The Project Gutenberg eBook of Gloria e sventura - Canti repubblicani
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Title: Gloria e sventura - Canti repubblicani
Author: Giuseppe Ricciardi
Release date: August 12, 2026 [eBook #79353]
Language: Italian
Original publication: Paris: Lacombe, 1839
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79353
Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK GLORIA E SVENTURA - CANTI REPUBBLICANI ***
GLORIA E SVENTURA
CANTI REPUBBLICANI
DI
_Giuseppe Ricciardi._
PARIGI,
DAI TORCHI DELLA SIGNORA LACOMBE,
Strada d’Enghien, 12.
1839.
Che s’aspetti non so, nè che s’agogni
Italia, che suoi guai non par che senta.
Vecchia ozïosa e lenta
Dormirà sempre, e non fia chi la svegli?
_Petrarca_.
Considerate la vostra semenza!
_Dante_.
Scrivo perchè non mi è dato di _fare_.
_Alfieri_.
_Quando mai la nazione italiana videsi moralmente prostrata come
oggidì? apriamo le storie dal duedecimo secolo fino a tutto il
decimottavo. Troveremo essersi mostra dagl’Italiani in tutto quel
tempo una grande insofferenza della servitù, ma quel che più vale, una
maravigliosa energia contro la dominazione straniera. E c’imbattiamo
dapprima nella lega Lombarda[1], di cui non fu mai spettacolo più
magnifico, e nel terzodecimo secolo i Parmigiani ponevano in fuga
Federico IIº con tutto il suo esercito[2], e la Sicilia sterminava
i Francesi[3]. Il quartodecimo secolo vide la cacciata del duca di
Atene[4] e Cola da Rienzo[5], e il decimoquinto Stefano Porcari a
Roma[6], Girolamo Olgiati a Milano[7], e Niccolò Capponi a Firenze[8].
Quattro gran fatti risplendono poi nel decimosesto, l’assedio di
Firenze, e tutto che risguarda Francesco Ferrucci[9], la congiura di
Burlamachi a Lucca[10], la sollevazione di Napoli contro il Toledo,
a cagione del sant’Uffizio[11], e la cacciata degli Spagnuoli da
Siena, seguita indi a poco dalla gloriosa caduta di quella forte
Repubblica[12]. Quanto al secolo decimosettimo basterà ricordare le
rivoluzioni condotte da Giuseppe d’Alessio e da Masaniello, a Palermo
ed a Napoli[13]. Un battiloro ed un pescivendolo valsero a scuotere
il giogo della potentissima Spagna, ed avrebbero purgato al tutto il
mezzogiorno d’Italia da quella peste, se i nobili fossero stati col
popolo. In sui principii del secolo decimottavo Torino assediata si
difendeva con immenso valore contro l’armi francesi[14], e quarant’anni
dopo Genova discacciava dalle sue mura gli Austriaci[15], fatto sublime
che dovrebbe valere sol esso a dimostrare agl’Italiani, che chi vuol
veramente può quel che vuole. Aggiungi la resistenza dei Corsi contro
la Francia, duce Paoli[16], e quella della plebe napoletana nel 1799
contro le schiere di Championnet, resistenza unica al mondo, e la
quale degnamente chiudeva il secolo scorso. Quai glorie scorgiamo in
questi ultimi quarant’anni, che ne paiano degne di venir contrapposte
a quelle delle quali ho cennato? Negl’Italiani, bisogna pur dirlo,
è scemato il vigore, in quel tratto medesimo che la lor mente s’è
ita aprendo più sempre, tanto che la rivoluzione morale è già fatta
nella penisola, dove niun partigiano oramai s’hanno i governi che la
torturano, e tutti desiderano veder migliorate le condizioni politiche
della patria comune. Ma il difetto di vigore che ho detto, derivante
principalmente dal difetto di fede in noi stessi, sta potentissimo
ostacolo al gran fatto dell’insurrezione, e fa sì che dai più si guardi
fisamente nello straniero, e massime nella Francia, senza la cui mercè
molti pur troppo non credono possa la nazione italiana redimersi dalla
sua schiavitù. E questo difetto di fede in noi stessi, e questa fiducia
negli stranieri bisogna appunto combattere con tutte le forze, e agli
scrittori segnatamente incombe un tal obligo, e a’ poeti in ispecie, la
cui arte è vanissima, se a nobile ed alto scopo non mira. D’una sola
poesia abbisogna l’Italia, d’una poesia che la commova all’azione. Io
volli celebrando il passato infiammare i presenti, massime la crescente
generazione, in cui sola confido; ma innanzi ogni cosa ebbi in animo
di levar su una bandiera intorno alla quale dovrebbe raccogliersi
chiunque ha nel cuore la libertà della patria. Io vo’ dire della
bandiera repubblicana, la sola a mio senno che l’Italia possa e debba
innalzare. In qual paese al mondo il principato è più esoso di quel che
è fra noi? Quale straniero invasore fu mai più profondamente odiato
di quel ch’è odiato l’Austriaco? E quando la nostra rivoluzione avrà
luogo, per quale altro fine sarà ella operata, se non per iscuotere il
giogo de’ tirannelli italiani, e purgar la penisola dell’armi tedesche?
O veramente spargeremo il sangue nostro (e in gran copia ed a lungo
bisognerà spargerlo) per gridar re d’Italia Carlo Alberto, o il duca di
Modena, o Ferdinando Borbone, od il Papa? O farem luogo ad una nuova
dinastia? O finalmente inviteremo qualche altra nazion forestiera a
farsi padrona di noi? Or se nessuno di questi fatti è mai possibile che
si verifichi, qual altro governo fuori del repubblicano potrà venir
stabilito? Qui molti grideranno: e l’Europa tutta non istarà contro
di noi? Risponderò a questo grido dei timidi: ma l’Europa non cammina
ancor ella verso il governo repubblicano? E di quale Europa oltreacciò
si vuol favellare? Dell’Europa dei re, ovvero di quella dei popoli?
Siamo per buona ventura in un tempo che i re non possono tutto che
vogliono, per la ragion semplicissima che le voglie dei popoli non
s’accordano troppo con quelle dei re. Da ultimo il dire rivoluzione
vuol dire energia, ed energia somma, e quando l’Italia sarà per
mostrarne quanta n’è d’uopo, le altre nazioni, comechè rette da governi
ostili alla causa nostra, non oseran molestarla. Ma di queste cose sarà
discorso ampiamente in un libro._
_Di Parigi, a’ 15 luglio del 1839._
SICILIA
Niun popolo al mondo fu più civile, più glorioso, più prospero del
popolo di Sicilia, nessuno oggidì vive in più profonda miseria. Chi non
sa degli ultimi fatti del 1837, anno in cui la Sicilia tentò vanamente
di scuotere l’insopportevole giogo? Il morbo asiatico che aveva mietuto
trentamila vite a Palermo e settemila a Catania, incrudeliva ancor
fieramente in molte parti dell’isola, quando a quell’ire del cielo si
aggiunse la rabbia degli uomini. Circa centocinquanta teste ponevansi a
prezzo, e le corti marziali condannavano a morte cinquantotto persone,
delle quali otto a Catania, dodici a Siracusa, diciassette a Misilmeri,
nove a Floridia, otto a Marineo e quattro a Canicattì. Molti fra i
moschettati aveano commesso gravi delitti, ma venti circa soggiacquero
all’estremo supplizio per accuse interamente politiche. Un Delcarretto,
noto per altre geste di simil natura, presedeva alle stragi di Catania.
Ei volle che le otto vittime di quella città (condannate tutte per
cagioni politiche) fossero passate per le armi al suono della banda
militare, e la sera stessa diè un ballo nel palazzo della comune.
Fra i diciassette che perirono a Misilmeri si annoverò un giovinetto
di anni quattordici; fra i condannati alla pena dei ferri una donna
colpevole solo di avere suonato a stormo in un villaggio. I posteri
crederan favolose le atrocità per me ricordate, eppure ebbero luogo in
Europa, e nel civilissimo anno 1837! Ma la Sicilia era stata bagnata
di sangue non una volta prima del 1837, chè nel 1823, mentre le truppe
austriache stanziavano nella città di Palermo, s’ordì una congiura per
la quale doveasi procedere al totale sterminio dei forestieri. Scoperta
la trama, tredici fra i congiurati furono messi a morte, e altri
assai andarono profughi in terra straniera, o languirono lungamente
nelle segrete. Nel 1831 un’altra cospirazione andò a male, ed undici
altre persone furono archibugiate in Palermo. Con auspicii sì fatti
cominciava il faustissimo regno di Ferdinando II. Molto mi duole di
non potere qui registrare i nomi dei numerosi martiri che la Sicilia
diè per sua rata alla libertà d’Italia dal 1823 al 1837; ma un giorno
per certo e’ saran fatti palesi all’universale ed inscritti nel marmo.
E tanto sangue dovrà pure fruttar libertà all’infelice Sicilia, la
quale per essere la più malmenata fra le province italiane e la più
lontana ad un tempo dall’Austria, nemica naturale d’ogni nostro bene,
sarà prima ad insorgere e a dar segno all’Italia della lotta fatale
che dovrà liberarla. Oltre di che la Sicilia non può avere obliato la
sua gloria antichissima, le sue secolari franchigie, ella che fino
dall’undecimo secolo ebbe istituzioni di cui la rimanente Europa era
priva. Vo’ dire della Costituzione che dierono alla Sicilia i Normanni,
que’ Normanni medesimi che ogni franchigia soppressero in Inghilterra;
costituzione larghissima per quei tempi, vie maggiormente allargata
di poi da Federico II di Svevia, e rifatta nel 1812 dall’aristocrazia
siciliana, che unanimemente abolì in una notte tutti gli abusi feudali.
Questa Costituzione fu spenta con un tratto di penna da re Ferdinando
I nel 1816. E’ s’era appoggiato a’ Siciliani ne’ tempi sinistri per la
stirpe Borbonica, i loro uomini e il loro danaro avea adoperati contro
i suoi proprii nemici, ed avea però grandemente blandito la Sicilia.
Finito il bisogno, le tolse non solo la Costituzione del 1812, ma
quella bensì dai Normanni conceduta, dagli Svevi aumentata, e che i
Francesi, gli Aragonesi, e quanti altri stranieri avevano signoreggiato
quell’isola, avean rispettata. Ma così a’ Siciliani, come agl’italiani
tutti è serbato, quando che sia, qualche cosa di meglio della
Costituzione Normanna e di quella del 1812. Solo vorrebbesi che gli
abitanti della Sicilia si mostrassero un po’ meno Siciliani, e un po’
più Italiani, e ismettessero al tutto la matta avversione che nudrono
verso i loro fratelli del Reame di Napoli, e vivessero in migliore
concordia fra loro medesimi, nè più fra Palermo e Messina, fra Catania
ed Aci-Reale, fra Siracusa e Noto altra gara sorgesse di questa, del
liberare la patria comune dal comune avversario.
CANTO PER GL’ITALIANI DI SICILIA.
Quando fulgea la sicula
Terra d’immenso lume,
Del Campidoglio l’aquile
Avean mal ferme al vol
Le giovinette piume,
E non ardian nel sol
Fissar lo sguardo.
Cento sorgean marmoree
Di popolo frequenti
Vaste città..... sparirono,
E il soffio d’aquilon,
E dell’onde frementi
Sul mesto lido il suon
Solo interrompe
L’alto silenzio..... ahi miseri!
Della grandezza avita
Sulle ruine il barbaro
D’ogni parte affrettò,
E noi molle, invilita
Progenie soggiogò
Senza fatica.
A che ne giova il limpido
Cielo, e il terren cui tanta
Beltade ingemmo, e l’aëre
Puro, e il tuo vivo ardor,
O sol che d’ogni pianta,
Ogni frutto, ogni fior
Ne fai larghezza?
Lassi! a che pro se in lacrime
Viviam, da che languente
È in noi la vampa indomita
Dell’antica virtù?...
Pur si levò repente
Dall’empia servitù
Sicilia un giorno,
E l’abborrito, estraneo
Signor la polve morse. —
Al rintoccar funereo
D’una squilla fatal
D’ogni Siculo corse
Sul vindice pugnal
Cupido il braccio.....
Ma se vi corse, o Procida,
Fu tua mercè. Tu piena
Del gran disegno l’anima,
L’ire de’ venti e il mar
Sfidavi, e in ogni vena
Correvi a suscitar
L’odio di Francia.
E come il viso argenteo
Di vaga stella ardente
Conforto è in mezzo ai turbini
Allo stanco nocchier,
La tua lena cadente
Un fulgido pensier
Già rinfrancando.
Cinta di ferro, libera
Per opra tua la cara
Sicilia a te pingensi
Nel magnanimo cor,
E in ogni secol chiara
Del sicano furor
L’inclita fama.
Deh sorga per Italia
Un uom che l’assomigli,
E il serto iniquo infrangere
Si vegga ai re crudel,
E i turpi infami artigli
Al bicipite augel
Che a predar venne
I dilettosi italici
Campi dall’Istro odiato!...
Salve, o stranier, che Italia
Ti rechi ad ammirar.
Ma a chi v’irrompe armato
Un glorioso acciar
Squarci le membra!
Oh dell’alta giustizia
Dia questa terra il segno,
E le tremende folgori
Che fero accender suol
Di Mongibel lo sdegno
In ogn’italo suol
La sacra fiamma
Avventino!...... ma rapida
Già discorre per tutto,
E il Vesèvo rispondere
S’ode dell’Etna al tuon,
E dell’adrïaco flutto
E del Tirreno il suon
Più e più s’accresce.
E quinci del Romuleo
Fiume e dell’Arno l’onda
Tutta ribolle e gonfiasi,
E quindi l’Eridàn
In sulla doppia sponda
Va infuriando, e invan
L’ira non spende.
REAME DI NAPOLI.
Fra i popoli tutti della tanto calunniata Italia quello del reame di
Napoli è stato ed è forse il più calunniato. E per certo a chiunque
si fa a guardar leggermente nelle sue glorie sembra dover giudicare
soprammodo incostante e debole in guerra una gente, la quale sì
spesso mutò padroni, e a presso che tutti, nell’ora in che vennero
a conquistarla, resistè fiaccamente. Ma chi vorrà penetrare un po’
addentro in quei fatti scorgerà di leggieri le cagioni dell’incostanza
e del fiacco resistere. E’ vedrà che i Napoletani, malmenati sempre
da chi li reggeva, tentarono di migliorare la loro fortuna col mutar
signoria, e sempre ingannati nelle loro speranze, perderono quasi
ogni fede nell’avvenire, e un profondo scoraggiamento succedette
all’antica energia. Ciò nulla ostante di quanti bei fatti e’ vanno a
giusta ragione superbi? E quale nazione respinse mai con altrettanto
vigore il tribunale dell’Inquisizione? E quale al mondo può vantare
una rivoluzione simile a quella del 1647? Ma accostiamoci a’ nostri
tempi. Re Ferdinando IV, codardo sempre nei pericoli, erasi fuggito in
Sicilia, dopo aver consentito agl’Inglesi l’incendio di sei vascelli
della flotta napoletana. Una povera plebe, quasi affatto sfornita di
artiglierie e di munizioni, e senza capi, nè ordine alcuno, fè contro
i Francesi quello che il vile suo principe non avea osato tentare.
Circa tremila fra quei generosi perirono difendendo la patria contro
lo straniero invasore. Queste cose avvenivano nel gennaio del 1799.
