The Project Gutenberg eBook of Il peccato del dottore
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Title: Il peccato del dottore
romanzo
Author: Mario Pratesi
Release date: July 28, 2026 [eBook #79208]
Language: Italian
Original publication: Milano: Baldini, Castoldi & C., 1902
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79208
Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PECCATO DEL DOTTORE ***
MARIO PRATESI
IL PECCATO
DEL DOTTORE
ROMANZO
MILANO
CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C.º
Galleria Vittorio Emanuele, 17-80
1902
PROPRIETÀ LETTERARIA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
tutti i paesi.
_MILANO — TIP. PIROLA & CELLA di P. CELLA_
PARTE PRIMA.
Veglia notturna.
I.
Era cominciato appena il dicembre, e già si sentiva per le vie deserte
di Villapluvia il rumore faticoso (una specie di rantolo secco,
stridente) delle molte pale di ferro che spazzavan la neve.
Que’ cenciosi spazzaturai, giovani, vecchi e ragazzi, sembravano
altrettanti becchini che seppellissero le ultime spoglie del tardo
autunno in faccia all’inverno già apparso, con la sua orrida canutezza,
in quell’alpestre campagna. Gli alberi erano divenuti scheletri, e
l’abete nero, tra la fosca fuliggine delle foglie riarse e la nudità
dei rami stecchiti e spinosi, pareva un superstite in mezzo ai morti:
del sole non si vedeva che una traccia dispersa e morente tra le
pallide nubi.
Ma quel giorno il sole balenò, al tramonto, una luce sinistra su tutto
quell’immenso paese bianco: sotto il lividore terso del cielo, le
montagne divennero d’un colore vermiglio simile a quello del cocomero
tagliato quando è più acceso; poi tutto svenne, tutto si scolorì, come
se il mondo morisse.
Allora il dottor Fabio Stellini, medico provinciale di Villapluvia,
seduto là nel suo studio, alzò il capo dalla _Cronaca_ di Giovanni
Villani, e lo voltò alla finestra rischiarata dalla neve che prolungava
il dì fuggitivo.
Fra la noia di quel tempo, e la stanchezza di quei capitoli del
cronista, il quale registra i fatti come le note d’un calendario, o
d’un interminabile taccuino, il dottore non sapeva che fare. Pareva
intanto guardare gli spettri delle tenebre che crescevano in quella
tacita stanza ingombra di libri, e ascoltare il crepitìo leggiero
dei tizzi che si spengevano nel camino... Tutto si spengeva intorno
a quell’uomo, e anche la sua immagine si faceva sempre più fioca
nell’ombra.
Un cane accucciato presso il camino (si chiamava Speranza perchè sempre
buono, agile, allegro) incominciò a spazzolarsi un orecchio, facendo
squillare la sonagliera; sorse, fiutò la fessura dell’uscio, poi
s’accostò al padrone, e lo interrogò con gli occhi vispi, scodinzolando.
«Non esci oggi a respirare un po’ d’aria fresca?» pareva dirgli «che
importa se nevica? incontrerai meno gente, farai meno scappellate:
dunque non ti risolvi?... usciamo via, e ci divertiremo moltissimo.»
Il dottore chiuse il Villani, s’infilò il _paletot_, girò tutta la
casa per trovare un ombrello. Speranza gli saltava intorno festoso;
poi abbaiando si precipitò per le scale, schizzò in istrada, e andò a
grufolarsi sulla neve, la cui vista lo rallegrava come un fanciullo.
Speranza non sentiva la tristezza di quel crepuscolo cinereo, nè di
quelle case straniere in mezzo all’interminabile neve, nè di quella
funerea campana, lunga, rombante, che annunziava la scomparsa d’un
altro cittadino di Villapluvia; e che pareva dire ai paesi muti, al
fiume nero, alle valli bianche: è morto! è morto! è morto!
I fanaletti della luce elettrica, sospesi come scarabei d’oro per
l’aria bigia, mettevano quasi una nota allegra e irrisoria per la
deserta malinconia delle strade, dove le mosche bianche cadevano lievi
lievi come frammenti d’ostia, come particole d’ombre, o tacito diluvio
di spiritelli; quasi la natura, con tutto quel moto aereo e silenzioso,
compisse qualche suo funebre mistero nel vacuo mondo.
Non vacuo perchè c’erano ancora dei vivi, come attestavano, nella vasta
piazza, le colonne di fumo sorgenti dai tetti bianchi.
Era l’ora in cui nelle patriarcali cucine di Villapluvia bolle il
paiuolo della polenda sopra la fiamma allegra, e che quei buoni
cittadini, amanti della caccia e del vino, si mettono a tavola nelle
loro salette basse ed affumicate.
Fuor di casa, con quel tempaccio, non c’eran che i vagabondi senza
famiglia. Sotto i bassi, tortuosi e lunghi portici della piazza,
s’udivano solo dei radi passi e più rade voci. Non un’Autorità, non
un commendatore, non un cavaliere, non un avvocato, non una guardia
di sicurezza, ma solo cinque o sei peripatetici, tra cui il consueto
epilettico miserabile, venuto anche quella sera a passare un’oretta
amena sotto le logge.
Egli pareva un uomo assai contento della sua condizione. Bene o male
aveva trovato da ricuoprirsi, e la pennetta rosea che gli adornava il
lurido cappello dimostrava il suo buon umore. Ma la cosa di cui pareva
più soddisfatto era il suo bastone. Un bizzarro bastone in verità!
Sotto una farragine di medaglie, croci, conchiglie, campanelluzzi e
altri ornamenti, egli vi nascondeva un ossetto (non so come l’avesse
potuto avere) di san Venanzio; il santo che ci salva dalle cadute. Il
pover’uomo, molto forte e barbuto, con quel brutto male, ne faceva
ogni giorno delle cadute, e non perdeva mai la fede nel santo suo
protettore, e nelle cicche che veniva a cercare tutte le sere sotto
le logge. A passo stanco, immutabile, cadenzato, a cui aggiungeva
solennità quel bastone-reliquia ch’egli portava come un vescovo il
pastorale, i suoi occhi, errando a destra e a sinistra, non finivano
mai di cercar la cicca. Ma costumandosi a Villapluvia, per lo più,
di fumare a pipa, quella della cicca poteva dirsi piuttosto un’idea
archetipa, eterna, e quindi un’idea inafferrabile, ma sempre un’idea di
cui egli si pasceva lo spirito, trovando in quella dolce soddisfazione
un mezzo di distrarsi a Villapluvia e passare il tempo.
Il dottore, stanco d’incontrare per la ventesima volta, andando su e
giù per le logge, quel platonico ciccaiolo, s’avviò verso la piazza del
duomo.
Colà tutto pareva dormire il sonno dei secoli in mezzo al silenzio e
alla neve che copriva la chiesa, copriva il campanile smisurato nel
buio, copriva il palazzo dei rettori co’ suoi stemmi marmorei, la
torre dell’orologio; copriva la barba e il _paletot_ del dottore...
Come dico, non si sentiva un respiro; ma a un tratto Speranza ruppe
quel gran silenzio, mettendosi a abbaiare dietro a uno sconosciuto
che attraversava la piazza nevosa, giù gobboni come Atlante che regge
il mondo. Egli si reggeva a due mani, sulla groppa, una lunga cassa
da morto, sicchè pareva, in quell’albore deserto, una cariatide nera,
semovente e springante all’indietro dei calci paurosi al cane abbaione.
— Chètati! — gli gridò il dottore inseguendolo con l’ombrello — anche
la stampa del luogo si lamentò che tu troppo abbai alla gente; e se
ora ti sente il prefetto Tummistufetti, mio superiore, ne fa anche di
questa una questione d’ordine pubblico!...
Quell’uomo nero scomparve, e Speranza tacque, e seguì il dottore,
fermandosi ogni tanto a annusar la neve ammontata lungo le case, e che
pareva mandare, nei canti più oscuri, come una luce fosforescente.
Egli continuò la sua passeggiata per quelle viuzze, e i fanali che
raggiavano smorti su quel pallore fisso e nevoso, gli attristavano gli
occhi, le gocciolanti grondaie gli rendevano un suono sordo come di
gorgo leteo; e l’umido tanfo delle cantine, o la peste di qualche fogna
presso i portoni chiusi, suscitavano nel suo petto d’igienista il più
santo sdegno.
Intanto dai caffeucci nebbiosi, e dalle frequenti osterie, indicate
dall’occhio rosso infiammato della lanterna, usciva un confuso
frastuono di voci, di risa, di mani tonfanti su i tavolini; e il
dottore consolavasi che ci fosse ancora dell’allegria a Villapluvia con
quel tempo nero, e con quel silenzio della neve lungo le strade deserte.
II.
Rincasò che suonavano le sette ai due orologi di Villapluvia, e gli
pareva già un secolo ch’era incominciato a far notte.
Salì al buio le scale di legno, e aperto l’uscio, cercò a tastoni i
fiammiferi e il candeliere, che la serva s’era scordata di lasciargli
al solito posto.
Acceso il candeliere, l’alzò a portata del viso, guardò intorno, e il
disordine che scoprì in quella sala gli parve anche più brutto, a quel
debole lume della candela incontro alla notte, che annerava i vetri
delle finestre.
Tre finestre piccole, ottuse; quattro grandi usci neri, pesanti
e carichi di ferrami; il soffitto basso, orribilmente dipinto a
stampino con figure geometriche come quadrati, losanghe e stelle di
mare ad angoli acuti; quella sala spirava la goffaggine d’una vecchia
canonica, o d’una foresteria di villaggio. Dal centro del soffitto
pendeva un rampino di ferro per la lampada che non c’era; l’orologio
alla parete era fermo perchè nessuno si curava di caricarlo. Un monte
di biancheria, che aspettava d’essere stirata e riposta, giaceva su
un canapè, mista a panni di lana, su i quali, arrotondato come una
chioccioletta, se ne stava un bel gatto rosso, a cui il dottore aveva
messo nome Camuffi. Con quell’aria beata e beffarda che assume talora
il mostaccio del gatto, e anche dell’uomo quando sta bene, Camuffi
guardava a occhi socchiusi il dottore, che mandava le più eloquenti
maledizioni alla serva anarchica.
Invero pareva passata da quella sala la furia di Tesifone, o di Megera.
Sedie, stampe, fotografie riproducenti qualche capolavoro di pittura,
scultura, o cari visi di grata o malinconica rimembranza, tutto era
fuor del suo posto.
La serva, per uno di quegl’impeti di zelo furibondo da cui era presa
due o tre volte all’anno, aveva pensato quella sera di ripulir bene
la sala; ma per l’appunto era aspettata, a una cert’ora, dall’amoroso
in una di quelle asfissianti osterie di Villapluvia, dove, al suono
perverso d’un organetto, le serve sentimentali e procaci s’abbandonan
sì volontieri a ballare con gli operai e con i soldati. Ella dunque,
tra lo zelo della pulizia, lo spirito anarchico da cui ella pure era
invasa, e l’ansietà dell’amore, aveva menato su quei poveri mobili il
cencio da spolverare come un flagello rivoluzionario, li aveva mossi a
destra, torti a sinistra, ammassati in un luogo, capovolti in un altro,
e poi era corsa via, smemorata, al buio, lasciando come un’impronta di
convulsione violenta in tutta quell’orrida sala.
Il dottore, che era un desideroso dell’eleganza e dell’armonia,
incominciò col dare un maledetto ceffone a Camuffi che fuggì, e
incappato nel cane, questo lo addentò per la cuticagna, e prese a
strascicarlo qua e là come un gatto morto: gioco che piaceva a Camuffi,
e però se lo lasciava fare.
Il dottore sorrise a quell’innocente brio delle bestie, si calmò
alquanto, e si mise a raddrizzare quei mobili, e rimetterli al loro
posto, togliendoli da quella specie di contrasto, o d’_odio di classe_,
che pareva insorto fra loro. Quella faccenda servì a distrarlo, e
a fargli scuoprire nuovi rapporti d’armonia tra le cose; ma poi,
aperto uno di quegli usci per andarsene in camera, una ventata, quasi
l’aspettasse lì sulla soglia, gli spense il lume.
La serva anarchica e innamorata gli aveva lasciato le finestre aperte
come d’estate; quindi nella camera c’era un frescolino di paradiso,
oltre l’umidità della neve e del fiume, che s’udiva scorrere nella
valle.
Tutte cose che non sarebbero successe, dirà l’accorta lettrice, se non
fosse mancata a quella casa l’amorevole provvidenza d’una moglie casta
e fedele.
Verissimo: il dottore era pervenuto ai suoi cinquantasei anni senza
le soavità palesi e ignorate che procura sempre il dolce legame di
due teneri cuori concordi nell’amorosa pace, e nella santa fede
matrimoniale. Non s’era neppur curato di affezionare stabilmente alla
propria casa, per esempio, una brava cuoca, possibilmente grassa e
formosa. Aveva la fisima che una simile convivenza comunicasse come un
odor prosaico di cucina, un basso colore canonicale alla sua vita di
scapolo indipendente, e vittima (benchè prossimo alla vecchiezza) di
quel sincero spirito di poesia, che l’aveva sempre diretto o sviato,
e reso incapace d’accomodarsi volentieri alle falsità e volgarità
d’ogni giorno. Uomo di poca fede, egli credeva quasi impossibili
nelle serve quelle virtù solide e sincere, che non sempre hanno le
padrone, ma che le padrone, a buon conto, esigono dalla serva, per
esser servite bene. Certe amare vicende della sua fanciullezza,
orbata dell’affetto materno, gli avevano troppo presto mostrato a
che si riduce infine la bontà femminile, o diciamo delle serve. Quei
ricordi infantili accrescevano questa sua diffidenza, che egli stesso
riconosceva soverchia, e anche ingiusta talora, ma dalla quale non
poteva mai astrarre il suo giudizio su tali donne, perchè, a confronto
di quanto è loro ispirato dalla malizia e dalla forza impulsiva dei
loro istinti, le giudicava troppo scarse d’intendimento, di coscienza
e di riflessione. Anelanti d’avere anche loro una casa propria dove
spadroneggiare, e inasprite invece dalla dura necessità di dover
servire e obbedire nelle case degli altri; esse mirano naturalmente,
per quell’istinto di dominazione che è in ogni donna, ad avvolgere
l’uomo solo nel vincolo delle loro attrattive muliebri, se ne hanno; e
in qualunque modo a sottoporlo a una tutela domestica che poi si cambia
in arrogante e scaltra soverchieria. Il dottore s’era sempre ribellato
a questa pretesa servile e donnesca, non volendo sacrificare a nessuno,
e tanto meno a esseri subordinati, pericolosi o, per lo meno, sospetti,
il suo assoluto bisogno d’indipendenza. Non esigeva da quelle povere
donne cose perfette, nè straordinarie, ma non poteva tollerare che esse
corrispondessero, come più volte aveva sperimentato, odio permaloso
al suo giusto rigore, menzogna, intrigo, abuso confidenziale, e
ingratitudine villana alla sua tollerante bontà.
Ultimamente poi era avvenuto un caso. Una notte la bella Diana non
potè aprire così adagino l’uscio di casa a un suo amabile pastorello
(un pastorello calzolaio, a cui ella dava anche la roba non sua),
che Speranza, abbaiando, non avvertisse il padrone di quei notturni
misteri. Da quella volta il dottore teneva la serva soltanto per le
faccende diurne, e la notte era solo.
Un uomo di così poca fede provava quasi una superba voluttà nel suo
isolamento, e nella certezza, quale ora gli pareva di avere, che
nessuna insidia si tramava la notte vicino al suo capezzale; ma anche
questo ripiego di sicurezza e di libertà aveva i suoi bellissimi
inconvenienti, come s’è visto. E poi nel caso di qualche male
improvviso, a chi domandar soccorso?... al cane Speranza forse, al
gatto Camuffi?...
A questo non ci pensava: amava e stimava quegli animali, perchè,
quanto a Camuffi, era un po’ ipocrita, ladro, egoista, ma a paragone
dei ladri, degli egoisti e degli ipocriti umani, pareva un innocente
tortorello, al dottore; Speranza era sincero sempre, e ambedue
poi facevano il proprio dovere, senza che loro venisse imposto, o
insegnato. Soltanto Camuffi, in certe stagioni, era come se una tromba
lo chiamasse a prestar servizio: abbandonava la casa, e talora ne
rimaneva assente sì a lungo, da far temere che qualche buon gustaio del
genere non se lo fosse mangiato in teglia, e fattosi del suo pelo un
ricco bavero da pastrano. Ma eccoti che un bel giorno ricompariva, ma
così diminuito che sembrava un’ombra scampata a un anno di carestia.
Con la fame c’era stata anche la guerra. Perchè non solo la pelliccia
gli ciondolava sulla compagine delle ossa, come un vestito fatto a
crescenza, ma pareva gli fosse rimasta attaccata ai pruni; di più aveva
un orecchio fesso, o la pelle della gola orribilmente squarciata, o la
coda divenuta come uno stoppino sanguinolente. Tutto ciò per assicurare
la perpetuità della sua progenie; ma quando non era preoccupato da
questo suo grande pensiero, Camuffi era un animale ragionevole e calmo,
un mostro d’intelligenza e di ladroneria. Il sollecito suo zampino,
adatto come un grimaldello, preciso come la bacchetta d’un direttore
d’orchestra, celere come un’ala, apriva gabbie e dispense, arraffava a
volo, sottraeva piano piano di striscio, carpiva ignoto tutto quello
che gli piaceva, o che poteva giovare al suo pelo morbido e lucido come
il manicotto d’una signora. Rapido e silenzioso come una rotolante
pallottola di mercurio liquido, egli accorreva in ogni luogo della casa
ove udisse un qualche rumore sospetto. Anche quella sera, nello studio
del dottore, udendo dei rumori sotterranei, fece lo stesso: poi salì
sulla sedia, e come fosse il suo comodo canapè, s’appoggiò alla pancia
del cane.
Il dottore, vedendo dormire insieme quelle due bestie: «Sono, disse,
l’immagine dell’amicizia fondata sull’interesse. Ci guadagnano tutt’e
due a prestarsi scambievolmente il calore. Ma è sempre Camuffi che
ricerca l’utile proprio nella sua relazione amichevole con Speranza.
È malizioso, cortigiano, dissimulatore, e atto a dei calcoli mentali
di cui Speranza è assolutamente incapace. E dovendo convivere con
Speranza, tanto più forte e prode di lui, se lo vuol mantenere amico.
Perciò lo liscia, lo spazzola ben bene con la sua ruvida lingua,
l’accarezza con l’ondeggiare del groppone e del capo, lo provoca con
qualche lieve schiaffetto; e poi, potendo, lo deruba di qualche boccone
e lo fa servire per suo guanciale. Giocano insieme per delle ore con
una festività fanciullesca, ma sempre senza nuocersi, senza odiarsi,
senza tradirsi. L’invidia, il sospetto, la gelosia, la differenza
d’opinioni non mutano mai in dissidio amaro la lieta concordia di
questi due animali così dissimili d’indole, di forma, di costumi,
di gusti. Soltanto quando l’uno vuol mettere il muso o lo zampino
nella scodella dell’altro, allora affermano la loro individualità
dissocievole, coi brontolii, coi soffi, coi ringhi. Come è semplice la
natura! In tanta innumerevole varietà di viventi, l’appetito è la sua
unica molla.»
III.
Il dottore che avrebbe voluto essere un ottimista, quella sera pareva
poco disposto a vedere il mondo color di rosa, e perciò finì il suo
monologo sospirando.
Speranza che dormicchiava sulla sedia, avendo tra le zampe Camuffi,
sorse, e, tendendo gli orecchi, guardò il padrone. Posato in sulle
zampe di dietro, là sulla sedia, egli ricordava, al fiero e vigile
atteggiamento, il leone marmoreo della Repubblica fiorentina, quale si
vede a Palazzo Vecchio.
Forse, chi sa, erano i disgusti della giornata trascorsa quasi senza
parole con persone tutt’altro che amiche; era quel tempo gelato con
cui già s’annunziava il lungo rigore invernale; erano le impressioni
ingrate di quel notturno vagabondaggio sulla neve per la cittaduzza
squallida, senza incontrare una faccia amica; il fatto sta che il
dottore quella sera non era, come avrebbe voluto essere, un ottimista
giocondo, ma un uomo disposto alle conclusioni più sconfortanti. Le
avrebbe volute bandire dal suo pensiero perchè non credeva neppure ad
esse, ma giudicava che dipendessero da circostanze tutte inerenti ai
suoi sensi impressionati da quella sera sì muta e sì triste. Egli non
era certo di nulla. Sentiva pesare sopra di sè la propria, dirò così,
subiettività, quale ella era per indole naturale, e quale i casi, più
avversi che favorevoli, gliel’avevano fatta; e questa subordinare e
chiudere i suoi giudizi in un àmbito così relativo e così limitato,
che tali suoi giudizi gli apparivano miseramente vani, presuntuosi e
dubbiosi. Si ricordava d’aver veduto quel giorno, appesa allo sportello
d’una botteguccia, una gabbia, con dentro uno scoiattolo inquieto che
girava girava sempre sul medesimo pernio, sperando sempre di trovare
un’uscita; e quello gli pareva l’immagine del pensiero che va e viene
sempre per la medesima ruota delle sue vane illusioni attorno un
piccolo barlume sperduto nella miseria e nell’ignoranza infinita.
Tali pensieri noiosi provocarono dal suo petto un altro lungo sospiro.
Allora Speranza s’accertò proprio che il suo padrone, in quel
momento, aveva qualche afflizione; e quasi obbedendo ad un sentimento
inconsapevole e superiore alla sua natura di cane, scese, con una certa
titubanza, giù dalla sedia, e s’avvicinò rispettoso, la coda bassa e
gli occhi pietosi, alla poltrona dove sedeva il dottore; gli posò le
due zampe sul ginocchio sinistro, e restò così un poco incerto se gli
doveva leccar la mano; ma sapendo che il dottore non lo gradiva, leccò
invece due o tre volte il bracciuolo della poltrona.
Il dottore gli accarezzò la testa e sorrise.
«Speranza, egli disse, ne può su di me più d’un teologo morale; mi fa
quasi ritornare ottimista e credente; mi fa quasi toccare il fondo
sincero della bontà; una bontà fedele, delicata, cortese, che non
s’insegna e che perciò non si finge, e di cui egli, certo, dandomi
ora una prova così singolare, non crederà d’aver fatto troppo, nè che
io gli debba un obbligo eterno per tanta sua degnazione... E dire
che io, uomo frivolo e cattivo, più volte l’ho disprezzato questo
povero cane, perchè non è bello! perchè col suo musetto aguzzo di
volpe senza malizia, il suo ruvido pelo color cannella, le sue zampe
tozze e meschine, i suoi orecchi mezzani ricadenti sul ciglio come
due netta-penne; egli ha tutta l’aria d’un cane povero e disgraziato.
L’ebbi da un lustrascarpe fiorentino per una lira, se no l’affogava
in Arno, e ora io non l’avrei qui mio unico amico e compagno. Ah,
perchè io non posso mutarlo in uomo, o meglio in donna, mantenendogli
il suo cuore di cane!... «Tutt’al più, mi diceva l’altro giorno un
barbassoro, codesto è un cane buono per la casa d’un contadino.» Già,
che poi lo lasci morir di fame, e lo fucili, o lo impicchi a un fico
perchè la povera bestia affamata è ricorsa all’uva del campo!...
Tanto è difficile anche ai cani, bestie così irragionevoli, e che
vogliono irragionevolmente mangiare, viver con gli uomini, diciamo
coi contadini, che hanno tanto l’uso della ragione!... Bel consiglio
mi dette una giovane e gentile signora! «Che se ne fa di cotesto
cane tanto brutto? — mi disse — lo porti via in treno con sè, lo
lasci a qualche stazione, e buona notte!» Come si sbrigan presto,
dei loro incomodi, le signore!... E dire che un musino graziosino e
soave come quello, sarebbe stato capace di farlo, senza un rimorso
al mondo! Io dunque, per il consiglio d’Eva, lo dovevo abbandonare
e tradire!... Brutto?... non è vero. Pare che in certi momenti egli
abbia il presentimento d’un male che non comprende, e allora i suoi
occhi esprimono una pietà sì triste, sì spirituale, sì bella! mentre
poi basta un nulla a farlo brillare e balzar di gioia: un sasso che io
gli scaglio perchè lo buschi, o il verde aprico dei prati pei quali
corre come una lepre inseguita, abbaiando ai buoi pascolanti. Que’
grossi animaloni alzano lentamente il muso dall’erba, e lo guardano
come se lo volessero compatire... Che mistero immenso è contenuto anche
dentro questa pelle di cane, animata! Se io lo potessi comprendere, ne
saprei più d’un professor di Liceo, e forse anche d’Università. Invece
io non so altro se non che ha il cuore perfetto, come ha perfetto
l’odorato e l’udito. Quando devo rimproverare alla serva la sua
smemorataggine, la sua menzogna, il suo sudiciume, Speranza le salta
intorno e, a ogni salto, le arriva una leccatina sulla guancia, o sul
mento. Dunque la compassione è un sentimento innato nei cani, a cui
non la insegna nessuno. Speranza non ha fatto neppure le tre classi
obbligatorie, nè ha mai visto uno di quei tanti libercoli elementari
dove, tacendosi di Dio, o ricordandolo appena, come la cosa meno
necessaria all’ordine morale del mondo, s’insegnano poi a freddo tante
belle virtù e scienze, ai ragazzi... Quanto all’udito, vorrei sapere
per quale mirabile struttura e disposizione de’ suoi nervi acustici,
fra due campanelli vicini e di suono eguale, quello di casa e quello di
camera mia, Speranza distingue subito se ho suonato io, o se suonano
all’uscio. Se ho suonato io, corre zitto zitto ad avvisare la serva,
e se suonano all’uscio, ecco subito la bestia domestica mutarsi in
feroce, e, latrando e abbaiando, fogarsi come un’eroica sentinella,
contro il nemico... E l’impressione dei suoni, e l’atto che ne consegue
immancabilmente, come sono diversi in Speranza e in Camuffi! Camuffi
si desta e accorre soltanto al rumore dei piatti, e a quello dei topi.
Speranza dei topi non se ne cura, non è affar suo; ma basta un sospiro
del suo padrone a renderlo attento; basta il più lieve ed ignoto
scalpiccìo sulla scala, il più piccolo suono di campanello, a farlo
abbaiare e accorrere come un lampo. Che differenza d’organismo fisico e
morale in questi due quadrupedi maravigliosi della casa dell’uomo!...
L’uno è l’amico buono, aperto, verace, il custode fedele della soglia;
l’altro non è che l’ospite freddo, ingordo, ipocrita, indifferente,
insidioso: qualità, del resto, come occorrevano a un sì grazioso
animale destinato a chiappare i topi, e divertirsi, così perfidamente
e inconsciamente, con la loro agonia. Ma in queste qualità appunto, o
disposizioni così individuali, così costanti, e assolutamente diverse,
apparisce un intento così ordinato ad un fine, che io mi domando se è
mai possibile che l’abbia potuto avere soltanto il cieco fenomeno, o
il cieco caso!... Vorrei sapere chi l’ebbe... Chi l’ebbe?... Camuffi e
Speranza non lo sanno, e io lo so meno di loro.»
IV.
L’orologio del prossimo campanile suonò lentamente le nove. Il dottore
contò quei tocchi a uno a uno, e gli parvero più lenti, più fiochi del
consueto.
«Par che si risenta del tempo anche l’orologio» egli disse, alzandosi
da sedere. «Non suona, ma sbadiglia, nell’aria noiosa le ore eterne...
Ma su via, rallegriamoci! pare che un mutamento sia avvenuto
nell’universo; vedo laggiù luccicare e scorrere un po’ di luna nel
fiume...»
Benchè fosse freddo (nove o dieci gradi sotto zero) egli aprì la
finestra, e un’aria gelata entrò nello studio. Camuffi si riparò subito
nella camera accanto; Speranza rimase a tremare al suo posto.
La notte oscurava la valle, dove la curva ampia del fiume trascorre in
più rivi per un letto arido e largo come quello d’un lago, tra balze
sfuggenti all’orizzonte in linee di neve lontana, e sopra le balze gli
erti, continui picchi delle montagne così variamente dipinte, durante
la luce diurna o dalle nubi passeggere e dal sole.
Ora invece, essendosi un poco rasserenato, la popolosa solitudine
delle stelle tra foschi veli di nebbia, la luna piena e velata, simile
all’ombra del sole spento, versavano sulla valle una luce buia, o poco
più viva delle ombre; ma, mista a quell’albore che gettava la neve, pur
sufficiente a cambiare la notte quasi in un crepuscolo moribondo. Un
incanto di morte estendevasi sulla terra inerte, tacita, oscura, dove
ogni pianta, ogni cosa che vi sorgesse, aveva un’apparenza spettrale.
Un grande abete e diritto, co’ suoi immobili rami spanti, pareva un
immenso ragno dormente che allargasse nell’oscurità le branche pelose.
Il fiume, indicato da un fiochissimo luccichìo bruno, sussurrava come
un transito di persone che si allontanassero sempre sempre, senza mai
dileguarsi. All’orecchio del dottore suonava quel mormorìo siccome un
cantico eterno seguitato di valle in valle fino al seno di tutte le
armonie, fino al mare...
«Allegri dunque! allegri!» egli disse «domani sarà bel tempo,» e
richiuse la finestra.
Un’allegria che durò poco. Dopo il lavoro angustioso reso più duro
dalla malevolenza e dalla scempiaggine altrui, dopo la solitudine
di tutta quella triste giornata d’inverno (solitudine interrotta da
ombre antipatiche e ripugnanti), lo tormentava un desiderio d’aprirsi
a qualche anima che lo potesse comprendere, e non infida; e a lei
comunicare quella parte di sè, oscura anche a lui, ma più intima,
più geniale, che gli pesava, come una vena compressa e inquieta e
gemebonda, nel fondo della coscienza.
Mancando d’una simile compagnia, pensò di ricorrere alla lettura d’un
poeta. Prese il lume e incominciò a scorrerlo innanzi alle lunghe file
dei molti volumi allineati sugli scaffali.
Gli passavano sotto gli occhi i libri che da fanciullo aveva visti
nella biblioteca paterna, desiderandoli avidamente, rubandone anche
qualcuno, e parendogli un’immensa felicità il possederlo. Altri libri
laceri, vecchi, gli ricordavano la scuola, la gioventù, tante cose,
tanti compagni smarriti; e tutto gli pareva buono, ingenuo, sincero in
quel tempo giovanile così lontano, a paragone di ciò che aveva sentito
e sperimentato più tardi.
Finalmente posò la mano sopra un libro quasi nascosto tra ponderosi
volumi, lassù nel palchetto più alto dello scaffale. Lo trasse fuori
con mano impaziente, e soffiò via la polvere che cuopriva il filo delle
pagine tinte d’un bel colore di sinopia come voleva lo stile antico
della bella rilegatura in pergamena dorata. Così riccamente legato,
quel libro eragli stato reso dopo un lungo trattenimento. Egli non solo
non l’aveva più riaperto, ma, quasi disamandolo, l’aveva allontanato da
sè, forse per non ridestare una memoria incresciosa.
Era l’_Iliade_ di Omero tradotta in prosa fedele, semplice, ritraente
la schiettezza, talora quasi rozza, del testo; per cui pareva inferiore
ad altre celebri traduzioni che ingentiliscono, con le eleganze di
scuola, e insieme scemano quel poema, sorto, per sola spontaneità di
natura, come albero gigantesco e selvaggio.
Egli l’aveva letta da giovane, standosene seduto ad una finestra, sul
vespro, e l’incanto della poesia omerica, pareva, in quei giorni,
comunicarsi alla placida luce del sole che illuminava i monti lontani.
Ora, seduto al tavolino, e sfogliando il libro, si compiaceva di
risentire in sè quel fascino di poesia e di natura compenetrate in quel
suo ricordo di gioventù. Si compiaceva pure di non avere mutato gusto,
perchè i passi allora segnati, erano ancora quelli che gli piacevano
di più; ed erano non le note fulgenti al gran sole olimpio, nè recanti
l’eco delle vaste carneficine, ma quelle ove l’eterna verità del
destino umano esce talora, come lamento di flauto, dal petto dell’eroe
favoloso.
Rileggeva e ammirava quei passi, finchè, svoltando una pagina, vide
rifulgere ad un tratto, come se gioissero di rivedere la luce, alcuni
pochi capelli biondi rimasti tra quelle carte dimenticati o ignorati...
A quella vista tutta l’epopea omerica gli fuggì dal pensiero. Elena
bella e serena anche nel tempo reo delle stragi, Andromaca piangente la
patria e la famiglia distrutte, la varietà dei fati eroici e dei numi,
tutto a un tratto dimenticò per non pensare che a una debole donna di
questo mondo.
Gli pareva di vedersela innanzi alta e snella come _naiade_ natante
nelle scorrevoli onde, d’un vivo pallore, coi capelli fulgidissimi,
finissimi, ondanti e avvolti sul suo largo seno materno, mobili e lievi
come il riso fatuo dell’amore, e della sua piccola bocca.
Una bocca che, con un lieve accenno sensuale, pareva amorevole e pura,
come i suoi occhi mantenevano la loro amabile mestizia anche nel brio
delle risa, alle quali s’abbandonava sì volentieri! Ma nulla era più
insinuante della sua voce: una voce dolce e fortemente acuta come uno
strale, e più mite quando ella più ardeva. Ella sapeva adescare con la
sua stessa freddezza di donna insensibile, lasciandosi poi trasportare
dalla passione come da una violenza divina: un gran fuoco che poi si
spense. La lunga e delirante soavità de’ suoi baci non lo consunse,
non gli fu così dolce, come dipoi gli fu amaro il lento dolore della
vigilia e dell’abbandono...
Il dottore percosse il pugno sul libro, e lo respinse da sè. S’alzò
per aprir la finestra, e disperdere al vento della notte il fantasma
di quella donna fascinatrice, e que’ suoi capelli, ultima reliquia di
lei... Se non che si arrestò perchè gli parve quell’atto uno sfogo
misero, ingeneroso, e quasi una spietata profanazione.
«Come l’amor proprio è sempre duro e villano! egli disse. Angioliera mi
nascose, quasi presaga, questi suoi capelli in questo libro, che ella
tenne sì lungo tempo presso il suo letto... me li nascose perchè io,
nel silenzio di questa notte e di questa casa, mi ricordassi di lei,
che pure mi amò... e io la respingo villanamente, quando invece dovrei
compiacermi di questo suo pensiero gentile, io che nessuno ormai più
ricorda! io che son solo!...»
E l’uomo sensuale e superstizioso, e bisognoso ancora d’un culto in
quel vuoto orribile del suo cuore, in quella dispersione sua d’ogni
fede, ricadde ancora a guardare, con riverenza d’adoratore, quei pochi
capelli fulgidi ancora, e lunghi e fini e alianti al suo respiro su
quelle carte... allorchè vide a piè di pagina, solcate dall’unghia,
queste parole d’un senso sì funebre e sì pietoso:
«Achille, tu mi dimentichi... più non ti ricordi di me... Dammi la
mano, io te ne supplico piangendo, perchè non tornerò più dall’Ade...
non ci confideremo mai più l’uno all’altro...»
«Oh illusione!» esclamò il dottore «questa voce dell’ombra di Patroclo
mi risuona ora nel cuore come se Angioliera me la inviasse!... E mi
sembra averla vicina, e che un’aura di lei mi sospiri intorno... Ma io
sospiro; non lei, fredda e muta! Così viene il giorno, indicibilmente
penoso, della cessazione, della separazione inevitabile anche per
quelli che si sentirono con il vincolo più forte, e più spontaneo,
congiunti; e più non rimane che il suono terribile di quelle tre
sillabe inesorabili, fredde, brevi: Mai più!... Ma dopo che la morte
le ha pronunziate, come tutto diviene pio, religioso, silenzioso!...
Divengono candide, o soltanto compassionevoli, tutte le anime
umane, e tutte le colpe. Quale universale perdono, significato dal
più alto silenzio, si diffonderà un giorno sull’immenso campo ove
saranno adunate tutte le ceneri di questo enorme vulcano di passioni,
d’insidie, di bassezze, di cupidigie: triste vulcano su cui impera la
Morte... E però taccia il rancore, e parli solo l’affetto buono e pio.
Io ti perdono, Angioliera: il tuo impuro fuoco ti spense. Ti perdono, o
fiore caduto, se concedesti anche ad altri le grazie del tuo profumo, e
poi lo strazio de’ tuoi tradimenti!... Ti perdono il male, per il bene
che mi volesti; te lo perdono per Maria, l’innocente e pura Maria, che
non ho più riveduto... buona Maria, di cui non ho avuto più nuova...»
Donna Angioliera era morta da molti anni.
PARTE SECONDA.
All’Ufizio.
I.
Il giorno dopo era un tempo bellissimo. Per tutta la lunga catena,
rotta in mille punte, di quelle aspre montagne, le nevi splendevano
come marmo carrarese nell’aria azzurra e sfolgorante di sole. Era una
vera festa invernale.
Il dottor Fabio aveva ripreso a leggere quella traduzione d’Omero.
Avendo custodito per tanto tempo i capelli della morta, ella gli dava
come un senso d’affettuoso legame che ancora esistesse tra lui e donna
Angioliera.
A un certo punto, visto dall’orologio che era trascorsa l’ora d’andare
al suo ufizio di medico provinciale, chiuse il libro, e uscì frettoloso.
Incontrò per via i soliti cavalieri e i soliti poveri, che non avevano
altra croce che quella visibilissima della loro orrenda miseria. Uno
di loro gli si accostò zoppicando, per domandargli timidamente, non
l’elemosina, ma soltanto se stava bene.
— Benissimo, amico mio! — gli rispose il dottore, ma non ebbe cuore di
rivolgergli il medesimo complimento.
Quei miseri, con quel bel sereno a 10 gradi e più sotto zero,
frescheggiavano vestiti dei medesimi stracci dell’estate. Non
possedendo che quei luridi cenci, che portavano sempre addosso come la
pelle, nè avendo nulla da custodire, avevano il gran vantaggio, che
non abbiamo noi, di risparmiarsi la pigione di casa, bastando loro la
stalla, il fienile, quando trovavano quel ricovero presso qualche pio
contadino, che sperava d’esserne ripagato da Dio. Così avevano la bella
comodità di passar la notte al coperto senza spendere un soldo, e il
giorno, con lentezza sgomenta, col viso terreo, impresso dall’agonia di
tutti gli stenti, e di tutti gli avvilimenti, erravano, e guardavano
con l’ansietà della speranza, o della disperazione, se da quella casa,
o da quella via appariva il tale atteso benefattore. Quante lunghe
ore di fame, di freddo, e di stanchezza pazienti per ricevere, e non
sempre, l’elemosina stentata, d’un soldo!... Anche stando in casa
s’udiva quando a quando il loro lento zoccolìo per la strada. Erano
sempre i medesimi vecchi decrepiti, i medesimi zoppi, ciechi, cretini,
giocondi o malinconici, della città e del contado; quasi fossero
deputati a rappresentare stabilmente a Villapluvia la loro onoratissima
casta con tutte quelle insegne del destino e della tribolazione, per
cui ella apparisce così chiara e così distinta fra le altre classi
sociali. Ogni tanto ne spariva qualcuno, morto di fame, di freddo,
d’avvilimento, o, più allegramente, briaco, essendovene di quelli che
si sfamavano più con l’acquavite che con la sciocca polenda; perchè
l’acquavite dava forza alle loro esauste vene, e quasi un’allegria da
signore: cantavano allora, ridevano, e cadevano. Ma il giorno dopo si
vedeva subito un nuovo rappresentante occupare il posto rimasto vuoto;
un buon posto: per esempio il comodo scalino di quella chiesa, di
quell’ufizio pubblico, o lo sbocco di quella strada ove il passo dei
benefattori era più frequente.
Quei cavalieri della miseria (ordine non cavalleresco, ma il più antico
di tutti, essendo stato istituito dall’Eterno Padre subito dopo la
cacciata dal paradiso terrestre), facevano tutti un sincero buon viso
al dottore, che lo gradiva, in mezzo a tanta superbia e musoneria. Egli
sperimentava come vi sia un’ostilità che nulla può dissipare, nè la
cortesia, nè la benevolenza, nè il benefizio, ed è quella a cui non si
dà alcun motivo, ma che dipende solo dal malanimo altrui. E di questa
non ne mancava il dottor Fabio, sia da parte di alcuni suoi dipendenti,
sia da parte delle autorità locali, e dei burocratici abilissimi.
II.
Un burocratico perfetto era il cav. Ronzoni; uomo ben nutrito e ben
tarchiato, verso i sessanta.
Egli rivestiva la sua autorità sospettosa e minacciosa, d’un carattere
di prudenza che non gli pareva mai troppa. Non faceva in pubblico
discorsi compromettenti, ma gli piaceva di provocarli e d’udirli. In
questo lo serviva benissimo il segretario Candore, lingua scioltissima,
e che poteva dirsi la malignità in velocipede; mentre l’altro procedeva
come coperto da un guscio di tartaruga: vibrava talora delle occhiate
violente, ma furtive. Il segretario Candore era l’aura leggera che
gonfiava la vela di quella burocratica navicella; il Ronzoni erane
la zavorra che le dava il pondo e la stabilità. Erano poi i due
consiglieri e i due più severi censori del comm. Tummistufetti;
il quale disputava continuamente con essi, e, tra le dispute, i
ricevimenti, le suonate di campanello, e le firme, gli occorrevano
dalle dieci alle dodici ore di poltrona e di buon esempio ogni giorno.
Quella mattina, se ne stavano entrambi nell’anticamera degli uscieri,
con le spalle appoggiate alla stufa.
Il cav. Ronzoni, tenendo in bocca il sigaro spento, ponderava e
taceva: il segretario Candore fumava la sua pipetta di barba di scopa.
Viso ingenuo, grassoccio, bianco, rotondo, senza quella pipa avrebbe
somigliato anche di più, meno l’eleganza e la grazia, a un pastorello
di Vatteau. Anche gli occhi aveva rotondi, grossi, d’un ceruleo
smorto. Al principio della carriera, lo indicavano già come un giovane
destinato a salire. Il commendatore Tummistufetti ricorreva spesso ai
lumi di questo giovane, il quale, uscito da poco dall’Università, era
pieno di affermazioni autorevoli, e un vero florilegio di apoftegmi
amministrativi e legislativi. E il giovane, sentenziando, sparlando,
pipando, si dava aria di persona che compatisce il suo superiore, e fa
capire che il superiore infine è lui.
Quell’anticamera, col ritratto del Re, l’orario della ferrovia, e la
carta della provincia, era tutta sputacchiata e accecata dai sigari e
dalle pipe: ma con la stufa accesa, e le doppie finestre ben chiuse, si
stava comodamente caldi in quel puzzo e in quel fumo esalato da tante
bocche.
Il Fiscaroli, capo-usciere, un ometto mingherlino con la faccia rossa
come la cresta d’un gallo, perchè la stufa facesse bene il suo ufficio
verso i posteriori del cav. Ronzoni e del segretario Candore, tornava
sempre, con le molle, a sfruconarla, attizzarla; e il cannone di ferro
mugliava come se tutti i venti burocratici vi passassero in fuga.
Il cav. Ronzoni, col collo un po’ torto, e la grossa testa inclinata,
pareva pensare alle molte _pratiche_ e _incartamenti_ che gli giacevan
sul banco.
A un tratto, dopo un quarto d’ora di sigaro spento e di silenziosa
ponderazione, domandò così indifferentemente, come per dir qualcosa: —
È venuto il medico provinciale?
— No, cavaliere, ancora non s’è veduto — gli rispose il Fiscaroli,
sorridendo.
— Sono le dieci e mezzo — disse il segretario Candore.
Il cav. Ronzoni lo guardò.
— A quest’ora — rispose il Candore, incoraggiato da quell’occhiata —
avrà fatto sei o sette poesie: m’ha detto il suo segretario che si
diverte a farle anche all’uffizio, invece di lavorare.
Il cav. Ronzoni lo guardò stupefatto.
— E che specie di poesie sono? — poi domandò — appartengono al genere
lirico, o al didascalico?
— A nessun genere, non hanno senso comune — rispose il Candore, che non
le aveva mai lette — ma fa meglio le poesie che il medico provinciale.
Il cav. Ronzoni lo guardò con supremo compiacimento.
— L’altro giorno, — riprese subito con lena crescente il Candore —
si doveva comunicare ai farmacisti della città quella circolare del
Ministero, con la quale si stabiliscono le _modalità_ da seguirsi in
_merito_ alla pesca delle sanguisughe nei vivai dello Stato.
— Sì — rispose con aria grave il Ronzoni — è la circolare del 20
novembre, anno corrente, n. 90749.
— Precisamente.
— Che memoria! — sclamò il Fiscaroli con la faccia soddisfatta e le
molle in mano.
— Dunque?... — domandò il cav. Ronzoni.
— Dunque... ma diglielo tu, Fiscaroli.
