The Project Gutenberg eBook of Le due colpe
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Title: Le due colpe
Author: Giuseppe de Rossi
Release date: August 3, 2026 [eBook #79260]
Language: Italian
Original publication: Roma: Enrico Voghera, 1897
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79260
Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LE DUE COLPE ***
[Illustrazione: Ritratto]
_Piccola collezione «Margherita»_
GIUSEPPE DE’ ROSSI
LE DUE COLPE
Disegni di GINO DE BINI.
Incisioni del prof. E. BALLERINI
ROMA
ENRICO VOGHERA, EDITORE
_Via Nazionale, 201_
1897
_Proprietà letteraria_
_A Emilio Del Cerro,
gentile anima d’artista,
ricordo amichevole di_
GIUSEPPE DE’ ROSSI.
Febbraio del 1897.
Le due colpe.
INDICE
Il Conte assassino Pag. 17
Il delitto di via Arenula » 45
L’arresto del Conte
Romolo Laureati » 55
Il duplice assassinio
di via Arenula » 59
Deposizione stenografica
fatta al giudice
istruttore » 67
Manoscritto del Conte
Romolo Laureati » 133
Aggiunta al medesimo » 154
Un processo aristocratico » 159
§ 1.
Dalla cronaca del giornale della sera *** del 17 maggio 18**.
_Il Conte assassino._
Questo pare il titolo di un romanzo di Boisgobey o del famoso visconte
Ponson Du Terrail, eppure non è che l’unico titolo veramente adatto
a compendiare il tristissimo delitto — delitto anormale, sia per
le circostanze in cui esso è avvenuto, sia per le persone che vi
si trovano implicate — consumato nel pomeriggio di oggi in uno dei
quartieri più popolati della nostra città, delitto che ha commosso e
intensamente rattristato tutta quanta la nostra cittadinanza.
Raccontiamo minutamente il fatto, incominciando dalla descrizione
dell’ambiente.
In una casa di via Arenula, di cui ora non serve dare il numero, non
molto distante dal ponte Garibaldi, abita una tal Palmira Girelli,
la quale ha risoluto allegramente il problema di campar comodamente
la vita sua, affittando le camere del suo appartamento a un tanto il
giorno — e non poco davvero! — e qualche volta anche a un tanto l’ora.
E non è a dire che alla signora Palmira vadano male gli affari o che
le manchi la buona clientela, se si deve giudicare dal lusso e dalla
ricchezza — forse, a dir la verità, un poco troppo pesante e di un buon
gusto non molto fine — con cui alcune di quelle camere, che chi scrive
queste righe ha avuto agio di esaminare, sono state arredate. Tende
di velluto alle porte, coperte di seta sui letti, seggioline dorate
per tutti li angoli, tavolinetti intagliati di fine lavoro in una
profusione da rivenditore di mobili usati, pesanti tende di merletto
alle finestre, tappeti morbidi sui pavimenti: tutto in quella casa è
combinato in modo da mostrare all’occhio dell’osservatore la ricchezza
ed il lusso più che l’agiatezza vera della famiglia borghese.
La padrona di casa, dal suo canto, è assai conosciuta da tutti i
«viveurs» di Roma; e le sue relazioni salgono fino ai più alti gradini
della scala sociale, nonostante che essa sia una donna tutt’altro
che giovine e, diciamolo pure, tutt’altro che simpatica. La signora
Palmira Girelli ha li occhi dell’uccello di rapina, le guancie grinzose
e floscie, una peluria cenerognola che le incornicia il mento e una
voce chioccia, quando parla riscaldandosi alquanto, che pare il suono
mandato da colpi ripetutamente battuti sul coperchio d’una pentola
fessa.
All’apparenza essa mostra di avere una cinquantina d’anni, ma forse la
sua fede di nascita ne registra ancora qualcuno di più.
Come poi sia andato che oggi Amanda di Valberta, la ben conosciuta
amica del conte Romolo Laureati, il notissimo «sportman» si sia trovata
in un costume molto intimo, dentro a una delle camere dell’appartamento
della signora Girelli; come sia andato che in sua compagnia si
trovasse anche il «clown» Robody — quello delle oche e dei gatti
ammaestrati della compagnia Scwhobs e Amari, la quale ora ha le sue
tende al Circo Reale ai Prati di Castello; — come infine sia andato
che il conte Romolo Laureati sia riuscito a penetrare, non visto da
nessuno, nell’appartamento della detta signora Girelli e abbia così
potuto sorprendere la sua amante insieme al «clown»; tutto ciò a noi
può venire fatto di supporre e dalla supposizione ci può essere dato
di dedurre la spiegazione di ciò che è fatalmente avvenuto, ma non
certo ci è concesso di asserire alcun che con la sicurezza della più
scrupolosa verità.
Un psicologo ha detto che a questo mondo ci sono due specie di verità:
verità assolute e verità relative. La nostra, in questo caso, non può
essere che una verità puramente relativa: la verità assoluta, la verità
vera, indiscutibile, non potrà risultare che dalle indagini della
Questura o dalla confessione del colpevole, se pure sarà arrestato.
Il fatto intanto è tutto qui; il «clown» Robody e Amanda di Valberta
sono stati barbaramente assassinati, ed il conte Romolo Laureati — che
la signora Palmira Girelli ha designato come l’assassino — è scomparso.
[Illustrazione: La signora Girelli]
Quest’oggi stesso, poco dopo il delitto, noi ci siamo fatti un
dovere di recarci dalla signora Palmira Girelli per interrogarla
personalmente. E la sora Palmira — come la chiamano le sue conoscenze
— che pareva, e doveva essere realmente, molto conturbata dal triste
caso capitato proprio nella sua abitazione — con quella voce sgolata
che abbiamo detto, e con li occhi abbondantemente pieni di lagrime,
che ogni tanto si andava rasciugando con un gran fazzoletto di colore
oscuro, ci ha raccontato minutamente e dettagliatamente tutto quello
che era a sua conoscenza; e noi ora, avendo presso che stenografato
l’intero discorso della sora Palmira, cercheremo di riassumere di tutto
il nostro meglio il racconto dell’unico «testimone in partibus» della
tristissima scena.
Erano trascorsi più di quindici giorni da quando la signora Girelli
aveva affittato una camera del suo appartamento ad Amanda di Valberta.
— Io avevo capito fin da principio — ci ha detto la donna cominciando
il suo racconto — che quei due si volevano un bene di paradiso! Era
tanto bella e tanto buona quella povera ragazza! rideva sempre, cantava
sempre, scherzava sempre... Ed ora! Non ci posso proprio pensare,
che mi pare di diventar matta addirittura! E il signor Robody?.. un
giovinotto d’una bontà unica più che rara: e poi, bello di viso, alto
di persona, ben formato... con due spalle larghe così... Però doveva
essere un poco corto a quattrini, almeno questa era l’idea che, per
certi suoi discorsi, io mi ero fitta nella mente: e io credo che la
povera Amanda l’aiutasse assai, assai... Capirete bene: un pagliaccio
dei giuochi di cavallo quanto mai volete che prenda al giorno?..
Poveraccio! Ma se non aveva quattrini, cuore però ce n’aveva, sapete?..
Le voleva un bene lui a quella povera ragazza!.. Si trovavano insieme
quasi tutti i giorni e sempre alla stessa ora, sempre nel pomeriggio,
poco dopo le due... e stavano insieme fino alle cinque, qualche volta
anche fino alle sei o alle sette... Erano proprio fatti l’una per
l’altro. Che barbarie che è stata! Che razza d’infamia!.. È inutile,
caro signore, voi mi dovete compatire, ma, è inutile, io proprio non ci
posso pensare.
Qui una pausa lieve ricolmata da un sospiro lungo e profondo: quindi
ripresa.
— E quel che è peggio poi è che io non mi sono accorta di nulla:
figuratevi che non li avevo visti nè meno entrare: non ce li sapevo
nè meno in casa! La signora Amanda aveva, come anche tutti li altri
miei inquilini, la chiave della porta sulle scale. Io dunque vi posso
garentire che non so a che ora oggi loro siano venuti. È stata una vera
fatalità, perchè se io mi fossi accorta di qualche cosa, scommetto che
quello che sventuratamente è successo non sarebbe successo. Ma queste
tanto, adesso, sono chiacchiere inutili: il fatto è che io verso le
quattro — eran suonate da poco le tre e tre quarti — me ne stavo
tranquillamente di là nella cucina a preparare una limonata, quando...
pin! pan! pun!.. ho inteso tre, quattro, cinque colpi... una fila di
spari che non finivano mai, e ognuno di essi mi pareva più grosso di
quello che avevo inteso prima.
Altra pausa ed altro sospiro, accompagnato da un congiungimento di mani
rivolte verso il cielo. Quindi nova ripresa.