E quando le armi di Francia abbandonarono il Regno, e le brutte
masnade del cardinal Ruffo trassero a furia sulla misera Napoli, di
maraviglioso valore fè mostra la piccola schiera di repubblicani
preposta a guardia della città. Contrastò lungamente le mura di Napoli
al Ruffo, e questo penetratovi alfine, dal castello di S. Erasmo,
dov’erasi ritratta, non si rimase dall’operare contro le di lui bande
molte belle fazioni. Ma fra tutti que’ fatti risplende l’eroica fine
di Antonio Toscano, nativo di Calabria, il quale, anzicchè arrendersi
all’inimico, strascinatosi moribondo nel sotterraneo del forte, la
cui difesa gli era stata commessa, vi diè fuoco alle polveri, per
modo che assalitori e assaliti saltarono in aria ad un punto. Dovrei
pur ricordare l’assedio sì gloriosamente sostenuto dagli abitanti di
Altamura, e prima di esso la presa d’Andria, al cui assalto fu veduto
muover fra i capi Ettore Caraffa, conte di Ruvo, fratello del già
padrone del feudo che da quella città nominavasi. E a questo proposito
giustizia richiede che la nobiltà napoletana sia grandemente esaltata,
siccome quella che non solo accettò, ma sostenne ed aiutò con tutta
l’anima una rivoluzione che le toglieva pur tanto! Un Riario, due
Pignatelli, un Serra, un Genzano, un Caraffa, un Caracciolo e molti
altri patrizii perirono nel 1799 cogli uomini più intelligenti e più
chiari della nazione, per aver voluto distruggere le violenze e gli
abusi, che un nobile, Gaetano Filangieri, avea qualche anno prima
della rivoluzione francese così fortemente oppugnati. Ma i primi
tentativi rivoluzionarii ebbero luogo nel Reame di Napoli nel 1793,
anno in cui una congiura fu ordita. Istruitone il governo, gli arresti
e le persecuzioni politiche cominciarono, e nell’ottobre del 1794
tre giovani salirono sul patibolo, de Deo, Vitaliano e Galiani. Nel
maggio dello stesso anno, un Tommaso Amato era stato condannato alla
pena capitale come giacobino e sacrilego. Si seppe poi esser egli
stato spinto dalla pazzia ai fatti pei quali fu condannato. Nel 1799
circa duemila persone furono messe a morte in tutto il reame, strage
unica al mondo, non tanto pel numero, quanto per la qualità delle
vittime. Mutato reggimento non infiacchiva nell’animo de’ Napoletani
il desiderio di libertà. Nacque nel Reame di Napoli, come tutti sanno,
quella tanto famosa Carboneria, che poi sì rapidamente si sparse in
tutta quanta l’Italia, e tanto giovò alla causa nostra. E i primi
martiri della nuova setta furono pure Napoletani. Un Capobianco fu
moschettato in Calabria, nel 1809, e molt’altri in Abruzzo, nel
1814. Ma eccoci al 1820. La sorte de’ Napoletani in quei tempi era
migliore d’assai di quella del rimanente d’Italia. Lo stato del reame
era florido, per quanto poteasi sperare sotto un governo assoluto,
la giustizia era amministrata appuntino, la più parte delle cariche
era nelle mani de’ buoni, e l’avvenire del paese pareva ridente. Ciò
non pertanto i Napoletani provando il bisogno d’istituzioni le quali
rendessero certa quella loro prosperità, levaronsi unanimi al conquisto
di una Costituzione. Nè mai si vide insurrezione più generosa, nè mai
popolo alcuno seppe usare con tanta moderazione di una libertà così
nobilmente acquistata. Ma chi spense sì presto quella rivoluzione? La
sua stessa generosa natura. Fidò nei Borboni, e i Borboni tradironla,
oltrecchè invece di diventare italiana, rimase municipale, errore
sommo che l’Italia centrale ha sventuratamente imitato nel 1831. Ma
le cagioni di quella dolorosa catastrofe son troppo note, perchè io
m’abbia a ripeterle, e però dirò solo che ad onta di tutto quanto i
nostri nemici operarono per annullare le forze del paese, e attutarne
l’ardore, ai 7 marzo del 1821 poche migliaia di Napoletani, per la
più parte milizie, tennero testa circa sette ore, nelle vicinanze di
Rieti, a diciotto mila Tedeschi, fra i quali quattromila a cavallo.
Questo fu il fatto; pure o s’ignora, o non vuolsi valutare dai più;
pure sol’esso ha bastato a diffondere dei Napoletani uno sfavorevole
grido, e a far dimenticare tutto il sangue da loro sparso in ogni
tempo nelle fazioni di guerra. Da alcuni scrittori si fa ammontare a
duecentomila il numero degli abitanti delle Due Sicilie periti per
l’avara Spagna in terra straniera, nei due secoli infaustissimi in che
quella parte d’Italia soggiacque al governo viceregnale. Sa ognuno
della vittoria riportata dai Napoletani a Velletri sugli Austriaci,
nel 1744, come pure de’ bei fatti d’arme dei quattro reggimenti
di cavalleria napoletana, capitanati dal general Cutò nel 1796 e
nel 1797 ne’ piani di Lombardia. Nei dieci anni in che il Regno fu
sottoposto al dominio francese i Napoletani militarono in Ispagna,
in Germania, dovunque si stesero l’aquile napoleoniche. Basterebbe
il solo assedio di Danzica, durante il quale i soldati del Reame di
Napoli si diportarono sì valorosamente, da meritare gli encomii di chi
loda sì rado e sì scarsamente le cose nostre, vo’ dir dei Francesi, e
segnatamente del general Rapp, nelle cui memorie si fa di quei prodi
una molto bella menzione. Nel 1814 e nel 1815 le schiere di Napoli
combatterono, prima contro i Francesi, poi contro gli Austriaci, a
Carpi e ad Occhiobello coi primi, a Macerata coi secondi, e tuttocchè
sempre in numero inferiore, fortemente pugnarono. Ma queste cose tutte,
il ripeto, o sono state dimenticate affatto, o non son valutate quanto
è mestieri da coloro medesimi i quali pur vogliono giudicar le nazioni
dai fatti. L’esito finale della rivoluzione del 1821 è stato bastante a
cancellare ogni più bella memoria dei Napoletani, e quel che più duole,
non solo negli stranieri (chè delle loro opinioni, comechè torte, non
mi darei grande affanno) ma negli stessi Italiani di qua dal Liri e dal
Tronto, i quali, mi piange il cuore nel dirlo, non hanno tutta la fede
che dovrebbero ne’ loro fratelli del Mezzogiorno, che pure sembrano
destinati a levare il primo grido della insurrezione italiana. E i
Napoletani meriterebbero la fiducia dei rimanenti Italiani, non solo
pei fatti dei quali ho discorso, ma pel molto sangue da loro sparso
per la libertà in questi ultimi cinquant’anni. Ho cennato di sopra dei
principali martirii politici del Reame di Napoli dal 1798 fino al 1814.
Giovi notare di volo quei che l’afflissero dalla caduta del governo
costituzionale fino a’ dì nostri. Sui trenta uffiziali condannati
all’estremo supplizio pel fatto di Monteforte, Ferdinando I non osò
far mozzare il capo se non a due soli, Michele Morelli e Giuseppe
Silvati. Agli altri 28 la pena fu commutata in quella dell’ergastolo,
prigionia di nuova foggia, che non ha nulla a invidiare a quella di
Spielberg. Oltracciò moltissimi furono i moschettati, così a Napoli,
come nelle province, pel solo fatto di essere stati colti in istrada
con armi nascoste. Le carcerazioni furono poi innumerevoli, ed a
migliaja gli sbandeggiati ed i profughi. Canosa, noto per infamia,
comandò si frustassero sulla pubblica via due persone credute ree di
carbonarismo, e commise tante e tali scelleratezze, che gli Austriaci
medesimi ne arrossirono, e il loro generale in capo Frimont fè opera
perchè ei fosse scacciato da Napoli. In quell’ora stessa il reame tutto
era posto sossopra, il fiore dei magistrati destituito, l’esercito
sciolto, ogni buona ed utile cosa annullata o corrotta. E questo
avveniva per opera di quel Ferdinando che il 1º di ottobre del 1820
avea nella chiesa dello Spirito Santo solennemente giurato _in faccia
a Dio ed agli uomini_ la costituzione spagnuola, e pubblicato quindi
un indulto generale per tutto quanto fosse stato commesso contro la
sua autorità. Ma il regno di Francesco I esser dovea più doloroso e
più turpe di quello di Ferdinando. In quel miserando quinquennio (dal
1825 al 1830) le inquisizioni politiche furono soprammodo feroci, la
corruttela in materia di governo giunse all’ultimo grado, la polizia,
diventata signora assoluta, premiò i delatori, sparse la diffidenza
fra gli amici e i congiunti, torturò nelle carceri, e videsi un De
Mattheis, vera tigre sotto umane sembianze, torturare e ammazzare
impunemente in Calabria. Ma il fatto più degno di venir ricordato
si fu la cospirazione del 1828, la quale avea per iscopo il gridare
nel Regno la Costituzione francese. Scoppiò nel Cilento. Nata con
picciole forze, fu soffocata, ed al solito soffocata nel sangue.
Mentre a Napoli perivano sul palco tre giovani egregi per nome Carola,
Migliorati e De Mattia, Delcarretto, mandato coll’_alter ego_ nella
provincia di Salerno, pubblicava una fallace amnistia, e tutti coloro
che, prestatavi fede, si presentavano, faceva arrestare. In una sola
notte circa trecento persone caddero nelle sue mani, e furono tradotte
dal Cilento a Salerno a piedi e colle mani legate. Alcuni fra i
prigionieri, vinti dalla stanchezza e da’ patimenti, caddero esanimi
lungo la strada, e i loro cadaveri furono trovati la dimane per terra,
nelle vicinanze di Prignano, paesello situato sulla via di Salerno.
Furono: Bonifazio Oricchio di Vallo di Novo, padre di cinque figliuoli,
Donato De Mattia, padre di famiglia ancor esso, ed Angelo Mazzarelli,
vecchio uffiziale destituito nel 1821. Pietro Mazziotti morì nelle
prigioni, dove era stato rinchiuso per vani sospetti. Furono passati
per le armi a Salerno un canonico de Luca da Cella, un di lui nipote,
guardiano dei cappuccini di Cammarota, il curato del villaggio di
Abbatemarco (in Italia fino i preti ed i frati son liberali!) Domenico
de Luca ed Angelo Lerro, amendue di Cosati, un vecchio di Masticelli,
padre di sei figli, un Ricci di Pellaro, un patriota di Basilicata,
il quale trovavasi in prigione da tre anni, Diodosio de Dominicis,
ex-capitano delle milizie, ed altri due che non saprei nominare.
Undici in tutto. Degli abitanti del villaggio di Bosco, dove la prima
mossa ebbe luogo, venti furono fucilati, cinquantadue condannati ai
ferri in vita, e il rimanente della popolazione disperso nelle comuni
circonvicine. Un Alessandro Ricci fu ucciso dai gendarmi, e mille
ducati furono premio agli uccisori. Michele Bertona, Emilio De Mattia e
un Bianco di Montana perirono anch’essi, e un Carillo del villaggio di
Perito fu archibugiato per avere portato del pane in campagna a’ suoi
contadini. Delcarretto, seguitando in questa, come in molte altre cose,
le gloriose tracce del generale Manhès, avea severamente inibito di
recar viveri fuori dell’abitato, volendo almeno affamare coloro che non
potea aver nelle mani. Nel numero immenso dei condannati ai ferri si
annoverarono parecchie donne, e fra queste la moglie di Antonio Galotti
il nome del quale s’udì suonare più volte sulla tribuna francese. Così
il Galotti come la moglie trovansi in Francia al presente, il primo
dopo avere sfuggito miracolosamente la morte, la seconda dopo essere
stata orribilmente torturata nelle carceri di Salerno. Ma basti di
queste nefandità, e solo si noti che il Delcarretto, in premio degli
onorati servigi fu creato marchese, e innalzato al grado di maresciallo
di campo. Ma e’ dovea rendere ben altri servigi alla corona di Napoli.
Nel 1831 e’ fu assunto al ministero di polizia, e riuscì di grand’utile
al governo in quell’anno sì pieno di rivolgimenti politici. Pure il
suo zelo non impedì che nuove congiure si ordissero e nuovi moti
scoppiassero nel 1832 e nel 1833. Alla congiura detta _del Monaco_,
perchè ordita principalmente da un frate, ne seguitò un’altra tutta
militare, tramata da dieci giovani, parte uffiziali, parte sotto
uffiziali del secondo reggimento Cavalleggieri della guardia reale. Il
frate e un Vitale furono condannati a morte per la prima cospirazione,
un Rossaroll e un Ancillotti per la seconda; ma Ferdinando II commutò
a tutti la pena di morte in quella dei ferri in perpetuo. Quanto a
Rossaroll e ad Ancillotti, volle però che la grazia, vedi clemenza!
fosse loro annunziata sul palco. D’altre varie cospirazioni ordinate in
questi ultimi anni non mi è dato parlare per ragioni che ogni lettore
intenderà di leggieri. Basti questo, che la polizia di Napoli non ha un
momento di requie, e una trama sventata una nuova n’è ordita, ad onta
di tutto che il governo fa patire a qualunque è arrestato come sospetto
di mene politiche.
Carnificine simili a quelle del 1828 dovea vedere il 1837. Ho parlato
altrove degl’infelici moti della Sicilia e delle numerose sue vittime.
Dirò qui solamente undici persone essere state archibugiate nelle
Calabrie e otto in Abruzzo. Non mi è dato poter qui registrare se non
i nomi dell’ultime. Eccoli: Antonio Caponetti, Francesco d’Angelo,
Giuseppe d’Angelo, Giuseppe Toppeta, Ambrogio de Cesaris, Bernardo
Brandizii, Emidio Antico, Paolo Mandricchio. Sono nomi di oscuri
popolani, artieri per la più parte, i quali gridarono libertà, nulla
sperando, nulla temendo, come il popolo suole, e morirono come
gl’Italiani han saputo sempre morire, da Arnaldo da Brescia fino a Ciro
Menotti.
CANTO PER GL’ITALIANI DI NAPOLI.
_Salve limpido ciel che le tirrene_
_Onde inzaffiri!_
Maria Guacci Nobile.
Di quant’orme straniere fu impresso
Questo suol! Quante barbare genti
Sui bei campi dall’Orsa a torrenti,
Dall’Occaso, dall’Ostro piombar!
Di lor povere terre cacciate
Dalla fame, qui volser le piante.
Pria del sangue di Roma fumante
D’Alarico ne punse l’acciar.
Dalle rive del Bosforo accorso,
Franse il Greco le gotiche spade.....
A che pro, se dell’alme contrade
A far strazio il Lombardo chiamò?
Ma sul presto navile temuto
Ecco appare il ladron Saraceno,
Il Normanno gli è sopra, e il Tirreno
De’ corsali fa sgombro.... a che pro,
Se la patria non sorge redenta,
E lo Svevo succede al Normanno,
E poi danno s’accumula a danno
Dal Francese e dal cupido Ispan?
Quanto sangue si bevve, quant’oro
Quinci emunse l’Ibero esecrando!....
Va oggidì colle stragi scontando
De’ nostr’avi lo scempio inuman.
Pur le avare sue gioie sovente
I nostr’avi col ferro turbaro.....
Come i polsi all’iniquo tremaro,
Quando all’armi quest’ampia città
Diè di piglio e al feroce Toledo
Tinse il volto di rabbia e di scorno!
Ma chi fia che dimentichi il giorno
In che surta a gridar libertà,
Un gentil pescator le fu duce
Contra un nembo d’estranei soldati?
Senza acciar le migliaja d’armati
Ruppe e all’aure spiegò trïonfal
Del cavallo sfrenato l’insegna,
Che fatidico simbol di guerra,
Fia salute a quest’umile terra,
Fia al borbonico seme fatal....,
Empio seme! Di strage più lune
Queste mure inondava — atterrita
Mirò Napoli tronca la vita
De’ suoi figli più nobili al fior.
Presso il lido sanguigno a banchetto,
Sulla poppa del vile Britanno,
Delle vedove spose il tiranno,
Delle madri insultava al dolor.
Ma feral, minaccioso dall’acque
D’una vittima il tronco sorgea,
Ed un subito gelo mettea
Nelle vene del perfido sir[17].
Libertà per cui mille animosi
A quei dì sul Sebeto periro,
Libertà nostro primo sospiro,
Libertà per cui presti a morir
Sempre siam fra i tormenti o sul palco,
Ah rispondi a nostr’avide brame,
E ne dona lo stipite infame
Del borbonico giglio schiantar!
Spunti alfine, deh spunti quell’alba,
Ed a prova vedrassi se indegna
Sia di noi del corsiero l’insegna,
Se la destra abbiam lenta al pugnar!
ROMA ED IL PAPA.
Qual servitù è più vile ed ignominiosa di quella dello Stato Romano?
Una casta, i cui interessi, i cui affetti sono, non che al tutto
diversi, in opposizione diretta con quelli del resto della nazione, è
signora assoluta, e qualunque di lei non fa parte è meno che servo.