Il Fiscaroli, con quella sua faccia briaca, sorrise alquanto e poi
disse: — Mi mandò in giro dagl’_interessati_, perchè avessero tutti
_visione_ della circolare, e la firmassero.
— Ma la circolare — esclamò il Candore indignato — doveva essere
comunicata in iscritto agl’_interessati!_
— Sicuro: è ovvio: che leggerezza! — bisbigliò il cav. Ronzoni, e lo
guardò sempre con maggiore interesse.
Il Candore s’affrettò a sputare e soggiunse: — Ieri poi, se non la
fermavo io, una sua lettera partiva senza il numero di _protocollo_ e
_di posizione:_ ma il Ministero! il Ministero che ci manda di questa
gente!
Mentre pronunziava queste ultime parole di rimprovero al Ministero,
entrò in anticamera il sindaco, cav. Patriottini.
Tutti tacquero, e tutti gli s’inchinarono.
Egli domandò di parlare al commendatore.
— È impedito, cavaliere — gli rispose affabilissimo il Fiscaroli.
— Chi c’è?
— Il capitano dei carabinieri, cavaliere.
Il sindaco, volendo aspettare d’essere ricevuto dal commendatore, fece
per levarsi la pesante e ricca pelliccia, ma gli fu sopra il Fiscaroli,
e gliela levò lui, ammirandone la bellezza.
Il sindaco, sentendosi più libero, allungò le braccia, e s’avanzò in
guanti nuovi color mattone, soprabito nero abbottonato, e in mano il
lucido cilindro. Calvo, con pochi capelli irti sulla fronte accigliata
e stretta, i suoi occhi indefinibili acquistavano dalle lenti un
sussiego anche più curiale, quasi beffardo; e segaligno, altezzoso,
affettatamente impettito, pareva un piccolo Barbarossa moderno in
cima ad una piramide. Era infatti allora il tirannello del luogo,
un vero don Rodrigo della municipalità. Padrone di molte terre, di
molti coloni, che, giovandogli, sfamava col mais guasto, esattore di
pubbliche imposte, proprietario d’un giornale fatto a sua immagine,
tutte queste facoltà d’operare il male raccolte in tal uomo divorato da
tutte le piccole ambizioni d’un Catilina, o d’un Cesare da villaggio,
diffondevano un timoroso concetto del suo potere, e ne facevano il più
formidabile elettore della provincia. Appoggiato all’urna, egli teneva
nel pugno anche i Ministeri: Roma gli s’inchinava.
Egli si rivolse con ghigno amichevole al cav. Ronzoni e al segretario
Candore, dei quali aveva spesso bisogno, e strinse loro la mano.
— A quel che ho sentito, — disse al Candore con familiarità autorevole,
ma indulgente — lei, segretario, non è troppo contento del Ministero.
— Tutt’altro, cavaliere! io anzi ho moltissima stima del Ministero.
— E dunque di chi parlava? — domandò il sindaco, sperando di
raccogliere qualche utile fattarello pel suo giornale.
— Del dottore Stellini, che non sa fare il medico provinciale.
— Cosa volete che sappia fare un uomo che è briaco dalla mattina alla
sera! Nessuno fin qui aveva sollevato la questione del cimitero: ma io
che ho il dovere di _salvaguardare_ gl’interessi del Comune, mi opporrò
sempre che si spenda un 30 o 40 mila lire per le sue belle utopie!
— Oh! è un matto, un visionario, un poeta! — sclamò il Candore, che
aveva bisogno d’una raccomandazione del potentissimo sindaco.
— Nessuno lo prende sul serio — mormorò a bassa voce, e guardando
intorno, il cav. Ronzoni.
— Quella sua relazione sulle condizioni del nostro cimitero è una cosa
da far ridere i sassi! — riprese il sindaco.
— Eppure il Ministero l’ha approvata! ecco dove io non son d’accordo
col Ministero! — disse il Candore.
— Il Ministero! — rispose il sindaco sorridendo, e alzando le spalle
— dica piuttosto qualche segretariuccio, qualche capo-divisione o
capo-sezione! infatti io so che la lettera che approva il progetto
dello Stellini, non è firmata nè dal ministro, nè dal sottosegretario
di Stato: fra qualche giorno verrà una disposizione tutta diversa che
darà pienamente ragione a noi: il Ministero non può opporsi a tutta una
rappresentanza municipale.
— Ma sicuro! le rappresentanze municipali sono sovrane — disse il
Candore — e quando poi si tratta d’un’amministrazione come la sua,
cavaliere...
— Oh certo il Municipio sa far meglio del Ministero! — rispose il
sindaco — prima il Municipio, poi Dio, e poi il Ministero.
— Si sa, si sa, cavaliere — rispose il Candore, sorridendo anche lui —
che lei è la _bête noire_ dell’amministrazione centrale!
Il sindaco sorrise sodisfattissimo, perchè gli piacque assai quel _bête
noire_.
«Domani te la fo», disse fra sè il Candore.
— Si figuri dunque se io mi preoccupo — soggiunse il sindaco,
riprendendo il suo ghigno altero — dei progetti, delle relazioni, e
delle sollecitatorie continue del medico provinciale! se lui è corsaro,
io sono corsaro e mezzo; nel giornale di stasera intanto c’è un
articoletto salato per questo poeta...
— Eccolo! — avvertì a bassa voce il cav. Ronzoni, ammiccando con gli
occhi stralunati la vetrata d’ingresso.
Il dottore aprì la vetrata, e entrò nella fumosa anticamera.
Attraversandola, per andare nelle sue stanze d’ufizio, egli fissò quei
signori che tacevano, e non lo guardavano. Anzi il sindaco, con atto
visibile di disprezzo, gli voltò in fretta le spalle, e cominciò a
gesticolare vivamente in faccia al Candore. Il Candore, che era sempre
molto ossequioso col dottor Fabio, quella mattina non lo conobbe. Il
dottore, a quella mossa del sindaco, si fermò a guardarlo, ma vedendo
che egli, fingendo di non accorgersi de’ suoi occhi fissi su lui,
seguitava a bisbigliare e gesticolare ora al Candore e ora al Ronzoni,
il dottore brontolò, e passò oltre canterellando.
— Gli ufizi non son fatti per cantare — bisbigliò il cav. Ronzoni,
indignato — che leggerezza!
— È un’offesa personale a me! — disse il sindaco — io sono il
rappresentante della città, non è vero?
— Certo.
— Ebbene, quando mi trova per la strada, non mi saluta mai!
— Oh! oh!
Il colloquio fu troncato dal capitano dei carabinieri, che entrò in
quel momento, con un tintinnìo di sciabola, e rumore di sproni. Visto
il sindaco, s’arrestò, e portò la mano al berretto come davanti ad un
generale. Il sindaco strinse la mano a tutti, e ripreso il suo sguardo
prepotente dietro le lenti, entrò a testa alta dal prefetto.
Più tardi tutte le ciarle fatte nell’anticamera degli uscieri, e altre
ancora, si ripeterono alla presenza del commendatore Tummistufetti.
— Scrive poesie nelle ore d’ufizio.
— Lo so.
— Comunica a voce le circolari, invece di comunicarle in iscritto.
— Lo so.
— Non è calmo, è sempre infuriato: usa cattivi modi con tutti,
maltratta quel bravo giovane del suo segretario.
— Lo so.
Insomma era proprio una disperazione! Non gli potevano mai riferir
nulla al commendatore, che già egli non lo sapesse. Come prefetto, egli
sapeva tutte le cose, anche quelle che ancora non gli avevano riferite,
o che non erano ancora accadute. Ciò naturalmente dispiaceva ai
referendari, ma giovava anche a raddoppiarne lo zelo: e a questo anche
mirava il commendatore Tummistufetti, uomo sommamente politico.
III.
Il dottor Fabio era entrato nella sua stanza cantarellando un’aria
del _Rigoletto_, e pieno di malumore. Gliel’accrebbe il puzzo di
pipa lasciatogli nella stanza dall’usciere, che quella mattina s’era
ricordato di spazzare. Aprì la finestra perchè passasse.
Le tartaree pipe degli uscieri e degli scrivani, e i sigari dei
superiori, con la necessaria conseguenza d’un’abbondante e continua
salivazione, profumavano quell’uggioso edifizio, dalle mura
sformatamente grosse e tetre. Le incessanti latrine contribuivano pure
a incensarlo, oltre quell’odorino, che distingue gli ufizi vecchi,
poco spazzati, poco aereati, molto frequentati da gente varia, e dove,
pei corridoi bui e per gli squallidi archivi, gli anni accumularono su
montagne di carta usata e inchiostrata, la loro muta polvere d’ogni
istante.
Il dottore aveva l’ufizio in due stanze, la sua e quella del segretario
Pasquetti. In questa seconda stanza più grande, le _pratiche_ (ossia la
voluminosa raccolta degli atti quasi sempre necessaria a concludere, o
non concludere, talora per anni, un affare) mal contenute da lacere e
polverose coperte di carta, si vedevano ammassate e sbrindellate nei
rozzi scaffali che coprivano le pareti fino al soffitto.
I due banchi, quello del dottore e l’altro del segretario, schizzati
d’inchiostro e arrotati dall’uso d’una secolare burocrazia, parevano
riportare indietro ai processi politici della Santa Alleanza, tanto che
il ritratto del Re alla parete pareva in quel luogo, quasi un annunzio
d’avvenimenti futuri.
La stanza del dottor Fabio per altro non mancava di certi agi. Un
canapè, per esempio, foderato di logora cotonina a strisce rosse e
gialle, mostrava, sull’uno de’ suoi dossali, la capata veneranda e
untuosa di chi sa mai quale dormente assiduo e lontano; ma era sempre
un canapè che non tutti hanno; cioè un mobile inventato dalla mollezza.
Un armadietto nano, una specie di comodino, accanto al canapè, s’apriva
a quando a quando da sè, con un gemito flebilissimo, mostrando nelle
sue viscere una quantità di cartaccia scarabocchiata; ma era sempre
un comodino da riporvi quello che non si lascia esposto alla vista.
Alla finestra, una tenda tutta polverosa e allucignolata, e davanti al
canapè, un tappetino con un leone quasi abolito; ma erano sempre una
tenda e un tappetino, cioè ornamenti superflui e di lusso. La persiana
sconnessa e imbarcata da tante pioggie e da tanti soli, era mal sicura,
e poteva anche piombare sulla zucca di qualcheduno; ma era sempre una
persiana, cioè una comodità per ripararsi dal sole e dalle mosche.
Tutto questo dipendeva da un saggio sistema d’economia, superiore a
tutte le altre ragioni di decoro, d’igiene, o di profitto morale. Tali
ragioni dovevano attendere pazientemente la possibilità dei bilanci, e
questa possibilità, per certe cose, non c’era mai, o ben di rado.
Appariva lo stesso lodevole intento economico anche nella parca
distribuzione degli oggetti di cancelleria. Erano in mano di quel sì
giovane, e già così terribile e altero, segretario Arcignetti, serio
e bieco anche lui. Dovendo custodire i segreti di gabinetto, egli
non parlava che col suo superiore, e ne aveva a cuore i risparmi. Al
dottor Fabio contava i fogli di carta, le buste, i pennini, come a
uno scolaretto; o anche negava, se di più pretendeva. Si largheggiava
soltanto con l’inchiostro. Bastava chiederlo, e l’usciere, senza farsi
troppo pregare, veniva subito col fiasco a riempirvene il calamaio,
anche troppo; e poi ritirava il fiasco.
Un giorno il dottor Fabio disse al commendatore:
— Commendatore, il nostro superiore e suo segretario di gabinetto,
Arcignetti, amerebbe forse di fare qualche economia anche
sull’inchiostro, ma le _pratiche_ rimangono ferme su i banchi come
vagoni di mercanzia a piccola velocità, e bisogna spingerle a forza
di scarabocchi. Giacchè in Italia non si può toccare un oggetto, una
scatola di fiammiferi, per esempio, senza incappare in un bollo, ed è
tanto il consumo che vi si fa dell’inchiostro, bollando anche quello,
l’erario ne avrebbe a capo all’anno un’entrata di parecchi milioni.
Il discorso non piacque al commendatore: scrollò la testa, e non parlò
più.
Anche gli stipendi dei poveri _diurnisti_ erano compresi in questo
sistema generale d’economia spartana.
Bortolo Pasquetti, il segretario del dottor Fabio, era appunto un
diurnista pagato assai meglio degli altri, perchè aveva 65 lire
mensili, moglie e figliuoli.
Il suo lavoro era importantissimo: assistere alle sedute del Consiglio
sanitario, registrarne i verbali, custodire in archivio tutti gli atti
d’uffizio, saperne, o almeno subodorarne, i segreti; e talora firmare
anche certe carte, nelle quali era indispensabile, oltre quella del
medico, anche la firma grandiosa del segretario Pasquetti. E che
abilità, che sveltezza!... Incollava e spediva, in un batter d’occhio,
un centinaio di buste recanti ai vari municipi i decreti governativi;
sapeva quale marca da bollo, se la rossa, l’azzurra, o la gialla,
occorreva per questo o quel documento; citava a menadito la legge,
l’articolo, il comma, il paragrafo, il capoverso; e aveva una scrittura
bellissima. Sebbene arzigogolata, arricciata come i suoi capelli
biondicci, divisi a mezzo la fronte, nondimeno era bellissima con tutte
quelle rotelle e quelli svolazzi delle aste, che parevano altrettante
bandiere spiegate al vento in un torneo di sillabe poco chiare.
Sapendosi così abile e così necessario, egli non era contento del suo
stipendio, e faceva i conti addosso a tutti coloro che avevano qualche
lira di più; e specialmente al dottor Fabio, stimandosi un burocratico
molto più valente di lui. Tale pretesa, nell’animo suo già nemico,
s’era facilmente insinuata con la poca stima che avevano del dottore i
burocratici prefettizi; i soli che il bravo giovane riguardasse come
suoi superiori veri. E il dottore lo tollerava per compassione, e
perchè non gliene dessero un altro peggio, cioè nè pratico, nè capace,
e già aizzatogli contro. Ma più tollerava (non potendo cambiare tutto
quell’ordine di cose e di persone scontente e mal poste), e più l’altro
diveniva petulante e cattivo. A giorni non ne voleva proprio sapere:
si dava malato, ovvero si sdraiava sul canapè degli uscieri a fumar
la pipa, a dir male del dottor Fabio che non sapeva fare il medico
provinciale, e del Ministero che ce l’aveva mandato: un Ministero tutto
composto, diceva lui, di teste di rapa.
— Se fossi io il Ministero — egli diceva — se fossi io il medico
provinciale... io farei così e così... E invece gua’ le ho riscosse
oggi... — e mostrava, accartocciati nel pugno, sei biglietti da dieci
lire e uno da cinque — Ci vorrei comprar tanta dinamite!
Gli pareva di fare anche troppo per quella paga, e quindi seguiva
talora un suo certo istinto da gazza, cioè, per rimandarli a comodo
suo, nascondeva gli affari, e le minute del dottore, se erano un po’
lunghette, o se egli, nella sua grandissima competenza, le stimava poco
importanti.
Quella mattina non era ancora venuto. Il dottore gli aveva dato a
copiare da varii giorni (bisognava aver pazienza con un segretario sì
esperto, e sì mal pagato), una sua accuratissima relazione sul modo
di render meno insalubri le latterie provinciali. Ora, per quanto la
cercasse, non la trovava più, ed era sicuro che la gazza gli aveva
fatto uno dei suoi soliti tiri. Dove l’aveva nascosta?...
La mano del dottore iraconda, nervosa, cercava qui, cercava là, batteva
pugni, alzava monti di carte, nembi di polvere; buttava all’aria
protocolli, stampati, moduli, e bollettini; sfogliava le _pratiche_
raccolte sotto il titolo d’_affari in evidenza_; e non trovava nulla:
nè copia, nè originale... Guardava intorno, e più non sapeva dove
cercarla... Non gli restava che guardare sotto que’ due o tre registri
che il segretario piccoletto, per esserne alquanto rialzato, teneva sul
guanciale della poltrona... Infatti ne alza uno, e la sua relazione era
là!... Il segretario, sedendovi sopra, le aveva fatto per più giorni da
pressa-carte!
Il dottore divenne livido, e sorrise. Quella sola l’avrebbe fatto
sorridere solamente, ma con quella tutti gli altri disgusti gli
sollevarono un’ira che i pochi minuti corsi prima dell’arrivo del
segretario non calmarono, anzi accesero di più, in quella rapida
riflessione e volteggiamento d’odiosi ricordi.
Quando dunque il segretario, vestito come un marchesino, e con
quell’aria, che aveva sempre, di chi fa meglio degli altri, e crede,
per esser sì mal pagato, gli si debbano non rimproveri ma piuttosto
ringraziamenti... apparve, e vide quel viso terribile, quella mano che
stringeva la relazione, le carte sottosopra, i registri per terra,
impallidì e indietreggiò, accomodandosi i baffettini.
Il dottore gli andò incontro facendosi intendere più coi gesti violenti
che con la voce.
— Ma chi ce l’ha messa? — egli domandò smorto e maravigliato.
Il dottore agitò per aria i due pugni chiusi, trattenendoli a stento
sulla testa del segretario che si piegò.
— È stato un caso — disse — è stato un accidente! una combinazione!
— T’ammazzo! — gli gridò il dottore; e lo spinse fuori dell’uscio,
accompagnando l’atto con una maledizione che non andava soltanto a lui.
... S’udì vibrare lungamente il campanello elettrico del prefetto.
Erano già corsi ad avvertirlo, pigliasse tosto un provvedimento, perchè
nell’ufizio sanitario stava per nascere una tragedia.
— Chiamatemi il Guitti — disse il prefetto all’usciere.
Il Guitti, un questurino in borghese, con certi baffoni bestiali che
gli cuoprivano la bocca, e un muso da far onore a quello dei malviventi
che ammanettava, si presentò al prefetto con l’aria intontita di chi
attende un ordine di grande importanza da un alto personaggio.
Il prefetto guardava il Guitti, e pensava. Buon uomo e
coscienziosissimo, egli non prendeva mai nessun provvedimento, senza
mettere molto a tortura quel suo bernoccolo poliziesco, nelle cui
ispirazioni consisteva per lui tutta l’arte, e tutta la furberia di
governo.
Magro, olivastro, oltre i sessanta, ma tinto benissimo a nero, decoroso
per la grossa catena, le medaglie e i ciondoli d’oro che gli riposavano
sul panciotto, egli pensava, guardava il Guitti, e fumava; e il fumo
accrescevagli quell’aria torbida d’impenetrabile autorità che pareva
risiedere, più che altro, sul suo naso adunco, mentre la fronte
sfuggente indietro, gli dava una lontana somiglianza con un lepratto
prepotente ed all’erta.
— Guitti — disse finalmente, facendogli cenno d’avvicinarsi.
Il Guitti gli si avvicinò, e incominciarono, sotto voce, a intendersi
bene tra loro.
Andasse, vedesse, interrogasse qua e là, le persone del vicinato:
l’oste, il barbiere, il sarto della piazzetta, l’affittacamere della
casa di faccia, per sapere esattamente, ma con prudenza, e senza
parere, quali parole si fossero scambiate quella mattina il medico e il
segretario. Dovevano averle udite meglio di fuori che non di dentro,
perchè l’uscio della stanza era chiuso, la finestra invece era aperta,
e sotto vi s’era radunata gran gente a sentire i gridi del dottore che
non avevano nulla d’umano.
— Io, capite, ne faccio una questione d’ordine pubblico...
— Non dubiti, commendatore, che l’operazione sarà fatta a dovere.
— Altrimenti — soggiunse il commendatore — io vi faccio impiccare in
mezzo di piazza.
Il Guitti sorrise; e uscito, ripetè a bassa voce, quella facezia agli
uscieri, che ne risero ancora loro, come di una cosa assai spiritosa in
bocca al commendatore.
IV.
Intanto il dottore cercava di riacquistare la pazienza e la calma
passeggiando su e giù per quelle due stanze, e pensava che se l’altrui
stolta malvagità e leggerezza non le causasse stupidamente, molte ire
funeste, molte indicibili angosce e molte insane vendette sarebbero
risparmiate alla povera vita umana; quando l’usciere gli annunziò che
il commendatore lo desiderava.
«Vorrà domandarmi degli schiarimenti su quanto è successo stamani»
pensò, e seguì l’usciere.
S’inchinò al capo della provincia, dicendo: — Buon giorno, signor
prefetto.
— Lei ieri, — gli rispose il prefetto, senza restituirgli il saluto —
me n’ha fatta una grossa: ha firmato questa nota diretta al commissario
distrettuale: non lo sa che le note ai commissari distrettuali le può
firmare soltanto il prefetto?
— La nota, come vede, è urgente; vi si dà ordine di fermare al confine
alcune bestie sospette d’epizoozia; lei non era in ufizio... partiva la
posta...
— E non c’era il cavalier Ronzoni?
— Il cavalier Ronzoni non l’avrebbe firmata: lui prima di firmare una
carta ci pensa almeno tre giorni.
— E fa bene; il cavalier Ronzoni è profondo.
— Sì, ma in questo caso non ci voleva la profondità, ma la
sollecitudine; e però io, riserbandomi di domandare alla S. V. la
sanatoria, firmai la lettera; non sapevo che in fatto di firme lei la
intendesse diversamente dal prefetto Vigone suo antecessore.
— Il prefetto Vigone era padrone di regolarsi come voleva: noi facciamo
le cose da uomini seri, e non da matti.
— Non era mica matto il commendator Vigone! era un bravo burocratico e
un gentiluomo.
— Ebbene, e io sono il prefetto, e bisogna che faccia il prefetto, caro
Stellini!
— Non ne dubito.
— Vede, ho qui un diluvio di cose da fare: ho qui una nota stupenda del
segretario Candore: un vero capolavoro! ah che impiegato! che bravo
impiegato, il Candore! e poi guardi... guardi... guardi... ha visto?
E ripetendo più volte _guardi_, batteva la mano, ingioiellata d’anelli,
ora sull’uno e ora sull’altro dei vari fasci di carta che aveva sul
banco, contenenti, fra due grosse tavole legate da grosse cinghie di
cuoio, tutte le _pratiche_ delle diverse divisioni, che egli doveva
firmare prima di sera.
— E son qui dalle otto di stamattina! — soggiunse, e intinse la penna.
— Mi permetto di ricordarle che quella lettera è urgente.
— Parte ora subito con la posta dell’una, caro Stellini.
Il dottore uscì, e il prefetto intinse la penna.
«È un pessimo impiegato — disse tra sè con un piglio d’odio covato
a lungo. — Quanta superbia ha questo maledetto poeta! come parla al
suo superiore! pare che il prefetto sia lui!... non io! e di tanto in
tanto mi dà anche qualche bottata... aspetta, che ora t’accomodo io!» E
intinse la penna.
«Come mai, pensava il dottore, tornando nella sua stanza, non mi ha
punto parlato della mia arrabbiatura di stamani col segretario?...
gliel’hanno ridetto di certo, ma si vede che non gli ha dato
importanza.»
Ma il comm. Tummistufetti, dovendo fare un rapporto a S. E. il ministro
dell’interno, voleva mostrargli di conoscere la cosa ne’ suoi più
minuti, esatti, molteplici e insignificanti particolari. Perciò era
ricorso alla polizia, cioè al Guitti, e non direttamente al dottore,
come pareva dovesse fare per un dovere di lealtà e di riguardo verso un
uomo rispettabile.
Questo modo di pensare, di giudicare e d’agire era politico nel comm.
Tummistufetti, era retto, abile e coscienzioso.
V.
Tornando nella sua stanza, il dottore vide il segretario aspettarlo
all’uscio, e capì subito che voleva muoverlo a compassione con quella
sua aria afflitta di peccatore pentito. Temeva di essere rimesso in
comune con gli altri _diurnisti_, il che gli avrebbe portato gravi
svantaggi: una molto maggiore quantità di lavoro, un’osservanza più
rigorosa dell’orario, la perdita di circa 200 lire annue che aveva
come segretario del medico provinciale; il dottore anche gli dava
qualche mancetta, e anche aveva potuto fargli ottenere qualche buon
sussidio, ma nulla poteva calmare quell’animo cattivo, inasprito vie
più dal bisogno, e invaso dall’idea d’essere egli pure una vittima
dell’ingiustizia sociale.
Quando il dottore dunque gli passò davanti, il segretario tacque, ma
affidò la più umile scusa, e la più fervida preghiera a un’occhiata.
Il dottore entrò nella sua stanza, e lo lasciò fuori.
«Non sto bene, egli disse tra sè, e sono troppo iracondo da
qualche tempo... ma, come si fa? questa vita è per me un martirio
insopportabile! Anche costui pare inventato a posta per farmi perdere
la pazienza, e ne ho tanta! Ora pare un altro; pare un essere
ragionevole, rientrato nei termini della realtà e della verità; non
ha più quell’aria come se egli prestasse a me gratuitamente l’opera
sua, e non al governo che lo paga sì poco. E opporsi a me, tradirmi,
mentirmi, nascondermi le _pratiche_, denigrarmi, mancare all’ufizio,
mancarmi di rispetto, tutto questo egli lo chiama _lotta di classe!_
E che presunzione!... Lui sormonta tutto e tutti col suo giudizio:
risolve tutte le questioni sociali; vuole l’abolizione del Parlamento,
diminuito l’esercito, ma aumentata la flotta!... Pare che nessuno
prima di lui, abbia saputo regger gli Stati, e risolvere la questione
sociale... Eppure, se penso alla sua povertà, ai bisogni della sua
famiglia, egli mi fa compassione: si capisce che lui vorrebbe dare
al mondo un altro indirizzo più favorevole alle sue condizioni. Lo
richiamerò dunque, perchè se no, invece di risolvere la questione
sociale, perde anche quei pochi che guadagna qui nel mio ufizio...»
Il dottore spalancò l’uscio, e gli disse: — Entri.
Il segretario, nascondendo il suo giubilo sotto un’umile aria di
compunzione punto sincera, entrò frettoloso e fece al dottore una
riverenza come non gli aveva mai fatto.
Sedè al suo banco, ne ravviò le carte che la furia del dottore aveva
disordinate, e incominciò subito a copiare la relazione.
Il dottore rientrò cupo nella sua stanza.
Dopo qualche ora d’assiduo lavoro, il segretario gli riportò la
relazione copiata, il dottore la rilesse per assicurarsi che non
v’erano salti, nè errori; la firmò, e licenziò il segretario che già
declinava il giorno.
Rimasto solo gli parve di respirare più largo.
Aveva sbrigata, per quel giorno ogni esigenza d’ufficio ma nondimeno,
potendogli capitare qualche altra noia, attese, colà seduto al suo
banco, l’ora dell’uscita comune.
In quel silenzio e in quell’ozio, egli voltò gli occhi alla sola
cosa gentile che fosse in quella misera stanza: un geranio posto sul
davanzale, tra le due finestre, in un vaso angusto, e negletto, sicchè
non fioriva. Quell’umile pianticella immobile e nuda, chiusa colà come
un uccelletto in una gabbia troppo ristretta, lo condusse a pensare
quante mai esistenze animali e vegetali, mancano di luce, d’alimento,
di libertà. Anche quel povero geranio era un diseredato. Di fuori
il sole dardeggiava su i tetti il candore della neve immacolata e
splendente, e quella gioia luminosa faceva apparire più gelido e triste
l’angolo della finestra dove quei gracili rami senza fiori, morivano
nell’angustia e nell’ombra.
Ma vedendo di fuori quel tripudio di candore e d’azzurro, il dottore si
rallegrò pensando:
«Stasera me n’andrò a passeggiare pei prati bianchi, e vedrò i rami
argentei e sottili degli alberi nudi sorridere, sulle cime dei poggi,
alla luna. Mi ricordo che l’altra notte tutto quanto io vedeva, per
quell’immensa campagna nel plenilunio, non mi sembrava più una realtà,
ma un sogno luminoso della natura. Così la luce è sempre la fonte del
riso. Finchè risplende, la natura, anche nell’orrore notturno, anche
nel lutto ci sorride come un’incantevole maga. Qualche volta, a un
improvviso raggio di sole, m’è parso di veder sorridere anche le labbra
dei morti.»
Allora pensò ai capelli di donna Angioliera che la sera innanzi aveva
visto sorridere, al lume della lampada, nel suo studio solitario.
Ella li aveva riposti in quel libro, per dargliene un giorno la grata
sorpresa e il ricordo?... Ma il dottore troppo scettico, e troppo
ferito dai disinganni, sentiva quasi l’inutilità e la sazietà di
certi ricordi. Avrebbe voluto dimenticare anche quella donna come
altre persone e cose su cui già era caduto l’oblìo: quell’oblìo che
all’occhio miope della memoria accorciavagli il già lungo tratto
percorso. Quel tratto però egli lo vedeva ben chiaramente dove
l’anima sua aveva più sanguinato. Le ferite dure erano le indicazioni
indelebili. Ma nulla di più doloroso per lui che vedere il proprio
passato come una via non calcata già dalla forte sua volontà, ma per
la quale l’avevano sospinto violentemente le vicende di famiglia,
i casi, i disordini, le passioni, il bisogno. In tal modo la sua
vita era riuscita tutta diversa da quello che poteva essere, da
quello che avrebbe voluto che fosse, come se, non lui, ma un altro
a lui avverso, e di lui più potente, ne avesse tessuto la tela.
Tutto egli aveva dovuto accettare come impostogli da questa forza
complessa, dalle maglie di ferro: gli studi, la professione, le dimore
in luoghi incresciosi, i compagni, gli amori, e da ultimo anche
quell’ingratissimo ufficio di medico provinciale. Anche gli amori, in
ogni tempo ed in ogni luogo, erano nati da incontri casuali, senza
elezione, senza costanza, senza l’armonia di due spiriti affini e
legati nella intimità dell’unione anche dopo che la più forte ebbrezza
è cessata; ed erano tutti finiti lasciandolo deserto come un campo
dopo la rapina della tempesta!... E nondimeno, era bastata ora la
vista di quei pochi capelli a riportargli come un alito di quel fuoco
che condannava; a fargliene ritrovare ancora sotto la cenere le vive
faville, a ridestargli in cuore l’antico affetto per quella donna, e
per un’altra creatura che credeva viva tuttora, ma senza più speranza
di rivederla. Quelle due figure lontane, egli se le vedeva ora, come
per opera d’incanto, fisse dinanzi: i loro sembianti erano già un
poco incerti, ma ben vivo tutto il ricordo del loro carattere, della
loro voce, dei loro atti. E pensandoci, egli sentivasi errare in seno
come un confuso e gentile accordo di note, che mal tradusse nei versi
seguenti:
A MARIA.
Maria, ricordi la valletta aprica,
Incantata dagli echi della sera,
Dalla rana, dal grillo e dall’amica
Voce dell’usignol, sulla peschiera?
Come lucciola erravi per la mesta
Luce crepuscolare intorno oscura,
Quando una vaga sinfonia si desta
Dalla terra, dall’acqua e dalle mura.
Que’ richiami, di tenero desìo
Diffusi in ogni fibra, in ogni stelo,
Quell’anelare sì iterato e pio
Di voci sparse, e insieme oranti al cielo;
Non ti feriano allor l’alma bambina,
Ma già si conosceva al picciol fiore,
Quale sarebbe poi della divina
Ebe, in te, l’avvenenza e lo splendore.
Oggi qual sei, Maria?... le rosee bende
Ti trattengono ancor nel dolce incanto
Dei sogni attesi, o il verme reo t’offende,
E più del riso in cor t’abbonda il pianto?...
Un’ombra trista di celati affanni,
Dal dì che più non seppi del tuo fato,
Eco di tomba fe’ parermi gli anni,
E il mio vivere un albero sfrondato.
Forse sei sola, o indarno fidanzata,
A un inutil lamento il cor richiami;
Forse sei moglie afflitta, e condannata
Agli amplessi d’un uomo che non ami.
Ovver benigno ti concesse Iddio
Nello sposo e nel pargolo adorato,
D’appagar del tuo cor tutto il desìo,
D’ignorar l’empia febbre del peccato.
Sia qualunque il destin che ti governa,
Degl’integri è la vita in forte gioia;
Ma integrità non dura: è legge eterna
Che tutto si corrompa, e tutto muoia.
Eri sì buona, allegra e sorridente
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sentì appressarsi nel corridoio il puzzo d’una pipa ed un passo
grave, e la strofa, che già coglieva, gli fuggì via come una
rondine spaventata: nascose in fretta quei poveri versi sotto un
_incartamento_; alzò la testa voltandosi all’uscio, ed entrò l’usciere
a consegnargli un dispaccio. Egli l’aprì, e lesse:
«Grave epidemia tifoidea sviluppatasi comuni di questa provincia,
reclama pronta venuta medico provinciale».
«Il prefetto
«_Caccianemico_».
Il dottore, addetto alla provincia di Villapluvia, serviva anche, per
le solite ragioni d’economia, nella provincia limitrofa, donde gli
veniva ora la chiamata del prefetto Caccianemico.
Il dottore andò subito a congedarsi dal suo superiore immediato, il
prefetto Tummistufetti. Lo trovò di bonissimo umore.
— Vada pure, caro Stellini: vada, e si diverta — gli disse — già loro
medici provinciali hanno inventato i microbi, i disinfettanti, le
epidemie: guardi però con questi freddi di non pigliare un malanno: si
cuopra bene, per carità!
— Grazie, arrivederla.
E dopo un’ora il dottore saliva in treno, accompagnato dal suo fido
Speranza.
PARTE TERZA.
Donna Angioliera.
I.
E ora che egli viaggia, diciamo della sua vita passata, e per quali
vie era capitato a Villapluvia a farvi il medico provinciale; ufficio
onorevole, ma poco adatto a un amico delle muse.
Per verità non aveva mai pubblicato versi neppure sotto il velo
dell’anonimo, ma un giorno il segretario lo colse in flagranti, e bastò
perchè tutte le volte che si volle far credere che pretendeva cose
impossibili, assurde, si dicesse che era un poeta.
Non può negarsi ch’egli non fosse sempre un po’ poeta in faccia alle
cose, e che secondo il colore del sentimento, e quindi dell’illusione,
come avviene un po’ a tutti, non le vedesse talora o più belle o
più brutte, o migliori o peggiori; ma quello spirito di poesia
l’aiutava pure a non disconoscerne il più alto e giusto valore;
mentre poi (e questo era tutto a suo danno) gli moltiplicava le
asprezze e le ripugnanze di quanto la vita reale ha di turpe, di
volgare, e soprattutto di falso. Così, troppo urtato da realtà e da
fortune contrarie, s’era generata in lui un’acrimonia accresciutagli
dall’esercizio d’una professione, che egli aveva dovuto accettare come
una fatalità dell’albero genealogico, additatogli da suo padre. Perchè
diversi Stellini erano stati medici, e medico era pure suo padre, e
disgraziatamente autore d’un’opera di patologia in molti volumi, dove
egli, con un certo colore di novità, sosteneva una vecchia dottrina,
non so se d’Ippocrate o di Galeno, sulla causa unica d’ogni morbo.
Tale dottrina era molto oppugnata, e premendo al padre di vincere
l’ignoranza o l’invidia degli avversari, si compiacque assai di notare
nel proprio figliuolo un certo ingegno osservatore e meditativo, perchè
vide in lui, senz’altro, il difensore nato della sua scuola. Con queste
belle speranze, incominciò per tempo a fargli capire che il cercare di
secondarle era quasi un dovere, per parte sua, non solo verso i suoi
avi e verso l’autore de’ suoi giorni, ma anche verso la scienza, e
l’umanità. Così, press’a poco, il padre del Cellini, perchè piffero del
Comune, voleva pifferatore anche il figlio, che invece voleva divenire
il creatore del «Perseo». Ma qui la lotta si risolvè assai più presto,
e, fino a un certo punto, con la vittoria paterna.
Il giovane Fabio si trovava poco bene in famiglia. Morta sua madre,
v’erano entrate donne che amavano troppo le compiacenze proprie per
comprendere nel loro sollecito affetto anche quel ragazzo non nutrito
del loro latte. Lo trascurarono, lo maltrattarono, lo incitarono più
tardi alla ribellione. E allora a Fabio non parve vero di seguire i
consigli del suo buon padre, andandosene all’Università di Pavia a
studiar medicina. Ma già da un complesso di condizioni e d’impressioni
penose, e principalmente dall’educazione disamorata, trasandata e
malamente oppressiva, il suo carattere aveva ricevuto una piega non
certo favorevole a invigorirne la volontà; il che gli nocque moltissimo
quando dipoi la trovò meno forte delle seduttrici passioni e della
fortuna contraria.
Quanto a quegli studi non vi s’era piegato per sola abitudine di molle
arrendevolezza, o per solo desiderio d’uscir di casa, ma anche perchè
un certo amore, dirò così, lucreziano, fatto di curiosità scientifica e
di fantasia, fece supporre a lui stesso (talora siamo ingannati anche
dalle nostre medesime facoltà), che fosse quella, e non un’altra, la
sua vocazione. Ammirando, per esempio, i begli occhi d’una fanciulla,
e restandone facilmente infiammato, egli avrebbe voluto anche scrutare
il mistero di quella sintesi luminosa, la quale, raccolta nel giro
d’una pupilla, può trasmettere al pensiero, alla memoria tutte le
immagini visibili, può esprimere, veri o falsi, tutti gli affetti,
tutte le commozioni, per poi spengersi e finire nella incoscienza e
nelle tenebre del sepolcro. Queste segrete cose, più che le esterne
e palesi, accendevano la sua fantasia giovanile, e davano quasi un
accento lirico alla sua curiosità e alla sua ammirazione. L’una e
l’altra erano in lui così vive, che potè vincere, applicandosi a quei
terribili studi, lo schifo e la ripugnanza dei morbi infiniti di cui è
preda la carne umana, e potè sentire qualche palpito di cruda ma grande
poesia anche in presenza dei marmi anatomici sparsi di bruttura e di
sangue. Se non che venne il giorno in cui s’accorse che il profitto
dei suoi studi, non quanto alla dottrina che per essi accrescevasi
sempre più, ma quanto alla cognizione bene accertata del vero, era
troppo sproporzionato al travaglio grande, e alla fatica erculea
che gli costava. Per ogni menomo acquisto nel campo della verità
indubitabile, l’artista che in lui prevaleva di tanto al medico, e che
non aveva la calma del freddo sperimentatore, doveva fare la più penosa
violenza alla sensibilità delle sue vivissime fibre, alla mobilità
d’un’immaginazione troppo calda e troppo attiva riproduttrice d’ogni
genere d’impressioni; doveva quasi togliere i petali alla bellezza che
tanto l’affascinava, per disingannarsene l’occhio, non vedere se non la
materia umana infetta, o disgregata; e infine restare sempre, di fronte
al mistero essenziale in cui tutte le cose son radicate, nelle stesse
tenebre, o nella stessa ignoranza di prima. L’artista avrebbe voluto
giungere a un lume, in cui anche il medico avesse potuto ben chiarirsi
la vista, e fondare la propria fede certa e sicura, poichè questa fede
occorrevagli sopratutto; e invece più la cercava, con le indagini e
con lo studio, e più gli sfuggiva. Vedeva anche i più dotti tra i suoi
professori essere talora sviati dal loro troppo sapere come ciechi
che vanno torto, credendo d’andare diritto. Per esempio il clinico
infondeva ne’ suoi scolari la certezza che i guasti occulti di quel
povero moribondo non erano diversi, nè stavano in altro modo da quello
che la sua bellissima _diagnosi_ indicava appuntino, come se agli occhi
del professore quel moribondo avesse avuto la trasparenza del vetro.
Poi, venuto il morto innanzi all’esame necroscopico del professore
d’anatomia patologica, questo trovava sotto il vetro un indovinello
tutto diverso. I giovani si compiacevano assai dell’errore del loro
bravo maestro: ne ridevano, e talora anche fischiavano, come si fa in
Italia. Il buon Fabio non rideva, nè fischiava; non aveva quasi più
voglia di ridere dopo che s’era accertato, progredendo d’esperienza
e di studi, che anche la dottrina di suo padre, per la quale egli si
sarebbe fatto ammazzare nel suo prim’anno di studi (egli amava suo
padre, e l’aveva riputato quasi infallibile) era anch’essa, in gran
parte, un’architettura tutta mentale con grandi apparenze di verità, ma
non vera.
Così il vero che egli s’era messo in testa di ricercare in un mondo sì
infinitamente oscuro e bugiardo, sì necessariamente larvato di dotte
presunzioni e di belle ubbìe, era di ostacolo al suo cammino verso la
fortuna, la gloria, il guadagno. Era un poeta sincero che con tutto il
suo entusiasmo per il vero, per il bello, per il buono, per il sublime,
si trovò alla fine de’ suoi studi universitari abbandonato alle onde
del dubbio, che pur troppo era penetrato in tutte le sue convinzioni.
Lo impensieriva la difficoltà d’accordare con la professione medica
le sue tendenze intellettuali e morali. Amava e ammirava ancora la
medicina come scienza che progredisce con tutto l’umano sapere; ma
mentre la chirurgia troppo ripugnava alla sensibilità de’ suoi nervi,
la medicina interna, unicamente rivolta alla cura dei sofferenti,
troppo era ipotetica per lui in troppi casi: quindi lo esercitarla come
professione venale gli ripugnava, come ogni cosa che, impegnando la sua
coscienza e il suo valore personale, non gli apparisse afferrabile,
netta, sicura come nel regno delle forme: quel regno per il quale egli,
idolatra del vero, era nato.
Suo padre non riconosceva più il proprio figlio. Volendo continuare in
lui le onorate tradizioni di casa Stellini, l’aveva mandato a studiar
medicina; aveva creduto di farne il suo apostolo, e invece ne aveva
fatto il suo oppositore!...
Un giovane, un suo figliuolo, volere insegnare a lui vecchio medico,
voler confutare la sua dottrina, frutto di tanta esperienza, e di tanto
studio!... Non voleva più fare il medico!... Ma perchè allora gli aveva
fatto spender tanti quattrini?... perchè allora erasi laureato?...
Così esclamava suo padre, e non senza un po’ di ragione, perchè Fabio
avrebbe potuto, fin dalle prime, lasciare la medicina, se i primi passi
bastassero sempre a farci accorti d’avere sbagliato strada; tanto
più che l’odio alle nemiche noverche di casa sua, e la sua giovanile
deferenza, inculcatagli dall’educazione, e favorita da un’illusione,
gliel’avevano fatta prendere e mantenere fino alla laurea quella strada
con la tenacità superba che era pure nel carattere di quest’uomo leale.
Ma suo padre non lo capiva, e l’accusava di presunzione, di leggerezza,
di sconoscenza; quasi lo disamava. Nel giovane era ancora una parte
vivissima di fede ingenua ed intatta; quella degli affetti; e per
questo contegno del padre, egli incominciò ad avere anche degli affetti
una stima alquanto mediocre, facendoli dipendere unicamente da ragioni
egoistiche; quindi variabili, incerti, e talora anche tristi, come
quelle ragioni; e quanto più legittimi per motivi naturali e legali,
e tanto più facili a divenire tirannici e ingiusti. Come tutti gli
appassionati veementi, egli non vedeva spesso che un solo motivo, e
non sempre il più giusto, all’opposizione che veniva fatta al suo
sentimento. Da ultimo suo padre continuava a ostinarsi a volerlo
medico non già per egoismo e vanità di scienziato, ma soltanto per
un affettuoso e paterno pensiero del suo avvenire. Egli stesso, il
figliuolo, vide la spinosa difficoltà d’aprirsi un’altra via più
geniale, quando, avendo tentato di giungervi, patì le umiliazioni a
cui s’espongono gli spostati, gli accattoni, e gl’intrusi. Intrigando
e pregando, egli, dopo un attendere lungo, avrebbe potuto ottenere
per grazia, e quasi per elemosina, quello che non poteva esigere per
diritto; e non volle. Sapeva, benchè vi fosse poco disposto, di non
essere un medico dozzinale, e ripugnandogli di fare altri tentativi
umilianti per procurarsi un avvenire migliore, andò incontro a quello a
cui la fortuna già l’aveva rivolto. Un piccolo patrimonietto tanto da
assicurargli l’indipendenza, se non l’agiatezza, l’avrebbe salvato da
una vita scontenta e affannosa; ma morto suo padre, non trovò che una
ricca biblioteca d’opere mediche vecchie che andarono a finire nella
bottega d’un rigattiere.
E chiusa la casa paterna, abbandonò la città natale, e si ridusse a
vivere, come medico condotto, in un piccolo paesucolo di montagna.
II.
Non dispiacque alle donne di quel luogo, le quali vedendolo bruno di
carnagione, con occhi, barba e capelli nerissimi, incominciarono a
chiamarlo il _medico nero_. Quella sua aria così tra l’incredulo e
l’indovino, irradiata spesso da un sorriso accorto e sincero, muoveva
in alcune quella immaginazione muliebre che s’esalta sì facilmente,
si pasce di cauti progetti, e che par sempre così sorpresa, e
irresponsabile! Si dolevano di vedere un medico nero così solo nel
mondo; ed egli, anche per non esserne troppo obbligato, corrispondeva
loro assai generosamente. Ma dall’altro canto non poteva salvare
quelle pietose donne dalla viltà accusatrice di quei luoghi angusti ed
occhiuti, e viveva una vita d’inferno tra l’odio e l’amore: lettere
anonime, gelosie, agguati, minacce, pugni, pistolettate, finchè era
costretto a lasciare in lagrime qualche bella, e mutar paese.
