Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle

By Manin

The Project Gutenberg EBook of Illustrazione delle medaglie dei dogi di
Venezia denominate Oselle, by Leonardo Manin

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Title: Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle
       Edizione seconda con correzioni ed aggiunte

Author: Leonardo Manin

Release Date: September 25, 2008 [EBook #26701]

Language: Italian


*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ILLUSTRAZIONE DELLE MEDAGLIE ***




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[T0] = Titolo di livello 0 = Level 0 Title.
[T1] = Titolo di livello 1 = Level 1 Title.
[I[ = Inizio corsivo = Beginning of italic.
]I] = Fine corsivo = End of italic.
[SC[ = Inizio maiuscoletto = Beginning of small caps.
]SC] = Fine maiuscoletto = End of small caps.
[Gr[ = Inizio alfabeto greco. = Beginning of Greek alphabet.
]Gr] = Fine alfabeto greco. = End of Greek alphabet.
***
Errata...Corrige
Paolo Renier, ultima riga del paragrafo. Paolo Renier, last line of
the paragraph.
errata
... dell'anno mille settecento e sessanta ...
corrige
... dell'anno mille settecento e settanta ...
***
Uniformità nel trattamento degli spazi dopo gli apostrofi: legamento
con la parola successiva in caso di elisione, spazio nel caso di
troncamento.
***
Sono stati attribuiti i corretti accenti gravi ed acuti, nel testo
originale tutti acuti.
***



[Copertina]



[T0] ILLUSTRAZIONE DELLE MEDAGLIE DEI DOGI DI VENEZIA DENOMINATE
OSELLE.

Edizione seconda con correzioni ed aggiunte.

Venezia, co' tipi di Pietro Naratovich.

1847.



[Dedica]



Al Nobile Signore Andrea Giovanelli, Patrizio veneto, Conte
dell'impero, membro onorario del Veneto Ateneo e presidente della IX
Riunione degli Scienziati in Venezia.



[Prefazione]



Carissimo Cognato!

Se nell'anno 1834, nell'occasione per me di letizia del collocamento
di una mia Figlia, la vostra gentilezza ha voluto pubblicare colla
stampa una mia memoria, non vi dispiaccia che per dimostrarvi la viva
mia compiacenza nella circostanza per voi onorevolissima, qual è
quella di vedervi meritatamente destinato a presedere al Nono
Congresso degli Scienziati Italiani, io ne pubblichi una seconda
edizione fregiandola del nome vostro.

Il mio lavoro richiama antiche cose patrie, e so quanto vi sta a cuore
tutto ciò che riguarda l'amatissima nostra patria. Mi lusingo quindi,
che se altra volta accoglieste graziosamente quel lavoro, non vi
riesca discaro, nell'esaurimento dei primi esemplari, di vederlo
pubblicato di nuovo. Aggradite la mia intenzione, e ritenetela come un
piccolo contrassegno dell'affetto, della stima e della sincera
gratitudine che vi si professa.

Venezia, il 10 settembre 1847.

Il vostro amorosissimo cognato Leonardo Manin.



[Testo]



La Storia dell'antico Governo de' Veneziani, con solerte cura ne'
passati anni dettata da ragguardevoli stranieri, abbenché col suo
cadere la importanza ne scemasse, non venne accompagnata giammai, che
io mi sappia, dallo esame delle medaglie relative ai fatti Storici
della Veneziana Repubblica. Lo studio e la ricerca delle medaglie in
generale sempre piacevole riuscì e vantaggioso, e perché in pochi
segni i più importanti avvenimenti delle nazioni raccolgonsi, e perché
alcune volte i costumi de' popoli quasi in compendio ci rappresentano.
Le medaglie, nel mentre che il tempo, il ferro ed il fuoco logorano,
rovinano e distruggono la magnificenza dei templi, la bellezza degli
archi e delle colonne, l'altezza delle piramidi e de' monumenti, le
medaglie, io diceva, ci conservano perenni le memorie delle nazioni
rimote, e sulla celebrità de' loro fasti con franco piede passeggiano.
Di questo studio a' giorni nostri si onorano i principi, si fregiano i
ricchi, e gli stessi dotti e letterati uomini ad esso in gran parte
delle proprie cognizioni si confessano debitori. Siccome sugli
accaduti avvenimenti l'origine loro è fondata, così le molte volte
sono la base principale ai racconti degli storici. Simili
considerazioni me invogliarono a tessere la storia delle veneziane
medaglie, la quale con le epoche successive dei tempi e dei Dogi fino
al termine di quell'aristocratico Governo ci conduca; né mi aggirerò
perciò fra le tenebre de' prischi tempi a mendicare tavole o monete
che dilucidino troppo vetusti avvenimenti: altri il tentarono, e tornò
ad essi vergogna e disdegno. La serie delle medaglie, delle quali io
sono per esporre le illustrazioni, conta la sua origine da pubblico
decreto del Consiglio Maggiore. La importanza di questa illustrazione
fu pur anche riconosciuta dal celeberrimo Bibliotecario che fu della
Marciana, Cavaliere Giacopo Morelli, nell'appendice al catalogo della
libreria raccolta dal sig. Maffio Pinelli, nella quale ragionando
della pregevole serie delle monete veneziane dallo stesso raccolte e
possedute, vi annovera pur anche quella delle Oselle, la quale, per
l'uso che eravi annualmente di mettervi nei rovesci le memorie di
qualche fatto della Repubblica in quell'anno accaduto, presenta una
idea storica delle cose più memorabili di quel Governo. E di fatti,
dai più dotti scrittori ci viene commendata la utilità di queste
parziali illustrazioni, e su di esse si occuparono le penne di Bizot
per la storia metallica della Olandese Repubblica, di De-Bie per la
sua Francia metallica, del Bonanni per le medaglie dei Romani
Pontefici, senza enumerare tanti altri, che i secoli dei particolari
monarchi illustrarono, o che di singole medaglie o monete trattarono.
La stessa serie di queste nostre fu in parte fino a' suoi giorni
dall'ab. Palazzi illustrata ne' suoi Fasti Ducali, accompagnando le
Vite dei Dogi da esso lui dettate con la impronta delle loro medaglie.
Dietro a lui ne' posteriori tempi succedettero ed il padre Cassinense
don Silvestro Rovere nello estendere la vita del Doge Silvestro
Valier, e Domenico Pasqualigo nella sua Notizia giornale storica per
la morte di Luigi Sebastiano Mocenigo. Trovansi pure impresse le
Oselle dall'anno 1700 fino all'anno 1787 nell'opera di M. Michele
Benaven che porta per titolo: [I[Le Caissier Italien]I], vol. 2, Lione
1787. Ma niuno dalla epoca della loro istituzione fino alla caduta
dell'aristocratica dominazione di tutte fece parola; benché di simili
raccolte di veneziane medaglie molti de' nostri musei forniti fossero,
e di alcuni di essi il catalogo si pubblicasse, fra i quali il Pisano,
il Naniano ed altri, nonché quello dell'abate Bottari di Chioggia, dal
Rubbi inserito ne' diversi tomi de' suoi elogi.

La serie delle veneziane medaglie distinte col nome di Oselle, non
ancora per intiero pubblicata, col cessare dell'antico Veneziano
Governo ebbe il suo compimento. Né di altre medaglie di famigerati
uomini ragionare intendo, né delle famigliari degli stessi Dogi, le
quali tutte ci condurrebbero a troppo lunga diceria. Queste
generalmente le particolari circostanze de' cittadini riguardano, o
illustri per reggimenti e governi, o celeberrimi per imprese
guerresche, o famosi per coltura di lettere, e la serie di esse forse
interminabile si riconosce. Le illustrazioni dunque delle Oselle, cioè
di quelle medaglie che per decreto del Supremo Maggior Consiglio dai
Dogi per ciaschedun anno a' nobili in dono distribuivansi, alla
pubblica luce presento, affine di riconoscere a quale avvenimento più
ragionevolmente nel corso degli anni l'impronta di cadauna attribuire
si debba; e sperar voglio, che non disaggradevole ed inutile impresa
questa debba riuscire, che le gloriose geste dei nostri maggiori con
verità rammenta. Prima di entrare in materia, a questo luogo osservare
mi piace, che anche la vicina Città di Murano per antico privilegio
ogni anno nella Zecca di Venezia coniare una moneta d'oro o d'argento
faceva, al peso della veneta Osella, con la epigrafe [I[Munus
Comunitatis Muriani]I], delle quali ogni anno dispensa facevasi al
Doge, al Podestà del luogo, al proprio Consiglio dei XXV, ed alle
primarie cariche interne. Sovra questa incise sul diritto vedevansi le
armi del Comune, del Doge, del Podestà e del Camerlengo proprio, e nel
rovescio i nomi di quattro deputati del Comune; senza che vi si faccia
memoria di fatti particolari.

Dalla prima istituzione di queste medaglie fino al termine della
Veneziana Signoria, duecento e settantacinque ne furono coniate.
Siccome però molte di esse pel corso di alcuni anni l'impronta
medesima conservano, o almeno il diritto loro non cangia, così,
imaginando di accompagnarne la interpretazione con le tavole relative,
ho creduto più opportuno, anche dietro il parere di dotti e scienziati
uomini, di farvi collocare quelle sole di cadaun Doge, che importanti
variazioni mostrassero, talché eziandio ai non fortunati posseditori
di ricchi musei, più agevole riesca di questa serie godere, e si
avveri il detto dell'Allighieri nel quindicesimo canto del Purgatorio:

  "Com'esser puote, che un ben distributo

  "I più posseditor faccia più ricchi

  "Di sé, che se da pochi è posseduto?"

Vi sono però alcuni amatori di archeologia, che fanno caso di certe
lautezze, e gridano a lor talento, che molte e molte varietà si
omisero nella prima edizione, da loro possedute: a questi io dirò che
le variazioni accadute per falli di conio, per pulimenti avvenuti dopo
le prime impressioni o per mutazione dei massari, non alterando la
storica narrazione, non furono da me calcolate, non trascurandone però
alcune che potrebbero dare un vario senso alle epigrafi espresse.

Una parte delle rendite dal Governo assegnata alla dignità ducale
dalla cacciagione e dalla pesca nelle circonvicine valli ritraevasi,
quindi fino dall'anno 1275 il Consiglio Maggiore decretato aveva, che
a cadauno de' suoi membri il dono di cinque uccelli di valle nel mese
di dicembre dal Doge si facesse. Di quale specie questi uccellami
fossero, non bene gli ornitologi nelle opinioni loro convennero, e
sembra solo che dai cronisti si spiegasse, che il valsente di questa
regalia di mezza redonda di oro fosse. Il decreto però non fa parola
che del valore di un quarto di ducato d'oro, e dalle memorie della
Zecca si sa che questa moneta fino dalla sua istituzione avea di
peggio 60, pesava grani 480, avea di fino grani 470 5/8 ed era
valutata soldi trentuno, ch'era appunto il valore appropriato al
quarto di ducato d'oro, che s'incominciò a coniare nel 1517 sotto
l'antecessore Doge Leonardo Loredano. Benché il decreto del Veneziano
Governo la natura di questi uccelli non istabilisca, alcuni fra'
cronisti soggiungono, che femmine esser dovessero coi calzari rossi, e
quindi a buon diritto presupponendo che il dono del capo della
repubblica dovesse essere composto dal migliore selvaggiume che nelle
lagune nostre si pigliasse, e questo calzato di rosso, si dee
conchiudere che i soli mazzorini, dal Linneo nel suo Sistema della
natura chiamati [I[anas-boschas]I], il presente costituissero. Nel
codice antico [I[Publicorum]I] sono ricordati come i migliori uccelli
da valle i mazzorini femmine dai piedi rossi: [I[De bonis aucellis
majoribus russis pedibus]I] ([I[Sententiae n.° LXX]I]), e nella
promissione ducale del Doge Pietro Loredano all'anno 1567 si nominano
[I[bonarum aucellarum magnarum]I]. Riconosciutosi però, nella serie
successiva degli anni, che nell'autunnale stagione, le burrasche e
l'aggiramento variato de' venti imperversando, il più delle volte
impedivano, che la cacciagione così fortunata riuscisse da poter
raccogliere tanto numero di uccelli, quanto era d'uopo per l'annuo
regalo del Doge, a' ventotto di giugno dell'anno 1521 nella sede
vacante lasciata da Leonardo Loredano dal Consiglio Maggiore si prese
il partito e la deliberazione, [I[che in luogo degli uccelli, che
cadaun gentiluomo nostro aver suole dal Principe, per l'avvenire aver
debba una moneta della forma che parerà alla Signoria nostra, che sia
di valuta di un quarto di ducato, e li Camerlenghi del Comune siano
obbligati delli denari deputati al Principe di dare agli Officiali
nostri delle ragioni vecchie quella somma fissata per detta regalia,
da essere distribuita alli nobili nostri nel tempo, modo e forma, come
osservare solevasi nella dispensazione degli uccelli]I]. Ecco la
derivazione del nome di questa moneta, ed ecco la epoca certa della
sua origine.

Il Prevosto Lodovico Antonio Muratori, nella sua dissertazione
ventesimasettima, dà il nome di Osella ad una moneta di Andrea
Vendramin del 1476 al n.° XVIII, che non è che una moneta comune, del
valore di soldi venti, con la inscrizione [I[Jesus Christus Tibi soli
gloria]I], e crede pure che sia un'Osella la lira nuova di Cristoforo
Moro al n.° XXIII, la quale altro non era se non una novità introdotta
nel conio delle lire, novità che fu susseguitata anche dal Doge Nicolò
Tron, ma che fu poi tolta da un decreto del Maggior Consiglio vacante
ducatu all'anno 1473, 11 agosto, con queste parole: [I[Ad Capitulum XI
de moneta auri et argenti tenenda in culmine addatur, quod in omni
sorte monetae, quae fiant in Zecca Nostra, imago Ducis fiat flexis
genibus ante imaginem Sancti Marci in illa forma, quae imago ipsius
Ducis est posita super ducatum, nec imago Ducis in moneta nostra fieri
possit per istud M. C. declaretur. Soldini autem et ceterae monetae
stampetur cum consuetis figuris. (Promissio ducalis)]I].

Potrebbe forse taluno desiderare, che alcune parole si impiegassero
nel render conto nell'arte dai nostri incisori adoperata nella
fabbricazione di queste medaglie. Tali però essi fino dal suo
principio si dimostrarono da non farne alcun calcolo per la storia
dell'arte dell'incisione, ed anzi sembra che molti quella trascuranza
vi ponessero, che nel conio delle monete in corso adoperavano. Quindi
le imagini vi sono piuttosto schiacciate, che incise; nessuna varietà
nei lavori, ed in conseguenza nissuno effetto; i tratti della
fisionomia e le fattezze del volto sono senza verità e senza grazia;
la bocca è segnata per mezzo di una linea retta, e tutto insieme il
disegno alcun poco grecizzando, non dimostra che la decadenza
dell'arte, la quale tanto si era dagli antichi modelli discostata. È
bensì vero che al tempo di Andrea Gritti certo Vettor Gambello o
Camello intagliatore fioriva, del quale si fa parola dal fu
Bibliotecario Cav. Giacopo Morelli nella notizia di opere di disegno
del secolo XVI esistenti in Cremona, in Padova ecc., e nel Museo
Gradenigo si conservava una piccola medaglia bellissima, nella quale
era la di lui effigie colla leggenda [I[Victor Camelius sui ipsius
effigiator MDVIII]I], siccome pure dal Zanetti nella sua memoria sulla
origine di alcune arti principali appresso i Veneziani è detto d'una
medaglia di Marco Sesto, che mostra di essere coniata nell'anno 1393.
Quelle medaglie però che più a' tempi nostri si avvicinano, deposta
l'antica rozzezza, offrono maggiore interesse dal lato della
composizione e minore goffezza de' tempi bassi nella esecuzione.
Devesi pur anco riconoscere, che le lettere, conservando quasi
l'antica purezza del romano carattere, sono espresse chiare ed
intelligibili, e non quali s'incontrano negli altri stati d'Italia,
nei quali le stesse forme degli alfabeti sempre più trascurate si
veggono nelle inscrizioni e leggende, o quali furono imaginate
dall'autore delle antiche memorie delle monete veneziane, nelle quali
niun segno alfabetico si riconosce.

Prima però di entrare nella illustrazione delle Oselle sembrami utile
di fare una dichiarazione generale di que' segni che in esse impressi
negli eserghi si veggono. Abbiamo dal Conte Carli nella sua opera
delle Zecche, che ne' diversi stati d'Italia, allorché i principi si
prevalevano del diritto della moneta, davano ad impresa la fabbrica
del loro argento da monetarsi. Gl'impresarii, mastri di zecca
appellavansi; questi duravano nel ministero uno o due anni, e più o
meno a norma delle contrattazioni, e nelle monete le loro iniziali
ponevano a guarentigia della buona qualità loro. Non cosi nella
Repubblica di Venezia facevasi, ove l'azienda della Zecca per
amministrazione maneggiavasi, e di essa un magistrato cura e governo
teneva. Si legge infatti, che fino dall'anno 1269 erano già instituiti
gli uffiziali all'argento, che in appresso massari s'intitolavano, i
quali de' fatti tutti, che la monetazione dell'argento risguardavano,
occupavansi. La nomina di questo magistrato dall'autorità del
Consiglio Maggiore proveniva. Ne' tempi posteriori la materia della
monetazione affidata venne al Senato il quale una nuova magistratura
creò col titolo di Provveditori di Zecca. Gli antichi massari
continuarono tuttavia quasi senz'alcuna autorità, perciocché
subordinati a questa senatoria magistratura. Siccome però eglino erano
dal Maggior Consiglio prescelti, così ad essi la prerogativa di
firmare le monete d'argento con le iniziali del più anziano fra loro
venne conservata, prerogativa la quale alcune volte si omise, senza
però che da alcun decreto sia stato in contrario stabilito. Vedrassi
quindi successivamente, che quasi ad ogni Osella nelle incise sigle si
riconoscono i nomi dei massari di Zecca dell'argento, sotto i quali
esse furono coniate. I massari percepivano ad ogni marca di argento
bollato quattro piccoli per ciascuno oltre al mensuale assegno di
ducati settanta. Questa magistratura era coperta da due nobili, che
s'intitolavano massari all'argento, ed altra ve n'era di massari
all'oro, e due anni nella magistratura duravano; alcune volte però
accadeva, che all'epoca della fabbricazione delle Oselle si cangiasse
l'individuo nel magistrato, ed ecco perché in alcune si trovano le
sigle variate da quelle che si riportano nelle presenti illustrazioni.

Vogliono alcuni, che debbasi la serie delle Oselle incominciare da un
getto di bronzo, senza indicazione di nome alcuno di Doge, quasi alle
altre modello; su di che non conviene il succitato Co. Carli, il quale
lo giudica piuttosto una delle monete, che dai Dogi nel giorno della
incoronazione distribuivansi, il che non sembra probabile, mancando il
nome dell'eletto. Ciò non ostante, a soddisfazione di alcuni, ho fatto
da prima incidere questo getto senza nome alcuno di Doge (Tav. I).
Rappresenta esso nel diritto la Vergine seduta coronata dal divin
Figliuolo, che, seduto egli pure, ed egualmente coronato, tiene nella
sinistra mano lo scettro, e sulla soglia de' troni siedono due
Angioletti, e dall'alto si vede la colomba, e sei teste di Cherubini,
ed intorno il motto [SC[REDENTORI]SC] ([I[sic]I]) [SC[MUNDI]SC],
[SC[REGINA]SC] ([I[sic]I]) [SC[CELI]SC] ([I[sic]I]); e sul rovescio nel
mezzo una figura coronata in piedi con la spada nella dritta, e la
bilancia in bilico nella sinistra, al cui lato destro avvi la Pace col
ramo d'ulivo, ed al sinistro l'Abbondanza che tiene la mano destra
stesa sulla spalla della coronata figura, e nella sinistra il
cornucopia con la inscrizione intorno [SC[MUNUS. DATUR. NOBILIBUS.
VENETIS.]SC]: la quale rappresentanza rammenta il giuramento che
prestavano i Dogi nell'assumere la suprema dignità. A corroborare
maggiormente questa opinione concorre la medaglia di Andrea Gritti,
rarissima medaglia, annoverata fra quelle del museo Pinelli, nella
quale evvi il diritto con la testa di lui (il che prova essere essa
una medaglia privata di questo Doge, giacché le effigie dei Dogi erano
nelle monete fino dall'anno 1473 vietate) e con la inscrizione
[I[Andreas Griti Dux Venet]I]. Nel rovescio poi san Marco sedente, che
scrive il Vangelo sopra un leggio, ed all'intorno: [I[Munus datur
nobilibus Venet. S. M. V.]I] di quarta grandezza. Che si facessero
questi donativi alla nobiltà nel giorno della incoronazione, nel
mentre che largizioni al popolo distribuivansi, dalle storie il
sappiamo, né queste con gli annui regali confondere si dovevano. Le
largizioni popolari, che dicesi aver avuto tra noi principio alla
epoca del Doge Sebastiano Ziani all'anno 1173, il quale ricchissimo
uomo qual era, volle che la moltitudine della pubblica gioia ed
allegrezza godesse, e non già, come asserisce il sig. Daru nella sua
romantica istoria di Venezia, per affezionarsi la plebe, la quale
aveasi dal governo alienata perché resa priva del diritto di elezione;
queste popolari largizioni, ripeto, anticamente sotto i romani e i
greci imperatori costumavansi, e quelle sono che più propriamente
sotto il nome di [I[congiarie]I] chiamavansi, ed erano ordinate per
accrescere la gioia popolare. Il citato Co. Carli, in opposizione al
surriferito abate Palazzi, vuole con lo stesso nome distinguere
l'annuo donativo del Doge, adducendone in prova, che, sotto tal nome,
tutti gli antichi donativi pubblici negli altri stati si ritenevano.

[T1] ANTONIO GRIMANI.

A. 1521 ([SC[TAV]SC]. I).

Il primo Doge, eletto dopo la decretata sostituzione, fu Antonio
Grimani, dello stipite che noi chiamiamo di santa Maria Formosa,
famiglia insigne e per l'antica sua origine, e per molte
ecclesiastiche dignità dalla chiesa conferitele, e per pubblici
impieghi cittadineschi e stranieri, e pel cospicuo favore da' suoi
maggiori alle scienze ed alle arti accordato, per cui la fama per ogni
dove ha i suoi pregi divulgato. Questi sedette sul ducal trono dai 7
di luglio dell'anno 1521 fino al maggio del 1523; e, quantunque un
anno e dieci mesi corressero della sua ducea, e quindi due epoche
dell'annuo dono, pure nella serie delle Oselle una sola con la
indicazione del nome di lui si conserva; né vedendosi in essa espressi
gli anni, potrebbe fors'anco congetturarsi, che, non cangiandosi
impronta, quella sola del primo anno si ritenesse. Essa sul diritto
rappresenta il Salvatore del mondo sul trono seduto col suo monogramma
XC fra i pedali della seggiola, il quale benedice il Doge ginocchioni,
a cui san Marco giù dei gradini del trono, e con le iniziali sul capo
S. M. che lo caratterizzano, lo stendardo della Repubblica consegna.
Nella banderuola dello stendardo vedesi il leone alato, simbolo
dell'Evangelista, e vi si legge all'intorno la inscrizione [SC[BENEDIC.
POPULUM. TUUM. DNE.]SC], e nell'esergo [SC[ANT. GRIM. DUX.]SC], e nel
rovescio sono due figure di donne togate, che le destre si stringono,
con la epigrafe in giro [SC[IUSTITIA. ET. PAX. OSCULATAE. SUNT]SC]. Antonio
Grimani prima della sua esaltazione da più di venti anni era stato dal
Veneziano Senato nell'isola di Cherso confinato, imperciocché nella
guerra contro Bajazet, Signore de' Turchi, all'anno 1499, essendo
comandante della flotta veneziana, trascurato aveva la occasione di
combattere l'inimico. Si sottrasse egli dal suo esilio, e presso un
figliuolo, che in Roma era cardinale di santa Chiesa, ritirato viveva.
Successa nell'anno 1508 la fatal lega di Cambrai, in cui i vari
potentati di Europa a' danni della Veneziana Repubblica si
collegarono, il Grimani, che verso la patria l'antica affezione
conservata aveva, più volte di tranquillare l'animo alienato del
pontefice procurava, e col mezzo del figliuolo, e con l'opera propria
dopo due anni riuscì a disgiungere il pontefice dalla lega, e
conchiuder la pace con la Repubblica. Questo merito del Grimani fu
cagione che, dall'esilio alla patria richiamato, nel 1509 la perduta
dignità di procuratore di san Marco abbia ricuperato, e, successa la
morte del Loredano nel 1521, fra l'aspiro dei più esimii cittadini,
alla sede ducale sia stato promosso. Il diritto di questa sua medaglia
ci ricorda la carità verso la patria, sulla quale non cessò mai,
ancorché esule ed assente, d'invocare la benedizione del Signore,
mentre nel rovescio con la Giustizia e la Pace, che le destre si
stringono, allude nel tempo medesimo ed alla pace successa dopo lo
scioglimento della lega, ed alla giustizia a lui stesso resa dalla
patria, che i di lui meriti riconobbe. Questa Osella, siccome la prima
della serie, è divenuta assai rara, e nella sua verità ad alcuni musei
è finora mancata. Dalle memorie di Zecca si riconosce che il titolo di
questa Osella era del peso di grani 180, di sessanta di peggio, di
cento settanta e cinque ottavi a fino, e del valore di lire una, soldi
dodici e sei piccoli, valore che pochi anni appresso fu portato a lire
una e soldi sedici.

Avvenuta nel maggio del 1523 la morte di questo Doge, nella sede
vacante un nuovo decreto del Consiglio Maggiore fu preso, pel quale
accordato venne, che al nuovo Doge fossero fatti buoni que' danari che
gli occorressero pel donativo oltre i ducati trecento e cinquanta, che
per questa ragione riscuoteva, considerata la grave spesa che ogni
Doge era per ciò tenuto di fare.

[T1] ANDREA GRITTI.

A. 1523 ([SC[TAV]SC]. I).

Al Grimani nel maggio dell'anno 1523 Andrea Gritti subentrò, i talenti
e le geste famose del quale furono e da Bernardo Navagero in una
orazione latina lodate, e da Nicolò Barbarico nella vita di lui, per
cura impressa del sopra lodato cavaliere ab. Morelli, pulitamente
encomiate. Le Oselle annualmente coniate sotto il suo principato non
ricordano alcuna delle sue imprese, né offrono nelle loro impronte
memoria alcuna de' patrii avvenimenti. Quindici anni e tre mesi rimase
questo doge sulla ducale sede, e nelle sedici medaglie da lui alla
nobiltà regalate contrassegnò nel diritto san Marco in piedi che dà lo
stendardo al Doge ginocchioni col motto intorno [SC[S. M. VENET. AND.
GRITI. DUX]SC]. Il titolo della dignità [SC[DUX]SC] non trovasi
nell'esergo, siccome sta nella precedente del Grimani, ma leggesi
disposto vicino all'asta dello stendardo per lungo. Tate disposizione
continuò sino all'anno 1574, quinto della ducea di Alvise Mocenigo.
Nel rovescio per la prima volta collocar fece la leggenda: [SC[AND.
GRITI. PRINCIPIS. MUNUS. ANNO. I.]SC], leggenda che, generalmente parlando,
fu fino all'ultimo termine del Governo continuata. Qualche variazione
però nel tipo del diritto accadde in quella dell'anno sesto e dei
susseguenti fino al sedicesimo, nelle quali il san Marco non più in
piedi ma seduto si vede sur una cattedra con lo schienale, e la
disposizione delle lettere è in senso inverso della prima, volgendosi
tutte alla stessa parte: variazione che si è creduto necessario
d'indicare anche nelle tavole, aggiungendo alla prima del Gritti
segnata ([I[lett]I]. a), l'altra (b) per norma dei curiosi osservatori
e raccoglitori, i quali deggiono essere pur anco avvertiti, che
siccome in alcuni musei le Oselle vere di questo Doge mancano, così,
ad oggetto di continuarne la serie, furono alle mancanti sostituiti
de' getti di argento. Evvi pure la circostanza che nell'Osella del
quinto anno l'iniziale V. indicante il [I[Venetus]I] dopo [I[S. M.]I]
esiste nell'esergo, come eziandio in quella dell'anno sesto la lettera
[I[S.]I] indicante il [I[Sanctus]I] vedesi nell'esergo, mentre nelle
altre è posta dietro la sedia dell'Evangelista. Il valore di queste
Oselle fu nell'anno 1528 portato a lire una e sedici soldi, il che
continuò fino all'anno 1570.

