasso di accrescimento nelle età passate si
arriverebbe al risultato assurdo di supporre che l’Europa nell’anno
1300 avrebbe avuto appena sei milioni di abitanti. Perciò queste
ricerche sul passato, egli conclude, non rappresentano che curiosità
scientifiche e che solo sull’avvenire si porta l’attenzione dei
calcolatori[107].
Il Nitti tutta la sua teoria fonda su questa variabilità del tasso di
accrescimento; variabilità che mette in rapporto colla vita economica,
domestica, morale, religiosa, estetica, intellettuale, giuridica e
politica di una data società; coll’alternarsi delle grandi correnti di
ottimismo e di pessimismo; e spiega anzi la formulazione della teoria
Maltusiana precisamente colle tristi condizioni psicologiche — derivate
da quelle politiche, economiche etc. — dell’Inghilterra in sul finire
del secolo scorso e nei principii di questo secolo morente.
Nulla di più giusto della spiegazione di questa mutabilità della
legge di popolazione con la parallela mutabilità delle condizioni
psicologiche di una data società. Questo parallelismo, però,
anzichè distrurre l’utilità dell’azione della volontà nel frenare
l’esplicazione delle _facoltà virtuali_ degli uomini in rapporto alla
prolificazione, mostra per lo appunto che tale azione si è sempre
esercitata. Ciò che prima fu un’operazione incosciente, pel futuro
— formulata la teoria e conosciuta la legge di popolazione, che
si avrebbe senza l’intervento di alcun freno — diverrà sempre più
un’operazione cosciente.
Che debba sussistere e che sia utile questa azione moderatrice della
volontà umana lo stesso Levasseur riconosce; perchè egli si ride delle
paure del generale Brialmont sul rapido accrescimento dell’umanità
pensando «che gli uomini continueranno, come l’hanno fatto sin qui, a
_proporzionare_ il loro numero ai loro mezzi di esistenza e che essi
avranno l’arte di produrre molto più abbondantemente la ricchezza,
come lo hanno fatto ai nostri tempi, o che essi _modereranno la loro
moltiplicazione_» (_Loco citato_ p. 16). Ora che altro rappresenta la
teoria Maltusiana se non la voluta e cosciente proporzione tra gli
uomini e i mezzi di esistenza? Nè occorre, dato questo riconoscimento,
ricordare che sempre e dapertutto gli uomini abbiano saputo
proporzionare.
Ciò che dicono taluni economisti per dimostrare che l’utopia socialista
dell’uguaglianza di distribuzione della ricchezza non è realizzabile
perchè la quota individuale sarebbe troppo meschina cosa, basta a
provare che la prudenza non sarebbe stata soverchia.
Questi calcoli sulla distribuzione della ricchezza hanno fatto
il Leroy-Beaulieu, il Pareto e cento altri — specialmente gli
epigoni volgari, che gli avversari credono potere abbattere con una
dimostrazione così detta _ad absurdum_ — e li ha ripetuto di recente
il Flora su l’Italia che si presta benissimo per provare che gli
uomini si sono moltiplicati più rapidamente dei mezzi di esistenza. In
Italia, egli dice, «ripartendo la fortuna totale della nazione valutata
in 54 miliardi, si avrebbe, calcolando quattro persone per famiglia,
7032 lire, delle quali più della metà, in terra, e che capitalizzate
al tasso del 5%, darebbero per famiglia 350 lire annue, _che ci
lascerebbero semplicemente morire di fame_»[108]. Non è evidente che in
Italia attualmente gli uomini sono più numerosi dei mezzi di esistenza?
Non è evidente, data la grande inuguaglianza nella distribuzione della
ricchezza, da nessuno negata e giustificata anzi colla scarsezza della
ricchezza stessa, che molti uomini — milioni di uomini! — debbono
provare la fame? E la provano; e le sofferenze sono maggiori dove gli
uomini si accrescono con barbarica incoscienza!
Questo intervento moderatore equilibrante tra l’uomo e i mezzi di
esistenza, dev’essere messo meglio in evidenza nei periodi nei quali
predomina la corrente ottimista. Ora il socialismo, che in fondo è
essenzialmente ottimista, allargandosi rende ognora più necessario
che si conoscano quali sono i pericoli di una sopra-popolazione;
ed ha perfettamente ragione il Dumont affermando che il socialismo
renderebbe gli uomini estremamente fecondi[109]. Il rapido aumento
della popolazione in Giava col regime della proprietà collettiva mostra
che l’asserzione è ben fondata e che lo Tchernicewsky negando la
possibilità di raddoppiamento della popolazione in 25 anni non aveva un
concetto adequato della potenzialità procreatrice dell’uomo[110].
Questa verità è tanto evidente, che coloro che si dichiarano avversi
a Malthus — Martello o Levasseur, Pareto o Nitti[111] Ribot, Walras o
Merlino — finiscono col dichiarare pericolosa la libera e irrefrenata
esplicazione delle facoltà virtuali generatrici dell’uomo, e
raccomandano di frenare la progressione geometrica nell’accrescimento
della popolazione, quando non possono rendere geometrica la
progressione nell’accrescimento della ricchezza (_Walras_). Comunque,
invocano, consigliano, desiderano l’equilibrio. Tutti in un certo senso
imitano quelli uomini, che predicano l’anti-maltusismo e lo deridono
negli altri, mantenendosi rigidi maltusiani per conto proprio[112].
Il dovere di proclamare e di diffondere queste verità è tanto più
impellente in quanto che i rimedi, che a certi pericoli si potrebbero
apportare, non possono essere apportati per decreto o per autorità di
governi: il carabiniere, come argutamente osservò Bovio, non può stare
a custodia del letto nuziale!
20. Il Malthus e i malthusiani, che si spaventano della progressione
geometrica vanno contro la storia. La storia insegna che la potenza
degli Stati e delle nazioni va di pari passo coll’incremento della
popolazione (_Gumplowicz_); che lo organismo sociale stesso sente
uno speciale godimento quando avverte il fenomeno del proprio
accrescimento (_Novicow_); che la civiltà non è possibile senza una
_relativa_ densità della popolazione. Tutto questo è tanto vero
che i politici escogitarono sempre dei provvedimenti più o meno
efficaci per richiamare la popolazione entro i confini dei propri
stati ed arrivarono sinanco ad imporre, per quanto indirettamente, la
procreazione e la favorirono onde impedire lo spopolamento temuto o
iniziato.
I politici, che astraggono dal benessere degli individui, degli
elementi che compongono la nazione, possono preoccuparsi a preferenza
dell’ingrandimento dello Stato. Non è meno vero, però, che la
condizione di un cittadino della piccola repubblica ateniese non fosse
preferibile a quella di un suddito dell’impero persiano e che anche
oggi un figlio della microscopica repubblica elvetica abbia molto per
essere invidiato da un membro dello sterminato impero degli Czars.
Mettere la civiltà e la prosperità di un popolo in rapporto allo
sviluppo della sua popolazione è un espediente provato assurdo dalla
stessa storia che invocasi contro la teoria della popolazione.
«La storia offre esempi parecchi di regresso accompagnato da
popolazione _fitta_ e di regresso accompagnato da popolazione _rada_;
di progresso nella popolazione _rada_ e di progresso nella popolazione
_fitta_». Lo riconosce, contro il George, uno dei più fieri avversari
di Malthus — Tullio Martello[113] — e non è d’uopo insistere su tale
verità, che prova sempre più la massima relatività delle cose umane.
Questa relatività, di cui spesso si sconosce la somma importanza, fa
sì che si debba ritenere che abbiano buoni motivi e la repubblica
argentina e la repubblica brasiliana, con degl’immensi spazi liberi
innanzi a loro, d’incoraggiare direttamente e indirettamente
l’immigrazione degli stranieri; mentre viceversa gli Stati Uniti,
sebbene abbiano una popolazione rada, mettono ostacoli non solo
all’immigrazione chinese, ma anche a quella degli italiani, dei
polacchi, degli ebrei: ostacoli invocati non solamente per le cattive
qualità morali degli ultimi, ma anche e principalmente per la temuta —
e non a torto — concorrenza del lavoro.
Che i politici abbiano escogitate leggi per impedire lo spopolamento
temuto e per incoraggiare l’aumento della natalità; che Roma abbia
vista la inefficace legge Papia Poppea e che oggi la Francia discuta
con tanto interesse il fenomeno della sua diminuita natalità, può
dipendere da quella relatività di cui si parlò: può riconoscersi, che
la preveggenza maltusiana è andata al di là del segno[114]; ma può
anche significare che le preoccupazioni nazionaliste e _chauvinistes_
— debolezze che ci auguriamo di vedere scomparire pel bene di tutti —
si sovrappongono a qualunque altra considerazione. In Francia, infatti,
il problema della popolazione in tutte le sue affannose discussioni
presenta questo _refrain_: la Germania cresce più rapidamente e
può mettere in campo un maggior numero di soldati della Francia!
Il problema viene esaminato non in se stesso, ma dal solo punto di
vista della probabile prossima guerra contro l’odiata rivale. È tanto
improprio e antiscientifico questo punto di vista che mentre in
Francia si deplora la scarsa natalità e si grida _Finis Gallie!_ in
Germania uno dei più eminenti statistici suoi si rammarica fortemente
delle lodi tributate per la soverchia fecondità alla razza germanica,
che cresce più rapidamente della ricchezza — e ciò desume da vari
indizi — e consiglia i propri concittadini ad imitare la preveggenza
francese[115]. D’altra parte non si deve dimenticare che anche
presso i popoli primitivi si trovano traccie di gravi preoccupazioni
per l’incremento della popolazione sproporzionato a quello delle
sussistenze e di primi tentativi di _freni preventivi_ sociali
individuali — limiti e difficoltà ai matrimoni, aborto, infanticidio
etc. — (_La Loggia, Pareto_)[116].
Una equilibrazione veramente cosciente e intelligente non condurrebbe
mai a uno spopolamento pericoloso.
21. III. La teoria maltusiana è falsa, si rincalza perchè sono inverse
le due progressioni: non gli uomini, ma le ricchezze e le sussistenze
si sviluppano in progressione geometrica.
«Non è l’aumento di nutrimento che ha prodotto l’aumento nel numero
degli uomini; ma l’aumento nel numero degli uomini ha condotto
all’aumento di sostanze alimentari. _Vi sono più alimenti semplicemente
perchè vi sono più uomini._ Ecco dove consiste la differenza tra
l’uomo e l’animale. L’avvoltoio e l’uomo mangiano i polli; ma più vi
sono avvoltoi meno polli vi sono, mentre che più uomini vi sono, più
polli si allevano. Il vitello marino e l’uomo mangiano il salmone; ma
quando il vitello marino prende un salmone, si ha un salmone di meno e
quando il numero dei vitelli marini sorpassa un certo punto, il numero
dei salmoni deve diminuire; mentre che mettendo le uova del salmone
in condizioni favorevoli, l’uomo può accrescere il numero dei salmoni
in guisa da compensare, e al di là, le prese che può fare; in modo
che di qualunque quantità si accresce il numero degli uomini, i loro
bisogni non sorpasseranno mai quello dei salmoni per soddisfarli.»
(_George_)[117]
Questa affermazione generica illustra col caso pratico il Pareto che
ricorda essersi sviluppata la ricchezza in Inghilterra in una misura
più rapida della popolazione dal 1801 al 1891; e scorge nel fatto una
smentita alla teoria maltusiana.[118]
Lo sconfinato ottimismo di George non ha bisogno di critica: egli
non conosce limite e crede che indefinitamente aumentando il numero
degli uomini possano questi fare aumentare del pari, anzi con maggiore
rapidità, gli alimenti; — anche quando le facoltà _virtuali_ dell’uomo
esplicantesi senza freni preventivi o repressivi riescano a lasciare ad
ogni uomo appena lo spazio di uno o di pochi metri?
Il caso riportato dal Pareto non ha quel valore deciso che egli gli
assegna. Anzitutto non è generale: si sa che il Rümelin deplorava
che in Germania la ricchezza si sviluppasse meno rapidamente della
popolazione; e lamenti uguali altri sollevò per l’Italia; non sarà il
Pareto che li smentirà.
Il caso dell’Inghilterra, che per confessione dello stesso professore
di Lausanne, non è ugualmente dimostrativo per tutto il periodo
1801-1891 — perchè la ricchezza pare che sia aumentata più rapidamente
della popolazione soltanto sino al 1874 — che può essere anche quello
degli Stati Uniti, della Svizzera, della Francia, indica che vi sono
delle particolari condizioni che lo generano. Il Pareto non vorrà
sostenere, che collo sviluppo della concorrenza tedesca o asiatica o
coll’esaurimento delle miniere di carbon fossile e di ferro, che finora
assicurarono una specie di primato industriale, se non di monopolio,
all’Inghilterra rimanendo qual’è stato dal 1801 al 1891 il tasso di
aumento della popolazione, nello avvenire possa continuare altrettanto
rapido lo sviluppo della ricchezza.
Tutto il ragionamento cade poi quando si pone mente che il
raddoppiamento della popolazione in Inghilterra non è avvenuto in 25
anni, quanti ne sarebbero necessari se le facoltà _virtuali_ dell’uomo
si esplicassero liberamente secondo l’ipotesi malthusiana, ma sibbene
in 54 anni. La differenza non è poca: si tratta di più che di un
raddoppiamento. È evidente che la ricchezza si sarebbe sviluppata meno
rapidamente della popolazione se questa nel suo incremento non avesse
trovato ostacoli, che per la verità della teoria poco importa se siano
stati preventivi o repressivi.
22. IV. L’obbiezione più grave alla teoria maltusiana la movono i
socialisti. In Francia, essi dicono, dove la popolazione cresce
lentamente nel maggior numero dei dipartimenti e decresce in alcuni
altri, e dove quindi si ha maggior cura della legge di popolazione
e si attuano estesamente i consigli del malthusianismo, non si sono
conseguiti gl’immegliamenti e i vantaggi preconizzati.
Ma più solenne è la smentita che somministra alla teoria l’Irlanda; ivi
l’emigrazione normalmente supera l’eccedenza dei nati sui morti; ivi il
grande esodo è riuscito a produrre tale rarefazione della popolazione,
di cui da tempo non si ha esempio nella storia; ciò nonostante la
condizione dei miseri irlandesi non migliorò. In generale, poi,
dovunque l’emigrazione, anche fortissima, non riesce a rialzare
durevolmente e sensibilmente i salari di coloro che restano. Dunque è
evidente ch’è falsa la teoria maltusiana, perchè anche quando c’è posto
al banchetto della vita, molti ne rimangono esclusi.
Indubbiamente l’obbiezione che viene dai socialisti è la più grave;
ma essa va a colpire non la teoria in se stessa ma il Malthus stesso
che l’adoperò a scopo politico e coloro che in essa vollero vedere
il _rimedio esclusivo_ per la soluzione del problema sociale. Gli
esempi addotti, del resto non hanno tutti lo stesso valore e giova
la discriminazione. Non è molto concludente quello della Francia;
dove in generale il tipo della vita è più elevato che altrove in
Europa, e se ne hanno indizi convincenti nel minimo contingente che
dà all’emigrazione, e nell’innalzamento della vita media dell’uomo in
verun altro sito così ben constatato quanto in Francia.
Da un altro canto si consideri che gli effetti della _locale_
diminuzione nello sviluppo della popolazione vengono neutralizzati
dalla immigrazione tedesca, belga, italiana, spagnuola etc. Ciò
dimostra soltanto l’intima solidarietà, che esiste tra le condizioni
di vita di tutti i popoli; e che le conseguenze di certi principii
non possono rivelarsi, se non quando gli stessi principii agiscono
dappertutto.
Meno concludente è ancora quello dell’emigrazione, che non riesce a
rialzare i salari di coloro che rimangono in patria. Si dimentica che
ogni sottrazione che fa l’emigrazione viene largamente compensata
da una più forte natalità e che i partenti vengono rapidamente
sostituiti[119].
L’argomento veramente trionfale è quello che somministra l’Irlanda:
nell’isola verde, anzichè aumento annuo della popolazione, come in
tutto il resto del mondo civile, c’è stata da cinquant’anni in qua
una forte diminuzione che da _otto_ milioni circa l’ha ridotta a meno
di _cinque_ milioni![120] Se la teoria maltusiana poteva spiegare
efficienza miglioratrice delle condizioni economiche dei lavoratori
indubbiamente doveva spiegarla in Irlanda. E non la spiegò.
Non poteva spiegarla perchè le condizioni politiche e sociali non lo
consentivano e neutralizzavano qualunque possibile buon effetto della
diradazione degli abitanti.
L’errore dei maltusiani che dal solo _freno morale_ attendono il
rimedio ai mali sociali ha determinato la corrente di avversione contro
la teoria delle masse lavoratrici e di quanti s’interessano alla loro
sorte ed ha sollevato contro di essa la obbiezione più formidabile.
Ma questa colpisce non la teoria in sè, ma l’applicazione che n’è
stata fatta. Hanno torto i socialisti, che affermano illimitata la
produttività della terra e che pensano potersi lasciare libero campo
alla potenza virtuale di accrescimento alla popolazione; ma non l’hanno
minore i maltusiani, che credono sufficiente il contenere entro
certi limiti la popolazione per vedere migliorare necessariamente
e spontaneamente la condizione economica dei lavoratori. Questo
avverrebbe sicuramente se ci fosse la _terra libera_ nel senso in cui
la intende il Loria nella sua _Analisi della proprietà capitalista_:
se il prodotto andasse al produttore; se la giustizia regnasse nella
distribuzione delle ricchezze. Ma disgraziatamente così non è: la terra
è stata accaparrata da pochi proprietari; le macchine appartengono
ai capitalisti; ai pochi nella distribuzione dei prodotti si fa la
parte del leone. Perciò con evidente regresso alla coltivazione dei
cereali si sostituisce la pastorizia e i _montoni mangiano gli uomini_;
ai lavoratori si sostituiscono le macchine e quella diminuzione
delle giornate di lavoro che sarebbe un progresso, che le grandi
scoperte della meccanica renderebbero possibile con grande giovamento
dell’umanità, riesce al terribile flagello dell’incremento della
disoccupazione perchè l’_uomo di ferro_ sostituisce sempre più l’_uomo
di carne_, perchè una macchina guidata da un fanciullo o da una donna
fa il lavoro di mille uomini.
Perciò il freno morale e la maltusiana prevenzione se può giovare ad
una famiglia non serve da sola alla collettività. Il mantenimento
della popolazione entro i giusti limiti deve essere accompagnato dalle
riforme sociali. Di che si convinsero gli uomini di stato inglesi —
Gladstone alla testa — di parte liberale e radicale che cominciarono
a provvedere ai mali d’Irlanda colle leggi, che modificano l’impero
esiziale del _landlordismo_ e dell’_assenteismo_; ed a questo
intervento dello Stato si convertirono alcuni ostinati radicali, come
John Morley, che avrebbero voluto mantenersi ognora fedeli alla scuola
manchesteriana.
L’obbiezione socialista, adunque, prova soltanto che la teoria
maltusiana è fallita come espediente politico per giustificare i
privilegi economici e il mantenimento del regime vigente.
23. V. La critica socialista che deride le preoccupazioni maltusiane
trova conforto nella critica dei filosofi e degli economisti che
constatano l’inversione della formula maltusiana: in talune classi,
questi dicono le due progressioni si verificano in senso inverso: dove
maggiori sono il benessere e la coltura ivi minore è natalità. Meglio
ancora: sarà la miseria che genera le due progressioni maltusiane e non
le due progressioni, che generano la miseria (_Bovio_).
Questa inversione è vera. Fu, in Italia, constatata molti anni or
sono da Zorli e da Bovio[121]; vi hanno insistito molti scrittori
successivamente, riportando fatti contemporanei e intravvedendone altri
in epoche più remote.
Achille Loria ha voluto nelle condizioni dei lavoratori del medio
evo — e specialmente dell’Inghilterra — rinvenire una smentita alle
teorie maltusiane: allora erano i lavoratori che s’imponevano ai
signori del capitale e trattavano con essi come da potenza a potenza
e senza che vi fosse traccia di sopra-popolazione. Nell’Inghilterra
contemporanea, soggiunge Pareto, i fatti si sono incaricati di dare
torto a Malthus; «poichè questi voleva che s’impegnasse il popolo a
sopportare con pazienza i mali inevitabili e non vedeva altri mezzi
per migliorare la condizione che restringere l’accrescimento della
popolazione. Ora è avvenuto al contrario che precisamente un aumento di
questo accrescimento si è verificato parallelamente con un aumento di
benessere straordinario del popolo inglese. I mali di cui parla Malthus
erano così poco inevitabili che essi sono stati evitati appena il
popolo inglese è stato abbastanza forte per costringere le sue classi
dirigenti a non sfruttarlo come pel passato nei modi più svariati.»
Dello stesso avviso e adducendo gli stessi argomenti è il Nitti.[122]
Si constata ancora in un modo più generale che i popoli e le classi
diverse della società vedono diminuire la nuzialità in ragione inversa
della ricchezza e della coltura: i poveri e ignoranti prolificano
molto; i ricchi e colti invece hanno pochi figli e diminuisce il loro
numero man mano che cresce il benessere economico e intellettuale.
È innegabile che dapertutto sono in aumento la ricchezza e
l’istruzione; ora il primo e immediato effetto che questo incremento
ha prodotto è quello della generale diminuzione dei matrimoni. Tra
ventisette stati solamente in due — nella Serbia e nella Finlandia — si
è verificato un aumento nel numero dei matrimoni; ma l’aumento è stato
tenuissimo — in Serbia da 11,29 per 1000 abitanti nel periodo 1865-69 a
11,48 nel 1876-78; in Finlandia da 7,01 nel 1865-69 a 7,12 nel 1887-91.
Invece le diminuzioni sono state forti dappertutto: fortissime in
Baviera — da 9,25 nel 1865-69 a 6,96 nel 1887-91 —, in Ungheria — da
10,28 a 8,64 —, e nella Spagna — da 7,57 a 5,63 — [123].
Questa generale diminuzione della nuzialità fa già intravvedere la
generale diminuzione delle nascite. La quale è avvenuta più rapidamente
in Francia; ma è stata pure constatata nella maggior parte degli
Stati civili. Sopra 30 Stati di cui dà le cifre il Mayr, solamente in
otto tra i periodi 1865-69 e 1887-91 si osservò un aumento leggero —
Italia, Sassonia, Austria, Ungheria, Danimarca, Finlandia, Rumania e
Massachussets; in diciannove vi fu diminuzione e in alcuni fortissima;
nel Wurtemberg si discese da 43,1 nati per 1000 abitanti a 33,9; in
Inghilterra e Galles da 35,3 a 31,3; in Iscozia 35,1 a 31,1 etc.[124]
Ha dunque ragione il Levasseur rispondendo a Bertillon, che a torto
attribuisce questa diminuzione delle nascite alla sola Francia.
Ciò ch’è più significante è il fatto ben dimostrato dal rapporto quasi
costante tra l’aumento dell’istruzione e la diminuzione della natalità.
Il Del Vecchio l’ha dimostrato alla evidenza in due pregevoli Studi
consacrati alla natalità e all’istruzione comparate tra le singole
regioni d’Italia e alla comparazione tra vari stati di Europa.[125]
Napoli e Milano in Italia rappresentano i due tipi demografici e
sociali antagonistici: a Napoli elevata natalità, elevata mortalità,
elevata delinquenza ed elevato analfabetismo; a Milano il rovescio
della medaglia. La più elevata natalità in Europa si riscontra
in Russia (48,5 nel 1876-80) e in Serbia (44,4 nel 1887-91). Per
oltrepassare queste alte cifre bisogna arrivare nell’India infelice —
Bengala 51,8; Madras 50,3; Bombay 49,3.[126]
La dimostrazione è del pari evidente in quanto all’influenza del
benessere. Ciò che si sa in generale dello sviluppo economico dei
popoli che hanno visto diminuire la propria natalità basterebbe per
lo assunto; ma se ne ha una controprova nello studio della natalità
per classi sociali: i ricchi hanno la più scarsa figliuolanza e i
poveri dapertutto giustificano la denominazione antica di proletari
colle famiglie numerose e precocemente costituite. Statisticamente
la dimostrazione si fa comparando la natalità tra quartieri ricchi
e quartieri poveri. A Parigi nel ricchissimo quartiere dell’Eliseo
nel periodo 1892-93 fu di 1,26%; in quello poverissimo delle
Buttes-Chaumont fu di 3,22. A Napoli, sotto un clima e con condizioni
politico-sociali assai diverse, si ripete il contrasto, sebbene in
minori proporzioni, perchè del resto assai minori sono le differenze
sociali: così nell’agiato quartiere San Ferdinando nel periodo 1881-92
la natalità fu di 2,59%; in quello povero di San Lorenzo di 4,27%. Così
è dapertutto; e così è perchè i poveri demograficamente rappresentano
la primitiva condizione demologica: sono i ritardatarii in tutto. (_La
Loggia_)[127].
Tutto questo insieme di fatti — diminuzione di natalità, accompagnata
quasi dapertutto da diminuzione di mortalità e in certi punti anche
della criminalità, parallelamente all’aumento del benessere e della
cultura — indusse il Leroy-Beaulieu a ritenere che la diminuzione della
natalità si doveva prendere come un indizio dell’incremento della
civiltà.[128]
Perciò gli antimaltusiani trionfalmente concludono: gli uomini non
si lasciano dominare dalle progressioni maltusiane; ma invece sono
essi che le dominano! E il Loria crede, infine, di assestare il colpo
di grazia alla teoria combattuta soggiungendo: «il ritegno morale è
la cautela che il criterio razionale dell’uomo oppone ai pericoli
dell’eccesso di popolazione sopra le sussistenze; dunque esso deve
trovarsi in quelle classi, alle quali l’aumento eccessivo della
popolazione riesce in particolar modo nocevole; dunque dee trovarsi
nelle classi povere non però nelle agiate, le quali dall’eccesso di
popolazione non hanno danno, ma all’opposto, sopratutto se trattisi di
proprietari del suolo, particolari vantaggi. Ma avviene precisamente il
contrario.» Dunque la teoria maltusiana è falsa.[129]
Confesso candidamente che da uno scienziato del valore di Achille Loria
non mi sarei attesa quest’ultima argomentazione che viene perfettamente
smentita da ciò che egli dice in diversi punti dell’ultimo suo lavoro
e in altri precedenti. Gli operai che avrebbero maggiore interesse a
frenare l’aumento della popolazione sono i più prolifici! Sicuro; così
e non diversamente dev’essere per la ragione che egli stesso ha esposto
coll’usata lucidità. «_La condizione economica degli operai_, egli
dice, _è inconciliabile_ CON OGNI CONCETTO DI PREVIDENZA E DI RITEGNO
MORALE.»[130]
La ragione sarebbe stata più completamente esposta se alla _condizione
economica_ avesse aggiunto: la _condizione intellettuale_.
L’aggiunzione non è capricciosa perchè lo stesso Loria in quelli operai
del medio evo che non subivano le conseguenze delle progressioni
maltusiane trova «artigiani la cui _coltura intellettiva_ è così
superiore a quella dei loro colleghi d’oggidì, che essi ricordano e
ripetono — sia pure sformandoli i versi del divino poeta.»[131] Egli
stesso e il Nitti avvertono ancora che il regime delle corporazioni
fu un freno poderoso all’aumento della popolazione che sottrasse i
lavoratori del medio evo alle conseguenze delle progressioni maltusiane.
Ma tutto questo che cosa importa, che cosa significa? Che gli operai
di altri tempi — fossero pur quelli del medio evo — si trovarono in
condizioni economiche o intellettuali da comprendere ed apprezzare
il valore e l’utilità della _previdenza_ e da esercitare il _ritegno
morale_; e che ci sia stato regresso nelle loro condizioni — regresso
per l’Inghilterra illustrato da recente dal Russel Garnier, dopo di
esserlo stato dal Thorold Rogers[132]. Furono maltusiani prima di
Malthus quando erano colti ed agiati[133]; cessarono di esserlo quando
divennero poveri e ignoranti e discesero a livello dei popoli a grado
inferiore di civiltà tanto per la prolificità quanto per tutte le altre
condizioni economiche, politiche, intellettuali e morali.
Potrà, quindi, avere ragione Bovio[134] che afferma che «se tra i
popoli civili e non tra i selvaggi vale il freno preventivo, se questo
è custodito e vigilato dal benessere; ne _seguita che la civiltà e
il benessere livellano la popolazione, generando il sentimento e la
necessità della conservazione agiata, non il freno preventivo genera
il benessere. Che gioverebbe, infatti, qualunque freno preventivo, se
la terra e il capitale dovessero sempre rimanere in mano ai pochi?_
Bisognerebbe allora estendere questo freno sino a che, spariti tutti
gli altri, rimanessero quei pochi beati a trasmutare la terra in
una corte di amore. Se non che la beatitudine di quei pochi sarebbe
turbata dalla necessità di provvedere con le loro mani ai loro
bisogni, e per questo lato la corte di amore sarebbe meno allegra
dell’olimpo Epicureo..... Il freno preventivo, infine, non può essere
imposto che dall’istruzione e dall’agiatezza». Così è; così essendo
rimane dimostrato che la teoria malthusiana non è erronea, perchè
non può dirsi erronea essa quando tutti i fatti raccolti e tutte le
argomentazioni e i commenti degli avversari suoi riescono a dimostrare
che se non si verificano le disastrose sue progressioni ciò si deve
precisamente allo intervento di quella prevenzione maltusiana praticata
prima di essere formulata e che per essere praticata ha bisogno di un
certo grado di coltura e di benessere che la facciano apprezzare al
giusto[135].
Confermasi con ciò ancora di più la necessità delle trasformazioni,
delle riforme civili ed economiche perchè si possa divenire
coscientemente maltusiani; perchè la fecondità dei poveri, come vuole
Wirchow, deriva da leggi sociali e non fisiologiche; deriva dalla
mancanza assoluta di tendenze preventive contro l’aumento della
popolazione.
24. VI. La dottrina che invoca l’intervento della ragione per la
proporzione tra la sussistenza e la popolazione liberatasi dalle
obbiezioni degli economisti e dei socialisti s’imbatte nelle scomuniche
che le vengono scagliate in nome della morale.
Si lascino da parte i moralisti volgari, che sono spesso degli ipocriti
della peggiore specie; nè si accordi maggiore attenzione alla critica
che parte dalla preoccupazione religiosa sorgente dal biblico precetto
_crescete e moltiplicatevi_. Non si può, però, passar sopra alla
condanna che viene ad ogni spirito di preveggenza nelle relazioni
sessuali da scrittori che non sono cristianelli annacquati.
Basta ricordarne due: Guyau condanna come immorale la teoria maltusiana
e Nitti rincalza osservando, che quando si ricerca il piacere per se
stesso senza la responsabilità e le conseguenze della generazione,
il matrimonio non ha più alcuno scopo e non è più altra cosa che una
prostituzione monogamica[136].
L’accusa d’immoralità che si scaglia contro le teorie maltusiane non
ha alcuna base positiva e non tiene alcun conto della relatività della
morale e delle fasi successive della sua evoluzione. Non è detto che
ogni concetto di responsabilità debba essere sbandito dal matrimonio
monogamico, che si preoccupa di riuscire ad una poco numerosa
figliolanza. Si sente invece davvero la responsabilità quando si agisce
in guisa da non lanciare nel mondo esseri senza mezzi di sussistenza
destinati, se la morte non li elimina precocemente, a fornire inquilini
alla galera e sacerdotesse ai postriboli. E per dimostrare la fallacia
dell’accusa basta avvertire che il contingente massimo al delitto
e alla prostituzione viene fornito per lo appunto da quelle classi
inferiori che meno sentono la responsabilità delle proprie azioni
e più generosamente prolificano. Ond’è che le basse classi sociali
dell’Ellade le quali, secondo Plutarco, non volevano aver figli
per paura che una educazione imperfetta ne facesse degli schiavi,
manifestavano sentimenti più nobili e meno egoisti di quelli di coloro
che procreano senza curarsi della sorte dei loro figli[137].
Chi, come il Nitti, considera il matrimonio monogamico con limitata
discendenza come una unione senza scopo dimentica che una unione
senza preveggenza è più condannabile perchè inconsciamente pare se ne
prefigga uno cattivo: quello di procreare degli infelici, delle vittime
di una organizzazione sociale viziosa. L’egoismo attribuito a coniugi
preveggenti, che indubbiamente impongono limiti al piacere sessuale, è
una supposizione non suffragata da fatti; socialmente può concludersi
ch’è un egoismo che non dà luogo a manifestazioni deplorevoli. Ben
diverso è l’egoismo degli impreveggenti, che si abbandonano alla cieca
ai godimenti dei sensi senza preoccuparsi delle conseguenze; ed è
egoismo malefico proclamato tale non da una indagine psicologica a
base di supposizione, ma dai fatti, dai dati statistici sulla miseria,
sul delitto e sulla prostituzione. È strano poi che si designi come
immorale ed egoistica la dottrina del _freno morale_ che riesce
naturalmente uno _sforzo_, un _sacrifizio_ — e dei più dolorosi.
Del resto si potrebbe gridare all’_immoralità_! come fanno pure la
maggior parte dei socialisti sentimentali, quando ad evitare i _mali
maggiori_ della sopra-popolazione si avessero _mezzi migliori_ di
quelli suggeriti da coloro che se ne sono preoccupati. Dappoichè se
non è vero il principio gesuitico che il _fine giustifica i mezzi_,
dice il Kautsky, lo è però l’altro modificato come segue: _il fine
giustifica il mezzo migliore tra i possibili_. E Macchiavelli,
interpretato e illustrato da G. Bovio nei nostri tempi, su ciò non
dissentirebbe, consentaneamente alla relatività della morale, quale
la insegna la storia comparata delle diverse epoche e dei diversi
popoli. Così ad esempio: oggi è _immorale_ la vendetta; ma tale non
potevasi giudicare, quando era il solo mezzo per garentire la sicurezza
personale. Parimenti non è immorale arrestare _ora_ lo incremento della
popolazione sino a tanto che lo sviluppo dei mezzi di sussistenza non è
altrettanto illimitato, quanto lo è il primo abbandonato alla spontanea
sua evoluzione.
La preveggenza nei rapporti sessuali corrisponde appieno a quella
evoluzione progressiva che sostituisce la coscienza e la ragione — e
che si traduce in intensificazione delle facoltà inibitorie — allo
istinto brutale. Questa sostituzione graduale, ma continua, allontana e
distingue sempre più l’uomo dall’animale.
Ogni progresso nella via della civiltà si può considerarlo un freno
posto alla soddisfazione delle passioni individuali, fatto a prezzo
di qualche _limite_ opposto agli istinti puramente animali dell’uomo:
limiti, che per fortuna costano sempre minori sacrifizi e minori
sforzi alle successive generazioni, i cui istinti vengono lentamente
modificati.
25 e 26. VII. Il problema della popolazione e della sussistenza ha
trovato una nuova soluzione ottimista secondo la quale col progredire
della civiltà, coll’aumento del benessere materiale scomparisce il
pericolo di una sproporzione tra gli uomini e le sussistenze senza che
vi sia il menomo bisogno di ricorrere a mezzi immorali o al sacrifizio
dei piaceri sessuali.
Alcuni scrittori hanno osservato che il limite dell’accrescimento
della popolazione non vi è bisogno di ottenerlo col _freno morale_ o
coi _freni positivi_, ma che esso si determina spontaneamente, per
la stessa forza delle cose e come semplice effetto dei miglioramenti
materiali e intellettuali. Inutile il dire che queste ipotesi riescono
graditissime, perchè allontanando ogni preoccupazione sulle conseguenze
di una possibile sopra-popolazione, lasciano integra e incondizionata
la soddisfazione del più prepotente tra gl’istinti: quello sessuale.
Sadler, Smith, Trall, Carey, Proudhon, Delaunay, Reich, Fouillée,
Richet, Iacoby, Decandolle, Doubleday etc. ammettono che il benessere
diminuisce la fertilità umana, e che la miseria e la scarsezza di
nutrimento la stimolano e l’accrescono. Di fatti, essi dicono, le
famiglie nobili si vanno facendo sempre più rare per la sterilità dei
matrimoni. Doubleday aggiunge che nel secolo XV e XVI in Inghilterra la
popolazione diminuì perchè i cibi furono abbondanti. Anche Fourier e
Marx, pare che ammettano simile opinione, divisa anche da Bebel.[138]
Nella vecchia Baviera si assicura che tra i contadini agiati che
costituiscono la razza più sana, più robusta e più bella di tutta
la Germania i matrimoni rimangono sterili e le famiglie finiscono
coll’adottare i figli dei poveri.
La sterilità da taluno si attribuisce all’alimentazione copiosa e
grassa. Si sa inoltre che le piante poste in un terreno generosamente
concimato, si sviluppano molto, ma non danno sempre frutto o seme; allo
stesso modo i floricultori rendono sterili le piante da loro predilette
facendo sviluppare un maggior numero di petali dei fiori. Tra gli
animali, poi, si sa che la fecondità è in ragione inversa della durata
della vita: la fecondità massima degli infusori, dei protozoari, che
si riproducono a miliardi va di pari passo colla brevità della loro
vita, ch’è davvero effimera; invece l’elefante e l’uomo colla vita più
lunga che si conosca nella scala zoologica presentano la più limitata
figliolanza. Il progresso biologico, se ne conclude, diminuisce
spontaneamente la natalità. Si aggiunge un altro dato, che sarebbe
caratteristico dell’uomo. L’amore esercita una influenza considerevole
sulle impressioni sessuali della donna durante l’accoppiamento. Se
essa ama l’uomo, cui si unisce, il piacere arriva al parossismo; se
essa non ama non ne prova alcuno. Ora alcuni igienisti affermano — e
l’affermazione con leggerezza giudica esatta il Levy nel suo _Traité
d’Hygiène_ — che c’è un rapporto inverso tra il piacere che prova la
donna durante la copula e la facilità colla quale essa viene fecondata:
più è grande il piacere e meno essa è prolifica. I socialisti, con
ottimismo affrettato, ne concludono che se l’amore aumenta il piacere
dei sensi e che questo diminuisce le probabilità della fecondazione,
basterà far presiedere l’amore all’unione dei sessi per ottenere la
diminuzione della fecondità[139]. Ciò che pensava A. Smith sull’azione
deprimente della forza degenerativa che esercitavano gli altri
godimenti, in fondo verrebbe a confermare la _teoria biologica_ della
popolazione, come si è chiamato questo gruppo di fatti e d’ipotesi, che
sono stati poscia meglio sistemati da Carey e da Spencer.
Carey a spiegare i fatti stabilisce le leggi seguenti: 1.º Il sistema
nervoso varia in ragione diretta della forza di mantenere la vita.
2.º Il grado di fecondità varia in ragione inversa dello sviluppo del
sistema nervoso: il volume del cervello sta in ragione inversa col
grado di fecondità. 3.º La forza per mantenere la vita e quella di
procreazione sono l’una all’altra opposta, e questa opposizione agisce
per istabilire l’equilibrio sociale tra i mezzi di sussistenza e la
popolazione. Queste leggi hanno certezza relativa; patiscono eccezioni.
Trall e Reich, tra i più recenti scrittori che se ne sono occupati, su
per giù si accordano con Carey; ed analogamente si esprime Spencer.
Lo Spencer non enunzia soltanto l’ipotesi, ma ne dà anche la ragione
biologica. Egli sostiene che dappertutto e sempre l’evoluzione è
in antagonismo colla dissoluzione procreatrice. Sia per cagione
dello sviluppo più considerevole degli organi, che concorrono alla
conservazione dell’individuo, sia in ragione della loro maggiore
complessità di struttura, o perchè, infine, la loro attività è
cresciuta, e la quantità di materiali che essi esigono ed assorbono
diminuisce la riserva dei materiali destinati a perpetuare la
razza. E vi hanno dei motivi per credere che questo antagonismo fra
l’individuazione e la procreazione si accentua di una maniera tutta
particolare in ciò che concerne il sistema nervoso, a cagion delle
spese, che esigono la formazione e la funzione dei suoi organi.
Esiste un’apparente connessione fra uno sviluppo cerebrale elevato e
un ritardo prolungato di maturità sessuale; e i fatti mostrano che
quando vi ha una fecondità eccezionale lo spirito è inerte, e che se
invece durante l’educazione vi è stata una spesa eccessiva di attività
mentale, ne risulta spesso una sterilità parziale e completa. Per
conseguenza il genere particolare di evoluzione che deve nell’avvenire
modificare la costituzione dell’uomo dovrà, più che ogni altra cosa,
condurre ad una diminuzione nel suo potere di riproduzione[140]. Queste
conclusioni vengono pure accettate da Ribot e da Bagehot[141].
La biologia per la nota legge della divisione del lavoro, che presiede
alle funzioni degli organismi, le viene in appoggio. Il lavorio
intellettuale e quello procreativo vengono seguiti da un grande
esaurimento nervoso: le due funzioni quindi dovrebbero trovarsi l’una
in ragione inversa dell’altra. Accettando questa ipotesi biologica
il La Loggia ammette tre fasi reali attraverso alle quali è passata
la teoria della popolazione. La 1ª fase prevale tra i selvaggi, è
caratterizzata dal disquilibrio tra gli uomini e le sussistenze e vi
prevale il freno repressivo: corrisponde alla vera teoria malthusiana.
La 2ª è propria dei popoli civili e si accompagna all’organizzazione
economica attuale: corrisponde alla teoria dei freni genetici dello
Zorli e coll’organizzazione socialistica condurrà all’equilibrazione
cosciente tra gli uomini e le sussistenze. La 3ª viene rappresentata
dalla teoria biologica di cui ci siamo sinora occupati e che deve
ultima sopraggiungere perchè solo un regime, in cui il benessere
materiale e il lavorio psichico intenso e che durano da lungo tempo può
dare le conseguenze biologiche designate.
Questa ingegnosa partizione del giovane scrittore agrigentino non nega
la dottrina maltusiana; e meno ancora con quest’ultima si troverebbe
in contrasto se si ricordasse che Malthus per equilibrare uomini e
sussistenze non affidavasi ai soli mezzi _repressivi_, ma consigliava
i _preventivi_, che vengono indicati come caratteristici della 2ª
fase. La 3ª, che sarebbe diversa in tutto dalla teoria del pastore
inglese sarebbe ancora di là da venire: non l’avremmo che in un regime
socialistico a periodo innoltrato. Ma però queste ipotesi per quanto
confortanti non presentano ancora alcuna importanza scientifica ed i
fatti che le contraddicono — molti dei quali vengono riportati dal
Kautsky — sono altrettanto numerosi, per lo meno, quanto quelli che le
confermano; sicchè numerosi e illustri fisiologi nel cibo abbondante
trovarono una condizione favorevole alla fecondità. Darwin, la cui
autorità non c’è bisogno di ricordare, sta con loro; e con loro stanno
numerosi dati statistici sulle nascite in rapporto agli anni di
carestia e di abbondanza, raccolti e illustrati da Quetelet in poi.
Ciò che dice Spencer sulla fame continua degli Australiani e degli
Ottentotti, che determina la loro scarsa potenzialità riproduttiva
contraddice alla sua ipotesi biologica. Tra popoli civili, la diminuita
natalità della Puglia dal 1887 al 1891 che riproduce lo stesso fenomeno
verificatosi per la uguale causa — la crisi economica — nei Paesi
Bassi dal 1815 al 1819 la contraddirrebbero del pari. La sapienza
popolare chinese che ha formulato questo motto: _quando i denti
lavorano, la popolazione aumenta_, le starebbe pure contro[142]. Il
Sergi poi, a proposito della diminuita natalità della Francia ammette
che il fenomeno derivi da causa biologica, ma lo ritiene un indizio di
degenerazione, che, continuando, farà scomparire il popolo francese
come scomparvero i Tasmaniani[143]. Così in quel fenomeno in cui i
sostenitori della legge biologica scoprono un indice di progresso,
l’antropologo di Roma scorgerebbe un triste segno di decadenza. Se
la interpretazione fosse esatta ci sarebbe davvero da spaventarsene
perchè essendo indubbiamente assodato (vedi paragr. 23) che la natalità
diminuisce universalmente nelle classi superiori e costantemente e
parallelamente coll’incremento del benessere e della cultura, se ne
dovrebbe concludere che il risultato maggiormente agognato dall’umanità
— progresso economico, intellettuale e morale — una volta raggiunto
condannerebbe la medesima fatalmente alla scomparsa. Il sogno di
Schopenhauer si realizzerebbe senza ricorrere all’intervento della
volontà!
Una parola sui rapporti tra piacere sessuale e fecondità.
Per quanto autorevole il parere di alcuni igienisti l’inversione tra
piacere sessuale e fecondità trova poco credito e le coppie, che,
a giudicarne dalle apparenze, devono la loro origine all’amore più
puro e più disinteressato e che pur sono oltremodo feconde, sono
abbastanza numerose. Del resto si comprende che l’indagine è d’indole
così delicata, che alla ipotesi mancherà sempre la base sperimentale,
perchè saranno ben pochi, se pur ve ne saranno, gl’individui che
faranno palese il grado di piacere provato dalla loro donna nel momento
dell’accoppiamento.
Tutta quanta l’ipotesi biologica sinora manca di base statistica e
veramente induttiva (_Schäffle, Messedaglia_); e mentre l’influenza
della buona alimentazione e dei godimenti intellettuali sulla fecondità
viene complicata e mascherata da tanti altri fattori, rimane fuori
di ogni dubbio l’azione dell’impreviggenza connessa intimamente
all’ignoranza crassa e alla miseria, che spiega la fecondità delle
classi inferiori: impreviggenza che si traduce nei matrimoni precoci
e nella frequenza bestiale del coito anche nei periodi nei quali la
scienza insegna che più facilmente avviene la fecondazione dell’ovulo.
Invece è ben noto che in Inghilterra, come in Francia, come presso
tutte le classi sociali elevate, la diminuizione della natalità è
dovuta, non all’aumento del benessere quale fattore biologico, ma
all’aumento della preveggenza, ch’esso conduce; e in Inghilterra è
celebre la propaganda di Bradlangh e di Miss Annie Besant e di altri
neo-maltusiani. E Wirchow, perciò, spiega la maggior fecondità dei
poveri, dicendo che le sole passioni, che essi possono soddisfare sono:
il coito e l’ubbriachezza.
La esistenza dei fatti sicuri contro la teoria biologica e la
incertezza dei dati e degli argomenti, che la suffragano ha fatto
sì che gli scrittori i quali con maggiore simpatia guardano alla
ipotesi spenceriana sono rimasti perplessi e pur rassicurandosi
nel guardare al problema della popolazione, il cui pericolo vedono
spontaneamente diminuire a misura che aumenta il benessere materiale
e la cultura intellettuale, non hanno rinunziato alla precauzione
di raccomandare l’intervento della volontà umana: hanno consigliato
la preveggenza maltusiana, senza riconoscere la giustezza della
teoria di Malthus.[144] L’azione limitatrice della modificazione
biologica, del resto, sarebbe lentissima e la preoccupazione sul
problema della popolazione, perciò, dovrebbe imporsi tuttavia alla
presente generazione ed a molte altre ancora[145]. Certo è che
questi problemi presentano una estrema complessità e che anche gli
ottimisti più esaltati non potranno e non sapranno discernere con
precisione tra due fenomeni qual’è l’_effetto_ e qual’è la _causa_ e
non sarà mai soverchia la prudenza nel designare il rapporto e nel
caso presente stabilire con esattezza il processo che deve condurre
alla definitiva equilibrazione delle due progressioni: degli uomini e
delle sussistenze. Non si dimentichi che nella fenomenologia sociale
ci è uno speciale circolo vizioso, per cui ogni _effetto_ si tramuta
alla sua volta in _causa_, perciò lo sviluppo del benessere genera la
preveggenza maltusiana; questa rigenera il primo; e viceversa.
I postulati della legge di popolazione sono del tutto conformi alla
teoria generale dell’evoluzione degli organismi e di quella delle
Società umane. Ciò si rileva da un breve ma importante capitolo della
_Sociologia_ dello Spencer[146] in cui sono tratteggiati i vantaggi
etici, economici e sociologici della diminuzione della popolazione.
In questo capitolo viene dimostrato che la evoluzione procede per lo
appunto dalla massima fecondità alla minima. Cresce la perfezione nella
serie degli organismi quanto più diminuisce la fecondità. Tale la
evoluzione dai protozoi microscopici nei quali si ha una prodigiosa e
permanente riproduzione per scissiparità, ai mammiferi più elevati ed
all’uomo nei quali la fecondità è minima.
Con questa evoluzione vengono meglio garentiti ed armonizzati
gl’interessi della _specie, dei parenti e dei figli_, quanto più si
sale nella scala degli esseri organizzati dai primi agli ultimi.
Invero, negli animali dalla massima fecondità — protozoi — la durata
della vita è minima; raggiunge il massimo la durata della vita negli
esseri nei quali la fecondità è minima, come nell’elefante e nell’uomo.
Negli uni e negli altri l’interesse della specie viene garantito,
perchè nei protozoari, dalla vita brevissima, la conservazione della
specie non sarebbe possibile, se non soccorresse la straordinaria
facilità di riproduzione. Però la conservazione della specie negli
animali superiori, che procreano poco, ma vedono durare in vita più
facilmente e più lungamente, i discendenti, _avviene con maggiore
risparmio di forze e di materia_.
Tra i protozoi la vita degli adulti e dei giovani discendenti è
maggiormente subordinata agli interessi della specie; la è sempre meno,
quanto più si sale nella scala zoologica. Quanto più lungamente vivono
gli animali e quanto meno procreano, tanto più indipendente è la loro
vita e meno subordinata agli interessi della specie. Gl’interessi
dei giovani nati sono meglio garantiti, quando la procreazione è
minima, perchè i parenti consacrano maggior tempo e maggiori cure
al loro allevamento ed alla loro educazione; queste cure maggiori e
questo maggior tempo consacrati ai figli crea pei genitori una nuova
sorgente di piaceri, mentre permette loro di vivere più lungamente
dopo ch’è cessato il periodo dedicato alla procreazione. Consentonsi
in pari tempo ai figli analoghi piaceri consacrandosi alla cura dei
genitori vecchi: in entrambi i casi si ha sviluppo e rinvigorimento di
sentimenti altruistici.
«Combinando queste proposizioni, conchiude lo Spencer, noi ne tiriamo
il corollario che la costituzione la più elevata della famiglia si
trova realizzata allorquando i bisogni della società e quelli dei
suoi membri, vecchi e giovani, si trovano sì ben conciliati, che la
mortalità fra la nascita a l’età della riproduzione si riduce al
minimum, e che la subordinazione della vita degli adulti all’educazione
dei figli divenga la più debole, che sia possibile. Questo legame di
subordinazione s’indebolisce in tre maniere: l.º coll’allungamento del
periodo che precede la riproduzione; 2.º decrescendo il numero dei nati
ed allevati, ed accrescendo i piaceri che derivano dalle cure che se
ne prendono; 3.º allungando la vita che segue alla cessazione della
riproduzione.»
«L’ideale della famiglia, che ci suggerisce lo studio della relazioni
sessuali e parentali in tutta l’estensione del mondo organico è uguale
a quella comparazione delle età inferiori dell’umanità colle superiori.
Nelle tribù selvagge, noi troviamo in generale una grande mortalità di
giovani: vi ha di ordinario più o meno infanticidi, eppure un grande
numero di decessi in seguito a condizioni sfavorevoli, o infine queste
due cause agiscono insieme. Aggiungiamo che le razze inferiori hanno
per carattere una maturità precoce ed una precocità del periodo di
riproduzione; ciò che suppone la brevità del periodo durante il quale
la vita individuale si svolge senza altro scopo che quello della stessa
vita dell’individuo. Sintanto che dura il periodo della fecondità il
fardello che pesa sulle donne spossate come esse sono dalle fatiche
d’ogni sorta, è gravissimo. Le relazioni matrimoniali e parentali non
sono sorgenti di piaceri così elevati, come presso le razze civilizzate.
«In seguito, dopo che i figli sono stati allevati, ciò che resta
di vita per ogni sesso è breve: spesso la violenza vi pon termine,
tal’altra la morte volontaria; e comunque essa finisce e declina senza
che i figli se ne preoccupino.» (p. 210, 211)
Continuando l’analogia, per parte mia aggiungo, che tra i popoli
civili, le classi povere ed inferiori, presentano come loro particolari
caratteri: massima mortalità dei nati nel primo periodo di esistenza,
minima durata media della vita, poca cura dei figli verso i genitori
nella loro vecchiaia, disperdimento di forze e di materia per garentire
la conservazione della specie. Così anche su questo riguardo trova
riscontro nelle società umane la filogenesi Häckeliana; e conformemente
alla teoria della evoluzione, facendo procedere di conserva maltusismo
e riforme sociali colla diminuizione della procreazione si progredisce
in queste direzioni: 1.º si eleva la vita media e si diminuisce la
mortalità dei neonati; 2.º si restringono col più lungo allevamento
e colla più accurata educazione i legami parentali e si favorisce
lo sviluppo dei sentimenti altruistici; 3.º si attenua sempre più e
si procede verso la eliminazione della _causa_ della lotta per la
esistenza tra gli uomini.
Sia quale si voglia, infine, la teoria della popolazione la maltusiana
o la biologica spenceriana questo risultato statisticamente e
storicamente è assodato: _è possibile non solo, ma si è avverata pure
presso certi popoli a civiltà più avanzata una notevole diminuzione
nell’incremento della popolazione, in modo che venga mantenuto o
ristabilito l’equilibrio della medesima con i mezzi di sussistenza
e facilitato grandemente il suo miglioramento_. La _causa prima_ e
immediata, invocata da Darwin nello stabilire la legge della _lotta
per la esistenza_ quindi si viene gradatamente, ma continuamente,
attenuando ed eliminando.
CAPITOLO V. L’UOMO E LA NATURA
27. La lotta per la esistenza tra gli uomini era una necessità quando
altri mezzi sicuri non esistevano per garantire l’esistenza stessa,
e l’uomo affidavasi alla produttività spontanea del suolo. Egli era
nella totale dipendenza, nella piena balia dei capricci della natura, e
assai difficilmente e con grande incertezza provvedeva ai suoi bisogni
(_Roscher_).
Poscia gradatamente l’uomo si diede a modificare la natura sottraendosi
al suo dominio; e i risultati ottenuti procedettero in ragion diretta
del lavoro applicatovi e dello sviluppo della intelligenza (_Lange_).
La vittoria sulla natura gli ha dato una influenza dirigente sulle
altre esistenze e per essa l’uomo non solo si è liberato della
selezione naturale, ma s’è potuto appropriare di una parte del potere
che, prima dell’apparizione di lui, la natura esercitava sull’universo.
Ed è questa lotta e questa vittoria sulla natura che differenzia sempre
più l’uomo dagli animali, che per la loro conservazione non inducono
nè richiedono alcun mutamento sulle disposizioni naturali della
superficie o nelle vicendevoli tendenze loro proprie, tranne quella
mutua repressione di eccessivo accrescimento che serve ad impedire
la distruzione di una specie per opera dell’usurpazione di un’altra
(_Marsh_)[147].
Questa vittoria si comprende che per la estensione e per la intensità
fu graduale. _Nil per saltum_; perciò in principio gli uomini, come
gli animali si dettero ad un consumo improduttivo caratterizzato dalla
guerra, dalla caccia, dalla pesca e dalla raccolta di prodotti naturali
— fatti tutti che non costituivano un vero fenomeno sociale, ma un
fenomeno biologico del dominio della nutrizione individuale.
Il passaggio dal fenomeno biologico a quello sociale si opera con
transazioni insensibili. La raccolta, la caccia e la pesca sono
una guerra dell’uomo contro le piante e gli animali. Questa guerra
si fa con isforzi individuali o collettivi senza che sia possibile
determinare ove comincino gli uni e finiscano gli altri. I due processi
si incatenano in mille modi. Talvolta ciascun selvaggio caccia per
conto proprio, tal’altra un’orda intiera intraprende una campagna per
procurarsi carne o pesce. Tutto dipende dalla difficoltà dell’impresa e
dal grado di resistenza che può opporre la preda designata[148].
In questo modo diminuiva per un altro verso la necessità della lotta
endo-sociale, man mano che l’uomo facevasi meglio accorto, che si
provvedeva più sicuramente all’esistenza associandosi ai suoi simili,
per vincere la natura ed averne la produzione massima possibile.
La quale percezione dei vantaggi ricavati dalla solidarietà e
dall’associazione diveniva più chiara ed intensa a misura che cresceva
la coltura della sua mente e che i primi risultati ottenuti ed
accumulati trovava modo di tramandarli a giovamento dei discendenti.
Di talchè l’_utile_, — primo momento causale dell’_altruismo_, come
si disse, — cooperando col medesimo, quando era di già sviluppato,
contribuiva alla importante trasformazione dell’obbiettivo della lotta.
La convenienza di questa azione dell’uomo sulla natura che lo circonda
oggi è talmente assodata, che anche dal socialismo scientifico si
conviene, che ogni tentativo di promuovere la migliore divisione del
reddito del lavoro a favore delle classi oppresse, _deve avere mala
riuscita_, se non è accompagnato da un contemporaneo aumento della
forza produttiva del paese. _Senza di ciò non vi ha sistema che valga
ad elevare durevolmente la condizione del proletariato_[149]. Da
un’altra parte gli avversari del socialismo non dovrebbero dimenticare
che la lotta contro la natura anche quando coronata da successi
meravigliosi non riesce a procurare il benessere minimo possibile ai
lavoratori. Il potere dell’uomo sulle forze naturali è tanto aumentato
che quindici anni or sono — e d’allora in poi quanti altri progressi!
— la forza-vapore della Gran Brettagna era dieci volte la forza
dell’intera popolazione: ciononostante la miseria non era diminuita
proporzionatamente[150]. Non è questa la miglior prova, che questa
vittoria contro la natura, come la riduzione della popolazione, non può
scompagnarsi dalle riforme sociali?
Questo mutamento di obbiettivo della lotta riesce alla modificazione
della progressione aritmetica dello sviluppo dei mezzi di sussistenza,
che convergendo nella sua azione colla trasformazione della
progressione geometrica dello aumento della popolazione, attenua sempre
più ed elimina la causa diretta del conflitto endo-sociale.
Qui giova ricordare a riconferma di quanto si disse sui rapporti tra
l’industrialismo e lo spirito pacifico, che i san-simoniani ebbero
più profondo di tutti l’intuito della convenienza d’intraprendere
energicamente questa lotta contro la natura; alla quale, quando
fallirono tutti i tentativi di applicazione pratica del sistema si
diede anche l’Enfantin, che potevasi ritenere il meno adatto a ciò; e
in pari tempo dalle fila dei san-simoniani si videro uscire geografi,
industriali, ingegneri, che raggiunsero un’alta fama e accumularono
grandi ricchezze.
In pari modo, come i popoli più pacifici si mostrano più costantemente
dediti all’industria e all’agricoltura ed alle applicazioni della
scienza alle medesime — inglesi, nord-americani — in seno a questi
stessi popoli gli elementi che si sono dati con maggiore attività
alla lotta contro la natura, vengono rappresentati dalle comunità e
sètte religiose a tendenza comunistica — Shackers, Mormoni, Comunità
di Oneida etc. etc. Ciò trova riscontro anche altrove, come ne fan
fede i fratelli Moravi e gli stessi Ebrei, che, come è noto, rifuggono
dalla guerra e non hanno perduta la tradizione delle loro istituzioni
socialistiche, il cui valore venne illustrato dal Levi.
28. In qual grado e in quante svariate forme, traendo profitto da tutte
le scoperte della scienza, l’uomo abbia iniziato e spinto innanzi la
lotta contro la natura, non posso qui esporlo, per non dilungarmi di
soverchio, e rimando il lettore che avesse vaghezza di conoscerlo
all’opera di Giorgio Marsh: _L’uomo e la natura_. Il Marsh imprese a
trattare sistematicamente di questo argomento, dimostrando che, come
l’uomo dei primordi fu il prodotto delle condizioni esterne, alla sua
volta poscia egli ha reagito contro la natura, che lo circondava. E
non tacque che l’uomo o per ismodato desiderio di pronti risultati
a scapito dei discendenti, o per ignoranza sulle trasformazioni
intraprese, talvolta andò a ritroso delle proprie intenzioni e
dell’interesse delle venture generazioni, inferendo alla natura delle
modificazioni, che in ultimo ne diminuirono la produttività. Si deve
aggiungere che questa lotta a scapito dei discendenti e a danno delle
collettività è stata più sfrenata e perciò più esiziale col trionfo
del liberismo economico: n’è esempio luminoso il taglio pazzesco di
alcuni boschi con grave deterioramento delle condizioni economiche ed
igieniche. Ond’è che sinanco il Leroy-Beaulieu in fatto di selve alla
proprietà privata preferisce quella collettiva.
La reazione dell’uomo contro la natura è tanto più efficace e ricca di
risultati, quanto maggiori sono la coesione e l’armonia delle forze
sociali, l’interesse diretto dei singoli membri dell’associazione nel
conseguire la vittoria, e la giustizia nella ripartizione dei suoi
frutti. Similmente come la lotta tra i gruppi di uomini diminuisce
d’intensità, man mano che essi divengono più numerosi, quella contro la
natura diviene più proficua, quanto più numerose sono le forze umane
consociate[151].
Sui vantaggi di questa unione e coesione delle forze sociali nella
lotta contro la natura, convergono socialisti ed economisti. E su tal
riguardo Fedele Lampertico osserva: La forza di ciascun uomo è minima;
ma la riunione delle minime forze _forma una forza totale maggiore
anche della somma delle singole forze_; e con questa riunione si arriva
a diminuire il tempo ed accrescere lo spazio della loro azione, o,
diremo più esattamente, a crescerne la virtù[152].
Questo pensiero del Lampertico sembrami vero, e di una profondità, che
sfugge a prima vista; imperocchè contraddice formalmente ad uno dei
cardini della sociologia di Spencer e degli individualisti — più volte
incidentalmente oppugnato qui stesso — che negli aggregati sociali, non
vogliono vedere che la pura e semplice addizione delle forze e delle
qualità dei loro singoli componenti.
L’uomo e la solidarietà tra gli uomini, e non la lotta ci han dato le
prodigiose opere moderne — ferrovie americane, transiberiane, canale di
Suez, traforo del Frejus e del Gottardo etc. — e ne daranno di maggiore
importanza nella società futura come crescerà _pari passu_ lo sviluppo
della scienza e delle sue applicazioni, che condurranno alla continua
trasformazione della natura e non alla distruzione tra gli uomini.
Nel quale processo di trasformazione eziandio, si troverà un obbietto
inesauribile sul quale potrà esercitarsi l’energia umana.
In questo senso la _lotta per la esistenza_ viene caldeggiata dai più
eminenti cultori del socialismo scientifico — Marx, Engels, Wiede,
Podolinsky, Kautsky etc. — e dal Lanessau, come fu accennato, venne
denominata l’_associazione per la lotta_, e con maggiore esattezza a
me pare che dovrebbe chiamarsi l’_associazione pel miglioramento_,
lasciando il nome di lotta per la esistenza a quella combattuta tra gli
animali e tra gli uomini primitivi.
Nella lotta contro la natura la grande importanza dell’associazione
è stata di recente messa bellamente in rilievo dal Kautsky, in altro
suo scritto, in cui ha avuto occasione di esplicare chiaramente il
suo modo d’intendere la _lotta per la esistenza_ contro la gretta
interpretazione degli economisti.
Le _società_ le quali durevolmente mirano a conseguire entrambi i fini
di procurarsi nutrizione e protezione rappresentano la forma più alta
di evoluzione. Le riunioni umane appartengono a questa categoria. Le
società umane si distinguono dalle orde di scimmie sociali soltanto per
i _mezzi_ e per la _maniera_ con cui raggiungono i loro scopi. I quali
sono uguali presso le une e le altre. Tra gli uomini, la società non
è che un’_arma_ nella lotta per la esistenza, ed anzi è la migliore.
Voler togliere il principio dell’associazione in questa lotta, vale lo
stesso che privare gli uomini del mezzo più efficace per intraprenderla.
Possono però i signori manchesteriani, ed anche famosi naturalisti,
dar fiato alle trombe per proclamare che la lotta di _tutti contro
tutti_ è fondata sulle leggi della natura, e che la sua cessazione
significherebbe l’arresto del nostro sviluppo, e possono pure
sprezzantemente chiamare una _sentimentalità_ ogni tentativo di
rimuovere la lotta endo-sociale; essi con ciò mostrano soltanto di aver
compreso superficialmente la teoria della lotta per la esistenza.
Se il progresso in ogni specie di animali consiste nel perfezionamento
delle sue armi per la lotta, si deve quindi negli animali socievoli
considerare il perfezionamento della loro organizzazione sociale, e
perciò il perfezionamento della lotta di tutti _a vantaggio_ di tutti,
come il più importante progresso. Tanto più questo potrà dirsi per gli
uomini la cui più potente e temibile, anzi unica arma nella lotta per
l’esistenza è la _società_. Si distingue l’uomo dagli altri animali per
la _intelligenza_, ma questa è il frutto dell’associazione, giacchè
l’uomo isolato diviene stupido ed ignorante. Tutte le altre sue armi
sono inferiori a quelle degli animali. L’uomo non possiede armi,
mezzi di attacco, di offesa, come gli animali di rapina; non possiede
per difendersi la grandezza dell’elefante, dell’ippopotamo e del
rinoceronte. Gli manca la sveltezza e l’agilità dello scoiattolo e del
capriuolo.
Se l’uomo, non ostante tutto ciò, non solamente è arrivato a difendersi
dai suoi nemici, ma a divenire il loro signore ed il signore di tutta
la natura; ciò non è avvenuto in forza di un’arcana e divina scintilla,
ma soltanto per questo, ch’egli ha sviluppato la sua più eccellente, la
sua unica arma nella lotta per la esistenza, la _società_, sino ad una
perfezione sconosciuta tra gli altri animali. Soltanto nella _società e
per la società_ l’uomo è arrivato alla presente sua altezza, soltanto
in _essa e per essa_ può egli continuare a progredire. Chi atomizza la
società e ne lacera la coesione, chi la società vede nella lotta di
tutti contro tutti, spoglia l’uomo della sua più potente arma nella
_lotta contro la natura_ e dà della scure alla sua esistenza[153].
29. Scendendo a qualche dettaglio su questa lotta contro la natura e
sui suoi risultati, giova insistere particolarmente sulla parte della
medesima, che serve a dimostrare la possibilità di ottenere maggiori
prodotti dalla terra modificando la progressione aritmetica dello
incremento dei mezzi di sussistenza, _verso_ quella geometrica.
Ciò si può realizzare e si va realizzando in tre modi: 1.º migliorando
la _qualità_ dei terreni, agendo in guisa che a superficie eguale
la _quantità_ di sostanza nutritiva, che contengono sia maggiore di
quella attuale; 2.º migliorando le specie di piante e di animali, che
il terreno nutrisce; 3.º diminuendo la perdita di sostanza nutritiva
durante il lavoro, risparmiando il lavoro umano ed animale, diminuendo
la quantità dei _residui_ nella produzione, ed utilizzando quelli
ottenuti.
La concimazione, l’irrigazione, il drenaggio, la lavorazione meccanica
della terra, tutte insomma le applicazioni riuscite della meccanica,
dell’idraulica, della chimica e i suggerimenti della scienza in
generale, conducono al conseguimento del _primo_ scopo.
Dove si potrà arrivare collo aumentare la fecondità della terra mercè
le concimazioni, mercè le applicazioni della elettricità ce lo dicono i
risultati del _sistema Solari_ — il sistema dell’induzione dell’azoto è
alle sue prime applicazioni, ma si rivela meraviglioso. E ciò che può
dare realmente, e non in via d’ipotesi la terra coltivata intensamente
ce lo dicono i Chinesi. La piccola loro coltura renderebbe possibile
che trovassero alimenti sufficienti in Francia non 38 milioni di
abitanti — quanti ce ne sono attualmente; ma da 80 a 100 milioni[154].
È in grazia del pari di una coltura oltremodo intensiva, resa possibile
dalla piccola proprietà, che nel Giappone 42 milioni di abitanti
possono trovare alimenti, per quanto non abbondanti, in soli 6 milioni
di terra coltivata. (_Pierre Leroy-Beaulieu_).
Questi vantaggi della piccola coltura chinese, che non sono menomamente
esagerati assurgerebbero a proporzioni di gran lunga maggiori o
colla cooperazione tra piccoli proprietari o addirittura colla
grande proprietà. La quale, può non dare i risultati che vi scorge
il Masè-Dari dal punto di vista dei lavoratori; ma certamente rende
possibile la coltura più intensa e scientifica possibile e fa aumentare
enormemente la produzione[155].
Gli allevatori si sono incaricati di mostrare come si proceda pel
_secondo_: _a_) facendo sviluppare artificialmente e per selezione
razionale nelle piante e negli animali, quanto meno si può gli organi
e le parti inutili del corpo, a vantaggio di quelli utili — ad
esempio in Inghilterra si sono ottenute razze di animali con gambe e
testa piccolissime e col resto del corpo grandissimo; — _b_) facendo
raggiungere alle stesse piante ed animali il loro completo sviluppo nel
minor tempo possibile, ottenendo un grande risparmio delle sostanze,
che servono a nutrirli — così mentre un vitello ordinariamente
raggiunge il peso di 100 kilogrammi in un anno, gli allevatori
razionali sono riusciti a farglielo raggiungere in sei mesi; — _c_)
limitando sempre più il numero delle specie di piante e di animali
che nascono e vivono al di fuori dell’azione umana, e sostituendole
con quelle coltivate. La estensione, che va prendendo l’allevamento è
tale ormai, che il Wallace predice che verrà un giorno, in cui non vi
saranno più che delle piante e degli animali coltivati, addomesticati
ed allevati dall’uomo; nei quali la selezione umana, avrà rimpiazzato
completamente la selezione della natura[156].
Il _terzo_ modo di miglioramento possibile sta nel massimo risparmio
delle forze e della materia occorrenti per la produzione. Il consumo
delle forze, com’è noto, dev’essere riparato colla ricezione di
nutrimento; cosichè in ultima analisi il risparmio di forza si riduce
a risparmio di materia. Risparmiando la forza degli animali, inoltre,
si può restringere lo allevamento di quelli destinati al lavoro, ed
aumentare perciò la superficie dei terreni, che servono alla nutrizione
degli uomini. Il risparmio della _forza_ degli uomini e degli animali,
si ottiene coll’impiego delle macchine, colle quali si attenua pure
la quantità dei _residui_, che altravolta andavano perduti, e che la
scienza moderna ha saputo reimpiegare ed utilizzare.
Rimane dimostrato in questa maniera, che contemporaneamente
alla modificazione della progressione geometrica, che governa
_spontaneamente_ lo sviluppo della popolazione, si può ottenere la
modificazione della progressione aritmetica dei mezzi di sussistenza
spingendo energicamente la _lotta contro la natura_. Le due
modificazioni procedenti in senso inverso, cooperano armonicamente
ad eliminare o attenuare la _causa_ prima e diretta della darwiniana
_lotta per la esistenza tra gli uomini_. Avvegnachè, se da una parte i
concorrenti non si moltiplicano vertiginosamente, dall’altra crescono
i _mezzi_ per soddisfare i bisogni. Al banchetto della vita si fa
posto per _tutti_; e nel lavoro in comune si stringono i legami di
solidarietà e si rinvigoriscono i sentimenti altruistici.
