Il curato d'Orobio : racconto

By Giovanni Visconti Venosta

The Project Gutenberg eBook of Il curato d'Orobio
    
This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this ebook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.

Title: Il curato d'Orobio
        racconto

Author: Giovanni Visconti Venosta

Release date: December 30, 2025 [eBook #77574]

Language: Italian

Original publication: Milano: Treves, 1886

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by the HathiTrust Digital Library)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CURATO D'OROBIO ***

                           IL CURATO D’OROBIO


                                RACCONTO

                                   DI
                           G. VISCONTI VENOSTA



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                  1886.




                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                    Diritti di traduzione riservati.

                          Milano. Tip. Treves.




IL CURATO D’OROBIO




I.


Camminavano insieme da oltre mezz’ora, senza aprir bocca, don Cornelio
Sacchi curato di Orobio, terricciuola d’una vallata di Lombardia, e un
giovane prete, don Luigi, ch’era il suo coadiutore: li precedeva un
canino pomere, dalla coda arricciata e dagli occhietti vispi, ch’era il
solito battistrada di don Cornelio.

Don Luigi era andato incontro al curato, il quale scendeva per una
ripida stradetta da un alto e lontano poggio del monte; poi s’era unito
a lui per fargli compagnia fino a casa. — Oh, don Cornelio, doveva
mandar me! — aveva detto don Luigi al curato. — Lei è andato fin lassù,
m’immagino... fino a Santa Maria della Neve, a visitar quel vecchio che
sta male! Capisco... ma due ore di strada, e d’una strada così cattiva,
per lei che stamane era così poco in gambe. Sarei andato io....

— Grazie, don Luigi, grazie... ma fin che si può si va! — aveva
risposto don Cornelio. E continuando a camminare, senza aggiunger
altro, era tornato in silenzio al filo de’ suoi pensieri.

Don Luigi non ebbe il coraggio d’insistere di più; e camminando sempre
in silenzio anche lui, cercava di mostrare al curato il suo rispetto
col lasciargli la parte meno cattiva dell’acciottolato, tenendo per sè
i sassi più acuti e smossi. Cominciava a levarsi la brezza foriera del
tramonto, e don Cornelio, nel mandare di tanto in tanto un sospiro, ne
sorbiva delle lunghe boccate; poi, scoprendosi il capo, sprigionava una
bella matassa di capelli, tutti bianchi ma ancor folti, che sollevati
dalla brezza davano in quel momento l’immagine dei pensieri confusi,
agitati, che gli passavano per la mente. E su di essa era facile
leggere una nuova espressione, ch’era in contrasto coi lineamenti calmi
e gioviali del viso, l’espressione d’un dolore nuovo e profondo. Don
Luigi che sapeva quanto fosse grande l’afflizione del suo curato, e che
ricordava di che poco frutto erano state in quei giorni le sue parole
di conforto, camminava in silenzio, cercando un’occasione, che non
veniva, per avviare qualche discorso.

E siccome i nostri due personaggi li vedremo scendere per la stradetta
un pezzo ancora prima di cavar loro una parola, così profitteremo del
tempo per dir noi intanto qualcosa sul conto almeno d’uno di loro.

Don Cornelio era curato nel paesello d’Orobio da trent’anni: c’era
venuto per forza, e poi c’era rimasto per sua elezione. Nel 1848,
caldo d’amor patrio, aveva preso parte agli avvenimenti d’allora, per
quel tanto almeno che si riferiva alla città dov’egli in quel tempo
viveva. Amato da tutti, avevan voluto che seguisse come cappellano
il battaglione de’ volontari della provincia. E don Cornelio con due
stivaloni, con una croce di panno rosso sul petto, con la medaglia di
Pio IX che gli pendeva dal collo, col fiocco d’oro e con le penne nel
cappello, non aveva fatto per quattro mesi che camminare sebbene vicino
ai quarant’anni, che è l’età dei forti pensieri più che delle forti
marcie militari. Finita la campagna, un colonnello boemo, che governava
la città di don Cornelio, trovò opportuno di mettere sotto catenaccio
anche il nostro cappellano. Il vescovo della provincia, il vescovo che
c’era in quel tempo, prese le parti di don Cornelio; ebbe il muso duro
più del colonnello boemo, e don Cornelio uscì di gabbia, ma dovette
farsi uccello di bosco. Fu allora che lo mandarono a Orobio, ch’era il
paesello più lontano dalla città dove ci fosse una cura vacante.

L’avvenimento, che dopo alcuni anni fece d’Orobio non più il luogo
d’esilio ma il soggiorno di elezione di don Cornelio fu la venuta d’un
brav’uomo, la cui amicizia gli avrebbe fatto parer bello qualsiasi
Orobio anche peggiore del suo. Il brav’uomo era un certo conte Maurizio
d’Orsenigo, il quale aveva in Orobio un bel palazzotto antico, e nei
dintorni l’antico patrimonio della famiglia, arrivato fino a lui, ma
facendo acqua dai fianchi, come una nave logora. In questa nave avevano
aperta una nuova e più larga breccia gli avvenimenti del quarantotto,
gli anni dell’esilio, e dei sequestri: e il conte Maurizio, a cui
non reggeva l’animo di staccarsene, rimpatriato passava in Orobio
parte dell’anno, sperando col farsi campagnolo di tenerla a galla
alla meglio. Alcuni anni dopo, era rimasto vedovo, con una bambina, e
d’allora in poi non s’era più mosso. Non c’era voluto molto a diventar
amici, lui e don Cornelio. L’uno e l’altro avevano il cuore buono e
generoso; l’uno e l’altro avevano un egual sentimento nell’animo,
tenuto acceso con eguale ardore, con eguali speranze: l’amore d’Italia.
Vissero insieme per più di vent’anni; divisero giorno per giorno
i dolori e le gioie che si avvicendarono in quei tempi, servendo
con amore assiduo, nel loro umile paesello, in tutto quel poco che
potevano, la causa della patria e del bene.

Ora don Cornelio era rimasto solo. Otto giorni prima, il 7 marzo 1878,
in quell’ora stessa del tramonto, in cui l’abbiam veduto scendere con
don Luigi dalla montagna, il suo amico era morto.

Don Cornelio e don Luigi erano giunti a un punto dove la strada
facendosi meno ripida conduceva a uno spiano su cui c’era una casuccia,
chiamata la Tavernella, e ch’era uno dei punti d’approdo di quei
d’Orobio quando sulla sera andavano a far quattro passi, e a berne un
bicchiere. E infatti, c’erano degli avventori anche in quel momento:
alcuni se ne stavano seduti intorno a una tavola presso la porta della
Tavernella e giocavano alle carte; altri giocavano alle bocce su quel
po’ di spiano che c’era. Don Cornelio, che proprio n’avrebbe fatto
a meno, dovette, rallentando il passo, ricambiare i saluti gioviali
di quei delle carte e di quei delle bocce: alcuni dei quali poi si
ostinavano calorosamente a offrirgli da bere, e a chiamar l’oste, anche
dopo ch’egli, ringraziatili, s’era scostato tirando diritto per la sua
strada.

I giocatori, appena don Cornelio fu lontano, si abbandonarono alla più
chiassosa ilarità. — Don Innocente! — gridavano a una voce — Venga
fuori don Innocente! — E don Innocente, ch’era un prete di quelle
vicinanze, in maniche di camicia e con le bocce in mano, se ne tornava
intanto in mezzo a quelli della sua brigata, i quali continuavano a
assordar l’aria con esclamazioni e risate che non finivan più. Quelli
invece che giocavano alle carte si contentarono di mandare un’occhiata
verso il crocchio, dove si faceva tanto chiasso, continuando
tranquillamente la loro partita e la conversazione.

— Ve lo dirò io perchè ridono laggiù, — diceva uno di questi, lo
speziale d’Orobio, rispondendo al suo vicino ch’era un mercante d’una
grossa borgata della provincia. — Ridono di quel prete che se l’è
svignata dietro l’osteria....

— Ah! quel prete bassotto, dalla faccia rubizza, volete dire? che a
vederlo bere fa allegria! — domandò il mercante.

— No, no, — riprese lo speziale, — ridevano dell’altro. Quello che dite
voi è don Prospero, fratello dell’oste di Costamezzana....

— Dell’oste al _Pomo d’oro_?

— Precisamente. Oh, don Prospero se ne infischia, e quand’è sul gioco
non se la svigna. Ridevano di quell’altro, di quel magro, allampanato,
dalla faccia smorta, e che è don Innocente cappellano di Sant’Ilario.
Or dovete sapere che don Innocente ha due gran gusti, esorcizzare gli
spiriti e giocare alle bocce. Non farebbe altro! Diavoli e bocce!
Ma poi quando gioca non vuol che lo vedano gli altri, ad eccezione
s’intende di don Prospero ch’è il suo collega. Peggio poi a lasciarsi
vedere dal nostro curato, da don Cornelio!

— Il quale gli avrà proibita anche quella partitina alle bocce. Ho
capito, ho capito, — continuò con gravità il mercante, — avete anche
voi altri un curato clericale. Eh, ne abbiamo anche noi, nei nostri
paesi, di questi preti dell’infallibilità.... Basta... oste! un
pezzetto di cacio, e un’altra mezzetta....

— Oibò, oibò, v’ingannate! — saltò su il signor Vincenzo ch’era il
sindaco d’Orobio. — Il bacchettone è l’altro! ed è perciò che non ha
voluto lasciarsi vedere da don Cornelio... il quale, non dico già che
sia quel curato _civile_, di quella religione... che so ben io... ma,
per i tempi che corrono, bisogna contentarsi, e non se ne può dir male.
È prete; e su questo punto non vuol sentir ragioni, neanche da me
che gli sono amico da anni. Però negli affari pubblici è tollerante,
e — soggiungeva con serietà dopo una pausa, — non contrasta il mio
programma. Per cui, in complesso, si può dire che c’è in Orobio buona
intelligenza tra l’autorità civile e l’ecclesiastica. Insomma è un
brav’uomo; non è vero? — e guardava lo speziale e il quarto compagno
ch’era il dottore del paese.

— È un _buon uomo: bonitas bona res, sed non sufficit_, — rispose
il dottore che amava gli aforismi, i quali poi alla loro volta gli
procuravano qualche consulto fuori di paese.

— Ben detto, ben detto, — soggiunse lo speziale, ch’era sempre del
parere del medico d’Orobio, e dei medici di qualsiasi altro paese dove
non ci fosse una spezieria.

— Scusate, — continuò con calore il signor Vincenzo, — ve lo dico una
volta ancora, su questo punto non siamo d’accordo. Il nostro curato — e
si rivolgeva al mercante — è un prete, è vero, ma è un brav’uomo; è un
vecchio patriotta, e quanto poi a cuore e a generosità... — E fissava
da capo il dottore.

— Non nego, — replicava il dottore continuando a giocare, — ma è un
uomo che si perde nei particolari, nelle inezie, nelle minuzie.

Il dottore d’Orobio aveva un grande disprezzo per le cose piccole di
questo mondo: non prendeva in considerazione che la Natura e l’Umanità;
meno quando c’era la passata delle quaglie, perchè era cacciatore. Per
l’Umanità poi il suo culto era così grande che dedicava a lei sola
per lo meno un aforisma al giorno. Non vedeva altro: gli individui,
compresi gli ammalati del comune, non erano per lui che atomi,
vilissimi atomi, per i quali non valeva la pena di pigliarsela troppo
calda. Ma per la Scienza e per l’Umanità cosa non avrebbe fatto!...
Si sarebbe contentato anche d’un posto all’ospedale d’una qualche
città.... Ma, qualche anno prima, un esaminatore, un atomo, lo aveva
rimandato, concludendo anch’esso con un _non sufficit_.

Lo speziale aveva fatto cenno col capo replicatamente di aderire al
giudizio pronunziato dal dottore su don Cornelio. Anche lo speziale
sprezzava le inezie. Quand’uno veniva nella sua spezieria egli
guardava, per prima cosa, se aveva in mano i quattrini; e se non li
aveva, — Andate là, andate là, — soleva dire, — risparmiate i rimedi;
malucci da nulla, _inezie_ da non badarci! — E licenziava l’avventore.

Qualcuno dunque che in Orobio si occupasse delle inezie, ci voleva.
Se ne occupava di solito don Cornelio, il quale, nelle cose di minore
importanza, s’intende, si vedeva fare alla meglio da medico, da
speziale, da infermiere, e fin da avvocato. La povera gente non cessava
di benedirlo; ma poi v’era anche, come s’è visto, chi arricciava il
naso.

Il sindaco, che non era tra questi, non rispose al dottore, e avrebbe
voluto mutar discorso. Ma il mercante domandò di nuovo: — E quel
pretucolo magro e smorto ch’era col curato, è roba vostra anche quella?

— È il coadiutore, — rispose lo speziale.

— Che collo torto! — continuò il mercante. — Ma gli è che adesso a un
seminarista si direbbe che gli fanno fare apposta anche la faccia! Ne
vedete voi di queste facce agli altri?

— Bisognava vederlo qualche mese fa quando ce l’han regalato! —
soggiunse lo speziale. — E bisognava anche sentirlo!

— Ma don Cornelio gli ha già mezzo raddrizzato anche il collo, — saltò
su il sindaco. — Lasciate fare a lui!

— Vedremo poi alla fine chi dei due la darà a bere all’altro —
sentenziò gravemente il dottore.

— Oh quanto al bere i preti son tutti professori! — esclamò il
mercante, ridendo ch’era un gusto. — A proposito, oste, un’altra
mezzina, che ci si beve bene su questo cacio.... Perchè, come dicevo,
quanto al bere bisogna proprio fare di cappello ai nostri preti....
ma non così quanto al vestire, — e si fece serio. — Una volta qualche
pezza di panno fine la ci voleva anche per i nostri preti di campagna,
ma adesso tutta saia!

Don Cornelio e il suo coadiutore, continuando per la stradetta che
conduceva al piano, erano intanto arrivati a un piccolo poggio dove
improvvisamente si affacciava un lungo tratto della valle. Chi passava
di lì, ci fosse pure passato mille volte, rallentava il passo, mandava
una lunga occhiata a quella scena che gli si parava dinanzi, e faceva
volontieri una fermatina, parendogli quasi di riposar meglio che
altrove; e intanto correva subito con l’occhio a discernere il suo
campanile, la sua casuccia, il suo camperello, tra i casolari, le
chiesuole e i poderi che si vedevan sparsi sulle falde dei monti, e
sul piano della valle: e quando gli aveva ravvisati, si rimetteva più
lieto in cammino, come chi s’è imbattuto in qualcuno a cui voglia bene.
Don Cornelio s’era fermato, s’era seduto su un muricciolo, e levatosi
il cappello guardava mestamente la valle, intanto che il suo compagno
guardava lui di sott’occhio, pur avendo l’aria di contemplare anch’esso
gli ultimi sprazzi di sole che mano mano abbandonavano le cime dei
monti. Quella scena tutta all’ingiro si faceva sempre più severa e più
silenziosa; e non s’udiva più che il lontano rumore del torrente che
serpeggiava sul fondo della valle.

— Ecco, io seduto qui, e lui su quel sasso,... — prese a dire don
Cornelio al suo compagno rompendo a un tratto il silenzio; — proprio su
quel sasso lì!... Quante volte io e lui, il povero conte Maurizio, si
guardava a quest’ora giù nella valle... o si fissavano le ultime cime
lucenti, e quelle già brune, e le prime stelle!... Allora, oh allora
tutto quello che c’era dentro di noi... tutto veniva come a galla...
e fossero pure delle inezie bisognava proprio dircele tutte l’un
l’altro! Ma anche le inezie dette in quel momento parevano tutt’altra
cosa... e se non ce n’erano di nuove, si riandavano le vecchie; tanto
il cuore si allargava nel dirle. Alle volte poi si diceva anche
qualche barzelletta, e allora era un ridere, un ridere... — E così
dicendo, don Cornelio si asciugava col dorso della mano una grossa
lacrima che gli scendeva sul viso. — Ecco, don Luigi, guardate là in
fondo, — riprese don Cornelio dopo una pausa, — dove c’è quell’ultima
vetta, più in su, ecco la prima stella della sera. Prima del 1859, il
conte Maurizio quando vedeva comparire quella stella: “Ecco la stella
d’Italia! esclamava; e fino a quando la vedrò comparire, — diceva, — io
continuerò a sperare!„ Diceva così il mio povero amico. E a quei tempi,
e anche dopo, quando si cominciò a vedere che la stella era proprio
con noi, qui, dove nessuno ci ascoltava, ci dicevamo i nostri timori,
le nostre speranze: lui, faceva e rifaceva a modo suo l’Europa; io,
persuadevo il Papa, e tra tutti e due si metteva insieme l’Italia. Oh,
le belle serate!... Andiamo, — soggiunse don Cornelio, dopo una pausa,
alzandosi. — Quella nebbiolina che si leva laggiù nella valle comincio
già a sentirmela nelle ossa... e mi dà i brividi. —

Don Luigi aveva seguite le parole del curato in silenzio, e con gli
occhi attenti e fissi. Nel suo sguardo di solito umile, spento, s’era
visto brillare una improvvisa espressione di entusiasmo e a un tempo di
terrore. Alle ultime parole di don Cornelio si scosse, e si rimise in
via chinando di nuovo gli occhi a terra, e tacendo: ma non scomparve
così presto quella fiamma che gli si era improvvisamente accesa sulle
pallidissime guance. La breve commozione di poco prima aveva ridestato
nel suo pensiero l’eco di sentimenti altre volte combattuti, respinti,
e che ora cominciava ad accogliere, ma con l’animo agitato e trepidante.

— Ehi, don Cornelio! Don Cornelio, don....

Il curato e don Luigi avevano fatto pochi passi, quando si sentirono
chiamare da qualcuno, che scendeva per la medesima strada, e li voleva
raggiungere. — Che gambe, don Cornelio!... Si capisce che loro signori
vanno a cena! Che gambe! —

Chi esclamava così era un certo don Prospero, un prete ilare e rubizzo,
e che, essendo anche grosso e bassotto, arrivava in quel punto tutto
trafelato, avendogli il compagno, ch’era con lui, fatto affrettare il
passo. Il compagno era don Innocente, quello della partita alle bocce.

— Hanno fatto una lunga camminata anche loro, eh? — prese a dire
don Innocente in tuono mellifluo, e con le mani giunte sul petto. —
Benissimo, benissimo.

— Vengo da Santa Maria della Neve, — rispose don Cornelio.

— Per bacco! — esclamò don Prospero. — Noi siamo stati più discreti;
però, quell’ultima partita m’ha fatto sudare più che....

— Da Santa Maria della Neve! — esclamò don Innocente per interrompere
il compagno. — E noi non si voleva fare che quattro passi, ma poi un
passo dopo l’altro, ci siam trovati alla Tavernella.

— Ma per un pezzo non ci torno più, — soggiunse don Prospero. — Ci si
beveva un bon vinetto tempo fa, ma l’hanno tagliato... Loro dicon di
no, ma a don Prospero non la si dà ad intendere. Manco male che l’ho
fatto pagare qui all’amico... ma ho dovuto sudare!

— E una chiacchiera dopo l’altra, s’è fatto tardi, — continuò don
Innocente. — Ma, come si fa! si incontra gente, e chi ne conta una,
chi ne conta un’altra. In questi giorni poi è un gran discorrere
che si fa; non si parla che del conte Orsenigo!... Quante non se ne
sentono!... Oh, ma lei, don Cornelio, ne saprà più di tutti, lei
ch’era amico del conte.... — E fece una pausa; poi, vedendo che don
Cornelio non rispondeva, continuò: — Dicono che sia andato al Creatore
senza lasciare un soldo... Oh, ma io non lo credo... un signore tanto
ricco!... non le pare, don Cornelio?

— Da un pezzo non era più ricco il povero conte, — rispose il curato.
— Ha avute tante disgrazie! E queste anzi finirono col troncargli la
vita; ma non erano riuscite a vincer mai quel suo gran cuore, così
buono, così generoso, così benefico!

— Ma.... e si può sapere dove è andato a affogare tanta grazia di
Dio?... A sentir la gente... cosa non si dice!... quante non se ne
contano!

— E voglio credere, — riprese con vivacità don Cornelio, — che la gente
racconterà anche tutte le opere buone fatte dal povero conte, tutte le
opere della sua carità, tutto il bene che fece in questi paesi!...

— Eppure la gente non ci vede chiaro, — continuò don Innocente. — Pare,
a quanto dicono, che ci sia del mistero... e c’è anche chi pretende, oh
ma io non la voglio credere! che spendesse tesori nelle società secrete
e nelle sette....

— E lei mi immagino, avrà risposto per le rime a simili baggianate!
— saltò su don Cornelio. — Oh chi è questa gente così ingrata, che
dimentica così presto!

— Eh, già, già, la gente è ingrata, e lo dico sempre anch’io che a far
del bene alla gente è un lavare la testa all’asino, — soggiunse subito
don Innocente per accomodar la cosa.

— Buona notte, a loro signori, — disse a un tratto don Cornelio,
fermandosi, dopo aver fatto alcuni passi in silenzio. — Io piglio, con
don Luigi, questa scorciatoia, perchè c’è qualcuno a casa che m’aspetta.

— Buona notte, buona notte, — ripeterono don Innocente e don Prospero;
poi si scambiarono un’occhiata, e continuarono per la loro strada. —
Però — soggiunse don Prospero dopo pochi passi — non valeva proprio
la pena di scalmanarci tanto a raggiungerlo. Perdinci! Non offrirne
neanche un bicchiere a un amico che viene nella sua giurisdizione!...

— Eh, ha ben altro per il capo don Cornelio! Non avete visto com’era
sopra pensiero, e come cercava di sgattaiolare alle mie domande?... Ah,
l’amicizia di quel conte non gli faceva troppo onore!... E adesso gli
tocca sentirne delle belle.

— Ne dicono tante, è vero, ma cosa volete? Io, per esser sincero, non
potrei dirne che bene. Non c’era volta che mi vedesse passare dinanzi
al suo palazzo senza che mi chiamasse, e mi facesse sturare una
bottiglia apposta.

— Per darvela ad intendere.

— A me no! Fior di vino ve lo dico io.

— Ma però avete sentito anche voi quel che si dice!... Nel mio paese ne
son venuti parecchi da me che volevano una funzione in forma pubblica
per liberarsi dall’anima del conte che vedono girare di notte per la
campagna....

— Oh, questa poi non me l’hanno contata! — esclamò ridendo don Prospero.

— Non c’è da ridere, — continuò tutto serio don Innocente. — Non sarà
l’anima del conte, come dicon loro, che non se ne intendono, ma sarà
invece un qualche spirito maligno comparso in quest’occasione... Basta,
consulterò il manuale....

— Che manuale? Avete anche il manuale dei diavoli voi?

— Il _Manuale exorcistarum_. Come, non lo conoscete?... Il Manuale del
padre Candido Brugnolo...[1] un professore, e che professore! Ah, se
non lo avete ve lo presto.

— No, no; tenetelo per voi che ne faccio senza. Io invece, quando
vengono questi tali a dirmi che di notte vedono gli spiriti, rispondo
loro: “Prima di andare a letto, bevetene un bicchiere di quel buono, e
vedrete che gli spiriti non verranno.... perchè hanno una paura, gli
spiriti, del vino bono! una paura!„

Don Innocente affrettò il passo e non rispose; s’era fatta notte, e al
buio certi discorsi non amava farli.

Don Cornelio, pigliata la scorciatoia, fece l’ultimo tratto di strada
in silenzio, e camminando adagio, perchè voleva riordinare un poco i
suoi pensieri prima di arrivare a casa.

“Sarà arrivato quel figliuolo?„ diceva tra sè e sè. “Arrivare proprio
oggi! Ma già quando le cose cominciano a andar male!... Povero conte...
che precipizio!... quante disgrazie in una volta per quella sua
figliuola! Povera Cristina! Come farò io a dirle tutto? Ma tirare in
lungo non si può, perchè poi tra pochi giorni la bomba dovrà scoppiare.
Le ho sempre dinanzi agli occhi le facce di quei due signori che
vennero ieri da me. Che storia! E dovrò contarla a due; a Cristina e a
quest’altro! Povera Cristina, povera figliuola!„

Sulla porta di casa stava aspettandolo, con molta impazienza, sua
sorella Angelica. La signora Angelica, come tutti la chiamavano in
paese, da un’ora era sulle spine, e non aveva fatto che scendere in
strada, ritornare in casa e ridiscendere da capo. Finalmente sentì
abbaiare il cagnetto, tirò un gran sospiro, e corse incontro al
fratello che stava appunto accomiatandosi da don Luigi.

— È arrivato Enrico? — le chiese subito il curato.

— È arrivato da due ore... — rispose Angelica col respiro affannato.
— Ma perchè tardar tanto?... Temevo che ti fosse capitata qualche
disgrazia.

— E Cristina?

— Oh, Cristina è sempre nella mia camera; — ripigliò subito Angelica
indovinando il pensiero del curato — e il giovanotto è sempre rimasto
quaggiù a terreno, un poco nell’orto, un poco in cucina. Ma in che
imbarazzo sono stata io!... Da due ore sono sulle spine!...

Don Cornelio entrò in casa in fretta, e la signora Angelica serrò la
porta a chiavistello, dopo aver chiamato e rinchiuso in casa anche
_Ugolino_; il quale, affrettiamoci a dirlo, non era altro che il
cagnetto del curato. Oh, come mai gli avevano dato quel nome? Era stato
il conte Maurizio che vedendolo un giorno rosicchiare in una buca il
cranio d’un pollo, l’aveva chiamato così. E così, d’allora in poi, lo
chiamò sempre anche don Cornelio.




II.


Il giovane, di cui aveva parlato la signora Angelica, appena veduto
don Cornelio, gli corse incontro, e gli gettò le braccia al collo
piangendo dirottamente. Egli era figlio d’un amico del conte Maurizio;
era rimasto orfano molti anni addietro, e il conte Maurizio era stato
suo tutore, o meglio ancora, suo secondo padre. Quanti progetti,
quanti castelli in aria non aveva fatti il buon tutore a proposito
di questo figliolo! Punto primo, era stato ben deciso a non farne
nè un impiegato, nè un avvocato. Vedendolo riflessivo per tempo,
pacato, studioso, aveva pensato di farne un ingegnere meccanico, un
industriale, o qualcosa di simile: e dietro a questo pensiero tante
volte, fantasticando nell’avvenire, gli pareva di veder già i lunghi
fumaiuoli degli opifici, di udire il rumor cupo e uniforme delle
macchine, e di trovarsi in un Orobio affaccendato, ove di quelli
occupati a menar la gamba e a dir male del prossimo non ce n’era più
uno. E poi, quando guardava questo giovinetto che passeggiava o giocava
con la sua Cristina, allora gli si vedeva subito in viso un’espressione
tutta nuova; si capiva che nel suo pensiero qualch’altra cosa gli
veniva a prendere il posto delle macchine; qualcosa che lo faceva
sorridere dolcemente, e in cui c’era quel tanto di soave mestizia che
accompagna alle volte un bel sogno dell’avvenire. Un primo passo verso
i sogni dell’avvenire il conte Maurizio l’aveva fatto mandando il suo
pupillo Enrico prima in Isvizzera, a farci degli studi speciali, poi in
Inghilterra presso un grande opificio. Ed era appunto dall’Inghilterra
che Enrico arrivava in quel giorno, dopo aver risaputo, a breve
intervallo, ch’era ammalato, ch’era morto il suo antico tutore, il suo
benefattore, il suo miglior amico.

Enrico, appena potè parlare, fece mille domande in una volta a don
Cornelio, il quale a poco a poco gli narrò la triste storia di quei
giorni, mettendo qua e là qualche lunga pausa quando le parole gli
facevan nodo alla gola. La signora Angelica era in pena nel vedere
che la conversazione si prolungava lì sui due piedi, e in cucina.
Avrebbe voluto far capire a don Cornelio di condurre Enrico nella
saletta vicina; ma ogni volta che ci si provava non trovava modo di
mandar fuori una parola, tanto era commossa anche lei: e allora cercava
di prender fiato e coraggio facendo un giro per la cucina, dando
un’occhiata alle stoviglie, o brontolando qualche rimprovero al gatto.
Con queste precauzioni le riuscì alla fine di dire sotto voce due
parole a don Cornelio, e di condurre il suo ospite nella saletta, dove
c’era un tavolino apparecchiato per la cena, con una zuppiera nel mezzo
che fumava.

— Prenda, caro Enrico, un po’ di questa zuppa... le farà bene... è
tutto brodo di gallina, — diceva la signora Angelica, non appena ebbe
fatti sedere a tavola Enrico e il curato. — Ne prenda almeno qualche
cucchiaiata.... ha ristorata tutta anche Cristina, un’oretta fa, quando
abbiam fatto, io e lei, un po’ di cena.

Poichè il nome di Cristina era stato pronunziato dalla signora
Angelica, Enrico, che per un certo imbarazzo non l’aveva saputo
pronunziar lui per il primo, si fece coraggio a ripeterlo, tornandoci
poi a ogni tratto nelle molte domande che ricominciò a fare a don
Cornelio. E don Cornelio era stato anche lui, sulle prime, in un
certo imbarazzo. Non aveva che delle brutte nuove, e avrebbe voluto
metterle fuori un po’ per volta: ma Enrico insisteva, e bisognò proprio
raccontarle subito, e tutte: nè valsero gli sforzi che andava facendo
di tanto in tanto anche la signora Angelica, la quale avrebbe voluto
sviare quel discorso così malinconico, e che minacciava di lasciar
freddare e mandar a monte quel po’ di cena preparata con tanta cura.

— Ma dunque non c’è più nulla da sperare? — diceva Enrico, fissando don
Cornelio.

— Oh, vedrete, — diceva la signora Angelica, — vedrete! Il mondo è
pieno di buona gente; e quando i creditori avranno conosciuta la nostra
Cristina... una così buona figliola!...

— Ma, non si può guadagnar tempo? Non si può fare qualcosa? — domandava
Enrico con angosciosa insistenza.

— Che vuoi, mio caro, — continuava don Cornelio ripigliando il
discorso tante volte interrotto. — Che vuoi che si faccia al punto a
cui siamo?... Saran due anni che il conte Maurizio si lasciò indurre
a mettere i suoi ultimi capitalucci in non so quali speculazioni che
andarono tutte alla peggio. In qualcuna poi ci aveva messo anche il
nome... e così quel tanto che gli rimaneva, e che non era molto, fu
ingoiato tutto. E non la finisce lì.... Oh, furon già qui a metter
suggelli....

— Povero conte Maurizio!... il mio benefattore!

— Poche settimane prima di morire il poveretto aveva veduto come stavan
le cose... e fu il suo tracollo. Dio gli ha risparmiato il dolore di
sopravvivere a tanta sciagura. Lui, che amava tanto la sua vecchia
casa, le sue terre, i suoi contadini!... e che per non staccarsene
s’era sacrificato a vivere modestamente in questo paesuccio!... Il
primo dissesto, ricordalo bene, Enrico, cominciò nel 1848 quando dopo
aver armati a sue spese tutti i volontari di questa valle, e dopo
averci consumato in un mese l’entrata di più anni, ebbe sequestrati,
dilapidati, svaligiati casa e poderi... Ricordale queste cose! e
raccontale di tanto in tanto a quelli della tua età, e ai tuoi figli
quando sarai vecchio. E poi... se c’erano dei poveri da soccorrere,
se c’era un’opera buona da fare, il conte correva a prendere i denari
in prestito magari, se lì per lì non gli aveva, perchè lui era fatto
così.... ma nessun povero, nessun disgraziato tornava a mani vuote
dalla casa del conte Maurizio. E non ha mai avuto un po’ di fortuna,
mai!... Così, moriva qui, oscuro, dimenticato, lui, che per gli
altri aveva fatto tanto!... e alla sua figliola non resterà che una
stanzaccia in casa di questo povero curato.

— Oh cosa dite mai, don Cornelio! — susurrò la signora Angelica, la
quale quando c’era una terza persona non dava mai del tu al curato.
— Avrà la più bella stanza, la nostra Cristina, quella dove ha
dormito Sua Eminenza!... e la terrò come una mia figliola.... — Poi,
approfittando d’un lungo silenzio che ci fu tra Enrico e don Cornelio,
uscì, parendole quello il momento opportuno per andare in cucina a
prendere le frutta e un croccante che aveva preparato di sua mano per
la venuta d’Enrico.

— Ed io non potrò far nulla? — esclamò Enrico facendo forza contro la
commozione che fino allora non lo aveva lasciato parlare. — E dire
che forse tra qualche anno!... perchè io ho delle speranze, sa, don
Cornelio? Oh gliele dirò.... Non so — riprese poi con la voce tremante
— non so se lei ha letto nel mio cuore....

— Figliolo, so tutto. E ti dirò anche, perchè è un conforto che ti
devo, che il voto del tuo cuore era pur quello del mio povero conte
Maurizio....

— Davvero? Oh, me lo ripeta, don Cornelio, me lo ripeta!

— Sì, Enrico, sì.

— Ebbene, questo sarà la meta a cui rivolgerò tutto l’animo mio, tutte
le mie forze... e ci arriverò. Don Cornelio! — disse poi alzandosi e
stringendo la mano del curato, — io dovrò ripartire tra pochi giorni...
devo ritornare al mio posto... non so quando la rivedrò... chi sa?
fors’anche presto! Ma io parto lasciandole una sacra parola, e il
giorno in cui ritornerò sarà quello in cui potrò adempire al voto del
mio cuore. Intanto, don Cornelio, affido a lei... — E la sua voce si
faceva più commossa.

— Sì, sì, caro figliolo... ma soprattutto ci vuol giudizio. Io ti
ho capito benissimo, e non desidero di meglio anch’io, perchè sono
persuaso che saprai essere sempre un buon figliolo. Ma i casi della
vita son molti... e fino al giorno in cui potrai dire: “Eccomi qui,
le speranze sono diventate fatti„ fino a quel giorno, capisci, il tuo
sogno santissimo tientelo ben chiuso in cuore; silenzio, voglio dire,
silenzio con tutti; con Cristina soprattutto! E fammi vedere che sai
essere un uomo.

— Come vorrà lei, don Cornelio. Saprò fare qualunque sacrifizio. Ho
fatto molta esperienza... mi sento vecchio.

Don Cornelio, che in quel momento pensò ai ventidue anni del suo
interlocutore, sorrise leggermente, e abbracciò Enrico. La signora
Angelica intanto rientrava nel salottino tenendo con una mano una
fruttiera, e con l’altra un piatto col croccante, sotto il quale c’era
un bel foglio di carta con gli orli smerlati e arricciati.

— A questo poi non si dice di no, — diceva la signora Angelica. — Non
si dice di no, signor Enrico, perchè... — E la sua modestia le impediva
di soggiungere che a detta di tutti, croccanti simili a quelli della
signora Angelica non se ne faceva neanche nelle prime città.

Enrico intanto aveva cominciato a discorrere con don Cornelio delle
sue speranze e de’ suoi progetti. Il discorso continuò un pezzo; e la
signora Angelica, dopo aver rammentato più volte al curato che l’ora
era tarda, si decise alla fine di pigliare un lume e di dare, con una
certa solennità, la felice notte. Allora pigliò un lume anche don
Cornelio, continuando però la conversazione con Enrico che l’accompagnò
fin sull’uscio della sua camera.

— Capirà, don Cornelio — diceva Enrico — che se avessi una protezione,
una forte protezione!...

— Sicuro. Ci vorrebbe una forte protezione... — ripeteva don Cornelio
facendosi pensieroso. — Ma dove trovarla?... Ah, se ci fosse ancora il
conte di Cavour! — esclamò in fine mandando un lungo sospiro. Poi aprì
l’uscio della sua camera, e strinse una volta ancora fortemente la mano
di Enrico.

Don Cornelio era stato forse un amico del conte di Cavour? A sentire
don Cornelio si sarebbe detto di sì; e chi sa che a furia di parlarne,
di raccontare un certo caso, e di richiamare quel nome con una certa
confidenza, non avesse finito a crederlo anche lui. Il caso era questo.
Nel 1859, durante la guerra, don Cornelio più d’una volta aveva dato
una corsa fuori della sua valle, ed era disceso giù verso il piano per
vedere con i suoi occhi qualcosuccia dei grandi avvenimenti che vi
succedevano. — Scappano! Se ne vanno! — e lui giù a vederli a andar
via. — C’è Garibaldi a Bergamo! I Francesi sono a Brescia! Viene
Vittorio Emanuele! — e lui giù col sindaco a portare gli omaggi al
Re. — C’è stato un combattimento! si è sentito il cannone! — e don
Cornelio allora raccoglieva un po’ di tutto, vuotava la credenza della
signora Angelica, pigliava in casa tutto quel che poteva, e con una
gran corba scendeva giù a portar roba agli ospedali, e regalucci ai
soldati, abbracciandone quanti ne incontrava. Pochi giorni dopo la
battaglia di Solferino, don Cornelio, che era appunto sceso con un gran
pacco di fila e pezze per i feriti, e che trattandosi d’un avvenimento
così straordinario aveva anche fatto una corsa più lunga delle solite,
si trovava in un villaggio poco distante dalle famose colline. Il
villaggio era ingombro di carriaggi, di soldati, di gente che andava
e veniva, di curiosi, e di contadini spaventati. Don Cornelio, che
era tra i curiosi, cercava però di affaccendarsi anche lui e di far
qualcosa di bene, non foss’altro quando capitavano dei poveri soldati
stanchi o feriti. A un tratto, arriva un legno da posta. Si cerca
di fargli largo, ma ci vuol altro; il legno rimane fermo per alcuni
minuti dinanzi alla porta dell’osteria; e la gente gli si affolla
d’intorno. Nel legno c’era un signore, il quale, messa fuori la testa,
e visto lì a pochi passi un prete, che era don Cornelio, lo chiamò,
gli fece parecchie domande, e poi ne lo ringraziò con molta cortesia.
Don Cornelio, intanto che rispondeva, cercava di raccappezzarsi chi
fosse mai quel signore che gli pareva d’aver veduto altre volte, non
foss’altro in qualche quadro. Poco dopo il legno ripartì. — È Cavour!
— esclamò un soldato che capitava in quel punto. — Viva Cavour! viva
Cavour! — gridava intanto la gente accorrendo e agitando i cappelli in
aria. Don Cornelio, a cui si aprì la mente tutta a un tratto, ma un
po’ tardi, corse dietro al legno, agitando il suo cappello anche lui,
e gridando: — Viva Cavour! — Gli riuscì di vedere ancora una volta la
faccia di quel signore, il quale volgendosi indietro lo salutò con la
mano; ma i cavalli intanto avevano preso il galoppo, ed egli dovette
fermarsi, e indugiare anche un pochino per riavere il fiato.

Più tardi pensando e ripensando a quel saluto, a quelle domande, e a
quelle risposte, e trovandone sempre nella memoria qualcuna di più,
a furia di ripeterle era venuto nella persuasione di aver discorso
lungamente col conte di Cavour, e finalmente d’essergli stato quasi un
pochino amico.




III.


— Brutte cose!... cose grosse! — diceva il sagrestano di Sant’Ilario,
paesello di quei dintorni, a quattro o cinque che la discorrevano in
crocchio presso la porta del campanile d’Orobio.

— Dite davvero, eh!

— Le cose, se non le so io, chi volete che le sappia? Ma appunto per
questo ci vuol prudenza.... Tacere, tacere!

— E dicono anche che sia arrivato quel giovanotto tirato su dal conte
Maurizio... ve ne ricordate?

— E che poi l’hanno mandato fino in fondo della Svizzera, e anche in
paesi di eretici, — ripigliava il sagrestano. — Lasciatele dire a me
le cose... e vi dirò anche che è arrivato ier l’altro, e che è in casa
del vostro curato... dove c’è anche la figlia del conte!... Scandali,
scandali! capite?

— Per bacco!

— Vi dirò anche che egli parte questa sera. C’è del mistero, direte.
Sicuro. Io però, quasi quasi, ci vedo chiarissimo. Ma non è qui tutto.

— Il fatto è che da due o tre giorni non c’è più uno in paese che abbia
la testa a casa, — soggiungeva uno degli interlocutori. — Crocchi di
qua, crocchi di là; la gente va come in processione fin sulla porta
della casa del conte, si ferma a discorrere, a spiare, ma non c’è chi
ne capisca un bel niente. Chi dice che il conte ha lasciato un monte di
debiti, che tutto andrà all’asta, che mezza la valle è rovinata... e
c’è chi esclama: “non è vero un corno!„

— Un corno? — rispondeva il sagrestano col fare più misterioso di
prima. — E altre cose non ne avete sentite dire? Già, come la pensasse
quel signore, tutti lo sanno... e io non vorrei essere, a quest’ora,
nell’anima sua. Certe anime, si sa, al mondo di là non le vogliono;
e quante anime di quelle a cui fu chiuso l’uscio in faccia, non le
abbiamo per anni e anni sentite, al battere della mezzanotte, mandare
certe voci lunghe lunghe, e poi fischiar da lontano come fa il vento
tra le frasche!... Ebbene....

— Ebbene! — domandarono tutti in coro.

— Ebbene, son tre notti, così dice la gente, che si sente nella
campagna una voce....

— La voce del conte?

— Ah, io non so niente! Si sente una voce... una certa voce....

— E a dirlo al curato?

Il sagrestano crollò la testa, e fece un sorriso amaro e pieno di
mistero.

— Anche nelle vicinanze del vostro paese, di Sant’Ilario, — soggiunse
uno del crocchio — tempo fa, dopo la morte di un tale, si sentiva per
la campagna un fischio tutte le notti, non è vero? E don Innocente fece
un giro con la confraternita, confinò gli spiriti maligni fuori del
comune, e il fischio non fu sentito più! È così, o non è così?

— Proprio così, — continuò il sagrestano. Io non dirò niente, perchè...
io sono di Sant’Ilario; ma una volta, molti e molti anni fa, anche
in Orobio si facevan le cose per bene. Ora tutto è cambiato. Anche
la vostra confraternita, in allora, aveva le sue merende, i suoi
beveraggi... e poi bisognava vederle le processioni come le facevano
in Orobio! meglio ancora delle nostre! Si andava fuori di paese, anche
per due o tre giorni se occorreva, con tutti i confratelli e con tutte
le consorelle... bisognava vedere! Mah! Don Cornelio ha voluto levare
le usanze vecchie... ed ora sapete come la chiamano, fuori di Orobio,
la vostra confraternita? la chiamano la confraternita dei _riformati_!
Capite? E mi ricordo anche che qui, vicino al campanile, proprio dove
siamo noi, nei giorni della svinatura, a quei tempi, si metteva una
botte, ch’era la botte della confraternita, e venivan tutti a versarci
dentro chi un fiasco, chi un bigonciolo, finch’era piena. Era una gran
bella devozione anche questa!... Mah! Gli è che in Orobio, dice bene
don Innocente, non si può parlare. Guai a toccare il vostro curato!...
ma io gliele vorrei cantar chiare, e sarei quel tale da dirgli sul
muso....

In quel punto comparve, al canto della via, don Cornelio in persona,
che se ne tornava a casa in tutta fretta. Quei del crocchio, compreso
il sagrestano, fecero un rispettoso saluto che il curato ricambiò
salutandoli con la mano tutti in una volta.

Don Cornelio se ne tornava a casa in fretta perchè, come aveva detto
benissimo il sagrestano di Sant’Ilario, Enrico doveva ripartire in quel
giorno, e per di più, aggiungeremo noi, tra un’ora. Come fu in casa,
il curato diede un’occhiata per le stanze, e non trovandoci nessuno,
andò diviato nell’orto, dove infatti erano scesi poco prima la signora
Angelica, Enrico, e Cristina.

La catastrofe domestica che il povero conte Maurizio lasciava dietro di
sè era irreparabile, imminente, e don Cornelio aveva dovuto decidersi
in fretta a dir tutto a Cristina egli stesso, prima che le venissero
all’orecchio quelle altre notizie, con la frangia, che correvano fuori.
Don Cornelio le aveva detto tutto, senza lasciarle alcuna illusione,
come chi parla a persona matura e, quel che è più, seria. Cristina
aveva avuto dalla natura e dall’educazione una certa serietà, che in
lei aveva camminato rapidamente e non in ragione dei suoi anni ch’eran
pochi; non erano che diciassette. Questa serietà le traspariva fin
d’allora e dallo sguardo che usciva attento e raccolto da due nerissimi
sopraccigli, e dagli atti della persona in cui c’era sempre qualcosa di
misurato e di risoluto a un tempo.

— Ah, siete qui! — esclamò don Cornelio entrando nell’orto.

La signora Angelica, Enrico, e Cristina si volsero verso don Cornelio,
gli si fecero incontro, e poi si misero tutti insieme a rifare in
silenzio le stradicciuole dell’orticello.

— Dunque... — disse a un tratto don Cornelio fermandosi. — Hai tutto
in pronto Enrico? la tua valigia? le tue cosucce? Tra pochi minuti
sarà qui il legnetto: ho incontrato poco fa il vetturino che andava ad
attaccare il cavallo.

— Ho tutto in pronto, — rispose Enrico.

— E a rivederci presto! — soggiunse don Cornelio vedendo che a Enrico
si facevan gli occhi rossi. — Presto, prestissimo! Eh, per bacco, le
cose poi non sono eterne a questo mondo! E io ho una gran fiducia in
te... ho fiducia, voglio dire, che a te almeno le cose andran bene, e
che ci manderai presto delle buone notizie. Ho un gran bisogno d’una
buona notizia!

— Il cielo lo volesse!... ma intanto io qui non ci posso nulla; devo
ripartire... devo lasciarli senza far nulla!... Domani sarò molto
lontano... oh si ricordino di me! Io gli avrò sempre, tutti, nel mio
cuore.

— Oh, signor Enrico! — esclamava la signora Angelica levando la
pezzuola, e asciugandosi gli occhi.

— Si ricordi di me, signora Angelica... si ricordi di me don
Cornelio... e anche tu, oh mi scusi! anche lei Cristina... ci ricasco
sempre, torno sempre col pensiero a quei tempi in cui ci davamo del tu!
Oh i bei giorni! oh il chiasso, se ne rammenta? che si faceva insieme!

— Finchè il babbo ci sgridava, — riprese Cristina, — poi ci
abbracciava... povero babbo! Voleva tanto bene anche a lei!

— Dunque, tutto è in pronto, nevvero Enrico? — saltò su don Cornelio.
— Allora avviamoci intanto che viene il vetturino. E ricordati di
scrivermi presto.

— Scriverò subito subito. E anche lei, don Cornelio, mi mandi presto
le sue nuove, le nuove di tutti. Non mi dimentichino. Io non avrò che
un pensiero, quello di fare il mio dovere... e di mettermi in grado di
tornar presto. Oh, ci riuscirò! e allora... lei don Cornelio sa....

— Sì, sì, caro figliuolo, siamo intesi; e non ne dubito.

— Perchè io spero di poter mandar presto una buona nuova. E allora, se
mi saprò rendere degno... allora, chi sa? potremo forse tutti insieme
rifare dei giorni lieti... se la buona gente mi aiuterà, se loro tutti
lo vorranno....

— Oh, sì, sì! — esclamò la signora Angelica rasserenandosi. — Lo
vorremo tutti, e lo vorrà tutta la buona gente. Oh, ce n’è ancora della
buona gente! —

Don Cornelio era un pochino imbarazzato: guardava ora la sorella, che
non ne capiva nulla, ora Enrico, ora Cristina, e avrebbe voluto che
quell’addio fosse più spiccio, per quanto gli dolesse lo staccarsi da
Enrico. Finalmente entrò nell’orto il vetturino, e fattosi innanzi:

— Signori, — disse, tenendo il cappello in una mano e la frusta
nell’altra, — io sono pronto. Se c’è roba da caricare...

— Vengo io; vengo io, — esclamò la signora Angelica. Enrico la
trattenne. Egli avrebbe voluto dire a tutti insieme una parola ancora
di commiato, ma non lo potè. Guardò i suoi ospiti; poi, per sviare
la commozione, si tirò da parte, si curvò su un’aiuola, colse alcuni
fiori, e nell’asciugarne il gambo con la pezzuola si asciugò... anche
una lacrima.

— Tenga, signora Angelica, questo fiore in mia memoria. — Così dicendo
ne diede uno alla signora Angelica, poi un altro a don Cornelio, e
uno in fine timidamente a Cristina. La signora Angelica, piena di
gratitudine e di commozione, non potè più a quel punto consultare le
convenienze, e buttò le braccia al collo ad Enrico, facendo però un
passo indietro subito dopo, e diventando tutta rossa. Cristina aveva
preso quel fiore, e aveva chinati gli occhi a terra. Il cuore le aveva
battuto a un tratto rapidamente: a un tratto qualcosa di sconosciuto
l’aveva tutta turbata; qualcosa di molto soave, ma che le dava a un
tempo un sentimento quasi di paura. Come le parve triste quel momento
dell’addio! Aveva pianto molto in quei giorni, ed ebbe voglia di
piangere ancora; ma di piangere, nascondendo questa volta le sue
lacrime.

Il vetturino intanto aveva fatto schioccar la frusta un paio di volte,
come a dire ch’era tempo d’avviarsi. E la comitiva s’avviò, non senza
qualche sforzo di don Cornelio, il quale mezzo imbarazzato e mezzo
intenerito nel guardare quei due figlioli, desiderava con una certa
impazienza che quell’addio fosse passato, anzi che ci fossero passate
su ventiquattr’ore.

Nel tempo che il vetturino montava sulla cassetta, e che la signora
Angelica metteva nel legnetto un involto pieno di frutta e di paste
dolci, Enrico era uscito dall’orto, seguito da don Cornelio e da
Cristina, ed era sceso in strada senza più dire una parola. Nuovi
pensieri succedevano in quel momento ai pensieri di prima; gli pareva
che quei passi non li avrebbe rifatti mai più; gli pareva di salutare
per l’ultima volta quell’orticello, quella casa; o, se pure, di
tornarci, ma per udire che qualcuno non c’era più: gli pareva... Ma don
Cornelio a un tratto lo scosse con una forte stretta di mano, e non gli
lasciò parere più nient’altro.

— Vi ritroverò tutti, nevvero? tutti come in oggi! — esclamò allora
Enrico stringendo le mani a tutti. — Non mi dimenticherete mai,
nevvero?...

Cristina fece un gesto come a dire “sarebbe possibile?„ Anche la
signora Angelica avrebbe voluto esclamare qualche cosa, ma non lo potè.
Don Cornelio gli rispose stringendoselo fra le braccia, e stampandogli
un gran bacio in viso.

Don Cornelio, Angelica, Cristina rimasero sulla porta un pezzo a
guardare, finchè non videro svoltare alla prima cantonata il legnetto,
e scomparire la mano d’Enrico che ancora li salutava.

Quante volte, nei begli anni passati, Enrico non aveva dato dei fiori
a Cristina! E allora Cristina ne faceva dei mazzolini per il babbo, o
li metteva nelle trecce, o li sfogliava per vedere com’eran fatti. Il
fiore datole da Enrico, Cristina questa volta non lo sfogliò. Corse
nella sua cameretta, cercò un vasellino; poi ebbe il desiderio di
metterlo in qualche luogo riposto; prese un librettino che le era caro,
lo aprì, ci mise il fiore, lo riaprì. E il suo pensiero intanto errava
incerto, e quasi pauroso, intorno a un sentimento nuovo, in cui c’era
un desiderio vago di aver vicino qualcuno a cui aprire il suo cuore,
senza tacergli nulla, nulla; qualcuno che fosse buono, gentile....

— Oh, se avessi un fratello! — esclamò a un tratto, parendole d’aver
trovato proprio quello che andava cercando. — Oh sì, se avessi un
fratello!... Enrico dovrebbe essere mio fratello!... Allora, egli
sarebbe qui, e saremmo in due a piangere il babbo!

Il pensiero del babbo la fece piangere di nuovo dirottamente; ma quel
pianto era meno desolato del pianto di prima. Il suo animo non era meno
afflitto; ma c’era entrato, senza che lei se ne avvedesse, un raggio di
sole.




IV.


Enrico era partito da tre giorni, e da tre giorni don Cornelio non era
uscito di casa che all’alba per dir la messa, e la sera per visitare
qualche ammalato. Non gli reggeva l’animo di veder gente, e di sentire
tutto quello che si andava dicendo. In paese intanto era un andare e
venire di creditori, di avvocati, e di curiosi; i quali, sebbene non
avessero in pericolo neanche un quattrino, pure si univano al vociare
degli altri, non parendo lor vero che fosse venuto il momento di dire
un po’ di male anche d’uno, di cui, per tanto tempo, non s’era fatto
che dir bene. Per bacco, eguaglianza per tutti! Queste cose, don
Cornelio le risapeva dal sindaco, il quale veniva a raccontargliele, in
furia, in piedi, col cappello in capo, andandosene subito, e ritornando
mezz’ora dopo. Anche queste visite non erano una poca novità; perchè,
sebbene il sindaco avesse una grande affezione per don Cornelio, e
non sapesse staccarsene quando si trovava con lui, pure in casa non
ci andava mai. Mai; perchè in casa dei preti egli non voleva metter
piede. Ma questa volta il signor Vincenzo non aveva tempo di guardar
tanto per il sottile; aveva bisogno, ora di sfogarsi, ora di confortare
don Cornelio. E i conforti finivano spesso con una strapazzata. —
Dicono che il tribunale farà vendere il palazzo, i fondi, tutto! E
lei don Cornelio cosa conta di fare? Ma già loro preti delle cose di
questo mondo non ne capiscono niente, e quando ne capiscono... tanto
peggio. — E se ne andava. — Ma se vendono, — veniva a dire poco dopo
— chi comprerà? chi ci capiterà in paese! I principî, le idee del
nuovo proprietario saranno conciliabili col mio programma?... Io non
sono uomo da transigere!... Prevedo dei brutti tempi!... E lei, don
Cornelio, non dice niente! Oh i preti, i preti!

Don Cornelio, sopra pensiero, e inquieto la sua parte anche lui, ora
scendeva nell’orto a cercarvi una boccata d’aria, ora risaliva nella
sua cameretta a cercarvi, rincantucciato nel suo vecchio seggiolone,
una buona ispirazione. Passava la mano ne’ suoi capelli bianchi, alti
e scomposti come quando li sprigionava alla brezza della montagna;
poi, con gli occhi chiusi e il capo stretto nelle mani, pensava e
ripensava, ma non ne cavava nulla. — Brutta cosa essere un povero
diavolo! Me ne accorgo in questa circostanza — andava dicendo tra sè. —
Se ci fosse un brav’uomo, un brav’uomo che avesse anche dei quattrini,
si accomoderebbe tutto... perchè con un po’ di tempo, con un po’ di
pazienza, si riuscirebbe, ne son sicuro, a pagare i debiti, e a mettere
insieme anche una discreta dote a Cristina... Così si potrebbe far
contento quel ragazzo... e anche lei, perchè già... ho bell’e capito!
Toccherebbe proprio a quella signora zia! Ma sono oramai parecchi
giorni che le ho scritto, e la risposta non viene. Non c’era troppo
buon sangue tra quella signora e suo fratello, il povero conte... Ma
ora, dinanzi a una disgrazia!... Deve essere una strana signora, a
quanto me ne diceva il conte. A ogni modo io le dovevo scrivere, e il
mio dovere l’ho fatto. Ma intanto?...

In uno di questi momenti, in cui don Cornelio se ne stava col capo in
mano, vennero a scuoterlo, spalancando l’uscio con l’aria festosa, la
signora Angelica e Cristina.

— Oh, eccovi qua. Una lettera, una lettera!

— Una lettera da Milano? Date qua, date qua.

— C’è di meglio! — ripigliava la signora Angelica. — Ne conosco la mano
di scritto... è una bella improvvisata! È una lettera d’Enrico!... Oh,
guardate un po’, che quasi avete l’aria di non esser contento!

— Contento, contentissimo, ma date qua... lasciate vedere, innanzi
tutto, se è proprio lui; e poi vediamo se vi siano cose che possano
interessar voi altre.

— Vuol che la legga io! — saltò su Cristina vedendo che don Cornelio
non trovava gli occhiali. Ma poi le parve che le gote le si facessero
di fiamma, e si tirò un pochino in disparte.

Don Cornelio, fattosi vicino alla finestra, cominciò a leggere la
lettera, parte a voce alta, parte tra sè, inciampandosi qua e là, e
pigliandosela con lo scritto quando c’erano dei punti su cui voleva
sorvolare.

— Oh, questa è nuova! una lettera scritta con la matita... e che
scarabocchi! sfido io a capire... Dunque dice che scrive mentre viaggia
in strada ferrata appena passate le Alpi... per farci aver subito le
sue nuove e per... cosa mai dice qui?

— Oh, come ci fate penare! — esclamò la signora Angelica.

— _Le belle Alpi... la bella luna... ma il mio cuore_.... Le Alpi e la
luna mi interessano poco, guardiamo se ha fatto buon viaggio. Ah, ecco,
l’importante. Dice dunque che sta benissimo, che appena sarà arrivato
in Inghilterra, cioè tra un paio di giorni, ci scriverà di nuovo e
subito, e che....

— E che? — saltò su Cristina.

— _E spero che i miei progetti, il mio sogno_... sapete bene, la
speranza, vuol dire, d’aver presto un certo impiego, un buon posto nei
nostri paesi... poi saluta tutti....

— Ma leggete dunque! — saltò su quasi impazientita la signora Angelica.

— Eh, abbiate pazienza: _Vi saluto tutti, con tutto l’affetto del mio
cuore. Amatemi tutti, come io vi amo; non dimenticatemi, e ve ne sarà
grato anche colui che ci ha lasciati nel dolore ma che ci guarda di
lassù_... — Don Cornelio, a cui gli occhi cominciavano ad appannarsi,
ripiegò la lettera, e si mosse per sviare la commozione. Fece due
passi, e si trovò dinanzi a Cristina che lo guardava con due begli
occhi pieni di lacrime e di una luce insolita. Ci fu un momento di
silenzio; poi Cristina, radunate tutte le sue forze, esclamò: — No, non
lo dimenticheremo mai... il mio buon fratello... nevvero don Cornelio?
— Ma non potè dir di più, e diede in uno scoppio di pianto.

Don Cornelio non trovò parole in quel momento da rispondere a Cristina;
e, appena potè, la lasciò, e scese nell’orto col breviario sotto il
braccio, rannuvolato più di prima. A desinare mangiaron tutti di
malavoglia, e un po’ più in fretta del solito. La signora Angelica or
guardava don Cornelio, or guardava Cristina, e le pareva, in cuor suo,
che il giorno in cui era arrivata una lettera d’Enrico avrebbe dovuto
essere un giorno un po’ men triste del solito; ma non osò dirlo, perchè
da qualche giorno era anche un poco in diffidenza di sè medesima,
dacchè non le riusciva di indovinarne una.

Anche la notte non fu per don Cornelio apportatrice di consiglio,
come ne ha la riputazione. Il nostro curato sentì l’una dopo l’altra
tutte le ore che sonava l’orologio del suo campanile, e quelle che da
lontano venivano ripetute dagli altri campanili della valle. E intanto
non gli riusciva d’uscir dal circolo tormentoso de’ suoi pensieri, ed
era sempre lì alla stessa domanda: “Cosa si fa? Cosa si fa, ne’ miei
panni, per essere buono a qualcosa, per far qualcosa di bene in mezzo
a tanti brutti impicci? E dire che non siamo che al principio! De’
guai poi ne avrò anch’io la mia parte... perchè si dirà ch’ero l’amico
del conte Maurizio, che dovevo saper tutto; e torceranno il muso
anche al loro vecchio curato, il quale, povero diavolo, non ce ne ha
proprio nè colpa nè peccato. E quante ne dovrò sentire sul conto del
mio povero amico quando si comincerà a sfilar la corona!... Ma non è
qui tutto. Con questa figliola e con quel giovanotto come la facciamo?
perchè, anche a non averci la pratica in certe faccende, si vede che
andiam di galoppo?... Lui spera d’aver l’impiego, di tornar presto...
ma se l’andasse per le lunghe, o se andasse tutto in fumo? Oh, è un
bell’impiccio! un bell’impiccio!„

E le ore sonavan da capo. Suonò finalmente anche l’avemmaria del
mattino, e don Cornelio alzatosi, e detta la messa, andò a visitar
qualche malato lontano, su per la montagna, soli lui e _Ugolino_, e
girò più che potè fin dopo il meriggio. Le gambe lo riconducevano
a casa di mala voglia. Il suo campanile, la sua casetta, e i suoi
terrazzani, che di solito, solo a vederli, lo facevano diventar tutto
gioviale, ora li avrebbe voluti scansare, come se avesse una colpa da
nascondere. Capiva che non era quello il momento di giustificare il
conte Maurizio, e gli piaceva intanto di parer quasi un colpevole anche
lui pur di far causa comune ancora col suo povero amico.