— Dio santo, buono e benedetto, che razza di paura! Là per là non
sapevo nè meno che diamine pensare. È stato un vero miracolo della
Madonna se il bicchiere non mi è cascato dalle mani. Sono rimasta lì
ferma per un momento d’avanti alla chiave dell’acqua, che tremavo
come una foglia... Però non mi sono affatto perduta di spirito: mi
son fatta coraggio alla meglio, senza pensare a niente, sono uscita
dalla cucina e, proprio quando ero sul punto di traversare qui la
camera d’ingresso, dove adesso stiamo noi, ho veduto il conte Laureati
uscire precipitosamente dalla camera della povera Amanda e infilare
l’uscio della scala in fretta e in furia, sbattersi dietro le spalle
sonoramente la porta... e chi s’è visto s’è visto!..
Qui credetti opportuno di interrompere la sora Palmira, la quale, fino
a quel punto, aveva fatto il suo racconto quasi tutto d’un fiato, per
domandarle se ella conosceva bene e da molto tempo il conte Romolo
Laureati.
— Il conte Romoletto?.. — ha esclamato la brava donna, con una volata
di straordinario entusiasmo — Lo domandate a me?.. niente di meno
che io conosco il conte Romolo Laureati fin da prima che sposasse la
marchesina Della Ventura!.. E mi domandate se conosco Romoletto!..
Basta, adesso non m’interrompete e fatemi seguitare, se no ci facciamo
notte con questi discorsi... Veduto dunque il conte andare via in
quella maniera così precipitosa, dopo aver inteso tutti quelli spari,
io mi sentivo il cervello più che mai confuso... Ho pensato subito a
qualche brutto fatto, perchè sapevo il legame del conte con la povera
Amanda: ma chi mai si sarebbe potuto immaginare che fosse successo
quello che realmente era successo?.. Basta: io non mi perdo d’animo,
vedo aperta la porta della camera d’Amanda e, quantunque tremassi
come una foglia, mi dirigo là chiamando la povera ragazza ad alta
voce: nessuna risposta. Chiamo forte allora il signor Robody, ma pure
questa volta non mi risponde nessuno. Alzo allora a due mani la tenda,
quella tenda pesante di velluto che sta sul vano della porta, e...
Che spettacolo orribile, Dio mio santo! Vi assicuro, caro signore,
che se io non sono morta di un colpo alla vista di tutto quel sangue,
credetelo, è stato un vero miracolo di Dio!.. Amanda, poverina,
mezza nuda, quasi tutta scoperta, stava buttata attraverso al letto,
con due gran buchi qui, proprio qui in mezzo al petto; ed era tutta
orrendamente macchiata di sangue, sulla faccia, sul seno, giù per la
vita e tante altre macchie di sangue si vedevano anche qua e là sulle
lenzuola. Il signor Robody, spogliato pure lui, stava gettato boccone
in mezzo alla camera, con le gambe aperte, le braccia spalancate e una
gran ferita tutta sanguinolenta qui su alla testa, al principio dei
capelli... E io che cosa avevo da fare in mezzo a tutto quel sangue?..
Chi mi ha dato la voce da strillare? Chi è che mi ha spinto a chiamare
aiuto?.. Chi ne sa nulla adesso? Io so una sola cosa, ed è che io
allora non capivo proprio più niente, alla lettera; e ho veduto venire
i carabinieri e le guardie e il cavalier Gaglier, che era tanto amico
del mio povero marito, e appresso a loro una quantità di altra gente, e
ho inteso farmi da tutti una quantità di domande alle quali adesso non
ricordo che cosa diamine ho risposto... Infine, caro signore, che cosa
volete che vi dica?.. Mi pare che ci sia ben poco da starci a ragionar
su: chi lo sa come sono andate le cose?.. Il fatto certo è che il conte
Romolo Laureati — e l’ho visto scappare proprio io con questi occhi
qua — ha ammazzato per gelosia quella bella figliuola dell’Amanda e
quel povero disgraziato di Robody che, per quanto io sappia, non ha mai
torto un capello a nessuno... e poi ha preso il volo.
Su quest’ultime parole della sora Palmira, urgendo il tempo, noi
abbiamo creduto di rompere la nostra conversazione ed abbiamo
abbandonato il luogo del delitto.
Ora aggiungiamo qualche altra notizia.
Il conte Romolo Laureati nativo di Ancona, molto conosciuto nel mondo
dello sport romano, per i suoi bellissimi cavalli da corsa e il suo
elegante «attelage,» non ha ancora compiuto i quarant’anni.
Nel 18** sposò la marchesina Lavinia Della Ventura — la seconda figlia
del senatore Guadalberto Della Ventura — dalla quale dopo tre anni si
divise, non paventando punto i pettegolezzi infiniti dello scandaloso
processo che egli stesso volle provocare.
Il conte Romolo Laureati, al dire degli stessi suoi amici, non era un
uomo troppo socievole ed era di carattere alquanto scontroso. La sua
relazione con Amanda di Valberta — la bionda donnina che egli stesso
aveva lanciato nel gran mondo, andandola a prendere di tra le baracche
funambulesche di un circo equestre, — pare che risalisse a circa tre
anni fa. Il buon accordo fra i due sembrava assolutamente perfetto.
È indubitatamente assodato che il movente del delitto sia stato
la gelosia. Di tutto ciò però che ha preceduto lo scoprimento
dell’assassinio, all’infuori di quanto si può dedurre dalla deposizione
della signora Palmira Girelli, deposizione che i nostri lettori hanno
potuto vedere qui sopra riprodotta, nulla si sa di positivo. E i
comenti che si fanno per la città sono addirittura infiniti.
Il conte Romolo Laureati, fino al momento in cui scriviamo, non è
stato ancora scoperto. La sua abitazione in via Condotti è sorvegliata
dalle guardie. La polizia ha messo in moto tutti i suoi segugi per
rintracciare il colpevole.
§ 2.
Dalla cronaca di Roma del giornale del mattino *** del 19 maggio 18**.
_Il delitto di via Arenula._
A proposito dell’orribile assassinio avvenuto nel pomeriggio del giorno
17 corrente in una casa di via Arenula, e del quale nella cronaca di
ieri ci siamo larghissimamente occupati, ora non avremmo altro da
aggiungere se non che il conte Romolo Laureati, nonostante le indagini
più diligenti e le più attive ricerche della nostra Questura, non è
stato ancora arrestato.
Ma abbiamo ricevuto una lettera dalla signora Palmira Girelli, la
padrona dell’appartamento in cui il delitto è stato consumato, con la
quale ella desidera di rettificare qualche inesattezza della narrazione
data del fatto da un nostro confratello della sera e noi, per debito di
cortesia e perchè il documento è abbastanza originale, ci crediamo in
dovere di contentarla, senza aggiungervi comenti di sorta.
Ecco dunque la lettera della signora Palmira Girelli.
«Pregiatissimo signor
cronista del giornale ***.
«Lettrice assidua del suo diffusissimo giornale, mi rivolgo alla sua
ben nota cortesia per rettificare parecchie inesattezze nelle quali ha
incorso, parlando di me e del brutto fatto sventuratamente avvenuto in
mia casa, il signor cronista del giornale *** il quale avrebbe potuto
anche risparmiarsi certi qualificativi a proposito del mio fisico, che
non avevano nulla a vedere col rimanente della faccenda.
«Le rettifiche, egregio signor cronista, che io intendo di fare
all’erroneo resoconto del giornale *** di ieri 17, sono le seguenti:
«Non è vero che io viva allegramente la vita facendo l’affittacamere.
Io sono ricamatrice in oro, come sono stata sempre e come possono farne
fede il signor Cioccari a San Lorenzo in Lucina, e il signor Galli del
«Telaio d’oro» al Corso, e tutta la mia numerosa clientela, nella quale
si annoverano i migliori nomi della nostra aristocrazia. Se io mi sono
ridotta ad affittare le camere superflue del mio appartamento non è
perchè io voglia vivere allegramente la vita, chè non ne avrei nè il
tempo nè la fantasia: ma solo per tirare avanti alla meglio, poichè, in
questi tempi di crisi universale, i lavori sono pochi e quei pochi sono
anche male retribuiti. E ad informarsi di ciò si può fare molto presto.
«Secondo. Non è vero affatto che io vada affittando le camere del mio
appartamento a un tanto il giorno e a un tanto l’ora, come ha detto
il signor cronista del giornale *** il quale, prima di scrivere certe
cose, avrebbe dovuto informarsi meglio da chi mi conosce intimamente.
Egli si sbaglia della grossa e ci sono là i miei tre inquilini vivi,
vegeti e robusti e ci sono tutte quante le mie conoscenze per provargli
il contrario. E due.
«Non è vero che in casa mia ci sia tutto questo lusso pesante che il
signor cronista del giornale *** si è sognato, per far bella la sua
descrizione. Quelle cose le lasci ai romanzieri che inventano i fatti,
non le adoperi lui che dovrebbe dir sempre la sola verità. La mia è
semplicemente una casa comoda e pulita, arredata con quello stesso
mobilio lasciatomi dal mio povero marito Alessandro Girelli, usciere
capo alla Direzione delle carceri, che morì tre anni or sono e che,
per il posto da lui occupato, fu in rapporti intimi coll’onorevole
Nicotera, coll’onorevole Giolitti, coll’onorevole Crispi e con tanti
altri.