30. Qui sorge una quistione di grave importanza, se non pel presente,
almeno per le venture generazioni.
Si sa che la produttività della terra ha i suoi limiti ed un giovane
socialista dei più modesti e dei più colti non ha esitato a riconoscere
che «le resistenze della natura alle sempre maggiori richieste
dell’uomo aumentano visibilmente, sì che giorno verrà che frapporranno
ostacoli invincibili».[157]. Questo pericolo non solo è remoto, ma la
scoverta e le applicazioni della chimica e delle altre scienze fanno
già discutere come ipotesi non romanzesca quella di poter trasformare
direttamente l’azoto in alimento con incalcolabile risparmio di tempo,
di spazio e di mezzi. Scienziati di gran valore discutono questa
ipotesi. (_Renan, Bertelhot, Mantegazza, Albertoni, Siemens, Eisler_
ecc.)[158]. Può del resto scomparire la rendita ricardiana (_Masè
Dari_); ma i continui investimenti di capitale nella terra, non ne
faranno diminuire la produttività[159].
È risaputo che nella lotta contro la natura, l’uomo si avvale di alcune
forze, senza le quali tutto il suo lavoro, la sua intelligenza e la
potenza derivante dalla coesione sociale a ben poca cosa approderebbe.
Saranno eterni questi _mezzi_ per la lotta? Ciò non si crede. Verrà
momento in cui le _forze_ attuali saranno esaurite; e prima tra tutte
è quella che dà il carbon fossile. Avvenuto l’esaurimento sarebbero
giustificate le più tristi previsioni sulle sorti future dell’umanità,
se altri mezzi non si rinvenissero per sostituire quelli, che si
posseggono al presente.
Il problema è stato ventilato, e la soluzione intravvista e
parzialmente attuata è tale, che si può guardare lietamente nello
avvenire e confidare nella realizzazione d’immegliamenti sociali di
ogni genere. Con rara competenza se ne occupò presentando una sintesi
degli studi relativi, uno dei più illustri cultori del positivismo in
Italia: il Morselli, cui si conviene lasciare la parola[160].
Una quistione del tutto nuova, scrive l’eminente psichiatra di Genova,
almeno sotto l’aspetto con cui ci si presenta è stata ultimamente
dibattuta in Inghilterra ed in Francia. Essa si collega da una parte ai
concetti puramente filosofici intorno alla evoluzione del mondo animale
e in ispecial modo allo sviluppo progressivo dell’intelligenza umana;
ma d’altra parte tocca anche l’influenza modificatrice e perturbatrice
dell’uomo nella natura, i suoi interessi materiali, i progressi delle
industrie e delle scienze tecniche, il benessere insomma dei nostri
discendenti più lontani. La quistione può essere formulata nel modo
seguente: Quali saranno in avvenire le forze naturali di cui disporrà
l’uomo per lottare vittoriosamente contro la natura, che lo circonda e
per rendersene sempre più il dominatore?
La superiorità dell’uomo sugli altri esseri sta senza dubbio nella
massa, volume, qualità del suo cervello, o in altri termini nella
grande attitudine di quest’organo a svilupparsi e perfezionarsi
durante la lotta per la esistenza. Mercè questa superiorità prima si
sottopone il mondo animale; ora si sottomettono le forze inorganiche
della natura. Qui avvengono i maggiori progressi, perchè domando le
forze naturali oggi l’uomo solca i mari, trafora i monti, propaga il
pensiero ad enormi distanze; arricchisce ogni giorno l’industria di
nuovi prodotti, la scienza di nuovi trovati, mercè l’uso delle forze
sviluppate dal vapore, dall’elettricità, dalle reazioni chimiche e
finalmente dal suono e dalla luce.
Intanto uno dei fattori massimi del progresso umano, il carbon
fossile, che rappresenta forza solare accumulata può venir meno pel
grande consumo che se ne fa. Epperò si ricercano i sostitutivi.[161]
Il problema delle forze dell’avvenire qual’è permesso fin d’ora
comprenderlo, ammette due soluzioni. L’uomo avrà in avvenire due modi
per utilizzare le manifestazioni diverse dell’energia solare: 1.º
l’impiego dell’_aria compressa_ mediante le forze naturali, venti,
correnti d’aria etc., in vasti serbatoi e trasmessa da lontano per
mezzo di _tubi_; 2.º l’impiego dell’_elettricità_ creato da macchine
dinamo-elettriche, pure messe in moto dagli agenti naturali, e
trasmessa da lontano per mezzo di _conduttori_[162]; sono due metodi,
che non si escludono, ma si aiutano a vicenda.
Ma la quistione dell’avvenire della potenza sulla natura offre un altro
lato di grande importanza per la filosofia: le forme dell’energia
naturale sono sole quelle, che l’uomo è arrivato a conoscere e ad
utilizzare? l’avvenire non ci sarà largo della scoperta di una nuova
e fin qui sconosciuta forma di energia, dalla quale l’umanità potrà
ricavare una sorgente di forza motrice altrettanto potente, quanto
superiore alla nostra immaginazione? L’ipotesi non è strana. Per quanto
i nostri sensi si siano estesi e perfezionati mercè la invenzione di
strumenti meravigliosi, pure noi dobbiamo ammettere che noi conosciamo
ancora pochissimo del mondo, che ci circonda.
Comunque, è oggi indubitato che l’ideale umano non consiste più nella
vittoria nella lotta tra gli uomini, ma in quella degli uomini contro
la natura, contro l’ambiente; e questo sarà pure trionfo del lamarkismo
sulle volgari applicazioni delle leggi darviniane alle società
umane.[163]
CAPITOLO VI.
LA LOTTA PEL PIACERE E PEL POSTO MIGLIORE
31. La mancanza di una vera soprapopolazione, che giustifichi la lotta
brutale per la esistenza e la intensificazione della lotta contro la
natura, che fa crescere i mezzi di sussistenza lasciano in piedi una
forma attenuata di lotta, che sarebbe propria ed esclusiva dell’uomo.
La lotta per l’esistenza, si dice, non deve intendersi oggidì nel
senso primitivo, rivolta, cioè a conseguire il necessario pel proprio
sostentamento; ma si genera per ottenere la maggior somma possibile
di godimenti o quel benessere massimo confacente al più alto tenore
di vita (_Standard of life_), al grado d’incivilimento raggiunto.
Oggi vi è la lotta per ottenere la posizione migliore — _Der kampf
um die beforzugte stellung_ — (_Lange_); anzi altri negando la
storia, aggiunge: nella Società umana ci fu sempre e c’è solamente
_lotta per il piacere_, propria dell’uomo civile e da non confondersi
coll’animalesca lotta per la esistenza. (_Martello_)[164]
C’è del vero in tutto ciò ed è innegabile la trasformazione continua
della lotta nel senso su esposto; ma non bisogna esagerare e si deve
far posto alla realtà, affinchè si scorga meglio la necessità e la
giustizia delle invocate trasformazioni sociali. Sì, la _pleonexia_ di
Aristotile costituisce questa lotta pel posto migliore o pel piacere;
ed è innegabile.[165] Questa legge vera mira alla soddisfazione
dei bisogni complementari determinati da tre tendenze fondamentali
originarie. «La prima è di accrescere intensivamente ed estensivamente
i godimenti materiali (accanto ai mezzi di alimento i mezzi di
godimento del gusto — accanto agli indumenti necessari gli abiti di
lusso — accanto alla casa il palazzo). La seconda di asseguire, e indi
asseguire più intensamente e più estesamente, beni spirituali (onori,
stima, socievolezza, indipendenza, libertà, istruzione etc.). La terza
di sopravvanzare gli altri nei godimenti materiali-spirituali, e perciò
di dominare, di vincere, di essere o mostrarsi più ricco, più sapiente
etc. Questi bisogni complementari; 1º non nascono o per lo meno non
determinano alcuna azione se non dopo soddisfatti i bisogni primari;
la comparsa e la crescenza dell’attività complementare nell’individuo
è segno dell’esistenza e del crescere di un residuo utile di energia
extraeconomica. 2º Si presentano come la spesa di una energia
esuberante e il loro carattere economico è la distruzione dell’attività
produttiva. 3º Favoriscono potentemente la prevenzione genetica.»[166]
In questa bene affermata _lotta pel posto migliore_, in questa
_lotta pel piacere_ intanto riscontrasi la migliore giustificazione
dell’azione del socialismo. Poichè se essa è vera non è tale per
tutti i tempi e per tutti gli uomini oggi. A parte la trasformazione
dell’obbiettivo — _il piacere_ — che mutò continuamente: da quello dei
selvaggi pei quali il godimento si riduce ad una scorpacciata di grasso
di balena a quello dell’artista o del filantropo che si compiacciono
soltanto dell’opera loro e non ne attendono al più che ammirazione o
riconoscenza dagli altri; si deve ricordare che esistono a milioni
gli uomini — a parecchie decine di migliaia nella sola Londra — che
conducono ancora una esistenza esclusivamente bestiale e pei quali —
i reietti del capitale — _La lotta pel posto migliore_ non esiste,
è un non senso (_La Loggia_). Se questa è la lotta civile che deve
caratterizzare l’uomo, è evidente che ha ragione il socialismo volendo
porre tutti gli uomini in condizioni di poterla combattere.
Man mano che gli uomini s’innalzano e si eleva il loro tenore di
vita, divien sempre meno utopistico l’ideale socialista, poichè per
la soddisfazione di gran parte di questi bisogni complementari, che
costituiscono il fondo delle lotte pel piacere non esistono ostacoli
materiali, che vengono anzi diminuiti dalla prevenzione genetica.
Sicchè la crescente moltiplicità dei bisogni, caratteristica della
civiltà progressiva — come ben disse Rümelin contro tutti i predicatori
farisaici, che si scandalizzano per ogni nuovo bisogno che si crea
un lavoratore — attenua sempre più la lotta, anzichè acuirla, perchè
i bisogni morali, intellettuali e sociali quanto più si progredisce,
tanto più predominano sui bisogni organici (fame, sete, copula)
dell’uomo primitivo. (_Veron_)[167]
La esistenza e lo sviluppo di questi bisogni complementari,
costituiscono il fondo delle lotte pel piacere e pel posto migliore
nelle società, e dimostrano che cessato lo stimolo materiale, brutale
pel progresso che si vorrebbe far rappresentare alla pressione della
popolazione rimangono sempre e a sufficienza stimoli pungentissimi per
ispingere gli uomini ad ulteriori progressi.
32. Il _piacere_ sempre più elevato che si agogna, quello di conseguire
il _posto migliore_, per ottenere il quale si combatte quando è cessata
la lotta brutale per la vita, induce ad esaminare qual’è il _minimum_
di godimento che a tutti gli uomini si può assicurare e se c’è
convenienza sociale, nell’interesse supremo di ulteriori progressi, di
procedere all’assicurazione di una esistenza umana per tutti.
È vero, dicono gli economisti e i difensori della presente
organizzazione, che dividendo equamente i prodotti vi sarebbe da
sfamarsi tutti, ma sarebbe impossibile ogni ulteriore progresso e
il corso della civilizzazione verrebbe arrestato non solo, ma anzi
probabilmente si verrebbe a regredire. E fanno il conto del capitale
esistente e divisolo in quote uguali al numero degli abitanti, mostrano
quanto meschina, esigua sia questa quota individuale.
Secondo Mulhaell in Europa ogni famiglia non avrebbe che L. 1188 di
rendita annua; e le cifre di Gide non differiscono molto.[168] Il
reddito sarebbe assai minore per gl’Indiani, pei Chinesi, per gli
Africani, la cui miseria è orribile e quale esso possa essere si può
argomentarlo dal reddito degli Italiani che discende a L. 350 annue —
_quanto basterebbe semplicemente a far morire di fame_, come sappiamo
già da un avversario del socialismo. (_Flora_)
Se ciascuno non dovesse avere che questa _quota individuale_, teatri,
statue, pitture, gioielli, palazzi, mobili, tappeti e forse anche libri
etc. etc. tutto quanto infine non rappresenta lo _stretto necessario_,
ma è il prodotto della civiltà raggiunta, che sta in ragion diretta
della somma di godimenti procurabili, non potrebbe essere posseduto
da _veruno_; ciò che equivale alla necessità di doverlo distrurre,
retrogradando verso il primitivo stato di barbarie. E all’uopo invocano
l’autorità di Buckle e di Darwin, che vogliono dimostrare come i primi
passi sulla via del progresso siano stati possibili collo accumulo
delle ricchezze o colla _disuguale_ distribuzione della proprietà.[169]
Quale che sia stata l’utilità della disuguale distribuzione delle
ricchezze agli inizii della evoluzione sociale è giuocoforza
riconoscere oggi, che la condizione delle cose è mutata.
In verità ci corre molto, tra la quantità di oggetti che si poteva
possedere nello stato primitivo delle società umane, e quello che
oggi permetterebbe di possedere una uguale ripartizione dell’intero
capitale, che a detta degli economisti si accresce sempre e
grandemente.[170]
Epperò «la divisione in classi riposando sull’insufficienza della
produzione non ha più ragione di essere. L’industria meccanica ha
prodigiosamente sviluppata la potenza produttiva dell’uomo, diminuendo
il tempo di lavoro necessario alla soddisfazione dei bisogni generali.
Per la prima volta apparisce la possibilità di procurare a ciascuno,
mediante un leggero tempo di lavoro, delle larghe facilità di esistenza
materiale che andranno allargandosi. La schiavitù degli uni è stata la
condizione del benessere degli altri; colle macchine, _questi schiavi
di ferro_, il benessere di tutti è possibile.» Anche ammesso, poi, che
«tutti non debbano avere, nè tutti abbisognare della stessa quantità di
ricchezza nelle sue forme più svariate; si deve riconoscere, che tutti
hanno diritto di possedere quella quantità di ricchezza indispensabile
per soddisfare i desideri _più razionali_; e tutti devono avere una
determinata quantità di quei beni, pei quali oggi tanto si combatte,
in modo che nessuno sia più costretto a rubare od a truffare il suo
vicino.» (_Deville, George_)[171]
Questa quota di capitale individuale, tenendo conto principalmente
dei vecchi e dei bambini, che non possono usare tutta quella a
loro spettante, renderebbe possibile un tipo di benessere sociale
sufficientemente elevato, e che in forza dello stesso progresso si
eleverebbe sempre di più.
Con queste affermazioni si naviga in piena utopia? Gli statistici
rispondono negativamente. Per dimostrare la necessità di aumentare
ancora la produzione — e non vi sono socialisti ragionevoli e savi
che questa necessità negano[172] — si afferma che per ogni uomo
che abbia raggiunto un discreto tenore di vita occorrono 60 k. di
zucchero all’anno e che perciò per 1,300,000,000 di abitanti sulla
terra ne occorrono 65 miliardi di k. mentre non se ne producono, che
6 miliardi.[173] Un calcolo uguale si è fatto sul pane, l’aumento del
cui consumo ha già fatto emettere un grido di vero allarme al sig. Wood
Dawis, che vede dinanzi una paurosa prospettiva.[174]
È facile, però, la risposta. I consumi non aumenteranno ugualmente a
giorno fisso per tutti gli abitanti della terra, perchè il socialismo
scientifico, evoluzionista, non s’illude menomamente sull’uguaglianza
e contemporaneità di sviluppo; e che ci sia possibilità di sviluppo
nella produzione e nei consumi emerge all’evidenza da ciò che lo stesso
Novicow scrive sugli sperperi nella società moderna. Se i 61 miliardi
che egli enumera come sperperati per quelli che egli chiama _errore
crisoedonico, errore ctesoedonico_ e _falsa concezione dell’universo_
venissero destinati alla produzione di cose utili di quanto non
potrebbe innalzarsi la soddisfazione dei bisogni umani? Di più, proprio
il Novicow, che in più parti sostiene l’utilità dell’inuguaglianza
nella ripartizione delle ricchezze, fa questa dimostrazione che
contraddice alle sue affermazioni e in modo vittorioso. «Se ogni
operaio, egli dice, riceve un franco di salario, vi saranno ogni giorno
538 milioni di unità[175] di adattamento di più sulla terra. Ma se
200 milioni di uomini ricevono ognuno L. 1,50, non restano più che
238 milioni di franchi da distribuire agli altri 338 milioni — cioè
centesimi 70 a testa. Si otterranno dunque 438 milioni di unità di
adattamento e si avrà una perdita giornaliera di 100 milioni di unità,
cioè un rallentamento dell’adattamento del pianeta ai nostri bisogni.
Ciò equivale a forzare 100 milioni di uomini a lavorare senza profitto.
Ciò riesce ad un deficit di 100 milioni di oro-prodotti. Infatti perchè
un articolo possa essere venduto, bisogna che sia comprato. Abbassare
la forza di acquisto da 1 franco a 70 centesimi per 338 milioni di
uomini, equivale ad impedire a 100 milioni di uomini di lavorare.»
«Ma si dirà: se 200 milioni di uomini comprano dei prodotti per L.
1,50 al giorno, la differenza verrà compensata. Ciò non è affatto
esatto. Vi è una gerarchia naturale nei prodotti: alcuni sono più
necessari di altri; essi formano un primo gradino, senza il quale non
si possono salire i successivi. Per fabbricare degli abiti e dei mobili
l’uomo deve prima mangiare, e se egli non è nutrito non fabbricherà nè
mobili, nè abiti. Se si abbassa la forza di acquisto delle sussistenze,
si scalza dalla base l’edifizio della ricchezza. Intanto, se i 200
milioni di privilegiati che hanno bisogno di una libbra di pane per
giorno, ne comprano e ne mangiano una libbra e mezza, essi agiscono
come una macchina a vapore che consuma 15 libbre di carbone per 1000
chilogrammetri quando essa può produrli consumandone 10.» (_Les
Gaspillages_ ec. p. 45, 46).
Questo ragionamento è esattissimo e dimostra i danni enormi della
disuguale distribuzione della ricchezza, che alla sua volta spiega
il paradosso economico-statistico odierno, cioè: la coesistenza di
magazzini rigurgitanti di viveri e di vestiti e di uomini nudi e
affamati! Una trasformazione sociale, perciò, vien vagheggiata non solo
per distribuir meglio la ricchezza, ma anche per aumentare enormemente
la produzione. Senza dire che una migliore distribuzione già basterebbe
ad assicurare una esistenza umana a tutti e toglierebbe la scandalosa
sottoconsumazione, che è la vera causa delle crisi industriali, che
riescono tanto disastrose.[176] Ed esistenza inumana, esistenza
assolutamente bestiale conducono molte decine di migliaia di uomini
nella sola Londra, che è pure la capitale della più ricca tra le
nazioni, la grande metropoli del capitalismo moderno, il grande mercato
mondiale (_Booth_).
33. La preoccupazione per gli ulteriori progressi dell’umanità è cosa
rispettabile; ma un poco di giustizia nella stessa distribuzione dei
godimenti presenti non guasta. Anzi s’impone.
Il benessere, ha scritto un grande educatore, è per ciascuno in ogni
momento della vita un bisogno e un dritto[177]; ma ammessa pure la
impossibilità di un tipo di benessere sociale abbastanza elevato per
_tutti_, la giustizia e l’umanità esigerebbero per lo meno, che mentre
i _pochi_ si godessero _solo_ quello che sopravanza al necessario delle
_moltitudini_, a queste venisse accordata la quantità di prodotti, che
rappresenta lo equivalente del tipo di benessere inferiore. Inoltre
l’equità vorrebbe che la maggior somma di piaceri venisse goduta dai
pochi che la meritassero per le loro qualità superiori. Questa non
sarebbe conseguenza della lotta, ma atto di vera giustizia.
Intanto avviene, in generale, che posseggono e godono _più_ i _pochi_,
che non lo meritano per le loro qualità; e le moltitudini non hanno
tanto da godersi il tipo di benessere sociale minimo _possibile_.
Londra, Parigi, Berlino, New-York, tutte le grandi città e le
popolazioni rurali ad un tempo informino!
L’evidenza di questa iniquissima distribuzione della ricchezza si
scorge subito guardando alle cifre, che si riferiscono all’Italia.
Sappiamo dal Flora che il reddito medio di ogni famiglia italiana è
di L. 350 annue. Ma in Italia ci sono alcune migliaia di famiglie
che possedono non le L. 7032, che rappresentano il capitale di quel
reddito, ma centinaia di migliaia e milioni di lire. Non è chiaro,
dunque, che ci debbano essere milioni di famiglie, che devono possedere
_zero_? Ci sono, infatti; e nel Veneto con parola caratteristica
li chiamano _bisnenti_, e si capisce subito che ci devono essere
quando si pensa che mercè di una semplice operazione aritmetica si
prova che ogni milionario assorbe la quota di oltre 160 famiglie:
quella stessa quota, che sarebbe buona soltanto a _lasciar morire di
fame_. Questa innegabile viziosa distribuzione della ricchezza viene
terribilmente aggravata dalla circostanza che i _bisnenti_ sono coloro
che lavorano e producono; e i milionari stanno tra coloro, che, secondo
la rispettabile convinzione del Barone Garofalo, hanno la proficua
occupazione.... di consumare il prodotto del lavoro altrui.[178]
La mostruosità di questa iniqua distribuzione della ricchezza rimane
anche colla trionfale dimostrazione dei miglioramenti nella condizione
della massa dei lavoratori; miglioramenti esaltati per dimostrare la
falsità della _legge bronzea del salario_.
Questa _legge bronzea del salario_, che si deve al Turgot e che il
Lassalle e altri socialisti resero popolare non ha certamente alcun
valore assoluto e lo hanno riconosciuto da tempo molti socialisti
(_Wiede, Domela-Nieuwenhuis_ ec.) e quasi tutti lo riconoscono
oggi.[179] I miglioramenti assoluti delle masse sono innegabili e
se la _legge bronzea del salario_ avesse dovuto agire nel senso
erroneo che le si assegnava, non avremmo mai avuto alcun progresso ed
avremmo invece avuto lo addomesticamento alla servitù dell’umanità.
L’ingiustizia nella distribuzione, maggiore o minore secondo le varie
organizzazioni sociali e secondo il grado di sviluppo raggiunto dalle
masse — le quali tanto più desiderano quanto più hanno ottenuto, in
guisa che i miglioramenti parziali acuiscono anzichè attutire l’ardente
desiderio di ulteriore miglioramento, — non ostante la smentita data
dai fatti alla _legge bronzea del salario_ rimane sempre, perchè il
miglioramento dei lavoratori non è quale dovrebbe essere in sè ed è
minimo relativamente a quello delle altre classi, che vi hanno minor
diritto. «Il benessere è cosa essenzialmente relativa e per rendersi
conto esatto del cambiamento in bene o in male avvenuto nello stato
dei lavoratori bisogna comparare non ciò che essi consumano oggi con
ciò che essi consumavano altra volta, ma il distacco esistente tra la
vita operaia e la vita patronale altra volta e al giorno d’oggi; non si
deve comparare la situazione attuale dell’operaio alla sua situazione
antica, ma la situazione rispettiva alle differenti epoche tra quelli
che sono in alto e quelli che sono in basso della scala sociale.»[180]
Questa sperequazione, questa cattiva distribuzione dei prodotti,
lumeggiata dai socialisti eminenti e dagli oscuri, è tale che la
riconobbero e la riconoscono e se ne allarmano gli statisti non
rivoluzionari e la deplorano gli stessi economisti borghesi.
«Ciò che vi ha disgraziatamente di fondato nelle doglianze formulate
dai socialisti, dice il De Laveleye, si è che _la condizione dei
lavoratori non si è migliorata in proporzione dell’accrescimento della
produzione_, e che collo sviluppo incredibile della ricchezza che ha
avuto luogo in questo secolo, _la parte che essi ne hanno ottenuto è
troppo minima_.
«In appoggio di questa affermazione io non citerò che due
testimonianze, che non verranno ricusate e che vengono prese dal paese
in cui il capitale si è rapidamente accumulato. Gladstone diceva il
14 febbraio 1843 alla Camera dei Comuni: «Uno dei lati più tristi del
nostro paese è che l’aumento costante delle ricchezze delle classi
elevate e l’accumulazione del capitale siano accompagnate da una
_diminuzione nella potenza di consumazione del popolo[181] e da una
più grande somma di privazioni e di sofferenze in mezzo alle classi
povere_.» Il 16 aprile 1863 — vent’anni dopo — lo stesso Gladstone
ripeteva: «Dal 1842 al 1853 la rendita sottoposta all’imposta è
aumentata in Inghilterra del 6% e dal 1853 al 1861 del 20%; e, fatto
quasi incredibile ma reale, _questo prodigioso aumento di ricchezza
s’è fatto esclusivamente a profitto delle classi che possiedono_.» M.
Fawcett si esprime nello stesso modo: «La produzione si è accresciuta
al di là delle speranze le più eccessive _e intanto sembra assai
lontano il giorno in cui l’operaio ne otterrà una larga parte, e nella
sua miserabile dimora la lotta contro la miseria è più dura che mai_.
N’è risultata una ostilità profonda contro i principii fondamentali sui
quali riposa la società.» (_Essay and lectures_ etc.)[182]
Procediamo oltre con queste edificanti citazioni. «Noi, scrive un altro
economista illustre, abbiamo emancipato il lavoro; e cosa strana,
la sua condizione sotto molti riguardi è divenuta più _rude_ e più
_precaria_... Si è rovesciato sul mondo un torrente di ricchezza,
che fertilizza molte provincie, ma che lascia tracce funeste del suo
passaggio, simile ad un carro brillante e misterioso, i cui viaggiatori
non possono nemmeno vedere i passanti ch’esso schiaccia. _La quistione
n’è a questo, che si domanda se si deve applaudire o inquietarsi dei
progressi di una ricchezza che trascina al suo seguito tanti mali e che
moltiplica palazzi ed ospedali_.» (Blanqui, _Histoire de l’économie
politique_). Ed un altro storico aggiunge: «Gli scritti di Malthus, di
Sismondi, di Droz, Rubichon, dimostrano che il sistema manifatturiero
dell’Inghilterra ha potuto arricchire la nazione, _ciò è avvenuto a
spese dell’agiatezza, della salute, della moralità e della felicità
delle classi operaie_.» (Villeneuve Bargemont, _Histoire de l’Economie
politique_).[183]
Si potrebbe continuare ancora nella serie delle citazioni analoghe,
ma credo che bastino quando si pon mente da qual parte vengano le
confessioni. A queste un’ultima è d’uopo aggiungerne, veramente
preziosa, perchè promana dalla sorgente meno sospetta. Il De Molinari,
rappresentante autorevolissimo del liberismo e borghese sino alle
ciglia, conviene che i progressi nella condizione dei lavoratori
compiti sinora non sono stati proporzionali allo sviluppo della forza
produttiva.[184]
Che rimane, adunque, degli _armonici_, che pretendono che attualmente
economicamente tutto proceda pel meglio nel miglior dei mondi
possibili? Che pensare della _fatalità_ della lotta pel necessario?
La lotta per un _minimum_ di benessere non risulta come l’effetto
dell’ingiustizia presente?
E infatti la giustizia e l’umanità non presiedono menomamente alla
distribuzione dei prodotti; e l’_ordine_, che mantiene questo modo di
distribuzione, non essendo basato sulle prime non ha altra ragione che
la _forza_. Legittimo, logico quindi il contrapporre la _forza_ alla
_forza_; logica e legittima la ribellione dei proletari quando possono
farla. Inutili, vane le querimonie dei conservatori contro le tendenze
rivoluzionarie del proletariato, anche quando si esplicano colla
distruzione dei prodotti della civiltà.
Che può importare al proletariato degli edifici sontuosi che egli non
abita, dei quadri, degli oggetti artistici di lusso, che non possiede;
dei teatri splendidissimi, che non frequenta; quando egli è stato il
fattore precipuo di tutto ciò, e pur gli manca il necessario, e sente
fame ed ha freddo, e non può ottenere un tipo di benessere, che sarebbe
_possibile_ gli venisse accordato? In questa lotta pel necessario
del resto, in questa fatalità del malthusianismo politico, che vuole
esclusi dal banchetto della vita, quelli che vi sovraggiungono in di
più dei posti che la natura assegna, con tutta ragione gli operai, i
proletari possono osservare, che non dovrebbero essere essi i primi a
sparire, a venire soppressi. «I proletari producono; essi sono utili
alla collettività. Se vi ha troppa gente al mondo, se una sottrazione
è necessaria, perchè non si comincerebbe dagli oziosi, dai parassiti,
da quelli che consumano senza produrre? Se non vi ha posto per tutti al
banchetto della vita, almeno che nessuno vi si assida senza pagare lo
scotto!»[185]
34. Nella guerra guerreggiata le necessità della lotta costringono i
combattenti ad ogni stratagemma, anche sleale, a mine e contromine per
assicurare la vittoria; le stesse necessità costringono gli avversari
del socialismo ad ogni specie di espedienti e li buttano nel pelago
burrascoso delle contraddizioni più volgari.
Si apprese dalle precedenti discussioni che gli avversari del
socialismo avevano indicata come inutile pei poveri e come dannosa
per l’incremento della civiltà, in tutti i suoi aspetti multiformi,
l’uguaglianza delle fortune. Ma sbaglierebbe di grosso chi credesse
che essi insistono negli argomenti, buoni o cattivi, accampati per
sostenere la loro tesi. Quando meno attendevasi, la evoluzione nel
campo nemico si è avverata: economisti e statistici hanno fatto
un mutamento di fronte e visto che i produttori affamati non si
acquietavano all’idea di contribuire colle loro forzate privazioni
all’incremento della scienza, delle arti e del benessere... degli
altri, essi hanno abbandonato gli antichi argomenti, e sono venuti ad
affermare che l’uguaglianza delle condizioni non solo è un bene, ma è
anche un bene in continua e progressiva realizzazione. Ne concludono
che i socialisti hanno torto a scalmanarsi ed a proporre sovvertimenti
pericolosi per conseguire uno scopo che già siamo in via di ottenere
senza nulla mutare nella presente organizzazione sociale.
I sostenitori della nuova forma di opposizione alla corrente socialista
appartengono alla classe più dotta e più studiosa e perciò la loro tesi
è stata confortata con lusso di argomenti non solo, ma anche di dati
statistici e storici, di fatti di ogni genere.
Il Leroy-Beaulieu, che se non fu il primo, certamente fu tra i più
autorevoli, nell’affermare e nel tentare la dimostrazione della
crescente giustizia nella distribuzione delle ricchezze, ha avuto un
seguito di scrittori realmente autorevoli e molti dei quali sostengono
l’assunto nuovissimo della scienza economica borghese in perfetta buona
fede e colla ferma convinzione di avere trovato una risposta alle
insistenti domande del proletariato, che deve contentarlo assicurando
a loro in pari tempo la tranquillità delle coscienze col godimento dei
beni presenti.
Al seguito dell’illustre economista francese Iohn Rae, Bodio, il
visconte d’Avenel, De Foville, De Varigny, Giffen, Block, Levasseur, De
Molinari, Iuglar, Fournier de Flaix, Alfredo Neymark, Flora, Cheysson
ecc. ecc. per la Francia, per l’Italia, per l’Inghilterra, per gli
Stati Uniti ecc. si sono studiati di provare questo crescente processo
verso l’uguaglianza e verso la giustizia.[186]
Eccoli questi fatti riassunti colla massima fedeltà:
1º La parte presa dal salario nella distribuzione dei prodotti è in
continuo aumento; aumento che in molte industrie e in molti paesi in 40
anni è del 50, del 60, del 75%; sicchè nelle grandi imprese minerarie
di Anzin, Lery, Lievin ecc. le somme pagate ai minatori ammontano a
quattro volte i dividendi degli azionisti. Questo in Francia. Negli
Stati Uniti calcolando a 100 i salari nel 1860 si trovano ch’erano
eguali a 87,7 nel 1840 e salirono a 160,7 nel 1891. (Carrol Wright:
_Riforma Sociale_ 15 Ottobre 1897). Così altrove e in altre industrie.
Gli alti salari, intanto, secondo i nuovi armonici, che hanno formulato
la teoria che dai medesimi prende nome, non hanno diminuito i profitti,
perchè fecero aumentare la produttività del lavoro. (_Lord Brassey,
Schönhof, Schulze — Gaevernitz, Nitti_, ecc.)[187].
2º Mentre aumentarono i salari diminuirono i prezzi dei viveri —
meno forse quelli della carne e dell’abitazione — e di quasi tutti
gli oggetti di consumo; aumentarono notevolmente questi consumi e
diminuirono parallelamente le ore di lavoro necessarie per acquistare
una data unità di un prodotto.
3º Aumentarono i depositi nelle casse di risparmio e dal 60 al 95 si
triplicarono le somme depositate nella Banca di Francia. In pari tempo
non solo il debito pubblico si va democratizzando, ma anche gli altri
titoli si ripartiscono in molte mani, come è avvenuto per le azioni
della Banca di Francia e per quelle del Credito fondiario francese; dal
1860 al 1895 è più che raddoppiato nella vicina repubblica il numero
dei portatori delle azioni ferroviarie. Questo rialzo dei salari,
questa democratizzazione della proprietà mobiliare si rispecchia
nell’aumento del numero dei contribuenti, nella elevazione della quota
del reddito imponibile. Ciò dicono chiaramente le statistiche della
Germania e specialmente dell’Inghilterra.
In Germania, infatti sono divenuti meno numerosi dal 1884 al 1892 i
redditi da 600 ad 800 marchi; ma sono aumentati assai di più quelli
di 801 a 1200 e di 1201 a 2500 marchi. Ciò che dimostra che la
classe lavoratrice si avvicina alle condizioni della _classe media_.
In Inghilterra il totale della proprietà e dei profitti sottoposto
all’_Income Tax_ dal 1880-81 al 1893-94 si è innalzata da sterline
491 milioni circa a 600 milioni circa. Meglio ancora: il numero delle
quote sottoposte all’imposta sulle successioni dal 1883-84 al 1893-94
si è elevato da 41,873 a 52,462 con prevalenza delle quote minime, cioè
non eccedenti le 1000 sterline. (_Statistical Abstract for the United
Kingdom. Forty-Second Number_, p. 37 e 39). Parimenti per gli Stati
Uniti il Carroll Wright, l’eminente direttore della Statistica del
lavoro, somministra queste cifre: la ricchezza privata da 35 miliardi
e 678 milioni nel 1850 era salita a 325 miliardi con una quota per
ogni abitante prima di L. 1540 e dopo di L. 5180. Gli stipendiati,
professionisti e salariati erano il 32,43% degli abitanti nel 1870 e
arrivarono al 36,31 nel 1890.
4º L’elevazione del salario, la diminuzione del prezzo dei prodotti,
l’aumento del numero dei possessori di capitale — specialmente
mobiliare — è il risultato necessario dell’energico aumento del
capitale stesso, che si deve alla presente organizzazione sociale,
ingiustamente avversato dai socialisti. Lo incremento del capitale ha
portato seco fatalmente la diminuzione nel valore del danaro e nella
sua forza di acquisto, che si traducono in diminuzione dell’interesse
— in Francia oscillava tra il 5 e il 6% nel 1850 ed è ora al disotto
del 3%; — in diminuzione del reddito fondiario, che ha cagionato
l’universale crisi agraria, che si riflette secondo il De Foville,
nella statistica fiscale colla diminuzione dei valori delle successioni
e delle donazioni[188]; in diminuzione del reddito mobiliare — in
Francia era 4,68% nel 1825-34 ed è disceso a 2,88% nel 1897. Così il
bilancio dei _rentiers_ subisce una gravissima crisi e riesce sempre
più difficile vivere sul passato, facendo a meno dello sforzo attuale.
L’aumento dei capitali, che ha fatto diminuire l’interesse, il reddito
e il profitto, viceversa ha aumentato la loro concorrenza, la ricerca
d’impiego, che si è tradotta in innumerevoli intraprese — ferrovie,
canali, tagli ec. — che hanno enormemente contribuito al rialzo dei
salari, perchè hanno reso più ricercato il lavoro.
Si è avverato così ciò che diceva Turgot che paragonava il ribasso
del tasso dell’interesse all’abbassamento graduale delle acque che
permetteva di estendere la cultura su nuove terre.
Però la diminuizione nel valore del denaro, ha alcuni inconvenienti
anche pei lavoratori. Quando essi, dice Cheysson, vogliono assicurarsi
una esistenza da capitalisti, il ribasso dell’interesse rende
sempre più difficile l’assicurazione, perchè fa elevare la quota di
contribuzione per le varie casse di assicurazione per la vecchiaia,
per la malattia, ecc. Perciò Soulier domanda se il _risparmio non
ucciderà il risparmio_. Il rimedio contro questo fenomeno, che va a
colpire anche i lavoratori sta nell’acquisto della casa di abitazione,
che diviene sempre più facile, mercè la cooperazione e il pagamento a
rate poco superiori al fitto ordinario, come avviene specialmente in
Inghilterra per opera delle _Building Societies_.
5º Il livellamento dei profitti nelle industrie e la diminuizione
dell’interesse, del reddito e dei profitti, che procedono
parallelamente coll’elevazione dei salari, impediscono la formazione
delle grandi fortune: mentre l’imposta progressiva, la esenzione da
imposta delle piccole proprietà e dei piccoli redditi e l’imposta
sull’eredità tendono a ridurre le grandi fortune esistenti ed a
livellare sempre più le condizioni di esistenza.
6º In conseguenza di queste varie influenze che agiscono in senso
inverso, sul capitale per deprimerlo e sul lavoro per elevarlo, si
elevano le classi inferiori e si confondono colle altre: movimento
coadiuvato dalla eliminazione progressiva della distinzione tra lavoro
qualificato (_skilled_) e lavoro squalificato (_unskilled_). Questa
diminuizione degli _unskilled_ il Carroll-Wright l’avrebbe trovata
notevole negli Stati Uniti dal 1880 al 1890. Tutto ciò contribuisce
alla graduale e continua _sproletarizzazione_ dei lavoratori, come la
chiama il Racca, e costringe in pari tempo la borghesia a non dover
contare esclusivamente sul capitale ed a ritemprarsi nel lavoro.
35. Se questo quadro seducente dell’evoluzione sociale, se questo
processo di livellamento delle fortune e di uguaglianza tra le classi
sociali fosse stato presentato cinquant’anni or sono, la gente
cosidetta positiva si sarebbe levata per gridare: all’utopia! Oggi,
ripeto, sono gli economisti stessi che ci presentano questo quadro
seducente, che attesta il progresso sociale nel senso vagheggiato
per lo appunto da coloro che furono ora derisi come utopisti, ora
perseguitati come sovvertitori dell’ordine.
Ma le rosee tinte del quadro nascondono una insidia, una malizia degli
avversari del socialismo, che per ammansare le classi lavoratrici
cercano addormentarle con una iniezione di morfina che dia loro la
illusione — nient’altro che la illusione — della forza e del benessere?
Di questo avviso mi sembra il Loria, che, con ironia amara,
del Neymarck espositore delle meraviglie sociali sumenzionate
nell’elegantissimo _Hôtel des Sociétés savantes_ scrive: «Il pranzo
succolento, i molteplici e generosi vini, e tutta quella festa di
colori, di fiori, di luce che forma così gradevole cornice ai banchetti
aristocratici, aveano disposto il pensatore ad una infinita benevolenza
verso le cose di quaggiù e steso un velo misto di rosa e di azzurro
sulla sua retina intellettuale. Nell’estasi dei sensi, si vedeva le
disuguaglianze sociali perequate, ogni miseria dileguata, ogni dissidio
umano miracolosamente composto e le serie statistiche disarmoniche
divenivano d’improvviso, nella mente dello studioso inebriato,
l’espressione delle più serene armonie. Un tale stato d’animo così
invidiabile e raro, è per forza propria espansivo, onde a un certo
punto il valentuomo non potè più trattenersi, e dovè comunicare ai
commensali e colleghi la sua galante visione.»[189]
La diffidenza dell’illustre professore dell’università di Padova,
divisa dall’immensa maggioranza dei socialisti militanti, ha trovato
conforto precisamente in uno statistico-economista, che ha dato in
sulla voce al collega ottimista. Adolfo Coste, infatti, nella stessa
Società, cui aveva rivolto la parola il Neymarck per riassumervi i
miracolosi progressi sociali compiutisi, poco dopo — il 18 novembre
1896 — con una interessante memoria (_Les benefices comparés du travail
et du capital dans l’accroissement de la richesse depuis 50 ans_) fece
la parte del diavolo e mise molta acqua nel vino inebriante del primo.
Ascoltiamolo.
La benefica influenza dell’aumento del capitale bancario
sull’elevazione del salario va accettata in limiti ristrettissimi, per
non dirla interamente problematica, perchè il primo di ordinario va ad
alimentare la speculazione con poco vantaggio, se non con danno, delle
classi lavoratrici «Che il debito pubblico contribuisca ad elevare
i salari, poi, può affermarlo soltanto chi si trovi in condizioni
d’imperfetto equilibrio mentale.» (_Loria_)
Ben poco prova l’assegnazione della ricchezza fattasi al lavoro, perchè
si trascura un elemento importantissimo pel giudizio esatto — il numero
degli operai impiegati tra i quali si deve ripartire la quota assegnata.
La ripartizione del prodotto del capitale rivela sempre la ingiustizia:
perchè nell’industria carbonifera, ad esempio, mentre il salario era
100 nel 1861-60 e 161 nel 1881-90 il profitto invece negli stessi
periodi da 100 salì a 236.[190] Quale la causa di questa ineguale
ripartizione dell’aumento della ricchezza riconosciuta anche dal De
Molinari? Il Coste risponde: la causa è in quei 48 miliardi di fondi
pubblici che ingrossano la fortuna privata in Francia, senza dar vita
ad industrie veramente produttive. In parte a riparare alla crescente
disuguaglianza dei redditi si riuscirebbe ridonando i capitali alle
imprese feconde e trattenendoli in patria mercè una più sapiente
organizzazione del credito. Questa trasformazione nell’impiego dei
capitali, aggiungo io, oltre una conseguenza economica ne avrebbe una
morale importantissima: contribuirebbe ad eliminare l’aggiotaggio, uno
dei principali fattori criminosi delle grandi fortune.[191]
L’ingiustizia della ripartizione e la possibilità di assicurare una
maggiore somma di benessere a tutti, del resto, sono state dimostrate
in Inghilterra dall’Hobson, che ha ripartito in questa guisa il reddito
totale di un miliardo e trecentomila sterline:
Rendita 200,000,000
Interessi 250,000,000
Profitti 350,000,000
Salari 500,000,000
Il calcolo del salario è fatto sui dati di L. Levi (_Wages and Earnings
of the Working-classes_ p. 11) che nel 1884 lo faceva ammontare a
470,000,000. Questa somma distribuita fra tutte le famiglie del Regno
Unito dà sterline 88 all’anno per ogni famiglia; diviso il reddito
totale dell’Inghilterra in quote uguali a tutte le famiglie si avrebbe
un reddito per ciascuna famiglia di sterline 172, cioè di L. 4300
(_Problems of Poverty_. London 1891 p. 2-4).
Certamente i salari sono aumentati in Inghilterra; e considerevolmente
aumentati; ma vi sono i punti neri, assai neri, che con una equa
ripartizione si potrebbero far scomparire. Il Booth si è provato a
contraddire l’Hobson; ma non vi è riuscito in nessun modo e si può dire
anzi avergli dato ragione constatando che in Londra su quattro milioni
e mezzo di abitanti non vi sono che 60,000 persone veramente ricche.
(_Life and labour of the People in London_ Vol. V). Quali stridenti
contrasti adduca l’assorbimento delle ricchezze delle grandi metropoli
del capitalismo si vedrà tra poco.
Si sono fatte poi molte ricerche per dimostrare che il _salario reale_,
è in vero aumento e che il numero delle ore di lavoro necessario per
acquistare l’occorrente a soddisfare i bisogni più impellenti è in
continua diminuzione.
È necessaria questa ricerca, perchè, può anche aumentare sensibilmente
il salario, ed aumentare in una misura maggiore il prezzo delle
sussistenze ed aversi, perciò, come risultato il peggioramento della
condizione dei lavoratori. Alla fine del secolo scorso i salari in
Inghilterra erano raddoppiati; ma era quintuplicato il prezzo degli
oggetti di consumo degli operai. Oggi molti si sforzano a dimostrare
che la cosa volge al meglio. Così l’Alderich col sistema dei _numeri
indici_ assegnando il valore di 100 ai prezzi ed ai salari nel 1860 ha
osservato le seguenti mutazioni:
_Anni_ _Prezzo medio dei prodotti_ _Salari medi_
1860 100 100
1861-64 139,3 109,9
1865-69 178,8 154,9
1870-74 137,5 164,1
1875-79 110,9 147,6
1880-84 105,3 148,7
1885-89 93,2 153,5
1890-92 92,3 159,8[192]
Il Bodio per l’Italia ha raccolto parecchi suoi precedenti studi in
un libro che incontrò grande e meritata fortuna (_Di alcuni indici
misuratori del movimento economico in Italia_. Roma 1891). Ivi afferma
che l’operaio italiano per avere l’equivalente di cento chilogrammi
di frumento doveva lavorare 195 ore all’anno nel 1862; 183 nel 1871;
122 nel 1881 e 95 nel 1889 (p. 58). In questi calcoli dell’illustre
direttore della statistica del Regno d’Italia l’ottimismo è manifesto e
deriva dal fatto, che egli ha studiato il miglioramento dei salari in
alcune regioni e per poche industrie. Egli stesso confessa l’esiguità
del salario degli operai agricoli (L. 2 al giorno di està e L. 1,50
in inverno) e lo dice assottigliato dal tempo non breve nel quale il
lavoro rimane forzatamente sospeso (p. 60). Avrebbe potuto aggiungere
che in molte contrade del Veneto, della Bassa Lombardia, della Sicilia
ecc. i salari agricoli — e gli agricoltori in Italia rappresentano la
grande maggioranza — appena raggiungono i centesimi 50 al giorno.[193]
L’asserito miglioramento in Italia nè è generale; nè è stato duraturo.
Lo stesso Bodio coi dati sulla emigrazione, sulla delinquenza ec. che
sono indici indiretti importantissimi somministra gli elementi per
correggere il suo ottimismo. Dai consumi si può trarre argomento che
il rialzo dei salari non è stato generale e duraturo. E in verità è
eloquentissima la diminuzione nel consumo del frumento che è la base
dell’alimentazione italiana e che da una media di 145 Kg. nel 1870-74
si è ridotta a 119 nel 1897.[194]
Questo miglioramento è tanto poco stabile e significante, che appena un
minimo perturbamento sopraggiunge se ne hanno conseguenze, che a prima
vista sembrano sproporzionate alla causa. Così nel 1897-98 il rincaro
del pane ci fece assistere a tumulti gravissimi in ogni parte d’Italia
da Padova e Piacenza a Modica e Troina — con considerevole numero di
morti e feriti; tumulti per la fame, che nel nostro secolo si possono
riscontrare solo nell’India e nella Russia e determinati più dalla
deficienza dei salari, che dalla altezza del prezzo del pane.
I salari agricoli in Francia dal De Foville si dicono aumentati da L.
200 a L. 800 all’anno dal 1788 al 1872; e devono conservarsi ancora
alti se lo stesso Iaurès ammette che sono attualmente di L. 300
all’anno oltre il nutrimento.
Dove tutti gl’indici indiretti convergono per dimostrare il generale e
duraturo elevamento dei salari è precisamente in Inghilterra.
Guardando ai consumi, ad esempio, si trova che il frumento e la farina
da 161 libbre a testa nel 1874 passarono a 256 nel 1894; lardo da 7,82
a 13,29; carne da 3,22 libbre nel 1880 a 6,59 nel 1894; uova da 21
circa a 36 per uno dal 1874 al 1894 ec.[195] L’aumento è significante
nel consumo di tutti gli altri generi; nelle patate, nel riso, e nelle
bevande alcooliche ci fu diminuizione sensibile, che indica per i
due primi un sensibile miglioramento economico e morale di cui vanno
orgogliosi gl’inglesi. (_Statistical Abstract for the United-Kingdom
from the 1874 to 1888_ p. 72 e 73. Stat. _Abstr. ec. from the 1880 to
1894_ p. 78 e 79).
D’altronde non è male avvertire che anche in Inghilterra vi sono intere
regioni, e non solo tra quelle dedite all’agricoltura, nelle quali
il miglioramento non è considerevole o non esiste affatto come viene
constatato dallo Schulze-Gävernitz per il centro dell’industria della
lana cardata e della seta a Bradford, nel Dorkshire, nel Chester, a
Machlesfield ec. (_La grande industrie_ p. 311). E si può prestare
fede a questo scrittore della teoria degli _alti salari_, che ha
generalizzato con soverchia premura le meraviglie osservate tra gli
operai meglio collocati del Lancashire nell’industria del cotone, i
quali operai posseggono già qualche parte del capitale impiegato nella
loro industria (_La grande industrie_ p. 277).
Di questa teoria degli _alti salari_ non si può qui discutere _ex
professo_; ma tenendosi all’osservazione imparziale si deve lodare la
riserva del Musco, che constata il fatto, ma non vuole che si parli di
una _legge_. Il fatto non è generale, nè si può assicurare che sarà
duraturo. Lo stesso Nitti aveva rilevato, non ostante il suo ottimismo,
che nella macchina ci è sempre un pericolo per gli operai, una forza
limitatrice del loro miglioramento ascensionale; pericolo però che egli
considera di poca durata, perchè quasi esaurito il ciclo delle grandi
scoperte meccaniche (_Alti salari_ p. 63, 64, 80). Sembra, invece,
che nelle applicazioni dell’elettricità non si sia che all’inizio.
Franklin strappò al cielo il fulmine; ma questo fulmine i capitalisti,
continuando nell’organizzazione attuale, potranno scagliarlo contro i
lavoratori.[196]
Ed è poi vero che _oggi_ non sono più possibili le grandi fortune?
Mai un economista ottimista ha affermato una cosa falsa con tanta
leggerezza. Sono proprio di questo secolo i _miliardari_; e i
_miliardari_ li abbiamo visto sorgere, per così dire, sotto i nostri
occhi; li vediamo sorgere e crescere giorno per giorno, ora per ora.
Chi ne dubitasse, senza lambiccarsi il cervello nelle ricerche degli
statistici legga l’_Introduzione_ del Masè-Dari — un economista — ai
_Problemi sociali_ del George e vi troverà notizie edificanti sui
Iay Gould, sui Vanderbilt, sui Makau, sui Pullman ecc. La storia di
Rockefeller, il re del petrolio, e quella di Iohn Iacob Astor, di
questi miliardari e delle loro _fatiche_ che ci ha dato il Saint-Aubin
con tinte ironiche, riesce molto istruttiva (_Deux milliardaires. Revue
des revues_. 1º maggio 1898).
La ricerca sui milionari e i miliardari in Inghilterra, in Francia, in
Germania riesce agli stessi risultati. Il famoso barone Hirsch è un
arcimilionario la cui fortuna data da 50 anni. Restando in Italia, così
povera, e dove le cause della rapida formazione delle grandi fortune
non hanno agito colla intensità spiegata altrove, si apprenderà che
coi soli _onesti e sapienti_ appalti ferroviari i Medici, i Piatti, i
Menotti ecc. — ognuno dei quali rappresenta la spoliazione di migliaia
di piccoli contribuenti e l’appropriazione del prodotto del lavoro di
centinaia di migliaia di lavoratori — sono divenuti parecchie volte
milionari. Quale possa essere la giustizia di certe grandi fortune da
un altro lato si rileva dall’aumento esorbitante del valore dei terreni
edilizi di cui si è occupato con tanto talento l’Einaudi: un decimo di
ettare di terra in Chicago valeva _20 dollari_ nel 1830; valeva _un
milione e duecentocinquantamila dollari_ nel 1894![197]
Nè questi sono salti esclusivamente americani. In proporzioni ridotte
si ebbero a Roma, dove se la follia edilizia produsse il fallimento
di molti istituti di credito, dette origine a non poche rapide
fortune. Il D’Avenel ne riporta molti esempi in Francia; e se ne ha
uno recentissimo a Londra: 57 metri quadrati di terreno edilizio in un
cortile di Lombard-Street vi fu venduto il 10 settembre 1895 al prezzo
di L. 1,890,000! (Gide: _op. cit._ p. 510, nota).
Intanto questi favolosi aumenti di valore non rappresentano mai il
merito, lo sforzo, il sacrifizio del proprietario: o essi derivano da
miglioramenti edilizi — apertura, allargamento di strade, condutture
di acqua, giardini pubblici ec. — fatti a spese del pubblico; o sono
il prodotto dell’aumento della popolazione. In questo caso — strano
contrasto! — l’aumento delle ricchezze del proprietario scaturisce
dall’aumento della miseria dei lavoratori!
Di fronte a questo fatto ha minore importanza la concentrazione delle
intraprese del capitale e della proprietà fondiaria, ch’è uno dei
capisaldi del marxismo. La prima potrebbe essere reale e non essere in
pari tempo dannosa ai lavoratori — potrebbe, ad esempio, rappresentare
l’incremento della cooperazione a benefizio collettivo, come si va
verificando colla _Associazione delle latterie generali belghe_ e
coll’aumento nello stesso Belgio di tutte le associazioni agricole.
In Germania, in Francia, in Inghilterra etc. può anche dimostrarsi
che il numero delle intraprese agricole, industriali, commerciali, di
trasporto etc. è aumentato, ma sempre con prevalenza delle maggiori
a danno delle minori e sempre in proporzioni inferiori all’aumento
della popolazione; in guisa che l’aumento può essere assoluto, e non
relativo[198].
Le cifre del resto non sono di una grande chiarezza e si prestano ora
alla interpretazione socialista, ora a quella degli avversari. In
Germania, ad esempio, il censimento della popolazione agricola del
14 Giugno 1895 su quello del 1882 ha trovato un aumento del 5,32%
sul numero delle aziende e del 2,02 sulla superficie coltivata.
L’aumento delle aziende sarebbe avvenuto soprattutto in quelle di media
grandezza. Il 50% di queste aziende sono di proprietà dei coltivatori;
scarsamente vi è rappresentata la mezzadria, sulla quale prevale di
gran lunga l’affitto. Il 41,33% del totale delle aziende è di media
grandezza e comprende il 70,30% della terra coltivata. Questi dati
vengono completati da quelli dello Schmoller sullo sviluppo del _ceto
medio_, che non sono tanto confortanti quanto a lui vorrebbero sembrare
perchè tra il 1882 e il 1895 segnerebbero una diminuzione del 34,4
al 24,9% nel numero degli intraprenditori ed un aumento dal 65,6 al
75,1% nel numero degli operai impiegati. (_Arbeiterfreund_ 1897. N.º
3). Dall’ultimo censimento delle professioni in Germania apparisce
chiarissimo il concentramento delle industrie. Infatti dal 1882 al 1895
mentre diminuì del 12% il numero dei piccoli padroni, aumentò del 15%
la popolazione. La grande industria invece progredisce rapidamente:
raddoppiarono nello stesso periodo di tempo le fabbriche che impiegano
più di 1000 operai e scomparvero 84000 piccoli industriali. Lo stesso
movimento all’incirca si verificò nel commercio. Chi non vede qui un
aumento significante del proletariato industriale, che non può essere
compensato dall’aumento degli esercenti professioni liberali, degli
insegnanti, del clero, degli impiegati ec.?
Questa concentrazione delle industrie, sembra più evidentemente
accentuarsi in Inghilterra — almeno nell’industria tessile ch’è una
delle più importanti ed è quella i cui salari, però, hanno migliorato
più sensibilmente. Le fabbriche sottoposte ai _Factories and Workshops
acts_ erano 6807 con 907,230 operai di ogni sesso e di ogni età nel
1870 ed arrivarono a 7,466 con 1,034,261 operai nel 1885. Sin qui ci
sarebbe stato discentramento; ma cambiano rapidamente e fortemente le
condizioni nel 1890 quando le fabbriche si riducono a 7190 e il numero
degli operai invece aumenta a 1,084,631. (_Statistical Abstract_.
1895 p. 188 e 189). Questa tendenza alla concentrazione industriale,
del resto, viene riconosciuta non solo, ma esaltata come un progresso
dall’apologista della grande industria, dallo Schulze-Gävernitz, che
scorge nella prima la condizione necessaria per trionfare sicuramente
nel mercato universale. (_La grande industrie_ p. 123). E checchè ne
sia della concentrazione delle industrie, la concentrazione della
ricchezza, per quanto i socialisti non tengano più nè alla _legge
bronzea_ — respinta formalmente dal congresso della democrazia sociale
di Halle nel 1890 — nè alla _legge di George_, viene riconosciuta da
Booth, che dal complesso dei mutamenti nella costituzione industriale
di Londra conchiude alla indubbia stretta connessione tra l’aumento
generale della ricchezza e la sua concentrazione. «_Accumulo di
ricchezza, rovina di uomini_» è un proverbio (_verdict_) interamente
vero per quanto riguarda Londra (_Op. cit._ Vol. IX p. 64).
In quanto ai proprietari fondiari se il loro numero aumenta
o diminuisce è cosa assai controversa. Gli _allottments_
dell’Inghilterra, creati dalla recente legislazione, e in continuazione
del _land act_ del 1881 per l’Irlanda non hanno avuto ancora la loro
intera esplicazione: gli _allottments_ attualmente rappresentano
la proprietà allo stato di polverizzazione, che non produce un
sollievo economico. Se l’avessero in guisa da riuscire alla creazione
della piccola proprietà nella terra classica del _landlordismo_
dovrebbero sorgere altre leggi e altre istituzioni per impedirne il
riassorbimento, avvenuto quasi dapertutto in Italia colla quotizzazione
dei demani comunali e col censimento dei beni demaniali e dell’asse
ecclesiastico. In Francia, dove la piccola proprietà ha tradizioni
antiche ed una certa preponderanza i discorsi memorabili di Iaurès (9
e 16 giugno e 3 luglio 1897) e di Deville (3 novembre 1897) ai quali
risposero Deschanel e Meline attraverso a tutte le contraddizioni della
statistica interessata e dei politici hanno assodato che la piccola
proprietà mantiene il posto numerico assoluto, ma perdendo d’importanza
perchè la superficie delle proprietà al disopra di 40 ettari è
aumentata da 22,300,000 ettari nel 1882 a 22,500,000 ettari nel 1892.
Lo stesso Meline riconobbe d’altronde il disagio crescente dei piccoli
proprietari, molti dei quali abbandonano la campagna per la città;
fenomeno ancora più accentuato in Inghilterra.
Nel Belgio il numero dei proprietari si è aumentato da 201,226 nel
1846 a 293,524 nel 1880, mentre il numero dei fittaiuoli è passato
nello stesso tempo da 371,320 a 616,872. Ma i socialisti, forti delle
antiche constatazioni fatte da G. B. Say nel 1832 e delle successive
di H. Denis riducono a più discrete proporzioni il fatto, osservando
che l’ipoteca assorbe tutto e che se moltissimi piccoli proprietari
rimangono ciò si deve al fatto che la convenienza è maggiore nel
lasciare il possesso della terra all’attuale proprietario, intascando
l’interesse.[199]
In Germania del pari l’area occupata dalla piccola e media proprietà
dal 1882 al 1895 si è accresciuta, quantunque di poco: rispettivamente
passando da 10,1 a 10,11% e da 28,74 a 29,90%. La relazione del
censimento dice che la media proprietà fondiaria si è rafforzata a
spese della piccola e della grande proprietà. Ciò che fa comprendere
esservi piuttosto una diminuzione nel numero dei piccoli proprietari.
Checchè ne sia di questa scomparsa discussa e contestata di piccoli
proprietari, ammesso anche che la proprietà fondiaria oggi non sia più
la _conditio sine qua non_ del benessere come vogliono Novicow e Zino
Zini ci sono altri punti neri, che generano un contrasto lugubre colle
rosee tinte del quadro sociale: l’incertezza della condizione e la
disoccupazione.
Affermano taluni che la disoccupazione è in continua diminuzione e
che scomparirà del tutto quando la società entrerà nel suo equilibrio
stabile — dato che questo concetto sia conciliabile coll’altro di
progresso o almeno di evoluzione continua; — comunque il presente non è
confortante.
In Inghilterra dove l’aumento della ricchezza è stato meglio discusso e
constatato; dove il miglioramento delle grandi masse dei lavoratori è
stato pure sicuramente assodato e indotto da prove dirette e indirette
di ogni genere il problema della disoccupazione s’impone agli statisti
liberali e conservatori e ai filantropi. L’ottimismo di Drage ha
trovato una risposta formidabile nelle cifre chiare e incontestabili
di Hobbson (_The problem of the unemployed_. London 1896) e la
disoccupazione è tanto grave e minacciosa che Stead il giornalista
geniale, che a preferenza di qualunque altro possiede il senso e la
misura della realtà la considera nella sua _Review of Reviews_ come
il problema della Sfinge, che ha bisogno del suo Edipo moderno per
risolverlo.
Le stesse cifre ufficiali constatano l’aumento sensibile dei
disoccupati dal 1890 al 1895, che raggiunsero il maximum del 7,5%
degli operai iscritti nelle _Trade unions_ nel 1893 (_Reports on the
strickes and work-outs of 1890-95 by the labour correspondent to the
Board of Trade_. London 1892-95). Lo squallore di questi disoccupati
può comprendersi da chi ha assistito alla lotta straziante, cui si
abbandonano alle porte dei docks per esservi ammessi al lavoro.
Il Gide, la cui imparzialità è incontestabile, melanconicamente
conchiude il suo paragrafo sul rialzo dei salari: «Bisogna osservare
che i salari medii dati da tutti gli statistici si applicano a salari
_presunti annuali_ e _regolari_. Ora la _disoccupazione_ e le _morte
stagioni_, che divengono un male cronico dell’industria, possono
ridurre SPAVENTEVOLMENTE il salario realmente preso. (_Op. cit._ p.
460).
Un’idea della estensione della disoccupazione si avrà pensando che
secondo il Booth, ch’è stato assistito nei suoi lavori, durati dieci
anni, da persone eminenti e imparziali — tra le altre da Beatrice Webb
— appartenenti in massima parte alla scuola liberista-manchesteriana,
il 30% della popolazione di Londra non lavora che una _metà_ dell’anno
e che essa vive, in generale, a peso dei lavoratori occupati! Per
il ricco il povero è un soggetto d’interesse sentimentale; per i
lavoratori è un peso schiacciante (_op. cit._, Vol. Iº p. 154). E la
miseria dovuta alla disoccupazione è assai più acuta di quella dovuta
ai bassi salari. (Vol. 9º p. 415).
I dati di Londra divengono più foschi nelle campagne e nelle altre
contee industriali; nè posso insistervi qui meritando una trattazione
speciale[200]. Per ora basta riassumere il pensiero dello Stead: _la
disoccupazione esiste e deve aumentare perchè nelle condizioni della
moderna società la produzione di ogni specie è fatta non nello scopo di
provvedere ai bisogni dei produttori, ma soltanto in quello di creare
ricchezza per il capitalista intraprenditore_[201].
Questo giudizio, che potrebbe ritenersi inspirato alla tetraggine
marxista viene confermato sostanzialmente dalla confessione di Booth;
«il moderno sistema industriale, egli dice, non potrebbe lavorare senza
un margine di disoccupati, senza una riserva del lavoro. Gl’industriali
dichiarano che questo stato di cose è nel loro interesse — _this state
of things is in their interest_ — (Vol. 1º p. 152).
Se questo flagello della disoccupazione gl’industriali-capitalisti lo
vogliono nel _loro interesse_ non è naturale che i lavoratori — tutti
sottoposti al pericolo di entrare nella grande riserva del lavoro da
un’ora all’altra — nel _loro interesse_ del pari lo vogliano eliminato?
Se altre non ve ne fossero ecco una ragione sufficiente del movimento
socialista!
Le classi dirigenti inglesi, sia detto a loro onore, non hanno lasciato
ai soli socialisti lo studio della disoccupazione. Della quale
s’intrattiene il programma di Chamberlain ed ancora più esplicitamente
il Gorst, uno dei più eminenti conservatori.[202] Il problema è
posto nettamente in Inghilterra e si può vivere sicuri che opportuni
temperamenti non tarderanno.
La miseria rimane sempre grande in Inghilterra; tanto grande che
l’Harborough Sherar può parlare nel 1897 di _schiavi bianchi_ (Musco;
_op. cit._ p. 377); e questa miseria studiata a Londra, meglio che
altrove per opera del Booth e dei suoi numerosi collaboratori è tale
che tra il milione e 300 mila circa suoi abitanti, che appartengono
alle classi povere e poverissime ve ne sono 38,000 il cui _Standard of
life_ viene considerato degno di selvaggi e per la sua semplicità e pei
suoi eccessi.[203]
Dopo tutto non sono un pessimista e riconosco assai volentieri che
grandi progressi si sono compiuti: progressi nella quantità del
benessere, nell’elevazione del tenore di vita (_Standard of life_);
progressi goduti da un crescente numero di persone. Ammettasi
pure — senza tener conto delle numerose eccezioni, che riguardano
interi stati e intere regioni — che sia innegabile la tendenza alla
sproletarizzazione dei lavoratori col livellamento delle fortune, — il
nuovo vangelo proclamato da Leroy Beaulieu e da tutti i suoi epigoni:
— che cosa proverebbe esso? Che l’irrealizzabile, che l’impossibile
deriso nei socialisti _diventa_ continuamente e progressivamente e con
utilità collettiva — con crescente ofelimità per tutti, direbbe il
Pareto. Tutto ciò prova che l’utopia si fa realtà. _Sursum corda_[204].
Rallegriamoci dei progressi, che si sono compiuti e prepariamoci a
compierne degli altri. E si compiranno fatalmente perchè se non è
cresciuta la miseria nei lavoratori è aumentata la coscienza delle
loro sofferenze e del diritto che hanno ad assidersi al banchetto
della vita (_Rieh_). Quando non era nemmeno destata tale coscienza fu
certamente benefica l’opera di quella schiera illustre di economisti
— tra i quali primeggeranno sempre i Sismondi, e i Villermé — di
filantropi e di funzionari — indimenticabili i tanti ispettori delle
fabbriche dalle cui relazioni Marx ed Engels attinsero tanto prezioso
materiale — che co’ le descrizioni della miseria — pur troppo reale —
dei lavoratori assicurarono loro la simpatia dei buoni e contribuirono
a destarli dal letargo secolare. Fatto adulto il socialismo non chiede
più suscitando la pietà negli animi altrui, ma si fa avanti in nome
del diritto e confessa il miglioramento conseguito o per bocca di un
socialista Fabiano quale è il Webb; o per mezzo di Schönlank esclama:
_Sì! La democrazia sociale non è il prodotto della miseria e della
disperazione, ma il risultato della coscienza, che ha della propria
forza una classe, che progredisce e ch’è potente appunto perchè è
cosciente._[205].
Quale insegnamento trarre dal fatto lieto? Per intenderlo e formularlo
bene bisogna ricorrere alla storia. Ricordiamoci che sino al primo
quarto di questo secolo — per non dire sino alla metà — in Inghilterra,
dove il miracolo della trasformazione economica è stato con maggior
lusso di dettagli descritto e magnificato, gli operai sotto il regime
del liberalismo economico e del conservatorismo politico degeneravano
fisicamente, intellettualmente e moralmente in preda della miseria
più squallida. Il quadro di questa miseria è stato fatto con mano
maestra da Engels; ma egli è sospetto. Ebbene affidiamoci allo Schulze
Gävernitz che l’ha tradotto in cifre. Eccole: A Bolton un tessitore
guadagna 26 scellini e 8 denari per settimana, pari a 100 libbre
di farina di frumento dal 1797 al 1804; e questo salario discese
gradatamente e continuamente sino al 1825-1832 quando con 6 scellini
e 4 denari non poteva più comprare che 38 libbre di farina! (_op.
cit._ p. 45). Il movimento politico e sociale, cui gli operai presero
parte sempre più attiva, determinò l’intervenzionismo, che ha dato la
legislazione sociale e tributaria che si va avvicinando sempre più
alla giustizia; e colla crescente libertà politica si è assicurata
contemporaneamente alle classi lavoratrici una maggiore quantità di
benessere economico. L’intervento del lievito socialista ha accelerato
questo movimento benefico ed elevatore.
Or bene quando sono bene assodati gli ottimi risultati di un metodo si
può consigliare a coloro che ne hanno usufruito di abbandonare il mezzo
efficace che ha determinato il loro miglioramento? Sarebbe follia, che
rassomiglierebbe ad un suicidio. I lavoratori, adunque, devono restare
sempre in armi; essi devono continuare a sventolare la bandiera che
ha accelerato il loro miglioramento economico, politico, morale e
intellettuale.[206]
Così esige il sano sperimentalismo, che i medici empirici racchiudevano
nella formula: _ex juvantibus!_
36. Dal sin qui discorso risulta che, nell’organismo sociale vi è
continua _trasformazione_ della lotta. La lotta tra gli uomini dalla
primitiva forma violenta, muscolare, passa in una sempre più mite,
intellettuale, indiretta; da endo-sociale diviene inter-sociale;
rimossa dai piccoli gruppi si circoscrive tra i grandi agglomeramenti;
muta di obbiettivo e si rivolge contro la natura, cessa pel necessario
e si eleva pei mezzi adoperati e pei fini da raggiungere, divenendo
veramente umana quando si circoscrive alla lotta pel piacere e
pel posto migliore. Con che non s’intende, che il mutamento sia
_contemporaneo_ e _totale_, rimanendo sempre un residuo, continuamente
decrescente, di lotta o concorrenza endo e inter-sociale.
Ma da questo processo di trasformazione si deduce da taluno, che gli
stessi mutamenti di _forma_ sinora avvenuti, ne lasciano supporre altri
per lo avvenire e ribadiscono la convinzione dell’indistruttibilità
del _fondo_ della lotta per l’esistenza, sotto qualunque forma si
manifesti; come appunto le trasformazioni ed equivalenze delle forze
fisiche (moto in calore, in luce, in elettricità, etc.) fanno pensare
necessariamente ad una permanenza indistruttibile di energia.
Si dimentica però, che la _forma_ e il _fondo_ nei fatti sociali non
si possono scindere assolutamente, e una lotta divenuta giuridica e
temperata e confacente al maggior bene di tutti, certo, non è più la
lotta per l’esistenza, che il socialismo detesta.
In quanto alla equivalenza e trasformazione della forza, della
_energia_ dell’uomo, nulla prova l’analogia colla trasformazione ed
equivalenza delle forze fisiche.
L’energia, la forza, che spinge l’uomo ad agire, è la _indefinita_ e
_insaziabile aspirazione al meglio_. Questa energia da principio non
poteva che esplicarsi in un sol modo in _forma di lotta di tutti contro
tutti_; poscia si constata, che non è più necessario, nè utile, che
continui a manifestarsi nella stessa maniera e muta il suo obbiettivo.
