Le donne di Nerone

By Luigi Capranica

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Title: Le donne di Nerone

Author: Luigi Capranica


        
Release date: March 19, 2026 [eBook #78242]

Language: Italian

Original publication: Milano: Treves, 1890

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/78242

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LE DONNE DI NERONE ***

                                   LE
                            DONNE DI NERONE


                                ROMANZO

                                   DI
                            LUIGI CAPRANICA


                                  Se iniqua storia vi raccontai
                                  Quello ch’è storia non cangia mai.
                                                       PRATI.



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                  1890




                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                  _Riservati i diritti di traduzione._

                         Tip. Fratelli Treves.




INTRODUZIONE.


Nella storia di Roma l’êra Cesarea fu quella che più colpì la fantasia
di prosatori e poeti.

La maggior parte dei cronisti sorvola sull’epoca dei Re e della
Republica e non s’occupa che dell’Impero Romano. Essi lasciano a Dante
ed agli scrittori del Rinascimento avanzato l’ammirazione per gli
eroi della Republica, e invece minutamente raccontano le glorie e le
corruttele degli Imperatori.

Le vittorie di Giulio Cesare, le gesta guerresche e la sagace
legislazione di Augusto, le lascivie di Tiberio, le stravaganze di
Caligola sembrano interessarli assai più che le virtù dei Manlii, dei
Decii, dei Fabii, dei Scipioni e dei Catoni.

Ma sopratutto appaiono impressionati dalla triste celebrità di Nerone,
e pongono ogni studio per renderla più odiosa. Le leggende del medio
evo lo dipingono come un vero demonio. La tedesca _Kaiserchronik_[1] lo
proclama l’uomo il più malvagio che nascesse di madre.

Gli scrittori delle citate leggende, sopratutto quelli della _Graphia_
e dei _Mirabilia_, raccontano sugli splendori e le ricchezza di
Roma cose le più fantastiche, favole le più inverosimili. Così,
trasportati dall’esecrazione, che loro inspirava il feroce Domizio per
la persecuzione contro i cristiani, esagerano anche, parlando di lui,
e gli attribuiscono delitti, che non commise, nè poteva commettere;
come non bastassero quelli, di cui si rese colpevole, e che ci sono
tramandati dagli antichi scrittori latini, fra cui Cajo Svetonio
Tranquillo che, nella _Vita dei Dodici Cesari_, mette crudelmente a
nudo la corruzione degli Imperatori Romani.

Ed a Svetonio m’attenni nel mio romanzo, e non esagerai parlando delle
misere donne, che per loro sventura colpirono i sensi di quel tiranno
efferato, insaziabile, dissoluto, pazzo ricercatore di mostruose
novità, che si compiaceva nel sovvertimento d’ogni ordine di natura,
ch’era avido di fama e invidioso della fama altrui, e che in mezzo
alle maggiori atrocità si conservava sempre istrione coronato, melenso
giullare.

Ad onta di tutto ciò non si può negare che le sue azioni buone e
malvagie non esercitassero un fascino sull’immaginazione popolare.

Molti lo rimpiangevano, e per lungo tempo si trovò ogni anno a
primavera il suo sepolcro cosparso di fiori. Fu scritto inoltre ch’egli
fosse amico del diavolo, e un diavolo incarnato lui stesso, che sarebbe
ritornato in terra per vendicarsi de’ suoi nemici[2].

Gli Armeni danno ancora all’Anticristo il nome di _Neren_ (Nerone);
altri invece sostenevano che il vero Anticristo si porrebbe a capo
dei Persi, dei Medi, dei Caldei e dei Babilonesi per sconfiggere il
redivivo mostro e i suoi compagni.

Cento altre favole di questo genere furono inventate su lui nelle
leggende e nei misteri.

Ma la prova maggiore dell’impressione lasciata da lui l’abbiamo nel
vedere, dopo tanti secoli, inspirarsi ancora a quel nome tremendo
autori drammatici e romanzieri.

Fra quest’ultimi fui sedotto anch’io.

Per mantenermi fedele, più che da me si potesse, alla verità,
anche nella parte romantica, non mi sono lasciato trasportare dalle
narrazioni del medio evo, ed ho cercato di rispettare quanto di Nerone
e delle sue donne ci tramanda la storia.




                              A MIO NEPOTE

                       MARCHESE STEFANO CAPRANICA

                       IN SEGNO DI MERITATA STIMA
                         E RICONOSCENTE AFFETTO

                                 OFFRO

                        QUESTO MIO NUOVO LAVORO.




LE DONNE DI NERONE




CAPITOLO PRIMO.

Ottavia.


Ha di poco varcato il terzo lustro, è bella, gentile, amata dal
popolo romano, circondata dagli agi della vita, dallo splendore della
ricchezza.

Eppure la bionda figlia dell’Imperatore Claudio e di Messalina, la
sorella di Britannico ha i grandi occhi azzurri velati di lagrime.

Piange l’Imperatrice Ottavia....

E perchè piange?

Suol dirsi, che da lupa mai non nacque agnellino; eppure la illibata
Ottavia nasceva da colei, che lasciò di sè fama tristissima per le
sfrenate libidini, e che usciva stanca ma non sazia dalla Suburra.

Fin da bambina veniva Ottavia fidanzata a Lucio Silano nepote
d’Augusto; ma come la maggior parte delle lunghe promesse anche questa
fallì, perchè Agrippina, seconda moglie di Claudio, volle che la
fanciulla impalmasse Lucio Domizio Claudio Nerone figlio del suo primo
marito Domizio Enobardo.

E chi mai avrebbe potuto resistere alla imperiosa volontà d’Agrippina?

Tanto meno lo poteva la mite e soavissima Ottavia, che pure amando il
bruno giovinetto Silano, dovette abbandonarlo per andar sposa a Claudio
Nerone, dalla faccia lentiginosa, dai grossi lineamenti, dalla lunga
zazzera giallastra, dagli occhi azzurri ed enormi, dal ventre adiposo,
dalle gambe sottili.

Ma la giovinezza, il robusto temperamento, l’amore che professava alle
arti, il benigno carattere, non deturpato ancora dall’efferatezza del
tiranno, l’indole affettuosa, che doveva poi cangiarsi in lussuria
feroce, rendevano in lui men disgradevoli i difetti fisici.

E con tutto il trasporto dei diciassette anni amò la giovinetta
sposa, che a lui corrispose, dapprima per sentimento di dovere, poi di
riconoscenza per vedersi fatta segno di vero culto da parte di lui; e
finalmente di sincero amore.

Per molte lune l’appartamento loro assegnato nel palazzo dei Cesari fu
tempio della felicità coniugale.

Un dì Ottavia sedeva nel suo gabinetto, tenendo in mano uno specchio.
Le ancelle stavano cospargendole di profumi le chiome, quando entrò
Nerone tutto ilare, e piegando un ginocchio sulla pelle di pantera
ch’era ai piedi di Ottavia, stette lunga pezza a fissarla amorosamente,
le mani nelle mani di lei.

Finalmente, come le ancelle ebbero finito d’acconciarla, s’alzò e
accarezzandole i capelli le disse a bassa voce:

— Come starà bene su questa fronte così candida il diadema imperiale.

— Sei desto e sogni, o Claudio? — rispose essa, guardandolo
meravigliata; — il diadema a me?

— A te.

E sorridendo si pose l’indice a traverso le labbra, ed uscì.

La curiosità femminile, unita a vago presentimento spiacevole, non diè
più pace ad Ottavia.

Essa voleva sapere il significato recondito di quelle parole.

E a forza di preghiere e di moine vi riuscì il dì seguente all’ora del
_conticinio_[3] nei soavi misteri del _cubiculo_[4].

— Ebbene, — disse Nerone, — e sia. A me venne imposto il segreto; ma
posso io aver segreti per te, mia bella Iddia? Sappi dunque che per
opera di mia madre, coadiuvata da Lucio Anneo Seneca, Claudio oggi, con
legge apposita, me riconobbe, benchè figlio adottivo, a suo successore.

— E mio fratello?

— Britannico dovrà piegare il capo alla patria potestà. E quanto a
dritto, siam pari. Egli non è figlio di Claudio.

— Ma che dici tu! — esclamò tutta sorpresa la donna.

— L’anima tua purissima non cerchi di penetrare nefandi misteri.

Ottavia chinò la testa e tacque.

— Perchè assorta così? — chiese Nerone.

— Io tremo.

— Tremi perchè la fortuna arride al tuo sposo?

— Tremo perchè t’amo, o Claudio; ma di che io tema non so. Forse che
s’accresca la discordia fra Britannico e te, che non puoi perdonargli
di non averti chiamato mai col nome di Claudio, ma sempre Enobardo.

Nerone compose il volto a un sogghigno di sprezzo, e rispose:

— Rinfrancati, mia divina Ottavia, che io siffatte miserie non curo. E
se le cura Britannico, tanto peggio per lui. Io non lo temo; sono nato
al levar del sole, e questo fu presagio che la fortuna mi proteggeva.
D’altronde io non ricambierò mai l’odio di Britannico, perchè malvagi
sentimenti non allignano in me; anzi del povero epilettico[5] ebbi
sempre pietà. E poi è fratello a te, che mi sei tanto cara. Cara così,
che se mi seduce lo splendore del trono, è pel pensiero di poterlo
dividere con te.

— Eravamo tanto felici anche adesso!

— Lo saranno ancora di più l’Imperatore Claudio Nerone e l’Imperatrice
Ottavia.

Malgrado il lieto pronostico, l’animo gentile di lei non potè liberarsi
dal vago presentimento di spiacevoli contingenze, nè valevano a
cancellarlo le reiterate assicurazioni del marito.

Faceva voti perchè il padre vivesse ancora lungo tempo, e fosse così
ritardata l’esaltazione del consorte al trono.

Ma questo fatto non tardò ad avvenire, e Claudio Nerone, che da soli
tre anni aveva cambiata la toga pretesta nella toga virile[6], indossò
il manto imperiale l’anno 54 di G. C.

Non aveva allora che diciassette anni.

Oh se la misera avesse saputo che un delitto affrettava la morte di suo
padre!

Agrippina, ansiosa di vedere il figlio proclamato Imperatore, aveva
avvelenato il suo terzo marito come aveva ucciso il secondo per andar
sposa a Claudio.

Appena spirato l’Imperatore, Nerone, tra sua madre e il suo maestro,
e seguito dai liberti si presentò ai soldati di guardia adunati nel
pretorio sotto gli ordini del loro Prefetto Attico Vestino, potente
per la sua carica e per la fiducia che aveva in lui l’Imperatrice
Agrippina, e fu da loro acclamato Imperatore.

Quindi entrò nella lettiga, circondata dai littori, scese il clivo
della Vittoria, e uscito dalla porta antica presso il tempio di Giove
Statore, andò a visitare l’accampamento delle coorti pretoriane, dalle
quali fu accompagnato al tempio di Giove, dove s’adunava il Senato.

I Senatori vestiti del _laticlavio_[7] stavano attendendo nei loro
stalli al di sopra dei quali sedevano i due Consoli presso la statua
d’oro di Giove.

Il podio, che rigirava sotto alla vôlta, era gremito di popolo; quello
più basso, che girava per una sola terza parte della elissi, era chiuso
da graticcio dorato.

Era questo destinato alle Vestali e alle matrone romane.

Quand’anco vi fossero stati Senatori partigiani del legittimo
Britannico, l’entusiasmo del popolo e il contegno delle coorti li
esortava a far buon viso a sorte avversa ed acclamar Lucio Domizio
Claudio Nerone.

Intanto i _Pollintori_, lavato, unto ed imbalsamato il corpo del
defunto Imperatore, l’avevano deposto su ricco letto adorno di
ghirlande e coperto di lini bianchi listati di porpora.

Le Prefiche gemevano presso il letto, ai piedi del quale, vestita a
lutto, pregava la vedova Imperatrice.

Allorchè il rombo della folla, e le grida di plauso annunziarono
che il nuovo Imperatore tornava al Palatino, Agrippina passò dalla
stanza mortuaria nella sala, ove l’attendevano molte matrone romane e
dignitarii.

Agrippina, vedova di tre mariti, benchè toccasse già il settimo lustro,
e dei fili argentei si mescessero al bruno de’ suoi ricchi capelli,
conservava ancora tutto lo splendore della prestante persona, i puri
lineamenti, il fiero sguardo.

Tutti s’inchinarono al suo apparire, argomentando dalla energia di
lei e dal docile carattere del figlio, ch’essa continuerebbe ancora a
imperare sui romani.

Entrò nel tempo stesso Ottavia, accompagnata da Britannico, col quale
erasi fino allora trattenuta nel suo gabinetto, esortandolo a non covar
rancore contro il fratello, ed assicurandolo della benevolenza, che
questi aveva sempre nutrita per lui.

Britannico le aveva finalmente promesso di far buon viso a sorte
avversa, e quando giunse Nerone, questi dopo aver abbracciata la madre
e la moglie strinse anche lui fra le braccia, e gli mormorò:

— Tu fosti sempre il mio caro fratello, e sempre lo sarai.

Britannico, senza dir motto, gli diede il bacio di pace.

Il nuovo Imperatore inaugurò il suo regno con atti di generosa
gratitudine verso il suo padre, il suo benefattore, ordinando splendidi
funerali. Le Prefiche, le donne vestite di bianco, i Libitinarii[8],
i Vespilloni[9], l’Arcimimo, che seguiva, facendo con altri buffoni,
condotti da lui, strane movenze, portando il volto coperto da una
maschera, nella quale erano ritratte le fattezze di Claudio e che in
quella occasione fu l’istrione Dato, ebbero tutti larghissima mercede.

Quando il convoglio giunse al Foro, furono deposte sulle sedie curuli
le immagini del defunto, e degli avi, ch’erano portate nel corteo dai
Vespilloni, e Nerone stesso pronunziò una orazione funebre di così
elevati sentimenti, di così forbito stile, che fe’ divenir purpurei per
la compiacenza la faccia ed il pelato cocuzzolo del suo maestro Anneo
Seneca.

E tutta Roma non fece che inneggiare al cuore e all’eloquenza di
Claudio Nerone, ringraziando Giove Ottimo Massimo d’averglielo dato a
sovrano, facendosi complice dell’ingiustizia fatta a Britannico.

Le sinistre apprensioni d’Ottavia erano andate a poco a poco
calmandosi. L’omaggio reso alla memoria di Claudio, e la pace avvenuta
tra il marito e il fratello le davano fiducia d’avere nell’ombra
paterna un Genio tutelare.

Di più Nerone continuava a mostrarsi verso di lei sposo premuroso,
affettuosissimo. Anzi, essa aveva la coscienza della propria
inferiorità nei loro rapporti amorosi, perchè l’indole sua vereconda
non sapeva corrispondere agl’impeti sensuali, che andavano sempre più
crescendo in lui.

Non s’immaginava però che il pudico ritegno finirebbe un giorno per
riuscirle fatale. Credeva che il mostrarsi tenera con lui, premurosa e
felice, lo stargli più che potesse vicina, bastasse a ricambiarlo, ad
accontentarlo.

E per qualche tempo bastò, perchè Nerone, poco occupandosi degli affari
dello Stato, di cui lasciava tutto il pondo ad Agrippina, a Seneca ed
al Prefetto Burro, erasi interamente dedicato agli studi dell’arte,
che sublimano gli spiriti eletti, ma danneggiano sovente le anime che
tendono alla depravazione.

Nei primordi del suo regno, Nerone, seguendo i saggi consigli di Seneca
e di Burro, si segnalò per atti di giustizia e di clemenza, disprezzò i
delatori, rifiutò le statue d’oro e d’argento che volevano innalzargli
il popolo ed il Senato, e fece quanto da lui si potesse per acquistarsi
il favore universale.

Ma poi l’influenza malvagia d’Agrippina, che voleva assoluto dominio
sul figlio, cominciò a farsi strada nell’animo di lui, e venne la
fase di quelle alternative di bene e di male, solite nelle menti, che
accennano a sconvolgersi del tutto; ed ora maltrattava aspramente i
liberti, ora largamente li rimunerava. Minacciava di quando in quando
severi castighi, e costretto poi a vergare una condanna di morte,
malediceva al momento in cui aveva imparato a scrivere. Aveva per la
moglie degli slanci appassionati, fino a chiamarla Dia, e da questi
impeti passava poi a freddo contegno.

Di questi cambiamenti cominciò ad avvedersi Ottavia, e non mancava di
rimproverarli allo sposo, ma con soavità che a lui sembrava riuscire
tediosa.

Egli è che la profumata nudità della bionda Imperatrice, e la sua
giovanile freschezza, gli parlavano ancora ai sensi: ma non bastavano
più a soddisfar la lussuria, che cominciava a sfrenarsi in lui.

Un giorno Nerone tornava coi suoi liberti favoriti Faonte, Elio e
Doriforo nel palazzo dei Cesari, dopo avere visitato i lavori di quello
veramente meraviglioso, che sotto la direzione degli arditi architetti
Severo e Celere, stava costruendo tra i colli Palatino, Celio ed
Esquilino.

Nel passare davanti alle stanze d’Ottavia udì voce gentile che cantava
una greca canzone, temprandola al suono del _simikion_.[10] S’arrestò
nel cavedio per non interrompere il canto, e come questo ebbe fine,
entrò nella sala ov’era Ottavia mollemente distesa col gomito poggiato
sull’anaclinterio[11] e facendo del braccio sostegno al capo.

A poca distanza da lei si teneva ritta in piedi una giovine di rara
bellezza: vestita di candida tunica, stretta sui fianchi flessuosi da
sciarpa azzurra ricamata in argento. Le braccia denudate fino alle
spalle erano nella parte superiore adorne d’un braccialetto che ne
faceva risaltare la perfetta rotondità. Dentro bianchi sandali erano
chiusi i piedini, e le chiome nerissime, strette sul capo da piccolo
cerchio d’oro, le scendevano disciolte fino al ginocchio. Gli occhi
neri tagliati a mandorla, le lunghe palpebre, che li velavano, le
labbra di vivo cinabro, gli splendidi denti, la slanciata persona, le
fidiache forme ammutirono per sorpresa Nerone, che rimase alcun tempo a
contemplarla con sguardo pieno di desiderio.

Ottavia, alla quale non era sfuggita quella ammirazione, gli disse:

— Tu che m’accusi di non dividere con te l’entusiasmo per l’arte,
vedi, che per quella di Melpomene seppi trovare tale interprete,
che veramente s’insinua nell’anima colla melodia della sua voce,
coll’armonia della sua bellezza.

— E come dunque codesta superba creatura si trova qui?

— Dimandalo a Menecrate, che la condusse.

Allora Nerone si volse al citaredo, ch’era presente, tenendosi ritto in
rispettoso silenzio, e gli chiese se fosse sua schiava, o sua allieva.

— O divo Claudio, — rispose Menecrate curvandosi, — nè l’una nè
l’altra. Essa è schiava del tuo Prefetto Gallione, che a me la
consegnò, perchè da Corinto la conducessi in Roma per farne dono da sua
parte all’Imperatrice.

— Oh inaudita generosità! — esclamò Nerone. — Convien dire, o ch’egli
sia cieco, o austero filosofo, come suo fratello Seneca, per non
apprezzare il possesso di questa fanciulla. Come ti chiami?

— Atte.

— Dove nascesti?

— Or son vent’anni a Corinto.

— I tuoi genitori?

— Morirono.

— E chi t’apprese il fascino del canto?

— Mia madre, che non aveva eguali in tutta l’Acaja per temprare sul
trigono le canzoni d’Anacreonte.

— Fa ch’io oda ancora la tua soavissima voce. Canta, fanciulla, e
questa volta, canta d’amore.

Ben s’avvedeva Ottavia come gli occhi della schiava cominciassero a
far divampare il marito; ma riservata e timida non si lasciò sfuggire
parola, nella quale trapelasse il suo malumore.

Atte, dopo alcuni accordi, intuonò appassionatissima anacreontica, che
fe’ andare in visibilio Nerone.

Da esperto conoscitore dell’arte, fe’ notare al citaredo come fosse
eguale e potente la voce della schiava, tanto nell’_Agoge_ che nella
_Ploke_ e nella _Jone_.[12]

— E non t’increbbe d’abbandonare la tua patria?

— Io stessa chiesi in grazia a Gallione di lasciarmi venire con
Menecrate a Roma, perchè sapeva come l’arte fosse tenuta qui in
pregio grandissimo sotto l’impero del divo Claudio Nerone. Benigno il
Governatore acconsentì alla mia dimanda, e mi fe’ da Menecrate condur
prima davanti ad Anneo Seneca e poi alla divina Ottavia.

E piegò un ginocchio in segno di rispetto.

L’Imperatrice mestamente sorrise, e Nerone riprese:

— Tu dunque qui rimarrai per allegrar gli ozii dell’Imperatrice e
guadagnarti allori nelle feste dell’arte, nelle quali Lucio Claudio
Nerone non è secondo ad alcuno nè in musica nè in poesia; neppure
all’insigne Terpno ch’è mio maestro di citara, neppure al presuntuoso
poeta Lucano. Noi, o bella greca, canteremo insieme.

— Sarà questo onore soverchio per una povera schiava.

— E ciò sembra anche a me, — soggiunse Ottavia, che più non potè
frenarsi.

Nerone, piccato da quella osservazione, guardò torvo la moglie e per
tutta risposta le disse:

— Da questo momento non è più schiava, io la faccio liberta.

E non dando ascolto all’espressioni di riconoscenza che gli rivolgeva
Atte, levossi in piedi e percosse un timbro d’argento.

All’ancella che comparve,

— Conduci teco, — disse, — la citarista dell’Imperatrice, ed abbia
stanza nel mio palazzo, e sia affidata alle cure delle mie nutrici
Egloga ed Alessandria.

Atte s’inchinò e preso il _simikion_ segui l’ancella.

Come furono uscite, Nerone, tutto rabbuffato, mosse anch’egli per
partire, ma Ottavia lo trattenne.

Menecrate, che prevedeva una tempesta, di cui per reconditi fini, che
sapremo in seguito, era soddisfatto, si congedò.

Come furono soli, Nerone chiese alla moglie cosa avesse a dirgli.

— Perchè, — dimandò questa, — quel guardo bieco che mi lanciasti
poc’anzi?

— Perchè osavi censurare Nerone alla presenza d’una schiava.

— E non trovò essa stessa che l’onoravi troppo?

— Nella giovine greca parlò la modestia, in te il cruccio. Atte dinanzi
a me s’umiliava, tu t’erigevi a giudice. E giudice di chi? Giudice di
Cesare.

— Ma tu, nelle tue enfasi, non t’avvedevi che l’umiliata ero io, perchè
in mia presenza, al cospetto d’un citaredo, tu mi dimenticavi per
esaltare un’oscura fanciulla.

— Non è più schiava perchè Cesare le diede la libertà, non è più oscura
perchè Cesare le prodigò le sue lodi.

— Vorrei investigare l’arcano sentimento che le dettò.

Come si vede, l’amor proprio offeso infondeva coraggio in quella
tortore incoronata.

Ma il coraggio fu di breve durata.

Quando Nerone, dopo aver dichiarato che nessuno doveva mostrarsi
temerario tanto da scrutare i suoi pensieri, che l’animo suo d’artista
non poteva a meno d’entusiasmarsi per le superbe creazioni, fossero
opera della natura o dell’arte, e che infine egli era padrone di sè, di
tutto e di tutti, ed uscì fissandola sdegnoso, l’infelice comprese che
per lei non v’era più speranza nè d’amore nè di pace.

Ed ecco perchè piangeva l’Imperatrice Ottavia.




CAPITOLO II.

La bella figlia d’Acaja.


Il citaredo Menecrate, superbo della sua complessa persona, della
sua faccia bruna e della sua testa ricciuta, e credendosi più esperto
che non fosse nell’arte, aveva innalzate le amorose aspirazioni fino
all’Imperatrice Ottavia.

La gioventù nelle sue esaltazioni d’amore prende sovente lucciole
per lanterne, e spiega a senso di tenero sentimento ogni tratto
d’innocentissima benevolenza della persona amata.

E in quel tempo di tanta corruzione tra le patrizie di Roma e
le stesse Imperatrici, che non disdegnavano d’abbassarsi fino ad
amare perdutamente gladiatori, mimi ed istrioni, non era difficile
l’illudersi per un giovine citaredo.

Ma la virtù d’Ottavia e la sua fedeltà coniugale erano troppo note
perchè Menecrate osasse dichiararsi.

Laonde egli teneva chiuso in cuore il suo segreto ed attendeva dal fato
il soccorso di qualche avvenimento che valesse a scuotere l’onestà e la
fede d’Ottavia.

Intanto egli partì per visitare a Corinto una sorella ammalata. A lui
Seneca affidò alcuni papiri da rimettersi al fratello Gallione, e fu in
casa del Proconsole ch’egli conobbe Atte.

Rimase abbagliato dalla splendida bellezza di quella schiava, e per un
momento, dimenticando Ottavia, tento di sedurla.

L’altera figlia d’Acaja lo respinse, dicendo:

— Non m’ebbe il Proconsole, e vuoi possedermi tu, povero citaredo?

— E a che aspiri mai, divina fanciulla?

— Alla libertà per togliermi dall’abietto stato in cui sono.

— E credi ch’io non possa procurartela?

— No, non puoi darmi un amore che appaghi i miei desideri, che lusinghi
il mio amor proprio.

— Agogneresti forse un trono?

— Colla bellezza e coll’arte tutto può anche una schiava.

Queste parole furono per Menecrate una rivelazione.

Essa era la donna capace d’affascinare Nerone.

Se la citarista cantatrice riusciva a sedurre il marito, più facilmente
il citaredo sedurrebbe la moglie.

— Ma Corinto, — le disse, — mi sembra campo troppo angusto alla tua
ambizione. Perchè non ti rechi a Roma?

— E lo vorrei, poichè là mi sarebbe dato forse di rintracciare una
sorella di latte, che amavo assai. Ma come lo posso io schiava di
Gallione?

— Lascia di questo la cura a me.

E Menecrate suggerì egli stesso al Governatore di spedire la bella
e valente citarista, come schiava dell’Imperatrice, il che sarebbe
riuscito graditissimo tanto a lei, che al divo Cesare, il sublime ed
appassionato cantore.

Gallione rimase dapprima incerto se accettare o no quel progetto; ma
sentendo che poteva ritrarre da quel dono merito grandissimo, si lasciò
persuadere.

E pochi giorni dopo, Atte s’imbarcò sopra una bireme dello Stato, che
faceva vela per Napoli, dove approdò dopo dodici giorni di viaggio, ora
vogando a vela, ora a remi.

Dopo due giorni di riposo Menecrate noleggiò un carro e tornarono a
partire. Traversarono la via Appia, e quando dalle alture si vide la
città dei Cesari, rischiarata dall’igneo splendore del sole già volto
all’occaso, Atte, che da qualche tempo era taciturna e pensierosa,
diede in un sospiro e disse:

— È splendida codesta Roma. Io l’ho tanto desiderata; ma adesso che
stiamo per giungervi mi fa paura.

— Che strana creatura sei tu! — esclamò Menecrate.

Prima d’entrare in città per porta Capena, Atte si coprì dal capo ai
piedi con un velo azzurro, desiderando vedere senza essere vista.

Menecrate ordinò all’auriga di dirigersi verso il Fornice Fabiano,
ove giunto lo fe’ arrestare all’imboccatura d’una viuzza, gli pagò il
viaggio e lo rimandò.

S’avviarono quindi a piedi per l’angusta strada, ed entrarono in
meschina casupola, seguiti da un uomo, che portava i fardelli.

— Questa è la mia povera casa, — disse Menecrate traversando il
protiro[13] — io qui vivo colla mia vecchia madre, ch’ora vedrai e che
ti darà ospitalità finchè non t’avrò condotta nel palazzo Augustale
all’Imperatrice Ottavia.

La vecchia, che stava nella sua stanza filando al chiarore d’una
lucerna a due luminelli, dapprima aggrottò le ciglia, vedendo giungere
il figlio in così perigliosa compagnia. Sentendo però ch’era una
schiava mandata dal Governatore Gallione all’Imperatrice, cangiò
all’istante, ed ebbe tutte le cure per lei, durante i tre giorni che
precedettero la sua presentazione.

Quando Menecrate uscì, lasciando Ottavia col torvo Nerone, era tutto
contento, poichè non s’immaginava mai che sarebbe così presto riuscito
nel suo intento.

Ottavia, dopo aver pianto, attese sperando che il marito, conosciuto il
suo torto, smetterebbe lo sdegno e tornerebbe a lei.

Vana speranza! Quale lo aveva lasciato tale lo ritrovò nel triclinio.
Parlò colla madre Agrippina, parlò con Anneo Seneca, rise alle facezie
del parassita Cercopiteco Panerote, ma alla moglie non rivolse mai
la parola, e quasi volesse farle dispetto, si mostrava soverchiamente
gentile pel giovinetto Sporo, suo favorito, che lo serviva.

La misera Ottavia tratteneva a stento le lagrime, e appena terminato il
pranzo, si ritirò nelle sue stanze.

Agrippina, che aveva osservato il contegno del figlio e l’ambascia
della nuora, pochi momenti dopo raggiunse questa, e trovatala in
dirotto pianto, le chiese cosa fosse avvenuto.

E Ottavia, gettandosele fra le braccia, le narrò la scena avvenuta
quella mattina stessa per causa d’Atte e terminò esclamando:

— Ahi misera, Nerone è per me cangiato!

— Lo è per tutti, — rispose Agrippina tra mesta e crucciosa. — La
frenesia per l’arte lo ha affascinato in guisa da chiamare presso di sè
gente che non doveva mai porre il piede nella casa dei Cesari. Ma tu,
povera giovinetta, rinfrancati, io cercherò di ricondurlo a te. Esso
non resisterà, spero, ai voleri della madre, a cui deve il trono.

Agrippina, più che per deferenza verso la nuora, teneva a pacificarle
il marito, per tema che una concubina, assecondandone il lascivo
temperamento, non esercitasse su lui quell’influenza che l’ingenua
sposa non aveva mai cercato d’ottenere.

Dalle stanze d’Ottavia si diresse nel suo appartamento, e ordinò a
Lucio Azzerino suo liberto di chiamarle l’Imperatore.

Questi, ebro di falerno, era uscito dal triclinio conducendo seco nelle
sue stanze il favorito Sporo, dopo aver licenziati tutti gli altri.

Il liberto Elio, al quale Lucio Azzerino passò l’ordine d’Agrippina,
attese per comunicarlo all’Imperatore, che Sporo uscisse dalla camera
di lui.

Laonde dovette Agrippina lungamente aspettare, e quando il figlio le
si presentò colla faccia riarsa, gli occhi scintillanti e malfermo in
gambe, gli disse crucciata:

— Tanto mi facesti attendere per mostrarti in tal guisa? E sei tu quel
Nerone così saggio che emanasti decreti contro le publiche cene e le
crapule?

— Se sono ebro, o madre, rendine grazie agli Dei, perchè il vino
discaccia da me ogni tormentoso pensiero, e mi rende buono e cortese.

— S’egli è così, — interruppe Agrippina, — ascolta ora il consiglio di
tua madre.

— Parla.

— Tu arrecasti fiero dolore ad Ottavia. Essa ne pianse a calde lagrime.

— E perchè osò censurarmi prima alla presenza d’un citaredo e d’una
schiava, e importunarmi poi con rampogne di stolta gelosia? Siffatte
audacie io non sopporto. Non so chi mi trattenne dall’afferrarla e
strangolarla colle mie mani. La salvarono l’amore e il rispetto che
nutro ancora per lei.

— Se sono vere le entusiastiche lodi, colle quali in sua presenza tu
esaltasti quella figlia d’Acaja, certo che il tuo rispetto per lei fu
in quel punto da te dimenticato.

— Perchè avrei dovuto nascondere la mia ammirazione per l’arte e la
bellezza di quella donna?

— Dandole però asilo nel palazzo dei Cesari, tu non fai che accrescere
i sospetti e le angosce di tua moglie.

— È a Ottavia non a me che la mandò Gallione: dovevo scacciarla?
L’Imperatrice, — aggiunse poi sorridendo, — è gelosa delle canzoni
che udrò modulare dalla greca cantatrice; eppure io non lo sono delle
melodie colle quali ogni dì la delizia Menecrate.

— Tienti a mente, o Claudio, ciò che disse Caio Giulio: la moglie di
Cesare dev’essere rispettata.

— Vanitosa, quanto stolta teoria, che non impedì ad Augusto di scacciar
Scribonia, nè a Tiberio d’odiar Giulia, nè al divo Claudio di punir
colla morte le dissolutezze di Messalina, quantunque foss’egli il più
fiducioso dei mortali. E tu lo sai bene, o madre, che sapesti così
dominarlo da lasciargli vedere e sentire quello soltanto che a te
piacesse.

— E tu non puoi lagnartene.

— No, per gli Dei, e neppure Aulo Plancio.

Agrippina, facendosi rossa e levandosi in piedi, esclamò:

— E torni ancora al temerario sospetto!

Nerone l’abbracciò, e teneramente baciandola la costrinse di nuovo a
sedere e le disse sottovoce:

— O madre, tu conosci la cagione del mio odio contro quell’uomo.

— Mostro! — mormorò Agrippina, allontanandolo da sè, con espressione
di volto, non corrispondente alla severità di quelle parole, — è il
falerno che ti fa delirare.

— Madre, ti rammenti di quella sera che io....

— Non voglio, nè debbo rammentarlo, — interruppe Agrippina.

— Quella sera io non era ebro, e allorchè ti dissi che tu esercitavi su
me un fascino da rendermi tuo schiavo, tu mi baciasti.

— Ed anche oggi ti bacio, — essa rispose, premendogli le labbra sulla
fronte, — benchè tu non sii più per me il figlio d’un giorno.

— Come puoi dir questo, o madre! — esclamò Nerone stringendola al seno.

— Vuoi tu che te lo provi?

— Sì.

— Scaccia da te tutti gl’istrioni, i mimi, i parassiti, e manda altrove
ad albergare quella greca.

— Madre, tu chiedi troppo ai fumi del mio falerno.

— Vedi, se m’appongo al vero, dicendo che tu sei cangiato, e che in te
oggi parla il vino, ma non l’amore.

— Tu vuoi togliermi tutto quello che mi diletta, ed altro non lasciarmi
che le infantili carezze di Ottavia, e le conversazioni di Seneca,
il quale m’infastidisce colle esortazioni a non perseguitare così
spietatamente i cristiani.

— E non ti bastano, — replicò la madre, — i tuoi studii, l’arte del
canto, così nobile e soave, gli spettacoli del circo Massimo, gli
edifizii intrapresi, che t’offrono occupazione e t’assicurano fama, e
quei vezzi infine, che tu chiami infantili, ma che ti rendono invidiato
da molti? Ritorna, o figlio, ritorna interamente a lei, e non si dica
che tu la togliesti a Lucio Silano per renderla infelice.

Agrippina, più che a tutt’altro, teneva a che Nerone rimanesse marito
fedele e figlio ossequente, fosse pure troppo tiepido marito e troppo
fervido figlio.

Per ottenere da lui quanto gli aveva chiesto, continuava a tenerlo
abbracciato, ad accarezzarlo e fissarlo con sguardo di raffinata etèra.

Il desiderio di riprendere sul figlio il dominio che le sfuggiva, la
spingeva tropp’oltre nelle moine, e cominciava a confondersi in lei con
altro desiderio.

Alcune frasi però sussurratele da Nerone, ch’erasi acceso più che mai
in viso, la fecero rientrare in sè, e levatasi in piedi, gli disse:

— Tu vaneggi! Va nel cubiculo, ove t’attende la tua sposa. Il momento è
propizio. Là sarai esemplare marito, qui, saresti figlio malvagio.

Sotto mentita severità essa nascondeva l’emozione e la compiacenza.

Nerone invece, nel cui animo cominciavano a balenare diggià selvaggi
sensi, al rifiuto d’Agrippina, alle parole di lei, in cui traspariva
il sarcasmo, perdè il senno. Dopo avere invano implorato l’incesto,
si preparava ad assalire la madre, allorchè dal liberto Azzerino fu
annunziato Aulo Plancio.

A quel nome ruggì Nerone ed esclamò:

— Sempre codesto odiato! Va, va dunque, o madre di Cesare,
prostituisciti a Macco[14].

E lasciato bruscamente il nudo braccio d’Agrippina, che stringeva con
forza convulsa fuggì via.

A quell’impeto, a quell’ira, alle ingiuriose parole l’altra rimase
sbigottita.

Temette che il figlio fosse uscito di senno.

Era intanto da lungo tempo tramontato il sole e venuta l’ora della
_primae noctis intempestae_ (come chiamavano i romani le prime ore
della sera) e le lampade rischiaravano le sale del palazzo Augustale.

L’Imperatrice Ottavia, indossata una veste d’oscuro bisso e coperta dal
peplo notturno, lasciò le sue stanze, traversò il cavedio ed uscì nel
peristilio.

Ivi l’attendevano due schiavi lettighieri colla sua lettiga.

Essa vi si adagiò, e preceduta da servi con torchi accesi e da due
ancelle, che in vassoi dorati portavano una ghirlanda di fiori e alcuni
oggetti preziosi, uscì dal palazzo.

Dopo breve tragitto la lettiga arrestò davanti al tempio della Dea
Viriplaca, che sorgeva sul Palatino.

Ivi assistita da due Sacerdotesse, che l’avevano accolta sulla porta
del tempio, Ottavia andò a prostrarsi al simulacro di quella Dea,
destinata a placare i mariti e ricondurre la concordia nelle famiglie.

Rimase a lungo genuflessa a pregare, poi, deposte le offerte ai piedi
della statua, uscì dal tempio e tornò al palazzo.

La giovine Imperatrice fidava nel patrocinio della Dea, quantunque
si fosse recata sola ad implorarla, mentre il culto esigeva che
v’andassero i due coniugi assieme, e là, prostrati al simulacro,
confessassero reciprocamente i loro torti, e si riconciliassero.

Era però sovente cosa malagevole l’indurre o il marito o la moglie a
questo passo, e allora quello dei due, che più teneva a ristabilire
la concordia, si recava al tempio da solo per invocar la pace della
famiglia.

Così aveva fatto Ottavia, e rientrata ne’ suoi appartamenti, rimase
qualche tempo sola, nella speranza di veder comparire da un momento
all’altro il marito sereno ed affettuoso.

Talvolta al desiderio di lei s’alternava il timore, ch’egli giungesse
sì, ma per scagliarle contro nuovi rimproveri ed altere parole.

Oh come la misera malediceva il momento in cui erasi presentata a
lei la giovine greca! Come rimproverava Gallione e Menecrate, all’uno
d’averla spedita, all’altro d’averla condotta, quantunque sentisse in
cuor suo d’essere ingiusta verso di loro.

Che se avesse potuto immaginare il recondito scopo del citaredo, questi
non avrebbe più messo piede per certo nel palazzo dei Cesari.

Tanto affetto e tanta abnegazione in una giovine e bellissima sposa non
meritava davvero Nerone, che, come si vide, pensava a tradirla nei più
nefandi modi.

Ed esempi siffatti di fede costante erano ben rari nella corruzione
dell’antica Roma.

Adagiata sovra elegante accubito Ottavia attendeva e pensava, e talora,
per distrarsi, prendeva dal desco, ch’erale vicino, un papiro e si
metteva a leggerlo al chiarore della lampada posta sovr’alto candelabro
a piede, dallo scapo finamente lavorato a cesello.

Erano alcuni brani del poema _La Farsaglia_ di Marco Anneo Lucano,
nepote di Seneca, giovine poeta, che Nerone allora colmava d’onori.

Intanto dagli spazii della clessidra si vedevano passare le ore, e il
desiderato sposo non compariva. Ebbe per un istante l’idea di farsi
coraggio e andarlo a trovare; ma contro questo consiglio si ribellò
l’amor proprio di lei.

Essa non doveva implorare venia perchè nulla aveva a rimproverarsi.

La sua dolcezza non doveva trascinarla fino a codesta umiliazione, e
per timore che il desiderio di pace finisse per costringervela, levossi
in piedi, e passò nella stanza da letto.

Ivi l’attendevano le ancelle per raccoglierle le chiome nella
reticella, ed aspergerle il corpo coll’irino di Corinto, mentre la
schiava _vestiplica_ ripiegava le biancherie e le vesti.

Compiuta la bisogna, Ottavia le licenziò e posto il nudo piedino sullo
scanno, entrò nel letto matrimoniale, ed attese ancora adagiata sul
fianco, posando il braccio sul _cubitale_[15].

Vegliò gran parte della notte, ma il sonno nei giovani finisce per
trionfare di qualsiasi cura. Sentì a poco a poco aggravarsi le palpebre
e cominciò a sonnecchiare.

Le parve nel dormiveglia udire da lungi la voce di Nerone che
cantava. Credette a un sogno, e alcuni istanti dopo era profondamente
addormentata.

Da più d’un’ora dormiva, allorchè fu desta all’improvviso da un
violento bacio sulla bocca.




CAPITOLO III.

Le insinuazioni d’Aniceto e i suggerimenti di Seneca.


Non fu sola Ottavia che quella notte vegliò fino a tarda ora per
aspettare Nerone; per la stessa ragione vegliò anche Agrippina. L’una
attendeva per vederlo tornare a lei a chiederle amore, l’altra per
vederlo pentito chieder perdono. L’una aspettava dolente, l’altra
sdegnosa.

Ma Nerone, invece di scendere nella propria coscienza, e riconoscere
i suoi torti, uscito dalle stanze della madre, chiese, com’era solito,
all’arte l’oblio delle male azioni commesse in quel giorno.

Seguito da uno schiavo, che portava la citara, scese nel giardino, e
sedutosi tra le piante del _gestazio_[16] si mise a cantare.

Le foglie, leggermente agitate dalla brezza di primavera, il chiarore
della luna, che avviluppava in un’aureola d’argento gli alberi, i
fiori e lo sterminato palazzo, il silenzio che regnava dintorno, tutto
quel tesoro di pace, col quale la natura lenisce le miserie umane,
raddolcirono il travagliato spirito di Cesare.

Cessò dal canto, depose la citara, e pensò, tornando suo malgrado ai
teneri ricordi.

Vide come in eterea visione la soave figura d’Ottavia; rammentò le
dolcezze di lei, i suoi vezzi, quasi infantili, la sua beltà che, al
dir d’Agrippina, tanti gl’invidiavano, e impetuoso, com’era in tutti
i suoi sentimenti, non resistette al desiderio di veder la moglie, e
balzato in piedi rientrò nel palazzo e mosse verso le stanze di lei.

Come si vede, i nobili sentimenti cercavano ancora di lottare in esso
contro il malvagio istinto. Ma erano pur troppo le lotte estreme.

Egli entrò a pian passo nel cubiculo, e fattosi presso il letto, stette
a contemplare la giovane sposa, che dormiva supina, facendo delle nude
braccia sostegno al capo. La temprata luce del _licno_[17] che pendeva
dal soffitto, dava alla bella dormente eterea forma.

Nerone, chino su lei, stette per qualche tempo a contemplare quel seno
palpitante sotto la sottilissima veste, quella fronte d’avorio e quelle
labbra, che parevano schiudersi ad un sorriso, lasciando travedere i
denti.

Come se fosse cosa nuova per lui, non resistette a lungo, e le diede
quel premuto bacio che la destò.

Ottavia, riconoscendo il marito, mandò un grido di gioia, e gli cinse
il collo colle braccia, dicendo:

— O Claudio, dunque la Dea m’esaudì.

— Di qual Diva tu parli?

— Della Viriplaca.

E qui gli narrò come si fosse recata a sera ad intercedere da lei la
concordia coniugale.

— Fu Venere invece che mi condusse a te, — soggiunse Nerone.

— E non Cupido? — chiese sorridendo Ottavia.

— Sì, Venere, Cupido, Volupia,[18] e sopratutto un irresistibile
desiderio di te.

E svestita, così dicendo, la lunga tunica, che lo ricopriva, s’adagiò
nel letto al fianco di lei, che accarezzandogli i capelli e baciandolo,
gli chiese se fosse a lei dedicato quel canto, che aveva udito prima
d’addormentarsi.

— Come! — esclamò Nerone con aria di compiacenza, — la mia voce giunse
fino a te! Eppure io non la spiegava del tutto, perchè l’aveva stancata
col gridare in questo dì nefasto: eppure da due giorni non ho tenuto
sul petto la lastra di piombo, per renderla chiara e sonora. Vedi
dunque tu stessa che la mia voce è potente, e posso sfidare qualsiasi
cantore, e lo stesso mio maestro Terpno.

E la presunzione nell’arte gli faceva quasi dimenticare l’ardore dei
sensi, che Ottavia nella sua pudica riservatezza non cercava di tener
desto.

La lascivia però non tardò a riprendere il disopra sull’arte, e quella
notte il talamo imperiale nulla ebbe da invidiare al _letto geniale_ in
cui la prima notte del matrimonio l’aveva condotta la Pronuba.

Albeggiava di già quando si separarono.

Ottavia, nell’esuberanza del contento, discese dal letto, indossò
la sua tunica bianca, e prima di chiamar le ancelle, uscì sopra il
_meniano_ (o terrazzino) per salutar con un sorriso di gioia l’aurora.

Il cielo era limpidissimo. Come se fosse un riflesso dell’anima sua,
vide il Campidoglio, il Tabellario, il tempio di Castore e Polluce, e i
più eminenti edifizii di Roma avvolti nella tinta rosea del mattino, e
rimase a contemplar lungamente il sublime spettacolo.

Passò poscia nella stanza del bagno, e s’immerse nell’odoroso lavacro.
Sedette quindi nel cubiculo, e dalla famula, a ciò destinata, si fe’
quel giorno acconciar con cura maggiore. Si fece inanellare i biondi
capelli, lasciandoli cadere dietro le spalle, e tenendoli raccolti sul
capo con una _vitta_[19] di seta azzurra. Tra le sue gemme scelse due
orecchini di grossi _elenchi_.[20] Cinse il braccio sinistro con ricco
_spintere_[21], l’altro con braccialetto, formato da anelli a spirale;
e avvolse sotto il seno una _mamillare_[22] trapunta.

Benchè sempre elegante ed accurata, essa non aveva mai dimostrata la
ricercatezza di quel giorno nel farsi più bella.

Teneva a rendersi seducente, si proponeva di porre in opera tutti i
suoi vezzi, assoggettarsi a qualsiasi sacrifizio pur di conservare il
riconquistato affetto del marito.

Era ingenuo proposito il suo, perchè ignorava da quale impetuoso
turbine di lascivia foss’egli agitato.

Nerone, abbandonato il talamo, e rientrato nel suo appartamento, trovò
il suo antico pedagogo.

Costui aveva nome Aniceto, ed era il suo confidente, il suo complice,
la sua spia, il più abbietto de’ suoi cortigiani, l’uomo infine che per
avidità di lucro era pronto a qualsiasi malvagia azione.

Madre natura, che lo aveva così mal dotato nel morale, non era stata
più generosa nel fisico.

Sopra un corpo magrissimo e allampanato si posava la testa coperta di
radi capelli rufi, misti ad incipiente canizie, quantunque non toccasse
ancora i quarant’anni. Dalla faccia giallastra e rasa, si sporgeva in
fuori un gran naso aquilino, e sotto enormi sopracciglia, rufe come i
capelli, erano sepolti due occhietti piccoli e chiari, ma che avevano
guardatura furbesca e cattiva.

Nerone, che per quel mostro non aveva segreti, lo condusse nella
_zotheca_[23] e là adagiatosi sopra un lettulo coperto da una pelle di
pantera, gli narrò tutte le cose occorsegli il dì innanzi, il rancore
provato contro Ottavia per causa della citarista greca, la scena avuta
colla madre, e le delizie coniugali di quella notte nei più sconci
particolari, deridendo la goffaggine, con cui Ottavia rispondeva ai
suoi trasporti.

— È bella, — egli aggiunse, — è soave, ma non è quella ch’io cerco.

— Al divo Cesare, — rispose il cortigiano, — non sarà malagevole trovar
dovizia d’altri amori, se quelli del cubiculo coniugale lo tediano,
senza ricorrere all’incesto.

— Oh fu quella l’aberrazione d’un momento, prodotta dai fumi del
falerno. Oggi ne provo ribrezzo, come mi pento d’aver oltraggiata mia
madre. Ma credi tu, Aniceto, che Aulo Plancio sia l’amante di lei?

— Non so.

— Indaga.

— Obbedirò.

— Hai null’altro a riferirmi?

— Anneo Seneca è in questo momento nelle stanze dell’Imperatrice
Agrippina, che lo fece chiamare.

— Sarà per querelarsi contro di me, — osservò, sorridendo, Nerone. —
Vorranno ch’io dimandi venia alla madre oltraggiata, e a questo sono
pronto.

— Forse qualcos’altro si esigerà dal divo Cesare.

— E che mai?

— Venendo qui, m’imbattei nel cavedio in una fanciulla di splendida
bellezza accompagnata da Egloga. Al liberto Lucio Azzerino, che la
seguiva, chiesi chi fosse quella giovine.

— Era Atte per certo, — interruppe Nerone infiammandosi in volto. — E
che ti disse il liberto di mia madre?

— Essere una citarista e cantatrice di Corinto, mandata in dono da
Gallione all’Imperatrice Ottavia, e che Agrippina vuole assolutamente
che sia da te, o Imperatore, allontanata dal palazzo Augustale.

— Per Giove, — esclamò Nerone, balzando in piedi; — questo non
l’otterranno mai. Io, che cerco l’ebbrezza dell’arte e dell’amore,
non acconsentirò certo a separarmi da quella figlia d’Acaja, che colla
bellezza m’innamora, e mi rapisce col canto. Oh no!

E camminava agitato per la zotheca.

Aniceto, l’umile pedagogo, che nella coscienza della propria
inferiorità odiava Seneca, e non lasciava sfuggire occasione senza
lanciar contro di lui qualche maligna insinuazione, uscì in queste
parole:

— Non adirarti, o Cesare; qui solo imperi, e non devi permettere che
altri ti detti legge, non devi permettere che il tuo maestro abusi del
potere, che tu gli concedi.

— Lascio che Seneca e Burro s’occupino degli affari di Stato, perchè
ciò mi giova; ma delle mie azioni sono arbitro io solo. Di questo
voglio dar prova sul momento.

E lasciato Aniceto, si recò nella stanza della madre.

Seneca era ancora con lei.

La severa faccia del calvo filosofo dall’occhio ampio e bruno, dallo
sguardo espressivo, non si turbò affatto, vedendo comparire Nerone.

Invece le pallide guancie d’Agrippina, sorpresa per quella improvvisa
apparizione, si tinsero d’un leggiero incarnato.

Il figlio piegò un ginocchio davanti a lei e le disse:

— Pentito dell’offesa che ti recai, vengo a chiedertene venia.

Agrippina levossi in piedi, e rialzatolo, lo strinse fra le braccia e
lo baciò in fronte.

Quella spontanea ammenda del figlio la lusingava e le faceva rinascere
la speranza di non aver perduto del tutto il suo ascendente su lui.

Gli disse poi:

— La Dea Viriplaca ti ricondusse ad Ottavia, il Sommo Giove t’ha
ricondotto a me. Del nefasto giorno di ieri più dunque non si parli.

— E poichè venisti, o Nerone, — aggiunse Seneca, — lascia ch’io ti
parli invece di più gravi faccende.

L’altro, pensando che si trattasse d’Atte, sentì ribollire il sangue, e
stava per respingere la proposta prima che venisse fatta.

Riuscì però a trattenersi, ed attese che il maestro parlasse.

I Senatori meno facoltosi ringraziavano Cesare per aver accordato loro
un assegno mensile di cinquecento sesterzi (dodicimila cinquecento
scudi). Era stata approvata la gratuita distribuzione di grano ai
soldati pretoriani mese per mese.

Per evitare la falsificazione dei testamenti era intenzione del Senato
di emanare l’ordine che venissero suggellati e marcati con tre fori,
entro i quali si passasse per tre volte una cordicella, e che le
prime parti del testamento, dov’erano scritti i primi e secondi eredi,
fossero note soltanto a coloro che dovevano suggellarle e sottoscrivere
col nome del testatore; che i notai non potessero scrivere sè medesimi
eredi per alcuna porzione.

Quanto alle nuove cose edilizie ideate dall’Imperatore, il Senato
approvava il progetto di costruire dei portici fra i casamenti isolati,
e intorno alle altre case per garantire i cittadini dagli ardori della
canicola e dalle intemperie del verno; ma trovava per ora di difficile
esecuzione il protrarre fino ad Ostia le mura di Roma, e per un canale
condurre il mare fino alle mura vecchie di questa città.

Dovendosi poi trattare in Senato altre riforme riguardo ai Consoli
ed ai Questori, s’attendeva che l’Imperatore designasse il giorno per
assistere alla discussione.

Tutte queste cose riferì Seneca, senza che Nerone facesse osservazioni
di sorta.

Egli aspettava che si venisse a parlare d’Atte.

Ma su di lei non pronunziarono motto nè Seneca nè Agrippina.

Di questo silenzio fu meravigliato Nerone.

O il liberto Azzerino aveva mentito ad Aniceto, o qualcosa si
nascondeva sotto l’apparente indifferenza della madre e del maestro.

Spinto dal desiderio di porre in chiaro la cosa, dopo il _jentaculo_ (o
colazione) si recò nelle stanze della moglie.

Essa non v’era, e dalle ancelle seppe ch’era discesa nell’orto assieme
ad Atte.

Ciò accrebbe in lui la sorpresa.

Dopo la gelosa ostilità addimostrata il dì innanzi, come poteva Ottavia
condur seco a diporto la schiava greca?

Senza frapporre indugio le andò a raggiungere, sempre più impaziente di
sapere se si tramasse qualche cosa a sua insaputa.

Trovò Ottavia in un ombroso viale seduta sopra sedile di marmo, e Atte
ritta in piedi davanti a lei.

L’Imperatrice, come lo vide, andò ad incontrarlo e gli dimandò se
venisse, com’era suo costume, a declamar sotto quelle piante qualche
nuovo componimento.

— No; — rispose l’altro, — avendo inteso ch’eri qui colla tua
citarista, credevo che questa stesse allietandoti col suo canto, e
voleva dividerne il piacere con te, mia bella Ottavia.

Questa disse che aveva fatto chiamare la greca per condurla con sè
a diporto nella villa, e farle narrar le vicende della sua esistenza
passata.

— Povera fanciulla, — soggiunse poi, — essa pretende che la sua stirpe
da alto lignaggio sia discesa alla misera condizione degli schiavi.

— E in qual modo? — chiese Nerone rivolgendosi ad Atte.

— Questo ignoro, — rispose la citarista; — quanto esposi alla diva
Imperatrice, udii sovente ripetere nella mia famiglia.

Ottavia, ferma nel proposito di mostrare a Nerone come fosse scomparsa
in lei ogni sinistra prevenzione contro quella giovine, e mostrare
invece per essa interesse grandissimo, soggiunse:

— Conviene, o Claudio, aiutarla a rintracciare una sua sorella di
latte, che moltissimo l’amava, e che da alcuni anni lasciò Corinto per
trasportarsi in Roma colla famiglia in un suo palazzo.

— E chi eran costoro? — dimandò l’Imperatore.

— Dei ricchi mercanti. Il capo aveva nome Plauzio Laterano.

— Forse quello che fece testè edificare un palazzo presso la porta
Celimontana?

— Lo ignoro.

— E la fanciulla ha nome?

— Rubea.

— E ti sta veramente a cuore il rintracciarla?

— Quanto una vera sorella.

— E non ti scrisse mai?

— Ahimè, no!

— E se tanto ti portava affetto, come avviene ch’essa non siasi più
curata di te?

— Temo sempre che le sia accaduta sventura, e l’anima mia è piena di
dolore, e piango per quella cara, ne’ miei sogni, la piango vegliando
nelle mie canzoni.

— Oh, per gli Dei, — esclamò Nerone con forza di parlar concitato, —
conserva, o bella greca, la tua voce celeste, conserva le armonie del
tuo _simikion_ a più sublimi amori.

— E perchè, — entrò a dire Ottavia, — non vuoi tu che questa buona
fanciulla rimpianga l’amica sua e desideri di rivederla? Essa mi pregò
d’intercedere perchè se ne faccia ricerca, e tu, o Claudio, quasi
rifiuti.

— Non rifiuto; anzi lascio che l’Imperatrice dia ordine ai Consoli di
fare indagini e scoprire se codesta famiglia Laterano soggiorni ora
nella vastissima Roma.

— O divo Cesare, io ti ringrazio, — rispose Atte inchinandosi, — e
t’assicuro che se Rubea è qui, la sua bellezza non sarà certo sfuggita
agli occhi dei cittadini.

E qui fece così entusiastica descrizione di lei, che Nerone la
interruppe dicendo:

— Se per una giovine amica han tanto bagliore i tuoi occhi, han tanto
fuoco le tue parole, che sguardi appassionati, che sublime eloquenza
dev’essere la tua parlando ad uomo amato.

— Quest’uomo non lo conobbi ancora.

— Asserisci il vero?

— Lo giuro per la memoria dei miei poveri morti. Come poteva
un’infelice schiava illudersi d’essere amata, come d’esserla io sogno?

— Lo sarai adesso ch’io ti diedi la libertà.

L’ingenua Ottavia ascoltava e taceva, non sospettando che il marito
parlasse per conto proprio, dopo l’affettuosa riconciliazione della
scorsa notte, e non osando fare osservazione di sorta, per non essere
costretta di ricorrere nuovamente alla Dea Viriplaca.

Atte fu rimandata nelle sue stanze, e Nerone si mise a passeggiare
sotto le piante, cingendo col braccio le spalle della moglie e cercando
d’investigare qualcosa sul conto di quanto il liberto d’Agrippina aveva
detto ad Aniceto.

Vedendo di non riuscire, prese, come suol dirsi, il toro per le corna,
e dimandò:

— Franca rispondi, Ottavia mia, spiace a te che io abbia annoverata la
citarista tra i famigli tuoi, che dimorano entro il palazzo?

— E perchè dovrebbe spiacermi? Ciò piace a te, e basta.

— Ma i tuoi sospetti, i tuoi rimproveri, il tuo cruccio di ieri?

— Non ricordarmeli, o Claudio! Ne feci ammenda al simulacro della Dea.
Vedi tu stesso com’oggi sia cangiata, poichè a quella figlia d’Acaja
tanto m’interesso.

— Saprai forse che l’Imperatrice Agrippina vorrebbe revocati gli ordini
miei.

— Lo so, perchè stamane mi chiamò per dirmi ch’io doveva assolutamente
esiger questo da te, per non compromettere la concordia rinata fra noi.

— È questo cómpito indegno ch’ella si assunse presso di te! — mormorò
Nerone facendosi livido e digrignando i denti.

— Calmati!

— E tu che rispondesti?

— Che i desiderii di Cesare eran legge per me, che la sua volontà
doveva esser fatta, e che del resto io m’affidava alla protezione degli
Dei.

Si scorgeva da queste parole che l’anima d’Ottavia non era del tutto
rassicurata sulla sua sorte avvenire.

Ma Nerone non le badò, e rientrò nei suoi appartamenti, fantasticando
sempre sulle intenzioni della madre.

Se questa non aveva parlato, lo si doveva alla sagace filosofia di
Seneca.

Egli fece osservare a lei che Nerone non era più il docile giovinetto
d’un giorno e che tal focoso temperamento, tale ferrea volontà s’erano
manifestati in esso, da rendere impossibile il dominarlo, ed anche ben
malagevole il renderlo deferente ai consigli altrui. Conveniva, per
averlo più mite, non osteggiare le sue velleità d’artista, e mostrarsi
indifferente ai suoi capricci erotici. Se essa non si fosse opposta a
farlo istruire negli studii della filosofia, forse oggi comprenderebbe
da sè stesso quale cosa sconveniente sia il farla da istrione. Ma
volendogli dimostrare adesso codeste verità si correrebbe rischio di
trascinarlo, per ostinazione, a maggiori volgarità. Così, volendogli
imporre lo sfratto della giovine greca, si esporrebbero a sicuro
rifiuto e andrebbero incontro a più gravi scandali. Se, come assicurava
Agrippina, il figlio erasi già innamorato di quella schiava, movendo
guerra al sentimento di lui, non si farebbe che accrescerlo, perchè la
cosa vietata acquista in chi la desidera pregio maggiore.

— Ma se quella donna, — osservò a sua volta Agrippina, — esercitasse
poi sull’animo di Cesare quell’impero, che Ottavia non ebbe mai, chi
giungerà a distruggerlo?

— Il tempo, la sazietà, ed altre donne.

Queste teorie, alquanto ciniche, ma giustissime del filosofo, poco
garbavano all’Imperatrice Agrippina. Ma pure si lasciò persuadere a
non pronunziare più col figlio il nome d’Atte, tanto più che Ottavia
stessa, ch’era in questa faccenda la più interessata, si rifiutava di
chiedere al marito il congedo della citarista.

Quello stesso giorno, durante il pranzo (o merenda) e durante la cena,
Nerone si mostrò verso la moglie e la madre oltremodo cortese. Non
si curò affatto del giovinetto Sporo suo favorito, e fu affabile più
dell’usato verso il cognato Britannico, che non alloggiava nel palazzo,
ma era sovente invitato a cena insieme ad Antonina sorella di lui e
d’Ottavia.

Terminato il banchetto verso l’ora quinta dopo il meriggio, uscirono
tutti dal triclinio e passarono nell’exedra rischiarata dal raggi del
sole, che volgeva al tramonto. Sedettero in circolo, e Nerone, rivolto
alla moglie, le chiese di permettere che la sua citarista venisse a
deliziarli col canto. Intanto sottecchi guardava la madre per osservare
il contegno di lei a questa proposta.

Ma la furba Agrippina, memore dei suggerimenti di Seneca, fu pronta e
disse:

— Oh, sì, permettilo, Ottavia, poichè a me non venne fatto ancora
d’udirla cantare.

Ottavia, non meno sorpresa di Nerone per questo improvviso cambiamento,
ordinò che Atte venisse.

E questa apparve poco dopo bellissima colle sue ricche chiome disciolte
e la bianca tunica, che stretta ai fianchi da cingolo azzurro, faceva
risaltare mirabilmente i rilievi del seno.

Si fermò in mezzo alla stanza sotto il _compluvio_[24] dal quale
pioveva su lei lo splendore del sole, avviluppandola in un’aureola
dorata.

Se l’astuta fanciulla l’aveva fatto apposta per mandare in visibilio
l’Imperatore, otteneva pienamente l’intento. Nerone rimaneva così
estatico a guardarla, che non pensava più allo scopo per cui l’aveva
chiamata.

Ottavia, non riuscendo a nascondere interamente l’interno rammarico,
dimandò alquanto concitata al marito perchè non la facesse cantare.

— Ella t’appartiene, — rispose Nerone, — sei tu che devi comandarlo.

— Canta dunque, — le disse l’Imperatrice, — canta... dell’amica che
cerchi.

Atte fece un inchino, e dopo alcuni accordi temprò sul _simikion_
un’elegia, dando alla sua voce così mesta intonazione, che ogni nota
sembrava un gemito uscito dal cuore.

Terminato il canto, Nerone rimase assorto, Britannico applaudì,
Ottavia, sinceramente commossa, lodò la citarista, e Agrippina rimase
muta, accontentandosi d’approvare con un moto del capo.

Essa s’acconciava a non osteggiare le fantasie del figlio; ma non
voleva lusingarle troppo.

Allorchè venne congedata, Atte risalì nei _cenaculi_[25] dov’era la sua
cella, sita tra quella delle nutrici e la stanza di Sporo.

Era notte inoltrata e tutto buio e silenzio nella casa Augustale.

Atte mezzo spoglia e avvolta in un amitto, sedeva presso la piccola
mensa rotonda, ch’era presso il suo letto e sulla quale ardeva entro
lampada di bronzo l’_ellinio_.[26]

Ella erasi bene accorta del sentimento inspirato a Nerone, di cui
l’avevano profondamente colpita il carattere ardente e la generosità.

Doveva ritrarre il piede dalla china fatale, o lasciar che si
realizzassero i sogni suoi d’amore e di grandezza?

Stava assorta in questi pensieri quando fu picchiato all’uscio.

Balzò in piedi atterrita e dimandò chi fosse.

— Son io, — si rispose al di fuori.

— E chi sei tu?

— L’Imperatore.




CAPITOLO IV.

Impudenza.


Mentr’essa tutta tremante gettava via l’amitto e tornava ad indossare
la tunica,

— Apri! — gridò Nerone imperiosamente.

Atte andò a disserrare i _claustri_ della porta e poi indietreggiò
atterrita, quando Nerone spalancò con forza i due battenti.

— Divo Cesare, — ella chiese con tremula voce, — che dimandi da me?

— Amore e voluttà. Se conosci i pregi immensi di cui ti fu larga
Venere, non devi sorprenderti se a Claudio Nerone ribollì il sangue al
solo vederti. Fanciulla divina, tu devi esser mia.

E le si avvicinò.

— Sii generoso, o Imperatore, — mormorò essa scostandosi: — non
vilipendermi perchè io sono una povera figlia di schiavi.

— Se io volessi vilipenderti, non lotterei qui adesso contro me stesso
per tenere a freno il mio temperamento, e non strapparti di dosso le
vesti, e stringendoti fra le mie braccia, gettarti su quel letto in
tutto lo splendore della tua nudità, e baciarti e morderti, sitibondo
di voluttà.

— E l’imperatore avrebbe cuore d’oltraggiarmi così? — mormorò Atte
guardandolo supplichevole.

— È appunto il cuore che trattiene i sensi, perchè t’amo, perchè voglio
essere riamato da te, voglio che tu in un trasporto d’amore mi conceda
quello ch’io non oso rapirti.

E questo egli diceva tenendola abbracciata e baciandola.

Atte cercava di rompere quell’amplesso, d’evitare quei baci, ed
implorava pietà, e pregava Nerone a non smentire le proprie parole, a
non violentarla.

— Claudio Nerone non mente, non ti faccio violenza; ma lascia ch’io
senta palpitare il tuo cuore sul mio, ch’io respiri del tuo respiro,
e se per caso smarrissi del tutto la ragione ti do quest’arma per
difenderti.

E, con una mano distaccato dal fianco sinistro il _pugio_,[27] lo
depose sulla mensa.

In quest’atto di mentita magnanimità trapelava l’indole dell’istrione.
Ma fors’egli in quel momento d’aberrazione era in buona fede.

Continuava a dichiarare di non voler usar violenza ad Atte, ma intanto
stringeva sempre più l’amplesso, sempre più fervidi si facevano i baci,
ond’essa, dopo aver cercato invano di respingerlo, di persuaderlo,
senza ottenere da lui altra risposta che iperboli d’amore, cessò dalla
resistenza, quasi dicesse tra sè:

— Il destino lo vuole, fa di me le tue voglie.

Allorchè Vesta, la Dea della verginità più nulla aveva a proteggere
nella fanciulla d’Acaja, questa, seminuda, balzò dal letto, sul quale
aveva giaciuto a fianco di Nerone, e fissandolo con aria imperterrita,
gli disse:

— Guarda, o Cesare, io non piango, io non tremo, io non mi pento
d’averti sacrificato il mio fiore verginale. Ma tu non menarne vanto
perchè non sei tu che hai trionfato, sono io che cedetti, e cedetti
perchè t’amo fin da quando udii in Corinto celebrar le tue gesta di
Principe e d’artista. Ov’io non t’avessi riamato, nessuna seduzione,
nessuna promessa, nessuna forza brutale sarebbero valse a vincermi.
L’arma che tu mi desti te l’avrei strappata dal fianco per immergermela
nel petto e lasciarti il mio cadavere. T’appartenni perchè t’amo e
t’amerò sempre. Ora so quello che m’aspetta; so che altra donna torrà
a me quel ch’io tolsi alla diva Ottavia. Ma ti giuro, che qualunque sia
il destino a me riserbato, io, benchè derelitta, non t’abbandonerò mai
e sarò l’_Agathodaemon_[28] della tua vita.

Nerone, affascinato più che mai dalla franca confessione d’Atte e dalle
sue nobili parole, attirandola a sè e di nuovo baciandola, le disse:

— L’avvenire che t’attende sarà più splendido forse che tu non creda.

Il crepuscolo mattutino cominciava appena a diradare il buio della
notte, quando Nerone uscì dalla cella d’Atte.

Sul limitare di quella attigua vide un giovinetto che malinconicamente
s’appoggiava con una spalla allo stipite.

Alzò la lanterna e riconobbe Sporo, che aveva gli occhi umidi di pianto.

— Che fai tu qui? — gli dimandò bruscamente.

— Nulla, — mormorò l’altro con flebile voce.

— Perchè piangi? Perchè uscisti dal tuo letto?

Sporo chinò la testa e tacque.

— Parla!

— Perderò certo la protezione di Cesare.

— E perchè lo temi?

Sporo accennò col capo la cella vicina.

Nerone alzò le spalle e gli disse:

— Torna nel tuo letto a dormire, e raccomandati agli Dei che ti
rendano più prudente e meno superbo della mia benevolenza, o fanciullo
corrotto.

L’ostiario, che quella notte vegliava, e alcune guardie del pretorio
avevano visto comparire e sparire attraverso le finestre dei cenaculi
il chiarore della lanterna, ma s’erano guardati bene dall’indagare il
mistero.

Le due nutrici e Sporo non parlarono; ma Nerone, che aveva tutti i
vizii, compreso quello dell’impudenza, si tenne per alcuni giorni in
riserbo, ma poi col suo contegno fe’ tutto palese.

Egli aveva interamente disertato il talamo, ed ogni notte faceva
discendere la concubina nel cubiculo del suo appartamento.

Ma come questo non gli bastasse, esaltato dalla passione, volle
publicamente far pompa della sua conquista, e sovente o di giorno
o a sera nei giardini, sfarzosamente illuminati, cantavano insieme
alla presenza di cittadini d’ogni classe dal Senatore al più volgare
istrione, dei quali riscaldava l’entusiasmo con dolci d’ogni sorta e
_poculi_ colmi di vino.

Il parassita Cercopiteco, ch’era tra gl’invitati, andava dicendo
sommessamente a questo e a quello che più di quei canti e di quelle
_dulcia_ avrebbe aggradita una sontuosa cena da riempiersi il ventre
per tre giorni almeno. Ancor egli però mentiva entusiasmo grandissimo
per non perdere la benevolenza di Nerone, e univa così la sua esca
all’erotico fuoco di lui.

Atte di mal animo si prestava a codeste feste, che a lei sembravano
una sfrontata manifestazione del suo disonore, e una disfida
all’Imperatrice Ottavia, che pure erasi mostrata verso di lei molto
benevola.

E questa sua non era ipocrisia ma bensì sincero rimpianto. Essa era
peccatrice per amore, ma non depravata, e la sua colpa non aveva
soffocato in lei i nobili sentimenti. Avrebbe voluto amar Nerone senza
recar dolore ad Ottavia, o per lo meno che questa avesse qualcosa a
rimproverarsi per essere più facilmente perdonata.

Ma invece la virtù di lei, così crudelmente oltraggiata, non le
lasciava speranza di pietà da parte della tradita.

Voleva per questo che s’occultasse il più possibile l’oltraggio agli
occhi dei quiriti.

Nerone però, non intendeva accondiscendere, dicendo di volere
dichiarare in faccia agli uomini ed agli Dei la sua felicità, e che il
publico doveva abituarsi a riguardarla come nuova sovrana.

La donna, per quanto ambiziosa, non si lasciò commuovere da queste
parole, pronunziate nel primo delirio della passione, ed insistette
perchè si cessasse da quella sfacciata ostentazione della colpa.

— In questo modo, — essa gli diceva un giorno, — tu mesci, o Cesare,
nel calice dell’amor mio l’amarezza dell’onta e del rimorso. E poi, qui
mi sento circondata dall’odio di tutti.

— E a te che importa? T’ama Nerone e basta.

— Degli altri non mi cale; ma la diva Ottavia, che più non mi chiamò,
che più non vidi.... Oh, come vorrei gettarmi a’ suoi piedi.

— Atte, amor mio, smetti codeste fantasie. Non piangere perchè il tuo
pianto potrebbe costar la vita a chi n’è la cagione. Tu conosci l’amore
di Claudio, ma il suo sdegno non lo conosci ancora.

E per distruggere in lei le malinconiche impressioni, quel giorno
stesso partì con essa da Roma, accompagnati da Sporo, a cui Nerone per
nuovo capriccio, aveva fatti indossare abiti femminili, destinandolo a
compagno d’Atte.

E non poteva essere quel giovinetto un compagno pericoloso?

No.

Non andò nella suntuosa villa di Bauli presso Baja, perchè ivi erasi
recata sua madre, disgustata degli scandali che accadevano nella
casa Augustale. Si recò invece in altra villeggiatura ch’egli aveva a
Subiaco.

E qui, finalmente Atte raggiunse il sognato mistero dell’idillio.
Ed era beata di vivere d’amore in quelle mute sale, di respirare le
fresche aure autunnali, o girando tra i fiori, o vogando sui laghi
artificiali creati da Nerone coi rivi dell’Aniene.

Alla sera, al chiaror della luna, seduti, a fianco uno dell’altro
entro scafo sfarzosamente addobbato, cantavano condotti da Sporo, che
remigava fissando Atte; poichè smesso l’odio, cominciava a sentirsi
anch’egli ammaliato.

Nel tranquillo soggiorno di quella villa l’amore della giovine greca
erasi più che mai acceso e di molto erano diminuiti gli scrupoli suoi.

A ciò aveva contribuito Nerone, ripetendole sempre, che sotto la
rassegnazione d’Ottavia si nascondeva l’indifferenza e che ad essa
bastava di poter conservare il diadema imperiale, d’indossare il manto,
e far pompa di vesti e di gioielli.

Era questa una calunnia, che gli giovava in quel momento, per non
essere annoiato dai rimorsi della concubina, e distruggerli interamente
prima di restituirsi in Roma con lei.

E a questo ritorno egli anelava per poter di nuovo nelle feste far
pompa de’ suoi amori.

Avrebbe volentieri spogliata Atte dinanzi a tutti per farne ammirare la
splendida nudità.

A tanto delirio di depravazione erano giunti diggià i sensi di lui.

Ed essa, che del suo desiderio erasi accorta, per tema di riuscirgli
incresciosa, prevenne l’ordine e fu la prima a dire: torniamo.

Appena giunto al palazzo dei Cesari, Nerone si recò ad abbracciare
Ottavia, per vedere se continuasse in lei il gelido contegno a suo
riguardo, contegno che a lui giovava e spiaceva nel tempo stesso.

La moglie corrispose all’amplesso, ricambiò il bacio del ritorno, e
gli parlò delle occupazioni a cui erasi data, degli svaghi presi e
delle persone viste durante la sua assenza. Ma non fece la più lontana
allusione al viaggio di lui, non le sfuggì dal labbro alcun rimprovero.

Allorchè vide la sua citarista divenuta concubina del marito, e da lui
portata in trionfo, pianse nel segreto della sua stanza, ma in faccia
all’adultero, in faccia agli altri aveva nascosto il doloroso rancore
sotto la maschera dell’indifferenza, impostale dalla dignità offesa di
moglie e di sovrana. Fors’anco s’illudeva di potere con questo metodo
riconquistarlo, sapendo com’egli mal soffrisse d’esser posto in non
cale da una donna ch’egli aveva amata.

Di fatto quel giorno Nerone uscì poco soddisfatto dalla stanza della
moglie.

Egli avrebbe preferito di trovare questa desolata e supplichevole, per
avere il merito di consolarla, oppure adirata per farle sentire il peso
della sua prepotenza.

Mandò tosto per Aniceto, il quale per avarizia abitava in una di quelle
vie plebee presso il monte Celio, dov’erano raccolti i più rumorosi
mestieri, e dove dalla vicina Suburra affluivano meretrici e lenoni, e
dove perfino dimorava il carnefice.

Ma il sordido pedagogo a siffatte miserie non badava.

In attesa di lui Nerone s’intratteneva con Seneca e Burro, che lo
consigliavano con tutta dolcezza ad aver maggiori riguardi verso la
moglie, se non per amore, almeno per politica, essendo essa l’idolo del
popolo.

— Il popolo, — rispondeva Nerone alzando le spalle, — deve adorare chi
vogl’io.

Il venerando Burro, che non aveva nè l’accortezza nè la prudenza di
Seneca, si mostrò offeso per quella risposta e censurò aspramente la
condotta di Nerone e terminò dicendo:

— Non toccare al popolo gl’idoli suoi, non far ch’egli si mostri
ingrato verso di te, dimenticando le tue munificenze, le opere insigni
di publica utilità, che tu compi, e le stesse tue virtù.

Questa chiusa diradò alquanto il torvo sguardo del tiranno.

— Ed è soltanto per parlarmi d’Ottavia che veniste? — chiese dopo
alcuni istanti di silenzio.

E i due lo esortarono a convocare il Senato per definire finalmente
la questione dei Questori, e combinare le due imprese d’Alessandria e
d’Acaja, ed altre faccende d’ordine interno.

— Domani sono le none: sia dunque convocato per gl’idi. Andate.

Seneca nell’uscire disse all’altro:

— Claudio non è più quello d’un giorno. Egli si fa tremendo, e come
tutti i prepotenti, la verità lo irrita. Abbi dunque prudenza un’altra
volta.

— Vorresti ch’io tacessi e che mentissi alla mia coscienza?

— No, parlare il vero, e farglielo accettare, senza ch’egli se ne
accorga.

Appena si presentò Aniceto, Nerone gli dimandò se fosse vero che in
Roma si osasse censurar la sua condotta, e ciò pel grande amore che il
popolo portava a Ottavia.

— Io nulla intesi, — rispose Aniceto, — neppure nella taverna di
Salvidieno Orfido, ove convengono i più fieri maldicenti della città.
Non meno dell’imperatrice, i romani amano e rispettano il divo Cesare.

— Forse diffidano di te, e avranno in tua presenza o taciuto o parlato
a bassa voce.

— Quando si tratta di servirti, basta agli occhi miei il movimento del
labbro per indovinar la parola.

— Non esagerare i tuoi meriti, astuto pedagogo, o perderai la mia
fiducia.

— Che Giove Ottimo Massimo tenga da me lontana così grande sventura.

— E d’Aulo Plancio che sai?

— Egli raggiunse a Bauli la diva Agrippina.

— Audace! — mormorò Nerone digrignando i denti.

— E che t’importa?

— Mi sdegna la sfrontatezza di quel drudo da _quadrantarie_[29] che osa
innalzarsi fino alla madre di Cesare.

— E perchè?

— Perchè sono di natura geloso, perchè la gelosia è in me ardentissima
febbre, capace di trascinarmi al delitto. Vorrei che mia madre, mia
moglie, che tutte le matrone di Roma, come Atte la bella, non avessero
altro Dio che me. A proposito, che pensi tu del citarista Menecrate?

— Io?

— Egli si reca quasi ogni giorno presso l’Imperatrice.

— E sospetteresti tu?

— Se la madre discese fino al gladiatore Bito, potrebbe la figlia
discendere fino al citaredo Menecrate. La rassegnazione, o indifferenza
che sia, per le mie infedeltà me lo farebbe supporre. Ma non voglio
crederlo ancora. Aspetterò che l’accusa mi venga da pubblica fama. Tu
nulla udisti?

Non sapendo se il tiranno preferisse la moglie colpevole per potersene
sbarazzare, o l’innocenza di lei per andarne superbo, prese nella
risposta una via di mezzo, e disse che nulla aveva inteso fino ad ora.

Poi, soggiunse:

— Ma se ti tormenta il dubbio, perchè non vieti al citaredo l’accesso
nel palazzo Augustale?

— Insano consiglio è il tuo. Io voglio punire i colpevoli, non
condannar gl’innocenti.

— Parla franco, o Cesare, a te gioverebbe trovare un’equa ragione per
liberarti d’Ottavia.

— E chi ti dà il diritto, o pedagogo, d’indagare gl’intimi sentimenti
miei? Quando Nerone vuole, sa comandare, e gli altri devono eseguire i
suoi ordini e tacere.

— Perdona, o divo Imperatore, al mio ardire; ma tu sovente m’onorasti
de’ tuoi segreti....

— Li svelo quando a me giova, ma non permetto ad alcuno d’investigarli.
Hai inteso?

— Ho inteso, o divo Cesare, e continuerò ad essere sempre esecutore
prudente e fedele di ogni tuo cenno.

E se ne partì persuaso che Nerone erasi sdegnato, perchè le sue
intenzioni riguardo ad Ottavia erano state indovinate prima del tempo.

Alla mattina degl’idi, Nerone adagiato entro lettica aperta portata a
spalla da otto schiavi letticarii e circondato dai littori si recava al
Senato.