Un altro guaio era la difficoltà grandissima di mantenere in quei
luoghi almeno l’onestà e la dignità della professione. Non sapeva,
prima d’averlo provato, fino a qual punto, e in quali e quante forme
diverse, si rivelino, nelle relazioni che si hanno con la gente,
l’egoismo, l’avarizia, l’invidia, la vanità, la testardaggine mulesca,
la sete di guadagno, l’ipocrisia, la menzogna; e come le conseguenze di
cotali passioni, che sono le bassezze della frode, e gli accanimenti
dell’odio, riempiano quasi tutta la vita, che d’altronde sarebbe vuota,
d’ogni più piccolo luogo, dove gli uomini hanno comune dimora. Una
simile ridda di spiriti tristi, che gli s’agitavano intorno in ámbiti
così rozzi ed ottusi, teneva in continua e misera lotta il dottore, il
quale nulla abborriva come le risse stolte e triviali della gente che
quasi se ne compiace per vanità, e per non aver altro da fare.
I grossolani signori di que’ luogucci desideravano invano che egli
avesse una coscienza e una verità adattata alle loro pretese, o
all’utile del Comune soltanto; nè potevano confidargli, per esempio,
certi casi d’un’estrema delicatezza che qualche volta occorrono, e che
si celano, per quanto si può, nel santuario delle famiglie. La loro
pelle era in buone mani affidata a lui, ma anteponevano gl’interessi
alla pelle, e volendosi provvedere un collega medico con cui andare
più per le lisce, scaduto il termine, non riconfermavano più il dottor
nero. Ben presto dunque egli s’abituò a fare il medico errante,
trovando in ogni luogo le stesse cattive bestie di diversi colori,
e l’inimicizia dello speziale che, con quel medico, spediva poche
ricette. E in verità, facendo risparmiare ai suoi infermi le medicine,
e specie le più decantate dalla _réclame_, egli portava un gran danno
ai chimici farmacisti.
Quella parsimonia di ricette non piaceva neppure ai contadini, i
quali avevano sempre molta fede nelle medicine dello speziale, come
l’avevano nelle immagini miracolose, nelle reliquie dei santi, nelle
fattucchiere, nei ferri di cavallo raccattati per via, e in tante altre
cose promettenti fortuna, e che gli lasciavano sempre nell’indigenza.
Il dottore, entrando in quei tuguri dispersi, vedeva ora, meglio che
nelle _Georgiche_, in Tibullo, o nel Poliziano, quale sia infine la
felicità dei coloni, cioè vedeva da quale contrapposto d’orrende
miserie sorga e si spieghi ai nostri occhi la bella vita dei campi,
nella veste varia delle stagioni; le quattro cantiche dell’eterno poema
annuale.
Vedeva quei cultori, non vispi e rubizzi, ma presto sopraggiunti da
una precoce vecchiaia, nè aventi altro conforto che le preci cantate
in comune, e le sbornie domenicali. A primavera, coi pochi quattrini
avuti, a frutto più o meno avaro, dal prete o da altri, emigravano.
Non di rado l’uomo duro come la sua fortuna, non dava più notizia di
sè nè ai vecchi genitori, nè alla donna lasciata incinta, e capace
talora (se non ricorreva all’infanticidio) della più eroica virtù.
Vedeva donne lasciate sole dal marito, le quali senza maledire nessuno,
con quella fede nel soccorso di Dio che infonde nei miseri la mitezza
della rassegnazione, bastavano a nutrire due o tre bambini con poche
lire mensili strappate da mano avara col più ingrato sudore. Ma i
disagi sempre sofferti sformavano il corpo anche delle più belle,
l’aria lungamente invernale della stalla, la continua fatica, il cibo
scarso della polenda sciocca e anche guasta, riducevano non poche di
quelle fanciulle e di quelle spose simili a immagini esangui di cera,
anemiche, pellagrose, dementi. Allora ascrivevano a fortuna il non
essere rigettate dai poveri spedali di quei luogucci, e vi morivano,
dopo aver sognato anche loro la costante affezione d’un uomo, e il
loro tepido nido. Il nido era deserto, e il dottore qualche volta non
vi trovava neppure un panno per riparare dalla prim’aura rigida della
vita il nuovo affamato che veniva alla luce, erede della disperazione
paterna.
A tanta miseria s’accompagnava naturalmente il più florido sudiciume,
generatore di bolle, pùstole, rogna, vespai, e altri mali schifosi,
che poi il medico nero doveva vedere e curare. Quelle ammorbate
villane non si tuffavano mai tutte quante in un copioso lavacro come
invano raccomandava il medico nero, ma preferivano di mantenere,
quasi religiosamente, la loro immondezza dalla culla al sepolcro. Il
dottore, che non entrava in quelle casupole, nè si tratteneva a quei
luridissimi letti, senza superare una grandissima ripugnanza, ammirava
poi quanta sia la forza dell’abitudine, che può rendere sì domestico e
familiare anche il sudiciume! Quei poveri contadini abituati a portarlo
addosso, non ne ricevevano alcuna molestia, nè avvertivano le pestifere
esalazioni della spazzatura avariata o stantìa, nè del concime
fermentante di cui circondavano, quasi con amore, la loro orrida tana.
Quel putridume lì intorno all’uscio, rappresentava ai loro occhi un
tesoro, perciò, non potendoselo chiudere nel cassetto, o nella cassa
forte, non se lo volevano allontanare da casa, come raccomandava il
medico nero; e morivan di tifo.
Era impossibile persuaderli. — Oh! — dicevano — è troppo delicato il
medico nero! dice che la salute è l’unico nostro patrimonio, ma ci si
può badare noi poveri, che ne facciamo continuo getto in tanti stenti
e tante fatiche? Che c’importa a noi di questa vitaccia, quando la
morte sola può darci il riposo, e il premio promesso dalla nostra santa
religione!
Per questa speranza consolatrice, in quelle campagne solinghe, il prete
era più ascoltato del medico.
Quell’uomo tonsurato, vestito tutto di nero, che portava, con umiltà e
dignità, i paramenti sacerdotali, assolveva dai peccati, che benediva
le case e le terre, custodiva il corpo del Signore e i misteri della
rivelazione, non parlava mai invano a quelle plebi rurali, dove non
erano ancora apparse, ai tempi della gioventù del dottore, certe
anomalìe di emigranti ritornati al paese increduli, beffardi, riottosi.
Allora invece ascoltavano tutti con fede e con suggezione la parola del
parroco bandita dal pergamo o dall’altare. Allora tutti gli davano il
loro obolo volentieri, o per ornare di nuove immagini i poveri altari,
o per erigere un campanile più alto di quello dei villaggi vicini, o
per acquistare nuove e grandi campane perchè ne giungesse il suono
lontano: grandi si volevano, se no l’obolo si negava.
— Ve le farò venire grandissime — diceva il parroco allargando la
braccia — e benedette dal Papa.
Essi eran contenti, e dimostravano con tale zelo per le cose del culto
un bisogno spirituale non meno imperioso di quello della polenda:
perciò quegli agricoltori ascoltavano e riverivano il prete assai più
del medico nero.
III.
In mezzo all’urto continuo, e spesso troppo violento, di tali ottusità,
e di tali contrarietà, il dottore non faceva una bella vita, e, come ho
detto, doveva spesso ambulare.
Così verso i 35 anni, capitò, dopo lungo vagabondaggio, a Riva di Lago,
grosso paese in riva a un laghetto verdastro: bello il luogo, ma triste
per la sua angustia tra le montagne, e inospitale se altro mai.
Que’ paesani erano la più parte possidenti e mercanti arricchiti in
America, attaccati all’interesse come i denti d’un cane famelico
alla fortuna d’un osso, ma ambiziosi di sfoggiare talora nelle loro
aristocratiche mogli un lusso vistoso. Gente furba e taccagna, non
aprivano mai al forestiero l’uscio di casa, e al dottore soltanto
quando ci avevan qualche malato. Non c’era verso dunque ch’egli
trovasse a Riva una qualche cura geniale, e questa mancanza, quegli
usci chiusi, quella diffidenza scortese, quelle montagne così a
ridosso gli facevano sentire vie più il peso della solitudine, con
la conseguenza diretta d’una brama più frequente e più intensa
d’affidarsi a una buona moglie, la quale lo circondasse d’una cura
domestica fedele, affettuosa e gentile. A Riva non mancavano certo
le ragazze da marito, ma la loro aria così uniforme d’innocenti e di
buone, lo metteva in forte sospetto. Non pretendeva di trovare in
quel piccolissimo mondo annegato nell’interesse e nella volgarità, le
grazie delle amabili donne viventi nel poetico olimpo della sua mente;
ma sospirava una qualche influenza alta e benefica che lo salvasse,
in quelle solitudini, dalle aride febbri, e dalle paludose tempeste.
La pianta resisteva fieramente agli aquiloni avversi, ma rimaneva
sterile, e spesso accasciata da una specie di scirocco morale che lo
scoraggiava, e lo disponeva a tutt’altro che ad elevare il cuore e il
pensiero. Egli non aveva distrazioni contro il suo nemico interiore:
fatte le solite visite o in tuguri pestilenziali, o in case fastose, da
cui monna Superbia villana allontanava ogni gentilezza, passate più ore
a studiare, ripetute sempre, in quel medesimo giro di monti, le solite
passeggiate, sempre solo e sempre per le medesime vie, non gli restava
che sedersi nella farmacia del signor Telemaco Figurini.
Anzi, dopo qualche mese, come uno che prenda una buona abitudine di
provincia, cominciò ad andarvi ogni giorno, e proprio nell’ora in cui
il sor Telemaco, occupato in altre faccende, lasciava in farmacia la
figliuola, la bruna Eufemia.
Gli occhi della fanciulla spiavano il buon dottore con una serietà
conoscente, e intanto ella o lavorava all’uncinetto una qualche trina,
o attendeva a cose poco poetiche; ma c’era differenza vederle fare da
lei invece che da suo padre. I suoi modi eran sempre vaghi e graziosi,
sia che ella facesse cadere, con lievi colpettini di fila, nella
piccola scatolina, le pillole arrotondate dalle sue brune dita; sia che
versasse nella boccetta gli olii color topazio o ambra lucente; ovvero
che là nella retrostanza oscura, ma ben visibile ad uscio aperto,
ella arrostisse le mandorle, o badasse alla bollitura di qualche
decotto, o giulebbe. Questa faccenda l’obbligava, non necessariamente,
a rimboccarsi le maniche molto in su, e scoprire le belle braccia;
e rimestando col mestolo la fumante caldaia, pareva quasi una maga
che operasse un filtro, un incanto. Il dottore lasciava di leggere
l’_Etoile Médicale_, e trovava distratti anche gli occhi della ragazza.
Questo nei primi giorni; ma poi, siccome il dottore non poteva fare
a meno della compagnia d’una donna, e non la trovava altrove a Riva
di Lago, i genitori d’Eufemia ebbero tanto cuore, tanta bontà da
permettergli di conversare a lungo con l’unica loro figlia, non solo
nelle ore oziose di farmacia, ma su in casa, in quella saletta dalle
persiane socchiuse, ornata di volatili e di fiori di stame, e tutta
profumata d’aromi e di _patchoulì_.
L’Eufemia dopo essere rimasta molto tempo in città con le zie modiste,
n’era tornata ragazza fatta (aveva ormai ventott’anni) e molto
esperta nel modulare, benchè grossolanamente, tutti i fischietti
della civetteria. Il dottore dunque, esposto, nella gran solitudine
di quel luogo, a quell’unica corrente, dirò così, di aliti femminili,
incominciò a sentirsene preso.
«Strano e terribile potere della donna! — egli diceva tra sè. — Costei
mi parve tanto brutta la prima volta che la vidi, e ora quasi m’alletta
più d’una bella! La docilità amorevole de’ suoi modi, la mansuetudine
de’ suoi sguardi e della sua voce, la sua obbedienza passiva come di
cera che vi si pieghi sotto le dita, sono artifizi bugiardi, come
que’ suoi cerfuglioni troppo arricciati che le piovono dalla criniera
nera sulle gote spaziose e bronzine. Nessuno ha una sola fisonomia:
costei ne ha diverse. In certi momenti, le sue ciglia folte e nere
come il carbone, un po’ spostate verso le tempie, i suoi occhi, non
più mansueti, ma fatui, insaziabili, la sua bocca schiusa a un sorriso
èbete e godereccio, me la fanno apparire orrenda come un’immagine
dionisiaca esprimente una strana potenza di mistero irrazionale,
bestiale. Altre volte invece i suoi lineamenti così plebei e così
irregolari, compongono non so quale accordo d’espressione soave, quasi
raffaellesca, che ne asconde la profonda volgarità. Ella mentisce:
colano inavvertite e perenni le bugie dalle sue labbra bacianti e
giuranti. Ieri la colsi in un momento d’ilarità licenziosa, e mi parve
allora sì libera come subito dopo mi parve finta quando ritornò seria e
composta. Il raggiro metodico della madre trescante, la disonestà del
padre usuraio, (il quale, se non impedito da me con minacce, avrebbe
seguitato a vendere ai miserabili contadini il chinino mescolato
al calomelanos); fecero di costei una volgare, per quanto occulta,
tessitrice d’inganni. Dicono che la scorsa estate si trattenesse nei
boschi, di notte, e non era sola. I contadini la videro verso l’alba
ritornare affannata alla villa che suo padre si comperò, usureggiando.
Non lo credo, il fattarello somiglia troppo agli amori dell’antica
mitologia, ma per altro questa predilezione per l’orrore dei boschi
risponderebbe ai suoi lineamenti che rammentano il tipo faunesco. Sotto
questo riguardo è un bel tipo: per esempio, sarebbe un bellissimo
modello per una Napea: una Napea convertita, tolta alle violenze dei
boschi, e portata in chiesa. Io l’ho vista qui alla parrocchia, il
venerdì santo, chinarsi tutta su i piedi del Gesù morto, e baciarli;
l’ho sentita cantare con voce flebile e supplicante le litanie e
il _tantummergo_. Mi dice poi d’avere una speciale devozione per
Sant’Antonio, raccomandatale dalla madre, fino da piccoletta, e non
basta!... Che cosa diverrebbe dunque questa Napea, questa Amadriade, se
non potesse ricorrere spesso agli aiuti spirituali: il confessionale,
la predica, e l’acqua santa? Ritornerebbe certamente alla vita
selvaggia e delittuosa delle foreste.»
Una simile riflessione così severa mentre era fatta per liberarsi dal
fascino dell’Eufemia, dimostrava invece che egli tal fascino lo temeva,
senza poterlo o volerlo impedire. Di tutte le insidie che fanno da
siepe traditrice alla vita, non erano certo fra le meno pericolose
queste d’Eufemia per il dottore che, assetato di fede, respingeva
tutte le fedi da sè, mentre poi il suo scetticismo, rendendogli amaro
anche il dolce frutto, non lo salvava dall’essere talora credulo e
confidente come un fanciullo. Sapeva bene d’andare incontro a un
pericolo, ma non poteva più fare a meno, con la sua indole sensuale,
e in quella solitudine, di vedere ogni giorno l’Eufemia. Non l’amava,
non la stimava, e nonostante non si poteva più sciogliere da una specie
di torpida propensione, a cui ella cercava sempre più d’inclinarlo,
e che si potrebbe paragonare all’effetto di chi respiri, in un luogo
troppo chiuso ed angusto, gli atomi effusi da un fiore letale. Ella era
molto corta di mente, e nondimeno acutissima nel notare i progressi
di questa sua segreta influenza; tanto che potè dipoi più francamente
manifestarglisi senza che il dottore percepisse più con l’acutezza di
prima, la sua volgarità, la sua falsità, e quella sua malizia istintiva
che operava quasi in luogo dell’intelletto, e che era sempre rivolta in
basso a ghermire, indovinare, e ingannare.
Ella già lo ingannava. Standogli assiduamente vicina, dimostrando
d’averlo caro e desiderato, pareva quasi che l’adorasse; mentre il
suo cuore era per un altro, e il dottore le ispirava non di rado
l’antipatia che prova una creatura bassa ed ottusa verso un animo a
lei superiore, e talora intollerante e sdegnoso. E quando il dottore
perdeva la pazienza, e le diceva un po’ duramente la verità, ella
l’odiava, e sentiva più vive allora le sue relazioni d’affinità con
Palmiro; un pacifico e giovane salumaio, dalle mascelle quadrate, le
mani rosse e polpute, e il piglio neroniano e freddo acquistato forse
affettando il salame. Sentiva che era proprio quello lo sposo che ci
voleva per lei, ma, troppo povero garzone, i suoi genitori, lei stessa,
e anche Palmiro, vedevano quale ostacolo si opponeva alla loro felicità
coniugale. C’era il pericolo dunque che l’Eufemia, non più ragazzina,
restasse senza marito e senza quella difesa che poteva proteggerla
come moglie. In quelle distrette la povera zitella aveva pensato di
provvedere, nel miglior modo possibile, ai casi suoi: assicurarsi
una comoda condizione sposando l’irascibile dottor nero, e tenersi,
segreto amante, Palmiro pacifico: bassi pensieri, ma erano i soli che
infatuassero allora l’Eufemia. Ella s’era già tanto impadronita del
solitario dottore, da alterargli quasi il giudizio e mutargli gli occhi.
«L’Eufemia finalmente — egli diceva — è, come siamo tutti, un misto di
bene e di male. Come posso pretendere che una donna sia più virtuosa
di me che non credo, che ho una coscienza, è vero, ma senza Dio, senza
fede; una coscienza che non s’astiene dal male, se non per le sue
ripugnanze oneste; debole freno alle passioni violente, e agli appetiti
dell’egoismo. Io lo sento; l’uomo non può vivere così senza essere o
perverso o infelicissimo, o l’uno e l’altro insieme. E dunque, io che
la seguo sì poco, pretenderò che la donna abbia, in vece mia, tutta
la virtù; e si assoggetti a tutte le prove del sacrifizio per me;
lei così costituita organicamente da essere assai più debole e meno
atta di me all’elevatezza del senso morale, e a sentire le voci e i
divieti severi della coscienza! Da ragazzo ero un povero orfano senza
madre, e provando l’incuria e i maltrattamenti crudeli delle donne di
casa, non sapevo perchè non mi volessero bene, e fossero così dure e
cattive; poi più tardi ho capito che le perversità e le stramberie
irragionevoli delle donne dipendono in molta parte dalla lotta che
quei delicati e torturati organismi devono sostenere fra quello che
la natura e la vecchia corruzione le ha fatte, e quello che le leggi
religiose e sociali vogliono invece che si dimostrino. Perchè dunque il
mio giudizio su questa ragazza non è più umano e indulgente? Perchè non
le sono grato del grande amore che mi dimostra?... È civetta, è vero,
ma la civetteria è pure in natura, come si vede anche negli animali;
e infine ella non mira, con le sue grossolane civetterie, che a farsi
amare sempre di più. È molto stupida, è vero, ma potrò meglio guidarla.
È una sempliciona che crede tutto come sua madre Eva prima della
caduta. La credulità d’Eva, ecco, non la perversità, fu la cagione di
tutte le nostre sventure. E l’Eufemia crede tutto con un certo viso
come se proprio in lei avvenisse un ritorno alla primitiva innocenza
della povera Eva così insidiata, così accusata, e così punita! Quanto,
o Eufemia, tu sia innocente lo dimostrano ancora que’ canarini, que’
pappagalli, que’ limoni e aranci di lana che ornano la saletta, e che
sono il lavoro ingenuo e grazioso delle tue mani. È l’inconsapevole
genio della famiglia che si compiace in te d’ornare così innocentemente
la casa. E non m’hai tu regalato una borsa ricamata per poterci tenere
la mia camicia da notte? Non m’hai regalato anche un par di pantofole
con una testina di cane effigiatavi sopra a margheritine, emblema della
tua fedeltà di moglie? Doni che mi fanno pensare te ogni sera ed ogni
mattina. Sei ritrosetta, e se non t’accompagna la vecchia madre, non
entri nella mia stanza, e ne parti dopo avere scritto in più luoghi
Eufemia, Eufemia: nome che ormai incomincia a suonarmi più grato, più
familiare di quello di tutte le altre donne che dimorano a Riva. Io
non posso ripeterlo, senza che quasi io lo veda infuso della cupezza
delle tue ciglia, e di quel mongibello nero de’ tuoi capelli arruffati.
Que’ tuoi cerfuglioni neri che ti pendono per le gote a guisa di
scacciamosche, e ti danno quasi un aspetto da dottoressa presuntuosa,
mi sono antipatici e brutti; nondimeno sono anch’essi d’una procacità
seducente, ma tu non lo sai. Come pure non sai d’essere esagerata nel
consumo del _patchoulì_: ma io saprò moderarti anche in questo, e saprò
farti cambiare pettinatura. Quale pettinatura potrà meglio convenire al
tuo viso di Napea? Questo poi lo vedremo insieme. Intanto consolati che
io ora son più disposto a stimarti per i tuoi pregi, che a condannarti
pe’ tuoi difetti. Ecco: sei placida, silenziosa, obbediente, assestata.
Tieni in ordine tutto, la casa, i conti, la farmacia: sai molto bene
l’aritmetica, hai molta cura del risparmio, e del custodire la roba.
Inclini un po’ all’indolenza, ma la sai vincere quando occorre fare
l’interesse tuo e del pappà. Le qualità che fanno, l’ottima massaia e
la madre amorosa tu le hai tutte, o Eufemia! Io poi saprò rifare la tua
educazione, o Napea, e trasformarti quasi in un’altra donna.»
IV.
Così in certi momenti di bonomia, o di leggerezza allegra e sbadata,
ragionava il dottore, sedotto dal fantasma muliebre, o, come lo
disse il poeta, dall’_eterno femminino_, il quale allora, in quella
solitudine, personificavasi per lui nella bruna Eufemia. E se l’Eufemia
poteva travestirsi ai suoi occhi in modo da quasi persuaderlo a
sposarla; questo dimostra con quanta facilità, egli sì diffidente,
poteva esser giocato dall’_eterno femminino_, dai furbi di bassa lega,
e infine dalla propria illusione, che delineava e coloriva dolcemente
di sè una realtà personale molto diversa, ma terribilmente interessata
a mantenerla quell’illusione, ed accrescerla fino all’acciecamento
completo. Se non che l’Eufemia, quando meno se l’aspettava, a un tratto
si vide sparire il pesce perchè un’altra rete l’attrasse, o, per
parlare più nobilmente, perchè l’_eterno femminino_ trapassò per lui
come un raggio di sole che muta luogo, dalla bruna a una bionda, senza
paragone più seducente.
Colei che guastò l’incantesimo all’Eufemia, fu la contessa Angioliera
degli Angiolieri, maritata al conte Pier Francesco Aquilegi.
Essa aveva a Riva di Lago una bellissima villa ereditata da uno zio
cardinale. Vi veniva ogni anno in sul finire di primavera con molti
servi e il suo unico figlio, il piccolo e prepotente Gastone. Il
marito non la seguiva perchè si divertiva assai più cercando avventure
e fortune, cioè perdite gravissime di danaro, nei grandi convegni di
gioco, o ne’ luoghi delle più aristocratiche acque. La moglie invece
dopo aver sofferto per otto mesi i dilettevoli affanni d’una grande
città, domandava alla quiete pastorale di questo suo ritiro campestre
il riposo alla sua stanchezza, e una tregua alle sue commozioni. Ella
era la vittima d’un matrimonio leggiero poi divenuto pesante, e dovuto
anch’esso alla sua indole troppo subitanea, non sovvenuta, in quel
caso, da una ritrosia che, ordinariamente, la rendeva molto esclusiva,
e le faceva respingere anche certe donne d’una condizione inferiore
alla sua, quando le si volevano troppo accostare in intimità. Dotata
d’una signorile e soave indulgenza di modi e di sensi, incapace d’esser
cattiva per proposito meditato, la passione volubile e l’orgoglio
della nascita, le due disposizioni più in lei abituali, le impedivano
d’essere più umana e più buona. Se non che era appunto nella passione
che ella rivelava, a colui che n’era l’oggetto, la parte migliore di
sè: tutto gli confidava con sincerità coraggiosa, e tutto per lui
affrontava con eroico ardimento. Se insorgeva qualche tempesta, ella
come una santa che tollera un dolce martirio, non si rivoltava nella
battaglia, ma era felice di sentirsi amata anche sotto il flagello
delle più dure parole, e otteneva con la sua dolce mansuetudine la
vittoria. Ma trascorso il tempo di quella sua calda ebrietà, il suo
cuore, come metallo che si raffredda tolto alla vampa della fucina,
indurivasi nell’orgoglio indipendente, e poco disposto ad ammettere
obblighi, riconoscere diritti, mantenere promesse, patire esigenze.
Ella riacquistava la fierezza della sua indipendenza, e insieme le
rinasceva il desiderio d’un altro giogo; non giogo per lei, ma sole
dell’anima che la facesse di nuovo rivivere e palpitare come l’altro
ormai per lei tramontato. Ella infine riconosceva una sola legge:
quella che il volubile Dio imponeva al suo fervido cuore.
In una di queste tregue tra l’amarezza del pentimento e il vago desio
d’un nuovo peccato, ella venne in quell’anno a Riva di Lago, in sul
finire di giugno. Non era contenta in mezzo a quel verde smagliante,
a quelle selve odorose di fiori e di rose vermiglie che imporporavano
del loro fuoco nuziale tutto il giardino, intorno allo specchio
lucente della peschiera. Errava sospirando un idolo ancora indefinito
in una visione composta di brame acute e di vaghe reminiscenze,
mentre l’ultimo disinganno, e il troppo consumo delle forze nervose,
la facevano penosamente languire. In certi giorni quella solitudine
campestre dopo tanto frastuono delle vie e delle piazze di Roma,
dopo tanti spassi, tante visite, tanti addii, le procurava come dei
soffocamenti di tristezza: un immenso desiderio di qualche cosa che
non può dare la vita, uno sconsolato rammarico d’illusioni e di gioie
sfiorite con l’amore e col matrimonio, la facevano piangere in mezzo
alle rose vermiglie e fugaci della sua villa ridente.
Non poteva desiderare più bel soggiorno, nè più salubre, nè più sereno.
Aveva del principesco quella grandiosa peschiera alimentata dai fiumi
della montagna, e simile a un piccolo lago, intorno a cui, secondo
le ore del giorno, e la direzione dei venti, erravano le verdi ombre
del giardino e del bosco taciti, e sparsi di qualche statua bianca
nel rezzo. Fuori delle alte mura che circondavan la villa come un
castello feudale, uscivano, per la gola di tre marmorei delfini, rivoli
d’acqua fuggenti alle fontane e a’ lavatoi del paese, il quale era
stato gratificato di tanto benefizio dalla munificenza del cardinale.
Egli in alcune recondite stanze a terreno, aveva pure raccolto un
piccolo museo d’antichità greche e romane. Quel luogo presso le tacite
acque della peschiera, spirava una segreta malinconia, quasi fosse il
funebre rifugio, in mezzo a un eliso, del paganesimo spento. Ogni anno
rinverdivano nella villa i salici e i pini sonori, ma non rinverdivano
più quelle favole belle, nè più risorgevano alle ghirlande del culto
que’ simulacri spezzati.
V.
Verso la metà di luglio occorse a donna Angioliera il dott. Fabio,
perchè Gastoncino, il suo bel monello dai 4 ai 5 anni, avendo
inghiottito troppe ciliege, s’era ammalato d’indigestione. La signora
si rallegrò di vedere che il dottor Fabio era succeduto (sei mesi
prima) al vecchio medico del luogo, di cui non era contenta. E come
suole accadere, un motivo principale determinò la loro reciproca
simpatia fino dal primo incontro. Il sorriso del dottore ferì subito
vivamente donna Angioliera; e al dottore piacque soprattutto in lei una
semplicità quasi dimessa, e pur signorile, che pareva un eletto dono
della natura non guastato da nessun artifizio, troppo palese, nè di
civetteria, nè d’educazione.
Dopo alcuni giorni donna Angioliera, mandò a richiamare il dottore per
confidargli il suo malessere.
— Sono agitata tanto — gli disse — da qualche tempo, e sono così
mutabile d’umore, come se io avessi più anime.
— Accade anche a me — le rispose il dottore, come rispondeva in simili
casi ai propri ammalati per distrarli da certi fenomeni della loro
immaginazione — accade anche a me: ci pare di non essere più una
persona sola, ma varie che si alternino in noi, ognuna con un carattere
opposto.
— Già, è proprio così! accade anche a lei? non è vero che è triste?
— Secondo: può avere il suo lato piacevole: sembra quasi d’assistere a
una commedia interiore, che ci toglie da una monotonia di spirito, che
è noiosa.
— È vero: le persone sempre eguali sono noiose, sono pedanti.
— Già, ma per lo più sono anche le più sane.
— Oh, io sono sanissima!
— È verissimo; anzi quell’umore così mutabile, è segno d’una grande
vitalità: ma d’altronde questa grande vitalità potrebbe avere altre
manifestazioni più normali; potrebbe essere frenata da una volontà più
forte, e quindi potrebbe dipendere, in parte, da un po’ d’indebolimento
del suo sistema nervoso.
— Oh, io sono fortissima di nervi! ma da ragazza lo ero anche di più:
ero tanto pacifica, e ora sono così impaziente! tutto m’irrita! tutto
m’offende! ora sono allegra, e un momento dopo vorrei piangere...
— Ed è allora che ella invece dovrebbe procurare di ridere; è vero che
per ridere di quel riso gagliardo che fa buon sangue, bisogna averne
delle ragioni, e non essere, come forse un pochino è lei, anemici.
— Oh io non sono anemica! ma ho dei forti dispiaceri, e dipende da
questo se in certi momenti mi sento cattiva, spietata, e in certi altri
mi sento così buona: non lo crede?
— Sì, credo che ci possa influire anche il suo stato morale: dunque
bisogna dominare quelle che ella chiama, così amabilmente, le sue
anime...
— Le mie anime sì, o le mie bizzarrie, come vuole...
— Cioè commozioni, malinconie, simpatie, antipatie, impulsi
contradittorî, facili a sorgere, difficili a reprimersi, non è vero?
Ella accennò col capo di sì, ma, guardando il dottore, pareva pensare a
un’altra cosa.
— E di queste sue anime... mi piace di chiamarle così anche a me...
quale crede che sia proprio la sua?
— Non lo so — ella rispose sempre distratta.
— Una sola sarà la sua, tutte le altre invece saranno vane
immaginazioni, o nubi che offuscano per un momento la sua anima vera...
— E qual’è? — ella domandò sorridendo.
— Quella che bisogna che ella procuri che vinca sempre: l’anima buona,
l’anima serena.
— Sì, l’anima di quando ero ragazza... e non conoscevo... le cose
brutte della vita.
— Non rimpianga l’innocenza perduta: a conti fatti è meglio sapere che
ignorare in un mondo dove ormai gl’ignoranti son così pochi: non può
più ritornare un’ingenua fanciulla, ma, se vuole, può riacquistare
una disposizione più costante a essere buona e allegra, che è la
disposizione della vita e della salute, perchè tutto quello che è buono
è sano, tutto quel che è cattivo è malsano: ci metta tutta la sua buona
volontà: lei è il miglior medico di sè stessa.
— Non ci riesco, signor dottore: ho bisogno di lei, ho bisogno de’ suoi
consigli, ho bisogno della sua guida.
«Speriamo di non smarrirci tutt’e due» — egli pensò, e soggiunse:
— Ebbene io farò di tutto per guarirla.
— Quanto gliene sarò riconoscente!
Egli le fece tutte quelle domande che si sogliono fare dal medico in
simili casi; le prescrisse la cura, e la lasciò con una stretta di mano
forse troppo espressiva.
— Quell’uomo sarà mio — disse donna Angioliera appena il dottore fu
uscito.
Con questo proponimento la cura procedè ottimamente. Nelle visite
seguenti, il dottore ne vedeva i rapidi progressi negli occhi
eloquenti, inebriati della signora, nei rossori che le salivano alle
gote come palpiti vivi, nelle velature della sua voce armoniosa, nel
sorriso che le atteggiava la bocca a un’espressione di tenera e lieta
promessa. Tutta rivolta verso di lui, ella gli parlava e l’ascoltava
attentissima, seduti ambedue sopra un sofà di seta roseo, nell’angolo
quasi nascosto d’un salotto ornato di specchi dipinti a fiori, e di
quadri rari.
La bruna Eufemia a quel paragone della bionda, impallidiva sempre più
agli occhi del dottore. L’Eufemia non l’aveva mai soggiogato come
ora minacciava di soggiogarlo donna Angioliera con la violenza d’una
passione, di cui egli aveva sentito in sè, fino dalle prime visite,
i primi moti. Troppe volte egli s’era gettato in quel vortice, e ne
conosceva gli abissi; sapeva fino a qual punto ne poteva salire su di
lui l’onda intensa, e avrebbe voluto fuggirla.
— Conosco bene — diceva — le cagioni di queste improvvise simpatie
femminili: molta è l’esaltazione dei sensi, molta la vanità del
pensiero, poca la costanza del cuore; da un lato un fuoco fatuo, e
dall’altro l’incendio d’una selva: vile, che ogni voce soave ti lusinga
per il cammino, e il cammino è sì perverso, sì pieno di atrocità, di
contrarietà, e di dolore, che vuole tutte le forze dell’uomo per non
cadervi servo e avvilito!...
Il dottore dunque, in que’ due primi mesi, non la vide sì spesso
com’ella desiderava: poche le visite e da medico serio. Egli v’usava
apposta un linguaggio grave e dottrinale, di cui internamente rideva un
poco lui stesso, opponendolo alle fisime, quasi fanciullesche, della
signora che era più furba di lui: s’accorgeva, come s’era accorta fin
dalla prima visita, della non troppa importanza che egli dava alle
sue parole; capiva che qualche volta la canzonava un pochino, ma già
sapeva d’averlo innamorato. Le visite furono poche, ma lunghe. Quando
il dottore ne sentì troppo gli effetti, se n’andò per alcuni giorni a
conversare con altre donne sue conoscenti, a Pavia, dove aveva studiato.
Rivide l’ateneo bellissimo, il Cieldauro di memoria dantesca, le torri
dei «crudi signori», il castello dei Visconti, il giardino botanico
e il museo cantati dal Mascheroni; zufolò, aggirandosi la sera per
quelle vecchie e memori strade, le ariette popolari cantate un tempo
coi compagni spensierati e allegri, e riacquistò un po’ di freschezza
e d’indipendenza di cuore. Anzi ritornò a Riva di Lago altero di sè,
credendosi vittorioso. Infatti non la sentiva quasi più.
Appena messo il piede nel suo studio gli caddero gli occhi sopra una
carta da visita: era la carta del marito di donna Angioliera. Ella
stessa gliel’aveva portata tanto per avere il piacere, come poi gli
disse, d’avvicinarsi alla sua dimora. Il dottore si sentì come avvolto
dal respiro infiammato di quella donna, e si recò alla villa quasi ella
glielo imponesse.
La trovò che passeggiava lungo la riva verde e boscosa della peschiera
fiammeggiante di rose. Quello splendore diffuso d’un azzurro pomeriggio
d’agosto s’incupiva sotto il fogliame del bosco tutto stellato d’oro, e
accarezzato dall’aura. Ma ormai al dottore nulla pareva più carezzevole
di quel diluvio, fluente nella sua immaginazione, dei capelli biondi
della signora, trattenuti, verso la tempia sinistra, da un pettine di
tartaruga elegantissimo, che vi pareva annegato.
Sederono in una delle panchine sparse pel bosco, vicino al mormorìo
d’una cascatella che scendeva da una rupe, e spruzzava le spalle
curve d’un fauno ridente. Parlavano poco, e nel loro silenzio era
come un ricambio di baci pensati. Gustavano la reciproca dolcezza
della passione non ancora espressa dall’eloquenza del labbro, quel
sabato dell’amore era delizioso, e nondimeno desideravano ambedue
di non rimanerci, e di trapassarlo. Donna Angioliera, con la punta
dell’ombrellino, tracciava in terra dei ghirigori che parevano le loro
cifre intrecciate, e lagnavasi del marito.
— Gioca — ella disse — anche oggi ho ricevuto una sua lettera che mi
chiede danaro, il mio danaro, capisce, perchè lui non ne ha più! e
sempre con la minaccia d’un suicidio.
— E ci crede?
— No.
— Ma lo teme: non tema, e non gli mandi nulla.
— Oh no! verrebbe qua.
— Glielo mandi subito allora!
— Sicuro verrebbe qua, e io non potrei più viverci: oh se non ci
fosse mio figlio! e poi pagandogli i debiti col solo frutto de’ miei
stradotali, io m’emancipo da lui, faccio quel che mi pare, mi libero
dal tormento... de’ suoi diritti, e da una vita d’attrito continuo.
— Ma perchè...
— Dica.
— Nulla: se ella crede che il problema non possa avere una soluzione
più netta, o più sicura per lei...
Il dottore aveva voluto dirle: «perchè non si divide?» ma il consiglio
gli parve troppo facile a darsi e anche inutile, dopo quanto ella gli
aveva detto.
— E perde molto? — soggiunse.
— Credo.
«Crede?» pensò il dottore, «è così incurante?»
— So che spende un orrore in donne, in cavalli e profumerie: si figuri,
signor dottore, io adopero, della semplice acqua di _verbena_, che è
bonissima: lui dice che è troppo ordinaria per lavarsi, e ne fa venire
un’altra da Parigi, che costa dieci lire la bottiglia...
— E tanti non hanno dieci centesimi per comprarsi un sigaro! e non fa
nulla?
— Nulla: è colonnello della milizia territoriale: non l’ha visto nel
mio salotto il suo ritratto in grande uniforme?
— Me l’era immaginato perchè somiglia Gastone; e quante decorazioni che
ha!
— Sicuro: è gran cordone, commendatore, ed ha anche una decorazione di
Menelich, acquistata per mille lire.
— Non gli bastavano gli onori che ha ricevuto dal nostro Governo, ma
ha voluto riceverli anche da Menelich — disse il dottore guardando
l’orologio.
— Non guardi l’orologio! — ella esclamò quasi offesa.
— Se io non fossi un medico condotto ne potrei fare a meno.
— Aspetti ancora.
— Se io fossi conte e colonnello della Territoriale, e avessi una
decorazione di Menelich...
— Non mi canzoni! badi, che mi vendico sa! e da chi va ora? mi dica da
chi va! da una bella ammalata, forse?
— Tutt’altro: vado a prolungare la speranza della vita a un vecchio
prete accidentato...
— Ci sono anche gli accidentati in questo brutto mondo?
— C’è d’ogni specie d’infermi, di noiosi, e di farabutti, ma c’è
anche...
— Che cosa?...
— C’è anche delle creature adorabili per le quali non c’è via di
perdizione che non sembri la via della salvezza e della felicità, e io
son perduto, donna Angioliera! la malata ha reso il medico infermo! e
ora tocca a lei a curarmi... lei ben conosce il mio male, e la medicina
che può guarirmi.
— No, io non la guarirò: lei subisce troppo l’influenza della donna:
sia prudente: le cose che mi ha detto si pensano, ma non si dicono:
aspetti!
— No, il vecchio prete morirebbe...
— Perchè deve morire per l’appunto oggi?...
Si chinò a cogliere una rosa, e gliela pose all’occhiello.
— Grazie: questa val molto più delle decorazioni di Menelich: io non la
darei neppure per il collare dell’Annunziata.
— Non mi faccia tanto la corte, dottore: del resto io so compatire, so
perdonare...
VI.
Il giorno dopo il dottore anticipò la sua visita.
Si sedè accanto a lei, sopra il solito sofà roseo, dai molli guanciali
che Gastone faceva spesso volare in aria. Quel barbaro ragazzo faceva
sempre qualche malestro: ballava sulle poltrone, pestava le sedie,
tagliuzzava i tappeti, e s’era anche divertito a bucare con uno spillo
tutti i nasi de’ suoi antenati dipinti a cui era potuto arrivare.
Quel giorno invece s’ostinava a sedere in grembo alla mamma, guardava
attentissimo, con occhi truci, il dottore, e pareva dirgli: — Chi
sei tu? che ci fai tu in casa mia? perchè la mamma ti parla tanto
volentieri?
— I manifattori — ella poi gli disse — hanno finito i restauri del
museo: vuole che andiamo a vederlo? o forse, ci ha anche oggi il
vecchio prete?...
— No: ho già visto tutti i miei ammalati.
— Andiamo allora.
Ella mise in terra quell’importuno Gastone, e s’alzò con prontezza
elegante. Ma Gastone voleva venire anche lui, e le s’attaccò alla
sottana.
— No.
— Sì, voglio venire anch’io! voglio venire anch’io!
— No — ella ripetè severissima.
Gastone urlò, battè i piedi, picchiò la mamma, dette calci al muro,
alle sedie: accorse la bambinaia, e lo rapì sgambettante, urlante,
gesticolante.
Essi s’involarono subito, rapidi e silenziosi: attraversarono la gran
sala centrale, dove due porte a riscontro aprivano agli occhi due
vedute diverse: da un lato il lago sfuggente in una voragine lontana di
sole, e dall’altro la grande ombra azzurra delle gole, delle valli, e
delle montagne lambite qua e là dalle nubi estive.
Discesero lo scalone, entrarono sotto la loggia del ridente giardino, e
di qui in un andito misterioso, con in fondo la porta del museo tra due
urnette sepolcrali, incastrate nella muraglia.
— Vedrà molti sassi rotti — ella disse — ma lo zio aveva questa
passione.
— Abbiamo tutti la nostra — egli rispose.
— Qual’è la sua passione, dottore?
— E la sua?
Ella non rispose, ed aprì la porta.
Il dottore guardando intorno quella rovina del mondo antico, quei dorsi
decollati, quelle teste divise, quelle braccia rotte, e quelle gambe
spezzate, esclamò: — È una vera strage di Roncisvalle fatta dal tempo:
nulla è più barbaro del tempo, donna Angioliera!
— Per me è già incominciata la barbarie del tempo — ella disse alzando
presso l’orecchio una sua piccola ciocca volante; e sporse al dottore
la pallida guancia.
— Non vede?
— Vedo dei capelli d’oro maravigliosi.
— Con qualche filo d’argento però.
— Che importa, è così bella e giovane!
— Giovane non tanto; ho ventisei anni... Guardi questo Paride com’è
bello!...
— Mi piace poco: è d’una svenevole vanità — disse il dottore. — Questa
danza di fauni e di ninfe piuttosto! come vi aleggia la forza antica
dei miti! come è ancora vivo, in tutte le sue indicazioni anatomiche,
questo torace eroico... guardi, donna Angioliera!
— Non ripeta tanto spesso il mio nome!
— Donna Angioliera!...
Quest’ultima invocazione ebbe tale accento, che i finissimi lineamenti
della signora presero una espressione d’altera severità, quasi si
aspettasse una grande offesa.
Il dottore allora si fogò a baciare le fredde labbra di pietra d’una
giovane donna romana, lì eretta sopra una stela. Era uno de’ più belli
ornamenti della saletta rotonda, a mezzo il museo, dove la signora si
riposava nei pomeriggi estivi.
— Oh perchè ha baciato quella testa di pietra?
— Perchè la somiglia, donna Angioliera!
— No, io non somiglio a nessuna donna, ma voglio piacere...
— A chi?
— A chi mi vuol bene, a chi mi crede buona... a chi mi crede sincera...
E abbandonò, come presa dalla stanchezza, sulla spalla del sofà il
capo biondo, alzò le due mani a bendarsi gli occhi, stirandovi sopra,
attorcigliato, il piccolo fazzoletto; e rimase così giacente e bendata.
A un tratto mandò un piccolo grido, sentendosi prigioniera nelle sue
braccia.
VII.
Qualche settimana dopo era l’otto di settembre, la festa della Madonna
come annunziavano le solenni campane fin dalla aurora.
La chiesa sul lago aveva esposto tutte le sue modeste ricchezze.
Sull’altare brillava tra le molte candele accese la statua della
Vergine incoronata, con in collo il bambino, il rosario pendente
dalle dita affusolate, e la mezza luna curva, sotto i piedi, come una
navicella. La vigilia della festa alcune ragazze del luogo l’avevano
vestita di quel bellissimo manto azzurro sparso di stelle, e avevano
ornato il paliotto dell’altare con fiori alpestri e rami d’abete
intrecciati in un rustico ma grazioso disegno. Quel lieve profumo di
fiori spandeva per la chiesa come un’aura mite di gentilezza e di
purità, che pareva elevare il fervore delle preghiere bisbiglianti.
I contadini inginocchiati, curvavano le teste faticose, abbronzate,
calve, canute, tra cui spiccavano i fazzoletti a varî colori delle loro
donne, e qua e là i cappellini, trionfanti di penne e nastri, delle
signore. Queste stavano inginocchiate o sedute sulla propria sedia
particolare, agitavano i ricchi ventagli, si salutavano, si guardavano;
o tenevano gli occhi intenti nella Vergine per implorarne le grazie, o
raccolti sul libro legato in morbida pelle, e perfino in tartaruga, in
madreperla, in avorio.