«Non è vero, infine, che io abbia fatto tutto quel discorso così lungo
e scucito che il signor cronista del giornale *** mi mette in bocca.
Egli mi faceva delle domande, io gli rispondevo con poche parole che
lui, mentre parlavo, andava scrivendo sopra certi fogliolini di carta:
e niente più. Del resto, lo capirà facilmente anche lei, egregio signor
cronista, con quella razza di disgrazia che era venuta a cascare in
casa mia, dovevo aver proprio fantasia di stare a fare tutte quelle
chiacchiere sconclusionate assieme col primo che mi era capitato
d’avanti!
«Ed ora, pregiatissimo signor cronista, le domando scusa del disturbo,
e ringraziandola sentitamente della pubblicazione che ella farà di
questa mia sulle colonne del suo accreditato giornale, passo all’onore
di dirmi, con sensi di vera stima
sua dev.ma
Palmira Girelli.
Da casa, 18 maggio 18**»
§ 3.
Dalla cronaca del giornale della sera *** del 20 maggio 18**.
_L’arresto del conte Romolo Laureati._
Questa mattina il noto conte Romolo Laureati, attivamente ricercato
dalla nostra questura come autore dell’assassinio di via Arenula,
si è costituito spontaneamente al Procuratore del Re. Dopo la sua
deposizione, la quale, dicesi, sia stata dettagliatissima, fatta al
giudice d’istruzione cavalier Giacomo Tasca, il conte Laureati è stato
accompagnato al carcere di Regina Coeli.
§ 4.
Dalla cronaca di Roma del giornale del mattino *** del 21 maggio 18**.
_Il duplice assassinio di via Arenula — L’arresto del conte Romolo
Laureati._
Siamo giunti all’epilogo, ed ora non manca che il voto dei giurati alla
Corte d’Assise per mettere l’ultima conclusione al terribile dramma
d’amore svoltosi nel pomeriggio del giorno 17 corrente, in una camera
mobiliata di un casamento di via Arenula.
L’epilogo si è avuto ieri mattina con la spontanea costituzione del
colpevole.
Verso le ore 11 il conte Romolo Laureati, accompagnato dall’avvocato
Felice Tosi, si presentò all’ufficio del Procuratore del Re cavalier
Carlo Travaglia, chiedendo alla guardia che era di servizio
nell’anticamera di farlo passare con la massima sollecitudine, avendo
un affare grave ed urgente da comunicare al signor Procuratore del Re.
Dopo un buon quarto di aspettativa dentro al corridoio che precede il
gabinetto del regio funzionario, finalmente i due visitatori furono
fatti entrare. E non appena l’avvocato Tosi mostrò di voler presentare
al magistrato il suo compagno, questi con la voce ferma e la fisionomia
che non tradiva il più piccolo e lieve sentimento dell’anima sua, fece
la seguente dichiarazione:
— Io sono il conte Romolo Laureati, colui che è accusato d’aver ucciso
Amanda di Valberta ed il suo ganzo... e mi vengo a costituire nelle
mani della giustizia.
Il procuratore, fin dalle prime parole dette dal Conte, non riuscì a
nascondere un movimento di vera sorpresa: poi rivolse parecchie domande
al conte Laureati, il quale rispose concisamente ma con molta chiarezza
a tutte le questioni che l’egregio funzionario credette rivolgergli. Il
colloquio però non durò più di venti minuti.
Subito dopo, il conte Romolo Laureati fu accompagnato nel gabinetto del
giudice d’istruzione cavalier Giacomo Tasca al quale, con una infinità
di dettagli, l’accusato fece una precisa esposizione di quanto aveva
concorso e per conseguenza aveva delimitato la tragica soluzione di
quel dramma di amore, di cui fatalmente egli è stato chiamato ad essere
il triste protagonista.
Il conte Romolo Laureati rimase nella camera del giudice istruttore per
circa tre ore.
Raccolta la sua deposizione, il conte Romolo Laureati sempre seguito
dall’avvocato Felice Tosi fu fatto salire in una vettura chiusa ed
accompagnato alle carceri giudiziarie, dove dovrà rimanere in attesa
del processo.
§ 5.
Relazione stenografica della deposizione fatta dal conte Romolo
Laureati al giudice istruttore cav. Giacomo Tasca.
No... No... per carità, non mi affolli con le domande burocratiche: è
l’unico modo, a mia maniera di vedere, di non arrivare a saper nulla
mai di preciso. Ed io in questo caso che mi riguarda voglio che tutto
sia precisato scrupolosamente fino al più piccolo e magari anche fino
a quello che può sembrare il più inconcludente dei particolari. Lei,
cavaliere, è stato nel novero delle mie care conoscenze, è stato dei
miei amici... Non oso ora nè meno pensare che possa esserlo ancora,
dopo quello che è avvenuto; che possa esserlo adesso... Ma... io la
prego appunto in nome di quel sentimento d’amicizia che pel passato
l’ha attaccato alla mia persona, mi lasci parlare liberamente e le
assicuro che ella, cavaliere, non solo non ci perderà nulla ma ci
guadagnerà assai assai... Comincio col dichiararle anzi che la mia sarà
una confessione completa, una confessione generale... La fortuna che
non mi ha mai abbandonato in tante altre circostanze, anche burrascose,
della vita, non mi ha voluto abbandonare nè meno adesso che pure per me
è tutto quanto finito, e mi viene a far trovare di fronte a lei... Ed
ella mi deve lasciar dire tutto a mio modo.
Glielo chiedo appunto come favore, perchè sento il bisogno qui dentro,
di sfogarmi, di raccontare tutto, di scaricarmi di tutto quello che mi
sta pesando gravemente qui dentro. Del resto, ella lo comprende, la mia
confessione si potrebbe alla fin fine restringere tutta quanta nelle
poche parole che ho dette già al signor Procuratore del Re: — Eccomi
qua: voi cercate colui che ha commesso, come ho visto che dicono le
gazzette, il duplice assassinio di via Arenula: ed eccomi qua: io vengo
a voi; io sono appunto il colpevole che voi cercate... — E basta. Ma
allora perchè costringermi a ripetere quello che ho già detto?.. Non è
stata la mia forse già una confessione completa?.. Che cosa avrei ora
da aggiungere io?..
Eppure, ecco che il solo trovarmi in questo momento alla sua presenza
dimostra che la semplice confessione del fatto non basta. Ella avrebbe
dovuto farmi una lunga filza di domande magari inutili, ma che sono
volute dalla consuetudine legale, ed io sarei stato obbligato a
rispondere a tutte, cominciando da quella ridicolissima che riguarda
l’identificazione della persona e terminando con quella che una ben
giustificata curiosità le avrebbe fatto salire alle labbra sulla causa
della mia ritardata costituzione... Non è vero?.. E invece ella,
cavaliere, ha voluto aggiungere un’altra cortesia alle molte gentilezze
già usatemi durante la nostra lunga corrispondenza di amicizia e mi ha
voluto far grazia di quel banale interrogatorio urtante ed avvilente,
che pure forma la base prima dell’Istruttoria di qualsiasi processo
penale...
Ella, cavaliere, ha fatto questo a patto, naturalmente, che io
raccontassi tutto e che io dicessi l’intera verità. Che io dica la
verità è oramai fuori di discussione dal momento che ho cominciato col
dichiararmi colpevole e solo responsabile del delitto commesso: che io
poi racconti tutto scrupolosamente dall’a fino alla zeta, lo proverà,
cavaliere, il racconto che io sono sul punto di fare.
Prima però mi preme anche di spiegare come è che io abbia tardato a
costituirmi nelle mani della giustizia.
Perchè mi sono nascosto? perchè ho cercato di sfuggire a quella
giustizia che pure aveva messo in movimento tutte quante le forze di
cui dispone per farmi cascar nelle sue mani? Ho sperato forse con
l’astuzia di sfuggire al rigore della legge e d’andarmene sotto altro
cielo a rifarmi bianca l’anima così scuramente macchiata dal doppio
delitto commesso?..
Anche lei, cavaliere, si sarà rivolte queste domande e, leggendo della
mia scomparsa sopra alle gazzette quotidiane, avrà accolto nel suo
cuore questo dubbio... Oh! permetta, cavaliere, permetta: non faccia
atti di diniego e, per carità, non mi interrompa... In questo momento
io sento d’avere tutta la mia coscienza sulle labbra... Mi lasci dire
liberamente: ella poi, a suo tempo, farà l’epurazione di tutto ciò
che nella mia confessione — o deposizione, come dicono loro, gente di
tribunale — le sembrerà poco concludente o inutile addirittura.
Anche lei dunque, cavaliere, riandando alla mia furbesca disparizione
avrà pensato — e la cosa è molto naturale, data la comune indole del
cuore umano — che io avessi voluto sottrarmi al rigore della giustizia.
Falso! strafalso! falsissimo!