Egli vestiva la tunica bianca orlata al basso da limbo di squisito
lavoro. L’ampia toga purpurea gli copriva la persona fino ai calzari,
e passando a foggia di mezza luna sotto il braccio destro, andava
a cadere sulla spalla sinistra. Aveva in mano il bastone d’avorio
sormontato da un’aquila d’oro, e in capo una corona di lauro.

Allorchè lo squillo delle trombe annunziò l’arrivo dell’Imperatore,
i Senatori che s’intrattenevano nell’emiciclo, ragionando fra loro
di cose diverse, andarono ad occupare gli stalli, tutti, più o meno,
rassettando le pieghe del laticlavio il più artisticamente che da loro
si potesse.

Era questa una debolezza comune a patrizi e borghesi d’ogni età.

Claudio Nerone entrò acclamato nel suo passaggio, e andò ad occupare
il solio d’avorio, ch’era posto in alto sopra le due sedie curuli dei
Consoli.

Quand’egli rendeva giustizia era solito udir la domanda del postulante
e rimandarlo, senza aver parlato. Il giorno seguente poi, faceva noto
a questi l’esito del suo affare. Così in Senato ascoltava in silenzio
la discussione, poi si faceva dare in iscritto i diversi voti dei
Senatori, e su quelli deliberava in seguito.

Quel giorno invece acconsentì subito circa il migliorar la sorte dei
Questori, nel decretare che i figliuoli dei liberti non fossero più
ammessi nel Senato e nel deliberare su altre faccende d’ordine interno,
tra cui la questione degli archi Celimontani, che dovevano portare
818 quinarie d’acqua nei suoi orti. Dimandò che quel progetto venisse
tosto discusso, e i Senatori a lui devoti, ch’erano in maggioranza,
acconsentirono e lo approvarono.

Allorchè si trattò delle due spedizioni d’Alessandria e d’Acaja, tornò
all’antico sistema e tacque, rimandando la deliberazione alla dimane.

Alcuni Senatori a lui poco benevoli per prendere una rivincita
insistettero perchè la questione non fosse rimandata ad altro giorno, e
l’Imperatore per tutta risposta si levò dal solio ed uscì.

Mentre sul Tarpeo s’adunava il Senato, d’uno strano spettacolo godeva
il popolo sul Palatino.




CAPITOLO V.

Grandezze ed insanie.


Appena salito sul trono il primo pensiero di Nerone era stato quello
d’edificare presso il palazzo dei Cesari un altro immenso edifizio che
occupasse oltre al Palatino tutto lo spazio tra il Celio e le Esquilie.

Nell’impazienza di vedere giunta presto a compimento quest’opera che
doveva riuscire una delle meraviglie dell’universo, aveva ordinato che
gli fossero spediti da ogni parte d’Italia tutti i prigionieri, anche
quelli già condannati a morte, perchè vi lavorassero sotto la direzione
degli architetti Severo e Celere. In tal modo fu l’opera assai
prontamente compiuta.

Il vestibolo della casa era di fronte alla Via Sacra, e il portico con
tre ordini di colonne era lungo mille passi e la statua che vi sorgeva
nel mezzo alta centoventi piedi.

Era già stato scavato il vastissimo bacino dello stagno, che
doveva essere riempito colle acque dell’Aniene, portate dagli archi
Celimontani. E ciò spiega l’impazienza addimostrata in quel giorno al
Senato perchè fosse decretata subito l’opera idraulica.

Al di là del bacino s’aggruppavano alcuni grandi magazzini fabbricati
con sassi quadrati di tufo litoide, ed altri edifizii.

Nerone li aveva comperati per atterrarli, e piantare al loro posto
boschetti e cascine, che dovevano specchiarsi nel lago.

Quella mattina, mentre i Padri della patria stavano discutendo
nel tempio di Giove, alcuni soldati balistarii avevano piantato
un _tormento_ a piccola distanza da quei magazzini, e da questo
scagliavano contro le loro mura massi di ogni forma e dimensione, che
incrinavano i tufi e finivano per farli cadere in ischeggie.

Folla immensa assisteva alla demolizione, e in mezzo alle _sordide_
della plebe, che la dicevano sempre avida di spettacoli, si notavano
l’ampia toga del vecchio patrizio, la toga virile del borghese, quella
_pretesta_ del nobile giovinetto, che giuocando col suo bastoncino,
andava in cerca di qualche grazioso visino.

La folla, che trovava di suo gusto quello spettacolo di distruzione, ad
ogni sasso lanciato dalla balista freneticamente applaudiva.

— Plebe stolta e codarda! — mormorò un cittadino.

A quanto sembra, a costui l’entusiasmo degli altri urtava i nervi.

Egli aveva nome Isidoro Cinico, uomo di mezza età, nel quale la tinta
giallognola del volto, i contratti lineamenti, ed il taglio austero
della bocca dinotavano apertamente di qual carattere irrequieto e
bilioso egli fosse.

Di fatto era noto all’universale come contraddicente e acerbo censore
di tutto e di tutti.

— E che ti fece mai, questa misera plebe?

Chi rivolgeva queste parole al Cinico era uno fra i più stimati
cittadini di Roma per sagacia, per intelletto, e per integerrimo
carattere. Si chiamava Gneo Calpurnio Pisone.

Ad esso Caligola rapiva la giovinetta sposa Livia Ostilla, e lui
cacciava in bando.

Salito sul trono Claudio Cesare, lo aveva richiamato e fatto Console.
Tornava alla vita privata dopo la morte dell’Imperatore, a cui serbava
riconoscenza, ma non poteva perdonargli d’aver ceduto alle esigenze
d’Agrippina, e spodestato Britannico del quale egli era amicissimo.

Isidoro rispose ch’egli apprezzava la plebe integra e laboriosa,
ma quella cui tutto era buono per uccidere l’ozio, gl’inspirava
grandissimo disprezzo.

— E perchè alla gente che qui si ferma per curiosità tu lanci un’accusa
che può essere ingiusta? Vi saranno moltissimi che tornano dal lavoro,
e che lo riprenderanno tra poco. Vuoi negar loro questo momento di
sollievo? E noi due, non ci siamo forse incontrati qui? E siamo oziosi
per questo? Confessa piuttosto che t’incresce di sentire acclamato
l’uomo che abborri. E comprendo in te questo sentimento per l’amicizia
che ti legava al misero Lucio Silano.

— Che codesto mostro coadiuvato da sua madre, — proseguì il Cinico,
— fe’ morire dopo avergli rapita la sposa, la giovine Ottavia, a cui
diede il manto imperiale per cangiarlo poi nella veste di Nesso.

— E tolgan gli Dei, — esclamò sospirando Pisone, — che qualche grave
sciagura non sia riserbata al fratello di lei, all’onesto Britannico.

— Onesto sì, ma inetto.

— Non parlarmi così di lui.

— Perchè non agisce? Perchè non vendica l’ingiustizia che gli venne
fatta? Perchè s’accontenta di nutrire un livore infecondo?

— Prima d’accusare il suo prudente contegno aspetta, o Cinico. E
intanto allontaniamoci di qui. Guarda chi ci sta d’appresso.

L’altro si rivolse e vide fermo a pochi passi da loro Aniceto, e più
oltre Cercopiteco Panerote, che parlava con Menecrate.

Lo spione cercava di prendere con una fava due piccioni, e mentre
tendeva l’orecchio per afferrare qualche parola del dialogo fra Pisone
ed Isidoro Cinico, che sospettava ostili all’Imperatore, attendeva il
parassita per cavargli con astuzia i calcetti sul conto del citarista.

Gneo Calpurnio e il Cinico s’allontanarono, e poco dopo, Cercopiteco,
rimasto solo, si fermò a contemplare le paste dolci d’un _dulciario_
ambulante.

Intanto continuavano i colpi dei proiettili, il rovinio delle pietre, e
le grida del popolo.

Cercopiteco, dopo essere stato alcun tempo indeciso, tirò fuori il suo
_marsupio_, ne cavò fuori due _as_[30] e datele in mano al _dulciario_
prese dal canestro una piccola torta di latte, farina, frutta e
miele, e mangiandola tornò ad avviarsi, allorchè gli venne incontro il
pedagogo e gli disse arrestandolo:

— Bon pro ti faccia, o Panerote.

— Tutto a me fa buon pro.

— Te felice! E che metodo adoperi per ciò?

— Non vado a pesca di guai, non m’impaccio de’ fatti altrui, lascio
che ogni acqua corra per la sua china, guardo bene a varcar la soglia
della mia casa col piè destro, non mormoro d’alcuno, e lodo tutti, e le
mie sole censure le riserbo pei cattivi cuochi. Non ho mai pregato nel
tempio dell’ambizione, e in me non esercitarono la loro potenza nè la
figlia della notte[31] nè il figlio di Venere.

— La persona che teco conversava poc’anzi, — interruppe tosto Aniceto,
— non può dir lo stesso.

— Chi, Menecrate?

— Tu lo dici.

— Io dico ch’egli è giovane dabbene e sagace, e che coll’arte
onestamente sostenta sè e la sua vecchia madre.

— Ed io faccio eco alle tue parole; ma ch’egli non senta al tempo
stesso ambizione ed amore, questo non puoi negarmelo.

— Nè affermo, nè nego, perocchè è questione questa che non mi riguarda.

— Ma quello che ho inteso....

— Quello che tu hai inteso non voglio intendere io. Sta sano.

E lasciò lo spione in asso, che invece di mostrarsi adirato, diede un
ghigno satanico di contentezza.

La onesta discrezione di Cercopiteco gli prestava il destro di farsi
merito presso Nerone.

Di ritorno dal Senato, questi andò nella stanza d’Ottavia, ch’era in
quei giorni alquanto sofferente, ed egli mostravasi affettuoso con
essa, tanto più che i medici la supponevano gravida.

La trovò distesa col capo appoggiato all’_anaclinterio_ d’un sofà, ai
piedi del quale sedeva sopra uno sgabello Menecrate suonando la citara.

Quella vista fe’ torvo Nerone, che dimandò ove fossero le due ancelle
di servizio.

Ottavia rispose ch’erano, come sempre, nella stanza attigua, pronte ad
ogni squillo di timbro.

L’altro, non del tutto rasserenato, partecipò alla moglie il
Senatus-consulto, che decretava la costruzione degli archi Celimontani,
aggiungendo che sperava ben presto di veder riempito il lago Neroniano.

— Intanto, — soggiunse Ottavia, — so che stamane cominciasti la
demolizione degli edifizii prospicienti la _casa transitoria_, e che il
popolo v’assistè entusiasmato.

— Davvero! — esclamò Nerone, — e d’onde lo sai?

— Da Menecrate, — essa rispose, — che viene di là.

Allora l’Imperatore, cominciando a rasserenarsi, si rivolse al
citarista, che al suo apparire erasi levato in piedi, e si teneva in
disparte, e gli disse:

— Avanzati e racconta.

E l’altro confermò che ad ogni masso lanciato dalla ballista, la folla
mandava grida di gioia ed acclamava a Cesare.

— In questa guisa, — osservò Nerone, — Roma risponde a quegli spiriti
gretti, che m’accusano di pazze prodigalità, perchè amo tutto ciò ch’è
grande, tutto ciò ch’è bello. Ma io disprezzo le censure di codesti
Catoni, che m’ascrivono perfino a colpa l’idolatria che nutro per
l’arte, e proclamano gli allori suoi indegni d’un Imperatore romano.

— Anche in questo, o divo Cesare, il popolo non divide la loro
opinione. So che molti anelano di sentirti a cantare, e s’apprestano a
chiedertelo ad alta voce quando ti vedranno in publico.

A quest’annunzio il broncio di Nerone scomparve del tutto, fu
dimenticata la gelosia e il citarista tornò in grazia.

Era fuori di sè dalla gioia. Quando si toccava quella corda
sensibilissima, la sua parlantina non aveva più freno e diveniva
eloquente quanto lo era stato a difendere gli altri Marco Tullio
Cicerone.

Egli disse che seconderebbe per certo il desiderio del popolo
romano; ch’era già sua intenzione, allorchè sarebbe compiuta la _casa
transitoria_, d’aprire le sale e gli orti di quella Augustale, e là
cantare alla presenza di tutti. Ora, aggiunse che poteva farlo perchè
la sua voce roca e debole alle prime lezioni dategli dal maestro Terpno
era diventata chiara e sonora, a forza di studi e di precauzioni
igieniche e meccaniche, come quella di non mangiar pomi, nè altri
cibi indigesti, di purgarsi spesso, d’eccitare il vomito, d’iniettare
liquidi nel corpo e tener sul petto quella finissima lamina di piombo
per gran parte della giornata, stando disteso bocconi sul letto.

Egli assicurava di potersi adesso esporre al publico anche sulle scene,
senza timore d’essere sopraffatto da altri, e di volerlo fare perchè
niuno è che ponga mente alla musica segreta.

Ottavia e Menecrate lo lasciarono parlare senza dir motto.

La prima, amante ancora, deplorava in cuor suo quella grande
aberrazione del marito. Il ridicolo, al quale s’esponeva, la feriva più
profondamente dell’infedeltà.

Menecrate, per rispetto all’Imperatore, non voleva contraddirlo, per
rispetto a sè stesso non voleva farla da cortigiano, approvando quel
che internamente disapprovava.

Egli aveva detto che il popolo desiderava di udirlo, e aveva detto
il vero; ma di suo nulla aveva aggiunto per incoraggiare Nerone ad
accontentarlo.

Inoltre, la segreta passione, che nutriva per Ottavia, gli faceva odiar
quell’uomo, che la rendeva infelice, quantunque egli, sedotto da una
vana lusinga, v’avesse contribuito, conducendo a Roma quella schiava.

Ma allora era il suo, più che sentimento vero, un’esaltazione di
giovanile baldanza. Adesso che amava davvero, vedendo d’aver formato
l’infelicità dell’adorata donna, malediceva il progetto malvagio da lui
concepito a Corinto.

Non aveva osato mai confessarlo ad Ottavia, vedendola sempre benevola
verso di lui.

Il dignitoso contegno della sovrana gli toglieva il coraggio, e
gl’imponeva il silenzio sulle condizioni dell’anima sua.

Anche quella mattina non fecero osservazioni di sorta sui pazzi
progetti di Nerone, quando questi, dopo essersi dimostrato
cordialissimo con Menecrate e tenero colla moglie, era uscito tutto
contento.

Allorchè giunse Aniceto, e cominciò a vantarsi d’aver indagato qualcosa
sul conto di Menecrate, spiegando malignamente a senso di reticenza
le ultime parole di Cercopiteco, Nerone lo interruppe bruscamente,
dicendo:

— Lascia in pace il citaredo. Quel modesto giovane è incapace d’osar
tanto. Vattene, che oggi non ho bisogno di te.

E il pedagogo se n’andò tutto sorpreso e mortificato.

Alcuni giorni dopo, venuta la sera, salì nella stanza d’Atte, e si
presentò a lei vestito colla _palla citharaedica_, che i suonatori di
musica portavano sulla scena, e la testa incoronata di lauro.

Volle che la donna si denudasse fino alla cintola, e si coprisse poi
colla _caliptra_.[32] Indi le ordinò di prendere il _simikion_ e di
seguirlo.

Atte si mostrava restia ad obbedire, e presa da timore e vergogna,
dimandò dov’egli volesse condurla.

— Vieni con me, e non temere, — disse Nerone.

— Oh Numi, che vuoi tu far di me!

— Inebriarmi sempre più nelle tue divine bellezze.

E cingendole colle braccia l’imbusto, la trasse seco nel vestibolo; la
fe’ sedere al suo fianco in una _carruca_ tirata da due cavalli.

L’auriga, forse già prevenuto, uscì dal palazzo senza attender
l’ordine, e la donna più non dimandava, più non parlava. Tanto era
confusa e atterrita, conoscendo di quali strani capricci fosse capace
il pazzo Imperatore.

E l’apprensione di lei s’accrebbe, allorchè si vide condotta in cima
all’altissima torre di Mecenate.

Sotto il cupo azzurro del cielo tempestato di stelle si vedevano
nereggiare giganteschi i più alti edifizii, e le buie vie rischiararsi
or qua or là di tetra luce. Erano torchi portati da drappelli di
soldati, che si facevano strada con bruschi modi tra la folla, la quale
camminava nella stessa loro direzione, procedendo a ondate come una
marea.

Il mormorio delle voci, il rotar dei carri, il calpestio giungevano
tramutati in confuso rombo fino all’alto della torre.

Atte dimandò, tremando, cosa succedesse mai, che significassero quelle
fiaccole e quel sordo frastuono, perchè egli l’avesse condotta là mezzo
denudata.

— Perchè, — la interruppe Nerone, — preparo a te sublime spettacolo, e
a me ben altro.

— E che mai?

— Io vidi il nudo tuo seno al chiaror della luna, allo splendore del
sole, ed ora lo voglio rischiarato da altra luce. Questo ti dica come
sia pazzo Nerone della tua venustà; come lo renda delirante la lascivia
che emana da tutto il tuo corpo. E tu, in ricambio di sì amorosa
frenesia, diffidi di me e tremi. No, rassicurati, o Atte, tocca le
corde del tuo strumento, e canta guardando agli astri, prima che un
denso velo non li nasconda agli occhi tuoi.

— E che può mai offuscarli se non vedo nube alcuna sull’orizzonte?

— Le nubi verranno dalla terra, — disse sorridendo Nerone.

— Dalla terra? — mormorò Atte.

— Cantiamo.

A questo la citarista non si sentiva punto disposta; ma si rassegnò, e
rimosso il velo dalla bocca, intuonò un canto a due voci, alternando
la sua voce potente, ma tremante per l’emozione, a quella rauca
dell’Imperatore.

A un tratto la donna cessò dal cantare, tendendo lo sguardo verso le
Esquilie.

Nerone aveva detto il vero.

Da quel punto si vedeva inalzare da terra una nube, che facendosi
sempre più densa si spandeva per l’aria, correndo in balia del vento,
che cominciava a soffiare alquanto impetuoso.

In mezzo a quel nero vapore cominciarono quindi a balenar delle vampe;
le vampe si cangiarono in fiamme, le fiamme in montagna di fuoco che
in un attimo rischiarò di sua luce sinistra tutti i monumenti, anche
lontani, del Palatino.

Nerone, come vide la donna rischiarata dal riflesso dell’incendio, le
tolse di mano il _simikion_, e quasi con furia le strappò di dosso la
_calyptra_, esponendo le nude forme di lei all’igneo splendore.

La lascivia dell’amante aveva fatto indovinare al frenetico artista
quale forma incantevole assumerebbe la bella figlia d’Acaja rischiarata
da quella luce tremenda. Sembrava di fatto che il fuoco le scorresse
nelle vene, che le balenasse negli occhi, che le scintillasse
attraverso le labbra, attraverso i capelli.

Era divenuta apparizione fantastica.

Nerone la prese per le braccia e fissandola con sguardo ardente ed
intenso, che sembrava volerle penetrar nelle viscere, esclamò:

— Ma quale Iddio, o divina creatura, stringeva fra le braccia tua madre
quando fosti concepita! Il mio amore per te diventa delirio.

E quasi muggendo, come leone, cominciò a baciarla tanto sulla bocca,
sugli occhi, sul dorso, sul petto, che sembrava non esser mai sazio.

Finalmente sentendo che lo scirocco continuava ad infuriare, riprese
con lena affannata e gli occhi rivolti al cielo:

— O Eolo, o Dio dei venti, tu non sei degno di lambir con me queste
carni. Basta per te.

E tornò a ricoprire Atte, che pareva trasognata e non sapeva in che
mondo si fosse.

Seppe finalmente che procedendo troppo lentamente la demolizione dei
magazzini, Nerone aveva ordinato che vi si appiccasse il fuoco, e
voluto assister con lei a quello spettacolo.

Le fiamme, spinte dal vento, si dilatavano sempre più, e Nerone,
inspirato da quella voragine ardente, prese a cantare, con quanto fiato
aveva, la presa e l’incendio d’Ilio.

Sperava forse che il canto fosse udito dalle vie, e che il popolo,
riconoscendo la sua voce, l’acclamasse.

Invece giunsero al suo orecchio lontane voci di gente che fuggiva e
chiedeva soccorso.




CAPITOLO VI.

Tiranno che sfida e tiranno che trema.


Poco mancava al _conticinio_[33] e le fiamme, lungi dal diminuire,
divampavano più forti e s’estendevano. Quelle voci, quel rafforzarsi
dell’incendio, decisero Nerone a discendere dalla torre per rientrare
nel palazzo, e saper là cosa accadesse mai.

Lungo la via trovò la gente che frettolosamente se ne tornava,
mormorando, altri, che fermi in capannelli, lungi dall’acclamarlo, lo
guardavano biecamente; uomini e donne che piangevano ed imprecavano.

Egli era tetro e furibondo.

Appena discesi, Atte salì nei _cenaculi_ ove trovò Egloga ed
Alessandria che l’aspettavano ansiose, non sapendo cosa fosse accaduto
di lei, dove Nerone l’avesse condotta, che significassero quelle
grida, donde provenisse quell’incendio, perchè tutti nel palazzo
ignoravano l’ordine dato da Nerone ai due architetti Severo e Celere di
distruggere col fuoco quei granai.

La giovine greca nulla seppe dir loro. Essa era ghiacciata, affranta,
spaventata. Non seppe che dare in questa esclamazione:

— Eterni Dei, cos’è mai quest’uomo che mi fa rabbrividire! Immensamente
io l’amo, ed egli mi ricambia d’amore. Ma lo stesso amor suo mi fa
paura.

E più non reggendosi in piedi, entrò nella sua stanza e si coricò.

La stanchezza, i brividi del freddo fecero che essa non tardasse a
prender sonno, e quando riaprì gli occhi trovò vicino a lei Sporo,
questa volta vestito da uomo. Si teneva presso la sponda con un
ginocchio in terra e il braccio appoggiato sulla coltre e la guardava.

— Come sei entrato? — gli chiese Atte, sorridendo.

— Trovai l’uscio aperto.

— E che fai qui?

— Ti guardavo a dormire. Sei così bella!

— O giovinetto Sporo, so che tu non m’amavi perchè temevi ch’io ti
togliessi il favore di Cesare; so che a malincuore obbedisti allorchè
questi t’impose d’indossare abiti donneschi, e di servirmi. Ed ora,
perchè vieni a lusingarmi e mi parli, e mi guardi come un innamorato?

Sporo chinò la testa e tacque.

— Mi detesti ancora? — chiese Atte.

— Oh no! — esclamò con impeto il garzone divenuto di porpora.

— E perchè arrossisci allora? È dell’odio che dovevi arrossire. Forse
ti sei accorto, che io non ebbi sull’Imperatore quella potenza che tu
temevi.

E con ansia attese dall’ingenuità di lui la risposta.

— Il divo Cesare, — disse Sporo, — è ora troppo felice per curarsi di
me.

— E ciò t’addolora?

— È appunto la sua felicità, che mi fa male. Tutto il tuo amore è per
lui.

— Adesso ti comprendo, o misero Sporo. Tu vorresti di questo mio amore
raccorre almeno qualche bricciola, è vero?

— Sì, — mormorò egli, fissandola con occhi languidi.

— Ora dunque sei contento che Cesare t’abbia imposto d’essere la mia
ancella. Ma perchè svestisti il peplo, perchè non coroni coll’_infula_
i tuoi ricciuti capelli?

— Non voglio esser donna.

— Hai ragione.

— Ho già sofferto abbastanza quando l’Imperatore mi conduceva in
pubblico tenendomi presso di sè travestito a quel modo. Tutti mi
chiamavano la moglie di Nerone.

— Ma se tu non l’obbedisci in questo suo capriccio sarebbe capace
d’allontanarti da me.

— E vuoi tu ch’egli tema di questa sua povera vittima?

— Tu vittima di lui? Tu che temevi di perderne l’affetto? Smetti
l’ipocrisia, o fanciullo, e sii almeno leale nell’ignominia, come lo
sono io.

— E schietto ti parlo, o Atte. Perdendo il favore di Cesare non
resterebbe a me che la conseguenza de’ suoi feroci capricci. Credeva
ch’egli t’avesse raccontato il mio martirio, ma poichè lo ignori,
dimandalo a lui, ch’io non ho il coraggio di palesartelo. Tu sei
buona, e non ne riderai come ne ridono Pitagora e Doriforo, questi due
favoriti spregevoli, ma più di me fortunati. Nulla essi rispettano, e
son certo che oggi derideranno anche quei disgraziati di cui in questo
momento ardono le case.

— Ma non sono i granai acquistati da Cesare, che ardono? — dimandò la
donna sorpresa.

— Insieme ai magazzini il fuoco distrugge case e palazzi vicini. In
questo momento è più spaventoso che mai.

Di fatto, le fiamme e i tizzoni accesi, trasportati dal vento, avevano
appiccato il fuoco negli edifizi vicini. Ma s’eran visti alcuni soldati
con stoppa e fascine aiutar l’opera dell’elemento devastatore. Se
eglino agissero poi per propria malvagità e sete di bottino, oppure per
ordini segreti avuti da Nerone, questo non sapeva Sporo. E quand’anche
l’avesse saputo, non avrebbe osato palesarlo.

Dal canto suo Atte, che già presentiva qualcosa di sinistro, dopo le
grida udite tornando al palazzo, s’astenne dall’interrogare più oltre,
e cercò di rimandare il giovinetto.

Questi però prima d’andarsene, voleva la promessa d’essere riamato da
lei.

— O fanciullo, — gli rispose la donna, — tu pensi all’amore, tu che
potresti ancora portare la _crepundia_[34] e baloccarti colla pupa.
Fatti uomo e togliti all’ignominia, e troverai oneste giovinette che ti
daranno gioie, che io non avrò più, le gioie della famiglia.

— Questa gioia di cui tu parli, io non l’avrò mai, — disse Sporo
malinconicamente.

— E perchè?

— Nerone me la tolse per sempre.

— Spiegati.

L’altro allora s’avvicinò a lei, e dopo averle sussurrato alcune parole
all’orecchio, fuggì via.

— Infamia! — esclamò la donna, coprendosi il volto colle mani.

E raccapricciava al pensiero che l’amore, ed anco un po’ l’ambizione,
l’avessero data in balia d’un uomo così freddamente feroce.

Nerone, tornato dalla torre di Mecenate alla casa Augustale, trovò nel
vestibolo i dodici littori dei Consoli, che insieme a Seneca e a Burro
lo attendevano nel _cavedio_, tutti costernati pei gravissimi danni che
arrecava l’incendio.

Destati improvvisamente e balzati dai loro letti, venivano a chiedere
provvedimenti e soccorsi.

Credevano di vedere l’Imperatore agitato del pari; invece lo videro
a tornare colla sua druda, vestito da istrione, imbronciato, ma
tranquillo.

Passò loro dinanzi, e salutandoli disse d’attendere ed entrò nei suoi
appartamenti.

Come se Seneca fosse responsabile della condotta di Nerone, Burro e i
Consoli si rivolsero a lui, meravigliandosi di quello strano contegno,
di quel buffonesco abbigliamento.

Seneca stringendosi nelle spalle, rispose:

— _Nullum magnum ingenium sine insaniæ mixtura_.[35]

Furono, dopo qualche tempo, introdotti in una sala, dove trovarono
Nerone, che cangiate le vestimenta, sedeva presso un tavolo, sul
quale ardeva ancora la lucerna _polimixa_, di cui i dodici lucignoli
confondevano la loro luce coi primi bagliori del crepuscolo mattutino,
uniti al riflesso dell’incendio.

— Che si vuole da me? — chiese egli.

Allora gli riferirono che alcune ville di patrizii, e case d’antichi
Capitani, ricche d’arredi guerreschi, e perfino dei templi posti
nell’isola stessa dei granai, erano preda alle fiamme; che il popolo
esterrefatto correva per le vie e si ricoverava in campo Marzio.

— Non odi tu questo frastuono tremendo?

Di fatto, giungevano fino alla casa Augustale le grida della gente che
fuggiva, e il rombo lontano delle fiamme.

— Odo sì, — rispose imperturbato Nerone, — ma tutto ciò non mi fa paura.

Seneca soggiunse che conveniva provvedere subito per domare l’incendio,
rassicurar la plebe, e venire in soccorso de’ danneggiati.

Com’ebbe finito di parlare, l’Imperatore rispose, rivolto ai Consoli:

— Voi approvaste che quei magazzini fossero distrutti col fuoco. Se
ora, contro le vostre previsioni e le mie, le fiamme si estesero, sta
a voi il provvedere perchè l’incendio s’estingua. Claudio Nerone ha
bastanti ricchezze per riparare ai danni. Se il Profeta Nazareno voleva
distruggere il tempio di Gerosolima, e riedificarlo in tre giorni, io
posso incendiar Roma intera, e in poco tempo ricostruirla. Rassicurate
dunque, a nome di Cesare, tutti i danneggiati. Le macerie delle loro
case da questo momento appartengono a me, e che nessuno osi rimuoverle
per rovistarvi dentro. Se qualcuno osasse disobbedire a questo ordine,
in luogo d’un compenso avrà una pena.

L’incendio durò sette giorni, distruggendo gran quantità di casupole,
di palazzi e di luoghi sacri. La distruzione di questi ultimi suggerì
a Nerone, per scagionar sè stesso, l’infame calunnia, che si dovesse al
fanatismo dei cristiani l’estensione del fuoco.

Per suo ordine molti di questi infelici furono catturati e messi a
morte fra le imprecazioni della plebe.

E i poveri cittadini, colpiti dalla sventura, perdettero tutto quello
che di prezioso avrebbero potuto dissotterrare dalle macerie. Furono
largamente ricompensati, è vero, ma in gran parte col loro stesso
denaro.

Dall’effimera generosità s’erano lasciate abbacinare le stesse donne di
Nerone.

Agrippina, ch’era ritornata da Bauli, intenta sempre a riconquistare il
cuore del figlio, andò quella stessa mattina a congratularsi con esso,
e i suoi elogi furono accompagnati da sì artifiziose moine, da render
gelose la moglie e la concubina.

Ottavia difese l’operato del marito contro le censure, che Menecrate
aveva udite e ripeteva a lei. D’una sola accusa quell’anima gentile non
lo difendeva, il massacro dei cristiani.

Atte infine, benchè inorridita ancora dalla rivelazione di Sporo, si
mostrò ammirata per quell’atto magnanimo, e ne diede all’amante ampia
mercede amorosa.

Le donne innamorate volontieri dimenticano, scusano e perdonano.

Ma i biasimatori, di cui aveva parlato Menecrate, erano di molti, e le
loro censure esprimevano in tutti i modi pubblicamente in prosa e in
versi, che venivano divulgati nei pubblici ritrovi.

La plebe però non ci badava, ed entusiasmata del suo Imperatore, lo
acclamava tutte le volte che si mostrava per le vie.

Contento di ciò, Nerone non si dava per inteso nè delle critiche nè
delle satire.

Avvenne un giorno quello che Menecrate gli aveva annunziato.

Una mattina tornava in gran pompa al palazzo dei Cesari su cavallo
riccamente bardato. Lo accompagnavano la moglie, la madre, Seneca,
Burro, i due Consoli, i Senatori ed altri dignitari della Corte e dello
Stato.

Pressochè tutti addimostravano in volto grande preoccupazione.

Il turbolento popolo d’Alessandria non cessava dal ribellarsi al
dominio romano, malgrado la sanguinosa repressione subita sotto Giulio
Cesare l’anno 47 avanti G. C.

S’era finalmente stabilito di spedire altre milizie in Egitto, per
domare nuovamente i ribelli, e Claudio Nerone doveva porsi alla testa
delle legioni.

Questa spedizione non gli sorrideva; ma aveva finito per cedere alle
esortazioni del Senato.

La notte, che precedette il giorno destinato alla visita dei templi
per implorare il patrocinio dei Numi, i sonni suoi erano stati turbati
da visioni spaventose, talchè, balzato dal letto, aveva chiamato i
liberti, e benchè fosse ancora notte chiusa, ordinava loro di condurgli
l’astrologo Babilo.

Costui venne di fatto, e credendo di fargli cosa grata, dichiarò nullo
il significato di quei sogni, assicurandogli il favore degli astri.

Nerone avrebbe preferito oracolo diverso. Fece però buon viso a sorte
avversa, e si recò nei templi.

In quello di Giove lo attendeva il Pontefice Massimo circondato
dai Sacerdoti, dagli Auguri, dai Flaminii, dagli Aruspici ed altri
assistenti.

Pregò lungo tempo, stando in piedi davanti alla statua del Nume colle
braccia distese verso il cielo, le palme aperte e avvicinate l’una
all’altra, come usavano i romani nel _precatio_.

Dopo altri luoghi sacri andò al tempio di Vesta, e sedette davanti al
delubro su ricco solio tra quelli della moglie e della madre.

Le Sacerdotesse col _carbaso_ (corta tunica di lino), la stola, il
bianco _suffibulo_ delle cerimonie, formato da un lenzuolo di panno,
che loro copriva la testa, ed era appuntato sotto la gola con una
fibbia, stavano aggruppate entro il delubro rischiarato dalla fiamma
del sacro fuoco.

Nerone, nel levarsi in piedi, per cominciare il _precatio_ si sentì
trattenuto indietro.

Si fe’ pallido in volto e ricadde seduto.

Il lembo della veste s’era impigliato in un fregio del solio.

Come se questo presagio non bastasse a preoccuparlo, altro accidente
gli occorse subito, che accrebbe in lui lo spavento.

Liberata da quell’impaccio la veste, tornò ad alzarsi, ma con stupore
grandissimo degli astanti lo si vide rimanere immoto, a premersi la
destra sugli occhi, appoggiando la sinistra sulla spalla d’Ottavia.

— Claudio, che hai? — mormorò questa tutta commossa.

— Un velo davanti agli occhi. Più nulla discerno. Usciamo dal tempio.

E mosse verso il _pronao_.

Ottavia lo sosteneva sempre, Agrippina gli era accanto, gli altri
seguivano aggruppati insieme, e dimandandosi a vicenda cosa fosse
accaduto.

Uscirono anche le Vestali, alcune delle quali passarono a poca distanza
da Atte, che insieme alle due nutrici di Nerone era venuta a veder la
cerimonia.

Dopo aver mirato una di quelle vergini, strinse convulsamente il polso
d’Egloga mormorando:

— Numi possenti! Mi par dessa.

— Chi? — dimandarono Egloga ed Alessandria.

— Rubea.

Appena uscito all’aperto sparì il momentaneo turbamento di Nerone, che
rimontò a cavallo e si diresse verso il palazzo dei Cesari.

Ecco le ragioni per cui tutti se ne tornavano imbronciati.

Lungo il tragitto, il popolo che accorreva da tutti gli sbocchi delle
vie per vedere il corteo, acclamava all’Imperatore, e ad alte grida
dimandava d’udirlo cantare prima della sua partenza.

Questo bastò per rasserenare il divo Cesare, che ringraziava volgendo
la testa a dritta e a manca, ed esprimendo con dei sorrisi la promessa
di soddisfare a quel desiderio.

Le due Imperatrici fingevano d’essere contente per fargli piacere, ma
gli altri assumevano aspetto più severo che mai.

Tornato in casa, e preoccupato dai sinistri presagi, non fidandosi più
di Babilo, fece venire Simone il mago, pel quale nutriva ammirazione
grandissima.

Questo ciurmadore, nato nel Borgo di Gitton in Samaria, dopo essersi
fatto battezzare dal Diacono Filippo, dimandava all’Apostolo Pietro
cosa si pagasse per aver il dono di parlare tutte le lingue. Pietro
malediceva lui e la sua offerta[36] ed egli, lasciata la Samaria, aveva
cominciato a viaggiare, meravigliando le turbe co’ suoi prodigi; ed era
venuto in Roma, dove aveva conquistato l’animo di Nerone, mercè nuove
ciurmerie e millanterie, tra cui la promessa di volare un giorno alla
sua presenza.

Quando comparve, Nerone gli disse:

— O Simone, può la tua magica potenza con qualche esorcismo scongiurare
i sinistri presagi?

Il furbo, che aveva già inteso dire come a Nerone poco andasse a genio
quel viaggio, chiese dapprima di quali presagi si trattasse, e come
ebbe inteso dei sogni spaventosi e dell’incidente occorso nel tempio di
Vesta, rispose:

— Non valgono esorcismi atti a combattere la volontà degli Dei.
Questa chiaramente s’espresse, e se vuoi, o divo Cesare, sottrarti a
conseguenze funeste, conviene che tu rimanga.

Il mago ebbe larga ricompensa per questa risposta, che riescì gradita
non solo a Nerone e alla sua famiglia, ma eziandio agli altri amici.

Anneo Seneca, e lo stesso severo Burro convennero esser prudente
consiglio il rimanere.

Atte, più di tutti, ne fu lieta, e quand’essa si trovò sola con Nerone,
mostrò giubilo così grande, ch’egli entusiasmato per tanto amore,
esclamò:

— A te, a te, il diadema imperiale, o divina creatura.

Sentendo poi, come a lei fosse parso di riconoscere Rubea tra le
vergini Vestali, le promise, benchè a malincuore, che avrebbe mandato
Aniceto ad assumere informazioni.

Atte chiese in grazia d’andar essa stessa insieme ad una delle due
nutrici, temendo che Nerone dimenticasse la promessa, come non aveva
tenuta quella di far ricerca della famiglia Laterano.

Non l’aveva dimenticata il suo amante, ma a lui spiaceva, per gelosia,
che Atte ritrovasse Rubea, sospettando nell’anima sua depravata
qualcosa di turpe nella loro amicizia.

Quel giorno però pensò fra sè:

— Se Rubea è Vestale nulla più temo.

Ed accondiscese.

Al mattino seguente la citarista, accompagnata da Egloga e da Aniceto,
si presentò all’abitazione delle dodici Vestali.

L’Ostiario, ch’era un vecchio soldato e che stava lavando alcuni arredi
destinati al culto, rispose alla loro dimanda esservi veramente una
Sacerdotessa di questo nome tra le vergini, che nel primo decennio
apprendono le cose attinenti al loro ministero.

Chiesero di vederla e l’altro dimandò chi fossero.

Atte, che teneva al piacere d’essere riconosciuta dalla sua sorella di
latte,

— Ditele, — rispose, — che l’attende un’amica a lei dilettissima.

E siccome il vecchio esitava, Aniceto colla burbanza del cortigiano,
gli ordinò d’ubbidire, venendo essi mandati da Cesare.

L’Ostiario passò nell’interno del recinto, e dopo lungo attendere,
li condusse nell’_opistodomo_[37] dicendo loro che fra poco si
presenterebbe la vestale Rubea.

Atte giubilava al pensiero di riabbracciare l’amica del suo cuore.

Misera! A quale doloroso disinganno era serbata.




CAPITOLO VII.

Rubea.


Plauzio Laterano, lasciata Roma fin da giovinetto, erasi recato in
Acaja per esercitar la mercatura, ed ivi imbattutosi in una dama di
Corinto vedova e giovine, quantunque di due o tre anni a lui superiore,
l’aveva sposata, ed un anno dopo il matrimonio nasceva Rubea.

Non essendo la moglie di fibra robusta, Plauzio volle che la bambina
fosse affidata ad una nutrice e questa fu la madre d’Atte.

Quantunque il commercio dei grani gli procacciasse sempre nuove
ricchezze e l’aria balsamica di Corinto fosse oltremodo salutare a lui
ed alle sue donne, si decise a partire e tornarsene in Roma.

E questa risoluzione egli prese, più che per desiderio di lasciar
la Grecia, per soffocare in sul nascere il primo amore della sua
fanciulla, innamoratasi d’un giovine greco e per condizione e per censo
indegno di lei.

Rubea aveva allora quindici anni. L’indole di lei non era di quelle
facili a piegarsi, disposta a dimenticare. Non per capriccio, non per
passatempo, nè per smania di marito, come il più sovente avviene nelle
fanciulle, essa amava il suo damo; ma sibbene per quella vera passione
che non si estirpa facilmente dal cuore.

Cercò dapprima d’intenerire il padre; ma quando lo vide inesorabile
alle preghiere sue e a quelle della madre, non profferì più detto, non
versò una lagrima, e seppellì nell’anima il rammarico del rifiuto, e il
dolore della separazione dal giovine amato.

Carattere fiero oltre ogni dire, essa del suo sentimento non aveva
messo a parte che i genitori, nessun altro, neppure la sorella di
latte, a lei così cara.

Le angosce poi, non confidò ad alcuno.

Giunti in Roma presero dimora in una villa a poca distanza dalla
città, non essendo pronto ancora il palazzo, che Plauzio Laterano stava
facendo costruire, e che da lui doveva prendere il nome.

Erano arrivati da un anno, e quando Plauzio, vedendo che la figlia
mai dell’amante perduto non faceva parola, credeva che lo avesse
dimenticato, questa esternò tanto a lui che alla madre un fermo
proponimento che li fe’ rimanere di sasso.

Ogni anno alle calende di maggio si celebrava in Roma la festa della
Dea Bona, che custodiva la castità, e dava lo spirito profetico.

Erano al rito ammesse le sole donne, che in quella circostanza
fingevano avversione per l’altro sesso, e ciò per imitare la Dea, che
aveva sempre respinto da lei il marito Fauno.

Era costui un Dio, ma forse un brutto Dio.

Rubea pregò la madre di condurla a quella festa, che si celebrava di
notte nel palazzo del Pretore, e la madre, la quale afferrava ogni
occasione per distrarre la figlia dalla sua tristezza, accondiscese di
buon grado.

Nel mezzo del pretorio sorgeva il simulacro della Dea colla testa
coronata di pampini ed attorno ai piedi attorcigliato un serpente,
simbolo della vendetta del Dio, che per punirla dei continui rifiuti ai
suoi abbracciamenti, l’aveva cangiata in rettile. Davanti alla base era
un _mellario_ colmo di vino; e questo doveva ricordare la disobbedienza
di Bona, quand’era ancora in terra, alla legge che vietava alle donne
di bere vino.

Per questa colpa Fauno l’aveva uccisa con un bastone di mirto, e poi
pentitosi, la innalzava all’onore della divinità.

Quel vino veniva chiamato latte, perchè dovendo berne tutte le astanti,
s’univa l’idea dell’astinenza all’ubbriachezza che la cerimonia
imponeva.

Il pretorio era tutto rischiarato da faci e adornato all’intorno per
cura delle Vestali con festoni di fiori freschi e frutta.

V’erano là riunite, matrone, spose, fidanzate e fanciulle, che tutte
s’inginocchiarono, allorchè la Vestale _Damiatrice_ e le altre vergini,
vestite di bianco, si prostrarono davanti al simulacro.

— Oh come sono belle quelle Vestali, e come devono essere felici! —
mormorò Rubea all’orecchio della madre.

— Silenzio, o figlia, — rispose questa, — che la preghiera incomincia.

La somma Sacerdotessa, dopo avere ricordati i repulsi della
castissima Dea alle procaci voglie di Fauno, il sangue versato da
lei per mantenersi incontaminata, e il premio avuto nello splendore
dell’Olimpo, le pregò a tener salde le prische virtù di Roma e renderne
il popolo gagliardo sempre ed invitto.

Queste parole, accompagnate da una antichissima cantilena del Lazio,
furono ripetute in coro da tutte quelle donne, la maggior parte delle
quali non erano certo disposte a seguir l’esempio della Dea.

Terminata la preghiera, la _Damiatrice_ cominciò il sagrifizio,
chiamato _Damium_, da _Damia_, altro nome di Bona.

Furono immolate galline d’ogni colore tranne il nero. Dopo di che, le
più giovani Vestali immersero delle coppe d’oro nel _mellario_ e le
portarono in giro, ricolme di vino, dando da bere a tutte, finchè fu
vuotato il vaso.

Allora, la Vergine che aveva compiuto il sagrifizio, gridò:

— Evviva il frutto di Bacco!

A questo grido le più sfrenate e briache si sciolsero i capelli, si
strapparono di dosso le vesti, e rimaste con una sola pelle d’animale
messa a tracolla, che lasciando nuda una parte del seno, scendeva
loro fino ai ginocchi, cominciarono una danza vertiginosa intorno al
simulacro accompagnandosi con cimbali, sistri e nacchere.

Naturalmente la moglie e la figlia di Plauzio Laterano, come molte
altre, non presero parte a quella danza bacchica.

Rubea non levava mai gli occhi dalle Vestali, che conservando il
dignitoso contegno, uscirono a due a due accompagnate dai littori per
tornare alla loro casa.

Spuntava l’alba, allorchè la fanciulla e sua madre montarono nel carro.

Durante il tragitto dal palazzo del Pretore alla villa, Rubea non
fece che parlare delle giovani Sacerdotesse, chiedendo alla madre
quali fossero i loro riti, i loro privilegi; e la madre ingenuamente
soddisfece alla sua curiosità tributando encomii grandissimi alle
austere vergini.

Due giorni dopo Rubea dichiarò che voleva farsi Vestale.

I genitori, colpiti da questa risoluzione, la osteggiarono più che da
loro si potesse. Non avevano che quell’unica figlia, che poteva formare
la felicità del più cospicuo giovine patrizio colla sua coltura, colle
sue grazie, colla sua splendida bellezza.

Atte aveva detto il vero, asserendo all’Imperatore che Rubea non
avrebbe potuto mostrarsi per le vie di Roma senza essere ammirata da
tutti.

E quella ricca capellatura castagnina di lei, che sciolta le ammantava
tutta la persona, quegli occhi d’azzurro profondo, ai quali facevan
cortina lunghe palpebre scure; quella bocca divina, quelle carni che
sembravano di trasparente alabastro, quelle forme fidiache, dovevano
dunque rimanere tesori nascosti all’amore degli uomini?

La fanciulla così voleva, e gli austeri rifiuti del padre, le tenere
espressioni e i consigli materni non valevano a rimoverla dal suo
proposito.

— La mia patria podestà può impedirtelo, — diceva Plauzio.

— E vorresti, o padre, — rispondeva Rubea, — togliermi così l’unica
felicità che mi sorride nell’avvenire?

— Tu sei, — soggiungeva la madre colle lagrime agli occhi, — il solo
bene ch’io possieda in terra, e tu crudele me ne rendi priva.

— Ma il tuo amore, — rispondeva la figlia, — non preferisce di vedermi
casta, tranquilla e felice, in quel sacro recinto, piuttostochè avermi
qui mesta e sventurata?

La tenace fanciulla vinse, e sua madre, sacrificandosi, come tutte le
madri amorose, s’unì a lei nel supplicare il marito ad acconsentire.

Plauzio, prima di cedere, forse per prender tempo, volle consultare
un _Estispice_[38] per conoscere se il voto della figlia fosse gradito
agli Dei e se sarebbe essa veramente felice.

Con grandissimo rammarico del Laterano, l’oracolo fu favorevole a
Rubea, che pochi giorni dopo, indossava la stola ed il carbaso della
Sacerdotessa di Vesta.

Aveva allora diciassette anni e ne contava ventuno quando venne a
trovarla Atte.

Allorchè si presentò nell’_opistodomo_ tutta vestita di bianco
colla fronte stretta nell’infula sacra legata dietro la nuca, dalla
_vitta_[39] di cui le scendevano le _tenie_ (o frangie) dietro le
spalle, colla candida tunica sotto cui si disegnavano le maestose
forme, fe’ rimanere attoniti non solo Aniceto ed Egloga, ma la stessa
Atte che la conosceva diggià.

Essa corse verso Rubea, ch’erasi fermata sulla soglia guardandola, e
andò per abbracciarla.

La Vestale però le fe’ cenno d’arrestarsi, dicendole sotto voce, perchè
gli altri due non udissero:

— Una schiava greca per nome Atte, mandata in dono dal Governatore
Gallione, come citarista alla diva Ottavia, divenne l’amante di Claudio
Nerone.

A queste parole Atte rimase un poco sorpresa, e muta.

Quindi invitò Aniceto e la Egloga a ritirarsi, e come furono partiti,
rivolse a Rubea queste parole:

— E se quella io fossi?

— Allora la Sacerdotessa di Vesta non potrebbe più stringere fra le sue
braccia la sua sorella di latte.

— Si vede che tu non amasti mai.

— T’inganni, amai per la prima e l’ultima volta. Seppi sacrificare
il mio affetto all’obbedienza. Queste sacre bende ti dicano che seppi
anche conservarmi casta.

— Forse lo sarei stata anch’io, ove altro temperamento m’avesse
concesso natura, ove più benigno mi si fosse mostrato il destino.
Questo figlio della notte e del caos volle invece che fosse ardente
l’anima mia, che fossi una povera schiava, esposta a tutti i perigli, a
tutte le seduzioni, orfana, sola, senza appoggio alcuno, venduta come
merce, dovendo lottare continuamente per mantenermi incontaminata.
Resistetti, ad onta di ciò, perchè non amavo, e perchè, lo confesso,
ero superba della mia bellezza, superba dell’arte mia. Finalmente
quando l’amore e l’ambizione vidi in me lusingati, fui vinta, perchè
non mi sentii capace di combattere. Ho peccato, sì, e so bene che
merito disprezzo, che i Dei mi puniranno; ma al gastigo che tu oggi
m’infliggi non m’aspettava.

— Eppur dovevi prevederlo.

— È vero, — rispose Atte, con amarezza, — perchè mentr’io non sognava
che te, ed attendeva ansiosamente una persona, una lettera, che mi
desse notizie tue, tu avevi bandita dalla tua mente la tua sorella, ed
ora ti sei ricordata di lei per disprezzarla.

— Non potei darti contezza di me in questi cinque anni, perchè mio
padre m’aveva vietato di corrisponder teco, credendoti a torto complice
nel misero amor mio. Non fosti però mai dimenticata da me, e allorchè
mi nacque il sospetto che la citarista giunta da Corinto, e che divenne
l’amante di Claudio Nerone fosse la mia sorella di latte, ne provai
profondo dolore, e pregai la Dea perchè risultasse ingiusto il mio
sospetto. Invece tu stessa mi confermasti la triste realtà.

— Ed ora mi disprezzi?

— E qual altro sentimento vorresti tu che provasse la Sacerdotessa di
Vesta per una cortigiana?

— Il compianto.

Rubea sorrise amaramente.

— Sì, — riprese Atte, — il compianto per una infelice che acciecata
dalla passione cadde nell’abisso dell’infamia.

— E perchè almeno non te ne ritrai? Perchè non cadi ai piedi della
tradita Imperatrice, e non ne implori il perdono? Perchè non fuggi
lontana dal palazzo dei Cesari, e non lavi la tua colpa con una vita
d’espiazione?

— Non me lo consentono nè la prepotente passione di Cesare, nè l’anima
mia perdutamente innamorata di quell’uomo fatale.

— E non è la tua piuttosto frenesia ambiziosa, che ti fa amare, più che
l’uomo, il potente Imperatore?

— Non accusarmi di questo, o Rubea. Ch’io rifuggissi sempre dall’idea
di concedere il mio cuore e la mia bellezza ad oscuro mortale, è vero;
ma io sognava cospicui sponsali, la mia ambizione era questa. Venni in
Roma entusiasmata già dai racconti che udiva in Acaja, sulla grandezza
e sulla generosità di Nerone. Il primo dì che lo vidi mi rese libera,
m’affascinò col suo magnanimo contegno verso di me, colle sue lodi, col
parlar lusinghiero, e fui sedotta, mi copersi d’infamia, e mi preparai
un tremendo avvenire.

— Fuggilo dunque.

— È tardi, me ne manca il coraggio, e conviene ch’io trangugi fino
all’ultima stilla il calice amaro del mio peccato.

— Disgraziata!

— Tu nata da nobile lignaggio, tu cresciuta sempre al fianco di tua
madre tra le carezze e gli agi, non comprendi come possa una fanciulla
essere contaminata, com’io fui; ma se invece di vagire in una cuna
dorata, le prime tue lagrime fossero cadute su misero vaglio, saresti
forse meno severa colla povera Atte.

— Il cuore mi spingerebbe ad essere indulgente, ma il mio sacro
ministero m’impone il rigore. T’avrò lo stesso, o sorella, nella mente
e nel cuore, e pregherò la Dea che ti tolga dall’obbrobriosa via, in
cui ti sei messa, e quando con una vita di virtù avrai espiata la tua
colpa, ritorna a me, e la pentita avrà quell’amplesso e quel bacio, che
oggi la Vestale deve negare alla peccatrice impenitente. Atte, addio.

E mosse verso la porta d’ond’era venuta.

— Addio, sorella, — mormorò l’altra con voce soffocata dal pianto.

Quando raggiunse Egloga ed Aniceto, quest’ultimo, vedendola mesta
ed avvedendosi che aveva pianto, le dimandò come l’avesse accolta la
Vestale, cosa le avesse detto.

Essa rispose bruscamente:

— E a te che importa?

E l’altro si tacque.

Atte aveva divisato di nulla riferire a Nerone dell’accoglienza avuta
da Rubea, e delle severe parole rivoltele; o per lo meno mitigar l’una
e le altre, temendo che Nerone salisse in furore, e per vendicar lei
dell’umiliazione ricevuta, punisse la Vestale.

Essa però aveva fatto i conti senza il malvagio pedagogo.




CAPITOLO VIII.

Il cuore del citaredo.


La legione di seimila fanti e trecento cavalieri, che Nerone doveva
condurre in Alessandria, partiva quel giorno stesso per imbarcarsi.

Nel porto di Napoli stavano pronte alcune navi lunghe, che dovevano
servire a trasportare le milizie, le _onerarie_, già cariche di viveri,
attrezzi guerreschi ed altro, e la trireme destinata all’Imperatore.

Questa però più non serviva, perchè il comando era stato affidato ad
uno dei Consoli, e Nerone restava.

Più non curando i torbidi dell’Egitto, lieto d’aver rinunziato alla
gloria delle armi per occuparsi della problematica gloria artistica,
volse subito in mente il progetto d’accontentare la plebe, di cui
l’ovazione quella mattina aveva tanto solleticato il suo amor proprio.

Divisò di dare una festa al popolo nei giardini del palazzo, e là,
insieme ad altri musici, prodursi nel canto, nel suono di varii
istrumenti, e nella declamazione.

Non dubitava di suscitare entusiasmo; ma, per renderlo più sicuro,
conveniva fosse limpida e forte la sua voce, come egli si lusingava
averla sortita da madre natura.

Non fidando di sè stesso, volle esserne accertato da altri.

Prese la cetra, e s’incamminò verso le stanze d’Agrippina, perchè
l’udisse cantare, e giudicasse s’era in grado d’affrontare il cimento.

Ricordandosi poi come la madre, unitamente a Seneca e Burro l’avessero
spesso distolto dall’offrirsi a spettacolo, tornò indietro e andò a
trovare la moglie.

— E Menecrate? — dimandò entrando.

— Oggi non si presentò.

Il poeta Marco Anneo Lucano, che stava leggendo all’Imperatrice un
brano del suo poema _La Farsalia_, disse d’aver incontrato il citaredo
a poca distanza dalla casa Augustale, e ch’era retrocesso, sentendo da
lui che Ottavia lo aveva invitato a farle quella lettura.

Nerone ordinò che s’andasse tosto in cerca di Menecrate.

Poi, rivolto a Lucano, proseguì:

— Ed intanto che lo si aspetta, tu, o Marco Anneo, continua a leggere,
che io con piacere infinito udrò l’armonia del tuo verso, il tuo stile
robusto.

Ed ascoltò attentamente, prorompendo di tratto in tratto in
esclamazioni di lode.

Decisamente l’ovazione popolare aveva esaltato in lui più che mai
il sentimento artistico e ravvivato quello della cortesia e della
generosità.

La stessa Ottavia, che perduta ancora una volta la speranza d’un erede,
non aveva da molto tempo udita una parola soave, ebbe da lui sorrisi,
tenere frasi, e premurose dimande. Chi più sentì l’effetto di questo
momentaneo cangiamento fu Menecrate.

Appena egli comparve, Nerone gli disse d’averlo fatto chiamare perchè
udisse il suo canto, e giudicasse se fosse in quel momento nella
pienezza della sua voce, talchè questa potesse sorprendere il popolo,
che chiedeva d’udirlo a cantare.

E accompagnato dal citarista sul salterio, intuonò un inno, sfoggiando
nei più arditi degli ottocento quarantacinque segni di cui era composta
la musica romana.

Com’ebbe terminato, attese il giudizio.

Ottavia per compiacenza e Lucano per adulazione approvarono.

Quanto a Menecrate, sapendo come dovesse spiacere ad Ottavia quello
spettacolo, a cui voleva esporsi il marito, disse che il timbro della
voce poteva addivenire anche più forte col riposo, e che conveniva
indugiare qualche dì, prima d’accondiscendere ai desiderii del popolo,
per render così l’effetto sicuro.

Il presuntuoso prese tutto per buona moneta, e — Seguirò, —
disse, — il tuo consiglio, o Menecrate, e poichè fosti il primo ad
annunziarmi l’ovazione di ieri, voglio ricompensartene col farti dono
della villetta sulle Esquilie, che quasi miracolosamente fu salva
dall’incendio.

Menecrate rispettosamente rifiutò.

— Oh, per gli Dei, — esclamò l’Imperatore, tra sorpreso e crucciato, —
è questa la prima volta che si osa respingere la generosità di Cesare.
È la tua, o citarista, se non modestia, somma alterigia.

— Nè l’una cosa, nè l’altra, o divo Cesare; i tuoi doni convien
meritarli, ed io ho la coscienza di nulla aver fatto per questo.
Non feci che ripeterti ciò che intesi. È gloria questa che meriti un
premio? Cosa darai tu allora a chi espose la vita per la grandezza di
Roma? Tu sei padrone di ricompensare chi ti piace quando ti piace, come
ti piace, ma lascia a me la libertà di rifiutar un guiderdone, che può,
anche non meritato, riescire accetto a patrizio dovizioso, ma che a
tapino quale son io peserebbe, come un’elemosina.

Nerone, che lo aveva ascoltato in silenzio, fissandolo alquanto
accipigliato, gli disse:

— Censuri Cesare, esalti te stesso, e sostieni di non esser orgoglioso?

— Io mi rivolsi alla magnanimità tua e le dissi non sprecare i tuoi
doni inutilmente, e lascia al misero citaredo il tempo di meritarli,
e ch’egli continui intanto a chiedere un pane per sè, per la vecchia
madre all’arte sua. — Perdona, o divo Cesare, ma qui non v’è censura
per te, non alterigia da parte mia. È l’umiltà dignitosa, che esalta la
prodiga generosità.

Nerone, avvezzo all’insaziabile avidità de’ suoi cortigiani e alle loro
menzogne, non credeva sinceri l’umiltà ed il disinteresse di Menecrate,
non veritiere le sue parole.

Purtuttavia lusingato da quelle si calmò un poco in lui l’interno
sdegno per l’offesa arrecatagli con quel rifiuto, a cui egli attribuiva
qualche altro ignoto movente.

E forse, come vedremo tra poco, non s’ingannava.

— Se quanto asserisci è realtà, ti lodo, — disse levandosi in piedi, —
e ti perdono l’offesa.

— E quale offesa, o Cesare?

— Quella del rifiuto.

Il citaredo voleva scusarsi ancora: ma Nerone non gliene diede il
tempo, perchè rivolto a Lucano, lo invitò a passare con lui nella
sua zotheca, che voleva dargli a leggere un brano d’una sua tragedia,
ch’egli stava componendo per cantarla in publico.

Baciata la moglie, si rivolse ancora a Menecrate, e — Ricordati, — gli
disse, — che una seconda offesa non perdona Nerone. Vale.

Ed uscì, seguito da Lucano.

Come furono soli, Ottavia osservò a Menecrate com’egli si fosse male
apposto, rifiutando il dono imperiale.

— Io, — rispose risoluto il citaredo, — nulla voglio da Claudio Nerone.

— E perchè?

— Perchè ti rende infelice.

— E chi può asseverar ch’io lo sia?

— Roma intera lo ripete indignata.

— E quand’anco ciò fosse, a te che importa?

— O divina Ottavia, il mio affetto, la mia devozione per te non han
limiti. Adoro chi t’apprezza, chi ti disprezza detesto. So bene che il
culto d’un misero quale sono io, non può salire fino a te; ma non per
questo io t’abbandonerò, dovesse arrivar la mia abnegazione fino al
sagrifizio della vita.

Menecrate non aveva mai parlato così aperto, e Ottavia, quantunque
già presentisse d’essere amata, rimase sorpresa da quelle tenere
espressioni, che neppure alla più onesta e ritrosa delle donne riescono
sgradite.

Fingendo di non interpretare quelle parole a senso di dichiarazione
amorosa, gli rispose:

— Ti ringrazio, o Menecrate, di questi tuoi sentimenti per me, ma non
voglio che ti rendano ingiusto ed ingrato verso l’Imperatore. Avrei
desiderato che fosse vera e non mentita modestia che ti spingeva
a rifiutare il dono. Non avresti così offeso doppiamente Nerone
respingendo la sua generosità ed ingannandolo.

— E ciò t’addolora?

— Sì e per esso e per te.

— E di me che ti cale?

— Sarebbe egoismo il mio se rimanessi indifferente davanti allo sdegno
di Nerone, che tu provocasti. Bada, o fido Menecrate, che l’ira sua fa
spavento.

— Ma è così grave delitto in Roma il ricusare una mercede che non fu
meritata?

— Delle tue parole egli non rimase convinto e tolgano gli Dei che non
abbia ascritto a disprezzo il tuo rifiuto.

— Ebbene, scagli pure su me i fulmini suoi. La persecuzione, i
supplizii, la stessa morte non cangeranno la mente ed il cuore del
tuo fedel citaredo, che a te sola li consacrò. Non adirarti, o divina
Ottavia, e lascia che ogni tua gioia mi renda felice, ch’ogni tua
sventura m’addolori.

— È chiaro il senso delle tue parole, — rispose l’Imperatrice, tra
severa e commossa. — Benchè mi sia riuscito grato il loro suono, debbo
dimenticarle; come dimentico le soavi melopee della tua cetra dopo
esserne stata commossa. Ti perdono, perchè so che l’amore non conosce
distanza di grado e di natali, ma a patto che non ti sfugga più mai dal
labbro un solo detto, che riveli il tuo segreto.

Menecrate, piegando un ginocchio e distendendo la mano verso Ottavia,
esclamò:

— Ti giuro per gli eterni Dei, che lascerò consumar lentamente la
mia vita da questa fiamma, senza mandare un lamento, lasciando che tu
t’avvegga del muto sagrifizio dell’anima mia.

Son così dolci per un cuore straziato le proteste d’amore, anche
non amando, che a Ottavia era mancato il coraggio di respingere
sdegnosamente il sentimento dell’umile citaredo.

Nell’uscire dalle stanze d’Ottavia con Lucano, così parlava a questi
Nerone:

— Cosa ti sembra di questo audace _fidiceno_[40] che osa ribellarsi
alla mia volontà?

— Ma delle ragioni che addusse tu devi essere, o Cesare, più ammirato
che offeso.

Questo, rispose Lucano, ch’era giovine franco e dabbene, e non adulava
mai quando l’adulazione poteva riuscire di danno ad altri.

— E a quella ragione tu presti fede? — dimandò l’altro sogghignando.

— Sì, o divo Cesare.

— Ed io invece ne sono così poco convinto, che se egli non fosse
protetto dall’Imperatrice lo manderei nel carcere Mamertino a divertire
colla cetra i prigionieri cristiani.

Giunti nella zotheca, non volendo Nerone stancare la voce, diè a
leggere a Lucano i brani della sua tragedia, che il poeta per fargli
piacere molto lodò ed ebbe a mercede delle lodi un anello.

Lo condusse poi nel suo studio di scultura, vasta sala piena
d’attrezzi, di cavalletti, e dove alcuni giovani artisti stavano
abbozzando sulla creta o plasmando col gesso di Parigi le statue,
i busti, i vasi e le _anaglipte_[41] ch’egli doveva terminare o coi
scalpri portavano a compimento le opere incominciate.

Fra i lavori già scolpiti eravene uno d’osceno soggetto e di pessima
fattura. Rappresentava Nerone e Sporo nudi ed abbracciati. Di
quest’opera Nerone andava superbo, e ne faceva ammirare le bellezze a
Lucano, che per non essere costretto a lodare o criticare, ascoltava e
taceva.

Uscendo dal palazzo dei Cesari, egli diceva fra sè:

— Ed è a codesto mentecatto che sono affidate le sorti dell’Impero
romano!!

Nerone, tornato nel suo appartamento, non d’altro preoccupato che
della sua voce, svestita la tunica, applicò sul petto la lamina di
piombo, e si distese bocconi sul lettuccio, e per godere una piacevole
sensazione, senza affaticarsi, si faceva solleticare la nuca dalla mano
di Sporo, che aveva dovuto a malincuore indossar nuovamente le vesti
femminili.

Fu in quella giacitura che lo trovò Aniceto, tornando dal Collegio
delle Vestali.

Atte addolorata per l’accoglienza fattale da Rubea s’era ritirata nella
sua cella, quando si presentò da lei Sporo, e le disse che l’Imperatore
la chiamava. Nello stesso tempo ravvisò ch’eragli parso imbronciarsi
quando il pedagogo gli aveva riferito di non esser stato presente al
colloquio, perchè fatto uscire insieme ad Egloga dall’_opistodomo_,
e come essa Atte nulla avesse voluto ripetergli delle cose dette fra
loro.

— Malvagio delatore! — mormorò Atte con sdegno.

E scese insieme al giovinetto.

Appena comparvero, Nerone rimandò Sporo, e presa Atte per un braccio le
disse:

— Io ti diedi a compagni Egloga ed Aniceto. Perchè ti allontanasti?
Cosa diceste, cosa faceste con quella Sacerdotessa, che gli altri non
potessero udire e vedere?

La citarista fissandolo accigliata, dimandò:

— Il tuo pedagogo non ascoltò forse dietro la porta com’è suo ufficio?

— Non schermirti, rispondi.

— Cosa devo rispondere a te che alla virtù non credi e non sospetti che
il male?

— Non farmi adirare, non costringermi a punirti.

— E tu, o Cesare, non soffocare con siffatti modi l’amore immenso che
pur troppo ti porto. Se questo non mi trattenesse ora, fuggirei le
mille miglia lungi da te. Io ti diedi il mio cuore, il mio corpo, ma
non il diritto d’insultarmi, di minacciarmi. Cosa sospetti tu, dimmi?

— Uomo geloso non ragiona.

— Allora, a che monta ch’io ti dica la verità, poichè non la crederai?

— Infine perchè voleste rimaner sole?

— Perchè Rubea non volle che vi fossero testimonii in un colloquio tra
la vergine Vestale e la concubina di Cesare.

— Dunque essa aveva severe cose a dirti?

— Quelle parole pie, colle quali una vergine dedicata al culto della
casta Dea cerca di redimere la sorella peccatrice.

— Ma tu non ascoltasti i suoi suggerimenti.

— Come lo poteva il mio cuore, ingrato Claudio?

— Ma se ella continuasse ad insistere forse....

— Non temere, — interruppe Atte, — noi non ci vedremo mai più.

— Forse la rivedrai un giorno genuflessa ai tuoi piedi colle altre
compagne.

— Indovino il tuo pensiero, ma rimuovilo pur dalla mente. Troppo
graverebbe sul capo della schiava il diadema imperiale. Se un giorno
tu mi porrai in non cale, come ora fai della diva Ottavia, preferisco
esser reietta come amante e non come sposa.

— Lascia che siano portate a recapito le indagini che ordinai a
Gallione, e vedremo.

Atte tentennò il capo negando.

E così la scena tanto bruscamente incominciata finì in amoroso
colloquio.

Un giorno tra le none e gli idi di Marzo gran folla di popolo
percorreva gli andirivieni scoperti e i viali del giardino imperiale,
e tutta poi andava ad accalcarsi nell’ippodromo, che s’apriva di fronte
al palazzo.

Davanti a questo era stato eretto un vasto palco, coperto di tappeti
magnifici e di fiori. Due lunghe aste inclinate e sormontate da una
lancia sostenevano il padiglione di seta. A destra e a manca erano due
altri palchi destinati ai patrizii, ai Senatori e alle loro dame.

Costoro non dividevano forse la curiosità della plebe e non erano
accorsi numerosi alla festa.

S’udirono alcuni squilli di tromba e poco dopo per la scala di legno,
ch’era dietro il palco, salì Nerone seguito da Sporo che portava la
cetra ed il flauto, da Atte, e da altri cortigiani, tra cui i citaredi
Terpno e Menecrate, gl’istrioni Dato e Paride, Cercopiteco Panerote, i
liberti Elio e Dorifero, e Spettillo Mirmillone.

Tutte le volte che si presentava in publico la plebe tra i salve
chiedeva a Cesare il canto.

Era il popolo del _panem et circenses_, e questo spettacolo, nuovo per
lui, d’udire l’imperatore a cantare gli sorrideva.

Nerone, non s’era lasciato pregare a lungo, e credendosi in tutta la
potenza della sua voce, fece bandire che gli orti Neroniani sarebbero
aperti al publico, e ch’egli avrebbe cantato.

Seneca e Burro cercavano di dissuadernelo, e quest’ultimo colla
sua brusca franchezza gli addimostrava l’inconvenienza di quello
spettacolo.

Ma ciò non aveva fatto che irritar Nerone e avvalorarlo nel suo
proposito, malgrado le preghiere della madre e della moglie, le quali
sapevano come da molti patrizii e borghesi si giudicasse ridicola
quella scena.

La mancanza d’Ottavia, ch’era in Roma adorata, e la presenza della sua
rivale a fianco dell’Imperatore, raffreddarono alquanto l’entusiasmo
del publico.

In un capannello, dov’era Isidoro Cinico, s’avvicendavano senza posa
i sarcasmi contro l’Imperatore istrione, le improperie contro la
sfacciatezza della concubina e le espressioni d’affetto e di devozione
all’indirizzo della sposa tradita. Molti alzavano gli occhi per vedere
se almeno dietro i vetri delle finestre se ne travedesse l’angelico
volto.

Questa circostanza, e più ancora il canto di quella voce esile e roca
temprarono di molto l’entusiasmo degli spettatori.

Quantunque fosse Nerone abilissimo nel toccar la cetra, il suono
flebile di quell’istrumento poco effetto produsse nel vasto recinto.
Dal flauto poi poca voce egli ricavava e quella poca era più sibilo che
suono.

Il popolo se ne sarebbe adunque tornato assai disilluso, ove
una gradevole sorpresa non avesse riavvivata in lui la scintilla
dell’entusiasmo.

Uno schiavo si presentò sul palco, portando una cesta cilindrica e
profonda e tutta trapunta di fiori.

Nerone s’avanzò, e tolto il coperchio dalla cesta, cominciò a gettare
al popolo alcune polizze di carta _fanniana_[42], sopra ognuna delle
quali era scritto un dono. Chi riusciva ad impossessarsene, guadagnava
o del vino o dell’orzo, o del grano, o gemme, o vesti, o giumente, o
schiavi, o fiere addomesticate o qualche altro oggetto.

Come le spighe al soffiar del vento si piegano verso terra le une
sull’altre, così durante la distribuzione di quelle carte si gettavano
in terra e si accavallavano quei popolani per raccoglierle, saltavano
per prenderle a volo, se le strappavano l’un l’altro, e quali ridevano,
quali minacciavano di venire alle mani.

Era un assordante schiamazzo di cui Nerone godeva.

Come il cesto fu vuoto, la folla, per riconoscenza, chiese di nuovo
d’udirlo a cantare e gli fu larga di frenetiche acclamazioni.

E il divo Cesare tornò contento e superbo nelle sue stanze, e tra le
braccia della citarista si risarcì della lunga astinenza, a cui erasi
condannato per non danneggiar la voce, dovendo esporsi al publico.

Agrippina lagnavasi alcuni giorni dopo con Seneca dell’obbrobrioso
spettacolo dato dal figlio e l’altro rispondeva:

— Preparati, o diva Agrippina, ad obbrobrio maggiore. Leggi.

E le porse una lettera.




CAPITOLO IX.

L’Apostolo.


Il Governatore Gallione scriveva come essendo giunta in Acaja la fama
della maestria dell’Imperatore nella musica, nella declamazione e negli
esercizii di forza e destrezza, s’era divisato di mandargli in dono
tutte le corone acquistate fino a quel momento dai giuocatori greci
e d’invitarlo a recarsi a Corinto per prender parte ai ludi Nemei,
Istmici e Floreali che si stavano preparando pel mese di maggio (che i
Greci chiamavano targellione).

Queste feste erano state ristabilite dal Governatore romano per
ravvivar la vita di Corinto, che distrutta da Silla, era stata
riedificata ottant’anni dopo da Giulio Cesare.

In questi giuochi doveva coronarsi il più forte atleta, il miglior
auriga, il più abile cantore.

Gli ambasciatori, che dovevano portare i doni e l’invito, erano già in
viaggio per Roma.

Codeste notizie turbarono Agrippina, tanto più sentendo da Seneca che
Nerone era deciso ad accettare e recarsi in Acaja.

L’opporsi a questa nuova follia era opera vana, ed essa, che teneva a
non sdegnare il figlio e lo lusingava in tutti i modi, si mostrò decisa
a non tentar la prova.

— Altri — dicendo — gli diano consigli di saggezza, io tacerò.

— E sia, — rispose Seneca, che vedeva ancor esso l’impossibilità di
rinsavire quel pazzo — si lasci correr l’acqua per la sua china.

— Ma Gallione, — rispose l’Imperatrice, — perchè non sconsigliò ai
messi quell’invito?

— E se tu, o diva Agrippina, non osi affrontare l’ira del figlio, come
poteva il Proconsole inimicarsi il popolo di Corinto, e la benevolenza
di Cesare?

Agrippina non seppe che rispondere, e quando ne parlarono ad Ottavia,
questa fece osservare essere ormai l’ultima persona, che avesse
influenza sull’animo del marito, e soggiunse:

— Raccomandatevi alla citarista greca. È lei sola che impera adesso su
Cesare e su Roma.

Nerone attendeva ansiosamente l’arrivo degli ambasciatori, e allorchè
giunsero, fece loro festosa accoglienza e li trattò con amichevole
domestichezza, fino a farli sedere a banchetto con lui.

Un giorno uno di loro, stando a tavola, lo pregò di cantare, ed egli,
tutto orgoglioso per questa dimanda, rispose che solamente i Greci
comprendevano come si dovesse udire il canto, e ch’essi soltanto erano
degni degli studii, dei quali esso si dilettava.

E dopo queste sbuffate d’incenso al popolo d’Acaja, si fe’ portar la
cetra e cantò.

Agrippina per astuzia, Ottavia per istinto gentile, si mostrarono ancor
esse cortesi verso quei buoni figli della Morea; Seneca fu alquanto con
essi riservato, e Burro mal celava il suo dispetto.

Gli altri, cui poco importava se quei messi fossero ipocriti o sinceri,
e Nerone si rendesse ridicolo, risposero _amen_, come sempre, alla
volontà del pazzo tiranno.

Oltre Atte e Sporo, ch’egli volle seco in quel viaggio, furono invitati
a seguirlo gran numero di musici, d’istrioni e di cortigiani.

Cercopiteco Panerote era fra questi, ma prima di decidersi a tener
l’invito rimase lungo tempo in forse tra la prospettiva di suntuosi
banchetti, e la tema di spiacere a Cesare, che lo stimolava ad
accettare, e la paura del mare e i disagi.

Un giorno andò al tempio di Giove per pregare il sommo Nume di
liberarlo da quella incertezza.

Nell’uscire s’imbattè in Isidoro Cinico, che gli dimandò ridendo se
fosse andato a farsi suggerire da Giove qualche gustoso manicaretto.

L’altro, ch’era uomo dì buona pasta, e sopportava qualsiasi scherzo
per non guastarsi il sangue, palesò francamente lo scopo di quella sua
visita al tempio.

— Scommetto, — rispose il Cinico — che il responso ti venne non dal
Tonante, ma dagli oracoli di Stercuzio[43] e Cloacina[44] che devono,
certo, proteggerti.

— O maligno Isidoro, tu mi dai sempre la baia, per la mia passione
epicurea. Cosa vuoi? è così ottima cosa il mangiar bene, ed il ber
meglio! E questa passione finirà per vincere in me la paura, e partirò.

— Parti, parti, o Panerote, così al tuo ritorno potrai narrarci quante
donne abortirono dopo i canti di Cesare.

Cercopiteco si mise a ridere e s’allontanò senza rispondere.

La trireme, che doveva trasportar Nerone da Napoli in Acaja,
per eleganza di forma, per ricchezza di stoffe e di tappeti,
per la profusione di metalli preziosi, per la squisita fattura
dell’_aplustro_, del _chenisco_[45] e degli altri ornamenti, superava
quante altre mai ne aveva immaginate il lusso degli Imperatori romani.

Pelli di tigri, di leoni e di pantere formavano il cubiculo d’Atte, ed
una rete d’oro attaccata a due colonne di bronzo il suo lettuccio.

Altri tessuti orientali chiudevano le aperture del _propugnacolo_[46]
entro il quale dormiva Nerone.

Circa un mese dopo la partenza da Roma dei due ambasciatori salpò
dalle spiagge partenopee la trireme, nella quale eran Nerone, la sua
concubina, le due nutrici destinate a servirla, il _Navarco_[47] e le
ciurme.

In altre due navi seguivano gl’invitati, gli schiavi _vulgari_[48] e i
soldati.

Appena giunto a Corinto, Nerone ordinò alle legioni di dar mano tosto
al taglio dell’Istmo, già decretato dal Senato e che doveva congiungere
la Grecia colla Morea.

Adunati i soldati, li arringò incoraggiandoli al lavoro. Fatte poi
squillare le trombe, egli pel primo prese la zappa, scavò della terra,
la raccolse in un cesto, la caricò sulle spalle e la portò via.

Son tratti questi che non mancano mai d’effetto presso il popolo; e i
soldati, colpiti dalle parole e dalla ostentata abnegazione del divo
Cesare, si posero senza indugio al lavoro.

Compiuto il dovere d’Imperatore romano, tornò Nerone alle frenesie
artistiche, che l’avevano condotto sulla terra d’Acaja.

Per acquistarsi la gloria dei gladiatori, degli auriga, dei musici
e degli istrioni, ordinò in Corinto i giuochi istmici ai quali volle
prender parte, invitando con un manifesto gli abitanti ad accorrervi in
gran numero.

Nell’ampolloso manifesto egli si rivolgeva a tutti i Greci d’Acaja
e del paese, chiamato fino allora Peloponneso, e loro addimostrava
quanta generosità vi fosse nel favore da lui accordato; favore, che
non avevano goduto mai, anche nei giorni più felici, poichè erano
schiavi degli stranieri, e sottoposti gli uni agli altri. Aggiungeva
ch’egli avrebbe potuto concedere i suoi benefizii nei giorni della loro
fortuna, ma ciò ne avrebbe diminuita la grandezza: li concedeva ora,
come prova d’affetto, e non di compassione. Terminava dicendo che altri
sovrani avevano accordata la libertà soltanto a delle città; e ch’era
riserbato a Nerone di concederla ad un’intera provincia.

Con queste frasi egli si preparava un facile trionfo nei giuochi.

S’egli riuscisse nel vanitoso intento lo sapremo a Roma.

Un mattino sullo scorcio del maggio Seneca stava ritirato nella
biblioteca della sua casa, occupato a raccogliere le composizioni de’
suoi discepoli e i discorsi uditi nelle scuole, essendo sua intenzione
di pubblicarli[49] quando comparve lo schiavo _atriense_ e gli consegnò
un foglio.

Dopo averlo letto, Seneca ordinò che fosse introdotto colui che l’aveva
portato.

Lo schiavo scomparve e tornò poco dopo seguito da un uomo che indossava
il costume della Galilea.

Era un omaciotto di mezzana statura, ma tarchiato della persona, ed
aveva larghe spalle, sulle quali posava una testa piccola e calva. Il
lungo naso aquilino saltava fuori da una foresta di pelo nero, che gli
copriva la faccia fino ai zigomi. I suoi occhi giravano penetranti e
vivaci sotto le spesse sopracciglia congiunte insieme, il che dava al
suo volto severa espressione.

Era costui quel Paolo nato in Cilicia nella fiorente città di Tarso
l’anno 10º o 12º dell’êra nostra da una famiglia patrizia, ma di sangue
giudaico, originaria di Giscala in Galilea. Giusta l’usanza generale,
Saulo aveva imparato un mestiere, e prescelto quello del tappezziere.

Educato nei più severi principii della setta farisaica, divenne
acerrimo nemico dei cristiani, che prendeva a perseguitare con ferocia
inaudita, benchè discepolo di Gamaliele il vecchio, ch’era uomo
liberale, illuminato, e che non divideva cogli altri farisei tutti i
principii esclusivi. Ma Saulo, messosi alla testa del giovine partito
di quella setta, non udiva consigli di moderazione, ed era dal suo
stesso carattere condotto agli eccessi estremi.