Dalla porta della chiesa appariva l’estrema falda d’un monte coi bruni
abeti che oscuravano le acque del lago lievemente increspate d’oro.
Suonò la campanella di sagrestia, e uscì il parroco rubicondo, seguito
dai due accoliti, oppressi tutt’e tre da una grave pianeta gialla su
luccicante trama d’argento. Dietro a loro due chierici in cotta bianca
lanciavano nubi d’incenso dai turiboli ardenti. I tre preti in fila
ed a mani giunte fecero una profonda riverenza all’altar maggiore, e
lassù nella cantoria dell’organo incominciò la messa cantata, con un
coro di voci così formidabili, che passavano ogni misura. L’organo
sfiatava, mandava fremiti, gnauli, sussurri, dava negli acuti, o ne’
bassi fondamentali; insomma non voleva tacere nemmeno quando cantavano
i sacerdoti all’altare. Il parroco si voltò incollerito più volte, ma
l’organo era indomabile come la voce d’un creditore. Ma a metà della
messa tacque l’organo, tacquero i celebranti e i cantori...
Una voce di donna, di lassù dalla cantoria, trascorse, come un’ala che
sale in alto, su tutto quel popolo inginocchiato. Era donna Angioliera
che ogni anno, per la festa della Vergine, soleva cantare una laude
antica nell’umile chiesa di Riva. Soltanto la preghiera di San Bernardo
nei sovrani versi di Dante è paragonabile al mistico, appassionato,
doloroso fervore di quelle note. Finchè durarono, tutta la chiesa
affollata rimase muta come se non ci fosse nessuno.
Finita la messa, il popolo uscì, e tutta la piazzetta ariosa sul lago,
risuonò di voci varie e giulive.
Mentre si vuotava la chiesa, donna Angioliera rimase a pregare su in
cantoria. Ma la marchesa Santelli, la contessa Grossoni, la Trippetini
e la Filippuzzi guardavano in su con tanta insistenza, che ella dovè
discendere, tenendosi al naso un boccettino di sali odorosi.
Quelle signore si volevano congratulare con lei che aveva cantato
divinamente, ma donna Angioliera le accolse con freddezza: esse le
fecero un dispettoso saluto, e se n’andarono.
Essendo l’ora del desinare festivo, in chiesa non c’era rimasto
nessuno. Le candele votive continuavano ad ardere innanzi all’altare
della Madonna dal manto azzurro stellato. Donna Angioliera guardò
intorno e vide il dottore da lei atteso: nondimeno se ne maravigliò, e
gli disse che proprio non l’aspettava.
— Come ho cantato? — poi gli chiese timidamente.
— Bene: mi pareva in certi momenti che ti uscisse dal seno non una
voce sola, ma un coro di angioli. Se avessi potuto, io quella tua voce
l’avrei baciata: mi pareva che l’anima tua si slanciasse fuori del
tuo labbro a vivere nello spazio, sola e pregante dinanzi a Dio. In
quelle note è veramente il senso del paradiso sognato nella profondità
del dolore. Quando tacesti mi parve che cessasse per me una grande
felicità, ma è più grande ora quella di rivederti.
Ella di nuovo guardò intorno, e poi sfiorò il viso del dottore con la
bocca, ma così lievemente, che parve l’ombra d’un bacio silenzioso.
— Che ho fatto! — disse poi sorridendo, come riprendendosi per celia
d’un peccatuzzo inconsiderato — dopo essermi confessata...
— Confessata?... e...
— No: ho detto soltanto i piccoli peccati veniali: tanto si sa che son
tutte formalità per il popolo...
Il dottore, che già era disposto così felicemente alla generosa
fiducia, a quelle parole sì inaspettate, fu colpito da un senso freddo
di diffidenza, tanto più odioso per lui, quanto più s’immedesimava ora
col suo affetto per quella donna, e quanto più discordava da quelle
note esprimenti la più fervida fede dell’anima religiosa: note con le
quali ella poco prima l’aveva come rapito in una sfera superiore. Il
contrapposto tra il mondo buono, alto, sincero che egli aveva sognato
udendo quella voce fascinatrice, e il mondo prosaico, in cui l’avevano
fatto precipitosamente ridiscendere quelle parole; mondo brutto come
una fogna, il mondo degl’ipocriti, dei fraudolenti e dei vili; gli
si offrì al pensiero nella maniera più ingrata, e più scoraggiante.
Dove s’era scesi! Si attribuiva non altro che una piccola ragione di
furbizia e di utilità sociale anche alle cose che la fede sapiente
aveva un dì instituite come lavacri e consolazioni dell’anima infetta e
travagliata! Un sacro motivo psicologico diveniva un inganno da piccoli
politici e da commedianti!... E quando anche le donne ragionavano così
politicamente e praticamente in tali materie, che cosa si poteva ormai
più sperare, considerando la profonda reità della natura umana? Questo
mondo senza fede, e nondimeno interessato a mantenerne la fredda larva,
gli pareva tragico e abbominevole. A un tal mondo accorto e pauroso
del soqquadro, apparteneva anche quella bionda e amabile cantatrice.
E se ella, che si protestava sempre d’essere così leale e sincera,
poteva poi tradire, come avrebbe detto un devoto, anche i sacramenti;
quell’amore che ora gli dimostrava con sì fervida tenerezza, che altro
poteva essere se non l’effetto d’un esaltamento fugace?...
— Ma perchè ti sei confessata? — le domandò.
— Perchè a Riva si confessano tutte le signore il giorno della Madonna,
e io avrei dato un cattivo esempio a non farlo.
— Ho capito — disse sorridendo il dottore — hai avuto una piccola
ragione... morale.
— Veramente non ci ho pensato: ho fatto tutti gli anni così, e perchè
non dovevo farlo anche quest’anno? io non voglio passare da eretica;
e poi tu non sai quanta dolcezza ho provato pregando il Signore, e
pensando a te! Quante volte ho ripetuto il tuo nome qui inginocchiata
al balaustro di quest’altare! e mi pareva che il Signore benedisse la
nostra unione.
— Come benedì quella d’Adamo e d’Eva prima del peccato.
— Io non ci penso al peccato, io non me ne ricordo: io mi sento tanto
felice e contenta oggi!... perchè non mi credi? non arrossisco di
dirtelo: se io credessi di peccare, non ardirei di ripeterti oggi che
io t’amo, dopo essermi accostata, in questa chiesa, alla comunione.
— Non parliamone più; tu sei la più buona, la più santa, la più ingenua
delle donne!
— No, non lo credi: ma io impiegherò tutta la vita per acquistarmi la
tua fede, e mi sarà sempre breve la vita dedicata a te, impiegata per
te...
VIII.
Quelle parole così carezzevoli di donna Angioliera furono per
quell’uomo sensuale ed innamorato come l’aura dolce che disgombra la
nube, e rende alla terra triste la bellezza del sole. Egli non vide
altro motivo d’ogni atto, d’ogni parola di donna Angioliera, e anche
delle sue omissioni al confessionale, se non il suo immenso amore
per lui. Quella mattina l’aveva taciuto al tribunale di penitenza, e
poi l’aveva fatto benedire da Dio. Che desiderava di più? A quella
benedizione non ci avrebbe pensato di certo, se non si fosse sentita
così felice d’amarlo! Un teologo la poteva ben condannare, ma non
l’amante partecipe della colpa. Nei duri contrasti in cui si trovava
quella povera donna come moglie, come innamorata e come signora
obbligata a dare esempio di religione a quel piccolo luogo, quel
sacrilegio era inevitabile. E il comprendere la morale efficacia
dell’esempio, non era essa di per sè una cosa lodevolissima e
giudiziosa?...
Così, dopo quel primo disgusto, pensava il dottore con animo più
indulgente, e seguendo più o meno i varii moti della passione. Se prima
d’affidarsi a tale passione, l’aveva preso qualche momento di dubbio, e
quasi di paura, innanzi all’onda formidabile che s’avanzava a rapirlo
a sè stesso; ora sentiva tanto di possedere il cuore di quella donna,
di penetrare, con il suo amore, ogni molecola del suo corpo, ogni filo
d’oro de’ suoi capelli, che gli pareva d’essersene assicurato per
sempre l’amore e la fede. Una tale felice illusione gli impediva ora
di riflettere che quel sentimento, finchè lo proviamo, ci pare che
debba essere eterno perchè è il più vivo, ed è il più instabile invece,
specialmente per una creatura come donna Angioliera, che ne seguiva
gl’impulsi sì facilmente, ricorrendo poi ai ripieghi di quell’accorta
politica femminile che risolve i casi difficili con lo spirito morale e
conciliativo d’un buon padre gesuita.
Ma amandosi ora davvero e illusi ambedue, inorridivano al solo pensiero
d’una possibile infedeltà. Non bramavano nuove occasioni d’amare,
nè di peccare, non solo perchè allora tali occasioni erano celate
o remote, ma anche perchè nell’ardore estivo non si brama l’acqua
d’altra fontana, quando quella che ci disseta ha tutto l’incanto
della freschezza e dell’ombra. Perciò si cullavano entrambi sul mare
voluttuoso, dimenticando i vortici, le correnti occulte dell’elemento
variabile, del cupo abisso che sorride alla superficie in tutta
l’infinita amenità dell’azzurro mormorante e del sole. Operava in
loro l’azione cieca del senso, del caso, della natura, avendone tanta
dolcezza, che pareva a tutt’e due d’essere buoni, d’essere felici,
d’essere innocenti: pareva a tutt’e due che non ci fosse che il loro
cuore infiammato nel mondo, e che il loro cuore, come il mondo, dovesse
continuamente rinnovarsi nell’infinito.
Non importa dire che donna Angioliera, versandogli nelle fibre questo
liquore così inebriante, gli aveva reso insoffribile l’Eufemia, ed in
ciò ella era stata per lui una vera provvidenza salvatrice. Egli aveva
vergogna e rimorso di quel suo frivolo errore, ma se lo perdonava
mettendolo fra le conseguenze del suo isolamento a Riva, dove, prima
della venuta di donna Angioliera, l’unica Eva che fingesse di palpitare
per lui era quella diabolica figlia dello speziale. Costei aveva
tentato con tutte le raffinatezze della falsità e della civetteria,
di condurlo alle nozze allegre, e il dottore, senza prometterglielo,
gliel’aveva fatto credere, e un po’ l’aveva creduto anche lui. Ora,
per non attirarsene l’odio, avrebbe potuto continuare a illuderla
ancora, ma egli che credeva ingenuamente d’essere amato da quella
ragazza speculatrice, volle piuttosto essere crudele che falso. La vera
disonestà incominciava, secondo lui, quando veniva a mancare la ragione
intima, cioè sincera, d’un atto; quando a un’affezione reale (qualunque
fosse stata quella sua per l’Eufemia) succedeva la parte in commedia:
una parte che egli aborriva. Era un misero peccatore che Minosse
avrebbe mandato tra gl’incontinenti e i violenti, non mai al più cupo
baratro della frode malvagia. Egli dunque non andava più in farmacia a
leggere l’_Etoile Médicale_.
L’Eufemia, accorta e superba, taceva, non lo cercava. Ma un giorno
ch’egli la scorse ferma in piedi sullo scalino esterno della bottega,
capì bene da quali vipere invelenite fosse agitata contro di lui.
Guardandolo a tradimento con la coda dell’occhio, ella serrò le
mani alla vita per meglio erigersi e sporgere quel suo petto d’una
floridezza smodata, coi suoi piccoli denti a sega morse le sue grosse
labbra da mora, aggrottò i neri ciglioni che le solcavano la fronte
come un argine macchioso sul nero baleno degli occhi; e tutta l’anima
falsa e plebea le apparì sull’orrida faccia seducentissima. Aspettò che
il dottore le passasse davanti, e quando egli fece atto di salutarla,
lei gli voltò superbamente le spalle, e disparve nell’oscurità del
laboratorio.
Il dottore passò oltre mormorando quei bellissimi versi di Virgilio
che dipingono nella selva delle ombre la sanguinante Didone torva, e
rifugente da Enea.
Così l’Eufemia, avendo voluto tradire, offendevasi tanto d’essere
stata, non veramente tradita, ma soltanto delusa nelle sue nere
speranze di tradimento. Ella era piena d’orgoglio, e se ne compiaceva
come d’un sentimento elevato che la innalzasse al proprio cospetto.
Perciò ella taceva con il dottore, ormai non sperando più di riaverlo;
altrimenti, se non fosse stata furba quanto era orgogliosa, non
avrebbe mancato di supplicarlo come la più innamorata e la più umile
delle donne. Ma lei, i suoi genitori e Palmiro si vendicavano facendo
scorrere per il paese il vento malvagio e occulto delle loro lingue
disingannate.
La cosa dunque giunse all’orecchio anche delle principali signore di
Riva, quelle che dirigevano l’opinione, o costituivano il senno critico
femminile del luogo, le quali condannarono il dottore, e deplorarono
che una buona ragazza di Riva fosse stata tradita da un forestiero.
Guai se avessero saputo che donna Angioliera era la causa principale
d’un simile tradimento!... Ma un angiolo o un diavolo pareva che ancora
cuoprisse delle sue ali i due amanti.
Donna Angioliera, temendone alquanto la maldicenza, e curiosa di
conoscere il piccolo Decamerone di Riva, (ella aveva un poco questa
malsana curiosità) le riceveva il giovedì nel suo salotto del museo,
e credeva d’ingrazionirsele ricolmandole di thè, d’aranciate, di
limonate, di cioccolate, confetti e rosoli dolci.
Ma ci voleva altro che zucchero per le lingue di quelle signore!
Criticavano molto donna Angioliera: aveva dei modi troppo liberi,
che non erano da contessa, diceva la contessa Grossoni. Per esempio,
quando c’era il cav. Trippetini assessore, ella distendeva sempre la
gamba sulla _chaise-longue_, offrendo alla contemplazione di quel grave
uomo di Stato la sua breve scarpetta appuntata, e il piede svelto
e trasparente di sotto la calza nera: cose da cui volevano quelle
signore distogliere gli occhi intenti del cav. Trippetini. Inoltre
non vedevano volentieri che ella sfoggiasse ogni giovedì una nuova
veste di seta, vero miracolo d’eleganza che lasciavale aperta, tra
i pizzi bianchi come la neve, una punta del seno roseo, mentre, con
negligenza di spettinata, ella si faceva cadere le trecce bionde sulle
gracili spalle. Dicevano poi che si voleva dar l’aria di letterata
che molto leggesse e scrivesse con quelle sue tavole sparse di carta
elegante, di calamai preziosi, di grandi stecche d’avorio, di romanzi,
di dizionari, e di taccuini. Invece quei taccuini ella li portava
sempre con sè perchè vi aveva deposto il tesoro de’ suoi ricordi,
i suoi pensieri virginei, tante belle massime amatorie e morali
gustate molto dalla palpitante fanciulla nelle sue letture proibite.
Deploravano anche che ella sprecasse tanti danari, che potevano essere
dati ai poveri, in tutte quelle galanterie comprate dai gioiellieri e
dagli antiquari. N’aveva tutta piena una suntuosa e fragile vetrina
di legno roseo, scorniciata alla _rococò_. Figuriamoci! V’erano tre
ventagli sempre vaghissimi, sebbene nel secolo dei minuetti e dei nei
fossero stati molto adoprati; v’erano finissime miniature in avorio
di gentildonne Angiolieri e Aquilegi, state in Francia (egli nasceva
da una principessa francese) dame d’onore di delfine e regine; v’era
un’intiera orchestrina di piccoli alati amorini di vecchio Sax;
una pantofola turca, già appartenuta a _madame di Maintenon_: nè
bastavano queste profanità, ma v’erano mescolate anche le cose sacre:
un crocifisso d’oro pendente da un rosario di lapislazzuli; una mezza
pianeta d’argento dov’era istoriata l’agonia di Nostro Signore; un
uffiziolo molto sudicio all’estremità dei vivagni, ma ridente di
colori come una primavera, e perfino (questa poi era la stravaganza
più grossa di tutte) il tricorno rosso dello zio cardinale! È vero
che donna Angioliera diceva di serbarlo per il figliuolo qualora
gli fosse piaciuto di dedicarsi alla Chiesa, ma quelle signore le
rispondevano, sorridendo, che Gastoncino aveva gli occhi troppo furbi
per sottostare alle astinenze del sacerdozio. Facevano qualche volta di
tali riflessioni sì argute, e nondimeno anche certe stampe a colori,
di quelle che Parigi volteriana diffuse per i salotti alla vigilia
del _Terrore_, riproducevano scene d’una galanteria troppo raffinata,
perchè esse non le guardassero spesso scandalizzate. Le più ingenue e
sincere ammiravano francamente la candida mensa ricca di porcellane, di
fiori, d’argenteria, ma soprattutto le trine finissime che orlavano la
tovaglia e i tovaglioli da thè ricamati e cifrati con una grande corona.
Quel giovedì d’ottobre la contessa Grossoni (una bambola superba e
piena di devozione presso alla quarantina) deplorò, con aria alquanto
amministrativa, che le cose del Comune andassero a rotoli: bisognava
essere più energici, e licenziare tre o quattro che non facevano il
loro dovere.
— Chi sono? — domandò donna Angioliera fumando una sigaretta.
— Il lampionaio che s’ubriaca, e che l’altra sera si scordò perfino
d’accendere i lumi; l’acchiappacani che lascia venire in paese tutti i
canacci della campagna, e il _medico nero_ che trascura gli ammalati.
— Chi è il _medico nero_? — domandò donna Angioliera che lo sapeva
benissimo.
— È quell’antipatico del dottore Stellini — rispose la Grossoni con
gran disprezzo.
— Ha avuto qualche rapporto lei, contessa, col _medico nero_? — domandò
donna Angioliera languidamente distratta.
— Rapporto?... che intende dire per rapporto...
— Intendo dire un rapporto lecito, onesto come posso averlo io...
averlo lei... la signora Trippetini, la marchesa Ciancieri....
La vecchia marchesa Ciancieri, cachettico avanzo di molti amori,
sorrise scetticamente con la bocca sdentata, scotendo la faccia magra e
rugosa.
— L’ho chiamato una sola volta — rispose la Grossoni — per un mio
incomodo, ma non lo chiamo più: mi piacquero poco i suoi modi, e glielo
feci capire: lui mi rispose come non si risponde mai ad una signora...
È un gran donnaiuolo!
— Davvero! — sclamò maravigliata donna Angioliera, e guardando il viso
severo della Grossoni, aspettava di saperne di più. Ma la Grossoni con
quella esclamazione aveva già concluso un fatto mentale, offrendolo
alla facile supposizione delle amiche, e bastava.
— Non se ne meravigli — le disse la Trippetini — si figuri s’era messo
perfino con l’Eufemia, che è tanto brutta!
— No, non è mica brutta l’Eufemia — disse la Ciancieri — è una moretta
che agli uomini piace molto.
— Chi è? — domandò donna Angioliera, lanciando con indifferenza il fumo
della sua sigaretta.
— La figlia dello speziale.
— Quant’anni ha?
— Trentadue, o trentatre.
— Ma che c’è stato? — domandò donna Angioliera nascondendo con un
sorriso il suo turbamento.
— Fino a che punto siano andate le cose — rispose la Grossoni — io non
lo so: ma la doveva sposare, gliel’aveva promesso, e poi l’ha lasciata.
— Gli uomini sono tutti volubili! — disse la marchesa Ciancieri col
tono di chi se n’intende, ed annunzia una gran verità per la prima
volta.
— Veramente — riprese a dire donna Angioliera — io lo conosco poco il
dottore Stellini, ma quando lo chiamai per la malattia di Gastone, con
me si condusse da gentiluomo; forse s’avvide che io non son donna a cui
si può far la corte: ha fatto benissimo, contessa, a metterlo al posto.
— Si figuri, io che adoro mio marito! — essa rispose teneramente.
— E trascura anche gli ammalati? — domandò donna Angioliera.
— Non va neppure a vederli! — disse la Trippetini.
— Ah sì sì, l’ho detto e lo ripeto, io li vorrei più energici quei
signori del municipio! — sclamò la Grossoni — a me piacciono gli uomini
energici!
— Anche a me — disse donna Angioliera.
— Ora poi saranno obbligati a licenziarlo per forza — riprese la
Ciancieri — tutto il paese gli è contro per via di quella contadina
morta stamani...
— Una madre di tre figliuoli! — sclamò la Grossoni con voce di gran
pietà.
— E n’ha colpa lui se è morta? — domandò donna Angioliera.
— Sicuro — rispose la Grossoni — ha mancato di visitarla, di
soccorrerla in tempo... dicono lo speziale, il parroco, il medico di
Gaggiano, il veterinario, tutti, che si poteva salvare, purchè nella
_crisi_ il medico le avesse dato un certo rimedio, ma il medico non
c’era, il rimedio mancò, ed è morta; una madre di tre figliuoli!
— Oh povera donna! povera donna! che disgrazia! — sclamò donna
Angioliera.
E per alcuni istanti tacquero tutte, perchè erano tutte visibilmente
commosse: poi la Grossoni guardò l’orologio, si spaventò, e disse,
alzandosi in fretta:
— Ho fatto tardi, e mio marito mi attende; io ho l’abitudine di non far
mai attendere mio marito: dunque, donna Angioliera...
— Arrivederla, contessa: l’avverto che oggi è l’ultimo giovedì che
ricevo, perchè quest’altra settimana dovrò partire.
— Così presto!... oh mi dispiace!...
— Eh ormai per quest’anno la villeggiatura è finita: ma mi procurerò il
piacere di rivederla.
— Brava!
— Sì, perchè lei mi dice sempre delle cose utili a sapersi.
— Grazie, cara donna Angioliera: tutta sua bontà: ma dunque ci
rivedremo davvero prima che parta?
— Certamente.
— Oh, e poi io verrò al vaporino a salutarla: arrivederla, donna
Angioliera.
E la contessa Grossoni uscì a passo veemente.
— Ecco! — disse dopo un poco la Trippetini — la contessa Grossoni è una
buona donna, una donna molto intelligente, ma io ho osservato che non
può stare se non dice male di qualcheduno.
— Pare che il dottore Stellini si sia condotto poco bene con lei —
disse donna Angioliera.
— Non le dia retta! — rispose scotendo il capo la marchesa Ciancieri
— se fosse vero, non l’avrebbe detto: ma lei vuol far sempre credere
d’essere tentata da tutti, e di salvarsi sempre.
— Già! — sclamò ridendo la Trippetini.
— E invece anche lei, anche lei... ma via! tronchiamo questo capitolo.
— Ma come! — sclamò donna Angioliera scandalizzata — che cosa si può
dire della contessa Grossoni? adora suo marito!...
La Ciancieri non rispose, ma la giovine Trippetini incominciò a ridere;
e poi nominò due signorotti del luogo, l’uno giovane e l’altro anziano,
amicissimi tra loro, e più del marito; e ne raccontarono delle belle,
in quella loro intimità tutta femminile. Donna Angioliera si divertiva
a sentirle, ma dopo sclamò indignata:
— Non lo credo! sono calunnie: altrimenti bisogna dire che non c’è più
onestà a questo mondo: io per esempio potrei ricordare una ventina
delle mie amiche che non mancarono mai ai loro doveri verso il marito:
ne son sicura!
— Come sei ingenua, cara Angioliera! — disse la Trippetini alzandosi
per andar via con la Ciancieri — addio, cara; voglimi bene: ma non
essere tanto ingenua, sai.
Aveva creduto la furba Trippetini che quel colloquio così confidenziale
e segreto fra loro donne, raccontando gli amori della Grossoni,
l’avesse così avvicinata, lei borghese, alla nobilissima gentildonna,
da osare, per la prima volta, di trattarla alla pari, e darle del tu.
Donna Angioliera s’impettì, abbassò i bellissimi occhi alteri,
s’inseverì, s’irrigidì come un busto marmoreo sopra un monumento
sepolcrale del 400, e rispose:
— Arrivederla, signora Trippetini.
— Arrivederla — ripetè l’altra esagerando quel medesimo tono.
E uscita, andò subito a sfogarsi dalla contessa Grossoni. Era anche lei
aristocratissima ma, invidiosa, ascoltò quei biasimi volentieri, dette
ragione alla Trippetini, ed aggiunse che donna Angioliera portava a
Riva di Lago anche degli usi, come quello, per esempio, di dare il thè,
che assolutamente non erano del paese.
IX.
Abbiamo sentito la contessa Grossoni accusare anche lei il dott.
Stellini per la disgrazia della povera contadina. Il dottore invece non
l’aveva abbandonata se non quando i progressi rapidissimi d’una febbre
infettiva, causatale da un parto infelice, soverchiavano ogni rimedio
ed ogni speranza di poterla salvare. Egli dunque se n’era andato la
sera da quel tugurio, intendendo di non ripetervi un’altra visita
oziosa.
Ma il giorno dopo il marito della contadina ricorse disperato al
dottore, quando già ella era per morire. Non lo trovò a casa, non lo
trovò in farmacia, ma in farmacia ci trovò l’Eufemia, e suo padre, il
sor Telemaco Figurini.
— Pover uomo! — sclamò l’Eufemia — che cosa ci si può fare noi? la
colpa è di quella canaglia del medico: andate al Municipio a fare il
vostro ricorso: non è la prima donna che fa morire il medico!... per
lui la vita dei poveri e dei contadini, non conta nulla!
— Eppure siamo carne di cristiani anche noi! — gridò il contadino.
— Non scrive mai una ricetta: — disse il sor Telemaco, tenendo in mano,
con sicumera, uno specifico che aveva preso dalla scansia riservata
ai medicamenti esteri — io faccio venire le medicine da tutte le
parti del mondo, ma è inutile con lui! Questa boccetta, vedete, viene
dall’Inghilterra, e questa era la medicina che ci voleva per vostra
moglie: e l’avrebbe salvata, non gliel’ha ordinata...
— Birbaccione! — sclamò l’Eufemia.
— Assassino! — gridò il contadino — o dargliela ora a mia moglie?
— Ora è troppo tardi, e poi io senza la ricetta del dottore non posso
darla.
— Ma dove sarà?
— Mah... sarà andato a caccia.
— Oppure da qualche donna — aggiunse l’Eufemia.
— Pensare che rimango con tre creature!
— Pover uomo, meritate tutta la compassione! — disse l’Eufemia — tutta
colpa sua, del medico nero! è tanto ingannatore! tanto traditore! tanto
canaglia!...
Il contadino fuggì disperato dalla bottega.
— Mi ha ammazzato la moglie! mi ha ammazzato la moglie, quel medico
infame! — egli ripeteva, empiendo de’ suoi lamenti il paese, e poi la
camera della morta, dove vagiva una culla.
Il sor Telemaco si fregava le mani e diceva: — Eh perdio! non mi morse
lupo che io non mi rifacessi col suo pelo: mi hai impedito di vendere
il mio piccolo chinino ai contadini, non m’hai sposato la figliuola, o
prendi canaglia!...
Più tardi capitò in farmacia il giovane medico di Gaggiano, un
comunello poco distante da Riva, e ne dissero corna insieme. Quella
di Gaggiano era la prima condotta del giovinotto, ma essendo nativo
di Riva, e volendoci ritornare, cercava di scalzarne il medico nero.
Anche lui dunque ripeteva con sicumera agl’imbecilli del paese, che
erano un numero rispettabile, che la contadina, con certi espedienti,
poteva esser salvata; ma il medico nero o gli ignorava, o non ci
aveva pensato. Era innegabile, egli soggiungeva, che il medico nero
disprezzava troppo scetticamente gli immensi sussidi della farmacopea.
E lo stesso press’a poco ripeteva il veterinario, tristo individuo, che
si sentiva troppo soggetto anche lui all’occhio severo e vigile del
dottore.
Il rispettabile numero, così facilmente aizzabile, s’indignava, e già
s’agitava con quel vagante e torbido mormorìo che precede lo scoppio
della procella. Il sindaco temeva una rivolta di popolo, e ne aveva
scritto alla prefettura. La prefettura aveva scritto al capitano dei
reali carabinieri perchè il comandante della stazione più prossima a
Riva, si recasse con due uomini sul luogo, immediatamente. Il furore
del maggior numero lampeggiò la sera stessa che fu seppellita la
contadina: volarono dei sassi a fracassare i vetri al dottore. Egli si
precipitò giù in istrada. Nessuno era stato. Lo salutarono rispettosi e
si dispersero nell’oscurità del crepuscolo, sibilando.
I carabinieri passeggiarono a lungo su e giù... Ma quel malanimo del
numero rispettabile, essendo stato impedito dai carabinieri di sfogarsi
coi sassi, le fucilate, le bombe, il petrolio, la dinamite, ricorse a
un giornaluccio della provincia come al suo esòfago naturale.
E dall’esòfago uscì il giorno dopo un’accusa tuonante come appunto il
grido d’una moltitudine. Il dottore aveva mancato al proprio dovere col
sacrifizio d’una vita: la vita d’una povera madre di tre figliuoli!...
E qui l’esòfago rivolgeva due lunghissime apostrofi funebri l’una
ai figliuoli, e l’altra alla madre, che riuscirono d’un effetto
lacrimatorio grandissimo: il giornale andò a ruba, e raddoppiò gli
abbonati. Il dottore si degnò di rispondere.
Disse che egli adempiva sempre con scrupolosa coscienza ai doveri serî
della sua professione, non curandosi di quegli apparenti o di falso
zelo, i quali non servono a nulla, o soltanto a soddisfare la vanità
propria, o ad evitare il biasimo degli ipocriti e degli sciocchi. Fece
quindi la storia scientificamente esatta del male; espose i resultati
dell’autopsia cadaverica, dimostrando che nessun potere umano avrebbe
potuto salvare la contadina.
Queste luminose prove del vero gettate contro quei tristi, interessati
o ciechi, non valsero che a invelenirli e accecarli di più.
L’esòfago sostenne di nuovo l’accusa, dimostrando con un gergo molto
oscuro e confuso, ma altrettanto scientifico, che il dottore Stellini
aveva trascurato quei mezzi _farmaceutici_ e _teraupetici_ che erano,
in quel caso, indicati dalla più elementare dottrina medica.
Il dottore rispose ancora: ma questa volta con minacciosa ironia e
arte sottile come una lama temprata, toccò sì addentro le catoniane
coscienze de’ suoi accusatori, che l’esòfago tacque. Certi fattarelli
che dovevano aggirarsi come le nottole nelle tenebre, paventarono che
sorgesse da quelle parole del dottore un’alba importuna; il paese, non
più istigato dalla pubblica stampa, si calmò, e il sindaco telegrafò al
prefetto d’aver soffocato l’insurrezione.
Il dottore ebbe ancora gli onori del luogo; ma dovè visitare più
brevemente o occultamente donna Angioliera, il cui nome eragli troppo
caro per tollerarne la censura e l’irriverenza. Nei giorni di questa
lotta, sì perversamente misera e scempia, egli aveva trepidato solo
per lei. Egli pensava che forse, per obbligo vano d’ufficio, avrebbe
fatto quella visita alla contadina morente, se i capelli biondi di
donna Angioliera non gli avessero infuso, quella mattina, un soave
oblìo delle inesorabili esigenze della vita reale. Questo era sempre il
suo torto, il suo peccato, ed il suo gastigo: abbandonarsi troppo alle
seduzioni della donna, dell’immaginazione e del cuore.
Egli dunque in quei giorni aveva temuto che, col suo, fosse vituperato
anche il nome della signora. Ma tutt’e due avevano messo tanto studio
e tanto ingegno nel nascondere il loro amore, che, per allora, potè
sfuggire alla malignità, la quale, per buona fortuna, non è sempre
accorta e veggente, ma qualche rara volta dorme anche lei.
X.
Donna Angioliera lo volle rivedere alla vigilia della sua partenza
per Roma. Disse di sentirsi male, allontanò i servi per riposare
tranquilla, e rimase sola nelle sue stanze a terreno.
Il dottore, avviandosi verso la villa sull’imbrunire, provava un dolore
acuto quasi come può dare la morte d’una persona cara; dolore che egli
sentiva in sè per la partenza di donna Angioliera, e che esalava pure
di fuori da quella infinita tristezza dell’ora e della stagione. La
campagna s’oscurava in un gran silenzio: l’autunno moriva come una
festa abbandonata dai numi e dai cultori. Nell’interno della villa, le
acque della peschiera, così raggianti in quel pomeriggio d’agosto, ora
erano livide, dormenti sotto una lieve nebbia, e sparse d’uno sfacelo
di foglie cadute. Il suono d’una campana pareva il gemito delle cose, e
accresceva il lutto di quel crepuscolo senza voci, di quel velo oscuro
in cui tutte le immagini visibili scomparivano come ombre di cose non
più esistenti.
Egli s’inoltrò per un viale chiuso da carpini cupi, e giunse a una
porticina socchiusa. Entrò: in fondo a una tacita fila di stanze vide
pendere dal soffitto una lampada accesa, e affiochita dagli ultimi
bagliori di quel pallido giorno d’ottobre. Credè che donna Angioliera
l’aspettasse in quella stanza illuminata, ma non c’era alcuno.
Battè leggermente a un uscio vetrato, una voce sommessa gli rispose
chiamandolo a nome, ed egli si fece avanti. La stanza era oscura, ma
egli vide, distesa sul sofà, la bianca signora al fievole albore della
lampada che filtrava attraverso i vetri dell’uscio, coperti da bianche
tende. Ella si alzò su i guanciali e gli aprì le braccia...
Poi si tolse dal collo una lunga catena d’oro, donde pendeva un
porta-ricordi, con una ciocca de’ suoi capelli, e gliela diede
domandandogli: — Sei contento?
— Sì, ma la collana sta bene a te: mi basta il dono de’ tuoi capelli.
— Oh che dottore poetico! io sono più positiva.
— Lo so, e nel positivo è la saggezza, ma può esservi anche la
vigliaccheria: nella poesia può essere la vanità dell’affetto,
del ricordo, della speranza, del sogno, ma è anche la nobiltà, la
sincerità, la fierezza, l’indipendenza: perdonami Angioliera, ma la
collana non la voglio.
— Vuoi dunque soltanto questi miei pochi e brutti capelli? come ne sono
superba! e ora dimmi, il tempo con te mi fugge come un baleno, e tra
poco ci dovremo lasciare: dunque te ne vai da Riva?
— Sì; qui hanno già nominato il medico di Gaggiano che li servirà a
dovere: farà vendere, a centinaia di bottiglie, un certo olio di fegato
di merluzzo che fabbrica il farmacista, e non serve che a guastare lo
stomaco.
— È bravo almeno?
— Bravissimo! conosce a uno a uno, per nome, forma e costumi, tutti i
_microbi_ possibili e immaginabili, tiene nel taccuino le ricette per
guarire tutte le malattie, ed ha sempre la coscienza pronta agli ordini
di chi lo paga e lo premia.
— E tu quando parti?
— Fra pochi giorni: vado a X; un’altra condotta da aggiungere alle
altre, e che sarà come le altre.
— Tu devi venire a Roma; voglio averti vicino, voglio vederti ogni
giorno.
— Ti stancheresti, Angioliera; la consuetudine raffredda, e spenge
quell’ardente sospiro che, dolce o penoso, ci fa rivolgere ad
un’immagine sola, ci fa capaci d’ogni sacrifizio per essa, e anche
d’ogni follia; ma non bisogna crederci troppo: quel sospiro è così
fugace, e gl’incontri son tanti in questo mare difficile della vita,
dove naufraghiamo sì spesso e sì volentieri, senza mai arrivare al
porto della felicità...
— Io ci sono arrivata! io sono tanto contenta stasera!...
— Io no; non vorrei che tu partissi, che tu ritornassi in quel gran
mondo aristocratico dove si ha tanto tempo da consacrare ai peccati.
— E come devo fare? ci sono nata in quel mondo... ma, per farti piacere
ci anderò, il meno possibile; sei contento?
— No, non fare per me un così gran sacrifizio: senza quel mondo tu
saresti come una regina senza sudditi, e senza corte: a chi mostreresti
lo splendore de’ tuoi capelli, la bianchezza delle tue spalle, la
superbia del tuo portamento? Da chi saresti ammirata, desiderata,
tentata, invidiata?
— Non me n’importa nulla: ma non sai che quel mondo si vuole e si
desidera e ci si va soltanto perchè speriamo di trovarci chi ci
comprenda, ci ami, il nostro ideale, insomma, e ora che l’ho trovato in
te...
— Ma proprio?... basta, in me puoi riposare sicura: il mio amore è
fermo, forte, sincero: è soltanto sull’onda mobile che non si trova
riposo.
— E io sono l’onda?
— Sì, ma un’onda così deliziosa per ora...
— E per te, solo per te, io sarò sempre così! io non so mentire, non so
mutare!... perchè sorridi?
— Perchè ho paura che il diavolo non ti tenti troppo, là nel gran
mondo. Per resistere al diavolo ci vuole, in certi momenti, una virtù
sovrumana.
— E io l’avrò, l’avrò, te lo giuro! non pensar mai male di me; credimi
capace d’ogni cosa elevata, credimi diversa da tutte le altre donne che
hai conosciuto.
— Sì sì, ora, in questo momento, ti credo la più buona, la più nobile
delle donne, la più dotata del potere divino di render felici; ora tu
sei per me soave e gentile come una santa, intelligente come una fata,
perchè tu oggi mi ami; ma se domani tu non mi amassi più, allora tu
diverresti per me la più perversa, la più fatua, la più falsa delle
creature... Io mi sgomento a pensare da quale fondo d’infinito egoismo
viene l’amore e l’odio che c’inspiran le donne: ma insomma, ecco come
io ti amo!...
— Amami sempre così, questo tuo egoismo mi piace: anzi se tu non fossi
egoista così, ti odierei... ti ucciderei...
XI.
Si divisero. Ella andò a Roma, e il dottore al luogo della sua nuova
condotta. Vi passò i primi giorni molto tranquillo. Le immagini
dell’amore, senz’ombra di sospetto o di dubbio, gli passavano per lo
spirito placide e sorridenti come un’acqua libera di montagna che
riflette il sole, le stelle, l’aria serena, nè diviene torbida e
tempestosa se non quando altre correnti ne attraversano il naturale
andamento.
Due lettere appassionatissime di donna Angioliera seguitarono a
mantenerlo in questa felice disposizione di spirito, ma quando egli
aspettava la terza lettera, non la vide arrivare. Naturalmente egli
temè che ella fosse ammalata, e che perciò non potesse ritirare,
com’eran d’intesa, le sue lettere tra le _ferme in posta_. Riscrisse
dunque dopo due settimane, e il silenzio continuò...
Egli, più disposto a dubitare che a credere, già la vedeva nera. Tentò
di schermirsene con l’indifferenza superba, ma più si sforzava di non
pensarci, e più lo premevano le violenze, i sospetti, gli accoramenti
della passione.
Se era malata, e se fosse morta? Nessun presentimento malauguroso
avrebbe potuto più atterrirlo di questo pensiero; ma accanto ad esso
sorgeva il bieco sospetto che quel suo grande amore non fosse stato per
lei che il passatempo allegro d’una stagione, e allora gli veniva la
tentazione d’ucciderla. Soddisfatta nella sua perversa e frivola vanità
di provocatrice d’amori, ella forse attendeva allora a suscitarne dei
nuovi nel suo gran mondo?... In questo caso egli avrebbe voluto, con
tutte le potenze dell’anima altera, non apparirle irato o lamentevole
come un amante deluso, ma celarle, come lo spartano divorato dalla
fiera nascosta, la sua tortura; e intanto il pensiero d’aver perduto
l’amore di quella donna, l’agghiacciava come una condanna di morte.
La sua curiosità critica era anche assai stimolata a scrutare
l’enigma di quel silenzio improvviso e succeduto a tanto impeto, a
tanta soavità di passione... Era possibile che ella potesse fingere
e simulare fino a quel segno?... Era inferma? Ma, fuorchè non fosse
stata aggravatissima, avrebbe potuto mandarglielo, con qualche scusa,
e anche per mano d’altri, un semplice avviso a lui che l’aveva curata
durante la lunga villeggiatura. Probabilmente, dunque, non era inferma,
e allora ella era un fenomeno abbominevole di perfidia e di fatuità.
Regina nel regno della bellezza corporea, in quello della ragione,
parevagli un’orrenda chimera, una sfinge sinistra, una stupida forma
dell’assurdo e del male. Ma la deformità, l’incomprensibilità della
sfinge non gli rendevano meno affascinante la donna... L’aborriva col
cuore, e non poteva più levarsela dalla mente. Secondo che gli era
delineata dal vario giudizio ch’ei ne faceva, ella vagavagli innanzi
la notte in tutte le immagini possibili; le buone tramescolate alle
triste, e di nessuna era certo, e tutte lo assalivano con le frecce del
dolore e del desiderio. Agognava di rivederla in viso la sfinge, voleva
ancora scrutarne il cuore, e sarebbe corso a Roma; ma per l’appunto
un’epidemia difterica, sopraggiunta in quei giorni, scavava continue
fosse là in quel paese; ed egli non poteva lasciare gl’infermi, e
doveva attendere sempre calmo, àlacre, accorto, e senza distrazioni
colpevoli, alle visite continue nelle case e nell’orrendo spedale.
Quando poi usciva di mezzo ai malati ed ai cataletti, restava solo là
nella casa nuova, sotto la ferrea oppressione di quel silenzio. Il
sonno gli fuggiva dagli occhi, la stanchezza gli impediva lo studio.
Prima d’essere assalito da quella febbre, soleva vivere con certi libri
suoi prediletti in una dolce intimità di pensiero, ma ora anche i
libri più eloquenti e più veri non erano se non voci morte per lui, a
confronto di quell’unica voce viva che portava in sè: la voce di quella
donna lontana, di quella donna tacente.
Alcune volte peraltro, ricomponendosi nella dignità della sua
coscienza, riusciva a isolarsi da quella terribile sopraffazione
muliebre. Ella divenivagli allora pressochè indifferente come una
femmina qualunque incontrata a caso; gli si freddava, gli s’allontanava
dal cuore come se non dovesse più ritornarvi. Ma dopo poco il dolore
dell’isolamento e dell’abbandono, l’umiliazione d’aver potuto credere
all’amore di quella donna, gliela facevano apparire di nuovo così
falsa e malvagia, che dimenticava tutte le prove che pure ella gli
aveva dato d’amabilità, di bontà, o non gli parevano che menzogne.
E mentre per più disamarla e spregiarla, egli non voleva vedere in
lei se non la femmina frivola, volgare, corrotta; accadeva che ella
invece esercitasse su i suoi sensi una seduzione maggiore di quando
una simile seduzione non era sola, ma in armonia con tutto l’essere di
lei non destituito delle sue più nobili e gentili attrattive. Aveva
un bel disprezzarla e scacciarla da sè: la rimembranza d’uno sguardo,
d’una parola, d’un moto, bastava a rigettargliela nel pensiero sotto
quella sembianza malefica, soffocante che lo precipitava di nuovo, come
un’orribile ondata, nel dissolvimento della tempesta. La passione,
tutt’altro che spenta, tornava a sormontare su lui con molteplici
effetti, secondo che egli provocavali in sè medesimo con le varie
rappresentazioni di quel solo fantasma che n’era la causa e l’oggetto.
Di tali effetti quest’ultimo era il più basso, e violento: l’amore,
privo della sua essenza eterea, si gettava a scoprire il fondo cieco,
vorticoso della lussuria selvaggia. Per liberarsene egli ricorreva,
in quella solitudine, a tutti gli antidoti che poteva ritrovare in sè
stesso: apriva la _Divina Commedia_ e leggeva a voce alta i canti più
ascendenti del _Paradiso_ chiedendo a quelle note armoniose l’aiuto per
risalire, per ritrovare la luce dell’altezza e della poesia; faceva
le più severe riflessioni sul dolore delle creature, sulla morte, sul
male, sulla forza e sulla dignità umana unicamente affidate al lavoro e
al costume severo. Egli invece aveva anteposto, come sempre, a questa
voce del vero l’allettamento della propria sensualità. Espiava: si
sentiva d’intorno un’atmosfera bassa, color di fango, una specie di
scirocco letale che gli aggravava l’anima, gli prostrava l’ingegno, gli
annientava il volere. Fuori di lui nulla che gli portasse il conforto
d’una buona novella, d’una nobile ispirazione, d’un alto pensiero:
in lui le tenebre del dolore, del dubbio, dei sensi, con l’inutile
sete ardente d’una fede sempre negata; e avverse alla fede, quelle
miserabili influenze d’una donna incostante, non potute evitare in
quella impossibilità d’ogni distrazione geniale. Nondimeno egli ancora
la ringraziava. Non incontrando lei sarebbe rimasto nei lacciuoli
d’Eufemia.
Egli piegava la fronte, come sentendo ruotare sopra di sè l’ala
poderosa del fato.