Nel tornare in paese rivide quei capannelli che da parecchi giorni se
ne stavan piantati per le strade d’Orobio; ma gli parve questa volta
che le facce fossero come più allegre, e che si discorresse ancora di
cose grosse, ma non tenebrose, come nei giorni innanzi. Quando poi
fu vicino a casa, allora dovette proprio accorgersi che c’eran delle
novità, e che qualche buon vento aveva rasserenato il cielo torbo di
prima. La signora Angelica se ne stava sulla porta di casa a aspettare
don Cornelio, e appena lo vide gli fece dei segni di gioia, sventolando
un fazzoletto, come a dire che tutto era in festa, e che bisognava
correre. Dietro lei, c’era Cristina tutta sorridente, ma con gli occhi
rossi. Don Cornelio in due salti fu sulla soglia di casa. — Cosa c’è?
Dite su, cosa c’è? — Ma la signora Angelica che, sapendone questa volta
di più di lui, voleva far sentire un pochino la propria importanza,
non aprì bocca finchè non furono in casa, e non ebbe chiusi l’uno dopo
l’altro tutti gli usci.

— Ah, siete qui finalmente, — prese a dire la signora Angelica ansando
come se venisse di lontano anch’essa. — Se sapeste che notizia!... Ma
dove siete stato? son tre ore che v’aspettiamo.

— Dite su, dite su!

— Se sapeste che notizia! E voi che ve ne stavate colla faccia lunga....

— Ma insomma, si può sapere...

— E che vi lasciavate andare a quel modo!... Perchè anche ieri non
avete mangiato... oh vi ho veduto.

— Ma dunque?

— Eh, abbiate pazienza, non si può dir tutto in una volta. Insomma,
c’è... oh, lo dico sempre io che c’è tanta buona gente! Se aveste
veduto che buon signore è stato qui a domandare di voi!...

— Di me? un signore?

— Sentirete, sentirete... un buon signore vestito tutto di nero...
con quel bel fare... con quell’unzione... proprio come il segretario
di monsignor vescovo! ve lo ricordate?... Ebbene, questo signore
viene... indovinate un po’? viene a pagare i de.... — E cacciò subito
indietro la parola vedendosi lì vicino Cristina, — viene, insomma, per
accomodare queste faccende che ci accorano... per accomodarle tutte!

— Aveva una lettera per me?

— Altro che lettera! Bisognava sentirlo....

— E v’ha detto?...

— Cioè, a me non ha detto niente, ma a quest’ora tutto il paese lo sa!

— E questo signore si chiama...?

— Il nome non ce lo disse, — saltò su Cristina venendo in aiuto della
signora Angelica. — Cercò di lei, don Cornelio; disse che sarebbe
tornato, che portava una gran buona notizia, volle veder me....

— E non aveva nessuna lettera?... Oh l’avrà avuta, l’avrà avuta!

— E tutto il paese la conosce a quest’ora la buona notizia, — continuò
la signora Angelica. — Furon qui più che cento persone... cioè, non
proprio cento, ma almeno otto o dieci, a dire che questo signore
è arrivato fin da ieri sera, che ha parlato con parecchi, che s’è
informato di tutto, e che accomoderà ogni cosa.

— E non v’han detto chi lo manda? Non v’han detto che avesse una
lettera?

— Ma non vi basta? Oh che benedett’uomo! E la signora Angelica, per la
prima volta in vita sua, stava per perdere la pazienza. Quando a un
tratto e in tutta furia, entrò il sindaco; il quale piantatosi dinanzi
a don Cornelio, col cappello in capo e con la faccia scura, cominciò
con un: Dunque?

— Dunque? — ripetè il curato. — Mi dica, mi dica subito, perchè io non
ne so niente.

— Come niente? Un affare così importante, e non saperne niente! Ma
già può cascare il mondo che loro preti... Loro preti già son tutti
uguali...

— Può darsi; ma intanto me le dica subito lei queste novità, perchè son
sulle spine.

— Ah, non ne so nulla nemmeno io; ero venuto per l’appunto a sentire.

— Oh, quest’è nuova, e se la piglia con me!

— Sicuro, perchè lei finirà a farmi qualche imbroglio, come fanno
sempre loro preti. Lei è l’uomo della buona fede, e ci cascherà. Si
butterà in braccio di costui, che sarà un qualche furbacchione, un
qualche collo torto che la menerà per il naso....

— Lei gli ha parlato?

— Non l’ho neanche veduto, ma non importa. Ho le mie informazioni.
È un uomo magro, con un soprabito lungo, che parla tenendo una mano
nell’altra, che ha un cappello a tuba... Insomma, non se ne fidi, la
pigli larga... Ma già lei farà tutto all’opposto, perchè in fatto di
ostinazione, loro preti.... — E intanto che il sindaco diceva così,
la signora Angelica chiamava Cristina, e si tirava in disparte,
come di solito quando parlava il sindaco, per non udir cose che la
scandolezzassero.

A interrompere il battibecco, tra il sindaco che continuava a
pigliarsela con i preti, e don Cornelio che perdeva la pazienza, venne
la serva annunziando in tutta furia ch’era tornato quel signore, e che
domandava di don Cornelio.

— Che venga subito... cioè vengo io... no, conducetelo in saletta...
non fatelo aspettare, fate presto.... — E nel dir questo, don Cornelio
cercava di assettarsi i panni in dosso alla meglio, e di spolverarli
in fretta con le mani. Il sindaco s’era abbottonato fino al bavero, e
aveva calato il cappello sugli occhi come un congiurato, sul teatro,
sorpreso dagli sgherri. La signora Angelica, tenendo Cristina per mano,
correva per di qua e per di là, e non sapeva da qual parte uscire.
Intanto il forestiero annunziato dalla serva era comparso sull’uscio,
col cappello in mano, facendo un inchino, e pronunziando un: _è
permesso?_ lungo e mellifluo come quello d’una madre badessa.

Don Cornelio, dopo un lungo ricambio di complimenti, condusse il suo
ospite nella saletta; e fece capire, con un cenno dell’occhio, al
sindaco e alla sorella d’allontanarsi, intanto che andava richiamando
alle convenienze _Ugolino_, il quale, dal canto suo faceva una pessima
accoglienza al nuovo venuto, brontolando e mostrandogli i denti.
Angelica e Cristina si ritirarono, dopo molte riverenze e molti
inchini, che quel signore non finiva di ricambiare, accompagnandoli
con lunghe occhiate piene di curiosità. Anche il sindaco se ne andò,
ma senza salutar nessuno; poi si fermò in strada sulla porta a
scambiar qualche parola con quei quattro curiosi che avevano seguìto
il forestiero fin sulla porta di don Cornelio. Ma si trattenne poco;
perchè, per dar a credere di saperne più degli altri, quando non se ne
sa nulla, ci vuole che i colloqui sien brevi.




V.


Con molto dispiacere della signora Angelica, che aveva il desinare
bell’e pronto, il dialogo di don Cornelio col suo ospite durò quasi due
ore; per cui, quando vide spalancar l’uscio della saletta, e uscirne
il forestiero in atto d’accomiatarsi, la signora Angelica, che era
fuori ad aspettare, fu un po’ meno complimentosa di prima. E si sarebbe
anche arrischiata di dire, a mezza bocca, una qualche paroluccia di
malcontento a suo fratello, se in quel punto non avesse notato un certo
che, se non gli avesse vista una certa espressione del viso ben diversa
da quella che s’aspettava. Don Cornelio era tutto acceso, e aveva i
capelli un poco più scomposti del solito. Sulla sua faccia non c’era
più, tutto intero, quel velo di malinconia e di malumore dei giorni
prima; quel velo era rotto, ma rotto da un ventaccio burrascoso di
quelli che lasciano de’ nuvoloni qua e là. Guai però se qualcuno gli
avesse detto in quel momento ch’egli non pareva contentissimo! Sarebbe
andato in collera.

Come ebbe condotto il suo forestiero fino in strada, don Cornelio,
nel tornare in casa, fregandosi le mani, e quasi saltellando, chiamò
a tutta voce Cristina e Angelica, la quale intanto lo pedinava senza
ch’egli se ne avvedesse: — Venite qua, venite a sentire; buone notizie!
sicuro, una gran notizia! Ci hanno pensato Quello di lassù... e il tuo
babbo. — E stretta Cristina nelle sue braccia, fece una lunga pausa,
perchè intanto sentiva un nodo alla gola, e non poteva più parlare.

— Eccoci; ma siccome il desinare è pronto da un pezzo, anzi è mezzo
bruciato e mezzo freddo — disse la signora Angelica, — così ci
racconterete tutto a tavola. Andiamo, andiamo.

— Dunque? — riprese poco dopo la sorella del curato, intanto che
scodellava la minestra.

— Dunque, — cominciò don Cornelio, — è proprio vero quello che avete
sentito anche voi. La Provvidenza ci ha pensato, e di tutti i guai che
sapete non se ne parlerà più.

— Oh, sia lodato il Cielo! Ed è quel bravo signore, non è vero? Oh, si
capisce, ha un’aria così buona, così contrita....

— Non se ne parlerà più. Insomma da questo lato c’è proprio da esser
contenti. Sicuro che... queste patate, per dirne una, la Provvidenza
non ce le manda bell’e fritte.... Aiutati che ti aiuterò, dice
la Provvidenza... e quando per arrivare al bene c’è una qualche
privazione, una qualche contrarietà da sopportare, bisogna aver
pazienza e rassegnar visi di buona volontà!

— Oh, sì, don Cornelio! qualunque privazione, qualunque pena, mi
sarebbe cara se potessi far qualche cosa anch’io per la memoria del mio
babbo, e per il bene di tutti! — esclamò con calore Cristina.

Don Cornelio la guardò con un sorriso malinconico, e tacque a un tratto
come chi ha perduto il filo del discorso.

— Ma, insomma, non ci avete ancora detto niente! — esclamò di lì a
poco la signora Angelica, facendosi poi subito tutta rossa per l’atto
d’impazienza.

— Ah, sicuro. Dunque dicevo... ma abbiamo tutto il dopo desinare per
passeggiar nell’orto e per discorrere... una cosa dopo l’altra ve le
dirò tutte. Quello che vi posso dire fin d’ora è che, nessuno, nè di
quelli d’Orobio, nè di quelli di fuori, perderà un soldo. Saranno
pagati tutti; nè palazzo, nè poderi non andranno all’asta!...

Cristina volle fare un atto di esclamazione, ma non lo potè, e si
asciugò in fretta gli occhi gonfi di lacrime.

— Ed è quel signore che... — disse Angelica.

— No, non è lui, ma abbiate pazienza!

La signora Angelica era impaziente più di prima, ma non osò domandar
altro. Osservò che il fratello mangiava più in fretta del solito, e
che non s’era neanche accomodata la salvietta passandone un capo nel
collare, come soleva. Era inquieta e in sospetto, ma si rassegnò ad
aspettare la passeggiata nell’orto.

— Quel signore che avete veduto si chiama il signor... — riprese don
Cornelio dopo essersi alzato da tavola, e nell’avviarsi verso l’orto
— il signor... aspettate, ve lo dico subito, ho qui il suo nome
stampato sul biglietto di visita, come si usa in città. Ecco: _Zaccaria
Valassina_. Ma chi raddirizza la barca non è lui, lui non è che il...
non so come lo chiamino... insomma è l’incaricato, è l’amministratore
della persona che verrà a mettersi al posto del povero conte Maurizio,
e a tenere in piedi la casa.

— E questo tale è?... — saltò su Angelica che non ne poteva più.

— Questo tale... è una tale... ma abbiate pazienza, pigliamo le cose
a una a una. Io non so se tuo padre — riprese dopo una pausa don
Cornelio, facendosi vicino a Cristina, e avviandosi con lei per un
vialetto dell’orto — ti abbia mai parlato d’una zia.

— Sì, me ne ha parlato, — disse subito Cristina, — ma non me ne ricordo
il nome. Nella camera del babbo, tra i molti ritratti sparsi sui
tavolini ce n’è uno piccolo a colori, coperto da un vetro, e con una
cerniera d’oro all’ingiro... Ebbene, quando domandavo al babbo, fin da
bambina, di chi è questo ritratto? e gli facevo vedere il ritratto con
la cerniera, il babbo mi rispondeva: “questo è il ritratto della zia.„

— Non ti diceva altro?

— No. Ah sì; mi diceva anche che si chiamava la zia Fulvia! — “E perchè
non vien mai qui con noi la zia Fulvia?„ — domandavo al babbo; e il
babbo mi rispondeva che abitava a Milano; poi una volta il babbo non mi
rispose, e si fece triste. Non gliene domandai più nulla, e pensai che
la zia Fulvia fosse morta.

— Non è morta.

— Sia lodato il Cielo, — esclamò la signora Angelica che aveva seguito,
a un passo di distanza, il fratello e Cristina.

— Dunque è la zia che viene a farci del bene? che ha mandato quel
signore di poco fa?... E la zia verrà, anch’essa? Verrà presto?...

— Sì, è proprio la zia — riprese don Cornelio — alla quale avevo
scritto da parecchi giorni. Ma non l’ho mai veduta neppur io; non la
conosco che di nome. E, guardate che combinazione. Ha anch’essa il mio
cognome, si chiama Sacchi anche lei. Non te l’aveva detto il babbo?

— No. Oh quante belle cose in una volta! Scriviamole subito tutte a
Enrico... — esclamò Cristina; e la nuova commozione, risvegliandone
altre, le fece sentire il bisogno, in quel momento, di gettarsi nelle
braccia della signora Angelica.

— Il nome è il medesimo, — continuò subito il curato per rimettere in
carreggiata i pensieri di Cristina; — ma ci sono i _sacchi_ vuoti, e i
_sacchi_ pieni. Io appartengo ai primi. Dunque, continuando, tua zia
si chiama Sacchi, o per dir meglio, si chiama donna Fulvia d’Orsenigo
vedova Sacchi. Suo marito è morto da parecchi anni, e l’ha lasciata
senza figlioli.

— Povera zia!

— È naturale dunque ch’essa cerchi d’aver una figliola in te. Il
Signore poi le ha mandato la buona ispirazione di mettersi al posto del
tuo babbo in tutto, e di fare molte opere buone in una volta sola. La
tua casa non andrà in mano d’altri; il buon nome di tuo padre resterà
intatto, come meritava... tu avrai una seconda madre; vivrai con lei....

— La zia dunque verrà qui? E io vivrò con lei ancora nella casa del
babbo?

— Sì, certamente... ma solo una parte dell’anno perchè tua zia vive
lontano di qui... vive a Milano, come sai.

— A Milano? E dovrò starci molti mesi dell’anno a Milano? — chiese
Cristina facendosi tutta pensierosa.

— Non lo so di preciso, ma so che passerai molti mesi anche a Orobio,
perchè quel signore di poco fa m’ha detto che donna Fulvia ha bisogno
dell’aria delle nostre montagne; che a Orobio quindi ci vuol star
molto, che ci vuol fare tante belle cose.... Insomma, capisco, lo
staccarsi dai paesi che ci han veduto nascere, non è mai una cosa
allegra; ma, l’hai detto anche tu che una qualche privazione l’avresti
sopportata volentieri!... Or vieni qua, ragioniamola un poco. — Ma
intanto Cristina piangeva dirottamente nelle braccia della signora
Angelica, la quale in quel momento non aveva proprio l’aria di darle
dei conforti.

Don Cornelio, a poco a poco, riuscì a tranquillarla, e a continuare
il suo discorso, fino a dirle che la zia aveva dato incarico a quel
signore, di condurla a Milano subito subito, magari in quel giorno se
fosse stato possibile.

— Ma qui poi — si affrettò a soggiungere don Cornelio, — ho voluto
comandare un poco anch’io. Condurre Cristina dalla zia sta bene, ma
voglio condurla io! Eh, ci sono già stato una volta io a Milano! Quanto
poi al subito... un paio di giorni almeno ci vogliono per disporre le
nostre cosucce.... —

E così, con un poco di diplomazia, don Cornelio aveva anche fatto
capire a Cristina che bisognava partire tra due giorni.

La passeggiata nell’orto e la conversazione durarono fino al tramonto.
Fu una conversazione però in cui Angelica e Cristina ci misero poco
del proprio. Ma don Cornelio, passato l’impiccio del cominciare e
del venire alla conclusione, aveva riavuto il fiato; e tirò via per
un pezzo coi commenti, con le considerazioni, e con tutto quello che
potè raccapezzare pur di discorrere e di distrarre Cristina. Ormai
l’impiccio era quello del finire; ma ci pensò la campana dell’avemmaria
a chiamarlo in fretta per varie cosucce del suo dovere.

Il giorno seguente fu una gran giornata non solo per i nostri
personaggi, ma per tutti gli abitanti del nostro paesello. Anche
in tutta la vallata non si parlava che degli avvenimenti d’Orobio.
Un gran signore, — come dicevano i più, — un conte, un milionario,
veniva a dipanar la matassa del conte Maurizio; ma questo era il meno;
veniva a rifar casa Orsenigo, a piantarsi in Orobio, e a farci cose
grandi. Anzi, c’era già venuto, dicevan altri, e lo si era veduto
lui in persona, con la roba, e coi milioni. Tutte queste maraviglie
venivan già accolte, fuori d’Orobio, con un tantino d’invidia, e con
una cert’aria d’incredulità, appunto perchè le credevano. Il signore
che faceva tanto parlare di sè, e che per scambio era creduto dai più
il nuovo benefattore d’Orobio, non era altro, come ognun vede, che il
signor Zaccaria Valassina, il ragioniere della zia di Cristina. E il
signor Zaccaria, compiacendosi moltissimo di vedersi tanto ossequiato,
e osservato con tanta curiosità, ricambiava gli omaggi or con quel
risolino compiacente che di solito teneva in serbo per donna Fulvia, or
con quella sostenutezza dignitosa che assumeva davanti a un debitore
moroso. La gente che gli andava dietro per strada, e che l’aspettava
per vederlo passare, non guardava tanto per il sottile, e si persuadeva
sempre più che il milionario era proprio lui. I pezzi grossi d’Orobio
avevano ben risaputo com’eran le cose, ma non le lasciavan intendere
che a metà; perchè intanto non dispiaceva loro che quel forestiero,
col quale la gente li vedeva girare per il paese, e con una certa
domestichezza, fosse tenuto in conto d’un gran personaggio.

La contentezza e le speranze di quelli d’Orobio ingrandivano talmente
d’ora in ora, che il sindaco non osava, questa volta, crollare il
capo come faceva di solito quando gli davano una buona notizia. Si
teneva in disparte; e, per crollare il capo, andava da don Cornelio.
Ma don Cornelio, dopo quel primo turbamento che gli abbiam visto,
aveva cacciati a uno a uno certi pensieri molesti, e aveva finito con
l’aprire il cuore anch’esso alla gioia e alle speranze. L’aveva aperto
però così da poco, che le crollate di capo del sindaco gli richiamavano
subito i suoi dubbi, e quindi gli facevan perdere tanto più la
pazienza. Ogni volta dunque era una gran baruffa.

— È inutile; quando non può rodersi il fegato... per lei la va male!
— gridava don Cornelio. — Che gusto ci trova? A quel po’ di bene che
capita a questo mondo facciamogli almeno un po’ di buon viso! Ma no,
lei ha bisogno di veder male, e sempre male. Oh che mondo noioso
sarebbe il suo!

— Si diverta pure, don Cornelio, si diverta pure col suo bel mondo
color di rosa!... Ma già per loro preti....

— Per noi preti la va sempre bene! vuol dir lei. Oh, la va benone!
Siamo proprio in tempi.... Basta, basta, non mi faccia dire qualche
sproposito.

— Non è questo che volevo dire. Volevo dire che loro preti o sono di
mala fede, e allora non parliamone; o sono di buona fede, e allora sono
come lei....

— Credenzoni! Vada pur avanti....

— Non dico questo.

— Lo dice sempre!

— Di troppa buona fede! ecco quello che volevo dire. Mi potrebbe forse
negare....

— Neghi lei invece, se può, con quel suo veder sempre nero quante e
quante volte non ha dovuto confessare....

— E quante volte lei non ha dovuto picchiarsi il petto per la sua
troppa buona fede! Basta, staremo a vedere. Io non l’ho sentita mai
neanche nominare questa sorella del conte Maurizio; ma se lei la
conosce.... — E qui don Cornelio si impazientiva ancora di più; voltava
le spalle al sindaco, e andava in cerca di un altro che gli venisse in
aiuto coi ragionamenti del buon umore e della speranza.

Don Cornelio era tornato alle abitudini d’una volta. Sebbene fosse
tutto in faccende, pur si fermava volentieri a discorrere ne’ crocchi
in strada, e s’era fin lasciato vedere la sera nella bottega dello
speziale. Facce di cattivo umore, di quelle che conturbavano tanto
don Cornelio, non se ne incontravano più. Tutti facevan festa al
curato come prima, e più di prima; tutti lo tempestavano di domande,
di congratulazioni, e perfino di ringraziamenti. Egli cercava bene di
schermirsene e di metter le cose in chiaro; ma era inutile; per cui
sorridendo finiva a conchiudere tra sè: “Prima non ne avevo colpa,
adesso non ne ho merito; ma le partite non foss’altro son pareggiate.„

E Cristina? Quante commozioni, quanti nuovi pensieri eran venuti in
pochi giorni a darle nell’anima la prima battaglia della vita! Cristina
aveva diciassett’anni; ma questi anni, passati lontani da ogni rumore
del mondo, nella vita semplice della casa paterna e del suo paesello,
eran stati per lei anni d’una fanciullezza prolungata. Ora gli ultimi
fatti, la morte di suo padre, quelle disgrazie che aveva cercato di
capire nell’angoscia degli altri, il ritorno e la partenza d’Enrico, la
chiamata della zia X......, tutte queste cose eran venute a svegliare
e a dischiudere la sua anima come un fiore su cui scenda un improvviso
e cocente raggio di sole. E quanto c’era in quell’anima, è inutile
dirlo, aveva subito data, sulle ale di que’ diciassett’anni, una corsa
veloce per le mille strade della fantasia. Chi sa per quelle strade,
in qualche punto più lontano, quanto sole e quanti fiori non ci avrà
trovati, senza volerlo, Cristina! Lo si capiva, lo si vedeva. Ma poi,
a un tratto, essa chinava gli occhi, come sorpresa da un rimorso
pensando alla sua recente sventura, e ricadeva nella mestizia di
prima. Allora i bei paesi lontani a cui ritornava la rivedevano ora
agitata da un’inquietudine vaga o da vaghe paure, or nell’attitudine
rassegnata dello sconforto e del dolore. E nella via del dolore
l’immaginazione riaccesa le figurava tutta una missione di sacrifici,
di doveri difficili, di atti generosi; e Cristina si fermava su questi
nuovi pensieri con entusiasmo, e con una certa vigoria d’animo ch’era
tanta parte di lei. Ci si fermava fino a che quei dolori ideali le
riconducevano il pensiero a un dolor vero, alla memoria del babbo; e
allora dava in un scoppio di pianto.

Cristina sorpresa, impaurita dai nuovi pensieri che l’assalivano e
si succedevano più forti alle volte della sua volontà, sentendo in
sè stessa qualche cosa che la rendeva diversa di prima, cercava di
non lasciar scorgere la sua commozione; e avrebbe voluto nascondersi
perchè sentiva montar le fiamme alla faccia se qualcuno levava gli
occhi sopra di lei. Ma di tutto ciò, non c’era nessuno in quel momento
che se n’accorgesse. Don Cornelio era distratto; anche in lui c’era un
contrasto di pensieri nuovi e di pensieri vecchi. L’animo suo, facile
alla speranza, e l’antico suo buon umore avevan delle lunghe rivincite;
ma poi c’era qualche dubbio da scacciare, e allora bisognava uscir di
casa, chiacchierare con qualcuno per strada, e ricevere da chi passava
quelle tali congratulazioni.

La signora Angelica invece non parlava, non rispondeva a nessuno,
dicendo tutt’al più che non ne aveva il tempo, ma che era tanto
contenta. E intanto che diceva così, le scendevano, di sotto agli
occhiali, de’ grossi goccioloni che cadevan sulla biancheria e sui
vestiti di Cristina, nel baule, dove li andava riponendo con molta
attenzione e con un’arte paziente.




VI.


Don Cornelio, dopo le sue famose camminate del quarantotto, de’ viaggi
non ne aveva fatti più; non era andato neanche più in là del capoluogo
della provincia. Ora il dover partire, così tutt’a un tratto, per
Milano, nientemeno! e senz’aver avuto il tempo di pensarci su, era
stato un scombussolìo per don Cornelio! E i preparativi della partenza,
per di più, non erano andati così lisci da riconciliarlo coi viaggi.

Aveva avuto, innanzi tutto, un guaio con la sorella. La signora
Angelica, all’annunzio della partenza di Cristina e del fratello, era
stata tutta compresa, oltre che dalla commozione, anche dal pensiero
che il suo curato dovendo presentarsi in una casa di gran signori,
e in Milano, non vi dovesse poi andar male in arnese e sfigurarvi.
Aveva dunque pensato subito a un certo cassettone, di cui teneva lei
gelosamente la chiave, e dove ci stavano da parecchi anni alcuni capi
di vestiario ancor nuovi aspettando una occasione straordinaria.
Angelica andò difilato ad aprire il cassettone, girò la chiave coi
dovuti riguardi... impallidì, tirò le cassette precipitosamente, alzò
gli occhi al cielo, frugò da per tutto.... Non c’era più nulla, tutto
era scomparso! Angelica, a cui non eran nuove queste sorprese, non
si perdette in congetture, non andò lontano a cercare il colpevole.
In altre circostanze consimili si era contentata di brontolare, o
di mandare qualche lungo sospiro di rassegnazione; ma questa volta
andò proprio sulle furie, e tutta rossa in faccia corse a cercare suo
fratello per dirgli di santa ragione il fatto suo. Il colpevole, il
solito colpevole di questi furti domestici, era proprio don Cornelio;
il quale, di tanto in tanto, in casa sua rubava; rubava la propria
roba e con un’arte matricolata ch’era la disperazione della sorella.
Ogni tanto eravamo a queste. C’era un povero, c’era un ammalato che
non aveva da coprirsi..., don Cornelio aspettava che la sorella fosse
uscita di casa, poi quatto quatto frugava per le stanze, apriva un
armadio, forzava un cassettone, pigliava un qualche capo di vestiario,
lo nascondeva sotto la veste, e via. — Ah, quel benedett’omo, quel
benedett’omo! — esclamava Angelica quando se ne spassionava con
qualche amica. — Me lo dicesse almeno! Della roba smessa, de’ cenci
per i poveri in una casa ce n’è sempre... Ma signor no! Se c’è un capo
novo si può esser sicuri che mi piglia proprio quello! E di tutto
piglia; lenzuoli, coltroni, fino una materassa m’ha fatto sparire! — E
pretendeva che una volta, nella fretta del rubare, il curato le avesse
fatto sparire anche una cuffia, di cui però aveva dovuto indennizzarla
con una nuova. La ramanzina questa volta fu delle più solenni, e non fu
breve. Don Cornelio se la pigliò in silenzio, e senza scusarsi, come
chi riconosce il proprio fallo.

Ma siccome la ramanzina non aveva fatto riavere alla signora Angelica
gli abiti scomparsi, così il temporale tirò innanzi, anche dopo quello
scroscio, con un brontolìo sordo e che non finiva più. A togliere
d’imbarazzo don Cornelio capitava, è vero, ogni minuto qualcuno; ma o
eran de’ seccatori che venivano per scuriosirsi, o era il Valassina che
tirandolo in disparte, aveva un qualche nuovo ammonimento da dargli sul
modo di comportarsi e di parlare con donna Fulvia. Allora gli pareva
meno male di rimandarli tutti in santa pace, con le buone e presto. Ma
appena se n’erano andati tornava a sentir la voce della sorella che,
in un canto della stanza nel preparargli la sacca, andava brontolando
da sè, ma in tono di rimprovero per qualcuno: — Bella figura! andare a
Milano coi calzoni usati, e col panciotto sfilacciato... bella figura!
cosa diranno i Milanesi? — E don Cornelio, per confortarsi, brontolava
da sè alla sua volta: “Quando metterò il piede sul predellino della
vettura, oh! sarà un gran bel momento!„

Ma fu meno bello anche quel momento. — Che soprattutto nessuno sappia
l’ora della partenza! — aveva detto risolutamente don Cornelio; ma a
vederlo partire c’era tutto il paese. Chi era venuto per dargli il buon
viaggio, e per salutar Cristina; chi per curiosità, per vedere come si
faceva a partir per Milano; chi per dargli una lettera da ricapitare;
chi per dirgli di salutar qualcuno caso mai l’incontrasse per strada.
C’era il sindaco, il Valassina, lo speziale, don Luigi, tutti insomma;
non ci mancava che il dottore, perchè c’era in campagna un branco di
pernici che stavan per partire anch’esse. Una parola bisognava pur
risponderla a tutti; bisognava far coraggio a Cristina e alla sorella,
che piangevan nell’andito della casa, e non si decidevano a passar la
soglia: e bisognava anche darla a intendere a Ugolino, che non sapeva
capacitarsi di dover restare a casa. Il momento della partenza durò
quasi un’ora; e don Cornelio, da prima impaziente e poi rassegnato,
andava dicendo tra sè e sè: “Quando sarò a dieci miglia da Orobio, oh
quello sì sarà un gran bel momento!„

Finalmente il legnetto partì. Il legnetto doveva fare un’ora di
strada per condurre a una borgata da cui poi partiva la diligenza,
che in tre o quattro ore, a seconda delle gambe dei cavalli e della
sete del vetturino, arrivava allo sbocco della valle, dove c’era una
stazione della strada di ferro. Quella prima oretta di viaggio in
legno non passò male. Cristina s’era andata man mano rasserenando,
e all’espressione piena di dolore di poco prima glien’era succeduta
un’altra, ora pensierosa ora distratta, ora illuminata da qualche
subito raggio di buon umore. Don Cornelio, contento in cuor suo che
le cose andassero meno male di quello che aveva temuto, cercava a
proposito di tutto d’attaccar discorso con Cristina dicendole il nome
dei paeselli di cui eran sparse le falde dei monti, e raccontandole
qualche storiella del passato, o qualcosuccia da ridere se ce n’era. E
siccome, a furia di indicazioni e di buona volontà, si poteva scorgere
da lontano un punto bianco, ch’era quel paesello dove aveva veduto
nel 1859 il conte di Cavour, così, tanto per discorrere, raccontò
anche a Cristina la sua famosa avventura, accompagnandola, in forma di
soliloquio, con tutte quelle riflessioni ch’era andato mettendo insieme
da quell’epoca in poi. — Se fosse ancora vivo quell’ometto!... oh,
quest’era proprio la volta, poichè mi son messo in viaggio, che andavo
a fargli visita! Scommetto che m’avrebbe riconosciuto!... L’ho qui
tutto in mente il discorso che gli avrei voluto fare, a proposito anche
di noi poveri preti, e certe cose che gli avrei voluto suggerire... a
meno che non le avesse pensate prima lui, quell’ometto, e non le avesse
anche fatte!...

Anche Cristina dal canto suo viaggiava col pensiero, come don Cornelio,
ma in tutt’altra direzione. Il cuore le si era messo a battere forte
forte come s’era trovata in quel medesimo legnetto, e su quella
medesima strada, dove aveva veduto partire, pochi giorni prima, Enrico.
Le era parso subito di voler bene al legnetto, al vetturino, alla
strada, e a tutto quello che si vedeva. Avrebbe voluto, di tanto in
tanto, ripensare alla zia da cui era aspettata, e alla signora Angelica
che aveva lasciata tutta in lacrime; ma il pensiero era inchiodato lì;
e se pigliava il volo era per andarsene al bel paese smagliante di
luce e di fiori, il paese fantastico d’un avvenire che la sua mente
illuminava di presentimenti felici e di trepide speranze.

Ma bisogna dire che in quei paesi Cristina ci fosse stata proprio
ricondotta dal legnetto, perchè come l’ebbe lasciato, e si trovò nella
diligenza, quell’espressione luminosa del suo viso si intorbidò, e a
poco a poco scomparve sotto un velo fitto di malinconia. Don Cornelio
se ne accorse, e avrebbe voluto ricorrere da capo alla parlantina
a cui dava tutto il merito se le cose erano andate bene fin lì. Ma
questa volta c’era un ostacolo. Nella diligenza erano entrati due altri
personaggi, che noi già conosciamo, don Innocente e don Prospero:
e il nostro curato che non aveva voglia in quel momento d’attaccar
discorso con loro, e di dover rispondere a chi sa quante domande, dopo
averli salutati e dopo aver scambiata qualche parola, s’era messo a
legger l’uffizio. Don Innocente e don Prospero, pieni di curiosità,
avevano continuato per un poco a guardare ora il curato, ora Cristina,
scambiandosi delle occhiate d’intelligenza tra loro; poi s’eran messi
a discorrere sotto voce dei loro affarucci. Don Prospero parlava d’un
contratto che andava a fare per l’osteria del _Pomo d’Oro_; poi faceva
a don Innocente delle riflessioni sul palato dell’_avventore_; e gli
raccontava la storia d’un vino che aveva preso il forte, il torbido
e la muffa, tutt’insieme, ma che lui aveva medicato così bene che
l’_avventore_ se l’era bevuto fino all’ultimo bicchiere, e con che
gusto! Un affarone! Don Innocente ascoltava l’amico con compiacenza, e
approvava tutto con la solita compunzione; diceva d’esser venuto con
gran piacere per fargli compagnia, per prendere una boccata d’aria...
— “e per fare, se gli capitasse, una partita alle bocce in quattro„ —
soggiungeva forse don Prospero in cuor suo.

Don Cornelio avrebbe lasciato andare innanzi le cose per un pezzo così;
ma con la coda dell’occhio vedeva Cristina che tutta rincantucciata
si faceva sempre più malinconica, e pareva presa da un grande
accasciamento. Ripensò al rimedio della parlantina che gli pareva
diventasse urgente oramai; chiuse il breviario, e si guardò intorno
cercando un qualche pretesto per attaccar discorso. Intanto a Cristina
gli occhi s’eran fatti rossi rossi, e le scendevano de’ grossi
goccioloni sul grembo. Don Cornelio allora non potè più tenersi, fece
un ultimo sforzo, e dopo aver guardato dagli sportelli all’ingiro per
la campagna diede a un tratto in una tal risata che fece spalancar gli
occhi de’ suoi compagni di viaggio, e gli attirò più domande che non
gliene occorressero. La conversazione così fu in un subito avviata.

— È a quella svolta, nevvero, che si va alle Cascine Vecchie? — prese a
dire don Cornelio, e continuava a ridere.

— Per l’appunto, — rispose don Prospero. — Ma... eh, eh! ce n’è della
strada per arrivarci!

— Lo so, lo so... ma che vuole, tutto ciò che mi rammenta le Cascine
Vecchie mi fa subito ripensare alla mia famosa avventura. L’avranno ben
risaputa anche loro la mia avventura del croato! Come? no?

— Ma sì, ma sì... — riprese don Prospero. — Mi pare bene d’averla
sentita raccontare... un gran pezzo fa....

— Eh, sicuro, son passati.... Misericordia! quanti anni.

— A ogni modo me la dica... che forse la rammento.

— La vogliono sentire?... Eh, per quel che s’ha a fare! e poi con
le chiacchiere s’accorcia la strada.... Stammi a sentire anche tu,
Cristina, ma poi non darmi la baia veh! come hanno fatto per un pezzo
mia sorella e i miei amici d’una volta. Dunque... eravamo nel 1848,
sulla fine di marzo, precisamente in quei giorni in cui gli Austriaci
facevan fagotto, e alzavano i tacchi in fretta e in furia, cacciati a
schioppettate dalle città, e inseguiti coi forchetti nei villaggi...
quando, s’intende, capitavano in pochi e sbandati. Qualche giorno
prima di partire come cappellano coi volontari della valle, ero venuto
appunto fino alle Cascine Vecchie con qualche curato dei dintorni e
con qualche prete, dei quali, poveretti! non ce n’è più uno al mondo.
S’era venuti in tutta fretta insieme a dei signori della città, anzi
nelle loro carrozze, essendosi risaputo che c’eran dei prigionieri
e dei feriti per le strade e nelle stalle de’ contadini. — “Ora che
il barbaro è sconfitto per sempre„ come si diceva in allora “guai
a chi gli torce un capello!„ — Arriviamo alle Cascine Vecchie, e
cosa vediamo? In un capannone, su poca paglia, stavan dieci o dodici
poveri feriti, boemi quasi tutti, languenti, assetati, che facevan
pietà; e sulla strada, in mezzo a uno sciame di contadini, alcuni
prigionieri legati come salami. — “Oibò, legati a quel modo!„ gridò
subito un signore ch’era con noi “Il prigioniero è sacro per il
crociato italiano!... Ehi, mamelucchi, _volere mangiare?_... Qua, con
me, andiamo dal fornaio... e viva Pio nono!„ — I feriti furon messi
con gran cura nelle carrozze. — “_Io star ungherese_,„ gridavano tutti
questi poveri diavoli. — Andate là, andate là — si rispondeva loro;
— l’italiano libero e indipendente non fa distinzione tra i poveri
feriti!„ — In poco tempo furon tutti medicati alla meglio, rifocillati,
e condotti via; a eccezione però d’un povero croato, lungo come un
campanile, brutto come un demonio....

— Eh, demonio, poteva anche esserlo — disse tra i denti don Innocente.

— Nessuno lo volle. Era ferito a una mano, non gravemente, ma aveva
la cera cupa e malinconica più di tutti. Non rispondeva, non chiedeva
nulla. Povero diavolaccio! Ne ebbi una gran compassione, e dissi: me
lo prendo io. Fu un affar difficile sulle prime a addomesticarlo; non
voleva lasciar vedere la ferita, non voleva bere, non voleva mangiare.
Gli diedi un sigaro dicendogli pipa, per farmi capire, ma mi rispose
con un grugnito. Allora levai di tasca qualche soldo, e glieli misi
sotto il muso gridando forte: kreuzer, kreuzer; cominciò a capire, e se
li prese. Insomma a poco a poco, e con una gran pazienza, lo persuasi
che nessuno gli avrebbe fatto del male, che l’avrei fatto guarire, e
che venisse di buon animo con me. Gli altri intanto eran partiti, ed io
ero rimasto solo. Eccomi dunque in strada col mio croato, e a braccetto
per di più, perchè il poveraccio pareva molto stracco. Per condurlo in
città, allo spedale, ci volevano, a camminar piano, un par d’orette. Si
va, si va... e dopo mezz’ora incomincia a piovere. Affretto il passo,
e piglio traverso la campagna le scorciatoie; ma eravamo al tramonto,
il cielo si faceva sempre più buio, e la pioggia più fitta. Non avevo
ombrello, e presto eccoci, io e il mio _padre compagno_, bagnati,
inzuppati, che ci si poteva spremere come due spugne. Quando Dio volle,
trovammo un capannone per ricoverarci. Vi entrammo; e lì cominciai
a scuotermi l’acqua di dosso, levandomi il cappello, il soprabito e
l’abito per farli asciugare: altrettanto, a quanto mi parve, si mise
a fare il mio compagno, del quale ciò che vedevo meglio, in quella
mezza oscurità, eran due occhiacci che mi guardavano fissi e che
scintillavano come quelli d’un gatto.

— Il demonio, il demonio! — borbottava tra sè don Innocente.

— Quando a un tratto... dopo avere, per un minuto solo, voltate le
spalle agli occhiacci, cosa vedo? vedo l’amico che pian piano se ne
va coi miei abiti sotto il braccio. In un salto gli sono addosso...
l’afferro appena fuori del capannone... ricevo uno spintone, e anche
un buon pugno... Sdrucciolo, vado colle gambe all’aria... e lui via,
gridando: _paga Pio Nono!_

— L’ho detto io! era proprio il demonio! — esclamò don Innocente
spaventato.

— Ma c’è di più, c’è di più, state a sentire! — diceva don Prospero, il
quale aveva già fatto capire di ricordarsi ora perfettamente di tutti i
particolari di quella storia.

— Mi rialzo, gli corro dietro... eh, sì, lo prenda chi può!... Povero
don Cornelio!... Rientro nel capannone, mi guardo intorno con l’aiuto
d’un fiammifero, e al posto dei miei vestiti ci trovo... il cappotto, e
il berretto del croato!... Avessi almeno avuto il cappello da prete, il
mio nicchio! ma quella mattina m’ero messo un cappello a cencio. Oh, mi
sarebbe piaciuto vederlo il croato col nicchio!

Cristina cominciava a ridere.

— Intanto s’era fatto notte, tirava un ventaccio freddo, pioveva
dirottamente, a diluvio... ero in maniche di camicia....

— E allora? — domandò Cristina.

— Allora... infilo il cappotto... e bisognava vedermi, un’ora dopo,
rientrare in casa (fortuna che abitavo fuori di città!) quatto quatto,
dalla parte dell’orto, vestito da croato!... Bisognava vedere in
quel momento mia sorella, e un mio amico, un burlone per di più, che
m’aspettavano!... L’avventura fu risaputa, e si pensi che ridere, che
ridere se ne fece!

Don Cornelio rideva di nuovo, e tanto più di gusto perchè anche
Cristina dava in scoppi di risa schietti, lunghi, che facevano in quel
momento il più bel contrasto sulle sue gote pallide e ancor lucide
per le lacrimucce di prima. Don Prospero, che non solo si rammentava
dell’avventura narrata da don Cornelio, ma pretendeva di saperla anche
meglio di lui, s’era messo a correggerla e a completarla con delle
varianti udite al _Pomo d’Oro_, e delle quali rideva rumorosamente
per proprio conto. Don Innocente, che aveva ascoltata la narrazione
torcendo la bocca, ma facendole poi fare un sorriso stentato quando i
suoi occhi si incontravano in quelli di don Cornelio, ora, tanto per
prender parte alla conversazione anche lui, concludeva col dire che il
caso non era nuovo, ma che con un buon esorcismo, come lo insegna il
padre Candido Brugnolo, il croato avrebbe forse potuto fuggire... ma
con gli abiti da prete, no di certo.

La diligenza si fermò. Don Prospero e don Innocente erano arrivati al
paesello a cui eran diretti, e, salutati quelli che rimanevano, scesero
a far nuovi saluti a un omaccione grosso e paffuto che veniva loro
incontro dalla soglia d’una bettoluccia. Pochi minuti dopo la diligenza
tirò innanzi; e tirò innanzi anche don Cornelio con la parlantina
che gli era riuscita così bene fin lì; tirò innanzi più che potè,
cercando con qualche nuova barzelletta di tener vivo il buon umore di
Cristina, finchè la diligenza arrivò in capo alla valle dove c’era
la stazione della strada di ferro. Quelle ore passate tra le scosse
e i rimbalzi della diligenza, viaggiando di fianco, e su cuscini che
parevano imbottiti di piuoli, dovevano pur lasciare a Cristina e a don
Cornelio una cara memoria. Le ricordarono per un pezzo quelle ore! E
don Cornelio non ne trovò più, per fare una buona risata schietta e di
gusto.

In vagone fu una tutt’altra cosa. Ci si stava a zeppo; tutte facce
nuove; e i nostri due viaggiatori si sedettero accanto, un poco
impacciati e in soggezione sotto gli occhi di quei loro vicini che
li fissavano, e che tutti, con l’eguale curiosità e con l’eguale
espressione sciocca, non ristavano dal contemplare il prete di campagna
e la bella fanciulla. Rimasero così rincantucciati e silenziosi per un
paio d’ore fino a Milano. A quei curiosi però non badarono a lungo,
perchè il filo dei vecchi pensieri venne presto a ricondurli tutt’e
due ben lontani di lì. Cristina aveva ritrovato il filo dei pensieri
ridenti, delle vaghe speranze, e di quei sogni che ricomparivano e
sfumavano per ripigliar nuove forme, come nuvolette dorate. A don
Cornelio invece era accaduto l’opposto; e sulla sua faccia allegra di
poco prima eran comparse ora certe rughe che gli si vedevano soltanto
quando aveva qualche pensiero che gli dava fastidio. La sua mente
infatti era tutta concentrata in quel momento in un pensiero molesto;
un pensiero che in quei giorni gli era venuto innanzi più volte, ma
che l’aveva sempre rimandato perchè per i pensieri molesti, diceva,
c’è tempo d’avanzo. Ma ora gli era parso che fosse proprio arrivato
il momento di fermarcisi sopra. Don Cornelio pensava a quella signora
a cui doveva presentarsi il giorno dopo; a quella signora cui doveva
affidar Cristina, e dalla quale ne doveva dipendere l’avvenire, il
destino. Richiamava nella sua memoria quel poco che il conte Maurizio
gliene aveva detto, e quel di più ch’egli ne aveva pensato, vedendo
l’amico suo rannuvolarsi ogni volta che si veniva su quel discorso, e
passar volentieri a parlar d’altro. Si ricordava che il conte Maurizio
e donna Fulvia, sua sorella, da un gran pezzo non si vedevan più,
non si scrivevano più; sapeva che tra loro non c’era buon sangue,
ch’eran d’indole diversa, che non l’avevano mai pensata a un modo,
che i tempi e gli avvenimenti stessi gli avevano divisi sempre più;
sapeva finalmente che una volta c’eran stati tra loro de’ grossi
guai, e che in allora donna Fulvia aveva lanciato contro il fratello
la sua scomunica maggiore, dichiarando che non l’avrebbe voluto mai
più rivedere. “Ed è proprio a quella signora„ pensava don Cornelio
nel riandare questi ricordi “ch’io vado ora ad affidare la figlia del
conte Maurizio!... Ma già sfido io a far diversamente; anzi, è una
provvidenza, questa, venuta proprio dal Cielo. E poi, che Cristina
dovesse partir per Milano subito subito, è stata la prima condizione
dettami dal signor Valassina... e con quale abbondanza di verbi
imperativi!... Quel signor Valassina, che nessuno mi senta, non m’è
piaciuto proprio punto. Potrebbe anche darsi che quel tanto di mala
grazia melata, ch’era un gusto a sentirlo, ce l’abbia messa del suo.
Oh, lo scommetterei! perchè poi donna Fulvia se fa una così buona
azione dev’essere anche una brava signora!... I suoi torti, e grossi,
li deve aver avuti.... non ne posso dubitare; ma chi sa? a quest’ora si
è pentita, e li vuol riparare. Questioni di puntiglio... questioni di
carattere....„ E qui don Cornelio si accorse di aver toccato un cattivo
tasto, e si fece pensieroso più di prima. “Il carattere!„ riprese poi
tra sè e sè, dopo una lunga pausa. “Ti par cosa da poco il carattere?
Certi caratteracci, per esempio, a doverseli godere, e peggio ancora
a doverci star sotto.... Un carattere, per venire al caso nostro, col
quale il conte Maurizio, che era tanto buono, non aveva mai potuto
intendersela neanche da lontano, dev’essere un carattere... sul fare
di quello del mio croato che a fargli del bene rispondeva a pugni....
Povera Cristina!... Oh, ma cosa vado io mai a fantasticare! Perchè
s’ha proprio da pensare al peggio? perchè rodersi l’anima fuor di
ragione, senza costrutto, senza un motivo... come fa il nostro sindaco,
tal quale... io che lo canzono sempre! Andiamo, andiamo... bando ai
cattivi giudizi, e non pensiamo male del prossimo!... Che soprattutto
poi Cristina non mi veda con la faccia scura, in questo momento;
sarebbe capace di darmi in uno scoppio di pianto, qui, in mezzo a tutta
questa gente... Non ci mancherebbe altro! Mi sta forse osservando...
misericordia!„ E mandò a Cristina un’occhiata alla sfuggita.

Cristina dormiva tranquillamente.

“Oh beata gioventù!„ esclamò in cuor suo don Cornelio rasserenandosi.




VII.


Tra le istruzioni che il signor Valassina aveva date a don Cornelio,
c’era anche quella di non condurre Cristina dalla zia la sera stessa
dell’arrivo a Milano, perchè di sera donna Fulvia teneva conversazione.
Doveva condurgliela il giorno seguente, a suo piacimento, purchè non
fosse dopo il mezzogiorno, nè prima delle undici di mattina. Don
Cornelio che voleva ripartire subito per la sua Cura, non era stato
malcontento in cuor suo d’aver qualche ora per una giratina in città.
Da quanti anni non vedeva Milano! C’era passato, l’ultima volta,
tornando dal Piemonte in una giornata d’autunno del 1848. Che brutte
giornate eran quelle! Com’era squallida e desolata Milano! La piazza
d’armi era tutto un accampamento; sui bastioni non si vedevano che
carriaggi, artiglierie, e barconi per ponti; nei giardini pubblici
accampava un reggimento d’ussari; e nelle piazze o nelle corti di
qualche palazzo abbandonato, drappelli di croati dormivan sulla paglia,
o facevano il rancio....

Figuriamoci ora come gli allargasse il cuore quel Milano senza croati!
Aveva poi una gran curiosità di vedere gli abbellimenti e le cose
nuove che s’eran fatte negli ultimi anni; abbellimenti e novità di cui
aveva letto delle ampollose descrizioni su un giornale del capoluogo
della sua provincia; un giornale che per fare la guerra al sindaco
gli buttava in faccia ogni mattina le maraviglie di Milano. L’avrebbe
fatto spianare Milano, quel sindaco! E dire che ogni tanto aveva dovuto
mandare ai milanesi indirizzi e complimenti.

Ecco dunque, di buon mattino, don Cornelio e Cristina in giro per
Milano, ora fermandosi a bocca aperta, ora smarrendo la strada e
domandando timidamente qualche indicazione a chi passava.

Don Cornelio, per prima cosa, volle vedere la statua di Cavour,
del suo amico Cavour, e rimase a contemplarla più che potè. “Un
poco ingrossato, ma è lui!„ esclamava. “Con una carta in mano...
proprio tal quale l’ho veduto quella mattina. Allora però aveva gli
occhiali.... Eh! se ci fosse ancora! quest’è la volta ch’egli rivedeva
il curato d’Orobio!„ Stette in contemplazione più che potè, ma il
tempo incalzava; e voleva pur dare una capatina in Duomo, e vedere la
Galleria.

Ma lasciamoli girare in pace; e intanto che don Cornelio e Cristina
fanno venir l’ora della visita, andiamoci prima noi da donna Fulvia,
per vederla e per dirne qualcosa di più di quel che ne sapesse don
Cornelio.

Donna Fulvia, bisogna dirlo per sua giustificazione, era nata il giorno
della battaglia di Waterloo. In quel giorno le Grazie atterrite da
Marte non avevano potuto evidentemente occuparsi di lei; ed essa era
venuta al mondo senza alcuno dei loro doni.

Sua madre aveva avuto un bel predicare che la bellezza d’una fanciulla
non consiste nelle forme più o meno aggraziate, o peggio ancora
in un bel visetto, e che il bel viso non è la bellezza _vera_, ma
un qualcosa di pericoloso, un qualcosa da fuggire. I giovanotti
fuggivano, ma da sua figlia; preferivano la bellezza _falsa_, e Fulvia
rimaneva senza marito. Questa diversità di opinioni aveva finito col
lasciare nell’animo di Fulvia una viva amarezza, seguita poi da una
rassegnazione astiosa, e dal disprezzo affettato per le gioie di questo
mondo. Tutto ciò non era proprio fatto per darle in compenso quel dono
di cui aveva tanto bisogno, il dono della gentilezza e della bontà. Un
breve momento di serenità e di speranza lo ebbe nel quarantotto. Fulvia
in allora aveva passata la trentina, ma i tempi erano così promettenti!
Quell’amplesso universale, quella fraternità, diedero anche a lei un
momento di fede in tempi migliori. Fece coccarde, fece fila pei feriti,
fece cartucce; fu tutto inutile. Fratelli sì, ma mariti no. Dopo questo
nuovo disinganno anche il malumore e la mala grazia fecero una nuova
tappa; le comparve una prima grinza in viso, e quelle dell’animo non si
contarono più.

Fu poco dopo, che Fulvia incominciò a bisticciarsi anche col fratello
Maurizio, mettendosi contro di lui che si ostinava a restar esule e a
cospirare. La madre, la vecchia contessa, accigliata e severa forse
fin dalle fasce, era compresa di orrore a veder suo figlio nella
rivoluzione, tanto più quando la rivoluzione era vinta; e gli intimava
ogni giorno un pronto ritorno a casa, e una pronta disillusione
del passato. Fulvia intervenne in quel dissidio non coll’ulivo, ma
con l’aceto. Si unì di rinforzo alla madre nei rimproveri e nelle
maledizioni; pensò di guarire il fratello di quel malaccio dell’amor
patrio, con una cura regolare di sarcasmi; e in punto a quella gran
lotta che aveva sconvolto da poco mezza l’Europa, dichiarò, in quanto a
lei, la propria alleanza definitiva coi vincitori. E figuriamoci se non
doveva esser così! Intanto che trionfavano da capo tutte quelle cause
perse di poco prima, trionfò anche la sua. Fulvia trovò marito. Quelli
dunque eran davvero i tempi migliori, i tempi delle cause giuste! Il
marito era un vedovo alquanto vecchino, brutto, e co’ suoi acciacchi,
ma ricco; codino poi quanto ci voleva per rapire i due cuori in una
volta, quello della figlia e quello della madre.

Questo marito si chiamava semplicemente il signor Sacchi; ma Fulvia
continuò a farsi chiamare _donna_ Fulvia, e a non veder di malocchio
che i suoi dipendenti la chiamassero, come prima, la contessina. Al
diminutivo non badava in contemplazione del sostantivo. Neanche il
signor Sacchi non era fatto per insegnar con l’esempio la tolleranza
delle opinioni o la dolcezza del carattere. Le sue opinioni erano, come
il baverone del suo soprabito, inaccessibili a qualsiasi novità: il
suo carattere era duro come il cravattone in cui pareva affogato; e la
sua vita era compassata e precisa come la sua parrucchina. Fulvia lo
circondò del proprio rispetto e del proprio gradimento. Persuasa che
gli affetti per esser veri dovevano esser rigidi, si persuase che il
suo matrimonio era una perfezione. Convinta che bisognava uniformarsi
alla volontà del marito, specialmente quando questa era anche la
propria, fu del parere che in casa Sacchi non ci fosse nulla nè da
togliere nè da aggiungere. Così incominciò la vita coniugale di donna
Fulvia, e così continuò, finchè lo permisero gli avvenimenti, senza che
vi fosse mutato un ette mai. Questa vita metodica, uniforme, che si
conduceva in casa Sacchi si aggirava essenzialmente sopra tre perni:
su un po’ d’opere, cioè, di beneficenza e di pietà, passate al vaglio
di donna Fulvia; su una conversazione serale di ecclesiastici e di
uomini di sussiego, passati al vaglio del signor Sacchi; e su una buona
tavola, passata al vaglio di ambedue.

Gli avvenimenti, che senza mutare di troppo la vita di donna Fulvia ne
incresparono a intervalli la superficie dal giorno del suo matrimonio
a quello in cui la vedremo noi, furono la morte di sua madre, la
nascita d’una figlia e le sue nozze vent’anni dopo; poi la morte del
signor Sacchi. Ora le era capitata la morte del fratello, che era una
increspatura maggiore delle altre per aver dovuto chiamar Cristina.

Alla morte del signor Sacchi, avvenuta già da parecchi anni, si poteva
supporre che donna Fulvia concedesse un po’ di vacanza alla propria
rigidezza. Ma fu tutt’altro; si fece rigida e angolosa per due.
Raddoppiò, è vero, anche le opere buone; ed anzi come ebbe maritata
la figlia, si diede tutta all’amor del prossimo, ma ad un amore che
pungeva da tutte le parti. Si sarebbe detto che amare il prossimo fosse
per lei una mortificazione come il digiunare.

Le sue beneficenze erano molte, ma eran quelle che andavano
rigorosamente a’ versi a lei. Anche i casi pietosi e le sventure
dovevano essere di suo gusto; e se non lo erano, c’era da buscarsi
una strapazzata a parlarne. Un errore del cuore la faceva montar su
tutte le furie; un caso troppo commovente non lo voleva ascoltare;
una disgrazia d’un genere nuovo non la ammetteva perchè superflua;
una disgrazia non pensata da lei la riteneva impossibile. Ma se le
beneficenze eran di suo gusto e le disgrazie di suo gradimento,
allora principiava in lei lo zelo per il prossimo. Allora era tutta
in faccende; promoveva collette, patronati, associazioni, opere pie;
vuotava la borsa e visitava anche in persona i suoi afflitti e i suoi
poverelli, ma soprattutto quando aveva una qualche lavata di capo da
dare. La lavata di capo le pareva il condimento indispensabile della
beneficenza. La vita di donna Fulvia, insomma, era tutta piena di opere
caritatevoli; ma non era raro il caso che qualcuno esclamasse: oh se
donna Fulvia fosse un po’ meno benefica!

Un contrapposto completo di donna Fulvia era stato appunto suo fratello
il conte Maurizio. La bontà era per lui un culto, l’indulgenza un
dovere. Entusiasta del bene e d’ogni progresso, pieno d’una fede
vaga nell’umanità, non c’erano inganni, o disinganni in cui fosse
cascato, che avessero potuto scuotere la fermezza dolce e calma de’
suoi sentimenti. Il conte Maurizio non aveva fatto che sognare i tempi
nuovi; e ogni sua gioia era nell’averli veduti; mentre donna Fulvia
s’era messa a due mani per tenerli indietro, e non c’era riuscita. Per
l’uno sarebbe stata una gran colpa il non averci, potendolo, avuto
parte; per l’altra era un gran colpevole chi solamente gli aveva
desiderati.

Fermi e entusiasti ambedue, lui dolcemente, e lei duramente, non eran
fatti per dimenticare mai nulla del passato, e per dirsi: “finiamola
una buona volta.„ Quegli stessi avvenimenti domestici, dolorosi o
lieti, che in casi simili sono spesso le occasioni del riconciliarsi,
per loro due eran stati causa di nuovi urti e di nuovi dissapori.

Da moltissimi anni non si vedevano più. Il conte Maurizio se ne
crucciava, e sperava sempre che la luce dei nuovi tempi sarebbe
penetrata anche nell’anima della sorella. Donna Fulvia aveva messo il
cuore in pace; di suo fratello non voleva più sentir parlare, e tutt’al
più lo raccomandava nelle proprie orazioni insieme ai traviati e ai
naviganti in mare.

Ora pur troppo, non le mancava più che di raccomandarlo coi poveri
morti. Bisogna però dire che questa volta avesse capito che oltre di
ciò, le rimanesse qualch’altra cosa da fare. C’era stata infatti la
risoluzione di puntellare il patrimonio sfasciato del fratello, c’era
stato l’invio del signor Valassina a Orobio, e la pronta chiamata di
Cristina. “Questi son fatti, e sono una brava riparazione!„ concludeva
tra sè don Cornelio, il quale intanto che girondolava per Milano, o
guardava in su alle aguglie del Duomo, pensava continuamente alla
visita che doveva fare tra poco a donna Fulvia. “Di puntigli e di
ripicchi è pieno il mondo, ma poi vengono le disgrazie a darci di
frego!... Però son proprio curioso di vederla questa signora zia...
sebbene me la immagini... aspretta sì, ma nel fondo buona. L’umore,
c’è da aspettarselo, non sarà dei più facili. Benedetto affare questo
dell’umore! L’umor nero, imbroncito, che secca tanto a tutti, dovrebbe
seccare anche a chi lo ha. Ma nossignori! C’è chi se lo tien di conto,
e che ci gode!„

L’affar dell’umore era l’ultimo punto scuro, l’ultimo dubbio che
rimanesse a don Cornelio, per cui gli parve dover suo di dare a
Cristina qualche ammaestramento sugli umori diversi della gente di
questo mondo. E lo fece come furon tornati alla locanda, prima di
avviarsi alla casa di donna Fulvia, non avendo voluto disturbare,
durante la passeggiata, l’ammirazione di Cristina per le belle cose,
tutte nuove per lei, che andava vedendo, e che le facevano esclamare ad
ogni passo: oh mi par proprio di veder le scene d’una lanterna magica!

— La t’è piaciuta la lanterna magica? Belle, nevvero, quelle scene!...
Ora poi col diventar milanese, ne vedrai anche le figurine. Ma a queste
poi ci dovrai guardare con attenzione, con prudenza, con giudizio,
perchè quando si dice gente nuova, si dice umori nuovi, e se le
persone son cento, son cento gli umori.... — Così don Cornelio un po’
scherzando, e un po’ sul serio, avviò quel discorso che gli premeva
tanto, sugli umori del prossimo, tenendo a buon conto un po’ foschi i
colori per tornare a Orobio senza rimorsi. Avrebbe voluto anche darle
qualche altro avvertimento; avrebbe voluto, insomma, far le parti di
un padre, e pigliare il posto del povero amico che sentiva rivivere in
quel momento nel suo cuore; ma certi avvertimenti, certi consigli che
gli venivan sulle labbra lo facevan titubare, e quasi arrossire. Non si
sentì risoluto che nel richiamare ancora una volta a Cristina, a modo
di conclusione, il grande benefizio che le faceva donna Fulvia.