Per questo, univasi ai lapidatori del martire Stefano. Per questo
partiva a cavallo con alcuni compagni diretto a Damasco, dove intendeva
raddoppiar d’energia nell’afforzare l’odio dei giudei contro i
cristiani. Ma la sua debole tempra, che mal corrispondeva all’interna
agitazione, lo faceva giungere in riva al Giordano malaticcio ed
esausto di forze.

Passato il ponte delle _Figlie di Giacobbe_, una febbre cerebrale lo
aveva improvvisamente colpito.

Gli occhi velati di sangue, la mente colpita dal delirio, gli facevano
vedere fantasmi, gli facevano udire voci arcane di rimprovero per le
sue scellerate imprese contro i cristiani, e quel _Saule, Saule! cur
me persequeris?_ ch’egli poi ripeteva a tutti, asseverando d’aver
riconosciuta la voce del Nazareno, che non aveva mai visto.

Cieco e delirante sempre era stato condotto per mano da’ suoi compagni
in Damasco, ed affidato a certo Giuda, che abitava nella via diritta.

Invaso dal pensiero dei cristiani, aveva voluto che lo curasse un capo
della loro comunità, un tale Anania, ch’egli nel delirio aveva visto a
salutarlo, e sorridergli.

Anania lo tornava alla salute, e alla calma, e Saulo, appena guarito,
si faceva battezzare e diveniva fervente Apostolo di Cristo, com’era
stato fiero nemico della sua Chiesa.

Simone Bariona e gli altri nulla avevano saputo di questo nuovo
campione di Cristo, e quando erasi presentato fra loro, lo avevano
trattato dapprima con diffidenza; ma riconosciuta poi la superiorità
di lui, e visti i vantaggi che poteva trarne la nuova fede, se lo eran
tenuto caro.

Com’egli apparve, Seneca levossi in piedi e gli diede la mano, dicendo:

— Tu sei dunque Saulo di Tarso il prigioniero?

L’altro affermò col chinar del capo.

— Mio fratello Gallione ti raccomanda a me, e mi dice che ti rechi
in Roma, insieme ad altri prigionieri, per appellarti al tribunale di
Cesare contro le trame degli ebrei e il lungo procedere della giustizia
di Cesarea. Gallione nelle sue lettere mi parlò sovente di te, o Saulo.

— Se non ti spiace, o Seneca, chiamami col nome latino di Paolo. Io lo
preferisco.

— Ebbene, sii il benvenuto, o Paolo.

E l’abbracciò.

— Salve, o cortese, — rispose l’Apostolo, — che così benignamente
m’accogli.

— E non lo meriti forse? Io so come tu sii eloquente, e alcune delle
tue lettere mi son note e molte delle tue massime divido. So inoltre
che il tuo avo fu di grande aiuto a Pompeo nelle sue conquiste, e che
tuo padre ebbe il titolo di cittadino romano.

— Ma io sono cristiano.

— Ed io sono filosofo. Non faccio differenza alcuna tra gentili,
cristiani e giudei, purchè tutti rispettino le nostre leggi e i nostri
altari e paghino i tributi a Cesare. Certo saría stato meglio per te
non esser ito a Damasco, ove rinnegasti la fede dei padri tuoi.

— T’è nota dunque la mia storia?

— Vuoi che resti ignoto quello che avviene nell’Impero?

— Ma Damasco, dopo la morte di Tiberio, era venuto in potere del Re
nabateo Hareth.

— Ma sempre in Palestina regnava Caligola.

— D’altronde, — riprese Paolo, — quand’anco non mi fossi recato in
quella città, l’arcana voce che doveva redimermi l’avrei udita in
qualsiasi luogo. Il rimorso che provo per gli eccessi passati, l’amore
che m’anima pel nuovo apostolato, mi provano che il mio non fu delirio,
ma divino prodigio.

Seneca rispose sorridendo:

— Ma gli Ebioniti non la pensano così, a quanto mi consta.

— So bene che quei miei nemici dicono ch’io da pagano m’ero fatto
ebreo per chiedere in isposa la figliuola di Gamaliele, e che avutone
un rifiuto, per vendetta abbracciai la fede di Cristo. Ma siffatte
calunnie non curo. Le mie azioni son là per smentirle. Pel piacere
d’una vendetta, che a Gamaliele niun detrimento recava, non m’esporrei
a disagi e perigli pel mio apostolato, come m’accadde a Gerusalemme,
a Cipro, ad Antiochia, ove gli ebrei ellenisti volevano uccidermi;
come m’accadde a Corinto, dove mi difese l’esimio fratello tuo, come
m’accadde a Filippi in Macedonia, ove accusato insieme a Luca di
sortilegi, fummo dai giudici fatti passare per le verghe, imprigionati,
e ci salvammo dichiarandoci cittadini romani. E a quei giudici, che
così barbaramente mi trattavano, vedendo scritto sul loro tribunale
_Deus Ignotus_ dissi sfidando il loro sdegno: — Invece d’un Dio ignoto,
perchè non adorate il vero Dio? — E a Gerusalemme sarei rimasto ucciso
sotto le battiture, che in mezzo agli insulti dei giudei, mi faceva
infliggere il Capo delle legioni romane Sisia, che mi credeva un
malfattore, ove non gli avessi gridato: — Chi vi fa lecito battere un
cittadino romano che non fu condannato? — E la lunga prigionia di due
anni sopportata a Cesarea, benchè nè il Governatore Felice, nè il suo
successore Festo prestassero fede alle calunnie degli ebrei? Festo
poi si decise a chiamarmi in giudizio perchè gli ospiti suoi Agrippa e
Berenice desiderarono di vedermi e d’udirmi a parlare. Ma il processo
continuò ancora, non mi si rese mai libertà intera, ed ora ricorro a
Cesare. Pochi soffrirono quello ch’io ho sofferto e soffro; ma non mi
sgomento per ciò. Questo ti provi, o Seneca, come la nuova fede abbia
messo nell’anima mia profonde radici, e come veramente si debba ad un
prodigio la mia conversione. Le voci dei maligni non curo e continuo
impavido nella mia missione.

— Ti compiango e t’ammiro. Ed ora, compi presso di me l’incarico che
t’affidò Gallione.

— Prima di partir per Roma cogli altri prigionieri chiesi in grazia
al Governatore Festo di farmi condurre a Corinto per visitare il
fratello tuo, e questi mi confidò cosa di grave momento, perchè te la
comunicassi, non fidandosi di scriverla.

— Di che si tratta?

— Nerone ordinò che si facciano indagini sulla prosapia della sua
concubina, perchè sia accertata la nobile origine di lei.

— Di codeste indagini aveva avuto sentore.

— Ma quello che tu non sai per certo si è, com’egli intenda, ove questo
s’avveri, di prendere a pretesto la sterilità dell’Imperatrice Ottavia
e ripudiarla per sposare la citarista Atte.

Seneca a questa nuova balzò in piedi, e percotendo il pugno sul tavolo
esclamò:

— Oh insania inaudita!

E ricadde seduto poggiando sulle palme la fronte.

— Dio, — riprese Paolo, — gli toglie il senno, perchè lo vuol perduto.

Vi furono alcuni istanti di silenzio. Quindi Seneca osservò:

— È impossibile ch’egli sia dai sensi trascinato a tanto obbrobrio.

— Di ben altre vergogne si coprirono i Cesari. Pensa alle turpitudini
di Tiberio, alle follie di Caligola, e non meravigliarti che il lascivo
Nerone voglia porre il diadema Imperiale sul capo d’una schiava.

— O Paolo, non parlar di lui in tal guisa, se lo vuoi clemente.

— Ma non è alla clemenza di lui, è alla giustizia ch’io mi rivolgo, e
questa non deve dall’altra dipendere.

Seneca, preoccupato dalla notizia avuta, riprese:

— E si propagò per Corinto la voce dello strano progetto?

— Il povero prigioniero nulla può dirtene. Seppi dal Centurione, che
m’accompagna, essere tutto il popolo intento agli spettacoli di cui
Cesare si fa principale attore, e lo acclama; e porta in trionfo la
concubina di lui, che cantò nei ludi floriali. Il fratello tuo mi disse
però che le indagini procedono segretamente.

— Ma Gallione non agisce per renderle vane?

— E che può mai un Proconsole contro la ferrea volontà di Cesare? Egli
spera che quella schiava abbia mentito la sua nobile origine.

— Lo vogliano gli Dei! — esclamò Seneca.

— Ti rinfranchi intanto l’idea che dipende da questa condizione il
ripudio della legittima sposa, e il nuovo imeneo; segno questo che
l’amore non gli pose interamente la benda sugli occhi.

— Intanto conviene serbare il segreto, perchè la triste nuova non
giunga all’orecchio della diva Ottavia.

— Sul mio silenzio confida. L’onesto Gallione mi disse di rivelare
soltanto a te la cosa, e tu solo la sai. Paolo, servo di Cristo,
d’altro non s’occupa che di propagare il suo evangelo.

— Comprendo il tuo religioso fanatismo pel profeta di Nazareth, poichè
lo stesso Nerone nutriva per esso ammirazione grandissima.

— Mi fu riferito di fatti, — interruppe Paolo, — che quando seppe
non essere Gesù più in vita e che lo avevano crocefisso, fe’ venire
incatenati in Roma il Governatore Ponzio Pilato, il Saduceo Caifasso ed
Anna il Pontefice.

— È vero.

— E perchè tante persecuzioni poi contro i seguaci di Cristo? Perchè
riguardarli come malfattori, come nemici, mentr’essi, fedeli al
comandamento di Cristo, pagano i tributi a Cesare, non respirano che
l’obbedienza, e fan voti per la salute dei Principi e per la felicità
degli Stati?

— Quanto tu affermi è vero, — rispose Seneca, — ma tu taci una grave
colpa, ch’essi hanno agli occhi del popolo romano, il disprezzo cioè
che addimostrano pe’ suoi Numi, ai quali esso attribuisce la sua
grandezza, la sua fortuna, le sue glorie. Roma è riguardata come città
santa, fondata sotto auspici divini. Si crede che Giove dimori più
che nell’Olimpo, nel Campidoglio. Voi colle vostre parole pretendete
distruggere codesti ideali, e fra uno che potrà darvi ascolto, come il
Proconsole Sergio Paolo, migliaia e migliaia v’odieranno, vi grideranno
morte! E i Cesari, forse crudelmente troppo, sono costretti a farsi
vindici del popolo. Ecco d’onde hanno origine le miserie de’ cristiani.
Persuadili colla tua dottrina di rispettare il culto pagano, e vivranno
tranquilli quanto gli altri cittadini di Roma.

— E come lo posso, io o Seneca, — rispose Paolo, — se nella lettera
mandata ai romani col mezzo della Diaconessa Feba di Cencrea scrivo
ch’io verrò un giorno per fare qualche frutto anche fra loro?

— Bada, o Paolo, che tu andrai incontro a gravi perigli.

— Lo so, e partii già dall’Oriente pieno di sinistri presentimenti,
talchè mi separai dai Capi della chiesa d’Efeso come se non dovessi più
rivederli. Il disastroso viaggio fu già prodromo di sventure.

E qui narrò, come gettato da fiera tempesta a Malta, vi dimorasse tre
mesi, e finalmente prendesse terra nella penisola presso Pozzuoli.

Quindi riprese:

— Se invece della libertà qui m’aspetta la morte, sia fatta la volontà
di Dio.

— Sii prudente, e le lugubri fantasie discaccia. Intanto ordinerò al
Centurione, presso cui tu dimori, di lasciarti in libertà intera. Se
poi ti trovassi in spiacevoli congiunture, ricorri a me, come ad amico.

Paolo, commosso, si gettò fra le sue braccia esclamando:

— Perchè non sei tu cristiano, o perchè almeno tutti i cristiani non
t’assomigliano?

E scambiatisi il vale, l’Apostolo uscì, mentre lo schiavo atriense
introduceva Britannico; che entrò tutto accigliato.




CAPITOLO X.

Immeritato trionfo.


La taverna detta di Salvidieno Orfido, perchè da costui, proprietario
della casa, era data a fitto ad un oste, riuniva in sè le due qualità
di _popina_[50] e di _termopolio_[51] ed era frequentata da ogni ceto
di persone, tranne da gente del volgo, che accontentavasi di restare in
ammirazione davanti alle finestre, dov’erano esposte le cose ghiotte,
dietro a bottiglie di vetro piene d’acqua per farle comparire più
grosse, e poi andare a crapulare nelle luride _genee_ delle remote vie.

Qualche giorno dopo la visita dell’Apostolo a Seneca, alcuni
frequentatori di quella taverna, situata presso il _Fico Viminale_,
sedevano leggendo il _Commentarium rerum urbanarum_ (ch’era la gazzetta
ufficiale di quell’epoca) e ne discutevano le notizie venute d’Acaja.

Naturalmente in quel foglio si portavano a cielo i trionfi di Cesare,
come atleta nei giuochi nemei, come auriga negli istmici, come cantore
e declamatore, in quelli floriali.

Altamente si lodava la sua osservanza alle leggi imposte in quei ludi,
uniformandosi così alle condizioni di tutti gli altri giuocatori.

Molti facevano eco alle lodi del _Commentarium_, ma v’era chi dubitava
della sua veracità.

E ne conseguivano animatissime discussioni.

Isidoro Cinico, ch’era seduto a poca distanza, non potè trattenersi e
levatosi in piedi andò a frammischiarsi in quel crocchio, e con voce
sommessa, ma concitata, cominciò a dire che la narrazione di quel
giornale era una cantafavola, che se Nerone, come auriga, non aveva chi
lo sorpassasse in maestria, come lottatore, per quanto robusto, sarebbe
stato vinto per certo, ove gli altri, per riguardo all’Imperatore, non
si fossero lasciati atterrare. Quanto poi alle feste floriali si sapeva
per certo ch’era stata tollerata la declamazione del poema _Medea_ di
sua composizione; ma che il suo canto aveva destata l’ilarità di tutti,
che il publico, per non starlo ad ascoltare, sarebbe fuggito ove non
vi fosse stata l’inibizione d’uscir dal teatro mentr’egli cantava, ed
Atte colle sue armonie, con la sua bella voce, colla sua bellezza non
l’avesse trattenuto. Aggiunse correr voce, che molti, non resistendo
allo strazio di quelle note selvagge, se ne andassero di nascosto
scalando le mura o si fingessero svenuti o morti per essere condotti
fuori, e che qualche donna venisse presa dai dolori del parto.

— Ed io, — disse, — non mi sarei immaginato mai d’essere indovino,
allorchè scherzando con Cercopiteco Panerote, prima ch’egli partisse,
accennai a quest’ultimo caso.

Quei buoni quiriti, tra le esagerate lodi del _Commentarium_, il quale
tra le altre cose riferiva come la città d’Agrepia avesse stabilito
d’erigere un altare a Nerone, collocandolo tra gli Dei della città,
col nome di _Giove Liberatore_[52], e l’esagerato biasimo del Cinico,
rimasero come trasognati guardando questi che se ne tornava al suo
posto mormorando:

— E poi.... e poi.... avrei qualcos’altro da aggiungere.

Come fu seduto, venne a lui un piccolo ometto canuto, che indossava una
tunica bruna, ed appoggiando le mani al tavolo, e curvando la persona,
disse alcune parole all’orecchio d’Isidoro, il quale rispose a bassa
voce:

— È noto anche a me. Me lo disse Calpurnio Pisone.

— E lo sa Britannico?

— Sì, e andò pieno di sdegno da Anneo Seneca per dimandargli se fosse
vero che si preparasse affronto siffatto alla sorella sua; e Seneca lo
rassicurò che la cosa non accadrebbe.

L’altro, ch’era Salvidieno Orfido, partigiano di Britannico, e per
conseguenza devoto alla giovane Imperatrice, esclamò:

— Auguriamoci che il vecchio maestro non abbia mentito.

— E se la cosa è vera il popolo romano vendicherà la diva Ottavia.

— La verità non tarderà a scoprirsi, poichè il ritorno in Roma di
Nerone è prossimo.

Il Cinico riprese:

— Così non fosse andato mai a fare l’istrione in terra straniera a
discapito del nome romano.

— Ma egli, — disse Orfido, — crede invece d’essersi reso immortale,
poichè a quanto il liberto Elio scrisse al suo compagno Doriforo, che
a me lo riferì, ha detto di voler tornare degno del nome di Nerone, ed
entrare trionfante in Roma.

E così fu veramente.

Dopo essere entrato trionfante in Napoli, dove si demolì una parte
del muro per farlo passare, siccome usavasi fare pei vincitori nei
gareggiamenti musicali, andò ad Anzio, quindi ad Albano, e finalmente
fece il suo ingresso in Roma, passando sotto un arco posticcio eretto
all’uscita del campo Marzio.

Quel campo, nei veri trionfi occupato tutto dalle soldatesche,
che avevano combattuto e vinto, lo si vedeva gremito di una folla
variopinta di curiosi nella quale colla sordida veste del plebeo
s’urtavano le toghe, le preteste, le clamidi, i pepli, le armature.

I cavalieri pretoriani, menando colpi coll’asta ai più riottosi, e
facendo caracollare il cavallo, dividevano le turbe in due ali, per
lasciar libero il passaggio al corteo.

Il carro, tirato da bianca quadriga, sul quale stava l’Imperatore, era
quello stesso adoperato da Augusto.

Nerone indossava la _toga picta_[53] di porpora, ch’era l’abito
trionfale, ed una clamide trapunta a stelle d’oro. Una corona Olimpica
gli cingeva la testa ed una Pizia ei teneva nella destra. Le altre
corone, ciascuna col proprio titolo, che spiegava dove e come le avesse
acquistate, erano portate con gran pompa davanti al carro.

Precedevano questo i trombettieri e suonatori con istrumenti diversi, i
Tribuni, i Centurioni coi loro _vitis_ (o bacchetta del comando), gli
alfieri delle legioni, che portavano le insegne delle aquile romane,
gli animali destinati al sagrifizio, coronati di fiori e di bende
e colle corna dorate, condotti dai _Victimarii_, e accompagnati dal
_Popa_ e dal _Cultrario_[54].

Teneva dietro al carro un coro di cantori e cantatrici alessandrini, e
dopo di loro venivano alla rinfusa liberti, citaristi, mimi e giullari,
che gridavano inneggiando alla gloria di Cesare, e accompagnando le
grida con strane movenze.

Ai crocicchi delle vie, ove s’erano eretti appositi tabernacoli agli
Spiriti tutelari delle vie[55] e ch’erano custoditi ognuno da un
sacerdote Augustale, s’arrestava il corteo.

Il Popa allora trascinava una delle vittime all’ara, l’abbatteva con
un colpo di scure, lasciando che il Cultrario compiesse il suo uffizio
squarciandola con un coltello.

Compito il sagrificio, il corteo riprendeva il cammino, e passando
pel circo Massimo, di cui erasi abbattuto l’arco, pel Velabro e per la
piazza, si portò al tempio d’Apollo.

Le vie erano coperte di fiori di zafferano, e durante il passaggio si
facevan volare degli augelli, e dai balconi si gettavano ornamenti,
corone di fiori e _dulcia_ di zucchero e miele.

Ma ad onta di questi festeggiamenti, ad onta che i prezzolati istrioni
andassero proclamando dietro al carro, che nel trionfo di Nerone si
ritrovavano i soldati d’Augusto, le turbe plaudivano senza entusiasmo
e nessun labbro proruppe nel grido dell’_Io triumphe_, col quale il
popolo romano acclamava ai conquistatori del mondo.

Entrato colla sua coorte nel tempio d’Apollo, offrì doni e sagrifizii
al simulacro del Nume.

Durante la cerimonia i cantori alessandrini, insieme a fanciulle e
fanciulli riccamente vestiti, colle lunghe chiome odorose coronate di
fiori, scioglievano inni sacri, temprati al suono delle cetre.

Quindi il corteo si diresse al Palatino.

Entrato nel palazzo, alla moglie e alla madre che vennero ad
incontrarlo, mostrò le corone acquistate e le sacre, che poi fe’ porre
intorno ai letti, sui quali era solito coricarsi, come pure i disegni,
in cui egli era rappresentato come cantore e citaredo.

Allorchè le mostrò a Seneca e a Burro,

— Con questa effigie, — disse, — voglio che si battano alcune monete.

I due chinarono il capo in segno d’approvazione; ma si guardarono
bene dal fare lo stesso quando esternò il proposito di convocare il
Senato perchè emanasse un _Senatus consulto_ col quale si decretasse
di cambiare il nome di Roma in quello di _Neropoli_ e che il mese di
Aprile si chiamasse _Nerone_.

— Il nome di Roma, — saltò su Burro, — è troppo grande perchè il popolo
possa rinunziarvi.

— E molto meno, — aggiunse Seneca, — vi rinunzierebbero le nostre
invitte legioni.

E così evidentemente gli addimostrarono il pericolo d’un clamoroso
universale rifiuto, che Nerone, benchè a malincuore, rinunziò al suo
progetto.

Alzando con disprezzo le spalle disse:

— Che lascino pure a Roma il suo nome, e il suo al secondo mese
dell’anno. Il mio non ha bisogno di questo per rimanere immortale.
Ma il Senato e il popolo romano non facciano troppo a fidanza sulla
condiscendenza mia. Può talora riuscir fatale l’opporsi alla volontà di
Cesare.

Dicendo queste parole, fissò bieco Burro, come quegli che nella sua
brusca franchezza l’aveva più sovente contraddetto.

Poi, cangiando espressione, riprese:

— Le gloriose soddisfazioni che m’ebbi dall’arte oggi mi rendono
l’anima serena, nè voglio turbarla con sentimenti crucciosi. Desidero
glorie, piaceri e feste. Voglio che godan tutti della gioia mia. Il
prossimo arrivo del Re d’Armenia sarà propizia occasione per questo.
Gli splendori della casa transitoria, i superbi spettacoli del
circo Massimo e quelli dei teatri che si preparano, dovranno restar
memorabili nella storia del mio regno.

Come si vede, i facili trionfi d’Acaja nell’arte e negli amori avevano
esaltata la fantasia di Nerone, e ne tempravano pel momento gl’istinti
feroci.

Di queste favorevoli disposizioni approfittò Seneca per raccomandargli
l’Apostolo Paolo, ed egli rispose:

— Detesto i cristiani, perchè insultano alla nostra fede. Ma odio
del pari i giudei, poichè li so persecutori ingiusti e tenaci di
tutti quelli che non s’inchinano al loro Iehova. Di buon grado dunque
acconsento che si ponga termine alla guerra mossa da loro contro quel
Saulo, che ha fama d’uomo insigne ed eloquente. Ma badi costui a non
servirsi di queste doti a detrimento del culto pagano, cercando fra
noi nuovi apostati, come quel Proconsole di Pafo. Allora Cesare si
dimenticherà ch’egli è cittadino di Roma, per ricordarsi che fu giudeo
ed ora è seguace del Nazareno.

Incoraggito dall’esito felice della sua raccomandazione, Seneca voleva
chiedergli se fosse vera la sua intenzione di ripudiare Ottavia e
sposar la citarista. Lo tratteneva però la presenza di Burro, di cui
temeva la violenta franchezza.

Anche il silenzio dell’Imperatore su questo fatto lo teneva dubbioso.

Poteva essere indizio ch’egli avesse abbandonato il progetto, e più non
ci pensasse, o che conservandolo ancora non volesse svelarlo.

Nell’un caso o nell’altro si sdegnerebbe forse, vedendo scoperte le sue
intenzioni.

Mentre il maestro rimaneva sospeso tra il desiderio d’essere
rassicurato su quella triste faccenda, e il timore di mostrarsi
imprudente, fu dai liberti annunziato Britannico.

Di questa visita fu sorpreso Nerone, poichè il giovine cognato da lungo
tempo non si presentava più a lui.

L’offesa fatta alla sorella dall’adultero marito, che la posponeva
ad una vile citarista, l’aveva profondamente rammaricato, quantunque
gl’illeciti amori non avrebbero dovuto sorprenderlo nella corte dei
Cesari.

Ma l’orgoglio di casta e l’immenso affetto che portava ad Ottavia non
gli permettevano di tollerare l’oltraggio.

Il suo carattere, ch’era mite e passivo, come quello di sua sorella
Ottavia, e ben diverso dal temperamento dell’altra sorella Antonina,
non gli consentiva forti propositi, sopratutto essendo egli trilustre
appena ed epilettico. Come non aveva reagito con energia allorchè venne
diseredato, anche in questa circostanza si manteneva muto e sdegnoso, e
non aveva osato mai rinfacciare apertamente a Nerone il suo tradimento.
Questa volta veniva suo malgrado; veniva perchè spinto a quel passo da
Gneo Calpurnio Pisone e dagli altri suoi fautori, che lo volevano forte
nell’agire e congiurare contro l’usurpatore.

L’Imperatore licenziò Seneca e Burro, e fatto introdurre il giovine
cognato, gli andò incontro e gli strinse la mano, senza che l’altro
osasse rifiutarla.

Disse ch’era contento di rivederlo dopo la lunga assenza e gli dimandò
se venisse anch’egli a congratularsi de’ suoi trionfi.

— Ne godo per te, o Claudio, ma non è ciò che mi condusse.

— E che, dunque? — chiese Nerone, tornando a sedersi, ed additando a
Britannico uno sgabello.

— Tu devi rassicurarmi sul conto di mia sorella.

— Di quale sorella tu intendi parlare? Di Claudia forse, figlia
d’Erculania, o della formosissima tua sorella Antonina, che nacque da
Petina, e che mi dicono esserti cara di molto?

E marcò queste ultime parole così, che il viso di Britannico si fece di
porpora; ma non volle rilevare la maligna insinuazione, e rispose:

— Essa non m’è certo più cara d’Ottavia, che vorrei vedere felice
sempre, come lo fu quand’essa regnava arbitra del tuo cuore.

— Assicurati, o Britannico, ch’essa lo è egualmente adesso.

— Ma corre fama che la stella di lei stia per tramontare, e che tu
voglia strapparle dalla fronte il diadema imperiale per adornarne
un’altra donna.

— E chi ti riferì questo? — chiese Nerone con un sogghigno beffardo, ma
nel quale traspariva la stizza.

— Lo si disse a Corinto, lo si ripete a Roma. Io però non posso
prestarvi fede, poichè non ti credo capace, o Claudio, di vilipendere a
questo modo la sposa, cotanto da te amata un giorno.

— Rimani saldo in questo convincimento, e non ti curare d’altro, o
Britannico.

Questi però non era soddisfatto della sibillina risposta, e voleva
tornare agli amici, o superbo d’aver dimostrato a Cesare il suo sdegno
o contento d’una smentita.

Laonde rispose:

— Devi apertamente dirmi se io m’inganno o se la fama mentiva.

— Per non protrarre a lungo questo colloquio, che potrebbe danneggiar
la mia voce, voglio rimandarti coll’assicurazione, che la concubina non
diverrà mia sposa.

Britannico non volle altro e tornò glorioso e trionfante da Calpurnio
Pisone per dargli la fausta notizia.

— M’è grato per la diva Ottavia, — rispose Pisone, — ma pel tuo bene
avrei voluto che il tiranno, alle tante altre follie, anche questa
aggiungesse per accumulare le ire del popolo contro di lui, e il suo
favore per te.

— Avrei acquistato questo favore a troppo caro prezzo, l’onta e il
dolore d’Ottavia. È già abbastanza vilipesa dal vile Enobardo la figlia
di Claudio e di Messalina.

— Vorrei che lo stimolo dell’ambizione fosse potente in te come
l’orgoglio di casta. Intanto, non lasciarti adescare dalle moine del
tiranno.

— Io? Se mi vi recai oggi, dietro la tua insistenza, o Calpurnio, una
volta rassicurato che la publica voce mentiva, non v’andrò se non mi
chiama.

— Prima d’esser tranquillo sulle assicurazioni di lui, aspetta. Non
prestar fede così facilmente. Forse oggi stesso, mercè un piatto
squisito di _sumen_[56] e del generoso falerno, saprò intera la verità.

Le sale di Gneo Calpurnio Pisone erano frequentate da giovani eleganti,
uomini di lettere, patrizii, Senatori ed artisti.

Quella sera, terminata una splendida cena, i convitati, tra cui Lucano,
Isidoro Cinico, il giovane Flavio Sverino, intimo del Pisone e a
lui devotissimo, e Cercopiteco Panerote erano passati dal triclinio
nell’exedra.

Mentre gli altri si divertivano nel giuoco del _talus_[57] (o
_tessera_) e facevan gran chiasso, sopratutto quando alcuno riusciva
a fare il miglior tiro chiamato _venus_, Cercopiteco sedeva sopra un
bisellio, sbuffando per soverchio cibo e bevanda.

Il parassita aveva mangiato a crepapelle e bevuto come un otre, e a
metà della cena erasi ritirato nel gabinetto attiguo al triclinio per
alleggerirvi lo stomaco e fare onore all’altra metà.

Era soddisfatto e gaio, ed aveva sciolto lo scilinguagnolo.

Pisone, che gli stava accanto, approfittò del momento propizio per
farlo parlare su quanto era avvenuto a Corinto.

E l’altro raccontò delle feste, fu eloquente nella descrizione dei
banchetti, meno in quella dei ludi. Fu parco nel lodare la parte presa
in questi da Nerone; ma si guardò bene dal biasimarlo e beffeggiarlo.
Andò poi in epico nell’esaltare le bellezze delle donne greche.

— Immagino, — osservò Pisone, — che strage avrà fatto di queste il divo
Cesare.

Il Panerote mosse in giro la destra sbarrando gli occhi e alzando la
testa. Gesto codesto, che esprimeva più di qualsiasi frase le amorose
conquiste di Nerone.

— E la bella citarista tollerava siffatte infedeltà? — chiese Calpurnio.

L’altro rispose:

— Pare che sull’orologio solare di lei, l’ombra del _gnomon_ abbia
passato il meriggio e s’avvicini a vespro.

— Oh, a questo non posso prestar fede, — esclamò Pisone. — S’egli
intendeva cingerle la testa della diadema imperiale.

— E tu hai creduto a codesta fiaba, o intelligente Pisone?

— Negheresti forse che si fecero indagini per iscoprire....

— Lo so, lo so, — interruppe il Panerote, — se Atte non avesse in cima
alla sua genealogia qualcosa di più bello della schiavitù, qualche
farmaco che le purgasse il sangue. Ma lo fece per accontentarla, non
per altro.

— Ed io t’assicuro che voleva sposarla.

— Ed io t’assicuro invece che se anche avesse avuto in mente questa
strana idea, ora non ci penserebbe più, perchè gli spiacque di vedere
talvolta il suo trionfo eclissato dall’arte di lei, e perchè i vezzi
delle etère greche lo hanno inebriato.

— Vorresti dire che il fascino e la potenza di quella donna sono
sepolti?

— Non sono sepolti, neppure agonizzanti, ma gravemente ammalati.

— Sarà, — mormorò Pisone, fingendosi incredulo per tirarlo ancora su, —
ma io temo che Nerone continuerà ad essere dominato da quella donna.

— Ed io lo spero. Meglio essa che un’altra. L’indole di quella greca è
buona e mite, nè sarà mai capace di trascinare l’amante ad ingiustizie,
a vendette o altre cose riprovevoli.

Pisone proruppe ridendo:

— E l’adulterio a cui lo trascinò? E l’onta fatta alla divina Ottavia?
E il tentativo di farla ripudiare, di balzarla dal trono?

— No, no, sei in errore, amico Calpurnio, — interruppe alla sua volta
Cercopiteco, tra gli sbadigli della laboriosa digestione. — Essa non
voleva saperne di portare quest’oltraggio estremo alla sublime donna,
alla quale tutta Roma tributa incensi, e meritati incensi.... sicuro.

E le parole cominciavano ad uscire con stento dalla sua bocca; non le
batteva più, le bofonchiava, e le palpebre gli si facevano sempre più
gravi.

— Baie, — mormorò Pisone, — baie.

— Ma che baie.... a tutti lo diceva — anche Nerone lo diceva!... le
indagini,... sì.... le indagini si fecero e non si fecero....

Vedendo che il parassita s’addormentava, Pisone lo lasciò dormire, e
andò ad unirsi all’allegra brigata.

Egli aveva saputo quello che voleva, o per dir meglio quello che non
voleva, poichè avrebbe preferito il grave scandalo.

Tuttavia sperava ancora che l’altro, per riguardi cortigianeschi, non
fosse stato del tutto sincero.

Ma Panerote nei vapori del vino spifferava la verità.

Nerone aveva ordinato che si facessero delle ricerche sull’origine
della famiglia d’Atte, perchè sposandola, i romani non lo accusassero
d’aver ripudiata Ottavia per dar loro a sovrana una schiava. Ma in
seguito, diminuita la passione per le ragioni esposte da Cercopiteco,
non erasi più curato di sapere se le indagini continuassero o no, tanto
più che la citarista dichiarava di non volere accettare la sua mano,
preferendo di restare amante.

E in questo si rivelava l’astuzia greca. Essa vedeva che divenuta
moglie, finirebbe, come Ottavia, per perdere ogni impero su lui, non
sarebbe più amata, non tarderebbe il ripudio.

Ed essendogli stato fatale il viaggio in Acaja si lamentava con Egloga
ed Alessandria al suo ritorno.

— Ahimè, dicendo, andai a Corinto sua diva, ne torno sua amante, amata
ancora; ma sento che presto sarò solo di lui schiava fedele. Il mio
canto più non lo seduce. Se non sono i vezzi delle giovani greche
e alessandrine, se non è l’amore dell’arte, che mi rapiscono il suo
cuore, forse occulti nemici congiurano a’ danni miei.

Essa non si mostrava adirata, nè piangeva, ma sul volto di lei c’era
l’impronta d’un profondo dolore.

Le due nutrici cercavano rassicurarla, e Sporo, ch’era presente e la
fissava innamorato e commosso, uscì in queste parole:

— Povera Atte, guardati dal maligno Aniceto.




CAPITOLO XI.

I Circensi.


Straordinarii spettacoli, ludi nuovissimi, esagerata prodigalità,
sfrenate libidini, ecco dopo gli effimeri trionfi dell’arte, quello che
ambiva, quello che sentiva Nerone.

Poco dopo il ritorno dall’Acaja furono da lui ordinate le feste
in onore di Giove, e volle che cittadini pervenuti alla dignità
consolare, Senatori, Cavalieri e Matrone avanzate in età concorressero
a celebrarle, prendendo parte alle corse, alle lotte, alle
rappresentazioni sceniche.

Questo nuovo capriccio del divo Cesare, il sapere che si
rappresenterebbero nuovi giuochi, e la voce sparsa che lo stesso
Imperatore vi prenderebbe parte, aveva solleticato straordinariamente
la curiosità del popolo romano, già di spettacoli avido tanto.

Il circo Massimo, sito tra il Palatino e l’Aventino, era lungo
duemila cento ottantasette piedi, e largo novecento sessanta, e
poteva contenere trecentomila spettatori. Pur tuttavia sembrava che
quel giorno dovesse riuscire angusto per quella fiumana di gente,
che irrompeva con furia sotto le dodici arcate dei portici, destinate
all’ingresso del popolo. I più impazienti salivano a prendere posto
nelle gradinate, altri affollavansi alle taverne dei mercanti, ch’eran
sotto i portici, per procurarsi di che soddisfar la fame e la sete
durante lo spettacolo. Altri andavano a leggere le tabelle infisse alle
colonne, che dividevano i ventiquattro compartimenti del circo, ove a
grandi caratteri erano scritti i nomi dei nobili aurighi.

Intanto i Consoli, gli altri dignitari, il Pontefice Massimo, l’Edile,
il Capo degli Auguri, le Vestali e i patrizii colle loro famiglie
entravano per le quattro alte edicole chiamate _moenania_ e ch’erano
sormontate da quadrighe di bronzo.

Per questa circostanza era stato assegnato ai Cavalieri un luogo
appartato perchè meglio godessero lo spettacolo della corsa, che
dovevano fare ventiquattro dei loro compagni.

All’ora detta _sol_, ch’era tra il meriggio e la sera, uno squillo
di tromba annunziò l’arrivo dell’Imperatore, che, lungo il tragitto,
aveva destata l’ammirazione del popolo, guidando un _decemjugis_,
ossia dieci cavalli di fronte attaccati ad un carro dorato. Seguiva un
elegantissimo cocchio, fatto a foggia di barca, che posava su cinghie
di cuoio, ed era tirato da quattro cavalli bianchi. In esso sedevano le
due Imperatrici. Accompagnavano il nobile corteo i soldati pretoriani e
i littori.

Allorchè l’Imperatore comparve nel pulvinare, e sedette tra Ottavia e
Agrippina, da quelle trecentomila bocche s’elevò un grido di saluto,
che fece rintronare l’aria.

Allora l’Edile, montato su cavallo a dorso nudo, uscì dalla porta
_pompae_ dell’_oppidum_ (città), edifizio che chiudeva da un lato
il circo e sotto il quale eran costrutte le stalle (_carceres_) pei
cavalli ed i carri.

Egli fece il giro della _spina_, muro basso costruito in senso
longitudinale attraverso il campo della corsa.

Alle due estremità della spina sorgevano le due mete dorate, e
sull’alto nel mezzo un obelisco dedicato al sole.

Compiuto il giro, fece distendere al punto dove i carri prenderebbero
la mossa, l’_alba linea_ o corda tinta di bianco, attaccata a due
piccoli pilastri detti _hermulae_.

Poscia salì sull’alto dell’_oppidum_ dov’erano i giudici, ai quali egli
presiedeva e ch’erano tutti pittori o scultori non romani.

Le trombe diedero un nuovo squillo, e come mosse da corrente elettrica,
s’agitarono le teste e le braccia di quell’immensa moltitudine, che poi
proruppe in entusiastiche acclamazioni, quando dalle carceri uscirono
le bighe disposte in tre file d’otto per ognuna e guidate da Cavalieri,
che non oltrepassavano il quinto lustro, ed avevano militato almeno
in due campagne. Alcuni s’erano guadagnata la corona _Civica_ o la
_Murale_ o altra onoranza guerresca. Per questi ultimi bastava una sola
campagna per essere ammessi ai circensi.

I ventiquattro aurighi vestivan tuniche l’una di tinta diversa
dall’altra, e ciascuno portava la fascia trasversale, e il nastro che
gli cingeva i capelli d’altro colore della veste.

E d’ugual nastro, e d’ugual fascia si vedevano adorne quel dì le
giovinette patrizie, molte delle quali palpitavano in quel momento e
facevan voti per la sorte del Cavaliere prediletto.

I tre ordini di bighe fecero al passo il giro del circo, rasentando le
balaustre dei _podi_ per essere meglio ammirati dagli spettatori, che
li accompagnavano col grido: _Salvete! Salvete!_

I cavalli, pressochè tutti puledri bellissimi o di puro sangue
romano, o nati da coppie incrociate o venuti direttamente dall’Asia,
procedevano saltellando e nitrendo. Parevan superbi dei loro graziosi
ornamenti e della gara a cui eran chiamati.

Compiuto il giro, i carri rientrarono nelle carceri, e i Cavalieri
tornarono poi ad uscire a piedi quando vennero chiamati ad uno ad uno a
prendere il posto loro assegnato dalla sorte.

Il posto migliore, quello più vicino all’Euripo[58], toccò ad Aulo
Plancio, con gran rammarico di Cesare.

Come furono messi in fila, la linea bianca cadde e i ventiquattro
giovani spiegarono la corsa.

Al terzo giro eran stanchi, sudati, ansanti, ma giunsero tutti alla
meta. Il primo però non era Aulo Plancio. Egli anzi fu tra gli ultimi.

Il divo Cesare era contento.

Rivoltosi ad Agrippina, le disse sommessamente, accompagnando le parole
con maligno sorriso:

— Forse lo trattenesti la scorsa notte?

La madre lo guardò fissa, poi si rivolse senza rispondere.

Il vincitore ebbe in premio un grosso anello gemmato e rientrò cogli
altri nelle carceri.

Poco dopo squillarono di nuovo le trombe; l’Edile impose silenzio al
pubblico, e le prime dodici bighe ricomparvero. Estratti a sorte da
un’urna i nomi degli aurighi, andarono ad uno ad uno a prendere il
posto loro designato. Come vi furono tutti, l’alba linea fu lasciata
cadere e i cavalli partirono. Da principio i più esperti conduttori
li trattenevano per non affaticarli, e durante il primo giro il gruppo
delle bighe procedette bastantemente serrato.

Nel secondo cominciò a diradarsi; ma si correva più forte, quantunque
alcuni trattenessero ancora la biga, mentre altri cominciavano a
sferzarla.

Nel terzo la carriera divenne vertiginosa, le zampe dei cavalli
sfioravano appena il terreno, sembrava che volassero. I colpi
della scutica li facevan balzare frementi, il grido dell’auriga ne
raddoppiava la foga. Il terreno cupamente rimbombava sotto quella
ridda, che sempre più si faceva ruinosa, talchè a tre o quattro dei
primi aurighi giunti, non riuscì di fermarsi alla meta, e furono dagli
animali, che non sentivano più freno, trascinati per un giro ancora.

La moltitudine li aveva seguiti cogli occhi senza trar respiro,
interessandosi a tutti gli episodi, e ciascuno facendo voto in cuor suo
per quella biga sul valor della quale aveva fatto scommessa.

E di scommesse ce n’erano infinite, dalle poche _as_ del popolano alle
centinaia di talenti.

Nerone, più di tutti, era intento allo spettacolo, nè mai si toglieva
dall’occhio il _lapis Neronianus_[59].

Il Cavaliere Marco Salvio Ottone era l’auriga vincitore ed ebbe in
premio una daga d’oro tempestata di pietre preziose.

Nerone fece avvicinare il Prefetto delle coorti pretoriane, che si
teneva in fondo al pulvinare, e gli dimandò:

— Dimmi, Vestino, codesto vincitore, è forse quel Cavaliere Ottone
che dicono posseder sposa splendidamente bella, più forse della tua
fidanzata Statilia Messalina?

— È lui, o divo Cesare.

— Giovane intraprendente, e a quanto sembra, fortunato in tutto, —
rispose Nerone con aria d’invidia e d’ammirazione.

Il Prefetto si trasse di nuovo indietro.

Le trombe annunziarono l’arrivo delle altre dodici bighe.

Di queste l’Imperatore ne seguì attraverso il suo smeraldo i giri con
interesse anche maggiore.

Aulo Plancio, l’uomo da lui odiato, aveva sortito uno dei posti
migliori, e la sua biga correva terza nel primo giro, e nell’altro,
sorpassato il secondo auriga, correva quasi allato al primo.

Nerone fremeva impaziente, tanto più che gli sembrava legger la
compiacenza sul volto della madre.

Erano forse il sospetto, l’odio, la gelosia, che lo facevano travedere.

Mancava poco per giungere alla meta, allorchè Plancio, rallentando le
redini, ed animando i cavalli colla scutica e colla voce, sorpassò la
prima biga e fu vincitore.

Nerone si morse il labbro inferiore, la sua faccia si contrasse, e la
sua fiera guardatura talora si rivolgeva ad Agrippina, talora fulminava
il Plancio nel suo giro di trionfo.

Una speranza gli rimaneva, che quell’odiato sarebbe soccombente nella
corsa _decretoria_, quella cioè, in cui dovevano misurarsi i due primi
vincitori Ottone e Plancio, e quello che ottenesse il premio nella gara
delle fazioni.

Di questa facevan parte tutti i conduttori di carri. Ciascuno aveva un
capo e vestiva colori differenti dalle altre.

Alle loro sfide, più che a quella dei nobili, s’interessava la plebe,
che mormorava ed agitavasi impaziente di veder uscire dalle carceri i
dodici aurighi delle tre fazioni bianca, gialla e verde.

Finalmente, poichè il Plancio ebbe terminato il giro trionfale e
ricevuto dalle mani dell’Edile il premio, un cameo contornato di gioie,
vennero fuori i dodici carri delle fazioni, tirati da cavalli di razza
romana allevati a spese dell’erario.

Il popolo, tra cui quei conduttori contavano infinità d’amici, li
salutò con un urlo entusiastico, e non potendo frenarsi poi, mentre
compivano i tre giri, ruppe più volte il silenzio imposto dall’Edile.

Vinse la livrea verde della fazione Prasina, ed ebbe il premio di
diecimila sesterzi.

Per rimandar contenti anche gli altri, Nerone aveva dato ordine che
ciascuno di loro avesse in dono un _dolio_ di vino.

Nella corsa _decretoria_ i tre vincitori montavano a cavallo e Nerone
sperava che Aulo Plancio sarebbe cattivo cavaliero com’era stato fiacco
corridore. Si turbò alquanto allorchè, da esperto conoscitore, col suo
prezioso occhialetto osservò che l’animale toccatogli in sorte era
un ardente puledro venuto dalle mandre africane. Bellissimo cavallo
andaluso era quello di Marco Salvio Ottone, come pure giovine e snello,
l’altro montato dal cavaliere della fazione verde.

Era questa una gara assai difficile e pericolosa pei contendenti, che
non conoscevano l’indole e i vizi di quegli animali tolti da poco alle
mandre.

Nel primo giro procederono serrati e quasi paralleli, nell’altro,
Ottone era innanzi d’un mezzo cavallo ad Aulo Plancio, ed il terzo
competitore cominciava a rimanere indietro.

La plebe non poteva più frenarsi e di tratto in tratto gridava a
quest’ultimo; _macte animo! Verbera! Curre!_[60] e invano gli araldi
alzavano il caduceo per imporre silenzio.

Nerone invece rimaneva muto, assorto, cogli occhi fissi sopra i due
cavalieri.

Allorchè nel terzo giro, a poca distanza dalla meta, Aulo Plancio,
adoperando la stessa tattica usata colla biga, frustò il cavallo e
chino sulle sciolte redini, lo spinse a maggior corsa, passò Ottone e
vinse, Nerone mandò un’imprecazione agli Dei. Di quel furore si stupì
Ottavia e gli dimandò cosa avesse.

— Non era costui ch’io voleva vincitore.

— Perchè?

— Perchè lo detesto.

— Che ti fece egli mai?

— Chiedine alla diva Agrippina.

— Io, — rispose questa, superba in cuor suo d’inspirare ancora nel
figlio cotanta gelosia — nulla so, nè degli odii nè degli amori tuoi,
perchè a me non ti confidi.

Ottavia, o non comprendendo l’enigma o fingendo di non comprendere,
rispose:

— Ma tu, così valente in simili giuochi, dovresti invece ammirarlo.

— E tanto lo ammiro, che intendo misurarmi con esso, e se il
sopraggiungere della _suprema tempesta_ non ponesse termine ai ludi,
oggi stesso lo sfiderei.

Appena tornato al palazzo dei Cesari, ordinò che gli fosse condotto
Aulo Plancio.

Questi non tardò a comparire.

Era un giovine d’atletiche forme, che aveva più del gladiatore che del
Cavaliero. Che la madre di Nerone, imitando Messalina, ne avesse fatto
il suo Bito molti supponevano, ma nessuno poteva asserirlo.

Era donna troppo astuta e troppo desiderosa d’essere apprezzata dal
figlio, per compromettere coll’imprudenza la sua dignità.

Nerone però, che di lei conosceva gl’istinti e le vecchie storie, era
pressochè sicuro di quella tresca. Chi era stata espulsa da Caligola
pei suoi disordini; chi aveva fatto assassinare il suo primo marito
Crispo Passieno; chi aveva strappato dalle braccia d’Ottavia Lucio
Silano per darla in isposa a lui, ed aveva poi accusato d’incesto il
misero giovine, l’aveva trascinato davanti ai giudici e costretto
al suicidio; chi aveva fatto morire nelle torture Lolia Paulina,
accusandola di magia, perchè gelosa della sua bellezza; chi finalmente
impaurita della condanna a morte inflitta dall’Imperatore Claudio ad
una adultera, aveva fatto uccidere col veleno il suo terzo marito;
poteva nutrire qualsiasi passione volgare.

Era già molto, secondo Nerone, ch’essa avesse preferito a schiavi ed
istrioni quell’Aulo Plancio.

Ciò però non toglieva ch’egli per gelosia non l’odiasse, perchè, come
già dicemmo, le donne, che appartenevano a Claudio Nerone, non dovevano
amare che lui.

Come Aulo Plancio gli fu dinanzi, Nerone, dopo averlo squadrato da capo
a piedi, gli disse:

— Tu ti mostrasti nel circo esperto auriga ed esperto cavaliere, talchè
mi nacque il desiderio di misurarmi con te.

L’altro, colto da sorpresa, non seppe che rispondere.

— Saprai per certo, — riprese Nerone, — condurre un _decemjugis_.

— O divo Cesare, non possedetti mai dieci cavalli.

— Avendoli, saresti capace di guidarli alla corsa?

— Forse.

— Non presumer tanto, poichè non è agevol cosa come tu credi. Ma se
ti senti di tentar la prova, le mie stalle ti provvederanno i cavalli.
Quanto tempo chiedi per esercitarti?

— Non saprei....

— Ebbene io voglio teco mostrarmi generoso avversario. Da dimani tu
troverai nelle carceri dell’_oppidum_ i dieci animali e il carro. Fa
le tue prove ogni dì, e quando sarai pronto ad accettar la mia sfida,
offriremo questo spettacolo al popolo in onore di Vulcano, e voglio che
il vincitore sia incoronato da una vergine, come s’egli fosse rimasto
superiore in tutte le gare dei circensi.

Il Plancio rimaneva come trasognato per siffatta proposta. Conoscendo
i sentimenti poco benevoli di Cesare verso di lui, sentiva che lo
scopo di quella sfida era il desiderio d’umiliarlo in presenza della
moltitudine e scemar la sua gloria.

Conveniva però sottomettersi alle brame di quel maniaco tiranno, ed
accettare, lasciandogli la vittoria, per non esporsi alle vendette di
lui.

— Mi sottometto, — disse, — ai desiderii del mio Imperatore, sicuro
d’esser vinto.

— Bada, — interruppe Nerone, — che se tu pretenderai nella sfida usar
dei riguardi all’Imperatore, se non mi tratterai com’altro qualunque
conduttore di carro, se non osserverai tutte le regole delle corse, non
te lo perdonerò.

Questa dichiarazione fe’ partire il Plancio dal palazzo dei Cesari, più
turbato che mai.

Allorchè Nerone riferì la cosa alla moglie e alla madre, l’angelica
Ottavia lo scongiurò a desistere da quel progetto, che poteva riuscire
periglioso per lui.

Agrippina invece se ne mostrò meravigliata; ma non fece osservazione
di sorta, per tema che le sue esortazioni fossero spiegate a senso
d’interessamento per Aulo Plancio.

Seneca e Burro apertamente gli dichiararono che non doveva davanti al
suo popolo un Imperatore romano darsi a spettacolo, cimentando l’onore
e la vita. Ma le loro parole non valsero che a sdegnare il despota ed
avvalorarlo nel suo divisamento.

E giunse il giorno tanto da Nerone desiderato, e al circo Massimo tutta
Roma accorse per assistere a quella nuova profanazione della grandezza
Cesarea.




CAPITOLO XII.

Odio ed amore.


Nel giorno destinato alla gara, appena Aulo Plancio ebbe varcata la
soglia della sua casa per recarsi al circo, una donna, coperta da fitto
velo, s’avvicinò a lui e gli disse:

— Guardati dal vincere, o Aulo Plancio.

— E chi sei tu che così mi ammonisci?

— Non curarti di sapere chi io mi sia, — rispose la donna. — Guardati
dal vincere, ti ripeto, se t’è cara la vita.

E raggiunta una compagna, anch’essa velata e che l’attendeva a poca
distanza, s’allontanarono amendue con celere passo.

La sera innanzi, dopo un’orgia fatta con cantori, istrioni e meretrici,
Nerone stava supino sul suo letto, e ad Atte, che gli giaceva denudata
al fianco, diceva balbettante per ubriachezza:

— Il soverchio falerno e le tue carezze mi hanno fiaccate le fibre, e
domani ho bisogno di tutte le forze per condurre i miei dieci puledri e
fiaccar l’orgoglio di quel giovine presuntuoso.

— Ma tu lo sfidasti, o Claudio.

— Perchè il suo trionfo mi fece dispetto. Voglio mostrargli, che se gli
altri furono vinti da lui, non si vince Nerone.

— Dunque tu sei sicuro del trionfo.

— Tanto lo sono, che designai già la vergine dalle cui mani dovrò
ricever la corona.

— E chi sarà costei? — dimandò Atte con amarezza gelosa.

— Tu non lo indovineresti mai.

— Ma chi dunque?

— La tua sorella di latte, la Vestale Rubea.

A questo nome Atte si levò sul fianco e fissando Nerone negli occhi,
quasi volesse scrutarne l’intimo pensiero, gli dimandò come avesse
pensato a lei, cosa lo avesse indotto a quella scelta.

— Non ti ricordi, — rispose Nerone, — quanto un giorno esaltasti la
beltà di lei? Anche il pedagogo ne rimase abbagliato.

— Ebbene?

— Io voglio vederla, voglio che all’onore di pormi sul capo l’alloro
sia chiamata questa divina Sacerdotessa.

— Rifiuterà.

— Oibò, — mormorò Nerone, dimenando il capo.

— Rifiuterà per certo, — ripetè la citarista.

— Non si rifiuta a Nerone.

Atte, ponendosi le mani nei capelli, esclamò:

— Ah ch’io presento sventure!

Nerone fe’ le spallucce.

— Guardati bene, o Claudio.

— E tu guardati dal riuscirmi importuna.

— Quasi desidero che il vincitore sia Plancio, — mormorò la donna
scendendo dal letto, e ponendo i bei piedini sulla pelle di pantera
distesa in terra.

Nerone, pieno di dispetto, gridò:

— Ah! tu vuoi dunque la morte di quel disgraziato.

— Cosa intendi con questo? — chiese l’altra rivolgendosi.

— Ricordati che l’istrione Paride osò vantarsi in pubblico d’essermi
superiore nel recitar tragedie, e poco dopo traversò lo Stige.

— Ma tu non ucciderai quell’uomo che nulla ti fece.

— Nulla mi fece? — ripetè sogghignando il briaco tiranno, — e forse
egli osa, mentre parliamo, giacersi in letto colla diva Agrippina.

— Io t’impedirò questo nuovo delitto.

— Non avrai siffatta cura perchè la vittoria sarà mia.

— Ma se il fato....

— Lascia in pace il fato, e vattene.

— Voglio prima che tu mi rassicuri, o Claudio.

— Va, ti dico, ch’io sono stanco e più non ho volontà di parlare.

Atte s’avvolse nel suo amitto ed uscì.

Ridottasi nella sua stanza, si fe’ a fantasticare sulla tremenda
minaccia, e come si potesse prevenire il Plancio senza che lo sapesse
Nerone.

Finalmente si decise ad avvisarlo lei stessa, e levatasi di buon
mattino, prese a compagno Sporo, e velati ambidue si recarono davanti
alla casa d’Aulo, e sentendo dall’ancella ostiaria che questi non era
ancora uscito, lo attesero nella via.

Compiuta l’opera pietosa, a cui il cuore e la coscienza l’avevano
spinta, tornando verso la casa Augustale pensava a Rubea. Un vago
presentimento, misto a turbamento geloso, l’esortava ad avvisare anche
la sua sorella di latte dell’onore a cui la si voleva invitare.

Ma le verrebbe fatto di veder la Vestale? E vedendola potrebbe
consigliarla di rispondere con un rifiuto al desiderio cortese del divo
Cesare? E ciò per un chimerico dubbio, da cui il sacro carattere di
Sacerdotessa si sentirebbe offeso.

E poi, non sarebbe da parte sua un atto biasimevole l’andare essa
stessa, tanto amante, tanto beneficata, ad accusare l’Imperatore di
malvagie intenzioni?

Deposto il pensiero di quel tentativo tornarono al palazzo.

Giunta l’ora di recarsi al circo Massimo, desiderosa di restarsene
a meditare mestamente nella sua stanza, volle che Sporo vi si
recasse senza di lei. Non le riuscì però di liberarsi del giovinetto
innamorato, ch’era tutto felice di trovarsi solo in sua compagnia,
poichè anche Egloga ed Alessandria v’erano andate in compagnia di
Fusco, Procuratore dell’Egitto, e figlio di quest’ultima.

Prima di recarsi al circo, Nerone andò al tempio di Giove Ottimo
Massimo e là depose davanti al simulacro un ricchissimo cofanetto
d’oro. In esso erano rinchiusi i peli dei suoi mustacchi, che quella
mattina stessa s’era fatti radere, per offrirli in olocausto al Nume,
perchè gli ottenesse il trionfo.

Erasi inoltre servito per acconciarsi le chiome d’un drizzatoio
ch’eragli stato donato da uno del volgo, e pel quale aveva grande
venerazione, assicurando che gli prediceva l’avvenire.

Riferisco queste strane fantasie di quel monomane, appoggiandomi
all’autorità di Caio Svetonio.

I dignitari dello Stato e del clero, i patrizii colle loro famiglie
sedevano nel circo, perchè Nerone lo aveva quasi imposto loro.
Agrippina ed Ottavia erano nel pulvinare, circondate dalla corte, e
l’una e l’altra facevano voti perchè vincesse l’Imperatore, supponendo
che sarebbe stato terribile in lui lo sdegno del vinto.

Quantunque Nerone sapesse d’essere valente maestro nel guidare
dieci cavalli di fronte, pure mostravasi preoccupato, tanto più
che aveva dato ordine all’Edile e ai Giudici che fossero osservate
scrupolosamente le leggi della corsa.

Prima d’uscire dalle _carceri_ col suo avversario ripeteva a questi di
guardarsi bene dal non metter tutto l’impegno per riuscir vincitore.

Dopo aver fatto il solito giro al passo, quando al prolungato squillo
delle trombe cadde l’_alba linea_ e partirono, l’Imperatore, durante
i tre giri, di tratto in tratto toglieva lo sguardo dalle teste de’
suoi cavalli per rivolgerlo a quelli del suo competitore, che rimaneva
indietro, e vedere se ciò facesse per non giunger primo alla meta.

Dal modo incerto però col quale procedevano i dieci puledri d’Aulo
Plancio, si capacitò che se non riusciva a mandarli innanzi, era in lui
inesperienza, non astuzia.

Nè l’una nè l’altra. Il giovine Cavaliere, durante la corsa, titubava
ancora tra il desiderio e la tema di vincere, e questa incertezza
s’appalesava nel guidare il _decemjugis_.

Nerone toccò il primo la meta, e tra gli urli del popolo e lo squillar
delle trombe, fece due giri ancora attorno alla _spina_, prima di poter
trattenere gli sfrenati puledri.

Ricevuta ch’ebbe dalle mani dell’Edile la corona d’alloro, scese dal
carro e montato sopra quadriga dorata insieme al sommo Sacerdote di
Vulcano, cominciò il giro trionfale, e come fu dinanzi al pulvinare, ad
alta voce pronunziò il nome della Vestale Rubea.

S’udì nel circo un prolungato mormorio, che non denotava certo
approvazione da parte del publico. Tutti gli occhi si rivolsero al
recinto riserbato alle Vestali, che agitate gesticolavano, parlando fra
loro.

Nerone, disceso dal cocchio, attendeva sull’alto della gradinata,
che metteva dall’arena al pulvinare, quando venne a lui il Pontefice
Massimo, seguito da altri Sacerdoti e così gli parlò:

— O divo Cesare, tu sai che ufficio delle Vestali fu sempre quello
di porgere la _laurea insigne_ ai guerrieri che tornavano dopo aver
debellato i nemici. Quello era sacro rito e s’addiceva loro. La corona
dei ludi deve porgerla una nobile fanciulla del patriziato, e tu non
puoi disconoscere questo loro diritto.

— Io tutto posso, — interruppe Nerone facendosi torvo. — Se a me piace,
cangiando in sacra una cerimonia profana, ch’è pure consacrata agli
Dei, chiamare una Sacerdotessa di Vesta all’onore di cingermi il lauro,
chi può impedirlo?

Il Pontefice rispose risolutamente:

— Tu stesso, che non vorrai oltraggiare la Dea nella sua Sacerdotessa,
nè urtare colla religione del popolo romano.

— E se malgrado ciò, io m’ostinassi nel mio proposito?

— T’esporresti al rifiuto della vergine Rubea.

Nerone, dopo aver fissato il Pontefice con espressione di volto, dalla
quale traspariva un sinistro progetto, mormorò:

— Sta bene.

E rivolto verso l’interno del pulvinare, pronunziò un altro nome.

E fu quello d’Antonina, la sorella di Britannico.

Questa, che si teneva in disparte dietro i biselli delle due
Imperatrici, rimase alquanto incerta, se rispondere o no a
quell’invito.

Essa odiava Nerone per aver usurpato il trono del fratello, e rifuggiva
dall’accettare da lui onore qualsiasi.

Della sua titubanza s’avvide Ottavia, ed uno sguardo supplichevole di
lei la decise ad acconsentire.

La prestante persona, le splendide forme, la folta chioma castagnina,
la vivacità delle brune pupille, formavano la procace bellezza
d’Antonina.

Allorchè l’Imperatore, ascesa la scalea, s’inginocchiò sull’ultimo
gradino, essa maestosamente si fece innanzi, prese dalle mani del
Sacerdote di Vulcano la corona, e glie la pose sul capo.

Nerone discese, rimontò sul carro, e fece il giro trionfale.

Intanto i Consoli, l’Edile e le matrone romane colle loro figlie
andavano a fare omaggio d’ossequio ad Antonina, seduta su ricco trono,
e circondata dalle Vestali.

Compita la cerimonia, la moltitudine tumultuosamente sgombrò il
circo, senza neppure attendere che i trombettieri dessero il segnale,
e irruppe come fiumana per le vie più brevi, che dal circo Massimo
conducevano al monte Pincio.

Tutti erano in ansia di giunger presto su quella vetta dov’era l’ara di
Vulcano, e dove doveva chiudersi la sacra festività alla mezzanotte.

Antonina, accompagnata sempre dalle Vestali, giunse ch’era già venuta
la sera e andò a sedersi sopra il solio, entro un boschetto d’allori.

A stento i littori tenevano indietro i curiosi, che volevano vedere
l’Antistite della festa non solo, ma anche quella Vestale Rubea, che
invitata dall’Imperatore, non erasi presentata.

Alti candelabri di marmo, nelle cui tazze ardevano materie resinose,
rischiaravano la variopinta moltitudine, che sembrava agitarsi in un
mare di fuoco.

S’udì un frastuono lungo l’erta, di cui gli andirivieni si
rischiararono di nuova luce. Erano le faci dei pretoriani, che
accompagnavano il carro a quattro cavalli nel quale sedevano Nerone e
il Sacerdote dì Vulcano.

Fra le acclamazioni della plebe giunse la quadriga davanti al boschetto
degli allori.

Nerone discese, e presa per mano Antonina cominciarono a passeggiare
in mezzo alla folla stipata. Dietro di loro venivano le Vestali, poi
i Sacerdoti di Vulcano, e al corteggio facevano ala i soldati del
pretorio ed i littori.

Il vincitore non sembrava completamente lieto della vittoria.

Parlava con Antonina, salutava il popolo, cercando di nascondere più
che da lui si potesse l’interno dispetto per le severe rimostranze del
Pontefice. Di tratto in tratto volgeva la testa indietro, e lanciava
sguardi di fuoco sulla Vestale Rubea.

Tornati presso l’ara di Vulcano, egli piegò un ginocchio davanti ad
Antonina, che lo spruzzò, secondo il rito, d’acqua lustrale.

Quando fu terminata la festa alla mezzanotte, essa si congedò dalle
Sacerdotesse di Vesta e tornò al suo palazzo.

Al dì seguente era coricata ancora quando entrò nella sua stanza
Britannico colla faccia imbronciata.

Egli era dolentissimo che la sorella, da lui tanto amata, avesse
accondisceso all’invito di Nerone, ma non osava esternare il suo
rammarico. La predilezione e il rispetto che nutriva per essa non glie
lo consentivano.

Il penoso sentimento di lui però non isfuggì ad Antonina, che gli disse:

— Vieni qua, fratello, baciami, e non guardarmi sì torvo. Se
chiamata da Nerone dopo la Vestale Rubea, accondiscesi ad assumere
la parte di somma Sacerdotessa in quella risibile festa pagana, fu
per tranquillizzare Ottavia, che ha dell’infido marito così grande
timore. Se avessi rifiutato anch’io, chi sa a quali eccessi lo avrebbe
trascinato l’ira, che gli divampava dagli occhi.

— Comprendo il tuo nobile sentimento, — rispose Britannico, — ma dovevi
rammentarti in quel momento ch’egli ha rapito a me la diadema dei
Cesari.

— Nè l’ho dimenticato, nè lo dimenticherò mai. Benchè nati da diversa
madre, tu sai, Britannico, che io ti porto affetto più che a vero
fratello, tu sai com’io m’adopri perchè sia riparata l’ingiustizia
di tuo padre verso di te. E della sollecitudine mia per raggiungere
codesto scopo possono farti fede i nostri amici.

Gli amici di cui parlava Antonina erano Gneo Calpurnio Pisone, Marco
Flavio Sverino ed altri, che parteggiando per Britannico, cospiravano
insieme ad Antonina.

Di codesta donna, saggia e risoluta ad un tempo, essi avevano stima
grandissima. Laonde dapprima rimasero meravigliati ch’essa si fosse
prestata a supplire la Vestale nel buffonesco trionfo di Nerone; ma
poi si persuasero che sovente giova l’infingimento per celar meglio i
reconditi propositi, e lungi dal censurarla, la lodarono.

Di fatto Nerone, illuso dalla cortese abnegazione di lei, che figlia di
Cesare acconsentiva ad accettar l’invito da Rubea rifiutato, espresse
colla madre e colla moglie ammirazione e gratitudine per essa.

L’immagine della bella Vestale però eragli rimasta impressa nella
mente, e nel tempo stesso non poteva dimenticare la dichiarazione
del Pontefice Massimo, che la vergine, quand’anche non vi fosse stata
costretta dal suo dovere, avrebbe egualmente risposto col rifiuto.

Intollerante di qualsiasi opposizione, per quanto ragionevole, quella
d’una fanciulla dalla quale avrebbe voluto essere obbedito ed amato, lo
esasperava ancor più e gli toglieva tutta la gioia del trionfo.

E questa gioia venne ad intorbidargli ancora il funesto Aniceto,
narrandogli che Aulo Plancio erasi vantato nella taverna di Salvidieno
Orfido, ch’egli avrebbe potuto vincere l’Imperatore, ma non aveva
voluto per non umiliarlo.

Nerone, balzando in piedi, s’avanzò verso il pedagogo cogli occhi
stralunati e il pugno in alto, e gli gridò:

— Menti!

L’altro, fattosi umile per la paura, mormorò:

— O divo Cesare, così mi fu riferito.

— Da chi?

— Da Cercopiteco Panerote.

— Ordina ai liberti d’andarne in traccia.

E allorchè giunse il parassita, confermò quanto aveva riferito Aniceto.

Vedendo però l’eccitazione di Nerone aggiunse:

— Ma tu, divo Cesare, non spiegare a mal senso le parole di quel
giovine Cavaliere. Certo, avrebbe fatto meglio a lasciar da banda
la vanità e tacere, accontentandosi di non averti per abnegazione
contrastata la palma....

— Dunque, — interruppe Nerone, digrignando i denti, — anche tu credi a
quel vituperato millantatore?

— Io... no... ma se fosse vero quello che asserisce sarebbe da lodarsi.
Al suo posto, ancor io avrei fatto lo stesso.

— Ebbene, — disse Nerone, con accento che incuteva terrore, — io saprò
premiar lui, come avrei premiato te, o Cercopiteco.

Come questi fu partito, fece venire il capo dei pretoriani e si
trattenne a lungo con lui.

Alla sera, Aulo Plancio, uscito dalle stanze d’Agrippina, mentre
attraversava l’atrio, vide alla fioca luce d’una lanterna una donna
affacciarsi dietro uno stipite, e fargli cenno d’avvicinarsi. Mentre
moveva verso di lei, una mano afferrò il braccio di quella donna e la
trasse a viva forza indietro.

La porta fu richiusa con violenza, ed Aulo Plancio uscì dal palazzo dei
Cesari alquanto preoccupato.

La scena, a cui aveva assistito poc’anzi, gli dava a pensare.

Giunto che fu alle falde del Palatino, dall’ombra d’un edifizio
sbucarono fuori quattro uomini armati di _sica_[61] che gli si
gettarono addosso, lo atterrarono, e dopo averlo crivellato di ferite,
allorchè lo videro esanime, ne deposero il cadavere sopra una bara, e
andarono a gettarlo nel Tevere.

Quando il capo dei pretoriani annunziò al tiranno che l’ordine era
stato eseguito,

— Sta bene, — disse Nerone.

E rimasto solo, aggiunse:

— Ed ora a te, bella e superba Vestale.




CAPITOLO XIII.

Il mago Simone e l’avvelenatrice Locusta.


Da alcune frasi a Nerone sfuggite nell’ira, Atte aveva indovinato il
fiero proposito ch’egli nutriva contro Aulo Plancio, e gli aveva detto:

— Se tu, o Claudio Nerone, ami ancora la tua schiava fedele, tu non
ucciderai quell’uomo.

— L’ami forse, poichè tanto ti cale di lui?

— Non è la pietà per esso, che mi fa parlare, è l’amore per te. Non
voglio che tu attiri sul tuo capo l’ira di Giove.

Nerone alzò le spalle con disprezzo.

— Non voglio che tu offuschi coi delitti lo splendore dei Cesari.

— Se i delitti, — interruppe l’Imperatore sogghignando, — avessero
dovuto offuscare quello splendore, il nome dei Cesari sarebbe sepolto
nelle tenebre.

Atte continuò a persuaderlo, a supplicarlo fino a gettarglisi ai piedi;
l’altro, freddo, inesorabile, la lasciò parlare senza rispondere.
Perduta ogni speranza d’indurlo alla clemenza, diede in un sospiro ed
esclamò:

— Poichè tu, crudele, mi nieghi la grazia, _Agathodaemon_ m’aiuterà a
salvar l’infelice.

Ed uscì dalla stanza.

Nerone la lasciò partire; poi fatti venire i due liberti Elio e
Doriforo ordinò loro di spiare ogni passo della citarista.

Ed essi la colsero mentre dall’uscio faceva segno ad Aulo Plancio
d’avvicinarsi, e la condussero piangente al cospetto dell’Imperatore
che le disse:

— Ebbene, il tuo Genio tutelare non venne a porgerti aiuto? Egli, più
prudente di te, ebbe paura d’opporsi ai miei decreti.

— Sii clemente, o divo Cesare, — essa mormorò tra i singhiozzi. —
Perdona! Perdona!

— A te, volentieri perdono, o Atte, perchè ottimo cuore è il tuo. Ma
guardati d’ora innanzi dal presumere che tu possa arrestare i fulmini
miei. Correresti il rischio di rimanerne tu stessa incenerita.

E dopo questo tremendo avviso la rimandò.

Atte, per quanto già intravedesse nell’amante suo malvagi istinti, non
avrebbe immaginato mai di trovarlo così indurito nella crudeltà, così
profondamente scellerato.

L’affetto suo aveva resistito alle infedeltà di lui, ma non v’era
fiamma dell’anima, che valesse a distruggere il ribrezzo pe’ suoi
delitti.

Aveva creduto d’esercitare ancora tanta potenza su quell’uomo fatale
per impedirli, per salvar le vittime, per non lasciar così miseramente
distruggere l’amor suo. Ma il disinganno era venuto a toglierle ogni
energia, ogni speranza, e le annunziava che l’ora dell’espiazione
era giunta. Si sentiva destinata a subire le umiliazioni inflitte per
cagion sua all’Imperatrice, che con esimia virtù si rassegnava.

Ottavia però era moglie, e lei invece poteva risparmiarsele,
abbandonando quel mostro, al quale non la legava che un vincolo osceno.

In quel momento di desolazione stava quasi per appigliarsi a codesto
partito. Ma poi cominciò a vagheggiare l’effimera lusinga di poter
riacquistare il perduto dominio su Nerone, d’averlo forse fatto già
rientrare in sè, d’aver col suo pianto salvata la vita d’Aulo Plancio,
e rimase.

Quando s’incominciò a sparger la notizia, che questi era scomparso, i
begli occhi d’Atte versarono lagrime, si riempì l’animo suo di doloroso
rammarico, ma non partì.

E forse la povera citarista fu la sola che veramente piangesse sulla
sorte della vittima.

E Agrippina?

La cinica donna fu la prima a sapere da Seneca del misterioso misfatto,
che s’attribuiva a Nerone, e immaginandosi che questi vi fosse stato
spinto da gelosia per lei, fece d’abbominevole compiacenza farmaco al
dolore.

Ottavia dapprima si mostrò incredula, non vedendo la ragione di quella
vendetta; ma quando venne un giorno Lucano, e le rese evidente la
realtà del fatto, cadde come prostrata sotto il peso della triste
rivelazione, quasichè l’infamia del marito potesse ricader sul suo
capo. Non le sfuggì però dal labbro esclamazione alcuna di dolore o
d’indignazione.

Sperò ancora che le venisse smentita quella notizia, e non abbandonò la
speranza finchè non venne da lei Menecrate, nel quale riponeva fiducia
grandissima.

La fiducia, la stima, la simpatia, l’amicizia sono quei tali
sentimenti, che s’offrono alle donne oneste come pseudonimo all’amore.

Venne il citaredo, ed essa gli dimandò se avesse sentito della grave
accusa, che si moveva all’Imperatore, e s’egli vi prestasse fede.

Menecrate rispose che lo sapeva da vari giorni, nè poteva non crederlo,
poichè lo stesso Nerone dichiarava d’aver voluto punire l’oltracotante
menzognero, che aveva offeso il suo amor proprio.

— E perchè finora me lo tacesti?

— Perchè le labbra del fido citaredo non devono dar per te che suoni
lusinghieri. Avrei riguardato come un delitto il darti un dolore, che
ti si poteva risparmiare.

— Ti ringrazio, o Menecrate, — disse la giovine Imperatrice con
un mesto sorriso. — Se la virtù mi vieta di corrispondere ai tuoi
sentimenti, non posso a meno di non apprezzar la nobiltà dell’animo
tuo. Ci proteggano gli Dei, poichè io adesso tremo per tutti.

— La mia vita t’è sacra, o divina Ottavia, e il fartene olocausto è un
bene che anelo. Non tremar dunque per me.

— Oh, no, preghiamo i Numi ch’egli non faccia nuove vittime.

E un’altra pur troppo era già designata. La Vestale Rubea.

Un giorno Nerone si presentò al Collegio delle Vestali, e ordinò che
gli fosse condotta innanzi.

È facile immaginare con quale trepidanza la vergine si presentasse a
lui.

Seppe però dominare l’interna apprensione, e come sempre, riservata e
severa, gli disse:

— Eccomi ai tuoi cenni. Cosa chiedi da me, o divo Cesare?

Nerone, seduto sopra uno sgabello, colle braccia conserte al petto,
dopo averla fissata con sguardo provocante, prese a dire:

— È vero, o Vestale, che se io il giorno dei Circensi avessi insistito
per ricevere l’alloro dalle tue mani, tu non avresti acconsentito?

— E come l’avrei potuto, se me lo vietano le leggi del nostro culto?

— Non v’è legge, non v’è culto che valga quando Cesare impone.

Rubea tacque.

Nerone riprese:

— E se, malgrado il divieto del Pontefice Massimo, io t’avessi
costretta ad accondiscendere al mio desiderio, cosa avresti fatto?
Rispondi.

— Avrei obbedito agli ordini del sommo Sacerdote.

— Non sai tu, o vergine, cosa sia oltraggiar Nerone?

— Il mio rifiuto non poteva arrecarti offesa, o divo Cesare, perchè
indipendente dalla mia volontà. Tu stesso comprendesti in qual bivio
tremendo avresti messa la povera Vestale, poichè chiamasti in mia vece
Antonina. Se non presti fede alle mie parole, se credi ch’io t’abbia
offeso, puniscimi.

— Lo vorrei, ma non ne ho il coraggio. E sai tu perchè? Perchè mi
sei cara; perchè dalla prima volta che ti vidi fui colpito dalla tua
bellezza. Infine perchè t’amo.

E in così dire levossi in piedi.

Rubea retrocedendo sdegnosa, proruppe:

— O Cesare, tu dimentichi che parli ad una Sacerdotessa di Vesta.

— La Sacerdotessa è scomparsa, ed io non vedo davanti a me che la bella
fanciulla del Laterano. Io non curo il tuo culto; sfido per te la tua
Dea. Io voglio rapirti a lei, voglio infranti i tuoi voti.

— Cessa, cessa, — esclamò la Vestale comprimendo colle mani le orecchie.

— Ascoltami! — gridò Nerone.

— Non lo debbo.

— Ascoltami; te lo impongo.

— I tuoi blasfemi mi fanno orrore.

— È divino anche il blasfema, quando è l’amore che lo spinge sul
labbro. Tu devi esser mia.

— Orrore! — esclamò Rubea, movendo per fuggire.

Nerone la trattenne, afferrandola per un braccio.

Essa riprese con foga di parlar concitato:

— Ma non temi i fulmini di Giove, l’ira dei Sacerdoti, il furore del
popolo?

— Tutto sfido per un tuo amplesso, per un tuo bacio.

— Dammi piuttosto la morte.

— No, voglio darti la vita, voglio toglierti da questa squallida
prigione, per condurti fra gli splendori della mia corte. Non sarai la
prima Vestale che sottomette la ragione al cuore.

— E furon sepolte vive nel campo scellerato. È questo che tu vuoi?

— Quelle non erano le amanti del più potente Imperatore del mondo.
A te nessuno oserebbe torcere un capello. Le verghe, colle quali il
Pontefice Massimo punisce le costoro negligenze, si spezzerebbero. Non
vi sarebbe forza umana capace di sollevare per te la pietra sepolcrale,
che si richiude sulle Vestali colpevoli d’amore. Tutti piegheranno il
capo, tutti taceranno davanti alla volontà di Cesare.

— Ma la tua volontà non varrà ad impedire l’obbrobrio mio, del mio
collegio, della mia famiglia. Lasciami!

E con sforzo energico si svincolò da lui e scomparve.

— Va, — gridò Nerone furente, — tu non mi sfuggirai.

Queste parole furono udite dalla Vestale, che rimase atterrita. Da quel
giorno non ebbe più pace, conoscendo l’indole perversa del tiranno,
capace di qualunque eccesso. L’interna agitazione non l’abbandonava
mai, e la faceva balzare ad ogni lieve rumore. Allorchè di notte
si trovava sola nel tempio, per mantenere il sacro fuoco, tendeva
l’orecchio ad ogni momento, e quando colla sacra verga attizzava le
brace, lo stesso crepitar delle scintille si cangiava per essa in suono
di passi, in mormorio di voci.

Non osava confidare ad alcuna delle compagne la sua ambascia,
per vergogna di rivelare l’obbrobriosa offerta; e quando la somma
Sacerdotessa le aveva chiesto cosa da lei volesse l’Imperatore,
rispondeva:

— Che implorassi perdono, perchè il giorno dei circensi non risposi
alla sua chiamata e non venni a porgergli la corona d’alloro.

Ma quello che aveva taciuto agli altri, confidava alla madre sua,
scongiurandola a non rivelarlo a chichessia, neppure al padre, e la
pregava di procurarle un rimedio, che calmasse i suoi terrori e il suo
turbamento nervoso e la salvasse dalle veglie angosciose.

Una notte, ch’era alla custodia del fuoco sacro, fu presa da tale
sonnolenza contro la quale cercò di lottare, ma inutilmente.

Volendo invocare l’aiuto della Dea, tentò genuflettersi, ma non potendo
sostenersi, sedette in terra, e col capo poggiato sul cuscino dello
sgabello profondamente s’addormentò.

Fra l’ira d’essere stato respinto e la libidine destata in lui dalla
venustà di Rubea, e dalla stessa lotta sostenuta con essa, Nerone
era tornato alla casa Augustale in preda ad agitazione, che aveva del
delirio.

Se non lo avesse trattenuto la tema del pericolo, al quale s’esponeva
pel sacrilegio commesso, la Vestale sarebbe stata tolta a viva forza
dal chiostro e trascinata nel cubiculo imperiale.

Non poteva egli però così impunemente affrontare le vendette
sacerdotali e il furore di Roma intera. Ma posseder la fanciulla del
Laterano voleva ad ogni costo.

Aniceto, benchè astuto e malvagio, non era da tanto per giovargli in
questa impresa.