In questa guisa si ha un vero mutamento nella _forma_, accompagnato
da un mutamento nel _fondo_, al quale deve corrispondere un mutamento
nel _nome_. Arroge, che l’uomo costretto ad appagarsi del relativo,
del fenomeno, può benissimo ritenere come una cosa diversa, questa
_manifestazione_ diversa della sua energia; come non ha pensato mai a
confondere il moto col calore, la luce coll’elettricità etc. sebbene
siano tutte manifestazioni di una _forza_, per ipotesi nuovissima,
ritenuta _unica_.
Il grande _desideratum_ del socialismo è questo: che avvenga quanto
più si può il mutamento di obbiettivo della lotta; col quale, l’uomo
rivolga tutte le sue forze contro la natura, domandando ad essa tutto
ciò, che gli occorre, e non sottrarlo al proprio simile.[207]
Ma a canto di questa grande trasformazione, nel regolare
l’appropriazione dei prodotti della stessa lotta contro la natura,
rimarrà sempre, scriveva il Turati molti anni or sono, una
_concorrenza_ e non può sperarsi altro, che di renderla sempre più
giusta, giuridica, benefica, contrattuale, ad armi uguali, come
si va ad esempio generalizzando la sostituzione del _duello_ alla
_rissa_, dell’_arbitrato_ al _duello_ etc.[208] Questa ultima forma di
concorrenza sarà eminentemente benefica, perchè servirà di _stimolo_ a
progredire.
Ma questa veramente non sarà più lotta o concorrenza. Non vi è lotta,
dove vi è giustizia, non vi è concorrenza, dove a ciascuno vien dato
secondo le sue opere, detratta una quota da riversarsi a benefizio
sociale, perchè la società rappresenta forse la più grande cooperatrice
nella produzione: quota, che in gran parte deve essere impiegata nel
mantenimento di quanti da natura non ebbero le attitudini al lavoro ed
alla produzione.[209]
Con questa attribuzione di prodotti proporzionata al lavoro
individuale, non vi è pericolo, che si arresti il carro del progresso;
anzi procederà più rapido! perchè lo _stimolo_ al miglioramento sarà
tanto più energico, quanto maggiore sarà la sicurezza, che ciascuno
si avrà la ricompensa che merita. Si potrà parlare di _lotta_ o di
_concorrenza_, almeno nel senso odierno, quando ad ognuno verrà
accordata la libertà di procurarsi coi propri sforzi, una somma sempre
più elevata di godimenti, senza che si arrechi nocumento agli altri, e
senza precludere loro la possibilità di fare altrettanto?
A questo ideale, (che come tutti gl’ideali umani non sarà mai
_interamente_ raggiunto, ma a cui progredendo ci avviciniamo di
continuo), mira il socialismo. Tenendo presente questo ideale verrà
considerato come _criminale_ ogni individuo, che, risparmiando le
proprie forze, vorrà procurarsi i mezzi di sussistenza col mezzo della
lotta contro gli altri; e in una società futura, ci si può augurare,
che forse il più grande progresso sarà quello di considerare come
_delinquenti_ coloro che consumeranno senza produrre.
CAPITOLO VII. LA MORALE NEL SOCIALISMO. IL PROBLEMA DELLA FELICITÀ
37. Ancora delle obbiezioni contro il socialismo! Le ultime vengono
lanciate dal campo della filosofia.
Si dice: la quistione sociale è quistione _morale_ prima che
_economica_; la quistione sociale che considera la distribuzione dei
beni dal lato giuridico, non è che uno degli aspetti della crisi
morale contemporanea. Di più: raggiunto un elevato grado di benessere,
ottenuta anche l’uguaglianza nella distribuzione dei beni agli uomini
rimarrebbe sempre l’_infelicità psicologica_.
Che la quistione sociale debba discutersi dal punto di vista morale
è bene; non si comprende, perciò, la ribellione di alcuni socialisti
contro il semplice titolo di un libro notissimo dello Ziegler.[210] Qui
è bene distinguere: alcuni hanno inteso bene il rapporto tra le due
quistioni; altri, invece, hanno invocato la morale in modo volgare e
senza preoccuparsi delle meschine contraddizioni in cui incappavano.
Non si può, che dar lode a coloro, che invocarono la giustizia nella
distribuzione dei beni e non iscompagnarono mai la economia dalla
morale. Costoro non si occuparono soltanto dei prodotti, ma anche dei
produttori, che non considerarono come quantità trascurabili.
Il disprezzo verso i produttori, verso gli uomini e la predilezione
per le cose fu caratteristica per la scuola economica ortodossa,
che riconosce come padre Adamo Smith; ma il grande Scozzese per lo
appunto aveva loro dato un esempio assai diverso: egli era l’autore
ad un tempo della _Teoria dei sentimenti morali_ e delle _Cause delle
ricchezze delle nazioni_ (_Chiappelli_)[211]. È doveroso ricordare,
intanto, che la reazione contro l’egoismo spietato preso a guida
della economia politica cominciò presto nella prima metà di questo
secolo, specialmente in Francia — dove ora si è smarrita la tradizione
dell’antica larghezza di vedute, per la quale è rimasto a combattere il
Gide. Si ringagliardì coi lavori della scuola storica e del cosidetto
socialismo della cattedra e con una pleiade di scrittori celebri e
d’indole varia che va da Roscher a Toynbee, a Wagner, a De Laveleye,
a Schönberg, a Marshall, a Keynes ecc. Tutta la scuola del socialismo
cattolico, naturalmente rientra in questo ordine d’idee; e tale scuola
accentuò la sua azione e rifulse maggiormente all’epoca dell’enciclica
di Leone XIII. (_De conditione opificum_). Adesso ne siamo a questo:
che economisti celebri non si limitano a cercare come nell’umano
consorzio la ricchezza possa essere prodotta e distribuita; ma come
la ricchezza possa essere prodotta e distribuita in modo da agevolare
il perfezionamento della natura umana ed elevare il concetto della
ricchezza stessa. La scienza economica deve trattare dei _mezzi_ per
conseguire i _fini_ di cui si occupa l’etica. Si arriva a considerare
l’abolizione della proprietà privata anzichè l’aumento della ricchezza
come il problema essenziale dell’economia scientifica.[212] Infatti
«a nulla giova, dice l’evangelio, il guadagnare il mondo se si perde
l’anima; e questo è vero, qualunque opinione si abbia circa la vita
futura e prescindendo dal significato religioso di quella sentenza.
Perchè una produzione di ricchezza che consumi le forze dell’uomo, nè
gli consenta spazio adeguato all’educazione dello spirito, non è forma
economica vera ed umana.» (_Chiappelli_).
Epperò fu ed è grave errore quello del materialismo storico rigido
ed intransigente — errore rimproverato anche da Benedetto Croce al
Labriola — che seguendo l’ortodossia pura, accetta ed illustra il
consiglio di Engels, che voleva fare a meno della morale e del diritto
come forze cooperatrici nel movimento emancipatore del proletariato.
Quali e quanti aiuti non vengono quotidianamente a tale movimento
dalle coscienze oneste, che si ribellano contro le odierne iniquità
sociali! E il contributo d’intelligenza e di attività, che portano al
movimento socialista i ricchi, che a fatti smentiscono l’aridità del
materialismo storico, non viene in nome del diritto e della morale? E
quante simpatie, la cui forza rimane misteriosa e non misurata, e che
pure è potente, dai sentimenti altruistici che albergano negli animi
più nobili non vengono alla causa santa e giusta del proletariato?
Si dice, come fa la _Justice_ di Londra: «La democrazia sociale non
concerne la religione nè l’etica; ma le condizioni materiali su cui
queste si fondano. Essa propone tali cangiamenti in queste condizioni,
che renderanno possibile una moralità superiore.» (17 Maggio 1888). Non
sarò io a negare l’azione del fattore economico sulle condizioni morali
— io che alla dimostrazione di tale azione ho consacrato la mia vita
intellettuale e le pubblicazioni a me più predilette[213]. Ma non si
può e non si deve dimenticare quella dinamica speciale, che regola le
società umane — cui più volte accennai — e mercè la quale gli _effetti_
alla loro volta agiscono come _cause_. La moralità viene determinata
dalle condizioni sociali, e particolarmente dal fattore economico; ma
in un secondo momento la moralità acquisita, consolidata dalla eredità
e trasformata in altruismo puro, agisce come movente e contribuisce
a regolare i rapporti economici. E guai a quelle collettività, che
violano questo retaggio morale!
Quanto più avanza la civiltà umana tanto maggiore importanza acquista
l’elemento etico e prevale sui coefficienti materiali della vita
sociale. Tutta la evoluzione, come si è venuta delineando in questo
libro, ciò insegna. I socialisti, che disconoscono il significato
e l’efficacia dell’elemento etico, che deridono i _sentimentali_,
tolgono forze alla causa, che difendono; e fu meglio avvisato il
Malon, seguito dal Rouanet, che continuando le belle tradizioni dei
precursori francesi dell’attuale movimento sociale non volle mai
attenersi esclusivamente alla dottrina marxista — non quale la formulò
Marx, ma quale la intesero i successori — e sostenne il suo _Socialismo
integrale_.
Il sentimento, l’elemento etico, non contraddice, ma completa la
critica materialista della società presente cui aggiunge il profumo
dell’idealità più alta e più pura: quella idealità che dà l’energia per
la lotta, che anima gli apostoli e crea i martiri; quella idealità,
che fece scrivere sanamente al Webb: «il socialismo rappresenta il
reale riconoscimento della fraternità, l’obbligo universale del lavoro
personale e la subordinazione dei fini individuali al bene comune.»
(_Socialism in England_ p. 10).
38. Il socialismo per procedere vittoriosamente nelle discussioni
deve superare ancora un baluardo, dietro a cui nell’estrema difesa
dell’organizzazione presente si riducono i suoi avversari, decisi a
farla saltare in aria in una agli assalitori. Infatti gli argomenti,
che taluni economisti e filosofi contrappongono ai socialisti,
traendoli dall’arsenale del pessimismo, rassomigliano per lo appunto
alla decisione eroica di coloro che non potendo più difendere una
fortezza danno fuoco alle mine e seppelliscono tutti, vinti e
vincitori sotto le fumanti rovine. Costoro non potendo più difendere
la organizzazione della presente società, ne concludono che non c’è
alcuna società, nella quale l’uomo possa trovare la felicità. Alle
conclusioni del pessimismo non arrivano; ma non ce n’è che una sola
logica e possibile, nel modo come applicano la desolante loro teoria ed
è questa: distruggiamo la società umana.
C’è un altro pessimismo, di cui si dirà in ultimo; ma questo, invece,
viene in aiuto ai socialisti e ne giustifica gli sforzi pel progressivo
e continuo miglioramento[214].
All’Hartmann sin da quando pubblicò la sua _Die Phänomenologie
des settlichen Bewusstseins_ — circa venti anni or sono —
rispose immediatamente il Domela Nieuwenhuis nel _Jahrbuch für
Sozialwissenschaft_ di Richter (_Erster Jahrgans. Zweite Hälfte_), che
pubblicossi per pochi anni in Zurigo.
L’Hartmann attribuì ai socialisti la pretesa del conseguimento della
felicità, ch’essi — adesso almeno — non hanno; e credette che le
loro aspirazioni tendessero ad ottenere il livellamento generale
coll’abbassamento dei pochi, che si sono innalzati. Sin da allora il
Domela Nieuwenhuis obbiettavagli che il socialismo vuole conseguire
il benessere materiale accompagnato dallo sviluppo delle arti e
delle scienze, colla elevazione di _tutti_ e non coll’abbassamento
dei _pochi_. Posteriormente la concezione più completa, più alta del
socialismo, come tendenza anche allo sviluppo ed alla diffusione delle
arti e delle scienze trovò in Ruskin, in Jules Destrée, in tanti altri
e sopratutto in William Morris, calorosi e geniali apostoli[215].
L’Hartmann, però, pur rivolgendo amare parole ai socialisti consiglia
i miglioramenti sociali; e ciò con particolarità in un altra sua
pubblicazione venuta molti anni dopo (_Die Sozialen Kernfragen_.
Leipzig 1894). Di che non hanno tenuto conto i volgari manipolatori del
pessimismo.[216]
Costoro non contenti di negare la possibilità di profondi e sostanziali
miglioramenti sociali — in ciò in diametrale opposizione cogli
antichi e coi nuovi economisti armonici — dimostrano, che se anche
miglioramenti si conseguissero sarebbero vani; anzi dannosi, perchè
farebbero sentire più acutamente le sofferenze alle quali l’uomo è
dannato dalla natura.
Essi ragionano in questo modo: «Per miglioramento della società noi
vorremmo intendere una condizione nella quale, a paragone della
precedente, la somma delle sofferenze individuali fosse minore. Or
bene! per quanto non ci sia concesso fermarci a darne le prove,
crediamo di poter dire che in questo senso, non solo la società umana
non ha migliorato, ma è difficile assai che migliori.»
«Che importa se avete dei mezzi di vita ben superiori a quelli del
passato; che importa se le plebi odierne hanno una importanza nella
vita pubblica, che mai hanno avuto; che importa se l’operaio ai dì
nostri si sa oggetto delle cure e delle preoccupazioni di tutto il
mondo? che importa se avete seminato di ospedali, di brefotrofi, di
orfanotrofi, di case di ricovero, di società di mutuo soccorso etc.
il paese? Psicologicamente il paese è grandemente ingigantito, ed ha
l’occhio scintillante e vivo, ha la mente dirozzata e intelligente,
egli sa bene quello che prima sapeva male, vede cioè tutta la distanza,
che lo separa da chi è collocato negli alti gradini della piramide
sociale, e si sente punto dalla invidia.»
«O come si spiega altrimenti che i movimenti socialisti vengano appunto
intrapresi, non tanto dall’_imbecillito_ contadino, che lavorando da
mane a sera trova poi per cibo la scarsa polenta, germe di pellagra, ma
dall’operaio sufficientemente pagato che pur trova la città seminata
di ogni genere d’istituzioni, create a suo vantaggio? _Perchè il
primo ancora non ha la psiche abbastanza sviluppata per concepire la
distanza, che lo separa da chi gode; il secondo sì_».
«Ora voi credete che, redimendo il proletariato e conducendolo a
tale condizione che abbia, se non può lavorare, «una rendita che
basti a soddisfargli i bisogni,» avrete curato l’anemia? È un sogno.
Il psicologo vi dice che se l’uomo più povero della terra fosse il
Rotschild, e vi fossero altri uomini altrettanto più ricchi quanto
oggi lo è il banchiere a paragone dei poveri, _Rotschild sarebbe
socialista_».
«Ma si soggiunge, sarà già un bel risultato se possiamo ottenere che
la pellagra sparisca, che ogni uomo abbia cibo, vestito ed alloggio
sufficienti e salubri; questi se si otterranno, e si otterranno, non
saranno miglioramenti effettivi? E non lo neghiamo. Ma non diteci
che sia migliorato lo stato psicologico della umanità. Gli ultimi
soffriranno sempre per quanto siano i primi a paragone di un tempo
passato, quando rimangono gli ultimi. Tanto è vero, che i positivisti
ammettendo la felicità _relativa_ (ed altrimenti dovrebbero accettare
l’assurdo di una felicità _assoluta_) vi dicono — togliamo l’esempio
dall’illustre Ardigò — che il capo di qualche tribù africana veste,
mangia ed alloggia peggio d’un operaio europeo e tuttavia si sente
felice perchè si paragona al selvaggio a cui è di tanto superiore».
«Certamente che ammettiamo il miglioramento continuo della società, ma
è un miglioramento quasi si direbbe tecnico; quello psicologico non
esiste ed oseremmo dire, che non ci pare possibile. Anzi se l’umanità
progredirà nel senso di allargare l’istruzione e la coltura, e la
vita pubblica diventerà sempre più vasta penetrando nelle masse,
_la infelicità psicologica non potrà, che aumentare_, poichè l’uomo
diventerà possessore di mezzi sempre più potenti a misurare la
distanza, che lo separa dai più felici».
Altri con maggiore sincerità sintetizza il male e addita il rimedio
constatando che «le aspirazioni, le pretese dei lavoratori, favorite
dalla conquistata uguaglianza politica e civile, aumentarono con il
benessere. Il socialismo, infatti, sorge tra gli operai industriali,
la cui condizione è incomparabilmente superiore a quella dei salariati
agricoli. La miseria nel suo periodo algido fa delle vittime non dei
ribelli».[217]
«Quando gl’Irlandesi morivano di fame non ricorrevano punto al
socialismo rivoluzionario..... Il socialismo è l’espressione dello
smodato e violento desiderio di benessere temporale, dell’ingorda
avidità di agiatezza economica, di felicità terrena ecc. E le classi
operaie, ignorando le leggi psichiche del bisogno, sono tratte a
sconoscere i benefizi della civiltà». Perciò «le proposte soluzioni
del problema sociale sono impotenti a risolvere, a rimuovere la crisi
morale e sociale contemporanea, che racchiude i destini dell’umanità...
La soluzione sta invece nell’_abbassare gl’istinti, moderare le
pretensioni, gli appetiti in modo da rendere ognuno contento del
proprio stato, senza turbare o sopprimere l’azione di quelle forze
morali ed economiche che all’elevamento progressivo di questo stato
efficacemente ed ineluttabilmente cooperano_». (Flora _op. cit._ p. 70
a 101).
Queste critiche, queste aspirazioni e proposte di rimedi non sono
soltanto l’espressione di singoli scrittori; ma rispecchiano le idee e
i sentimenti delle classi conservatrici in generale e particolarmente
di quelle italiane e si devono esaminare. È chiaro: quando si fa
intervenire il pessimismo, o lo spettro della crescente infelicità
psicologica per combattere l’aspirazione al meglio insita, non
distruttibile, nel cuore umano, si sposta la quistione. Se si possa o
no raggiungere la felicità assoluta non è il caso di esaminarlo qui.
Certo è che la si cerca da tutti e non si può negare a nessuno il
diritto di cercarla.
Credono i socialisti che la conseguiranno o che almeno diminuiranno le
sofferenze attuali in una migliore e diversa organizzazione sociale.
A loro si deve soltanto dimostrare che è _ingiusta_ la loro pretesa e
ch’è _irrealizzabile_ il loro ideale. Ecco qual’è il vero terreno della
discussione. Il marxismo rigido poi lo sbarazza di un colpo respingendo
ogni preoccupazione finalista e constatando semplicemente che la
trasformazione sociale si prepara e si attua indipendentemente dalle
avversioni e dalle simpatie degli uomini; che il socialismo — nella
forma prossima di collettivismo — _diviene_ fatalmente, è un prodotto
necessario della presente fase di evoluzione.
Per intendere bene la inanità dell’obbiezione pessimista si ricordi
che questo scetticismo e questo sconforto non sono di recente data e
che non valsero mai ad arrestare gli uomini nella febbrile ricerca del
benessere e del miglioramento. Nell’_Ecclesiaste_ troviamo, che _nulla
vi è di nuovo sotto il sole; che ogni cosa si affatica più che l’uomo
non può dire; l’occhio non si sazia giammai di vedere e l’orecchio
non si riempie di udire; che infine dov’è molta sapienza v’è molta
molestia; e chi accresce la scienza accresce il dolore_. (Capo 1, 8,
18.) Ma nell’_Ecclesiaste_ almeno si riconosce, _che la sapienza è più
eccellente, che la stoltezza, siccome la luce è più eccellente che le
tenebre; che il savio ha i suoi occhi nel capo e lo stolto cammina in
tenebre_. (Capo II, 13, 14) Se lo sconforto sovraggiunge, e fa dire
che tutto è vanità, e che tutti attende una sorte, savi e stolti; ciò
avviene di fronte alla morte inesorabile che tutti colpisce. Questo
genere di _pessimismo_ è assai più logico ed onesto, perchè non tende a
serbare certe condizioni sociali e certi disquilibri, utili solamente
a coloro che disprezzano tutto. A quel pessimismo non si può muovere
rimprovero di essere _sospetto, interessato_.
Infatti di fronte alla _morte_ ed alla breve durata della vita col
Mallock, (che prese la frase da un filosofo greco, come dicevami il
Bovio), ci si può chiedere: _la vita vale ella la pena di essere
vissuta?_ (_Is life worth Living?_) Il problema è posto qui a tutti, a
ricchi e poveri. Ma un _pessimismo_, che si rivolge ai poveri ed agli
ignoranti _soltanto_, per raccomandar loro di rimaner tali..... per
paura di un aumento d’infelicità psicologica, via! si ha il diritto di
porlo in quarantena.
Questo si sa pure indubbiamente: che il _pessimismo_ si affaccia nella
storia, nei momenti di decadenza e di crisi trasformatrice di un dato
ordine sociale. Onde dal suo apparire ci sarebbe da trarne argomento di
conforto, perchè indicherebbe una metamorfosi non lontana.
Che oggi ci troviamo in questa fase critica si consente universalmente;
lo riconoscono i cattolici e gli acattolici; il volgo e i dotti[218].
Nel pessimismo si riconosce la voce del secolo che muore, e che
si fece sentire — e vigorosa — anche appena nato e che ha tuonato
nella filosofia e nell’arte con Schopenhauer, De Musset, Hartmann,
Dostojewsky, Ibsen, Bourget, Tolstoi ecc. E il senso di malessere
è profondo e generale. Ma se questo senso di malessere costituisce
l’essenza del pessimismo favorisce pure l’espansione del socialismo.
Però il pessimismo, ch’è una _malattia_ impotente a guarire i mali
sociali — perchè è uno scetticismo della volontà — non può essere
guarito esso stesso che dal socialismo, che intende ad eliminarne le
cause.
Non c’è dubbio che al propagarsi del triste sentimento che oggi si
ha della vita, conspirano: i conflitti tra i diversi ordini sociali
coll’anemia e coll’iperemia, che si riscontra tra gli elementi opposti;
il disagio che nasce dall’inazione da un lato e dall’eccesso di lavoro
dall’altro e che impedisce l’armonico funzionamento dell’organismo
sociale: l’iperestesia, la decadenza, la degenerazione sociale che da
quel disagio derivano. (_Chiappelli_ p. 208).
Chi invoca il pessimismo per condannare il socialismo riconosce
implicitamente che oggi l’infelicità trae origine dall’antitesi fra la
_potenza politica e la servitù economica_, fra _l’eguaglianza civile e
la crescente disuguaglianza nella ricchezza_; dalla sete insoddisfatta
di giustizia che c’è nell’anima collettiva. (_Flora_). Non è evidente
che togliendo la causa dell’antitesi, portando la giustizia sulla terra
le sofferenze umane dovranno diminuire, se non cessare del tutto? Ed a
questo mira il socialismo.
Ond’è che a ragione il Chiappelli rispose al Wagner, che si comprendeva
benissimo come il socialismo potesse essere pessimista — e dentro
certi limiti, aggiungo io, perchè i progressi compiuti non si negano
— nella constatazione dei mali presenti; ed ottimista pel futuro. È
logicamente ottimista perchè riconoscendo l’origine sociale dei mali,
stabilisce la possibilità della loro eliminazione (_op. cit._ p. 213
e 214). E vale ancora di più a guarire dalla malattia del pessimismo,
quando, idealisticamente, si riconosce ch’esso «più che un sistema
economico concreto futuro è come una religione novella, una nuova
metafisica, un _desideratum_ astratto, nel quale le masse ravvisano
l’estremo mezzo per la conquista terrena, di quella felicità positiva
che il medio evo riponeva nel cielo; — l’ultima delle illusioni,
che confortano l’umanità dopo la smarrita fede nel soprannaturale e
nell’evoluzionismo, che l’umanità tende a realizzare senza conoscerne
la natura, poichè l’illusione è condizione della vita stessa.» (_Flora_
p. 20).
Sorpasso su questo valore curativo, confortante dell’_illusione_, che
ha la sua parte di vero e che rende attivi gli uomini. Comunque tale
funzione al socialismo viene attribuita dai suoi avversari; i quali non
si accorgono, che accettandola per buona, in essa additerebbero una
forte giustificazione della dottrina che essi combattono.
Intanto in un’altra contraddizione incappano i _pessimisti_, che in
nome della _infelicità_ fatale e ineliminabile, intendono disarmare
coloro che vorrebbero progredire e migliorare.
Essi, in generale sono partigiani dell’evoluzione spenceriana e
della lotta per la esistenza darviniana; ora se la prima non implica
necessariamente il concetto di miglioramento continuo e graduale, se
non di perfezione da conseguirsi quandocchessia, è certo che si fonda
sulla fatalità della successione delle fasi e delle trasformazioni.
Così essendo è evidente che tutta la predicazione dei novelli moralisti
deve riuscire inefficace, anzi addirittura inutile. Tale riesce.
Si ha un bel predicare contro la diffusione dell’istruzione e contro
l’ardente desiderio del meglio, poichè della prima e del secondo ce
n’è già tanto, che non è possibile più arrestare la fermentazione
determinata da quel lievito prodigioso. Le masse lavoratrici hanno
assaporato il frutto proibito e l’ardore nel desiderio di rimangiarne
cresce in ragione diretta delle resistenze che incontrano negli
Arcangeli borghesi, che si son posti a guardia del Paradiso terrestre,
che vorrebbero a loro soltanto riserbato e della quantità che ne hanno
gustato. Il sapore del frutto proibito — istruzione e benessere — pare
che sia tale non da scoraggiare coloro che lo provarono, ma da eccitare
viemaggiormente il desiderio di goderne una dose sempre maggiore.
Così spiegasi il fenomeno del desiderio di benessere e d’istruzione
ch’è proprio in ragione diretta della sua soddisfazione. Meno colti
si è e meno si sente il desiderio d’istruirsi: meno benessere si ha e
meno si sente il bisogno di possederne.[219] E viceversa. In questo
precisamente sta la differenza tra l’uomo e l’animale. Il primo tanto
più si avvicina al secondo quanto meno desidera di migliorare e quanto
più si acqueta e si rassegna e si adatta alle condizioni di vita
animalesca. Ma senza discutere se sia un bene o un male è innegabile
però, che il ritorno indietro, che l’adattamento definitivo alle
condizioni inferiori non è più possibile. La valanga si è messa in
movimento; chi può arrestarla?
I reazionari di ogni risma più volte ci si sono provati colle
fucilazioni in massa, cogli imprigionamenti, colle persecuzioni ora
brutali ora raffinate; sempre invano. Ci si mettano in cento, in mille,
a milioni per distrurre il lievito misterioso del desiderio crescente
d’istruzione e di benessere e falliranno tutti. Questo insegna
l’esperienza. Epperò l’insistenza dei pessimisti di occasione e per
tornaconto non riesce che ad aggravare, o a creare la loro infelicità
psicologica perchè essi combattono per una finalità che dovrebbero
sapere di non potere affatto raggiungere. Meglio, quindi, agirebbero e
conserverebbero più sano il loro fegato, se rassegnandosi essi stessi
alla fatalità, i loro sforzi consacrassero a far sì che l’ineluttabile
si verifichi nel modo più utile a loro ed alla società.
Più disastrosa è ancora la posizione dei pessimisti darwiniani.
Occorrono poche parole per metterne in luce l’insanabile contraddizione.
Se la lotta per l’esistenza è legge della vita — ed è legge benefica,
secondo il loro avviso, perchè prepara il trionfo e la selezione dei
migliori — come si potrà consigliare la rassegnazione e l’acquiescenza
allo _statu quo_? come si potrà condannare nelle classi lavoratrici,
nel complesso delle società umane, quella lotta che si raccomanda ad
alcune classi?
Ad onore del vero, si deve osservare che non tutti i pessimisti
darwiniani mancano di logica e di sincerità. _Honoris causa_ cito
il Gumplowicz. Egli non respinge in senso assoluto il rimprovero di
_pessimismo_ rivoltogli per la prima volta da me all’indomani della
pubblicazione della sua _Rassenkampf_ (lotta delle razze); ma distingue.
«Vi sono parecchi significati della parola pessimismo, egli scrive.
Respingo quello volgare e ne accetto un altro. La parola pessimismo
si è generalizzata, come epiteto della filosofia di Schopenhauer e in
seguito di Hartmann e designava questa opinione: la vita in questo
peggiore dei mondi non vale la pena di essere vissuta e la più grande
saggezza consiste per conseguenza nel distruggere la _volontà di
vivere_. In questo senso il carattere di biasimo attaccato alla parola
_pessimismo_ può essere fondato. Ma si dimentica che la concezione
pessimista di Schopenhauer e di Hartmann è composta: di un giudizio,
che serve di premessa — _questo mondo è il peggiore dei mondi
possibili_; e da una conclusione che se ne tira — _dunque non vale la
pena di vivere_».
«Astrazion fatta dalla circostanza che questo giudizio sui vizi di
questo mondo può comportare dei gradi differentissimi — ciò che dà
luogo, per così dire, ad un pessimismo più o meno avanzato — la
conclusione di Schopenhauer e di Hartmann non deriva necessariamente
dalla premessa. La conclusione può essere diversa; per esempio, questa:
_questo mondo non è il migliore, può anche essere il peggiore, ma
siccome noi non possiamo procurarne un altro, e giacchè noi viviamo,
vale, dunque, sempre la pena di godere intera questa vita, anche tale
quale è_».
«Dal grado più o meno elevato dell’apprezzamento pessimista del mondo e
della possibilità delle conclusioni contraddittorie da tirarne, deriva
che possono esservi diverse specie di pessimismo, che differiscono
tra loro come il giorno dalla notte e che può esserci un pessimismo
mancante di quelle condizioni, che autorizzerebbero ad attaccarvi il
significato generale di biasimo. Il pessimismo della seconda maniera,
che riconosce il valore della vita, constituisce in fondo il più grande
ottimismo, e in una classificazione scientifica si potrebbe chiamarlo
_pessimismo ottimista_, che sarebbe preferibile all’ottimismo puro e
semplice. Sarebbe, infatti, un volere illudere il mondo in una maniera
poco scientifica, il volere presentare l’evoluzione dell’umanità come
un idillio, in cui la virtù sola è vittoriosa ed il vizio sempre
castigato. Questo concetto è contraddetto dall’evoluzione sociale
dell’umanità e dalla storia. Questo ottimismo che si sovrappone alla
realtà e la maschera dal punto di vista scientifico è degno di biasimo:
simile illusione è menzogna; dunque anche solo per questo condannabile.
Invece la concezione realista dell’evoluzione storica; poco importa se
designata come pessimista, oltre al suo intrinseco valore scientifico,
avrà un valore pratico inapprezzabile, perchè essa assicura la
calma, e la soddisfazione filosofica, che derivano dalla conseguenza
della verità. Mentre le rappresentazioni cosidette _ottimiste_
dell’evoluzione storica conducono ad ogni passo nella vita reale a
disillusioni, al malcontento, all’acredine, allo sconforto, ai delitti
— invece, la rappresentazione cosidetta _pessimista_, che in fondo non
è che semplicemente realista, apre la via alla comprensione vera della
vita e, in conseguenza, alla conciliazione dell’uomo colla realtà.»
«Epperò, mentre le rappresentazioni _ottimiste_, come i fuochi fatui,
conducono sulle false vie e verso i precipizi della perversità, si
trova a capo delle concezioni _pessimiste_, la ricompensa di ogni
_verità_, l’armonia intiera tra l’uomo e il mondo.» (_Sociologie et
politique_ p. 171 a 174).
Il lettore avrà vista l’importanza di questa conclusione e si sarà
spiegata la ragione di questa lunga citazione, che mi dispensa da
ulteriori discussioni. Il _pessimismo_ sano è veramente scientifico,
quale lo ha ora illustrato il Gumplowicz. Si accorda in sostanza
colla dottrina marxista; e quel ch’è più si accorda colla realtà.
Spiega la vita e giustifica la lotta pel meglio, anche quando si
ha la convinzione che non si possa raggiungere la perfezione e la
felicità. Questo _pessimismo_ sincero e disinteressato dice alle classi
lavoratrici: _lottate per innalzarvi!_ Esso riesce al _meliorismo_
preconizzato da Miss Clapperton e dal Vanni in Italia, che non si deve
confondere coll’_ottimismo_ assoluto, fantastico e romanzesco, sempre
immaginario — sia che lo propugni _Candide_ o il Dottor Pangloss; sia
che lo si descriva nel socialismo _sportivo_ — come bellamente l’ha
chiamato il Chiappelli — del Bellamy e dell’Hertzka.
39. Lasciando che i metafisici o gli uomini preoccupati da sentimenti
religiosi si sbizzarriscano, come il Fogazzaro nella sua conferenza
tenuta nel Collegio Romano, nel conciliare il progresso colla felicità,
in nome della scienza e del realismo si può serenamente affermare che
la felicità è soltanto relativa: questo è il granello di verità che si
contiene in tutta la tesi pessimista e che non può invocarsi affatto —
lo sappiamo dal Gumplowicz, un pessimista originale e non di occasione
— contro l’azione e l’aspirazione al meglio del socialismo. Ma la
_relatività_ viene sottolineata più chiaramente in senso socialista
dalla distanza grandissima che corre tra la _felicità_ del selvaggio e
quella dell’uomo civilizzato; tra la _infelicità fisica_ del pezzente
e la _infelicità psicologica_ del ricco. Quale sia preferibile tra le
due si può apprenderlo da un naturalista illustre, che si è occupato
dell’eterna quistione.
«Vi hanno molte persone, scrive il Lubbock, le quali dubitano di
ciò, che lo incivilimento accresca la felicità, e che vantano il
selvaggio libero e nobile. Ma il vero selvaggio non è nè nobile, nè
libero; esso è lo schiavo dei propri bisogni e delle proprie passioni;
imperfettamente protetto contro le intemperie della stagione, di
notte soffre pel freddo e di giorno soffre pel calore del sole, privo
della conoscenza dell’agricoltura, vivendo dei prodotti della caccia
e imprevidente nella prosperità, esso è sempre minacciato dalla fame,
che spesso lo riduce alla terribile alternativa di mangiare il proprio
simile o di morire. Gli animali selvatici sono sempre in pericolo. Il
signor Galton, ch’è tanto competente per formulare una opinione, crede
che la vita di tutti gli animali, che vivono nello stato selvaggio, sia
eccessivamente inquieta; e che l’antilope del sud dell’Africa deve alla
lettera cercare la propria salvezza nella fuga una volta al giorno,
oppure ogni due giorni in media, e che diverse volte in un giorno balza
e corre sotto l’influenza di un falso allarme. Così avviene pure del
selvaggio: _esso è sempre sospettoso, sempre in pericolo, sempre in
guardia_.[220] Esso non può contare sopra veruno, e nessuno può contare
sopra lui. Esso non aspetta niente dal proprio vicino, e fa agli altri
quello che crede gli altri farebbero a lui. Però _la sua vita non è che
una lunga scena di egoismo e di timore_. Anche nella sua religione, se
ne ha una, si crea una nuova sorgente di timori e popola il mondo di
_nemici invisibili_. La posizione della donna selvaggia è ancor più
miserabile di quella del suo padrone. Non solamente essa ne divide le
sofferenze, ma deve anche sopportarne il cattivo umore e i cattivi
trattamenti. Si può dire in verità, che esso non la tratta guari meglio
del proprio cane e non l’ama guari più del proprio cavallo.»[221]
Felicità _assoluta_, dunque no! Ma crescente diminuzione d’infelicità
coi progressi del benessere dell’istruzione, certamente che sì. Eterno
è il dolore, e nel _Giobbe_ scientificamente e poeticamente ad un tempo
ce lo disse l’illustre cantore di Satana; ma quanto si trasformi e si
attenui questo dolore, non può negarlo che un cieco, in buona fede, e
uno speculatore sulle miserie umane, mentendo a sè stesso.
Si guardi un istante al proletario, che suda e fatica per dodici ore
almeno in un malsano opificio e riesce appena a sfamare sè e i suoi.
Finito il lavoro, a conforto _ultra-psicologico_, l’attende nell’umido
ed angusto abituro, lo spettacolo straziante della compagna diletta
giacente sul letto del dolore e priva della necessaria assistenza,
della numerosa figliolanza cachettica e mal coperta da luridi
cenci. Egli se vuole procurarsi poche ore di ebbrezza e di oblio,
deve ricorrere all’alcool nelle sue più ingrate ed anti-igieniche
combinazioni. E quell’ebrezza è tremendamente pericolosa, se spesso
se la procura; gli toglierà l’abitudine del lavoro, gli produrrà il
_delirium tremens_ o la manìa, lo trascinerà al delitto; e in ultimo
all’ospedale, al manicomio, se ci sarà posto; al carcere, dove non ne
manca mai....[222]
Ed ora volgiamo il pensiero al ricco banchiere. A tavola assaggia i
cibi delicati e succulenti ed ha la _noia_ della scelta; trova modo
e tempo di _divagarsi_ col passeggio, colle corse, colle visite,
col teatro, colle _cure_ del riammobigliamento del palazzo, colla
rifornitura della scuderia, colla costruzione dello _chalet_. Se è
_sazio_ della consorte, un lenone ben pasciuto gli procurerà voluttuose
_cocottes_ o spiritose eterie, reclutate nelle file del popolo, buono a
dargli le _provviste_ per l’alcova, come per tutte le altre occorrenze
della vita.... Se vuole gradevolmente eccitare il proprio cervello,
non ha che a richiedere l’inebriante _Champagne_, il limpido Reno, gli
squisiti liquori, il Moca delizioso....
Certamente l’uno e l’altro, il proletario ed il banchiere, hanno o
possono avere il desiderio di migliorare la propria condizione, o se
vuolsi sentono l’aculeo dell’invidia della migliore posizione degli
altri.... Ma che la _infelicità psicologica_ sia maggiore nel banchiere
che nel proletario, orsù smettiamola! nessuno o pochi lo crederanno.
Intanto rimane assodato che tutte le riforme sociali conseguite valsero
a diminuire l’_infelicità fisica_ dei lavoratori. Procedendo sempre più
nella via battuta sinora in nome dello sperimentalismo sociale sano
si può vivere sicuri, che la diminuizione nella disuguaglianza della
ricchezza varrà a diminuire gran parte delle odierne cause d’infelicità
psicologica. Il regno della giustizia, che assicuri a tutti un minimo
di benessere e che i beni ripartisca in ragione dei meriti farà
scomparire o ridurrà ai minimi termini l’invidia e la gelosia col treno
inesorabile che traggono seco di delitti e di sofferenze; nel regno
della giustizia il lavoro se non diverrà assolutamente attraente, come
preconizzava genialmente Charles Fourier, quando avrà la sua meritata
retribuzione cesserà almeno di essere una pena tormentosa perchè
cesserà lo spettacolo iniquo dell’ozio sibaritico premiato in ragione
diretta del danno, che arreca agli altri.[223]
La formula anarchica: _a ciascuno secondo i suoi bisogni, a ciascuno
secondo i suoi desideri_ non sarà mai realizzabile; ma l’avvicinarci
sempre più all’altra; _a ciascuno secondo il suo lavoro e secondo i
suoi meriti_ contribuirà ad eliminare l’infelicità psicologica dei
ricchi e dei poveri.
Ai poveri poi nessuno vorrà negare il diritto di provare che cosa
sia l’_infelicità psicologica_ della ricchezza, sopratutto quando
essi scorgono che i ricchi lottano aspramente con ogni mezzo per
mantenersela e per accrescerla. Qui sta la condanna del pessimismo,
adoperato come arma di combattimento contro le aspirazioni dei
socialisti. I pessimisti per opportunità, infatti, se volessero rendere
efficace i loro consigli dovrebbero dare l’esempio del disprezzo per la
ricchezza e per i godimenti, che riescono all’_infelicità psicologica_.
Invero essi danno uno spettacolo ben diverso e che procura loro il
meritato rimprovero di parlare e di scrivere sotto la inspirazione
della menzogna e dell’ipocrisia.
E come potrebbe essere diversamente se sin dai tempi più remoti
i pessimisti consigliavano agli altri una cosa per farne essi
stessi un’altra? L’_Ecclesiaste_ non racchiude che le _parole_ del
predicatore, figliuolo di Davide, re in Gerusalemme: di quel _re
sapiente_ che se la godeva nel lusso più raffinato, con un _migliaio_
di donne, tra mogli e concubine. I consigli moderni e le moderne
lamentazioni vengono pure dalla classe privilegiata e gaudente.... O,
non si direbbe che la _filosofia_ nell’uno e nell’altra rassomigli alla
moralità dei libertini che nella vecchiaia, divenuti impotenti, si
danno al bigottismo?
Se l’istruzione e il benessere riescono alla tormentosa _infelicità
psicologica_ si abbia il coraggio di ritornare alla povertà
coll’ignoranza. Si rinnovino sopratutto le gesta di Omar, ch’era
logico, bruciando le biblioteche e si levi un inno ai _poveri di
spirito_. I Rotschild, i Iay Gould, i miliardari rinunziino alle loro
ricchezze: allora saranno creduti.
L’incremento del benessere materiale ed il progresso intellettuale
aumentano l’_infelicità psicologica_! Se ciò fosse, gl’individui e le
generazioni che nel corso della loro vita, riescono ad elevare la loro
condizione, dovrebbero rinunziare all’elevamento conseguito. Chiedete
però all’uomo colto se vuole ritornare all’ignoranza, all’uomo ricco se
vuole ridursi di nuovo a povertà; nessuno accetterà. Dunque nel nuovo
stato ci si trovano meglio che nell’anteriore; e lo stato nuovo, anche
se se ne lamentano, lo apprezzano debitamente quando corrono pericolo
di perderlo.
E poi è egli vero, che tutti e sempre, vedono aumentare la loro
_infelicità psicologica_, quando si migliorano le condizioni materiali
e intellettuali? Quante esistenze _soddisfatte_ non vi sono e non si
contano nel mondo? È dessa pure desiderabile questa _soddisfazione_
generale, quand’anco fosse possibile? Volere e potentemente volere una
somma maggiore di felicità non è lo _stimolo_, la _leva_, la condizione
_sine qua non_ del progresso?
Se la infelicità psicologica è il risultato finale di ogni progresso,
piuttosto che a combattere il socialismo, si farebbe opera più
proficua, armati di cilicio e cosparsi di cenere il capo, a predicare
l’imbarbarimento e la retrogradazione alle classi elevate; e più
che questo, si farebbe meglio raccomandare il culto di Origene: la
castrazione. Si può tener conto della _buona intenzione_, che anima gli
economisti, i quali certamente additando il pericolo dell’incremento
dell’_infelicità psicologica_, sono mossi da filantropia e da affetto
speciale alle classi operaie, che rendono avvertite di non elevarsi e
di contentarsi dello stato sociale presente; di accordare la preferenza
insomma alle _sofferenze fisiche_ pur di evitare la _infelicità
psicologica_. Ma così va il mondo; si predicherà al deserto e si
raccoglierà forse ingratitudine, se i ricchi pei primi non si mostrano
convinti della _suprema vanità del tutto_.
I proletari hanno dalla loro anche un’apparenza di ragione — una
apparenza sola veh! — poichè alle classi dirigenti, che parlano
loro di aumento d’_infelicità psicologica_ conseguente all’aumento
di benessere e d’istruzione, ritorcendo l’argomento, essi possono
domandare: a che conservate le vostre ricchezze, perchè vi sforzate con
ogni mezzo lecito e illecito di aumentarle: perchè mandate i vostri
figli all’università, ai politecnici, se la ricchezza e il sapere non
accrescono di una infinitesima quantità la somma dei vostri godimenti;
se invece generano o aumentano la infelicità?
Si predica che il paradiso tanto agognato dai lavoratori si risolverà
in una amara illusione; che la ricchezza e il potere non daranno
agli ultimi venuti la felicità come non la dettero ai primi. Sia! Ma
i lavoratori vogliono provare alla loro volta se è vero che mutando
condizione, mangiando buon pane e buona carne, riposandosi nelle ore
della stanchezza, premunendosi contro le malattie, riparandosi dal
freddo e dal caldo ugualmente tormentosi non si riesca a conseguire la
felicità; anche senza _champagne_, senza teatri, senza _clubs_, senza
_sport_, senza diamanti, senza palazzi, senza _cocottes_, essi vogliono
assaggiare la particolare infelicità psicologica, che viene dalla
ricchezza o almeno dalla decente agiatezza! Chi può dare loro torto? Se
vogliono essere creduti questi singolari predicatori di moderazione e
di rinunzia ai godimenti devono dare il buon esempio: indossino il saio
di S. Francesco di Assisi, si facciano trappisti. Non facciano come
il Tolstoi, secondo le indiscrete propalazioni di una sua governante,
che predica il vegetarismo e lo pratica di giorno per mangiare buone
bistecche durante la notte.
È infine una suprema sciocchezza verniciata da ipocrisia sopraffina
quella dei santi predicatori, che, in nome della morale evoluzionista,
che vorrebbero ridurre a fatalismo inerte, — checchè dicano a parole su
quel _giusto mezzo_ tra la rassegnazione cristiana e la rivendicazione
rivoluzionaria — consigliano ai lavoratori l’astensione dallo sforzo
incessante ed energico pel miglioramento della propria condizione.
Perchè le raccomandazioni e i consigli riescano efficaci, ripeto,
ciò che sanno tutti gli educatori, bisogna che vengano suffragati
coll’esemplarità della pratica. E non danno un esempio incoraggiante
di moderazione di appetiti i borghesi, che possedono cento e vogliono
mille; che ottengono mille e desiderano subito un milione e per
ottenerlo non rifuggono dalle frodi, dai furti, dai delitti di ogni
genere. Se anche questa mancanza di moderazione fosse una colpa,
nell’assegnare la parte di responsabilità ai lavoratori, che non ne
sono immuni, si dovrebbe tener conto delle leggi del contagio psichico
e rimontare a coloro, che hanno dato i perniciosi esempi. E delle
_nuove virtù sociali_ che saranno procreate dalla morale evoluzionista,
infine, i padri predicatori ai servizi della borghesia capitalista
dovrebbero dare un buon saggio rassegnandosi una buona volta alla
esistenza del mostro, che non riescono — nuovi Ercoli da burla — ad
abbattere; rassegnandosi, dico, all’esistenza del socialismo.[224]
CAPITOLO VIII.
SELEZIONE E PRIVILEGIO
40 e 41. Il lato più seducente del darvinismo sociale è quello che
presenta la teoria essenzialmente benefica nei suoi risultati, perchè
assicura la vittoria e la sopravvivenza nella lotta ai migliori. In
questa guisa anche quando si fosse sicuri, che nel mondo ci sarebbe
posto per tutti, bisognerebbe desiderare sempre che la lotta tra
gli uomini non cessasse, per non arrestare la continua selezione
progressiva. La selezione sarebbe benefica nel senso biologico perchè
assicurerebbe la vittoria ai più forti; nel senso morale perchè
assegnerebbe premi e vantaggi a coloro, che li meritano.
In questo graduale e continuo innalzamento dell’umanità è naturale
che non potrebbero scomparire d’improvviso gl’inferiori, i vinti;
potrebbero anche riprodursi e moltiplicarsi a benefizio dei migliori e
dei vincitori, determinandosi nel seno delle società umane un processo
di differenziazione crescente. Sicchè la distinzione delle _classi_
ed anche delle _caste_, l’esistenza delle _aristocrazie_ non sarebbe
un fatto storico deplorevole e che starebbe a testimoniare della
prevalenza della iniquità e della violenza nelle fasi precedenti della
evoluzione e di cui ci sarebbe da augurarsi la pronta scomparsa; ma
invece sarebbe la legittima conseguenza di una benefica legge naturale,
che dovremmo far di tutto per mantenere e, anzi, per rinvigorirla.
La lotta per la vita intesa nel senso di trionfo dei migliori e
fattrice suprema, perciò, di evoluzione progressiva delle società umane
nulla ha in sè di ripugnante e in nome del principio di giustizia
sarebbe anche accettabile.
La teoria, però ha ricevuto le smentite più inesorabili nel campo
dei fatti e la storia ha dimostrato, che la preconizzata selezione
progressiva quando e dove la differenziazione prevalse assicurando il
dominio alle aristocrazie, tramutossi in selezione regressiva — in vero
processo di degenerazione.
I sociologi darviniani si sono accorti delle smentite e delle
contraddizioni ed hanno in vario modo modificato e formulato la legge
della sopravvivenza. I _migliori_, nell’ampio senso della parola
per gli uni sono divenuti i più _forti_ fisicamente; per gli altri
i più _adatti_ ad un dato ambiente. Si aggiunse, infine, che la
selezione benefica non doveva intendersi nel senso endo-sociale, ma
inter-sociale; cioè: assicuratrice della vittoria e della sopravvivenza
non ai migliori entro un gruppo; ma ad un gruppo, ad una razza presa
complessivamente di fronte ad un altro gruppo, ad un’altra razza.
È necessario intrattenersi della selezione darvino-sociale sotto i
suoi vari aspetti per vedere se essa si regge alla prova dei fatti
ed a quali conseguenze essa conduce nella realtà per effetto delle
leggi sociali, che hanno alterato il retto funzionamento delle leggi
biologiche.
L’applicazione più ottimistica del darvinismo sociale come trionfo
e sopravvivenza dei migliori si deve ad Häckel che nella teoria
del grande naturalista inglese vide la condanna dell’eguaglianza
democratica e del livellamento socialistico, e la giustificazione
dell’aristocrazia come il prodotto della selezione e della
differenziazione crescente.
«Il socialismo, egli scrive, domanda per tutti i cittadini dei diritti
uguali, dei beni uguali, dei godimenti uguali; la teoria della
discendenza pruova al contrario, che la realizzazione di questi voti è
semplicemente impossibile; chè nelle società umane, come nelle società
animali nè i diritti, nè i doveri, nè i beni, nè i godimenti di tutti i
membri esistenti sono e possono essere giammai uguali.
«Se si vuole attribuire una tendenza politica al darwinismo — ciò ch’è
permesso — questa tendenza non potrebbe essere, che aristocratica
non democratica e ancor meno socialista. La teoria della selezione
insegna, che nella vita dell’umanità, come in quella delle piante
e degli animali, _dappertutto e sempre una debole minoranza
privilegiata_ perviene sola a vivere ed a svilupparsi; l’immensa
maggioranza al contrario soffre e soccombe più o meno prematuramente.
Innumerevoli sono i germi di ogni specie di piante e di animali e i
giovani individui che ne sortono, ma il numero di quelli, che hanno
la buona fortuna di svilupparsi sino alla loro completa maturità
e che raggiungono lo scopo della loro esistenza è in qualche modo
insignificante.» (_Les preuves du transformisme_. Chap. VI).
Il Lange prima di Häckel aveva visto il vantaggio che potevasi trarre
e l’applicazione, che potevano fare gli economisti borghesi, della
sua immediata conseguenza, cioè: che nella _lotta_ per la migliore
posizione sociale la vittoria doveva rimanere ai più forti, vale
a dire ai migliori. Le ultime illazioni dell’eminente storico del
materialismo considerate _unilateralmente_ non differivano da quelle
del propugnatore del moderno monismo scientifico e riuscivano alla
affermazione del processo di differenziazione, d’onde traggono origine
le aristocrazie. La posizione delle classi privilegiate, in certo modo
ne veniva sanzionata e legittimato il posto occupato nella storia.
La crescente disuguaglianza tra gli uomini come conseguenza della
cresciuta differenziazione venne svolta con grande copia di materiale
da Le Bon che tutti i suoi studi storici e antropologici (_La
civilisation des Arabes; Les civilisations de l’Inde; L’anthropologie
actuelle et l’etude des races_ ec.) riassunse nel volume sulle _Leggi
psicologiche dell’evoluzione dei popoli_ (Parigi 1894). Chi, però da
recente ha saputo dare all’applicazione del darwinismo ed all’esistenza
delle aristocrazie l’impronta più simpatica è stato il Novicow nelle
varie sue opere e specialmente in «_Coscience et volonté sociale_.»[225]
Per l’illustre sociologo russo se non si formassero le _aristocrazie_
per differenziazione e selezione non si avrebbe mai il trionfo degli
interessi pubblici, collettivi, sugli interessi privati. La lotta
brutale e continua che si combatterebbe tra gli ultimi viene eliminata
dalla formazione dell’_élite_, che rappresenta l’organo intellettuale,
il cervello delle società umane. Questa _élite_ naturalmente per
adempiere alla sua alta funzione dev’essere sottratta anzitutto ai
bisogni della vita materiale. La _élite_ sociale, però, non sarebbe
la classe o casta che ha avuto in mano il potere politico; tanto
vero che questa aristocrazia intellettuale è stata quella, che ha
abbattuto i privilegi feudali ed i cavalieri ladroni del Medio Evo. La
differenziazione sociale, poi, conduce seco la differenziazione delle
funzioni, che aumenta l’intensità della vita collettiva, o, in altri
termini, la somma dei godimenti intellettuali.
L’_élite_ che si forma in ogni società, soggiunge il Novicow, elabora
i sentimenti; stabilisce ciò ch’è _gentleman like_ e ciò che non lo
è. Il resto del popolo la segue per imitazione. Se gli individui,
che posseggono le più grandi fortune di un paese non adempiono
convenientemente alle funzioni loro devolute, allora la società cade in
uno stato patologico; ma non può dirsi che una società civile possa far
a meno di quest’organo speciale, di questa aristocrazia intellettuale.
La società nella quale l’aristocrazia non compie i suoi doveri perirà
più presto di quella nella quale quella li adempie; e quando la
concorrenza mentale raggiungerà una tensione più forte, l’obbligo di
ottemperare ai propri doveri s’imporrà all’_élite_ in un modo più
imperioso.
Che questa _élite_ debba essere essenzialmente intellettuale lo si
deduce anche da ciò che avviene nella biologia. Infatti tra gli animali
non prevalsero e non si conservarono i grandi mammiferi terziari dal
piccolo cervello, ma quelli di mole minore e meglio dotati sotto il
rapporto cerebrale. (_Perrier_).
La trasmissione, per mezzo dell’eredità, delle qualità acquisite non fa
che rinforzare i benefizi della selezione.
42. L’ottimismo di Häckel e del suo volgarizzatore Schmidt e di Novicow
e dei cento altri economisti liberisti che vanno predicando la bontà
della lotta darviniana nelle società umane, infrantosi di fronte alle
obbiezioni ed alle realtà, fece sorgere la schiera di coloro, che
i _migliori_ riducono ai più _forti_; — forti fisicamente. Costoro
non hanno preoccupazioni morali. Rappresenta bene la correzione il
Gumplowicz che la sintetizza nel trionfo degli incolti sui popoli
civili, come primitivamente scrisse (_Die Rassenkampf_). Altri vi
aggiunge la forza intellettuale escludendone il solo criterio morale.
Ond’è che il Pareto tenendosi sul terreno della realtà considera come
_soggetti di scelta_ gl’individui nei quali l’attività della vita è
più intensa: attività che può esplicarsi in bene o in male. Il premio
nella lotta resterebbe sempre al più forte e solo quando i premi
diverrebbero numerosi successivamente potrebbero rimanerne ad altri
meno forti. (_Cours_, Vol. 2.º p. 372 e 374). Il Bonvecchiato, alla sua
volta, correggendo e temperando le affermazioni di Ribot e di Iacoby
(rispettivamente nell’_Éredité psychologique_ e negli _Etudes sur
la selection dans ses rapports avec l’Érédité chez l’homme_) sulla
necessaria degenerazione delle aristocrazie aggiunse che ogni talento,
ogni genio, ogni casta privilegiata ed ogni popolo superiore non lascia
in eredità soltanto le modificazioni della propria struttura, ma anche
i risultati positivi e intellettuali dell’azione esercitata: può
perire esaurito, ma ha spostato il punto di partenza a vantaggio dei
successori.[226]
Modificazione più radicale si apportò alla teoria della sopravvivenza
nella lotta affermandosi che i vittoriosi non sono i migliori, ma i
_meglio adatti_ alle condizioni di vita, all’ambiente.
Ma nella biologia il _meglio adatto_ è sempre quello che presenta la
_organizzazione più elevata_? Darwin stesso ne dubitò; Ray Lankester
fece di più. «Non si può dubitare, dice quest’ultimo, che spesso la
selezione naturale agisce sopra una razza di animali nel senso della
riduzione della taglia. La piccolezza di certi animali favorendo la
loro sopravvivenza, essi sono stati, in molte circostanze, ridotti a
delle proporzioni microscopiche.» Così anche nel regno animale, osserva
il Lafargue, che cita un brano più lungo del libro di Ray Lankester
(_Degeneration: a chapter in Darwinism_) «la lotta per l’esistenza non
è sempre una causa di progresso ed essa è qualche volta una causa di
degenerazione.» (_Le materialisme économique de Karl Marx_, p. 16.)
Ciò che avviene nella biologia si verifica quotidianamente nelle
società umane: la vittoria è dei _più adatti_ all’ambiente; ma i più
adatti non è necessario, che siano i _migliori_. Che così realmente
possa avvenire lo hanno dimostrato e il Sergi (_Degenerazioni umane_)
e il Vaccaro (_La lotta tra gli animali_. Roma 1889; _Les bases
Sociologiques_ ec).
Ma in questa guisa la teoria, ch’era stata applicata da Häckel e
da Novicow con intendimenti ottimisti perchè vedevano in essa come
risultato la selezione progressiva, diviene sconsolata e pessimista
perchè conducente alla degenerazione, alla selezione regressiva. La
dottrina perde in questa guisa, dice Huxley, il profumo morale, che
primitivamente le si era assegnato (Nitti: _La population_ ec. p. 237).
Tutte le forme e l’insieme del selezionismo, infine, dal campo
individuale, Decandolle, Gumplowicz, Lapouge, Kidd ec. lo trasportano
in quello delle razze, assicurando che nella lotta la vittoria rimane
ai popoli, alle razze migliori; e che la selezione, perciò, avviene tra
collettività, anzichè tra individui.
43. L’edifizio socio-darviniano innalzato con tanto lusso di
argomentazioni e di fatti o alterati o male interpetrati, non regge
alla critica e va crollando quotidianamente seppellendo sotto i suoi
calcinacci i costruttori, che non se ne sono allontanati a tempo.
Il Lange che le teorie darwiniane aveva applicate alla evoluzione
sociale con grande genialità e senza le preoccupazioni politiche
dell’Häckel attenuava già la portata della evoluzione progressiva
ottenuta colla vittoria dei migliori coll’intervento del caso, come
determinante della vittoria stessa; mentre alle conseguenze logiche del
processo di differenziazione contrapponeva l’azione correttrice della
_legge superiore sull’organismo sociale_ — dell’altruismo — di cui ci
siamo a lungo intrattenuti. (_Op. citata_ Cap. 3.º)
Ben altre armi si affilavano, intanto, contro la dottrina darviniana,
anche nel campo della stessa biologia, negandosi che la vittoria
appartenga sempre ai più forti e che la lotta sia la legge generale.
L’una e l’altra cosa negò recisamente il Lanessan. Invero i fatti
riportati da Darwin per istabilire la sua teoria sono reali, ma non
sono i soli. Altri fatti li contraddicono e ne limitano il valore.
Accanto alla lotta per l’esistenza tra animali e piante della stessa
specie o di specie diversa, vi è la _associazione per la lotta_.
Nella lotta per la esistenza non sono i più forti, che _sempre_
sopravvivono, principalmente tra i vegetali nella lotta contro i
venti, le pioggie, il freddo ed altri agenti del mezzo esterno. Così
nei vigneti, le piante più vigorose germogliando per le prime, vengono
colpite più facilmente dai geli primaverili. Piante vigorosissime, che
sono difese efficacemente con le spine e con altri mezzi da animali
forti, soccombono di fronte a piccolissimi e microscopici animaletti
che ne distruggono le radici e le foglie. Le piante di frumento isolate
non sopravvivono, perchè il vento, ad esempio le porta via, mentre
resisteranno più facilmente quando si troveranno riunite in grande
numero. Qui vi ha associazione, sebbene incosciente, fra piante della
stessa specie. Ve ne ha pure tra piante di specie differente. La
violetta, per esempio, vegeta bene sotto la protezione di piante più
alte; e col tappeto verde, che forma attorno alle sue protettrici,
ne le ricambia rallentando l’evaporazione dell’acqua e mantenendo
un’umidità favorevole alle protettrici e alle protette. L’associazione
infine, tra gli animali accorda spesso la vittoria ai deboli contro i
forti. (_La lutte pour l’existence et l’association pour la lutte_).
Questa selezione darviniana benefica altre smentite riceve nella
biologia. È la paleontologia che ci apprende, infatti, che l’evoluzione
dell’organismo per esempio non si fa sempre nel senso del meglio, tale
quale noi lo concepiamo. C’è una evoluzione retrograda che consiste in
un ritorno dell’essere a forme inferiori — a quelle degli antenati —
dato che ci siano, dice il darvinista Lapouge, vere forme superiori o
inferiori, nella realtà e al difuori dei nostri pregiudizi estetici o
biologici.
D’altra parte, la distruzione delle specie pare che sia tanto più
rapida, quanto il tipo è più perfetto, almeno secondo le nostre idee.
Ecco infatti la conclusione negativa, che ci dà la paleontologia: i
trilobiti del periodo siluriano, i crostacei merostomi del carbonifero,
i rettili enormi del trias e del giurassico, i pterodattili del
cretaceo, gli sdentati giganteschi del miocene, i dinoceratidi
dell’eocene ec. tutte specie meravigliosamente armate e più sviluppate
di tante altre che loro sopravvissero, sparirono senza lasciare alcuna
discendenza, nel momento della evoluzione, in cui sembrava che esse
fossero arrivate a realizzare la forma più perfetta. Non è evidente che
non sono sempre i migliori di una specie che più spesso sopravvivono?
E si comprende, talora, la ragione della loro scomparsa: la stessa
delicatezza della loro organizzazione le espone alle influenze
debilitanti e morbose, che non intaccano le specie più grossolane.
Se ciò si verifica nella biologia figuriamoci che cosa si potrà
obbiettare nella sociologia su questa fatalità ed utilità della lotta
che assicura la sopravvivenza dei migliori.
Anzitutto bisogna intendersi su questa parola: _migliore_. Noi non
possediamo ancora la chiara nozione di ciò che deve intendersi con
tale parola e dimentichiamo spesso che il _valore individuale_ di un
uomo ha ben poco che fare col suo valore come elemento di propagazione
della specie: sotto quest’ultimo aspetto (ch’è il più importante)
un contadino ignorante e di limitata intelligenza, che darà origine
a generazioni sane e perfettibili, val più del dotto ingegno, che
genererà una stirpe di nevrosici. In altre parole ognuno rappresenta
per la società la combinazione di un _valore attuale_, come individuo,
con un _valore potenziale_ come capostipite di stirpi più o meno
perfettibili. Il fissare questi due valori, del cui insieme soltanto si
può desumere il concetto di _migliore_, è estremamente difficile, ed è
impossibile senza il consenso della storia studiata analiticamente.[227]
Affidandosi ai criteri comuni e _attuali_ per la determinazione e
conoscenza dei _migliori_ la storia e la osservazione quotidiana
smentiscono l’applicazione della teoria darviniana.
Tra gli uomini la feconda lotta contro il mezzo esterno — contro la
natura — è funesta agli individui isolati. Non produce una selezione
progressiva, ma regressiva; perchè infatto sono gli uomini più robusti
e più energici intellettualmente e materialmente, che si espongono più
volentieri ai pericoli della lotta; mentre i deboli e i pigri, che
_sono quasi sempre i ricchi_ (e se ne vedrà tra breve la ragione),
messi al riparo dal pericolo si moltiplicano facilmente e perpetuano la
loro debolezza o la loro pigrizia.
A parte qualunque considerazione idealistica e di ordine morale,
tenendosi nel campo stretto della economia attuale riscontriamo una
sconfitta in massa dei _migliori_. Si dirà certamente _il migliore_,
l’operaio forte, sano, colto e che vuole assicurarsi uno _standard of
life_, quale si addice ad uomini, che hanno raggiunto un alto grado di
evoluzione. Intanto gli operai americani, che rappresentano il tipo
_migliore_ nella concorrenza del lavoro sono vinti dai chinesi. Gli
operai maschi e adulti sono sostituiti dalle donne e dai fanciulli,
anche in quei lavori penosi che dagli adulti dovrebbero essere
compiuti. Complessivamente, poi, la classe lavoratrice che rappresenta
l’elemento vitale, la forza di progresso, l’azione costante dell’uomo
contro gli ostacoli della natura nella distribuzione della ricchezza ha
la parte minore mentre fanno da leoni capitalisti e proprietari, che
nella produzione o non ebbero parte alcuna o l’ebbero minima.
Peggio ancora se vogliamo fare entrare in giuoco il criterio morale,
che non può, non deve escludersi menomamente dal concetto largo
e generale della _sopravvivenza dei migliori_. Allora si trova
che la frode e l’usura adducono al fastigio della fortuna, mentre
l’abilità operosa ed onesta a nulla approda. Nella vittoria stessa
dei primi occupanti della terra dovrebbero cercarsi i caratteri della
delinquenza, non quelli della forza.[228]
Si arriva, poi, ad analogo risultato per via diversa; chè mentre presso
gli animali la lotta sessuale favorisce il trionfo dei più belli e
dei più forti e perciò la selezione progressiva; tra gli uomini al
contrario, _colla attuale organizzazione sociale_, la donna più bella e
meglio conformata si dà al più ricco, che sovente è il più debole o il
più ignorante.
«Pertanto, se nella lotta per l’esistenza degli organismi inferiori
la vittoria è assicurata — e non sempre come avvertì il Lanessan —
ai più forti e diviene così la fautrice dei progressi della famiglia
degli esseri, la lotta umana per l’esistenza si compie colla sconfitta
degli individui più vigorosi e colla vittoria dei deboli. Così la
natura ci appare in contraddizione con se stessa, poichè mentre impone
la lotta per l’esistenza come legge universale degli esseri, risolve
questa lotta in un senso perfettamente contrario rispetto all’uomo ed
alle specie inferiori. L’indagine imparziale ci costringe dunque a
concludere che la sopravvivenza del più adatto non è la causa della
costituzione economica e che quella forza insistente e poderosa, che è
la causa della evoluzione organica, non ha più alcuna influenza sulla
evoluzione sociale, la quale dev’essere determinata da cagioni di ben
diverso carattere.» (_Loria_).
44. Quando si vide che non era possibile sostenere che i _migliori_
nel senso complesso, elevato ed ordinario della parola — i _migliori_
fisicamente, intellettualmente e moralmente — trionfino e sopravvivano
nella lotta, si attenuò, per non dire si alterò, il significato della
teoria darviniana ed ai _migliori_ si sostituirono i più _forti_ nel
senso fisico e brutale.
La sostituzione non era bella; ma non era nemmeno fortunata. Essa
trovava giustificazione nella affermazione del Gumplowicz che i _forti_
sono gl’_incolti_ (_Die Rassenkampf_); ma la storia smentiva il
sociologo di Gratz. Gli Egiziani, gli Assiri, i Fenici, i Greci, gli
Spagnuoli, gli Olandesi, i Portoghesi, gl’Inglesi, i Francesi hanno
conquistato e soggiogato molti popoli e molte tribù più incolte di
loro stessi. Se i Romani furono vittoriosi e meno colti dei Greci e
degli Etruschi e poscia alla loro volta furono vinti dai Barbari venuti
dal Nord dell’Europa, in contraccambio in Italia, nella Gallia, nella
Spagna e nell’Africa vinsero altri popoli assai inferiori a loro nella
coltura.
Questo prova principalmente che la forza brutale degli incolti non è
sempre vittoriosa e non può, quindi, qualche eccezione assumersi a
legge.
Nella società umana, inoltre, i più _forti_ sono gli uomini adulti, ma
abbiamo visto, che nella concorrenza mercè le macchine sopratutto, essi
sono vinti dai fanciulli e dalle donne.
Ma la teoria è stata esaminata da un altro punto di vista ancora
più largo e generale e che va a ferire incidentalmente la dottrina
maltusiana nel modo in cui attualmente viene praticata. Fu il
Messedaglia ad osservare, credo per il primo, che il Maltusianismo,
viene a produrre una selezione al rovescio perchè mentre limita la
riproduzione dei _migliori_ favorisce la moltiplicazione dei peggiori:
dei poveri, degli ignoranti, dei deboli. (_Scienza statistica
delle popolazioni_). Il Fouillée, in una ai demografi francesi,
dell’applicazione della teoria maltusiana non si è preoccupato soltanto
dal punto di vista patriottico, ma anche dall’altro più elevato della
degenerazione della nazione.
Certamente, qual’è ora la società e se del problema della popolazione
non dovessero continuare ad occuparsene, che i ricchi e i colti, si
avrebbe la moltiplicazione dei deboli e la scomparsa dei forti. Altri
fattori, fortunatamente, intervengono ad impedire la realizzazione
dell’ipotesi.
Sta in fatto, però, che la teoria darviniana anche sotto questo aspetto
viene smentita dai fatti quando gli economisti vogliono trasportarla
nelle società umane. La concorrenza economica non riesce che ad un
aumento _quantitativo_ e non _qualitativo_ delle popolazioni. Di
più: mentre nella lotta tra gli animali i deboli, i vinti devono
fatalmente scomparire e soccombere, nella lotta sociale essi rimangono,
quantunque sofferenti, coesistono e si moltiplicano, riuscendo a quella
degenerazione delle razze umane intravvista ed affannata da Galton e da
Rümelin.[229]
45. Arriviamo alla degenerazione della teoria darviniana
coll’_adattamento_. Quando la storia e la scienza dimostrano che
nella lotta per la vita non trionfano i _migliori_ e soccombono i più
_forti_ fisicamente, i sociologi darviniani non si danno per vinti e
si rifugiano nell’_adattamento_. Qui siamo nella realtà. Nessuno potrà
mettere in dubbio, che individui e collettività nella biologia e nelle
società umane talora si _adattano_ ad un genere di vita inferiore,
si _adattano_ all’ambiente. Ma non si potrà nemmeno negare in questi
casi che il fatto che permette la conservazione e la moltiplicazione
degli _adattati_ — e perciò la loro vittoria — non rappresenti una vera
selezione regressiva.
Questo _adattamento_ degenerativo nelle Società umane descritto
e documentato dal Vaccaro e dal Sergi da principio viene imposto
colla violenza, colla forza brutale; ma la sua azione non sarebbe
duratura, nè sicura se altri coefficienti non venissero in aiuto.
A consolidarla si prestano i precetti religiosi, che predicano e
inculcano la rassegnazione, l’educazione, le leggi penali e civili e
tutto l’arsenale degli espedienti, che sono stati illustrati da Loria
(_Les bases économiques de la constitution sociale_)[230] e da Vaccaro
(_Genesi e funzione delle leggi penali_ — Roma 1889).
L’adattamento all’ambiente, che può essere causa di evoluzione
progressiva specialmente nella biologia, come dimostrò il Lamark,
non c’è dubbio che segna un vero regresso nella Sociologia quando
equivale economicamente al ritorno alle condizioni di vita inferiore.
Questo regresso nelle grandi linee verrebbe ricondotto a quella causa
complessiva designata da Demcor, Massart e Vandervelde colla frase:
_mancanza di risorse_.