Questa è la mostruosità maggiore del reggimento papale; ma ve n’ha
altre molte che lungo sarebbe il volere discorrere, e le quali fan sì
che nessun governo al mondo sia più meritevole del nome di sgoverno sì
felicemente coniato da Alfieri. Non legislazione compiuta, ordinata;
non ordini giudiziarii fondati sui dettami del dritto; non limiti bene
determinati fra le varie giurisdizioni, tutto in balia dell’arbitrio di
gente ignorante o corrotta, un tale disordine in somma, un tal caos, da
non potersi descrivere. Ma ciò risguarda soltanto i due milioni e mezzo
di uomini sottoposti alla sede apostolica. Esaminiamo di volo la fatale
influenza esercitata dal papato sulle cose d’Italia.
Dal secolo di Carlomagno fino a Gregorio XVI i pontefici han chiamato
perennemente gli stranieri sulla nostra misera patria. Questo immenso
delitto dovrebbe bastare sol esso a farli esecrare dagl’Italiani. Sole
due volte il papato stette colla nazione contro i forestieri, sotto
Alessandro III, al tempo della Lega Lombarda, e sotto Giulio II. Ma
quanto al primo si debba riflettere ch’egli non favorì le città libere
d’Italia, perchè tenero della libertà loro, ma perchè minacciato egli
stesso dall’ambizione dell’imperatore; e quanto a Giulio II, non dirò
altro se non che quel medesimo che scrisse sulle sue bandiere il famoso
motto: _Italia ab exteris liberanda_, avea poco innanzi grandemente
contribuito alla lega di Cambrai, lega che avea per iscopo la ruina
di Venezia, cioè del più antico e più forte fra gli stati italiani.
Dopo queste cose e’ mi sembra superfluo il ricordare di Alessandro VI
che chiamava i Francesi in Italia per allargare lo stato al figliuolo,
e del settimo Clemente, che fiorentino di nascita, spingea parricida
contro Firenze quegli stessi Tedeschi e Spagnuoli, dai quali Roma era
stata messa a ferro ed a sacco.
Ma a convalidare le mie parole basterebbero soli i recentissimi fatti
della rivoluzione del 1831. Poche sollevazioni furono più giuste, e
quasi nessuna più benignamente operata. Facea mestieri cacciarsi dal
collo un giogo insoffribile, vendicar tanti secoli d’umiliazione,
eppure non una stilla di sangue fu sparsa, eppure i sollevati non
mirarono se non al conquisto di uno statuto politico, che s’affacesse
un po’ meglio alla innoltrata lor civiltà. Il potere spirituale del
papa non fu intaccato nemmeno in parole, e la casta della quale ho
cennato, che pur tante colpe avrebbe dovuto espiare, non venne in guisa
veruna offesa o insultata. Aggiungi che si seppe a Bologna dal nuovo
governo che il cardinal Benvenuti, vescovo d’Osimo, cospirava pel papa
contro la libertà nazionale, spendendo in accendere la guerra civile il
potere che il suo ministero apprestavagli. Or bene, invece di essere
punito a quel modo che usano i governi assoluti coi congiuranti per la
libertà, fu sottratto al furore del popolo, e tradotto a Bologna, vi fu
trattato con ogni riguardo, nè si pensò a giudicarlo. Vedremo in breve
in che modo Gregorio XVI rispondesse a quella rara moderazione dei
liberali.
Il santo pastore non avendo modo da opprimere la rivoluzione, si fe’ a
supplicare l’imperatore, e i Tedeschi chiamò sul suo gregge. Non istarò
a ricordare i particolari di quella invasione, nè parlerò del valore
dimostrato a Rimini dalla picciola mano di patrioti che combattette
contro le schiere imperiali, nè della capitolazione d’Ancona così
iniquamente violata dall’Austria e dal papa, nè dei novantasei liberali
catturati da navi austriache nelle acque d’Ancona contro il diritto
delle genti, nè di tutto che avvenne nelle legazioni durante i sei mesi
che gl’imperiali ne stetter lontani. Solo dirò dei saccheggi e dei
massacri di Cesena, di Forlì e di Ravenna, città nelle quali le truppe
di sua Santità, comechè rette da un principe della chiesa, commisero
i più atroci delitti, e noterò questo, che mentre Gregorio XVI d’una
mano guidava gli Austriaci a soffocare ogni grido di libertà nello
stato, dell’altra scomunicava tutti coloro che aveano partecipato alla
rivoluzione.
Ma a dimostrare la rara perfidia di papa Gregorio giovi quest’ultimo
fatto. Ad istanza della Francia, della Gran Brettagna, della Prussia,
dell’Austria e della Russia, e’ promise di concedere allo Stato
istituzioni sì fatte, _da renderne certa la prosperità e la quiete_.
Ma promise e non tenne, e lo Stato Romano ritrovasi in una condizione
simile affatto a quella donde fece invano di uscire nel 1831, e dalla
quale può trarlo soltanto una nuova rivoluzione.... Possa ella riuscire
al tutto dissimile da quella del 1831! In quell’anno fatale si gridò
libertà, ma si temette di far risuonare quel grido oltre i confini di
certe province, il papa si bramò decaduto come principe, ma non si
fe’ neppur cenno di atterrare il papato. Or finchè questo rimarrà in
piedi sarà indarno che si speri salute all’Italia. Bisognerebbe che
questa capital verità si radicasse profondamente negli animi, il papato
doversi distruggere nelle sue fondamenta, siccome quello che al pari
dell’Austria è nemico naturale, implacabile d’ogni libertà, d’ogni bene
della nazione italiana. Una rivoluzione la quale non abbia per iscopo
principalissimo questo che ho detto non farà verun frutto.
So che alcuni vi sono dai quali sostienesi che non si debba toccare la
_mala pianta_, che anzi più rigogliosa sarà per fiorire al lume della
libertà nostra, e che il mondo non è stato mai così bisognoso, così
assetato di religione, e massime di cattolicesimo, come oggidì; ma per
somma ventura d’Italia e del mondo quei che pensano in questa guisa
son pochi, e il senso religioso (nol chiamerò sentimento), il quale
a mio senno dee risguardarsi come una delle molte debolezze inerenti
all’umana natura, si va infievolendo più sempre. Ma il parlare di
religione, e segnatamente di cattolicesimo, oggi è moda in certuni,
come un tempo era moda il gridarsi spirito forte. Io che abborro da
ogni specie di moda, e però rifuggo così dal dirmi cattolico, come
dallo spacciarmi per ispirito forte, giudicando dai fatti che tuttodì
vo osservando ho per fermo che le menti sempre più rischiarandosi,
e nuovi sentimenti svolgendosi nei cuori, il senso religioso che ho
detto scemerà tanto per quanto l’imperfezione della nostra natura può
consentirlo. E questo scemare delle umane superstizioni farà sì che
gl’Italiani potranno più facilmente, quando che sia, svellere dalla
radice il papato, e aversi in tal guisa la gloria di compiere la santa
opera alla quale i Tedeschi dettero inizio per man di Lutero. Solo
allora la povera Roma sarà veduta risorgere dal fango in cui giace,
Roma che il vano suo titolo di metropoli dell’orbe cattolico muterà in
quello di _capo_ d’Italia, tanto più glorioso ed augusto.
CANTO PER GL’ITALIANI DI ROMA.
Vexilla regis prodeunt inferni.
Dante.
Ahi Costantin di quanto mal fu matre!
Dante.
Fiamma del ciel sulle tue trecce piova!
Petrarca.
Il papa è papa e re,
Dessi abborrir per tre.
Alfieri.
Alcuna gente il sole
Non vide mai più misera
Di noi, chè umana prole
Nessuna mai levò
Grido maggior, nè in baratro
Più vil precipitò.
Invidïamo a quante
Sono quaggiù più barbare
Stirpi, e all’Arabo errante,
E al bruno Egizïan,
E a qual più servo popolo
Nudre il lito affrican.
Sul capo sanguinosa
Pende lor la tirannide,
Ma non imbelle, esosa
Come noi strascinar
Denno la vita, e cingono
Un formidato acciar.
D’ignoti rischi in traccia
Il Beduin per l’arido
Deserto avido caccia
L’alipede corsier,
E sol gl’incresce e l’agita
Del riposo il pensier.
Or dì, quai son tuoi studii,
O gran donna del Tevere?
E i generosi ludi
Guerreschi ove n’andar?
E chi su te, miserrima,
Osa lo scettro alzar?
Mostro fatal, cui diero
Nascimento le tenebre
De l’ignoranza, il fero,
Lurido capo un dì
Sul Tebro eresse e d’orrido
Fetore il mondo empì.
E sull’ausonia terra
La feroce discordia,
E la fraterna guerra
Scelerato avventò,
E di cento magnanimi
Nel sangue gavazzò.
Sacra è tua fama, o Arnaldo,
Cui queste mura videro
Imperturbato e caldo
Di patria carità
Sull’empio rogo ascendere
Gridando libertà!
Ed in eterno chiari
Risuoneran fra gli uomini
Di Rienzi e di Porcari
Gl’incliti nomi, e allor
Che racceso in ogni anima
Fia l’antico valor,
Nel glorïoso giorno
Che a la città romulea
Una gran luce intorno
Di novo splenderà,
E lei reina altissima
De l’itale città
Saluteran le genti,
A quanti per la patria
Volonterosi, ardenti
Diero la vita invan
Una bell’urna sorgere
Vedrassi in Vatican.
E fian disperse a’ venti
Le pontificie ceneri,
Nè più molli concenti
Il maggior tempio udrà.
Ma d’animose, fervide
Parole echeggerà.
Ed un’aura di guerra
Fia che spiri vivifica
Su la redenta terra,
E nel forte armeggiar
Sarà diletto ai giovani
Le membra esercitar.
Ed ecco dei timballi,
E de le trombe il sonito,
E dei fieri cavalli
L’ardente scalpitar
Ne l’ampie vie succedere
De’ bronzi al rintoccar.
Lieti quel dì degli avi
Rïanderem le splendide
Memorie, a noi sì gravi
Nel presente dolor,
Ch’aspri di ferro e liberi
Riguarderemo in lor.
SAN MARINO.
La repubblica di San Marino in Italia è una delle più grandi anomalie
che sieno mai state al mondo. La è come un insulto alla nazione
italiana, quasicchè i suoi nemici l’avessero lasciata là dov’ell’è per
aggiungere un nuovo supplizio ai tanti che le vanno infliggendo. Certo
si è che non mai fu veduta una libertà così larga nel mezzo di una
schiavitù più profonda.
Meriterebbero pure alcuno studio le istituzioni di quella
repubblichetta[18], istituzioni superiori di gran lunga a quelle della
sua sorellina de’ Pirenei, vo’ dire della repubblica di Andorra, in cui
l’elemento aristocratico soverchia di tanto il popolare, così sotto
l’aspetto sociale, come sotto il politico.
La repubblica del Titano sorse con molt’altre maggiori in secoli di
barbarie, e sola è stata in ogni tempo rispettata dalla fortuna e dagli
uomini. Possa ella esser simbolo della sorte avvenire d’Italia! Possa
la nostra penisola goder tutta quanta in fatto d’istituzioni di quello
onde gode la picciolissima San Marino, e giovare a ventuno milioni di
uomini quello che giova oggidì a sole sette migliaja!
CANTO PER GL’ITALIANI DI SAN MARINO.
_O di gioja, o di pace unico asilo_
_In questa patria del perenne lutto,_
_Libera San Marino, io ti saluto!_
_Così fossi robusta, o poverella!_
_Come se’ lieta, chè in periglio vive_
_La mite agnella tra feroci lupi._
O Titan, da le tue cime,
Dove stanza abbiam sublime,
Nembi e turbini sfidiàm.
Spunta il sole e noi sorgiam,
E suoi rai sfolgoreggianti
Salutiam con lieti canti.
Poi moviam per varii calli,
Soli o a torme, inver le valli,
Colla zappa o colla marra,
Mentre schiudesi la sbarra
De l’ovile, e qua sul prato
De le agnelle odi il belato,
Là saltar su per le vette
Vedi l’agili caprette,
Ed errar le vacche e i tori
Senza guardia di pastori.
Il dì muoresi, la squilla
Ne l’annunzia de la villa.
Cessan l’opre e ognun s’affretta
Verso l’umile casetta,
Ve’ il sorriso ne consola
De la cara famigliuola.
Viene il babbo, i putti gridano
A la mamma affaccendata....
Presto il desco, presto a tavola...
E la mensa è apparecchiata;
Frugal mensa a cui provvide
Il modesto campicello,
Frugal mensa a cui s’asside
Spesso l’esul poverello.
Ma più fitto il vel si stende
De la notte, ed ecco placido
Sui nostr’occhi il sonno scende,
Dolce sonno cui non turbano
Cupe larve, del rimorso
A noi sendo ignoto il morso,
Come ignoti ne son pure
I sospetti e le paure....
Un pensiero ne molesta...
Il pensier d’Italia mesta!...
Lieti siam, ma ne circonda
Una doglia sì profonda!...
San Marino è come il monte
Sovra il quale alza la fronte,
Il Titan che queto resta
Nel furor de la tempesta....
Sommo Iddio, che il primo, il massimo
De’ tuoi doni a noi largisti,
Sommo Iddio, deh fa che liberi
Tutti gl’Itali sien visti!...
Non son essi umana prole?...
Perchè lor dinieghi il sole
De la diva libertà?....
Ah sovr’essi di pietà
Volgi un guardo, o in noi pur scenda
La tua folgore tremenda!
TOSCANA.
Chi mai visitando oggidì la Toscana, senza saperne la storia, potrebbe
credere esser quivi surto Giovanni de’ Medici dalle Bande Nere, e
Savonarola, e Niccolò Capponi, e Francesco Ferrucci? Tanto è potente
a snervare ed infemminire i popoli uno stato di servitù dolce e
tranquillo... Il massimo male fu arrecato alla Toscana dall’infausta
razza de’ Medici, che coll’incanto delle lettere e delle arti belle
divertirono gli animi dai robusti pensieri e dai nobili fatti.
Compirono l’infame opera i principi della casa di Lorena, massime il
troppo vantato Leopoldo I, le cui riforme, comechè nulla procacciassero
ai Toscani in fatto di libertà, fecero meno odioso appo loro il governo
assoluto. Io non seguo la scuola di coloro che opinano la libertà
non poter nascere se non dall’eccesso dei mali, chè i mali generano
bensì disperazione, e questa sovente le rivoluzioni, ma talvolta pure
spengono ogni nerbo nel popolo, e con esso ogni speranza di libertà.
Credo però non esservi danno più grave per una nazione del cadere sotto
un giogo leggiero, sotto un giogo ornato, per così dire, di fiori. A un
sì fatto servaggio antipongo le mille volte quello de’ Modenesi, o de’
Siciliani, chè in cotestoro l’odio del principato è vivo ed ardente, e
non così tosto potrà mutarsi in azione, gli sarà saldissimo appoggio
l’energia delle moltitudini, addormentata bensì in quei paesi, ma non
ispenta, siccome pur troppo è addivenuto in Toscana.
CANTO PER GL’ITALIANI DI FIRENZE.
_Or ti fa lieta, che tu hai ben onde,_
_Tu ricca, tu con pace, tu con senno._
Dante.
_A egregie cose il forte animo accendono_
_L’urne dei forti, o Pindemonte, e bella_
_E santa fanno al peregrin la terra_
_Che le ricetta._
Foscolo.
Fiorenza, a queste placide
Ore tue sonnolente
Antiponiam la torbida
Tua libertà fremente
Armi e battaglie, allor
Che a Campaldin col brando
In pugno il tuo cantor
Gìa cavalcando
Fra i primi, e allor che il perfido
Gualtiero[19] alle tue mura
Dava le spalle, a un subito
Tuo minacciar — ma impura
In sen ti germogliò
Novella serpe intanto,
Che giorni ti fruttò
D’immenso pianto.
La rea serpe medicea,
Che di blandizie armata
Ingannevol ne l’anime
S’insinuò — fiaccata
O Libertà, nei cor
La tua virtù miravi —
Pure d’un bel chiaror
Folgoreggiavi
Il dì che de l’intrepido
Capponi in su l’ardente
Lingua tuonavi, e il tumido
Re di superba gente,
Poichè il garrir fu van,
Si dipartia veloce,
Chè dei bronzi toscan
Temea la voce.
Ma succedette al gallico
Più abbominoso sciame,
E parricida un Italo
La rabida sua fame,
O Fiorenza, guidò
Pe’ tuoi campi fiorenti,
E ne le tue cacciò
Mura innocenti.