Dopo aver ventilati in sua mente varii progetti, fe’ venire il mago
Simone, e gli disse:

— Se tu sei veramente quel maestro d’incantesimi, che ti vanti, devi
darmene prova. Io voglio in mio potere la Vestale Rubea o per amore o
per forza. Il fatto però deve rimanere avvolto nel mistero, sia ch’essa
acconsenta, sia che opponga resistenza. Chiedo insomma a te uno di quei
miracoli, di cui ti dici capace, e che nessuno vide mai. Se riesci
avrai mille nummi[62] e dirò che fosti calunniato da Paolo di Tarso,
e da Simone Barione, quei due Apostoli cristiani che ti proclamarono
impostore. Se non riesci, i nummi si cambieranno in catene.

— Prepara i nummi, o Cesare.

— E credi riuscire?

— Nulla è impossibile al mago Simone, — rispose lo sfacciato. —
Concedimi qualche giorno, e ti prometto che tu potrai far di quella
Vestale la tua voglia, e l’avrai fra le braccia, senza che neppur essa
se ne avveda.

— Non prometter soverchio.

— Prometto per mantenere.

— Vedremo.

Convien dire che il ciurmadore fosse proprio sicuro del fatto suo,
perchè uscì disinvolto, e quantunque fosse già inoltrata la sera, con
passo fermo, sceso il Palatino, s’incamminò verso il Velabro.

All’estremità di quelle tortuose viuzze v’era un orto cintato da mura,
nel quale s’entrava per una rozza porticina.

Davanti a questa s’arrestò Simone e mandò un fischio. Poco dopo apparve
tra le piante un fioco chiarore, la porticina s’apri per richiudersi
tosto dietro il mago.

Una vecchia schiava, rischiarando i sentieri con una lucerna di terra
cotta, introdusse costui entro una casupola di sinistra apparenza,
ch’era in fondo all’orto.

In quella casa dimorava una donna ebrea, chiamata Locusta, celebre
incantatrice, e maestra nel compor filtri e veleni.

Allorchè dalla schiava le fu annunziato il mago Simone, essa era nel
suo laboratorio, occupata a far bollire una miscela sopra un braciere
di bronzo, in cui ardevano rami di sicomoro e di cipresso.

Era una donna, che s’avvicinava all’ottavo lustro, e quantunque i vizii
e le veglie l’avessero prima del tempo appassita, conservava un resto
della bellezza giudaica.

Vestiva una tonaca nera rilevata ai lati con due scarabei fino al
ginocchio, e stretta ai fianchi da cingolo d’argento tutto trapunto
a geroglifici. Aveva il capo coperto da un reticolo, dal quale le
cadevano sulle spalle le folte ciocche di capelli grigi.

Al chiaror della vampa, e d’un alto candelabro di bronzo, facevano
in quel laboratorio orrenda mostra di loro mummie, teschi, scheletri
d’uomini e d’animali, pesci, serpenti e coccodrilli disseccati ed
appesi con fili di ferro al soffitto; truogoli pieni di sangue
e di visceri, fiale contenenti polveri e liquidi d’ogni colore,
disposti sopra mense di legno, rospi che saltellavano in terra e
pipistrelli, che ora svolazzavano in giro per la stanza, ora andavano
a rannicchiarsi tra gli scheletri. E tutto questo ributtante addobbo
mandava fetore siffatto, che non riuscivano a vincere nè i fuscelli
odorosi che ardevano in quel momento, nè i timiami che di tratto in
tratto Locusta accendeva.

Malgrado la sinistra fama che correva su Locusta, uomini e donne anche
del patriziato, ricorrevano per la salute a’ suoi farmachi, per gli
oroscopi a’ suoi incantesimi, per l’amore la gioventù e la bellezza a’
suoi filtri, per delittuose brame ai suoi veleni.

Perfino le vergini Vestali erano state più volte in rapporti con essa,
e di questo era certo consapevole il mago Simone, l’amante suo.

Di fatto quand’essa lo raggiunse nella stanza attigua, perchè a
nessuno, neppure a lui, era permesso l’accesso nel laboratorio, le
disse che aveva bisogno dell’arte sua per addormentare una giovine
Sacerdotessa di Vesta e darla in braccio ad un uomo.

— Chi è costui, chi è colei?

— Il nome di lui non posso dirlo.

— Io l’ho già indovinato.

— La Vestale è la figlia dei Laterano. Se non fallo, tu avesti sovente
occasione d’intrattenerti colla madre sua.

— Gli spiriti d’Averno ti proteggono, o Simone. Ieri venne da me
Fausta Laterano, a chiedermi un farmaco, che tempri le sofferenze della
figlia, e ritorni la calma nel suo spirito agitato.

— E lo consegnasti?

— Non ancora. Soltanto dimani la vecchia Sempronia deve portarlo a lei,
perchè possa la Vestale servirsene il dì seguente, e poter così nella
notte adempiere al suo ufficio, senza essere in preda a spaventose
fantasie, mentre si trova sola nel tempio.

— E tu invece nel tempio la farai addormentare, le darai
l’insensibilità del cadavere, non è vero, o mia bella giudea? — disse
il mago tutto lieto di veder quasi assicurata la riuscita dei suoi
disegni.

Locusta rispose:

— Io posso darle un sonno profondo, come quello della morte, e nel
sonno il delirio dei sensi; ma questo non farò finchè non sappia quale
mercede ti fu promessa da Cesare.

Simone, ch’era astuto ma vile, ebbe paura per un momento d’ingannare
l’incantatrice, e con tutta ingenuità le disse che aveva indovinato, ma
dei mille nummi non confessò che la metà, ed aggiunse;

— Poichè tu così bene m’aiuterai, divideremo il danaro fra noi. Esigo
però che l’Imperatore non sappia della tua complicità e creda il
risultato tutto effetto dei miei incantesimi.

Locusta, sorridendo e fissandolo con aria di compatimento, esclamò:

— Oh, l’infelice negromante che tu sei!

— Lascia fare, o Locusta. La tua scienza, unita alla impostura mia
porteranno buoni frutti, per ambidue. Dunque, il patto è segnato, tu
accetti i duecentocinquanta nummi, e nella notte del posdimani farai
trovar la vergine addormentata nel tempio. Suggeriscimi ora com’io
potrò penetrare coi miei satelliti nel chiostro.

— A questo pensa tu, — rispose la donna, alzando le spalle. — Debbo io
forse far tutto per te?

E per quanto l’altro pregasse di dargli un consiglio, Locusta, ad onta
del suo vantato prestigio, non sapendo cosa suggerirgli, lasciò che da
sè stesso trovasse il modo di rapir la Vestale.

Nell’uscire egli le ricordò d’avergli promessa una certa bevanda, che
lo renderebbe leggero ed agile, come un augello, e potrebbe volare e
confondere in tal guisa Paolo, Simone, e tutti quei cristiani, che gli
davano del ciurmadore.

Quando voltò le spalle per uscire, Locusta lo accompagnò collo sguardo
tentennando il capo, e sogghignando.

Il mago meditò tutta la notte sul modo d’entrare nel chiostro.

Non v’era tempo da perdere; conveniva risolversi, e il miglior partito
gli sembrò quello d’ottenere col denaro la complicità dell’ostiario.

Questi da principio non voleva acconsentire; ma udendo ch’era ordine di
Cesare, che questi poteva ricompensarlo largamente o punirlo pel suo
rifiuto, che d’altro non si trattava se non d’aprir la porta e finger
poi di dormir profondamente e di nulla aver inteso, si rassegnò.

Alla mattina del terzo giorno Simone seppe da lui che Fausta Laterano
aveva portato una fiala, di cui la figlia doveva sorbire tutto il
liquido sul far della sera.

Corse allora al palazzo Augustale per annunziare a Nerone, che nella
notte darebbe in suo potere la Vestale addormentata; e il tiranno
ordinò che la si trasportasse in una palazzina presso gli orti
Neroniani.

Era da poco Rubea caduta nel sonno profondo, quando il mago, seguito da
due manigoldi, entrò nel tempio, la fe’ prendere di peso e portar via.

In quel mentre un’altra vergine Sacerdotessa, con un lumicino in mano,
entrava da una porticina, ch’era dietro al delubro.




CAPITOLO XIV.

La vittima.


Nerone, che attendeva impazientemente, fece deporre l’addormentata su
ricchissimo letto, e in sua presenza la fe’ spogliare da due schiave.
A grado a grado che ne andavano scoprendo le belle membra verginali,
s’accresceva nel tiranno l’emozione lasciva, che lo faceva tremare come
per febbre.

La stanza era rischiarata da una lucerna _bilychnis_ (a due becchi)
appesa al soffitto e dal raggio della luna. Le due luci, confondendosi
insieme, davano maggior risalto alla pelle alabastrina della nuda
Rubea.

Rimasto solo, Nerone si gettò, come belva, su lei, che lascivamente
s’agitava nel sonno, mormorando parole d’amore, il che accresceva in
lui l’eccitazione.

Colle dita le apriva le labbra per premer le sue sui bianchissimi
denti. Non vi fu parte del bel corpo che non fosse profanato da’ suoi
baci selvaggi. Talora desisteva per fissarla con occhi di brace, e
pareva che i suoi sguardi volessero penetrarle nelle viscere.

Alla fine, più frenetico che mai, la strinse in amplesso, e la vittima
si scosse, mandò un grido, e parve volesse destarsi dal funesto
letargo. Ma lo scellerato non si trattenne per questo, e continuò
l’opera nefanda, finchè vide sollevarsi lentamente le pupille della
Vestale, e gli occhi di lei spalancarsi a dismisura; ma senza sguardo.
Credendo allora che la sua vittima si destasse realmente, disse,
afferrandola con forza maggiore:

— Vedi, o Rubea, cosa ti valse a disprezzare l’amor mio? Eccoti nuda
fra le mie braccia.

L’altra diede improvvisamente in così terribile scroscio di risa, che
Nerone ne rimase atterrito, e abbandonandola, saltò giù dal letto e
rimase a guardarla senza profferir motto.

Continuando nel riso convulso, essa stendeva le braccia e le portava al
petto come in un amplesso.

Nel tempo stesso pronunziava frasi insensate, e chiamava Alcandro, e si
contorceva in oscene movenze.

Il suo carnefice, per lascivia, si trattenne ancora a guardarla, ma poi
uscì, e mandò le schiave a rivestirla.

Al mago Simone, che attendeva di fuori,

— Miserabile, — disse con tuono severo, — quale funesta malia
esercitasti tu su quella disgraziata?

— Le diedi il torpore della mente e delle membra perchè i desiderii del
divo Cesare....

— Ella è pazza, — interruppe l’altro — e i desiderii miei non eran
questi. Riconducila adesso d’onde la togliesti. Ecco la tua mercede.

E gli gettò una borsa.

Quindi avvoltosi nel pallio, col capo coperto dal pileo, andò tutto
agitato a passeggiare negli orti al chiarore della luna.

La sorte della sua vittima lo addolorava. Non s’era immaginato che la
turpe sua colpa porterebbe così tremende conseguenze. Egli si proponeva
di difender contro tutti l’innocenza della Vestale, di cui le splendide
forme gli avevano sconvolto i sensi, e di tenerla ad ogni costo presso
di sè, sfidando le minacce e le censure dei Sacerdoti, del popolo, di
tutti.

Tornò ad un tratto verso la palazzina, nella speranza che passato il
supposto incantesimo, Rubea fosse tornata in sè.

A gran stento le schiave riuscirono a farle indossar le sacre vesti,
tanto la misera si dibatteva farneticando.

— Alcandro, o sposo mio, — essa ripeteva, mentre la conducevano fuori
per ricondurla colla lettiga al tempio.

Nerone s’avvicinò al mago, e gli disse imperiosamente:

— Se hai veramente la potenza magica che vanti, rompi l’incantesimo.

A siffatta ingiunzione il ciurmadore si trovò imbarazzato, e sul
momento non seppe cosa rispondere.

Pensando poi che Locusta potrebbe somministrargli un antidoto, che
distruggesse gli effetti del velenoso narcotico, rispose:

— Non è tempo ancora.

— Rendile la ragione, rendile la calma, ti dico!

Intanto le schiave, per indurla ad adagiarsi nella lettiga, le avevano
fatto credere che la conducevano al tempio, dove l’attendeva il suo
sposo.

Ed essa obbedì, gridando fra nuovi scrosci di risa:

— Alcandro! Alcandro!

Simone approfittò di questo per far credere a Nerone che l’incantesimo
cominciava a dileguarsi, e che al tempio di Vesta, ove incominciò,
sarebbe del tutto cessato.

L’Imperatore, con tuono di voce che aveva del ruggito, gli rispose:

— Va, e se t’è cara la vita non comparirmi più dinanzi finchè colei è
fuori di senno.

Così dicendo, tornò a percorrere con passi concitati i viali dell’orto.

Avvicinatosi al palazzo Augustale udì nel silenzio della notte la voce
d’Atte, che s’accompagnava sul _simikion_ una canzone.

Quella soave melodia calmò l’agitato suo spirito.

Entrò nel palazzo, e salito nei cenaculi, si presentò nella cella della
citarista.

Questa aveva cessato di cantare, e deposto presso di lei l’istrumento,
rimaneva assorta nei suoi pensieri.

L’improvvisa apparizione dell’amante la fe’ trabalzare.

— È già spuntato il diluculo e tu vegli ancora? — le disse Nerone.

— Era notte così divina.

— Notte d’averno! — mormorò l’altro.

— Cosa t’avvenne?

— Non dimandarlo. Il vulcano getta fuori le lave che gli ardono in
seno, e porta d’intorno la desolazione, nè sa perchè. Così vuole
natura. Udii la tua voce, e nella turbata anima mia rinacque la calma.
Canta dunque, canta, o Atte, nè chieder di più.

— Obbedirò, — rispose la donna, — ma mi trema il cuore. Le tue
misteriose parole vi gettarono il presentimento, che questa notte
avvenne qualche grave sciagura.

— Non ritogliermi adesso, — interruppe quasi stizzito Nerone, — con
queste malinconiche espressioni la tranquillità che mi diede il tuo
canto.

La citarista mandando un sospiro prese l’istrumento e tornò ad
intuonare l’anacreontica.

Il canto, e più la luce del giorno, dissiparono del tutto le nere
fantasie di Nerone.

Rubea però non gli usciva di mente, ed anelava di sapere cosa fosse
accaduto di lei.

Se il mago non si presentava, era indizio che l’effetto funesto
dell’incantesimo durava ancora.

Impaziente d’attendere, stava per mandare in cerca di lui, quando
venne Aniceto, e gli riferì d’aver udito nella taverna di Salvidieno
Orfido, che quella mattina stessa allo spuntar del sole erasi vista una
Vestale che fuggiva inseguita da Simone il mago, il quale raggiuntala,
voleva trascinarla seco, e mentre che l’altra si dibatteva furiosa, era
sopraggiunto il cristiano Saulo di Tarso e l’aveva salvata, imponendo
all’altro d’allontanarsi all’istante. Simone aveva obbedito, e la
Vestale, accompagnata dal suo difensore, aveva presa la direzione del
Celio.

— Cosa sarà mai accaduto? — soggiunse il pedagogo, a cui Nerone non
aveva confidato l’infame progetto.

— E chi narrò codesto strano avvenimento? — chiese torvo l’Imperatore.

— Un _equiso_ che menava a spasso i cavalli e che conosce il cristiano.

— Che Seneca ordini a questi di presentarsi a me, e tu chiamami il mago.

La Vestale, che vedemmo comparire nel tempio, appena rapita la dormente
Rubea, era Giulia, l’amica del cuore, che sapendola sofferente e in
preda a vaghi timori, veniva a farle compagnia.

Grande e dolorosa era stata la sorpresa di lei, non trovandola.

Come poteva aver dimenticati i doveri del culto, essa cotanto onesta e
diligente?

Nella speranza di vederla ricomparire, rimaneva alla custodia del sacro
fuoco.

Ma le ore passavano, il crepuscolo mattutino rischiarava già le
finestre del tempio, e Rubea non tornava.

Allorchè fu desta la grande Sacerdotessa non aveva potuto a meno di non
prevenirla della misteriosa assenza.

Veniva cercata in tutto il chiostro, s’interrogava l’ostiario, che
fedele agli ordini ricevuti, rispondeva di nulla aver visto, nulla
udito.

Mentre Giulia procurava di difendere l’amica contro le maligne
supposizioni delle altre Vestali, e scongiurava la grande Sacerdotessa
di attendere ancora prima d’accusarla al Pontefice Massimo, s’udivano
da lontano delle grida strazianti, nelle quali era parso loro di
riconoscere la voce di Rubea.

Era di fatto questa, che giunta la lettiga presso il tempio, balzava
d’un tratto a terra, e si dava a fuga precipitosa, inseguita da Simone
il mago.

Come già sappiamo, l’Apostolo Paolo la liberò dal suo persecutore, e
la condusse in seno alla famiglia, colla quale fin da Corinto era in
rapporti d’amicizia. Durante il tragitto egli cercò, parlandole con
somma dolcezza, di calmarla, e di sapere cosa le fosse accaduto; ma
l’infelice continuava ad agitarsi, a divagare, e nulla gli riuscì di
scoprire.

Giunta in casa sua, non riconobbe nè il padre, nè la madre. Presa poi
da delirio furente, cominciò a mandare urli disperati, premendosi le
mani sul capo, e stramazzò come corpo morto.

Mandarono tosto in cerca d’un vecchio medico allievo d’Antonio Musa,
l’Archiatro d’Augusto. Intanto deposero sopra un letto il corpo inerte
di Rubea, la quale mandava di tratto in tratto fiochi lamenti.

La madre desolata, piangendo a dirotto, la chiamava, la copriva di
baci; mentre Plauzio, colle braccia conserte al petto, gli occhi
torvi, senza lagrime, le labbra senza parola, si teneva ritto ai piedi
del letto, e l’Apostolo cercava pietosamente di consolare l’infelice
Fausta.

Giunse finalmente il medico, e dopo molte interrogazioni per
conoscere la causa di quella crisi terribile, sentendo del narcotico
somministratole da Locusta, esclamò:

— Infelici! E chi vi spinse a porre la vostra fiducia nella scellerata
giudea?

Il Laterano, a cui la moglie aveva taciuto d’essersi rivolta a Locusta
per temprare le sofferenze fisiche e morali della figlia, cominciò a
redarguirla.

Ma Paolo lo interruppe dicendogli:

— Abbi pietà di lei: rispetta il suo dolore.

Nella faccia enfiata e livida dell’inferma, negli occhi spalancati e
sanguigni, non fu difficile al medico di riconoscere la malattia. La
Vestale era stata colpita da congestione cerebrale, prodotta forse
dalla violenta bevanda, e fors’anco da altre ignote cause.

Accorgendosi poi che l’infelice aveva esalato l’ultimo respiro, fe’ da
Paolo condur via i due genitori, ed egli rimase solo colla morta.

Poco dopo li raggiunse nell’altra stanza e disse loro:

— Prostratevi ai Dei Mani, e preparate i veli. La figlia v’ha già
mandato l’eterno vale.

Fausta, gettando un acuto grido, corse nella stanza della morta, mentre
il medico, preso per mano Plauzio, gli mormorò a bassa voce questa
semplice parola:

— Violata.

L’altro esclamò con voce tremenda:

— Non m’ingannava dunque il sospetto. Fu per certo la tigre incoronata,
che disonorò, che uccise mia figlia.

E come fuori di sè, corse nella stanza attigua e stese la mano sul capo
dell’estinta urlando:

— Vendetta! Vendetta!

Paolo, che lo aveva seguito, gli pose una mano sulla spalla e gli disse:

— Smetti, o Plauzio, i fieri propositi, tanto, la vendetta non
ti renderà la figlia. Nerone stesso ti vendicherà, correndo più
sfrenatamente verso l’abisso, che gli hanno scavato la giustizia degli
uomini e quella di Dio.

Quella sera stessa ricevette un foglio d’Anneo Seneca coll’ordine di
presentarsi a Cesare.

E al dì seguente egli v’andò.

Simone il mago, ch’era stato più sollecito ad obbedire, aveva fatto
credere a Nerone, che la sua magica potenza stava per sciogliere
l’incantesimo, quando la Vestale era fuggita e l’Apostolo poi gli aveva
impedito di continuare l’opera sua.

Aggiunse poi, che se gli venisse fatto di scoprire ove l’aveva
condotta, le renderebbe subito il senno, per assecondare i desiderii
sovrani, benchè a malincuore. Una volta tornata nella pienezza
delle facoltà mentali, consapevole della sua triste condizione,
riconoscerebbe per certo chi l’aveva violata e griderebbe vendetta.

Queste fandonie inventava il ciurmadore, nella speranza che Nerone
cangiasse progetto, e lo togliesse così da quella pania.

Invece gli disse sogghignando con aria di disprezzo:

— Poichè i tuoi oracoli sono così da poco, che non sanno suggerirti ove
sia la Vestale, lo saprai tra poco dalla bocca di Saulo. Vedrò allora
se terrai la promessa.

Il tristo sentì gelarsi il sangue, e avrebbe voluto trovarsi le mille
miglia lontano di là.

Nerone, appena comparve l’Apostolo, così l’interrogò alla presenza di
Simone:

— È vero, o Saulo, che tu togliesti dalle mani di costui una Vestale?

— È vero.

— E che t’indusse a far ciò?

— Il dovere e la carità.

— Vane parole.

— No, o Cesare, io aveva obbligo di salvare quella vergine
Sacerdotessa, avendo ravvisata in lei la figlia di Fausta e di Plauzio
Laterano. Quand’anche ciò non fosse, la carità cristiana impone di
proteggere il debole contro la violenza del forte.

— E il dovere e la carità, — entrò a dire Simone, — imponevano a me
di ricondurre nel suo chiostro la pazza fuggitiva, e colla mia scienza
renderle il senno. Tu impedisti l’opera pietosa.

— Non può esser certo opera pietosa quella nella quale tu sei
immischiato.

— Perchè insulti un tuo fratello, un seguace di Cristo? — replicò il
Mago.

— Taci, e che non sia vituperato sulle tue sozze labbra il nome santo
del Nazareno.

— Egli è il Dio d’entrambi.

— Il tuo Dio è Mammona. Tu hai sete d’oro, e per estinguerla ogni mezzo
è buono per te. La tua scienza è quella del ciurmadore, che mente e fa
pagar cara la menzogna.

— E se questo è vero, vedremo, — entrò a dire Nerone che non voleva
passare per uno dei gabbati. — Dimmi, o Saulo, dove conducesti la
Vestale?

— Nella sua casa paterna.

— Quella presso la porta Celimontana?

— Quella.

— Ebbene, io ordino a te, Simone, di seguire Saulo alla casa dei
Laterano, e in sua presenza rendere il senno a quell’infelice.

— Ciò è impossibile, — rispose il mago, che sentiva mancarsi la terra
sotto i piedi; — l’opera mia riuscirebbe vana, perchè gli sguardi
di quest’uomo, — ed additò Paolo, — come quelli di Simone Bariona,
esercitano su me un’influenza malefica.

— Perchè sai che i nostri sguardi penetrano nell’interno dell’animo tuo
perverso.

— Bando agli alterchi, ed obbedite ambidue agli ordini miei.

— I tuoi ordini sono vani ormai, o Cesare, — rispose l’Apostolo; — la
vittima è morta.

E qui si fe’ a descrivere con vivi colori gli ultimi momenti di
Rubea, la desolazione della famiglia, i rimorsi di Fausta, per aver
somministrato alla figlia la bevanda di Locusta, i sospetti e le
rivelazioni del medico. Si guardò bene però dal narrare i fieri
propositi di Plauzio contro l’autore del nefando attentato, per tema
che il tiranno prevenisse con un nuovo delitto le vendette di lui.

La sua eloquenza riuscì a destare in quell’anima brutale un senso di
doloroso rimorso.

Nulla però diede a divedere, e senza aggiungere parola licenziò
l’Apostolo, e diede ordine ai pretoriani di condur Simone nel carcere
Mamertino.




CAPITOLO XV.

La casa Aurea.


La fama del truce avvenimento, toccato alla Vestale, non tardò a
propalarsi. Molti eran convinti che l’autore ne fosse Nerone, molti lo
sospettavano, altri, più ingenui, non volevano ammettere che il divo
Cesare avesse potuto farsi reo di così sacrilego ed osceno attentato.

Nessun osava esternare publicamente la propria opinione, ad eccezione
di pochi che come Isidoro Cinico, erano felici di poter biasimare il
tiranno.

Il Clero e le Vestali, prudentemente asserivano che la vergine fuggita
era una povera pazza.

Lo stesso ripetevano le autorità e i cortigiani, e a coloro che
commentavano l’arresto di Simone, da cui era inseguita quell’infelice,
tutti si stringevano nelle spalle, e rispondevano:

— Cesare solo lo sa.

Invece tra le mura del palazzo Augustale era unanime il convincimento
che Nerone fosse colpevole di quel delitto.

Agrippina lo esternò francamente al figlio, dimandandogli con tutta
dolcezza s’era in grado di smentirla.

— Fui, e sono ancora perdutamente innamorato di quella Sacerdotessa.
Ora è morta e conviene ch’io la dimentichi. Dunque, o madre, non
chiedermi di più.

E la furba Imperatrice non aggiunse parola.

Ottavia, anche in questa circostanza, quantunque dolorosamente colpita,
serbò il solito dignitoso contegno.

Tacque con Nerone, come se il fatto ignorasse, limitandosi a pregare
Vesta di non vendicare l’atroce offesa fatta al pudore d’una sua
Sacerdotessa.

Ormai essa più non amava, nè stimava il marito, e malgrado l’affetto
che cresceva in lei per l’onesto Menecrate, serbava intatta la fede
coniugale pel solo sentimento del dovere.

Quanti uomini sarebbero rimasti contenti d’essersi risparmiate le
querimonie della moglie tradita!

Nerone invece, spirito sospettoso e bizzarro, ascrisse il contegno
d’Ottavia a indifferenza verso di lui.

Ciò lo sdegnava, e volle accertarsene.

Si recò da lei e le disse:

— E tu non t’unisci a quelli che m’accusano d’aver violata la Vestale
Rubea, ed esser stato cagione della sua morte?

Ottavia lo guardò sorpresa, e poi con tutta calma rispose:

— Io m’unisco a quelli che ti difendono, e prego i Numi che ti
proteggano.

— Voglio che tu dica se mi credi colpevole.

— Non posso supporre tanta ferocia ed abiezione in te da commettere
così turpe delitto.

Egli aveva provocato da lei una risposta categorica, ed essa lo aveva
accontentato, mentendo il proprio sentimento, per aver agio di dargli
la tremenda frecciata.

L’ingenua Imperatrice questa volta erasi mostrata ben scaltra; talchè
Nerone se ne tornò convinto che la moglie avesse detta la verità.

Non così prudente fu la concubina di Cesare, la quale, saputo
dell’oltraggio fatto alla sua sorella di latte e della fine
miseranda di lei, acciecata dal dolore e dalla gelosia, si presentò
all’Imperatore, e con forza di parlar concitato esclamò:

— Giurami, o Claudio, che la fama mente.

Nerone tacque.

Essa ripetè la dimanda.

E l’altro,

— Lasciami in pace — gridò con sdegno — e ricordati che parli
all’Imperatore.

— Dunque è vero, — rispose la donna strappandosi i capelli.

— Cessa da codeste smanie importune; non renderti uggiosa, che in me
dal fastidio allo sdegno è breve il passo.

Atte, piangendo e levando le braccia al cielo, proruppe:

— O Dei immortali, rivelatemi voi la verità.

— Interroga pure i Numi, interroga gli uomini: essi ti risponderanno,
non io. Nè più t’avvenga, o citarista, di presentarti a Cesare senza
essere chiamata.

— Mai non mi parlasti così, ed oggi lo fai, ch’io sono immersa in tanto
dolore!

— E così rimpiangi quella morta, da cui fosti un giorno respinta?

— Io oggi non ricordo di lei che il suo affetto per me, che l’orribile
tradimento di cui fu vittima.

— Ebbene, — rispose stizzito Nerone, — pasciti pure in queste memorie,
ma non importunarmi più oltre con simili querimonie, e torna nella tua
cella.

E le fe’ cenno d’uscire.

Atte, mortificata, sconsolata, mosse verso la porta a lento passo, e
quando fu sull’uscio si coprì il volto colle mani mormorando:

— Povera Rubea!

E scomparve.

Questa esclamazione di profondo cordoglio Nerone spiegò a senso di
rimprovero per lui, e rimase più irritato che mai contro l’audace
citarista, che tanto osava.

Egli voleva essere per le sue donne, come per tutti, un Dio; e un Dio
lo si ama, lo si ammira, lo si rispetta, ma non lo si censura, e molto
meno lo si prende a scherno, com’egli sospettava che avesse fatto
Simone.

Era di poco partita la citarista, quando tornò il pedagogo.

Locusta, che non voleva tradir l’amico, aveva assicurato che il
farmaco, consegnato a Fausta Laterano, era un narcotico richiestole da
lei, per guarir la figlia dalle veglie e dalle paurose fantasie. Quale
poi fosse stata la cagione della follia e della morte essa ignorava,
nè potevasi certo attribuirla a’ suoi filtri, nè agli incantesimi di
Simone.

— Ma, — terminò Aniceto, — non conviene prestar troppa fede alle
asserzioni di quella giudea intimamente legata al mago cristiano.

— Non fosti scaltro nell’indagare, o pedagogo. Converrà che d’altro
mezzo mi serva per scoprire se sia falsa o vera la magica potenza di
Simone, se debba premiarlo, o insieme ad altri cristiani condannarlo in
pasto alle fiere.

Atte, decisa ad abbandonare il palazzo dei Cesari, era salita nei
cenaculi, e là aveva cominciato a radunare le sue robe, quando
sopraggiunse Sporo, e sentendo della determinazione presa da lei, la
scongiurò a rimanere.

La citarista si mostrò irremovibile.

— Allora verrò teco.

— E perchè?

— Perchè t’amo.

L’altra sorrise tra le lagrime, e lo esortò a smettere le ubbie amorose
e restar tranquillo nella casa Augustale.

Sporo, coll’ostinazione d’un fanciullo, sosteneva di non volere
assolutamente separarsi da lei, ripetendo:

— O tu rimarrai, o verrò con te.

Intanto, era venuta la sera, ed Atte, per liberarsi di lui, gli disse
di lasciarla; dovendo essa recarsi presso l’Imperatrice Ottavia.

— Cosa insolita, questa, — osservò il diffidente giovinetto, — è forse
un pretesto per fuggir subito senza di me.

Quantunque gli riuscisse molto importuno in quell’angoscioso momento,
rispose con tutta dolcezza:

— Vedi, che io lascio qui il _simikion_, il mio fardello, e l’amitto.

Non contento di questa prova, Sporo volle discendere con lei, e solo la
lasciò dinanzi alla porta, che metteva nelle stanze dell’Imperatrice.

Questa erasi recata nel Larario a pregare, e quando si rivolse per
uscire vide prostrata sul limitare una donna.

Al chiarore della lucerna pensile, riconobbe la citarista, che
alzando gli occhi lagrimosi verso di lei, colle mani giunte in atto
supplichevole mormorò:

— O diva Ottavia, perdona!

Erano scorsi due anni dacchè la figlia d’Acaja era stata sedotta da
Nerone, nè mai aveva osato presentarsi alla tradita sovrana.

Grande fu dunque la sorpresa d’Ottavia nel trovarsela improvvisamente
davanti e in quell’umile positura.

Abbassò sovr’essa uno sguardo severo, senza profferir parola.

Atte tornò ad invocare il perdono, annunziandole ch’essa abbandonava
la casa Augustale, dove aveva pur troppo molto amato, ma molto
sofferto, e andava lungi a vivere di dolorose memorie, e a continuare
nell’espiazione, già incominciata, dei falli suoi.

— Assai tardi ti penti, o citarista. Ed è proprio la coscienza che ti
spinge a questa risoluzione, o non piuttosto il disinganno?

— Sì, il disinganno, il dolore d’una speranza svanita. La vergine
caduta aveva sognato di poter col fascino dell’amore e della bellezza
rendere l’amante suo clemente e generoso, e se aveva, suo malgrado,
fatte delle vittime, altre riuscisse a salvare. Da pochi giorni questa
illusione perdetti, e parto. Ora, qui non mi trattiene più altro,
tranne il desiderio del tuo perdono.

— E la volontà di Cesare, — tuonò Nerone comparendo all’improvviso.

Sporo, volendo impedire ad ogni costo la partenza d’Atte, e temendo
ch’essa fuggisse furtivamente, dopo averla accompagnata fino
all’appartamento d’Ottavia, era andato ad avvertire l’Imperatore,
il quale rimaneva cogitabondo, e poi si recava nelle stanze della
moglie, ove il giovinetto gli aveva detto trovarsi in quel momento la
citarista.

Udendole a parlare presso il Larario, arrestavasi per poco ad
origliare, quindi si presentava.

Atte, alla voce del tiranno, cadde sull’anca, e poggiando la mano
sinistra sul pavimento, e la destra ponendo sull’orecchio, lo fissò
sbigottita.

— Hai paura? — le dimandò Nerone.

La donna tacque ed egli riprese:

— Se hai paura, tanto meglio per te, così non oserai ribellarti agli
ordini miei, che t’impongono di rimanere. Tu varcheresti la soglia
della casa Augustale col piè sinistro, ch’è funesto augurio. Ma questo
non avverrà, poichè difficilmente ti riuscirebbe d’eludere la vigilanza
de’ miei pretoriani.

Atte lo scongiurò a lasciarla partire, a liberarla da un’esistenza
obbrobriosa e piena d’angosce e d’umiliazioni. Gli ricordò infine,
ch’egli generoso l’aveva fatta liberta.

— O liberi, o schiavi, — interruppe Nerone, — qui devono tutti chinarsi
davanti alla mia volontà.

E con queste parole la rimandò.

Rimasto solo con Ottavia, ch’erasi tenuta sempre in dignitoso silenzio,
le chiese cosa la citarista volesse da lei.

— Il mio perdono, — rispose Ottavia.

— E tu le hai perdonato?

— Da lungo tempo la rassegnazione si fece natura in me, o Claudio; io
ho perdonato alle offese di tutti.

— È nobile sentimento questo, o indifferenza verso di me? — chiese il
geloso tiranno.

— Questo ingiurioso sospetto mi prova che tu non apprezzasti mai al suo
giusto valore l’anima mia. Anche a questa nuova offesa perdono.

— Dunque tu m’ami sempre?

— E tu?

— Ti giuro, che ad onta delle colpe, a cui mi spinge l’incendio dei
sensi, il mio cuore è tutto per te. Dimmi che mi sarai fida sempre.

— Fino alla morte.

Nerone la strinse fra le braccia e la baciò.

Quindi si separarono.

Nè l’uno nè l’altra avevano in quel momento mentito.

Ottavia non amava più il marito, non credeva più alla sincerità dei
suoi amplessi, delle sue parole, de’ suoi baci; ma era decisa, malgrado
l’affetto che le ispirava Menecrate, a non dimenticare mai i doveri di
sposa.

Egli, nel fango dei vizii, conservava sempre predilezione grandissima
per lei, e non poteva a meno di non ammirarne il carattere nobile,
gentile e riservato.

Erano passati alcuni giorni dalla morte di Rubea, e in Roma si
continuava a non parlare che di lei.

Il sospetto che fosse stata violata e fatta poi uccidere da Nerone
andava sempre più cangiandosi in certezza.

Quegli stessi, che titubavano ancora, non sapendo spiegar la
prigionia del mago, cominciavano a persuadersi che questi era un
complice rinchiuso poi nel carcere Mamertino perchè non parlasse. Si
condannava publicamente il silenzio della somma Sacerdotessa di Vesta,
e del Pontefice Massimo, e dai più violenti si gridava vendetta per
l’oltraggio fatto alla Dea.

A tale fermento contribuivano gli amici dei Laterano, e i fautori di
Britannico, il cui nome taluni osarono acclamar per le vie, non sapendo
a qual rischio terribile esponevano il misero giovine.

Plauzio Laterano, sitibondo di vendetta, era andato ad offrire l’opera
sua, il suo braccio ai congiurati di Calpurnio Pisone, e li spingeva ad
agire.

Antonina però, apprezzando i consigli di prudenza, che le dava
l’Apostolo Paolo, li esortava a non compromettere con atti inconsulti
la sorte del fratello, non sembrando ancora a lei maturi gli eventi.

Nerone intanto addimostrava di non dar peso alcuno a codeste mene, nè
al broncio popolare, nè ai discorsi, nè alle satire sanguinose che si
facevano sul suo conto. Anzi ostentava il maggior disprezzo, assistendo
agli spettacoli publici, ai quali sovente prendeva parte, e dando
feste e sontuosi banchetti in mezzo agli splendori della nuova casa,
alla quale aveva tolto il titolo di _transitoria_ per chiamarla _casa
Aurea_.

E ben meritava codesto nome il superbo edifizio, nel quale Nerone aveva
profuso le ricchezze d’intere provincie.

Il portico a tre ordini di colonne s’apriva, come già dicemmo, di
fronte alla via Sacra dinanzi al vasto lago, al quale facevano cornice
altri palazzi cesarei, tra selve, giardini, grotte, vigneti e pascoli.

La statua colossale sorgeva in mezzo al vestibolo, dal quale conduceva
agli appartamenti vasta scala di marmi variopinti colle mura tutte a
fregi d’argento e d’avorio.

Per altre facili salite si poteva ascendere a cavallo fino al sommo del
palazzo.

Anche senza ricorrere ai voli di fantasia, a cui talvolta si lasciarono
andare il monaco Floriacense Rodulfo Tortario nella sua _Mirabilia_, e
l’autore della _Graphia Urbis Romæ_, parlando della grandezza di Roma
in generale, e dei palazzi cesarei in particolare, basta accennare ai
pregi reali della _casa Aurea_ perchè rimanga meravigliato il lettore.

Sulle porte di bronzo dorato si vedevano sculture di finissimo lavoro,
ed intorno agli stipiti larghe fasce di marmi preziosi incrostati di
pietre dure, madreperle ed avorio.

Simili ornati abbellivano le pareti e gli scompartimenti del soffitto
nella vasta exedra. Nel triclinio, ampio pur esso e di forma rotonda,
la vôlta di bronzo, rappresentante il firmamento, poggiava sopra un
cornicione d’oro e mosaici, sostenuto da colonne d’azzurro turchino
venute di Grecia. Il riflesso di lumi nascosti faceva brillar le stelle
di quel firmamento, che per ingegnoso meccanismo continuamente girava.

Stoffe trapunte d’oro coprivano i triclini, e vicino ad ognuno di
questi era deposta una tavola d’avorio, che mossa in giro, spargeva
fiori e profumi sul convitato.

Ammiravasi poi nei cubiculi imperiali quanto di più sfarzoso e
raffinato poteva sognare la voluttuosa immaginazione d’un uomo.

I riflessi dell’oro, dell’argento, delle pietre preziose, delle
madreperle e degli avori, uniti alla sera allo splendore d’innumerevoli
fiamme, avvolgevano in un mare di luce le mobilia, le suppellettili e
gli altri oggetti d’arte.

E tante magnificenze accontentavano appena la superbia di Cesare,
se si deve giudicare dalle parole ch’egli profferì il giorno
dell’inaugurazione:

— Io pure ormai ho cominciato ad abitar come uomo[63].

In quelle sale fantastiche, sopratutto dopo il fatto di Rubea, come
dicemmo più sopra, s’alternarono con maggior frequenza le feste.

Erano accademie di declamazione e di canto, alle quali prendeva parte
Nerone insieme a citaristi ed istrioni, tutti coronati di rose. Erano
balli, a cui intervenivano le dame romane sfolgoranti per bellezza ed
ornamenti. Erano banchetti, dove in vasellame d’oro venivano serviti
i cibi più squisiti, i più generosi vini d’Italia e di Grecia. Erano
infine orgie, alle quali accorrevano le più procaci etère, la più
sfrenata gioventù di Roma.

Con queste feste riusciva Nerone a gettare la polvere negli occhi agli
altri: ma non a guarir sè stesso. Rubea era morta da un mese, ed egli
non poteva dimenticarne la splendida bellezza, i lascivi trasporti, la
follia, la morte.

E tali rimembranze lo infastidivano, tanto più che Seneca e
Burro, quegli colla solita calma, questi colla solita violenza,
si dichiaravano convinti che l’autore del misfatto foss’egli, e lo
rimproveravano d’aver con questo dato un’arma potente in mano a’ suoi
nemici, ai fautori di Britannico.

Vedendo ch’egli rimaneva impassibile alle loro esortazioni, e alle loro
minacce d’abbandonarlo, ove non si ravvedesse, Burro non potè frenare
lo sdegno ed esclamò:

— Ebbene, poichè le nostre sagge parole tu disprezzi, e quasi deridi,
io mi ritiro dal governo della Republica e saluterò con gioia il giorno
in cui il popolo e i tuoi stessi pretoriani acclameranno Imperatore il
figlio di Messalina.

— Quel giorno non lo vedrai spuntare, — rispose cupamente Nerone.

Quindi, cangiando espressione, come si fosse posta una maschera sul
viso, lo pregò a desistere dal suo proposito, e non privarlo de’ suoi
consigli.

Burro acconsentì, ma il dì seguente, forse in conseguenza della bile,
cadde ammalato.

Premurosamente Nerone gli mandò, col mezzo d’Aniceto, un farmaco atto a
troncare il mal di gola che lo tormentava.

L’infermo, nulla sospettando e quasi grato al cortese interessamento di
Cesare, bevve, e nella notte morì.

Seneca venne a partecipargli la notizia, e Nerone neppure si diede il
fastidio di fare dell’ipocrisia, mentendo sorpresa e dolore.

Tale cinico contegno avvalorò Seneca nel sospetto che Burro fosse stato
avvelenato con quel farmaco.

Ma reso anche più prudente dall’esempio, non si lasciò sfuggire
parola, dalla quale trapelasse il ribrezzo, che a lui inspirava il suo
scellerato discepolo.

Questi, incoraggito dall’impunità che gli accordavano la sua potenza e
il terrore degli altri, prese a meditare un nuovo delitto.




CAPITOLO XVI.

La Stella di Baja.


La vittima designata era Britannico.

Nerone mentiva affetto grandissimo pel giovine cognato; ma in cuor suo
l’odiava, non solo come pretendente al trono, ma eziandio come emulo
nel canto, avendo sentito a lodare la voce di lui. Ma per riguardo ad
Ottavia e ad Antonina non si sarebbe indotto a farlo morire, ove il
favore dell’aura popolare per esso non si fosse di tanto accresciuta in
quei giorni.

Fe’ venire di notte tempo Locusta, e le chiese un veleno, ch’essa
somministrò a patto che fosse liberato Simone, e Nerone accondiscese.

Britannico soleva recarsi sovente ai banchetti e alle feste della
casa Aurea e ciò, più che per suo desiderio, per consiglio dei suoi
partigiani, i quali credevano con questo di nascondere le loro trame.
Antonina però, coll’intuizione della donna, e sostenuta dalle sagge
riflessioni dell’Apostolo, cercava d’opporvisi, ma invano. E il
giovine, che avrebbe obbedito all’adorata sorella, teneva a malincuore
l’invito.

Mentr’egli apprestava le labbra al calice di falerno avvelenato,
Nerone, in una di quelle alternative di bene e di male, frequenti negli
spiriti bizzarri, preso da improvviso rimorso, fu sul punto di balzar
dal triclinio per impedirgli di bere. Ma oltre che tardo giungeva il
pentimento, non poteva egli accusarsi davanti ai convitati?

Fu sorpreso nel veder Britannico continuare il pasto, e partirsene poi
col volto pallido, ma non contraffatto; e più sorpreso ancora quando
seppe che conseguenza dell’avvelenamento era stato un lieve disturbo.

Tutti l’avevano attribuito ad un abuso di cibo e di bevanda.

Il tiranno fu quasi soddisfatto; ma rimproverò Locusta per averlo
ingannato, vendendo cattiva merce.

La giudea si scusò dicendo ch’erale venuta paura di commettere così
grande scelleratezza.

— Non ti credo, — rispose Nerone, — ma ti perdono. Bada però, o figlia
di Giuda, che se un’altra volta i tuoi veleni non uccideranno, ucciderà
te la corda del carnefice.

Ma Simone il mago non fu rimesso in libertà.

Intanto era venuta la stagione dei bagni, e i patrizii e la doviziosa
borghesia abbandonavano i frigidi, profumati lavacri, i tepidarii ed i
godimenti fisici ed intellettuali delle terme, per trasportarsi sulle
rive del Tirreno.

Da Miseno a Sorrento era una non interrotta sequela di giardini e
palazzi campestri appartenenti a famiglie romane.

Ma il luogo da queste prediletto era Baja, piccola città, che sorgeva
tra il lago di Lucrino e il Capo Miseno. In questa spiaggia ridente,
chiusa tra il cielo e le onde, come in una conchiglia di zaffiro, tanti
erano i luoghi di delizia fabbricati dai romani, che per mancanza
di spazio, nella stretta pendice tra le falde del monte Grillo e
il promontorio, dove ora sorge il castello di Baja, alcuni patrizii
avevano edificato i loro palazzi sul mare.

Terme per bagni caldi, templi, teatri, ospizi, case di piacere, luoghi
di ritrovo amenissimi, palestre per gli esercizii di destrezza e di
forza, e giuochi e musiche e feste, nulla mancava a Baja.

Giorno e notte solcavano il mare, tra gli umili navicelli, ricche
biremi, su cui giovani e donne, adorno il capo con rose di Pesto,
banchettavano e cantavano.

L’etère, venute d’Italia e di Grecia, la maggior parte delle quali
facevano gran spreco di _fusco_[64] e di _sapo_[65] si presentavano
talvolta sfrontatamente in publico, indossando una tunica di coa,
tessuto finissimo che non copriva le nudità, ma le rendeva invece
ancora più procaci.

La licenza a Baja aveva oltrepassato ogni limite.

Seneca la chiamava un albergo di vizii. _Molte virtù naufragarono in
quelle acque_, scrive Properzio. _Molte donne_, soggiunge Marziale,
_andavano a Baja Penelopi, e ne partivano, com’Elena, con un amante_.

Nerone, con seguito di sibariti, erasi recato a Baja per passarvi
nella sua villa di Bauli alcuni giorni, dovendo poi tornare in Roma per
ricevervi Tiridate, Re d’Armenia.

Veniva questi a far atto di sommissione, come Re vassallo,
all’Imperatore, dopo aver tentato di vincere i romani a Tigranocerta, e
cacciarli dall’Armenia.

Ottavia aveva accompagnato il marito, benchè a malincuore per la
licenziosa vita che si menava su quelle spiaggie, e che offendeva la
modestia di lei.

Nerone però l’aveva voluta con sè, unitamente alla madre, per un
momentaneo capriccio d’affetto verso di loro.

Non era però che bonaccia presaga di più fiere tempeste.

Una sera d’agosto, Nerone, indossato un rozzo _saio_ e coperto il capo
col _petaso_, uscì solo dalla villa di Bauli per recarsi a diporto. Lo
splendore del plenilunio, che inondava d’argento le vie, e guizzava in
sprazzi luminosi sulle onde del Tirreno, la brezza profumata dai fiori
dei giardini, i canti, i suoni, che s’udivano da lontano, e andavano
a confondersi col gorgheggiar degli usignuoli, le case, dapprima
illuminate internamente, e che a poco a poco andavano avvolgendosi nel
buio e nel mistero, gli riempivano la mente di voluttuose fantasie.

Giunto innanzi ad una palazzina isolata, entro la quale ardevano ancora
le lampade, e di cui era aperta la porta, che dalla via metteva nel
_protiro_, s’arrestò a guardare internamente.

Egli aveva visto in fondo al _protiro_ nell’atrio illuminato una donna
di rara bellezza, mollemente adagiata sopra lettuccio, coperto da
pulvinare trapunto in oro. Le sue chiome, spartite nel mezzo del capo,
le discendevano in due lunghissime ciocche lungo il peplo e la tunica
bianca, che ne facevano risaltar viemmaggiormente la tinta corvina.

Presso di lei sopra un piccolo monopodio d’agata era deposto uno
scrigno, nel quale essa teneva la bellissima mano, e andava con tardo
movimento rimestando i gioielli che v’erano dentro.

Di tratto in tratto alzava coll’altra mano uno specchietto d’argento, e
vi guardava dentro con femminile compiacenza i puri lineamenti del suo
viso, la pelle pastosa e diafana, il roseo pallido delle sue gote, gli
occhi grandi e nerissimi, che giravano lenti e luminosi sotto lunghe
palpebre, il naso della più pura linea greca, e le turgide labbra dal
vivo cinabro, che dava maggior risalto alla bianchezza dei denti.

Davanti a così splendida apparizione Nerone rimaneva estatico,
ammaliato.

Vide comparire un uomo in quella stanza, ed avvicinarsi al lettuccio,
e la bella all’apparire di lui poggiar le spalle sull’_anaclinterio_, e
riversare indietro la testa, chiedendo un bacio.

E molti n’ebbe, che fecero ardere vieppiù i sensi al divo Cesare.

Egli avrebbe voluto irrompere dentro l’atrio, uccider quell’uomo e
prenderne il posto.

Ma a ben più dura prova lo riservava la sua lasciva curiosità.

Il giovine, e la sua compagna uscirono insieme abbracciati, e poco dopo
un’ancella venne a spegnere le fiamme del candelabro, l’ostiario chiuse
la porta che dava nella via, e Nerone, che non poteva decidersi ad
allontanarsi di là, si mise a girare intorno alla casa.

Di tutte le finestre due sole ne rimanevano internamente illuminate.

In quelle stanze erasi forse ritirata la diva col suo sposo o damo che
fosse. Forse in quel momento si stringevano in voluttuosi amplessi.

Il desiderio d’adocchiare ancora la bella, di scoprirne i misteri
domestici, lo rendevano frenetico. Quell’uomo, che cingeva la più
grande diadema del mondo, in quel momento, fatto insensato fanciullo,
cercava un modo di giungere fino all’altezza delle finestre.

Per sua fortuna, sorgeva a poca distanza la statua d’un Fauno, di cui
il piedistallo poggiava sopra quattro gradini, dai quali avrebbe potuto
vedere l’interno della stanza, senza correre il rischio di fiaccarsi il
collo.

Le finestre _bifori_ avevano tutte e due le imposte spalancate.

La prima era un gabinetto ottagono dalle pareti dipinte a figure,
viticci e fogliami, rischiarato da una lampada appesa al soffitto.

Dinanzi al vano della finestra v’era un tavolo di marmo a varii colori,
sostenuto da un _trapezoforo_ squisitamente lavorato.

Su quel tavolo si vedevano, disposti con ordine, pettini,
calamistri[66], aghi comatorii d’argento, d’oro e d’avorio, vasetti,
ampolle e scatole contenenti liquidi, unguenti e polveri odorose. Ai
lati del tavolo v’erano due conche d’argento, sorrette da tripodi e
ripiene di rose.

La stanza era deserta, ma poco dopo udì un rumore di passi, e vide
comparire la dama, seguita da due ancelle, di cui una aveva in mano una
lucerna _polimixa_ a quattro lucignoli.

Dopo essersi fatta attortigliare i capelli dietro la nuca, ed averli
appuntati coll’ago comatorio, levossi in piedi, slacciò la veste di
_coa_, che indossava, e la lasciò cadere sulla pelle di tigre, che
aveva sotto i piedi. Senza saperlo esponeva in questa guisa agli
sguardi d’un occulto ammiratore, in tutto lo splendore della nudità,
la prestante persona, le terga levigate e il colmo seno dai procaci
rilievi, in cui spiccavano sul candore della pelle le due punte brune.

L’ancella _alipila_ cavò fuori da un astuccio le _axisie_[67] d’oro e
cominciò a raderle i peli sotto le ascelle, mentre l’altra faceva lume.

La dama, colle braccia in alto e le mani conserte sulla sommità del
capo, di tratto in tratto chiudeva gli occhi e schiudeva alquanto
le labbra, come se a lei riuscisse molto soave l’occupazione
dell’_alipila_.

Il divo Cesare, non aveva fibra, che non suonasse a martello. Il
sangue gli affluiva al capo, e avrebbe finito per smarrire del tutto
la ragione e portarsi a qualche atto inconsiderato, se udendo a poco
distanza un calpestìo, non avesse stimato prudente uscir dal recinto e
tornare alla villa di Bauli.

Da quel momento egli non ebbe altro pensiero che il possesso di quella
donna.

Sognò di lei tutta notte. Durante il giorno passò in cocchio dinanzi
alla casa, percorse la spiaggia e le vie della città, cercandola, e
finalmente vide uscir dalle terme una dama seguita da due ancelle.

Attraverso la maschera di velo, che le copriva il volto, la ravvisò e
gli parve più bella e seducente allo splendore del sole, e arrestò la
biga per meglio osservarla.

Essa, passando, rivolse verso di lui lo sguardo, e riconosciuto
l’Imperatore, lo salutò, chinando leggermente il capo, e andò innanzi.

A quel dignitoso contegno crebbe l’ammirazione di Nerone.

Egli pensava, tornandosene:

— Bella e superba! La conquista è degna di Cesare.

Alla sera s’avviò verso la palazzina della donna, nella speranza di
vederla ancora, come la notte precedente, ma fu deluso.

Gli appartamenti erano splendidamente illuminati, e ne usciva un
frastuono di suoni, di voci, di risa, misto a rumore di vasellame e
tintinnar di cristalli.

Maledisse all’importuna festa, e si fece a girare d’attorno per vedere
ove s’adunassero i convitati.

Sedevano sotto una pergola annessa al triclinio, e rischiarata da
lampade appese.

Non riuscendo a vedere tra la spesse foglie della vite, e temendo
d’esser sorpreso dagli schiavi, che servivano la mensa, stava per
allontanarsi, allorchè udì qualcuno declamare dei versi, e alla voce
gli parve di riconoscere Lucano.

E un altro riconobbe pure, Cercopiteco Panerote, il quale con voce da
avvinazzato, faceva brindisi alle squisite vivande e ai vini generosi.

Se l’allegra brigata avesse potuto supporre, che a lei ronzava
d’intorno il tremendo Imperatore, il buon umore ne sarebbe scemato di
molto.

Alla dimane Nerone, quando al _jentacolo_[68] vide Lucano e
Cercopiteco, ospiti suoi, rivolse loro questa dimanda.

— Or che Agrippina ed Ottavia si sono ritirate nei loro appartamenti,
confessate i vostri peccati. Come passaste la sera di ieri?

— Mangiando e bevendo a crepapelle, — rispose Cercopiteco tutto
soddisfatto.

Lucano aggiunse:

— In casa d’una donna di sovrumana bellezza.

— Di fatto, — osservò sorridendo Nerone, — tu, poeta, con ode saffica
ne esaltasti le veneri, come tu, sibarita, esaltasti in prosa i
prodotti della cucina e della vigna.

I due, supponendo che a lui lo avesse riferito qualcuno dei convitati,
affermarono.

— E chi è codesta dama?

— Più volte, o divo Cesare, tu la sentisti a nominare per la sua
bellezza, — rispose Lucano. — Essa è Poppea Sabina, moglie a Salvio
Ottone Cavaliere.

Cercopiteco aggiunse:

— Sicuro, sicuro, proprio lei.

— Facile conquista, — pensò fra sè Nerone.

— Oltre l’essere divinamente bella, — riprese Cercopiteco, — è donna di
gusto squisito, amante della grandezza e del lusso.

— E del Cavaliere Ottone s’accontenta? — interruppe Nerone.

Cercopiteco guardò Lucano, quasi chiedendo su questo particolare
l’opinione di lui, non fidandosi della sua.

E Lucano osservò esser cosa malagevole indagare certi misteri
domestici, e che spesso l’apparenza inganna.

— È vero, — disse l’altro, — ma da quanto si vede il Cavaliere è assai
premuroso per lei, la circonda di cure, d’agi, di lusso. Si comprende
ch’essa è soddisfatta di quelle feste, di quei banchetti, di quelle
vesti magnifiche, di quei preziosi gioielli, di quelle....

— Sì, — interruppe Lucano, — perchè è molto ambiziosa.

Nerone ascoltava senza interrompere, perchè a lui giovavano quelle loro
osservazioni.

— I vostri encomii, — disse finalmente, — m’han fatto nascere il
desiderio di conoscere codesta divinità, prima di tornare in Roma per
l’arrivo del Re Tiridate. Uno di voi dunque andrà ad invitarli alla
festa notturna di posdimani.

— Andrò io, — disse subito Cercopiteco, — sicuro che saranno felici di
tanto onore. All’ora della merenda li troverò per certo.

Nerone, soddisfatto di vedere così facilmente raggiunta la meta dei
suoi desiderii, interruppe ridendo:

— Così una _copta_ di Rodi[69] e un _poculo_ di falerno non potranno
mancarti, o ghiottone.

Nell’uscire, Lucano disse sottovoce a Cercopiteco:

— Tu vai a far sorgere un astro novello.

E l’altro, facendo le spallucce, rispose:

— Vado a legar l’asino dove vuole il padrone.




CAPITOLO XVII.

Poppea Sabina.


Misero l’uomo che si lasciava sedurre da Poppea. Figlia della famosa
Sabina, essa aveva ereditato tutte le male inclinazioni della madre,
più un cuore di ghiaccio, un’astuzia infernale, un istinto ambizioso,
capace di trascinarla a qualsiasi eccesso. E tutto ciò latente sotto
meravigliosa bellezza, sotto affascinante attrattiva di voce, di
sguardi, di vezzi.

Suo padre Tito Ollio dovette lottar con lei fin da fanciulla per
temperarne la vanità e il carattere prepotente, nei quali difetti
l’incoraggiava la madre.

E Poppea, per liberarsi dall’autorità paterna, giovinetta ancora,
andava a caccia d’uno sposo, decisa di prendere il primo che le fosse
capitato, foss’anco uno zotico, purchè avesse denari bastanti per
assecondare i suoi capricci.

La fortuna le arrise, poichè s’invaghì di lei un giovine dabbene, di
nobile prosapia e dovizioso, Marco Salvio Ottone Cavaliere.

Questi però, per quanto cospicua fosse la sua fortuna, non tardò ad
accorgersi ch’era insufficiente per appagare i desiderii dispendiosi di
Poppea. Ma per timore di perderne l’affetto, continuò ad accontentarla
in tutto.

Oltre alle splendide vesti, ai ricchi gioielli, al lusso degli
appartamenti, essa non badava a spesa per conservar la bellezza colle
più raffinate cure.

Si tuffava ogni mattina in un bagno di latte d’asina, e alla sera in
lavacri profumati con essenze le più preziose venute d’Egitto e di
Grecia. Ma non bastandole tutto ciò, aveva desiderato di possedere una
casa a Baja, per non essere da meno delle altre patrizie romane, e là
si faceva seguire da uno stuolo numeroso di domestici.

E il marito non osava contraddirla, quantunque vedesse ogni giorno
assottigliarsi la sua provvigione, e continuava a tutto concederle,
oltre ai balli, alle accademie, ai banchetti, nei quali essa era
circondata da adoratori e da sibariti.

Eppure l’ambizione di Poppea non era del tutto soddisfatta, perchè
l’Imperatore non erasi mai avvisto di lei, e le feste della casa Aurea
le turbavano i sonni.

Immaginiamoci dunque con quanta gioia accogliesse l’annunzio di
Cercopiteco.

Il marito invece parve turbato. Forse sotto la cortesia subodorava
l’insidia. Gli fu però giocoforza far buon viso a sorte avversa.

Già migliaia di fiammelle ardevano tra i rami della villa di Bauli,
e gruppi di donne e signori passeggiavano pei viali: mentre luce
vivissima, bisbigli e suoni uscivano dalle finestre spalancate, quando
giunsero Poppea e Ottone.

Essa, scendendo dalla lettiga, depose la maschera[70] ed entrò nel
palazzo, compiacendosi dell’esclamazioni d’ammirazione che udiva sul
suo passaggio.

Fosse opra del caso o di Nerone, in quel momento alla soave armonia
degli _idrauli_[71] s’accoppiarono le arpe dei citaristi e il canto dei
cori alessandrini, che diedero aspetto quasi trionfale all’ingresso di
Poppea.

V’era in quelle sale grande sfoggio di lusso e d’eleganza, ma se col
suo abbigliamento la nuova Diva non superava le altre, non era certo
seconda ad alcuna. Vestiva una tunica di finissimo bisso adorna di
limbo trapunto di coralli, e stretta alla vita da _zona_ gemmata, che
faceva risaltare le flessuose curve dei fianchi, come il peplo ricamato
assecondava con artistiche pieghe i contorni del seno. Aveva le braccia
denudate fin oltre la spalla e il bisso aperto fin sotto le ascelle. Le
cingeva il collo un monile di piropi, le splendevano sui polsi anelli
lavorati con filo d’oro ed uniti insieme a spirale[72] e un cerchio,
parimente d’oro, sulla parte superiore del braccio. Fra i laccetti
dei calzari si vedeva la candida pelle del piedino, e i suoi ricchi
capelli, attortigliati con fila di perle, le formavano sulla sommità
del capo una splendida corona.

Quando Nerone la vide entrar nell’atrio, ove le due Imperatrici
s’intrattenevano con alcune famiglie patrizie, rivolto a Lucano, che
gli stava accanto, esclamò:

— Eccola! Per Giove, io non vidi mai beltà maggiore.

E senza attendere che giungesse a lui, mosse per incontrarla.

Agrippina, in veder questo, volse lo sguardo verso Ottavia, per
indagare quale impressione avesse prodotto in essa l’apparizione di
quella donna e l’inconsulta premura addimostrata dall’Imperatore.

E si trovò di fronte alla più assoluta impassibilità.

La madre, che teneva all’amore del figlio, accolse Poppea con alquanto
sussiego; la moglie, ch’era indifferente oramai all’amor del marito, si
mostrò invece cortese.

Essendo libero ciascuno dì prendere il divertimento che più gli
aggradisse, chi passeggiava per le sale e pei viali, chi sedeva
ai tavoli da giuoco; ma la maggior parte delle dame e dei signori
preferivano di seder tranquillamente entro il grazioso teatro eretto
nella villa.

Quivi si alternavano le melodie delle cetre e dei salteri, canti,
declamazioni e buffonesche azioni mimiche.

Fra i citaristi era Menecrate, che di tratto in tratto, incontrandosi
negli sguardi d’Ottavia, sentiva vibrar il cuore come le corde del suo
istrumento.

V’era Atte eziandio, la povera Atte, pallida e triste, colla voce
scemata di forza, ma più potente ancora per espressione soave. Ogni sua
nota avea lo strazio d’un ultimo addio.

Nerone, geloso delle acclamazioni che a lei si facevano, volle
richiamare sopra di sè l’attenzione delle dame, e di Poppea
specialmente.

Salì sul palco scenico, e fattasi dare la sua cetra d’oro, intonò un
canto di Tito Lucrezio Caro.

L’eccitamento dei sensi, il desiderio di vincere tutti gli altri, e
di gettare colla sua voce un buon germe nel cuore della nuova Dea, lo
rendevano cantore energumeno.

Com’ebbe terminato il suo canto, tra i soliti applausi cortigianeschi,
discese dal palco, e presa per mano Ottavia, passarono, seguiti dagli
altri, nella vasta terrazza prospiciente il mare, dove era imbandita la
cena sotto ricco velario di porpora e d’oro.

Le aste, che lo sostenevano, erano inghirlandate di rose, come i
candelabri, i vasi d’oro e le tazze.

Nerone era adagiato sul triclinio tra Poppea ed altra dama romana,
pure bellissima, la quale, durante il pasto, si consolava col Cavaliere
Ottone, ch’erale vicino, della nessuna attenzione, che usava a lei il
divo Cesare.

Mentre gli schiavi, riccamente vestiti, sotto la direzione del
_Triclinarche_[73] portavano attorno le vivande e il vino, sulla
spianata, che s’apriva davanti alla terrazza, alcune danzatrici,
avvolte la persona in un velo trasparente, facevano lascive movenze
percotendo timpani e cimbali.

Tutti avevano in quella sera libero ingresso nella villa, anche la
plebe; e gran folla assiepavasi dietro le guardie, che circondavano il
posto riservato alle danzatrici. Molti invece s’arrestavano ad ammirare
in altra parte della villa gli esercizii dei _Cernui_, dei _Pilarii_,
dei _Neurobati_, dei _Prestigiatori_[74] e simili giocolieri. Nello
stesso tempo, altre comitive andavano a zonzo pei _viridari_ e i viali
della villa, o s’arrestavano a contemplare l’incantevole vista del
Tirreno, rischiarato dalla luna e percorso da navicelli illuminati,
entro i quali con canti e suoni si prendeva parte alla festa.

Per quanto Poppea avesse udito decantare le ricchezze della Corte
Cesarea, tanta sontuosità le sembrava prodigiosa, esaltava la sua
immaginazione, e correndo dietro ai voli della sua ambiziosa fantasia,
diceva fra sè:

— Oh perchè tutto questo non m’appartiene!

E rimaneva assorta in questo pensiero.

Intanto, nel sentirsi presso di lei sul _peristroma_[75], nell’aspirare
il profumo, ch’esalava dal suoi capelli, dal candido seno, che poggiato
sul cuscino triclinare s’intravedeva sotto il peplo, Nerone tornava
colla mente a due sere innanzi, e si sentiva più ammaliato che mai.

Non ristava dal fissar Poppea con occhi ardenti, indirizzandole
sommessamente parole di amore.

L’astuta non rispondeva, limitandosi di tratto in tratto a rivolger la
testa verso di lui, e sorridere.

— Comprendo, — pensava tra sè; — egli mi crede donna di facili costumi
e pretende forse di conquistarmi in questa notte istessa.

E in parte s’era apposta al vero.

Nerone, trattandola più da cortigiana che da dama, finì collo smettere
ogni ritegno e si lasciò andare ad oscena proposta.

— Tu, — gli disse Poppea, guardandolo con espressione di cruccioso
dolore, — apprezzi il mio corpo, ma non l’anima mia, se credi che possa
prostituirmi non amante nè amata.

— Amata sì, te lo giuro per Venere, il solo Nume che adoro.

— Ma se mi vedi stasera per la prima volta?

— E sei tu sicura di questo? — rispose Nerone sorridendole. — Forse
non puoi immaginare che codesto Grande della terra, che tutti onorano,
dinanzi a cui tutti tremano, siasi messo in agguato, come il più umile
degli innamorati, per vederti, per sorprenderti nella stessa tua casa!
Vedi dunque s’io t’amo; e tu mi respingi.

— Me lo impone la fede giurata al Cavaliere Ottone, che mi fece sua
sposa, non mi fece sua amante. Per quanto grandi siano i meriti tuoi,
le tue attrattive, o divo Cesare, non m’è dato possederti, poichè non è
consentito a noi l’invocazione a Talasio[76].

E rivolse a lui uno sguardo così eloquente, ch’egli esclamò:

— Oh, la sublime Imperatrice che tu saresti!

Terminata la cena, Agrippina, che dall’animato dialogo di Nerone e
Poppea indovinava di che si trattasse, chiamò a sè il primo e gli
disse:

— Guarda, o Claudio, dove tu ti metti, vi sono beltà fatali.

— Sempre gelosa la madre mia, — rispose scherzando Nerone.

— Gelosa, sì, del tuo onore, della tua felicità.

— Di questo lascia pure la cura a me.

E mosse per raggiungere Poppea, che aveva visto uscir col marito.

Non rinvenendoli, e il riguardo verso gli altri invitati non
consentendogli d’allontanarsi dall’exedra dove doveva ricominciare
il concerto, andò a destare Cercopiteco, ch’erasi addormentato
sul triclinio, e gli ordinò d’andare in cerca della bella Poppea e
ricondurla presso di lui.

Il buon Panerote, obeso, come sempre, dal cibo, e poco fermo per le
soverchie libazioni, scese con gran stento dal letto triclinare e mosse
per eseguire l’ordine di Cesare, affrettandosi lentamente e mormorando:

— Il bell’incarico che mi tocca!... O ventre, ventre mio, quanto mi
costa il soddisfarti!!

Dopo aver cercato lungamente, trovò Poppea col marito, che si
disponevano alla partenza.

Cercò di persuaderli a restare, ripetendo esser questo il desiderio
dell’Imperatore.

— Rendi grazie a Cesare, — rispose Poppea, — e digli che mi perdoni
se stanca e turbata abbandonai la splendida festa prima che fosse
terminata.

Era lo strale del Parto, ch’essa lanciava con queste parole, nel cuore
di Nerone. Sapeva bene l’astuta quale ottimo partito fosse il farsi
desiderare.

Al marito, che le chiese se Nerone le avesse parlato d’amore, rispose:

— E ciò ti sorprende? Tutte egli vorrebbe sedurre. Non rispetta
le Sacerdotesse di Vesta, e pretendi che rispetti la moglie d’un
Cavaliere? Sta tranquillo però, Poppea non andrà mai ad accrescere il
numero delle sue concubine.

— La ferrea volontà di quell’uomo mi spaventa!

— E che temi? Non sarò mai la sua amante, nè posso essergli sposa,
perchè non è libero.

— Nel delirio della passione egli è capace di tutto.

Dopo una breve pausa Poppea rispose:

— Ebbene.... vedremo.

La scaltra femmina non s’era male apposta, perchè la sua improvvisa
partenza dalla villa di Bauli, e le parole di lei, riferite da
Cercopiteco a Nerone, avevano accresciuto in questi l’amorosa frenesia.

Alla dimane, mentre sedeva in giardino venne correndo un’ancella ad
annunziarle l’Imperatore.

Fece un atto di sorpresa, ed ordinò che lo si introducesse nell’exedra,
dove poco dopo lo raggiunse.

— Salve, — essa disse, chinando il capo, — o divo Cesare, che vieni ad
onorare di tua presenza il mio povero lare domestico. A che debbo mai
tanta ventura?

— All’ardente desiderio di rivederti. Tu abbandonasti così
improvvisamente la festa; quella festa di cui eri l’astro più bello.
T’allontanasti da me quand’io, innamorato cantore, voleva temprar per
te sulle corde della mia cetra un appassionato carme, che tu avresti
compreso per certo, e me ne avresti dato mercede d’un tenero sorriso.
Ah, tu m’arrecasti grave dolore!

Poppea, carattere freddo e calcolatore, non era donna da lasciarsi
abbindolare, come le altre, dall’amorosa rettorica del divo Cesare,
quantunque egli in quel momento fosse sincero nel suo entusiasmo.

Laonde lo aveva lasciato parlare, rimanendo muta e impassibile; ma
udendo le ultime parole, rispose:

— Se io avessi potuto prevedere che tu, circondato da tanto splendore,
da tante seduzioni, ti saresti accorto della mia assenza, e ne avresti
provato dispiacere, sarei rimasta. Perdonami dunque.

— Ad altri non avrei perdonato, a te perdono perchè t’amo.

Poppea tacque.

Nerone, con grande concitazione riprese:

— Sì, t’amo, e tu non mi credi, e perciò non rispondi, come se l’amore
di quest’uomo terribile ti facesse paura.

— No, non è questo il sentimento che provo, o divo Cesare; alle tue
parole è dovere ch’io creda; ma tu devi qualche cosa concedere alla
sorpresa, alla debole opinione dei pregi che a me largì natura. Io
non sono presuntuosa e non so spiegarmi com’abbia potuto inspirare
in te così forte affetto in così breve tempo, in te semidio che tutti
adorano.

— E neppur io so spiegare a me stesso quello che provo dacchè ti
vidi. V’è per la prima volta un sentimento in me, che quasi domina
la tempesta dei sensi. Tu non sei soltanto per me la donna, tu sei la
fata, e sento che per quanta ebbrezza possano dare i tuoi baci, le tue
carezze, i tuoi amplessi, queste delizie non basterebbero a me ove non
possedessi l’anima tua. Di ciò niun’altra donna può menar vanto.

— E la diva Ottavia?

— L’amai, è vero, le porto ancora grandissimo affetto, ma ci unì la
volontà altrui, e la sua sterilità ci divide.

— E la citarista greca?

— A chi ti paragoni, o Poppea, ad una schiava!

— Di cui tu, o Cesare, volevi far la tua sposa.

— Non è vero, — interruppe Nerone; — è una menzogna de’ miei nemici.

Ed era lui che sfacciatamente rinnegava la verità.

Vedendo che la donna taceva, riprese:

— Quand’anche in un momento d’aberrazione avessi commesso tale
ignominia, rientrando in me stesso le avrei strappata la diadema
imperiale, per offrirla poi ad altra donna più adorata e più degna.

E volse a Poppea così eloquente sguardo da farle comprendere che si
trattava di lei.

Quantunque le parole di Nerone _Oh, la sublime Imperatrice che tu
saresti_, avessero alquanto esaltato il suo spirito ambizioso, non
credeva che potesse la fantastica speranza cangiarsi in realtà così
presto.

Fu per venir meno dalla gioia: ma serbandosi calma apparentemente,
osservò:

— E chi più adorata e più degna della diva Ottavia?

— Tu! — esclamò Nerone prendendole le mani.

Poppea, dissimulando a meraviglia, rispose:

— O divo Cesare, s’è vero che m’ami, non prenderti giuoco di me.

— Ascoltami ancora, — riprese l’Imperatore. — Io vegliai tutta notte e
la tua immagine mi fu sempre dinanzi, e ti vedeva al mio fianco, nelle
feste della casa Aurea, nei teatri, nei circhi, negli spettacoli sacri.
Mi sembrava d’udire il popolo, innamorato della tua bellezza, gridare
_Ave, pulcherrima Imperatrix!_ E poi venir a notte tra i profumi
del talamo a giacer fra le mie braccia, sposo invidiato da tutti. E
finalmente io ti vedeva madre del figlio mio. Ciò mi convinse che la
tua apparizione non fu opra del caso, che l’impressione prodotta in
me dalla tua bellezza non fu solo delirio dei sensi miei. Ecco perchè
venni subito da te, perchè ti parlai così ardente linguaggio. Tu devi
esser la sposa mia, devi regnare con me. Ora sarai convinta, spero,
dell’immenso amor mio.

— E come non esserlo?

— Acconsenti dunque?

— E che vale il mio consenso senza quello di Marco Salvio Ottone?

— Lo credi sì stolto da opporsi alla mia volontà?

— Ma s’egli rifiutasse?

— Guai!

— Ahimè!

— È in suo potere la scelta, o la fortuna o la morte.




CAPITOLO XVIII.

I due ripudii.


Tiridate, Re d’Armenia, sollecitato da Nerone con tante promesse,
giunse in Roma verso le calende di settembre. Desiderando l’Imperatore
presentarlo con gran pompa al popolo, ed essendo in quei giorni il
tempo piovigginoso, fu ritardata la cerimonia.

Finalmente si proclamò il bando, che invitava i romani ad adunarsi nel
foro.

Era una splendida giornata d’autunno, la folla gremiva la piazza, i
soldati erano disposti in ordine intorno ai templi, i littori ed i
signiferi colle loro insegne circondavano il palco eretto presso ai
rostri, e destinato all’Imperatore.

Questi, vestito da trionfatore, giunse nel Foro sopra un carro tirato
da quattro cavalli bianchi. Salito sul palco, e postosi a sedere sopra
la sedia curule, invitò il Re d’Armenia a venirgli vicino.

Tiridate era un vecchio dagli occhi nerissimi e grandi. Una barba
grigia gli scendeva in punta fino al petto. Indossava una lunga tunica
di seta gialla, stretta ai fianchi da fascia della medesima stoffa, e
portava sul capo la tiara, distintivo del Re Sacerdote.

Si gettò in ginocchio ai piedi di Nerone, che gli porse la destra, ed
aiutatolo a rialzarsi lo baciò. Quindi gli tolse esso stesso la tiara,
gli fasciò la fronte colla diadema, e fece da un cittadino Pretore
ripetere ad alta voce le parole pronunziate dal Re, perchè tutto il
popolo le intendesse.

Terminata questa cerimonia, passarono dal Foro al teatro di Pompeo,
dove in onore del Re dovevasi, da cittadini vestiti in costume romano,
recitare una commedia d’Afranio intitolata _Incendio_, nella quale
andrebbe in fiamme una casa, fabbricata in fondo alla scena e che
formava la così detta _scena stabile_.

Quando giunsero Nerone ed il Re, la _cavea_ e l’_orchestra_ erano così
stipate, che le file semicircolari dei sedili scomparivano sotto un
tappeto di teste.

Agli applausi, di cui il publico fu prodigo, durante la commedia,
successero poi grida entusiastiche allorchè scoppiò l’incendio e
gl’istrioni diedero il saccheggio alla casa, e portaron via, come era
stato loro permesso, tutte le masserizie e gli altri oggetti salvati
dal fuoco.

Terminata la rappresentazione, Tiridate fece di nuovo riverenza a
Nerone, e si raccomandò a lui, e la folla lo acclamò Imperatore.

Dal teatro di Pompeo il corteggio imperiale si recò in Campidoglio,
e là nel tempio di Giove Capitolino fu solennemente deposta in grembo
al Nume una corona d’alloro in onore di quel Re, che aveva ricondotta
l’Armenia sotto il dominio romano.

Ad altre rappresentazioni volle prender parte Nerone. In una cantò
di Canace quando partoriva, d’Oreste quando uccise la madre, d’Edipo
accecato, e d’Ercole pazzo furioso.

Inoltre, insieme agl’istrioni, declamò una tragedia, in cui si
rappresentavano illustri personaggi e Dei. In questa circostanza furono
per la prima volta adoperate le nuove maschere, che Nerone aveva fatto
lavorare da insigne artefice, e che riproducevano le sembianze sue e
quelle delle sue donne.

Strana costumanza questa per un popolo, che aveva così vivo il
sentimento dell’arte, d’imporre la maschera agli attori, togliendo loro
così uno dei maggiori pregi, l’espressione del volto.

E come se non bastassero le rappresentazioni teatrali, i circensi,
la lotta dei gladiatori ed altri giuochi ai quali presero parte molti
giovani patrizii, Nerone fe’ correre nel circo alcune carrette tirate
ciascuna da quattro camelli, ed uno dei più insigni Cavalieri si mostrò
in groppa ad un elefante.

Questi ricordi dell’Asia riuscirono oltremodo graditi al Re d’Armenia,
che non cessava dall’esaltare la grandezza e la magnanimità di Cesare,
che lo aveva colmato d’onori e di doni.

Com’egli fu partito, ai giorni di festa successero in Roma giorni di
pianto.

Dopo la cena alla villa di Bauli, Poppea erasi tenuta lontana dalla
Corte e dagli spettacoli, per quanto Nerone, sempre più perdutamente
innamorato di lei, la scongiurasse ad abbellire di sua presenza le
feste della casa Aurea, dicendole che quel contegno riservato non
s’addiceva alla futura Imperatrice romana.

Un sogghigno d’incredulità accoglieva sempre queste affermazioni di
Cesare, ripetendogli che egli non avrebbe mai il coraggio di ripudiare
Ottavia. Troppo amava la moglie, troppo temeva la madre. Non poteva
dunque aver fede nella proposta di lui, fatta forse nella speranza
d’ottenere i suoi favori.

E Nerone non ristava dal protestare che la parola di Cesare era sacra e
ben presto ne darebbe la prova.

Egli era interamente sotto il dominio di quella donna, che voleva ad
ogni costo raggiungere il suo fine.

E la povera Ottavia fu sacrificata.

Un mattino Nerone fe’ venire Anneo Seneca e gli disse:

— Tu sai che l’aver prole è cosa necessaria tanto che il divo Augusto
colla legge Papia Poppea stabilì dei premii per quelli che avessero
maggior numero di figliuoli. Puoi bene immaginarti quanto a me pesi
la sterilità d’Ottavia. Egli è dunque con mio gran dolore che mi vedo
costretto a ripudiarla, perchè se ai privati è disdicevol cosa il non
aver discendenti, tanto più lo è per un Imperatore. Incarico dunque te,
mio consigliere e maestro, di parteciparle questa mia determinazione.

— Trovo giustissimo questo tuo desiderio, — rispose Seneca, — e nulla
avrei ad obbiettare contro la risoluzione presa. Credo però sacro
dovere in me il farti riflettere come la diva Ottavia sia l’idolo del
popolo romano, il quale potrebbe levarsi a rumore, riguardando la tua
risoluzione come un’ingiusta condanna contro una sposa bella, onesta e
fedele.

E Nerone di rimando:

— Tu conosci per certo l’episodio di quel romano, che sentendosi
criticare dagli amici, perchè voleva ripudiar la moglie modesta, bella,
feconda, rispose loro mostrando il suo calzare: — anche questo calzare
è ben fatto, è bello, è nuovo, ma nessuno di voi saprebbe indovinare
in quale parte del piede mi faccia male. — I romani invece non possono
ignorare la causa che mi spinge a ripudiare Ottavia e dovrebbero
trovarla giusta. Nessuno poi ha il diritto di farsi giudice delle
azioni di Cesare. Al popolo, questo gigantesco fanciullo, io do pane e
circensi, ed egli m’adora e continuerà ad acclamarmi.

Seneca rispose:

— Pensa che hai molti nemici.