Se io avessi voluto avrei potuto: e invece sono qui d’avanti a lei a
confessare apertamente il mio delitto. Quando io salii le scale di
quella casa maledetta, quando io passai la soglia di quella porta,
quando io fui là dentro... fino all’ultimo momento fatale... prima
che io colpissi... non sapevo, non pensavo, non supponevo nè meno che
io avrei colpito... Lo scatto del pensiero che mi spinse ad uccidere
fu istantaneo, rapido come il balenio della folgore... Ed ugualmente
rapido fu il pensiero che, appena commesso il delitto, mi fece vedere
d’innanzi alli occhi della mente tutte le conseguenze terribili alle
quali quello scatto fatale d’irrefrenata e, confessiamolo pure, di
irrefrenabile gelosia mi aveva votato.
Ebbi paura: non so di che, ma ebbi paura e fuggii come fugge chi
sa che la morte con la falce alzata gli va galoppando dietro alle
spalle. Tornai a casa a prendere alcune carte che adesso tengo qui,
addosso a me... e che lei, cavaliere, dovrà anche avere la pazienza
di leggere poichè in esse è compendiata una gran parte della storia
della vita mia, che sarà pur necessario sia conosciuta da chi mi
dovrà giudicare... E fuggii pure da casa: mi pareva che i mattoni
mi bruciassero sotto alle piante dei piedi, che le pareti delle
camere mi si stringessero attorno, che i solari si abbassassero e
si rialzassero con un moto vicendevole, rapido, vertiginoso, sopra
alla mia testa... Mi sentivo nelle orecchie un ronzio cupo in mezzo
al quale, ogni tanto, mi pareva di arrivare a percepire delle parole
sinistre gridate al mio indirizzo da una voce rauca, da una voce
piangente, con un tono straziante di persona moribonda... Se fossi
rimasto un’ora sola dentro a quelle camere, dove pure s’era passata
tanta parte della vita mia, io sarei diventato pazzo, pazzo furioso...
E fuggii di casa: corsi tutta quanta la città: infilai una porta: mi
trovai in campagna: tornai addietro a notte fonda, quando per le strade
sotto allo sbadiglio languido della luce giallastra del gas non più
si allungavano le ombre delle persone... Roma era deserta: tutta la
città dormiva tranquillamente: nessuno pensava più, in quel momento,
a quei due disgraziati che la gelosia feroce d’un uomo aveva fatto
sbalzare all’improvviso nel mondo di là... Ed io seguitavo a camminare,
a correre anzi... come uno inseguito da cani rabbiosi, seguitavo a
correre di qua e di là per le strade oscure, per i viottoli deserti,
sempre con quel ronzio nelle orecchie, sempre con quel suono di voce
piangente che mi perseguitava, mi rintontiva il cervello, mi faceva
morire dal terrore...
Quando venne il giorno, quando il sole novellamente sorse limpido e
sereno a illuminare le cupole delle chiese e i tetti delle case, io mi
ritrovai fuori della città, seduto sulla riva del fiume, a un punto
molto alto della ripa coperta di erba verde, folta e morbida come la
lana di un tappeto. Il fiume scorreva monotono e silenzioso d’avanti
alli occhi miei con le sue acque torbidamente giallastre... E io
ebbi paura. Di che ebbi paura? Non lo so: certi sentimenti in certi
stati patologici dell’animo nostro non si sanno, non si possono, non
s’arrivano mai a spiegare. Io non riuscivo nè meno a coordinare le mie
idee. Perchè stavo li seduto? come v’ero arrivato? Quanto tempo era
passato? che cosa era avvenuto prima?..
Le piccole cause producono sempre i grandissimi effetti. Un pezzo di
legno galleggiante sulle acque gialle del fiume fece tornare la mente
mia sulla terra, alla realtà vera delle cose, poichè fino a quel
momento il mio cervello — proprio, io credo, come il cervello d’un
pazzo — se ne era andato lontano, lontano, lontano...
Una sola cosa era rimasta per tutto quel tempo fissa dentro al mio
cervello: la ripercussione terribile di quel suono di voce piangente,
quel suono straziante d’un moribondo che si lamentava.
Ho sofferto, cavaliere, ho sofferto tanto, tanto, tanto! Vede? al
pensiero delle mie sofferenze, e più della causa dolorosa delle mie
sofferenze, ancora le lagrime mi salgono alli occhi... Sono un uomo,
naturalmente, come un altro... Ella mi deve compatire... Mi deve
lasciar sfogare a modo mio... Vede? Adesso sono tranquillo... ed io le
racconterò tutto, cavaliere, le racconterò tutto come è mio dovere,
come ho promesso di fare, come è la mia volontà ferma ed assoluta di
fare...
[Illustrazione: Sulla riva del fiume]
Dove sono rimasto?.. ah! il fiume!.. Dio mio! come guardavo quell’acqua
torbida, la paura tornava novamente ad incalzarmi: allora io mi levai e
ricominciai a fuggire: rifeci tutta la strada che avevo già fatta nella
notte, e a mano a mano che mi allontanavo dal fiume, il mio cervello si
sbolliva e a me pareva che anche il cuore si andasse, a poco a poco,
lentamente tranquillizzando.
Adesso non mi dilungherò nel raccontare minutamente tutti quanti i
passi della mia peregrinazione. Entrai anche in una chiesa, una piccola
chiesa oscura piena di brutte immagini e vuota di gente, ma non fui
capace di formare nella mente mia nè meno una sola parola che avesse
potuto avere la più lontana somiglianza con una preghiera.
Avevo vuoti completamente il cuore e la mente. Poi il medesimo
movimento impulsivo che, sul primo momento, appena commesso il delitto,
mi aveva fatto correre a casa... il medesimo movimento impulsivo che
nella mia quasi inconscienza, prima mi aveva spinto a prendere dai
cassetti della mia scrivania una carta a preferenza di un’altra... e
che poi mi aveva costretto ad uscire e a rientrare nella città, come
un pazzo vagabondo scappato al manicomio e che non sa dove deve andare
a dar di capo... quello stesso movimento impulsivo della mia coscienza
mi spinse a ricoverarmi nella casa di un amico mio... quegli che mi ha
accompagnato fin qua, stanco, esausto, avvilito, addirittura morente...
E qui egli potrebbe parlare... qui potrebbe parlare il mio amico,
se ella lo permettesse. Che cosa era andato a cercare a casa sua
questo suo vecchio compagno di studi e di baldorie giovanili, che,
pel momento, la fatalità aveva cambiato nella stoffa d’un assassino
volgare? che cosa ero andato a cercare da lui? d’essere nascosto forse
alle ricerche della giustizia?.. d’essere aiutato in qualche maniera a
fuggire per potermi ritrovare al sicuro dalli artigli della polizia?..
Interroghi l’avvocato Tosi, cavaliere, lo interroghi subito: egli
potrà rispondere in mia vece a queste domande. Io, in fondo, non
cercavo altro che d’essere liberato da quella ossessione fatale che
mi perseguitava... E quando intesi dalla sua bocca istessa... Vorrei
che qui l’avvocato Tosi fosse presente, perchè mi potesse riprendere
liberamente se mi sentisse dire qualche cosa di inesatto... Quando
io intesi dalla sua stessa bocca che la mia persona era attivamente
ricercata, perchè io dovevo essere punito per il delitto commesso;
allora provai come un senso di dolcissima tranquillità discendermi
nel cuore e pervadermi tutte quante le fibre... Quella per me era la
liberazione invocata, era la salvezza anelata tanto: ed io cominciavo
a sentirmi tranquillo... Mi pareva di andare diventando lentamente un
altro.
Dopo quanto di tristemente doloroso era avvenuto, poteva ciò quasi
sembrare una cosa da non credersi... ma il fatto vero è che io potei
anche mangiare... — ella lo domanderà all’avvocato — mangiare anzi
di buon appetito come l’uomo più serenamente tranquillo che viva su
questa terra: non solo; poi mi addormentai: e il mio sonno fu quieto,
lunghissimo, di ore e di ore, non disturbato mai nè meno dalla più
lieve immagine che avesse un’ombra di tristezza o di dolore.
Durante il sonno la mia metamorfosi fu completa. Quando mi ridestai,
dopo tutte quelle ore, non altro desiderio, non altro pensiero mi si
aggirava dentro al cervello se non quello di recarmi dal Procuratore
del Re per far sì che la giustizia potesse compiere in tutto e per
tutto la strada sua.
Io giuro che è questa la verità più scrupolosa dei fatti. Ed ora,
cavaliere, dica lei: ho io in questo tempo cercato di nascondermi?.. Ho
io cercato di sfuggire alla legge?.. Ella ora sa tutto, cavaliere, ed
ella mi potrà serenamente giudicare.
Adesso poi che questo punto è appianato, mi faccia seguitare nel mio
racconto; o per dir meglio, mi faccia cominciare il racconto di quelli
avvenimenti della vita mia che io credo le possano interessare ed
essere utili allo svolgimento dell’istruttoria del mio processo, che è
stata affidata alle sue cure solerti.