Mi preme, però, rilevare che, a mio avviso i tre collaboratori belgi
non hanno bene lumeggiato la differenza tra il fenomeno biologico e
quello sociale sotto questo punto di vista e che non hanno distinto
bene tra la evoluzione regressiva delle istituzioni e quella delle
classi sociali; non hanno differenziato esattamente la fenomenologia e
sono anche usciti da quella lodevole riserva, che li ha guidati nella
loro trattazione.
Essi nel _riassunto e conclusioni_ che inizia la _terza parte_ del loro
libro affermano che le loro osservazioni sono _ugualmente_ applicabili
all’evoluzione di un organismo di una società e ritengono, di accordo
con Magnan e Legrain, che i degenerati sono degli esseri _anormali_,
che non possedono più i mezzi di rigenerarsi. (_L’évolution régressive_
p. 238 e 239).
Ciò che non è esatto. I lavoratori inglesi verso la fine del secolo
XVIII e nei principî del XIX si erano _adattati_ a condizioni di vita
inferiore; essi, relativamente alla evoluzione di tutte le classi
sociali, stavano molto peggio dei lavoratori del secolo XIV e XV
(_Thorold-Roges, Russel Garnier_). Ma continuarono a riprodursi e non
confermarono le conclusioni biologiche della regressione, che dovevano
condurre all’atrofia e alla scomparsa. Si sa anzi, che le classi
inferiori, nelle peggiori condizioni di vita, sono per l’appunto le
più prolifiche perciò numericamente vittoriose e contraddicenti la
darviniana selezione progressiva conseguita per mezzo della lotta.
La trasformazione della dottrina del grande naturalista inglese allo
_adattamento_ regressivo cessa di far considerare la lotta per la
vita come una benefica legge, cui gli uomini dovrebbero assoggettarsi
di buon grado in nome del miglioramento continuo della razza umana
e la espone alla ironia spietata anche di quelli economisti, che la
invocarono a giustificazione del presente ordinamento sociale.[231]
Ridotta all’_adattamento_ regressivo la legge darviniana, è chiaro
che le classi le quali vogliono progredire devono ribellarsi contro
la medesima. E gli _adattati_, con varia fortuna, si sono ribellati
in ogni tempo, e contro ogni forma di servitù e contro i dominatori
di tutte le razze. Di queste ribellioni sono piene le storie, che
narrano di Euno e delle _guerre servili_, di Spartaco e dei Gladiatori,
delle _Jacqueries_, dei contadini di What Tyler, degli _anabattisti_,
dell’89, della _Comune_ etc. Perchè non sia riuscito completo
l’_adattamento_ e sia stata possibile la ribellione non è compito di
questo libro esporre; basta qui ricordare, che la ribellione è stata
santa e benefica, piaccia o non piaccia ai darvino-spenceriani.[232]
E sono incauti davvero coloro che deridono gl’idealisti che nel
_diritto vedono la forza_ ed invertono la formula sostenendo che la
_forza costituisce il diritto_. Costoro, inneggiando al _faust recht_
del dispotismo alemanno, obbliano che la _forza_ sta dalla parte dei
lavoratori. Essi hanno la _forza muscolare_: sono la massa; hanno la
_forza morale_, ch’è la giustizia. La _forza intellettuale_ non può che
servire, e serve, all’una e all’altra. La invocazione della _forza_
in sostituzione del _diritto_ costituisce il nerbo della dottrina
marxista; ciò che essa può contenere di antipatico, così, le venne
somministrato dagli avversari stessi del socialismo.
In un momento solo e in un solo caso la ribellione contro
l’_adattamento_ alle condizioni inferiori di vita non sarà possibile
e giustificabile: quando si verificherà l’esaurimento delle forze
cosmiche, attualmente utilizzate dall’umanità. Allora l’adattamento
forzato a condizioni di vita inferiore non si limiterà agli individui
e ad alcune classi, ma s’imporrà a tutte le razze civili, che si
estingueranno e lasceranno — sebbene per poco — il posto ai Negri. Ma
per fortuna la realizzazione di questa ipotesi melanconica lo stesso
autore che l’enunzia (Decandolle: _Histoire des sciences et des savants
depuis deux siècles_) la rimanda ad un avvenire assai remoto — da qui
a parecchie migliaia di anni. In attesa di questo cataclisma finale
potremo lottare per migliorare.[233]
Non consacrerò un intero paragrafo all’ultimo ripiego dei darviniani,
che dagli individui e dalle classi trasportano la lotta tra le razze.
Questa distinzione tra _razze superiori_ e _razze inferiori_ ora è
stata spinta agli ultimi eccessi dall’Ammon, dal Lapouge, dal Muffang.
L’antropo-sociologia, la scienza preconizzata da questi ultimi e
radicali darviniani, dovrebbe condurre al trionfo dell’_Homo europeus_
— alto, biondo e dolicocefalo — contro l’_Homo alpinus_ — basso, bruno
e brachicefalo. — Ma disgraziatamente per la ultima incarnazione
della dottrina darviniana, nella lotta, per confessione degli stessi
antropo-sociologi, gl’_inferiori_ — gli uomini alpini — pare che la
vincano sui _superiori_ — gli uomini europei. — Essi riconoscono che
i superiori vengono attratti, è vero, dalle città, che sono i centri
d’irradiazione dell’incivilimento; ma nelle città si estinguono non
solo, ma i dolicocefali-superiori — si trasformano continuamente e
fatalmente in brachicefali-inferiori.
La legge naturale, che dovrebbe avere il sopravvento nell’interesse
dell’umanità assicurando la vittoria dei migliori, viene neutralizzata
dalle leggi sociali, che prendono il sopravvento sulla prima.
Il principio della darviniana selezione progressiva per mezzo della
lotta, così avrebbe l’ultima e definitiva disfatta anche sul terreno
della lotta delle razze. Tra le quali, però, il Gumplowicz, ch’era
partito pure dalla superiorità primitiva, originaria di alcune razze
non riconosce il processo continuo di differenziazione aristocratica;
ma quello di fusione e di assimilazione (_Sociologie et politique_ p.
292).
Ciò che c’è di vero in questo tentativo di nuova costruzione
scientifica, è la prevalenza riconosciuta delle leggi sociali sulle
leggi biologiche. In quanto alla differenza e alla superiorità
di alcune o di una razza sulle altre per ora almeno non c’è da
preoccuparsene perchè col Winiarski si deve convenire, che ci troviamo
dinnanzi alla _più pura ed alla più ingenua delle fantasmagorie_[234].
La fantasmagoria diviene aberrazione da manicomio col _superuomo_ di
Nietzsche.
46. Colla dimostrazione fatta da Lapouge, che le _Selezioni sociali_
non solo si sovrappongono ma neutralizzano e distruggono la _Selezione
naturale_ si ha la completa giustificazione di coloro che vogliono
l’intervento cosciente dell’uomo nella riforma e nella trasformazione
delle istituzioni in guisa, che si possano davvero conseguire quei
miglioramenti, che sono nei voti di tutti e che mai si ottennero nelle
società umane coll’azione spontanea della natura. Su questa azione
spontanea della natura invece contano gli spenceriani e i liberisti più
logici della economia politica. Questo intervento cosciente, sarebbe
almeno necessario per distrurre tutta la sopracostruzione attuale,
che si deve agli uomini e che serve ad impedire il retto e benefico
funzionamento della legge darviniana. Per un benefico ritorno alla
natura, dunque, sarebbe sempre indispensabile un’azione preliminare
distruttiva dell’uomo.[235] Quest’azione distruttiva s’impone perchè
sono precisamente le leggi sociali, che favoriscono la selezione
al rovescio e annientano i benefizi che dovrebbero ottenersi dalla
formazione dell’aristocrazia (Häckel) o dell’_élite_, che dovrebbe
funzionare come _sensorio sociale_ (Novicow).
Avvegnachè sono le _leggi umane, fattizie_, per lo appunto, che
estendendo e peggiorando l’azione del _caso_, invertono oggidì le
condizioni della lotta, e impediscono alle _leggi naturali darwiniane_,
in quello che possono contenere di utile e di benefico al progresso
della specie umana, di dare tutta la loro efficienza.[236] Ciò che
parrà chiaro, guardando alla funzione del _diritto di successione_,
che serve di base alla costituzione delle aristocrazie da Häckel
vagheggiata, e considerata come utile e fatalmente conseguente dalla
teoria darwiniana.
Nel dare inizio a questa disamina, giova esporre il giudizio di un
illustre pensatore, che scrive per la scienza esclusivamente senza
preoccupazioni politiche e sociali, e si esprime nel modo seguente
sulla origine e sul valore delle aristocrazie:
«.... La nobiltà, scrive il Ribot, è il risultato di due fattori:
l’idea vera o falsa di un certo merito al di sopra del comune;
l’opinione che questo merito è trasmissibile. Certo, _da un punto
di vista ideale_, l’istituzione della nobiltà può essere reputata
eccellente. Non scegliere che i migliori, conservare intatta l’_élite_
così formata, plasmarla sin dalla culla colle tradizioni, i precetti,
gli esempi; allevarla a modo di una pianta squisita e rara, che
germoglia in una serra calda e in un terreno favorevole: sarebbe stato
un processo di selezione rigorosa, coll’_educazione in più_. Ma _questo
non è che un bel sogno_. Alcune osservazioni vanno a provarcelo.
«E in prima, quanto alla sua origine, la nobiltà, che pretendeva essere
una _élite_, non lo fu giammai, che in senso limitatissimo, quello
delle virtù guerresche. Essa nacque dappertutto in questa età di
adolescenza dei popoli, in cui l’immaginazione non ha altro ideale che
l’eroe, altro culto che l’eroismo (l’_heroworshipe_), in cui l’unica
virtù è l’onore, l’unico mestiere, la guerra.... La selezione che le
servì di base fu dunque in _diritto_ incompletissima, e in _fatto_
spesso infelicissima.» (_L’hérédité psychologique_ p. 366 a 370).
Comunque, anche a non tener conto di questa origine _incompletissima_
e _infelicissima_ delle nobiltà e delle aristocrazie, (dappoichè del
resto si può rispondere, che le _qualità_ che prevalsero furono quelle
che potevano e dovevano prevalere in quel dato ambiente e in quel dato
momento storico), bisogna indagare con maggior diligenza che n’è stato
di queste aristocrazie, di queste caste, che rappresentano il prodotto
della conservazione dei migliori, degli eletti, dei vincitori; chè
è questo addirittura, che importa conoscere per giudicare al giusto
dell’applicazione delle leggi darwiniane alla società umana fatta
dall’Häckel.
La costituzione delle aristocrazie, la conservazione, nei discendenti
degli eletti, dei vantaggi della vittoria ha contribuito alla selezione
della specie umana, ha dato dei prodotti sempre migliori di quelli, che
li hanno procreato?
Ecco il problema, cui la storia, non senza ragione, dà una soluzione
chiarissima e del _tutto conforme alle vedute del socialismo_.
Imperocchè risulta dallo esame dei fatti, che in grazia delle
istituzioni umane, fattizie, e _perciò rimovibili_, si sono ottenuti
effetti diametralmente opposti a quelli, che si dovrebbero avere
dall’azione spontanea e non adulterata della legge darwiniana della
sopravvivenza dei migliori. L’_eredità_ come istituzione sociale, che
gli economisti vorrebbero sanzionare in nome delle leggi naturali, ha
prodotto la degenerazione dei discendenti dei migliori, i quali vinsero
perchè tali; ha impedito la evoluzione degli inferiori e sarebbe
riuscita alla degenerazione completa dei vinti se questi si fossero
rassegnati e adattati alla loro condizione.
Esaminiamo prima i _fatti_, e poscia si vedranno le cause che li
hanno generati e si avrà la ragione della degenerazione, e non della
selezione, delle aristocrazie. Fatti e ragioni, che autorizzano questa
sola conclusione: _per aversi il genuino funzionamento delle leggi
darwiniane e le risultanze loro, conducenti alla selezione, si devono
rimuovere tutte le superfetazioni che le alterano, tutte le istituzioni
sociali, che sono state escogitate dall’uomo per perpetuare in certe
famiglie e in certe classi il privilegio economico e politico_.
47. Ecco i fatti personificati nei tipi più noti, che ci somministra la
storia.[237]
_Tiberio_ è il discendente della _gens Claudia_; la degenerazione della
quale, il Wiedermeister attribuisce alle unioni tra consanguinei.
L’arroganza aristocratica della sua razza era in lui (_vetus atque
insita Claudiae familiae superbia_, diceva Augusto). A misura ch’egli
avanza in età, la forma morbosa del suo carattere si disegna sempre
più: melanconia con delirio di persecuzione.
_Caligola_ è nipote a Tiberio. Riunisce la degenerazione di due
famiglie, la _gens Iulia_ e la _Claudia_. Affetto da epilessia con
tutti i disturbi nervosi, che ne sono la conseguenza. _Claudio_, di
notoria imbecillità, è lo zio di Caligola.
_Nerone_ figlio di Agrippina sorella di Claudio. Affetto da mania
periodica. Wiedermeister conclude: con Nerone finisce la famiglia
_Iulia-Claudia_; l’albero non dà più frutti.
Da _Vespasiano_, in un’altra famiglia, si va a Domiziano. Nel primo
predominava l’avarizia, ch’era ereditaria.
Tutta la storia romana, adunque, dimostra che le qualità buone
degenerano e si estinguono gradatamente, mentre le cattive si
trasmettono e si peggiorano. Il medio-evo e i tempi moderni
riconfermano tale insegnamento.
Da Clodoveo si discende ai re _Faineants_. Da Pepino d’Heristal
attraverso a Carlo Martello e Pepino il Breve si arriva all’apogeo
con Carlomagno e si precipita rapidamente. Da Ugo Capeto agli ultimi
borboni la discesa è continua e non vi sono, che poche eccezioni,
spiegabili con incrociamenti e circostanze straordinarie. Da Cosmo e
Lorenzo dei Medici si va a Caterina e Maria dei Medici e la famiglia si
estingue con Gastone.
Carlo V era goloso. Ne nacque Filippo II; e da questi D. Carlos: goloso
e feroce. La ghiottoneria veniva da Carlo V e la ferocia da Giovanna la
Pazza. Fenomeno atavistico. L’alienista più conosciuto d’Inghilterra,
Ireland, nella sua _Storia della nevrosi ereditaria della casa reale
di Spagna_, — otto generazioni in un periodo di 250 anni, — comincia
con Giovanni II di Castiglia — 1449 — e finisce con Carlo II, infermo,
epilettico, che non si occupava di altro, che di giuocare coi nani,
seguire le processioni, recitare dei _Pater_ e degli _Ave_. È la
fine della razza — 1700 — che dopo aver passato per diversi gradi di
epilessia, di ipocondria e di mania si esaurisce nell’imbecillità.
(_Journal of mental science_. Iuly 1879.)[238]
Dalle famiglie singole, passando alle classi intere la estinzione
e la degenerazione non sono meno evidenti. «I cittadini delle
repubbliche antiche dice Littrè, non hanno potuto mai mantenersi colla
riproduzione. I 9000 spartani di Licurgo erano ridotti a 1900 al tempo
di Aristotile. Il popolo di Atene fu obbligato di reclutarsi spesso
coll’ammissione degli stranieri. Le cose non procedettero altrimenti
nei tempi moderni. Non vi ha una sola nobiltà in Europa, la cui massa
rimonta ad una grande antichità. (_De la Philosophie Positive_)
Benoiston de Chateauneuf, in una curiosa _memoria statistica sulla
durata delle famiglie nobili in Francia_ mostra, che questa durata
non sorpassa 300 anni in media. Trova la causa di questo esaurimento
nel dritto di primogenitura, nella consanguineità dei matrimoni,
ma sopratutto nella guerra e nei duelli. Questo fatto deve essere
governato da cause più generali; dappoichè lo stesso autore confessa,
che le sue ricerche sull’estinzione delle famiglie borghesi e delle
classi più umili lo hanno condotto ad un uguale risultato.
L’imbastardimento delle famiglie nobili in Francia e nei paesi vicini
alla fine dei secoli XVII e XVIII era notata da diversi autori. Pope
faceva rimarcare a Spencer che _l’aria nobile_, che la nobiltà inglese
doveva avere era precisamente quella, che non aveva. In Ispagna si
diceva che, quando veniva annunziato in un _salon_, un _grande_ si
doveva attendere di vedere entrare un aborto. Infine, in Francia si
stampava che vedendo gli uomini, che componevano l’alta nobiltà dello
Stato, si credeva di essere in una società di ammalati; e il Marchese
di Mirabeau, nel suo _Ami des hommes_, li tratta da pigmei, da piante
secche e mal nutrite.[239]
Questa degenerazione innegabile delle _antiche_ aristocrazie — nate
per lo più dalla guerra cruenta, — degenerazione fisica, morale
e intellettuale — si constata pure nelle _nuove_ — nate dalla
guerra incruenta, — che rappresentano il prodotto della selezione
capitalistica. Uno dei tanti sintomi, dice il _Sozial-Demokrat_ di
Zurigo, della decadenza della nuova aristocrazia, sta nella perdita
della fede e dell’entusiasmo (23 Agosto 1883). Prima che la borghesia
divenisse dominante, essa possedeva una vigorosa energia creatrice,
possedeva i più alti ideali e non credeva che vi fossero ideali
irrealizzabili; non si arrestava innanzi ad alcun problema e ad alcuna
soluzione, non si spaventava di alcuna conseguenza. Ne faccian fede gli
Enciclopedisti. Quanto è mutata oggidì! Nei suoi rappresentanti più
ricchi e più socialmente elevati, non domina che la scrofola fisica e
morale; l’attività creatrice vi si esaurisce.
Infine l’ultimo saggio della corruzione e della decadenza
dell’aristocrazia vecchia e della nuova si riscontra in quei contratti
di compra-vendita che sono divenuti i matrimoni americani, che sono
stati illustrati dal Iohannet nel cattolico _Correspondant_. Sono
davvero disgustosi i dettagli sulla _caccia alla dote_, che discendenti
delle famiglie principesche di Europa vanno a dare tra le cerbiatte
degli Stati Uniti, che pur di assumere un titolo nobiliare non
disdegnano di consegnare i milioni di dollari a tanti miserabili che
portano l’impronta indelebile della degenerazione fisica, morale e
intellettuale.[240]
48. Tanto per la degenerazione delle classi privilegiate o vincitrici.
Quella dei vinti[241] e l’impedita loro evoluzione non ha bisogno di
dimostrazione; e chi avesse vaghezza di conoscere qualche dettaglio
ricorra alle relazioni Parlamentari Inglesi sul lavoro delle donne e
dei fanciulli e sulla salute pubblica, all’_appello_ di K. Marx _alle
classi lavoratrici di Europa_ (1864) alla _quistione del lavoro_ di A.
F. Lange; nonchè alle statistiche mediche e militari. La causa dello
arresto di sviluppo delle classi vinte, è anche troppo evidente, perchè
occorra insistervi. Esse mancano dei _mezzi_ opportuni, che favoriscono
lo sviluppo fisico e intellettuale; son prive spesso del necessario
pel sostentamento della vita. E ne mancano perchè i vincitori si
appropriano buona parte del prodotto del loro lavoro. Lavorano e
vivono nelle condizioni più antigieniche, che si possano immaginare;
e lavorano le donne e i fanciulli, che non dovrebbero lavorare se
si volesse favorire lo sviluppo fisico della grande massa di una
nazione.[242]
Lo stesso progresso tecnico della divisione del lavoro riesce a far
degenerare i lavoratori; e ciò non per la metafisica ragione del
Mikhailowsky, che vi scorge un ritorno dell’eterogeneo all’omogeneo
(_op. cit._ p. 43 e seg.); ma perchè tale divisione estrema,
specialmente quando il lavoro è assai prolungato e non alternato
con altre occupazioni, ottunde la intelligenza — rende l’uomo un
appendice della macchina — e toglie ogni sano equilibrio nello sviluppo
dei muscoli e delle ossa. Tutte le influenze dannose alle classi
lavoratrici vengono infine aggravate delle circostanze che il risultato
dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo viene fissato e perpetuato colla
trasmissione della ricchezza ai discendenti.
La quale, se per un verso riesce all’_ingiustizia_ coll’accordare i
vantaggi di una lotta o di uno sforzo qualsiasi e della conseguente
vittoria, a coloro, che non li hanno saputo meritare colle loro opere;
da un altro canto produce un _danno_ della società, un ostacolo
gravissimo al perfezionamento della specie, perchè impedisce, a quanti
da natura ebbero doti singolari di animo e di corpo, di farsi innanzi e
ricevere il guiderdone della loro virtù fisica, morale e intellettuale.
Colla _eredità_, quindi, vengono alterate le condizioni della lotta,
e neutralizzata l’azione benefica delle leggi darwiniane. Colla
_eredità_, con questa potente istituzione sociale, molti son condannati
_a priori_ alla disfatta perchè inermi di fronte a chi tutti possiede
i mezzi dell’offesa e della difesa: si può assistere alle intraprese
della prepotenza, non ad una concorrenza vitale.
I più forti di un’epoca avendo tutto regolato a profitto di loro stessi
e della loro discendenza, non lasciano emergere i nuovi _migliori_,
schiacciati da quel precedente. Tutti i vantaggi essendo stati
accumulati in un angolo a disposizione di quelli, che, spesso, ne sono
i meno degni, la concorrenza è falsata sin da principio da ciò, che
Agathon De Potter ha giustamente chiamato la _predestinazione sociale_.
Avviene qualche cosa, che rassomiglia ad una corsa nella quale una
minoranza di corridori disputerebbe in _carrozza_ la vittoria ad una
maggioranza di _pedoni_. Sicuramente, i primi, che avrebbero immaginato
di utilizzare a loro profitto questo mezzo perfezionato di loro
creazione, avrebbero dato pruova di maggiore capacità, di maggiore
intelligenza di quelli, che sarebbero rimasti ridotti al solo vigore
delle loro gambe. Quelli là avrebbero effettivamente _meritato_ la loro
vittoria. Ma non si potrebbe dire altrettanto dei loro discendenti,
che potendo non esserne degni in alcun modo, a giudicarne dalle
loro qualità naturali (è possibile anche che essi avessero presso a
poco perduto l’abitudine di camminare), pur possederebbero sempre
tutto ciò, che occorre per guadagnare sui loro concorrenti, meno
bene equipaggiati. Il vantaggio derivato dall’impiego delle carrozze
sussisterebbe sempre, creando una _inferiorità artificiale_ alla folla
dei pedoni, che avrebbero già molto da fare per aprirsi un passaggio ed
evitare di rimanere schiacciati sotto le ruote.
Così un sistema completo di condizioni fattizie, di creazione umana,
taglia in due l’umanità e assicura, _fuori concorso_, ad una classe
speciale, tutte le superiorità dell’educazione, della ricchezza, del
potere. Non esiste nemmeno possibilità di concorrenza, dappoichè la
situazione è disposta in modo che questa classe che monopolizza la
forza, gode anche degli sforzi degli altri. (Gauthier: _Le darvinisme
social_, p. 58).
E qui importa moltissimo rilevare, contro i fautori dell’odierno
sistema borghese della concorrenza, i quali invocano le leggi
darwiniane per coonestarle, che per lo appunto lo stesso Darwin vide
il danno che derivava dall’accumulo della _proprietà_ e della sua
trasmissione ai _discendenti_. «In tutti i paesi civili, egli dice,
l’uomo accumula proprietà e le lascia ai suoi figli. _Cosicchè questi
figli in uno stesso paese non possono per nessun modo spingersi molto
avanti nella corsa per la riuscita_.»[243] Ora è notevole questa
circostanza, che l’_eredità_ da Darwin dichiarata svantaggiosa,
è una di quelle istituzioni, che i socialisti di tutte le scuole
concordemente vogliono abolita.
Le risultanze di queste istituzioni infine, provano sempre più e
meglio l’indipendenza della evoluzione sociale dalla evoluzione
biologica; poichè si ha dalla osservazione quotidiana che mentre le
primitive condizioni di forza e di debolezza attraverso ad una serie
di generazioni s’invertono, non c’è alcuna inversione del rapporto
economico primitivo. A chi acquistò la proprietà e la ricchezza si può
concedere che sia stato un forte; i discendenti suoi sono deboli oppure
conservano ciò che fu il premio dovuto al loro progenitore. «Ora questa
persistenza della proprietà capitalistica, successiva alla cessazione
della superiorità fisica e morale del proprietario sul non proprietario
non dimostra, ripetiamo, in modo irresistibile la indipendenza
assoluta del rapporto di proprietà dalle condizioni antropologiche dei
proprietari?» (_Loria_)
Ciò dimostra la falsità del darvinismo sociale da un lato e il
diritto in coloro che sono lesi dalle presenti ingiustizie sociali di
correggerle.
Il presente regime economico-sociale non contrasta la selezione
progressiva soltanto colla istituzione della eredità, ma in molti altri
modi pare che voglia direttamente favorire la selezione regressiva.
Il Decandolle, il Galton hanno messo in evidenza i danni enormi
arrecati alla Spagna dalla persecuzione religiosa contro gli Ebrei,
contro i Mori e contro gli eretici in genere; persecuzione che riuscì
addirittura ad un vero e rapido depauperamento della razza, di cui
si ebbe un riscontro in Francia, sebbene in minori proporzioni,
coll’applicazione del famoso editto di Nantes.[244]
Di queste selezioni regressive sociali, che dimostrano la niuna
efficacia delle selezioni naturali, si è intrattenuto magnificamente
— giova ripeterlo — il Lapouge. Egli ha pure illustrato la grande
selezione regressiva sociale, che avviene per mezzo della guerra; e qui
non solo ha assestato un grave colpo alla teoria darviniana mostrando
la inefficacia delle cosidette forze naturali; ma ha demolito la base
delle stesse teorie da lui predilette.
Il Lapouge, infatti, in un caloroso articolo (_L’Anthropologie et la
Science politique_)[245] aveva deriso spietatamente i principî politici
_a priori_ formulati alla leggera dai filosofi del secolo scorso sui
corollari diretti del cristianesimo e delle dottrine sentimentali.
La salvezza e la realtà ad un tempo non la vedeva che nella guerra,
perchè i popoli, che cessano di essere agguerriti divengono preda degli
altri. La guerra non è giuoco di sovrani o rivalità di amor proprio
e di gloria; essa è e diviene sempre più la manifestazione suprema
della lotta per la esistenza fra le razze e il mezzo di sostituire
le più energiche a quelle la cui evoluzione si trova ritardata. Ogni
razza superiore che ha vicini egualmente superiori, non deve contare
che sul suo valore ed è condizione del progresso generale dell’umanità
l’esterminio col ferro e colla fame, l’estinzione delle razze la cui
evoluzione è lenta e l’umore è pacifico. E questo processo selettivo è
logico ed utile perchè la realtà è questa: _la force prime le droit_.
Così deve essere perchè la forza esiste ma non siamo sicuri della
esistenza del diritto e i progressi della scienza mostrano ogni giorno
più chimerico il pensiero di sostituire il diritto alla forza!
Così il Lapouge aveva formulato la sua teoria darviniana della lotta
riducendola ad una quintessenza della brutalità e della violenza. Ma
vedi ironia della storia! La Francia che da secoli — e nel XIX in
ispecie — aveva esercitato la industria della guerra, che avrebbe
dovuto assicurarle la vittoria su tutti i concorrenti, ha subito la più
grande disfatta, che si conosca tra i popoli civili contemporanei.....
E così fu e così doveva essere, perchè è lo stesso Lapouge che
nelle _Sélections Sociales_ dimostra, condannando la base della
propria teoria, che guerra e militarismo sono le due grandi cause di
degenerazione e di selezione regressiva.
Già sappiamo che lo Spencer ammise l’efficacia miglioratrice
della selezione militare soltanto nelle prime fasi dello sviluppo
dell’umanità; ma doveva essere riserbato al Lapouge, all’apologista
della guerra, la dimostrazione schiacciante sui danni incalcolabili
della selezione militare. La quale agisce in doppio senso nel
determinare la degenerazione della razza: da un lato per mezzo della
coscrizione condanna al celibato gli uomini più forti e nel periodo
della vita più favorevole alla procreazione e lascia, che gli scarti, i
deboli facciano da riproduttori.[246] Dall’altro immola i migliori, i
forti, i sani a milioni nelle grandi ecatombi, che la guerra determina.
E questa strage dei _migliori_ egli la porta a cifre sbalorditive,
forse esagerate; a quaranta milioni per ogni secolo, a quattrocentomila
per ogni anno!
Questa disastrosa selezione regressiva, ch’è il prodotto di tutte le
istituzioni sociali, che valsero ad annientare la selezione naturale è
riuscita al trionfo della borghesia e del capitalismo di cui il Lapouge
ci dà le note caratteristiche veramente convincenti. Nelle _Sélections
sociales_ è detto, infatti che la borghesia e l’aristocrazia del
denaro è una classe di _parvenus_, che serve per i suoi capitali e
non per i suoi uomini. Il suo parassitismo assorbe l’aristocrazia
intellettuale, la cui superiorità non conta in un secolo in cui
tutto si compra e tutto si riduce al prestigio dell’oro. Produce il
flagello del funzionarismo, che in un’epoca di concorrenza sleale
serve di rifugio agli uomini senza genio e senza audacia ed anche
ad alcuni eugenici[247] condannati dalle necessità dell’esistenza a
confinarsi nell’esercizio sterilizzante di una funzione pubblica. Il
capitalismo moderno, inoltre, determina: la dispersione pel mondo
dei migliori della razza, la formazione delle colonie di emigranti
la cui attività nelle Metropoli è paralizzata; lo spopolamento delle
campagne e l’esaurimento fisico e morale dei migliori nelle città. Le
selezioni sociali, in conclusione, riescono al trionfo della borghesia
contemporanea, che rappresenta il fungo velenoso cresciuto all’ombra
della ghigliottina col sangue dei nobili e dei preti; una posterità
senza virtù, senza ideale, uscita non dai grandi borghesi rivoluzionari
distrutti nella lotta del secolo scorso, nè dal popolo, ma da
procuratori di villaggio, da usurai di campagna ecc.
Questa borghesia arricchitasi da principio colle compre a prezzo
vilissimo dei beni delle sue vittime e dopo collo sfruttamento delle
classi lavoratrici, colla speculazione, coi furti di borsa, col
traffico delle influenze, colla prostituzione, ha oggi una opulenza
fatta di _crudeltà_, di _furberia_, di _egoismi_, di _lagrime_ e di
_sangue_!
Questo quadro del Lapouge si riferisce con particolarità alla borghesia
francese; ma è chiaro che possono rientrarvi, del più al meno le
borghesie degli altri paesi.[248] Le risultanze della concorrenza
odierna, intanto, quali ce le presenta un darviniano, sono spaventevoli
e devono condurci alle maledizioni di quella lotta, che dovrebbe
assicurare il trionfo dei migliori.
La condanna inesorabile viene da quella scienza, che avrebbe dovuto
somministrare le armi più affilate contro il socialismo; e viene
ripetuta da un filosofo non socialista eminentissimo, qual’è il
Fouillée, che nella presente organizzazione sociale trova tutti gli
elementi preparatori della degenerazione fisica, morale e intellettuale
tanto dei vinti, quanto dei vincitori. (_La propriété sociale et la
démocratie_).
49. Se la degenerazione o l’arresto nello sviluppo dei _vinti_ sono
fenomeni facilmente comprensibili, non lo sono del pari, quando si
riscontrano nei _vincitori_, nelle aristocrazie; nelle quali _a priori_
si può supporre un crescente perfezionamento di tutte le loro qualità
fisiche, morali e intellettuali, perchè esse posseggono, _anzi li
posseggono esse sole_, tutti i mezzi adatti allo sviluppo, tutte le
condizioni, che possono favorirlo.
Ma il fatto della costante degenerazione delle aristocrazie è
innegabile, e tutti i materiali raccolti dal Wiedermeister, dal Iacoby,
dal Ribot etc. lo illustrano all’evidenza; e in pari tempo pongono
fuori discussioni, che mentre degenera e si altera il lato buono
del carattere di una aristocrazia, parallelamente si sviluppa, si
trasmette e si fissa quello cattivo. Il lettore ricordi i dati storici
precedentemente riportati e se ne convincerà.
Il Ioly, a spiegare il fenomeno costantemente ripetutosi, ricorse
ad una teoria, che potrebbe denominarsi dell’_esaurimento nervoso_.
Egli pensa che in una famiglia ed in un popolo, che hanno dato il
_maximum_ del prodotto fisico, morale ed intellettuale, l’energia
spontaneamente si esaurisce ed occorre un certo tempo perchè avvenga
un nuovo accumulo, che dia in appresso nuovi prodotti. In siffatta
guisa si spiegano i _ricorsi_.[249] Ora ammettendo tale ipotesi, i
socialisti avrebbero ragione degli avversari; perchè sarebbe imprudente
ed ingiusta cosa, consacrare colle istituzioni politico-sociali,
il potere e il privilegio in famiglie, che avendoli acquistati per
opera d’individui arrivati al _fastigium_ del loro sviluppo, sono
già condannati, predestinati all’esaurimento ed alla immediata
degenerazione.
Il fatto della degenerazione però, trova una più soddisfacente
spiegazione colla retta interpretazione delle stesse leggi darwiniane.
Il rappresentante più elevato di una stirpe, di una famiglia (che
gradatamente, per selezione si è innalzata sulle concorrenti) arrivato
al potere col privilegio (il politico e l’economico vanno sempre
di conserva), lo trasmette, in forza delle leggi sociali, ai suoi
discendenti. A meno che si voglia supporre, che questo tale sia un
essere perfetto — ciò che da nessuno si ammette — bisogna ritenere
che in lui vi sia del buono e del cattivo, sebbene preponderino le
qualità migliori; tanto che valsero a dargli la prevalenza. Egli
di unita al _privilegio_ trasmette agli eredi le sue buone qualità
e le cattive; ma le prime non hanno più, nella condizione in cui
si trovano i discendenti, la occasione di esercitarsi; epperò pel
_non-uso_ gradatamente degenerano e si estinguono, come pel _non-uso_
si atrofizzano gli organi del corpo. (Darwin) La _educazione_
dei discendenti (che godono di un potere non acquistato colle
proprie forze e coi propri meriti) differendo sempre da quella dei
_progenitori_, fa il resto. Così il _non-uso_ delle buone qualità
rappresenta l’elemento negativo della degenerazione. Avvegnachè le
cattive qualità non incontrano nel loro sviluppo freni o resistenze;
si esercitano, si sviluppano e si trasmettono liberamente. Infatti è
cosa insolita che vi sia chi rampogni, freni o contraddica il rampollo
di stirpe privilegiata, le cui qualità per una legge psico-fisica si
svilupperanno sempre nel senso della minore resistenza, e cioè nella
direzione del massimo godimento conseguito col minimo sforzo.[250]
Più facile ancora si rende la spiegazione della degenerazione nelle
aristocrazie intellettuali, trascinate fatalmente all’abuso delle loro
facoltà, al _Surmenage_, alla nevroastenia, all’esaurimento.
Ciò che si sa della frequente buona riuscita dei _bastardi_
principeschi non costituisce, che la controprova di quanto si è detto.
«D. Iuan d’Austria, osserva il Ribot, era superiore a Filippo II;
Vendome a Luigi XIII ed a Gastone d’Orleans. La parte dei bastardi
principeschi è rimarchevole quando si pensa al loro piccolo numero. Io
citerò Dunois, il bastardo di Savoja, il principe Eugenio, Vendome, il
connestabile di Borbone, Maurizio di Sassonia, tutti figli o nipoti
di bastardi. Questa maggiore intelligenza nei bastardi o nella loro
immediata discendenza si attribuisce popolarmente all’essere essi i
_figli dell’amore_.»[251] A me sembra invece, che a questo maggiore
sviluppo di fronte agli eredi _legittimi_ contribuisca la circostanza
che essi vengono e crescono in condizioni diverse e più favorevoli allo
sviluppo delle loro facoltà, perchè sottoposti ad educazione più rigida
e lontani dalle influenze e dalle attrattive del privilegio. Così in
loro l’ereditato germe delle buone qualità, è costretto, per dare la
sua efficienza e raggiungere il premio, ad esercitarsi ed a svilupparsi.
Di tal che è assolutamente falso che la selezione darwiniana possa
servire a consacrare il privilegio economico e politico, qual mezzo
atto a migliorare la specie. Se il privilegio, nel primo momento, in
cui arriva nelle mani di un uomo o di una famiglia, può rappresentare
l’_effetto_ di una selezione progressiva di qualità, che assicurano la
prevalenza nella concorrenza vitale; in un secondo momento quando si
trasmette, diviene la _causa_ di una selezione in senso inverso, di una
degenerazione. Laonde questo dritto di successione al privilegio _nè è
meritato_ dagli individui, che non cooperarono a conseguire i vantaggi,
che procura; _nè contribuisce_ a migliorare l’umanità, producendo il
suo perfezionamento fisico, intellettuale e morale. Il darwinismo,
adunque, nelle sue linee generali, non legittima le aristocrazie di
qualsiasi genere, ma invece serve a corroborare la prima parte di uno
dei più noti aforismi socialistici: _a ciascuno secondo le sue opere_.
Continuando il Ribot nella ricerca delle cause intime di degenerazione
delle aristocrazie, trova che le medesime per lo spirito di
conservazione delle forze e dei loro privilegi, se non per aumentarli,
si uniscono frequentemente in matrimonio tra consanguinei. Ciò anche
per orgoglio. In siffatto modo le aristocrazie si estinguono, secondo
Niebuhr, passando per la degradazione, e la imbecillità. Esquirol,
Spurzheim ed altri recenti autori danno questa ragione della frequenza
dell’alienazione mentale e della sua eredità, nelle grandi famiglie di
Francia e d’Inghilterra.[252]
La moderna aristocrazia del denaro alla sua volta degenera, perchè
si limita in generale all’amore del guadagno, accetta la vernice
superficiale dell’istruzione, passa facilmente alla caricatura,
disprezza tutto ciò ch’è semplice e nobile, non tenta d’inculcare ai
suoi figli il coraggio e la capacità di sopportare le vicissitudini del
destino, e rimane così, malgrado tutta la sua potenza economica, un
colosso dai piedi di argilla.
La degenerazione dei privilegiati infine trova la sua ragion di
essere, analogamente a quanto pensano i socialisti, nella storia del
parassitismo, illustrata da naturalisti darwiniani.
Ogni nuova serie di condizioni, dice Rey Lankester, che tendono a
rendere molto agevolmente ottenibile l’alimento e la sicurezza di un
animale, sembra avviare per regola alla degenerazione; precisamente
come un uomo attivo e sano comincia talvolta a degenerare quando salga
a repentina fortuna; o come Roma degenerò allorchè venne in possesso
delle ricchezze dell’antico mondo. L’abito del parassitismo opera
chiaramente in tal guisa sull’organizzazione animale. Fate che la vita
parassitica sia una volta bene assicurata; e vedrete a poco a poco
andarsene le gambe, le mandibole, gli occhi, gli orecchi; l’attivo
ed altolocato granchio, insetto od anellide divenire un mero sacco
destinato ad ingerire alimenti, e a deporre uova e nulla più.[253] La
qual cosa era stata rilevata molto tempo innanzi dall’Häckel.[254]
Ora, la degenerazione delle aristocrazie non si deve per lo appunto
al divenire esse, economicamente, delle classi parassite? La genesi
del parassitismo non ispiega i fatti del Iacoby? Le leggi sociali
contraddicendo gl’insegnamenti e gli avvertimenti delle scienze
naturali, perchè dovrebbero consacrare l’istituzione aristocratica,
che conduce fatalmente alla degenerazione prima ed all’estinzione in
seguito?
E però, dalla storia e dalla scienza rimane assodato, che: date le
leggi darwiniane della lotta per la esistenza e della correlativa
vittoria dei migliori, entrambe non riescono alla selezione od al
miglioramento progressivo della specie, se non quando i vincitori
rimangono privi di singolari privilegi o almeno i privilegi ottenuti
non possono trasmetterli ai discendenti. Il diritto di successione e
la costituzione delle aristocrazie, costituendo un vero parassitismo,
spingono alla degenerazione delle aristocrazie, affrettano quella dei
vinti ai quali sottraggono il prodotto del loro lavoro, ed impediscono,
privandoli dei mezzi opportuni, la evoluzione degli individui, che
ebbero da natura buone attitudini, e che, se sviluppatisi liberamente,
avrebbero realmente conferito al progresso ed al miglioramento della
specie.
Un motto ancora sulla costituzione delle aristocrazie in rapporto alla
teoria dell’evoluzione. L’_eredità_, osserva il Ribot, consacrata
socialmente nelle caste e nelle aristocrazie, che rappresentano la
_stabilità_ e la conservazione si è trovata di un subito in lotta colla
_legge del progresso_, la cui essenza è il _cangiamento_. E quindi o il
progresso ha rotto le caste come in Grecia; o le caste hanno impedito
il progresso come nell’India.
Guardando a tutto il processo storico si deve pur convenire, che la
evoluzione avviene dalla aristocrazia alla democrazia. L’aristocrazia
è il _fatto_ e l’_istituzione del passato_; chè le antiche democrazie
non sono altro che aristocrazie nel vero senso della parola. La
democrazia sarà il fatto e l’istituzione dell’_avvenire_.[255]
L’aristocrazia era l’istituzione logica delle epoche nelle quali
dominava la fede esclusiva nella _eredità_ e nella tradizione; la
democrazia è il prodotto logico dei tempi, in cui senza che venisse
negata la giusta influenza dell’_ereditismo_, si accorda una parte
rilevante all’_educazione_; e riconoscendosi eziandio i vantaggi della
_tradizione_, che consolida i mutamenti utili avvenuti, esercita
una rapida azione trasformatrice la _ragione_, che rappresenta il
progresso.[256]
Oggi la riconsacrazione delle aristocrazie tentata in nome del
darwinismo non è, che la negazione della evoluzione delle _forme_ e dei
_principii_ sociali.
La fatalità dell’avvento della democrazia venne riconosciuta da coloro
cui riesce ostica — da Chateaubriant a Francesco Crispi — con una
unanimità sorprendente e che si spiega coll’eloquenza dei fatti che
s’impongono a tutti.
Ma sarà essa un bene o un male?
Non è il luogo di fare una disamina storico-politica, che mi riserbo
di riprendere in un altro scritto; qui basta rilevare che le critiche
rivolte da Lecky alla democrazia sono state oppugnate vittoriosamente
tra gli anglo-sassoni, che in senso democratico hanno compiuto i
maggiori progressi.
I timori e i rimpianti per la decadenza e per la prossima scomparsa
della aristocrazia sono davvero inesplicabili; non movono che da
pregiudizi e da antipatie politiche.
Il Taine, che dell’aristocrazia è stato l’ultimo apologista
d’incontestata e meritata celebrità non si è limitato a difendere la
istituzione, ch’eragli divenuta cara negli ultimi anni della vita sua,
ma rivolse un attacco veramente indegno alla democrazia. Chiamò il
potere del popolo un _potere anonimo, imbecille e terribile_, il cui
arbitrio è assoluto, la cui iniziativa è continua, il cui intervento è
omicida (_La révolution_. Vol. 2º p. 9)
Errori e delitti ha commesso la democrazia; ma si tratta di vedere se
la somma dei danni arrecati alla società sia maggiore o minore dei
beni, e se il bilancio che presenta la medesima si regga al confronto
di quello dell’aristocrazia.
Può il Taine assicurare che la società moderna essendo una cosa vasta
e complicata dev’essere maneggiata dagli spiriti colti e speciali. Può
dogmaticamente stabilire che le aristocrazie sono necessarie (_Notes
sur l’Angleterre_ p. 208, 224 ec.) e che solo l’aristocrazia si
trova in condizioni opportune per acquistare l’arte del governo (_La
révolution_ Vol. I, p. 190 e 191). Ma i fatti smentiscono brutalmente
tutti gli apriorismi degli apologisti di una istituzione, che
tramonta; e tramonta male, coi caratteri e colle manifestazioni della
degenerazione.
Il fatto brutale della decadenza delle aristocrazie dovrebbe
bastare per pensatori, che riconoscono il _successo_ come il solo
Dio che impera nella storia, per indurli a risparmiare rimpianti
e lagrime sulla sorte di una istituzione che muore. È addirittura
inconcepibile, poi, che quel Taine che aveva documentato la più
terribile e inoppugnabile requisitoria contro l’aristocrazia se ne
sia fatto il paladino più tardi. È nell’_Ancien régime_ dell’illustre
storico francese, infatti, che si trovano gli elementi per condannare
l’aristocrazia e la monarchia, cui sono imputabili tutti i mali, che
sono stati rimproverati alla rivoluzione dell’89 e che furono preparati
e resi fatali dalla medesima.[257]
Non si abbiano paura ed apprensioni, adunque, sulle conseguenze della
scomparsa delle aristocrazie. Nessuno degli acquisti delle civiltà
correrà pericolo pel fatto. Lo dimostrò il Littrè tanti anni or sono
(_Casuistique historique_) e non c’è ragione oggi di mutare di avviso.
Se anche si verificasse la decadenza dell’arte — e negano giustamente
il Morris, il Destrée, il De Greef ecc. — il male sarebbe compensato
ad usura: il benessere economico diffuso, dice il Marion, vale bene
lo splendore delle belle arti (_De la solidarité morale_ p. 213).
Ci sarebbero meno quadri, meno statue, meno poesie in una società
essenzialmente democratica! E dovremmo dichiararci inconsolabili se in
pari tempo vi fossero meno follie, meno suicidi, meno delitti?
Del resto i pusilli, che si spaventano delle trasformazioni future
si confortino e tengano conto dei savi consigli, che vengono a loro
da chi non è uno scapigliato rivoluzionario. Spencer ammonisce:
che le riforme politiche e sociali, dalle quali si profetizzarono
sinistramente inevitabili i tremendi cataclismi, riuscirono invece a
risultati opposti ed a vantaggio definitivo di coloro, che si potevano
considerare come i soccombenti nella lotta.» Lo stesso filosofo della
evoluzione più tardi aggiungeva: «quando si parla di una modificazione
probabile di una relazione sociale nell’avvenire, quasi tutti quelli,
che la giudicano s’ingannano, perchè essi considerano quali saranno i
risultati del cangiamento supposto ammettendo, che tutte le altre cose
resteranno tali e quali esse sono. Bisogna ammettere al contrario,
che le medesime cangeranno _pari passu_.» (_Sociologie_. Vol. 2º p.
441)[258]
50. Ma in qual senso va intesa questa evoluzione _verso_ la democrazia
ammessa dagli storici più eminenti? Riuscirà al livellamento perfetto,
all’uguaglianza assoluta? Ne verrà distrutto interamente il principio
della _differenziazione_ nel modo, in cui la intendono alcuni seguendo
le orme di Darwin e di Spencer?
Parecchie cose sono qui da distinguere di fronte a queste domande; ed
è da rilevare sopratutto che il socialismo non intende distrurre le
ineguaglianze naturali, ma quelle sociali; si deve ancora aggiungere
che le ineguaglianze naturali spesso vengono create o accentuate dalle
ineguaglianze sociali.
Degli economisti — John Rae, Flora ecc. — che fanno bello l’organamento
attuale del crescente processo di livellamento in contrasto coi
loro colleghi che trattano da utopia l’aspirazione socialista verso
l’uguaglianza non mette conto l’intrattenersene.
Non occorre del pari opporsi a quella ineguaglianza di retribuzione
per ineguaglianza di funzione, che il Novicow trova corrispondente al
concetto stretto di giustizia e di cui si ebbe occasione di parlare.
Le ineguaglianze naturali, poi, quelle ineguaglianze sulle quali ha
insistito l’Huxley (_On the inequality of men_. Nella _Nineteenth
Century_. Gennaio 1891) sono state riconosciute dai socialisti in ogni
tempo.
Sin nella fase del socialismo cosidetto utopistico furono riconosciute
tali ineguaglianze e in principio di questo secolo Charles Fourier,
credeva tanto alla _differenziazione_ naturale, che in essa riponeva la
speranza, che tutti i generi di lavoro, anche quelli, che attualmente
destano la maggiore ripugnanza, troverebbero individui, i quali li
intraprenderebbero ben volentieri. E fondava la celebre teoria del
_lavoro attraente_, che destò l’ammirazione anche degli economisti; tra
i quali ammiratori, se non erro, devesi annoverare il Minghetti. Nelle
disuguaglianze naturali tra gl’individui, del resto e sino a tanto che
non ci sarà uno sviluppo elevato di altruismo e d’intelligenza, che
possa indurre tutti, a turno, ad assumere i servizi sgradevoli, c’è
una benefica circostanza, che coopera efficacemente ad assicurare i
vantaggi, che possono venire dalla divisione del lavoro. E ciò senza
abbandonarsi a liriche volate sull’armonia, che risulta dalla varietà.
Le ineguaglianze contro le quali levasi forte la protesta sono quelle
sociali, quelle dovute agli uomini, che colle loro istituzioni
hanno distrutto il concetto stesso di giustizia dando molto a chi
nulla merita ed assegnando un _minimum_ appena bastevole per vivere
bestialmente a chi molto si deve.
Nulla hanno di eterno queste disuguaglianze sociali e il Georges in
più punti delle sue opere insistette sulla possibilità e convenienza
della loro eliminazione. Lo stesso Spencer — opportunamente l’ha
rilevato il Loria — «ben lungi dal considerarle come il prodotto di
una eterna necessità di natura le ravvisa come il prodotto transitorio
di un determinato stadio della evoluzione sociale, il quale deve
necessariamente cessare quando la pressura della popolazione sulle
sussistenze, addotta l’umanità al supremo fastigio del progresso
compiuta la sua missione secolare, verrà essa medesima gradatamente a
finire.»
Tutto ciò che è stato esposto in questo libro sulla continua
trasformazione e attenuazione della lotta e sulla crescente azione
dell’altruismo depone in favore della eliminazione delle ineguaglianze
sociali. L’esperienza fatta non lascia dubbi sull’indirizzo
essenzialmente adequatore, come lo chiama il Loria, del progresso
sociale.[259] «Da un’epoca in cui l’umanità componevasi di pochi
privilegiati, dominanti sopra legioni di schiavi, noi procediamo via
via verso un’epoca nella quale soltanto la diversa ricchezza, forma
il criterio delle differenze sociali. Non sono più quei tempi nei
quali cento classi diverse frazionavano la rozza umanità, ripartendola
nelle infinite sezioni di un casellario cinese. Che divennero le
distinzioni romane fra patrizi, cavalieri, plebei, provinciali, latini
juniani, coloni, italici, peregrini? Che le distinzioni medioevali fra
feudatari, vassalli, valvassori, valvassini, leudi, manentes, aldioni,
adscriptici? Non ne rimane più che il ricordo. Il torrente della
evoluzione umana ne spezzò fin le ruine.»(_La proprietà_ ecc. p. 156).
La scomparsa delle ineguaglianze sociali gradatamente farà diminuire le
ineguaglianze naturali; ciò deve affermare chiunque conosce l’azione
dell’educazione, dell’alimentazione e delle condizioni del lavoro.
Comunque questa profonda trasformazione non potrà essere che l’opera di
molti secoli; e in attesa di questo radicale risultato il Socialismo
moderno adesso non pretende l’_uguaglianza assoluta_; ma spera che la
_differenziazione_ non _abbassi_ una parte dell’umanità a vantaggio
dell’altra, e che un _minimum_ di evoluzione normale sia garentito a
_tutti_ lasciando che ciascuno si elevi nelle direzioni accessibili
attualmente a soli pochi e fortunati privilegiati, e che vengano perciò
disperse tante ottime attitudini naturali, che sotto la compressione
delle vigenti istituzioni sociali non trovan modo neppure di rivelarsi.
Il socialismo scientifico, più che altro, vagheggia la uguaglianza dei
_mezzi_ della evoluzione e nelle _condizioni_ della lotta contro la
natura, l’uguaglianza dei _dritti_ politici e sociali, il livellamento
delle classi, il riconoscimento dell’equivalenza di ogni lavoro di
utilità pubblica. (_Engels_)
Queste idee spoglie di assolutismo trovano seguaci ormai nella stessa
scuola rivoluzionaria, che si potrebbe supporre la meno disposta
ad accettarle; ed uno dei socialisti più ardenti e più battaglieri
così riassume le aspirazioni del socialismo moderno: «Il socialismo
dimanda l’uguaglianza innanzi ai _mezzi_ di sviluppo e di azione,
cioè _l’uguaglianza del punto di partenza_. Or questa uguaglianza non
esige in alcun caso _nè l’uguaglianza nello svolgimento (allure), nè
l’uguaglianza del punto di arrivo_. Assicurando a tutti gli organismi
umani una parte uguale innanzi alla _possibilità_ di educazione e
di esercizio, lungi di realizzare l’_uniformità_, il socialismo
farà germogliare e accentuerà le ineguaglianze naturali, muscolari
o cerebrali. _Queste sono delle differenze, che quando pur fosse
possibile, il socialismo scientifico si guarderebbe bene di cancellare,
sapendo che questa eterogeneità è una delle condizioni essenziali del
perfezionamento della specie_.» (_Deville_)[260].
Infine l’avvenimento di un ordine di cose sempre più socialistico deve
necessariamente garentire la sopravvivenza di un numero d’individui
numerosissimo comparativamente a quelli, che sopravvivono al presente,
deve del pari dotarli di un _minimum_ di perfezione, senza limitare
il _maximum_ di evoluzione per altri individui. Così, per ipotesi, la
lotta per la esistenza contro la natura accompagnata dalla solidarietà
di tutti gli uomini tra loro, dovrebbe avere le conseguenze seguenti:
_prevenire la degenerazione degli individui e delle generazioni,
elevare il livello medio della maggioranza, ma non arrestare
l’evoluzione più rapida degli individui o delle generazioni meglio
dotate dalla natura_.[261]
CAPITOLO IX.
LA CONSERVAZIONE DEI DEBOLI E IL MIGLIORAMENTO DELLA RAZZA
51. Ci è noto il valore sociale della pretesa selezione darviniana, che
dovrebbe essere trionfo dei _migliori_ e che gradatamente si trasforma
in prevalenza dei più _adatti_. Accanto a questa quistione, anzi come
complemento necessario della medesima dev’essere discussa l’altra sulla
_conservazione dei deboli_.
I _deboli_! Chi sono essi? Non è facile stabilirlo. Nel senso
darviniano genuino i _deboli_ sarebbero in fatto gli _adatti_. Questi,
sappiamo, che non solo si conservano ma anche si moltiplicano. Ma,
inoltre, vi sono _deboli_ transitoriamente in ragione della loro età
— che potranno divenire o che furono _forti_. Ve ne sono a causa del
loro _sesso_: l’evoluzione sociale sinora ha posto la donna in vera
condizione di debolezza. Saranno considerati come _deboli_ quanti,
pur essendo dotati di eccellenti qualità fisiche, a causa della
presente organizzazione sociale difficilmente possono provvedere
alla sussistenza propria e delle loro famiglie? O si riscontreranno
i _deboli_ soltanto nei degenerati fisicamente e moralmente; negli
infermi senza speranza di guarigione, nei delinquenti, negli alienati?
Come ci si deve comportare di fronte a queste diverse categorie di
deboli per assicurare la evoluzione progressiva dell’umanità o per
impedirne la degenerazione?
Sono questi gravi problemi, che non hanno un valore esclusivamente
teorico e scientifico; ci s’imbatte di continuo nei medesimi nel
campo pratico; e alla legislazione, che se ne occupa si tenta di dare
indirizzo diverso secondo la prevalenza di questo o di quell’altro
sistema e secondo l’ampiezza che al medesimo si accorda.
Osservano alcuni sociologi e gli economisti liberisti veramente
ortodossi che nella società umana ogni cosa si deve lasciar regolare
dalla selezione naturale, affinchè tutto proceda per il meglio.
Deriva logicamente da tale premessa, che si giudicano dannose e
contrarie alle leggi della natura tutte le istituzioni consacrate
alla _conservazione dei deboli_. Ospedali, asili infantili, ricoveri
di mendicità, ospizi pei ciechi e pei sordo-muti, per gli storpiati,
pei rachitici, leggi sul pauperismo, sugli infortuni nel lavoro etc.
etc.... tutti quanti questi istituti e provvedimenti, che destano
tanta ammirazione dove esistono e l’invidia delle nazioni, che non li
posseggono; che allargano il cuore degli infelici, che ne usufruiscono;
dei filantropi, che li fondano, li reggono e ne procurano l’incremento;
dei legislatori, che li creano: a rigore della logica degli scienziati,
che s’inspirano _a certe_ loro _leggi naturali_ in uno speciale senso
darwiniano (da Darwin riprovato!), dovrebbero essere condannati
severamente come tanti _delitti_ contro la natura; delitti tendenti
a conservare e a propagare _esseri inutili_ o _nocivi_, i quali non
possono fare nulla di meglio, che perire e scomparire al più presto
possibile, per far largo agli altri. Imperocchè simili provvedimenti
e istituzioni, riescono allo sperpero delle migliori forze sociali
in vantaggio di elementi inferiori; dei quali, nello interesse della
specie, dovrebbe favorirsi la rapida scomparsa ed eliminazione, onde
impedire una _selezione regressiva_ e coadiuvare efficacemente alla
progressiva.
Gli economisti dal _lasciar fare_ e _lasciar passare_, su questo
riguardo invocano la grande autorità di Spencer; il quale nella
_Introduzione della Scienza sociale_ prima e poscia nella _Sociologia_
e altrove, ripetutamente si mostra preoccupato, ed oltre misura, di
tale quistione, ritenendo, che la inconsiderata filantropia e le misure
legislative, nello intervenire in favore dell’ampia conservazione di
simili membri della società, raggiungono un risultato nè previsto,
nè desiderato; e cioè, fan deteriorare la società sotto il _rapporto
fisico_ con la conservazione artificiale degli individui meno capaci
a prendersi cura da loro stessi. A tutti s’infligge un grave danno
economico.
Dello stesso avviso è il Bagehot. «La più melanconica delle riflessioni
che si possa fare sull’umanità, egli scrive, è questa: la benevolenza
degli uomini fa più male o arreca del bene? La filantropia fa molto
bene sicuramente; ma essa fa del pari molto male. Essa aumenta talmente
il vizio, essa aumenta talmente la sofferenza che c’è da credere che
sia una sventura.» (_Lois scientifiques_ ec. 4ª Ed. p. 205).
Si esprime in una forma meno recisa il Maudsley, che afferma esistere
una specie di antipatia verso gli ammalati e gli incapaci, che vengono
esclusi istintivamente dal consorzio umano. (_Crime et folie_ p. 5).
E qui si scorge che l’illustre alienista guardò alle società umane
primitive, nella fase in cui maggiormente si avvicinano agli animali.
Il dubbio scompare e l’affermazione decisa contro i deboli assume il
carattere più ripugnante con Haycraft e con Lapouge, che imprecano
contro l’influenza disastrosa dei progressi dell’igiene, della
medicina, della scienza, che permettono la riproduzione degli individui
altra volta condannati ad una morte precoce — influenza non meno
disastrosa della carità cristiana che mantiene una grande quantità
di fannulloni ed impedisce l’eliminazione della razza dei cretini.
Bisogna, quindi, innalzare un inno ai microbi e agli altri agenti
selettivi, che hanno migliorato la razza o almeno hanno impedito che
deteriorasse nei secoli passati!...[262]
La protesta di questi arrabbiati selezionisti contro la scienza e
contro lo spirito pietoso del cristianesimo in nome della logica
dovrebbe spingersi anche contro uno degli ultimi prodotti della civiltà
contemporanea: essi dovrebbero invocare l’abolizione della Convenzione
di Ginevra per ritornare alle ferine guerre primitive, nelle quali
feriti, donne, fanciulli e vecchi — in una certa misura almeno —
venivano passati a fil di spada. I vinti secondo Le Bon, Lapouge,
Gumplowicz ec., non sono i _deboli_, non sono gl’inferiori?
In questa ultima manifestazione della logica dei darvinisti c’è
l’aberrazione; non si può nascondere, però, che le considerazioni sulla
conservazione dei deboli sono gravi e fecero breccia anche sull’animo
di taluni men che disposti a consentire sulla conservazione del
presente sistema sociale e fecero anche sorgere dubbi tormentosi nella
mente di qualche socialista. Dubbi che, presso a poco, così mi vennero
significati da Filippo Turati:[263]
«Se la _giustizia_ è l’_interesse generale_, come si deve intendere
la giustizia per quanto riguarda la filantropia, la beneficenza,
l’ajuto da concedersi ai deboli? L’interesse generale riguarda solo
i _presenti_ o anche i _futuri lontani_; solo gl’_individui_ o anche
la _specie_? Se è vero, che queste forme di beneficenza prolungano
funeste agonie, e sovvertono la selezione, che in ultima analisi,
sebbene dolorosissima, è la _meno dolorosa_ e la più _pronta_ delle
vie di progresso, quelle tali forme di beneficenza sono esse giuste,
sono esse da incoraggiarsi e fino a che punto? Sta bene che si
_constati_ l’allargarsi dell’_altruismo_ a scapito della _lotta per
la esistenza_; ma cotesto allargamento è desso un _bene_ o un _male_
da promuoversi o da combattersi o da regolarsi e in che modo? Dal
momento, che noi siamo divisi nel conflitto intimo di due sentimenti
umanitari ugualmente rispettabili, quello della pietà, che ci porta ad
aiutare i deboli e i sofferenti, e che all’ultimo limite ci condurrebbe
al comunismo cristiano dell’_a ciascuno secondo i suoi bisogni_ —
e quello della previdenza, che non ci lascia andare a cuor leggero
incontro all’incancrenire delle piaghe, che cotesta male intesa pietà
si propone di medicare, ma invano; dal momento, che non possiamo nè
ritornare bestie feroci che si divorino a vicenda, nè diventare monaci
ignoranti in cui il cuore cancelli la scienza e la ragione; dal momento
dunque che un _compromesso_ tra quei due sentimenti, tra quelle due
tendenze avverse e inconciliabili, è necessario; _quale e come sarà
questo compromesso_, su che basi, con che nome, _entro quali limiti_
di reciproche concessioni — seppure dal doloroso dilemma non si voglia
traboccare nel più cocente e nel più disperato pessimismo?
«Ora tutti questi problemi, che si risolvono nella ricerca di un
_concetto determinato e preciso di giustizia sociale_, esigono dalla
scienza sviluppo e soluzione, sia pure approssimativamente, sia pure
provvisoria, perchè mi sembrano i problemi più gravi, più urgenti, più
tormentosi della coscienza moderna, come quelli, che si connettono
direttamente coi destini dell’umanità, e come quelli che noi siamo
pur costretti a risolvere per conto nostro ogni giorno, più o meno
ciecamente ed anti-scientificamente, nella condotta pratica di statisti
e di cittadini, e dai quali dipende la moralità o l’immoralità, la
bontà o la riprovabilità di ogni nostra azione sociale.»
La forma elevata ed il fondo umanitario, che, penetrando al di là
della superficie si deve riconoscere in tali obbiezioni, in tali
interrogazioni, che anelano ad una risposta, soddisfacente per la
conservazione dei deboli e per l’interesse della specie, nulla hanno
a vedere colla interpretazione spietata, che gli ortodossi dànno alle
loro leggi naturali; e secondo la quale, la società farebbe abbastanza
e si mostrerebbe pietosa più del dovuto, verso i deboli e gl’infelici,
limitandosi alla parte negativa, togliendo loro assistenza,
abbandonandoli alle proprie forze e perciò lasciandoli in preda a certa
morte per inedia acuta o cronica. Imperocchè essa potrebbe sentirsi
anche autorizzata a favorire ad accelerare la _selezione naturale_
con quella _artificiale_, ricercando tanti Taigeti, dai quali come
gli Spartani praticavano coi deformi, verrebbero dirupati i deboli e
gl’infelici.[264]
52. La prima obbiezione contro la logica selezionista, che vuole
la distruzione dei _deboli_ scaturisce spontanea della difficoltà
di scernere quali sono veramente i _deboli_. Si dovranno eliminare
coloro, che hanno i caratteri esteriori, visibili della debolezza? In
questo caso, talora, si faranno perdere all’umanità delle forze morali
ed intellettuali che gioverebbero al suo progresso infinitamente di
più degli atleti o della media degli uomini con sana ed eccellente
costituzione. L’esempio di Tirteo dice — e bene — il Féré, potè
mostrare agli Spartani che gli annegamenti dell’Eurota non erano senza
rimprovero.[265]
Dicasi lo stesso delle stolte imprecazioni contro la scienza, contro
l’igiene, contro la medicina. Non varrebbe la pena di occuparsene;
ma pur di volo, a chi nei microbi e nelle malattie vede tanti mezzi
di eliminazione dei deboli e di selezione progressiva chiederemo col
Bizzozzero: la falce della morte forse miete esclusivamente nel campo
dei non-valori? E quante preziose esistenze, che sarebbero riuscite di
giovamento all’umanità, non spengono i microbi?[266]
Se per _deboli_ si devono intendere i degenerati intellettualmente
e moralmente — i pazzi, i delinquenti — ci sarà una certa concordia
se non per la distruzione brutale, almeno per gli ostacoli alla loro
riproduzione. Sorpassando sulla possibilità della loro guarigione, data
la teoria dell’ereditismo, — nella quale credo anche io — è conveniente
che si faccia ogni sforzo per impedire la loro riproduzione. Alla
distruzione diretta si dovrebbe opporre la scuola del Lombroso che
ammette la fusione tra genio, follia, epilessia e fors’anco delitto.
Chi non vede tutto il bene che può venire dal genio, da questa energia
poderosa che supera l’ostacolo formidabile che oppone l’inerzia delle
moltitudini sane ed equilibrate, ma misoneiste? Eppure è la scuola del
Lombroso, che inneggia alla distruzione di questa categoria di _deboli_
e che piange sempre per l’abolizione della pena di morte in Italia!
La lotta dei darvino-spenceriani si concentra contro i _deboli_
economicamente, che si vorrebbero abbandonati alla loro sorte e pei
quali non vogliono saperne di una legislazione sociale protettrice,
di beneficenza privata e molto meno di leggi in pro dei poveri.
Quanto fondamento abbiano queste antipatie si vedrà; intanto, notisi,
a conforto degli animi gentili, che sentono la pietà e praticano
la beneficenza, che la storia tutta è una continua protesta ed una
continua smentita contro i selezionisti del genere che si potrebbe
chiamare distruttivo. Come avviene, che gli istituti protettivi
dei deboli, a misura che l’umanità progredisce, prendono maggiore
incremento ed oggi estendono la loro azione in difesa degli animali,
colle società zoofile, che han dichiarato guerra alla vivisezione ed
alla fisiologia sperimentale? Come va, che il filosofo, lo statista, il
politico, il borghese, l’operaio, spesso inconsciamente, se ne mostrano
curanti, si rallegrano del loro moltiplicarsi ed arrivano a giudicare
della civiltà e della moralità di un popolo dal numero dei medesimi; e
che lo stesso banchiere cerca legittimare i suoi cavalli, le sue mute,
i suoi palazzi, i suoi palchetti, il lusso e i gioielli della sua donna
e dei suoi figli colle migliaia di lire, che in ogni lieta occasione
invia alle casse di quelli istituti; che nelle gite di piacere, nei
balli, nei banchetti, nelle riunioni politiche o non, si crede di venir
meno ad un dovere, se non si fa una _colletta_ pel povero e pel debole?
Come spiegare questa enorme e crescente contraddizione tra la società
umana e la natura; questo perpetuo anacronismo nella storia; questa
impune e continua violazione delle _leggi naturali_, incoraggiata anzi
ed ammirata? Quale la forza prepotente, che riesce o a distrurle o
neutralizzarle?
La società, bisogna convenirne, ha sbagliato strada e gli economisti
dell’assoluto _lasciar fare e lasciar passare_, dovrebbero rimetterla
in carreggiata facendo condannare la filantropia sotto tutte le sue
forme, individuale e collettiva, perchè tende alla conservazione dei
deboli e alla degenerazione della specie. Su, economisti! alla prova ed
al lavoro! Ecco una crociata che è la logica conseguenza delle vostre
dottrine. Riconducete alla ragione i governi, che, come l’Inglese,
resero onori sovrani ad un Peabody, che meritava la gehenna! Negate
ogni soccorso ai miseri, ai tapini; ma, così, a tempo perso, abbiate la
compiacenza di levar la voce contro la zoofilia! Abbandonate i deboli
alla loro sorte, ma ad opera compiuta, degnatevi rammentarvi, che vi
sono dei _nobili lordi_, che destinano eleganti e comode abitazioni....
ai cani.[267]
E prima che si venga alle ragioni altissime, che consigliano
genericamente la protezione dei deboli, occorre una parola sulle leggi
dei poveri e sulla legislazione sociale contro le quali da Malthus a
Spencer, si sono appuntate le ire dei socio-selezionisti.
Questa parola non terrà conto che dei fatti, sarà inspirata al più
schietto sperimentalismo.
Per le leggi sui poveri, i loro oppositori avrebbero dovuto rammentare
che esse rappresentano il _minimum_ di giustizia dovuta ai lavoratori
colpiti da parecchi secoli da altre leggi, che miravano e riuscirono
spesso a deprimerne i salari. In verun modo del resto può dirsi, che
tali leggi siano riuscite perniciose: la storia dell’Inghilterra
lo dimostra. Ed è la stessa storia dell’industria tutta, che prova
luminosamente che la legislazione sociale colla protezione dei _deboli_
è riuscita non alla degenerazione, ma al miglioramento fisico,
economico, morale e intellettuale delle classi lavoratrici — cioè della
grande massa dell’umanità.[268] Il fatto, se non la teoria, degli _alti
salari_ non avrebbe dovuto convincere lo Spencer, che le sue geremiadi
incessanti sull’azione dello Stato, che protegge e conserva i deboli,
sono in evidente e continua contraddizione collo sperimentalismo
sociale? E la stessa storia dell’Inghilterra nel periodo infausto
— 1799 al 1832 — in cui prevalsero maggiormente le sue idee non
gl’insegnava forse, che quello fu il momento della rapida degenerazione
della razza anglosassone nella sua grande maggioranza?
In tutta questa quistione lo strano è poi che i darvinisti combattono
la conservazione dei deboli contro il parere di.... Darwin.
«Nei _selvaggi_ — è Darwin che parla o _illustri_ contraffattori del
Darwinismo! — nei _selvaggi_, i deboli di corpo o di mente sono in
breve eliminati; e quelli che sopravvivono presentano comunemente
una fiorente e robusta salute. D’altra parte noi, uomini inciviliti,
cerchiamo ogni mezzo onde porre ostacoli al processo di eliminazione;
fabbrichiamo ricoveri per gl’idioti, gli storpi e i malati; facciamo
leggi pei poveri; e i nostri medici si stillano il cervello per
salvare la vita di ognuno fino all’ultimo momento. Vi è ragione per
credere, che il vaccino ha preservato migliaia di vite, che con una
debole costituzione sarebbero prima morte di vajuolo. Così i membri
deboli di una società si riproducono. Chiunque abbia avuto che fare
coll’allevamento degli animali domestici non leverà un dubbio, che
questo fatto non sia altamente dannoso alla razza umana. Fa meraviglia
come la mancanza di cure e le cure mal dirette, conducano alla
degenerazione di una razza domestica; ma eccettuato il caso dell’uomo
stesso forse nessuno può essere tanto ignorante da far generare i suoi
peggiori animali.»