Intanto donna Angioliera era condannata anch’essa, in un altro modo e
per un altro motivo, a una specie di pena espiatoria; non lei perversa,
come pareva al dottore ne’ suoi momenti più brutti, ma piuttosto
perverso il male a cui la misera soggiaceva.
Era potuta tornare a tempo presso il marito perchè anche lui potesse
riconoscere in quel male, o in quell’incomoda novità, una legittima
conseguenza del matrimonio. Ella avrebbe voluto evitarla, ne aveva una
specie di rimorso, o d’inutile pentimento; ma nondimeno si scusava e
si compiangeva pensando quanto sarebbe stata più felice e più buona, e
insomma diversa, con un diverso marito.
Soffriva molto. Quel mistero inesorabile che tanto la travagliava,
assorbendo, a suo profitto, in un centro d’incessante operosità, tutte
le potenze di lei, cagionavale una perfetta indifferenza, o un gran
disgusto anche per le cose che prima aveva più amate e desiderate; le
dava un malessere inenarrabile come se, alimentando altrui, sentisse
fuggire la propria vita, la faceva piangere e ridere, quasi pazza, in
certi momenti. In quello spasimo ella avrebbe respinto da sè anche il
nettare degli Dei, qualora gliel’avessero offerto. Ella odiava tutti
gli uomini, gli accusava d’egoismo e di brutalità, senza pensare alla
parte che ci hanno, sia pure ingenuamente, le donne; una collera sorda
spesso l’assaliva contro il dottore, il quale, secondo lei, avrebbe
dovuto risparmiarle quell’affanno, quel peso. Perciò ella aveva a
sdegno lo scrivergli, perchè scrivergli come donna innamorata più
ormai non poteva, nè voleva d’altronde manifestargli il motivo di que’
suoi sentimenti avversi; mentre poi, da vera epicurea dell’amore, si
compiaceva a supporre che, privo delle sue lettere, dovesse molto
soffrire anche lui, e dovesse più intensamente desiderarla. Perciò
lasciava correre i giorni, e non gli scriveva.
L’unico sentimento buono che ancora la toccasse nel vivo era la sua
tenerezza materna, non placida, ma funestata essa pure da presentimenti
sinistri, da trepidazioni paurose che le correvano per le alterate e
tenere fibre. Per esempio, un giorno ella leggeva l’ultimo romanzo
francese nel suo grand’orto romano, donde si slanciava un agile pino
verde nell’ampio azzurro. Sebbene si fosse a mezzo decembre, e il fico
non avesse più fronde, e le foglie della pergola, che ombreggiava
un’alta muraglia conventuale, ormai fossero rade e d’un color grigio
dorato; nondimeno a quel tepore e a quello splendore di sole, pareva
ancora il tempo delle _ottobrate_ romane. Il rumore della gente e delle
carrozze, non strepitante ma confuso in un medesimo mormorìo lontano,
mandava esso pure colà, in quell’orto solitario, come un’onda perenne
di movimento e di gioia.
A un certo punto donna Angioliera lasciò di leggere per ascoltare,
confuso a quel leggiero brusìo, un organino che suonava l’aria della
canzone popolare:
Io questa notte in sogno l’ho veduto,
Era vestito tutto di broccato.
Un giorno ella aveva sentito il dottore cantarellare nel bosco della
villa quella canzone, e, a quel ricordo, un’improvvisa soavità le
ammollì il viso superbo e sì triste!...
Ma a un tratto, come colta da una paura istantanea, trasalì e guardò
intorno. Gastone, che poco prima schiamazzava per il giardino, era
scomparso. «Gastone! Gastone!...» Zitto... Quel silenzio la colpisce
come un tristo annunzio di sciagura e di morte. Già vede Gastone
affogato nella fontana, o precipitato dal muro. «Gastone! Gastone!...»
ella grida, correndo per il giardino... La cameriera glielo riporta:
era sgattaiolato in istrada dall’uscietto del giardino per vedere un
uomo far ballare le scimmie. Il ragazzaccio brutale sghignazzava per la
celia fatta alla mamma, e perchè la vedeva sorridere così spaventata,
così pallida, così ansante.
Ma intanto era avvenuto un miracolo. Quel giorno, chiusa nel suo
salotto, dopo un mese di silenzio e di pena, scrisse al dottore una
lettera lunghissima. Era rinato l’amore, ed ella ne sentiva di nuovo
quasi l’impressione fisica nella soave dolcezza che la invadeva,
pensando a lui. La creaturina era stata la causa innocente del suo
silenzio: le perdonasse, dicevagli, perchè anche lei aveva tanto
sofferto come la madre. Aspettava una sua lettera «ferma in posta».
Questa lettera di donna Angioliera non persuase troppo il dottore. E
non sapeva di doverla alla fatalità d’un suono errante per l’aria!...
Si domandò se quel silenzio così freddo e così inumano, oltre che dalla
condizione anormale, non fosse dipeso anche dall’indole capricciosa
e impulsiva della signora. Ma era troppa la gioia ricevuta da quella
lettera: quindi, senza pensarci troppo, perdonò, dimenticò tutte le
torture sofferte, e le rispose molto affettuosamente, senza lamentarsi,
senza rimproverarla... Perchè affliggerla in quello stato?
Invece le dispiacque.
— Oh come dice poco questa lettera! — ella disse buttandola via
indispettita. — Io mi aspettavo i più severi rimproveri! credevo che
mi dicesse infedele, perfida, trista, cattiva! invece non una parola
dura, non un lamento! dunque non ha sofferto nulla pel mio silenzio!...
dunque non mi ama più!... sì sì, ha sofferto, ma non me l’ha voluto
dire perchè è superbo: io invece sono così umile, così buona, così
sincera!...
In tal modo ella lo amava, e il suo si potrà chiamare anche amore, ma
talora l’odio è più gentile e più umano.
XII.
Come poi un tale amore potesse continuare sett’anni è uno di quei
misteri che si spiegano facilmente pensando che le radici profonde
d’una passione non cessano di rinverdire anche quando il terreno è
arido, e la fede e l’illusione sono trascorse.
Donna Angioliera, con quella fermezza di volontà che poneva per
soddisfare ogni suo desiderio, lo pregava in ogni lettera di stabilirsi
a Roma, occorrendole di vederlo spesso perchè il suo amore, lontano
dagli occhi, non avesse a languire. Confessando questo pericolo, ella
dimostravasi innamorata e sincera, sebbene sincera, certe volte,
volesse esserlo troppo, e non ingenuamente, ma per apparire, secondo i
casi e le circostanze, o più candida, o più procace, o più cattiva, o
più buona. Quale fosse di tutte queste la sua nota caratteristica più
costante, era difficile a definirsi in quella volubilità e oscillazione
continua d’impulsi e di contraddizioni.
Ma quegli inviti incessanti, la felicità, sì agognata, di vivere a
Roma, di redimersi da quella schiavitù, a catena corta, dei piccoli
luoghi, attraevano molto il dottore... Aveva messo da parte coi suoi
risparmi una somma che gli bastò per trarsi di pena quando l’autunno
dopo si stabilì, libero medico, a Roma, vicino alla donna che amava.
A Roma ella non gli era impedita, come a Riva, dai troppi occhi e dalle
troppe lingue assiepate intorno a spiare e accusare. Donna Angioliera
era libera di star fuori di casa quanto voleva. Quella sua bramosia
un po’ zingaresca d’aria, di spazio, di libertà e di mistero, faceva
sbuffare il marito, conte Pier Francesco Acquilegi; il quale, molto
bell’uomo e spiantato, poi si calmava attingendo senza riguardo alla
ricchissima dote della moglie. La moglie lo reputava addirittura un
cretino: lui reputava la moglie una testa debole, e così andavan
d’accordo. Ma lui provava quasi il piacere d’una vendetta a rifarsi
su i danari della sbadata consorte, valersene per mantenersi in gran
lusso, per soddisfare le sue volgari eleganze da sibarita, per giocare
a rotta di collo, per divertirsi in tutti i modi leciti e illeciti, e
per trovare le teste forti femminili, le quali si commuovevano nel più
tenero modo possibile quando egli si lamentava con loro dei rifiuti e
dell’incuranza della moglie capricciosa, fredda, crudele.
D’una sola cosa aveva paura: del mondo; e quando la moglie passava un
po’ troppo la parte, egli aggiravasi per la stanza con le mani nei
capelli, e non finiva più di ripetere disperato: «Ma che cosa dirà il
mondo!» Era una delle sue vanità, il credersi un uomo d’onore, e anche
un uomo coraggioso, e per mantenere il decoro, la padronanza e il
carattere di marito, s’abbandonava di tanto in tanto a delle sfuriate
achillesche. La moglie lo lasciava sfogare senza resistere e senza
scuse, come una docile pianta che, nella sua molle cedevolezza, è più
forte degli sbuffi del vento. E il marito, per vero dire, sbuffava
terribilmente, sbuffava sempre, era sempre inquieto, brontolone
e nervoso quando era in casa; sicchè procurava di starvi il meno
possibile, e di fuggire la moglie. La sola vista della moglie gli
muoveva una bile acerrima, dissimulata, in presenza altrui, sotto
parole melate e tramezzate, per la vanità di parere un uomo di spirito,
da insulti scherzevoli ed ironie sorridenti, di cui donna Angioliera
del resto non offendevasi punto.
Anche i figliuoli davano poco da fare a donna Angioliera, che era pure
una tenerissima madre. Ma Gastoncino devastatore l’avevano messo in un
buon collegio di gesuiti; e allattata Maria, i più molesti pensieri
ne rimasero alla Giuditta, la bambinaia; e più tardi alla signora
Emilia. Questa, caduta in miseria per le mangerìe d’un parente, donna
Angioliera, sua amica d’infanzia, l’aveva presa molto volentieri come
istitutrice della bambina.
Così donna Angioliera aveva molto tempo da consacrare al dottore. I due
amanti si ritrovavano qualche volta nelle ville dei principi romani,
solitarie, in certe ore, come la muta campagna che le circonda, sotto
quei grandi pini selvaggi che mormorano in alto come una voce armoniosa
e immensa dell’aria.
Talora ella usciva per fare le sue devozioni. Vestiva un abito nero
dimesso, e la bavera nera, e i capelli biondi ripresi dietro e
ricadenti sulle spalle a grosse trecce addoppiate, le davano l’aspetto
d’una eleganza più singolare perchè disusata, ma pur d’un gusto
squisito, e semplicissima. Teneva in mano un libro devoto ingrossato
dalle immagini, dalle foglie secche, e dai fiori che ella, tenerissima
dei ricordi, conservava tra quelle carte. Entrava in una chiesa grande,
vuota, echeggiante, si metteva a sedere innanzi all’effige del _Sacro
Cuore_, e con quel cuore pareva conversare fervidamente, finchè non
veniva il suo amico, com’ella lo chiamava, a distrarla e portarla via.
Ovvero si recava colà in quel remoto quartiere dell’Aventino, dove
nessuno la conosceva, e dove il suo caro amico abitava solo, in faccia
alla Roma antica «in cenere e caverne:» colonne, mura, macerie, volte
oscure e profonde, che sembrano lo scheletro immane avanzato alla
distruzione d’una città favolosa.
Entrando nel vasto portico di quella casa lontana, ella non poteva
sfuggire agli occhi della vecchia e vigile portinaia, la quale erasi
messa in testa che ella fosse una signora inglese che saliva spesso,
sofferente e velata, a consultare il dottore. Attraversava l’umido
cortile, svoltava a sinistra per una scaletta segreta, la saliva
celere con giuliva ansietà, batteva lievemente alla porta, che subito
le s’apriva, ed ei ne calmava sul suo petto il petto affannoso. Erano
frettolose queste venute, più frettolose le fughe, ma lunghe le
permanenze. Talora, in aprile e maggio, la luce grandiosa dei tramonti
romani, mista al profumo dei glicini purpurei, che pendevano a grappoli
dalle finestre di quella casa, declinava e smoriva in un azzurro
annottato, ed essi erano ancora là quasi invisibili in quella camera
oscura.
In tal modo trovavano nell’amore un ristoro alle loro tribolazioni,
quando l’amore non diveniva, esso pure, per ambedue, la tribolazione
più grossa di tutte.
Ella non sapeva tollerare in nessuna cosa una troppo lunga continuità,
per cui in lei alle vampe del sole meridiano succedevano i crepuscoli
e le agonie: quando se n’era appagata, lasciava in maggese, dirò così,
quel campo della passione, o perchè dopo le rifiorisse più vivo, o
perchè altri gliene sorridessero più graditi. Allora certe sue cattive
inaspettate crudezze esasperavano la passione del dottore, che si
corrucciava come la fiamma scompigliata dal vento. Egli sentiva di
portare in quell’amore una nota alta, generosa e costante, che non
era la nota di lei. Ella si compiaceva più d’accendere, che non
essere accesa. La sua vanità n’era soddisfatta come a farsi credere
un enigma cangiante e indecifrabile a tutti. In questo vedevasi
troppo il suo proposito d’imbrogliare il problema, per impedirne
la soluzione. Prendeva a bello studio le fisonomie, dirò così, più
opposte della bontà e della perfidia, della sincerità e della finzione,
come se si confondessero e apparissero in lei gli elementi di più
anime, i residui di più stirpi. Ne resultava un carattere morale
proteiforme, assurdo, contradditorio, di tutti i colori come l’abito
d’arlecchino: un carattere capace pure d’un affettuosità e d’una
tenerezza, che poi, quando non era più esaltata dal desiderio, ella
dissimulava per apparire una donna forte, una domatrice di leoni, e
poco capace d’innamorarsi. Desiderando molto di farsi credere tale,
ella s’immaginava d’esserlo veramente, e se prima s’era abbandonata
all’impulso spontaneo e caldo della passione, poi, quando le venivan
quei grilli, ostentava una superba musoneria; fredda, altera, sdegnosa,
intollerante e serissima, quasi non fosse più quella, ma un’altra donna
in cui ogni sensibilità fosse spenta.
Tale enigma non era oscuro per il dottore, ma soltanto irritante.
Egli che manifestava sempre così libero e schietto il suo sentimento,
aborriva que’ complicati artifizi, deplorava che, trascorso il tempo
dei dolci sospiri, nulla potesse sorgere dal cuore di quella donna
che non fosse artefatto e alterato da un abito di seconda maniera. Da
quest’antitesi dei loro temperamenti, nasceva, con l’amore, l’odio,
l’antipatia, la procella: pallidi di furore e dolore si dichiaravano
allora tutt’e due, con la solita frase, ma sempre con solennità
tragica, che tutto era finito tra loro, e si lasciavano superbamente
indignati. Il dottore resistendo all’amarezza di quelle rotture
soltanto per la forza del proprio orgoglio, non le scriveva, non la
cercava, ma pensava intanto, con una specie di terrore, al pericolo
d’averla perduta per sempre. Se non che ella non spingeva mai la
sua crudeltà fino a non farsi più rivedere, e il solito giorno gli
ricompariva alla porta. Entrava sorridente, festosa, piena di celie, lo
baciava, gli diceva d’aver tutto dimenticato; e al dottore, per quel
ritorno non chiesto, ella sembrava infinitamente buona e gentile. Ella
voleva che il dottore ammirasse i suoi superbi capelli d’una fiammea
e lucente bellezza, e se li pettinava, cuoprendosene il pallido viso.
N’era giustamente orgogliosa, e lo scoprirvi ogni anno qualche vestigio
bianco di più l’affliggeva per il terrore d’una canizie lontana:
vedevasi già tutta bianca di biondissima che ella era: e conoscendo la
vanità anche de’ suoi capelli, piangeva sulla vanità di tutte le cose.
Così poterono mantenere la loro stagione amorosa, tra tempestosa e
serena, per sette anni, finchè da altri casi non furono separati per
sempre. Nella tessitura, o nella preparazione di questi casi, ci ebbe
che fare anche Giuditta, la bambinaia, una cattiva ragazza di Riva,
che non ispirava nessun timore a donna Angioliera, ma Giuditta, coi
suoi occhi neri e grifagni, accompagnati da una bocca vezzosa e da un
naso adunco, spiava continuamente la condotta della padrona, e traevane
conclusioni assai semplici e grossolane, ma che la incoraggiavano
a curare anche lei, come la padrona, i propri interessi amorosi.
Sebbene questi interessi fossero molto intimi e riserbati, nondimeno
un giorno la moglie del cocchiere vi trovò assai da ridire: anche la
piccola Maria aveva visto qualcosa di molto strano, e donna Angioliera
necessariamente dovè licenziare Giuditta.
Ella ritornò al suo paese dove incominciò a dir bene con tutti della
sua buona, della sua cara signora. Questa, dopo due mesi, venne,
secondo il solito, a villeggiare, e si sentì ripetere quelle lodi
di Giuditta da tutte le bocche di Riva. Volevano che la signora la
riprendesse come desiderava Giuditta non pel servizio che era buono,
poca fatica e un lauto salario; ma solo per il suo grande attaccamento
alla sua buona, alla sua cara signora, ma essa non ne volle sapere.
Allora Giuditta incominciò a dire un gran male della sua buona, della
sua cara signora, non risparmiandole i titoli più ignominiosi.
L’Eufemia, la figliuola dello speziale, l’ascoltò con più attenzione e
più consenso di tutti. Era rimasta zitella screditata con un bambino
sofferto dal salumaio, e d’essere nubile e madre accusava solo il
dottore.
Ella fece confessare tutto a Giuditta. Seppe da lei che la scorsa
estate il dottore era venuto, nottetempo, alla villa. In un angolo
del giardino essi credevano d’esser soli, e non esser visti che dalle
stelle innumerevoli e palpitanti nel cielo, ma dalla stanza illuminata
spandevasi fuori un alito di riflesso per l’aria bruna; e Giuditta, di
dietro a un’alta siepe di bossolo, tutto sentì e tutto vide.
L’Eufemia a tali racconti fu quasi per cader tramortita, e se li fece
ripetere non so mai quante volte coi più minuti particolari. Giuditta
le dette anche molto segretamente una lettera del dottore. La signora
l’aveva dimenticata un giorno sotto uno de’ suoi tanti guanciali,
sì morbidi e vaghi, dove abbandonava, nelle sue ore di malinconia o
di superbia, la testa bionda, chiudendo gli occhi per non veder più
nessuno.
Quelle due birbone stettero attente se anche quell’anno il dottore, o
di giorno o di notte, non fosse capitato da quelle parti. Ci capitò
infatti, prendendo dimora sull’altra riva del lago, in una piccola
locanduccia che aveva sempre pronta una vela per condurlo alla villa.
Il dottore era comparso un giorno alla villa improvvisamente, perchè
donna Angioliera non gli scriveva più dopo gl’inviti ripetuti invano
per vincere la sua troppo cauta prudenza. Ella ne esultò e rise come
una bambina che ha potuto fare una celia, e lo pregò a rimanere. Non
essendo possibile evitare la maldicenza, ella ora, senza temere di
nulla, senza l’incomodo della maschera che impedisce e non salva,
provava un gran piacere a vivere a modo suo, e sfidare il mondo cattivo.
Di che temere?... L’indegno marito non se ne incaricava, ed era
lontano: egli, il suo medico curante, il solo che ella stimasse, e
volesse consultare ogni giorno; nessun ospite nelle camere vuote;
i servi fidi, e tementi, se avessero osato di parlarne, d’essere
licenziati; nessuna visita, perchè oramai s’era liberata di tutte
quelle false amiche di Riva. Voleva esser sola con lui.
— Amiamoci, amico! — ella gli disse baciandolo — si vive una volta
sola, e la vita che si vive è sì triste! Rallegriamola con l’amore! io
non temo di nulla: non temo che di perdere la mia parte di felicità,
che mi puoi dare tu solo!
E la stagione bellissima piena d’abbagli, di verde, e d’un immenso
tripudiare di fiori, di volatili, di farfalle, di formiche e di
calabroni, pareva infatti sorridere alla loro felicità.
XIII.
S’era di luglio, e la vasta ventilazione del lago e dei boschi
temperava il calore di quella bella giornata. Quasi aliti purissimi che
si svolgessero dagli occulti e benefici elementi della natura, quei
fiati carezzevoli facevano dovunque tremolare le fronde verdi, come
altrettanti ventagli aerei.
Nel giardino della villa si vedeva, ora qui, e ora là, apparire Maria,
bellissima bambina di cinque anni, in candida veste orlata di larghe
trine, nude le piccole braccia, e i capelli neri volanti. Si fermava
a guardare con occhi grandi il luccichio della peschiera e del lago,
e quella varietà infinita dei fiori... Ma le rondini saltellavano su
i meli carichi di pomi, le farfalle palpitavano sulle rose, sulle
viole; di sotto i vasi dei limoni, sbucavano le lucertole trepidanti;
oscillavano le foglie, balenavano le acque, tutto era palpito e moto
di vita; e così dopo quel lampo d’inconsapevole ammirazione, tornava
a muoversi anche Maria; correva, saltava la siepe, si stendeva, si
rotolava su i praticelli... Poi si fermò di nuovo a guardare attenta
i pesci dorati che si muovevano anch’essi nella fontana, e vedendovi
riflessa, in un’ombra più scura, la sua immagine bianca, rimase assorta
in quella contemplazione.
A un tratto, non meno agile d’un grillo che spicchi un salto nel prato,
ella corse incontro alla mamma, che, con in mano un gran mazzo di fiori
e d’erbe odorose, e accompagnata dal dottore, era apparsa sotto il
portico del giardino.
— Oh ecco la mammina dei gatti! — disse il dottore perchè Maria
prodigava carezze a tutti i piccoli gatti della villa.
Maria, aprendo le braccia, si fogò, con un impeto d’affetto e di gioia,
addosso alla mamma, si tenne stretta al suo collo; e quindi tornò a
divertirsi.
— Come ama sua madre! — sclamò il dottore.
Donna Angioliera sorrise, ed entrò con lui nel museo.
C’era caldo perchè durante la notte le finestre erano state chiuse. Il
dottore le aprì, ed entrò l’aria fresca delle montagne che un turbine
di nubi rendeva più azzurre nell’ombra, con qua e là dei larghi sprazzi
di neve.
Di fuori era spenta ogni voce degli animali. Soltanto gli uccelli
avevano come dei placidi colloqui di famiglia nei loro nidi. La natura
silenziosa pareva incantata dal suo stesso splendore.
Donna Angioliera vestiva un lungo abito di lanina bianca, con un largo
nastro color tortora stretto alla vita sottile, e fermato, sul fianco
sinistro, da una grande e antica fibula di lucido _strass_. Quel
giorno s’era voltata i capelli sulla fronte come una fiamma, o come la
corona d’un cherubino pallido ed estasiato, una copia dell’Angelico
che ella teneva in camera, presso il serico padiglione del suo letto.
Il dottore pensò che ella aveva voluto quella mattina acconciare la
sua pettinatura su quel modello celeste, ma nondimeno il suo viso, sì
nobile e fine, ricordava pur sempre la generazione galante di quelle
aristocratiche donne che ballavano con tanta leggiadria i minuetti,
accompagnate dal dolce violoncello del Boccherini.
Ella spartiva nei vasi quella gran copia di fiori che serbavano
tuttavia la freschezza della rugiada, e che parevano espandere,
odorando, la loro anima pura per quelle stanze. Tanta gaiezza e varietà
di colori era come il giubilo d’una festa fugace accanto alla severa
malinconia di quei molti simulacri marmorei, di quei miti dell’estetica
e del culto pagano, nelle cui nobili forme pareva che l’antichità
spenta avesse impresso un senso triste e solenne, quasi d’immagini
eternate nell’immobilità della morte.
— Ecco! — ella fece tutta contenta, quando ebbe finito d’infiorare
il salotto; e presa da una coppa d’argento una sigaretta, andò ad
appoggiare la testa sui morbidi guanciali del suo sofà, sì civettuoli
di colori e di gale. Accese la sigaretta al dottore e per sè, e, come
soleva spesso, incominciò a spiegare all’amico il proprio carattere.
Egli l’ascoltava sorridendo e fumando.
— Si sì, hai ragione, cara, — le disse sapendo di farle piacere — tu
sei ancora un mistero per me dopo sei anni: ma che cosa vale il tempo
in questo? noi potremmo rimanere insieme tutta l’eternità amandoci
sempre, odiandoci qualche volta, ma senza comprenderci mai, non è
vero?...
Ella sorrise, e atteggiò le labbra a fumatrice =provetta=.
— Ma come tu vuoi comprendermi, — disse — se io stessa non mi
comprendo? tu dici che io son piena d’incoerenze, che sono troppo
volubile e strana, e sarà così: stamani, per esempio, assaporo una gran
voluttà qui con te, in mezzo al profumo di questi fiori; e stasera
forse mi sentirò triste, accasciata, mi sentirò come se io fossi la più
misera donna di questo mondo...
— E domani?
— Chi sa domani?... forse... se rimarrai qui con me mi sentirò ancora
felice.
— Forse!... come sei cattiva!
— Non sono io cattiva, ma quel piccolo demonietto che ho in me, e che
forse ereditai da mia nonna: mia nonna era molto bella e capricciosa:
fuggì dal marito, viaggiò mezzo mondo, e poi per amore s’avvelenò:
quello che di certo non farò io, perchè io non sono una donna
appassionata, non sono una donna sentimentale, io sono una donna molto
positiva: soltanto... vedi se io sono buona!... io mi rattristo, io mi
scoraggio quando vedo delle donne più giovani e più belle di me: allora
penso: se il mio amico mi vedesse in mezzo a loro, non sarei più io la
sua preferita.
— Come sei buona! ma stai sicura, nessuna donna, fosse anche la più
bella del mondo, può preferirsi a quella che amiamo.
— Sì sì, ma se io, bionda, avessi, per esempio, gli occhi neri della
marchesa di Valmorel, quella che mi lodavi tanto, mi adoreresti, mi
baceresti i piedi come al papa!
— No, i piedi nè a te, nè al papa: ma tu credi che saresti più bella
con gli occhi neri? no, mia cara: la natura, quando non produce dei
mostri, fa tutto corrispondere in una relazione armoniosa di colori, di
linee, di sfumature, per cui se tu presumi far meglio di lei, e vuoi
variarla, ne nasce subito una bruttissima stonatura, come le brune,
per esempio, che si trasformano in bionde, facendo acquistare ai loro
capelli un bellissimo colore di stoffa ritinta.
— Già, come qui a Riva, la marchesa Ciancieri: oh come sei intelligente
tu!... zitto... una carrozza...
— Qualche visita! — sclamò il dottore.
— No, io oggi sono invisibile a tutti: via leggimi qualche cosa.
— Che devo leggerti?
— Quel brano dell’ombra...
— Di Patroclo?
— Sì.
— Ma ti secca: sbadigli: tu non capisci i poeti.
— Io capisco tutto, quando c’è chi mi aiuta.
— Come sei buona! — sclamò il dottore, e, aprendo il libro, soggiunse
sorridendo: — Facciamo anche questa per contentarti, ma al primo
sbadiglio, smetto: Achille dunque non è più un mito, ma un uomo, quando
piange l’amico ucciso: e «piange disteso sulla riva del mare...»
S’interruppe, e tutt’e due ammutirono, perchè una mano furiosa scosse,
in fondo all’andito, l’uscio del museo, come se volesse atterrarlo.
— Sarà la mia cameriera che è tanto villana — ella disse — ma non può
entrare perchè ho chiuso di dentro: seguita a leggere: Achille dunque è
disteso sulla riva del mare; mi piace quell’apparizione del morto sulla
riva del mare.
— Sì «il mare dagl’innumerevoli suoni dove Achille gemeva alla riva
imbiancata dai flutti. Ma poichè aveva affaticato le belle membra
inseguendo Ettore attorno l’alto Ilio, il dolce sonno gli versò l’oblìo
delle pene, e lo circonfuse... e l’anima dello infelice Patroclo gli
apparì, gli s’arrestò sospesa sul capo, e gli disse: — Achille, tu
mi dimentichi... più non ti ricordi di me... Dammi la mano, io te ne
supplico piangendo, perchè non tornerò più dall’Ade...
Di nuovo s’interruppe, perchè fu battuto all’uscio.
— Ma chi è? vado a vedere: tu resta qui — ella disse.
Tornò dopo pochi istanti dicendo serissima, e col tono di chi annunzia
una gran disgrazia: — È venuto mio marito.
— Era lui che bussava?
— No, ora era l’Emilia; ma prima era lui.
— E dov’è andato?
— Su in casa.
— E ora?
— Ora...
E per mostrare che non aveva paura, ma che era molto irritata da
quell’arrivo improvviso, incominciò a canticchiare, pallida e
animatissima, un’aria sgherra, imitando, coi moti vivi e graziosi della
testa e del busto, la civetteria ardita d’una cantatrice di canzonette.
— Ecco il demonietto della nonna! — disse il dottore — ma ora
non è tempo di gorgheggiare, benchè tu abbia in te tutti i doni
dell’armonia!...
Ella, con un viso serio e superbo, s’avviò verso l’uscio, e il dottore
la seguì.
— Se ti maltratta? — egli le disse — io vado incontro a tutto, pur di
salvarti.
— Oh come sei noioso, o tragico Otello! come dai sempre troppa
importanza a tutte le cose!
— Ma come ardirai di presentarti a lui? di certo avrà risaputo che io
ero qui...
— E se l’ha risaputo? non sei il mio medico? non posso ricevere il
medico? che mi fa le iniezioni di morfina?...
— Non te l’ho mai fatte per vero dire... e lo crederà?
— Altro! tu non conosci mio marito: mi crede tutto, non è come te che
non mi credi mai: è un marito ideale, specialmente quando è lontano;
ma sai perchè è ritornato? perchè non ha più quattrini, e io, questa
volta, non glieli ho voluti mandare, ma ho fatto male: che cosa non gli
darei pur di non vedermelo vicino!
Prima d’aprir l’uscio, ella baciò il dottore.
Guardarono fuori; tutto taceva: non c’era alcuno nel giardino, tranne
il cane di guardia dormente sulla ghiaia, in un angolo ombroso.
— Vai — ella gl’intimò a bassa voce.
Il dottore esitava. Parevagli una viltà l’andar via incolume, e lasciar
quella povera e debole donna sola, senza che egli fosse lì a difenderla
contro la collera del marito.
— Vai — ella gli ripetè sommessa e impaziente: poi soggiunse ad alta
voce: — Arrivederla a domani, signor dottore; venga e farà un gran
piacere anche a mio marito.
Ella corse sotto il portico, ed entrò in casa: il dottore s’avviò giù
per l’ombroso stradone verso il cancello, ma era inquieto: voltavasi
addietro, guardava intorno, si fermava a ascoltare.
Paventava per donna Angioliera, ma questa invece, pur sentendo tutto
il peso e tutto l’incomodo della sua condizione, era perfettamente
tranquilla riguardo alle conseguenze di quella noiosa improvvisata di
suo marito.
I suoi peccati d’amore non le davano alcun rimorso: li riguardava
come un modo, troppo facile a dire il vero, di reagire contro l’uggia
e l’antipatia che le ispirava quella subiezione legale ad un uomo sì
grossolano e sì indelicato. Egli, oltre all’essere ciò che era, aveva
altri grandissimi torti verso di lei. D’un’intelligenza e d’una potenza
morale tanto inferiore alla sua, fino dai primi dì della loro unione,
quando intorno alla sposa novella ed innamorata aleggiava ancora
qualche spirito di poesia; egli aveva tolto queste ali alla psiche,
abbassandola alla sua scuola; ed era avvenuto come se offendendo il
profumo d’un fiore, egli ne avesse contro di sè eccitato i veleni. Una
tale contaminazione aveva avuto poi l’altro effetto di deprimerlo anche
di più in faccia alla moglie ricchissima, ardente, indisciplinata; onde
in lui quella tolleranza stizzosa che accresceva la irritabilità de’
suoi nervi, e a cui non rimaneva altro sfogo che un biasimo continuo
e inefficace, ma, secondo lui, ben meritato da quella moglie infedele
e malvagia. Perchè come marito benedetto da un vescovo in chiesa,
e autorizzato dal sindaco, pretendeva che una virtù che egli aveva
contribuito a spengere, dovesse sussistere ancora, e unicamente per lui.
Il pover uomo aveva bisogno di spazio, e perciò era andato ad aspettare
la moglie nella gran sala da ballo...
Egli malediva cordialmente chi gli aveva reso quel bel servizio di
farlo accorrere a riparare i suoi torti. Ma non sarebbe accorso,
e sarebbe rimasto invece a giocare e nudrire una delle più belle
avventuriere d’Europa, una vera meteora di Venere disastrosa; se
appunto, come sappiamo, non si fosse, tra il gioco e la meteora,
vuotato le tasche: non aveva più un soldo.
Ora dunque andava su e giù a gran passi per la gran sala da ballo, e
faceva quei moti superflui che ordinariamente fa ognuno che, acceso di
rabbia, e senza potersi sfogare come vorrebbe, si trovi in un grande
impiccio. Gli passavano per il viso furibondo e allibito tutte le ombre
del male: l’odio, la collera, lo sgomento, la gelosia, la disperazione.
Si mordicchiava le unghie, strabuzzava gli occhi, levava su il pugno
come per avventare una saetta a qualcuno; stringevasi nelle spalle,
si cacciava le mani in tasca, si fermava, guardava in terra, oppure
guardava il grande soffitto come se volesse invocarlo o sfidarlo:
perchè nel soffitto ridevano largamente dipinti gli Dei in quella
carnale e rosea nudità che era permessa in Olimpo quando v’imperava
Giove tuonante.
Oh se egli avesse potuto avere nel pugno il fulmine di quel Giove, o la
clava ginnastica su cui riposava tranquillo quel formidabile Alcide,
vicino alla madre Alcmena!
Un lieve passo che s’udì muovere per la sala, gli fece volgere il viso.
Era lei...
Lui spinse innanzi il torace stirando indietro le braccia, coi pugni
stretti: e lei, vedendo quel brutto viso villano, non meno ardita che
altera, gli voltò immediatamente le spalle, avviandosi verso l’uscio
con un’aria da regina che discende dal trono.
— Andate pure! tanto la vita di quell’uomo è nelle mie mani! — le disse
a bassa voce, fremebondo, e seguendola a passo lento.
— Prendetevela, è il mio medico, e domani tornerà a visitarmi:
uccidetelo pure sotto i miei occhi.
A quell’ironia e a quell’annunzio d’un’altra visita del dottore, con
l’obbligo impostogli d’ammazzarlo, non si potè più tenere, non temè più
di provocare uno scandalo, e incominciò a urlare come un ossesso.
— Oh quale divertimento è più divertente, e più indecente di questo
per la servitù! — gli diceva donna Angioliera, chiudendo gli usci e le
finestre — m’avete forse invitata qui a prendervi parte?... Che lettera?
Egli gliela buttò sul divano.
Il dottore le aveva sempre scritto con la più cauta e rispettosa
prudenza, sì da parere non amante, ma medico che dà consigli amichevoli
alla signora che ha in cura. Egli parlava in quella lettera d’una
signora inglese, la quale era mancata a un consulto prestabilito, e
il dottore l’aveva aspettata invano. Su quel particolare si fermava
con un po’ d’ironia, ma era difficile capire che egli alludeva a
donna Angioliera. Seguivano degli avvertimenti, un po’ troppo caldi e
premurosi per vero dire, ma confacenti allo stato nervoso della signora.
— Questa lettera vi dovrebbe rassicurare — ella gli disse dopo avervi
scorso gli occhi rapidamente — è il mio medico, e non deve darmi dei
buoni consigli?
— Già... già a uscio chiuso...
Ella suonò il campanello, e al servo che si presentò sulla soglia,
disse di chiamare la signora Emilia.
— Emilia, chi ha chiuso l’uscio del museo, stamattina?
— Io, non sapevo che la signora vi si trovava, — rispose la signora
Emilia — e non volevo che c’entrasse Maria come fa sempre: tocca tutto:
quei marmi stanno lì per l’appunto, e uno glie ne può cadere facilmente
su i piedi...
— Ah, ha chiuso lei, signora Emilia? — fece il conte — ha chiuso lei?
allora tutto è spiegato, Angioliera cara.
Ma sebbene fosse tutto spiegato e, volessero tutto dissimulare e
cuoprire, quel giorno, a pranzo, pareva che durassero una gran fatica a
parlarsi.
— Angioliera cara, perchè non hai appetito? la tua salute, Angioliera
cara, ne soffrirà se non mangi — ei le diceva pallido e volgendole
certi occhi amorevoli e avvelenati che davano un accento anche più
falso alla sua voce melliflua.
— Papà — disse Maria a un certo punto — perchè mi guardi con occhi così
cattivi?
Il papà guardò sorridente Angioliera cara.
Ella s’alzò, prese Maria per mano, ed uscì.
Il conte, rimasto solo, diè colla punta del coltello sulla tovaglia.
— Ma posso esser trattato in un modo più infame?... — mormorò cupo fra
i denti — certamente!... certamente!... sì signore!... io lo sapevo
da un pezzo, ma zitto il mondo, zitto anch’io! Ora quella lettera
maledetta me ne fa sapere delle altre, il mondo parlerà... e io devo
figurare di crederla la migliore delle mogli, perchè ne ho troppo
bisogno per ora!... Ma verrà il giorno che io me la rifarò sulla sua
figliuola, che non è mia: calma, calma, e prudenza per ora... bisogna
fingere, fingono tutti! io so bene, come bisogna vivere a questo
mondo...
Quest’ultima riflessione parve calmarlo. Ci bevve sopra una bottiglia
di Bordeaux, mangiò parecchie sfogliatine con frutta candite, si versò
del _cognac_, prese il caffè, accese uno sigaro d’Avana, e si alzò da
tavola gonfio, un po’ brillo, ma sufficientemente soddisfatto della sua
politica da uomo di mondo.
XIV.
— Che cos’ha la mamma? — domandava Maria, divenuta tutta timida, alla
signora Emilia.
La madre era andata a nascondere nel suo _boudoir_ la sua angoscia.
Sentivasi combattuta, e come serrata fra due pene contrarie, la pena
dolce e la pena amara, ovvero pene amarissime tutte e due in quel
contrasto del libero amore, e del vincolo d’un uomo che non meritava
il sacrifizio di quanto ella aveva più desiderabile e vivo se non solo
perchè il patto matrimoniale glielo imponeva. Ci fu un momento che le
parve così intollerabile la vita condannata a quella catena e a quella
faticosa finzione, che non pensò più a reprimere i suoi gemiti e i suoi
sospiri.
La cameriera l’udì, ed entrò a domandarle se si sentiva male. Ella non
le rispose. Ma quando la cameriera fu uscita, la signora riprese a
piangere più desolatamente per l’umiliazione sofferta da una persona di
servizio, che aveva preteso di consolarla!...
«Ecco, ecco le conseguenze» ella diceva.
La mattina dopo il conte mandò ad avvertire il portinaio che la signora
non riceveva nessuno: ma la padrona era lei, e perciò mandò a dire che
la signora per il dottore Stellini era in casa.
Ella era in uno di quei periodi, nei quali (ora forse per quella
solitudine della villa) il suo amore per il dottore rinverdiva come una
giovane pianta di primavera. Quel giorno sarebbe andata incontro anche
alla morte pur di vederlo. E quando nel giardino udì la voce del suo
amico che parlava col servo, ella si fogò alla finestra, e provò una
ebbrezza infinita.
Il servo introdusse timidamente il dottore nel salotto della signora...
Credeva di trovarla sola, e ci trovò anche il marito!... Stava colà
in piedi nell’ombra gettata dal tendone della finestra, e pareva uno
spettro. Non è possibile immaginarsi un’apparenza più fredda e più
altera. La moglie gli presentò l’amico, e il conte gli sporse la
mano, guardandolo con gli occhi fissi e sbarrati d’un impiccato. Il
dottore dovè pur toccar quella mano, ma compiendo, con grandissima
ripugnanza, quell’atto bugiardo, gli sembrò di perdere qualcosa della
sua integrità morale e d’acquistare egli pure una brutta piega di falso
e di farabutto. Il conte sorrise: quel sorriso, accompagnato da quello
sbarramento degli occhi lenti era spaventevole. Quell’uomo soffriva, e
il dottore n’ebbe pietà.
Dopo pochi minuti, ad accrescere le spine di quel terribile incontro,
entrò in salotto Maria. Entrò fresca e giuliva come un fiore di
campo. Teneva in collo un gattino infioccato di nastri azzurri, e
gli faceva da mamma baciandolo e dicendogli delle tenere paroline.
Tutt’e due incominciarono a giocare allegramente per il salotto.
Maria fece qualche passo di _valzer_, insegnatole in que’ giorni
dalla signora Emilia, e quando il gattino saltava improvviso a
mordicchiarle i calcagni, ella rideva ed esclamava di gioia. Quale
immagine, in ambedue, nel gattino e nella bambina, della felicità
fanciullesca!... Il conte s’accarezzava la barba con un moto lento, e
con que’ suoi occhi velenosi, ma che avevano pure qualcosa del santo
estatico, guardava ora il dottore, e ora Maria sì vagamente brunetta
e dai capelli neri. Egli invece i capelli li aveva d’un biondo che
nell’infanzia era stato rosso arancio.
— Angioliera cara, — poi disse con voce placida e mansueta — ricordati
che dobbiamo fare quella visita. — Ed uscì senza salutare il dottore.
Maria continuava a ballare e ridere col gattino.
— Maria, vai di là — le disse la mamma: — mi dai noia.
Appena uscita Maria, ella porse le avide labbra al dottore.
— No no — egli bisbigliò trasalendo.
— Non lo vede, signor dottore, che povera donna son io? — ella disse —
che cosa vale a noi povere donne tanta forza morale, se poi la forza
fisica ci abbandona? Io non vorrei nella battaglia della vita rimanere
mai così spenta, mai come oggi!
Il dottore le fece varie domande da medico che conosceva bene la sua
ammalata, e le raccomandò la calma e il riposo.
Ella guardò: poi si piegò di fianco verso di lui che le sedeva vicino,
gli baciò sommessamente la guancia, e gli bisbigliò frettolosa: —
Voglio che almeno ti rimanga tutto il giorno la dolcezza di questo
bacio.
Il dottore uscì accompagnato dagli occhi desolati e amorosi della
signora.
Ma più tardi ebbe una sua lettera per mezzo dell’Emilia che uscì per
condurre a spasso Maria. Gli diceva d’avere avuto una scena terribile
col marito, il quale l’aveva offesa nel modo il più orrendo. Ella aveva
sopportato con gioia quei colpi durissimi, perchè straziavano un cuore
tutto pieno di lui! Ma se invece avesse ascoltato sè sola, e non anche
l’amore materno, sarebbe fuggita per non mai più ritornare. Non voleva
che una simile scena si ripetesse. Perciò non venisse più alla villa,
e tornasse a Roma, dove presto sarebbe tornata anche lei. Sì, sarebbe
tornata a rivedere l’uscio verde della sua casa, e a cogliere i glicini
che infioravan le sue finestre. Come amava quel fiore!... Come il solo
ricordarne il profumo la riempiva di serenità e di contentezza!...
Il dottore obbedì, e il giorno dopo, affrettavasi al vaporino, fermo
alla riva in attesa dei passeggieri, quando incontrò il conte Aquilegi
che guardava attorno con occhi spiritati, come se cercasse qualcuno. Si
balenarono un’occhiata, e senza salutarsi, si dispersero ambedue fra la
gente.
Il dottore salì a bordo, s’affacciò alla ringhiera del battello, e
rivide il conte tra la gente che ingombrava la riva. Egli voleva
proprio assicurarsi che il dottore partiva, e lo guardava insaziabile
con un ghigno mefistofelico: un ghigno che aveva quasi la contrazione
del riso, ed era come una finestra a cui l’odio di quell’uomo dagli
occhi dolci s’affacciava in tutta la sua bruttezza.
Il dottore si tolse di là impazientito, e disparve.
Il conte, allontanandosi per ritornare alla villa, si voltava e si
rivoltava verso il battello, bisbigliando tra i denti: «Ha avuto paura
di me quel vigliacco!... quell’infame!... quel gesuita!...»
Dopo la partenza del dottore, il conte, contento assai di non più
incontrarlo, fu anche più mellifluo e cortigiano con Angioliera cara,
ma la serietà e la cupezza dei loro visi pareva spesso la nube nera
d’un gran temporale, distesa ancora sull’orizzonte.
Egli presumeva, con la sua politica, di darla a bere a quei furboni dei
cittadini di Riva; voleva, per lo meno, che lo credessero un marito
ignaro, e vivente in ottima buona fede e armonia con la moglie. Perciò
l’accompagnava alla messa, la seguiva in qualche visita straordinaria,
e facevano insieme, quasi ogni giorno, la trottata per l’amena e
selvaggia strada tra le montagne aspre e il verde specchio del lago.
Guidava lei, con agevolezza sprezzante, la poderosa pariglia, bene
ergendo il busto dall’alto sedile, e con un viso sì serio e intento,
da parer quasi duro. Ovvero ella attraversava il paese cuoprendo
della lunga veste d’amazzone il robusto fianco della sua baia dorata.