Io sono nato in Ancona il 9 luglio del 18**: fra tre mesi quindi
compirò il mio quarantesimo anno di età. Mia madre, una vera santa, se
ne volò al cielo quando io non avevo ancora raggiunti i cinque anni:
mio padre, il conte Remo Laureati di Lorasco, morì quando io non avevo
ancora compiuti i vent’anni: prima di morire io non lo potei nè meno
rivedere: mi trovavo in Oriente, in quell’epoca, accompagnato da un
vecchio maggiordomo della casa a cui mio padre mi aveva affidato e che
mi faceva un po’ da segretario e un po’ da cameriere: mi arrivò la
notizia della malattia di mio padre il giorno che stavo per salpare da
Bombay per l’isola di Ceylan: cambiai strada e salpai per l’Italia:
quando arrivai in patria, il mio povero padre già da quattordici giorni
era stato calato nella tomba di famiglia. Ed io rimasi solo: solo nel
mondo e solo nella casa. Io, che pure non ero stato mai stretto con
mio padre da un vincolo di grande confidenza, a causa forse... anzi,
proprio per causa della sua autocratica severità che nell’interno della
famiglia lo faceva essere d’una fredda inflessibilità addirittura
terribile, io intesi profondamente, fino all’ultimo limite, la potenza
di quella sciagura che mi colpiva... Io che, vivente mio padre, non
solo non aveva rifuggito ma anzi, sempre, aveva ricercato la solitudine
e la lontananza dalla famiglia... dopo la morte del mio povero padre
m’intesi così solo, così tristemente solo... da far girare tutti
quanti i miei pensieri, tutti da una sola parte, tutti convergenti a
un medesimo fine, con una tortura dentro al cervello, una tortura di
dolorosa monomania...
Dovettero passare parecchi anni prima che il mio animo tornasse alla
sua naturale tranquillità e prima che tutta quanta la mia vita potesse
riprendere il suo naturale e normale andamento.
Nel 18** — veda, cavaliere, come io per le date conservi una
felicissima memoria — nel 18**, io conobbi la marchesina Lavinia Della
Ventura: essa era la seconda figlia del marchese senatore Guadalberto
Della Ventura...
A quell’epoca io non avevo una conoscenza molto profonda del cuore
umano: già... si potrebbe anche domandare: — C’è a questo mondo chi
possa dirsi sicuro di conoscere profondamente il cuore umano?.. — Non
fa nulla, quando il cuore palpita si crede ciecamente a tutto: e a
me la marchesina Lavinia, quella fanciulla esile, pallida, bionda,
divinamente bella come una di quelle stupende creazioni di Shakespeare,
d’avanti alle quali non ci si può non sentire tutti presi e interamente
presi nel cuore e nel cervello, a me ella apparve come l’angelo
mandato dal cielo a confortare la mia solitudine sulla terra. Questo,
cavaliere, le potrà sembrare lirismo: ma ella deve riflettere a quanto
le ho detto poco fa: che io, a quell’epoca, non avevo che una ben
debole conoscenza del cuore umano: nulla di straordinario quindi che
io nutrissi nell’anima una credenza cieca nella esistenza corporea e
materiale delli angeli. La marchesina Lavinia era per me uno di questi.
Così io l’amai; l’amai come si ama una volta sola sopra la terra, come
si ama la prima volta e poi non più...
La conseguenza non poteva essere che una: dopo sei mesi da quel giorno
in cui noi, con la voce incerta, ci eravamo scambiati la nostra prima
parola e in cui le nostre mani tremanti si erano strette insieme,
tenendosi per un momento intrecciate per le dita, sei mesi dopo da quel
giorno noi eravamo sposi; ed io vidi il vecchio senatore Della Ventura
piangere a lagrime calde di gioia, una gioia intensa, per la visione
della grande felicità che egli si era fisso nella mente sua figlia
avesse raggiunta.
Come fanno ridere... o per dir meglio, come dovrebbero far piangere
certe volte i sogni dei padri!.. Ma lasciamo le riflessioni ai filosofi
e andiamo avanti, chè la via lunga ne sospinge... e io poi non voglio
approfittarmi, cavaliere, più di quanto creda necessario, del suo tempo
prezioso.
Dopo un anno la mia unione con la marchesina Lavinia Della Ventura fu
benedetta dal cielo e un bell’angioletto biondo — infantile ritratto
di chi lo aveva portato nel seno, un ritratto d’una rassomiglianza
meravigliosamente perfetta — venne ad aggiungere consolazione e
felicità al mio gaudio terreno... Che cosa avevo io fatto per meritarmi
tanta gioia?.. o che cosa io feci dopo per meritarmi d’essere punito in
una maniera così ferocemente barbara?.. Io non mi attento menomamente
a scrutare i decreti misteriosi della divina Provvidenza: faccio una
semplice domanda alla quale non ero riuscito allora e non riesco adesso
a dare una qualunque plausibile risposta. La mia felicità crollò ad un
tratto come un castello di carte: dopo appena due anni che Olimpia era
venuta al mondo, dopo appena sei mesi da che ella aveva cominciato a
balbettare amorosamente, in atto di dolcissimo richiamo, il nome della
sua mamma e del suo papà... ella se ne ritornò donde era partita.
Qui nel mio cervello — e credo anche nella mia vita — c’è una lacuna
vasta, un baratro, un precipizio profondo... In quel tempo non so che
cosa feci, non so in qual maniera vissi: veramente non so nè meno come
io riuscissi a vivere, dopo quel colpo violentemente doloroso che m’era
venuto a battere proprio qui in mezzo al cervello... Io non so nulla di
quel tempo; e la mia grande sventura d’allora si collega immediatamente
con la seconda, senza nessun distacco, senza un’interruzione di sorta...
[Illustrazione: Ritratto]
Mia moglie mi tradiva, ed io mi accorsi del tradimento quando le cose
erano giunte a un punto che qualunque maniera d’accomodamento sarebbe
stata impossibile; anche di più, da mia parte sarebbe stata una colpa...
Ella, cavaliere, non mi obbligherà certamente a ricordare le fasi
tristissime di tutto quel tempo che precedette e seguì il processo che
io stesso volli provocare... Io provavo un godimento intenso nello
scandalo che sentivo sollevarsi intorno a me... Da molti fui riprovato,
più che riprovato fui rimproverato, poi condannato addirittura...
Fui fatto segno a tutte sorta di strali da gente che, vituperandomi,
credeva di colpir giusto... Qualcuno mi disse che io avevo perduto il
sentimento della moralità: ma allora, domando, che cosa avrei dovuto
fare io se per me diventava una colpa l’essermi rivolto alla legge
chiedendo una tutela contro chi aveva, in una maniera così indecorosa,
vituperato il mio nome, trascinato nel fango il mio onore?.. che cosa
avrei dovuto fare allora?..
Avevo sorpreso mia moglie, come Amanda di Valberta, fra le braccia
del suo drudo: forse, come ho fatto con questa, avrei dovuto fare con
quella... io avrei dovuto colpire... No, no... non creda, cavaliere;
questa non è affatto la mia convinzione: nell’un caso come nell’altro
io non ho agito che sotto l’impulsività di quello spirito che governa
tutte le nostre azioni e che a gran voce reclamava la soddisfazione
dell’affronto, la vendetta dell’insulto...
Ed io mi vendicai.
Cacciai la donna di casa, brutalmente, come si caccia una donna volgare
che si sorprende a frugare dentro a un cassetto per appropriarsi quello
che non le appartiene: e all’uomo io sputai sulla faccia... Poi li
trascinai nel fango, li feci ravvoltolar nella melma, volli che intera
la loro iniquità da tutte quante le parti fosse mostrata alla luce del
sole... Quel fango li deturpava nell’anima e nel corpo, ma quel fango
non saliva fino a me...
Il mondo, forse, allora rise di me: anzi, rise a gola aperta, dovette
ridere proprio così, poichè questa è la costumanza del mondo: però
d’avanti alla melma con la quale io ero riuscito ad insozzare quelle
due faccie, d’avanti a tutto quel putridume, il mondo, son sicuro,
torse lo sguardo indignato e voltò la testa con un atto di schifo
supremo...
Io così ero vendicato; mi sentivo vendicato bene, vendicato
completamente. E dimenticai tutto.
Per me allora doveva cominciare una vita nova, il terzo periodo della
vita mia, i cui punti di partenza erano stati segnati da così tristi
e dolorose sventure: il primo periodo dalla morte di mia madre, il
secondo da quella di mio padre, il terzo dall’adulterio vilissimo della
mia compagna... Potrei anche dire dalla «morte della mia compagna»
poichè ella per me non esiste più fra le creature di questa terra.
Allora cercai d’intontirmi. Poichè io dovevo e volevo dimenticare:
ma non sempre il cuore, che era stato tanto tremendamente ferito,
riusciva a non far sentire il dolore delle sue piaghe sanguinose: e la
mia volontà, per quanto forte e tenace, non riusciva sempre a tenerne
coperto o a farne silenzioso lo spasimo...
Era in quei momenti di lotta che io cercavo d’intontirmi; e per
ottener ciò io dovetti ricorrere a tutti quanti i grandi mezzi.