«Il sentimento, che ci spinge a soccorrere gl’impotenti è
principalmente un effetto incidentale dell’istinto di simpatia, che
fu in origine acquistato come una parte degli istinti sociali, ma che
divenne in seguito più tenero e più largamente diffuso. _E noi non
possiamo frenare la nostra simpatia contro i suggerimenti della dura
ragione, senza deteriorare la parte più nobile della nostra natura._ Il
chirurgo può cercare d’indurirsi mentre compie un’operazione, perchè
sa che opera pel bene del suo malato; _ma se noi volontariamente
trascuriamo i deboli e gl’impotenti, può derivarne soltanto un casuale
benefizio con un male grande e presente_. Quindi dobbiamo sopportare
senza lagnarci i sicuri cattivi effetti del sopravvivere dei deboli e
del loro propagarsi; _ma sembra, che vi sia almeno un impedimento, che
opera efficacemente; cioè che i membri più deboli ed inferiori della
società non si sposano così facilmente come i più sani_, sebbene sia
forse una speranza più che una vera certezza, che i deboli di corpo o
di mente siano per astenersi dal matrimonio.»[269]
Ecco, adunque, posta in rilievo dallo stesso Darwin, _un’altra legge_
— quella dello sviluppo dell’_altruismo_, — che contempera e corregge
la legge invocata dagli economisti e dai sociologi per condannare
la conservazione dei deboli, e i relativi istituti filantropici. E
questa legge sullo sviluppo dell’_altruismo_ ha tanto diritto, quanto
qualunque altra ad essere rispettata ed ubbidita come una _legge
naturale_; ed accenna a prevalere sempre più, perchè, come si disse a
suo tempo, rappresenta la _legge superiore_ dell’organismo sociale.
Nè questo è tutto; chè lo stesso Darwin, sebbene in forma dubitativa
ha fatto manifesta la possibilità, che la conservazione dei deboli non
riesca di _danno_ alla specie e non ne determini il deterioramento
fisico, morale e intellettuale.
Questa _possibilità_ diviene certezza quando si pon mente a ciò che
si disse sulla selezione nella presente società a base di privilegio,
che conduce a degenerazione vera dei vincitori o dei vinti. I deformi,
i deboli di corpo e di mente attualmente, _se ricchi_, (e se tali
sono sempre _liberi_ e padroni delle loro azioni), trovano modo di
creare una discendenza degenerata, ed arrivano, non ostante la loro
deformità o debolezza, e _solo perchè ricchi_, a possedere le donne
più sane, più belle, e più vigorose. Al contrario i deboli, i deformi,
se poveri, difficilmente saranno liberi, e comunque, riescirà loro
quasi impossibile trovare delle donne, alle quali ispirino simpatia o
che acconsentano a contrarre matrimonio con loro. E ciò avverrà anche
in una società meglio organizzata dell’attuale, nella quale la forza
e la bellezza eserciteranno un’attrattiva assai maggiore di quella
che esercitano oggi; e in cui coll’assistenza dovuta ai deboli non
sarà necessario, che vengano loro facilitati i mezzi di riprodursi e
di perpetuarsi. Indi si consideri quanto si estenderà la procreazione
dei _forti_ quando ostacoli artificiali non l’arrestino, e quando un
lavoro esagerato, una nutrizione insufficiente e la vita in un ambiente
viziato non li stremino; si guardi eziandio alla grande mortalità
dei nati dai deboli, non ostante tutte le cure della scienza e della
filantropia e sarà d’uopo convenire, che lasciando libero corso alla
_legge naturale_ dell’_altruismo_, non si corre alcun pericolo di
deterioramento della specie. Ma ben altro e gravissimo ne minaccia
lasciando intatte alcune _leggi sociali, artificiali_, che conducono
alla degenerazione dei _forti_ e alla riproduzione dei _deboli_. Se
si devono prendere provvedimenti in favore della conservazione e del
miglioramento della specie, in ogni modo, non saranno negativi, ma
positivi e diretti contro la _selezione capitalista_, che procede in
senso inverso dal desiderato, ed arriva alla regressione come meta
finale.
Penetriamo ancora più addentro in questa quistione, seguendo una
notevole serie di argomentazioni di Herbert Spencer, per venirne in
ultimo ad una conclusione, che sta contro la di lui ingiustificabile
preoccupazione avversa ai deboli.
La salute di tutte le società e di tutte le specie, dice l’illustre
filosofo inglese, riposa sul mantenimento di una opposizione assoluta
(?) tra il regime della famiglia e il regime dello Stato. Per
sopravvivere, tutte le specie animali sono obbligate a conformarsi
a due condizioni opposte l’una all’altra. In un certo periodo,
ogni individuo deve ricevere dei soccorsi in proporzione della sua
_incapacità_. Dopo questo periodo deve ricevere dei profitti in
proporzione della sua _capacità_. Questa legge, secondo la quale,
l’individuo _meno meritevole_ deve ricevere _di più_, è essenziale
per la protezione dell’età debole; la specie sparirebbe nel corso
di una generazione, se i parenti non vi si conformassero. Nella età
adulta deve prevalere la legge contraria, e così i meno meritevoli
soccomberanno e la specie conserverà le qualità medie di cui ha
bisogno per sopravvivere nella concorrenza vitale. Questa legge che
governa la specie, governa pure la società. Il fanciullo ha bisogno
di tutta l’assistenza necessaria e di tutte le cure possibili. Quando
è adulto predomina il principio inverso, ed i profitti, che riceverà
saranno proporzionati ai suoi meriti. S’intende che il passaggio da
una legge all’altra nella società non avviene bruscamente. La famiglia
s’incarica della esecuzione della prima legge, e la società o lo
Stato della esecuzione della seconda. Se nella famiglia prevalesse la
seconda legge, i fanciulli non verrebbero nutriti e morrebbero. Se
nella società prevalesse la prima, essa declinerebbe, poichè sarebbero
conservati i membri meno capaci e non _potrebbe sostenersi nella lotta
colle altre società_, che osserveranno quelle leggi.
D’onde la necessità di mantenere una distinzione essenziale fra
la morale dello Stato e quella della famiglia. D’onde i risultati
funesti della disintegrazione della famiglia spinta sino al punto
in cui s’introduce una confusione fra il governo della famiglia
e quello dello Stato. Una generosità illimitata deve restare il
principio della famiglia verso l’infanzia. Quella dello Stato, o della
Società dev’essere, la giustizia temperata dalla generosità negli
atti individuali dei cittadini, secondo l’impulso della loro natura
rispettiva, e la giustizia assoluta nella condotta collettiva della
società riguardo ai suoi membri. Ancor che nella battaglia della
vita fra gli adulti, la simpatia privata in favore del debole possa
correggere gli effetti della giustizia, che proporziona strettamente le
ricompense al merito, non bisogna che le istituzioni sociali vengano
a disturbare la distribuzione rigorosamente proporzionale delle
ricompense, al punto, che il demerito la vinca a spese del merito; non
ne potrebbe risultare, che del male.[270]
In un primo momento, adunque, la morale della famiglia e l’utile
sociale, inspirandosi al più schietto altruismo riescono ad una
delle formule socialiste: _a ciascuno secondo i suoi bisogni_. Ma
nel successivo deve prevalere esclusivamente il concetto dell’utile
sociale, che viene rappresentato dall’altra formula: _a ciascuno
secondo il suo merito_. L’altruismo e la simpatia dovrebbero essere
sbanditi perciò dalla _morale_ dello Stato, che deve informarsi
soltanto alla _giustizia_. Con che non si intaccano menomamente le
aspirazioni e le domande dei socialisti, che _giustizia_ chieggono con
insistenza nella appropriazione dei prodotti del lavoro e niente altro,
che _giustizia_!
Contro queste deduzioni dello Spencer, che stabiliscono due massime
eque, che dovrebbero l’una coll’altra completarsi, e che egli invece
pone in antitesi facendone scaturire una contraddizione nè utile,
nè necessaria tra la morale dello Stato, e quella della famiglia,
facendo pro degli stessi suoi insegnamenti, si devono sollevare delle
obbiezioni, che condurranno ad una più retta interpretazione della
_teoria_ della evoluzione ed alla giustificazione di un _fatto_.
Il _fatto_ è come lo stesso Spencer dimostra, che la famiglia si
_disintegra_ e colla evoluzione la _società si va sostituendo
alla medesima nelle sue funzioni_. Indi le leggi sul pauperismo,
sull’istruzione obbligatoria e comune, gli ospizi pei mancanti di
nutrizione etc. etc. (_Op. cit._ p. 348 e 351)
Ma forse l’evoluzione sbaglierebbe indirizzo e non sarebbe più
equivalente a _necessità benefica_? Comincerebbe la dissoluzione? Lo
Spencer accertando il fatto ha ragione di dolersene e di deplorarlo?
Una domanda è ancora necessaria che abbia con precedenza la sua
risposta, pria di discutere queste interrogazioni: S’intende _morale_
(o dello Stato o della famiglia poco importa, perchè devono avere
sempre un _fondo_ comune) senza simpatia e senza altruismo colla
dottrina della evoluzione? Ma se il _progresso morale_ sta per lo
appunto in questo continuo e crescente prevalere della simpatia e
dell’altruismo, come potrebbe essere ciò? Tutta la grande costruzione
scientifica dello Spencer e dei suoi, ormai, innumerevoli discepoli,
tende alla dimostrazione di un tale assunto, che forma il tema precipuo
del suo libro più importante ed originale: _Le basi della morale
evoluzionista_.[271]
È inconcepibile perciò, come l’eminentissimo pensatore abbia potuto
contraddire, sul riguardo, ad uno dei principii cardinali della sua
dottrina e non si sia avveduto, che il _fatto_ sta in armonia colla
_teoria_, e rientra perfettamente nella sua cerchia.
E valga il vero; la società, conformemente alla legge di evoluzione,
_sostituendosi gradatamente nelle funzioni alla famiglia_, logicamente
deve arrivarsi alla conseguenza, che l’assistenza ai meno capaci, deve
venir estesa al di là dell’infanzia, altrimenti la società lascerebbe
per istrada in questa sostituzione l’obbligo e lo scopo precipuo della
esistenza della famiglia. S’intende quindi, come e perchè la _morale
sociale_ debba prendere a modello la _morale della famiglia_ in una
società ben organizzata e molto elevata, e cessando la contraddizione
tra l’una e l’altra, la _morale_, sotto tutti i rapporti, abbia come
base l’altruismo e la simpatia.
Questo è da ammettersi con tanta più coerenza, in quanto che lo
Spencer più oltre dimostra, che l’evoluzione dei _tipi familiari
superiori_, come l’evoluzione dei _tipi sociali superiori_ proceda
_parallelamente_ con l’evoluzione dell’intelligenza e del sentimento;
_sicchè l’altruismo diviene un fattore sempre più considerevole della
vita sociale_.[272]
E non sappiamo infatti, che tra i selvaggi, nei primissimi stadii della
evoluzione insomma, l’altruismo sia _minimo_ e nella condotta della
famiglia e in quella della società; che i genitori si prendano poca
cura dei figli e questi dei genitori vecchi impotenti; che infine è
_minimo_ l’interesse della conservazione dei _deboli_? Non è strano
il pensare, che lo svolgimento della famiglia e della società sia
parallelo o convergente in uno stadio, e debba divenire divergente e
sempre più antagonistico nel successivo?
La contraddizione si legittima invocando l’interesse della specie e la
buona e sana costituzione della società. L’uno e l’altra sappiamo che
non corrono pericolo colla conservazione dei deboli. E fa impressione,
che lo Spencer, occupandosene e preoccupandosi, parli in guisa da
lasciar supporre, che in una _società altruistica_ tutte le cure
debbano essere rivolte esclusivamente a benefizio dei _meno capaci_,
dei quali a danno degli altri verrebbe favorita la conservazione non
solo, ma la riproduzione ancora. E nessuno, che io sappia, accampa tra
filantropi e socialisti pretese simili.
A parte quanto si disse sulla degenerazione, che cagiona
l’organizzazione presente e sulla maggiore propagazione dei _forti_
in una società migliore dell’attuale, qui si aggiunge, che, le
considerazioni dello Spencer sulla conservazione dei deboli, partono
dal punto di vista della _lotta colle società vicine_, dal punto di
vista dei bisogni guerreschi. Ma egli ripetutamente ci ha mostrato, che
la evoluzione procede dalla organizzazione militare alla industriale,
nella quale prevale maggiormente l’altruismo; che la guerra si addice
alle società primitive, va cessando ed è destinata a scomparire,
_nell’interesse della specie_, essendo divenuta, contrariamente
alla sua funzione primordiale, elemento di degenerazione fisica
intellettuale e morale. Tanto che _ritornare al tipo militare_, secondo
Spencer, equivale a _regredire_.
Il _fatto_ anche qui collima ed armonizza colla _teoria_. Dove, secondo
il grande ricostruttore della Sociologia, è maggiore la disintegrazione
della famiglia? Nello stato meno guerresco, e che più si avvicina al
tipo industriale: negli Stati Uniti di America; dove pure in conformità
della teoria della evoluzione è più rispettata la donna e sono più
liberi e indipendenti i figli. (_Op. cit._ p. 380, 381 e 399)
È altrettanto immaginario il pericolo denunziato, che colla
conservazione dei deboli, venga leso e violato il principio della
giustizia distributiva secondo il quale si deve dare: _a ciascuno
secondo il suo merito_. Non s’intende infatti progresso morale con
la coesistente violazione organizzata e legalizzata della giustizia
distributiva. Ma l’uno può armonizzarsi, e si deve, coll’altra nella
formula seguente: _a ciascuno un minimum secondo i suoi bisogni: ed un
maximum secondo il suo merito e la sua capacità_.
Sarebbe violata la giustizia distributiva, quando ai _meno_ capaci,
ai _deboli_, si dasse _tanto_ o di _più_, che ai capaci ed ai forti.
Rispettando al contrario la _proporzionalità_ tra i meriti e le
ricompense, anche sottraendo una quota di prodotti al lavoro degli
ultimi, viene rigorosamente osservata la giustizia distributiva.
Si può anche osservare, che questa quota sottratta ai forti per la
conservazione dei deboli, non è dovuta ai primi, non _appartiene_
a loro, ed è la quota, che, come vuole il Bovio, si deve alla
società. Ciò sembra assurdo, a prima vista, e contrario al diritto;
ma rammentando, ciò che si disse, colla autorità di Lampertico e di
Marx, di economisti e di socialisti, sulla _forza produttiva totale_
di una associazione, che risulta _maggiore_ della _somma_ delle forze
produttive _individuali_, che lo compongono; si comprende facilmente,
che la quota-prodotti destinata ai deboli, può rappresentare la
plus-produzione, che deriva dall’associazione, e che non si deve perciò
all’individuo, non essendo il _fatto suo_.
Le conseguenze di questo _minimum_ destinato ai bisogni dei deboli e
degli incapaci, inoltre, non possono menomamente riuscire a danno degli
altri, in una società, che ha raggiunto un alto grado di evoluzione. In
quanto che, in una simile società mentre la produzione è stata portata
al _maximum_ e verso la progressione geometrica; la procreazione dei
figli è stata ridotta al _minimum_ possibile _verso_ la progressione
aritmetica, rendendo possibile la soddisfazione di _ogni_ bisogno in
_tutti_ i membri della società umana.
Nè sussiste il pericolo temuto maggiormente come risultato
dell’assistenza pubblica e privata ai _deboli_ dal punto di
vista economico e cioè: che essi vengano incoraggiati da un lato
a moltiplicarsi pazzamente e dall’altro a divenire sempre più
impreviggenti, perchè sanno assicurata la propria esistenza, riducendo
l’attività produttiva e il risparmio.
In verità se alla sicurezza della esistenza senza merito e sforzo
proprio si dovessero imputare siffatte dannose conseguenze, i primi,
che dovrebbero essere colpiti ed eliminati dovrebbero essere coloro che
vivono di rendita, comunque a loro fosse stata assicurata — sopratutto
se per lasciti o donazioni. E sì che costoro sono davvero improduttivi,
mentre la parte della classe lavoratrice alla quale si vorrebbe che
si provvedesse dalla pubblica beneficenza quasi sempre è improduttiva
forzatamente: perchè non trova lavoro. Sono gli _unemployeds_, i
disoccupati, di cui a giusto titolo s’interessano anche i più rigidi
conservatori inglesi. Provvedendo a questa falange di _deboli_, del
resto, più che seguire i delicati impulsi dell’altruismo si segue uno
stretto principio di giustizia: è la società, che li crea determinando
la separazione contro natura tra il lavoratore e lo strumento del
lavoro; alla società, quindi, corre l’obbligo imprescindibile di
riparare al male fatto. (_Gide_ p. 407 e 408).
Ciò facendo non s’incoraggerà affatto il vagabondaggio. Può darvi
il suo contributo il fattore antropologico, nella genesi di questo
fenomeno, che rasenta sempre il campo della criminalità; ma prevale
sempre l’ordinamento sociale nel determinarne la comparsa come ho
dimostrato in altre opere (_Alcoolismo_ etc. e _Sociologia criminale_)
e come confermano Florian e Cavaglieri con analisi accurata e tanto
più degna di fede in quanto che viene fatta da scrittori, che seguono
il Lombroso e sono disposti ad esagerare l’influenza del fattore
antropologico.
Ed ora posso lusingarmi di avere dimostrato, che l’applicazione (fatta
da taluni sociologi ed economisti) delle teorie darviniane al caso
particolare ed importantissimo della conservazione dei deboli, è
erronea completamente? Al lettore imparziale, che ha avuto la pazienza
di seguirmi in questa disquisizione, la risposta.[273]
53. Gli accenni al selezionismo, per conseguire la eliminazione dei
deboli e il miglioramento della razza umana dei precedenti paragrafi
mi propongo ora di svolgerli qui. Ciò non tanto per lo strano rapporto
colla quistione sociale, in cui in nome della scienza ha voluto
metterli il Lapouge, quanto a titolo di curiosità; essendo poco note in
Italia certe teorie e certi metodi enunziati all’estero per conseguire
un intento, che a prima vista sembra nobilissimo.
In due modi si pretende raggiungerlo: con quello negativo, che mira
all’eliminazione dei deboli; e con l’altro positivo volto ad ottenere
il perfezionamento della razza o delle razze. Ciascuno di questi metodi
si suddivide in due a seconda che si vuole applicato lo intervento
dei poteri pubblici o lasciato prevalentemente in balìa dell’azione
individuale.
1.º _a)_ I deboli di ogni sorta — criminali, cretini, pazzi, tisici,
epilettici, deformi ecc. — alcuni li vogliono eliminati violentemente.
Si sa che pei delinquenti si propugna la pena di morte largamente
applicata. Garofalo si compiace delle migliaia e migliaia di vagabondi
che furono appesi alle forche inglesi ed a questa eliminazione
attribuisce il miglioramento morale dell’Inghilterra. E dire che
questi vagabondi impiccati non erano che le vittime della criminalità
vittoriosa dei potenti!
Questo processo eliminativo di una sola classe di degenerati ha
figurato in tutti i codici penali e figura tuttavia in quelli di molti
stati civili; ma non può dare risultati benefici, come dicono i suoi
sostenitori logici, perchè applicato in misura troppo ristretta. Enrico
Ferri, ad esempio, vorrebbe decapitati circa tremila uomini all’anno
nella sola Italia! La pena di morte, però, non viene conservata nei
codici come esplicazione del selezionismo darviniano; ma per altri
motivi dei quali qui non occorre intrattenersi.
Pei nati-deformi si accenna da qualcuno timidamente alla pratica
spartana, ancora in uso nell’isola di Tsoung — ming (China) dove si
sbarazzano di tutti i neonati malaticci o deformi. (_Matignon: Revue
des Revues_. 1º maggio 1896).
Altri riveste la distruzione violenta di forme blande — se pur si
possono avvicinare queste espressioni. C’è, infatti, chi propone di
riunire i _deboli_ di ogni specie in certe città maledette, nelle quali
l’alcool gratuitamente distribuito, le case di tolleranza e di giuoco
li farebbero scomparire _tuto, cito et jucunde_ (_Die Aristocratie des
Geister als Losung der sozialen Frage_. Lipsia. Friedrich. 1894). Il
Lapouge loda questo metodo e osserva, con ragione, che i popoli civili
di Europa in parte l’hanno adoperato nella loro _politica coloniale_
per fare scomparire le razze inferiori. Il teoretico fantastico
dell’antropo-sociologia di suo vi aggiunge il consiglio di favorire
in queste città votate alla morte i piaceri sessuali contro natura.
(_Sélections sociales_, p. 486).
Gl’intervenzionisti non sono tutti così disumani. C’è una corrente,
che oggi accenna a prevalere, che si limita a consigliare ed esigere
gl’impedimenti alla riproduzione dei _deboli_, dei degenerati di
ogni specie. Alcuni, veri radicali della crudeltà, propongono la
castrazione; e la propugnano alcune società in America. Altri stanno
per la deportazione, per la segregazione perpetua; e i più miti per
gli impedimenti legali al matrimonio. Questi ultimi trovano seguito
tra medici e giuristi, che nulla hanno che vedere colla crudeltà,
colle stramberie e colla immoralità di altri selezionisti.[274]
Gl’impedimenti legali al matrimonio in riguardo ai _deboli_ nel senso
economico per molto tempo furono in vigore in Baviera e dettero pessimi
risultati.
_b)_ Quando meno attendevasi un vero scienziato, un economista
illustre, venne ad aggiungere la sua voce in favore del selezionismo.
Il De Molinari deplorando che la scienza abbia fatto molto,
specialmente dopo Darwin, in favore del miglioramento delle specie
vegetali ed animali e che sia rimasta inerte per quello della razza
umana, si è fatto propugnatore della _Viricoltura_ (_Viricolture_.
Guillaumin et C. Paris 1897). Ma da buon liberista per la eliminazione
dei deboli ritiene che non siano possibili gli ostacoli legali ai loro
matrimoni e conta sulla opinione pubblica illuminata dalla scienza.
Consiglia sopratutto di sbandire i matrimoni per convenienza, per
denaro e non si lascia impressionare dalla osservazione di Schopenhauer
che in tali matrimoni scorgeva un elemento di progresso per la specie,
ma una sorgente di dolore per i coniugi. Il grande pessimista tenne
conto di ciò che vedeva nella società attuale e, forse, non ebbe torto
nella sua _Metafisica dell’amore_ di prendere alla lettera il proverbio
spagnuolo; _Quien se casa por amores, ha da vivir con dolores_.
Che la realtà, oggi, debba essere questa, si potrebbe argomentarlo
dalla stessa risposta del De Molinari, che nei figli prodotti sotto
l’impulso dell’amore, del genio della specie, scorge pei genitori una
sorgente di felicità, che non possono procurare, almeno allo stesso
grado, quelli che nascono da una unione determinata da convenienza
pecuniaria (_Op. cit._, p. 219).
Per parte mia non troverei a ridire sul mantenimento o sulla creazione
di alcuni ostacoli legali al matrimonio; ma questi non potranno dare
tutti i risultati attesi sino a tanto che le donne — e spesso le donne
più belle e più sane — dalla organizzazione sociale saranno trascinate
a vendersi ai ricchi degenerati. Si elimina la prole legittima e si
favorisce la illegittima con gravi conseguenze biologiche e morali.
Checchè ne sia della ragionevolezza di queste proposte e della loro
efficienza futura, è certo che si può guardare con una certa serenità
all’avvenire, giudicando dal passato e dal presente. Non mi pare che
si possa accettare il pessimismo del De Varigny, che crede essere
le razze umane sulla via della degenerazione fisica (_Un devoir
social_. Nel _Iournal des Economistes_. Luglio 1896); e nego questa
conclusione tenendo conto della diminuzione della morbilità e della
mortalità; della continua elevazione della vita media ed anche della
statura, specialmente tra quei popoli, che non sono sottoposti da
molti anni alla selezione regressiva artificiale della guerra — come
gli Scandinavi. E ciò senza che si sia praticata alcuna eliminazione
artificiale dei _deboli_, ma in forza del solo miglioramento economico
delle masse e dei progressi dell’igiene e della medicina.
Certi metodi eliminativi hanno poi dato dei risultati, che smentiscono
le vedute di coloro, che li hanno propugnati. Così la deportazione
dei delinquenti in Australia, in S. Paulo ec. ha dato origine a delle
società forti e vigorose moralmente e fisicamente; se non migliori, al
certo uguali a quelle europee d’onde furono distaccate.
Contro l’eliminazione collettiva delle _razze_ così dette _inferiori_
di cui mi sono occupato in _Politica coloniale_, sta il parere del
De Quatrefages. «La loro distruzione barbara ed inintelligente, egli
dice, può avere per conseguenza un impoverimento della generalità della
specie. Esse spesso non sono che ritardate nel loro sviluppo dalle
condizioni dell’ambiente. Chi sa se queste razze, che noi sopprimiamo
o che degradiamo non possedono delle virtualità necessarie al completo
sviluppo fisico e morale dell’umanità futura?» (Citato da _De Molinari_
p. 225).
2.º Il miglioramento della razza umana non si vuole conseguire soltanto
colla eliminazione dei deboli; ma si vuole accelerarlo e renderlo
più sicuro con un vero allevamento artificiale, col favorire la
riproduzione dei più forti, dei veri migliori — colla _viricoltura_ del
De Molinari. Anche qui vi sono le due correnti.
_a)_ L’intervenzionismo nega i benefici dell’educazione fisica,
morale e intellettuale e facendo proprie le vedute del neodarvinismo
di Weissman, che nega la trasmissione nei discendenti delle qualità
acquisite, tutta la selezione fonda sulla forza immensa della eredità.
Questa selezione, che il Lapouge chiama sistematica, ha la sua storia.
Furono selezionisti tutti i popoli, che rifiutarono di mischiare il
proprio sangue con quello di nazioni inferiori; i legislatori che
proibirono le unioni con altri popoli; gli Spartani, Platone, Catone il
vecchio; i Gesuiti del Paraguay, i padroni dell’America del Sud, che
crearono la bella razza negra creola, i socialisti di Oneida, Bellamy
ecc. Questo fu il selezionismo rudimentale, empirico.[275]
Con Darwin comincia quello scientifico.
La signora Clemence Royer colla prefazione alla _Origine della
specie_ nel 1862 e Francis Galton prima con _Hereditary Genius_
(London. Macmillan, 1869) e poscia in _Inquiries into human Faculty
and its development_ continuano ed esplicano il pensiero del grande
naturalista. Galton sconsiglia ogni tentativo di migliorare i deboli
e gl’inferiori; ma rifugge dalla loro eliminazione violenta. Alle
razze inferiori vuole sostituire le superiori e non vuole abbandonata
l’evoluzione a se stessa perchè sarebbe lunga e penosa. Lo Stato
consacrandosi a questa cosciente selezione avrà tutto da guadagnare
perchè gli individui scelti che ne deriveranno potranno rendere grandi
servizi.
Stanley, Haycraft, Ammon, Lapouge e alcuni loro discepoli in America,
in Francia e in Germania continuano la propaganda in favore del
selezionismo sistematico.
Hiram M. Stanley non si contenta dei processi negativi, della sola
eliminazione dei deboli, ma vuole selezione artificiale, accomodamenti
coscienti e intenzionali coi seguenti processi positivi: 1º libera
scelta nella donna di avere o non dei figli; 2º esame fisico rigoroso
dei contraenti matrimonio; 3º costituzione di associazioni tra uomini
e donne che s’impegnino a contrarre matrimonio secondo le leggi
dell’eredità per riuscire alla formazione di una aristocrazia naturale.
L’Haycraft, desolato per la graduale scomparsa dei microbi
selezionisti, propone matrimoni secondo determinate regole.[276]
L’Ammon, che ha acquistato molta celebrità tra gli antropologi per
la sua apologia dei dolicocefali alti e biondi e per la corrente
immigratoria verso le città, che produce una selezione regressiva
nelle campagne, vorrebbe che i primi sostituissero dapertutto i
brachicefali bruni e le altre razze che non presentano i caratteri
delle superiorità. (_Die Natuerliche Auslese; Die Gesellschafts
ordnung und ihre natuerliche Grundlagen_. Iena. Fischer 1895). In _Die
aristocratie_ ec. poi, non solo si propugna la selezione matrimoniale,
ma si consiglia di lavorare per la costituzione di due separate
aristocrazie: una che comprenda i migliori lavoratori intellettuali e
l’altra i migliori lavoratori manuali. Lapouge si chiarisce entusiasta
di questa divisione.
È il Lapouge per lo appunto, che prima con una serie di articoli nella
_Revue d’Anthropologie_ e poscia colle più volte citate _Sélections
sociales_ (Thorin et fils. Paris 1896); che comprendono le lezioni
dettate in vari anni nell’Università di Montpellier, si è fatto
l’apostolo dell’antropo-sociologia e del selezionismo sistematico,
positivo.
È quistione di vita e di morte, egli dice, il provvedere e subito
perchè l’iniziata ed innoltrata sostituzione dell’_H. Alpinus_ e
sopratutto dell’_Acrogonus_ — il più basso — all’_H. Europeus_ riserba
all’umanità brutte sorprese. La selezione sistematica, d’altronde, è il
solo mezzo per isfuggire alla _mediocrazia_ prossima e alla decadenza
finale. Il programma del selezionismo è questo: 1º costituire una
aristocrazia naturale presso un popolo determinato; 2º costituire caste
specializzate e separate; 3º trasformare integralmente un popolo ad
un grado determinato; (?) 4º creare una razza dominante ubiquista;
5º rifondere interamente l’umanità per mezzo dei tipi locali i più
perfetti; 6º sostituire all’umanità attuale una razza unica e perfetta.
(!!)
Il Lapouge ritiene che la prima parte del programma sia di facilissima
realizzazione e che per la medesima non occorra nemmeno l’intervento
dello Stato.
In quanto ai mezzi per raggiungere l’intento il nostro
antropo-sociologo è molto spicciativo. Anzitutto non si devono
permettere i matrimoni se non ai migliori fisicamente e
intellettualmente della razza ariana. All’uopo dovrebbero togliersi
gli ostacoli ai matrimoni tra eugenici consanguinei. Si dovrebbe
ristabilire la poligamia e ridurre al minimo le nascite legittime,
per favorire le illegittime. La fecondazione artificiale sarebbe un
espediente eccellente: si conserverebbe e distribuirebbe lo sperma dei
migliori — il Lapouge ha ottenuto a Montpellier una fecondazione con
dello sperma mandato per posta da Beziers. Si augura infine che un
giorno s’imponga il _servizio sessuale_, come s’impone oggi il servizio
militare.
Lo svolgimento e la realizzazione di questo programma il professore di
Montpellier, che già ha fatto da _expert guidance_ — da perito — nei
matrimoni, lo ritiene assai facile e ritiene che in poche centinaia
di anni l’umanità sarà trasformata e perfezionata, qualora verranno
accettate le sue idee. Il selezionismo era accettato con eccellenti
risultati nelle piantagioni del Brasile, dove i negri più vigorosi e
meglio conformati erano dispensati da ogni lavoro e consacrati soltanto
alla riproduzione. Agli stalloni negri fanno riscontro gli stalloni
bianchi della comunità socialista di Oneida dove col selezionismo
artificiale si ottenne una razza sana e bella. (_De Molinari_ p. 244 a
248).
Al Galton che si preoccupa della degenerazione fisica che si otterrebbe
colla selezione degli intellettuali il Lapouge risponde che si può
evitare l’inconveniente temuto permettendo soltanto la riproduzione
di coloro, che hanno _mens sana in corpore sano_ ed eliminando i
degenerati superiori di Lombroso.
Il programma del selezionismo sistematico non potrebbe, però,
svolgersi ed applicarsi che in uno stato socialista, nel quale
la funzione riproduttiva verrà specializzata e resa obbligatoria
come ogni altro lavoro. I socialisti dovrebbero convincersi che
l’organizzazione da loro vagheggiata o sarà selezionista o non sarà.
E siccome il lavoro materiale è la pena maggiore che neutralizzerebbe
tutti i benefizi del socialismo, non essendo riusciti i tentativi di
Clemence Royer e di Meunier di educare al lavoro gli antropoidi per
sostituirli agli schiavi; sarà d’uopo adottare la proposta dell’autore
del _Trennungsystem_: risparmiare la pena del lavoro alle classi
selezionate colla servitù volontaria (?) e dolcissima della classe
inferiore ridotta al _minimum_ della evoluzione psichica. (!)
Al selezionismo sistematico, in fondo, aderisce il De Molinari; e
basterebbe questo per dimostrare la necessità di discuterlo.
L’illustre economista francese riconosce la convenienza e l’urgenza
di provvedere al miglioramento della razza per mezzo di una selezione
scientifica e constata che se l’allevamento umano ancora non ha fatto
progressi ciò si deve a questi motivi: 1º alla credenza prevalsa sinora
che l’uomo si trova posto al disopra delle leggi, che reggono le altre
specie e che si tenterebbe invano di fargliene l’applicazione; ciò
che sarebbe un attentato contro la sua dignità. 2º All’assenza dello
stimolo del profitto. Gli allevatori, che perfezionano una razza di
animali; gli orticoltori, che creano una varietà di tulipani o di rose
traggono un profitto immediato e considerevole dai progressi, che
realizzano. Alcun beneficio analogo non potrebbe essere ottenuto dal
miglioramento della razza umana salvo nell’industria degli allevatori
di schiavi e dalle Comunità di Oneida. Ma questi due esperimenti
inducono il De Molinari a ritenere che il selezionismo sistematico —
di cui non cita mai il vero autore — sia possibile e pratico e che il
rallentamento nel movimento della popolazione lo farà applicare in più
larga scala. (_Op. cit._ p. 150 a 153).
_b)_ Alla necessità del miglioramento della razza umana credono il
De Varigny e lo Spencer, che non lo vogliono conseguito soltanto
per mezzo della eliminazione graduale dei deboli e dei degenerati,
ma anche con quello del trionfo e della propagazione dei forti, dei
migliori. Essi, però liberisti individualisti logici non vogliono
saperne di leggi e d’intervento dello Stato. Colla libertà avverrà il
regno della giustizia nel quale selezionati e buoni saranno sinonimi.
Colla libertà, continua lo Spencer, e colla scomparsa delle leggi e
dei privilegi delle istituzioni che la ostacolano sul terreno politico
ed economico, eredità economico-legale ed eredità psico-fisica
coincideranno, e i selezionati, che saranno i migliori, trasmetteranno
ai discendenti tutte le loro buone qualità e non ci saranno più
uomini, che avranno ricchezze e godimenti non meritati. (_Industrial
Institutions_). Sarà il regno di Dio sulla terra. Sarà il millennio
realizzato.
La critica del selezionismo sistematico nelle sue esagerazioni e nelle
sue aberrazioni è facile.
Iniziandola, per condurla a termine rapidamente, rileverò che i
due darviniani, che sembrano i più logici, Spencer e Lapouge, si
trovano agli antipodi nell’applicazione del principio fondamentale
del darvinismo: nella selezione. Uno vuole ottenerla colla libertà
e coll’individualismo; l’altro coll’intervento dello Stato e col
socialismo. Questa osservazione va all’indirizzo dei fanatici, che
nella teoria del grande naturalista inglese scorgevano il dogma
infallibile ed unico per accoppare il socialismo.
L’ottimismo selezionista dello Spencer che confida di raggiungere
risultati tanto eccellenti per mezzo della libertà desta un senso vero
di dolore, perchè è l’indice vero della decadenza intellettuale del
sistematore della teoria della evoluzione. Come egli non si accorge che
tutte le leggi, tutte le istituzioni, tutti i privilegi che dallo Stato
per migliaia e migliaia di anni vennero organizzati e consolidati,
pesano in un modo schiacciante sull’umanità contemporanea? Come non si
avvede che la libertà non può funzionare nel senso selettivo da lui
desiderato poichè impedita da innumerevoli e potenti ostacoli, che sono
il prodotto dell’azione dello Stato?
Perchè la libertà esplicasse la sua benefica azione assicurando il
trionfo dei migliori e riducendo alla equivalenza l’eredità psicofisica
e l’eredità economico-legale, sarebbe necessaria una rivoluzione
mostruosamente gigantesca, che facesse _tabula rasa_ dello Stato,
della famiglia, della proprietà quali essi sono attualmente. Questo
è il programma anarchico ch’è il più logico. Non è da attendersi,
però, che esso possa essere ora accettato dallo Spencer, che per
paura di una rivoluzione — intesa nel senso scientifico, perchè
per ottenere lo scopo non sarebbe necessaria nemmeno la violenza
delle rivoluzioni politiche — rinnegò tutto ciò che aveva scritto
nel 1851 nella _Social Statics_ e nel 3.º volume dei _Principî di
Sociologia_ sulla convenienza e sulla possibilità di far ritornare alle
collettività il possesso della sola terra. Rinnegò non solo ciò che
avea precedentemente sostenuto, ma per discutere le nuove teorie svolte
nella _Giustizia_ rivelò una dose sufficiente di malafede.[277]
La necessità di questo intervento dello Stato nell’opera del
selezionismo sistematico risulta evidente dalla confessione del De
Molinari, che la dice non progredita sinora perchè l’allevamento umano
non praticasi dagli individui per mancanza di tornaconto. È chiaro,
adunque, che anche sotto il punto di vista della elevazione della razza
sono indispensabili le trasformazioni sociali, che la rendano possibile.
La logica sta invece dalla parte del Lapouge; di cui si può non
approvare le esagerazioni, ma si deve ammirarne il coraggio.
Se il fine che egli — e con lui tutti i selezionisti sistematici —
si propone è alto, i mezzi sono immorali o non scientifici e non
lo salvano dalle contraddizioni. _Sic stantibus rebus_ quella sua
conservazione e distribuzione di sperma dei migliori, dei forti, degli
eugenici non riuscirebbe che ad una nuova speculazione capitalistica.
Chi sa? Forse vedremmo sorgere un Trust, che monopolizzerebbe gli
elementi per la fecondazione artificiale.
A parte tutto ciò che si è scritto vittoriosamente contro la
distinzione tra _razze inferiori e razze superiori_ e contro la
privilegiata eccellenza degli ariani, — che non si sa con precisione
d’onde vennero e chi siano — si deve ricordare che il selezionismo
sistematico manca della base scientifica, biologica certa e
sicura. Si discute ancora fra biologi e sociologi sul valore degli
incrociamenti e prepondera tra gli scienziati — da Mantegazza a De
Molinari — l’opinione, che i matrimoni tra consanguinei riescano
alla degenerazione. Il Lapouge invece vuole che le unioni avvengano
tra eugenici, tra consanguinei, poco curandosi che i loro prodotti
siano legittimi o illegittimi. Ond’è che su questo terreno scabroso
e controverso si deve tener conto della costatazione onesta di
William Platt Ball: «Siamo obbligati noi altri biologi di confessare
francamente ai nostri colleghi della chimica e della fisica, ed al
pubblico in generale, che dopo di avere studiato l’evoluzione durante
un secolo, la nostra opinione in quanto ai suoi veri fattori è ancora
nel caos. Non c’è realmente alcun accordo sulla potenza del principio
della _selezione_, non ce n’è sulle leggi dell’_eredità_, non ce n’è
sulle influenze dell’ambiente.» (_Les effets de l’usage et de la
désuétude sont-ils héréditaires?_ p. 139)
Volere poi che si organizzi un _servizio sessuale_ come già c’è un
servizio militare e sottoporre perciò le donne più belle e più sane
al forzato amplesso cogli _stalloni_ umani sarebbe una schiavitù, che
nella infamia supererebbe tutte le schiavitù, che sinora disonorarono
l’umanità.
La divisione in due aristocrazie, l’una del lavoro e l’altra della
intelligenza, mentre consacrerebbe la servitù della prima che non
sarebbe mai volontaria, per quanto dolcissima, sino a tanto che
l’intelligenza non verrebbe ridotta al _minimum_ — affretterebbe la
degenerazione di entrambi. Il _mens sana in corpore sano_ non si può
ottenere quando si mira allo sviluppo massimo del lavoro manuale e
del lavoro intellettuale, separatamente l’uno dall’altro. Ed a questa
separazione marcatissima riuscirebbe il selezionismo sistematico
colla formazione invocata delle due specializzate aristocrazie della
intelligenza e del lavoro.
Di fronte alla nuova tirannide, cento volte peggiore delle antiche,
che vorrebbe regalarci il selezionismo sistematico senza garantirci
dalla possibile degenerazione dei _forti_, dei _migliori_ non si
comprende come il Lapouge abbia potuto incontrare simpatia presso
alcuni socialisti francesi. Lasciamo queste teorie e queste aberrazioni
ai _superuomini_; lasciamole ai D’Annunzio, ai Morasso, che vogliono
vedere la immensa massa del popolo curvata sulla gleba, dedita al
lavoro ed alla produzione di tutti quei beni, che devono essere goduti
dai pochi eletti e selezionati. E confortiamoci, pensando, che quanti
conservano sano il cuore ed il cervello considerano tali teorie e tali
aberrazioni degne di manicomio o di galera.[278]
CAPITOLO X.
LE LEGGI NATURALI[279]
54. La maggiore controversia, tra il socialismo e l’economia politica
si residua in quella sulla esistenza delle _leggi naturali_, che —
secondo taluni — regolano indeprecabilmente i fenomeni economici.
Questa controversia, alla quale più volte si accennò, oltrepassa i
limiti entro i quali combattono i primi contendenti — socialisti ed
economisti ortodossi — ed investe la filosofia della storia e la
sociologia. La lotta del campo economico non sarebbe che un episodio di
una discussione assai più vasta.
Anzitutto: che cosa si deve intendere per _legge_?
Molti definiscono la _legge_: il rapporto necessario, che deriva dalla
natura delle cose; il rapporto costante e necessario tra i fenomeni.
Altri la definiscono: l’uniformità o le uniformità del corso della
natura. E questa definizione accettarono molti statistici eminenti, tra
i quali il Von Mayr (_op. cit._ e: _La statistica e la vita sociale_
traduzione di G. B. Salvioni). Pel Vignoli in natura la _legge_
significa: l’invariabile nella evoluzione e molteplicità dei fenomeni
(_Peregrinazioni antropologiche e fisiche_. Hoepli. Milano. 1898 p.
1). A queste definizioni avvicinavasi e la comprendeva quella del
Gauthier riprodotta nella 1ª edizione di questo libro: «Una _legge_ è
un rapporto necessario derivante dalla natura delle cose, è la maniera
di essere essenziale alle loro disposizioni, e al di fuori della quale
la loro esistenza normale non si concepirebbe più.» (_op. cit._ p. 23)
Più involuto il Wagner dice che: «legge è l’espressione più concisa per
la dipendenza costante del fenomeno da altri fenomeni, come effetto a
cause, che assicuri l’uniformità dell’effetto.» Ma mi pare preferibile,
perchè si attaglia a quanto sarà per dirsi, la definizione del De
Greef: «legge è il rapporto necessario che esiste tra ogni fenomeno
e le condizioni nelle quali questo fenomeno apparisce.» (_Les lois
sociologiques_. Paris. Alcan. 1893 p. 35).
Dunque il meccanismo di una legge naturale dipende assolutamente da
certe condizioni determinanti, di tal modo, che i fenomeni, che ne
sono la conseguenza, non potrebbero prodursi che in presenza di tali
o tali altre combinazioni particolari e _solamente da queste_. Se le
condizioni sono modificate in una misura qualunque; se il minimo dei
fattori efficienti viene a sparire, o a trasformarsi, anche a variare
solamente, per una causa o per un’altra, d’intensità, di ampiezza,
o anche qualche volta di posto; _se un elemento nuovo sovraggiunge
e reagisce, i risultati non saranno più gli stessi_. Non già che il
nuovo fenomeno non abbia la sua legge, ma è una legge distinta: la
modificazione dell’effetto è adequata alla modificazione della causa.
Noi sappiamo, per esempio, che la legge di solidificazione dell’acqua
fissa a zero (0°) il punto della sua congelazione. Intanto vi hanno dei
casi nei quali l’acqua non si congela che a molti gradi al di sotto di
zero... Così l’acqua del mare non si congela che a -2,5°, cioè a due
gradi e mezzo sotto lo zero...
Vi ha una eccezione? Affatto.
Le condizioni del fenomeno hanno cangiato, e i loro rapporti hanno
variato nella stessa proporzione. Le condizioni essendosi trasformate,
una legge nuova, che regola questi nuovi rapporti, è sorta.
L’acqua che si congela a zero è l’_acqua pura_; l’acqua del mare è
diversa perchè è carica di sali e di altre materie estranee. Interviene
in essa un’altra condizione, e per conseguenza, sfuggendo alla legge di
congelazione dell’acqua pura, essa si comporta di un’altra maniera.
Tale è il caso della legge di Darwin.
L’avvenimento dell’uomo ad una coscienza e ad una attività superiore
ha modificato le condizioni pel suo esercizio: _il suo meccanismo
conta un fattore di più_, che per essere stato generato dai fattori
naturali, che agivano solo in origine, non rappresenta meno una parte
considerevole, e non influisce meno sull’insieme del sistema.
Di tal che; le conseguenze della selezione naturale e della
concorrenza vitale devono essere e sono certamente modificate in
una misura proporzionale, ed esse non si riprodurrebbero se non
quando l’_influenza perturbatrice_, cioè l’_attività intelligente_ e
_volontaria_ dell’uomo — comparabile al sale la cui presenza nell’acqua
di mare modifica la legge ordinaria di congelazione — venisse a sparire.
Con l’uomo intelligente, attivo, ragionatore industrioso, civilizzato,
non è più la legge di Darwin che si applica; sono altre leggi
apportatrici di conseguenze differenti.
Intesa ed applicata in questo modo la _legge_ parrebbe che ogni
controversia dovrebbe venir meno. Però le distinzioni, che furono rese
necessarie dall’osservazione dei fenomeni, che svolgonsi diversamente
secondo che riguardano la chimica, la fisica, l’astronomia ec. o la
vita delle società umane, l’hanno fatta sorgere ed ingigantire.
Tutte le _leggi_, osserva il Ferraris, sono la conseguenza necessaria
della natura delle cose e rappresentano le relazioni necessarie tra le
stesse cose; perciò tutte le _leggi_, anche le _sociali_, sono _leggi
naturali_. Ma siccome queste ultime hanno alcune apparenze diverse
si sono fatte delle distinzioni, tra _leggi fisiche_ o _naturali_
nel senso stretto della parola e _leggi sociali_. Le _leggi fisiche_
sono assolute, immutabili; agiscono _costantemente, permanentemente,
identicamente_ nel tempo e nello spazio. Le _leggi sociali_ sono
quelle, che si manifestano nella vita dell’umanità; mutano col mutare
dei luoghi e dei tempi e quindi si chiamano anche _leggi storiche_
per indicare questa loro mutabilità. Diconsi _leggi statistiche_
se i rapporti tra i fenomeni sono studiati quantitativamente, col
metodo statistico, che si applica con particolarità ai fenomeni
sociali; perciò le _leggi statistiche_ per antonomasia sono le leggi
sociali. Queste leggi sono: 1º essenzialmente empiriche. Ci risultano
dall’osservazione; sono leggi di fatto e nulla ci garantisce che
dovranno ripresentarsi sempre allo stesso modo. Diconsi anche _leggi
empiriche_ perchè quantunque accertate dalla osservazione e dalla
esperienza non sono spiegate da altre leggi, in guisa che, come dice
lo Stuart Mill, allargando il circolo delle nostre cognizioni noi non
facciamo altro che _sostituire un mistero ad un altro mistero_. A
questo titolo anche le _leggi fisiche_ sono empiriche. 2º Sono _leggi
di gruppo_: non si applicano agli individui singoli, ma si sa soltanto
che certi fenomeni si verificano in certi modi e in certe proporzioni
nell’insieme degli aggregati sociali.
Queste nozioni preliminari non sono estranee all’argomento di cui
c’intratteniamo per tutto quello, che si sarà per dire.
Una scuola di economisti — la ortodossa, ch’è precisamente quella che
alla corrente socialista strenuamente si oppone — ha voluto considerare
le leggi della economia politica come se avessero i caratteri delle
_leggi naturali_ nel senso stretto della parola. Se le _leggi
economiche_ presentassero i caratteri di costanza, d’immutabilità, di
fatalità delle _leggi fisiche_ se ne trarrebbero corollari politici e
morali di una importanza veramente eccezionale, e fondamentale; primi
tra tutti questi due:
1º Se le leggi della economia sono _leggi naturali_ nel senso stretto
è logica la formula dei fisiocratici: _laisser faire, laisser passer_.
I codici, le leggi, le istituzioni, i regolamenti di ogni genere, che
si occupano dei fenomeni economici sarebbero completamente inutili;
sarebbero anche dannosi perchè contrari alla natura; ed in ultimo
impotenti, perchè l’artifizio non può imporsi alla natura. Libertà
completa, illimitata, assoluta di azione dovrebbe essere lasciata agli
uomini; i quali senza freni di sorta alcuna agirebbero conformemente
alle _leggi della natura_ e tutto andrebbe pel meglio nel migliore
dei mondi possibili. La dottrina del Dottor Panglos sarebbe nè più nè
meno che la dottrina dell’anarchia, che scaturisce — piaccia o non
piaccia agli individualisti ed ai liberisti — in linea retta dalle loro
teorie e dalla loro formula sacramentale prediletta. Così e pel metodo
onde ristabilire il regno delle _leggi naturali_, come si è visto nel
paragrafo precedente, e per l’essenza sua l’anarchismo si fonde e si
confonde con l’individualismo, col liberismo economico e politico. Se
Spencer non vuol dare la mano a Kropotkine, egli è che il filosofo
evoluzionista non è tanto conseguenziario quanto il politico anarchico.
2.º Se tutto l’ordinamento economico è quale fatalmente le _leggi
naturali_ lo vogliono, la rassegnazione s’impone in basso — tra i
lavoratori, tra i vinti: è vano lottare contro ciò ch’è necessario.
Vale forse qualche cosa l’imprecazione contro la morte? Possiamo
ribellarci contro la medesima? D’altra parte i vincitori, i ricchi, i
gaudenti acquistano una serenità di coscienza veramente invidiabile.
Non può e non deve commuoverli lo spettacolo delle sofferenze umane:
esse sono perchè devono necessariamente essere. Molto meno può parlarsi
d’iniquità sociali da correggere: le _leggi naturali_ regolanti i
rapporti umani escludono il concetto stesso d’ingiustizia, di merito
e demerito, di responsabilità individuale o collettiva. Le darviniane
leggi della _lotta per la esistenza_ e della _selezione naturale_
sarebbero le due grandi _leggi naturali_, che reggerebbero il mondo
sociale; e il Malthus della prima maniera che voleva esclusi dal
banchetto della vita tutti coloro, che arrivano in ritardo, sarebbe
stato il solo ad avere ragione, se egli consigliando i _freni
preventivi_ non avesse dato torto a se stesso. Ad ogni modo, bene
osservò il De Laveleye, darviniani ed economisti ortodossi era giusto,
che si trovassero di accordo nello ammettere la equivalenza delle
leggi principali di Darwin colla formula del _lasciar fare e lasciar
passare_. (_Le socialisme contemporaine_ 3ª Ed. p. X).
Data la verità delle _leggi naturali_ nella economia politica nelle
medesime si troverebbe la giustificazione completa e inattaccabile di
ciò che esiste e la condanna inappellabile di tutti i tentativi di
riforma e di trasformazione sociale; e la condanna non colpirebbe i
soli socialisti, ma non potrebbe risparmiare la infinita schiera dei
politici e dei pensatori che si affannano a correggere, a mutare in un
senso qualsiasi, anche in quello reazionario, gli ordinamenti sociali
per mezzo delle leggi e dell’azione dello Stato.
I corollari politico-morali delle _leggi naturali_ nella economia
essendo così comodi ai _beati possidenti_, fecero sorgere il dubbio
sulla sincerità di coloro che le propugnavano; e i socialisti spesso
accusarono gli economisti di difendere una scienza che era ai servigi,
agli stipendi della borghesia e del capitalismo.
L’accusa, che potè essere scagliata contro alcuni contemporanei,
certamente non ferisce i primi economisti che videro nella economia il
dominio delle _leggi naturali_.
I _fisiocratici_, ed Adamo Smith con loro, sono al disopra di ogni
sospetto; la rettitudine dei loro intendimenti non venne mai messa in
dubbio. Essi, anzi, credettero che colle _leggi naturali_ si potrebbe
assicurare la maggiore somma possibile di felicità al maggior numero
possibile di uomini.
D’altra parte la reazione vigorosa contro la teoria delle _leggi
naturali_ sorse in seno agli stessi economisti. Roscher trapiantò nella
economia il principio fondamentale della scuola storico-giuridica del
Savigny, che riesce al supremo postulato della continua evoluzione
delle istituzioni sociali. E tutta quella schiera eletta di pensatori
e di scrittori, compresa sotto la denominazione di _Socialismo della
cattedra_ ha le sue radici profonde nella economia. Ed un economista
illustre, lo Schoenberg, confessa: essere stato il socialismo che ha
forzato l’economia politica a riconoscere ch’essa non è solamente la
_scienza naturale dell’egoismo umano_, ma che essa deve _formulare un
sistema di gestione morale degli interessi sociali_.»[280]
55. Non basta parlar di reazione venuta da uomini illustri contro la
pretesa degli economisti, che la loro scienza vogliono retta da _leggi
naturali_ immancabili, immutabili, necessarie; bisogna dimostrare che i
fatti smentiscono questa pretesa. Si procederà con passo sicuro nella
demolizione della medesima, quando si riconoscerà precisamente di che
natura sono le _leggi naturali_ nella chimica, nella fisica, ecc.
Non vi è controversia alcuna e vengono accettate concordemente come
vere ed indiscutibili, perchè indotte dall’osservazione e dagli
sperimenti e non contraddette mai, tra le tante innumerevoli queste
leggi: nella _chimica_ la legge della conservazione della materia,
delle proporzioni definite, delle proporzioni multiple ecc., nella
_fisica_ le leggi della gravità, della capillarità, della elasticità
— di trazione, di compressione, di torsione e di flessione; — il
principio di Pascal sulla pressione sui liquidi, sul livello dei
liquidi nei vasi comunicanti; il principio di Archimede sullo
spostamento dei liquidi per un corpo immerso nei medesimi; la legge di
Mariotte sulla pressione dei gas ecc. ecc.
Se nelle leggi che regolano tutti questi fenomeni si constata
talora una deviazione, come nel caso menzionato dell’abbassamento
del grado di temperatura nella congelazione dell’acqua del mare,
essa non rappresenta una smentita alla _legge_, ma è il risultato
dell’intervento, dell’interferenza di un’altra legge.
Or bene possono gli economisti additare una sola _legge_ nella loro
scienza che presenta i caratteri delle _leggi naturali_ sopra enunziati
e sulle quali essi siano unanimi e concordi?
Il dissidio tra gli economisti si accentua sin nella definizione
della loro scienza; ma è significante che quando G. B. Say cominciò
a considerarla aridamente e senza alcun rapporto colla morale —
contro gl’insegnamenti di Adamo Smith — come semplice _scienza delle
ricchezze_, che non tiene alcun conto dei produttori delle medesime,
una protesta nobile e sdegnosa venne dall’ultimo dei _fisiocrati_
viventi: dal Dupont de Nemours, che la scrisse a bordo del _Fingal_ nel
1815 mentre prendeva la via dell’esilio. (_De Laveleye_)[281]
Il dissenso sulla definizione della scienza economica si estende alla
trattazione di ogni singola parte della medesima. Senza esagerazione:
non vi sono due economisti ortodossi che credendo nelle _leggi
naturali_, le intendano allo stesso modo e s’intendano del pari
sulle origini e sulla funzione della proprietà, sulla rendita, sulla
distribuzione della ricchezza, sui prezzi, sui salari, sulla offerta e
sulla domanda ec.
La debolezza che viene ad una scuola dai suoi interni dissensi, però,
non basta per farla condannare. Gli uomini, che la rappresentano
possono essere in errore, pur rimanendo vero il fondo delle cose
attorno alle quali si aggirano le loro discussioni.
Esaminiamo dunque il fondo delle cose più che le discussioni degli
uomini. L’esame riduce a zero il tentativo di ridurre a _legge
naturale_ tutto ciò che si riferisce alle società umane. I fatti, le
cose sono di gran lunga superiori agli uomini e più persuasivi di tutte
le loro controversie nel dimostrare la inanità di tale tentativo. Ecco
ciò, che essi dicono.
Si considera la proprietà come la base di ogni organizzazione sociale,
ma basterebbe lo studio classico del De Laveleye _sulla proprietà e
sulle sue forme primitive_[282] per dimostrare la grande mutabilità del
suo ordinamento.
La proprietà ora fu privata ed ora collettiva; nell’una forma e
nell’altra si distinsero e si distinguono tuttavia innumerevoli minori
differenze, che rendono più sensibile l’assoluta esclusione della
uniformità, della costanza di una _legge naturale_. La proprietà
piccola, media e grande trovò dapertutto apologisti. Ed anche oggi
che c’è una corrente contro il latifondo, contro il landlordismo
mentre l’on. Di Rudinì considera il primo come una fatalità climatica
e sociale (_Terre incolte e latifondi_. Bologna 1896) il Masè-Dari
lo loda come un progresso economico-sociale non solo in nome della
produzione, ma anche in nome del tornaconto e del miglioramento della
condizione coi lavoratori della terra (Prefazione ai _Problemi sociali_
di George).[283]
Nulla di più curioso, poi, delle contraddizioni cui si è esposto
sull’argomento della piccola proprietà il Leroy-Beaulieu, che dopo
averne preconizzata e decantata la prossima scomparsa in nome della
utilità sociale, pochi anni dopo ne esaltò i vantaggi sempre in nome
dell’utilità sociale. (Iaurès: _Socialisme et Paysans_, p. 56 e 57).
Il vero è che il latifondo, la media proprietà e la piccola, la
proprietà privata e la collettiva, rispondendo alle varie esigenze
delle varie fasi della evoluzione sociale volta a volta hanno potuto
assicurare agli uomini il massimo di utilità o meglio di ofelimità,
adottando il linguaggio del Pareto.
Oggi stesso accanto alla proprietà privata si va sviluppando largamente
una forma speciale di proprietà collettiva — la proprietà sociale
del Fouillée, ammessa dallo stesso Leroy-Beaulieu in molte sue
opere ed anche in quella consacrata a combattere con particolarità
il collettivismo (_Le collectivisme. Examen critique du nouveau
socialisme_. Paris. Guillaumin et C.ie). Ma quel ch’è più nel campo
degli stessi economisti si riconosce la tendenza — _tendenza_,
badiamo! — verso una socializzazione della terra e della produzione
e distribuzione della ricchezza che non si saprebbe dire in che cosa
potrebbe differire dal collettivismo. Questo _ricorso_ non esitò a
riconoscere come probabile ed utile negli ultimi anni di sua vita lo
Stuart-Mill (_Autobiografia; Il socialismo. Frammenti_. Lettera a De
Laveleye del 17 novembre 1872 _Essais_ ecc. p. 107). Qualche cosa di
analogo ammise il Walras. _Ricorso_ esplicito sostenne eloquentemente
il Loria in quasi tutte le sue opere. E lo ammise, come si è visto, lo
Spencer: può egli aver mutato di parere; ma le buone argomentazioni
sulle quali suffragava la sua primitiva opinione rimangono incrollabili.
Che più? Sono i santi padri dell’ortodossismo, che riconoscono questa
mutabilità negli ordinamenti delle proprietà e solidarizzazione della
produzione e della circolazione delle ricchezze.
L’ammette Yves Guyot (_Science économique_, p. 365); l’ammette
Leroy-Bealieu (_Essai_ ecc. p. 309 a 312); e più esplicitamente di
tutti il De Molinari nel brano che Gabriel Deville lesse nella Camera
dei Deputati scandalizzando i conservatori di ogni risma e che vale la
pena di riprodurre integralmente: «L’avvenire appartiene all’intrapresa
collettiva e verrà giorno in cui l’intrapresa individuale sarà una
rarità come l’antico telaio a mano. Veruna branca della produzione, —
nè l’agricoltura, nè le professioni liberali; nè l’industria, nè il
commercio — possono sfuggire all’invasione di questa forma progressiva.
Malgrado l’enorme cambiamento che questa evoluzione suppone, i giorni
dell’agricoltura individuale sono contati. Alle piccole fattorie, alle
aziende parcellari dei proprietari succederanno, in un avvenire più
prossimo di quello che si crede, vaste aziende agricole; nelle quali i
lavori che dopo l’invenzione della zappa sono stati eseguiti a mano,
saranno economicamente compiuti da macchine di ogni genere, il capitale
di esercizio sarà di milioni e si conterà a migliaia il personale
dirigente ed ausiliare. L’agricoltura allora sarà interamente ciò, ch’è
in via di divenire nei paesi più avanzati, una grande industria, e
tutte le condizioni della vita rurale saranno cambiate.»[284]
Ma meglio di tutti, con vera serenità ed obbiettività scientifica ha
riassunto la discussione il Pareto; e i lettori mi sapranno grado se
riproduco un lungo brano del suo libro magistrale:
«Non si può risolvere il problema della evoluzione della proprietà,
egli osserva, nè, a dir vero, alcun altro problema di questo genere con
una formula che si stabilisce _a priori_ e che si pretende estendere a
tutti i popoli e a tutti i tempi. Sotto questo aspetto le esagerazioni
della scuola ottimista valgono quelle dei socialisti. Per essere giusti
conviene anche aggiungere che i socialisti, ad esempio C. Marx, tentano
almeno di dare una dimostrazione per mezzo di fatti, mentre la scuola
ottimista più spesso si contenta di dogmatizzare.»
«È probabile che non ci sia stata una sola evoluzione della proprietà
fondiaria, ma che ce ne siano state parecchie che possono differire
secondo i popoli e i luoghi. Bisogna studiarle separatamente, senza
idee preconcette, osservando i fatti del presente e raccogliendo i
documenti storici pel passato.»
«Bisogna, inoltre osservare, che non è del tutto provato che, anche
per un popolo determinato, ad ogni epoca storica debba corrispondere
una sola forma di proprietà. Molte forme possono esistere insieme come
si osserva per le differenti forme del regno vegetale ed animale. Di
più; date le grandi varietà che presentano gli uomini e i luoghi, è
probabilissimo che la coesistenza di molte forme di proprietà assicuri
un _maximum_ di ofelimità superiore a quello che sarebbe ottenuto con
una sola forma.»
«Si può riconoscere di un modo generale che per le nostre razze e pei
nostri paesi c’è stata ad una certa epoca della evoluzione sociale, una
tendenza a sostituire la proprietà collettiva e familiare con quella
individuale. Ma la prima non è scomparsa interamente. Dopo che se
n’è intrapreso seriamente lo studio, se ne sono trovate delle tracce
dapertutto e anche nei paesi nei quali è nato il diritto romano. Se si
distruggessero violentemente, è certo che la somma di utilità di cui
gode il paese sarebbe diminuita.»
«Inoltre; nulla prova che, continuando il progresso, l’agricoltura non
possa essere esercitata dalle società cooperative o da società che non
saranno identiche, ma simili alle società anonime attuali.» (_Cours
1.º_ p. 316 e 317).[285]
Dopo di che non pare affatto necessario, che s’insista sulla evoluzione
continua, sulla trasformazione universale di tutto ciò che forma
l’obbietto della scienza economica — rendita, forze di produzione,
distribuzione della ricchezza, salari, prezzi ecc. C’è la grande legge
economica della _offerta e della domanda_ che si vorrebbe indicare come
immutabile; ma mentre per la parte del lavoro essa viene corretta già
dalle _Trade Unions_, dalle _Leghe di resistenza_ ecc., che tra non
guari avranno l’appoggio e la forza delle leggi e dello Stato,[286] per
l’antagonistico interesse del capitale si hanno i _Trusts_, i _Pools_,
i _Kartelle_, che eludono il giuoco naturale della offerta e della
domanda e a questa sostituiscono i monopoli più o meno larvati, più o
meno criminosi.[287] I fatti, le cose, la storia insegnano adunque,
in modo irrefragabile che il mondo economico nelle sue forme non è
eterno; che il mondo economico non s’immobilizza, non si cristallizza
in una data forma, ma si muove, si trasforma, evolve perennemente ed
universalmente.
I costumi, le leggi, la multiforme azione dello Stato sono i fattori
poderosi di questa continua trasformazione economica (_De Laveleye:
Essais_ ec.);[288] perciò in questa scienza della economia le _leggi
naturali_ in senso ortodosso, dice Loria, rappresentano una sterile
fantasia della metafisica sociale. (_La proprietà fondiaria_ ec. p.
113). Scienza della economia? Ma alla economia mancano talmente le
_leggi naturali_, che ad essa si sono negati perfino gli attributi di
una scienza![289]
56. La mancanza di _leggi naturali_ intese nel senso stretto
scientifico non è propria della sola economia, ma investe la storia
e caratterizza sinora la sociologia. A quest’ultima resero cattivo
servizio coloro che la vantarono quasi come una scienza che aveva
raggiunto un grado di precisione veramente considerevole e tale da
poterla invocare per annientare l’utopia socialista.
Il dogmatismo sociologico era di moda, in Italia specialmente, venti
anni or sono; ma ora che la nuova sintesi delle scienze sociali ha
fatto maggiori progressi, i suoi cultori sono più modesti e sentono
quasi vergogna delle vanterie di Siciliani, di Boccardo, di Ferri
(di una volta) che attribuendole meriti e perfezione che non ha la
discreditarono una volta preparandole amare disillusioni.
Modesto cultore della sociologia e convinto del suo avvenire, sin dal
1884 non mi nascosi affatto la incertezza sua.
Allora ricordai che uno dei discepoli e continuatori più eminenti di
Augusto Comte, il De Roberty, di essa parlava come di una _scienza
nuova, che si desidera costituire e della quale non si è stabilito il
metodo speciale, che deve servire alla medesima_. Egli dubitava, e
con ragione, della consistenza del metodo adoperato, mentre l’Espinas
affermava che questo era già trovato; ma che ben si apponesse il primo
successivamente fu provato dalle controversie e dagli studi che si
continuarono e si continuano tuttavia.[290]
Sull’intima condizione della sociologia allora il De Roberty scriveva:
«tutto il mondo sa che la scienza sociale è _la più povera fra tutte
le scienze dal doppio punto di vista del valore scientifico delle
sue teorie e delle leggi generali o anche empiriche ch’essa ha
saputo stabilire fin qui_....... E la ragione n’è questa, che più la
compilazione dei fenomeni analizzati da una scienza sembra aver bisogno
di uno studio strettamente specializzato, meno la divisione della
scienza in molte parti isolate è realmente profittevole alla scoperta
delle leggi.... Qualunque sia, dice Guarin de Vitry, il risultato
attuale dei tentativi di edificare la sociologia, _questa è nell’aria_.
Secondo l’espressione consacrata: l’atmosfera scientifica se ne
impregna di più in più e il secolo non si chiuderà probabilmente senza
che si possa salutare il riconoscimento ufficiale della scienza nuova
dal mondo sapiente». (_La Sociologie_. Paris, Genner et Bailliere,
1881, p. 10, 96 e 104). Nè esprimevasi diversamente l’Espinas: «Non
può dirsi, egli soggiungeva, che i problemi di questa scienza siano
risoluti; noi non vogliamo dire per esempio che si sappia meglio di
prima a che tenersene sui rapporti da stabilire tra l’individuo e
lo stato in tale nazione o in tale altra; sui limiti, che la legge
deve imporre alle grandi associazioni, che tendono ad una esistenza
indipendente in seno agli Stati moderni, sul fondamento del diritto di
punire etc..... A quest’ora in Inghilterra, nello stesso seno della
scuola evoluzionista, gli uni sostengono che il progresso in materia
di governo consiste nel minoramento dell’azione centrale, mentre gli
altri credono ch’esso consista nella sua azione crescente — ad esempio
l’Huxley. — Le soluzioni precedentemente esposte, invece adunque di
chiudere immediatamente le discussioni dei politici, aprono loro una
vasta carriera». (_Les sociétés animales_ p. 139 e 146).
Non ostante gl’innumerevoli studi venuti dopo, tra i quali molti di
grande pregio, oggi non si può assicurare che la costituzione della
sociologia abbia fatto grandi progressi e che ci abbia dato le leggi
della struttura e della vita delle società umane.
«A dispetto dei grandi progressi realizzati in questo secolo in tutti
i rami del sapere, esclama malinconicamente il Kidd, noi dobbiamo
confessare che non esiste puranco, nello stretto senso, la scienza
delle società umane. La sintesi filosofica di Spencer non è riuscita
ad illuminarci sulla natura dei problemi sociali della nostra età,
poichè le sue ricerche e le sue conclusioni, secondo chi le cita,
servono egualmente ad appoggiare le opinioni diverse delle due opposte
correnti — individualista e collettivista — che a poco a poco dividono
la società[291]. Noi non abbiamo nessuna conoscenza reale delle leggi
della vita e dello sviluppo della civiltà, come non ne abbiamo dei
principî direttivi dell’evoluzione sociale, che intorno a noi si
compie..... Perciò ognuna delle scienze, che si occupano dell’uomo
in società fa i suoi studi dal suo punto di vista particolare. Per
lo storico l’uomo è un giuocattolo di forze cieche, che non sembrano
sottomesse a legge alcuna; per il teologo è la creatura di un altro
mondo; per l’economista poco più di una macchina per produrre.»
(_L’evoluzione sociale_. Firenze. 1898. Barbera, pag. 1, 2, 5,
27).[292] Il Leslie Stephen afferma che non esiste una sociologia
veramente scientifica, ma esistono semplicemente vaghe ed empiriche
osservazioni, troppo superficiali perchè si possa trarne delle
conclusioni strettamente logiche. E il Pareto, che a provare resistenza
delle _leggi naturali_ nella economia politica ricorse anche ai _bons
mots_ nella deficienza di buone ragioni[293] osserva che dei tre gradi
successivi di conoscenza nella sociologia siamo appena al 1.º: a sapere
cioè che esiste una reciproca dipendenza tra i vari fenomeni sociali;
ma non conosciamo con precisione nè il senso della variazione, nè la
grandezza (_Cours_ ecc. Vol. 2.º p. 6 e 7).
Qui la confessione dell’ignoranza sembrami soverchia perchè a me
pare che il _senso_, la direzione del moto sociale — nei limiti che
saranno esposti più in là — ci siano noti.[294] Comunque questo sano
scetticismo ci dovrà servire di guida per non esporci ai voli ed
alle cadute d’Icaro. Questo scetticismo ch’è un prodotto del vero
sperimentalismo e che dovrà spronarci a nuove ricerche ci mette in
condizione di apprezzare debitamente la superbia della filosofia, della
storia e della sociologia.
Infatti, quando si è dotati di un sufficiente senso critico, dopo
la lettura dei libri dai titoli pomposi e promettenti le leggi
sociologiche e le leggi della storia, che pur sono dovuti a pensatori
poderosi, si rimane in preda ad un amaro sconforto.