[T1] PIETRO LANDO.

A. 1538 ([SC[TAV]SC]. I).

Pietro Lando fu il successore del Gritti nell'anno 1538, cittadino che
passò con grande applauso per tutti i principali magistrati, e del
quale a tutti gli ordini della città era notissima la integrità e la
fortezza sì ne' militari, che ne' politici impieghi. Sette sono le
Oselle di questo doge a' nobili distribuite, siccome sette furono gli
anni del suo principato, morto essendo agli otto di novembre dell'anno
1545. Queste egualmente nulla offrono allo studio ed alla diligenza
de' commentatori ed interpreti, ripetuto essendo in tutti gli anni del
suo ducato il conio medesimo, che rappresenta san Marco sur una
cattedra seduto, il quale lo stendardo pubblico al doge genuflesso
consegna con la inscrizione nel diritto intorno: [SC[S. M. VENETI. PETRUS.
LANDO. DUX.]SC], e nel rovescio: [SC[PET. LANDO. PRINCIPIS. MUNUS. ANNO.
I.]SC], e così successivamente con la sola variazione degli anni.
Nell'esergo del diritto sono le iniziali V. S. che, come abbiamo fin
dal principio osservato, indicano il nome del massaro all'argento in
Zecca, che in quell'anno era Vettor Salomon, e questa è la prima
Osella che lo riporta. Sotto questo Doge, nell'anno 1541 agli 11
gennaio, uscì decreto che la moneta da darsi ai gentiluomini non
dovesse essere in maggior numero di quelli, ed avesse a corrispondere
alla valuta di tre Marcelli, cioè peggio 60 di peso di grani 189
accresciuto di nove grani dalle prime, e valutata a L. 1:16 a fino
grani 179.5/32; ed in tal guisa si continuò sotto tutti i successivi
dogi, e si accrebbe di prezzo finché, giunta al valore di L. 3.18, il
loro stampo era di danno alla Zecca.

[T1] FRANCESCO DONATO.

A. 1545 ([SC[TAV.]SC] I).

Francesco Donato, il quale era stato competitore del Lando, ed aveagli
ceduto affine di non recar danno alla patria per la guerra che allora
e in terra e in mare ardeva, troppo a lungo la creazione protraendo,
aveva coperto i reggimenti di Rovigo, Vicenza, Padova ed Udine, e
sostenuti i gradi di Senatore, Savio, Capo dei Dieci, Consigliere e
Procuratore. Fu a Doge creato a' ventidue di novembre dell'anno 1545,
e morì in maggio del 1553, e quindi sette furono le Oselle col di lui
nome segnate. La profonda pace sotto gli auspicii del suo ducato
goduta, nella quale le arti belle a nuova vita risorsero, niuna
circostanza particolare somministrò ai tipi delle sue medaglie, le
quali conservano la consueta impronta nel diritto di san Marco seduto,
ed il Doge in ginocchio, che da lui riceve lo stendardo col motto:
[SC[S. M. VENETUS. FRANCISCUS. DONATO. DUX.]SC], adoperandosi per la prima
volta tutta intiera la parola [I[Venetus]I] mentre da prima scrivevasi
[I[Venet]I]., abbreviatura di [I[Venetiarum]I], e nel rovescio
[SC[FRANCISCUS. DONATO. PRINCIPIS. MUNUS. ANNO. I]SC]. Nell'anno quinto
s'incominciò ad aggiungere nell'Osella una donna togata, con regia
corona in capo, il cornucopia appoggiato e tenuto dal braccio
sinistro, e con la destra mano tesa sulla spalla del doge, la quale
può rappresentare l'abbondanza e la pace che in quegli anni la
Repubblica godeva (fig. 6). Negli anni successivi continuossi lo
stesso tipo, e non ebbe luogo alterazione veruna nelle inscrizioni e
leggende, e solo la indicazione degli anni variossi ([I[lett]I]. a).

[T1] MARC'ANTONIO TRIVIGIANO.

A. 1553 ([SC[TAV]SC]. I).

Un solo anno sedette sul trono ducale Marco Antonio Trivigiano, eletto
a successore del Donato nel 1553, cittadino ragguardevole per costumi
e per innocenza di vita, liberale in sommo grado verso i poveri e
religiosissimo. Niuno avvenimento avendo la pace interrotta, che per
molti anni nella Italia godevasi, la sola medaglia per lui coniata non
offre nel diritto che il consueto tipo di san Marco seduto, che dà al
doge ginocchioni lo stendardo della Repubblica col motto [SC[S. M.
VENETVS. ANTON. TRIVISANO. DVX.]SC], e nel rovescio [SC[MARCI. ANTONII.
TRIVISANO. PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I]SC].

[T1] FRANCESCO VENIERO.

A. 1554 ([SC[TAV]SC]. I).

Fu pure assai breve il reggimento del Doge Francesco Veniero, il quale
la sede ducale occupando dagli undici di giugno dell'anno 1554 fino ai
quattro giugno del 1556, non ebbe che due sole epoche del donativo ai
nobili, ed in entrambe le sue Oselle conservò l'antico tipo e le
consuete inscrizioni, del suo nome e nel dritto e nel rovescio
fregiandole: [SC[S. M. VENETVS. FRANCISCVS. VENERIO. DVX. FRANC. VENERIO.
PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I.]SC] e [SC[II]SC].

[T1] LORENZO PRIULI.

A. 1556 ([SC[TAV]SC]. I).

Al Doge Veniero sottentrò nel giugno del 1556 Lorenzo Priuli, eletto
quando tre procuratori di S. Marco ambivano la suprema dignità, ed
egli visse tre anni Doge, e tre le Oselle furono col nome di lui
coniate, senza alterazione veruna né nel tipo, né nella leggenda, se
non se la sostituzione del suo nome a quello dell'antecessore, ed il
segno degli anni del suo ducato, leggendo visi nel dritto [SC[S. M.
VENETVS. LAVRENTIVS. PRIOLVX. DVX.]SC], e nel rovescio [SC[LAVRENTI.
PRIOLVS]SC]. ([I[sic]I]) [SC[PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I. ]SC]ecc. È noto che
questo doge fu grande raccoglitore di medaglie antiche, delle quali in
gran copia somministrò al Vico ed al Golzio, allorché questi per ogni
dove ne raccoglievano ad oggetto di pubblicarle; e fu lodato in morte
dal preclaro uomo Lorenzo Giustiniano.

[T1] GIROLAMO PRIULI.

A. 1559 ([SC[TAV]SC]. I).

Girolamo Priuli, fratello maggiore del defunto, fu alla ducale dignità
sostituito. Creato nel settembre dell'anno 1559, conservò la sede per
otto anni e due mesi, e quindi a' nobili nove medaglie distribuì, le
quali, abbenché niuno avvenimento ricordino all'osservatore diligente,
ritenendo nel diritto la consueta impronta di san Marco su la cattedra
seduto col Doge a' suoi piedi, che lo stendardo riceve, la solita
inscrizione [SC[S. M. VENETVS. HIERONIMVS. PRIOLVX. DVX.]SC], e nel rovescio
[SC[HIERON. PRIOLI. PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I.]SC], ciò non ostante leggonsi
da questa parte nel contorno aggiunti agli anni della salute del mondo
quelli della edificazione della città di Venezia [SC[SALVTIS. ANNO. 1559.
AB. VRBE. CONDITA. 1139]SC], e così successivamente fino all'anno 1567.
Questa forma di enumerare gli anni dalla epoca della edificazione
della città, derivata dall'antico romano costume, che in simil guisa
ai proprii fasti la data poneva, il pensiero fa nascere che eziandio
nelle medaglie la eleganza del bello scrivere classico avesse luogo,
unitamente alla vivacità e maestria de' pennelli dei Tiziani, dei
Tintoretti, dei Giorgioni, alla eccellenza degli scalpelli dei
Lombardo e dei Sansovino, e alla nobiltà delle seste e delle squadre
degli Scamozzi, dei San Micheli e dei Palladio con cui la propria
città abbellivasi.

[T1] PIETRO LOREDANO.

A. 1568 ([SC[TAV]SC]. I.)

Alla morte di Girolamo Priuli fu eletto, contro l'aspettazione della
città e di lui medesimo, Pietro Loredano nell'ottantesimo quinto anno
della sua età per merito d'integrità e di bontà. Se dalle
illustrazioni dell'abate Palazzi inferir si dovesse il numero delle
veneziane medaglie, una sola indicare si dovrebbe al Doge Pietro
Loredano spettante, mentre egli solo la prima di questo Doge segnata
con gli anni 1568 registra; siccome però eletto rimase nell'ottobre di
quell'anno, e morì nel maggio del 1570, così due le Oselle furono da
lui fatte coniare, ritenendo l'antica impronta ed inscrizione nel
diritto, e conservando nel rovescio, oltre il consueto motto,
registrati gli anni della redenzione e della edificazione della città,
per cui nel diritto si legge [SC[S. M. VENETVS. PET. LAVREDANO. DVX.]SC],
nel rovescio [SC[PETRI. LAVREDANI. PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I.]SC], e nel
contorno [SC[SALVT. AN. 1568. ET. AB. VRBE. CONDITA. 1148.]SC], e nel
rovescio dell'altra con l'[SC[ANNO. II.]SC], vedesi paranco [SC[SALVT.
AN. 1569. ET. AB. VRBE. CONDITA. 1149]SC].

[T1] ALVISE MOCENIGO.

A. 1570 ([SC[TAV]SC]. I).

Il Doge Alvise Mocenigo, Cavaliere e Procuratore di san Marco, fu dopo
la morte del Loredano a' cinque di maggio dell'anno 1570 eletto, il
quale in quel tempo per esperienza di affari esterni ed interni, per
riputazione di soda virtù, e per certa elevatezza d'ingegno e gravità,
che furono in lui singolari, tenevasi atto a tanto incarico in quelle
torbidissime circostanze. La prima Osella di lui mantenne nel diritto
il consueto tipo ed il motto, il che fece pure nel rovescio,
conservando gli anni dell'era cristiana e quelli della fondazione
della città, leggendosi su di essa da un lato: [SC[S. M. VENETVS.
ALOYSIVS. MOCENIGO. DVX.]SC], e dall'altro [SC[ALOYSI. MOCENIGO. PRINCIPIS.
MVNVS. ANNO. I.]SC], e nella periferia di questo lato [SC[SALVT. ANN. 1570.
ET. AB. VRBE. CONDITA. 1150]SC]. ([I[linea]I] 4, [I[lett.]I] a). Variano
però tanto nel diritto, che nel rovescio i tipi e le inscrizioni della
seconda Osella di questo Doge. Importanti avvenimenti essa alla mente
ricorda, ed alla posterità li tramanda. Già sotto il di lui
antecessore Loredano, Selimo, imperatore de' Turchi, aveva rotta la
guerra ai Viniziani, i quali, perduto nel primo anno di questo Doge il
regno di Cipro, eransi in alleanza stretti con Filippo II re delle
Spagne, col sommo pontefice Pio V, e con l'ordine militare di Malta.
Riunitesi adunque le flotte degli alleati, forti di più di duecento
galere e galeazze, poco lungi dalla imboccatura del golfo di Lepanto
fra le isole Curzolari, la flotta ottomana incontrarono a un modo
eguale di forze, e nella mattina dei 7 ottobre del 1574 con estremo
accanimento battagliarono; dal che la totale sconfitta dell'inimico
successe, che alcun poco abbassò l'alterezza di lui. Allusiva a sì
segnalata vittoria fu la Osella del secondo anno di questo Doge, nel
cui diritto si vede S. Marco tenere con la sinistra mano il vessillo
della Repubblica, e con la diritta in atto di benedire il Doge
genuflesso stendente allo stendardo la sinistra mano, mentre tiene la
destra quasi in atto di segnarsi, ed intorno ha le parole: [SC[S. M.
VENETVS. ALOY. MOCEN. ANNO. II. DVX.]SC], e nel rovescio [SC[M.D.LXXI. ANNO.
MAGNAE. NAVALIS. VICTORIAE. DEI. GRA. CONTRA. TVRCAS.]SC] ([I[lett.]I] b). Né
solamente nelle Oselle quella vittoria dal Doge con pubblica
testimonianza si rammemorava, ché nel giorno 7 ottobre una solenne
funzione sacra si decretava, e di più davasi allora principio ad una
nuova moneta, che la effigie della Santa riporta, e che il nome
assumeva di Giustina, del peso di venti carati, e che fu accresciuta
fino al quadruplo negli anni posteriori. Nel terzo, quarto, quinto e
sesto anno si ripresero gli antichi tipi e le consuete inscrizioni con
la segnatura degli anni, e solo nell'anno sesto si vede alcun poco
variata la cattedra del Santo, su la quale la spalliera con elegante
forma s'innalza, spalliera ommessa sotto il Doge Loredano, e ne' primi
anni del Mocenigo. Inoltre il titolo [SC[DVX]SC] non più leggesi
lunghesso l'asta dello stendardo, ma nell'esergo del diritto
([I[linea]I] 5, [I[lett. ]I]c). Nell'anno 1576, l'ultimo in cui il
Mocenigo sul ducal trono sedette, dappoiché i Veneziani avevano
riparato alcun poco i mali della passata guerra, e con la
straordinaria venuta di Enrico III re di Francia gli animi loro alla
gioia ricomposti, una spaventevole pestilenza in tutte le parti della
città la desolazione e la strage menava sì, che nello spazio di pochi
mesi più di quarantamila persone sotto l'atroce flagello la morte
miseramente incontrarono. Né solo umili supplicazioni e molte
pubbliche processioni dalle divote persone a Dio furono fatte; ma
dalla pietà del Veneziano Senato la erezione di un tempio, per voto al
Redentore del mondo dedicato, si decretò, il quale riuscì il capo
d'opera della eleganza e della sublime semplicità Palladiana, e tale,
che, se non in splendore, almeno in bellezza, ecclissa ogni altro fra
i più decantati e meravigliosi. A rendere perenne la memoria della
pubblica pietà, fu nell'anno settimo dai Mocenigo fatta coniare una
Osella ([I[lett.]I] d), nel diritto della quale il santissimo
Salvatore seduto, stendendo la sinistra mano al vessillo, tiene la
dritta in atto di benedire il Doge ginocchione, il quale porta la
destra mano al petto in segno di compunzione, e la sinistra aperta
distende in aria supplichevole, e dietro a lui mezzo nascoso giace
prosteso al suolo il Leone con la epigrafe: [SC[ALOY. MOCENIGO. P.
MVN.]SC] e nell'esergo [SC[ANNO. VII]SC]. Nel rovescio poi vedesi un
magnifico tempio, di statue e colonne ornato e ricco, e su l'abside
esterna il Leone alato con le parole intorno: [SC[REDEMPTORI. VOTVM. ANNO.
M.D.LXXVI]SC]. Fu da taluno osservato esistere alcune Oselle dell'ultimo
anno di questo Doge con variazioni nelle lettere delle leggende; ma
queste non possono essere che falli dell'incisore, e non già varianti.
Le memorie di Zecca danno alle prime due Oselle di questo Doge il
valore di lire due ed un soldo, ed alle successive quello di lire due
e soldi tre.

[T1] SEBASTIANO VENIERO.

A. 1576 ([SC[TAV]SC]. II).

Nel giugno dell'anno 1576 Sebastiano Veniero, Procuratore di S. Marco,
succedette al defunto Mocenigo, ma un solo anno sulla sede ducale
rimase. Questo Doge, che era stato capitano generale sulla flotta, e
il quale col suo valore contribuito aveva all'esito fortunato della
battaglia di Lepanto in cui il centro comandava, la ricompensa più
grande dalla patria ottenne pe' suoi sparsi sudori. Distribuendo a'
nobili il consueto dono, volle, che nel diritto inciso fosse il
protettore S. Marco in atto di benedire, con la sinistra allo
stendardo appoggiata, mentre il Doge genuflesso gli presenta un ramo
di palma in omaggio per la ottenuta vittoria, ed un Angelo a volo
discende dal cielo col ducale berretto apparecchiato a collocarglielo
sul capo col motto: [SC[SEB. VENERIO. P. MVNVS]SC]., e sotto [SC[ANNO.
I.]SC], e tutto ciò in memoria di essere stato dal suo Angelo tutelare
nella famosa giornata salvato. Nel rovescio poi ricorda la protezione
del cielo accordata alla città nella pestifera mortalità passata,
dall'alto mostrandosi il Signore che la sottoposta città benedice, ed
alla quale varie galere approdano con la epigrafe: [SC[1577. MAGNA. DEI.
MISERICORDIA. SVP. NOS]SC]. Parve al Palazzi di vedere in questo rovescio
nuovamente rammentata la battaglia dei Curzolari, sognando esservi le
flotte che s'incontrano; ma chiaramente risulta essere al di sotto del
Signore raffigurata una città, ed anzi da' suoi edifizii puossi
Venezia riconoscere, alla piazzetta della quale, non già nemiche
flotte s'incontrano, ma tranquille navi onerarie approdano, e danno
fondo; oltre a che lo stesso motto che vi si legge appalesa piuttosto
la liberazione di un flagello, che non una vittoria per la Dio grazia
ottenuta.

[T1] NICOLÒ DA PONTE.

A. 1578 ([SC[TAV]SC]. II).

Alla morte del Doge Veniero aspirarono con eguale fervore e non
diseguale benemerenza Jacopo Soranzo e Paolo Tiepolo, costituiti ambo
nella medesima età e riputazione appresso di tutti; ma nel mentre,
gareggiando essi di virtù e di applausi, vi anelano, vi si vide
sollevato Nicolò da Ponte, Procuratore di S. Marco, il quale siccome
artefice della propria fortuna, posti alla futura sua grandezza i
fondamenti sulla cultura delle arti e della filosofia, della quale
avea tenuta per alquanti anni pubblica lezione, agli affari pubblici
dedicandosi, e superando ciascuno nella prudenza e nella forza del
parlare, tutti i gradi più onorevoli avea già scorsi. Era egli a quel
tempo luogotenente in Udine quando fu al Veniero in successore eletto,
quasi da celeste inspirazione a ciò gli elettori condotti. Infatti
nelle Oselle, che ne' sette anni della sua ducea a' nobili distribuì,
null'altro fece imprimere, che sul diritto san Marco sur una cattedra,
di spalliera ornata, seduto, poggiando la destra mano sopra uno de'
bracciuoli della sedia, nel mentre che con la sinistra al Doge lo
stendardo consegna, il quale con le ginocchia piegate pure con la
sinistra il riceve, tenendo al petto la destra, e dietro a lui un
Angelo già in terra disceso, che il berretto ducale gli appresta,
quasi ad indicare la sua inaspettata elezione, con le parole: [SC[S. M.
VENETVS. NIC. DE. PONTE. D. ]SC]e sotto l578 e seguenti. Il Palazzi
asserisce che su la banderuola dello stendardo impresso sia il
monogramma del Santo [SC[S. M.]SC], ma nella serie delle Oselle, che mi
sono sotto l'occhio, tanto di questo che degli anni successivi, non
seppi rilevare che il consueto simbolo dell'Evangelista, cioè il Leone
alato. Anche nel rovescio delle stesse Oselle la pietà di questo Doge
riluce, poiché, elevato sulla sede ducale nel giorno a san Giuseppe
dedicato, volle, che in ciascuno dei sette anni, qualunque avvenimento
posponendo, la figura di detto Santo si mostrasse con verga in mano
fiorita ed il motto: [SC[VIRGA. FLORVIT. PRINC. MVNVS. AN. I.]SC], e nel
basamento della figura di santo Giuseppe [SC[S. IOS.]SC], e così di
seguito fino all'anno settimo.

[T1] PASQUALE CICOGNA.

A. 1585 ([SC[TAV]SC]. II).

In questo anno 1585 entro il mese di luglio il Principe Nicolò da
Ponte, avendo governata la Repubblica per sette anni, in età di anni
novanta finì di vivere. A lui succedette Pasquale Cicogna, Procuratore
di S. Marco, ragguardevole per innocenza e per integrità di vita, il
quale esercitando nell'antipassata guerra l'impiego di Provveditore
della Canea nell'isola di Candia, avea dato saggi di prudenza e di
fortezza singolare. Lo stesso spirito di religione e di pietà animava
l'eletto Doge, che fino all'aprile del 1595 sedette sul ducal trono, e
quindi dieci furono le Oselle che ai nobili offeriva. Nella prima di
queste evvi conservato il diritto del suo antecessore, variato il
nome, mentre nelle altre nove il tipo del Doge Veniero adoperavasi con
l'Angelo, che dall'alto discende, piuttosto che sia disceso, tipo che
fu creduto inutile di ripetere nelle tavole, dappoiché la sola
differenza nella posizione dell'Angelo consisteva. Le parole sono:
[SC[S. M. VENETUS. PASC. CICONIA. D.]SC] e sotto 1585. Nel rovescio poi è la
santissima Croce in mezzo a due altre Croci con la leggenda: [SC[HINC.
SALVS. ET. RESVRRECTIO. ANNO. I]SC]. La impronta adoperata da questo Doge
nelle sue Oselle, ricordando la religione e la pietà di lui, mostra
quale predilezione egli avesse verso l'ordine dei Padri Crociferi. La
insegna di questo ordine, ch'era appunto tre Croci, oggigiorno si vede
sopra una delle porte del fabbricato esistente qui in Venezia nella
piazza detta dei Gesuiti, ove quella religiosa comunità chiesa teneva
ed ospizio. Quel Doge infatti frequentava con divozione particolare
l'oratorio annesso all'ospizio, ed ivi pure trovossi nell'atto che gli
fu annunziata la sua esaltazione alla sede ducale. Quest'oratorio, che
fu nell'anno 1845 illustrato da monsignor Gio. Bellomo, Canonico della
Basilica Patriarcale di S. Marco, e Professore emerito dell'i. R.
Liceo Convitto, è posto di fronte alla chiesa de' RR. PP. Gesuiti,
nella quale evvi il deposito di questo Doge, ed è annesso al già
ospizio de' Crociferi, che fu poi ridotto ad ospizio di donne inferme
e vecchie. Ed in esso trovasi un quadro che ricorda appunto che,
stando il Cicogna colà ad orare, gli venne recata la notizia della sua
elezione a Doge.

[T1] MARINO GRIMANI.

A. 1595 ([SC[TAV]SC]. II).

Il Doge Pasquale Cicogna avendo alle pubbliche cose per nove anni
atteso, mancò di vita con massima riputazione di religiosità, di
prudenza, di umanità, onde si distinse singolarmente. Richiedevano
quel supremo posto della patria tre ragguardevoli senatori, Jacopo
Foscarini, Marino Grimani e Leonardo Donato, tutti tre Cavalieri e
Procuratori di san Marco, i quali erano passati per tutti i gradi di
onore con distinta lode di virtù e di benemerenza. Il Grimani per fama
di innocentissima vita era commendabile, non che per certa naturale
affabilità atta a cattivarsi gli animi di ogni genere di persone, e
per una ingenua libertà di spiegare la propria opinione
eloquentemente. Tra il contrasto dei partiti alla fine fu pubblicato
nel giorno 23 aprile Doge Marino Grimani. Undici sono le Oselle fatte
da lui imprimere dall'anno 1595, in cui al Cicogna succedette, fino al
26 di dicembre del 1605. Questo Doge, della cospicua famiglia dei
Grimani, uscito dal ramo di quelli di san Luca, illustri progenitori
contava, che per la religione e per la patria le loro sostanze ed il
sangue sparso avevano, e nell'insegna, o nell'arma che vogliam dire,
della sua famiglia la croce inserivano, a chiara dimostrazione della
parte presa nelle guerre di religione, ossia nelle crociate. Piena la
mente ed il petto di queste sublimi idee da' suoi avi ereditate, il
Doge ordinò, che nel diritto delle sue medaglie impresso fosse il
santissimo Salvatore, il quale lo stendardo consegnandogli, la cui
banderuola dall'aria agitata si mostra, con la destra lo benedice, nel
mentre che egli genuflesso con ambe mani lo riceve, avendo intorno le
parole: [SC[BENED. AIA. MEA. DNO. MARIN. GRIM. DUX.]SC], e nell'esergo
[SC[ANNO. I]SC]. Nel rovescio poi vi pose il simbolo dell'Evangelista,
cioè un Leone rampante, del nimbo ornato il capo, che con la zampa
diritta tiene una croce elevata col motto intorno: [SC[SYDERA.
CORDIS.]SC], e sotto [SC[1595. S. M.]SC] cioè Sebastiano Marcello
massaro dell'argento. Questo è il primo caso in cui mi è occorso di
parlare delle cifre indicate nell'esergo, come quelle che denotano i
nomi dei massari. In questo frattempo ho esaminate altre collezioni di
Oselle, e mi venne fatto di riconoscere, che queste cifre in altre
variano, il che non puossi esplicare in altra forma se non che erano
due i massari, che aveano egualmente il diritto di apporvi il proprio
nome, e che terminato fosse il periodo della loro carica. Niun'altra
differenza le susseguenti tutte distingue, se non che le variate cifre
degli anni e le iniziali dei massari di Zecca successivi. Buona
ragione hassi per conghietturare che la croce, la quale, come si è
detto, era innestata nell'armi della famiglia Grimani, perciocché da
Goffredo Buglione, come accennano le antiche memorie, ad un suo
antenato accordata, si volesse dal Doge in unione alle insegne della
patria mostrare, affine di spiegare che la pietà e la religione non
deggiono giammai dalla carità della patria esser divise. La mogliera
di lui Morosina Morosini fece col proprio nome una medaglia gettare,
ch' è una delle due impresse nella tavola settima delle Dogaresse.
Rappresenta da un lato il busto di lei col velo ed il berretto ducale
sul capo, e la croce dal collo pendente, ed ha intorno le parole:
[SC[MAVROCENA. MAVROCENÆ]SC]. e dall'altro lato [SC[MVNVS. MAVROCENÆ. GRIMANÆ.
DVCISSÆ. VENET.]SC] 1597. ([SC[TAV]SC]. VII). Fu però impropriamente a
questa medaglia il nome di Osella attribuito, giacché, al dire dello
Stringa nelle aggiunte alla [I[Venezia]I] del Sansovino, non fu questa
coniata che nel mese di maggio dell'anno 1597 all'atto della
incoronazione di lei, due anni già scorsi dalla elezione del marito, e
fu a' nobili distribuita dappoiché la promissione ducale all'altare
del santo Evangelista giurato aveva. Molte altre erano le onorificenze
che alle mogliere dei Dogi praticavansi, ed oltre il manto di panno
d'oro o d'argento, ed il velo di seta finissimo che sul capo col
berretto ducale portavano, visite ed uffiziosità dagli ambasciatori
de' principi e da' magistrati della città ricevevano, e da un numero
di gentildonne e di parenti di casa, uscendo, accompagnate venivano,
fino a che alla metà del secolo diciassettesimo, per togliere gli
eccessivi dispendii che alle arti ed al popolo la incoronazione della
Dogaressa specialmente accagionava, fu con decreto del Consiglio
Maggiore giudicata questa azione non necessaria e poco aggiustata alla
moderazione del Governo, conservandole però le stesse prerogative e
gli usi praticati in altre occasioni e dalle leggi permessi. Ciò però,
che alcun poco può recare di meraviglia, si è che la Dogaressa Grimani
sia stata la prima a far coniare medaglie con la propria effigie,
quando dalle cronache si sa che all'atto della incoronazione, per
antico instituto, una borsa di oro riccio a ciascuno de' Consiglieri
ed una al Cancellier Grande dalla consorte del Doge donavasi: dono
elegante e gentile, di cui fa cenno il Sansovino nella descrizione
delle feste fatte all'anno 1557 per la incoronazione di Zilia Dandolo,
consorte al Doge Lorenzo de' Priuli. Quantunque però sia riconosciuta
impropria la denominazione di Osella a questa medaglia affibbiata,
pure, siccome in alcuni musei con tal nome si ritiene e conserva, ho
creduto di aggiungerla alla settima tavola, come sopra è indicato,
insieme a quella della Valiera, moglie al Doge Silvestro Valiero,
affine di non interrompere la sincera continuata serie delle Oselle.

[T1] LEONARDO DONATO.