Indarno Michelagnolo
Divin muniale, indarno
I figli tuoi più nobili
L’armi vestir, volarno
A pugnare, a morir
Ne l’agon sanguinoso,
Ed il fulmineo ardir
D’un glorïoso,
Di Ferrucci magnanimo
L’ardire a te fu scudo
Contra il furor barbarico....
A Gavinana il crudo
Oppressor trïonfò,
Ma di feriti e morti
Sur un monte spirò
Quel re dei forti!
Del suo sangue santissimo
Nudrita, ahi più crescea
L’infame serpe, e l’aëre
Che al suon fremuto avea
Di guerresca armonia,
E di liberi accenti,
Turpi lusinghe udia,
Molli concenti.
Esecrata in perpetuo
Sia l’iniqua!... Per ella
De le Muse e di Pallade
Splendea bensì la bella
Luce fra noi, ma i cor,
Vinti al leggiadro incanto,
Si fean d’ogni valor
Vòti frattanto.
Pur d’alcun lauro cingere
N’era dato la fronte,
O Fiorenza, e ogni popolo
Di sapïenza fonte
Ti salutava.... or dì,
In che sorgi valente?....
Gretta hai l’alma oggidì,
Le braccia hai lente.
Unica tua dovizia
Di Santa Croce i marmi
Sono oramai.... deh possano
A libertade, all’armi
Destarti!... avida in lor
Mira, ah mira sovente,
E fia che un novo ardor
T’empia la mente!
LUCCA.
La repubblichetta di Lucca starebbe ancor su, se i Francesi non
avessero valicato le Alpi, i Francesi che sì poco bene e tanto male
ne fecero, che sarebbe stata una vera benedizione per l’Italia se si
fosser rimasi sempre a casa loro. Di repubblica fatta ducato, Lucca
mutò spesso padroni, e venuta da ultimo nelle mani a’ Borboni, si ha
oggidì la ventura di servire a tale che il denaro di lei si gode in
terra tedesca, ed il quale, se la rivoluzione italiana tarderà un
tantino, morta l’arciduchessa Maria Luigia, di duca di Lucca diventerà
arciduca del Parmigiano, del Piacentino e del Guastallese. In quel
mentre che i Lucchesi dal dominio borbonico passeran sotto quello della
casa di Lorena, signora della Toscana, il Pontremolese di toscano si
farà parmigiano, e il contado di Fivizzano, or toscano anch’esso, avrà
la consolazione di cader sotto l’ugne del clementissimo Francesco
IV duca di Modena. Queste cessioni di territorii e di uomini erano
stipulate nel congresso di Vienna del 1815, congresso nel quale si fece
dei popoli quel che si fa degli armenti. Ma la rivoluzione italiana
sarà veduta operare quel che i Francesi non seppero nel 1830, cioè
_lacerare col ferro quegl’iniqui trattati_.
CANTO PER GL’ITALIANI DI LUCCA.
Da l’Alpi a Mongibello,
Dal Tirreno all’adrïaco
Flutto, a ogni fren rubello,
Su l’Arno, o su l’Eridano
Non sorge una città,
Non una breve terra,
Ove non sian memorie
Magnanime di guerra,
Ove non bolla indomito
L’amor di libertà.
Anime ardenti e belle,
Tue mura un dì racchiusero,
O Lucca, oggi d’imbelle
Popol ricetto e povera
Schiava d’ignobil sir....
Di che vivida luce
Splendea de’ tuoi manipoli
La valentia, cui duce
Di Castruccio miravasi
Il formidato ardir!
Ma de’ fratelli a danno
Ei li guidava, e perfido
Poscia insorgea tiranno
De l’innocente patria.....
Si taccia, o traditor,
De le tue geste, e un canto,
Lucca gentil, disciolgasi
A un cittadin tuo santo,
Che invendicata vittima
Cadea del patrio amor.
O Burlamachi, immensa
Fu la tua gloria! — In umile
Stato e’ nascea, ma intensa
Brama d’onor ne l’anima
Nudriva, e colla man
Che a l’opere intendea
Del poverello artefice
L’alte storie volgea
D’Italia, e de la misera
Allo strazio inuman
Si rodea fieramente,
E mille volte cupido
Col guardo de la mente
Di queste mura esigue
Varcava il limitar....
E un sublime disegno
Nel concitato spirito
Sorgeagli — da l’indegno
Servaggio intera Italia
A libertà chiamar!.....
E matura è l’impresa,
Ed un’età s’approssima
Da sì gran tempo attesa,
E già già il grido ascoltasi
Di _guerra a lo stranier_!.....
Vana speranza! un empio
Tradia quel grande, e orribile
Di lui faceasi scempio.....
Ma non perciò negl’Itali
Perirà il suo pensier.
Come picciola fiamma
Al furïar di Borea
Più crepita e s’infiamma,
Ed in un vasto incendio
Tramutasi talor,
Sì quel pensier non langue,
Nè languirà per volgere
Di fortuna, e dal sangue
Sfolgoreggiante emergere
Vedrassi e vincitor.
PARMA.
Miseranda cosa è il vedere a quai principi le varie province d’Italia
soggiacciano. Il reame delle Due Sicilie, ricco di otto milioni
di abitanti, è retto da tale cui va preposto il più infimo tra i
lazzeroni. Lo Stato Romano obbedisce ad un frate camaldolese, il quale,
tra l’altre virtù, ha per abito l’ubriacarsi ogni dì. La Toscana, detta
beata, perchè dorme saporitissimamente, serve ad un mezzo imbecille,
e del pari il Lucchese, e tre milioni e mezzo tra Sardi, Genovesi e
Piemontesi hanno un vil traditore a lor re, e Modena un tirannello che
chiamerei nuovo Ezzellino, se non fosse codardo, e Parma e Piacenza una
donna, che fra i padroni d’Italia non isplende poco, sì per altezza
d’ingegno, come per pubbliche e private virtù. Lo straniero intanto
s’accampa nel Veneto e in Lombardia, lo straniero senza del quale i
principi tutti di cui si fa motto sarebbero sprincipati in un attimo.
Ma parliamo un tantino di S. M. l’arciduchessa Maria Luigia.
L’augusto di lei genitore Francesco, per tutelarla vie meglio contro
le mene dei liberali, e tenerla in maggior dipendenza, le inviò, a
consigliere e ministro in apparenza, ma a custode, anzi signore in
sostanza, il Virtemberghese Neipperg. Ella trovatolo grazioso lo tolse
ad amante, e n’ebbe ben presto parecchi figliuoli, che i sudditi,
com’era lor debito, dotarono poi largamente coi loro danari. E ciò
basta per quello che spetta alle virtù private dell’arciduchessa,
venendo alle pubbliche mi fa d’uopo toccare alquanto dei moti del
Parmigiano del 1831. Le rivoluzioni di Bologna e di Modena aveano messo
un gran fermento nel ducato di Parma, e una gran paura addosso al
governo, che fatto prender le armi alla truppa, la fe’ serenare sulla
piazza del palazzo arciducale e nei principali luoghi della città, e
Parma tenne in istato d’assedio tre giorni. Ma la voglia d’insorgere
era più forte di tutte le forze del governo, e la truppa non bene
disposta in favor di quest’ultimo. E però la mossa fu fatta colla
massima facilità. La sera de’ 13 febbraio 1831 una mano di giovani
arditi, secondata dal popolo che traea d’ogni banda sulla piazza della
quale ho accennato, strinse d’ogn’intorno i soldati, parte ne disarmò,
parte ne strascinò seco, e i colori italiani sostituì immantinente agli
arciducali. Secondo il solito delle nostre rivoluzioni, non si diede
in eccessi di sorta alcuna. Maria Luigia non solo fu rispettata dai
così detti _ribelli_, ma custodita da loro nel suo palazzo. Due giorni
dopo avendo tentato fuggire, fu trattenuta, ma senza violenze, nè
ingiurie. Un governo provvisorio fu istituito, e Maria Luigia avendolo
richiesto di farla partire, questi assentì, e le diede a scorta una
parte del reggimento arciducale, e buon numero di guardie nazionali.
Questa fu la condotta dei Parmigiani coll’arciduchessa. Diversa molto
fu quella dell’arciduchessa verso dei Parmigiani. Comechè avesse detto
volersi recare a Vienna, rinunziando interamente al governo, prese
la via di Piacenza, occupata dall’armi tedesche, e giuntavi appena
dichiarò nullo tutto quanto era stato fatto dai 15 febbraio in poi,
e si mise in aperta ribellione verso il nuovo governo. Questi ciò
nonostante non la gridò mai decaduta dal trono, e il di lei palazzo,
e tutto ch’era stimato appartenerle, restò inviolato durante il
tempo che la rivoluzione durò, se pure si può chiamare rivoluzione
quel ch’ebbe luogo a Parma dai 15 febbraio 1831 fino all’entrata dei
Tedeschi. La solita funesta moderazione, la quale ha rovinato tutte le
rivoluzioni italiane di questi ultimi tempi, rovinò anche quella del
Parmigiano, ove pure fu tanta la buona disposizione del popolo, che
in soli otto giorni diecimila individui si trovarono inscritti nelle
milizie. La fatal debolezza del governo provvisorio fe’ sì che tanto
entusiasmo andasse perduto. E il nuovo governo mostravasi timido e
molle, in quel tratto che la fazione contraria tutti i modi adoperava
a spegnere quella infelice rivoluzione, e fra gli altri quello del
danaro che largamente spandea nel contado. E buona mano di Tedeschi
iva a sorprendere di nottetempo la terra di Firenzuola, e assaltatala
subitamente, dopo breve combattimento se ne insignoriva. Ventitrè
patrioti furono fatti prigioni, e strascinati fino a Piacenza con tali
maltrattamenti, che un cittadino per nome Modesti, il quale era stato
malamente ferito durante l’assalto, spirò sulla strada. Questi fatti
eran degno preludio alle persecuzioni, cui il governo arciducale fu
visto procedere, non appena i Tedeschi lo ebber rimesso in arcioni.
CANTO PER GL’ITALIANI DI PARMA.
Sovra il Po scendea nimico
Nugol d’armi e di corsier,
E lo svevo Federico
Era duce agli stranier.
Crebbe intorno a’ patrii muri
Una selva aspra d’acciar;
Ma ferventi, ma securi
I nostr’avi si levar.
Tutti tutti a la difesa
De la libera città
Vanno a furia, nè sospesa
La vittoria a lungo sta....
Contra l’oste assedïante
Repentini un giorno uscir,
La fiaccarono, e tremante
Si fuggì lo stranio sir.
Ove l’inclito valore
N’andò mai di quell’età
In che immenso ardea l’amore
De la dolce libertà?
Ogni gloria oimè! s’imbruna,
Si dilegua ogni virtù
Da la terra che fortuna
Danna a lunga servitù.
Dei Farnesi a noi l’invisa
Turpe schiatta sovrastò —
Colla man di sangue intrisa
Un crudel ne flagellò[20].
Ma una subita congiura
De l’orribile signor
Su l’iniqua testa impura
Un pugnal vendicator
Brillar fea; ma non cessava
Il durissimo servir....
Nè la sorte è a noi men prava,
Chè n’è forza l’obbedir
A una femmina tedesca,
A una femmina che osò
Coi nimici andarne in tresca
De lo sposo che obliò.
Ella in giolito la vita
Trapassava, e in soglio sta,
Mesta sol perchè fuggita
Di sue guance è la beltà.
Lui coglieva il giorno estremo
Sovra scoglio ermo e lontan,
E l’anelito supremo
Si perdea ne l’Ocean.
MODENA.
La tirannide del duca di Modena debbe annoverarsi tra le mostruosità
maggiori dell’Europa civile del presente secolo. Francesco IV ha
dello scellerato e del matto ad un tempo, e alcuni pretendono che in
gioventù il suo cervello desse alquanto di volta, e che a guarirlo
del male i parenti lo facessero viaggiare. Certo si è che mentre ei
tiene in sì picciolo conto l’umanità, mostrasi tocco dalla sorte de’
matti, e due manicomii v’ha nel ducato ch’ei favoreggia grandemente.
Ma questa simpatia pei pazzerelli è vinta in esso di molto dalla
passione dell’oro. Lungo sarebbe il dire de’ modi tutti più o meno
ingegnosi da lui tenuti per insaccare danari. Rimarrò contento al
ricordare il fatto della taglia posta, nel 1831, sugli Ebrei, cui fece
sborsare franchi 600,000 in pena _dell’essersi mostrati lieti della
rivoluzione_. Pure tai cose son nulla in confronto degli atti enormi
commessi da Francesco IV dal 1821 sino a questi ultimi tempi, a fine
di spegnere ogni seme di libertà nel ducato. Basterebbe il caso del
sacerdote Andreoli, intervenuto nell’ottobre del 1822. Accusato di
carbonarismo, fu fatto giudicare a Rubiera da un tribunale statario,
il quale, comechè nominato dal duca, fu piuttosto mite nel pronunziare
la pena. _Il duca lacerò la sentenza, e comandò che Andreoli avesse
mozza la testa._ Si vuole che il giorno dell’esecuzione il tempo fosse
bellissimo, ma che al momento del supplizio del martire il cielo
s’annuvolasse subitamente, e indi a poco una tempesta scoppiasse. Fu
maraviglioso l’effetto di quel mutamento istantaneo sulle menti del
popolo di Rubiera, tanto che il nome di pochi santi è da lui venerato
come quello del prete Andreoli[21]. Ma il 1831 e il 1833 doveano vedere
altrettante, se non più crudeli tragedie.
Da più tempo nell’Italia centrale preparavasi un moto rivoluzionario.
Erano scopo dei congiuranti l’indipendenza e l’unità nazionale. Ciro
Menotti, principal capo alle mene dei liberali, per vie meglio riuscir
nell’intento, fe’ opera di trarre il Duca medesimo nella congiura,
ponendogli innanzi agli occhi qual premio la corona d’Italia, ma certo
in suo cuore che un Francesco IV avrebbe potuto servir di sgabello,
e non d’altro, alla libertà della patria. Il tirannello, fidato in
quelle speranze, cospirò contro l’Austria e i principi tutti d’Italia.
È fama ch’egli e il Menotti si giurassero, checchè potesse avvenire,
scambievolmenle salva la vita. Certo si è che nelle conventicole che
spesso teneansi dai varii cospiratori, Menotti si oppose con estrema
costanza all’uccisione del duca, anzi pronto sempre si dimostrò a
difendere la di lui vita esponendo la propria. Vedrassi in breve il
come Francesco IV tenesse dal lato suo la promessa.