Tentai la solitudine della campagna, m’ingolfai nella folla della
città, corsi il mare, ascesi le montagne, girai il mondo... ovunque
cercando l’ubbriachezza dei sensi per non sentire i colpi funebri che,
ogni tanto, la memoria a gran martello m’andava rintronando dentro
al cervello... Per un lungo spazio di tempo non riuscii a nulla e
fui quasi costretto a credere che la mia malattia fosse addirittura
inguaribile: e questo pensiero mi fu anche più penoso dell’istesso male.
Poi conobbi Amanda. E, non so come, io mi trovai istantaneamente
guarito. Un miracolo vero: nel mio cervello, allora, non zampillavano
più che pensieri rosei, nel mio cuore non si ripercuotevano più che
battiti d’amore...
Debbo però rifare un passo indietro.
Sia paziente, cavaliere: mi ascolti pazientemente: ho poche più altre
cose da dire: siamo arrivati oramai al principio della fine. Del resto,
io credo, che il conoscere anche il primo principio della mia relazione
con la mia vittima... sia per lei un punto di assoluta necessità, un
punto di capitale importanza per il lavoro d’istruttoria, che ella
dovrà iniziare sulla base della mia confessione...
Amanda di Valberta — ella si faceva chiamare così — aveva una passione
vera per i casati altisonanti... Amanda di Valberta era un’artista
di circo equestre. Quando io la conobbi la prima volta ella faceva
parte della compagnia Nagels, dove eseguiva con una rara abilità degli
esercizi di «jonglage» correndo il circo sul cavallo a dorso nudo.
Ella sa, cavaliere, della mia passione per i cavalli... Il circo
equestre Nagels divenne un’abitudine della mia giornata: alli amici
era più facile venirmi a trovare fra la paglia e il fieno delle
scuderie Nagels, che alla trattoria dove ero solito mangiare o nella
stessa casa mia. Anche li artisti del circo, per conseguenza di quella
mia assiduità, erano diventati tutti altrettante mie strettissime
conoscenze, con le quali mi compiacevo assai a trascorrere ore ed ore,
parlando di giuochi e di esercizi acrobatici, di «tournées» all’estero
e di avventure galanti, di cavalli e di belle donnine... È naturale:
con un certo genere di persone si sa sempre dove si comincia ma non si
sa mai dove si può andare a finire...
Non dubiti, no, non divagherò affatto.
Amanda io la conobbi una sera: mi spiego meglio: io conoscevo Amanda
come avevo conosciuto le altre quattro o cinque donne della compagnia.
Amanda però era molto bella ed io stesso avevo più volte ammirato,
esternando anche ad alta voce l’impressione da me provata, il fascino
della sua bellezza... Una bellezza veramente georgiana: sapete che le
donne della Georgia sono le più belle donne della terra... Amanda era
così: una bellezza fatale.
Quella sera... — guardi che precisione di ricordi — mi ricordo che
quella sera Amanda doveva debuttare come ammaestratrice di due grossi
alani del Thibet: e mi ricordo anche che ella era già tutta abbigliata
in un elegantissimo quanto capriccioso costume fra lo spagnuolo e
l’ungherese e, tutta ravvolta in un lungo mantello dalle pieghe
ampissime, andava girando con una irrequietezza straordinaria da tutte
quante le parti, ovunque irraggiando il sorridente fulgore della sua
bellezza e il fascino del suo spirito spensierato.
Quella sera, dunque, io era nella scuderia del Circo, assieme con
Nagels, il direttore della compagnia, il quale mi mostrava una graziosa
cavallina tirolese che egli aveva comperata a Trieste e che aveva
destinata a non so quale ammaestramento speciale... Quella bestiola
giovine e intelligente era, nelle sue forme eleganti, d’una bellezza
assolutamente perfetta. Io ne fui preso, come sono stato preso
sventuratamente durante il lungo percorso della mia vita da tanti altri
capricci più o meno costosi, e, là per là, esternai al buon Nagels il
desiderio intenso che avevo di far l’acquisto della cavalla in parola.
Ella, cavaliere, comprenderà facilmente certe arti: il direttore,
naturalmente, si faceva tirar pel naso: la bestia era una vera rarità;
e poi era stata pagata molto cara; e poi già si erano buttati via oltre
a due mesi per iniziare l’ammaestramento... insomma una quantità di
storie, parte buone e parte cattive, per tenere più alto che fosse
possibile il prezzo di vendita e, alla fine, concludere un buon affare.
I capricci costano cari: il padrone era il padrone; e, ognuno, come si
suol dire, può far della sua pasta gnocchi.
Ciononostante il prezzo fu convenuto. Ed io, anzi, proprio in quel
momento, stavo fissando un’ora del giorno appresso, nella quale
il proprietario della cavalla si sarebbe potuto recare da me per
riscuotere la somma stabilita... quand’eccoti, inaspettata, la bella
Amanda, messa fuori da quel lungo pastrano in cui fino allora era
rimasta ravvolta, che piomba là in mezzo con una rapidità da folletto.
Il signor Nagels, assuefatto sicuramente a quelle scappate capricciose,
fece una alzata di spalle non so se di noncuranza o di stizza e
s’allontanò a passi lunghi. Io, coi piedi affondati nello strame,
rimasi solo con Amanda.
Quella ragazza, che pure avevo veduto tante volte senza subirne la
minima emozione, in quel momento, in quell’ambiente, in quel costume,
fatto apposta per scoprire e mettere in rilievo la procacità di certe
forme, mi produsse dentro al cervello un’impressione violenta: e
nessuna cosa, creda, cavaliere, dopo quel momento, ha avuto mai la
forza e la capacità di cancellarmi quell’impressione dal cervello.
Ricordo — e l’ho ricordato sempre — il nostro breve colloquio di quel
momento, le poche parole scambiate in quel momento fra di noi e che
dovevano essere il primo principio di questa grande fatalità... le
ricordo adesso, come se per miracolo d’eco si ripetessero novamente qua
vicino a me, proprio qui accanto al mio orecchio...
— Cattivo! — ella disse con la faccia birichina atteggiata a un’aria di
broncio.
— Perchè cattivo?.. — io le domandai ridendo e cercando di prenderle
una mano che ella si ostinava a rifiutarmi.
— Perchè volete levarmi la mia piccola compagna?..
— Tanto voi le volete bene?..
— Io le voglio bene più di me stessa a Belenfant.
Ella si stringeva addosso alla bella bestiola, accarezzandola
amorevolmente sulla groppa, come in atto di volerla mettere sotto
alla sua protezione. Fu quell’atto appunto che produsse sull’animo
mio l’effetto portentoso. Io mi avvicinai ad Amanda, l’abbracciai
passionatamente, senza nessun ritegno, la baciai fra i capelli che
erano come fili tessuti d’oro e le susurrai amorosamente nell’orecchio,
con un tono di voce che cercai di rendere più dolce che mi fosse
possibile:
— Amanda... e non dipende forse da voi di non separarvi mai più da
Belenfant?..
— Da me?.. — ella mormorò con un filo di voce: più un sospiro che un
suono.
— Se voi mi seguiste?..
Ma io non le detti nè meno il tempo di rispondere, nè meno quello di
pensare alla risposta: la strinsi novamente fra le mie braccia, la
baciai violentemente sulle labbra. Ella mi restituì il bacio che, in
quel momento, in me, era stato un vero bacio d’amore: e... il patto fu
conchiuso.
Quella sera Amanda di Valberta diede, d’avanti al pubblico che gremiva
la platea del circo Nagels, la sua ultima rappresentazione; ultima,
proprio quando faceva il suo primo debutto come ammaestratrice di cani!
E adesso siamo alla fine.
Io ho vissuto tre anni con Amanda di Valberta: io abitavo al mio
palazzo di via Condotti; per Amanda avevo affittato un villino piccolo
ma molto elegante su al Macao, a via Varese; un villino che era un vero
nido d’amore e dove io, da pazzo, ero andato a rinchiudere tutti i miei
affetti, tutte le mie speranze, tutti quanti i miei desideri... il mio
tesoro.
Quando questi miei affetti, questi miei desideri, queste mie speranze
mi sono stati carpiti, mi sono stati rubati... quando io sono riuscito
a sorprendere i ladri proprio nell’atto di rubare i miei tesori... eh!
allora... allora non ho veduto più nulla... non ho capito più nulla...
e ho colpito, mi sono vendicato...
Sono stanco, cavaliere... ed ella, credo, dovrà essere anche più stanco
di me. Ma, intanto, non era necessario che io le dicessi tutto ciò?...
non era necessario, perchè la giustizia potesse fare serenamente tutto
quanto il suo percorso, non era necessario che io le raccontassi tutto
quello che fino ad ora sono stato qui a raccontarle?..
E adesso non ho più altro da dire...
Come dice?.. che cosa desidera?.. Ah... è vero, ed è giusta la sua
domanda: come ho avuta la certezza del tradimento? come sono riuscito a
scoprire i colpevoli?..