A. 1605 ([SC[TAV]SC]. II).

Nel mese di gennaio dell'anno 1605 Leonardo Donato, Cavaliere e
Procuratore di san Marco, a Marin Grimani Doge succedette con applauso
del Senato e di tutto l'ordine patrizio, e con le acclamazioni di
tutta la città, il quale era puranche concorso, come si è veduto,
nella precedente vacanza. Questi, terminando la sua carriera mortale
nel mese di luglio dell'anno 1612, sei Oselle del suo nome fregiate di
coniare ordinò. Tutta la sua vita civile, della quale gli storici ci
assicurano, fa un tessuto di azioni sagge e prudenti. Insorte nel 1605
le controversie fra Paolo V sommo pontefice, e la Repubblica di
Venezia, era stato dal Senato eletto il Donato per ambasciatore alla
santa Sede ad oggetto di por termine ad ogni questione ed ottenere la
desiderata riconciliazione. La morte però del Grimani e la elezione di
lui in Doge rese di niun effetto la sua nomina all'ambasciata. Fermo
quindi nelle sue massime di moderazione, e condotto da rettitudine di
cuore, sui principii di quel Governo basando, del quale era il capo
divenuto, volle che nell'annuo suo dono un pubblico e perenne
monumento della sua felice disposizione rimanesse. Conservata la
consuetudine nei tipi delle annuali medaglie, vedesi sul diritto di
tutte sei san Marco seduto in atto di consegnare lo stendardo al Doge,
il quale inginocchiato nella sinistra mano il riceve, coperto il capo
con la ducale berretta, tenendo al petto la destra, e con la epigrafe
all'intorno [SC[S. M. VEN. LEONARDVS. DONAT. DVX]SC]., e nell'esergo le
sigle [SC[Z. P. S.]SC], che si spiegano Zuan-Pietro Sagredo massaro
all'argento, e che nelle altre susseguenti diversificano. Nel rovescio
di tutte sei l'Evangelista san Marco, seduto col Leone ai piedi, porge
con la destra mano la spada sguainata a Venezia, simboleggiata in una
donna che con la corona radiata in capo e genuflessa, nella sinistra
la riceve, tenendo nella destra la bilancia in bilico col motto
all'intorno [SC[RECTVM. IVDICIVM. DILIGAM.]SC], e nell'esergo [SC[ANNO.
I.]SC] e così successivamente. Questo doge dopo la sua morte molti
scritti lasciò relativi ai maneggi e alle negoziazioni da lui tenute
per la riconciliazione con la santa sede, e in questi preziosissimi
scritti tutta la delicatezza e la pietà di lui si riconosce.

[T1] MARC'ANTONIO MEMMO.

A. 1612 ([SC[TAV]SC]. II).

Alla impensata morte del Doge Donato fra molti concorrenti, tutti
ricolmi delle principali onorificenze della Repubblica, fu proclamato
Doge Marc'Antonio Memmo, cittadino di assai avanzata età, ma di tale
sublime e maestosa forma, che sopravanzando gli altri, attirava sopra
di sé gli sguardi tutti, di tale soavità e facilità di costumi, che
ogni animo si cattivava, e che avea la vita sua logorata nei pubblici
uffizii, specialmente in qualità di rettore delle città dello Stato.

Dai ventuno di luglio dell'anno 1612 fino a' trentuno di gennaio del
1615 scorsero due anni e sei mesi nei quali il Doge Marc'Antonio Memmo
sul trono sedette, e perciò il donativo delle sue Oselle a' patrizii a
tre solamente limitossi. Tutte tre le dette medaglie lo stesso tipo
conservano con la sola variazione degli anni e de' nomi de' massari.
Portano esse nel diritto il santo Evangelista che, benedicendo con la
destra il doge ginocchioni, lo stendardo della Repubblica gli consegna
con la inscrizione: [SC[S. M. VENET. M. ANT. MEMO. DVX.]SC], e nell'esergo
1612. [SC[A. C.]SC], cioè Antonio Contarini massaro, in alcune altre
variando. Nel rovescio il Salvatore in piedi, che invita, quasi in
atto di predicare, con le parole intorno [SC[DOCE. ME. FACERE. VOLUNTATEM.
TVAM. ANNO. I]SC]. Nulla nelle pubbliche storie essendo a cui in qualche
forma abbiasi a credere allusivo il motto medesimo, che rinchiude la
idea di una rassegnazione ai divini voleri, non sarei lontano
dall'opinare, che esso si riferisca alla vocazione dell'unico di lui
figliuolo chiamato alla ecclesiastica carriera col mezzo del santo
cardinale Carlo Borromeo, per la quale rinunciando egli ai comodi
privati ed ai pubblici onori, vestite le insegne della chiesa, fu
eletto canonico della cattedrale di Padova, ove, in segno di
venerazione ed ossequio pel santo suo maestro, un ricco altare eresse
tuttora esistente.

[T1] GIOVANNI BEMBO.

A. 1615 ([SC[TAV.]SC] II).

Ne' primi giorni del novello anno 1615 diede gli auspicii alla
Repubblica per quello Giovanni Bembo assunto dalla procuratia di san
Marco alla suprema dignità, dopo avere sostenuto ragguardevoli cariche
e l'imperio del mare. Tre egualmente furono le Oselle da questo Doge
fatte coniare dal dicembre 1615 fino al 1618. Sono queste fra loro
tutte somiglianti, avendo nel diritto san Marco seduto su la cattedra,
che il Doge a' piedi suoi benedice, dandogli il pubblico vessillo.
Dietro il Doge vedesi un santo vescovo in piedi, il quale gli tiene la
destra mano sopra la spalla con la epigrafe: [SC[S. M. VENET. IO. BEMBO.
DUX.]SC], e nell'esergo 1615. [SC[C. G.]SC], Claudio Gherardini massaro,
sigle che variano in qualche altro esemplare di questa Osella, come
pure negli anni successivi. Nei rovesci di queste medaglie vedesi il
Doge ginocchioni con l'abito militare e col manto ducale, il quale
alza al cielo gli occhi e contempla fra le nuvole l'apparizione di un
Santo, tenente nella destra una banderuola, ed un ramo di palma nella
sinistra, ed evvi con seco una colomba che, dall'alto il volo
spiccando, in cima al rostro porta il berretto ducale al Doge, in
faccia a cui mostrasi una galera, che batte i remi nelle acque. Il
santo vescovo che qui apparisce, e nel diritto della medaglia sulla
spalla del Doge poggia la destra mano, è santo Leone Bembo, vescovo di
Modone nella Morea, uno de' suoi antenati (la vita del quale non ha
guari per cura di gentil dama in occasione di nobili nozze fu
pubblicata), e sotto la sua protezione il doge raccomandato tenevasi.
Il tipo del rovescio allude certamente alla carriera militare da
questo doge intrapresa; e siccome nella famosa giornata di Lepanto
nell'anno 1571 ad una galera comandava e diede prove di sommo valore,
così a sé medesimo applicò quel pensiero, che, in altra forma
espresso, nelle medaglie del doge Sebastiano Veniero si riscontra,
riconoscendo egli pure dalla protezione celeste l'essere stato da
tanto pericolo salvato, ed all'onore della sede ducale riservato. Che
tale fosse espressamente la sua intenzione, maggiormente si comprova
dal modello di una galera in argento da lui offerta in voto alla madre
di Dio nella santa Casa di Loreto, siccome alcune patrie memorie
attestano.

[T1] NICOLÒ DONATO.

A. 1618 ([SC[TAV]SC]. II).

[T1] ANTONIO PRIULI.

A. 1618 ([SC[TAV]SC]. II).

Il successore a Giovanni Bembo fu Nicolò Donato, il cui regime di soli
quaranta giorni, lasciò luogo ad Antonio Priuli nel maggio 1618.
Questi era per la Repubblica commissario ad eseguire l'accordo
succeduto fra le potenze di Francia, di Spagna, d'Austria e di
Venezia. Egli rimase sulla ducale sede fino all'agosto del 1623, e
cinque Oselle col suo nome fregiate ai nobili dispensò. Il diritto di
tutte queste medaglie porta il santo Evangelista, il quale al doge
genuflesso il vessillo pubblico consegnando, la sua benedizione
impartisce col solito motto [SC[S. M. VENET. ANT. PRIOL. DUX.]SC], e
nell'esergo [SC[T. B.]SC] 1618., cioè Tommaso Bragadin massaro. Nel
rovescio della prima havvi il doge pur ginocchioni che, alzando gli
occhi al cielo, vede nell'alto la Vergine annunziata dall'Angelo, ed
in faccia a questo Venezia seduta col leone ai piedi, che il berretto
ducale gli porge, e le parole intorno [SC[AVE. SEMPER. VIRGO. ECCE. ANCILA.
]SC]([I[sic]I]) [SC[TUA.]SC], e nell'esergo [SC[ANNO. I.]SC]
([I[linea]I] 2, [I[lett.]I] a). Nel rovescio dell'anno secondo si vede
la Religione in piedi, che tiene la croce con la sinistra, ed è
dall'alto illuminata col motto: [SC[MELIORA. SUPERSUNT.]SC], e sotto
[SC[ANNO. II.]SC] ([I[lett.]I] b). Il rovescio dell'anno terzo
rappresenta Cristo risorto con lo stendardo, ed il Leone veneto col
libro aperto sopra un firmamento stellato, e la epigrafe intorno
[SC[OMNIA. DEO. ET. PATRIAE.]SC], e nell'esergo [SC[ANNO. III.]SC]
([I[lett.]I] c). La Osella del quarto anno l'impronta e la inscrizione
del primo ripete; non così quella dell'anno quinto, nel rovescio della
quale replicandosi la impronta dell'anno terzo, diversifica però nella
epigrafe, leggendovisi in sua vece: [SC[SI. DEUS. P. NOB. Q. CONT.
NOS.]SC], e nell'esergo [SC[ANNO. V.]SC] ([I[lett.]I] d). Il Palazzi,
nella spiegazione della prima Osella di questo Doge, non avvertendo,
che la elezione di lui, siccome egli stesso indicato aveva, era
accaduta nel mese di maggio, la suppone invece agli otto di settembre,
giorno natalizio della Vergine santissima, avvenuta, in tal guisa
contraddicendosi. Avrebbe forse con più ragionevolezza potuto
ricordare piuttosto la ristaurazione dal Priuli, quand'era procuratore
di san Marco, ordinata dei due altari nella Basilica, l'uno della
Vergine santissima, l'altro della santissima Croce, ora del Ss.
Sacramento, vedendosi in queste Oselle rappresentati simboli che
possono rammentarli. Egli sempre però lontano dalla verità sarebbe
stato, imperciocché, conciliando la rappresentanza delle impronte con
la storia di quei tempi, ben presto ci si richiama alla memoria il
fatto storico della congiura degli Spagnuoli sotto il duca di Ossuna.
È inutile, che io mi trattenga nel sostenere l'autenticità di un fatto
da pochi storici contraddetto, e da molti e nazionali e stranieri
confermato e sostenuto. Che se il celebre signor Daru, la cui morte
giustamente si piange e come politico e come letterato, avesse meglio
studiati i documenti della veneziana istoria, e con vera critica
confrontate le epoche, non avrebbe in ciò la occasione offerta al co.
Domenico Almorò Tiepolo, benemerito e probo veneziano patrizio, di
rilevarne gli errori. Con pari verità, benché non animati dalla carità
della patria, e il sig. Carlo Botta nella sua continuazione alla
storia d'Italia del Guicciardini, ed il sig. Leopoldo Ranke di Berlino
pienamente confutarono le fallacie dell'autore francese, i documenti
traendone dall'archivio politico generale di Venezia. Il rovescio
adunque della prima Osella del Priuli, eletto appunto nell'epoca in
cui appena erasi la trama scoperta, rappresenta Maria Vergine
annunziata dall'Angelo, nella celebrazione del qual mistero Venezia
con pubbliche preci la sua origine ricordava. Salvata quindi per così
dire la propria verginità in quell'epoca, volle il doge perpetuarne la
memoria, e conservare un religioso monumento della comune venerazione
con la prima medaglia che doveva dispensare ai membri tutti del
Governo. Nella Vergine Annunziata la primiera proteggitrice
rappresentò, attribuendo al valido suo patrocinio la salvezza della
patria. Con la epigrafe poi riconfermò il fatto, manifestando il
sentimento del cuore nelle parole [I[Ave, gratia plena]I], e mettendo
in bocca a Venezia il sincero voto della sua devozione, per cui
riconosce dalla Vergine la propria salute, e dichiara di esserle
sempre serva, dicendole: [I[Ecce, Ancilla tua]I]. E qual è pur anche
la spiegazione della seconda medaglia? se non se che quella religione,
che nell'estremo pericolo il governo salvava, quella medesima lo
assicurava di un più felice avvenire, e quindi su di essa la propria
fiducia ponendo, preci ed elemosine ordinava per ripetere al Signore i
suoi più fervidi ringraziamenti. La stessa cosa rammentano e le
impronte e le inscrizioni del terzo e quinto anno, e più
particolarmente quella di questo ultimo, nella quale, senza che la
Repubblica fosse con alcuna potenza in guerra, s'indica un nemico che
occultamente ai danni di essa tramava. [I[Si Deus pro nobis, quis
contra nos?]I] Questo Doge, prima di salire alla suprema dignità, ed
essendo procuratore di san Marco, si pose a tessere certe cronichette,
siccome egli stesso le intitola, e le condusse per diecisette anni,
cioè fino all'anno 1616. Da lui si avrebbero potuto avere le più
esatte notizie sulla congiura degli Spagnuoli accaduta nel primo anno
del suo ducato, se a questa alludere volle con le sue Oselle.

A confermar maggiormente la interpretazione data alla mala
intelligerza della Repubblica colla corte di Spagna, mi soccorre la
storia metallica dell'olanda del sig. Bizot, che all'anno 1620 riporta
una medaglia allusiva all'alleanza dei Veneziani, ponendo incise le
insegne delle due Repubbliche con la leggenda [I[Foedus initum a.]I]
1620.

[T1] FRANCESCO CONTARINI.

A. 1623 ([SC[TAV.]SC] II).

Ad Antonio Priuli defunto, carico di anni e di meriti, fu Francesco
Contarini Cavaliere e Procuratore sostituito, insigne per i pubblici
impieghi e per le sostenute legazioni in quasi tutte le corti di
Europa, con tale integrità ed innocenza, che niente potevasi
condannare nelle azioni od accusare ne' costumi. Due sole furono le
Oselle coniate sotto questo Doge, il quale dal settembre 1623 fino al
dicembre 1624 sulla sede ducale sedette, e due donativi ai nobili
sotto il suo regime succedettero. Siccome però al di lui tempo niuno
importante avvenimento accadde, così le sue medaglie non ricordano
fatto alcuno di storia, ed in esse non vedesi impresso che il consueto
tipo nel diritto col san Marco, che al Doge genuflesso porge lo
stendardo della Repubblica con le parole [SC[S. M. VENETUS. FRANC.
CONTARENO.]SC] Il titolo [SC[DUX]SC] è in questa posto lunghesso l'asta,
la quale, più delle altre lunga, porta la banderuola nel circolo delle
parole, in ciò dalle altre tutte distinguendosi, che entro il primo
punteggiato circolo la ristringono. Il rovescio pure di questa non
offre nel campo che la solita leggenda: [SC[FRANC. CONTARENO. PRINCIPIS.
MUNUS. ANNO. I.]SC], e nel contorno [SC[SALUT. AN. 1623. ET. AB. URBE.
CONDITA. 1203]SC]. Questo doge viene dal Foscarini nella sua Letteratura
veneziana considerato come autore di un lungo trattato di storia in
latina lingua dettato, che narra le tre guerre che a' suoi giorni
ridotto avevano a mal partito l'imperio turchesco, il quale resistere
dovette alle armi dell'imperatore Rodolfo nell'Ungheria, a quelle de'
Persiani in Oriente, ed insieme alle civili rivoluzioni insorte nel
cuore dello stato. Di questa storia si conservano le copie manoscritte
in alcune librerie; leggendola però attentamente, conviene attribuirla
con più ragione ad Ottaviano Bon, che fu, com'egli medesimo accenna,
al Contarini successore nell'ambasciata di Costantinopoli, e che dallo
stesso Foscarini è additato come scrittore di storia.

[T1] GIOVANNI CORNARO.

A. 1625 ([SC[TAV.]SC] II).

Alla morte di Francesco Contarini Doge, il quale con molta virtù per
brevissimo tempo il principato sostenuto aveva, Giovanni Cornaro
Procuratore di S. Marco fu eletto nel maggio dell'anno 1625, giunto al
colmo delle dignità della patria, senza averne ambito alcuna, e
ragguardevole non tanto per le ricchezze e per lo splendore di
cospicua famiglia, quanto per la propria bontà, sotto la cui scorta,
con immutabile tenore, non intermettendo gli esercizii di pietà nelle
cure civili, aveva condotta la vita tra le virtù degne del cielo, e
tra le funzioni dovute alla patria. Sulla ducale sede fino a' ventitre
di dicembre dell'anno 1629 rimase. La lega in questi anni dai
Veneziani a favore de' Grigioni, insieme al re di Francia ed al duca
di Savoia, stabilita, essere poteva ferace d'importanti avvenimenti da
tramandarsi alla posterità col mezzo delle medaglie; ma la guerra fu
allora di corta durata, obbligato essendo il re di Francia, per le
sommosse interne del regno, a conchiudere la pace col re di Spagna,
nella quale gli alleati tutti compresi furono. Niun pubblico fatto
adunque somministrò argomento alle Oselle di questo Doge; essendo però
egli pio e religioso uomo quant'altri mai, la scoperta fatta di
ragguardevolissime sacre reliquie ricordar volle, mentre la dignità
copriva di Procuratore di san Marco ai tempi del Doge Giovanni Bembo,
sotto il Primicerato di Giovanni Tiepolo, il quale anzi su di esse un
trattatello distese, e la fabbrica descrisse di un nuovo altare eretto
nella prima stanza del tesoro della Basilica di S. Marco, nel quale
furono collocate, come dalle appostevi inscrizioni agevolmente si può
vedere. Il diritto adunque di queste Oselle presenta S. Marco, che
seduto benedice il Doge a' suoi piedi, e lo presenta del vessillo
della Repubblica col consueto motto intorno: [SC[S. M. VER. IOAN. CORNELIO.
D.]SC], e nell'esergo Domenico Molin massaro con le sigle [SC[D.
M.]SC], essendovi anche di questa qualche variante. Nel rovescio poi si
vede il Doge ginocchiato col berretto ducale a terra in faccia
all'altare, il quale le sante reliquie adora del preziosissimo sangue,
del legno della santissima Croce e di altri oggetti con la epigrafe
[SC[FLORES. APPARVER. IN. TERRA. NOS.]SC], e sotto [SC[ANNO. I.]SC] fino
all'anno quinto, solo variando successivamente le iniziali de' nomi
de' massari e le cifre degli anni. Il Liruti, nel secondo volume de'
Letterati del Friuli alla pag. 196, riportando un [I[Carmen]I] di L.
Cornelio Frangipane intitolato [I[Stilographia in Principatum
Venetiarum]I] ecc., dice che tale medaglia fu battuta il quinto anno
di questo Doge in occasione ch'egli aveva fatto rinnovare il
reliquiere che inchiude la santissima Croce; ma oltre che nel
reliquiere stesso non ha alcuna memoria di questo Doge, la Osella
rappresenta sull'altare effigiate non una ma varie reliquie, e non è
solo nel quinto anno del suo ducato che fu battuta, ma fin dal primo.

[T1] NICOLÒ CONTARINI.

A. 1630 ([SC[TAV]SC]. II).

Se la pietà e la religione del Doge Cornaro in particolar modo si
distinsero nel rendere pubblica e solenne testimonianza della
divozione sua verso le sacrosante reliquie da lui rinvenute; niente
meno il successore di lui Nicolò Contarini volle, nella sola Osella
sotto il suo principato coniata, rendere perenne e pubblica la memoria
della divozione del Governo verso la santissima Vergine dimostrata.
Introdottasi negli Stati Italiani la pestilenza nell'anno 1630, per la
discesa di truppe straniere, che la guerra ruppero al duca di Mantova,
dai Francesi e dai Veneziani sostenuto e soccorso, inferociva essa
estremamente nel Milanese e nello stato di Venezia, e già più di
sessantamila persone in questa capitale miseramente perite erano e più
di cinquecentomila nelle Venete Provincie. Nessuno umano rimedio
potendo la maligna influenza superare, il Senato decretò che un
magnifico tempio sotto il patrocinio di nostra Signora della Salute
edificato fosse; che una ricca lampada d'oro alla santissima Casa di
Loreto si trasmettesse; e che la canonizzazione del primo Patriarca di
Venezia, il beato Lorenzo Giustiniano, appresso il Pontefice si
sollecitasse. Verificatosi appena il voto del tempio verso la fine
dell'anno stesso, placata l'ira celeste con pubbliche e private
preghiere, con elemosine e con digiuni, ed alquanto il flagello
rimesso, fu con grande solennità pubblicata libera la città dal
contagioso morbo. Sì fausto avvenimento si vede rammentato nella
Osella di questo Doge, la quale conservando nel diritto l'antico tipo
di san Marco, che benedicendo il Doge in ginocchio gli consegna il
pubblico stendardo con le parole: [SC[S. M. VEN. NICOL. CONT. DVX.]SC], e
sotto [SC[V. M.]SC], cioè Urbano Malipiero, il massaro all'argento, nel
rovescio mostra il Doge genuflesso col berretto ducale deposto innanzi
ad un magnifico tempio, su la fronte esterna del quale posa la
santissima Vergine col divino Figliuolo in grembo, e nella periferia
leggonsi le parole del salmo quarto: [SC[IN. TRIBVLATIONE. DILATASTI.
MIHI.]SC], e sotto [SC[ANNO. I]SC]. Questo voto solenne del Veneto
Governo, reso a tutta la città comune, ogni anno tuttavia commemorasi
nella stessa chiesa della Madonna della Salute nel dì della
Purificazione di Maria Vergine col divoto concorso di tutti gli
ordini. Alla celebrità e dottrina di questo Doge fan plauso ed elogio
tutti i nostri scrittori, fra i quali il Doge Marco Foscarini nella
sua Storia della letteratura veneziana, il quale lo ricorda come
autore d'una Veneta Istoria, in dieci libri compilata; ed abbiamo
prove ben sicure della estimazione ed amicizia ad esso lui dimostra
da' letterati uomini de' suoi giorni, fra i quali si annovera il
celebre fra Paolo Sarpi.

[T1] FRANCESCO ERIZZO.

A. 1631 ([SC[TAV]SC]. II).

Nel duolo della capitale per la perdita del suo capo fu di sommo
conforto la elezione del Doge Francesco Erizzo, che il generalato di
terra gloriosamente sosteneva, allorché nella Italia la guerra di
Mantova tuttora infieriva. Nell'annuo regalo ai nobili offerto cangiò
intieramente i consueti tipi, sostituendo ad essi, nel diritto, un
Leone alato rampante, che fra le zampe d'innanzi uno scudo rinserra;
sul quale sta scritto [SC[FRANCIS. ERICIO. V. D. MVNVS. ANNO. I]SC]., e sotto
[SC[L. F.]SC], cioè il nome del massaro Luca Falier, nome che in
alcun'altra collezione è variato. Nel rovescio un'alta palma si vede,
sulla cima della quale la Vergine col divin Bambino in grembo riposa,
ed a' lati due venti soffiano fra le nuvole dissipandole, ed ha
intorno il motto [SC[DEDI. SVAVITATEM. ODORIS]SC]. In tutte le quindici
Oselle che abbiamo di questo Doge la stessa impronta ed inscrizione
conservasi. Non meno religioso e devoto verso la protettrice del
Veneto Governo, la serenità nell'aria e la salute a que' giorni
restituita rammentando, alla gloriosa Vergine tutto il merito ne
assegna, prendendo dall'ecclesiastico al cap. 24 la immagine della
palma, la quale con la soavità della sua fragranza, in mezzo alle
tribolazioni, la umana debolezza conforta e rinfranca. Il valore di
queste Oselle conservando la stessa lega, il peso e il fino delle
altre antecedenti, fu portato a lire due e soldi quindici.

La serenità e la tranquillità del principato di Francesco Erizzo negli
ultimi anni da Ibrahim signore de' Turchi disturbata venne, il quale,
sotto l'apparenza di vendicare l'insulto fatto ai galeoni turcheschi
dalle galere della Religione di Malta, i quali con l'annua carovana da
Costantinopoli al Cairo passavano, mise insieme un potentissimo
esercito ed una numerosa flotta, incerto mostrandosi a danno di quali
cristiane provincie rivolgere le prore dovesse. La isola di Candia era
stata sempre dai Turchi con avidità desiderata, e vêr essa di fatto le
armi turchesche si diressero, l'assedio alla Canea ponendo. Occupata
questa città, e giuntone a Venezia l'infausto annunzio, ondeggiava il
Senato sulla scelta del capitano generale da spedirsi con l'armata
nell'isola. Lo stesso Principe Erizzo si offrì di esporre se medesimo
nella ottuagenaria sua età a nuovi pericoli per la patria; ma nel
mentre che alla partenza allestivasi, oppresso dagli anni e
dall'agitazione della impresa, morì nel cadere dell'anno 1645.

[T1] FRANCESCO MOLINO.