— Insomma... insomma, tu hai dei grandi doveri verso la zia, e
lascia che te li ricordi ancora una volta. Pensa dunque a tutto il
benefizio che la zia sta per fare a te, al nome di tuo padre, e al
nostro paesello, al quale, non è vero? vogliamo tutt’e due tanto bene!
Pensaci sempre... non dimenticartelo mai! Che se poi la zia... si sa, è
innanzi negli anni... avrà le sue idee, le sue ubbie, sarà forse d’umor
difficile... Ebbene cos’è mai?

— Oh nulla, nulla — interruppe Cristina che incominciava a intenerirsi.

— Dunque... se anche ci fosse della pazienza da esercitare, o un
qualche sacrifizio da compiere....

— Oh, lo giuro, lo giuro! lo compirò.

— Così va bene! brava figliola, siamo intesi; torno a casa contento con
la tua promessa, e non parliamone più.

— Le scriverò, don Cornelio....

— Ma sicuro! e io ti scriverò tutte le notizie di Orobio; oh vedrai che
letteroni!

— Con le notizie di tutti, nevvero?

— E poi ci vedremo presto.

— Oh crede che la zia mi condurrà presto a Orobio?

— Credo di sì, a quanto ho saputo dal signor Valassina. Ma poi lascia
fare a me, ne parlo subito con la zia, e me lo faccio promettere. Va
bene? Oh sentirai.... E ora andiamo.

— Mi saluti, tanto tanto, la signora Angelica; le dica che le mando
ancora tanti baci. E mi mandi le nuove di tutti... di tutti... anche
di....

— Anche d’_Ugolino_? sicuro povero _Ugolino_...!

Veramente Cristina voleva dir tutt’altro; ma fu contenta anch’essa,
come don Cornelio, di sviare la commozione coi saluti per _Ugolino_.

— Misericordia, è passato il mezzogiorno! — esclamò don Cornelio dopo
aver guardato l’orologio. — E il signor Valassina che m’aveva tanto
raccomandato...! Andiamo, andiamo Cristina.

Scesero di corsa nella corte della locanda, e fatta venire una
cittadina, don Cornelio disse al cocchiere il nome di una strada e il
numero d’una porta; poi si raccomandò alla sua buona grazia perchè ve
li conducesse in fretta. Per arrivare alla casa di donna Fulvia, ch’era
in una strada vecchia e tranquilla d’un quartiere remoto, ci volle un
buon quarto d’ora: don Cornelio ebbe quindi il tempo di pensare a un
complimentuccio, e Cristina di ritornare sull’argomento delle lettere,
e di pronunziare il nome d’Enrico.




VIII.


— Il portinaio le ha lasciato far le scale senza dirle nulla? —
domandò a don Cornelio un vecchio servitore venuto a aprirgli l’uscio
dell’anticamera.

— Sì, mi ha detto che donna Fulvia a quest’ora non riceve visite, e
veramente lo sapevo; ma siccome poi m’ha anche detto che è in casa....

— È in casa, ma non c’è, — rispose con gravità il servitore.

Don Cornelio non capì, ma non osò confessare la propria ignoranza.
Poi fattosi coraggio riprese: — L’affare è..., che vengo da lontano
appositamente chiamato da donna Fulvia. Anzi mi faccia il piacere di
dire alla signora che c’è qui il curato d’Orobio, con la nipote.

— Ah! ho capito; e com’è così, venga pure innanzi, — disse il servitore
guardando il curato e Cristina con una certa curiosità. — Vado ad
annunziarli. S’accomodi intanto signor curato.... si accomodino.

Don Cornelio e Cristina sedettero su una cassapanca, sulla cui
spalliera c’era dipinto lo stemma di casa Orsenigo; e rimasero ad
aspettare, guardando intanto all’ingiro per l’ampio stanzone, e facendo
tra loro qualche chiacchiera sottovoce. A un tratto videro aprirsi
un uscio, e si levarono in piedi tutt’e due. Entrò, tutto solo, un
cagnolino inglese, dal pelo lungo, grassotto e serio, facendo col
passo lento e stentato dei piccoli giri come se cercasse qualcosa, e
mandando traverso i peli, che gli coprivan gli occhi, qualche occhiata
ai due forestieri. Cristina fece una risata, e don Cornelio chiamò quel
personaggio con un pst e con un nome di fantasia. Il cagnolino diede
una brontolata, come dire che non permetteva scherzi; e senza voltarsi
se ne andò dall’uscio da cui era venuto.

Ci fu una seconda pausa, non breve, ma senza avvenimenti. Finalmente
s’aprì un uscio di nuovo, e questa volta comparve una persona che
per l’età, per il vestito, ch’era severo ma non senza una certa
pretensione, e pel contegno che voleva esser dignitoso, c’era, per chi
veniva da Orobio, da pigliarla sulle prime per donna Fulvia. Ma non era
invece che la sua cameriera; e dietro a lei era ricomparso il cagnetto
inglese, il quale senza scostarsele dai lembi del vestito, fissava
questa volta i due forestieri con quella audacia che danno le forti
protezioni.

— Dunque loro sono... il signor curato, e la nipote della mia
padrona... — cominciò a dire la cameriera. — Male, male, venire a
quest’ora. Dopo mezzogiorno donna Fulvia non riceve che qualche
personaggio di riguardo che non voglia venire nelle ore delle visite.
Adesso, per esempio, c’è don Felice, anzi il padre Felice, come si
dovrebbe dire.... Per le visite fuor dell’ordinario, e per la gente
di campagna, che pur ce ne abbiamo, non c’è, diremo così, che un’ora
rubata.... e cioè dopo la colazione fino a mezzogiorno. Basta....
basta, donna Fulvia le fa dire, per mezzo mio di aspettare un momento.
E intanto la signorina venga con me, perchè c’è la marchesina Bianca,
la figlia della mia signora, la quale desidera vederla subito. Venga
con me signorina.... Silenzio lei, signora _Fleurette_, non me ne
faccia delle sue. — Queste ultime parole erano per il cagnetto, o a
dir meglio per la cagnetta, la quale vedendo muoversi i due forestieri
aveva cominciato a modo suo un rabbuffo. — Il signor curato — continuò
la cameriera, — può venir nel salotto, e s’accomodi pure, finchè la
signora lo farà chiamare.

Don Cornelio un poco impacciato, non seppe far altro che rispondere:
— Benissimo, benissimo — e lasciarsi condurre nel salotto dicendo a
Cristina: — Va pure, ci saluteremo dopo. — Cristina diede un’ultima
occhiata a don Cornelio coi suoi due grand’occhi celesti che s’eran
fatti improvvisamente gonfi e rossi; e, senza poter proferire una
parola, se ne andò, seguendo la cameriera.

Il salotto dov’era rimasto don Cornelio era quello in cui donna Fulvia
riceveva le visite una volta la settimana. L’aveva addobbato il signor
Sacchi all’epoca del suo primo matrimonio, e da cinquant’anni non c’era
stato mutato nulla, neanche il posto d’una seggiola. Tutto quello che
ci si vedeva era collocato in bell’ordine e in simmetria: se su un
tavolino, alla destra, c’era un vasetto con accanto una strenna, c’eran
pure a sinistra equidistanti il vasetto e la strenna. Le seggiole
con le spalliere piccole, riquadrate e coperte d’un damasco giallo,
impallidito nell’ozio, eran disposte torno torno al salotto; meno
però quelle che erano in fazione presso i tavolini, e che ci stavan
fisse e simmetriche come sentinelle in un giorno di parata. Intorno
ai tavolini si vedevano anche alcune seggiole a bracciuoli, ch’erano
come una concessione stata fatta ai nuovi tempi, ossia alle poltrone;
ma una concessione di quelle che concedono il meno possibile. In giro
poi alle pareti si vedevano anche, alternati alle sedie, due canapè,
due scaffali a palchetti con le vetrate, e due senza; e finalmente un
tavolino con la lastra di marmo, su cui c’eran due paniere di fiori
finti sotto campane di vetro, e su cui posava un’alta spera che faceva
riscontro alla spera del caminetto. Al caminetto il signor Sacchi aveva
provveduto di certo in un momento di poesia giovanile; e ci si vedeva
un orologio di bronzo dorato che raffigurava uno scoglio, sul quale una
farfalletta dall’ali d’argento, mossa dal pendolo, si faceva or vicina
or lontana a un amorino, che era lì, in atto di pigliarla, ma che da
cinquant’anni non la pigliava mai.

Quei mobili, quell’addobbo, avevano un’aria così severa e solenne
che don Cornelio, compreso da una certa soggezione, non aveva osato
sedersi, sebbene avesse dovuto aspettare una buona mezz’ora. Per
passare il tempo, s’era messo a contemplare quattro ritratti che
c’erano alle pareti, in simmetria s’intende, due dei quali dovevano
essere di certo i ritratti del signor Sacchi e di donna Fulvia. E su
quest’ultimo s’era fermato specialmente, per far la conoscenza in
anticipazione della padrona di casa, e per trovare l’ispirazione del
discorso da farle. L’aveva guardata e studiata un pezzetto, ed era
passato a contemplar la farfalla e l’amorino, quando a un tratto s’aprì
un uscio, e la cameriera di poco prima venne a dirle che donna Fulvia
lo aspettava nel suo gabinetto.

Donna Fulvia, quando entrò nel gabinetto don Cornelio, era sola e
seduta a un tavolino di lavoro.

“È proprio quella del quadro„ pensò don Cornelio riconoscendo certi
quattro ricci corti e grossi che le stavano, a due a due, di fianco ai
polsi a far di sostegno a una cuffietta; e ch’erano i rappresentanti
posticci dei ricci veri d’una volta, quelli del ritratto.

— Mi scuserà se l’ho fatto aspettare, ma la colpa non è mia — prese a
dire donna Fulvia.

— La colpa è tutta mia — rispose subito don Cornelio, che ci si era
preparato. — Tutta mia, perchè il signor Valassina infatti m’aveva
detto che....

— Allora, basta così, la si accomodi signor curato — e gli indicò, a
due passi da lei, una seggiola con lo schenale ricurvo, e coi braccioli
formati dall’ali e da due colli di cigni, le cui teste scendevano
ripiegate e pensierose.

— È proprio col cuore commosso, ch’io devo innanzi tutto.... — riprese
don Cornelio.

— Un momento, un momento, pigliamo le cose con ordine. Lei dunque è il
signor curato d’Orobio, e si chiama, se non mi sbaglio, don Cornelio....

— Precisamente, e guardi un po’ che bella combinazione! mi chiamo
Sacchi anch’io.... —

— Andiamo avanti.

— Ma come dico sempre io, — soggiunse don Cornelio facendosi tutto
ilare — ci sono i sacchi vuoti e i sacchi pieni....

— Andiamo avanti, andiamo avanti, — rispose asciutta donna Fulvia;
poi dopo una pausa continuò. — Le dirò dunque che ho ricevuto una
lunga lettera dal mio Valassina, e che sono al fatto, in parte, dello
stato deplorabile di cose, che.... quel tapino, mi limito a dir
così.... —

Don Cornelio chinò gli occhi a terra, e non rispose.

— Nè mi stupirei che ci fosse di peggio, — continuò donna Fulvia, —
perchè Valassina mi scrive di non voler aggiungere commenti visto lo
_stato di decesso in cui il conte si trova_. Dice così. Ma già mi
immagino tutto. E doppiamente poi mi rattristo quando penso che anche
il paese di Orobio deve trovarsi in condizioni morali ben tristi dopo
simili esempi.

— Oh donna Fulvia, questo poi non lo pensi!

— Non voglio far torto a lei, ma so ciò che mi dico.

— E spero che si ricrederà quando verrà in Orobio. Ci venga presto!

— Sicuro che ci dovrò venire — e fece un gran sospiro. — Quasi non ne
avessi abbastanza dei doveri da compire in Milano, adesso mi casca
sulle braccia tutto un paese!

— È certo che per lei, che è tanto caritatevole — riprese don Cornelio
trattenendo la sua pazienza a due mani — del bene da fare ne troverà da
per tutto.

— Tutto un paese mi casca sulle braccia!

— Tutto, proprio tutto, voglio sperare di no... ce lo divideremo per
metà....

— Le son freddure! — Fece una pausa, poi riprese: — Signor curato io la
dovrò interrogare su molte, su moltissime cose.

— E io sono a’ suoi comandi.

— Ma che! Adesso lei deve tornare al suo paese, perchè il pastore sta
bene vicino all’ovile. Ma andiamo avanti. Ho veduto la fanciulla.
Misericordia! Ho capito a colpo d’occhio che c’è tutto, tutto da fare.

— La di lei missione, buona signora, è certamente molto delicata; ma
voglio sperare... anzi son sicuro che gliela renderà facile l’indole
della fanciulla. Oh quando la conoscerà! Fu cresciuta in un povero
villaggio, è vero; ma la sua educazione non fu trascurata. La sua
indole poi....

— Potrebbe darsi che avesse sortito l’indole di mia madre....

— Come vuol lei, ma non ne conobbi mai di migliori. Il cuore di quella
fanciulla, i sentimenti del suo animo, la sua squisita sensibilità...

— Piano, piano, con tutta questa roba... è qui appunto che comincia
il guaio. Basta, vedremo; intanto l’ho lasciata in conferenza con don
Felice, un religioso, un degno amico di casa, perchè me ne sappia
subito dire qualcosa. Ma già, non per contradirla, signor curato, ci
sarà tutto, tutto da fare.

— Oh se sapessi, mamma! — esclamò in quel punto la vocina d’una persona
che entrava nel gabinetto in fretta e facendo un gran fruscio con le
vesti. — Se sapessi! C’è tutto, tutto da fare.

— Ti presento il signor curato d’Orobio — disse allora donna Fulvia a
sua figlia. — Signor curato, le presento mia figlia la marchesa Bianca
Chiaravalle.

Il curato si alzò, e fece un inchino profondo e impacciato alla
marchesa, la quale gli rese il saluto, un poco in fretta e in
distrazione, con una piegatina di capo piuttosto affettata, e con un
sorrisetto gentile, ch’erano il suo modo abituale di salutar tutti.

— Oh non ti puoi figurare, mamma, c’è tutto, ma tutto da fare. Corro
subito subito dalla sarta, poi dovrò andare in cinque o sei botteghe
almeno.... Per fortuna che avevo trattenuta la carrozza!

— Piano, piano, mia cara; sono affari questa volta in cui ci devo
entrare io sola.

— Oh ma sai che io mi ci diverto tanto!

— Lei si diverta pure, signora figliola, coi cappellini e coi vestiti
suoi. Ora si tratta d’una faccenda ben diversa. Il figurino delle mode,
questa volta, lo devo e lo voglio far io.

— A proposito — interruppe don Cornelio — siam partiti in fretta, e
Cristina non ha portato con sè che un bauletto....

— Oh l’ho veduto — saltò su ridendo la marchesa.

— Ma c’è dell’altra roba ancora... — soggiunse il curato.

— Oh, non importa, — rispose la marchesa, continuando a sorridere. Ma
donna Fulvia la interruppe dicendole: — Dunque Bianca siamo intese.

— Ebbene, dirò alla sarta che venga da te e ti farò mandar le stoffe
a casa. C’è una bottega nuova di bruno, dove ci ho già vedute mille
coserelle per lutto grave che sono un amore, una delizia!

— Ah se ci vai per tuo conto è un altro affare. Ma quanto alla ragazza,
siamo intese... che vossignoria c’entri il meno possibile!

— Buon giorno mamma; signor curato, buon giorno. — E ripetuta la
piegatina di capo, col sorrisetto, la marchesa Bianca se ne andò.

— Alla ragazza — continuò donna Fulvia — dovrò pensar io, in tutto. È
una nuova, una grande responsabilità che m’è piombata addosso, ma è
dover mio... e andiamo avanti. Non ho ancora fatto il mio piano, ma lo
farò.... — E tirò un gran sospiro. — Come le dissi, avrei molte e molte
domande da farle, signor curato! ed è un peccato che non ce ne sia il
tempo, per ora.... È un peccato, perchè francamente le dirò che ci
son molte cose che non mi so spiegare... e ce n’è anche nella lettera
ch’ella mi scrisse.... La stessa amicizia, diciamolo pure, tanto
intrinseca tra lei, sacerdote e curato, e lo sgraziato defunto, a cui
Dio perdoni... me la spiego pochissimo!...

— Gliela spiegherà il tempo, che fu giustamente chiamato galantuomo. Le
parti giuste per tutti, della ragione e del torto, oh il tempo le sa
fare; e in quel silenzio che si fa intorno ai poveri morti, o presto
o tardi, si leva la voce della giustizia e della verità.... Insomma,
venga, venga presto a Orobio, donna Fulvia! L’ho anch’io un gran
bisogno di discorrerla a lungo con lei. Di molte cose, di molte, ne son
sicuro! ella si ricrederà....

— E forse di molte, voglio sperare, si ricrederà anche lei — interruppe
in tuono alquanto brusco donna Fulvia. Poi, dopo un minuto di silenzio,
e con la voce un po’ più raddolcita riprese: — Mi favorisca quest’oggi
a pranzo, così potrà anche salutar la fanciulla prima di ripartire, se
lo desidera. Pranzo alle quattro; glielo dico una volta per sempre; era
anche l’ora del mio povero marito....

— Grazie, mille grazie, e ci verrei ben volentieri... onoratissimo...
ma devo ripartire con la corsa delle tre, per essere domattina a casa.
Anzi bisognerà che mi spicci; per cui, se me lo permette, saluto
volentieri una volta ancora Cristina, poi le dovrò chieder licenza....

Mentre don Cornelio e donna Fulvia s’alzavano, s’aprì lentamente un
uscio, e comparve un nuovo personaggio, un prete di statura alta,
col fare tra il modesto e il dignitoso, e con l’abito fine, d’un bel
nero nuovo, da far invidia a don Cornelio; il quale anzi osservò che
quell’abito era d’una foggia un pochino diversa da quella usata di
solito dagli altri preti della città. Don Felice, ch’era il nuovo
venuto, rispose a un inchino profondo che gli fece don Cornelio, con
un sorriso mellifluo e con un’occhiata lunga e profonda, senza aprir
bocca. Donna Fulvia diede una tirata di campanello, e poco dopo entrava
nel gabinetto Cristina, con la cameriera e con _Fleurette_.

I saluti furono complimentosi, ma spicci. Don Cornelio andò diviato
alla locanda, poi alla stazione. Arrivò alla sera al capoluogo della
sua provincia, e la mattina seguente di buon’ora ripartì per Orobio.

Non è a dire di quante domande lo tempestassero sulla gita a Milano,
su donna Fulvia, su Cristina, in casa e fuori di casa, la signora
Angelica, il sindaco e tutti i personaggi grandi e piccoli del paese.

— Benone, benone, è andato proprio tutto benone — rispondeva a tutti
don Cornelio. E per quanto facessero, nessuno riuscì a cavargli di
bocca una parola di più.




IX.


Donna Fulvia, dopo l’arrivo di Cristina, fu sottosopra non poco per
parecchi giorni. Era a momenti tutta eccitata, poi cadeva sopraffatta e
prostrata, nè più le bastavano i conforti del padre Felice. Si sarebbe
detto che avesse accolto in casa, non un’innocente fanciulla d’Orobio,
ma una selvaggia venuta di fresco dall’Africa. Il problema del rifare
da capo un’educazione viziata, secondo lei, da chi sa quanti errori;
il pensiero della sua pace perduta, e quello di mille guai immaginari,
formavano insieme una fantasmagoria di cose, un incubo, che non le
davan tregua, e che finivano per lo meno col darle l’emicrania, e
col far correre una dozzina di volte al giorno la Cleofe, ch’era la
cameriera, con tutte le boccettine della spezieria omeopatica di casa.
Donna Fulvia, insomma, era persuasa che le fosse cascato il mondo
addosso; e nel considerare la molteplicità dei problemi che le stavan
dinanzi e la complicazione di ciascun d’essi, disperava per sè, e
quindi per chississia, di trovarcene il bandolo.

Con sua grande sorpresa però, e quasi con un pochino di dispetto,
dovette accorgersi, un paio di settimane dopo, che qualcuno di quei
problemi, ai quali essa aveva appena osato pensare, o non comparivano,
o si scioglievano da sè senza bisogno, quasi, di badarci. “Chi sa
in seguito!„ le toccava già di dire; ma intanto in casa sua tutto
andava liscio come prima. Cristina era contenta, anzi maravigliata di
tutto. Abituata alla vita modesta e casalinga di campagna, cresciuta
con le massime e le abitudini di suo padre, che erano semplici e
austere, trovava, con molta compiacenza di donna Fulvia, che in casa
della zia tutto era buono, tutto era bello, e che le distrazioni e i
divertimenti erano fin troppi. I divertimenti consistevano in qualche
trottata, in qualche giretto per i magazzini di mode con la marchesa,
o in qualche lunga e sfarzosa funzione in Duomo, condottavi dalla
zia. Ma per Cristina erano novità maravigliose anche queste; erano,
ognuna, un divertimento. In cuor suo Cristina non aveva che un cruccio;
quello che nessuno le parlava mai di suo padre; che nessuno pareva
dividere il suo grande e recente dolore. Don Cornelio le aveva detto
di certi dissapori che c’erano stati in famiglia, e a questo proposito
le aveva raccomandata una gran prudenza, assicurandola che il tempo
avrebbe portato un rimedio anche a ciò. Per cui Cristina teneva il suo
doppio dolore tutto chiuso in sè stessa; e quando proprio non poteva
più trattenere le lacrime, allora correva a nasconderle nella sua
cameretta. Ma poi era così compresa di riconoscenza verso la zia, era
così ferma nel proposito di ricambiare il bene ricevuto con qualunque
sacrifizio, e nel mantenere questa sua promessa, questo suo giuramento,
ci metteva così pienamente tutto il suo entusiasmo giovanile,
che subito faceva forza a sè stessa; e ripensando fiduciosa alle
raccomandazioni di don Cornelio, rinchiudeva gelosamente nell’animo
ogni pensiero malinconico, ogni pensiero che pigliasse la strada de’
suoi monti. Tutto il suo impegno era quello di mostrarsi contenta,
premurosa, riconoscente. Quando aveva detto a don Cornelio “glielo
giuro„ s’era immaginata di dover compire subito qualcosa di eroico;
ed ora, vedendo che il sacrifizio era quello di non scorrazzare per
i campi, di vivere un pochino in soggezione, e di tener chiusi in sè
stessa, per allora, il suo dolore e i suoi pensieri, le pareva quasi
di non pagar per intero il benefizio ricevuto. Tra i suoi pensieri
ce n’era pur uno recente, ma che ogni giorno si faceva più vivo,
più assiduo, e le suscitava in secreto ora un’ansia penosa, ora una
moltitudine vaga di gioie e di speranze. Era il pensiero d’Enrico. Ma
questo pensiero, Cristina, non durava fatica a tenerlo celato perchè
le faceva subito correr le fiamme al viso; essa non avrebbe voluto che
se ne avvedesse alcuno, all’infuori, diceva, di don Cornelio... perchè
anche don Cornelio voleva a _lui_ tanto bene. E poi, sarebbe stato un
peccato disturbare un così bel pensiero che ritornava ogni volta con
una nuova e più cara speranza. “La zia, pensava Cristina, tra pochi
mesi sarebbe andata a Orobio, ci sarebbe rimasta un pezzo, ci sarebbe
tornato anche Enrico, la zia l’avrebbe conosciuto, gli avrebbe voluto
bene... oh, n’era sicura!... e poi....„ E poi Cristina ripigliava la
via dei sogni, dei bei sogni dorati.

Nell’animo di donna Fulvia, come abbiam detto, era andata formandosi,
a poco a poco, una calma relativa, e quasi non ci rimaneva più che una
sola cagione di dispiacere e di angustia: vogliam dire la bellezza di
Cristina. Procurava ben essa di metterci sopra lo spegnitoio, tenendo
con mano ferma la direzione del vestito e delle acconciature di
Cristina, e correggendo a questo proposito prontamente le imprudenze di
sua figlia Bianca; ma le misure, per quanto energiche, valevan poco.
Donna Fulvia temeva ogni giorno più che il male fosse inguaribile;
sicchè su questo punto continuava ad essere in allarme, e a consultarsi
col padre Felice.

A donna Fulvia piaceva di parer piena di sopraccapi e di disgrazie;
piaceva l’aver delle afflizioni da confidare, e su cui sfogarsi per
essere compassionata e confortata. Una qualche afflizione trovava
sempre modo d’averla. Non è a dire quindi quante lettere desolate
avesse scritte a suo genero, il marchese Chiaravalle, ch’era a Roma,
quando le capitò di dover ritirare Cristina in casa; ciò che per lei
era stato un sopraccapo davvero. A quelle lettere il marchese aveva
risposto con i soliti conforti e con i soliti complimenti, ch’erano il
formulario, in questi casi, d’ogni sua lettera alla suocera. Ma poche
settimane dopo, il marchese, con sua maraviglia, cominciò a ricevere
dalla suocera qualche lettera in cui le afflizioni apparivano alquanto
mitigate, ciò ch’era una gran novità; e n’ebbe fin una in cui Cristina
era chiamata col nome di _seconda figlia_, preceduto da un semplice
_quasi_. Fu allora che allo stupore del marchese tenne dietro subito un
altro stupore non piccolo, quello di donna Fulvia, la quale a un tratto
ricevette una lettera dal genero che la avvisava del suo ritorno prima
del tempo fissato.

Il marchese Ettore Chiaravalle, prima del tempo fissato non tornava
mai; specialmente, bisogna dirlo, quando viaggiava senza moglie e senza
suocera. Egli non s’era deciso a prender moglie se non quando gli era
proprio parso di non aver più nulla a chiedere alla propria libertà:
allora s’era anche creduto rassegnato ai vari legami accessori che
tengon dietro al legame indissolubile; aveva tutto preveduto, tutto
calcolato; ma poi, a matrimonio fatto, s’era accorto che il conto non
gli tornava esattamente. Gli mancava almeno un mesetto all’anno d’una
boccata d’aria libera, di quella d’un tempo; e bisognava trovar modo
di farcela stare. De’ pretesti dunque ce n’eran sempre: eran pretesti
d’una evidenza e d’una serietà inappuntabili; pretesti preceduti
da un consiglio chiesto alla suocera o da una confidenza fattale;
pretesti, insomma, che ogni volta davan l’aria al marchese di partire a
malincuore e pregato. Oltre il pretesto estivo d’una qualche bagnatura
particolare, c’era quasi ogni anno un pretesto invernale, ch’era quello
or d’un affare improvviso, or d’una visita a qualche cospicua famiglia
o a qualche personaggio dei molti, coi quali il marchese era entrato in
dimestichezza negli anni passati gironzellando per l’Italia e fuori.
La dimestichezza coi personaggi, e soprattutto con certi personaggi,
era ciò che toccava il cuore di donna Fulvia in un modo particolare,
e che accresceva in lei il gran concetto in cui teneva suo genero.
Figurarsi! saper suo genero amico e in corrispondenza diretta coi più
rinomati campioni di quelle idee ch’erano le sole buone di questo
mondo, le idee sue! Non è a dire dunque quanto donna Fulvia favorisse
certi viaggetti e certe visite del marchese Ettore; e come questi non
mancasse mai mai al suo ritorno di portare alla suocera una notizia, un
consiglio, una parolina di quelle che consolavano per un pezzo, e che
le davano presso parecchi una grande autorità. Lo zelo però del genero,
e quello della suocera, non erano dello stesso conio. Sulla bandiera
del marchese c’eran scritti, è vero, de’ principii molto severi, e
c’eran tutte le buone massime d’un governo antico; ma a sè stesso poi
aveva concesse tutte le franchigie e tutte le costituzioni moderne. Le
massime d’un tempo le trovava d’un gusto più distinto, più elegante,
perchè non erano del gusto dei più; ma nel seguirle non voleva noie,
e non passava mai il limite de’ suoi comodi; perchè poi sul punto
dello scomodarsi, o del seccarsi, egli non ammetteva transazioni.
Così, quando gli fece comodo un bel giorno di prender moglie, aveva
chiuso un occhio sul casato modesto del signor Sacchi, e guardato con
l’altro la figlia unica di donna Fulvia; ed ora, se si scomodava a
tornar da Roma prima del tempo fissato, era perchè gli tornava meno
comoda questa comparsa di Cristina in casa, e ancor meno comodo quel
nome di _seconda figliola_ letto nelle lettere della suocera. Il
marchese giustificò facilmente con sua moglie e con la suocera il suo
improvviso ritorno; convenne subito con sua moglie che la cuginetta era
tanto carina, e approvò sua suocera per quanto aveva fatto, lodando il
suo atto generoso fino a commuoverla, che non era facile; poi prese
a dichiararsi in famiglia il protettore di Cristina, e a tenerla
allegra ogni tanto con qualche motto allegro o con qualche storiella,
che, venuti da lui, eran lasciati passare con indulgenza e tolleranza
anche da donna Fulvia. Ma non era tornato sol per questo, e non lasciò
passare inoperoso il suo tempo. Quel mesetto rubato alle occupazioni
dell’estero, come le chiamava lui, lo occupò ad osservare e a meditare
in casa. E pare che in questi studi avesse a confidente e a guida il
padre Felice, perchè non lo si era veduto mai prima tanto assiduo,
tanto intimo con lui.

Era appunto passato un mese dopo il ritorno del marchese Ettore,
quando una sera donna Fulvia, trovandosi sola col padre Felice, aveva
avviato un lungo discorso a proposito di fanciulle, non sappiam bene
se del Giappone o della China, per le quali trovava urgente un’Opera
Pia che provvedesse ai loro onesti collocamenti. Il padre Felice era
stato quella sera paziente e taciturno, anche più del solito, seguendo
attentamente i discorsi di donna Fulvia, e manifestandole la sua piena
approvazione con frequenti cenni del capo, intanto che gustava qualche
presa di tabacco. Ma infine, come gli parve che l’argomento principale
fosse esaurito, cominciò, pur seguendo sempre il filo del discorso,
a ricondurre donna Fulvia a poco a poco in paesi più vicini. E donna
Fulvia lo compiaceva alla sua volta con una deferenza, ch’era in
ragione delle approvazioni avute poco prima.

— Donna Fulvia, può davvero dar consigli a tutti in proposito; — diceva
il padre Felice continuando il discorso sull’argomento dei matrimoni. —
Con quanta saviezza, con quanta ponderazione, non ha saputo combinare
il matrimonio di sua figlia! con quanto tatto e con quanta fortuna ne
ha combinati tant’altri! È una sapienza tutta sua.... se lo lasci dire
perchè, lei lo sa, io parlo sempre franco, anche a costo di dispiacere.

Qui donna Fulvia, a confermare indirettamente quello che diceva il
padre Felice, richiamò a proposito dei matrimoni fatti da lei, più
d’una circostanza di quelle ripetute le mille volte, ma che don Felice
ascoltò come gli fossero nuove.

— Ed ora, — continuò il padre Felice, — ora vedremo, m’immagino presto,
una nuova prova di sapienza e di prudenza, quale nessuno saprebbe
dare, a proposito d’un altro matrimonio.... Problema difficile! Il
matrimonio.... lei mi capisce.... di Cristina....

Donna Fulvia trattenne a stento una esclamazione, e don Felice continuò:

— Oh che la sua modestia non s’offenda, ma a me par già di leggere
nel di lei animo le profonde riflessioni da lei fatte sulla grave sua
responsabilità, e le sapienti combinazioni che avrà già maturate! Oh io
me le immagino, le veggo, e le ammiro! Qual complicazione di doveri che
ben pochi comprenderebbero, quante difficoltà alle quali a quest’ora
avrà felicemente pensato e provveduto! Oh ne vedremo i risultati ben
presto!...

Donna Fulvia s’era fatta tutta rossa in viso, e senza quel preambolo
si sarebbe rizzata di scatto anche dinanzi al padre Felice. Maritar
Cristina? Una bagattella! Una cosa che non le era neanche passata per
la mente! Altro che scattare! Ma quella complicazione di doveri e
quella sapienza delle proprie risoluzioni, di cui le aveva parlato il
padre Felice, l’avevano trattenuta, confusa, e riempita a un tempo di
amor proprio e di curiosità. Aveva però dato un leggero sussulto quando
udì la parola _presto_, che in fatto di matrimonio, per lei che s’era
maritata dopo i trent’anni, suonava come un’eresia.

— Mi son permesso di dir _presto_, — continuò il padre Felice che
s’era avveduto del movimento di donna Fulvia, — perchè parmi di avere
indovinato anche questo suo desiderio. Donna Fulvia, ben giustamente
non ama che le fanciulle si maritino troppo presto.... oh ne ha mille
ragioni! guai, guai! Ma ci sono delle circostanze eccezionalissime in
cui i doveri d’una madre, o di chi ne tiene il posto, suggeriscono
ben diversamente. E questo è il caso. Oh sono anche in ciò pienamente
d’accordo con lei. Ella ha compiuto un atto molto nobile e generoso
quando, con grave sacrifizio, ha accomodate le sgraziate faccende
del conte Maurizio, e ne ha raccolta in casa la figlia. Nella sua
modestia ella dice di non aver compiuto che un dovere.... ma lasci
che io l’ammiri!... e lasci pure ch’io la lodi altamente. Ma non meno
altamente la lodo vedendo quanto ella senta un altro dovere, un dovere
che va innanzi a tutti, rammentandosi cioè ch’ella ha una figlia sua,
e che questa figlia ha un marito. È un gentiluomo perfetto il marito,
chi non lo sa? Dalla sua bocca non uscirà mai una parola che accenni
agli interessi di sua moglie, affinchè nessuno creda che li confonda
coi propri, oh ne possiamo esser sicuri! Ma capisco, appunto per ciò,
i doveri specialissimi di delicatezza di donna Fulvia. La delicatezza
è molta nel marchese di Chiaravalle, ma non è sentita meno altamente
nella casa dei conti d’Orsenigo!

Donna Fulvia che fino allora era stata combattuta tra l’impazienza e
la riverenza verso il padre Felice, a quelle ultime parole fu vinta,
e sentì salire fino agli occhi una fiamma d’entusiasmo ch’era, non
lo sapeva bene, se per chi le parlava, o per sè stessa, alla quale
erano attribuiti così nobili sentimenti. Chinò la testa in atto di
ringraziare modestamente, e lasciò che il padre Felice continuasse,
impaziente ora di sentire la fine.

— Donna Fulvia pensa, se ben m’appongo, — continuò il padre Felice, —
che una dimora molto prolungata di Cristina in questa casa, possa far
nascere delle aspettative fallaci, dico bene? e possa lasciar credere
che donna Fulvia voglia, oltre il primo benefizio, farne degli altri;
far ciò insomma ch’ella non deve, e non vuole. Una lunga dimora in casa
creerebbe infatti nuovi e maggiori impegni, nuove responsabilità... E
poi, non si sa mai quel che può nascere; quale indole, quali capricci
possano svilupparsi nella fanciulla.... cosa possa succedere nella
famiglia... insomma, donna Fulvia vuol prevedere! prevedere! Sono
questi i pensieri di donna Fulvia, oh io glieli leggo in fronte! e
quanto a me, li lodo e li applaudo proprio di cuore. Lei ha pienamente
ragione; Cristina va maritata presto, il più presto possibile. Quanto
al trovare uno sposo.... oh comprendo! questo è il pensiero che ancor
trattiene donna Fulvia, e che la rende pensierosa, incerta... Quest’è
infatti il punto più difficile.... ma a donna Fulvia, a donna Fulvia
soltanto, riuscirà facile anche questo. Ella ha un tatto invidiabile
nelle faccende delicate; sa trovare subito il bandolo, e allora il
resto viene da sè. Cristina, naturalmente, non deve portar dote; ma è
bene che ciò sia risaputo subito perchè non ci siano malintesi. Essa ha
la dote d’un bel nome, il nome d’una famiglia tanto illustre; ed è la
nipote d’una così gran dama.... oh è inutile! me lo lasci dire.... e
vedrà quanti si faranno innanzi per incontrare un così gran parentado!
Ma facciasi pure innanzi chicchessia, lo sposo deve essere cercato e
trovato da lei, donna Fulvia, soltanto da lei.... in qualche famiglia
delle nostre, s’intende, sia in Milano, sia in provincia.... ma scelto
da lei.... Quando poi sia ben dichiarato che la sposa non porta dote,
allora qualsiasi dono non farà che mettere in nuova luce la nota e
splendida generosità di donna Fulvia.... Oh, ma cosa mai dico io
adesso! Mi perdoni, m’imbarcavo in argomenti in cui io son profano, e
lei è maestra.... E mi perdoni anche tutte queste mie chiacchiere....
ma ne incolpi la sua bontà, il mio interessamento per la famiglia....
e un po’ anche il mio amor proprio. Sì, anche questo. Le cose or dette
io le vado indovinando, le vado leggendo da qualche tempo nel di lei
animo, e il mio amor proprio non ha saputo resistere alla tentazione di
farmi con lei vanaglorioso della mia perspicacia. Oh la vanagloriaccia!

Donna Fulvia rispose a mezza voce, e un poco imbarazzata, con qualche
parola di ringraziamento e di complimento, col fare di chi si tiene
in riserbo, ma non nega. Qua e là, e anche alla fine, avrebbe voluto
venir fuori con qualche brava rimbeccata; ma quel discorso l’aveva a
mano mano avvinta in certe spire da cui non aveva saputo svincolarsi.
Per più giorni non ebbe altro per il capo, e fu di malumore e aspra più
del solito; ma a poco a poco finì con l’entrare nelle idee del padre
Felice, e col persuadersi anche che qualcuna di queste l’avesse proprio
pensata lei. Da quel punto fu tutta in orgasmo a far combinazioni, a
far progetti, a cercar nella sua mente lo sposo. E lo trovò. Sulle
prime si tenne abbottonata anche con don Felice; e nel dirgli un giorno
col fare misterioso che anche la scelta, quant’a lei, era bell’e fatta,
gli domandava con compiacenza e con una certa ironia: — L’avrebbe per
avventura indovinata anche questa, don Felice? — E don Felice col fare
umile rispondeva: — Ho indovinato una volta, e basta. Non si burli,
donna Fulvia, della mia vanagloria.




X.


Durante l’estate il signor Valassina era venuto parecchie volte in
Orobio. Poi c’era capitato un ingegnere; poi s’eran veduti degli operai
del capoluogo della provincia, e s’era saputo finalmente che nel
palazzo Orsenigo si facevano delle novità, delle grandi novità, per
l’arrivo di donna Fulvia. Si diceva che donna Fulvia sarebbe venuta
a passar l’autunno in Orobio, con Cristina, con tutta la famiglia,
con molta servitù, e con molti invitati. Più d’una volta parecchi del
paese, e anche don Cornelio, avevano osato fare qualche interrogazione
al signor Valassina; il quale lasciava dire, lasciava credere, ma
si teneva alquanto abbottonato; e s’era arrivati così ai primi di
settembre, alla vigilia cioè dell’arrivo di donna Fulvia, senza che si
sapesse nulla di preciso.

Il marchese Ettore e sua moglie avevano passato l’estate alle
bagnature; e donna Fulvia, a seconda d’un disegno fatto già da due
mesi, aveva aspettato che tornassero prima di andare a Orobio. Il
disegno poi era di non ricondur subito Cristina nella casa paterna
di Orobio, d’affidarla intanto a sua figlia Bianca perchè la tenesse
con sè in una sua villa di Brianza, e di andare sola a Orobio per
principiarvi ciò ch’essa chiamava la _sua missione_. Che missione
dovesse essere la sua, precisamente non lo sapeva, ma era sicura che
ce n’era una; e si accingeva a partire per Orobio come un missionario
che va tra i selvaggi, disposta anche al martirio, ma non alla menoma
contraddizione, s’intende. L’estate, donna Fulvia, lo aveva impiegato
a dare le prime tinte e i necessari ritocchi a quell’abbozzo che
aveva improvvisato nella sua mente, circa il matrimonio di Cristina,
e di cui s’era vantata col padre Felice come di un disegno finito. Il
concetto del disegno non era poi tanto peregrino; ma nella testa di
donna Fulvia ogni più semplice idea diventava una matassa che la faceva
sudare a dipanarla. Tra le sue conoscenze c’era la famiglia d’un certo
barone Brocchetti, un ometto ricco e brutto, gran nemico del mondo
e delle sue pompe, e devotissimo a donna Fulvia. Ogni tanto in casa
Brocchetti veniva su, lungo lungo, come un asparagio, un baroncino
con la faccia un po’ sciocca e con le orecchie a ventola. Di questi
asparagi donna Fulvia ne aveva già colti due; e sotto i suoi auspici
s’eran combinati due matrimoni. Ora ce n’era pronto un terzo, il quale
veniva a taglio per Cristina. Il barone Brocchetti, ch’era ricco, per
rendere più facilmente negoziabili i suoi Brocchettini aveva confidato
a donna Fulvia che non avrebbe domandato un soldo di dote per le spose
de’ suoi figli: e a donna Fulvia non era parso vero di mettere anche
il matrimonio tra le Opere pie, e di avere sotto mano dei mariti di
beneficenza.

Il mondo diceva che quei due primi matrimoni dei Brocchetti, fatti da
lei, andavano a rotoli; ma essa li proclamava una perfezione, e il
parer suo aveva sempre per lei una gran superiorità su quello degli
altri. Tutto dunque la incoraggiava. E poi non l’aveva detto anche il
padre Felice che il maritar Cristina senza dote era non solo un’idea
luminosa, ma un dovere?

Quando donna Fulvia ruminava qualcosa di nuovo, i suoi di casa, e gli
amici più familiari, lo capivan subito. E questa volta uno dei primi
ad accorgersene fu appunto il barone Brocchetti; il quale, vedendosi
per di più fatto segno di speciali attenzioni, si fece anch’esso a buon
conto più assiduo, più devoto, più sviscerato con donna Fulvia. E donna
Fulvia, vedendo quel raddoppiamento di devozione, si persuase tanto più
della bontà del suo pensiero, e mostrandosi sempre più confidente col
barone, cominciò a fargli degli elogi di Cristina, e a chiedergli conto
spesso di quel caro giovanetto ch’era il suo terzo figliuolo. Al barone
balenò alla fine l’istessa idea, ma non osò farci allusione conoscendo
l’umor difficile di donna Fulvia. Questa poi un giorno, e fu la vigilia
della sua partenza per Orobio, salutando il barone con espansione
maggiore del solito, e stringendogli la mano, gli disse che maturava
delle novità, “nè ci sarebbe da stupire, aveva soggiunto, se avessi al
mio ritorno una confidenza da farle.„ Il barone aveva risposto con un
inchino, e con un cenno umile del capo, come a dire che sarebbe sempre
stato pronto all’ubbidienza.

In quei giorni anche don Cornelio aveva per il capo una novità, che gli
faceva pensare tanto più all’avvenimento di cui si parlava da mattina
a sera in Orobio, quello cioè del vicino arrivo di donna Fulvia. La
novità era una lettera di Enrico; una lettera che aveva messo don
Cornelio tutto in festa, e gli aveva dato una consolazione, un buon
umore di quelli ch’egli non sapeva nascondere. E in fatti non aveva
potuto far a meno di darla subito a leggere, quella lettera, alla
sorella. Delle lettere, Enrico, dopo la sua partenza, ne aveva mandate
a don Cornelio un subisso. Eran lettere tutte piene di buone notizie,
di speranze, di progetti che maturavano; e se c’era qualche volta anche
il suo po’ di mestizia, era di quella de’ suoi ventitrè anni, dietro
il cui velo traspariva un bel sole lucente. Il nome di Cristina poi
c’era sempre, messo lì come a caso, alle volte solo in un poscritto,
alle volte anche cancellato; eran lettere d’amore insomma, ma con
l’indirizzo a don Cornelio. Questa volta però c’era qualche cosa di
più. Ma sentiamolo lui.

    “_Stimatissimo e carissimo don Cornelio_.

  “Giorni sono sir Arturo, che è il figlio maggiore di sir James, mi
  disse: “Dunque, caro Enrico, tra un mese si va in Italia noi due;
  è un affare deciso.„ Credetti che scherzasse. Ma oggi sir James,
  lui stesso, il capo della casa, mi fece chiamare, mi confermò la
  notizia dicendomi di che cosa si tratta, e tracciandomi con poche
  parole, asciutte ma precise, i miei doveri. Gli avrei buttate le
  braccia al collo, tanto mi balzava il core per la consolazione. Ma
  sir James ha la faccia così severa! e poi, s’era rimessi subito
  gli occhiali, ed era tornato alla firma della corrispondenza.
  Uscii dal suo gabinetto, rosso in faccia come un cocomero, e mi
  sento ancora salir le fiamme in questo momento in cui le scrivo.
  È il primo minuto che m’ho di libertà in tutta la giornata, e
  prima di andar a desinare voglio proprio scriverle, mio caro,
  mio buon don Cornelio, tutto quello che m’ha detto sir James. La
  mia carriera è assicurata; la meta è raggiunta, o dirò meglio è
  oltrepassata perchè non avevo mai sperato tanto. I miei sogni....
  oh don Cornelio, mi permetta che dica il mio bel sogno! il sogno
  che m’ho dinanzi giorno e notte, ora potrà diventare una realtà.
  Io non le osavo prima d’ora parlar di Cristina che timidamente,
  e forse lei non sa quanto l’ami. Le dissi è vero, l’ultima volta
  che fui a Orobio, che io amavo Cristina, ma non seppi dirle tutta
  l’immensità del mio affetto. Oh io l’amo molto di più! Ora ho il
  coraggio di dirglielo, e non già perchè glielo dico da lontano e
  mentre lei non mi guarda.... ma perchè ora posso confessare l’amor
  mio apertamente, ma perchè ora Cristina potrà diventar mia!

  “Mia!... E Cristina lo vorrà?... Questo è il solo dubbio che turba
  tutta la mia contentezza. Ma poi penso, io ho un amico. C’è don
  Cornelio! don Cornelio saprà dire a Cristina quanto sia grande il
  mio affetto, quanto la voglio render felice.... le saprà rendere
  più accetto il mio desiderio in nome d’un desiderio che le sarà
  sacro. Oh se sapesse, don Cornelio, quale dolce commozione, quanto
  conforto, quanta forza, lei m’ha dato il giorno in cui mi confidava
  che il conte Maurizio, il mio secondo padre, m’avrebbe volontieri
  affidata per sempre la sua Cristina! Mi ripeta, mi ripeta quelle
  parole.... oh don Cornelio! le ripeta, le ripeta ora anche a
  Cristina!

  “Io voglio sperare che sarà contenta anche la signora zia di
  Cristina, dopo che lei le avrà parlato, e l’avrà assicurata che io
  posso offrire a sua nipote un avvenire buono e sicuro.

  “Oh quante cose deve fare don Cornelio per me! Io non riuscirei
  forse da solo a farne neppur una. Ma lei ha il cuore così grande!

  “Mi scriva, mi consigli, mi diriga. La stringo al cuore stretto
  stretto, anzi le salto al collo come quando ero fanciullo, e le
  mando tanti baci.

  “Ora aspetterò una sua lettera, e m’ho già la febbre
  dell’impazienza addosso.

  “Mi saluti tanto tanto la signora Angelica. Le dica che mi ricordo
  sempre di lei.... poi le faccia indovinare la buona notizia. Ne
  avrà un gran piacere di sicuro, perchè è tanto buona, e poi mi vuol
  bene, e ne vuole tanto a Cristina.

                                                    “Il suo ENRICO.„

  “_PS_. Oh don Cornelio, mi perdoni! m’accorgo rileggendo la
  lettera che ho dimenticato di scriverle le parole che mi ha dette
  sir James. Gliele scriverò domani tutte, fino ad una; le ho così
  impresse che non scappano. Intanto le dirò in fretta di che cosa
  si tratta. La Casa vuole allargare in Italia i suoi traffici, e vi
  manda sir Arturo in missione per un anno. Io lo devo accompagnare,
  e dopo un anno mi sarà affidata la rappresentanza della Casa in
  Italia. Avrò uno stipendio di 400 sterline; e più tardi, se me lo
  saprò meritare, anche un tanto nei guadagni. Mi par di sognare. Ma
  son desto, e come son desto! E _Ugolino?_ Mille carezze anche a
  _Ugolino_.„

Dopo la lettura di questa lettera, don Cornelio s’era stropicciati gli
occhi per accertarsi d’esser desto anche lui. Poi s’era lasciato andare
alla più schietta allegria; aveva chiamata la sorella, aveva riletta la
lettera a voce alta, facendo ora una esclamazione, ora un commento, e
poco era mancato che non ne facesse parte a tutti gli amici del paese.
Poi, riflettutoci un po’, aveva persuaso la sorella, la quale scoppiava
dalla consolazione, che bisognava lasciar maturare le cose, che
bisognava aspettar l’arrivo di donna Fulvia, di Cristina, e fors’anche
quello d’Enrico, e che per il momento non si doveva far parola della
lettera con nessuno. Poi quel giorno stesso aveva risposto a Enrico
congratulandosi con lui; assicurandolo che avrebbe fatto dal canto suo
quanto si poteva, ingiungendogli però di non far nulla, ogni volta che
si trattava di Cristina, senza avernelo consultato; e raccomandandogli
infine di condursi con calma e con circospezione, e di tener tutta per
sè fino al momento opportuno la sua giustissima allegrezza.

All’allegrezza intanto don Cornelio aveva lasciato libero il corso per
conto proprio; cosa che faceva stupire grandemente il sindaco, il quale
non comprendendo la ragione di quell’improvvisa allegria, aggrottava le
ciglia e gli borbottava:

— È per la venuta di donna Fulvia che lei si frega le mani?

— E perchè no! — rispondeva don Cornelio.

— Vedrà, vedrà! ho già le mie informazioni io!... una vecchiaccia
aristocratica.

— Del bene però ne ha fatto. E poi vien Cristina.... la rivedo tanto
volontieri quella buona figliola!

Anche la signora Angelica non sapeva star nella pelle. “Cos’ha la
signora Angelica?„ domandava la gente del paese, e tutti le si facevan
d’attorno. “Viene Cristina, viene Cristina!„ rispondeva la signora
Angelica, e poi fuggiva per non esser costretta a dire di più.

Venne finalmente il giorno dell’arrivo di donna Fulvia. A Orobio non
s’era venuto a saperlo di preciso che il giorno innanzi; e c’eran
stati, a questo proposito, discussioni, dispiaceri, capannelli, e
chiacchiere da non finirla più. Che si dovesse fare a donna Fulvia
un ricevimento coi fiocchi, lo dicevan tutti; bisognava dimostrarle
riconoscenza pei benefici fatti, tanto più che ne poteva fare degli
altri. Ma poi chi voleva la banda, chi le campane, chi i mortaletti, e
chi non voleva niente di tutto ciò. Questi ultimi, ch’erano i lettori
d’un giornaletto arrabbiato della provincia, avrebbero pur voluto un
ricevimento solenne, ma fatto in modo, se si poteva, che nessuno se
n’accorgesse. La conclusione fu che non si fece nulla. Quando donna
Fulvia arrivò, c’eran per strada molti curiosi a vederla passare, e tre
o quattro meglio vestiti, con don Cornelio alla testa, ad aspettarla
sotto il portico del palazzo. Il sindaco non s’era lasciato vedere; e
lo speziale, dopo averci pensato un poco, s’era deciso d’andarci, ma in
modo da arrivare quando gli altri ne ritornavano.

Arrivata la carrozza, e aperto lo sportello dal servitore sceso di
cassetta, uscì per il primo il signor Valassina, poi la cameriera con
in braccio _Fleurette_, e per ultima scese donna Fulvia. Don Cornelio
allungò il collo cercando con gli occhi Cristina, ma Cristina non c’era.

Donna Fulvia aveva l’aria di malumore, era stanca, accaldata. Don
Cornelio, ch’era rimasto a un tratto mortificato e un po’ con la
faccia lunga, cominciò a biascicare qualche parola di complimento; ma
donna Fulvia non si diede gran premura d’ascoltare perchè era intenta
a far levare dalla carrozza un monte di scialli, di borsettine, e di
sacchette. Don Cornelio stava per ricominciare il suo complimento,
quando si sentirono tutt’a un tratto dei guaiti acuti di _Fleurette_
che faceva _caino_, _caino_, scappando affannosamente. Cos’era, cos’era
stato? _Fleurette_, appena fuori di carrozza, aveva adocchiato nella
corte _Ugolino_, venuto anch’esso al ricevimento dietro don Cornelio,
e gli si era fatta vicina ringhiando. _Ugolino_ che non era in vena di
galanterie, aveva risposto con una mossa come di chi volta le spalle,
e _Fleurette_ se n’era approfittata per addentargli la coda. _Ugolino_
non era un accattabrighe, ma, per l’onor dei cani del paese, non
tollerava scherzi, specialmente da cani forestieri. Si pensi quindi che
pettinata era toccata a _Fleurette_. Donna Fulvia, la cameriera, il
servitore, furono addosso in un attimo al povero _Ugolino_, il quale fu
appena in tempo di raccomandarsi alle gambe e di infilare la porta.

— Ne ho già visti tre o quattro di questi cagnacci, nell’attraversare
il paese! — esclamò donna Fulvia in tuono arrabbiato e secco. — Ma
saprò dare i miei ordini. Cani per le strade non se ne devono veder più!

La missione di donna Fulvia era incominciata.

Don Cornelio non osò prender le difese di _Ugolino_ per non confessarsi
in quel momento conoscente del reo; fece i suoi saluti, che furono
ricambiati da donna Fulvia con una cortesia un poco asciutta e
rannuvolata; poi lui, e quei quattro che aveva in compagnia, rifecero i
loro inchini, impacciati più di prima, e si accomiatarono.

La signora Angelica, ch’era venuta fino al portone del palazzo per aver
più presto le nuove di Cristina, e anche con la speranza in cuor suo di
vederla, si fece subito incontro al fratello.

— E Cristina? Cristina?

— Cristina.... non c’è.... per ora.... — rispose don Cornelio un po’
distratto e imbarazzato avviandosi verso casa.

— Ma come! Ma perchè non è venuta?... Dite su, e verrà presto? Cosa
v’ha detto donna Fulvia?...

— Oh, quante domande!... Sicuro che Cristina dovrà ben venire,
fors’anche presto.... ma poi non ho avuto il tempo, lì per lì, di far
tante chiacchiere con donna Fulvia.

— Oh che benedett’uomo che siete voi alle volte....

— E che benedetta donna che siete anche voi! Donna Fulvia era
stanca.... da non poterne più, e volevate che la tenessi lì, in
corte per un’ora, e la sottoponessi a un interrogatorio? Un po’ di
discrezione, un po’ di creanza la ci vuole! Donna Fulvia poi non
riparte domattina. C’è tempo da domandargliene delle cose!

Angelica tacque, ma non pareva troppo persuasa.

— Oh, a proposito, — riprese — cos’è successo? Ho visto _Ugolino_
scappar fuori dal portone, e via di gambe senza darmi retta...

— _Ugolino_ è un asino!

— Oh cos’ha fatto?

— Mi va ad abbaruffarsi con la cagnolina di donna Fulvia. Domando io se
quello era il momento! se c’è prudenza, se c’è criterio!

— La colpa non sarà sua, ne son sicura, perchè l’ho visto in tante
circostanze.

— Intanto per un po’ di giorni il signor _Ugolino_ se ne starà in casa.
Badateci bene anche voi!

— Oh, ma questa poi è un’esagerazione! — osò dire Angelica facendosi
tutta rossa.

— So io quel che mi dico... una ragazzata la si compatisce... ma questa
volta me l’ha fatta grossa....

— Oh don Cornelio già di ritorno! — esclamava intanto il farmacista
facendosegli incontro. — M’avviavo appunto per presentare, unitamente a
lei, i miei omaggi alla signora donna Fulvia.

— Sarà per un’altra volta.

— Oh certamente.... e che cosa le ha detto donna Fulvia?

— Tanti saluti a tutti, tanti saluti. — Ed entrò in casa, intanto che
il farmacista stava pensando un’altra domanda.




XI.


Per diversi giorni donna Fulvia stette rinchiusa in casa, e non volle
veder nessuno. A chi veniva per ossequiarla faceva dire che gli avrebbe
ricevuti poi a suo tempo, e che anzi, venendo quando l’avrebbe detto
lei, le avrebbero fatto anche un piacere maggiore.

I più curiosi avevan cercato di spiarla quand’era in chiesa; ma in
chiesa donna Fulvia ci stava con tanta umiltà, e in un posto così
separato e distinto da tutti, che non era stato possibile a nessuno di
vederla in faccia.

Il signor Valassina invece, s’era dato nel frattempo molto d’attorno
cercando di veder tutto, di parlare di tutto, e di sapere i fatti di
tutti, con l’aria di confidare i propri. Nè si era accontentato di
Orobio; col pretesto degli affari di donna Fulvia, in pochi giorni
egli aveva fatto conoscenza anche con moltissimi dei paesi vicini, e
s’intende, gli aveva fatti cantar tutti; in modo, ch’ebbe subito pronta
tutta la messe che occorreva per il vaglio di donna Fulvia. Fra le
conoscenze fatte c’era stata anche quella di don Innocente; ed anzi,
siccome era stato uno dei principali somministratori della messe,
così ne lo aveva ricambiato con una pronta amicizia e con una special
protezione.

Finalmente un bel giorno fu annunziato che donna Fulvia si sarebbe
compiaciuta di ricevere le persone principali del paese, e che dava
principio ai ricevimenti. A tale notizia non è a dire come don Cornelio
si mettesse in movimento. Gli premeva che donna Fulvia fosse di buon
umore, che pigliasse ad amare il paese, che vi soggiornasse lungamente,
e vi continuasse, come un tempo, l’opera benefica del povero conte
Maurizio. Con la sua pazienza e con la sua bonarietà don Cornelio
otteneva quel che voleva, e così ottenne che andassero da donna Fulvia
anche i più ruvidi, anche il sindaco; e che più d’uno di tanto in tanto
lasciasse la mezzetta dell’osteria per l’acqua cedrata di donna Fulvia.

Per tre o quattro settimane le cose non andarono male. Ogni sera in
casa di donna Fulvia, c’era la partita a tarocchi, e ogni domenica un
pranzetto. Gli ospiti di solito erano don Cornelio e il suo coadiutore,
il sindaco, il dottore, lo speziale e diversi preti dei paesi vicini
che mano mano andavan crescendo in numero. Il più assiduo era don
Innocente. Una certa soggezione li teneva tutti in riga; parlavan
quindi pochissimo; e questo è già un buon mezzo per andar d’accordo.
Donna Fulvia, un po’ perchè li voleva studiare a uno a uno, un po’
perchè si compiaceva a vederli così ossequiosi e deferenti, s’era
tenuta nei primi tempi in un certo riserbo benevolo, che in quella
prima luna di miele, bastava per addolcire i commenti. Don Cornelio
ne gioiva tutto. Egli s’era ben accorto, fin dalla prima volta che
l’aveva veduta, con che caratteruccio caustico avrebbe avuto a che
fare, e n’era rimasto tutto conturbato e pieno in cuor suo di dubbi e
di malinconia; ora però cominciava a sperare. Sperava che fosse facile
ammansirla, e cavarne qualche buon frutto, come gli era riuscito con
altre piante spinose.

Ma, a poco a poco, al tavolino de’ tarocchi, e in fin di tavola, dopo
un buon pranzo, le lingue incominciarono a sciogliersi un po’ di
più, e incominciarono anche i primi guai. Alcune prime lezioncine,
bruschette, s’intende, donna Fulvia principiò a darle al coadiutore di
don Cornelio, ch’era anche il più giovane e il più timido di tutti;
forse per educarlo a modo suo, o fors’anche volendo “dire a nuora
perchè suocera intenda.„ La suocera in questo caso era don Cornelio.
Una sera il povero don Luigi, avendogli qualcun domandato: “Ebbene,
che novità ci sono?„ s’era messo a ripetere una poca novità pescata in
un giornaletto della provincia che non era quello della Curia. Donna
Fulvia non lo lasciò neanche finire.

— Come! don Luigi, — gli disse seccamente, — lei si dà alla lettura
d’una gazzetta qualsiasi? Non sa quali sono i giornali che lei deve
leggere?

Il medico, che stava giocando al tavolino, credendo sulle prime che
donna Fulvia scherzasse:

— Ma come? — soggiunse con affettazione, — lei legge altri giornali, e
non solamente quello di don _Ammazzasette_?

— Ma dottore! — saltò su don Cornelio, — badi al gioco.... cosa mi fa?
non ha veduto che chiamavo tarocchi? — e facendo la voce grossa cercò
di sviare il temporale.

— Sciocchezze! — saltò su donna Fulvia interrompendo il dottore; e fu
il primo lampo.

Allora il dottore piccato, cominciò quietamente, tra una giuocata e
l’altra, a far la storia di don _Ammazzasette_, come lo chiamavano,
il quale era un prete già professore, che, dopo molte peripezie,
aveva mutato di diocesi e di provincia, e s’era fatto giornalista
intransigente nel capoluogo di quella valle.