— A questi darò catene e gastighi.

— Non fidarti poi tanto dell’aura popolare, che cambia da un momento
all’altro. N’ebbe una prova il Profeta Nazareno, a cui il popolo
di Gerosolima gridò la croce otto giorni dopo averlo accolto cogli
_Osanna_.

— Mal scegliesti l’esempio. Gesù era un grande fanatico, odiato dagli
ambiziosi farisei, che sobillarono il popolo d’Israello contro di lui.
I Sacerdoti pagani, da me prezzolati, non hanno interesse che il popolo
si ribelli agli ordini miei.

— E quale, s’è lecito, fra le patrizie di Roma hai destinata al trono?

— La moglie del Cavaliere Ottone.

— Poppea Sabina! — esclamò Seneca.

— E d’onde la tua meraviglia? — chiese crucciato Nerone.

— I Numi ti guardino dal porre sul capo di donna siffatta la diadema
imperiale.

— Il Nume di Roma son io. E a te chi dà il diritto d’offendere la tua
futura sovrana?

— La verità, di cui la voce deve suonar sempre libera sulle labbra d’un
filosofo, d’un amico.

— Se amico mi sei, eseguisci tosto l’incarico che t’affidai, e cerca di
persuadere Ottavia alla rassegnazione.

Seneca fece un inchino, ed uscì senza aggiunger parola.

Tornò dopo un’ora, e presentò a Nerone su piatto d’oro una chiave.

Era costume che la moglie ripudiata, prima di partire dalla casa, ne
consegnasse al marito la chiave.

— E che diss’ella?

— Che a questa sventura era già preparata, e chinava il capo al volere
di Giove. Attende ora il decreto che la espella dalla casa Augustale.

— E non pianse?

— Dagli occhi non le sgorgarono lagrime. Fu ammirevole oltre ogni dire
il contegno di lei.

Nerone, il quale attendevasi a resistenza, a disperazioni, a preghiere,
invece d’essere soddisfatto di questa rassegnazione, ne fu quasi
mortificato, e rimase qualche tempo muto e pensieroso.

Quindi ordinò a Seneca di prevenire della sua risoluzione l’Imperatrice
Agrippina, e lo licenziò.

— La scaltra, — pensò fra sè, — mentiva l’amore; io ero ingannato da
lei, e forse da lungo tempo un altr’uomo era l’arbitro del suo cuore.
Se giungo a scoprire questa verità, il ripudio sarà pena troppo lieve
per lei.

All’inatteso annunzio Agrippina arse di sdegno, e senza ascoltare
Seneca, che la esortava alla calma e alla prudenza, andò dal figlio che
trovò nella _trichila_[77] del giardino pensile annesso al cubiculo.
Egli era seduto presso un tavolo di marmo sul quale poggiava il
braccio.

Al giunger d’Agrippina alzò gli occhi, che teneva fissi in terra, e
attese ch’ella parlasse.

— È vero quanto mi narrò Seneca? — chiese la madre accigliata.

— Vorresti ch’egli fosse venuto da mia parte a raccontarti una fola? —
rispose sogghignando Nerone.

— Ma t’han forse i Numi tolto il bene dell’intelletto, — rispose
Agrippina, — per ripudiare una sposa bella, mite, soave, che tocca
appena il quarto lustro, che può renderti ancora padre felice, che
tutta Roma rispetta e venera per la sua onestà!... Perchè sorridi a
quel modo?.... Oseresti forse negare ch’essa si mantenne sempre salda
nella fede giurata, ad onta dei torti tuoi che le costarono lagrime
amare, di cui tu non t’avvedesti mai, perchè nella tema di riuscirti
tediosa, soffriva tacendo.

— Perchè, — interruppe Nerone — a lei bastava di conservare le insegne
imperiali e presentiva che a causa della sua sterilità le verrebbero
tolte. Ho indugiato abbastanza, ed ora ho deciso che un’altra mi dia
quelle gioie paterne che non ebbi da lei. Di ciò tu dovresti lodarmi, o
madre.

— Se non fosse un pretesto, — interruppe Agrippina con impeto, — per
saziar la libidine che in te seppe suscitare un’astuta maliarda.

— Taci! — urlò Nerone, fissando la madre con occhi che mettevano
spavento e sciupando con mano convulsa la toga.

Ma Agrippina non si lasciò atterrire e scagliò contro Poppea le più
sanguinose contumelie, chiamandola etèra, femmina volgare quanto
ambiziosa, scevra d’ogni nobile sentimento.

Nerone fremeva, ma la lasciava parlare. Finalmente più non resistendo,
proruppe con forza di parlar concitato.

— E sei tu che osi scagliarti in tal modo contro quella donna, di
cui nulla sai, che nulla ti fece? Credi forse che io ignori il tuo
passato? Tuo fratello Caligola non t’esiliò per gli scandali che
commettevi? Non assassinasti il tuo primo marito Crispo Passieno per
possederne più presto le ricchezze? Non facesti accusare di magia
da’ tuoi satelliti, e morir fra i tormenti Lolla Paolina, perchè eri
gelosa della sua bellezza, de’ suoi gioielli e dell’ascendente che
aveva sopra l’Imperatore Claudio tuo zio, che tu sposasti, dopo rimosso
quest’ultimo ostacolo, e poi facesti avvelenare con funghi preparati
dalla giudea Locusta, perchè egli aveva condannata a morte una donna
adultera,... e tu avevi paura?

— Orrore! — esclamò finalmente Agrippina che aveva cercato più volte
d’interrompere la tremenda requisitoria del figlio, che continuò.

— Codesti fatti dovrebbero renderti umile e muta, ed invece osi
erigerti a giudice dell’altrui condotta.

— Invece, — disse Agrippina, — le tue accuse infami non mi fanno piegar
la fronte, non mi tratterranno dal compiere il mio dovere. Se tu, per
difendere un’abbietta creatura, vuoi dimenticarti d’essermi figlio, io
non dimenticherò mai d’esserti madre.

— E questo sacro nome, nella tua intenzione, non lo profanasti mai? —
chiese Nerone con amara ironia.

— Che intendi?

— Combatti Poppea perchè forse temi in lei una rivale più fiera
d’Ottavia.

— Ora intendo, scellerato figlio, che vuoi render me colpevole delle
tue prave aberrazioni, che costarono la vita ad Aulo Plancio. È
questa la gratitudine di Claudio Nerone, al quale consacrai la mia
esistenza, al quale diedi il regno, usurpandolo a Britannico. Ma bada,
o forsennato, ch’io posso togliertelo di nuovo e renderlo a lui. Sì, lo
posso, e lo farò se tu persisti nella pazza determinazione di sposar
Poppea. Se disprezzerai i consigli della madre amante, proverai la
vendetta della madre offesa.

Ciò detto uscì dalla _trichila_.

Il furore materno non turbò Nerone. La mente sua era preoccupata sempre
dall’inesplicabile rassegnazione della moglie.

Il dì seguente questa sedeva in uno dei _conclavi_[78] del suo
appartamento tra la sorella Antonina e il fratello Britannico che
la lodavano del contegno addimostrato all’annunzio del ripudio, e la
consolavano delle grandezze imperiali che perdeva.

— Rendi grazie a Dio d’averti sottratta in tal guisa al feroce
Enobardo, — le diceva Antonina. — Tu verrai a vivere onorata da tutti,
tranquilla e felice insieme con me e con Britannico.

E così affettuosamente le parlavano, che la misera riuscì finalmente a
stemperare in lagrime il cuore doloroso.

In questa, entrò un’ancella ad annunziare che l’Imperatore desiderava
parlare alla diva Ottavia e che tra poco si recherebbe da lei.

— Andiamcene, o Britannico, — disse Antonina balzando bruscamente in
piedi — ch’io mal sopporterei la vista di quel mostro.

E partì col fratello.

Erano già fuori dal palazzo Augustale quando comparve Nerone, che
vedendo gli occhi della moglie ancora lagrimosi, le disse quasi con
interna soddisfazione:

— Tu piangi?

— E vuoi che rida delle mie sventure?

— Eppure Anneo Seneca mi riferì che l’annunzio del ripudio era stato da
te accolto con straordinaria rassegnazione.... quasi con indifferenza.

— Sapeva che nulla sarebbe valso ad intenerire un cuore che più non
m’appartiene, e preferii il contegno dell’Imperatrice offesa, alle
preghiere, ai pianti, alle recriminazioni della vittima.

— E chi ti dice che il mio cuore non t’appartenga più? Io ti porto
sempre grandissimo affetto, e non è mia colpa se le circostanze mi
obbligano a separarmi da te.

— Non aggiungere l’ipocrisia alla crudeltà. Tu mi respingi perchè ami
Poppea Sabina. La sola ragione è questa. Separiamoci dunque, e più
d’amore non si parli tra noi.

— Vedi, Ottavia, avrei preferito che tu lottassi contro la mia
determinazione.

— A qual pro?

— Per distruggere in me un sospetto.

— E quale?

— Che il tuo cuore gioisca della libertà che acquisti.

— Dal momento che tu m’hai ripudiata, le gioie come le pene del mio
cuore più non ti riguardano.

La logica di questo linguaggio faceva fremere il superbo e geloso
tiranno. Quasi fuori di sè, volle costringere Ottavia a confessargli
che amava un altro.

La moglie, con nobile fierezza, rispose:

— Siffatte confessioni ora non puoi esigerle che da Poppea Sabina.
Ottavia è libera e a te basti sapere ch’ella esce da questa casa colla
fronte alta, e qui lascia, come ricordo di lei, la fede coniugale
incontaminata.

Queste ultime parole lo calmarono alquanto, benchè non soddisfacessero
la sua pazza pretesa d’essere amato ancora, e non distruggessero
interamente il sospetto che il contegno di lei lo si dovesse a
sentimento inspiratole da Menecrate.

Avendo essa ripetuto che attendeva l’ordine imperiale per uscire dalla
casa Aurea, e recarsi presso la sorella Antonina, Nerone rispose:

— Chi fu moglie di Cesare non perde il titolo d’Imperatrice, tu non
puoi dunque accettare l’ospitalità d’alcuno. Qui rimarrai finchè non
avrò scelto fra le mie ville quella che ti verrà destinata a dimora.

Ottavia, sorridendo amaramente, osservò:

— Non più dunque Imperatrice sposa, ma Imperatrice schiava. Sia come ti
piace.

E quando rimase sola tornò a piangere esclamando:

— O mio povero Lucio Silano, tu sei ben vendicato!

Era intenzione di Nerone di tener presso di sè Ottavia per poterla
sorvegliare con miglior agio; ma Poppea, che temeva l’influenza della
giovine Imperatrice, astutamente gli disse:

— Vedo, o Cesare, che tu l’ami ancora. Me desideri ardentemente, lo
so, e vuoi farmi tua moglie, perchè altrimenti non potrai ottenermi; ma
comincio a dubitare, malgrado le tue asserzioni, che dell’anima tua non
sia arbitra come vorrei. Sei ancora in tempo di rinunziare a me, tanto
più che mio marito non acconsente di cedermi.

Il risultato delle sue parole fu quello che sperava. Esse fecero
l’effetto d’un colpo di sprone dato a focoso puledro.

Nerone parve uscir di senno. Sbarrò gli occhi, che divennero
fosforescenti, e presa per le braccia Poppea, proruppe:

— Ah tu osi credere che io voglia farti mia sposa soltanto per ottenere
la voluttà dei baci, e degli abbracciamenti che mi neghi. Ma non sai
che il ritegno tuo, la tua resistenza a nulla varrebbero, ove l’amore e
il rispetto non tenessero in me a freno i sensi? Vedi, io vorrei adesso
strapparti di dosso le vesti, e colla violenza far del tuo nudo corpo
la mia voglia, e poi ti condurrei all’ara e al trono, e t’adorerei come
la Dea dell’anima mia. Supponi che io ami ancora Ottavia, che non ho
mai amata, perchè mi fu imposta da mia madre. Ti proverò e tosto che le
mie asserzioni non mentivano. Preparati a passar dal tuo palazzo alla
casa Aurea. Domani stesso, i Senatori, a me devoti, approveranno il
ripudio, ed io penserò a ridurre al silenzio tutti i tuoi nemici. Tu, a
tua volta, dirai a Marco Salvio Ottone che ceda o tremi.

— Non pronunzierò mai così fiera minaccia: — disse Poppea, — sono già
colpevole assai, infliggendogli l’immeritata offesa del ripudio.

— Lascia dunque la cura a me di persuaderlo, — rispose l’Imperatore.

E questa cura volle affidata a Cercopiteco, ponendo di nuovo in grande
imbarazzo il tranquillo parassita.

Questa volta correva proprio il rischio di tornare colla testa rotta.

S’avviava dunque tutto cogitabondo, camminando a lento passo, verso
la casa di Poppea sita alle falde del Viminale. Trovò il Cavaliere
nella zoteca più afflitto che cruccioso, e questo gli porse il destro
d’intavolare il discorso con parole di compianto e di rassegnazione.

L’altro si scagliò contro la moglie, che lo ricompensava colla vergogna
dei sagrifizii fatti per lei.

— Ma cosa parli tu di vergogna! — rispose Panerote. — E non sarebbe
stato peggio ch’essa di nascosto si fosse data ad altri e che tu
avessi dovuto continuare a mantenerla? Tutti lo avrebbero saputo,
come sempre avviene, meno te, e ti saresti reso ridicolo colla faccia
beata e colle corna in testa. Qui, è Cesare, il divo Cesare, che ti
prega di cedergliela, mentre poteva rapirtela. Invece d’essere tra i
mariti vilipesi, sarai tra quelli spregiudicati, che dicono all’amante
innamorato della loro sposa: — La vuoi? Prendila, io non so più che
farne.

— Si vede che tu non amasti mai e parli da quell’uomo cinico che sei.

— No, voglio persuaderti che in questo fatto non v’è onta di sorta per
te. Dovresti invece esser contento, perchè quella donna t’ha divorato
ormai molti sesterzi.

— Ma l’amo sempre.

— Pare impossibile! Poppea è bellissima, ne convengo, ma è tua moglie,
e non può più darti il fascino della novità. Potrai invece andar con
altre, non meno avvenenti di lei, alla ricerca d’occulti tesori.
D’altronde sarebbe insania il persistere nel rifiuto. Con Claudio
Nerone non si scherza. Potrebbe fartela pagar cara, mentre puoi farla
pagar cara a lui.

— E in che modo?

— Coll’accettare la generosa offerta ch’egli si propone di farti.

— Quale, s’è lecito?

— Egli vuole affidarti il governo d’una provincia. Sono incaricato io
di proportelo. Una volta sulla via degli impieghi cospicui, con tua
moglie Imperatrice, viaggerai nei regni della fortuna. Oh perchè non
è capitato a me d’avere una moglie bella da cedere all’Imperatore!
Codesta disgrazia m’avrebbe aggiunto vent’anni di vita.

Alcuni giorni dopo il Senato sanzionava la determinazione di Cesare,
Ottavia era relegata nella villa di Nerone a Nettuno, Marco Salvio
Ottone partiva per l’Ellesponto, e Poppea Sabina entrava trionfante
nella casa Aurea.




CAPITOLO XIX.

Tripudi e lagrime.


L’esilio d’Ottavia cominciò dapprima a produrre nel publico sorpresa
mista a rammarico, che si tradusse poi in aperto furore.

Non solo nei privati convegni, ma eziandio nei luoghi publici si
rimpiangeva la vittima, e si biasimava l’ingiustizia di Nerone.

Il popolo, instigato anche dai fautori di Britannico, più non si
contenne, e cominciò a tumultuare nelle vie.

Frotte di cittadini le percorrevano, esaltando il nome d’Ottavia e
proclamandola Diva di Roma, coronandone di fiori le statue, e giungendo
perfino a salire il Palatino per reclamarne ad alta voce il ritorno.

Nerone non rispondeva, ma non reagiva contro codeste dimostrazioni.

A tutti siffatto contegno recava sorpresa, e la sorpresa crebbe
allorchè si vide Isidoro Cinico circondato da soldati, mentre parlava
con una franchezza veemente nella taverna di Salvidieno Orfido, tratto
nella _custodia comune_[79] del carcere Mamertino e dopo due giorni
rilasciato nuovamente in libertà.

In questa circostanza il tiranno innamorato non mancò di far sapere,
per mezzo de’ suoi satelliti, al prigioniero e agli altri, ch’egli
doveva la sua liberazione alle preghiere dell’Imperatrice Poppea.

Ed era vero.

Essa in quei giorni, in cui si stava per celebrare il rito nuziale,
cercava accattivarsi la benevolenza dei romani.

Il popolo però, non esaudito ne’ suoi desiderii, continuava a
tumultuare.

I Consoli ed alcuni Senatori si recarono presso Nerone per scongiurarlo
a richiamar l’esiliata, ed egli rispose che dopo il suo matrimonio
farebbe delle indagini sulla condotta della moglie ripudiata e
prenderebbe una decisione.

Egli forse, per non turbar le feste del rito nuziale, avrebbe
accondisceso, o finito d’accondiscendere; ma Poppea, che temeva sempre
l’influenza d’Ottavia, tanto disse, tanto pregò di tenerla lontana
da Roma, che rimase fermo nel decreto d’esilio, e diede ai magistrati
quella risposta evasiva.

Giunse finalmente il dì solenne delle nozze, e il popolo tornò a
calmarsi, non tanto perchè fidasse nella promessa di Cesare, quanto pel
desiderio di goder tranquillamente gli spettacoli.

Illuminati dallo splendore d’un magnifico sole autunnale uscirono gli
sposi dal palazzo dei Cesari sopra ricchissimo carro tirato da otto
cavalli bianchi, condotti per l’_oreae_ (morso) dagli schiavi.

Erano preceduti dai trombettieri, dai Consoli, da dieci Senatori scelti
a testimoni e da tutti i dignitari della Corte e del governo.

I littori scortavano il carro, dietro il quale un coro di vergini
alessandrine cantava invocazioni a Talasio, alternandole con inni ad
Imene.

I pretoriani facevano ala al corteo, che chiudevano gli aquiliferi di
tutte le legioni allora residenti in Roma, colle aquile d’argento sulle
aste e il capo coperto da una pelle di fiera.

Tre erano le forme nell’antica Roma per contrarre matrimonio.

La prima, detta _usus_, quando un uomo prendeva una donna per un anno.
La seconda _coemptio_ (o compera) nella quale i coniugi facevano per
finzione la cerimonia di vendersi l’uno all’altro. La terza era una
cerimonia religiosa chiamata _confarreatio_.

A questa erasi attenuta Poppea col primo marito, e questa volle scelta
lo stesso Nerone, perchè la più antica, la più solenne.

Poppea non portava il _flammeum_[80], ma un candidissimo velo che dalla
sommità del capo le scendeva per di dietro, e sotto il quale traspariva
la nera capellatura disciolta. Aveva la testa coronata di rose e la
prestante persona coperta tutta di sindone bianca trapunta in argento.
Un ricco monile di piropi le scendeva sul petto, e cerchi gemmati le
adornavano i polsi e la parte superiore delle nude braccia.

Molti e molti rimasero estatici alla vista di quella sublime bellezza,
e quasi si sentivano inclinati a scusare, se non a perdonare, il
ripudio d’Ottavia.

L’Imperatore cingeva la corona d’alloro; sulla tunica laticlavia
portava il manto di porpora, e nella destra stringeva il bastone
d’avorio, sormontato da un’aquila d’oro.

Al tempio li attendevano presso l’ara il Pontefice Massimo e il Flamine
di Giove, detto _Dialis_, insieme ad altri Sacerdoti ed ai Camilli[81].

Poichè l’Imperatore e l’Imperatrice furono seduti davanti al delubro
sopra sgabelli ricoperti dalla pelle d’una pecora, sacrificata poco
prima dal Popa in loro onore, uno dei Camilli s’avanzò portando su
piatto d’argento una focaccia di fior di farina.

Il Pontefice, unite ch’ebbe le destre degli sposi e messa sul capo
di Poppea una corona di verbena, come fu terminato il rito, al quale
assisteva come pronuba Domizia, zia di Nerone, presentò, giusta il
costume, la focaccia alla sposa, che la divise col marito.[82]

Il _Commentarium rerum Urbanarum_ non risparmiò iperbole quel giorno
per lodare la bellezza della sposa, la solennità del rito, l’entusiasmo
popolare, che non esisteva, e la magnificenza del banchetto nuziale.

In questo, come usavasi nelle grandi solennità, le dame eran sedute e
gli uomini alquanto prostesi.

Le più avvenenti matrone e i più eleganti giovani del patriziato romano
prendevano parte alla festa. Di concenti risuonava l’incantevole
triclinio, reso ancor più splendido dalla presenza della vaghissima
sposa.

Nerone era radiante ed al suo umor lieto tutti cercavano d’uniformarsi;
ma un fondo di mestizia si nascondeva nell’animo dei convitati pel
ricordo d’Ottavia, per l’assenza d’Agrippina ch’erasi ritirata sdegnosa
nella villa di Baja, e pel severo mutismo di Seneca.

Solo Cercopiteco Panerote e qualche altro ghiottone non pensavano ad
alcuno, nulla osservavano, d’altro non preoccupati che del proprio
ventre.

Terminato il banchetto, come giunse la sera, si congedarono i
convitati, Domizia prese per mano Poppea, e seguita da schiavi ed
ancelle che portavano rami di pino accesi e torce, la condusse nella
stanza dov’era preparato il _letto geniale._

Quivi unse d’aromati il corpo di Poppea, e adagiatala nel letto, invitò
Nerone ad entrar nel cubiculo, ed augurando loro felicità, ritirossi,
seguita dalle ancelle.

E cessarono finalmente pel sitibondo Cesare le pene di Tantalo.

Alla cerimonia nuziale tennero dietro nei giorni seguenti publici
spettacoli, feste nella casa Aurea, divertimenti popolari.

E Nerone era sempre più radiante d’amore e di gioia, e a Poppea si
leggeva sul volto la soddisfazione per la raggiunta grandezza.

Ma sul loro sereno orizzonte non tardarono a riapparire delle nubi.

Il popolo romano non aveva dimenticata la promessa fatta da Cesare ai
Consoli ed ai Senatori, e vedendo che si tardava a mantenerla, cominciò
di nuovo a lagnarsene, dapprima sommessamente, e poi con clamori, che
chiedevano il ritorno d’Ottavia.

E di quando in quando alternava alle grida parole offensive per Poppea.

Nerone era in preda per questo a tal furore, che avrebbe di buon
grado ordinato ai pretoriani il massacro degli schiamazzatori, ma si
tratteneva per non accrescere la popolarità della ripudiata e di suo
fratello Britannico.

A Seneca, che lo esortava a mantener la promessa e prendere una
risoluzione,

— La prenderò, — rispose, — e tale che rovescerà dal loro piedistallo
gl’idoli di questo popolo insensato.

Gettando poi, come suol dirsi, una pietra nel giardino del suo maestro,
aggiunse:

— E che i nemici della diva Poppea tremino!

Seneca non addimostrò turbamento di sorta.


Già da un mese Ottavia viveva sofferente e solitaria a Nettuno col solo
conforto delle visite, che a lei facevano di tratto in tratto Antonina
e Britannico.

Una sera, dopo il tramonto, essa, indossato il peplo notturno e avvolta
la persona in un leggero amitto, uscì dal cubiculo sul _meniano_[83]
e sedutasi in un _bisellio_[84], posando i piedi sopra uno scranno,
rimase mestamente assorta. Guardava le onde che venivano ad infrangersi
negli scogli, guardava le fiammelle che andavano a poco a poco
estinguendosi nelle casupole dei pescatori, e intanto alla sua mente
s’affacciavano le memorie del passato.

— Misera, — essa pensava tra sè, — a che ti giovarono la fede, l’amore,
la rassegnazione? Eccoti ripudiata dall’uomo cui portavi tanto affetto,
privata di tutti i tuoi cari, del tetto coniugale, del trono, della
grandezza, e condannata all’esilio come una colpevole. E s’arrestassero
qui le mie sventure, ma un presentimento funesto mi stringe il cuore.
Tremo per me e per tutti quelli che m’amano.

In questo si scosse da quella specie di letargo, in cui era immersa, e
tese l’orecchio.

A poca distanza udivasi il suono d’una cetra, che aveva intonata una
melodia a lei nota.

Non si vedeva il citarista, nascosto forse dietro un gruppo di piante,
ma essa immaginò chi fosse, e sentì balzare il cuore e sorrise tra le
lagrime.

Chiamata l’ancella _cosmeta_[85], le dimandò se avesse udito quel suono.

L’altra rispose:

— L’udii, o diva Ottavia. Egli è per certo l’onesto Menecrate,
apportatore forse di qualche lieta novella.

Dopo lunga esitazione, Ottavia disse sospirando:

— Discendi a cercarlo, e conducilo a me.

Alcuni istanti dopo il citarista compariva sul meniano, e piegando un
ginocchio a terra, disse:

— Mercè, o divina Ottavia, che mi concedesti di prostrarmi nuovamente
a’ tuoi piedi.

— Tu non mi dimenticasti dunque, o Menecrate?

— Non v’è acqua di Lete che possa darmi codesto oblio. E chi potrebbe
dimenticarti? Non certo il popolo romano che ti reclama, ed è pronto a
qualunque eccesso se dal tiranno non gli verrà reso il suo idolo.

— E Roma s’illude se crede colle minacce d’indur Nerone a cedere. Non
farete che inasprire la sua ingiusta collera contro di me.

— Invece, — ripetè Menecrate, — in lui si tradisce il timore.

E qui narrò dell’impunità, in cui si lasciavano gli arditi partigiani
di lei; della clemenza usata ad Isidoro Cinico.

— Non vi fidate di siffatte apparenze, — interruppe Ottavia, — e voi,
che m’amate, siate prudenti e guardinghi, perchè lo sdegno di Cesare
può colpir da un momento all’altro. Tu, specialmente, o Menecrate, la
cui devozione per me lo fece entrare già da lungo tempo in sospetto.
Quand’anche io stessa di ciò non mi fossi avvista, Seneca lo rivelò
dopo il ripudio all’Apostolo cristiano che ne fece avvertita mia
sorella Antonina. Esitai per questo a riceverti stasera, ma non ebbi il
coraggio, o mio fido, di respingerti, senza averti veduto.

— Ma se Poppea la dicono gelosa di te, perchè teme che Nerone t’ami
ancora....

— E d’onde lo sai?

— Molti lo ripetono, e in questi ultimi giorni a me lo disse Aniceto.

— Ah disgraziato, non fidarti di quel mostro, che m’odiò sempre perchè
non diedi ascolto alle sue infami proposte.

— E perchè non lo denunziasti a Cesare?

— Per essere generosa fui stolta, lo so. Ma tu gli confidasti forse che
verresti qui?

— No, perchè sempre ho provato per lui profonda avversione, quantunque
egli m’addimostrasse benevolenza, e cercasse d’accompagnarsi con me
tutte le volte che c’incontravamo.

— Ma non ti sfuggì mai dal labbro una parola imprudente?

— O divina Ottavia, e quale parola poteva io dire, che non fosse
dettata da profonda venerazione per te, che non affermasse l’immensa
distanza che separa la figlia di Claudio, la moglie di Cesare
dall’umile citaredo? Adoro i Numi, ma più dei Numi l’onor tuo, la
tua virtù. Io non ebbi mai da te nè una parola, nè uno sguardo,
che lusingassero l’immenso amor mio, che a tutti nascosi sempre. Lo
stesso Nerone, col suo maligno istinto, col suo geloso orgoglio, lo ha
sospettato, ma non lo ha scoperto.

— E questo basta, o Menecrate, per farci tremare ambedue, me per la mia
fama, te per la tua vita.

— Io questa vita la disprezzerei, ove non mi addolorasse l’anima il
pensiero di lasciar la povera madre mia sola in questo mondo, immersa
nel dolore. Ma se Nerone vuol togliermela, se la prenda; sarà l’unica
voluttà concessa allo sventurato amor mio, quella di morire per te.
Alla tua fama poi Roma alzò monumento così alto e sublime, che sfida
tutte le mene dei calunniatori. Non v’è onesto cittadino che non
sorgerebbe a difenderti, ed io per l’onor tuo sono pronto, ove occorra,
a versare il mio sangue fino all’ultima stilla.

— Cuor generoso! — esclamò Ottavia, fissandolo teneramente.

Il citaredo diede in un sospiro, e riprese:

— Invocare dai Numi, come io feci sempre per te, un’esistenza di gioia
e di pace, e vederti invece tanto infelice, vederti circondata da
ingiusti sospetti, che turbano le tue veglie e i tuoi sonni, e sentir
da te che di questi mali son fors’io l’innocente cagione, mi rende
desolato, m’agita così, ch’io non so più quel che debba fare. Vedi,
non ho resistito al desiderio di rivederti, ero beato qui giungendo, ed
ora mi pento d’esser venuto, perchè un arcano presentimento mi dice che
posso involontariamente, aver giovato ai tuo nemico, e te danneggiata.
Facciano almeno i Numi che paghi io solo la mia imprudenza.

— Confidasti a qualcuno il tuo progetto?

— Non sono così stolto.

— Sei sicuro che nessuno t’abbia riconosciuto qui?

— Non m’imbattei che in poveri pescatori.

— Rassicurati dunque, che i miei schiavi son fidi, e non parleranno.
È più prudente però che tu esca da questa villa ed approfitti della
_suprema tempesta_ per tornare in Roma.

— Il tuo volere è legge per me, — rispose Menecrate, — ed io ti lascio.
Sanno gli Dei quando ci rivedremo. Forse mai più.

— Non dir questo, o fido Menecrate, non accrescere i sinistri
presentimenti dell’anima mia.

— O divina Ottavia, là dove regna il feroce Enobardo ogni addio può
esser l’ultimo.

— Non straziarmi così.

— Almeno, se non devo più rivederti, se sono destinato a morire, mi sia
conforto nella solitudine, renda meno crudele la mia agonia il ricordo
d’una tua soave parola. Concedimi questa grazia, pronunzia questa
parola.

La vittima allora, ribellandosi alle ingiuste pretese del suo
carnefice, rispose:

— Sì, poichè sono libera del mio cuore, nè devo più render ragione
a chicchessia de’ miei sentimenti, io ti dichiaro, o Menecrate, che
t’amo, sì, t’amo, e che se riusciremo a salvarci, la sventurata moglie
di Cesare diverrà forse un giorno la felice sposa del citaredo.

A queste parole Menecrate cadde in ginocchio e prese nelle sue le mani
di lei, le inondò di lagrime e di baci.

Quando la commozione gli permise di parlare, esclamò:

— Ah tu mi rendesti adesso l’uomo più beato della terra!

Quindi, levatosi in piedi e prendendo la cetra, che aveva ad armacollo,
soggiunse:

— Compisci l’opera, o divina Ottavia, e permetti che questo istrumento
rimanga con te, come ricordo del povero citaredo.

— Ora tu sai che il mio cuore non ha bisogno di pegni per rammentarsi
di te. Conserva dunque la tua cetra, che varrà a renderti meno penose
le ore della solitudine.

— È quella che portava sempre con me nel palazzo dei Cesari, e le sue
melodie eran da te benignamente ascoltate. Queste corde non devono più
vibrare ove tu non sei. Prendila, e me la renderai, se verranno giorni
più felici per noi.

Ottavia levossi, prese la cetra, e porse la fronte a Menecrate che
v’impresse un lungo bacio.

Sapeva che nulla di più avrebbe potuto ottenere dalla casta
riservatezza di lei, e per timore d’offenderla più nulla chiese.

Poichè egli fu partito, Ottavia andò ad appender l’istrumento presso
il suo letto, e chiamò quindi l’ancella cubicularia perchè l’aiutasse a
svestirsi.

S’udì un mormorio di voci, quindi i passi frettolosi di persona, che
quasi gemendo s’avvicinava al cubiculo.

Era la schiava _vestiplica_[86] la quale, tutta spaventata, veniva ad
annunziare che Menecrate, appena uscito dalla villa, veniva in presenza
dell’ostiario afferrato da alcuni pescatori, legato con funi e condotto
via.

Ottavia si mise le mani nei capelli, e gettando un grido cadde svenuta
tra le braccia delle ancelle.

Successero a quello giorni per lei d’indescrivibile angoscia.

Non una parola, non uno scritto che le desse notizia del citaredo.

Una nuova circostanza venne invece ad accrescere il suo spavento.
Giunsero all’improvviso alcune schiave, che venivano a surrogare le
sue ancelle fedeli, che da alcuni soldati furono, per ordine di Cesare,
condotte in Roma. Si vide allora perduta, comprese d’esser vittima di
perfide mene, e la sua disperazione fu al colmo.

Una mattina giaceva ancora in letto, estenuata dalla febbre, allorchè
tutt’a un tratto udì nelle stanze attigue una voce che gridava:

— Lasciatemi, maledette schiave di Cesare, lasciatemi! Voglio salvarla!




CAPITOLO XX.

Tormentati.


— Tu dovrai scoprire se Menecrate osa amare la moglie di Cesare, e
s’egli si recò furtivamente a Nettuno. Adopera a ciò tutti i mezzi,
ch’io ti do ampia facoltà.

Questo diceva un giorno Nerone ad Aniceto, e l’incarico era con gioia
accettato dal maligno pedagogo, che sperava vendicarsi d’Ottavia,
conservar la benevolenza di Cesare e acquistare quella della nuova
Imperatrice.

S’era subito messo all’opera, e non riuscendo a cogliere a volo qualche
parola imprudente del giovine, nè ad avere informazioni da altre
persone, meditava subito l’impresa di farlo sorprendere a Nettuno.

Aveva dunque spedito colà alcuni scherani travestiti da pescatori, e
che di vista conoscevano il citaredo, e dava loro ordine di vegliare
intorno alla villa, ove dimorava Ottavia, di lasciarvelo entrare, e
catturarlo appena ne fosse uscito.

L’agguato, come vedemmo, riuscì a meraviglia, e il misero, giunto in
Roma, veniva rinchiuso nel carcere Tulliano.

Ivi fu interrogato dai giudici, i quali con subdole dimande cercarono
d’indurlo a confessare l’adulterio commesso con Ottavia.

Il prigioniero, mal frenando lo sdegno, esclamò:

— O giudici, non vi fate complici di calunniatori malvagi, e rispettate
la più virtuosa, la più casta delle donne romane.

E continuando gli altri nel triste ufficio, soggiunse che smettessero,
perchè i loro vani artifizi non riuscirebbero a fargli rinnegare la
verità.

Dopo queste parole si chiuse in sdegnoso silenzio.

Tanta fermezza adirò quei satelliti del tiranno, i quali ordinarono ai
soldati di legar Menecrate con una fune, e calarlo nella _carneficina_.
Così chiamavasi il sotterraneo, dove i rei erano torturati e
giustiziati.

Era stato scavato nella roccia a 17 palmi e mezzo dal piano di Roma
da Servio Tullio e sottostava a tutte le celle della prigione. Da
un’apertura, praticata in mezzo alla vôlta, venivano con funi calati
abbasso i rei ed i carnefici. Una piccola porta a sinistra dava accesso
ad una galleria, che metteva nel Tevere, dove si gettavano i cadaveri,
quando non venivano esposti sulle gradinate Gemoniane.

Manette, catene, collari, marchi di ferro, eculei, nervi, flagelli,
corde, numelli, patiboli, ed altri istrumenti di tortura erano disposti
intorno alle rozze pareti.

Menecrate venne dal carnefice racchiuso nel _numello_[87] e sottoposto
al supplizio del flagello a cui i romani avevano applicato l’epiteto
di _horribile_. Le sue corde ritorte con nodi, che rassomigliavano ai
numerosi tentacoli del polipo, facevano strazio di quel corpo. Grondava
il sangue dalle carni lacerate, che cadevano in brandelli, e il
paziente gemeva, ma non chiedeva pietà, ma rimaneva saldo nel proclamar
l’innocenza e la virtù d’Ottavia.

Finalmente il dolore lo vinse, e perdette i sensi.

Allora fu tolto dal _numello_, e colla corda tirato verso il foro della
volta e consegnato all’_ergastolario_, che lo fe’ ricondurre nella
prigione e gli fe’ ungere di balsamo le ferite.

Nerone, per giustificare agli occhi dei romani il ripudio d’Ottavia,
e diminuire di questa il prestigio, ed accrescerlo a Poppea, voleva ad
ogni costo che Ottavia risultasse colpevole; ma nello stesso tempo il
sentir confermata la virtù di lei lusingava il suo amor proprio.

Provò dunque quasi un senso di gratitudine verso Menecrate, e
d’ammirazione per la fermezza di lui.

L’avrebbe forse rimandato libero, ove Aniceto, a cui ciò non garbava,
non gli avesse fatto osservare che conveniva prima provare ch’egli
non avesse per nobiltà d’animo mentita la verità. E il perfido suggerì
allora di far tradurre da Nettuno a Roma le ancelle d’Ottavia.

E a quelle sventurate toccò la stessa sorte del citaredo.

Non fu adoperato il _numello_, ma bensì, il sistema del _catomidio_[88]
e invece del flagello furono ad una ad una percosse col _flagro_,
di cui i lunghi cordoni intrecciati con dei pasturali di pecora non
laceravano nè pestavano le carni.

Di questo istrumento i preti di Cibele si servivano per farsi la
disciplina. Ma i preti fingevano, e il carnefice faceva davvero, per
cui le strida delle pazienti s’udivano, non solo dai prigionieri, ma
dai cittadini che passavano per via.

Ad onta però degli spasimi, la loro fedeltà vinse la prova e nessuna
accusò.

La fama dei supplizii, così eroicamente sopportati dai martiri, non
tardò a divulgarsi fra il popolo, che ascrivendoli all’influenza della
nuova Imperatrice, cominciò a dimostrare clamorosamente il suo malumore
contro di lei.

La si malediceva publicamente, si chiedeva giustizia, tanto dalla plebe
che dai patrizi per la ripudiata Ottavia, per l’innocenza oppressa.

Nerone, furibondo, non sapeva più a qual nuovo infame partito
appigliarsi per difender la donna adorata e confondere il popolo
romano.

Lo scellerato pedagogo venne nuovamente in suo soccorso e gli dimandò:

— Vuoi tu che Ottavia risulti ad ogni costo colpevole?

— Sì, per l’Averno! Purchè io non sia stato ingannato, lo sian pure gli
altri.

— Or bene, fa porre in libertà i prigionieri, e punisci Ottavia,
dichiarata adultera dal suo stesso amante.

— E chi sarà costui?

— Il tuo Aniceto, se vuoi.

— Tu!.... Ma non è vero?

— E che monta? Il popolo cadrà nell’inganno.

— Mi spiace, che un miserabile par tuo sia creduto il rivale di Cesare.

Aniceto, ch’era avvezzo a simili oltraggi, si strinse nelle spalle e
non profferì parola.

In questo entrò nella stanza l’Imperatrice, trascinando seco Atte, alla
quale impose di ripetere al cospetto dell’Imperatore quanto aveva detto
a Domizia, purchè non tradisse la verità.

— Non ho mai mentito, — interruppe Atte, fissando Poppea con alquanta
alterigia.

Quindi, rivolgendosi a Nerone, continuò:

— La tua zia Domizia vituperò davanti alle schiave la divina Ottavia,
ed io ch’era presente, ne presi le difese e ne esaltai le sublimi
virtù. Essa disse che tu, o Claudio Nerone, avevi ben operato
ripudiandola e condannandola all’esilio, ed io dichiarai il tuo atto
indegno d’un cuore generoso. Essa si scagliò contro il popolo romano,
che osa ribellarsi ai decreti di Cesare, che fa d’una giovine ipocrita
l’idolo suo, e non vuol riconoscere i pregi della divina Poppea. Ed io
risposi che il popolo è saggio, e che dalla sua bocca esce sempre la
parola dei Numi. Ecco la verità.

Nerone tacque. Egli era distratto perchè, tra il parlare d’Atte, rapide
attraversarono la sua mente le memorie dei gaudi soavi divisi con
quella donna, che si mostrava in quel momento sì franca e leale.

— E sei tu, — disse Poppea con beffardo sorriso, — tu, che compiangi
colei, a cui per la prima rapisti il marito?

— Ah! Avrei voluto, — rispose la citarista, — morir prima che
un’infelice passione mi facesse portar nella tomba il rimorso di quel
tradimento.

— Codesto rimorso risparmialo, — entrò a dire Nerone, che vedeva
finalmente giunto l’istante di portar coll’estrema calunnia il colpo
fatale alla riputazione d’Ottavia. — Voi tutti adorate un idolo
bugiardo. Quella virtù, così decantata da voi, non impedì ad Ottavia
di.... prostituirsi a costui....

Ed additò Aniceto, mormorando quasi a stento le ultime parole, come se
le sue labbra rifuggissero dal pronunziarle.

— Tu! — esclamò Atte, guardando biecamente il pedagogo, — ed osi
asserirlo?

— La coscienza m’impone questa volontaria confessione per salvare
l’innocente Menecrate.

Intanto Poppea teneva fisse sul marito le sue nere pupille, in cui
leggevasi la sorpresa e l’incredulità.

Forse nella sua intenzione travedeva l’ordito inganno, e ciò non le
inspirava fiducia per l’avvenire.

— E dopo la sanguinosa offesa, non punisti quest’uomo? — essa osservò.

Ed Aniceto con prontezza rispose prima che l’Imperatore parlasse:

— Il divo Cesare generosamente mi perdonò, perchè la pietà mi spinse a
dichiararmi reo.

— E chi ti disse, o malvagio, — interruppe Nerone, — ch’io ti perdonai?
Non ti tolgo la vita, ma ti condanno all’esilio. Ora, tu stessa,
adorata Poppea, pronunzia la sentenza contro codesta illusa citarista.

— A me basta, — rispose Poppea, — che una mia nemica non abbia più
ricetto nel palazzo dei Cesari.

— Udisti, o Atte? Prima che tramonti il sole devi aver abbandonata la
reggia. Prendi.

E tolto da un _pegma_ (o stipo) un _marsupio_[89] pieno di nummi d’oro,
lo presentò a lei, che rifiutò dicendo:

— Da lungo tempo implorai dal divo Cesare la grazia di lasciarmi
partire. Egli me la negò, anzi mi volle qui prigioniera. Ora mi
concede la libertà, e questo dono a me basta, senza che altro egli ve
ne aggiunga. Parto riconoscente all’Imperatrice della sua sentenza,
che m’offre il mezzo d’espiare il mio fallo. Parto però convinta che
quest’uomo ha mentito, e ch’è immacolata la virtù della divina Ottavia.

— Il gastigo che l’attende ti convincerà delle sue colpe. Ora prendi
questo denaro ch’io t’offro.... prendilo.... così voglio.... così
comando... e va.

Atte prese il marsupio, senza più esitare; poichè quel denaro giovava
ad un suo progetto, ed uscì dalla stanza imperiale coll’animo agitato
per la sciagura che sovrastava ad Ottavia.

Poppea era riuscita ad allontanare la concubina, come aveva fatto
discacciare la legittima sposa. Agli altri nemici, che aveva nella casa
Augustale, penserebbe in seguito. Essa voleva goder tranquillamente
della sua fortuna, e regnar dispotica sull’animo di Cesare.

Voleva fido e sottomesso a lei sola il marito, senza darsi però la pena
di correggerlo.

Sembrava che le sue aberrazioni, i suoi stessi delitti non la
riguardassero.

Per questo, malgrado il sospetto ch’egli con Aniceto avessero ordito
una trama contro Ottavia, e che a questa minacciasse l’estremo fato,
non chiese schiarimenti, non disse parola per salvarla.

Nerone però titubava di convalidar la calunnia colla punizione della
moglie ripudiata, che egli amò un giorno, e che sapeva onesta e fedele.
Era tale enormità che faceva perfino ribrezzo a quella belva.

La sua vecchia zia però, ch’era donna feroce anch’essa, acerrima
nemica dei Claudii ed accecata dall’affetto per Nerone, lo stimolava
a disfarsi dei due figli di Messalina se voleva acquistare la pace, e
regnar sicuro. Neppure a lei Nerone aveva confidato il segreto della
trama ordita con Aniceto, laonde essa in buona fede credeva Ottavia
colpevole, e così gli parlava:

— Se tu gli perdonassi, essa non mancherebbe, per vendicarsi, di
cospirare co’ suoi amanti per balzar dal trono te, e porvi Britannico.
La tua vita e quella di tua moglie verrebbero sacrificate agli
Dei dell’Averno. So già che si cospira contro di te. Non mostrarti
pusillanime, afferra le cesoie d’Atropo, e recidi lo stame di quelle
due vite, che possono riuscir per te così fatali.

E tanto disse, che Nerone, benchè a malincuore, pronunziò la tremenda
parola:

— Morranno.

Atte era salita nei cenaculi, aveva radunate le sue robe, ed era
partita col fermo proposito di salvare Ottavia.

Le due nutrici Egloga ed Alessandria, che molto avevano preso ad
amarla, piansero a calde lagrime nel dividersi da lei. Sporo voleva
anche questa volta partire con essa; ma riuscì a persuaderlo ch’egli
correva rischio d’esporre ambedue alle vendette di Cesare, e lo consolò
promettendogli che si sarebbero riveduti.

Dal palazzo Augustale Atte corse difilata a quello di Britannico, che
pure sorgeva sul Palatino, volendo prevenirlo della sciagura, da cui
era minacciata la sorella.

Erano in quel momento adunati presso Britannico, Calpurnio Pisone ed
altri partigiani di lui, che sentendo annunziare la citarista greca,
lo consigliarono a farla discacciare, sospettandola inviata dal tiranno
per spiarli.

Plauzio Laterano, ch’era con loro e che ora detestava Atte,
sospettandola complice del tiranno nel sagrifizio di Rubea, fu dei
più accaniti nel far respingere la giovine greca. E Britannico diede
loro ascolto e quindi passò nelle stanze d’Antonina, ch’era nella sua
zotheca coll’Apostolo, e le riferì quant’era accaduto.

— Male oprasti, o Britannico, — osservò Paolo; — dovevi recarti
nell’atrio a vederla, sentir da lei cosa volesse, e giudicar da te
stesso s’ella avesse veramente a comunicarti cose di grave momento.
Talvolta il bene ci giunge donde meno lo si attende. Forse essa ancora
non s’allontanò di qui. Vado io, se vuoi, a raggiungerla, io che seguo
la massima del mio maestro Gesù, che non respingeva alcuno e tutti
chiamava a sè.

Andò, ma non trovò più Atte, che dopo il rifiuto di Britannico erasi
allontanata, dicendo fra sè:

— Vedo che i Numi vogliono a me serbato l’onore e la gioia di salvarla.
E che i Numi mi diano la forza per compiere l’opra pietosa.

Approfittando dell’oro, che Nerone l’aveva costretta ad accettare,
tolse a nolo un _cisio_[90] a due cavalli, viaggiò tutta notte, e allo
spuntar dell’alba giunse davanti alla villa imperiale di Nettuno.

L’Ostiario, mezzo sonnolento ancora, le chiese chi fosse.

— Mi manda Cesare, — rispose.

E andò innanzi.

Ma imbattutasi in due delle nuove ancelle, queste volevano trattenerla
a viva forza, ma essa, dopo aver lottato, si svincolò da loro, ed
entrata nel cubiculo, ove giaceva Ottavia, corse ad inginocchiarsi
vicino a lei, e presale la mano, la coprì di baci.

— Atte! — esclamò sorpresa la giovine Imperatrice. — Perchè vieni? Che
vuoi tu da me?

— Vengo a salvarti, o divina Ottavia, — rispose Atte, rimanendo
genuflessa.

E con accento affannoso prese a narrarle quanto era accaduto nella casa
Aurea, il suo alterco colla vecchia Domizia, l’accusa di Poppea, il suo
sfratto dal palazzo dei Cesari e le minacciose parole di Nerone.

Ottavia colla solita dolcezza e con flebile voce, disse:

— E che fec’io mai per essere minacciata così?

L’altra non si sentiva il coraggio di palesarle il tratto infame
d’Aniceto. Facendolo, le pareva di recare offesa alla virtuosa donna ed
accrescerne il dolore.

— So, — proseguì Ottavia, — che si sospettò di Menecrate. Egli fu
catturato, mentre usciva da questo palazzo. Nulla più seppi di lui.
Alzati e dimmi la verità.

Atte allora levossi in piedi, e le narrò come avesse il citaredo
sopportato eroicamente la tortura, proclamando, sotto ai colpi del
flagello, sè innocente e incontaminata lei. Lo stesso riferì delle
ancelle.

— Anime sublimi! — esclamò Ottavia.

E gli occhi le si velarono di lagrime.

Porgendo poi le mani ad Atte, continuò:

— E tu pure, o giovine greca, abbiti la mia riconoscenza per l’affetto
che dimostri a questa derelitta.

— Io nulla merito, o divina Ottavia, finchè non t’avrò salvata. Corsi
a quest’uopo presso di te. Non indugiare per pietà, perchè le vendette
di Cesare sono sollecite quanto tremende. Levati, prendi le mie vesti,
copriti colla mia calyptra, e fuggi.

Ottavia tentennò il capo.

— Non lasciarti trattenere dal dubbio, — continuò Atte. — Nel vicino
stabulo troverai il _cisio_ col quale io son venuta. L’auriga è già
prevenuto. Egli ti condurrà in Roma presso tuo fratello Britannico e
tua sorella Antonina, che sapranno trovare il modo di sottrarti per
sempre al tuo carnefice.

— E tu? — chiese Ottavia.

— A me non pensare: se morrò, sarò felice d’averti sacrificata la
vita, se riuscirò a salvarla ti raggiungerò, o divina Ottavia, per
consacrarla interamente a te.

— Io ti son grata, — rispose Ottavia, — di questi affettuosi
sentimenti, nei quali traspare la nobiltà d’un cuore, che fu suo
malgrado traviato. Ma la tua proposta non posso accettare.

— Perchè?

— Perchè fuggendo mi si potrebbe ritenere colpevole. Io nulla ho a
rimproverarmi, e le coscienze intemerate non hanno paura.

— Della giustizia, no; — interruppe l’altra, — ma della perfidia? Ti
vogliono perduta ad ogni costo, interamente perduta.

— E non la sono diggià? Ripudiata, condannata a vivere reclusa in
questa villa, privata degli amici, delle più fide schiave. Non credo
che vorranno sottoporre anche me ai tormenti, e che a vent’anni
vorranno togliermi l’esistenza.

— O divina Ottavia, io per non offenderti, non voleva riferirti
che venne ordita una trama iniqua per farti comparire colpevole, e
distrugger così la venerazione di Roma verso di te.

— E Nerone che mi sa pura, non mi difende contro la scellerata accusa?

— Forse egli stesso la ordiva perchè trionfasse Poppea.

E qui, senz’altra esitanza, narrò della menzognera confessione
d’Aniceto.

A questo non s’attendeva Ottavia. Essa ne provò sdegno siffatto, che
più non parve la stessa.

Nelle violenti frasi, nell’ira che le divampava dagli occhi,
male avresti ravvisata la soave figlia di Claudio. In preda
all’esasperazione, narrò ad Atte come lo scellerato avesse osato
un giorno d’offrirle l’amor suo, e come fosse stato sdegnosamente
respinto.

— Ed ecco, — aggiunse, — la ricompensa di quell’uomo infame per aver
io taciuto all’Imperatore l’oscena proposta di lui. Ma con questo nuovo
delitto i nemici miei non raggiungeranno lo scopo. Il popolo romano non
crederà.

— È per convincerlo appunto che vogliono punirti.

— Ma nessuno più adunque mi difende? Perchè tace Agrippina? Perchè tace
Seneca? E Antonina e Britannico che fanno?

Atte rispose:

— Nerone, accecato dalla passione, tutto sacrifica a Poppea. Agrippina
freme, ma tace. Seneca parla, ma non è ascoltato. Il fratello e la
sorella tua ignorano forse quello che si trama a’ danni tuoi. Appena
abbandonato il palazzo dei Cesari, corsi a quello di Britannico e
d’Antonina per renderli avvertiti, ma fui respinta, e senza frapporre
indugio venni io stessa a te, e torno a supplicarti, o diva Ottavia,
di porti in salvo. L’innocenza, la virtù, la rassegnazione a nulla ti
gioveranno. Oh, cedi, cedi alle preghiere e alle lagrime di quest’umile
liberta. Tu sei per me il genio del perdono e della redenzione: non
abbandonarmi!

Ottavia, commossa, stese le braccia verso di lei, e strettala in
amplesso la baciò.

— Va, infelice creatura, e ti perdonino gli Dei, come io t’ho già
perdonato.

Atte tentò di nuovo persuaderla a porsi in salvo, ma l’altra le rispose:

— Quand’anche lo volessi, non me lo consentirebbero le forze. Ho
l’anima stanca, il corpo affranto, e conviene che qui si compia il mio
fato.

— Concedimi almeno di rimanere presso di te.

— Resta, se vuoi, ma il presentimento mi dice che non tarderò a
lasciarti in abbandono su questa terra.

Atte, che divideva con essa codesto convincimento, tacque.

Andò a licenziare l’auriga, e tornò subito al fianco dell’inferma
Imperatrice.

Poco dopo, questa, che mal sopportava la vista delle altre ancelle,
si fece aiutare da Atte a discender dal letto, ed indossato l’amitto,
passò nella zotheca, e sedette davanti al monopodio su cui vedevansi
disposte in ordine carte di varie qualità, penne di canna, che i
romani chiamavano _arundes_ finamente lavorate e chiuse in una _teca
calamaria_, l’_atramentario_[91] dorato e alcuni libri. Prese una penna
ed un foglio di carta dentata[92] e scrisse a Britannico per dare a lui
e alla sorella Antonina l’ultimo vale, e raccomandar loro la pietosa
citarista.

Quindi porse a questa il foglio perchè, tornando a Roma dopo la sua
morte, lo presentasse al fratello.

Le rimise inoltre del denaro e dei gioielli chiusi in una _crumena_[93].

— Quest’oro — dicendo — e questi oggetti consegnerai alle mie fide
ancelle Fausta, Domitilla, Silvia e le altre, che a me dimostrarono
tanta abnegazione, e così eroicamente mi difesero in mezzo ai
tormenti. Oh potessi rivederle, baciarle ancora una volta! Al misero
Menecrate....

E qui il pianto le impedì di proseguire.

— Ma tu parli, o divina Ottavia, — entrò a dire Atte, singhiozzando
anch’essa, — come se fosse incominciata per te l’ora dell’agonia.

— O mia buona citarista, credi a me, questa non è lontana. Quand’anche
non m’uccidesse Nerone, questa febbre che m’arde le vene risparmierà
forse a lui un nuovo delitto.

Si tolse dal dito un anello, e disse ad Atte di portarlo a Menecrate,
unitamente alla cetra, che le aveva lasciato, aggiungendo:

— Dagli per me l’ultimo addio, digli che gli son grata del suo affetto,
della sua abnegazione, e che non dimentichi il mio sepolcro, se pur
questo sarà concesso alla mia povera salma.

L’angoscia e il pianto avevano inasprite così le sue fisiche
sofferenze, che sentendosi mancare, si fe’ da Atte, coll’aiuto delle
ancelle, ricondurre nel suo letto, ove rimase qualche tempo quasi priva
di sensi.

All’indomani Atte, vedendola in quello stato, che il medico dichiarò
gravissimo, non si mosse mai dalla stanza.

Alla sera essa dimandò il permesso di vegliarla, distendendosi presso
il letto sopra una pelle di tigre.

Ottavia però non lo permise, e la mandò a dormire nell’attiguo
gabinetto.

La giovine citarista tuttavia non riuscì a prender sonno, sembrandole
udire ad ogni momento i lamenti dell’inferma.

Ad un tratto le parve che la porta del cubiculo s’aprisse, e che
qualcuno vi fosse penetrato.

Balzò in piedi, ed atterrita da un grido acuto, si precipitò nella
camera d’Ottavia.




CAPITOLO XXI.

☧


Era notte inoltrata e Ottavia aveva appena socchiuse le palpebre,
allorchè la porta del cubiculo s’apri pian piano, e comparve un uomo
con una lanterna, dalle pareti di corno trasparenti, che diffondeva una
tinta giallastra sulla sua faccia e su quella dei due compagni che lo
seguivano.

L’inferma aprì gli occhi quand’essi eran già presso il letto.

Dapprima li fissò spaventata, poi cominciò a tremare e mormorare
affannosa:

— Ah cosa è mai! Me lassa!

Ma quando, ad un cenno dell’uomo che portava la lanterna, uno dei due
manigoldi si gettò su lei per impedirle di muoversi, mentre l’altro
sguainava una sica,

— Pietà! pietà!... — esclamò. — Non ho che vent’anni.

L’uomo si lasciò cader l’arme e mormorò:

— Non posso!....

— Vigliacco! — esclamò l’altro.

E raccolta dalle coltri la sica, la piantò nel petto d’Ottavia, che
gettò l’urlo udito da Atte, e cadde riversa sul guanciale.

Poco dopo l’infelice spirava fra le braccia della citarista.

Tornati in Roma i tre sicarii, si presentarono a Cesare per riferirgli
che gli ordini suoi erano stati eseguiti.

— E che diss’ella?

E il capo di quei sgherri rispose ch’essa aveva cercato di muoverli a
pietà, e che anzi uno di loro erasi lasciato intenerire dalle lagrime
di lei, e non aveva osato ferirla.

— Perchè ti mostrasti ribelle agli ordini miei? — chiese a questi
Nerone.

— In vederla così giovine e bella, sentii venir meno il coraggio.

Cesare, con stupore grandissimo degli altri due, gli gettò ai piedi una
borsa di denaro, dicendo:

— Prendi, in mercede della tua pietà.

Codesta stravaganza, emanazione d’un cervello malato, tradiva in lui un
resto d’affetto verso la vittima, sacrificata per vincere il riottoso
contegno del popolo romano.

Ordinò che la salma fosse chiusa in sarcofago e calata nel
conditorio[94] dei Claudii.

Diè inoltre incarico di raccogliere tutti gli oggetti preziosi
appartenuti all’estinta, e di portarli, come ricordo di lei, alla
sorella Antonina.

Non era rimorso, non pentimento, e neppure presunzione d’essere meno
severamente giudicato dall’universale, che lo spingevano a dare codeste
disposizioni. Era soltanto pregiudizio di potere in questo modo placare
i Mani della sua vittima.

Il dolore sdegnoso della madre, i fieri rimproveri di Seneca, le
improperie che contro lui scagliavano Britannico, i suoi fautori
e quelli che non avevano prestata fede all’iniqua commedia, di cui
era stato protagonista il pedagogo, non lo commovevano punto, nè lo
trattenevano dal prestare orecchio agli scellerati consigli della zia
Domizia.

Egli sempre più idolatrava Poppea e aveva giurato d’immolarle tutti i
suoi nemici.

Pure, in mezzo alla sua indifferenza brutale, aveva provato
un momentaneo turbamento, allorchè l’amata donna, all’annunzio
dell’eccidio d’Ottavia, aveva esclamato piena di terrore:

— Ecco una nube sul mio orizzonte sereno! Ecco un presagio funesto!

In casa di Britannico alla costernazione, ai lamenti, ai rimpianti
s’alternavano l’ira, l’odio, i propositi di vendetta.

L’Apostolo Paolo adoperava tutta la sua eloquenza per lenire da un lato
il profondo dolore d’Antonina, e dall’altro temprare i fieri spiriti
dei congiurati, che volevano ad ogni costo sfruttare la circostanza per
sommuovere il popolo contro Nerone.

Egli così parlava a costoro:

— Che l’odio e la sete di vendetta non vi facciano velo all’intelletto,
nè vi trascinino a passi inconsiderati, che possano costare nuove
lagrime e nuovo sangue. Non vogliate punire i delitti col delitto.
L’idea della giustizia soltanto v’illumini, vi guidi, vi renda
cauti. Non agite all’impensata, ma ponetevi all’opra quando sarete
sicuri di rovesciare la mala signoria e rendere a Britannico il trono
usurpato. Non v’illudete però: malgrado i suoi vizii e le sue colpe,
grande è tuttora il prestigio che Claudio Nerone esercita sul popolo
romano colle sue grandezze, colle sue prodigalità; e il popolo non
vi seguirebbe, e fors’anco difenderebbe il tiranno. Attendete che la
misura sia colma, e allora avrete Roma intera con voi, e il mostro
sarà discacciato. Prendete esempio dai cristiani, che perseguitati,
martirizzati in mille modi, non cedono all’impulso dell’indignazione,
ma fiduciosi aspettano il giorno della giustizia.

— E senza attender tanto, — interrompeva Pisone, — si tronca una
perniciosa esistenza per salvar mille innocenti.

— Saresti in tal guisa severamente giudicato da Dio, tu che giudichi
gli altri, e faresti quello che negli altri condanni, e il tuo delitto
non riuscirebbe d’alcun giovamento alla repubblica. Gl’idoli bugiardi,
i falsi Sacerdoti, gli audaci pretoriani e l’orda dei cortigiani
malvagi non sparirebbero con lui. Conviene distruggere per riedificare.
In questo modo soltanto potrete fondare su salde basi il regno di
Britannico.

Codesti saggi ragionamenti spiacevano a quei bollenti giovani; tanto
più vedendo Britannico pender dubbioso tra loro che li respingevano e
la sorella che li accettava.

Allorchè Atte, alcuni giorni dopo i funerali d’Ottavia, tornò in Roma
e si presentò al palazzo d’Antonina, Britannico voleva che fosse
nuovamente respinta. Ma la sorella vi si oppose, e fece introdurre
nella zotheca la citarista, che le rimise la lettera d’Ottavia, e le
narrò le angosce degli ultimi giorni, e la catastrofe.

Antonina, vedendola piangere a calde lagrime, fu nello stesso tempo
sorpresa e commossa, e le chiese cosa potesse fare per lei.

— Ch’io non subisca più la vergogna d’essere respinta da questa casa,
come un’abietta cortigiana. Errai, lo so, non merito riguardo alcuno
da voi tutti, ma fui più sventurata che perversa. Ben lo comprese la
divina Ottavia, e mi perdonò. E se la crudeltà degli uomini non me
l’avesse rapita, io sarei rimasta al suo fianco schiava riconoscente e
fedele. Che la pentita dunque non abbia il vostro disprezzo.

E qui aggiunse, che quando era stata respinta la prima volta veniva
a prevenirli del periglio, che sovrastava ad Ottavia, e che essi
forse avrebbero potuto scongiurare, mentre a lei non era riuscito di
persuadere la vittima a sottrarsi colla fuga.

— Io, — dicendo, — ero pronta ad esporre la vita mia per salvare quella
preziosa esistenza, risparmiare a voi un dolore, e a Nerone un così
enorme delitto.

— Come a te, purtroppo neppure a noi sarebbe riuscito di salvar la
sorella. L’odio del tiranno l’avrebbe raggiunta dovunque.

— Non solo Nerone non odiava la moglie, ma non aveva mai cessato
d’amarla.

— E sei tu che lo asserisci, — disse, sorridendo, Antonina, — tu che le
fosti preferita.

— Per fiamma di sensi, non per fiamma di cuore. Io fui sempre per esso
l’etèra, null’altro che l’etèra. Ma perchè vuoi tu ricordare le mie
colpe, se generosamente a me le perdonò la sorella tua? Essa prestò
fede al mio sincero pentimento.

— E a prova che vi presto fede ancor io, farò venir Britannico, e gli
dirò di smettere con te il severo contegno, e di riguardarti senza
dubbi, senza sospetti, come la protetta della defunta sorella.

E così fece, memore della massima inspiratale dall’Apostolo, che non
conviene mai respingere i peccatori pentiti.

Britannico, deferente sempre ai consigli della sorella, trattò Atte
benignamente, e le dimandò se ogni suo rapporto col tiranno fosse
davvero cessato.

— Io ebbi la fine che meritava; fui discacciata dal palazzo dei Cesari,
e non vi porrò il piede che una sola volta.

A queste parole Antonina e Britannico si turbarono.

— Sì, — continuò Atte, — vi tornerò per proclamare l’innocenza della
divina Ottavia, e l’infamia d’Aniceto.

E qui riferì la rivelazione fattale dalla vittima, riguardo all’audacia
del pedagogo, che aveva osato portarle oltraggio con disoneste
proposte, e com’essa per generosità lo avesse taciuto a Nerone.

E soggiunse:

— Quando l’Imperatore saprà che fu ingannato, che venne fatto
istrumento d’una scellerata vendetta, consacrerà, nel suo tremendo
furore, alle furie d’Averno la testa dì quel mostro.

— Ah non illuderti, giovine generosa, — interruppe Britannico; —
Aniceto non fu che il complice dell’iniquo Enobardo. La trama era
ordita perchè giovava a costui che Ottavia perdesse colla vita la fama.

— È inutile che tu vada; — entrò a dire Antonina, — vi fu già chi
rivelò la cosa a Cesare. Aniceto partì per l’esilio, ma so che nella
terra d’esilio troverà la morte.

— E a te, chi riferì tutto ciò? — chiese meravigliato il fratello.

— L’Apostolo.

Fedele alla sua missione, Paolo cercava sempre di far proseliti alla
religione cristiana. Coraggiosamente tentava le conversioni anche tra
i grandi; ma quelli che più richiamavano la sua attenzione erano i
disillusi e gli afflitti.

Fu per questo, che udendo le torture inflitte ingiustamente a
Menecrate, e la desolazione in cui lo aveva gettato la misera fine
dell’Imperatrice, pensò di presentarsi all’umile casetta del citaredo.

Antonina, alla quale partecipò questo suo divisamento, lo incoraggiò
a porlo in esecuzione, incaricandolo di portargli a suo nome parole
d’encomio e di gratitudine pel coraggio addimostrato nel difendere la
virtù calunniata della sorella.

Da pochi giorni l’infelice era uscito dal carcere e giaceva riarso
dalla febbre delle ferite e immerso nel dolore per la morte della donna
amata, quando si presentò Paolo, dicendo:

— Io son Paolo di Tarso, servo di Gesù Cristo, chiamato Apostolo
segregato pel vangelo di Dio, e vengo a te perchè ti so sventurato.
Vengo ad augurarti gloria, onore, e pace perchè operasti il bene. Tu
sei pagano; ma dinanzi a Dio, niuno è eccettuato.

Queste parole suonarono soavi all’orecchio di Menecrate, e lo
riempirono di stupore. E lo stupore s’accrebbe allorchè l’Apostolo gli
riferì le parole d’Antonina. Il misero ne fu commosso, e gli occhi gli
si velarono di lagrime.

Offrì a Paolo uno sgabello, ch’era vicino al letto, e sul quale soleva
sedere la vecchia madre, che gli teneva compagnia filando.

Cominciò a conversare con esso, e la soave eloquenza dell’Apostolo così
lo affascinò, che finì per confidargli tutte le sue sventure, tutti
i suoi segreti. Narrò dell’ultimo colloquio avuto coll’Imperatrice,
dicendo che ogni suo desiderio sarebbe soddisfatto, ove gli fosse dato
di far conoscere a Nerone le audaci proposte d’Aniceto, perchè potesse
misurar l’infamia del suo complice e la virtù della sua vittima.

— Dimando ai Numi, — egli disse, — di rendere questo tributo alla
memoria dell’intemerata donna, e poi morrò contento.

— E il tuo santo desiderio, — rispose Paolo, — sarà esaudito.

— E come lo potrò?

— Lasciane a me la cura. Il mio Dio, non è il solo Dio dei cristiani,
è il Dio delle genti, e a tutti egualmente sa render giustizia. Tu,
pagano, sarai soddisfatto, come lo sarebbe il cristiano, come potrebbe
esserlo il greco, il giudeo. Rinfranca adunque l’abbattuto spirito, e
ci rivedremo tra poco.

Tornò di fatto pochi giorni dopo, e riferì che Seneca s’era assunto
l’incarico di rivelar la cosa a Cesare, il quale, salito in furore
per la calunnia, e l’ardire del pedagogo, sapendolo esiliato in Acaia,
aveva fatto scrivere al Governatore Gallione di rintracciarlo e farlo
mettere a morte.

Seneca erasi guardato bene di svelare a Paolo l’iniqua trama di Nerone
per sacrificare Ottavia, e Nerone a sua volta, con fina ipocrisia,
aveva voluto far credere a Seneca d’essere stato tradito dal pedagogo.
Nel tempo stesso, realmente indignato per l’audacia di questi, che
tentava d’offenderlo nell’onore, lo condannava a morte. In tal modo si
vendicava del temerario, e si liberava del complice.

Il filosofo aveva finto di credere all’ingenuità del tiranno, e
contento del risultato, più che per la riabilitazione d’Ottavia, per
la condanna d’Aniceto, ne aveva fatto parte all’Apostolo, e questi a
Menecrate.

Il citaredo, pieno di riconoscenza, prese pel cristiano affetto
grandissimo, e sempre con maggior interesse ascoltava le sue
esortazioni, ed esaltavasi alle massime del vangelo, al racconto
dell’abnegazione, colla quale s’era sacrificato il Profeta Nazareno.

Tutto ciò non garbava alla vecchia madre, fiera pagana, ma per amor
materno, finì anch’essa per desiderare la compagnia dell’eloquente
cristiano, che così beneficamente agiva sul morale del figlio.

A Britannico invece poco garbava l’ascendente che Paolo aveva preso
sull’animo della sorella.

Egli n’era quasi geloso, e allorchè udì che ad essa l’Apostolo aveva
riferito la sorte riserbata ad Aniceto, si fe’ torbido in viso, e
mormorò:

— Sempre costui.

— Dovresti ringraziarlo, — rispose Antonina accigliandosi, — ch’egli
senza averne il dovere pensò a difendere la fama della misera sorella
nostra. Non esser fanciullo, e dividi con me l’ammirazione per l’uomo
insigne e benefico.

E qui narrò come avesse portato conforto di parole e d’opra al misero
citaredo.

L’altro non seppe che rispondere e poco dopo uscì.

Rimasta sola con Atte, Antonina continuò ad encomiare le virtù di
Paolo, talchè la giovine greca mostrò desiderio di conoscerlo e si
proponeva d’incontrarsi con esso nella casa di Menecrate.

Pochi giorni dopo, essendo rimasta in casa d’Antonina come citarista,
Atte vide l’Apostolo, lo udì parlare della bontà di Dio, che a tutti
perdona, e disse che forse a lei non avrebbe perdonato.

— O figlia, è dubbio sacrilego il tuo. Svelane la ragione.

— Ora non posso.

— Io m’allontano perchè tu possa palesare liberamente il tuo segreto.

Questo disse Antonina uscendo. Pareva ch’ella tenesse a coadiuvare
Paolo nella sua missione.

Era già forse convertita?

Sì. Le sofferenze dei cristiani, l’eroismo col quale essi sfidavano
i supplizii e la morte, per rimanere saldi nella loro fede, avevano
colpita la fervida immaginazione di lei. L’eloquenza di Paolo compiva
la conversione, ed essa di nascosto aveva ricevuto dalle sue mani il
battesimo.

Tutto ciò però era un segreto tra lei e l’Apostolo, non volendo arrecar
così grave dolore al fratello, irritarne i fautori, e danneggiarlo
negli interessi.

— Parla, adunque, — incominciò Paolo, come furono soli.

Atte rispose coraggiosamente:

— Tu sai ch’io tradii la fiducia della divina Ottavia, sai che sono
stata la concubina di Cesare; ma ignori però che l’ho amato con tutta
l’anima, e che quantunque disprezzata, discacciata, lo amo ancora. Per
questo ho cercato sempre, anche a rischio della vita mia, di salvare
le sue vittime per risparmiargli i delitti. Non oso difenderlo, ma
quando sento maledire il suo nome mi si stringe il cuore. Rea di
codesto sentimento colpevole non avrei dovuto rimanere nel palazzo di
Britannico. Io tradisco l’ospitalità di lui e d’Antonina, perchè amo
l’uomo da essi odiato e non oso confessarlo. Dimmi ora, o Apostolo, se
non merito il disprezzo degli uomini, l’ira dei Numi.

— Da’ tuoi Numi bugiardi nulla hai da temere, nulla da sperare.

— E dal tuo Dio, il quale, come tu dici, tutti accoglie?

— I pentiti, — aggiunse Paolo; — ma tu non lo sei ancora, tu forse ti
compiaci in questo resto d’impuro affetto, che ti rammenta le delizie e
gli splendori d’un giorno.

— T’inganni, o cristiano. Sarei felice d’odiare l’assassino della
divina Ottavia, di cui la memoria è un culto per me.

— Non devi odiare alcuno, non devi diffidare sulle promesse del
vero Dio, che ti liberò già da una vita peccaminosa, che ti diede
il rimorso, che t’inspirò il desiderio d’essere perdonata e che ti
estirperà dal cuore l’ultima spina del peccato, per non lasciarvi che
la pietà per Nerone, e l’orrore pe’ suoi delitti.

— Questo fece e farà il tuo Dio per me che sono greca?

— Ma non volete comprendere che Cristo non morì soltanto pei
circoncisi, ma si sacrificò pel genere umano? Mediante quella morte,
tu, come gli altri nemici della vera fede, acquistaste la protezione di
Dio. Non diffidare dunque, prega e credi, o giovine idolatra.

— Pur troppo non ho mai pregato. Misera figlia di schiavi, nell’umile
mia condizione non seppi sollevare la mente dalle terrene realtà. La
magnificenza dei nostri templi, la grandiosità dei riti m’abbagliano,
ma davanti ai delubri nessun senso arcano mi scende soave nell’anima.

— E questo senso, che forse interamente ti redimerà dalla colpa, vuoi
tu provarlo?

— Oh sì!

— Chiedi dunque il consenso alla nuova signora di recarti con me in tal
luogo, ove forse un’ispirazione celeste ti farà sentire come mentono i
superbi patrizii, che negano negli schiavi l’esistenza dell’anima.

Alla dimane spuntava appena il sole, quando Atte, vestita d’una modesta
tunica bruna e coperta colla calyptra, usciva dal palazzo di Britannico
e dirigevasi verso la via Appia.

Per un momento s’arrestò atterrita davanti al carcere Mamertino, d’onde
giungevano fino al suo orecchio dolorosi gemiti. Quindi frettolosa
riprendeva il cammino, e uscita appena dalla porta, s’imbatteva in
Paolo.

Gli narrò tosto quello che aveva udito davanti alla prigione.

— Son forse i nostri fratelli in Gesù Cristo, ai quali i tormenti
strappano quelle grida dal labbro, ma non la fede dal cuore. Chi sa
quanti di loro sono destinati in pasto alle fiere per divertire col
sanguinoso spettacolo il popolo di Roma!

— Come, o cristiani, dovete odiarlo questo popolo e questi Imperatori!
— esclamò Atte.

— Quale sia l’odio dei cristiani vedrai tra poco, — rispose l’Apostolo.

Così parlando proseguivano innanzi, altro non incontrando che villici,
i quali si recavano al lavoro; o mugnitori di capre, che venivano nella
città col loro gregge a dispensare il latte; _plaustri_ (carri) tirati
da buoi e ripieni di prodotti agricoli, ed ortolani con corbe e ceste,
che si recavano a vendere erbe e frutta.

Rasentando le varie tombe, che costeggiavano la via, giunsero ad un
orto, in fondo al quale era una rozza porta, che metteva nelle così
dette _arenarie_ (o cave di sabbia) entro le quali e pagani e cristiani
seppellivano i loro morti.

Paolo accese una lanterna e cominciò a discendere, insieme alla
citarista, la ripida fuga di gradini che mettevano nei sotterranei.

Giunti entro le lunghe e tortuose callaje, sulle cui vôlte si vedevano
ancora i colpi del piccone, e che in alcuni punti erano strette
così che una persona sola poteva passarvi, Atte provò un senso di
ribrezzo, ma non lo diede a divedere. Quei luminelli, che apparivano
e sparivano negli andirivieni dei corridoi, prendevano per lei aspetto
sinistramente fantastico. Erano invece le lanterne d’altri cristiani,
che scendevano, com’essi, nella seconda e terza catacomba.

In queste i Sacerdoti titolari, e le Diaconesse s’occupavano degli
infermi distesi su giacigli di paglia negli spazii quadrati, che
s’aprivano in alcuni punti delle callaje; curavano i sacri arredi, e
istruivano i neofiti per apparecchiarli al battesimo.

Paolo, che andava innanzi, rispettosamente salutato da tutti, si fermò
presso il giaciglio d’un uomo ferito, ed a quegli che lo medicava
disse:

— O buon Luca, hai tu visitato oggi il citaredo Menecrate?

Era questi Luca l’Apostolo, che Paolo aveva convertito, ed essendo egli
dottore in medicina, se ne serviva per curare i malati sì cristiani,
che greci e gentili.

— Sì, — rispose Luca, — e il mio balsamo operò su lui prodigi; le sue
piaghe sono quasi interamente cicatrizzate. Sia benedetto Gesù Cristo!

— Sempre sia benedetto! — rispose l’Apostolo.

E condusse Atte nella seconda catacomba, ove molti stavano pregando e
piangendo davanti alle _cripte_, sulle quali era scolpito il monogramma
cristiano.

Pervennero finalmente nell’ultimo sotterraneo, dove in vasto spazio
a vôlta, alla quale erano appese lampade a due lucignoli, sorgeva
l’altare, e su questo la croce.

Due Sacerdoti genuflessi intuonavano sacri cantici, a cui rispondevano
uomini, donne e fanciulli divotamente prostrati a terra, tenendo le
braccia incrociate sul petto.

Alcuni di quei devoti vestivano interamente di bianco, ed eran questi i
neofiti, che da pochi giorni avevano ricevuto il battesimo.

Paolo salì sulla predella dell’altare, e rivolgendosi a costoro,
incominciò:

— Voi usciste dal peccato per entrare nel regno della carità. La parola
nemico non deve più esistere per voi. Perdonate sempre, umiliatevi,
soccorrete i miseri, quali essi siano, a qualunque fede appartengano.
Siate invitti campioni della fede cristiana. Pel trionfo di questa fede
non vi spaventi il martirio, e subitelo coraggiosamente, portando con
voi nel sepolcro, non l’odio, ma la pietà per quelli che ingiustamente
vi condannarono. Pregate invece per gl’Imperatori, pregate per le
vittorie degli eserciti, per la gloria di Roma, non gl’idoli falsi, ma
il vero Dio[95]. Pregate pei ricchi, pregate pei poveri e adoperatevi
infine perchè, mercè vostra, risplenda agli occhi di tutti il sole
della vera fede.

Com’ebbe terminato, mentre i cristiani andavano ad imprimere le labbra
sul simbolo della redenzione, andò in traccia della giovine greca, e
la trovò accoccolata in un canto colle mani sul viso, come assorta in
grave meditazione.

Tutto quello che aveva visto ed udito l’aveva profondamente colpita.

Quando l’Apostolo le pose la mano sul capo, si scosse, e lo fissò cogli
occhi lagrimosi.

— Piangi?

— Di tenerezza.

— Ebbene, credi tu in Cristo?

— Sì, — mormorò la donna.

— Va, dunque, e fa quello che gli altri fanno.

— Non ancora. Quando nell’anima mia quel resto di colpevole affetto si
tramuterà in sentimento di pietà, allora bacerò la croce.




CAPITOLO XXII.

La perfidia di Domizia.


Un giorno la vecchia Domizia si presentò al palazzo di Britannico,
seguita da due schiavi, che portavano una cassa. Questa racchiudeva
gli oggetti preziosi d’Ottavia, che Nerone mandava ad Antonina e
Britannico.

Domizia erasi dapprima mostrata contraria all’idea di quel dono, ma
poi aveva chiesto di portarlo essa stessa. Nerone acconsentiva, senza
curarsi d’indagare per quale scopo recondito la vecchia, che odiava
Britannico, avesse voluto assumersi quell’incarico.

Antonina era seduta nel suo gabinetto vicina al fratello, che
amorosamente le cingeva col braccio il tergo. Atte, si teneva in
piedi innanzi a loro, e cantava una melodia greca accompagnandosi sul
_simikion_.

L’occhio esploratore della vecchia Domizia penetrava nel gabinetto
mentre l’ancella l’annunziava, e vedendo il tenero abbracciamento
mormorò:

— Incestuosi!

Facendo poi dell’ipocrisia, disse ad Antonina e Britannico che s’erano
levati in piedi al suo apparire:

— Il vostro amor fraterna è veramente cosa ammirevole.

Britannico, che a quella visita inaspettata s’era fatto cupo, tacque, e
la sorella rispose:

— E chi ci amerà, se non ci amiamo fra noi?

— Tu no, per certo, — soggiunse Britannico, — perchè so che odii
tutta la stirpe di Claudio, e non sei devota che a quella di Domizio
Enobardo, tuo fratello.

— Questa che tu dici, — rispose Domizia, — è cosa non vera. Sono forse
sospetti insinuati da coloro che vogliono mantener viva l’inimicizia
fra te e Cesare.