A. 1646 ([SC[TAV.]SC] II, III).

Ai 20 di gennaro del 1646 nella ducea Francesco Molino fu sostituito.
La guerra sotto il principato di questo Doge con esito incerto e
dubbioso infierendo, e piena la mente di lui della triste condizione
de' tempi, non lasciò di manifestarlo nelle nove Oselle da lui
distribuite. Figurar volle la Repubblica ad una nave agitata dalle
onde, ma illuminata da un celeste lume. Ne' sei primi anni riprese nei
diritti delle sue Oselle l'antico solito conio con le parole intorno:
[SC[S. M. VEN. FRANC. MOLINO. DVX.]SC], e nell'esergo [SC[I. A. B]SC]. cioè
Giovanni Alvise Battaja. Nel rovescio poi dell'anno primo fece coniare
una galera in mezzo alle acque, e sulla cima dell'albero di maistra
una fiammella di felice augurio col motto intorno: [SC[FVLGET. INTER.
FLVCTVS.]SC], e sotto [SC[ANNO. I.]SC] ([I[lett.]I] a). La guerra
maggiormente inferocendo nell'anno secondo del suo ducato a grave
danno de' Veneziani, i quali però non si smarrirono, ma presso i
principi cristiani con lettere dirette al Pontefice, all'imperatore,
ai re di Francia e di Spagna la situazione delle cose rappresentando,
di ottenere tentarono qualche soccorso per la difesa di quel regno, il
quale, caduto che fosse nelle mani degli Ottomani, potea aprire a
questi barbari la porta per entrare negli altrui Stati più esposti al
nemico furore, nel mentre ch'eglino stessi con nuovi apparecchi
militari di rimettere il perduto procurarono. Egli è perciò che nel
rovescio delle Oselle di questo secondo anno rappresentò la galera
dalle acque burrascose quasi sommersa, rilucendo però sempre più viva
la fiamma sull'albero, quasi indicando, che, nei maggiori pericoli,
maggiore era il coraggio da cui il pubblico spirito animato veniva,
ripetendo lo stesso motto con l'[SC[ANNO. II]SC]. ([I[lett.]I] b). Le
variazioni portate nelle inscrizioni delle Oselle negli anni terzo,
quarto, quinto fanno successivamente conoscere, che le cose della
guerra ad essere meno sinistre incominciavano, e per i fatti nella
Dalmazia avvenuti, e per essere stato risolutamente respinto l'assedio
posto alla città di Candia, e perché chiusa alla flotta ottomana
l'uscita dallo stretto dei Dardanelli: cose tutte che le speranze
della Repubblica risvegliarono. Quindi nella inscrizione dell'anno
terzo si ricorda la fiducia del Governo nei lumi che dall'alto
venivano [SC[DNS. ILLVMINATIO. IN. HOC. SPERABO. ANNO. III]SC]. ([I[lett.]I]
c), come altresì in quella dell'anno quarto, in cui si dice che la
presenza della luce l'assistenza del Nume assicura: [SC[PERSTAT. LVMEN.
QVIA. NVMEN. ANNO. IIII.]SC] ([SC[TAV]SC]. III, [I[lett.]I] d). Lo stesso
palesando quella dell'anno quinto col motto: [SC[DVX. DVM. LVX. ANNO.
V.]SC] ([I[lett.]I] e) nella quale continuasi a mostrare la galera
pressoché sommersa dalle onde, ma la fiamma rendersi sempre più viva e
radiante. La Osella dell'anno sesto varia intieramente dalle altre nel
suo rovescio. Non v' è più la galea naufraga e periclitante, ma evvi
nell'alto un Sole, i raggi del quale, nel centro di uno specchio
raccolti, con la forza del loro fuoco abbruciano l'oste nemica, della
quale si veggono le insegne prossime a sommergersi, leggendovisi
intorno le parole: [SC[SVPERO. FERVENTE. FOVENTE. ANNO. VI.]SC] ([I[lett.]I]
f). Bella allegoria, tolta dal fatto di Archimede, che cogli specchi
ustorii abbruciò le navi romane nel porto di Siracusa, e che, sotto il
velame del raggio ripercosso, la vittoria de' Veneziani ricorda
riportata nelle acque di Paros ai dieci di luglio dell'anno 1651
contro i Turchi, che furono intieramente sconfitti, con la perdita di
undici navi ed una maona, rimaste in preda de' vincitori, oltre cinque
navi abbruciate, mille e cinquecento prigionieri, ed un immenso
bottino; vittoria, che ogni anno in tal giorno nella soppressa chiesa
di san Paterniano rammemoravasi. La medaglia dell'anno settimo offre
nel suo diritto una nuova testimonianza della pietà del Veneziano
Governo, impressa essendovi la immagine di sant'Antonio di Padova,
posta dietro la cattedra del santo Evangelista, il quale presenta al
Doge ginocchioni il pubblico vessillo col motto: [SC[S. M. V. GERMINAVIT.
LILIVM. FLOREBIT. ÆTERNO. FR. MOL. D.]SC], e nell'esergo [SC[Z. A. S]SC]. Zan
Alvise Salomon ([I[lett]I]. g). Nell'anno appunto 1652, che
corrisponde all'anno settimo del principato di Francesco Molino, il
Senato, per consolidare la pietà con le cure politiche, fra i santi
protettori di Venezia santo Antonio di Padova annoverò, ergendo per
voto un altare, nella chiesa di Santa Maria della Salute, al glorioso
santo Taumaturgo dedicato. Di Padova alle inchieste del Senato fu
accordata una porzione delle sue reliquie, e queste, portate con molta
onorificenza a Venezia, furono accolte e ricevute dal Doge, e
processionalmente trasferite nella suddetta chiesa, e riposte nel
nuovo altare, essendo rettore della Casa della Salute Gio. Francesco
Priuli. Il Conte Sartorio Orsato patrizio patavino lasciò stampata la
memoria di questo trasporto. I miracoli espressi nel rovescio di
questa Osella fatti da Mosè illuminato dal Signore a favor d'israele
allorché col percuotere della verga le acque dell'eritreo si aprirono
al passaggio dell'ebraico popolo, e la fiamma di fuoco che pel deserto
il condusse, con la leggenda intorno: [SC[HINC. SPERANS. NIL. ERRANS]SC].,
e nell'esergo [SC[ANNO. VII.]SC], sono una immagine della celebrità del
Taumaturgo Patavino, e quindi la confortante speranza, che non erra
colui che nel cielo confida. La vera pietà e religione che il
Veneziano Senato animava in mezzo alle calamità di una guerra
dispendiosissima, lo condusse a decretare anche la erezione di un
monastero di monache cappuccine con piccolo oratorio annessovi sotto
la invocazione di santa Maria del Pianto, da cinque cappellani
mansionarii uffiziato, i quali ogni giorno celebrassero le sante messe
per quelle anime del purgatorio, che de' suffragi mancassero, secondo
la pubblica intenzione; e per la chiesa a quei giorni eretta, fu fatta
dal Doge coniare l'Osella dell'anno ottavo, che nel suo rovescio
mostra il fuoco celeste che reprimeva il terreno; il che può alludere
alla grazia celeste implorata coi sacrifizii per estinguere le fiamme
del purgatorio che quelle anime soffrivano; e presso ad essa una
chiesa con le parole intorno: [SC[COHIBENTE. TERREVM. ÆTHEREO.]SC], e sotto
[SC[ANNO. VIII]SC]. ([I[lett]I]. h). Il fuoco divino dei sacrifizii, o,
vogliamo dire, i raggi del sole divino impetrati con que' sacrifizii,
doveano estinguere o diminuire le fiamme, in cui per cagione delle
macchie terrene giacevano le anime purganti. La morte di tanti
valorosi per la patria incontrata dee avere svegliata sempre più la
pietà del Governo, che questa instituzione formar volle a pro' delle
anime loro. La suddetta chiesa nella concentrazione e nel disfacimento
de' monasteri chiusa rimase, e ora raccoglie un pio istituto
femminile. La fiamma isolata nel campo del rovescio della nona ed
ultima Osella di questo Doge alzandosi dal suolo vivissima e dritta
senza ondeggiare col motto: [SC[NON. FVLTA. NON. FLVXA. ANNO. VIIII.]SC],
ricorda l'imperturbabile coraggio della Repubblica, la quale ridotta
sola sosteneva il gravissimo peso di una sì disastrosa guerra
([I[lett]I]. i). I simboli tutti che abbiamo veduto dal Doge Molino
nelle Oselle adoperati, e relativi alle peculiari circostanze del
Governo, odorano molto del gusto del secolo, nel quale ampollose
maniere e nella dettatura e nelle rappresentate cose apparivano. Il
prezzo di queste Oselle fu portato alle tre lire venete.

[T1] CARLO CONTARINI.

A. 1655 ([SC[TAV.]SC] III).

Verso la fine del mese di aprile dell'anno 1655 terminò i suoi giorni
il Doge Francesco Molino, il quale con la moderazione de' costumi e
con la integrità dell'animo minorava l'asprezza del suo aspetto e
delle sue maniere indurite dalla vita militare e guerriera. Fu scelto
a Doge Carlo Contarini, ornato egli pure di tutte le egregie virtù
praticate nei reggimenti dello stato e nelle interne magistrature. Di
questo Doge una sola medaglia esiste, siccome quegli che un anno solo
nel principato rimase, morto essendo nel mese di maggio dell'anno
1656. Offre dessa sul diritto il solito tipo di san Marco, che
benedice il Doge a' suoi piedi, lo stendardo della patria
consegnandogli con le parole: [SC[S. M. VEN. CAROL. CONT. DVX.]SC], e
nell'esergo [SC[F. C.]SC], Francesco Corner massaro. Nel rovescio un
fiore di elianto o girasole aperto con la epigrafe intorno: [SC[OCVLI.
MEI. SEMPER. AD. DOMINVM. ANNO. I]SC]. Un tale emblema appieno convenire
poteva alla vita ed ai costumi del Doge, il quale dopo essersi
prestato al servizio interno del proprio Governo, dalla solitudine
della casa fu in mezzo ai molti concorrenti all'onore del soglio
chiamato, mentre meditava di condurre una vita beata nella
contemplazione delle celesti cose, in compagnia di una illustre
consorte, che, piena di rara pietà, sdegnando di coprirsi col fulgore
del diadema, amava di risplendere con la religione e con la modestia.

[T1] FRANCESCO CORNARO.

A. 1656 ([SC[TAV]SC]. III).

[T1] BERTUCCI VALIERO.

A. 1656 ([SC[TAV]SC]. III).

Alla morte del Contarini fu successore eletto Francesco Cornaro, al fu
Doge Giovanni figliuolo, nel quale la pietà non meno che la dignità
del padre trasmessa si vedeva; ma pochi giorni dopo la sua elezione fu
dalla morte rapito, ed in suo luogo, con uniforme consenso, nel giugno
dell'anno 1656 Bertucci Valiero eletto venne, uomo chiaro per
gl'impieghi sostenuti, e che per la naturale facondia meritato avevasi
l'approvazione del Senato, e lungamente versato nelle cariche interne
ed esterne, il quale per ben due volte nelle antecedenti elezioni
riscosso aveva a suo favore un buon numero di suffragi. Due anni visse
questi nel principato, e quantunque per propria opinione coltivasse
pensieri di pace, e le molte volte per essa con grande facondia nel
Senato perorasse, pure sempre mostrossi pronto ad incontrare il
pubblico volere, e con l'esborso di più migliaia di ducati del proprio
peculio ai bisogni della patria nella continuazione della guerra
sovvenne. Nel rovescio delle due Oselle che da esso lui a' nobili si
regalarono, egli volle che espressa fosse la pugna d'un'Aquila col
Dragone, e, prendendo argomento dalla insegna della sua famiglia, ch'
è l'Aquila, raffigurar in essa gli piacque la fortezza della
Repubblica, e sotto l'emblema del Dragone alato, animale chimerico, la
Porta Ottomana indicava, risovvenendosi della pugna descritta da
Plinio nel decimo libro della sua naturale istoria al capitolo quarto;
col motto intorno [I[Resistit impavide]I], e sotto [SC[ANNO. I.]SC] e
[SC[II]SC]. Nel diritto di ciascuna di queste Oselle, variato solo il
nome del massaro di Zecca, pose la immagine del protettore san Marco,
che, in atto di benedire il Doge ginocchioni, il vessillo pubblico gli
porge con le parole: [SC[S. M. VEN. BERTVCCIVS. VALERIO. D.]SC], e sotto
[SC[F. C]SC]., cioè Francesco Corner, ch'era pure massaro nel passato
anno; in alcune Oselle di questo Doge veggonsi le sigle del massaro
all'argento cangiate, avendovi in altre le lettere [SC[M. Z.]SC], cioè
Maria Zeno subentrato al Corner. Ecco un nuovo esempio delle
variazioni dei massari all'epoca del conio delle medaglie.

[T1] GIOVANNI PESARO.

A. 1658 ([SC[TAV]SC]. III).

Se il Doge Valiero, nelle due Oselle sotto il suo principato coniate,
l'Aquila ed il Dragone raffigurar volle per rammemorare l'ostinata
guerra della Repubblica contro il Turco, il successore di lui, che fu
Giovanni Pesaro, alla suprema dignità eletto nel maggio del 1658,
nelle medaglie sue ritenne nel diritto la consueta impronta del santo
Evangelista seduto, il quale al Doge a' suoi piedi lo stendardo della
patria consegna, con la epigrafe intorno: [SC[S. M. VEN. IOANNES. PISAVRO.
D.]SC], e nell'esergo [SC[N. C]SC]., Nicolò Contarini massaro, e nel
rovescio presentò la figura della Religione con l'incensiere nella
sinistra, e la croce nella diritta in faccia alla Costanza galeata con
l'asta a terra, ed il motto intorno: [SC[RELIGIONE. ET. CONSTANTIA. ANNO.
I]SC]. Questo principe, dopo aver coperto più volte le principali
cariche civili e militari, sostenuto aveva nel Senato il partito di
continuare la guerra contro il Turco, per cui prestò al pubblico
erario la somma di seimila ducati, opponendosi alla proposizione di
pace, ch'era stata fatta con la cessione dell'isola di Candia.
Favoriva pur anche la parte di rimettere nella pubblica grazia i PP.
Gesuiti, ch'erano stati dai pubblici Stati licenziati, con la speranza
che il Pontefice sovvenimenti e soccorsi per sì dura guerra
accordasse. Quindi dimostrar volle che nella religione e nella
costanza la Repubblica ogni sua fiducia appoggiare doveva. Un anno
solo su la sede ducale questo principe rimase, il quale morto nel
primo dì d'ottobre del 1659, ebbe da' suoi nepoti nella chiesa de'
Frati Minori nel magnifico mausoleo una onorevole sepoltura.

[T1] DOMENICO CONTARINI.

A. 1659 ([SC[TAV.]SC] III).

Succedette a questo nel giorno sedici d'ottobre di quell'anno Domenico
Contarini di san Benedetto, il quale, ornato di tutte le virtù civili
e morali, tanto più parve degno del grado, quanto che in ricusarlo
impiegò tutte le arti che dagli altri soleansi praticare per
ottenerlo, onde, tratto a forza dalla quiete domestica e dall'ozio
modesto in cui fuori della città si trovava, fu portato al trono con
l'applauso che giustamente accompagna coloro che meritano più ed
ambiscono meno le porpore ed i diademi. Nei sedici anni del suo
principato tre volte cangiò il conio dei rovesci nelle sue Oselle,
conservando sempre nel diritto il santo Marco seduto che dà al Doge in
ginocchio con la benedizione lo stendardo della Repubblica con le
parole: [SC[S. M. VEN. DOMIN. CONTAR. D.]SC], e nell'esergo [SC[M. A.
S.]SC], cioè Marco Aurelio Soranzo massaro. Negli anni primo, secondo,
quarto, quinto, sesto, settimo ed ottavo, il rovescio rappresenta la
Giustizia con la spada e la bilancia nelle mani, seduta in mezzo a due
leoni. Sorge alla destra di lei un ramo di ulivo con le parole:
[SC[OPVS. JVSTITIÆ. PAX.]SC], e sotto [SC[ANNO. I.]SC] ([I[lin.]I] 2,
[I[lett.]I] a). Nell'anno terzo una Vittoria alata, che, tenendo con
la sinistra la palma, riceve un ramo di giglio dalla Pace, la quale ne
ha essa stessa uno nella sinistra. Si legge nel contorno: [SC[VOLVNT.
HOC. PIGNORE. IVNGI.]SC], e sotto [SC[A. III.]SC] ([I[lin]I]. 3,
[I[lett]I]. b). Negli anni nono e decimo, nel centro di una stella
radiante, evvi la Vergine col Bambino in braccio, e la epigrafe
intorno: [SC[SIT. TVTA. HOC. SIDERE. CRETA.]SC], e sotto [SC[ANNO. VIIII.]SC]
([I[lett]I]. c). Ripigliasi poi nell'undecimo anno fino al sedicesimo
il conio della Giustizia, come nell'anno primo. Tutte tre queste
impronte sono relative alla feroce guerra di Candia dalla costanza
della Repubblica per ventiquattro anni sostenuta, nella quale epoca i
Veneziani apertamente dichiararono di non voler entrare in alcuna
negoziazione di pace col Turco, se le condizioni di questa basate non
fossero sulla giustizia e sulla equità. Ne' primi anni adunque il Doge
a questo principio della pubblica politica alludere volle. Nel terzo
anno poi del suo principato, avendo la Repubblica stretta l'alleanza
con Luigi XIV re di Francia, il quale aveva un soccorso promesso,
nella Osella di quell'anno coniar fece una Vittoria che con la Pace
stringe un ramo di giglio, ch' è la divisa di Francia, affine di far
conoscere che la Repubblica su questa alleanza fondavasi per ottenere
una pace durevole ed onorata. Negli anni poi nono e decimo, vedendo
che le armi francesi abbandonata aveano la difesa di Candia, e nulla
più sperando nell'umano soccorso, all'assistenza divina ed alla
Vergine e madre si rivolge, quell'isola raccomandando, che più non
poteva da forza umana essere sostenuta. Succedette finalmente nel 1669
la pace con la Porta Ottomana, ed ottenute per quanto si poterono
onorevoli condizioni, chiuse il Doge gli ultimi anni del suo ducato
con la prima impronta delle sue Oselle. Il valore delle Oselle di
questo Doge fu portato alle lire tre e due soldi.

[T1] NICOLÒ SAGREDO.

A. 1675 ([SC[TAV]SC]. III).

Il successore di lui fu Nicolò Sagredo, eletto nel gennaro dell'anno
1675, il quale nelle più distinte interne magistrature e nelle
ambascerie più cospicue dimostrata aveva tale eguaglianza di carattere
da rendersi bene affetti i popoli che governava, ed i principi presso
i quali la pubblica rappresentanza sosteneva. Giunse egli all'apice
del Governo coi lunghissimi passi del merito, e non coi voti
favorevoli della fortuna e dell'ambito, e fra le altre sue prerogative
aveva conservata l'antica frugalità, abborrendo il delicato costume
delle nuove invenzioni fatalmente introdotte a snervare gli animi, ed
a far vacillare la costanza degli antichi consigli. Restituita la pace
della Repubblica, usar seppe della propria moderazione per
rattemperare i mali dei popoli, a cagione della guerra sofferti, e
ricondurre giorni tranquilli e sereni. A ciò precipuamente alluder
volle conservando nel diritto il tipo di san Marco seduto, che al Doge
genuflesso lo stendardo della Repubblica consegna, dandogli la sua
benedizione con le parole: [SC[S. M. V. NICOLA. SAGREDO. D.]SC], e
nell'esergo [SC[G. D.]SC], cioè Giulio Donà massaro; nel rovescio poi
collocar fece la fascia zodiacale con li tre segni della Vergine,
della Libbra e dello Scorpione, ed un Cielo stellato sopra una parte
del globo terracqueo, e la epigrafe intorno: [SC[ÆQVA. TEMPERAT.
ARTE.]SC], e sotto [SC[ANNO. I.]SC] Un solo anno visse questo Doge sulla
ducale sede, e nell'agosto dell'anno 1676 chiuse in pace i suoi
giorni.

[T1] ALVISE CONTARINI.

A. 1676 ([SC[TAV]SC]. III).

Alla morte di questo fra quattro concorrenti la fortuna piegato aveva
a favore di Giovanni Sagredo, al precedente Doge figliuolo, autore
della storia de' Monarchi Ottomani, e quegli che nel Consiglio
Maggiore aveva la difesa assunta del generalissimo Francesco Morosini
contro le accuse dategli da Antonio Corraro. Udito però improvviso
tumulto nel popolo, che esclamava di non voler Doge il Sagredo,
temendolo forse della rigidezza dei costumi paterni, e non già per la
ridicola cagione riportata dal signor Daru, il Maggior Consiglio, non
approvando i quarantuno elettori già nominati, tolse l'occasione al
pubblico scandalo, ed in suo luogo fu eletto Alvise Contarini da san
Francesco della Vigna, del quale poteasi dire con egual ragione ciò
che aveasi detto del suo antecessore. Egli rimase otto anni principe,
e nelle sue Oselle non volle che cosa alcuna si esprimesse relativa ai
passati o presenti avvenimenti; ed ordinando la consueta impronta nel
diritto col santo Marco seduto che consegna al Doge genuflesso il
patrio vessillo, con le parole: [SC[S. M. V. ALOYSIVS. CON. D.]SC], e
nell'esergo [SC[A. Z.]SC], Agostino Zolio, che in ciascun anno varia,
volle nel rovescio la sola epigrafe: [SC[ALOYSII. CONTARENO. PRINCIPIS.
MVNVS. ANNO. I.]SC] e susseguenti, e nel contorno: [SC[SALVT. AN. 1676. ET.
AB. VRBE. CONDITA. 1256]SC].

[T1] MARC'ANTONIO GIUSTINIANO.

A. 1684 ([SC[TAV]SC]. III).

Mancato di vita il Doge Luigi Contarini, erano per la maggior parte i
quarantuno elettori a favore di Francesco Morosini inclinati e
disposti, ma, sorpassando i privati riguardi ai pubblici vantaggi, che
poteano promuoversi da cittadino così chiaro nella militare
professione, fu la dignità conferita a Marco Antonio Giustiniano
Cavaliere, altrettanto meritevole di possederla, quanto moderato nel
ricusarla. Egli però non pensolla come il suo antecessore, e nel
diritto delle Oselle fatte a' nobili distribuire la solita impronta
conservando col santo Evangelista che al Doge in ginocchio lo
stendardo della Repubblica affida ed il consueto motto [SC[S. M. V. M.
ANT. IVSTINIANVS.]SC], e sotto [SC[ANNO. I.]SC], ordinò che in tutti i
quattro anni del suo principato si variassero le impronte dei rovesci.
Nell'anno primo quindi coniar fece un Angelo che a volo dal pubblico
palagio vêr le case Giustiniane il berretto ducale trasferisce, e al
di sotto la piazzetta con buon numero di navi e di galee poste al molo
pronte alla vela, con le parole [SC[DEO. DVCTA. DVCE.]SC] ([I[lin]I]. 3,
[I[lett]I]. a), alla inattesa sua elezione alludendo, mentre più
concorrenti nobilissimi la suprema dignità ambivano e disputavansi. Le
galere e le navi in sul molo disposte la incominciata guerra col Turco
accennano, per cui fu Francesco Morosini a generalissimo destinato. La
occupazione di Corone nella Morea nell'anno 1685 succeduta sotto la
condotta di quel generale diede motivo al rovescio della Osella nel
secondo anno. In essa infatti, messa in fuga la cavalleria ottomana,
si vede il Leone rampante, il quale con la spada vibrata minaccia la
città ed il castello di Corone, ed ha la epigrafe intorno:
[SC[FORTITVDO. MEA. ET. LAVS. MEA. DNS.]SC], e nell'esergo
[SC[[Gr[KORONE]GR]]SC]. ([I[lin]I]. 4, [I[lett]I]. b). Tre sanguinose
battaglie date nell'anno 1686 dai Veneziani ai Turchi con la totale
perdita di questi, e l'acquisto delle principali città della Morea, e
particolarmente di Navarino, Modone, Argo e Napoli di Romania,
ponevano i Veneziani in istato di riconoscersi padroni di tutta
quell'isola. Ciò diede argomento al conio del rovescio nella terza
Osella, nella quale si vede dall'alto fra le nuvole il Dio degli
eserciti apparire, che scaglia tre fulmini contro l'odrisia Luna, ed
al disotto l'isola della Morea topograficamente delineata, ed intorno
le parole: [SC[DONEC. ORBATA. ORBE.]SC], e nell'esergo [SC[VICIT. LEO.]SC]
([I[lett]I]. c). Dopo l'occupazione di Napoli di Romania, e del forte
di Chielefà nel Cantone di Maina, i due fratelli comandanti di questi
due luoghi richiesero al generalissimo Morosini di potersi portare a
Venezia, il che fu loro conceduto, ed ebbero assegnata per abitazione
la isola della Giudecca. Al loro arrivo si presentarono al Doge per
baciargli il manto, e furono ricevuti in camera d'udienza. Dopo alcuni
mesi furono lasciati partire, e ritornare alle loro case. Molti del
loro seguito vennero alla fede, e si trattennero in Venezia. Evvi un
medaglione di bronzo che rappresenta questo fatto, che mi fu regalato
dal sig. ingegnere Casoni membro effettivo dell'i. R. Istituto delle
Scienze, Lettere ed Arti. Nel quarto anno continuando le vittorie de'
Veneziani contro la Porta, essendo state occupate le piazze di
Patrasso e di Castel Nuovo, senza che essi fossero dalle armi de'
collegati assistiti, alludendo nel rovescio di questa Osella alla
prospera fortuna delle armi venete tanto insieme con quelli, che
disgiunte, si rappresentò su di essa un Leone rampante, che con la
zampa diritta un fascio di palme ghermisce, nella sinistra una sola ne
afferra con la inscrizione [SC[ET. SOLVS. ET. SIMVL.]SC], allusivo appunto
alla circostanza delle armi vittoriose e sole e con quelle degli
alleati, e nell'esergo [SC[L. P.]SC], cioè Leonardo Pisani massaro
([I[lett]I]. d).

[T1] FRANCESCO MOROSINI.

A. 1688 ([SC[TAV]SC]. III e IV).

Defunto il Doge Giustiniano nell'anno 1688 in mezzo alle glorie delle
armi, la elezione del successore cadde sul generalissimo Francesco
Morosini, amando la patria di coronare i meriti di lui alla più
eccelsa dignità innalzandolo, non essendovi tra molti cittadini ornati
di virtù chi tentasse di contendergli l'onore della palma. Continuò
però egli nelle incominciate guerresche imprese avendo l'assedio posto
a Negroponte; ma non riuscendogli favorevole, e sopraggiunta
all'armata una contagiosa malattia da cui egli stesso fu attaccato,
desiderò e richiese di ritornare alla patria. Quivi fu accolto con
l'applauso che accompagna sempre il valore, ed in suo luogo il Senato
decretò, che fosse a supremo comandante spedito Girolamo Cornaro, il
quale proseguì a condurre le armi veneziane alla vittoria. Il nuovo
Doge ritenne sempre nel diritto di tutte le sue Oselle la impronta di
S. Marco, che al Doge in ginocchio il pubblico stendardo consegna, col
motto intorno [SC[S. M. V. FRAN. MAVROC. DVX.]SC], e sotto [SC[ANNO. I.]SC],
e successivi. Variano però i rovesci di esse. In quello dell'anno
primo evvi una Donna genuflessa, a cui sono i lacci spezzati, e dietro
ad essa una palma s'innalza con la inscrizione intorno: [SC[PELOPONNESVS.
RESTITVTA.]SC], e nell'esergo il nome del massaro Alvise Gritti [SC[A.
G.]SC] ([I[linea]I] 4, [I[lett]I]. a). In questo si allude alla
liberazione della Morea ottenuta dalle armi veneziane sotto la
condotta del Morosini, alla quale la stessa greca popolazione in gran
parte contribuì. Nell'anno secondo in cui il Doge tuttavia l'armata
comandava, fece nel rovescio di quella Osella una spada sguainata
coniare con la epigrafe [SC[ICTV. NON. ABSTINET.]SC] ([I[lett]I]. b), a
dinotare, che egli non lasciava ogni mezzo intentato per colpire la
forza nemica, battendone le flotte, ed espugnando le piazze di Atene e
di Malvasia. Il sommo pontefice Alessandro Ottavo dimostrare volendo
al Doge Morosini quanto per le militari sue geste benemerito della
santa Sede lo riconoscesse, le armi a favore della Cristianità
impugnando contro agl'infedeli, nel mese di maggio del 1690 un nunzio
apostolico straordinario nella persona di monsignor Archinto
Arcivescovo di Tessalonica gl'inviò col dono di una spada e d'una
berretta da lui benedette, dono, che i pontefici far solevano a que'
principi che le armi per la fede trattavano. Che ne sia avvenuto del
berretto, non saprei dire: egli è certo che tuttora nel tesoro di san
Marco la spada col suo centurone conservasi, e fra gli ornati di
quella è ripetuto lo stemma gentilizio del principe, e nella lama sta
inciso e dorato da una parte il nome del papa [I[Alexander VIII
Pontifex Maximus]I], e dall'altra parte [I[Pontificatus sui anno I]I].
A perpetuare la memoria di questo dono, nell'anno terzo del suo
Principato fece nel rovescio della Osella incidere la spada ed il
pileo con le parole: [SC[NON. ALIA. FRVITVR. VICTORIA. LAVDE.]SC], e sotto
[SC[ANNO. III.]SC] ([I[lett]I]. c). Non è però questa la sola spada che
dai sommi pontefici ai Veneziani Dogi regalossi. Le cronache nostre
fanno parola di quella che da Alessandro III fu al Doge Sebastiano
Ziani consegnata prima di partire per l'istria ad incontrare l'armata
imperiale, e d'una spedita alla Repubblica nell'anno 1450 essendo Doge
Francesco Foscari dal pontefice Nicolò Quinto con l'elsa di cristallo
intarsiato d'oro e d'argento e nella lama scrittevi alcune lettere
dorate, che nella sala delle armi dell'eccelso Consiglio dei Dieci
fino alla caduta dell'aristocratico governo conservavasi, e che andò
in appresso smarrita. Altra pure avvene dal pontefice Sisto IV donata
nell'anno 1473 al Doge Nicolò Marcello, e qui recata dall'ambasciatore
Federico Corner reduce da Roma. Questa ordinariamente portavasi nelle
pubbliche solenni funzioni del Doge a mano di un nobile che era ad un
pubblico reggimento destinato. Da uno dei lati della lama evvi in
caratteri dorati scritto [I[Sixtus IIII. Pont. Maximus]I], 1473, e
dall'altro [I[Accinge gladio tuo super femur tuum potentiss]I]., e si
conserva in una privata famiglia. Al Doge Morosini, conquistata la
Morea, l'anno innanzi che alla suprema dignità giungesse, il Senato
Veneziano decretato aveva, che sopra un'ara di bronzo, di trofei
militari fornita, il busto di lui pure in bronzo innalzato fosse nella
sala dell'armi del Consiglio dei Dieci con la epigrafe in caratteri di
bronzo dorati: [I[Francisco Mauroceno Peloponnesiaco adhuc viventi
Senatus posuit, anno]I] 1687. Onore sommo, che Roma antica nel fiorire
degli anni agli Scipioni ed ai Marii accordava, e che nella nostra
città non ebbe altro esempio. Questo monumento della patria verso sì
benemerito cittadino dal malaugurato genio di un secolo illuminato fu
gettato a terra e disperso, e senza la pietà di una illustre pronipote
di lui, la quale con somma cura nel proprio palagio fra l'armeria la
erma ne raccolse, se ne sarebbe ogni traccia smarrita. Il Doge quindi
ritornato in patria prese a soggetto del rovescio nella quarta Osella
il solenne inauguramento di questo insigne monumento, e coniare lo
fece col proprio busto in paludamento da generale con le parole:
[SC[MAVROC. PELOPONESIACO. VIVENTI. S. C.]SC] ([I[lett]I]. d). Sempre in
mezzo ai pensieri di guerra, benché niun avvenimento particolare
materia somministrasse al rovescio della quinta Osella, vi fece porre
un braccio alla guerresca, coperto di ferro, col quale impugna un
fascio d'armi col motto intorno: [SC[QVEM. NON. EXERCVIT. ARCVM.]SC], e
sotto [SC[ANNO. V.]SC] (Tav. IV, [I[lin]I]. 1, [I[lett]I]. e),
ripetendo, benché sotto altro emblema, la imagine espressa nell'anno
secondo. Richiamato dalle voci unanimi e concordi del Senato nel 1693
il Doge al comando delle armate, benché carico d'anni e di forze
infievolito, non resistette, e nuovamente ai disagi del mare ed ai
pericoli della guerra si espose. Perciò volle nel rovescio della
Osella di questo sesto anno i quattro comandi sostenuti rammemorare,
facendovi porre quattro berretti generalizii, e quattro bastoni da
comando, e sopra ponendovi il corno ducale con la inscrizione intorno:
[SC[VIRTVTEM. VESTIGAT. ET. VLTRO. AMBIT. HONOS.]SC], e sotto [SC[Z. R.]SC] il
massaro Zuanne Riva ([I[lett]I]. f). Ma non ebbe occasione alcuna
propizia a segnalare il suo valore, perciocché l'oste dallo scontro di
lui sempre partivasi, ed egli da grave infermità aggravato, su la
propria nave morì in Napoli di Romania nel gennaro del 1694. Giunto
l'avviso al Senato della morte del Doge, gli furono solennemente gli
onori funebri decretati; ed a perpetuare la memoria di lui, nella sala
dello Scrutinio, nella quale raccoglievasi il Senato per proporre le
nomine al Consiglio Maggiore, sotto il ritratto di lui, che nelle
serie dei Dogi in sul fregio di quella alla porta d'ingresso
corrisponde, un arco trionfale eretto gli venne, da quattro marmoree
colonne sostenuto, nel frontone del quale la inscrizione fu posta:
[SC[FRANCISCO. MAVROCENO. PELOPONNESIACO. ANNO. 1695.]SC], e negli
intercolunnii da sei quadri allegorici del rinomato pittore e poeta
Gregorio Lazzarini lo fece intramezzare, che le principali geste del
Doge rammentano.