La rivoluzione del 1831 fu fatta nella certezza che il governo francese
non avrebbe permesso all’Austria di opprimere i sollevati. E il duca
rimase nella congiura finchè non seppe di Vienna che il ministero
francese avrebbe tollerato la violazione del principio di _non
intervento_, che avea promulgato poco innanzi egli stesso. L’avviso
di Vienna giunse alcun giorno prima che la rivoluzione scoppiasse
nel Bolognese. Il Duca allora troncata affatto ogni relazione coi
liberali, s’apprestò invece a combatterli con tutte le forze. Ma non
perciò i congiuranti si rimasero dallo spingere innanzi le cose, che
anzi fermarono la messa per la notte dei 3 ai 4 febbraio 1831. Cento
giovani doveano trovarsi in casa Menotti alle dodici in punto, e quivi
armatisi e provvedutisi di munizioni, doveano dividersi in cinque
squadre, delle quali quattro sarebbero ite a occupare le quattro
porte della città, e ad aprirle a quei del contado che si recavano
ad aiutarli, in quell’ora medesima che la quinta si sarebbe inviata
all’assalto del palazzo ducale. Francesco IV fu istrutto qualche ora
prima del vicino pericolo, e però, mentre sole trentuno persone erano
convenute in casa Menotti, questa fu cinta dai soldati del Duca, e
intimato ai cospiratori di arrendersi. Ma i cospiratori risposero a
suon d’archibugio, e circa tre ore si fe’ a schioppettate, gli uni
combattendo dalla strada, gli altri dalle finestre, con parecchie
morti dal lato della truppa. Verso le due dopo la mezza notte, il Duca
avvedutosi che le archibugiate non facevano frutto, comandò si traesse
il cannone contro i ribelli, mentre il degno suo consigliere Canosa
gridava perchè si minasse la casa, ad onta che più di venti fra donne
e fanciulli vi stesser rinchiusi. Il valore di pochi costretto alfine
a piegare dinanzi alla forza de’ molti, e più di tutto al cannone, i
congiurati si arresero, e scesi nella corte, subito invasa dai ducali,
vi furono legati, e qualche ora dopo con ogni sorta d’oltraggi e
strapazzi strascinati al palazzo ducale. Il buon Francesco non avea
voluto niegare a sè stesso la gioia del veder sanguinanti e fra ceppi
coloro che pochi momenti prima lo avean fatto tremare. Ciro Menotti
era caduto prima degli altri nelle mani dei ducali, chè non iscorgendo
alcuna via di salute pe’ suoi compagni, e volendo recarsi dal Duca
a ogni costo, a fine di parlargli in lor pro, s’era gittato da una
finestra in un viottolo che credea non guardato, e tosto leggermente
ferito da alcuni dragoni quivi posti in agguato, era stato fatto
prigione. Furono tutti chiusi in fortezza, dove languirono tutta notte,
e il giorno seguente, senza che fosse porto loro alcun cibo. Le loro
sentenze intanto venivano pronunziate, e a’ primi otto condannati
a morte si apprestava il supplizio, allorchè giunta la nuova della
rivoluzione di Bologna, il Duca fuggì, seco strascinando il solo
Menotti, il cui capo destinava al patibolo, siccome quello che tali
segreti chiudeva, da non poter rimanere sul busto. Fu un vero colpo di
scena, chè i vinti mutaronsi in vincitori, in quel tratto appunto che
irremisibilmente perduti credevansi. Modena rimasta donna di sè, non
trascese in veruno eccesso, in veruna vendetta, ma il più maraviglioso
fu questo, che tutto quanto era creduto del Duca fu rispettato, non uno
de’ suoi pochissimi partigiani fu offeso, nè quasi alcun danaro della
cassa ducale, ch’era pur quella della nazione, fu tocco dal governo
provvisorio. Tutto che avvenne durante quella rivoluzione, e le altre
due di Bologna e di Parma, dovrebbe bastare, e’ mi sembra, a far fede
dell’alta civiltà della nazione italiana, della quale taluni stranieri
van pure gridando non esser ella matura pel viver libero. Se si peccò
dai governi e dai popoli de’ varii paesi che ho nominati fu in questo,
che i primi non seppero uscire dai limiti che i governi rivoluzionarii
debbono pur trapassare, e i secondi troppo docili si mostrarono a
chi sì mollemente reggevali. L’entusiasmo del popolo nel Modenese,
anzicchè venire aiutato con vigorosi provvedimenti, fu combattuto, e a
chi chiedeva armi per battersi si rispose che bisognava star cheti. E
però il solo fatto un po’ ardito fu quello di Novi, dove il capitano
Morandi, ai 5 marzo, con alquanti giovani poco esperti nel maneggio
delle armi s’azzuffò coi ducali di gran lunga più numerosi, ed otto fra
contadini e borghesi essendosi ritratti sul campanile di quella terra,
vi si difesero fortemente alcun tempo, quindi si arresero capitolando,
ma venuti nelle mani de’ soldati del Duca, furono trucidati tutti ad un
tratto contro ogni uso di guerra.
Francesco IV, rimesso in sella dalle armi imperiali diede subito
mano alle carcerazioni, indi al sangue. I più fra i compromessi,
il cui numero sommava a qualche migliaio, erano lungi, ma rimanea
da arrestare buon numero di liberali, e da impiccare Ciro Menotti
e Vincenzo Borelli. La colpa di quest’ultimo consistea nell’avere
firmato con altre settantuno persone l’atto di decadenza del Duca.
Perirono entrambi ai 25 maggio del 1831. Altri ventinove cittadini
furono condannati a morte in contumacia, nel 1837, e i loro beni, già
sequestrati, venner divisi fra le loro famiglie.
Nel 1833, un Giuseppe Ricci, cavaliere, patì l’estremo supplizio per
una congiura della quale fu poscia chiarito innocente, chè si scoperse
essere stata inventata dalla polizia. Indarno la moglie dell’infelice
strinse le ginocchia del Duca, indarno rammentò a lui e alla duchessa
servigi importanti resi loro dalla propria famiglia in tempi sinistri
pel principato. La sola grazia che le fosse dato ottenere fu questa,
che il Ricci, invece di salire sul palco, venisse passato per le armi!
Gli stranieri cui cadran sotto gli occhi queste pagine, crederanno a
stento i fatti summentovati, eppure son veri pur troppo, eppure non gli
ho registrati tutti, chè ad accennarli solo sarebbe stato mestieri,
non una breve notizia storica, ma un intero volume. E ho taciuto del
fatto di Gaetano Punzoni, il quale fu tenuto in carcere durante nove
anni, perchè sospettato di avere ucciso il direttore di polizia Resini,
che tutti sapevano non essere stato morto da quello. Il Duca richiesto
di quel che intendea si facesse del Punzoni, rispose: «_rimarrà in
carcere, finchè non si trovi il vero reo._»
La tirannide del Duca di Modena, ripetiamolo pure, è una solenne
mostruosità nell’Europa del secolo decimonono. La è tale, che tutti
coloro che possono vivere fuor dello stato, si sbandeggiano volontarii,
e fra gl’Italiani che van ramingando di qua dalle Alpi, v’ha sopra
ogni dieci uno o due Modenesi, quantunque la popolazione del ducato di
Modena stia rispetto a quella d’Italia nella proporzione di 400,000
a ventuno milioni. E spesso t’imbatti in intere famiglie di esuli.
Indicherò a chi vuol piangere un’umil casetta sita nei dintorni di
Parigi, e propriamente nella strada _Saint-Louis aux Batignolles_,
Nº 52. Io l’ho visitata più volte, e non mai senza lacrime, ma non
potrò mai dimenticare quel che provai la prima volta che colà mi
condussi. Vive in quella casa una numerosa famiglia, ma quel giorno
tutti eran fuori, meno una donna fra i sessanta ed i settant’anni.
Era tutta vestita di nero, e mi parve consunta, più che dall’età, dal
dolore, uno di quei dolori che niuna lingua sa esprimere, nè cuore
alcuno comprendere, se non di donna e di madre. Era la prima volta che
quella misera s’offeriva a’ miei sguardi, eppur la conobbi al primo
vederla, ed un sentimento che non può dirsi a parole mi strinse l’animo
sì fattamente, che non seppi aprir bocca, quindi mi sentii spinto a
prorompere in un pianto dirotto; ma feci forza a me stesso per non
ricercar le ferite onde sapea tradito quel cuore, e colto un pretesto,
tolsi commiato in gran fretta. In quella casa, o lettore, abitano il
padre, il fratello ed il figlio di Ciro Menotti, e quella ch’io vidi
era la madre del martire!
AD ACHILLE MENOTTI.
A TE FIGLIUOLO D’UN MARTIRE
INTITOLO UN INNO
NEL QUALE
DEPLORANSI LE RECENTI SVENTURE
DEGL’ITALIANI DI MODENA
UN OBLIGO SACRO T’INCOMBE
QUELLO DI VENDICARE TUO PADRE
MA NON COL PUGNALE DEI FARLO
NON GIÀ CHE L’USO DI ESSO
SIA ILLECITO COI NOSTRI TIRANNI
MA PERCHÈ COL PUGNALE
SI SPEGNE IL TIRANNO E NON LA TIRANNIDE
E A NOI QUESTA FA D’UOPO SCHIANTARE
E A TE SI CONVIENE
UNA PIÙ SUBLIME VENDETTA
TU DEI INTENDERE
O ACHILLE
CON TUTTE LE POTENZE DELL’ANIMA
ALLA GRAND’OPERA
DELLA RIGENERAZIONE ITALIANA
TU DEI VENDICARE TUO PADRE
VENDICANDO LA PATRIA
MA I MIEI CONFORTI SONO SOVERCHI CON TE
CHÈ TI BASTA IL PENSARE
DI CHE NOME TI FREGI
HO VOLUTO SOL COGLIERE IL DESTRO
DI PORGERTI UN PUBBLICO PEGNO
DELLA MIA CALDA AMICIZIA
POSSANO LE MIE PAROLE
GIUGNERTI CARE
E ADDOLCIRTI ALQUANTO LA PIAGA
PROFONDA INSANABILE
CHE PORTI FIN DALL’INFANZIA NEL CUORE!
CANTO PER GL’ITALIANI DI MODENA.
_E l’ira e la pietà mi sian la musa!_
Monti.
Dolente è l’italica densa famiglia,
Ma al duol che ne pange niun duolo somiglia,
Chè un orrido mostro n’addenta, ne lania,
Nel qual s’avvicendano empiezza ed insania,
E che per più onta qui l’Istro inviò.
Di tutte sue colpe chi dire potrebbe?
Chi dire del sangue che il crudo si bebbe?
N’è fissa ne l’animo l’ora funesta
Ch’a un giusto a Rubiera fu tronca la testa....
Che lutto ogni core quel giorno occupò[22]!
La fiamma del cielo le nubi squarciava,
Pe’ campi de l’aere feroce mugghiava
De’ tuoni la voce, sfidavansi a guerra
Gli opposti aquiloni — commossa la terra
Un cupo ululato mandare s’udì.
Ma allor che del giusto l’estremo sospiro
Ver l’etere mosse, le nubi s’apriro,
A’ venti, a la folgore l’ira fu infranta,
E un subito sol de la vittima santa
Il sangue di splendida luce vestì.
O santo, la terra leggiera ti sia!...
Oh come godesti nel dì che la ria
Tirannica belva mirasti fuggente,
E in armi la patria levarsi fremente,
E liberi canti giuliva intuonar!
Ma come baleno che traccia non lascia
Sparir quelle gioje — la tema e l’ambascia
Reddian coll’iniquo tiranno esecrato —
E tanto più il fero di sangue è assetato,
Che l’ore rammenta che il fenno tremar.
Magnanimo Ciro, da noi lacrimato
Con doglia perenne fia l’empio tuo fato!...
Qual Italo s’ebbe più fervido in petto
Del sacro nativo terreno l’affetto?...
Ei Procida novo correva ogni suol,
Bramando che Italia dal fango sorgesse...
Fu invan, chè la speme degl’Itali oppresse
Fortuna, ed a lui che salvollo da l’ire
Di giusta vendetta, l’orribile sire
Fedifrago tolse la luce del sol!
O nobile spirto, cogli empi delitto
È l’esser pietoso!... ramingo ed afflitto
Il fiore de’ nostri per terre lontane
Or va bisognoso d’un misero pane,
E preda noi siamo d’immenso dolor.....
Ma in mezzo a la nostra profonda mestizia
Balena un pensiero di tutta letizia —
_Fia un dì che la piena de l’ira sia sciolta,_
_E fera terribile scenda una volta_
_Sul mostro che gridasi nostro signor!_
VENEZIA.
Maladetta la servitù, di qualunque natura ella sia! Per essa il più
antico, il più florido fra gli stati italiani miseramente perì.
Venezia nata per mano di uomini i quali antiposero il lottare coi
flutti al servir sotto i barbari, godette durante più secoli del
governo popolare, quindi la democrazia fu oppressa dall’aristocrazia,
e a questa succedette la più dolorosa fra le tirannidi, la tirannide
forestiera. E il Bocconio, e Bajamonte Tiepolo tentarono invano di
ricondurre il governo della lor patria alla sua origine. Soggiacquero
entrambi, e con essi la libertà, e quindi ogni nerbo della repubblica.
La chiusura del libro d’oro fu l’ultimo colpo. Il governo ristretto
nelle mani di poche famiglie, divenne viemaggiormente geloso del
proprio potere, e viepiù diffidente verso del popolo, cui cercò di
ammollire per via dei piaceri. E però il giorno dell’estrema ruina
lo chiamò indarno in suo aiuto, e quella Venezia medesima ch’erasi
insignorita di Costantinopoli nel duedecimo secolo, e sì fortemente
avea combattuto nella guerra di Chioggia nel decimoquarto, ed avea
salvato l’Europa dai Turchi, fu misera preda, pria dei Francesi, poi
degli Austriaci. Maladetta la servitù, qualunque natura ella sia!
CANTO PER GL’ITALIANI DI VENEZIA.
_E tu fuor delle palme ove l’ascondi_
_Leva la faccia per dolore attrita,_
_Vinegia, e siedi a signoria dell’acque._
_L’eccelse sponsalizie or rinnovella,_
_Come usasti al buon tempo, e a’ flutti avari_
_L’anel donando di molt’oro adorno,_
_Al truculento mar ti rimarita._
Mamiani.
Vinegia, un dì lieta reina de l’onde,
Or misera preda, fu raro e stupendo
Il tuo nascimento! Su l’Itale sponde
Degli Unni lo sciame calava tremendo,
Allor che chiunque dal giogo abborria
Qui trasse — «Ti leva» gridò Libertà,
«Ti leva da l’acque, Vinegia!...» ed uscia
Dal seno de l’acque la bella città.
Fu gioja a’ nostr’avi tra l’ire de’ venti,
Più presto che servi, la vita menar.
Qual rovere salda fra i nembi furenti,
La donna de l’Adria dal torbido mar
Serena s’innalza, chè libera vive,
E spinge animosa del fero lïon
La bellica insegna ver tutte le rive
Su pini che indarno disfida aquilon.
Ve’ come l’aligera belva risplende
Sul muri del vinto Bizanzio! Ve’ come
Pe’ liti pagani temuto si stende
D’un cieco vegliardo l’altissimo nome![23]
Ve’ quanti guerrieri San Marco fan chiaro!
E Zeno e Pisani che a Chioggia pugnar,
E quei che il ricurvo barbarico acciaro
In cento battaglie securi affrontar.
Chi salve d’Europa le trepide genti
Facea da la rabbia del crudo Ottoman?
Polonia col ferro de l’aste lucenti,
Vinegia fra i rischi de l’ampio Ocean.
Quai fervide grazie, che lieta fortuna
Fur premio ad entrambe de l’alto valor?
Inghiotte Vinegia la nera laguna,
Polonia diserta d’un empio il furor.....
Vinegia ne l’acque onde surse ruina,
Chè libera nata, poi schiava divenne
Di pochi — a ogni bella virtù cittadina
Gli stolti patrizii tarparo le penne.....
Qual gente quaggiuso più attonito il mondo
Mai fece, e di lume più vivo brillò?
Ma in molti diletti, ma in ozio profondo
Si giacque, e a lo strano suo brando affidò.
Però quando l’ora de l’ultima pugna
Scoccava, e la fiamma del gallico sdegno
Scendea minaccevole, invano su l’ugna
Del fiero lione fidava l’indegno
Codardo senato — fu muto vessillo
L’alato lione, niun’eco s’udì
D’imbelli oricalchi ripeter lo squillo,
La pallida tema sui volti apparì.
È questa dei servi la misera sorte,
Qualunque sia ’l giogo cui piegan la testa.
In timido, in fiacco tramutasi il forte,
Vien poi lo straniero, lo vince e calpesta...
Fu vostra la colpa, o patrizii! — Per fio
Gli splendidi averi dispersi n’andar,
La pompa de’ lauti banchetti spario,
Si veggiono i vasti palagi crollar.
E crollino i vasti palagi superbi
De’ vili patrizi!; ma immota su l’onde
Deh l’alma reina de l’Adria si serbi
Al lume di care speranze gioconde,
E franca de’ ceppi coll’itale genti,
All’aure si reggia di novo spiegar
Le vele su tutte le patrie de’ venti,
Rifattasi nobile sposa del mar!
LOMBARDIA.
Se chiedi del governo austriaco a’ forestieri che han visitato la
Lombardia, ti rispondono che meno _alcuni rigori di polizia_ gli
è uno de’ migliori che si conoscano. Ma i forestieri sono pessimi
giudici delle cose nostre, e massime delle politiche, i forestieri
che sogliono correre la penisola quasi di volo, e poco sanno la
nostra lingua, e però poco o nulla conversano colle varie classi
della nazione. Oltreacciò e’ non possono sentir come noi rispetto a’
Tedeschi, per il che non è dato loro lo intendere che comunque il
governo austriaco fosse umano, dolcissimo, ottimo in tutto, e noi nol
vorremmo. Ma prescindendo da questa che chiamerò _incompatibilità di
umori_ fra la razza alemanna e la nostra, mille buone ragioni s’hanno
i Lombardi dell’abborrire che fanno dal giogo dell’Austria. Chi non sa
dell’enormità delle imposte? Chi non sa de’ ventiquattro mila Italiani
costretti a strascinare la vita sotto il bastone tedesco oltre l’Alpi?