Ciò che ci si afferma sulle leggi sociologiche e storiche che hanno a
base il clima, la razza, l’economia, la coltura ecc. o non resiste alla
critica o costituisce appena appena il preliminare della sociologia e
se rarissimamente ci spiega il passato, molto meno ci può servire di
norma pel futuro. Manca sempre di quei caratteri delle _leggi naturali_
in senso stretto, di cui ci siamo intrattenuti precedentemente e
c’induce a deplorare che il titolo delle pubblicazioni abbia promesso
e fatto sperare ciò che non erano in condizioni di mantenere e
mentre giustifica lo scetticismo sulle leggi della storia, che avea
manifestato uno dei più grandi storici di questo secolo, il Macaulay,
e ripetuto dal Denis, dà ragione ai sociologi che diffidano della
sociologia.[295]
57. Le leggi della storia e della sociologia, che intesero formulare
tutti i filosofi della storia e tutti i sociologi — Herder, Hegel,
Buckle, Lotze, Comte, Spencer, Simmel, Le Bon, Mougeolle, De Greef,
Bagehot, Tarde, Kidd, ecc. ecc. — cercando l’_ubi consistam_ nella
configurazione geografica, nel clima, nella latitudine, nella
razza, nello sviluppo economico e intellettuale, nella religione
ecc. al cimento dei fatti, è bene ripeterlo, si sono dileguate o
si sono ridotte a poca cosa, dinanzi alla perenne mutabilità della
fenomenologia, innegabile anche quando dimostravansi immutate le
condizioni o le forze direttive delle azioni umane.
Le _leggi naturali_ man mano che si ascende dai fenomeni più semplici
ai più complessi divengono sempre più incerte e sempre più perdono i
caratteri, che le distinguono.
Già sappiamo dal Platt Ball, che i biologi guardano con senso d’invidia
i fisici e i chimici, che hanno saputo assidere le loro scienze
su quelle basi, che non ha ancora trovato la biologia.[296] Ma al
confronto dei biologi si può dire, che costruiscono sull’arena gli
psicologi e sono ancora meno fortunati i sociologi.
C’è il dovere di giustificare questo pessimismo scientifico e sebbene
questo non sia il luogo più adatto mi proverò a dare qualche cenno
sui dati che in me lo hanno ingenerato, nel senso cioè, che noi non
possiamo e non dobbiamo parlare di _leggi naturali_ in senso stretto
quando ci occupiamo di fenomeni economici e sociali.
Il Bagehot che fu uno dei primi a scrivere di _leggi sociali_ in
senso darviniano e che meritamente rimane tra i più celebri, fu assai
prudente e nel formulare le sue tre leggi principali sullo sviluppo
delle nazioni — sulla base della lotta darviniana e del trionfo dei
più forti — ben lungi dall’additarle come _costanti e necessarie_ e
dimostrarne l’elemento _quantitativo_, prudentemente le indica come
_leggi approssimative_ (_Lois scientifiques_ ecc. p. 47 e 48). Ci
produce un completo disinganno la lettura dell’ultimo capitolo del
suo libro, che tratta del _progresso verificabile in politica_ perchè
non ci dà alcuna legge sull’evoluzione della politica. Una legge
sociologica assodata sembrerebbe quella dell’_agglomerazione crescente_
degli organismi sociali, di cui s’intrattengono ripetutamente
Gumplowicz e Novicow; ma la storia c’insegna, che si sfasciarono pel
passato tutti i grandi imperi barbari o civili; e nessuno può giurare
che continuerà l’_agglomerazione_ sotto l’impero britannico o russo:
non mancano, anzi, indizi di un non lontano disgregamento.[297]
Nella zona intermedia tra la biologia e la sociologia, in quella che
comprende i fenomeni demografici si dovrebbe trovare la maggiore
costanza e uniformità che servono a caratterizzare una _legge
naturale_. Ciò non è.
La soddisfazione dell’istinto sessuale, ch’è fondamentale ed
irresistibile, dà luogo alla maggiore variabilità di manifestazioni,
che si possano immaginare. Il numero dei matrimoni varia da un popolo
all’altro e quel ch’è più da un periodo all’altro. Varia del pari il
numero delle nascite e cogli uni e colle altre varia la proporzione del
tributo che si paga alla morte.
La variazione della legge di popolazione secondo le idee del Loria e
del Nitti, di cui ci siamo intrattenuti a lungo, costituisce la più
solenne smentita alle _leggi naturali_ dell’economia politica. L’aveva
già notato il Rümelin. Qui si accentua la distinzione tra animali ed
uomini. «Gli animali s’accoppiano, dice De Laveleye, ed hanno figli:
ecco una vera _legge naturale_. Uomini e donne si maritano e non hanno
figli, per il fatto della loro volontà, per continenza o altrimenti;
e gli economisti approvano. Si obbedisce forse ad una legge naturale
quando ci si astiene _virtuosamente_ come lo consigliavano Malthus e
Garnier?» (_Essais_ etc. p. 11).
Il De Greef, che con molta presunzione affermò l’esistenza di leggi
sociali, _naturali e necessarie_; e che per assicurare il carattere
di leggi _necessarie_ alle leggi sociali le voleva — e giustamente —
non solo _qualitative_, ma anche _quantitative_[298] volle formularne
alcune (_Les lois_ ecc. p. 141).
Egli s’indugia con lusso di cifre sui salari e sulle nascite
illegittime confrontando il totale del Belgio coi dati relativi ad
una regione industriale (Hainaut) e ad una agricola (Lussemburgo) per
istabilire saldamente una _legge genesiaca_ sul rapporto tra industria
e agricoltura, alti e bassi salari da un lato e nascite illegittime
dall’altro. (_Les lois_ ecc. p. 108 e seguenti).
Ma, a parte il fatto che le curve dei fenomeni, che esso dà non
corrispondono sempre alla sua ipotesi, la sua _legge_ perde ogni
importanza quando la si studia in Italia; dove per lo appunto —
contrariamente a ciò che il De Greef ha trovato nel Belgio — la Romagna
e l’Umbria — regioni del tutto agricole — danno il _maximum_ di nascite
illegittime, mentre il Piemonte e la Lombardia — regioni nelle quali
prevale l’industria — danno il _minimum_.
Nè è più fortunato quando vuole stabilire la _legge_, i rapporti
_costanti e necessari_ tra il prezzo dei grani, il numero dei
matrimoni, delle nascite e dei morti (p. 139); poichè mentre egli
non ci dice quale sia tale rapporto, sappiamo dalla demografia e
dall’economia, che siffatto rapporto studiato presso vari popoli
risulta nè _costante_, nè _necessario_.[299] Nè è meglio scelto il
suicidio per dare un esempio di _legge morale_: sulle cause, che lo
generano sorgono dubbi tormentosi dallo studio delle due maggiori opere
del Morselli e del Durkheim — che sul medesimo si sono pubblicate.
Molto meno ancora si potrebbe assicurare, che conosciamo la _legge
del suicidio_ se poniamo mente all’elemento _quantitativo_, la cui
importanza è somma, ma che nello studio del fenomeno in discorso ci
conduce alle maggiori perplessità.
Il De Greef si domanda se la ricerca delle _leggi sociologiche_
ci permetterà di trovare una _legge sociologica generale_ ad un
tempo statica e dinamica, astratta e concreta e nella esuberanza
della sua fede non esita a rispondere che se la sua classificazione
gerarchica dei fenomeni sociali è esatta possiamo supporre che questa
_legge generale_ sarà trovata nell’economia e specialmente nella
_circolazione_ (p. 146); ma proprio questa preminenza e precedenza
della _circolazione_ non solo è controversa, ma è stata maggiormente
oppugnata dagli economisti; sfuma, perciò, questa _legge generale_ e
fondamentale.
Infine in quella che dovrebbe essere la _legge delle leggi_, la legge
delle nostre conoscenze, come il De Greef chiama la classificazione
delle scienze, l’illustre sociologo belga ha incontrato le maggiori
opposizioni.
Non ripeterò qui ciò che in _Sociologia Criminale_ (Vol. 2º.)
ho scritto sulle _leggi fisiologiche_ in rapporto al clima alle
condizioni geografiche, sulla _legge della latitudine_ del
Mougeolle, sulle ipotesi geniali del Metchnikoff ec. e potrei anche
dispensarmi, rimandando alla stessa opera d’intrattenermi sulle _leggi
sociologiche_, che hanno come punto di partenza la teoria darviniana
sulle razze. Ma su questa ultima s’insiste tanto che una parola ancora
non sarà superflua. Mi fermo un istante sulle leggi formulate da Le Bon
che è divenuto di moda in certi ambienti antidemocratici.
Il sociologo francese come legge fondamentale riconosce la _legge di
differenziazione progressiva delle razze e degli individui_ (_Les lois_
ec. p. 37 e seg.).[300] Ma chiunque guarda alla evoluzione di quelli
che egli considera quali strati superiori delle razze riconoscerà
invece che Giapponesi ed Inglesi, Russi e Francesi, Latini, Slavi,
Alemanni _tendono_ a modellarsi su di un unico stampo. È vero, poi,
che la estrema divisione del lavoro rende l’operaio moderno inferiore
all’antico artigiano — perciò i socialisti la combattono e da Fourier
a Kropotkine chiedono la varietà delle occupazioni; ma è vero del pari
che dovunque è migliorata la condizione dei lavoratori — diminuite
le ore di lavoro, rialzati i salari — diminuisce anzichè crescere la
distanza intellettuale e morale tra operai e padroni.
Del valore di queste _leggi sociologiche_ del Le Bon si avrà un’idea
adequata riflettendo che egli deplora la degenerazione dei latini e
l’attribuisce all’azione soverchia dello Stato (p. 167) e vorrebbe
rifarne il carattere — dopo avere esaltato l’individualismo....
col regime militare (p. 160) ch’è la negazione dell’individualismo
e la espressione più genuina della massima azione dello Stato! In
opposizione alla denigrazione dei latini non può mancare l’esaltazione
degli anglo-sassoni, che sono una razza superiore, per lo appunto,
perchè caratterizzati sempre dalla riduzione al _minimum_ possibile
dell’azione dello Stato (p. 58). Ebbene la storia contemporanea — ed
un poco anche la medioevale — gli dà una smentita solenne, che egli
inconsciamente inflisse a se stesso riferendo il discorso di Spencer
su Tyndall in cui versa lagrime amare e sconfortanti sull’invadente
burocratismo e sulla crescente azione dello Stato in Inghilterra! (p.
58)[301]
Il Le Bon non si contenta di formulare le sue _leggi_ pel passato e pel
presente, ma libra le ali verso l’avvenire; proclama che il socialismo
non attecchirà mai tra gli anglo-sassoni e conchiude, stranamente,
prevedendo che nel nuovo _ricorso_ vichiano agli Slavi sia riserbato
il fare da _barbari_ per distrurre la civiltà occidentale inquinata e
preparata alla morte dal Socialismo, (p. 163 e 166). Ma la Germania
— popolata da anglo-sassoni — presenta i maggiori progressi del
Socialismo, che sono anche rapidi e pratici in Inghilterra. Gli Slavi,
poi che conservano ancora la proprietà collettiva della terra sembrano
i più adatti, se mai, a rigenerare l’occidente con una ondata di
socialismo.[302]
Queste _leggi sociologiche_ pretensiose fondate sulla dottrina
darviniana sono tanto _costanti, sicure e necessarie_ che mentre il
Le Bon partendo dalle medesime prevede il trionfo degli Slavi e la
sconfitta della democrazia, il Kidd partendo dalle identiche premesse
arriva a preconizzare il trionfo dei teutonici e l’esaltamento della
democrazia!
Sorpasso sulle _leggi_ formulate dallo Spencer, perchè nel modo in
cui egli le espone sono accettabili, come si vedrà nel successivo
paragrafo, e noto soltanto qui che dove egli volle più nettamente
e recisamente stabilire certe fasi e certe distinzioni, come nella
successione e nel contrasto tra una società militare ed una società
industriale, ivi maggiori si rivelarono le smentite e le contraddizioni.
Mi fermo, invece, in ultimo in questa critica della superbia
sociologica al Kidd, che in breve volgere di tempo è divenuto il più
popolare, più che pel valore scientifico delle sue ipotesi, pel fatto
che queste hanno saputo rivestire di forme scientifiche i pregiudizi
popolari e le credenze più radicate nell’animo umano. Il suo successo
rappresenta un fenomeno di reversione atavica.
A me non compete di rilevare le contraddizioni in cui lo scrittore
inglese cade nell’assegnare una parte preponderante — quasi esclusiva —
ora al fattore intellettuale, ora a quello sentimentale. Chi, come me,
crede che l’uno non stia in antitesi coll’altro può intendere l’azione,
ora alterna ora parallela, di entrambi; ma non è il caso pel Kidd, il
quale in ultimo deve riuscire al predominio assoluto di un intuito, di
un istinto vago e indeterminato, che costituisce il senso morale, e che
deve servire di base alla religione contro la scienza. «La selezione
naturale, egli scrive, favorirà i tipi, che si sottomettono alla forza
religiosa.» (_Evoluzione sociale_ p. 255)
Assisa su queste basi la sociologia del Kidd, si comprende che debba
riuscire alla formulazione di _leggi_, che non è irreverenza chiamare
cervellotiche. Si sa che egli trovasi in antitesi al Le Bon in quanto
alle previsioni sul trionfo della razza e della forma politica;
aggiungo qui, che pur consentendo sullo avvenire della democrazia non
si può fare scaturire l’evento o connetterlo logicamente alla teoria
sostenuta: si sente che il Kidd formulando la sua previsione ha subìto
inconsciamente l’influenza dell’ambiente anglo-sassone in cui vive:
ambiente impregnato di spirito democratico e la cui storia costringe
a preconizzarne l’ulteriore sviluppo; sebbene in qualche altro più
prudentemente abbia affermato che la scienza non ha alcuna risposta
sulla evoluzione futura della società.
La concezione generale della evoluzione sociale del Kidd, però, è
talmente sbagliata ch’egli deve fare passi incerti e vacillanti per
riuscire ad affermazioni di questo genere: «due cose sono a notare
in questa fine del secolo XIX: 1.º il trionfo _completo ed assoluto_
nella nostra civiltà dell’idealismo politico dell’89; 2.º l’espansione
trionfante della razza teutonica e la sua vittoria _finale_ nella lotta
per l’esistenza sugli altri popoli occidentali. (p. 248).
Della modestia scientifica aveva dato saggio precedentemente
affermando: lo sviluppo sociale ha due caratteristiche facilmente
riconoscibili, due tendenze _costanti_ e _crescenti_, ch’è impossibile
confondere con altre. 1.º È _assolutamente certo_ che malgrado tutti i
movimenti di ritorno, il progresso sociale, morale e materiale delle
masse, dal suo principio ad oggi, è stato grande e continuo. 2.º Non
ostante questo progresso c’è tendenza _a restringere_ lo sviluppo
intellettuale. (p. 230)
Non ho bisogno d’insistere sulla fallacia di queste leggi e di queste
_tendenze_, che trovano la confuta in quest’opera; aggiungo che quando
il Kidd dinanzi all’evidenza ragiona giusto in ultimo trascinato dai
suoi presupposti riesce alle contraddizioni paradossali. Così dopo
avere constatato che nel presente periodo di transizione la tendenza
futura sia verso la uguaglianza sociale delle masse come corollario
dell’emancipazione politica — ciò che desume dallo sviluppo della
legislazione sociale, delle leggi sull’istruzione, del crescente
intervento dello Stato in favore delle masse ec. — dopo avere osservato
che una parte dei diritti senza controllo, che posseggono la ricchezza
ed il capitale non sono che gli antichi diritti feudali trasformati
ed adattati alle nuove circostanze; che l’educazione ci farà vedere
che l’esistenza di tali diritti è incompatibile colla realizzazione
dell’ideale che la società intravvede; (p. 205 a 209) dopo avere
constatato i _fatti_ si spaventa delle _parole_ e si domanda: «Si
cammina perciò verso il Socialismo? No. Un abisso separa il Socialismo
dallo Stato di società verso il quale noi camminiamo. Lo scopo
dichiarato dal Socialismo è di sopprimere quella rivalità e quella
concorrenza vitale che oggi, come sempre, è la causa di ogni progresso.
La tendenza inerente al nostro sviluppo sociale è d’innalzare al
più alto grado di efficacia possibile, come causa di progresso tale
rivalità, _mettendo il popolo intero sopra un piede di eguaglianza e
permettendo nelle comunità il più libero sviluppo di tutte le forze
dando ad ogni individuo tutte le occasioni possibili di sviluppare la
propria personalità e le sue attitudini_.» (p. 213 e 214)
Ora chi non vede, che l’ideale racchiuso in questa possibilità di
sviluppo di _tutti_ sul piede dell’_uguaglianza_ del punto di partenza
è precisamente il postulato del socialismo scientifico, che non
vuole e non sogna un livellamento meccanico e sterilizzante? Ma il
Kidd in nome della sua Sociologia, dopo avere ammesso e lodata la
crescente azione dello Stato, specialmente in Inghilterra — povero
individualismo _caratteristico_ degli anglo-sassoni! — a queste
riserve ed a queste contraddizioni doveva riuscire perchè tutta la
sua sociologia ha un obbiettivo: il trionfo del principio religioso;
ed una base: il neo-darvinismo di Weismann. Ora l’obbiettivo suo
sta in contrasto coll’evoluzione scientifica, per quanto si debba
riconoscere che il sentimento religioso sia ancora vigoroso; la base
non solo è ipotetica, ma comincia ad essere abbandonata dallo stesso
autore che l’ha formulata.[303] Questa teoria di Weismann, infine, che
nega la trasmissione nei discendenti dei caratteri acquisiti, intesa
rettamente riesce alla negazione assoluta del concetto di progresso di
cui è saturo il libro di Kidd e che contraddice sinanco nel titolo:
_Evoluzione Sociale_.
Infine a moderare questa boria imprudente dei sociologi nella
formulazione delle _leggi_ non sarà inutile ricordare, che essi,
che guardano sicuramente al futuro spesso non riescono a mettersi
d’accordo nemmeno sul passato. Non sono ancora di accordo sulle prime
origini della civiltà e sulle razze tra le quali germogliarono i primi
elementi della medesima; non sono ancora di accordo sul poligenismo
o sul monoginismo; non lo sono sulla origine prima degli Arî e meno
ancora sui Mediterranei; e discutono tuttavia fieramente Spencer,
Maine, Foustel de Coulange, Morgan, Mc Lennan, Bachofen, Westermach,
Stark ecc. sul matriarcato e sul patriarcato, sulla _gens_, sul _clan_
e sull’_orda_, sulle prime origini dello Stato ec. Figuriamoci quanto
ci potranno dire sull’avvenire, specialmente, se remoto! Quando
con Metchnikoff abbiamo appreso che la civiltà è stata fluviale, e
mediterranea e che diviene ora interoceanica nulla abbiamo saputo
sull’essenza della medesima, sulle condizioni, che la caratterizzarono
e soprattutto sulla sua ulteriore evoluzione e sulla possibilità
di altri _ricorsi_, che dovrebbero, in vero, essere eliminati
dalla universalizzazione della civiltà, che farebbe scomparire i
_barbari_.[304]
58. La critica della _boria_ dei sociologi riuscirà sconfortante a
coloro, che non hanno il cervello ben nutrito e che credevano la
sociologia — nata ieri — assisa già dominatrice incontrastata sul trono
d’onde preannunzia gli avvenimenti e ne regola il corso.[305]
Ma la verità è il tonico dell’intelligenza; e la verità allontanandoci
dalle esagerazioni e dalla fiducia soverchia nei progressi compiuti, ci
preparerà a farne altri solidi e reali. Il culto della verità che ci
rende severi verso le ipotesi affrettate, che talora si scambiano per
leggi ben dimostrate, consente poi la constatazione di ciò che si ha
guadagnato nel cammino sinora percorso.
Gli studi dei sociologi sgombrando il terreno dai pregiudizi e dagli
errori han già reso grandi servizi alla scienza ed all’umanità; e
quanti ne abbiano resi quelli dello Spencer, dalle cui conclusioni pur
tanto mi allontano, meglio si apprenderà in appresso quando l’opera sua
potrà essere giudicata senza ira e senza passione.
I progressi nella sociologia sono innegabili nella parte per così
dire formale ed esteriore ed in un certo senso anche in quella della
successione delle fasi.
Si può essere di accordo col De Greef che si deve rinunziare al
tentativo di trasformare le _leggi biologiche_ in _leggi sociologiche_;
che si debbano studiare le leggi sociali dal punto di vista statico
— struttura della società — e dinamico — evoluzione delle società ed
azione reciproca delle loro leggi; che si debbano distinguere queste
leggi in _semplici_ e _composte, dirette_ ed _indirette_ ecc. (_Les
lois_ ecc. p. 44, 36, 138 e 139). E può anche ammettersi la _legge
dei tre stati_ di Comte — difesa da Angiulli, da De Dominicis, da
De Roberty — come successione del metodo e della spiegazione della
concezione del mondo, restringendola all’ordine speciale dei fenomeni
ch’essa abbraccia e non traducendola in legge sociologica universale,
come frettolosamente tentò il Comte (De Greef: _Les lois_ ecc. p. 48).
Si può anche in gran parte accettare quanto brillantemente è venuto
esponendo il Tarde sui processi di propagamento delle idee, delle
innovazioni, dei progressi, che si compiono; nonchè le eccellenti
distinzioni sul progresso _qualitativo e quantitativo_, sulle fasi
_omogenee ed eterogenee_; le osservazioni sul modo d’intendere il
_ritmo_ ecc.[306]
Nella sociologia, in quanto all’essenza vera sua, ciò che d’importante
pare davvero acquisito è quanto appresso: Pare che si possa consentire
nell’azione che le _leggi psichiche_ esercitano nella evoluzione sodale
in sostituzione crescente delle _leggi fisiche_; nella _interdipendenza
tra i fenomeni sociali_ e nella _prevalenza_ o _precedenza_ del fattore
economico; nella sostituzione continua e graduale della _cooperazione
volontaria_ alla _cooperazione forzata_ nel senso in cui l’ha
illustrata lo Spencer.[307]
Ma la grande legge delle società umane è e rimane incontestabilmente la
_legge della evoluzione_. In veruna parte dice Bagehot, nemmeno tra i
selvaggi della _Terra del fuoco_, vi sono uomini rimasti assolutamente
stazionari (_Lois_ ec. p. 46). Così è: tutto muta, tutto si trasforma;
e questa mutazione incessante, perpetua si riconferma anche quando si
riconfermano i _ricorsi_ di Vico, come pare li ammettano: _formali_
il Loria e il De Greef; _sostanziali_ il Gumplowicz ed il Le Bon. Con
che si riafferma che _evoluzione_ non deve e non può confondersi con
_progresso_; e che se di _progresso_ deve parlarsi, lo si deve nel
senso di una _legge empirica_, di una _tendenza_; di cui appresso. Si
troverà soverchio, perciò l’ottimismo di Espinas che afferma essere
il _progresso_ la meno contestata delle leggi della storia. (_Les
sociétés_ ecc. p. 69.)
Egli è perciò che assai più avveduti dei filosofi della storia e dei
sociologi si sono appalesati gli statistici; i quali non vollero che
si parlasse di vere _leggi_ nella loro disciplina; — e quando di leggi
parlarono per distinguerle dalle vere _leggi naturali_, come si disse
al paragrafo 57º, le designarono come _leggi empiriche_, di _fatto_,
che si verificano in certi limiti, sotto certe date condizioni; mutate
le quali anche la _legge_ viene a mutare.
Nè tutti gli statistici consentono nell’adoperare questa parola
_legge_. Altri si limita a costatare la _uniformità_, nella
presentazione e successione dei fenomeni sociali. Ed anche contro
questa _uniformità_ si sollevarono obbiezioni; perciò il Lewes osservò
che l’espressione, _uniformità della natura_, potrebbe far credere
che il futuro debba rassomigliare perfettamente al presente, che le
condizioni presenti, debbano ripetersi esattamente; e cotesta sarebbe
davvero una concettura non legittimata da nessun fatto dell’esperienza.
Della natura noi possiamo affermare la _regolarità_ non l’_uniformità_
nel senso anzidetto.[308] Preferibile è perciò l’espressione di
_uniformità della causalità_, vale a dire di uniformità nella relazione
tra la stessa causa e lo stesso effetto, che conduce a questa
conclusione: _ciò che è, è e sarà finchè le condizioni rimangono
immutate_.[309] Ed in vero ciò che rimane di veramente accertato è
questa grande _legge della causalità_, che esclude il _caso_ nel senso
volgare della parola ed elimina del pari il libero arbitrio nel senso
metafisico. Il _caso_ e il _libero arbitrio_ vengono esclusi dalla
evoluzione sociale, perchè noi possiamo stabilire _quali_ fattori la
_determinano_ senza, però, riuscire a potere precisare _come_ essi
agiscono e _quali_ prodotti daranno.
La enorme difficoltà, se non la assoluta impossibilità, di prevedere il
corso della evoluzione sociale e molto meno di predeterminarla deriva
da queste tre circostanze: l.º La evoluzione intellettuale continua
ci fa scoprire incessantemente nuove forze e ci crea nuovi bisogni,
che non possono entrare nel computo delle previsioni e che riescono a
risultati nuovi, imprevisti e imprevedibili.
2.º Non è misurabile la quantità di altruismo sviluppatosi
negl’individui e meno ancora quello ereditato. Questa misteriosa, ma
innegabile forza della eredità, non ci consente la determinazione
precisa del _carattere_ dei singoli e delle collettività; nè conosciamo
con esattezza quali sono le condizioni, che favoriscono la reversione
atavica che agisce anch’essa come causa perturbatrice dell’evoluzione
sociale.[310]
3.º La difficoltà, se non la impossibilità della uniformità dello
svolgimento della evoluzione sociale e della relativa previsione e
cosciente predeterminazione, deriva anche e più dalla circostanza
più volte ricordata in questo libro e cioè: che in sociologia gli
_effetti_ alla loro volta si trasformano in _cause_. Ora queste sono
numerosissime e variamente combinandosi tra loro danno luogo a prodotti
sempre nuovi, che altri ne riproducono necessariamente diversi dagli
antecedenti.[311]
Mi sembra che bastino queste tre circostanze a riconfermare da un
lato la grande _legge di causalità_ ed a spiegare la impossibilità
di prevedere e predeterminare con sicurezza gli avvenimenti. Esse
agiscono, come i sali in soluzione nell’acqua, che modificano il grado
della sua ebollizione e del suo congelamento, senza che distruggano
il concetto della _legge naturale_, che regola l’uno e l’altro
fenomeno. Ed ecco come gli avvenimenti sociali possono e devono essere
considerati come fenomeni naturali dello stesso ordine pur mancando la
loro evoluzione di quei caratteri, che contrassegnano le stesse _leggi
naturali_ in senso stretto.[312]
Nello intervento di questi modificatori della legge naturale della
evoluzione sociale sta la ragione intrinseca del frequente fallimento
di molte leggi e di molti provvedimenti dovuti ai politici, anche
più sapienti, che vedono mancare i risultati attesi e pei quali
furono votate le une e presi gli altri; e tale intervento giustifica
pienamente quella _politica sperimentale_ del Donnat, che ad evitare
disinganni e danni alle collettività preconizza e consiglia leggi
limitate pel tempo e per lo spazio, quali si possono avere soltanto
colle organizzazioni federali. Il sin qui detto, pure, lascia
intendere quanto di vero e di erroneo contiene la geniale concezione
del Quetelet, che volle costituire una _Fisica sociale_, nella quale
agissero continuamente e necessariamente leggi, che avessero i
caratteri di quelle naturali.[313]
Se questi modificatori della evoluzione sociale agissero rapidamente
tutta la storia delle società umane sarebbe una successione di casi
imprevisti e quasi meravigliosi e cesserebbe anche l’utilità della
stessa scienza sociale. Essi agiscono, invece, assai lentamente;
d’onde questa benefica conseguenza: quando ci è nota esattamente
l’evoluzione passata e presente; quando ci sono noti i fattori
principali dell’evoluzione stessa, entro certi limiti possiamo
prevedere l’avvenire prossimo, sopratutto possiamo, con cautela non mai
soverchia, predeterminare il _senso_, la _direzione_, la _tendenza_
della futura evoluzione. Statistici e sociologi, che constatano queste
_tendenze_ e le danno per quelle che valgono, perciò, agiscono secondo
i canoni della scienza e del sano sperimentalismo.[314]
59. Pervenuto al termine di queste discussioni sui principii generali
del socialismo il lettore non avrà bisogno di alcuno sforzo di
attenzione e d’immaginazione per vedere se esistano e quali sono le
poche _leggi_, che sembrano meglio assodate nella sociologia; _se, come
e quanto_ esse contraddicano al socialismo. Ciò che si sa dal Tarde
sulle leggi dell’_imitazione_ si applica alla rapida diffusione del
socialismo e lo spiega; e ancora di più converge con tutto quello ch’è
stato esposto in questo libro ciò che lo stesso scrittore afferma sulla
intima essenza della _legge di opposizione_: il campo della guerra e
della concorrenza si allarga continuamente, ma per allargare in pari
tempo quello della pace e della solidarietà.
Dal Kidd, sappiamo che in ultimo preconizzando una non lontana
realizzazione e trasformazione sociale in senso democratico fa del
socialismo schiettissimo senza volersi dichiarare socialista. E che
importa il _nome_ quando ci è la _cosa_?
Lasciando da parte le leggi sociologiche del Le Bon, che esprimono
delle avversioni e delle antipatie senza che ci diano fatti ed
argomentazioni valevoli e le altre del De Greef tutte intese, invece,
a dimostrare la giustezza dell’ideale socialista, resta a dire della
grande _legge dell’evoluzione_. È la più vera e la più incontrastabile;
ed essa condanna il presente, in quanto lo dimostra destinato
fatalmente a scomparire per essere sostituito da altri ordinamenti e da
istituzioni trasformate e modificate.
Quello che si sa sulla interdipendenza tra i fenomeni sociali, sulla
precedenza e preminenza del fattore economico, sullo sviluppo graduale
ma continuo dell’altruismo e della sostituzione della cooperazione
volontaria alla forzata, che costituiscono i capisaldi della dottrina
evoluzionista, anche con la migliore volontà del mondo non potrà
invocarsi contro il socialismo.
Ma _evoluzione_ non vuol dire necessariamente _miglioramento,
progresso_ vero. Ed ecco la necessità, l’utilità d’una lotta continua,
affinchè per quanto si possa le forze coscienti convergano a far dare
all’evoluzione la direzione verso il progresso, verso il miglioramento,
attenuando se non eliminando del tutto il _ritmo_ che implica sempre un
regresso parziale, per quanto conformemente alla dottrina spenceriana
esso non debba mai farci ritornare sino al punto di partenza. E
abbordo in ultimo la quistione più grave ch’è quella che riflette la
intima natura umana e i _moventi_, che eternamente guidano gli uomini
nell’azione.
Qui gli economisti ortodossi si sentono invincibili e su questa intima
natura dell’_homo aeconomicus_ credono che siano assise su basi
incrollabili le _leggi naturali_, che condannano alla irreparabile
disfatta il socialismo.
Queste basi si riducono alla cosidetta _premessa edonistica_, dalla
quale sistematicamente verrebbero dedotte le leggi della ricchezza,
che costituiscono la scienza economica. Eccola nella sua rigidità
e semplicità: _gli uomini sono mossi ad agire esclusivamente dal
desiderio di conseguire la maggiore possibile soddisfazione dei loro
bisogni mediante il minore possibile sacrifizio individuale_. Di più
l’_homo aeconomicus_, l’edonista, _deve tendere a massimizzare i suoi
godimenti per tutto il tempo probabile della sua vita_, e non solo
nello istante attuale, o in quello immediatamente consecutivo ad
esso.[315]
Questa _premessa edonistica_ comprende in sè quelle due grandi _leggi
naturali_, che sono le regolatrici delle azioni umane: _la legge
dell’egoismo_ e la così detta _legge del minimo mezzo_.
La _massima edonistica_ e le sue due leggi non contraddicono
menomamente al fondamento del socialismo, nè come ipotesi, nè come
dato sperimentale. Non c’è dubbio che la _legge del minimo mezzo_
non contraddice al principio socialista; tanto che il Pareto, come
si è visto, non esclude il fatto e l’ipotesi di una organizzazione
collettivista, nella quale gli uomini trovino il massimo della
ofelimità.
In quanto alla prima parte della _massima_, la _legge naturale
madre_, che consisterebbe nel principio visto da A. Smith dello
_sforzo uniforme, invariabile, costante, non interrotto_ di ciascuno
per migliorare la propria sorte — che costituirebbe la grande legge
dell’egoismo, del tornaconto, dell’interesse individuale — anzichè
servire per annientare il socialismo, servirebbe efficacemente ad
allargarne la base. Dato che questa legge sia unica, esclusiva,
inesorabile — e si è visto che c’è una _legge superiore dell’organismo
sociale_, che la limita e la riduce continuamente — non se ne
trarrebbe che questa sola rigorosa illazione: bisogna dare alle masse
lavoratrici, alla grande collettività coscienza piena ed intera di
tale legge per farle agire conformemente alla medesima; non per creare
il benessere altrui, ma per assicurare il proprio e — si comprende
benissimo — massimizzarlo.
Questa coscienza cerca di dare il socialismo; e in questa _massima
edonistica_, rigidamente ed esclusivamente intesa, sta il caposaldo del
metodo e del principio giustificatore della _lotta di classe_.
Potevasi in altri tempi invocare trionfalmente cotesta _massima_ contro
i socialisti sentimentali; non più contro i socialisti contemporanei
— Marx in capolinea — che nella _massima_ trovano la leva più
poderosa per destare e spingere all’azione le classi lavoratrici e
che alle future trasformazioni le guidano in nome dell’interesse,
del tornaconto, dell’egoismo. Non si è riprovato il socialismo,
contemporaneo, specialmente il marxismo, per la sua amoralità? I
socialisti contemporanei non vengono ogni giorno fatti segno agli
strali dei loro avversari, solo perchè in nome del materialismo storico
tutta la quistione sociale riducono ad una quistione di stomaco?
Rispettateli: essi vogliono applicare rigorosamente il principio dello
_sforzo uniforme invariabile, costante, non interrotto_ per il proprio
miglioramento e se ne servono, per riunire e disciplinare le forze
dei lavoratori sotto la divisa della _lotta di classe_. La _massima
edonistica_, così, sarebbe come il diavolo, di cui si avrebbe paura
dopo averlo evocato.
Il modo come Marx intende l’evoluzione sociale e preannunzia l’avvento
di una nuova fase che dovrà seguire alla presente capitalistica,
del resto, col suo fatalismo, col suo meccanicismo avrebbe tutti i
caratteri di una vera _legge naturale_.
60. Raccogliamo le vele e concludiamo.
Ciò, che si sa delle leggi sociologiche e dei principii fondamentali
della economia o conferma o non contraddice la fede nella continua e
graduale realizzazione dell’ideale socialista. Tutta la evoluzione
sociale, il passato e il presente autorizzano a sperare che il futuro
non sarà diverso e che la direzione, il senso della evoluzione
continuerà ad essere socialista.
L’evoluzione è stata sinora dall’egoismo verso l’altruismo; dalla
cooperazione forzata alla volontaria; dal ratto e dalla violenza nelle
unioni sessuali al consenso ed all’amore; dalla lotta pel necessario
alla lotta pel piacere; dalla guerra alla pace, dalla concorrenza alla
solidarietà; dal godimento dei pochi al benessere delle moltitudini;
dal privilegio all’uguaglianza; dalla uccisione dei vinti alla
schiavitù; dalla schiavitù alla servitù; dalla servitù al salariato;
dal salariato all’associazione; dalla forza al diritto.
Questo il cammino glorioso percorso sinora dall’umanità: cammino che
ha avuto i suoi triboli, le sue amarezze, le sue catastrofi e durante
il quale non mancarono gli eccidi, le sconfitte, i periodi tristi, le
vittorie, le ebbrezze. In questo cammino vi sono pietre miliari che
danno nuova lena e confortano i combattenti a continuare negli sforzi
per raggiungere la meta.
L’opera collettiva del progresso si è compiuta sinora in mezzo ad
infinite contraddizioni; tutti vi cooperarono, tutti vi portarono
la loro pietra. Ma non tutti agirono nello stesso tempo ed ebbero
l’identico obbiettivo: chi volle la libertà religiosa talora trascurò
quella politica; chi perseguì la trasformazione economica non sempre
guardò egualmente all’evoluzione morale. Ognuno ed ogni momento, portò
il suo contributo e ciò che fu guadagnato unilateralmente non fu più
perduto sotto l’aspetto complessivo. Ogni uomo ogni collettività, ogni
momento della storia volse la sua attività a faccettare un lato del
poliedro immenso del progresso dell’umanità.
Perchè questa oggi, domani, nell’avvenire prossimo o remoto dovrebbe
mutare strada, dovrebbe cambiare direzione? Forse perchè essa diviene
sempre più cosciente sui fini da raggiungere? Forse perchè questa
coscienza che prima era in pochi, oggi è in molti e più tardi sarà
in tutti? Ma questa coscienza che si determina meglio e si allarga
sempre più, anzi, non può che accelerare il moto nel cammino da
percorrere nel senso e nella direzione sinora percorsa. Quel tanto di
altruismo e di moralità acquisiti e consolidati fa sì che l’ipotesi del
regresso e della semplice continuazione di quel tanto di mali sociali
ancora esistenti spaventa coloro, che potrebbero essere sospettati
come gli avversari naturali dell’ideale socialista e costringe un
Huxley ad esclamare: «Le migliori civiltà moderne mi sembrano essere
la manifestazione di uno stato dell’umanità senza un ideale degno
di un tal nome e senza neppure il merito della stabilità... Se
l’aumento dell’impero sulla natura e della coltura; se la ricchezza,
ch’è il prodotto di tale impero, non devono diminuire l’estensione
e l’intensità della miseria e della degenerazione fisica e morale,
risultato necessario della miseria fra le masse, allora io non esito a
dire, che saluterò come la sola soluzione desiderabile la venuta di una
qualche caritatevole cometa, che disperda ogni cosa nello spazio!»[316]
Lo spettacolo dei dolori presenti rattrista l’illustre naturalista
darviniano; ma guardando indietro avrebbe trovato argomento di
conforto. Comunque in questa stessa imprecazione pessimista dell’Huxley
risiede una molla, che scattando deve sospingere tutte le energie
umane per far sì che non sia desiderabile la venuta della caritatevole
cometa, che dovrebbe disperdere ogni cosa nello spazio.
Questo elemento morale non può che rendere più sicura ed energica la
forza, che sospinge innanzi l’umanità nella direzione attuale. Perciò
dal passato e dal presente, dai dati e dai progressi materiali, dai
dati e dai progressi morali la sociologia per bocca di Spencer risponde
che la _tendenza_ nella organizzazione della proprietà, della famiglia
dello Stato è verso il socialismo. Questa la constatazione dei fatti
e questa l’induzione dai fatti. All’umanità poco importa se colui o
coloro che i fatti hanno assodato e le induzioni hanno logicamente
tratte, feriti negli interessi o nelle passioni, si contraddicono. Essi
nuocciono alla loro reputazione non alla _cosa_, che per virtù loro
stessa venne assodata che resta e non muta.
Ma di _tendenza_, come di evento sperabile e probabile dobbiamo sempre
parlare e non di profezia; molto meno di dettagli, di modalità,
di avvenimenti a scadenza fissa che faranno trionfare questa o
quell’altra organizzazione. Perciò non ci si deve associare a quel
dogmatismo marxista, che dal Sinai della sua scienza preannunzia
e profetizza immancabile, fatale l’avvento della preconizzata
organizzazione sociale. La previsione qui sorpassa la scienza vera e
deve condannarsi.[317] Si condanna questo dogmatismo, ma si conchiude
in nome della Storia e della parte più squisita che si è andata
svolgendo nel cuore umano — in nome del senso morale — che attraverso
agli errori, alle esagerazioni ed alle colpe — e chi non ne ha? — dei
socialisti di tutte le scuole, rimane invulnerato e invulnerabile
il socialismo come sintesi, o meglio come esponente delle sante
aspirazioni verso il miglioramento continuo delle classi lavoratrici,
della grande massa della umanità: il socialismo rimane non ostante
le persecuzioni, i processi, i dileggi, le calunnie, i massacri.
Cento volte ne annunziarono la morte e sempre risorse più vigoroso di
prima; credettero averlo ammazzato fanciullo e i suoi avversari se lo
trovarono dinanzi gigante.
La speranza, la fede nel suo avvento acquista vigore e si rende
intensamente attuosa perchè, guardando nel passato e guardando
dapertutto attorno a noi, tutto ci dice che il socialismo
incessantemente _diviene_!
FINE.
NOTE:
[1] Fra i tanti che in Italia ai mostrarono benevoli verso di me devo
ano parola speciale di riconoscenza all’Angiulli, al Bovio, al Vignoli,
al Loria, allo Scarabelli ec.; tra gli stranieri al Tarde, allo Stein,
al Gumplowicz ec. Noto, però, che il Gumplowicz ha invertito le parti
tra me e Ferri. Mi presenta come un socio-darviniano e dice che il
Ferri trasformò l’antropologia criminale in Sociologia criminale e
attribuì una maggiore importanza al fattore sociale nella genesi del
delitto. (_Sociologie et politique_). La verità è molto diversa. Contro
Ferri combattei il darvinismo sociale; fui il primo a pubblicare
un’opera col titolo di _Sociologia criminale_. Tutta la mia vita,
poi, è stata consacrata a distrurre le esagerazioni antropologiche di
Lombroso e di Ferri. Ho visto con piacere che il secondo non solo è
divenuto socialista, ma si va avvicinando sempre più a me in quanto ai
fattori del delitto. Forse verrà giorno in cui si farà un merito di
avere confutato le aberrazioni antropologiche. Se ne son viste tante!
[2] G. De Greef: _Le transformisme sociale_. A. Loria: _La teoria
economica della costituzione politica_. Torino 1886; e _Les bases
économiques de la constitution sociale_. Paris 1898.
[3] _L’évolution régressive en biologie et en sociologie_. Paris. Felix
Alcan. 1897.
La tesi svolta in collaborazione da questi tre scrittori è la
seguente: in biologia e in sociologia evoluzione progressiva ed
evoluzione regressiva non sono mai esclusive; i fenomeni del progresso
e del regresso in apparenza così contradittori si compenetrano e si
completano.
[4] Chi vuole avere un’idea del movimento della parte principale
della democrazia cristiana legga _Il Socialismo cattolico_ del Prof.
F. S. Nitti. L’idea fondamentale ed officiale della Chiesa cattolica
sta in varie encicliche di Leone XIII e specialmente in quella _De
conditione opificium_, cui rispose il George: _Lettera a Leone XIII
sulle condizioni dei lavoratori_. Unione Tip. Ed. Torino. Il commento
semi ufficiale delle encicliche e la confuta cattolica al socialismo
democratico si legge nel Soderini: _Socialismo e Cattolicismo_. —
Desclèe e Lefevre. Roma 1896.
[5] Ricordo soltanto i libri di Richter, Bousie, John Rae, Yves Guyot,
Kathrein, Fiorentino, Longoni, Garofalo, Martello ecc. ecc. Libri di
esposizione serena della dottrina socialista piuttosto che di vero
combattimento sono quelli di Verner Sombart: _Socialismo e movimento
sociale nel secolo XIX_ traduzione italiana. Palermo. Remo Sandron
Editore, 1898; di Alessandro Chiappelli: _Il socialismo e il pensiero
moderno_. Firenze. Succ. Le Monnier 1897; di Stein: _Die Soziale Frage
im Lichte der Philosophie_. Stuttgart Entie 1897; di Seletti: _Se il
socialismo abbia fondamento scientifico_. Parma 1896. Nel libro dello
Stein vi sono però deplorevoli confusioni in quanto al movimento
intellettuale italiano.
[6] Mi dispiace che il Chiappelli abbia considerato come critici
autorevoli dal lato scientifico il Guyot e il Richter; ancora di più
mi rammarico che abbia messo alla pari il Garofalo e il Pareto. Fra i
due scrittori italiani c’è un abisso; quanto è astioso, appassionato
e leggero il primo, altrettanto è sereno, obbiettivo e profondo il
secondo.
[7] L’_Economista_ di Firenze, 26 agosto 1888. Il De Iohannis, benchè
darviniano e spenceriano, perchè studioso dei fatti e del movimento
contemporaneo, si dimostra scosso nell’antica fede in una lettura fatta
all’accademia dei Georgofili di Firenze (7 luglio 1895) _Sui rapporti
tra capitale e lavoro_.
[8] Novembre 1883.
[9] _Zeitschrift für die gesammte Strafrechtswissenschaft_ di Liszt e
Dochow.
[10] _Rivista di Filosofia scientifica_. Anno 2.º N.º 3 e 4.
[11] Si vegga tra gli altri: Federico Fiora: _Finanza e quistione
sociale_. Torino Roux e Frassati e le risposte date al quesito posto
nel _Giornale degli Economisti_ dal Principe di Belmonte. Anno 1897.
Uno scrittore russo, davvero geniale, il Novicov, logicamente applica
il darvinismo alle società umane per l’analogia troppo stretta ammessa
tra biologia e sociologia (_La Iustice et le darvinisme_ negli _Annales
de l’istitut international de Sociologie_ Tome 1.er e _Les luttes entre
les sociétés humaines_. Paris 1895).
[12] Enrico Ferri convertitosi al socialismo oggi dà ragione a Virchow
e crede che il darvinismo abbia favorito la propaganda socialista.
Il Chiappelli, invece, è di contrario avviso e ricorda che quasi
tutti i socialisti Marx, Engels, Malon, Lafargue, Deville etc. —
hanno combattuto il darvinismo sociale. Sto col Chiappelli. Se il
darvinismo non contraddice scientificamente il socialismo, ciò non
vuol dire che l’abbia realmente favorito; sarei curioso di vedere la
dimostrazione, che il Ferri potrebbe fare della propria opinione. Il
Setti ha dimostrato al Ferri che la socialista _lotta di classe_ non
può essere ritenuta come l’equivalente darviniana _lotta per la vita_.
(_Il Lamarkismo nella sociologia_ p. 19). In tutti i suoi scritti lo ha
combattuto da oltre quindici anni il Loria. Nell’ultimo, però, rileva
che il darvinismo sociale riesce conservatore nel buon senso della
parola. «Se vi ha teoria profondamente conservatrice, egli dice, è
precisamente quella che considera i fenomeni sociali come indipendenti
dell’arbitrio umano; e dirò di più: se vi ha dottrina profondamente
sovversiva, tale è quella che considera i fatti sociali come il
prodotto dell’umano volere.» (_La proprietà fondiaria_ ecc. p. 151, op.
citata p. 69, 70 e 72).
[13] Da questo scritto in certo modo si potrà comprendere qual’è il
principio fondamentale della teoria darwiniana, nella parte almeno
che ha attinenza con la quistione sociale. Non così per quella
spenceriana. La formula generale della evoluzione, secondo l’illustre
filosofo inglese, è la seguente: L’evoluzione è una integrazione di
materia accompagnata da una dissipazione di movimento, durante la
quale la materia passa da una omogeneità indefinita, incoerente, ad
una eterogeneità definita, coerente e durante la quale del pari il
movimento ritenuto subisce una trasformazione analoga. (H. SPENCER,
_Premiers Principes_. Ed. Germer et Baillère). Impossibile dare qui uno
svolgimento, anche sommario, di questa formula e metterne in evidenza
le applicazioni sociali; occorrerebbe un libro di maggior mole del
presente per fare ciò. Una critica vigorosa della formula spenceriana
dell’evoluzione si può leggere nello scritto di N. Michailowsky:
_Qu’est-ce que le progrès?_ che rimonta al 1869 e ora è stato tradotto
in francese e pubblicato a cura della _Revue Socialiste_ Paris 1897.
Ernesto Haeckel nell’ultimo suo scritto: _Il monismo quale vincolo tra
religione e scienza_ (Unione Tipografica Editrice Torino 1895) ripete
la condanna della democrazia sociale in nome del darvinismo; ma mi pare
che vi manchi l’assolutismo di una volta e riconosce che l’applicazione
pratica dei principî della scienza moderna nelle quistioni politiche e
sociali possa farsi _nei modi più diversi_.
[14] Non è male avvertire che alla _monere_ oramai non crede più
nessuno tra i naturalisti eminenti.
[15] Alunni scienziati (Mivart, Zahn etc.) oggi cercano conciliare il
cattolicesimo colla teoria dell’evoluzione. (G. B. Grassi: _Critica
della filosofia zoologica_. Roma 1898). Tra i letterati in Italia si sa
che propugna questa conciliazione il Fogazzaro.
[16] Di capitale importanza per la erudizione e per la facilità
dell’esposizione è l’opera di Yves Delage: _La structure du protoplasme
et les théories sur l’évolution_. Paris 1685. Le idee di Darwin, di
Weismann, di Delage e di Nägeli sono esposte con chiarezza da Pareto:
_Cours d’Economie politique_ Tom. II. Rouge. Lausanne. 1897.
[17] Il professore Grassi ha protestato ancora più energicamente contro
questa applicazione del darvinismo nella Sociologia negli scritti:
_Metodi e fini della Morfologia_ (Roma 1896) e nella _Critica della
filosofia zoologica_. (Roma 1898). In quest’ultimo lavoro in una nota
si dichiara di accordo con me contro Lombroso.
[18] «Io adotto l’ipotesi di Darwin, dice l’Huxley, colla riserva,
che si producano le prove della possibilità di produzione di specie
fisiologiche, in seguito ad un accoppiamento elettivo, nel modo stesso
che un fisico-filosofo può accettare la teoria delle ondulazioni
della luce, colla riserva di provare la esistenza dell’etere ancora
ipotetico, nel modo stesso altresì, che un chimico adotta la teoria
atomica, a condizione di provare l’esistenza degli atomi; ed io pure
adotto la teoria di Darwin per le stesse ragioni, cioè perchè essa
ha una immensa cifra di probabilità, che di subito ci si presentano,
perchè ci offre il solo mezzo attualmente in poter nostro di ordinare
il caos dei fatti osservati e finalmente perchè costituisce il più
potente strumento d’investigazione che sia stato presentato ai
naturalisti, dacchè si è trovato il sistema naturale di classificazione
e si è cominciato lo studio sistematico dell’Embriologia.» (_L’Uomo
nella Natura_. Traduzione italiana. Ediz. Treves, V. p. 137 a 143).
[19] La teoria dello Spencer, oltre che dal De Roberty, da molti altri
è stata considerata come metafisica. In Italia anche il De Dominicis
considera il sistema spenceriano come metafisico. Il Naville fece un
vigoroso attacco contro il principio generale dell’evoluzione. Ha
praticato in pari modo il Malcolm Guthrie, che arriva a dire che la
formula dell’evoluzione enunziata dall’autore del _Primi principî_ non
_spiega che un piccolissimo numero di fenomeni_. L’Ardigò e il Bovio e
parecchi altri attaccano l’_inconoscibile_; e il Puglia, positivista
ed ardente campione della scuola antropologica di diritto criminale,
non esita ad annoverare il sistema spenceriano tra i teologici,
perchè coll’_inconoscibile_ crede che si dia base sempre più stabile
alla religione. (_L’evoluzione del diritto penale_ etc. pag. 206). A
giudizio di Romanes l’evoluzione ha rinforzato la religione; e con
ragione il Negri considera lo Spencer come il gran Sacerdote del Dio
Ignoto.
Il Carrau alla sua volta al positivismo darvino-spenceriano rimprovera
che esso parli di _tendenza_ a conservare il tipo degli antenati
(eredità), di _tendenza_ ad eliminare i meno atti nella lotta per
l’esistenza (selezione) come se la parola _tendenza_ non implicasse
una teleologia immanente alla natura stessa e che esclude il puro
meccanicismo. (_Revue Philosophique_ Juin 1887, p. 651). Altrove, e in
Germania in ispecie, fu fatto segno alle più vive critiche il modo con
cui lo Spencer spiega l’origine e l’evoluzione della religione. E così
per altri punti. Anche politici di prim’ordine, come lord Salisbury:
(_Les limites actuelles de notre science_. Paris 1895) e Balfour (_The
foundation of Belief_) sono scesi in campo contro lo Spencer. Il
grande filosofo ha risposto vittoriosamente al primo nel _Journal des
Economistes_ (15 ottobre 1895).
Il prof. Loria nella pregevole commemorazione di Karl Marx pubblicata
nella _Nuova Antologia_, rimproverò a Spencer di aver tenuto poco conto
nella sua _Sociologia_ dei fenomeni economici, mentre l’applicazione
sociale della dottrina dell’evoluzione fatta dal Marx ritiene più
_scientifica, significante_ e _profonda_ per lo appunto per avere
evitato tale errore. Il Ferri nella prima edizione di _Socialismo
e criminalità_ ne lo scagionò, asserendo che l’opera di Spencer
non essendo completa non la si poteva ancora giudicare. — Altrove
soggiungeva che lo Spencer occupandosi di una _sociologia generale_
non aveva obbligo di scendere ai dettagli economici. Ma perchè si
è tanto indugiato allora per assodare la evoluzione di tante altre
manifestazioni della vita, di minore importanza che non quella
economica?
L’opera di Spencer oramai si può dire che volge al suo termine e la
parte economica non ha trovato posto nella sua grande esposizione
sistematica della teoria dell’evoluzione. E il Ferri ora riconosce che
è avanzata la decadenza intellettuale dello Spencer. È dello stesso
avviso F. S. Merlino, che fece una critica acuta delle sue teorie nella
_Société Nouvelle_ (_Les progrès de la science politique et M. H.
Spencer_. Agosto 1893).
[20] Una parte di questo capitolo nella prima edizione costituiva
il capitolo III sotto il titolo di: _La lotta per l’esistenza
nell’organismo sociale_.
[21] Giustizia vuole che si ricordi che sin dal 1827 Milne Ewards nel
_Dictionnaire classique de l’histoire naturelle_ formulò la legge della
divisione del lavoro nell’organismo paragonandola alla legge analoga
dell’economia politica. Tra naturalisti ed economisti c’è stato scambio
o prestito d’ipotesi.
[22] Il Lilienfeld nella sua smania di confondere una società umana
con un organismo non consente nemmeno allo Spencer di considerare la
prima come un _superorganismo_. Vedi _Riforma Sociale_ 10 Agosto 1896.
(_L’organizzazione sociale è un superorganismo?_)
[23] Il Loria che combattette in molti scritti questa stretta analogia
tra organismo e società il proprio pensiero lo riassunse in un articolo
critico sul libro di Worms: _Organisme et société_ (Paris Giard et
Brière 1896) pubblicato nella _Rivista popolare_ (anno 2º N. 10). Per
Asturaro vedi: _La sociologia, i suoi metodi e le sue scoperte_ (Genova
1897). Il libro di Icilio Vanni: _Prime linee di un programma critico
di sociologia_ è di data più antica e fu esaminato da me nell’articolo:
_Un sociologo ottimista nella Rivista di filosofia scientifica_ del
Morselli (Maggio 1889). Il Vaccaro è pure tra quelli che in tutti i
suoi scritti ha combattuto la scuola biologica; ultimamente nella
_Rivista popolare_ (_Ancora del sensorio sociale_. Anno 2º N. 24) in
risposta ad un articolo del Novicov sul _sensorio sociale_ pubblicato
nella stessa _Rivista_. Obbiezioni gravi contro l’esagerata analogia
tra organismo individuale e organismo sociale espose il Bonelli:
_L’individuo in biologia_. (_Rivista di filosofia scientifica_.
Dicembre 1884).
[24] Asturaro: _Gl’ideali del positivismo_ p. 87 e 88, Loria:
_Articolo citato_, L. Stein: _Op. citata_. Mentre correggo le bozze
di stampa non è uscito ancora il volume che contiene il resoconto
ufficiale dell’ultimo congresso di Sociologia; un riassunto abbastanza
buono della relazioni presentate e delle discussioni si può leggere
nell’_Humanité Nouvelle_. Paris 1 Octobre 1897. Tutto il libro del
Mikhailowsky riesce pure una critica efficace della teoria biologica
della Sociologia; le leggi sociologiche come le intende Stein non sono
che le leggi statistiche. Intendendole allo stesso modo nell’inaugurare
le lezioni di Statistica nell’Università di Palermo nell’anno
scolastico 1891-92 m’intrattenni degli intimi rapporti tra Sociologia
e Statistica. Sulle frequenti analogie tra biologia e sociologia vi
sono riserve ben giustificate in tutto il libro di Demoor, Massart e
Vanderwelde (specialmente a p. 8 e 18) quantunque destinato a trattare
della evoluzione regressiva nelle piante, negli animali e nelle società
umane.
[25] Vol. I. Capitolo I.
[26] Charles Letourneau in una serie importante di volumi della
_Bibliothèque anthropologique internationale_ consacrata alla
evoluzione delle istituzioni sociali consacra sempre il primo
capitolo al fenomeno del regno animale, che corrisponde alla data
istituzione. Roberto Ardigò espone una bella analogia relativa al
_grado di sviluppo_ e alla _specialità degli organi_ nella biologia e
nella sociologia, che va dalla semplice vita vegetativa alla nervosa
nell’uno e dalla reazione individuale ed ex lege tra gl’individui alla
formazione del potere dirigente (organo della giustizia) nella società.
Mostra come la vita vegetativa possa e debba coesistere colla nervosa
in un organismo biologico e similmente nell’organismo sociale. (Ardigò.
_Sociologia_ Vol. IV. Opera p. 13 a 20). Però in ultimo l’analogia non
mi pare assai esatta. Infatti dice che nell’organismo sociale vi sono
atti di due specie relativi alle due forme di reazione sociale: una
iniziale dipendente dal talento degli individui consociati, e altra
superiore del Potere. La prima è la reazione della _Convenienza_;
la seconda è la reazione speciale propria del _Potere_ (analogo al
sistema nervoso) richiama la reazione della _Giustizia_. «E così la
_Convenienza_ sarebbe l’analogo della _attività vegetativa_; e la
_Giustizia_ l’analogo della sua _attività vitale_ (che ha per organo il
sistema nervoso) p. 20. Ora si osservi: 1º che la _attività vegetativa_
è di ordine inferiore alla _vitale_, mentre molti atti appartenenti
alla reazione di _convenienza_, sono più squisiti ed elevati di quelli
appartenenti alla reazione della _Giustizia_. Anzi può dirsi che a
questa appartengono gli atti fondamentali della attività vegetativa.
2º Che nella società umana vi ha _tendenza_ e passaggio continuo
degli atti della reazione di convenienza in quelli della reazione di
giustizia e viceversa.
[27] In modo perfettamente identico si esprime uno scrittore non
socialista di prim’ordine «Quando si parla del corpo sociale non si fa
ciò per metafora. Le membra, che lo compongono, dice il Fouillée, sono
uniti da una solidarietà non solamente storica, ma organica. Ora che
cosa pensereste di un corpo in cui il nutrimento affluirebbe alla testa
e allo stomaco con prevalenza e ben poco alle gambe e alle braccia? Non
vi sarebbe pletora da un lato, atrofia dall’altro e per conseguenza
doppia causa di deperimento?» (_Le propriété sociale et la démocratie_).
[28] E. Morselli: _Sul socialismo antico_ di Cognetti De Martiis nella
rivista: _La letteratura_. 1890. N.º 12.
[29] _Les sociétés animales_. 2.ª Ed. p. 158.
[30] Queste osservazioni del Krusinski dicono perchè in questa seconda
edizione, dopo tredici anni, non ho mutato nemmeno una virgola al
ragionamento del Prampolini.
[31] Wilhelm Roux: _Der Kampf der Theile im organismus_. Leipzig 1881;
_Functionelle Anpassung_. Leipzig 1895. Il Prof. Grassi, che mi ha dato
parecchie indicazioni mi osservava che il Roux è divenuto partigiano
del Weismann, che nega la trasmissibilità dei caratteri acquisiti. E
allora a che si riduce l’azione perfezionatrice della lotta tra le
parti di un organismo?
[32] Il Novicow dice che l’uguaglianza è una chimera e tra i tanti
esempi per provare l’asserzione riporta dal Richet questo brano: «Tutto
il mondo sa che gli animali sottoposti all’inanizione dimagriscono.
Ciò è scientificamente giusto. Il grasso diminuisce presso di essi del
100%, i muscoli del 50% ma il peso del cervello degli animali morti
d’inanizione non è sensibilmente diminuito.» (_Revue Scientifique_.
25 Maggio 1889, p. 647). E lo scrittore russo continua: «il cervello
riceve un’alimentazione di molto superiore a quella delle altre parti
del corpo. In tempo di crisi, gli organi si spogliano per mantenerlo.
Il cervello compie la funzione più importante nell’organismo e perciò
riceve un trattamento privilegiato. Non c’è dunque eguaglianza tra
le parti del corpo vivente.» _Les luttes entre sociétés humaines_.
Paris F. Alcan. 1896, p. 496 e 497). Tutto ciò serve al Novicow per
giustificare la esistenza delle aristocrazie. Come le intende lui
non sono ripugnanti; ma sulle aristocrazie avrò agio di ritornare in
un altro capitolo. Qui basta rilevare che questa maggiore nutrizione
del cervello corrispondendo ad una maggiore funzione, non è ingiusta
nemmeno nel senso socialista. Ma conformemente alla ipotesi del Roux la
maggiore nutrizione condurrebbe ad un maggiore sviluppo dell’organo. A
ciò potrebbero concludere anche le osservazioni di Broca sullo sviluppo
progressivo del cranio contraddette da tanti altri antropologi. Però se
questo continuo sviluppo del cranio e del cervello dovesse verificarsi
e continuare non avremmo più l’uomo attuale, ma un mostro tutto cranio
— e con cranio forse spelato. A questo proposito il Grassi mi osservava
che lo sproporzionato sviluppo di certi organi — canini superiori
nello _Smilodon_, corna nel _Cervus dicranius_ ec. — forse condusse
alla scomparsa di quelle varietà. Non dovrebbe avvenire dello stesso
coll’uomo e colla società umana?
[33] _Genesi del diritto penale. Appendice alla parte prima_. Paragrafi
9 e 10.
[34] _Kulturgeschichte in ihren natürlichen Entvichelung_. 1875.
Augsburg. Citato da Caporali: _Nuova scienza_. Anno 3º Fasc. 4º p. 451.
[35] Il Gumplowicz in uno dei suoi ultimi libri (_Sociologie et
politique_, Giard et Brière. Paris. 1898) esclude la lotta tra i
singoli individui e la porta tra le classi e tra i gruppi sociali.
«La legge superiore della Storia, egli dice, può racchiudersi nella
formula seguente: il più forte la vince sul più debole; due eguali in
forze si uniscono per essere superiori ad un terzo eguale in forza; e
così di seguito.» (p. 171). Non so come l’illustre professore di Gratz
sia riuscito a comprendermi, giudicando dalla prima edizione di questo
libro, tra coloro che vogliono applicare le leggi darwiniane alle razze
umane. (p. 268).
[36] Nautet: _Société Nouvelle_. Agosto 1890. Questi darwiniani
suscitarono l’indignazione di Alfonso Daudet, che li denunziò con
eloquenza in: _La lutte pour la vie_.
[37] _L’opposition universelle_. Paris. F. Alcan 1897 p. 364 a 374.
[38] E. Ferri comprese nella Sociologia lo studio degli animali
(_Socialismo e criminalità_) p. 58 e 92. Il Boccardo volle distinta la
Sociologia dalla Biologia; ma non disse in che si distinguono e quali
tra le leggi, che governano la seconda, continuano la loro azione
nella prima (_La Sociologia_). Pref. al vol. VIII della 3ª Serie della
_Biblioteca dell’Economista_.
[39] _L’évolution de la morale_ p. 83 a 102.
[40] Russel Wallace: _La selection naturelle_. Traduzione francese di
De Candolle. Citato da Iolly nella _Psychologie des grandes hommes_.
[41] Lanessan: _La lutte pour l’existence et l’association pour la
lutte_. In Italia il Mattirolo si è occupato della _simbiosi_. La
storia degli animali dunque, conferma le vedute dei socialisti sulla
solidarietà, che dovrà regnare nella società umana; e se l’Espinas
riferendosi ai primi ha potuto affermare che: «l’idea di società è
quella di un concorso permanente che si prestano per una medesima
azione degli esseri viventi separati; (_Les sociétés_ ec. p. 157),
_a fortiori_ ciò deve applicarsi alle società umane. Nelle quali —
in ciò di accordo con Gumplovicz — il germe delle leggi sociali non
deve scorgersi nell’individuo isolato come vorrebbe la sociologia
spenceriana.
[42] Il D. Pioger nella solidarietà sociale scorge un caso della
Solidarietà Universale, che deriva dall’evoluzionismo spenceriano, nel
senso che tutti gli elementi della natura sono tra loro mutuamente
dipendenti gli uni dagli altri. _De la Solidarité social_ (nelle _Revue
Socialiste_ Novembre 1891). Il lettore comprende che qui non ci si può
occupare della distinzione fatta da Wundt tra _appercezione attiva_
e _passiva_ ed è bene avvertire che si deve sempre andar guardinghi
nell’interpretare ciò che si vede nell’animale con grossolani criteri
antropologici.
[43] _Giornale degli Economisti_. Luglio e agosto 1891. Gli rispose, in
parte vittoriosamente, il De Johannis (_Punto di vista_) nello _stesso
G. degli Econ._ (Settembre 1891) scagionando Darwin dalle esagerazioni
degl’epigoni.
[44] Ho combattuto l’_ignorabimus_ in _Sociologia Criminale_ Vol. I p.
145 e seg. Eppure ci sono stati _positivisti_, che si scandalizzarono
della mia prudenza!
[45] Angiulli: _La filosofia e la scuola_ Napoli 1887; Vanni: _Prime
linee di un programma critico di Sociologia_. Il Vignoli, informandosi
al più rigido monismo si è intrattenuto magistralmente dei caratteri
differenziali tra l’uomo e l’animale e del paesaggio graduale dall’uno
all’altro in varie monografie. Ritorna sull’argomento nella prolusione
al corso di Antropologia dell’anno 1897-98 nell’Accademia scientifico
letteraria di Milano per istabilire l’unità fondamentale della specie
umana. (_Il pensiero italiano_. Gennaio 1898).
[46] De Roberty: _Op. cit._ p. 160. La lotta bestiale risorge nelle
colonie da parte dei superiori contro le cosidette razze inferiori.
Me ne sono lungamente occupato in _Politica coloniale_. Quale forma
scellerata possa assumere questa lotta lo dice pure il Novicov (_Les
luttes entre sociétés humaines_. Paris 1897 p. 66). Questi ricorsi
confermerebbero la giustezza della veduta brillantemente svolte da
Loria nell’_Analisi della proprietà capitalista_ dove nelle colonie
vuole studiare lo svolgimento delle società primitive.
[47] _Lois scientifiques du développement des nations_. Ed. Germer et
Baillère p. 149. Chieggo venia al benevolo lettore di queste citazioni,
colle quali non pretendo che, giurandosi _in verba magistri_, si
risolva ogni questione. Voglio metterlo in guardia con le medesime,
contro l’unilateralità e la parzialità di molti darwinisti italiani,
che volendo far servire la teoria alla loro politica conservatrice,
non citano che l’Häckel. Certo è grandissima l’autorità di questo
scienziato; ma perciò si può disconoscere quella di Espinas, di
Wallace, di De Roberty e di altri sommi naturalisti e sociologi, che
come si è visto, interpetrano diversamente dal professore di Iena
l’azione della _lotta per la esistenza_ sulle società umane?
[48] Powell: Discorso nel Congresso di Cleveland (agosto 1888)
_dell’associazione americana pel progresso delle scienze_ in _Rivista
di Filosofia scientifica_ gennaio 1889, p. 61. Mayr: _La Statistica
e la vita sociale_. Traduz. italiana da Salvioni, p. 4. Loria: _La
proprietà fondiaria e la quistione sociale_ p. 54 e 174.
[49] Icilio Vanni (_Saggi critici sulla teoria della popolazione_
p. 71, 104, 110 e 112) ha ristabilito l’esatta interpretazione del
pensiero di Darwin. Per Spencer veggasi in Chiappelli _Op. cit._ p.
93. L’insufficienza dalla selezione naturale lo Spencer ammetteva
anche per gli animali e per le piante. Sarei curioso di conoscere come
Enrico Ferri accomoda la sua _legge biologica della delinquenza_,
secondo la quale la buona alimentazione si traduce in reati contro le
persone, colle dottrine socialiste che oggi professa, e che tendono ad
assicurare migliori condizioni economiche ai lavoratori. Il maggiore
benessere si tradurrebbe in maggior numero di reati gravi!
[50] Questa conservazione in una fase di evoluzione di alcune
manifestazioni della fase antecedente viene svolta da par suo
dall’Ardigò: _La formazione naturale_. Vol. 2º delle sue _opere
filosofiche_. Padova 1887. Lo ha ricordato opportunamente E. Ferri:
_Socialismo e scienza positiva_ p. 108.
[51] F. A. Lange, tra i primi discorse con serenità scientifica dei
rapporti tra _altruismo_ e _lotta per la esistenza_ con deduzioni
socialistiche nella sua geniale: _Die Arbeiterfrage_. Vedi Cap. I. _Der
Kampf um das Dasein_ e Cap. II. _Der Kampf um die beforzugte Stellung_
4.ª edizione.
[52] Sulla genesi utilitaria dell’altruismo si leggano vari scritti
di Stuart-Mill e particolarmente: _L’utilitarismo_; Letourneau:
_L’evolution de la morale_; Maudsley: _Body and will_; Marion: _De
la solidarité morale_; Tanzi: _Pazzi morali e delinquenti nati_; e
tanti altri. Il Wundt tra i positivisti nega la genesi utilitaria
dell’altruismo, che ammette come forma parallela e contemporanea
dell’egoismo; ma la sua dimostrazione non pare convincente (Durkheim:
_La morale en Allemagne_ nella _Revue Philosophique_. Agosto 1887).
Il Gumplowicz ammette pure una forma naturale che riunisce e rende
solidali gli uomini dei gruppi primitivi e che poscia li assimila
e fonde in popoli, stati, nazioni. Chiama tale istinto egoistico
della collettività: _singenismo_ (_Die Rassenkampf_. Cap. 26º). In
un _Sociologo pessimista_ (Milano 1886. F.lli Dumolard) ho mostrato
come questo primitivo _singenismo_ contraddiceva il pessimismo
sistematico dell’illustre professore di Gratz. Non voglio por termine
a questa nota senza rilevare che non mi convince neppure ciò che
scrive l’Ardigò. Questi sostiene vigorosamente che il contegno
morale, l’altruismo dell’uomo non deriva nè dall’idea dell’_utile_,
nè da quella _religiosa_ (_Sociologia_ p. 76 a 78) Sono pienamente
di accordo in quanto all’_altruismo innato, ereditato_; non così per
quello iniziale. Lo stesso Ardigò a p. 84 scrive: «In una parola,
_la Prepotenza è la scienza che l’individuo ha acquistato_ PEL FATTO
DELLA PROPRIA ATTIVITÀ, che esso ha _esperimentato_; la _Giustizia_ è
la coscienza che nell’individuo stesso ha dovuto formarsi del FATTO
DELLA EQUIPOLLENZA DEGLI ALTRI INDIVIDUI dato dalla esperienza delle
prepotenze concorrenti nella società.» Ora questo secondo esperimento
delle _Prepotenze concorrenti_ non è quello, che gli ha dimostrato la
_utilità_ di rispettare la sfera della attività _altrui_, per vedere
rispettata la _propria_? Più giù aggiunge: «Il concetto umano della
Giustizia si forma da quello della prepotenza per l’equilibrio di molti
prepotenti nella loro _concorrenza sociale_.» (pag. 86). In quanto
alla parte crescente di altruismo nella società umana si vegga Guyau:
_La morale d’Epicure_ nella conclusione. Tolstoi, poi, nell’altruismo
scorge la felicità.