Che donna Fulvia avesse intanto i nervi in burrasca si capiva da alcune
contrazioni della bocca ch’eran di solito foriere d’uno scroscio. Ma la
tratteneva una certa soggezione in cui era ancora col dottore; e tutta
contegnosa e silenziosa fingeva di non udire, e non levava gli occhi
dalle carte. Di tanto in tanto però scattava.

— Cose che si contan nelle bettole! — saltò su a un tratto.

— Scusi, interruppe il sindaco, tutti ne parlano. Io, per esempio,
queste cose le ho risapute anche da qualche buon prete, all’orecchio,
s’intende, perchè don _Ammazzasette_ li fa tremar tutti; ma poi un
poveraccio, quand’è stanco di accuse, di fulmini, di predicozzi, di
semestri d’abbonamento, di collette e di oboli, versati a furia di
rappezzi sulle brache.... allora qualcosa mormora, il poveraccio!
Mormora dell’esattore.... e anche di don Ammazzasette.... è naturale!
Tanto più che non è certo costui quello che gli insegni precisamente
l’indulgenza per il prossimo.

Don Cornelio cercava di interrompere ora l’uno ora l’altro ma non c’era
modo. Il dottore era piccato, e tirava innanzi impassibile e con tutta
flemma.

— No, davvero, non son gli articoli del suo giornale che insegnino nè
l’amor del prossimo, nè la carità, nè il perdono....

— Ma che ci ha a che fare tutto ciò coi giornali? — esclamò con
impazienza donna Fulvia.

— Pochissimo di solito, ne convengo; ma un pochino forse di queste
virtù cristiane non sarebbero fuori di posto anche in un giornale,
quando il giornale dice di essere cristiano cattolico per eccellenza.

— Lasci, lasci queste cose, signor dottore, a chi se ne intende.

— Oh io non ho questa pretesa, anzi non me ne intendo affatto; ma come
metterebbe lei d’accordo gli articoli di don _Ammazzasette_, e di
altri suoi colleghi, con quegli ammaestramenti che dicono: “offrite la
guancia al percotitore.... scagli la prima pietra chi....„

— Quelli erano altri tempi!

— Precisamente. E ciò che concludo anch’io, — disse con ironia il
dottore, e poi si tacque.

Dopo quella partita non se ne fecero altre. La conversazione rimase
arenata, e, dopo un silenzio lunghetto e dei saluti fredducci, la
serata finì mandandoli tutti a letto di malumore.

— E voi, Cleofe, ricordatevi di non ammalarvi in questo paese, — diceva
poco dopo donna Fulvia alla cameriera, intanto che questa le levava
le due coppie di ricci, e le presentava la cuffia da notte. — C’è un
medico al quale non darei da curare il gatto.

Donna Fulvia fu per parecchi giorni arrabbiata anche con sè stessa per
non aver risposto al dottore, quella sera, come avrebbe voluto. Gliene
veniva in mente ogni tratto una più salata dell’altra, ma era tardi.
Pensò di metterle in serbo per la prima occasione; ma poi, per non
tenersele troppo, finì col regalarle ad altri, perchè il dottore per un
gran pezzo non si lasciò più vedere.

Una buona dose di quelle bottate cominciò a sfogarle col sindaco
e con lo speziale, coi quali si sentiva meno in soggezione. E
l’uno e l’altro, condotti da don Cornelio, si trovavano una sera a
conversazione nel suo salotto, dove c’erano anche don Innocente ed
altri personaggi del paese, di quelli che non parlano. Lo speziale era
in vena di discorrere. Quando si trovava con persone nuove lo speziale
amava farsi conoscere come uomo dotto; amava lasciar capire che c’era
in lui una certa superiorità; ch’era uomo di scienza; ch’era anche
filosofo se occorreva; e che nella scienza e nella filosofia poi sapeva
avere delle idee arditissime; che sapeva persino essere all’occorrenza
un libero pensatore, come si direbbe. Non che lo fosse: alle funzioni
della parrocchia, ci andava è vero con l’aria di fare un favore a
Domeneddio, ma ci andava sempre.

— Che ne pare, a donna Fulvia, di questi paesi? — aveva cominciato lo
speziale. — Cosa ne dice di questo nostro Orobio?

— Fin ora non ne dico niente — aveva risposto donna Fulvia.

— Capisco, le mancano i dati statistico-morali; ma non le sarà
malagevole l’averne qualche idea sintetica, come diciamo noi, se vorrà
percorrere meco....

— Tante grazie, non s’incomodi.

— È un pezzo che io le vado studiando queste popolazioni, che le
analizzo, come diciamo noi.... Io le credo le vere discendenti dei
Cenomani; ne hanno tutti i caratteri. Intelligenza pronta, riflessiva,
spirito analitico, disposizione alle scienze positive.... insomma siamo
Cenomani! Basta osservare le nostre scuole.... Coraggio, caro sindaco!
aumentate le nostre scuole, raddoppiatele, ve lo dico sempre!

— Non le abbiam forse raddoppiate da un pezzo? — saltò su il sindaco.

— Sta bene, ma avanti, e sempre avanti! Sono incommensurabili i frutti
che si possono cavare dalle nostre popolazioni fortemente istruite! Ma
bisogna che l’istruzione sia scevra di pregiudizi, che sia filosofica,
positiva. Allora avremo delle masse illuminate, robuste; avremo delle
masse....

— Avrete una massa d’asini più di prima! una massa di prosuntuosi, e di
petulanti! — esclamò, interrompendolo, donna Fulvia che incominciava a
perdere la pazienza.

— Benissimo! Dice bene la signora contessa! Proprio così! — esclamò
anche don Innocente, fregandosi le mani.

Lo speziale e il sindaco si voltarono verso quest’ultimo come due
basilischi, e stavano per ripicchiare su lui la botta di donna Fulvia.
Ma intervenne a tempo don Cornelio, il quale un po’ canzonando in bella
maniera lo speziale, un po’ interpretando benignamente le diverse
opinioni, rimise per un momento la conversazione in carreggiata, e
riuscì a far parlare delle sue scuole il sindaco, il quale ne era
molto glorioso. Il sindaco fece la sua narrazione, un po’ lunghetta,
non ommettendo qua e là, con una certa modestia, di far cenno degli
elogi che aveva ricevuti a voce ed in iscritto dai superiori scolastici
e dal prefetto. Poi com’ebbe finito, guardò donna Fulvia con l’aria
d’aspettare anche gli elogi suoi.

Donna Fulvia lo lasciò aspettare un pochino, poi in tuono calmo e
con aria di protezione gli rispose: — Le scuole possono essere una
buona cosa, ne convengo; non le sue, però. Lo creda a chi se ne
intende. Ne riparleremo; e a suo tempo me ne occuperò anch’io delle
sue scuole. Intanto comincio col dirle che per gli asili non divido il
suo entusiasmo, e che nelle classi elementari poi, c’è molta roba da
mettere in disparte... Figurarsi! anche la storia e la geografia!...
cose che scaldan le teste dei ragazzi. Quanto poi alle scuole serali...
son di moda, lo so; ma lo creda a me, signor sindaco, alla sera la
gente sta bene a letto. — Poi voltandosi a un tratto verso lo speziale,
col fare un pochino ironico continuò: — Lei mi deve scusare se l’ho
interrotto poco fa; non m’ha finito il suo programma scolastico,
sentiamone anche il resto; dica su, non me ne privi. —

Lo speziale, che dopo la brusca interruzione di donna Fulvia era
rimasto alquanto sconcertato, si rasserenò subito a quell’invito; e
pigliatolo sul serio, si rimise a raccapezzare le idee, e a riprendere
il filo del discorso.

Un gran temporale s’era invece rapidamente addensato nella testa del
sindaco. Don Cornelio se ne accorse, ed ebbe un momento di spavento. Il
sindaco tutto acceso in faccia, s’era levato in piedi per cercare il
cappello. Trovatolo, disse con la voce alterata: “felice notte„: fece
un inchino, sbagliò la porta un paio di volte, e se ne andò.

— Innanzi tutto, — continuò lo speziale — noi vogliamo l’istruzione
obbligatoria, meno s’intende quando abbiamo i lavori della campagna, o
quelli delle filande; la vogliamo gratuita....

— Oh, la vorrei gratuita anche per me — saltò su donna Fulvia — che ne
dovrò far le spese per una buona parte.

— E laicale... non escludendone però don Cornelio, ottimo direttore
delle nostre scuole.

— Ah, è lei don Cornelio il direttore delle scuole? il direttore della
storia, della geografia, e di tutte le cosarelle che abbiam sentite?...
È un direttore di scuole comunali anche lei don Innocente?...

— Oh, il cielo me ne guardi, signora contessa, — rispose subito don
Innocente. — Non me ne immischio io in queste cose, non me ne immischio!

Don Cornelio non rispose. S’era messo a sfogliare e a leggicchiare un
libro, e finse di non aver sentite le parole di donna Fulvia.

— Poi, — continuò lo speziale intento sempre a raccappezzar le idee
— poi vorrei con un sistema coordinato e complesso risollevare le
popolazioni campagnole alla coscienza di sè medesime e della loro
missione; mi spiegherò.

— Mi farà piacere.

— Bandire il pregiudizio, e sostituire la scienza. Questa è la meta. Ma
per arrivarci bisogna innanzi tutto che le masse siano penetrate della
superiorità del metodo sperimentale, positivo, analitico. Vorrei dunque
istituire una scuola a questo scopo. Poi vorrei fare un gran bucato di
tutto l’empirismo, di tutti i pregiudizi. E qui comincerei a fare agli
agricoltori, una buona scuola di....

— Oh, faccia dei buoni decotti agli agricoltori quando ne abbisognano!
— saltò su don Cornelio interrompendolo, e desideroso che la finisse.

— Mi scusi, don Cornelio, — continuò lo speziale — su questo, punto,
lei lo sa, non andiamo d’accordo. Il suo programma, per me, è troppo
limitato....

— Lo lasci finire, — disse donna Fulvia, — lo lasci finire.

— Io vado molto più in là, — continuò lo speziale tutto contento
dell’appoggio di donna Fulvia. — Vorrei scuole di botanica, di chimica,
di fisica celeste e terrestre, di antropologia....

— Oh, che parolone mi va lei pescando! Scusi la mia ignoranza, ma
questa poi m’è nuova.

— Noi diciamo _antropologia_ la scienza che tratta dell’uomo, — disse
lo speziale con gravità e con soddisfazione.

— Ah, capisco, — soggiunse donna Fulvia dopo un momento di riflessione.
— Sarebbe mai quella scienza che insegna che l’uomo viene dalle
scimmie? E sarebbe forse anche lei di questo parere?

— Ma, ma... donna Fulvia mi propone una grave questione! Io... finora,
non mi pronunzio. La scienza ha i suoi ardimenti... io li rispetto...
non ammetto... non nego....

— Ah lei è in dubbio? — rispose donna Fulvia con quel tono ch’era
l’antifona d’una frecciata. — Aggiustiamola, com’è così; dalle scimmie
discenderà lei, se le accomoda, io no di certo!

Lo speziale rimase tanto colpito e confuso che non trovo più una parola
nè per rispondere nè per continuare il suo programma scolastico. La
conversazione finì. Ci fu un lungo silenzio; poi don Cornelio disse
qualche parola sulla pioggia e sul bel tempo; poi sonarono le dieci, e
dopo i soliti inchini ognuno se ne andò pei fatti suoi.

La mattina seguente, sindaco e speziale andarono a sfogarsi da don
Cornelio. Capitò per il primo lo speziale. Gli coceva più che mai
l’affar delle scimmie. La teoria del discenderne tutti l’avrebbe
accettata senza difficoltà; ma di discenderne lui solo, non ne voleva
sapere. Don Cornelio fece più volte per tranquillarlo, per fargli
capire che anche lui più volte era andato fuori di casa co’ suoi
discorsi, e che se gli era toccata una botta, se l’era anche tirata
addosso; ma non gli riuscì così presto. Lo speziale non si quietò se
non dopo una lunga confutazione con la quale volle metter donna Fulvia
in un sacco. Cosa che don Cornelio gli lasciò fare con suo comodo,
tanto più che non c’era nè donna Fulvia, nè il sacco.

Don Cornelio avrebbe voluto acquietar subito anche il sindaco. Ci mise
tutto l’impegno, sprecò un paio d’ore, ma fece un buco nell’acqua.
Anche il sindaco era stato punto sul vivo, e il solo conforto del suo
amor proprio era quello di veder giustificate le sue diffidenze, le sue
previsioni e l’antipatia presentita per donna Fulvia.

— L’avevo detto io! Lo sapevo io! E lei che non mi voleva credere!
Ma gli è che le cose le vedo da lontano io! — E di questo tono non
la finiva più. Don Cornelio per buttar acqua sul fuoco gli andava
concedendo molto, gli concedeva tutto, e intanto cercava di tirarlo a
ragionare sul bene che si poteva ricavare anche dal male; cercava di
mostrargli come a poco a poco, con la pazienza e con la tolleranza, si
sarebbero potuti smussare gli spigoli di donna Fulvia, la quale alla
fin fine poi doveva avere buon cuore, e poteva fare del gran bene al
paese.

— Lei è l’uomo della buona fede! gliel’ho sempre detto. Non ne è
guarito mai, ma questa volta ne dovrà guarire per forza. La pace del
nostro paesello è finita, me lo dice un presentimento. Di me poco
m’importa; ma mi cruccio per il paese, e se vuole proprio che gliela
dica, mi cruccio per lei!... Apra gli occhi, don Cornelio, apra gli
occhi!...

Don Cornelio rideva, ma il sindaco facendosi sempre più serio, ed anche
più calmo, prese a rammentare i guai che negli ultimi anni avevano
mano mano messo sossopra parecchi paeselli vicini. Disse che aveva già
veduto, in pochi giorni, uno stormo d’uccelli del mal augurio convenire
in paese, e farsi in giro a donna Fulvia.

— Nei nostri paesi una volta, — continuò il sindaco, — lei lo sa,
c’era sempre un buon curato, un buon prete ch’era il padre e l’amico
di tutti; ch’era spesso quello che ne sapeva più degli altri, e sempre
quello che aveva il cuore più largo; che nei dissidi metteva la pace,
che faceva all’occorrenza da arbitro, da conciliatore, e da capo del
Comune; che tutti riverivano ed amavano perchè era il primo patriotta
del paese. Li ho conosciuti io, e li rammenterà anche lei, i nostri
buoni curati d’un tempo!... quelli del quarant’otto!... Ma quei
tempi sono passati. L’un dopo l’altro sparirono da questo mondo... o
perseguitati dovettero nascondersi. Al loro posto ci sono i nuovi. I
più vengono guardandosi in giro sospettosi come sentinelle in un paese
nemico; tra loro e le faccende di questo mondo piantano in mezzo una
siepe di spini; e la gente che non vuol pungersi, li lascia al loro
posto, come piuoli senza radici e senza frutti. Canzonare il curato è
ora un canzonare chississia. Se ce n’è uno buono, bisogna che anche
lui si tenga chiuso sotto quattro catenacci; e i più sono anche poveri
e ignoranti, perchè a chi mai può piacere una vita simile?.... Forse
altrove non sarà così; ma a noi è così che ci li mandano adesso.... Lei
è l’ultimo, in questi paesi, dei nostri preti del quarant’otto... e lo
creda a me, la spazzeranno via anche lei!...

Don Cornelio non rideva più, e rimase per tutto quel giorno malinconico
e sopra pensiero.




XII.


Anche don Cornelio intanto che faceva da paciere, ebbe presto da donna
Fulvia la sua parolina di biasimo; e sì ch’egli aveva fatto proprio
tatto il possibile per scansarla. Fermo nella speranza di abbonir donna
Fulvia, di farle amare la gente del paese, di farla diventar la loro
provvidenza, aveva bisogno poi che questa gente le facesse festa, e le
fosse attorno con quella deferenza e con quell’affetto che guadagnano
gli animi. Ma era un problema difficile. Quanti gliene conduceva si
aggiungevano a poco a poco al numero degli imbronciti, e aumentavano il
da fare di don Cornelio. Non sarebbero stati lontani quelli di Orobio
dall’accordare a donna Fulvia la loro deferenza, ma bisognava che
donna Fulvia ne avesse dimostrata loro in anticipazione altrettanta.
Figurarsi! E don Cornelio intanto era tutto in faccende a persuadere,
a calmare, a sgridare all’occorrenza, a cercar gente nuova da condur
da donna Fulvia, e a ricondurle qualche disgustato mansuefatto. Fin
sua sorella dovette mansuefare: la buona signora Angelica! La signora
Angelica per ubbidire ai suggerimenti di don Cornelio, dopo aver resi
i suoi omaggi a donna Fulvia, aveva offerta la sua amicizia e i suoi
servigi alla cameriera, la Cleofe, usandole tante piccole attenzioni,
facendole de’ regalucci, e insegnandole persino a fare il croccante. La
Cleofe accettava tutto, ma si lamentava di tutto. Orobio per lei era il
più brutto paese di questo mondo, e andava ripetendo che c’era tutto
da mutare da cima a fondo, fin la gente, fin le montagne. La signora
Angelica aveva sempre usato una gran prudenza; ma ora, e specialmente
su certi argomenti, cominciava a rimbeccarla e a perdere la pazienza.

La Cleofe amava discorrere, e far sentire la sua superiorità, in
argomenti di teologia. Diceva che le cotte del curato non erano
pieghettate come si doveva; che il curato non metteva mai nelle
prediche il più piccolo testo latino, e che quando raccomandava
l’elemosina non la raccomandava abbondante; diceva che il curato era
di maniche larghe, che aveva abolite tante belle usanze, e che Orobio,
anche secondo il parere di don Innocente, andava diventando un paese di
eretici.

Don Cornelio rideva; ammoniva la sorella a non badarci, e a tacere,
raccomandando a lei come a tutti d’aver pazienza. Sino al povero
_Ugolino_ doveva raccomandar la pazienza, quando gli si piantava
dinanzi e lo guardava fisso, come a dire: che novità son queste? La
novità era che don Cornelio non lo conduceva più con sè che quando
usciva di paese, e che gli era imposta una vita tutta di casa, per
impedirgli le dispute con _Fleurette_.

Ma, a malgrado di tanto zelo e di tante precauzioni, la politica di
don Cornelio non riusciva a grandi risultati. I migliori del paese
eran tutti, chi più chi meno, o disgustati, o malveduti. Gli sciocchi,
i maligni, i credenzoni, andavan da donna Fulvia a bever grosso, o a
dargliene a bere: donna Fulvia, malcontenta di tutto e di tutti, era
persuasa che a Orobio non c’era nulla di buono; che tutto era guasto,
come aveva preveduto lei, e che bisognava fare e rimutare grandi
cose. Ma non sapeva poi come appigliarsi. Alla fine s’era decisa di
chiamare in soccorso il padre Felice; ma, non volendo confessargli
completamente il suo imbarazzo, le occorreva un’occasione, un
pretesto, per sottoporgli il caso e avere de’ consigli, senza ch’egli
se ne avvedesse, come le pareva d’aver fatto in altre circostanze.
L’occasione venne presto, e fu quella della festa che si celebrava
in paese nell’ottobre, il giorno di San Luca, ch’era il santo della
parrocchia. Donna Fulvia pensò di far venire per quel giorno sua
figlia, il genero e Cristina; e di pregare anche il padre Felice a
voler essere della compagnia per fare una scampagnata, e vedere Orobio
nella sua giornata solenne. Detto fatto, scrisse alla figlia, al genero
e al padre Felice; gli inviti furono accettati con piacere; e la
Cleofe, seguita affannosamente da _Fleurette_, fu tutta in faccende a
far camere e a spolverare.

Prima che arrivassero i suoi invitati, donna Fulvia volle prendere con
don Cornelio qualche concerto per il giorno della festa; e fu allora
che a don Cornelio toccò una prima censura, con la quale donna Fulvia
gli volle anche far capire che non era troppo contenta di lui.

— Dunque non sono che tre i sacerdoti che lei ha invitati per le
funzioni della festa? — domandò donna Fulvia dopo qualche altra
interrogazione, e dopo una pausa, durante la quale la sua faccia s’era
composta a molta serietà.

— Appunto, — rispose don Cornelio. — È quello che faccio di solito in
simili occasioni.

— E s’è sempre fatto così? — domandò, dopo un’altra pausa, donna Fulvia
la quale aveva avute prima le sue informazioni.

— Si fa così da molti anni. Una volta c’era anche qui l’usanza di far
molti inviti, e per la festa di San Luca venivano quindici o venti
preti; ma siccome venivano di lontano, la fabbriceria doveva dar
loro un pranzo; pranzo ch’era diventato un pranzone, perchè tutti in
paese si credevano in diritto d’essere invitati, e che costava alla
fabbriceria più di trecento lire all’anno. Per un po’ lasciai fare, ma
poi una bella volta la feci finita. Ora non invito più che due o tre
preti, i quali vengono a dividere il modesto desinare di casa mia, e
faccio dare le trecento lire ai poveri il giorno della festa.

— L’elemosina sta bene, ma quanto alla soppressione degli inviti al
clero le dico, senza complimenti, male, malissimo. Il pranzo era una
conseguenza.... e non era poi una cattiva usanza dal momento che il
popolo, a quanto parmi di aver sentito dire, lo chiamava il pranzo
sacro.

— Oh donna Fulvia! lo chiamavano proprio così! E non le pare che questi
nomi appaiati mi dovessero bastare per farla finita? Ma si diceva di
più....

— Non occupiamoci delle sciocchezze, — saltò su donna Fulvia che voleva
biasimare, e tagliar corto. — Intanto il popolo non vede più la festa
fatta col dovuto decoro.... e ciò, le ripeto, è male, malissimo.

— Il popolo faceva ala a veder sfilare i preti che venivano dal pranzo;
ognuno diceva la sua.... e non creda donna Fulvia che le dicessero
tutte a onore e gloria dei preti, del santo, e della festa! Per tutto
quel giorno, sulla piazza e nelle bettole era uno sghignazzare di
continuo, e un dir spropositi, su questo pranzo dei preti....

— Se non ha da citarmi di meglio che quelli delle bettole, rimango del
mio parere. C’era, del resto, anche chi la pensava diversamente. Ma non
importa. Il pranzo d’ora innanzi lo darò io. Delle usanze pie se ne
abbandonano fin troppe nei paesi.... Oh caspita! che siamo in paesi di
protestanti?

Don Cornelio capì che la botta era per lui, e che non era data solo per
il pranzo; gli venne più d’una risposta sulla punta della lingua, ma le
trattenne tutte, e rimase in silenzio. Donna Fulvia, contenta di ciò, e
contenta di sè, mutava discorso continuando la conversazione in un tono
un pochino più benevolo e cortese.

Due giorni dopo arrivava a Orobio il marchese Ettore con sua moglie,
con Cristina e col padre Felice. A don Cornelio intanto era capitata
una nuova lettera di Enrico che gli annunziava la sua vicina partenza
per l’Italia, e gli domandava se aveva parlato, o scritto, per il
matrimonio; se a Orobio c’era Cristina, e se poteva farci subito una
corsa anche lui; pregandolo di rispondergli a Genova, dove contava di
arrivar presto e di trattenersi alcuni giorni.

Questa nuova lettera d’Enrico, l’arrivo di Cristina, e tutto quello
che donna Fulvia andava dicendo e facendo non erano avvenimenti da
nulla per don Cornelio che aveva fatti i suoi disegni, e ora li vedeva
impigliati ogni giorno in qualche nuovo contrattempo. Quante belle cose
doveva fare donna Fulvia secondo i disegni di don Cornelio! Doveva
a poco a poco ripigliare il filo interrotto di tutte le opere buone
e belle che un tempo aveva fatte o incominciate il conte Maurizio;
ne doveva fare anche di più, lei ch’era tanto più ricca! e doveva
diventare la provvidenza del paese e il faro della valle. Don Cornelio
capiva che a accender quel faro non era cosa facile, ma aveva una gran
fiducia in sè, e nella buona riuscita, come chi ha date e vinte altre
battaglie. Nei ventisette anni da che era curato gli pareva d’averne
condotti e tenuti sulla sua strada anche de’ più difficili. Donna
Fulvia poi era tutta carità! e nel pensiero di don Cornelio la carità
era una virtù così semplice, così serena, così feconda di prodigi!
Oltre a ciò, don Cornelio voleva anche compire quella missione che
considerava come un sacro dovere verso la memoria del suo miglior
amico, il conte Maurizio. Voleva maritar Enrico e Cristina, secondo
il desiderio di lui, secondo il cuore dei due giovani, ed anche
secondo il proprio, che li amava tanto. “Oh, se arrivo a far questo,„
esclamava ogni tratto tra sè don Cornelio, “muoio proprio contento!„ Ma
presentiva che, per arrivarci, la strada non sarebbe stata nè facile nè
breve; capiva anche d’averne fatta poca, e vedeva le faccende andar di
galoppo, e non lasciargli il tempo per farne una più lunga.

La comitiva attesa da donna Fulvia arrivò, ma per due o tre giorni casa
Orsenigo rimase chiusa; e ai curiosi, che venivano a far visita per
vedere i nuovi arrivati, un servitore in livrea diceva che la padrona
non riceveva. Una volta al giorno usciva dal palazzo un carrozzone per
la trottata; ed eran stati pochissimi i fortunati che, sbirciando,
avevan potuto vedere chi un sacerdote, chi Cristina, e chi una signora
che non conoscevano. Il marchese Ettore usciva a piedi, girandolava
per il paese, faceva qualche lunga passeggiata; ma l’avevan pigliato
per qualche merciaio venuto per la festa, o per quello della lanterna
magica, e nessuno aveva badato a lui. Don Cornelio era sulle spine, e
non sapeva cosa fare e cosa dire; lui che s’era fatta tanta festa di
vedere Cristina, e che s’era immaginato di vederla subito, di vederla
più volte al giorno come una volta, or nel palazzo, or per i prati, or
nell’orticello di casa sua!

— Ah, volevo ben dir io! — esclamò finalmente il quarto giorno,
correndo a cercar la sorella per dargliene la buona nuova. — Guarda un
po’, noi che si incominciava a non capirne niente... Ma lo dico sempre
io che per pensar male c’è sempre tempo!

— C’è qualche novità? — domandò ansiosamente la signora Angelica.

— Non è che ci siano delle novità, ma c’è qualcosa che ti farà
piacere... perchè fa piacere che le cose si mettano per la buona
strada, perchè, a dirla schietta, non capivo come mai Cristina fosse da
tre giorni in paese, e non ce l’avessero fatta vedere... a noi?

— La Cleofe, tutta colpa della Cleofe! — pensavo io.

— Un bel niente! Tutt’altro... inezie invece; eccesso di premura,
eccesso di precauzioni, abitudini da gran signori, etichette, ma
null’altro. Ecco ciò di cui oggi ho potuto assicurarmi, e d’ora innanzi
vedremo Cristina tutti i giorni, proprio come quando c’era....

— Oh che buona notizia! ma come hai saputo?...

— Intanto che tu eri uscita, fu qui, e ci stette un gran pezzo, quel
sacerdote ch’è arrivato con Cristina e con la figlia di donna Fulvia.
Non m’era nuovo, l’avevo veduto a Milano, appunto in casa di donna
Fulvia, quel giorno che vi condussi Cristina. A dire la verità, in
allora, non so perchè, m’era piaciuto poco; ma ho avuto torto. È una
degna persona. Non ho capito bene di che paese sia... e se appartenga
a qualche ordine, perchè semplice sacerdote non lo è, o almeno non mi
è parso... ma è proprio una gentilissima, una carissima persona; un
po’ complimentoso, ma umile e alla buona! Ha voluto conoscermi, farmi
una visita, lui per il primo; e si vede che s’interessa non poco anche
dei nostri paesi. M’ha domandato molte cose... vuol conoscere i nostri
bisogni, certo per farci del bene. Oh gliene conterò ben io parecchi,
perchè donna Fulvia li risappia!...

— E Cristina?

— Ci sono. Pare che Cristina avesse preso un po’ d’infreddatura, o che
so io. Figurarsi! donna Fulvia che la tiene nella bambagia!... Ma ora
le paure sono passate... e in conclusione donna Fulvia ci aspetta.

— Ci aspetta? Aspetta anche me?

— Anche te, e mi fa dire da quel sacerdote di cui ti parlavo, che
dobbiam vedere spesso Cristina, che dobbiamo tenerla allegra, che tu
devi condurla a passeggio... insomma ci fa dire un monte di belle
cose....

La signora Angelica batteva le mani per la consolazione, e _Ugolino_,
ch’era presente, si mise ad abbaiare, e corse abbaiando per tutta la
casa.

Qual buon vento aveva portato improvvisamente questo po’ di sereno?

Donna Fulvia s’era decisa a confidare al padre Felice il nome dello
sposo che destinava a Cristina; e il padre Felice che se l’era
immaginato da un pezzo, aveva fatto i suoi complimenti a donna Fulvia
per il felice pensiero; aveva approvato, ammirato; ma, soggiungendo
che bisognava trattar la cosa con molta prudenza, le aveva anche dati
subito molti consigli. Il padre Felice, presentendo che forse poteva
essere non troppo facile il far inghiottire a Cristina quel bocconcino
di marito, aveva suggerito di disporre l’animo della fanciulla tenendo
vivamente accesi in lei i sentimenti dell’affetto e della gratitudine.
Aveva consigliato a donna Fulvia di raddoppiare con Cristina la
misura della confidenza, della dolcezza, e della condiscendenza;
raccomandando, fra le altre cose, di concederle largamente la compagnia
del curato e di Angelica, ch’erano stati i suoi primi amici, e che
potevano essere, nell’affar del matrimonio, degli utili alleati. Donna
Fulvia aveva cominciato con l’arricciar il naso su questi consigli, ma
poi s’era arresa; aveva già messo nelle mani del padre Felice, anche
la matassa delle faccende d’Orobio, perchè la dipanasse a di lei modo,
e bisognava pure compiacerlo in qualcosa. Il padre Felice poi, senza
perder tempo, era andato subito, come s’è visto, a far visita al curato.

Don Cornelio e la sorella, impazienti di veder Cristina, andarono
quel giorno stesso, dopo pranzo, da donna Fulvia. Si pensi la loro
consolazione, e la festa che loro fece Cristina! Angelica, sulle prime,
era rimasta quasi in soggezione dinanzi a Cristina che rivedeva un po’
mutata, fatta più bella, più seria, più contegnosa; ma poi la coprì
di baci come una volta, non appena Cristina corse a stringerla fra le
sue braccia. Donna Fulvia disse alla sorella del curato, facendosi
sentire dal padre Felice, che venisse pure tutti i giorni a prender
la fanciulla per condurla a passeggio; e tra Cristina e Angelica si
combinò subito una giterella per il giorno dopo. Cristina era smaniosa
di rifare una di quelle camminate di montagna ch’erano state, un
tempo, la sua delizia; e propose di andar, loro due, a bere la panna
in una certa capannetta su un poggio del monte da cui si vedeva tutta
la valle. La panna parve a donna Fulvia una cosa un po’ troppo fuori
del consueto; una cosa non necessaria, e anche un poco rischiosa. Ma
intervenne subito il padre Felice, e la panna fu concessa.

Il padre Felice poi ricolmò di nuove gentilezze il curato; gli chiese
il favore anch’esso di qualche passeggiata assieme; e tra un subisso
di complimenti, che confondevano don Cornelio, fu combinata per il
giorno dopo la visita a un santuario fuor di paese. Infine, quando don
Cornelio si accomiatò, chiamato dalla campana del rosario, il padre
Felice volle uscire con lui, e accompagnarlo fino in chiesa.

Mentre attraversavano la piazzetta della chiesa, li intravvidero, agli
ultimi chiarori del crepuscolo, il sindaco e il medico che rientravano
allora in paese tornando dalla caccia.

— Noi, caro dottore, oggi s’è preso poco.... ma c’è là qualcuno che sta
per fare una buona caccia!

— Dove? chi?

— Non vede là?

— Quel corvo?

— Dica avoltoio! Non vede che tiene già il pulcino nelle granfie?

— Le pare?

— Me lo saprà dire, dottore!

— Lo conosce lei?

— Io no.

— L’ho veduto fin da ieri, che faccia!

— Che faccia, eh!.... E don Cornelio ci cascherà! Vuol scommettere,
dottore? Ci cascherà.

— A far che?

— Non lo so... ma ci cascherà! È l’uomo della buona fede! quel
benedett’uomo! Oh ci cascherà!




XIII.


La mattina seguente all’ora convenuta, la signora Angelica e Cristina
uscivano dal palazzo Orsenigo, e attraversato il paese, pigliavan
subito una stradicciuola della montagna. Appena fuori del palazzo
s’erano imbattute in _Ugolino_, che fermo, con le orecchie ritte, e
fissando il portone, stava aspettando tenendosi a una conveniente
distanza. _Ugolino_, veduta Cristina, aveva spiccato un salto, e le era
salito fino al collo. Cristina ricambiò l’accoglienza del suo vecchio
amico con mille carezze e con mille domande, alle quali _Ugolino_
s’era ingegnato di rispondere a modo suo con l’abbaiare, col guaire
e col menar la coda disperatamente. Poi finiti i complimenti, s’era
svincolato in tutta furia, e s’era messo seriamente, come soleva, alle
sue funzioni di battistrada.

La giornata era serena, splendida, e tra le più belle di quell’autunno.
Il sole dava uno de’ suoi ultimi e tiepidi abbracci ai monti, alla
valle; e la natura tutta pareva gli rispondesse con un palpito di
vita primaverile. Angelica e Cristina, mentre salivano per l’erta,
si fermavano ogni tanto a respirare quell’aria purissima, balsamica;
a contemplare quella bella natura che, con la pace e col silenzio,
pareva invitasse gli animi all’espansione d’ogni più riposto e
delicato sentimento. Esse allora si guardavano con un sorriso pieno di
affetto; si guardavano come se l’una chiedesse all’altra una risposta
aspettata, una confidenza intesa. Ma la risposta era un abbraccio, e
si rimettevano in via. Per un pezzo tacevano, poi a un tratto l’una
cominciava a discorrere, ma non per dir ciò che l’altra s’aspettava. E
dire che avevano tanta impazienza tutt’e due d’aprirsi, a vicenda, il
cuore! Eran passati otto mesi dal giorno in cui Angelica aveva messo
Cristina nel legnetto dei viaggiatori di Orobio, e quanti pensieri,
quante cosucce non avevano a confidarsi! Ma si sarebbe detto che ora
non ne trovassero il bandolo. Il bandolo c’era, ma ciascuna aspettava
che l’altra lo avviasse per la prima.

Lo avviò, come furon sul poggio, una vecchia contadina nell’accoglierle
sull’uscio del suo casolare.

— Oh santa Vergine! che miracolo le ha fatte capitar quassù? È
lunghetta la strada, e faticosa!... Non lo dico per la contessina, ma
per la sorella del signor carato, che i suoi annetti li deve avere,
perchè mi ricordo....

— Oh ci riconoscete! E voi siete la Menica, nevvero?

— Altro che riconoscerle! Lei, quasi ogni mese, la vedo al mercato....
e la contessina poi l’ho veduta tante volte anche quassù. La ci veniva
a bere la panna ogni tanto o col suo povero babbo, il signor conte, o
col signor curato. Il signor conte l’aveva sempre con sè, la sua bella
ragazzina.... Lei non era che una ragazzina a quel tempo.... Ma com’è
cresciuta! pare un sogno! quasi non la riconoscevo più. E con lei,
allora, c’era sempre un ragazzotto.... bel ragazzotto anche lui.... che
chiamavano.... oh aspetti....

— Enrico, — saltò su Angelica.

— Proprio così. E quando capitavano quassù, bisognava vederli quei due
ragazzi.... che diavoli!... quante ne facevano! Ma sarà diventato un
giovanotto, grande e grosso, anche lui, m’immagino. È andato via, eh!
così m’han detto. E ci tornerà però, in questi paesi?...

— Ci torna, ci torna! — esclamò la signora Angelica, — e forse chi sa?
tra pochi giorni potrebbe esser qui!

— Sia lodato il cielo, — rispose la vecchia. — Voglion la panna? Ce
n’ho appunto una scodella che non ci stava nella zangola, e vado a
prenderla.

— Ci torna, ci torna il nostro Enrico! — continuò Angelica poichè il
bandolo era avviato.

Cristina s’era fatta a un tratto tutta rossa in faccia, e nel tempo
stesso, allontanatasi correndo, era andata a sedere su un rialto del
prato. Angelica la raggiunse, e sedendole vicino continuò:

— Sarà un gran bel giorno quello in cui tornerà anche il nostro buon
Enrico!

— Oh sì! sarà un bel giorno.... — ripetè Cristina con l’espressione
pensierosa, trepida, di chi è assalito all’improvviso da memorie e da
affetti chiusi nel cuore da un pezzo. Ma poi ritrovando, nel fissare
il volto semplice e buono della signora Angelica, la confidenza e
l’espansione d’un tempo, si fece animo e riprese: — Il buon Enrico! Da
che son partita da Orobio non ebbi più nessuna nuova di lui.... Dunque
torna? e quando? Non s’è dimenticato dunque di noi! n’ero sicura! è
tanto buono, nevvero? Ma, mi dica, signora Angelica, mi conti.... ha
scritto?

— Altro che scritto!... ma zitti che vien la Menica.... Oh, che
scodelloni! ce n’è per quattro.

— Ho spannato stamane, e sentiranno com’è fresca e dolce.... E il
signor curato sta bene? Ma che bella combinazione! E dire anche che mi
dan latte in questi giorni tutt’e due le mucche, perchè alle volte....
Dunque domani gran festa a Orobio! Dicono che ci verranno tutti i preti
della vallata.... un festone! Vedranno che caciuole porterò giù io! E
la processione? La tireranno in lungo, mi immagino!... Ma, con loro
permissione, torno un minuto alla zangola per finire, do un’occhiata
alle bestie, poi son da loro....

Cristina, intanto che la Menica discorreva, guardava la valle, cercava
i paeselli, le case, le stradicciuole che le ricordavano il passato:
e sentiva crescere in sè un cumulo di memorie che le inondavano
l’anima, e che dal cuore salivano a velarle dolcemente gli occhi. Più
volte Cristina, nei mesi ch’eran trascorsi, quand’era sola nella sua
cameretta, e tutto era in silenzio nel palazzo di donna Fulvia, mentre
stava con gli occhi intenti su un telaino da ricamo o su un libro
di lettura, s’era sentita assalire da un sentimento inesplicabile
che sulle prime la seduceva con un piacere vago, misterioso, e che
mano mano s’impadroniva di lei, la scoteva tutta, e le dava alla
fine una commozione così grande da farla piangere, senza sapere il
perchè. Allora, impaurita, s’affrettava a sviarlo, a allontanarlo quel
sentimento; lasciava il libro, il telaino; e sarebbe fuggita dalla
cameretta, ma temeva che qualcuno la vedesse, la osservasse. Quel
sentimento si risvegliava in lei accompagnato or dall’una or dall’altra
delle memorie gaie o dolorose d’un tempo, e dal ricordo or dell’una
or dell’altra delle persone più care: tra queste Enrico c’era sempre.
Che sentimento fosse quello, Cristina non lo sapeva; ma in cuor suo
lo chiamava “il sentimento di cui aveva paura.„ Ora, mentre assorta e
con gli occhi fissi, guardava la valle, quel sentimento le era rinato
più forte, più seducente del consueto. E la sua anima vi si era tutta
abbandonata: questa volta non poteva, non cercava sfuggirgli.

Venne a scoterla la voce della signora Angelica che, vedendo Cristina
presa come da un pensiero malinconico, volle avviare da capo il
discorso con qualcosa di gaio.

— Se ne ha scritte delle lettere il nostro buon Enrico! E che belle
lettere! Le ultime poi.... oh le ultime! Quando le vedrai.... perchè
anche mio fratello l’ha detto che sperava di fartele veder presto....
quando vedrai cosa dice di te, Enrico....

— Di me? Di me?... E che cosa dice?

— Oh, la signora curiosa! vedrai, vedrai. Intanto su allegra, che delle
buone nuove ce n’è a bizzeffe!

— Oh, me le dica.... le dica anche a me! Se c’è una buona nuova perchè
non la dovrei sapere anch’io?

La domanda parve così giusta anche alla signora Angelica che smise
subito il pensiero, se pure l’aveva avuto, di tenersi abbottonata. E
poi Angelica non la voleva veder malinconica quella figliola.

— Punto primo, dunque, il nostro Enrico s’è fatto molto onore; s’è
fatto voler bene da tutti anche in quei paesi... dell’Inghilterra....
Lui, non lo scrive, ma si capisce. Infatti gli han dato un impiego! ma
non in quei paesi, nei nostri! Ed è forse già partito. Sicuro; ritorna,
ritorna!

— A Milano forse?

— Non mi rammento bene, ma ritorna. Poi.... ah, bisogna vedere cosa
scrive! che sentimenti! che penna!... quando parla di te, e dice....

— E dice....

— Insomma, quando don Cornelio mi lesse quella lettera, in principio
ho dovuto piangere, poi alla fine mi sarei messa a ballare per la
consolazione. Figurati!

— Ma cosa dice?

— Oh è impossibile ridire quello che dice.... impossibile dir le cose
come le dice lui!... Ma già io l’avevo sospettato, fin da prima che
partisse, che nella testa di quel figliolo c’eran delle intenzioni... E
c’eran proprio!

— Ma quali intenzioni?... Oh, signora Angelica, io non ne capisco
nulla! M’ha detto che ci son delle buone nuove; e perchè non me le dice?

— Sicuro che ci son delle buone nuove! Ma.... come faccio io a dirle
certe cose?... Bisognerebbe che la leggessi tu quella lettera....

— Oh, allora.... se la posso leggere.... non potrei vederla presto?

— Altro!

— Non potrei vederla subito?

— Ma bisogna tornar a casa. E poi la lettera non l’ho io, l’ha don
Cornelio.

— Ebbene.... corriamo a casa subito subito; cerchiamo don Cornelio,
e don Cornelio mi leggerà la lettera.... Oh facciamo così, signora
Angelica!

La signora Angelica si trovò in quel momento un pochino imbarazzata, ed
ebbe scrupolo d’aver destata la curiosità e l’impazienza di Cristina.
Ma poi, vedendo negli occhi di quella figliola una certa espressione di
preghiera a cui non avrebbe saputo resistere, e pensando che, se aveva
commessa un’imprudenza, don Cornelio l’avrebbe accomodata, chiamò la
Menica, diede una voce a _Ugolino_ che rincorreva i grilli sul prato, e
disse a Cristina:

— Non so se lo troveremo in casa don Cornelio così subito.... non so se
sarà tornato.... ma facciamo a modo tuo.

Ritornate sulla stradicciuola per la quale eran venute, la signora
Angelica, nello scendere, andava ogni tanto reclamando anch’essa una
concessione, quella d’un passo più ragionevole. — Adagio, Cristina! c’è
da rompersi il collo! Ti farai male! Vuoi proprio farti del male! —
gridava ogni tanto; ma dovette cedere anche su questo punto.

Furon presto a casa, cercarono don Cornelio da per tutto, e don
Cornelio non era ancor tornato. La signora Angelica, che non ne
poteva più, dopo aver detto a Cristina: — Andiamo ad aspettarlo
nel suo studiolo — s’era poco dopo lasciata andare sul seggiolone,
che stava dinanzi alla scrivania di don Cornelio, a godere con gli
occhi socchiusi quel primo momento di riposo. Ma Cristina, or con
l’aprire la finestra, or con una domanda, or con una esclamazione,
gliel’aveva lasciato goder per poco; e già la buona Angelica, vedendo
quell’impazienza, cominciava in cuor suo ad essere impaziente anch’essa
di vederla contenta quella povera figliuola.

— Oh guarda guarda, che combinazione!... ma sicuro... eccola qua per
l’appunto... — esclamò a un tratto Angelica, dopo aver riaperti gli
occhi e guardando sulla scrivania. — Questa è una lettera di Enrico,
la riconosco alla mano di scritto. E poi... oh guarda! ce n’è delle
altre!... ci son forse tutte....

Cristina diede un salto, e venne a sedere sulle ginocchia della signora
Angelica, la quale intanto aveva prese le lettere, e le teneva strette
in una mano come a dire: le lettere son qui, ma per leggerle bisogna
aspettare don Cornelio!

— E se don Cornelio — osservò timidamente Cristina — le avesse lasciate
qui apposta per leggerle!... o perchè le leggessimo noi?...

La signora Angelica trovò giusta l’osservazione, rammentò le volte
che don Cornelio le aveva detto: — Presto questa lettera la leggeremo
a Cristina — e pensando che don Cornelio non poteva tardare molto a
ritornare, si persuase subito in cuor suo di venire a una transazione.

— Ebbene — disse — ne leggeremo una... leggeremo quella che don
Cornelio teneva in serbo per te, ma le altre... ah, quelle poi, no! Le
altre non si leggeranno che quando don Cornelio sarà tornato, e col
suo permesso! — Poi dopo averla cercata con tutta l’attenzione, per
non sbagliarsi, diede a Cristina quella lettera che conosciamo anche
noi, quella con cui Enrico partecipava a don Cornelio il suo colpetto
di fortuna, quella in cui effondeva tutto il cuor suo, e che era tutto
un’idillio d’amore.

Cristina prese la lettera, e cominciò a leggerla a voce alta; ma a
un tratto le montò una vampa al viso, e non le uscì più una parola.
Continuò a leggere; e tenendosi serrata a Angelica, e comprimendo il
tremito da cui era presa, la lesse e rilesse più volte quella lettera,
fino all’ultima riga.

Quel sentimento che, da principio, le aveva reso caro Enrico come un
fratello; che era andato crescendo in lei; che le aveva dato tante
volte una consapevole mestizia o una così viva allegrezza, quando
Enrico partiva o faceva ritorno; quel sentimento che ora s’era fatto
tanto forte, tanto insistente, e che le faceva battere il cuore fino a
darle paura; quel sentimento stesso lo aveva dunque nell’animo anche
Enrico! lo aveva pensando a lei! e lo chiamava: l’amore! Era la prima
volta che questa parola scendeva nell’animo di Cristina; e vi scendeva
accompagnata da un’onda di calore e di luce da cui ella si sentiva
tutta ravvolta e trascinata come da una forza misteriosa e soavemente
irresistibile.

Accanto alle parole di Enrico c’eran poi quelle di desiderio del suo
povero babbo, desiderio che le veniva improvvisamente svelato, e che le
faceva accogliere e ricambiare quella parola _amore_, come una parola
sacra e benedetta.

La signora Angelica intanto s’era andata persuadendo sempre più che
proprio non ci fosse nessun male a far leggere quella lettura a
Cristina; poi, come le parve che la lettura andasse un po’ per le
lunghe, alzò gli occhi, fece per dir qualcosa, e rimase subitamente
tutta sorpresa e spaventata vedendo che Cristina non leggeva più, che
il suo sguardo era immobile e fisso, e che la sua faccia era tutta
bagnata di lacrime.

— Oh, misericordia! Ti senti male? cos’è successo? Cristina?

— Nulla, nulla, — rispose Cristina scotendosi.

— Ma tu piangi! perchè?... Oh, cosa ho mai fatto! credevo di darti una
così grande consolazione....

— Oh, sì, sì; è una grande consolazione!

— Ma, allora, ti senti male!... vuoi un’acqua calda, un caffè?

— Nulla, nulla, oh mi sento bene!... Non so cosa sia... è una gran
commozione....

— Vuoi tornare a casa?

— No, no, mi lasci qui con lei.... Vorrei ridere, ma invece piango, non
so perchè! Sono tanto contenta... ma ho sentito in me qualcosa, tutt’a
un tratto, che mi velò gli occhi, e mi portò lontano, lontano. Ma ora —
soggiunse con un sorriso — sono ritornata; ed eccomi di nuovo vicino a
lei, buona signora Angelica. Oh se venisse presto don Cornelio! Ho un
gran bisogno di vederlo; mi pare d’aver mille cose a dirgli. Tornerà
presto?

E don Cornelio non tornava. La signora Angelica che era sulle spine,
or guardava dalla finestra, or scendeva in strada, per vedere se il
curato spuntasse, ma inutilmente. Intanto eran battute le tre, ch’era
l’ora fissata da donna Fulvia a Angelica per tornare a casa. Cristina
si scosse, si passò una mano sulla fronte, e si asciugò gli occhi
dicendo: — Andiamo; andiamo, non facciamoci aspettare. Ci rivedremo
presto, nevvero? Dica a don Cornelio che desidero tanto di vederlo; che
gli voglio dire tante cose! Non se ne scordi, cara signora Angelica, mi
raccomando a lei!

— Scordarmene! ma ti pare? Gli dirò tutto, subito, subito. — E
ricambiandosi in fretta molte raccomandazioni e molte parole
affettuose, giunsero al cancello del palazzo di donna Fulvia dove si
lasciarono abbracciandosi e baciandosi.

La signora Angelica, nel tornare a casa, ripensava all’agitazione
di Cristina, alle sue lacrime, alle sue gote accese, alle sue mani
convulse, e diceva tra sè: “Se son questi i regali dell’amore, ho fatto
pur bene io a non pensarci mai!„

Don Cornelio tornò a casa molto tardi. Sulle prime, come riseppe
l’affar della lettera, rimase alquanto conturbato e impazientito. Ma
poi, un po’ vedendo la sorella tanto mortificata, un po’ ripensando a
certe parole, dettegli nella giornata dal padre Felice, dalle quali
aveva capito che donna Fulvia pensava a maritar presto Cristina, e che
anzi voleva dirne qualcosa anche a lui, finì col mettersi in pace, e
col tranquillare Angelica, concludendo tra sè che tutto il male non
vien sempre per nuocere, e che forse quell’imprudenza veniva opportuna
per accorciargli la strada.

Alla sera, nel salotto di donna Fulvia, intanto che il marchese
Ettore leggeva un giornale, che la marchesa Bianca ricamava su un
telaino, e che quattro personaggi secondari giocavano a’ tarocchi, il
padre Felice rendeva conto a donna Fulvia dei discorsi fatti con don
Cornelio durante quella giornata. Eran seduti in disparte, e parlavano
sottovoce; ma dai gesti e dalle facce che andavano facendo, era facile
capire che il padre Felice narrava delle cose cui dava la sua maggiore
disapprovazione, e che donna Fulvia le ascoltava or stupefatta, or con
l’amara ironia di chi è scandolezzato ma non maravigliato. Queste cose
poi, tanto riprovevoli, non eran altro che le opinioni di don Cornelio;
il quale in quel giorno essendo in vena di discorrere con una certa
espansione, e dovendo rispondere alle domande d’una così affabile,
d’una così dotta persona, aveva parlato un po’ di tutto, senza un’ombra
di diplomazia, e col cuore in mano.

Il padre Felice, infine, raccontava d’aver toccato con don Cornelio
anche il tasto del matrimonio, e qui dava migliori notizie; anzi
concludeva che appunto per ciò bisognava ora chiudere un occhio sul
rimanente, e non pensarci che dopo.

Il dialogo fu interrotto dai quattro del tavolino i quali s’erano
alzati per congedarsi. Uno di questi, dopo molti inchini e molti
complimenti cerimoniosi a donna Fulvia, chiese le nuove di Cristina che
non s’era veduta quella sera nel salotto.

— Cristina è un po’ indisposta, — rispose donna Fulvia, — è andata a
letto. A proposito, padre Felice, non glielo aveva detto io? Ma lei è
sempre per facilitare, sempre per concedere! Una piccola passeggiata,
all’ombra, sarebbe stato un divertimento sufficiente, ma lei ha
voluto che concedessi, figurarsi! anche la panna. Cristina è tornata
sentendosi male, precisamente in grazia della panna! Ah padre Felice,
padre Felice!




XIV.


I preti, che donna Fulvia, dopo essersi consultata con don Innocente,
aveva invitati a pranzo per la festa di S. Luca eran diciotto. La
notizia s’era sparsa, per tutta la valle; e dai paesi vicini eran
venuti de’ curiosi per vedere quella novità del gran pranzo, pur
sapendo di restarne a bocca asciutta. Questa volta dunque per S.
Luca c’era gente più del solito, per quanto la festa d’Orobio fosse
sempre una delle più frequentate, e anzi facesse dire ogni anno agli
invidiosi degli altri paesi “gli è perchè S. Luca coincide col mercato
delle castagne.„ Alla festa di don Cornelio, come la chiamavan ne’
paesi vicini, dove pure il curato d’Orobio era ben veduto ed amato,
eran venuti, come di solito, alcuni sindaci e alcune società d’operai
con le loro bandiere e con que’ quattro sonatori che, tra di loro, si
chiamavan la banda. Alla venuta delle società e delle bandiere, il
sindaco d’Orobio aveva voluto dare questa volta una maggior importanza.
Era andato a riceverle, aveva scambiato degli evviva patriottici, e
aveva invitati parecchi a bere all’osteria, per contrapporre, come
diceva lui, una solennità civile al pranzo di donna Fulvia.

I particolari della festa eran stati fissati da donna Fulvia la quale
voleva farne gli onori, ma senza troppo incomodarsi, e senza mutare le
proprie abitudini. Alla mattina dunque, dopo l’ora della sua colazione,
ci doveva essere la messa cantata, poi la predica, la cioccolata
al celebrante, la processione, il pranzo alle tre, e i vespri alle
cinque. Non tutti gl’invitati conoscevano queste disposizioni, le
quali, soprattutto sul punto dell’orario, si allontanavano non poco
dalle usanze dei loro paesi; per cui, molto prima che le funzioni
cominciassero, si vedevan per le strade di Orobio parecchi de’ preti
invitati che, con un grande ombrello sotto il braccio, gironzellavano
un po’ sconcertati del contrattempo, pigliandosela con chi non gli
aveva prevenuti, e bisticciandosi con la serva che li seguiva, e che li
aveva consigliati a non far colazione. Gli invitati arrivaron tutti.
Uno solo mandò a dire, proprio quella mattina stessa, che l’avessero
per iscusato perchè s’era sentito male la notte; e questo era il
predicatore incaricato del panegirico. Nientemeno! Don Cornelio fu in
un bell’impiccio. Fra gl’intervenuti non c’era da far scelta; e così,
lì su due piedi, dovette pensare a supplir lui, e a mettere insieme
alla meglio quattro parole per la circostanza.

Venuta l’ora delle funzioni, donna Fulvia uscì dal palazzo accompagnata
da sua figlia, dal genero, dal padre Felice e da Cristina, la quale
s’era tirato un velo fitto sugli occhi come se tutti le avessero
dovuto leggere in viso la sua commozione. Dietro donna Fulvia veniva
la Cleofe, che teneva in braccio _Fleurette_; e dietro la Cleofe
venivano i servitori, due dei quali portavano dei cuscini di velluto
per gl’inginocchiatoi di casa Orsenigo. Donna Fulvia attraversò la
folla de’ curiosi, che facevan ala, con quel contegno che soleva
assumere quando voleva incutere serietà e compunzione; e la folla,
richiudendosi dietro di lei, si rovesciò in chiesa a spintoni, a
gomitate, a motteggi, intanto che una scampanellata annunziava il
cominciare della messa grande. Arrivata poi la messa al Vangelo, don
Cornelio salì sul pulpito; riandò un momento le cose pensate poco
prima, e prese a parlare, come soleva, alla buona, con calore, senza
latino, per quanto ne spiacesse alla Cleofe, ma in modo che anche
i più semplici lo capissero e ne avessero un ammaestramento. Parlò
di S. Luca evangelista, ricordò gl’insegnamenti del Vangelo; e a
proposito dell’amor del prossimo, toccando l’argomento delle rivalità
e delle guerricciuole tra famiglie e tra paeselli, si congratulò di
veder riunita nella sua chiesetta gente d’ogni parte della valle.
Rivolgendosi infine al gruppo d’operai che stavano intorno alle loro
bandiere, chiuse il discorso con alcune calde parole sulla santità
del soccorrersi a vicenda, e sull’amplesso ch’egli invocava tra la
religione e la patria.

_Fleurette_, che in quel punto aveva veduto poco discosto i due
occhietti di _Ugolino_, si mise ad abbaiare. Donna Fulvia, scambiati
ch’ebbe essa pure col padre Felice un’occhiata e un sospiro, si
rizzò in piedi; e il prete che diceva la messa ricominciò a cantare,
accompagnato dai suoni d’un organo sfiatato.

Finita la messa, cominciò la processione. Donna Fulvia rimase in
chiesa, perchè le processioni essa le seguiva mentalmente, e ci mandava
invece la servitù. Sua figlia Bianca ricondusse a casa Cristina, che
si sentiva poco bene; e il marchese Ettore le accompagnò pensando che
la fratellanza predicata da don Cornelio poteva essere una bella cosa,
ma soprattutto all’aria aperta. Il padre Felice rimase in chiesa, un
po’ pregando e un po’ mormorando sottovoce con donna Fulvia contro
il curato, in mezzo al rumor confuso, che veniva dal di fuori, delle
campane che suonavano alla distesa, degli spari de’ mortaletti, delle
voci dei preti e delle confraternite che cantavano, delle bande che
stonavano, delle grida di chi vendeva sul mercato e degli strilli d’un
clarino che chiamava la gente a veder la foca.

Finite le funzioni, i diciotto invitati di donna Fulvia, dopo aver
gironzellato di nuovo per un paio d’ore guardando ogni tanto l’orologio
del campanile, come videro la lancetta avvicinarsi alle tre, un dopo
l’altro si avviarono al palazzo. Donna Fulvia cominciò a ricevere i
primi con un contegno pieno di dignità e di deferenza per far veder
loro ch’era abituata a ricevere de’ prelati: ma i suoi invitati, o
rimanevan sull’uscio vergognosi e impacciati senza rispondere, o
sudici e impolverati si lasciavano andar sulle seggiole, asciugandosi
il sudore, e deponendo sui tavolini de’ cappelli bisunti. Donna
Fulvia, alquanto contrariata, dava di lungo a uno nella speranza che
chi veniva fosse migliore. Ma chi veniva valeva l’altro: se uno era
impacciato, l’altro era rozzo; se il vestito d’uno era rappezzato,
quello dell’altro era rifinito; e chi parlava, faceva dar la preferenza
a chi taceva. Donna Fulvia che si rammentava dei preti di quella valle
veduti un tempo quando ci veniva da ragazza, andava ora facendo, come
trasognata, dei confronti. Si rammentava che quelli d’allora eran
tutt’altra cosa, e avrebbe voluto saperne il perchè. Il perchè c’era,
ma essa era lontana le mille miglia dall’immaginarselo, e buttava tutta
la colpa addosso a chi glieli aveva scelti dal mazzo. Ciò poi che la
stizziva di più era di non vederne tra i presenti uno, uno solo, che
paresse migliore, o poco da meno, del curato d’Orobio. Ma perchè?....
Non ci fossero stati almeno de’ testimoni! Ma c’era il padre Felice che
osservava e taceva; c’era don Cornelio che aveva l’aria impaziente,
e c’era sua figlia Bianca che a ogni nuovo venuto arricciava il naso
un poco di più, e si teneva un poco di più in disparte. Di buon umore
non c’era che il marchese Ettore, il quale passava dall’uno all’altro
degli invitati dirigendo a tutti qualche domanda, e cercando d’attaccar
discorso, con un fare tra il familiare e il canzonatorio che non
riusciva nuovo a donna Fulvia, e che la metteva tanto più di malumore.

Finalmente un servitore venne a annunziare che il pranzo era servito;
e si pensi con quanta premura e con quanto appetito, si mettessero
a tavola i convitati che, soliti a desinare a mezzogiorno, avevan
sentito questa volta, quasi tutti a digiuno, batter le tre. Il marchese
Ettore volle vicino a sè don Prospero, che gli aveva dato subito
nell’occhio, e gli era parso che promettesse più degli altri in materia
di chiacchiere e di buon umore. La marchesa Bianca si rifugiò tra sua
madre e Cristina; don Innocente si mise accanto al padre Felice, e gli
altri sedettero alla rinfusa cercando in fretta un buon posto, un posto
cioè lontano dai padroni di casa. Il pranzo cominciò, e continuò per un
paio di portate nel più profondo silenzio. L’appetito e la suggezione
toglievano la parola ai convitati, e fin don Prospero non rispondeva
che con de’ risolini al marchese, il quale lo andava stuzzicando con
delle domande e con delle facezie, intanto che gli riempiva senza
interruzione il bicchiere.

La parlantina cominciò a metà del pranzo; e prima che si arrivasse
all’arrosto non c’era più uno che tacesse. Tutti parlavano in una
volta; chi raccontava una storiella al vicino, il quale poi la ripeteva
a tutti ad alta voce; chi chiamava o rispondeva da un capo all’altro
della tavola, chi motteggiava, e chi rideva sgangheratamente. Il
baccano andava sempre crescendo, e non aveva tregua che al comparire
d’una nuova portata, per ripigliare subito dopo più forte di prima. Il
solo che non fiatasse era don Luigi. S’era seduto, per sua disgrazia,
proprio in faccia a donna Fulvia, e sotto la suggezione di que’
due occhi non osava aprir bocca quasi neanche per pranzare. Anche
donna Fulvia vedendo la cattiva piega che prendeva il suo pranzo di
_riparazione_, s’era fatta silenziosa; e sulla sua fronte si andavano
accavallando le rughe, come le nubi sul cielo prima d’un grosso
temporale. Don Cornelio, che la guardava sott’occhio, cercava di
tanto in tanto di moderare qualche parlatore troppo chiassoso, ma era
inutile; il marchese stesso, che se ne divertiva sempre di più, correva
subito a portar legna al foco se appena ne vedeva il bisogno.