I moti del superbo animale invaghivano anche di più la spigliatezza
agile, ma formosa, e bene arcuata alle anche, della pallida e ardita
cavalcatrice. Non guardava nessuno, ma tenendo gli occhi superbamente
fissi all’alta testa della cavalla, mostrava il più alto disprezzo pei
cittadini di Riva, di cui non curava le ciarle. Il marito la seguiva
all’ambio o trottando su un cavallino arabo brioso, ma così mansueto
che lo montava anche Maria; e dava e riceveva i più cordiali saluti.
Poi le più ilari maldicenze si spandevano dietro a loro tra la polvere
della strada.
L’Eufemia e Giuditta, udendo lo scalpitìo dei cavalli, accorrevano
tutte ridenti sull’uscio o alla finestra. Esse ne sapevano più di
tutti. Sapevano che il conte venuto a Riva proprio a tempo per
ripetervi la tragedia della Francesca; invece se l’era lasciato
scappare!...
— Ah ah ah ah!... le risate di quelle sciocche e birbone, non avevan
più fine.
— Come si fa, — diceva l’Eufemia — come si fa a tradire un uomo così
bello, e così buono! Dio mio, se il Signore me l’avesse dato a me un
marito simile, credi, Ditta, l’avrei adorato in ginocchio, senza mai
fargli un torto! e quell’infame invece gliene fa tanti! E senti, Ditta,
ora che hai trovato a Roma un altro servizio, ringraziane il Signore
che t’ha aiutato, fai anche una novena a Sant’Antonio, ma racconta a
tutti quello che sai.
— A tutti: — rispondeva Giuditta — non dubitare! io conosco tutte le
cameriere, tutte le cuoche, tutti i servitorelli delle sue amiche; ci
troviamo in mercato, al Pincio, in piazza Navona, e lo ridirò a tutti:
deve comparire anche sui giornali.
— È quello che io desidero, Ditta, perchè una canaglia simile io non
l’ho mai trovata: lui un traditore! un ingannatore! e lei... e poi
mandarti via senza motivo!
— Senza motivo! — ripetè Giuditta — per un capriccio!...
— E poi su due piedi — rispose l’Eufemia — come neanche una ladra,
neanche una meretrice!
— Appena mi lasciò tempo di far la sacca.
— Vedrai che il Signore la punirà: Addio, Ditta: recita un
_paternostro_ a Sant’Antonio ogni giorno: scrivimi presto, e tiemmi
informata di tutto.
E Ditta partì per Roma.
XV.
Si verificava nella condotta di Giuditta la sentenza dolorosa del
Vangelo che «i nemici dell’uomo sono i suoi familiari». Donna
Angioliera era stata molto buona con lei; ne aveva tollerato i difetti,
l’aveva ricolmata di doni; poi aveva dovuto, per un motivo giustissimo,
licenziarla; tale conseguenza inevitabile Giuditta la doveva solo a sè
stessa, ma invece incolpavane la padrona, e cercava di farle del male.
Ignorando affatto l’odiosa congiura che le era sorta alle spalle,
donna Angioliera anticipò il suo ritorno a Roma, e vi riprese la sua
solita vita, cioè la fatica continua, estenuante, di chi, con lena
affannata, sospira la gioia, la felicità, e invece si trova tanto
respinto indietro, quanto più si esaurì tendendo verso l’inarrivabile
meta del sogno e del desiderio. E così in mezzo alle dovizie, ai
piaceri, agli svaghi, alle sodisfazioni di vedersi corteggiata come una
delle principesse della bellezza e dell’eleganza, non mancavano alla
povera donna le lacrime, le noie, il senso doloroso della fugacità, gli
scoraggiamenti.
Nondimeno questa vita fastosa e superficiale insuperbivala in modo che
il dottore, affaticato nell’opera necessaria alla sua sussistenza,
le appariva talora d’una condizione troppo modesta se paragonata
alla sua, e alle relazioni tutte splendide di titoli, d’ozio, di
signoria, in mezzo alle quali viveva in un ritorno continuo di visite,
di convegni, di cavalcate, di balli, di conferenze, e di concerti
musicali, nei quali ella talora faceva udire, fra gli applausi, la sua
voce profondamente gentile. In lei dunque nasceva naturalmente un po’
di quella superba fatuità che raffredda l’affetto, e scema la stima
verso i più umili. Ella era inoltre un’anima eminentemente cercatrice
di quanto poteva eccitare la sua ammirazione, la sua curiosità, la sua
simpatia. Le cause ne erano molteplici e varie. Potevano consistere,
per esempio, nel bel sorriso d’un volto; ne’ begli occhi d’un fascino
imperatorio; nella fama di briccone d’ingegno, o di libertino
irresistibile, o di scienziato, o d’artista; nella modestia, o anche
nella superbia, d’un valentuomo; nei modi gentili, o anche rozzi di
qualcheduno, purchè rozzi in una certa guisa sprezzante e virile che le
piaceva. Infine tutti questi non erano che gli appetiti dell’ape che ha
una puntura per ogni fiore nell’interesse del miele: ossia tutto questo
non dimostrava in donna Angioliera che un ridestarsi continuo di quelle
non mai paghe aspirazioni verso quell’incognito indistinto a cui ne
guidano gl’incogniti fini della natura.
L’universo ne è pieno in un modo occulto, terribilmente vorticoso e
imperioso; sicchè le povere leggi umane che ne vogliono saviamente
frenare la violenza, sono come una fragile diga battuta continuamente
dal fiotto d’una tempesta. Per tali aspirazioni, o anche istigazioni
dell’istinto, gli occhi intelligenti, attenti e curiosi di questa donna
intuivano le sue affinità maschili in tutti quei pregi corporei, ovvero
spirituali, che secondo lei, giustificavano la sua stima, e, in certi
casi, la sua amabile tenerezza.
Naturalmente, altrettanto vive che le sue simpatie e le sue tenerezze,
erano le sue ripugnanze. Bastava che uno, per esempio, ai gusti, ai
modi, ai costumi, al vestire, ai discorsi, le ricordasse il marito,
(quel marito di cui si pentiva tanto, e che era stato l’avventatezza
più fatale della sua gioventù sitibonda e inesperta); perchè ella
non lo potesse soffrire colui, fosse pur bello come l’«Antinoo» del
Vaticano, o slanciato come il «Mercurio» di Gian Bologna, o formidabile
come il marchese capitano Rolando di Mascarpone.
Come amico del cuore del conte Pier Francesco Aquilegi, il marchese di
Mascarpone tentò naturalmente di possederne la moglie...
Egli aveva su tutti gli altri uomini il vantaggio d’un’erculea
corporatura, e doveva ad essa le sue continue conquiste, non meno che
alla sua bella uniforme di capitano di cavalleria; uniforme che poi
dovè abbandonare per esuberanza di debiti non pagati. Gliene rimase
per altro la soldatesca fierezza di parata nel portamento, nei baffi
arroncigliati e stirati innanzi verso lo spettatore, e nell’incedere
dei passi: veri passi di Marte coi quali egli misurava prestissimo, a
suon di sproni, le strade e le piazze della città. A vederlo, pareva
sempre che fosse come il banditore d’uno stato d’assedio. Per queste
qualità fortunato assai con le donne, non lo era egualmente al gioco,
e doveva ricorrere, per le riparazioni, ai suoi numerosissimi e ricchi
amici, i quali poi ricorrevano a lui per le loro compre di cavalli, e
per le loro questioni d’onore. Quando un cavallo era stato sottoposto
all’occhio intelligente e al tatto squisito del capitano, si poteva
andar franchi riguardo alla fede di nascita e al merito della bestia.
Come pure il suo giudizio era egualmente infallibile quando si trattava
di sapere se due pistole o due lame erano così pure o onorate, da
potersi misurare di fronte, e barattarsi colpi più o meno vicini, più o
meno fatali.
Con tanti pregi, la resistenza incrollabile di donna Angioliera parve
al marchese, furiosamente respinto e non più ricevuto, una cosa
veramente incomprensibile e nuova: più ci pensava, e meno se la sapeva
spiegare: gli pareva infine una grande stupidità, ma specialmente
una grande offesa fatta a lui, ai suoi meriti personali. Non c’era
che il disprezzo, ed egli disprezzò la signora, e aumentò invece la
sua amicizia per l’amico del cuore; a tal segno che quando l’aura
maligna soffiata da Giuditta, per le istigazioni d’Eufemia, cominciò
a circolare in quel bel mondo cattivo, il solo a non riderne fu il
marchese di Mascarpone; anzi se n’offese per l’amico del cuore, e corse
a avvertirlo.
L’amico del cuore non glielo diè a divedere, ma si stizzì parecchio
per questo zelo importuno; gli parve curioso, per vero dire, gli parve
anche sospetto; si domandò se quello era un servizio da amico; non gli
parve, per vero dire, ma lo ringraziò moltissimo, e tacque come se la
cosa fosse finita.
— E dunque, che intendi di fare? — gli domandò il capitano,
maravigliato di quel silenzio.
— Ci penserò.
— Ci penserai? ma, caro mio, un uomo d’onore, come sei tu, in questi
casi non pensa... agisce!
— Agirò: io voglio che il dottore Stellini mi provochi davanti a
testimoni, e allora io potrò sfidarlo senza che apparisca il nome di
mia moglie come motivo dello scontro.
— Tua moglie... tua moglie... — incominciava a dire il marchese
accigliato, ma l’altro lo interruppe esclamando:
— Basta! basta! non credo alle ciarle: Angioliera mi fu sempre fedele.
Il marchese, per alcuni istanti, lo contemplò stupefatto; e soggiunse:
— Capisco, sei un gentiluomo: la tua buona fede non potrebbe esser
maggiore, la tua delicatezza è grandissima: io t’ammiro; e trattandosi
di tua moglie, d’una signora, sono un gentiluomo anch’io, e la
rispetto: ma con franchezza di soldato ti dico (io un po’ me n’intendo)
che il dottore Stellini se ne vanta, e perciò lo scontro bisogna che
avvenga, e presto.
— Avverrà, avverrà.
— Non mica che io non lo deplori, sai: un duello è sempre una cosa
seria, specialmente quando impegna un amico come te...
— Oh grazie! grazie!
— Ma vedi, tu tiri benissimo, e il dott. Stellini è un vile che non ha
mai preso una sciabola, nè un fioretto: non si batterà.
— Oh si batterà! si batterà!
— Non si batterà, stai sicuro: e allora, vedi, gli facciamo firmare una
dichiarazione la più umiliante, la più infamante che sia possibile,
gliela pubblichiamo insieme col verbale, e lo svergognamo!
— Benissimo, ma per obbligarlo a firmare questa dichiarazione bisogna
prima provocare un’offesa da lui, ed è quello che voglio.
— Già già, ma sbrigati.
— Dove posso trovar questo mascalzone? io l’andrò cercando per tutta
Roma! quali sono i luoghi che è solito frequentare?
— Io spesso lo vedo al Pincio, so che recapita in una farmacia in via
Gregoriana, e pranza in un’osteriuccia in Piazza di Pietra: qualche
volta viene anche in casa Gobbetta: io stasera ci vado a far la
partita: vieni anche te; chi sa che non ci capiti la palla al balzo...
vieni, vieni.
— Sì sì verrò: addio.
XVI.
Il dottore, neppure a farlo apposta, quella sera capitò proprio in casa
del banchiere commendatore Anatolio Gobbetta.
Era una casa ricchissima, dove andava donna Angioliera, e perciò anche
lui quando, come questa volta, ella lo avvertiva. Ma vi andava così
di rado, che il comm. Anatolio e la sua bella moglie, donna Aganippe,
quando, dopo mesi e mesi, lo rivedevano, non si ricordavano mai del suo
nome. Non trovando in quel salotto nessuna intima rispondenza che lo
potesse rendere socievole ed espansivo, egli vi rimaneva solitario, e
quasi silenzioso, tra un nuvolo di aristocratici vecchi e di borghesi
nuovi, tutti maldicenti, e molto bene mescolati dal comm. Gobbetta
intorno al suo gran potere bancario.
E alla banca, il commendatore (bell’uomo tra i 45 e i 49), è inutile
dirlo, era serio come un musulmano nella moschea, era assetato,
occorrendo, come Shyloch che esige la libbra di carne; ma la sera,
quando si riposava, col sigaro in bocca, in mezzo agli ospiti, nello
splendore del suo salotto, era gaio e leggiero e lingua assassina anche
lui, come occorreva per divertire e non affaticare la conversazione
delle signore.
La loquacità gentile delle signore ricreava l’orecchio come il murmure
vario d’un’uccellanda, più festosa però, perchè accompagnata spesso da
risa argentine, ed esclamazioni, provocate facilmente dai loro amici:
mariti, amanti, clienti, tutti concordi; taluno dei quali, con la canna
in mano dondolante, arieggiava a certi nobili nobilissimi dell’epoca
goldoniana.
Donna Angioliera non era ancora venuta, e il dottore, aspettandola,
girellava tra quei signori, cercava qualche viso femminile simpatico,
o qualche punto dove fermare il discorso, ma le parole che rivolgeva
o che riceveva da qualche labbro gentile, erano presto rapite
dall’onda invadente degli altri, che volevano conquistare per sè
tutta l’attenzione, tutta la stima della signora; sicchè il colloquio
annegava, e il dottore passava oltre. C’era per altro di che ammirare
con tutta quella gioconda esposizione di veli trasparenti come le ali
di certi coleotteri, di fiori, di piume, di merletti lievi come la
spuma del mare, di perle occhieggianti a gorgiera sui seni, di carni
spalmate di cipria grassa, e diffuse per le poltrone e per i sofà
suntuosi.
L’idolo della sera era una contessina non so se più nivea o più bionda,
ma così bene accordata nelle due note, che pareva una composizione
d’oro e d’avorio; con un bocchino dolce come un confetto, e aperto
a un sorriso che pareva imparato a memoria. Aveva intorno un corteo
di donne e fanciulle tutte innamorate di lei, in una briosissima
gara d’ammirazioni e di scherzi coi giovinotti. La povera contessina
rimaneva quasi spossata dalle sue stesse risa vezzose. Soltanto donna
Aganippe la guardava severa, perchè alcune volte la contessina era
scomparsa in altre stanze con Anatolio.
Proprio l’opposto di questa immagine di fanciulla sì pura, sì
sorridente, era una signora seria, in tutta la pompa ben nutrita della
sua mezza età. Seduta sola sopra un sofà, parlava affabile e modesta
con alcuni signori in piedi. Le signore pareva che rifuggissero da
lei come da qualche cosa di troppo evidente. E la signora invece
pareva affatto inconsapevole d’aver raggiunto il massimo effetto
dell’eleganza, unendo, nel suo abbigliamento, il nero della farfalla
notturna alle rose di primavera. Bellezza vigorosamente orientale,
l’ebano lucente delle sue sopracciglia, de’ suoi occhi, de’ suoi
capelli corvini, risaltava così bene per l’accento vivo di quelle
rose sparse sulla sua veste di velo nero, molto abbreviata! Ella, col
massimo candore, era trascorsa anche un po’ più giù di quell’estremo
limite delicato, a cui può arrivare, in una _soirée_, lo studio
del nudo: taluni quello studio lo facevano con piacere, e poi ne
mormoravano e ne ridevano intorno: bella gratitudine!
Dopo il thè e il _punch_, approssimandosi l’ora del gioco, il salotto
incominciò a diradare: giù nell’ampio cortile s’incominciò a sentire il
rumore delle carrozze partenti.
Un po’ più tardi, quando la compagnia era ridotta ai congiunti e ai
più intimi consorti di casa Gobbetta, entrò a invadere il salotto il
marchese di Mascarpone, con la sua grossa figura di sciabolatore e
d’intenditore d’equini, incivilito abbastanza dall’abito nero e dal
piastrone bianco della camicia, donde gli ciondolavano, tra lo sparato
e il _gilet_, un paio di guanti nuovi.
Egli guardò intorno con aria altera e trionfante, e strinse la mano a
tutti fuorchè al dottore.
— Il conte Aquilegi non c’è? — domandò a donna Aganippe.
— No.
«Che vigliacco!» egli bisbigliò, e tornò a fissare il dottor Fabio
Stellini, così con una grinta severa tra lo scozzone e il giandarme di
servizio...
Egli era geloso; non poteva dimenticare che donna Angioliera l’aveva
mortalmente offeso nel suo amor proprio: non poteva capire come donna
Angioliera favorisse quell’individuo con quella faccia antipatica da
poeta!... Invece l’individuo non sapendo in che cosa avesse mancato
verso colui, non poteva capire perchè lo guardasse tanto e con tanto
livore.
Da quella tensione era forse per scattare qualche parola o atto
impaziente, quando il marchese, sentendosi chiamare dall’amabile voce
di donna Aganippe, si volse, e vide signori e signore attenderlo al
tavolino verde, dove già eran seduti in mezzo allo sfolgorìo d’un gran
lume.
Il capitano si sedè anche lui al tavolino, ma il pensiero del dottore
lo distraeva dal gioco. L’avrebbe volentieri condannato ai ferri, alle
verghe, alla fucilazione.
Incominciò la partita, e presero tutti un aspetto serio, di gravità
pensierosa e superba. Donne e uomini, occupati da una medesima sete,
dismesso ogni brio, ogni civetteria, pareva implorassero tacitamente
la dea Fortuna che teneva su i loro capi sospese le sue bilance. Non
s’udiva che il rumore dei gettoni scambiati, e voci e vocine, che
chiedevano carte, carte. Fumavan tutti, donne e uomini; v’era pure
qualche _sigaressa_ tra i sigari; cioè qualche signora che fumava
maschiamente un lungo virginia da trenta chiedendo carte, carte.
Il dottore se ne sarebbe andato ben volontieri, ma era un uomo
fantastico e sensuale. Era, per esempio, una sua idea fantastica,
quella di parergli che l’ottusa volgarità, la sordidezza, la
falsità del cuore cattivo, e la bassa bindoleria si allargassero e
si sdraiassero nell’opulenza grassa di quel salotto, la cui pompa
aristocratica gli pareva presa a nolo dai tappezzieri, e dagli
antiquari. Gli pareva di sentire alitare colà, in mezzo a tanti
profumi, un lieve sitarello di sepoltura morale. Ubbie, ubbie d’una
testa fantastica! Quando si vogliono avere simili ubbie, non si è così
sensuali: non si soffre la pena della propria sensualità tollerando le
stramberie e la servitù d’una donna svagata ormai da altri pensieri.
Ella gli aveva scritto, è vero, che quella sera sarebbe venuta, dopo
il teatro, in casa Gobbetta a giocare, ma intanto l’ora già declinava,
ella non compariva, e il dottore si rodeva nell’inquietudine cupa del
non vederla venire. Eppure sperava ancora, restava ancora là in piedi
presso quel tavolino! Non aveva abbastanza quattrini per cimentarsi
con la fortuna come que’ signori ricchissimi, e li guardava per vedere
che specie di viso facessero ora che eran sinceri, cioè ora che non
pensavano che a vincere danari, danari in quell’ingorda battaglia di
carte.
Il marchese di Mascarpone buttò là le carte sul tavolino. Aveva perduto
due partite una dopo l’altra. Il dottore sorrise.
— Dottore — gli gridò il marchese, con l’autorità d’un comando
minaccioso — si scosti dal tavolino: lei mi dà la iettatura!
Tutti risero gaiamente.
Il dottore non si mosse.
— Ha capito? mi dà la iettatura.
Le risa continuavano, e dimostravano la soddisfazione generale di veder
quell’uomo schernito, e così pallido e serio, in mezzo a quell’allegria.
— Non mi maraviglio — egli disse — che qui si rida tanto agli scherzi
napoletani del sor marchese.
Il marchese lo guardò con una certa vibrazione dura e truce delle
mascelle.
— Non mi maraviglio! — esclamò — scherzi napoletani! che intende dire?
che scherzi? io non scherzo mai cogl’inferiori!
— Sia pure — gli rispose accigliato il dottore — io non vorrei esserle
eguale! lei mi provoca inutilmente!
Il marchese fece scattare, col pollice iroso, un mazzo di carte, e lo
passò al banchiere.
— Commendatore — gli disse — su un’altra partita! guardiamo se mi porta
ancora la iettatura: chi non sa stare allo scherzo, dovrebbe andare in
cima ad una montagna, non venire nei salotti tra le signore.
Il dottore non si mosse: non voleva andarsene come scacciato e pauroso;
non voleva rispondere, non essendoci parola valida contro quella
deliberata malevolenza di tutti: perciò taceva, e aspettava.
«Non vorrei esserle eguale!... mascalzone!» mormorò a voce più bassa il
marchese.
Il dottore l’udì, come l’udirono tutti, e si slanciò con la mano
alzata; ma prima che quella mano arrivasse al marchese, la faccia
olofernica di costui balenò inorridita tra due che entrarono in mezzo,
ed ei la salvò, la faccia, rovesciandola indietro sul petto di donna
Aganippe: questa gridò e s’alzò: tutte le signore gridavano impaurite,
o indignate; i gridi degli uomini significavano biasimo, ira, minaccia.
Una rissa da taverna nel salotto del banchiere Gobbetta! Il dottore si
fogò di nuovo per barbare un terribile pugno al marchese che, tenuto
indietro da forti braccia, potè ancora schivare il colpo, e il dottore
fu di nuovo respinto con un urlo generale d’indignazione.
— Lei non è un gentiluomo! non è una persona educata.
— M’ha detto mascalzone!
— Non è vero! — gridarono tutti col capitano.
— Ah brutta razza di gentiluomini bugiardi! fango signorile! larve di
maschere turpi!... canaglia!
— Esca! esca!
— A domani! a domani! — gridava il capitano.
— Sì sì, preparerò i miei ferri chirurgici, o bestia più stupida di
Golia filisteo!
Tutti i servitori della casa, accorsi, lo premevano alle calcagne; e
il dottore uscì dal luminoso salotto in mezzo allo scompiglio, alle
minacce, ai gridi, ai fremiti generali. Due o tre signore svennero.
XVII.
Egli uscì dal palazzo del banchiere acceso d’un’ira non meno cieca
di quella che sconvolge e fa micidiali gli elementi della natura. In
quel momento era spinto alla vendetta come ad un atto meritatissimo
di giustizia verso un soverchiatore che non aveva mai offeso, mentre
in lui appariva sì manifesta e sì perversa l’intenzione di fargli del
male, e perchè?... non ne sapeva il motivo.
Si fermò sulla strada ad aspettarlo. Era una strada delle più solitarie
di Roma, poco illuminata, e chiusa da alti palazzi che si perdevano
nell’oscurità delle stelle.
Il portinaio s’insospettì di quell’uomo uscito con tanta furia, lo
spiò dalla finestretta, e vedendolo passeggiare su e giù come una
sentinella, capì che era un male intenzionato, e salì premuroso a dirlo
ai padroni.
Sorsero molte voci in salotto che consigliavano d’avvisar la questura,
ma il marchese vi s’oppose con tutta l’energia del suo terribile
sguardo.
— Questi timori — disse — sono assolutamente ridicoli! carte!
E giocò e sbravazzò fino a tardissima notte.
Poi spinse la temerità fino a volere andar solo. Zitto zitto seguì per
lo scalone una di quelle signore, avvolta le spalle nude d’un gran
manto violaceo, trascinante, e orlato di zibellino. Si ritrovarono
insieme, come per caso, nelle tenebre del cortile, allo sportello della
carrozza, e salendovi, ella gli porse la mano, e con pietà femminea lo
trasse a sè come se volesse salvarlo da un incontro funesto. Se non che
ella amava spesso di galoppare notturnamente per le strade di Roma con
qualche amico, riportandone tutt’al più qualche strappatura nella veste
regale.
Quella notte, prendendo nella sua carrozza il marchese, ella salvò
anche il dottore. Perchè se il dottore avesse affrontato il marchese in
istrada, avrebbe sofferto egli solo gli ultimi e peggiori effetti di
tutto quel viluppo di ree passioni che accentravasi in lui e in donna
Angioliera, non gli sarebbe mancata la condanna del codice penale, nè
quella di tutto il genere umano; mentre invece là sul terreno, col
ferro in pugno, e i testimoni presenti, quel medesimo atto ostile
d’offesa, diveniva agli occhi di tutti una cosa ben diversa, cioè
diveniva un atto cavalleresco. Anche se ammazzava il marchese, egli
era ben ammazzato in quelle forme quasi legali! un omicidio in quel
modo non gli toglieva la stima dei gentiluomini: anzi gliel’avrebbero
dimostrata con delle strette di mano anche più inglesi.
Il dottore non aveva mai approvato i duelli: ma la vita, questo curioso
poliedro dalle facce infinite, c’insegna che tutto è necessario, e che
all’occorrenza divengono logiche anche le assurdità. Ora il dottore si
compiaceva a pensare che avrebbe avuto di fronte quell’uomo odiato.
Sentiva di far cosa contraria ai suoi principii, la irrideva in sè
stesso come una volgare follìa, ma l’odio contro colui, e la vanità di
non parer vile a donna Angioliera, erano più forti della sua coscienza
e della sua ragione. E questo, quando di donna Angioliera non ne voleva
ormai più sapere, quando sentiva per lei quel disgusto che si ha per
ogni cosa discordante e nociva.
L’ultima volta che s’eran visti ella avevagli dato una nuova prova
di quella sincerità o ingenuità così allettatrice, così incitosa,
e, come in quello che ora diremo, più scaltra della malizia, e più
barbara dell’inganno celato sotto un’apparenza fedele. Gli s’era
mostrata ammiratissima d’un principe tedesco, un pittore paesista, che
frequentava quegli opulenti salotti dove il bel sesso volge la ruota
della fortuna, insinua le proprie grazie nella politica, nella scienza,
nella letteratura, nell’arte, e infine in tutte le più gravi questioni
che talora risolve in un batter d’occhio. Poi, il principe ella l’aveva
rivisto al Pincio in un bel mattino, mentre egli dipingeva, da uno
di quei terrazzi, la cupola di S. Pietro elevata sola nel luminoso
orizzonte dei colli severi, e più avanti, a destra, i grandi pini che
allineano il muraglione della villa Borghese. Lì presso traboccava la
fontana come una gran pàtera sempre colma. Maria, affidata all’agilità
del suo corpicino di bambina forte e felice, correva per quei foschi
viali di castagni e di palme con altri fanciulli della sua età; e la
mamma era rapita dalla propria ammirazione per il principe paesista,
biondo e bello come il Manfredi di Dante.
Il dottore, ascoltando quelle lodi, la guardava rannuvolato, e si
ricordava che quando ella più ardeva di lui, egli l’aveva vista
sorridere in quella guisa, così inebriata.
— Oh gli strani voli della mia fantasia! — ella soggiunse — non te
n’avere a male: li avevo anche da bambina: un signore veniva spesso a
visitare mammà... Dio mio che bene che gli volevo! mi nascondevo dietro
un uscio, e quando passava, gli saltavo al collo, e lo baciavo.
— Quello che ora tu vorresti fare a Manfredi!
— No; ora non sono più una bambina.
— Ma tu l’ami Manfredi!
— Se anche fosse... lui non lo saprà mai.
— Non lo saprà mai... e tu hai il coraggio di farlo sapere a me?
Ella non rispose, e il dottore si sentì in petto come una corrente
d’odio capace di fulminarla; lo prese un pensiero violento di
distruzione, avrebbe voluto spezzarla come si spezza una verga, e se ne
salvò lasciandola in fretta.
S’era proposto di non curarsene più: non voleva tiranneggiarla, non
voleva offenderla, ma neanche voleva seguirla come un accattone segue
un signore avaro: il signore era lui. E già, dopo due settimane di
silenzio e di tortura, egli sentiva rinascere in sè la fierezza di chi
deve solo a sè stesso la propria liberazione, quando ella lo riprese
con la letterina seguente:
«Tu dovresti conoscere, o caro, quanto il mio cuore è pieno
d’ingenuità. T’è rincresciuta la mia ammirazione per quel signore?...
Un’ammirazione sì pura! Vuoi dunque soffocarmi con il tuo odio? Sei
così egoista? Io non lo sono punto. Vuoi rivedermi? Mi vuoi stringere
la mano senza rancore? Vieni stasera dal banchiere Gobbetta. Io
ci verrò dopo il teatro col pretesto di giuocare, ma invece per
trattenermi con te, ecc., ecc.»
Non credè alla voce della sirena, ma il non crederle, non lo scampò
dall’esserne sedotto di nuovo. Dal fondo dell’amore non vinto, gli
rinacque un gran desiderio di rivederla, di scrutare ancora la colpa o
l’innocenza in quel bellissimo viso; e un senso cortese di non mancare
all’invito, un delicato timore di non respingere troppo duramente una
donna che pure gli aveva dato sì grandi prove d’amarlo; tutti questi
impulsi della passione vinsero il freddo, il dignitoso proposito della
mente. Egli ritornò in quella casa del banchiere affatto straniera per
lui, piegandosi di nuovo a quella falsità dell’ossequio verso persone
sì avverse, e sì capaci di quella vile malignità comune a tutta la
specie umana, ma che più facilmente s’esperimenta colà dove la bassezza
è maggiore.
Ed era rimasto deluso: donna Angioliera non s’era lasciata vedere.
N’era stata impedita da qualche giusto motivo? Egli aveva troppe
ragioni per non crederlo. Non solo quell’ombra molesta del principe
tedesco lo persuadeva che ormai ella eragli infida, ma glielo
persuadevano pure le sue visite scarse ultimamente, e spesso mancate,
sì frequenti invece una volta, sfidando talora, con eroica imprudenza,
gli occhi e le spie: e le sue lettere, il suo pane, com’ella già
le chiamava, lasciate ferme in posta, senza curarsi di ritirarle:
e le scuse poi addotte: scuse inverosimili da donna che si diletta
a torturarvi facendo travedere, sotto un velo leggiero, la perfida
orditura de’ suoi sotterfugi.
«Quest’amore io avrei dovuto spengerlo in cuna — egli diceva a sè
stesso — non lasciarlo crescere perchè poi divenisse una piccola vipera
attorcigliata a tutto lo stame della mia vita. Il residuo di quanto
arse, di quanto visse, è la cenere, e se io non ardessi ancora, non mi
ribellerei invano a questa logica inesorabile delle cose che solo è
vera, e per cui è a me così naturale il dolermi, come a lei l’andare
dove la portano i voli strani della sua fantasia di lucciola errante.
Ella ha nell’anima il fuoco e la notte: in quel fuoco è tutto il bene
e tutto il male di cui è capace: dipoi, quando gli anni le avranno
rapito ogni potenza di seduzione, non rimarrà che la notte, cioè il
rimpianto, la tristezza e la noia nell’oscurità di tutti gli affetti,
di tutte le bontà, di tutte le altezze che non conobbe. Tale è il suo
destino: perchè invidiarle dunque questa sua felicità sì fugace?...
Morte a tutti i tiranni, anche a quelli dell’amore! Otello non è meno
esecrabile di Caligola e d’Ezzelino. Io sono peggiore di lei. Io
soffro ora la pena dovuta alla mia sensualità, al mio egoismo, alla
mia debolezza: ora m’è reso quello che io ho fatto soffrire a quel
povero conte Aquilegi. Pover’uomo! pover’uomo! quel giorno che io lo
vidi alla villa, egli mi guardava con gli occhi inorriditi, sbarrati,
con un sorriso così immobile, che pareva fissato sulle labbra d’una
maschera pallida, stralunata... la sua sofferenza mi fece ribrezzo e
pietà... una sofferenza simile a questa mia: un’ignobile sofferenza!
Io me la merito, e nondimeno l’abbandono di quella donna mi strazia
come se io ne fossi immeritevole; mi urta come una villania, come
un’ingiustizia, una malvagità. Io avrò la forza di non più seguire quel
suo vago sembiante composto di capriccio, di voluttà, di superbia e di
frivolezza. Dal seno di quelle sue grazie escono ora le furie punitrici
del mio peccato: ebbene io vincerò anche le furie, io cambierò in
purificazione il loro tormento!...»
Così egli si proponeva, e intanto albeggiava.
Spalancò la finestra, e lo sorprese quel gran silenzio, e quella gran
pace del mondo ancora assopito. Il Tevere scorreva fra due convalli
nebbiose, lento e remoto; la luna piena, come una gran lampada d’oro
che, durante la notte, si fosse avvicinata alla terra, irradiava
le tacite onde; e quello splendore pareva sorridere al giorno che
diffondeva pel cielo la sua rosea verginità mattinale.
Innanzi a quel lieto risorgere della luce, lo sorprese l’immagine
oscura della morte che forse l’aspettava in duello, e pensò:
«Quell’uomo già premedita il colpo assassino, ed è più forte, e più
esperto di me. Voglio scrivere dunque a Angioliera, e se anche non
muoio, sarà per l’ultima volta.»
In quel proposito di scriverle egli celava l’intenzione di vendicarsi.
Le tacque l’accaduto di quella sera, ma adoperò la penna come un
pugnale che, in caso di morte, le restasse nell’anima, avvelenato.
Invece quelle parole crude, quelle pungenti ironie la commossero ben
poco, irritarono molto il suo orgoglio, la sua grande sensibilità
femminile, soddisfecero la sua vanità perchè la vincitrice era sempre
lei, quell’uomo l’amava ancora, e insieme le dettero il pretesto di
ribellarsi al dispotismo d’una passione, in lei quasi spenta.
... Oh rimproverarla tanto d’esser mancata in casa Gobbetta, quando
suo marito gliel’aveva proibito severamente, e lei s’era sottomessa da
buona moglie!... I rimproveri del dottore ora le erano insopportabili
come quelli di suo marito, perchè tutt’e due esigevano da lei
l’impossibile: esigevano la devozione, la tenerezza, la servitù del suo
cuore, quando il suo cuore ormai tendeva verso un altro ideale, verso
un’altra primizia desiderata, verso, insomma, il biondo Manfredi. Lui
solo la poteva ora rimproverare, lui solo la comprendeva. Al marito
la legava ancora il barbaro vincolo della legge civile, e pazienza!
ma questo vincolo col dottore non c’era, nè c’era più ormai l’altro
spontaneo del cuore, perchè il suo cuore apparteneva a Manfredi, dunque
che la lasciasse in pace. La colpa era tutta sua, sì tutta del dottore!
Lei era buona, e con quella pietosa finzione delle povere donne schiave
e sacrificate, avrebbe potuto seguitare ad essergli amica, ma giacchè
lui lo voleva per forza, nulla per forza, e tutto per amore! tutto
tutto a Manfredi, e lui la lasciasse in pace. Si ricorderebbe sempre di
lui, ma l’aveva troppo offesa con quella lettera: nessuno le aveva mai
dette quelle cose, no!... non gliel’avrebbe mai perdonate!
Non si volle neppure giustificare, gli tacque superbamente il motivo
che l’aveva fatta mancare all’appuntamento: credesse pure quel che
voleva!... e gli rimandò quella lettera sì offensiva dicendogli addio
per sempre. Se non che era certa che il dottore sarebbe tornato ancora
a pregarla; e lei, contenta di vederselo ancora ai piedi, avrebbe
avuto però il dispiacere di non potergli più accordare nessuna grazia,
neppure un mezzo bacio... per non fare un torto a Manfredi.
XVIII.
Simile effetto ebbe quella lettera nell’animo di donna Angioliera, ma
al dottor Fabio quello sfogo procurò un buon sonno di tre o quattr’ore.
Quando si destò si sentì stanco, ma meno violentato da quei pensieri
che la sera prima l’avevano spinto fino all’insano proposito
d’aspettare in istrada il marchese. Non già che quei pensieri non se li
sentisse fremere ancora; ma mentre prima di quel sonno benefico egli
era come una povera vela sull’abisso delle onde, ora su quelle onde i
venti s’erano rallentati; la ragione aveva ripreso il suo impero, e ciò
gli dava un senso di magnanimità e di fierezza. Con quei primi impeti
era un po’ sbollito anche il suo odio contro il marchese, a cui non
poteva pensare senza aggiungergli due enormi orecchie asinine; non già
per poco rispetto degli asini soccorritori miti e pazienti al travaglio
umano, ma per il gusto di rappresentarsi quella testa di falso eroe
come un mito della malvagia e stolida prepotenza.
Restava fermo intanto nel suo proposito d’accettare la sfida. Era
risoluto di non più sopportare i capricci, le bizzarrie di donna
Angioliera, ma non voleva che ella giustificasse sè stessa, reputando
lui pusillanime e vile. Il motivo era frivolo, ma certe cose frivole
ci trascinano talora più delle serie; e perciò, sbrigate in fretta le
visite più importanti, ritornò presto a casa ad aspettarvi i padrini
del marchese di Mascarpone.
L’uno era il giovane ed elegante avvocato Ugo di San Secondo, e
l’altro (il dottore quasi non credeva ai suoi occhi) era il conte
Pier Francesco Aquilegi. Egli aveva dovuto subordinarsi alla volontà
dell’amico, a nome del quale rimise al dottore due buste. L’una
conteneva la lettera del marchese che nominava lui e l’avvocato suoi
testimoni, e l’altra una dichiarazione già tutta scritta, e che il
dottore doveva semplicemente firmare, se gli fosse piaciuto.
Secondo ii codice cavalleresco, l’offeso era il marchese perchè più
gravemente ingiuriato: perciò «dette le ragioni, ecc. ecc., il capitano
marchese Rolando di Mascarpone chiedeva uno scontro con le armi al
signor dottore, ecc. ecc.; ovvero chiedeva semplicemente che egli
firmasse, ecc. ecc....»
I due gentiluomini guardavano immobili e attentissimi il dottore
che leggeva la dichiarazione. Ma la faccia del conte Aquilegi è
indescrivibile: meritava certo d’esser fotografata. Malcontento della
parte che gli era imposta dall’amicizia, egli nondimeno la sosteneva
sul serio, e con un piglio violento, feroce e comminatorio pareva dire
al dottore:
«O voi, signor dottore, accettate il combattimento, ecc. ecc., oppure
firmate codesta carta, con la quale dichiarate d’avere agito da vile
e da villano, non tollerando uno scherzo innocente del marchese
capitano Rolando di Mascarpone, e rispondendogli offese e minacce punto
cavalleresche, cioè indegne di un gentiluomo, ecc. ecc....»
Il dottore, dopo aver letto, alzò gli occhi dal foglio, e li rivolse a
guardare, uno dopo l’altro, i due gentiluomini pieno d’ammirazione, e
deplorando che fra i fenomeni storici si fosse avuto anche quello della
cavalleria, che gli vietava di farli saltare a colpi di frusta.
— Accetto la sfida — egli disse, facendo in quattro brani quel foglio.
Scambiate poche parole per fissare il luogo dove si sarebbero abboccati
i testimoni delle due parti, i due gentiluomini uscirono senza salutare
il dottore, offesi che egli avesse strappato, in faccia a loro, quella
insidiosa dichiarazione.
— Io mi sono frenato soltanto per non pregiudicare la questione
principale — disse il conte all’avvocato: e ambedue lanciarono alle
spalle del dottore i più eroici insulti.
Il dottore capì di fare il gioco di quella canaglia cavalleresca, ma
come uscirne senza parere un vigliacco, o prenderli tutti a legnate?
Uscì subito per trovarsi i padrini. Quattro de’ suoi colleghi si
scusarono di non poterlo servire.
Ricorse allora a un suo compagno d’università, capitano dei granatieri,
il dott. Giustini, un milanese allegrone che aveva lasciata la toga per
la divisa: molto amava, molto beveva, molto fumava, senza risentirne
gli effetti salvo che al viso, assai rubicondo.
— Caro dottore — gli disse — il nostro colonnello ci ha proibito
d’immischiarci nei duelli dei borghesi, ma tu sei un compagno di quei
tempi... «quei tempi che non tornan mai!» come disse il Giusti, e per
te vo volentieri agli arresti.
— Mi dispiace di procurarti non solo un incomodo, ma anche una
punizione.
— E credi che io guardi a questo quando si tratta d’aiutare un amico,
in un’occasione simile? chi non cura l’onore dell’amico, non cura
neppure il proprio!
— Ringrazio Dio d’aver trovato finalmente un uomo di cuore! — gridò il
dottore.
E i due compagni d’università s’abbracciarono.
Andarono subito a cercare il sergente Barucca.
— Vedrai che lui accetta di farti da testimone — gli disse il capitano
per via — era il più svelto tiratore del reggimento, e cantore famoso
di canzonette: non c’era ragazza del vicinato che non sentisse la sua
voce sentimentale, e la sua chitarra: un po’ romantico come tutti
i granatieri d’una volta che avevano letto le poesie del Prati, e
l’_Ettore Fieramosca_: ma ora s’è dato al sodo: è impiegato, come t’ho
detto, al Ministero delle finanze.
Il sergente Barucca fu lietissimo che il suo capitano si fosse
ricordato di lui.
— Gli amici degli amici son nostri amici! — egli disse al dottore
piegando un poco la sua alta e snella figura che serbava ancora, sotto
l’abito borghese, la severa eleganza del granatiere; e soggiunse: —
Che cosa non farei io per il mio capitano che m’ha salvato tante volte
dalla fucilazione!
— Quanto me ne pento! quanto me ne pento! — esclamò il capitano con una
sonora risata, che infiammò vie più il suo bel viso vermiglio.
Ebbero dal dottore, senza esagerazioni e senza omissioni, tutti
gli schiarimenti che erano necessari, e quindi, all’ora fissata,
conferirono con gli altri due testimoni in casa dell’avvocato di S.
Secondo.
Il capitano Giustini ritornò dall’abboccamento, con la faccia vermiglia
molto rannuvolata.
— Io, insomma — disse al dottore — accettai d’esserti padrino per
tutelare il tuo onore, ma anche sperando di non spingere le cose al
peggio. «Il nostro dovere è di trattare la questione nel modo il meno
funesto ai nostri _primi_:» ho detto ai padrini del marchese: ma loro,
senza volerlo mostrare, covavano della malevolenza contro di te.
— Lo sapevo! — esclamò il dottore.
— Specialmente il conte Aquilegi! — continuò il capitano — era
dolentissimo, ma con quel suo viso di santo, e moltissima cortesia
gesuitica ripeteva che la questione non si poteva risolvere a mezzo,
l’onore del suo carissimo amico v’era impegnato, l’onore prima di
tutto, l’offesa fatta al suo amico era di _terzo grado_, cioè la
suprema offesa... insomma, come vedi qui dal verbale di scontro, le
condizioni son gravi: nessun colpo è escluso, e si dovranno ripetere
gli assalti fino all’impossibilità di continuare il combattimento.
— Va bene: — disse il dottore — se così vuole il codice della
cavalleria in mano della canaglia, oppure la nostra stupidità e il
nostro cattivo istinto, questa è una fatalità come un’altra, e non c’è
che dire: andiamo dunque in sala di scherma, amici, perchè io da quando
lasciai l’Università, non ho più ripreso la sciabola, e ho bisogno di
rimettermi un po’ in esercizio.
— Andiamo pure — disse il Barucca — e io le insegnerò un colpo che non
lo insegna nessun maestro, un colpo che non si trova in nessun trattato
di scherma...
— Un colpo di tua invenzione, Barucca? — domandò il capitano ridendo.
— No, me lo insegnò uno zuavo francese nel ’59, e se il signor dottore
gliel’appioppa bene, è un colpo sicuro come quello della morte: lo
infila là come un rospo.
— Dio lo voglia! — disse il dottore — la buona volontà non mi manca. —
E andarono in sala d’armi.
Era un grande stanzone un tempo malinconica sagrestia d’un convento di
francescani, come mostrava ancora il lavabo sorretto da due angioletti.
Tre alte finestre mandavano una luce ammezzata, una luce quasi di
chiesa, sulle muraglie umide, grigie, coperte di trofei, di bandierine
tricolori, e di sentenze marziali.
Dopo due o tre assalti col sergente Barucca, il dottore si sentì il
braccio gagliardo, e ancora capace dell’antica velocità, destrezza,
esattezza di movimenti. Nella necessità di difendersi e d’assalire
il nemico, tutte le norme dell’arte gli occorrevano pronte come se
rispondessero ad un appello.
— Bene — gli diceva il Barucca — ma bisogna ancora allenarsi alla
resistenza: bisogna ripetere ancora quel colpo; bisogna che il fendente
non solo sposti il ferro dell’avversario, ma l’abbatta giù a terra, e
così trovi un varco aperto al colpo di punta: da capo!... là... là...
là... e là... bene: ora a fondo, prima che l’avversario ritorni in
guardia... là... là... là... e là... bene: da capo: in guardia!
E così per una trentina di volte: il che al dottore, per vero dire,
pareva un po’ comico nella serietà della cosa, ma era parato, come don
Chisciotte, a tutte le sorti della battaglia.
— Sei un forte e agile schermitore che tocca poco, ma tocca bene — gli
disse il capitano Giustini.
E il sergente Barucca, levatasi la maschera, salutò il dottore, e
depose il ferro, cantarellando:
La stagion delle morette
È l’aprile, il maggio e il giugno.
XIX.
Il giorno dopo il dottore e il Barucca fecero colazione insieme. Poi,
verso il tocco il dottore e il Barucca, portando seco due sciabole bene
affilate e di perfetta misura, avvolte in un panno verde, entrarono
quasi furtivamente in una carrozza chiusa che li aspettava.