Chi non sa della natura del codice austriaco, segnatamente per quello
che spetta al diritto penale? A chi non è nota la imperfezione degli
ordini municipali del reame Lombardo-Veneto, dove essi ordini son pure
alquanto larghi nella parte tedesca dell’impero? E non ho fatto parola
delle inquisizioni politiche dal 1821 in poi, chè non potrei aggiugner
gran fatto a quel che n’è stato detto in tanti libri, e massime nelle
memorie di Pellico e Andryane. Ma l’amnistia? mi diranno taluni.
L’amnistia, risponderò, oltre che fu una vera calamità in questo, che
die’ a divedere come fosse malamente fondata l’opinione che avevasi
del retto sentire d’alcuni, l’amnistia, dico, fu una perfida burla,
perchè finora per essa non han riveduto la patria che i profughi;
cioè coloro i quali per non essere stati mai giudicati, non erano da
riputarsi colpevoli. E i condannati a morte pei tentativi del 1821, e
coloro cui fu commutata l’agonia dello Spielberg nella deportazione in
America, sono tuttora in esilio. Eppure i giornali francesi, eppure non
pochi fra i liberali italiani (il che duole più assai) la clemenza di
Metternich grandemente esaltarono, e a’ 6 settembre dell’anno scorso,
vale a dire il giorno dell’incoronazione dell’imperatore, giorno che
avrebbe dovuto considerarsi come luttuosissimo per la nazione, si
fecero cose a Milano, che chiamerò matte, per non adoperare una più
acerba parola. A quei che per rompere i ceppi non hanno altr’arma fuori
dell’ugne non va rinfacciato il servaggio, massime quando inchinano
il collo e non l’animo. Non così a chi mostrasi lieto del giogo. Ma
per buona ventura quelle inettezze non si fecero dai più, ma da pochi,
chè i più a Milano non solo, ma in tutta quanta l’Italia, hanno in
odio sommo, profondo tutto che sa di tedesco. Gli è come dei Bavari
in Grecia. Considerando da questo lato la cosa, antipongo il dominio
austriaco a qualsivoglia altro, e soprattutto a quel dei Francesi,
perocchè fra questa nazione e la nostra le differenze non son tanto
grandi da torre alla prima il poter metter radici in Italia, dove
l’Austriaca, ancorchè la sua usurpazione duri da sì lungo tempo, ha
vivuto sempre fra noi a quel modo che oggi, cioè come straniera che
teme e non ama in mezzo a gente inimica. A persuadersi di questo
ch’io dico basta osservare in che guisa gli Austriaci sieno trattati
dall’universale nelle città lombarde, e in ispecie a Milano, dove
gli uffiziali non son ricevuti in quasi nessuna casa, e niun uomo
del popolo se la fa coi soldati. Non potranno mai lodarsi abbastanza
i Lombardi per questo loro procedere verso i Tedeschi. Così potessi
lodarli del pari per quel che riguarda al vivere costumato e civile! E
qui non parlo del popolo, che a Milano, come nel rimanente d’Italia,
è sobrio e morigerato più che in ogni altro paese, ma del ceto bensì
che dovrebbe dare al popolo ogni più nobile esempio. E’ direbbesi che
la famosa satira del Parini non avesse fatto in Lombardia quasi alcun
frutto, mentre la gioventù vive ancora nell’ozio e negli stravizzi,
secondando in ciò involontaria le mire del governo, il quale vorrebbe
vederla simile affatto a quella di Vienna, cioè rotta al mal costume,
e dedita tutta ai piaceri. Altro vivere dimandano i tempi, e i giovani
Lombardi, cui la natura fu larga d’ogni suo dono più caro, dovrebbero
rinsavire una volta, e nell’espettazione di fortuna migliore per la lor
patria, in alti e belli esercizii l’ingegno e le mani occupare.
CANTO PER GLI ITALIANI DI LOMBARDIA.
_Su Lombardi! ogni vostro comune_
_Ha una torre: ogni torre una squilla:_
_Suoni a stormo!_
Berchet.
Turbo guerrier su l’insubri
Zolle feconde un giorno
Precipitò; ma celeri
A pugnar d’ogn’intorno
Da ville e da città
Le nostre genti
Uscian di carità
Patria bollenti.
In sul carroccio l’ITALA
Spiegar sacra bandiera,
Cui difendea dei giovani
Più intrepidi la schiera
Tutta bella d’acciar —
Ma prima in campo
Milano scintillar
Faceane il lampo.
Poi d’oste innumerevole
Cinta, cadea, ma un monte
Di nimici cadaveri
Le fu letto, e la fronte
Bentosto rïalzò
Più maestosa,
E l’armi ritrattò
Più ardimentosa.
Chè a lei la fratellevole
Mano sovvenne, e il forte
Volere, onde in un subito
Mura bastite e porte
Ebbe Alessandria, e il cor
Pieno di rabbia
Lo stranio imperador
Mordea sue labbia.
Ov’è l’ardor che l’animo
Facea a’ Cremaschi baldo
Così, che senza lacrime
Dal contrastato spaldo
Madri e spose mirar
Fra ceppi strette
Misero segno star
Di lor saette?
Di quel delitto il norico
Regnatore inumano
Un fio pagò terribile
Sui campi di Legnano —
Le sue squadre perir
Nel cozzo acerbo,
E rapido fuggir
Dovè il superbo
In atto supplichevole
Ecco Vinegia il vede
dianzi al roman pontefice.
Ed un italo piede
Del germano signor
Preme la testa.....
Oh qual surse dai cor
Voce di festa!....
Ma lampo rapidissimo
Fu quella gioia — fero
Sempre e più sempre cupido
L’odiato straniero
Da l’Istro ahi ripiombò
Su la fiorente
Insubria, e l’avvinghiò
Tenacemente!
Quante fiate i fertili
Piani infestò!... Ma scese
Il fulmine d’un Italo[24],
E dal gentil paese
Sgombrò l’immondo augel
Dal doppio rostro.....
Però fine il crudel
Servaggio nostro
S’ebbe fors’ei?... sul nordico
Suol, de l’ispano sole
Sotto la vampa, esanime
Cadea l’itala prole
Pel Franco spregiator
D’ogni altrui vanto,
E peria senza onor
D’inni o di pianto.
Pur combatteasi — in ozio
Non traëvam la vita,
Gli audaci petti a’ giovani
Un’assisa abborrita
Sotto l’ungaro ciel
Non costringea,
Nè il tedesco flagel
Li percotea!
E non sorgeva lugubre
Lontan lontan fra i geli
Un castel solitario,
Che lunghe ore crudeli
Serba a qualunque in sen
Più pura e ardente
Del nativo terren
La fiamma sente.....
E in diletti femminei
Vivremmo?... Ahi lacrimando,
Fremendo, e al ciel le inutili
Man neghittose alzando
Viviam, finchè il dolor
Ch’aspro ne invade
Non si muti in furor
Di libertade!
SVIZZERA ITALIANA.
Pochi paesi godono di maggior libertà di quella onde gode la
repubblica del Ticino, ciò non pertanto in nessuno si scorgono minori
i beati effetti del viver libero. I Ticinesi posseggono il suffragio
universale, ma il frutto n’è questo, che circa quaranta preti sono
scelti a deputati del gran consiglio. E’ s’hanno la libertà della
stampa, ma i loro giornali sono i peggiori di Svizzera, e niun’opera
un po’ rilevante vien fuori a Capolago, a Bellinzona, a Lugano. E’
s’hanno la libertà dell’insegnamento, ma poche scuole primarie o
normali v’ha nel cantone, e quelle poche non sono frequentate gran
fatto. Non mai in una parola fu vista una contradizione sì fatta fra le
istituzioni e lo stato civile, morale e intellettuale di un popolo. Ma
quel che più duole si è il vedere i partiti a’ quali s’appiglia per lo
più nella dieta il deputato del Ticino. Basti questo, che i liberali
della confederazione annoverano il cantone italiano fra i più mogi ed
ingenerosi di Svizzera. Aggiungi che alquanti tra i Ticinesi, comechè
repubblicani, non rifuggono dal vestire la turpe divisa del papa o
del re di Napoli, partecipando in tal guisa a un’infamia da sì lungo
tempo rinfacciata agli Svizzeri. Queste cose le dico con grave dolore,
ma mi è paruto doverle dire, perchè cogl’Italiani non giovano solo i
conforti, ma voglionsi ancor le rampogne.
CANTO PER GL’ITALIANI DI SVIZZERA.
De la terra che n’è patria
Niun si nomina signor;
Siam fratelli, e niuno insorgere
Sui fratelli osa maggior.
Su la piazza il denso popolo
A comizio si raüna,
E a’ miglior commette unanime
Il guidar la sua fortuna.
Sebben tutti un ferro impugnino
Nullo offende a Libertà,
Chè d’ognun l’affetto vigile
De la Diva a guardia sta.
Vive intenta ai ludi bellici
La robusta gioventù,
E disia che chiara splendere
Possa in campo sua virtù.
Ma passaro de l’Elvezia
I bei giorni, e più non suona
Il Lemano e l’Oberlandia
De la tromba di Gransona.
Ricca d’armi e d’oro povera
Un dì Elvezia si mirò,
E un delubro a la vittoria
Di nimiche ossa innalzò.
Or suoi figli le man libere
Vanno offrendo agli empi re....
Sul Sebeto infami vendono,
E sul Tevere la fè.
Ed elvetica progenie
Ne direm?.... Più lieta spene
A noi ride, a noi cui d’italo
Sangue fervono le vene.
A noi suona de l’Eridano
In sul labbro la favella.
Le tue doglie e le tue glorie
Nostre sono, o Italia bella.
Dal tuo sonno assorgi, o misera,
Ad un impeto gagliardo,
E qual l’aquila precipite
Da la cima del Gottardo
Va su l’angue e lo dilania
Coll’artiglio e lo divora,
Noi veduta alfin risplendere
La sì a lungo attesa aurora,
In sui piani de l’Insubria
Tutti a guerra scenderem,
E l’acciar nei petti barbari
Fino a l’elsa immergerem.
PIEMONTE.
Nei Piemontesi sta il nucleo del futuro esercito italico, chè oltre
dell’essere mirabilmente atti alle armi fin dall’età più remote, hanno
tali ordini militari, che in ora brevissima centomila e più uomini
possono radunarsi e far testa al nemico. Aggiungi che all’infuori delle
memorie del 1821 le tradizioni belliche del Piemonte sono gloriose, e
quel che più vale, continuatamente gloriose. E il valore dei Subalpini
è oggidì quel medesimo che fu visto durante il famoso assedio di
Torino del 1706, e le guerre del secolo scorso, e le fazioni tutte sì
bellamente sostenute sotto le aquile dell’impero francese. La casa di
Savoja invece, che fu sì ricca di animi vigorosi ed arditi, è degenere
affatto, tanto gli è vero che le famiglie dei principi possono decadere
e corrompersi, non così i popoli, ne’ quali, se la natura li volle
animosi davvero, ad onta di tutti i vizii, di tutte le profonde miserie
inerenti alla schiavitù, la robusta e nobile tempra non cede. Qual
differenza mai corre fra Emanuele Filiberto e Carlo Felice? Fra re
Carlo Emanuele e re Carlo Alberto? Ma segnatamente fra quest’ultimo e i
principi tutti della casa in discorso? Nessuno dei tirannelli d’Italia,
neppure il duca di Modena, debbe riuscire più esoso all’universale, o,
per meglio dire, schifoso di Carlo Alberto, e i più tristi fra i nostri
carnefici sembrano onesti in confronto di questo sciaurato. Ma parlino
i fatti.
Niuno ignora la maschera di liberalismo onde Carlo Alberto vestiva
la sua ambizione nel 1821, e come i liberali di Piemonte, ingannati
a quelle apparenze, commettessero il gravissimo fallo di accostarsi
a lui per insorgere, facendogli sperar come premio del suo cooperare
a quei moti lo scettro di gran parte d’Italia. La sera del 6 marzo
1821 Carignano dava solennemente la sua approvazione al mutamento
politico da doversi far nello stato; ma ventiquattr’ore appena erano
scorse, quando annunziò non voler sapere più nulla della congiura.
Debole al sommo, non dovea però rimanere gran fatto in questo
proposito. Il domani i cospiratori avendolo richiesto con calde
parole di mantenere la data fede, dopo molto dibattere die’ il suo
consenso alla rivoluzione, cui per altro non volle promettere se non
alcuni fra i moltissimi aiuti che nell’alto suo grado avrebbe potuto
apprestarle. E fin qui, a volerlo giudicare benignamente, non si
scorgono se non imbecillità e codardia. Ora comincia l’infamia. In quel
tratto medesimo che nuovamente assentiva alle voglie dei liberali, e
promettea secondarle, dava ordini sì fatti che la mossa rendevano quasi
impossibile. Fortunatamente alcuni fra i congiuranti ciò seppero in
tempo, e la mossa ebbe luogo ad onta di Carignano, se non che invece di
cominciare a Torino, com’era stato prefisso, cominciò ad Alessandria ed
a Pinerolo. Vittorio Emanuele avendo abdicato, Carignano fu nominato a
reggente, e a’ 14 marzo 1821 giurò la costituzione spagnuola. Ma soli
otto giorni ei tenne quel giuramento, perocchè nella notte de’ 21 ai
22 ei disertava colle guardie del corpo, l’artiglieria leggiera, i
cavalli leggieri di Savoja e il reggimento di cavalleria Real Piemonte.
Il generale tedesco Bubna, nel cui campo si presentò, lo accolse assai
malamente, chè i traditori destano ira e ribrezzo fino in coloro che
raccolgono il frutto del tradimento. Nuove umiliazioni lo aspettavano a
Modena, dove re Carlo Felice, non sapendogli perdonare quell’aver fatto
da liberale durante otto giorni, ricusò di vederlo. Carignano, tradita
la causa della libertà, o, per parlare più rettamente, quella della
propria ambizione, avrebbe potuto giovare almeno in questo al Piemonte,
nell’evitar che gli Austriaci ne violassero il suolo. L’occasione a ciò
era più che propizia. L’esercito piemontese era scisso in due campi,
costituzionale l’uno, l’altro realista. Quest’ultimo stava a Novara,
sotto il comando del general Latorre. Carignano, in cambio di andarne
a’ Tedeschi, avrebbe potuto recarsi a Novara, diventar capo delle
truppe quivi adunate, e con esse sopraffare le forze costituzionali
d’alquanto minori, la qual cosa, ripeto, avrebbe risparmiato al
Piemonte l’invasione straniera. Ma messosi nella via dell’infamia,
Carlo Alberto volle correrla intera.
A purgare il delitto di avere contribuito in così minima parte al
moto rivoluzionario del 1821, Carignano fu mandato in Ispagna, dove
molte centinaia di fuorusciti piemontesi combattevano e morivano per
la libertà, capitanati dal valorosissimo Pacchiarotti. Tutti sanno
del titolo conferito a Carlo Alberto di _granatiere del Trocadero_.
È fama ch’ei si compiaccia grandemente nel parlare di quel generoso
episodio della sua vita, e mostri con gioia le spalline di lana rossa
che il duca d’_Angoulême_ di propria mano gli diede. Salito sul
trono, aspettavasi ch’ei perdonasse a’ molti che avevano con esso
lui congiurato nel 1821. Nuovi martirii di liberali vide invece il
Piemonte[25]. Non farò cenno se non dei fatti avvenuti nella state
del 1833. La Giovine Italia avea messo una gran paura addosso a tutti
i governi italiani, ma specialmente a quello di Carlo Alberto. Leggi
severissime furono bandite nel Napoletano, nel reame Lombardo Veneto
e negli stati Sardi contro chiunque fosse stato chiarito proselite
della nuova setta, e la solita pena di morte fra le ventiquattr’ore
fu minacciata ai colpevoli. Il solo detenere una copia del giornale
della Giovine Italia era riputato bastevole a provare la reità degli
accusati. Numerosissime furono le carcenzioni nel Genovesato, in
Piemonte, in Savoja, e si fece man bassa in ogni ceto, ma segnatamente
fra i militari, nè andò guari che Genova, Alessandria e Ciamberì si
videro intrise di sangue. A Genova furono moschettati Miglio, sergente
de’ guastatori nel reggimento _Granatieri Guardie_, Biglia, sergente
foriere nel medesimo corpo, e Gavotti già uffiziale, uomo di molta
età, ammogliato e padre di sette figliuoli. Ogni modo erasi adoperato
con quest’ultimo perchè parlasse; ma egli antipose un morire onorato
ad un vivere infame. Miglio, già soldato nella guardia imperiale di
Napoleone, volle provvedere per quanto potette all’infelice famiglia
del suo compagno di morte. Avea messo in serbo una picciola somma
durante i molti anni in che avea militato; e quei pochi danari e tutto
che possedeva legò alla famiglia Gavotti. I soldati cui fu commesso
l’ufficio di archibugiare i tre martiri, furono scelti con grandissima
cura fra coloro che si sapea non avrebbero ricusato, le truppe in
generale essendosi mostrate avverse oltre modo a quegli assassinii.