— Ah, adesso si comincia a star meglio! — esclamò don Prospero, che da
quando s’era accomodata la salvietta passandone uno dei lembi dietro
il collare di margheritine celesti, non aveva levati gli occhi dal
piatto, che per servirsi tre volte a ogni portata. — Si comincia a star
meglio....

— Bravo don Prospero... e se mi permette... — Così dicendo, il marchese
gli riempiva il bicchiere.

— Altro che permettere! Questo Valpolicella vale un Perù.

— E don Prospero gli fa onore!

— Che vuole? Siamo due vecchi amici, io e il Valpolicella! peccato che
ci incontriamo di rado! Ah! ah!

— Allora un altro bicchierino.

— Cerimonie, cerimonie... grazie, signor marchese.... Questo sarà alla
sua salute, perchè fin qui è andato giù alla mia, ah! ah!... Proprio
eccellente, vecchione, legittimo.... e quando lo dico io!...

— Ah! lei se ne intende? Oh guardi! si direbbe, a vederla, che lei non
beve che acqua.

— Acqua? ah, ah! In casa mia han sempre fatto tutti l’oste....

— E l’acqua la fan bere agli altri.

— Bravo, signor marchese; si vede che lei se ne intende del mestiere!
Ma scherzi a parte, del vino n’ho visto a maneggiar molto, e n’ho
maneggiato anch’io....

— Anche lei?

— Sicuro; e come si fa? Il Benefizio è magro; non mi dà che trecento
lire l’anno: si benedice qualche bestia perchè non si rompa le corna,
e tutto finisce lì. Se avessi anch’io come don Cornelio i miei
villeggianti! oh allora è un tutt’altro affare. C’è d’autunno quella
messetta ben pagata, c’è quel pranzetto tutte le domeniche, c’è alle
volte la risorsa d’un bravo funeralone....

— Ch’è una bella risorsa, ne convengo... non per i villeggianti.

— Oh, più tardi che si può, s’intende, ma c’è sempre la speranza.
Invece io....

— A proposito, torniamo al vino; lei mi diceva...

— Che n’ho maneggiato, eh sicuro! I miei fratelli fanno l’oste, e
qualche affaruccio lo faccio anch’io. Alle sagre ci vado con le mie
mostre, e qualcosuccia si fa. Oggi, per esempio, ecco qua.... — E
intanto levava di tasca una bottiglietta da saggio vuota. — Ci avevo un
vinettino che non è dispiaciuto; un vinettino, se vuole, di confidenza,
ma....

— Ma sincero.

— Precisamente; e quando il vino è sincero, allora uno può sempre dire:
comando io. Dico bene?

— Benissimo. E vini bianchi ne tiene?

— Sempre: adesso abbiamo un agretto leggero del paese, che a digiuno
è un _non plus ultra_. Ne abbiamo anche uno di collina, sopraffino,
d’abbocato gentile; poi abbiamo....

— Del Champagne Crémant Impérial?

— Ah, lei vuol dire quel dolcino spumante che va su per il naso? No,
no; il vino deve andare per in giù, non per in su. Me l’han fatto
assaggiare una volta il Champagne, proprio di quel vero d’Asti, ma ho
detto subito che non era roba per noi.... Una volta si teneva qualche
cosa anche per l’avventore che non sa bere, ma adesso non ne teniamo
più.

In quel punto era cessato improvvisamente quel rumore di forchette, di
piatti e di voci che assordavano, e tutti s’eran rivolti ad ascoltare
un certo don Giosuè che dopo aver fatto ridere i suoi vicini con quelle
quattro storielle che soleva ripetere da per tutto dove andava, s’era
fitto in capo di far raccontare da don Cornelio a tutta la tavolata
quella sua avventura del quarantotto, quella del Croato. Don Cornelio
se n’era schermito e don Giosuè s’era messo lui a raccontare quel tanto
che ne aveva risaputo, aggiungendoci una qualche goffaggine del suo,
per far rider meglio la brigata. Don Cornelio gli dava sulla voce,
ma era inutile; l’uditorio teneva per don Giosuè, applaudendolo in
ragione che ne diceva di più sciocche. Anche donna Fulvia che, fin
lì, stecchita, in sussiego e senz’aprir bocca, aveva avuto l’aria di
non udir nulla di quanto si diceva intorno a lei, questa volta s’era
messa a prestar attenzione. Indispettita da quel baccano, e mortificata
in cuor suo di non aver potuto fino allora levar gli occhi su don
Cornelio, non le parve vero di potergli guardare in faccia questa
volta anche lei, e di dirgli poi con un fare addolorato, appena don
Giosuè ebbe finita la storiella tra le risate degli uditori: — Male,
malissimo, signor curato, e mi stupisco che si raccontino di queste
storie sul suo conto.

— Si stupisca piuttosto — rispose don Cornelio — di chi le racconta a
questo modo.

— Eh, eh, — saltò su don Innocente, il quale fino a quel punto non
aveva fatto che mangiare, e far dei sorrisi di riconoscenza ora a donna
Fulvia e ora al padre Felice. — Don Cornelio è sempre diplomatico!
basta dire che era uno degli amici del Cavour!

— Un amico del Cavour? lei, don Cornelio! — chiese subito donna Fulvia,
guardandolo di nuovo con stupore. — Ogni giorno se ne sente una nuova!

— Amico del Cavour! — non potè a meno di esclamare anche il padre
Felice.

— Come, lei signor curato, era amico del conte di Cavour? oh non lo
sapevamo! Ci racconti, signor curato, ci racconti.... — prese a dire, e
continuò con insistenza, il marchese Ettore, intanto che gli occhi di
tutti si rivolgevano su don Cornelio.

Il povero don Cornelio che fino a quel giorno, come abbiam visto,
s’era dato l’illusione d’essere stato poco meno che un amico anche
lui del gran Ministro, ora tutto confuso, facendosi rosso in viso,
e ricercando meglio nella sua memoria, finì col rispondere che
l’asserzione di don Innocente non era vera; e perchè gli si credesse
meglio, e anche per non sconfessar la sua ammirazione, soggiunse che
non aveva mai avuto un così grande onore. Tutti allora furono persuasi
che qualcosa di vero ci doveva essere; e i più senza badar oltre nè
a don Innocente che insisteva, nè a don Cornelio che rettificava,
tornarono alle occupazioni di prima, e ci tornarono con quel crescendo
che contraddistingue di solito un finale.

— Anche amico del Cavour! — aveva nel frattempo ripetuto un par di
volte donna Fulvia, mandando, con una certa compiacenza ironica,
delle occhiate al padre Felice: e il marchese fingendo la più ingenua
curiosità, si divertì per un pezzetto ancora ad aizzar don Innocente,
a farlo parlare, a tener viva la disputa, lasciando tranquillo per un
momento don Prospero, il quale se ne approfittò per far passare nelle
ampie tasche del suo soprabito un pezzo di cacio, una fetta di torta,
una manata di mandorle, e da ultimo quattro amaretti.

Con gli amaretti il pranzo era finito, e donna Fulvia si alzò. I
convitati fecero altrettanto; non tutti insieme però, perchè alcuni
vollero prima assaporare un ultimo sorso, e qualche altro dovette prima
fare più d’un tentativo per rimettersi in piedi. Don Prospero colse
l’occasione per riempire di Valpolicella la sua bottiglina, dicendo al
marchese, il quale se n’era avveduto e voleva scoppiar dalle risa: —
Questo lo porto a casa per memoria.

Il pranzo era durato più di due ore, e le cinque eran battute da un
pezzo. Don Cornelio, intanto che nel salotto veniva servito il caffè,
svincolatosi da don Innocente e dal marchese, si accostò a don Luigi,
e gli disse all’orecchio che andasse a far sonar subito i Vespri. Fu
una buona precauzione, perchè lo schiamazzo aveva ripreso nel salotto
più forte di prima, e donna Fulvia cominciava a perder la pazienza. Ai
primi rintocchi delle campane don Cornelio si accomiatò, fece in fretta
i suoi convenevoli, si raccomandò ai preti che si spicciassero, e andò
diviato in chiesa. I più della brigata fecero sulle prime l’orecchio
del mercante, ma donna Fulvia fece l’atto di muoversi e bisognò andare.
Peccato! A un tavolino era cominciata una partita a primiera; don
Giosuè, in mezzo a cinque o sei de’ più chiassosi, stava raccontando
una storiella al marchese; don Prospero sprofondato in una poltrona
russava tranquillamente; e un certo don Matteo stava per accender la
pipa.

Donna Fulvia salutò i suoi convitati complessivamente piegando il
capo a destra e a sinistra, con un certo sussiego, ritta in mezzo al
salotto, e nell’attitudine di dire: favoriscano d’andarsene. E l’uno
dopo l’altro se ne andarono tutti; chi tacendo come c’era venuto, e
chi, diventato più espansivo, impappinandosi in un complimento che
rimaneva a metà.

Appena “le ebber levato l’incomodo„ come avevano detto i più
complimentosi, donna Fulvia fece un gran respiro; ma le contrarietà
di quella giornata non erano ancor finite. Si mosse anch’essa poco
dopo per andare in chiesa, e affacciatasi al portone vide, dinanzi al
palazzo, un brusio di gente che, motteggiando o ridendo, or faceva
ressa intorno a qualcuno, or si affollava in un punto della strada,
or si apriva facendo ala, e tutta con l’aria allegra di chi gode e si
diverte. “Oh cos’è questa novità?„ pensò donna Fulvia “cosa fa questa
gente, questa ragazzaglia che dovrebbe esser tutta ai Vespri?„ E
s’avviò non senza difficoltà verso la chiesa, attraversando lentamente
quella folla di curiosi e di buontemponi, i quali tutti eran troppo
occupati a ridere a crepapancia per accorgersi di donna Fulvia e farle
largo. Cosa fosse questa novità, e perchè ridessero quei buontemponi,
donna Fulvia se lo sentì vociare intorno da ogni parte nel fare il suo
tragitto. Era gente venuta, come a un divertimento, a vedere i preti
uscire dal gran pranzo, chi per semplice curiosità dopo aver veduta la
foca, chi per ridere, e chi per dare la baia. Parecchi, usciti allora
allora dall’osteria, aiutavano a rendere il divertimento più chiassoso;
chi mezzo brillo con un motteggio sull’intemperanza dei preti; chi col
naso rosso additando un qualche curato che l’avesse anche più rosso.
E non è a dire che questo spasso procedesse da per tutto liscio e
senza contrasti. Alcuni di que’ preti ai quali la gente dava la baia,
cercavan di svignarsela; ma altri rimbeccavano e rispondevano per le
rime.

Si pensi dunque quante non ne sentì donna Fulvia in quel breve tratto
di strada, e quante non ne riseppe poi il giorno dopo dal Valassina,
dalla Cleofe, e dagli altri suoi confidenti; poichè il giorno dopo
in Orobio non si fece che parlar del pranzo, dell’uscita dei preti
dal palazzo, delle scene avvenute, delle facezie dette, e di certi
due scappellotti somministrati da don Matteo, quel della pipa. Don
Cornelio, arrabbiato, afflitto per lo scandalo, avrebbe voluto almeno
che non se ne parlasse più. Pregò, sgridò, ma con poco frutto. La
storiella andò subito in giro anche per i paeselli della valle, e
per un pezzo fu il tema allegro dei discorsi in ogni casa e in ogni
bettola. Tale fu la fine del gran pranzo, col quale donna Fulvia aveva
creduto di dare una lezione a don Cornelio, di edificare il popolo e di
rialzare il clero.




XV.


Due giorni dopo la festa di S. Luca, sul far della sera, il procaccia
del capoluogo del mandamento, venne a cercare di don Cornelio, girando
per tutto il paese con una lettera in mano. — Questo è un telegramma!
— esclamò lo speziale: e in fatti sulla busta era stampato così. A
Orobio i telegrammi non capitano di frequente, e l’ultimo l’aveva
ricevuto appunto sei mesi prima lo speziale; circostanza ch’egli
non mancò di richiamare nel raccontare il fatto di quell’improvvisa
venuta del procaccia, poichè per quella sera in paese il telegramma
di don Cornelio fu l’argomento principale delle conversazioni e della
curiosità di tutti.

Il telegramma era di Enrico, e veniva da Genova. Enrico, arrivato a
Genova pochi giorni prima, aveva creduto di trovarci subito una lettera
di don Cornelio in cui fosse detto che la sua domanda alla zia di
Cristina era stata fatta, ch’era stata gradita, e che dovesse ripartire
per Orobio senza perder tempo. Non avendoci trovato nulla, aveva
scritto di nuovo a don Cornelio un letterone di sei facciate, tutto
impazienza, tutto ansietà; ma il letterone, arrivato un par di giorni
prima della festa di S. Luca, era rimasto senza risposta; e Enrico, a
cui ogni giorno pareva un secolo, aveva telegrafato a don Cornelio per
domandargli, col linguaggio ansante e risoluto d’un telegramma, cosa
c’era di nuovo e quando doveva partire.

Quel telegramma, ch’era il primo che don Cornelio riceveva in vita
sua, diede il tratto alla bilancia. Don Cornelio come s’è veduto, non
l’avrebbe voluta far così subito quell’imbasciata a donna Fulvia;
poi, dopo che la sorella aveva mostrata a Cristina quella tal lettera
d’Enrico, gli era parso che bisognasse far presto; e ora finalmente
che c’era entrato di mezzo anche il telegrafo, e che aveva parlato a
quel modo, non ebbe più dubbi, e si decise per il subito. A dargli
più coraggio gli venivano in aiuto i discorsi fatti col padre Felice
durante quella passeggiata del giorno prima di S. Luca. Riandava quelle
parole a una a una, e gli pareva che proprio non ci fosse da dubitare.

Il padre Felice in mezzo ai molti discorsi fatti gli aveva toccato qua
e là dell’avvenire di Cristina. Aveva pronunziata, più d’una volta,
la parola matrimonio; gli aveva detto che donna Fulvia cominciava
a pensarci, e gli aveva fatto capire alla fine, tra un subisso di
complimenti, che forse.... quanto prima.... tra loro tre, si sarebbero
fatti de’ discorsi su quell’argomento. Parole di tal fatta, e d’una
persona tanto circospetta, dovevano pur significare qualcosa!

Don Cornelio, fatta la decisione, s’avviò la mattina dopo, pieno di
coraggio e col soprabito delle feste, verso il palazzo di donna Fulvia
allungando un poco la strada per ripensar bene alle parole con le quali
avrebbe attaccato il discorso. Donna Fulvia, quando le comparve dinanzi
don Cornelio, se ne stava sola nel suo gabinetto, vicina al tavolino da
lavoro e con gli occhiali sul naso. Era l’ora in cui, dopo la colazione
e dopo quattro chiacchiere in salotto, donna Fulvia si ritirava nel suo
gabinetto o a far la lettura, o a far filaccia e maglie per i poveri,
fino al momento della trottata. In quel punto era alle prese con la
spalla d’un corsetto, fatto con degli avanzi di lana tutta a nodi, e
ch’era uno dei molti cilici di beneficenza che preparava ai poveri per
l’inverno. Sembrava tutta assorta nel suo lavoro, ma ogni momento le
bisognava disfare un giro, o riprendere delle maglie scappate, tanto
il suo pensiero era lontano da quell’infelice a cui era destinato il
corsetto. I suoi pensieri erano tutti rivolti agli avvenimenti del
giorno di S. Luca; era la predica di don Cornelio, erano i convitati
e il pranzo, eran le scene della strada, che le ribollivano in testa
e le facevano or stringere or crescere quelle maglie capitate in così
mal punto. Ma soprattutto ce l’aveva con don Cornelio. Ognuno di quei
fatti doveva necessariamente avere la sua causa, ed essa ne trovava
una, un’unica per tutti bell’e pronta nella sua mente. Era cioè
chiaro, chiarissimo, che la colpa di tutto era tutta di don Cornelio.
Per fortuna che tra i molti pensieri, le era venuto alla fine anche
quello del matrimonio di Cristina, e che, proprio nel momento in cui
le vennero ad annunziare la visita di don Cornelio, i suoi occhi erano
andati a fermarsi su una lettera che le stava dinanzi sul tavolino, una
lettera tutta complimenti ricevuta quella mattina dal barone Brocchetti.

— Donna Fulvia mi perdonerà.... — cominciò a dire don Cornelio nel
venire innanzi — ma, se per caso, le fossi capitato in un momento poco
opportuno....

Donna Fulvia lo interruppe invitandolo a sedere con un gesto, e con un
— S’accomodi, signor curato — che pronunziò con sussiego, ma cercando
di raddolcire la voce.

— Tante grazie, tante grazie. Dunque.... se non la disturbo.... se
mi può concedere.... — prese a dire don Cornelio, ricercando il filo
del discorso che aveva preparato. — È da qualche tempo che sentivo il
dovere, che cercavo l’occasione, di parlarle a quattr’occhi un poco a
lungo, d’una faccenda.... ma.....

— Dica, dica.

— Lei sa quanto mi stia a cuore sua nipote Cristina; lei sa quali
doveri io senta d’avere verso di essa, e in nome di quale sacra
memoria....

— Lasciamo il _sacro_ da parte.

— Insomma.... — riprese don Cornelio, un po’ sconcertato, e cambiando
tasto — insomma, l’ho veduta crescere, mi ci interesso, le voglio
bene, e sarebbe per me una gran soddisfazione del cuore se potessi far
qualcosa per quella figliola; qualcosa che potesse piacere, s’intende,
a donna Fulvia che vorrei pure veder rimeritata per i tanti suoi
benefici....

— E che cosa vorrebbe fare? — chiese con miglior grazia donna Fulvia, a
cui balenaron subito in mente le informazioni datele dal padre Felice.

— Non è ch’io voglia.... ma, quando donna Fulvia credesse venuto il
momento di pensare alla felicità di Cristina.... quando credesse di
pensare al suo collocamento.... — E qui don Cornelio fece una pausa,
guardando prima di andare innanzi, la faccia di donna Fulvia. Quella
faccia, con sua maraviglia, era divenuta a un tratto tutta serena e
rabbonita, quale non l’aveva veduta mai.

— Veramente.... — disse donna Fulvia — non potrei dire che questo
pensiero non mi sia venuto; mah! son cose difficili!...

— Oh, non in questo caso! — esclamò don Cornelio, a cui la faccia di
donna Fulvia dava in quel momento un gran coraggio. — Lei non avrà che
a dire un sì!

— Lo crede? le par tutto così facile?

— Le difficoltà ci potevan essere, e quante! Ma ormai... lo creda a me,
quando lei lo voglia, tutto è fatto.

— Lei dunque ne è molto sicuro!

— Sicuro, sicurissimo!... E anzi.... donna Fulvia non ha bisogno di me,
ma al caso ci penso io.... sono ai suoi ordini.

— Ebbene, caro signor curato — prese a dire donna Fulvia dopo un
momento di silenzio, con un fare confidente e mellifluo ch’era per
don Cornelio una gran novità. — Ebbene sì, io avrò bisogno di lei. Al
matrimonio di Cristina ci sto pensando.... ci sto pensando!.... Ma
per disporre l’animo della ragazza a un atto così importante, così
inaspettato, vorrei aver l’aiuto, la cooperazione, e diciamolo, anche i
consigli di una persona come lei, che per il duplice carattere, quello
vogliam dire del suo ministero e quello della protezione e autorità
già esercitata sulla fanciulla, può eventualmente avere la sua parte
di benefica influenza nell’ottenere quei giusti apprezzamenti che non
sempre appaiono agli occhi inesperti della gioventù. — Tirò il fiato,
fece una pausa, poi, come se interrompesse il filo dei pensieri,
domandò a un tratto a don Cornelio: — Mi dica un po’, ha veduto forse
questa mattina il padre Felice? e le fu detto per caso qualcosa in
confidenza? È il padre Felice che l’ha mandata qui?

— Signora no. Il padre Felice oggi non l’ho veduto.... Ma quanto
all’aver saputo qualcosa in confidenza....

— Oh, oh, come? da chi?

— Come! da chi!.... — esclamò don Cornelio pieno di coraggio e di
impazienza parendogli che tutto andasse a gonfie vele. — Lei ha mille
ragioni, e mi scusi se non gliel’ho ancor detto, e se non le ho parlato
subito a cuore aperto. Ma gli è che mi bisognava farle prima un poco
di storia. In poche parole però le avrò detto tutto, se ha la bontà di
ascoltarmi.

Don Cornelio narrò brevemente a donna Fulvia una parte di quanto
sappiamo anche noi. Le toccò dei progetti e dei desideri del conte
Maurizio a proposito del suo pupillo e di Cristina: le parlò del
bell’animo di Enrico, della serietà de’ suoi propositi, del suo affetto
per Cristina, dell’impiego ora avuto, e della sua sorte assicurata. Don
Cornelio nel calore del discorso non s’era accorto che donna Fulvia
intanto aveva mutato faccia, e che con una furia crescente andava
scavalcando le maglie del suo lavoro, facendo un gran pottiniccio. Se
ne sarà accorto poi quel tale che avrà dovuto infilare le maniche di
quel corsetto. Quando don Cornelio venne a dire delle ultime lettere
ricevute da Enrico, e dell’incarico avuto, donna Fulvia che scoppiava,
diede un balzo, e buttò il lavoro sul tavolino, esclamando: — Basta,
basta, ho capito; io non la posso lasciar continuare!

Don Cornelio la fissò pieno di sorpresa, e con l’espressione di
domandarle il perchè di quel mutamento così grande, così improvviso.
Donna Fulvia si ricompose, guardò il curato col fare severo d’un
personaggio offeso nella sua dignità, poi gli disse:

— I suoi progetti sono un’assurdità. Si vede che lei non ha il concetto
di quelle convenienze sociali alle quali devono attenersi certe
famiglie. Figurarsi! Gli argomenti che mi ha detto in favore del suo
protetto, son tutta roba che basta a provarmi la sconvenienza d’un
simile progetto. All’avvenire di mia nipote.... lasci a chi tocca il
pensarci. Non si pigli troppe brighe, signor curato.... di quelle
voglio dire che non c’entrano nel suo ministero, perchè poi le une
fanno dimenticare le altre!

— Vuol forse dire, donna Fulvia, ch’io dimentichi i miei doveri?

— Voglio dire di non attribuirsene, in questo e in altri casi, di
quelli che non le spettano.

— Come?

— Come! come! — E qui, ora che quel resto di diga che frenava ancora
il suo mal animo verso don Cornelio era rotta, non le parve vero di
buttar fuori a rifascio, come venivano, quelle accuse, quei rimproveri,
quel dispetto, che aveva tenuti chiusi dentro di sè fino allora. — Come
quando lei, per dirne una, in compagnia del sindaco, e d’altra simil
gente, che farebbe bene di lasciare nel loro brodo, si inframmette in
tante cose che sappiam noi....

— Ma si spieghi....

— Oh lei mi capisce benissimo. Le sue idee del resto son conosciute.
E i suoi atti, tirando pure un velo sul quarantotto, ognun li vede.
E poi non l’ha detto anche lei nella sua predica di S. Luca! che lei
vuol conciliare governo e religione! Figurarsi! che vuol conciliare i
dissidi, lei da solo! quasi non sapesse che non bastano più da soli
neanche i Concili ecumenici! Che vuol metter insieme il Vangelo con
la libertà, col popolo, e col progresso! proprio come dicon certi
tali, come avrebbe detto anche il Cavour, il suo amico! Cosa deve dire
il popolo che ascolta le sue prediche? Quelle prediche nelle quali
non si sente mai una parola contro la perversità dei tempi, mai una
maledizione! Sta bene l’amore; ma e i flagelli? Quelle bandiere poi
del governo, per dirne una, sulla porta della chiesa, sul campanile,
e alla finestra di casa sua, sono.... diciamolo pure, scandali! E
quelle bandiere degli operai fin sull’altare, fin nella processione....
accompagnate poi da gente... con delle facce!... le paion cose da
nulla? Cosa ne dovevano pensare i fedeli? Cosa ne doveva pensare quel
buon clero venuto per essere edificato, e per edificare?... — E qui
donna Fulvia, a cui balenò forse in mente il suo pranzo, fece una pausa
involontaria.

— E lei, signora, avrebbe preferito di saperli all’osteria quegli
operai, quelle bandiere, invece di vederli presso l’altare? — esclamò
don Cornelio con calore; ma poi riprese subito con la solita bonarietà:
— Quanto alle facce.... sicuro, ce n’è delle brutte, ma poveracci! son
facce annerite nelle officine, o dal sole; bruttissime, quando sudano
e bestemmiano; ma che a me paion belle quando, nella mia chiesetta,
guardano in su, e le vedo illuminate da un raggio di speranza. Povera
gente! Cosa vuole che io maledica? ch’io flagelli? A flagellarli ci
pensano la gragnuola, le malattie, gli stenti, la fame; e vuole che li
flagelli anch’io nella loro chiesetta? Non deve avere questa povera
gente un luogo, un’ora di tanto in tanto, dove il loro pensiero si
riposi, e sia sicuro di trovarci la pace e la speranza? Oh li ho
sentiti anch’io nelle città, quei predicatori che dice lei, quelli dei
fulmini! Ma i loro fedeli poi, dopo i fulmini della mattina, vanno
a teatro la sera; e i miei poverelli invece vanno a letto, e non
domandano d’andarci che con una fetta di polenta, e con la coscienza
tranquilla. Sì, insegno loro ad amare la religione e la patria, la
Chiesa e il Governo, perchè in questa massima semplice trovano la norma
sicura de’ loro doveri. Dovrei io turbare la mente di questi buoni
campagnoli con delle questioni che ignorano, e che non comprenderebbero
mai? Dovrei mettere nei loro animi una disputa sui loro doveri, per
metterci così l’alternativa della scelta? Mi sbaglierò.... ma che
vuole? se un povero coscritto fantaccino, dei nostri di Orobio, scrive
ai suoi vecchi tutto lieto d’aver pregato in San Pietro, e d’aver
gridato, viva il Re e la Regina... io ne godo, ne godo fino alle
lacrime. Ecco perchè non avrei pensato mai, proprio mai, che quelle
bandiere sull’altare potessero essere uno scandalo!....

— Oh lo sappiamo, lo sappiamo.... per lei non è scandalo neanche il
celebrare in chiesa le feste della rivoluzione e del Governo.

— La festa nazionale, vuol dire? Lo scandalo in questi paeselli sarebbe
se i signori, quelli almeno che son chiamati così, facessero le feste
della patria, e gli altri quelle della chiesa; e che si dicesse che c’è
un’Italia per i ricchi e una religione per i poveri! Questo sarebbe
lo scandalo, a parer mio; e le confesso che ci ho proprio messo ogni
studio perchè, almeno nel mio paesello, questo scandalo non ci fosse!

— Proprio, insomma, come dicevo io, che le questioni della Chiesa le
vuol risolvere lei!... Alla buon’ora!

— Ma le pare? Io sono un povero curato di campagna, e non cerco di
risolvere che quello che spetta a me, in questo cantuccio, dove mi ha
messo la Provvidenza. Il mio dovere è di far del bene a tutti nella
mia Cura, secondo i bisogni della loro coscienza e della loro vita. Ed
è ciò che cerco di fare, in tutto quello che posso, alla buona, alla
meglio. Ecco perchè, donna Fulvia, ho osato parlarle del matrimonio di
sua nipote.... Mi è parso che ci fosse anche qui del bene da fare....
mi è parso d’avere un dovere da compire.

— Le è parso; ma è un dovere tutto mio, gliel’ho già detto, e può
bastare.

— Lei non poteva conoscere la volontà del padre di Cristina, non poteva
conoscere....

— Ebbene ora conosco tutto, e parliamo d’altro.

— Ma ci rifletta. Quei due figliuoli... son cresciuti insieme, sono
fatti per amarsi.

— Mia nipote non si permetterà mai di amare nessuno senza il mio
permesso. E poi, e poi, signor curato, che discorsi son questi! Ma le
pare?.... Intanto non usciamo di carreggiata; già è lo stesso, e poichè
s’è cominciato gliele voglio dir tutte! In questo paese le cose vanno
male, molto male; lo dicono, e lo vedo. Lo dicono qui, e lo dicono
fuori dove sono osservati con stupore i suoi portamenti, tanto diversi
da quelli di tutti i curati di questa valle. Qui vediamo il curato
amico di soggetti pericolosi, qui scarsezza di funzioni, abbandono di
pie costumanze....

— Di quali?

— Le benedizioni delle messi, le processioni per le campagne....

— Come se ne facevano per far scappare i grilli e le formiche! Oh donna
Fulvia!

— I pellegrinaggi ai santuari....

— Che duravan fin due e tre giorni, con una turba d’uomini, di donne,
di giovinotti, di ragazze, tutti alla rinfusa.... Sì, sì, li ho veduti
quei pellegrinaggi e li ho aboliti, e mi permetta di non dirgliene il
perchè!

— Oh lei ha quasi abolita anche la confraternita! Le ha levati i
diritti, i privilegi, i proventi....

— Il cacio e il boccal di vino. Bisognava vederle alle volte certe
funzioni! Era un piglia piglia; erano sbornie... perfino ai funerali.

— Insomma, se lei non mi vuol capire è meglio che la finiamo. Mi basta
il dirle una volta per sempre che se son venuta in questo paese, e se
abbiam fatto quel che lei sa, è perchè abbiamo una missione da compire,
e la compiremo....

— Oh allora compiamola insieme....

— O muti lei, o.... io già non muto!

— Compiamola insieme, e cominciamo fin da oggi. Non mi voglio scolpare,
non la voglio contraddire, il tempo e la conoscenza del paese le
dissiperanno le cattive prevenzioni, le mostreranno la verità. Ma
cominciamo fin da oggi a compire insieme la nostra missione col rendere
felici questi due figliuoli.

— Non torniamo su questo argomento!

— Donna Fulvia mi ascolti! Ci pensi! Condanni pur me se vuole, ma non
condanni questi figliuoli. Lei non può volere la loro infelicità! Lei
non conosce Enrico, lei non può ancora giudicare! Dia tempo, ci pensi!
Io non le dimando che di indugiare, di riflettere, di non respingere
oggi la mia preghiera; e verrà forse il giorno in cui la sua coscienza
sarà lieta d’aver fatta un’opera buona di più. Donna Fulvia io la
prego, e la scongiuro anche in nome.... in nome almeno de’ miei capelli
bianchi, in nome dell’abito che porto....

In quel punto entrò un servitore ad annunziare che la carrozza era
pronta. Donna Fulvia si rizzò dalla poltrona, e fece al curato un cenno
colla mano come a dirgli che doveva congedarsi da lui. Si levò in piedi
anche don Cornelio, e rimase in silenzio dinanzi a donna Fulvia con
l’espressione supplichevole, ansiosa, con cui aveva pronunziate le
ultime parole. Donna Fulvia dovette pur rispondere; e il dispetto le
ridiede quel coraggio che le parole di don Cornelio le avevan tolto per
un momento.

— È meglio per lei e per me che cessi questa penosa conversazione, e
che non ci si ritorni più. Le convenienze mie e della mia famiglia son
cose che riguardano me, e che non intendo lasciar discutere e risolvere
dagli altri. E poi, è inutile dissimularlo, c’è tra me e lei in molti
argomenti una differenza di principii... e se non ho la pretesa di
discutere i suoi, ho però quella di non cedere nei miei. Quanto al suo
progetto, o incarico che si voglia, ne la prego, non ne parli più. È
cosa impossibile, assurda, e che, glielo dico una volta per sempre,
non potrà verificarsi nè ora nè mai. Siamo intesi, e la riverisco....
Eccomi, eccomi, vado a metter lo scialle e vengo subito. — Quest’ultime
parole eran rivolte da donna Fulvia alla marchesa Bianca ch’era
comparsa allora in sull’uscio dicendo: — È attaccato, e siamo pronti
tutti.




XVI.


Durante la trottata, donna Fulvia non aperse bocca; fu pensierosa e
accigliata per tutta la sera, non fece la partita, e si ritirò presto.
Il giorno dopo cercò de’ pretesti per non uscire, ed insistette
vivamente con suo genero e con sua figlia perchè se ne andassero
soli. Il marchese uscì in carrozza; Bianca preferì di passeggiare con
Cristina, e uscite tutte e due da una porticina in fondo al giardino,
presero la vecchia strada del paese che costeggia il monte, e dalla
quale si va a un bel poggio erboso, per un viottolo, traverso una selva
di castagni, e seguendo un ruscello. Era la passeggiatina prediletta
della marchesa Bianca, e ch’essa chiamava la sua “passeggiata
romantica.„ Aveva anzi un abbigliamento speciale, per quella
passeggiata, che le andava proprio benino e che le piaceva tanto; un
abbigliamento di foggia montanina, fatto apposta per le solitudini, per
quelle specialmente dove si incontra un mondo di gente. Peccato che lì
non ci si incontrasse proprio nessuno; ma come prevederle tutte! Anche
quella volta dunque la marchesa Bianca s’accinse a risalire il ruscello
appoggiata a un sottile e leggiero _alpenstok_ a cerchietti d’argento e
a nappette di seta, e con un libro sotto il braccio; un romanzo tutto a
spasimi d’amore, che leggicchiava da un mese, a poco a poco, e dicendo
ch’era tanto commovente, e tanto interessante.

Donna Fulvia rimasta sola fece chiamare il padre Felice, e diede
l’ordine di dire a chiunque venisse che in quel giorno non riceveva
nessuno. Col padre Felice poi rimase in colloquio per più di due ore,
e parlando sottovoce perchè neanche i muri la potessero udire. Anche
don Cornelio s’era rinchiuso quel giorno nel suo studiolo, dicendo
alla sorella che aveva bisogno di restare per qualche ora tranquillo;
e la signora Angelica che non conosceva ancora la brutta novità, aveva
fatto con gran premura rispettar la consegna, persuasa che il curato
stava studiando qualche panegirico d’impegno. Il povero don Cornelio
veramente non aveva da studiare che la risposta da mandare a Enrico,
e s’era messo a fare e rifare più d’una volta una lettera in cui,
pur dicendogli la verità, avrebbe voluto rendergliela un poco meno
amara e sconfortata. Povero don Cornelio! Egli, che in quel momento
era triste e scorato come non l’era stato mai, non pensava che a un
dolore, al dolore d’Enrico; non aveva che una preoccupazione, quella di
risparmiare all’animo d’Enrico lo sconforto profondo che già sentiva
nel proprio. — “Almeno l’avessi qui, vicino a me, quel figliuolo!„
diceva tra sè. “Me lo piglierei sotto il braccio, e a poco a poco, gli
direi tutto senza dargli il colpo in una volta.... un colpo simile,
all’improvviso! Ma c’è da perder la testa.... e la fiducia nella
vita, che è ben triste per lui, così giovane! Quella bella fiducia,
sicura e baldanzosa, che ci fa veder l’avvenire, a quell’età, come
un campo nostro, e ci anima a seminarlo tutto, come se proprio lo
dovessimo mietere tutto!... Povero figliuolo!... Fosse capitato anche
di peggio, ma addosso a me, che.... sono ormai all’ultim’ora!... Oh
la mia povera speranza di render felici questi figlioli, e di render
quest’ultimo ufficio alla memoria del mio unico amico!... Oh la mia
povera missione!.... Come potrò durarla io in questo paese?.... E non
sarò io un ostacolo.... ai benefici di donna Fulvia?„ — Poi scotendosi
ritornava subito a quel figliuolo. — “Se l’avessi qui! se gli potessi
parlare! Perchè c’è de’ conforti che la voce soltanto li sa dare.
Ma una lettera! Sia pure una risma di carta, è sempre carta! E poi
salterà le pagine, andrà in fondo, andrà alla conclusione, senza
essere preparato da una parola prudente.... da un conforto.... da un
abbraccio. Ma tant’è; e avanti con questa cartaccia!„

Don Cornelio avrebbe penato meno in quelle ore se avesse potuto
immaginarsi che Enrico era in viaggio, e che proprio in quel punto
aveva già intravvisto il campanile d’Orobio. Enrico, dopo aver mandato
quel suo telegramma a don Cornelio aveva ricevuto nel giorno stesso
da Londra una lettera di sir James che gli ordinava di ripartire
sollecitamente per Napoli. Impaziente, inquieto com’era da parecchi
giorni, si crucciava di doversi allontanare ancora di più, prima di
avere quella risposta che doveva dare la certezza e il riposo alle sue
speranze. Dopo un _sì_, gli pareva di poter andare, allegro e felice,
anche in capo al mondo, perchè tutto il mondo sarebbe diventato suo.
Ma con quell’incertezza! C’erano ancora alcuni affari da sbrigare a
Genova, e non avrebbe potuto partire, anche a far presto, che tra
cinque o sei giorni. Gli venne un’idea, e la comunicò subito al suo
compagno di viaggio, il figlio di sir James, al quale del resto aveva
già confidato tutto l’animo suo. Sir Arturo approvò l’idea, che non era
altro che di fare una corsa a Orobio; ed anzi lo incoraggiò moltissimo,
dicendogli che la calma è indispensabile, e che bisogna riaverla subito
se per caso la si perde.

Enrico partì da Genova quella sera stessa, e il giorno dopo giunse
da Milano a quella stazione dove scendono i viaggiatori che vanno a
Orobio. Passò la notte in una borgata vicina, e la mattina seguente
ripartì in un legnetto, col quale piano piano, e rinfrescando un
par di volte, giunse a vista del suo paesello press’a poco nel
momento in cui don Cornelio finiva la lettera, e la marchesa Bianca
e Cristina cominciavano la passeggiata. Per arrivare alla casa del
curato gli bisognava attraversar tutto il paese, incontrar chi sa
quanti, e rispondere a chi sa quante interrogazioni; si immaginò
che tutti l’avrebber fermato, e che tutti gli avrebber letto negli
occhi la ragione di quella sua improvvisa venuta; si fece tutto rosso
anticipatamente, e, detto fatto, prese una risoluzione.

La risoluzione fu di scender dal legnetto prima di arrivare in paese, e
d’andare a piedi alla casa del curato, seguendo la strada vecchia e i
viottoli della costa del monte, dove era più facile il non imbattersi
in anima viva.

Quanti pensieri, quante memorie non gli risvegliavano que’ ciottoli
a uno a uno! A ogni passo gli pareva d’imbattersi in un vecchio
amico; erano ora un tronco spaccato d’un antico castagno, ora un filo
d’acqua che schizzava da un canaletto, or la siepe d’un praticello,
or la scorciatoia nota e sicura; e quell’edera, quelle felci, que’
fiorellini, che s’eran rinnovati sui medesimi cespi, egli andava
mano mano riconoscendoli, e gli parevano amici che l’aspettassero
per richiamargli i begli anni passati, e dargli tacitamente un primo
saluto di Cristina. Buoni e cortesi amici! Quel silenzio poi, quella
immobilità d’ogni cosa, gli davano un senso di riposo e di pace
che, dopo la vita romorosa della città, gli scendeva ancor più caro
nell’animo, e lo forzava a rallentare que’ passi che poco prima erano
così impazienti e frettolosi. Quelle viottole gli parevan più belle
delle strade di Londra, e ogni tanto, senza avvedersene, si fermava a
riconoscere uno di quei tanti amici, e a respirare una larga boccata di
quell’aria sottile e profumata che scendeva dalla montagna.

“Brezzolina gentile!„ esclamò a un tratto Enrico fermandosi, e
sorridendo. “Come ti affiderei volontieri un bacio se tu mi dicessi
che nello scendere al piano andrai a susurrare tra i corridoi d’un
palazzo, o a stormire tra le frasche d’un giardino.... No, no non te lo
affiderei„ soggiunse poi subito “non ne avrei il coraggio!„ E in quel
momento le frasche stormirono intorno a lui, ma con un romorìo insolito
e che pareva quello del fruscìo d’una veste, o dei passi leggeri d’un
capriolo sull’erbe selvatiche. Enrico stette a sentire, si guardò in
giro, e vide a pochi passi Cristina che scendeva traverso i cespugli
per raggiungere anch’essa la vecchia stradicciuola del paese.

— Cristina!

— Oh! — E non seppero dir altro; ma si vennero incontro correndo, si
presero la mano, si fecero tutt’e due rossi rossi in faccia, e rimasero
impacciati come se le piante all’ingiro avessero in quel momento
spalancato tanto d’occhi. Ci fu un minuto di silenzio, che fu presto
rotto da una nuova esclamazione che esprimeva meglio, questa volta,
la sorpresa e la gioia. Enrico cominciò a spiegare come avesse preso
quella strada, senza ancor dire perchè ci fosse venuto; e Cristina
che, aiutata da lui, era scesa intanto sulla viottola, gli andava
dicendo anch’essa come mai fosse lì, e l’invitava a seguirla verso
un praticello poco distante dove l’avrebbe presentato alla marchesa
Bianca, e dove avrebber fatte insieme un monte di chiacchiere lunghe e
belle.

Enrico obbedì, e si mosse mandando innanzi i passi più lentamente
che poteva, guardando in silenzio or Cristina or i ciottoli della
stradella. Poi a un tratto si fece coraggio, e prese a dire: — Oh ma io
ho qui sul cuore un monte di cose che vorrei dire.... che non so se le
potrei dir tutte, neanche tra noi soli; a quattr’occhi.... Ma se poi mi
vedrò dinanzi questa signora marchesa che non conosco....

— Mia cugina non è fatta per dar soggezione; è buona, mi vuol bene, è
poi tanto gentile....

— Gentilissima, me lo immagino, ma m’immagino anche che, quando me la
vedrò dinanzi, io non saprò aprir bocca, e rimarrò lì....

— Ah, se poi il signor Enrico è venuto da Londra apposta per non dir
nulla! — esclamò ridendo Cristina.

— La signora Cristina dice bene!... ma tant’è, e quasi non so aprir
bocca e mi confondo in questo momento stesso in cui siam soli. Una
volta è vero non succedeva così. Questa costiera, queste viottole,
mi ricordan bene come mi pareva facile un tempo il dire ogni mio
secretuccio, il fare lì per lì le mie confidenze alla signorina che
ci veniva con me. Ma in allora queste viottole le facevo con quella
signorina saltellando e rincorrendoci.... e con quella signorina ci
davamo del _tu_.

— E il _tu_, nell’andarsene, intascò i secretucci, portò via le
confidenze.... È un bel cattivo il signor _tu!_.... Ma ne fu castigato,
e ora gli si può dire che s’è fatto senza di lui....

— Oh! come? In che modo?

Cristina si fermò, ebbe un momento di esitazione, e poi abbassando gli
occhi soggiunse: — Un mese fa lei ha scritto da Londra una lettera
a don Cornelio per dargli una buona nuova.... se ne rammenta?....
In quella lettera c’era un suo secreto.... c’era il richiamo d’un
desiderio del mio povero babbo....

— E quella lettera....

— L’ho letta. — E sugli occhi fattisi a un tratto rossi rossi, le
spuntarono improvvisamente due lacrime.

Enrico le vide, e capì il dolce secreto di quella improvvisa
commozione. L’imbarazzo e le incertezze di poco prima sgombrarono in un
subito dal suo animo, e vi sentì scendere una calma sicura e felice.

— Quella lettera la rammento, — riprese Enrico — o dirò meglio rammento
tutta la gioia di quel giorno in cui la scrissi. Era una gioia grande,
piena di speranze e di sogni che si succedevano l’uno più bello
dell’altro. Quella gioia, mi ricordo si faceva a momenti anche cattiva;
e allora m’assalivano mille dubbi, mille timori e un’ansietà che mi
faceva battere i polsi forte, forte.... e mi faceva soffrire. Ma
ritornava poi subito, la mia gioia, bella e serena come prima. Presi
la penna, scrissi quella lettera; non ricordo più quello che scrissi,
ma ricordo.... che m’impazientivo di non sapermi esprimer bene con don
Cornelio.... e che non era a lui che scrivevo in quel momento!

Cristina gli rispose con un bel sorriso, e s’avviò di nuovo per la
viottola, ma d’un passo più lento di prima.

— Non rammento quello che scrissi... — continuò Enrico camminando
vicino a Cristina — ma cosa potevo dire in una povera letteruccia? A
dire quello che c’è nel mio cuore, a dirlo tutto! ci vorranno tutti i
giorni della mia vita.... L’avvenire saprà parlare per me.... saprà
parlare nella buona come nella cattiva fortuna....

— Oh per quelli che si voglion bene non ci può essere cattiva fortuna!
— osservò Cristina.

— Sì, sì, è vero, e posso ben dirlo io! — esclamò con entusiasmo
Enrico. — Ma se don Cornelio m’avesse risposto — riprese poi subito
con una certa ingenuità — ne potrei essere ancor più sicuro. Ma perchè
non m’ha ancor risposto? Ero un po’ sulle spine a dir la verità. Ne
ho fatti dei pensieri! O c’è un intoppo, perchè di peggio non voglio
pensare, o c’è una bella sorpresa.... Oh Cristina, lei forse lo sa!....
ma anche lei tace, come don Cornelio.... Oh non sia cattiva, mi dica,
mi dica!

Cristina che a questo punto non capì più nulla, si fece a interrogare
anch’essa con istanza, con curiosità; e riseppe, raggiante e commossa,
quale incarico Enrico avesse dato a don Cornelio, e quale risposta
aspettasse ansiosamente dalla zia.

— Fu ieri, ieri! — saltò su Cristina con un grido di gioia — che don
Cornelio parlò alla zia! Ci andò di mattina, che è un’ora insolita per
lui, e ci stette un gran pezzo; me lo ha detto mia cugina Bianca.... —
E s’interruppe, rimanendo a un tratto sopra pensiero, e come colpita
da un ricordo molesto. — Nulla, nulla, oh non sarà nulla, sarà una
combinazione, — continuò poi, rispondendo a Enrico che s’era accorto
di quel cambiamento improvviso, e la interrogava con insistenza e
con ansietà. — Gli è che a mia cugina è parso che don Cornelio fosse
alquanto conturbato, che avesse la faccia diversa dal solito.... ma
mia cugina potrebbe anche aver veduto male! — E tanto lei che Enrico
continuarono la loro strada per qualche minuto in silenzio.

— Ecco come un nulla basta alle volte a far nascere i più tristi
pensieri, — prese a dire Enrico. — Sicuro; io non ci avevo quasi
neanche pensato!.... Se donna Fulvia non volesse!... Se don Cornelio,
mentr’io gli corro incontro tutto in festa, m’accogliesse colla faccia
malinconica di chi ha una triste novella nel cuore....

— Oh cattivo, cattivo, cattivo!... Che pensieri son questi! Di queste
brutte cose non ne possono succedere, no!

— Non son possibili, non ne possono succedere, nevvero?

— E come mai dovrebbero essere possibili? La zia.... è tanto seria,
è vero, ha le sue ubbie, ma poi mi vuol bene.... E il bene che m’ha
fatto? Oh se non c’era don Cornelio, non sarei arrivata da sola a
comprendere tutta la grandezza del benefizio che ho ricevuto! Aveva
ragione don Cornelio di dirmi che ora toccava a me a ricambiarlo,
quel benefizio, nel nome santo del babbo, anche a costo di qualunque
sacrifizio, e lo promisi, lo giurai....

— Oh, Cristina!

— No, no, Enrico, non mi faccia quegli occhi spaventati! non ci fu
bisogno di nessun sacrifizio. Ho lasciato, è vero, il caro paesello,
la gente a cui volevo bene, i bei prati, le belle montagne.... e
ora sono un uccellino in gabbia.... ecco tutto!.... avrei rimorso
a dire di più. Ed è possibile che chi m’ha fatto tanto bene fin
qui, non voglia compire la sua opera santa.... — E dopo un momento
d’esitazione, riprese timidamente — col dare il suo consenso a ciò che
fu un desiderio di mio padre.... a un desiderio, oh non c’è nessun
male nevvero, a dirlo? a un desiderio mio... e che mi pare ogni giorno
di sentir più fortemente.... e che m’accompagna sempre.... fino a
diventare alle volte tormentoso, a diventar tanto cattivo, da farmi
piangere?... Eppure, anche quando è cattivo, non lo so mandar via,
perchè mi è tanto caro....

— Oh la buona ispirazione che m’ha condotto qui! È dunque scritto in
cielo ch’io l’avrò questa felicità! Oh come è bella la vita! Io me la
vedo già dinanzi lieta, felice, tutta lucente d’un sole... che viene
dalla mia anima.... e che è il mio amore. Oh sì, Cristina, lasci che le
dica questa parola... questa parola che il cuore mi va ripetendo senza
posa.... e che presto griderò alta, a tutti, fin che avrò vita.

— E la diremo insieme.... ma allora poi ce la diremo sotto voce
all’orecchio, e sarà anche più bella.... Oh, la voce di Bianca! mia
cugina mi chiama....

— Cristina, Cristina! — esclamò Enrico pigliandole la mano, e
serrandola con passione nelle sue. — Dunque è vero? è proprio vero? non
le è discaro l’amor mio... un po’ di bene me lo vuole?...

— E me lo domanda?

— Oh sì! nulla nulla al mondo mi potrà strappare la mia felicità, lo
giuro! nessuno mi potrà rubare il mio bell’avvenire, il mio bene, non è
vero Cristina?

— Vuole che giuri anch’io? — gli rispose Cristina con un bel sorriso
e stringendogli la mano alla sua volta, nelle sue manine, più forte
che potè. — Or venga con me, spicciamoci, son due passi, lo voglio
presentare a mia cugina....

Enrico avrebbe preferito scansarsene, e balbettò qualche _ma_ e qualche
_se_, ma non era più in tempo. Un passo dopo l’altro, eran arrivati
senza accorgersene al poggio dove la marchesa Bianca s’era fermata
a leggicchiare una pagina del suo romanzo, seduta su un rialzo del
prato, intanto che Cristina s’era allontanata cercando qualche ultimo
fiorellino d’autunno. Quando Enrico e Cristina comparvero sul poggio,
la marchesa Bianca, che aveva chiuso il suo libro da un pezzo, s’era
rizzata in piedi, e si disponeva a muovere incontro alla cugina, dopo
averla chiamata un par di volte. La sua sorpresa nel veder Cristina
accompagnata da uno sconosciuto non fu poca, ma non le fu neanche
discara. A colpo d’occhio capì ch’era un giovine per bene; le parve
anche al portamento, al vestito, che fosse un forestiero, forse un
inglese; pensò subito che finalmente c’era un pubblico per il suo
abbigliamento, tanto carino, e sentì in cuor suo un gran conforto
per questo atto di giustizia. Cristina fece subito alla cugina la
presentazione di Enrico, dicendole in poche parole chi fosse, e per
qual caso si fossero trovati poco prima sulla medesima stradicciuola.

La marchesa Bianca accolse benissimo Enrico, capitato così
opportunamente, e sentendo che veniva da Londra principiò a parlargli
in inglese, e continuò per un pezzo, sebbene Cristina le avesse anche
detto ch’era d’Orobio. Gli chiese dell’ultima _season_ e delle mode; e
Enrico si levò d’imbarazzo dicendole che non aveva veduto nulla di più
bello della _toilette_ che aveva dinanzi in quel momento. La marchesa
si persuase ancor di più d’aver a che fare con una persona di molto
buon gusto, e di molta intelligenza, e lo trattò subito con quelle
maniere gentili che teneva in serbo per i casi speciali. Enrico, che,
anche parlando con la marchesa Bianca, parlava senza avvedersene con
Cristina, rispondeva e discorreva con un’amabilità e con un’eloquenza
che venivano dal cuore, e che aumentavano sempre più la soddisfazione
della marchesa. La quale, dopo aver protratta più che potè, quella
conversazione finì col conchiudere, tra sè stessa, con un giudizio
definitivo, che quel giovine era veramente degno d’aver fatto la sua
conoscenza.

Arrivati al cancello del giardino, Enrico si accomiatò, e la marchesa
Bianca, nel salutarlo, lo invitò a passare una qualche serata in casa
di sua madre, offrendosi essa stessa di presentarlo a suo marito e a
donna Fulvia.

Si pensi con quanta allegrezza in cuore rientrò in casa Cristina; e
con quanta consolazione, con quanti buoni presentimenti, e con quale
ansietà corresse Enrico alla casa di don Cornelio!




XVII.


Alcuni giorni dopo, la carrozza di donna Fulvia, in completo assetto di
viaggio, usciva di buon’ora dal portone del palazzo, e s’avviava per la
strada maestra d’un trotto ancor più pacato e solenne di quello delle
gite o delle trottate consuete. Nella carrozza, accanto a donna Fulvia,
c’era la marchesa Bianca, e sedevano davanti Cristina e la cameriera
che teneva in grembo _Fleurette_, ravvolta in uno scialletto. Donna
Fulvia aveva la faccia ancor più raggrinzita del solito; e Cristina
aveva nascosta la sua dietro un velo fitto, perchè non le vedessero
in quel momento la commozione del suo animo. Per quanto Cristina
fosse oramai abituata alle risoluzioni improvvise della zia, e delle
quali la zia non soleva dar troppi conti, pure questa volta era tutta
agitata e non sapeva scacciare i tristi pensieri che venivano, come un
temporalaccio, a offuscarle quel bel cielo che due giorni prima sul
viale del monte, le era parso così sereno e promettente. Essa partiva;
partiva quel giorno stesso in cui aveva sognato di vedere Enrico
accolto in casa della zia, e accolto come suo sposo; partiva senza
averlo neppur riveduto, senza aver più saputo nulla di nulla, senza
avere neppur salutato don Cornelio, senz’aver dato un bacio alla buona
signora Angelica!

Il giorno prima, donna Fulvia aveva avuto una visita improvvisa e
breve di don Innocente. Nessuno in casa ci aveva badato, perchè da
qualche tempo eran soliti tutti a vedere don Innocente fare a donna
Fulvia di queste visite brevi, e nelle ore che non eran quelle de’ suoi
ricevimenti: anzi ai ricevimenti lo vedevano ben di rado. Non erano
affar suo; ci si giuocava, tra l’altre, con certe carte così pulite che
gli mettevano suggezione; e poi non c’era caso di vederci un bicchiere
di vino. Don Innocente veniva nella giornata a dare a donna Fulvia le
notiziette raccolte ne’ suoi giri per i paeselli e per le sacristie, ci
metteva all’occorrenza un po’ di frangia e un po’ di commenti del suo,
e poi se ne andava con la faccia ilare, o compunta, a seconda della
faccia che gli aveva fatto donna Fulvia. Questa volta la notizietta
era ch’era stato veduto in un legnetto, che andava nella direzione di
Orobio, “quel giovane di cui si prendeva cura don Cornelio, e che don
Cornelio aveva mandato in paesi lontani con scandalo di tutti i buoni.„
Dopo quella visita aveva fatto chiamare in fretta il padre Felice, e
poco dopo aveva annunziato che un affare la chiamava a Milano, e che
dovevano partir tutti la mattina seguente.

Nel fare i preparativi per la partenza tutti in casa si eran domandati
l’un l’altro cos’era successo; e stringendosi nelle spalle, erano
andati ripetendosi l’un l’altro la risposta asciutta e alquanto
misteriosa di donna Fulvia. Cristina era corsa tutta affannata
ad interrogarne la cugina, e anche questa non aveva saputo darle
che la stessa risposta. E ora Cristina cercava di persuadersi che
quella risposta fosse la vera; ma intanto aveva una grande angoscia
nell’animo; e mentre la carrozza si allontanava da Orobio, guardava
traverso lo sportello, con un senso di dolore e di invidia, i viandanti
che risalivano la valle, i contadini chinati sulle vanghe, i poverelli
che stendevano la mano, fin le piante, i camperelli, le siepi che mano
mano lasciava dietro di sè.

Una certa curiosità di conoscere il motivo di quella partenza
improvvisa l’aveva anche il marchese Ettore, e appunto in quell’ora
stessa cercava di risaperne qualcosa dal padre Felice, il quale se ne
schermiva nel miglior modo, non parendogli quello il momento opportuno
per parlare. Il padre Felice e il marchese viaggiavano insieme in un
legno separato. Avevano preceduto donna Fulvia, e non facevano che per
un tratto la stessa strada, dovendo essi a un certo punto della valle
prender quella che conduce alla città capoluogo della provincia. Il
padre Felice aveva detto d’esserci chiamato da qualche suo affaruccio;
e il marchese, che non si dilettava troppo dei viaggi in famiglia,
aveva trovato anch’esso il suo pretesto, ch’era quello di dare
un’occhiata alla città, che non rivedeva da un pezzo, e dove c’erano
dei monumenti e delle cose d’arte che, a sentirlo, gli stavano tanto a
cuore. I due compagni di viaggio giunti alla città si separarono. Il
marchese, dopo aver gironzato il giorno appresso entrando in qualche
bottega d’antiquario e comperando un po’ di ciarpe vecchie, ripartì la
sera per Milano. Il padre Felice invece vi si trattenne otto o dieci
giorni, che impiegò in visite, in paroline, in discorsi, con pesci
grossi s’intende, tutto a inchini e sorrisi sempre eguali, come li
sa fare un buon diplomatico, sia che si tratti di metter pace, o di
addensar su qualcuno un temporale. Così, quando ritornò a Milano, potè
intrattenere a lungo donna Fulvia sui favorevoli risultati della sua
missione, che questa volta crediamo non fosse quella di metter pace.

La venuta di Enrico e la partenza di donna Fulvia non erano per Orobio
due avvenimenti così piccoli da passare inosservati. Il mistero e la
curiosità, ch’ebbe sempre molte attrattive per gli abitanti d’Orobio,
non mancarono anche questa volta di eccitare gli animi e di dar materia
a discorsi che non finivan più. C’era chi diceva d’aver veduto Enrico
entrare in paese a piedi, e chi in carrozza; chi sapeva di positivo che
la persona arrivata non era Enrico, e chi, senza pronunziarsi nella
questione, asseriva d’averlo veduto partire in un legnetto, di notte,
dopo la partenza di donna Fulvia. E anche sulla partenza di donna
Fulvia quanti commenti non si facevano, e quante non se ne dicevano!
Il sentimento generale era quello di sentirsi tutti, con la partenza
di donna Fulvia, come un gran peso giù dallo stomaco: pareva a tutti
di respirare un po’ più liberamente. E sì che donna Fulvia non era
che al principio della sua missione, come diceva lei, e che tutto il
bene che doveva fare in Orobio non l’aveva che incominciato. Questo
bene l’avevano aspettato tutti a bocca aperta, ma ci avevan sentito
subito un certo sapore così acido che aveva tolto a tutti la voglia di
gustarne dell’altro. Anche in Orobio donna Fulvia per beneficare non
posava da mattina a sera; beneficava per forza, e guai a chi non ne
volesse sapere. Anche in Orobio donna Fulvia strapazzava tutti per il
loro bene; correva a dare ai poveri sussidi, e lavate di capo; e fin
le medicine che portava agli ammalati, non le parevano salutari se non
accompagnate da una solenne ramanzina. Anche in Orobio non le era mai
parso d’aver fatto completamente il suo dovere, se non quando avesse
accompagnato un beneficio con la mortificazione di qualcuno. Tutti
dunque tirarono un gran sospiro quando seppero che quella provvidenza
del paese era partita colla famiglia e coi bauli.

Anche nella bottega dello speziale per parecchie sere non si parlò
d’altro. Lo speziale pretendeva d’aver tutto preveduto fin dal primo
giorno in cui donna Fulvia era arrivata in paese, e diceva che anche
da certe ordinazioni e da certe ricette aveva subito arguito con che
carattere si avrebbe avuto a fare. Quella partenza non era per lui
che un fenomeno flogistico. La parola era capita poco, ma i suoi
ascoltatori se ne accontentavano, e avevan l’aria di convenirne. Tutti
poi, di tanto in tanto, guardavano in faccia al sindaco, il quale ne
sapeva quanto gli altri, e taceva. Il sindaco era andato due o tre
volte da don Cornelio per venir in chiaro di qualche cosa, ma aveva
sempre trovato l’uscio chiuso. Alla fine s’era imbattuto nella signora
Angelica dalla quale aveva udito che il curato era a Santa Maria della
Neve. La signora Angelica però era stata veduta andar in chiesa e
accendere un lumicino alla Madonna. Dunque qualcosa ci doveva essere.
Ecco perchè il sindaco meditava e taceva.