[T1] SILVESTRO VALIERO.

A. 1694 ([SC[TAV]SC]. IV).

Alla morte di un Doge guerriero la patria bilanciare con equa lance
volendo i meriti de' suoi cittadini, nella persona del successore di
lui Silvestro Valiero, al Doge Bertucci figliuolo, premiare volle le
virtù di un esimio magistrato e di un suo illustre rappresentante e
ministro presso le corti straniere. Fautore e proteggitore delle
lettere e degli studii, coprendo il magistrato di riformatore degli
studii, la Università di Padova sostenne e favorì, e quell'antica
Accademia Delia, nella quale varii esercizii cavallereschi a que'
tempi tenevansi, in ogni forma protesse. Eletto nel febbraio dell'anno
1694, sotto gli auspizii del nuovo Doge nella Dalmazia la fortezza ed
il paese di Narenta conquistavasi, mentre nell'arcipelago una delle
più belle e deliziose isole, Scio, in potere de' Veneziani
assoggettossi. Il Doge nella prima Osella da lui a' nobili distribuita
ambedue questi fatti rammenta. Nei diritti di questa e delle altre
successive conservò la effigie del santo Evangelista, che seduto
benedice il Doge genuflesso, e del pubblico stendardo lo presenta con
le parole: [SC[S. M. V. SILVESTER. VALERIO. D.]SC], e nell'esergo [SC[ANNO.
I]SC]. Nel rovescio della prima vedesi, nell'alto, la insegna
gentilizia del Doge, ch' è l'Aquila del berretto ducale coronata, la
quale tiene nel rostro la leggenda [SC[BONI. EVENTVS.]SC], con al di
sotto due isolotti, dai quali due palme sorgono col motto intorno
[SC[TERRA. MARIQ.]SC], a dinotare le imprese nella Dalmazia e
nell'arcipelago, e nell'esergo i nomi di [SC[CHIOS. NAR.]SC] ([I[lin]I].
1, [I[lett]I]. a) ad oggetto di sempre più particolareggiare i
conquistati paesi. Nel secondo anno di questo Doge niun pubblico
avvenimento offerendosi, la pietà verso il padre nel rovescio
dimostrò. Due Aquile cinte del ducale diadema, l'una dietro all'altra
il volo drizzando al sole, indicano che il padre avealo nella civile
carriera guidato, e dietro gl'illustri suoi esempi alla suprema
dignità era arrivato, il che pure spiega la epigrafe: [SC[EXEMPLO.
MONSTRANTE. VIAM.]SC] ([I[lett]I]. b). Nell'anno 1696 la Repubblica
sosteneva ancora con grave dispendio e con immenso coraggio la famosa
guerra della Morea; quindi, a denotare la pubblica fiducia nel ciclo
riposta, espresse nella terza Osella la costellazione del Leone, di
spada armato, e tutto per le stelle risplendente, ed intorno la
inscrizione: [SC[NEC. NUMINA. DESVNT.]SC] che spiega la confidenza nel
Nume ([I[lett]I]. c). Quasi eguale imagine, benché variamente
simboleggiata, si può riconoscere nel rovescio della quarta Osella,
nel quale un braccio coperto da una armatura di ferro inalza una croce
col motto: [SC[EX. PIETATE. FORTITVDO.]SC], e nell'esergo [SC[A. B.]SC],
Andrea Baffo massaro all'argento ([I[lett]I]. d). Quanto la pietà e la
religione di questo Doge in massimo grado risplendessero, e quanto la
di lui vigilanza e lo zelo pel migliore andamento delle ecclesiastiche
cose nella ducale chiesa alle sue cure affidate, volle nel rovescio
della quinta Osella dimostrarlo, ponendo un Leone rampante alla
custodia di una chiesa con le parole [SC[EXCVBAT. ARIS.]SC] ([I[lett]I].
e). La scelta ed elezione del gerarca del clero ducale dovette più
volte occupare le sue cure, imperciocché que' primicerii che egli
nominava dalla santa Sede erano poi a' vescovadi promossi ed
innalzati, quindi indicar volle la propria diligenza ed attenzione per
la maggior gloria di Dio e della sua chiesa. Nelle acque di Metelino
le armate de' Veneziani battuto avevano la flotta nemica, mentre nelle
pianure dell'Ungheria le armate di Cesare e degli alleati riuscivano
ovunque vittoriose in modo, che, dichiaratesi mediatrici e
l'Inghilterra e la Olanda, e risvegliata l'attenzione dell'Austria per
la incerta successione al trono delle Spagne, nel Congresso di
Carlowitz della pace comune si convenne. Per essa alla Repubblica
conservossi il possedimento della Morea dall'istmo di Corinto fino
all'isola di Egina da un lato e quella di santa Maura dall'altro, con
Castel Nuovo all'ingresso del canale di Cattaro e di Rizzano, e nella
Dalmazia le fortezze di Sing, Knin e di Narenta. Ad una pace sì
vantaggiosa conchiusa nell'anno 1699 alludesi nel rovescio della sesta
Osella, nella quale una colomba si mostra coi rami di ulivo fra i
rostri. che svolazza col motto: [SC[VICTRIX. CAVSA. DEO. PLACVIT.]SC]
([I[lin]I]. 2, [I[lett]I]. f). Chiuse il Doge i suoi giorni lasciando
alla patria il bel dono della pace e della tranquillità. A questo
luogo mi viene in acconcio di osservare che, non ostante il decreto
del Maggior Consiglio dell'anno 1645, col quale la incoronazione delle
mogliere de' Principi si proibiva, come non necessaria, pure la
consorte di Silvestro Valiero della ducale berretta era stata
decorata. Nel dì della sua incoronazione a' nobili distribuì una
medaglia propria, nel diritto della quale vedesi il busto di lei, del
velo e del berretto ducale fregiato, mentre nel rovescio leggesi:
[SC[MVNVS. ELISABETH. QVIRINÆ. VALERIÆ. DVCISSÆ. VENETIAR.]SC] 1694. (Tav. VII).
Quantunque impropriamente si desse il nome di Osella a questa medaglia
della Dogaressa Elisabetta Querini Valier, egli è difatto che il peso
di essa è di grani duecento e otto; e quindi assai maggiore delle
altre Oselle dei Dogi, che conservavano il peso di cento ottantanove
grani. La Valiera fu l'ultima consorte del Principe, che questo onore
ricevette, mentre nella vacanza di lui fu da' Correttori proposto, e
nel Consiglio Maggiore dei 13 luglio 1700 il partito preso, col quale
il suespresso riconfermandosi, solennemente alle Dogaresse la
incoronazione vietavasi, non che l'uso della ducale berretta,
l'accettazione delle visite degli ambasciatori, Consigli e Collegi,
ritenuto il costume di farsi accompagnare dalle più vicine parenti,
oltre le persone del proprio servizio, come pure l'uso del velo e
delle vestimenta d'oro e d'argento, che alle altre donne dalle leggi
suntuarie erano proibite. A giusta e conveniente lode del Doge Valiero
deggio conchiudere com'egli era a' buoni studii inclinato con la sua
ultima testamentaria disposizione ordinando, oltre ad altri
ragguardevoli legati a favore della patria, che dal suo peculio
fossero mille ducati alla pubblica Biblioteca consegnati per
l'acquisto di una opera straniera che le mancasse.

[T1] ALVISE MOCENIGO.

A. 1700 ([SC[TAV]SC]. IV).

Il Doge Alvise Mocenigo, della famiglia che abitava nella parrocchia
di sant'eustachio, volgarmente detta [I[S. Stae]I], dovette il proprio
inalzamento, succeduto ai 16 di luglio dell'anno 1700, a' suoi meriti
singolari ed all'esimie sue virtù. Tre Procuratori di san Marco,
Giovanni Donà, Angelo Diedo e Marc'Antonio Barbarigo, tra loro
disputavano dell'onore del principato, ed uniti i quarantuno elettori,
ciascuno a gara cercava di abbattere l'avversario, e rimanere eletto.
Ma invano, ché niuno oltrepassare poteva il numero di venticinque voti
favorevoli dalle leggi fissato per le elezioni. Il Procuratore Donà,
uno de' concorrenti, il quale trovavasi pur anche nel numero degli
elettori, spinto da interno volontario moto, siccome alcuna
manoscritta memoria il riporta, propose di rinunziare i proprii
favorevoli voti a pro' di Alvise Mocenigo, Senatore prestantissimo.
Questa sua proposizione fu dagli elettori accolta, e trovossi con
sorprendente unanimità il Mocenigo prescelto. A sì improvvisa elezione
alluder volle il nuovo Doge nella Osella, che nel primo anno del suo
principato ai nobili distribuì. Nel diritto di essa, come in tutte le
altre successive del suo ducato, ritenne l'antica consueta impronta di
S. Marco che seduto benedice il Doge ginocchioni mentre il pubblico
stendardo gli consegna con le parole [SC[S. M. V. ALOY. MOCENI. D.]SC], e
sotto [SC[AN. I.]SC] Nel rovescio poi vedesi la Fortuna, a cui infranta
da uno scagliato fulmine celeste la volubile ruota, precipita, ed ha
intorno il motto: [SC[DOMINI. EST. ASSVMPTIO. NOSTRA.]SC] ([I[lin]I]. 2,
[I[lett]I]. a), relativa appunto alla straordinaria elezione avvenuta.
La guerra nell'Italia ardeva nel 1701 rotta per la successione al
trono delle Spagne dall'imperatore al re di Francia, che il testamento
sosteneva del defunto re delle Spagne, ed il Senato Veneziano
dichiarato aveva la neutralità de' proprii stati, per garantire i
quali con un'armata di ventiquattromila uomini si pose in istato di
farsi dalle belligeranti potenze nelle proprie provincie rispettare,
benché a vero dire le armate gallo-ispane ed austriache occuparono a
loro piacere, e secondo che per le circostanze loro conveniva, le
piazze de' Veneziani. Il Doge adunque nella seconda sua Osella indicò
nel rovescio il partito dal Senato preso nelle attuali combinazioni di
guerra, e fece rappresentare un Leone che giace sul suolo, ma ad occhi
aperti, con la leggenda [SC[OCVLIS. CVBAT. APERTIS.]SC], e nell'esergo
[SC[ANN. II.]SC] ([I[lett]I]. b). Avevasi tentato nell'anno terzo di
questo Doge d'infrangere la neutralità del mare Adriatico, entrandovi
una squadra francese per intercettare i convogli imperiali che da
Trieste a provvedere le armate del principe Eugenio di Savoia
uscivano. Il Veneto Senato fece presso le due corti le più forti
proteste, dichiarando che, qualora alcun riguardo non si avesse avuto
alla sua neutralità, vedrebbesi obbligato ad impiegare la forza.
Queste dichiarazioni presso le due potenze il bramato effetto
produssero. Il Doge allora nel rovescio della terza Osella coniar
facendo un Leone alato che poggia con le zampe di dietro sul mare, e
tiene nella destra zampa d'innanzi una spada, su la quale una serpe si
avvolge e si attortiglia, alluder volle alla prudenza ed alla forza
usata dal Senato nel sostenere i suoi diritti. Il motto intorno
[SC[PRVDENTIA. ET. FORTITVDO.]SC] lo conferma espressamente ([I[lett]I].
c). La naturale conseguenza dello stato di guerra, in cui trovavansi
le potenze confinanti, era quello sciame di pirati, che, usciti dal
porto di Segna, con l'antico nome di Uscocchi, il commercio de'
Veneziani infestavano. Relativo appunto a ciò il rovescio della quarta
Osella si mostra, nel quale il Leone armato di sguainata spada col
libro aperto fra le zampe è dalle parole circoscritto [SC[SVORVM. IVRA.
TVETVR.]SC] e sotto [SC[ANN. IIII.]SC] 1703. ([I[lett]I]. d). Succeduta
nell'anno 1704 una sollevazione a Costantinopoli per la quale deposto
Mustafà Gran Signore de' Turchi, fu pel mezzo del Gran Visir
proclamato imperatore Achmet fratello minore di Mustafà, questi mostrò
con somma premura il desiderio di conservare la pace con l'imperatore
di Germania e con la Repubblica di Venezia. Spedì a questa Mustafà Agà
dei Giannizzeri, per parteciparle la sua esaltazione, ed egli,
condotto alla pubblica udienza del Doge e della Signoria, nel pien
Collegio due lettere presentò, l'una del Sultano e l'altra del primo
Visir, nelle quali erano espressi sentimenti di amicizia e
d'inclinazione e propensione per la pace. Il Senato Veneziano aveva
già spedito a Costantinopoli il Cavaliere Carlo Ruzzini, che fuvvi
accolto con onori distinti. A questi lieti avvenimenti è relativo il
rovescio della quinta Osella, nella quale vedesi una Rosa aperta sul
suo stelo, divisa questa della famiglia Mocenigo, in faccia ad una
mezza Luna, insegna della Porta Ottomana, contornata di stelle con la
leggenda: [SC[MAGIS. REDOLET. LVNA. SERENA.]SC], e sotto [SC[ANN. V.]SC]
([I[lett]I]. e). Continuando nell'anno sesto del Doge Mocenigo la
guerra in Italia, e riconoscendo sempre più necessario il tenere
difese le città e le terre murate dalle incursioni e dalle scorrerie
delle estere truppe, il Senato aumentato aveva le proprie forze anche
nel rigore del verno dell'anno 1705, stabilendo un'alleanza difensiva
con due Cantoni Svizzeri, che tenessero alle armi apparecchiati
quattromila uomini di agguerrite truppe, non che con la lega dei
Grisoni. Ciò diede motivo al rovescio della sesta Osella, nel quale
evvi una Rosa fiorita in mezzo ad altri arbusti, spogli questi delle
loro foglie, col motto intorno [SC[ETIAM. RIGENTE. HYEME. VIRESCIT.]SC], e
sotto [SC[ANN. VI.]SC] Abbenché il diritto della Osella dell'anno sesto
del Doge Mocenigo non abbia dagli altri variazione alcuna, pure ho
creduto utile di riprodurlo a comodo de' lettori nella nuova tavola.
Esso offre il Doge ginocchioni che riceve dal santo Evangelista in un
con la benedizione il pubblico stendardo, ed ha intorno le solite
parole: [SC[S. M. V. ALOYSIVS. MOCENIGO. D.]SC], e nell'esergo [SC[B. C.]SC]
2.°, che è Benedetto Civran secondo massaro all'argento: anche su
questo nome v' è qualche variante ([I[lin]I]. 3, [I[lett]I]. f). La
vigilanza del Veneto Senato nell'anno 1706 verso tutti i propri
dominii, in particolar modo si estese a quella parte che più esposta
alle belligeranti potenze si trovava; quindi fu ordinato a Giorgio
Pasqualigo, Provveditore straordinario in Peschiera, di tener pronte
ed equipaggiate tre galeotte nel Lago di Garda, per ritenerne e
conservarne il possesso. Da questo fatto il Doge prese argomento per
far coniare il settimo rovescio della sua Osella, ed imprimere vi fece
una nave sul cui cassero pose il Leone rampante, che con la zampa
diritta d'innanzi la spada brandisce, e con la sinistra il pubblico
vessillo, e la inscrizione: [SC[EMERGIT. VIGILANTE. LEONE.]SC], e sotto
[SC[ANNO. VII]SC]. ([I[lett]I]. g). Perduti gli stati dei duchi di
Mantova e della Mirandola, non che del Principe di Castiglione delle
Stiviere, in Venezia si rifuggirono, ove tranquilla pace godevasi, e
vennero accolti come quelli che della patrizia nobiltà fregiati erano,
ed anzi a questi due ultimi, sotto specie di condotte militari, dalla
pietà pubblica furono assegnati stipendii pel loro sostentamento. A
questa circostanza volle alludere il Doge col rovescio della ottava
sua Osella, sul quale vedesi la Pace in una donna effigiata con ramo
di ulivo in mano, seduta all'ombra di altra regal donna, che nella
diritta mano la spada, e nella sinistra in bilico la bilancia tiene
con la leggenda intorno: [SC[QVIESCIT. IN. SINV. MEO.]SC], e nell'esergo
[SC[ANNO. VIII. 1707.]SC] ([I[lett]I]. h). Le vicende della guerra
portando le armate ed alcuni corpi staccati ad invadere le provincie,
e commettere atti crudeli verso i tranquilli e pacifici cittadini del
Veneziano Governo, obbligarono il Senato ad ordinare al generale conte
di Stenau, che le armi venete col titolo di generale supremo dirigeva,
di uscire in campagna con le sue forze, invigilando che nelle
provincie difese dalle pubbliche armi non entrassero milizie
straniere. Tale nuova politica misura condusse il Doge a fare
imprimere nel rovescio della nona sua Osella una Rosa fiorita, insegna
della famiglia Mocenigo, armata in tutte parti di spine con la
inscrizione: [SC[SOLVM. PROVOCATA. FERIT.]SC], e sotto [SC[ANNO. VIIII.]SC]
1708. ([I[lett]I]. i). Qualche differenza osservasi nella numerazione
di queste Oselle fatta dall'Abate Palazzi nelle annotazioni poste alla
orazione funebre di questo Doge, nelle quali viene preso in iscambio
l'anno sesto pel settimo. Nell'ultimo anno di questo Doge Federico IV
re di Danimarca e di Norvegia, sotto il titolo di conte di Oldemburgo,
a Venezia arrivò, e lungamente vi si trattenne, ovunque festeggiato ed
accolto con la onorificenza dovuta a sì gran principe; ma il Doge
Mocenigo pochi mesi appresso cessò di vivere, né ebbe agio a ricordare
nella Osella di quell'anno sì celebre accoglimento.

[T1] GIOVANNI CORNER.

A. 1709 ([SC[TAV]SC]. IV).

Nella elezione del successore di lui lo stesso avvenimento accadde,
che in quella del Mocenigo avvenuto era. Disputavansi tra di loro
della ducale corona i due Procuratori di san Marco, Alvise Pisani ed
Angelo Diedo; quest'ultimo avea ambita la dignità ducale anche nella
elezione del Mocenigo, e tale era la forza e la parità de' meriti ne'
concorrenti, che unire non poté alcuno di loro in favor proprio il
numero de' voti necessario per la elezione. In tanta ambiguità di
cose, i due partiti di eleggere convennero Giovanni Corner Senatore
distinto per le doti dell'animo e per gl'impieghi sostenuti in patria
e fuori. Non volle però egli ricordare alcun fatto nelle Oselle a'
nobili distribuite nei tredici anni del suo principato. Tre sole di
queste si riportano dei primi tre anni, non già perché queste ad alcun
fatto alluder possano, ma perciocché l'impronta nel diritto di esse è
in qualche parte variata, e le altre poi si tralasciano che il conio
del secondo anno ripetono, cangiando solo le cifre degli anni ed i
nomi dei massari di Zecca, ed omettendo la data della edificazione di
Venezia. La prima adunque nel suo diritto rappresenta san Marco che,
benedicendo il Doge, dello stendardo il presenta, e dietro la cattedra
del Santo evvi il Leone alato che riposa, e nel contorno: [SC[S. M. V.
IOAN. CORNELIO. D.]SC], e nell'esergo [SC[L. M.]SC], il nome cioè di
Lorenzo Marcello massaro di Zecca all'argento. Nel rovescio poi la
sola inscrizione si legge: [SC[IOANNIS. CORNELII. PRINCIPIS. MVNVS. AN.
I.]SC], e intorno: [SC[SALVTIS. ANNO. MDCCIX. ET. AB. VRBE. CONDITA. MCCXIC.]SC]
([I[lett]I]. a). Nella seconda evvi nel diritto il simbolo di san
Marco, cioè il Leone veduto di prospetto, alato e coronato col nimbo,
ed avente tra le zampe il libro ed intorno le parole: [SC[S. MARCVS.
VENETVS.]SC], e nell'esergo il nome del massaro [SC[M. A. B.]SC]
Marc'Antonio Bon ([I[lin]I]. 4, [I[lett]I]. b), conservandosi nel
rovescio la stessa inscrizione della prima con le variate cifre degli
anni. La terza Osella presenta nel suo diritto il Leone alato e
coronato col nimbo, ma posto di profilo, con guardatura feroce, col
libro aperto fra le zampe, e quasi a custodia di un forte, ed intorno
ha [SC[S. MARCVS. VEN.]SC], e nell'esergo [SC[Z. B. V.]SC], cioè Zuan-
Bartolomeo Vitturi, e l'anno 1711. Nel rovescio poi le parole della
prima inscrizione in carattere maiuscolo, e senza data della
edificazione della città ([I[lett]I]. c). Dopo il terzo anno si
riprese il conio del secondo, con la sola variazione, che nel quarto e
nel quinto anno il libro sopra cui poggiano le zampe del Leone vedesi
aperto, mentre negli anni successivi si tenne chiuso. Una breve
osservazione richiama la Osella di questo Doge, nella quale per la
prima volta, dietro la cattedra del Santo, il di lui simbolo si
osserva, mentre in tutte le altre Oselle il solo nome inscritto
intorno alla figura era sufficiente a dinotarlo. Che poi dopo il
quinto anno il libro de' Vangeli chiuso si tenesse, ne fu cagione
l'essere stata la Repubblica improvvisamente attaccata nell'anno 1714
dalle armi ottomane, le quali ripresero il Regno della Morea in gran
parte per i tradimenti di que' Greci medesimi i quali avevano poco
innanzi al suo acquisto contribuito, ed ora, per desiderio di novità,
amavano di vivere piuttosto sotto il dominio dei Turchi, che sotto
quello dei Veneziani. Seguì però la pace col Turco nell'anno 1720, non
lieta per i Veneziani, avendo per lei perduto la Morea, nobile
conquista di Francesco Morosini, e quanto era loro rimasto nell'isola
di Candia; ma il Doge continuò tuttavia fino nell'ultimo suo donativo
a conservare l'antica impronta, morto essendo nell'agosto dell'anno
1722. Le memorie di Zecca non fanno parola del prezzo delle Oselle
dopo il Doge Nicolò Sagredo all'anno 1675, e solo nell'anno 1718 le
veggo portate al prezzo di tre lire e soldi tredici.

[T1] ALVISE SEBASTIANO MOCENIGO.