Pochi giorni dopo Giacomo Ruffini, uomo noto e caro all’universale per
ingegno e virtù, certo di essere condannato all’estremo supplizio,
si uccise nelle prigioni della _Torre del Palazzo_. Ad Alessandria
furono messi a morte cinque sergenti forieri, Marini, Costa, Ferrari,
Menardi e Rigazzo, e il procuratore Vochieri. Marini era giovane colto
e gentile, e sapea dettar versi di qualche eleganza. Vochieri avea
moglie e una figlia. Un Galateri, governatore di Alessandria, volle
che la vittima nell’andare al supplizio passasse dinanzi alla casa
dove quelle povere donne se ne stavano più morte che vive. A Ciamberì
il tenente Tolla, un de Gubernatis, un Tamboretti, ed un altro di cui
ignoro il nome, furono pur moschettati. Nel febbraio del 1834 due
altre morti si videro a cagione della spedizione di Savoja, impresa
malaugurata oltre ogni dire, la quale comechè tentata con belle e
generose intenzioni, mercè del suo risultamento finale è riuscita
assai funesta all’Italia, in questo principalmente, che ha sfiduciato
i più ardenti, e ha screditata la causa nostra fra gli stranieri,
che nulla badando alle cagioni dei fatti, solo da questi son usi a
giudicare di noi. Un Lombardo per nome Volonteri e un Francese per
nome Borel, fatti prigioni sulla frontiera, furono indi a poco passati
per le armi a Ciamberì. Volonteri fece per la famiglia di Borel il
medesimo che Miglio avea fatto per quella di Gavotti, e ciò dopo
avere tentato ogni via per salvare il compagno, affermando averlo
egli solo indotto, anzi strascinato alla fazione per la quale venia
sentenziato.... Miglio, Volonteri, e voi tutti i quali periste per la
libertà, sia sul patibolo, sia pugnando per essa in terra straniera, i
vostri nomi ora vanno per le bocche di pochi, ma un giorno il popolo
d’Italia s’udrà pronunziarli con assai maggior riverenza che non fa
de’ santi oggidì, che anzi i soli santi sarete dell’Italia futura!...
E a te, o Santarosa, il più generoso fra loro, sorgerà una splendida
pietra, rammentatrice perpetua delle tue chiare virtù e del tuo
morire magnanimo!... Vorrei che nessuno Italiano ignorasse la lettera
che quell’egregio scriveva di Londra a Vittorio Cousin, in data dei
21 ottobre del 1824, lettera in cui dichiarava con parole degne di
eterna memoria la presa risoluzione di andarne a combattere e morire
coi Greci. Non appena ebbe afferrato il desiderato lido di Grecia, si
vestì all’Albanese, e militò da soldato durante circa sei mesi. Agli
8 maggio 1825 ei cadde a Sfacteria sotto il ferro egiziano. Avrebbe
potuto, come tanti altri, imbarcarsi sul legno _il Marte_. Gli piacque
invece di mettere a un certissimo rischio la vita, sol per raccendere
coll’esempio il coraggio dei Greci. Cadde, e il suo corpo fu poscia
indarno cercato sul campo dall’amico Collegno. I soldati d’Ibraimo ne
avean fatto per certo il governo che i barbari sogliono dei corpi dei
vinti. Santarosa non ha onor di sepolcro, mentre il vil Carignano sta
in trono; ma chi non vorrà preferire la sorte dell’esule morto per la
libertà ai rimorsi all’infamia del più vituperoso dei traditori?
CANTO PER GL’ITALIANI DI PIEMONTE.
_Esecrato, o Carignano,_
_Va il tuo nome in ogni gente!_
Berchet.
D’animose fortissime schiere
Sempre sempre brillaro le rive
De la Dora, e le stranie bandiere
Di nostr’armi temero il fulgor.....
Quella luce oggi languida vive,
Chè siam servi d’un vil traditor.
Quinci surse quel fulmin di guerra
Che le squadre dell’Istro guidò[26].....
Oh perchè, perchè a l’itala terra
La sua mente, il suo braccio niegò?...
Anzi, oh rabbia! di prence straniero
A le voglie odïose obbedì,
E d’Italia al nimico più fiero,
Al nimico più odiato servì?...
Pure un campo ad ogni opera ardita
La fortuna schiudevane allor....
Or da imbelli viviamo la vita,
E siam servi d’un vil traditor.
Un gran nembo dal monte vicino
Scese un dì su la bella Torino;
Ma fu invan, chè a’ fulminei tormenti,
A l’urtar de le galliche genti
Ella salda rimase — ai perigli
A vicenda correvan suoi figli,
Nè sol’essa dei giovin gagliardi
La bollente virtù, ma i vegliardi,
Ma le donne, i fanciulli financo
In sui muri traevano il fianco.
S’udia ’l tuono dei bronzi frattanto,
E la morte sua falce rotava,
Pur non timide grida, non pianto
Da la debile turba s’alzava —
Duro giogo ne stava sui colli,
Ma battaglia fremeva ogni cor —
Or viviamo quai femmine molli,
E siam servi d’un vil traditor.
Immortale d’un umil soldato[27]
Suonar debbe la fama — il perir
Ei preferse al vedere l’amato
Patrio nido a lo stranio servir.
Lavorando sotterra egli gìa,
Allorchè per incognita via
Quivi irruppe di Franchi una schiera —
Vincitor su Torino l’acciar
Tien sospeso la gente straniera —
Uno scampo rimane — appressar
A le mine la fiamma — l’ardito
Non un attimo solo indugiò —
Uno scoppio tremendo fu udito —
Ei s’uccise e la patria salvò.....
Dove andò quell’età glorïosa
D’opre eccelse e di bellico ardor?
Or la vita viviam neghittosa,
E siam servi d’un vil traditor.
Sotto l’aquile franche a pugnar
De la Dora i figliuoli n’andar
Lunge lunge, e i temuti stendardi
Trïonfaro per essi talor.....
Pur su l’arpe del gallici bardi
Non suonò di quel prodi il valor.....
Non suonò, ma di splendida morte
E’ morivan sul campo d’onor,
Nè sapean com’è cruda la sorte
Di chi serve ad un vil traditor.
Gente siam cui la bellica tromba
Lusinghiera a l’orecchio rimbomba,
Chè in noi dorme l’antica virtute,
Non ispenta n’è in core, e salute
Sarà ella degl’Itali, quando
Fia che i ceppi convertano in brando.....
Primi primi agli scontri anelati
Voleremo, e del sangue bagnati
Del malvagio, del vil traditor
Che nomarsi osa nostro signor.
GENOVA.
Bisognerebbe che gl’Italiani avessero sempre dinanzi agli occhi il
gloriosissimo fatto del 1746. Una sola città, quasi inerme, discacciò
ad un tratto sedici migliaia di soldati, che poche ore prima l’avean
taglieggiata e oltraggiata come terra di schiavi. Nel 1821 Genova si
comportò pure assai bellamente, chè mise in armi numerose milizie, e
fece sapere agli Austriaci che non avrebbe dato loro l’ingresso, nè la
bandiera costituzionale avrebbe abbassata, se prima tutti i proscritti
piemontesi accorsi nelle sue mura per cercarvi un imbarco non avesse
veduti salpare. E tenne molto fedelmente le fatte promesse. Nobilissimo
atto di fratellanza fu quello, e solo basterebbe a combattere
l’opinione di coloro che credono regnare odio fra le varie province
d’Italia, e massimamente fra il Genovesato e il Piemonte. Ben so che
i governi fann’opera di alimentare, e talor suscitare le matte gare
municipali, e niun modo tramandano per render nemici fra loro quei che
strettamente congiunti li farebber tremare, ma la buona natura italiana
soverchierà i loro sforzi, e la comunanza del sangue farà sì che nel
comune pericolo potentissimo sempre si svegli pur nei cuori men caldi
l’amore della patria italiana.
CANTO PER GL’ITALIANI DI GENOVA.
Sovra l’agili navi ogni mar
Discorriamo, e ne giova dei venti,
E dei flutti i perigli affrontar,
Chè tra l’ire degli Euri frementi,
E tra l’onde sonanti oblïam
De la patria il servaggio crudel.
E gemendo le prore volgiam
Ver l’amato ligustico ciel....
Non così gli avi nostri — festanti
E’ reddivano, e cinti d’allor
Sovra l’ampie galee trïonfanti,
Del Tirreno, de l’Adria terror.
Oh perchè contra italiche genti
E’ rivolser le valide mani?
Di Meloria, di Chioggia, o dolenti,
Niquitose giornate, ove insani
De’ fratelli ne’ petti l’acciar
Con sacrilega rabbia cacciar!...
Oh vergogna! oh dolore!... tremenda
Fu però del delitto l’ammenda.
Surse l’empia discordia fra lor,
Forsennati gli rese il livor,
E di sangue civil disïosi.....
Maledetti gli Adorni e i Fregosi!
De’ Visconti a la serpe crudele,
Agli Sforza e’ dischiuser la via —
A la vista d’incognite vele
L’Oceàno frattanto stupia,
E più lune sfidavale a guerra
Ma fu indarno, e Colombo la terra
Sospirata afferrava..... a che pro,
Se la patria nei ceppi restò?
Ma ben tosto al tuo gemito accorse
Il gran Doria, ed a vita risorse
La meschina. Il vil Carlo signor
Il volea de la patria; ma libera
Ei gridolla, e dai liguri cor
Alto un inno di fervide grazie
S’innalzò — Chiaro giorno fu quello,
Ma splendeva di lume più bello
Il gran dì che del popol la mano
Fulminando scendea sul Germano —
Un’angoscia profonda sui volti
Dipingevasi, un gemito roco,
Di procella forier, d’ogni loco
Sollevavasi, a torme o disciolti,
Baldanzosi gli odiati stranieri
Brulicavan per gli erti sentieri,
Gli uni carchi d’immenso tesoro,
Gli altri intesi a rapirne coll’oro
Le difese. — Gli arnesi di guerra
Giù calavan dai muri — la terra
Sotto il peso dei bronzi tremò,
Poi si ruppe, e il più grave affondò,
Di schiantarlo fer’opra, ma invano,
Chieser quindi dei nostri la mano.
Rifiutati, battendo e insultando
A punirli apprestavansi, quando
Un fanciullo una pietra ghermendo
A le turbe: _la rompo?_ gridò,
Trasse il colpo, ed un urlo tremendo
A quel grido, a quell’atto s’alzò.....
Una debile destra infantil
Fu primiera lo strano a ferir.
Libertà che in eccelso l’umil,
E la tema converte in ardir,
Avea messo in quel tenero cor
Un insolito, immenso vigor.....
Di San Giorgio la cara bandiera
Dispiegata fu all’aure, e di spade,
D’archibugi irta videsi intera
Ad un tratto la bella cittade.
Tutto in arme cangiossi e dai tetti
Piovve giù come grandine fitta.
Fino a l’elsa nei barbari petti
Entrò il ligure ferro — sconfitta
Si fuggiva de l’Istro la gente,
E sanguigna, scornata, dolente
Ricalcar l’era forza la via
Che venir tempestosa l’udia.
Così possa un dì l’Alpi varcar
Incalzata da l’italo acciar!....
Finchè spunti quel dì, sui correnti
Pini ogni onda solchiamo, e dei venti
E dei flutti i perigli affrontiam,
Chè tra l’acque sonanti, e il furor
Dei nembosi aquiloni oblïam
D’esser servi ad un vil traditor.
SARDEGNA.
Le tenebre del medio evo coprivano il mondo, allorquando una donna, la
principessa Eleonora, _giudichessa_ d’Arborea, pubblicava in Sardegna,
il giorno di Pasqua del 1395, un codice in 198 capitoli, detto _carta
de logu_ (carta del luogo) nel quale l’applicazione della pena di
morte si trova ristretta a pochi delitti, e assai buone massime di
giurisprudenza contengonsi. Ma ciò ch’è più degno di nota si è questo,
che per esso codice veniva fermato viemeglio il governo popolare già
stabilito nell’isola. Dappertutto in Italia, e fino in Sardegna,
paese riputato barbaro a quei giorni, esisteano franchigie politiche
e municipali, dove in quest’era di civiltà sì vantata nessuna traccia
di libertà più si scorge sulla terra italiana. Il codice del quale
è parola dee riguardarsi come un vero tesoro di sapienza civile e
politica, comparativamente ai tempi in che vide la luce. Abbracciava
ogni cosa, il diritto civile, il criminale, l’ecclesiastico, e fino
il rurale. La famosa _giudichessa_, il cui nome meriterebbe di essere
più universalmente noto in Italia di quel che non è, oltre di aver
fatto dono alla sua patria di un’intera legislazione, s’acquistò fama
di grande e gloriosa per aver posto fine alle dissensioni civili
dell’isola, e aver vinto gli Aragonesi[28]. Oscurissima vita vissero i
Sardi dappoi, e poco o nulla oggidì si parla di loro nel mondo, tanto
potevano sovra esso loro i funestissimi ordini feudali, solo da pochi
anni interamente aboliti.
CANTO PER GL’ITALIANI DI SARDEGNA.
Perchè fra gl’Italici
Quest’unico lido
Sì picciolo grido
Nel mondo levò?
Dio forse a le tenebre
Dannò questa terra?
Pur d’armi e di guerra
Talora echeggiò.
Pur vide una splendida
Etade — Una forte
La pubblica sorte
Con alti pensier
Guidava, le betiche
Falangi sperdea,
E franchi ne fea
Del giogo stranier.
Nè solo belligera,
Ma savia, ma giusta,
Con mano robusta
Mantenne e fermò
Le care franchigie
Del patrio soggiorno,
Chè libera un giorno
Sardegna s’alzò,
Sardegna ch’or giacesi
Sì inerte, sì muta,
Ch’è immemor creduta
Del prisco valor.
Ma dove risplendere
Potria la fortezza
Che inutil ricchezza
Ne siede nel cor?
Ne s’apra una bellica
Tenzone, e le genti
Vedranno se lenti
Siam l’armi a trattar!
Qual vento che lacera
I nugoli neri,
D’Italia tra i feri
Nimici volar
Fia vista la subita
Nostr’ira — Frattanto
Ne’ ceppi, nel pianto
N’è forza languir.
Ma questo ne strazia
Sovr’ogni dolore,
Ch’a un vil traditore
Dobbiamo servir.
CORSICA.
In tre province d’Italia stanno principalmente riposte le nostre
somme speranze pel tempo in che dovremo lottare cogli stranieri.
Vo’ dire della Calabria, del Piemonte e della Corsica, chè la causa
italiana, più che d’ogni altro, di mani pronte e robuste avrà d’uopo
a quei giorni. In Romagna, nel Bresciano e in talune altre parti del
paese italiano troverem pure elementi guerreschi, ma in nessuna come
nell’isola di Corsica, i cui abitanti _ab antiquo_ sono strenui,
maneschi, avventati oltre ogni credere. Giovi sol rammentare le
guerre sostenute contro Genova e contro la Francia. Così tutta Italia
s’avesse tradizioni storiche simili a quelle di Corsica! Così tutta
Italia serbasse il nerbo ch’è nel popolo di Corsica! Dico nel popolo,
perchè solo è rimasto qual’era, alquanto feroce, gli è vero, ma forte,
e quel che più giova, profondamente italiano. Coloro tutti che non
son popolo han tolto assai del francese, e poco o nulla rivolgono gli
occhi all’Italia. Per somma ventura e’ non sono in gran numero. Pure
fan giudicar della Corsica diversamente da quel che si debbe perchè
stando nelle lor mani quasi ogni dritto, pare a prima giunta doversi
inferire lo spirito del paese da quel ch’essi dicono o fanno. Essi
elettori, essi giurati, essi consiglieri municipali, col loro andare a
versi del governo quasi che sempre fan credere della Corsica quel che
non è. E certo vi sarebbe da pensarne assai malamente al solo vedere
i due collegi elettorali di Bastia ed Ajaccio non saper scegliere a
deputati se non Limperani ed il general Sebastiani. Ma la vera Corsica
non sta negli ottimati o nei ricchi, nel popolo bensì, ed il popolo,
ripetiamolo pure, è profondamente italiano, e darà a divederlo non così
tosto il primo grido di libertà s’udrà suonare in Italia.