Santa Maria della Neve era un povero villaggio della parte alta della
valle, a più che mille metri sul livello del mare, e dove abitavano, o
meglio facevan capo, dugento famiglie circa di pastori, che nell’estate
si spargevano per i pascoli montani, e nell’inverno si rintanavano in
un gruppo di casucce, intorno ad una chiesetta che appunto dava loro il
nome. Santa Maria della Neve da parecchi anni era senza curato; dopo
l’ultimo che c’era morto, non se n’era ancor trovato uno da mandarci.
Era una cura che aveva in tutto dugentocinquanta lire di rendita e
un magro orticello; gl’incerti poi erano un po’ di cacciole, qualche
capretto, e qualche bracciata di legna che i parrocchiani portavano
al curato quando benediva una bestia ammalata, battezzava un figlio
maschio, o faceva un po’ di scuola nell’inverno. Don Cornelio che vi
andava di tanto in tanto, e vi mandava ogni domenica il suo coadiutore,
o qualche prete dei dintorni, aveva detto a don Luigi che questa
volta gli occorreva di andarci lui, ed era partito sul far dell’alba
accompagnato da _Ugolino_, che lo precedeva tranquillo e serio, come
soleva fare quando capiva che le circostanze richiedevano così. Era
partito desideroso di restar solo per qualche giorno, perchè questa
volta si sentiva accasciato più di quanto non gli fosse mai capitato
in vita sua. Gli ultimi fatti, la ripulsa di donna Fulvia, la venuta
di Enrico, gli avevan fatto passare delle brutte ore, e gli avevan
lasciato un grande abbattimento nell’animo. Ai dolori della vita non
era nuovo; ma questa volta non sentiva più in sè quella vigoria che
in circostanze anche più gravi aveva avuto sempre, e per sè e per gli
altri. Egli stesso stupiva di sè medesimo, e nel salire per l’erta
che menava a Santa Maria della Neve, non ritrovava più neanche la sua
buona gamba; la strada gli pareva più faticosa, il suo passo s’era
fatto più lento e più grave. Più volte s’era fermato, s’era seduto,
e asciugandosi la fronte aveva detto, pieno di scoraggiamento: “Sei
vecchio, vecchio, povero Cornelio!... La mia missione quaggiù è
finita... c’è qualcosa che me lo dice!„

A Santa Maria della Neve si fermò cinque o sei giorni, e per la
prima volta dopo tanti anni ritornò alla sua cura a malincuore. Quei
casolari, quella chiesetta, quei pastori, avevano avuto per lui
un’insolita attrattiva. La sua anima afflitta ci aveva respirata la
pace; e il suo cuore scoraggito, ma ch’era sempre pur quello, ci aveva
trovato uno spiraglio da cui aveva come intravveduto un nuovo campo
dove gli rimaneva ancora un po’ di bene da fare. Non è a dire poi
quante feste non gli facessero quei montanari che lo vedevano per la
prima volta trattenersi parecchi giorni in mezzo a loro. E don Cornelio
se ne staccò con dolore, conservando in un cantuccio del cuore il
nome di Santa Maria della Neve come un’invocazione di pace, e di cure
benefiche e contente.

Mentre don Cornelio guardava mestamente il cielo da Santa Maria della
Neve, come dalla sua ultima tappa, Enrico dal ponte d’un battello,
che viaggiava da Genova a Napoli, guardava il cielo anch’esso con
l’occhio fisso e desolato. Ma il suo cielo aveva un vasto orizzonte,
e la sua disperazione era pur quella de’ giovani, in fondo alla quale
c’è spesso tutto un mondo di speranze. Da quel momento in cui, con
l’animo straziato, aveva dovuto ripartire da Orobio, Enrico non aveva
fatto che richiamare le parole di don Cornelio, il triste annunzio che
gli aveva dato, e i suoi conforti mesti e sfiduciati. Le richiamava a
una a una quelle parole e le meditava: ci trovava in tutte la conferma
inesorabile della sua disgrazia; pensava che per lui la era finita,
che speranze non ce n’eran più, che il meglio era morire.... ma poi
concludeva che nessuno al mondo gli avrebbe tolto Cristina. E allora
tutti i suoi pensieri riprendevano la strada delle speranze; sognava
mille casi, mille combinazioni che potessero mutare quella triste
realtà; e faceva disegni e propositi, come se già gli si fosse aperto
uno spiraglio di avvenimenti più lieti. Ma i nuovi sogni svanivan
presto, e dietro loro stava sempre la triste realtà, immobile, intera.
Enrico doveva rimanere a Napoli, col suo compagno, due mesi; e si pensi
se gli dovevano parer lunghi. Egli aveva confidato tutto, anche i suoi
ultimi casi, a sir Arturo; e il suo unico sollievo nelle poche ore di
riposo era quello di ripetergli la sua storia dolorosa, rifacendola
ogni volta da capo, confidandogli le sue angosce, e domandandogli
consigli e conforti. Ma i conforti di sir Arturo, brevi ed asciutti,
non eran quelli che avrebbe voluto Enrico: “Star fermo nel proposito
fatto, diceva sir Arturo, ed aspettare; aspettare anche vent’anni
calmo e lavorando.„ Allora Enrico scriveva delle lunghe lettere a don
Cornelio; ma anche queste non ricevevano che delle tarde risposte,
affettuose e meste, piene di buoni consigli, ma senza nessuna di
quelle notizie ch’egli aveva più ansiosamente domandate, senza una
notizia sola di Cristina. “Star fermo ed aspettare„ gli tornava a dire
sir Arturo; e Enrico, ripetendo queste parole a sè stesso, cercava
imporsi per qualche tempo un poco di calma, ma poi alla fine dava in
uno scoppio di pianto. Un giorno però sir Arturo venne a dargli una
nuova che gli ridestò tutti i suoi sogni, tutti i suoi disegni, e a
mettergli il cuore in festa. Gli disse che passati i due mesi, sul
finir dell’anno, sarebbero andati a Livorno, e che poco dopo sarebbero
ripartiti per l’alta Italia, e forse per Milano.

Anche per Cristina quei due mesi di novembre e di dicembre non furono
meno mesti e meno pieni di angosce. Dopo il ritorno in città, essa era
tornata alla solita vita casalinga e monotona, e tutto in casa di donna
Fulvia aveva ripreso l’andamento uniforme di prima. Cristina ascoltava
attentamente ogni parola, osservava ogni atto di donna Fulvia e degli
altri tutti della famiglia, senza che le riuscisse mai di scovrir nulla
di ciò che era tanto ansiosa di sapere. Alle volte le era parso che la
zia fosse preoccupata un poco più del solito; ma nè lei, nè nessuno di
casa, dal giorno in cui erano tornati in città, non avevan più nominato
nè Orobio nè don Cornelio, come se non fossero mai esistiti.

Don Cornelio, in quell’ultimo dialogo scabroso che c’era stato tra
lui e donna Fulvia, non aveva avuto nè il tempo nè il coraggio di
dire che Cristina sapeva quale incarico gli avesse dato Enrico, e che
ne aspettava la risposta con eguale ansietà. Ripensandoci, dopo la
partenza di donna Fulvia, ne aveva avuto rimorso, poi gli era anche
sembrato che gli rimanesse ancora un dovere da compire verso Cristina,
il dovere doloroso di confortarla alla rassegnazione. Ma come compirlo?
Pensò al padre Felice che s’era mostrato tanto cortese con lui, e
che gli pareva fatto apposta per una missione delicata e amichevole.
Detto fatto, gli scrisse una lunga lettera raccontandogli tutto alla
distesa, incaricandolo di dire ogni cosa a donna Fulvia, e pregandolo,
infine, di far le sue veci presso Cristina per disporla, se proprio era
necessario, al sacrifizio. Il padre Felice consegnò subito la lettera
del curato a donna Fulvia, e si pensi che esclamazioni, che chiasso!
Ma poi, tornata la calma, donna Fulvia, dopo molte consultazioni, finì
col seguire il consiglio del padre Felice, ch’era quello di non dir
nulla a Cristina, di contenersi come se non sapesse nulla di nulla, di
mostrarsi con lei sempre più dolce e affettuosa, e di pigliar tempo;
il qual tempo, abituato com’è a farne dimenticar tante delle cose
a questo mondo, si sarebbe presa anche questa piccola briga di far
dimenticare a Cristina una fuggevole fantasia da ragazzi. A rispondere
a don Cornelio, a tenerlo a bada, e a rimandarlo soddisfatto con poco,
ci avrebbe pensato lui, il padre Felice; cosa che non gli pareva molto
difficile.

Cristina dunque aveva un bel stare attorno alla zia; la zia era
muta come una statua, e l’interrogarla, o il farla parlare, in
simili casi, non era un affar da nulla. Cristina aveva da principio
pensato di scrivere di nascosto a don Cornelio, ma poi non ne aveva
avuto il coraggio. Per un pezzo aveva sperato che un bel giorno le
sarebbero arrivate improvvisamente tante belle notizie, tutte in
una volta: e aspettava il bel giorno; ma i giorni passavano tutti
eguali, lasciandola tutti nell’eguale ansietà. Poi aveva anche un gran
progetto; quello d’aprir l’animo suo con la cugina, di confidarle ogni
cosa, e di invocare la sua protezione e i suoi consigli. Ci si era
anche provata, ma s’era fermata subito scoraggita e dubbiosa. Più d’una
volta aveva principiato a parlare dei giorni della sua infanzia, di
suo padre, del buon curato, del suo paesello; ma la cugina l’ascoltava
con l’aria annoiata, e come chi ha cose di ben altra importanza per la
testa. E infatti, non appena Cristina faceva una pausa, la marchesa
Bianca senza lasciarla finire, entrava di botto nel campo prediletto
de’ suoi discorsi sulle amiche, sulle mode, sulle mille cosucce della
città; e, se era in vena anch’essa di fare delle confidenze, le
confidava in secreto i suoi progetti di _toilettes_ per il carnevale.
Allora Cristina, triste e sfiduciata, tornava sola ai suoi pensieri; e
di tanto in tanto, con gli occhi pieni d’una espressione supplichevole,
guardava senz’avvedersene or l’uno or l’altro.... ma nessuno la
capiva, nessuno le rispondeva. Un giorno, era fin scesa di corsa, e di
nascosto, nel cortile, per interrogare un carrettaio ch’era arrivato
da Orobio. — Ah, cosa c’è di nuovo a Orobio? — le aveva risposto il
carrettaio. — C’è neve a bizzeffe! E le ova poi! da che c’è la strada
ferrata in provincia, fin due soldi l’uno si pagano!... Il curato sta
benone, benone tutti.... ma gran mortalità nelle galline! — E così era
finita anche quella poca speranza nel carrettaio.




XVIII.


Era principiato il nuovo anno, e in casa di donna Fulvia tutto
procedeva con la consueta uniformità, monotona e severa come quella
d’un monastero, quando donna Fulvia, un dopo pranzo, annunziò una
gran novità. Rivolgendosi a Cristina, con una affabilità insolita, le
disse d’aver pensato a lei in quei giorni per procurarle un po’ di
svago nel carnevale: “cosa ben giusta e necessaria per la gioventù.„
Poi soggiunse che i divertimenti avrebbero avuto un carattere tutto
familiare, ma pure sarebbero stati anche maggiori di quelli che si
usavano un tempo quand’era ragazza lei; che cioè una volta alla
settimana, l’avrebbe condotta di sera in casa del barone e della
baronessa Brocchetti, dove avrebbe trovate delle fanciulle della sua
età; e che una volta la settimana poi avrebbe tenuto conversazione
anche in casa propria, con gioco della tombola, e con una serata di
bussolotti in fine del carnevale.

Quell’annunzio fu così improvviso e così impreveduto, che a due brave
persone, che giocavano in quel momento a tarocchi col padre Felice e
col Valassina, caddero persin le carte di mano, per cui si dovette
andar a monte, e mescolar di nuovo il mazzo. Cristina accolse le
parole della zia con gratitudine e con gioia. Presentì vagamente che
rotto il ghiaccio di quella vita uniforme le si sarebbe presentata,
forse, l’occasione d’avere una qualche nuova di Enrico, e di vedere
per qualche spiraglio traverso quel buio che le si era fatto tutto
all’ingiro, da quando era tornata in città, e che la opprimeva in un
modo tormentoso, insoffribile. Sperò che un mutamento nelle abitudini
d’ogni giorno, per quanto piccolo, le avrebbe reso più facile il
vincere la grande suggezione che le dava la zia, e le pareva già che
sarebbe venuto anche il giorno in cui le avrebbe aperto il suo cuore.
Infine, bisogna pur dirlo, le dava una secreta contentezza anche il
pensiero di prendersi un po’ di spasso, e di andare ai divertimenti e
alle conversazioni della città, di cui aveva sentito dire tante belle
cose, e che l’immaginazione poi le aveva di tanto ingranditi.

Un’altra secreta soddisfazione, tutta insolita e nuova, l’ebbe il
giorno in cui ci furono i preparativi per condurla alla conversazione
di casa Brocchetti. C’era stata, una settimana prima, una lunga
discussione, tra donna Fulvia e sua figlia, sull’abbigliamento di
Cristina per la sera in cui sarebbe stata condotta in società. Cristina
ne aveva capito poco, anche perchè nella discussione c’erano stati
qua e là dei punti misteriosi, in cui donna Fulvia, o aveva parlato
a mezza voce, o aveva sorvolato ammiccando a sua figlia, o aveva
pronunziato un qualche sì incerto, o qualche no asciutto, come chi sta
negoziando delle concessioni. Finalmente, venuto il giorno degli ultimi
preparativi, dopo un andirivieni di ambasciate, capitò la sarta della
marchesa Bianca con un bell’abito semplice ma elegantissimo, e che
indosso a Cristina strappò subito delle esclamazioni soddisfatte tanto
alla sarta quanto alla marchesa. Cristina, intanto che la zia s’era
tirata in disparte tutta sopra pensiero, si guardò nello specchio, e
quasi non riconobbe sè stessa. Era la prima volta che si vedeva così
bene abbigliata, e nel vedersi tanto bella ne arrossì tutta, e rimase
quasi confusa. Donna Fulvia se ne accorse, saltò di mezzo con impeto, e
ordinò subito alla sarta delle correzioni e dei palliativi; diede sulla
voce a sua figlia, e non si lasciò rimuovere questa volta nè da ragioni
nè da esclamazioni. Cristina, che non aveva portato dai suoi monti
il pensiero di farsi bella, ne sentì in quel momento la tentazione
per la prima volta. L’aria affannata della zia, la discussione sul
suo abbigliamento, e il gran caso che se ne faceva, le diedero
improvvisamente un sentimento nuovo, che non era precisamente quello
dell’ambizione o della vanità, ma ch’era però la coscienza di sentirsi
un qualcosa più di prima, di sentire in sè stessa una nuova forza, e
anche un nuovo coraggio, in faccia alla zia, in faccia a tutti. Donna
Fulvia che non s’accorse, s’intende, di questo risultato, continuò a
discutere, a correggere e a modificare, fin sull’uscio, prima di andare
in casa Brocchetti.

In casa Brocchetti oltre al barone, quell’ometto complimentoso e brutto
di cui abbiamo già fatto la conoscenza, c’era la baronessa, una donnona
alta e grossa, piena di acciacchi, e che non si moveva quasi mai
dalla sua poltrona, tutta intenta da mattina a sera a far faldelle, a
deplorare i tempi, e a combinar matrimoni. Poi c’erano i figliuoli. La
baronessa si vantava di averli coltivati a uno a uno fuori dell’aria
mondana, come in una stufa; e infatti erano venuti su lunghi, sottili,
giallognoli, e col collo un po’ torto come arbusti in cerca d’un raggio
di sole. Con l’intromissione di donna Fulvia ne aveva ammogliati due,
ed ora ne aveva altri tre nel vivaio. L’arte della baronessa per
maritare quei suoi figliuoli, così bruttini, era quella di lasciarli
veder poco, di circondarli d’una riputazione di figliuoli perfetti,
e di offrirli poi nei momenti in cui c’era abbondanza di fanciulle e
scarsità di mariti. Il maggiore di quelli che c’erano in casa, e che
si chiamava Checchino, non aveva che vent’anni. Veramente la baronessa
avrebbe voluto aspettare un par d’anni ancora prima di dichiararlo
disponibile; ma da quando il barone era venuto a confidarle quelle
prime toccatine avute da donna Fulvia, figurarsi! un parentado simile!
aveva subito mutati i suoi disegni, e aveva presa la direzione secreta
dell’affare, dando giorno per giorno le sue prescrizioni al marito,
il quale, in questi casi specialmente, era solito ubbidire appuntino.
Di prescrizione in prescrizione, si era venuti tra donna Fulvia e il
barone a quegli accordi che sappiamo per passare il carnevale. Lo scopo
ultimo e vero di quegli accordi non era stato ancor detto formalmente,
ma era sottinteso. I ritrovi del carnevale dovevano servire ai due
futuri sposi per vedersi di tanto in tanto da un capo all’altro d’un
salotto, ossia come diceva la baronessa, per conoscersi reciprocamente.
In quaresima poi i genitori, con improvvisa consolazione, e con la
debita sorpresa, avrebbero accolto, auspice un amico comune, il felice
progetto e concluso il matrimonio.

Le prime volte che Cristina fu condotta in casa Brocchetti ci fu ben
poco di notevole. Il barone e la baronessa accoglievano Cristina con
quattro complimentucci, ch’eran tutti un dolciume e sempre gli stessi,
poi si mettevano ai tavolini da giuoco, e non le dicevan altro. Ai
tavolini da giuoco c’erano i pesci grossi della conversazione; ci
sedevano oltre il barone e la baronessa, donna Fulvia, qualche vecchia
signora, qualche consigliere giubilato, e ci passavano un paio d’ore a
borbottare e a rimbeccarsi tra loro, intanto che i pesciolini, ossia
Cristina e due o tre altre fanciulle, se ne stavano in disparte con un
lavoro d’ago o di ricamo in mano, scambiando sottovoce qualche parola
di tanto in tanto. Se alle volte capitava in visita qualcuno che non
fosse dei soliti, anche questo si metteva presso uno dei tavolini, ci
stava in silenzio una mezz’oretta a veder gli altri a giocare, poi se
ne andava. Tale, su per giù, era la conversazione di casa Brocchetti.
Cristina cominciava a pensare che i divertimenti della città non
eran poi gran cosa, quando una sera la baronessa fece l’improvvisata
d’un maestrino al pianoforte, e di qualche invitato di più; poi fece
fare un po’ di largo nel salotto, e permise alle fanciulle di far
due salti. E fu una grande improvvisata davvero. Cose simili in casa
Brocchetti non se n’eran vedute mai! Dopo quella sera, la baronessa
permise i due salti regolarmente una volta la settimana; e Cristina
che ballava con passione, ci si divertiva di cuore, ballando più che
poteva, senza fermarsi, senza riavere il fiato, e fin ballando con
l’altre fanciulle quando i ballerini erano stanchi. I ballerini, oltre
Checchino e i due Brocchetti più piccoli, eran cinque o sei giovanetti
scelti prudentemente, e un vecchietto tutto arzillo che era stato, un
tempo, ballerino della baronessa, e che dopo aver fatto ballare due
generazioni ora continuava colla terza. Il ballerino meno fortunato
era Checchino; le fanciulle quando lo vedevan venire, lo scansavano;
poi facevano tra loro delle risate senza che gli altri ne capissero
il perchè. A Checchino succedeva spesso, quando giuocavan la partita,
di addormentarsi nel salotto e di russare fortemente. La baronessa
allora si affrettava a dire che Checchino si levava tanto di buon’ora,
e che studiava troppo; ma una volta una delle fanciulle che facevan
crocchio tra loro aveva detto piano a Cristina, e alle altre, che
Checchino era.... era un asino. Non è a dire quanto rider ne avesser
fatto secretamente in quel momento, e da quanta voglia di ridere
fosser prese, da allora in poi, ogni volta che compariva Checchino.
Checchino, per di più era un ballerino disgraziato. Non gli riusciva
mai di mettersi d’accordo nè con la ballerina, nè con la musica, nè con
la battuta, e si metteva di solito a ballar la polka quando suonavano
il valzer, e a ballare il valzer quando suonavano la polka. E ci si
ostinava, trascinando con violenza la ballerina, la quale un po’ ci si
adattava, un po’ si ribellava, e così era in complesso un affannarsi
di tutt’e due da far pietà. Fu in una di queste lotte che a Checchino,
mentre una sera ballava con Cristina, scivolò un piede. Barcollò, si
riprese, perdette l’equilibrio, e andò con le gambe in aria. Cristina
riuscì a svincolarsene, e a rimaner ritta, ma fu presa da una di quelle
voglie di ridere che non si ferman più. Si mordeva le labbra, si turava
la bocca con la pezzuola; ma intanto vedeva le amiche che ridevano
anch’esse in disparte, e dava daccapo in un nuovo scoppio di risa. La
zia, come furono a casa, ne la sgridò, e l’ammonì molto seriamente a
mostrarsi d’allora in poi più rispettosa e cortese verso quel giovane,
ch’era uno dei migliori che mai si potessero immaginare. Dopo quella
sera in casa Brocchetti si ballò meno, e Checchino non ballò più.

Le serate della baronessa erano alternate con quelle di donna Fulvia,
nel cui salotto, secondo il programma, una volta la settimana si
giuocava a tombola, e ci venivano, oltre i pochi amici soliti di
casa, il barone coi suoi figli e con parte della sua conversazione,
invitativi straordinariamente. Queste serate procedevano un po’
noiosette per tutti, e anche per Cristina, la quale, passata quella
prima novità era tornata pensierosa e malinconica. Aveva sperato
vagamente col veder gente nuova, di risapere qualcosa di Enrico;
aveva creduto che chi sa quanti, solo a nominare Orobio, le avrebber
date le nuove del suo paesello e del curato! Ci si era anche provata
timidamente, qualche volta; ma non ne aveva trovato uno che conoscesse
il suo paese neanche di nome. Le sue inquietudini, le sue angosce ora
principiavano a tornarle nell’anima vive come prima, e con minori
speranze; daccapo era tornata inquieta, distratta, e assorta in un
unico pensiero. Il Valassina che, senza farsi scorgere e con l’aria
di chi è sempre lontano da tutto le mille miglia, spiava tutto e
vedeva tutto, si accorse che Crestina cominciava a far meno caso
dei divertimenti della zia, e che qualcosa d’altro, che non era il
Checchino di sicuro, si faceva strada nel cuore di lei, o vi ripigliava
il posto di prima. Fin dinanzi alle cartelle della tombola la vedeva
distratta e svogliata! E più d’una volta, quando tirava i numeri aveva
osservato con impazienza che Cristina non li marcava, o li marcava
sbagliando. “Le frulla il cervello a quella ragazza!„ aveva detto tra
sè; e principiò a sospettare che i pensieri di Cristina non fossero
assorti nei terni della lotteria, ma galoppassero piuttosto dietro quel
giovane che viaggiava lontano.

Pensò di accertarsene. Gli parve che cogliendo Cristina d’improvviso,
in uno di quei suoi momenti di distrazione, con una notizia che facesse
al caso e con una domanda buttata lì di sorpresa, gli sarebbe riuscito,
fissandola bene, di leggerle fino nel fondo dell’anima. Una notizia
che pareva fatta apposta il Valassina l’aveva; detto fatto, si decise
di metterla subito a profitto prima che Cristina venisse a saperla in
altro modo, e ci fosse poi preparata.

Giocavano una sera, seduti alla solita tavola della lotteria,
donna Fulvia, il barone Brocchetti, la marchesa Bianca, alquanto
assonnata, Checchino accanto a Cristina, il Valassina, tre o quattro
altri giocatori attenti e compresi, e il vecchietto arzillo di casa
Brocchetti. Il vecchietto teneva il cartellone ed estraeva lui i
numeri, accompagnandoli ogni volta con qualche motto che a un dipresso
facesse rima, e che poi senz’altro doveva far ridere. Al caminetto, un
po’ discosto dai giocatori, c’era il marchese Ettore, che leggicchiava
un giornale, e scambiava di tanto in tanto qualche parola col padre
Felice, il quale gli stava di faccia seduto in poltrona.

— _Trentatrè!... non si marca se non c’è!_ — gridava tutto ilare, con
una voce un po’ nasale, il vecchietto, mostrando la pallottolina su cui
c’era il numero.

— L’ho io, l’ho io! — saltò su Checchino.

— Oh, che numeracci! — brontolava donna Fulvia.

— Ambo! — esclamava un terzo.

— Si verifichi, lei sbaglia sempre! — replicava tutto rosso in faccia
Checchino, che non si animava se non quando giocava alla lotteria.

— _Vent’otto!_ — ripigliava il vecchietto. — _A bella ragazza un bel
giovanotto!_

— Ma cosa dice mai! — esclamava donna Fulvia, — Lei ne ha sempre delle
sue.... giudizio, giudizio!

— _Quarantasei!_

— Oh, questa volta poi non voglio rime!

— _Gentil signora.... come vuol lei!_

— Bravo, bravissimo! — esclamaron tutti.

— Sempre pronto, sempre allegro. È inutile; per questo gioco ci vuol
proprio lei! — conchiuse il barone Brocchetti.

La prima tombola fu vinta contemporaneamente da due giocatori.
Checchino, che non era uno di questi, pretendeva che c’era stato
uno sbaglio, per cui ci fu una lunga discussione, e poi una lunga
verificazione. Nel frattempo il Valassina aveva osservato Cristina
attentamente, parendogli che fosse più pensierosa, più impaziente del
solito, e balenatogli in mente il suo disegno, pensò che quello era il
momento opportuno per mandarlo senz’altro ad effetto.

— E così, signor marchese, che cos’ha trovato di nuovo stasera ne’
pubblici fogli? — prese a dire il Valassina dirigendosi al marchese
Ettore. — Ci son notizie della Cura d’Orobio?

— No davvero, caro signor Valassina. Sono da mezz’ora nella questione
d’Oriente, ma d’Orobio non c’è sillaba. C’è dunque una questione
d’Orobio?... Dica, dica; lei ha, mi pare, delle notizie ch’io non ho!

— Oh, nulla d’importanza! — riprese sorridendo il Valassina. — Non ha
letto giorni fa, signor marchese, quel che c’era nella gazzetta della
provincia?... tra le notizie della Curia? dov’era detto che il curato
d’Orobio....

— Muta aria?

— Oh! dunque le notizie le sa anche lei?

— L’ho risaputa, questa, da qualcuno ma non l’ho letta. E ce n’è altre?

— È appunto quello che domandavo a lei. Nella gazzetta c’era che don
Cornelio Sacchi, a quanto si diceva, doveva essere nominato canonico
del Duomo; ma che invece poi avrebbe avuta, forse, si diceva, un’altra
destinazione; e che la nomina a curato d’Orobio sarebbe sempre, a
quanto si diceva, caduta su una degna persona che non si poteva finora
nominare....

— Andiamo, andiamo, attento signor Valassina... non vede che
ricominciamo il gioco! — saltò su, interrompendolo, donna Fulvia a cui
non garbava in quel momento un simile discorso.

— Si incomincia col numero _sette_! — gridava il vecchietto. — Oh
vedono che bel numero! l’hanno quasi tutti. E lei, Cristina, non lo
marca?... _Numero sette, donna Cristina!... è un po’ distratta la
signorina!_

Altro che distratta! Distratta era stata tutta quella sera, ma in
quel momento le era salita una vampa al viso, non vedeva più nulla,
e non ascoltava che le parole del Valassina. Questi che se n’era
subito accorto, contento, contentone di quel primo risultato, pensò di
affrontare all’occorrenza anche le occhiate di donna Fulvia, ma di non
lasciar cadere il discorso.

— Fin da questo autunno, — riprese il Valassina voltandosi verso il
marchese, — dicevano che don Cornelio avesse l’intenzione di lasciar
Orobio....

— E per qual motivo? — domandò il marchese.

— Precisamente non saprei.... avrà forse voluto mettersi in riposo....
ora tanto più che....

— Attento signor Valassina, — gridava il vecchietto, — non vede che
siamo già ai terni?... _e or con questo sessantotto.... la partita va
di galoppo!_ La rima non era riuscita, ma per fortuna Checchino fece
in quel momento un’esclamazione di gioia che permise al vecchietto di
gabellare anche questa.

— Ora tanto più, dicevo.... — riprese il Valassina torcendo il collo
verso il marchese, — che quel giovane.... un certo giovane di cui il
signor marchese avrà forse sentito parlare....

— Ma Valassina! Valassina! Questa sera lei è d’una distrazione!... e
con le sue chiacchiere ci confonde la testa a tutti! — saltò su di
nuovo donna Fulvia, e in tuono più brusco di prima.

— Ah, sì, sì.... so di chi vuol parlare.... — disse il marchese Ettore
dopo aver scambiata qualche parola col padre Felice. — E dunque cosa è
avvenuto di quel giovane?

— Mille scuse, donna Fulvia, — riprese il Valassina, — rispondo una
parola al marchese poi non fiato più.

Cristina, tutta agitata, non vedeva più i numeri delle cartelle, e non
ne marcava più uno. Checchino che se n’era accorto, e ch’era lì lì per
far tombola, stava zitto, e n’era tutto giulivo.

— Le voci che girano sul conto di quel giovane son molte, — continuò
il Valassina. — A Orobio, pare, non ci tornerà più.... ma poi ne dicon
tante!... Però la più sicura, a quanto si sa, è che siasi stabilito in
Inghilterra e che anzi vi abbia preso moglie....

— Non è vero! — esclamò risolutamente Cristina. E in quello stesso
momento si sentì la voce concitata di Checchino, che esclamava tutto
glorioso: Tombola! Tombola!

Donna Fulvia, lanciando occhiate inquiete al Valassina per farlo
tacere, cercò prontamente di deviare l’attenzione dei giocatori,
tossendo, alzando la voce, agitandosi e dando l’aire a Checchino, il
quale senza saperlo le veniva in aiuto colla sua gioia chiassosa. Ma il
Valassina, sicuro di farsi perdonar dopo, non tacque; e per battere il
ferro intanto ch’era caldo replicò subito a Cristina: — Mi scusi, ma io
credo invece che quella notizia sia vera verissima. Come potrebbe lei
sostenermi il contrario? Sentirò volontieri quello che ne sa lei!...

— Io so, — riprese Cristina tutta concitata, e volendo giustificare la
sua esclamazione di prima, — io so ch’egli ha promesso a una fanciulla
d’Orobio.... È un giovane d’onore! lo conosco fin da bambina... egli
non mancherà alla fede data!

A quelle parole ci fu un momento di silenzio generale, in cui Cristina
vide rivolti verso di sè gli occhi maravigliati di tutti. Essa avrebbe
voluto giustificar subito anche quella sua giustificazione, avrebbe
voluto che le domandassero ancora qualcosa, ma nessuno non le domandò
più nulla. I più non ne avevano capito niente, ma qualcuno ne aveva
capito fin troppo. Il Valassina, ch’era tra questi, fu il primo a
rompere il ghiaccio e a rimettere la conversazione in carreggiata,
riconducendola alla tombola di Checchino. Il marchese s’era messo a
guardar Cristina con l’occhialetto; e dalla sua poltrona cominciò a
guardarla più che potè con l’attenzione d’un osservatore che, fatta
una scoperta improvvisa, va cercando nuovi dati per la riprova.
Il padre Felice s’era limitato a tirar due o tre prese di tabacco
più rumorosamente del solito: e donna Fulvia che nelle circostanze
difficili sapeva tutto posporre, come diceva anche lei, al proprio
decoro, finse di non aver udito nulla; continuò ad occuparsi de’ suoi
invitati, coi quali fu anche più complimentosa del solito, e in cuor
suo promise a sè stessa che _quella signorina_ avrebbe la mattina dopo
reso uno stretto conto di ciò che aveva detto.

Cristina, prima ancora che tutti se ne fossero andati, scomparve dal
salotto, e si ritirò nella propria camera. Per quella notte non chiuse
occhio, e continuò a ripensare a quelle ultime parole del Valassina.
Che Enrico non tornasse più, che Enrico si fosse maritato.... eran
fiabe! N’era sicura; non aveva angustie, non aveva sospetti! Ed
era lieta e fiera in cuor suo d’aver difeso Enrico, d’aver buttato
in faccia quel _non è vero_ al Valassina, parendole con questo
d’aver chiusa a lui e a tutti la bocca per sempre. Ma le angustie
ed i sospetti l’assalivano invece nel ripensare alle parole che il
Valassina, e il marchese, avevan dette a proposito di don Cornelio.
“Che don Cornelio avesse lasciato Orobio? che fosse andato altrove? che
a Orobio non ci fosse proprio più?... L’avevan detto in un tono così
sicuro!...„ E nel riandare le cose udite Cristina sentiva scendersi
in cuore un presentimento tormentoso che le toglieva ogni forza per
ribatterle e per dire a sè stessa che non eran vere.

“In fin de’ conti c’è don Cornelio ad Orobio!„ soleva esclamare
Cristina tra sè quando, nei momenti di scoramento e di timore, voleva
tagliar corto, e correre col pensiero ad un conforto che non le falliva
mai. “Ma se a Orobio don Cornelio non ci fosse più!...„ andava ora
ripetendo; e quelle parole le davano un senso di paura, le davano tutto
l’accasciamento dell’abbandono e della solitudine.

Per saperne qualcosa anche noi, circa quelle notizie del signor
Valassina, daremo subito una corsa a Orobio, e là faremo un passo
indietro per riprender meglio il filo dei nostri piccoli avvenimenti.




XIX.


Una sera, sulla fine del mese di gennaio, don Cornelio tornando a casa,
dopo la solita visita a qualche malato o a qualche povero, trovò per
strada il procaccia che lo fermò levandosi di tasca un piego per lui. —
Oh, oh, un letterone così grande proprio per me! — E data al procaccia
la buona sera, affrettò il passo e andò diviato a disuggellare il piego
in cucina, dove la sorella stava appunto sorvegliando la pentola in cui
coceva la minestra per la cena.

— Una lettera della Curia.... — prese a dire don Cornelio intanto che
cercava di decifrare lo scritto al lume della candela. — Eh, eh.... è
monsignor Vicario che mi scrive... oh troppa bontà... troppo onore...
troppo cerimonioso monsignor Vicario!... — E giunto a piè di pagina
voltò il foglio, la cui prima faccia era occupata da un periodo solo,
tutto a incisi, pieni d’una degnazione paterna e complimentosa.

— Oh, cosa può voler da me monsignor Vicario?... — riprese il curato
dopo aver letta e riletta la seconda parte della lettera. — Vuol
parlare, consultarsi, conferire a voce con me... conferire sopra che
cosa?

— Sarà per il giubileo, o per le missioni! — saltò su la signora
Angelica.

— O piuttosto che la Curia avesse deciso d’assegnar qualcosa di più a
Santa Maria della Neve, e di mandarci almeno un buon cappellano, come
le ho proposto io?... Eh sicuro! ne ho scritte delle lettere per Santa
Maria della Neve alla Curia! Un letterone anche pochi giorni fa.... e
ora capisco che hanno avuto il loro effetto. Non può esser altro, e ne
son proprio contento. Però se mi potevano risparmiare questo viaggio....

— Oh, ma è un bell’onore!...

— Obbligatissimo, ma è anche una gragnuola di maggio, come diciam noi,
per un povero curato! Che mi canzoni! due giorni per andare e tornare,
due giorni di fermata.... il calesse, la locanda!... E non è che non le
sappiano alla Curia le nostre miserie.... ma certe cose altro è saperle
altro è provarle!... Si fa per dire, veh! perchè, dico la verità, per
fare un po’ di bene a quei poveracci di Santa Maria, venderei ben
volentieri anche....

— Oh no, no, per carità, ci vorrebbe altro! Non ne hai venduta
abbastanza della roba? — esclamò la signora Angelica, che scodellava
la minestra, interrompendolo e restando col ramaiuolo alzato, come per
fermargli la parola.

— Basta, basta.... ci penseremo domani.... ma bisogna battere il ferro
intanto che è caldo, e doman l’altro mi metterò in viaggio.

Il giorno dopo don Cornelio, tutto di buon umore, dandosi di tanto in
tanto una fregatina di mani, e non pensando ad altro che a Santa Maria
della Neve, fece i suoi preparativi per il viaggio, aiutato dalla
sorella, la quale fu tutta in faccende, perchè almeno avesse a partire
un po’ ravviato e in buon arnese. I preparativi della partenza anche
questa volta non andaron lisci. La signora Angelica, che in simili
circostanze non pareva più lei, e mostrava un coraggio da leone, ebbe
più d’una volta a borbottar col curato, e a farlo fare a modo suo.
Nell’abito nuovo fatto cinque anni prima, ci trovò uno strappo, e lui
non le aveva detto nulla: d’un bel par di guanti di lana nera, che gli
aveva fatti non era ancora un mese, ne aveva perduto uno: e per non
aver dato retta a lei a tempo, era sul punto di dover entrare in città
con un nicchio vecchio e sbertucciato. Don Cornelio prometteva che ne
avrebbe comperato uno nuovo prima di presentarsi a Monsignore, ma la
signora Angelica gli credeva poco, e non era affatto tranquilla. Il
guaio più grosso scoppiò a proposito delle fibbie. Il curato s’ostinava
a voler partire colle sole ghette, ed andava esclamando: — In questa
stagione! un prete di montagna! Credi, che Monsignore non sappia che
c’è tanta neve nella valle? — E la signora Angelica replicava: — Come?
quando s’ha un par di fibbie d’argento come quelle che t’ha regalate il
povero conte Maurizio, se non le si sfoggiano nelle occasioni, domando
io cosa s’ha a farne? — E la discussione si fece tanto calorosa che
la signora Angelica perdè la pazienza, e andò senz’altro a cercar le
fibbie nel cassettone del curato. Le cercò, frugò da per tutto, e non
avendole trovate, venne a piantarsi dinanzi al fratello in atto di
domandargli dove le avesse riposte. Don Cornelio, fattosi tutto rosso
in faccia, come un bambino colto in fallo, biasciando le parole prese
a dire: — Sai.... quella povera donna.... la Marta.... che rimase
vedova con quei bambini.... le ho vendute. — Angelica chinò il capo,
non disse più nulla, e passando il dorso della mano sugli occhi andò a
rinchiudere il cassettone; poi tutta affaccendata e silenziosa si mise
a dare un’ultima mano alla sacca di viaggio.

Don Cornelio partì la mattina seguente nel solito legnetto del paese,
dopo aver detto la messa di buon’ora. Assicurò la sorella e don Luigi
che non sarebbe rimasto fuori che tre giorni; disse quattro parole a
_Ugolino_ per persuaderlo che le visite ai Monsignori non erano affar
suo, e che questa volta bisognava restar a casa; poi tutto contento
montò nel legnetto e partì. Faceva freddo, tirava vento, ci si gelava
in quel legnetto, ma don Cornelio tutto intento a ruminar discorsi
non se ne accorgeva neppure. Pensava e ripensava a tutte le cose che
avrebbe detto il giorno dopo a Monsignore; le metteva in ordine; ne
fissava i punti principali, e concludeva che più convincenti di così
non potevano essere. Poi col pensiero correva al momento in cui sarebbe
tornato a casa glorioso e trionfante; prometteva a sè stesso di far
subito una corsa a Santa Maria della Neve, e gli pareva già d’esser in
mezzo a quei suoi poveracci a dir loro le buone nuove che portava dalla
città. Le lunghe ore del viaggio gli passarono senza accorgersene; era
già arrivato, e non aveva ancora finito di discorrerla tra sè.

Ben più lunghe dovettero poi parere le ore a chi lo aspettava di
ritorno. Passarono i tre giorni, venne la sera del quarto, e don
Cornelio non era ancora tornato. Don Luigi andava di tanto in tanto
sulla strada per incontrarlo, spiava da lontano, domandava a chi
veniva se avesse veduto il curato, ma inutilmente. Or piovigginava,
or nevicava, e don Luigi e Angelica si consolavano dicendo: “con
questo tempaccio ha fatto benone a non mettersi in viaggio„; poi si
lasciavano con una certa inquietudine in cuore, e don Luigi riapriva
il suo ombrello e tornava a far quattro passi sulla strada. Il
sindaco che aveva risaputa la chiamata alla Curia e la partenza di
don Cornelio, era venuto un par di volte per domandar s’era tornato,
e anche lui non era quieto, e per di più lo andava ripetendo. Il
legnetto che riconduceva don Cornelio, non fu veduto spuntar da
lontano che al tramonto del quinto giorno. Il legnetto veniva
penosamente, con le ruote che sprofondavano nella neve e nel fango; il
vetturino sonnecchiava, e il cavallo faceva delle fermate frequenti
e meditabonde. Don Cornelio che se ne stava tutto rannicchiato e
intirizzito, come vide da lontano il campanile della sua chiesa balzò
dal legnetto, e con passo concitato e frettoloso s’avviò a fare a
piedi le ultime miglia del suo viaggio. Cadeva un fitto nevischio,
portato a tratti turbinosamente dal vento che scendeva rabbioso dalle
vicine vette dei monti; e don Cornelio camminava scoprendosi ogni
tanto il capo e passando una mano ne’ capelli, come quando tornava a
casa accaldato, sotto a un cielo sereno. Camminava a capo basso, e
quando un colpo improvviso di vento gelato gli faceva sollevare il
viso, mandava uno sguardo al campanile della sua chiesa che gli stava
dinanzi in fine della strada; lo guardava fisso, e la sua faccia allora
prendeva l’espressione di un acuto dolore; allora mandava qualche lungo
sospiro, e pronunziava a voce alta qualche parola, or di dolore, or di
rassegnazione, con cui pareva volesse allontanare un pensiero costante
e tormentoso. “Meglio così! meglio così!„ esclamava “così sia.... e
ne sia lodato il cielo!...„ Ma in quella rassegnazione c’era tanta
mestizia che avrebbe mosso ancor più a pietà chi lo avesse ascoltato.

Gli ultimi chiarori del crepuscolo eran scomparsi, quando don Cornelio,
intirizzito, inzuppato di mota e di neve, si trovò a un tratto nelle
braccia di don Luigi che, veduto il legnetto da lontano, era corso
incontro tutto giulivo al curato.

Si pensi con quante esclamazioni, e con che subisso di domande
l’accogliessero, oltre don Luigi, la sorella e il sindaco, il quale da
due sere veniva ad aspettarlo piantandosi in cucina, piacesse o non
piacesse alla signora Angelica. Don Cornelio che avrebbe preferito
risponder a tempo e luogo, e a tutti e tre separatamente, cercò di
sviarli con qualche risposta evasiva, ed occupandoli intanto tutti e
tre a fargli una fiammata, ad asciugargli i panni, e ad ammannirgli la
cena. — Oh, adesso diteci su qualcosa!... — andava ripetendo ogni tanto
la signora Angelica. — Cos’ha detto Monsignore a vedervi arrivare con
questo tempaccio?

— Oh, sì proprio un tempaccio.... — ripeteva don Cornelio.

— E dite un po’.... — ripigliava Angelica poco dopo. — Dicono che
Monsignore sia così una brava persona! e che abbia poi un’aria così
veneranda!...

— Non prendo altro, — rispondeva don Cornelio dopo una pausa — questo
freddo mi ha tolto la fame. Bevo ancora un bicchier di vino, poi vado a
letto.

— Eh, ma prima bisogna pur raccontarci qualche notizia della città —
saltò su il sindaco. — Non vede che siamo qui tutti ansiosi di saper
qualcosa!...

— Cosa volete che vi dica? In città ci sono arrivato colla pioggia, e
sono ripartito con la neve. Un ventaccio poi!... figuratevi che... —
E cominciò a raccontare le piccole peripezie del suo viaggio, ma si
capiva che pensava intanto a tutt’altro. Era impacciato, abbattuto
e pronto a stizzirsi coi suoi interlocutori; i quali intanto lo
guardavano stupiti, si rammentavano di tutto il buon umore con cui
cinque giorni prima era partito, e si persuadevano in cuor loro sempre
più che qualcosa di nuovo c’era; che c’era una novità di sicuro, una
novità che il curato stentava a dire, qualche brutta novità, insomma.
Non pensarono che appunto per questo fosse meglio lasciarlo in pace; ma
furon presi tutti e tre da una grande impazienza di farlo parlare. Il
sindaco, meno riguardoso degli altri, cominciò a fargli cinque o sei
domande alla fila, poi saltando il fosso senza saperlo. — Insomma, —
conchiuse; — ce lo porta questo curato per Santa Maria della Neve?...

— Sì! — rispose risolutamente don Cornelio, deciso a finirla anche lui.
— Sì, sì, ve lo porto. Il curato per Santa Maria è fatto! Tra otto
giorni ci andrà a prender possesso!

— Oh! — esclamarono in coro gli altri tre; — E si può sapere chi sia?

— Io! — esclamò don Cornelio alla sua volta. — Sì, io! — E rizzandosi
si mise a camminare tutto concitato per la cucinetta, intanto che gli
altri lo guardavano stupefatti, perplessi. — Sicuro, ci vado io! —
riprese dopo alcuni minuti di silenzio, e cercando di rimettersi in
calma. — L’avete voluta la notizia? Eccola!... Già ve l’avrei detta
domani a tutti perchè è cosa fatta, nè c’è più rimedio.... e poi non
si poteva fare diversamente.... Dunque bisogna mettere il cuore in
pace... Sicuro che a mutar di paese dopo trent’anni.... è un pensiero
che trafigge l’anima!... Ma sarà per il meglio.... bisogna rassegnarsi
e pensare che ci sono anche quei poveracci di Santa Maria....

Angelica e don Luigi guardavano il curato con gli occhi spalancati, ed
eran presi alla strozza da un nodo che impediva loro di parlare e quasi
di riavere il fiato. Il sindaco, dopo il primo stupore s’era fatto
tutto acceso in faccia, e fissando il curato come un colpevole côlto
a far legna su quel del comune. — Ah! avevo capito io che c’era del
mistero! — cominciò a dire. — Dunque lei ci pianta! Ma bene!... Cosa le
han fatto di male quei di Orobio per piantarli così sui due piedi?

— Ma che piantare! — riprese don Cornelio.

— Una delle due: o è lei che ci pianta, o è la Curia che lo manda via,
o qualcuno le ha fatto un tiro!

— Niente di tutto questo....

— È il Vicario che la manda via!

— Il Vicario è stato gentilissimo, è stato con me d’una degnazione...
d’una gentilezza....

— Allora è stato proprio lui!... Lei è l’uomo della buona fede, e
laggiù alla Curia son tutti volponi dal primo all’ultimo.... volpi
vecchie, che quando annasano un pulcino...

— Non dica spropositi!... Voler parlare e non saperne niente....

— Oh, dica su, dica su! Sentiremo! Vedremo!

— Sì, ma mi lasci parlare. Monsignor Vicario, m’ha fatto entrar subito,
m’ha fatto sedere accanto a lui, m’ha dette tante cose che proprio
restai lì confuso....

— Tutto cortesia, tutto mellifluo.... già, già.... mi par di
vederlo.... E in conclusione?

— Mi lasci parlare. E, in conclusione, voleva che venissi in città,
e mi offriva un posto ora vacante, di canonico in Duomo. — Troppo
onore, troppo onore! — esclamai io. — Ma le pare, Monsignore?... non
sono posti per me; io non sono che un povero prete campagnolo! — Ma
Monsignore insisteva, e allora, aprendogli il mio cuore, gli dissi
che, sebbene vecchio, mi sentivo ancora tanto in forza per continuare
a fare il curato, che amavo vivere in mezzo ai contadini, in mezzo ai
poveri, che in città sarei morto di malinconia, e che proprio davvero
quel canonicato del Duomo non l’avrei accettato mai. Monsignore diventò
a un tratto tutto pensieroso, fece la faccia seria, anzi un pochino
accigliata a dire la verità.... ma già l’avevo contrariato forse un po’
troppo. Io allora, mutando discorso, gli parlai di Santa Maria della
Neve, e finii col domandargli se si poteva sperare che ci destinasse
qualche bravo soggetto. Monsignore mi disse di no, e anzi mi fece
proprio persuaso che per ora almeno bisognava abbandonare affatto la
speranza. Si pensi se ne rimanessi mortificato!... Eravamo là senza
parole tutt’e due, quando Monsignore, rompendo il ghiaccio prese a
dirmi che mi voleva fare una confidenza; sempre però con quella faccia
seria, che mi metteva suggezione. Mi domandò come mai mi fossi fatto
prendere in urto da una famiglia molto rispettabile, e da una gran dama.

— Ah, ci siamo! — borbottò tra sè il sindaco.

— Da una gran dama tutta pietà e carità venuta da poco nel paese di
Orobio. Mi confidò che alla Curia c’erano dei ragguagli in proposito
sfavorevoli per me s’intende, e che da molti mi si faceva una partaccia.

— Ah, bricconi!

— Che insomma su di me s’era addensato un temporale, e che m’aveva
chiamato anche per sentire le mie giustificazioni. Giustificarmi! La
cosa mi sembrava tanto facile che non mi mancaron le parole; e lì per
lì raccontai per filo e per segno quel che c’era stato tra me e donna
Fulvia, e quei pochi fatterelli di quest’autunno. Mi pareva d’essermi
giustificato più del necessario; ma se ho a dirla, Monsignore non si
rasserenò neanche per questo; e come ebbi finito, crollò il capo....
poi, fissandomi seriamente, mi disse asciutto asciutto: — “Peccato...
è una disgrazia; ma non ci vedrei altro rimedio; ed è perciò che non
essendoci disponibile nella diocesi una parrocchia adattata a lei,
le aveva offerto il posto che abbiamo vacante in Duomo. Peccato!...
Quell’egregia famiglia non metterà più piede in Orobio, certamente;
me ne duole per quel povero paese che stava per ricevere de’ grandi
benefizi, dei benefizi veramente eccezionali!... Basta si consulti
colla propria coscienza... e ci pensi.„ — Che colpo furono per me
quelle parole! Era poi un piovere sul bagnato, perchè anch’io più d’una
volta avevo detto a me stesso: “se donna Fulvia mi vede di mal occhio,
non è meglio che me ne vada.... e che lasci libero il campo a chi può
far del bene più di me?„ Rimasi lì turbato, confuso, senza aprir bocca,
finchè Monsignore levatosi in piedi mi congedò dicendo: — “Torni tra
due giorni. Ci pensi; mi porti una buona nuova... venga a dirmi che il
canonicato del nostro Duomo ha trovato il suo titolare.„

— Ah bricconi! — gridò questa volta il sindaco scattando. — Lo sapevo
io!... donna Fulvia e quel _collo torto!_... Che tiro da maestri!

Angelica piangeva, e don Luigi cercava di confortarla dicendole qualche
parola sotto voce. Don Cornelio, che s’era fatto in quel momento tutto
acceso in faccia, asciugandosi la fronte e gli occhi, dopo una pausa
continuò: — Che notte! che notte ho passato! La prima luce del mattino
mi trovò ancora vestito e col lume acceso. Allora stanco, sfinito,
caddi in ginocchio, e domandai al Cielo una risoluzione. La risoluzione
venne, pronta, irrevocabile. Avrei voluto correre subito da Monsignore,
ma dovetti aspettar due giorni, e lottare ancora contro quel tormento
che avevo appena soffocato nell’anima. Passati i due giorni mi
presentai a Monsignore: “Dunque l’abbiamo tra i nostri canonici?„ mi
domandò. “No,„ gli risposi, “vado a Santa Maria della Neve.„ Monsignore
sulle prime non voleva credere, poi voleva che ci riflettessi ancora;
ma questa volta mi sentivo meno timido anch’io, e lo pregai di non
insistere, lo pregai di non turbare la mia risoluzione, di lasciarmi
partir subito, e di farmi aver subito la lettera di nomina.

Angelica diede in un nuovo e più dirotto scoppio di pianto, e il
sindaco sbattè a terra rabbiosamente il cappello a cencio che aveva tra
le mani.

— Oh! se ho sbagliato, non sgridatemi, — esclamò don Cornelio — perchè
ho sofferto troppo!

Ci fu un lungo silenzio, finchè il sindaco, ripreso il suo cappello, se
lo ficcò in capo fino agli occhi, e si rizzò dicendo: — Buona notte! —
Andò fin sull’uscio, poi tornò indietro. — Ma questa poi non la mando
giù! — esclamò girando tutto concitato per la cucinetta. — Cercheremo
qualche cosa anche nella legge se occorre.... e se nella legge non ci
sarà nulla, allora poi la vedremo! Oh, se ne vedranno delle belle!
Perchè questa è una prepotenza!... Noi non le vogliamo le elemosine di
quella vecchia strega....

— Oh, per carità, non dite spropositi! — saltò su don Cornelio.

— Lo so, lo so, lei è capace di pigliarne anche le difese! Basta, non
le dirò altro in questo momento, perchè rispetto troppo il suo dolore;
ma anche lei ha commesso una grande.... e a cascarci in questa trappola
ci voleva proprio....

— Meno male, se la pigli pure con me.

— Non me la piglio con lei, ma qualcuno la pagherà! E prima che un
altro curato metta i piedi in questo paese!...

— Cosa vorrebbe fare? — gli domandò in tono severo don Cornelio. — Mi
vuol dare anche lei delle nuove afflizioni! E sceglie proprio questo
momento?

— Io non voglio.... io non dico niente — riprese il sindaco. — Quello
che voglio è che il nostro curato rimanga con noi! — E tutto commosso
strinse vigorosamente don Cornelio nelle sue braccia. Poi si calcò
di nuovo il cappello sul capo, e diede a tutti la buona notte. Ma
sull’uscio si fermò ancora, come non potesse passar quella soglia. —
No, questa non la mando giù! — gridò voltandosi indietro e alzando il
braccio in atto di minaccia.

— Mio buon amico ne la prego! — esclamò don Cornelio, — la prego a
esser prudente! a esser calmo!

— Sono calmissimo. Ma se la dovrem vedere questa prepotenza in
Orobio.... oh, allora si vedranno anche delle legnate! — E se ne andò
precipitosamente.




XX.


Si pensi che rumore fece in Orobio la notizia che don Cornelio se
ne andava dal paese. Altro che un fulmine a ciel sereno! come si
suol dire. Da principio la si credette una burla; e perfino lui, don
Cornelio, in cuor suo e a momenti, faceva fatica a persuadersene. Ma,
a ribadirgliela in mente quella notizia, venne subito una lettera
della Curia, ch’era la sua nuova nomina in tutta regola; gli altri,
ora increduli, ora sbalorditi e afflitti, si fermavano interrogandosi
e facendo capannello per strada; o correvan dal sindaco, da cui s’era
risaputa quella notizia; o andavano in cerca del curato, che non si
lasciava vedere. Era insomma nel paese un brusìo da mattina a sera, e
un continuo va e vieni di gente mossa dal bisogno di ripetere le cento
volte in un giorno le stesse domande e le stesse risposte.

Don Cornelio che s’era prefisso di non pensare, per allora almeno,
alla propria afflizione, cercava di consolare e di persuadere quei
pochi che non poteva cansare; diceva che gli anni l’avevano obbligato
a quest’ultimo sacrifizio, e che le sue forze domandavano ormai un
posticino più quieto. Poi sforzandosi di parer gaio, diceva che
non voleva commiati; che non voleva dire _addio_ a nessuno, ma _a
rivederci_ a tutti; diceva che l’avrebber veduto in paese ogni momento,
come uno di casa, e che non voleva per nulla diventare un forestiero.
Chi l’ascoltava si rassegnava ancor meno, e in quei primi giorni furono
sparse molte lacrime sincere. Poi principiarono i ragionamenti; e come
la fosse o non la fosse, nessuno lo sapeva dire, ma a poco a poco furon
tutti persuasi che don Cornelio se ne andava davvero. La settimana dopo
si principiava già a almanaccare intorno al nuovo curato; e, prima
ancora che don Cornelio fosse partito, don Innocente aveva già ricevute
parecchie dozzine d’ova. Così va il mondo.... anche a Orobio.

C’è però sempre al mondo anche qualche ostinato che non sa alleggerirsi
così facilmente l’animo delle amicizie, della gratitudine, e delle
anticaglie del passato. Nel caso nostro l’ostinato fu il sindaco. Il
quale, ogni giorno che passava, sapeva darsene pace ancor meno; e pur
continuando a strapazzar don Cornelio, andava cercando qualcosa di
straordinario per mostrargli fino all’ultimo la sua amicizia. Alla fine
ne pensò una. La partenza di don Cornelio doveva essere, come diceva
lui, un trionfo; si dovevano piantar archi nel paese, mettere coperte e
lenzuola alle finestre, suonar le campane; e tutto il popolo lo doveva
accompagnare fino al confine della parrocchia. Gli amici, a cui il
sindaco comunicò una sera nella spezieria questo pensiero, furon tutti
d’accordo nell’approvarlo, e anzi lo speziale ci aggiunse di suo la
riflessione che con ciò non si offendeva il nuovo curato perchè non si
sapeva ancora chi potesse essere. Detto fatto, discussi ed approvati i
particolari della festa, il sindaco si mise all’opera, e per prima cosa
volle sapere con precisione da don Cornelio il giorno fissato per la
sua partenza.

Don Cornelio, appena conosciuti i progetti del sindaco, si dispose a
partire secretamente il giorno innanzi che fosse piantato il primo palo
del primo arco di trionfo.

Angelica, con gli occhi gonfi ma rassegnata, accompagnando una prima
carrettata di masserizie, era già partita per Santa Maria della Neve
per mettervi in assetto le poche stanzucce da un pezzo disabitate e
cadenti, che dovevano diventare la nuova ed ultima abitazione sua e
del fratello. Don Cornelio a chi gli domandava, con l’aria afflitta
ma anche con una certa curiosità, se aveva fissato il giorno della
partenza, rispondeva: “C’è tempo, c’è tempo!„ finchè una sera, chiamato
a sè don Luigi, gli confidò che sarebbe partito in secreto la mattina
seguente. — Ne ho già avvisata la Curia — soggiunse. — E voi direte a
tutti che gravi doveri mi hanno obbligato a partire improvvisamente,
ma che presto tornerò.... che tornerò per congedarmi dal popolo; una
domenica, nella chiesa dove gli parlo da tanti anni, e dove pure voglio
che ascoltino un’ultima parola, un ultimo ricordo del loro vecchio
curato.

Don Luigi fece cenno col capo che avrebbe obbedito; e rimase in
silenzio, con l’espressione a un tempo preoccupata e distratta di chi
è assorto e condotto lontano da altri pensieri. Era l’espressione
che aveva da parecchi giorni, e che don Cornelio aveva osservata,
parendogli anche di vederci qualcosa di più che il secreto dolore della
vicina separazione. Don Cornelio aveva anche cercato, a momenti, di
scoterlo, di interrogarlo, di farlo parlare; e a momenti gli era parso
di vedergli brillare negli occhi un pensiero che cercava la parola per
irrompere, per confidarsi. Ma una fiamma saliva allora subitamente
al viso di don Luigi; un turbamento improvviso gli faceva abbassar
gli occhi, e la sua parola si perdeva in qualche risposta mendicata,
confusa. Quella sera don Luigi faceva fatica più del solito a staccarsi
da don Cornelio, e nel suo contegno silenzioso c’era più del solito
l’attitudine di chi aspetta un’occasione, una domanda per parlare. Ma
l’occasione non venne; e don Luigi, nel dare la buona notte al curato,
gli chiese il permesso di accompagnarlo, la mattina dopo, almeno per un
buon tratto di strada.

La mattina dopo don Cornelio disse la messa di buon’ora, come soleva,
e tornò diviato a casa dove l’aspettavano sulla soglia don Luigi e
_Ugolino_. Fece un ultimo saluto a ogni stanza della casa, diede in
fretta una capatina anche all’orticello, poi, messo sulle spalle il suo
vecchio pastrano, e presa la mazza ridiscese; si fermò sulla soglia,
volse ancora un’occhiata alla casetta che abbandonava, e con un sospiro
che non potè frenare, disse: andiamo.

Non avevano fatto che pochi passi, quando una voce chiamò da lontano
don Cornelio. Era il procaccia, che vedendo il curato, si risovvenne
d’aver in tasca una lettera per lui, arrivata la sera prima. Don
Cornelio prese la lettera, ne riconobbe subito la mano di scritto, la
lesse attentamente, poi con un nuovo sospiro disse ancora a don Luigi:
andiamo. Era una lettera di Enrico; una lettera breve in cui Enrico gli
diceva, col cuore che gli balzava nuovamente di gioia e di speranze,
ch’era stato deciso il suo ritorno in Lombardia, ch’era destinato a
dirigere uno stabilimento di filatura, e che appena tornato sarebbe
corso subito, per un giorno almeno, nelle braccia del suo curato, del
suo protettore, del suo amico.

Don Cornelio e don Luigi presero la stradetta del monte, che avevano
tante volte percorsa per lunghi tratti passeggiando, e che conduceva
dopo due ore e mezzo di cammino a Santa Maria della Neve. Camminarono
di buon passo e in silenzio, aspettando in cuor loro un punto più
lontano e romito della strada per mettere in comune i loro pensieri, e
confidarsi l’un l’altro la loro afflizione.

Due altri personaggi di nostra conoscenza, mettendo anch’essi in comune
i loro pensieri, entravano in Orobio poco dopo che n’era uscito don
Cornelio dalla parte opposta. Erano don Innocente e don Prospero, che
ci venivano per i loro affarucci, e che s’eran trovati per strada.
Don Innocente, che da due giorni non stava più nella pelle, andava
confidando a don Prospero d’esser venuto quella mattina a Orobio per
comperarci un paio di guanti di lana nera, dovendo fare una visita
d’importanza; si doleva però di non avere il panciotto di raso; ma si
consolava d’aver un collare che si poteva dir nuovo; quello comperato
per i ricevimenti di donna Fulvia, e che aveva messo soltanto una
dozzina di volte. Poi, per non lasciare don Prospero troppo tempo nella
curiosità, gli aveva anche detto in confidenza che si trattava d’una
visita alla Curia, dalla quale era stato chiamato.