A. 1722 (Tav. IV e V).

La patria, alternando i premii verso que' cittadini che di lei
benemeriti erano per i prestati servigi, non dimenticò di premiare
eziandio Alvise Sebastiano Mocenigo [I[da san Samuele]I], il quale per
quattro volte sostenne il carico di provveditore generale, e diede
prove di zelo e di amore verso la patria nelle spinose emergenze del
Levante e della Dalmazia. Questi al primo scrutinio fu eletto Doge. In
tutte le Oselle da lui a' nobili regalate riprese nel diritto la
solita impronta del santo Evangelista che dà al Doge in ginocchio con
lo stendardo la benedizione, ed ha intorno il motto: [SC[S. M. V.
ALOYSIVS. MOCENIGO. D. ANN. I.]SC] e successivi. Nei rovesci però variò in
tutti gli anni il conio. Nel primo vedesi il Doge seduto con la destra
distesa ad un arbusto di rose, ed il bastone del comando nella
sinistra, col Leone alato che dietro lui riposa, e al disopra una nube
con le parole: [SC[FVLCITE. ME. FLORIBVS.]SC], e sotto 1722. Questo
rovescio è tutto allusivo alla persona del Doge, il quale, stendendo
la destra ad un arbusto di rose, divisa della famiglia Mocenigo,
ricorda quanti ne uscirono fregiati della stessa corona. Nel bastone
rammenta i molti comandi da lui sostenuti, nel Leone che riposa, la
pace di cui la Repubblica allora godeva, e infine nella nuvoletta,
l'aiuto celeste ([I[lett]I]. a). La pietà e la religione del Doge
fulgida risplende nel rovescio della seconda Osella, nel quale
imprimere fece la Vergine fra le nuvole contornata di stelle, che
apparisce al Doge ginocchioni, il quale ha la corona in capo ed il
bastone generalizio nella sinistra con ai suoi piedi il Leone che
riposa, ed il berretto ducale sul suolo e la inscrizione: [SC[DOMIN.
REGIT. ME. ET. NIH. MIHI. DEERIT.]SC], e sotto 1723 ([I[lett]I]. b). Niun
pubblico avvenimento essendo in questo anno accaduto, a cui possa il
rovescio applicarsi, conghietturare si deve ch'esso immaginato siasi
per ricordare la protezione della Vergine a questo Doge accordata,
tanto in mezzo ai pericoli della guerra, che nella sua elevazione alla
ducal dignità; e siccome nell'anno primo gli onori alla sua famiglia
accordati rammenta, così nel secondo anno con sentimento di pietà e di
religione la particolare sua divozione verso la Vergine santa
dimostra. Altre volte si è veduto nel corso di queste illustrazioni, e
lo vedremo ancora in appresso, e la particolare protezione della
Vergine, e la religiosa divozione dei Dogi verso di lei. Alla memoria
de' pubblici eventi ed alla felicità degli Stati sono rivolti i
pensieri del Doge nelle seguenti Oselle, nelle quali i provvedimenti
del Veneziano Senato si offrono. La prudenza e la saviezza di questo
si riscontra, all'anno 1724, nel sostenere i propri diritti,
resistendo alle pretensioni de' ministri stranieri, i quali non
volevano alle leggi doganali assoggettarsi, e fece loro deporre ogni
ridicola pretesa. A questa condotta ferma e prudente, ch'era giunta
fino a risvegliare il mal umore nelle corti di Francia e di Spagna,
allude il rovescio della terza Osella, nella quale sur un trono di
alcuni gradini elevato siede la Giustizia con la spada sguainata nella
destra, e con la bilancia in bilico nella sinistra, vedendosi alla sua
destra la piazzetta di S. Marco, che in quell'anno fu anche con
magnifica instaurazione di nuovo lastricata, ed ha intorno il motto:
[SC[MELIOR. EST. SAPIENTIA. QVAM. VIRES.]SC], e sotto 1724 ([I[lett]I]. c).
Decretato dal Veneto Senato nell'anno 1724 un taglio da farsi in volta
di san Pietro alla Tor Nuova su l'Adige, nella fissata regolazione di
quel fiume, dietro le opinioni e gli studii del celeberrimo matematico
della Repubblica il professore Bernardino Zendrini (le cui opere
furono non ha guari per cura di un nipote suo rese di pubblico
diritto), a questa importante idraulica operazione, che fu ferace di
prodigiosi effetti a salvezza delle Provincie di Padova e di Rovigo,
ed a molte altre provvidenze prese in materia di acque nelle lagune e
nei fiumi, alluder volle il Doge col rovescio della quarta Osella,
nella quale si vede una donna regale seduta sul trono a più gradini
elevato in mezzo alle acque, col Leone alla sinistra, sparse
veggendosi alcune barche veleggianti con la epigrafe intorno:
[SC[FLVMINIS. IMPETUS. LAETIFICAT. CIVITATEM.]SC], e sotto 1725 ([I[lett]I].
d). La politica del Veneziano Senato temendo, dopo la morte del Czar
Pietro il Grande di Moscovia, che della Repubblica alleato era, che i
Turchi, male verso di essa intenzionati, nuovamente la guerra
rompessero, giudicò necessario di tenere in pronto un determinato
numero di navi per proteggere i proprii sudditi nel commercio loro e
nella navigazione, e porre un qualche freno alla ottomana potenza. A
tale oggetto, dietro alle operazioni nelle lagune nell'anno innanzi
verificate, nel canale della Giudecca tali escavazioni si fecero,
affinché le pubbliche navi ivi all'àncora custodire si potessero ed a
più gloriose operazioni sempre atte e pronte si tenessero; ed ecco che
nel rovescio della quinta Osella una nave si vede armata in corso, che
alcuni mercantili bastimenti protegge, colle parole: [SC[IN. CVSTOD.
ILLIS. RETRIB. MVLTA.]SC], e sotto 1726. ([I[lett]I]. e). II rovescio
dell'anno sesto mostra impresso il Bucintoro accompagnato da più
barchette, ed illuminato dal bel sole di maggio, diretto alla consueta
annuale funzione delle sponsalizie del mare, avendo le ducali insegne
sulla prora e nello intorno le parole: [SC[NON. EST. INVEN. SIMILIS.
ILLI.]SC], e sotto 1727. ([I[lett]I]. f). In quell'anno appunto fu
rinovato il Bucintoro con le antiche forme, ma reso vago da scolture e
dorature bellissime, d'invenzione di Antonio Corradini, scultore
celeberrimo di quei giorni; di questo legno evvi una descrizione
particolareggiata nell'opuscolo di Anton Maria Lucchini intitolato:
[I[La Nuova Reggia sulle acque]I], e desso nell'anno 1797 dalla rabbia
distruggitrice di allora fu solennemente abbruciato. Vegliando il
Governo con attenta cura e validissima sollecitudine alla
preservazione della pace nelle proprie provincie, nel tempo medesimo
che allestire faceva le milizie, anche le navi riordinava per
proteggere con efficacia i suoi sudditi. Per tale pubblica vigilanza
fu coniato il rovescio della settima Osella, il quale presenta la Pace
con l'ulivo nella destra ed il cornucopia nella sinistra, accompagnata
da una schiera di soldati e da una squadra di navi armate con la
epigrafe: [SC[IN. VIRTVTE. ET. ABVNDANTIA. PAX.]SC] e nell'esergo 1728
([I[lett]I]. g). Il rovescio della ottava Osella rappresenta
l'agricoltura con la spica di grano nella destra ed il cornucopia
nella sinistra innanzi ad una Donna regale, che seduta tiene nella
diritta lo scettro, ed un ramo di rose nella sinistra, ed ha a' suoi
piedi il Leone. Questo è il simbolo della fertilità di quell'anno,
che, secondo antichi registri, fu ferace di granaglie di ogni genere.
Anche l'abate Toaldo, pubblico professore di astronomia nella
Università di Padova, riportando un suo ciclo lunare relativo a
quell'anno, asserisce che anche la vendemmia riuscì la più abbondante
che fosse mai a memoria di uomini. A ciò allude pure la inscrizione:
[SC[PLENO. TIBI. COPIA. CORNU.]SC] e nello esergo 1729. ([I[lett]I]. h). Un
ragguardevole cittadino, che per la Repubblica ambasciatore presso
l'imperatore trovavasi, e che sul finire di quell'ambasciata alla
Porta Ottomana nello stesso posto era stato prescelto, aveva con la
sua condotta esposto il proprio credito a disonorevoli emergenze.
Ritornato da quella prima ambasceria, i mobili ed effetti di lui sulla
pubblica nave caricavansi per la nuova destinazione, quando per
commissione dell'ambasciatore cesareo residente in Venezia, da un
pubblico commendadore od usciere, suggellaronsi e si sequestrarono.
L'occhio vigile ed attento del Governo consigliò l'eletto Bailo
d'implorare la sua dispensa, che fu accolta, ed altro in suo luogo
sostituito. Questa misura d'interna governativa politica, che dimostra
la diligenza del Governo nel ritenere i proprii cittadini nella
moderazione appoggiata alle antiche discipline, diede argomento al
rovescio della nona Osella di questo Doge. Figura infatti in essa la
Giustizia in piedi con la spada vibrata e la bilancia in bilico,
avendo ai suoi piedi il Leone, ed al destro lato un ramo di rose che
dalla terra spunta, con le parole: [SC[DISCIPLINA. MAIORUM. REMPUBLICAM.
TENET.]SC], e sotto 1730 ([I[lett]I]. i). Cadendo nell'anno 1731 il
centesimo anno da che la città di Venezia fu dalla pestilenza per
intercessione della Vergine liberata, un solenne triduo di pubbliche
rogazioni decretato si aveva, nel quale il Doge con l'accompagnamento
del Senato a piedi si portasse alla visita del sacro tempio della
Salute per voto innalzato. A commemorare questa festività secolare, il
Doge coniar fece nel rovescio della decima Osella la immagine stessa
della Vergine, che con somma venerazione nella cattedrale di Candia
custodita un tempo tenevasi, e che, trasferita dopo la perdita di
quell'isola in Venezia, fu per ordine pubblico al maggior altare di
quel tempio collocata. Il motto intorno: [SC[AB. IPSA. SALVS.]SC], e
sotto 1731 ([I[lett]I]. l) ne assicura l'oggetto. Questa secolare
festività con mirabile concorso di popolo nell'anno 1830 celebrossi,
ricordando il giorno del voto, piuttosto che quello della liberazione
del flagello, come aveasi nella prima centuria accostumato.

Fu desso l'ultimo donativo del Doge Alvise Sebastiano Mocenigo, il
quale morì a' 21 di maggio 1732, dopo aver seduto sul trono ducale
nove anni e nove mesi, ed alla patria per legato lasciò le sue armi e
i trofei di guerra, nonché due bellissimi Leoni di marmo rosso greco,
che adornano attualmente la picciola piazzetta ai fianchi della
Patriarcale Basilica, chiamata appunto la piazza dei Leoni. Anche il
fu Domenico Pasqualigo, patrizio veneto, e raccoglitore di medaglie e
monete, nella sua Notizia generale-storica della sedia ducale vacante
per la morte di Luigi Sebastiano Mocenigo, ne illustra le Oselle, e
non v'ho rinvenuto che alcune trasportazioni dall'uno all'altro anno,
che possono essere equivoci presi nel momento di dettarle.

[T1] CARLO RUZZINI.

A. 1732 ([SC[TAV]SC]. V).

Carlo Ruzzini, Cavaliere e Procuratore di san Marco, già due volte
ricordato nel corso di queste illustrazioni, spiegò il suo concorso
alla ducal dignità in parità di meriti col Cavaliere e Procuratore
Alvise Pisani. Quantunque generalmente al popolo fosse più grato il
nome del Pisani, pure la scelta cadde sulla persona del Cavalier
Ruzzini il quale aveva coperte le primarie ambascerie presso le corti
de' principi stranieri. Tre anni egli sedette sul trono ducale, e di
tre Oselle fe' ai nobili regalo. Nella prima evvi sul rovescio il
Leone di fronte, alato, coronato e cinto del nimbo, tenendo fra le
zampe il libro degli Evangeli aperto, in cui sta scritto: [SC[PAX. T. M.
E. M.]SC] e nel contorno: [SC[IN. DIEBVS. EIVS. ABVNDANTIA. PACIS.]SC], e
sotto 1732. Nel diritto la inscrizione sormontata dal corno ducale:
[SC[CAROLI. RVZINI. PRINCIPIS. MVNVS. AN. I.]SC] ([I[lett]I]. a) è chiusa da
tre caducei, insegna di Mercurio il messaggiere di Giove, e da due
palme di ulivo, simboli della pace. Nei tre caducei si allude ai tre
congressi di Carlowitz, di Utrecht e di Passarowitz, nei quali egli
intervenne come plenipotenziario della Repubblica, ed alle paci ivi
firmate. L'impronta pure del rovescio rammenta egualmente i giorni di
pace goduti sotto questo doge dalla Repubblica. La seconda Osella
presenta nel diritto il Leone di profilo, alato, coronato e col nimbo
tenendo fra le zampe il libro aperto, ed ha intorno le parole:
[SC[CAROLI. RVZINI. PRINCIPIS. MVNVS.]SC], e sotto [SC[ANNO. II.]SC], e più
sotto ancora, [SC[B. Z.]SC] cioè Bartolomeo Zen massaro all'argento
([I[lett]I]. b). Nel rovescio poi evvi una urna di argento, che
contiene le ossa del santo Doge Pietro Orseolo, che fu uno de' primi
discepoli di san Romualdo Abate; furono queste reliquie in Venezia
mandate per donativo di Luigi XV di Francia dall'antica provincia
della Guascogna, e si conservano nel santuario della Patriarcale
Basilica. La inscrizione intorno a questo rovescio ci rende certi
della sua rappresentanza: [SC[OSSIBUVS. RECEPTIS. DIV. PETR. VRSEOLI.]SC], e
nell'esergo 1733. Abbiamo, intorno a questo doge, notizia, che in
occasione di queste reliquie il desiderio in lui svegliossi di
conoscere se nella sottoconfessione di san Marco il di lui corpo
depositato fosse. A questo oggetto si aprì, presso l'altare della
Madonna, e precisamente sotto que' gradini che dal presbiterio
conducono al piano della chiesa, un foro nel pavimento, e col mezzo di
una scala a mano discesero nella sottoconfessione, ma trovatavi
l'acqua a tale altezza, che convenne girare solamente sopra le
panchine di viva pietra, che contornano quel santuario, non riuscì al
Doge né agli altri che seco erano di nulla riconoscere. Ben più
fortunati di questo Doge siamo stati noi in questi anni, ne' quali,
superando la difficoltà dell'acqua, che si fece anche tutta uscire, ed
altri ostacoli, che vi si frapponevano, siamo giunti al felice
ritrovamento del corpo santissimo del protettore principale della
città san Marco, collocato appunto sotto la mensa del maggiore altare,
ed ora trasportato più alto nel corpo stesso dell'altar maggiore, come
si può riconoscere dalle memorie sul corpo di san Marco in allora
pubblicate. Nel terzo anno del doge Ruzzini fu riprodotto nel diritto
il conio dell'anno secondo con la variazione nelle parole, che sono
[SC[SANCTVS. MARCVS. VENETVS.]SC] e sotto [SC[Z. F.]SC], Zorzi Foscolo
massaro, e nel rovescio la sola inscrizione [SC[CAROLI. RVZINI. PRINCIPIS.
MVNVS. ANNO. III. MDCCXXXIV.]SC] rinchiusa da due rami di ulivo, che
sorreggono il berretto ducale ([I[lett]I]. c). Il doge Ruzzini morì
nel gennaio susseguente, dopo quattro soli giorni di malattia,
nell'età di anni ottantadue, avendo regnato due anni e sette mesi, e
fino agli ultimi momenti della sua vita diede continui saggi di quella
scienza ed erudizione, che possedeva, per cui fu considerato il più
dotto uomo della Repubblica, ed il più scienziato principe che allora
vivesse. Sotto questo Doge Ruzzini le Oselle incominciarono ad avere
il prezzo di lire tre e dieciotto soldi, prezzo legale, che fu sempre
continuato, quelle eccettuate che per particolari circostanze si
riconobbero rare, e furono stimate a prezzo di affetto.

[T1] ALVISE PISANI.

A. 1735 ([SC[TAV]SC]. V).

Quell'Alvise Pisani, Cavaliere e Procuratore di san Marco, sì
benemerito per molte legazioni ordinarie ed estraordinarie, che
abbiamo veduto qui sopra posto in competenza col defunto doge Ruzzini
per la ducale sede, con grande applauso e gioia del popolo vennegli
sostituito. Negli anni del suo principato volle che nelle Oselle a'
nobili distribuite altro conio non fossevi che, nel diritto, il
simbolo del santo Evangelista, cioè il Leone alato, coronato, e col
nimbo intorno al capo con la figura rivolta alla diritta, e con la
faccia di fronte avente nelle zampe il libro aperto ed il motto:
[SC[SANCT. MARCVS. VENETVS.]SC] e al di sotto [SC[Z. F.]SC], cioè il
sunnominato Zorzi Foscolo, e l'anno 1735. Nel rovescio poi la sola
inscrizione [SC[ALOYSII. PISANI. PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I.]SC], e
susseguenti, inscrizione rinchiusa fra due rami di ulivo. Abbenché la
politica del Veneziano Senato una seconda neutralità armasse,
occasionata dalle guerre insorte fra gl'imperiali ed i Francesi, ed il
Cavaliere Antonio Loredano in Provveditore generale destinato fosse in
unione al Maresciallo Conte di Schollemburg per invigilare alla
pubblica sicurezza col munire le piazze murate, accrescere i presidii,
e dal Levante e dalla Dalmazia i veterani reggimenti richiamare; ciò
non per tanto il Doge Pisani continuò sempre la prima impronta, che
unica nelle tavole si rappresenta, non alterandola fino alla morte,
improvvisamente accaduta a' diecisette di giugno dell'anno 1741.

[T1] PIETRO GRIMANI.

A. 1741 ([SC[TAV]SC]. V).

Fra il concorso di tre illustri personaggi, il Cavaliere e Procuratore
Barbon Morosini, il Procuratore Nicolò Veniero ed il Cavaliere e
Procuratore Pietro Grimani, questo ultimo nel primo scrutinio alla
dignità ducale inalzato venne, ed egli, per molti servigi alla patria
prestati e nelle ambascerie alle straniere potenze, e nei più gravi
consessi del Governo la pubblica estimazione meritato aveasi, e pel
suo gusto delicato di elegante scrittore italiano era giunto ad alto
grado di riputazione presso i Gozzi, i Farsetti ed altri contemporanei
famigerati scrittori, essendo egli pure della famosa Accademia de'
Granelleschi. A questo Doge scrisse già l'Algarotti una epistola in
versi, nella quale si ricordano le sue poesie, e fra le altre un
sonetto che incomincia

[I[  Sedeami un dì sopra una verde riva,]I]

e finisce con questi versi:

[I[  E sui miei casi e fortunati e rei]I]

[I[    Vidi, o Lilla gentil, che di mia vita]I]

[I[    Tutta la storia mia tu sola sei,]I]

ed è stampato nella parte quarta della raccolta del Gobbi, e nel tomo
VII delle Rime degli Arcadi, come quello che era appunto nel numero
degli Arcadi col nome di Armiro Cretreo. Undici furono le Oselle da
questo Doge a' nobili regalate, delle quali le prime sei conservano lo
stesso tipo tanto nel diritto, che nel rovescio. Nei diritti evvi
l'antica impronta di san Marco, che .offre al Doge ginocchioni il
patrio vessillo benedicendolo, col motto [SC[S. M. V. PETRVS. GRIMANVS.
D.]SC], e sotto 1741 ed [SC[F. P.]SC], Francesco Pasqualigo il massaro,
e seguenti. I rovesci altresì sono quelli stessi che si videro da
molti Dogi suoi antecessori adoperati, e che poscia furono da tutti
universalmente usati, cioè le parole: [SC[PETRI. GRIMANI. PRINCIPIS. MVNVS.
ANNO. I.]SC] ([I[lin]I]. 3, [I[lett]I]. a). Nel settimo anno però il
conio del diritto cangiossi, ponendosi in opera il simbolo del santo
Evangelista, cioè il leone alato e coperto del berretto ducale, di
fronte, e col libro fra le zampe aperto, su cui sta scritto [SC[P. T.
M. E.]SC] cioè [I[Pax tibi Marce Evangelista]I], e nel contorno
[SC[SANCTVS. MARCVS. VENETVS.]SC], e sotto il nome del massaro, che in
quell'anno figurava Zuan Andrea Pasqualigo [SC[Z. A. P.]SC]
([I[lett]I]. b). Questa variazione non puossi ad alcun particolare
avvenimento attribuire, ma solo ad un genio dimostrato dal Doge di
imitare in questa parte il suo antecessore, non essendovi nelle
pubbliche storie, o nelle private memorie alcuna di esse che a ragione
di ciò addurre si possa. Non è però così della variazione che si
osserva nel diritto dell'ottavo anno di questo Doge, nel quale invece
del consueto tipo del santo Evangelista, che il pubblico stendardo
consegna, vedesi il Doge ginocchioni in atto di orare innanzi al
Santo, il quale seduto, tenendo la penna sull'aperto libro in atto di
scrivere, si rivolge col capo indietro, quasi chiamato da un oggetto
esteriore, ed ha il leone presso di sé col solito motto [SC[S. M. V.
PETRVS. GRIMANVS. DVX.]SC], e nell'esergo [SC[L. M. II.]SC] Lodovico
Morosini II, questo pure in altre variando ([I[lett]I]. c). Di questa
variazione puossi il motivo attribuire ad alcune vertenze insorte col
pontefice Benedetto XIV. Il patriarcato di Aquileia, che con la sua
giurisdizione estendevasi nella contea di Gorizia appartenente alla
casa d'Austria, svegliato aveva le cure e l'attenzione di S. M. I. e
R. Maria Teresa, la quale un proprio Vicario al Pontefice richiedeva
per i suoi stati. Il Senato Veneziano, per sostenere i diritti
patriarcali, incaricava presso la santa Sede con apposita missione
Francesco Foscari, il quale partì di Venezia nell'agosto del 1748.
Evvi l'antica tradizione, avvalorata anche da' Padri, che san Marco
predicato abbia ai popoli di Aquileia il vangelo, quindi sembra bene
adatta la idea che si rappresenti il Doge a' piedi del Santo in atto
di supplicarlo a sostenere il diritto dei successori di lui nel
Patriarcato stesso, diritto che allora cogli Imperiali dividere
volevasi. Le vertenze e le discussioni di Roma continuando, né ancora
bene stabiliti i confini de' rispettivi diritti delle due
metropolitane arcivescovili diocesi di Gorizia e di Udine, che dalla
divisione della Patriarcale Basilica di Aquileia sorgere dovevano,
nell'anno nono del suo reggimento il Doge ordinava, che nel diritto di
quella Osella il santo Evangelista coniato fosse in atto di
allontanarsi dalla terra e fra le nubi soffermarsi, con la sinistra
mano distesa sulla testa del Doge a' suoi piedi genuflesso, di sua
protezione assicurandolo, mentre tiene nella destra il libro degli
Evangeli aperto, ed il Leone mezzo accosciato mostrasi in atto di
minacciare alcuno dietro alle sue spalle. La inscrizione non varia
dalle altre: [SC[S. M. V. PETRVS. GRIMANVS. DVX.]SC], e nell'esergo [SC[G.
G. L.]SC] da interpretarsi per Gian Girolamo Longo, che era il massaro
all'argento. Si riporta pure in questa quinta tavola a comodo degli
osservatori la leggenda del rovescio, ch' è la consueta [SC[PETRI.
GRIMANI. PRINCIPIS. MVNYS. AN. IX.]SC], 1749, inchiusa fra due rami di fiori
che la corona ducale sorreggono ([I[lett]I]. d). Non ancora del tutto
composta la questione sulla giurisdizione delle nuove sedi
arcivescovili dal Patriarcato di Aquileia provenienti, il Doge
credette opportuno di continuare a prendere lo stesso argomento per
soggetto della sua decima Osella: quindi nel rovescio di essa si fece
rappresentare ginocchioni illuminato dai raggi superiori, che dal
cielo sul di lui capo discendono, in faccia ad un altare, dietro il
quale evvi il Santo che sull'ara il libro de' suoi Evangeli aperto gli
mostra, indicando con la destra mano la volontà del Signore, ed il
Leone che dietro il Santo respiciente di faccia riposa, col solito
motto intorno [SC[S. M. V. PETRVS. GRIMANI. D.]SC], e al di sotto il nome
del massaro [SC[Z. B.]SC] Zuanne Balbi ([I[lett]I]. e). Questa però è
l'ultima Osella che il Patriarcato di Aquileia risguarda, essendosi
nel luglio dell'anno 1751 col mezzo di pontificio breve decretato, che
l'attuale Patriarcato fosse in due metropolitane arcivescoli sedi
diviso, ritenendosi tuttavia nel vivente Patriarca e Cardinale Delfino
il primitivo titolo, e conservando al Senato la nomina
dell'Arcivescovo di Udine. Così decise la saggia mente del sommo
Pontefice Benedetto XIV. L'undecima ed ultima Osella del Doge Pietro
Grimani porta nel diritto il Doge ginocchioni innanzi all'altare
dell'Annunziata Vergine, che in un quadro fra due colonne rinchiuso, e
da due angioletti fregiato, rappresentata si vede, e nel lato opposto
pur genuflesso san Marco ed il Leone che giace in riposo fra loro. Il
motto intorno è [SC[S. M. V. P. GRIMA. D.]SC], e nell'esergo il nome del
massaro all'argento, che in quell'anno era Alvise Barbaro [SC[A. B.]SC]
([I[lett]I]. f). Questo conio non può essere relativo, che al giubileo
pubblicato nell'anno 1751, il quale per Venezia il suo principio ebbe
nel giorno appunto dell'Annunziazione della Vergine, principale
proteggitrice della Repubblica. Di là a pochi giorni il Doge Pietro
Grimani, da grave malattia sopraffatto, fu al sepolcro condotto.

[T1] FRANCESCO LOREDANO.