Ho fatto tutto da me, seguendo un sottilissimo filo che la fortuna, o
per meglio dire il destino — chè la parola è più appropriata, — un filo
che il destino era venuto a mettermi fra le mani.
Amanda, da un certo tempo, aveva preso l’abitudine di uscire di casa a
ora fissa. Ella non mi aveva mai detto nulla di ciò ed io non ho saputo
la cosa che in questi ultimi giorni. Se lo avessi saputo prima, non so
se il delitto da me commesso avrebbe potuto essere sventato o se si
sarebbe anticipato. Chi lo sa?
Due giorni prima della giornata fatale, per non so quale combinazione,
io esco di casa a un’ora in cui di solito ero abituato a restar chiuso
nel mio gabinetto per disbrigare le mie faccende; ed eccoti che proprio
all’angolo di piazza di Venezia, fra il Corso e la via Nazionale, mi
capita sotto alli occhi Amanda!.. Io ero sul marciapiede del Corso,
dalla parte opposta: ella mi vede, ma io fingo di non accorgermi
affatto di lei... ed il mio giuoco riesce a meraviglia... Rassicurata
sul mio conto, ella prosegue per la sua strada, senza nè meno curarsi
di voltarsi a dare una guardata indietro. Ed io la seguo: la vedo
entrare in quella casa, l’attendo pazientemente per oltre a due ore,
la vedo di lontano riuscire accompagnata da un grosso omaccione, la
cui figura non era nova per me, la vedo salire in carrozzella, dare un
ordine al vetturino e un ultimo saluto al compagno, vedo la carrozzella
muoversi, allontanarsi, sparire...
Il giorno appresso — questo, cavaliere, le potrà quasi sembrare
una cosa incredibile — il giorno appresso io ebbi il coraggio di
ripetere la triste caccia: e appunto il giorno appresso, avendo saputo
calcolar meglio le distanze e meglio mettere in atto la manovra
dell’appostamento, potei riconoscere nel compagno della mia Amanda,
il «clown» Robody, il pagliaccio imbecille della compagnia Scwhobs e
Amari... Potevo essere contento!
Il ladro era lui.
E il terzo giorno, quasi godendo satanicamente dello strazio a cui
andavo condannando il mio cuore, volli ripetere la caccia. Questa volta
però mi ero proposto di farla finita ad ogni costo: questa volta doveva
essere la soluzione...
[Illustrazione: Seguendo la moglie]
Quale soluzione?.. Chi ne sapeva nulla? chi avrebbe potuto dirne nulla?
Amanda entrò in quel portone fatale: io ebbi la forza indiavolata di
trattenermi ancora per una mezz’ora fermo a un cantone della strada.
Che cosa volevo? che aspettavo? Non lo sapevo allora e non lo so adesso.
Poi mi mossi anch’io. Traversai la strada, entrai in quel portone,
salii le scale, infilai la porta d’un appartamento che qualcuno, non
so chi, nell’atto d’uscire era sul punto di rinchiudersi dietro alle
spalle... Là trovai i ladri di tutta la mia felicità, di tutte le mie
speranze, di tutto quanto intero il mio bene...
E allora ho visto tutto rosso e tutto nero, ho visto tutto fuoco, ho
visto d’avanti alli occhi l’inferno... e allora ho colpito, mi sono
vendicato!
Non ne posso più, cavaliere... io non ho più niente da dire... e...
proprio non ne posso più.
§ 6.
Manoscritto del conte Romolo Laureati di Lorasco, consegnato
assieme ad alcune lettere al cav. Giacomo Tasca, giudice incaricato
dell’istruzione del processo.
Tre giorni prima egli le aveva domandato e glielo aveva domandato colla
voce abbassata e tremante:
— Mi ami tu?
Aveva bisogno di sentirselo ripetere un’altra volta da quella bocca
rosea che, quando parlava, pareva che scoccasse via fasci di baci: e
quel bisogno egli lo provava nel sangue che gli martellava alle tempie
e ai polsi e gli scendeva caldo giù pei reni: e lo provava a li occhi
che a certi momenti gli diventavano piccoli piccoli sotto ai cigli
socchiusi.
Ella, per tutta risposta, gli aveva prima gettate le braccia attorno al
collo; poi, chinando la testa piena di riccioli biondi e di fantasie
audaci sulla spalla di lui, socchiudendo li occhioni fosforescenti,
dove guizzavano dentro vipere di fuoco che mordevano il cuore, aveva
aperto un’altra volta le labbra rosse come il sangue:
— Che non lo sai forse?.. ti amo tanto... ti amerò sempre... te lo
giuro!..
— Zitta! — egli gridò e chiuse le labbra a quella piccina che nel cuore
ci teneva l’Etna e nel sangue il Mongibello e nelli occhi il Vesuvio,
egli le chiuse le labbra accostandovi sopra la guancia accesa e se la
prese a premere forte fra le braccia e a stringersela tenacemente sul
petto.
Egli aveva lo sguardo pieno di luccicori mesti e di desideri
melanconici: lì c’era tutta la verdezza della speranza e tutto il
nerume del dubbio.
La guardava ed ella pure lo guardava.
— Perchè vuoi giurarlo?
— Perchè ti amo.
— E... se un giorno... fossi spergiura?..
Ella aveva fatti li occhi seri e lo seguitava a guardare, ma, questa
volta, con una fissità di rimprovero: come un coltello quello sguardo
gli squarciava la carne e gli spellava l’anima e l’andava a esaminare
dentro fino in giù alle viscere fonde.
— L’amore non è mica eterno... — egli sussurrò e aggiunse dopo un
sospiro: — per la donna.
Ella scosse quella vaga testolina che era piena di riccioli biondi e
di fantasie audaci, sciolse le braccia che aveva tenute avvinghiate
attorno al collo di lui e se le lasciò cadere abbandonate, colle dita
incrocicchiate, sopra ai ginocchi.
— Sei cattivo questa sera...
E poi:
— Perchè?..
Quella parola fu detta come un sospiro.
— Perchè tu non mi amerai sempre.
E quella risposta fu detta come un singhiozzo.
— Oh! di’ un po’ quel che ti pare... — rispose la fanciulla imbizzita —
di’ un po’ quel che ti pare... a me tanto...
Si stringeva tutta nelle spalle come avesse voluto caricarsele di
noncuranza e di disprezzo.
Mentiva però: in quel momento anzi ella stessa sentiva di mentire; vide
il luccicore di pianto ne li occhi di lui che amava e aggiunse subito:
— E io mi sento la forza di fare un giuramento che duri eternamente...
— Bada...
— Ti giuro...
— Bada...
— Ti giuro su tutto quello che c’è di più sacro sulla terra, ti giuro
che ti ho amato sempre, che io adesso ti amo alla follia e che io non
adorerò in eterno mai altri che te...
— Bada!..
Ma ella gli aveva buttate un’altra volta le braccia intorno al collo e
lo baciava sulle guancie e nelli occhi, avidamente.
— Tu sarai sempre il mio solo ed unico amore.
— Bada...
Egli non disse più altro.
Due lacrime si confusero in una goccia calda e si sciolsero poi in un
bacio che era ardente come una svampata di fuoco.
*
* *
Si sposarono. Si amarono. E furono felici.
Così passarono tre anni.
*
* *
Una volta era un bel meriggio: il rivo giallastro, che passava fra
l’erbe, scorreva via rapido, pieno d’occhi di sole e di foglie secche
cadute dalli olmi e dai castagni: e qualche merlo fischiava fra le
fronde soleggiate. Ella andava avanti sola; egli poi la raggiunse.
Tutti e due erano arrivati lì sulla sponda e s’erano fermati. Ella,
colle braccia abbassate, reggeva in su le vesti che, nel movimento,
scoprivano le scarpine di pelle gialla, e il nastrino che le allacciava
alla scollatura, e la calza nera, tirata, che si allargava in su
arrotondandosi e si nascondeva pudicamente tra i pizzi smerlettati
della veste bianca che scendeva giù stiracchiata e sgualcita.
Con una mano egli prese a sorreggerla sotto alla spalla e coll’altra
indicò il rivo basso, dove scorreva l’acqua piena d’occhi di sole e di
foglie secche che andavano in là colla corrente.
Si guardarono.
— E adesso? — egli fece.
La donna non rispose.
— Bisogna passare di là... nell’acqua...
Guardò all’intorno, come a cercare un passaggio più comodo: poi guardò
laggiù fra le fronde prese dal sole, facendosi colla conca della mano
ombrello alli occhi; guardò al di là dei campi pieni di verde e di
margherite, al di là dei vigneti, dove era la casina bianca col tetto
che rosseggiava al sole.
— Eccola là la casa! — egli disse.
Vi faceva sfondo l’ametista pallido delle montagne e di sopra il
turchino fulgido del cielo.
Ella aveva i respiri affrettati che le spezzavano le parole sulle
labbra, poichè aveva corso e il suo seno era anelante.
— Bisogna passare di là? — domandò.
Poi, dopo una fiatata forte aggiunse:
— Che ora è adesso?
— Sono le due.
— Alle cinque ritorna.
— Tuo marito?