La saggia Antonina, temendo che nella risposta il fratello trascendesse
a parole inconsiderate, che potevano riuscirgli fatali, dimandò a
Domizia quale fosse le scopo di quella visita.

Allora Domizia fe’ portare la cassa, e la offerse loro a nome di
Cesare, magnificandone con esagerate iperboli la generosità.

È ciò fece nella speranza che rifiutassero il dono, e Britannico,
esasperato dagli encomii di lei, uscisse in imprudenti invettive,
ch’ella avrebbe poi riferite al tiranno anche, ove occorresse,
esagerandole.

La maligna vecchiarda, là recandosi, non aveva altro scopo che quello
di comprometter Britannico, per decider il suo diletto Nerone a
disfarsi una volta dal pericoloso rivale.

Britannico, sempre torvo, dimandò ad Antonina:

— E credi tu, che l’accettar qualcosa da chi fece trucidare la sorella
nostra non sia un’onta per noi?

— Se punì la moglie, — saltò su Domizia, — quando Aniceto l’accusò
d’adulterio, punì poi nella sua severa giustizia l’accusatore allorchè
lo scoprì bugiardo.

— Tu però, o Domizia, — rispose Britannico, — che ora esalti la
giustizia del tuo nipote, avrai certo approvata prima la sua condotta
verso Ottavia, che tu odiavi.

— Io non l’odiava, anzi....

E qui forse voleva far credere loro d’averla amata e compianta, ma la
presenza d’Atte, ch’erasi al suo apparire tratta in disparte, e che
poteva smentirla, la trattenne, ed aggiunse:

— Era lei, che sempre sdegnosamente mi trattò. Chi ti disse ch’io
l’abbia odiata? Sei tu che lo supponi.

— Non io, ma....

— Taci, Britannico, — interruppe Antonina. — Le colpe degli uomini
lascia giudicare a Dio. Non si parli d’Ottavia, ma imploriamo per lei
l’estrema requie. E tu, Domizia, non spiegar le parole del fratello mio
che a senso di profondo dolore.

Per tutta risposta l’altra dimandò che cosa dovesse riferire a Nerone.

— Io m’inchino dinanzi a Cesare, ma rifiuto i suoi doni, — disse
Britannico.

— E tu, Antonina? — chiese Domizia.

— Se è persuaso Nerone che a noi spettino i gioielli d’Ottavia, io li
accetto.

Ciò non garbava a Domizia, che attendevasi ad un reciso rifiuto, e
cercò provocarlo, ferendo l’amor proprio della figlia di Claudio.

— Ignoro, — disse, — la ragione che spinse l’Imperatore a farvi questo
dono. Egli forse non volle adornare Poppea con oggetti che non erano
suoi.

— Ed oggi le appartengono, perchè tu a mio nome li rimetterai ad essa.

— Dunque tu eziandio rifiuti?

— Non ho rifiutato, accettai; ed essendo ora padrona di disporre a mio
piacimento di quelle gemme, ne faccio un presente alla sposa di Cesare.
Sulla bellissima persona acquisteranno più vivace splendore. A me ora
più non siedono bene che le gramaglie.

E Domizia uscì seguita dagli schiavi, che portavano la preziosa cassa,
e tutta lieta per l’esito della sua missione.

Così pensava tra sè:

— È astuta costei, quanto scemo di senno il fratello. Questa volta
però credo che l’orgoglioso fanciullo non isfuggirà alla vendetta dei
Domizii Enobardi.

Costoro odiavano Britannico perchè credeva vituperare Nerone
chiamandolo col nome d’Enobardo, come fosse nome abietto e spregevole.
Volevano vendicarsi di lui, istigando a suo danno la ferocia di Cesare.

La circostanza era propizia e la vecchia volle approfittarne.

Essa, riportando i gioielli, esagerò oltre misura le parole sdegnose,
colle quali Britannico aveva rifiutato il dono, inventò frasi
vituperevoli, che il giovine non aveva pronunziate, fece una menzognera
descrizione della guardatura di lui, ora d’insolenza che sfidava,
ora torva e minacciosa; e sapendo come Nerone nutrisse una profonda
simpatia per Antonina, volle destarne l’ira gelosa e terminò con queste
parole:

— Il presuntuoso villano neppure si lasciò persuadere dalle esortazioni
d’Antonina, che voleva accettare la tua offerta. E a questa resistenza
non mi sarei mai attesa, sapendo come egli arda per lei di fiamma
incestuosa, e dopo averlo visto, allorchè entrai, stringerla in
amplesso alla presenza della citarista Atte.

— Atte è con loro? — chiese Nerone con voce cupa.

— Essa cantava un’amorosa anacreontica, e forse si consola con
Britannico del tuo abbandono.

Uno dei passatempi giornalieri di Nerone era quello d’assistere al
bagno di Poppea.

Quando era l’ora, una schiava veniva ad avvertirlo, ed egli si recava
nella rotonda, in cui dal _lucernario_ pioveva luce sugli affreschi
lascivi, sulle statue, sulle suppellettili d’oro e sulla vasca di
marmo frigio incrostata di pietre dure e ripiena di latte, che sessanta
asine, custodite nei presepi del Palatino, fornivano ogni giorno pel
bagno dell’elegante Imperatrice.

Deliziandosi in quell’atmosfera pregna dei profumi più acuti,
tra i fiori, di cui era ripiena la stanza, Nerone attendeva che
l’affascinante sua sposa si presentasse col corpo velato dalla veste
di coa, i capelli raccolti in reticella gemmata e i piedi chiusi nei
_calceoli_.

Allora egli stesso la denudava e l’aiutava ad entrare nel candido
lavacro.

Ma quello che più lo esaltava era il vedercela uscire grondante latte
dai rilievi del seno, dal tergo, dalle anche poderose. Era il veder
la pioggia d’acqua tiepida profumata, che versatale sulle spalle dalle
schiave _alipte_[96] ravvolgeva in leggiero vapore odoroso, copriva di
cristallo la bella persona e si cangiava come in stille di rugiada là,
dove non discendevano mai le axisie delle Alipile.

Quindi altre due bellissime alipte s’avanzavano spiegando finissimi
lini e cominciavano ad asciugarla.

Poppea, da esperta etèra, contorceva il bel corpo in atteggiamenti, che
ne facevano risaltare le forme procaci, e di tratto in tratto volgeva
languidi sguardi all’affascinato consorte.

Anche le due schiave, denudate fino alla cintola, avevano nel compiere
il loro ufficio leggiadre movenze, e formavano coll’augusta signora un
gruppo animato da dar le vertigini al più austero filosofo. Nerone in
fatto usciva da quella stanza ebro di voluttà.

Ma quel dì che Domizia gli aveva dato discarico della sua missione,
assisteva al bagno, muto, torvo, distratto, talchè Poppea, terminato
il lavacro, e rimasta sola con lui, gli dimandò qual cura lo rendesse
preoccupato in tal modo.

— Quella di punire l’audace Britannico.

— E che ti fece egli mai?

— Offese la generosità di Cesare, rifiutandone il dono. Deve pagar cara
la sua tracotanza.

— Mediteresti forse un nuovo delitto?

— Non immischiarti nelle opere tenebrose; resta nel tuo splendore.

Poppea cercò ridurlo a più miti propositi, ricordando come il giovine
avesse addimostrato sempre somma riservatezza.

— So ch’egli congiura contro di me.

— Ne sei tu certo?

— Ma tu lo difendi.

— No, lo compiango.

E continuò a perorare la causa di Britannico, terminando con queste
imprudenti parole:

— Forse s’egli fosse deforme non ti cureresti di lui.

— Che vuoi tu dire? — chiese Nerone, accigliandosi sempre più.

Poppea rispose, sorridendo:

— Sii franco, o mio Claudio, egli ti dà ombra, perchè giovine e bello.

Il tiranno a queste parole, pieno d’ira, esclamò:

— Ora sei tu, Poppea, che hai segnata la sua condanna di morte.

Ed uscì, lasciando la moglie sorpresa, esterrefatta.

Essa esclamò tristamente:

— O ambizione, a qual forsennato tu mi desti in braccio!

Quella sera l’orizzonte era buio, come l’anima di Nerone. Le torri, i
templi, le aguglie dei sette colli spiccavano su quel nero abisso, come
sopra immenso drappo funebre. Un impetuoso vento andava a fendersi tra
gli edifizii, e con sibilo acuto irrompeva nelle vie, sollevando nugoli
di polvere.

Quei cittadini, che si trovavano fuori, camminavano col corpo piegato
per resistere all’impeto della bufera.

Uno di questi, col pileo calcato sulla fronte e il mantello avvolto
intorno alla faccia fin sotto gli occhi, preceduto dallo schiavo
laternario si dirigeva verso il Velabro.

Come fu presso la casa di Locusta l’avvelenatrice, ordinò allo schiavo
di fermarsi e d’attenderlo. Quindi andò innanzi, ed entrato nell’orto,
picchiò alla porta della casa.

La vecchia serva, vedendo quell’uomo così imbacuccato, non voleva
lasciarlo passare. Nerone però gettò il mantello, tirò la vecchia da un
lato ed entrò nella stanza della giudea.

Questa, ch’era nel suo laboratorio, all’apparire di Nerone, continuando
a girare il mestolo entro un orciuolo, dimandò, senza scomporsi, cosa
bramasse da lei il divo Cesare.

— Un potente veleno, che colpisca come la folgore; ma bada a non
ingannarmi come l’altra volta, che invece d’un veleno desti a
Britannico un antidoto.

— E chi mi salverà poi, — osservò Locusta, — dalla legge Giulia, che
colpisce gli avvelenatori?

— E tu, maestra di veleni, temi quella legge? Credevo che la
disprezzassi.

— T’inganni, io seppi sempre con tal fina astuzia condurmi da non
incorrere in lei. Quelli che a me vengono, se ignoti, bruscamente
respingo, se conosciuti appago, ma atterrisco ad un tempo minacciandoli
di malefizii ove osassero accusarmi. Questa volta però è Cesare che
viene a me.

— E Cesare, ti salverà non solo, ma saprà largamente premiarti.

— S’egli è così, sarai soddisfatto. Questa letifera mistura, che
compongo adesso, avrà i rapidi effetti che tu desideri.

— Ne sei tu certa?

— Ne feci l’esperienza sopra un capretto, ma tardò cinque ore a
morire. Allora raddoppiai la dose dell’ingrediente necessario a rendere
istantanea la morte.

— E riuscisti?

— Non è pronto ancora.

— E quando lo sarà?

— Tra poco. E se al divo Cesare non dispiace l’attendere, potrò farne
in sua presenza l’esperimento.

— L’atmosfera di questo tugurio maledetto mi opprime. Andrò fuori
a respirare l’aria libera, e quando tutto sarà pronto, me ne farai
avvertito.

Ed uscì nell’orto.

Poco dopo Locusta si presentò sulla porta, annunziando che la funesta
bevanda era pronta, e conducendo Nerone in un sozzo recinto, ove
stavano ammonticchiati sulla paglia diversi animali, dimandò su quale
di questi dovesse fare la prova.

Il prescelto fu un porcellino.

Allorchè fu preso, mandò forti grugniti, che avevano del lamento, quasi
prevedesse la sorte che lo attendeva.

Locusta tornò con Nerone nel laboratorio, e fatto portare dalla
domestica un pezzo di torta, vi fe’ cader sopra alcune goccie della
verde mistura, e la diede all’animale, che dopo due bocconi fe’ alcuni
salti e cadde morto.

— Vedo che sono riuscita! — esclamò con aria di trionfo la giudea.

Nerone, impaziente, le chiese di riempire di quel liquido una
guastadetta e dargliela a lui.

L’altra rispose che ciò era inutile, poichè chiunque avesse mangiata la
carne del piccolo maiale sarebbe morto repentinamente.

— L’una cosa e l’altra io voglio, — rispose Nerone. — Come si
distruggono gl’insetti, io devo distruggere tutti i miei nemici.
Ah vedo bene, Locusta, che tu in quest’arte sei somma, nessuno può
eguagliarti, e quando prometti sai mantenere. Non sei di quei bugiardi
ciarlatani, che spacciano acqua marcia per filtri miracolosi, ed
attribuiscono a sè stessi una potenza magica che non hanno.

E qui entrò a parlare del mago Simone e rammentò il fatto di Rubea
ch’egli aveva promesso di darla in braccio a lui addormentata, per
influsso della sua magia, e invece le apprestava Dio sa qual filtro,
che l’aveva destata delirante e fatta morire. E terminò dicendo:

— Ma per tutte le furie dell’Averno i mille nummi che m’estorse, e
l’aver osato ingannare Nerone, gli costarono il carcere. Io gli avevo
perdonato se tu fossi riuscita ad uccidere Britannico, ed il tuo veleno
fu allora impotente. Questa volta, tra i premi che avrai, vi sarà la
liberazione di lui.

— Tu dici, o divo Cesare, d’avergli dato allora mille nummi?

— Sì, mille nummi; e perchè tale dimanda?

— Perchè ammiro la tua generosità.

Invece erasi rammentata ad un tratto che di quella somma, a lei non
aveva accusato che la metà, e subito giurò in cuor suo di trarre
vendetta della truffa sofferta.

Passò istantaneamente contro di lui dall’affetto all’odio.

— Io gli renderò la libertà, se tu lo desideri ancora, ma alla sua
magia non presterò più fede. Converrà ch’egli me ne dia ben altre
inoppugnabili prove. Egli asseriva d’aver ottenuta dal suo Dio una
potenza non concessa agli stessi Apostoli, quella di librarsi a volo; e
chi lo vide mai a volare? È un ciurmadore.

— Credo, — rispose Locusta, che cominciava a preparare la sua vendetta,
— che in questo non abbia mentito.

— E perchè non volò via dal carcere Mamertino?

— E tu, divo Cesare, impongli di ciò fare in tua presenza.

— Hai ragione, o giudea. Allorchè avrò provato sul mio nemico l’effetto
delle carni avvelenate, m’occuperò di lui. Fino a quel momento non
avrà grazia da me. S’egli riuscirà, punirò Paolo e gli altri Apostoli
d’averlo calunniato.

All’indomani Britannico ricevette una affettuosa lettera di Nerone, che
lo invitava per quella sera ad una cena che dava agli amici. Aggiungeva
che ove egli avesse declinato l’invito, come aveva respinto il dono dei
gioielli, Cesare si sarebbe convinto d’avere in lui un nemico.

Quell’invito fe’ rabbrividir Britannico e gettò Antonina nella
costernazione. Il rifiutare o l’accettare era pericoloso del pari.
Quand’anco il tiranno non tramasse contro la vita del fratello, poteva
a questi esser nocivo il mal tempo, e l’orgia alla quale era chiamato.

Per lui, che in quei giorni aveva nuovamente sofferto per epilessia, le
soverchie libazioni della _comissatio_[97] potevano riuscire fatali.

Ma non v’era modo d’uscirne, e tra un pericolo incerto, e quello sicuro
che si correva col disobbedire alla volontà del tiranno, preferirono
d’affrontare il primo, e Britannico decise d’accettare l’invito.

Mentre il fratello si recava alla casa Aurea in lettiga, scortato da
varii schiavi armati, Antonina, chiusa nel Larario, pregava, premendo
sul petto una croce, ch’essa aveva tirata fuori da un ripostiglio noto
a lei sola.

Appena entrato nelle sale, il giovine s’imbattè nel poeta Lucano, che
osservandolo gli disse:

— Mi sembri mesto, o Britannico.

— Sì, lo sono, perchè lasciai la sorella diletta in grande angustia.
Questo invito di Nerone la rese sgomenta.

— Teme forse un tradimento?

— Teme ch’io sia punito pel dono che ieri respinsi.

— Non lo credo capace per questo di commettere un delitto. So ch’egli
non t’ama, e forse da lungo tempo si sarebbe sbarazzato di te, ove nol
trattenesse il pensiero d’Antonina, per cui nutre viva simpatia, e alla
quale credo non voglia arrecare dolore.

— E non uccise la misera Ottavia, a cui Antonina portava affetto
grandissimo?

— È vero, — rispose Lucano. — Sta dunque in guardia poichè tenesti
l’invito, e prima di prender cibo o bevanda osserva bene s’egli ne
gusta. Altri agguati non temere, perchè qui, oltre di me, hai molti
amici pronti a difenderti e dar la vita per te.

Intanto erano entrati nell’exedra dove i convitati attendevano l’arrivo
di Cesare.

Com’egli comparve e vide Britannico, lo chiamò a sè e gli disse:

— Tu rifiutasti i gioielli d’Ottavia, ch’io mandava alla bella
Antonina. Fu un’offesa, ma te l’ho perdonata, e per addimostrarti come
si vendichi Cesare, t’ho invitato a banchetto con me questa sera.

E tenendolo presso di sè, e parlandogli amorosamente della sorella,
quasi per fargli dispetto, passarono nella sala del bagno per lavarsi
le mani e i piedi, e quindi nel triclinio.

Quivi sopra larga mensa erano preparate le imbandigioni del primo
servizio, ova, lattughe, mammelle e uteri di troie uccise dopo il
primo aborto, porco marinato, _tuceta_[98], _tirotarico_[99], pesci,
ed altre vivande. In mezzo alla tavola un intero porcellino arrostito,
tutto intorno coronato di fiori, col muso tra le zampe anteriori, stava
accovacciato sopra un tagliere di bronzo.

Le frutta, i dolci, le confetture, e le altre leccornie, che
componevano il secondo ed ultimo servizio, erano disposti sovr’altra
tavola, e i vasi di vino e le _capule_ (o coppe a manico) stavano
preparate per la _comissatio_ sulle mense _tripes_, ch’erano tavoli
rotondi a tre piedi, chiamati anche _cilibanti_.

Di fuori cadeva a torrenti la pioggia, unita al cupo muggito del vento.

Nè danze, nè musiche, contro l’usato, rallegravano la cena. Tutto ciò
inspirava nei convitati un senso di tristezza.

Nerone però, vestito di bianco, e coronato di rose, si mostrava ilare e
motteggiatore.

Dopo terminato l’antipasto d’uova e lattughe, osservando Cercopiteco,
ch’era seduto a poca distanza, e che mangiava e beveva per tutti, così
cominciò a scherzare con esso.

— Tu sei, in fede mia, o Panerote, prezioso convitato; poichè inghiotti
come i crateri dell’Etna, e tracanni quanto tracannava quel famigerato
Tiberio, al quale fu dato il soprannome di Biberio. Così tu, invece di
Panerote, dovresti esser chiamato _Vinerote_. Scommetto che al pari di
quell’Epicureo fai la prova della cicuta[100].

Cercopiteco rispose ridendo:

— O Divo Cesare, io non sono così pazzo. Voglio che il figlio
dell’Erebo e della Notte, l’avaro Caronte, attenda ancora molt’anni
prima di traghettarmi colla sua barca al di là dello Stige. Egli è
appunto per vivere ch’io mangio, e vivo per mangiare.

Queste, ed altre facezie che seguirono, misero di buon umore i
convitati.

Intanto i giovinetti _pinceri_, lindi, ed accurati della persona, colla
capellatura cascante sulle spalle e la tunica corta, empivano di vino
le coppe, e le portavano in giro agli ospiti seduti a tavola, mentre
altri inservienti venivano a torre una ad una le vivande preparate
sulla tavola, per tagliarle, distribuirle in porzioni e presentarle ai
convitati in piccoli _paropsidi_ d’oro.

Venne la volta del porcellino arrostito, che fu portato sopra un
tavolo, ch’era in fondo alla sala, e sul quale lo _scissor_ (o scalco)
cominciò a trinciare.

Dopo che lo schiavo _praegustator_, giusta l’usanza, l’ebbe assaggiato,
per provare se fosse condito a dovere, e per cautela contro qualche
insidia, venne portata la prima porzione a Nerone e poi n’ebbero tutti
gli altri.

Nerone mangiandone con avidità, ed osservando nello stesso tempo
Britannico, vide che questi lo rifiutava.

— O Britannico, — gli disse allora, — so che di questa carne tu fosti
sempre assai ghiotto, e perchè la rifiuti stasera?

L’altro cercò di scusarsi, dicendo d’aver diggià mangiato assai.

— No, no, — riprese insistendo lo scellerato Imperatore, — tu devi
assolutamente gustarne perchè è squisita vivanda.

E Britannico accondiscese, tanto più che glie ne dava voglia l’avidità
colla quale era divorata dagli altri, e sopratutto da Cercopiteco.

Non ne aveva inghiottito che pochi bocconi, quando fu preso da tremito,
divenne livido in volto, i suoi occhi si spalancarono, e contorcendosi,
tentò d’alzarsi, e stava per stramazzare, quando fu sostenuto da
Lucano, che gli era vicino.

Tutti si fecero d’intorno a lui.

Due schiavi lo trasportarono nella vicina stanza, dove fu deposto sopra
un lettuccio.

— Britannico! Britannico! — gridava Nerone fingendo profonda
costernazione.

Poi diceva agli altri che il misero era stato preso per certo dal suo
solito malore, e senza rivolgersi direttamente ad alcuno, diè ordine
che s’andasse in cerca d’un archiatro.

Ma l’infelice già rantolava, e poco dopo, mandando dalla bocca bava
verdastra, spirò.

Così ebbe fine la festa, e tutti i convitati mesti e silenziosi
s’allontanarono.

Cercopiteco, sentendo esternare da Lucano il sospetto che il giovine
fosse stato avvelenato in qualche vivanda o nel vino, preso da paura
d’esserlo anche lui, malgrado il diluvio e il vento, corse da un
_medicamentario_ e si fe’ dare un antidoto.

Ma del porcellino avvelenato, e poi cotto da Locusta, non era stata
tagliata che la porzione data a Britannico e che lo scalco, per ordine
di Nerone, teneva nascosta. L’animale, esposto sulla tavola, e di cui
tutti avevano mangiato, era un altro.

Rimasto solo, Nerone fe’ chiamare dei vespilloni, ed ordinò loro di
deporre sopra una bara il cadavere vestito com’era, e, trasportatolo
sull’Esquilino, ivi dargli subito sepoltura.

E ciò a suo dire egli faceva per non dare ad Antonina il cordoglio di
rivedere il fratello esanime. Era invece la tema che non si constatasse
l’avvelenamento.

Mentre il funebre convoglio, rischiarato da torchi portati da schiavi,
passava sotto pioggia dirotta davanti al palazzo dei Cesari, una
vecchia affacciavasi ad un balcone.

Sul suo volto, sinistramente rischiarato dalle faci, si vedeva un
infernale sogghigno.

Quella vecchia era Domizia.




CAPITOLO XXIII.

Il volo del Mago Simone.


Erano scorsi molti giorni dalla sera del misfatto, e ancora si
discuteva tra quelli che le precauzioni di Nerone aveva tratti
in inganno e gli altri che avevano soltanto sospetto, o assoluta
convinzione dell’avvelenamento.

Erano tra questi Agrippina e Seneca, che francamente avevano
rinfacciato a Cesare il suo delitto, dicendogli ch’egli, così operando,
scavava di sua mano l’abisso da cui sarebbe inghiottito.

Cesare negò, e nel suo cuore s’accrebbe l’odio per la madre, e pel
maestro, che osavano così sfacciatamente rinfacciarlo.

Già da lungo tempo il loro contegno severo, la loro autorità era a lui
divenuta fastidiosa, e cominciava a meditare di mandarli entrambi a
raggiungere i morti che rimpiangevano.

In quella circostanza però teneva a persuaderli della sua innocenza,
teneva a nascondere il delitto, non per essere stimato da loro, ma per
non essere odiato da Antonina.

Come il cane, che quantunque satollo, non permette agli altri di
mangiare, e li addenta se osano toccare l’osso da lui abbandonato,
così Nerone, benchè interamente appagato dalle attrattive di
Poppea, pretendeva ch’altri non osasse toccare alle donne, che a lui
inspiravano simpatia, nè a quelle che aveva amato.

L’astuta Domizia conosceva bene la frenesia del nipote, e per questo,
tornando dal palazzo d’Antonina, aveva a bella posta spiegato a mal
senso le tenerezze fraterne e la presenza d’Atte in quella casa, per
eccitarlo e spingerlo alla vendetta.

Ma quelli eziandio, ch’erano persuasi dell’avvelenamento, non
s’immaginavano quale fosse stato il vero scopo del delitto.

Chi lo attribuiva a gelosia di potere, chi al rifiuto del dono, chi
immaginava una cosa, chi l’altra.

Pochi soltanto avevano colto nel segno, e fra questi il furbo Isidoro
Cinico, che un giorno ne stava discutendo con Cercopiteco Panerote
nella taverna di Salvidieno Orfido.

— Tu erroneamente opini, — diceva Panerote, — se ci fosse stato veleno
nelle vivande, o nel vino, io che mangiai, e tracannai di tutto, più
che da me si potesse, non starei qui a persuaderti.

— E a persuadermi non riuscirai. Nerone nel compiere le sue malvagità,
adopera tali artifizii che nessuno riesce a scoprire. Non avvi sulla
terra versipelle maggiore di lui. Avrà saputo bene infingersi e
far presentare alla sola vittima designata la paropside o la copula
avvelenata. La fretta colla quale fe’ tumulare il povero Britannico è
prova irrefragabile del delitto.

— E invece, — rispose Cercopiteco, — fu quello atto di pietà verso
Antonina, per la quale nutre sempre somma benevolenza.

— Lo so, — disse con inarcato accento Isidoro.

— Lo sai, e pretendi che le abbia ucciso il fratello.

— Ma tu non ti desti mai la pena di studiare il carattere di Cesare?
Non ti sei mai accorto della sua feroce gelosia? È di questa, non
d’altro, che fu vittima Britannico.

— O Cinico, la tua smania di biasimo ti spinge tropp’oltre.

— Quanto io asserisco è verità.

— Tu non frequenti la corte, e pretendi conoscere gl’intimi pensieri
del muto Imperatore.

— Se Nerone è muto, è loquace sua zia Domizia, che palesò codesto
segreto.

— Ma s’egli adora la divina Poppea?

— È vero; ma ciò non toglie ch’egli sia geloso di tutte le altre donne,
alle quali porta affetto.

— Io credo che dal ripudio d’Ottavia egli non abbia più visto Antonina.

— T’inganni, or son pochi dì io stesso lo vidi entrare nel palazzo di
lei.

E Isidoro Cinico diceva il vero.

Un giorno Nerone si presentava improvvisamente ad Antonina, volendo
constatare egli stesso l’impressione prodotta in essa dalla morte del
fratello, e desiderando riveder Atte.

Entro il vestibolo s’imbattè nell’Apostolo Paolo, che usciva, e gli
chiese alquanto bruscamente cosa egli venisse a fare in quel luogo.

— A consolare gli afflitti, — rispose l’altro, — come m’impongono i
comandamenti del mio Dio.

— Dimmi, o cristiano, l’afflitta che tu qui vieni a consolare, divide
forse l’opinione di quelli che attribuiscono a un tradimento la morte
di Britannico?

— In anima retta, come quella d’Antonina, non può allignare il sospetto
di così enorme scelleratezza. Sono soltanto le fiere che uccidono
gl’innocenti; e i cristiani lo sanno.

Nerone comprese il senso di queste ultime parole e rispose con accento
sdegnoso:

— I seguaci del tuo Dio non sono innocenti poichè insultano ai nostri
Numi, ne irridono i Sacerdoti, ne devastano i templi. Hai tu capito,
o sedicente Apostolo? Ciò altra volta ti dissi, ed ora te lo ripeto,
perchè apprenda a tacere e a rispettare la giustizia di Cesare.

E s’avviò verso l’atrio, pieno di mal talento contro l’Apostolo.

Quando fu annunziato ad Antonina, questa sedeva nella zotheca lavorando.

Al nome del tiranno si fe’ ancora più pallida, aggrottò le ciglia, e
deposto il lavoro, levossi, e passò nella stanza, dove l’Imperatore
attendeva.

Le gramaglie, dando maggior risalto alla splendida carnagione,
accrescevano venustà alla bella persona di lei.

Non più torvo lo sguardo, ma austera in volto,

— Salve, o Cesare, — essa disse.

— Salve, o bella Antonina, — rispose Nerone con dolcezza grandissima e
raffinata ipocrisia.

— E che ti conduce, — riprese la donna, — presso la sorella d’Ottavia e
di Britannico?

— Questi due nomi sulle tue labbra suonano rampogna, non è vero?

— La tua coscienza risponda per me.

— Punii Ottavia credendomi tradito da lei. Fui tratto in inganno dallo
scellerato Aniceto, che si nasconde; ma io saprò trovarlo per fargli
scontare la calunnia infame coi tormenti e la morte. Accusami di quel
delitto, e avrai ragione; ma non unirti ai miei nemici nel credermi
l’uccisore di tuo fratello.

— Come sia morto il mio adorato Britannico non so. So che il suo
cadavere, caldo ancora, fu per ordine tuo sepolto, e a me togliesti il
conforto di dargli un ultimo bacio, e rendere alla cara salma gli onori
dovuti al figlio d’un Imperatore.

Qui Nerone, raddoppiando di sfrontatezza e d’ipocrisia, volle con
sdolcinate parole persuadere Antonina d’essere stato spinto ad agire
così dal profondo affetto, che conservava sempre per lei.

Insomma voleva farle credere quello che aveva dato ad intendere agli
altri.

E continuò nelle tenere proteste, dichiarandosi pronto a darle prova in
qualsiasi circostanza de’ suoi sentimenti per essa.

E in quel momento i sensi parlavano in lui, non il cuore.

Vedendo però che la donna rimaneva impassibile, esclamò con impeto:

— Ah vedo bene che tu sei circondata da gente che m’odia e credi più ad
essi che a Cesare.

— Io non ascolto altra voce che quella della mesta anima mia.

— E fra i più accaniti nemici v’è certo quel cristiano Paolo.

— Lo accusi a torto.

— Egli, esaltando i meriti del suo Dio, cerca forse di far di te
un’apostata. Guai a lui!

Antonina, con un amaro sogghigno, interruppe dicendo:

— Vendicati pure di quell’uomo santo, rapiscimi anche questo amico, ed
io avrò, o Cesare, una nuova prova della tua benevolenza per me.

— A quanto sembra, ti sta molto a cuore quel Tarsiotto, poichè temi per
lui, — disse con mal celata stizza Nerone.

— Temo per tutti coloro che son fatti segno all’ira tua.

— Ma colui non ebbe finora da me che prove di clemenza. E clemente sarò
tuttavia con esso, poichè tu lo desideri; ma si guardi di non provocare
il mio sdegno, cercando di convertire i pagani alla fede del suo Dio,
non meno bugiardo e risibile dei nostri Numi. E guai però, ripeto, guai
ad esso sopratutto, se cerca colla sua eloquenza di traviar la mente di
persone a me care. È di te, che parlo, Antonina, di te, che dopo Poppea
sei l’unica donna ch’io amo. Ora sei avvisata. Vale.

E la lasciò senza nemmeno curarsi di vedere Atte; tanto usciva turbato
da quel colloquio.

Nè meno turbata rimase Antonina, in cui quelle ultime parole avevano
destato un senso di paura e di ribrezzo.

E Nerone non aveva certo parlato così per rispetto al culto pagano, pel
quale egli stesso confessava di professare profondo disprezzo; ma nel
timore che un altr’uomo, un cristiano, potesse esercitare tanto impero
sulla mente e sul cuore di quella donna, che non gli apparteneva, ma di
cui pretendeva d’esser arbitro.

Ed ora andiamo a trovare il mago Simone, che gli ozii e la vita
sedentaria del carcere avevano reso adiposo e mencio.

Egli è occupato a cucire alcune verghe nell’interno d’una casula[101]
nera. Di tratto in tratto manda un sospiro, lascia il lavoro e va ad
affacciarsi al pertugio, da cui prende luce la prigione.

Poi si mette a passeggiare nell’angusta cella, tornando di tratto in
tratto a guardar fuori, e alla sua occupazione.

E cosa mai rende quel tristo così agitato?

A Nerone, che fidava sempre nella magia di lui, benchè più volte
l’avesse trovato in fallo, era saltato il capriccio di vederlo
volare, sperando con quel miracolo, di buona o cattiva lega, umiliare
l’Apostolo Paolo.

Simone sentì agghiacciarsi il sangue allorchè il messo di Cesare venne
a dirgli ch’era venuto il tempo di mantenere la promessa, e che se
voleva riacquistare la libertà e la benevolenza imperiale, doveva
librarsi a volo dall’alto del carcere Mamertino.

Non era facile uscir da quel bivio tremendo. Il negare, o il confessare
ch’era stata la sua una spavalderia poteva costargli il flagello,
o fors’anco la morte. Il dichiararsi pronto ad obbedire gli dava a
pensare; ma purtuttavia finì per accettare.

Chiese soltanto che Cesare gli accordasse alcuni giorni di tempo per
riacquistare le forze perdute in carcere.

La sua speranza d’esito felice era tutta riposta nel filtro promessogli
da Locusta, e le aveva mandato una lettera col mezzo d’un inserviente
dell’ergastolario, dicendogli che gli verrebbe consegnato un medicinale
corroborante.

Ad onta però della sua ingenua fiducia nella portentosa bevanda della
giudea, lavorava nella _casula_ a quel modo per rendere in ogni caso
meno micidiale la caduta.

Ne voleva formare come due ali di pipistrello, legando le estremità
della casula ai polsi e alle tibie, come aveva visto a fare una volta
in Samaria da un giocoliere.

Il triste teneva moltissimo a conservare il predicato di _Gran Virtù di
Dio_, a riacquistare la stima di Cesare, a confondere l’Apostolo Paolo
e gli altri suoi nemici cristiani. Ma sopratutto teneva a salvar la
pelle.

Locusta, letta ch’ebbe la lettera di Simone, consegnò allo schiavo
dell’ergastolario una fiala dicendogli:

— Questo filtro darà al prigioniero forze bastanti per volare fino al
cielo.

E le parole accompagnò con un sinistro sogghigno, in cui si leggeva
tutto il piacere della vendetta pei ducentocinquanta nummi che gli
aveva truffato nel fatto di Rubea.

Quando lo schiavo tornò al Mamertino, e diede la fiala in mano a
Simone, questi si sentì sollevato di spirito, e fe’ sapere a Cesare
ch’egli era pronto ad operare il miracolo.

I banditori lo annunziarono al popolo, che accorse in folla davanti al
carcere, nella speranza che il prodigio si cangiasse in una catastrofe.

Paolo, Luca, ed altri cristiani si tenevano in gruppo a poca distanza
dall’Imperatore, che sedeva sopra un terrazzo attiguo al carcere.

Nerone, quasi sicuro di confondere l’odiato Apostolo, rivolgeva
di tratto in tratto il bieco sguardo verso quel gruppo con aria di
trionfo.

Finalmente s’udì un lungo squillo di tromba, e poco dopo, circondato da
soldati, comparve Simone sull’alto del carcere.

Allora tacque il bisbiglio della folla, tutti gli occhi si fissarono su
lui, che bevve il contenuto della fiala, ed esclamò ad alta voce:

— Tremi chi non crede Simone Gran Virtù di Dio!

— Empio bestemmiatore! — gridarono dalla via Paolo e gli altri
cristiani.

Il mago aprì le braccia e si slanciò nel vuoto.

Scoppiò un urlo universale di spavento. La folla si ritrasse da ogni
banda per non essere colpita dal corpo di Simone, che precipitando
abbasso, andò a cadere sulla terrazza ov’era Nerone, ch’ebbe la tunica
spruzzata di sangue[102].

Pieno di ribrezzo e di dispetto, scansò col piede il cranio sfracellato
del moribondo, e andò via.

Attribuì quella caduta ad esorcismi di Paolo, poichè non poteva
ammettere che Simone si fosse azzardato al volo senza l’aiuto
d’un’arcana potenza, o per lo meno d’un artifizio prodigioso.

E l’efficace facoltà, ch’egli supponeva nell’Apostolo, lo rendeva
turbato, giudicandolo nemico pericoloso. L’avrebbe di buon grado appeso
alla croce, ove non lo avesse trattenuto la promessa fatta ad Antonina,
e la vergogna di mostrarsi pusillanime, lasciando travedere la paura
che gl’inspirava il cristiano.

Fortunatamente per lui, altri avvenimenti vennero ad occupare la mente
del tiranno, che vedeva soddisfatto finalmente uno dei suoi più ardenti
desiderii, quello d’aver prole.

Poppea era madre, ma le sofferenze della gravidanza, il dispiacere di
vedersi sformata, essa che teneva tanto alle sue bellezze, la rendevano
triste ed intollerante di tutto. Nerone però non ci badava, e sfogava
la sua egoistica gioia in accademie, e in orgie con parassiti e
cortigiane.

Poppea non amava Nerone; purtuttavia si sentiva ferita nell’amor
proprio, vedendo com’egli fosse indifferente alle sue sofferenze; ma lo
stesso amor proprio le suggeriva di non mostrare il suo dispiacere.

Essa diede alla luce una figlia, alla quale fu imposto il nome di
Claudia, mentre la madre ebbe il titolo d’_Augusta_.

Durante il puerperio essa consultò archiatri e femmine, che vendevano
specifici per conservare la freschezza della pelle e la venustà delle
forme.

Un mese dopo il parto andò a Baja, insieme alla bambina colla sua
nutrice, seguita da un codazzo di schiavi, di carri e d’animali tra cui
le sessanta giumente.

Prima di partire era andata a congedarsi dall’Imperatrice Agrippina,
che conservava sempre contro la nuora un fondo di livore per la sua
bassa origine, per la morte d’Ottavia, e per esserle stato da lei
rapito il dominio sul cuore del figlio.

E il veleno di quel sentimento, allorchè si trovavano insieme, stillava
sovente dalle sue parole.

Essa le dimandava perchè lasciasse Roma in quei giorni che si dovevano
celebrare le feste di Bacco.

— Egli è appunto per evitarle, ch’io parto, — rispose Poppea.

— Peccato, — rispose Agrippina con ironia malvagia, — che tu non ami
assistere ai baccanali; anzi dovresti prendervi parte, poichè non
potrebbe trovarsi Dionisiade[103] più bella di te.

— Per quanto giovine io sia, — rispose Poppea, dandole pan per
focaccia, — non potrei vincere delle fanciulle. Ma se tu corressi con
me, diva Agrippina, la mia gioventù ti vincerebbe per certo.

E dopo essersi scambiati degli sguardi poco benevoli, si separarono.

Poppea riferì quel dialogo a Nerone, che si morse il dito, e poi disse
alla moglie:

— Parti.

— E tu non m’accompagni, come avevi divisato?

— No, io resto.




CAPITOLO XXIV.

Il parricidio.


Il giorno seguente Nerone si recò nelle stanze d’Agrippina e le disse:

— Madre, io voglio che sia pace fra noi. Abbracciami e baciami sulla
bocca e promettimi che questa sera ti presenterai alla cena, che
offro agli amici. Saremo tutti bizzarramente travestiti, e tu avrai il
capo coronato di pampini, i capelli disciolti, porterai sulla spalla
sinistra un manto di pelle di capra e avrai nelle mani il _tirso_[104].

— E che follia è questa? Ti prendi forse giuoco della madre tua?

— La zia Domizia mi narrò che una volta ad un’orgia di Claudio si
presentò improvvisamente una baccante col petto a metà denudato, e col
viso coperto dalla persona[105]. E quella baccante eri tu.

— Fu nella spensieratezza della gioventù, che mi prese quella
vergognosa fantasia.

— E se tale tu la giudichi, o madre, perchè la proponesti a mia moglie?

— Ora comprendo: — rispose Agrippina, — fui denunziata, e tu vieni a
rinfacciarmi la supposta offesa che feci all’Augusta tua sposa.

Ed accompagnò le ultime parole con un sogghigno sardonico.

Nerone, reprimendo gl’impeti della rabbia, rispose sogghignando pur
esso:

— Se non la moglie di Cesare, dovevi almeno rispettare in Poppea
Augusta la madre del tuo drudo.

— Di chi parli? — dimandò Agrippina.

— Del giovinetto Ruffo Crispino, mio figliastro. Negheresti forse che
di quell’imberbe facesti le tue voglie? Anco stanotte tu l’attendevi
forse, ma lo attendesti invano.

— Che facesti di lui? — chiese con ansia la donna.

— Lo desideri?

— Sì, lo desidero ardentemente, poichè vuoi saperlo.

— Confessi dunque che l’amavi.

— E a te che importa? Non sono tua madre, la vedova di Claudio,
arbitra de’ miei sentimenti? E a te, figlio perverso, chi dà il diritto
d’investigare le mie azioni? Palesami tosto ov’egli si trovi.

Nerone rispose con calma terribile:

— Nelle voragini del Tebro, ove fu gettato mentre si divertiva a
pescare.

Agrippina, in preda a furente desolazione, s’avvicinò al figlio colle
braccia levate, e le mani strette in pugno esclamando:

— Ah per tutti gli Dei belva più efferata di te non cinse mai la
diadema dei Cesari.

— Frenati, e ascolta: — rispose Nerone, — quantunque la tresca mal
s’addicesse a te, vedova e madre d’Imperatori, io avrei forse lasciato
quel fanciullo agli amorosi godimenti del tuo cubiculo; ma lo punii per
averti vituperata publicamente, ed aver pronunziate frasi oltraggiose
contro la madre sua, la divina Poppea. E la sua fine sia d’esempio a
tutti coloro, che ardiscono offendere la moglie di Cesare.

— S’egli è a me, che rivolgi queste parole, sappi ch’io disprezzo le
tue minacce; e bada, o scellerato, bada a te stesso, poichè il sangue
delle tue vittime grida vendetta.

E lanciando al figlio uno sguardo terribile, aggiunse gridando:

— Ti sfido.

— Ed io, — rispose Nerone, — la sfida accetto.

Crispino, colla iattanza dei giovinetti, erasi vantato in publico nella
taverna di Salvidieno Orfido dei favori che gli accordava Agrippina,
scendendo ai più laidi particolari dei godimenti notturni, vantando le
belle forme di lei, e sostenendo valer queste assai più che le carni di
sua madre Poppea, avvizzite per le molte battaglie amorose.

Avendolo qualcuno redarguito per le sconvenienti parole, egli aveva
risposto che non essendosi la sua madre mai curata di lui, non aveva
per essa che profondo disprezzo.

Fra i molti ascoltatori dell’imprudente discorso v’erano Isidoro
Cinico, che non mancò di ripeterlo all’universale, e Lucano, dal quale
fu riferito a Seneca, che lo esortò a tacere per non provocare la
vendetta di Cesare contro quel disgraziato.

Ma la cosa non tardò a giungere all’orecchio del tiranno.

Lo seppe da un delatore il giorno stesso che partiva Poppea, ed egli
rimase per compire la vendetta sulla madre e sul drudo, senza curarsi
d’indagare se fosse questi veramente colpevole.

Poi cominciarono le persecuzioni contro la madre. La privò d’ogni
autorità, d’ogni onore, si liberò del tutto dal giogo di lei; la
guardia germanica che custodiva la sua persona le fu tolta. Non
volendola aver vicina per timore d’insidie, la costrinse a lasciare
il palazzo Augustale e prender dimora in uno dei grandi edifizii degli
orti Neroniani.

Non contento di ciò, ordinò ad alcuni suoi agenti segreti di
vilipenderla, di darle ogni sorta di tribolazioni con insulti e
querele. Quand’essa viaggiava per terra o per mare, ordinava a coloro
che l’accompagnavano di molestarla, motteggiandola e facendo rumore
perchè non avesse agio a prender riposo dormendo.

L’energica donna però non si dava per vinta, e con improperii e minacce
continuava a sfidare l’ira del figlio, sicura che questi non oserebbe
attentare ai suoi giorni.

Ma Nerone, meno ingenuo di lei, non aveva la stessa fiducia nei
sentimenti materni, sapendo come Agrippina fosse edotta nella scienza
del delitto.

Conveniva dunque por termine a quella guerra infeconda, che non domava
gli spiriti della madre, la quale provocava sempre e poteva tradurre in
atto le sue minacce.

Era venuto il momento di pensare alla propria salvezza, sacrificando
lei.

E cominciò a studiare il modo di farlo, senza essere accusato di
parricidio, adoperando le arti usate nell’uccisione di Britannico.

Servirsi del veleno era inutile, poichè l’astuta Agrippina era
provvista di tutti gli antidoti, rimedii indispensabili per chi viveva
in quell’epoca e in quella Corte.

Una sera essa ad ora tarda sedeva nel gabinetto attiguo al cubiculo e
lavorava per ingannare le insonnie, prodotte dal turbamento dei nervi,
dall’ira, dal desiderio della vendetta, combattuto in lei dalla tema e
da un resto d’affetto pel figlio.

Tutto a un tratto udì un fracasso nella stanza vicina.

Balzò in piedi esterrefatta, prese la lampada, e respirando a stento
pei violenti palpiti del cuore, andò a vedere cosa fosse accaduto.

La parte del soffitto soprastante al letto era precipitata a basso. Ove
in quel momento avesse giaciuto, essa sarebbe rimasta schiacciata.

Alla mattina un giovine dalle mani e dal volto anneriti, si teneva
tutto umile e pauroso davanti all’Imperatore, a poca distanza dal
palazzo ove abitava Agrippina.

— Stupido artefice, — gli diceva a bassa voce Nerone, — come hai tu
eseguito gli ordini miei?

— La credeva dormente da lungo tempo nel suo letto, — rispondeva
l’altro tremando. — Allorchè terminava di segare il ferro del palco,
era già da tre ore trascorsa la mezzanotte, e purtuttavia essa era
ancora levata. Come poteva io supporlo?

Nerone alzò le spalle con aria di disprezzo, e mosse verso la casa per
presentarsi alla madre.

La trovò nell’exedra in compagnia di Seneca, e andò per abbracciarla,
congratulandosi che fosse così miracolosamente scampata a certa morte.

Agrippina rimase impassibile. Non s’immaginava che la caduta del palco
fosse stata un attentato del figlio; ma alle ipocrite dimostrazioni non
credeva.

Seneca, ch’era rimasto in silenzio, non togliendo mai lo sguardo
scrutatore da Nerone, come questi stava per partire, gli disse:

— Mi giunse stamane un’inaspettata novella che anche a te riuscirà
gradita, perchè potrai finalmente compiere un atto di giustizia, che
tutta Roma reclama. In una _caupona_[106] a poca distanza da Roma,
travestito da villico, fu scoperto da alcuni soldati lo scellerato
Aniceto.

Fu sorpreso Nerone a tale annunzio; ma dimostrò più contentezza che
sdegno.

Allorchè il maestro gli dimandò se al colpevole si dovesse infliggere
l’estremo supplizio, l’altro rispose di farlo prima condurre davanti a
lui.

E Seneca, rimasto solo con Agrippina, disse a questa:

— Gl’innocenti muoiono: ma quel tristo vivrà.

Quando Aniceto incatenato si trovò alla presenza di Cesare, si gettò in
ginocchio piangendo e chiedendo pietà.

— No, — disse Nerone, — tu meriti mille morti per aver osato un giorno
attentare al pudore d’Ottavia, all’onor mio.

L’impudente negò: giurando per gli Dei che l’estinta aveva mentito.

— Ebbene, tu m’aiutasti a disfarmi di lei, ed ora, se vuoi salva
la vita, devi col tuo malvagio talento trovare il modo che scompaia
la madre, senza che venga a me attribuito il delitto, ma sibbene al
caso. Se l’ingegno non ti farà difetto, allora farò trarti dal carcere
Mamertino.

E lo fece di nuovo consegnare ai soldati.

Poscia partì per Baja, e di là, dopo qualche tempo scrisse una
tenerissima lettera alla madre, ch’erasi ritirata in una sua villa
presso il lago di Lucino, scongiurandola di venire, sentendosi egli
assai sofferente, e di riconciliarsi nuovamente con lui e con Poppea,
ed amar questa, come aveva amata Ottavia.

Agrippina protestò che tra lei e Poppea non poteva esservi che odio,
odio eterno; nè porrebbe il piede nella villa di Bauli, ove dimorava
chi aveva fatto uccidere Ottavia e discacciare lei dalla casa dei
Cesari.

Nerone però, colla più raffinata ipocrisia, continuò ad insistere,
dipingendo così al vivo il desiderio di riveder la madre, di
riabbracciarla, che questa finalmente acconsentì, e lasciata la sua
villa, recossi a Napoli dove l’attendeva la nave, mandatale dal figlio
per trasportarla a Baja.

Benchè spirasse propizio il vento, e fosse tranquillo il mare, appena
salpato, tanto essa, che la sua confidente Acerronia, s’avvidero che la
nave solcava le onde stentatamente e piegava a tribordo.

Volendo di ciò avere una spiegazione, mandò l’Acerronia nella stanzetta
a poppa, dov’era il maestro che dirigeva la navigazione.

Prima che la confidente tornasse, s’udì uno scroscio tremendo, e la
parte posteriore della nave, dov’era il padiglione dell’Imperatrice,
cominciò ad affondare.

Agrippina gridò al soccorso; ma tutti s’erano gettati in mare e,
quali nuotando, quali aggrappati ad assi e travi, senza darle ascolto,
continuavano innanzi.

La sola ad accorrere era stata Acerronia che cadde nelle onde con lei
e fu tosto sommersa, mentre Agrippina, che sapeva nuotare, ed era donna
coraggiosa e forte, malgrado l’impaccio delle vesti, riuscì a salvarsi.

Appena presa terra, cadde sfinita.

Un po’ più lungo tragitto a percorrere, e l’infernale invenzione
d’Aniceto avrebbe pienamente assecondati i desideri del parricida.

Il pedagogo, che dalla riva aveva assistito al disastro, come vide
sfasciarsi la nave, e l’opera sua compiuta, montò sopra un piccolo
naviglio, che salpava per le coste della Campania, e si recò a Baja per
darne l’annunzio a Nerone.

Lieto il tiranno d’essersi liberato alla fine di quella donna, divenuta
oramai nemica implacabile, rimunerò largamente il suo complice, e
comunicò la notizia alla moglie, dicendo:

— Così il Fato volle far vendetta dell’odio, ch’essa nutriva contro di
te.

— Sei tu forse che facesti uccidere la madre? — chiese Poppea,
turbandosi.

E Nerone cinicamente rispose:

— Forse. Anche il Fato obbedisce alla volontà di Cesare.

Alcuni giorni dopo ricevette un foglio, e impallidì, riconoscendo i
caratteri d’Agrippina.

Essa gli partecipava d’essere sana e salva nella sua villa presso il
lago di Lucino, ed aggiungeva queste fiere parole:

“Muzio Scevola, per aver colpito invece di Porsenna il segretario di
lui, pose la mano sui carboni ardenti; tu che uccidesti la confidente
Acerronia, invece di tua madre, dovresti precipitarti nei crateri
dell’Etna, figlio perverso.„

Nerone, pieno di furore per vedersi scornato e scoperto, decise di
smettere l’ipocrisia e finirla una volta, compiendo sfacciatamente il
parricidio.

Partì per Roma, e fatto venire Aniceto, ch’eravi tornato da alcuni
giorni, lo rimproverò per la mala riuscita, e gli ordinò di recarsi con
alcuni centurioni sul lago di Lucino per uccidere Agrippina.

L’altro titubava, non volendo tramutarsi da occulto complice in aperto
sicario; ma Nerone ve lo costrinse colla minaccia d’eseguire contro di
lui la sospesa sentenza.

Allorchè partecipò alla moglie come la madre fosse riuscita a salvarsi,
essa diede in un sospiro ed esclamò:

— Sian rese grazie ai Numi.

— Per la sua vita tu preghi, o sconsigliata?

— Come Imperatrice, — essa rispose, — le improperie dei vivi non
curo, poichè non ponno salire fino a me; ma come moglie e madre la
maledizione delle vittime pavento.

A queste parole il tiranno superstizioso si turbò.

— Siano dunque rese grazie ai Numi per la salvezza di lei, — ripetè
Poppea.

La vecchia Domizia, il genio malefico di Nerone, ne provò dispetto, e
quando tornò Aniceto ad annunziare che Agrippina era morta, abbracciò
il nipote, e disse che andrebbe ad offrire olocausti a Nemesi[107].

Nerone volle che Aniceto gli narrasse il fatto nei più minuti dettagli,
e che fossero presenti al racconto i centurioni, che lo avevano
accompagnato, come testimonii che il pedagogo asseriva il vero.

— Giungemmo, — cominciò il malvagio, — ch’era alta la notte. La porta
della villa era chiusa, e noi ne percotemmo più volte l’ansa sul
picchio. Venne finalmente l’ostiario, ed aprì, sentendo ch’eravamo gli
inviati del divo Cesare.

— Sareste stati più saggi non pronunziando il mio nome, — interruppe
Nerone.

E senz’altro aggiungere gli ordinò di continuare.

— Entrammo nel palazzo, e penetrati nel cubiculo, la sopraccogliemmo
distesa nuda sul letto. Non potei a meno d’arrestarmi un istante ad
ammirare quelle bellissime forme. In questo essa aprì gli occhi, si
levò sul fianco, guardandoci bieca, e quasi sfidandoci. Io la colpii
col pugio, ma leggermente, ond’essa gettandosi supina e mostrando
coraggio inaudito, gridò: “_ventrem feri_„[108]. Allora il centurione
Fulvio v’immerse il gladio, ed essa prima di spirare, digrignando i
denti, e sbarrando gli occhi disse....

E qui Aniceto esitò.

— Che disse? — chiese imperiosamente il tiranno.

— Non oso....

— Parla.

— Disse: su lui, sulla moglie, sui figli la mia maledizione. Furono
queste le sue ultime parole.

Nerone impose loro di non ripeterle ad alcuno, e li rimandò.

Pose ogni studio cogli altri per simulare indifferenza dopo il
parricidio, e nascondeva il profondo terrore, che aveva prodotto
nell’anima sua la maledizione materna.

Aveva fatto uccidere Agrippina per timore dell’odio ch’egli le aveva
inspirato, e morta lo spaventava ancor più. Così lo scellerato trovava
la punizione nel suo stesso delitto.

Ma, come dissi, non volendo mostrarsi pusillanime, nulla dava a
divedere.

Colla bella sposa ostentava maggior desiderio di voluttuose ebrezze.
Nelle orgie cogli amici mentiva la più sfrenata allegria. Percorreva le
vie a cavallo, o guidando la biga, e si mostrava ai publici spettacoli,
fiero sempre guardando il popolo, che muto, e quasi irriverente
rimaneva sul suo passaggio, quantunque il Senato fosse stato costretto
ad approvare l’operato di Nerone.

Nel tempo stesso però segretamente ordinava ad alcuni maghi di fare
certi incanti per scongiurare gli effetti della maledizione.

Quello che a lui riesciva grave oltremodo era il contegno di Seneca.

Lo vedeva malinconico, torvo, taciturno; ma dal suo labbro non era
sfuggita mai una sola parola che stimatizzasse l’orrendo delitto.

Avrebbe preferito ch’egli venisse da lui aspramente rinfacciato, per
potersi sfogare, opponendo all’audacia dell’accusatore, l’audacia
dell’accusato.

Un giorno, che lo vide presentarsi più cupo dell’usato, non potè
frenarsi, e gli disse:

— O tenebroso maestro, che hai? Perchè non parli?

— Ove tace la tua coscienza, — rispose Seneca, — ogni altra voce
riuscirebbe vana. D’altronde parla abbastanza il raccapriccio
universale, ed è inutile che il mio grido di riprovazione s’unisca a
quello dei popoli, che il tuo mal governo, la tua ferocia ha stancati.

— Ma di questo non vedo la prova.

— E che sono mai le satire atroci che si scagliano contro di te, e
nelle quali sei chiamato Oreste ed Alcmeone, uccisori delle madri;
Apollo cetratore, che lancia saette; vero discendente d’Enea, perchè
questi portò via il padre, e tu togliesti via la madre? E l’istrione
Dato, recitando in tua presenza, non ha detto forse: Va sano, padre
mio, va sana, madre mia! fingendo l’Imperatore Claudio a tavola, e la
diva Agrippina nuotando? E, rivolgendosi verso il Senato, non aggiunse:
l’orco, ora verso voi addrizza il piede?

— Tu narri cose ch’io già sapeva, — interruppe, sorridendo, Nerone. —
Si vede che ti racchiudi nel tuo broncio, e vivi solitario, altrimenti
avresti saputo che agli autori di siffatte contumelie perdonai, e
l’istrione, per le sue ardite allusioni, non condannai che all’esilio.

— Ebbene, se disprezzi tanto quello che contro di te si dice, e si
scrive, a che pro’ avrei parlato? Parlo adesso per riferirti cose nelle
quali tu forse intravedrai la vendetta divina.

Nerone, nascondendo l’interna trepidanza, dimandò di che egli
intendesse parlare.

Seneca rispose:

— Vergogne in Oriente, ove nella ribellata Armenia i nostri soldati
furono condannati all’ignominia del giogo e dove la Soria minaccia
di sottrarsi al dominio dell’Impero. Vergogne in Anglia, dove fummo
sconfitti, e dove due terre delle principali furono poste a sacco con
grande sterminio di romani e dei loro amici. Vergogne nella Gallia dove
il vicepretore Giulio Vindice ha chiamato a rivolta il popolo contro il
dominio tuo.

— Ebbene, rassicurati, — rispose Nerone, — che in Oriente, in Anglia,
in Gallia, la forza delle nostre legioni farà ragione delle vendette
celesti. Ricordati che l’Oracolo d’Apolline mi fu propizio, e mi
predisse lunga vita, dicendomi che pensassi all’anno settantesimo
terzo, volendo predirmi in quell’anno la morte. Come tu vedi, Apolline,
ch’è Nume anch’esso, mi concede ancora quasi dieci lustri d’esistenza.

— E sei tu sicuro d’aver giustamente interpetrato il suo responso?

Nerone, adirato esclamò:

— O imprudente Maestro, non farti profeta dei danni miei, non spingermi
all’ira, se non vuoi ch’io dimentichi d’aver giurato che a te non avrei
torto un capello.

— Altra volta te lo dissi, — rispose Seneca con ammirevole calma, — la
morte non temo, e con animo sereno, l’attendo. Uccidimi pure; ma pensa
a vendicare l’onore oltraggiato delle aquile latine.

Il tiranno invece pensava a cómpito più facile; quello di vendicarsi di
lui.

Altri funesti avvenimenti vennero però a distorlo dal fiero proposito.




CAPITOLO XXV.

La Congiura di Pisone.


Era venuto l’autunno, autunno lugubre, di quelli in cui le morte
foglie sono portate via dal vento rigido e quasi brumale, e il cielo
si riveste di quel nuvolo grigio, uniforme, che impedisce al sole di
riscaldare coi suoi raggi la moribonda natura. Alla tetra atmosfera
aggiungasi la desolazione, che spargeva nella città una fiera
pestilenza, che mieteva vittime a migliaia[109].

Non si vedevano che agonizzanti e morti, trasportati dai vespilloni
sulle spalle, o distesi su _capuli_[110] o ammonticchiati su rozze
carrette.

Molti cittadini correvano esterrefatti per le vie e spesso cadevano
colpiti dal morbo, e da tutti fuggiti. Qua e là dalle case uscivano
i lamenti di qualche povero appestato, e i pietosi della famiglia
venivano sul limitare a chieder soccorso di medici e di farmacisti. Non
più feste, non più spettacoli. I patrizii andavano a cercare uno scampo
nelle ville suburbane, o si tenevano chiusi nei loro palazzi, ai quali
era a tutti impedito l’accesso. Male si riconosceva in quelle turbe
spaventate ed afflitte il gaio popolo del _panem et circenses_.

Ogni giorno i Sacerdoti offrivano sagrifizi ai Numi, e i devoti pagani
gremivano i templi e pregavano dinanzi ai delubri colle braccia levate
al cielo.

Nelle catacombe i cristiani supplicavano Dio per la salute di tutti,
curando nel tempo stesso gl’infermi, lavorando ad aprire incavature
nelle pareti delle callaje, dove i fossatori seppellivano i cadaveri.

I due Apostoli Paolo e Luca tutto dirigevano, e fra quelli che più si
mostravano ferventi in quell’opera di carità, notavasi un giovine, che
indossava la candida tunica di neofito.

Era costui il citaredo Menecrate, che da poco tempo aveva ricevuto il
battesimo.

Sua madre aveva lottato per dissuaderlo dall’abbracciare la nuova fede;
ma vedendolo fermo nel suo proposito e infervorato nel culto cristiano,
lo aveva lasciato fare. Essa però aveva voluto conservare la religione
dei padri suoi. Menecrate n’era desolato, ma non osava insistere per
indurla a seguire il suo esempio, perchè Paolo gli aveva detto che le
conversioni fatte per riguardo, e non per convincimento, non riuscivano
gradite a Dio.

Il terribile flagello dava occasione al citaredo di spiegare tutto il
fervore del neofito, portando l’opera sua pietosa dalle catacombe nelle
case visitate dal dolore.

Facevano sconcio contrasto alla costernazione della città i tripudi
della casa Aurea.

Nerone sfoggiava nell’ostentazione del buon umore e della
spensieratezza, quanto più forte era in lui l’interno turbamento.

Talvolta però la stessa sua esagerata ilarità lo tradiva.

Una sera gavazzava nella _comissatio_ co’ suoi cortigiani, e più
ebro del solito, ora cantava, ora dava la baia a qualcuno, ora si
portava ad atti osceni con Sporo, ch’eragli vicino vestito da donna, e
sollevandogli la tunica lo mostrava nudo agli altri.

Vedendo Cercopiteco, che sedeva pensieroso e non beveva, gli disse:

— O Panerote, dacchè è scoppiata la peste, tu non sei più quello. Le
tue paropsidi, i tuoi calici rimangono spesso vuoti. Hai tu forse paura
di morire?

— Sì, divo Cesare, perchè la morte è così brutta cosa, che a tutti
dispiace, specialmente ai gaudenti.

— Fatti cuore, e fingi almeno allegria.

— Io non so dominarmi come tu sai.

— Oseresti forse credere che in questo momento la mia gaiezza sia
maschera a qualche grave cura?

— È impossibile che ciò non sia, — entrò a dire Lucano, ch’era presente.

— Cosa ne sai tu, o misero poeta! — chiese Nerone guardandolo bieco.

— E chi, — rispose l’altro, — oserebbe supporre il divo Cesare
indifferente alle sventure di Roma?

I fumi del vino impedirono a Nerone di rilevare il sarcasmo di quelle
parole.

— E quand’anche piangessi, la morìa non cesserebbe per questo. Tu pensa
ai casi tuoi e non occuparti d’indagare i sentimenti miei.

— Quello che ti dev’esser riuscito assai doloroso, — entrò a dire
Cercopiteco, — è la perdita della nave che ti portava cose preziose.

— Vedete, o amici, io son sicuro che i pesci me le renderanno, tanto
sono fortunato. Si beva dunque alla mia fortuna. Viva Bacco, Evoè!

Alzò il nappo e tosto lo gettò.

Egli aveva udito nelle altre stanze voci di pianto.

Sbarrò gli occhi, si fe’ livido in volto e corse via.

I pianti venivano dalle stanze, in cui dormiva la piccola Claudia, che
giaceva cadavere nella sua culla.

Da un lato si teneva ancora l’archiatro, che da varii giorni veniva
a visitarla, perchè sofferente, e tentava ancora in quel momento di
richiamarla in vita.

Dall’altro sedeva la madre, cogli occhi torvi, senza una lagrima, e
con espressione di volto in cui traspariva misto al muto dolore il
rammarico, mentre in fondo alla stanza Egloga, Alessandria ed altre
schiave mandavano grida, si stracciavano le vesti, e si strappavano i
capelli.

Il tiranno, briaco, barcollante s’avvicinò alla culla e diede in un
urlo da belva. In quello scatto di dolore tradì sè stesso e lasciò
libero sfogo ai rimorsi e alle apprensioni, che con tanto studio aveva
cercato di nascondere.

Per due volte, come un ruggito, uscì dalle sue labbra questa
esclamazione.

— La maledizione! La maledizione!

— Sì, — mormorò Poppea, cogli occhi fissi a terra.

Essa sembrava irritata contro il marito per aver provocato col
parricidio l’ira dei Numi, la maledizione della vittima. Ma non essendo
l’amor di madre molto possente in lei, che solo sè stessa amava, più
che per le sventure presenti se ne preoccupava per l’avvenire. Forse
potrebbe toccarle la stessa sorte di Claudia, forse potrebbe un morbo
danneggiarla nella bellezza. Potrebbe forse insieme a Nerone esser
precipitata dal trono, e perder così tutto ciò che lusingava la sua
ambizione.

In preda a sinistri presentimenti, rimaneva seduta, silenziosa,
guardando freddamente il marito, il quale, dopo aver dato in smanie
grandissime, uscì di là, e andò a chiudersi nella sua zotheca.

Intanto i convitati, udendo dagli schiavi triclinarii della sventura
da cui in quel momento era stata colta la famiglia imperiale,
s’allontanarono mogi mogi dalla casa Aurea.

Scendevano il colle, ragionando fra loro, e udivano qua e là dei
lamenti, ed imbattevansi in drappelli funebri rischiarati da torcie
resinose.

Cercopiteco uscì in queste parole:

— Morti di qua, morti di là. — Oh che allegre cene divennero quelle del
divo Cesare! Oh i deliziosi spettacoli che offre Roma! V’è da far morir
d’indigestione anche l’egizio Polifago, il divoratore di carne umana.

— La tua ingordigia è messa a dura prova, — gli disse Spettillo
Mirmillone. — Se la dura così, non godrai a lungo dei possedimenti, che
avesti in dono da Cesare.

— Taci, augello di malaugurio, — interruppe Epafrodito, scrivano di
memoriali, — non vedi come il povero Cercopiteco trema per la paura! È
più morto che vivo.

E alcuni dei più spensierati e più ebri, i quali allontanandosi dalla
casa Augustale, avevano ripreso il buon umore, e più non pensavano alla
_comissatio_, così tristamente interrotta, e si ridevano della morìa,
circondarono Cercopiteco, imitando le grida e gli atteggiamenti delle
prefiche.

Panerote, senza sgomentarsi, esclamò:

— Oh come questa musica m’è grata! Io spero presto di godermela ai
funeri di tutti voi.

— Costoro m’infastidiscono coi loro motteggi, colle loro risa, — disse
Lucano all’orecchio di Flavio Sverino; — allontaniamoci da codesti
avvinazzati, che neppure la maestà della morte rispettano.

E preso sotto braccio l’amico, s’allontanarono, senza che il resto
della comitiva se ne avvedesse.

Dopo aver proceduto per alcuni istanti in silenzio, riprese:

— Oh come mi riesce grave ormai d’assistere a queste cene; e me ne
asterrei di buon grado, ove non imponesse a me questo sagrifizio
l’obbedienza a mio zio.

— Ed io ci vengo per non dar sospetti, — rispose Sverino.

Lucano riprese:

— La sventura toccata a Nerone temo che danneggi i nostri disegni. Il
popolo è volubile, e passa facilmente dall’odio alla pietà. È capace
di dimenticare la misera fine d’Agrippina per la morte di Claudia.
Egli ieri forse ci avrebbe seguiti per rovesciare dal trono il figlio
snaturato, ma oggi compiangerà il divo Cesare e non vorrà saperne di
ribellarsi a lui in questo momento.

Flavio Sverino, ch’era giovine ardentissimo, e che anelava al momento
di vendicare la morte di Britannico del quale era stato fervido
partigiano, rispose:

— Oh non dobbiamo perderci in simili riflessioni. Tutto è pronto
oramai, e il procrastinare riuscirebbe dannoso. Il pretoriano Missizio
persuade nascostamente i suoi compagni a proclamare Imperatore Gneo
Calpurnio Pisone, e il popolo, che lo ama, e lo apprezza, come uno dei
più eccelsi cittadini di Roma, s’unirà a loro per far giustizia dello
scellerato Enobardo, e proclamar Pisone.

— Vorrei dividere, o Flavio, le tue rosee previsioni, come divido i
tuoi desiderii; ma io non ho fede che l’odio del popolo sia ancora
così forte da farlo insorgere contro la mala signoria. Nerone sa
cattivarselo colla generosità e cogli spettacoli.

— Fu la volontà dei soldati pretoriani che impose a Roma l’Imperatore
Claudio, dopo il _répete_[111] fatale dei congiurati, che uccisero
Caligola. Così, ucciso Nerone, alzeremo sugli scudi Gneo Calpurnio.

— Tu conti sui pretoriani, ma non fai calcolo alcuno sopra i soldati
che si trovano nelle Gallie, nelle Spagne ed in altre regioni, che
tentano sottrarsi al dominio di Roma. Il vicepretore Giulio Vindice s’è
posto alla testa delle ribellate legioni delle Gallie.

— Questo m’è noto.

— Non sai però che altrettanto si minaccia nelle due Spagne. Lo seppi
oggi stesso da mio zio Seneca. E Sergio Galba, che comanda in quelle
provincia, non è uomo da lasciarsi sfuggire l’occasione per usurpare
il trono di Roma, tanto più che ve lo spinge lo stesso Giulio Vindice.
Quand’anco si riuscisse a porre sul capo di Pisone la diadema dei
Cesari, egli avrebbe in Galba un tremendo competitore.

— Ragione di più per non ristar dall’impresa. Quando l’opera sarà
compiuta, farà Pisone quello che non fece l’indolente Enobardo, che
pone in non cale il nome e la gloria di Roma. Intanto io ti scongiuro
per la nostra amicizia di non palesare a Gneo Calpurnio questi tuoi
dubbi. Egli che così a malincuore accettò la nostra offerta dopo la
morte di Britannico, potrebbe tornare nell’ostinato rifiuto, e ciò
produrrebbe forse lo scoraggiamento nei congiurati.

— A ciò, — rispose Lucano, — non posso acconsentire, perchè mi ripugna
di nascondere la mia opinione ed ingannare l’insigne cittadino. E da
ciò dovrebbe rifuggire anche la tua coscienza, o giovine dabbene.

— No, perchè sono convinto che la nostra impresa avrà felice successo.

— Ne dubito.

— E i tuoi dubbi nascondi, poichè potrebbero dagli altri essere
interpretati a mal senso. Ti si accuserebbe forse d’essere entrato
nella congiura per sventarla.

— Lo pensi tu?

— Io no.

— E al pari di te non lo pensa certo Gneo Calpurnio, il quale sa bene
ch’io mi sono unito a voi, non solo per l’orrore che m’inspirarono i
delitti di Nerone, e sopratutto l’eccidio d’Ottavia, ma perchè credo
oggi minacciata la vita mia e quella di Seneca.

— Certo che hai ben ragione d’essere offeso della severità sua
contro di te, dopo la benevolenza che t’aveva dimostrata. E tutto ciò
pel dispetto che gl’inspira la tua maestria nell’arte poetica, che
pretenderebbe inferiore alla sua. Ma parlami franco, o Lucano, non v’è
forse latente in lui altra gelosia?

— E quale?

— Poppea Augusta nutre tuttora per te grande amicizia, e so che ti
protegge, e come poeta ti stima assai. È forse qui la ragione dell’odio
suo.

— Può darsi, tanto più ch’ella imprudentemente disse a lui che nessuno
poteva superarmi nel verseggiare. Dopo l’esempio d’Aulo Plancio e
dell’istrione Paride tutto ho da temere.

Sverino soggiunse:

— La vanità di lui è feroce, quanto la gelosia per le sue donne.

Così parlando, erano giunti davanti alla casa di Seneca, presso cui
dimorava Lucano.

— Il filosofo veglia ancora, — disse Flavio, guardando due finestre
internamente illuminate.

— Egli è uso a rimanere nella zotheca fino a tarda notte. Dopo la morte
d’Agrippina mi diceva un giorno che sentendo di dover morir presto,
voleva dormir meno per vivere di più ed aver tempo di correggere i
sette libri delle _Questioni naturali_, che dedica al suo amico Lucilio
Junio. Esso è omai convinto che lo attende la sorte di Burro, e cadrà
vittima ancor esso della ferocia di Cesare.

— E perchè, — osservò Sverino, — vuole sacrificarsi, perchè non
abbandona il tiranno, che egli troppo compiacque, assecondandolo anche
negli stessi delitti?

— Calunnie di Dione Cassio, e del pedagogo Aniceto, alle quali non
conviene prestar fede.

— In ogni caso, ora ch’egli non è più Pretore, ora che bene o male
ha radunato ingenti ricchezze, dovrebbe andare a godersele tranquillo
nella nativa Cordova.

— Io glielo consigliai, e mi rispose che se davanti un pericolo può
fuggire un poeta, non fugge uno stoico.

In questo videro avanzarsi una lettiga, che s’arrestò innanzi alla
casa, e ne discese Seneca.

Avendo saputa la morte della bambina, erasi recato alla casa Aurea per
visitar Nerone.

— E lo vedesti? — chiese Lucano.

— No, rifiutò di ricevermi, e a ciò m’attendeva, poichè ora mi ritiene
profeta di malaugurio. Ma lo sfregio non curo, e mi basta d’aver fatto
quanto m’imponevano la pietà e il dovere.

Detto ciò salutò Flavio Sverino, che congedandosi, disse a Lucano a
bassa voce:

— Non conviene tardare. All’opra! All’opra! A rivederci in casa di Gneo
Calpurnio. Vale.

— Vale, — rispose l’altro.

E seguì lo zio.

La prima volta che s’adunarono presso Pisone, il saggio cittadino,
senza che Lucano parlasse, tentò egli stesso di frenare l’impeto
dei congiurati impazienti, tra i quali primeggiava Plauzio Laterano,
insofferente di lasciare ancora invendicata la figlia.

Il prudente Calpurnio minacciava d’abbandonarli, ove vedesse l’esito
dell’impresa compromesso dalle improntitudini.

— Già, — egli disse, — corre troppo sulle bocche il nome mio. Isidoro
Cinico mi riferì che nella taverna di Salvidieno Orfido qualcuno
asseriva d’aver inteso a vociferare d’una trama per rovesciare Nerone.

— Più si tarderà, — osservavano Flavio ed altri congiurati, — e più
correremo rischio d’essere scoperti.

Mentre così discutevano, senza che riuscisse a Pisone di persuadere gli
amici ardenti, giunse in ritardo Marco Anneo Lucano.

Dopo aver stretta la mano a Pisone e agli altri, chiamò in disparte
Flavio Sverino, e gli disse alcune parole all’orecchio.

L’altro, turbandosi, esclamò:

— Milito!!

— Sì, lo vidi uscire collo scellerato da una taverna della Suburra e
consegnare a lui un foglio.

Sverino rimase cogitabondo.

— Ma tu, — riprese Lucano, — hai fiducia in lui?

— L’ebbi finora, vedendolo così fervente nell’aiutare la nostra
impresa. E chi sa, forse in quel momento s’adoperava per noi, cercando
di scalzarlo su quanto si fa e si pensa nella casa Aurea.

— Noi lo sappiamo senza bisogno di lui. Quel tristo poi è uomo astuto,
che compra e non vende.

— Discaccerò Milito! — esclamò con impeto Flavio Sverino.

— Sorveglialo, e sarà miglior consiglio, — rispose Lucano.

Quindi, tornarono a riunirsi agli altri amici, che parlarono della
notizia giunta che le due Spagne s’erano ribellate sotto il comando di
Sergio Galba.

Lucano narrò come a quest’annunzio Nerone, già eccitato per le sventure
che lo colpivano, fosse rimasto a giacere per molto tempo quasi privo
di sensi, e tornato poi in sè, si fosse stracciate di dosso le vesti,
avesse dato del capo contro le pareti, dichiarandosi spacciato e
prevedendo di perdere l’impero.

Tutto ciò nell’assemblea diè causa vinta a coloro che chiedevano d’agir
subito.

— Popolo e soldati, — essi dicevano, — dimostrano apertamente il
loro malcontento contro l’imbelle Cesare, non buono ad altro che ad
assassinare gl’innocenti, a gozzovigliare, a manomettere lo Stato,
e nelle gravi contingenze a piangere come un fanciullo, invece di
sguainare la spada.

Lo stesso Pisone, associandosi loro, disse che il momento era veramente
propizio per tentar l’impresa.

E terminò dicendo:

— Si liberi dunque Roma da tanta vergogna. Sia precipitato dal
trono dei Cesari l’esoso Enobardo. Siete tutti pronti a vincere, e
se fallisse l’impresa ad affrontare coraggiosamente la vendetta del
tiranno?

— Tutti! — risposero gli altri ad una voce.

Siccome in quei giorni Nerone, in preda a profondo abbattimento, non
usciva dal suo palazzo, decisero d’introdursi di notte tempo nella
casa Aurea, e trucidatolo nel suo letto, proclamare all’istante Pisone
Imperatore.

Missizio sollevò dei dubbi su questo progetto, che in caso
d’insuccesso, poteva riuscir fatale ai soldati del pretorio. Gli altri
però infatuati com’erano, e sicuri dell’esito, non gli badarono.

Stabilito ch’ebbero il giorno e l’ora, si separarono, stringendosi la
mano e ripetendo il grido del congiurati di Caligola, _répete! répete!_




CAPITOLO XXVI.

Il delatore.


L’ignominioso abbattimento in cui era caduto Nerone, più che alla morte
della figlia, più che alla maledizione di Agrippina, più che al dolore
delle perdute provincie, doveva ascriversi all’età di Sergio Galba.

Questo ribelle, che minacciava di sostituirsi a lui nell’impero,
aveva settantatrè anni e l’oracolo d’Apolline gli aveva detto che
si guardasse dall’anno settantatrè. Egli dunque erasi ingannato
nell’interpretazione di quel responso? Dunque la sua ruina era
prossima?

E dava in ismanie e piangeva per dolore e per rabbia.

La moglie, ristucca e nauseata per tanta pusillanimità, esclamò un
giorno, quasi indignata:

— Ma dove andò il fiero Nerone, che così gran fede aveva nella sua
fortuna, che tutti sfidava? Tu dici di non sapere cosa ti resti a fare?
Ebbene, io te lo insegno: segui l’esempio de’ tuoi antecessori, impugna
la spada dei Cesari, chiama alle armi le tue coorti, e va tu stesso a
riconquistare le perdute provincie, a punire i ribelli.

Nerone la fissò per lungo tempo in silenzio, aggrottando le ciglia, poi
disse:

— Può essere questo che tu mi dai, saggio consiglio, ma siede male
sulle tue labbra.

— Perchè?

— Perchè sposa affettuosa non può desiderare che il marito vada lontano
da lei, e si esponga ai pericoli della guerra. Preferisci esser sola?

— Sì, preferisco esser sola e saperti conquistatore glorioso, piuttosto
che avere dinanzi a me il miserando spettacolo d’un Imperatore romano
che piange e che trema.

— Poppea, guardati dai miei sospetti.

— Rimani dunque con me a perdere vergognosamente il trono e fors’anco
la vita.

E uscì dalla stanza.

Malgrado il sospetto geloso, le parole di Poppea avevano prodotto
impressione nell’anima di Nerone, che fe’ venire l’astrologo Babilo, e
gli ordinò di consultare gli astri circa la spedizione, che gli veniva
proposta.

Babilo obbedì, e come quegli che trovava giusto il consiglio
dell’Imperatrice, interrogò il firmamento, ma gli fece rispondere
quanto voleva.

Tornò dunque all’indomani coi più felici pronostici.

— Ma tu sai, o maestro, — disse Nerone, — che l’oracolo d’Apolline
m’esortò a guardarmi dall’anno settantatrè, ch’è l’età di Sergio Galba.

— E tu, o divo Cesare, che non credi ai Numi, ti dai tanto pensiero
d’un ambiguo responso. Quello degli astri fu chiaro, e deve dissipare
ogni tuo dubbio. Va, affronta i Duci traditori, e vincerai.

Questa predizione rialzò un poco l’abbattuto spirito di Cesare, ma
non lo decise a condur l’impresa. Pensava l’infingardo che si potevano
riconquistare, senza il suo concorso, le Gallie e le Spagne, come s’era
domata Alessandria, ed in quei giorni stessi l’Armenia e l’Anglia.

Continuava così a dibattersi tra l’ambizione di mostrarsi risoluto
e forte, e la paura di capitar male; tra il desiderio d’onorare
Poppea Augusta, seguendone il consiglio, e l’idea che questo potesse
nascondere un tradimento, quando dal liberto Doriforo gli venne
annunziato Aniceto, che aveva a comunicargli cosa di grave momento.

Nerone, che nella sua eccitazione ogni cosa temeva, ordinò che fosse
introdotto sull’istante, e come lo vide prima che l’altro parlasse, gli
chiese trepidante che fosse avvenuto.

— Divo Cesare, — rispose Aniceto, — tu risparmiasti la mia vita, ed io
vengo a salvare la tua.

E qui narrò, come pranzando in una taverna della Suburra, avesse
inteso certo Milito, liberto del Cavaliere Flavio Sverino, dire che
le provincie ribelli tornerebbero tra poco sotto il dominio di Roma,
riconquistate da un grande cittadino che succederebbe a Nerone.