CANTO PER GL’ITALIANI DI CORSICA.
_Fu scintilla dell’italo sole_
_La grand’alma che il mondo abbagliò._
Rossetti.
A noi madre è una terra ospital,
E se altrui siam cortesi d’affetto,
Volger d’anni o di sorti non val
Sua memoria a sgombrarne dal petto.
Ma chi offesa ne reca paventi
Di nostr’ira la vampa! — il livor
Nudriam fero ne l’anime ardenti,
Come immenso nodriamo l’amor.
Gente fervida siamo — di pace,
E più ancor di servaggio siam schivi —
Per le selve, sui monti ne piace
Trar la vita, e pei ripidi clivi
Gir seguendo la damma leggiera —
Induriamo le membra così,
E al modesto abituro la sera
Ritorniamo ove il desco imbandì
De le donne la provida mano...
Forti donne! chi timido ha il cor,
Fiacco il braccio, richiedele invano
Del soave sorriso d’amor.
Ma ad ogni uom che fu in Corsica nato
Egli è incognito senso il timor,
Ma a niun popolo giunge più grato
De la bellica tromba il clangor.
Ab antico n’è gioia il pugnar,
Ed in campo, o gentil Libertade,
Nostre valide mani rotar
A tuo pro mille volte le spade...
E perfino contr’itale genti!...
Bene i Liguri il san, cui feral
Suona ancora ne l’invide menti
Di Sampiero la fama immortal.
Ma non sempre avventammo ringhiosi
L’armi nostre negl’itali petti —
Contra i Franchi lottar glorïosi
I nostr’avi — dai poveri tetti
De le pievi montane suonando
Come turbine denso calar,
Ogni arnese mutarono in brando,
Fer ministro di morte ogni acciar.
D’un magnanimo spirto a la voce[29]
Eran sorti, nè solo i gagliardi,
Ma la placida mente in feroce
S’era volta a le donne, a’ vegliardi,
De l’altare a’ ministri pur essi —
De la patria pel sacro terren
Pugnar tutti, e se caddero oppressi,
Lunga pezza il contesero almen.
De lo strano a le voglie superbe
Or n’è forza la fronte inchinar,
Noi dall’ire sì subite e acerbe,
Noi che l’armi sappiamo trattar,
Noi ch’un giorno in comizio raccolti
Giuramm’odio a qualunque signor!...
Ahi soggiacque a la possa dei molti
Dei magnanimi pochi il valor!...
Ma la fiamma che in petto ne ferve
Non a lungo fu muta, ed ardea
Fra la gente medesma cui serve
Queste piagge fortuna rendea.
E sua luce si crebbe e allargossi,
Che ben presto ogni suol rischiarò —
Qual favilla da cenere alzossi
E in incendio fatal si mutò.
Sfolgorò da quest’umile terra
La grand’alma di lui che signor
De le genti, la pace e la guerra
Tenne in pugno, de l’orbe terror...
Che giovò?... Che giovò che l’immonda
Plebe iniqua dei pallidi re
Calpestasse, se Italia gioconda
Ei redimer poteva e nol fe’?
Maledetto! ma come ne l’ore
Di vittoria, tra l’onda festiva
De le attonite turbe, al dolore
De la patria pensando non giva?
Nè de l’egra il lamento l’ebbrezza
De’ suoi dì trïonfali turbò?...
Sciagurato!... de l’orrida empiezza
Un fio lungo, terribil pagò!...
Sciagurato! sua misera morte
Non si pianga, ma questo piangiam,
Che a servir lo straniero la sorte
Ne condanna — ed il ferro che andiam
Contro petti cognati stringendo,
Per lo stranio si veggia affilar,
E nel giorno de l’ira tremendo
Su Franceschi e Germani piombar!
NOTA.
Mancano parecchi canti: uno pei Calabresi, un altro per la Romagna,
un terzo pei Bolognesi. E l’Istria, e l’isola di Malta, e molte altre
parti della terra italiana ho pure neglette, chè a voler dire d’ogni
sventura e d’ogni gloria d’Italia sarebbe stato mestieri di un tono per
ogni bicocca. Io m’ebbi in animo di aprire un aringo. Possano altri più
valorosi di me riuscir pienamente in quello ch’io volli solo tentare!
APPENDICE.
Offro il seguente inno ai lettori siccome tenue saggio di un genere di
poesia politica che potrebbe riuscire all’Italia di quell’utile del
quale sono riuscite alla Francia le meravigliose canzoni di _Béranger_.
INNO POPOLARE DETTATO PER L’INCORONAZIONE DELL’IMPERATOR FERDINANDO I
AVVENUTA A MILANO AI 6 SETTEMBRE DEL 1838.
L’assoluto dispotico governo
È buono per la state e per l’inverno.
CASTI.
_Impon l’autorità_
_Che in grande ilarità_
_Sia tutta la città....._
_Che dico? la città! tutto lo stato....._
_Pure il prezzo del pan non è calato,_
_E più di quello che valea non vale_
_L’opera nostra, nè men caro è il sale..._
_Ma qui la polizia_
_Così prende a gridare:_
_Vilissima genia,_
_Vi par sia da parlare_
_Di tai bestialità_
_Nel dì che sua maestà_
_Imperiale, reale ed apostolica_
_D’olio solennemente ugner si fa,_
_E la più bella delle sue corone_
_Su la fronte augustissima si pone?_
_Oh viva viva l’incoronazione!_
_Credo la polizia dica benone,_
_Chè si tratta del fior de le corone,_
_Cioè di quella onde s’ornar persone_
_Di gran riputazione,_
_Un certo Carlomagno, un certo Ottone_
_Detto il grande, e fra gli altri un omaccione_
_Del qual fino i ragazzi han cognizione,_
_Vo’ dir Napoleone._
_Ora l’imperator nostro padrone_
_Proprio la stessa in capo oggi si pone!_
_Oh viva viva l’incoronazione!_
_E se vedeste che figura e’ fa_
_Con quel gran peso in testa,_
_E collo scettro in mano_
_Ed il globo e la spada e che so io....._
_Non v’è che dir, gli è questa_
_Un’alta, incontrastabil verità,_
_Che i re sono l’imagine di Dio....._
_Ma sopra tutti il nostro imperatore_
_In ogni cosa è simile al Signore,_
_Ch’egli è giusto, egli è buono, egli è possente,_
_E quel ch’è più, onnisciente,_
_Insomma un mostro tal di perfezione_
_Da meritar la nostra adorazione._
_Oh viva viva l’incoronazione!_
_Chiniam, chiniam la fronte umilemente,_
_Dinanzi a la sua sacra maestà,_
_Tanto più poi che a noi povera gente_
_Degnan l’esempio dar de l’umiltà_
_Molti principi egregi, verbigrazia_
_Don Gregorio, cioè sua Santità,_
_E il bellicoso re don Ferrantino,_
_E il dabbene Leopoldo di Toscana,_
_E la gentile, umana_
_Arciduchessa che d’un bimbo all’anno_
_Di far dono a lo stato era in usanza,_
_Per consolarsi de la vedovanza,_
_E il quondam carbonaro_
_Re Carlo Alberto, e l’ottimo duchino_
_Di Modena e di Lucca il principino._
_Tutti tutti in ginocchio, anzi carponi,_
_D’Italia i grandi e piccioli padroni_
_Stanno al cospetto de l’imperatore,_
_Nostro e loro dolcissimo signore._
_Vuol dunque la giustizia e la ragione,_
_Che tutta s’inginocchi la nazione._
_Oh viva viva l’incoronazione!_
_Ma v’è un’altra ragione_
_Che replica non ha._
_Non è sua Maestà_
_Il nostro padre tenero?_
_Almen la polizia così pretende,_
_Nè certo un granchio prende,_
_Poichè la sua real paternità_
_Cinta d’innumerevoli soldati_
_Sta in mezzo ai dolci suoi figliuoli amati._
_E’ sembra che la nostra fervidissima_
_Filial carità_
_Non basti a custodir sua Maestà,_
_La quale per maggior precauzione_
_Ha ricorso a la spada ed al cannone._
_Oh viva viva l’incoronazione!_
_Ne le nostre città,_
_Nei borghi e ne le ville_
_I patatucchi a mille_
_Di là da l’Alpi vengono, e sen va_
_La bella gioventù di Lombardia_
_In Galizia, in Boemia, in Ungheria_
_Colla coccarda gialla_
_E lo schioppo in ispalla...._
_Or dite, che vi pare_
_Di questa contradanza militare?_
_Mi par che in ciò risplendano,_
_Come in ogni altra cosa, la bontà_
_E la prudenza di sua maestà,_
_Imperocchè ella vuole_
_Che la tedesca intirizzita gente_
_Si scaldi al nostro sole,_
_Ed iscemino in noi la foga ardente_
_Il fresco de la nordica regione,_
_E il salutar regime del bastone._
_Oh viva viva l’incoronazione!_
_Un buon Tedesco mi dicea l’altr’ieri:_
_Di grazie un milione_
_Pioverà pioverà su la nazione._
_Ed io subito aggiunsi: per esempio_
_Qualcuna almen di tante_
_Gabelle scemerà....._
_Scemar? quegli interruppemi, birbante!_
_Ogni gravezza crescere,_
_Non iscemar dovrà,_
_Chè a voi sua Maestà_
_Vuol, ne la sua paterna degnazione,_
_Far le spese pagar de la funzione._
_Oh viva viva l’incoronazione!_
_Ma non più ciarle, e il nostro padre tenero_
_Amiam con cecità,_
_Il padre nostro ch’è perfetta imagine_
_De la divinità,_
_Il nostro amato padre ottimo massimo,_
_Che sol per nostro bene_
_Ci smunge o batte od in prigion sostiene,_
_Ed oggidì per giunta ecco si pone_
_In su la testa il fior de le corone,_
_La gran corona di Napoleone!_
_Oh viva viva l’incoronazione!_
IN MORTE DEGL’ITALIANI GUGLIELMO D’ACETO E CAMILLO BRUNETTI, I QUALI
POSERO FINE DI PROPRIA MANO A’ LOR GIORNI.
CANZONE.
. . . . . _dal dolor comincia e nasce_
_L’italo canto!_
G. Leopardi.
ALL’EMIGRAZIONE ITALIANA.
O fratelli, o fratelli, e quando fia
Che all’armi e non al pianto
Mi sia dato chiamarvi? Ahi ben s’appose
Chi de l’italo canto
L’unica fonte ne la doglia vide!...
Su su venite, e se non può l’amore
De la patria comun di vincol santo
Congiungerne, il dolore
Deh! ne congiunga almen, quantunque volte
Su alcun di nostra miseranda schiera
Avvien che scenda la suprema sera.
Di duo baldi garzon su l’immaturo
Fato si pianga... Ahi lassi! avidamente
Mille fiate la mente
E’ cacciar nel futuro,
E i dì bramaro de la pugna, e il sangue
Per lo natio terreno
Versar... vano disio!... cadere in guerra
Non dovean già, nè de la patria in seno,
Ma oscuri, ignoti, e in una strania terra!
Una destra a bell’opre atta in sè stessi
Vïolenta volgean..... Quanto valore
Sortiano indarno da natura!... e o come
Del duro esiglio si rodean ne l’ore
Angosciose, ogni via chiusa veggendo
Ai magnanimi affetti
Che lor bollian nei generosi petti!
Quel ch’e’ provar da noi vien che si provi...
Oh se lo strano che ne spregia ed osa
Gravar d’insulto le sventure nostre,
Nel profondo de l’anima sdegnosa
Leggere ne potesse! Oh quanta fora
La sua pietà mirando
Il fero cruccio cui ne danna il cielo!
Strazio non è che agguagli
L’empio strazio nefando
Del sapersi germoglio
D’inclita stirpe, e ne le vene ardenti
Sentirsi una gran possa,
Emula forse de la possa avita,
E in ozio vile strascinar la vita!
D’invidia degno è il pro’ guerrier che in campo
Sotto i cari stendardi
De la sua gente spira. Ei ne l’ebbrezza
De la battaglia spira, e la sua fama
Ne le canzon dei bardi
Splendida suona. Così a noi la sorte
Concedesse benigna una tal morte!
Or quai son nostre glorie?
Quai son le palme che la rea fortuna
Mieter ne dia? Nessuna,
Tranne la palma del martirio, è campo
A l’itala virtute
Son le carceri mute,
Ed i lenti supplizii, ed il ferale
Palco del sangue più gentil vermiglio,
E maggior d’ogni male,
L’amarissimo esiglio!
Oh lui beato appieno infra i raminghi
Figli d’Italia, che l’ospizio esoso
De lo straniero disdegnando, e sola
Una spene volgendo
Ne la forte alma, di morir la spene
Verso le piagge ellène
Traëva e glorioso
Combattendo cadea
Sotto l’odrisie spade[30]!
Mille nove sciaüre e’ non vedea
E mille novi oltraggi
De le infelici nostre alme contrade,
Ed ora a lui la insofferibil vista
De la italica inerzia il cor non frange,
Nè su le tombe de’ fratelli e’ piange!
_Tours, nell’aprile del 1838._
INDICE.
Breve discorso proemiale pag. 3
Sicilia » 9
Canto per gl’Italiani di Sicilia » 13
Reame di Napoli » 17
Canto per gl’Italiani di Napoli » 29
Roma ed il papa » 33
Canto per gl’Italiani di Roma » 39
San Marino » 43
Canto per gl’Italiani di S. Marino » 45
Toscana » 49
Canto per gl’Italiani di Firenze » 51
Lucca » 55
Canto per gl’Italiani di Lucca » 57
Parma » 61
Canto per gl’Italiani di Parma » 65
Modena » 67
Epigrafe ad Achille Menotti » 77
Canto per gl’Italiani di Modena » 79
Venezia » 82
Canto per gl’Italiani di Venezia » 85
Lombardia » 89
Canto per gl’Italiani di Lombardia » 93
Svizzera italiana » 97
Canto per gl’Italiani di Svizzera » 99
Piemonte » 101
Canto per gl’Italiani di Piemonte » 109
Genova » 113
Canto per gl’Italiani di Genova » 115
Sardegna » 119
Canto per gl’Italiani di Sardegna » 121
Corsica » 123
Canto per gl’Italiani di Corsica » 125
Nota » 129
Inno popolare dettato per l’incoronazione
dell’imperator Ferdinando I » 133
Canzone in morte di Guglielmo
d’Aceto e Camillo Brunetti » 139
NOTE:
[1] Dal 1154 al 1177.
[2] 1248.
[3] 1282.
[4] 1343.
[5] 1347.
[6] 1453.
[7] 1478.
[8] 1494.
[9] 1529-30.
[10] 1546.
[11] 1547.
[12] 1552-55.
[13] 1647.
[14] 1706.
[15] 1746.
[16] 1769.
[17] Si allude all’assassinio dell’ammiraglio Caracciolo.
[18] _Vedi la Storia di San Marino di Melchiorre Delfico, e l’altra di
Saint-Hyppolite._
[19] _Si allude alla cacciata del duca d’Atene._
[20] _Il duca Pier Luigi._
[21] _Nell’inno ho fatto che alla tempesta succedette il sereno, e
quello perchè ho creduto doverne seguitare un effetto poetico molto
maggiore._
[22] _Si vuol parlare dell’assassinio del prete Andreoli._
[23] _Enrico Dandolo._
[24] _Buonaparte._
[25] _Nel 1821 Laneri e Garelli, uffiziali, aveano espiato sul palco la
colpa di avere voluto contribuire alla rigenerazione della lor patria._
[26] _Eugenio di Savoja._
[27] _Si allude all’eroico fatto di Pietro Micca._
[28] _Vedi la storia di Giuseppe Manno, e quella del francese Mimaut._
[29] _Pasquale Paoli._
[30] _Santarosa._
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
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