Ella accennò di sì, muovendo in su e in giù quella testolina bionda che
era ancora, e sempre, piena di tanti riccioli d’oro e di tante fantasie
audaci.
— Bisogna passare di là, allora... bisogna tornare...
— Però c’è tempo ancora... riposiamoci.
Ella si sentiva stanca e si lasciò cadere sulle ginocchia, poi piegò la
vita e si allungò sull’erba sotto l’ombra macchiata di sole che un olmo
dava alla terra. Fra le fronde lì sopra fischiava un merlo sonoramente.
Egli prima rideva, ma poi si fece serio ad un tratto, e domandò
bruscamente:
— Lo ami sempre tu?
— Chi?
— Tuo marito.
La donna sorrise: aprì la bocca, sgranando i denti bianchi, che erano
aguzzi e diritti come quelli di una giovine tigre, e socchiuse li occhi
torcendosi all’indietro.
Ma egli prese a incalzarla.
— Lo ami sempre tu tuo marito?
— Io amo te! — ella disse con la voce ferma.
[Illustrazione: Gli amanti]
— Però lo hai amato assai?..
Egli mormorò queste parole affrettatamente e buttò via la frase che
cadde giù precipitosa come una sgrandinata d’agosto.
Ella lo guardava di traverso coll’occhio dolcemente stanco; gli prese
una mano e gliela strinse fra le sue. Sussurrò fra i denti qualche
parola, così:
— L’amore mica è eterno...
— E pure me allora forse un giorno?..
— Non amerò più?
— Sì.
— Forse... chi sa?..
Le prese a ridere: era come una convulsione pazza di risa.
Quelle parole s’erano incrociate per l’aria calda come sguizzi di lame.
Ella s’era sollevata e rideva e stendeva le mani alla testa dell’uomo
come per attirarlo sul suo petto morbido e odoroso, e far svanire le
idee nebbiose, che gli si accumulavano nella testa, sotto a una solata
immensa di baci.
Quella testa si lasciò prendere, come sempre, ed ella, come sempre, la
strinse forte colle mani.
— Ti amo, sai?
— Ed io?
Quelle teste così si avvicinarono, si avvicinarono... Poi lì intorno si
ripercosse come un succhio spezzato che era fatto per il grandinare dei
baci.
Il merlo fischiava sempre fra le fronde soleggiate dell’olmo che
stormiva monotonamente.
*
* *
A un tratto un colpo sonoro sbattè fra le corteccie rugose delli olmi
e dei castagni, e l’eco della vallata lo ripetè lontano lontano alle
montagne d’ametista pallido. Il corpo d’un uomo era rotolato lì presso
boccone nel rivo, colla testa spaccata e il cervello colante fra le
ciocche dei capelli neri insanguinate. Era la vittima del tradimento.
Per lui era terminato l’amore e insieme all’amore aveva voluto che
terminasse la vita.
Il merlo, adesso, non fischiava più.
I due amanti si fissarono in volto stralunati: egli era bianco sul
volto come la cera, ella era verde e tremava.
Il rivo scorreva pieno di occhi di sole e di foglie secche, andava
avanti gorgogliando fra i sassi, e spumeggiava intorno alla testa
insanguinata del suicida e pareva che, succhiando, ironicamente
ripetesse:
— Dura eterno l’amore! dura eterno l’amore.
_Il precedente manoscritto è steso in tre pagine e mezzo di un
formato grandissimo. L’ultima mezza pagina è riempita dalle righe
seguenti scritte in carattere minutissimo e qua e là malfermo._
*
* *
Componimento scolastico. Idee ridicole. Morale maltrattata senza
scopo. Retorica di ragazzo malato. Tutto ciò — forse conseguenza di
un sentimento rettissimo — è sovranamente stupido data la forma e
l’essenza della nostra società.
L’adulterio è il tradimento. È il furto. Vi sono i ladri e vi è la cosa
rubata. Vi è il traditore e la persona tradita.
Perchè dunque punire il derubato? perchè colpire di morte solo quegli
che è stato tradito?
Sentimentalità pazzesca. Romanticismo adacquato. Morbosità
intellettuale.
I complici spesso sono due: è la coppia: l’adulterio perfetto. Alle
volte invece il malfattore è uno solo: l’altro è solamente trascinato,
l’altro subisce. Incubo e succubo. Questo secondo fatto — che non è
raro — avviene per una quantità di cause concomitanti che sarebbe
molto bene fossero dalli uomini saggi studiate profondamente. Ne
guadagnerebbe molto l’umana tranquillità.
Ma nel primo caso perchè finirla con se stesso invece che finire li
altri? perchè uccidersi invece di uccidere? Errore.
Nel secondo caso, invece, si dovrebbe agire come ho agito io verso
colei che fu mia moglie. Ripeto ciò qui per me stesso, pienamente
convinto d’avere fatto bene, nonostante tutto il male che è stato detto
della mia maniera di procedere.
Perchè ho conservato questo scritto, pallido ricordo delle mie
giovanili velleità letterarie e della mia filosofica cretineria?
Non so. Mi pare di essere attaccato a questi paginoni da un vincolo di
affezione sincera. Ogni volta che questo foglio mi viene sotto alli
occhi, ci stendo sopra le mani e, ogni volta, mi viene la voglia di
aggiungervi una coda.
Ora la tentazione è levata. L’ultima pagina rimasta bianca è stata da
me intieramente riempita questo dì 14 febbraio del 18**.
R. L.
§ 7.
Dalla Cronaca giudiziaria del giornale della sera *** del 29 ottobre
18**.
_Un processo aristocratico_
Al momento di andare in macchina il nostro reporter giudiziario
ci comunica il verdetto dei giurati e la sentenza pronunciata dal
Tribunale nel processo del conte Laureati, che da due giorni tiene in
effervescenza tutto quanto il nostro cosidetto gran mondo.
Stante l’ora tarda non possiamo far comenti di sorta. La sentenza è
stata pronunciata alle ore 7 precise.
La requisitoria del Pubblico Ministero è stata veramente terribile,
ma la difesa dell’avvocato Tosi ha avuto dei momenti di una felicità
assolutamente insuperabile. Egli ha ottenuto una vera vittoria.
Il presidente, commendator Giorgio Baroni Alvisi, ha sottoposto al
responso dei giurati le questioni seguenti:
Prima questione: — L’accusato Romolo Laureati di Lorasco è egli
colpevole d’avere nel giorno 17 dello scorso mese di Maggio, a fine di
uccidere e mediante replicati colpi di rivoltella, inferto ad Amanda di
Valberta ed a Claudio Robody delle lesioni che furono la causa unica ed
esclusiva della loro morte?
Risposta: a unanimità — Sì.
Seconda questione: — L’accusato Romolo Laureati di Lorasco ha commesso
il fatto, di cui nella precedente questione, nell’impeto dell’ira o
d’intenso dolore determinato da ingiusta provocazione?
Risposta: a maggioranza — Sì.
Terza questione: — Nel caso in cui si risponda affermativamente alla
questione precedente; la provocazione fu grave?
Risposta: a maggioranza — Sì.
I giurati, inoltre, hanno ammesso a favore dell’accusato le circostanze
attenuanti.
Nonostante la folla immensa che si stipava nell’aula, la sentenza della
Corte è stata letta in mezzo a un sepolcrale silenzio.
L’aspettativa era vivissima per tutti.
Ed ecco ora la sentenza che noi riproduciamo presso che in tutta la sua
integrità.
«In nome di Sua Maestà, ecc. visto il verdetto dei giurati in data
di oggi stesso, 29 ottobre 18** col quale Romolo Laureati di Lorasco
è ritenuto colpevole di omicidio volontario in persona di Amanda di
Valberta e di Claudio Robody, con la scusante della grave provocazione
e il concorso delle circostanze attenuanti;
«ritenuto che l’omicidio volontario è punito con la pena della
reclusione da 18 a 21 anni;
«che, nel caso concreto, può applicarsi all’accusato Romolo Laureati di
Lorasco per l’omicidio di Amanda di Valberta la detta pena nella misura
di 18 anni;
«che detta pena, per la scusante della grave provocazione, può ridursi
di due terzi, sostituendo alla reclusione la detenzione;
«che la pena predetta deve ridursi di un sesto per la concessione delle
circostanze attenuanti;
«ritenuto che per l’omicidio di Claudio Robody può anche applicarsi
all’accusato la pena come sopra;
«che però pel concorso di reati la detta pena deve ridursi alla metà;
«ritenuto che il condannato è obbligato all’emenda del danno e al
rifacimento di tutte le spese processuali;
«per questi motivi;
«visti li articoli, ecc. ecc. Codice penale e di procedura penale,
condanna Romolo Laureati di Lorasco alla pena complessiva della
detenzione per anni sette e mesi sei, all’emenda dei danni e alle spese
processuali.»
Da Pubblico Ministero fungeva — e qui ripariamo a una dimenticanza
nella quale siamo incorsi nel fare il resoconto del breve processo — il
cavalier Nino Pisolino.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LE DUE COLPE ***
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