[53] Nell’originale inglese: _The data of ethics_.
[54] _L’origine dell’uomo_, cap. 3, e cap. 5.
[55] _Mutual aid among the savages_ nella _Nineteenth century_ del 9
aprile 1891; _Mutual aid among the barbarians_ del 9 gennaio 1892.
Questi due magnifici articoli sono stati pubblicati in francese nella
_Société Nouvelle_ di Bruxelles nei numeri di gennaio, febbraio e
giugno 1892 e di gennaio 1894. Un _professeur_ nelle _Revue Socialiste_
(Febbraio 1892 e Giugno 1894) sostiene brillantemente la cooperazione
e la solidarietà non solo tra gli uomini, ma anche nella biologia. La
cooperazione e la solidarietà costituiscono la vera caratteristica
della vita sociale umana secondo il Metchnikoff ch’è stato genialissimo
nel dimostrare come le condizioni fisiche abbiano contribuito nel
generare i primi germi della cooperazione e della solidarietà (_La
civilisation et ses grands fleuves historique_. Preface). Il Maggetti
opportunamente ha ricordato che la cooperazione non venne designata
come caratteristica della società umana da Comte e da Spencer:
Aristofane e Cicerone li avevano preceduti; e prima di loro Confucio
aveva lasciato questa sentenza chiara e semplice: _la legge della vita
è la reciprocità_. (_Genesi ed evoluzione della beneficenza_ p. 32). Se
i membri di un orda, soggiunge Novicov, si fossero lacerati tra loro
come tante bestie feroci, l’orda stessa non avrebbe potuto sussistere.
(_Les Gaspillages_ ec. p. 244).
[56] Sulla evoluzione dell’altruismo si possono leggere molti scrittori
recenti. È tratteggiata bene e sinteticamente da F. S. De Dominicis:
_La pedagogia e il darvinismo_, Napoli 1879.
[57] «La pace perpetua è un sogno e non è un bel sogno. La guerra
è santa e d’istituzione divina; essa mantiene negli uomini tutti i
nobili sentimenti: onore, virtù, coraggio; essa impedisce al mondo
d’imputridire. La guerra esercita un’influenza benedetta.» Maresciallo
Moltke: _Risposta ad un indirizzo della società per la pace_. «La
guerre, voila, je ne m’en cache pas, ce qui me semble a moi l’ideal de
la vertu humaine et le comble du ravissement.» Proudhon: _La guerre et
la paix_. Tome 2.º p. 235 e 236. Lavisse, Lapouge, De Candolle, Odysse
Barrot, Gumplowicz e molti altri minori fanno l’apologia della guerra.
Il Gumplowicz, per l’appunto, considera la guerra come la legge suprema
degli Stati (_Sociologie et politique_ p. 190 e seg.) In favore della
guerra, come esplicazione della lotta per la esistenza si trovano
alcune pagine notevoli nel libro di Fulvio Cazzaniga: _L’ambiente_
Cremona 1886 p. 128 e seg. e in un libro anonimo sulle _Presenti nostre
istituzioni militari_ edito dal Voghera. Roma 1895.
[58] Il Tarde, che la genialità delle sue concezioni talora offusca
con qualche volata metafisica, ha voluto anche accennare a quello, che
sarebbe stata l’evoluzione dell’umanità senza la guerra, affermando che
sarebbe stata migliore. (_L’opposition universelle_. Paris. 1897. Felix
Alcan p. 393). Non è questa una ipotesi assolutamente metafisica? Altri
mettendosi da un punto di vista opposto a quello degli apologisti della
guerra, affermano che essa non fu mai utile (Novicov: _Les luttes_ p.
128). «La guerra è un fenomeno naturale, come la febbre; è la prima
soluzione erronea, che quasi tutti i diversi rami della famiglia
umana hanno dato al problema della propria felicità.» (Ferrero: _Il
militarismo_. Milano 1896 p. 6 e 63).
[59] Il De Molinari, ch’è tra i benemeriti nella _guerra contro la
guerra_ ammette che la lotta brutale armata dannosa sarà sostituita
dalla lotta industriale e dalla concorrenza benefica; che la scienza,
il capitale e la forza morale prevarranno contro la forza puramente
animalesca (_Formes et transformations de la concurrence_. Nel _Journal
des Ec._ Octobre 1885 p. 19). Egli da buon liberista non vede i danni
enormi della concorrenza industriale che fa le sue vittime e prepara
le sue degenerazioni al pari della guerra. Anche Novicow crede eterna
la lotta, ma attenuantesi continuamente da quella _fisiologica_
(cannibalismo) a quella _intellettuale_ (conversione). (_Les
luttes_ ec. e nelle altre sue opere). È evidente che l’ultima forma
impropriamente viene considerata come una _lotta_.
[60] _Sociologia_, II e III vol. Principalmente parte V, Cap. I.
[61] Anche il Proudhon, che della guerra fece una calorosa apologia
nella citata sua opera finisce col dichiararla oggi perniciosa, e mi
sorprende che il Tarde lo abbia messo, in compagnia di De Maistre e del
Dr. Le Bon, tra coloro che credono la guerra perpetuamente necessaria
(_op. cit._ p. 391).
L’azione degenerativa della guerra — selezione al rovescio — viene oggi
riconosciuta anche da Lapouge, sulle cui idee avrò agio di ritornare.
I danni economici delle guerre, crescenti con progressione geometrica,
sono messi in luce sinistra in tutte le opere brillanti del Novicow e
specialmente in: _Les luttes_ ec. _Les gaspillages_ ec.; _La science
Sociale_. In una futura conflagrazione europea dovrebbero scendere in
campo da _dodici_ a _quindici milioni_ di combattenti, che in alcuni
mesi distrarrebbero da _trenta_ a _quaranta miliardi_ di beni (_Les
luttes_ p. 689). Queste cifre sembrano fantastiche e forse sono al
disotto del vero. Nel _The Financial Reform Almanack_ del 1894 (Londra)
c’è un parallelo assai istruttivo sullo sviluppo del debito pubblico e
delle guerre dell’Inghilterra.
[62] _Essais de philosophie naturelle. Troisieme partie. L’homme_ p.
155. Sin dal 1880 nel giornale _Il Secolo_ di Milano, combattei uno
storico francese, il Lavisse, che nella _Revue Philosophique_, in nome
del darwinismo, ma negando evidentemente la teoria dell’evoluzione,
sosteneva l’utilità e la necessità della guerra _in perpetuo_. Ho avuto
molte occasioni per combattere l’utopia della guerra perpetua, che fa
il paio con quella della pace perpetua e specialmente nell’articolo:
_Le due utopie_ nella _Rivista italiana del socialismo_ (Anno 1887)
e in due conferenze tenute in Milano nel 1893 e 1895 per iniziativa
di T. E. Moneta, il benemerito apostolo della pace. Come la guerra
_moralizzi_ dimostrai nella _Sociologia Criminale_ (Vol. 2º paragrafo
140); e come _incivilisca_ nella _Politica coloniale_.
[63] Herbart citato da Schaeffle: _Vita e struttura del corpo
sociale_ Vol. 2.º p. 794. Contro la guerra oggi la crociata benefica
e incessante non viene condotta dalle sole _società per la pace_ — e
ricordo con orgoglio che fui corrispondente sin dal suo nascere del
giornale _Les Etats Unis d’Europe_ organo della _Lega per la pace e
per la libertà_ che tenne il suo primo congresso in Ginevra nel 1867;
— ma gli economisti e i sociologi e i filosofi vi hanno consacrato
opere di grandissimo valore. Oltre le opere più volte citate del
Novicow mi vengono alla mente: G. Tarde: _L’opposition universelle_.
Paris F. Alcan; I. Scarabelli: _Causa di guerra in Europa e rimedi_.
Ferrara 1890. Tra gli economisti celebri il De Molinari e il De
Laveleye combatterono la guerra vigorosamente. (De Laveleye: _Les
causes de guerre en Europe_. Paris. Guillaumin 1873; De Molinari:
_L’évolution économique au XIX Siècle_; _L’Evolution politique et la
révolution; La morale économique_ ec. ec. Paris Guillaumin etc.) Il
Lacombe in una magnifica opera sulla famiglia romana ha tratteggiato
stupendamente la corruzione e la degenerazione fatalmente derivate
dalle conquiste di Roma antica. (_La famille dans la Société romaine_).
L’azione demoralizzante della guerra e del militarismo è stata da
recente assodata da Ferrero e da Hamon (_Psychologie du militaire
professionelle_ Paris et Bruxelles Rogez. 1893.) Il libro di Hamon
è stato tradotto in italiano, spagnuolo e tedesco. Contro i fatti
s’infrangono i sofismi degli anacronistici difensori del militarismo. È
falso poi che la pace infiacchisca gli animi e tolga vigore alle fibre
umane: l’energia dei Nord-americani è la prova migliore del contrario.
[64] (_L’opposition_ ec. p. 444). N. Marselli, _La guerra e la sua
storia_. Vol. Iº p. 103. Questa confessione nella bocca di uno
storico-militare è preziosa. Egli, contro i declamatori, sostiene i
grandi vantaggi della pace e dell’abolizione degli eserciti stanziali.
Durando i quali, la guerra fatalmente riapparisce, perchè l’organo
vuole sempre funzionare, la funzione è la sua condizione vitale. Il
Marselli pruova, che gli Stati Uniti, tenendo conto anche delle spese
enormi della _guerra di secessione_ hanno di che rimaner contenti della
mancanza di esercito permanente. La guerra di _secessione_ inoltre
dimostra che la lunga pace non infiacchisce la fibra umana. Un altro
generale ha dimostrato più da recente che la storia sta in favore della
graduale scomparsa della guerra e della sostituzione dell’arbitrato.
(Generale Jung: _La guerre et la société_. Cap. V.). Anche Häckel
riconosce che la lotta per vivere nelle società umane diviene ognora
più una lotta intellettuale e sempre meno una battaglia con armi
micidiali (_La création naturelle_ p. 155). Ho combattuto i danni
del militarismo anche nell’interesse della difesa dello Stato nello
scritto: _La difesa nazionale e le economie nelle spese militari_.
Catania 1892.
[65] Quale concetto si avesse altra volta dell’_uomo_, che non fosse
membro di un dato gruppo sociale, più che dagli innumerevoli esempi che
ci somministrano i selvaggi, i barbari e i popoli civili dell’antichità
(Atene e Roma comprese) si rileverà meglio da questo dato ricavato
dalla storia della regione più colta e più mite d’Italia nello
splendido periodo dell’efflorescenza repubblicana: «Il _forestiero_
(s’intenda l’_italiano_ non nato nel comune) si trovava male in tutti i
comuni d’Italia, dice il prof. Falletti Fossati; in Siena, ad esempio,
era posto come fuori della legge, non poteva valersi dello Statuto,
nè intentare una causa contro un cittadino Senese, perchè nessun
giudice aveva facoltà di ascoltarlo e nessun avvocato di sostenere
le ragioni..... Per la sua uccisione non c’era che una pena di mille
lire senza altro.» (_Costumi Senesi_; nella _Rivista di Discipline
carcerarie_. Anno 1884 pag. 58 e 59).
[66] È celebre l’arbitrato per la _quistione dell’Alabama_. Ma ha
importanza maggiore il trattato per l’arbitrato permanente tra
l’Inghilterra e gli Stati Uniti sebbene non abbia avuto la sanzione del
Senato americano. Sull’arbitrato e sui conflitti internazionali c’è una
ricchissima letteratura; in Italia corrono per le mani di tutti i libri
del Senatore Augusto Pierantoni.
[67] _L’incivilimento_. Milano. Edizione Daelli.
[68] Fu data lode grandissima agli Stati Uniti, che durante l’accanita
guerra di secessione si mostrarono degni di stare all’avanguardia della
civiltà, collo spargere tra i combattenti il _manuale_ di Lieber, che
portava le più belle prescrizioni a prò dell’umanità. Una attenuazione
notevole nella _condotta_ della guerra può scorgersi anche nei rapporti
violenti tra barbari e popoli civili. Le conquiste della Francia e
dell’Inghilterra, in Africa e in Asia, sebbene riprovevoli sotto tanti
punti di vista, sono però ben discoste dalla sistematica distruzione
degli Indiani, assai innoltrati nella civiltà, operata dagli Spagnuoli
nella conquista dell’America. Mi sorprende come il Letourneau contro
il suo sistema generale e contro il titolo di uno dei suoi pregevoli
libri (_L’évolution de la guerre_) abbia potuto negare che la guerra si
evolva. Il Lessona, che l’ha tradotta in italiano (Editore Voghera) e
il Tarde gli hanno rimproverato la contraddizione e l’errore suo viene
meglio dimostrato dal Novicow: (_Les luttes_ ec. p. 425, 426 e 436.)
[69] _Die Rassenkampf_ p. 254, 263 e 365. Su per giù ripete le stesse
cose in _Sociologie et politique_ (Giard et Brière. Paris 1898); anzi
vi limita ancora di più il campo delle possibili guerre future. Il
Chiappelli in un succoso articolo pubblicato nella _Rivista d’Italia_
(Febbraio 1898) ha notato diligentemente _i progressi recenti dell’idea
della pace internazionale_. Da buon conservatore, però, vuole
conservati gli eserciti permanenti e sostiene la politica coloniale,
ch’è la negazione della pace.
[70] _L’opposition_ etc. p. 392. L’a. fa altre acute osservazioni sulla
differenza tra guerra e duello, tra guerra ed omicidio.
[71] Un ultimo avanzo di barriere doganali entro lo Stato lo conservano
l’Italia e la Francia col _dazio di consumo_. Inghilterra, Svizzera,
Belgio, Stati Uniti — cioè i popoli più civili — l’hanno abolito; la
Francia è sulla via di abolirlo. E l’Italia?
[72] Tarde: _L’opposition_ etc. p. 328 e 329. Più in là — p. 381 e
382 — l’a. mostra che le corporazioni segnarono un primo passo nella
solidarietà e che la loro abolizione ne segnerà altri più decisivi.
[73] Brentano, Schönberg e Wagner proposero trattati internazionali
sul lavoro più di venti anni or sono: (Cusumano: _Scuole economiche
della Germania_. 1875 p. 183.) Sul proposito si può leggere sempre con
profitto la succosa monografia: _Internationale Arbeits-Gesetzgebung_
nella serie seconda della _Staat-wirtschaftliche Abhandlungen_ del
D. Seyffert. In Isvizzera la proposta ufficiale della legislazione
internazionale del lavoro partì dal colonnello Frey. Vedi: N.
Colajanni: _Le otto ore e la legislazione int. del lavoro_. Milano
1892. Gli operai italiani sono stati e sono odiati dapertutto per la
concorrenza del lavoro, che hanno esercitato dovunque sono andati
(Vedi N. Colajanni: _Una quistione ardente_. Roma 1893). Negli
scioperi inglesi si ebbero casi di concorrenza sino a pochi anni or
sono; la concorrenza scomparve in quelli celebri dei Docks (1889) dei
minatori del Northumberland (1892) e dei meccanici (1897). Gli operai
che sostituiscono quelli in isciopero vennero designati al disprezzo
generale col nome di _blacklegs_.
[74] N. Marselli, _Le grandi razze umane_, alla fine del capitolo sui
_Mediterranei_.
[75] Kropotkine (_Il fallimento del sistema industriale_); Pearson
(_National Life and Character_, London 1895), de Brandt (_Die
Zukunft-Ostasiens_. Stuttgart 1895), Barbè (_Un nouvel État social et
ses consequences au point de vue Europeen_ nella _Reforme sociale_
del 9 aprile 1894), L. Strauss (_Bulletin de la Société d’Économie
politique_. 5 Febbraio 1896), d’Estournelles de Constant (_Le péril
prochain_ nella _Revue des Deux Mondes_ 1º aprile 1896 e 16 luglio
1897) Faguet (_Le prochain moyen-âge_ nel _Journal des Débats_ del
25 luglio 1895) ed altri hanno dato il grido di allarme contro la
concorrenza asiatica (chinesi, giapponesi, indiani). Hanno risposto in
modo magistrale: I. Novicow: _L’avenir de la race blanche_. F. Alcan.
Paris 1897 e L. Vignon: _Le péril Jaune_ nella R_evue politique et
parlamentaire_ del 10 Dicembre 1897.
[76] Si ricordi che ogni _crisi_ fa risentire il suo contraccolpo nei
paesi più lontani dal punto di origine. Il Booth nella sua stupenda
inchiesta sulla _vita e sul lavoro del popolo in Londra_ ha citato
parecchi casi recenti ed evidenti della ripercussione della crisi
delle più lontane regioni del mondo sulla metropoli inglese divenuta
il più grande mercato internazionale. Questa legge di solidarietà
viene brillantemente sostenuta da Pioger (_Economisme, socialisme et
solidarisme_ nella _Revue Socialiste_. Gennaio 1894). Charles Gide
giustamente rivendica agli economisti il merito della constatazione
di questa solidarietà, che scaturisce dalla legge della divisione del
lavoro. (_Quatre écoles d’Economie sociale_. Genève. 1890.)
[77] Citato da Wiede: _Der Militarismus_ p. 107, 108 Arnould:
_Avant le comtat_; nella _Société nouvelle_ n. XXIII. Non si gridi:
all’_ottimismo_! Per apprezzare la concorrenza nei suoi risultati si
deve tener conto dei danni e dei vantaggi. Oggi ad esempio non sono
più possibili le carestie. I progressi della solidarietà poi potranno
riconoscersi quando ci si riporta ai tempi che precederono gli attuali.
Kropotkine nella _Conquête du pain_ ha delle pagine meravigliose contro
la divisione del lavoro dell’attuale grande industria, che può fare
degenerare intellettualmente e fisicamente gli operai e contribuisce
ad aggravare le conseguenze delle crisi derivate da nuove scoperte
e da nuove invenzioni meccaniche. In una futura società nella quale
predominasse la _papillonne_ genialmente intravvista da Fourier i danni
della divisione del lavoro verrebbero eliminati; così pure l’idillico
accoppiamento dell’industria e dell’agricoltura preconizzato da
Kropotkine nella società anarchica non eliminerebbe la utilità della
divisione del lavoro tra le nazioni.
[78] Gautier: _Le darwinisme social_, p. 69. Per la interdipendenza dei
popoli tra loro si legga Novicow: (_Les luttes_ ec. p. 584, 585 e 628).
[79] Sul processo d’_internazionalizzazione_ e suo significato si
riscontri Wiede: _Der militarismus_ etc. p. 119 a 132; Marion: _De
la solidarité morale_: pag. 263 a 271; G. De Greef: _Introduction
à la Sociologie_ parte 1, p. 74 e seg., pag. 129 e seg., Parte 2ª
p. 30 e altri suoi scritti; Jcilio Vanni: _Saggi critici sulla
teoria sociologica dalla popolazione_ p. 18. Splendide pagine sulla
Internazionalizzazione e sulla crescente prevalenza della giustizia ha
l’Ardigò: _Sociologia_. Vol. IV della sue opere filosofiche.
[80] _Scienza della ricchezza_ p. 228 nella 3ª serie della Biblioteca
dell’economista.
[81] _Il socialismo contemporaneo_. Trad. italiana del Prof. Bertolini
Le Monnier Firenze 1889 p. 108.
[82] In Francia, nella terra classica dello _Chauvinisme_, per
mantenere vivo il desiderio della _revanche_ e della liberazione
dell’Alsazia-Lorena si sono fatte brillanti discussioni su ciò che
deve caratterizzare la _nazione_ e lo _Stato_. Ernesto Renan dette il
suo valido contributo a tali studi. La parte sempre minore si assegna
alla stirpe o razza. Un patriota autentico, temperato della scienza
contemporanea, il Soulié, ha mostrato come si siano fusi mirabilmente i
Celti, i Franchi e i Latini per formare la Francia (_De l’origine et de
l’État social de la nation française_. Giard et Brière. Paris. 1898.)
Mentre correggo le bozze di stampa leggo una vigorosissima critica
del pregiudizio della razza e del pregiudizio nazionale nel libro
di un giovane (Luigi Gasparotto: _Il principio di nazionalità nella
Sociologia e nel Diritto Internazionale_, Torino. Fratelli Bocca 1898).
[83] Chiappelli nel primo dei suoi saggi _Patria e socialismo_ — ch’è
uno dei più belli del libro citato, — cade in errore mettendo alla
pari la Svizzera e l’Austria e gli Stati-Uniti come Stati composti da
stirpi diverse. Gli ultimi non sono nelle condizioni dei due primi.
Novicow giustamente osserva che abbiamo giù un gruppo di civiltà, che
apparecchia l’organismo internazionale (_Les luttes_ p. 577 e 595).
Anche Gumplowicz parla di grandi gruppi di nazioni a civiltà omogenea
tra le quali non ritiene più possibile la guerra. La esclude tra
Francia e Germania e la prevede, quasi l’augura, tra l’Europa tutta da
un lato e la Russia dall’altro. (_Sociologie et politique_ p. 215 a
226).
[84] Vedi l’articolo di Garibaldi Bucco nella _Rivista popolare: I
refrattari del Caucaso_ (Anno 3º nº. 7 e 8). Mentre correggo le bozze
di stampa leggo in diversi giornali che il parlamento del Wurtemberg
ha deciso di far cancellare dai libri scolastici tutti i brani, che
tendevano ad eccitare all’odio contro la Francia e ad esaltare il
sentimento patriottico. Si può immaginare l’irritazione che questa
nobile determinazione ha destato nell’animo dell’imperatore di Germania.
[85] Oltre la serena critica del patriottismo e del sentimento
nazionale che si può leggere nel citato _saggio_ del Chiappelli, sul
_patriottismo_ — di cui espone quattro varietà — sarà consultato con
profitto il libro pregevole di Demolins: _À quoi tient la superiorité
des Anglo-Saxons_ Maison Didot. Parigi 1897. Il Chiappelli ha anche
belle pagine contro la guerra.
[86] Un brillante ufficiale dell’esercito italiano, il deputato
colonnello Marazzi, nei discorsi alla Camera e in un articolo ha
sostenuto per l’Italia una organizzazione militare essenzialmente
difensiva (_La vita internazionale_. Febbraio 1898).
[87] Si sa che l’anarchismo di Proudhon non era che l’organizzazione
federale; l’_Abolizione dello Stato_ dell’Engländer non è del pari
che il federalismo. Sui vantaggi del federalismo dal punto di vista
politico e sociale in Italia non è d’uopo ricordare Cattaneo e
Ferrari, Mario e Gabriele Rosa — dei quali ultimi con orgoglio ricordo
di essere stato amico e discepolo. L’organizzazione federale come
mezzo per eliminare la guerra e favorire le trasformazioni sociali
benefiche preconizzarono Py y Margall (_Les nationalités_) e Magalhàes
Lima — un vero apostolo del federalismo e della libertà (_L’oeuvre
internationale_. Paris 1897. Giard et Brière e particolarmente il
Capitolo 3.º: _La fédération nationale et internationale_). Il
Chiappelli difende energicamente il socialismo dall’accusa di voler
distruggere puramente e semplicemente la patria e cita Bellamy
(_Looking Backward_) e Herteka (_Die Gesetze der socialen Entwicklung_)
Il Chiappelli, intanto, interpetra male i tristi episodi della
concorrenza del lavoro (Aigues Mortes) ed è uno _chauvin_ a modo
suo augurando a Roma italiana qualche primato. Sincero partigiano
del federalismo in tutti i suoi scritti si rivela il Novicow. In
_Gaspillages_ etc. (p. 265) nota, per dimostrare che nemmeno i
socialisti negano la patria, che nei loro Congressi internazionali essi
votano per _nazioni_.
[88] Sull’azione importantissima che il socialismo potrà esercitare
negli Stati Uniti del Nord America si veggano le belle considerazioni
che fa il Mondaini: _La quistione dei Negri nella Storia e nelle
Società Nord-Americane_. Torino Fratelli Bocca. 1888. Hyndman denunciò
le infamie della sua patria nell’India nel famoso scritto: _The
bankruptcy of India_ (Londra: _Twentieth Century press_) riassunto
nella _Rivista popolare_ nell’articolo: _Un impero capitalistico che
si sfascia_ (Anno 3º n. 5). Il Novicov, sincero individualista, ha
parole entusiastiche verso Liebkneckt e verso i socialisti per il loro
movimento pacifico. (_Les luttes_ p. 736; _Gaspillages_ p. 37, 263
ec.) Lo _chauvinisme_ francese additò altra volta all’odio nazionale i
socialisti tedeschi; ma anche in Francia si rende giustizia alla nobile
condotta di Bebel e di Liebkneckt. Vedi _L’Europe nouvelle_ (1º Gennaio
1898).
[89] R. Malthus: _An essay on the Principle of Popolation as it affects
the future improvement of Society, with remarks on the speculations of
Godwin, Condorcet and other writers_. Londra 1798. Malthus fu indotto
a scrivere la sua opera specialmente per combattere il primitivo
socialismo esposto da W. Godwin nel libro: _An inquiry concerning
political justice_ (1793).
[90] A. Setti: _Ludovico Ricci_ nella _Nuova Antologia_ 1 ottobre
1880. Secondo il Martello Ortes vide meglio di Malthus i rapporti tra
popolazione e sussistenza (_L’economia politica antimalthusiana e il
socialismo_. Venezia 1894. Ed. fuori commercio p. 63 e 64). Forse non
ha torto. Henry George dice che la gloria della scoperta del principio
di popolazione va diviso tra Malthus, James Stewart e Townsend, ma non
menziona gl’italiani (_Progrès et pauvreté_. Paris. 1887. Guillaumin p.
97). In questo capitolo mi sono giovato dell’opera di E. Kautsky: _Der
einfluss des Volksvermehrung_ etc. della quale per il primo rilevai tra
noi l’importanza. L. Bissolati ne pubblicò una traduzione italiana. Il
Kautsky più tardi ha respinto il malthusismo. Il malthusismo ha una
ricchissima letteratura in tutto il mondo. Gl’italiani la troveranno
quasi completa nei libri di A. Loria: _La legge di popolazione e il
sistema sociale_. Siena 1882 e di F. S. Nitti: _La population et le
système sociale_. Paris. 1897. Giard et Brier. Acute osservazioni si
trovano in una breve monografia di Enrico La Loggia: _Teoria della
popolazione_. Bologna. Fava e Geragnani 1893.
[91] Tutte le forme della lotta per il possesso della femmina si
ritrovano ugualmente nell’umanità — dal massacro sino alle lotte più
sentimentali, più nobili, più delicate. (Novicow: _Les luttes entre
sociétés humaines_. Parigi P. Alcan. 1896; Letourneau: _L’évolution du
mariage_).
[92] Messedaglia. Citato da A. Alberti Iacona: _Iniziativa privata e
legislazione sociale_. Palermo. Clausen 1890 p. 174.
[93] A. Loria giustamente rimprovera ad H. George di aver negato
la decrescenza di produttività della terra successivamente posta a
coltura, mentre su questo fenomeno si fonda tutta la sua critica contro
la proprietà privata del suolo. (_H. George_ nella _Nuova Antologia_.
1º Dicembre 97).
[94] Gumplowicz: _Sociologie et politique_ p. 159.
[95] Ribot, _L’hérédité psychologique_, p. 383, 384.
[96] Stuart-Mill citato da Loria nell’articolo commemorativo di H.
George (_Nuova Antologia_ 1º Dicembre 1897); I. Novicow: _Les luttes
entre sociétés humaines_.
[97] Secondo Gide una popolazione per vivere di caccia ha bisogno di
3800 ettari per testa. Con una agricoltura avanzata si possono nutrire
due individui per ettare. (_Principes d’économie politique_ p. 485)
Altro che i calcoli di Foissac! Si noti che in alcuni punti della
China la densità della popolazione è grandissima — nel Kiang-Sou, che
ha l’estensione del Portogallo, la densità è di 210 ab. per chil.
quadrato, — e la terra vi ha raggiunto del pari una sorprendente
produttività. Ciò non ostante la miseria vi è fortissima. Vedi E. Simon
_La Cité Chinoise_.
[98] Eliseo Reclus: _Nouvelle Géographie universelle_ tome X p. 154;
XIII p. 635; XVIII p. 125 e 641; XIX p. 756. Pearson: _National life
and Character_ citato da Novicow: _Les gaspillages_ etc. p 49.
[99] _Problemi sociali_. Trad. it. di Mayè-Dari. Torino. Casanova.
1895. Cap. 8º. In _Politica Coloniale_ mi sono occupato di queste
contraddizioni tra soprapopolazione e sopraproduzione e dei _montoni_
che mangiano gli _uomini_.
[100] Loria: _La proprietà fondiaria e la questione sociale_ p. 28 e
seg. I due libri di George: _Progresso e povertà. Problemi sociali_
costituiscono un’ampia dimostrazione della eterna affermazione.
Marx ha il merito di avere messo in evidenza la sopra-popolazione
relativa, prodotto del sistema capitalistico — l’eccesso sistematico
di popolazione, che somministra l’armata industriale di riserva. Nitti
gli rimprovera di non avere riconosciuto la tendenza spontanea, la
possibilità dell’eccesso automatico. _Op. cit._ p. 64.
[101] Nelle _Revue d’économie politique_ Gennaio 1888 p. 108.
[102] Cusumano: _Scuole economiche di Germania_ p. 160 e 161. Questa
sottoconsumazione viene riaffermata da Loria in molti scritti;
ultimamente: nella _Rivista Italiana di Sociologia_ Luglio 1897: _La
vecchia e la nuova teoria della popolazione_. Vedi pure: _Le problème
de l’amour_ di Désiré Descamps nella _Revue Socialiste_ Luglio 1897.
[103] La contesa nel campo dell’economia ortodossa sulla teoria della
popolazione è antica e fu sempre viva. Si è riaccesa con maggiore
vivacità adesso in Francia per le preoccupazioni politiche degli
_chauvins_. Quale accordo ci sia, oltre che dagli articoli pubblicati
nel _Journal des économistes_ e in altre autorevoli riviste non
socialiste si potrà scorgere leggendo due magnifici articoli nella
_Revue politique et parlamentaire_, che rappresenta nel modo migliore
le classi dirigenti della Francia e la corrente liberista e dottrinaria
nell’economia e nella politica. In uno Jacques Bertillon dà il grido
di allarmi per lo spopolamento della Francia e suggerisce rimedi per
arrestarlo (10 Giugno 1897); nell’altro E. Levasseur nega il pericolo e
crede disadatti e inefficaci i rimedi proposti (10 Ottobre 1897). Gli
scrittori sono celebri e competenti entrambi.
[104] Rümelin: _Problèmes d’Economie politique et de statistique. De la
surpopulation_. Paris. Guillaumin et C.ia.
[105] _Cours_ etc. Vol. 1º p. 100.
[106] T. Martello: _L’Econ. pol. ant._ p. 115. Alla seconda parte di
questa obbiezione risponderò un poco più innanzi.
[107] _La dépopulation de la France_ nella _Rev. pol. et parl._ Il
Seebohm calcola a due milioni la popolazione inglese nel 1086. Se da
allora in poi essa si fosse aumentata colla progressione osservata dal
1861 al 1880 nel 1886 essa avrebbe dovuto essere più di 64 miliardi!
Se ciò non si verificò, dice Pareto, è segno che vi furono ostacoli i
quali la tennero al disotto dei limiti, cui l’avrebbe spinta la forza
genesiaca. (_Cours_. Vol. Iº p. 99).
[108] _La Finanza e la quistione Sociale_. Torino Fratelli Bocca 1897,
p. 93. _Nota_ 1.
[109] _Dépopulation et civilisation_. Paris 1890 p. 127. Un socialista
che ha fatto una critica vivacissima, ma leggera, alla teoria
malthusiana riconosce che «dovunque esiste, la proprietà collettiva
è estremamente favorevole alla prolificità, quando coesiste con un
certo grado di civiltà. Dapertutto dove è stata riscontrata in Serbia,
in Russia, a Giava ecc. la natalità è esuberante. Essa raggiunge il
4,36% in Serbia, e il 4,96% in Russia (media degli anni 1887-1891).
Giava offre un esempio di fecondità unica nel mondo. Da un secolo la
popolazione vi si raddoppia _ogni diciotto anni_. Era di 2,029,500
nel 1780 e di 24,648,000 nel 1890!» (Désiré Descamps: _Le problème de
l’amour_ nella _Revue Socialiste_. Luglio 1897 p. 31). Non è esatto
che il raddoppiamento sia avvenuto ogni 18 anni; ma la rapidità è
stata grandissima. A completare le induzioni, che risultano da questi
dati, si aggiunga che l’aumento rapido della popolazione sta uccidendo
la proprietà collettiva nel _Mir_ Russo! (K. Katchorouski: _La
dissoluzione della comune rurale sotto l’influenza dell’esiguità delle
quote di terra_; nella _Novoiè Slovo_. Riassunto nella _Rassegna_ di
Monsignor Talamo).
[110] N. Tchernicewsky: _Osservazioni critiche su talune dottrine
economiche di G. Stuart Mill_. Biblioteca dell’Economista. Serie 3ª
vol. IX.
[111] Ad onore del vero si riconosca che Nitti pur avendo consacrato
un libro a combattere la teoria malthusiana, considera Malthus come
un genio e la cui teoria nell’avvenire, quando le idee e le scoverte
nuove l’avranno sommersa «_apparirà come un monumento ammirabile di
penetrazione, un saggio potente di filosofia della ricchezza_» (p. 267).
[112] F. S. Merlino, che fu se non è ancora anarchico vero e che
rimane un socialista dei più avanzati, il proprio pensiero su questo
problema lo riassume così: Intorno all’arduo problema dell’equilibrio
tra la popolazione e i mezzi di sussistenza _noi non osiamo sperare
in una soluzione puramente fisiologica di esso, che consisterebbe
nell’infiacchimento dell’istinto sessuale in proporzione dello sviluppo
dell’intelligenza. Crediamo che una parte_ nella soluzione del problema
debbono avere la RAGIONE e la VOLONTÀ DEGLI UOMINI (_Pro e contro il
socialismo_. Milano, p. 72. Fr. Treves, 1897). Il Nitti chiude il suo
libro augurando l’avvento di una società in cui la ricchezza sarà
largamente suddivisa e nella quale le cause d’ineguaglianza saranno
eliminate grazie ad una forma elevata di cooperazione, la natalità
tenderà ad _equilibrarsi_ colle sussistenze e le variazioni ritmiche
demografiche non avranno più niente di spaventevole per l’umanità.
(op. cit. p. 267). In quanto ai mezzi di ottenere l’_equilibrio_,
egli scrive: «rimane fuor di dubbio che noi tendiamo ad uscire
definitivamente dalla NATALITÀ INCOSCIENTE; noi andiamo a poco a poco
dalla PROLIFERAZIONE ANIMALE ED ISTINTIVA ad uno SVILUPPO RAZIONALE e
METODICO». (p. 246) Lo stesso Nitti, che combatte la teoria maltusiana
giudica utopisti Schippel, Hertzka e Bebel e chiama _assurdo e
ingiustificabile_ il loro ottimismo anti-maltusiano (p. 69).
[113] _L’economia politica antimaltusiana_ ecc. p. 132. Il George con
soverchio assolutismo affermò: «i paesi più popolati sono sempre i più
ricchi». (_Progrès_ ecc. p. 137). Il paese complessivamente può essere
ricco; ma gli abitanti?
[114] Ha ragione il Descamps affermando che una morte imminente attende
le specie che non possono mantenere la loro natalità a livello della
loro mortalità (_op. cit._ p. 40). Però questa natalità al disotto
della mortalità non si è verificata che pochissime volte in Francia.
Se dovesse ripetersi in ogni anno l’allarme avrebbe la sua ragion di
essere.
[115] G. Rümelin: _Problèmes d’Economie politique_ etc. Nei _Saggi
sulla teoria sociologica della popolazione_ di Vanni si trovano i
pareri degli altri eminenti tedeschi che guardano con apprensione
all’incremento rapido della popolazione. Anche il Fouillée nella
_Revue Bleue_ ha emesso il suo grido di allarme per lo spopolamento
della Francia. L’ansia patriottica gli ha fatto intravedere cose buone
in Italia di cui gl’italiani non si sono accorti. Essi dovrebbero
ripetere, accentuandoli, i lamenti di Rümelin. F. Mantovani ci dà
un saggio della soverchia fecondità italiana nella storia di alcune
famiglie di contadini nella provincia di Treviso: Queste famiglie prese
insieme nel 1893 contavano 368 membri; ne noveravano 439 nel 1895. Ci
fu un aumento del 20% circa in due anni! (_La Riforma Sociale_. 15
gennaio 1898 p. 52). In Germania oltre Rümelin, Wagner e Cehn — tra gli
scrittori più celebri — sono maltusiani. Rodbertus e Mario riconobbero
l’importanza del problema della popolazione.
[116] La Loggia: _Teoria_ etc. p. 40, 41 e altrove; Pareto: _Cours_
etc. Vol. Iº p. 136 sino a 144. Il Pareto oltre i dati sui popoli
selvaggi e barbari ricorda questo motto di Menandro: «_Non c’è cosa
più disgraziata di un padre, se non il padre che abbia più figli_».
Aristotile cita quest’altro proverbio: _Nulla è più sciocco quanto
l’avere dei figli_. Platone ed Aristotile proponevano addirittura il
regolamento volontario della popolazione (Alberti Iacona: _op. cit._ p.
166 e 167).
[117] George: _Progrès_ et. p. 124 e 125. Sulla stessa idea insiste nei
_Problemi sociali_. Questo aumento indefinito delle sostanze alimentari
è ammesso da tutti i socialisti.
[118] _Cours d’Econ. pol._ Tomo 1º p. 112.
[119] Dell’emigrazione in rapporto ai salari e perciò della rarefazione
della popolazione come mezzo per risolvere o attenuare il problema
sociale mi occupai più lungamente nella _Politica coloniale_ (Parte
2ª Cap. VII). Aggiungo soltanto questo che in qualche punto del
mezzogiorno d’Italia la forte emigrazione è riuscita e rialzare i
salari. A Siculiana (prov. di Girgenti) dove l’emigrazione negli ultimi
tempi prese proporzioni colossali, però, la miseria rimase immutata: il
territorio appartiene quasi tutto ad un solo proprietario, al Barone
Agnello. D’onde i tumulti del dicembre 1897, che fecero una vittima. In
molti punti del mezzogiorno i proprietari deplorano l’emigrazione.
[120] Nei decenni 1841-50; 1851-60; 1861-70; 1871-80; e 1881-90, la
diminuzione fu rispettivamente dal 18,7; 14,7; 7; 4,4; e 9,50 per
1000 abitanti. G. von Mayr: (_Statistik und Gesellschaftslehre_.
Freiburg 1897 p. 42). Le proporzioni spaventevoli del 1º decennio sono
dovute alla grande carestia ed al grande Esodo come venne chiamata
l’emigrazione in vaste proporzioni di quel periodo.
[121] Nella prima edizione di questo libro riportai alcune splendide
pagine di Giovanni Bovio; sono costretto ad ometterle in questa per la
tirannia dello spazio. Consiglio la loro lettura nella sua _Scienza del
Diritto_. 1ª Edizione p. 224 a 263.
[122] Loria: _La proprietà fondiaria_ etc. p. 52 e seg., Pareto:
_Cours_ ec. Tomo 1º p. 419; Nitti: _La population_ ec. p. 71, 72 e 218.
[123] Mayr: _Statistik_ etc. p. 383.
[124] Mayr: _Op. cit._ p. 177. Si avverta che presso alcuni stati nel
periodo intermedio 1876-80 vi fu aumento. Ho notato la Rumenia tra
gli Stati con aumento perchè nell’intero periodo 1879-88 la natalità
venne segnata per 36,9 e in quello 1887-91 per 42,7. Nella tavola
delle natalità che dà il Nitti la diminuzione sarebbe assolutamente
generale dal 1874 al 1890 ed anche più forte presso alcuni Stati — come
ad esempio in Inghilterra (_Op. cit._ pag. 241). Arsenio Dumont in
una recente comunicazione alla _Société de statistique_ di Parigi ha
illustrato il rapido decremento della natalità nel Massachussets.
[125] Prof. G. S. Del Vecchio: _Gli analfabeti e le nascite in Italia_.
Bologna. Civelli 1895; _Gli analfabeti e le nascite. Note comparative
tra l’Italia ed altre nazioni_. Bologna 1896.
[126] Mayr: _Op. cit._ p. 177 e 178.
[127] Désiré Descamps: _Le problème de l’amour_ nella _Rev. Soc._
Luglio 1897 p. 26 e 33; Spatuzzi: _Saggi di demografia e d’igiene_
Napoli 1897 p. 96. Il Bertillon nell’ultimo Congresso internazionale
di statistica di Pietroburgo comunicò una nota dalla quale si rileva
l’alta natalità nei quartieri poverissimi e poveri e la minima natalità
in quelli ricchi e ricchissimi di Parigi, Berlino, Vienna e Londra
(_Journal of the Royal Stat. Society_. Decembre 1897, p. 753). Voglio
ricordare qualche fatto che contraddice. La natalità degli Italiani
è aumentata in Chicago coll’aumento del benessere (_Bulletin of the
Department of Labor_ nº 18 1897), ed è aumentata pure nelle case
operaie igieniche di Londra con un sensibile aumento del benessere
degli abitanti. Però nelle case della _Improved industrial dwellings
company_ che danno il minimo assoluto della mortalità anche la natalità
vi era minore della media di Londra. Lavollèe: _Les classes ouvrières
en Europe_. Guillaumin Paris. 1896 p. 449.
[128] Sin dal 1888 a chi trovava nella diminuzione delle nascite un
segno di degenerazione della Francia risposi ch’era un segno di civiltà
aumentata (_Francia! La grande degenerata_. Milano). I fatti constatati
dappertutto mi hanno dato ragione. Che l’aumento di benessere sia
causa precipua della diminuita natalità lo ammettono il Levasseur e il
suo contraddittore Bertillon. Conferma il Nitti. (_Op. cit._ p. 205 e
218 e altrove). Marcus Rubin in un pregevole articolo sulla _Misura
del progresso_ giustamente osservò che si potrebbe supporre massimo
il progresso dove la mortalità diminuisce pur aumentando la natalità;
perciò come formula del progresso prendeva la seguente
m^2
——— .
n
Però prendendo i due termini isolati la massima importanza l’assegnava
come indice di progresso, alla diminuizione della mortalità (_Journal
of the Royal Statistical Society_. Marzo 1897).
[129] _La proprietà_ etc. p. 38 a 41.
[130] _Op. cit._ p. 42.
[131] _La proprietà_ ecc. p. 53.
[132] Russel Garnier: _Annals of Peasantry_. Thorold-Rogers:
_Interpretation économique de l’histoire_ Paris. Guillaumin et C.ie.
Il Russel Garnier dimostra che ci fu una particolare rarefazione della
popolazione in seguito alla _peste nera_, che fece alzare i salari
dei lavoratori nel medio evo, e ne fece migliorare le condizioni.
Questo fatto è trionfale in favore della teoria maltusiana. La stessa
dimostrazione fa Thorold Rogers in _Travail et salaires en Angleterre_.
Paris. Guillaumin et C.ie p. 199 e 201 a 223.
[133] Montesquieu nelle _Lettres persanes_ fa comprendere che molto
tempo prima che venisse Malthus i contadini francesi per evitare la
miseria ai loro figli esercitavano il _freno morale_. Così pure in
Hubert-Delisle (Vedi Pareto: _Cours_ ecc. Vol. Iº p. 94).
[134] _Filosofia del Diritto_ p. 260 a 283.
[135] Un saggio brillantissimo di logica antimaltusiana si ha in
questo brano di Enrico Ferri: «Questi numeri, — i dati statistici
sull’incremento della ricchezza e il poco aumento della popolazione in
Francia, — fan presentare spontaneamente l’osservazione, che la legge
di Malthus, secondo la quale la popolazione cresce in proporzioni
maggiori dei mezzi di sussistenza, non viene provata in questi ultimi
tempi per la Francia, _grazie forse all’uso esteso del consiglio di
Malthus — moral restraint_ — alla diffusione dell’istruzione e del
benessere generale che fanno aumentare le cure per la discendenza».
(Dar Verbrechen etc. p. 29). Dunque: la teoria maltusiana non si
verifica..... perchè si fa uso della prevenzione..... maltusiana!
[136] Guyau: _L’irreligion de l’avenir_, cit. da Nitti: _La population_
ecc. p. 101 a p. 228. L’accusa d’immoralità non può mai ricadere su
Malthus che non consigliò mai le pratiche dei neo-malthusiani.
[137] Pareto: _Cours_ ec. Vol. Iº p. 138 _nota_.
[138] La legge biologica, per quanto in termini bizzarri, venne
nettamente formulata da Fourier; secondo il quale quattro dighe si
opponevano allo sviluppo eccessivo della popolazione: 1º _il vigore
delle donne_; 2º _il regime gastro-fisico_; 3º i costumi fanerogami; e
4º l’esercizio integrale.
[139] D. Descamps: _Le problème de l’amour_ etc. p. 30 e 32.
[140] _Principes de biologie_ parag. 346, 366, 367 etc.
[141] Bibot: _L’hérédité psychologique_. Bagehot: _Lois scientifiques
du développement des nations_.
[142] Pareto: _Cours_ etc. Vol. Iº p. 90 e 94. Se fosse esatta la
conclusione che il Pareto trae dalla sua tavola in cui mette in
rapporto i dati della prosperità economica, della nuzialità, natalità
e mortalità in Inghilterra dal 1860 al 1891 la teoria biologica
incontrerebbe un altro fiero colpo; a me pare, invece, che l’induzione
non è esatta, perchè la natalità vi è in costante diminuzione e la
prosperità in costante aumento.
[143] _Critica sociale_ 16 Agosto 1893.
[144] Nitti, Merlino, etc.
[145] Schäffle: _Vita_ etc. Vol. Iº p. 900.
[146] Parte 3.ª Cap. 2.º nel II volume della traduzione francese. Ediz.
Baillère et Germer.
[147] Lange: op. cit. Cap. V. _Kapital und arbeit_. Marsh: _L’uomo e
la natura_. Firenze 1870 p. 48. Il lettore ricordi ciò che si osservò
sulle necessità della cooperazione per vincere la prima battaglia
contro la natura dove questa presentava le migliori condizioni di
produzione.
[148] De Greef: _Introduction à la Sociologie_ 2ª Parte p. 69 Novicow:
_Les luttes_ ecc. p. 65.
[149] Kautsky: op. cit. Traduzione Bissolati, p. 324.
[150] Russel Wallace: _Reoccupation of the land. In Forecasts of the
coming century_. Walter Scott Limited. London 1897 p. 9.
[151] G. Rosa, _La Filosofia positiva della Storia_. Nella _Rivista di
filosofia scientifica_, anno I.º n.º 6.
[152] Citato da Wiede: _Der Militarismus_ etc. p. 109, III. La stessa
cosa è stata dimostrata all’evidenza da Marx: _Le capital_. Traduzione
francese di I. Roy, p. 141.
[153] K. Kautsky, _Die sozialen Triebe in der Tierwelt_. Nel giornale:
_Die Neue Zeit_. Stuttgard, Ianuar 1883.
[154] Fernand Maurice: _La reforme agraire et la misère en France_.
E. Simon: _La cité chinoise_. L’apologia della piccola proprietà è
stata fatta pure da Meyer e Ardent: _La question agraire. Etude sur
l’histoire politique de la petite propriété_. Paris 1882. Di volo qui
sia ricordato che anche i marxisti — Vollmar, Deville, Iaurès ecc. —
riconoscono la legittimità della piccola proprietà.
[155] Masè-Dari: Introduzione ai _Problemi Sociali_ di H. George.
[156] Citato da Gauthier: _Le darwinisme social_ p. 36. Vedi sul
proposito la stupenda opera di Darwin: _Variazioni della specie allo
stato domestico_. Unione Tipografica Editrice Torinese; Bourdeau:
_Conquête du monde vegétal_. Paris F. Alcan 1893. Lo stesso Bordeau
si era occupato in un altro volume (_La conquête du monde animal_.
Paris. Alcan 1895) di ciò che c’è da fare nel regno animale ed aveva
calcolato che la semplice lotta contro gl’insetti, che nuocciono
all’agricoltura e agli altri animali farebbe risparmiare alla sola
Francia 1,200,000,000 all’anno. La filossera le ha cagionato 10
miliardi di perdite, p. 26.
[157] La Loggia Enrico: _Teoria della popolazione._ Bologna 1896, p. 60.
[158] Nitti: _Op. cit._ p. 254 e 255.
[159] Masè Dari: _La rendita e la proprietà del suolo nella crisi
agraria attuale_. Nella _Riforma sociale_. (15 febbraio e 15 marzo
1896).
[160] _L’avvenire della potenza umana sulla natura._ Nella _Rivista di
Filosofia scientifica_. 1881. N. 3.
[161] Il Podolinsky svolse assai bene questo concetto nel giornale
socialista: _La Plebe_. Milano 1881-82.
[162] Nella prima edizione di questo libro accennavo alla proposta
d’illuminare tutte le grandi città del Nord-America colla elettricità
che si sviluppa dalla grande cascata del Niagara. Ora si deve
aggiungere che i lavori per trarre profitto di questa grande forza
naturale sono molto innoltrati. Lavori consimili si sono condotti a
termine in Europa.
[163] E. Setti: _Il lamarkismo_ ec. Il mutamento di obbiettivo nella
lotta, cioè la lotta contro la natura, sostengono anche calorosamente
il Vaccaro (_Les bases sociologiques du Droit et de l’Etat_. Giard et
Brière. Paris 1898. Cap. 1º) e l’Alberti Iacona (_op. cit._ p. 165) che
rileva l’incertezza di Schäffle nel trarre giuste conseguenze dalle
premesse.
[164] Tullio Martello: _L’economia_ etc. p. 49. L’autore contro Novicow
rivendica a sè la priorità di questa lotta pel piacere: e non ha
torto. Ma essa si riconduce e riduce alla _lotta pel posto migliore_
del Lange, che del resto venne formulata da Aristotile e da altri
antichissimi scrittori.
[165] Spencer la formula in questo modo: «La contesa universale nella
quale si adoperano tutte le forme principali della vita è sempre
quella di innalzarsi al disopra degli altri ed esserne riveriti o di
propiziarci quelli, che sono al disopra di noi: coll’accumulare le
ricchezze, colla splendidezza del vestiario, col far mostra di sapere
o d’intelligenza, ognuno cerca di soverchiare gli altri.» (_Educazione
intellettuale morale e fisica_. Milano F.lli Dumolard p. 4). Il Dumont
la chiamò _capillarità sociale_ e la fa consistere: «nella tendenza
di ciascuna molecola sociale di salire con tutta la sua energia,
assicurata la conservazione, a salire incessantemente verso un ideale
luminoso che la seduce e l’attira.»
[166] La Loggia _Teoria_ ec. Devo fare delle riserve sul secondo
carattere di questi bisogni complementari. La improduttività economica
va intesa in senso relativo. Si sa che coloro che consacransi alla
politica possono con la loro azione oculata o cieca favorire o
contrariare la produzione economica
[167] Veron: _La morale_ p. XII.
[168] _Principes d’Economie politique_. Paris. Larose 1898, p. 417 e
418.
[169] Darwin mi pare che vi accenni nel _Viaggio intorno al mondo_
parlando degli abitanti della _Terra del fuoco_. Il Buckle l’utilità
della disuguale distribuzione della ricchezza l’affermò nella sua
celebre _Storia delle civiltà in Inghilterra_. C’è una traduzione
francese; in italiano non c’è che l’introduzione edita dal Daelli sotto
il titolo: _L’incivilimento_.
[170] Michel Chevalier: _Lettres sur l’organisation du travail_. Sono
innumerevoli i lavori più recenti sull’incremento della ricchezza in
Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti. Per l’Inghilterra è celebre
il lavoro di Giffon: _The growth of the capital_.
[171] G. Deville: _Aperçu sur le socialisme scientifique_ p. 14; H.
George: _Problemi sociali_. Cap. VIII p. 110.
[172] V. Pareto nel suo eccellente e sopratutto onesto _Cours
d’économie politique_ (vol. 2º) come tanti altri economisti insiste
nel dimostrare che il livellamento dei redditi non migliorerebbe gran
fatto la condizione dei poveri e che perciò l’aumento del benessere
non è un problema di ripartizione, ma un problema di produzione o
di conservazione della ricchezza. La necessità dell’aumento della
produzione è tanto riconosciuta oggi dai socialisti che il Pareto
leale com’è in una lettera privata al Sorel riconosce che il testo
del suo libro non è esatto verso i socialisti e che avrebbe dovuto
riconoscere che digià Lassalle diceva che l’aumento della produzione è
una condizione indispensabile per l’aumento del benessere. (G. Sorel:
_La lois des revenues_. Nel _Devenir Sociale_. Anno 3. N. 7).
[173] Novicow: _Les gaspillages_ etc. p. VIII.
[174] _Rivista popolare_ 16 Dicembre 1897 p. 217: _Il consumo di pane
e la produzione di pane in tutto il mondo_. Il sig. Blondel alla sua
volta calcola che la produzione annuale media del frumento in tutto
il mondo oscilla dagli 800 ai 900 mila ettolitri. La popolazione
totale del mondo è di un miliardo e mezzo. Ciò importa 60 litri di
grano per uno e per anno, pari a 45 chilogrammi di pane, cioè grammi
127 di pane al giorno. Riducendo ad un terzo gli abitanti che si
cibano di prodotti del frumento si ha una consumazione individuale
di 871 grammi: appena il necessario per una media nutrizione. (_Les
populations rurales de l’Alemagne_. Paris 1897. Larose p. 388). Sulla
precisione di questi calcoli ci sono da fare molte riserve; per
quanto essi siano approssimativi, però, insegnano sempre in una a
tutti gli altri dello stesso genere: 1º che non c’è sopra-produzione
vera; 2º che intrinsecamente e complessivamente prese sono assurde le
difese dei protezionisti; 3º che le apparenze della sopra-produzione
derivano dalla sotto-consumazione generata dalla cattiva distribuzione
della ricchezza. La esportazione di cereali dalla Russia non è la
conseguenza della sopraproduzione, ma della grande miseria, della
mancanza di forza di acquisto nelle masse. (Ballod: _La condizione
economica della Russia_. Nel _Iahrbuch für Gesetzgebung, Verwaltung
und volkswirtkschaft_. Lipsia. Fasc. 1.º 1898). Lo stesso deve dirsi
dell’India.
[175] Si calcola a 538 milioni il numero degli adulti in condizioni di
lavorare in tutto il mondo.
[176] H. George: _Problemi Sociali_ p. 118.
[177] B. Perez: _L’educazione dalla culla_. Milano 1885 p. 2.
[178] Giovanni Bovio nella _Scienza del diritto_ ha alcune splendide
pagine sul diritto del produttore sul prodotto del proprio lavoro
deducendolo dal principio di causalità e di reciprocità.
[179] Emilio Vanderwelde, il valoroso deputato socialista belga, in
un opportunissimo articolo sulla commemorazione del cinquantesimo
anniversario del _Manifesto del partito comunista_ ha dimostrato — in
ciò di accordo col Bernstein, altro socialista — che la _legge bronzea
del salario_ non ha alcun valore assoluto. (_A propos du manifeste du
parti communiste. Revue Socialiste_. Marzo 1898.)
[180] G. Sorel: _La Lois des revenues_ etc.
[181] Ecco constatata quarant’anni prima del Wiede _la
sotto-consumazione_, che produce la _sopra-popolazione_ artificiale.
[182] De Laveleye: _Le socialisme contemporaine_. Terza ed. p. XXXV e
XXXVI.
[183] Citati da Masseron: _Danger et nécessité du socialisme_, p. 333.
[184] _L’evolution économique_. Nel _Journal dee Economistes_ Dicembre
1881 p. 495. Sulle condizioni degli operai e sulle conseguenze morali
della ingiusta ripartizione delle ricchezze ho dato alcuni dettagli
nel 2º vol. della _Sociologia criminale_ e ne darò maggiori nel 3º
ed ultimo quando mi occuperò dei rapporti tra _benessere_ e _reato_.
I lettori la ingiustizia della ripartizione, ma con conseguenze
esagerate, troveranno documentata in _Progresso e povertà_ di H.
George. Hanno riconosciuto esplicitamente la iniqua ripartizione della
ricchezza e la sperequazione nel progresso tra le varie classi sociali
il Gizicky (_La quistione morale e il socialismo_. Nella _Rivista
internazionale di scienze sociali_. Napoli 1895-96) e il Chiappelli,
che tanti altri scrittori cita e fa ottime considerazioni in proposito.
(_L’Idea morale nel socialismo_ nell’_op. cit._)
[185] Gauthier: _Le darvinisme social_ p. 63.
[186] P. Leroy-Beaulieu: _Essai sur la répartition de la richesse_. 2.ª
Ed. Paris. 1883; De Foville: _Le Morcellement; La France économique_;
De Varigny: _Les grandes fortunes aux Etats Unis et en Angleterre_;
Visconte d’Avenel: _Histoire économique de la propriété, des salaires,
des denrées et de tous les prix en général depuis l’an 1200 jusque
en l’an 1880_; (Di quest’opera in due grossi volumi l’A. ha fatto
la riduzione: _La fortune privée à travers septs siècles_. — Paris.
Colin. 1895). A. Neymark: _Iournal de la Société de statistique de
Paris_. 1896, p. 252 e seg. F. Flora: _La finanza_ etc. p. 81 a 89; E.
Cheysson: _La crisi del reddito e l’era del lavoro_ (_Revue politique
et parlamentaire_. Novembre 1897) Virgilio Racca: _Sulla distribuzione
delle ricchezze_ in _Giornale degli Economisti_. Novembre 1897. Iohn
Rae: _Il socialismo contemporaneo_. Firenze. Lemonnier 1889. Zino Zini:
_Proprietà individuale o proprietà collettiva?_ Torino F.lli Bocca.
1898, ec. ec.
[187] Per la storia e la teoria degli _alti salari_ gl’italiani
potranno consultare con molta utilità: _L’Economia degli alti salari_
di F. S. Nitti (Torino Roux e Frascati 1895) e _La dottrina del
salario. Saggio_ di Adolfo Musso (Napoli Società anonima cooperativa
1898). Sono due pregevoli pubblicazioni che ben poco lasciano a
desiderare per la esposizione e per la critica. Al primo mi permetto
di contestare un dato di fatto. A p. 44 Nota (2) scrive: «Nel periodo
della più grande prosperità delle miniere di Sicilia, abbiamo visto
corrispondere a _profitti altissimi_ e a _lavoro molto produttivo
salari minimi_.» Ciò smentirebbe la teoria. La realtà è diversa e
smentisce in parte, ma in un altro senso la teoria stessa: gli alti
profitti furono accompagnati da salari altissimi e da lavoro poco
produttivo. Col minimo profitto e coi salari della fame il lavoro fu
più produttivo. Intendiamoci però su questa produttività del lavoro:
i minatori lavoravano a cottimo; ora quando i salari furono alti essi
non lavoravano che quattro o cinque giorni per settimana per cinque
o sei ore al giorno. Coi salari bassissimi lavorarono sei giorni per
settimana e non meno di otto ore al giorno.
[188] In Inghilterra nel valore dei beni sottoposti all’imposta sulle
successioni, invece, c’è stato forte aumento.
[189] _Rivista popolare_ anno 3º n. 13.
[190] Così, ad esempio, chi nello _Statistical Abstract for the United
Kingdom_ del 1895 (Forty-Second Number) a p. 196-197 legge che nelle
ferrovie inglesi la parte del lavoro è aumentata dal 1880 al 1891 dal
51 al 56% del prodotto totale può illudersi credendo in un sensibile
rialzo dei salari; invece il fatto si spiega col sensibile aumento nel
personale perchè le linee in esercizio crebbero nello stesso tempo da
17,963 miglia a 20,908.
[191] Augusto Chirac e Gustavo Roccanet in apposite pubblicazioni e in
diversi articoli della _Revue socialiste_ hanno provato luminosamente
le perdite colossali inflitte alla Francia dalla malsana speculazione
dei banchieri. Quella del _Panama_ rimane tipica.
[192] A Musco: _La dottrina del salario. Saggio_. Napoli. Società
anonima cooperativa. 1898 p. 94 e 95.
[193] Il Musco questi salari bassissimi, ai quali, degenerando, si sono
_adattati_ i lavoratori della terra li crede esclusivi del Mezzogiorno
(_op. cit._ p. 369 e 370). Si ricordi della magnifica monografia del
Morpurgo (_I contadini nel Veneto_), percorra la Bassa Lombardia e un
pò la Romagna e si ricrederà.
[194] G. Pallia _Il dazio doganale sul frumento e il rincaro del pane_
(Nella _Rivista popolare_ 30 dicembre 1897). Dai diagrammi di un libro
recentissimo del Tenerelli la consumazione del frumento risulterebbe
più bassa. Nel 1894 sarebbe ritornato a 112 chilogrammi quanto era nel
1881. (F. G. Tenerelli: _L’azione delle imposte indirette sui consumi_.
Torino Fratelli Bocca 1898).
[195] Si avverta che questi consumi si riferiscono soltanto ai prodotti
importati dall’estero e non comprendono la produzione interna. La
produzione dei cereali, però ha subito considerevole diminuizione e c’è
stato aumento nell’allevamento del bestiame.
[196] Lo sciopero dei meccanici inglesi, terminato colla loro
sconfitta, anche senza l’intervento di nuove macchine segna già
un limite all’ascensione parallela dei salari e dei profitti.
Gl’industriali negaronsi alla diminuizione delle ore di lavoro, perchè
assicurarono che sarebbe stato intaccato il profitto attuale. Eppure i
meccanici domandavano ciò che già altri avevano ottenuto! (Vedi il mio
scritto: _La grande battaglia del lavoro_. Roma 1888, cent. 75. Presso
la _Rivista popolare_).
[197] _La municipalisation du sol dans les grandes villes_. Nel
_Devenir Sociale_. Gennaio 1898. Il Thorold-Rogers, la cui autorità
è da tutti riconosciuta, molto tempo fa si era levato contro
l’arricchimento dei proprietari del suolo delle grandi città. In
America e in Inghilterra c’è tutto un movimento per fare pesare
un’imposta proporzionale all’immeritato guadagno di tali proprietari;
e di questa _betterment tax_ si è occupato il Bastable e in Italia
il Dalla Volta, uno studioso diligente e onesto dei moti sociali
contemporanei. Se questa imposta potrà colpire gli aumenti di reddito
per miglioramenti fatti e spese pubbliche, non riuscirà mai a colpire
l’aumento di reddito che si ha in conseguenza dell’aumento di
popolazione.
[198] Vanderwelde: _A propos_ etc. _Revue socialiste_. Marzo 1898.
[199] I. Destrée et E. Wanderwelde: _Le socialisme en Belgique_. Paris.
Giard et Brière. 1898 p. 323 a 327.
[200] La farò nel libro sulla _Misura del progresso_ pel quale lavoro
da parecchi anni. Chi vuole ulteriori dettagli ricorra ai libri di
Hobson ed al suo articolo nella _Contemporary Review_ (_Is poverty
diminishing?_ aprile 1895). La grande miseria di Londra, fu oggetto
sempre di studi e di proposte. Prima della recente inchiesta di
Booth e della _Labour Commission_ molte altre ve ne furono e vennero
riassunte da A. Baffalovich — un liberista insospettabile! — nel
_Iournal des Economistes_ (_La Misère a Londres_. Febbraio 1884). Per
le condizioni dei lavoratori della terra si legga Russel Garnier:
_Annals of peasantry_ e _The Life in our villages_, ch’è il risultato
di un’inchiesta fatta dal _Daily News_.
[201] A. Russel Wallace: _Re-occupation of the Land: the only solution
to the problem of the unemployed_. Nei: _Forecasts of the coming
Century_. Londra 1897. Walter Scott Limited.
[202] Coloro che non comprendono l’inglese e non possono ricorrere
agli scritti di Drage, di Hobson, di Booth, di Russel, Wallace ec.
sulla disoccupazione, su questa e sui programmi dei radicali e dei
conservatori troveranno notizie sufficienti nella citata opera di
Lavollèe. Burnett capo del _Board of Trade_ sotto i conservatori
ad attenuare la disoccupazione e lo _sweating system_ sin dal 1887
proponeva ostacoli all’immigrazione degli Ebrei Russi e dei Tedeschi.
(_Journal des Economistes_ Dicembre 1887). Allora preoccupava molto
l’esodo degli Ebrei-Russi, intensissimo nel due anni precedenti. Ma
quella immigrazione cessò e la disoccupazione rimase!
[203] _Life and Labour_ ec. Vol. 2º p. 20 e 21 e vol. IX nel riassunto.
Notizie esatte sulla miseria si trovano nell’opera di Lavollèe e nella
grande inchiesta ufficiale della _Labour Commission_.
[204] Il quadro dei miglioramenti avveratisi in Inghilterra meglio che
dai libri, che possono essere partigiani, si può rilevare esattamente
dagli _Statistical Abstracts_, che si pubblicano sotto la direzione
del Giffen. Per la diminuizione del pauperismo si può riscontrare
l’eccellente opera di Florian e Cavaglieri: _I vagabondi_ (Torino
1897. F.lli Bocca tavola I, pag. 420). Una tavola e un diagramma assai
istruttivi sul numero delle persone maritate, delle nascite, sul
prezzo dei cereali, sulla quantità che se ne può comprare col reddito
di una settimana, e sul numero delle persone che ebbero bisogno di
assistenza colla legge dei poveri danno i coniugi Sidney e Beatrice
Webb: _Industrial democracy_ (Traduzione Tedesca pubblicata da Dietz in
Stuttgart. 1898. Vol. IIº, p. 385).
[205] Rieh: _Die burgerliche Gesellschafft_ p. 389; Sydney Webb:
_Labour in the longest reign_ (1837-1897) Londra 1897; Schönlank:
_Leipziger Volks zeitung_ 5 novembre 1896.
[206] Sulla necessità di continuare sempre la lotta convengono e
il Loria nell’_Analisi della proprietà capitalista_ e il Gide in
_Principes_ ec. Il Musco non socialista, consiglia di non disarmare
e il Nitti non accecato dal luccichio della teoria degli _alti
salari_ tra le conclusioni pone questa: «essi (gli alti salari) non
sono giammai accordati spontaneamente, ma sono l’effetto di una
educazione progressiva delle masse e dell’espandersi fra esse dello
spirito d’incontentabilità.» (p. 79). Coloro che pel miglioramento
dei lavoratori sperano nella filantropia dei padroni meditino nella
risposta che un padrone dette nell’Inchiesta sulle Associazioni
professionali del Belgio: «La scienza industriale consiste
nell’ottenere da un essere umano la più grande somma di lavoro
possibile rimunerandolo al tasso il più basso (Gide p. 482 nota 2).
[207] Mentre correggo le bozze di stampa leggo un articolo di C.
Pearson professore dell’_University College_ e membro della _Royal
Society_ di Londra, che prendendo occasione dal libro di Kidd — _Social
Evolution_ — combatte il darvinismo sociale e sostiene la tesi, che
difendo da quindici anni. Duolmi solo che il Pearson ritenga che
delle tre forme di lotta — l’endo sociale, l’intersociale e la lotta
contro la natura — il socialismo intende eliminare soltanto la prima
(_Sozialismus an darwinismus. Die Neue Zeit_. 5 Marzo e 12 Marzo 1898).
La serietà dell’autore e l’importanza dell’articolo m’inducono a
ricordare, che i socialisti mirano ad eliminare anche la seconda e che
il processo storico come si è visto nei precedenti capitoli ne dimostra
già la graduale eliminazione. Tra i socialisti solo una sparuta
minoranza, che conta però un nome del valore del Bernstein, desidera la
politica coloniale colla scomparsa dalle cosiddette razze inferiori.
[208] Belle considerazioni, che lumeggiano il valore del Diritto, della
morale in rapporto alla lotta ed alla evoluzione, ha il De Dominicis
nella _Teoria dell’evoluzione_. Parte 2ª, cap. X. _Sociogenesi_. Un
darviniano pieno di ingegno si è manifestato il Cimbali, che vuole
ridurre sempre più giuridica la lotta (_Pel diritto del più forte_.
Berna F.lli Bocca 1894; _Lotta di classe e civiltà_. Milano 1895).
A proposito del primo libro avvenne una inversione di parti in una
polemica interessante tra il Cimbali, lo Zerboglio e il Turati. Il
Cimbali fu accusato dal secondo di essere un adoratore del successo;
ma quando l’accusato si difese alla sua volta si fece accusatore
dimostrando che gli adoratori del successo dovevano cercarsi negli
interpreti monosillabici del materialismo storico, che negano il
diritto e si inchinano alla forza.
[209] Kropotkine nella _Conquête du pian_ e in molti altri opuscoli ha
ragione nella sua critica alla teoria del valore di Marx quando mette
in evidenza la parte sociale, anonima per così dire, nella produzione.
[210] _Die soziale Frage, eine sittliche Frage_. 1891.
[211] _Op. cit._ p. 223 e seg. Anche il Chiappelli ricorda il Minghetti
tra i benemeriti per avere ricondotto l’elemento morale nella
quistione economica. Ebbi un rabbuffo sgarbato da alcuni socialisti
intransigenti italiani quando nel 1893 nella _Grande Revue de Paris_
commisi l’identico grave peccato. Eccellenti sono l’articolo del Giziky
sulla _quistione morale e il socialismo_ già citato e il capitolo del
Chiappelli: _L’idea morale nel socialismo_, cui ho attinto largamente.
[212] Marshall: _Principles of Economics_ p. 2 e 96; Makenzie: _The
relations between Ethics and Economics_. Citati da Chiappelli p. 238 a
239.
[213] _La Sociologia Criminale_ in due volumi; _La delinquenza della
Sicilia e le sue cause; L’alcoolismo: sue cause e sue conseguenze
morali; Oscillations thermometriques et delits contre les personnes;
Per la razza maledetta_ ecc. ecc.
[214] Non avrei creduto che in questa seconda edizione, a quattordici
anni di distanza, sarebbe stato necessario insistere, come nella prima,
sul pessimismo come arma di combattimento contro il socialismo. Ma
vedo ripetuti i sofismi enunziati e rivestiti di forma scientifica
dal Leroy-Beaulieu nel suo _Essai sur la répartition des richesses_
(capitolo del _Sisyphisme et du pauperisme_) e ritorno sulla polemica.