Aveva allora atteso che uscisse, e raggiuntolo per la via, erasi unito
a lui, e fingendosi acerrimo nemico di Cesare, lo aveva supplicato
di palesargli il nome di quel cittadino, che libererebbe Roma dallo
scellerato Imperatore.

L’altro lo aveva riconosciuto e rifiutavasi di parlare. Ed egli, smessa
la menzogna, gli aveva intimato di dir tutto, se non voleva che gli
venisse strappato il segreto colle torture, promettendogli nel tempo
stesso larga mercede se avesse svelata ogni cosa.

Preso dalla paura e lusingato dal premio, erasi lasciato subornare, e
rivelava della congiura ordita da Gneo Calpurnio Pisone e i nomi dei
principali congiurati.

— E chi son costoro? — chiese Nerone che era diventato livido in volto.

— Ecco la nota, che quel liberto mi portò all’indomani.

Nerone prese il foglio, che Aniceto gli porgeva, e cominciò a leggere.

— _Gneo Calpurnio Pisone_: l’ambizioso e superbo cittadino. Assisterò
io stesso al suo supplizio. Questo spettacolo più d’ogni altra cosa
solleverà il mio spirito. _Plauzio Laterano_: infelice! È l’unico
ch’abbia diritto alla vendetta contro di me. _Lucio Cassio, Flavio
Sverino_. Codesti malvagi volevano divorare me e bere il mio sangue
dopo aver divorate le mie vivande e tracannati i miei vini.... Ah
sono ben felice di leggere questo nome _Marco Anneo Lucano_. Questo
_manzer_[112] che si spaccia per figlio delle Muse, ed osa credersi
superiore a me, finirà d’importunarci coi tronfi versi della sua
_Farsalia_.

E percorsa da capo a piedi la nota, riprese:

— Veggo qui, giovani Cavalieri, cittadini consolari e perfino qualche
Senatore; ma un nome mi manca; mi manca un nome; quello d’Anneo Seneca.

Il perverso Aniceto non lasciò sfuggir l’occasione per recare l’estremo
danno al suo nemico, e prese a dire:

— O divo Cesare, e chi ti dice che qualcosa di questa congiura, dov’è
immischiato suo nipote, non fosse nota anche a lui, e ch’abbia lasciato
filosoficamente correr l’acqua per la sua china?

— Vera o non vera che sia la tua osservazione, — rispose Nerone, — io
sono stanco di lui, e dopo aver puniti i traditori, offrirò il sangue
dello zio ai Mani del nipote.

Era da poco trascorso il meriggio allorchè Aniceto, tutto contento
dell’opera sua e con mille nummi entro il marsupio, s’allontanava dal
palazzo dei Cesari.

Vide dinanzi a sè Sporo, che scendeva, quasi correndo, il Palatino, e
lo chiamò. Ma l’altro finse di non udire, e tirò innanzi, dirigendosi
verso il Fornice Fabiano, dove sappiamo che in una viuzza dimorava
Menecrate.

Egli si recava sovente dal citaredo, sperando di trovarvi Atte, di cui
l’infelice era sempre innamorato.

Teneva a riferirle la denunzia del pedagogo, che aveva udito dalla
camera attigua e ciò per farsi merito con lei, sapendo com’essa tenesse
a sottrarre delle vittime alla ferocia di Nerone.

La sua speranza, il suo desiderio non furono delusi. Antonina mandava
soventi volte Atte a portar soccorsi a Menecrate per lui e per altri
poveri cristiani, e quel giorno Atte era presso di lui.

Come intese il racconto del giovinetto, lo ringraziò d’essersi posto
con tanto coraggio nel pericolo di provocare l’ira di Cesare, lo baciò
in fronte, e partì sollecitamente.

E Sporo tornò alla casa Augustale più contento di quel bacio, che
Aniceto de’ suoi mille nummi.

Verso il tramonto Pisone traversava il vestibolo del suo palazzo in
compagnia d’un suo figlio adottivo Calpurnio Galeriano, quando si fece
loro incontro una donna di prestante persona, avvolta in bruno amitto,
e col gesto impose loro d’arrestarsi. Nel tempo stesso sollevò il
lembo, che quasi interamente le copriva il volto, e si diè a conoscere.

Era Antonina, che pregò Gneo Calpurnio a tornare in casa, avendo
qualcosa a rivelargli.

Come furono soli nell’exedra, essa gli partecipò che la congiura era
scoperta, che un liberto traditore l’aveva denunziata ad Aniceto, e
questi a Nerone.

— Ma ne sei tu sicura? Da chi lo sapesti?

— Da chi udì la delazione dalla bocca stessa di quel malvagio. Non
frapporre indugio, o Pisone, nasconditi, fuggi che forse a quest’ora il
tiranno avrà sguinzagliati i gregarj per impadronirsi di voi tutti.

— Io ti ringrazio, o generosa Antonina, d’esser venuta a prevenirmi; ma
io devo dividere la sorte de’ miei amici, e rimango.

— Per la memoria del fratello mio, che tanto amasti, ascolta il mio
consiglio, cedi alle mie preghiere, vieni con me, io ti celerò nel mio
palazzo in luogo ove nessuno ti troverà.

— La gente Calpurnia non fugge.

— Ma tra poco saran qui.

— Vengano pure, ma non riusciranno ad impadronirsi di me.

A sua volta esortò Antonina a non lasciarsi cogliere sotto quel tetto,
ed essa, dopo aver tentato ancora invano di dissuaderlo, tornò a calar
sul volto l’amitto, strinse le mani di Pisone, ed uscì desolata.

Quella che seguì fu lugubre notte.

I vespilloni, che accompagnavano le vittime della pestilenza,
s’imbattevano per le vie in drappelli di soldati, che trascinavano
carichi di catene i congiurati, colti nel sonno, e strappati dal seno
delle loro famiglie.

Al sorriso del cielo, tempestato di stelle, rispondeva la terra con
voci di pianto, con grida disperate ed imprecazioni.

Nerone intanto, chiamati i Consoli, li aveva aspramente redarguiti,
dicendo:

— Poichè voi, o Consoli inetti, dormite nelle vostre sedie curuli,
mentre si cospira contro il trono e la vita di Cesare; poichè un
pedagogo fu più solerte di voi, spogliate la trabea, deponete lo
scettro, ed io sarò Imperatore e Console, e veglierò sulla sicurezza
mia, come su quella di tutti i cittadini.

E non permettendo loro di replicar parola, li rimandava.

Rimase levato e in grande agitazione fino all’ora del _conticinio_,
che vennero a dargli rapporto di quanto le soldatesche avevano operato
durante la notte.

Quasi tutti i congiurati, di cui Milito aveva dato ad Aniceto i nomi,
erano stati tradotti nel carcere Mamertino.

Qualcuno però, prevenuto forse del pericolo, era riuscito a fuggire.

— Forse Lucano? — chiese concitato Nerone.

Il pedagogo, che adoperandosi per riacquistare viemmaggiormente la
benevolenza di Cesare aveva voluto assistere all’ingresso dei colpevoli
nel carcere, rispose:

— Esso è prigioniero, o divo Cesare. Mancano soli cinque, tra cui
Plauzio Laterano.

— Godo che il padre di Rubea sia salvo. Gli avrei perdonato lo stesso.
E Gneo Calpurnio Pisone?

— È morto.

— Morto!

Il Pretore, che conduceva il drappello, narrò che lo aveva trovato nel
suo cubiculo disteso sul letto, tutto bagnato di sangue. Genuflesso,
vicino a lui piangeva il figlio adottivo; ed eransi impadroniti del
giovinetto.

— A che pro? — disse Nerone: — lo si rilasci in libertà. E gli altri
sappiano che sono condannati all’estremo supplizio, ed io deciderò
quando dovranno morire. Soffrano intanto i tormenti dell’agonia.

— O divo Cesare, — entrò a dire Aniceto, — vuoi tu che si facciano
indagini per iscoprire chi prevenne i fuggiaschi?

Il Pretore soggiunse:

— Seppi dall’ostiario dei Laterano che poco prima di sera la citarista
Atte erasi recata nel loro palazzo.

— Atte! — esclamò accigliandosi Nerone. — La si vada a prendere e la
si conduca alla mia presenza.... No, — soggiunse poi ravvisandosi, —
sia rispettata la casa d’Antonina. Penserò io stesso ad interrogarla.
Andate.

E come gli altri furono usciti, si recò negli appartamenti di Poppea,
che dormiva ancora.

Nello splendido cubiculo il roseo chiaror dell’aurora si confondeva
colla luce delle quattro lucerne del _licnoco_ deposto al piedi del
letto, e di cui i lucignoli odorosi ardevano fiocamente, ma spandevano
ancora profumo soavissimo.

La bella dormente giaceva supina, nudi il seno e le braccia, le mani
conserte sotto la nuca, la capellatura raccolta nelle maglie d’oro del
reticolo.

Nerone entrò pian piano, e ritto presso la sponda, rimase ad ammirarla
in quel provocante atteggiamento.

Poi si decise a destarla, deponendole un bacio sui bianchissimi denti,
che spiccavano attraverso le porporine labbra semichiuse.

— Desto di già? — chiese Poppea.

— Vegliai tutta notte.

— In preda forse alle solite tetre fantasie?

— No, mentre tu placidamente dormivi ignara del disastro che ci
minacciava, io vegliava per scongiurarlo.

E qui le narrò della congiura scoperta, come il periglio fosse evitato,
e come i cospiratori fossero caduti in suo potere.

— E chi sono costoro?

— Degli altri non ti caglia. Essi potevano avere delle ragioni per
congiurare contro di noi. Ti dirò il nome d’uno solo, che non avrebbe
dovuto portarsi a fellonia siffatta, perchè da te protetto.

— Protetto da me?

— Sì.

— E chi è costui?

— Marco Anneo Lucano.

A questo nome la donna rimase muta. Le si leggeva in volto la sorpresa
e il dolore.

Il marito, colle braccia incrociate, e gli occhi sorridenti per maligna
soddisfazione, si mise a contemplarla in silenzio.

— È poi vero, — disse Poppea, — ch’egli siasi reso colpevole di tanto
tradimento?

— T’è grave il credere che quel tristo abbia così mal corrisposto alla
tua benevolenza?

— M’è grave invece il supporre, o Cesare, ch’io sia la causa innocente
della sua perdizione, e che i tuoi satelliti abbiano voluto porgerti il
destro di liberarti da un uomo odiato, al quale la tua ingiusta gelosia
attribuiva pensieri, che non ebbe mai.

— Ti ringrazio, o divina Poppea, poichè parlando così tu rafforzi il
mio sospetto, e mi togli dal pericolo d’essere clemente con esso.

— Sei dunque deciso di metterlo a morte?

— Ma non trovi tu che unendosi ai nostri nemici, egli mostrò la più
nera ingratitudine?

— Doveva forse esserti grato dei mali modi, che da qualche tempo usavi
verso di lui?

— Tu però ti mostrasti benevola sempre con esso.

— È vero.

— Lo dichiarasti in mia presenza il più valente poeta che vanti
l’Impero.

— Questa è la mia opinione.

— E pretendi che lo lasci vivere?

Poppea, tornando a posare il capo sul guanciale, rispose bruscamente:

— Uccidilo dunque se l’umano tuo cuore tiene a procurarsi questa gioia.

— Purtuttavia qualcosa voglio concedergli per riguardo tuo. Gli lascerò
l’arbitrio di sceglier la morte che più gli aggrada.

Questa crudele ironia esasperò Poppea, che non potè a meno di
rinfacciargliela con aspre parole.

L’altro la lasciò dire, e poi, continuando nel tono sardonico, rispose:

— Tu mi chiamasti Genio del male, ma sei così bella nello sdegno, che
il Genio del male vuol possederti.

E rimosse le coltri, cominciò a svestirsi.

— No, — gridò Poppea, balzando dal letto.

E il matto Imperatore la fece cader riversa sulla _culcita_ dicendo:

— Voglio che festeggiamo colla voluttà la nostra salvezza.

Ed essa non potè più svincolarsi dall’amplesso violento di lui.

Appena Nerone uscì dal cubiculo, Poppea, sdegnata per l’atto brutale,
che in quel momento erale sembrato un oltraggioso scherno, andò ad
immergersi nel bagno di latte, e poi raddoppiò le profumate abluzioni,
perchè il suo corpo le sembrava contaminato da un contatto che le aveva
fatto ribrezzo.

Era inoltre offesa pei sospetti gelosi del marito, per la grazia di
Lucano, che le aveva rifiutata, e pei crudeli sarcasmi, di cui l’aveva
fatta segno.

Cessato però il primo impeto, si fece a riflettere che se i congiurati
avessero raggiunto lo scopo, essa sarebbe stata in quel dì stesso
precipitata dalla più sublime grandezza nella miseria o fors’anco nel
sepolcro.

Chi l’aveva inalzata agli splendori del soglio, chi la circondava
di tutto quel lusso e quelle ricchezze, da cui era lusingata la sua
ambizione, chi l’aveva salvata era Nerone, e si sentiva ingiusta verso
di lui.

Cangiò dunque internamente opinione, dimenticò le offese, e abbandonò
il poeta alla sua sorte.

Ma la superbia non le consentì di addimostrare al marito questo suo
ravvedimento, a lei consigliato dall’egoismo.

Nerone, stanco della veglia agitata, erasi posto a dormire sopra un
lettuccio.

Come fu desto, venne il liberto Doriforo ad annunziargli la visita di
Seneca.

— Sentiamo, — disse, — cosa brama da me questo sinistro profeta.
Esso si mostra bene audace, se è vero quanto asseriscono alcuni,
ch’egli avesse sentore della congiura. Spero che ciò sia per liberarmi
finalmente di lui.

E passò nel gabinetto, dove l’attendeva il maestro sereno e tranquillo.




CAPITOLO XXVII.

La fine d’uno stoico.


— Salve, o maestro, — cominciò Nerone adagiandosi sopra un lettuccio,
e poggiando il gomito sul cubitale. — Come tu hai visto, non ebbi
bisogno di seguire il consiglio dell’astrologo Babilo, il quale mi
diceva che la cometa apparsa nei dì passati era presagio funesto per
qualche grande personaggio, e che i Re sogliono scongiurare quella mala
influenza, mettendo a morte i più cospicui cittadini. Lo stesso rimedio
suggeriva a me. Prima la congiura di Benevento, ed oggi quella di Gneo
Pisone, mi porsero il destro d’adoperar quel rimedio, e colpir per
giustizia e non per tradimento.

— Ed io vengo a rallegrarmi della tua salvezza.

— O a provocare piuttosto la mia clemenza.

— Per chi?

— Per tuo nipote Lucano, e fors’anco per te.

— Nè per l’uno nè per l’altro. Se è vero che Lucano si rese colpevole
di fellonia, dev’esser punito. Quanto a me, dimmi, o Cesare, perchè
dovrei implorarla. Forse i miei nemici vogliono rappresentarmi a te
come implicato nella stessa congiura?

— Tu non dicesti un giorno ad Antonio Natale queste misteriose parole:
_Monarca che del gladio non sa far uso è destinato a morir di gladio_.

— È vero.

— Spiegane il senso occulto. Intendevi forse parlare di me?

— Non lo nego. Tu hai nelle tue mani la gloria e l’ignominia, la vita
e la morte. Se tu seguirai l’esempio, che ti lasciarono i Cesari,
e condurrai gli eserciti alla vittoria, riconquistando le provincie
perdute, sarai grande, sarai amato dal popolo romano. Ma se rimarrai
inerte, i Galba, i Vindice, verranno ad assalirti nel tuo stesso
palazzo, e sarai perduto. Non illuderti che il popolo e i soldati
vengano a soccorrerti in quel periglioso momento. Le masse abbagliate
dal coraggio e dall’ardimento de’ tuoi nemici, s’uniranno loro,
dimenticando i tuoi benefici, e non ricordando che le colpe.

— Si direbbe in verità che tu hai la coscienza tranquilla, perchè osi
parlare così aperto dinanzi all’uomo che diffida di te.

— Parlerei lo stesso sotto la tortura, perchè più della vita mi stanno
a cuore la fama dei Domizii, la grandezza di Roma.

— Di questi sentimenti ti rendo grazie. E quanto al resto, prenderò
consiglio dai sentimenti miei.

Quantunque riconoscesse la saggezza di quelle osservazioni, pure
l’animo intollerante di Nerone si sentì più sdegnato che mai contro
Seneca pel suo franco parlare.

Ma l’ira nascose, e per lungo tempo continuò a conversare di cose
indifferenti.

L’altro, prima di partire, gli dimandò cosa intendesse fare dei
prigionieri, ed egli rispose che quel giorno stesso subirebbero tutti
l’estremo supplizio.

— E non vuoi prima interrogarli? — osservò Seneca.

— È inutile. Sono tutti convinti di fellonia. Vorresti forse che
facessi grazia al tuo nipote? — soggiunse nella speranza di poter
rispondere con un rifiuto, ed umiliare in questa guisa il maestro.

— Io nulla dissi, — rispose questi pacatamente.

— Lucano, — riprese Nerone, — sconobbe i miei benefizi e fu doppiamente
traditore. Per riguardo tuo io lascierò a lui la scelta della morte che
più gli conviene.

Seneca non rispose, e poco dopo si congedò.

Il tiranno fe’ venire Granio Silvano, Tribuno d’una coorte pretoriana,
e gli ordinò di portare la sentenza nel carcere.

Questa condannava alcuni ad esser chiusi in un sacco di cuoio e gettati
nel Tevere, gli altri ad avere mozzo il capo, meno Lucano, a cui era
concessa la scelta del supplizio.

Il divo Cesare teneva a mantenere le sue promesse anche nella ferocia.

Lucano volle imitare lo sventurato amico Pisone, e si fe’ aprire le
vene.

Il periglio corso dal suo diletto Nerone aveva talmente inferocita la
vecchia Domizia, che a lei non bastavano le vittime immolate, e avrebbe
voluto che si cercassero i colpevoli sfuggiti alla giustizia, e che
la vendetta di Cesare s’estendesse anche a tutti quelli, che potevano
cadere in sospetto di connivenza coi congiurati.

In questo senso essa instigava il tiranno, e lo esortava a non prestar
fede a Seneca, a chiamare Atte in giudizio, come quella che forse aveva
prevenuto il Laterano, ed altri ancora, e a mostrarsi severo colla
stessa Antonina, di cui erano noti i rapporti con Calpurnio Pisone, e
alcuni dei suoi fautori.

Nerone si mostrava proclive ad uniformarsi all’opinione di lei; ma
riguardo alle due donne si limitava a rispondere:

— Vedrò.

E un giorno si presentò al palazzo d’Antonina, più per desiderio di
riveder lei e la sua citarista, che per intenzioni ostili.

Trovò la vergine signora seduta sovra uno di quegli scranni, che i
romani chiamavano _sella_, ed intenta, colla rocca infilzata nella
cintura e il fuso in mano, a torcere filamenti di lana, mentre Atte col
suono del _simikion_ e col canto rendeva a lei meno uggioso il lavoro.

Allorchè comparve l’Imperatore, si levarono in piedi, ed Atte mosse per
ritirarsi.

Nerone però le impose di rimanere, e rivolto ad Antonina, soggiunse:

— Permetti a me che interroghi in tua presenza costei?

L’altra acconsentì, chinando rispettosamente il capo.

— Per opra tua, — disse Cesare, rivolgendosi nuovamente ad Atte, —
qualcuno dei congiurati fu sottratto alla scure del carnefice.

La citarista impallidì, e rivolse gli occhi verso la sua signora, quasi
chiedendole se dovesse confessare o mentire.

Ma quella titubanza l’aveva diggià tradita.

— Sei tu: — riprese Nerone. — Quand’anche non lo avessi saputo, il tuo
imbarazzo me lo avrebbe in questo momento rivelato. Ma rassicurati, io
non ti punirò per questo, e neppure ti chiederò i nomi delle persone
che tu salvasti. Dimmi soltanto come ti venne fatto di sapere che in
quella notte doveva la giustizia colpire i felloni.

Nuovo turbamento d’Atte, che avrebbe dovuto denunziare Sporo, e ciò non
voleva.

Antonina venne in soccorso di lei, e rispose:

— Io le dissi che una congiura contro di te era stata scoperta, e
che quella notte istessa dovevano i congiurati cadere in mano della
giustizia. Mossa da pietà, diedi incarico a lei di recarsi ad avvertire
quelli, di cui m’erano stati riferiti i nomi.

— E da chi?

— Come lo seppi, non ti dirò, o Cesare. S’è fallo d’aver risparmiato il
lutto di qualche famiglia, tu hai dinanzi a te chi commise quel fallo,
e ciò ti basti.

— Non mi basta. Convien ch’io sappia chi si fa delatore de’ miei
segreti.

— Hai d’intorno a te un popolo di schiavi, di sibariti, d’istrioni, e
d’etère, e ti fa meraviglia di vedere divulgati i tuoi pensieri, che tu
confidi a gente, che per danaro ti serve, e può per danaro tradirti?

— Dunque fu compro da te col danaro qualcuno dei miei cortigiani.

— Per commettere un’opera pietosa, salvando quei miseri, quantunque
colpevoli, avrei fatto anche questo; ma nol feci. Io dai tuoi
cortigiani nulla ho saputo.

— Ma dimmi chi fu, dimmi chi debbo punire.

— Me sola.

— No, la tua fu pietà, tu non sei colpevole, e quand’anche lo fossi,
dinanzi a te s’arresterebbe la mia giustizia, o bella Antonina. Il reo
fu colui che ti rivelò i segreti ordini miei, e poichè tu, generosa,
non vuoi dirmi chi fu, saprò scoprirlo ben io, e avrà il gastigo che
merita. Quanto a te, o citarista, ti perdono perchè obbedisti agli
ordini della tua signora, e perchè non dimentico le passate ebrezze.

Atte, durante quella conversazione, lo aveva continuamente fissato
malinconicamente.

Di questo accortasi Antonina, poichè Nerone fu partito, le dimandò se
per sventura l’amasse ancora.

La citarista rispose:

— Se racchiudessi nell’anima mia il colpevole sentimento, non avrei
abbracciata la croce, non avrei chiesto il battesimo, sarei fuggita
piena di vergogna lontana da te. Io non provo per lui che profonda
pietà, come comanda il vangelo di Cristo.

Nerone continuò per alcuni giorni a fare indagini per scoprire chi
avesse avvisata Antonina; ma poi, distratto dai piaceri ed in preda ad
altre preoccupazioni, non ne fece più caso.

Allora Sporo, il vero colpevole, che tremava e stava sempre sull’avviso
per esser pronto a fuggire, si sentì rassicurato.

Buon per esso che Aniceto e Domizia non si curavano di lui, anzi
si guardavano bene dal molestarlo, sapendolo così caro a Cesare,
altrimenti avrebbe corso gran pericolo, tanto più che il primo lo
aveva visto correr giù dal Palatino quel giorno stesso in cui vennero
denunziati i cospiratori.

Altra vittima più cospicua volevano quei due spiriti malefici, e
finirono per ottenerla alimentando i sospetti di Nerone.

Questa vittima era Anneo Seneca.

Una sera stava il filosofo cenando in compagnia di Pompea Paolina sua
moglie, ed alcuni amici suoi discepoli, allorchè s’udì intorno alla
casa un rumore insolito.

Poco dopo comparve nel triclinio il Tribuno Granio Silvano, che a nome
di Cesare impose al filosofo di morire.

A tale annunzio balzarono in piedi i discepoli, come se volessero
difendere il loro maestro, e Paolina, gettando un grido, andò ad
abbracciarlo.

Seneca, ch’era rimasto tranquillamente seduto, impose agli amici ed
alla moglie di calmarsi.

Quindi, rivolto al Tribuno, gli dimandò quando e come dovesse morire.

— Il ferro, o il veleno, — rispose l’altro, — purchè il sole di domani
non ti trovi più vivo.

— Sta bene.

— Avverto, — riprese Granio Silvano, — che gli _astati_[113] circondano
la tua casa. Ogni tentativo di fuga sarebbe vano.

— Riconduci pure i tuoi soldati, — rispose Seneca con alterezza. — Gli
stoici come Seneca, non fuggono davanti alla morte. Fuggono i vili,
come Claudio Nerone.

Il Tribuno, che divideva forse l’opinione del maestro, non rilevò
l’insulto contro l’Imperatore, e rispose:

— T’ammiro, e alla tua parola m’affido.

E se n’andò cogli astati.

Seneca, fervente apostolo dello stoicismo, vedendo la moglie e gli
amici profondamente costernati, disse loro:

— Perchè affliggervi così? Ciò doveva succedere. Voi sapete che Dio
la cui essenza è impenetrabile, come sorgente di tutte le cose viene
chiamato Natura, come causa delle cause vien chiamato Destino, come
reggitore del mondo è detto Provvidenza. Lo stoico Giusto Lipsio diceva
che la Provvidenza di Dio è il Proconsole che decreta e condanna, il
Destino è il littore che proclama ed eseguisce la sentenza; Dio aveva
decretata la mia morte, e il Destino m’uccide per mano di Nerone, che
avendo messi a morte la moglie, la madre, il cognato, il figliastro,
non poteva risparmiare il maestro.

A questo punto venne interrotto da Pompea Paolina che protestò di voler
morire con lui.

Sentendo il ferale proposito, Seneca e gli altri cercarono
dissuadernela.

— Vivi, o Paolina, — gli diceva il marito, — e ti consoli della mia
perdita il pensiero che menai sempre vita onorevole.

Ma la coraggiosa donna si mostrò irremovibile; e Seneca, per quanto
stoico, commosso fino alle lagrime, la strinse fra le braccia,
esclamando:

— Moriamo!

Continuò poi con mente serena e tranquilla a conversare cogli amici,
inculcando loro di rimanere sempre saldi nelle dottrine di Zenone
di Cizico per far argine alla setta invadente degli scettici, e alla
corruzione dei costumi romani.

— Abbiate, — diceva loro, — la cautela di evitare gli errori, la
circospezione nell’assentire, l’attenzione nel sospendere il giudizio,
la resistenza nel lasciarvi convincere, perchè potreste essere
aggirati da contrarii argomenti, l’avversione al falso, e finalmente la
sommissione della mente alla sana ragione.

Dopo avere inculcato loro queste massime, che formavano la dialettica
degli stoici, diede commiato a’ suoi giovani discepoli.

Essi non avrebbero voluto abbandonarlo, ma Seneca li persuase ad
allontanarsi, perchè la loro presenza, lungi dal confortarlo,
lo avrebbe turbato, ed egli aveva bisogno di calma per morire
coraggiosamente e contraporre l’eroismo della vittima alla viltà
dell’assassino. Ciò detto aggiunse:

— Ricevete dunque l’ultimo vale, e ricordatevi d’onorare sempre
la memoria mia e quella della donna impareggiabile, che vuole
accompagnarmi nel sepolcro.

I discepoli partirono muti e sconsolati.

Allora Seneca, rivolto alla moglie, le disse:

— Tu forse, o diletta mia, facesti troppo a fidanza colla forza
dell’animo tuo. Io ti guardo, e ne’ tuoi occhi spaventati,
nell’alterazione dei tuoi lineamenti leggo chiaro il terrore della
morte. Abbandona il funesto progetto.

— Non dirmelo, o Anneo. Io non ho la tua fermezza, son donna, ed
è naturale che la morte mi faccia paura; ma non posso, non voglio
dividermi da te.

Seneca tentava ancora di persuaderla, allorchè gli fu annunziato il
cristiano Paolo.

La donna si ritirò nella sua stanza e fu introdotto l’Apostolo.

Questi, passando per via, aveva visto la casa circondata dai soldati,
che gli avevano impedito d’entrare.

Aveva allora continuato innanzi, ma poi, in preda a sinistro
presentimento, era tornato indietro, e più non trovando le guardie,
dimandava all’ostiario la ragione della loro presenza, e da lui aveva
tutto saputo.

— O maestro, — disse entrando, — la ferocia di Cesare è venuta a
dissetare anche qui la sua sete di sangue. Il povero Paolo, com’è
dovere di tutti i seguaci di Cristo, viene a portarti la parola del
conforto e del vero dolore. Egli, se vuoi, viene a salvarti, perchè non
dimenticò mai la tua benevolenza verso di lui. Tu puoi risparmiare a
Cesare un nuovo delitto, e sottrarre la tua compagna alla morte. Venite
con me, e vi condurrò in luogo, ove gli Aniceti e tutti i satelliti del
tiranno non vi troveranno per certo.

— Ti sono riconoscente, o Paolo, di questa pietosa intenzione,
— rispose Seneca. — Ma quand’anco non fossi deciso a morire, ed
accettassi la tua proposta, credi tu facile cómpito il deludere
la vigilanza di Nerone? I soldati partirono, ma occulte spie
sorveglieranno la mia casa. Saremmo sorpresi, e vi sarebbero tre
vittime invece di due.

— È sacro dovere il tentarlo. Cesare non è padrone della vostra
esistenza come non lo siete voi due. Essa appartiene a Dio.

— Il Fato vuole che noi moriamo, e conviene obbedire al suo decreto.

— Erronea massima degli stoici è questa, che sancisce ogni crimine.
Dunque Nerone uccidendo la madre, la moglie, il cognato, e tanti altri,
non fece che eseguire i decreti del Fato?

— Sì, perchè il destino lo volle malvagio.

L’Apostolo, coprendosi il volto colle mani, esclamò:

— Oh errore abominevole e sacrilego! E tu puoi nutrirlo, tu tanto
saggio, tu che scrivevi un giorno non esservi mente sana senza
Dio[114].

E qui Seneca tranquillamente, come se non fosse vicino a morte prese a
difendere le sue dottrine contro Paolo, che le confutava coi precetti
del Vangelo.

La loro discussione fu interrotta dall’arrivo di Stazio Anneo, medico
ed amico di Seneca, che lo aveva fatto chiamare perchè aprisse le vene
a lui ed a Pompea Paolina, e li assistesse nell’agonia.

Nel desiderio di salvar la vita all’illustre filosofo, la cui
intercessione presso l’Imperatore l’aveva ridonato a libertà, e nella
speranza di convertire un giorno lui e la moglie alla fede cristiana,
l’Apostolo prima di partire tentò ancora d’indurlo a fuggire. Ma Seneca
non si lasciò persuadere, e all’osservazione di Paolo che egli non
curava la morte, perchè non credeva all’eternità dell’anima, rispose:

— T’inganni, io non divido le opinioni di Cleanto, nè di Crisippo[115].
L’anima è eterna, ed è tempo che la mia si sciolga dai vincoli terreni
per vagare eternamente insieme a quella dell’amata compagna nelle
regioni dell’infinito.

Circa un’ora dopo, dal braccio di Paolina, distesa sopra un lettuccio,
con impeto sgorgava il sangue, riversandosi entro un catino d’argento
tenuto da una schiava.

E Seneca che le stava vicino, e di cui il sangue più lentamente
scorreva, accorgendosi che essa orribilmente soffriva, tornò a
scongiurarla di risparmiargli almeno lo strazio di vederla in quello
stato, e le impose di lasciarsi trasportare nelle sue stanze e farsi
dalle schiave ristagnare le ferite.

E Paolina obbedì[116].

Seneca, malgrado le sofferenze, che aumentavano col diminuire delle
forze, si mise a declamare un inno all’anima.

Quindi, per troncare quella lenta agonia, dopo essersi fatto aprire le
vene dei piedi si fe’ porgere da Stazio Anneo una pozione di cicuta.

Al dolore delle ferite s’aggiunsero allora gli spasimi del veleno.

Non potendo più reggere, si fe’ trasportare a braccio nel _caldario_, e
tuffare nell’acqua, di cui prese a spruzzare il medico e gli schiavi,
che gli erano d’intorno, dicendo che faceva una libazione a Giove
Liberatore.

Finalmente cominciò ad ansimare sempre più forte, finchè fu soffocato
dall’aria calda sprigionantesi dai tubi, ch’erano sotto il pavimento.

Il dì seguente il suo corpo fu arso senza pompa, com’egli aveva
lasciato scritto nel suo testamento.

Credeva Nerone di vivere tranquillo dopo la morte di Seneca; ma non
glie lo consentivano l’audacia di Vindice e di Galba, e le turbolenze
del popolo romano.




CAPITOLO XXVIII.

La viltà di Cesare.


Alla prima notizia che dal vicepretore Vindice venivano sollevate le
Gallie, Nerone aveva dimostrato somma indifferenza, e a quelli che
gli presagivano la perdita del potere, rispondeva scherzando ch’ogni
articella trova recapito in qualunque parte del mondo, e che dell’arte
lautamente vivrebbe.

La ribellione di Galba era stata per lui, come vedemmo, colpo più
fatale, ed erasi dato in preda alla disperazione e all’abbattimento.

Purtuttavia faceva il sordo ai consigli di coloro che lo spingevano
a recarsi egli stesso alla testa delle legioni per conquistare le
provincie perdute.

Fatto uccider Seneca, ch’era fra quelli che più lo molestavano a questo
riguardo, sperava d’imporre silenzio agli altri, e viver beato nella
sua ignavia, lasciando alle legioni il cómpito di combattere i ribelli.

Non tardò però, ad accorgersi come andasse crescendo il malcontento
del popolo. I suoi fidi gli riferivano che dappertutto si biasimava
apertamente la condotta di lui. Anche i Padri Coscritti a lui così
devoti, si mostravano severi nel giudicarlo. La sua coscienza gli
diceva d’essere caduto in grande discredito; ma più che alla voce
della coscienza gli giovava prestar fede alle parole d’Aniceto, che
per acquistare ascendente sempre maggiore, lo incoraggiava nella
pusillanimità, e lo esortava a non allontanarsi da Roma, dove la sua
presenza era necessaria. Lo assicurava poi essere per lo meno esagerate
le notizie, che gli riferivano circa il contegno del popolo.

— Dagli pane e spettacoli, — diceva l’impostore, — e il popolo sarà
felice che tu non parta.

Nerone non dimandava di meglio, e ricominciarono i giuochi del Circo,
gli spettacoli sulle publiche vie, le feste notturne. Ma tutto ciò
valse invece a persuaderlo che Aniceto non aveva detto il vero.

Un giorno ch’egli recavasi in gran pompa al circo Massimo guidando i
dieci cavalli, la plebe, che da molto tempo lo lasciava passare senza
acclamarlo, e guardandolo con aria di sprezzo, cominciò a reclamare ad
alta voce le provincie perdute.

— Prendi il gladio, — gli si gridò. — Va, combatti! Combatti! —
Abbandona gli ozii, conduci le nostre legioni alla vittoria! — Parti
per le Gallie! Rendi a Roma le sue provincie. — Parti! Parti!

Udì anche qua e là acclamare a Sergio Galba, e tornò al Palatino pieno
di sdegno contro tutti, quantunque la coscienza gli dicesse che le
turbe avevano ragione.

Finalmente un giorno si sparse la voce che l’Imperatore aveva ordinato
d’armare una legione, aumentata da un corpo d’ausiliari e da un
distaccamento di cavalleria, e ch’egli sarebbe partito alla testa di
quei diecimila soldati.

Venne di fatto bandito il decreto che il popolo, tribù per tribù, si
presentasse a dare il nome, e giurasse d’obbligarsi alla milizia.

Pochi obbedirono; e forse erano quelli che avevano meno gridato.

Nerone allora, quasi volesse vendicarsi della plebe e dei patrizii,
che volevano costringerlo a partire, impose a tutti i capi di famiglia
di cedergli un numero di schiavi, e i migliori che avessero, ed i più
idonei, non eccettuati nè i _Dispensatori_ nè i _Cancellieri_[117].
All’ordine dei Senatori e dei Cavalieri ordinò che concorressero alla
spesa con parte delle loro entrate.

I forestieri costrinse a pagare al Fisco subito le pensioni d’un anno,
esigendo da essi monete coniate di nuovo argento coppellato, e d’oro
affinato e puro.

Contro siffatte angherie molti si ribellavano, dicendo che se Nerone
aveva bisogno di denaro, doveva farsi rendere quello pagato ai suoi
satelliti, alle sue spie.

Questi, ed altri più gravi biasimi, s’udivano nei publici ritrovi.
Isidoro Cinico, che altra volta aveva mancato di pagar cara la sua
audace franchezza, ed era stato perdonato per uno di quei tanti
capricci di generosità, che saltavano al pazzo tiranno, continuava
nelle sue imprudenti diatribe.

Era però giusto ne’ suoi apprezzamenti, e mentre biasimava le
estorsioni di Nerone, fatte in un momento in cui tutti soffrivano per
la grande carestia, criticava il popolo, che aveva tanto gridato per la
grandezza di Roma, per la riconquista delle provincie perdute, e poi al
decreto di Cesare, che lo invitava a presentarsi per formar la legione,
nessuno obbediva.

— Perchè non ci fidiamo di lui, — rispose un giovine Cavaliere ch’era
dei più violenti. — Credete voi ch’egli sia veramente deciso d’imitare
l’esempio dei gloriosi suoi antecessori? Credete che andrà a combattere
per riconquistare le Gallie e le Spagne?

Salvidieno Orfido, che sentendosi già in colpa per aver fatto sotto
la sua casa tre botteghe, che affittava a forestieri, senza averne
ottenuta licenza, dava, come suol dirsi, una bôtta al cerchio e l’altra
alla botte, cercando nel tempo istesso di scusar Cesare, e non cadere
in sospetto di quelli che frequentavano la taverna, ch’egli dava a
fitto, entrò a dire timidamente:

— Io non ne dubito, perchè ha preso per sè l’autorità dei due Consoli,
dicendo che l’impresa doveva essere compiuta da un Console solo.
Inoltre, i preparativi....

— Di questi non parlare, o Salvidieno, — interruppe Isidoro, — perchè
muovono a sdegno. Nessuno dei nostri conquistatori, recandosi a
guerreggiare si prese certo la briga di trasportar seco organi ed altri
istrumenti musicali, e condurre una schiera di meretrici, cangiate
in Amazzoni, coi capelli tosati a guisa d’uomo, e armate di scuri e
targhe, come vuol fare costui.

— Ciò prova, — riprese il Cavaliere, — ch’egli anche partendo, farà
suonare gli organi, e non le trombe, giacerà invece di combattere,
cercherà i piaceri, e non la vittoria.

Il Cinico riprese:

— A questo penseranno le nostre invitte legioni, e Cesare tornerà
coperto d’ignominia, e si procaccerà nuovo tesoro d’odio così nelle
Gallie che in Roma, tanto più se prima di partire porrà ad effetto i
suoi fieri divisamenti.

E qui narrò d’aver inteso, ch’egli, inferocito per essere costretto
a lasciare gli ozii della casa Aurea, voleva emanare l’ordine che si
spedissero successori ai Governatori delle provincie, e questi messi a
morte, come se fossero altrettanti congiurati; che venissero tagliati
a pezzi tutti gli sbanditi e i Galli ch’erano in Roma, i primi perchè
non avessero comunicazione coi popoli ribelli, gli altri perchè fautori
della propria nazione.

Diceva inoltre ch’egli volesse dare le Gallie in preda ai soldati,
avvelenare i Senatori, e aprir le gabbie alle fiere, ch’erano ne’ suoi
giardini, e sguinzagliarle tra il popolo.

— A tali enormità non posso prestar fede, — osservò il giovine.

— E neppure io, — soggiunse Salvidieno Orfido.

— Io, invece, lo credo capace di tutto, — rispose il Cinico. —
Per soddisfare al suoi istinti sanguinarii non s’arresta davanti a
qualsiasi scelleratezza, come per accumular danaro, e spenderlo poi in
sfrenate grandezze, in piaceri, in bagordi, non ha difficoltà alcuna
d’estorcerlo anche a quelli che più ne sono sprovvisti. È generoso
talvolta, è vero, ma quando ciò giova a lusingare la sua ambizione.

— Ma con te fu clemente, — osservò Salvidieno, — come lo fu con tanti
altri.

— In quel momento forse la sua ferocia dormiva, ed il suo spirito si
trovava in condizioni serene. E poi la clemenza nulla a lui costa. La
carità invece, che costa danaro, è virtù che poco gli garba. S’adopra
forse per alleviare i danni della carestia? S’attendeva ansiosamente
una nave partita da Alessandria, e la si diceva carica di granaglie.
Invece portava _hafe_[118] che doveva servire a’ suoi lottatori. La
carità di Cesare comincia e finisce _ab ego_.

Continuarono a discutere calorosamente se avessero ragione o torto
quelli che di Nerone non si fidavano e negavano obbedire al suoi
decreti, quando entrò nella taverna l’Apostolo, accompagnato da
Menecrate.

Dietro alle botteghe v’era nella stessa casa un piccolo ospizio, dove
Paolo da qualche tempo aveva preso alloggio, e dove tra gli altri
forestieri, greci e latini, dimoravano due cristiani di Efeso, marito e
moglie, ed una loro figlia.

A quest’ultima Menecrate insegnava a cantare al suono della cetra.

Salvidieno chiamò l’Apostolo e gli disse:

— Sentiamo l’opinione del saggio cristiano. Qui taluni sostengono che
in odio a Cesare non convenga sottomettersi ai suoi decreti.

Paolo, rivolto agli astanti, rispose:

— Rendete a Cesare ciò ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio.
Obbedite ai vostri superiori, per quanto siano gravi le loro colpe, e
di queste lasciate giudice Iddio.

E senz’altro aggiungere andò innanzi, e scomparve insieme al suo
compagno per una porticina, che dalla taverna metteva nel piccolo atrio
tuscanico dell’ospizio.

— Il cristiano, — osservò Isidoro quando Paolo fu partito, — ha paura.
Egli pensa ai leoni, che attendono nell’anfiteatro dietro i cancelli di
bronzo la carne dei nazareni.

— O Cinico, — osservò Salvidieno, — tu non la perdoni ad alcuno.

Intanto passavano i giorni, Nerone continuava a profondere denaro negli
apparecchi per la spedizione, senza decidersi a partire; e la legione,
per la quale venivano imposti così gravi balzelli, rimaneva accampata
nelle remote parti di Roma oziosa ed impaziente.

Il malcontento andava sempre aumentando nei cittadini come nei soldati,
e minacciava di tramutarsi in aperta ribellione.

Ma l’ignaro Imperatore, lusingato sempre dalle menzognere assicurazioni
d’Aniceto, non se ne dava per inteso.

Tutti gli altri lo biasimavano, compresa la vecchia Domizia, la quale
acciecata da sviscerato affetto per lui, come lo aveva istigato
al delitto per salvarlo da’ suoi nemici, voleva adesso spingerlo
all’eroismo per l’onore della sua stirpe.

— Smetti codesta viltà indegna d’un Domizio, — gli disse un giorno la
zia: — va, parti, che il popolo freme, fremono i soldati.

— E a te che importa? — interruppe bruscamente Nerone.

— Insensato! Non vuoi tu che mi stiano a cuore la tua gloria, la tua
salvezza?

— Sì all’una che all’altra provvederò ben io.

— Vi provvederai forse, — rispose fissandolo con sarcastico sorriso
Domizia, — lasciando inoperosi i legionarii, e tu restando neghittoso
fra gli amplessi di tua moglie e delle tue concubine. Vuoi che il
maledetto Galba venga a sfidarti fin sotto le mura di Roma? Hai
dimenticato l’oracolo d’Apolline?

— Udrai fra poco com’abbia saputo renderlo bugiardo colla morte del mio
nemico.

— So che per disfarti del tuo avversario, il quale apertamente ti
sfida, hai dato incarico segreto a’ tuoi Procuratori di farlo uccidere,
invece di correre a debellare le legioni ribelli, e infliggere
all’audace la vergogna della sconfitta. Egli però è troppo ben
custodito dai suoi fidi, e vive sicuro di succederti al trono.

— Te lo disse forse egli stesso? — chiese ridendo Nerone.

— Me lo dicono i presagi. Me lo dice la profezia in versi d’una pura
vergine, che gli fu letta a Cludia da un Sacerdote di Giove, la quale
annunzia che un giorno il Principe e Signore del mondo nascerebbe in
Spagna.

— Questa è fola.

— Ma che basta a renderlo forte ed ostinato nel suo divisamento. E
siffatto vaticinio tu lo ignoravi.

— Sì, — mormorò turbandosi il tiranno superstizioso.

— Quell’Aniceto, che t’avvalora nell’inazione, si sarà guardato bene
dal fartene parola, come avrà taciuto che i legionarii, i quali hanno
giurato fede a Galba, e poi pentiti volevano tornare all’obbedienza di
Cesare, si sono di nuovo sottomessi al Duce ribaldo. I tuoi cortigiani
conoscono bene il tuo debole e ne approfittano per farti credere quello
che vogliono. Tu dai loro ascolto, e chiudi l’orecchio alle improperie
che ti lancia il popolo, e ti compiaci della tua codardia, che ti fa
preferire la vendetta vigliacca ad impresa gloriosa.

Nerone, vedendosi così giustamente giudicato, e con tanta veemenza,
non avendo ragione da opporre, andò sulle furie e balzato in piedi,
esclamò:

— E sei tu che così parli, audace vegliarda, tu che tante volte mi
spingesti al delitto?

L’altra, gridando più forte di lui, interruppe:

— Sì, ti consigliai d’uccidere quando eri occultamente insidiato,
quando la morte d’un uomo poteva renderti la tranquillità e salvarti
il trono, e forse la vita. Ma ora è un esercito che ti provoca, ora si
tratta dell’onor tuo, della grandezza di Roma, che tu poni in non cale,
esponendoti a cadere vergognosamente.

— Vattene, — urlò il tiranno, — vattene, e più non infastidirmi.

E la spinse con impeto fuori della porta.

— Vile! — gli gridò Domizia, allontanandosi.

Le parole di quella donna, che gli portava così grande affetto,
l’insistenza da lei addimostrata nel volerlo decidere all’impresa,
l’ira destatasi in essa, e l’accusa di viltà che gli aveva lanciata,
lasciarono Nerone sdegnato, ma nello stesso tempo lo fecero entrare in
pensiero.

— Ma sarà poi vero, — diceva fra sè parlando ad alta voce e camminando
agitato, — che se io resto, son perduto? Che se non mi decido ad
abbandonare gli agi ed i piaceri della casa Aurea per le fatiche del
campo e i perigli della guerra, cadrò vergognosamente, come asserì
Domizia?.... E non parla essa forse per bocca di Poppea, che mi vuole
lontano? Non è un intrigo ordito fra loro a scapito dell’onor mio?....
No... Domizia è malvagia; ma essa m’ama, quanto io la detesto, e a
trame contro di me non si sarebbe prestata.... Ma perchè Poppea più
non parla della mia impresa?... Essa nè mi trattiene nè mi istiga a
partire... È indifferenza la sua, o timore dei miei sospetti gelosi?...
Ancor essa in cuor suo m’accuserà di mettere in non cale la gloria
e gl’interessi dell’Impero romano, e nel tempo stesso la gloria e
gl’interessi della casa Domizia. Forse il suo silenzio nasconde
profonda indignazione e disprezzo per me che non ho il coraggio
di combattere per lei, per conservare sulla sua fronte il diadema
imperiale. Tace per non gridarmi vile come Domizia.... Ah, questo
pensiero m’irrita, e m’addolora!... No, non voglio esser vile.... non
lo sono.... e se lo fossi, nessuno dovrebbe asserirlo. Corre obbligo a
tutti di rispettare, come altrettante virtù, i vizii di Cesare. Chinino
il capo, e tacciano.

Ad onta però di codeste spavalderie, la prima a non tacere era la sua
coscienza, che gli gridava codardo. Egli avrebbe voluto addormentarla,
gettandosi a capo fitto nelle feste e nei piaceri, lusingandola con
scuse bugiarde, ma glielo impediva il contegno sdegnoso del popolo
romano. In quel momento poi s’era desta del tutto, perchè scossa dal
grido della furente Domizia.

Pressochè deciso a partire, mandò per l’astrologo Babilo nella speranza
che i pianeti dessero un responso diverso dal primo, che lo spronava
all’impresa e gli prometteva la vittoria.

Babilo venne, ed ossequente all’ordine di Nerone, tornò nella sua
torre, scrutò negli astri quella stessa sera, e tornò all’indomani alla
casa Augustale per riferire l’esito delle sue osservazioni.

— Ebbene? — chiese Nerone.

— Oroscopo ancor migliore, — rispose l’Astrologo. — Avrai facile
vittoria. Basterà la tua presenza, la tua voce, per far deporre le
armi.

A queste parole Cesare si rasserenò, e poi, come improvvisamente
colpito da un’idea, licenziò Babilo, regalandolo di ben fornito
marsupio, e si diresse verso le camere di Poppea.

Questa, che avendo già passato il sesto lustro, temeva di perdere la
bellezza e la venustà delle forme, e poneva ogni studio per conservarle
il più lungamente possibile, era da più giorni d’umore tetro, perchè
si sentiva sofferente, e provava sintomi, che le facevano sospettare
d’essere nuovamente incinta.

Di questa sua preoccupazione non faceva motto al marito, temendo
ch’egli chiamasse a consulto dei medici, e fossero da loro avvalorati i
suoi sospetti.

Non gli nascondeva però il malumore.

A sua volta egli non ne chiedeva la ragione, attribuendolo al
dispiacere che le cagionava la sua pusillanime condotta di fronte
all’audacia dei nemici.

Quella mattina entrò tutto trionfante nel cubicolo di lei, che giaceva
ancora in mezzo ai profumi d’aromi e di fiori.

— Smetti il broncio, o divina Poppea, — le disse entrando, — i tuoi
voti sono esauditi. Io parto per le Gallie e per le Spagne; parto
sicuro della vittoria, che otterrò senza sacrifizi di sangue. Così
presagirono le stelle.

— T’ascoltino gli Dei; ma come ciò possa avvenire non giungo a
comprendere.

— Lo saprai domani, quando in tua presenza svelerò ai Padri Coscritti
il mio disegno. Sei tu soddisfatta?

Poppea, sorridendo, rispose:

— Negando mentirei, affermando correrei rischio d’essere nuovamente
offesa da’ tuoi sospetti gelosi.

— Ed è per questo che tu tacevi?

— Sì.

— Ed io invece voleva rimanere per te.

— Per me? — disse, sorridendo, Poppea.

— Ne dubiti forse? M’è grave assai l’abbandonarti.

— Le concubine, che conduci teco, sapranno lenire il tuo dolore.

Nerone, in cui la bella sposa seminuda destava il bollore dei sensi,
rispose abbracciandola:

— Amo te sola.

Allorchè trascorsa un’ora uscì dalla stanza, Poppea mormorò tra sè:

— Quale disgusto! Avess’egli almeno distrutta l’opera sua.

Alla dimane l’Imperatore fece invitare i Senatori a recarsi, passato il
meriggio, nella casa Aurea.

Terminata la merenda, si presentò loro, che lo attendevano nell’exedra,
e rimasero a guardarlo sorpresi.

Egli entrava circondato da mazzieri, e camminava appoggiandosi sulle
spalle di due famigliari.

Poppea, che ignorava anch’essa la ragione di quella ridicola andatura,
lo seguiva come trasognata.




CAPITOLO XXIX.

Notte funesta.


Nerone, restando in piedi nello stesso atteggiamento, cominciò a
parlare così:

— Padri Coscritti, i voti vostri e quelli del popolo romano sono
esauditi. Parto per ridurre nuovamente sotto il nostro dominio le
Gallie e le Spagne. Questo risultato otterrò colla gloria stessa dei
Cesari, miei antecessori, ma in modo diverso da loro. È prezioso il
sangue delle nostre legioni, ed io voglio tentare di risparmiarlo. Come
qui oggi a voi, io mi presenterò disarmato al cospetto dei miei soldati
e non farò che piangere, richiamando a penitenza i ribelli. L’esito non
può esser dubbio, poichè lo presagirono gli astri, ed io potrò il dì
seguente, insieme ai pentiti, cantare i premii e le lodi della ricevuta
vittoria. Padri Coscritti, approvate voi il mio consiglio?

Come si vede, egli aveva interpetrate a suo modo le parole
dell’Astrologo, e rendeva i pianeti complici della sua viltà.

I Senatori accolsero quella comunicazione con un mormorìo di sorpresa.

Così stolto progetto non poteva essere concepito che da un uomo uscito
di senno.

Per quanto avvezzi a chinare il capo a tutte le sue volontà, pure si
trovò in quel gregge di pecore chi ebbe il coraggio di farsi innanzi e
parlare aperto.

Alcuni gli fecero osservare che l’esercito e il popolo romano, avvezzi
a conquistare colle armi e non colle lagrime, potrebbero spiegare
a mal senso quel progetto. Gli addimostrarono come assurdo fosse
il pretendere di commuovere Sergio Galba, già dai soldati eletto
Imperatore, e Giulio Vindice, l’ardente fautore di lui, il quale con
editti oltraggiosi, con bandi, e cento altre scritture, manifestava
chiaramente in quanto dispregio lo tenesse.

— È vero, — interruppe Nerone, cangiando ad un tratto in cipiglio
l’umile espressione del volto, — sono gravi assai gli oltraggi, che
lancia continuamente contro di me, quel ribaldo. Egli osò perfino
chiamarmi ridicolo cantore, istrione da trivio. Ciò mi ferisce quasi
più che l’opra audace di Galba. Tentai vendicarmi occultamente
d’entrambi, ma sventuratamente finora non sono riuscito per
l’imperdonabile inerzia dei Governatori. Egli è per questo che risolsi
di cambiare consiglio, ed ottenere colla benevolenza quello che potrei
ottenere colla forza.

— E pretendi, — gli fu risposto, — che quei ribelli t’ascoltino? Credi
che Galba e Vindice non sappiano della trama ordita da te contro di
essi? E non temi che s’impadroniscano di te e ti mettano a morte?
Parti, o Cesare, per combattere colle armi e non col pianto, e la tua
vittoria sarà più onorevole e più splendida.

A questa verità inoppugnabile Nerone entrò in pensiero. Poteva
veramente succedere quanto prevedevano quei Padri Coscritti; ma di
partire per combattere, il vile tiranno non voleva saperne; e dopo le
giuste osservazioni di loro, rifuggiva eziandio dal porre ad esecuzione
il suo progetto. Non volendo cedere nè opporsi, troncò bruscamente la
discussione, e li congedò, dicendo:

— Mediterò sui vostri consigli:.... Salvete.

La notizia della strana comunicazione fatta da Nerone al Senato si
sparse rapidamente per la città, e i libelli, i biasimi, le satire
crebbero a dismisura. Ad alta voce si gridava Cesare pazzo e vigliacco.
Le prigionie ed i supplizii, coi quali le autorità cercavano di porre
un argine a codesta marea, a nulla valevano.

Lo avrebbe potuto Nerone ponendosi alla testa delle legioni. Ma
decisamente non sentivasi capace di sì eroica risoluzione. Invece
d’evitare l’abisso, che gli si schiudeva sotto i piedi, studiava il
modo di sfogar l’odio suo contro il popolo romano, e sognava i più
strani propositi di vendetta.

Erano scorsi quasi tre mesi dal giorno in cui palesava il vergognoso
progetto al Senato, allorchè lo fe’ chiamare di nuovo, e scusandosi
di non aver potuto recarsi in persona al tempio di Giove Capitolino,
perchè essendo ammalato di gola, i medici gli vietavano d’uscire,
annunziò che l’Imperatrice Poppea Augusta, era di nuovo incinta, e
ch’egli intendeva di non abbandonarla, e rimaneva in Roma.

Diede loro incarico di provvedere perchè cessassero gli oltraggi
scagliati continuamente contro di lui da una plebe audace, e che si
facesse partire la legione sotto il comando d’uno dei Consoli, ai
quali, da quel momento rendeva i tolti onori e gl’incarichi. E tutto
ilare aggiunse:

— La vittoria delle aquile latine è sicura. Galba e Vindice pagheranno
il fio della loro temerità. Aniceto, tornando da un viaggio, vide
scolpito sopra una tomba un soldato delle Gallie trascinato pei capelli
da un Cavaliere romano. Questo è lietissimo augurio, che avvalora
quanto gli astri predissero all’astrologo Babilo.

I Padri Coscritti, nella maggior parte imbrattati della stessa specie
dei pregiudizii, presero quelle puerilità per buona moneta, e andarono
via contenti, che si facesse almeno partire la legione, e piuttosto che
dare in presenza dei ribelli spettacolo di viltà, Nerone rimanesse.

Questi, a sua volta, soddisfatto e sereno, consumò il resto della
giornata a divertirsi coi suoi organi d’acqua.

Alcuni giorni dopo, cessato il mal di gola, volle suonarli in teatro,
spiegandone egli stesso agli spettatori il meccanismo parte per parte.

Assicurando che le Gallie e le Spagne sarebbero presto dome, volle che
insieme a lui tutta Roma festeggiasse il nascituro erede.

Ordinò adunque i circensi ed altri spettacoli, ai quali presiedette con
gran pompa, mostrandosi a tutti sereno ed altiero.

Un altro giorno invitò il popolo nell’ippodromo degli orti neroniani a
vederlo gareggiare co’ suoi lottatori, i quali, naturalmente, per amor
della paga e della vita, si lasciarono da lui atterrare.

Non contento ancora, presenziò nel circo il giuoco cruento dei
gladiatori. E quando questi si presentarono sotto il suo palco,
salutandolo colla solita formola “Ave Cæsar, morituri te salutant„ quel
codardo ebbe la sfrontatezza di rispondere a quei forti di non temere
la morte.

E tre ne rimasero sull’arena, condannati dal _pollice verso_ delle
Vestali.

Ma più, che per proprio diletto, tutto ciò faceva Nerone per tornare
nelle grazie del popolo romano; ma era la sua opera vana.

Il popolo romano in quegli spettacoli dimenticava per un momento la
rivolta delle Gallie e delle Spagne, plaudiva ai vincitori, ma non un
_Ave_ indirizzava a Cesare, che tornava sempre da quelle feste pieno di
maltalento.

La stizza era in lui accresciuta da una specie di lebbra, ch’eragli
apparsa su tutto il corpo, dopo la guarigione della gola, e gli
dava così insopportabile prudore, che andava talvolta come pazzo a
gettarsi nel lago del giardino. Lo stesso fece un giorno, recandosi con
Cercopiteco ed altri cortigiani ad una merenda nella valle d’Arsoli,
dov’erano le sorgenti dell’Acqua Marcia[119].

Mentre passeggiavano, Nerone ad un tratto si fermò, e spogliatosi
interamente, diede ordine che si portasse una corda.

Gli altri gli dimandarono cosa intendesse di fare.

— Or lo vedrete, — rispose; — voglio rinfrescarmi la pelle, e togliermi
codesto insopportabile prudore.

E legatasi la corda sotto le ascelle, ne diede l’altro capo in mano ad
uno schiavo, e si tuffò nell’acqua, dicendo:

— Così i Romani beveranno la scabbia dell’Imperatore. Ne rimanessero
almeno avvelenati.

Rivolto quindi agli amici, che stavano ad osservarlo dalla sponda,
gridò loro:

— Voi guardatevi dal bere di quest’acqua, se non volete divenir
lebbrosi.

Cercopiteco rispose ridendo:

— Rassicurati, o Cesare, con un acquedotto che percorre sessantunmila
e settecento dieci passi quell’acqua avrà campo di purificarsi
nuovamente. D’altronde io correrei rischio se fossero queste sorgenti
di vino.

Com’ebbe terminato il bagno, Nerone tornò a vestirsi, e dopo la merenda
si rimise cogli amici in viaggio, durante il quale non trovava pace.

L’irritazione della pelle, aumentatasi per le soverchie libazioni, lo
faceva ruggire come una belva, e lo portava quasi al delirio.

E fu in questo stato miserando ch’egli a tarda notte giunse alla casa
Aurea.

Dimandò tosto di Poppea, e gli risposero che riposava.

— Nessuno, — egli disse, — deve dormire, allorchè veglia travagliato
Cesare.

E si diresse verso le stanze dell’Imperatrice.

Il cubiculo di Poppea dava sugli orti, che lo profumavano di fiori, e
col mormorìo delle fonti, collo stormir delle foglie, col canto degli
usignuoli, lusingavano il sonno della bella dormente.

Era quella una notte di paradiso.

Entro la stanza penetrava il raggio della luna, e confondendosi col
chiarore del _licno_, ricopriva di luce misteriosa i _litostroti_[120]
della vôlta e delle pareti.

In quel silenzio, in mezzo a quella ricchezza di stoffe e di
suppellettili, in quell’atmosfera odorosa, tutto spirava pace e
voluttà.

Invece, per distruggere l’incanto, vi penetrò Nerone, guidato dal suo
spirito maligno.

La schiava cubiculare, destinata quella notte a vegliare presso la
porta della sua signora, lo vide attraversare tutto agitato la stanza,
e sollevata la cortina trapunta, penetrare nel cubiculo.

Alcuni istanti dopo egli parlava con voce soffocata dall’ira, e Poppea
rispondeva indignata.

S’udì poscia il rumore d’una lotta, un grido acuto, e Nerone, che
urlando chiedeva soccorso.

Il laido tiranno, schifoso e briaco com’era, aveva desta bruscamente la
moglie, e pretendeva giacere con essa.

Poppea lo aveva respinto dicendo:

— Allontanati, rispetta almeno il mio stato: va a cercare gli amplessi
delle tue concubine.

E siccome l’altro colla forza e la minaccia voleva imporle la
sua volontà, la donna era balzata giù dal letto, difendendosi
energicamente.

Dandogli i più vituperosi titoli, riusciva ad allontanarlo da lei con
sì forte spinta, che quasi lo fe’ stramazzare.

Preso allora da delirio furioso, lo scellerato le lanciava un calcio, e
la colpiva nel ventre.

L’infelice madre, mandando un grido, era caduta riversa sulla sponda
del letto, ed aveva perduto i sensi.

A quella vista Nerone, rientrato in sè stesso, s’era messo ad urlare:

— Soccorso! Soccorso! Schiave, accorrete.

E intanto, tutto convulso, prendeva in braccio la moglie, l’adagiava
sul letto, e baciandola e bagnandole il viso di lagrime, esclamava:

— Ritorna in te, o divina Poppea!... Perdonami!... Son disperato!...
Son maledetto!... Perdona! Perdona! Io non ho amato al mondo che te
sola!

In questo doloroso delirio lo trovarono le ancelle accorse alle sue
grida.

Le due nutrici Egloga ed Alessandria lo persuasero a discostarsi,
per lasciare loro l’agio d’apprestare i rimedi necessarii a farla
rinvenire, finchè giungessero i medici.

Nerone obbedì, e smaniando e gemendo, si mise a passeggiare per la
stanza e sulla terrazza.

Alzando gli occhi al cielo, così sereno, malediceva a quel puro
orizzonte, alla luna, alle stelle, che a lui sembravano in quel momento
uno scherno, ed invocava l’uragano e i fulmini.

Primo a giungere fu il medico di Corte Quinto Stertinio.

Nerone lo chiamò in disparte, e dopo avergli narrato quanto era
accaduto, gli disse:

— Salvala, o Stertinio, e ti prometto di portare annualmente la tua
paga a seicentomila sesterzii[121].

E s’avvicinò con esso al letto di Poppea, che cominciava a rinvenire,
ad agitarsi e mandare lamenti.

Quand’essa lo vide, nascose tutta atterrita il viso nel seno ad
Alessandria, che la teneva abbracciata.

Il medico lo consigliò a ritirarsi per non turbare colla sua presenza
l’inferma, ed egli uscì disperato, strappandosi i capelli e mormorando
tra i denti:

— Son maledetto! Son maledetto!

Si ritirò nella sua zotheca e rimase là per alcuni istanti cogli occhi
lagrimosi fissi in terra, e colle braccia poggiate sulle ginocchia.

Però l’angoscia non gli consentiva di rimanere lungo tempo tranquillo,
e balzando in piedi tornava nell’appartamento di Poppea, e s’avvicinava
alla porta del cubiculo.

Poi, udendo tra il bisbiglio di quelli che le stavano attorno, i
lamenti della sua vittima, correva via, come pazzo, turandosi gli
orecchi.

Ansioso d’aver notizie, usciva nuovamente col cuore tremante dal suo
appartamento, quando s’imbattè in Domizia, che bruscamente gli dimandò
dove andasse.

— Lasciami in pace, — rispose Nerone, — voglio parlare cogli archiatri,
voglio veder Poppea.

— Torna indietro, o sciagurato, — rispose l’altra, — se non vuoi colla
tua presenza affrettare la morte di quell’infelice.

— Che parli tu di morte, o vecchia?

— Non hai più figlio, perchè l’uccidesti, e domani forse non avrai più
moglie.

Nerone cacciò un urlo selvaggio, e respinta violentemente la zia, andò
innanzi.

— Eppure, mi muove a pietà, — mormorò Domizia, seguendolo.

Come fu nella stanza, Nerone non ebbe dapprima il coraggio
d’avvicinarsi al letto insanguinato, presso al quale si tenevano da un
lato i medici, somministrando colliri all’inferma, dall’altro lato le
due nutrici e le schiave cubiculari, che eseguivano gli ordini loro.

Ma poi s’accostò pian piano, e potè veder Poppea senza esser visto da
lei.

La misera ansimava e mandava continui gemiti. Aveva i lineamenti
contratti, le gote suffuse d’un pallore mortale, le labbra bianche, i
negri occhi sepolti in livido cerchio.

Purtuttavia era ancora bellissima, e Nerone si ritrasse più innamorato
e più desolato che mai.

Fe’ venire Quinto Stertinio, e gli chiese se in conseguenza dell’aborto
corresse pericolo la vita della moglie.

L’altro rispose che quando l’aborto è prodotto da colpo violento v’è
più da temere che da sperare.

— La scienza però, — soggiunse il medico vanitoso e cortigiano, — tutto
porrà in opera perchè svanisca il timore, e la speranza si cangi in
realtà.

— Tutti i miei tesori, — esclamò Nerone, — per chi riescirà a
trattenere le _axisie_ della vecchia Atropo, perchè non tronchi il filo
di quella vita, a cui nel delirio attentai, e m’è pur tanto cara.

Quinto andò di nuovo presso l’inferma, e Nerone, non sapendo in qual
modo calmare l’agitato spirito, tornò improvvisamente, nell’impeto del
dolore, dal disprezzo al culto dei Numi.

Dopo aver pregato e pianto nel larario, mandò ordine al Pontefice
Massimo di far aprire tutti i templi per la cerimonia del
_lettisternio_[122] dedicato agli Dei _Averrunci_[123].

Alla dimane i Settemviri Epuloni[124] eseguirono l’ordine di Cesare,
e Senatori, e patrizii, e plebe, quali per istinto pietoso, quali per
accortezza, andarono alla _supplicazione_[125].

I Numi però furono inesorabili.

Poppea, dopo esser rimasta qualche ora in una specie di letargo, fu
colta da violentissima febbre, che la trasse a farneticare.

E anche nel delirio parlavano in lei l’orgoglio e la vanità.

— Perchè volete ch’io fugga? — essa diceva — io non ho paura di lui.
Odio Cesare perchè m’avvelena coi suoi baci, odio suo figlio, perchè
mi deforma; ma lo splendore mi piace.... mi piacciono le mie gemme, le
mie ricche vesti.... la mia diadema.... Non vedete come mi stanno bene,
come sono bella?... Andiamo.... andiamo al circo Massimo.... voglio
essere ammirata da tutti.... voglio tutti innamorare.

Alzò così dicendo la testa dai guanciali, e puntate le braccia sulla
molle _culcita_ cercò di sollevarsi a sedere sul letto.

Le schiave l’aiutarono, sostenendola sotto le ascelle.

Essa, dopo alcuni istanti di silenzio, come presa da visione estatica,
cominciò a fissare i balconi, pei quali penetrava la luce infocata del
tramonto, e riprese a vaneggiare così:

— Giove m’invita nell’Olimpo, mi chiama tra le sue braccia.... Ah come
fremono di gelosia, Giunone e Venere! Non mi vogliono Dea... vogliono
ch’io sia respinta dal regno dei Numi.... Ma chi è quella donna, che
sale dall’abisso, gridando vendetta contro di me?.... È Agrippina....
Agrippina.... Chiede a Giove i fulmini per incenerirmi... Ma io
nulla ti feci... Fu tuo figlio... Lui uccidi, quel mostro, trascinalo
nell’abisso con te.

E presa da agitazione convulsa, ricadde supina sul letto, quasi
agonizzante.

Nerone, che si teneva in ginocchio presso la sponda del letto, balzò in
piedi tutto atterrito mormorando:

— Poppea, sposa adorata, rimani con me!... Medici, è morta forse?

— È viva ancora, — risposero, — anzi, rinviene.

— Ancora, voi dite? Ma io voglio che viva eternamente.

Queste parole udì l’inferma, ch’era tornata in sè, e riconosciuta la
voce, mormorò senza guardarlo:

— Allora non dovevi uccidermi.

Nerone tornò ad inginocchiarsi, implorando perdono, e promettendole
un’esistenza d’amore, di gioia e di splendore.

Poppea non rispose.

Essa dormiva già il sonno della morte.




CAPITOLO XXX.

I funerali di Poppea e i fantasmi di Nerone.


Poche ore dopo, nel tempio di Venere Libitina il Libitinario notificava
al popolo l’avvenuto decesso.

Il cadavere di Poppea, lavato e profumato dalle sue schiave, alle
quali era stato affidato l’ufficio di _pollintori_[126] venne esposto
nell’atrio della casa Augustale coi piedi rivolti verso la porta.

Giaceva su letto funebre sostenuto da quattro piedi d’avorio e
ricoperto da coltri di porpora ricamate in oro, e ornato tutto intorno
da festoni di fiori e serti di fronde.

L’estinta aveva i capelli disciolti, la fronte cinta dalla diadema, e
il corpo avvolto nel manto imperiale. Presso la testa era deposto su
monopodio d’oro un vaso di pietra murrina a fiammeggianti colori, che
Nerone aveva acquistato per duecento cinquanta talenti[127] e conteneva
l’acqua lustrale.

Ai piedi del feretro da due bracieri d’argento si sollevava il vapore
d’incenso e d’erbe odorose. Sotto l’apertura del soffitto (compluvio)
era disteso un panno bruno per impedire che la luce del giorno
penetrasse nella camera mortuaria, rischiarata da ricchi candelabri,
sui quali ardevano fibre di papiro intrecciate insieme e ricoperte di
cera.

Le statue, che sorgevano tra le colonne, erano velate a bruno, e
prendevano aspetto di sinistre apparizioni. Ventiquattro littori si
tenevano immobili ai due lati del feretro, e i pretoriani custodivano
le porte, tenendo a dovere la folla, che silenziosa girava intorno.
Molte donne andavano a tuffare la mano nell’acqua lustrale, e se ne
spruzzavano per purificarsi. Le schiave, in gramaglie, e le chiome
disciolte, genuflesse in un canto, recitavano preghiere, mentre da un
lato un coro di fanciulle, vestite di bianco, tempravano al suono della
cetra funebri nenie.

Nerone intanto, colpito da febbre terzana in conseguenza del bagno
preso[128] e in preda al dolore, s’aggirava smanioso per le stanze di
Poppea, baciando gli oggetti che le avevano appartenuto e bagnandoli di
lagrime.

A notte, quando il palazzo era chiuso, si recava nell’atrio, e là,
genuflesso presso il cadavere, la chiamava singhiozzando e scongiurava
le Potenze celesti e le infernali perchè la facessero risorgere.

Per tre giorni venne distribuito al popolo carne, vino e olio, e questa
elargizione chiamavasi _visceratio_.

Alla sera del terzo, le vie che dal Palatino mettevano al Campo Marzio,
adornate con panneggiamenti oscuri e festoni di mirto e di cipresso e
rischiarate da candelabri d’elevato fusto, erano percorse da’ banditori
che invitavano il popolo a seguire il feretro dell’Imperatrice.

I balconi delle case erano del pari addobbati a lutto, e le famiglie,
riunite fuori della _janua_ (porta della strada) attendevano il
passaggio del funebre corteggio.

Lo precedevano i trombettieri, che dalle lunghe tube mandavano di
tratto in tratto prolungati squilli, e dieci _tibicini_ o suonatori
di flauto, che numero maggiore non ne permetteva nei funerali la
legge delle dodici tavole, e in mezzo ai littori, vestiti di nero, il
_designatore_ che dirigeva la funebre pompa.

Venivano poi il Pontefice Massimo circondato dai Sacerdoti, le Vestali,
molti patrizii e dame vestiti a lutto, i Padri Coscritti coi laticlavi
abbrunati, i Cavalieri, i Consoli, tutti gli altri ufficiali dello
Stato e numerosa schiera di cortigiani.

Seguivano le citariste, vestite di bianco e coronate d’alloro, le
prefiche scarmigliate, che piangevano, l’Arcimima colla maschera in cui
erano ritratte le fattezze dell’estinta[129] e che cercava d’imitarne
le movenze, i due gladiatori bustuarii, che dovevano combattere vicino
al rogo, ed infine i _vespilloni_ che portavano a spalla sopra tavole
coperte di drappo la statua di Poppea e i busti di Sabina e di Ollio
suoi genitori.

E dietro di loro la salma dell’Imperatrice deposta entro palanchino
fastosamente addobbato e sorretto da otto letticarii.

Nerone, circondato dai littori, lo seguiva a piedi appoggiandosi ai
liberti Pitagora e Doriforo. Egli era contraffatto così che metteva
spavento.

Isidoro Cinico, che assisteva al passaggio del corteggio, quando lo
vide, lo additò ad alcuni amici dicendo:

— Veh, veh, il coccodrillo che segue la sua vittima e piange.

— Eppure, — rispose un altro, — dicono che l’amasse molto.

Il Cinico, facendo le spallucce, rispose:

— Non passeranno due lune che ne amerà un’altra, e benedirà il piede
che diede il calcio. In quell’anima scellerata non possono allignare
nobili sentimenti. Poppea credette di domare la belva, e la belva la
uccise.

— Oh! — osservò un altro, — Cercopiteco Panerote che segue il funebre
convoglio; lui che assicurava di non prender mai parte a riti funebri
per non rattristarsi e turbare le digestioni.

— Avrà avuto paura, — rispose Isidoro, — che mancando, Cesare non lo
invitasse alla _novendiale_.

Questo dialogo si teneva nel Foro, ove giunto, il corteggio fe’ sosta,
e la folla si strinse più fitta intorno alla tribuna per ascoltare
l’oratore che doveva recitare le lodi dell’estinta.

S’era sparsa voce che questo cómpito dovesse essere affidato ad uno dei
più eloquenti Senatori.

Invece, con meraviglia universale, fu visto salire sulla tribuna lo
stesso Nerone.

Anche in questa triste circostanza la sua vanità non gli aveva
consentito di cedere ad altri la parola.

Volle far pompa d’eloquenza, ed invece la sua laudazione, pronunziata
con voce rauca e tremante, non riuscì che un’ampollosa filastrocca
sulle doti fisiche della morta.

Il publico, già indignato contro di lui pei suoi delitti, per la sua
viltà, ed ora per l’inaudita sfrontatezza di venire egli stesso a
commemorare la sua vittima, accompagnò il discorso con bisbigli di
disapprovazione, e la plebe lo lasciò finire senza una voce di plauso.

Il presuntuoso oratore spiegò questo a senso di commozione e di
rispetto; ma per non essere disingannato, vedendo altra commemorazione
diversamente accolta, ordinò che il corteggio proseguisse la via.

Come giunsero al Campo Marzio, diviso allora in Campo di Marte per gli
esercizii militari e in Campo Minore, dove sorgevano i sepolcri dei
patrizii, la salma fu tolta dal palanchino.

Prima che venisse avvolta nel lenzuolo d’amianto e consegnata agli
_ustori_, che dovevano metterla sulla pira, Nerone andò a baciarla,
scoppiando di nuovo in dirottissimo pianto.

Quindi montò nella sua portantina, ne chiuse le cortine, per non vedere
alcuno e non esser veduto, e circondato dai littori, tornò al Palatino.

L’altissima pira, composta della più aromatica _acapna_[130], s’elevava
nel mezzo del campo.

Gli _ustori_ vi deposero sopra il cadavere coperto d’unguenti,
d’incenso e ricche suppellettili. Domizia ch’era la più prossima
parente che assistesse alla cerimonia, tenendo la faccia rivolta
indietro, appiccò il fuoco alla pira, che in poco tempo divenne rogo, e
il cadavere scomparve tra le fiamme, mentre le prefiche innalzavano una
nuova _conclamatio_.

Nello stesso tempo i due gladiatori bustuarii cominciarono a
combattere, e la lotta durò, finchè uno dei due venne portato via
semivivo.

Quel combattimento mortale era destinato, giusta il pregiudizio pagano,
a placare i Mani con quel sagrifizio di sangue.

Come fu consumata la pira, se ne spensero col vino le ceneri ardenti,
e Domizia, dopo l’usuale lavanda delle mani, fece l’_ossilegio_[131],
asperse quei resti d’ossa inaridite con latte e vino, le asciugò con
pannilini, e miste a sostanze odorose le chiuse nell’urna cineraria.

Dopo ciò uno dei Sacerdoti andò ad immergere un ramo d’olivo nell’acqua
lustrale, e consegnatolo al Pontefice Massimo, questi ne asperse gli
astanti.

Allora la prefica principale disse ad alta voce:

— Ilicet[132].

E migliaia di voci risposero:

— _Ave anima candida; terra tibi lævis sit; molliter cubent ossa_[133].

L’urna venne consegnata a Domizia, che la prese fra le braccia, e
camminando in mezzo ad Egloga ed Alessandria, seguita dalle schiave e
scortata dai littori, la portò sul Palatino.

Quel giorno stesso negli orti neroniani ebbe luogo il
_silicernio_[134]; e nove giorni dopo l’urna cineraria fu sepolta nel
sarcofago fatto costruire sollecitamente nel giardino.

Prima che venisse chiusa coll’epitaffio, un Sacerdote vi gettò sopra
tre volte della terra, e quel dì stesso si celebrò il _novendiale_ o
cena funeraria.

I convitati, avvolti in manto nero, erano raccolti nell’exedra ed
attendevano che comparisse Cesare per condurli nel triclinio.

Erano undici, perchè i romani tenevano a non varcare il numero di
dodici nelle publiche solennità a tavola, come avevano cura di non
trovarsi in numero dispari.

Allorchè Nerone si presentò, vestito in gramaglie, col volto macilento
e tetro, gli occhi sbarrati e cavi, camminando lentamente, pareva
l’ombra del tremendo Imperatore.

— Salvete, — egli disse, traversando l’exedra e accennando alle dame e
agli altri di seguirlo.

Al loro comparire nel triclinio, i musici, raccolti sopra palco parato
di bianco e nero, intuonarono una mesta elegia, composta espressamente
dal citaredo Terpno.

Questi aveva voluto condur seco Menecrate, perchè dirigesse i tibicini
ed i suonatori di cetre, che accompagnavano il coro.

Prima d’accettare l’invito il citaredo aveva voluto consultarsi
coll’Apostolo, per sentire da lui se fosse cosa conveniente ad uno che
professava la fede di Cristo, il prender parte a rito pagano.

Paolo gli aveva risposto:

— L’arte che eserciti dà pane a te e alla tua vecchia madre; e quando
ti si offre il mezzo di guadagnarne non puoi rifiutare i doni della
Provvidenza. D’altronde è dovere in te di servire al tuo sovrano, senza
curarti d’indagare cosa esso sia. Va senza paura, perchè il tuo Dio
sarà con te.

E Menecrate era andato; ma tra quelle pareti testimoni di tante orgie,
di tanti delitti, e dove per lui aleggiava sempre lo spirito d’Ottavia,
si trovava a disagio.

Prima che intorno alle mense andassero i convitati a distendersi sui
letti triclinarii, una vergine, velata a bruno, entrò nella sala,
portando il vaso di pietra murrina, ch’era stato presso il cadavere di
Poppea, pieno d’acqua lustrale.

Quel giorno conteneva invece del falerno consacrato all’ara di Bacco.

La fanciulla, accompagnata da due giovinette parimenti in gramaglie,
e che le tenevano sollevato il peplo, andò a presentare il vaso
all’Imperatore, che lo portò alle labbra, e tutti dopo lui bevvero
di quel vino, che giusta l’usanza rituale era stato primo sorseggiato
dalle labbra delle Vestali.

Terminata questa cerimonia, i convitati smesse le gramaglie, si
presentarono in bianche toghe e gli schiavi triclinarii, splendidamente
vestiti, cominciarono a dispensare le vivande e a mescere il vino.

L’Imperatore non toccò cibo, ma molto bevette, credendo con questo
vincere i brividi della febbre.

Uno dei convitati disse piano a Cercopiteco che gli stava accanto:

— Come Cesare è contraffatto! Osservalo.

— No, — rispose il parassita, — perchè mi farebbe pena e perderei quel
po’ d’appetito che mi rimane. Molto già me ne tolgono queste lugubri
cene.