A. 1752 ([SC[TAV]SC]. V e VI).

Il successore di lui Francesco Loredano al primo scrutinio de'
quarantuno elettori dalla maggiorità de' voti eletto riusciva,
quantunque a competitore mostrato si avesse il Procuratore Giovanni
Emo. Quegli più volte la carica di Provveditore generale dell'armata
nelle provincie coperto aveva, e spezialmente nell'importante
occasione dell'armata neutralità della Repubblica per la guerra di
successione. Molte delle Oselle di questo Doge, siccome coniate negli
anni in cui la Veneziana Dominazione i proprii diritti civili in
faccia alla santa sede sosteneva, così in pari tempo la religione e la
pietà della Repubblica dimostrano. Di fatti il nuovo Doge dal suo
cognome l'argomento prendendo, ché quasi dall'etimologia della parola
poteasi il di lui casato supporre dalla città di Loreto derivare,
imprimere si fece nel rovescio della prima Osella in ginocchio col
berretto ducale deposto innanzi ad un altare sul quale evvi la Vergine
col bambino Gesù in braccio, e presso ad essa S. Marco, che tiene il
libro degli Evangeli aperto sull'ara appoggiato, e con la destra
distesa verso un calamaio con la penna, come scrittore di quelli, ed
in mezzo il Leone che riposa respiciente di faccia sopra un suolo di
marmi intrecciato. Le parole intorno suonano [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED.
D.]SC], e nell'esergo [SC[G. A. C.]SC], che indicano il nome del massaro
all'argento Giacopo Antonio Contarini. Nel diritto poi la solita
leggenda: [SC[FRANCIS. LAVREDANI. PRINCIPIS. MVNVS. AN. I. 1752.]SC]
([I[lin]I]. 4, [I[lett]I]. a), da un fregio rinchiusa, rovescio che si
conserva nell'anno seguente. Nel rovescio della seconda dando un nuovo
saggio della pietà e della religione del Doge, lo si mostra caldamente
raccomandarsi alla Vergine santissima, ed al principal Protettore
nelle vertenze insorte con la santa sede, e si presenta genuflesso con
berretta deposta ai piedi della beata Vergine col Bambino in grembo,
che è in un quadro da quattro angioletti sostenuto in forma di
cariatidi con fregi di vasi e di fiori, mentre dall'altro lato trovasi
l'Evangelista che lo benedice, con ai piedi il calamaio, e nel mezzo,
sul terreno intrecciato di marmi, il Leone che riposa. Il solito motto
intorno [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. D.]SC], e sotto [SC[S. B.]SC] Stefano
Barbaro massaro ([I[lett]I]. b). Niuna particolare circostanza volendo
il Doge ricordare nella Osella dell'anno terzo, riprese nel diritto
l'ordinario antico conio col santo Evangelista seduto in atto di
benedire il Doge genuflesso, che dalle mani di lui il vessillo della
Repubblica riceve con le usitate parole: [SC[S. M. V. FRANC. LAVREDANO.
DVX.]SC], e nell'esergo [SC[V. A. C.]SC] cioè il nome del massaro
all'argento di quell'anno, Ulisse Antonio Corner. Quantunque nel
rovescio si conservi la consueta leggenda, pure alcune alterazioni
vedendovisi e nella forma delle parole, che più maiuscole si mostrano,
e nella ducale corona di niun fregio ornata, utile si credette di
riprodurlo, abbenché nessuna causa di questa alterazione addurre si
possa; [SC[FRANCIS. LAVREDANI. PRINCIPIS. MVNVS. AN. III. MDCCLIV.]SC]
([I[lett]I]. c). Ad un quadro, nel quale la nascita del bambino Gesù
fra gli animali nel presepio si raffigura, con l'adorazione degli
angeli, sostenuto e fregiato da colonne in luogo di cariatidi, ed
altri ornamenti, dirigonsi le preci del Doge ginocchioni, deposto il
berretto sul suolo, mentre dal lato opposto il santo Evangelista si
vede in atto pure di adorazione, ed in mezzo il leone in piedi col
libro fra le zampe aperto, e col capo al Santo rivolto. Il diritto
della quarta Osella conservando il solito motto [SC[S. M. VENET. FRANC.
LAVREDAN.]SC], e sotto [SC[A. D.]SC] il nome del massaro Antonio Diedo,
mostra in un quadro la nascita del Bambino adorato dagli Angeli e al
di sotto di questo il santo Protettore che inginocchioni dà la
benedizione al Doge il quale è pure in ginocchio col berretto deposto
e fra loro il leone col libro aperto. L'essere sul rovescio di questa
Osella una Pace alata che nella sinistra mano un ramo di ulivo porta e
nella destra il ducal corno, è il motivo per cui si è creduto di
riportare di essa pure l'impronta [SC[FRANCIS. LAVREDANI. PRINCIPIS. MVNVS.
AN. IV. MDCCLV.]SC] ([I[lett]I]. d). Nessuna trattativa di pace a vero
dire in quell'anno le storie nostre alla Repubblica assegnano, quindi
non si potrebbe con certa conoscenza asserire, quale oggetto fosse
preso di mira; e solo si può alludere o allo stato di pace in cui
trovavasi allora la Repubblica, o all'armonia interna del governo,
dappoiché era stato conchiuso un trattato di confinazione nel
Bergamasco e Milanese, tra la Repubblica di Venezia e Sua Maestà
l'imperatrice e regina Maria Teresa d'Austria. Il conio del quinto
anno offre una delle allegorie che la Chiesa adopera verso la Vergine
santa, qual è quella del vaso, e questo la Vergine sostiene,
contornata da Angeli, due dei quali danno fiato alle trombe, e nel
corpo del vaso è scritto [SC[VAS. ONORABILE.]SC], ([I[sic]I]), e al
disotto del vaso, nel lato destro, san Marco che riposa sul terreno
seduto a cui dietro il Leone di fronte, e nel lato sinistro il Doge in
ginocchio con la ducale berretta sul suolo deposta, e nell'esergo
[SC[F. T.]SC] Francesco Trevisano massaro, conservando nel contorno
[SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. DVX.]SC], il che pure non è che un semplice
saggio della divozione del Doge verso la santa Vergine ([I[lett]I].
e). Altra prova pure della stessa pietà dimostrata vedesi dal Doge nel
diritto della sesta Osella, nella quale non si volle allontanare dagli
emblemi e dalle allegorie dalla Chiesa usate nel rappresentare la
Vergine, indicandocela sotto la invocazione di [SC[FOEDERIS. ARCA]SC].
Infatti vi si osserva un Angelo che sostiene l'arca della salute in
cui evvi quella leggenda, e sulla quale poggia la Vergine che tiene le
braccia aperte, ed intorno sonovi colonne ed archi che la racchiudono,
mentre nel lato destro sul suolo il santo Evangelista, con un
ginocchio piegato, il Doge benedice, che nel lato opposto ginocchioni
si mostra col berretto sul terreno, e la faccia del leone a tergo del
Santo. Il lavoro del suolo sembra di opera vermicolata. Le parole
intorno sono: [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. D. V.]SC], e sotto [SC[G. B.]SC]
che sono le sigle iniziali di Girolamo Bonlini massaro ([I[T]I]. VI,
[I[lin]I]. 1, [I[lett]I]. f). Niun avvenimento chiamando l'attenzione
delle storie in questi anni, gli archeologi non hanno motivo di
conghietturare qual cosa dirigesse il Doge nella scelta della impronta
da fissarsi nell'anno settimo, e solo una perenne dimostrazione della
sua religiosa devozione verso i principali proteggitori della patria,
che ei volle indicati anche in questa Osella. Quindi in essa effigiata
vedesi la immacolata Concezione della Vergine in un quadro con due
Angioletti che lo sorreggono, ed il san Marco nel lato destro in piedi
in atto di mostrare ai riguardanti la Vergine, mentre il Doge, col
berretto ducale deposto, è in atto di adorarla, ed il Leone fra loro
riposa. Anche in questa Osella sembra il suolo vermicolato. L'usitata
inscrizione si legge d'intorno: [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. DVX.]SC], e
nell'esergo [SC[F. A. B.]SC], che intender si deve per Francesco
Antonio Bonlini massaro ([I[lett]I]. g). Ai tre di maggio dell'anno
1788 cessò di vivere il grande pontefice Benedetto XIV, che portò il
lutto in tutta la Cristianità. A minorare però il rammarico che ne
provavano anche i Veneziani, dopo una sede vacante di due mesi e tre
giorni fu al soglio pontificio inalzato il Cardinale Carlo Rezzonico
veneto patrizio e Vescovo di Padova, che assunse il nome di Clemente
XIII. Grandissime furono le dimostrazioni di gioia e di allegrezza per
sì avventuroso innalzamento ordinate. Otto ambasciatori al nuovo
pontefice fra i più illustri cittadini si nominarono; dal Senato
lettere gratulatorie sopra la creazione sua si scrissero; il Consiglio
Maggiore a Procuratore di san Marco soprannumerario, che era la
seconda dignità della Repubblica, il fratello di lui elesse; ed affine
di dare un nuovo attestato della pubblica letizia, il Senato, dietro
le rimostranze avanzate dal nuovo pontefice nei primi giorni della'
sua esaltazione, s'indusse a ridurre il decreto 7 settembre 1754, il
quale avea dato motivo di discussioni e di rammarico all'antecessore
di lui. Grato il pontefice a simili contrassegni di devozione
religiosa verso di lui, nell'anno appresso della sua elezione spedì in
dono alla Repubblica una Rosa d'oro da lui benedetta. Il Doge prese
argomento dall'innalzamento del Pontefice e dalla Rosa ricevuta per
coniare la Osella dell'ottavo suo anno. Nel diritto infatti vedesi la
figura della Religione sopra un'ara seduta in trono col calice nella
destra e l'albero salutifero della Croce nella sinistra, mentre nel
destro lato l'Evangelista col ginocchio piegato e col libro aperto
sull'ara poggiato si mostra, avendo ai suoi fianchi il Leone ed in
faccia a lui il Doge ginocchioni con la berretta ducale sul suolo, ed
intorno le parole: [SC[S. M. V. FRANC. LAURED. PRINC. MVNVS. AN. VIIII.]SC], e
nell'esergo [SC[P. P.]SC] Pietro Pasta massaro. Nel rovescio l'impronta
della Rosa d'oro col motto intorno: [SC[ROSA. SVPER. RIVOS. AQVARVM.]SC], e
sotto l'anno [SC[MDCCLIX.]SC] ([I[linea]I] 1, [I[lett]I]. h). Cinque
Rose d'oro si conservavano nel Tesoro della ducale Basilica di san
Marco dai sommi pontefici in varie epoche alla Veneziana Repubblica
spedite in dono, e tutte ne' giorni solenni sull'altar maggiore
esponevansi, e tutte dopo la cessazione della Veneziana Signoria con
altri preziosissimi oggetti da quel Tesoro sparirono; se non che il
sommo pontefice Gregorio XVI con sovrana munificenza conceder volle
nell'anno 1834 una nuova Rosa da lui benedetta, come un testimonio
della sua benevolenza verso questa patriarcale e metropolitana
Basilica, e verso tutta questa devota popolazione. Detta Rosa sorpassa
tutte le altre per ricchezza e per leggiadria di lavoro, ed essa pure
attualmente è riposta fra i resti preziosi di quel Tesoro. Nella
Osella dell'anno nono il Doge Loredano ricordar volle il rifacimento
da più anni incominciato della torre dell'orologio nella gran piazza
di san Marco sotto la direzione dell'architetto Audrea Camerata,
terminato solamente nella stagione dell'Ascensione del Signore
nell'anno 1760. Il meccanismo dell'orologio fu in pari tempo riformato
dal valente meccanico ed ingegnere Bartolomeo Ferracina di Bassano,
del quale più altre opere esistono, che gli meritarono l'onore della
statua alla sua memoria inalzata. Nel diritto di questa Osella vedesi
la Repubblica, rappresentata da una donna sur un trono seduta,
poggiando la sinistra mano sopra la testa di un Leone che a' suoi
piedi riposa, mentre dal lato stesso evvi la mezza figura di un uomo
con riga e compasso fra le mani, e nell'altro lato evvi il cavalletto
e la tavolozza dei pittori, ed ai piedi la squadra e lo scalpello
degli scultori, col motto intorno: [SC[MATER. ET. ALTRIX. ARTIVM.
STVDIORVMQ.]SC], e nell'esergo [SC[G. A. S.]SC] essendo massaro Girolamo
Antonio Soranzo, che varia in alcune. Nel rovescio poi evvi la
facciata della torre dell'orologio con le annesse fabbriche e le
parole intorno: [SC[FRANC. LAVREDANI. PRINC. MVNVS. A. IX. 1760.]SC]
([I[lett]I]. i). Che l'autore di questa rifabbrica fosse Andrea
Camerata, e non già Tommaso Temanza, chiaramente si riconosce dalle
determinazioni de' Procuratori della chiesa di san Marco, ai quali era
pure affidata la cura delle pubbliche costruzioni nella periferia
della piazza. Si conservano queste negli archivii della Fabbricieria
di S. Marco ed in esse evvi l'ordine scritto che al Camerata questo
rifacimento affidavasi; il che pure confermavano ed il Galliciolli ed
il Selva, mentre l'altro erudito nostro sig. Francesco Negri nella sua
vita del Temanza a questo celeberrimo architetto una tal opera
attribuiva, opera che, quantunque incontrato abbia satire e critiche
da alcuni begli ingegni di que' giorni, ebbe però altresì encomiatori
e difensori prestantissimi. A questo luogo sarà opportuno il
considerare che questa Osella, la quale rappresenta e le insegne delle
belle arti, ed il rifacimento della torre dell'orologio, fu pure la
prima che coniossi nella Veneta Zecca col mezzo del torchio accolto in
Venezia con decreto del Senato 15 marzo 1755, mentre in quell'anno
appunto erasi incominciato a coniare il tallero col torchio destinato
specialmente per le Provincie Oltremarine. Ottenuta ai 16 di luglio
1761 la beatificazione e canonizzazione del Cardinale Gregorio
Barbarigo patrizio Veneto e vescovo di Padova, per pubblico comando ai
quattro di settembre del detto anno dal corpo del Beato, nella
cattedrale di Padova deposto, la sua terza costa legittima si
estrasse, la quale collocata venne sur una mensa quadrilatera di
finissimo oro contesta, da due angioletti sostenuta, tra specchi
rinchiusa, ed ornata delle vescovili insegne e del Leone di san Marco,
e in dono fu spedita al pontefice Clemente. A tale oggetto portossi in
Roma monsignor Paolo Foscari, allora Canonico della cattedrale di
Padova, e di là ritornò col titolo di Cameriere Secreto di sua
Santità, e pochi anni appresso inalzato venne a Primicerio della
ducale Basilica di san Marco, chiudendosi anzi con la sua morte la
serie de' Primicerii. Un tal dono dal Governo inviato al Pontefice
diede argomento al Doge di farlo riprodurre nell'Osella dell'anno
decimo, nella forma stessa più sopra indicata, e con la epigrafe:
[SC[BEATI. GREG. BARBADICI. CARD. COSTA.]SC], e nell'esergo [SC[Z. D.]SC]
cioè Zuanne Dolfin massaro ([I[lett]I]. k). Questo fu l'ultimo
donativo del Doge Loredano, il quale, già da quattro anni per
infermità al letto ridotto, morì nel maggio del 1762.

[T1] MARCO FOSCARINI.

A. 1762 ([SC[TAV]SC]. VI).

Il successore di lui fu Marco Foscarini Cavaliere e Procuratore di san
Marco. Niuno incontro a lui per emulo e competitore mostrossi
nell'aspiro alla più eminente dignità della patria, ché ben numerosi
erano, e conosciuti i meriti di questo gentiluomo e nelle importanti
ambascerie di Vienna e di Roma, e nel conciliare le discussioni con la
corte di Savoia insorte sulle preminenze, e nel tranquillare le
interne civili discordie dallo smodato spirito di novità di alcuni
nobili promosse, i quali si mostravano mal sofferenti del freno sì
salutare delle pubbliche costituzioni. Né queste sole furono le
benemerenze di lui verso la patria, ché ne fece onorevole elogio colla
pubblicazione del primo volume della Storia della viniziana
letteratura, già pronti i materiali per le successive materie, che si
conservano nella imperiale Biblioteca di Vienna, e si rese chiaro fra
i più letterati uomini d'Italia con varie operette che dopo la morte
di lui in particolari occasioni si resero di pubblico diritto, e ne
confermarono ed accrebbero la fama, chiamandosi pur anche la
gratitudine de' posteri. Dietro l'assennato parere di questo
gentiluomo, allorché la dignità copriva di savio del Consiglio, che
corrispondeva ad uno de' ministri di Stato, il Veneto Senato ordinava
la restaurazione delle antiche geografiche carte, le quali nella Sala
del Ducale Palazzo, detta dello Scudo, tuttora si veggono, e nel
dicembre di quell'anno alla pubblica luce ristaurate comparvero.
Questa operazione sì vantaggiosa alla conservazione della gloria degli
antichi veneziani navigatori, che primi con lontane peregrinazioni il
nome della patria illustrarono, forma un'epoca al Principato glorioso
di un inclito protettore delle arti e delle scienze, e nel tempo
medesimo ammirabile coltivatore delle stesse. Essa diede argomento
all'Osella distribuita a' nobili dal Foscarini. Vedesi in questa una
donna seduta con regio manto, tenendo lo scettro e le seste nella
sinistra mano, e nella destra la squadra, poggiando la schiena sopra
un mappamondo, e i piedi sur un suppedaneo sull'orlo del quale è
scritto l'anno [SC[MDCCLXII.]SC] La epigrafe intorno porta: [SC[PICTIS.
VENETORUM. ITINERIBUS. AVLA. EXORNATA.]SC], e nell'esergo [SC[VET. M.]SC],
Vettore Morosini, massaro. Nel rovescio evvi la solita inscrizione:
[SC[MARCI. FOSCARENI. PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I.]SC], chiusa tra un fregio di
arabeschi, che la ducale berretta sorregge. Sembra non esser fuori di
proposito a questo luogo l'osservare, che tanto Francesco Griselini
nella prefazione al Genio di Fra Paolo ([I[Venezia]I] 1785, [I[vol]I].
1.°), quanto il reverendissimo prelato abate Placido Zurla, ora
defunto, meritissimo cardinale di santa Chiesa, nelle dissertazioni
che egli dettate aveva sui viaggi di Marco Polo e di altri illustri
Veneziani viaggiatori nell'[I[Appendice al vol]I]. 2.°, parlando delle
mappe antiche, che adornano la Sala dello Scudo, riportano la detta
Osella con variata leggenda. Forse che l'errore ebbe luogo, da che
essendo stato il Griselini stesso incaricato dal Senato Veneto del
necessario rifacimento delle mappe, avrà egli prima d'ogni altro
suggerita al Doge la idea di eternare nella sua Osella un tale
avvenimento, additandogli pur anche la leggenda che diceva:
[I[Venetarum peregrinationum tabulae restitutae]I]. Se non che il Doge
con l'Abate Lastesio consigliatosi, che era suo famigliare ed
intrinseco, come ce ne assicura il chiarissimo Abate Cav. Morelli fu
regio Bibliotecario della Marciana, s'indusse a cangiarla, e vieppiù
assumendo lo stile archeologico, ridurla più adatta al ristretto
spazio del contorno, che assegnato le era. Convien però immaginare,
che altro seggio fatto si avesse per questa Osella, poiché nella
Minerva, ossia Nuovo Giornale dei Letterati d'Italia, al n.° X
dicembre 1762, un tal fatto riferendosi, vi si dice: che nella moneta
dal Principe a' veneziani patrizi regalata sono incise queste parole:
[I[Pictis Venetarum Peregrinationum Tabulis Aula Exornata]I]. E nel
catalogo delle medaglie italiane presso l'abate Angelo Bottari di
Chioggia, ristampato al volume [SC[XI]SC] degli Elogi Italiani
dell'Abate Rubbi, si riporta la moneta del Doge Foscarini con questa
inscrizione: [I[Priscis Venetorum Itineribus Aula Exornata [SC[MDCCLXII.
VET. M]SC]]I]. Forse fu letto erroneamente [I[priscis]I] per
[I[pictis]I] come deve stare. Ma fra tante varie lezioni ho creduto di
appigliarmi a quella che ho illustrata, giacché essa fa effettivamente
parte della raccolta delle Oselle. Volendo però assicurarmi della
identità dell'Osella del Foscarini, non mi sono già prefisso di
criticare menomamente e prendere di mira l'asserito dagli altri e
specialmente dal benemerito eminentissimo Cardinale Zurla, il quale
co' suoi studii acquistossi dalla patria nostra la più giusta
benevoglienza e la più sincera gratitudine che gli è dovuta per la
ricordanza da lui fatta della gloria de' nostri più insigni
viaggiatori, dei quali si compiacque di ripetere:

[I[  . . . Gens nulla valentior ista]I]

[I[    Æquoreis bellis, ratiumque per aequora ductu.]I]

Una improvvisa malattia sopraggiunta al Foscarini verso la metà del
mese di marzo dell'anno 1763, la quale fu da' medici sul principio
tenuta di poca importanza, fra le varie discordi opinioni degli stessi
fattasi rapidamente mortifera, lo condusse al sepolcro nel giorno
trentuno di marzo di quell'anno.

[T1] ALVISE MOCENIGO.

A. 1763 ([SC[TAV]SC]. VI).

Alla mancanza di sì illustre e famigerato Principe fu a' diciannove
aprile Alvise Mocenigo prescelto, di quella famiglia che abitava nella
parrocchia di santo Eustachio (vulgo [I[san Stae]I]) e che avea dato
altre volte Dogi alla patria. Questo cavaliere e procuratore di san
Marco quattro ambascerie e le più gravi ed importanti magistrature
interne ricoperto aveva, le quali lo condussero al grado più eminente
e lo resero meritevole del premio maggiore che la patria riconoscente
conferir potesse. Simile al Doge Loredano, volle nel primo anno del
suo Ducato la propria devozione verso la Vergine dimostrare nelle
Oselle che per lui a' nobili si distribuirono. Infatti nel diritto
della prima offre la santa Vergine in piedi sostenuta e circondata
dalle nubi, coronata il capo, col Bambino in braccio ed in atto di
stendere la dritta mano ad accogliere le preci de' devoti, che
d'essere suoi fedeli si dichiarano: [SC[GENS. MARIANA. SVMVS]SC].
Quantunque queste parole non abbiansi a riferire ad alcun fatto
particolare, ma solo indichino la divozione generale degli abitanti di
questa città che alla gran Donna ricorrono, pure si può dire, che il
Doge ha voluto ne' primordii del suo reggimento pubblicamente
confermarla. Più volte già nel corso di queste illustrazioni ebbesi
occasione di riconoscere esternata nelle Oselle la memoria di questa
principale proteggitrice della Repubblica, come in molte altre guise
il Governo la propria divozione aveva dimostrata verso la stessa, e
con l'inalzare augusti templi al suo nome, e col festeggiare i giorni
a lei sacri, e con lo stabilire l'epoca della propria costituzione in
quel giorno in cui la chiesa il mistero dell'Annunziazione solennizza;
e n'avea ben d'onde, ché da sì misericordiosa Madre i Veneziani
avevano le più importanti grazie ottenuto. Nel rovescio evvi la
consueta leggenda fra due rami di ulivo che il ducale berretto
sorreggono, la quale dice: [SC[ALOYSII. MOCENICO. PRINC. VENE. MVNVS. AN. I.
MDCCLXIII.]SC], e nell'esergo [SC[A. B.]SC], cioè Andrea Bon massaro;
leggenda che con la sola variazione degli anni e delle sigle dei
massari sino alla fine del suo principato conservossi ([I[lin]I]. 2,
[I[lett]I]. a). Variate interpretazioni offrire si possono al tipo
della seconda Osella di questo Doge o, a meglio dire, non fu un solo
l'oggetto preso di mira da lui nell'impronta del secondo anno. In essa
nel diritto un quadro vedesi soprapposto ad un altare con gradini
nella predella e contornato da figure di Angeli, di Santi e sormontato
dal divin Padre in cui effigiata trovasi la Vergine col Bambino in
braccio, ed intorno le parole: [SC[SANTA MARIA DELLA PACE]SC], e
nell'esergo [SC[M. F.]SC] il nome del massaro all'argento Marchiò
Foscarini ([I[lett]I]. b). Ridotto il veneto commercio per le
piraterie de' corsari africani in grave decadimento, con le trattative
e i maneggi d'intrattenere procuravasi la loro rapacità, giacché le
militari misure per la difesa de' mercantili vascelli efficaci non
erano ad impedire il troppo veloce scorrazzare de' pirati. Di ciò era
stato il Console Veneziano in Genova dal Veneto Senato incaricato, il
quale infatti riuscì presso i Beì di Tunisi e di Algeri di por termine
ad un convegno, cui quello di Tripoli rifiutava e n'erano insoffribili
le condizioni. Né per tanto di meno il Senato ordinava, che col mezzo
del Magistrato dei Cinque Savii alla mercanzia, Magistrato che al
commercio marittimo presedeva, l'Inviato straordinario Tripolino che
qui trovavasi, si maneggiasse, e per vero dir riuscì ad un membro di
quel Magistrato di pattuire un accomodamento. Puossi dunque a queste
negoziazioni di pace quell'Osella attribuire, e dai meriti della
Vergine riconoscerla. Altri però, da minori cause condotti, vogliono
che quella Osella ricordi un rifacimento a quell'epoca ordinato di un
quadro alla Madonna della Pace dedicato in un piccolo oratorio che nel
convento de' santi Giovanni e Paolo si custodiva, e che ora nella
chiesa conservasi, in una cappella da cancelli serrata. Questa
immagine fu recata a Venezia da Costantinopoli da Paolo Morosini
nobile veneto nell'anno 1349, ed eravi una pia Confraternita che il
giorno della Natività della Vergine solennizzava; di essa parla
Flaminio Cornaro nella sua operetta che porta il titolo: [I[Venezia
favorita da Maria]I]. Il Senato Veneto, commosso dalla inosservanza
della pace, che le barbaresche reggenze tratto tratto violavano, ed
alle quali per le negoziazioni segnate l'ingresso nel Golfo Adriatico
vietato era, il Senato ordinava una squadra marittima che sulle coste
di Barbaria si portasse, al capitano Giacomo Nani, che fu poi
Cavaliere, il comando affidandone. Questa risoluta volontà del Senato
dal Doge espressa venne nel diritto della sua terza Osella, il quale
presenta una nave di primo rango su due ancore assicurata alla
imboccatura del golfo in atto d'impedirne l'ingresso. Il motto intorno
ne spiega l'oggetto: [SC[BINIS. IMMOTA. MANEBO.]SC], e al disotto il nome
del massaro all'argento [SC[M. S.]SC] che in quell'anno era Mario
Soranzo ([I[lett]I]. c). Non è nuovo che la fermezza di una
liberazione venga in tal guisa dimostrata, facendosi uso anche presso
gli antichi di una simile allegoria: [I[Venetorum temnunt rabiem
fluctusque sonantes]I]. Le savie e prudenti direzioni del Cav. Nani
tenute nell'anno 1766 non solo il dovuto risarcimento procurarono, ma
il compenso eziandio dei danni da' negozianti sofferti, non che il
castigo de' pirati, che la pace disturbarono. A tutto ciò allusiva
mostrasi la quarta Osella nel cui diritto la Tigre su due piedi stante
si mostra in faccia al Leone accosciato, col motto intorno: [SC[AFRICA.
TIGRIS. AGIT. PACEM. CUM REGE. FERARVM.]SC] ([I[lett]I]. d). Nel tempo stesso
che il Veneziano Senato ogni mezzo procurava per sostenere il
marittimo commercio, l'altro ramo della pubblica facoltà, che è
l'agricoltura, non trascurava, ed a regolare il corso de' fiumi nella
vicina Provincia di Padova ed a frenare l'impeto delle correnti ogni
diligenza poneva. Dietro agli studi de' più insigni matematici ed
ingegneri della Repubblica nell'anno 1767 il Senato al famigerato
architetto Tomaso Temanza, che era stato discepolo dell'illustre
ingegnere Bernardino Zendrini, il quale aveva già dato di sé pubblici
saggi e con la illustrazione di patrie antiche memorie, e con
l'innalzamento di famosi templi, ordinava che un ponte sul fiume
Brenta erigesse, che le due sponde al Taglio nuovissimo riunisse, e
nella terra del Dolo le cateratte per la più sicura navigazione
fermasse. Questa opera importante, regolatrice del corso di quel
fiume, quantunque abbia dato ai begli spiriti di que' tempi argomento
di motteggiare, pure molti vantaggi pel momento recando, meritò di
essere ricordata nel diritto della quinta Osella. In questa vedesi fra
alcune piante acquatiche un Vecchio sdraiato sulla sponda dritta del
fiume, che, poggiando il sinistro gomito sopra un vaso, dal quale una
corrente di acqua si getta, tiene nella destra mano il ramo di un
rosaio fiorito, insegna della famiglia Mocenigo. Di fianco si mostra
il ponte coperto, come allora fu eseguito, e al di sopra il Leone
alato, mentre sulla sponda si vede l'alzaia da un uomo a cavallo
tirata, con la epigrafe [SC[MEDOACO. NOVIS. OPERIBUS. COERCITO.]SC]
([I[lett]I]. e). Anche la religione e la pietà somministrarono nel
susseguente anno il tema della sesta Osella. Girolamo Miani veneziano
patrizio, institutore della Congregazione dei Padri Somaschi, era già
stato posto nel novero de' Beati fino dall'anno 1748, nella cui
occasione il Veneziano Senato aveva alla Congregazione assegnati tre
mila ducati per solennizzarne la festività. Nell'anno poi 1767 con
solenne canonizzare fu innalzato al grado dei Santi, e perciò dal
Governo decretati alla Congregazione Somasca, che in santa Maria della
Salute risiedeva, furono ducati quattromila ad oggetto di festeggiarne
il giorno, e, come dice il decreto, per pegno del pubblico
aggradimento verso la detta Congregazione sempre esemplare nella vita
ed attaccata al pubblico nome. A questo atto adunque solenne e
religioso è relativa questa Osella, nel diritto della quale trovasi
impresso il santo Girolamo da un raggio celeste illuminato, nell'atto
al suo cuore più aggradevole qual è quello di seco condurre un
giovinetto, mentre altro fanciullo gli s'inginocchia dinanzi per
essere da lui accolto ed ammesso. Le parole che contornano il Santo
sono: [SC[S. HIER. EMILIANUS. PATRITIUS. VEN.]SC], e sotto [SC[R. B.]SC],
Rizzardo Balbi massaro ([I[lin]I]. 3, [I[lett]I]. f). Alcuni
commovimenti di guerra ai confini dei Turchi, suscitati per le
sommosse de' Montenegrini nell'Albania, ai quali si fece capo, sotto
il finto nome di Pietro Terzo Czar di Moscovia, certo Stefano Piccolo,
essendo che essi assai co' Russi gli effetti di simpatia sentivano in
religione conformi, condussero i Veneziani ad ordinare un
accrescimento di marittime forze atte a tenersi sulle difese; e
siccome quasi contemporaneamente dal Beì d'Algeri con importuna e
rapace forma la pace disturbata veniva, facendo sua preda alcuni
veneziani bastimenti, così fu ordinato al capitano delle navi Angelo
Emo, che sulle spiagge di Barbaria con alcune fregate si portasse.
Appena giunto questo prode capitano alla vista dell'inimico, col solo
comparire delle pubbliche forze ottenne, che le predate cose
restituite venissero e compensati i danni con quattordici mila
zecchini d'oro, non che gli schiavi liberati che nelle mani de'
barbari caduti trovavansi. E all'una e all'altra di queste due
circostanze il Mocenigo alluder volle nel diritto della Osella
dell'anno 1769, nel quale evvi Venezia in regal manto seduta, che la
diritta mano posa sopra uno scudo ai suoi piedi innalzato, ed il
gomito sinistro sopra un basamento di marmo appoggiato, tiene la
sinistra mano sulla spalla, ed il Leone ai piedi in atto di sorgere
minaccioso. Le parole d'intorno suonano: [SC[HINC. ROBVR. ET.
SECVRITAS.]SC], e nell'esergo [SC[V. A. B.]SC] Vincenzo Antonio Bragadino
massaro ([I[lett]I]. g). Fino dall'anno 1769, con parte presa dal
Senato e poscia dal Consiglio Maggiore confermata, si decretava, che
tre sindaci inquisitori in terraferma si spedissero per rivendicare
alla pubblica cassa tutto ciò che risguardava a' dazii, alle
estorsioni, a' disordini ed abusi a defraudo dell'erario, con autorità
di punire i rei qualunque essi fossero. Questo scabroso argomento, dal
quale la tranquillità e la felicità de' soggetti popoli dipendeva,
chiamò anche l'attenzione del Doge, il quale ordinò che nel diritto
della ottava Osella da incidersi nel dicembre dell'anno 1770, quasi a
modello della nuova Magistratura, poste fossero due donne togate
presesi per la mano, l'una con la bilancia in bilico, e l'altra con
due facce, e la mano sinistra distesa ed amendue all'ombra di due rami
di ulivo e di quercia col motto: [SC[IVSTITIA. PRVDENTIA.]SC], e
nell'esergo [SC[SOCIETATVM. MVNIMEN.]SC], a dimostrare, che il fondamento
delle società massimamente poggia sulla giustizia e la prudenza de'
reggitori ([I[lett]I]. h). Simile forma di esprimere queste due virtù
abbiamo nel corso di queste osservazioni più volte veduta, ed anche
presso gli antichi adoperavasi, come ne fanno certi e il Pierio ed il
Ripa nelle loro Iconologie, ed il Winkelmann nella sua dissertazione
sull'allegoria. Continuando tuttavia nel susseguente anno questo
straordinario Magistrato a percorrere le veneziane provincie per
riformare gli abusi e per togliere i disordini che eransi introdotti,
il Doge credette opportuno di adottare anche per questo anno nel
diritto della nona sua Osella un'allegoria tolta dagli antichi, che
servire dovesse ad indicare la imparzialità delle operazioni che in
ogni ramo quella magistratura seguire ed accompagnare doveva. Quindi
coniar vi fece una donna togata, con gli occhi bendati, e con le mani
mozzate ed intorno le parole: [SC[NEC. PERSONAS. NEC. MUNERA.]SC], e sotto
[SC[SVVM. CVIQVE]SC]. Infatti a Tebe e nell'Egitto i giudici
rappresentati venivano senza mani, per dinotare, che non si
lasciassero co' doni subornare, e nell'Areopago di Atene si copriva la
testa del reo, affinché da' suoi sguardi gli affetti de' giudici non
fossero commossi; e nei geroglifici di Pierio vedesi la Giustizia
effigiata in una donna senza testa, ma figurata nella eclittica quasi
fosse fra le stelle; che qui invece potrebbe passare per
rappresentante la Stoltezza ([I[lett]I]. i). Le Oselle coniate negli
anni 1772, 1773, 1774, che corrispondono agli anni decimo, undecimo e
dodicesimo di questo Doge, nulla offrono di relativo agli avvenimenti
di que' giorni, né di allusivo agl'interni commovimenti per cui ebbe
luogo la creazione di una straordinaria magistratura dei Correttori
alle leggi, ed ai capitolari dei Consigli e Collegi eletta nell'anno
1774. L'impronta di queste tre Oselle, che nel diritto portano un
Leone veduto di faccia col nimbo intorno al capo ed avente il libro
chiuso fra le zampe, sembra alluder possa ai movimenti di guerra in
cui la Repubblica trovavasi allora con le reggenze di Barbaria, per
rintuzzare la baldanza delle quali le marittime forze di nuovo
affidate furono al capitano Angelo Emo. La inscrizione intorno non è
che il semplice nome del Santo, come l'abbiamo osservato nel settimo
anno del Doge Pietro Grimani: [SC[S. MARCVS. VENETVS]SC]. Questa
interpretazione è pure avvalorata dal vedervi, secondo indicammo altre
volte, il libro di S. Marco fra le zampe tenuto chiuso, il che era
segno di guerra, giacché il libro aperto suol mostrare le parole
[I[Pax tibi Marce Evangelista meus]I] ([I[lett]I]. k). Nell'anno 1775,
che è il tredicesimo di questo Doge, era stato al Senato fatto
proporre dal conte Bonomo Algarotti un nuovo piano di commercio con la
Russia per la via del Mar Nero, ed una società di azionisti formata
aveasi, ad esempio delle altre nazioni commerciali, che quel traffico
con molte somme di soldo imprendesse. Alludendo adunque alle idee a
quell'epoca spezialmente svegliate e promosse di dilatare il
commercio, migliorarne e facilitarne i mezzi, il Doge volle, che nel
diritto della sua Osella di quell'anno impresso fosse un Genio alato,
che, illuminato da un raggio celeste, tenesse una face accesa
rovesciata sopra un ammasso di colli e casse, ed il movimento ne
animasse, e le nuove forme del viniziano commercio indicasse. Il motto
intorno dice: [SC[IN. OPERE. FVLGET.]SC], e nell'esergo v. v. Valerio
Valier massaro ([I[lett]I]. l). La pietà e la religione del Doge
Mocenigo ebbero un nuovo campo di mostrarsi nell'anno 1776, nel quale
la pubblicazione di uno straordinario giubileo dalla santa memoria del
pontefice Pio VI si fece, che poi fu nel susseguente anno dal
Veneziano Governo per la città e per le provincie accolto e diffuso.
Nel diritto della decimaquarta Osella è rappresentato il Doge
ginocchioni con la berretta ducale deposta in faccia ad una imagine
della Vergine col Bambino in grembo dalle nubi sostenuta, e disotto il
Leone che giace di fronte alato, e col nimbo, tenente fra le zampe
aperto il suo libro. Le parole sono [SC[DOMINA. MATERQ. NOSTRA]SC]. Oltre
alla indicata pubblicazione di questo giubileo siamo fatti certi da
altri che spesso il Doge devoto le povere comunità religiose, e
spezialmente quella di san Bonaventura, visitava, nei chiostri della
quale un Oratorio conservavasi alla Beata Vergine dedicato
([I[lett]I]. m). Ad oggetto di animare il commercio, immaginato aveasi
un nuovo apparecchio per la fiera dell'Ascensione, che ogni anno nella
piazza di S. Marco infino al termine della veneziana dominazione si
tenne; e fra i molti progetti e disegni che presentati furono alla
sapienza del Governo, quello dell'architetto Bernardino Macaruzzi fu
con decreto del Senato prescelto ed eseguito. A quel tempo pure aveva
il Senato ordinato che un Codice di Marina si formasse, nel quale
raccolte fossero tutte le leggi e gli ordini ad essa relativi. In
esecuzione di siffatti decreti nel giugno di quest'anno fu alla
sanzione del Senato dalla Magistratura de' Cinque Savii il Codice
presentato. Il Doge prescelse allora di rappresentar questo fatto con
un'allegoria, offrendo nel suo quindicesimo anno una regal Donna in
regio ammanto, scettrata, seduta e coperta del berretto ducale; ai
piedi di lei posano le insegne delle belle arti, uno specchio, la
bilancia ed il caduceo di Mercurio, emblemi del commercio, ed intorno
leggesi: [SC[VIRTVTIS. ET. IVSTITIAE. FAMA.]SC], quasi a significare il
concorso di tutte le nazioni in questa occasione di fiera ([I[lett]I].
n). Infatti la donna rappresentata è in atto di legislatrice, che
ordina e dispone tutto ciò che alla pace ed alla guerra appartiene, e
non vi si dimentica lo specchio e la bilancia, insegne della prudenza
e della giustizia. Anche nell'ultimo donativo fatto dal Doge Mocenigo
nell'anno 1778 nell'allegoria dello specchio e dell'àncora si
raffigurano le due distinte virtù sì necessarie ad ogni Governo quali
sono la prudenza e la costanza. Qual fosse il motivo dato al conio di
questa medaglia, apertamente si conosce dal sapersi che particolari
movimenti interni romoreggiavano allora, e che il Doge amò di
prescegliere quest'allegoria per dimostrare quanto la prudenza e la
costanza fossero necessarie alla tranquillità ed alla felicità della
nazione. Nella Osella è lo specchio intrecciato con l'àncora, e le
parole sono [SC[PRVDENTIA. ET. CONSTANTIA.]SC], e nell'esergo [SC[L. A.
F.]SC] il nome del massaro all'argento Leonardo Alvise Foscarini
([I[lett]I]. o). Al Doge Mocenigo però non toccò in sorte di essere
spettatore di nuove interne convulsioni politiche e discussioni, ché
egli morì ai sei di gennaio dell'anno mille settecento e settanta
nove.