La carrozza percorse le vie rumorose e lunghe dove, fra la folla varia,
è sì frequente anc’oggi la comparsa di preti, frati e seminaristi
d’ogni colore, e uscì fuor di Roma. È lì ancora a due passi, Roma,
ricinta dalle antiche mura aureliane, sormontata, nel deserto, dalla
cupola di S. Pietro; e nondimeno, appena passata la porta, sembra
già sì lontana, dinanzi a quella solitudine vasta e improvvisa della
campagna. Par d’inoltrarsi nel cimitero più memorabile e più tragico
della storia, che ivi tiene come sospesi e raccolti tutti i suoi echi.
Il Barucca era allegro. Sebbene sapesse da quello che aveva detto il
conte Aquilegi nel convegno dei testimoni, che l’uno o l’altro dei due
campioni doveva restar sul terreno, nondimeno s’era trovato in tanti
duelli, aveva visto nel ’59 tanti morti e tanti feriti sparsi pei
campi di Lombardia come una sacra sementa, da cui doveva sorgere la
nostra libertà sì intemerata e gloriosa; che lui non dava importanza a
quel duelluccio di due borghesi. Ormai anche il Barucca era un oscuro
borghese, ma per lui non c’era di veramente serio che l’assoluta,
inevitabile esigenza del dovere militare. Egli dunque a quando a quando
cantarellava:
La stagion delle morette
È l’aprile, il maggio e il giugno.
— E delle bionde? — gli domandò il dottore.
— Tutto l’anno!
Il dottore guardò fuori per la campagna: era grande e tetra. Dalla
parte buia del mare vedevasi come un continuo elevarsi e percuotere
d’onde lucenti: un forte vento di marzo tribolava le erbe, faceva
bisbigliare le siepi, squassava, in cima alle collinette verdi, i
foschi ombrelli dei pini, e cacciava a nubi la polvere dei sepolcri
per quel deserto muto e ondeggiante: le lunghe linee spezzate degli
acquedotti parevano un disastro.
Dietro la carrozza galoppavano due cavalli.
— Ferma — disse il dottore al cocchiere.
Il capitano Giustini, impedito di venir prima dal suo servizio in
caserma, scese da cavallo, lo lasciò al soldato, e salì in carrozza
tutto polveroso, salutando gli amici. La carrozza riprese la corsa per
quella strada sì lunga che pareva portare ai confini dell’impero romano.
— Questo ventaccio non è punto favorevole allo scontro — disse il
Giustini di malumore.
— Se non ci fosse il vento — gli rispose il dottore — ci sarebbe la
pioggia con questi nuvoloni neri che vanno attorno pel cielo come anime
disperate: ringraziamo dunque chi ce lo manda il vento, e speriamo che
il mio colpo non vada al vento, come tante altre cose.
— Non anderà, se gli misura bene il mio colpo — disse il Barucca.
— Sì sì, non uscirà vivo dalle mie mani! — rispose il dottore sentendo
in sè ribollire l’ira.
— Siamo arrivati — disse il capitano. — Siamo in orario — soggiunse
dopo aver guardato l’orologio; e additò una carrozza ferma là sulla
strada, presso il limite d’una macchia.
Scesero a una cappella rustica che aveva sul povero altare, davanti un
antichissimo crocifisso, alcuni mazzi di fiori appassiti. Lasciarono
qui la carrozza insieme con l’altra, e si misero su per un bosco di
querci, a cui il vento strappava le ultime foglie secche e volanti.
Non andarono molto innanzi che scorsero, sulla cima d’un poggio, tra
gli scheletri nudi delle querci, il marchese di Mascarpone, il conte
Aquilegi, l’avvocato di San Secondo, e un altro signore che era il
chirurgo. Essi vennero subito ad incontrarli, serissimi, e tutt’e
quattro col sigaro in bocca.
Dopo una levata di cappello reciproca, procederono tutti nella medesima
direzione, in silenzio.
I quattro padrini e il medico s’affrettarono innanzi per cercare uno
spazio piano, possibilmente riparato dal vento e meno ingombro di
foglie.
I due avversari si sogguardavano a quando a quando.
Il marchese di Mascarpone voleva conoscere dal viso, dal contegno,
dall’andatura; il valore, la forza, il pensiero del suo nemico, e si
augurava di trionfarne con un buon colpo mortale.
«Se posso, ti riposo per sempre» egli diceva tra sè, vibrando le dure
mascelle.
«Bello scheletro per un gabinetto d’anatomia!» pensava intanto il
dottore «Ma che ne sarà di me fra mezz’ora? L’avrò io la gloria
d’essere un omicida?... Non la voglio. L’inquietudine del rimorso, la
giustizia del tribunale, le testimonianze bugiarde di tutte le false
gentildonne e gentiluomini di casa Gobbetta, tutto questo sarebbe per
me un’odiosa subordinazione agli uomini disonesti e alla mia coscienza,
mia accusatrice spietata; tutto questo sarebbe per me più orribile
della morte. La giustizia è ora qui affidata al mio braccio, ma io non
ne abuserò: io risparmierò ai vivi, ai prodi, questa cima di farabutto.»
I padrini, guardando dall’alto dei poggi, scorsero finalmente un
sentiero piano, abbastanza spazioso e riparato dal vento, sotto un
dirupo, tra virgulti e rovi sfrondati.
Si raccolsero tutti laggiù in quell’ombra umida e triste.
Il dì declinava, e il sole, come un’immensa e luminosa tela di ragno,
spandeva nel bosco il rossore della sua ruota sanguigna: occorreva
affrettarsi.
Il conte Aquilegi, come superiore d’età, fu nominato direttore
della pugna. I due si tolsero l’abito, si nudarono il petto, le
braccia, e andaron di fronte, ciascuno ai due limiti opposti, segnati
all’azione... Non si salutarono, salutarono solo i padrini: poi
rimasero con la sciabola in linea e l’occhio fisso. Quell’aura cruda
di marzo scrosciava tra le foglie come un furore di riso, e faceva
oscillare la punta delle sciabole...
— Avanti, signori! — gridò il conte Aquilegi con la sciabola sguainata.
Si vennero incontro in mezzo al silenzio degli astanti. Il dottore,
che sapeva con quali ingiurie avesse risposto alla provocazione
del marchese, s’aspettava di vederselo piombare addosso con un
gran fendente di testa, o colpo di punta. Invece il marchese era
freddissimo: smorto come un cadavere, con gli occhi mobilissimi
ed esprimenti un’attenzione paurosa e feroce, non s’avventurava
all’offesa, indietreggiava, parava le botte strettamente, abilmente, e
sì frettoloso che i suoi moti, più che cavallereschi, eran grotteschi.
E indietreggiando sempre, l’impetuoso dottore lo respingeva sempre al
di là del varco prescritto al combattimento.
— Avanti, signori! — doveva ripetere a ogni nuovo assalto il conte
Aquilegi: e vedendo che il suo amico non si risolveva ancora ad
assalire e finire il dottore:
«Che vigliacco! che vigliacco!» mormorava tra sè, e avrebbe voluto
assalirlo e finirlo lui.
«Che stupido d’un borghese!» pensava il sergente Barucca: «ha slancio,
ma manca assolutamente di buon senso: vibra sempre quei colpi al
braccio, sopra, in dentro, di fianco: il marchese li para sempre
benissimo, non vuole scoprirsi, e così non si finisce mai: ma dagli giù
una buona _puntata di filo_, come io t’ho insegnato, e mandalo fuor di
combattimento, prima che lui ti mandi!»
L’avvocato di San Secondo rinforcava le lenti impazientemente su quel
suo nasetto da sparviere legale, ma il capitano Giustini, rubicondo e
grosso com’era, aveva un cuore ottimo e onesto. Trepidava per il suo
amico, ne capiva l’intento, e fidandosi poco del direttore Aquilegi,
accompagnava con gli occhi ogni moto, ogni passo, ogni anelito quasi
dei combattenti, per arrestarli non appena l’uno o l’altro fosse
rimasto _toccato_.
Finalmente, al dodicesimo assalto, il dottore, stanco di quel continuo
attaccare e incalzare, vibrò impaziente, per finirla, il colpo
infallibile del Barucca; e gliene balenò uno a lui sulla fronte, rapido
come una beccata di falco, ma in parte sviato da una _parata di sesta_,
senza la quale il marchese gli avrebbe spaccato il cranio... Il sangue
gli corse come un ruscello sugli occhi abbagliati: il capitano Giustini
si slanciò in mezzo ad arrestare il marchese, ed il Barucca e il medico
accorsero a sostenere il ferito che vacillava, cercando un sostegno.
XX.
S’era liberato dall’ombra del marchese di Mascarpone!... Quale
tortura non sarebbe stata per lui che sentiva così acutamente il
rimorso, l’essere perseguitato in eterno da quell’ombra formidabile e
sciocca!... Certo che preferiva giacere, nella sua camera solitaria,
col ghiaccio sulla ferita, in preda a un sopore orribile, inquieto,
una specie di crepuscolo precedente l’ultima notte, pieno di larve, di
chimere buie, orrende, indefinibili, tremolanti, vaganti nell’oscurità
d’un emisfero desolato di sangue... Quell’affannoso delirio proveniva
anche da una fierissima polmonite acquisita esponendo, a quella bufera
di marzo, il petto ignudo e in sudore per la fatica del lungo incalzare
il fuggitivo marchese; il quale ora _posava_ anche più da eroe temuto
in mezzo agli amici.
Donna Angioliera riseppe anch’essa la cosa, e n’ebbe rimorso; se ne
sollevò alquanto piangendo desolata, prostrata su i suoi guanciali:
poi scrisse al dottore con moltissima tenerezza, e con quella sua
civetteria carezzevole che pareva bontà, e di cui ella sapeva tutti i
segreti e tutti gli effetti.
Egli non le rispose. La scusava, le perdonava, ma non le credeva più,
non la poteva più sopportare. Al capitolo dell’amore, essa ora voleva
che succedesse l’appendice d’una tranquilla e compiacente amicizia?
Amica sua, e amante d’un altro? Era questo che voleva la logica delle
sue tendenze sessuali? E perchè, sapendolo solo ed infermo, non veniva
più a trovarlo con l’ardente tenerezza d’un tempo?... Parole, parole, e
non altro!...
Perciò non rispose neanche all’ultima lettera molto malinconica e molto
dolce, che ella gli volle scrivere ancora, quasi un anno dopo il duello.
In questo tempo le più crudeli disgrazie di famiglia l’avevano
afflitta. Erano l’ultima conseguenza del suo primo e fatale errore
d’essersi abbandonata, giovinetta inesperta, e contro il volere de’
suoi, ad amare sì ciecamente quel bellissimo uomo del conte Aquilegi.
Egli approfittandosi della sua inesperienza e della sua distrazione,
le aveva quasi finito la dote: poi, attratto dalla manìa delle
speculazioni affaristiche, aveva disperso quanto restava comprando
case e terreni: ma più gli cresceva, sotto i vani e cupidi occhi, la
moltiplicità e l’estensione dei beni stabili, e meno gli restava nel
portafoglio, e più attingeva alle banche, e peggio alle usure.
Aggiungendosi a questo la pessima amministrazione, lasciata in mani
pulitamente ladre, era venuta crescendo d’anno in anno, ben celata
agli occhi svagati di donna Angioliera, una rovina economica che poi,
come un solaio che si sprofonda improvvisamente, apparve a un tratto,
quando il possessore di tante case e di tante terre, non si trovò più
possessore di nulla, non trovò più credito presso nessuna banca, e i
debiti e le ipoteche balzaron fuori come uno sciame di cavallette dopo
la mietitura.
I beni andarono all’asta: fu venduta anche la villa di Riva. Non la
voleva nessuno: gli strozzini facevano gli svogliati e, avendo in
pugno la borsa piena, facevano anche i superbi con gli aristocratici
e bisognosi padroni. Dicevano che una villa non unita a terra
coltivabile, e così aggravata di tasse, era piuttosto una _passività_
che un guadagno. L’ebbero, a confronto di ciò che valeva, per un tozzo
di pane; i marmi del museo, o sassi antichi di pochissimo valore come
dicevano quelle iene; cioè i seni delle Veneri greche e latine, i
dorsi degli Aiaci, i bicipiti dei gladiatori, le cosce muscolose degli
Ercoli, e le fronti olimpiche dei Giovi tuonanti, tutto, ahimè, fu
disperso per le botteghe dei marmisti e degli antiquari!
Ma bisognava far quattrini. Con queste vendite ne fecero tanti i conti
Aquilegi, da poter sodisfare alle esigenze delle cambiali che si
succedevano come una torma di lupi; e poter vivere, non da signoroni
come una volta, ma con agiatezza modesta. Bisognava lasciare le grandi
sale incrostate di mosaici e dipinte a volte paradisiache, bisognava
ristringersi in un appartamento borghese dalla scaletta angusta, e
dalle piccole stanze; bisognava licenziare i troppi servi, smettere la
carrozza, e andare in _tram_ col pericolo per donna Angioliera, pur
troppo! di sentir dei cattivi odori: bisognava infine privarsi di tanti
agi, di tante eleganze e di tante magnificienze che sono il sussidio
necessario del decoro signorile e della bellezza; e al solo pensarvi,
donna Angioliera si sentiva presa da uno sgomento infinito.
Poi in quei giorni ebbero un’altra batosta. Il marchese di Mascarpone
che, col pericolo della vita, gli aveva sciabolato e quasi ammazzato
il dottore, pregò il conte di pagare per lui una grossa cambiale, e
il conte la pagò... Se almeno gli fosse valso quel sacrifizio fatto
sull’altare dell’amicizia! Ma l’azione era troppo bella, troppo
magnanima perchè il marchese non confidasse a qualcuno che egli aveva
provocato e sfidato il dottore per vendicare l’amico... Il marchese
dunque appariva agli occhi di tutti un Pilade, un Oreste, un eroico
cuore, e il conte, quale egli era, un vero Tartufo con la maschera
dell’Achille. Perciò gli amici cercavano d’evitarlo, anche perchè,
sapendolo fallito, temevano d’avere qualche frecciata; pareva anzi
che gli intimassero di levarsi di torno, di lasciare le sontuose sale
del _club_, e di deporre anche le insegne cavalleresche. Il solo a
compiangerlo, il solo a fargli sempre buon viso, un viso quasi da
protettore benevolo, era sempre l’amico del cuore, era sempre il
marchese di Mascarpone.
Ma il sangue, come diceva il principe padre della monaca di Monza,
si porta sempre con sè, in ogni luogo dove si va. Perciò il conte
Aquilegi e la moglie procuravano di mantenere ancora tutte le
esteriori onorabilità della casa. Ma i servi non voluti licenziare,
si licenziavan da sè perchè mal pasciuti, i negozianti si scusavano
amabilmente con la signora di non poterla servire; e le parsimonie
intime della casa davano l’idea d’una grettezza o d’una penuria in
assoluto contrasto con la doratura esteriore.
Donna Angioliera così ammirata, quando nuotava nella ricchezza, per la
grande liberalità dello spendere e del donare, ora era divenuta d’una
cupidigia, d’un’avarizia di cui nessuno l’avrebbe creduta capace. Ma
ora il bisogno crescente, lo sforzo di tenersi sempre in altura in
faccia al mondo, avevano acceso anche in questa donna, sì bella e
sì eterea, quella febbre sociale dell’oro che nei miserabili volghi
è bisogno; sete ingorda d’accrescere e conservare negli altri: in
donna Angioliera era rimpianto dello splendore, delle soddisfazioni
d’un’opulenza svanita; onde in lei un pauroso sgomento d’un’umiltà che
le pareva bassezza, e una più terribile tentazione... E pur troppo ella
vi soggiacque!... Accettò d’essere soccorsa dal principe tedesco, il
biondo Manfredi!... Usò tale arte di finissima seduzione per riuscire
delicatamente a ottenere da quell’uomo generoso una sì gran prova
d’amore, che l’intima compiacenza di quella novella vittoria, le impedì
d’arrossirne. E così lei e il marito poterono salvare ancora per
qualche giorno in faccia al mondo, il decoro delle apparenze, e avere
ancora servitù, carrozza e cavalli.
S’andava di questo passo elegante verso l’ultimo precipizio, quando un
avvenimento improvviso, uno di quelli avvenimenti gaudiosi che sembrano
proprio una grazia particolare del cielo, rovesciò di nuovo in casa
Aquilegi la cornucopia dell’abbondanza. Morì uno zio materno del conte,
lasciandolo erede unico di vastissime terre là nell’Alta Garonna, dove
questo zio francese aveva sempre soggiornato nel sontuoso castello
degli avi.
Sperimentato il bisogno, e riavuti i tesori, pareva che dovessero
essere felici, ma invece questa grandissima eredità riaccese più
terribile, fra moglie e marito, l’odio, la discordia e la guerra.
Il marito voleva ritirarsi nel suo lontano castello della Garonna,
vivere in mezzo ai suoi vasti possessi come un temuto feudatario,
lontano dagli amici che troppo ormai lo conoscevano dopo le ultime
sue avventure, narrate dal suo più grande amico, il marchese di
Mascarpone. La moglie invece voleva giustamente riavere la propria
dote, lasciare al marito il turbolento Gastone, ma lei tenersi Maria,
e con Maria restarsene nel suo salotto di Roma; la sua adorabile Roma
col fantastico mormorìo delle sue fontane, la magnificenza delle sue
rovine, dei suoi obelischi, delle sue pinacoteche, delle sue chiese;
la caldezza così limpida del suo cielo; la selvaggia amena malinconia
delle sue superbe campagne; e Tivoli, Villa d’Este, Albano, Frascati,
e quel bosco d’Egeria, dov’ella più volte era venuta a riposarsi col
biondo Manfredi nelle belle mattine di giugno, quando il sole, già
grande, è temperato colà dai venticelli che spirano dal Tirreno e
dai colli albani... Oh che lagrime a tali ricordi d’una felicità che
il marito le voleva rapire per sempre! la felicità della libertà e
dell’amore! che intime furie di tutto l’essere suo, di tutta l’anima
sua innanzi all’amore: il suo Dio!
Ella pareva una bellissima furia bionda, e lui un demonio inesorabile
che la incitasse alla disperazione, alla morte. Erano in lotta da un
lato la selvaggia, capricciosa libertà dell’istinto, e dall’altro la
ragione del patto sociale: una ragione che a donna Angioliera sembrava
una prepotenza, una barbarie, un insopportabile fastidio, una crudeltà.
Ma il marito questa volta era il più forte. Ora il ricco, il padrone,
era lui, e voleva affermarsi, voleva opporre sè stesso a tutto e a
tutti. Quantunque odiasse la moglie, che gli aveva inflitto tante
umiliazioni, tante torture, nondimeno la bramava ancora fisicamente,
n’era geloso, la voleva dunque per sè, e non lasciarla libera a
passeggiare per il bosco d’Egeria. Era tempo che ella sentisse d’avere
un marito...
Egli sapeva dove ferire quel cuore. Aveva una sorella che era corsa
per tutte le piacevoli o ingrate avventure della zitellona galante,
la contessa Fausta Aquilegi. Donna Fausta e donna Angioliera, come
due contrari, non si potevan vedere: donna Angioliera, fantasiosa,
subitanea, prodiga, di buon cuore: donna Fausta sterile di cuore e di
fantasia, avara, prudente, sentenziosa e vogliosa d’imporre a tutti le
tenebre del suo spirito dispotico, angusto e invidioso. D’intelligenza
cortissima, ma d’una sopraffina malizia, ella era stimata dal fratello
donna di gran giudizio; donna quale proprio ci voleva per dare a Maria
un’educazione compita.
— Dio mio, Maria in quelle mani! — gridò donna Angioliera, ricoprendosi
il viso tutto bagnato di pianto.
— Sì — egli le rispose bieco e inesorabile — anche a costo di
pubblicare il mio vituperio, non mi mancano danari da pagar avvocati,
non mi mancano testimoni, tra cui Giuditta e l’Eufemia Figurini, per
provare la vostra infame condotta...
— E la vostra? — ella gli rispose piangendo.
— Per provare — egli continuò pallido di furore, e coi suoi soliti
occhi supplicanti d’un santo che prega — per provare che voi, madre
adultera, siete incapace d’educare vostra figlia, e io ve la strapperò
ad ogni costo! questo è il mio dovere di padre amoroso, di padre
coscienzioso, e poi fate quel che vi pare!
Donna Angioliera ammutì: erano inutili le proteste, erano inutili i
pianti. Avrebbe abbandonato alla mala sorte la sua povera bambina
così buona e bella, così inconsapevole del suo tristo destino, così
felice, se il suo raccapriccio di vederla andar incontro al martirio
e forse anche alla morte, se infine il suo affetto materno non fosse
stato più grande della sua grandissima ripugnanza a seguire il
marito. Nessuno, non il marito, nè la legge, nè i bugiardi avvocati,
avventandole contro, come a sola colpevole e responsabile, le accuse
degl’impeccabili farisei, le dovevano contrastare il supremo diritto di
possedere e d’avere sempre con sè la propria figliuola, ma era certa di
perderla in causa: perciò affrontava la tortura e l’isolamento; perciò
seguiva quel marito nel castello francese.
Questo, tacendogli tutto il resto, volle far sapere al dottore
nell’ultima lettera che gli scrisse, e aggiungeva che la bambina era un
po’ ostinata, un po’ altera, ma buona, intelligente, e molto desiderosa
d’apprendere e di studiare. Finiva con queste dolenti parole:
«Non ci vedremo più, non ci scriveremo più, ma io continuerò ad esserti
amica: io ti benedirò sempre!... Ti rimando il libro, l’_Omero_, che
mi tenni tanto tempo vicino al letto, che lessi più volte con te nella
villa che poi fu venduta!!... Ti parli ancora di quella villa e di me
questo libro; delle ore passate insieme, delle nostre care memorie:
addio ti saluto pensando ai glicini vermigli che ora rifioriscono...
là!... Addio, credimi buona, pensa a me, non mi odiare.»
Il dottore scosse la testa incredulo, ed ella partì da Roma e
dall’Italia senza ricevere da lui una risposta.
Dopo due anni la signora Emilia partecipò al dottore ch’ella era morta.
— E Maria? — egli pensò, e dette in uno scoppio di pianto.
PARTE QUARTA. Alla «Locanda della Levriera.»
I.
Morta donna Angioliera, il dottore visse come ordinariamente suol
vivere ogni semplice e oscuro mortale che rifà ogni giorno, meglio che
può, la medesima strada. Come sappiamo, il dottore non se l’era eletta
per vocazione, e in questo caso, è come se fosse sempre salita e tempo
dirotto, senza mai trovare la piana e il sereno.
Egli poi, per troppo badare a come procedeva, e costretto a lottare
coi suoi fantasmi, oltre che con gli uomini e con le avversità, veniva
moltiplicandosi di quella via malagevole gl’indugi infecondi, la
fatica, l’asprezza. Voleva vedere in ogni caso patologico anche più
addentro di quello che potevano la sua scienza e i suoi occhi; il
che gli portava un tormento d’indagini faticose, inutili anche, ma
indispensabili ad accertarlo che quel padre di famiglia, quell’amorosa
madre, quel giovane di belle speranze erano proprio morti, non
per l’ignoranza del medico, ma per la forza del male. Inoltre nè
l’abitudine, nè l’età diminuivano in lui le commozioni del medico e
dell’artista, talora violente, come violento lo sforzo di non farle
apparire, come continua l’ansietà, la fretta del salire ogni dì
tante scale, sempre sollecito di far bene, ma anche di finir presto
per sentirsi libero da ogni suo impegno col mondo. A questa libertà
signorile egli sacrificava gran parte de’ suoi guadagni, e viveva da
povero.
Tutto questo, dopo trent’anni di lavoro, non l’aveva portato a nulla
fuorchè a consumargli precocemente l’olio della lampada vitale, e
fargli vedere sempre più prossimo e desolato il giorno dell’angustia e
dell’abbandono. Nulla più l’atterriva come l’idea che le malattie e la
miseria gli potessero togliere l’indipendenza e la dignità della vita,
che egli aveva sempre tenute alte contro il mondo, come un vessillo e
uno scudo. Perciò, cresciutegli con l’età la stanchezza e la noia della
professione, volle vedere se poteva ricavare qualche profitto da certi
suoi studi e da un trattato d’agraria, che aveva scritto in quegli
ultimi anni.
L’argomento era tutt’altro che arido per un uomo che vedeva in ogni
scienza la virtù apollinea del pensiero. In quell’intento quasi materno
della natura in relazione all’industria umana, che ella rimerita con
l’ubertà e con la bellezza de’ suoi prodotti, egli studiava e ammirava
il mistero medesimo della creazione e dell’esistenza. Ma quello stesso
bisogno di certezza e d’integrità che l’affaticava al letto degli
ammalati, lo rendeva pigro e lento all’opera originale. Scrivendo
dunque quell’operetta spese un gran tempo in ricerche, meditazioni,
e presentimenti oscuri di verità inaccessibili all’uomo, o solo al
suo ingegno. Qualche volta la fantasia investendogli, con un’immagine
viva, il pensiero, glielo traeva quasi dall’ombra e gli faceva vedere
più oltre che non con la sola vista dello scienziato; e ciò dispiacque
ai professori e ai critici patentati. Come se egli avesse messo la
mano nel loro scrigno, o usurpata profanamente la loro scienza,
essi denigrarono il libro, e con danno dell’editore, ne impediron
la diffusione. Non impedirono peraltro che l’umanità d’un Ministro
incaricasse il dottore di dare un corso d’agricoltura all’Università di
Roma; e bisognoso com’era d’una vita meno legata e meno affannosa, ciò
gli parve un gran premio alle sue fatiche.
Ma, al solito, egli voleva far troppo. Convinto che l’Italia è, come
dicono tutti, «un paese eminentemente agricolo», egli si mise in testa
di fondarvi una buona scuola di apostoli agricoltori. Con simile
intento, non badando al danno che faceva a sè stesso, s’abbandonò
troppo all’impeto del suo petto e della sua voce, e dopo quattro anni
di quella eloquenza immaginosa, fervida, appassionata, il male della
laringe l’obbligò a rivolgere un fioco e patetico addio agli scolari.
Aveva fatto degli agricoltori eccellenti, ma ci aveva rimesso la voce,
non aveva diritto a pensione, non poteva più rimettersi a fare il
medico ambulante, e così divenne medico provinciale a Villapluvia dove
l’abbiamo trovato; così si piegò di nuovo alla servitù angustiosa dei
piccoli luoghi. Se non che ora i capelli bianchi lo disponevano a una
più ragionevole tolleranza. Ora non attribuiva più non so quali virtù
straordinarie a una gente ideale come se realmente esistesse, o fosse
esistita, in qualche lontana età della storia, in qualche parte del
mondo, non mai nel cantuccio dove si sostiene la vita. Ora sapeva da
un pezzo che certe incomode esalazioni, le inimicizie, le calunnie, le
malevolenze, i livori, e infine i musi antipatici e turpi si trovano
nei grandi come nei piccoli luoghi, perchè la bontà e la carità umana
è una pianta del medesimo seme dovunque, sebbene nelle grandi città,
confusi alla moltitudine, sia più facile lo scansare i molesti.
Il povero dottore, a Villapluvia, ci doveva vivere in mezzo. Una
quantità di gente dipendeva da lui, ossia dalla salute pubblica a
lui affidata: sindaci, officiali sanitari, farmacisti, veterinari,
padroni di latterie, di macelli, di depositi di vino, levatrici, donne
pubbliche legali, e quelle che propagavano illegalmente i rosei doni di
Citerea.
Tutti costoro avevano un loro santo, che faceva dei miracoli, cioè
faceva delle grazie che talora si elevavano sulla legge, come appunto
il miracolo si eleva sull’ordine naturale.
Alla legge per altro rimaneva pur sempre l’impero della parola suonante
negli spazi aerei... Ma il dottore quando non poteva impedire il
miracolo, ossia l’intrigo, la parzialità, la caponeria, l’ingiustizia,
si rodeva e si consumava in silenzio.
Ora, per esempio, c’era la questione del cimitero, una _questione
scottante_, come dicevano nel paese.
Il cimitero, per vero dire, non era grande, e giaceva addormentato
nella valle verde, in mezzo ai torrenti. I cadaveri in quel terreno
basso, acquoso, argilloso, venivano a dissolversi lentamente, ed
esalavano, in estate, un’epidemia singolare, e letale specialmente ai
poveri ed ai bambini. Tale opinione del dottore, dedotta da analisi
chimiche di quel terreno, era invece negata dagli altri medici.
Chi avesse ragione non so, ma certo ci voleva una spesa enorme per
ingrandire il cimitero, e rialzarne il terreno con un’estesa fognatura
tubulare, come proponeva il dottore. I pareri dunque eran diversi e
ripetevano sempre gli stessi argomenti come i burattini ripetono sempre
le stesse zuccate: così il cimitero rimaneva sempre laggiù in quella
ridente bassura arborata in mezzo ai torrenti; e così ogni estate, ora
più e ora meno, ricompariva l’epidemia a battere le ali come un’enorme
e orrenda farfalla nera, alle culle e ai tuguri.
II.
Su quest’argomento del cimitero, la _Tromba Alpina_, il giornale del
sindaco cav. Patriottini, scriveva spesso degli articoli stizzosi e
astiosi contro il dottore. Anche il giorno nel quale abbiamo visto
il dottore partire in fretta chiamato dal dispaccio del prefetto
Caccianemico, il segretario lo rincorse nell’atrio della stazione,
per dargli la _Tromba_, con l’articolo. Il dottore vi scorse l’occhio
mentre il treno correva, e visto che non c’era nulla di vero, buttò la
_Tromba_ dal finestrino della carrozza.
Quella notte dormì in uno dei borghi posti sullo stradale; la mattina
visitò qualche malato di quei dintorni, e ripartì poi a mezzogiorno col
calesse del postino.
Quel cavalluccio molto carico e stanco per le miglia già fatte,
nondimeno trottava quasi avesse la coscienza del suo dovere, e i
sonagliuzzi parevano rallegrargli, come un cembalo, la via angusta,
accompagnata dal lamentevole rumore d’un fiume, e impedita talora da
grosse e polverose mandrie di pecore che attraversavano la valle ampia
ed ombrosa.
Il breve giorno invernale scemava rapidamente. Il sole pareva
allontanarsi con la velocità del pensiero al di là di quei monti
altissimi, candidi nell’azzurro, ma aspri, violenti come se usciti
dagli artigli d’una miriade di demoni. L’ombra umida e muta già velava
i casolari dispersi in alto pei prati, saliva su pei pendii orridi,
finchè non rifulsero che le cime come onde di porpora viva; poi come
fuoco alitante di sotto la cenere bianca; poi s’effuse su quelle creste
un puro color di rosa; poi null’altro che un colore violaceo dovunque,
e da lungi e da presso un suono di campane lento, lungo, interrotto...
Nell’oscurità della valle non si vedeva sorgere che il campanile di
quel villaggio già quieto, e biancheggiare un poco la facciata della
_Locanda della Levriera_.
Al rumore del calesse che si fermò alla porta, accorsero la cameriera,
la cuoca e la signora Pina, la padrona della locanda, con que’ suoi
moti vivi da scoiattolo, le guance di mela rosa, e gli occhietti acuti
come due spilli.
La bella sala da pranzo, ormai chiusa e fredda dopo la partenza degli
ultimi forestieri, non invitò il dottore. Egli preferì la grande
cucina, con l’ampio camino acceso e circondato da sedili, e coperto da
un padiglione come se fosse l’ara del fuoco. E tutto in quella cucina
avrebbe spirato un placido senso di vita semplice e patriarcale, senza
quegli avvisi spettacolosi, lasciati dai commessi viaggiatori, e appesi
al muro tra i vecchi e lucidi rami.
A una di quelle tavole sedevano alcuni cacciatori con la penna di
gallo, o l’_edelweiss_ al cappello; e bevevano, e ridevano perchè
uno di loro dalla faccia faunesca un po’ ricordante lo stambecco o
il camoscio, canzonava un pezzo di ragazzona trentenne, piegata sul
camino a rimestare, con braccia erculee e fianchi sporgenti come
blocchi, il paiuolo della polenda fumante. Il suo viso impassibile da
masnadiera alpigiana, era d’una quasi maschile bruttezza, ma anche lei
aveva trovato il suo uomo, come mostravano i lunghi spilloni d’argento
raggianti come piccole spade sulla sua chioma untuosa, e che in quei
luoghi sono il primo dono del fidanzato alla bella.
Ella rimise il gran paiuolo sulla catena, e restò immota a guardarlo in
mezzo alle risa.
Seduti sotto il padiglione del focolare, bisbigliavano, tutti assorti
nell’argomento, un carabiniere e un’elegante e giovane cameriera,
lasciata in locanda dalla padrona. Ella diceva al soldato d’aver
fatto quattr’anni all’amore con un telegrafista di Pisa, che poi era
morto quando la doveva sposare, e il soldato, prendendole la mano, le
rispondeva che certe cose bisogna dimenticarle.
— E che vuol da cena, signor dottore? — gli disse la sora Pina
facendosi alla tavola pulitamente apparecchiata, dove il dottore s’era
seduto. — Le piace una trota in umido?
— In questo momento io non saprei che cosa desiderare di più.
— Sempre allegro il signor dottore! — gli rispose tutta briosa la sora
Pina; e gli servì la trota.
Voleva fargli la cortesia di trattenerlo, durante la cena, con le sue
ciarle, quando entrò il curato, esalando dalle fauci gioconde un’aura
di fresco e di neve. Il sorriso largo con cui salutò levandosi il
nicchio e piegando il capo, parve arrivargli quasi fino alle tempie.
Severissimo coi ragazzi, a cui staccava le orecchie quando la domenica
ignoravano il catechismo, poi passava sopra, con un’amplissima
assoluzione, a tutte le marachelle degli adulti, incorreggibili come
lui. Gli intendenti e i furbi del luogo lo dicevano un uomo di mondo.
La sora Pina aveva già capito che il curato le voleva parlare.
— Credevo di trovarci il dottore — le disse il curato sommessamente,
cuoprendosi con la mano la bocca.
— È andato al capoluogo per quella testimonianza — gli rispose, pure a
bassa voce, la sora Pina — era tanto avvilito, e diceva a tutti: «Io
quando riseppi che Giovacchino era morto, allora aprii gli occhi come
Paolo sulla via di Damasco, e dissi: Letizia l’ha avvelenato d’accordo
col ganzo!»
— Gran minchione! — bisbigliò a voce sempre bassa il curato — imparerà
un’altra volta a scrivere le ricette d’arsenico per i topi; e di quel
signore che ha detto?
— Che sta meglio, e che guarirà.
— Gran minchione!
— Don Raffaele, per carità! se mi muore in locanda son rovinata!
— Ma no, son ricchi, e vi farete pagare i danni; io intanto, ad ogni
buon fine ed effetto veglierò qui questa notte; datemi un buon caffè
per potere star desto.
Andò a sedersi in un gran seggiolone che pareva aspettarlo sul rialto
del focolare, dove la sora Pina gli servì un caffè doppio. Mentre lo
prendeva soffiandovi sopra, e versandolo nel piattino, sogguardava
la cameriera, che ritirò la mano, ed uscì: il carabiniere la seguì.
Se n’andarono di poi, traballando, anche i cacciatori. La sora Pina
accompagnò il dottore al piano di sopra, e apertogli l’uscio della
camera, lo lasciò con la buona notte.
In cucina non rimase che don Raffaele, seduto nel seggiolone sotto il
nero camino, davanti a un enorme ciocco d’abete che cigolava, e mandava
nelle tenebre un fioco bagliore.
III.
E di fuori non udivasi che il correre veloce del fiume buio e più
eloquente nel gran silenzio, quando, dopo la mezzanotte, squillò un
campanello.
La serva scese in cucina a chiamare don Raffaele che russava nel
seggiolone.
— Che è mai? — egli esclamò destandosi spaventato.
S’udiva, nel piano di sopra, un confuso rumore di passi e di voci
erranti per le stanze e pel corridoio. La sora Pina picchiò all’uscio
del dottore: Speranza abbaiava.
Il dottore si vestì in frett’e furia, gridò Speranza, lo legò a una
gamba del cassettone, ed aprì alla sora Pina che era venuta di nuovo a
picchiargli all’uscio, ed a dirgli:
— Venga, venga, sta male... muore!...
— Chi muore?
— Il conte Aquilegi.
Il dottore fissò silenzioso e atterrito la sora Pina, e poi soggiunse
precipitosamente:
— Il conte Aquilegi!... Pier Francesco?
— Sì, lui.
— Ha una figliuola con sè?
— No, ha una sorella e un’altra signora che la deve conoscere perchè
quando le ho detto: «il nostro medico è fuor di paese, e non c’è che il
dottor Fabio Stellini», s’è tutta scossa anche lei, e mi ha domandato
la sua età.
— Come si chiama?
— Emilia.
— E anche la sorella del conte ha saputo il mio nome?
— No, la sorella del conte non c’era: venga.
— Un momento! da quanto tempo si trova qui, il conte?
— Da otto giorni: non lo volevo: ma il nostro medico me lo fece
accettare, per guadagnarci: è tisico, e ora muore, non parla più, ha
vomitato una catinella di sangue! Dio mio, se lo risanno gl’inglesi
che vengono nella mia locanda l’estate, son rovinata; venga: ma cos’è
questa storia? è bianco anche lei come un morto!... venga.
Il dottore uscì di camera risoluto come chi affronta una pena
inevitabile, e il cuore gli batteva anche per una grande impaziente
curiosità.
Il lume della sora Pina tolse dall’ombra del corridoio, una signora
canuta e frettolosa che veniva incontro al dottore.
S’arrestarono, e si guardarono in faccia.
— Signor dottore! — ella bisbigliò.
— Signora Emilia!... e Maria?
Ella tacque.
— È morta?
— No, no — E con gli occhi trepidanti supplicò il dottore a non farle
altre domande, ed entrò con lui nell’appartamento del conte.
Nell’anticamera videro, avvolto nel suo nero pastrano, don Raffaele
che aspettava, come una scorta dell’eternità, tutto rispettoso e
tranquillo. Fece un’umile riverenza, e poi tornò a guardare, quasi gli
paresse una bella invenzione, un lume a spirito, su cui fumigava un
vasetto d’argento spandendo un forte odore di trementina.
La camera del conte era giocondamente rischiarata da una gran lampada
posta sul cassettone. La sora Emilia annunziò il medico tacendone il
nome, e donna Fausta, la sorella del conte, lo salutò con un muto cenno
del capo. Aveva la veste bianca tutta spruzzettata di sangue, e il viso
ignobile e aristocratico, composto a un accoramento superbo.
— Ha avuto un trabocco di sangue — ella disse accennando il fratello
immobile e affondato nel letto in modo che non appariva quasi nessun
rilievo della sua persona consunta.
I suoi sensi erano ancora animati com’è animato lo stoppino della
lucerna finchè v’è infusa una stilla d’olio: egli vedeva ed udiva,
ma il suo viso, divorato dal morbo come da un lento vampiro, era
spaventosamente scarno, e ormai sepolcrale... Il rantolo cupo, celere,
del suo petto esprimeva il terrore della morte e l’ansietà di fuggirla.
Udito annunziare il dottore, gli rivolse uno sguardo quasi di disperata
speranza... Il dottore gli si fece vicino, gli prese il polso... Il
conte per un minuto secondo, sospese il rantolo, e lo fissò...
Nella sua memoria, ormai debolissima, tra un orribile vacillamento di
spettri, era sorta come la nébula d’un ricordo lontano, inafferrabile,
ma in cui il moribondo sentiva come un sapore amaro di rammarico e
d’odio... Il rantolo cresceva in un modo spaventevole.
— Gli dia qualcosa per calmarlo — bisbigliò donna Fausta al dottore.
— Non c’è più nulla da fare — egli le rispose pianissimo — ha solo
pochi momenti di vita.
Entrò don Raffaele ad amministrare al moribondo l’estrema unzione.
Il dottore voleva andarsene, ma donna Fausta lo trattenne. Egli, pur
soffrendo molto, rimase per cortesia: s’aggirava per la camera, ma
gli occhi del moribondo non lo lasciavano più, lo seguivano dovunque,
attoniti e fissi: a un tratto parvero divenire più perspicaci, più
avvelenati,.... e poi si spensero in un singhiozzo.
— Ecco muore — bisbigliò il dottore appressandosi a quel letto.
L’alba impallidiva la stanza; il gallo cantava; s’udiva correre il
fiume largo e lontano per le boscose sinuosità della valle.
— È morto? — domandò donna Fausta al dottore con voce piagnucolosa, ma
quasi lieta.
— È morto? — bisbigliarono la sora Pina e le serve, affacciandosi
all’uscio. Poi se n’andarono frettolose: quel cadavere era troppo
orrendo così scheletrito e con quella bocca immobile, spalancata...
Il dottore uscì, seguito nell’anticamera, dalla signora Emilia:
fissarono di vedersi più tardi.
Usciti tutti, don Raffaele, secondo l’ordine ricevuto da donna Fausta,
chiuse quella camera a chiave, e andò dal falegname ad ordinare le
casse per il morto.
IV.
Donna Fausta e la signora Emilia ricomparvero di lì a qualche ora
all’uscetto interno che comunicava con le loro stanze, ed entrarono
nella camera del morto, silenziose e guardinghe.
Donna Fausta teneva in mano una borsetta di pelle. S’era cambiata la
veste, e aveva svecchiato, anche quella mattina, con i varii spedienti
della sua ricca _toilette_, il viso mencio, slavato e infossato da
intrigatissime rughe, che parevano i geroglifici dei suoi vecchi
peccati. Lunga e magra, la sua fronte troppo larga e sporgente pareva
la sede della sfacciataggine velata; femminilmente vezzoso il piccolo
naso, occhi freddi, color di nebbia, mutabili come la pupilla del
gatto; nelle pieghe delle guance un sogghigno da maschera carnevalesca;
tutt’insieme ella ricordava alcuna di quelle enigmatiche e sinistre
figure, con lo specchio, il quadrante e i sonagli della follìa, che
piacquero tanto alla fantasia del Durero.
Si tappò il naso col fazzoletto, e guardò il fratello... Cereo, immoto,
senza respiro, la bocca aperta e bavosa... ah Dio!... ne ritorse subito
gli occhi con un gesto comico di paura e d’orrore...
Ella non capiva la morte. Era una vecchia vitalissima che voleva
campare ancora molti anni allegramente, e suonando il mandolino, di cui
era maestra. Non sarebbe più ricomparsa in quella camera, esponendosi
a perdere l’appetito, se non vi fossero stati degli oggetti preziosi
da riporre in quella borsetta: le decorazioni del suo povero fratello,
l’orologio, gli anelli, i bottoni d’oro, e varii fogli di banca, che
contò prima d’intascarli. Poi prese da un gran baule di cuoio di Russia
quanto era necessario per vestire il morto in abito nero perfetto... E
poi lesta lesta, col tremito nei ginocchi, disse alla sora Emilia di
riporre lei certe cose, d’assestare un po’ quella stanza, di mandarle,
nel suo salottino, don Raffaele, ed uscì.
La signora Emilia non avrebbe voluto rimanere sola col morto, ma
l’egoismo crudele di casa Aquilegi le aveva sempre imposto i più
ingrati uffici.
Nata in agiatissima condizione, un suo buon parente si volle dare
la pena d’amministrarle e mangiarle tutto, riducendola a dover
servire donna Angioliera sua amica d’infanzia, che (non valendo i
buoni consigli) le aveva fatto sopportare il rammarico di tolleranze
umilianti. Dopo la morte di donna Angioliera, non era rimasta altra
consolatrice a Maria, se non questa povera donna quasi sprezzata.
Per una simile tutela maternamente pietosa, e sì difficile in quella
casa, occorreva una bontà straordinaria e tanto più sincera, quanto
più amava celarsi nell’ombra, non cessando mai di sgorgare, come una
fonte perenne, in tutte le occorrenze e in tutte le opere della vita.
Anche ora, questa innata e rara bontà della signora Emilia, non mancò
d’apparire... Accomodò meglio i guanciali sotto l’orrida testa di quel
morto, che invocava la sepoltura, gli accese un lume, e gli posò sul
petto, bisbigliando una prece, un piccolo crocifisso. Messe un po’
d’ordine in quella camera tutt’assediata dai rimedi inutili adoperati
contro la morte, e poi scese a chiamare don Raffaele.
Egli parlava, in quel momento, con la signora Pina, i cui occhi di
pulce brillavano d’un’allegra venalità perchè il prete approvava le sue
esaltazioni aritmetiche, e le toglieva ogni scrupolo di coscienza circa
la indennità enorme che ella voleva chiedere alla famiglia del morto.
Alla chiamata della signora Emilia, egli rispose subito salendo nel
salottino di donna Fausta.
Le s’inchinò come soleva inchinarsi nei dì solenni, coi paramenti
sacerdotali e il turibolo in aria, alle autorità del comune; ma donna
Fausta, superbamente accasciata in una grande _ottomana_ rossa, non
gli badò, e seguitò a rovesciare il collo d’una bottiglia d’_acqua di
Colonia_ nel fazzoletto, con cui poi, aspirando fortemente il profumo,
si umettava la fronte petulante e le tempie per dissipare da sè
l’orribile senso che ancora le rimaneva di quel cadavere.