Mi servirò spesso del libro del Chiappelli, che senza conoscere ciò che
scrissi nel 1884 in fondo è di accordo con me nella confuta dei seguaci
di Schopenhauer.
[215] Di William Morris s’è tradotta in italiano: _Terra promessa_
(Milano. Max Kantorowicz). Il pensiero che campeggia nel romanzo è
svolto esplicitamente in: _The Socialist Ideal in Art_ (_New Review_.
Gennaio 1891). Henry S. Salt ha sostenuto l’alleanza della letteratura
col socialismo in: _Socialism and literature_ (_Forecasts_ etc.) Vedi
pure: _Preoccupations intellectuelles, esthetiques et morales du parti
socialiste Belge_ di Iules Destrée (Parigi 1897) e _La Socialisation de
l’Art_ di E. Picard. (Bruxelles. E. Lanier).
[216] Anche l’altro pessimista che si nascose sotto lo pseudonimo di
_Mainlander_ e che si suicidò, sostenne la necessità di trasformazioni
in senso socialista.
[217] Sono stato tra i primi in Italia a sostenere che ogni aumento di
benessere tra le classi lavoratrici è valido propulsore par chiedere
ulteriori miglioramenti e non causa di egoistica soddisfazione
immobilizzatrice (_Sociologia Criminale_. Vol. 2.º p. 469 a 470).
[218] Questo riconoscimento della fase critica è esplicito negli studi
del Mazzucchi per la parte cattolica. (_La concezione materialistica
della storia e l’idea del diritto_. Nella _Rivista int. di scienze
sociali_. Marzo 1898).
[219] La distribuzione geografica dei moti sociali del 1898 in Italia
conferma rigorosamente tale modo di vedere. Coloro che compresero
i tumulti della Paglia determinati dalla miseria e non si seppero
spiegare quelli di Milano dove si godeva di un relativo benessere fanno
mostra di una supina ignoranza sui rapporti tra economia e psicologia.
[220] Queste condizioni indicano forse nel selvaggio una _maggiore
felicità psicologica_?
[221] _I tempi preistorici_. Trad. italiana dell’Unione tip. edit. di
Torino, p. 424. Il Lubbock da recente ha pubblicato due altri volumi
sulla felicità umana; ma non hanno alcun valore scientifico. Non sono,
principalmente, che una raccolta di sentenze, di motti popolari, di
giudizi, che affermano la credenza nella felicità.
[222] È bene ricordare che non tutti gli economisti ricorrono
all’_infelicità psicologica_ dei poveri ricchi per giustificare
l’_infelicità fisica_ delle classi lavoratrici, del proletariato.
Il Gide, tra i più noti, ha protestato energicamente contro il
Leroy-Beaulieu, che nel citato _Essai sur la répartition des richesses_
asserì che si bilanciassero le due infelicità. Giustamente ha ricordato
che nei poveri sulla _infelicità fisica_, — sinistramente documentata
dalla mortalità quattro volte maggiore che nei ricchi: è del 10 per
1000 nel ricco quartiere dell’Eliseo è del 45 per 1000 nel poverissimo
quartiere di Montparnasse — s’innesta l’_infelicità psicologica_. Il
valoroso professore di Montpellier segnalò, come aveva fatto io nella
1ª edizione, le conseguenze morali dell’ineguaglianza delle ricchezze.
(_Principes d’Economie politique Sixième Edition_. Paris. Larose et
Forcel. 1898, p. 399 e 400).
[223] Un vero inno al lavoro in vari suoi scritti ha sollevato il
Nitti; ed arriva quasi all’idillio, il Chiappelli (_Op. cit._ p. 255 e
257).
[224] Nella sostanza ho avuto poco da aggiungere a quanto avevo scritto
contro i pessimisti... interessati, nel 1884, perchè nessuno confutò
le mie obbiezioni. Gli stessi miei argomenti espose colla sua abituale
calorosa eloquenza Iean Iaurès nel suo discorso del 19 Giugno 1897
(_Socialisme et Paysans_. Paris 1897 p. 15 a 17.)
[225] C’è una buona traduzione italiana pubblicata da Remo Sandron.
(Palermo 1897). Il Novicow ridusse a poche pagine le sue vedute in un
articolo per la _Rivista popolare: Il sensorio sociale_ (anno 2º N. 21).
[226] _La evoluzione psicologica ai nostri tempi_. Nell’_Archivio di
psichiatria_ del Lombroso. Vol. V, Fasc. IV, pag. 496. I più _capaci_
di Cimbali sono i _migliori_ nel buon senso della parola. (_Pel diritto
del più forte_. Torino, L. Roux 1894, p. 16, 26, 27, 59 e 60).
[227] _Rivista di Filosofia Scientifica_. Settembre 1886 p. 571.
[228] Queste ed altre considerazioni vengono svolte con l’abituale
eloquenza dal Loria (_La proprietà fondiaria_ ecc.) Con lui non posso
convenire quando afferma: «che la massa di ricchezza producentesi non
va a profitto degli operai e nemmeno _dei capitalisti_ introduttori
dei metodi perfezionati, ma _si cristallizza nella rendita dei
proprietari_; che il risultato ultimo dell’avanzarsi della Società è
la _povertà stazionaria_ degli operai e la crescente ricchezza dei
proprietari del suolo; che i proprietari rappresentano la natura avara
dei suoi tesori e pigra soccorritrice all’opera intelligente dell’uomo;
nè combattono per virtù propria, ma giovansi di quella forza bruta
cui trovansi aggregati.» (pag. 160). Qui è evidente l’esagerazione e
la preoccupazione sistematica. Non è esatto — e fu dimostrato anche
dai collettivisti rigidi — che la _povertà sia stazionaria_; e per
la dimostrazione rimando al cap. VI. Ed è vera esagerazione, che si
spiega con la importanza esclusiva attribuita al possesso della terra,
che i _capitalisti_ alla pari degli operai rimangono spogliati della
ricchezza da loro prodotta. E l’immenso sviluppo della proprietà
mobiliare? La sua teoria sarebbe inattaccabile se venisse dimostrato
che la rendita della terra fosse in continuo aumento. La crisi agraria
intanto è generale e non pare un fenomeno transitorio. Su questo
argomento si riscontri l’articolo di Masè-Dari: _La rendita e la
proprietà del suolo nella crisi agraria attuale_ (_Riforma Sociale_ 15
Febbraio e 15 marzo 1898).
[229] Loria: _op. cit._ p. 159 a 167, 190 e 191; Sydney Ball: _Die
Konkurrenz und die Bevolkerung frage_ (nella pubblicazione di Sydney
Webb: _Der Sozialismus in England_ Göttingen 1898 p. 198). Ad onore
del vero devo ricordare che un economista liberalista che combatte
sistematicamente i socialisti, il Rouxel, sin dal 1883 mettendo in
canzonatura i darvino-sociologi osservava che se la vita è davvero
una lotta nella quale i deboli soccombono fatalmente, questi da gran
tempo avrebbero dovuto scomparire dalla superficie del globo e da
un altro lato i sopravviventi dovrebbero essere più forti dei loro
padri. (_Journal des Economistes_ Marzo 1885 p. 489 e 490). Lo stesso
Rouxel, più tardi, si è mostrato sostenitore di un liberismo di buona
lega mostrando che c’è un capitalismo che non è il prodotto del merito
degli individui e delle classi, che lo detengono, ma del protezionismo,
che opera una vera _polarizzazione sociale_ accumulando ad un polo la
ricchezza ad un altro la miseria. (_La genèse du capitalisme. Iour. des
Econ._ 15 aprile 1898). È chiaro che riesce così alla conclusione dei
socialisti; ma meno logicamente, perchè attribuisce ad un solo fattore,
il protezionismo, ciò ch’è l’effetto di tutta l’organizzazione sociale.
M. Angelo Vaccaro ha riportato numerosi esempi per dimostrare che la
vittoria non è sempre dei migliori o dei più forti (_La lotta per
l’esistenza_ p. 42 a 46 e 122 a 127).
[230] Il Loria in questo Libro ha esagerato il principio e le
applicazioni del materialismo storico; ma vi resta sempre un grande
fondo di verità.
[231] Nel _Giornale degli economisti_ (aprile 1898) il sig. F. Papafava
esaminando la parte VIII dei _Principii di sociologia_ di Spencer
(_Industrial institutions_, Williams and Norgate. London 1897) esce
in queste argute osservazioni, che credo opportuno di riprodurre
integralmente:
«Quando ho sentito, la prima volta, la teoria della selezione e della
lotta per l’esistenza fui preso da grande terrore. «Come me la caverò,
pensavo. Se uno dei tanti facchini che incontro per la strada volesse
davvero fare a pugni per vedere chi di noi due resta selezionato?»
«Più tardi compresi che si trattava più che altro di lotta
intellettuale e morale. Mi consolai, e cominciavo anche a montare in
superbia. «Io, dicevo, sono un signore, sono un _selezionato_, dunque
vuol dire che ho un gran bel cuore e una gran bella intelligenza». Ma
il conto non tornava. Vedevo gente povera molto più intelligente e più
buona di me, gente più ciuca, più birba e molto più ricca di me. Allora
ricorsi per lumi superiori a un darvinista-spenceriano-economista.
Questi mi guardò compassionevolmente e poi così parlò:
«Tu sei miope, hai delle idee piccine e ragioni come una donna. Non si
possono vedere gli effetti della lotta per l’esistenza, nè la prova
concreta della selezione in ogni particolare individuo. L’individuo
è niente, l’individuo è un atomo, e la sua vita un istante. Bisogna
considerare grandi epoche, come fanno i geologi, e grandi masse di
uomini, e allora si vede che a lungo andare, le razze e le nazioni
dotate di certe qualità tendono a moltiplicarsi a scapito d’altre razze
e d’altre nazioni, presentanti caratteri differenti, le quali, così,
tendono a sparire. Inoltre tu confondi selezione con intelligenza e
moralità. È un errore. _Selezione dei migliori_, nel senso darwiniano,
non _significa che selezione dei più adatti alla vita sociale in una
data epoca storica_. Cosichè i selezionati in una società di cannibali
non sono i selezionati nell’impero romano, nè questi i selezionati
nella civiltà nostra, nè i selezionati d’oggi sono davvero i migliori
nel senso morale (non darviniano) della parola. Il selezionato d’oggi
non è ancora il galantuomo _vero_, ma il furbo. L’uomo moralmente
superiore è un uomo che anticipa il suo tempo, è un pesce fuor d’acqua.
Prepara i materiali per la società futura ma intanto non è che
parzialmente adatto alla presente. Quindi è inevitabile che soffra».
[232] Il Cimbali che ammette e desidera il trionfo dei più forti — nel
senso buono — non esita a riconoscere la necessità della rivoluzione
per vedere assiso lo Stato sulla base della giustizia, che sola può
assicurare a tutti ciò che a ciascuno è dovuto (_La morale ed il
diritto nell’esigenza teorica e nella realtà pratica_. Roma. Fratelli
Bocca. 1898).
[233] Anche il Lapouge scrive pagine tetre in previsione del
lontanissimo esaurimento delle forze cosmiche. (_Sélections sociales_
p. 446 e seg.)
[234] Dr. Leon Winiarski: _L’Anthropo-sociologie_ (_Devenir
Social_, Marzo 1898). Per vedere a quali stranezze possa condurre
l’_antropo-sociologia_ bisogna leggere l’articolo di Lapouge nella
_Rivista italiana di Sociologia_ (Roma 1897). Ivi vuole mettere
d’accordo la brachicefalia e la dolicocefalia colle imposte, colla
ricchezza ec. in Italia. Asserisce che in Sicilia c’è stata una
_invasione_ di _Piemontesi_!...... E con tutte queste _invasioni_ i
conti non tornano! Combattei le strane esagerazioni del Lapouge per
la prima volta enunciate nella _Revue d’Anthropologie_ nel 2º vol.
della mia _Sociologia criminale_ (Cap. V). Ivi esaminai pure se oggi
cogli incrociamenti che durano da migliaia di secoli si possa parlare
di _razze pure_. Gran parte delle mie vedute hanno trovato conferma
nelle due ultime bellissime opere di Sergi: _Africa_ e _Arii e Italici_
(Frat. Bocca Torino 1897-98). In questa quistione della purezza della
razza c’è un lato davvero umoristico. Il Lapouge, infatti, afferma che
la sterilità francese deriva dall’incrociamento dalle due razze: i
francesi insomma, sarebbero infecondi perchè ibridi.... perchè muli.
Ora i francesi al Canadà e in Algeria sono assai più fecondi che in
patria. Non solo: la minore fecondità, la infecondità crescente —
di sterilità assoluta, quale dovrebbe riscontrarsi tra muli non è
a parlare — è la caratteristica di tutti i popoli la cui coltura e
il cui benessere ha raggiunto un alto livello, di tutte le famiglie
aristocratiche più _pure_... così il progresso dal punto di vista
demografico francese, sarebbe un male e la stessa _purezza_ della razza
affretterebbe, meglio che l’incrociamento, la sterilità e la successiva
scomparsa della razza stessa. Oh! i romanzi... antropologici!
Incidentalmente hanno oppugnato l’antropo-sociologia il Novicow e il
Sergi in due articoli della _Rivista popolare_ (_L’aberrazione della
razza_ nel N. 18. _A proposito di antroposociologia_ nel N. 19). Larga
e serena è la critica che ne fa il Winiarski nel citato articolo
del _Devenir social_. Il Lapouge raccolse i suoi precedenti studi
nelle _Sélections sociales_; l’Ammon nel: _Die natürliche Auslese
beim Menschen_ Iena 1893. A giudicarne dalla prefazione al libro
di Mondaini sui Negri e da un articolo di rivista pare che accetti
l’antroposociologia il Morselli.
[235] Enrico Ferri per non rinnegare interamente ciò che aveva scritto
in _Socialismo e criminalità_, che determinò la pubblicazione del mio
_Socialismo_ (1ª Edizione del 1884) in _Socialismo e scienza positiva_
volle conciliare Marx, Darwin e Spencer. Quando i fatti assestano
colpi inesorabili alla conciliazione allora egli ricorre ad una logica
novissima, di cui se dessero un saggio i suoi avversari, sarebbero
da lui fulminati colla sua ordinaria veemente eloquenza. Così egli
dopo aver affermato — e i fatti innumerevoli ve lo costringevano —
che nelle società umane non trionfano i _migliori_ soggiunge: «La
prima impressione, determinata dalla constatazione di questi fatti,
conduce a negare che le legge darviniana della selezione naturale abbia
qualsiasi valore ed applicabilità nel mondo umano. Ma io sostenni e
sostengo invece non solo che queste selezioni sociali a rovescio non
contraddicono alla legge darviniana, ma che esse poi costituiscono un
argomento in favore del socialismo.» (p. 54) È evidente la seconda
parte della conclusione; in quanto alla prima è del tutto campata in
aria e tutto l’ingegno dialettico del Ferri non riesce a giustificarla
anche sostituendo ai _migliori_ i più _adatti_.
[236] Il Lapouge è assai convincente nel dimostrare l’azione regressiva
delle selezioni sociali in tutto il libro consacrato alle medesime
— specialmente a p. 443 e seg. dove riassume. L’Asturaro riconosce
che la società capitalistica per mezzo della ricchezza conserva i
degenerati, mentre la natura fa scomparire molti elementi sani. (_La
scienza del diritto e i suoi problemi metodologici_. Nella _Rivista
sc. del diritto_, Ottobre-Dicembre 1897 p. 646 e 647). Il duca
d’Argyll recentemente ha sostenuto che l’aristocrazia deve reggersi
perchè è la trasmissione delle buone qualità ereditarie; ma Roberto
Murrison gli rispose che il mantenimento del privilegio sociale per
l’appunto distrusse il lavoro della selezione naturale (_Westminster
Rewiew_ Aprile 1898). Questa teoria del trionfo dei forti viene ora
discussa ed applicata nel campo dell’arte e Georges Clemenceau vi ha
consacrato un romanzo (_Les plus forts_) nel quale vengono flagellati i
vincitori attuali, il cui trionfo è frutto della miseria degli umili,
dei lavoratori, dello schiacciamento dei sentimentali e che rende
l’ipocrisia regina del mondo e il denaro sovrano delle coscienze.
[237] Il Ribot nell’opera citata e il Jacoby in: _Etudes sur la
selection dans ses rapports avec l’hérédité chez l’homme_ (Paris
1881) riportano il maggiore numero dei fatti qui riportati sulla
degenerazione delle aristocrazie; la quale come fatto innegabile
viene ammessa da Gustavo Le Bon (_Applications de la Psychologie à
la classification des races_ nella _Revue philosophique_ Decembre
1888). Per cortese sua comunicazione so che l’illustre Prof. Borselli
ha raccolto un copioso materiale scientifico per dimostrare la
degenerazione delle aristocrazie. Egli coraggiosamente inneggiò al
matrimonio dell’attuale Principe ereditario del regno d’Italia colla
principessa Elena del Montenegro nella speranza che questa portasse
una corrente di sangue fresco nella vecchia dinastia Sabauda (_Rivista
popolare_. Anno 2º N. 9).
[238] Mi pare superfluo aggiungere notizie sulla degenerazione della
dinastia di Baviera, che ci ha fatto assistere alle manifestazioni
più clamorose e più tragiche della follia. Sta per estinguersi; nè
presenta migliori condizioni di durata la dinastia che regge l’Impero
Austro-Ungarico.
[239] Henry Tarot nelle _Petite république_ dette notizie edificanti
sui rampolli delle famiglie aristocratiche oggi viventi in Parigi.
Il conte De Castellane si fa prestare una somma da una commediante
mezzana per sedurre una figlia di Gould, dopo essersi ridotto
all’abbiezione nelle case di giuoco. Il principe di Sagan, il re della
moda, si esibiva per qualche marengo nei _restaurants_ e nei caffè
per metterli in voga. Il conte Elia de Tayllerand-Perigord, audace
baro, organizzò gli scrocchi contro Max Lebaudy. Il conte Boson mancò
di ogni riguardo al padre moribondo per economizzare un centinaio di
migliaia di lire. Dell’aristocrazia inglese si sa che figura in quasi
tutti gli scandalosi processi per reati contro i costumi. È celebre la
campagna contro il malcostume dell’aristocrazia inglese fatta dallo
Stead nella _Pall Mall Gazette_. Il principe di Galles non vi fece una
bella figura. Paolo Valera nella _Rivista popolare_ ha illustrato la
degenerazione della dinastia inglese.
[240] Uno scrittore inglese di molto valore non ha esitato a rilevare
che l’Inghilterra ricava circa 20 milioni di sterline all’anno
dalle _doti_ che le regine d’America hanno portato agli spiantati
aristocratici inglesi (Medley: _The German Bogey_). Per maggiori
dettagli sulle _doti_ americane si legga in _Rivista popolare_ (N. 18
anno 3º) l’articolo di E. Claris sui _matrimoni aristocratici_.
[241] I lavoratori sono i _vinti_ nel senso economico-sociale; ma
sarebbero i _vincitori_ nel senso darviniano, perchè, come classe,
sopravvivono e si riproducono prodigiosamente.
[242] Il Pagliani sin dal 1879 dimostrò l’influenza perniciosa che il
lavoro prolungato o precoce e la deficiente alimentazione esercitano
sullo sviluppo del corpo umano. Nello scritto pregevole del capitano
medico Dr. R. Livi: _Dello sviluppo del corpo in rapporto colla
professione e colla condizione sociale_ (Roma E. Voghera 1897) se ne
hanno altre prove.
[243] _Origine dell’uomo_, p. 126 della traduzione italiana. Unione
tipografico editrice torinese. Non ho visto sinora rilevata da
altri l’importanza di questo passo del grande naturalista. L’azione
dell’eredità — quale istituzione sociale — contro la selezione, era
troppo potente, perchè fosse sfuggita ad una mente serena e non
preoccupata da interessi politico-sociali, come era quella di Darwin.
Contro l’_eredità_ piacemi qui riportare le belle considerazioni
del Bovio fatte nel nome del suo prediletto principio di causalità:
«L’individuo umano deve alla comunanza, lui vivente, una porzione del
suo prodotto; e _dopo morto lo deve intero_. Il che torna a dire, che
il così detto diritto di successione non è riconosciuto dal principio
di causalità. Nè in altro modo può star la cosa: se tra l’uomo e la
cosa il solo legame etico è quello della causalità, mancato questo
legame non c’è fondamento giuridico di proprietà. La successione è il
diritto dei beati ozi, l’etica dell’adipe. Domandano se, negata la
successione, io neghi il fondamento della famiglia. Rispondo che no,
perchè il padre lavorante educa i figli al lavoro, e _trasmette in
essi l’energia della causa, non gli effetti senza causa_; nè si può
pensare che il fondamento giuridico della famiglia sia la successione
la quale è privilegio di _pochi_. Però il diritto di successione e
di lavoro essendo avversi, movonsi nella storia in ragione inversa,
come il diritto civile e il codice penale, la religione e la scienza,
la guerra e il dritto delle genti. Perciò vediamo più salire nella
storia la ragione del lavoro e più attenuarsi e discendere quella
della successione. Gli abbienti se ne accorano; ma la storia che mira
a tradurre l’etica in legislazione positiva; sposta inesorabili molti
interessi e non ode lamenti.» (_Scienza del Dritto_, p. 268, 269).
Invocare poi la proprietà perchè base della famiglia, aggiungono
i socialisti, è dare ragione a coloro che vogliono trasformare la
società. Se è necessaria questa base alla famiglia come la negherete al
90% delle famiglie che non hanno alcuna proprietà?
[244] E. Loncao ha dimostrato che colla cacciata degli Ebrei dalla
Sicilia, cominciò la depressione economica e lo squallore dei campi. I
porti che prima brulicavano di mercanti, restarono privi di ogni soffio
di vita commerciale. (_L’Antisemitismo in Sicilia_. Nel _Pensiero
italiano_. Marzo 1898).
[245] Nella _Revue d’Anthropologie_ Janvier 1889.
[246] L’azione diversa della guerra secondo il diverso grado di
evoluzione sociale è stata testè sostenuta con maggiore amplificazione
dal De Molinari (_Grandeur et décadence de la guerre_. Paris. 1898,
Guillaumin et C.ie).
[247] Gli _eugenici_ pel Lapouge sono i migliori, selezionati nella
razza superiore — bionda, alta e dolicocefala — e non imbastarditi da
incrociamenti.
[248] Pietro Ellero, l’illustre magistrato italiano, della borghesia
in genere ha fatto una descrizione ancora più pessimista di quella del
Lapouge. (_La tirannide borghese_. Bologna Zanichelli 1879).
[249] Ioly, _Psychologie des grands hommes_. L’illustre Gabriele Rosa
nella _Storia naturale della civiltà_ ed in altri scritti sostenne,
prima del Ioly, e in un senso più generale, una analoga teoria. Tale
è quella degli _avvicendamenti_, che è la base della sua filosofia
della sua storia: teoria presa dalla agricoltura, e che mostra come
nell’onorando scrittore bresciano lo _storico_ e l’_agricoltore_ si
dieno sapientemente la mano.
[250] Il Bonvecchiato spiega la degenerazione delle aristocrazie: 1º
colle false selezioni; 2º colle selezioni rapide ed eccessive dovute
all’esercizio violento delle facoltà più difficili e più costose.
(_Articolo citato_).
[251] Ib. p. 175.
[252] Ib. p. 85. Il Loria stigmatizza fieramente questa sostituzione
del criterio economico nei matrimoni all’attrazione naturale che
farebbe unire tra loro gl’individui più belli e più vigorosi. Cita le
parole che Shakespeare fa pronunziare al figlio naturale contro il
figlio legittimo: «Io sento nelle mie vene scorrere il bollente fiume
della giovinezza; io vigoroso rampollo nacqui dall’accoppiamento di
due esseri belli, giovani ardenti, che avvinse l’amore; tu fragile
creatura, senza vigoria, senza vita, nascesti da due esseri che avvinse
il contratto, e il cui contatto non riscaldò vampa di amore.» _La
proprietà fondiaria_ ec. p. 161 e 162. Questo serve a spiegare la
superiorità dei bastardi.
[253] _Degeneration. A chapter in darwinism._ Londra 1880. Citato da
Beccardo _La Sociologia_ etc. p. LXXX. Sul parassitismo sociale si
riscontri pure: _La lotta per la esistenza_ ec., _Sulla vita degli
animali in relazione alla lotta per la esistenza_ di M. Angelo Vaccaro;
_Parasitisme organique et parasitisme social_ di Massart e Vandervelde
nel _Bulletin scientifique de la France et de la Belgique_. Se non erro
di quest’ultimo lavoro ce n’è una traduzione italiana fatta a cura
della _Critica sociale_ di Milano.
[254] «Quando gli organismi, che prima vivevano liberamente, si
abituano alla vita di parassiti, essi degenerano.» _Naturliche
Schöpfungsgeschichte_, p. 254.
[255] Bovio, _Scienza del Dritto_. Ribot, ib. p. 359 a 367.
[256] Sui rapporti tra _educazione_ ed _eredità_ scrisse belle pagine
il Guyau (_Hérédité et Education_. Paris. Alcan).
[257] L’aristocrazia del denaro non si difende. La sua origine quando
non è dovuta al _caso_, o all’opera della collettività, ha origini
delittuose. Quale possa essere la sua azione sociale, più che dagli
scrittori socialisti, ad evitare sospetti di parzialità, lo si apprenda
da Schäffle (_Vita e struttura_ ec. Vol. V. _Biblioteca Econ._ Serie
3ª p. 34, 645, 661, 747 e altrove). Ma quale possa essere la azione
della cosidetta aristocrazia dell’intelligenza — prodotto necessario
di quella del denaro e del sangue — lo si vegga da questo brano, che
si trova nei _Gaspillages_ etc. del Novicow: «Negli Stati Moderni,
anche i più civili, la funzione politica non si è ancora differenziata
dalla funzione economica, salvo forse in Inghilterra in grazia dei
lords. Questi non hanno bisogno dei profitti diretti del governo.
Sono generalmente ricchi e le loro fortune sono inalienabili. Questa
differenziazione è una inestimabile fortuna per l’Inghilterra. _I
lordi potrebbero rendere i servizi più preziosi alla loro patria._
DISGRAZIATAMENTE ESSI HANNO LO SPIRITO COSÌ STRETTO E COSÌ CONSERVATORE
CHE IL POPOLO INGLESE TROVANDO IN ESSI UN OSTACOLO AL PROGRESSO ASPIRA
A DISTRUGGERE LE LORO PREROGATIVE.» (p. 224). Questa la conclusione
sintetica sull’aristocrazia inglese, la più decantata tra tutte.
Viene da chi dell’aristocrazia, come si sa, ha esaltato i benefizi.
Ma l’aristocrazia, l’_élite_ intellettuale del Novicow è di là da
venire.... Forse non è diversa da quella preconizzata dai socialisti.
Lo vedremo nel paragrafo seguente. L’ottimismo del Novicow sull’_élite_
è parso anche esagerato all’_egoarca_ Morasso, che alla sua volta ha
esagerato il _superomismo_!
[258] Qualcuno, tra i socialisti italiani specialmente, troverà strano
che io mi sia intrattenuto di democrazia in un libro consacrato al
socialismo. Trattando della decadenza dell’aristocrazia mi parve che
non si potesse fare a meno di riferirsi all’avanzarsi del termine
antinomico. Democrazia e aristocrazia mi pare che siano due liquidi
diversi in vasi comunicanti: la pressione che un colpo di tromba
esercita su di uno fa innalzare necessariamente l’altro. Lasciando a
qualche socialista italiano il sovrano disprezzo per la democrazia
rilevo che non a caso i socialisti tedeschi si denominano partito della
_democrazia sociale_. Altri obbietterà che tra democrazia e socialismo
ci sia incompatibilità riferendosi al giudizio dell’illustre storico
della democrazia americano. Il De Tocqueville nel Parlamento francese
nel 1849 disse: «La democrazia estende la sfera della indipendenza
individuale, il socialismo la restringe. La democrazia dà ad ogni
individuo il maggior valore possibile il socialismo fa di ogni uomo una
cifra, un agente, uno strumento. Democrazia e socialismo coincidono
nella sola parola uguaglianza; ma mantengono la differenza nel senso.
La democrazia aspira all’uguaglianza nella libertà; il socialismo
vuole l’uguaglianza nella violenza e nella servitù.» Come si vede
i Guyot, i Garofalo, i Richter che hanno annunziato la morte della
libertà coll’avvento del socialismo non sono originali! Mi riserbo ad
altra occasione di trattare di proposito questa quistione, alla quale
accennai sin dal 1878 (_La questione sociale e la libertà_) dimostrando
che coi regimi democratici la evoluzione è più lenta e più sicura non
contrassegnata da episodi dolorosi. Come intendono l’eguaglianza i
socialisti si vedrà nel paragrafo seguente. Qui mi piace ricordare
che il De Laveleye vide più nettamente affermando che l’uguaglianza
politica — base della democrazia — prepara l’uguaglianza economica e
che anzi la prima non dura se per lungo tempo rimane scompagnata dalla
seconda (_Le socialisme contemporaine_. 3ª Edizione. Parigi). John Rae
senza essere socialista sta col De Laveley, sul rapporto tra diffusione
del benessere e democrazia (_Il socialismo contemporaneo_. Lemonnier,
1889, p. 24, 25, 27 e 113). In principio, però, constata che la
tendenza naturale della democrazia non è verso il socialismo e si fonda
sul fatto che il socialismo non si estende in Inghilterra, in Svizzera
e negli Stati Uniti. Ora muterebbe avviso.
[259] Questo processo adequatore avrebbe una smentita se fosse vera
l’ipotesi ardita del Pareto che sotto tutti i regimi riscontrò una
uguale ripartizione dei redditi. (_Cours_ etc. Vol. 2º _La courbe
des revenus_ p. 289 e seg.) L’ipotesi del geniale economista non è
dimostrata e non ne è convinto nemmeno il Pantaleoni. Ciò che lo stesso
Pareto afferma a p. 326 e altrove sulla costante diminuizione del
pauperismo in Inghilterra mi sembra che contraddica fondamentalmente la
sua ipotesi.
[260] _Aperçu sur le socialisme scientifique_. Prefazione alla
riduzione del _Capitale_ di Marx p. 31 e 32. A quindici anni
di distanza uno scrittore di un temperamento diverso ripete la
stessa cosa. «Ciò che il socialismo domanda non è la uniformità
delle condizioni; esso ammette ineguaglianze naturali, cerebrali
e muscolari, ed è anche cosa scientifica il negare l’eterogeneità
come una condizione di progresso. Ciò che il socialismo domanda è
l’uguaglianza nell’uso dei mezzi di sviluppo, coll’uguale diritto allo
sviluppo della attività.» (Kauffmann. _Socialism and modern Thought_.
Londra 1895. Citato da Chiappelli p. 78 in nota) Malon e cento altri
scrittori ripetono le stesse cose e le stesse osservazioni. Dissento
parzialmente dal Deville sulla permanenza delle disuguaglianze naturali
quando saranno scomparse le ineguaglianze sociali. L’uguaglianza fu
intesa come da Deville anche dal Podolinsky molti anni or sono (_Revue
socialiste_. 1ª serie N. 8) e dall’Engels (_Duhring’s Umwaltzung der
Wissenschaft_). Il Grant Allen insiste sulla realtà delle ineguaglianze
naturali e si prova a dimostrare che solo il socialismo può trarne il
dovuto profitto (_Natural Inequality_. In _Forecasts_ ecc.).
[261] Lange: _op. cit._ p. 75. Antonio Labriola, il marxista più
illustre tra i popoli latini com’è stato riconosciuto dal Sorel anche
nella fase del _comunismo critico_, quando, eliminati la _rendita_,
il _profitto_ e l’_interesse_, cesserà la necessità dello Stato quale
organo destinato a mantenere coattivamente l’equilibrio tra le classi
in contrasto, riconosce che rimarranno la ineguaglianze _naturali_ del
sesso, dell’età, del temperamento, della capacità e vi sarà il _governo
tecnico e pedagogico dell’intelligenza_ che sarà l’unico ordine della
società. (_Del Materialismo storico. Dilucidazione preliminare._
Roma, E. Loescher 1896, p. 98 e 99) Pare a me che il _governo tecnico
e pedagogico della intelligenza_ faccia ricomparire lo Stato sotto
forma attenuata; e pare al Ferraris che tale governo debba condurre
a disuguaglianze economiche (_Il materialismo storico e lo Stato_.
Palermo. R. Sandron 1897 p. 203). Sono meritevoli di attenzione queste
considerazioni dell’americano Lester F. Ward, l’illustre autore della
_Dynamic Sociology_:
«La famosa dichiarazione di Sir William Harcourt che «oggi siamo tutti
socialisti» ha bisogno di un emendamento. Non siamo _socialisti_, ma
_sociocratici_.
«Questa generale arte sociale, il controllo scientifico delle
forze sociali esercitato dal pensiero collettivo della società pel
suo vantaggio, in stretta omologia con le arti pratiche del mondo
industriale, è ciò che io ho chiamato col nome di _Sociocrazia_.
Essa è stata talvolta confusa col _Socialismo_ ed io non posso
forse meglio concludere questa serie di articoli che coll’indicare
brevemente, secondo io comprendo il socialismo, fino a qual punto esso
differisce dalla prima ed anche dal prevalente regime di concorrenza o
individualismo. Ciò può essere fatto soltanto, al punto in cui siamo,
mediante poche proposizioni antitetiche, lo svolgimento delle quali è
pel momento rimandato.
«1. L’individualismo ha creato disuguaglianze artificiali.
«2. Il Socialismo cerca di creare uguaglianze artificiali.
«3. La Sociocrazia riconosce le disuguaglianze naturali e mira ad
abolire le disuguaglianze artificiali.
«4. L’individualismo conferisce beneficii a coloro soltanto i
quali hanno l’abilità di ottenerli, per forza superiore, astuzia,
intelligenza o accidenti di posizione.
«5. Il Socialismo vorrebbe conferire gli stessi beneficii a tutti
ugualmente e mira ad assicurare la uguaglianza del godimento di essi.
«6. La Sociocrazia vorrebbe conferire gli stessi beneficii in stretta
proporzione col merito, ma insiste sull’_uguaglianza della occasione_
come il solo mezzo che possa determinare il grado di merito.
«Così un ciclo si compie. La Sociocrazia è il ritorno alla natura dalla
quale la società si era allontanata.»(_American Journal of Sociology_
1897)
[262] Haycraft: _Darwinism and Race progress_, London. Sonnenschein.
1894. Lapouge: _L’Anthropologie et la Science politique_ (Nella _Revue
d’Anthropologie_, Gennaio 1887).
[263] Queste osservazioni del Turati rimontano al 1883.
[264] In China si conservano ancora alcuni costumi che ricordano quelli
degli Spartani. Holcombe in _The Real Chinaman_ narra che i genitori
quando sono riusciti inutili le cure pei fanciulli malatticci, li
spogliano e li espongono all’aria. Se per caso i fanciulli resistono a
questa terapeutica allora i genitori li riconoscono come loro figli. Se
muoiono vengono considerati come spiriti maligni che cercano introdursi
nella loro casa.
[265] _Dégénérescence et criminalité_. Paris. Alcan. 1888 p. 108. Nel
1º volume della mia _Sociologia Criminale_ vi sono molti esempi di
grandi uomini, che avevano tutti i caratteri della debolezza o della
degenerazione fisica. Giuseppe Mazzini fisicamente era un _debole_; ma
quanto tesoro di forza morale e intellettuale non conteneva quel corpo
diafano e malaticcio!
[266] G. Bizzozzero: _Il cittadino e l’igiene pubblica_ (_Nuova
Antologia_ 16 aprile 1898).
Anche il Prof. Sanarelli ha fatto acconce osservazioni sui danni
incalcolabili che fa la morte cieca sopprimendo individui, che
avrebbero potuto contribuire colle loro scoperte al progresso
dell’umanità. (_Higiene pubblica y questiones sociales_. Montevideo
1896)
[267] Il Marchese di Breadalbane costrusse elegante alloggio pei suoi
cani da caccia. (Ledru-Rollin: _Décadence de l’Angleterre_. Vol. 2º p.
41). La zoofilia quando non è accompagnata da cure uguali verso gli
uomini, diventa un insulto, una provocazione.
[268] Non è male avvertire che due dei maggiori economisti
contemporanei, Leon Say e Leroy-Beaulieu, la _protezione dei deboli_, e
dei fanciulli, la riconoscono giusta ed utile. Leone Say, specialmente
prendendo la presidenza di una società di protezione dei deboli disse:
«Lo Stato deve la sua protezione ai deboli; la deve sopratutto ai
fanciulli, agli apprendisti, che sono la grande risorsa della nostra
industria nazionale; l’infanzia non è una cassa di risparmio nella
quale versiamo dei tesori per l’avvenire?» (_Journal des Economistes_.
Marzo 1885, p. 501 e 502). Il Gide, poi, propugna esplicitamente il
diritto all’_assistenza_ nel senso del socialismo primitivo.
[269] _Origine dell’uomo_. Trad. Italiana, Unione Tip. Edit. di Torino,
p. 126.
[270] _Sociologie_. Parte 3ª, cap. 9, vol. 2, p. 351, 358.
[271] Ho lasciate immutate quale si trovano nella 1ª Edizione del
1884 gran parte di queste obbiezioni contro Spencer. Il Chiappelli
le ha ripetute ed allo Spencer ha ricordato che il capolavoro della
evoluzione secondo il filosofo inglese è per lo appunto la _morale_.
[272] Cap. 12. _Passato e avvenire della famiglia_, pagina 400 a 404.
[273] Per la protezione dei deboli, sebbene timidamente, in nome del
diritto si dichiara il Cimbali. (_Il diritto del più forte_ p. 201 a
303). Invece la sostiene calorosamente Ludwig Stein. «Il diritto e
dovere di _assistenza_ va di conserva col diritto all’_esistenza_,
riconosciuto nel prussiano _Landrecht_ e nella proclamazione francese
del 1793, ammesso da Locke, Montesquieu e Fichte. Tutti i cittadini
hanno diritto ad una sicura esistenza ed alla eliminazione di tutti i
mali, di tutti gl’inconvenienti che potessero renderla meno sicura.
Ecco il più gran dovere dello Stato. Il diritto all’_assistenza_ non
compete solo a coloro che sono fisicamente incapaci al lavoro: compete
a tutti i _deboli_ ed economicamente _deboli_. Poichè lo Stato moderno
non è più semplicemente un _Rechtsstaat_ — Stato giuridico — ma anche
un _Culthurstaat_ — stato educatore —; poichè esso non si occupa più
soltanto della vita giuridica, ma anche della vita economica dei
suoi associati, non è difficile che si faccia un nuovo passo verso
l’assicurazione dell’_esistenza_ pei deboli.» (_Die Soziale Frage_
ec. p. 614 a 616). Per la legislazione sui poveri e per la forma e
la evoluzione della beneficenza si riscontrino le opere citate di
Florian e Cavaglieri, di Maggetti e di Fulvio Cazzaniga. Quest’ultimo
(_L’equità e le sue applicazioni naturali; L’uguaglianza studiata
nella storia e nella scienza_) rappresenta bene in Italia le tendenze
spenceriane contro la conservazione dei deboli.
[274] Mantegazza: _Un giorno a Madera_; Lino Ferriani: _Il diritto alla
famiglia_ (_Nel Pensiero Nuovo_, Aprile 1898). Il Pieraccini in un
libro, edito dal Bocca, sulle malattie trasmissibili propugna le stesse
idee. Anche il Lapouge propugna la proibizione rigorosa del matrimonio
ai deboli.
[275] Mi valgo qui e nelle pagine seguenti dell’ultima parte del libro
di Lapouge (_Les selections sociales_) nella quale si occupa del
_Selezionismo sistematico_.
[276] L’Haycraft dovrebbe mettersi alla testa della strana setta
religiosa dei _peculiar people_ sorta in Inghilterra, che respinge
la medicina e crede che sia cosa infernale combattere la volontà
di Dio salvando colle droghe coloro che sono destinati a morire.
I magistrati inglesi, però, non ostante il loro rispetto per il
sommo creatore, hanno condannato due individui, che rifiutarono il
soccorso di un medico per il loro figlio malato. (Malagodi: _Corriere
dell’Inghilterra. Rivista politica e letteraria_. Maggio 1898).
[277] Ciò risulta dalla corrispondenza tra il segretario della _Land
Restoration League_ ed Herbert Spencer. Spencer non voleva consentire
che si pubblicassero di fronte i brani della sua _Social statics_ del
1851 e della _Justice_ del 1891. All’ultimo consentì quando non poteva
più rifiutarsi senza mettersi sfacciatamente dal lato del torto. La
corrispondenza si trova nel N.º 1 dei _Land Restoration Tracts_ (_M.r
Herbert Spencer and the Land Restoration League_). I brani delle due
opere gli uni accanto agli altri si leggono nel Tract N.º 2 (_M.r
Herbert Spencer on the Land Question_. London: Office of the English
Land Restoration League. December 1894).
[278] D’Annunzio e Morasso rappresentano la degenerazione del
Nietzsche; come l’abbia interpetrato ed esagerato il primo nelle
_Vergini delle rocce_ dimostrai nella _Rivista popolare_ (_Nietzsche
e D’Annunzio_. Anno Iº N. 17 e 18. Si conoscerà il secondo sapendo
che non contento di trattare da _sciocchi, petulanti_ e _mascalzoni_
quanti non la pensano come lui, enuncia aforismi di questo genere:
«Il dolore non è un merito, ma il peggiore dei demeriti. Il dolore
è una colpa, una tabe. La morale e la virtù sono l’estrinsecazione
atavica del più brutale egoismo primordiale di tutti gl’inferiori,
i vinti, gl’invidiosi, i deboli. Il piacere, la sessualità, l’ozio,
l’elevazione, la contemplazione sono gli stati più nobili, più
propriamente umani dell’uomo. L’uomo deve pensare a sè e a nessun
altro che a sè, e vivere per il suo proprio ed esclusivo piacere. Il
lavoro degrada, rende ignobile. L’uomo vero è colui che vive oziando,
godendosi ogni piacere, dandosi tutto ai piaceri sessuali. L’uomo vero
è il maschio elegante e sagace, cui le donne si offrono... l’_homme à
femmes_. Costui solo ha diritto di dominare. Chi soffre, chi lavora,
chi produce dev’essere asservito. Gli operai costituiscono la massa
animalesca degradata dal lavoro. Il lavoro è una colpa, che non merita
clemenza.» (_Uomini e idee del domani_. Bocca. Torino 1898). Questa è
l’essenza dell’_egoarchia_. Dica il lettore se ci può essere di fronte
agli egoarchi altro dilemma: o manicomio o galera.
Il Morasso non si mostra turpemente pazzo soltanto colla enunciazione
di siffatti aforismi, ma anche coll’affermare risolutamente che
essi sono _suoi_, esclusivamente _suoi_. Invece basta leggiucchiare
le biografie del Nietzsche per comprendere che l’odio contro il
cristianesimo, contro la democrazia, contro i lavoratori ecc.; e
l’apologia del _super uomo_ sono letteralmente copiati dagli scritti
del povero folle di Naumburg. Se le teorie rubacchiate dal Morasso
al Nietzsche trovassero molti aderenti la società umana diverrebbe
semplicemente un’associazione di feroci briganti. Ci sarebbe solo
da sperare che i _morassiani_ prendendo alla lettera i consigli del
maestro imiterebbero Origene per impedire la riproduzione della società
e cercherebbero nella morte, nell’annullamento dell’esistenza la
suprema felicità.
[279] Sarò molto parco nelle citazioni in questo capitolo. Basta
ricordare che in quasi tutti i trattati di economia politica, a
qualunque scuola vadano ascritti i loro autori, viene discussa
calorosamente la quistione delle _leggi naturali_ per tentarsene la
dimostrazione, per negarsene l’esistenza o per racchiuderla entro certi
limiti.
[280] Tutto ciò, che dice il Pareto per escludere l’_elemento morale_
dallo studio dell’economia considerata come scienza esclusiva
dell’ofelimità e dell’utilità (_Cours_ ec. Vol. 1º p. 14) starebbe bene
qualora l’economia avesse alcuni dati o elementi o leggi sicure come
li hanno la chimica, la fisica, la meccanica ecc. Questo esclusivismo
non può fondarsi sulla esistenza dell’egoismo; poichè se l’egoismo
è un movente reale e principale non si potrà negare l’esistenza
dell’altruismo. I due splendidi volumi consacrati al _corso di economia
politica_ mostrano del resto, che il Pareto di continuo deve lasciare
l’astrazione per occuparsi dell’uomo concreto.
[281] _Essais et Études_. Troisieme serie. Paris. Alcan. 1897, p. 2.
Nel primo di questi _saggi_ dedicato alle _leggi naturali dell’economia
politica_, l’illustre socialista di Stato polemizzando cogli ortodossi,
dimostra la necessità dello scopo morale dell’economia come scienza non
solo di ciò che è, ma anche di ciò che deve essere. Mette dalla sua
anche il De Molinari. Certo è che la schiera degli economisti che pur
ammettendo le cosidette _leggi naturali_ consentono nel suo indirizzo è
numerosa ed autorevole.
[282] Paris, Germer et Bailliere. 2ª Ed. 1877. Ho riassunto questo
studio ed alcuni altri nell’opuscolo: _Di alcuni studî recenti sulla
proprietà collettiva_ Bologna 1886.
[283] Una buona risposta, dal punto di vista agronomico, sulla
quistione del latifondo in Sicilia, al Marchese di Rudinì è venuta dal
Prof. Vito Passalacqua nello scritto: _I latifondi e le leggi agrarie_,
Palermo. Remo Sandron. 1896. — Ho raccolto molto materiale di prima
mano sullo stesso argomento.
[284] _L’évolution économique du dixneuvieme siècle_. Paris. C.
Reinwald 1880, p. 321. Il De Molinari in altre opere ed articoli
del _Journal des Economistes_ insiste sulla evoluzione economica.
L’importanza della sua opinione la rilevai nella 1ª Edizione di questo
libro.
[285] In nota riporta le conclusioni del mio scritto: _Di alcuni studi
recenti sulla proprietà collettiva_, pel quale ha parole cortesi, per
dimostrare che in alcuni paesi la proprietà collettiva può dare il
_maximum_ di ofelimità; e lancia una terribile frecciata ad alcuni
autori della scuola ottimista, che preconizzano la libera concorrenza
e l’accettano solo quando essa è utile alle classi superiori della
società.
[286] Per questa _tendenza_ si legga il mio scritto: _La grande
battaglia del lavoro_. Roma 1898.
[287] I _trusts_ ecc. hanno assunto tale importanza e sono divenuti
talmente parte integrale della vita economica odierna, che non mancano
già tentativi e proposte di regolarli con leggi. In proposito si legga
l’importante studio del Prof. A. Marghieri sui _Sindacati di difesa
industriale_ (_Riforma Sociale_. Aprile 1898). Molti anni or sono
Saverio Merlino dimostrò che la concorrenza finisce in monopolio.
[288] Anche il Ferraris scrive esplicitamente: «L’opera collettiva
dello Stato, organo della _Legge di coltura_ può modificare le
condizioni della evoluzione naturale.» (_Il materialismo storico e lo
Stato_ p. 157).
[289] «L’economia politica ridotta alle formule astratte delle vostre
leggi naturali è una scolastica più vuota di quella del medio evo.
È perciò che essa ha perduto ogni credito non solo in Germania e in
Italia, ma anche nel suo paese di origine, in Inghilterra. Essa vi
ha subìto l’ultima delle umiliazioni. Il capo attuale della scuola
ortodossa inglese, l’eminente professore di Oxford, Bonamy Price, si
ha assunto il compito di provare che essa non è una scienza. Lord
Sherbrooke (l’antico cancelliere dello scacchiere, Lowe), il più logico
dei deduttivi, aveva detto ch’è proprio di una scienza la facoltà di
prevedere, perchè essa ha per oggetto _leggi naturali necessarie_;
per esempio l’astronomia, che prevede gli eclissi; la chimica, che
prevede le reazioni dei corpi messi in contatto; la fisica che prevede
gli effetti del calore e dell’elettricità; ed egli pretendeva che
l’economia politica riposando del pari sopra di alcune leggi naturali
semplicissime, godeva dello stesso dono di previsione. Bonamy Price
distrugge questa illusione con una verve spietata e dimostra che
l’economia politica concepita nel modo degli ortodossi, quorum magna
pars est, non ha alcun diritto al titolo di scienza: (_Political
Economy is not a Science in the stricte sense of the term_.)» De
Laveleye: _Essais_ ec. p. 13.
[290] Del metodo si è occupato in Italia con grande acutezza
l’Asturaro. Non si è di accordo neppure sulla definizione della
sociologia. Pel De Greef è: _la filosofia generale delle scienze
sociali particolari_ (_Les lois sociologiques_. Paris 1893, p. 49). Con
questa definizione in verità non si riesce e comprendere ciò che è la
sociologia; perciò tra le tante mi pare preferibile quella di Vignoli:
_la sociologia è la scienza della genesi, esplicamento, specificazione
e trasformazione degli elementi essenziali fisio-etico-razionali umani
in quanti consociati vanno ordinandosi concretamente in un sistema
attuoso e variabile di vita comune_ (_Peregrinazioni antropologiche_.
Milano. Hoepli. 1898, p. 101). La definizione è alquanto lunga ed
involuta, ma corrisponde ai caratteri meglio constatati delle società
umane ed a quella evolubilità delle medesime di cui s’intrattennero
magistralmente l’Angiulli e il Vanni. Sullo stato attuale degli studi
sociologici si può riscontrare: E. Morselli: _Sociologia generale_.
Milano. Hoepli. 1897. Egli ha trascurato gli scrittori americani.
[291] Credo essere stato uno dei primi in Europa a far servire la
dottrina spenceriana in difesa delle teorie socialiste. Ma per mostrare
l’elasticità ed imprecisione delle prime mi piace ricordare che mentre
io nel 1878 l’applicavo a modo mio, (_La libertà e la questione
Sociale_) il marchese Ferraioli la applicava in senso clericale.
[292] Anche pel Kidd l’uomo è una _creatura dell’altro mondo_ non
ostante l’apparato scientifico del suo libro! Questo, infatti, non ha
che un grande obbiettivo: stabilire l’esistenza e la necessità di una
morale religiosa.
[293] «Certi economisti pretendono che non esistono _leggi naturali_.
Ciò deriva dal fatto che essi conoscono dei paesi nei quali, gli
albergatori servono gratis i viaggiatori, e nei quali i negozianti,
invece di farsi pagare la merce che danno, regalano essi qualche cosa
ai compratori. Non proviamo alcuna difficoltà a riconoscere che nè
l’economia politica classica, nè l’economia politica pura possono
applicarsi a questi paesi». (_Cours_ etc. Vol. 2º p. 41).
[294] Il Pareto esce da questo prudente riserbo, veramente scientifico,
quando dopo aver negato la conoscenza di _leggi sociali_ in generale
riafferma la esistenza di _leggi naturali nella economia_ riferendosi
alle leggi dell’equilibrio economico di cui parlò a p. 59 e 61 del
1º vol. del suo _Cours d’Economie politique_. Mi accordo invece col
Kidd quando dice: le generalizzazioni in forma di _legge_ mancano
quasi completamente nelle conoscenze storiche. Lo storico ci conduce
a traverso agli avvenimenti del passato ma ci abbandona in faccia
all’avvenire non avendo che intuizioni sulle leggi, che regolano i
fenomeni sociali ed un _indizio della direzione_, nella quale la nostra
società cammina. (Op. cit. p. 26).
[295] Libri che si prendono in mano con entusiasmo e colla fiducia di
trovarvi la soluzione dei problemi sociologici, tra i tanti, mi piace
ricordare: Bagehot: _Lois scientifiques du développement des nations_;
Mougeolle: _Statique des civilisations; Les lois de l’histoire_; De
Greef: _Les lois sociologiques_; Le Bon: _Les lois psychologiques
de l’évolution des peuples_; Tarde: _Les lois sociales_; Kidd:
_L’evoluzione sociale_ ecc. ecc. Sono tutti di pregio grandissimo, ma
che non danno ciò che fanno sperare dal titolo.
[296] G. B. Grassi, l’illustre biologo di Roma, sappiamo come ha
stigmatizzato l’invasione reciproca che biologi e sociologi fanno nel
rispettivo campo scientifico. Con quanta leggerezza può essa avvenire
ce ne ha dato un esempio il Le Bon nel discutere come di cose assodate
e incontrastabili delle leggi sul rapporto tra volume del cervello e
intelligenza; sull’incrociamento e sui meticci ec. (_Les lois_ ec.)
Come applichi cervelloticamente la biologia il Kidd si vedrà tra poco.
[297] È bene si sappia che Gumplowicz e Novicow l’_agglomerazione_
la desiderano in senso federale. Il primo aizza l’Europa tutta a
coalizzarsi per frantumare la più grande _agglomerazione_ europea:
l’impero russo. (_Sociologie et politique_ p. 283 e altrove).
[298] Arditi e geniali tentativi di applicazione del numeri alla
storia ed all’economia fecero Giuseppe Ferrari, Bovio, Ievons, Walras,
Pantaleoni, Pareto ec. Ma nessuno può dire sinora che tali applicazioni
abbiano avuto fortuna incontrastata. Vale la pena di conoscere il
desiderio del De Greef sulla perfezione che egli vorrebbe dare alle
sue leggi sociologiche. I rapporti e le _leggi_ che pervengono a
svilupparsi dai fatti e dai gruppi naturali di fatti non sono e non
devono essere unicamente dei rapporti a delle leggi _qualitativi_,
ma per quanto è possibile devono essere _quantitativi_, non devono
essere una semplice descrizione, ma una misura ed un calcolo esatto
dell’ampiezza e dell’intensità di questi rapporti e di queste leggi.
Grazie alla statistica questo progresso scientifico è stato realizzato
in molti punti, sopratutto nell’Economica, nella Genetica, e in certe
parti dell’Etica e del Diritto, particolarmente del Diritto penale; la
statistica diviene così sempre più il vero alimento del metodo storico
proprio alla Sociologia (_Les lois_ ec. p. 141.) È un errore chiedere
ora alla statistica, ciò che essa non può dare e non ha dato. Dalle
statistiche criminali, che ho meglio studiate, non risultano le leggi
che ottimisticamente ammette il De Greef. Si vedrà la ragione del fatto.
[299] Il Leroy-Beaulieu studiando le nascite, i salari e l’alfabetismo
nel Belgio verrebbe alle conclusioni sostenute in altra parte di questo
libro sulla diminuizione delle natalità col crescere delle civiltà.
(_Dell’influenza del grado di civiltà sul movimento della popolazione.
Economiste français_ 20 e 27 Settembre 1890). Con ciò non si potrebbe
affatto parlare di rapporto _costante e necessario_.
[300] Tanto il Le Bon quanto il Kidd manifestano il loro rincrescimento
per l’abolizione della schiavitù! Ciò deriva logicamente dalla credenza
nella superiorità assoluta di certe razze; ma nel Kidd come si concilia
colla sua sentimentalità cristiana?
[301] La teoria del _contrattualismo_ con tanto vigore sostenuta dallo
Spencer, dal Maine, dal Fouillée ed in Italia dal Fragapane ci spiega
la crescente azione dello Stato; il quale, secondo il Thorold Rogers,
è riuscito a regolare anche lo sviluppo del fenomeno religioso, che,
più degli altri, si poteva supporre indipendente. (_Interpretation
économique de l’histoire_ p. 189).
[302] Ho combattuto in tutti i miei scritti il pregiudizio della razza
sostenendo che si scambia sempre come _carattere_ di una razza, ciò
che non è se non il _carattere_ di una data fase di sviluppo delle
razze. Il Tarde conviene con me. «Bisogna rinunziare, egli dice, alle
differenze fattizie che la _filosofia della storia_ stabiliva tra i
popoli successivi, specie di personaggi di un medesimo immenso dramma,
in cui ciascuno rappresentava la sua parte provvidenziale. Non si
deve abusare più delle espressioni: il _genio di un popolo_ o di una
_razza_, il _genio di una lingua_, il _genio delle religioni_ come
l’intendevano Taine e Renan.» (_Les lois sociales_ Paris. Alcan. 1898,
p. 42 e 43).
[303] Chi voglia conoscere a che ne sia ridotta l’ipotesi del Weismann
scorra l’_Année biologique_ del Delage edita dai fratelli Schleicher
in Parigi. Il Prof. Lombroso pubblicò un vigoroso articolo sulla
_Ereditarietà dei caratteri acquisiti_ nel _Forum_ (Ottobre 1897) per
sostenere Spencer e combattere Weismann. Perchè sempre e in tutto venga
confermata l’_armonia_ tra i socio-darviniani nell’applicare i principi
fondamentali della teoria aggiungo che Le Bon, contro Weismann e Kidd,
ammette l’eredità e la trasformazione — mercè l’accumulazione dei
cambiamenti impercettibili — dei caratteri delle razze. (_Les lois_ p.
9).
[304] È evidente che data la possibilità dell’invasione turanica non
potrebbe aversi mai un _ricorso_ vero quale quello delineato da Vico
dopo l’invasione nordica delle contrade a civiltà greco-latina. Prima
che i Chinesi soggioghino gli Europei saranno impregnati delle civiltà
occidentali. La vittoria violenta e completa dei lavoratori — i nuovi
_barbari_ annunziati da Macaulay sessant’anni fa, preconizzati dopo da
Gumplowicz — si troverebbero del pari nella impossibilità di distrurre
quella civiltà: da cui essi sono sempre più conquistati e di cui
gustano i benefizi e gli allettamenti. D’onde la savia indicazione,
nel grande interesse della civiltà; di ritardare quanto più si può
l’esplosione delle classi lavoratrici con opportuni provvedimenti per
così dire lenitivi e d’incivilirle quanto più rapidamente si può. Due
indicazioni dimenticate spessissimo dai governanti, che ritardano
di proposito il miglioramento intellettuale delle classi inferiori
e ne affrettano l’esplosione colle provocazioni imprudenti e colle
sofferenze cui le condannano.
Il De Greef bellamente ha osservato, che possiamo immaginare un insieme
di condizioni, le quali cooperino allo svolgimento col progresso delle
società anzicchè alla loro deformazione e alla loro morte. (_Les
lois_, p. 180 e 181) Data la verificazione di siffatta ipotesi — tutta
basata sul regno della giustizia — verrebbero resi impossibili i veri
_ricorsi_ mercè l’opera dei barbari interni.
[305] Non si creda che questo regolamento del corso degli avvenimenti
da me sia attribuito ai sociologi per poterli combattere più
facilmente. Ecco, ad esempio, ciò che scrive il De Greef, ch’è pure uno
degli scrittori più geniali: «Pel fatto stesso che la sociologia è la
più complessa di tutte le scienze, la sua materia è suscettibile di un
numero considerevole di combinazioni; essa è per eccellenza una materia
plastica, malleabile, modificabile e perfettibile. _Noi possiamo,
agendo su certi fattori sociali, in condizioni determinate, sopratutto
sui fattori più generali e più semplici_, PRODURRE DEI FENOMENI
NECESSARI, cioè in rapporto colle leggi osservate, sperimentate e che
permettono per conseguenza la _previsione scientifica_ del fenomeno
sociale, di cui la produzione o la riproduzione sono ricercati. (_Les
lois_ ec. p. 68).
Il De Greef rincalza su questa crescente e cosciente azione
modificatrice che certi fattori possono esercitare sulla evoluzione
sociale (da pag. 137 a pag. 151) e vorrei che egli si apponesse al
vero. Ma dalle sue involute ed oscure discussioni non si potrebbe
dedurre se non questa conclusione: _l’azione dello Stato guadagna in
estensione e perde in intensità_. Che debba perdere in intensità si
spiega colla legge spenceriana della crescente sostituzione della
cooperazione volontaria alla forzata. Con altrettanta ingiustificabile
sicurezza egli parla di leggi naturali, la cui violazione conduce
alla _morte_ le società umane; e di una derivazione delle leggi
sociali dalle leggi generali dell’universo — persistenza della forza,
integrazione e disintegrazione incessanti della materia ecc. — (p. 153,
154 e 165).
[306] Il Tarde nelle _Lois sociales. Esquire d’une sociologie_ (Paris.
Alcan. 1898) ha esposto sinteticamente ciò che ha diffusamente trattato
nelle tre opere: _Les lois de l’imitation_, l’_opposition universelle_
e la _Logique sociale_. Rimangono meglio formulate le _leggi
dell’imitazione_. Invece mi sembra involuto quando parla delle _leggi
di adattamento_.
[307] Su queste leggi si riscontrino gli scritti di Buckle, di Marx, di
Spencer, di Loria, di Pareto, di Labriola ec. ec.
[308] Di _regolarità_ parla sempre il Von Mayr. Contro la _regolarità_
in senso stretto fece osservazioni non prive d’importanza il
Pascale (_Uso ed abuso della statistica_), delle quali mi occupai
nell’_Alcoolismo_ ecc. anche pel Pareto le _leggi naturali_ non
sarebbero che delle _uniformità_ (_Cours_ Vol. 2º).
[309] Citato da Angiulli: _La filosofia e la scuola_ p. 208. Il
Lilienfeld, un sociologo di gran fama, scrive delle _leggi naturali_ e
delle _leggi sociali_, della necessità e del libero arbitrio, con tanta
oscurità e con tanta leggerezza, che dispensano da ogni critica. Vedi:
_Pensées sur la science sociale de l’avenir_ e _Pathologie sociale_
(Paris. Giard et Brière) Ha riassunto le proprie idee sulla _Riforma
sociale: L’organismo sociale è un superorganismo?_ (10 agosto 1896).
[310] Il Pareto scrive: Se noi tentiamo di mettere un poco d’ordine
nei motivi, estremamente vari e complessi, delle azioni umane, noi
vediamo che si possono aggruppare in tre classi. Certe azioni hanno
per iscopo di procurare semplicemente una sensazione piacevole. Altre
azioni hanno per iscopo di procurare all’individuo che li compie certe
condizioni di salute, di sviluppo del corpo e dell’intelligenza, altri
ancora hanno per iscopo di procurare queste condizioni a tutto un
aggregato e di assicurarne la riproduzione (_Cours_ ecc. Vol. 2º p.
397) Le _leggi naturali_ si dovrebbero raggruppare attorno a queste
tre categorie di _motivi_ delle azioni umane. Orbene manca nella
società quella _uniformità_ — ch’è condizione essenziale perchè vi sia
la _legge_ — voluta da Pareto. I tre motivi, infatti, prevalgono in
varia misura tra i vari individui e sopratutto in vari tempi. Alcuni
sacrificano tutto all’_ofelimità_ che rappresenta la prima classe
dei motivi; sacrificano ad essa non solo la terza che mira all’utile
dell’aggregato, ma anche la seconda che si riferisce all’utilità
individuale. Le variazioni individuali sono più significanti se
riscontrate nel tempo e nello spazio presso le collettività, presso
gli aggregati. La inesistenza delle _leggi naturali_ basate su queste
_uniformità_ di azione dei motivi determinanti venne bene messa in
evidenza dalla scuola di antropologia criminale. È merito di Lombroso
e della sua scuola di avere messo in evidenza la diversità della
reazione sotto l’azione di un fattore sociale, secondo la diversità del
_carattere_ dell’individuo. Si sa che di fronte al bisogno fondamentale
dell’organismo — quello di nutrirsi — gli uni emigrano, altri rubano,
un terzo domanda l’elemosina e non manca chi si suicida. Questi quattro
fenomeni non sono _senza causa_; ma la causa ha dato risultati diversi
per la diversità del _carattere_. Chi oserebbe predire _quando e chi_
per miseria emigrerà, ruberà, domanderà l’elemosina o si suiciderà?
[311] Il De Greef, che abbiamo visto con quanta sicurezza parla di
predeterminazioni e di previsioni constata la complessità dei rapporti
tra i fatti sociali e soggiunge: le sette classi dei fenomeni —
quante egli ne ammette — possono dar luogo a _127 combinazioni_; e
siccome ogni classe ha divisioni e suddivisioni; così si può dire
che i rapporti ai quali può dar luogo la vita delle società sono
innumerevoli. (_Les lois_ ec. p. 148.) Lo stesso Le Bon osserva:
«Quando una causa agisce per qualche tempo nello stesso senso essa
produce rapidamente effetti grandissimi. Le matematiche ci provano
che quando una causa persiste producendo lo stesso effetto le cause
crescono in progressione aritmetica (1, 2, 3, 4, 5 ec.) e gli effetti
in progressione geometrica (2, 4, 8, 16, 32 ec.). _Le cause sono i
logaritmi degli effetti._ Nelle somme ad interessi composti la legge
di accrescimento è tale che il numero degli anni è il logaritmo del
capitale accumulato. È per ragioni di quest’ordine che la maggior parte
dei fenomeni sociali possono tradursi in curve geometriche rapidamente
crescenti. In un altro lavoro sono arrivato a constatare ch’esse
potevano esprimersi dal punto di vista analitico coll’equazione della
parabola e dell’iperbole. Cheysson pensa che si traducono meglio spesso
con una equazione esponenziale.» (_Les lois psychologiques_ ec. p. 16
nota).
[312] Tutto ciò può servire a fare intendere in un senso molto
limitato la teoria del _caso_ del nostro Ardigò, cui ha tributato lodi
un giovane e valoroso giurista, il Brugi (_Evoluzione e formazione
naturale del diritto?_ In _Rivista Italiana di Sociologia_. Maggio
1898). Pel grande filosofo di Padova manca un archetipo nella
successione dei fatti. Il pensiero nell’umanità è formato per la
continuazione di accidentalità infinite succedutesi _a caso_ le une
alle altre; l’ordinamento delle società è il risultato inevitabile
della infinità di azioni realmente esercitate da infinità di
circostanze accidentali. Perciò non si può fare _a priori_ una
rappresentazione grafica dei fenomeni futuri. Questa previsione è
contraria alla natura; non solo non vi è un archetipo _a priori_, ma
neppure un archetipo della successione; la natura si può svolgere in
modi infinitamente diversi; e come infiniti sono gli svolgimenti,
infiniti sono gli ordini possibili. Se manca un ordine non si cade
perciò nel caos; ne è pronto un altro. Nè quella imprevedibilità
significa la negazione della necessità del nesso causale. Il caso
non menoma affatto l’assoluta naturalità del fenomeno, ossia la sua
determinazione mediante ciò ch’è intrinseco alle cose stesse operanti.
Una specie e una legge non sono fatti inalterabili, ma soggetti a
continua alterazione insensibile... la evoluzione naturale non è altro
se non questa alterazione progressiva della cosa e della sua funzione.
(_Opere filosofiche_ Vol. 2º citato da Brugi).
[313] Il fatalismo di primo acchito del Quetelet si riduce a
_determinismo_ bene inteso.
[314] Si sa che Spencer, Letourneau ecc. quando accennano
all’evoluzione futura ne delineano semplicemente la _tendenza_. Il
De Paepe più di venti anni or sono esprimevasi in questo modo: «In
ogni ordine di fatti e quindi in tutte le scienze vi ha delle leggi;
ma queste non hanno lo stesso carattere di stabilità in ciascuna
scienza. Questa stabilità adunque decresce a misura che i fenomeni
si complicano: ond’è che la stabilità della legge noi la vediamo
diminuire come ci eleviamo dalle matematiche alla scienza sociale. Le
leggi di numero s’identificano assolutamente con i fenomeni; quasi lo
stesso è delle leggi astronomiche. Ma se dalla fisica andiamo alle
scienze sociali, le leggi non esprimono più che certi stati dei corpi
in certe condizioni; là esse si separano a poco a poco dai corpi e
non s’identificano se non con fatti generali, i quali si distinguono
essi stessi e nella medesima misura, della realtà. Cosiffatte leggi
esprimono ora delle medie, ora delle approssimazioni, ora dei tipi
astratti, fino al punto che nelle leggi sociali non esprimono altro
che _tendenze_. Nello stesso tempo e nel medesimo ordine le cause di
variazione si moltiplicano nei fatti concreti abbandonati all’azione
di un grande numero di leggi, le quali limitano reciprocamente la
loro azione; la nozione _assoluta_ della legge svanisce da sè.» (Cit.
da N. Lo Savio: _La statistica nel sistema generale delle cognizioni
umane_. Nota E). Ho voluto riprodurre dalla prima edizione questo brano
affinchè si conosca che anche gli _utopisti_ del socialismo talora
possono servire di buon esempio ai sociologi burbanzosi nella riserva
scientifica. Nella _Sociologia Criminale_ (Vol. 2º p. 15 e seg. e nei
paragrafi 68º e 69º) m’intrattenni lungamente sul _determinismo_ e sul
_libero arbitrio_ e sul valore da dare alla _tendenza_.
[315] Maffeo Pantaleoni: _Principii di economia pura_. 2.ª Ed. Firenze
Barbera 1899 p. 9 e 106. L’illustre economista, che onora la scienza
italiana nella università di Ginevra, ripete continuamente che
l’_economia pura_, essenzialmente deduttiva, riposa sopra _ipotesi_. Ci
sarebbe da fare non poche considerazioni sull’egoismo della specie, che
egli ammette e sulle conseguenze che se ne potrebbero trarre; ma che la
sua massima edonistica non possa intaccare il socialismo mi pare che
si possa dedurre dal fatto che egli, sempre per ipotesi, dimostra che
se invece dell’egoismo come _realtà empirica ed universale_ esistesse
l’ottimismo, le deduzioni sul modo di agire dell’_homo aeconomicus_
rimarrebbero identiche. (p. 15 e seg.) Tutte le sue acute osservazioni
non possono intaccare l’evoluzione dell’altruismo nel modo come la
s’intende in questo libro: cioè movente primitivamente dall’egoismo.
Il Winiarsky vuole costruire tutta una meccanica sociale sui moventi
delle azioni umane; ma si riferisce sempre alla coesistenza ed al
contrasto tra l’egoismo e l’altruismo — due forze paragonabili alle
forze di attrazione e di ripulsione del mondo cosmico. (_Essai sur la
mécanique sociale_. In _Revue philosophique_ Aprile 1898).
[316] _Government: Anarchy or Regimentation_. Nella _Nineteenth
Century_. Maggio 1890. Citato da Kidd: _Evol. soc._ p. 3, 4.
[317] I socialisti storici, dice Pareto, abusano stranamente delle
considerazioni fataliste. (_Cours_ 2.º p. 19). Si sa che il socialista
Vanderwelde constatò la smentita data da 50 anni di storia ai capisaldi
del _Manifesto dei Comunisti_. Il Sorel, che sinora contò tra i
più caldi ed eminenti marxisti, ha rincarato la dose nel senso del
socialista belga. (_La crisi del socialismo scientifico_. In _Critica
sociale_. 1º maggio 1896). Benedetto Croce aveva acutamente osservato
che dalla verità del materialismo storico non derivava necessariamente
quella del collettivismo.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. La notazione ^ indica che
il carattere seguente è in apice.
*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL SOCIALISMO ***
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