Levate le mense, Nerone si trattenne ancora a bere nella _comissatio_.
Poi licenziò i convitati, dicendo loro:

— Valete, o voi più felici di me, poichè tornando alle vostre case,
troverete forse quella pace, ch’io perdetti per sempre.

— Così soavemente non ha mai parlato, — osservò Panerote: — brutto
sintomo questo.

E in verità, fosse conseguenza del male che lo travagliava o sincero
dolore per la perduta donna, Nerone mostravasi cangiato.

L’uomo feroce accennava a divenir benigno.

Avendo notato tra i suonatori la presenza di Menecrate, lo fece venire
a sè e gli disse:

— T’inflissi un giorno ingiusto supplizio, che tu sostenesti
eroicamente. Più nulla seppi di te, ed oggi tu sei tornato nella casa
Aurea. Dunque non m’odii più?

— Non t’ho mai odiato. A Cesare non debbo che obbedienza e rispetto.
D’altronde io venni alla reggia, come tutti gli altri suonatori, per
esercitare l’arte mia, e guadagnare del danaro.

— Sappi, o Menecrate, che la tua presenza ridestò in me i ricordi del
passato, e in questi giorni funesti furono un sorriso per l’anima mia.
Voglio proprio ricompensartene. Ponti ad armacollo questa crumena,
e quando sarai tornato ai tuoi lari, i mille nummi ch’essa contiene
offrirai da mia parte a tua madre, se pur vive ancora.

Menecrate rispose di sì, e Nerone ripensando in quel momento alla
maledizione materna, senza ricordarsi del parricidio, che l’aveva
provocata, mormorò sospirando:

— Tu sei felice.

Queste parole, che il citaredo spiegò a senso di malvagia ipocrisia,
erano invece l’espressione d’un’anima trambasciata, che invidiava in
quel momento le intemerate coscienze.

Dopo alcuni istanti di silenzio Nerone riprese:

— Son maledetto!... Son condannato a non udir più una voce soave,
che mi parli all’anima, che acqueti il mio furore. Atte ebbe un
giorno questa potenza, e dopo lei l’ebbe Poppea, e tutte e due le ho
perdute!... Poppea è morta, ed Atte m’odierà per certo.

— Non crederlo, o divo Cesare.

— Dimmi, è tuttora presso mia cognata Antonina?

Menecrate affermò col chinar del capo, e l’altro, come parlando a sè
stesso, mormorò:

— Forse là, ritroverei la pace e l’amore.... Illusione!... Più per me
non esistono sogni di rose. Io non debbo avere che orride immagini.

E le aveva di fatto, e più terribili si presentarono a lui quando pochi
giorni dopo, assalito da perniciosa, fu in preda a continuo delirio.

Si vedeva perseguitato dagli spettri delle sue vittime, Agrippina
continuava a gridargli maledizione, e la sua voce aveva il fragore
del tuono. Aulo Plancio ed il giovine Crispino, lividi e gonfi gli si
gettavano addosso, agghiacciandolo col loro gelo di morte. Britannico
e Burro gli sputavano in viso la bava avvelenata. Seneca faceva
cadere sopra di lui una pioggia di sangue, Rubea gl’intronava le
orecchie cogli urli della pazza, Paride l’istrione lo percoteva e lo
beffeggiava, Calpurnio Pisone e gli altri congiurati, armati di gladii
e pugnali, lo tempestavano di ferite. Poppea lo incalzava, portando
sulle braccia il bambino schiacciato, e la dolce Ottavia in lagrime gli
additava le cicatrici del petto.

Codeste tormentose visioni s’alternavano continuamente davanti alla
sua fantasia e lo rendevano furente. Egli s’agitava, cercava balzar dal
letto, e gridava che lo liberassero da quegli spettri.

Ora chiamava ad alta voce l’astrologo Babilo e Locusta perchè facessero
scongiuri; ora invocava il soccorso del suo Genio tutelare, ora
piangendo, chiedeva perdono ai Mani di quegli infelici, che aveva messo
a morte.

Come si sparse per Roma la notizia che la vita di Cesare era in
grave pericolo, i cittadini d’ogni classe, anche molti di quelli da
lui beneficati, attendevano con impazienza che suonasse l’ultima ora
dell’efferato tiranno, e i partigiani di Sergio Galba si preparavano ad
acclamarlo Imperatore.

Ritroviamo fra questi il pretoriano Missizio, che nella congiura di
Pisone non aveva diviso la sorte de’ suoi compagni, perchè il suo nome
era tra quelli che il delatore Milito non aveva iscritti nella lista
consegnata ad Aniceto. Morto Pisone e gli altri congiurati, egli s’era
gettato nel partito di Galba, ed ora s’adoperava con maggior lena, ma
non minore circospezione, per renderlo accetto al soldati del pretorio.
Egli teneva Nerone per ispacciato, ma l’aspettativa sua e quella di
tutti fu delusa.

Gli archiatri avevano vinta la febbre, e Nerone era salvo.

I più timidi allora tacquero paurosi, e gli amici di Galba cominciarono
a discutere se non convenisse ricorrere all’assassinio.

Era questo però periglioso progetto e di difficile attuazione, perchè,
dopo la congiura dì Pisone, il tiranno si teneva guardingo ed era
circondato da numerosi satelliti, oltre i littori sempre fidi, e i
pretoriani non ancora pronti alla ribellione.

In quel frattempo avvenne la morte di Giulio Vindice, il più fervido
sostenitore di Galba, il quale se ne mostrò tanto avvilito, che fu sul
punto di rinunziare all’impresa, e togliersi la vita.

Questo fatto accrebbe lo sgomento ne’ suoi partigiani di Roma, e fu
invece di grande sollievo all’abbattuto spirito di Cesare.

— Vedo, egli diceva, che la mia stella non è ecclissata, muoiono i miei
nemici ed io vivo. Sono certo che Galba sparirà, com’è sparito Vindice,
e che le mie legioni faranno giustizia delle provincie ribelli.

Domizia, che lo stava ascoltando, interruppe:

— Ora che le tue forze ritornano, e più nulla sventuratamente ti
trattiene in Roma, perchè non ti poni alla testa di quelle legioni?
Perchè vuoi lasciare ai Proconsoli l’onore della vittoria?

Così la vecchia tornava sempre a ribadire quel chiodo, irritando Nerone
coll’importuno suggerimento.

— Strana pretesa è la tua, — rispose concitato, — di voler ch’io vada a
combattere nel misero stato in cui mi trovo tuttora, affranto d’animo e
di corpo.

— La tua guarigione è completa, — interruppe l’altra.

— T’inganni, non tornerà la salute finchè non cesseranno le conseguenze
della sventura, finchè non mi sorriderà di nuovo l’amore.

— Allora non dovevi uccidere Poppea Augusta. Pretendi forse trovare
un’altra, che voglia unirsi a te dopo la miseranda fine....

— Cessa d’importunarmi coi funesti ricordi, vecchia malvagia, e sappi
che quella donna esiste, ed io l’otterrò.

— E chi è mai?

— Non voglio dirti il suo nome.

— Sospetto di chi si tratti.

— Tieni i tuoi sospetti per te, e lasciami solo, che la tua presenza
m’è odiosa.

Domizia, non potè a meno, quando fu presso alla porta, di lanciargli,
come una sfida, il nome d’Antonina.

Nerone balzò in piedi, afferrando un pugnale ch’era sul tavolo.

L’altra, vedendo l’atto minaccioso, s’arrestò, e mostrando il petto,
esclamò:

— Ferisci! I veri Domizi non temono la morte.

Nerone, gettando il pugnale disse:

— Va, che l’ora tua non è ancora suonata.

Domizia allora, alzando con disprezzo le spalle, s’allontanò.

Quella stessa sera una donna, avvolta nella calyptra, entrava nella
casa Aurea.




CAPITOLO XXXI.

L’ultimo amore.


Alla dimane della _novendiale_, Menecrate s’incontrò coll’Apostolo
Paolo nell’ospizio di Salvidieno Orfido, e a lui riferì le parole
dettegli da Nerone dopo la cena, nelle quali aveva rimpianto il
passato, aveva ricordata la potenza che Atte esercitava su lui,
e parlando del palazzo d’Antonina, aveva mormorato che forse là
ritroverebbe la pace.

— Indovino, — disse l’Apostolo, — la sua intenzione; forse egli
pretende che a Poppea succeda Antonina; ecco la pace ch’egli cerca.
Ma la sorella d’Ottavia e di Britannico non ricambierà mai l’amore del
tiranno che li ha trucidati.

— E sei tu sicuro, o maestro, che si tratti di Antonina e non d’Atte?

— Sia dell’una, o dell’altra, ch’egli intendeva parlare, preghiamo, o
Menecrate, che Dio tenga lontana da loro la sventura.

Credè prudente di non ripetere alle due donne le rivelazioni del
citaredo. Antonina ne sarebbe rimasta sgomenta, e Atte forse commossa,
con grave rischio della riconquistata virtù.

Quando Nerone ebbe superata la perniciosa, e furono scomparse le
spaventose visioni, si tranquillizzarono i suoi rimorsi, e tornando
alle amorose fantasie, andò avvalorandosi in lui il proposito di
sposare Antonina.

Questo desiderio di Cesare non tardò a propalarsi fra i cittadini, e
allo stesso Apostolo lo ripeteva un giorno Salvidieno Orfido, che lo
aveva udito in una _tonstrina_[135].

Allora stimò opportuno di renderne avvisata Antonina, che ne fu
sinistramente colpita.

— Quell’uomo mi fa paura, — essa disse.

— E a me fa pietà, — rispose Atte ch’era presente.

E qui narrò che Menecrate le aveva ripetute le parole dette a lui
dall’Imperatore, esternando il sospetto che questi avesse rivolto i
suoi pensieri sopra Antonina. Per sentimento di delicatezza non aveva
osato farne parola alla sua padrona. Parlava adesso, poichè il maestro
glie ne dava l’esempio.

Aggiunse inoltre, che imbattutasi quella mattina stessa nel giovinetto
Sporo, questi le aveva descritti i deliri spaventosi e le fisiche
sofferenze di Cesare, l’abbattimento di spirito, in cui si trovava,
e la speranza d’udire una voce che non fosse quella di scellerati
consiglieri.

Atte terminò dicendo:

— Ecco, mia adorata signora, perchè io dissi che Cesare m’inspirava
pietà.

Con siffatta dichiarazione essa voleva distruggere ogni sospetto, che
sul conto di lei potesse nascere in Antonina, e Paolo pel suo pietoso
sentimento verso il tiranno.

— O figlia, — le disse Paolo, — non proviene forse la tua pietà
dall’aver inteso che Cesare si ricordò di te e con rimpianto? Rispondi
colla franchezza d’un’anima onesta.

— Credi tu, o maestro, ch’io possa conservare un resto d’affetto per
l’uccisore della divina Ottavia, la sorella della mia generosa padrona,
e di suo fratello Britannico? No, ho compassione dell’Imperatore, come
l’ho per qualunque altro che sia colpito dalla sventura. Se sapessi
che la mia voce e le mie parole potrebbero confortarlo, e per giovare
a tutti, indurlo a frenare d’ora innanzi, gl’istinti malvagi, non avrei
difficoltà alcuna di presentarmi a lui, tanto sono sicura di me, tanto
mi sento purificata dalla nuova fede. E poi, quand’anco tutto ciò non
bastasse, sappiate ch’io amo, riamata, Menecrate, che ho speranza di
potermi presto chiamare sua sposa, e che nessuno al mondo mi indurrebbe
a tradirlo. Ora palesai interamente la verità e dovete credermi.

— Sì, ti credo, o Atte, e tutto farò perchè tu sii felice.

— E tu, o maestro? — chiese Atte a Paolo, vedendo ch’egli taceva.

— Vorrei, — rispose, — esser certo che tu non faccia troppo a fidanza
colla tua forza d’animo, e ti direi: va, e qualunque sia l’uomo che
tu credi poter confortare e fors’anco redimere colle tue esortazioni,
compi coraggiosamente la tua missione.

— Confida in me, — riprese Atte, — sotto l’usbergo della fede e
dell’amore la mia virtù si sente invulnerabile. Sono pronta ad andare,
ove la mia diletta signora me lo consenta.

— Anzi io stessa t’invio, — disse Antonina, — perchè tu indaghi se
veramente l’audace Enobardo nutre il proposito di chiedere la mia mano.

— Grande vantaggio, — soggiunse l’Apostolo, — e grande consolazione
sarebbe pei cristiani il veder sulla tua fronte la diadema imperiale,
e se Nerone, di cui le passioni non ammettono ostacoli, acconsentisse a
sposarti anche cristiana, tu....

— Rifiuterei lo stesso, — interruppe Antonina, — rifiuterei, perchè mi
parrebbe un oltraggio ai Mani d’Ottavia e di Britannico.

Paolo riprese:

— Comprendo la tua ripugnanza; ma pel bene dei nostri fratelli in
Gesù Cristo dobbiamo essere pronti a sacrificare tutti i materiali
interessi, come i sentimenti del cuore. Tu sei forse destinata da
Dio a far dell’efferato tiranno un giusto, e vorresti rinunziare a
quest’opera santa?

— Sii certo, o maestro, che non avrò occasione di compire sagrifizii,
nè merito di convertire Nerone; poichè questi, nell’odio suo contro i
cristiani, s’è vera la voce che si sparse, o rinunzierà al suo progetto
o vorrà costringermi a ritornar pagana. Non c’illudiamo, o maestro, non
è la grandezza che m’aspetta, è forse la sventura. Quando questa mia
fida liberta, — ed additò Atte, — tornerà dalla casa Aurea, vedrò da
quanto essa mi riferirà, cosa mi resti a fare, se cercare uno scampo o
prepararmi al martirio.

— Della vita nostra non è arbitro che Dio. Allorchè non v’è più mezzo
di salvarsi, è bello il sacrificarla per la fede. Nessuno però per
vanagloria deve affrontare il martirio, quando è pronto lo scampo.

Alla sera Atte s’avvolse nella calyptra e si diresse verso il palazzo
di Cesare.

Stava questi adagiato sopra una cattedra, presso un desco sul quale
ardeva una lucerna _polimixa_ e suonava sul liuto una malinconica
melodia, quando venne il liberto Doriforo ad annunziargli la citarista.

— Atte! — esclamò Nerone sorpreso.

— Atte! — ripetè Sporo, che seduto sopra uno sgabello ascoltava la
musica.

E balzato in piedi, corse verso la porta, e condusse entro la zotheca
la donna, stringendole con trasporto la mano.

Ma, con grave suo disappunto, venne tosto mandato fuori; e dovette
accontentarsi di passeggiar sospirando davanti alla porta, e di tratto
in tratto orecchiando.

— Atte, — chiese Nerone alla donna come furono soli, — che vuoi da
me? Vieni forse a ricordarmi le gioie del passato o a rinfacciarmi i
delitti?

— No, divo Cesare, io ti seppi mesto e infelice, e mossa da pietà,
venni a portarti conforto.

— Ti son grato d’essere venuta, poichè colla tua presenza mi richiami
alla memoria giorni più felici. Però la tua pietà non accetto: io
voglio essere temuto, amato, ma non compianto. Una sola persona in Roma
vorrei che fosse pietosa con me, ma quella tu non sei.

Atte comprese di chi si trattasse, ma non volle nominare Antonina.

— La donna, di cui parlo, io l’ho offesa, crudelmente offesa, e non oso
sperare da lei pietà. Essa, appagando i miei desiderii, potrebbe far
di me un uomo felice, redimere l’anima mia dai vizii e dai delitti, e
cangiare il perverso tiranno nel più giusto e magnanimo del Cesari.
Un suo rifiuto invece mi renderebbe di nuovo demente, inesorabile,
formerebbe la perdizione mia, la sventura di Roma. Codesta divina
creatura è Antonina.

Tutto ciò aveva detto Nerone nella certezza che la citarista lo
ripeterebbe alla sua Signora. Sperava così di trovare questa più mite e
benigna allorchè egli andrebbe ad offrirle la diadema imperiale.

Atte rimase per un istante dubbiosa e sgomenta, ma poi, fedele agli
ordini ricevuti, cominciò ad adempiere alla sua missione, cercando di
distorre il tiranno dal suo progetto.

— La mia Signora, — essa disse, — è così buona e generosa che
non conosce odio, ch’è pronta sempre a dimenticare le offese e a
perdonarle. Se rifiutasse la tua generosa offerta dovresti ascriverlo
soltanto al desiderio di pace, alla sua avversione a tutto ciò ch’è
pompa e grandezza.

— E che ne sai tu? Parli forse per gelosia?

La donna melanconicamente rispose:

— O divo Cesare, io qui venni per farti del bene, e tu mi compensi con
ingiuriosi sospetti. Di qual cosa, di chi mai vuoi tu ch’io sia gelosa?
Ora non lo sono che della mia virtù e del mio fidanzato.

— Fidanzato! — esclamò Nerone accigliandosi, — e chi è costui?

— Menecrate.

— Così quella che fu un giorno tanto amata da Cesare, discende oggi ad
un citaredo.

Atte riprese:

— Da un amore impuro, che mi costò la vergogna, ad un amore santo, che
mi renderà felice.

— Taci: non irritarmi.

— E perchè t’irriti, o divo Cesare? Sono io forse Antonina?

— Hai ragione. Son pazzo. Or bene, poichè venisti, come tu dici, per
darmi sollievo, prendi il mio liuto, temprane le corde e canta, e la
tua voce calmi l’anima mia trambasciata, come l’arpa di David calmava i
furori del Re israelita.

Atte obbedì, e Nerone rimase ad ascoltarla assorto nelle memorie del
passato.

La dolce rassegnazione d’Ottavia, le notti d’ebbrezza voluttuosa,
le feste, i banchetti, gli spettacoli del circo e dei teatri gli si
schieravano dinanzi alla mente e lo forzavano a rimpiangere le delizie
perdute, e a viemmaggiormente desiderare nuove future gioie.

Come la citarista ebbe finito, le disse:

— È ben soave la tua voce. Se io ti dicessi: Atte, abbandona Menecrate
e torna a me, oseresti tu rifiutare?

— Dovrei osarlo a rischio di provocare il tuo sdegno.

— Rassicurati, — riprese Nerone sorridendo, — io non ti farò simile
proposta. Un’altra immagine mi sta scolpita nella mente e nel cuore, di
un’altra Dea dev’esser tempio la casa Aurea. E per addimostrarti che io
non parlai da senno, e che non sono geloso del tuo matrimonio, voglio
offrirti un regalo di nozze.

Così dicendo, levossi, e passato nell’attigua stanza, ne ritornò
poco dopo portando una cintura di cammei, chiusa in scatola d’argento
lavorata a cesello.

Con quest’atto generoso l’astuto Imperatore voleva rimediare a
quell’impeto di gelosia, a cui s’era lasciato andare pel matrimonio
della citarista, impeto che poteva compromettere le sue aspirazioni per
Antonina.

La donna rese grazie del dono, e poi attese d’essere congedata.

Nerone però la trattenne ancora lungo tempo, parlandole della sua
padrona, e cercando informarsi quale esistenza menasse, quali fossero
le sue abitudini, quali le persone che frequentavano la casa.

Atte, nell’intento di distorlo dal suo progetto, descrisse,
esagerandola alquanto, la vita solitaria d’Antonina, che trovava la sua
felicità negli studii, nei lavori e nelle occupazioni domestiche.

— È troppo giovine e bella, — interruppe Nerone, come indispettito, —
per starsene a casa a filar lana. E chi la spinge a questo? Forse quel
Saulo, quel cristiano intrigante?

Atte s’affrettò a distruggere codesta supposizione, perchè non
incorresse l’Apostolo nell’ira di lui, asserendo che l’istinto,
e forse le sofferte sventure, inducevano Antonina a prediligere
quell’esistenza.

— Non cale, — riprese Nerone, — la frequenza di quell’uomo in una casa
pagana mi dà sospetto, e saprò indagare la ragione che ve lo conduce.
Porta intanto il mio saluto alla tua Signora, e dille che si prepari a
regnare, che la mia volontà è questa, e che alla volontà di Cesare non
v’è ostacolo che possa opporsi. Vale.

E la congedò.

Il tiranno amava Antonina, ma non di quell’amore che aveva portato a
Poppea. Ora, vedendo la difficoltà della conquista, vi si univa l’amor
proprio, ed era deciso a trionfare ad ogni costo.

Antonina attendeva ansiosamente il ritorno d’Atte, che giunse tutta
agitata, e le disse che purtroppo era tolto ogni dubbio, che Cesare
voleva dimandar la mano di lei, e si mostrava fermo nella sua
risoluzione.

— Sono certa, — aggiunse, — ch’egli non tarderà a presentarsi, e se
riceve un rifiuto, sa Dio che cosa accadrà.

— Avvenga ciò che può, — rispose Antonina, — io farò ciò che devo.

— E lo respingerai, quand’anco acconsentisse a sposarti benchè
cristiana?

— Sì, e rispondo a te quello che risposi a Paolo. Se l’interesse della
nostra chiesa m’imponesse il dovere di sacrificarmi, sposando un uomo
che mi fa ribrezzo, non me lo consentirebbe la mia onestà.

— E non pensi a fuggire finchè ne hai tempo per non affrontare l’ira
sua?

— Sarebbe una viltà. Se prega, io cercherò benignamente di persuaderlo
ad abbandonare il suo progetto, a cercare l’amore d’altra donna. E se
volesse impormi l’esecrato imeneo colla minaccia, allora eluderò in
qualche modo la sua ostinazione.

Nè si smentì allorchè alcuni giorni dopo venne Nerone a chiederla
in sposa adoperando i più lusinghieri blandimenti per convincerla ad
accettare.

Disse essere essa la sola donna capace di renderlo ormai felice e
saggio, di cangiare la sua malvagia natura, e far di lui un Principe
adorato e rispettato.

— Pensa, — aggiunse, — che se tu rifiutassi l’aureola di tanta gloria
commetteresti una colpa.

Antonina, nascondendo l’interno turbamento sotto mentita calma, rispose
con tutta dolcezza.

— Ma io, o divo Cesare, non m’illudo sulle mie attrattive. Queste non
sono tali da ottenere quello che non ottennero la soavità d’Ottavia e
la bellezza di Poppea, che tu amavi assai, ed aveva impero grandissimo
sull’animo tuo.

— Di ciò lascia giudice il mio cuore, e non la tua modestia. È da lungo
tempo ch’io t’amo, ed ora è giunto il giorno in cui l’amata di Cesare
deve abbandonare l’oscura esistenza per gli splendori della reggia.

Dopo aver fatto indarno nuovi tentativi per persuaderlo a rivolgere
altrove le sue aspirazioni Antonina finì per esclamare:

— È impossibile!

— Non v’è impossibilità che non debba cedere davanti alla volontà di
Cesare.

Sotto l’umile vello cominciavano a spuntare le unghie del leone.

— E vorresti espormi alle giuste censure di Roma intera, che vedrebbe
con raccapriccio la sorella d’Ottavia e di Britannico tra le braccia
di Nerone? E tu stesso potresti sacrificare il tuo amor proprio, la tua
dignità, sposando una donna che non potrà mai amarti?

— Tutto ciò non mi trattiene. Lascia la cura a me di far tacere i
censori e di conquistare il tuo cuore.

— T’illudi. Due ombre sanguinolenti mi difendono e mi terrebbero sempre
lontana da te. Abbandona il tuo progetto, ch’è meglio.

— No, — gridò con forza Nerone, — devi essere mia. Così voglio, così
comando.

— Ebbene, v’è un ultimo ostacolo di cui non ti parlai finora perchè il
rivelarlo può costarmi la vita. È una barriera formidabile, che sorge
fra noi.

— Apparterresti forse ad un altro? Perchè se ciò fosse, di codesta
formidabile barriera io riderei.

— Non crederlo, — disse Antonina, a cui in quel momento terribile
oscillava ogni fibra.

— Confessi dunque che appartieni ad altri?

— Sì.

— Il nome del mio rivale.

— Cristo.

Così dicendo, mostrò a Nerone una croce che teneva nascosta sotto il
peplo.

A questa rivelazione le furie del tiranno si scatenarono.

Gridò, stringendo le pugna:

— Cristiana! Cristiana! Ah, per gli abissi, avrei dovuto prevedere
l’opera del galileo impostore.

— L’opera fu interamente dell’anima mia, — interruppe Antonina.

— Ebbene, l’anima tua abjurerà la nuova fede per tornare all’antica,
perchè io così voglio. Non già per essermi questa più a cuore
dell’altra. Cristo e Giove sono per me ugualmente miti risibili. Ma
la figlia di Claudio, la nuova Imperatrice di Roma dev’essere pagana.
Intendi?

Antonina, ferita nella sua dignità dall’imperiose parole, levò la
fronte altera, dicendo:

— Così parla ai tuoi schiavi.

— Egli è in tal guisa che Cesare deve parlare a quanti si ribellano
alla sua volontà. Preparati, ti ripeto, ad abjurare la nuova fede per
accettare da me la mano e il trono.

— Da te non voglio nè posso avere che la morte. Rimango fida al mio
Dio, e son pronta al martirio.

— Non lo sperare. Altri l’avranno in vece tua, e tu sarai mia, tuo
malgrado.

— Dio mi difenderà.

— Non tarderò a mostrarti ch’io sono più potente di lui.

— Per non udirti più oltre ti lascio, poichè discacciarti non posso.

Ed uscì dall’exedra.

Nerone voleva seguirla, forse colla prava intenzione di trarre
all’istante su lei una turpe vendetta. Ma poi si ravvisò, e tornò al
Palatino ripetendo tra sè:

— Mi vogliono di nuovo tremendo, e tremendo m’avranno.

Fe’ venire Aniceto, e gli ordinò di penetrare quella stessa sera a viva
forza con alcuni satelliti nel palazzo d’Antonina, rapirla e condurla
nella casa Aurea.

— Ordinerai nel tempo stesso al Tribuno Granio Silvano di scoprire la
dimora dell’Apostolo Saulo.

— Io so dov’egli alloggia, e tu non lo immagineresti mai, o divo
Cesare. Egli è con altri cristiani presso Salvidieno Orfido, il quale,
non curando il divieto, ha fatto della sua casa un ospizio.

— Ebbene, Salvidieno Orfido sia appeso alle forche davanti la sua
stessa casa, e Saulo e tutti i cristiani che si trovano nell’ospizio,
vengano tradotti al carcere Mamertino.

Quella notte Nerone vegliava agitato, mentre il pedagogo e il Tribuno
si recavano ad eseguire i suoi ordini.

— Essa forse, — ripeteva fra sè, — chiederà grazia pei cristiani e
forse per ottenerla si mostrerà più rassegnata ad obbedirmi.

La luce del primo _diluculo_ penetrava già dai balconi e i due messi
non tornavano ancora.

Nerone, in preda a nervosa agitazione, s’aggirava per le stanze,
parlando fra sè, mentre conserte le braccia, stringeva convulsamente
nel pugno le maniche della tunica.

Il primo a giungere fu Granio Silvano, e disse che gli ordini di Cesare
erano stati eseguiti, che tutti i cristiani dimoranti nell’ospizio
erano stati tradotti nel carcere, che Salvidieno aveva già subita la
condanna, e che l’Apostolo veniva catturato quando tutto polveroso e
stanco rincasava.

— Ora a noi, superba Antonina! — esclamò Nerone con aria di trionfo.

Ma erasi troppo affrettato a cantar vittoria.

L’impresa di Aniceto aveva fallito. Meno un vecchio ostiario infermo,
che pieno di spavento era venuto ad aprire, nessun’altra anima viva
era rimasta nel palazzo d’Antonina. Ne avevano visitato i più reconditi
luoghi, ma invano. Tutte le stanze erano buie, mute, deserte.

Il tiranno diede in urli selvaggi d’imprecazione, senza attendere che
Aniceto continuasse il racconto.

Quando però questi gli disse che il vecchio, dietro la minaccia
dei tormenti, aveva detto che uscito di là l’Imperatore, era venuto
l’Apostolo; che poco dopo tornava a uscire accompagnato da Antonina e
dalla citarista; che gli schiavi se n’erano iti anch’essi per ordine
della Signora; e ch’egli non aveva potuto obbedire perchè la vecchiezza
e le infermità non gli consentivano di muoversi.

— Quel Galileo parlerà, — gridò Nerone, — o tacerà per sempre. Che mi
sia condotto innanzi.




CAPITOLO XXXII.

Le ultime infamie.


— Conviene che tutti qui si salvino senza frapporre indugio, perchè il
periglio stringe.

Questo aveva detto Paolo, sentendo ripetere da Antonina le minacciose
parole rivolte poco prima a lei da Nerone.

E la esortava, per salvare l’onore e la vita, d’uscire all’istante,
e recarsi pel momento in casa della Diaconessa Feba di Cencrea, e là
tenersi nascosta fino a sera. All’apparire delle prime stelle doveva
farsi trasportare in lettiga fino alla porta Collina[136] ove egli si
troverebbe per condurla in luogo più sicuro. Atte e due sole schiave
l’accompagnerebbero. Gli altri domestici si terrebbero nascosti in
Roma per evitare le persecuzioni del tiranno. Ad Atte che si mostrava
desolata di lasciare Menecrate, Paolo prometteva che non avrebbe
tardato a rivederlo.

Tra la via Salaria e la Nomentana, a quattro miglia da Roma, v’era
una casa campestre ed una modesta proprietà fondiaria, appartenente
a Faonte, antico liberto di Nerone. Uomo giusto, ed affezionato alla
famiglia dei Claudi, dopo la morte d’Ottavia e di Britannico aveva
lasciata la reggia ed erasi colà ritirato.

Benchè avesse negato d’abbracciare la nuova fede, era amico di Paolo,
di Luca e di molti cristiani, verso i quali si mostrava caritatevole,
non meno che coi pagani.

L’Apostolo affidava le fuggitive al buon vecchio e allo scrittore di
memoriali Epafrodito, che vedemmo uscire cogli altri convitati dalla
casa Aurea la sera che morì la bambina Claudia. Era uomo risoluto, e
forte, amico di Faonte, che in quel momento l’aveva ospite nella sua
casa di campagna.

— Ove il soldato di Cristo, — diceva loro, — dovesse incontrare la
morte, a voi due le raccomando.

E in preda a triste presentimento, riprendeva la via di Roma, ove
giunto a tarda ora della notte, veniva catturato dai soldati del
Tribuno.

Allorchè fu condotto incatenato davanti a Nerone, questi aveva saputo
poco prima da Aniceto che anche Atte s’era fatta cristiana, e la sete
di vendetta contro Paolo s’era doppiamente accresciuta.

Come lo vide, proruppe con violenza inaudita:

— Rinnegato giudeo, così obbedisti tu agli ordini di Cesare, che
t’imponeva di non far proseliti tra i pagani? In questa guisa
ricambiasti i beneficii miei?

— Non accusar d’ingratitudine i seguaci di Cristo. Essi rendono a
Cesare quel ch’è di Cesare, a Dio quello ch’è di Dio; pagano i loro
tributi, pregano dinanzi agli altari per te, o Cesare, per la gloria
dell’esercito, per la prosperità dell’Impero; e così nobilmente si
vendicano della persecuzione.

— Ipocriti, — interruppe Nerone, — che sotto questo manto di pietà
mendace nascondete il tradimento. Che parli tu di preghiere per me, per
la prosperità dell’Impero, per la gloria dell’esercito, mentre da voi
si profanano i nostri templi, e s’attenta al nostro culto, inducendo
all’apostasia e plebe e patrizii e persino persone a me congiunte. Nega
se puoi.

— Non nego.

— La diva Antonina che ho scelta a mia sposa e la citarista Atte, che
fu mia concubina, vennero da te convertite al cristianesimo.

— È vero.

— Sciagurato, osasti portare il mal seme delle tue dottrine fra le
donne amate da Cesare!

— _Oportet Christum regnare_[137], — rispose Paolo, — e per questa
santa massima combatteranno sempre e dovunque i suoi Apostoli.

— Ah tu hai l’audacia di provocarmi, e sfidi il furor mio. Ebbene, a
centinaia morranno i cristiani.

— Se tu riguardi come una colpa quello che è per noi l’adempimento d’un
dovere, scaglia i fulmini dell’ira tua sopra di me, ma i miei fratelli
risparmia.

— Se vuoi salvarli palesa ov’è Antonina.

— Non posso, perchè me lo vietano l’onore e la carità cristiana.

Nerone, bollente d’ira, gli si avvicinò con aria minacciosa,
intimandogli di parlare.

L’Apostolo rimase muto, impassibile, e l’altro ordinò ai soldati di
ricondurlo nel carcere Mamertino. E rivolto al prigioniero, aggiunse
col volto composto a scherno feroce:

— Adesso invita pure il tuo Dio a spezzar la scure che dovrà troncarti
il capo, a render docili le fiere che dilanieranno le carni dei tuoi
fratelli, e a salvarli dalla croce, egli che non riuscì a salvar sè
stesso. Vedremo se questo tuo Dio oserà mostrarsi per combattere contro
la mia potenza.

— Perchè l’oltraggi? — disse Paolo con tutta calma; — perchè aggiungi
la bestemmia all’ingiustizia? Perchè vuoi tu così ferocemente punirmi?
Cosa t’ho fatto? Ho cercato salvar l’anima della donna, che tu volevi
scegliere a sposa: ho voluto strapparla a quegl’idoli stessi, che
tu disprezzi; ho voluto infine farla credere nel vero Dio, e così
avvicinarla a lui e renderla eternamente felice.

— Sono imposture queste, da cui non mi lascio abbindolare. Forse alla
tua comunità giovavano le ricchezze di lei.

— Giovavano per certo, — rispose l’Apostolo, — ad aiutare la nostra
carità, che tutti soccorre gl’infelici, a qualunque religione essi
appartengano. Ma tu ne calunni, o Cesare, ascrivendo a cupidigia d’oro
la nostra santa missione. Giudichi noi alla stregua de’ tuoi prezzolati
sacerdoti.

— Tutti pari voi siete, o banditori di bugiarde dottrine, e tutti io
vi disprezzo egualmente. Ma bando ad inutili ciance. Ancora una volta,
dimmi dov’è Antonina.

— Sotto l’egida divina, — rispose Paolo, alzando il braccio verso il
cielo.

— Stolto! Io ti proverò cosa valga la protezione degli enti fantastici.
Tu non ti salverai dalla morte, ed Antonina sarà da me ritrovata,
e allora, o la costringerò a rinnegare la nuova fede per divenire
mia sposa, o colla forza giacerà nuda tra le mie braccia l’ostinata
cristiana. Quando avrò perduta la speranza d’ottenere l’intento, e a te
mostrare l’impotenza vergognosa del tuo Dio, ti farò morire in preda al
doloroso dubbio.

— Confido in Dio, e non temo. Attendo la mia sorte e nelle sue mani
raccomando il mio spirito. A te soltanto una preghiera rivolgo ancora:
risparmia i miei fratelli; essi sono innocenti.

— Non lo sperare. Tu hai riaccese le fiamme del mio furore, e non
si spegneranno che a vendetta compita. Non voleste Cesare pentito,
generoso e saggio, ed io torno per colpa vostra il tremendo Nerone.

— Non attribuire ad altri la colpa dell’indole tua. Al tuo ravvedimento
tu stesso non credevi. Eri in buona fede quando avevi paura. Allora non
disprezzavi gli enti fantastici, anzi chiedevi a loro soccorso. Poi ti
fingesti pentito per raggiungere i tuoi scopi, per trarre in inganno
una donna.

Nerone, furente nel vedersi così audacemente strappata la maschera,
coprì di vituperii l’Apostolo, imponendogli di ritrattare le
oltraggiose parole.

— Il giusto, — rispose Paolo, — non ritratta la verità, sopratutto
quando è presso a morire.

I soldati, ad un cenno di Cesare, lo condussero via.

L’immensa esasperazione pel coraggioso contegno del prigioniero
avrebbe trascinato Nerone a vendetta contro di esso atroce, immediata.
La speranza però di ritrovare Antonina e di vederla sottomessa ai
suoi voleri, per salvare la vita all’Apostolo, lo consigliavano a
risparmiarne ancora l’esistenza.

Diede ad Aniceto l’incarico di ricercare le due fuggitive,
accordandogli, senza risparmio, danari e spie ed ampie facoltà circa i
mezzi per riuscire nell’intento.

I suoi satelliti si misero all’opera con grande alacrità.

Nelle taverne, nelle _tonstrine_ ed in altri pubblici ritrovi
intavolavano il discorso sopra Antonina, e cercavano prendere a volo
ogni frase, che potesse dar loro qualche lume.

S’introducevano, con varii pretesti, nelle case, in cui sapevano
dimorare famiglie cristiane, e là interrogavano gli ostiarii e gli
altri schiavi, ora con subdole dimande, ora apertamente, promettendo
larghe ricompense, o spaventando colle minacce, sopratutto le donne.
Quando nelle vie vedevano dei cittadini parlar sommesso fra loro
s’accostavano tendendo l’orecchio.

Una delle prime visitate da Aniceto fu la casa di Menecrate. Vi trovò
la vecchia madre, la quale rispose che il figlio era assente.

Il pedagogo, dapprima colla dolcezza, poi con mali modi voleva sapere
da lei ov’egli fosse ito, ove si trovassero Atte ed Antonina. Ma la
povera donna continuava a dire:

— Ti giuro per gli Dei ch’io non lo so.

E lo ignorava di fatto.

L’Apostolo, venuto in città, dopo aver accompagnate le due donne, prima
di tornarsene a casa, andava ad avvertire di quella fuga il citaredo,
che s’era guardato bene dal dirlo a sua madre, come dal palesarle che
quel dì si sarebbe recato a visitare la sua fidanzata.

Più volte Aniceto tornò nella viuzza del Fornice Fabiano, ma non
gli venne mai fatto di trovarsi con Menecrate. Questi, tornato a
sera, e saputo dalla madre la visita del pedagogo, e lo scopo che lo
guidava, aveva di nuovo lasciata la città e s’era ricoverato in una
_magalia_[138] di pastore, vicina alla campagna di Faonte.

Ma sul citaredo, più che sulle altre ricerche, contava Aniceto per
iscoprire il rifugio d’Antonina, poichè Atte era con essa.

Suggerì a Nerone di catturare la madre di Menecrate, e colle torture
obbligarla a palesare ove fosse il figlio.

Il tiranno rispose:

— Tu avesti l’incarico ed ampie facoltà. Fa quello che vuoi; ma ad ogni
costo trova l’ostinata cristiana, o guai!

Quest’ultima parola mise in tempesta il sangue del tristo, che stabilì
d’impadronirsi al più presto della misera vecchia.

Intanto cominciava il popolo a levarsi a rumore contro Nerone e gli
esecutori dei suoi ordini.

Costoro, nell’impazienza di riuscire, avevano finito per invadere le
case sospette e maltrattarne gli abitanti.

Questo inaudito sopruso aveva destato lo sdegno universale.

Il pedagogo, al quale più volte nelle strade erano state rivolte
ingiurie e minacce, avrebbe voluto affidare l’incarico della cattura ad
altri, non sentendosi sicuro.

Ma il timore di perdere il premio e la benevolenza di Cesare, gli
diedero coraggio.

E mal glie n’incolse.

Presso le _taberne_[139] molta gente s’affollava attorno alle derrate
esposte nei diversi _fori_ (o mercati) o faceva circolo attorno ai
saltimbanchi, applaudendo alla loro bravura negli esercizii di forza e
di destrezza, e scherzando con una procace giocoliera greca, che faceva
capriole indietro tra spade e coltelli puntati in terra.

Ad un tratto s’intese da lungi un tumulto, e dal Fornice di Fabio
comparve una turba di gente in mezzo alla quale alcuni soldati
trascinavano verso il Mamertino una vecchia, che gridava e si dimenava
per svincolarsi da loro e chiedeva aiuto.

— È la madre del citaredo Menecrate, — dissero alcuni. — Guarda!
Guarda!... Lo scellerato Aniceto la spinge innanzi e la percuote. Ma
perchè?... Ma dove la conducono?

— Al carcere Mamertino per sottoporla alla tortura, — rispose Sporo
ch’era tra gli spettatori dei saltimbanchi.

— Salviamola! Salviamola! — urlarono alcuni, scagliandosi con impeto
contro i manigoldi, che cercavano di far resistenza, ma vennero
disarmati.

Aniceto afferrò la donna pei capelli, perchè non fuggisse; ma ad un
tratto mandò un urlo e la sua mano cadde troncata da un colpo d’ascia.

Mentre alcuni ponevano in salvo la prigioniera, i più inferociti
presero Aniceto, e lo gettarono boccone sulle punte di ferro dei
saltimbanchi, e colle ginocchia gli premettero il dorso, perchè più
profondamente quelle armi gli penetrassero nel petto.

Poscia gli legarono una corda ai piedi, e tra grida e scherni ne
trascinarono il cadavere sanguinolento fino al ponte Palatino, e lo
precipitarono nel Tevere.

Sporo, spaventato da quello spettacolo di sangue, ma contento in cuor
suo che Aniceto fosse andato tra i più, corse a dar la notizia della
catastrofe nel palazzo dei Cesari.

Ma già Domizia l’aveva annunziata al nepote dicendogli:

— Rendi grazie ai Numi, poichè non ti verrà più fatto di rintracciar
Antonina: non correrai più il rischio di avvilire il nome del Domizii,
scongiurando un’altra figlia dei Claudii ad accettare la tua mano. Il
complice del vergognoso progetto, il tuo cattivo Genio, il malvagio
pedagogo, non è più. Il popolo poc’anzi ha fatto giustizia di lui, e
salvò la vittima ch’egli trascinava al supplizio.

Nerone, nel parossismo dell’ira, chiamò ad alta voce Elio e Doriforo,
ch’erano nelle stanze attigue, per saper da loro se fosse vero quanto
narrava Domizia.

E i due liberti si presentarono, preceduti da Sporo, che confermò la
notizia.

Al maniaco tiranno non importava la morte d’Aniceto; ma lo esasperavano
lo sfregio fatto dalla plebe alla sua autorità, il sentirsi impotente a
raggiungere il suo intento, e sopratutto l’aria di scherno e di trionfo
che assumeva la zia. I loro occhi s’incontrarono, e quelli di Nerone
mandarono un baleno tremendo.

Si morse le labbra, ma nulla disse.

La stessa sera la scienza di Locusta uccise la misera, come aveva
ucciso Britannico.

Da quel momento tutti gl’istinti selvaggi di Nerone tornarono a
sfrenarsi con inaudita violenza. Per odio contro Antonina, ch’erasi
ribellata alla sua volontà e poi sottratta alla sua vendetta, riprese
più fiera che mai la persecuzione contro i cristiani.

Si lusingava ancora di vederla a’ suoi piedi a chieder pietà. Ma Paolo
prima di dividersi da lei l’aveva nuovamente scongiurata a non esporre
la propria esistenza, a subire coraggiosamente il martirio, ove fosse
caduta in potere del tiranno, ma non cercarlo per fanatismo o desiderio
di gloria.

Assai grave però le riusciva di rimanere inoperosa nel sicuro rifugio,
mentre soffrivano i suoi fratelli.

Dolorose assai erano le novelle, che di loro portavano i contadini,
tornando dai mercati di Roma.

Alcuni riferivano d’aver visto dei cristiani condotti al circo per
esser dati in preda ai leoni, e come, non solo la plebe, ma i patrizii
e lo stesso Nerone assistessero al cruento spettacolo.

Altri narravano aver udito sotto il Mamertino i lamenti di quelli
che venivano sottoposti alle torture, e poi crocefissi, ed essersi
imbattuti in drappelli di manigoldi, che a suon di tromba conducevano
denudate per la città vergini, e matrone, percotendole coi flagelli.
Gridavano e piangevano così, che gli stessi pagani ne provavano pietà,
e spesso i più ardimentosi cercavano di strapparle ai loro carnefici,
imprecando a Nerone.

Non mancavano inoltre di ripetere le esagerate voci, che correvano in
Roma sui progetti feroci dell’Imperatore.

Dicevano ch’egli volesse appendere alle croci, presso il palazzo,
alcuni cristiani e copertili di pece, bruciarli vivi ed assistere dalla
terrazza allo spettacolo di quell’incendio, che doveva rischiarare gli
orti Neroniani. Queste però ed altre dicerie di simili crudeltà non
s’avverarono.

Appena fu noto a Menecrate il pericolo corso da sua madre, e da un
amico gli venne rivelato ch’essa trovavasi nascosta in casa d’una sua
vecchia parente sulla via Ardentina, risolvette d’andare a prenderla,
malgrado i pianti e le preghiere di Atte. Sapendo che i satelliti
del tiranno lo cercavano, si travestì da bifolco, e conducendo un
plaustro[140] tirato da buoi, partì per la città.

Due giorni dopo tornava colla madre distesa nel plaustro e coperta col
fieno.

Egli aveva interrogato alcuni cristiani per aver notizie dell’Apostolo,
ma nulla era riuscito a sapere.

Tutti temevano che insieme agli altri avesse subìto il martirio;
ma asseverarlo nessuno poteva. Questa incertezza teneva Antonina in
angustia.

Faonte s’incaricò d’informarsene, e lasciate le ospiti in custodia di
Menecrate e d’Epafrodito, andò a cavallo in città.

E pur troppo tornò apportatore di sinistre novelle, a lui comunicate
nella stessa casa Aurea dai liberti Elio e Doriforo.

Nerone aveva mandato a Paolo un Tribuno perchè chiedesse perdono d’aver
posti in non cale gli ordini suoi e svelasse il rifugio d’Antonina e
d’Atte, se voleva che cessasse la strage dei cristiani, e non ricadesse
sul suo capo il sangue versato dalla vendetta di Cesare.

E Paolo faceva rispondere ch’egli non aveva mai tradito, che pura
d’ogni colpa era la sua coscienza, e che delle opere sue non rendeva
conto che a Dio.

Il giorno stesso veniva decapitato nella _carnificina_ del carcere.

Parve che il sangue cristiano, invece di ricadere sul capo di Paolo,
fosse salito al cervello di Cesare.

La rabbia nel veder vinta la sua volontà lo rendeva frenetico,
e per dimenticare la provata umiliazione, i patiti insuccessi,
gl’insoddisfatti desiderii, e mostrar di far buon viso a sorte avversa,
non v’era eccesso davanti a cui indietreggiasse.

Erano divenuti quotidiani le gozzoviglie e gli stravizii nel palazzo
dei Cesari. Non di rado, ai canti, ai suoni ed ai festosi clamori
facevano eco da lontano i ruggiti delle fiere e le voci lamentose dei
martiri.

E allora il briaco Imperatore, ostentando indifferenza, voleva che
raddoppiasse il giulivo frastuono della festa.

Talvolta, tutto vestito di bianco, e colla testa coronata di rose,
cenava disteso sul triclinio, circondato da nude etère, che alzavano ad
ogni tratto la coppa d’oro per bere alla Venere dissoluta, all’amore,
alla voluttà. Non contento di questi piaceri, spesso travestito,
colla larga tesa del petaso abbassata sulla fronte, si recava nei
lupanari della Suburra, o in qualche lurida taverna, dove si metteva
a combattere coi lottatori, o a giuocare a dadi, e usciva di là
contaminatore e contaminato.

S’univa nel frenetico al perverso istinto la smania di vendetta contro
Antonina.

Egli credeva, che non solo la strage dei cristiani, ma le sue stesse
turpitudini le darebbero il tormento dei rimorsi.

E non cessava per questo, ed aggiungeva sempre infamie ad infamie.

Appena tramontato il sole, indossava i suoi travestimenti, e quando non
entrava nelle taverne e nei lupanari, passeggiava per le vie seguito da
lontano dai Tribuni.

Ed ora si divertiva a scassinare le botteghe, e rubare le mercanzie,
per rivenderle poi nella stessa casa Augustale. Ora si portava ad
atti insolenti verso la gente che passava, oltraggiando le donne e
beffeggiando gli uomini, ed anche battendoli; e se questi osavano
difendersi, li faceva ferire dalla sua scorta e gettare nelle fogne.

Una volta s’imbattè in un Senatore, che andava a diporto colla sua
giovine sposa. Avvicinatosi loro, abbracciò improvvisamente la donna, e
si portò con essa ad atti osceni.

Ma questa volta trovò pane pe’ suoi denti; chè il marito s’avventò
contro di lui, lo gettò in terra e lo percosse in malo modo.

E i Tribuni, o non avessero visto o avessero finto di non vedere,
vennero a soccorrerlo quando il Senatore e la moglie s’erano
allontanati.

Non così fortunato fu il Prefetto del pretorio Attico Vestino, al quale
egli chiese di cedergli la moglie Statilia Messalina, minacciando di
prenderla per forza, ov’egli non la cedesse di buon grado.

Essendosi Attico energicamente opposto all’infame pretesa, Nerone,
benchè si trattasse d’uomo a lui fido, lo fe’ tagliare a pezzi dai suoi
sgherri, e presa Statilia, publicamente la sposò, credendo con questo
far sfregio ad Antonina.

Ma pochi giorni dopo, poichè ebbe fatto di lei le sue voglie,
ignominiosamente la discacciò per essergli venuta a noia.

Come il sasso caduto dall’alto rapidamente precipita quanto più
s’avvicina al fondo del burrone, così le scelleratezze del tiranno si
raddoppiavano presso l’imo dell’abisso, in cui erasi gettato.

Ma l’ora della giustizia era suonata.

Sergio Galba trionfava. Le legioni di Gallia e di Spagna, e tutte le
altre lo proclamavano Imperatore.

Nerone sedeva a mensa quando gli furono portate le lettere, che davano
la fatale notizia. Salito in furore stracciò le lettere, rovesciò la
tavola e ruppe due nappi, da lui chiamati _omerici_ perchè v’erano
scolpiti dentro alcuni versi del poeta greco, ed ai quali egli teneva
assai.

Il popolo non aveva più rispetto alcuno per lui. Per via lo derideva,
l’oltraggiava ad alta voce.

Un giorno egli tornava in sella gestatoria dal teatro, dove prendendo
parte ad una rissa sorta fra gl’istrioni, aveva dal suo palchetto
tirato sassi, pezzi di panche e scheggie di predelle, contro il
publico, molti ferendo, tra cui un Pretore.

Non è a dirsi le contumelie che gli furono lanciate quel dì mentre
passava.

La paura lo invase, e tornarono le spaventose immagini a turbargli il
sonno.

Ora si vedeva coperto da miriadi di formiche alate, ora circondato
dalle statue ch’erano nel teatro di Pompeo, e che gli vietavano il
passo. Sognava che la sua prediletta chinea fosse divenuta metà cavallo
e metà bertuccia; che stando al governo d’una nave, compariva Poppea,
e strappandogli di mano il timone, lo conduceva in mezzo a tenebre
fittissime.

Consultato l’astrologo Babilo, questi diede ai sogni interpretazione di
mal augurio. Le formiche significavano gl’insulti della moltitudine; le
statue indomabili ribellione alla sua volontà; il cavallo mutamento di
condizione, a cui egli sarebbe condannato.

Tanto grande era divenuta la sua prostrazione di spirito, che lungi
dall’adirarsi per la spiegazione data da Babilo ai sogni, disse a lui
quasi piangendo:

— Ahimè, credo che tu sii questa volta, come sempre, esperto indovino,
poichè altri presagi funesti furono da me avvertiti. Dal Mausoleo
udii chiara una voce che mi chiamava per nome. Le statue dei Lari,
mentre stavano adornandole, caddero in terra. M’è pur tornato in mente
che alle ultime calende di Gennaio, lungo tempo dovemmo attendere
per sacrificare agli Iddii e fare i soliti voti insieme ai patrizii
e ai Cavalieri, perchè non si trovavano le chiavi del Campidoglio.
Non basta, o Babilo, nell’ultima favola, che in publico cantai sopra
Edipode sbandito, mi fermai sul verso che suonava così “_Padre, madre e
moglie mi comandano di morire_.„

E queste cose egli narrava con forza di parlar concitato e tremando da
capo a piedi.

Pure, malgrado tutto ciò, malgrado le acclamazioni a Galba e le grida
di morte e di vendetta, che giungevano al suo orecchio, non si decideva
ad abbandonare la speranza di superare il periglio.

Avendo i Tribuni, i Centurioni, e i Pretoriani rifiutato di seguirlo
nella fuga, cominciò a fantasticare se non gli convenisse d’andare
supplichevole presso i Parti, o presso Galba, oppure presentarsi al
publico nei rostri, vestito di nero, e il più umilmente che da lui si
potesse, dimandar perdono, e pregare che almeno gli fosse concesso il
governo dell’Egitto.

Sembrando a lui lodevole il vile progetto, ne rimise l’esecuzione
alla dimane, e prima di coricarsi scrisse l’orazione da recitarsi al
popolo[141].

Verso la mezzanotte destossi di soprassalto, balzò dal letto, e non
trovando più i soldati che stavano a guardia della sua persona, mandò
fuori Elio, e gli amici che dimoravano nel palazzo, per informarsi di
ciò che si dicesse o facesse nella città.

Attese lungo tempo in ansia grandissima, e non vedendoli a tornare,
uscì con Pittagora, Doriforo e Sporo per cercarli uno ad uno nelle loro
case.

Bussarono indarno ripetutamente alle porte: nessuno rispose.

— Questa è la fede! — mormorò sconfortato il tiranno.

E tornò a casa dove l’attendeva più spiacevole sorpresa.

Tutte le guardie erano fuggite, portando via le ricche suppellettili,
le _accubitalia_[142] e perfino un vasetto di legno, contenente un
veleno, ch’erasi fatto preparar da Locusta.

Ciò gli dimostrò chiaramente a quale estremo egli fosse ridotto.

Disperato, tornò ad uscire, e andò in cerca, prima di Spetillo
Mirmillone, poi di Cercopiteco per essere ucciso dall’uno o dall’altro,
non avendo il coraggio di farlo da sè stesso.

Il primo lo accolse benignamente, ma all’omicidio si rifiutò.

Il parassita invece l’avrebbe ben volentieri respinto, ma lottando tra
la paura della vendetta popolare, e quella del tiranno, preferì evitar
questa, ch’era più prossima, e lo fece entrare.

Quando intese del cómpito sanguinario che da lui si richiedeva, esclamò:

— Cosa mi chiedi, o divo Cesare! Io ucciderti! Io che non sono capace
di torcere il collo a un’oca! No, va, fuggi, salvati ch’è meglio.
Preziosa cosa è l’impero, ma più preziosa assai la pelle.

E lo spinse quasi fuori dalla porta.

— Ma dunque, — proruppe Nerone, come fu in strada, — io non ho più
amico nè nemico.

E prese correndo la direzione del Tevere per gettarvisi.

Ma i due liberti lo trattennero, ed egli non oppose loro resistenza
alcuna, perchè non aveva proprio fermo proposito ancora di finirla
colla vita.

Credeva d’aver agio di procrastinare la sua partenza, ma s’ingannava.

Passando vicino ad un accampamento di soldati, giunsero al suo orecchio
le acclamazioni a Galba, e le minacce, i sarcasmi e le improperie che
si scagliavano contro di lui, ch’era chiamato il _Pappocitene_[143]
degli Enobardi.

Udì cittadini, che si chiedevano l’un l’altro cosa fosse accaduto
nella casa Aurea. Se Nerone fosse stato preso e morto, oppure fosse
fuggito. Altri udì dimandare ad alcuni vigili, che andavano in ronda,
se cercassero Nerone.

Tutto ciò gli addimostrò che non v’era tempo da perdere.

Giunto quasi di corsa al palazzo dei Cesari, mentre ansando e
tremando per la paura si gettava indosso una sdruscita cappa, s’udì un
sotterraneo boato e la terra tremò.

Nel tempo stesso si scatenò tremendo uragano con fulmini, tuoni e
dirotta pioggia.

— Anche gli elementi mi muovono guerra, — gridò Nerone. — Che sia
maledetto tutto il creato!

E ripreso il cappellaccio, e per maggior sicurezza, coprendosi il
volto con un fazzoletto, montò a cavallo, ed accompagnato da Pittagora,
Doriforo e Sporo, si diresse verso porta Collina. Malgrado l’impazienza
d’uscire dalla città, andavano al passo per non destare sospetto.

A poca distanza dal campo dei pretoriani, il cavallo di Nerone,
spaventatosi per un cadavere che giaceva in mezzo alla via, s’impennò e
cadde il fazzoletto dal volto del fuggitivo.

— Vale Caesar! — gridò una voce.

Era quella del pretoriano Missizio, che al chiarore d’un baleno l’aveva
riconosciuto, e si dirigeva poi frettolosamente verso il campo, forse
per avvertire i compagni.

I due liberti, che a malincuore seguivano il perseguitato tiranno, col
pretesto d’inseguire Missizio, spinsero a corsa i loro cavalli e si
perdettero nelle tenebre.

Nerone era fuori di sè per lo spavento. Non volle attendere il loro
ritorno, e disceso di sella, e fatto discendere Sporo, continuarono a
piedi per aspri sentieri il tragitto.

Stracciandosi le vesti contro le siepi, camminando nella pozzanghera
fino alla tibia, bagnato dalla pioggia, affranto, affamato, arso dalla
sete, gemendo per l’angoscia, giunse in luogo oggi detto _Le Vigne
Nuove_ fra la via Salaria e la Nomentana, dov’era la casa campestre di
Faonte.

Come questi fu prevenuto dell’inaspettata visita, tremò per la
sicurezza delle due ospiti, ma lo stato miserando di Nerone lo
rassicurò.

Lo trovò gettato in terra, che raccoglieva col cavo della mano l’acqua
fangosa da una pozzanghera, e beveva dicendo:

— Ecco il falerno che rimane a Cesare.

Dimandò al liberto un sicuro rifugio, e l’altro che voleva tenerlo
lontano dalle stanze, ove dimoravano Antonina ed Atte, gli propose
di nascondersi pel momento in uno speco, dov’era stata scavata della
pozzolana.

— Vuoi tu, che mi seppellisca vivo insieme a Sporo? — osservò
malinconicamente Nerone.

— Traversato lo speco, ti troverai, o divo Cesare, in una cella agiata
e sicura che comunica colle celle vinarie[144]. Potrei farti passare
dalla casa, ma ho degli ospiti, e non vorrei che tu fossi riconosciuto.

— No, no, — rispose Nerone impaurito, — nascondiamoci nella caverna.

E fattasi distendere da Sporo sotto le ginocchia una vesta per non
lacerare le carni sopra i sassi, camminando carponi, pervenne alla
cella, ch’era abbastanza larga e prendeva luce da un angusto pertugio.

V’era un lettuccio, su cui si gettò estenuato, ed avendo ancora fame
e sete, si cibò di pane stantìo e d’acqua tiepida, dividendo col
giovinetto il misero pasto.

Avendo poi inteso che lo andavano cercando per impadronirsi di lui,
disse a Faonte, piangendo come un fanciullo:

— O fido liberto, tutto è finito per me. Fa qui scavare una fossa della
lunghezza del mio corpo, adattavi alcune pietre, che farai scavare in
qualche prossima _lapidicina_[145]. Pensa poi a ragunare delle legna
pel rogo, e fa portar dell’acqua per lavare il mio cadavere. Ahimè! che
arte mi sono condotto a fare in morte!

E questa esclamazione ripetè più volte tra i singhiozzi.

Mentre s’intratteneva in questi discorsi, destinati a far credere
ch’egli fosse risoluto a morire, entrò nella cella uno schiavo che
portava lettere per Faonte.

Nerone, avido di notizie, gliele strappò di mano, lesse, ed il suo
volto più che mai si contrasse per lo spavento.

Il Senato lo aveva dichiarato nemico di Roma, e lo faceva cercare per
punirlo, giusta l’antico costume.

— E che costume egli è mai questo? — chiese tremando a Faonte.

E il liberto rispose, ch’egli verrebbe appeso nudo pel collo ad una
forca, e lo si ucciderebbe a colpi di verga.

Rimase lungo tempo muto, cogli occhi sbarrati, fissi in terra, e
stringendosi nella rozza cappa per ripararsi dai brividi della febbre.

Tutto ad un tratto si scosse, e sfilati dalla cintura due pugnali, che
aveva portati seco, ne tentò le punte sulla pelle del petto, gemendo, e
guardando Faonte e Sporo, nella speranza d’essere trattenuto.

Ma il giovinetto rimaneva come istupidito, e il liberto, approvando
l’eroica risoluzione, o fors’anco non prestandovi fede, se ne stava
impassibile.

Nerone allora, deponendo i pugnali, disse che la sua ora non era per
anco suonata.

— Ho trentadue anni, — esclamò singhiozzando, — voglio vivere ancora.

Poco dopo, preso da agitazione grandissima al pensiero che potevano
i soldati del pretorio scoprire il suo ritiro, ordinava a Sporo di
piangere e lamentarsi sulla sua sorte, e ripeteva:

— È ben vituperosa cosa il vivere in questo modo.... — E soggiungeva in
lingua greca: — Questo non si conviene a Nerone.... no, non si conviene
questo. In tali frangenti bisogna essere svegliati.... Orsù, svegliati,
Nerone!

Pareva vergognarsi lui stesso della sua viltà.

Venuta la sera, sopraffatto più che mai dai presentimenti e dalla
paura, non volle più rimanere nella sotterranea cella, in cui diceva di
mancargli il respiro e la luce, e volle che Faonte lo conducesse nella
casa in mezzo agli ospiti suoi.

Con qual cuore l’altro si sottomettesse a quell’ingiunzione è facile
immaginarlo.

Ne prevenne Antonina, la quale rispose:

— Ora più non lo temo. Nella terribile situazione in cui si trova mi fa
pietà.

Abbandonata la caverna, e traversate le celle vinarie, era Nerone
entrato appena nell’exedra e s’intratteneva con Faonte ed Epafrodito,
quando il silenzio della notte fu rotto da lontano frastuono.

— Cos’è mai questo? — chiese Nerone tremando.

E due schiavi vennero a dire che numerose tede si vedevano avanzare
dalla via Salaria.

Era di fatto una coorte, di cui le grida di _viva Galba_ e _morte
all’Enobardo_, dapprima confuse, si facevano a poco a poco più
distinte.

Nerone, non sapendo più che si facesse, nè che si dicesse, ora
dimandava che lo lasciassero fuggire altrove, ora pregava che qualcuno
s’uccidesse per dargli l’esempio.

E piangeva, e si strappava le vesti ed i capelli.

Intanto la coorte era giunta e circondava la casa.

— Non c’è più scampo, — disse Epafrodito, — fatti coraggio ed ucciditi,
o Cesare.

E gli mostrò un coltello.

Nerone lo respinse colle mani.

— No, no, io non posso! Che qualcun altro m’uccida.

— Io ferirò, se tu lo imponi.

— Sì, ma prima ascoltatemi tutti, e promettetemi che la mia testa non
verrà recisa, ma arsa insieme al corpo, e dite ad Antonina che ella fu
cagione della perdita mia.

E Antonina comparve altiera e bella, dicendo:

— Non me, te stesso accusa, e rispetta la giustizia divina, che ti
condanna a morire lo stesso giorno in cui uccidesti la sorella mia.

Nerone diede in un urlo selvaggio, vedendo la donna che tanto aveva
cercata, e tentò svincolarsi da Faonte e da Epafrodito che lo tenevano,
per scagliarsi contro di lei.

Quest’ultimo però non glie ne diede il tempo, e gli confisse il
coltello in gola

Atte mandò un grido di raccapriccio e si copri il volto colle mani,
scoppiando in pianto, mentre Antonina s’inginocchiava ai piedi del
morente, levando gli occhi al cielo e mormorando:

— Miserere di lui, o Signore!




CONCLUSIONE.


Allorchè i soldati, condotti da Missizio, entrarono nell’exedra, Nerone
agonizzava ancora.

Rivolse su loro gli occhi stralunati e ad un Centurione, che voleva
porgli la cappa sulla ferita:

— È tardi, — disse. — Questa è la fede?

Prima di spirare si raccomandò ancora che non gli venisse recisa la
testa.

Allora si fe’ innanzi Severino, liberto di Galba, uscito da pochi
giorni dalla prigione in cui era stato chiuso nei primi tumulti a
favore del suo padrone, e gli promise che verrebbe rispettata questa
sua volontà.

Poichè fu spirato, i soldati gli si aggrupparono d’attorno e fissavano
con senso di raccapriccio quella livida faccia, macchiata di sangue, e
resa ancor più spaventosa dal tetro riflesso delle faci resinose.

La notizia della sua morte fu accolta in Roma con grande allegrezza, e
molti della plebe uscirono per le vie col capo coperto da un cappello,
come usavano fare gli schiavi quando venivano liberati.

Purtuttavia v’erano molti cittadini, sopratutto tra la plebe stessa,
che dimenticando le atrocità di lui, e non rammentando che le feste,
gli spettacoli, le prodighe elargizioni, e gli splendori della casa
Aurea, quasi lo rimpiangevano.

Ebbe solenni esequie, e folla immensa assisteva al passaggio del
funebre corteggio, che accompagnava il cadavere, coperto da coltre
bianca trapunta in oro, al campo Marzio ov’era preparata la pira.

Quella sera istessa due donne, avvolte in nero amitto, salivano il
colle degli Ortuli.

Erano Egloga ed Alessandria, che portavano le ceneri di Nerone chiuse
in vaso di porfido.

Atte le seguiva da lungi, e mentre deponevano l’urna nel cinerario dei
Domizii, piegò un ginocchio, e pregò, ripetendo nel suo idioma natio
l’invocazione di Antonina: _misericordia, o Signore, misericordia di
lui!_


  FINE.




INDICE.


  DEDICA                                            _Pag._ V
  INTRODUZIONE                                           VII
       I. Ottavia                                          1
      II. La bella figlia d’Acaja                         12
     III. Le insinuazioni d’Aniceto e i suggerimenti
           di Seneca                                      22
      IV. Impudenza                                       36
       V. Grandezze ed insanie                            47
      VI. Tiranno che sfida e tiranno che trema           57
     VII. Rubea                                           68
    VIII. Il cuore del citaredo                           77
      IX. L’Apostolo                                      88
       X. Immeritato trionfo                             100
      XI. I Circensi                                     113
     XII. Odio ed amore                                  123
    XIII. Il mago Simone e l’avvelenatrice Locusta       133
     XIV. La vittima                                     144
      XV. La casa Aurea                                  153
     XVI. La Stella di Baja                              164
    XVII. Poppea Sabina                                  173
   XVIII. I due ripudii                                  183
     XIX. Tripudi e lagrime                              195
      XX. Tormentati                                     206
     XXI. ☧                                              219
    XXII. La perfidia di Domizia                         232
   XXIII. Il volo del mago Simone                        246
    XXIV. Il parricidio                                  255
     XXV. La congiura di Pisone                          267
    XXVI. Il delatore                                    278
   XXVII. La fine d’uno stoico                           288
  XXVIII. La viltà di Cesare                             299
    XXIX. Notte funesta                                  310
     XXX. I funerali di Poppea e i fantasmi di Nerone    320
    XXXI. L’ultimo amore                                 331
   XXXII. Le ultime infamie                              343
  CONCLUSIONE                                            362




DEL MEDESIMO AUTORE:


  _Donna Olimpia Pamfili_. 4ª edizione             L. 1 —
  _Fra Paolo Sarpi_. 3ª edizione                      1 —
  _Maschere sante_. 2ª edizione                       1 —
  _Giovanni delle bande nere_. 2 vol. 7ª edizione     2 —
  _La Congiura di Brescia_. 2 vol. 3ª edizione        2 —
  _Papa Sisto_. 4 vol. 3ª edizione                    4 —
  _Racconti_                                          2 50
  _La contessa di Melzo_                              2 —
  _Re Manfredi_. 2 volumi                             8 —
  _Maria Dolores_. 2ª edizione                        1 —




NOTE:


[1] Libro d’ignoto autore e d’incerta età, ma composto probabilmente
verso la metà del secolo XII. Vi è narrata la vita degli Imperatori da
Giulio Cesare a Rodolfo d’Asburgo in 18500 versi.

[2] In una delle tavole topografiche publicate da Nerone si vede la
torre, che sorge in Roma presso Santa Caterina da Siena colla leggenda
_Torre ove stette gran tempo lo spirito di Nerone_. — Nel _Graphia_
e nei _Mirabilia_ si leggono designati col nome di Nerone moltissimi
luoghi di Roma.

[3] Quella che precedeva l’aurora. In alcuni nomi ho lasciato il
vocabolo latino, in altri l’ho italianizzato.

[4] Stanza da letto.

[5] Britannico soffriva d’epilessia.

[6] La toga pretesta si deponeva dopo i quattordici anni.

[7] Fascia ornamentale di porpora che andava sul davanti dall’alto al
basso della tunica, ed era il distintivo dei Senatori.

[8] Essi regolavano le pompe funebri.

[9] Beccamorti.

[10] Greco istrumento a corda.

[11] Spalliera d’un letto o d’un sofà.

[12] Così allora erano denominate le gamme musicali.

[13] Corridoio d’entrata.

[14] Maschera romana del genere del Pulcinella.

[15] Cuscino per appoggiare il gomito.

[16] Parco.

[17] _Lychnus_, lampada sospesa.

[18] La Dea del piacere.

[19] Nastro.

[20] Goccie di perle, di cui le Dame romane portavano due o tre unite
insieme per ogni pendente e a questi davano, per vezzeggiativo, il nome
di _crotali_ o _sonagli_ pel suono che davano le perle battendo l’una
contro l’altra.

[21] Braccialetto che si chiudeva da sè per l’elasticità della sua
pressione.

[22] Fascia.

[23] Luogo di ritiro per affari o studio.

[24] Apertura nel mezzo del soffitto.

[25] Fila di stanze, che formavano il piano superiore dell’edifizio
dove una volta era il cenaculo o sala da pranzo. Col plurale dello
stesso vocabolo fu poi chiamato il piano intero.

[26] _Ellychnium._ Lucignolo formato dal midollo d’un giunco e dalle
grosse fibre del lino e del papiro.

[27] Piccolo pugnale a due tagli.

[28] Che i latini chiamavano Genius.

[29] Appellativo ingiurioso che i giovani romani davano alle più
volgari meretrici e che derivava da _quadrante_, moneta di vilissimo
prezzo.

[30] _As_, moneta del valore di cinque centesimi.

[31] L’invidia, a cui i romani avevan dato per madre la Notte.

[32] Ampio velo che copriva la testa, il volto e parte del corpo fino
ai ginocchi.

[33] Crepuscolo mattutino.

[34] Collana di piccoli giocattoli che i romani mettevano al collo de’
bambini.

[35] Non vi è grande ingegno senza mistura di follia.

[36] Donde la parola _Simonia_.

[37] Specie di sagrestia costrutta alle spalle del tempio.

[38] Un indovino che pretendeva, osservando le viscere degli
animali, conoscere l’avvenire e il volere dei Numi. Era l’_Exstispex_
riconosciuto e pagato dallo Stato come gli Auguri.

[39] Benda.

[40] Suonatore d’istrumento a corde.

[41] Bassorilievi.

[42] Così chiamata perchè la fabbricava in Roma Fannio ed era composta
di sottili falde di corteccia di papiro.

[43] Dio che presiedeva al concime dei campi.

[44] Dea delle cloache.

[45] L’_aplustro_ era un ornamento fatto d’assicine, che
rappresentavano l’ala d’un uccello, ed era collocato in cima alla
poppa. Il _chenisco_ rappresentava la testa e il collo d’un’oca ed era
collocato a prora.

[46] Alta torre eretta sopra coperta, in cima alla quale salivano i
_classari_ (soldati di marina) per lanciare i loro proiettili.

[47] Capitano navale.

[48] Così era chiamata quella classe di schiavi che nelle domesticità
veniva subito dopo gli schiavi ordinarii.

[49] Come fece di fatto sotto il titolo gli uni di _Suasoriæ_, l’altri
di _Controversiæ_.

[50] Taverna dove si vendevano cibi cucinati.

[51] Dove si dispensavano bevande calde. Corrispondeva ai caffè dei
giorni nostri.

[52] La pietra fu trovata nella Beozia, dove sorgeva un tempo la città
di Agrepia.

[53] Ornata di ricamo. La portavano i Consoli tornando vincitori.

[54] Tutti ministri addetti ai sacrifizii.

[55] Lares compilates.

[56] La mammella d’una scrofa uccisa subito dopo il parto, prima che
i porcellini avessero succhiato il latte. Era vivanda gradita assai ai
romani.

[57] Osso di certi animali, adoperato in diversi giuochi invece dei
dadi.

[58] Canale artificiale largo e profondo, che scorreva tra i portici e
l’arena.

[59] Grosso smeraldo attraverso il quale Nerone osservava i giuochi.

[60] Fatti coraggio, frusta, corri.

[61] Specie di coltello lungo, aguzzo e ritorto, come la zanna d’un
cignale. Da quest’arma venne il nome di sicario.

[62] Corrispondenti a scudi cinquemila.

[63] Svetonio.

[64] Belletto.

[65] Pomata per colorire i capelli.

[66] Ferri per arricciare i capelli.

[67] Forbici.

[68] Prima refezione della giornata. Corrispondeva alla nostra
colazione.

[69] Biscotto per la cui fabbricazione era celebrata l’isola di Rodi.

[70] Secondo gli storici, Poppea fu la prima dama romana che adoperasse
una maschera di velo per garantire il viso dall’impressione dell’aria e
dal sole.

[71] Organi ad acqua.

[72] Questo braccialetto era conosciuto sotto il nome di _torques
brachialis_.

[73] Capo degli schiavi addetti alle mense.

[74] I _Cernui_ erano i saltimbanchi, che camminavano colla testa in
terra e le gambe in aria. I _Pilarii_ erano quelli che colle palle
facevano i giuochi oggi detti indiani. I _Neurobati_ camminavano sopra
una sottilissima corda di minugia, differentemente dai funamboli che
adoperavano una grossa fono. I _Prestigiatori_ facevano i giuochi di
bussolotti come ai giorni nostri.

[75] Coperta del triclinio.

[76] Talasio era giovine insigne e dabbene, tanto amato dal popolo, che
fra grandi acclamazioni portò a lui la più bella delle rapite Sabine,
ed egli la tolse in moglie. I romani (al dir di Plutarco) continuarono
in seguito nei riti nuziali a cantare ed invocare Talasio.

[77] Pergolato o padiglione costruito nei giardini o in altro luogo,
che serviva anche di triclinio quando il tempo era bello.

[78] Così chiamavasi qualunque stanza non fosse di passaggio.

[79] Così chiamavasi quella parte delle prigioni, in cui la custodia
era meno severa, e i detenuti non portavano catene, ed era loro
permesso il godimento dell’aria e dell’esercizio.

[80] Velo nuziale di color giallo carico e brillante come una fiamma,
d’onde il nome di _flammeum_. Esso copriva le vergini spose dalla testa
ai piedi il giorno delle nozze.

[81] Giovinetti assistenti del tempio, che portavano i sacri vasi e
tutti gli utensili destinati al culto.

[82] Da questa cerimonia derivò il nome di _confarreatio_.

[83] Terrazzino sporgente sulla strada.

[84] Seggiola di larghe dimensioni capace di due persone.

[85] Così era chiamata quella schiava, che assisteva alla toeletta ed
aiutava la padrona a vestirsi ed ornarsi.

[86] Quella destinata a ripiegare e custodire gli abiti e le biancherie
della padrona.

[87] Era il _numello_ un congegno per tener fermi i pazienti mentre
infliggeva loro il gastigo. Aveva due ceppi pel collo con due sbarre,
che scorrevano in canali lungo i lati di due ritti ben saldi, che si
potevano aprire e chiudere a piacere, il che lasciava passar la testa
fra essi e quando erano chiusi serravano il collo.

[88] Nel quale, il reo veniva fustigato sulle spalle da un uomo, mentre
un altro gli teneva le gambe.

[89] Borsa pel danaro.

[90] Calesse a due cavalli.

[91] Che corrisponde al nostro calamajo.

[92] Che aveva la superficie levigata con un dente d’animale.

[93] Borsa di cuoio da portarsi a tracolla.

[94] Vôlta sotterranea ad uso di sepoltura.

[95] Questa preghiera dei cristiani riferisce Tertulliano.

[96] Destinate al servizio dei bagni.

[97] Così era chiamata la bevuta solenne che i romani facevano dopo
cena a notte inoltrata.

[98] Vivanda composta di carne bovina o porcina e di lardo, e
conservata in vasi di terra cotta.

[99] Era composto di pesce salato, cacio ed ova sode bollite nel vino e
nell’olio.

[100] Narra l’Abbate di Conture in una sua memoria che questo Tiberio
prendeva prima del pasto alquanta cicuta, sapendo essere il vino
possente antidoto contro questo veleno. Così il timore di morire lo
eccitava a bere più che da lui si potesse.

[101] Cappotto.

[102] Questo narra Svetonio, mentre altri autori, più fantastici che
saggi, tra cui Giustino, Ambrogio, Cirillo da Gerusalemme, Agostino,
Filastro, Isidoro di Peluso, e Teodorato, danno quel volo per certo.

[103] Le Dionisiadi erano undici donzelle, che a Sparta prendevano
parte alle feste di Bacco e si contendevano il premio della corsa detta
Eudroma.

[104] Il tirso era un lungo bastone ornato in cima da un cono d’abete o
di foglia d’edera o pampini. Era portato da Bacco e dai suoi adoratori.

[105] Maschera.

[106] Osteria di campagna.

[107] Deità terribile, che secondo i pagani imponeva la sua volontà al
Destino.

[108] Ferisci il ventre.

[109] Narra Svetonio che più di 80,000 furono i colpiti dal flagello.

[110] Barelle.

[111] I congiurati che uccisero Caligola gridavano pugnalandolo:
_Répete! Répete!_

[112] Figlio nato da meretrice.

[113] Soldati di fanteria pesante armati di lancia.

[114] _Mens bona nulla est sine Deo_ (Epistola 73).

[115] Cleanto credeva che le anime tutte durassero fino alla
combustione totale del mondo, ma Crisippo prometteva questa durata
solamente alle anime dei savii.

[116] Essa sopravvisse pochi anni, ma pallida sempre pel sangue perduto.

[117] _Dispensatori_ erano gli schiavi, che in una famiglia compivano
l’ufficio di segretari e ragionieri. I _Cancellieri_ erano gli scrivani
principali, che presiedevano un certo numero di scrivani iuniori.

[118] Polvere finissima, di cui i lottatori si cospergevano per aver
ciascuno più salda presa sull’avversario.

[119] Condotta in Roma nell’anno 610 dal Pretore Quinto Marcio,
al quale il Senato ordinò il risarcimento delle forme dell’Appia e
dell’Aniene Vetere, stanziando per le spese otto milioni di sesterzi.
Quinto Marcio riunì in un gruppo le varie sorgenti della Valle
d’Arsoli, e le condusse a Roma, e dal suo nome prese quello d’Acqua
Marcia.

[120] Mosaico di pietre naturali e marmi a diversi colori.

[121] Corrispondente a 15,000 scudi romani.

[122] Nella quale si esponeva al publico la statua del Nume deposta su
letto triclinare, e gli si offriva un banchetto.

[123] Da _averruncare_ (togliere) perchè toglievano i mali.

[124] Membri d’una delle quattro grandi corporazioni di Roma, che
avevano l’ufficio di preparare il lettisternio.

[125] La _supplicatio_ era preghiera fatta in ginocchio, a differenza
della _praecatio_ che si faceva in piedi.

[126] Garzoni addetti all’impresario delle pompe funebri, che lavavano
ed ungevano i cadaveri.

[127] Un milione e mezzo di lire italiane. Quei vasi venivano
dall’Oriente.

[128] Il fatto del bagno alle sorgenti dell’Acqua Marcia e della
malattia che ne fu conseguenza è raccontato da Tacito.

[129] Quest’uso che i romani chiamavano _jus imaginum_ (diritto delle
immagini) non poteva esercitarsi che dai Grandi.

[130] Con questo vocabolo venivano designate le legna da fuoco,
sottomesse ad una preparazione per ben disseccarle ed impedire il fumo.

[131] Raccolta delle ossa.

[132] _Ire licet_ (è permesso l’andare).

[133] Addio anima candida, la terra ti sia leggiera, mollemente
giacciano le ossa.

[134] Publico banchetto.

[135] Bottega da barbiere.

[136] Ora Salaria.

[137] Bisogna che Cristo regni.

[138] Capanna fissa al suolo, differente da _mapalia_ che era
trasportabile.

[139] Botteghe per la vendita delle derrate al minuto.

[140] Carro a due ruote.

[141] L’orazione fu poi trovata nel suo scrittoio.

[142] Così erano chiamati tutti gli arnesi d’un letto, cioè guanciali,
coperte, materassi, ecc., ecc.

[143] Maschera buffonesca come Macco.

[144] Cantine.

[145] Cava di pietre.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.



*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LE DONNE DI NERONE ***


    

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