— E così — ella poi disse al prete — ha fatto quel che io volevo?
— Sì, signora: ho ordinato le casse d’abete e di zinco, e presto
saranno pronte.
— Io voglio che siano spedite in Francia, a Revel, nel dipartimento
dell’Alta Garonna.
Scrisse presto presto, con mano fulminea, sopra un foglietto del
taccuino, e lo dette al prete, dicendo: — Eccole l’indirizzo, e oggi
scriverò al mio agente.
— E io domanderò subito il permesso all’autorità perchè conviene
sollecitarsi... la padrona della locanda vorrebbe che il morto le fosse
levato di casa quest’oggi.
— Ma è impossibile! dove dovrebbe mettersi?
— Nella stanza mortuaria della parrocchia.
— No, io voglio invece che le care spoglie del conte, commendatore Pier
Francesco Aquilegi, rimangano qui almeno fino a stasera.
— Sì sì, lasci fare a me, io persuaderò la padrona: badi, l’avverto, in
segretezza, e la prego di non nominarmi, è una donna molto venale, la
padrona, e aumenterà le proprie pretese pei danni di cui vuole essere
indennizzata.
— Quanto a questo vedremo! i conti so farli anch’io — rispose donna
Fausta superbamente offesa, e soggiunse raddolcita — Intanto la
ringrazio d’avermi avvisata, signor curato: e giacchè lei è tanto
buono, tanto gentile, io voglio incaricarla di tutto: badi che tutto
proceda in regola, e col rispetto dovuto al conte: in camera troverà
tutto l’occorrente per vestirlo: lei poi mi dirà se la sua chiesa ha
qualche bisogno...
— Oh! — sclamò don Raffaele sorridendo ed a mani giunte — se la mia
chiesa potesse avere una statua dell’Immacolata Concezione come le
fanno in Francia, così perfette! Il mio popolo, vedendola sull’altare,
esulterebbe, e benedirebbe la donatrice.
— Ne parleremo, signor curato, ne parleremo...
V.
Quella risposta piacque poco a don Raffaele che se ne dolse con la
signora Pina, e maggiormente quando poi non se ne parlò più, cioè
quando quelle belle promesse furono affatto dimenticate da donna Fausta.
Avendo dato ai suoi servi tutte le disposizioni occorrenti, donna
Fausta, in segno di lutto, rimase invisibile tutto il giorno. La
signora Emilia e il dottore poterono dunque parlarsi con tutta libertà
in un salotto della locanda, all’ultimo piano, dove nessuno li udiva,
perchè era affatto disabitato.
— Quante cose ho da domandarle, signora Emilia! — le disse il dottore,
sedendole accanto, presso la stufa accesa — da quando lasciaron
l’Italia, non ho saputo più nulla di loro, non ho saputo che la morte
di donna Angioliera! e Maria? ma come mai il conte è venuto a morire
qui?
— Perchè da tre anni viaggiava in cerca d’un clima che lo guarisse
dalla tubercolosi...
— Oh! — sclamò il dottore — io lo supposi, con que’ suoi occhi di falsa
santità e d’agonia, che egli covasse quel germe...
— È un germe ereditario nella sua famiglia — rispose la sora Emilia —
l’avo, il padre, il fratello, morirono tutti tisici come lui verso i 60
anni: fu a Cadice, all’isole Canarie, in Egitto, a Arcachon, a S. Remo:
l’estate scorsa venne qui al confine, in uno stabilimento famoso che
si trova in mezzo a una grande foresta d’abeti: nel novembre peggiorò,
e il medico proprietario, per allontanarlo, gli prescrisse di passare
l’inverno a Catania, ma arrivati qui...
— Riposi in pace, riposi in pace — disse il dottore — E Maria? è
maritata?
— No, è suora di carità da due anni.
— Come!...
— Sì, ora è in America, nello spedale di Cincinnati.
— Come mai?
— Eh... fu costretta!
— Da chi?
— Dalla sventura: ella visse come una straniera in quella famiglia
Aquilegi, dove io non avrei potuto reggere, ma sua madre anche
nell’agonia, quando non poteva più parlare perchè la congestione le
impediva la lingua, pareva raccomandarmela guardandomi... guardandomi
disperata... oh che agonia! che martirio! che orrendo distacco fu
quello!
— Povera Angioliera! povera Angioliera! buona e santa! — sclamò il
dottore — quante volte dopo la sua morte io pensai che Maria doveva
essere infelice!...
— Lo fu infatti.
— Patì?...
— Oh patì ogni tormento! patì il rimprovero eterno, il malumore
continuo, il terrore di tutti i giorni, le allusioni maligne che le
restavano infitte come spine velenose nel cuore, e poi la tortura delle
lezioni di donna Fausta!
— Che lezioni?...
— Di mandolino... finivano sempre in percosse e pianti!
— E colei mi stava vicina stanotte lì al letto del moribondo! — disse
il dottore fremendo d’ira e d’affanno — aveva ragione d’odiarla, donna
Angioliera, aveva ragione!
— E vede — riprese a dire la signora Emilia — arrivò al castello
proprio appena spirata donna Angioliera: portò, mi ricordo, dei
confetti alla bambina che la guardò diffidente e come stordita di
vederla invece di sua madre. E da quel giorno incominciaron le tenebre.
Il conte, per ogni più piccolo errore le diceva: maledetta bastarda!
don Gastone godeva anche lui a farle dei dispetti, a picchiarla,
inasprirla. Divenuto un forte tenente dei lancieri, era l’idolo della
zia, l’orgoglio del padre che ritrovava in lui, in quella sua tempra
dura e villana, il sangue dei vecchi feudatari di famiglia: ma intanto
venne due sole volte a vedere suo padre quasi moribondo, e s’affrettò a
lasciarlo con la massima indifferenza.
— Benissimo! così dimostrò anche al padre moribondo il sangue de’ suoi
feroci antenati! — sclamò il dottore — mi maraviglio che Maria non
morisse sotto que’ suoi carnefici!...
— Non morì — rispose dolcemente la signora Emilia — perchè Dio la
destinava a esercitare la carità tra gli afflitti: soltanto verso i
sedici anni fu presa da un male indefinibile, e pareva che proprio si
avvicinasse alla morte: poi si riebbe, divenne più bella, più ardita,
più allegra, cantava delle canzonette d’amore, e fu peggio...
— Peggio?...
— Sì, senta ancora: un giorno la pettinavo; donna Fausta, lì in piedi,
la guardava invidiosa, con un sogghigno da strega: Maria mi disse
di pettinarla alla moda. «Come siete vana con le vostre pettinature
di moda! — disse donna Fausta — non vi dovreste poi tanto tenere di
cotesti vostri capelli neri: voi sola li avete neri in casa Aquilegi:
vostra madre deve aver fatto qualche sciocchezza.»
— Oh aspide maledetto! — sclamò il dottore — e Maria che disse?
— Non rispose, e io seguitai a pettinarla. Dopo poco, donna Fausta
tornò a dire con una voce lenta e sommessa: «dovete avere del sangue
plebeo nelle vene.»... «È un’infamia!» gridò Maria «un’infamia senza
ragione!» gridava ancora, mentre donna Fausta le percuoteva le spalle
nude col pettine dai denti di ferro.
— Quale perversità — sclamò il dottore balzando in piedi — che lotta
atroce, che lotta d’una povera creatura sola, buona, innocente e
senza difesa contro tutto lo stupido, abietto, ma così potente genio
del male! Oh donna Fausta maledetta! Tu offendesti la più santa, la
migliore delle madri, e provasti diletto a straziarne l’innocente
figliuola! Perchè non posso infliggere i flagelli della mia ira nelle
tue carni! perchè non ti posso calpestare come una serpe, o almeno
dirti in viso quanto sei vile, abbominevole, scellerata!
— Se ne guardi bene!...
— Oh non dubiti! non dubiti! come potrei?... con quale diritto?...
— Si calmi, signor dottore.
— Sono indignato.
— Lo credo, e mi pento d’averle detto troppo: ma io glie l’ho detto
perchè capisse quale aureola di santa e di martire s’è meritata Maria,
e perchè sapesse alcuni dei motivi che la condussero a prendere il
velo...
— Alcuni?... ce ne fu dunque qualche altro? amò forse?
— Sì, il fratello d’una sua amica, e l’avrebbe sposata, ma pretendeva
una dote, che il conte gli rifiutò, e andò a monte tutto. Può figurarsi
quel che sofferse Maria, dopo aver creduto che quel giovane l’avrebbe
tolta da quell’inferno! Il suo pianto era una frenesia di dolore. Me la
vedevo comparire la notte in camera come un’ombra, e mi abbracciava,
e mi diceva, piangendo: «Emilia, non ho nessuno; non ho parenti, non
ho amici; non ho che te: ma domani anche tu puoi lasciarmi, e io
non ci posso più vivere in questa casa!» E dopo quelle notti deste
nell’angoscia, passava i giorni a meditare in silenzio tutta l’amarezza
del suo destino, e appassiva di quell’appassimento da cui le fanciulle
non risorgono più; impallidiva, si consumava, la grazia, la gioventù,
la bellezza, le sfiorivano come doni che le fossero stati accordati
invano, ed ella se n’accorgeva...
— Povero fiore sopravvissuto alla sua primavera! — sclamò il dottore
quasi piangendo.
— Pur d’emanciparsi — continuò la signora Emilia — ella sarebbe ricorsa
anche al lavoro servile, ma l’orgoglio della casa vi s’opponeva. Il
cuore le si chiuse ad ogni speranza, ad ogni dolcezza, e ricorse a Dio.
Sentiva una gran pietà per i bambini orfani, per i poveri, per le donne
abbandonate, le donne sole, per tutti gl’infelici... E un giorno passò
la soglia d’un convento di suore, e così s’allontanò per sempre dalla
casa Aquilegi.
— Capisco — disse il dottore — non aveva altra via, fuorchè la via
della perdizione e della disperazione: scelse quella del chiostro... E
non l’ha più riveduta?
— Sì, la rividi nel parlatorio del convento, dopo l’anno del noviziato.
Non pareva più lei. Aveva già preso l’abito, le avevano tagliato i
capelli; i suoi occhi neri erano ancora uno splendore, ma, sotto il
velo bianco che le fasciava la fronte, non guardavano più come prima:
tutto era in lei contenuto, la voce, i moti, gli sguardi, dalla
coscienza di non essere che un’umile suora di carità... E mi disse
d’essere tanto felice! tanto contenta!... La rividi poi un’altra volta,
la vigilia della sua partenza per l’America, ma solo per un momento,
perchè io non ero sola: il conte e donna Fausta erano voluti venire
anche loro a dirle addio. Maria lo riseppe, e non ci fece passare. Si
presentò un momento alla grata, e disse: «Addio, pregherò per l’anima
vostra, ma dimenticatemi come se io non fossi mai nata; come se io
fossi morta». E sparì: ma io sentii ancora la sua voce piangente
chiamarmi indietro: Emilia! Emilia! Corsi alla grata, ma ella più non
v’apparve.
— E non l’ha più riveduta?
— No, ma mi scrive che è felice. Nell’ultima lettera mi scriveva: «Come
son felice di sentirmi trasportata sempre per tutti da sentimenti buoni
e pietosi! anche per chi m’affligge! anche per chi m’offende!...»
— In queste parole — rispose sospirando il dottore — parla Gesù Cristo,
il sublime ispiratore della bontà, ma vi parla anche la sincerità di
Maria: dunque v’è ancora chi l’offende, v’è ancora chi la tormenta! Oh
alla pace del chiostro io non ci credo! e se io ripenso a qualche suora
veduta negli ospedali, io temo che Maria, sotto la placida apparenza
della monaca rassegnata, abbia ancora a soffrire il martirio... sì
il martirio di chi è chiuso, con persone odiose, in un carcere senza
uscita, senza un conforto e senza un affetto!
— Non lo creda, signor dottore: gli affanni per parte delle persone
o vicine o lontane, non ci mancano mai: ma a Maria il conforto non
mancherà perchè è pura e credente.
— Sì — rispose il dottore — ella ebbe la forza di salire lassù
fino all’estremo vertice dell’affanno, e vi trovò l’unico sollievo
degl’infelici: la fede; meglio così.
— Non ho altro da dirle, signor dottore.
— Io la ringrazio, signora Emilia, per tutto il bene che ha fatto alla
figliuola della mia povera amica. Nell’atroce pugna del mondo dove, in
certi momenti, sembra tutto un gran diluvio di mali, una bassezza di
fango; è consolante che esista in alcuno una bontà sincera, una bontà
come la sua ma è deplorevole che lei così buona sia ancora costretta a
vivere con quella donna malefica.
— No, non viviamo insieme; quando Maria partì per l’America, io lasciai
casa Aquilegi perchè il mio còmpito era finito. Questo settembre fui
chiamata da donna Fausta ad assistere suo fratello. Ella lo seguiva
ne’ suoi viaggi, ma lasciava alle infermiere la cura diurna e notturna
dell’assistenza: esse, con quell’infermo esigentissimo, non reggevano
a tanta fatica, e si licenziavano. Anche ultimamente donna Fausta era
rimasta sola, ed era stanca, disperata, annoiata. Io ho pure degli
obblighi verso casa Aquilegi; ne ricevo anche una piccola pensione...
perciò superai la mia ripugnanza, e venni ad assistere il conte.
— Quale sublime pazienza! — sclamò il dottore.
— No, no, è una cosa semplicissima; è uno scopo della vita anche
questo: ormai che cosa posso fare nel mondo? ma non rimarrò di certo
con donna Fausta; ora ci separeremo di nuovo, e per sempre.
— Meglio così, e in ogni occorrenza, signora Emilia, si ricordi che ha
in me un amico...
— E io per darle una prova di quanto la stimo, le voglio dare un
ricordo di Maria — ella disse alzandosi — vado a prenderlo.
Era l’_Imitazione di Cristo_.
Il dottore prese quel libro dalle mani della signora Emilia, l’aprì e
gli caddero sotto gli occhi queste parole, indicate da un segno:
«Non costa nulla il disprezzare l’umana consolazione, quando si ha
la divina. Ma è grande, anzi grandissima cosa, il potere stare senza
l’umana e la divina consolazione, e il volere, per onor di Dio,
soffrire di buona voglia la solitudine del cuore.»
— Ed ella la soffrirà per tutta la vita! — disse il dottore — ma
sarebbe stato peggio un compagno depravato, che l’avesse corrotta,
e depressa in tutte le sue più alte aspirazioni... Oh tragedia
dell’anima! E ora un’ultima domanda, signora Emilia: Maria, vestendo
l’abito religioso, mutò anche il nome, non è vero?... Come si chiama
ora?...
— Suor Angioliera.
In quel nome il dottore vide quasi l’immagine di due anime insieme
unite: ma quanto diversa la loro vita! quanto diverso il loro
destino!...
Si premè gli occhi piangenti, e strinse la mano della signora.
PARTE QUINTA.
Ritorno e partenza.
I.
Il dottore rimase altri due giorni in quel borgo, parlò ancora con
la signora Emilia, ma evitò sempre d’incontrare donna Fausta. Finita
l’ispezione in quei dintorni, egli ripartì, al solito, col postino, per
continuarla negli altri luoghi afflitti dal tifo.
Il calesse andava su per una strada trarotta dai temporali e
costeggiante una voragine larga e selvosa, donde saliva il mormorìo,
disperso per l’aria, d’un fiumicello dalle candide spume e verdastro.
Pendenti dalla sua altissima ripa, quelle selve color sangue sbiadito
si muovevano al vento, e suonavano come una moltitudine clamorosa che
discendesse per passare Acheronte. Le montagne ascondevano in parte
tra i vapori i loro foschi mantelli di neve, gettati là all’orizzonte
in orride forme di chimere fuggenti, il sole si consumava nel cielo
bianco, e la sua abbagliante agonia pareva l’agonia stessa del mondo.
Il dottore, sobbalzato qua e là dal calesse, dormicchiava avvolto nel
suo mantello, quando lo riscosse un grave rumore di ruote, accompagnato
da sonori schiocchi di frusta... Si voltò, e vide avanzarsi un carro da
mercanzie, tratto da due robusti cavalli, con sopra una cassa lunga a
spiaggetta, segnata da una croce, e coperta d’un panno nero, frangiato
d’oro.
— È quel signore che morì alla _Levriera_, e ora lo portano alla
stazione — disse il postino, traendo da una parte il cavallo.
Dietro il carro veniva una carrozza con dentro il rubicondo don
Raffaele in cotta e stola nera, e un servitore in livrea.
Il carro e la carrozza passarono avanti, e dopo un certo tratto
svoltarono, e sparirono giù per un’altra strada discendente nel piano.
— Per colpa mia e tua, o cadavere — disse il dottore fra sè,
accompagnando con gli occhi quel carro — ella patì, anche da bambina,
il dolore di chi non ha genitori, e sente d’esser fuori di casa sua,
nè può alimentarsi di quell’amore della famiglia che ne circonda, in
quegli anni, come una tutela benefica contro ogni contagio dell’anima
e del corpo. E così ne abbiamo fatto una suora di carità, una donna
felice, come scrive alla signora Emilia la povera monaca. Se n’andò
lontano, in America, a trovare la felicità e l’oblìo che non avrà mai.
Prese il velo non per vocazione, ma per disperazione!... Ella proverà
invano quegli impulsi di tenerezza che in lei avrebbero allietato la
donna e la madre, e raccomanderà la sua anima a Dio! E così ella è
felice, mentre s’aggira fra i letti d’uno spedale!... Se essendole
tutto mancato, le mancasse anche la calma, l’elevazione, e il coraggio
che solo può dare la fede, che ne sarebbe di lei?... A me pare una
grande infelice, ma io sono un cattivo giudice che non crede più
all’innocenza, perchè ha visto troppo la colpa. Col nostro scetticismo,
con la nostra povera scienza delle leggi e dei fenomeni naturali,
dubitando dei sentimenti più puri, o intendendoli solo come un
travestimento d’un medesimo istinto inferiore, noi siamo come il vento
del deserto che uccide i fiori, e impedisce i frutti. Perciò, sebbene
mi sia dolce l’immaginarlo, tuttavia non posso credere con certezza
che suora Angioliera, facendo il bene a chi non lo ha, nè potrebbe
averlo da altre mani nè da altra parola, provi gioie sconosciute a
chi cerca sempre il piacere, e spende la vita unicamente a pro suo...
Consolandosi con le consolazioni che reca, ella potrà ancora patire
l’ingratitudine, l’ingiustizia, tutti i disinganni, tutte le pene,
tranne quelle ignobili, quelle immeritevoli di pietà, che l’egoismo,
l’orgoglio e la vanità apportano a chi vive nell’abbondanza di tutti i
beni... Così speriamo che avvenga, o povera creatura, che trovasti un
rifugio, forse consolante, dove gli altri non vedono che lo squallore
della miseria e dell’agonia!... Ma sua madre?... Quando ci penso,
io provo un dolore amaro mescolato a una dolcezza di ricordi che mi
consuma. La nostra vita sembra guidata talora da uno spirito ignoto che
la conduce a effetti imprevisti. Dopo aver ritrovato su quella pagina,
che un giorno leggemmo insieme, que’ suoi capelli fini, ondulati,
aerei quasi, com’io li vidi errare intorno al suo bellissimo collo, e
alla sua pallida fronte; dopo quell’incontro, mai più immaginato, alla
locanda della _Levriera_, ella, che io avevo sepolto sotto la _grave
mora_ del mio scetticismo, e ben di rado la ricordavo; ha ripreso per
me lo strale e il palpito della vita... La sua ombra mi parla ora con
un senso di rimprovero come mi parlerebbe una povera innocente da
me calunniata ed offesa... Ah fanciullo, fanciullo, non t’illudere
ancora!... Non t’affliggere troppo, trasformando il tuo affetto in una
dolce chimera!... Non volere che quella povera morta abbia ancora per
te le seduzioni che ebbe da viva; ovvero getti ancora dall’alto la sua
piccola moneta nel cappello del cieco!... Il rimorso e l’amore riacceso
per questi ultimi casi, ora non ti fanno vedere che la parte buona, la
parte luminosa di lei, non più la volubile e oscura. Tu dimentichi la
donna quale fu veramente, e i tormenti che ti prodigò spensierata ed
altera, dopo la dolcezza delle umili promesse e dei baci!... Tuttavia
sono sempre io il più colpevole. Io dovevo rispettare e compatire di
più una fragile donna; non dovevo innamorarmene troppo; non dovevo
negarle da ultimo la parola di perdono e di pace che ella voleva
da me prima di partire, e d’immolarsi per la figliuola. Come prima
l’egoismo sensuale, così dipoi l’orgoglio ferito, e infine sempre lo
stesso egoismo, soffocò in me ogni voce della coscienza e della pietà.
Questo è il mio peccato, questo il mio rimorso. Dovevo almeno essere
più indulgente con lei... Ma ella mi abbandonò, e quando in un giorno
triste, forse il più triste della sua vita, ella volle tornare a me, io
la respinsi incredulo e offeso. Così è morta senza il mio perdono; è
morta disperata di dover lasciar Maria in quelle mani: mani crudeli che
vendicarono su quella innocente bambina il nostro peccato!
E l’enorme mistero del peccato e del dolore nel mondo, gli apparve
più che mai terribile in quel momento. Ben comprendeva come fosse
sorto su di esso un ordine teologico che spiegava il dominio del male
accusandone l’uomo, che ne ebbe, più d’ogni altro essere di questo
nostro pianeta, la facoltà, la tentazione, la coscienza, il tormento;
e spronandolo a togliersene di dosso l’umiliante fatalità col seguire
una via di perfezione e di salvezza. In questa dottrina religiosa il
dottore vedeva tale sapienza, che non ricercava se vi fosse altrettanta
giustizia. Gli pareva che a renderla benefica, bastasse il concetto
d’una possibile purificazione da quella parte di colpa che ogni uomo
porta con sè, come effetto perenne d’una prima causa ignorata. E il
dottore portava ora la sua. In quel momento egli voltavasi addietro
a riguardare, come il primo uomo, il paradiso perduto; l’illusione a
cui più non poteva tornare. Quella illusione gli aveva pur dato delle
dolcezze, che nondimeno non avrebbe mai voluto gustare, se dovevano in
ultimo fruttargli tanta amarezza. Avrebbe voluto riconoscere in ciò il
suo destino, e sorridergli con stoica serenità, e opporgli l’accusa, la
protesta del suo pensiero ribelle, ma intanto non potevasi levare dal
cuore l’avvoltoio lacerante... Quella madre e quella figliuola che non
aveva più rivedute, che non poteva più rivedere, gli davano il senso
amarissimo dell’irreparabile, della morte, dell’impossibilità d’una
riconciliazione agognata, d’un ritorno a quei giorni, a quei palpiti,
a quei ricordi... E quei ricordi gli passavano innanzi alla mente come
fiori caduti nel precipitoso fiume degli anni, irremeabile e oscuro.
II.
Per buona fortuna egli poteva scacciare da sè i cupi fantasmi, e
liberarsi da quel cilizio della memoria per essere il medico ben
presente a sè stesso, quando doveva, lungo la via alpestre, scender dal
legno per visitare i poderi e le frazioni di Comune dove, secondo le
indicazioni dell’ufficiale sanitario, v’erano ammalati di tifo.
Dopo averne visitati parecchi, arrivò la sera stanchissimo a un’osteria
con macelleria, e tre camere disponibili. Egli prese la più pulita.
Aveva anche la luce elettrica, indizio di molto progresso nel luogo.
Egli non sapeva peraltro dove posare i suoi panni: due seggioloni da
barbiere erano appiccicosi e nerastri, il tappeto del tavolino pareva
un turpe scialle della padrona idropica, che non si poteva muovere
dal canto del focolare; e il cassettone era tutto ingombro di fichi,
pere, mele, grappoli d’uva, ova affrittellate, fette di cocomero e
fette di salame... di marmo! La macelleria mandava su un odorino di
manzo sacrificato. Insomma non mancava nulla in quella camera benissimo
illuminata, fuorchè l’acqua. Il dottore se ne fece portare un secchione
pieno. Prima di coricarsi lasciò aperto uno spiraglio della finestra, e
così ebbe tutta la notte aria pura, con inquietudine e freddo.
La mattina incominciarono molto per tempo a tonfare sulla scaletta
di legno gli scarponi ferrati a ghiaccio, e gli zoccoletti. L’oste
anatomico incominciò a battere la coltella sul ceppo.
Questo lieto rumore sollecitò il dottore ad uscir di casa che non
s’erano ancora dileguate le ultime ombre notturne dal cielo pigro di
dicembre. Ma era bel tempo: l’azzurro pareva cadere su i monti, tanto
v’erano immersi: il sole era ancora al di là, ma quelle cime eccelse
già lo vedevano, e lo salutavano con le loro nevi infuocate.
Uno spettacolo non meno superbo attendeva il dottore sulla piazzetta
del municipio: quello delle autorità del Comune che l’aspettavano, con
molti intorno, muti e immobili come i senatori romani in attesa dei
Galli Senoni, e non si saziavano di guardarlo, pensando che egli era
un’autorità del Governo venuta apposta per loro. Intanto il povero
dottore tossiva molto, e il cuore gli palpitava come se in quei giorni
gli fosse divenuto d’un peso enorme...
Nonostante per due settimane, quanto durò l’ispezione, si strapazzò e
s’inquietò. Non ebbe intorno che sindaci, i quali, o erano rispettosi e
docili contadini; o teste dure di Cesari, di tribuni, o di socialisti
alteri del loro progresso mentale. C’entrava qualche volta anche il
prete, custode amorevole della chiesa, ovvero un fanatico scontroso
che portava la passione politica persino nel fumo dell’incenso, e nel
suono delle campane. Ma la persona con cui talora il dottore doveva
lottare più lungamente, era il segretario comunale, ben distinto, fra
quelle plebi rurali, per l’abito civile, e la sua malizia pratica
della legge. Egli era tomo, per esempio, di richiamare in vigore una
consuetudine degli antichi Romani, opponendola a una legge del Governo
non accetta al Comune, di cui egli era, in ogni simile congiuntura,
l’intrigante abile, il diplomatico, l’oratore. Altro bravo atleta, in
qualche altro luogo, era il maestro di scuola, cattedrante d’osteria,
arca di scienza biologica e pedagogica. Egli portava dovunque l’odore
progressista della sua pipa, non parlava il linguaggio comune, scriveva
nel giornaletto del capoluogo usando i grecismi della rettorica e della
scienza, e traeva dall’urna elettorale il favore della fortuna.
Il dottore diceva: «Se fossero selvaggi, io avrei con costoro la
pazienza d’un missionario: invece è tutta gente, questa qui, benissimo
illuminata, che riceve lettere affettuose dalla _Camera dei Deputati_,
e che la pensa col suo giornale. Se non hanno convinzioni, hanno
intenti, hanno idee che spesso esalano l’acquavite, ma sono idee. Non
credono più all’eterna dannazione del loro spirito immortale, ma questo
allarga le vedute della loro logica: bisogna ch’io li secondi.»
Invece contro il sotterfugio volpesco, contro la mediocrità ipocrita,
ciarlona, avventava qualche volta delle parole che parevano scoppiare
da una mitragliatrice, e allora li scontentava tutti, e tutti si
sfogavano a dirne male.
Si trovava meglio ne’ luoghi più alpestri, abitati da poveri montanari,
i quali erano ancora capaci di quella semplice e paziente rassegnazione
simile alla mitezza con cui il camoscio o il capriolo soffrono su
i greppi nudi la fame lunga, finchè rimangono flebile presa del
cacciatore.
In quelle casupole nere, col tetto bianco di neve, esposte talora al
precipizio della valanga, il lurido letto andava a toccare in fondo
la bassa pietra del focolare preistorico. Ivi, intorno alla brace
accesa, o a un cumulo di cenere, o a un abisso di fumo, s’accoglievano
uomini dalla fronte solcata da mille stenti e fatiche, donne anemiche
e strane, bambini sparuti, col colore di cimitero; o qualche vecchio
ricurvo come un angolo ottuso, e che nondimeno sforzavasi a camminare
come cammina un povero rospo sopravvissuto alla sassaiuola.
Di fuori il maiale sguazzava nell’abbondanza della fetida pozza.
Quanto meno avevano aiuto dall’uomo, e più lo imploravano quei miseri
dalle croci, dalle madonne, e dai santi appiccicati a quelle muraglie
bruciate.
In qualche luogo lontano da ogni parrocchia, avevano eretto, con
sistema ciclopico, un’informe cappella sul ciglio della montagna, e
colà un campano di vacca li chiamava la sera a pregare insieme, nel
silenzio della neve crepuscolare.
Il dottore s’arrampicava agilmente su quelle rocce, su quei dirupi,
esaminava dovunque, con moltissima cura, la qualità del terreno,
e trovava nelle acque impure la causa micidiale: conveniva perciò
derivarle da fonti e per condotti più profondi e salubri.
Questo scriveva, nella sua relazione finale, al prefetto Caccianemico,
quando gli giunse il dispaccio seguente:
«Villapluvia, 20 dicembre 189...
«Piaccia a Vossignoria trovarsi domattina questa sede per cosa
urgente che la riguarda.
_Il Prefetto_
TUMMISTUFETTI.»
Il dottore spedì la sua relazione al Caccianemico, ritornò quella sera
stessa a Villapluvia col suo fedele Speranza, e la mattina dopo si
presentò al comm. Tummistufetti.
III.
— Buon giorno, caro Stellini.
— Buon giorno.
— Ho molto piacere di vederla: ha fatto buon viaggio?
— Bonissimo.
— Ha avuto molto freddo?
— Moltissimo.
— E come va l’ordine pubblico in quella provincia, caro Stellini?
— Benissimo.
— E la salute pubblica?
— Malissimo.
— Eh lo so, lo so, caro Stellini: chi ha cuore non può che deplorare
tante miserie; ma che ci si fa? i Comuni sono così aggravati da tasse,
da sopratasse...
— È vero, è vero; ma ne parleremo un’altra volta: dunque, ho ricevuto
il suo dispaccio... e che c’è di nuovo?
— Nulla, caro Stellini, che le possa far dispiacere... ecco, legga.
E dopo avergli dato la lettera che aveva sul banco, il commendatore
tornò a fumare con un’aria benigna, alquanto insolita in lui, perchè
per lo più aveva la faccia torbida e sinistrata dalle tenebre del
potere governativo.
«Occorrendo di porre a capo dell’uffizio sanitario della provincia
di Girgenti, un valente ed energico funzionario, questo Ministero è
venuto nella deliberazione di trasferirvi, per ragioni di servizio,
il sig. dott. Fabio Stellini, il quale dovrà subito raggiungere la
sua nuova destinazione, e saprà rispondere degnamente alla fiducia
che in lui ripone il Governo.»
Il dottore guardò il prefetto.
— Mi dispiace, caro Stellini, — gli rispose il prefetto — di perdere
in lei un ottimo impiegato, ma anche mi rallegro con lei per la prova
di stima che le ha dato il Ministero: la provincia di Girgenti è una
provincia molto più importante di questa, e lei avrà più campo di
distinguersi e di farsi onore.
Il dottore gli voltò le spalle, e mosse verso l’uscio.
— Dunque che cosa devo rispondere al Ministero?
— La risposta ch’io vorrei dare non m’è permessa: domani le farò sapere
la mia decisione.
— Domani? io invece risponderei subito con un telegramma, dicendo:
«Ringrazio dell’onore, e mi metto a disposizione del Ministero»: ecco
quello che io risponderei al posto suo.
— Ma lei non è al posto mio.
Ed uscì.
— È una bestia! — disse il prefetto — è un pessimo impiegato, l’ho
sempre detto! non ha punto amor proprio, e quando un impiegato non ha
amor proprio, non può aver amore neppure al servizio.
IV.
Già sapevano tutti nella piccola Villapluvia che il dottore doveva
andare a Girgenti. Lo sapeva persino la sua stiratora.
— Quanto mi dispiace, signor dottore, che lei vada a Girgenti! — gli
disse la stiratora, fermandolo per la strada — ma è una provincia molto
importante.
— Rosina — egli le rispose — ci son da per tutto delle importanti
camicie da stirare...
Passando per piazza, vi vide il sindaco cav. Patriottini impettito e
fiero come una statua da posare sul piedistallo. Siccome sapevano tutti
che quello era il suo dì natalizio, riceveva i pubblici omaggi più
adulatori del solito, anzi dell’anno scorso, perchè il trasferimento
del dottore aveva dimostrato anche meglio che a questo sindaco i
ministri obbedivano come uscieri. Egli dunque era giunto all’ultimo
apice della piramide innalzatagli dalla pubblica stima degl’italiani.
Naturalmente in un giorno così solenne egli dette un suntuoso pranzo
agli amici. I brindisi patriottici si succedettero rapidi come le
bottiglie vuotate. Anzi fu tale il patriottismo, che tutto il Consiglio
comunale a un certo punto s’alzò, barcollando, e telegrafò al Ministero
pericolante per confermargli, in mezzo al cozzo dei calici traboccanti,
la sua stima e la sua fiducia. Dopo di che al sindaco ed a’ suoi amici,
parve d’aver quasi rifatta l’Italia. Ribevvero da capo alla loro
salute, e intanto la banda civica suonava sotto le finestre la _Marcia
reale_ e l’_Inno di Garibaldi_.
Quanto al dottore, lo riguardavano come un uomo perso, un uomo punito,
e se ne compiacevano come se la fortuna fosse toccata a loro.
— Ne deve aver fatte delle grosse, se il Ministero di quassù lo caccia
a Girgenti — dicevano, e velatamente glielo facevano anche capire
perchè è un gran piacere anche questo di poter umiliare e avvilire
il nostro buon prossimo. Dopo sembra di sentirci più grandi e più in
armonia con tutto quello che ci circonda.
Come se Girgenti fosse il Catai... Già il dottore, se mai, non pensava
a Girgenti, ma piuttosto vagheggiava lontano lontano, nel mondo
dell’immaginazione, l’antica Agrigento, cantata da Pindaro. Agrigento
e la Sicilia erano nomi sempre pieni d’incantesimi pel suo orecchio,
e che perciò s’inframmettevano, ora l’uno e ora l’altro, tra i suoi
tristi pensieri con quella vaga attrazione che la rimembranza e la
fantasia prestano ai luoghi memorabili e belli, quasi ridestandone
l’anima occulta, o quello che avanza alla morte, cioè il vacuo ricordo.
Persefone rinata coi fiori della pianura verde dell’Etna maestoso e
fumante; Polifemo cieco che suona la zampogna (immagini del bello e
dell’orrido sublime infuse dalla natura nel senso umano); i tepidi lidi
che udirono i canti dionisiaci, i canti di Teocrito, e gli ultimi echi
della _gaia scienza_ nei lirici nuovi; il genio architettonico degli
arabi vittoriosi venuto ad incontrarsi con le linee romane e normanne
nel silenzio dei chiostri e delle basiliche; i teatri greci deserti
e ruinati in faccia al mare sonoro come un applauso, o irato come le
_Eumenidi_; questi e altri simili spiriti di quei luoghi lo invitavano
seducenti; se non che gli parevano ben vani e puerili a paragone della
rude realtà di dover portare anche laggiù quella sua catena di medico
provinciale. Era stanco della commedia umana. Egli non poteva essere
che libero, o despota della rettitudine e della legge.
Non s’aspettava più nulla di nuovo nè di giocondo dall’avvenire, ormai
ridotto per lui a un breve passo verso la fine. Tutta l’estensione
era per lui nel passato, e quel giorno, quella povera pianta pensante
si sentiva attratta più che mai a ricercarlo in sè, nelle proprie
fibre. S’illudeva ancora di cogliere i fiori della memoria, ma i
fiori eran pochi, e troppe le spine, e quasi egli chiudesse in sè
il regno delle ombre, non trovava in sè che una folla di fantasmi
freddi, incresciosi e vaneggianti nel vuoto. Se qualche caro idolo
gli sorrideva lontano, era anch’esso un’ombra fuggente che non poteva
più ritornare a lui, anima e persona rispondente al desio. I morti
non lo consolavano più dei vivi. Fin la sua orfana fanciullezza gli
sorrideva triste e beffarda ammiccando a casi che ne smentivano la
felicità, ne profanavano l’innocenza; e in seguito che libertà aveva
avuto contro subiezioni e influssi letali, contro gli uragani dei sensi
e dell’anima, contro la ingenua fiducia di affetti caldissimi, dipoi
spenti o spezzati; contro i lampi del vero che l’avevano spogliato
d’ogni fede, d’ogni illusione per lasciargli l’anima incredula e
nuda alle trafitture, e ai mostri che via via la pratica degli
uomini avevagli rivelato! Questo che era l’oscuro mormorìo della sua
coscienza, il cumulo vano della sua trascorsa e inutile vita, gli
pesava molto sul cuore... A un tratto se lo sentì, il cuore, come
percosso da un’ala, e cadde smarrito... Si riebbe, ma gli rimase il
senso di quel terribile colpo che avevagli spento la conoscenza, a
un tratto, come soffio che fosse passato sulla fiamma d’una candela;
gli rimase il respiro difficile e affannoso; una gelida, vacillante
incertezza dell’esistenza, e un funereo presagio dell’ora ignota, ma
attesa ad ogni minuto... Egli medico, non aveva fiducia nei medici;
quindi non ci ricorse. Sapeva del resto che non c’era più rimedio per
quel suo vecchio male cardiaco.
— Povero Speranza! — egli disse accarezzando il suo cane, e il cane gli
allungò sul petto le zampe come se volesse abbracciarlo...
Quello fu il vero rimedio: può tanto il conforto d’un vero amico, che
di nuovo egli si sentì bene, e disposto a ripigliare domani la lotta e
il lavoro.
Secondo il solito, guardò dalla finestra del suo studio la grande e
muta campagna attraversata dal fiume che, essendo diminuito, gli parve
avesse note più limpide quella notte, o più ristrette a un unico suono
saliente dal gorgo come una voce. La neve biancheggiava, nell’orrido
buio nemboso, come un oceano polare, ricinto da tenebre impenetrabili.
Suonarono le undici al campanile, e parve che suonassero per nessuno,
tanto regnava il silenzio...
Il dottore si tolse dalla finestra, licenziò la serva, e quindi andò a
coricarsi, sperando ancora di poter fare un buon sonno.
Era questo il suo unico desiderio. Invece un secondo colpo dell’ala lo
sospese incosciente sopra l’abisso delle tenebre, donde non spira che
l’orrido vento della dissoluzione... Nondimeno al suo spirito pareva di
vivere ancora, e d’errare in un pelago ignoto d’illusioni e visioni,
fra cui (ironia della morte) la visione dell’antica Agrigento.
Gli pareva di vederne gl’intercolonni dorici in una pianura verde
e lontana, azzurreggiata, per tutti i seni, dall’immenso Ionio, e
tutta stellata di fior d’arancio, candidi come se gli avesse creati
l’alito della neve a quel sole ardente. Ma quel paesaggio aveva come
la cristallina vacuità d’un eliso disabitato... S’udiva un suono di
flauto, e pareva suonarlo la Morte nella deserta città...
Suonava un’aria della gioventù del dottore. Un giorno, standosene solo
nella sua stanza, l’aveva sentita cantare da una donna invisibile in
una casa vicina alla sua. Quella voce femminile pareva slanciarsi verso
una dolcezza invocata, e discendendo poi fino alla più tenue cadenza,
pareva come prolungare una curva di infinita soavità nello spazio...
«Era la tua voce?»
Questo egli domandò delirando a una bella donna ch’eragli apparsa tra
le colonne, come una candida dea. Era in lei un’armonia di bellezza
orientale educata alla grazia greca, e i suoi occhi soavi e neri
splendevano come stelle fulgenti in una notte serena. Ella illuminava
tutto il paese ed il mare, per il quale erravano le più vaghe visioni
intorno ai numi d’Omero.
«Io sono la poesia» ella rispose.
«Oh con quanto desìo — sclamò il dottore — io ti cercai nelle anime e
nelle cose! ti chiusi nel mio cuore morso dalle vipere; e tu t’agitasti
nel mio cuore come una sepolta viva: ora il mio cuore è spezzato, e tu
m’accompagni alla fossa... Oh illusione! illusione!...»
«Io sono — ella disse — la realtà delle cose e dei fatti trasformata
in ritmo, in volo, in voce sovrana. Io comprendo tutto quanto palpita
d’intelligente e divino nella natura: io sono il mistero dell’anima
universale; la forza più intima che lega i cuori e fa sentir loro
l’unità della vita; io rendo agli uomini in numeri armoniosi, in
immagini d’aquila, e nei detti dell’eterna sapienza, tutta la materia
dei loro sogni, tutto l’orrore delle loro catastrofi, tutta l’ebbrezza
dei loro amori, tutta la pietà dei loro singhiozzi, e ci hanno
piacere...»
«Non tutti: i più tu li fai sbadigliare, e preferiscono la tua immagine
falsa che è la rettorica adiposa e pomposa, così indispensabile alla
vanità, alla menzogna ed alla fortuna. Ma nei momenti nei quali tu
ti riveli davvero, ben tu sei, o poesia, la dolcezza, l’arcobaleno
dell’esistenza. Così vorrei io pure invocarti. Giacchè ho veduto che
tutto infine si volge a danno o a utilità di qualcuno, vorrei io
pure procurare, come dicono oggi, un _vero godimento intellettuale_
ai lettori, per mezzo di qualche tuo alunno che cantasse la mia
agonia. Perchè non so se così accade negli altri mondi che brillano
come capocchie di spillo nell’infinito, ma qui da noi la lodola che
oggi canta e vola, domani può piacere anche meglio arrostita. Così
quello che oggi è per me uno strazio orrendo, può divenire domani un
trastullo. Ma questo, almeno per me e per la lodola, non è poetico,
non è morale, o poesia... E se penso che domani, in mezzo al corteo
degl’impiegati e dei medici a cui non piacqui, e dissero tanto male
di me, taluno si leverà di tasca un foglietto, e leggerà un discorso
di lode funebre sul mio feretro; io, qui agonizzante, qui innanzi
all’oblìo che m’inghiotte, ho, dalla immagine di questa postuma scena,
l’ultima impressione della falsità crudele, della prosa triviale e
buffona e vischiosa che mi afflisse tutta la vita. Per cui, se non mi
paresse una bestemmia, direi che non credo più neanche a te, o poesia!
Tu non esisti che nelle fibre di certi pochi e infelici temperamenti...
Ma perchè m’apparisci sempre sì bella anche ora che son per morire?...
sì bella, che mi faresti credere ancora che tu non sei un’ombra vana...
Forse sei la donna invisibile che, in un giorno della mia giovinezza,
cantò quell’aria che ora m’è ripetuta dal flauto della Morte...»
Il flauto della Morte suonava un’aria della gioventù del dottore...
*
* *
E il giorno dopo _Speranza_ trovò chiusa la casa del suo padrone: ci
avevano già messo l’_appigionasi_.
Il cane stette un pezzo a quell’uscio, col muso basso e gli orecchi
tesi... Poi si dette a correre per la città e per la campagna vicina, e
abbaiare, abbaiare, abbaiare, perchè il padrone lo sentisse da qualche
parte... Poi non si vide più.
Invece _Camuffi_, il pacifico gatto rosso, se la cavò bene.
Indipendente dall’uomo, impassibile come gli elementi generatori e
devastatori della natura, fiducioso nella destrezza del suo zampino,
nell’acume delle sue onniveggenze, nella tattica delle sue comparse
improvvise e delle sue sparizioni occulte, delle sue vigili dormiveglie
e dei suoi contrattempi audaci, delle sue tolleranze bonarie, e de’
suoi slanci fulminei; egli ebbe ancora, come dice la romanza, «lunghi
giorni di felicità» amoreggiando pei tetti e per gli orti, e facendovi
buona caccia di topi, pulcini, rondini, lucertole e passerotti.
Tu sai, o lettore, che molti nella vita sono anche più abili di
_Camuffi_; ma veramente son disgraziati i cani che perdono un sì buon
padrone com’era davvero il dott. Fabio Stellini. Dio gli perdoni il suo
peccato!
FINE.
INDICE
PARTE
I. Veglia notturna Pag. 1
II. All’Ufizio » 33
III. Donna Angioliera » 71
IV. Alla «Locanda della Levriera» » 257
V. Ritorno e partenza » 291
Errata-Corrige
Pag. 93 torbida leggasi _torpida_
» 96 loro perversità » _perversità_
» 122 dov’è » _dovè_
DEL MEDESIMO AUTORE:
_Iacopo e Marianna_ — romanzo L. 3 —
_In Provincia_ — novelle e bozzetti » 4 —
_L’Eredità_ — romanzo » 2 50
_Di Paese in Paese_ — viaggi, scritti d’arte
e poesie » 5 —
_Il Mondo di Dolcetta_ — romanzo » 3 50
_Ricordi Veneziani_ » 3 —
_Le Perfidie del Caso_ — romanzo » 1 —
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a
fine volume (Errata-Corrige) sono state riportate nel testo.
*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PECCATO DEL DOTTORE ***
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