[T1] PAOLO RENIER.

A. 1779 ([SC[TAV]SC]. VI).

Il Doge Paolo Renier al defunto Mocenigo succedette. Questo gentiluomo
coperto aveva le più importanti ed esterne magistrature, essendo più
volte stato Savio del Consiglio, Riformatore dello Studio di Padova,
Ambasciatore di ubbidienza al pontefice Clemente XIII, e nello stesso
carattere all'imp. regia Corte di Vienna, e finalmente Bailo alla
Porta Ottomana. Negli interni commovimenti accaduti nell'anno 1761,
pei quali una straordinaria Magistratura creossi de' Correttori alle
leggi e a' capitolari de' Magistrati, questo Senatore di rari talenti,
di spiriti pronti, ne' pubblici affari versatissimo, molta parte preso
aveva, e con insinuanti e scaltre parole, e con forte eloquenza
immaginato aveasi di abbattere il partito più sano, e abbandonare
nella maggior confusione le promosse discussioni, aprendo con ciò la
occasione a più fastidiose vertenze; nel che non riuscì in guisa
alcuna, ed anzi in appresso mostrossi alla patria ubbidiente. La
elezione di lui succedette ai 14 gennaio 1779 non senza qualche
competitore, che, non mostrandosi voglioso di essere a sì sublime
dignità elevato, di buon grado però tentato avrebbe di rendergliene
più difficile l'accesso. Incominciò egli il suo donativo ai nobili
prendendone il disegno dalla straordinaria ubertosità di quell'anno;
prescelse adunque di far coniare, nel diritto della prima Osella, una
donna togata, rappresentante l'Abbondanza con due Cornucopie, l'una a
terra rivolta in atto di spargere le frutta e i fiori, l'altra tenuta
diritta piena di fiori e di spiche, con a' piedi il Leone in riposo, e
le parole intorno: [SC[BONORVM. AVCTRIX.]SC], e nell'esergo il nome di
Benedetto Capello ch'era in quell'anno il massaro all'argento: [SC[B.
C.]SC] il rovescio poi ha la usitata leggenda [SC[PAVLVS.]SC]
([I[sic]I]) [SC[REINERIVS. PRINCIPIS. MVNVS. AN. I. 1779.]SC] ([I[lin]I]. 4,
[I[lett]I]. a), leggenda com'era di metodo sempre ripetuta in appresso
con la sola mutazione degli anni. Devesi però a questo luogo
ricordare, che nelle prime impressioni di questa Osella, qual è
appunto quella che qui si rappresenta, la sconcordanza leggevasi di
avere adoperato il primo caso in luogo del secondo, sconcordanza in
altre poscia corretta; ciò però diede motivo a' begli spiriti di far
all'orecchio susurrare, che malizioso l'errore esser potesse, e come
un tentativo per ispiare l'effetto che produr potrebbe negli altrui
animi l'uso di quelle forme da' principi sovrani nella monetazione
loro adoperate. Deducevasi allora tutto ciò dall'attribuirsi al Doge
una natura autorevole e qualificata, per tale da lui stesso fatta
conoscere negl'interni commovimenti dell'anno 1761, come abbiamo sopra
riferito; ma lungi dal Renier divenuto Doge un sì odioso sentire verso
la patria, ché anzi ne' rinovati sconvolgimenti sostenne e perorò con
molto calore più volte a favore della parte sana del Governo, e col
concorso quasi generale di tutti i suffragi, la più luminosa vittoria
sul partito contrario ottenne. Perciò volle che nella seconda Osella
la Costanza si rappresentasse in una donna togata, che si tiene con la
mano sinistra ad un tronco di colonna, mentre pone la diritta di spada
armata sopra un vaso di fiamma accesa, ed il motto intorno [SC[PRO. DEO.
ET. PATRIA.]SC], e sotto il nome di Raimondo Bembo [SC[R. B.]SC] massaro
all'argento ([I[lett]I]. b). Se la Osella del secondo anno fu relativa
all'azione generosa del Doge, nell'anno appresso come a corollario di
quella significar volle, che il Governo sempre pronto mostravasi ad
adoperare la spada in punizione de' rei, e la corona nel premiare il
valore de' benemeriti cittadini. Francesco Pesaro in quell'anno per li
servigi alla patria prestati elevato venne alla dignità di Procuratore
di san Marco con un numero straordinario di favorevoli voti, mentre
poco prima erano stati alcuni torbidi cittadini puniti; quindi il Doge
prescelse di far incidere nel diritto della terza Osella la Repubblica
in piedi che con la diritta mano la spada brandisce, e nella sinistra
una corona presenta con la epigrafe: [SC[IN. VTROQVE. PROMPTA.]SC], e
nell'esergo il nome di Zumine Moro massaro [SC[Z. M.]SC] ([I[lett]I].
c). Nell'anno 1782 ritornando il sommo pontefice Pio VI dalla sua
peregrinazione di Vienna d'Austria, aderito aveva al desiderio dal
Veneto Senato dimostratogli, il quale anelava che nel ritorno ai suoi
stati alcuni giorni in Venezia s'intrattenesse per offrirgli le
testimonianze della sua pietà, del suo ossequio e della sua divozione.
Infatti ai quindici di maggio di quell'anno, il Pontefice fece il suo
ingresso solenne in Venezia, incontrato pel viaggio da due Procuratori
di san Marco, ed accompagnato col consueto corteggio del Doge
dall'isola di san Giorgio Maggiore fino al convento de' Ss. Gio. e
Paolo. A rendere perpetua la memoria di sì splendida ed onorevole
venuta, della quale con lunga narrazione le storie di quei giorni
parlarono, il Doge ordinò nel diritto della quarta Osella la impronta
di due scanni con guanciali, sovra l'uno de' quali il triregno e le
chiavi vi fossero, e sull'altro il ducale berretto col motto al di
sopra [SC[POSTERITATI.]SC], e sotto le iniziali di Domenico Trevisan
massaro, [SC[D. T.]SC] ([I[lett]I]. d). L'ospitale degli Esposti di
Venezia, che era di particolare giuspatronato del Doge, ottenuto aveva
dalla pubblica munificenza il provvedimento di ventimila ducati
d'argento per ristaurare la minacciante fabbrica di quel pio luogo. Il
Doge, alludendo a questo generoso sovvenimento, fece nella Osella
incidere una donna seduta e togata, che stende la mano destra verso un
altare ed ha intorno le parole [SC[PIETAS. OPTIMI. PRINCIPIS.]SC], e sotto
[SC[F. D.]SC], cioè Francesco Dandolo il massaro ([I[lett]I]. e). Il
Beì di Tunisi con la violenza e le rapine il veneziano commercio
infestava, per cui la maturità del Senato decretato aveva, che una
squadra nel Mediterraneo si portasse contro quell'Africana Reggenza,
il comando affidandone ad uno straordinario capitano delle navi. La
esecuzione di questo decreto appoggiata venne al conosciuto valore del
cav. Angelo Emo, il quale immaginò una nuova forma di galleggianti con
mortari, che potessero sopra i bassi fondi di quelle coste
avvicinarsi, e fu chiamato di Padova il conte Marco Carburi, pubblico
professore di chimica in quella Università, per soprantendere alla
facitura ed al fondere di quei mortari, che doveano decidere del
destino della spedizione. Il Doge fu da ciò condotto a scegliere per
la impronta del sesto donativo ai nobili una donna togata, appoggiante
il sinistro braccio sopra un timone e tenente con la destra mano
un'asta, mentre a' suoi piedi alla diritta evvi un mortaro con bombe,
ed alla sinistra un'ancora col motto [SC[SALVS. IMPERII.]SC] ([I[lett]I].
f). Non dissimile è il pensiero che diede origine al conio della
settima Osella. Era per legge assegnato al Doge l'incarico di visitare
ogni anno il regio Arsenale, e siccome in quest'anno più dell'usato
per li preparativi di guerra necessaria era la vigilanza, il Doge
nell'ordinaria sua visita fece al Senato conoscere gli abusi
introdottivi, e ne fu fatta la voluta riparazione. Allusivo a ciò
mostrasi il diritto di questa medaglia, nella quale si vede una nave
collocata fra le due Torri dell'arsenale in atto di uscire dall'antica
porta, con la iscrizione intorno: [SC[DISCIPLINA. RESTITVTA.]SC], e sotto
[SC[A. O.]SC] il nome di Angelo Orio massaro all'argento (Tav. 7,
[I[lin]I]. 1, [I[lett]I]. g). La spedizione del cav. Emo, la rimessa
disciplina nel regio Arsenale portarono il bramato effetto di far
rispettare la veneziana bandiera, e torre ogni impaccio alle pubbliche
bisogne. Bene se n'avvide il Doge Renier, il quale ordinò che nella
ottava sua Osella posta fosse una donna togata, che nella destra mano
la spada impugna, e imbraccia nella sinistra lo scudo con la epigrafe
[SC[RERVM. TVTELA. SALVSQVE.]SC], e nell'esergo le sigle [SC[F. M. R.]SC]
che denotano il massaro all'argento Francesco Maria Rizzi ([I[lett]I].
h). Aveva la Veneziana Repubblica alla Reggenza di Tunisi la tregua di
tre mesi accordata, ed in frattanto la squadra dell'Emo il
Mediterraneo scorreva per tenere in freno i pirati e sorvegliare le
mosse del Bassà di Negroponte, il quale con una squadra ottomana a
debellare il ribelle Rascià di Scutari dirigevasi. Il Doge fece nella
Osella dell'anno nono incidere un Leone, che con una zampa alzata
rivolge indietro lo sguardo in atto minaccioso, ed ha intorno le
parole [SC[CAVTVS. SIMVLQVE. PROMPTVS. VLTIONI.]SC], e sotto [SC[G. F.]SC],
cioè Girolamo Foscarini ([I[lett]I]. i). Nella guerra rotta fra le
potenze europee nel 1788 la Repubblica aveva abbracciato la marittima
neutralità, ed ordinato perciò a' suoi comandanti di scorrere le acque
del Mediterraneo e del Golfo, affine di proteggere il veneziano
commercio, ed impedire le rapine degli armatori. Il Doge Renier in
quello, che fu l'ultimo anno del suo principato, fece nel diritto
della decima sua Osella imprimere la figura della Repubblica seduta,
con la sinistra mano distesa, e nella destra lo scettro, ai piedi il
Leone in riposo col libro aperto, ed alcune insegne ed armi militari
pure a' suoi piedi disposte, portando intorno la leggenda: [SC[CAVTE.
SEDIT. PROMPTE. SVRGIT.]SC], e nell'esergo [SC[G. F.]SC], cioè il nome di
Giacopo Foscarini massaro, che fu pure quello dell'anno innanzi
([I[lett]I]. k). Qui pure sarebbe luogo a riconoscere che nella
impressione di alcune Oselle di questo Doge si mise il nome di un
massaro all'argento diverso, e ciò per la somma ragione, come si è
altre volte notato, che, essendovi due membri di quel Magistrato,
indifferentemente ora l'uno, ora l'altro nome imprimevasi. La vita
laboriosa di questo Doge pel corso di tanti anni in servigio della
patria impiegata, ebbe la sua fine nel giorno tredici febbraro
dell'anno 1789, avendo già compiti settantanove anni di età; ma la
morte di lui non fu pubblicata che il due di marzo, per non
interrompere il corso dei carnascialeschi spettacoli, e solo nel
giorno cinque di questo mese i metodi antichi per la nuova elezione
incominciarono.

[T1] LODOVICO MANIN.

A. 1789 ([SC[TAV]SC]. VII).

Un distinto personaggio dichiarato avevasi di concorrere alla presente
vacanza del principato, ed i parenti ed amici di lui incominciato
avevano quello che i Veneziani modernamente chiamavano [I[broglio]I]
ed i Romani [I[ambito]I]: quando dallo spontaneo concorso e dal libero
voto degli elettori fu alla suprema dignità contro sua voglia
innalzato ai nove di marzo del 1789 Lodovico Manin, cavaliere e
procuratore di san Marco, e la sua elezione agli ordini de' cittadini
gratissima riusciva. Aveva egli più volte le suddite provincie
governato, molte importanti magistrature coperto, e varie
straordinarie deputazioni con sua lode sostenuto. Nel primo donativo
che a' nobili distribuire doveva, immaginossi di raffigurare il voto
libero de' cittadini, e nel diritto della prima Osella rappresentar
fece la Libertà che nella destra mano tiene il berretto ducale e nella
sinistra il codice delle leggi, e d'intorno le parole: [SC[EFFVLSIT.
ERGO. EFFVLGEAT.]SC], e nell'esergo [SC[LIBERTAS]SC]. Nel rovescio leggesi
la solita inscrizione: [SC[LUDOVICI. MANIN. PRINC. MVNVS. ANNO. I. 1789.]SC]
([I[lett]I]. a), inscrizione che ne' successivi anni è come di
consueto ripetuta, con quel solo cangiamento che nasce dalle cifre
degli anni. Il motto nel diritto di questa Osella, benché dal Doge
senza alcuna altra vista politica sia stato applicato se non se quella
di ricordare la sua elezione da ogni ambito libera, pure da alcuni
malevoli sinistramente interpretato venne, come se a quella epoca di
esterne politiche sommosse, il disordine e l'anarchia proclamar si
volesse; ma troppo conosciuto era il sentimento del Doge verso la
patria, e nota la propria virtù per potergli ragionevolmente alcuna
maliziosa interpretazione imputare. Nell'anno 1790 la veneziana
squadra i mari dell'oriente e del Mediterraneo scorreva per proteggere
il nazionale commercio, e tener chiusi i porti ai corsari della
Reggenza di Tunisi. Accadde più volte in quell'anno, che i legni
Barbareschi con quelli de' Veneziani s'incontrassero, ed in tali
occasioni i nostri sempre superiori rimanessero. A siffatti
avvenimenti alluder volle il Doge nella Osella del secondo anno, nella
quale una veneziana nave combatte un africano vascello con le parole:
[SC[AFRICIS. LEO. SAEVVS. IN. VNDIS.]SC], e sotto il nome del massaro [SC[M.
B.]SC], cioè Matteo Badoer ([I[lett]I]. b). Nel mentre che il reame di
Francia nell'anno 1791 in uno stato di confusione e anarchia
ritrovavasi, nella Veneziana Dominazione la tranquillità si godeva che
seco porta la concordia de' cittadini e la obbedienza alle leggi. A
questa interna pace ed al buon ordine, che il più grave contrapposto
formava di quello, è relativa la terza Osella di questo Doge.
Rappresenta essa la Repubblica seduta, coperta del ducale berretto,
tenendo nella destra mano lo scettro e distendendo la sinistra in atto
di favellare ai popoli, con ai piedi le insegne militari frammiste ai
rami d'ulivo, ed il libro dei Vangeli aperto col motto intorno:
[SC[CONCORDIA. CIVIVM. FELICITAS. REIPVBL.]SC], e nell'esergo il nome del
massaro, che era nell'anno antecedente Matteo Badoer [SC[M. B.]SC]
([I[linea]I] 2, [I[lett]I]. c). Lo spirito di propagare le sfrenate
dottrine del giorno condusse tutte le potenze ad invigilare, che
massime sì perniciose negli stati loro non s'introducessero. Il
Governo di Venezia non meno degli altri si mostrava intento alla
preservazione delle patrie leggi, ed a mantenere quella beata pace che
esso godeva. Egli è perciò che nella Osella del quarto anno il Doge
incider fece una donna sopra una rupe seduta su cui tiene con la
destra mano il libro delle leggi aperto e la penna, e nella sinistra
una lucerna accesa ed ai piedi una gru colla zampa destra elevata che
un sasso serra con le parole intorno: [SC[NOSTRA. IN. HAC. FELICITAS.]SC],
e sotto [SC[P. A. B.]SC], il nome del massaro Pietro Antonio Bembo
([I[lett]I]. d). Nel giugno dell'anno 1795 in una tartanella con
bandiera ottomana, che nel porto di Venezia entrata era, la pestilenza
scoperta si aveva, per cui dal provido Magistrato della sanità una
doppia quarantena e per l'equipaggio e pel carico si ordinava, e ciò
nell'isola di Poveglia, posta nelle lagune di Venezia, da questa
cinque miglia discosta. Tale fu la diligenza e le difese da quel
Magistrato impiegate, che la città da ogni pericolo preservata rimase.
Se ne resero allora le più solenni grazie all'Altissimo, e si
riconobbe la costante protezione della Vergine santissima a salvezza
di questa devota popolazione. Il Doge volle la memoria eternare di sì
segnalato benefizio, e fece imprimere nel donativo dell'anno quinto la
Vergine coronata di stelle sopra una nube discesa, che si frammette
tra ?l vascello e la città in atto di comandare al vascello di
fermarsi, ed ha intorno le parole: [SC[NEC. NVPER. DEFECI.]SC], e al
disotto il nome del massaro [SC[Z. A. B.]SC], Zuan Andrea Bonlini
([I[lett]I]. e). Sempre costante il Veneto Governo nel mantenere ne'
propri Stati la religione, unico e sicuro fondamento d'ogni ben
regolata società, il Doge volle che, quasi in conseguenza della
divozione verso la santissima Vergine nell'anno innanzi dimostrata,
nella sesta Osella la Repubblica si presentasse, che sopra un
basamento di colonna tiene colla destra mano la Croce e nella sinistra
lo specchio, sorgendo di terra il serpe, altro emblema della prudenza,
e in altra medaglia adoperato, il quale si avvolge al piedestallo, e
si avvicina alla mano che lo specchio ritiene, quasi facendo una sola
unione con tutto il soggetto. Le parole intorno assicurano esser
sempre la religione e la prudenza ne' suoi emblemi effigiate quelle
che il governo sorreggono: [SC[IN. VTRAQVE. SALVS.]SC] ([I[lett]I]. f). Fu
nell'anno 1795, che il Senato Veneto sulle proprie forze misurandosi e
dell'antica politica servendosi, si determinò di riconoscere il nuovo
sistema del Governo Francese, inviando un ministro a Parigi, e
l'inviato di quella nazione accogliendo, e sperò con questo atto di
pubblico riconoscimento di aversi assicurata la propria tranquillità,
e tolto ogni pretesto ad odii e rancori. Con questa speranza il Doge
prescelse a suggetto della settima Osella una nave in mezzo a mare
burrascoso, avendo sull'albero d'innanzi una colomba con ramo di
ulivo, ad un porto diretta: [SC[PAX. IN. VIRTVTE. TVA.]SC] ([I[lett]I].
g). L'ultima Osella del Doge Manin, ch'è pur l'ultima della serie,
ricorda l'affetto e la benivoglienza de' popoli verso il proprio
Governo in mezzo alla desolazione ed ai mali estremi sotto i quali
gemevano. Ottocento mila ducati d'argento, che corrispondono a tre
milioni e duecento mila franchi, il pubblico erario suffragarono,
oltre agl'imprestiti nuovamente aperti, ed ai balzelli e alle gravezze
che sui soli abitanti della capitale imposte furono. Queste spontanee
offerte nel diritto della Osella dell'anno ottavo si raffigurano in un
uomo genuflesso innanzi alla Repubblica, che in piedi accoglie molte
borse e sacca di denaro ai suoi piedi deposte, con la inscrizione
intorno: [SC[MATRI. AMANTI. AMANTES. FILII.]SC] e nell'esergo [SC[F. B.]SC],
che è Francesco Barbaro il massaro all'argento ([I[lett]I]. h).
Monumento eterno e glorioso alla memoria di quella Repubblica, che
dopo quattordici secoli a' 12 maggio 1797 all'urto cedette
degl'interni raggiratori da esterna forza sostenuti, confermando
sempre più il detto:

[I[  Cosa bella mortal passa e non dura.]I]

Chiudesi per tal modo la serie delle pubbliche medaglie dei Dogi col
nome distinte di [I[Oselle]I], nominate in tal guisa dalla loro
derivazione, e che per sentimento di patria affezione io mi aveva
proposto d'illustrare.



[Indice sommario]



[T0] INDICE DEI DOGI DALL'ANNO 1521 AL 1789.

[I[Antonio Grimani.           ]I][SC[ANNO ]SC]1521

[I[Andrea Gritti.                 ]I]1523

[I[Pietro Lando.                  ]I]1538

[I[Francesco Donato.              ]I]1545

[I[Marc'Antonio Trivigiano.       ]I]1553

[I[Francesco Veniero.             ]I]1554

[I[Lorenzo Priuli.                ]I]1556

[I[Girolamo Priuli.               ]I]1559

[I[Pietro Loredano.               ]I]1568

[I[Alvise Mocenigo.               ]I]1570

[I[Sebastiano Veniero.            ]I]1576

[I[Nicolò da Ponte.               ]I]1578

[I[Pasquale Cicogna.              ]I]1585

[I[Marino Grimani.                ]I]1595

[I[Leonardo Donato.               ]I]1605

[I[Marc'Antonio Memmo.            ]I]1612

[I[Giovanni Bembo.                ]I]1615

[I[Nicolò Donato.                 ]I]1618

[I[Antonio Priuli.                ]I]1618

[I[Francesco Contarini.           ]I]1623

[I[Giovanni Cornaro.              ]I]1625

[I[Nicolò Contarini.              ]I]1630

[I[Francesco Erizzo.              ]I]1631

[I[Francesco Molino.              ]I]1646

[I[Carlo Contarini.               ]I]1655

[I[Francesco Cornaro.             ]I]1656

[I[Bertucci Valiero.              ]I]1656

[I[Giovanni Pesaro.               ]I]1658

[I[Domenico Contarini.            ]I]1659

[I[Nicolò Sagredo.                ]I]1675

[I[Alvise Contarini.              ]I]1676

[I[Marc'Antonio Giustiniano.      ]I]1684

[I[Francesco Morosini.            ]I]1688

[I[Silvestro Valiero.             ]I]1694

[I[Alvise Mocenigo.               ]I]1700

[I[Giovanni Corner.               ]I]1709

[I[Alvise Sebastiano Mocenigo.    ]I]1722

[I[Carlo Ruzzini.                 ]I]1732

[I[Alvise Pisani.                 ]I]1735

[I[Pietro Grimani.                ]I]1741

[I[Francesco Loredano.            ]I]1751

[I[Marco Foscarini.               ]I]1762

[I[Alvise Mocenigo.               ]I]1763

[I[Paolo Renier.                  ]I]1779

[I[Lodovico Manin.                ]I]1789

[SC[DOGARESSE DI CUI SI CONOSCONO LE OSELLE.]SC]

[I[Morosina Morosini Grimani.]I]

[I[Elisabetta Quirini Valiero.]I]





End of the Project Gutenberg EBook of Illustrazione delle medaglie dei dogi
di Venezia denominate Oselle, by Leonardo Manin

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1.F.6.  INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the production,
promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works,
harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
that arise directly or indirectly from any of the following which you do
or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.


Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Its 501(c)(3) letter is posted at
http://pglaf.org/fundraising.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at
809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
[email protected].  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at http://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     [email protected]


Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit http://pglaf.org

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit: http://pglaf.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.


Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.


Most people start at our Web site which has the main PG search facility:

     http://www.gutenberg.org

This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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