— Io proprio — diceva don Innocente facendo il modesto — non saprei
immaginarmi cosa mai si possa volere alla Curia da me....

— Eh, andate là! — rispondeva don Prospero — vi chiamano per la
parrocchia d’Orobio.

— Lo credete anche voi? Già è quello che dicon tutti.... Che la
vogliano proprio dare a me? — continuava don Innocente, sempre con
l’aria modesta. — Cosa volete? è una parrocchia questa di Orobio per la
quale mi sentirei proprio fatto apposta.

— E avete ragione. È ch’io non ci ho la convenienza; ma se anch’io
volessi beccarmi una parrocchia, dico la verità, questa d’Orobio la
vorrei preferire a tant’altre. Punto primo, la rendita non è gran cosa,
ma è sicura! che è quello a cui si deve guardare. Buoni capitaletti
bene assicurati, sui quali non tempesta. Le parrocchie di vino e di
bachi, sien pur grasse sin che si vuole, se le tenga chi le vanta! Li
conosco io i fittaioli, quelli dei parroci, s’intende! Punto secondo,
or che c’è venuta donna Fulvia....

— E che quando ci fossi io, ci si fermerebbe parecchi mesi all’anno....

— Che mi fate celia, dunque! ce ne vogliono essere degli incerti!
Altro che far scappare i grilli, e benedir le stalle, non è vero don
Innocente?

— Cioè, cioè.... sempre allegro don Prospero, sempre quel matto....

— La vostra fortuna è stata di andar a genio a quella signora. Son
terni al lotto, sapete, questi!

— Pare proprio così, — continuò don Innocente, modesto più che mai.
— Me lo diceva anche la signora Cleofe, la cameriera.... donna di
talento, veh! e che ogni volta che vedeva passare don Cornelio gli
faceva una smorfia alle spalle, e poi diceva piano a me: “Quand’è che
avremo a curato il nostro buon don Innocente! Oh, la mia padrona come
ne godrebbe!„

— Capite?

— Eh, sì, ma c’è il concorso, e non si sa mai; soprattutto con quella
benedetta teologia....

— _Ad peculiarem indulgentiam commendatus_, dicono i superiori
all’occorrenza, e se vi chiamano, potete esser sicuro. Insomma, mi
congratulo con voi, — conchiudeva don Prospero, che aveva fretta. —
Buon viaggio e buon successo. E mi raccomando! — continuava, ritornando
un passo indietro, — se diventate curato d’Orobio, non fatemi torto.
Ricordatevi che tengo un _mezzo Barbera_ che vi posso dare a buon
mercato, ma ch’è roba da farsi onore; di molto corpo, di bella
presenza.... quello insomma che ci vuole per la vostra nuova dignità.

Don Cornelio, dopo un buon tratto di strada, aveva rotto il ghiaccio
per il primo, e cominciando con un — Dunque mio caro don Luigi... —
aveva voluto innanzi tutto ringraziare il suo coadiutore, e l’aveva
fatto come aveva potuto, interrompendosi, ricominciando, e inciampando
a ogni ciottolo della strada, intanto che con tutta forza cacciava
indietro la commozione. Poi, dopo una pausa un po’ lunghetta, aveva
ripreso il discorso con don Luigi, e chiamandolo, con un sorriso
malinconico, il suo esecutore testamentario, gli raccomandava di
compire qualche opera buona che lasciava a mezzo, gli raccomandava
i suoi poveri, gli ricordava i più disgraziati, e a proposito di
ciascuno ripeteva quelle massime di indulgenza e di carità ch’erano
la guida prediletta della sua vita. Don Luigi lo ascoltava, sempre
con gli occhi fissi al suolo, e tacendo. Come giunsero al poggio da
cui si dominava la valle, a quel poggio ch’era la meta prediletta un
giorno delle passeggiate del conte Maurizio, don Cornelio fermandosi
e interrompendosi: — Eccoci al poggio, — disse a don Luigi, — e qui
ci lasceremo. È tempo che voi ritorniate alla parrocchia; qualcuno
potrebbe avere bisogno di voi.... Una fermatina di un minuto per
riavere il fiato, e poi una buona stretta di mano.... oh, ci rivedremo
presto!... Ditelo a tutti, che tornerò... che tornerò a salutarli...
appena mi sarà possibile. — E intanto si era avvicinato al ciglio del
poggio da cui si vedeva Orobio alla falda del monte, e si abbracciava
con l’occhio un lungo e vaghissimo tratto della valle. Rivide il sasso
su cui s’era seduto tante volte accanto al conte Maurizio, e andò a
sedervi una volta ancora, guardando in silenzio e malinconicamente
le montagne bianche di neve, e il pallido orizzonte lontano. Poi
con un sospiro e con l’accento dell’angoscia che in quel momento
si sprigionava liberamente: — “Addio, — esclamò, — addio mia bella
valle, che ho contemplata tante volte tutta fiorita, tutta ridente,
e nell’entusiasmo di care speranze! Addio mio vecchio amico, che
mi sedevi qui accanto... ora mi distacco anche dalla tua croce che
vedevo ogni giorno nel campo santo!... E i nostri discorsi, i nostri
bei sogni, le nostre speranze?... Molte si sono compiute... altre le
compirà Iddio... ma io non le vedrò. E i tuoi figli, mio povero amico?
Vedi, non seppi far nulla di buono e forse feci peggio che nulla!...
Tutto mi dice che la mia missione è finita!... Il mio viaggio quaggiù
è vicino alla meta; è la mia ultima tappa.... innanzi dunque.... un
passo più in su.... verso il Cielo!„ — E mentre, appoggiandosi alla
mazza, faceva per rialzarsi, vide don Luigi che gli stava inginocchiato
accanto.

— Don Luigi! cosa fate? — esclamò don Cornelio scotendosi.

— Le domando la sua benedizione, — rispose don Luigi con la voce
commossa.

— Oh, mio buon don Luigi.... ma che pensieri sono i vostri? Credete
forse che non ci dobbiamo veder più?... Ve l’ho detto, ve l’ho promesso
che....

— Sì, lei verrà a salutare il popolo, ma quel giorno tutti si
affolleranno intorno a lei, tutti vorranno da lei, com’è ben giusto,
una benedizione, una parola.... io forse potrò salutarla appena.... e
forse per l’ultima volta....

— Ma che pensieri sono i vostri, vi ripeto? Ma ditemi.... ma parlate
don Luigi! — esclamò don Cornelio, osservando il volto del giovane
prete che, fino allora pallidissimo, s’era fatto improvvisamente tutto
acceso.

— Sì, don Cornelio, — riprese don Luigi rialzandosi; — in quel giorno,
confuso nella folla io la vedrò, ma sarà per l’ultima volta. Questo
momento è l’ultimo in cui io possa aprirle il mio cuore. Il nuovo
curato verrà presto, e quel giorno stesso io partirò per sempre.

— Ma cosa pensate voi dunque di fare! — gli chiese ansiosamente don
Cornelio interrompendolo.

— L’ispirazione mi è venuta dal Cielo! — continuò don Luigi, ne’ cui
occhi scintillava un’insolita energia. — Io seguirò la via che sola può
dare oramai al mio spirito la pace e la salvezza. Timoroso, rinchiuso
in me, pieno di vaghi terrori che mi davano e la solitudine de’ miei
studi e l’inesperienza della vita, giunsi qui, vicino a lei, uscito da
poco dalla mia cella del seminario. Qui vicino a lei, la mia mente,
a poco a poco si tranquillò, si ispirò a un ideale più calmo, più
alto.... vicino a lei, mi trovai in un ambiente di pace, di carità, di
fede serena, in cui mi sentivo felice e sicuro.

— Ebbene? — esclamò don Cornelio.

— Ebbene, questi ultimi fatti, la sua partenza, questa nuovissima
esperienza della vita, mi hanno di nuovo annebbiata e confusa la
mente.... mi hanno di nuovo tolta la pace. Oh, io non oso dire quale
sconforto, quale contrasto, quali dubbi, ho sentito nella mia anima!

— Ma voi ne li avrete scacciati! Se nel vostro cuore c’è un ideale
bello e alto, il vostro dovere è di servirne la causa santa con tutte
le forze della vostra fede e della vostra gioventù.... Il vostro
onore sarà di soffrire per esso, di camminare con fermezza sulla via
prescelta, di superarne con lietezza le difficoltà....

— E lo farò. Il Cielo che me ne diede l’ispirazione me ne darà la
forza.... ma non qui!... Qui staccato da lei, dalla forte quercia a cui
m’appoggiavo, e da cui prendevo vigore, ricadrei ne’ miei timori, nella
mia debolezza. Il Cielo mi addita, come un rifugio, altri doveri....
altrove.... in altre più lontane regioni....

— Cosa mi dite?... Voi dunque....

— Oh, don Cornelio, mi lasci alla mia nuova vocazione! In essa ho
ritrovata a un tratto quella pace che era stata così fortemente
turbata. Ho sofferto assai per parecchi giorni.... ma ho pregato, ho
pregato e fui esaudito! Ora don Cornelio....

— Oh, perchè.... — esclamò don Cornelio senza lasciarlo finire, e
abbracciandolo — non mi avete aperto subito il vostro cuore! Vi avrei
tolto dalle vostre dubbiezze, dal vostro turbamento, ne son sicuro....
e vi avrei fatto vedere come, senza andar lontano, ci sieno in casa
nostra, qui intorno a noi, delle missioni da compiere non meno grandi,
non meno sante, non meno coraggiose.... Oh quante non ce ne sono!... Ma
quello che non s’è fatto lo voglio far subito. Qui mio buon don Luigi
— riprese rasserenandosi, e col tono della sua consueta bonarietà —
qui.... sediamoci per un momento tutti e due. Oh, non vi voglio lasciar
partire così subito. Fa fresco, ma non siamo montanari per nulla!
Voglio che ascoltiate quattro paroline da me... le parole d’un amico,
le parole d’un vecchio hanno i loro privilegi; nevvero?...

— È tardi, don Cornelio. Ho fatto male a non aprirle il mio cuore
prima.... ma forse il Cielo ha voluto così. Ora non mi rimane che a
domandarle la sua benedizione. A quest’ora il superiore delle Missioni
avrà ricevuta la mia domanda....

Don Cornelio rimase senza parole, e come atterrito; poi buttò le
braccia al collo di don Luigi, e lo tenne lungamente stretto al cuore
bagnandogli il viso delle sue lagrime.

Un lungo brontolìo d’_Ugolino_, poi un tintinnio di campanacci e
di campanelle, e un fruscìo che andava crescendo, annunziavano
l’avvicinarsi d’una mandra che scendeva per la stradetta del monte.
Don Cornelio si scosse: baciò in fronte una volta ancora don Luigi, e
levando gli occhi al cielo, con un profondo sospiro: — Ora a te, povero
vecchio! — esclamò, — muovi i tuoi ultimi passi verso la tomba!... Non
ci sono più missioni per te; la tua missione è finita!




XXI.


Ed ora che siamo in giorno con gli avvenimenti di Orobio, e sappiamo
come avvenisse la partenza di don Cornelio, della quale aveva discorso
il signor Valassina quella sera della tombola, ritorniamo subito in
casa di donna Fulvia; ritorniamoci a vedere cosa vi succedesse dopo che
lasciammo Cristina, che s’era ritirata tutta commossa nella sua camera,
e donna Fulvia che aveva esclamato tra sè: _Signorina, faremo i conti
domani_, intanto che gli altri personaggi minori si guardavano in viso
pieni di stupore e di curiosità.

Donna Fulvia passò la notte senza chiuder occhio. “Cosa voleva
dire quell’esclamazione di Cristina? quel _non è vero!_ Chi era la
fanciulla alla quale Enrico aveva dato una promessa di matrimonio?
Che fosse Cristina? Che vi fosse dunque dell’affetto tra loro due?...
Dell’affetto in casa sua, e senza suo permesso!„ Alla fine, dopo
un monte di supposizioni, dopo aver discussi molti progetti, dopo
aver pensati e ripensati de’ discorsi, uno più imponente dell’altro,
che avrebbe fatti la mattina seguente a Cristina, era venuta a una
decisione. La decisione era, di darle, per prima cosa, una buona
ramanzina per quella tale esclamazione, poi di proporle, anzi di
annunziarle senz’altro, il matrimonio con Checchino. Tale decisione le
parve così felice, che la Cleofe, quando venne a portarle il caffè la
trovò quasi di buon umore.

Donna Fulvia che quando aveva presa una risoluzione amava sentire il
parere degli altri, per seguire poi il proprio, volle avere anche in
quell’occasione un consiglio, e fece chiamar subito il padre Felice.
Il padre Felice sempre premuroso e puntuale, non si fece aspettare.
Ascoltò donna Fulvia con la consueta attenzione, la lasciò dire e
dire, le diede ragione su tutti i punti, e infine la consigliò di
fare precisamente il contrario di quello che s’era fissata lei. La
consigliò, cioè, di lasciar cadere la cosa per il momento, di non dir
nulla a Cristina come se nulla fosse successo; di non parlarle nè di
Enrico nè di Checchino; la consigliò ad aspettare, ad aver pazienza, e
intanto ci avrebbe pensato lui, d’accordo col Valassina, a chiarir le
cose.

Donna Fulvia se ne stizzì, lo rimbeccò, poi parve persuasa, si arrese,
lasciò partire il padre Felice, e decise di far subito subito la
propria volontà. Diede una gran tirata di campanello; mandò la Cleofe
a chiamar Cristina, e per giustificarsi di disubbidire al padre Felice
disse tra sè, con un lungo sospiro: “Son pur brave persone questi
reverendi! il loro consiglio è pur sempre prezioso!... Ma alle volte,
in certe cosette del mondo, noi signore ce ne intendiamo di più.„

Cristina, quando entrò nel gabinetto di donna Fulvia, era pallida e
abbattuta. Anch’essa, poveretta, non aveva chiuso occhio in quella
notte, ed è facile pensare tra quanti pensieri agitati, tra quanti
dubbi angosciosi avesse contate le ore, e quale tormento fosse stato
il suo. Anch’essa era venuta in fine ad una decisione. La stanchezza,
e a un tempo una certa esaltazione dell’animo, l’avevano persuasa ad
aprir il cuor suo con la zia; e nel caso di un rifiuto, a cercarsi un
rifugio in qualche vago progetto di sacrifizio che conciliasse il suo
affetto per Enrico con gli avvertimenti di don Cornelio, e coi suoi
doveri verso donna Fulvia. La chiamata della zia non le aveva fatto
maraviglia; c’era preparata, e quasi la desiderava. Ascoltò quindi
calma e rassegnata le prime interrogazioni e i primi rimproveri.

Donna Fulvia, dopo aver richiamato a Cristina l’accaduto della sera
innanzi, dipingendolo a colori foschi, le fece parecchie domande con
piglio severo e senza aspettar le risposte. Poi a un tratto concluse:
— Dunque si vorrebbe sapere.... cioè non vogliamo saper niente! perchè
queste sono cose indegne d’una fanciulla bene educata; cose compatibili
forse con delle abitudini rustiche, ma non con quelle certamente della
buona società. Figurarsi! Lanciare una parola di quella sorte, che
poteva lasciar supporre.... che so io.... far fare dei giudizi temerari
a tante degne persone.... mettere in scompiglio la conversazione, la
tombola!...

— Sì, ho mancato, — rispose Cristina con gli occhi bassi. — Me ne
accorsi... e gliene chiedo scusa.

— Ah, meno male! — riprese dopo una pausa, donna Fulvia. — Dunque
confessi il tuo torto, e comprendi il mio dispiacere. È qualche
cosa.... è un buon principio.... — E avendo fretta di ammainare le vele
e di passare a un altro discorso, continuò subito in tono più calmo. —
Sono ammonimenti questi che ti do per il tuo bene, perchè voglio che si
abbia di te quel buon concetto che si deve avere d’una mia nipote.... —
e fece una nuova pausa, — d’una mia nipote alla quale sto preparando,
direi così, una combinazione.... che, non so se mi spiego, deve formare
la sua felicità. E non vorrei quindi....

Cristina fissò la zia con tanto d’occhi, trattenne il respiro, e col
cuore che le batteva violentemente ebbe per un momento l’illusione che
la zia le nominasse Enrico. — Oh, non aver timori, e non spalancar
gli occhi! — esclamò donna Fulvia interrompendosi. Poi continuò. —
Da un male alle volte nasce un bene; e poichè siam venuti su questo
discorso, che veramente non credevo di fare in un’occasione simile, e
poichè la parola m’è sfuggita.... la riconfermo. Sì, sto pensando al
tuo collocamento. La scelta toccava, naturalmente, a me, e fu fatta
con la debita ponderazione. — Fece una nuova pausa, poi riprese con
molta gravità: — Il matrimonio d’una giovine è per i parenti, o per chi
ne fa le veci, un dovere spinoso. Perocchè, se vogliam scegliere lo
sposo tra gli uomini maturi, questi o sono maritati, o non si vogliono
maritare. Se lo vogliam cercare tra i giovani del giorno d’oggi, Dio
ce ne guardi! E se poi consideriamo i pericoli del mondo.... peggio
che peggio!... Ma s’è pensato a tutto. Il padre dello sposo che abbiam
scelto, uomo di distinti natali, e che quasi giornalmente viene da
tanti anni in questa casa a farci la partita a tarocchi.... Oh, oh,
che faccia mi fai? non aver timori, capisco la tua trepidazione, ma il
giovane che ti nominerò è un giovane, per così dire, d’altri tempi....
è un’eccezione. Ma torniamo un passo indietro, e procediamo in regola.
Trent’anni or sono, il mio defunto marito, di felice memoria, mi
presentava un suo degno amico, il barone Brocchetti....

Poco mancò che Cristina non cadesse svenuta. Le era parso d’essere
preparata a tutto, ma non lo era a questa, che la breve illusione di
poco prima le rendeva ancor più dolorosa. Il ricordo però de’ suoi
propositi, e quella parola _dovere_ che dava sempre al suo animo una
certa eccitazione, vennero presto a richiamarle le forze, se non la
calma, di prima. Per fortuna poi il discorso della zia fu lunghissimo;
e intanto che donna Fulvia tirava innanzi col panegirico di Checchino,
nell’animo di Cristina scomparivano a poco a poco gli ultimi timori
e le ultime esitanze. E poi, a dirla, in un cantuccio del suo cuore,
c’era ancor vivo un lumicino di speranza, il quale in fretta in fretta
le lasciava intravvedere da lontano la zia che, dopo molte ripulse e
molti rabbuffi, finiva con l’arrendersi alle sue preghiere e al suo
desiderio. — Dunque questa bene auspicata unione, — concludeva donna
Fulvia, con l’aria soddisfatta per il suo bel discorso, — formerà a un
tempo la consolazione di due famiglie, e poi la tua felicità.

— Io la ringrazio, buona zia, per le sue premure, — cominciò allora
Cristina con la voce commossa e titubante — e gliene sono riconoscente.
Ma.... oh, mi perdoni se ho tardato tanto a farle una confessione che
le avrei dovuto far prima.... Non ho osato, sperando di giorno in
giorno che altri gliene parlasse prima di me. Quando ieri sera affermai
che.... Enrico, di cui parlava il signor Valassina, aveva data la sua
fede e fatta una promessa a una giovane di Orobio.... feci male, ne
convengo, ma ho asserito una verità. E quella giovane... sono io.

— E hai il coraggio di dirmelo! — esclamò donna Fulvia alzando le
braccia con un gesto di raccapriccio. — Lo sospettavo.... cioè, chi mai
avrebbe potuto sospettare una cosa simile! — E sbuffando cercò con la
mano una boccettina da fiutare, come per prevenire uno svenimento.

— Oh, ma in questo io non ho mai creduto che ci fosse alcun male!

— Già, già.... cosa ne sai tu!

— È un buon giovane che conosco fin da bambina; e quando seppi ch’era
intenzione di mio padre....

— Chi te l’ha detto?... don Cornelio, m’immagino! — esclamò donna
Fulvia sempre più scalmanata.

— No davvero, lo venni a sapere d’altra parte. Don Cornelio, che ci
vuol tanto bene a tutti e due, che conosce quel giovane, che l’ha
veduto crescere, le potrà dire che bravo giovane sia... che giovane
d’onore....

— Delle informazioni di Don Cornelio ne faccio senza! — saltò su donna
Fulvia impazientita. — Al tuo matrimonio ci devo pensar io, capisci,
non don Cornelio! e sopratutto poi è tempo di finirla con simili
discorsi. Basta.... posso perdonare alla tua inesperienza, ma purchè
nessuno risappia mai quello che è toccato a me di sentire in questo
momento! Ma non sai che se una cosa simile venisse all’orecchio del
barone Brocchetti....

— Oh, la sappia pure il barone, la sappiano pur tutti! che male c’è! La
si deve pur risapere. Enrico ha data una promessa a me, e in cuor mio
ho data la mia fede a lui... e non gli mancherò....

— Scempiaggini! basta, basta così!

— Oh, no, buona zia, ci pensi. Lei che è tanto compassionevole, che
fa tanto bene a tutti, che n’ha fatto tanto a me, voglia compire la
sua opera buona con l’essermi indulgente.... col comprendere l’animo
mio.... — E diede in uno scoppio di pianto, ripetendo tra i singhiozzi
qualche parola di preghiera e di speranza.

Ma donna Fulvia fu inesorabile. Ripetè seccamente, un par di volte, che
la sua parola era impegnata col barone Brocchetti, che il matrimonio
con Enrico non era degno della sua casa, e che non si sarebbe fatto mai
e poi mai. Poi, compassionando ogni tanto, con qualche esclamazione, sè
medesima, si sfogò gesticolando contro Cristina, contro Enrico, contro
don Cornelio, gridando che questo era uno scandalo, e che era il frutto
d’una educazione sbagliata, a rifar la quale, poteva appena bastare un
convento, se pure!...

Mentre donna Fulvia andava parlando e smaniandosi, Cristina s’era
asciugate le lacrime, s’era ricomposta, ed ascoltava in silenzio
con gli occhi bassi. Quei vaghi pensieri di sacrifizio, intorno a
cui la sua fantasia s’era fermata tante volte con una certa voluttà
malinconica, le si affacciavano ora, e ben più dolorosamente, con le
forme della realtà. Mentre le parole inesorabili di donna Fulvia le
andavano dissipando le ultime illusioni della speranza, il suo animo
ricercava, desolato, i più mesti pensieri; compiere un sacrifizio,
le pareva uno sfogo di cui abbisognasse il suo dolore. Ricordò, capì
allora le parole di sacrifizio, di dovere, che don Cornelio le aveva
ripetute con tanta insistenza; e ricordò pure d’avergli ogni volta
risposto: — Glielo prometto, glielo giuro. — Si fermò su questo
pensiero; ci trovò un sentimento di alterezza, di conforto, e appena
donna Fulvia ebbe finito, le potè rispondere calma e rassegnata: — Io
le obbedirò, zia, e non le parlerò più di quel giovane; rinunzierò per
sempre a lui; ma non mi si parli d’altri. Egli m’ha fatto una promessa,
io l’accolsi; se la dimenticassi, mi sembrerebbe di commettere una
cattiva azione. Mi hanno insegnato che son cose sacre la lealtà e
l’onore.....

— I soliti paroloni di don Cornelio! — saltò su con impazienza donna
Fulvia.

— Le ultime parole di don Cornelio, gli ultimi suoi avvertimenti furono
che io dovessi ricordarmi sempre dei benefizi ricevuti da lei, e che
le dovessi ubbidir sempre, anche a costo di qualunque sacrifizio.
Glielo promisi, e manterrò anche a lui la parola data. Se non le posso
ubbidire che in parte, è però un così grande sacrifizio il mio....

— Ah, insomma, finiamola! anch’io ho data la mia parola al barone! Cosa
dovrei dirgli? che non sono più io che comanda in questa casa?

— Dica al barone che non mi voglio maritare....

— Scuse!

— Glielo proverò....

— E in che modo?

— Gli dica... ch’io mi ritiro dal mondo; glielo dica, è la verità.
Sì, zia, io sento che in questo punto mi è scesa nell’anima una santa
ispirazione! Sarò forte, risoluta, e la seguirò. Se il mio cuore ha
accolta una promessa che il dovere gli impone di respingere, io non
mancherò nè a quella promessa nè a quel dovere. Io mi ritirerò dal
mondo. La vita nel mondo non ha più scopi per me.... Ho conosciuto un
giorno a Orobio una Suora della Carità.... che mi parlò delle gioie
celesti della sua vita di sacrifizio e di ritiro. In questo momento
sento nell’anima l’eco della sua voce malinconica e dolce; essa mi
chiama ad esserle sorella.... e lo sarò. Ho deciso!... — E nella voce
di Cristina c’era tutto l’accento della convinzione; tanto le pareva
che fosse proprio così.

Si pensi come rimanesse donna Fulvia a quelle parole. Il caso non
l’aveva punto preveduto; e lì per lì, tra il convento e il barone la
scelta non era facile. Il convento, trattandosi di metterci gli altri,
esercitava sempre un gran fascino sulla mente di donna Fulvia; le
passaron subito dinanzi tutte le suore e tutte le madri badesse di sua
conoscenza; ma le passò dinanzi anche il barone. Per fortuna, a levarla
d’imbarazzo, capitò in quel punto sua figlia.

La marchesa Bianca guardò sua madre, guardò sua cugina, e s’accorse
facilmente che ci doveva essere stato qualcosa d’insolito. Piena
di curiosità, non si diede pace finchè non le riuscì di trovarsi a
quattr’occhi, quel giorno stesso, con Cristina e d’interrogarla.
Cristina, nell’orgasmo, e nella buona fede della sua risoluzione, le
narrò tutto, e le confermò la sua decisione irremovibile. La marchesa
l’abbracciò, pianse, svenne, e s’accese tutta d’entusiasmo per quel
caso pietoso e per l’infelice cugina. Quella sera, andando a teatro, si
mise al collo una gran croce, come una Suora anch’essa della Carità.

Per parecchi giorni donna Fulvia se ne stette in camera con
l’emicrania, e per parecchie settimane ci fu in casa sua
quell’atmosfera cupa e greve del tempo burrascoso. Donna Fulvia era
d’un pessimo umore, aveva la faccia più raggrinzita del solito, e non
parlava. Il padre Felice capitava a tutte le ore, e rimaneva in lunghe
e secrete conferenze con lei. Tutti in casa parlavano sottovoce, e l’un
l’altro andavano interrogandosi e confidandosi all’orecchio la gran
novità. Anche gli amici di casa cominciavano a bisbigliare tra loro, e
a scambiarsi una qualche esclamazione circospetta.

La marchesa, che non osava parlarne con sua madre, se ne spassionava
con suo marito. Il caso della cugina l’aveva tutta scossa; e come
svegliata da un lungo sonno era tutta stupore, tutta curiosità.
Parlava di quel caso con entusiasmo, con esaltazione; le pareva un
fatto così romantico! così simile a uno letto da poco in un romanzo
che le era piaciuto tanto! E dire che un tal caso si ripeteva ora
nella sua famiglia, che l’eroina era lì accanto a lei, in casa sua!
Oh, essa voleva diventare la confidente di Cristina, voleva fare per
lei qualcosa di molto avventuroso, di molto bello! Voleva la sua parte
d’eroina anch’essa!... Ma che cosa fare? E poi principiava con suo
marito a parlare di quel giovane, di Enrico, di cui si era così bene
scordata per tanti mesi, ma che ora diceva di non avere dimenticato
mai! E ne parlava con entusiasmo; glielo dipingeva a suo modo, alto,
bruno, melanconico, bello; tutto lui, insomma, l’eroe di quel tal
romanzo.

Il marchese la lasciava dire; la osservava, taceva, ed aveva l’aria
soprattutto d’essere molto seccato. Era seccato, in primo luogo, di
veder andato in fumo per quell’inverno il suo solito viaggetto. S’era
fermato di giorno in giorno in grazia del matrimonio di Cristina,
ch’era un affaruccio che gli premeva, come abbiam visto; ed ecco, sul
più bello, che gli capitava anche un simile contrattempo per seccarlo
doppiamente. Ora poi, a completargli il divertimento, c’erano per di
più gli entusiasmi di sua moglie ed il muso lungo di sua suocera.
Delle due cose però quella che gli piaceva ancor meno era tutto questo
risveglio romantico di sua moglie; novità che non gli garbava punto,
e che gli faceva desiderare che il romanzetto finisse presto. Il
marchese, la cui politica coniugale era di solito quella di lasciar
passare le piccole fantasticherie di sua moglie fingendo di non
accorgersene, e di affidare al tempo le piccole difficoltà domestiche
non contraddicendo mai, e facendo intanto il suo comodo, sapeva poi
svegliarsi a tempo quando capiva che, a pigliarsi oggi una piccola
noia, c’era da risparmiarsene una più grossa il giorno dopo. Allora
dava alla cosa un’occhiata esperta e previdente; fissava bene il punto
a cui voleva arrivare; e, indifferente quanto alla scelta delle strade,
pigliava le più facili, si arrendeva, le mutava, pur di arrivare più
sicuramente dove voleva. Il matrimonio di Cristina, un matrimonio
s’intende come lo voleva lui, era un affare che il marchese aveva
intravveduto e avviato in tempo. Ora c’era un intoppo, e che intoppo!
bisognava dunque mutar strada. Su questo punto non si faceva illusioni;
e non se ne faceva neanche sulla improvvisa vocazione di Cristina;
anzi, n’era in diffidenza, e ci vedeva un nuovo pericolo da cansare;
tanto più che sua suocera gli aveva detto all’orecchio che il convento
_alla peggio_, avrebbe servito a migliorar l’educazione di Cristina.

Il marchese dunque prese subito in cuor suo la risoluzione di ristudiar
la faccenda, di non dormirci sopra, e di cercare la strada nuova,
lasciando da parte affatto quella del barone Brocchetti. Tra le strade
nuove ci poteva essere quella che faceva capo a quel tal giovane che
aveva strappata, in mezzo alla tombola, l’esclamazione di Cristina.
E perchè no? pareva la più scabrosa, ma poteva anche essere la più
breve. A ogni modo, prima di pigliarne un’altra, gli pareva necessario
di dare un’occhiata anche a questa. Cominciò dunque a farsi attorno un
po’ di più al padre Felice, e a far con lui delle lunghe passeggiate
parlandogli della risoluzione precipitosa di Cristina, e della
necessità di farla riflettere e di farle pigliar tempo per assodare la
vocazione. Poi aveva detto al Valassina di dare una corsa a Orobio il
più presto che potesse, perchè volendo aver subito, e senza lasciarsi
scorgere, certe informazioni sul conto di quel tal Enrico, gli
occorreva che “una persona avveduta e di proposito„ gli sapesse dire
innanzi tutto dove fosse e cosa facesse costui.

La missione del Valassina andò a vele gonfie; e dopo pochi giorni il
marchese riseppe a puntino ciò che gli premeva. Ma andava di male in
peggio quella del padre Felice; il quale ogni giorno, dopo lunghe
conferenze con Cristina, veniva a dire al marchese che non c’era modo
di tranquillarla, ch’era risoluta, impaziente, e che voleva metter
subito in atto la sua risoluzione. Un giorno anzi venne ad annunziargli
che, d’accordo con donna Fulvia, aveva avuti parecchi colloqui con
la Superiora d’una casa di Suore, e che tutto era stato felicemente
combinato; perfino il giorno e l’ora in cui Cristina sarebbe entrata
nel monastero.




XXII.


Il Valassina era tornato da Orobio non solo con le informazioni per
il marchese, ma aveva portate secretamente a donna Fulvia un sacco di
notizie, e di notizie non troppo buone. Le faccende in paese andavan
maluccio. Il nuovo curato, don Innocente, aveva preso possesso della
Cura da un paio di settimane, e già s’eran formati in paese due partiti
che si guardavano in cagnesco. Fin dai primi giorni don Innocente s’era
messo a riformare la Confraternita; diceva che avrebbe ristabilite
le processioni lontane, le merende e i beveraggi, e andava in giro
con gran zelo a benedir stalle e pollai. Quelli della Confraternita,
delle vacche malate, e dei polli con la pipita, portaron subito alle
stelle il nuovo curato; e a loro s’unirono anche quelli cui piaceva
fare delle lunghe dormite in chiesa, e pei quali don Innocente faceva
delle prediche con testi in latino e lunghe che non finivan più. Ma poi
don Innocente s’era messo a far la cera brusca a chi lodava il vecchio
curato; e diceva che d’ora in avanti bisognava fare, in tutto, tutto
all’opposto: diceva, tra l’altre, che non voleva più veder arretrati
sul registro della Cura, che voleva rincarare i fitti, e rimetter
l’usanza di certe regalie per non addormentare, come faceva don
Cornelio, lo zelo dei parrocchiani. Allora i fittaioli, e qualche altro
parrocchiano, presero a abbaruffarsi con chi lodava il curato e il suo
zelo; principiarono così a formarsi i due partiti, i quali si odiarono
subito, tanto per cominciare.

Ora poi c’era di più. Tutto Orobio, proprio nei giorni in cui c’era
arrivato il Valassina, e un paesello vicino, erano in fermento in
grazia d’una novità ideata da don Innocente; il quale aveva stabilito
di fare nella prima settimana d’aprile, una gran processione che doveva
percorrere tutto il territorio del comune allo scopo di scacciare dai
campi gl’insetti, i topi, e gli spiriti maligni. La maggior parte dei
campagnoli d’Orobio, su questo punto, lodava il curato, e stupiti
tutti come a don Cornelio non fosse mai venuta una così bella idea,
si preparavano a seguire in bel numero la processione. Ma quelli del
paese vicino, risaputa la novità, cominciarono ad allarmarsene. Gli
insetti, i topi, e gli spiriti maligni, cacciati da Orobio sarebbero
scappati in casa loro: era chiaro. E siccome il loro curato, per
prudenza, non voleva mettersi in contrasto con don Innocente, così
essi si preparavano per quel giorno, con dei buoni randelli, a tener
lontani dal proprio territorio chi voleva far loro un così bel regalo.
Essi poi non mancavano di qualche alleato anche in Orobio; a capo dei
quali c’era, s’intende, il sindaco che s’era subito messo in moto per
illuminare le menti, e non ristava dal catechizzar tutti da mattina a
sera nelle osterie, sulle piazze, per le strade. — Volete, — diceva, —
rimettere in uso una funzione dell’antichità celebrando il risveglio
della natura? Sono con voi, eccomi pronto a una passeggiata civile! Ma
questa funzione medioevale del curato è il trionfo dell’ignoranza e
della superstizione! Cosa dirà l’Italia? — E se vedeva nell’uditorio
qualcuno che avesse un prato o un campiello sul monte, allora
soggiungeva: — E chi vi garantisce che qualche spirito, qualche diavolo
scappato dal piano non vada poi a mettersi di casa più in su! — A
questi discorsi chi si faceva più timoroso, e chi più iroso: tutti
discutevano, tutti si accaloravano; talchè lo speziale, per rimanere
nell’imparzialità, non si lasciava più vedere.

Donna Fulvia quand’ebbe sentite le notizie di Orobio portatele
dal Valassina, dopo uno sfogo di esclamazioni, or di lode, or di
raccapriccio, prese una risoluzione. Il caso era grave, ed erano quindi
indispensabili il proprio intervento, e la propria autorità; a lei
toccava dar man forte a don Innocente, inaugurare un nuovo ordine di
cose, incoraggire i pusillanimi, premiare i buoni, e chiuder la bocca
ai tristi lasciandoli confusi per sempre. Persuasa che per ottenere
tante belle cose in una volta sarebbe bastata la sua presenza, decise
di partir subito per Orobio; decisione che le tornava tanto più
opportuna perchè s’era intesa con la Superiora che Cristina sarebbe
stata ricevuta in convento appunto in quei giorni; e a lei i distacchi
e le commozioni facevan tanto male.

Mentre donna Fulvia usciva dal portone del suo palazzo in carrozza, con
la Cleofe e con _Fleurette_, per avviarsi alla stazione, un giovane
di nostra conoscenza, Enrico, che da mezz’ora passeggiava dinanzi a
quel portone a passi lenti, incerti, preso da una subita risoluzione
entrava nel palazzo per avviare colla portinaia un discorso che aveva
pensato e ripensato come se dovesse presentarsi a un ministro. Enrico
era arrivato a Milano il giorno innanzi; la casa inglese a cui era
addetto, aveva acquistato un opificio in Lombardia, l’opificio di cui
doveva essere egli il direttore, e gli aveva ingiunto di partire con
sir Arturo per Milano a sbrigarci alcune faccende prima di recarsi al
suo posto. Quell’avvenire sognato come una lontana speranza, per tanti
anni, traverso tante ore interminabili, uniformi di lavoro, era giunto;
quel giorno così lungamente sospirato, era venuto; era suo. E un così
bel giorno non doveva portargli qualch’altra buona nuova? la migliore
di tutte! Il cuore gli diceva di sì, ma il cuore questa volta s’era
sbagliato. Appena arrivato, era corso alla posta sapendo che ci avrebbe
trovate delle lettere di don Cornelio, e ne trovò infatti due. Le
lettere di don Cornelio gli fecero passar subito tutta la consolazione
di poco prima; una era malinconica, sfiduciata, e piena di consigli di
rassegnazione; l’altra gl’ingiungeva pressantemente, e con una certa
ansietà, di cercar nuove di Cristina senza perder tempo, e come meglio
poteva; poi di scrivergli subito tutto ciò che era venuto a sapere. Era
con questa lettera in mano, e tutto agitato, che Enrico, non sapendo
che fare, era arrivato di passo in passo dinanzi al portone di donna
Fulvia, e s’era deciso subitamente ad entrarci come vide uscirne una
carrozza.

La portinaia, silenziosa come un muro quando donna Fulvia era in casa,
dava la stura alle parole appena la vedeva scantonare, e tanto più se
scantonava per andare alla stazione. Enrico dunque non ebbe bisogno
di ricorrere agli artifizi del discorso per sapere in pochi minuti
un monte di notizie; quella tra l’altre che Cristina, dopo essere
stata fidanzata col figlio d’un barone, s’era decisa a entrare in un
convento; da dove, aveva detto la portinaia del convento, sarebbe
presto ripartita per una delle più lontane città.

Enrico sbalordito, ansante, era corso a buttarsi nelle braccia del suo
amico Arturo, e a domandargli consiglio. Sir Arturo, innanzi tutto, gli
osservò che bisognava aspettare il corriere di Londra per sapere se gli
affari permettevano di occuparsi di quella spiacevole combinazione.
Poi, come fu arrivato il corriere, e come ebbe lette una dozzina di
lettere, gli partecipò che bisognava aspettare ancora alcuni giorni
prima di andare a prender possesso dell’opificio, e che quindi poteva
benissimo nel frattempo dare un’occhiata ai propri interessi. Il parer
suo in proposito, senza responsabilità e senza impegno, se lo voleva
sentire, era questo: fosse pur vero ciò che gli avevan detto, non
c’era nulla d’urgente dal momento che donna Fulvia era partita per la
campagna; ma bisognava intanto venir in chiaro di tutto, ed impedire
all’occorrenza, in quanto fosse possibile, un fatto qualunque che
pregiudicasse l’avvenire. Per far ciò ci voleva il vecchio curato.
Bisognava dunque indurre don Cornelio a venire a Milano, e a parlare
con Cristina.

Ciò voleva dire far subito una corsa a Santa Maria della Neve. Per
quanto Enrico si sentisse poco incoraggiato dalle lettere malinconiche
e sfiduciate di don Cornelio, pure il pensiero di rivedere il suo
protettore e di poterne avere qualche consiglio, lo decise a partire e
a pigliare il giorno seguente quella stessa strada d’Orobio sulla quale
lo aveva preceduto donna Fulvia.

Donna Fulvia giungeva a Orobio in buon punto, cioè tre giorni prima
della domenica fissata da don Innocente per la sua funzione. In paese
c’era una crescente inquietudine. Quelli che avevano desiderato la
funzione cominciavano già a dire che una funzione simile in Orobio la
ci voleva, ma che però sarebbe stato meglio principiar un altr’anno. Il
sindaco, che per protestare contro la funzione aveva organizzata con
quelli del paese vicino la sua passeggiata civile, aveva poi scritto
al sotto Prefetto che mandasse i carabinieri per impedire una cosa e
l’altra.

Don Innocente, che, avendo risapute le voci che correvano, era un po’
perplesso, prese un coraggio da leone come seppe l’arrivo di donna
Fulvia. Corse subito da lei, e per tre giorni fu veduto entrare più
volte nel palazzo, e restarci per delle ore. Poi, dopo aver dati i
suoi ordini alla confraternita, una sera all’ora dei vespri annunziò
in chiesa che la mattina seguente sarebbe andato a benedir le campagne
seguìto dai confratelli e dal popolo in processione.

Era la prima domenica di aprile. Le campane d’Orobio, sonando alla
distesa come nei giorni di solennità, chiamarono il popolo alle
funzioni festive un’oretta prima del solito, perchè poi la processione
potesse essere di ritorno al mezzogiorno, ch’era l’ora del desinare;
e la gente usciva dalle case, avviandosi alla chiesa, o spargendosi
per le strade e per le campagne, in fretta e di buona voglia, invitata
anche da un bel sole che inaugurava la primavera. Il sindaco che aveva
dato ritrovo a molti, per quella mattina, nell’osteria del paese, non
ci trovò che tre o quattro amici; gli altri avevano preferito di fare
la passeggiata civile ciascuno per proprio conto. Dopo uno sfogo contro
l’inerzia dei patriotti, anche il sindaco se ne andò a spasso per
conto suo. Parecchi poi si avviarono verso il sagrato della chiesa per
vedere la sfilata della processione, o per seguirla o per canzonarla, a
seconda dei casi.

Don Innocente cantò messa, ma da solo. Don Luigi era partito da un
pezzo; e don Prospero e un altro cappellano che egli aveva invitati
per la funzione, s’erano scusati dicendo però che sarebbero venuti
più tardi al desinare. Finita la messa, don Innocente fece un po’ di
predica sulla necessità di liberare il mondo dai filosofi moderni, e
le campagne dagli insetti, ch’erano altrettanti spiriti maligni; poi,
deposta la pianeta e indossata la cotta, con l’aspersorio in mano e il
suo _Manuale exorcistarum_ sotto braccio, uscì di chiesa accompagnato
da un chierico che teneva il secchiolino, e facendosi seguire dalla
confraternita e dal popolo.

Il suono delle campane che si diffondeva lietamente per la valle,
il bel cielo limpido, l’aria primaverile, facevan contrasto con la
cera scura e con la tetra funzione di don Innocente. Quella giornata
splendida di sole, ch’era tutta un inno di allegrezza e di fiducia, non
pareva proprio fatta per le maledizioni e per gli scongiuri.

La processione s’avviò per la strada dove sorge il palazzo Orsenigo. Il
palazzo era parato a festa; a ogni finestra c’era un bel tappeto, e dal
terrazzino, che stava sopra il portone, scendeva un gran drappo rosso
di seta su cui c’era ricamato nel mezzo la cifra di donna Fulvia, con
tanto di corona, e circondata dagli emblemi della passione di nostro
Signore, proprio come se nostro Signore avesse sofferto specialmente
per donna Fulvia: un bel lavoro insomma tutto nuovo, sfoggiato per la
prima volta e fatto appunto da quelle Suore tra le quali, quel giorno
stesso, era andata a stare Cristina. Tutti si fermavano a guardare
in su; e quando passò la processione, ci fu del disordine nelle file
perchè ciascuno, pur camminando, prima guardava in alto, poi guardava
indietro, andando addosso a chi gli stava dinanzi, o sui piedi a chi
veniva dopo; e tutti poi si davano degli urtoni a vicenda. Donna Fulvia
che se ne stava tutta sola sul terrazzino in aria di compunzione e
di compiacenza, sorrideva con indulgenza a quel po’ di disordine,
e lasciava capire che perdonava, anche alla confraternita, quella
distrazione di cui eran causa lei e il suo bel drappo. Don Innocente
quando passò sotto il terrazzino cercò, tutto in una volta, di riverire
donna Fulvia, di ammirare il drappo, di conservare la divozione e di
non parer distratto. Non era facile; ma donna Fulvia aveva compreso, e
gli ricambiò quei sentimenti con alcuni cenni del capo che parevano di
riverenza, ma ch’eran soprattutto di approvazione e di protezione.

Don Innocente gongolava; ma la faccenda cominciò presto a intorbidarsi.
Parecchi dei più arrabbiati, o de’ più burloni, del partito contrario
s’eran messi qua e là, di fianco alla processione, a attaccar discorso
con quelli ch’erano in fila, motteggiando e facendo di tanto in
tanto qualche sonora fischiata. Molti allora impacciati e vergognosi
cominciarono a uscir di fila; e appena messi con quelli che poco prima
li avevano canzonati, si facevan coraggio e canzonavano anche loro.
Così i motteggi, le conversazioni ad alta voce e le fischiate andavan
crescendo; e mano mano andava crescendo anche il numero di quelli che,
a ogni nuova strada, scantonavano e se ne tornavano a casa loro. Don
Innocente che sulle prime aveva voluto mostrarsi impassibile, cominciò
a perdere la pazienza. — Bricconacci, villani, scomunicati! — cominciò
a gridar sul muso a qualcuno de’ più sfacciati, uscendo improvvisamente
di fila anche lui. Poi tirava innanzi più serio di prima; ma subito
dopo passando dalla compunzione al piglio minaccioso: — Verrà ad
alloggiare a casa vostra il diavolo!... verrà ad alloggiare! — gridava
alzando l’aspersorio. Allora i monelli scappavano, e si faceva un po’
di silenzio. Ma il brusio, le fischiate e le conversazioni ripigliavan
presto.

— Il più bello lo si ha a veder poi, — esclamavano alcuni — lo si ha
a vedere quando sarete fuori pei campi, e quando vi vedranno venire
quelli degli altri paesi!

— Sicuro, — gridavano gli altri — e chi è in ballo ballerà! Legnate a
buon mercato... e cazzotti per niente!

Allora parecchi della processione cominciarono a ragionarla con
quelli che n’eran fuori. — La funzione è bella, bellissima, non c’è a
dire; ma bisognava andar tutti d’accordo, oh questo poi sì! in questo
avete ragione anche voialtri. Bisognava esser tutti in compagnia,
anche quelli dei paesi vicini, per farle scappar lontano le cattive
influenze, e non mandarsele addosso l’un con l’altro!

Nel ragionare si fermavano; la processione intanto andava innanzi,
e chi c’era rimasto fuori non ci tornava più. Altri poi, vedendo
due carabinieri che piano piano venivano loro incontro, piano piano
voltaron le spalle per non andare in direzione opposta della forza.

La processione, che s’era andata in tal modo via via assottigliando,
giunta alle viottole della campagna non si componeva più che di
una metà della confraternita e di una cinquantina d’altri che la
seguivano. Don Innocente appena si vide sbarazzato dei burloni e dei
timidi, e circondato solo dai più fedeli e dai più risoluti, prese
maggior coraggio; e, fatta una breve fermata, rivolse alla comitiva un
discorsetto rabbioso per accalorare gli animi e ribadire lo zelo. Lo
scopo fu facilmente raggiunto, e le parole di don Innocente vennero
accolte da una calorosa approvazione e da esclamazioni piene di
propositi audaci. Or ch’erano soli e alla larga, si sentivano tutti
rinfrancati e capaci di farla vedere a chississia. A un cenno del
curato la comitiva fece silenzio, e tirò innanzi ora allargandosi,
ora procedendo un poco alla rinfusa, or facendo qualche fermata, e or
borbottando da capo tra gli _amen_ e gli _ora pro nobis_, qualche nuova
minaccia contro i burloni di poco prima. Parecchi poi, più curiosi e
più coraggiosi, s’erano mano mano fatti intorno a don Innocente per
vedere come faceva a far l’esorcismo; e don Innocente dava ogni tanto
qualche spiegazione a questi e al chierico, che tremava tutto per la
paura.

“_Conjuro et adjuro te maligne et ingratissime et sporcissime
spiritus_, — continuava don Innocente tenendo l’aspersorio alzato, e
leggendo nel suo Manuale degli esorcismi — _conjuro te, insidiator,
superbe, mendax, immunde Belzebù_... questo è il peggiore di tutti, ma
adesso lo acconcio io....„ e lesse due pagine di seguito del Manuale.
Poi rimboccati i calzoni per non imbrattarsi, andò a mettersi in mezzo
a un campo di patate. — Ora eccoci al fatto nostro: _Exorcismus contra
dæmones minores, contra vermes, mures, locustas, et alia animalia
devastantia fruges, fructus_...[2] — e ricominciò a leggere or forte,
or sottovoce, tutto intento al Manuale per non sbagliarsi.

Don Innocente era così assorto nella lettura del suo latino, che
non s’accorse d’un improvviso cambiamento di scena ch’era intanto
avvenuto intorno a lui, e poco distante da lui. Era comparsa una nuova
comitiva, e la sua aveva subitamente cessato di guardar l’esorcismo, di
chiacchierare e di dir la corona. La nuova comitiva era ben diversa e
ben più numerosa; era una comitiva di contadini d’altri paesi, sbucati
di qua e di là saltando fosse e scavalcando siepi, che venivano con
randelli, correggiati, forconi, e con un certo piglio che non era
quello con cui andavano di solito a battere il grano o a rammontare il
fieno!




XXIII.


Mezz’ora dopo una buona parte della comitiva di don Innocente rientrava
in paese a gambe levate: e dietro a loro, coi forconi e coi randelli
alzati, venivano rincorrendoli quelli della comitiva forestiera coi
quali evidentemente avevano avuto uno scontro sfortunato. Era un
fuggi fuggi, e un gridar generale che mise tutto Orobio sossopra in
un momento. Chi dalle finestre, e chi scendendo in strada, domandavan
tutti ansiosamente cos’era successo; chi cacciava in stalla in
fretta i maiali e le oche; chi correva a chiamare i fanciulli, chi a
rinchiudersi in casa. — Ma cos’è stato? ma cos’è successo? C’è una
ribellione, c’è un saccheggio, vien gente da ogni parte! misericordia!
Ci vogliono ammazzare! daran foco al paese! — I primi a gridare, e
che gridavan di più, eran parecchi di quelli della Confraternita
che avendone pigliate, o avendo pigliato non foss’altro un gran
spavento, spaventavano gli altri alla lor volta, scappando urlando,
e levandosi in furia la veste e la cappa da confratello. Non tutti
però se l’eran data subito a gambe; alcuni di maggior fegato e più
cocciuti avevan dato mano senz’altro ai sassi, e in un minuto ce
n’eran stati di discretamente pesti anche tra le schiere avversarie.
Costoro sbandandosi, e facendo un chiasso indiavolato, avevano chiamata
nuova gente, e tutti insieme eran tornati alle mani più inferociti
di prima. Le sorti della giornata furon presto decise dal numero, e
gli assalitori, non contenti di aver visto i tacchi dei confratelli
di Orobio, invadevano ora in frotte le strade del paese col piglio
minaccioso, e con la voglia di non tornarsene a casa senza essersi
presa una qualche soddisfazione; di quelle, s’intende, che mandano in
prigione il giorno dopo. E infatti stavano già per raggiungere questo
risultato parecchi ch’erano piombati addosso al sagrestano, il quale
poco prima aveva ammaccato sulle loro spalle il secchiello dell’acqua
benedetta; quando arrivarono i due carabinieri. Questi pigliarono il
più inferocito per il bavero, ricevettero e restituirono spintoni e
pugni senza fine, perdettero e ripresero un paio di volte il cappello;
ma, sempre saldi al bavero, condussero alla fine il loro uomo alla
casa del comune in arresto. Altri fatti più grossi e più minacciosi
succedevano intanto in un altro punto del paese, e precisamente dinanzi
al palazzo Orsenigo dove si era ricoverato don Innocente. E qui le cose
minacciavano davvero di finir male, perchè la forza pubblica in quel
momento non era in grado nè di essere informata nè di muoversi. I due
carabinieri erano tornati sulla porta della casa comunale a guardare
la folla, ma non erano ben sicuri se fosser loro che sorvegliassero la
folla, o se fosse la folla che li sorvegliasse loro.

Mentre succedeva tutto questo tafferuglio, scendeva da Santa Maria
della Neve, ed arrivava ai primi casolari d’Orobio, Enrico, il quale,
come glielo aveva suggerito sir Arturo, era andato a chieder consiglio
a don Cornelio, e a invocare una volta ancora il suo aiuto. Don
Cornelio alla vista di quel figliuolo, s’era tutto scosso; sulle gote
pallide e avvizzite gli era comparsa una fiamma improvvisa, come il
raggio che illumina una mesta giornata d’inverno. Dopo aver udite le
notizie che gli portava Enrico, dopo aver vedute le sue lacrime calde,
sincere, era uscito a un tratto dall’accasciamento in cui era, e aveva
sentito rinascere in sè tutto l’ardore d’un tempo.

— Ebbene, sì! — aveva esclamato, — andrò a Milano... qualche cosa farò!
Se donna Fulvia mi chiuderà l’uscio in faccia, andrò dalla Superiora
del convento, le dirò che la vocazione di Cristina è falsa....
che Cristina s’inganna, o che la inganna! Le dirò tutto! Andrò
dall’Arcivescovo se occorre! Oh qualcuno mi ascolterà!... Povero amico
mio, povero conte Maurizio!... i tuoi figliuoli non li abbandonerò
finchè avrò fiato! e se Dio mi darà vita.... qualcosa farò!

Ma intanto quella fiamma di poco prima gli era scomparsa dalle gote,
e c’era a un tratto succeduto un pallore come di cadavere; s’era
lasciato andare sulla seggiola, aveva messo una mano sul cuore, ed era
rimasto per alcuni minuti in silenzio quasi svenuto. Poi sforzandosi
di sorridere, aveva ripreso: — Non spaventarti, mio buon figliuolo,
non è nulla.... è uno de’ miei acciacchi.... Quando s’è vecchi... sei
capitato proprio in una cattiva giornata; ma non è nulla.... Vedi?
adesso passa, passa... oh per andare ancora una volta a Milano...
per fare quello che t’ho promesso, sento che le forze le avrò, oh le
avrò! Tra un paio di giorni ti raggiungo.... e tu intanto sta di buon
animo.... Chi sa che questa volta non ci riesca a far proprio qualcosa
per i figlioli dell’amico mio!... chi sa che il Cielo non mi riservi
questa consolazione prima di chiuder gli occhi....

Quando Enrico il giorno dopo s’accomiatò, don Cornelio lo tenne
stretto un pezzo nelle sue braccia, celando appena la sua commozione,
e trattenendo a stento le lacrime. Poi, con un sorriso che gli moriva
sulle labbra, aveva cercato di dirgli qualcosa di gaio, e gli aveva
ripetuto più volte vedendo che Enrico non glielo chiedeva più: “Verrò,
non aver dubbi, verrò.„

Enrico aveva perduto il coraggio di ripetere a don Cornelio la sua
preghiera di venirgli in aiuto. Don Cornelio non era più lui! Non
era più il bel vecchio, di cui Enrico aveva stampata l’immagine nel
cuore; era un uomo su cui era scesa una vecchiaia cadente, un uomo che
soffriva, e che cercava a stento di rompere una profonda malinconia che
gli velava gli occhi e la parola. Nel vederlo tanto mutato, Enrico non
aveva più saputo continuare a parlargli di sè, e non s’era alla fine
staccato da lui che con uno schianto del cuore.

La signora Angelica l’accompagnò per un breve tratto fino al punto
dove incomincia la discesa ripida della strada. Enrico le fece mille
domande, ma la povera signora Angelica sospirava, e gli sapeva
rispondere ben poco. Gli disse che don Cornelio aveva di frequente
degli svenimenti che le mettevano spavento; che il medico era venuto
una volta, e che voleva tornare per capir meglio, ma non era tornato;
che don Cornelio non voleva far nulla, e che essa era sulle spine. In
fine poi gli fece le sue scuse per non potergli dare, com’era solita,
qualcosa da portar seco in viaggio; e spassionandosi un po’, gli disse
piano perchè nessuno la sentisse: — Che paese, che paese è mai questo!
Sarà più vicino al Cielo, come dice mio fratello, ma non ci si trova
neanche l’occorrente per fare una torta! — Poi lo salutò con effusione,
e diede una voce a _Ugolino_ perchè tornasse indietro.

Ma _Ugolino_, che trovava anch’esso di poco compenso quel soggiorno,
e dava volontieri di tanto in tanto qualche scappata, finse di non
capire, e seguì tutto festoso Enrico, il quale aveva presa la strada
d’Orobio scendendo a gran passi per la china del monte, agitato,
commosso e in preda a mille pensieri.

Dopo un’ora di cammino, come fu a vista d’Orobio, e mano mano che vi
si avvicinava, Enrico s’accorse che ci doveva essere avvenuta una
qualche disgrazia, o qualche grave avvenimento. Gente che andava e
veniva con l’aria ansiosa e spaventata; donne e fanciulli che salivano
frettolosamente per i viottoli della montagna; e da lontano un rumore
confuso di voci e di grida che a intervalli scoppiavano più fragorose,
e con un impeto di minaccia. Alle prime case poi vide, da per tutto,
gente alle finestre e sulle porte, e gente che faceva ressa intorno
a qualche confratello sbandato, che in veste bianca e cappa rossa
rispondeva affannosamente alle cento domande che gli eran fatte, e
che gli venivano poi ripetute dai nuovi curiosi che sopraggiungevano.
Enrico si cacciò in mezzo a un capannello, dove gli parve che la
conversazione fosse più calorosa, e riuscì a poco a poco a capire
cos’era accaduto, e cosa stava accadendo. Rimase un minuto perplesso,
tra la fretta di andar dal vetturino e fargli attaccare, e la voglia
di far qualcosa anche lui, sia per metter pace, sia all’occorrenza per
dispensare qualche scappellotto in difesa de’ suoi antichi compatriotti
d’Orobio. Ma intanto era giunto un nuovo confratello, ancora più
ansante degli altri; tutti gli furono addosso, e per quanto cercasse di
svignarsela, dovette pur rispondere e discorrere con tutti anch’esso.

— Ah voi credete che la sia finita? Andate, andate a vedere! A buon
conto, poco fa ci mancò poco che il sagrestano non fosse bell’e
spacciato! Io ero lì proprio vicino a lui... quando lo pigliarono in
mezzo cinque o sei manigoldi che lo volevan finire.... Io allora...
via... a cercare il sindaco! ma il sindaco era già partito col suo
biroccio per domandare un rinforzo. Basta; il sagrestano l’hanno
salvato; ma intanto i carabinieri sono bloccati, e se non arriva presto
il rinforzo....

— Bloccati?

— Sicuro, da un muro di gente d’ogni paese, e bisogna sentire come
urlano!

— E poi?

— E poi c’è di peggio. Adesso una parte della folla corre verso il
palazzo di donna Fulvia, dove dicono che ci sia il curato.... Li ho
incontrati io, poco fa, anzi con alcuni che incominciavano a insultarmi
ho fatto delle chiacchiere, e loro subito a alzare i bastoni....

— E voi?

— E io via a gambe, perchè sapete come sono; guai se mi riscaldo! Ma
intanto chi sa cosa succede laggiù, nel palazzo! Di sicuro, ci danno il
fuoco!... e il curato lo ammazzano!

— E se si sonasse la campana?

— Andateci voi! bisogna vedere che facce sul sagrato!

Enrico, a quelle parole non ebbe più che un solo pensiero: correre al
palazzo, arrivarci prima della folla, far fuggire il curato, chiamar
gente, fare insomma tutto quello che avrebbe potuto per salvare la
casa del suo antico benefattore. In un attimo ci arrivò, ma la folla
c’era arrivata prima di lui, e stava già fitta e minacciosa dinanzi
al portone chiuso, urlando e fischiando. Che fare? Arringar la folla?
Persuadere que’ contadinacci, furiosi e vicini a compire la loro
vendetta, a tornarsene tranquillamente a casa? Non era possibile.
Tanto più che, proprio in quel momento, e in mezzo a quel baccano
indiavolato, la folla manifestava chiaramente le sue intenzioni
definitive a un oratore, un omaccione grosso e d’aspetto pacifico, il
quale aveva proposto un mezzo termine. Il mezzo termine era quello di
far uscire il curato, però senza mancargli di rispetto, e di obbligarlo
a fare la funzione in senso inverso; cioè a cacciar coll’aspersorio su
quel d’Orobio tutte quelle influenze diaboliche, che poco prima aveva
cacciate sul loro.

— Questo va bene, — gridavano i più accesi, — ma ci vuole di più!
Bisogna buttar giù il portone! Bisogna pigliare i caporioni, quelli
che ci han tirate le sassate, e che son chiusi lì dentro! E a quelli,
legnate!

— D’accordo, — ripigliava a tutta voce l’omaccione, — legnate, a
quelli là!... Ma il curato, deve fare come vogliamo noi... senza però
mancargli di rispetto, avete capito!

— Bravo, evviva!

E queste grida erano intanto accompagnate da una tempesta di sassi
lanciati contro il portone e contro le finestre del palazzo. Non c’era
tempo da perdere; ma a chi domandar aiuto? ma che fare?

“Cerchiamo almeno di salvare quelli che vi stanno rinchiusi,„ pensò
Enrico. Uscì dalla folla, e pigliò a gambe levate una stradicciuola che
conduceva al monte, e a una selva dalla quale poteva scendere fino al
giardino del palazzo, con la speranza di non essere veduto. Arrivato al
muro di cinta, cercò e trovò subito un punto dove tante volte l’aveva
scavalcato da fanciullo; si arrampicò, e spiccò un salto insieme a
_Ugolino_ che lo aveva seguito fin lì. Attraversò di corsa il giardino,
entrò nelle stanze a terreno del palazzo, e lo girò affannosamente,
chiamando gente, e stupito di non trovarci nessuno. E infatti, quelli
che sulle prime vi si erano rinchiusi, facendo scorta a don Innocente,
avevan subito pensato a cercarsi alla chetichella una qualche uscita
particolare per non essere presi in trappola; e quelli poi di casa,
mandati tutti in processione, avevano trovato al ritorno il portone
chiuso, e la folla dinanzi al palazzo.

In quelle sale, in quei corridoi, che risvegliavano a Enrico tante care
memorie, e che ora rivedeva abbandonati e silenziosi, si ripercoteva
ogni tanto l’eco sinistra degli urli minacciosi della strada. Enrico
impaziente, ansioso, salì correndo al primo piano, dando una rapida
capata a ogni camera, e chiamando di nuovo a voce alta quei di casa.
Giunto al salotto, e apertone l’uscio con uno spintone, udì delle grida
di spavento che lo fermarono sulla soglia. Vide una vecchia signora
svenuta su una poltrona; una donna, che era la Cleofe, inginocchiata
e che strillava; e don Innocente che, con la cotta piegata sotto il
braccio, cercava di nascondersi dietro un canapè.

— Coraggio, coraggio! — esclamò subito Enrico con voce amichevole.
— Vengo in vostro aiuto, vengo a mettervi in salvo; siamo ancora in
tempo, ma presto, presto venite con me.

— È arrivata la forza? — chiese tutto tremante don Innocente.

— Sì, sì, ma facciamo in fretta; — gli rispose Enrico con impazienza.

— Ah lei è forse il signor Delegato della Questura?... oh sia
benedetto!...

— Ci son altri in palazzo? — gli chiese Enrico.

— Nessuno, nessuno; ci han piantati qui soli... non ci siamo qui
che noi poverelli... ma a suo tempo mi sentiranno! — continuava don
Innocente.

— Se non ci son altri, tanto meglio. Andiamo, e subito! Bisogna
tranquillare questa signora.... farla scendere in giardino; ci vuol la
chiave del cancello!... Non c’è un minuto da perdere!...

Intanto che Enrico andava sollecitando don Innocente con piglio
risoluto, la Cleofe, continuando a piagnucolare, cercava di
richiamare in sentimento la sua padrona. Don Innocente, lasciato il
canapè, e avvicinatosi anch’esso a donna Fulvia, le andava ripetendo
all’orecchio: “C’è qui il Delegato della Questura.... quello della
Polizia.... è venuto a metterci in salvo.... Andiamo, coraggio, donna
Fulvia, bisogna andarcene subito.„

Donna Fulvia tremante, convulsa, aprì gli occhi. Fissò Enrico, che
vedeva per la prima volta, e cercò di fargli il viso benevolo sentendo
che era quello della Polizia. Enrico, che pure per la prima volta si
trovava dinanzi a donna Fulvia, ebbe un momento di perplessità, e quasi
di terrore. Gli venne, con un brivido, il ricordo di quanto quella
signora gli aveva fatto soffrire; gli si affacciò il pensiero di tutto
il male che quella signora gli aveva fatto... di tutto quello, ancor
più grande, che stava forse per fargli; sentì una fiamma al viso, sentì
offuscarsi la mente. L’urlo selvaggio, che dalla strada arrivava fin
lì, gli parve in quel momento meno odioso; gli parve simile quasi al
grido che, in mezzo a un torbido rimescolìo, stava per prorompergli
dall’anima.

Alzò gli occhi, si scosse, si rammentò dov’era. Quel salotto gli
richiamava la voce del conte Maurizio quando gli parlava di lealtà e di
onore; e quel prete gli richiamava la voce di don Cornelio quando gli
diceva “figliuolo, perdono e carità.„

— Lasci fare a me, lasci fare a me; — disse Enrico un po’ bruscamente
alla Cleofe, — non vede? la signora è debole, è sofferente, ha bisogno
d’un braccio più valido, più sicuro.... Lei vada a prendere la chiave
del cancello.... Si appoggi a me, signora, non abbia più timore di
nulla; usciamo di qui... la conduco al sicuro... si faccia animo... Oh
prima di offender lei! ci sono io!

Donna Fulvia cercava di ringraziare Enrico con l’espressione del
viso, e con qualche parola che le usciva debole e a stento. Il farla
scendere a terreno, e l’attraversare il giardino fu un affar serio.
Ogni tratto le soppravveniva un accesso convulso che la faceva tremar
tutta violentemente, e ricadere priva di forze. Ogni tratto dava in uno
scoppio di pianto. Enrico, commosso da quello spettacolo, raddoppiava
le sue cure; la sosteneva con tutte le sue forze; la rassicurava, e nel
ripeterle quasi con pietà figliale delle cortesi parole di conforto,
si sentiva più rassicurato egli stesso, e gli scendeva nell’anima un
sentimento elevato, dolcissimo.

Enrico, come ebbe oltrepassato il cancello, condusse la comitiva in una
capanna fuor di mano e quasi nascosta tra i castagni e i cespugli della
selva. Fece adagiare donna Fulvia alla meglio su un mucchio di paglia e
di foglie secche, poi, tirando un gran sospiro, e cercando di mostrarsi
allegro:

— Eccoci in porto — esclamò. — Dei pericoli non ce n’è più. Mi
aspettino qui; io corro a prendere il mio legnetto, lo conduco laggiù,
dove la stradicciuola del monte fa capo alla strada maestra, e in un
batter d’occhio saremo lontani dal paese....

— E poi? — domandò don Innocente.

— E poi, lei andrà dove vorrà, e queste signore proseguiranno la loro
strada per Milano, se crederanno. Ma di ciò parleremo dopo... intanto
io vado a prendere il legnetto, perchè bisogna spicciarsi....

— E se io me ne andassi subito? — chiese don Innocente. — Piglio la
strada della montagna, e....

— Lei si fermi, e mi aspetti; non abbandoni questa signora. Non vede?...

— Oh! — esclamò la Cleofe con un grido acuto e piagnucolando — non
c’è _Fleurette!_... abbiamo dimenticato la povera _Fleurette_.... Ah!
signor Questore, signor cavaliere, come si fa? come si fa?

Enrico s’accorse in quel punto che anche _Ugolino_ non c’era. Rispose
alla Cleofe con un gesto d’impazienza, ripetè a donna Fulvia che tra
poco sarebbe di ritorno, e prese correndo una viottola che conduceva in
paese.

— Ma che cosa succederà, cosa succederà di _Fleurette?_ — continuava ad
esclamare la Cleofe agitata da un cattivo presentimento. E i cattivi
presentimenti molte volte dicono il vero. Mentre Enrico percorreva le
sale del palazzo a terreno, _Ugolino_, correndo e abbaiando, aveva in
un attimo percorsi tutti i corridoi e tutte le stanze d’ogni piano che
aveva trovate aperte; e entrato in guardaroba aveva veduto _Fleurette_
adagiata sopra una poltroncina della Cleofe. _Ugolino_, quando
compariva _Fleurette_, era abituato a darsela a gambe, con la coda
abbassata, perchè qualcosa lo raggiungeva sempre, a tergo, bruscamente.
Ma questa volta _Ugolino_ capì che quello era un giorno diverso dagli
altri, e si piantò dinanzi a _Fleurette_ in aria di sfida, e con la
coda alzata. _Fleurette_, gli rispose con un brontolìo ringhioso e
pieno di disprezzo. _Ugolino_ non potè più trattenersi; e in un salto
le fu addosso a darle una pettinata. _Fleurette_ mandò un guaito; poi
dondolandosi, e a stento, saltò tutta affannata dalla poltroncina sul
tavolino che c’era accanto, e da questo sul davanzale della finestra
ch’era aperta. Di là guardando rabbiosa _Ugolino_, traverso i peli che
le scendevan sugli occhi, ringhiò più forte di prima mostrandogli i
denti. _Ugolino_ fece per tornare a un secondo assalto; _Fleurette_
diede un passo indietro, perdè l’equilibrio e scomparve. _Ugolino_
cercò sotto le sedie; saltò sulle tavole; frugò dappertutto; andò nelle
stanze vicine; corse su e giù per le scale, ma non trovò più la sua
nemica, nè l’amico del suo padrone che aveva seguìto fin lì. Allora
tra il rassegnato e il soddisfatto scese in giardino, saltò il muro, e
prese diviato la strada di Santa Maria della Neve, con la lingua fuori
e la coda alzata.




XXIV.


Don Prospero, quando ricevette l’invito da don Innocente di venire alla
sua funzione e di trattenersi poi a desinare, aveva fatto tra sè questo
ragionamento: “Uno più uno meno, per esorcizzare gli spiriti, tanto
fa; ma uno più uno meno per pigliarvi una sassata è un altr’affare; ci
andrò al tocco, per il desinare.... Allora tutto sarà finito, e don
Innocente vedrà che ho fatto onore a una parte almeno del suo invito.„

Al batter del tocco don Prospero giungeva infatti alle prime case
d’Orobio; ma, appena giuntovi, s’accorse che le sassate non eran
finite, e che il desinare di don Innocente non sarebbe stato messo
in tavola così presto. Si trovò subito in mezzo a capannelli agitati
e a gente rabbiosa; si trovò tra la retroguardia insomma della folla
che faceva baccano in paese. E, siccome tutti lo sapevano amico di
don Innocente, capì che non c’era buon’aria neanche per lui; infatti
ne vide parecchi che gli ammiccavano d’andarsene, ed altri che
addirittura gli venivan già incontro con la faccia accigliata e col
piglio provocante. Don Prospero però non si confuse; si fermò, si
appoggiò colle due mani al pomo della mazza, e prese un fare neutrale,
bonario e da paciere, come facevano i suoi di casa quando nasceva un
tafferuglio nell’osteria; era pratico dell’avventore rissoso, e sapeva
come va preso. In un momento tutti quelli ch’eran lì e quelli che mano
mano sopraggiungevano, dopo averne picchiate o buscate, si affollavano
intorno a don Prospero; e don Prospero seppe dire a ognuno la sua. Con
uno conveniva, con l’altro distingueva; dava a tutti la loro parte di
ragione e la loro parte di torto; si permetteva qualche amichevole
rimprovero, e interrompeva i più arrabbiati con qualche barzelletta,
un po’ sciocca s’intende, perchè piacesse subito a tutti. Li lasciò
sfogare per una buona mezz’ora; e quando gli parve venuto il momento
di fare una proposta — Figlioli, — esclamò, — volete un mio parere?
— e alzando la mazza in attitudine di comando — Tutti in fila! armi
in spalla! compagnia avanti!... andiamo a berne un bicchiere al _Pomo
d’oro.... marche!_

— Bravo don Prospero! Evviva! — E tutti a sghignazzare, e a seguir don
Prospero per una stradicciuola che conduceva al _Pomo d’oro_.

Don Prospero, con la sua manovra militare, aveva reso senza saperlo un
servizio anche a Enrico che in quel momento appunto scendeva per la
falda del monte, ove aveva lasciato donna Fulvia in un capannone, per
andare in cerca del vetturale. Enrico, con sua sorpresa, trovò tutto
sgombro e silenzioso il piazzale a cui metteva capo la strada maestra,
e ch’era il punto più comodo per imbarcare donna Fulvia. Corse a
chiamare il vetturale che abitava poco distante, e in meno di mezz’ora
riuscì a far tutto felicemente, e a partire, senza che nessuno li
vedesse, in una carrozzuccia con donna Fulvia e con la Cleofe.

Donna Fulvia e la Cleofe eran più morte che vive. Donna Fulvia pallida,
irrigidita, non apriva bocca; e di tanto in tanto cercava nascondere
le contrazioni convulse della faccia con la pezzuola, lacerandola nel
tempo stesso coi denti. La Cleofe se ne stava tutta rannicchiata, e
continuava a tener turate le orecchie con le mani per non riudire
quelle voci e quegli schiamazzi d’Orobio.

L’allontanarsi dal paese, l’esser fuori d’ogni pericolo, non bastarono
a metter in calma donna Fulvia, e a darle un po’ di giovamento; il suo
stato si andava anzi mano mano facendo sempre peggiore. Lo spavento
doveva essere stato ben grave, poichè ogni tratto le pigliavan degli
attacchi di nervi e degli svenimenti da impensierire anche chi ne
fosse pratico più d’Enrico; il quale intanto cercava di mostrare la
sua buona volontà or facendo fermare il legnetto, or andando in cerca
d’un po’ d’acqua, or rassicurandola con delle buone parole. Non s’era
mai trovato in un impiccio simile; e a renderglielo anche più seccante,
ci si univa la Cleofe, la quale a ogni svenimento di donna Fulvia si
metteva a strillare, e si credeva in dovere di svenire anche lei.
Svenne, e strillò più d’una volta anche a proposito di _Fleurette_; e
Enrico dovette per tranquillarla scendere a un casolare, perdere una
buona mezz’ora, cercare un messo e spedirlo a Orobio per dire a quei
di casa che andassero in cerca della cagnina. Che bel viaggio! Ci
furono dei momenti in cui Enrico non sapeva proprio più che fare; se
fermarsi, se proseguire, se ritornare a qualche villaggio attraversato
da poco; e avrebbe finito di certo col far scendere donna Fulvia in
qualche locanda, se donna Fulvia, ogni volta che egli gliene mostrava
l’intenzione, riprendendo per un minuto tutta l’energia la più
imperiosa di cui era capace, non si fosse opposta dichiarando di voler
continuare il viaggio a ogni patto, viva o morta, fino a sera, fino a
Milano, fino a casa.

Arrivati in una borgatella, ch’era il capoluogo del mandamento,
poteron mutare il legnetto in una carrozza a due cavalli, e continuare
il viaggio meno disagiatamente e d’un passo più sollecito. Poichè
si doveva tirare innanzi urgeva ora spicciarsi per arrivare in fine
della valle, prima che fosse ripartito l’ultimo treno della strada
ferrata che conduceva a Milano. Donna Fulvia non migliorava; si
capiva ch’essa faceva de’ grandi sforzi sopra sè stessa, ma che
si sentiva un gran male. Lo si capiva anche dall’espressione che
pigliava di tanto in tanto la sua fisonomia ogni volta che Enrico
le indovinava qualche nuova sofferenza, e le usava qualche nuova
attenzione; era un’espressione che lasciava intravvedere qualcosa d’un
po’ più raddolcito, e che pareva quasi un principio di riconoscenza.
Quell’espressione era per Enrico un gran fatto; e bastava, non solo
a rinnovargli la pazienza, ma a riempirgli il cuore di speranza e di
entusiasmo; raddoppiava allora di zelo, e cercava ogni maniera più
delicata di rendersi utile, mettendo in ogni suo atto una premura e
un affetto quasi filiali. Diventava paziente e premuroso fin con la
Cleofe; la quale, all’infuori di quei pochi momenti felici in cui si
addormentava, avrebbe fatto scappar la pazienza a un santo, or col
lamentarsi di tutto, or col ripigliare una cert’aria piagnucolosa, or
col dire di avere una gran fame, or col sospirare per _Fleurette_.

Finalmente arrivarono alla stazione, e ci arrivarono in tempo per poter
ripartire subito per Milano. Prima di ripartire, Enrico, dopo averci
pensato e ripensato, s’era deciso a mandare un telegramma al marchese
Ettore, dicendogli che erano accaduti de’ guai a Orobio, che donna
Fulvia si era molto spaventata, ch’era in viaggio per Milano e ch’era
molto sofferente. Donna Fulvia, quando udì il fischio della locomotiva
che ripartiva, tirò un gran respiro, e parve per un momento tutta
riavuta e calma. Nel compartimento della carrozza erano soli: Enrico si
era seduto in un angolo, e taceva; la Cleofe dopo una mezz’ora s’era
addormentata. Donna Fulvia, a cui quel riposo e quel sentirsi lontana
da ogni pericolo cominciò a mettere un po’ di tranquillità e un po’
d’ordine nella mente, prese a riandare gli avvenimenti della giornata e
a capacitarsi di tutto quello ch’era accaduto. Il suo pensiero correva
a Orobio, alla sua casa che le pareva di veder abbruciata e distrutta,
a don Innocente, a _Fleurette_: alla povera e abbandonata _Fleurette_.
E di pensiero in pensiero, venne a un tratto a domandarsi chi mai
fosse il suo misterioso salvatore, quel giovane che le stava seduto
dinanzi taciturno e pensieroso anche lui, e che rammentava d’aver
veduto, accanto a sè in tutto quel giorno, in tutte quelle peripezie,
e sempre tanto premuroso, tanto amorevole. “Ma chi mai può essere?„
andava dicendo tra sè donna Fulvia. “La Cleofe, se ben mi ricordo, l’ha
chiamato signor _cavaliere_, signor _Questore_.... E già non può esser
altro.... quantunque non lo si direbbe, così giovane, con quel tratto
così sommesso, con quella dolcezza.... come farà a pigliare i ladri?...
Ma già non può esser altro.„ Finalmente, non potendo più trattenersi
per la curiosità, si decise di rivolger la parola a Enrico, e lo fece
col principiare a dir male del Governo “il quale non s’era messo dalla
parte di don Innocente, come sarebbe stato dover suo; e così, se era
avvenuta una rivoluzione, la colpa era tutta del Governo.„ Enrico la
lasciò sfogare, e poi alla sua volta le domandò come fosser principiati
quei guai ch’egli infatti non conosceva ancor bene.

— Ecco! — saltò su allora donna Fulvia; — lo diceva ben io che il
Governo non sa mai nulla, e non fa mai nulla! Anche lei dunque non ne
sapeva niente? lo confessa!

— Ma io non sono il Governo — rispose Enrico sorridendo.

— Lei però è il Questore.

— Oh perdoni, signora, lei si sbaglia di molto; non sono davvero il
Questore....

— Ma è però un impiegato del Governo....

— Neppure....

— Ma allora chi è lei? — esclamò donna Fulvia con una espressione in
cui alla curiosità si univa una certa inquietudine. E fissandolo,
stette ad aspettare la risposta.

Enrico si fece rosso in viso, ed ebbe un momento di esitazione. Tutto
in quella difficile giornata gli era riuscito così bene fin lì; poco
gli mancava a compire quella sua inattesa missione, a ricondurre
donna Fulvia tra i suoi, a entrare egli stesso in quella casa ove
aveva disperato d’essere accolto mai più, e a entrarvi come il
benvenuto, come un salvatore.... Enrico non ebbe il coraggio di rompere
quell’incantesimo e di svelarsi, lì per lì, a donna Fulvia.

— Oh certamente, lei non mi può conoscere, — rispose Enrico con un fare
un poco impacciato, e che voleva parere disinvolto. — Ma in Orobio
son conosciuto.... sono anch’io di quei paesi. Oggi appunto dovevo
ripartire per Milano, ove abito da qualche tempo, quando passando per
caso vicino al suo palazzo, incappai in quella turba di indemoniati;
vidi il pericolo, e... ringrazio la fortuna che m’ha fatto arrivare in
tempo per esser utile a qualcosa....

— E dica pure a rendermi un gran servizio, — disse allora donna Fulvia
con un accento solenne e cortese. — Lei dunque troverà naturale e
giusto il mio desiderio di conoscere il nome della garbata persona a
cui devo la mia riconoscenza.

— Oh, se non si trattasse che di ciò, le domanderei il favore di non
occuparsi neppure del mio povero nome; ma pure farò come le aggrada....
e domattina, poichè ho lasciato il portafogli a casa, le manderò il mio
biglietto di visita, non dubiti.

Donna Fulvia abbassò il capo, e non disse altro; un po’ per far capire
al suo interlocutore ch’essa non chiedeva due volte la medesima cosa, e
un po’ perchè cominciava a sentirsi male da capo.

Arrivati a Milano, trovarono alla stazione il marchese Ettore e la
marchesa Bianca. Il marchese, che conosceva l’umore di sua suocera,
s’affrettò a buon conto a far le maraviglie nel vederla arrivare,
dicendole ch’era venuto con Bianca a salutare degli amici partiti in
quel momento. La marchesa Bianca riconobbe subito Enrico, e poco mancò
non facesse una grande esclamazione; ma Enrico la trattenne a tempo con
un gesto supplichevole, e con l’ammiccarle di star zitta. Donna Fulvia
poteva reggersi appena, e cercava di farsi forte non volendo dire,
lì per lì, il motivo di quel suo pronto ritorno; ma la Cleofe, prese
subito a spiattellar tutto l’accaduto, esclamando a ogni quattro parole
che _Fleurette_ era scomparsa, e che se non ci fosse stato “_quel
signore lì_„ tanto lei che la padrona sarebbero state ammazzate.

— Tacete, — diceva intanto con un fil di voce donna Fulvia, — andiamo a
casa.... vi dirò tutto.... Sì, bisogna ringraziare _quel signore_....
ma andiamo a casa.... subito, subito....

Il marchese e Bianca, ai quali le parole della Cleofe avevano
aumentato lo stupore e l’agitazione, fatta venir subito la carrozza,
vi adagiarono donna Fulvia; disser piano al servitore che andasse a
chiamar il medico; e pregarono il _gentile signore_ a venire a casa con
loro per conoscere meglio l’accaduto, e per poter meglio ringraziarlo
di quanto aveva fatto.

Il giorno dopo, donna Fulvia era a letto con un febbrone accompagnato
da qualche accesso di delirio. Per parecchi giorni la casa fu tutta
sottosopra; e Enrico, in tutte l’ore che aveva di libertà, era in casa
di donna Fulvia, chiamato, pregato da tutti, rendendo a quanti c’erano
mille servizi, preziosissimi in quel trambusto, e resi da lui tanto più
grati poichè li accompagnava con una buona volontà inesauribile. Si
pensi quale gioia secreta, quali speranze, fossero entrate nell’animo
d’Enrico vedendosi a un tratto così bene accolto, così festeggiato da
tutti in quella casa! Ma ci fu anche di meglio. Il marchese Ettore,
che a proposito di Cristina, come s’è visto, aveva da un pezzo preso
in cuor suo il suo partito, pensò subito di non lasciarsi sfuggire un
momento così opportuno per avviare le faccende a quella tal conclusione
che, a conti fatti, gli pareva la meno peggio. Il giovane gli era
piaciuto; era modesto, di belle maniere, innamorato, disinteressato,
quale insomma ci voleva; tanto più che alla vocazione di Cristina per
il monastero il marchese persisteva a non crederci. Detto fatto, il
marchese Ettore fece un mattino chiamare a casa sua Enrico; ebbe con
lui un lungo discorso; lo fece tornare il mattino seguente, e dopo un
secondo colloquio d’un paio d’ore, furon veduti uscire insieme dal
salotto, e salutarsi con molte strette di mano: il marchese aveva
l’aria soddisfatta, e Enrico era tutto acceso, e pareva scoppiasse per
la gioia.

Per alcuni giorni non ci fu altro di nuovo. Enrico era tutto
trasformato; allegro, inquieto, fiducioso, impaziente: e sir Arturo,
una volta al giorno, lo consigliava a trattenere la gioia, a non
scrivere a don Cornelio, e ad aspettare con calma la guarigione di
donna Fulvia, la quale andava lentamente migliorando. Enrico replicava,
e sir Arturo non diceva altro.

Una mattina sir Arturo non vide venire all’ora solita Enrico; non lo
aspettò, e difilato andò a casa sua. Enrico era nel suo studiolo,
presso la scrivania, col capo tra le mani, e con gli occhi fissi su una
letterina che gli stava spiegata dinanzi. Pareva impietrito, e il suo
sguardo aveva qualcosa di desolato e di spento come di chi sente venir
meno la vita o la ragione.

La letterina diceva così:

    “_Pregiatissimo signore_,

  “Ho parlato con mia suocera, come eravamo intesi; ma con mio vivo
  dispiacere devo dirle ch’essa non ha creduto di accordare quel
  consenso che io le avevo chiesto, animato da un vivo e sincero
  interessamento per lei. Il rifiuto di mia suocera è assoluto; e non
  mi pare che lasci adito a speranze per l’avvenire.

  “Serberò sempre il più grato ricordo dei ritrovi che ho avuti con
  lei; e la prego di nuovo ad accogliere i sentimenti di riconoscenza
  miei e di mia moglie per tutte le cure e le cortesie ch’ella ha
  usate a mia suocera.

  “Accolga i sentimenti della mia maggior stima, e mi abbia sempre
  suo devotissimo

                                            “ETTORE DI CHIARAVALLE.„

Il marchese Ettore dicendo d’aver fatta la parte sua con
interessamento, diceva la verità. Alla vocazione di Cristina egli ci
credeva poco, e sapeva che ci credevan poco anche altri; altri che
non ristavano dal domandare ancora al Padre Felice delle informazioni
sulla dote. Sua moglie poi, la marchesa Bianca, aveva pigliato fuoco di
nuovo per il lieto fine del romanzetto della cugina e poteva benissimo
commettere una qualche grossa imprudenza. Era dunque, tutto sommato,
un affare in cui non ci vedeva chiaro; un affare che avrebbe voluto
veder finito presto, col minore dei mali, e tenendone lui la direzione.
Ci si era messo dunque di buona volontà, e con tutte le precauzioni;
fin con quella di far assistere come complice anche il Padre Felice al
discorso, pensato e preparato, che andò a tenere a donna Fulvia.

Donna Fulvia, appena le fu svelato dal marchese il nome del suo
misterioso protettore, si rizzò sul letto, si acconciò in testa
rabbiosamente la cuffia, e cominciò a fare delle domande ironiche e
delle esclamazioni sdegnose. Poi venne subito a una conclusione; e
la sua conclusione fu che l’accaduto era tutto un intrigo combinato
tra don Cornelio e quel giovinotto; i disordini d’Orobio, le minacce
alla sua casa, la comparsa del salvatore, non erano, a suo dire, che
una trama per arrivare a uno scopo; era chiaro, era certo, e lei ne
era sicurissima. A smovere donna Fulvia da questo ragionamento nel
quale s’era piantata, c’era voluto da prima tutta la pazienza del
Padre Felice, e l’impazienza da ultimo del marchese. Donna Fulvia
finalmente s’era tranquillata, ed era rimasta a udire in silenzio i
suoi interlocutori; poi, venuta al punto di pronunziare una risposta,
aveva detto con una certa solennità e in tono asciutto e severo: — Il
mio consenso a questo matrimonio non ci sarà mai, mai!

Dopo questo _mai_, diventò più rasserenata e tranquilla; e il medico,
pochi giorni dopo, diede alla famiglia il felice annunzio che donna
Fulvia era entrata in convalescenza.




XXV.


Tre mesi dopo, il sindaco d’Orobio, che cominciava appena a riavere un
po’ di pace dopo i sopraccapi avuti in conseguenza della processione
di don Innocente e delle busse ricevute, — egli diceva date, — in
quell’occasione dai suoi amministrati, colpito ora da un nuovo
avvenimento ben più doloroso si trovava da alcuni giorni a Santa Maria
della Neve a compirvi un mesto ufficio. Era morto don Cornelio, ed egli
era il suo esecutore testamentario.

La morte di don Cornelio non era stata annunziata da nessuno, ma la
notizia si era sparsa in un baleno, di voce in voce, di casa in casa,
in tutta la valle, come l’annunzio d’una comune disgrazia. I terrazzani
di Orobio e dei paeselli vicini, giovani, vecchi, donne, fanciulli,
erano andati a Santa Maria della Neve, tutti in massa, per il funerale
del buon curato; e la lunga e silenziosa processione era scesa dal
monte portando seco quella salma venerata, per averla sempre vicina
nel camposanto d’Orobio. Nessuno aveva scritto l’elogio funebre di
don Cornelio, nessuno aveva pronunziato discorsi sulla sua tomba; ma
sulle facce avvizzite dal sole e dagli stenti di quella folla che ne
circondava l’umile feretro, scendevano delle lacrime grosse grosse; e
chi aveva una tribolazione in cuore si raccomandava a don Cornelio, per
la sua intercessione, come a un Santo.

Il testamento di don Cornelio, un testamento di poche righe, era
accompagnato da una lettera diretta al signor Vincenzo.... sindaco
di Orobio, scritta poche settimane prima della sua morte. La lettera
cominciava così: “Carissimo signor Vincenzo. Io muoio povero, tanto
povero che quasi ne arrossisco; non sorrida dunque se l’ho chiamato
mio esecutore testamentario; ma ho pure qualche ultimo desiderio
da confidare, qualche ultimo servizio da chiedere a un amico. E ho
pensato a lei; a lei, che m’ha sempre voluto bene anche quando mi
sgridava, non è vero? a lei, che posso chiamare il mio ultimo amico.„
E innanzi tutto gli raccomandava, con parole piene di lacrime, la sua
buona sorella Angelica; poi gli parlava di Enrico e di Cristina, e
lo pregava di averli a cuore, di vegliare su loro, di continuare la
parte sua ove potesse; lo pregava di esaminare tutte le sue carte e le
lettere, per abbruciarle o ritirarle come gli sarebbe parso meglio; e
gli raccomandava infine di farlo seppellire nel cimitero d’Orobio ove
riposavano i suoi antichi parrocchiani, i suoi vecchi amici d’un tempo.

Il signor Vincenzo aveva raccolta in casa sua la sorella di don
Cornelio, e aveva provveduto alle cose più urgenti; poi era andato
a passare alcuni giorni a Santa Maria della Neve per riunire le
masserizie, per esaminare le carte, per adempire, insomma, meglio che
poteva ai desideri del povero curato. Passava delle ore tutto assorto
nel suo pietoso ufficio; e di tanto in tanto nel ripiegare una lettera,
o nel leggere una minuta di don Cornelio, si asciugava gli occhi col
dorso della mano, e poi picchiava un gran pugno sul tavolino. Una
delle prime lettere che gli era venuta sott’occhio, e ch’era l’ultima
ricevuta da don Cornelio, era scritta dal superiore provinciale delle
Missioni per annunziargli la morte del suo antico coadiutore, don
Luigi, ammazzato in un villaggio della China.

Nella cassetta d’un armadio trovò un fascio di lettere, tutte con la
data del quarantotto. Erano in parte lettere di amici di don Cornelio,
e in parte lettere sue ai suoi di casa, scritte dal campo. Il signor
Vincenzo ci passò una giornata intera su quelle lettere; le leggeva
avidamente, le rileggeva, e non sapeva staccarsene. Si rammentava poco
di quei tempi, poichè non era in allora che un ragazzotto; e quelle
lettere lo trasportavano in un mondo lontano lontano, a respirarvi
un’aria alta e pura di entusiasmo e di patriottismo, che gli ricordava
il cinquantanove, ma che aveva un profumo ancora più acuto di poesia
e di fede. Col fascio delle lettere c’eran le nappine d’oro del
cappello, la medaglia di Pio IX, e una croce di panno rosso, ch’erano i
distintivi di don Cornelio quando fu cappellano dei volontari.

In un’altra cassetta c’eran le lettere del conte Maurizio, quelle
di Enrico, e di Cristina. Nelle lettere d’Enrico c’era tutto quello
che sappiamo noi, fino alle ultime sue speranze e all’ultimo no
di donna Fulvia. Ma tutto ciò riusciva in gran parte novissimo al
signor Vincenzo, il quale non ne aveva fino allora avuto che quelle
notizie incerte, e quelle induzioni, che correvano nella bottega dello
speziale. Non è a dirsi dunque con quanto interesse aveva lette quelle
lettere; quanto n’era stato commosso; e quanti pugni aveva picchiati
sul tavolino. Ogni volta poi che dava un pugno esclamava: — Ah questa
poi la vedremo! poveri figlioli! Ma se l’han fatta tenere a loro, e al
povero don Cornelio, non la faranno tenere a qualche altro! e questo
_qualche altro_ sarò io! Precisamente! Voglio diventar io il protettore
di quei figlioli! Oh, allora la vedremo! — E aveva già principiato a
mulinare nella mente vari progetti uno più terribile dell’altro. Alla
fine però aveva trovate due lettere che l’avevano messo in qualche
imbarazzo; due lettere di cui non sapeva darsi la spiegazione, e che
gli intorbidavano un po’ le idee appunto sul da farsi. Eran due lettere
scritte da poco, una era di Cristina, e l’altra della Madre Superiora
del suo convento. La lettera della Madre Superiora era questa:

  “Al Molto Reverendo signor curato di Santa Maria della Neve, già
  curato di Orobio.

  “Faccio riscontro con la presente alla riveritissima di Lei
  lettera, che ho considerata attentissimamente con le deboli mie
  forze, e che ho sottoposto anche ai consigli ed ai lumi ben più
  fulgidi di persone alle quali ci dirigiamo nei casi riflessibili.
  Quando la giovane Cristina, a mezzo della signora Contessa Fulvia
  Orsenigo, ci dichiarava la sua improvvisa chiamata e la sua
  celeste vocazione, la prefata signora Contessa ben ci preveniva
  che qualche mondano attaccamento, e inevitabile disinganno, avesse
  potuto influire sulla giovane, e potesse tuttora anche sussistere
  in qualche punto dell’animo della medesima. In conseguenza
  di ciò, dopo esserci consultate, abbiamo stabilito, come già
  ebbesi a fare in qualche altra analoga delicata contingenza, di
  differire prudenzialmente con pretesti bene scelti il regolare
  incominciamento dell’anno di prova, ossia Noviziato. Imperciocchè
  non vogliamo Suore non _chiamate_, nè Novizie disdicentisi.
  Devo però dirle parimenti, a di Lei tranquillità ed a comune
  edificazione, che la giovane Cristina dimostrò subito un ardore
  soprannaturale per la sua nuova vocazione; ardore che può dirsi
  vada sempre crescendo, per modo che nella sua innocente semplicità
  non sa comprendere come si ponga in certo qual modo freno alla
  esecuzione d’un desiderio ch’essa invoca perfino con inquietudine e
  con impazienza.

  “Epperò, le informazioni che Ella ci manda, e le sue esortazioni
  prudenti e caldissime ci impongono certamente il dovere di una
  raddoppiata vigilanza, e continueremo ancora qualche tempo
  a fare uno sgradito contrasto alle preghiere della giovane,
  contrasto che le renderà tanto più bello e lucente il giorno
  dell’accondiscendimento. Ben lieta poi di obbedire ai di
  Lei desideri, non mancherò di mandarle notizie e di tenerla
  informata sull’andamento dell’animo della giovane, e su quanto
  si manifestasse nel medesimo. Ci sarà poi veramente grata la
  visita che lei ci promette appena glielo permetterà la salute,
  e per questa facendo i miei umili, ma ardentissimi voti, passo
  a riverirla con tutto il massimo ossequio, e a rassegnarmi nel
  medesimo tempo obbedientissima serva

                                      SUOR AGNESE
                                      _Superiora della Casa di_....„

  “P. S. Ho consegnato alla giovane la lettera da Lei direttale, ed
  ho permesso alla medesima che le riscontrasse liberamente come a
  persona della famiglia.„

Questa poi era la lettera di Cristina:

    “_Don Cornelio!_

  “Ho riconosciuto subito i suoi caratteri dalla soprascritta, e ho
  pianto di commozione e di gioia prima ancora d’avere aperta la
  lettera. Poi, prima di leggerla, ho cercato il suo nome, e l’ho
  baciato come avrei baciato il mio povero babbo. Oh, don Cornelio,
  quante vicende, e quante lacrime in così poco tempo! Alle volte mi
  passo la mano sulla fronte per destarmi da questo sogno angoscioso;
  ma poi la mano ricade, e sono sveglia, e tutto è vero, tutto....
  Oh ma non creda ch’io sia infelice! lo sono stata, è vero, ho
  pianto lungamente, ho creduto di morire.... ma poi a un tratto ho
  ricevuto una grazia dal Cielo, una grande grazia, e fu una calma,
  una serenità, un benessere indicibile, una specie di felicità che
  ha inondata tutta la mia anima. Mi affretto a dirglielo perchè non
  mi compianga, perchè se ne rallegri con me, e con me ringrazi il
  Signore. Oh come mi sento tranquilla e felice! Alle volte, quando
  mando un’occhiata fuggevole al passato mi sento quasi ricadere in
  quelle angosce che credevo d’avere dimenticate; ma allora corro
  subito all’altare della Vergine, o tra le care compagne e le buone
  Suore di questa Casa, e subito mi ritorna il sorriso sulle labbra e
  la quiete nel cuore.

  “Ho letto mille volte la sua lettera, e l’ho sempre con me. Mi
  creda, don Cornelio, anche stamani ho potuto rileggerla tutta,
  due volte di seguito, fino in fine, senza piangere, e riflettendo
  pacata su quanto lei mi dice con tanta amorevolezza e con tanta
  serietà. No, don Cornelio, nessuna esagerazione, nessuna illusione
  o esaltamento dell’animo hanno potuto, o possono, farmi velo alla
  verità e alla riflessione tranquilla sui miei doveri e sulla mia
  vocazione. Quel matrimonio, ch’era stato il mio sogno dorato d’un
  momento, mi sembrerebbe ora quasi un desiderio colpevole. La zia
  non lo vuole; non me ne disse tutte le ragioni, ma certo devono
  essere gravi se il solo pensiero la rendeva così agitata e così
  afflitta. E lei sa tutto ciò ch’io devo alla zia! Se il nome del
  mio povero, del mio adorato babbo, potè sopravvivere amato e
  benedetto, se nessuna accusa, nessun lamento, nessuna ombra ha
  potuto offuscarlo, io lo devo alla zia. Ed io avrei dovuto per un
  desiderio tutto mio contrariare, offendere, chi nel mio babbo, mi
  aveva tanto beneficata? O avrei dovuto mancare alla parola che
  avevo data, glielo confesso, a quel mio fratello d’infanzia....
  così buono.... Oh no, no, solo a pensarvi mi si confonde la ragione
  come se pensassi a un delitto. Oh, no, mio buon Enrico!

  “In allora, fu in questa contrarietà, in questa lotta di
  sentimenti, che mi venne improvvisamente additata dal Cielo la
  nuova via che mi condusse dalla disperazione alla pace della
  coscienza. Oh, don Cornelio, lo dica anche a lui, a Enrico, ch’io
  non soffro più; gli dica ch’io non ho mancato così a nessuno de’
  miei doveri; che mi perdoni se lo afflissi.... perchè ne son sicura
  che anch’egli ha pianto; gli dica che il pensiero del suo perdono
  sarà un gran conforto per me. Gli dica che non lo dimenticherò.

  “Ora mi sforzo, è vero, di non pensare più a lui, ma quando avrò
  pronunziati solennemente i miei voti, e avrò così rafforzata
  maggiormente l’anima mia, allora, mi pare, potrò guardare più
  serena il passato, allora potrò mandare anche a lui un pensiero più
  frequente di affetto fraterno e celeste.

  “Sospiro quel giorno, giorno di pace per sempre. L’ottima nostra
  Superiora, non so perchè, me lo ritarda. È certamente una maggior
  prova che vuole da me. Obbedisco rassegnata pensando che questa è
  oramai la mia unica contrarietà.

  “Don Cornelio preghi per me. Mi saluti la signora Angelica, e le
  dica che la rammento sempre, che la stringo al cuore, e, come una
  volta, la soffoco di baci. Mi saluti tutti, mi ricordi a tutti. Oh
  quante volte alle rondinelle che passano, — andate, dico loro, a
  posarvi, rondinelle, sul campanile del mio paese, e gridate a tutti
  un saluto di Cristina.... Andate, rondinelle, nella mia casa, nella
  cara mia casa, e fateci voi il vostro nido felice!...

  “Don Cornelio, le domando genuflessa la sua benedizione. Mi scriva
  ancora, qualche volta ancora.... mi scriva presto.... Il Cielo ne
  lo rimunererà.

                                                         “CRISTINA.„

Il signor Vincenzo aveva letto un par di volte questa lettera, e
nel ripiegarla tutto commosso, si era domandato: “Com’è questa
faccenda?„ Poi ci aveva pensato su; ma ci si imbrogliava.... “Che
questa fanciulla, diceva tra sè, volesse farsi monaca davvero?„ E
questo dubbio lo sconcertava non poco; bisognava dunque rinunziare al
raccapriccio d’aver scoperta una trama di monache e di preti, e alla
gloria dello sventarla; bisognava rassegnarsi a non far nulla. Ma anche
questa conclusione non gli piaceva; e di tanto in canto esclamava tra
sè: “Eppure un mistero ci deve essere, ed io ci andrò in fondo.„

“Io ci andrò in fondo!„ andò ripetendo il signor Vincenzo per parecchi
mesi, cercando sempre, senza trovarlo il bandolo per cominciare. Ma
bisogna anche dire che il bandolo più facile e naturale, il bandolo
indispensabile, gli era sfuggito di mano, e non l’aveva più potuto
ritrovare. Egli aveva scritto subito a Enrico per partecipargli la
morte di don Cornelio, ma non aveva ricevuta risposta; gli aveva
scritto da capo, e allora gli era venuta una lettera di sir Arturo,
nella quale secco secco gli si diceva che Enrico era gravemente
ammalato. Dopo qualche tempo scrisse ancora; scrisse più volte, ma la
risposta non veniva mai.

In quel frattempo, il signor Vincenzo aveva anche provveduto a onorare
più che poteva la memoria del suo povero amico. Aveva scritta e fatta
stampare una commemorazione; aveva mandate delle corrispondenze ai
giornali della provincia, e promossa una sottoscrizione per mettere
una bella lapide alla memoria di don Cornelio nel cimitero d’Orobio.
La lapide gli aveva procurato dei dispiaceri con lo speziale, il quale
voleva farci incidere una sua lunga iscrizione in latino. — Che latino!
— diceva il signor Vincenzo, — all’iscrizione ci ho pensato io. Poche
parole.... ma che diranno molto a chi _capisce il latino!_ — E pare che
don Innocente quel latino l’avesse capito perchè sulle prime ci aveva
arricciato il naso; ma poi aveva finto d’essersi sbagliato vedendo che
il sindaco pigliava foco.

Ma intanto passavano le settimane, passavano i mesi, e il signor
Vincenzo non era riuscito a far nulla per quei due figlioli che gli
aveva tanto raccomandati don Cornelio; non era riuscito neanche a
principiare, neanche a sapere s’eran vivi o s’eran morti. Nè sir
Arturo, nè Enrico non avevano risposto più. Il signor Vincenzo
cominciava a essere malcontento di sè, e quando la signora Angelica,
con uno sguardo pieno di malinconia, lo guardava in silenzio come se
aspettasse da lui una risposta, egli si fingeva subito lontano le
mille miglia; tanto aveva capito. Cominciava insomma a sentire un po’
di rimorso; e siccome poi amava le risoluzioni energiche, così un
bel giorno decise di mettersi definitivamente all’opera, e di fare
un progetto. Da quel momento egli non pensò più che al suo progetto;
pensò, discusse con sè medesimo, fece e disfece propositi e disegni,
s’impazientò parecchie volte, buttò via ancora alcune settimane, ma
alla fine il disegno riuscì completo. Era un disegno che gli pareva
proprio perfetto; pieno di astuzia e di previdenza, di domande avvedute
e di risposte evasive, di discorsi concilianti, e di propositi fermi;
un disegno in cui tutto era preveduto, fin la più piccola contrarietà
la quale trovava subito accanto il suo ripiego; un disegno che
cominciava con le buone, ma che poteva anche finire con un ratto, con
una fuga, con un dramma. Per mettere in esecuzione questo disegno
bisognava naturalmente andare a Milano, e rimanerci qualche tempo.
Non era affar da nulla, ma era un affare deciso, e il signor Vincenzo
si mise energicamente a fare i preparativi della partenza. Finiti i
preparativi, fatta la valigia, salutati gli amici, il signor Vincenzo
era sulle mosse, quando una grande notizia, una notizia che non era
preveduta nel suo disegno, venne improvvisamente a fargli sospendere
la partenza. Un telegramma del Valassina, risaputo in pochi minuti da
tutto il paese, annunziava la morte di donna Fulvia.




XXVI.


Donna Fulvia era morta, in pochi giorni, d’apoplessia. Questa notizia
venuta così improvvisamente, quando gli amici di casa avevano appena
finito di congratularsi per la sua guarigione, fu un avvenimento non
piccolo per il paese d’Orobio, per la parentela, pei conoscenti,
e per quei gruppi di persone che stavano intorno a donna Fulvia.
L’impressione fu grande, ma diciamolo pur subito, fu una impressione
di stupore più che di dolore. Tutti a una voce magnificavano le
virtù della defunta dama, tutti ne deploravano la perdita, tutti si
sforzavano di parere afflittissimi, ma nessuno versava una lacrima. E
passato quel primo stupore, anche il rimpianto si diradò, si dileguò
rapidamente. La memoria di donna Fulvia non aveva radici in quell’unico
terreno che le conserva e ravviva, quello del cuore. A molti, anche
tra i suoi beneficati, parve ora di respirare più liberamente; e anche
sulla sua tomba avevan l’aria di ripetere: “oh se donna Fulvia fosse
stata un po’ meno benefica!„

Il marchese e la marchesa Chiaravalle diedero l’ordine che si facesse
un gran funerale anche a Orobio, e mandarono il Valassina a prenderne
la direzione. Per una settimana il paese fu tutto in movimento; venne
da Milano un paratore di grido, e l’antica e modesta chiesetta di don
Cornelio scomparve sotto un subisso di drappi neri e di tele dorate,
di cartelli, di stemmi, di candelabri e di ceri. Non s’era mai veduto
nulla di simile, e la chiesa fu lasciata sotto quelle parature per tre
giorni di seguito. La buona gente veniva a vedere e ad ammirare anche
dai paeselli dei dintorni; i venditori ambulanti avevan piantate le
loro botteghe in piazza; e gli oziosi facevano i conti valutando i
parati a sacchi di farina. Il Valassina aveva invitati tutti i preti
che donna Fulvia invitava ai suoi pranzi, e non ne mancava uno; meno
don Prospero. Don Prospero era mezzo ammalato; dacchè la peronospora
fa stragi anche nella sua valle, don Prospero non è più lui; è
malinconico, è arrabbiato; ha ben altro pel capo che i passatempi, come
dice lui; e nessuno non lo vede più, nè per vivi, nè per morti.

Il sindaco tra le cure e i sopraccapi che gli diede il funerale, non
dimenticò il suo disegno: e lieto della venuta del Valassina, che
nel suo disegno doveva avere una parte principalissima, gli si mise
d’attorno, gli fece la corte, e con tutte quelle astuzie che aveva
meditate cercò di farlo parlare, e di cavargli a poco a poco ciò che
gli premeva di sapere. Ma il Valassina, a sentir lui, non sapeva niente
di niente; non sapeva niente nè di Enrico, nè di Cristina, nè di
nessuno, nè di ciò ch’era stato, nè di ciò che s’era detto. Il sindaco
non si scoraggì; e pieno di fiducia nella propria energia e nel proprio
disegno, pensò di lasciar passare tutto il tramestìo del funerale e poi
d’andare diviato a Milano.

Ma era scritto che non ci dovesse andare. Era sulle mosse per la
seconda volta, quando improvvisamente una brutta notizia venne a
trattenerlo, e a fargli prendere poco dopo tutt’altra strada. Era morto
in un paese della provincia di Cremona un suo cognato lasciando molti
figli, molte faccende avviate e molti affari imbrogliati. Lettere sopra
lettere lo chiamavano urgentemente, e dovette risolversi a metter
da parte ogni altro pensiero e a partire. Non ritornò che dopo due
settimane, per assestare qualche suo interesse, ma annunziando che
ripartiva subito, e che avrebbe dovuto rimanere assente per un pezzo.
Diede anche la dimissione da sindaco. Fu un momento di dolore e di
incertezza; ma il buon cuore la vinse e senza rinunziare per l’avvenire
a esser utile alla patria lasciò dare per ora il tratto alla bilancia
dai doveri della famiglia.

La sua assenza durò quasi sei mesi. Ritornò soddisfatto d’aver compiuta
bene la sua missione, ma stanco e mezzo ammalato. Parecchie volte,
durante quei mesi, era corso col pensiero, e con un certo rimorso, a
Cristina, a Enrico e al suo disegno; ma ora non ci pensava quasi più.
Il medico gli aveva ordinato il riposo nell’aria nativa, e non c’era
dunque da pensare a ripartir per Milano. Eran poi passati quasi otto
mesi dopo la morte di donna Fulvia, e più di dodici dopo quella di don
Cornelio; oramai non ci sarebbe stato più nulla da fare; era tardi.
Così in cuor suo cominciava a poco a poco a rassegnarsi, esclamando
qualche volta tra sè: “Povera Cristina, a quest’ora l’avranno monacata!
Povero Enrico, a quest’ora è al mondo di là, o è in Inghilterra! Che
fatalità! Ma!...„

Un giorno il signor Vincenzo, dopo aver desinato, se ne stava nel
suo studiolo discorrendo con lo speziale, e passando in rassegna
gli errori del suo successore, il nuovo sindaco; quando a un tratto
sentì la voce d’_Ugolino_ che abbaiava in un certo modo diverso dal
consueto. _Ugolino_, ch’era stato raccolto anch’esso in casa del signor
Vincenzo, dopo la morte del suo padrone non era più quel di prima; era
malinconico, usciva poco di casa, aveva i suoi acciacchi; brontolava
sovente, ma non abbaiava quasi mai. Questa volta invece abbaiava con
quanta voce gli rimaneva, abbaiava fino in falsetto, poi guaiva, e si
capiva che intanto correva per la casa cercando o chiamando qualcuno.
Il signor Vincenzo capì che si trattava di qualcosa di straordinario;
si rizzò in piedi, e data una capata fuori dell’uscio, sentì un grido
e delle esclamazioni che venivan dalla corte. Scese in fretta, e a
piè della scala vide Angelica che con una insolita effusione di gioia
abbracciava una signora, e anche un signore, che avevan l’aspetto di
forestieri arrivati in quel punto.

Pochi istanti dopo, anche il signor Vincenzo, tra infinite esclamazioni
di sorpresa e di maraviglia, stringeva nelle sue braccia i nuovi
venuti, scambiando con loro parole liete, festose, di congratulazione
e di gioia: pareva che scoppiasse anche lui per la consolazione! Poi
tacquero a un tratto tutti e quattro; si strinser le mani, si guardaron
in viso, e i loro occhi si riempirono di lacrime: tutto era detto tra
loro.

Enrico e Cristina, sposi da pochi giorni, eran venuti a Orobio per
salutare i loro buoni amici, e per portare una corona di fiori sulla
tomba di don Cornelio.

Il signor Vincenzo li volle suoi ospiti, e li avrebbe anche voluti
trattenere un po’ di giorni, ma dovette accontentarsi della promessa
che sarebber ritornati quando gli affari e i doveri d’Enrico
l’avrebbero permesso. Passarono quella serata fino a mezzanotte,
seduti tutti e quattro a un tavolino, a farsi l’un l’altro un subisso
d’interrogazioni, e a narrarsi i casi di quell’annata ch’era scorsa
per ciascuno di loro piena di vicende, di dolori e di sorprese. La
Signora Angelica ogni tanto non poteva trattenersi dal baciar Cristina
e dal pronunziare il nome del povero don Cornelio; poi mandava
benedizioni anche al marchese Ettore, il quale un mese dopo la morte
di donna Fulvia, aveva voluto levar Cristina dal convento, era andato
in cerca d’Enrico, e aveva combinato il matrimonio. _Ugolino_ se
ne stava accovacciato sulle ginocchia di Cristina, con le orecchie
tese, come se facesse la guardia per non lasciarsela portar via; e
il signor Vincenzo discorreva, ora a voce alta con tutti, ora piano
con Enrico, e lo informava degli avvenimenti più recenti d’Orobio e
degli spropositi del nuovo sindaco. Poi, quando Angelica e Cristina
si accomiatarono per andare a letto, volle trattenersi un poco ancora
con Enrico, a quattr’occhi, curioso di sapere com’era andato l’affare
del convento, e desideroso di parlargli del suo disegno. Enrico gli
raccontò in breve le difficoltà che c’eran state, e tutta la prudenza
che c’era voluta per far desistere Cristina dalla sua nuova risoluzione
in cui credeva di aver impegnato la sua parola e la sua coscienza, e
per ricondurla gradatamente alla vocazione vera e profonda del suo
cuore. Il signor Vincenzo alla sua volta prese a raccontargli il suo
disegno. Il suo disegno era completamente riuscito, e gli pareva dunque
che gliene venisse anche a lui la sua parte di merito. Ma il disegno,
come sappiamo, era complicato, per cui a dirgliene tutti i particolari
gli bisognò trattener Enrico più d’una volta sul pianerottolo e sugli
scalini, intanto che gli faceva lume nel condurlo alla sua camera.

La mattina seguente, per tempo, si recarono nel camposanto. La lapide
di don Cornelio era tutta coperta di corone, in parte appassite, in
parte recenti, e appena si poteva leggere l’iscrizione che ci aveva
fatto scolpire il signor Vincenzo, e che diceva così:

                          A DON CORNELIO SACCHI
                     BUON SACERDOTE, BUON CITTADINO
                           CHE PER TRENT’ANNI
                     FU PARROCO AMATISSIMO D’OROBIO
                             E MORÌ NEL 1880
                         ULTIMO IN QUESTA VALLE
                      DEI PRETI PATRIOTTI DEL 1848.

Cristina e Angelica inginocchiate, Enrico appoggiato al braccio del
signor Vincenzo, rimasero, muti e mesti, lungamente dinanzi alla lapide
di don Cornelio, compresi da quel risveglio di ricordi e di affetti, da
quel sentimento di desolazione e di speranza che aleggiano intorno alla
memoria dei nostri cari, e ci trattengono sulle loro tombe.


  FINE.




NOTE:


[1] _Manuale Exorcistarum ac Parochorum, auctore_ R. P. Candido
Brugnolo Bergomensi. — _Bergomi. Tipis Rubei_ MDCLI.

[2] _Manuale exorcistarum, Quaestio VII_, pag. 411.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.



*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CURATO D'OROBIO ***


    

Updated editions will replace the previous one—the old editions will
be renamed.

Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
law means that no one owns a United States copyright in these works,
so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United
States without permission and without paying copyright
royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
of this license, apply to copying and distributing Project
Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™
concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
and may not be used if you charge for an eBook, except by following
the terms of the trademark license, including paying royalties for use
of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for
copies of this eBook, complying with the trademark license is very
easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation
of derivative works, reports, performances and research. Project
Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away—you may
do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected
by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark
license, especially commercial redistribution.


START: FULL LICENSE

THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE

PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK

To protect the Project Gutenberg™ mission of promoting the free
distribution of electronic works, by using or distributing this work
(or any other work associated in any way with the phrase “Project
Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full
Project Gutenberg™ License available with this file or online at
www.gutenberg.org/license.

Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg™
electronic works

1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg™
electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
and accept all the terms of this license and intellectual property
(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
the terms of this agreement, you must cease using and return or
destroy all copies of Project Gutenberg™ electronic works in your
possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
Project Gutenberg™ electronic work and you do not agree to be bound
by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the person
or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.

1.B. “Project Gutenberg” is a registered trademark. It may only be
used on or associated in any way with an electronic work by people who
agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
things that you can do with most Project Gutenberg™ electronic works
even without complying with the full terms of this agreement. See
paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg™ electronic works if you follow the terms of this
agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg™
electronic works. See paragraph 1.E below.

1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation (“the
Foundation” or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
of Project Gutenberg™ electronic works. Nearly all the individual
works in the collection are in the public domain in the United
States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
United States and you are located in the United States, we do not
claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
displaying or creating derivative works based on the work as long as
all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
that you will support the Project Gutenberg™ mission of promoting
free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg™
works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
Project Gutenberg™ name associated with the work. You can easily
comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
same format with its attached full Project Gutenberg™ License when
you share it without charge with others.

1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
in a constant state of change. If you are outside the United States,
check the laws of your country in addition to the terms of this
agreement before downloading, copying, displaying, performing,
distributing or creating derivative works based on this work or any
other Project Gutenberg™ work. The Foundation makes no
representations concerning the copyright status of any work in any
country other than the United States.

1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:

1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
immediate access to, the full Project Gutenberg™ License must appear
prominently whenever any copy of a Project Gutenberg™ work (any work
on which the phrase “Project Gutenberg” appears, or with which the
phrase “Project Gutenberg” is associated) is accessed, displayed,
performed, viewed, copied or distributed:

    This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
    other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
    whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
    of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
    at www.gutenberg.org. If you
    are not located in the United States, you will have to check the laws
    of the country where you are located before using this eBook.
  
1.E.2. If an individual Project Gutenberg™ electronic work is
derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
contain a notice indicating that it is posted with permission of the
copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
the United States without paying any fees or charges. If you are
redistributing or providing access to a work with the phrase “Project
Gutenberg” associated with or appearing on the work, you must comply
either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg™
trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.

1.E.3. If an individual Project Gutenberg™ electronic work is posted
with the permission of the copyright holder, your use and distribution
must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
will be linked to the Project Gutenberg™ License for all works
posted with the permission of the copyright holder found at the
beginning of this work.

1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg™
License terms from this work, or any files containing a part of this
work or any other work associated with Project Gutenberg™.

1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
electronic work, or any part of this electronic work, without
prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
active links or immediate access to the full terms of the Project
Gutenberg™ License.

1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
any word processing or hypertext form. However, if you provide access
to or distribute copies of a Project Gutenberg™ work in a format
other than “Plain Vanilla ASCII” or other format used in the official
version posted on the official Project Gutenberg™ website
(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
of obtaining a copy upon request, of the work in its original “Plain
Vanilla ASCII” or other form. Any alternate format must include the
full Project Gutenberg™ License as specified in paragraph 1.E.1.

1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
performing, copying or distributing any Project Gutenberg™ works
unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.

1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
access to or distributing Project Gutenberg™ electronic works
provided that:

    • You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
        the use of Project Gutenberg™ works calculated using the method
        you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
        to the owner of the Project Gutenberg™ trademark, but he has
        agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
        Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
        within 60 days following each date on which you prepare (or are
        legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
        payments should be clearly marked as such and sent to the Project
        Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
        Section 4, “Information about donations to the Project Gutenberg
        Literary Archive Foundation.”
    
    • You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
        you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
        does not agree to the terms of the full Project Gutenberg™
        License. You must require such a user to return or destroy all
        copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
        all use of and all access to other copies of Project Gutenberg™
        works.
    
    • You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
        any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
        electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
        receipt of the work.
    
    • You comply with all other terms of this agreement for free
        distribution of Project Gutenberg™ works.
    

1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
Gutenberg™ electronic work or group of works on different terms than
are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of
the Project Gutenberg™ trademark. Contact the Foundation as set
forth in Section 3 below.

1.F.

1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
Gutenberg™ collection. Despite these efforts, Project Gutenberg™
electronic works, and the medium on which they may be stored, may
contain “Defects,” such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
cannot be read by your equipment.

1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the “Right
of Replacement or Refund” described in paragraph 1.F.3, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
Gutenberg™ trademark, and any other party distributing a Project
Gutenberg™ electronic work under this agreement, disclaim all
liability to you for damages, costs and expenses, including legal
fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
DAMAGE.

1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
written explanation to the person you received the work from. If you
received the work on a physical medium, you must return the medium
with your written explanation. The person or entity that provided you
with the defective work may elect to provide a replacement copy in
lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
or entity providing it to you may choose to give you a second
opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
without further opportunities to fix the problem.

1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS’, WITH NO
OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of
damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
violates the law of the state applicable to this agreement, the
agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
remaining provisions.

1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in
accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
production, promotion and distribution of Project Gutenberg™
electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any
Defect you cause.

Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™

Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg™’s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will
remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future
generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org.

Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
U.S. federal laws and your state’s laws.

The Foundation’s business office is located at 809 North 1500 West,
Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
to date contact information can be found at the Foundation’s website
and official page at www.gutenberg.org/contact

Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread
public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
visit www.gutenberg.org/donate.

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: www.gutenberg.org/donate.

Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
Gutenberg™ concept of a library of electronic works that could be
freely shared with anyone. For forty years, he produced and
distributed Project Gutenberg™ eBooks with only a loose network of
volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Most people start at our website which has the main PG search
facility: www.gutenberg.org.

This website includes information about Project Gutenberg™,
including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.